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Biomateriali: argomenti

Biomateriale: sostanza o insieme di sostanze di origine sintetica o naturale che può essere
impiegata per un qualsiasi periodo di tempo per un sistema che tratta, aumenta o diminuisce un
qualsiasi tessuto, organo o funzione del corpo. È una sostanza non vivente utilizzata per la
costruzione di un dispositivo medico, dotata di interfaccia con un tessuto vivente.

Biocompatibilità: la capacità di un materiale di determinare una reazione favorevole alla sua


presenza in una specifica applicazione.

Compatibilità (di un biomateriale) è data da 3 aspetti:


• Compatibilità morfologica: riguarda la geometria, la massa. Inserimento al posto del tessuto
naturale. Interfacciabile geometricamente con i tessuti circostanti. Massa tale da impedire
migrazioni dovute a forze gravitazionali;
• Compatibilità funzionale: fa riferimento alla funzione per cui il dispositivo è stato progettato.
Ruolo svolto vs atteso. Il comportamento può differire da quello naturale in eccesso o difetto di
funzionalità;
• Compatibilità biologica: biocompatibilità = risposta chimica e biologica che possono indurre
alterazioni dannose sia per i tessuti naturali, sia per i biomateriali in contatto con tali tessuti.

Trombogenicità: la proprietà di un materiale che induce o favorisce la formazione di un trombo


(coagulo di sangue).

Biodegradazione: la progressiva disgregazione di un materiale mediata da attività biologiche.

Bioassorbibilità: la capacità di smaltire i prodotti della biodegradazione tramite le attività


biologiche all' interno dell' organismo.

Biostabilità: la capacità di un dato materiale di non venir alterato dai fluidi biologici.

Bioinerte: materiale che non induce il tessuto ad interagire con esso, ma non da vita nemmeno a
fenomeni di intolleranza.

Biotossico: materiale che provoca una reazione negativa da parte dell’organismo. Questo fenomeno
può rendere necessaria la rimozione del manufatto dal paziente.

Dispositivo medico: strumento, apparato, dispositivo, macchina, reagente in vitro o altro oggetto
similare o correlato, compreso ciascun componente, ciascuna parte e ciascun accessorio per il quale
è previsto l’uso in medicina. Tale uso può riferirsi alla diagnosi di una malattia o di un altro stato, o
alla cura, alleviamento, trattamento o prevenzione di malattie dell’uomo.

Organo artificiale: dispositivo biomedico che sostituisce parzialmente o totalmente le funzioni di


un organo.

Protesi: dispositivo biomedico che sostituisce parzialmente o totalmente un organo, un arto o una
funzione di un tessuto del corpo. Una protesi deve essere biostabile e non biodegradabile.

Cellule Tessuti Organi Organismo


Cellule: unità fondamentali degli organismi. Cellule che sono correlate da un punto di vista
morfologico e funzionale formano i tessuti.
Tessuti:
•Epiteliali: epiteli di rivestimento, sensoriali, ghiandolari e secernenti;
•Connettivi: ossa, legamenti, tendini, cartilagine;
•Muscolari: liscio, striato, cardiaco (striato di tipo involontario);
•Nervosi: neuroni.

Le cellule sono immerse in una sostanza intercellulare detta matrice extracellulare (MEC).
La tipologia della MEC è data dalla sua composizione e dall' architettura tridimensionale dei suoi
componenti.
Per i tessuti connettivi, a seconda dell' ammontare dei costituenti della MEC si distinguono vari tipi
di tessuti connettivi (elastina, collagene, fibrillina).

Legge di Hooke:
F.e (modulo forza elastica) = k (costante di rigidezza) * x (spostamento)
F.e (vettore) = - k * x (vettore) (c'è il segno meno perché è una forza di richiamo)
Unità di misura: Newton = Kg/s * m
Maggiore è k, più è rigida la molla e più difficile sarà allungarla o comprimerla.
La legge di Hooke è anche detta di elasticità lineare, perché K è la pendenza della retta nel grafico
forza (asse y) - spostamento (asse x) e vale che k = (F.e) / x.

Un solido che rispetta questa legge viene detto solido hookiano ed avrà comportamento elastico
lineare.
La legge di Hooke vale solo per piccoli spostamenti, ovvero per piccoli valori di deformazione.
Per maggiori valori di spostamento non vale più la legge e la retta cambia la sua pendenza, si avrà
dunque una deviazione dalla linearità nella curva.
 Se k è piccolo la molla è facile da deformare e per ottenere una congrua deformazione di essa è
sufficiente applicare una piccola forza; se, invece, k è grande, la molla è dura e per ottenere la stessa
deformazione occorrerà applicare una forza maggiore. Tale legge ha un ambito di validità limitato
in quanto descrive il comportamento di una molla solo se le deformazioni che essa subisce sono
piccole rispetto alla sua lunghezza, cioè se le sollecitazioni sono contenute entro un determinato
limite, detto limite di elasticità. Pertanto, se la forza applicata è molto grande e supera tale limite si
produce lo snervamento della molla e, continuando, la sua rottura.
Lo snervamento è il fenomeno per cui un corpo sottoposto a eccessiva trazione perde
completamente l’elasticità e non riesce più a tornare nelle dimensioni d’origine anche quando la
trazione è terminata.

Possiamo mostrare un grafico dell’allungamento in funzione della forza applicata. Inizialmente al


crescere della forza l’allungamento aumenta proporzionalmente fino a un certo punto
chiamato limite di proporzionalità, e tale tratto viene rappresentato graficamente da una retta.

Superato tale limite la proporzionalità scompare, ma per valori dell’allungamento che non superano
quello corrispondente al punto chiamato limite elastico, quando la forza applicata viene rimossa il
corpo riprende la sua lunghezza originale.
La regione compresa tra l’origine e il limite elastico è detta regione elastica.
Se il corpo viene sollecitato oltre al limite elastico, si entra nella regione plastica: il corpo non
ritorna alla lunghezza originale dopo la rimozione della forza, ma rimane permanentemente
deformato. In tale regione si verifica che l’allungamento cresce con la forza, finché dopo un certo
punto, detto punto di snervamento, si verifica un notevole aumento di lunghezza e oltre il punto
di carico massimo il grafico cambia andamento e il massimo si raggiunge al punto di rottura.

Sforzo: prodotto di una forza F e una lunghezza (l^(-2)= area di superficie). Dimensionalmente si
misura in Pascal. La pressione è un particolare tipo di sforzo.

Prova di trazione = prova meccanica fatta attraverso una macchina dinamometrica (formata
da una traversa fissa ed una mobile): inserisco tra
due grips (ganci) il mio provino per allungarlo (la
traversa mobile si muove verso l’alto) fino a
rompersi. La cella di carico è un trasduttore che ci
dice in base alla velocità della traversa le reazioni del
materiale alla prova. Avendo impostato la velocità
della traversa (speed of testing), la macchina
conosce istante per istante lo spostamento del
campione, quindi grazie al trasduttore la macchina
conosce anche il valore della forza. Posso andare a diagrammare forza (carico) e spostamento
(allungamento).
Se l’andamento del grafico è lineare, vale la legge di Hooke e posso calcolarmi k.
Con la prova posso avere un grafico di questo tipo, dove dopo il pt. massimo la curva inizia a
scendere fino al punto di rottura del materiale.
Dal tratto iniziale della curva posso ricavarmi il valore di k della curva. Dopo il pt. P, la pendenza
della curva inizia a variare, ovvero dopo P non vale più la legge di elasticità lineare.
F.M= forza massima necessaria per rompere il provino anche se il provino non si rompe in quell'
istante. E' una resistenza meccanica a trazione (TENSILE STRENGHT)
F.u= carico ultimo di rottura, dove il provino si rompe.
Vale per un materiale generico. Definiamo sforzo e deformazione per studiare i casi specifici.
Lo sforzo (o stress) lo indicheremo con sigma (σ) e la deformazione (o strain) con epsilon (ε).

