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Il libro

Q chiedermi se ne valesse la pena, le domande hanno iniziato a essere


più importanti delle risposte.
Julia Elle

È NELLE TUE MANI


Trovare la forza per essere felici
È nelle tue mani
Se non riesci a trovare
le risposte giuste,
forse ti stai solo facendo
le domande sbagliate
Tu sei felice?

Essere felici è un dovere che abbiamo verso noi stessi. Ognuno di noi
si merita di essere felice. Tu lo sei?
È una semplice domanda, e oggi più che mai ha bisogno della tua
risposta. Chiediti se sei felice e, se non lo sei, fa’ in modo che da oggi
diventi la tua priorità. Conceditelo.
La tua felicità è l’unica cosa che conta ed è nelle tue mani, in ogni
istante. Devi solo afferrarla.
Io ci ho messo tantissimo per capirlo. Ma oggi sono felice.

In questi ultimi due anni ho riempito pagine e pagine con il


racconto della mia vita. Ho fa o entrare voi le ori nella mia storia
personale fa a di sfide, fatiche, errori, solitudine, rinascita. Nei miei
precedenti libri mi sono messa al centro del racconto per condividere
con voi le mie esperienze – sicura che potessero avvicinarci –,
suggerendovi spunti ai quali speravo vi aggrappaste per tendere alla
felicità, e anche per soddisfare le vostre curiosità. A raverso quei
due libri ci siamo conosciuti meglio, avete imparato a capire chi sono
e quanto impegno ci me o, ogni giorno, per cercare di vivere le
giornate in modo sereno. Avete le o la mia storia con Paolo, il padre
dei miei figli. E il mio incontro con Riccardo, l’uomo della mia vita.
Avete conosciuto i miei figli, Chloe e Chris, il mio amore per loro e la
sfida quotidiana del mio essere madre. Siete rimasti colpiti da alcune
mie riflessioni, ne abbiamo parlato tanto sui social. Vi è piaciuto
come ho intrapreso la mia strada per la felicità, e ho scoperto che
non solo ne avete tra o beneficio, ma che avreste voluto saperne di
più.
È proprio dai nostri incontri che nasce questo mio terzo libro, con
il quale desidero fortissimamente darvi alcuni spunti per aiutarvi a
q p p
vivere meglio, nella speranza che possa avere un impa o positivo
sulla vostra vita.
È un libro diverso dai precedenti, perché fru o di anni di ricerca
personale e di riflessioni, eppure simile, perché qui dentro ci sono
comunque io. Non è la mia storia, ma ci sono le mie esperienze, la
mia vita, e il tentativo quotidiano di migliorarmi.
A raverso i nostri colloqui ho capito che tu o quello che mi ha
tenuta a galla poteva diventare il contenuto di questo scri o, senza
avere la pretesa di salvare nessun altro oltre me sessa, ma con
l’ambizione di poter aiutare, se non tu i, qualcuno. Uomini o donne,
senza differenza, uniti dalla voglia di vivere meglio. Di stare meglio.
Ho scelto alcuni spunti su cui rifle ere, ma mirando sempre alla
felicità, che è il sentimento che più ci meritiamo nella vita, e che in
questo momento storico abbiamo capito essere unica, preziosa,
appesa a un filo e sogge a al cambiamento da un istante all’altro.
Ho iniziato a scrivere queste pagine in un momento positivo: il
mondo non aveva ancora conosciuto la pandemia, io proge avo il
mio bellissimo matrimonio a maggio. Poi sappiamo tu i che cosa è
successo. Mi sono fermata e ho parlato con voi dell’emergenza in cui
eravamo precipitati, con lo stesso spirito positivo con cui stavo
scrivendo il libro. Ho sentito il bisogno di condividere le mie risorse.
Ho cercato di dare spunti per resistere e continuare a esistere, anche
in isolamento.
Abbiamo vissuto e stiamo vivendo qualcosa di incredibile, che
nessuno mai si sarebbe immaginato. Il mondo è cambiato, e non
sappiamo quando tornerà a essere come lo desideriamo, come lo
abbiamo conosciuto. È per questo che oggi più che mai abbiamo
bisogno di essere felici. O almeno di provare a esserlo. Lo penso
ancora di più oggi che abbiamo capito quanto vale la nostra libertà.
La felicità è un dovere che ognuno ha verso se stesso, e la mia
ambizione è che questo nuovo libro parli a tu i. Che non ci sia
bisogno di farsi me ere incinta per doverlo comprare, che non ci sia
solo la voglia di scoprire come ho conosciuto Riccardo (argomento
comunque appassionante che potete leggere nel mio secondo
volume, Qualunque cosa ti faccia sorridere), ma che parta dal desiderio
profondo di provare a stare meglio.
p p g
Grazie alle vostre parole, al vostro entusiasmo, alla vostra
curiosità, ho capito di voler tra are molti aspe i che avevo studiato
all’università e che continuo a studiare.
A raverso le vostre domande ho realizzato che c’è molta curiosità
sulla mindfulness, di cui ultimamente si parla un po’ dappertu o. Io
la pratico da sempre. Ovviamente avere una madre che insegna yoga
può avere facilitato l’avvicinamento… Ho fa o un corso per poterla
insegnare, e mi sono convinta che non sia una pratica per tu i e
richieda molta concentrazione e molto tempo, che non sempre le
persone hanno o vogliono trovare. È una pratica per pochi, e
necessita di un’analisi introspe iva piu osto elevata. Eppure dà
tantissimi spunti utili. Ho quindi deciso di prenderne la parte
migliore e provare a rendere i conce i di immediata comprensione a
chi fa una vita normale. A chi non ha mai pensato né di meditare, né
tanto meno di provare a rifle ere su come potrebbe migliorare la
propria esistenza. A chi vive in questa società, cercando di starci
bene ma arrivando a sera spesso insoddisfa o, stanco o triste.
Oppure semplicemente inconsapevole di quanto potrebbe stare
meglio. A chi non si sente felice.
E allora te lo richiedo: tu sei felice?
Io oggi lo sono. Ma non lo sono stata per tanto tempo e forse
anche per questo provo forte il bisogno di condividere quello che ho
capito e imparato. Ciò che mi ha migliorata e che oggi, ogni giorno,
mi fa vivere le giornate in un modo nuovo. Anche quando le cose
non vanno come le avevo programmate. O anche quando non
succede niente.
Aver vissuto in prima persona l’infelicità, aver avuto come una
nebbia davanti agli occhi per così tanto tempo rende importante la
mia risposta alla domanda che mi avete fa o e che continuate a
pormi: “Ma come fai?”. Quante volte mi avete chiesto un consiglio,
uno spunto su come affrontare alcune situazioni o stati d’animo.
In questo libro c’è la mia lunga risposta.
In questo libro ci sono io.
Con tu o il mio cuore.
Con il desiderio che faccia del bene.
Con il desiderio che indichi la direzione per la felicità.
p
Perché oggi e per sempre è ciò a cui dobbiamo tenere di più.
La tua felicità parte da te

