Sei sulla pagina 1di 2

Dante

– Inferno
Canto V


Dopo aver lasciato il Limbo (canto IV) dove risiedono le anime degli antichi sapienti (tra i
quali i filosofi Socrate, Platone, Anassagora, Talete, i bambini non battezzati, Noé, Adamo,
Abele, il poeta Ovidio, Cicerone, Seneca, Orfeo, Ippocrate, Euclide, il condottiero Saladino,
l’astronomo Tolomeo) e da dove lo stesso Virgilio proviene, i nostri scendono sempre più
negli Inferi. Più ci si addentra verso il centro della Terra, maggiore è la gravità delle colpe
commesse e l’intensità delle punizioni poiché ci si allontana da Dio. L’oscurità rappresenta il
male mentre la trasparenza dell’aria attraversata dalla luce, il bene.
Virgilio e Dante sono nel secondo cerchio, quello dei lussuriosi che non seppero contenere la
propria passione amorosa. È venerdì 8 aprile 1300 mancano poche ore alla mezzanotte.
Nel secondo cerchio non è condannata tanto la passione amorosa, quanto lo sconfinamento
nella lussuria. Siamo nell’Alto Inferno, dove sono puniti coloro che peccarono di
incontinenza, ovvero chi non seppe moderare alla misura virtuosa la propria passione,
scadendo in eccesso. L’eccesso può essere di vario tipo: di gola, d’avarizia e così via.
Dante, si attiene alla tradizione della Chiesa, quella dei sette peccati capitali: superbia,
avarizia, invidia, ira, lussuria, golosità, pigrizia o accidia. I superbi li troveremo nel
Purgatorio (canto XI).
Il custode di questo cerchio è Minosse, re di Creta e padre di Arianna, descritto da Dante
come bestia demoniaca, ringhiante, sulla scia di quanto scritto da Virgilio nell’Eneide:
Minosse era giudice infernale delle anime in arrivo nell’Ade.
Nel secondo cerchio le anime sono realmente punite, nel primo cerchio, il Limbo, è una
regione di relativa sospensione, senza pena. I dannati che transitano nel primo cerchio
devono dichiarare tutta la verità, Minosse, conoscitor de le peccata, gli assegnerà la condanna.
Minosse li avvinghia con la coda tante volte quanti sono i cerchi dell’Inferno dove sono
destinati, poi precipitano al luogo o vi sono portati da qualche diavolo.
Al loro arrivo, Minosse minaccia Dante, cercando d’insinuare in lui il dubbio e l’incertezza,
(Dante adatterà qui un versetto del Vangelo di Matteo: “Spaziosa è la porta e larga è la via che
conduce alla perdizione”). Virgilio dimostra essere ancora una volta allegoria della Ragione,
rintuzzando la paura irrazionale di Dante, giacché protetto da Dio. Si rivolge a Minosse nella
stessa formula usata per Caronte: “Non impedir lo suo fatale andare:/ vuolsi così colà dove si
puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare”.

Dante è colpito dalla bufera infernal che punisce i lussuriosi. Il principio del contrappasso
è chiaro: come in vita si lasciarono travolgere dalle passioni e dai propri istinti, ora essi
saranno eternamente trascinati da una sovrannaturale bufera.
Virgilio elenca a Dante i nomi di alcuni degli spiriti puniti, celebri personaggi dell’antichità:
Semiramide, Didone, Cleopatra, Enea, Achille, Paride e del Medioevo, Tristano.
Le figure femminili predominano, forse per il pregiudizio misogino medievale che le
donne fossero più inclini ai peccati d’amore.
Il riferimento a Tristano, personaggio del ciclo bretone di Tristano e Isotta, potrebbe
anticipare la critica alla letteratura d’amor cortese che caratterizza la parte finale del canto
V.
Dante sottolinea gli effetti nefasti dell’amore incontrollato che ha portato alla distruzione i
personaggi e talvolta della comunità intere come nel caso di Paride (che sedusse e rapì Elena
di Troia).