Ho bisogno di una forza maggiore per rompere il provino con sezione più grande.
In una prova di trazione sforzo è il valore della forza diviso l’area della sezione trasversale del
provino.
Se la prova è di trazione, lo sforzo è di trazione.

Un sistema è omogeneo se ogni sua parte ha le medesime proprietà fisiche e chimiche,


indipendentemente dalla posizione. I materiali più semplici sono quelli isotropi e omogenei, per i
quali esiste un unico valore di E e di ν.

Materiale isotropo: materiale che mostra le stesse proprietà meccaniche e termiche in tutte le
direzioni. (es. crociato anteriore. E' un legamento "aggrovigliato" tipo random coil, quindi la
direzione della prova non cambia il risultato finale.). Se applico n sforzi uguali fra loro e i moduli e
le deformazioni sono uguali tra di loro, allora posso definire il mio provino isotropo.
Materiale anisotropo: materiale in cui, al variare della direzione, variano le proprietà meccaniche e
termiche. (es. tendine. Se faccio una prova di trazione i tendini si distendono difficilmente
(dall'interno all'esterno), mentre si sciolgono facilmente se la prova la faccio in senso opposto)
ENGINEERING STRESS (Sforzo ingegneristico):
σ = F/A₀ [ = ] Pa = N/m²
(A₀ è l' area della sezione trasversale del provino di riferimento).
ENGINEERING STRAIN (Deformazione ingegneristica):
ε = Δl / l₀ [ = ] Adimensionale
(l₀ è la lunghezza di riferimento).
Ingegneristico: durante la trazione la lunghezza e l' area
trasversale cambiano.
Per ottenere la colonna σ divido la colonna delle F per l'
area della sezione trasversale del mio campione. Per
ottenere ε divido la colonna Δl per la lunghezza iniziale del
mio campione.

Diagramma sforzo - deformazione


(Riprendendo il grafico forza - spostamento della pagina precedente) Se il materiale è lo stesso della
prima prova ottengo una determinata curva, dalle prove successive ottengo delle curve che si
sovrappongono alla prima.
Qualitativamente ho un grafico simile a quello forza - spostamento, l' unica differenza è che la
curva non cambia a seconda della geometria scelta.
σ.u è detto carico ultimo di rottura o sforzo ultimo di rottura.
σ.max è lo sforzo massimo ed è la resistenza a trazione del materiale o tensile strenght.
ε barrato è la deformazione a trazione corrispondente allo sforzo massimo.
ε.max è la deformazione massima, ovvero la deformazione a rottura.
Fino a P c'è proporzionalità diretta tra lo sforzo e la deformazione e vale che:
σ = E * ε, dove E è il modulo elastico/elasticità/di Young.
E ha le dimensioni di σ, dunque è una pressione (Pa).
E' un' altra espressione della legge di Hooke tramite i concetti di sforzo e deformazione.
Durante una prova di trazione è anche chiamato modulo di elasticità normale o modulo elastico a
trazione.
Ogni test fatto in laboratorio viene eseguito sulla base di norme per rendere omnicomprensiva la
prova effettuata. Queste norme ci danno informazioni, ad esempio, sul come eseguire la prova, sulla
geometria del campione, sulle dimensioni da utilizzare e sulla velocità da impiegare.
Le norme sull' esecuzione della prova sul materiale (standard tecnici) sono rilasciate dall' A.S.T.M
(American Society for Testing Materials).
Estensimetro (o strain gage): strumento di
misura utilizzato per rilevare piccole deformazioni
dimensionali di un corpo sottoposto a sollecitazioni
meccaniche. Tramite le norme rilasciate dall' A.S.T.M,
possiamo capire come utilizzare questo strumento.

Coefficiente di Poisson: coefficiente dato dal rapporto di due deformazioni e si indica con
ν (nu) = - ε (trasversali) / ε (assiali)
In una prova di trazione ε (trasversali) ha valori negativi e ε (assiale) valori positivi.
ε trasversale in trazione è negativa poiché il provino si contrae, ovvero la sezione trasversale si
riduce, mentre la componente assiale aumenta perché il provino si allunga.
Durante la contrazione avviene esattamente il contrario. In ogni caso ν deve essere positivo, dunque
per questo si mette il segno meno.

Nei materiali auxetici (se sottoposti ad uno sforzo di trazione si allargano trasversalmente, mentre
se sottoposti a compressione si restringono), ν è negativo.

Deformazione plastica ed
elastica:
Preso un diagramma sforzo-
deformazione. Nel tratto
lineare, posso determinare il
modulo elastico E dalla
pendenza. Se ad un dato
istante fermo la prova, il
campione viene scaricato (rimuovo il carico) e la curva viene ripercorsa. Superato il limite σ e ε non
sono più proporzionali.

Zoom

Se durante la prova supero il limite lineare, il mio provino recupera solo una parte della
deformazione totale, quel che recupera si chiama deformazione elastica, ciò che non recupera è
detta deformazione plastica. Dopo l’andamento lineare, generalmente, c' è un intervallo in cui esiste
un campo elastico che però non rispetta la legge di Hooke, dunque non vale che σ = E * ε, ma posso
applicarla solo puntualmente.
Le deformazioni elastiche sono quelle "recuperabili", al contrario di quelle plastiche che non lo
sono. Quando supero il limite elastico ho un comportamento elastico non lineare, ciò significa che
se sottopongo il provino alla stessa prova, quest' ultimo rimane in parte deformato e che il provino
non segue lo stesso percorso a ritroso ma percorre un tratto parallelo al tratto iniziale lineare,
dunque ci sarà una deformazione permanente.
Al di là del campo elastico entro nel campo delle deformazioni plastiche. La deformazione totale è
la somma di due aliquote, ovvero ε Totale = ε Elastica + ε Plastica.

Con A = punto generico della curva al di sopra di σ. E.

Dove σ y è lo sforzo di snervamento, sforzo di scorrimento plastico (yield point, yield strenght,
yield stress).

NECKING:
Nel punto massimo della curva si verifica il necking (strizione), ovvero una riduzione di sezione
localizzata. Il Neck = inizio di una deformazione plastica non uniforme che risulta in una
riduzione localizzata dell’area della sezione trasversale.
Seguendo la curva, il materiale continua ad allungarsi ma perde resistenza, dunque lo sforzo è
minore finché il provino non si spezza. Per un materiale metallico dopo la strizione, lo sforzo si
concentra al centro fino ad avere un punto di rottura al centro. Quando questo fenomeno si forma in
un polimero, una volta formato il neck, il provino si allunga ed il neck si propaga per tutta la
lunghezza del campione fino a che non si ha un' unica striscia in cui si è propagato il neck e la curva
risultante ha un massimo e poi ha uno sforzo costante.

Materiale polimerico: materiale in cui le catene di polimeri nel neck sono tese, mentre quelle all'
esterno sono aggrovigliate.

Materiale duttile: materiale che mostra deformazioni plastiche, ad esempio polimeri e metalli.

Materiale fragile: materiale che non ha deformazioni plastiche fino alla rottura, ciò vuol dire che la
rottura avviene sempre nel campo elastico. Se mostra deformazioni plastiche quest' ultime sono
trascurabili.