La felicità sta nel nostro modo di vedere le cose, in ciò che sentiamo
per gli altri. Arriva da un processo di conoscenza interiore che inizia
con il ritrovarsi per poi ripartire.
Non credo nelle risposte, quanto invece profondamente nelle
domande. Non saprò mai dire che cosa sia giusto o sbagliato, ma so
con certezza cosa ha funzionato per me e cosa no.
Non ci sono mai risposte univoche, anche se, formulando la
domanda giusta, ognuno di noi troverà la propria risposta. E se
avremo il coraggio di essere sinceri in questo, avremo compiuto un
primo passo importante per la nostra crescita.
Io oggi sono felice. Ma è fondamentale che mi crediate quando
dico che la mia felicità non dipende dal fa o che ho un compagno,
una casa, un lavoro. Certo, è evidente che sono fa ori che inducono
grande felicità, ma non ne sono la causa. Non ne sono l’origine.
È fondamentale che sappiate che ho raggiunto la mia felicità nel
momento in cui sono diventata una persona stabile e serena anche
da sola. E che avrei potuto restare così. Lo facevo per me. Non
pensavo mi mancasse qualcosa, anche se oggi, grazie alle persone
che sono entrate nella mia vita, mi sento più completa.
Non mi mancava niente perché avevo trovato la felicità. Non è un
caso che sia arrivato il successo, dopo. Non è un caso che sia arrivato
l’amore, dopo. Succede proprio così, quando raggiungi la tua felicità.
Non serve cercarla al di fuori. Non serve pensare di non poterla
raggiungere perché ci manca qualcosa o qualcuno. La felicità si
costruisce dentro di noi.
La felicità siamo noi.
E solo imparando a stare bene con noi stessi, a bastarci per poi
completarci possiamo diventare felici.
p p
Non mi sono svegliata una ma ina con questa vita che in tanti
oggi definiscono “perfe a”. Non ho trovato le risposte da un giorno
all’altro. Ho intrapreso un percorso introspe ivo a raverso il quale
ho capito che la differenza la fanno le domande che ti poni e non le
risposte che pensi di dover avere. E questo l’ho imparato con grande
sofferenza, perché oggi più che mai so che la felicità è un percorso
fa o di fallimenti, di cadute, di insuccessi. E di coraggio, tantissimo
coraggio.
Ho voluto dimostrare a me stessa che potevo diventare la
versione migliore di me, anche se nessuno me ne aveva mai dato la
possibilità.
Ci ho messo anni. Da piccola ero la bambina sfigata dell’asilo, ero
quella che balbe ava e che non riusciva a farsi degli amici. Sono
stata presa in giro, bullizzata. Gli amici di mio fratello mi
allontanavano, mio fratello non mi voleva, perché io ero quella
piccola e loro con me non volevano giocare. Ero quella alla quale la
maestra, alle elementari, diceva che non era come gli altri, perché
non imparava. Oggi so che era un problema di metodo di
insegnamento, ma allora ero semplicemente quella che non ci
arrivava, quella che restava indietro. Ho sentito per molto tempo il
peso di non essere stata in grado di salvare il matrimonio dei miei
genitori, mortificandomi per non essere stata una ragione sufficiente
perché loro potessero continuare ad amarsi.
Ho trascorso la vita a sentirmi sbagliata.
Ho perso la fiducia nei confronti dell’amore e della famiglia. E poi
mio padre è morto e ho perso fiducia in tu o il resto, anche in chi era
rimasto, come mia madre, che fisicamente c’era, ma per tanti anni mi
è stata lontana emotivamente.
E oggi, da adulta, capisco che per lei aver perso mio padre, per
quanto fossero separati, è stata una bo a ancora più forte, e si è
trovata di colpo a essere madre e padre insieme. Ma io, allora, mi
sono sentita abbandonata. Lei soffriva, io la guardavo soffrire e mi
sentivo inutile, perché non potevo fare nulla che la facesse sentire
meglio. Così ho cercato di essere il più indipendente possibile, per
non darle il peso della genitorialità.
Avevo undici anni. Mi lavavo i vestiti, male, mi cucinavo qualcosa
e poi uscivo per scappare via da mia madre. E sulla bici andavo a
casa di Sara, la mia migliore amica. Là trovavo la famiglia perfe a:
tu i erano biondi, sorridenti, nella loro ville a circondata da un
prato sempre curato, con una mamma e un papà che si amavano,
felici. E allora mi rendevo conto che la vita poteva essere altro.
Poteva essere anche quello, e non solo le lacrime di una mamma che
non era più lì per me.
Appena ho potuto ho deciso di andare a vivere da sola. Sono
scappata dal dolore. Ma in realtà ero già da sola: mio padre era
morto, mia mamma stava comba endo per conto suo, mio fratello
era partito per la Spagna, forse se ne era andato per lo stesso motivo
che stava portando via me. Ho deciso di continuare a essere sola per
davvero, con indipendenza e libertà.
Da quel giorno mi sono conquistata tu o, e nessuno mi ha
regalato niente.
Mi sono ritrovata con un bagaglio di sogni e obie ivi, anche se
tu i mi dicevano che non ce l’avrei fa a. Che non avendo alle spalle
una famiglia ricca e prestigiosa non sarei mai diventata qualcuno.
Che se nessuno era disposto a raccomandarmi non sarei mai arrivata
in TV . Io non avevo nessuno neanche per il pranzo di Natale,
figuriamoci per una raccomandazione. Mi dicevano che per fare la
cantante avrei dovuto investire molti soldi e avere le conoscenze
giuste, ma io non sapevo nemmeno come mangiare, quali soldi avrei
potuto investire nella musica? Sopra u o mi dicevano che non era
vera quella storia per cui, con fatica e determinazione, si possono
raggiungere i propri obie ivi. Mi dicevano che capita una volta ogni
tanto, ma sono solo eccezioni. Rarità. La maggior parte delle persone
non o iene mai ciò che vuole, qualsiasi cosa sia.
Sono stata circondata da un enorme senso di rassegnazione. Fino
all’ultimo momento. Fino a poco prima di “farcela”.
Mi dicevano: «Rinuncia, così finalmente troverai un po’ di pace».
Non ho mai rinunciato. Non ho dato re a a nessuno. E oggi
voglio urlare al mondo che non è vero che rinunciare ai propri sogni
porta la pace. Se ci si crede ce la si può fare. Perché chi mi parlava
così non ha mai avuto il coraggio di fallire e riprovare, e quando mi
volevano convincere a rinunciare era solo perché loro non ce
l’avevano fa a.
Non io. E neanche tu.
Fa paura essere gli unici a crederlo, ma ti assicuro che è
abbastanza.
Io ce l’ho fa a anche se nessuno credeva in me. Non ho avuto
pacche di incoraggiamento sulle spalle. Non ho avuto nessuno che
mi desse fiducia né quando sono andata a vivere da sola in un
monolocale nella zona più malfamata della ci à, né quando mi sono
ritrovata ancora da sola con due bambini. Nessuno. Tranne me.
Io credevo in me ed ero pronta a fallire. Questo mi ha salvata.

Non avete bisogno di nessuno che creda in voi.


Credete in voi. Vi bastate.

E sapete dopo che cos’è successo?


Che tu e le persone che mi guardavano con pena, quelle che
pensavano che non ce l’avrei mai fa a, che mi guardavano dalla loro
comfort zone aspe ando di vedermi fallire, tu e quelle che hanno
visto che al milionesimo tentativo avevo o enuto ciò che volevo,
sono state pronte a rimangiarsi tu o con una facilità imbarazzante.
Pronte a saltare sul carro del vincitore, con la coerenza di un
lombrico e la dignità di un comodino.
Che cosa ho fa o a quel punto? Le ho ringraziate, le ho perdonate.
E poi le ho salutate per sempre. Non avevo e non ho bisogno di
persone così. Grazie. Addio, senza rancore.
Ho provato sulla mia pelle quanto sia difficile insistere, quanto sia
faticoso continuare a fallire e faccia cadere nell’incertezza di
raggiungere il proprio obie ivo. Quanto ci si senta tristi. E soli. So
bene cosa si prova in quei momenti. Eppure ha sempre senso
continuare a riprovarci per voler essere felici. Vale sempre la pena
crederci. E se hai bisogno di qualcuno che creda in te, tanto quanto
lo avrei voluto io, sappi che io credo in te. A scatola chiusa. Credo
nel tuo sogno, nel tuo proge o, nel tuo talento, nel tuo obie ivo.
Credici anche tu!
Non importa se cadi, non importa se sbagli. Ogni errore porta al
miglioramento di sé. Ogni caduta può fare del bene. Perché se
capisci dove stai sbagliando, ogni passo nuovo ti avvicinerà alla tua
meta.
Io volevo fare la cantante. L’ho sempre de o. Io sono una
cantante, ma non mi sono svegliata una ma ina cambiando idea e
me endo in piedi una web serie. Volevo la musica, la desideravo
tantissimo, ma ho imparato a raggiungere un compromesso tra
quello che la vita mi dava e quello che era il mio obie ivo. Quindi io
oggi sono una cantante, ma sono anche altro. E non perché ho
rinunciato, non perché ho pensato di non farcela, ma perché ho
cambiato le domande che mi ponevo. Non più “che cosa voglio
fare?”, ma “perché voglio farlo?”.
Perché volevo fare la cantante? Perché per me era importante
regalare emozioni, volevo che le mie emozioni diventassero quelle
degli altri. Questa risposta corrispondeva allo scopo della mia vita, è
valida ancora oggi ed è ciò che mi rende felice. Volevo fare la
cantante perché per me quello era l’unico modo possibile per far
arrivare la mia passione alle persone. E osservando dal palco gli
occhi lucidi di chi mi ascoltava cantare avevo la conferma che era
giusto perseguire il mio desiderio.
Poi, di caduta in caduta, ho capito che esistono tanti altri modi per
trasme ere emozioni. Non c’è solo la musica. Ho sicuramente una
bella voce, ma ho capito che quello che c’è davvero di bello dentro di
me è quello che ho da dire. Lo stesso che mi fa scrivere una
sceneggiatura che fa piangere prima me e poi chi la guarda. Avere
un impa o nella vita degli altri mi fa sentire viva.
Io oggi sono una cantante, un’a rice, una scri rice. Io comunico.
E questo mi rende felice.
“Perché voglio farlo?”
Ci ho messo tanti anni a capire che era questa la domanda giusta
per la felicità.
Se non avessi cambiato la domanda, forse starei ancora provando
a inseguire il successo di una sola canzone.
Ognuno di noi deve trovare il vero senso della propria vita. E non
è mai troppo tardi per scoprirlo. Bisogna avere il coraggio di
pp p p g gg
chiedersi qual è e aprirsi a una risposta diversa, che magari in quel
momento non ci piace e non vogliamo acce are.
Io non l’ho fa o per anni.
L’unica risposta che mi davo era: io voglio musica e solo musica.
Ma la risposta era un’altra, e quella nuova risposta mi ha permesso
di farcela.
Trova il coraggio di risponderti. È il primo passo verso il
raggiungimento della tua felicità.
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Una meravigliosa strada che porta alla felicità

