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A partire dalla line del XIX secolo, quando George Chedan-

ne stabilì senza alcuna ombra di dubbio che il Pantheon


fosse databile in base alle murature e ai bolli di mattone ad
età adriatica (malgrado si reputi ormai che i lavori siano
ini/iati durante il principato di Traiano), si è aperta una
polemica, talora assai aspra, sull'impianto e sull'orien-
tamento del primitivo Pantheon, realizzato nel 27 o nel 25
a.C. I sondaggi eseguiti nel 1996/97 davanti alla facciata del
Pantheon hanno condotto alla definitiva conclusione che
l'edificio di età augustea fosse rivolto a nord e che avesse una
facciata di misura simile a quella dell'edificio adrianeo.
A questo punto, si può meglio impostare il discorso sul
rapporto tra il Pantheon, il mausoleo di Augusto, l'obe-
lisco meridiana che il principe fece erigere nel 10 a.C. nel
Campo Marzio settentrionale dedicandolo al Sol, e Vara
Pacis. E verosimile che i quattro monumenti siano partecipi
di un medesimo programma leso a prefigurare la futura
divinizzazione di Augusto. Per tale motivo, la sede che
avrebbe accollo le sue spoglie mortali e il tempio dove sa-
rebbe stato venerato come diviis insieme con i principali dei
dell'Olimpo e con mortali divinizzati in virtù delle loro
azioni ( Romolo Quirino; Giulio Cesare) erano stati collocati
lungo il medesimo asse. L'obelisco e Vara Pacis, a loro
volta, erano stati eretti con un orientamento coerente con il
Pantheon e con le date del 21 aprile, fondazione di Roma, c
del 23 settembre, nascita di Augusto. L'effetto più sug-
gestivo era percepibile nel Pantheon (sia nell'edificio adria-
neo, sia in quello augusteo) dove, a mezzogiorno del 21
aprile, i raggi solari, penetrando ddXVocuhts centrale, col-
pivano l'ingresso come un riflettore di scena. Il messaggio
era chiaro: Augusto era il nuovo Romolo, rifondatore della
città nel-segno di una pacificazione univ ersale, dopo decenni
di guerre civili.
La struttura del Pantheon è stata talvolta posta in relazione
con il Tyehaion di Alessandria che (come informa un testo
attribuito in antico a Libanio, ma opera di un autore anonimo
denominato Pseudo-Libanio) aveva nel suo interno statue
dei dodici dei e statue di sovrani, probabilmente dei re tole-
maici. Si è di recente ritenuto che la descrizione dello Pseu-
do-Libanio si riferisse non a un edificio alessandrino, bensì a
un edificio di Antiochia. L'intero argomento è stato riesami-
nato nella seconda parte del lavoro per fugare ogni dubbio
circa la pertinenza della descrizione al tempio di Alessan-
dria. E stata comunque l'occasione per un riesame di alcuni
complessi problemi topografici della capitale siriana.
Collezione Archeologica
11
EUGENIO LA ROCCA

IL PANTHEON DI AGRIPPA

SCIENZE E LETTERE
ROMA 2015
In copertina: Parigi, École Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Georges Paul
Chedanne: 'Tantheon de Rome. Etude generale de la structure ".

© 2015 Scienze e Lettere dal 1919 S.r.l.


già Bardi Editore
Via Piave, 7 - 0 0 1 8 7 Roma
Tel. 0039/06/4817656 - Fax 0039/06/48912574
e-mail: info@scienzeelettere.com
www.scienzeelettere.com
ISBN 978-88-6687-083-8
INDICE

pp.
INTRODUZIONE VII
PARTE I

IL PANTHEON DI AGRIPPA 1
1. // Pantheon secondo Cassio Dione ' 1
2. Le tracce fisiche del Pantheon di Agrippa 6
3. Risultato degli scavi del 1996/1997 e loro interpretazione 17
4. Ipotesi moderne sull'orientamento e sui rapporti tra Pan- 29
theon di Agrippa e Pantheon di Adriano
5. Possibili precedenti e sistema costruttivo del Pantheon di 31
Agrippa
6. L'edifìcio ellittico di Chester 39
7. Simbolismo del Pantheon augusteo, sue ricadute sul Pan- 42
theon adrianeo, e l'ascensio ad astra di Romolo
8. // Pantheon di Agrippa: greco o romano? 50
9. // Pantheon come luogo di consecratio e del culto imperiale 55
10. Relazioni con il mausoleo di Augusto 59
PARTE II
IL TYCHAION DESCRITTO DALLO PSEUDO-LIBANIO 63
1. // Tychaion di Alessandria 63
2. // Tychaion di Antiochia (con alcune note sulla topografìa della
città)
3. Dal Tychaion di Alessandria al Pantheon di Roma
BIBLIOGRAFIA

-VI-
INTRODUZIONE

Questo lavoro nasce a seguito delle indagini di scavo condotte dalla Sovrainten-
denza ai Beni Culturali del Comune di Roma nel 1996/97 lungo la facciata del Pantheon,
in occasione di lavori per la realizzazione di una nuova galleria di pubblici servizi. Ese-
guiti, quando ero responsabile della Sovraintendenza, da Paola Virgili e da Paola Batti-
stelli con la presenza costante di Giovanni Joppolo, al quale si devono disegni e rilievi
grafici delle strutture, gli scavi hanno accertato in maniera inequivocabile che il prede-
cessore del Pantheon attribuito ad Adriano (ma è ormai supposto, con motivazioni con-
vincenti, un inizio dei lavori all'epoca di Traiano) fosse anch'esso rivolto a nord, verso il
mausoleo di Augusto, e che la sua facciata avesse avuto una misura simile. Si dava così
un taglio definitivo a una polemica durata decenni tra i fautori di un Pantheon augusteo
rivolto a sud e quanti, al contrario, avevano giustamente immaginato che il tempio non
avesse subito variazioni di orientamento.
Non è stata polemica di poco conto, perché con un differente orientamento il Pan-
theon costruito da Agrippa avrebbe avuto un significato completamente diverso, e sareb-
be venuto a mancare quel rapporto con i principali monumenti realizzati da Augusto nel
Campo Marzio settentrionale, essenziali per chiarire i modi di comunicazione da lui
adottati nel ventennio posteriore alla vittoria di Azio. Mi sembra ormai chiaro che mau-
soleo, Pantheon, obelisco/meridiana del Campo Marzio e ara Pacis siano gli elementi
costitutivi di un discorso organico nel suo risultato finale, ancorché costruito in tempi
diversi, che prefigurava la futura divinizzazione del principe, visto come nuovo Romolo
e rifondatore di Roma nel segno di una pacificazione ristabilita.
Ho aggiunto nella seconda parte del lavoro il riesame di una delle éK(ppàaei<; attri-
buite al retore antiocheno Libanio, ma opera di un autore anonimo, denominato nella let-
teratura scientifica come Pseudo-Libanio, che descrive un Tychaion, nel cui interno, oltre
la statua della dea che incoronava Ghe, la quale, a sua volta, incoronava Alessandro Ma-
gno, il fondatore della città, erano collocate le statue dei dodici dei e le statue dei sovrani
più rinomati. Da lungo tempo sono state viste tangenze tra codesta struttura di complessa
articolazione spaziale e il Pantheon adrianeo. Si è voluto identificarla con il Tychaion di
Alessandria (e quindi le statue dei sovrani sarebbero dei re tolemaici), sebbene di recente
sia stata avanzata un'opinione azzardata, che l'edifìcio descritto dallo Pseudo-Libanio
fosse ad Antiochia. In tal caso, al suo interno avrebbe dovuto essere collocata la celeber-
rima Tyche di Eutychides, conosciuta attraverso monete, copie e rielaborazioni che di-
chiarano la sua fama nel mondo antico. Per più motivi non ne sono affatto convinto, pre-
ferendo la lettura tradizionale basata, secondo il mio parere, su argomentazioni assai più
convincenti, a partire dal fatto che Alessandro effettivamente fondò Alessandria, ma non
Antiochia. È stata comunque l'occasione per riconsiderare alcuni problemi topografici
della città siriana, a partire da poco motivate proposte di reduplicazione di strutture pub-
bliche sulla base di un'errata collocazione di Epiphaneia, che non era un semplice quar-
tiere di Antiochia, ma probabilmente un insediamento a sé stante, satellite della capitale,
con sue mura e suoi magistrati.
Destinato ad essere pubblicato fin dal 2008 in lingua inglese, in un volume mi-
scellaneo della Cambridge University Press (The Pantheon from theAntiquity to the Pre-
senta a cura di T. A. Marder e M. Wilson Jones), il mio contributo sul Pantheon di
Agrippa, in una redazione ampiamente ridotta, non ha ancora visto la luce. Inoltre la casa
editrice ha imposto ulteriori tagli drastici per dare al volume una fisionomia differente, a
carattere più divulgativo, rispetto a quella in cui il mio testo era stato elaborato. Per tale
motivo, reputo utile pubblicare il mio lavoro nella sua veste e nella sua lingua originali,
senza alcun aggiornamento bibliografico posteriore al 2008, a esclusione di alcuni im-
portanti riferimenti nel paragrafo 7.
Desidero ringraziare Emanuele Dettori, Lothar Haselberger, Ilaria Romeo, Paola
Virgili, Alessandro Viscogliosi, Mark Wilson Jones, con i quali ho discusso su temi fon-
danti della mia ricerca. Per la documentazione fotografica, ringrazio in primo luogo la
Direzione dell'École Nationale Supérieure des Beaux-Arts a Parigi, che mi ha concesso
il permesso di riprodurre il magnifico disegno di Georges Paul Chedanne con la veduta
assonometrica, a pseudo-spaccato, del Pantheon, nella quale sono perfettamente visibili
le fondazioni dell'edificio portate alla luce durante gli scavi da lui compiuti nel 1892/93
insieme con Luca Beltrami e Pier Olinto Armanini. Devo alcune altre illustrazioni alla
cortese collaborazione di Dimosthenis Kosmopoulos, di Roberto Lucignani e di Mark
Wilson Jones.
Ringrazio infine sia la casa editrice Scienze e Lettere per aver accolto il mio sag-
gio nella collana Collezione Archeologica, sia Helga Di Giuseppe, cui devo un eccellente
lavoro redazionale sul testo e sulle illustrazioni che ha ampiamente ridotto il peso dei
miei interventi di revisione.

Eugenio La Rocca
PARTE I

IL PANTHEON DI AGRIPP A

1. // Pantheon secondo Cassio Dione


Tra i Saepta Mia ad oriente - destinati alle operazioni di voto, la cui rico-
struzione fu iniziata da Cesare, sebbene fossero dedicati solo nel 26 a.C (fig. 1) - le
terme a sud e lo stagnum/natatio delle terme ad occidente, Agrippa realizzava il
Pantheon e lo dedicava nel 25 a.C. Delle vicende seguenti del monumento sappia-
mo poco. Sembra che subisse gravi danni a seguito di un incendio nelP80 d.C. che
devastò un settore del Campo Marzio, ivi compresi gli adiacenti Iseo e Serapeo, i
Saepta, il Poseidonion, le terme di Agrippa, il Diribitorium e, poco più oltre, il tea-
tro di Balbo, la scena del teatro di Pompeo gli edifici nel portico d'Ottavia con le
biblioteche, infine anche il tempio di Giove Capitolino e gli edifici circostanti. Do-
miziano dovette avviare immediatamente la ricostruzione 2 . Colpito da un fulmine
durante il principato di Traiano, ne fu iniziata la ricostruzione, ultimata da Adriano,
sebbene nella Historia Augusta la dedica sia attribuita ad Antonino Pio 3 (figg. 2-3).
Un ulteriore restauro fu infine effettuato nel 202 d.C. ad opera di Settimio Severo e
di Caracalla4.
Quanto sappiamo del monumento è desumibile quasi esclusivamente dalle
parole di Cassio Dione, l'unica fonte antica che offra qualche elemento per una sua
interpretazione 5 :

1 R O D D A Z 1 9 8 4 , p. 2 6 1 ss. L'iscrizione dedicatoria data il completamento dell'edificio nel 2 7 a.C. (CIL,


VI, 8 9 6 ) , ma Cassio Dione testimonia che esso fosse ultimato solo nel 2 5 a.C. (CASS. D I O , 5 3 , 2 7 ) .
2 CASS. DIO, 6 6 , 2 4 , 2 ; Chron., 1 4 6 ; HlER., a. Abr., 2 1 0 5 (e forse 2 1 0 1 ) . I danni non dovettero essere
particolarmente rilevanti se si conservarono parecchie strutture dell'edificio augusteo, ivi comprese le
porte di bronzo e la soglia in marmo africano: GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 59.
3 OROS., 7, 12; HlER., a. Abr., 2 1 2 7 . Restauro di Adriano: HlST. AUG., Hadr., 19. Restauro di Antonino
Pio: HlST. AUG., Ani Plus, 8. Ma Cassio Dione (69, 7, 1) testimonia che Adriano svolse attività giudi-
ziarie entro l'edificio. In questa sede non entro nel merito della paternità del nuovo Pantheon, se sia,
cioè, ipotizzabile un inizio dei lavori in età traianea e una sua attribuzione ad Apollodoro di Damasco
(sul tema: HEILMEYER 1 9 7 5 , p. 3 1 6 ss.; WILSON JONES 2 0 0 0 , p. 1 9 2 s.; VISCOGLIOSI 2 0 0 1 , p. 1 5 6 ss.).
Parlerò quindi, qui di seguito, e secondo la consuetudine, solo di un Pantheon "adrianeo".
4 CIL, VI, 8 9 6 .
5 CASS. DIO, 53, 27, 2-3.
Fig. 1. Pianta schematica del Campo Marzio in età augustea (da COARELLI1997, con correzioni).
// Pantheon di Agrippa

Fig. 3. Pianta del Pantheon adrianeo (da DEFlNELlCHT 1966).


Eugenio La Rocca

"... inoltre (Agrippa) concluse i lavori dell'edificio chiamato Pantheon, indicato con questo
nome probabilmente perché tra le statue év iole; àyàXuaai) che lo adornavano ricevette i simula-
cri di molti dei (Oecov ekóvaq), fra i quali anche Marte e Venere, anche se secondo me la ragione
è da imputare alla sua volta a cupola, che rappresenta il cielo (ÒTI 9okoei5é<; óv xcp oùpavco
7cpoaéoiK8v). Agrippa volle quindi collocarvi anche (la statua di) Augusto e concedergli l'onore di
avere l'epiclesi dell'opera; ma poiché il principe non accettò nessuno di quei due onori, fece col-
locare nel tempio una statua di Cesare padre, mentre nel pronao fece mettere le statue
(àvòpidvxaq) di Augusto e sua propria".

Cassio Dione sembra aver scelto oculatamente i termini, al punto di evitare una de-
finizione precisa della statua di Augusto che avrebbe dovuto essere collocata nel
tempio. Le immagini divine all'interno dell'edificio sono ekòve<; e àyà^juaia, men-
tre le immagini di Augusto e di Agrippa nel pronao sono àvòpiàvxeq. Manca ancora,
purtroppo, uno studio esaustivo sul differente uso di questi tre termini e sulle possi-
bili variazioni semantiche intervenute nei secoli 6 . Se in età classica, e poi ellenisti-
ca, aya^jia è una statua di culto ed ekcòv una statua, preferibilmente di bronzo, of-
ferta pubblicamente come onore straordinario, ma non destinata a ricevere un culto,
in avanzata età imperiale probabilmente le differenze si attenuano, come appare dal
testo di Cassio Dione, sebbene non scompaiano mai del tutto 7 . Anche la distinzione
tra ayak\ia, ekcòv e àvdpiàq risulta poco chiara: in Erodoto, per esempio, una statua
di Apollo è detta ora ayafyia, ora àv5piàq, così come una statua di Athena ad Ali-
pheira è citata da Polibio come àv5pux<; e da Pausania come ayaX,|ia. In un'interes-
sante lettera di Eumene II datata nell'inverno del 167-166 a.C, con la quale il so-
vrano pergameno accetta gli onori a lui attribuiti dalla Lega Ionica, è esplicitamente
ricordato che gli era stato votato una ekcòv d'oro da collocare in qualsivoglia luogo
della Ionia Eumene avesse desiderato. Il re tuttavia non accetta che la Lega si accol-
li la spesa; Vàvòpiàc, d'oro sarebbe stato pagato da lui stesso e collocato nel recinto
sacro a lui votato da Mileto 8 .
Si può supporre che, definendo con il termine àv8piàvxe<; le statue di Augu-
sto e di Agrippa nel pronao del Pantheon, Cassio Dione abbia volutamente sottoli-
neato la loro valenza comunque religiosa, ma non effettivamente divina. Non erano
perciò statue onorarie, ma statue con una valenza superiore, tale da avvicinarle - ma
senza una piena identificazione - agli àyàXjiaxa all'interno dell'edificio sacro, che
sono a tutti gli effetti statue di culto. Agrippa aveva tentato di realizzare un tempio
dedicato, secondo la tradizione ellenistica, al principe in modo da equipararlo nel
6 Sulla terminologia: HEPDING 1907, p. 250 s.; ENGELI 1907, p. 8 ss.; NOCK 1930, pp. 3, nota 5, 23 =
1972, pp. 204, nota 5, 218 s.; ROBERT 1960, p. 317 = 1969, p. 833, nota 1.
7 Così interpreta anche PEKÀRY 1985, p. 57.
8 WELLES 1934, nr. 52, 11. 26, 56 s. Anche in una lettera di Orophernes ai cittadini di Priene i due ter-
mini risultano interscambiabili: WELLES 1934, nr. 63,11. 9, 12.

-4-
// Pantheon di Agrippa

culto agli dei dell'Olimpo. Naturalmente non si sarebbe trattato di una vera diviniz-
zazione (né il momento né la tradizione romana lo avrebbero consentito), ma di un
avvicinamento di una statua del principe, per quanto mortale, agli dei immortali. Il
culto tributato agli dei si riverberava, in certo qual modo, anche sul principe, che
diventava, secondo una logica ben impostata in età ellenistica dai Diadochi,
ouwctfx; del dio (letteralmente "che lo affianca nella cella del tempio") 9 . Questa so-
luzione, che poteva essere interpretata come il preannuncio di una futura consecra-
tio, rischiava di essere pericolosa da un punto di vista politico negli anni intorno al
27 a.C; e Augusto lo sapeva bene. Essa non è effettivamente dichiarata, in quanto
le statue di Agrippa e di Augusto sono àvSpiàviec; all'esterno della cella - in età el-
lenistica la statua del sovrano (juwaoq del dio è detta àya\\ia -, eppure la suggeri-
sce in modo pacato.
Secondo l'idea iniziale di Agrippa, però, Augusto avrebbe dovuto essere
realmente ai3wao<; delle divinità olimpiche: il Pantheon, che "probabilmente"
prende il nome dalle statue degli dei che lo adornavano, avrebbe dovuto chiamarsi
Augousteion e la statua di Augusto collocata all'interno della cella. Solo al rifiuto
del princeps, Agrippa si risolse a collocare nel pronao le statue sua e di Augusto,
inserendo tuttavia nella cella, tra gli dei - tra i quali sono espressamente menzionati
Marte e Venere, capostipiti dei Romani e della gens Mia -, l'&yaX+ia di Giulio Ce-
sare padre. Cassio Dione sottolinea, in un certo senso, la paternità "divina" di Au-
gusto che, d'altronde, già da tempo si dichiarava orgogliosamente divi fìlius. Per
quanto attenuato, lo schema ideologico di base, fondato sul costume greco-
ellenistico di promuovere il culto dei dinasti affiancandolo a quello dei veri dei
dell'Olimpo 10 , pervade comunque l'intero programma figurativo del tempio e, mal-
grado la comprensibile discrezione, impone le sue leggi. Il Pantheon è dedicato,
come dice il nome stesso, a tutti gli dei; ma tra gli dei c'è il divo Cesare, un mortale
divinizzato dopo il tragico assassinio, e alle sue porte c'è la statua del figlio vivente
di Cesare, che attende pazientemente il suo turno per entrare nella cella. Pur ridotto
di potenziale, il significato della dedica di Agrippa non poteva sfuggire ai più av-
vertiti. Né poteva sfuggire il significato che assumeva la posizione specifica del
tempio11: perché il Pantheon era incuneato tra i Saepta a oriente e lo stagnum
Agrippae a occidente, i luoghi predestinati quasi all'apoteosi, dove era avvenuta
Yascensio ad astra e quindi la consecratio di Romolo.

9 N O C K 1930, p. 1 ss. = 1972, p. 202 ss.


10 ZIEGLER 1949, col. 730 ss. (a col. 714 s. la descrizione della processione in onore degli antenati di
Tolemeo II ad Alessandria); WlLL 1951, p. 233 ss.; B E A U J E U 1955, p. 119 ss.
11 D E F I N E L I C H T 1966, p. 191 ss.; C O A R E L L I 1983, p. 41 ss. (con revisione in C O A R E L L I 1997, p. 195);

CASTAGNOLI 1993, p. 251.

-5-
Fig. 4. Parigi, École Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Georges Paul Chcdanne: "Pantheon de Rome.
Etude generale de la structure ".

2. Le tracce fìsiche del Pantheon di Agrippa


Gli scavi eseguiti nel secolo scorso dagli architetti Georges Paul Chedanne e
Pier Olinto Armanini, e pubblicati in modo non perfettamente compiuto da Augusto
Beltrami, avevano posto in luce elementi essenziali per la conoscenza del Pantheon
di Agrippa 12 , sebbene non se ne siano tratte immediatamente le dovute conseguenze:

12 B E L T R A M I 1898; B E L T R A M I 1929. Alcune delle piante di Georges Chedanne (su cui vd.: L O E R K E
1982) sono pubblicate in: Roma antiqua. "Envois" degli architetti francesi {1786-1901). Grandi edifici
pubblici, Catalogo della mostra, Roma 1992, p. 124 ss., nrr. 71-76 (di particolare importanza la sezione
nr. 75 [qui fig. 4] con alcuni dei più significativi risultati degli scavi per la conoscenza della struttura
del Pantheon adrianeo e delle fondazioni del Pantheon di Agrippa.

-6-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 5. Planimetria delle indagini


svolte nel 1892/93 sotto il portico e
l'avancorpo del Pantheon. A: nicchie
ai fianchi del podio pre-adrianeo; B:
pareti delle fondazioni in cementizio a
paratie del Pantheon adrianeo; C, C,
C": resti dello zoccolo in marmo del
podio pre-adrianeo; D: interruzione
del podio pre-adrianeo poi colmato
con tufo; E: risvolto del podio pre-
adrianeo verso sud (disegno di Pier
Olinto Armanini, da BELTRAMI 1898,
fig. XXXV, con aggiunte in rosso
dell'A.).

entro il podio del porti-


cato adrianeo, in saggi
eseguiti in più punti,
sono stati rinvenuti i re-
sti di un podio preesistente, ricostruito con una
lunghezza pari alla misura tra il colonnato di fac-
ciata e le absidi dell'avancorpo dell'edificio adria-
neo, e con una larghezza sensibilmente maggiore 13
(figg. 4; 5; 6). Realizzata in conglomerato cemen-
tizio con schegge di tufo di Monteverde e rari eie-
elementi di travertino e di laterizio, la struttura era
massicciamente foderata sui lati occidentale e
orientale, e sui loro risvolti a meridione, con bloc-
chi in opera quadrata di travertino dello spessore
di circa m 3, descritti da Beltrami come "a bugna-
to", un termine che probabilmente segnala una
mancata rifinitura dei blocchi (figg. 4; 8 D; 18 a;
19 o). A settentrione, dove i limiti tra podio pre-
adrianeo e adrianeo corrispondevano (figg. 5; 9),
non compare la foderatura in travertino, ma entro
la gabbia di conglomerato erano immorsate con-
Fig. 6. Ipotesi di ricostruzione della pianta del
sistenti pilae in filari di travertino che svolgevano Pantheon di Agrippa impostata sulla planime-
tria del Pantheon adrianeo (da KÀHLER 1970).

13 Le misure del podio pre-adrianeo sono di circa m 2,45 di altezza, m 43,76 di larghezza e m 19,82 di
profondità, mentre il podio adrianeo, pari in profondità e suddiviso in tre navate tramite due filari di
colonne, risulta più ridotto di misura in altezza (m 1,30) e in larghezza (m 38,80). La prima pianta, di
Pier Olinto Armanini, è pubblicata in B E L T R A M I 1898, fig. XXV. Da essa derivano le seguenti piante
ricostruttive che prevedono erroneamente una facciata dell'edificio verso sud: L A N C I A N I 1897, fig. 185;
v. GERKAN 1959, p. 60, fig. 1; K À H L E R 1970, fig. 9; G R U B E N 1997, fig. 29.

-7-
Eugenio La Rocca

_jt piano del portico

Fig. 7. Sezione est-ovest, normale al fianco occidentale del portico, nel punto in cui il muro occidentale "a
bugnato" del podio pre-adrianeo piega verso oriente. A: fondazione del podio pre-adrianeo; B: zoccolo di
marmo sulla parete meridionale del podio pre-adrianeo; C: primo filare della specchiatura in marmo sulla
parete meridionale del podio pre-adrianeo; D: sezione delle lastre in travertino pertinenti ad un livello in-
termedio tra l'augusteo (A) e Vadrianeo; E: blocchi in opera quadrata "a bugnato" della parete meridiona-
le del podio pre-adrianeo; F: sezione di un blocco di travertino costituente il piano della piazza adrianea;
G: zoccolo di marmo sulla parete occidentale del podio pre-adrianeo (disegno di Pier Olinto Armanini, da
BELTRAM1898, fig. XVII, con aggiunte in rosso dell'A.).

una funzione portante (fig. 9 a). Le pilae,


con una semplice sopraelevazione (figg.
9 a; 12 A), sono state adoperate come
fondazione del colonnato adrianeo.
All'interno del portico, invece, le colon-
ne adrianee poggiano, con l'intermezzo
di blocchi di travertino, su una fondazio-
ne in cementizio (formato da schegge di
travertino e malta di calce e pozzolana)
costruita con il sistema a paratie, certa-
mente posteriore alla realizzazione del

Fig. 8. Schizzo prospettico del saggio di scavo lungo


il fianco occidentale del podio adrianeo, all'altezza
dell'avancorpo. A; pilastri dell'avancorpo; B: piano
d'elevato del Pantheon adrianeo; C: basamento; D:
blocchi "a bugnato" del podio pre-adrianeo; E; la-
stra della specchiatura di marmo sulla parete meri-
dionale del podio pre-adrianeo; F: zoccolo di marmo
sulla parete meridionale del podio pre-adrianeo (da
BELTRAMI1898, fig. XX).
// Pantheon di Agrippa

Fig. 9. Sezione est-ovest, parallela alla facciata settentrionale del Pantheon. A: fondazioni a pilae di blocchi
di travertino dell 'edificio pre-adrianeo; a: sopraelevazione in travertino delle pilae in funzione del colonnato
adrianeo (disegno di Pier Olinto Armanini, da BELTRAMI1898, fig. XIV, con aggiunte in rosso dell'A.).

Fig. 10. Sezione nord-sud, parallela al fianco occidentale del podio adrianeo, tra il portico con scala di ac-
cesso e l'avancorpo. Le frecce indicano il livello pavimentale sottostante a quota - 1,50: è chiaramente per-
cepibile la sensibile pendenza verso sud (disegno di Pier Olinto Armanini, da BELTRAMI 1898, fig. XII, con
aggiunte in rosso dell'A.).

podio pre-adrianeo 14 (figg. 4; 5 B; 11). Lungo il fianco occidentale, poco pri-


ma dello spigolo meridionale, nella parete in travertino del podio pre-adrianeo
si osserva un'interruzione, poi colmata con un riempimento di tufo (figg. 4; 5
D; 17 "Interruzione I"; 18 D). Poco oltre, prima dello spigolo meridionale, nel
podio si riscontra una rientranza, simile a una nicchia di limitata profondità,
per una lunghezza di m 5,58, che risulta presente, in identica posizione, anche
sul fianco orientale (figg. 4; 5 A; 6; 15; 17). Proseguendo lungo il fianco occi-
dentale, la foderatura in blocchi di travertino piegava ad angolo retto verso est,
più o meno in linea con il bordo della rotonda adrianea e con le absidi
dell'avancorpo. Lungo questa direttrice, tuttavia, la parete del podio non dove-
va essere continua, perché tra il vano scala e il fondo dell'abside occidentali si
è riscontrata la presenza di un altro risvolto verso sud, se di risvolto si può par-
lare15 (fig. 5 E). Il podio era a sua volta rivestito di marmo su una base sago-
mata (figg. 4; 5 C, C , C"; 7 B+C, G; 8 E, F; 18 C; 19 g). Tra la parete "a bu-

14 COLINI, GISMONDI 1926, p. 87 ss.


15 BELTRAMI 1898, p. 57 s., fig. XXII f. A tal proposito si vedano le obiezioni in V I R G I L I - B A T T I S T E L L I
1999, p. 143, nota 30, se il risvolto, troncato dopo appena cm 70 di lunghezza, non potesse essere piut-
tosto un "ispessimento" della muratura.

-9-
Eugenio La Rocca

Fig. lì. Sezione est-ovest, parallela alla fronte dell'avancorpo, con evidenziata la stratigrafia sottostante il
livello pavimentale adrianeo. Con i cerchietti campiti in rosso è segnalato il massetto pavimentale in tufo
dell'edificio pre-adrianeo. Al centro, la fondazione in cementizio a paratie del colonnato interno adrianeo
del portico (disegno di Pier Olinto Armanini, da BELTRAMl ì898, fig. X, con aggiunte in rosso dell'A.).

gnato" e il rivestimento di marmo era inserito uno spesso strato di conglomera-


to cementizio 16 dello spessore variabile tra m 1,52 e m 0,90. Lo zoccolo di
marmo era a una quota più profonda lungo il risvolto ovest-est (figg. 4; 5 C; 7
B+C; 18 C; 19 g), dove poggiava sul livello augusteo del Campo Marzio (m 9
circa sul livello del mare) (figg. 7 A; 18 A'; 19 e'). Lungo la parete occidenta-
le, invece, lo zoccolo, a una quota superiore di m 1 circa (figg. 4; 5 C , C"; 7
G; 15 B), poggiava su lastre di travertino collocate ad un'altezza intermedia tra
la piazza augustea e la piazza adrianea (fig. 7 D);
2. nel portico d'ingresso si sono rinvenuti i resti di un massetto a quota m 1,50
circa di profondità (nelle piante risultano alcune variazioni di misura dovute ad
una pendenza da nord a sud), sul quale erano visibili le impronte delle lastre
pavimentali 17 (figg. 10 frecce rosse; 11 cerchietti rossi; 12 C, D);

16 BELTRAMI 1898, pp. 51, 52 s., figg. XVI-XIX; BELTRAMl 1929, p. 54, tav. XIII; VlRGILl-
B ATTI STELLI 1999, p. 143, figg. 3, 4, 7.
17 BELTRAMl 1898, p. 45, figg. X-XIII; LANCIANI 1897, p. 482 ("The pavement, has been found run-
ning under the portico, at a depth of five feet. The bed of concrete is one foot thick; the marble slabs
from two to three inches"); VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 146, nota 33.

- 10-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 12. Schizzo prospettico, da sud verso nord, dello Fig. 13. Planimetria del Pantheon adrianeo. Vi
scavo eseguito lungo la parete della fondazione adrianea sono evidenziati i saggi di scavo eseguiti nella
di un filare interno del colonnato del portico. A: soprae- rotonda. Le frecce rosse indicano le trincee lun-
levazione in travertino delle fondazioni a pilae del co- go le quali è stata individuata la pavimentazione
lonnato di facciata; B: fondazione in cementizio a para- pre-adrianea a - 2,15 di profondità (da DE FINE
tie del colonnato interno del portico; C, D: massetto in LlCHT 1966).
tufo di fondazione della pavimentazione a lastre marmo-
ree dell'edificio pre-adrianeo; E: strato compresso di
materiali di rifiuto e calce; F: strati compressi di terreno
di scarico; G: distacco dalla fondazione a paratie B (di-
segno di Pier Olinto Armanini, da BELTRAMI 1898).

3. di un'altra pavimentazione all'interno della rotonda, a quota m 2,15 sotto


l'attuale (figg. 14 b"; 19 b"), erano conservate in situ non solo le impronte del-
le lastre di rivestimento, ma anche due frammenti di lastre in pavonazzetto e il
frammento di una terza lastra della quale Beltrami non definisce purtroppo la
qualità18. Lanciani, non è chiaro in base a quali dati, reputava che ci fossero la-
stre in giallo antico 19 . Rilevate senza alcuna interruzione per una tratta di m 35
in direzione est-ovest e di m 32 in direzione nord-sud, esse erano tutte disposte

18 BELTRAMI 1898, p. 38 ss., figg. Vili, XXXIV; B E L T R A M I 1929, p. 53 (a p. 52 s. lettera di Pier Olinto

Armanini che parla esclusivamente di pavonazzetto), tav. XVI; D E F I N E LlCHT, p. 172 s., fig. 193;
VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 146, nota 33.
19 LANCIANI 1897, p. 482 s.