Rigidezza e rigidità: la capacità che ha un corpo di opporsi alla deformazione elastica provocata da


una forza applicata. In generale si dovrebbe usare il termine rigidezza quando si parla di una
struttura, di rigidità quando si parla di un materiale. 

Per determinare la fine del campo elastico e l' inizio del campo delle deformazioni plastiche si
utilizzano 3 metodi:
•Metodo dell' offset (metodo più utilizzato);
Consiste nel prendere in considerazione l' asse delle ε e tramite uno standard si prendere una ε
segnata, a partire dalla quale si traccia un tratto parallelo al tratto iniziale lineare, individuando un
punto σ y.
•Metodo del primo punto a pendenza zero;
Il punto a pendenza zero è un massimo, ciò vuol dire che il punto di snervamento è uguale a quello
di strizione.

•Metodo dell' estensione sotto carico (extension under load method):


Preso un valore standard ε* sull' asse delle ε e si traccia un tratto parallelo all' asse σ, il punto in cui
la retta incontra il grafico corrisponde a σ y sull' asse σ.
Polimeri lineari: presentano legami secondari tra
le catene.
Polimeri ramificati: legami tutti covalenti nella
catena principale e nelle appendici
Polimeri reticolati: unica maglia
tridimensionale. Legami covalenti trasversali tra
le catene principali che non sono libere di
muoversi, data la presenza delle appendici.

Polimero: macromolecola costituita da un gran numero di gruppi molecolari (o unità strutturali)


uguali o diversi, uniti "a catena" mediante la ripetizione dello stesso tipo di legame (covalente).
Ogni catena ha una lunghezza diversa, per cui si crea una distribuzione.
I legami nei polimeri sono tutti covalenti, tra le catene invece possono essere covalenti o secondari
(interazioni tra molecole, sia polari sia apolari, genericamente indicate come forze di van der Waals
che comprendono: le interazioni dipolo/dipolo; le interazioni tra molecole non polari; il legame a
idrogeno.)

In base alla temperatura:


Polimeri termoplastici (lineari e ramificati): polimeri che posso rimodellare con la temperatura;
quando aumento al temperatura, fornisco al sistema un' energia termica proporzionale a KT (dove
K è la costante di Boltzmann) ed aumenta la mobilità molecolare dei polimeri.

Polimeri termoindurenti (reticolati): polimeri che non posso rimodellare con la temperatura; per
rifonderli dovrei fornire al sistema un'energia tale da rompere i legami covalenti, degradando la
composizione chimica del materiale e rompendo tutti i legami presenti.

Elastomeri (o gomme): materiali polimerici che si trovano tra i termoplastici e termoindurenti.


Sono costituiti da catene molto lunghe con molecole aggrovigliate (random coil), questo determina
l’elasticità entropica ( S = K ln W). W è il fattore entropico.
Pertanto, con il generico termine di elastomero si indicano le sostanze naturali o sintetiche che
hanno le proprietà chimico-fisiche tipiche della gomma naturale, la più peculiare delle quali è la
capacità di subire grosse deformazioni elastiche, possono cioè essere allungati diverse volte per
spostamenti finiti riassumendo la propria dimensione una volta ricreata una situazione di riposo.

ELASTOMERI

TERMOINDURENTI: HANNO
TERMOPLASTICI: HANNO CROSSLINKS
CROSSLINKS CHIMICI
FISICI
[legami covalenti trasversali,
ovvero deboli interazioni tra le catene
(es. entanglements)]
POLIMERIZZAZIONE

ETILENE POLIETILENE

COMPORTANO L' ALLONTANAMENTO DEFINITIVO DELLE MACROMOLECOLE


In base alla reazione:

La polimerizzazione può avvenire in due modi (polimerizzazione per addizione e


policondensazione).

Poliaddizione (meccanismo radicalico): processo che parte dai monomeri e da un iniziatore,


dando origine ai radicali liberi, una specie chimica altamente reattiva, che riescono a rompere i
doppi e tripli legami dei monomeri insaturi facendo man mano crescere la catena polimerica durante
la reazione di polimerizzazione.

Policondensazione:
condensazione organica che
porta alla formazione di
legami tra le unità
monomeriche per
eliminazione di molecole
piccole (es. acqua).

In base all’ordine
molecolare:
Polimeri amorfi: polimeri con catene
aggrovigliate tra di loro (gli intrecci prendono il
nome di entanglements) che possono essere
allontanati tramite determinate forze.

Polimeri (semi) - cristallini: polimeri con una


disposizione ben precisa, dove ci sono zone
ordinate (cristalliti) in cui le catene sono come
allineate, al di fuori delle quali c'è disordine.
Presentano una fase cristallina ed una amorfa.
Realizzo un provino con una determinata geometria (sottopongo ad una prova di trazione):
LOOP: tirato fuori dal processo di
carica - scarica.
Anche se non recupero il limite elastico, nella pratica i polimeri recuperano tutta la deformazione,
ma con un percorso di ritorno diverso da quello di andata nei processi di carica-scarica. Alla fase di
carica fornisco energia per unità di volume che nel processo di carica-scarica non è del tutto
restituita (ENERGIA DISSIPATA); l’energia meccanica si trasforma in calore, è a causa dell’attrito
tra le catene che l’energia si dissipa.

Nei polimeri semicristallini è comune trovare una morfologia di tipo sferulitica. Si definisce
"sferulita" o "sferulite" una "sorta di serbatoio da dove partono a raggiera zone caratterizzate da una
morfologia lamellare".
Nel caso dei polimeri (semi) - cristallini, ho vari serbatoi "cuciti" tra di loro.

←Morfologia sferulitica

Considero una curva σ-ε per un polimero duttile con esteso stiro a freddo (trazione senza
aumento di temperatura):

Nella zona dove si forma il neck, le catene sono orientate nella direzione del carico applicato; nelle
zone vicine, invece, le catene sono molto aggrovigliate e i legami più deboli. Alla fine della zona di
plateau per rompere il provino devo rompere i legami covalenti aumentando lo sforzo.

Deformazioni plastiche (yielding):


•METALLI: sono connesse alle dislocazioni. Si tratta di uno dei difetti lineari possibili nei solidi
cristallini, le dislocazioni si muovono in determinati piani cristallini e in determinate direzioni.
•POLIMERI: abbiamo tre meccanismi (la differenza è su scala morfologica);

•Flusso omogeneo: quando sottopongo un campione a trazione i segmenti di catena si riarrangiano


nella direzione del carico in maniera omogenea in tutto il provino.
•Flusso eterogeneo: formazione di shear banding (bande a taglio). Caso analogo al precedente,
solo che i double kinks sono tali da dare origine a bande di materiale deformato a 45° rispetto all'
asse di trazione, distribuite in maniera eterogenea.

•Crazing: formazione di crazes, ovvero un difetto reticolare a forma di lente, non è una cricca
(tipica dei metalli, è un difetto del materiale da dove parte la rottura): le due superfici sono tenute
assieme da catene polimeriche. A trazione, i crazes si propagano nella direzione perpendicolare a
quella di trazione, dall' unione di più crazes si ha la rottura del provino.
A temperature più alte avrò un meccanismo di flusso omogeneo, per temperature più basse flusso
eterogeneo o crazing. Per i polimeri, la temperatura è un parametro fondamentale, una delle più
importanti è la temperatura di transizione vetrosa (Tg) o GLASS TRANSITION
TEMPERATURE. La Tg è sempre minore della temperatura di fusione.

