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STORIA DELLA PIZZA

Come e perchè

12 MAGGIO 2020
DE GREGORIO GENNARO
[Indirizzo della società]
Introduzione

Questo racconto, come ogni fiaba che si rispetti, comincia tanto tempo
fa. Ma non tanto tanto, come potreste credere. Sì, perché la storia
della pizza comincia di tre secoli fa, come l’illuminismo. Quando un
vecchio mondo stava per morire, quando antichi equilibri
cominciavano a scricchiolare. Non la “brioches, ma la pizza è
l’alimento da assumere a simbolo dell’umanità liberata. Essa è il primo
alimento universale, il primo che abbia incontrato il gusto di principi e
pezzenti, il primo che abbia consentito ad un intero popolo di dirsi:
finalmente, sazio!
Presentazione

La pizza è oggi uno dei prodotti della cucina italiana più diffusi nel
mondo. Solo nel nostro paese si contano quasi 127 mila aziende che
vendono pizza. Di queste, ben 76.457 sono esercizi di ristorazione, 40
mila sono ristoranti-pizzeria e circa 36.300 sono bar-pizzeria.
Nel mondo questi numeri si moltiplicano, tanto da essere stimate in
alcuni milioni i locali di questo genere presenti nei diversi paesi.
Diffusa ad ogni latitudine, si ha qualche difficoltà a pensarla ignota ai
più solo una sessantina di anni or sono, eppure così è.
Dunque per quanto si tratti di un prodotto oggi largamente conosciuto,
sulle sue origini sappiamo poco, e spesso quello che crediamo di
sapere è il risultato della cattiva interpretazione di ciò che riteniamo
vero.
A questo scopo abbiamo deciso di proporre alcuni fatti sui quali
faremo qualche riflessione che abbiamo maturato nel corso di una vita
dedicata alla conoscenza di questa pietanza.
Sommario

Introduzione ....................................................................................................................................................... 1
Presentazione ..................................................................................................................................................... 1
Sommario ........................................................................................................................................................... 2
Le ragioni di un nome ......................................................................................................................................... 3
Un solo nome due “cose” distinte ...................................................................................................................... 3
La pizza in quanto torta .................................................................................................................................. 3
L’altra “cosa” che oggi diciamo pizza. ............................................................................................................. 4
Il perché di un nome........................................................................................................................................... 7
Un successo solo locale. ..................................................................................................................................... 8
La “pizza” il primo alimento metropolitano.................................................................................................... 8
Perché non sono focaccia. .............................................................................................................................. 8
L’uovo di Colombo (Ampressa, ampressa, sciué sciué) .................................................................................. 8
Lo spessore: .................................................................................................................................................... 9
La forma: ........................................................................................................................................................ 9
La farcitura: .................................................................................................................................................... 9
Perché in una metropoli e non in un forno di campagna. .............................................................................. 9
Perché Napoli, e non Londra o Parigi? ............................................................................................................ 9
Alla conquista del mondo ................................................................................................................................. 10
Le pizzerie paese per paese .......................................................................................................................... 10
Il peso della pizza nella moderna alimentazione .............................................................................................. 11
Le ragioni di un nome

Inizieremo spiegando che il nome con cui usiamo identificare quella “cosa” che oggi diciamo pizza, era
ignoto al di là dalle mura cittadine di Napoli ancora alla fine del XIX secolo.
A questo riguardo il prof. Ugo Vignuzzi docente dell’Università "La Sapienza" di Roma ebbe ad
affermare che: “Oggi, nel mondo, la parola italiana più diffusa è pizza, ma se torniamo indietro, anche
solo agli anni Quaranta del Novecento, il termine (e il succulento cibo cui si riferisce) era
praticamente sconosciuto fuori dell'Italia meridionale”.
Secondo Giovanna Princi Braccini, la parola ‘pizza’ sarebbe l’equivalente nel germanico d’Italia
(gotico e/o longobardo) dell’antico alto tedesco ‘bizzo/pizzo’ che significa morso, boccone, pezzo di
pane e focaccia. Si passò da ‘morso’ a ‘focaccia’ per un processo di metonimia o di sineddoche.
Un solo nome due “cose” distinte

La pizza in quanto torta

In questa modo la parola comparve per la prima volta in un atto notarile redatto a Gaeta nel 997, nel
quale si concedeva in locazione un mulino detto della “Mola al fico”, che ara posto nei pressi del fiume
Garigliano. Il documento obbligava i coniugi Merco e Fasana, al pagamento di un compenso annuale di
“dodici pizze” ed un lombo di maiale, per il giorno di Natale, ed altre “duodecim pizze” e due polli, da
consegnare entro la Santa Pasqua.