- 11 -
Eugenio La Rocca

Fig. 14. Sezione sud-nord delle fondazioni della rotonda adrianea. a ': pavimento della rotonda adria-
nea con sottostante fondazione di calce, tufo e pozzolana, seguita da un riempimento di materiale di
scarico con inclusi frammenti di marmo e scaglie di travertino; b": livello della pavimentazione pre-
adrianea in pavonazzetto; f: massetto in tufo di fondazione di b"; h: riempimento di creta; g: massetto
di fondazione in tufo; e": piano di posa del massetto g composto da strati di argilla compatta; A: se-
zione del muro cordonato in reticolato (disegno di Pier Olinto Armanini, da BELTRAMI 1898, fig.
XXXIV, con aggiunte in rosso dell'A.).

secondo un allineamento est-ovest 20 , ma con differente distanza tra le com-


messure: superiore (sino ad oltre m 2,50 d'intervallo) nei due bracci di cunicoli
scavati verso le pareti meridionale e occidentale della rotonda 21 (fig. 13 frecce
rosse). Il lastricato poggiava su un massetto di calce e tufo spesso da cm 27 a
cm 30 (figg. 14 f; 19 primo livello sotto b"), che appoggiava su uno strato di
argilla compatta di cm 18 di spessore, con tracce di materiali di scarico, tra cui
frammenti d'intonaco rosso cupo e un mattone con bollo 22 (figg. 14 h; 19 se-
condo livello sotto b");
4. al di sotto di questa pavimentazione con il suo relativo massetto, a m 1 sotto il
piano di posa del pavimento precedente e a quota m 3,15 sotto l'attuale, si è ri-
scontrata la presenza di una massiccia gettata in conglomerato cementizio del-
lo spessore di m 1,20 ca. (se ne è suggerita una funzione "stabilizzante e iso-

BELTRAMI 1898, p. 38: "... la superficie di quel masso conservava ancora le impronte delle varie
commessure delle lastre, che un dì vi erano, state applicate e che vi indicavano uno sparto regolare, in
direzione da est ad ovest". Vd. anche: DE FINE LlCHT 1966, p. 172 s.
21 BELTRAMI 1898, p. 39 s. Nella galleria verso meridione "le impronte si presentavano a distanze mag-
giori di quelle già rilevate (scil. nel braccio orientale del cunicolo)"; in quella verso settentrione "si tro-
vò un altro frammento di lastra marmorea ancora in posto"; infine nella galleria occidentale "si rileva-
rono più distanti le impronte delle commessure del pavimento marmoreo". La pianta di orientamento è
stata pubblicata in DE FINE LlCHT 1966, p. 175, fig. 193, e in VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 140, fig. 2
(di qualità inferiore nella stampa).
22 II testo del bollo (//SIENI • I///////), non identificato, è stato ipoteticamente datato da Bloch al princi-
pio del I secolo d.C: HULSEN 1893, p. 317; BLOCH 1947, p. 112; DE FINE LlCHT 1966, p. 173. Ma non
v'è nulla di certo!

- 12-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 15. Pianta del Pantheon di Agrippa (campita in rosso), secondo Rodolfo Lanciani, sovrapposta alla
pianta del Pantheon adrianeo (da LANCIANI 1897).

lante dalle infiltrazioni d'acqua" 23 ), poggiante sul banco di argilla di tipo allu-
vionale del più antico letto del Tevere 24 (figg. 14 g; 19 strato sul livello e").
Una lettura assai spesso distorta di questi dati, privi di un obbligatorio con-
trollo che si è reso possibile, sia pure parzialmente, con lo scavo del 1996/97, ha
condotto a risultati erronei non solo sulla cronologia delle pavimentazioni, ma com-
plessivamente sull'effettiva morfologia del Pantheon di Agrippa 25 . Si era dedotto:
1. che il primitivo edificio, a pianta rettangolare con cella trasversa, avesse la
facciata verso sud (figg. 6; 15 campitura in rosso; 17). Le fondazioni a filari al-
ternati di blocchi di travertino e di conglomerato cementizio sottostanti il co-
lonnato adrianeo (fig. 9) furono attribuite, a partire dallo stesso Beltrami, alla
parete posteriore di un tempio ubicato nell'area del portico dell'attuale edifi-

23 VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 146, nota 34.


24II banco era costituito da "stratificazioni di argilla fluviale, di cui la più profonda molto compatta ed
azzurrognola": B E L T R A M I 1898, p. 37 ss., fig. X X X I V ; B E L T R A M I 1929, p. 62, tav. X V I ; G R U B E N ,
GRUBEN 1997, p. 59, fig. 30 a; VIRGILI, B A T T I S T E L L I 1999, fig. 4, H-I.
25 Un'interpretazione parzialmente scorretta di questi dati è ancora offerta da T H O M A S 1997, p. 169, da
GRUBEN, G R U B E N 1997, p. 59 ss., e da G R O N E R 2004, p. 499 s.
26 Secondo tale logica, visti i modi di lavorazione di tali fondazioni, il tempio avrebbe avuto nel suo lato
posteriore un alzato a pilastri o colonne. Su una critica a questa ipotesi: L O E R K E 1982, p. 49 s.; VIRGILI,
BATTISTELLI 1999, p. 145 nota 32.

- 13-
Eugenio La Rocca

2. che la pavimentazione in marmi colorati a quota -2,15 circa rispetto al pavi-


mento attuale, mostrando, secondo Beltrami, una pendenza "a cono" per il de-
flusso delle acque, si riferisse ad uno spazio aperto, e non ad un locale coper-
to 27 . Sembra che sia stato Lanciani a proporre per la prima volta una morfolo-
gia a pianta circolare di questo spazio (fig. 15 campitura in rosso intorno alla
rotonda), sulla base della sua delimitazione con un muro in opera reticolata
con copertura a bauletto - il c. d. "muro cordonato" -, rinvenuto durante gli
scavi di Chedanne e Armanini, e da lui attribuito alla fase augustea 28 (figg. 14
A; 16 A; 17 in basso a destra). L'ipotesi di Lanciani è stata più recentemente
corretta da Gottfried e Doris Gruben con la trasformazione della pianta circola-
re in una pianta a ferro di cavallo, in base ali'interpretazione dell'interruzione
lungo la parete occidentale del podio pre-adrianeo (figg. 5 D; 18 D) come pun-
to di aggancio anteriore del "muro cordonato" 29 (fig. 17);
3. che quindi lo spazio pavimentato con marmi colorati, tangente al tempio vero e
proprio (figg. 14 b"), costituisse una sorta di piazzale d'accesso (figg. 15; 17;
24).
4. che nella gettata in conglomerato cementizio con il deposito di rialzamento, a
quota 3,15 sotto il pavimento attuale (figg. 14 g), fosse da riconoscere la fon-
dazione della pavimentazione del Pantheon di Agrippa 30 .

B E L T R A M I 1898, pp. 38, 54 nota 1, 72 ss.; L A N C I A N I 1897, p. 482. In riferimento alla pavimentazione
in marmi colorati, T H O M A S 1997, p. 169, scrive: "The paving stones ... slope downwards from the cen-
tre to drain off rainwater to the edges of the area, which points to their belonging to the pavement of a
courtyard originaily open to the sky".
2 8 L A N C I A N I 1897, p. 482 s., fig. 185; B E L T R A M I 1898, p. 64 s., figg. XXV, XXVI (dove il muro è con-
trassegnato con la lettera c), XXIX, XXX (dove lo stesso muro è contrassegnato con la lettera D); B E L -
T R A M I 1929, p. 62 ss., tav. XVI; L O E R K E 1982, p. 47, fig. 8; TORTORICI 1990, pp. 38, 40, fig. 10;
G R U B E N , G R U B E N 1997, p. 60 s., figg. 29, 30; T H O M A S 1997, p. 168 s. Qualche dubbio sulla datazione
del muro è stato avanzato da Paola Battistelli, in base all'assunto che la presunta cronologia "appaia
dedotta, troppo automaticamente, solo dalla tecnica edilizia" ( V I R G I L I , B A T T I S T E L L I 1999, p. 148 nota
42). La totale mancanza di una documentazione fotografica e di dati stratigrafici più precisi è argomen-
to dissuasivo contro una presa di posizione totalmente a favore della cronologia augustea, visto che il
reticolato è adottato ancora in alcuni muri di Villa Adriana. E pur vero, tuttavia, che il muro è stato
esaminato da un profondo conoscitore dei monumenti romani quale era Rodolfo Lanciani, e che la sua
conformazione con copertura a bauletto, simile a quella di tanti recinti funerari di età tardo-
repubblicana e giulio-claudia, ma praticamente ignota dopo la metà del I secolo d.C, rende convincente
l'ipotesi che si tratti del muro di recinzione della primitiva area templare.
2 9 G R U B E N , G R U B E N 1997, loc. cit. e fig. 29. Vd. anche: H E E N E 2004, p. 17, figg. 7-9.
3 0 L O E R K E 1982, p. 47, fig. 8; G R U B E N , G R U B E N 1997, p. 59 s. A nota 158 i Gruben osservano giusta-

mente che, a causa dello schiacciamento delle fondazioni verso sud, risulta difficile controllare l'ef-
fettivo livello delle pavimentazioni, ma solo la loro successione relativa. Resta dubbio, ad esempio, se il
masso in conglomerato, dai Gruben considerato come piano di posa del pavimento augusteo, corra sotto
il piano di fondazione del muro circolare del Pantheon.

- 14-
// Pantheon di Agrippa
Eugenio La Rocca

Fig. 17. Pianta ricostruttiva del Pantheon di Agrippa (a tratteggio), secondo Doris e Gottfried
Gruben, sovrapposta alla pianta del Pantheon adrianeo (da GRUBEN 1997).

- 16-
// Pantheon di Agrippa

Rodolfo Lanciani confermava queste ipotesi, e con la sua autorità indiscussa


ha divulgato una proposta di ricostruzione dell'edificio pre-adrianeo che, malgrado
autorevoli eccezioni 31 , è risultata fino ad oggi vincente 32 : un edificio oblungo sotto-
stante il portico adrianeo, con la gradinata frontale sotto l'avancorpo della rotonda,
avente in età domizianea 33 una corte ricurva al suo ingresso 34 (fig. 15).
3. Risultato degli scavi del 1996/1997 e loro interpretazione
Queste congetture, e la ricostruzione che ne è derivata, non sono effettiva-
mente corroborate né dalla documentazione superstite dei vecchi scavi, né dalle re-
visioni scaturite in base alle indagini eseguite nel 1996/97 lungo la facciata del Pan-
theon da Paola Virgili e Paola Battistelli, con il supporto di Giovanni Joppolo 35 , e
pubblicate con lodevole tempestività. I recenti interventi di scavo hanno permesso
di ricontrollare alcuni dati delle vecchie indagini, e di migliorare sotto molti punti di
vista la conoscenza della struttura di età augustea 36 :
1. i sondaggi compiuti lungo la facciata del Pantheon hanno rimesso in luce la
gradinata d'accesso al tempio di età adrianea, ormai obliterata dall'innal-
zamento moderno del livello della piazza 37 (fig. 20 e). Il podio (fig. 20 d) che,
come si è visto, era alto m 1,30 sul livello della piazza adrianea (figg. 18; 19
m; 20 c; 21 C), aveva agli estremi, in facciata, due rampe di 7 gradini (fig. 23).

31 LUGLI s.d., p. 13 ss.; LOERKE 1982 e 1990; TORTOR1CI 1990, p. 28 ss.; THOMAS 1997; GRUBEN,
GRUBEN 1997; HEENE 2004.
32 LANCIANI 1897, p. 480 ss., fig. 185. Inoltre: DE FINE LlCHT 1966, p. 177, nota 32, fig. 194; COAREL-
LI 1983, p. 41 ss.; CASTAGNOLI 1993, p. 248 s.; GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 59 ss., fig. 29.
33 II disastroso incendio dell'80 d.C, sotto il principato di Tito, bruciò il Serapeo e l'Iseo, i Saepta, il
Poseidonion, le terme di Agrippa, il Pantheon, il Diribitorium, il teatro di Balbo, la scena del teatro di
Pompeo, il portico di Ottavia e il tempio di Giove Capitolino con gli edifici circostanti: CASS. Dio, 66,
24,2. Domiziano assumeva il potere nelP81 d.C, e a lui si attribuisce comunemente la ricostruzione del
Pantheon (Chron. a. 354, 146; HlER., a. Abr., 2105) prima che fosse distrutto nuovo all'epoca di Traia-
no a causa di un fulmine (OROS., 7, 12; HlER., a. Abr., 2127). In realtà gli scarsi reperti archeologici
rinvenuti nel deposito di rialzamento immediatamente sotto il massetto a quota -2,15 m rispetto l'attuale
pavimentazione, non hanno offerto risultati conclusivi circa la sua cronologia, e tantomeno può essere
d'aiuto il mattone con bollo che, attribuito agli inizi del I secolo d.C, ha forse favorito la datazione do-
mizianea del pavimento, recentemente ribadita da GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 59, fig. 30, e da GRUNER
2004, p. 499 s.
34 LANCIANI 1897, p. 482 s.
35 Desidero ricordare, in questa sede, lo straordinario lavoro compiuto da Giovanni Joppolo in collabo-
razione con la X Ripartizione del Comune di Roma (ora Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma
Capitale) e con la Soprintendenza Archeologica di Roma. I suoi rilievi, che hanno accompagnato
l'attività degli archeologi romani dai tempi di Antonio Maria Colini, e che dichiarano un'insuperabile
conoscenza dell'architettura romana, sono un modello di precisione e di perizia.
36 LA ROCCA 1999, p. 280 ss. (fase pre-adrianea); VIRGILI 1999, p. 284; VIRGILI, BATTISTELLI 1999.
37 VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 149 ss., figg. 1, 3, 4, 6 C, D, 8.

- 17-
Fig. 18. Sezione nord-sud, parallela al fianco occidentale
del portico e dell'avancorpo del Pantheon adrianeo. A, A ':
livello dell'area in età augustea; B: livello dell'età di Do-
miziano (?); C: zoccolo di marmo pertinente al risvolto
meridionale del podio pre-adrianeo; D: interruzione della
parete del podio pre-adrianeo, poi colmato con tufo; a:
parete occidentale a blocchi di travertino "a bugnato " del
podio pre-adrianeo; linea rossa continua: livello superstite
del podio pre-adrianeo; linea rossa a tratteggio: livello
originario del podio pre-adrianeo (disegno di Pier Olinto
Armanini, da BELTRAMI 1898, fig. XV, con aggiunte in ros-
so dell'A.).

- 18-
Fig. 19. Sezione nord-sud, parallela al fianco oc-
cidentale del Pantheon, ottenuta in base ad una
parziale fusione delle piante di P.O. Armanini (qui
figg. 14 e 18), e ad una revisione delle pendenze
del terreno verso sud basata sui risultati degli sca-
vi 1996/97 (disegno colorato di G. Joppolo, archi-
vio della Sovra in tendenza BB.CC. di Roma Capi-
tale), a, a': livello dell'alzato adrianeo del portico
e della rotonda; b, b', b": livello superstite del
podio pre-adrianeo collegato con il livello della
pavimentazione della rotonda a quota m 2,15 sotto
la pavimentazione attuale; d: scalinata d'accesso
al Pantheon di Agrippa; e, e', e "; livello dell 'area
in età augustea; f: interruzione della parete del
podio pre-adrianeo; g: foderatura in marmo del
podio pre-adrianeo; l: scalinata d'accesso al Pan-
theon adrianeo; m: livello adrianeo della piazza;
n: grande collettore di età adrianea; o: parete in
blocchi di travertino "a bugnato" del podio pre-
adrianeo.

- 19-
Eugenio La Rocca

Fig. 20. Sezione ricostruttiva nord-sud, parallela alla parete occidentale del podio adrianeo, delle scalinate
d'accesso al Pantheon di Agrippa e al Pantheon adrianeo (disegno di G. Joppolo, archivio della Sovrain-
tendenza BB.CC. di Roma Capitale), a: livello della piazza in età augustea; b; quota superiore del podio
dell 'edificio pre-adrianeo; c: livello della piazza in età adrianea; d: quota superiore del podio dell 'edificio
adrianeo; e: scalinata d'accesso al Pantheon adrianeo; f: scalinata d'accesso al Pantheon di Agrippa.

ai lati, sporgenti dal podio, erano


due fontane composte da un baci-
no di marmo proconnesio e da un
basamento in laterizio destinato a
sorreggere statue da cui zampilla-
va l'acqua Vergine. Sotto il podio
e le rampe adrianee sono stati in-
dividuati podio e rampe dell'e-
dificio preesistente 38 (fig. 20 b, f).
Su un podio che doveva essere
alto m 2,25 sul livello della piazza
augustea (9 m circa sul livello del
mare: figg. 18 A, A'; 19 e, e', e";
Fig. 21. Saggio di scavo 1996/97 lungo la fronte settentrio- 20 a; 22 A) 39 , si innestavano ai
nale del Pantheon. A: fondazioni della scalinata occidentale bordi, esattamente come nel podio
d'accesso al Pantheon pre-adrianeo; B: parete del grande
collettore fognario di età adrianea; C: rialzamento adria- adrianeo, due rampe di 11 gradini
neo del podio sulla scalinata del Pantheon pre-adrianeo
(foto della Sovra intendenza BB.CC. di Roma Capitale).

VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 142 ss., figg. 1 , 3 , 4 , 6 A, B , 7.


39Durante gli scavi si è accertata l'assenza degli strati pavimentali che dovevano aumentare l'altezza
complessiva di almeno 20 cm circa rispetto alla quota di m 2,25 documentata: VIRGILI, BATTISTELLI
1999, pp. 142 s., 146 s., nota 36.

-20-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 22. Saggio di scavo 1996/97 lungo la fronte set-


tentrionale del Pantheon. A: pavimentazione in tra-
vertino attribuibile ad età augustea; B: risega di
fondazione della fronte del podio pre-adrianeo; C:
frammento di lastra marmorea in situ, pertinente alla
foderatura del podio pre-adrianeo; D: pareti del
grande collettore fognario di età adrianea (foto della
Sovraintendenza BB.CC. di Roma Capitale).

(figg. 21 A, 23). Il podio della struttura di


Agrippa era più alto di quello adrianeo, ed
aveva una copertura in marmo (fig. 22 C)
anche sul lato settentrionale, a partire dal
livello della piazza augustea (fig. 22 A) 40 .
Nella sistemazione adrianea, a causa del
forte interro del Campo Marzio - tra i due
e i tre metri41 - , il vecchio podio, ormai
sprofondato nel terreno, fu parzialmente
inglobato entro un nuovo podio (fig. 21
C). La struttura modificata, sebbene mo-
strasse una sopraelevazione di m 0,91 me-
diante una muratura continua in blocchi di
travertino, emergeva di solo m 1,30 ca.
dallo spiccato nel nuovo lastricato della
piazza;
2. quanto è conservato del suo podio dimostra, ormai con assoluta certezza, che
anche l'edificio pre-adrianeo, come voleva Chedanne, e come acutamente ave-
va congetturato H. Nissen 42 , fosse rivolto verso nord 43 (figg. 19; 20). Malgrado

40VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 143, fig. 7 C. Su questo lato lo zoccolo in marmo è allo stesso livello
dello zoccolo rinvenuto lungo il risvolto meridionale del podio, mentre sul lato occidentale, come si è
già ricordato, lo zoccolo posa su lastre di travertino a un livello superiore di circa m 1.
41 VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 149, nota 47.
42 NISSEN1910, p. 339.
43 Una lettura solo parzialmente corretta dei dati acquisiti in base agli scavi di Chedanne ed Armanini,
tale tuttavia da confermare che anche l'edifìcio di Agrippa fosse rivolto verso nord e che avesse una
cella circolare coperta, è stata avanzata da LUGLI, s.d., p. 13 ss. A conclusioni solo in parte simili sono
giunti, per altre vie: LOERKE 1982, p. 47 ss.; T0RT0R1CI 1990, p. 28 ss.; THOMAS 1997, p. 167 ss.;
HEENE 2004, p. 16 ss. Doris e Gottfried Gruben (GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 72 nota 217) hanno al
contrario avanzato critiche alle ipotesi di Loerke: 1. non sarebbe concepibile in età augustea un propy-
lon con nove intercolumni, con una larghezza di m 44 ca. e colonne in marmo alte m 14 ca.; 2. durante
gli scavi della fine dell'Ottocento non si sarebbero rinvenute tracce di scale più antiche o di un podio
davanti alle fondazioni settentrionali dell'edificio pre-adrianeo; 3. le fondazioni in travertino sono pre-
senti solamente sotto le otto colonne frontali del Pantheon', potrebbe, quindi, aver ragione de Fine Licht
a supporre che tali fondazioni siano state rinnovate all'epoca di Adriano; 4. le fondazioni dell'edificio

-21-
Eugenio La Rocca

1/• \J• V• •\
• • : n

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FASE ADRIANEA

• o o •

FASE AUGUSTEA
i ' • • • •» 1

Fig. 23. Pianta ricostruttiva del podio del Pantheon di Agrippa (in basso) e del Pantheon di Adriano (in alto)
a seguito degli scavi 1996/97 (disegno di Giovanni Joppolo, archivio della Sovraintendenza BB.CC. di Roma
Capitale).

pre-adrianeo hanno ceduto verso sud, ma le fondazioni del settore settentrionale sono perfettamente
orizzontali, al punto da far supporre un loro totale rifacimento in età adrianea. Queste pur giuste obie-
zioni, si sono rivelate in buona parte infondate dopo le indagini del 1996/97, con la scoperta delle più
antiche scale d'accesso al podio e con Pesame dello schiacciamento complessivo delle fondazioni da
nord a sud. La concezione vulgata, che vuole il Pantheon di Agrippa affacciato verso sud, è stata man-
tenuta da COARELLI 1983, p. 41 ss. (una posizione più prudente in COARELLI 1997, p. 195), CASTA-
GNOLI 1993 (l'articolo è del 1981), p. 248 s., GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 55 ss., fig. 9.

-22-
// Pantheon di Agrippa

la differenza di misura dei due podi, forse più sensibile in larghezza che in
lunghezza (fig. 23), le colonne in granito grigio del Pantheon adrianeo poggia-
no, attraverso l'intermediazione di una sopraelevazione in blocchi di traverti-
no, sulle fondazioni del primitivo colonnato della struttura pre-adrianea (fig. 9
A). I plinti delle colonne sono collocati sull'asse delle pilae in travertino 44 . I
colonnati di facciata dell'edificio in ambedue le sue fasi dovevano avere, quin-
di, diametro ed interasse coincidenti 45 . Poiché la facciata dell'edificio pre-
adrianeo era più larga alle due estremità (figg. 5; 6; 15; 17, dove le fondazioni
sono composte da filari di blocchi di travertino, è probabile che avesse o una
fronte decastila oppure una fronte ottastila come quella adrianea, ma delimitata
da due ante 46 (fig. 23).
3. nell'individuazione dei livelli e dei loro rapporti metrici, non si è tenuto nel
dovuto conto che il podio pre-adrianeo mostrava una sensibile pendenza verso
sud, già individuata da Beltrami 47 (nella fig. 18 la linea rossa tratteggiata indi-
ca la quota originaria del podio, mentre la linea rossa continua indica la pen-
denza), e giustamente imputata al peso delle strutture sovrastanti. Il dislivello
fu poi parzialmente corretto durante la realizzazione delle fondazioni del Pan-
theon adrianeo. Il podio aveva subito praticamente uno schiacciamento, molto
più consistente nel settore meridionale della costruzione, come è perfettamente
visibile nel rilievo con la sezione nord-sud disegnata da Giovanni Joppolo 48 a
seguito delle indagini del 1996/97, aggiornando parzialmente i rilievi di Ar-
manini (fig. 19b,b',b");
4. le indagini più recenti hanno confermato che il podio pre-adrianeo, realizzato
su un omogeneo piano di lavorazione posto a quota m 9 sul livello del mare 49
(figg. 18 A, A'; 19 e, e', e"; 22 A), si trova ad un livello coerente con le altre
costruzioni di età augustea dell'area, a partire dal mausoleo di Augusto e
dall'ara Pacis. E questo il piano base dell'attività edilizia di Agrippa e di Au-
gusto nel Campo Marzio;

44 LOERKE 1982, p. 4 8 s. La lettura di Loerke è basata sui disegni BELTRAMl 1898, figg. XII, XIV, XV,
XXXIV, in parte riprodotti nelle figg. 10, 1 2 - 1 3 .
45 LOERKE 1982, p. 49; TORTORICI1990, pp. 3 6 , 38.
46 LOERKE 1982, p. 4 9 (sulla base di un rilievo di Chedarifte, purtroppo perduto, ma descritto in modo
succinto da R. PHENE SPIERS, JRIBA, 2 , 1895, p. 1 8 0 , in margine a una mostra tenutasi a Londra nel
1895 [su cui vd.: LOERKE 1982, pp. 4 7 , 5 5 ] , Loerke propone un portico decastilo); THOMAS 1997, p.
168; VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 1 4 8 e nota 4 6 . La soluzione ottastila con ante potrebbe essere
l'opzione migliore se risultassero confermate le coincidenze matematiche tra Pantheon pre-adrianeo e
Pantheon adrianeo secondo quanto osservato da HEENE 2 0 0 4 , p. 1 7 s., figg. 7, 9.
47 BELTRAMl 1898, p. 54.
48 VIRGILI, BATTISTELLI 1 9 9 9 , p. 1 4 5 s., fig. 4 .
49 Lo zoccolo in marmo è stato invece rinvenuto a due quote differenti, a m 9 sul livello del mare
nell'area a nord e a sud, e a una quota superiore di circa m 1 ad occidente. Vd. infra.

-23-
Eugenio La Rocca

5. la differenza di quota tra Tunica pavimentazione rinvenuta sotto l'odierna pa-


vimentazione del portico adrianeo, a m 1,50 di profondità 50 (figg. 10 frecce; 11
cerchietti rossi; 12 C, D) - che ha destato curiosamente scarsa attenzione -, e
la quota della pavimentazione in marmi colorati della rotonda, a m 2,15 di pro-
fondità, potrebbe essere imputata proprio alla pendenza della struttura verso
sud51. La sezione disegnata da Giovanni Joppolo, ottenuta fondendo i rilievi
stratigrafici di Armanini all'esterno e all'interno del Pantheon (figg. 14; 18), e
nella quale è evidenziata la linea di pendenza della struttura pre-adrianea verso
sud (fig. 19 b, b', b"), mostra come le due pavimentazioni siano tra loro com-
patibili, senza dover ricorrere all'ipotesi di più fasi edilizie delle quali, come
ho detto, non v'è documentazione certa;
6. sebbene una ricostruzione domizianea sia documentata dalle fonti, di essa non
si è rinvenuta alcuna traccia concreta nei vecchi e nei nuovi scavi: né detriti
dell'edificio bruciato, né resti di legno carbonizzato, come è usuale nelle stra-
tigrafie che mostrano segni di incendi 52 . Resta ancora qualche dubbio, al mo-
mento non risolvibile, se il rivestimento in marmo del podio pre-adrianeo sia
attribuibile al solo Agrippa, o, come sembra suggerire Beltrami seguito dai
Gruben, ad Agrippa con un restauro di Domiziano 53 , oppure interamente a
Domiziano, come proponeva Armin von Gerkan 54 . Lo zoccolo in marmo, co-
me si è detto, poggia su due livelli distinti. A sud (figg. 5 C; 7 B+C; 8 E, F; 17
"podio I"; 18 C; 19 g) e a nord (figg. 20; 22 A) il livello corrisponde al piano
augusteo del Campo Marzio (figg. 18 A, A'; 19 e, e', e"). Ad occidente (figg.
4; 5 C , C"; 7 G; 17 "podio II") esso sembra posare su un livello intermedio tra
il piano augusteo e il piano adrianeo (fig. 7 lastre di travertino D "piano domi-
zianeo?"; 18 B, dove Armanini segnala un "piano di Domiziano?"). In ogni ca-
so, l'intervento di Domiziano non doveva essere a carattere strutturale, visto
che la quota di elevato del primitivo Pantheon (figg. 18 linea rossa continua;
19 b, b', b") non sembra aver subito modifiche fino al rinnovamento adrianeo.
Si potrebbe supporre che, a seguito dei lavori domizianei, l'area avesse subito
un limitato innalzamento di quota sui lati brevi - una sopraelevazione dei trac-
ciati stradali? -, con relativo interramento dello zoccolo augusteo e di parte
della prima specchiatura in marmo del podio;

L A N C I A N I 1897, p. 482; B E L T R A M I 1898, p. 45, figg. X-XIII. Il piano era costituito "da un masso di
tufo portante le tracce di un pavimento in lastre marmoree".
5 1 L A N C I A N I 1897, loc. cit.y pur osservando che il pavimento all'interno della rotonda è alla profondità

di sei piedi, e quello del pronao alla profondità, di cinque piedi, conclude che essi siano pertinenti alla
stessa fase.
52 L'osservazione è stata avanzata anche in G R U B E N , G R U B E N 1997, p. 59.
53 G R U B E N , G R U B E N 1997, p. 55 e fig. 29.
54 v. G E R K A N 1959, p. 59 ss.

-24-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 24. Francesco Piranesi. Prospetto e sezione del portale di accesso alla rotonda adrianea, con dettagli
della soglia, dei modelli delle borchie in bronzo della porta e degli stipiti di marmo (da F. PIRANESI, Il Pan-
theon di Agrippa, / 790, tav. XX). Solo il modello delle borchie al centro e a destra è antico, di età augu-
stea; il modello della borchia a sinistra è dovuta ad un restauro, verosimilmente condotto da Capitano
Cencio, Bombardiero di Castello, durante il pontificato di Pio IV (1559-1565).

7. l'interessante ipotesi di Doris e Gottfried Gruben, che la porta in bronzo a due


ante, con qualche modifica, e la soglia in marmo africano dell'ingresso attuale
alla rotonda, fossero pertinenti ad un portale del Pantheon augusteo 55 (fig. 24),
induce a ritenere che, in ogni caso, elementi della primitiva costruzione siano
sopravvissuti ai successivi disastri fino all'epoca della riedificazione, anzi sia-
no stati attentamente preservati 56 . Le indagini hanno finora assicurato la pre-
senza di una struttura adrianea e di un'altra pre-adrianea, il cui livello coincide

55 GRUBEN, G R U B E N 1 9 9 7 , p. 3 ss. (per la soglia, pp. 3 1 , 5 4 s.).


56 GRUBEN, G R U B E N 1 9 9 7 , p. 5 5 .

-25-
Eugenio La Rocca

in linea di massima con gli edifici augustei dell'area di Campo Marzio. Si do-
vrà probabilmente supporre che l'intervento di Domiziano fosse poco rilevan-
te 57 , e che non abbia lasciato tracce consistenti. Qualora il pavimento in marmi
colorati fosse dell'età di Domiziano, esso avrebbe sostituito il pavimento au-
gusteo senza un'avvertibile sopraelevazione. Solo l'incendio avvenuto nel 110
d.C, in piena età traianea, distrusse definitivamente l'edificio di Agrippa.
Si può, quindi, proporre, in accordo con Paola Virgili e Paola Battistelli, una
cronologia ad età augustea della quota pavimentale in marmi colorati, e considerare
non totalmente fondate tutte le congetture che anche recentemente sono state co-
struite intorno ad una sua datazione in età flavia.
Torniamo ora alla rotonda (fig. 3). È accertato che il suo diametro coincide,
con uno scarto minimo, con il diametro di quel muro circolare in reticolato - il c. d.
"muro cordonato" -, attribuito fin da Lanciani alla fase augustea 58 (figg. 15; 16 *;
17). A causa del suo spessore (cm 61) e della copertura a bauletto (figg. 14 A), è
convinzione comune che non potesse fungere da supporto di una struttura voltata in
cementizio. Per questo motivo, si è proposto che il muro recingesse una corte ipetra,
forse circondata, come ha congetturato Loerke, da un colonnato anulare legato alla
parete di fondo con una semplice volta a botte (fig. 25), simile ai colonnati del san-
tuario della Fortuna Primigenia a Palestrina o meglio del Teatro Marittimo a Tivoli
(il cui diametro di 144 piedi romani, si avvicina molto al diametro interno del Pan-
theon adrianeo, che è di 147 piedi romani) 59 . In tal caso, un ordine superiore avreb-
be potuto mascherare la volta, e su di essa avrebbero potuto essere collocate le cele-
berrime cariatidi di Diogene di Atene, decantate da Plinio 60 .
Alcuni elementi parlano a sfavore di questa ipotesi:
1. a mia conoscenza, non esistono pavimentazioni in marmi colorati in ambienti
completamente ipetri, per l'inevitabile usura cui sarebbero stati soggetti 61 ;

Doris e Gottfied Gruben (GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 59) hanno supposto che i danni dell'incendio
dell'80 d.C. fossero limitati, e che comportassero solo un abbellimento dell'edificio preesistente: un
podio di marmo e una preziosa pavimentazione in marmi colorati, circa 1 m al di sopra del pavimento
di Agrippa. Nella tavola XV realizzata da Pier Olinto Armanini, e pubblicata da BELTRAMI 1898 (qui
fig. 18, B), è evidenziata una possibile sopraelevazione dello zoccolo del podio con la didascalia: "pia-
no di Domiziano?".
58 Vd. nota 28.
59 LOERKE 1982; LOERKE 1990. La misura è derivata da: JACOBSON 1986, p. 84. Un disegno ricostrut-
tivo schematico sulla base dell'ipotesi di Loerke: HEENE 2004, p. 16, fig. 6.
60 PLIN., Nat Hist., 36, 38. Vd.: CORSO, MUGELLESI, ROSATI 1988, p. 593 ss. nota 9; GRUBEN, GRU-
BEN 1997, p. 58 s. e nota 155.
61 Un'osservazione simile era stata già avanzata da LUGLI, s.d., p. 14 s., e da WILSON JONES 2000, p.
182.

-26-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 25. Schizzo assonometrico ricostruttivo del Pantheon di Agrippa, secondo G. Heene (da HEENE 2004).

2. il lastricato cui erano applicate lastre in marmo colorato, visto durante i son-
daggi del 1892/93 (fig. 13), risultava tagliato ai bordi dalle fondazioni della ro-
tonda e copriva, con orientamento est-ovest, tutto lo spazio interno della ro-
tonda, oltre i possibili limiti di un porticato ad anello, l'unico spazio, per quan-

-27-
Eugenio La Rocca

to mi consti, potenzialmente in grado di contenere una pavimentazione con


marmi pregiati. Si deve lamentare il fatto che Beltrami abbia offerto informa-
zioni assai limitate sui segni superstiti di questa pavimentazione, che mostrava
in alcuni settori una differente distanza tra le giunture, e quindi una differente
misura delle lastre. Nulla esclude a priori che al centro fosse di marmo bianco
o di travertino, a lastre di misura maggiore, e di marmi colorati lungo i bordi
della rotonda, per una larghezza corrispondente ad un corridoio porticato. Si
può anche immaginare una pavimentazione a specchiature di marmi differenti
e di differente misura per rispondere al suo specifico schema decorativo. Ma
nulla esclude, in egual maniera, che l'intera area avesse un tetto, ad esclusione
di uno spazio centrale che, come l'odierno opaion, producesse un effetto ana-
logo. L'accertata pendenza del pavimento, destinata evidentemente al deflusso
delle acque piovane, rafforza l'ipotesi che al centro del tempio ci fosse un
opaion. Non aver trovato tracce di sostegni di un eventuale tetto non ha valore
conclusivo a causa dei limitati sondaggi archeologici effettuati nella rotonda, e
resta comunque dirimente il fatto che la pavimentazione fosse in marmi colo-
rati;
3. il muro in opera reticolata con copertura a bauletto, rinvenuto lungo la parete
esterna sud-orientale della rotonda adrianea (figg. 14 A; 16 *; figg. 15 e 17
nelle ricostruzioni di Lanciani e dei Gruben), sembra essere l'elemento di con-
fine oltre il quale l'edificio non poteva allargarsi 62 . La sua morfologia ricorda
in modo preciso i muri di recinzione dei monumenti funerari63, al punto da po-
tersi chiedere se non si tratti del muro di delimitazione dell'area templare,
quella destinata alla costituzione del templum augusteo, vincolante anche per il
templum adrianeo. Si spiegherebbe in tal modo sia la sua preservazione sia la
sua ottima - per quanto si possa giudicare in base alla vecchia documentazione
di scavo - conservazione. In tal caso, la fondazione della cella augustea dovrà
ricercarsi esattamente all'interno della massiccia fondazione della rotonda
adrianea. Sarebbe un motivo valido per non averne rinvenuta alcuna traccia:
essa è stata totalmente inglobata nella nuova struttura, che ha conservato le
identiche misure dell'edificio precedente.