Ho capito due cose sulla felicità: non arriva per un desiderio che non
si realizza, e non arriva da fuori di noi.
Nonostante possano sembrare banalità, ho capito sulla mia pelle
quanto queste considerazioni siano vere.
Ho trascorso un lungo periodo della mia vita ad aspe are che le
cose andassero come desideravo, sicura che proprio ciò che non si
realizzava fosse la causa della mia infelicità. Volevo così tanto che
accadesse qualcosa per sentirmi finalmente felice, volevo essere
felice, ma non succedeva. E non succedeva perché non funziona così.
Niente capita per caso, niente arriva solo perché te lo aspe i. Eppure
non ce lo dice mai nessuno.
Ecco perché lo dico io: la felicità non dipende da ciò che ti aspe i,
ma da come vivi.
Un esempio? Sei single e desideri tanto innamorarti e trovare
l’amore. Lo vivi come un problema enorme che intralcia la tua
felicità. E aspe i l’amore. E aspe ando passano i giorni, a volte senza
accorgerti di quanto di bello tu abbia a orno. Poi magari l’amore
finalmente arriva, ma ti ritrovi con nuovi problemi e nuove
aspe ative. Hai forse raggiunto la felicità?
Oppure. Sei povero e pensi che solo i soldi riuscirebbero a
renderti felice. Ma quante persone ricche o famose si sono suicidate,
quando sembravano avere tu o! Erano felici? Evidentemente no. Se
l’equazione della felicità fosse la ricchezza sommata al successo,
Robin Williams, Amy Winehouse e tanti altri sarebbero ancora a
questo mondo. Non è così perché quell’equazione è sbagliata. Non è
così perché per raggiungere la felicità, quella vera, occorre cambiare
strada. Senza più aspe are.
Non ci manca nulla, se iniziamo a guardarci dentro, senza pensare al fuori di noi:
dobbiamo solo iniziare a vivere.

È un po’ come essere in inverno e dirsi che finalmente, quando ci


sarà il sole, si starà bene. O trovarsi di martedì ad aspe are la
domenica, quando finalmente potremo riposarci, a casa dal lavoro e
quindi felici.
Non funziona così. Perché quello che stai facendo è aspe are, non
vivere. E la felicità, invece, è vita.
Credo sia per questo che Ironic di Alanis Morisse e mi piace così
tanto. È una canzone che, tra l’altro, parla di un uomo che aspe a
tu a la vita di prendere il suo primo volo e poi, quando finalmente
ci riesce, l’aereo precipita. O pensiamo, per esempio, a uno che
aspe a tu a la vita di andare in pensione e poi gli viene un infarto.
Sono persone che passano la vita ad aspe are. Non funziona così,
non va bene.
Ironic è una canzone che mi piace molto cantare live. Mi ricorda
che la felicità non è nell’a esa. Ho aspe ato anche troppo, certa che
fosse giusto farlo.
Il momento in cui io sono arrivata alla felicità è stato quando
sembrava andare tu o a rotoli. Desideravo il successo professionale,
l’amore vero, la bellezza.
C’è stato un lungo periodo in cui non mi vedevo bella, non mi
piacevo. Sono consapevole di non essere Claudia Schiffer, ma non
posso neanche lamentarmi. Eppure non mi piacevo e mi sarei rifa a
completamente, partendo dal naso. Volevo essere bella, ma non
riuscivo a vedermi. Oggi ringrazio di non aver avuto i soldi per
andare a bussare alla porta di un chirurgo plastico. Lo avrei fa o,
giuro. Ma sono molto felice di non aver cambiato niente del mio
viso, perché oggi sono arrivata ad amarmi e acce armi con profonda
sincerità. È evidente che ciò che mi portava a voler cambiare era un
forte senso di inadeguatezza. E oggi, se mi fossi ritoccata, vivrei
ancora quel senso di disagio, non avrei un volto simile a quello di
mio padre. Perché la mia faccia assomiglia alla sua. E i miei figli
assomigliano a me.
È vero che i soldi perme ono tu o, ma spesso anche di fare cose
sbagliate. Sono molto felice di non averli avuti.

La felicità è nell’adesso. La felicità è in quello che hai.

Ho aspe ato e aspe ato per capire che la felicità vera non arriva il
giorno in cui vinci alla lo eria. Quella è sicuramente una grande
gioia, se capita. È statisticamente improbabile, ma è gioia pura. Però
anche una grande gioia non è la felicità.

Felicità è riuscire a vivere l’esa o momento che stai vivendo senza perderti nelle
immagini del futuro.

Quando decidi di posticipare la tua felicità, la stai già perdendo.


“Sarò felice quando il mio fidanzato mi chiederà di sposarlo.”
Davvero? Stai lasciando che l’adesso ti scivoli via e con lui la
possibilità di vivere, di essere felice.
Ci concentriamo così tanto a lagnarci per quello che ci servirebbe
per essere felici da non riconoscere ciò che di meraviglioso invece
abbiamo. È un errore grandissimo. Quando ero infelice perché non
ero una donna di successo, dimenticavo di essere una ragazza di
vent’anni e in salute. Era già tantissimo, ma non me ne rendevo
conto.
Avevo poco e niente di quello che pensavo di dover avere. Facevo
una fatica enorme per riuscire a mantenermi, ma sarebbe bastato che
mi soffermassi a rifle ere: ero libera, indipendente, autonoma, sana.
Ero viva.
Siamo vivi.
Pare poco?
Come possiamo dimenticarcelo o darlo per scontato?

Ho iniziato a scrivere questo libro sulla felicità il giorno in cui il


governo italiano ha dichiarato l’Italia zona rossa a causa del Covid-
19. E io davanti al computer ho sorriso per le parole che stavo
scrivendo, perché a un primo sguardo poteva non essere esa amente
il giorno ada o per parlare di questo stato d’animo. Eppure…
g p p q pp
Eppure io quel giorno ero felice. Nonostante il disastro. Nonostante
la preoccupazione. Nonostante la pandemia, io mi sono scoperta
felice. Perché ero a casa con i miei figli e con l’uomo che amo, ed
eravamo in salute. Perché ci avevano chiesto di restare a casa, e io
avevo una casa. Mi sono sentita al sicuro. E in quel momento non
avevo bisogno di altro.
Sono a capo di un’azienda, l’ho raccontato per la prima volta in
una dire a durante l’isolamento. Produciamo i miei video, ma anche
molte delle pubblicità che si vedono in TV . Tu o si è fermato negli
ultimi mesi. Tu o è sfumato nel giro di niente: contra i saltati,
collaborazioni sparite, guadagni neppure a parlarne. Eppure,
nonostante questo, non ho smesso di essere felice, perché fino a che
il mio conto corrente non sarà in rosso io sceglierò sempre di
sostenere e continuare a pagare le persone che lavorano con me o
quelle che nell’ultimo anno hanno collaborato con continuità. Ho
messo a loro disposizione uno psicologo e ho fa o quello che potevo
per resistere insieme. Ho avuto la possibilità di farlo e mi sono
sentita grata.
Non sono ricca e non ho una vita perfe a, non sono il benessere e
la tranquillità sentimentale che ho raggiunto. È che mi sono accorta
di quello che ho, di quello che posso fare, del mio stato di salute e
della mia famiglia, del bene prezioso in ogni singolo momento.
Il lavoro è fermo, ma sto bene. Stiamo bene. Il sole arriva in
terrazzo e ci perme e di pranzare all’aperto. Sono grata alla vita,
sono grata al terrazzo. Anche se sto perdendo una valanga di soldi.
Perché nella vita devi cambiare quello che puoi e acce are il resto.
E l’acce azione porta alla pace.