Dante è attratto particolarmente da due anime che si distinguono nella schiera per il loro
singolare attaccamento, infatti, volteggiano insieme. Si tratta di Francesca da Polenta e
Paolo Malatesta, personaggi realmente esistiti. Erano parenti, poiché cognati, intrecciarono
una storia d’amore adultero e furono uccisi dal fratello di Paolo, Gianciotto Malatesta.
La bufera che mai si doveva placare, all’improvviso tace, due anime stanno insieme e volano
più leggere delle altre. Dante ha solo parole di partecipata comprensione per Paolo e
Francesca, quest’ultima afferma che è ancora innamorata di Paolo e quasi paga della vendetta
divina, avvisa Dante che Gianciotto è nel più profondo dell’Inferno.

I contemporanei di Dante furono profondamente colpiti da quest’avvenimento, rievocato da
Dante come esempio di amore rovinoso. Francesca, colpita dalla pietà dimostrata dal poeta
nei suoi confronti e in quelli di Paolo, decide di raccontare la propria storia a Dante, anche se
questo comporterà profondo dolore (mescolerà parole a lacrime come il conte Ugolino nel
canto XXXIII dell’Inferno). Paolo resterà in silenzio durante tutto il racconto.
Il linguaggio di Francesca è accresciuto notevolmente dall’intensità sensuale del lessico:
“piacer, dolci pensier, dolci sospir, disiri, diletto, disiato riso, basciato, la bocca mi basciò”.
Dante dimostra forte e umana compassione per queste “anime affrante e offense” ma non per
questo può venir meno la condanna del loro amore adultero. La sistemazione nell’Inferno è
irrevocabile, frutto della giustizia divina.
Dietro alla rievocazione di Francesca, si cela una velata accusa alla responsabilità dello
scrittore e alla condanna di una certa letteratura “diseducativa” del tempo.
Il cuore del discorso di Francesca è scandito dalla celebre anafora di Amor all’inizio delle tre
terzine: “Amor, ch’al cor gentile ratto s’apprende” , “Amor ch’a nullo amato, amar perdona”,
“Amor condusse a noi ad una morte”. Le prime due ricordano lo incipit (primo verso) della
canzone di Guinizzelli: “Al cor gentil reimpara (ritorna) sempre amore” il manifesto della
poesia stilnovostica.
Il verso “ Amor, ch’a nullo amato amar perdona” enuncia uno dei principi cardine
dell’ideologia dell’amor cortese, consacrato ad esempio nel trattato “De Amore” di Andrea
Cappellano, libro piuttosto famoso nella cultura medievale (chi è amato, non può fare a meno
di ricambiare amore).
Quale amore avvinse Paolo e Francesca? Certamente quell’amore narrato dai poeti d’amore
cortesi, provenzali e siciliani, amore extraconiugale, adultero, rivolto a donne già
coniugate, delle quali occorreva tacere il nome o celarlo sotto senhal (nel caso della poesia
trobadorica e nella Vita Nova di Dante è sinonimo di pseudonimo, nel XIX era un medaglione
che veniva indossato o stretto fra i denti dagli studenti della Francia del sud che venivano
trovati a parlare il provenzale).
Lo stesso amore era celebrato dai romanzi cortesi, ad esempio del ciclo arturiano, dove il
primo dei cavalieri Lancillotto s’innamora di Ginevra, consorte di Artù.
Francesca spiega, infatti, che galeotto fu un romanzo, proprio la storia di Lancillotto e
Ginevra.
Dante s’interroga sulla responsabilità dello scrittore che può aiutare i lettori a imboccare la
retta via, esaltando le virtù oppure indurli in tentazione. La poesia stilnovistica, alla quale
Dante si era dedicato pienamente in gioventù, è coinvolta in questa condanna anche se
certamente più spirituale rispetto a quella cortese.
Nel cerchio dell’amore impuro, Dante si sente particolarmente coinvolto in quanto ritiene che
in gioventù abbia ampiamente coltivato e celebrato nelle sue rime cortesi e stilnovistiche, un
amore imperfetto, mondano. La sua vergogna cresce alle parole di Francesca che velatamente
accusa gli scrittori di averli spinti verso il peccato. Il turbamento unito alla compassione,
sopraffà i sensi di Dante che sviene: “E caddi come corpo morto cade”.