Codex Diplomaticus Cajetanus, Montecassino 1887-91, I, n XCVI, a. 997, pp. 179-182:

“In die natali domini… duodecim pizze et una spatula de porco; et unum lumbulum… in die sanctum pascha
resurectionis domini… duodecim pizze et unum parium de pulli…”

Questa la prima testimonianza della parola pizza in un testo. Tuttavia questa definizione non deve trarci
in inganno, poiché quelle pizze avevano molto poco in comune con la “cosa” che oggi diciamo
“pizza”.
Come lo sappiamo?
Ce lo raccontano le decine di ricettari che da quel lontano decimo secolo descrivono quelle “pizze”:

1524 – Alcune ricette di quelle “picze” sono descritte nel Manoscritto Lucano, ricettario redatto ga
Antonio Camuria, e conservato a Napoli, nella Biblioteca Nazionale. La lettura di quelle ricette ci
consente di comprendere che con questo nome si individuavano alcuni prodotti da forno come le torte,
dolci o salate che fossero.
1550 ca. – Velardiniello o Bennardiniello. “Storia de’ cient’anne arreto, “te parea rota de carretto”
(13).
1500/1600 – A cavallo di questi due secoli, la pizza in quanto torta venne citata in molte opere tra le
quali quella di Bartolomeo Scappi (1570, Opera) il quale nell’introdurre la ricetta della “torta con
diverse materie” ci spiega come essa venga “…da' napoletani detta pizza” .
1789- In questo anno il Vocabolario, Napoletano-Toscano di Ferdinando Galiani, definisce la pizza
come: “nome generico di tutte le forme di torte”
1841- In questo anno la “cosa” era già nota, non di meno Basilio Puoti nel suo Vocabolario domestico
Napoletano Toscano… pubblicato nello stesso anno descrisse la Pizza al forno come “un pane
schiacciato messo a cuocere nel forno”, cioè una focaccia.
1877– C.d.S. del 15/16 feb. - Il carnevale di Roma (ma Napoli nell’articolo) “ad un fiasco di vino ed
una pizza (specie di dolce) per 1 solo (soldo)”.
Ancora negli anni Trenta dello scorso secolo, il noto giornalista di cose gastronomiche Alfonso
Giaquinto, nato a Napoli ma cresciuto a Roma, scrisse di quelle “pizze” riferendosi in realtà delle
torte.
L’altra “cosa” che oggi diciamo pizza.

1799 –12/8/ - Risale a questo anno un dispaccio dalla Reale Segreteria di Stato Giustizia e Grazia
inviato dalla Direzione di Polizia, per un ricorso presentato da Gennaro Majello, nel quale compare
la frase: “con umili suppliche prostrato ai piedi della Maestà Vostra… esercitando egli il mestiere del
Pizzajolo, non potendo aprirla per lo timore che i Francesi andavano a cena senza voler pagare…”
Che si trattasse di quella “cosa”, e non di altro, lo sappiamo con certezza poiché per poter esercitare il
mestiere di pizzaiolo, e dunque produrre quelle “cose”, venivano richieste apposite autorizzazioni per i
locali.
1807– La città di Napoli contava allora 12 quartieri, due dei quali poco popolarti e dunque privi di
pizzerie (Chiaia e San Carlo all’Arena). Con una popolazione complessiva di circa 427.0001 abitanti,
essa era di gran lunga la città più popolosa della penisola ed una delle maggiori del mondo
occidentale2. Mattozzi, 2009 p . 45.
1807– Il seguente elenco propone il nome di 52 pizzajuoli che operavano a Napoli in quell’anno, il
primo che la storia abbia tramandato. (Un censimento analogo di questo stesso anno ne propone 68,
quello seguente del 1871, 120)