Scegliere la gratitudine
Non è colpa di nessuno quando va tu o a rotoli ed è molto probabile
che nella nostra vita ci sia qualcosa che non funziona. Non ti
suggerirò di negare la realtà o di fingere che sia tu o perfe o, ma
proprio perché non lo è dobbiamo guardare a quello che abbiamo e
ringraziare.
Vivevo a Milano da sola, cantavo in un locale dove guadagnavo i
soldi per mantenermi e pagare l’affi o. Ma poi il locale è fallito. E
quando un locale dichiara fallimento, non paga più nessuno. Mi
sono ritrovata da un giorno all’altro senza soldi. Potrà sembrare
incredibile, ma in quel periodo non avevo un conto corrente. Se
finivo i contanti ero a zero, senza nulla da parte. Avrei potuto
ricorrere a un avvocato per farmi pagare, ma se non hai i soldi per
mangiare, come le paghi le spese legali? È stato terribile.
Ho continuato a lavorare acce ando qualsiasi tipo di impiego, ho
fa o qua ro lavori insieme senza che nessuno mi pagasse in
anticipo. Ho schivato il proprietario di casa per giorni, uscendo di
nascosto, aspe ando che se ne andasse per rientrare nella mia
abitazione. A gennaio mi sono ritrovata al freddo e al buio, dato che
non avevo pagato le bolle e. Mi lavavo con acqua ghiacciata, e a
gennaio vi assicuro che non è piacevole, sopra u o se non puoi
neanche asciugarti i capelli. Lavoravo di sera, e per raggiungere i
locali non era possibile prendere i mezzi. Usavo la macchina, ma se
non hai i soldi non puoi perme erti neanche la benzina. E così ho
deciso di vendere la macchina, tu o ciò che possedevo. L’ho venduta
a una cifra ridicola, ma almeno ho pagato l’affi o. Non la luce e il
gas, sono rimasta al freddo e al buio ancora per un po’.
Non voglio fare la piccola fiammiferaia, non lo racconto per
suscitare chissà quale reazione. Ma ci tengo così tanto a far capire
che per me non è sempre stato tu o rose e fiori: non sono nata
privilegiata, nessuno mi ha regalato niente e ho vissuto momenti di
profonda tristezza e sconforto. Eppure li ho superati, e il giorno in
cui ho cambiato prospe iva è cambiato tu o.
Dobbiamo renderci conto di quante fortune abbiamo, essere grati
anche per le cose che ci appaiono normali. Per me, da allora, una
doccia calda è un regalo. Una casa accogliente, un pasto in tavola,
una macchina per muovermi non li ho mai più dati per scontati. Il
giorno in cui vengono a mancare certe comodità scopri che sono
preziosissime. Per me sono preziosissime.

Non avere nulla ti fa capire che non c’è niente di scontato.


Mi ricordo la sensazione che ho provato quando, anni dopo, mi
sono ritrovata con i bambini in un minuscolo bilocale. A parte i soldi
per sopravvivere, investivo quello che rimaneva nelle mie
produzioni. Ho affi ato una macchina e mai e poi mai nella vita
avrei pensato di sentirmi così grata di essere di nuovo al volante.
Non riesco a spiegare la gioia che provavo negli anni a seguire ogni
volta che rientravo in casa e accendevo la luce. Oppure ogni volta
che mi infilavo so o la doccia… Certo per pochi minuti perché Chris
e Chloe erano piccini e anche lavarmi per più di un nanosecondo era
decisamente un privilegio. Ma quanta gratitudine per tu e quelle
cose che avevo imparato a non dare più per scontate!
Sme iamola di ammirare stupiti quello che hanno i nostri amici, i
nostri conta i sui social, i nostri idoli. Sme iamola di concentrarci su
ciò che vorremmo avere e non abbiamo. Aprire il frigorifero e
trovarlo pieno di cibo non è scontato. Se solo ce lo ricordassimo ogni
giorno.
Stare bene, vedere, sentire, camminare, correre, respirare non è
scontato. E anche se si ha avuto la fortuna di non dover mai
sperimentare questa sensazione meravigliosa di perdere tu o e
riaverlo, lo si può immaginare.

Rendiamoci conto di quello che abbiamo.

Con questo lockdown ci sono venuti a mancare la libertà, gli


abbracci, il conta o ravvicinato. Ci siamo mai resi conto di quanto
fosse un privilegio andare a cena fuori, al cinema, a teatro, a un
concerto, al mare, in montagna, su un aereo ma anche solo al parco
so o casa, a mangiare un gelato, a bere il caffè, a casa di qualche
amico, fare una festa di compleanno tu i insieme? E potrei andare
avanti a elencare per ore. Come ci sentiremo quando tu o riprenderà
come prima? Quante cose non daremo più per scontate? Ecco,
funziona proprio così: proviamo a pensare che tu o quello che
abbiamo, anche il de aglio più insignificante della nostra giornata,
da domani potrebbe esserci negato. È sufficiente rifle ere su questo
per vivere serenamente ogni nostro giorno.
Perché, anche se ti sembra di non avere niente ma nel momento
stai leggendo queste pagine, vuol dire che sei vivo. Perché nel
momento in cui scrivo ci sono persone in terapia intensiva che
lo ano per non morire e qualcuno non ce la farà.
Tu stai leggendo, io sto scrivendo. Siamo fortunati. Fortunatissimi,
nonostante tu o.

Il valore delle piccole cose


Ci siamo ritrovati da un giorno all’altro chiusi in casa e abbiamo
scoperto di saperci ada are in poco tempo a un nuovo stile di vita.
Provvisorio, per fortuna, ma molto impa ante. Abbiamo vissuto a
stre o conta o con chi fa parte della nostra vita, ma ci siamo trovati
distanti da chi non vive con noi. Da un giorno all’altro gli stimoli
esterni sono diminuiti, abbiamo dovuto acquistare solo ciò di cui
avevamo davvero bisogno, realizzando che spesso compravamo cose
che non ci servivano davvero. Abbiamo visto che tu o quello che
cerchiamo all’esterno spesso lo abbiamo già.
Chloe era sul terrazzo con Riccardo. Da mesi avevamo in casa un
kit per allestire l’orto sul balcone, uno di quei giochi per bimbi che ti
regalano e tu aspe i la domenica giusta per usarlo, ma alla fine alla
domenica sei sempre fuori. Riccardo e Chloe, insomma, si sono
messi a seminare e hanno trascorso così la ma ina. Chloe è rientrata
e mi ha de o: «È stato il giorno più bello della mia vita».
Siamo state insieme a Londra, a Disneyland, a Parigi, in alberghi
di lusso, in piscine da sogno… e il giorno più bello della tua vita è
stato sul balcone a spargere semini!?! A saperlo prima avrei
sicuramente potuto risparmiare un sacco di soldi, ho pensato
ridendo…
Eppure è proprio così. Ai nostri figli diamo quello che vogliono e
facciamo vivere loro le migliori esperienze, ma trascorrere questo
tempo insieme è servito a farci capire che quello di cui hanno
davvero bisogno è a portata di mano. Questo tempo sospeso ha
costre o noi genitori a guardare negli occhi i nostri figli e a
conoscerli, senza deleghe sulle loro esigenze e sulla loro istruzione.
Da questo vivere insieme il tempo sospeso abbiamo imparato
molto e se ne faremo buon uso ci ritroveremo abitanti di un mondo
migliore.
Tieniamoci stre o quello che abbiamo imparato.

L’ESERCIZIO DELLA GRATITUDINE

Me i una benda sugli occhi, tienila per ventiqua ro ore e prova a vivere come un cieco. Ti
ritroverai grato di avere la vista.

La felicità è fa a di persone
La gratitudine non è un sentimento semplice, e ancora meno
semplice è capire che ci sono persone che non ci perme ono di
essere felici.
Le cinque relazioni con cui sei in più stre o conta o ti
influenzano in modo positivo o negativo. Il tuo umore, il tuo modo
di pensare, il tuo modo di affrontare le cose sono condizionati da
queste cinque persone. Lo dice la scienza, non io. E quindi va da sé
che sono persone da selezionare con cura.
Focalizziamoci su chi sono. Pensiamo a chi condivide con noi il
tempo, la nostra vita. Sono quelle le persone che possono fare la
differenza. E per questo posso anche decidere di liberarmi dell’amica
con cui litigo sempre, che mi racconta solo tragedie, che non fa che
lamentarsi di tu o per stare meglio.
Non è facile, anzi. Capire chi ho al mio fianco, quali amicizie siano
le più ada e per me è sempre molto difficile. E mentre nel mio
percorso di crescita ho capito quali domande devo pormi per
sentirmi grata, ho sempre fa o davvero fatica a capire quali persone
influenzassero negativamente il mio cammino. Ci ho messo molto
tempo, ma dopo anni ce l’ho fa a. È stato questo l’ultimo vero
passaggio verso il raggiungimento del mio stato di felicità:
riconoscere le persone che non mi facevano sentire bene.
Come si riconoscono?
Sarebbe bello se bastasse la razionalità, ma purtroppo non è così.
Io ti consiglio di fermarti, pensare alla persona che stai me endo in
discussione e poi chiederti che cosa provi per lei. È un qualcosa che
avvertirai nella pancia. Sono emozioni che raramente sappiamo
ascoltare, ma tu fallo ora, non è mai troppo tardi. Pensa a una
persona. Come ti senti quando sei con lei? Ridi? Ti diverti? Ti fa
sentire a disagio? Sei triste o provi nervosismo? Quando vi vedete
come stai? E quando ti scrive va allo stesso modo? Pensa a tu o,
rifle i se c’è qualcosa nella sua comunicazione che non ti torna e non
ti fa sentire bene.
Sme i di ignorare le tue emozioni. Se le risposte portano a uno
stato d’animo negativo, questa persona non ti fa bene. È difficile da
acce are e anche molto doloroso, sopra u o se il vostro rapporto –
che sia un’amicizia o una relazione d’amore – dura da anni. Ma devi
avere il coraggio di amme erlo ed essere disposta a lasciare andare e
cambiare.