A Tg le catene polimeriche cominciano a guadagnare mobilità e flessibilità. Comincia un moto


ordinato a lungo raggio degli atomi. Definito melting (fusione) il passaggio di stato solido -
liquido. Dopo Tg comincia la fusione dei cristalliti (riguarda solo i polimeri semicristallini). Tm è
una temperatura di picco, però avendo cristalliti di dimensione diversa è un intervallo.
PASSAGGI DA SOLIDO A LIQUIDO:
Amorfo: 1) VETROSO
2) TRANSIZIONE VETROSA
3) GOMMOSO T AUMENTA
4) FLUSSO GOMMOSO
5 ) FLUSSO LIQUIDO

In questo caso non parlerò di fusione, bensì di rammollimento.


TEST DI TAGLIO (SHEAR TEST):
Preso un provino di un determinato materiale al quale applico una forza tangenziale (detta di
scorrimento o di taglio), vincolando la superficie inferiore.
Abbiamo uno
scorrimento della faccia
superiore su quella
inferiore per azione della
forza F.
Se considero un generico
pt. P a t₀, a t₁ si troverà
nel punto P'.
Avrò una deformazione
di cui potrò avere una
misura tramite l' angolo
che si viene a formare:
Chiamando il segmento congiungente P e P' = s = spostamento, per la trigonometria avrò che tg(γ)
= s / h.
Per valori piccoli di γ avrò che
tg(γ) ≃ γ → γ ≃ s/ h ["deformazione" a taglio o SHEAR STRAIN]

Lo sforzo in questo caso è: τ = F / A₀ ["Sforzo" di taglio (tangenziale) ingegneristico]

Per piccole deformazioni vale ancora la


legge di Hooke, che in questo caso si
scriverà come
τ = G*γ dove G è il modulo elastico a
taglio (corrisponde alla pendenza della
curva).

PROVA DI COMPRESSIONE:
Prendo un provino a geometria cilindrica e lo comprimo. Il verso della forza è opposto a quello del
test di trazione.

σ= F / A₀ [è ancora una sforzo normale, dove


A₀ è l' area della sezione circolare (4πr²)]

ε = Δh / h₀ [in questo caso diminuisce l' altezza


e Δh è negativa]

Di Δh prendo il valore assoluto in modo tale da


avere entrambe le grandezze positive.

Si tratta di uno sforzo σ a compressione in


funzione di una deformazione ε a
compressione.

Anche qui vale che σ = E*ε, solo che in questo caso E è il modulo elastico a compressione.

Prova di flessione a tre punti (Three Point Bending):

Definita L la distanza tra i due appoggi.


Appena comincio la prova la traversa mobile si abbassa e comincia a caricare. Si avrà una
deformazione (deflessione) lungo x, la parte superiore va in compressione, quella inferiore in
trazione.

La formula del Navier dice che:


σ = (M/ Ix) * y
dove M è il momento flettente, Ix il momento inerziale rispetto all' asse x, y è l’allungamento.
Definito D = spostamento x:
ε = 6 (D* d)/L² e σ = 3/2 * F/B * L/d²

Dove L è la lunghezza totale.

Posso avere curve di sforzo - deformazione di diversi


tipi.

La prova è "a tre punti" perché due sono di appoggio e il terzo è il punto di applicazione della forza.

La prova può anche essere a quattro punti (four point bending).

Prova di torsione:
O è il centro della sezione circolare.
Il pt. P si sposta sotto torsione nella posizione P' (per effetto del momento torcente).
Θ è lo spostamento angolare, dovuto dall' applicazione di un momento torcente.
Prendo il pt. P e prendo la sua proiezione P'.
Per piccoli angoli il segmento congiungente P e P' = R * Θ.
Come lunghezza L iniziale scelgo l' altezza h.

γ mi dà una misura della deformazione (deformazione che sarà a taglio):


γ = (R*Θ)/h

τ è lo sforzo tangenziale e sarà uguale a:


(Mt/Ip) * r,
dove Mt è il momento torcente e
Ip è il momento d' inerzia polare della sezione.

Ho uno sforzo massimo per r = R.


Ottengo che τ = G * γ, dove G è il modulo di elasticità torsionale.

RESILIENZA:
resistenza all' urto o all' impatto. Si misura tramite l’energia necessaria per fratturare, in un sol
colpo, un provino di un dato materiale con un taglio superficiale, in seguito all' urto di una massa
(spesso chiamata MASSA PENDOLARE).

L' intaglio serve per concentrare gli sforzi in maniera tale che la rottura avvenga in regime
praticamente elastico.

Il pendolo fratturerà il provino generando un’energia potenziale.


Il risultato sarà quindi in J/m² (Joule/Area di intaglio) o J/m (Joule/Spessore provino).

Prova di IZOD: prova di impatto/resilienza, la quale ha come unità di misura J/m.


La differenza tra la prova di IZOD e quella di Charpy è l' afferraggio, cioè come il provino è
vincolato durante la prova.

Esempio

schematizzazione prova di resilienza usando IZOD.


Dalla curva sforzo - deformazione posso ricavare delle informazioni sulla resilienza tramite l' area
sottesa alla curva nel tratto elastico.
σy ≃ σp; se il campo elastico non lineare è molto piccolo e se ho deformazioni plastiche dopo il
tratto lineare.
Da questa approssimazione posso ricavare una misura del MODULO DI RESILIENZA (R):

R = 1/2 * σy * εy (area sottesa al tratto lineare)


Dove εy = σy / E → R = 1/2 * σy²/E
Un materiale più è resiliente quanto più grande è lo sforzo e tanto più basso è il modulo elastico.

DUREZZA: proprietà degli strati superficiali di un materiale, rappresenta la resistenza all'


abrasione, scalfitura e deformazione localizzata.

L' intender (penetratore) applicando una forza penetra nella superficie del materiale creando un
"danno", ovvero un' impronta. Dopo aver creato l’impronta, risale.
H (durezza) = P / A(hc), dove P è il carico, A è l’area dell’impronta. hc indica la profondità di
contatto. A è in funzione di hc.
TENACITÀ:
l’energia necessaria per portare a rottura/fratturare un provino di un dato materiale.

Una stima è data dal' area sottesa dalla curva sforzo - deformazione fino al pt. di rottura.
MATERIALI COMPOSITI:
Sono costituiti da una MATRICE e da un
RINFORZO che lavorano sinergicamente.
Le matrici sono generalmente costituite da un
metallo, da un materiale ceramico o un
polimero.
Il rinforzo può essere costituito da particelle
(COMPOSITI PARTICELLARI) o da fibre
(COMPOSITI FIBRO RINFORZATI).
Le particelle posso essere dell’ordine dei micrometri (MICROCOMPOSITI) o dei nanometri
(NANOCOMPOSITI). I compositi spesso sono detti IBRIDI quando ci sono sia micro che nano
particelle.
I compositi polimerici (materiali compositi a matrice polimerica) sono più flessibili e maggiormente
deformabili.
È utile disporre il rinforzo nella direzione del carico applicato in modo da aumentarne le
caratteristiche meccaniche (infatti resistenza e modulo risultano massimi).
Questo vale sopratutto per le fibre. Le più utilizzate sono le fibre di vetro, carbonio e Kevlar (una
poliammide aromatico); questi tre tipi di fibre si differenziano per le loro proprietà fisiche.
Il modulo elastico per le fibre di vetro va da 70 a 90 GPa, quello delle fibre di carbonio va da 220 a
800 GPa e quello delle fibre di Kelvar va da 80 a 160/180 GPa. Ciò significa che anche con la
stessa matrice (ma con fibre diverse), il composito ha proprietà diverse.
I compositi hanno elevate proprietà specifiche (grandezza su densità).
Ruolo matrice = distribuire gli sforzi
Ruolo rinforzo = tenere il carico
Con i compositi posso modulare le caratteristiche meccaniche del materiale, sia in termini di
resistenza che di rigidezza lì dove serve.