Così, in modo preciso, TORTORICI 1990, pp. 38, 40.


63 1muretti possono essere di differente altezza, ma hanno una copertura della sommità o a doppio spio-
vente oppure a bauletto. Si vedano, come esempio, i muretti di recinzione, per lo più in opera incerta,
delle tombe nella necropoli di Porta Nocera a Pompei: D'AMBROSIO, DE CARO \9%3,passim.

-28-
// Pantheon di Agrippa

Ipotesi moderne sull'orientamento e sui rapporti tra Pantheon di Agrippa e


Pantheon di Adriano
È stato riconosciuto, infatti, che lo schema matematico adottato per la pianta
del Pantheon augusteo - almeno a giudicare dalla strutture superstiti - sia il nucleo
fondante dal quale è scaturito il Pantheon di Adriano 64 . La rotonda della costruzio-
ne adrianea è inserita perfettamente nel raggio interno del muro cordonato attribuito
alla fase augustea (figg. 15-17). Le colonne del suo pronao sono esattamente
sull'asse delle colonne del primitivo edificio (fig. 9 A). Nella rotonda del Pantheon
adrianeo, entro la circonferenza interna scandita dalle dodici colonne di facciata
delle esedre, si può inscrivere un
quadrato di m 31,98 di lato. Que-
sta misura è pari alla sommatoria
della misura degli interassi del co-
lonnato ottastilo del pronao, sia
augusteo sia adrianeo. Tangente al
quadrato, ne può essere disegnato
un altro di pari misura il cui lato
settentrionale corre lungo l'asse
delle colonne del pronao (fig. 26).
La distanza tra lo spazio interno
della rotonda e la parete interna
del muro cordonato corrisponde
allo spessore del tamburo (m
6,20).
Anche se la ricostruzione
del Pantheon augusteo prodotta
da Doris e Gottfried Gruben risul-
ta non coerente con i risultati dei schema Fig. 26. Pianta del Pantheon, con l'indicazione dello
geometrico di base (da WILSON JONES 2000).
nuovi scavi, la loro felice proposta
di assegnare al primitivo edificio le due ante dell'attuale porta in bronzo della ro-
tonda adrianea e la sua soglia in marmo africano65 (fig. 24), ha aggiunto un nuovo
significativo tassello alle relazioni tra le due strutture. Le motivazioni sono, secondo
il mio parere, valide. Chiarito in primo luogo che la porta di bronzo è quella ivi col-
locata in età adrianea e non in epoche posteriori - in quanto risponde con precisione

64 HEENE 2004, pp. 18, fig. 9; 20, fig. 10. Lo schema matematico del Pantheon adrianeo è correttamente
misurato, con tutte le implicazioni strutturali e ideologiche che ne derivano, in WILSON JONES 1989, pp.
108,118,127, fig. 5, Table 1; WILSON JONES 2000, p. 184 s., fig. 9.11.
65 GRUBEN, GRUBEN 1997.

-29-
Eugenio La Rocca

alle esigenze dell'ingresso alla rotonda adrianea, e non sembra aver subito, da allora
fino ai restauri rinascimentali, modifiche di sorta -, non si vede a quale scopo sia
stata reimpiegata una preesistente porta augustea con la sua soglia originaria in
marmo africano, idonee per morfologia e con interventi correttivi tutto sommato li-
mitati, senza una motivazione paradigmatica, dai Gruben correttamente motivata
dalla valenza simbolica svolta dalle porte fin dall'età omerica. Pur senza voler ap-
pesantire di significati eccessivi quest'importante connessione, resta il fatto che il
Pantheon di Agrippa avesse la sua entrata - o una delle sue entrate - serrata da
quella medesima porta in bronzo ora inserita nel portale d'accesso alla rotonda
adrianea. Questo indizio, esaminato isolatamente, non presuppone un'obbligatoria
identità morfologica tra l'edificio augusteo e il suo celebrato successore: è l'insieme
delle indicazioni desumibili dalle indagini che rende l'ipotesi di una non troppo lar-
vata analogia perlomeno degna di essere analizzata con la massima attenzione.
La conferma archeologica che anche il Pantheon di Agrippa fosse rivolto
verso nord, ed avesse una pianta simile all'attuale nelle proporzioni se non nelle co-
perture - anzi che da essa germogli il Pantheon adrianeo - ha conseguenze non se-
condarie per la lettura del monumento, e permette di capire meglio l'intero pro-
gramma ideologico sotteso alla realizzazione dei monumenti nel Campo Marzio
centrale.
Sulla base della documentazione disponibile e pur con la dovuta prudenza,
sembra logico supporre che complessivamente la pianta del Pantheon augusteo -
non il sistema struttivo degli alzati! - fosse simile a quella del Pantheon adrianeo 66 .
Se le misure corrispondono nel caso del portico, non si vede per quale motivo fosse-
ro divergenti nel caso della cella. È il motivo per il quale non posso concordare con
quanti propongono che il Pantheon di Agrippa fosse un recinto sacro e non un edi-
ficio templare, paragonabile quindi con altri tempia romani ipetri e a pianta circola-
re 67 .
Non mancano, purtroppo, dubbi sui modi in cui il corpo quadrangolare del
portico si collegasse con l'anello circolare 68 . È probabile, comunque, che la solu-
zione non fosse tutto sommato dissimile da quella ottenuta con l'avancorpo adria-
neo, sebbene più semplificata, e che il muro in reticolato, linea di demarcazione del
templum originario, abbia continuato a svolgere la stessa funzione lungo tutto il
percorso storico del Pantheon pagano (figg. 15-17). Non si è trovata traccia delle
pareti circolari della struttura augustea per la semplice ragione che i loro resti po-

Ad una conclusione simile giungono anche TORTORJCI 1990, pp. 40, 42; LOERKE 1990; SlMPSON
1997; THOMAS 1997; WILSON JONES 2000, p. 182.
67 GRUNER 2004, p. 506 ss.
68 Vd., a tal proposito: VIRGILI, BATTISTELLI 1999, p. 147, note 40,41.

-30-
Fig. 27. Interno del Pantheon a mezzo-
giorno del 21 aprile (foto dell 'A.).

trebberò essere stati interamente


inglobati nelle possenti fonda-
zioni adrianee. Il riutilizzo di
alcuni elementi del primitivo
edificio e la riproposizione della
sua originale pianta sono inoltre
una più adeguata giustificazione
per l'ostentata riaffermazione,
tramite l'epigrafe di dedica, del-
l'intervento di Agrippa quale
costruttore del tempio, a distan-
za di circa un secolo e mezzo e
in condizioni politiche e socio-
culturali assai differenti da quel-
le augustee.

5. Possibili precedenti e sistema costruttivo del Pantheon di Agrippa


Non è detto, naturalmente, che a una possibile analogia corrispondesse una
totale coincidenza morfologica, e che, perciò, anche la struttura augustea avesse una
volta in cementizio: anzi, come è normalmente ammesso, non v'erano ancora le
condizioni tecniche necessarie per coprire con una cupola uno spazio così ampio
(figg. 4; 27). L'arditezza tecnica dimostrata dai Romani, a partire dall'età tardo-
repubblicana, nella costruzione in opus caementicium di edifici innovativi per tipo-
logia e complessità strutturale, tra i quali si annoverano sale con copertura a volta
ed esedre semicircolari, era certamente eccezionale: ma nessuno degli edifici con-
servati, o dei quali sia preservata memoria, ha.neppure lontanamente la gigantesca
misura del Pantheon. È ancora conservata la volta in opus caementicium del ed.
tempio di Mercurio a Baia 69 , in realtà una sala termale destinata a natatio oppure

69DE FINE LlCHT 1966, pp. 205 s., 214, 216 s., figg. 206-207; RAKOB 1988, p. 257 ss., figg. 1-9, taw.
102, 1,4; 103-107; ID. 1992, p. 237 ss., taw. 5-10.

-31 -
Eugenio La Rocca

Fig. 28. Baia, interno del ed. Tempio di Mercurio.


uno stagnum artisticamente elaborato intorno ad una polla d'acqua termale , a
pianta circolare con finestroni alle pareti e un oculus nella volta, in apparenza assai
simile al Pantheon adrianeo (fig. 28). Purtroppo la cronologia della struttura è lungi
dall'essere certa, sebbene le convincenti analisi di Friedrich Rakob che la valuta
come "la prima sala monumentale a cupola dell'architettura antica", abbiano reso
concreta l'ipotesi di una datazione dell'edificio in età tardo-repubblicana 71 . In ogni
caso la sala, con il suo diametro di circa m 21,60, ha un diametro inferiore della me-
tà rispetto al Pantheon, e la calotta, gettata su una centina articolata in otto compo-
nenti, è stata costruita con un sistema a setti radiali che si reputa possibile solo per
impianti di non grande misura, e comunque non superiori al diametro del tempio di
Mercurio.
L'architettura romana in età augustea aveva invece raggiunto livelli eccezio-
nali nella realizzazione di coperture a capriata, come conferma il tetto del Diribìto-

70MAIURI 1930, p. 242 ss.


71 La rotonda che conclude il santuario della Fortuna a Palestrina, indubbiamente più antica perché da-
tabile verso la fine del II secolo a . C , era assai più piccola, pur avendo anch'essa una cupola decorata a
cassettoni e con oculus centrale: B R A D S H A W 1920, p. 243 s., nota 5; R A K O B 1989, p. 87 ss.; ID. 1990,
p. 61 ss.

-32-
Il Pantheon di Agrippa

rium per il quale si adoperarono travi di legno lunghe trenta metri , o la copertura
della basilica Giulia, di misura anch'essa imponente 73 . Ma anche le esedre del foro
di Augusto, che avevano un raggio corrispondente a quello del Pantheon, avevano
una copertura lignea rivestita di stucco 74 . Reputo perciò che una copertura lignea
per la rotonda di Agrippa non vada esclusa a priori, sebbene per la sua morfologia
potrebbero essere prospettate più soluzioni strutturali, da una grande galleria anula-
re a una vera e propria cupola di legno, a tronco di cono ribassato, con oculus cen-
trale. Lungo il perimetro interno, poi, avrebbero potuto trovare posto una serie di
nicchie, di edicole o un certo numero di vani ottenuti con una serie di divisori tra-
sversali.
I Romani, come si è detto, avevano certamente le conoscenze tecniche neces-
sarie per realizzare coperture lignee fuori della norma. Avevano inoltre alle spalle
una lunga tradizione greca che, malgrado l'uso della sola opera quadrata, aveva già
condotto a significative realizzazioni a pianta circolare con copertura lignea, come
YArsinoeion di Samotracia, che aveva, tuttavia, un diametro inferiore della metà ri-
spetto all'ipotizzata rotonda di Agrippa 75 . Vi sono quindi motivi sufficienti, secon-
do il mio parere, almeno per supporre che la cella del Pantheon di Agrippa, pavi-
mentata con lastre in marmi colorati, avesse una copertura lignea con opaion centrale.
È l'ideologia stessa del monumento a indirizzare in tal senso. Non riuscirei
ad immaginare una totale rivoluzione d'immagine in una struttura destinata a con-
servare la medesima funzione, come ribadisce la dedica di Agrippa, programmati-
camente ripetuta sulla costruzione adrianea 76 . La concezione dello spazio voltato
come imitazione del cielo stellato, e quindi del cosmo, sottolineata da Cassio Dione
con il paragone della cupola del Pantheon adrianeo con la volta celeste, ha prece-
denti che vanno indietro nel tempo, ben prima dell'età augustea, anche se forse non

72 TORTORICI 1990, p. 40. La copertura dell'edificio, che misurava in larghezza m 43 ca. all'esterno e m
33 ca. all'interno, ed era lungo m 120 ca., fu realizzata con travi di larice lunghi 100 piedi e spessi 1,5
piedi. Si trattava di una tale meraviglia architettonica da essere oggetto di attrazione. Una delle travi,
inutilizzato, fu collocato nei Saepta: TORELLI 1995; MUZZIOLI1995, p. 139 ss.; COARELLI 1997, p. 155 ss.
73 L'aula centrale, alta m 30 ca., era di m 75 x 16 con copertura a due spioventi retti da incavallature di
legno: LAUTER 1982, p. 447 ss.; GROS 1984, p. 49 ss.; GIULIANI, VERDUCHI 1993, p. 177 ss.
74 KOCKEL 1995, p. 290. Vd.: MACDONALD 1976, p. 86: GEERTMAN 1980, p. 205; THOMAS 1997, p.
169.
75 II diametro esterno della fondazione circolare è di m 20,30 ca., e la larghezza dei muri di fondazione
è di m 2,55. EHRHARDT 1985, p. 265 ss.; McCREDlE ET AL. 1992; HOEPFNER 2001, p. 467 ss. Sulle vol-
te lignee di tholoi greche: CAWADIAS 1905, p. 611; THIERSCH 1908/1909, p. 33 s.; POMTOW 1912, p.
216 s.; CHARBONNEAUX 1925, p. 9 s.; ID. 1925a, p. 158 s.; LEHMANN 1945, p. 20.
76 È un elemento posto in rilievo in GRUBEN, GRUBEN 1997, p. 53: "Das stehende Bauwerk ist ohne
Zweifel im engsten Sinne der Nachfolger des von Agrippa 27 v. Chr. geweihten Pantheon". Nella real-
tà, secondo le loro ricerche, i legami simbolici tra le due strutture si esauriscono quasi al livello della
porta e della soglia d'ingresso (p. 55: "Ein Tempelschwelle war seit Homer, wo sie oft fur den ganzen
Tempel steht, ein 'Sema' ersten Ranges").

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Eugenio La Rocca

con una simile complessità semantica . Cicerone ricorda la sphaera costruita da


Posidonio "le cui singole rotazioni riproducono il moto del sole, della luna e delle
cinque stelle erranti che si verifica in cielo ogni giorno e ogni notte" 78 .
I planetari simili a quello di Posidonio non restarono oggetti circoscritti in
ambiente astronomico e/o astrologico. Un esempio, noto solo letterariamente, è il
celeberrimo aviarium di Cassino descritto da Vairone 79 . Era un padiglione (tholos)
circolare con una fila esterna di colonne di pietra e una fila interna di sottili colonne
di legno di abete. Fra i due colonnati era la recinzione a rete per gli uccelli. Sotto il
padiglione era un laghetto con un'isoletta al centro. Sulla cupola, due stelle, di gior-
no Lucifero, di notte Espero, ruotavano fino al suo bordo più basso segnando le ore.
Al centro, e intorno al suo asse, era dipinta la rosa degli otto venti, come nell'Oro-
logio di Andronikos ad Atene. Una lancetta, spostandosi con un sistema meccanico,
indicava la direzione del vento puntando verso il vento che soffiava nel momento.
Purtroppo Vairone non dice se la cupola fosse emisferica o a vela; è tuttavia proba-
bile che fosse in legno, come le colonnine di abete che la sostenevano. Ma appare
ancor più significativo il programma figurato, che fonde pittura e stucco con canali,
laghetti, un'isola e naturalmente gli uccelli: un'interessante mistione "of cosmic
speculation...; interest in astrology, which was strong in Roman society of this pe-
riod; and the farmer's practical sense for the observation of wheather and time",
come rileva Karl Lehmann 80 .
II frigidarium delle terme Stabiane a Pompei, risalente agli anni immediata-
mente seguenti la deduzione della colonia sillana, è una struttura circolare con co-
pertura a tronco di cono e opaion centrale 81 . I frequentatori del bagno si trovavano
idealmente in un giardino sotto una cupola stellata dal cui occhio centrale entrava
una luce discreta, simile ad un riflettore che immetteva una luce naturale entro uno
spazio artificiale (fig. 29 a). Le pareti con le quattro nicchie erano dipinte con scene
di giardini composti da palme ed alberi fioriti, vasi e bacini di marmo in funzione di
fontane. Una balaustra recingeva la vegetazione, e su di essa poggiavano colombe,
pavoni e le immagini di un sileno e di un ermafrodita. Le calotte delle nicchie erano

CASS. DIO, 52, 27. Sulla storia e la fortuna del concetto, vd. LEHMANN 1945, p. 1 ss.; DEICHMANN
1993, p. 102.
78 ClC.,Afa/. Deor.,2, 88.
79 VARRÒ, R. R., 3, 5, 9 ss. SuW aviarium: COARELLI 1996, p. 338 ss.; DECHAMPS 1987.
80 LEHMANN 1945, p. 20. È noto che Vairone era un neo-pitagorico, come il suo coetaneo Nigidius Fi-
gulus (BOLL, BEZOLD, GUNDEL 1966 5 , pp. 26, 100). L'interesse dei neo-pitagorici per le scienze astro-
logiche e per l'influenza degli astri sulla vita umana era forte. Su questa base potrebbe interpretarsi la
descrizione varroniana d&W aviarium, senza giungere agli eccessi, come in Dechamps (art. c/7.) che,
proponendo una valenza mistica del padiglione, considera l'ambiente, che aveva una funzione di sala
per banchetti, un possibile luogo di riunione per iniziati.
81 MAU 1908 2 , p. 196, fig. 96; DE FINE LlCHT 1966, p. 212, fig. 214; ESCHEBACH 1979, pp. 11, 58 ss.,
taw. 7 b, 8 a, 41, 66 a-c, 67 a; LA ROCCA, M. e A. DE VOS 1994 2 , p. 310 e fig. a p. 308.

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// Pantheon di Agrippa

Fig. 29 a. Pompei, terme Stabiane. Sezione del frigidarium delle terme Stabiane (G Abbate, da NlCCOLINl
1854-1896).

decorate con pesci. La volta, infine, era affrescata con stelle d'oro su fondo blu, ad
imitazione di un cielo notturno 82 (fig. 29 b). È, naturalmente, una struttura molto
ridotta rispetto al Pantheon: ma questo non fa grande differenza per una lettura in
chiave specificamente iconografica. Non è un esempio isolato. Sempre a Pompei,
nella decorazione parietale di terzo stile in una delle stanze della Casa di Cecilio
Giocondo, compare il dettaglio di un'edicola circolare con volta a cupola stellata83.
Nel mondo antico le volte, qualunque fosse la loro morfologia, se a vela o a baldac-
chino o ancora semicircolari, molto spesso alludono a questo semplice messaggio
simbolico: il cielo stellato è come un tappeto, o un soffitto, o una volta 84 . Ne resta
un'eco nella letteratura di età tardo-antica. Servio 85 , sebbene abbia scritto il suo

82 Per la decorazione della sala: NlCCOLINl 1854-1896, taw. VI-VII; LEHMANN 1945, p. 21, fig. 59;
AA.VV. 1996, p. 204 ss., figg. 103-111; PUGLIESE CARRATELLI, BALDASSARRE 1995, p. 418, fig. 245
(tempera su cartone di Giuseppe Abbate); M. e A. DE VOS, in: ESCHEBACH 1979, p. 85 s., taw. 66 a-c,
67 a.
83 LEHMANN 1945, p. 20, fig. 58.
84 ElSLER 1910, passim\ LEHMANN 1945; BALDWIN SMITH 1950, spec. p. 79 ss.; MORAND 2005, p.
1057 ss.
85 SERV., Aen., I, 505 (in corsivo Servius auctus): "testudine camera incurva, id est fornicata, quae se-
cundum eos qui scripserunt de ratione templorum, ideo sic fit, ut simulacro caeli imaginem reddat, quod

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Eugenio La Rocca

Fig. 29 b. Pompei, terme Stabiane. Acquerello ricostruttivo della decorazione pittorica ad affresco del settore
orientale del frigidarium (G. Abbate, da N/CCOLINI1854-1896).

constat esse convexum. quidam tradunt apud veteres omnia tempia in modum testudinis facto, at vero
sequenti aetate divinis simulacris positis, nihilominus in templis factas esse testudines, quod Varrò ait,
ut separatum esset, ubi metus esset, ubi religio administraretur. bene ergo, cum de tempio loqueretur,
addidit ei testudinem. idem Varrò de lingua Latina ad Ciceronem in aedibus locus patulus relinqueba-
tur sub divo, qui si non erat relictus et contectus erat, appellabatur testudo. Non ingiustamente, ElSLER
1910, p. 614, nota 3, vede in questo brano un riferimento a trattati ellenistici, ai quali potrebbe avere
attinto Vitruvio stesso.

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// Pantheon di Agrippa

commento all'Eneide verso la fine del IV secolo d.C, dipende da fonti molto più
antiche: "... camera incurva, id est fornicata, è quella che, secondo coloro che han-
no scritto intorno all'impostazione dei templi, è realizzata in modo da imitare
l'immagine del cielo, che si reputa essere convesso". Claudiano 86 è sulla stessa lun-
ghezza d'onda quando parla di una stellata domus Iovis. Nella Vita di Apollonio di
Tiana di Filostrato così è descritta una sala dei palazzi reali di Babilonia, dove il
sovrano rendeva giustizia87: "... il tetto si leva a cupola quasi raffigurando la volta
celeste ed è ricoperto di zaffiri, una pietra di colore azzurro intenso come il cielo. In
alto sono disposte le statue degli dei in cui credono, e appaiono come figure tutte
d'oro che escono dall'etere". Paolino da Nola descrive nella basilica maggiore di
San Felice a Cimitile una "cella adorna di una cupola trapunta di stelle" (licella ...
stellato speciosa //JO/O") 88 . In alcuni esempi il simbolismo è esplicitato dalla deco-
razione pittorica o a mosaico. E il caso dell'apoteosi di Giove entro zodiaco come
rappresentato su un affresco che decorava il catino absidale occidentale del tempio
di Ercole a Sabratha 89 (fig. 30), oppure del cielo stellato con una croce al centro,
come sul mosaico della cupola del battistero di Santa Maria della Croce a Casara-
nello 90 (fig. 31). È il caso di un altro interessantissimo zodiaco affrescato sulla volta
di una sala delle terme omayadi di Qusair f Amra, datate entro la prima metà
dell'VIII secolo, e realizzate per volontà di Yazld II (720-724) o meglio del figlio
Al-Walld II (743-744) 91 . Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, prendendo in conside-
razione le absidi delle chiese cristiane tardo-antiche. Ma il concetto base è assai più
antico, ed è presente già in alcuni frammenti pitagorici: il kosmos interpretato sim-
bolicamente come un soffitto sorretto da quattro colonne 92 .

86 CLAUD., 3, 8.
87 PHILOSTR., VitaApoll, 1, 25. Vd.: ElSLER 1910, p. 614, nota 1.
88 PAULIR, Carm., 28, 181 s.
89 CAPUTO, GHEDINI 1984, p. 29 ss., taw. 19-23; 24, 2-3. C'è senza dubbio una certa somiglianza tra
l'immagine di Giove e Marco Aurelio, ma non sono certo che si tratti di una vera e propria assimilazio-
ne (apoteosi del divus Marco Aurelio?), quanto di un suggerimento, perché le acconciature dei capelli
non corrispondono (l'imperatore ha nei suoi ritratti una chioma folta, ma mai così lunga, a boccoli rica-
denti lungo il collo).
90 BARTOCCINI 1934, p. 157 ss., fig. 19; BOVINI 1964, p. 35 ss.; TRINCI CECCHELLI 1974, p. 167 ss.;
EAD. 1979, p. 413 ss.; WlLPERT 1976, p. 330; FALLA CASTELFRANCHI 2005, p. 13 ss.. Vd anche la vol-
ta a botte mosaicata della nicchia principale del battistero di Albenga: SCI ARETTA 1977, p. 20 ss.; WlL-
PERT 1976, p. 323; MARCENARO 1993, p. 174 ss.
91 CRESWELL 1969 2 , p. 253 s.; SAXL, BEER 1932, pp. 289 s., 424 ss.; LEHMANN 1945, p. 24 s., fig. 65;
ALMAGRO ET AL. 1975, p. 48, fig. 20; 2002 2 , tav. XLVIII; BRUNET, NADAL, VlBERT, GUIGUE 1998, p.
97 ss., figg. 1-3; FOWDEN 2004, pp. 42 s., 250 s.
92 EISLER1910, pp. 392,619.

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Eugenio La Rocca

Fig. 30. Sabratha, tempio di Ercole. Affresco del catino absidale occidentale: Apoteosi di Giove entro zodia-
co (da CAPUTO, GHEDINI 1984).

Fig. 31. Casaranello, Santa Maria della Croce, battistero. Mosaico della cupola con rappresentazione della
volta stellata e croce al centro (da BRENCK 1977, tav. 19 a).

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// Pantheon di Agrippa

6. L'edificio ellittico di Chester


Nuova luce in tal senso proviene ora da un'interessante struttura rinvenuta
nella base militare romana di Chester 93 . L'edificio, a pianta ellittica, con una lun-
ghezza massima di m 40 circa (figg. 32; 33), è composto da dodici vani, ognuno dei
quali con facciata monumentale, collocati alle spalle di un portico colonnato con-
cluso da un attico che conteneva una decorazione scultorea (clipei?) (figg. 34; 35).
Per buona parte con coperture lignee, la struttura aveva un limitato spazio centrale
ipetro, dove era collocata una fontana. Databile in età domizianea, agli editori non è
sfuggita naturalmente la suddivisione dei suoi spazi interni secondo il numero dodi-
ci e quindi la possibilità che si tratti di un edificio polivalente a carattere religioso,
luogo di celebrazione della domus Augusta e dei principali dei dell'Olimpo - un
Augusteo o un Cesareo - ma forse anche imago orbis terrarum: immagine, fisica

93 MASON 2000.

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Eugenio La Rocca

Fig. 33. Come fig. 29. Plastico ricostruttivo (da MASON 2000).

e simbolica del mondo, vista la sua particolarissima morfologia 94 . Entrare in merito


all'interpretazione di questo complesso monumento, fin troppo isolato nel suo con-
testo di frontiera, sarebbe azzardato. Eppure, non v'è documentazione migliore cir-
ca l'incredibile fantasia architettonica dei Romani, capaci di progettare spazi inno-
vativi per impianto in nome della loro specifica funzionalità. La lunghezza massima
dell'edificio ellittico di Chester è paragonabile al diametro interno del Pantheon
adrianeo. C'è da chiedersi se il Pantheon di Agrippa non avesse una morfologia si-
mile, anche se, ovviamente, a impianto circolare e con una corte centrale di misura
più ridotta. Non un semplice corridoio anulare, quindi, ma vere e proprie cappelle
monumentali che si affacciavano, per il tramite di un porticato colonnato, su una
breve corte circolare a cielo aperto, dove il tetto lasciava posto ad un vero e proprio
opaion. Laddove nell'edificio di Chester, sull'attico del colonnato interno, sono ipo-
teticamente collocati clipei ad imitazione del foro di Augusto, potrebbero aver tro-
vato posto, nel Pantheon di Agrippa, anche le cariatidi di Diogene di Atene.

94 MASON 2000, p. 76 ss.

40-
Il Pantheon di Agrippa
Eugenio La Rocca

7. Simbolismo del Pantheon augusteo, sue ricadute sul Pantheon adrianeo, e


l'ascensio ad astra di Romolo
È probabile che il Pantheon sia il luogo deputato dell'apoteosi, dove sarebbe
avvenuta Y ascensio ad astra del primo re e fondatore di Roma, simbolo e modello
per le future consecrationes di cure costellata la storia dell'impero romano, a parti-
re dalla divinizzazione di Giulio Cesare. Cassio Dione asserisce con convinzione
che la cupola del Pantheon sia una rappresentazione simbolica del cielo. La simbo-
logia era accentuata dall'incredibile coerenza nei rapporti matematici tra le singole
membrature del monumento, e dalle proporzioni dell'aula circolare, rispondenti,
almeno sembra, alla proposi-
zione di Archimede relativa
alla symmetria della sfera e
del cilindro: diametro del
tamburo, la sua altezza e rag-
gio della cupola coincidono,
come se all'interno della ro-
tonda fosse inscritta una sfe-
ra 95 (fig. 36). L'ipotesi che si
volesse creare in tal modo
una sorta di orologio solare,
come pure si è supposto 96 , o
realizzare un'immagine mi-
crocosmo della terra 97 è forse
un po' troppo azzardata. È di
gran lunga più verosimile che Fig. 2000).
36. Sezione della rotonda adrianea (da WILSON JONES
con la sua cupola si fosse vo-
luto riprodurre la volta celeste lasciando concretamente, con Yopaion centrale, un
varco tra terra e cielo, che è elemento essenziale del processo di apoteosi, alla pre-
senza degli dei olimpici (fig. 37). Le stelle di bronzo dorato racchiuse entro i rosoni
della cupola accentuavano evidentemente la simbologia celeste 98 . Inoltre dal-
Yopaion si riversa nello spazio interno un fascio di luce: i raggi solari colpiscono in

VI M A R T I N E S 1989, p. 3 ss.; T H O M A S 1997, p. 178 s., fig. 8; S P E R L I N G 1999, p. 25 ss.


96GRANGER 1933, p. 57 SS.
97 M A C D O N A L D 1982 2 , p. 120. W. MacDonald ha visto nella concezione struttiva del Pantheon un rife-
rimento a teorie eliocentriche dell'universo (p. 118: "... as the earth rotates, Hadrian's sun-show spins
on"), poi riprese da Gert Sperling con dovizia di documentazione: S P E R L I N G 1999, p. 169 ss. Scettico si
dimostra T H O M A S 1997, p. 181 s.
9 8 B A L D W I N S M I T H 1950, p. 91 e nota 139.

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// Pantheon di Agrippa

giorni differenti le pareti della rotonda e alcune delle sue esedre (fig. 38). Sono que-
sti forse gli elementi fondanti della struttura che distinguono il Pantheon adrianeo
dagli altri tempia finora noti.
L'asse del Pantheon di Agrippa, come dei Saepta che lo affiancano, è di
qualche grado spostato a occidente rispetto al nord. È stato osservato che questa
leggera variazione rispetto al nord geomagnetico sia dovuta al necessario raccordo
con il nord astronomico, quello dettato dalla posizione della Stella Polare, l'unico
conosciuto nel mondo antico". Comunque sia, il Pantheon è rivolto verso la regio-
ne settentrionale del cielo dove, durante i ludi Victoriae Caesaris, tra il 20 e il 23
luglio del 44 a.C, era stato scorto il sidus Iulium100, la cometa che segnalò ai roma-
ni l'ingresso del divo Cesare tra le potenze divine immortali e, come interpretava in
segreto il giovane Ottaviano rallegrandosi, la rapida ascesa politica del suo figlio
adottivo, dichiaratosi programmaticamente divifìlius: la cometa era nata per lui ed è
lui che nasceva in essa, fatto che fu reputato salutare per la terra 101 .

" T H O M A S 1997, p. 171.


100 PLIN., Nat. Hist., 2, 93-94. Vd.: NlSSEN 1873, p. 549 ss.; SlMPSON 1997, p. 173. Sul sidus Iulium:
R A M S E Y , L E W I S LICHT 1997.
101 R A M S E Y , L E W I S L I C H T 1997,
p. 147 ss. (p. 150: "Nel tardo pomeriggio del 23 luglio 44 a.C, poco
prima del tramonto, il Capricorno era sorto interamente al di sopra dell'orizzonte, verso oriente [a SE],
e per circa un'ora prima dell'evento occupava la regione dove l'eclittica incontra l'orizzonte, una posi-
zione conosciuta come l'ascendente che offriva a quella costellazione un significato speciale in termini

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Eugenio La Rocca

Fig. 38. Roma, Museo di Roma a Palazzo Braschi. Giovanni Paolo Pannini: Veduta dell'interno del Pan-
theon, disegno 1740 (foto Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale).

astrologici"). È probabile, perciò, che Ottaviano abbia visto nella cometa visibile a NE, poco sotto Cas-
siopea, un segno della sua nascita. Se il Capricorno era l'ascendente quando è sorta la cometa, Ottavia-
no avrà concluso che il prodigio fosse un messaggio personale, che lo connetteva idealmente alla fami-
glia dei Giulii in quanto figlio adottivo e parente stretto di Cesare. Ma c'è altro ancora! Il Capricorno
era, secondo i Neoplatonici, "la Porta delle Anime", il passaggio attraverso il quale le anime dei defunti
ritornavano nella sede della loro immortalità, tra. gli dei. Non sappiamo se tale concezione avesse radici
in età precedente al II secolo d.C, ma è certo che all'epoca di Cicerone era diffusa l'opinione che
l'anima dei grandi uomini ritornasse in cielo, nella Via Lattea, dove erano le anime degli eroi. Il sidus
Iulium era situato proprio nella Via Lattea, in quanto era sorto a NE, nelle vicinanze di Cassiopea, dove
appunto passava la Via Lattea (RAMSEY, LEWIS LlCHT 1997, p. 151 s.).