Ho sempre avuto la sindrome della crocerossina. Mi sono legata


per anni a persone che volevo salvare. Avevo relazioni che mi
prosciugavano le energie, in cui mi bu avo a capofi o, disposta a
dare tu o pur di far stare meglio l’altro. Sicura che l’avrei salvato e
fa o cambiare. Ho cercato di capire, di giustificare, di
immedesimarmi nei disagi, ricorrendo a tu a l’empatia possibile.
L’esempio più eclatante è il mio rapporto con Paolo. Ma anche in
amicizia sono sempre stata così.
C’è l’amica che ti ferisce, che ti giudica semplicemente perché
vede il mondo in modo diverso. Quella che quando ero sola con i
bambini e stavo investendo tu i i miei soldi mi diceva che avrei
dovuto rassegnarmi, me ere da parte i miei sogni e fare la
cameriera, perché non avevo speranze. L’amica che quando sono
rimasta incinta di Chris mi ha consigliato di abortire perché: «Sei
ma a a far nascere un bambino in una famiglia già in frantumi.
Sarebbe meglio per lui non nascere». L’amica che quando vivevo da
sola con Chloe ed ero incintissima e le avevo chiesto di tenere il
cellulare acceso in caso mi partissero le contrazioni, e che ho
chiamato quando sono iniziate ha tenuto il cellulare spento perché:
q p p
«Scusa, di sera devo dormire». E io sono stata costre a ad andare in
ospedale da sola perché l’ambulanza non mi veniva a prendere e
allora ho chiamato un taxi ma non c’erano taxi e allora mi sono
messa alla guida, azionando le qua ro frecce a ogni nuova
contrazione, arrivando stremata all’acce azione, dove l’infermiera ha
accolto me e il mio trolley con un «Qua non siamo a Malpensa».
Ecco, in quei casi, a un certo punto, non so quando, ma a un certo
punto bisogna prendere il coraggio e lasciare andare. E sme ere di
credere che ci sia sempre una motivazione valida per il
comportamento dell’altro. Sme ere di giustificare. Sme ere di avere
paura di restare da soli. Ci sono amicizie che nascondono un seme di
infelicità. Sembrerà impossibile, sembrerà dolorosissimo, ma ecco
una grande verità: non lo è. Perché dentro di te lo sai già che è l’altra
persona ad avere bisogno di te. E se ti libererai di un legame
sbagliato non potrà che andare meglio.

Le relazioni sbagliate possono andare avanti a lungo. Io ho


giustificato per anni amicizie che mi facevano male. Mi dicevo che
non avevano gli strumenti che avevo io. Che avevano avuto una vita
diversa dalla mia, mai a conta o con grandi problemi e quindi
portate a giudicare le scelte in maniera diversa. Erano persone con
una famiglia normale, che avevano frequentato la scuola,
l’università, che avevano una laurea, un matrimonio. Un percorso
lineare come quello di chi nasce e cresce in un paesino e non ha la
possibilità di avere altre opzioni. Chi viveva un periodo molto
stressante, l’amica triste, l’amica nervosa. Ho sempre giustificato
tu i. Anche se mi infliggevano una coltellata al cuore, io trovavo la
giustificazione per una frase sbagliata o pronunciata duramente.
Fino a che, a un certo punto del mio percorso, ho capito che non
avevo bisogno di persone così a orno a me. Si può ridere, scherzare,
condividere momenti tristi e felici.
Non è facile, lo ripeto. L’istinto è sempre quello di salvare la
relazione. Prima di troncare ho provato, ogni volta, una via di
mezzo. Ma la verità è che la via di mezzo non funziona mai.
Tra le tante persone c’era chi ha condiviso con me la storia con
Paolo, la ro ura, la nascita dei bimbi, l’incontro con Riccardo. Come
potevo lasciarla andare? Come potevo davvero togliere dalla mia
vita chi aveva condiviso così tanto con me? Eppure l’ho fa o. E da
quel giorno sono stata sinceramente meglio.
Puoi farlo anche tu. Serve soltanto un po’ di coraggio per porsi la
domanda più importante: quella persona è felice quando io sono
felice?
Sembra una domanda scontata, eppure…
Quando Riccardo è entrato nella mia vita, molti hanno gioito con
me, hanno fa o di tu o per conoscerlo ed entrare in sintonia con lui.
Ma non tu i.
Le persone sbagliate non sono mai felici della felicità altrui. Sono
presenti quando va male, perché in fondo amano sapere che la loro
vita non fa così schifo. È come se si specchiassero e traessero
beneficio nel vedere che a loro va meglio. Quando invece la ruota
gira e quella felice inizi a essere tu… chissà perché, cominciano a
diventare ultraprote ive, e quindi: Riccardo era uno sconosciuto,
dovevo stare a enta, stavo andando troppo in fre a. «Potrebbe
essere un altro Paolo. Potrebbe fingere ed essere diverso da come si
mostra.» In quel momento avrei voluto solo condividere la mia
felicità. Non avevo bisogno di essere messa in guardia, che mi
fossero insinuati dubbi.
E allora chiediti se la tua felicità viene sinceramente condivisa, e
in base alla risposta valuta che persona hai accanto.

Chiudere un rapporto sbagliato è un grande passo verso la felicità.

Non ho avuto tanti uomini e non mi vergogno di dirlo. Il mio


primo fidanzato l’ho conosciuto a quindici anni, ci sono stata
insieme fino a quando ne avevo ventuno. Chloe l’ho avuta che ero
ancora molto giovane. In mezzo un altro paio di rapporti. Insomma
non una grossa esperienza, ma niente di troppo grave, dal mio punto
di vista. E va anche de o che il sesso senza una componente emotiva
non mi va. Insomma, non ho avuto tanti uomini. Non è né giusto né
sbagliato, è solo così.
Con l’ultima amicizia che ho lasciato andare è successo proprio
per questo. Eravamo a cena. Riccardo ha sempre avuto la nomea del
p q p
latin lover. Io, come ho de o, non sono una mangiauomini. La mia
amica si me e a parlare di sesso selvaggio, di cose per lei pazzesche,
provocando Riccardo, tirando in ballo la sua esperienza,
avvertendolo: «Con Julia potresti annoiarti». Ho pensato scherzasse,
che fosse una ba uta e di certo che fosse un’uscita poco carina, ma
l’ho giustificata. Di nuovo. Come sempre, ho lasciato correre.
Qualche giorno dopo ho organizzato uno scherzo sulla chat del
gruppo di amici. Spesso ci facciamo scherzi, e me ne avevano appena
fa o uno in cui ci ero cascata come un pero. Volevo vendicarmi.
“Ho scoperto che Riccardo mi tradisce.” Un messaggio per
spiegare come, molto veritiero. Le reazioni sono state tu e uguali:
dispiacere, stupore, paura dell’errore. “Ma sei sicura? Oddio, se
Riccardo ti tradisce allora ho perso la speranza nel genere umano.”
Tu e risposte così tranne una: “Julia, scusami se te lo dico, ma se il
tuo approccio con il sesso è quello che dici, allora Riccardo ha fa o
bene”. Quello che doveva essere uno scherzo è diventato l’episodio
che mi ha fa o aprire definitivamente gli occhi. Ho poi scoperto che
ne aveva parlato anche con Riccardo, consigliandolo di lasciarmi, di
trovare qualcuno senza figli. Lui, così bello, a impegolarsi in una
famiglia non sua, ma chi glielo aveva fa o fare? Ho de o basta
all’ennesima critica, all’ennesimo giudizio, all’ennesimo punto di
vista opposto su un rapporto per me fondato non solo sul sesso, a
quella visione di donna, folle per me, che deve fare il fenomeno
erotico per non far scappare il proprio uomo.
La scoperta di un gioco sporco alle mie spalle mi ha fa o
malissimo. A volte serve toccare il fondo per realizzare la verità, ma
mi sono anche accorta che lo avevo sempre saputo. Ho ripercorso
tu a la storia della nostra amicizia e trovato tu e le giustificazioni
che avevo dato a tanti momenti critici, perché avevo dato più
importanza a quelli belli insieme. Invece va guardato tu o nel
complesso. Senza paura di rimanere da soli. Perché non succederà,
questo ve lo posso assicurare.
L’ho chiamata. Le ho chiesto di vederci, ma non poteva. Abbiamo
parlato al telefono. Non ho urlato, non mi sono arrabbiata. Le ho
spiegato che per me non aveva senso continuare un’amicizia con una
persona come lei. E non ci siamo sentite mai più.
p p
Ho capito che spesso le persone vivono una situazione di
profonda tristezza, ho capito che spesso sono infelici e per questo
fanno molta fatica ad acce are la felicità degli altri. Non è ca iveria,
è l’unico modo che conoscono per tenersi legate a noi. Se avessi
continuato ad avere una vita di merda, lei avrebbe potuto continuare
a insegnarmi a vivere. Non è stata in grado di gioire con me. Ma non
importa, perché ho avuto la prova che anche solo una persona in
meno che non ti fa stare bene fa un sacco di differenza.