Considero una lamina composita fibrorinforzata unidirezionale (le fibre


che costituiscono il rinforzo sono disposte tutte nella stessa direzione).
Indico con 1 la direzione delle fibre e con 2 la direzione ortogonale ad 1
contenuta nel piano della lamina.

Se volessi stimare il modulo elastico longitudinale (1):


E₁ = Φm * Em + Φf * Ef
(REGOLA DELLE MISCELE),
dove Φm è la frazione volumetrica della
matrice, Em è il modulo elastico della
matrice, Φf è la frazione volumetrica
delle fibre e Ef è il modulo elastico
delle fibre.
Definita Φa = frazione volumetrica =
Volume di A / Volume totale,
vale che Φm + Φf = 1.
Quando E₁ = Em non ho fibre, cioè non
ho rinforzo. A 1 ho solo fibre, infatti
leggo Ef.
E₁ = E₁ (Φf), ha un andamento lineare.

Per E₂, modulo elastico ortogonale:

1/ E₂= Φm / Em + Φf / Ef (è applicata ai reciproci dei moduli)

Graficamente, non ho più un andamento lineare:

Sia N₀ il numero lamine. I dispositivi compositi sono fatti con la sovrapposizione di lamine tutte
con orientazioni diverse a formare un LAMINATO; ogni lamina presenta un sistema di riferimento
locale (dove troviamo sempre una direzione 1 e
2) e tutte le lamine ne hanno poi uno globale.
L' orientazione si sceglie in base all' equazioni
costitutive della lamina.
Considero un materiale omogeneo ed isotropo.
Applico lo sforzo di trazione nella direzione 1:

• Allungamento su 1 → ottengo una


deformazione ε₁ = (L₁ - L₀)/L₀

•Contrazione su 2 → ottengo una


deformazione ε₂= Δw/w₀

Applico ora lo sforzo nella direzione 2:

• Allungamento su 2
• Contrazione su 1

(ν₂₁) = - ε₁ / ε₂
VISCOSITÀ:
LEGGE DI NEWTON SULLA VISCOSITÀ:
Esperimento di Newton:
Prendo due piastre che distano l' un dall' altra una distanza y, con A=area delle due piastre. Le due
dimensioni delle piastre sono molto superiori alla distanza y.

Supponiamo di mettere le due lastre in un fluido.


Inizialmente le piastre sono ferme, ad un certo istante t = 0 metto in moto la piastra inferiore con
velocità v, la piastra superiore è ferma con v = 0.
La forza applicata sarà una forza tangenziale (grazie alla quale metto in moto la piastra inferiore).
Dopo un iniziale tratto transitorio vado a trovare un profilo della velocità che sarà triangolare.

Moto laminare: Immagino il moto come tanti piani infinitesimi che scorrono gli uni sugli altri
(tante lamine) senza che ci sia rimescolamento di fluido.

LEGGE DI NEWTON PER LA VISCOSITÀ:


F / A = μ * v / y,
dove F è la forza tangenziale che viene applicata al piatto inferiore per metterlo in moto con
velocità v, y è la distanza fra le piastre, μ è la costante di proporzionalità (rappresenta la
viscosità, ovvero la resistenza di un fluido allo scorrimento e dipende dalla temperatura e dal tipo
di fluido).
Fluidi con μ costante sono detti fluidi a comportamento newtoniano.

La legge di Newton può essere anche scritta in forma locale (puntuale):


τ(μx come pedice) = - μ * d (vx) / d (y) [Derivata della componente della velocità lungo x fatta rispetto ad y]
Le due equazioni si equivalgono.

Se vado a ripercorrere l' esperimento e metto in moto il piatto inferiore con una velocità v e con una
forza tangenziale, lo strato di fluido adiacente al piatto inferiore acquista una certa quantità di moto.
q(vettore) = m * v(vettore)
v (y come pedice) = componente della velocità v (vettore) lungo y
Se considero le componenti dico che vado a considerare le componenti della quantità di moto lungo
x.
τ (yx come pedice) = tensione tangenziale esercitata lungo x su uno strato di fluido che si trova ad
una altezza y da un altro strato di fluido. E' proporzionale al gradiente di velocità con segno meno.

IL SEGNO MENO DA DOVE PROVIENE?


La quantità di moto va lungo x, mentre il flusso lungo y. Il segno meno ci dice che il flusso viscoso
di quantità di moto avviene lungo la direzione in cui la velocità diminuisce.
μ è un coefficiente di scambio di quantità di moto.

τ = F / A = (massa * accelerazione) / area = (massa * velocità) / (area * tempo) =


(quantità di moto ) / (area * tempo) [quantità di moto riferita all' unità di tempo è una portata. E'
una portata per unità di superficie, dunque ottengo un flusso di quantità di moto)

UNITÀ DI MISURA:
μ [=] Pa * s (nel S.I)
μ [=] POISE g / (cm * s) (nel CGS)
1 P = 0.1 Pa * s
CENTIPOISE = cP = 10^(-2) P

Posso ricavarmi la viscosità τ = μ *γ' → μ = τ / γ'


Se μ dipende dalla velocità di deformazione γ' (sarebbe γ punto) il fluido è a
COMPORTAMENTO NON NEWTONIANO .

Spesso la viscosità risulta rapportata con la densità ρ e vale che ν (viscosità cinematica) = μ / ρ
FLUIDI A COMPORTAMENTO NEWTONIANO E NON SUL GRAFICO
Fino ad ora abbiamo specificato " a comportamento" newtoniano e non perché, ad esempio, potrei
avere una situazione del tipo:
Ciò significa che bisogna guardare il range di γ'.

Ci sono casi in cui il comportamento non newtoniano va ben oltre la dipendenza da μ e γ', in questi
casi si entra nel campo della VISCOELASTICITÀ.

La legge di Hooke e la legge di Newton governano i due limiti del comportamento viscoelastico.
Definito t (exp), il tempo dell' esperimento con cui si deforma il sistema, e t (r), il tempo di
riarrangiamento della configurazione molecolare del materiale.

I CASO LIMITE:
t (exp) << t (r) → TEMPI BREVI, EMERGE LA RISPOSTA ELASTICA.

II CASO LIMITE:
t (exp) >> t (r) → TEMPI LUNGHI, EMERGE IL COMPORTAMENTO VISCOSO.

QUANDO I DUE TEMPI O LE DUE VELOCITÀ SONO CONFRONTABILI EMERGE IL


COMPORTAMENTO VISCOELASTICO.
VISCOELASTICITÀ:

Tre fenomeni principali:


•CURVE SFORZO - DEFORMAZIONE: dipendenti dalla velocità di deformazione (ε')
•STRESS RELAXATION
(rilassamento degli sforzi):
Immagino di prendere un provino e
applichiamo quasi istantaneamente
una deformazione e vado a valutare
come varia lo sforzo nel tempo.
Consiste nella diminuzione degli
sforzi in corrispondenza di una
deformazione costante.
Per un materiale viscoelastico si ha
un picco di sforzo τ₀, appena la
deformazione resta costante
comincia a rilassarsi in modo quasi
esponenziale.
Ci sono 2 possibilità:
• Lo sforzo tende asintoticamente ad un valore di equilibrio diverso da zero
→ SOLIDO VISCOELASTICO
• Lo sforzo dopo il picco si rilassa nel tempo fino a zero
→ LIQUIDO VISCOELASTICO

•CREEP TEST:
fenomeno relativo ad una deformazione che procede nel tempo sotto l' azione di uno sforzo costante
che viene istantaneamente applicato.
Come varia la deformazione nel tempo?
Abbiamo due casi limite:
• HOOKEAN SOLID: in input ho uno sforzo τ₀, in output γ = γ(t).
•NEWTONIAN FLUID:

τ = μ * γ' (PROFILO DI DEFORMAZIONE LINEARE)

Per un materiale viscoelastico, invece, quando viene applicato istantaneamente uno sforzo τ₀, la
deformazione si porta quasi istantaneamente da zero a γ₀. Si ha un salto elastico. La deformazione
non ha un andamento rettilineo ma per lunghi tempi si linearizza. E' il comportamento intermedio
tra i due casi limite.