1. Di Mase Vincenzo 2. Franceschetti 3. Massa Pietro


Alessandro
4. Pecorano Antonio 5. Spadaro Vincenzo 6. Ruggiero Antonio
7. Riccardo Andrea 8. Profilia Scuotto 9. De Caro Domenico
10. Quagliariello 11. Mellone Alessio 12. Zambrano Catiello
Agostino
13. Izzo Gennaro 14. Apresta Raffaele 15. Di Giacomo Angela
16. Sirij Luigi 17. Paparcone Carmine 18. Vecchione Felice

1
B. R. Mitchell, International Historical Statistics, Europe 1750-1988, Nueva York, 1992.
2
Il primo censimento del 1861 diede per l’Italia una popolazione complessiva di 22.176.477 abitanti. Di questi 484.026
risiedevano a Napoli, 267.621 a Milano, 242.447 a Genova, 209.222 a Roma, 199.911 a Palermo, 173.305 a Torino,
159.159 a Venezia, .
19. Lenoci Domenico 20. Saporito Saverio 21. Capuozzo Rosa
22. Paparcone Domenico 23. Di Massa Nicola 24. Di Pietro Paolo
25. Ottaviano Gaetano 26. Gioia Raffaele 27. Ottajano Paolo
28. Izzo Michele 29. Romito Maria Rosa 30. Ottajano Gaetano
31. Bozza Domenico 32. Casato Antonio 33. Soreca Lucia
34. Brusciante Filippo 35. Benevenia Arcangelo 36. Pendino Elisabetta
37. Di Mase Gioacchino 38. Rosalia Michelangelo 39. Nardelli Berardino
40. Ramaglia Gioacchino 41. Taglialatela 42. Fusco Gennaro
Elisabetta
43. Novembre Giuseppe 44. Marramarra 45. Esposito Salvatore
Vincenzo
46. Piacente Nicola 47. Gargiulo Gaetano 48. Guardino Vincenzo
49. Fedele Orsola 50. Persico Domenico 51. Fieno Giosuè
52. Aprea Antonio
1812 – La fanatica per ambizione con Pulcinella servo fenenno a lo si Vicienzo lo pizzajuolo de Porta
Capuana, p.10
1833– Francesco De Sanctis – La giovinezza memorie postuma “La sera s’andava talora a mangiare la
pizza in certe stanze al largo della Carità”3
1835–La farfalla foglio giornaliero. La Pizzaria de Monzu Testa, p.116.

1844– G. E. Bidera, Passeggiata per Napoli e contorni. S'è aperta na Cantina nova, Vico Birri,
numero 77, vicino a lu Pizzajuolo, rimpetto a lu farinaro, p. 66
1847– M. Lombardi, Napoli in miniatura. Fuori Porta Capuana tu trovi il Pizzajuolo nobile e il
Pizzaiuolo plebeo, cioè con bottega e senza bottega, p. 442
1851–Atto di accusa… della Gran Corte Criminale e Speciale di Napoli, Salvatore Colicchio,
pizzajuolo, Pasquale Buonomo, pizzajuolo, p. 61
1851– Antonio Petito, Pulcinella creduto D.a Dorotea (1868), Dimmi un poco la tua pizzeria
dov’è, p. 24
1853/66– Francesco de Bourcard fu uno dei primo a fornire una descrizione accurata della “cosa” che
oggi chiamiamo pizza.

Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti. (1853-66) Vol. II, pag. 124

3
La Giovinezza, 1889.
«Le pizze più ordinarie, dette coll'aglio e l'oglio, han per condimento l'olio, e sopra vi si sparge, oltre il
sale, l'origano e spicchi d'aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e
condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si
aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto
affettato, di pomidoro, di arselle, ecc.... Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che
chiamasi calzone.» (di Emmanuele Ruocco)
Questa descrizione offertaci dal Ruocco evidenzia anche il fatto che una pizza “Tricolore” fosse nota
ben prima della visita a Napoli, dalla Regina “Margherita” nel 1889.
Dopo di lui, A. Dumas in un suo racconto descrisse nuovamente quella “cosa” che noi diciamo Pizza.
L’autore che ebbe occasione di soggiornare a Napoli una prima volta nel 1835; vi fece ritorno nel
settembre del 1860 in qualità di Direttore degli scavi e dei musei fino al 1863, su precisa indicazione di
G. Garibaldi.
Della sua prima esperienza napoletana, ci rimangono alcuni brevi racconti nei quale l’autore descrive
quel soggiorno. Un punto di vista velato di preconcetti, ma non privo di colore e vivacità.