Allontana da te chi non sa gioire delle tue gioie.

Aprire gli occhi non è mai facile, ci vuole tempo. Ma chiediti se


stai bene con chi ti sta vicino. Perché le persone con cui si può stare
davvero bene esistono. Sono quelle che provano un affe o sincero
per noi e con loro quella sensazione negativa di so ofondo non c’è
praticamente mai. Io e Riccardo condividiamo una vita di coppia e
lavorativa normale, con tu o il caos che questo comporta. Ma con lui
io non sento mai quella sensazione allo stomaco di quando ho
accanto qualcuno che non mi fa star bene. Mai. E neanche con i miei
amici, perché ho lasciato andare chi mi procurava malessere.
Meglio pochi ma buoni. Le nonne lo sapevano già.

Non avere paura della solitudine


Voglio svelarti un segreto. Una volta compiuto il tuo percorso di
miglioramento, una volta capito che meriti di essere felice, saprai far
avvicinare a te solo le persone che ti fanno stare bene. Perciò: lascia
spazio a nuovi incontri.
Tu a iri le persone in base a quello che riesci a diventare.
Diventa la persona che vorresti incontrare. Domandati: saresti
l’amico che desideri in questo momento della tua vita? Parti da lì. Per
essere circondata da persone che ti fanno bene, devi farti del bene tu
per primo. Riparti da te e dagli amici che ti fanno già sentire bene. E
se non ci sono, vuol dire che manca ancora un passaggio intermedio.
Devi diventare la persona giusta per te.

Prima di pretendere il marito perfe o, prima di trovare Bill, devi


diventare Bill. Devi diventare a tua volta la persona che cerchi.
Perché quando sarai diventata la versione migliore di te – ti
sembrerà incredibile – chi va bene per te arriverà. Succede davvero
così. Non esistono basi scientifiche in merito, ma io penso
sinceramente che le persone simili si capiscano. E chi ha conoscenza
di sé e ha fa o un lavoro personale per raggiungere un livello di
serenità soddisfacente lo ha fa o perché è riuscita a scegliere le
persone giuste per starle intorno. E quindi non si avvicinerebbe mai
a te se non fossi quel tipo di persona.
O o anni fa Riccardo non mi avrebbe mai presa in considerazione
e io probabilmente non avrei preso in considerazione lui. Perché non
ero la versione migliore di me. Quindi ricorda: il lavoro su se stessi
viene prima della ricerca della felicità.
Riccardo e io ci siamo trovati perché ero pronta, perché ero già
una persona felice. Non lasciamo la felicità nelle mani degli altri. Nel
momento in cui la deleghi, ti stai condannando a essere infelice,
perché nessun altro può renderti felice se non tu.

Aspe are qualcuno che ti renda felice è una trappola. È ora di riprendersi la propria
libertà.

Le nuove (buone) relazioni


Circondiamoci di persone che ci fanno bene. Appurato che è molto
difficile chiudere rapporti che durano da anni, perché entra in gioco
una componente emotiva che porta a salvaguardare la relazione, è
facile invece iniziare nuove relazioni. Ma ora sappiamo che se fin da
subito c’è qualcosa che non va non si risolverà come per magia. E
allora tanto vale non perdere tempo e investire energie in un
rapporto già sbagliato in partenza. Dedichiamoci piu osto alla
ricerca di chi davvero può migliorare la qualità della nostra
esistenza.
Analizziamo un rapporto di amicizia o sentimentale e
concentriamoci sul suo inizio. Anche e sopra u o quelli che sono
finiti male. Ripensiamo al primissimo periodo in cui abbiamo
conosciuto quella persona e al perché la relazione si è conclusa.
Probabilmente scopriremo che tu o quello che non ci andava bene
era già so o i nostri occhi fin dal primo istante. Semplicemente
abbiamo voluto evitare di soffermarci sugli aspe i che non ci
piacevano, vedendo solo quello che volevamo vedere. È molto
difficile che le persone cambino totalmente o di colpo, possiamo
quindi credere che non ce ne fossimo accorti oppure che avessimo
voluto giustificare.
Questa analisi ci aiuterà a fare a enzione e a non so ovalutare
certi aspe i, che fanno mantenere in piedi la relazione a meno che
l’altro non prenda coscienza prima di noi e decida di cambiare in
autonomia.
Facciamo un esempio: una sera conosco una nuova persona. È
simpatica, ci esco a cena, ci rido e ci scherzo. Ma su due o tre cose
sento che c’è qualcosa che stride e che i suoi valori sono diversi dai
miei: parla di altri in modo bru o, mi racconta il suo non essere leale
con alcuni, assicurandomi anche che con me non si comporterebbe
mai così. Rimango comunque ammaliata: è molto facile avvicinarsi a
qualcuno, tra un bicchiere di vino e qualche risata. In fondo è
simpatico.
In situazioni come queste è importante, prima di tu o, fermarci a
pensare a quello che non ci è piaciuto più che a quello che ci è
piaciuto. Ed è questa la parte difficile. Quella persona che mi ha
raccontato della sua doppia faccia mi sta in realtà dicendo che
potrebbe giocare sporco anche con me, e probabilmente lo farà. È
qualcosa che voglio? Lo saprei sopportare? O è meglio che non mi
invischi in un rapporto sapendo già che alcuni presupposti non mi
sono piaciuti fin da subito?
Il mio consiglio? Allontanati immediatamente da chi ha
comportamenti o pensieri che non condividi.
Le tue amicizie devono essere come le desideri tu.
Un segreto da svelare
Gli esseri umani scelgono le proprie relazioni, dall’amicizia
all’amore, in base ai propri interessi. Trovo un amico perché mi piace
andare a sciare insieme nel week-end; mi fidanzo e mi piace molto
andare a giocare a tennis con lui. Abbiamo passioni e interessi
comuni e pensiamo che ciò sia sufficiente perché funzioni. Se no
insieme poi che facciamo? Se no poi insieme come funzioniamo?
È una cazzata.
Facevo la cantante, ho fa o due figli con un produ ore
discografico. La musica era il nostro punto di unione, un interesse in
comune che pensavo fosse un collante, la chiave di una relazione,
l’amore.
Che errore!

La forza di una relazione sta nei valori comuni.

Lo dice la scienza, oltre che la mia esperienza! Ho scoperto che la


scienza confermava ciò che avevo vissuto: la mia relazione con
Paolo, basata su interessi in comune ma valori opposti è fallita, e
quella con Riccardo, in cui gli interessi che ci uniscono sono davvero
pochi ma i valori coincidono completamente, è più viva che mai. Ed
è questo ciò che conta.
Due persone che hanno lo stesso interesse possono avere due
punti di vista diversi. Per esempio: due che fanno beneficenza
possono incontrarsi a una raccolta fondi. Uno può essere lì perché
tiene davvero alla causa, l’altro per farsi bello agli occhi della gente.
L’interesse è comune, ma i valori completamente opposti. La musica
per me era l’unico modo per esprimere i miei sentimenti. Per Paolo
era solo un modo per far vedere quanto è bravo. Una visione
differente per lo stesso interesse. Come potevamo durare?
Avvicinatevi a chi ha i vostri stessi valori, perché se poi scoppia
una pandemia che cosa ci fate chiusi in casa in isolamento con chi
non la pensa come voi? A tennis di certo non ci potrete giocare.
I valori sono la base su cui poggia la nostra personalità. Per cui, se
mi conta a il ministero della Salute e mi chiede di fare uno spot per
sensibilizzare le persone a restare a casa, io rinuncio al compenso per
lasciare i soldi all’emergenza che sta colpendo il mio Paese. E a
Riccardo non devo neanche chiedere se è d’accordo, perché so già
che la pensa come me.
Sono contenta di aver trovato una persona che condivide i miei
valori, con cui crescere i miei figli senza avere discussioni, perché
sulle cose fondamentali la pensiamo allo stesso modo. Non devo
passare l’esistenza a spiegare all’altro qualcosa che difficilmente
capirà o non condividerà. A tennis posso andare a giocare con un
amico, un collega, un vicino di casa. Ma quando torno a casa voglio
avere qualcuno che mi capisca quando parlo.
Sembra scontato, eppure abbiamo basato le nostre esistenze
cercando chi ama quello che facciamo e non quello che pensiamo.
Allora: scegli chi ha i tuoi stessi valori, scegli una persona con cui
staresti in isolamento per mesi. È un nuovo metro di giudizio che
avrei preferito non dover sperimentare, ma funziona.