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// Pantheon di Agrippa

È probabile che per l'effettiva percepibilità del Pantheon adrianeo uno degli
elementi più significanti per il visitatore, a livello semiologico, fosse quanto aveva
avvertito più di un secolo passato, pur con non poche imprecisioni e cambiamenti di
vedute, Heinrich Nissen, circa la sua impostazione secondo le regole di un templum
a pianta circolare, ed esattamente come imitazione del templum celeste con la sua
partizione in sedici regioni - quante sono le esedre (sette, più l'ingresso) e le edico-
le (otto) dell'anello inferiore del Pantheon - secondo le regole della disciplina
Etnisca travasata nella religione romana: "L'ultima e più compiuta forma del tem-
plum è il cerchio; perciò anche il nome urbs è strettamente affine ad orbis e perciò
l'edificio, che rappresenta visibilmente l'ordine del mondo, il romano Pantheon,
sarà realizzato come tempio a pianta circolare e costruzione a cupola" 102 .
Di pari importanza per il programma ideologico e figurativo del Pantheon è
la ricorrenza, già intuita da Nissen, e poi approfondita da Guglielmo De Angelis
d'Ossat, nella sua composizione del numero sette, quante sono le grandi esedre nel-
la rotonda, alternatamente con le pareti di fondo rettilinea e curvilinea (fig. 3), e del
suo multiplo ventotto, quanti sono i cassettoni di ogni anello della cupola (fig.
37) 103 . Oltre ad essere un multiplo di sette, ventotto è uno dei rarissimi numeri per-
fetti in quanto, come afferma Nicomaco di Gerasa, "ha come parti una metà, un
quarto, un settimo, un quattordicesimo, un ventottesimo, che sono 14, 7, 4, 2, 1 e
che riuniti in uno fanno 28" 104 . Poiché il 28 è un numero perfetto, esso è valutato
come la cifra chiave per la comprensione del sistema nel suo complesso 105 . La cir-
conferenza del Pantheon è divisa secondo il numero sette in ventotto sezioni, che
corrispondono alla partizione dei cassettoni della volta nonché al numero delle co-
lonne e delle paraste che, disposte sulla circonferenza interna della rotonda, reggono
la trabeazione dell'ordine superiore: un'operazione di notevole complessità, non
raggiungibile con gli strumenti tradizionali, riga e compasso, e che richiedeva preci-
si calcoli matematici effettuati con l'ideale inclusione di un ettagono - quindi un
poligono con sette lati - in un cerchio. La divisione del cerchio in sette parti eguali
è stata anch'essa attribuita ad Archimede 106 . Continuando con il valore dei numeri
nella composizione del Pantheon, si rileva facilmente che lungo la rotonda si distri-
buiscono sette absidi - alternatamente con le pareti di fondo rettilinea e curvilinea -
e otto edicole sporgenti dalle pareti tra un'esedra e l'altra. Ogni esedra, ad esclusio-
ne della principale in asse all'ingresso, mostra nel suo fondo tre nicchie. Sommando

NISSEN 1869, pp. 150, 219 ss. Per la suddivisione del templum in sedici regioni: NlSSEN 1869, p.
181 ss.
103 DE ANGELIS D'OSSAT 1982, tav. XIX. Sul tema rimando a MARTINES 1989.
104 BERTIER 1978,1, XVI, 2.
105 MARTINES 1989, p. 7 s.; SPERLING 1999, p. 61 ss.
106 MARTINES 1989; THOMAS 1997, p. 178. Il trattato di Archimede sull'argomento sopravvive in una
traduzione araba del IX secolo: SCHOY 1927, p. 74 ss.

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Eugenio La Rocca

il numero delle nicchie nelle esedre (18) con il numero delle edicole (8), e aggiun-
gendovi l'esedra di fondo e il portale d'ingresso, si genera di nuovo il numero 28.
Se poi non si tiene conto della tripartizione delle esedre, e le si valuta come unità,
riducendone quindi il numero a 6, il risultato è la cifra 16 che è il numero delle re-
gioni del templum celeste, corrispondente, secondo Nissen, al numero delle princi-
pali divinità e delle feste a loro dedicate 107 .
In base a questa lettura, Nissen proponeva una distribuzione delle statue nelle
absidi e nelle nicchie secondo un sistema basato sui numeri sette e ventotto, nonché
sul numero sedici, quante erano le regioni celesti. Theodor Mommsen pensava che
le sette esedre fossero occupate dalle statue delle sette divinità planetarie 108 : un'ipo-
tesi già criticata da Nissen 109 , e che pone qualche difficoltà nella scelta degli dei cui
assegnare i posti d'onore nelle esedre, in quanto sarebbe impedita la presenza, in-
dubbiamente fondamentale, di Romolo/Quirino e del divo Cesare, mentre Apollo e
Diana avrebbero dovuto essere presenti con le loro ipostasi di Sol e Luna.
Non ho la competenza necessaria per giudicare le affermazioni supplementa-
ri di Gert Sperling sulla posizione delle sette esedre rispetto all'apparente movimen-
to del sole, e, complessivamente, sulla sua concezione eliocentrica, derivata da Ari-
starco di Samo, che sarebbe alla base della struttura del Pantheon, sapientemente
dimostrata con l'ausilio delle più importanti teorie matematiche dell'antichità.
Sono altrettanto inesperto sull'effettivo valore astronomico e simbolico del
numero 28, riflesso dell'ordine planetario, su cui si fonderebbe la sua partizione
armonica 110 . La ricerca di armonia vuole calcoli matematici perfetti, ed è quindi
possibile che architetti geniali e committenti colti abbiano visto l'occasione oppor-
tuna per sfoderare tutte le loro conoscenze sui rapporti tra filosofia, religione e ma-
tematica. Esiste certamente una relazione "aurea" tra le singole membrature del-
l'edificio, nel quale i capitelli delle colonne interne sono stati utilizzati come unità
modulare. La regolarità delle proporzioni giunge al punto che Yopaion sommi tale,
con il suo diametro di m 8,86 = 30 piedi, risponde all'altezza dei fusti delle colonne
delle esedre. È tuttavia difficile attribuire l'intera costruzione matematica del Pan-
theon a Nicomaco di Gerasa. Nato verso la fine del I secolo d.C, verosimilmente
all'epoca della realizzazione del Pantheon adrianeo non aveva ancora composto il
suo trattato, e comunque il suo testo, qualora già pubblicato, non avrebbe ancora
potuto entrare nel comune patrimonio di idee del tempo 111 . Nicomaco in realtà

107 NISSEN 1869, pp. 223-226; N I S S E N 1910, p. 339 ss.


108L'ipotesi, sulla quale Mommsen non ha mai scritto nulla (citazione in ArchZ, 1867, p. 55), è riferita
da N I S S E N 1869, p. 224, e da J O R D A N , H U L S E N 1907, p. 581 s., nota 61. Inoltre: P L A T N E R , A S H B Y
1929, p. 382 s.
109 N I S S E N 1869, p. 224.
, 1 0 Vd. nota 105.
1,1 D I L L O N 1969, p. 274 s.

-46-
// Pantheon di Agrippa

esponeva criteri di perfezione presenti da lungo tempo nella filosofia greca, visto
che Euclide aveva già scritto sui numeri perfetti112. Non v'è perciò alcun ostacolo
alla possibilità che tali teorie fossero ben note in età primo-imperiale, e che molti
elementi della morfologia del Pantheon adrianeo fossero un riflesso di quanto già
era percepibile nel Pantheon augusteo.
Ma il fenomeno più appariscente visibile ora come allora all'interno del Pan-
theon è certamente il fascio di luce che penetrando attraverso Vopaion, in virtù della
rotazione terrestre si sposta come un riflettore di scena lungo le pareti e il pavimen-
to, proiettandosi tuttavia non verso tutte le nicchie e i finestroni del tamburo, ma so-
lo verso quelle del settore settentrionale 113 , metafora della regione del cielo abitata
dagli dei favorevoli, mentre quella del settore meridionale, abitata dagli dei ctonii,
resta sempre al buio. La spettacolare suggestione dei raggi solari nel Pantheon destò
vivo interesse anche in Giovanni Paolo Pannini, che aveva studiato tra l'altro sce-
nografia teatrale. Nelle sue magnifiche vedute dell'interno del tempio, o nelle più
piccole vedute col medesimo soggetto, che ricorrono nelle sue rappresentazioni di
gallerie di quadri 114 , è proprio il faro di luce sulle pareti ad attrarre immediatamente
l'attenzione (fig. 38).
L'effetto più singolare si produce a mezzogiorno delle giornate intorno al 21
aprile (del nostro calendario, evidentemente, ma il calendario gregoriano nel 1582
aveva corretto la differenza di circa dieci giorni prodottasi in circa un millennio e
mezzo rispetto al calendario giuliano riformato da Augusto nel 9 a.C., sì che il 21
aprile di età augustea, corrispondente sotto il profilo astronomico all'11 aprile del
calendario immediatamente anteriore alla riforma gregoriana, ormai coincide pres-
sappoco con l'odierno 21 aprile): il fascio luminoso, fluendo dalVopaion, centra
l'ingresso del Pantheon115 (fig. 27). L'evento, che non è connesso con gli equinozi
di primavera e di autunno, ma con la data della fondazione di Roma, non può essere
casuale; sono anzi convinto che fosse strutturale al sistema simbolico e ideologico
non tanto del Pantheon adrianeo, quanto del Pantheon augusteo, del quale doveva
essere una delle componenti essenziali.
Il fenomeno vuole impostare un collegamento simbolico tra Romolo e Augu-
sto, sottolineato dall'orientamento dell'edificio in asse con il mausoleo e dal movi-

112 F R A J E S E , M A C C I O N I 1970, p. 560 ss.


113 Quando questo lavoro era stato già consegnato per la stampa, è stato pubblicato l'importante articolo
di H A N N A H , M A G L I 2011, p. 486 ss., nel quale il fenomeno del movimento dei raggi del sole nel Pan-
theon è descritto con estrema precisione (a p. 503 il problema della luce sulle esedre).
114 Tra le più interessanti, contano le vedute nella National Gallery di Washington ( G R U B E N , G R U B E N
1997, tav. 1; H E E N E 2004, p. 50, tavola a colori) e nel Museo Statale d'Arte di Kopenhagen ( D E F I N E
LlCHT 1966, p. 117, fig. 115). Ottimo anche il disegno autografo conservato nel Museo di Roma a Pa-
lazzo Braschi, da cui è tratta la nostra fig. 38.
1 1 5 T H O M A S 1997, p. 174; H A N N A H , M A G L I 2011, pp. 494, 496, figg. 7, 8.

-47-
Eugenio La Rocca

mento dei raggi del sole al suo interno 116 . Nel gennaio del 27 a.C. si discusse se as-
segnare a Ottaviano il nome Romolo, come rifondatore di Roma. Al rifiuto del prin-
cipe, per il rischio che l'onore fosse interpretato come il tentativo di instaurazione
di una monarchia, si ripiegò, dietro suggerimento di Lucio Munazio Planco, sul
nome Augustus, assai meno compromettente pur con la sua altissima valenza reli-
giosa. Eppure, qualora il principe.fosse entrato nell'edificio a mezzogiorno del 21
aprile, sarebbe stato colpito dai raggi del sole come da un riflettore di scena. Nascita
di Roma, avvento di un uomo prediletto dagli dei, destinato a rifondare simbolica-
mente la città dando inizio a un nuovo saeculum aureum, si amalgamano, senza pe-
rò cancellare il suggerimento di un'ascendenza divina del principe, e quindi di una
sua futura ascensio ad astra.
E possibile perciò che Augusto, nel primitivo Pantheon, avesse voluto spe-
rimentare forme ideologiche a carattere solare, già acquisite dalla cultura greco-
ellenistica a favore di alcuni sovrani. Ma l'equiparazione romulea non fu cancellata,
anche se nascosta tra le maglie di un sistema comunicativo che fu più attentamente
articolato tra il 10 e il 9 a.C. con l'inserimento nell'area tra Pantheon e mausoleo
dell'obelisco-meridiana (il ed. solarium) e dell'ara Pacis, ma che giunse al suo
culmine con la proclamazione di Augusto quale pater patriae nel 2 a.C, in occasio-
ne della dedica del foro di Augusto.
Augusto, che sembra sia stato il primo romano a trasferire obelischi (simboli
dei raggi del sole) a Roma, ne aveva importato due da Heliopolis in Egitto. Uno di
essi fu collocato sulla spina del Circo Massimo, forse di fronte al tempio del Sol.
L'altro, un obelisco di Psammetico II (26 a dinastia) - della misura di ben m 21,79,
ma in origine forse anche più alto -, divenne lo gnomon della sua gigantesca meri-
diana nel Campo Marzio 117 . Il pyramidion mostra su tutti e quattro i lati lo scarabeo
alato con il disco solare e, nelle scene sottostanti, compare il faraone, sotto forma di
sfinge, che adora il dio solare di Heliopolis. Allo stesso modo, Augusto dedicava
l'obelisco al Sole 118 . Dell' associazione degli obelischi con il sole resta traccia anco-
ra in Ammiano Marcellino 119 . Due di essi, ambedue di m 14,7, furono in seguito

A tal proposito, è stato osservato ( H A N N A H , M A G L I 2 0 1 1 , p. 4 9 2 , figg. 4 , 5 ) che nei giorni intorno


all'equinozio di autunno il fascio di luce colpisce il punto d'aggancio del tamburo con la cupola, esat-
tamente sopra la porta d'ingresso, secondo una soluzione pressappoco simile a quella proposta nel dise-
gno autografo di Giovanni Paolo Pannini a Palazzo Braschi (fig. 38). Anche in questo caso, la nascita di
Ottaviano/Augusto, il 2 3 settembre, è posta in relazione con la fondazione di Roma.
117 Sui problemi connessi con l'obelisco del Campo Marzio e con il suo rapporto con il Pantheon, il
mausoleo e Vara Pacis, vd. ora: L A R O C C A , 2 0 1 4 , p. 121 ss.
118 CIL, VI, 7 0 1 , 7 0 2 . Vd: B A T T A 1 9 8 6 , p. 1 6 3 ss.; D ' O N O F R I O 1 9 9 2 , p. 3 6 9 ss.; B U C H N E R 2 0 0 0 , p.
1 7 9 ss.; H A B A C H I , V O G E L 2 0 0 0 , pp. 7 5 ss., 1 0 6 , Kat. 4 .
119 AMM. M A R C , 2 7 , 4 , 7: . . . utque radium imiteturgracilescenspaulatim ("... per imitare il raggio del
sole s'assottiglia gradatamente".

-48-
// Pantheon di Agrippa

collocati davanti al mausoleo di Augusto (quasi certamente dopo la morte del prin-
cipe), in posizione simmetrica rispetto all'ingresso del sepolcro 120 .
Le opinioni oscillano tra l'ipotesi che l'obelisco del Campo Marzio fosse lo
gnomone della sola linea meridiana - l'unica di cui siano stati ritrovati i resti -, op-
pure di un gigantesco orologio solare disegnato sul lastricato circostante, con fortis-
sime componenti astrologiche in funzione di Augusto. Gli scavi non hanno purtrop-
po risolto definitivamente la questione, anche se si tende ormai a dare maggiore
credito alla prima ipotesi.
Sembra invece assicurato che la base dell'obelisco fosse in asse con l'in-
gresso principale dell'ara Pacis che, a sua volta, era orientata di 18° a sud dell'oc-
cidente, in modo da corrispondere, il 21 aprile, al sorgere del sole, i cui raggi pene-
travano così nel recinto dell'altare dall'ingresso posteriore, verso la via Lata 121 . Al-
tare, obelisco e meridiana componevano un sistema unitario. L'ombra dell'obelisco,
proiettata sul terreno, toccava con il suo gnomon l'apice della linea della meridiana
riprodotta sul pavimento a mezzogiorno del solstizio d'inverno, la giornata in cui
Ottaviano era stato concepito. Qualora, però, sul pavimento fossero stati riprodotti
non solo la linea della meridiana ma l'intero orologio solare, l'ombra sarebbe scivo-
lata lungo la linea equinoziale il 23 settembre, il giorno della nascita di Ottaviano, e
avrebbe puntato verso Vara Pacis, toccandone idealmente lo stipite della porta
d'ingresso 122 . L'incrocio simbolico tra la linea assiale del 21 aprile e la linea diago-
nale del 23 settembre avrebbe sottinteso idealmente che Augusto, nato per la pace,
era il secondo fondatore della città123.
Malgrado il forte interro dell'ara Pacis e dell'originaria pavimentazione in-
torno all'obelisco, Adriano (o forse Traiano, se a lui si deve, come appare verosimi-
le, l'avvio dei lavori di rifacimento del Pantheon) ritenne opportuno preservare la
memoria simbolica augustea, conservando nel nuovo edificio l'esatto orientamento
del primitivo edificio, probabilmente le misure e molti elementi morfologici, ma
anche la dedica di Agrippa, la soglia e la porta di bronzo.
Resta tuttavia il problema di cosa capissero i visitatori entrando nel Pan-
theon: la complessità delle formule matematiche? la rotazione della terra intorno al

1 2 0 B A T T A 1 9 8 6 , pp. 51 ss., 141 ss.; B U C H N E R 1 9 9 6 , p. 161 ss.; B U C H N E R 2 0 0 0 , p. 1 7 9 ss.; H A B A C H I ,

V O G E L 2 0 0 0 , pp. 8 0 s., 1 0 8 , Kat. 6, 7.


121 H A N N A H , M A G L I 2 0 1 1 , p. 5 0 7 ; S C H U T Z 2 0 1 1 , p. 7 8 ss.
122 La discussione, talora assai aspra, sull'effettiva possibilità che l'ombra raggiungesse la porta
d'ingresso dell'ara Pacis, sembra non tenere conto degli allineamenti dei monumenti. Non era necessa-
rio che l'ombra dell'obelisco toccasse effettivamente l'altare, perché il rapporto tra meridiana e altare
era insito nel loro orientamento e nella significativa collocazione dell'ara Pacis lungo la linea della me-
ridiana equinoziale, ma in asse con la base dell'obelisco: e ciò, salvo future indagini che dichiarino ine-
satte le collocazioni dei monumenti del Campo Marzio settentrionale, sembra al momento essere incon-
trovertibile.
123 Vd. nota 116.

-49-
Eugenio La Rocca

sole? la ripetizione di una partizione sulla base dei numeri 7, 16 e 28? Non lo cre-
do 124 . Solo i più colti di loro si potevano rendere conto del complesso sistema astro-
nomico, religioso e augurale che doveva aver suggerito lo schema. I visitatori co-
muni avvertivano immediatamente, invece, l'armonia dello spazio, cosa che in ef-
fetti cogliamo anche noi a distanza di circa duemila anni perché cresciuti nel-
l'ambito delle medesime esperienze matematiche, rifluite nell'architettura rinasci-
mentale e moderna. Percepivano quanto era immediatamente percepibile a livello
visivo, senza porsi tanti problemi sulle conoscenze matematiche dell'architetto: la
volta stellata, il grande opaion nella cupola, le absidi, le edicole e le nicchie alle pa-
reti con le statue delle divinità, forse l'effetto mirabile dei fasci di luce che fluivano
daìVopaion. Era, insomma, l'effetto d'insieme, quel senso di geometrico equilibrio
tra le parti della struttura, il gioco della luce, e ovviamente la precisa disposizione
delle statue degli dei nelle esedre e nelle nicchie, a risvegliare nei visitatori memo-
rie riposte, e a rendere almeno in parte comprensibile l'altrimenti macchinoso pro-
gramma figurativo.
8. // Pantheon di Agrippa: greco o romano?
Così come il nome Pantheon è di chiara derivazione greca, il collegamento
di mortali divinizzati alle divinità dell'Olimpo suggerito dal termine Augousteion
secondo il testo di Cassio Dione, non è costruzione ideologica prettamente romana.
Un'eccezionale iscrizione da Elaia, il porto di Pergamo, elenca gli onori of-
ferti al sovrano in occasione di un suo ritorno in patria a seguito di una spedizione
militare vittoriosa 125 . Gli omaggi sono distinti in due parti: la prima riferita alla
commemorazione dell'evento vittorioso, la seconda alla apantesis del sovrano. La
città decideva di festeggiare anche nel futuro questa fausta giornata, che rinverdiva
in apparenza le vecchie glorie, organizzando annualmente una processione compo-
sta da tutti i cittadini coronati che dal pritaneo doveva snodarsi fino al santuario di
Asclepio. Essa sarebbe stata guidata dallo stephanephoros dei dodici dei e di Eu-
mene II divinizzato. Per il suo ruolo di capofila, questo sacerdote deve essere stato
tra i più importanti della città.
La distinzione in ambito religioso greco - anche nella stessa Pergamo 126 - tra
il culto dei dodici dei 127 e il culto di tutti gli dei 128 , non è di semplice decifrazione; i

124 WILSON JONES 2000, p. 191 ss., ha interpretato l'uso delle partizioni interne basate sui numeri 16 e
28 essenzialmente come un problema compositivo riferibile al desiderio di creare una vitale tensione tra
le forze statiche e quelle dinamiche.
125 OGIS, nr. 332; FRÀNKEL 1895, n. 246; ROBERT 1987, pp. 460 ss., 522 ss.
126 Sul culto a Pergamo di tutti gli dei: JACOBI 1930, pp. 18, 31, 36, 48 s. 66 ss., 96, 98, 103, 105, 108,
110, 117; OHLEMUTZ 1940, pp. 219 ss., 281 ss. Sulle iscrizioni nel santuario di Demetra: JACOBI 1930,
pp. 36, 9 a, b (basi); 48 s., e, f (are). Are dedicate a tutti gli dei ed a tutte le dee sono state rinvenute an-

-50-
Il Pantheon di Agrippa

due culti hanno talvolta limiti imprecisi, sebbene in molti casi sia assicurata la loro
distinzione. Un elemento del culto dei dodici dei sembra comunque avere un ruolo
predominante: ad imitazione di Eracle e di altri eroi mortali assimilati per le loro
nobili gesta agli dei, i sovrani potevano acquisire una propria dignità divina, ed es-
sere affiancati a divinità certe dell'Olimpo, come è documentato già per Filippo II e
per Alessandro 129 . In questo specifico esempio, il defunto Eumene II, padre di Atta-
lo III, era stato cooptato tra i dodici dei 130 , e il culto affidato allo stesso sacerdote,
appunto lo stephanephoros che avrebbe guidato la processione in occasione della
apantesis del sovrano.
Louis Robert, sulla base dell'iscrizione di Elaia, avanzava con estrema circo-
spezione la possibilità che il Grande Altare fosse dedicato ai dodici dei 131 . La sua
ipotesi si rivela estremamente suggestiva 132 e, secondo il mio parere, dovrebbe esse-
re accettata come parziale correttivo alla più comune congettura che l'altare fosse
dedicato a tutti gli dei 133 . Si dovrà comunque aggiungere, come avverte l'iscrizione
di Elaia: ai dodici dei e al divo Eumene II.

che in altri luoghi della città: nell'area del Traianeum, sull'acropoli, sulla strada che conduce
all'acropoli, nel santuario di Hera (JACOBI 1930, p. 48).
127 WEINREICH 1924-1937, col. 764 ss.; WlLL 1951, p. 233 ss.; LONG 1987.
128 JACOBI 1930; ZIEGLER 1949, c. 697 ss.; WlLL 1951.
129 Ambedue i sovrani furono onorati come tredicesimo dio: LONG 1987, p. 207 ss. In una processione
notturna a Aigai la statua di Filippo II vivente, simile a quella di un dio, fu condotta insieme con quella
dei dodici dei: DlOD. SIC, 16, 92, 5. Sul "tredicesimo dio": WEINREICH 1924-1937, col. 843 ss.
130 Will, nel suo fondamentale lavoro sui dodici dei, ha respinto l'ipotesi che il culto avesse fin
dall'origine una valenza politica, in quanto permetteva di affiancare alla venerazione delle vere divinità
olimpiche nuovi dei, i sovrani divinizzati. Questo aspetto del culto, certamente vero, si impone definiti-
vamente solo in età ellenistica, quando il modello di Eracle, eroe mortale divenuto dio per le sue virtù, è
comunemente adottato - secondo una tradizione instaurata dai Pisistratidi ad Atene, le cui tracce non
mancano a Roma stessa, all'epoca di Servio Tullio - in favore dei principi, come nel caso dello stesso
Eumene II (WEINREICH 1924-1937, col. 843 ss. nn. 107, 110).
131 ROBERT 1987, p. 489.
132 LA ROCCA 1998, p. 27 ss.
133 Così aveva supposto per primo BRUCKNER 1904, p. 224, seguito da JACOBI 1930, p. 67 ss., ed
OHLEMUTZ 1940, pp. 69, nota 24, 196 s., nota 13, 282 s., nota 88. Ricordo che già era stata avanzata la
proposta di riconoscere nell'edificio absidato poi inglobato-nelle fondazioni del Grande Altare una sorta
di Pantheon, anche se gli elementi su cui l'ipotesi era fondata risultavano assai labili: OHLEMUTZ 1940,
p. 196 s., nota 13; RADT 1999, p. 170; RHEIDT 1992, p. 259 s. È Vheroon del mitico fondatore della
città? (STÀHLER 1978, p. 854 ss. L'ipotesi, già avanzata da BOEHRINGER 1937, p. 3, nota 4, era stata
respinta da Ohlemutz in base all'osservazione che il Grande Altare è citato da Ampelio, Lib. Mem., 8,
14, come "ara marmorea magna", senza alcun riferimento ad una possibile funzione come heroorì),
oppure, come suppone Rheidt, una fontana o un ninfeo, sebbene non vi siano tracce di cisterne od ac-
quedotti prima di Eumene II (vd.: RADT 1999, p. 151)? Entro quest'area poteva essere la primitiva ago-
ra, cui potrebbe essere collegata la stoa collocata su una terrazza intermedia (RHEIDT 1992, pp. 261 s.,
266 ss., figg. 8, 15 c).

-51 -
Eugenio La Rocca

Complessivamente, sia il culto dei dodici dei sia il culto di tutti gli dei sem-
bra nascere come un sistema flessibile, soggetto a variazioni locali134, e quindi utile
nel caso si volesse aggiungere all'ormai rigida schiera degli dei olimpici un nuovo
dio. Un interessante esempio è offerto dal Tychaion di Alessandria sul quale, per la
sua complessità e per i possibili addentellati con il Pantheon romano, ritornerò in
maniera più approfondita in appendice a questo lavoro. C'è nel sistema religioso
sotteso al culto complessivo di tutti gli dei una certa libertà di manipolazione che
contrasta con i culti tradizionali, impostati su usanze che non possono essere altera-
te, pena la perdita della identità civica. C'è inoltre una valenza "cosmica" che non
va sottovalutata: la stessa che pervade il programma figurativo del Grande Altare,
dove la battaglia tra dei e giganti coinvolge terra, mare e cielo. Il gusto sviluppatosi
in età ellenistica per la rappresentazione di eventi alla presenza di personificazioni
di entità astratte, come avviene durante la processione di Tolemeo II ad Alessan-
d r i a ^ oppure eli Antioco tV a Tìafne^, è lì sintomo di un cospicuo V ì f à & g ì ò dì ten-
denza: le azioni del re sono lette in chiave sovrumana, come parte di un più vasto
disegno intessuto dagli dei, teso a riportare la pace e la prosperità nel mondo abita-
to, e nello stesso tempo a reimpostare a livello simbolico l'equilibrio tra le forze ter-
restri e quelle cosmiche. Edmund Thomas ha, in quest'ottica, ricordato giustamente
l'ambizioso programma ideologico realizzato da Antioco I di Commagene con la
realizzazione del hierothesion31 - contemporaneamente la sua tomba, luogo di cul-
to nei confronti suo e dei suoi antenati, ma anche santuario comune di tutti gli dei 138
- sul Nemrud Dag. Sulla sommità del monte il sovrano costruì due enormi terrazze,
sulle quali dominano cinque divinità su troni. Quattro di esse sono divinità sincreti-
stiche del pantheon greco-persiano 139 , mentre la quinta divinità è Antioco I stesso
cooptato tra gli dei. La nascita del sovrano cadeva il 4-5 febbraio, che era anche il
giorno della sua divinizzazione, avvenuta nel 55 a.C. Questa data, e quella della sua
incoronazione, avvenuta il 4 luglio del 64 a.C, quando Pompeo riconobbe ufficial-
mente il regno della Commagene, è stata determinata dall'allineamento dei pianeti
come rappresentati sui rilievi scultorei del santuario. Il dominio temporale di Antio-

La distinzione tra il culto dei dodici dei e il culto di tutti gli dei non appare netta: J A C O B I 1930; ZlE-
GLER 1949, c. 697 ss.; WlLL 1951. Sul culto a Pergamo di tutti gli dei: J A C O B I 1930, pp. 18, 31, 36, 48
s. 66 ss., 96, 98, 103, 105, 108, 110, 117; O H L E M U T Z 1940, pp. 219 ss., 281 ss. Sulle iscrizioni nel san-
tuario di Demetra: J A C O B I 1930, pp. 36, 9 a, b (basi); 48 s., e, f (are). Are dedicate a tutti gli dei ed a
tutte le dee sono state rinvenute anche in altri luoghi della città: nell'area del Traianeum, sull'acropoli,
sulla strada che conduce all'acropoli, nel santuario di Hera (JACOBI 1930, p. 48).
135 R I C E 1983.
136 P O L Y B . , 30, 25, 13 = A T H E R , 5, 194c-195f.
137 T H O M A S 2004, p. 18 ss. Sul Nemrud Dag, vd. ora: S A N D E R S 1996.
138 S A N D E R S 1996, pp. 208 s., 214, linn. 44-46.
139 S A N D E R S 1996, p. 133 ss.

-52-
// Pantheon di Agrippa

co I ha pertanto una base cosmologica che vuol dire, in altri termini, il favore degli
dei nei confronti suoi e del suo regno, e la natura divina del suo potere politico.
Il Pantheon romano, memore dell'impostazione cosmologica del culto di tut-
ti gli dei, persegue forse un'analoga finalità. E evidente che la morfologia degli edi-
fici non sia comparabile, ma è noto che il culto di tutti gli dei o dei dodici dei non
avesse necessità di uno spazio pensato ad hoc. È stato anzi dimostrato che l'idea
comunemente accettata, che a loro fosse riservato uno spazio circolare, non rispon-
da al vero 140 .
Malgrado le notevolissime differenze, non mi sembra sia da sottovalutare
questo ennesimo, e importantissimo, rapporto tra le forme ideologiche adottate da
principi greci e quelle del nascente principato augusteo. Se il Grande Altare acco-
muna nel culto i principali dei dell'Olimpo con il sovrano Eumene II divinizzato
(come attesta l'iscrizione di Elaia), il Pantheon nasce come santuario dedicato ad
Augusto e, al suo motivato rifiuto, alle divinità connesse con la dinastia giulia, in
primo luogo Marte e Venere, e naturalmente Giulio Cesare divinizzato 141 . Il rifiuto
di Augusto non impedì tuttavia ad Agrippa di inserire l'immagine del principe e la
sua propria nel pronao del tempio, in modo da assicurare perlomeno una larvata
forma cultuale ancor prima della consecratio post mortem. L'interpretazione più
corretta del termine Pantheon, come aveva già osservato G. Wissowa, è desumibile
in base all'iscrizione su uno degli altari rinvenuti nel santuario di Demetra a Perga-
mo, dedicato xcp riavOeicp142, ovvero, come si ricava facilmente dalle iscrizioni sulle
altre are, a Gsoig 7taai icorì 7iàoai<;. Sembra quindi difficile tradurre il termine Pan-
theon, secondo l'ipotesi di Jordan ripresa da Hùlsen, come "Hochheilige", quindi
"altamente sacro", piuttosto che "tempio di tutti gli dei".
Il tempio romano era dedicato a tutti gli dei, mentre il Grande Altare era for-
se dedicato ai dodici dei. In ambedue i casi, tuttavia, si trattava di una soluzione di
comodo, per affiancare ai vecchi, nuovi dei: e come a Pergamo ai dodici dei olimpi-
ci si affianca un nuovo divus, il grande e intelligente Eumene II, così a Roma tutti
gli dei cooptano per primo Giulio Cesare, in attesa delle future consecrationes. In
ambedue i casi si può supporre che questo fosse solo il primo gradino di una più
complessa forma di culto dinastico che avrebbe affiancato nuovi membri ai primi
membri divinizzati della famiglia.
A questo punto, le pur giuste osservazioni di Andreas Griiner, secondo il
quale il Pantheon di Agrippa fosse un recinto sacro, paragonabile quindi non con

Will ha mostrato anche la non fondatezza dell'ipotesi che il culto dei dodici dei (e poi, dietro loro
esempio, di tutti gli dei) fosse legato alle agorai e che fosse celebrato quasi esclusivamente in edifici a
pianta circolare (così, ad es., ZlEGLER 1949, c. 741 s.).
141 CASS. DIO, 53, 27, 2 s.
142 WISSOWA 1912 2 , p. 77 s., nota 7. L'iscrizione è in JACOBI 1930, p. 48 f.

-53-
Eugenio La Rocca

strutture greche ma con altri tempia romani ipetri e a pianta circolare , perdono la
loro pregnanza. Non v'è discussione sulla fondamentale "romanità" del progetto e
sul fatto che i raffronti con edifici greci siano evidentemente limitati. Ma non si può
in alcun modo trascurare che già dal suo nome, confermato per la prima volta in età
neroniana, il Pantheon palesi determinate connessioni greche, come sembra con-
fermare, malgrado le obiezioni di Griiner, il caso del Tychaion di Alessandria, su
cui tornerò più avanti. Altra cosa è definire il livello di tali connessioni che, come
vedremo, sembrano postulare un comune culto di un certo numero di dei con i so-
vrani divinizzati. Non v'è discussione neppure sull'esistenza a Roma di santuari
ipetri a pianta circolare, come il sacrarium degli Argei rinvenuto sull'Esquilino (in
Figlinisl)144 o le più limitate recinzioni di luoghi sacri, come il piccolo santuario di
Venere Cloacina nel foro Romano 145 e, potremmo aggiungere, verosimilmente la
columna Bellica146. Non è oggetto di dibattito, inoltre, la possibile conformazione
circolare ed ipetra di un templum: i confronti citati da Griiner potrebbero essere
estesi ulteriormente in base alle immagini su affreschi e stucchi di età romana. Tutto
questo è giusto, ma non tiene conto da un lato della complessità ideologica del Pan-
theon, percepibile anche nella fase augustea per quanto ci dicono gli scavi antichi e
recenti circa la sua reale conformazione - come si sarebbe potuto esprimere entro
una semplice galleria anulare il complesso intreccio di riferimenti religiosi e astro-
logici che rendono unico il programma figurativo e dottrinale del Pantheon? -,
dall'altro della stessa eterogeneità dei confronti addotti, collegati tra loro, almeno in
apparenza, solo dal fragile filo della loro ipetralità, che in sé non ha nulla di insoli-
to, né sotto il profilo religioso né sotto il profilo morfologico. Il supposto sacrarium
degli Argei, ad esempio, ha una pavimentazione in opus spicatum, come conviene
ad uno spazio a cielo aperto, e non in marmi colorati, come in quella fase del Pan-
theon da Griiner attribuita ad età domizianea, e che le nuove indagini tendono a
considerare con grande verosimiglianza in fase con l'età augustea. Pur volendo rite-
nere ammissibile la datazione domizianea - comunque poco sostenibile in base alla
verifica dello schiacciamento dell'edificio pre-adrianeo da nord a sud -, non muta la
questione di fondo, che, secondo la proposta di Griiner, anche in questa ipotetica
fase, di cui non v'è traccia archeologica, la cella del Pantheon avrebbe dovuto esse-
re ipetra, a imitazione di quella augustea. Si sarebbe riproposta, pertanto, l'anomalia
di uno spazio aperto con pavimento rivestito in marmi colorati.