Le Corricolo (1843), Capitolo IX


Il Lazzarone.
“…la pizza viene preparata con prosciutto, con formaggio, con lardo, con pomodoro, con il pesce.”

1858 – Emmanuele Rocco " ,


, ,
, , , ".
1860 – Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto, Mmece de trovà la cantina co la pizzaria, trovajemo che
nfaccia a la portella diceva domicilio americano, p. 244
1867 – Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto, ma saje che dinto a na pizzeria, nfra na fella de pizza, p.
949
1867 – L’Umanitario, giornale massonico, in una pizzeria vicino al vico Purgatorio (Na), p.4
1872 – F. di Domenico, La Unità della lingua: pizzeria la bottega e pizzaiuolo colui che fa le pizze?
1875 – Lo Lampo, In Via Por’Alba n. 21 (accanto alla Pizzeria) Napoli, p. 4.
1875 – Lo Spassatiempo, Anno I n°7, Lo pizzajuolo, f. 1
1877 – F.M. Mandalari, Rivista minima di scienze…quindi inaugurerebbe una gran pizzeria per uso e
consume di tutti gli emigranti! p. 320
1880 – L'illustrazione italiana rivista settimanale, La c’è una pizzeria. Di fianco alla pizzeria un
acquaiuolo, un bancome alto alto, p. 379
1886 – Il fiorentino Carlo Collodi, ne “ ’ ” del 1886 dedicato agli
scolari italiani, descrisse i pizzaiuoli di Napoli con disprezzo, scrivendo che la pizza " ’
".

Il perché di un nome

Il termine “pizza” inizialmente rappresentava l’equivalente locale di ciò che altrove veniva deto torta o
focaccia.
A partire dalla seconda metà del ‘700, il termine fu esteso alla nuova pietanza; forse per analogia con
altri prodotti da forno, o forse perché ottenuta da un semplice “pezzo” o “pizzo” di impasto, sta di fatto
che il successo di questa pietanza fu così clamoroso da diventare un nome proprio della “cosa” che tutti
chiamiamo pizza.
Un successo solo locale.

La “pizza” il primo alimento metropolitano.

Cercheremo di illustrare di seguito le ragioni che fecero, per oltre un secolo, di quella “cosa” un
alimento di successo solo a Napoli. A questo scopo effettueremo viaggio a ritroso nel tempo; quando
mettere assieme il pranzo e cena era privilegio di pochi, e l’opulenza di pochissimi.
La pizza e per altri versi le paste alimentari, vennero concepite inizialmente soprattutto a questo scopo.
Riempire la pancia con poca spesa, saziare il popolo e garantire la pace sociale. Entrambe tuttavia per
essere anche solo pensabili richiedevano che fossero presenti alcuni presupposti. Di seguito diremo
quali.
Il consumo di “pizza” nella sua moderna accezione ebbe inizio nella Napoli di metà XVIII secolo;
tuttavia alcuni autori ritengono di retrodatare le sue origini della storia umana.
Questo significava, non aver colto appieno la natura di questo “pane” poiché, nonostante gli illustri
antenati, siamo in questo caso di fronte ad una “cosa” per molti aspetti completamente nuova.

Perché non sono focaccia.

Quasi ogni autore che si sia cimentato nella ricostruzione di una storia della pizza, ha cercato di
individuarne gli aspetti che la rendono unica. Non si capiva il perché, quella che in fondo veniva
ritenuta una semplice focaccia, diversamente da altri prodotti simili, abbia raggiunto una popolarità
planetaria. Certo molto importante è stato il contributo del potere mediatico americano. Tuttavia anche
se occorre non sottovalutare questo aspetto, non sembra che basti; in fondo sono americane anche le ali
ed i medaglioni di pollo. Ma allora perché? Quasi ogni autore che si sia avventurato nell’argomento, ha
pensato di indicare nella presenza di alcuni ingredienti la particolare natura della pizza. Così facendo
tuttavia si finiva con l’omologarla a prodotti analoghi, procurando con ciò un circolo vizioso del quale
era difficile afferrare il bandolo.
Mettere del pomodoro, basilico e dell’olio, su una focaccia, ancor più se a questi si aggiunge del
formaggio è parso di per se sufficiente per dirla pizza. Tuttavia è chiaro che questi ingredienti non ne
facevano un prodotto unico ed ancor meno ne spiegano il successo. Se ogni focaccia o pane farcito è
pizza, per quanto tipicizzata, non avrebbe senso distinguerla da prodotti analoghi. Però così non è, per
quanto diffusi pani e focacce restano pur sempre prodotti di nicchia. Quale è dunque il motivo che ne
faceva un prodotto unico, tale da giustificarne il successo planetario? Bisognava forse guardare
altrove. Ma dove?