L’importanza dell’empatia
Riconoscere le nostre emozioni è il primo passo verso la
consapevolezza e la possibilità di essere felici nella vita. Se
impariamo a decodificare i differenti stati d’animo, avremo la
capacità di riconoscere l’emotività anche in chi ci sta di fronte. È
difficile che qualcuno ci comunichi le proprie emozioni. Pensiamo a
quanta fatica facciamo noi…
Spesso ci si deve confrontare con lo stato d’animo di qualcun
altro. Quando capita, invece di accogliere la sua emozione ci
troviamo a dare una risposta razionale su quello che sta succedendo.
Lo facciamo. Lo subiamo. In entrambi i casi è bene sapere che è così
che si distruggono le relazioni. Un esempio: devo fare gli esami del
sangue e sono terrorizzata. Odio gli aghi, ho paura che scoprano che
qualcosa non va. Mio marito reagisce, per tranquillizzarmi:
“Mamma mia, che vuoi che sia, vedrai che non hai niente”. E quando
arrivano i risultati degli esami aggiunge anche: “Hai visto? Non era
niente”. Tu o vero. Vero che non era niente, vero che non avrei
dovuto aver paura. Eppure in quel momento la mia paura era reale.
Non ho bisogno che mio marito mi dia una risposta razionale, non
ho bisogno che mi dia la sua opinione. L’unica cosa di cui ho
veramente bisogno è sapere di essere capita. Acce ata. Ho bisogno
di empatia e condivisione e cioè: “Guarda, secondo me andrà tu o
bene, ma lo capisco che hai paura. Qualunque cosa succeda io sono
qui”.
Abbiamo bisogno di sentirci compresi. Siamo sempre tu i alla
ricerca di una soluzione, perché quando vogliamo bene a qualcuno
l’istinto ci porta a volerlo aiutare, e per questo sarebbe molto più
utile e funzionale provare a comprendere.
Chloe piange disperata perché una sua bambola si è ro a. Io cerco
la soluzione più facile: “Tranquilla, te la ricompro”. La verità è che a
lei non interessa nessuna bambola nuova. Ha solo bisogno di un
abbraccio. Che io le chieda se è triste. Che io le dica: “Ti capisco. Hai
ragione. È bru issimo che si sia ro a”. Di questo ha bisogno, non di
una carta di credito.
Comprensione invece che soluzione, empatia invece che
razionalità. Vale sempre, per tu o ciò che provoca emozioni nel
quotidiano. Tuo figlio cade? A che serve dirgli: “Dai, non è successo
niente”, “Dai, non piangere”? Perché non può piangere? Chi lo ha
deciso che in quel momento non è successo niente? Che pianga!
Magari si è spaventato. Proviamo a chiederglielo. Proviamo a
me erlo in conta o con le sue emozioni, entriamo noi per primi in
conta o con le sue emozioni. Insegniamo ai nostri piccoli a guardare
gli stati d’animo più che le azioni. Impareranno, impareremo.

A conta o con le proprie emozioni


La capacità di entrare in conta o con le proprie emozioni,
imparando a riconoscerle, è un altro piccolo grande passo verso la
felicità.
Comunicare alle persone quello che provo è stata una sfida
enorme per me che ho costruito la mia intera esistenza solo su me
stessa. Ero quella che non si fermava, che andava avanti a oltranza.
Appoggiarmi emotivamente a qualcuno, parlare di quello che
provavo o dire semplicemente “Sono triste”, “Sono spaventata”, era
impensabile.
Non ho pianto per anni. Era il mio modo per sopravvivere. Non
ho pianto quando ho partorito da sola. Non ho pianto quando hanno
ricoverato i miei figli in ospedale. Non sono mai crollata. Ho dovuto
togliermi una corazza durissima, costruita in anni di protezione. Ma
se sono riuscita io a parlare con Paolo, dopo tu o quello che era
successo (trovi il piacevole riassunto nei miei due libri precedenti),
piangendo, esprimendo i miei sentimenti, e se lui, che non è
esa amente Maria De Filippi quando apre la busta, ha capito, vuol
dire che è possibile farlo, per tu i.
Paolo mi ha capita perché parlare e spiegarsi a raverso le
emozioni, anziché esprimere le proprie ragioni, cercando di o enere
qualcosa, funziona. L’ho capito sulla mia pelle. L’ho capito mio
malgrado. Ma l’ho, finalmente, capito.
Quindi oggi riesco serenamente ad amme ere con le persone che
amo che sono triste, che ho paura, che sono fragile. Sei stai leggendo,
con il tuo muro ben alzato e la corazza inscalfibile, voglio che tu mi
creda: dopo cambia tu o, si sta meglio. E sta meglio anche il tuo
corpo. Facci caso: quando ci teniamo tu o dentro, prima o poi il
corpo parla. Lo può fare a raverso un dolore o, una gastrite, un mal
di schiena oppure la tachicardia e chissà quante altre manifestazioni.
Da qualche parte le nostre emozioni escono sempre. E se non glielo
perme i, trovano il modo da sole. Allora meglio piangere un po’.
Perché io la cervicalgia l’ho avuta per anni e non puoi immaginare
quanto stia meglio il mio corpo da quando ho liberato le emozioni.
Oggi piango per cose normali. Ho pianto tanto quando ho
scoperto che non mi sarei potuta sposare neanche questa volta. E lo
so che rispe o alle cose importanti della vita non è una tragedia. Ma
ho pianto perché mi sentivo triste. In quel momento per me era una
forte emozione. Io volevo sposarmi. Io voglio sposarmi. Ci credevo,
lo avevo immaginato, con il mio abito che è sempre lo stesso anche
se è già la seconda volta che il mio matrimonio salta… E allora mi
sono lasciata andare, minuti ininterro i di lacrime, per poi pensare
che quando ci sposeremo avremo superato una pandemia e allora
q p p p
sarà ancora più bello. (E comunque, se non mi devo sposare,
ditemelo. Io mi fermerò solo quando arriverà Marty dal futuro a
dirmi che non devo farlo, perché se questi sono segni, vorrei dire al
mondo che non bastano a fermare il mio amore!)

Superare la delusione
Era tu o fissato, mancava solo l’ultima prova dell’abito. Avremmo
fa o anche una grande festa di fidanzamento. Non perché fosse
necessaria, ma in fondo ci si sposa una volta sola, ed era l’occasione
per fare un ulteriore festeggiamento. La delusione è stata enorme.
Con il blocco totale di ogni a ività a causa di questa pandemia,
sono certa che ognuno di noi abbia avuto piani scombinati,
aspe ative deluse, proge i sfumati. Sono certa che sia stato
emotivamente difficile per quelli a cui è capitato.
Ho pianto. Ma ho dovuto, anzi voluto superare la delusione. Ho
dovuto, anzi voluto guardare avanti. Come ho fa o? Ho
riposizionato le priorità. Quanto poteva essere importante una festa
di fidanzamento rispe o ad avere accanto, tu i i giorni, la persona
che mi ama e che condivide con me anche i momenti bru i della
vita? Quanto poteva contare rispe o a chi stava soffrendo fuori da
casa mia? Il mio essere ferita in quel momento non era nulla
paragonato a ciò che nel mondo stava succedendo.
Quando qualcosa non va come avevamo programmato, è
importante ristabilire le priorità. Gli imprevisti capitano di continuo,
non serve una pandemia. Impariamo a riconoscere le cose davvero
importanti, che solitamente hanno poco a che fare con le feste o gli
ogge i.
Cerchiamo di entrare in empatia con gli altri.
Avrei potuto vivere in un dolore profondo e ritenere tu o come
una profonda ingiustizia. Invece ho scelto di cambiare quello che
potevo cambiare e acce are il resto. Sono ancora molto triste, ma
non sono più arrabbiata. E potrà capitare che il matrimonio come lo
desideravo io non si possa ancora fare e mi troverò a dover cambiare
le mie aspe ative ancora una volta. Ma finché avremo la possibilità
di cambiare, staremo bene. Perché non conta la festa, non conta
rimandare se chi amo è qui con me.
E se penso che ci sono persone che non hanno potuto fare i
funerali ai loro cari, quanto importante credete diventi la delusione
per il mio matrimonio, che è solo rimandato? O una festa di
fidanzamento saltata? La vera festa è poter stare insieme.

Viviamo l’adesso. Il futuro è solo una stupida illusione.

Io vivo il mio oggi. E oggi sto bene.


E, alla peggio, ci sposeremo su Skype.