3 GRUNER 2004, p. 506 ss.


144 ASTOLFI, CORDISCHI, ATTILIA 1990, p. 176 ss.; IlD. 1989-90, p. 59 ss.; CORDISCHI 1993, p. 39 ss.;
HASELBERGER 2002, s.v. Figlinae: Circular Wall, p. 124.
145 HULSEN 1905, p. 62 s., fig. 19; COARELLI 1983, p. 79 ss.; ID. 1993b, p. 290 s.; HASELBERGER 2002,
s.v. Cloacina, Sacrum, p. 93.
146 LA ROCCA 1993, p. 300 s.

-54-
Il Pantheon di Agrippa

9. // Pantheon come luogo di consecratio e del culto imperiale


Filippo Coarelli 147 ha acutamente intuito che la scelta del sito dove costruire
il Pantheon sia correlato con la leggenda della scomparsa di Romolo (fig. 1).
Uascensio ad astra del fondatore di Roma avvenne durante una rassegna del-
l'esercito nel luogo detto in origine Ovile14*, che prese in seguito il nome di Saep-
ta149, poco distante dalla palus Caprae150. Nessuno di questi siti fu risparmiato dai
grandi lavori di ristrutturazione iniziati da Cesare e proseguiti da Agrippa e da Au-
gusto. E se la palus Caprae potè trasformarsi probabilmente nell'elegante stagnum
Agrippae, terminale dell'Euripo che attraversava il Campo Marzio occidentale, i
Saepta, circondati dalla porticus Argonautarum a occidente e dalla porticus Melea-
gri ad oriente secondo un progetto avviato da Cesare, ma ultimato da Agrippa nel
26 a.C, perdute le originarie funzioni civili e militari, divennero nel tempo una
piazza sede di mercato e luogo di svago per oziosi 151 . Malgrado le obiezioni di
Adam Ziolkowski, la posizione del Pantheon, a ridosso dei Saepta, appare basata
proprio su questi lontani eventi mitici. Potrebbe anzi non essere casuale la somi-
glianza della pianta di molti mausolei a pianta circolare con pronao con quella del
Pantheon adrianeo: forse un riferimento colto al primo grande romano assunto tra
gli dei, assurto a simbolo della divinizzazione post mortem152. Per un analogo moti-
vo simbolico ad alcuni uomini illustri fu concesso, per decreto del senato ed a spese
pubbliche, il diritto di essere sepolti nel Campo Marzio 153 , in zone non lontane dalla
palus Caprae e dai Saepta. In seguito, e probabilmente sulla base del medesimo
programma ideologico, l'area settentrionale del Campo Marzio, proprio di fronte al
Pantheon, fu utilizzata per l'erezione degli altari di consecratio di molti imperatori
romani (fig. 1).
La conferma che anche il Pantheon di Agrippa fosse rivolto verso nord, ver-
so il mausoleo di Augusto e verso la regione celeste nella quale era comparso il
sidus Iulium, e inoltre che avesse una pianta simile all'attuale nelle proporzioni se
non nelle coperture - anzi che da essa germogli il Pantheon adrianeo -, ha conse-
guenze non secondarie per la lettura del monumento, e permette di capire meglio
l'intero programma ideologico sotteso alla realizzazione dei monumenti nel Campo
Marzio centrale.

COARELLI 1983, p. 41 ss., spec. p. 45. Vd. inoltre: RODDAZ 1984, p. 275 s.; THOMAS 1997, p. 163
s.; THOMAS 2004, p. 30.
148 V A R R Ò , R. 3, 2; ClC, Att., 1, 33; LlV., 26, 22, 11.
149 G A T T I 1999, p. 228 s.
150 COARELLI 1993a, p. 234.
151 S T A T . , Silv., 4, 5, 2; M A R T . , 2, 14, 5; 57, 2; 9, 59, 1; 10, 80, 4.
152 Una relazione morfologica è stata attentamente rilevata da WILSON JONES 1989, p. 108 ss.
153 Da ultimo: COARELLI 1997, p. 591 ss.

-55-
Eugenio La Rocca

Ci si può, in primo luogo, svincolare da un'inesatta interpretazione del cele-


bre brano di Svetonio 154 relativo ai prodigi che annunciarono la prossima scomparsa
di Augusto. Nell'occasione, durante un lustrum nel Campo Marzio (evidentemente
presso Vara Martis) alla presenza di un pubblico assai vasto, un'aquila cominciò a
librarsi in volo sul principe presente nella sua qualità di censore, e poi si trasferì
presso il vicino tempio, poggiandosi sulla prima lettera del nome di Agrippa inscrit-
to sulla trabeazione 155 . Si è proposto che il tempio fosse proprio il Pantheon, e che
la sua facciata fosse rivolta verso sud, in modo da permettere al pubblico presente
presso l'ara di Marte, sebbene non limitrofo, di osservare da lontano il fenomeno:
dalla località in cui era situato l'altare avrebbe dovuto essere quindi visibile la fac-
ciata del Pantheon56. Non credo che si evinca questo dal testo di Svetonio. Pur
ammettendo che il tempio sia effettivamente il Pantheon - ma non c'è sicurezza in
tal senso -, e che fosse possibile - ma questo mi sembra più difficile viste la distan-
za e la presenza intermedia dei Saepta con i suoi porticati - ammirarne una porzio-
ne almeno del fastigio dall'ara Martis, Svetonio non dice esplicitamente che gli
astanti videro l'aquila posarsi sul nome di Agrippa, ma che Augusto, "quo animad-
verso", comandò che fosse il suo collega Tiberio a recitare i voti che si era soliti of-
frire per il quinquennio seguente. Augusto, cioè, intuiva che sarebbe morto prima di
vedere la scadenza del prossimo lustrum, e che quindi non avrebbe potuto sciogliere
i voti recitati. Ora, il verbo animadvertere ha molteplici significati, tra cui quello di
"vedere", "osservare"; tuttavia nella sostanza esso significa "volgere l'animo ver-
so", che è qualcosa di non completamente analogo al vedere concretamente con i
propri occhi 157 . Il verbo adombra un presentimento. Mi sembra effettivamente più
verosimile che qualcuno presente al fenomeno ne abbia data immediata notizia al
pubblico intervenuto alla cerimonia presso la vicina ara Martis.
Se le cose stanno in questi termini, il sito sembra essere, a livello simbolico,
il polo di convergenza di un innovativo sistema religioso, come luogo di venerazio-
ne delle principali divinità olimpiche - con grande verosimiglianza anche Romo-
lo/Quirino - e di Augusto in qualità di cruvvaog (almeno secondo l'idea originaria
di Agrippa), in attesa che, a seguito della morte e dell'auspicata consecratio, fosse
assunto tra gli dei affiancandosi al primo divus della famiglia, Giulio Cesare.

154 SUET., Aug., 97.


155 In un recente commento del testo di Svetonio, si è avanzata l'ipotesi che l'aquila si fosse poggiata
non sulla A, bensì sulla M (letta come mors) del prenome Marcus: WlTTSTOCK, 1993, p. 512, nota 363.
Mi sembra sempre preferibile l'ipotesi che l'aquila si sia posata sulla A come iniziale del nome di Au-
gusto, di augurium augustum, di apotheosis etc.
156 COARELLI 1983, p. 41; SlMPSON 1997, p. 176, nota 36. Più recentemente Coarelli ha corretto la sua
posizione osservando come il Pantheon non sia così prossimo all'ara Martis, e quindi Svetonio per vi-
cina aedes possa intendere il tempio di Marte in Campo che doveva essere vicino all'ara: COARELLI
1997, p. 195.
157 TLL, II, 1990-1906, col. 74 ss.

-56-
// Pantheon di Agrippa

Quest'ultimo, già consecratus, rispondendo pienamente ai requisiti divini - ivi


compresa l'apparizione della cometa che, visibile nella regione settentrionale del
cielo, verso la quale era rivolto il Pantheon -, fu immediatamente immesso tra gli
dei olimpici oggetto di culto nel tempio, mentre Augusto, respinta prudentemente
l'idea di assumere alla greca la funzione di paredro degli dei ancora vivente, preferì
far porre la sua statua con quella di Agrippa nel pronao del tempio, in attesa del suo
turno.
Può essere allora immaginato che il Pantheon nasca sì con funzione dinastica
- un Augousteion, come chiaramente afferma Cassio Dione 158 -, ma con la stringen-
te necessità di creare una sorta di comunicazione tra episodi fino allora non coeren-
temente collegati: scomparsa ed apoteosi di Romolo; possibile presenza di tombe di
uomini illustri che bene avevano meritato nei confronti della repubblica nelle vici-
nanze della palus Caprae (poi diventata stagnum Agrippae); uccisione e consecra-
tio di Giulio Cesare, con tutti i suoi addentellati con la morte e la divinizzazione di
Romolo, delle quali sembra essere un calco 159 ; futura apoteosi di Augusto, il nuovo
Romolo in quanto fondatore della nuova Roma, e dei suoi discendenti.
Uopaion è in primo luogo un diaframma aperto fra terra e cielo, il passaggio
attraverso cui era possibile per un mortale ascendere all'Olimpo (figg. 27; 37). Per
questa via Romolo, archetipo di Augusto e degli imperatori romani, era stato assun-
to tra gli dei. Cesare non fu ucciso in questa zona del Campo Marzio, ma è innega-
bile che la morte e seguente divinizzazione di Romolo e del dittatore seguano un
medesimo schema. L'analogia era accentuata dalla presenza della statua del nuovo
divus nel tempio orientato verso la regione celeste nella quale era apparso il sidus
Iulium.
Inoltre l'aquila che, con una corona di quercia tra gli artigli, decorava il fron-
tone del Pantheon - secondo una sensibile e assai verosimile lettura dei fori
d'aggancio delle sculture alla parete timpanale, dovuta a Lucos Cozza 160 -, richia-
mava alla mente il prodigio che, con la presenza di un'aquila vera discesa sul tim-
pano del tempio, aveva fatto presagire la morte e la divinizzazione di Augusto (fig.
39). Ma essa simboleggiava principalmente Yascensio ad astra dei principi romani,
che avveniva nell'area antistante, nell'ampio piazzale lasciato libero tra i Saepta e
Yhorologium Augusti, poi occupato dai templi di Matidia e di Adriano, e dagli altari
di consecratio imperiali, costruiti nel luogo stesso degli ustrinà, i recinti nei quali si
elevavano le massicce e fastose pire funerarie degli imperatori defunti. Il rito sim-

T H O M A S 1997, p. 173.
159 B R E L I C H 1960, p. 133
ss.; C A R A N D I N I 2006, pp. 299 ss., 467 ss. (con analisi, critica delle fonti, e
bibliografia precedente).
160 DE FINE LlCHT 1966, p. 45 s. (sulla base di osservazioni di Lucos Cozza); RODDAZ 1984, p. 274.

-57-
Eugenio La Rocca

Fig. 39. Ricostruzione ipotetica della decorazione frontonale del Pantheon adrianeo, secondo la proposta di
Lucos Cozza (da DEFlNELlCHT 1966).

bolico che si svolgeva nell'occasione è ben noto: dato fuoco alla pira, quando le
fiamme ne raggiungevano la sommità, si scioglievano automaticamente i nodi che
imprigionavano in una gabbia un'aquila la quale, finalmente libera, volava via tra-
sportando con le sue possenti ali la pars divina dell'imperatore, liberata dalle spo-
glie mortali.
In epoca severiana, quando il Pantheon fii restaurato, non si comprendeva
più il senso preciso del suo nome. Secondo Cassio Dione, era così chiamato "pro-
babilmente" perché vi erano gli àyà^jiaxa e le eiicóveq di molti dei, ma "la ragione
principale" era da imputare alla cupola che rappresentava il cielo 161 . Più di un seco-
lo dopo, nel 357 d.C, Costanzo II in visita a Roma, poteva ancora ammirare il Pan-
theon simile a un'area rotonda della città sollevata per mezzo di volte a livelli am-
mirevoli, e i suoi alti vertici (vertices: più che le colonne, come è talvolta tradotto, è
meglio pensare alle edicole) elevati su piattaforme che si potevano ascendere facil-
mente, e recanti le statue degli antichi imperatori 162 . Ammiano, nel raccontare la vi-
cenda, non rammenta più le statue degli dei, ma solo quelle degli imperatori che nel
tempo avevano affollato lo spazio interno della rotonda occupando le nicchie sulle
pareti a danno, forse, dei primitivi occupanti divini. Il Pantheon era ormai definiti-
vamente connesso con gli imperatori romani: un rapporto che, è da supporre, diffi-
cilmente può essere stato impostato in epoca tardo-antica, ma sembra essere organi-
co alla costituzione del tempio sebbene, per una serie di circostanze sfortunate, non
vi siano documenti in merito.
Se queste osservazioni cogliessero nel segno, si può immaginare che l'area
tra mausoleo di Augusto e Pantheon fosse rimasta non casualmente sgombra da edi-
fici monumentali, ad esclusione dell'immissione, tra il 10 e il 9 a.C, dell'obelisco-
161CASS. DIO, 53,27,2-3.
162AMM. MARC, 16, 10, 14: ... velut regionem teretem speciosa celsitudinem fornicatam; elatosque
vertices qui scansili suggestu consurgunt, priorum principum imitamenta portantes. Il testo non è pur-
troppo privo di difficoltà interpretative.

-58-
// Pantheon di Agrippa

meridiana e dell'ara Paris, con i loro riferimenti al natale di Roma e al natale di


Augusto; riferimenti che hanno un precedente proprio nel Pantheon se, come sem-
bra verosimile, il fenomeno dei raggi solari proiettati dall'opaion verso la porta
d'ingresso al tempio intorno al 21 aprile, e immediatamente al di sopra della porta
intorno al 23 settembre, fosse elemento essenziale della sua simbologia già nella
redazione augustea.
Non sappiamo, purtroppo, quando prevalse l'idea di costruire altari nel luogo
degli ustrinà, ma mi sembra chiaro che la scelta dell'area dove si svolgeva il rito
fondante per la consecratio imperiale sia direttamente correlata alla sua localizza-
zione tra il mausoleo di Augusto e il Pantheon. E se la prima informazione in meri-
to risale alla consecratio di Sabina, raffigurata su uno dei pannelli dell'Arco di Por-
togallo, non è da dubitare che buona parte degli imperatori che sono succeduti ad
Augusto, e dei membri divinizzati della loro famiglia, avranno svolto i loro fastosi
funerali in questa zona del Campo Marzio.
10. Relazioni con il mausoleo di Augusto
Diventa a questo punto significativa la precisa corrispondenza assiale e, al-
meno in origine, visiva, tra il Pantheon ed il mausoleo di Augusto 163 . Prolungando
l'asse del Pantheon verso settentrione, esso incrocia il mausoleo (fig. 40). Poiché i
due monumenti sono stati realizzati quasi certamente negli stessi anni - il mausoleo
di Augusto era ormai compiuto nel 23 a.C, quando le sue porte furono aperte per
ospitare le ceneri di Marcello; il Pantheon fu dedicato da Agrippa il 27 o il 25 a.C
- la loro posizione sul medesimo asse, non solo non appare casuale, ma deve obbli-
gatoriamente essere il risultato di un progetto urbanistico unitario. È comunque ve-
rosimile che ci sia un rapporto proporzionale tra il diametro del mausoleo, con i
suoi 300 piedi circa calcolati alla base, e il diametro del Pantheon.
Prima che fossero realizzati nel settore del Campo Marzio presso Montecito-
rio Vara Paris, l'altare votato alla Pax Augusta dal Senato nel 13 a.C, Yhorologium
solare di Augusto, ed in seguito gli altari di consecratio degli imperatori (fig. 40), lo
spazio vuoto tra le due strutture doveva ulteriormente rafforzare il collegamento;
ma è possibile che anche in seguito fosse lasciato libero l'asse visivo tra di essi, an-
che se limitato ad un tracciato simile ad un viale. _
Se il Pantheon era stato pensato, anche se non dedicato effettivamente, come
un Augousteion, quindi luogo deputato al culto di Augusto e della sua famiglia -
all'inizio come auwaoi delle autentiche divinità olimpiche e di mortali divenuti divi

163 Così aveva già visto NlSSEN 1869, p. 226. Inoltre: CASTAGNOLI 1948, p. 148 ss.; LOERKE 1982, p.
51; LOERKE 1990, p. 42 e nota 47; THOMAS 1997, p. 174 s., fig. 6.

-59-
Eugenio La Rocca

Fig. 40. Pianta del Campo Marzio di età imperiale. I monumenti di età augustea sono campiti in bruno;
quelli di età neroniana in verde; quelli di età flavia in azzurro; quelli di età adrianea in viola; quelli di età
anloniriiana e severiana in rosa. La linea rossa indica il rapporto visuale tra Pantheon e mausoleo di Augu-
sto (rilievo di P. Mazzei).
(Cesare e, plausibilmente, Romolo/Quirino), e solo post mortem nel loro nuovo sta-
tus divino o semidivino -, il rapporto ideologico, e visivo con il mausoleo di Augu-
sto diventa cogente. La sede delle sepolture dinastiche si affaccia, a debita distanza,
verso il tempio destinato al culto del principe e della sua dinastia, anche se nel
27/25 a.C. per ragioni politiche si preferì soprassedere, evitando ad Augusto
un'eccessiva esposizione mediatica nel momento in cui il suo potere non era ancora
del tutto consolidato.

-60-
// Pantheon di Agrippa

Di questa originaria funzione del Pantheon non resta quasi traccia nelle fonti
superstiti. Un solo debole indizio è offerto dall'informazione che il collegio dei fra-
tres Arvales si riunì nel Pantheon 1*11 gennaio del 58 e il 12 gennaio del 59 d.C.
Poiché il sacerdozio dei fratres Arvales era finalizzato, oltre che al culto della Dea
Dia nel suo bosco sacro fuori città, alla celebrazione dei fasti della famiglia impe-
riale, e la scelta dei luoghi d'incontro rispetta per lo più tale riferimento, se ne con-
clude che il Pantheon avesse, almeno in età neroniana, un'attinenza con le cerimo-
nie destinate ai principi giulio-claudii.
Un'ulteriore, ed insperata, sorpresa giunge dalla lettura di alcuni graffiti inci-
si sulla pavimentazione in lastre di travertino dinanzi al mausoleo di Augusto, esat-
tamente nel settore nord-orientale rispetto la porta d'ingresso 164 . Sono autentici
schizzi architettonici grandi al vero, per l'esattezza un timpano di m 17 di lunghez-
za, la porzione angolare di un altro timpano contrapposto al precedente, che, mal-
grado il disegno sia parziale, doveva raggiungere una lunghezza di m 36 circa, non-
ché la pianta di un capitello di m 2,80 di lato, parzialmente sovrapposta al timpano
minore. Un'accurata analisi compiuta da L. Haselberger ha condotto alla sorpren-
dente conclusione che il timpano più grande sia uno schizzo fedelissimo, fin nelle
minime proporzioni, del frontone del Pantheon adrianeo, ivi compresa la disposi-
zione delle colonne, delle quali è marcato l'asse con l'ausilio di cerchielli 165 . Il pa-
vimento dinanzi al mausoleo di Augusto era stato adoperato come una tavola da di-
segno. Poco importa, ai fini del riflesso di questa scoperta sugli edifici circostanti,
se il lastricato sia di età flavia oppure di età adrianea: certamente il disegno, come
documenta Haselberger, è di età adrianea. Lo schizzo dei due timpani è purtroppo
conservato parzialmente; se del timpano maggiore ne fosse stato disegnato, come
sarebbe plausibile, solo metà, con la sua misura di 20 m circa avrebbe superato di
poco l'asse mediano del mausoleo 166 .
Le spiegazioni della presenza di tale schizzo possono essere molteplici. Ha-
selberger osserva che in questa zona del Tevere è documentata la presenza di non
meno di tre botteghe di marmorari che usufruivano evidentemente del Porto di Ri-
petta per l'approvvigionamento delle materie prime 167 . Nella zona sono stati infatti
trovati molti materiali di scarto di lavorazione 168 . Ma c'è sempre il problema della
distanza tra il mausoleo, nelle cui vicinanze sarebbero state collocate le botteghe, ed
il Pantheon, circa ottocento metri. Ci si deve chiedere, inoltre, come fosse possibile

]M Carta Archeologica di Roma, II, 1964, p. 99 I V ; H A S E L B E R G E R 1994, p. 279 ss., fig. 1, taw. 106,
107; H A S E L B E R G E R 1994a, p. 323 ss., figg. 6, 1, 14, 15-17, 29.
165 H A S E L B E R G E R 1994, p. 280 ss., fig. 1 in alto; tav. 107,1; H A S E L B E R G E R 1994a, p. 327 ss., figg. 6 in
basso, 14, 15-17.
166 II rapporto è ben visibile nella veduta ricostruttiva in H A S E L B E R G E R 1994a, p. 336, fig. 29.
1 6 7 L A N C I A N I 1893-1901, taw. 8, 15; F A N T 1988, p. 152 s. e nota 30 e s.; H A S E L B E R G E R 1994, p. 288.
168 F A N T 1988, p. 152 s.

-61 -
Eugenio La Rocca

adoperare uno spazio pubblico, di fronte ad un monumento di tale valore religioso e


storico, senza alcun intervento restrittivo da parte delle magistrature competenti.
Non è l'unico graffito riferibile al Pantheon, visto che tracce di altri graffiti sono
documentate anche sui pilastri dell'atrio del tempio 169 . Quanto rende il disegno di-
nanzi al mausoleo unico nel suo genere è la misura pari alla struttura architettonica
realizzata. Si può supporre, senza.dubbio, che nei pressi delle botteghe dei marmo-
rari fossero eseguiti i disegni preparatori, quelli di tipo preliminare 170 , per procedere
al taglio dei blocchi ed alla loro sagomatura, e che gli artigiani avessero trovato solo
davanti al mausoleo di Augusto uno spiazzo di misura sufficiente per realizzare in
modo compiuto il loro lavoro; anzi, che le autorità avessero favorito l'uso del piaz-
zale davanti al mausoleo perché i graffiti erano destinati alla realizzazione di un
monumento pubblico. La situazione è però molto curiosa, e non chiaramente spie-
gabile. Lo stesso Haselberger si pone la domanda se non vi fosse qualche altra fina-
lità nella scelta della sede per la realizzazione dello schizzo, non esclusivamente
pratica; ma lascia aperta la questione 171 .
Una risposta, sia pure in forma ipotetica, potrebbe esserci: realizzare il nuovo
timpano del Pantheon secondo un rapporto proporzionale compatibile con la faccia-
ta monumentale del mausoleo di Augusto, e quindi perfezionare la coincidenza tra
gli assi dei due edifici. Non si spiega altrimenti, come ha osservato Haselberger,
perché l'asse mediano del graffito, ora solo ipotizzabile, risulti essere più o meno
allineato con il portale d'ingresso al mausoleo. Qualora si fosse trattato di schizzi di
bottega, magari di una di quelle botteghe di marmorari che si erano assicurate uno
spazio prezioso nelle vicinanze del porto di Ripetta, questa coincidenza abbastanza
precisa di misure ed orientamenti non avrebbe avuto alcuna necessità. Al contrario,
sarebbe stato a mio parere inverosimile che una bottega, per quanto impegnata in
committenze imperiali, avesse occupato lo spazio antistante il mausoleo di Augusto
per svolgere le proprie attività artigianali 172 . Ben altra cosa sarebbe stato, invece,
obbedire ai precetti della committenza imperiale, che richiedeva come requisito es-
senziale una precisa corrispondenza tra mausoleo e nuovo Pantheon, evidentemente
in linea con la soluzione già adottata in rapporto con il Pantheon di Agrippa: il col-
legamento visivo e ideologico tra i due monumenti era vitale.

169 H A S E L B E R G E R 1994, p. 299 e nota 83.


170 H A S E L B E R G E R 1994, p. 300.
171 H A S E L B E R G E R 1994, p. 302.
172 Ormai l'intero Campo Marzio settentrionale aveva mutato d'aspetto, e numerose costruzioni riempi-
vano lo spazio già destinato a giardini. Contrariamente a quanto supponeva Guglielmo Gatti, che si sia
tentato di conservare la sistemazione a parco dell'area compresa tra il mausoleo e l'odierna piazza Co-
lonna, i risultati degli scavi compiuti danno un quadro assai differente, sebbene debba essere stato con-
servato un viale di collegamento tra mausoleo di Augusto e Pantheon. Si legga la stupita osservazione
di H A S E L B E R G E R 1994, p. 300, che rileva come, nella realtà storica, l'immagine effettiva del mausoleo
si distanzia da quella offerta da Strabone, che ricorda un monumento circondato da splendidi giardini.

-62-
PARTE II

IL TYCHAION DESCRITTO DALLO PSEUDO-LIBANIO

1. // Tychaion di A lessandria
Come per il mausoleo di Augusto, anche per il Pantheon, la cui struttura base
è stata in seguito modello per edifici sacri, come il tempio di Zeus Asclepio
nell' Asklepieion a Pergamo (che, per inciso, conteneva statue di Adriano quale syn-
naos del dio) 1 o, in modi più variati, a Roma stessa, per alcuni edifici funerari a
pianta circolare con cupola, come il ed. mausoleo di Tor de' Schiavi sulla via Pre-
nestina, il mausoleo di Massenzio sulla via Appia o il mausoleo detto di Elena sulla
via Labicana (monumenti che assumono le caratteristiche di heroa)2, sono state
prudentemente avanzate possibili tangenze con soluzioni architettoniche e topogra-
fiche alessandrine 3 . Tra le più significative conta una struttura a nicchie semicirco-
lari dedicata alla Tyche4, citata purtroppo solo in documenti della tarda antichità (il
primo è del IV secolo d.C). Era collocata, secondo la più comune opinione, ad
Alessandria, nell'ambito dei palazzi reali poiché era vicino al Museo, ed al suo
fianco scorreva un canale (in seguito prosciugato e trasformato in un viale) chiama-
to anch'esso Tychaion che, secondo la testimonianza dello Pseudo-Callistene 5 , si
dirigeva appunto verso il centro della città.
Il monumento è descritto in maniera particolareggiata, ma con non poche dif-
ficoltà interpretative, in una delle èKippàosiq (o esercizi descrittivi) raccolte sotto il
nome di Libanio di Antiochia (314-393 d.C) 6 - probabilmente non di sua mano, ma
dello Pseudo-Nikolaos, un retore dalla cronologia incerta (vissuto, secondo studi

1 ZIEGENAUS, DE LUCA 1981, p. 33 ss.; HOFFMANN 1984, p. 95 ss.; RADT 1999, p. 231, figg. 175, 176.
2 RASCH 1984; RASCH 1993; TSCHIRA, DEICHMANN, RASCH ET AL. 1998; FlLETICI 2009, p. 43 ss. Sui
mausolei come heroa: LA ROCCA 2000, p. 204 ss., spec. p_. 214 ss.
3 LA ROCCA 1999, p. 283.
4 L U M B R O S O 1875, p. 11; B O T T I 1898, p. 37 ss.; A U S F E L D 1900, p. 348 ss., spec. p. 367; C A L D E R I N I

1935, p. 155, s.v. TDXCUÒV; A D R I A N I 1966, p. 258 s., s.v. Tychaion; G O U K O W S K Y 1978, p. 150;
T K A C Z O W 1984, p. 15; F R A S E R 1972, I, p. 242, II, p. 392, nota 417; L O N G 1987, pp. 84 s., T 24. A . ,
212 ss., 307 s.; S T E W A R T 1993, pp. 243 ss., 383 s., T 95; G R I M M 1998, p. 70; GHISELLINI 1999, p. 97 ss.
5 P S . C A L L I S T . , 1,31,4.
6 L I B A N . Progymnasmata, XII, 'EioppàoeK; 25, in: F O E R S T E R 1915, p. 529 ss.; H E B E R T 1983, p. 10 ss.
(con traduzione in tedesco); S T E W A R T 1993, pp. 40, 243 ss. (con traduzione in inglese); C A L L U 1994, p.
272 s. (con traduzione in francese); G I B S O N 2008, p. 486 ss. (con traduzione in inglese). Vd. inoltre:
G I B S O N 2007, p. 431 ss.
Eugenio La Rocca

recenti, in un periodo compreso tra la fine del IV e il V secolo d.C), oppure, meno
verosimilmente, di Aphtonios, un allievo di Libanio vissuto verso la fine del IV se-
colo 7 :
"Un peribolo è collocato nel mezzo della città, dedicato a molte divinità, ma complessivamen-
te è detto della Tyche (Téjnevo<; év uiactìLxfjc; nóXscùq i8puxai auyiceijievov jièv èie 7tÀ£ióva>v Oecov,
Tx)%eq 8è ànav àvó|jaoxai) ... Così è conformato il luogo (ó x^poq): il tutto è dal pavimento fino
al soffitto (ànac, é£ eSàcpoix; eie, òpo(pr|v) artisticamente elaborato; la costruzione è scandita da nic-
chie semicircolari ( m i a KUKAXHX; fjuiaeaq), a ognuna delle quali sono anteposte colonne di vario
tipo. Le nicchie sono state realizzate per l'esposizione di statue, ed è possibile contare le nicchie
in luogo delle statue; fra le statue si elevano le colonne. Non ci sono le statue di tutti gli dei, ma di
dodici. E un vertice enfatizza la posizione del fondatore rispetto agli altri che sono agli estremi e
nelle posizioni intermedie (KOÙ Kopucpf) jièv E%EI TÒV oktoTf|v é£ éxépcov àKpcov m i jiéacov); qui
egli è collocato, portando la memoria [o il simbolo] del Soter (àvéaxnKe 5è cpépcov |ièv aùxò<; xou
ZcoTfjpoq vmóuvriuxx), ed è retto da quello attraverso cui la città è usualmente nutrita. E Charis
evidenzia la natura della terra; dalla metà delle statue degli dei, secondo il numero, essa è circon-
data. Esattamente al centro è collocato un gruppo scultoreo raffigurante Tyche che tramite una
corona notifica la vittoria di Alessandro. E da Tyche è coronata Ghe, che a sua volta incorona il
vincitore. Nikai sono ai lati di Tyche e tramite di esse l'artista ha evidenziato bene la potenza di
Tyche, poiché Tyche sa di vincere tutto. Così culmina l'aspetto del luogo, nella corona di alloro
[retta] dalla statua (é£ àyàA,|iaxo<; Sóupvivov oxécpavov). E uno discute di filosofia alto su un sedile,
un altro è nudo e reca nella mano sinistra un'immagine del cielo, ma la destra è tesa su tutto; nu-
do, senza vestiti, così egli è raffigurato. E stele di bronzo stanno all'interno sul pavimento, sulle
quali sono incise le leggi della città (KOÙ orfica XOXKOX Kaxà uicov éaxfJKaoiv éSacpoq
éyK6Ko^a(i|xévai xà xfjq 7tóA,£ax; vó|iuaa). E all'interno sono porte che conducono nel peribolo sa-
cro delle Muse (icaì Kaxà uéaov ai Tvokmrcapàxò Mouacov ayouaat xéusvoc;). Re di bronzo stanno
all'interno (xaÀxo! 5è paoiXeiq Kaxà uiaov éaxfJKaoiv), non tutti quelli che si sono susseguiti nel
tempo, ma di questi solo i più rinomati".

7 Secondo F O E R S T E R 1 9 1 5 , p. 4 3 8 s., delle 3 0 descriptiones sono attribuibili a Libanio non più delle
prime sette della serie; delle restanti, la maggioranza sarebbe opera di uno ?seuào-Nikolaos, da non
confondersi con il più celebre sofista di V secolo Nikolaos di Myra ( S T E G E M A N N 1 9 3 6 ) . H E B E R T 1 9 8 3 ,
p. 8 s., riduce ulteriormente il numero delle attribuzioni a Libanio a due sole descrizioni, due pitture nel
Bouleuterion di Mileto. La descrizione di una pittura con la gara di corsa degli eroi troiani sarebbe di un
altro autore ignoto, e le restanti assegnate a "ein eifriger, aber beschrànkter Nachahmer des Libanios"
che potrebbe essere, secondo lui, proprio Nikolaos di Myra. La traduzione del brano che qui riporto è
stata rivista ed ampiamente migliorata con l'aiuto di Emanuele Dettori, cui devo moltissime delle in-
formazioni a carattere filologico che seguono. Senza il suo aiuto, non sarebbe stato possibile apportare
alcuni importanti chiarimenti ad un testo che presenta notevoli difficoltà interpretative.

-64-
// Pantheon di Agrippa

È usualmente connesso a questa descrizione un brano di Teofìlatto Simocata 8


il quale, a proposito delle drammatiche vicende che condussero all'uccisione
dell'imperatore bizantino Maurizio (602 d.C), racconta che un famoso calligrafo:
"giunto presso la zona della città detta Tychaion (è questa una località [%copo<;] celebre di
Alessandria) vide i simulacri più illustri scivolar giù dalle loro basi, rivolgersi a lui a gran voce e
chiamarlo apertamente per nome (óp# xovq é7uor|uoxépou<; xcov àvSpidvxcov ÈK XCOV PCOJI&V
Ka9ep7ti)aavTa<; K<XÌ iieyioTnv aùxcò àqnévxac; (p©vf|v), e con voce squillante e tesa annunciargli che
in quel giorno era accaduta una grave calamità all'imperatore Maurizio".