L’uovo di Colombo (Ampressa, ampressa, sciué sciué)

Beh! A noi sembra di poter dire che a rendere quella “cosa”, unica e metropolitana, non siano tanto
gli ingredienti che la caratterizzano, quanto il tipo di cottura che quegli stessi ingredienti rendono
possibile. La pizza è di fatto l’unico pane/focaccia (farcito o meno), cotto in un forno relativamente
piccolo (1,50/2,50 m2), al cui interno sia presente un focolare costantemente alimentato. Questa
particolarissima condizione consente di raggiungere e mantenere a costi contenuti, temperature
interne di almeno 400 gradi. Si tratta di una temperatura incompatibile con la cottura di qualsiasi
focaccia o pane, ma è anche una condizione essenziale affinché la cottura avvenga in tempi rapidi (90
sec. ca.); un aspetto tutt’altro che marginale che lega la pensabilità del prodotto alla presenza di alcune
concomitanti precondizioni di natura, territoriale, economica ed urbana4, tra loro imprescindibili. Di
fatto l’assenza anche di solo di uno di essi, rende impensabile la “cosa” che oggi diciamo “pizza”.

Lo spessore:

Nel preparare quella parte dell’impasto che viene detta “pettola” il pizzaiolo procede manualmente fino
a ridurla allo spessore di pochi millimetri. La manualità ha l’obiettivo di preserva alcuni alveoli della
lievitazione che consentano, in fase di cottura, la formazione di un cornicione che sia in grado di
contenere la farcitura con la quale il disco o “pettola” viene ricoperto. Lo spessore ridotto e l’assenza
di uno specifico supporto (v. teglia), consentono una cottura uniforme e rapida della pizza anche nella
zona in contatto con il piano di cottura.

La forma:

La forma tondeggiante che si ottiene stendendo il prodotto dello staglio (pallina di impasto) non deve
essere considerato un risultato casuale. Tale forma è l’unica in grado di consentire, assieme alla
rotazione impressa al disco in fase di cottura, una uniforme distribuzione del calore sulla pizza.

La farcitura:

La presenza di determinati ingredienti che caratterizzano la pizza, cioè le salse di pomodoro, l’olio ed
alcuni latticini, oltre a tipicizzarla geograficamente, hanno un ruolo fondamentale nella sua genesi.
Anche in questo caso la loro presenza non va considerata casuale, infatti umidità specifica che essi
contengono, impedisce che l’impasto sia soggetto ad una rapida combustione una volta introdotto nella
camera di cottura.

Perché in una metropoli e non in un forno di campagna.

Vi è un ulteriore aspetto che spiega il perché la “cosa” sia nata in una metropoli, anziché in un qualsiasi
piccolo pesino di provincia. Costruire forni di dimensioni ridotte poteva avere un senso a condizione di
presupporre continue infornate. Sarebbe stato poco conveniente ridurne le dimensioni, per favorire il
raggiungimento delle alte temperature necessarie alla corretta cottura della “cosa”, e poi sfornare solo
occasionalmente.
La presenza di un numero relativamente alto di bocche da sfamare era quindi necessaria per rendere
l’operazione conveniente. La Napoli di metà Settecento, oltre che capitale di un regno, era la seconda
metropoli del continente con circa 350 mila abitanti; si trattava dunque dell’unica città italiana in grado
di soddisfare queste condizioni.

Perché Napoli, e non Londra o Parigi?