Viscoelasticità lineare e non lineare

Considero un test di stress – relaxation in cui si ha una variazione dello sforzo nel tempo sotto una
deformazione mantenuta costante; la funzione risposta da prendere in considerazione è il
MODULO DI RILASSAMENTO [G(t) = τ(t) / γ₀].
Faccio diversi test su un materiale viscoelastico ottenendo:
Le varie curve tendono a sovrapporsi, il modulo G(t) risulta quindi costante e non dipendente dal
livello di deformazione imposta (è soltanto funzione del tempo): se ciò è verificato si parla di
regime di VISCOELASTICITA’ LINEARE.
Se G = G(t , γ₀) si è in regime di VISCOELASTICITA’ NON LINEARE.
Considero il test di creep, in questo caso impongo uno sforzo in ingresso costante, l’ output sarà l’
andamento della deformazione in funzione del tempo.
Esiste una funzione analoga a quella vista nel caso del test di stress – relaxation:
J(t) = γ(t) / τ₀ , dimensionalmente è il reciproco di un modulo → COMPLIANCE (o “cedevolezza”)

Nel test dinamico – meccanico imponiamo una deformazione sinusoidale [γ(t) = γ₀ sen (wt)] e in
uscita avrò uno sforzo che sarà sfasato di δ ∈ ] 0 ; π/2 [ .
Definisco G’ e G’’. In questo caso parlo di VISCOELASTICITA’ LINEARE se i due moduli non
dipendono dall’ ampiezza della deformazione imposta; viceversa se i due valori dipendono dall’
ampiezza di deformazione imposta sono in regime di VISCOELASTICITA’ NON LINEARE.
Riprendere il grafico μ – γ’ .
Come risponde un
materiale
viscoelastico?
Quando viene rimosso lo sforzo prima c'è un recupero elastico istantaneo, che circa come il primo
tratto lineare (salto istantaneo iniziale) ≃ ε₀.
Poi si ha un recupero "ritardato" che procede nel tempo. Anche in questo caso o recupera
parzialmente, tende asintoticamente ad un valore di deformazione o recupera totalmente arrivando a
zero.

INPUT OUTPUT FACTION


CREEP : σ = σ₀ ε = ε(t) ε(t) / σ₀ = J(t) COMPLIANCE

STRESS : ε = ε₀ σ = σ(t) σ(t) / ε₀ = E(t) RELAXATION


RELAXATION MODULUS

Se ho due funzioni E= E(t) e J=J(t), solo dipendenti dal tempo parliamo di VISCOELASTICITÀ
LINEARE. Il modulo di rilassamento ed il compliance dipendono solo dal tempo.
Se invece, E è anche funzione di ε [E = E (t, ε)] e J è anche funzione di σ [J = J (t,σ)], allora
parliamo di VISCOELASTICITÀ NON-LINEARE.

TEST DINAMICO - MECCANICO (noto anche come RISPOSTA IN FREQUENZA):


serve ad analizzare i moduli elastici e viscosi dei materiali viscoelastici. Consiste nel fornire al
sistema una sollecitazione sinusoidale, ovvero uno sforzo che varia in maniera sinusoidale nel
tempo.
Impongo una forzante (sforzo o deformazione) sinusoidale e stabilisco come l’altra grandezza varia
nel tempo.

Input:
γ(t) = γ₀ sin (wt), dove γ₀ è l' ampiezza della deformazione, è la distanza tra l' asse e il picco o in
valore assoluto tra asse e valle.
Voglio studiare la risposta in termini di sforzo:
τ = τ(t)
Valuto la risposta nei due estremi:
1° CASO: HOOKEAN SOLID (τ = G * γ)
In uscita ho una funzione sinusoidale in fase con l' input (non vi è mai sfasamento):
τ(t) = G * γ(t) = G * γ₀ sen (wt)
l' ampiezza di τ è γ₀ * G = τ₀ → τ(t) = τ₀ sen(wt)
2° CASO: NEWTONIAN FLUID (τ = μ * γ')
τ(t) = μ [w γ₀ cos (wt)], γ₀ * w dimensionalmente è una velocità di deformazione, quindi posso
sostituirli con γ₀' → τ(t) = μ * γ₀' * [cos (wt)]
dove μ * γ₀' è l' ampiezza dello sforzo = τ₀ → τ(t) = τ₀ cos(wt)
Deformazione imposta e sforzo sono sfasati, tra input ed output c'è uno space shift di π/2.
Il materiale viscoelastico avrà un comportamento intermedio:
τ(t) = τ₀ [sen (wt + δ)] con δ ∈ ]0;π/2[
dove δ rappresenta lo sfasamento, gli estremi non sono compresi nell' intervallo perché per δ=0 ho
un comportamento da HOOKEAN SOLID, mentre per δ = π / 2 da NEWTONIAN SOLID.

Osservazione:
τ(t) = τ₀ cos δ * sen(wt) + τ₀ senδ * cos(wt) : = sviluppando la risposta

la risposta in termini di sforzo per un materiale viscoelastico è somma di due aliquote: la parte
elastica (con il cos δ) e una viscosa (con il sen δ).
τ₀ cos δ * sen(wt) è in fase con la deformazione.
τ₀ senδ * cos(wt) è sfasata di π/2 rispetto alla deformazione.
Divido ambo i membri per l' ampiezza di deformazione γ₀:
τ(t) / γ₀ = τ₀ / γ₀ cos δ * sen(wt) + τ₀ / γ₀ senδ * cos(wt)

G' = τ₀ / γ₀ cos δ è un modulo → MODULO ELASTICO (conservativo) O STORAGE MODULE


G'' = τ₀ / γ₀ senδ è un modulo → MODULO VISCOSO (dissipativo) O LOSS MODULE

Generalmente il modulo elastico è strettamente legato all' energia di legame:

G' → è connesso all' energia immagazzinata durante il processo di carico e rilasciata dopo il
processo di deformazione.
G'' → è connesso all' energia dissipata durante il processo di sollecitazione sotto forma di calore a
causa dell' attrito dei segmenti.

[Preso E = σ₀ / ε₀, E’= σ₀ / ε₀ * cos δ e E’’ = σ₀ / ε₀ * sen. δ


tg (δ) = E'' /E' → LOSS FACTOR / LOSS TANGENT (fattore/tangente di perdita)

E* = σ₀ / ε₀ = MODULO COMPLESSO (COMPLEX MODULUS) = somma della parte reale (E')


e della parte immaginaria = (E' ² +
E'' ²)^(1/2)]

Posso fare le stesse considerazioni


per fare una prova di taglio
(shear):
G' = (τ₀ / γ₀) * cos δ , G'' = (τ₀ /
γ₀) * sen δ , tg (δ) = G'' / G' , G*
= τ₀ / γ₀

Dai moduli posso capire se mi


trovo in regime di viscoelasticità
lineare o no. Se sottopongo un
provino ad una prova di trazione e
ottengo una generica curva:
Nel tratto lineare prendo un ε₁.
Se sottopongo il provino ad un
test dinamico meccanico:
ε = ε₀ sen (wt)
Se ε₀ si trova nel tratto lineare ottengo un σ₀ che è direttamente proporzionale a ε₀ per la legge di
Hooke. Questo rapporto σ₀ / ε₀ non varia con l’ampiezza di deformazione o di sforzo che impongo
→ sono in regime di viscoelasticità lineare.