La complessità del testo dello Pseudo-Libanio non aiuta a capire con la ne-
cessaria precisione quale fosse l'esatta conformazione del monumento che, pur es-
sendo stato in funzione almeno fino agli inizi del VII secolo 9 , per una serie di rife-
rimenti alla presenza pressoché esclusiva di sculture di età tolemaica (vi sono, come
credo, le immagini di sovrani lagidi ma non di imperatori romani, forse con la sola
eccezione del personaggio nudo con la sfera celeste in mano), e per la posizione
centrale del gruppo scultoreo con Alessandro Magno, dovrà supporsi realizzato du-
rante l'Ellenismo. La sommaria reiterazione di p,éaov e Kaxà uéaov per definire la
collocazione di sculture, delle stele di bronzo, delle porte, non aiuta a sciogliere
l'ingarbugliata matassa. È chiaro che Kaxà uéaov significhi "nel mezzo di", ma con
una forte sfumatura che sembra suggerire "all'interno" (di un determinato spazio):
le porte che conducono al peribolo delle Muse, ad esempio (KGIÌ Kaxà uéaov ai
7ruA,at 7tapà xò Mouatòv ayouaai xéusvoq), non possono essere nel mezzo
dell'edificio, ma al suo interno 10 .
8 Hist., 8, 13 (ed. Bekker, p. 342; ed. de Boor, p. 310).
9 Oltre la vicenda del 602 descritta da Teofìlatto Simocata, sembra che al santuario possa essere riferito
un proskynema databile nell'ambito del VI secolo: N É R O U T S O S - B E Y , "Inscriptions grecques et latines
recueillies dans la ville d'Alexandrie et aux ses environs", RA, III ser., 9, 1887, p. 203, n. 8. Vd.: H A A S
1997, p. 167. In quanto alle iscrizioni con le leggi, è noto in base al Codex Theodosianus XIV, 27, 1,
che una legge del 396 fu collocata ndVEutycheion di Alessandria.
10 Ad es. H E B E R T 1983, p. 13 s., traduce Kaxà uéaov con "mitte" e G I B S O N 2008, p. 487 ss., con "in the
middle". Riporto qui di seguito alcuni fondamentali chiarimenti in merito al termine che mi sono state
fornite da Emanuele Dettori, che desidero ringraziare per la cortese collaborazione. Kaxà uéaov è adot-
tato sia in funzione di spazi aperti sia di spazi chiusi. In questo caso, viste le caratteristiche del testo,
sembra essere obbligatorio pensare a uno spazio chiuso. Si presentano per confronto due brani, uno tar-
do-ellenistico e un altro tardo-antico, nei quali Kaxà uéaov significa appunto "nel mezzo", ma "dentro"
o "all'interno di uno spazio chiuso". Il primo testo è di Kallixeinos di Rodi ( C A L L I X . R H . , FgrHist, 627
F 1 Jacoby): noXkà 5è KOÙ exspa Kaxà uéaov xfjq veàx; xò KUXOC; év KoiXm Kaì Kaxà rcàv àuxffe jxépoq
otKf|uxxxa rjv. Si parla della celeberrima nave 0akau£yó<; fatta costruire dal Filopatore. La possibile
traduzione è: "c'erano molte altre cabine, dentro (o all'interno) dello scafo della nave, nella stiva, e in
ogni sua parte". Il secondo testo è di Procopio di Cesarea ( P R O C O P . , de beli., 1, 4, 18): àvecoyévai xe
aùxou àu(pco xà óaxpaKa, cov 5f| Kaxà uéaov xò nàpyapov eiaxf|K£t Géaua Xóyou nohXox* à^iov: "ambe-
due le sue valve erano aperte, dentro le quali (o al cui interno) stava la perla, uno splendido e notevole
spettacolo".

-65-
Eugenio La Rocca

Lo Pseudo-Libanio non parla mai di una vera e propria struttura templare,


bensì di un xé\i£voq, di un x&poq e di KUKXOI f||iiaei<;. Anche Teofilatto Simocata
riferisce di un %&poq detto Tychaion, e non di un edifìcio. Tuttavia, con xéjLievoc; si
può intendere l'intera area sacra di proprietà del dio, ivi compreso il tempio 11 , e con
Xcopoq la località che dal tempio prende nome. A rendere più difficile l'inter-
pretazione, lo Pseudo-Libanio non dice che la struttura fosse dedicata alla Tyche,
bensì a molte divinità (un Pantheon?), e che dalla Tyche prendeva il nome. Si po-
trebbe supporre, perciò, che Tychaion fosse esclusivamente un toponimo, e non il
nome della struttura nella quale erano le statue degli dei. Ma il principale gruppo
statuario all'interno del complesso mostrava una Tyche che incoronava Ghe che in-
coronava a sua volta Alessandro Magno. Tyche aveva, perciò, una funzione domi-
nante nel programma figurativo, e per tale motivo, anche qualora la struttura in sé
non si fosse chiamata con codesto nome, sembra ancora verosimile identificare la
struttura con il Tychaion alessandrino.
In quanto alla morfologia, non si può escludere, in via di principio, che il re-
tore non descriva le membrature di un edificio concepito unitariamente, e che la
struttura sia da immaginare come un piazzale aperto con porticati semicircolari con-
trapposti 12 , secondo uno schema architettonico di cui si può avere un'idea solo at-
traverso i rilievi, le pitture e gli stucchi romani, non essendoci finora alcuna precisa
testimonianza archeologica di età ellenistica 13 . Ma la descrizione di un complesso
tutto (ànaq) artisticamente elaborato, dal pavimento al soffitto, si addice meglio a
un edificio coperto, in quanto la frase ànaq é§ é8àcpou<; eìq òpocpiyv non sembra am-
mettere una limitazione della copertura a singole membrature architettoniche. La
presenza all'interno della struttura di porte che conducevano al peribolo delle Muse
rende ancor più complessa la situazione architettonica e urbanistica. Se, come appa-
re verosimile, la descrizione dello Pseudo-Libanio si riferisce a monumenti alessan-
drini, il Mouacov xéjievoc; dovrà essere identificato con il celeberrimo Mouseion
fondato da Tolemeo I Soter, che era appunto un parco, con uno o più edifici al suo
interno 14 .

11 Sul concetto di temenos: LATTE 1934, col. 435 ss.


12HEBERT 1993, p. 16 ss.
13 GRUNER 2004, p. 506 ss., partendo dal presupposto che il Pantheon augusteo fosse una struttura cir-
colare scoperta cinta da porticati, ne confronta la morfologia con il rilievo con paesaggio bucolico a
Monaco di Baviera e con dettagli degli stucchi della Farnesina. Naturalmente i confronti potrebbero
essere ampliati.
14 CALDERINI 1935, p. 128, s.v. Mouaeiov; ADRIANI 1966, p. 228 s., s.v. Museo; FRASER 1972,1, pp. 14
s., 312 ss., II, p. 469, nota 69; BERNAND 1998 2 , p. 127 ss.; GRIMM 1998, p. 45 ss., spec. p. 48 s.

-66-
// Pantheon di Agrippa

La struttura descritta dallo Pseudo-Libanio sembra essere una rotonda con


esedre semicircolari 15 , entro le quali erano collocate le statue dei dodici dei, e con
porte che conducevano a un'area sacra dedicata alle Muse. È possibile che all'in-
terno della rotonda le esedre fossero solo dodici, pari al numero delle statue dei do-
dici dei canonici del pantheon greco-alessandrino 16 ; ma è altrettanto possibile che vi
fossero altre esedre che contenevano immagini di divinità non comprese nel canone,
o meglio, alcuni dei gruppi statuari descritti in seguito. Sicuramente, su un culmine
che può essere, con maggiore probabilità, la cima di una colonna o un alto basa-
mento figurato all'interno dell'edificio - il testo parla di una Kop\xpf| che enfatizza-
va la posizione della statua al di sopra di tutte le altre 17 -, ma forse anche la sommi-
tà della struttura (si è pensato anche a una statua acroteriale esterna, alla cima del
cono di copertura dell'edificio), c'era l'immagine del fondatore retto da un attributo
connesso con la fertilità della terra (una base o un capitello figurato con cornuco-
pie?) 18 . Codesto fondatore reggeva il simbolo di un Soler (i)7có|ivr||ia come "simbo-
lo", come hanno suggerito, anche se con soluzioni differenti, A. Stewart 19 e C A .
Gibson 20 , piuttosto che "memoria" o "ricordo"), ma non è chiaro di quale Soter si
parli, e cosa si intenda effettivamente con wtó|ivr||ia. L'interpretazione vulgata vuo-
le che il personaggio in questione sia Tolemeo I Soter, fondatore del Mouseion e,
probabilmente, del Tychaion ad esso collegato. L'ipotesi di C A . Gibson, che vi ri-
conosce Alessandro Magno con il fulmine di Zeus So ter in mano 21 , è, però, più
convincente. Tolemeo I è sì colui che ha costruito il Tychaion, ma non è oiKiarriq,
un termine che significa "fondatore di città" o al massimo "colonizzatore", e non
"fondatore di edifici sacri".
Nel Tychaion c'erano poi una statua di Charis idealmente abbracciata da sei
divinità, e un gruppo scultoreo composto da Tyche, affiancata da Nikai, che incoro-
nava Ghe, la quale a sua volta incoronava Alessandro Magno 22 , individuato in que-
sto caso attraverso il suo nome. Lo schema di base - una divinità o una personifica-
15 Solo S T E W A R T 1993, pp. 243 ss., 383 s., T 95, propone un edificio a pianta quadrata, mentre G I B S O N
2007, p. 450, suggerisce un ambiente ovale, o quadrato o rettangolare, con absidi semicircolari su due
lati.
16 Sui dodici dei in Alessandria, rimando a GHISELLINI 1999, passim (spec. p. 100 ss. per i riferimenti
alle sculture del Tychaion).
17 G I B S O N 2007, p. 436 s.
18 Sulle differenti interpretazioni del brano: G I B S O N 2007," p. 435 ss.; G I B S O N 2008, p. 489, nota 90.
Interessante l'interpretazione "cristiana" di T H O M A S 2004, p. 20: "In Libanius's time this statue holds a
sign of Christ, but it is otherwise marked by locai symbols of the city, so that the Christian symbol may
perhaps be taken as a later addition". Questa interpretazione delFùnóuvn.ua del Soter implica che
l'autore del testo fosse un cristiano: e ciò non si evince dal contesto.
19 S T E W A R T 1993, p. 384.
20 G I B S O N 2007, p. 439 s.
21 G I B S O N 2007, pp. 439 ss., 441; G I B S O N
2008, p. 489, nota 89.
22È questa l'esatta impostazione del gruppo come descritta da Libanio, e non quella offerta da Thomas
che, rovesciando il sistema, pensa che Alessandro sia incoronato da Tyche, a sua volta coronata da Ghe\

-67-
Eugenio La Rocca

zione che incorona un uomo politico, un comandante militare, un benefattore, come


dimostrazione di gratitudine per i loro meriti, oppure la personificazione stessa del
demos23 e, in seguito, di singole città - è documentato dall'età classica in poi. A
Delfi, un gruppo bronzeo della metà del V secolo a.C. ca., opera dell'artista cretese
(di Cnosso) Amphion, figlio di Akestor, raffigurava Batto, il fondatore di Cirene, in
quadriga incoronato dalla Libia, mentre Cirene reggeva le redini dei cavalli 24 . Sem-
pre a Delfi, al centro del celeberrimo donario per la vittoria navale degli spartani
sugli ateniesi a Egospotami, era posto Lisandro incoronato da Poseidon, opera di
Dameas25. A Olimpia, in un gruppo statuario l'Elide incoronava Demetrio Poliorce-
te e Tolemeo I Soter, mentre in un altro gruppo era la Grecia a porre con una mano
una corona sul capo di Antigono Doson, tutore di Filippo V, e con l'altra mano una
corona sul capo dello stesso Filippo V 26 . Sul monumento funerario di Iulius Zoilus
ad Afrodisia, il defunto è incoronato in scene separate da Time e da Polis21. Sempre
ad Afrodisia, sui pannelli che decoravano i porticati del Sebasteion, sono raffigurati
Agrippina come Tyche, con una cornucopia, mentre incorona il figlio Nerone al
momento dell'accessione al principato nel 54 d.C.28; Claudio incoronato dal genius
populi Romani (o dal genius Senatus) mentre stringe la mano di Agrippina che reg-
ge con la sinistra spighe di grano 29 ; la dea Roma (o Arete o Andreid) che incorona
Afrodite, la dea protettrice di Afrodisia30; un imperatore a fianco di un trofeo, inco-
ronato dal genius populi Romani (o dal genius Senatus) l. Si possono incontrare poi
impostazioni ribaltate: è il fondatore a incoronare la personificazione della città da
lui fondata. Su un rilievo nella Yale University Art Gallery di New Haven, ma pro-
veniente da un edificio nei pressi dell'agorà di Dura Europo, il ed. tempio delle
Gaddè, probabilmente un centro religioso, oltre che sociale e commerciale, dei pal-
mireni residenti nella città, alla presenza di un sacerdote del culto, il Gad (antica
divinità siriana della buona fortuna, sinonimo della greca Tyche) di Dura seduto,
nelle vesti e nell'iconografia simile a Zeus Olympios, con scettro e affiancato da due
aquile, e forse assimilato a Baalshamin, è in procinto di essere incoronato da un
personaggio in corazza, che una delle iscrizioni sulla lastra permette di identificare

LAWTON 1995, figg. 36,43, 46,49 (incoronazione di benefattori), 38 (incoronazione del demos).
24 P A U S . , 10, 15, 6.
25 P A U S . , 10, 9,7.
26 P A U S . , 6, 13, 3. Vd.
il commento in: M A D D O L I , N A F I S S I e S A L A D I N O 1999, p. 292 s.
27 SMITH 1993, p. 24 ss.
2 8 S M I T H 2013, p. 74 ss., A 1, tavv. 20-21, fig. 39. Su un rilievo di età imperiale, ora a Varsavia, basato

su uno schema simile, è Caracalla in procinto di essere incoronato da una Vittoria con le fattezze della
madre Giulia Domna: G H E D I N I 1984, pp. 113 ss., 132 s., figg. 12-13; A L E X A N D R I D I S 2004, pp. 92, 205,
nr. 230, tav. 53, 2.
29 SMITH 2013, p. 134 ss., C 5, taw. 52-53, fig. 85.
30 SMITH 2013, p. 154 ss., C 17, taw. 70-71, fig. 98.
31 S M I T H 2013, p. 156 ss., C 18, taw. 72-73, fig. 99.

-68-
// Pantheon di Agrippa

con Seleuco I Nikator, fondatore della dinastia seleucidica e della stessa Dura (fig.
45). Nel gruppo statuario di bronzo collocato da Traiano nel ninfeo inserito nel pro-
scenio del teatro di Antiochia, la Tyche cittadina era incoronata allo stesso tempo da
Seleuco I Nikator, fondatore della città, e dal figlio Antioco I Soter33 (fig. 43).
Sono scarse, però, le tracce di composizioni con un numero così elevato di
immagini connesse tra loro come il gruppo descritto dallo Pseudo-Libanio 34 . Il
gruppo arcaico di Aglaophon aveva indubbiamente una struttura complessa, ma do-
veva essere assai meno articolato. Attraverso monete di età romana e un bronzo del-
la collezione De Clercq è rimasta traccia di un gruppo cultuale che potrebbe costi-
tuire un interessante esempio di come fossero impostate codeste "macchine" sceno-
grafiche. Il bronzo, di articolata composizione, raffigura la Tyche di Tiro, in veste
amazzonica, corona murale sul capo e piede sinistro poggiato sul rostro di una nave,
mentre posa la sua mano su un alto trofeo alla sua destra. Alla sua sinistra, su una
colonna, una Nike solleva la mano per incoronarla. Davanti al gruppo principale, su
due colonnine rostrate, due eroti alzano verso la Tyche due fiaccole, e reggono con
l'altra mano una corona 35 . Qualcosa di altrettanto complesso è ipotizzabile solo in
base a un dettaglio del mosaico dalla Casa del Mitreo a Merida, nel quale, malgrado
l'estrema frammentarietà, si potrebbe riconoscere Alessandro Magno inpaludamen-
tum che, come fondatore, è in procinto di incoronare la personificazione di Ales-
sandria distesa ai suoi piedi, e affiancata da Navigia, da Pontus, da Pharus e da By-
thos, la profondità delle acque marine 36 .
Si è discusso se la Tyche fosse la personificazione astratta della fortuna, op-
pure della buona fortuna di Alessandria. H.P. Laubscher ha osservato, ad esempio,
che l'iconografia non corrisponde a quella, nota da monete alessandrine, che rap-
32 ROSTOVTZEFF 1 9 3 9 , p. 2 8 1 ss., tav. I; D O W N E Y 1 9 7 7 , p. 1 4 ss., nr. 4 , tav. 3 , 4 ; TEIXIDOR 1 9 7 9 , pp.
9 2 s., 1 3 6 , tav. 2 9 ; MUSSO 1 9 8 3 / 8 4 , p. 1 8 2 ss., fig. 2 8 ; FLEISCHER 1 9 9 1 , p. 18; DlRVEN 1 9 9 9 , pp. 1 1 3 ,
1 1 7 s.; LlGHTFOOT 2 0 0 3 , pp. 2 4 ss., 4 6 3 s., figg. 14, 4 1 ; MESSERSCHM1DT 2 0 0 3 , p. 8 9 ; MEYER 2 0 0 6 ,
pp. 2 0 8 s., 2 5 8 ss., tav. 48, 2 . Su un rilievo gemello, sempre alla presenza di un sacerdote, è la Tyche di
Palmira, iconograficamente simile alla celeberrima Tyche di Antiochia, ad essere incoronata da una Vit-
toria con palma (fig. 4 6 ) : D O W N E Y 1 9 7 7 , p. 1 7 ss., nr. 5, tav. 3 , 5; TEIXIDOR 1 9 7 9 , pp. 9 2 , 9 4 , 1 3 6 , tav.
2 8 ; MUSSO 1 9 8 3 / 8 4 p. 1 8 3 ss., fig. 2 9 ; LlGHTFOOT 2 0 0 3 , pp. 2 4 ss., 4 4 3 , figg. 13, 3 5 ; DlRVEN 1 9 9 9 ,
pp. 1 0 2 ss., 2 3 1 ss., 2 4 7 ss., tav. 4 ; MESSERSCHMIDT 2 0 0 3 , p. 8 8 s.; MEYER 2 0 0 6 , pp. 2 0 9 , 2 5 8 ss., 4 3 0 ,
E 8, tav. 2 7 , 2.
33 MALALAS (ed. Thurn), p. 2 0 8 , 9 , 4 3 - 4 7 .
34 Suiriconografia della Tyche di Alessandria, anche in riferimento allo Pseudo-Libanio: SCHWEITZER
1 9 3 1 , p. 2 1 8 ss., fig. 15; LAUBSCHER 1 9 6 0 , p. 9 4 ss.; H E B E R T 1 9 8 3 , pp. 11, 13 s., 2 1 s., fig. 1; P R O T T U N G
1 9 9 5 , p. 1 3 2 ; MESSERSCHMIDT 2 0 0 3 , p. 1 2 2 ss.
35 SCHWEITZER 1931, p. 2 2 2 s., fig. 15, tav. 4 , 8-10.
36 L'ipotesi che il personaggio possa essere identificato con Alessandro Magno è stata avanzata da
MUSSO 1 9 8 3 / 8 4 , p. 1 7 7 ss., spec. p. 1 8 7 s. Si sono dichiarati contrari ALFÒLDI ROSENBAUM 1 9 9 3 , p.
2 6 9 , che tuttavia non suggerisce una soluzione alternativa, e ARCE 1996, p. 105 ss., che, sulla base di
una cronologia del mosaico nel IV secolo d.C, in totale e non motivato disaccordo con i dati archeolo-
gici e formali, propende per un imperatore romano della tarda antichità o, meglio, per l'Ercole con man-
to di stelle che, secondo Nonno di Panopoli, "dirige l'ordine del cosmo e il passaggio delle stagioni".

-69-
Eugenio La Rocca

presentano la Tyche di Alessandria in chitone e himation, con kalathos sul capo,


sdraiata su una klìne37. Non sappiamo, però, se la Tyche di Alessandria si confor-
masse a uno specifico schema figurativo, come nel caso della Tyche di Antiochia 38 .
C'è sempre la possibilità che la dea mutasse d'aspetto a seconda delle funzioni e del
contesto, sebbene, a rigor di logica, risulti difficile che una Tyche collegata con
Alessandro Magno non sia proprio la personificazione di Alessandria, fondata ap-
punto dal macedone. In caso contrario, di quale Tyche si sarebbe trattata? di una ge-
nerica personificazione della fortuna che ha accompagnato le sue imprese militari e
politiche? Il quadro di riferimento della composizione sembra, invece, piuttosto
chiaro: la Tyche di Alessandria affiancata da Nikai incorona Ghe come divina per-
sonificazione dell'Oikoumene, il mondo conquistato e ellenizzato da Alessandro, la
quale a sua volta incorona il fondatore della città. È come se l'intero operato di
Alessandro convergesse verso la fondazione di Alessandria: un atto politico e reli-
gioso che sugella le vicende di un glorioso passato e imprime una svolta alla futura
storia dell'ellenismo nel Mediterraneo.
Entro questa logica, l'eroizzazione di Alessandro, assurto al rango degli dei -
la sua immagine è inserita entro un programma figurativo nel quale dominano le
statue dei dodici dei - , è sostenuta dalle sue eccezionali imprese, rappresentate in
sintesi come personificazioni divine. Non è Alessandro a coronare le sue creazioni,
ma il contrario, perché le sue creazioni sono immortali. Perciò, come Poseidon, dio
delle acque marine, incoronava Lisandro vincitore navale di Atene, in questo caso
sono le imprese stesse di Alessandro a sollevarlo al rango degli dei.
Una corona d'alloro è considerata dallo Pseudo-Libanio come il fulcro
dell'intero assetto statuario. Secondo la mia impressione, dal testo non si evince,
come ipotizza C A . Gibson, che codesta corona sia un attributo isolato, distinto dal
gruppo di Tyche, e connesso piuttosto con la statua del filosofo seduto e del perso-
naggio nudo con il globo 39 . Egli stesso considera "uncertain" la sua traduzione di é£
àydXiiaxoq Sacpvivov axécpavov come "a crown of laurei made from a statue". Eppu-
re, malgrado la difficoltà di proporre un'interpretazione della frase del tutto convin-
cente, tenuto conto che poco prima nel testo la Tyche è definita ayaXfia, tradurrei:
"una corona d'alloro [retta] dall'aya^iia (scil. di Tyche). Non persuasiva è anche
l'ipotesi che la corona fosse un gigantesco elemento decorativo collocato lungo il
perimetro dell'edificio circolare 40 .
Altrettanto indeterminata è la descrizione delle stele di bronzo con le leggi -
piantate in verticale nel suolo? - e delle statue bronzee dei re più rinomati. Quali

L A U B S C H E R 1 9 6 0 , p. 7 8 ss.
M E S S E R S C H M I D T 2 0 0 3 , p. 1 2 4 s.
G I B S O N 2 0 0 7 , p. 4 3 5 ; G I B S O N 2 0 0 8 , p. 4 9 1 , nota 92.
CALLU 1994, p. 2 7 3 , nota 26.

-70-
// Pantheon di Agrippa

fossero codesti sovrani il testo non lo dice, ma la presenza della statua dell'oÌKicTf|<;
con il simbolo del Soter suggerisce che si tratti di alcuni principi tolemaici, e non di
imperatori romani (d'altronde lo Pseudo-Libanio parla di paoiÀeic; e non di
a\)TOKpdxops<;41. Senza risposta restano purtroppo anche i quesiti aperti dalle due
sculture, del filosofo seduto su alto seggio e del personaggio maschile stante, inte-
ramente nudo, con l'immagine del cielo nella mano sinistra e con la destra solleva-
ta. Mentre la descrizione del primo è troppo generica per un'identificazione del tipo
statuario, il secondo doveva avere in mano una sfera, rappresentazione simbolica
del globo celeste 42 . Con grande difficoltà vi si può riconoscere un astronomo o un
filosofo, perché la completa nudità per la raffigurazione di filosofi e scienziati non è
affatto comune nel mondo antico 43 . Si potrebbe suggerire piuttosto una personifica-
zione del tempo eterno, come estrinsecazione figurata dell'eternità di Alessandria e
della sua fortuna, secondo un'iconografia di cui però non c'è documentazione in età
ellenistica 44 , o meglio, secondo il mio parere, un imperatore romano raffigurato con
il simbolo del suo potere, e quindi dell'ordine politico sulla terra come riflesso
dell'ordine cosmico, il globo, secondo un'iconografia che avrebbe avuto larga for-
tuna dalla prima età imperiale in poi 45 . Non potendosi sostenere, almeno sulla base

41 II termine PaoiXeTq è sì adottato anche per gli imperatori romani, ma raramente, e di solito con una
maggiore specificazione (ad es. PaaiXstc, 'Pcouxxicov). L'ipotesi di G I B S O N 2007, p. 435, che le statue dei
re fossero collocate tra le porte che conducevano al Mouseion oppure che i re fossero raffigurati a rilie-
vo o incisi sulle porte stesse, non è affatto convincente. Con Kaxà usaov lo Pseudo-Libanio afferma
solo che i re di bronzo erano all'interno dell'edificio.
42 Sul significato simbolico del globo e sulla sua raffigurazione: S C H L A C H T E R 1927, p. 67 ss.; V. G A L L
1968, p. 103 ss.; A R N A U D 1984, p. 53 ss.; B A S T I E N 1993, p. 491 ss.; S T U C K E L B E R G 1994, p. 29 ss.;
S C H N E I D E R 1997, p. 103 ss.
43 Sulla rappresentazione dei filosofi con la sfera celeste: S C H L A C H T E R 1927, p. 58 ss.; B R E N D E L 1936,
p. 1 ss. I filosofi, seduti o stanti, sono di solito presso la sfera poggiata su una trapeza, su una colonnina
o su un pilastrino: la osservano, la utilizzano per le discussioni scientifiche, indicandola con la mano o
con una bacchetta: S C H L A C H T E R 1927, tav. II, 43, 44, 46; B R E N D E L 1936, figg. 1, 2. Talora Anassagora
è rappresentato su monete sia seduto su globo, sia con un piccolo globo nella mano: S C H L A C H T E R
1927, p. 60, tav. II, 42, 51.1 filosofi, però, non sono raffigurati in totale nudità, ma quasi sempre con un
mantello intorno al corpo. Come ha osservato Paul Zanker, nell'iconografia dei filosofi greci la nudità è
limitata all'immagine di un macilento Diogene: Z A N K E R 1995, p. 171 s., fig. 94. Resta tuttavia il dub-
bio se lo Pseudo-Libanio abbia distinto tra nudità e seminudità.
44 II giovane genio alato che, sul rilievo della base della colonna Antonina, ascende in cielo reggendo
sulle spalle i divi Antonino Pio e Faustina, ha nella mano sinistra un globo intorno al quale si annoda un
serpente: LE G L A Y 1981, p. 403 s., nr. 19, tav. 314. La possibile identificazione con Aion Kosmokrator
che conduce in Olimpo l'imperatore e la moglie, integrandoli nel corpo divino del kosmos (vd.: Corpus
Hermeticum, XI, 20), sarebbe un indizio sulfutilizzo del globo nell'iconografia della personificazione
del tempo eterno. La rappresentazione, però, è al momento isolata, e comunque il riconoscimento di
Aion nel genio alato non è affatto sicuro.
45 Sul globo quale simbolo del potere politico universale: S C H L A C H T E R 1927, p. 64 ss.; ALFÓLDI 1970,
p. 235 ss.; W E I N S T O C K 1971, p. 42 ss.; A R N A U D 1984, p. 77 ss., spec. p. 102 ss.; S C H N E I D E R 1997, p.
105 ss. Una statua di Cesare, con un piede poggiante suWoikoumene, e con un'iscrizione che designava
il dittatore quale f|ui0eoc„ fu collocata dopo la vittoria di Tapso, per decreto del senato, nel tempio di
Giove Capitolino, davanti alla statua del dio ( C A S S . D I O , 43, 14, 6; 21, 2; S E R V . , EgL, 9, 47. Vd.

-71 -
Eugenio La Rocca

della documentazione superstite, che il personaggio sia un sovrano tolemaico, sa-


rebbe logico pensare ad Augusto, il successore di Alessandro e dei Tolemei sul tro-
no d'Egitto. Se, infatti, la statua era isolata, ciò potrebbe significare che i successori
di Augusto abbiano preferito non affiancarle le loro immagini, per enfatizzare in tal
modo i meriti del conquistatore di Alessandria, di colui che aveva sottomesso
l'Egitto al dominio romano. Naturalmente, potrebbero esserci altre opzioni, sebbene
non parimenti valide.
Sulla collocazione di codeste sculture, a causa della genericità della descri-
zione, non si è mai giunti a risultati condivisi. In base al testo dello Pseudo-Libanio,
si può essere certi solo che le immagini dei dodici dei fossero entro esedre, sei da un
lato e sei dall'altro, all'interno dell'edificio che propendo a considerare coperto e a
pianta circolare. Tutto il resto è oggetto di congettura. Si potrebbe supporre che le
statue del fondatore e di Charis fossero davanti alle esedre, lungo l'asse trasversale
dell'edificio, oppure, meno verosimilmente, in due esedre di più grande formato
contrapposte, al centro delle pareti laterali, circondate dalle esedre più piccole con i
dodici dei. Il gruppo di Tyche, Ghe e Alessandro avrebbe potuto trovare posto nel
centro esatto dell'edificio: si spiegherebbe in tal modo perché la corona d'alloro ret-

sull'argomento l'esauriente analisi di WEINSTOCK 1971, p. 40 ss.). Si è voluto vedere un precedente


nell'immagine di Demetrio Poliorcete che, in occasione delle feste dedicate a Demetra, fu raffigurato
dagli Ateniesi, in un dipinto sulla facciata del proscenio del teatro, ènì 0fj<; oùcouu£vr|<; òxoùusvoc;
(ATHEN., 12, 536 a; EUSTATH., Hom. //., E 449 ). Come fosse rappresentata in ambedue i casi
Voikoumene è ancora oggetto di discussione tra quanti suppongono che fosse una personificazione
femminile del mondo abitato, oppure che fosse un globo. St. Weinstock, ad esempio, il quale sosteneva
la romanità della simbologia della sfera come potere politico (i primi esempi sono sui denari del 76-75
a.C. di Cn. Cornelius Lentulus, cos. 56 a.C, sui quali il globo compare insieme con altri attributi simbo-
lici, la corona, lo scettro e il timone [CRAWFORD 1974, p. 407, nr. 393, tav. XLIX], e del 74 a.C. di P.
Cornelius Lentulus Spinther, cos. 57 a.C, sui quali il globo è posto sotto il piede di una personificazio-
ne maschile barbata, seduta su sella curule, con cornucopia e scettro, nella quale si è voluto riconoscere
il Genius populi Romani seduto [CRAWFORD 1974, p. 409, nr. 397, tav. XLIX]), era del parere che De-
metrio Poliorcete fosse trasportato da una personificazione de\V oikoumene (WEINSTOCK 1971, pp. 42,
47. Così anche SCHLACHTER 1927, p. 65 s. e nota 4, e LAUBSCHER 1975, p. 77, nota 387), mentre Ce-
sare avrebbe avuto il globo ai suoi piedi o sotto al piede (WEINSTOCK 1971, p. 51). Non manca, però,
chi suppone che anche Demetrio fosse seduto, o poggiasse il piede su un globo (MAYER 1924-1937,
col. 103; MICHEL 1967, p. 81; ALFÓLDI 1970, p. 236). Da parte mia, credo, come P. Arnaud (ARNAUD
1984, p. 114 s.), che il termine oikoumene non dia spazio a equivoci di sorta: doveva trattarsi di una
personificazione femminile sottostante l'immagine di Demetrio e di Cesare, anche se i modi della rap-
presentazione ci sfuggono (CASS. Dio, 43, 21, 2, definisce espressamente oikoumene una eikon giacente
sotto i piedi di Cesare: xf|v ekóva xfjq oùcoDU£vr)<; xpv imo xoTc,rcooìvauxou Keiuévnv). Reputo difficile,
per non dire impossibile, che una eikon così descritta assumesse la forma di un globo. Inequivocabile è
invece il denario di Ottaviano emesso forse in occasione della vittoria di Naulochos, sul quale il princi-
pe stante, nudo, con aplustre nella mano dèstra, poggia il piede sul globo. Da Augusto in poi, l'attributo
del globo, per lo più nella mano degli imperatori, è costante (SCHLACHTER 1927, p. 69 ss.; ÀLFÓLDI
1970, p. 235 ss.), non solo nella monetazione, ma anche nella scultura (MADERNA 1988, pp. 25 ss., 34
s., 44 ss., 54 s.). Tornando alla descrizione dello Pseudo-Libanio, non è stata rinvenuta finora nessuna
immagine di principe di età ellenistica con globo nella mano, secondo un'iconografia simile al c. d.
Pompeo di Palazzo Spada (MADERNA 1988, p. 217 s., UD 4).