Abbiamo visto come la presenza di una popolazione numerosa fosse essenziale anche solo per poter
pensare la pizza. Tuttavia di metropoli in Europa ve ne erano anche altre, alcune perfino più popolate
della stessa città di Napoli. Perché la pizza non venne pensata in quelle metropoli?
Per comprenderne le ragioni dobbiamo nuovamente tornare a quegli anni, poiché non possono esservi
dubbi sul fatto che Oliver Twist oppure un miserabile qualsiasi di Parigi, si sarebbe volentieri saziato
con i pochi spiccioli che servivano per comprare una pizza. In quegli anni le tecniche agricole erano
agli albori, produrre pomodori, olio, per non dire di alcuni latticini era impensabile nella Londra o
4
Specifici prodotti, povertà, e la presenza di un numero notevole di bocche da sfamare.
Parigi di quel periodo. Inoltre precise condizioni storiche avevano agevolato i rapporti del Regno di
Napoli con la Spagna, il paese che per primo aveva colonizzato il continente americano e dal quale era
arrivato uno degli ingredienti fondamentali per realizzare una pizza che fosse economicamente
conveniente.
Rapporti che sia Londra che Parigi in quel secolo non potevano e forse nemmeno volevano vantare.

Alla conquista del mondo

Le prime pizzerie paese per paese

L’elenco che segue mette in ordine cronologico alcune delle prime pizzerie aperte nei paesi indicati5. Tuttavia
la difficoltà insita nella raccolta di questi miscellanea di dati provenienti da località talvolta anche distanti tra
loro, la rende soggetta a continui aggiornamenti.

1883 – Puglia, Annuario storico statistico commerciale di Bari, Granata Gennaro, (Ristorante) con pizzeria
Corso V.E. 109, p. 429

1904 – U.S.A. Boston, Giovanni e Gennaro Bruno


1905 – U.S.A. NY. Gennaro Lombardi Prima pizzeria al taglio esterna ad un contesto napoletano.
1919 – Brasile, San Paolo, Gennaro Menzione Proprietário: Umberto Avallone
1929 – Lombardia, Milano, via Agnello apre Santa Lucia, il locale che lancerà la pizza e la cucina
napoletana a Milano. 403

1930 – Lazio. Roma, V. Taranto, 128, Barnini Luigi - Pasticceria e pizzeria -.


1934 – Inghilterra, Londra (Bloomsbury), Olivelli restaurant Store Street, probabilmente la prima
pizzeraia in gran bretagna

1939 – Lazio, Roma. V. Emilio Faà di Bruno, Scacco Luigi - Bar e pizzeria , 23-27
1943 – U.S.A. Chicago. l'Italo-Americano Rick Riccardo ed il suo socio Ike Sewell aprono la "Uno's Pizzeria".
1944 – U.S.A. NYT 1944 September 20, JANE HOLT, Pizza, a Pie Popular in Southern Italia, Is Offered Here
for Home Consumption One of the most popular dishes in southern Italia, especially in the vicinity of
Naples, is pizza...

1946 – Francia, Marsiglia, Pizzeria da Vito.


1947 – U.S.A. NYT 25 Maggio, CONVERT your Kitchen into an Italian pizzeria, the place where pizzas are
turned out, hot and hearty. A round of dough is baked with tomatoes and anchovies and cheese atop, cut
into wedges, then eaten with the fingers between gulps of wine. p. 207, 208

1948 – Canada, Montreal. Pizzeria Napoletana

5
Per l’Italia sono state prese in considerazioni le pizzerie comparse nelle varie regioni italiane, escludendo dall’elenco la
Campania.
1952 – Germania, Nicola di Camillo, Würzburg, Sabbie di Capri
1952 – Lombardia, Varese, Bella Napoli.
1952 – Belgio, Bruzelles, L’Innovation6
1953 – Lombardia, Milano, Viene apreta all’angolo di Corso Buenos Aires, una delle prime pizzeria al taglio di
Milano.

1953 – Inghilterra. Londra, Brusa's, St. Martin’s Lane. Pizza Napoletana.


1956 – Francia, Nizza???
1961 – Finlandia, Hamina. Giovanni Tedeschi, Ristorante Giovanni
1965 – Inghilterra, Londra. Wardour Street Pizza Express
1990 – Cina, Pechino, Pizza Hut.
Il consumo di pizza nella moderna alimentazione

3 Miliardi pizze
700 milioni i sandwich
90 milioni gli hamburger

Consumo annuale pro capite


13 Kg, Usa.
10 kg en Francia
5 kg en Italia

Pizzerie in italia

2018 - 127.000

6
Le Soir, 7 dic. 1952, p. 13, col. 3, 4.
FINE