Se questi valori dipendono dell’ampiezza di deformazione o di sforzo imposto→sono in regime di


viscoelasticità non lineare.
Riepilogo:

ε = ε₀ sen (wt) , σ = σ₀ sen (wt + δ)


E' = (σ₀ / ε₀) * cosδ , E'' = (σ₀ / ε₀) * senδ
tg δ = E'' / E' , E* = σ₀ / ε₀
Prova di taglio:
G' = (τ₀ / γ₀) * cosδ ,
G'' = (τ₀ / γ₀) * senδ , tg (δ) = G'' / G' ,
G* = τ₀ / γ₀

Se uso delle ampiezze di deformazione che


cadono nel campo di elasticità lineare ho che:
σ / ε = E = costante
Se sono nel campo di elasticità non lineare, E non è più
costante.

Per una prova di taglio se ho due piatti paralleli all' interno


dei quali c'è un fluido, un piatto (inferiore) è fisso e quello
superiore si muove avanti e indietro.
s = s(t)

γ = s / h = (s₀ / h) * sen (wt)


γ = γ₀ * sen (wt)

Questo è il principio di funzionamento dei reometri


(strumenti usati per misurare la viscosità), i quali hanno uno
spostamento a torsione.
Voglio andare a testare un provino cilindrico, imponendo uno spostamento angolare; se prendo un
punto sul bordo e ruoto in un certo punto, all' istante t' corrisponderà al punto P', ottenendo così un
angolo Θ = Θ(t) e PP' è un area. Dato che questo è uno shear rotazionale ho bisogno dell' altezza h
per calcolare l' angolo γ di deformazione.
La relazione tra γ e Θ sarà: γ = (R * Θ) / h , questa relazione mi dà la misura della deformazione
per Θ molto piccoli.
Se impongo uno spostamento sinusoidale: Θ = Θ₀ sen(wt)
Ottengo una deformazione sinusoidale quindi sono in grado di trovare G' e G''.

Se faccio più test dinamico meccanici con


frequenze diverse, ottengo vari G' e G'' che diagrammerò ottenendo una serie di andamenti per G' e
G''.
Preso un range di frequenze in cui G' > G'' (in questo caso ho un materiale con comportamento
reologico ben definito, ovvero il materiale è un GEL LIKE, ovvero è un materiale in cui il
comportamento elastico prevale su quello viscoso)

Se al posto di w, mettessi γ o τ → G' = G'' → VISCOELASTICITÀ LINEARE


Se diagrammo G' e G'' in funzione della frequenza, il diagramma viene chiamato SPETTRO
MECCANICO.

Se ho che G'' > G' → LIQUID LIKE (ovvero è un materiale in cui il comportamento viscosoo
prevale su quello elastico)
Se ho: G', G''

Per basse frequenze G'' > G'


(frequenze in cui prevale il
comportamento viscoso).
Per alte frequenze G'>G'' (frequenze in
cui prevale il comportamento elastico).
Alla frequenza di crossover avviene lo
scambio.

TEST DI FATICA:
Sottopongo il mio materiale ad un’eccitazione ciclica e vedo dopo quanti cicli si rompe il provino; la curva è
del tipo:

Parte la prova e noto che dopo 100 cicli si rompe.


Se effettuo un’altra prova e abbasso la σ (A come pedice) avrò più cicli → 500 cicli.
Abbassando sempre più lo sforzo avrò sempre più cicli.
Il test nasce dal fatto che le sollecitazioni che noi sopportiamo sono di tipo dinamico. A volte in una prova di
sforzo e deformazione anche se applichiamo uno sforzo di gran lunga minore rispetto alla resistenza
massima del materiale, se sottoponiamo il materiale con quello sforzo ciclico ad una prova ciclica, il
materiale si romperebbe facilmente. Questo è il motivo per il quale nasce il test di fatica.

Quando parliamo di tessuti biologici ci riferiamo sempre a un materiale composito, costituito da


cellule e matrice extracellulare, che è a sua volta costituita da: proteine fibrose (COLLAGENE ed
ELASTINA), eteropolisaccaridi (PROTEOGLICANI e GLICOSAMMINOGLICANI) e
liquido interstiziale (composto per la maggior parte da acqua). La matrice costituisce una sorta di
alimento per le celluleche compongono il tessuto e insieme alle cellule crea un ambiente ideale per
l’ assolviimento della funzione da parte del tessuto.

TESSUTI BIOLOGICI:
•SOFFICI (O MOLLI), ad esempio tendini e legamenti presentano un elevato contenuto di
collagene ed elastina;
•DURI MINERALIZZATI, ad esempio denti e ossa, presentano una matrice fortemente
organizzata con elementi minerali ed una bassa percentuale di collagene ed elastina.

COLLAGENE: è formato da sequenze di 3 amminoacidi (glicina al centro e prolina ed idropolina


sulla parte esterna), legati da legami ad idrogeno o forti (il tipo di legame distingue i diversi tipi di
collagene esistenti).
Presenta una struttura molto ordinata (molto più dell’ elastina) e gerarchica con strutture a spirale;
dall’ orientazione delle eliche si formano le MICROFIBRILLE, che sono impacchettate per
formare le SUBFIBRILLE che in fasci a loro volta formano le FIBRILLE. Le fibrille assieme a i
fibroblasti formano fasci di fibre, organizzate in maniera sfasata tra di loro in modo che la distanza
testa-coda su una linea sia di 37 nm (nanometri), mentre quella tra due code di due fili paralleli sia
di 67 nm.

ELASTINA: è ad alto contenuto di glicina, mentre sono assenti o poco presenti prolina e
idrossiprolina. Le macromolecole si dispongono a formare un groviglio: l’ elastina presenta una
struttura a random coil.

TENDINI E LEGAMENTI:
sono composti delle stesse entità ma in percentuale diversa ed assolvono funzioni diverse.
I tendini hanno funzionalità legate ai movimenti, connettono infatti l’estremità muscolare a
quella ossea.
I legamenti hanno il compito di mantenere in sede l’ articolazione.
Le cellule che li costituiscono sono per lo più FIBROBLASTI (cellule tipiche del tessuto
connettivo, in grado di produrre le componenti della matrice extracellulare); la differenza nella
composizione tra i due è legata al contenuto di collagene ed elastina.
Nel TENDINE ho un 85% di collagene e meno del 3% di elastina; nel LEGAMENTO ho il
75% di collagene e il 10/15% di elastina. La restante parte è costituita da acqua, protoglicani
e glicosamminoglicani.