-72-
// Pantheon di Agrippa

ta da Tyche apparisse come il fulcro del monumento. In alternativa, si potrebbe sup-


porre che il gruppo fosse collocato in una grande abside centrale, al fondo del-
l'edifìcio. Le altre sculture e le leggi incise nel bronzo dovevano essere all'interno
della rotonda, forse raggruppate tematicamente.
Questa interessantissima struttura, qualunque fosse il suo nome - Tychaion,
come sembrerebbe desumersi dai testi, o Pantheon (o Dodekatheon), per la presen-
za al suo interno del culto dei dodici dei -, era perciò collegata a una Tyche, molto
probabilmente la Tyche di Alessandria, che celebrava il suo fondatore. Dal pro-
gramma traspare un esempio indubbio di culto integrato: la Tyche, i dodici dei,
Alessandro, i re tolemaici. Agli dei della tradizione greca si affiancano una nuova
divinità, la personificazione della buona fortuna di Alessandria, e naturalmente
Alessandro Magno, le cui imprese, sottolineate dalla presenza, oltre che della Ty-
che, anche di Ghe, che rappresenta l'impero costruito dal macedone, lo hanno reso
degno di essere cooptato tra gli dei. A ricaduta, a lato del fondatore di Alessandria
si allineano i suoi sovrani, degni successori e abili nel rendere la città dominatrice
nel Mediterraneo 46 .
La somiglianza che si delinea tra la morfologia del Pantheon adrianeo e la
descrizione del Tychaion prodotta dallo Pseudo-Libanio è palese: un edificio circo-
lare con absidi alle pareti, con statue dei dodici dei e di sovrani che per i loro meriti
erano stati equiparati agli dei; un edificio, inoltre, la cui importanza politica emerge
dalla presenza al suo interno delle leggi cittadine. Potrebbe non essere escluso che

Su due frammenti di mosaico rinvenuti a Gerasa, uno nella chiesa di S. Giovanni (BlEBEL 1938, p.
324 ss., taw. LXVIII a; PICCIRILLO 1986, pp. 82, 220, cat. 2; lD. 1993, p. 288 s. figg. 504, 542), l'altro
nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo (BlEBEL 1938, p. 333 ss., tav. LXXV; DUVAL 1993, p. 151, fig. 106;
PICCIRILLO 1993, p. 292, fig. 556), ambedue datati nell'ambito del VI secolo d.C, è raffigurata in ma-
niera schematica una veduta di Alessandria a volo d'uccello (sulle raffigurazioni di città sui mosaici di
Giordania: BlEBEL 1938, p. 341 ss.; DUVAL 1993, p. 151 ss.). Le due rappresentazioni della città sono
molto simili. Si vedono le mura con torri quadrangolari, si vede il faro come fondamentale elemento di
riconoscimento (una volta a destra, l'altra a sinistra della città, possibile segno di una diversa angola-
zione delle immagini), si vede la porta d'ingresso alla città dal mare, cui è appesa una lampada e,
all'interno della porta, l'avvio di una strada colonnata (secondo DUVAL 1993, p. 151, la porta sarebbe
trattata come il presbiterio di una chiesa, con il colonnato, o la pergola, che chiudeva il coro). Ma buona
parte dello spazio all'interno delle mura è occupato da segmenti di portici e da quattro strutture princi-
pali: una rotonda finestrata con cupola a sinistra, una cupola al centro, poggiante su arcate, e, ai suoi
lati, due ambienti con tetto a doppio spiovente, porta d'accesso (una con battenti, l'altra con cancello),
finestre a differente conformazione lungo i fianchi, sotto le quali compare un altro ambiente, di misura
più ridotta, ambedue con una porta d'accesso. Sarebbe suggestivo riconoscere nella grande cupola cen-
trale una rappresentazione sintetica del Tychaion; ma è invece verosimile che sia corretta l'inter-
pretazione di NOEL DUVAL (1993, p. 152) che si tratti dell'immagine semplificata di un edificio basili-
cale cristiano absidato, con la rappresentazione simultanea dei suoi due lati, con navata centrale e fac-
ciata ripetuta due volte inquadranti la semicupola dell'abside rivolta verso lo spettatore. Alla chiesa sa-
rebbe affiancato un battistero. L'ipotesi coglie nel segno, perché la maggioranza delle raffigurazioni di
città nei mosaici giordani riduce simbolicamente la rappresentazione a un grande impianto ecclesiasti-
co, probabilmente la cattedrale, circondato dalle mura.

-71 -
Eugenio La Rocca

l'ignoto filosofo rappresentato su un alto seggio abbia contribuito alla costruzione


del complesso programma ideologico. Ed è un'autentica iattura la scarsa chiarezza
con cui è descritto il personaggio nudo reggente un globo nel quale, come ho detto,
si dovrebbe riconoscere un imperatore romano (Augusto come erede del regno to-
lemaico?) piuttosto che un astronomo (ipotesi improbabile per la sua nudità) o la
personificazione del tempo eterno.
È proprio la complessità del messaggio a rendere poco verosimile l'idea, re-
centemente avanzata, che il Tychaion, se realmente esistito, fosse stato realizzato ad
imitazione del Pantheon adrianeo 47 . Nell'edificio descritto dallo Pseudo-Libanio, è
documentata la presenza di una sola immagine imperiale, e neppure con piena sicu-
rezza. È un dato che non mi sembra secondario, come d'altronde non si comprende
perché, in età medio-imperiale o in età tardo-antica, si sarebbe dovuto costruire ad
Alessandria un Tychaion destinato ad onorare Alessandro Magno e verosimilmente
altri sovrani tolemaici. Un riconoscimento postumo ai fondatori del regno lagide? È
a mio parere un'ipotesi insostenibile nell'ottica imperiale romana.
Al contrario, qualora il fuoco del programma figurativo del monumento fosse
stato il gruppo statuario di Tyche che incorona Ghe che incorona a sua volta Ales-
sandro, sembra logico supporre che il Tychaion volesse celebrare la fondazione di
Alessandria: di qui l'inserimento con enfasi, e in posizione privilegiata, del mace-
done tra gli dei olimpici, come tredicesimo dio.
Il Tychaion potrebbe essere stato realizzato da Tolemeo I in connessione di-
retta con il Mouseion e la biblioteca, forse il centro ideale della città (év uiacp xfjq
nok&tùq, secondo lo Pseudo-Libanio) 48 , associato anche, in modi che purtroppo ci
sfuggono completamente, con il Sema, il complesso funerario che conteneva le spo-
glie di Alessandro e dei suoi successori nel governo dell'Egitto 49 . E come i sovrani
tolemaici affiancarono nel Sema i loro sepolcri a quello di Alessandro, così aggiun-
sero le loro statue di bronzo nel Tychaion, che divenne forse, in tal modo, sede del
culto dinastico. Tra la tomba del macedone e il tempio che conteneva, insieme con
quella dei dodici dei, la sua immagine come tredicesimo dio e come fondatore di
Alessandria, avrebbe potuto esserci, perciò, una relazione, forse anche visiva, di cui
purtroppo i ritrovamenti archeologici nella città non hanno chiarito l'esatto valore.
La topografia di Alessandria e dei suoi quartieri reali, entro i quali dovevano
trovare posto il Sema, il Mouseion e quindi, probabilmente, anche il Tychaion, non
è conosciuta in ogni suo dettaglio, e il rapporto tra le varie strutture monumentali

47 GRUNER 2004, p. 503 s., nota 66.


48 Vd. nota 4.
49 Sul Sema di Alessandro: ADRIANI 2000. Sul rapporto tra Sema e mausoleo di Augusto: BERNHARD
1956, p. 152 ss.; COARELLI, THÉBERT 1988, p. 788 ss. Di opinione contraria: HOLLOWAY 1966, p. 171
ss.; KRAFT 1967, p. 189 ss.; KlENAST 1969, p. 431 nota 3; RICHARD 1970, p. 370 ss.; JOHNSON 1996,
p. 216 ss. Analisi ponderata del problema in: V. HESBERG, PANCIERA 1994, p. 50 s.

-74-
// Pantheon di Agrippa

desumibile esclusivamente attraverso le fonti scritte. Per questo motivo, le analogie


che si sarebbe tentati di impostare tra Tychaion e Sema da un lato, Pantheon e mau-
soleo di Augusto dall'altro, è destinato per il momento a restare una suggestione,
basata però su un dato certo, la conoscenza della città da parte di Ottaviano, che vi-
sitò la tomba di Alessandro e, con un certo grado di verosimiglianza, ne trasse sug-
gerimento per la realizzazione del suo edificio funerario a Roma.
2. // Tychaion di Antiochia (con alcune note sulla topografìa della città)
Un Tychaion esisteva certamente anche ad Antiochia. All'edificio accennano
Giuliano, Ammiano Marcellino nonché Libanio 50 . Probabilmente già nella tarda età
costantiniana non ospitava più il culto della Tyche, visto che negli anni immediata-
mente posteriori alla metà del IV secolo d.C. alcuni professori di retorica vi teneva-
no i loro corsi. Nel 359 d.C. l'edificio, privato dei suoi ornamenti, era in stato d'ab-
bandono: Libanio si lamenta per lo stato pietoso in cui versava 51 . Durante il princi-
pato di Giuliano, il Tychaion, divenuto una specie di basilica, era luogo per il com-
mercio e per chiacchiere; l'imperatore stesso vi veniva acclamato, secondo modi
che lo irritavano 52 . In seguito fu trasformato da Teodosio II in una chiesa dedicata al
martire antiocheno Ignazio 53 .
Sebbene non si conosca nulla di codesto Tychaion, sembra verosimile, come
vedremo meglio più avanti, che fosse la sede nella quale era stata collocata la statua
della Tyche di Antiochia, una splendida personificazione della città, opera di Euty-
chides, allievo di Lisippo 54 , che l'aveva raffigurata seduta su una roccia con le
gambe accavallate, una corona turrita sul capo e spighe nella mano destra, sopra la
personificazione giovanile del fiume Oronte. La cronologia dell'attività dello scul-
tore è coerente con la fondazione di Antiochia da parte di Seleuco I. È perciò vero-
simile che il tempio fosse una delle prime realizzazioni del sovrano nella città di
nuova fondazione. Sebbene nessuna fonte documenti la sua esatta ubicazione, il Ty-
chaion doveva essere nel centro della città, e probabilmente nelle vicinanze
dell'agorà, dove si dovevano trovare le migliori scuole di eloquenza. In una sua let-
IULIAN., Mysopogon, 15 (346 B); AMM. MARC, 23, 1, 6; LlBAN., Or, 30, 51 (= FOERSTER 1906, p.
116). Vd.: PETIT 1955, p. 197 e nota 7.
51 LlBAN., Ep., 88 (= FOERSTER 1921, p. 87 s.).
52 LlBAN., £/?., 1406 (= FOERSTER 1922, p. 448); IULIAN., £/?., 64, p. 176 Bidez.
53 EVAGRIUS SCHOLASTICUS, Historia ecclesiastica, I, 16 (ed. J. Bidez, L. Parmentier, London 1898,
pp. 25, 35; 26, 1-6).
54 PAUS., 6, 2, 7. Plinio pone l'acme di Eutychides nella 121 a Olimpiade (296-293 a.C): PLIN., Nat.
Hist., 34, 51. Analisi delle fonti: MEYER 2006, p. 67 ss. Sulla Tyche di Antiochia: WOLTERS 1884, p.
162; DOHRN 1960; DOWNEY 1961, pp. 73 ss., 216 s. e note 71, 74; EFFENBERGER 1969; BALTY 1981,
p. 840 ss.; KOCH 1994, p. 60 ss.; RlDGWAY 2001, pp. 233 ss., 243 s., nota 24; MESSERSCHMIDT 2003,
p. 91 ss.; MEYER 2006, passim. Come B.S. Ridgway ha osservato (RlDGWAY 2001, p. 236), è curioso
che l'autore della Tyche fosse uno scultore di nome Eutychides ("di buona fortuna").

-75 -
Eugenio La Rocca

tera a Leontios, infatti, Libanio, che aveva aperto la sua scuola in un immobile nei
pressi dell'agorà perché aveva sempre rifiutato di insegnare in uno dei tanti templi
dismessi 55 , afferma di svolgere ormai il suo dicastero nel bouleutehon, e aggiunge
che il Tóxnq iepóv, ormai privato non solo del resto della sua gloria, ma anche delle
classi di studenti che nutriva, era per lui motivo di dolore ogniqualvolta ci passava
davanti 56 .
In uno studio recente Edmund Thomas 57 , basandosi sull'autorità di Cari
Otfried Muller 58 , ha cercato di dimostrare che la descrizione del Tychaion - da lui
ascritta, senza alcun commento, a Libanio stesso, piuttosto che all'ignoto autore ci-
tato comunemente come Pseudo-Libanio -, si riferisca al monumento antiocheno. Il
Tychaion in origine avrebbe avuto, secondo Thomas, un nome differente (come os-
serva riferendosi al testo da lui attribuito a Libanio, Tyche non sarebbe stata
l'oggetto esclusivo del culto, in quanto accompagnata dai dodici dei e da altre im-
magini divine): forse era il Pantheon che, secondo Maiala, essendo in condizioni
precarie, fu ricostruito da Giulio Cesare e nelle cui vicinanze, lungo una strada detta
Singon o Siagon, Barnaba e Paolo tennero insegnamento per un anno circa59. Cesare
aveva realizzato nel centro di Antiochia anche un Kaisareion, una basilica con corte
ipetra, e con un'abside al cui interno era una statua della Tyche di Roma, mentre al
suo esterno era una statua del dittatore 60 . Questo edifìcio si trovava di fronte al tem-
pio di Ares (all'epoca di Maiala trasformato in un macellum), che a sua volta era
vicino alla Méar| YlvXr\9 una porta decorata in alto con l'immagine della lupa, nutri-
ce di Romolo e Remo, dedicata da Traiano nelle vicinanze del Parmenios, un picco-
lo affluente dell'Oronte che, scorrendo lungo la piccola valle che separava il monte
Silpios dal monte Staurin, tagliava a mezzo la città61. Valente, per realizzare il suo
imponente foro nella città dopo il terremoto del 365 d.C, fece demolire parte del
Kaisareion (ad esclusione dell'abside, con le statue che la ornavano, tra cui la Tyche
di Roma) ed altri edifici dell'area. Il foro era lungo il fianco orientale della principa-
le arteria della città, verso le catene montuose 62 . Solo come congettura, Thomas ipo-
tizza che il Kaisareion fosse ubicato proprio di fronte al Tychaion, di modo che le

55 LIBAN., Or. I, 102 (= FOERSTER 1903, p. 132 s.).


56 LIBAN., Ep., 88 (= FOERSTER 1921, p. 87 s.); 405 (= FOERSTER 1921, p. 398 ss.). Vd.: PETIT 1955, p.
64.
"THOMAS 2004, p. 19 ss.
58 MULLER 1839, p. 40, nota 9. Inoltre: FOERSTER 1870, p. 216 s.
59 MALALAS (ed. Thurn), pp. 163, 5, 51-59; 183, 15.
60 DOWNEY 1961, pp. 164, 215, 404 s., 632 ss.; BALTY 1991, pp. 281 ss., 290 ss., 602; MEYER 2006, p.
385 ss. Non è comprensibile il motivo per cui TUCHELT 1981, pp. 170 ss., 174 ss., e HÀNLEIN SCHÀFER
1985, pp. 3, 43 s., 99, identifichino il Kaisareion con il Tychaion.
61 MALALAS (ed. Thurn), p. 208, 9, 31-33. A giudicare dal testo di Maiala e dal nome stesso, la Méor)
UvXr] avrebbe potuto essere o il tetrapilo collocato all'incrocio delle due principali vie cittadine colon-
nate, o la porta d'ingresso all'agorà.
62 LASSUS 1977, p. 73.

-76-
// Pantheon di Agrippa

statue di Cesare e della Tyche di Roma da una parte, di Alessandro e della Tyche di
Antiochia dall'altro, si affrontassero sullo stesso asse.
I motivi avanzati da Thomas a favore della sua ipotesi sono molteplici. In
primo luogo, Libanio, al quale attribuisce il testo descrittivo del Tychaion, era nati-
vo di Antiochia, e nelle sue opere parla sovente della sua città natale, mai di Ales-
sandria. Il retore avrebbe poi creduto erroneamente che Antiochia fosse stata fonda-
ta non da Seleuco I ma dallo stesso Alessandro Magno 63 . Inoltre, anche ad Antio-
chia, nelle vicinanze dell'agorà e del bouleuterion, c'era un Mouseion, nel quale
Thomas riconosce il MOVJGCDV xéuxvoc; citato dallo Pseudo-Libanio in collegamento
con il Tychaion64. Come racconta Giovanni Maiala, durante il regno di Tiberio un
incendio distrusse, tra gli altri edifìci, gran parte dell'agorà, il bouleuterion e "il
santuario delle Muse (iepòv xcov MODOCOV) che era stato costruito da Antioco Philo-
pator con il danaro che gli era stato lasciato per testamento da Maron di Antiochia,
che, emigrato ad Atene, aveva stabilito che qui (scil. ad Antiochia) sarebbe stato co-
struito con il suo danaro il santuario delle Muse e una biblioteca" 65 . Il Philopator
ricordato da Maiala non può essere altri che Antioco IX Kyzikenos oppure Antioco
X Eusebes: il santuario dovrà essere datato, quindi tra il 114 e il 92 a.C. Dopo
l'incendio tiberiano, il Mouseion fu ricostruito da Marco Aurelio e abbellito da Pro-
bo 66 . Costantino lo trasformò nel praetorium del primo comes Orientis, un cristiano
di nome Felicianus61. In seguito fu adoperato come sede per l'insegnamento di reto-
rica68. Durante il principato di Teodosio II, il senato fece collocare una statua di
bronzo dorato (eùcòv èyxpvaoq) dell'imperatrice Eudocia, in occasione di una sua
visita ad Antiochia nel 438, nel bouleuterion e un'altra di bronzo (pxr\kr] xa^\)
fuori del Mouseion69. A seguito di una rivolta della fazione dei Verdi durante il re-
gno dell'imperatore Anastasio, il praetorium fu distrutto 70 .
Poggiandosi sull'indiscussa autorità di Glanville Downey, la cui ricostruzio-
ne della pianta di Antiochia ha dominato incontrastata fino ad anni recenti, Thomas
ha supposto che l'agorà e il bouleuterion citati da Maiala in collegamento con il

LlBAN., Or, 11, Antiochikos, 72-77 (= FOERSTER 1903, p. 460 ss.); ID., Progymnasmata, XII,
'EK(ppdaei<;, 27 (= FOERSTER 1915, pp. 533-536: "Alessandro il fondatore").
64 LlBAN., Or., 11, Antiochikos, 188 (= FOERSTER 1903, p. 501, 1 [ma qui gli ispà delle Muse sono le
scuole per studenti. Vd.: MOLLER 1839, pp. 68, 91, 105 ss.; DOWNEY 1961, pp. 132 s., 229, 270, 355,
451, 622, 631; LASSUS 1977, p. 67; NORMAN, 2000, p. 45, nota 99]).
65 MALALAS (ed. Thurn), p. 179, 10, 70-75.
66 MALALAS (ed. Thurn), pp. 213, 30, 75-76; 232, 86-88.
67 MALALAS (ed. Thurn), p. 244, 52-54.
68 LlBAN., Or., 1, 102-103 (= FOERSTER 1903, p. 133).
69 MALALAS (ed. Thurn), p. 278, + 13-15 (estratto dai Tusculana Fragmenta); Chronicon Paschale
{Corpus Scriptorum Historiae Byzantinaé), ed. L. Dindorf, I, Bonn 1832, p. 585, 12-14; EVAGRIUS
SCHOLASTICUS, Historia ecclesiastica, I, 20 (ed. J. Bidez, L. Parmentier, London 1898, p. 29, 7-9).
Vd.: DOWNEY 1961, p. 450 s.
70 MALALAS (ed. Thurn), pp. 319, 15-16; 395, 54.

-77 -
Eugenio La Rocca

iepòv xcov MODOCOV fossero ubicati nel nuovo quartiere di Epiphaneia, fondato da
Antioco IV Epiphanes lungo le pendici del monte Silpius, circa un secolo e mezzo
dopo la fondazione di Antiochia da parte di Seleuco I. Per tale motivo, il Tychaion,
che era al centro della città seleucidica, non poteva essere limitrofo al Mouseion,
con il quale avrebbe avuto solo un rapporto assiale, attraverso la principale arteria
colonnata che tagliava longitudinalmente la città da nord-est a sud-ovest, secondo
una linea più o meno parallela all'Oronte.
In realtà, tutta l'impalcatura costruita da Thomas non ha solide basi. La sua
visione della topografia di Antiochia è desunta da Downey che, tuttavia, traeva le
sue informazioni dai sondaggi archeologici compiuti dagli americani nel territorio
antiocheno, non sufficienti per impostare un'affidabile carta archeologica della cit-
tà71. Anche le informazioni tratte dalle fonti letterarie non risultano sufficienti per
determinare perlomeno un quadro di riferimento (fig. 41). Downey, ad esempio, ha
supposto l'esistenza ad Antiochia di più agorai e fora, non tutti topograficamente
conciliabili tra loro 72 . L'agorà ellenistica, la più importante e significativa, sarebbe
stata ubicata appunto a Epiphaneia. Qui egli colloca il bouleuterion, che identifica
con l'edificio costruito anch'esso da Antioco IV Epiphanes, già restaurato (o rico-
struito) da Pompeo, e poi distrutto da un devastante incendio che interessò anche
buona parte dell'agorà durante il regno di Tiberio 73 . Nelle vicinanze del bouleute-
rion Downey poneva anche il tepòv xcov Mouocov con l'annessa biblioteca costruiti
da Antioco Philopator con i fondi di Mar on.
Dal testo di Maiala non si evince, però, che il bouleuterion di Epiphaneia
fosse l'unico ad Antiochia. Lo scrittore afferma che Antioco IV "per primo costruì
un bouleuterion fuori della città (e^co xfjc; nóXecoq) di modo che vi convenissero i
senatori con i magistrati e i cittadini più abbienti, e lì, dopo aver discusso sulle ne-
cessità dello Stato, ne riferissero a lui" 74 . È inverosimile che Seleuco I, al momento
della fondazione di Antiochia, non abbia previsto un'agorà e un bouleuterion al-
l'interno della città. Si potrebbe, certo, ipotizzare che al momento del suo amplia-
mento, Antioco IV avesse eliminato la vecchia agorà con gli edifici pubblici annes-
si, ma ciò risulta improbabile visto che il nuovo bouleuterion di Epiphaneia era fuo-
ri della città, e perciò doveva rispondere a esigenze differenti da quelle di un bou-
leuterion cittadino 75 . Si potrebbe immaginare che il bouleuterion nell'agorà

Sull'urbanistica di Antiochia: LASSUS 1977, p. 54 ss.; DAREGGI 1983/1984, p. 135 ss.; WlLL 1997, p.
99 ss. e pianta a fig. 1 ; UGGERI 1998, p. 179 ss. e pianta a fig. 3; HOEPFNER 2004, p. 3 ss. e pianta a fig. 6.
72 DOWNEY 1961, pp. 621 ss. (The Hellenistic Agora in Epiphania); 624 ss. (The Hellenistic Agora and
Other Forums); 632 ss. (The Forum of Valens and its Vicinity).
73 MALALAS (ed. Thurn), pp. 155, 79-83; 178, 2-3 (fondazione di Antioco IV); 159, 17 (restauro di
Pompeo); 179, 1-4 (incendio tiberiano). Vd.: DOWNEY 1961, pp. 114, 621 ss.
74 Vd. la nota precedente.
75 Sulle funzioni della houle ad Antiochia: LASSUS 1977, p. 81 ss.

-78-
// Pantheon di Agrippa
Eugenio La Rocca

seleucidica fosse pertinente alla polis come struttura (relativamente) autonoma,


mentre il bouleuterion di Epiphaneia fosse la sede in cui i rappresentanti della città
avevano come referente diretto il sovrano. Antioco IV apprezzava il sistema istitu-
zionale romano. È possibile che l'idea di realizzare un bouleuterion fuori città gli
sia venuta in mente pensando alla consuetudine dei senatori romani di incontrarsi in
occasioni speciali fuori del pomerio.
Medesimi risultati offrono le recenti ricerche di Wolfram Hoepfner, il quale è
giunto alla conclusione che Epiphaneia non fosse semplicemente un quartiere af-
fiancato alla città antica lungo le pendici del monte Silpius, come si era fino allora
creduto 76 , ma un abitato autonomo - egli insiste sul fatto che le fonti lo collocano
é^co xr\q nóXecàq oppure 87cì xò òpoq (sulla montagna) - parzialmente separato da
Antiochia, e quindi provvisto di sue mura, di una sua agorà e di un suo bouleute-
rion. La proposta di Hoepfner ha basi solide: la primitiva Antiochia fondata da Se-
leuco I non doveva essere tanto più piccola di Alessandria, e le mura di ambedue le
città dovevano contenere una superficie di almeno 600 ettari. Anche in questo caso
contrariamente all'opinione vulgata, la città seleucidica doveva avere una cinta mu-
raria che già agli inizi del III secolo a.C. sembra corresse lungo il monte Silpius e il
monte Staurin. Per questo motivo, Epiphaneia non può essere localizzata, come
proponeva Downey, lungo i bordi del Silpius, che erano entro le mura di Antiochia,
e quindi entro la città. Hoepfner ne ha riconosciuto la posizione a nord-est, lungo le
pendici dell'altro massiccio antiocheno, il monte Staurin, e ne ha individuato parte
del tracciato murario realizzato in opera poligonale 77 (fig. 42). Il nuovo centro ur-
bano dovette subire un decremento della sua popolazione a seguito di reiterati disa-
stri (incendi e terremoti), fino al saccheggio ed alla distruzione di Antiochia da par-
te del persiano Cosroe 78 . Quando Giustiniano intervenne restaurando le fortificazio-
ni 79 , la città era ormai di estensione ridotta, e l'abitato di Epiphaneia definitivamen-
te abbandonato.
L'unica incrinatura nella proposta di Hoepfner è dovuta al fatto che Maiala
afferma con decisione che Epiphaneia fosse priva di mura fino all'età di Tiberio,
che la incluse nella nuova cinta muraria da lui restaurata 80 . Ma è verosimile che
l'informazione di Maiala fosse non del tutto esatta. Secondo Strabone Antiochia era
detta Tetrapolis, perché composta da quattro parti - la città di Seleuco I nella quale

H O E P F N E R 2004, p. 7 ss. La città è detta ( S T R A B . , \ 6 , 2 , 4 (750); DlOD. S i c , 26,19), Tetrapolis, per-


ché composta da quattro parti, ognuna con la sua fortificazione e tutte con una nuova. La prima città era
di Seleuco Nikator, la seconda era il quartiere con la massa degli abitanti; la terza era dovuta a Seleuco
Kallinikos, e la quarta ad Antioco Epiphanes. .
77 HOEPFNER 2004, p. 8, fig. 9.
78 DOWNEY 1961, pp. 520 ss., 535 ss.; FOSS 2001, p. 23 ss.
79 DOWNEY 1961, pp. 548 s., 612 ss.
8 0 M A L A L A S (ed. Thurn), pp. 155, 85; 177, 34-35; 178, 1-2.

-80-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 42. Antiochia, pianta ricostruttiva, secondo Wolfram Hoepfner (da HOEPFNER 2004).

erano stati trasferiti gli abitanti della distrutta Antigoneia; la città con la moltitudine
nuovi insediati; la città di Seleuco Kallinikos; infine la città di Antioco IV -, ognuna
delle quali con una propria fortificazione, anche se un'altra fortificazione le inclu-
deva tutte 81 .
Maiala si riferisce, perciò, a due bouleuteria distinti tra loro. L'uno, il princi-
pale, è quello dell'agorà seleucidica - quindi all'interno della città primitiva -, re-
staurato da Pompeo e ricostruito dopo l'incendio di età tiberiana; non casualmente
lo scrittore dice che: "avvenne un incendio ad Antiochia di Siria {scil. non ad Epi-
phaneia]), che distrusse gran parte dell'agorà e il bouleuterion nel cuore della not-
te". Nell'occasione bruciò anche il tempio delle Muse costruito da Antioco Philopa-
tor con i fondi lasciati in eredità da Maron. L'altro è quello di Epiphaneia, realizza-
to da Antioco IV fuori della città, nel quale la presenza del sovrano era diretta e co-
stante.
Ne deriva che codesto bouleuterion, e quindi anche il iepòv xcov Mouoóòv,
erano ad Antiochia, presso l'antica agorà seleucidica, e non a Epiphaneia.
La localizzazione centralizzata di codesti monumenti, tra i quali si deve an-
noverare anche il Tychaion, sembrerebbe rafforzare l'ipotesi di Thomas, ma gli
elementi a sfavore sono di gran lunga superiori, a partire dalla morfologia dello
stesso Tychaion antiocheno. L'edificio, che fu trasformato nella tarda antichità in

11 STRABO, 16, 2, 4 (C 750). La discordanza è stata rilevata anche da FESTUGIÈRE 1959, p. 41 s.

-81 -
Eugenio La Rocca

una chiesa dedicata a S. Ignazio, doveva contenere, come sembra logico, la Tyche
che Pausania attribuiva a Eutychides, di cui lo Pseudo-Libanio non fa menzione a
favore del gruppo con Tyche, Ghe, e Alessandro. È, secondo l'opinione più diffusa,
la statua che Maiala collega a una falsa leggenda sulla fondazione di Antiochia e del
tempio di Zeus Bottios da parte di Seleuco I. Il sovrano avrebbe sacrificato una fan-
ciulla di nome Aimathe; in sua memoria avrebbe fatto realizzare, allo scopo di por-
tare fortuna alla città, una statua di bronzo sopra il fiume (T\)%T\V xfjróXeiimepàvcD
xou 7toxa}iou), e avrebbe celebrato sacrifici per la medesima Tyche (zòQèaq 7ioif|Ga<;
aùxfj xfj xu^TI frooiav)82. Maiala non dice, però, dove la statua fosse collocata; solo
per una serie di fraintendimenti del suo testo, si è talvolta proposto che la statua, la
cui primitiva sistemazione entro un'edicola tetrastila a tetto conico sormontato da
un ariete 83 è stata suggerita da emissioni monetali del III secolo d.C.84, in seguito
fosse stata trasferita da Traiano nel proscenio del teatro da lui ultimato, fondendo in
tal modo, e senza alcuna motivazione solida, due informazioni distinte, prive di un
sicuro collegamento tra loro 85 .
L'equivoco è dovuto al fatto che Maiala, parlando delle attività edilizie di
Traiano ad Antiochia a seguito di un devastante terremoto, considerate pari a una
nuova fondazione, gli attribuisce il sacrificio di una fanciulla di nome Kalliope a
espiazione e purificazione della città. A Kalliope l'imperatore avrebbe dedicato un
"corteo nuziale" (vi)|i(paycoyiav) 86 , e poi, completato il teatro ancora non finito, una
statua di bronzo dorato "a modo della Tyche della loro città" (eiq À,óyov vbyy\q xfjq
aùxfjq 7tÓA£CD<;)87, che la raffigurava seduta sul fiume Oronte e incoronata da Seleuco
I e Antioco I. La statua era collocata sopra quattro colonne nel ninfeo centrale del
proscenio (imepàvcD xeoaàpcov KIÓVCOV èv |xéocp xov vuuxpaioD xou 7cpooKT|vioi)) 88 , e
non entro un tetrastilo, come interpretava C O . Mùller, forse fuorviato dalla descri-
zione di una terza Tyche, trasferita ad Antiochia da Seleuco I dopo la distruzione di

82 MALALAS (ed. Thurn), p. 152, 80-81.


83 MOLLER 1839, pp. 38 ss., 71 s. ("... positam eam fuisse év xeTpaiaovicp, id est in aedicula ex quatuor
columnis composita, undique perlucente").
84 BALTY 1981, p. 846, nrr. 54-62, tav. 674; MEYER 2006, pp. 201 s., 220, 449 s., M 17, 20-22, tav. 33.
Marion Meyer ha mostrato che la struttura raffigurata su queste monete non fosse un'edicola monumen-
tale, ma un baldacchino mobile, destinato ad accompagnare la Tyche in processione lungo le strade di
Antiochia. Le monete illustrano in maniera piuttosto nitida la statua di Tyche entro codesta struttura
portatile, individuata dalle barre per il trasporto sporgenti dalla base. Buone immagini in: PRICE, TRELL
1977, p. 35, fig. 42; BALTY 1981, p. 846, nrr. 59, 60, tav. 674; MEYER 2006, M 21, M 22, tav. 33.
85 MOLLER 1839, pp. 38 ss., 71 s. Così anche MESSERSCHMIDT 2003, pp. 113 s., 117 s.
86 II termine vuncpaycoyla è per lo più tradotto come "ninfeo", e la frase, perciò, collegata con la seguen-
te dedica di Traiano di una statua di Kalliope in un ninfeo del proscenio del teatro (vd. infra). La corret-
ta interpretazione in: DOWNEY 1961, p. 216 ss., note 71, 76. Vd. anche: MEYER 2006, p. 74, nota 342.
87 Discussione del brano con le differenti interpretazioni di eìq Xóyov in: MESSERSCHMIDT 2003, p. 104.
88 MALALAS (ed. Thurn), p. 208, 41-46.