CURVA SFORZO – DEFORMAZIONE:


Mettiamo a trazione tendini e legamenti (comportamento a livello statico):

TOE REGION: zona iniziale di lento adattamento alla situazione di carico imposto, vi sono tutte le
possibili configurazioni.
HEEL REGION: zona di transizione. Parte delle fibre di collagene si sono orientate nella
direzione del carico. Riduzione delle possibili combinazioni.
LINEAR REGION: tutti i fasci di fibre sono orientati in direzione del carico; vale la linearità tra
sforzo e deformazione, posso perciò calcolare il modulo a trazione. Proseguendo ho poi una rottura
graduale perché le fibre di collagene riducono le possibili combinazioni e le loro capacità di
rispondere allo sforzo.
Nel tendine posso avere valori del modulo di trazione più alti, ma nel legamento avrò una maggiore
deformabilità, esso tende ad allungarsi di più prima di arrivare a rottura.
DISCO INTERVERTEBRALE:
La colonna vertebrale asseconda i
movimenti del busto e protegge il
midollo spinale. Tra due vertebre
adiacenti è presente il disco
intervertebrale, una sorta di
cuscinetto, ammortizzatore di
carico.
È composto da una MEC e da
poche cellule, ciò significa che
se danneggiato, il disco
intervertebrale non è in grado di
autoripararsi.
Distinguiamo 3 zone fondamentali:
•NUCLEO POROSO: formato per lo più da acqua, proteoglicani e glicosamminoglicani;
•ANELLO FIBROSO: formato da fibre di collagene immerse in una matrice di acqua e
proteoglicani (affine a quella del nucleo) e orientate in lamelle concentriche con angoli da 42° a
65°, procedendo dall’interno all’ esterno;
•ENDPLATES CARTILLAGINEI: zona di transizione caratterizzata da materiale poroso, vincola
vertebre adiacenti.
Il disco intervertebrale fa sì che due segmenti ossei non si tocchino mai.
Ad ogni movimento l’ intera struttura è sottoposta ad una compressione.
I due endplates si avvicinano →Allargamento dell’area occupata dal nucleo polposo, ciò andrà ad
incidere sulle fibre di collagene che andranno a disporsi, a trazione, non nella direzione del carico
bensì nella direzione della lamella.
Il contenuto acquoso del nucleo fuoriesce tramite i pori degli endplates (rientrerà una volta rimosso
il carico).
CURVA SFORZO – DEFORMAZIONE:

Nella parte finale della curva ho la rottura del


campione che può avvenire secondo due
modalità:
•1) GRADUALE: continuando a caricare le
fibre, quest’ ultime si separano riducendo
man mano la pendenza della curva;
•2) REPENTINA: rottura immediata degli endplates.
In TOE REGION il liquido inizia a fuoriuscire e le fibre di collagene iniziano ad orientarsi nella
direzione della lamina. Ciò porta ad una riduzione graduale del numero di configurazioni possibili.
Nella LINEAR REGION tutta la struttura si carica, tutta l’acqua è fuoriuscita dal nucleo poroso e
tutte le fibre di collagene che formano l’anello sono in trazione nella direzione della lamina.

OSSA:

Le ossa sono costituite da cellule dette OSTEOCITI e da una matrice extracellulare (molto meno acquosa di
quella di tendini e legamenti) costituita per il 22% da una componente organica e per il 6% da una parte
inorganica (presenta componenti ad altissimo contenuto di calcio, come l’IDROSSIPATITE).
Il tessuto osseo è di tipo connettivo.
Posso distinguere le ossa in:
•COMPATTE, hanno una matrice più piena;
•SPONGIOSE o TRABECOLARE, all’ interno le varie componenti si organizzano a formare trabecole
ossee, dando origine ad una specie di spugna. I pori delle zone “vuote” sono circoscritti da porzioni di fibre
organizzate in modo tale che le trabecole siano orientate nella direzione di massima sollecitazione dell’osso.

In base all’ organizzazione delle fibre di collagene in:


•FIBROSE;

SEMPLICE ENTRAMBI HANNO LAMELLE DI TESSUTO OSSEO, MA IN QUELLO OSTEONICO


•LAMELLARE VERSO LA PARTE INTERNA, LE LAMELLE SI ORIENTANO COME CILINDRI
CONCENTRICI.
OSTEONICO
L’ unità fondamentale del tessuto lamellare osteonico è detta OSTEONE.
Al centro dell'osteone passa un canale, detto canale di Havers; ci sono 6 o 8 lamelle che
circondano questo vaso sanguigno, nutrimento per il tessuto osseo (il quale risulta vascolarizzato).
I vari osteoni sono messi in comunicazione fra loro tramite i CANALI DI VOLKMANN.
Gli osteociti (cellule mature) occupano delle lacune (zone vuote) all’ interno del tessuto osseo.
Questo tipo di tessuto osseo è costituito da due superfici di rivestimento:
ESTERNA (COLLEGATA CON I VASI SANGUIGNI, DUNQUE
FORTEMENTE VASCOLARIZZATA)

INTERNA (CARATTERIZZATA DALLA PRESENZA DELLE


FIBRE DI SHARPAY, FIBRE CHE PENETRANO LA SUPERFICIE
DEL TESSUTO OSSEO E FANNO IN MODO CHE IL
PERIOSTIO SIA SALDAMENTE VINCOLATO ALLA
•PERIOSTIO (superficie SUPERFICIE DELL’ OSSO)
esterna), che a sua volta si divide
in:

Morfologicamente, invece, le ossa possono essere classificate nel


seguente modo:
•LUNGHE: la lunghezza che prevale sulle altre è la lunghezza.
Sono costituite da EPIFISI (la parte delle due estremità, presenta una zona di rivestimento di osso
compatto al cui centro vi è un osso trabecolare) e DIAFISI (parte centrale allungata, costituita da
tessuto lamellare osteonico compatto al cui interno passa il midollo osseo);
•PIATTE: la larghezza prevale sulle altre due lunghezze;
•CORTE: le tre dimensioni sono più o meno uguali.
RIMODELLAMENTO OSSEO:
Processo che parte dalle CELLULE STAMINALI: quest’ ultime, per una cascata di eventi che
avvengono a livello metabolico-cellulare e che coinvolgono una serie di proteine contenute nella
MEC, si differenziano in PREOSTEOBLASTI, che si trasformeranno in OSTEOBLASTI.
Gli osteoblasti producono la matrice organica del tessuto osseo e al termine del processo, creano
una lacuna ossea in cui viene intrappolato l’ OSTEOCITA; il processo inverso, erosivo, è operato
dagli OSTEOCLASTI che eliminano il tessuto osseo non più necessario.
DENTI:
tessuto osseo mineralizzato. Sono costituiti da cellule chiamate ODONTOBLASTI ed una matrice
(simile a quella del tessuto osseo, infatti presenta una componente inorganica).
Dal punto di vista dei tessuti possiamo distinguere:
•CAVITÀ PULPARE;
•DENTINA
•SMALTO, prodotto dagli AMINOBLASTI. Una volta finito il processo di dentinazione si
inattivano, infatti non si rigenera automaticamente.

La radice è la zona di rivestimento che vincola l’osso alla superficie mascellare in una specifica
porzione (detta ALLEOLO) per mezzo di un legamento alveolo-dentale.

DOMANDE FREQUENTI:
Legge viscosità (esperimento di Newton e spiegare il concetto di fluido/gradiente)
Perché i materiali polimerici mostrano sempre un comportamento viscoelastico? (???)
Caratteristiche statiche del materiale (test a trazione -> curva sforzo deformazione. Test dinamico-
meccanico per giustificare la risposta elastica e viscosa)
Test di creep
Moduli viscoelastici
Materiali compositi (concetti base, vantaggi nell’ usare fibre + matrice, E1 e E2)
Viscoelasticità lineare e non (relazione, differenze, proprietà tendini e legamenti)
Viscosità (descrizione esperimento di Newton, legge di Newton, flusso di quantità di moto).

Definizione:
Neck, strozzamento, resilienza, tenacità, durezza, deformazione plastica ed elastica, lamina
composita fibrorinforzata unidirezionale, isotropo e anisotropo.