-82-
// Pantheon di Agrippa

Antigoneia, la quale effettivamente era in una struttura tetrastila (un xexpaKióviv


[sic\]) con un altare antistante 89 .
Ma le statue raffiguravano effettivamente Aimathe e Kalliope! Non è neppu-
re chiaro se Maiala, per un errore attribuibile alle sue fonti, avesse descritto la me-
desima statua, in seguito trasferita da Traiano dalla sua sede originaria nel proscenio
del teatro.
A mio parere nulla permette di confondere le dediche di Seleuco I e di Traia-
no. La distinzione in Maiala tra le due statue è precisa: l'una avrebbe raffigurato
Aimathe da sola su un fiume e l'altra Kalliope seduta sul fiume Oronte, incoronata
da Seleuco I e Antioco I. L'unica analogia evidente è che ambedue erano sopra un
fiume (solo per congettura anche Aimathe doveva essere sopra l'Oronte, il principa-
le corso fluviale di Antiochia), sebbene dalla descrizione di Maiala non si compren-
da se la scultura dedicata da Seleuco I fosse realmente ubicata sul fiume o fosse col-
locata sulla personificazione figurata del fiume. Naturalmente non tutte le informa-
zioni offerte da Maiala sono giustificate. Né Seleuco né Traiano si sognarono mai di
sacrificare fanciulle come rito di fondazione 90 : è una delle tante dicerie che i cristia-
ni imputavano ai pagani, e Maiala ne è prodigo 91 . Aimathe è nome derivato da uno
dei modi in cui i poeti citavano la Macedonia 92 , mentre Kalliope è una musa, anzi la
principale e la più antica delle muse, la protettrice della retorica e della filosofia,
considerata dalle fonti - purtroppo anche in questo caso della tarda antichità, al
punto da non poter affermare con certezza se il culto risalisse alla fondazione della
città - una delle divinità tutelari di Antiochia insieme con Zeus e Apollo. Secondo
Libanio, Kalliope, è la guida e protettrice di Antiochia, è colei che ha ottenuto la
città in compartecipazione 93 . In suo onore, oltre le corse di carri e spettacoli teatrali

La Tyche, che in origine era ad Antigonia, distrutta da Seleuco I, e i cui abitanti erano stati deportati
ad Antiochia (MULLER 1839, p. 40 s. e nota 10; RUHL 1916-1924, col. 1354 s.; DOWNEY 1961, p. 74
ss.; MEYER 2006, pp. 19 s., 385 ss.), fu in seguito trasferita, secondo Maiala, nella città di Rhosos in
Cilicia da Demetrio Poliorcete (ma dev'essere un errore, perché Demetrio restò prigioniero dei Seleuci-
di fino alla sua morte [283 a.C], avvenuta due anni prima di quella di Seleuco I; si deve trattare, proba-
bilmente, di Demetrio I Soter, vissuto verso la metà del II secolo a.C: MOLLER 1839, p. 41 nota 10).
Secondo Maiala, la statua, di bronzo, aveva una cornucopia in mano, ed era collocata in un tetrastilo
(KCÙ 7iotr|aaq ÉKET xexpaiaóviv év uij/ei eornaev aùxf|v xf|v Tùxhv). Nessun elemento della descrizione
suggerisce che la Tyche di Antigonia fosse simile alla Tyche di Antiochia.
90 MULLER 1839, pp. 27 nota 2; 71, nota 6; MESSERSCHMIDT 2003, p. 212 s.; MEYER 2006, p. 74.
91 RIVES 1995, p. 65 ss.
92 TUMPEL 1894, col. 1009. Sia il nome di Aimathe, sia l'epiclesi di Zeus Bottios, al quale Seleuco I
dedicò un tempio dopo aver sacrificato Aimathe, derivano dai nomi di due regioni della Macedonia,
Hemathia e Bottia (o Bottiaia): OBERHUMMER 1905, col. 2480; OBERHUMMER 1897, col. 794 s.
93 JULIAN., Misopogon, 357 C; LIBAN., Or., 1, 102 (= FOERSTER 1903, p. 133); Or., 15, 79 (= FOER-
STER 1904, p. 152); Or, 20, 51 (= FOERSTER 1904, p. 444); Or., 31, 40 (= FOERSTER 1906, p. 143);
Or, 60, 12-13, (= FOERSTER 1908, p. 320 s.); Ep., 825 (= FOERSTER 1921, p. 745); Ep., 1175 (FOER-

-83-
Eugenio La Rocca

che si svolgevano d'estate, si sacrificava


nel teatro 94 . Il suo culto si svolgeva proba-
bilmente in un tempio, sebbene le fonti
siano poco chiare nei dettagli: doveva es-
sere il Mouseion, nel quale Kalliope, anche
se in posizione privilegiata, era venerata
insieme con le sue sorelle. Libanio, prima
di poter avere l'autorizzazione ad insegna-
re nel bouleuterion, aveva aspirato a poter
svolgere il suo dicastero nel Mouseion,
senza dubbio la sede più idonea, di grande
prestigio, che però era già occupato dai
suoi rivali. Allora rivolge di lontano, dalla
stoà (dell'agorà?), una preghiera alla statua
di Kalliope, la patrona della città, chieden-
dole perché gli infliggesse tanti affanni95.
Il rapporto tra la citazione del Mouseion e
la preghiera alla statua di Kalliope sembra
essere consequenziale, al punto da ritenere
verosimile che la statua fosse proprio nel
Fig. 43. Kassel, Staatliche Kunstsammlungen.
Diaspro, inv. Ge 43: La Tyche di Antiochia Mouseion, identificabile con il iepòv xcov
incoronata da Seleuco I e affiancata da una M O D O C O V fondato da Antioco Philopator
Tyche con cornucopia (da MEYER 2006, nr. G
25, tav. 30). con i fondi di Maron96.
Come si può facilmente intuire, la
Chronographia di Maiala offre moltissimi spunti di lettura, ma sul tema delle statue
di Aimathe e di Kalliope non permette di giungere a soluzioni univoche e condivise.
Alcuni studiosi, ad esempio, appoggiandosi anche alle raffigurazioni su gemme e
monete che mostrano la Tyche di Antiochia affiancata da una Tyche secondo uno
schema convenzionale, stante, con cornucopia 97 (fig. 43), hanno suggerito che Eu-
tychides avesse eseguito una statua di Kalliope in qualità di dea protettrice di Antio-

STER 1922, p. 262); £/?., 1456 (FOERSTER 1922, p. 492). Vd.: PETIT 1955, pp. 135, 192 s., 198;
DOWNEY 1961, p. 216 s.; MEYER 2006, pp. 74 ss., 380 ss. (spec. p. 385).
94 LlBAN., Ep., 811, 4 (= FOERSTER 1921, p. 734).
95 LlBAN., Or., 1, 102-103 (= FOERSTER 1903, p. 133).
96 Un concetto simile anche in: MEYER 2006, p. 75, nota 355. Si dovrebbe però analizzare meglio il
brano di un'epistola di Libanio che parla di una statua di Kalliope alla quale un antenato di Rufinus, un
suo influente amico antiocheno, aveva offerto sacrifici: LlBAN., Ep., 825 (= FOERSTER 1921, p. 745). È
del tutto improponibile la proposta di A.F. NORMAN (1927, p. 146) di identificare il presunto tempio di
Kalliope con il iepòv Ti3%r|<; citato da Libanio.
97 BALTY 1981, p. 846, nr. 63, tav. 674 (bronzo antiocheno di Severo Alessandro); p. 848, nrr. 104-116,
tav. 675 (gemme); MEYER 2006, p. 437 ss., G 22-G 40, taw. 30-31; p. 449, M 18, tav. 33.

-84-
// Pantheon di Agrippa

chia, adottando per l'occasione lo schema a gambe accavallate e l'appoggio su una


roccia, già da tempo usuale per le immagini di muse 98 .
Malgrado le possibili interpretazioni delle fonti, sono convinto che ambedue
le sculture rappresentassero la personificazione di Antiochia come Tyche, secondo
lo schema iconografico attribuito a Eutychides". Gemme e monete raffigurano la
Tyche secondo lo schema canonico, ma affiancata da un personaggio maschile lori-
cato - quasi certamente Seleuco I - che la incorona 100 . È lo stesso Maiala, malgrado
la sua differente identificazione delle immagini, a spingere verso una lettura in tal
senso. L'ima era stata dedicata per portare fortuna alla città (xuxn v nótei), e per
codesta Tyche Seleuco I celebrò sacrifici; l'altra fungeva da Tyche della città (ei<;
Xóyov Tuxn<; xfjqróxfjqTcóXecx;)101. Inoltre, la statua dedicata da Traiano era incoro-
nata da Seleuco I e Antioco I: un motivo iconografico che non può in alcun modo
essere posto in relazione con una musa.
Delle due statue, la prima doveva essere la statua di culto collocata nel Ty-
chaion, mentre l'altra doveva essere una replica, o una variante, non necessariamen-
te realizzata per il teatro traianeo, ma qui trasferita da un'altra sede. L'opera di Eu-
tychides ebbe molto successo, al punto da diventare modello per le Tychai di altre
città asiatiche. Non potrebbe quindi meravigliare che il gruppo raffigurante la Tyche
incoronata da Seleuco I e da Antioco I, il sovrano fondatore di Antiochia e quello
dal quale prendeva il nome, potesse essere una delle tante rielaborazioni del tipo
statuario realizzato già in età ellenistica. Ci sono state, infatti, fondate obiezioni al-
l'ipotesi che Traiano stesso avesse commissionato il gruppo: quale poteva essere la
ragione per celebrare i sovrani seleucidi in età imperiale? Si tratti tuttavia di statue
di età ellenistica o di età traianea, esse sono state comunque inserite nell'ambito di
un programma figurativo imperiale. È possibile che Traiano, (simbolico) rifondato-
re di Antiochia dopo il devastante terremoto, abbia voluto ripercorrere la storia della
città dalla fondazione. Anche l'orgoglio civico potrebbe aver avuto una certa rile-
vanza nell'impostazione di un programma statuario che, si può immaginare, vedeva
nelle statue dell'imperatore e della sua famiglia, collocate in enfatica evidenza nelle
nicchie principali della scena teatrale, il suo fuoco prospettico. In questa logica, la
presenza nel proscenio, in posizione centrale, del gruppo statuario della Tyche con
Seleuco I e Antioco I, non avrebbe potuto oscurare in alcun modo l'immagine
dell'imperatore.

98 H E I D E N R E I C H 1968, p. 549 ss.; ID. 1966, p. 441 ss.; B A L T Y 1981, p. 840 ss.; RlDGWAY 1989, p. 269
s.; K O C H 1994, p. 60 ss.; RlDGWAY 2001, pp. 233 ss., 243 s., nota 24. Secondo L. Koch, la ed. Tyche
di Antiochia rappresenterebbe la Tyche di Antigoneia (su cui vd. nota 89).
9 9 M E Y E R 2006, pp. 73 ss., 207 ss.
1 0 0 M E Y E R 2006, p. 437 ss., G 22-39, taw. 30-31; M 18, tav. 33.
101 Un esame critico dei termini greci adoperati da Maiala in: M E S S E R S C H M I D T 2003, p. 104 s.

-85-
Eugenio La Rocca

Fig. 44. Pamukkale, Museo. Rilievo dalla frons scaenae del teatro: Ritratto clipeato, probabilmente di Eu-
mene II (da QUEYREL 2003).

In realtà non mancano informazioni sulla presenza di statue di eroi fondatori


entro strutture teatrali, come a Efeso 102 . Abbiamo la fortuna di poter avanzare un
confronto convincente. Nel crollo della frons scaenae del teatro di Hierapolis, furo-
no rinvenuti due pannelli che dovevano essere applicati in posizione simmetrica ai
lati della porta regia103, oppure sopra le porte hospitales104. Vi erano raffigurati,
come dichiarano le iscrizioni stesse, i busti clipeati, con diadema sul capo, di due
sovrani attalidi, un Eumene e un Attalo: verosimilmente Eumene II e il fratello At-
talo II, che avevano rifondato la città di origine seleucidica 105 (fig. 44). Un pannello
con un busto simile, che doveva aver subito danni irreversibili in corso di lavora-
zione, fu riadoperato per la raffigurazione di un supplizio di Marsia 106 , nell'ambito
dei due cicli di rilievi con episodi del mito di Apollo e di Artemide che decoravano

S C H W I N G E N S T E I N 1977, p. 107.
103 Così V E R Z O N E 1968, p. 321 ss.; V E R Z O N E 1978, p. 433; D ' A N D R I A , RITTI 1985, p. 58.
104 D E B E R N A R D I F E R R E R Ò 2007, p. 92, tav. X X .
1 0 5 V E R Z O N E 1968, p. 321 ss.; V E R Z O N E 1978, p. 433, figg. 56-57; D ' A N D R I A , RITTI 1985, pp. 178,

180; Q U E Y R E L 2003, p. 185 ss., D 9, tav. 31, 1, 2; D E B E R N A R D I F E R R E R Ò 2007, p. 92, tav. X X , figg.
185, 186; RITTI 2007, p. 413 ss.; R O M E O 2010, p. 141 s., figg. 5, 6. Sono possibili altre opzioni, anche
se meno convincenti: Eumene I e Attalo I, oppure Attalo I e Eumene II.
106 D ' A N D R I A , RITTI 1985, pp. 4, 58, tav. 18, 2; Q U E Y R E L 2003, p. 186, tav. 73, 1; R O M E O 2010, p.
141. C'erano altri due pannelli riadoperati sul lato posteriore, dei quali è conservato purtroppo solo il
contorno.

-86-
// Pantheon di Agrippa

Fig. 45. New Haven, Yale University Art Gallery. Rilievo dal tempio detto delle "Gaddè" a Dura Europo:
La Tyche maschile di Dura incoronata da Seleuco I (da ROSTOVTZEFF1939).

i podi del primo ordine della frons scaenae. L'assetto figurativo del teatro di Hiera-
polis, databile in età severiana, prevedeva perciò la presenza di due sovrani attalidi,
ai quali la città imputava la propria rinascita, e forse anche di altri dinasti. Sempre
in età severiana, o poco tempo dopo, a Hierapolis l'orgoglio cittadino era ulterior-
mente sottolineato da iscrizioni sui sedili del teatro che tramandano l'elenco delle
tribù cittadine, la maggioranza delle quali con eponimi dinastici, cui si affiancano
due tribù che prendono il nome da Roma e da Tiberio 107 .
Ritornando, ora, al significato della Tyche di Antiochia, va sottolineata
l'importanza delle rappresentazioni sui due rilievi di Dura Europo, dedicati nel 159
d.C. da un cittadino di Palmira nel tempio detto "delle Gaddé"108. Su un rilievo (fig.
45) il dedicante svolge un sacrificio davanti all'immagine del Gad maschile di Du-

107 KOLB 1974, p. 255 ss.; RITTI 2007, p. 422 ss. Vd. anche: GUIZZI 2007, p. 597 ss.. F. Queyrel
(QUEYREL 2003, p. 186) aveva suggerito che nel programma figurativo della scena del teatro comparis-
sero anche ritratti di dinasti seleucidi, ma T. Ritti (RITTI 2007, p. 415), e F. Guizzi (GUIZZI 2007, p. 599
s.), hanno avanzato non poche perplessità in merito, con argomenti che non ritengo persuasivi. Se i no-
mi ellenistici delle tribù erano ancora preservati in età imperiale, le passate guerre tra romani e seleucidi
non possono essere considerate elemento ostativo per la memoria dei fondatori della città.
108 Vd. nota 32.

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Eugenio La Rocca

Fig. 46. New Haven, Yale University Art Gallery. Rilievo dal tempio detto delle "Gaddé" a Dura Europo: La
Tyche femminile di Tadmor (Palmiro) incoronata da una Vittoria (da ROSTOVTZEFF 1935).

ra, in schema iconografico simile a Zeus-Baalshamin, seduto in trono tra due aquile,
e incoronato da un personaggio maschile loricato. Le tre iscrizioni, in lingua palmi-
rena, recitano: "Immagine di Haìràn bar Maliku bar Nasor"; "Il Gad di Dura, fatto
da Haìràn bar Maliku bar Nasor. Nel mese di Nisan, anno 470 (scil. 159 d.C.)";
"Seleuco Nikator". In alto, sul bordo della stele, su un'iscrizione mutila si legge il
nome del dedicante in greco: Aipd[vr|<; ... Sull'altro rilievo (fig. 46) il medesimo
dedicante sacrifica davanti al Gad femminile di Tadmor (scil. Palmira), raffigurata
secondo uno schema iconografico affine alla Tyche di Antiochia, ma con un leone
al suo fianco che suggerisce un'assimilazione con Atargatis. La Tyche, seduta su
una roccia da cui sporge il busto della personificazione femminile della fonte Efca,
in atto di nuotare, è in procinto di essere incoronata da una Vittoria con palma. Le
due iscrizioni superstiti (la prima iscrizione è mutila), in lingua palmirena, dicono:
"Il Gad di Tadmor (scil. Palmira), fatto da Haìràn bar Maliku bar Nasor"; "Nel
mese di Nisan, anno 470". Anche in questo caso, in alto, sul bordo, c'è un'iscri-

-88-
// Pantheon di Agrippa

zione mutila in greco con il nome del dedicante: uvr|G9fj [Ai]pavr)(; MaXixiou TOU
[Naocop].
Gad è la divinità siriana della fortuna, nella quale ogni città siriana ricono-
sceva la personificazione del suo destino e del suo oroscopo. Gad è identificato in
età ellenistica, come informano le iscrizioni, con Tyche. Nel caso dei rilievi di Dura,
le iscrizioni stesse permettono di identificare, senza alcun equivoco, i personaggi
principali come i Gad, cioè le Tychai, di due centri urbani della Siria, anche se le
immagini presentano tratti che suggeriscono un'assimilazione con due tra le princi-
pali divinità siriane. In un celebre affresco dal tempio di Bel a Dura Europo, il tri-
buno della XX coorte palmirena, Iulius Terentius, verso il 239 d.C. è raffigurato
mentre offre incenso a tre divinità in veste militare e alle Tychai di Palmira e di Du-
ra, identificate da iscrizioni greche, ma in questo caso ambedue raffigurate secondo
lo schema iconografico della Tyche di Antiochia, anche se speculari 109 .
Quanto è definito con assoluta precisione, attraverso le iscrizioni, nel caso
delle personificazioni di Dura e di Palmira, deve valere anche per Antiochia. Come
afferma Pausania, e non c'è ragione per non credergli, la statua di Eutychides raffi-
gurava la Tyche di Antiochia. Può anche essere che l'immagine, come nei rilievi di
Dura, mostrasse qualche elemento d'assimilazione con una delle principali divinità
della città, ma ciò non impedisce di considerarla una Tyche; non una Tyche canoni-
ca, con cornucopia e timone, ma la personificazione della buona fortuna della città.
L'immagine è polisemantica, perché nello stesso tempo raffigura Antiochia e la sua
Tyche. Di qui anche la presenza del fiume Oronte, dal quale Antiochia deriva la fer-
tilità della sua campagna, e della corona turrita, che è simbolo della città murata, ma
non di Kalliope che, in quanto musa, non ha mai attributi di tal genere.
Nella tarda antichità, ma certamente dopo il IV secolo d.C, quando la distin-
zione tra le immagini di Kalliope e di Tyche era diventata imprecisa, le statue di Ty-
che dedicate da Seleuco I e da Traiano furono collegate, per motivi che ormai ci
sfuggono, con Aimathe e con Kalliope. Aimathe è citata solo da Maiala, mentre tutte
le fonti che parlano della ben più importante Kalliope non sono anteriori all'età di
Giuliano e di Libanio, e ciò inficia molto l'ipotesi di una sua funzione quale protet-
trice della città fin dalla sua fondazione. In quanto musa, Kalliope avrebbe potuto
assumere sembianze affini alla creazione di Eutychides, ma difficilmente avrebbe
potuto avere, sempre come musa, una corona murale sul capo e spighe di grano nel-
le mani. In pratica, anche qualora avesse raffigurato Kalliope, di tale collegamento
non sarebbe rimasta traccia; l'identificazione con la Tyche della città avrebbe preso
109 CUMONT 1926, pp. 89 ss., 110 ss., taw. 49-51; DOWNEY 1977, pp. 19, 161, 203, 213, 278, tav. 47;
PARLASCA 1984, p. 167 ss., figg. 1, 2; BALTY 1986, p. 668, nr. 1; AUGE 1994, p. 156 s., nr. 1,; PROT-
TUNG 1995, pp. 83 s., 87 ss., 94 s., 103 s., 238 ss., nr. 7, tav. 9, 1; DlRVEN 1999, pp. 102 ss., 123, 191,
302 ss., nr. 49, tav. 13; MESSERSCHMIDT 2003, pp. 83, 88 s.; MEYER 2006, pp. 268 ss., 431, F 2, tav.
27, 4.

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Eugenio La Rocca

il sopravvento fino alla citazione di Maiala, che risale ad epoca giustinianea, e forse
dovuta a qualche somiglianza iconografica che non può più essere percepita nel suo
giusto valore.
Insomma, l'intera costruzione topografica di Downey, con la sua reduplica-
zione di agorai cittadine, risulta inconsistente e poco motivata. Ad Antiochia
c'erano ovviamente un'agorà e un bouleuterion, e un'agorà e un bouleuterion do-
vevano essere anche nell'insediamento di Epiphaneia, che non era un semplice
quartiere di Antiochia, ma qualcosa di più. Ciò vuol dire che, quando Maiala parla
di monumenti antiocheni, non si riferisce a quelli - supposti - di Epiphaneia, ma a
quelli siti ad Antiochia stessa, nel cuore della città seleucidica: e qui, nelle vicinan-
ze dell'agorà e del bouleuterion, dovettero essere realizzati sia il Mouseion di An-
tioco Philopator, sia la basilica detta Kaisareion110. Anche il foro di Valente, la cui
posizione secondo Downey non coinciderebbe con l'agorà seleucidica, era proba-
bilmente un rifacimento o un ingrandimento della primitiva agorà antiochena. In
attesa dei risultati di nuove indagini condotte da Gunnar Brands, appare per il mo-
mento convincente la proposta di Hoepfher di posizionare l'agorà tra l'Oronte e la
via colonnata, sì che il foro di Valente risulta essere un suo ampliamento verso le
colline a oriente (fig. 42).
Sempre secondo Thomas, il Tychaion/'Pantheon antiocheno, realizzato da Se-
leuco I o da uno dei suoi successori, e poi restaurato da Cesare durante la sua visita
ad Antiochia nel 47 a.C, potrebbe essere considerato il modello cui si è ispirato il
Pantheon di Agrippa. Cesare, ritornato a Roma nel 46 a.C, avrebbe messo a frutto
le sue conoscenze architettoniche e urbanistiche delle principali città greche del
Mediterraneo orientale - anche Alessandria - , iniziando un imponente lavoro di
rinnovamento urbanistico con l'aiuto di un architetto greco 111 . Il progetto prevedeva
la realizzazione di un nuovo Campo Marzio nell'area del Vaticano, senza tralasciare
comunque il Campo Marzio settentrionale 112 , già oggetto dell'interesse di Cesare
nel 54 a.C. Di qui a supporre che questo stesso architetto, o architetti di simile for-
mazione, abbiano importato a Roma modelli architettonici dalla nativa Antiochia -
oppure da Alessandria, dove Cesare soggiornò ancora più a lungo, avviando i lavori
per la realizzazione di un altro importante Kaisareion, celebre per i due obelischi
che lo adornavano - , ed anzi abbiano impostato la pianta del nuovo foro di Cesare
sulla base dei Kaisareia 13, il passo è breve. Thomas arriva al punto da supporre che
1,0 HOEPFNER 2004, p. 3 ss.; MEYER 2006, p. 75 nota 155.
111 ClC, adAtt, 13,33a, 3.
1,2 O C , adAtt, 4, 16, 8. Vd.: WlSEMAN 1993, p. 222 s.
113 SJÒQVlST 1954, p. 86 ss. È favorevole ad una derivazione del foro di Cesare dal Kaisareion di Ales-
sandria: BALTY 1991, p. 286 ss. Secondo Thomas, sarebbe plausibile che lo stesso architetto che ha
lavorato al Kaisareion di Antiochia (iniziato nel 47 a.C), o architetti della medesima estrazione cultura-
le, abbiano raggiunto Roma al seguito di Cesare per la realizzazione del foro di Cesare (completato nel
46 a.C): THOMAS 2004, p. 26, nota 78.

-90-
// Pantheon di Agrippa

Cesare avesse già previsto in Campo Marzio un Pantheon a imitazione di quello an-
tiocheno!
3. Dal Tychaion di Alessandria al Pantheon di Roma
Il groviglio di ipotesi che si sommano sostenendosi l'una con l'altra senza un
reale fondamento è tale da rendere obbligatorio un chiarimento sulla base dei dati
indiscussi. In primo luogo, come si è detto, quasi tutte le eKcppàaeiq, ivi compresa la
descrizione del Tychaion, non sono opera dell'antiocheno Libanio: l'intero trattato è
stato rimaneggiato con l'aggiunta di numerose descrizioni che gli sono state falsa-
mente attribuite. Non è perciò necessario supporre che ogni descrizione abbia per
oggetto opere d'arte e monumenti della sua patria, Antiochia. D'altronde, lo stesso
C O . Muller non dice affatto che il Tychaion descritto dallo Pseudo-Libanio fosse
ad Antiochia; è anzi persuaso che fosse ad Alessandria, non escludendo neppure
una possibile somiglianza tra l'edificio alessandrino e il Pantheon114.
In secondo luogo, ad Alessandria è testimoniata la presenza del Tychaion an-
che in maniera indiretta, con i nomi offerti ad un canale e ad un quartiere della città.
A questo proposito, va ricordato che Teofìlatto Simocata, sebbene non citi espres-
samente il santuario, ma una località alessandrina detta Tychaion, descrive statue di
uomini illustri (xoòq 87rtarmoTépouq xcov àvòpiàvicov) che scendevano dalle loro ba-
si. Potrebbe ovviamente trattarsi di statue collocate in una piazza, o lungo la strada,
o in qualsivoglia altro edificio. Eppure il brano di Simocata assume un rilievo mag-
giore se rapportato proprio alla descrizione del Tychaion dello Pseudo-Libanio, do-
ve erano le statue di sovrani semnotatoi. Anche la dichiarata vicinanza ad un Mou-
seion non mi sembra informazione equivoca. Nelle città greche si contavano nume-
rosi Mouseia, ma il Mouseion per eccellenza era ad Alessandria, celebre per il nu-
mero degli intellettuali che lo frequentavano e per la biblioteca che vi era annessa.
Reputo difficile che lo Pseudo-Libanio, citando di sfuggita un Mouseion, si riferisca
ad un santuario di Antiochia che nel frattempo era stato trasformato in un praeto-
rium\
Ad Antiochia c'era un Tychaion, che probabilmente conteneva la celeberrima
Tyche di Eutychides. Il Tychaion suggerito da Thomas, detto anche Pantheon,
avrebbe avuto al suo interno, in posizione privilegiata, non la Tyche di Eutychides, e
114 MOLLER 1839, p. 40: "Id Tychaeum nescio an simile fuerit illi, quod a Sophista quodam, sive Liba-
nio sive Nicholao, descriptum habemus, quod a Pantheo Agrippae specie et distributione partium non
multum diversum fuisse crediderim". E a nota 9: "Persuasi mihi, hoc Tychaeum Alexandriae fuisse in
acropoli (nam Museum non longe dissitum fuisse traditur)". FOERSTER 1870, p. 216 s., è stato il primo
a interpretare non correttamente il pensiero di Muller quando, a proposito del gruppo di Tyche che inco-
rona Ghe che incorona a sua volta Alessandro, afferma: "Alla medesima classe appartiene un gruppo
che viene mentovato da Libanio nella descrizione di un Tychaion, che è forse identico con quello di
Antiochia".

-91 -
Eugenio La Rocca

neppure l'immagine del vero fondatore di Antiochia, Seleuco I, ma quella di Ales-


sandro, che non aveva fondato né Antiochia né tantomeno Epiphaneia. Infine, ed è
l'argomento più vincolante, chi si deve riconoscere nell'oÌKioTf|<; che regge il sim-
bolo del Soter? Seguendo il pensiero di Thomas, non sarebbe né Tolemeo I né Ales-
sandro Magno. Dovrebbe trattarsi invece dell'immagine di un sovrano seleucide,
che ebbe Soter come appellativo ufficiale, tanto da poter permettere l'immediato
riconoscimento del personaggio. Gli epiteti Soter, Theos, Epiphanes, erano adottati
in tutto il regno specialmente per i sistemi di datazione del culto statale. È noto che
inizialmente molti di essi furono adottati dalle singole città del regno per onorare il
sovrano vivente: prevalse anzi l'uso di titolature differenti in differenti città115. Solo
post mortem alcuni appellativi - è appunto il caso di Soter - ebbero carattere uffi-
ciale per l'intero regno, pur trattandosi in origine di epiteti offerti al sovrano da una
determinata città116. Comunque sia, i sovrani seleucidi detti ufficialmente Soteres
sono probabilmente solo due, Antioco I e Demetrio I, sebbene l'appellativo sia stato
assunto anche da altri sovrani più effimeri o con numerose titolature: Seleuco III,
Antioco VII Euergetes Eusebes Soter, Demetrio III Theos, Philopator Kallinikos
Soter. Di essi solo uno, Antioco I, il figlio di Seleuco I, fondatore di Antiochia, eb-
be fama internazionale. Ma, in questo caso, e seguendo il ragionamento di Thomas,
perché nel Tychaion sarebbe stata collocata una statua di Antioco I e non del pa-
dre 117 , effettivo oiKiorriq di Antiochia? oppure dobbiamo pensare anche in questo
caso a un'imprecisione dello Pseudo-Libanio? Continuando con le difficoltà che
pone la lettura di Thomas, nulla induce a ritenere che esso si identifichi con il Pan-
theon restaurato da Cesare.
Quando si esaminano attentamente i dati, ogni evidenza si sfalda perdendo di
spessore. C'è da domandarsi, tra l'altro, il motivo per cui Thomas costruisca un'im-
palcatura così artificiosa quando le sue osservazioni possono reggere altrettanto be-
ne, anzi meglio, in riferimento al Tychaion alessandrino. Qualora Cesare avesse vo-
luto trasferire a Roma un modello architettonico greco-ellenistico, avrebbe avuto
maggiori opportunità di scelta ad Alessandria - la grande capitale del mondo antico
la cui tradizione culturale, anche per merito della sua biblioteca, vera fucina di ri-
cerca e lavoro per intellettuali, restò ancora per lungo tempo oggetto di emulazione
e fonte di ispirazione - che non ad Antiochia o, peggio, a Epiphaneia. A parte la
descrizione dello Pseudo-Libanio, ad Alessandria c'era sicuramente un Tychaion',
c'erano inoltre astronomi e matematici in quantità, che avrebbero potuto facilmente
offrire il proprio supporto per il programma ideologico del Pantheon romano. Per-
115 BOUCHÉ, LECLERCQ 1913, p. 610 ss.; BlKERMAN 1938, p. 236 ss.
116 HAB1CHT 1970 2 , p. 156 ss., spec. nota 83.
117 Seleuco I fu Soter, ancora vivente, in alcune città del suo impero, ma il suo effettivo epiteto fu Nika-
tor, con il quale egli è normalmente citato nei documenti ufficiali. Vi sono tuttavia eccezioni, su cui vd.:
HABICHT 1970 2 , p. 82 ss. e spec. nota 3 a p. 82.

-92-
// Pantheon di Agrippa

che allora immettere nella discussione un supposto Tychaion antiocheno di cui vi


sono tracce limitatissime nelle fonti, e che ideologicamente sembra reduplicare il
più celebre santuario nel quale Seleuco I aveva collocato là statua di Eutychides?
Non c'è alcun dubbio, tutto sommato, che la presenza di statue dedicate ad
Alessandro Magno, di cui una incoronata da Ghe a sua volta incoronata da Tyche si
addica assai meglio a un edificio alessandrino piuttosto che antiocheno. D'altronde,
lo Pseudo-Libanio descrive un'area nel centro di una grande città, nella quale diffi-
cilmente potrebbe riconoscersi Epiphaneia che, pur avendo forse una sua parziale
autonomia, restava comunque un sobborgo di Antiochia.
Le maggiori convergenze a carattere urbanistico si riscontrano comunque, e
nei limiti delle nostre conoscenze, tra la situazione romana e quella alessandrina.
Solo ad Alessandria si può ipotizzare un rapporto ideologico tra Sema e Tychaion,
che potrebbe aver influenzato l'impostazione del sistema Pantheon - mausoleo di
Augusto. Ma simile è anche un altro elemento. Il Tychaion, lo denunciano implici-
tamente le fonti, è esso stesso monumento dinastico destinato ad associare i Tole-
mei con Alessandro, così come nel Pantheon Augusto è associato a Cesare, e Cesa-
re con grande verosimiglianza a Romolo. E come nel Tychaion alessandrino il culto
dinastico offerto ai Tolemei insieme con i dodici dei non impedì loro di erigere iepd
dedicati ai singoli sovrani defunti e divinizzati 118 , così nel Pantheon romano il culto
del divo Cesare, e in seguito degli altri imperatori, venerati insieme con gli altri dei,
non fii letto come un mero duplicato dei culti loro offerti singolarmente, o in cop-
pia, nei templi eretti in loro onore tra il foro Romano ed il Campo Marzio.
Come sempre avviene, i confronti sono referenti, e suggerimenti, di lettura,
non precise coincidenze tra situazioni in sé, per la loro specifica natura, assai diffe-
renziate. Tychaion di Alessandria e Pantheon di Roma, Sema e mausoleo di Augu-
sto sono strutture nate in periodi e ambienti distanti secoli tra loro, non solo crono-
logicamente ma anche a livello di mentalità. L'opzione di Augusto è pienamente
romana, e risponde a esigenze romane, pur essendo il concetto dell'apoteosi di deri-
vazione orientale. Allo stesso modo, la realizzazione del mausoleo di Augusto e del
Pantheon solo in senso lato corrisponde allo schema adottato per il Sema ed il Ty-
chaion ad Alessandria. Tuttavia mi pare che ci siano gli elementi essenziali per pro-
porre un rapporto, da valutare tuttavia con la massima prudenza, e tenendo bene a
mente la differenza tra il nascente regno tolemaico e la repubblica romana al suo
tramonto.

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riutilizzati in Italia in epoca romana {li) 11 )
9. Puclclu M.. Cittadini a confronto. I rilievi funerari configure di
politai dell', [siaminóre ellenistica e romana (2013 )
10. Mari Z., Papini VI., Un nuovo Efesto per il lì' set. a.C. c' la
villa romana ili Palombaro Sabina (201 5 )

Eugenio La Rocca è socio ordinario dell'Accademia dei Lincei. In


qualità di Sovraintendente ai Beni Culturali del Comune di Roma
( 1992-2008), ha promosso numerosi interventi di restauro di mo-
numenti antichi, e coordinato il nuovo allestimento di musei ar-
cheologici: i Musei Capitolini nella Centrale Montemartini; il pa-
diglione progettato da Carlo Aymonino nel Giardino Romano del
Palazzo dei Conservatori; il nuovo Museo deWAra Tacis, pro-
gettato da Richard Meier; il Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di
Traiano. Attualmente insegna Archeologia Classica nell'Università
di Roma "La Sapienza". Ha diretto per molti anni la missione di
scavo dei Fori Imperiali, e in seguito la missione di scavo nelle
fondazioni del Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma.
Durante la sua lunga carriera scientifica ha scritto monografie e
articoli sulla cultura figurativa di età greca e romana, sui rapporti tra
arte ed ideologia politica, sulla topografìa e sui monumenti di città
ellenistiche e principalmente di Roma, sul tema del paesaggio
nell'antichità. Ricordiamo: La riva a mezzaluna. Culti, agoni,
monumenti funerari presso il Tevere nel Campo Marzio
occidentale. Roma 1984; Amazzonomachia. Lesculture'frontonali
del tempio di Apollo Sostano, Roma 1985; Lo spazio negato. La
pittura di paesaggio nella cultura artistica greca e romana, Milano
2008.
Ha ideato e coordinato alcune importanti mostre a Roma ed
all'estero: Kaisersaal. Kòln, Ròmisch-Cermanisches Museum,
1986; Aurea Roma. Dalla città pagana alla città cristiana, Roma,
Palazzo delle Imposizioni. 2000; Trionfi romani* Roma. Colosseo.
2008; Roma. La pittura dì un impero, Roma, Scuderie del
Quirinale, 2009; Igiorni ili Roma. L'età della conquista. Roma.
Musei Capitolini, 2010; I giorni di Roma. I ritratti. Le tante facce
del potere, Roma, Musei Capitolini. 2011; I giorni di Roma. L'età
dell'equilibrio, Roma, Musei Capitolini, 2012; Augusto, Roma,
Scuderie del Quirinale e Parigi. Grand Palais, 2013-2014; I giorni
di Roma. L'età dell'angoscici, Roma. Musei Capitolini. 201 5.

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