L’arte del perdono


Il mio percorso personale è stato lungo e fa o di piccoli passi. Ero
pronta al cambiamento, ero pronta a indagare me stessa, ma non
avevo idea che imparare a perdonare sarebbe stato così complesso.
Non pensavo di avere qualcuno da perdonare.
Nella vita sono sempre stata io a chiudere i rapporti. Me evo un
punto e me ne andavo.
A quindici anni mi sono fidanzata e con quel ragazzo siamo stati
insieme sei anni. A un certo punto ho voluto lasciarlo. E così il
giorno dopo ho preso un aereo e sono volata dall’altra parte del
mondo. Non l’ho più sentito.
Non mi pareva di dover perdonare qualcuno, men che meno me
stessa per qualcosa. Tu ti devi perdonare o devi perdonare
qualcuno?
Rifle i, perché il perdono è ciò che davvero ci libera da tu a una
serie di emozioni che rimangono incastrate, impedendoci di
raggiungere la felicità. Il passato non ci perme e di vivere il presente
e a volte neanche ce ne accorgiamo.
A un certo punto ho deciso che avrei perdonato Paolo, ed è stato
difficilissimo. Non mi ha amata, non mi tra ava come avrei voluto,
non ha mai de o quello che mi sarei aspe ata. Ho sofferto molto
durante la nostra relazione, ma l’ho perdonato. E non l’ho fa o per
lui. E non ho neanche avuto bisogno di dirglielo. Non è stato
necessario, perché il perdono è qualcosa che fai per te stessa, è una
rielaborazione di ciò che provi per quella persona che ti perme e di
andare avanti in una relazione più serena. Dovevo continuare a
vedere Paolo per i bambini, il perdono mi ha aiutata. Faccio lo stesso
anche con altre persone dalle quali mi sono allontanata per sempre
ed è giusto che io non frequenti più. L’ho fa o anche con me stessa.
Mi sono perdonata e so con certezza che è stata la parte più difficile.
Oggi posso perme ermi di non avere rancore o tristezza tra le
emozioni incastrate nel passato.
Il perdono inizia da queste semplici domande: c’è mai stato un
momento della mia vita in cui ho pensato di aver sbagliato per aver
fa o qualcosa? Oppure: mi sono pentito di non aver fa o qualcosa?
Come mi sento?
Bisogna entrare in empatia con noi stessi, dobbiamo scavare nel
passato, ricercando aspe i di noi che non vorremmo neppure
me ere a fuoco. Che emozioni abbiamo provato? Che cosa si è
bloccato?
Ricostruiamo le situazioni e perdoniamoci se abbiamo agito nel
modo sbagliato o se non abbiamo agito affa o.
Io avrei voluto agire. Non l’ho fa o. E sono rimasta incastrata in
un’emozione finché non ho capito di dovermi sbloccare.
Avevo dieci anni. Eravamo a casa di mio padre, una villa con il
giardino. Quel giorno c’erano anche i miei zii e i miei cugini. Non ero
di buon umore perché avrei voluto trascorrere il mio tempo da sola
con papà. Lui invece voleva andare a comprare alcune cose in
macchina e preferiva rimanessi a casa con tu i i parenti che erano
venuti a trovarci. Io ho chiesto, richiesto e insistito, volevo davvero
accompagnarlo, ma non c’è stato verso. Ero piccola, ho fa o un
capriccio che si è subito trasformato in una sceneggiata. Urlavo e
piangevo come una pazza. Mio padre è salito comunque in macchina
e io gli sono corsa dietro urlando di aspe armi, di portarmi con sé.
Gli zii mi hanno dovuta fermare per non farmi finire so o la
macchina.
Mio padre non è più tornato.
Quel giorno ha avuto un incidente ed è morto.
g
Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto.

Non mi sono mai perdonata di non essere riuscita a fermarlo. Se


avessi pianto di più, se non avessi dato re a ai miei zii, se fossi salita
sulla macchina con lui… forse allora non sarebbe successo. So che
non c’è nulla di razionale in questi pensieri, eppure per molto tempo
sono sempre stati gli stessi e non me lo sono mai perdonata. Fino a
un certo punto.
Ho fa o un lungo lavoro su me stessa, che mi ha portato a
perdonarmi e mi ha permesso di essere una persona libera. La
sensazione di libertà non si può spiegare a parole, ma è sicuramente
la base della felicità.

Usiamo le nostre energie per perdonare e perdonarci. È il passo più bello verso la felicità.

Perdonare noi stessi è come perdonare gli altri. Ci sono riuscita


quando mi sono vista da fuori. Non vedevo più me, ma una bambina
che non aveva colpa. Io ero quella bambina. E non avevo avuto
nessuna colpa nella morte di mio padre.

Tanti errori, tanti sbagli


Vivere con un senso di colpa non ti perme erà mai di essere felice.
Come fai a perdonarti? Devi cercare di capire i perché.
La nostra vita è stata, è e sarà piena di errori. Si può sbagliare e ci
si può perdonare anche dopo uno sbaglio. Negarci il perdono è
punirci di qualcosa che ci sembra ingiusto. Ma per quanto tempo
vogliamo scontare la nostra pena? E a che cosa serve in realtà?
Secondo me a niente.
Possiamo essere persone migliori anche con gli altri se riusciamo
ad andare oltre questo meccanismo, diventando persone serene.
Il tradimento per esempio è la colpa più condannata dalla società.
Hai tradito, sei stato scoperto, il tuo matrimonio è finito. È colpa tua.
Vero, ma perdonati. Perché quello che conta per te, e per chi ti sta
a orno, è la tua serenità. Perché se il tuo matrimonio finisce e hai
figli, devi perdonarti per poter essere un padre o una madre
migliore. E anche se non ci sono figli, quello che conta è ritrovare la
pace. Senza perdono, rimane il senso di colpa che non ti perme e di
vivere.
Non importa se hai ragione o torto, non importa che ce l’abbiano
gli altri. Non importa se l’altro è stato ca ivo.
Il perdono è qualcosa che fai per te. Perché la tua rabbia, il tuo
risentimento non fa male all’altro, ma fa malissimo a te stesso.
Le emozioni che provi verso gli altri hanno un impa o su di te. La
persona con cui sei profondamente arrabbiato non è la vi ima della
tua rabbia. E la persona che ti rende profondamente triste non è la
vi ima della tua tristezza. La vi ima della rabbia e della tristezza sei
tu. E allora, perché devi scontare una pena ed essere vi ima dei tuoi
sentimenti?
Riconosci le tue emozioni. Amme ile. Perdona. Diventa libero.
Percorri la strada della felicità.
Potrai dire o non dire all’altro che lo hai perdonato, ma una volta
che decidi di farlo non ha più importanza. Perché il centro del
discorso ora sei tu, non è più l’altro.
Lo fai per te. Il perdono cambia te.

L’ESERCIZIO DEL PERDONO

Il perdono è qualcosa che richiede allenamento. Non arriva dall’oggi al domani, ci si


avvicina gradualmente. Ci si può esercitare me endolo in a o con persone con cui ci sia un
legame emotivo troppo forte. Non partiamo quindi dal marito che ci ha tradito o dal padre
severo. Prendiamo un vicino che porta a passeggio un cane che fa pipì ogni giorno sul
nostro cancello o da quella mamma della scuola che non ci sta particolarmente simpatica.
Iniziamo a perdonare loro. Che cosa significa? Non è aver ragione o torto, non è litigare, ma
lasciare andare. Facciamolo per noi, dimostriamo empatia, riconosciamo l’altro e teniamoci
stre a la nostra serenità.

Io mi esercito con gli hater. Non ne ho tantissimi, ma qualche


insulto arriva sempre. Non ho una reazione emotiva a quel tipo di
commenti perché pratico l’empatia e mi chiedo: che tipo di strumenti
può avere una persona che si trova a sfogare la propria rabbia e la
propria frustrazione contro un personaggio pubblico? Che qualità di
vita può avere? Chi è? È in grado di ferirmi? La risposta è no. E
spesso non rispondo, ma quando lo faccio cerco di capire chi ho di
fronte e scrivo parole gentili.
Alla rabbia si può rispondere con rabbia, oppure si può decidere
di perdonare e di praticare la gentilezza, spiegando e argomentando.
Il risultato è spesso il silenzio o addiri ura il commento ca ivo
cancellato. Perché la rabbia può facilmente generare una reazione
rabbiosa, ma se noi proviamo a ricordarci che dall’altra parte c’è
probabilmente una persona che soffre (se non fosse così non avrebbe
bisogno di andare so o i commenti di un qualunque social) allora
possiamo fermarla e me ere uno stop anche alla sua rabbia.
Io raramente mi arrabbio perché mi immedesimo, e funziona
perché mi insegna a disinnescare un meccanismo di reazione
emotiva nei confronti di qualcosa che non mi riguarda davvero.

Quello che un altro dice di noi non dice nulla di noi, ma dice di se stesso.

Questo vale anche per le relazioni personali. Quando qualcuno


dice qualcosa su di noi, sta dicendo qualcosa di se stesso. Noi
dobbiamo avere coscienza di chi siamo, di cosa facciamo e del
perché. Nessuna opinione può cambiare quello che noi sappiamo di
essere.
Forza, allora, il primo passo è sapere chi siamo, e se ancora non lo
sappiamo, è ora di iniziare a chiederselo e capirlo.
Se un hater mi a acca dicendo che potevo scegliere di non fare
figli se mi devono pesare così tanto, perché si basa su una singola
scena ironica di un video, io non posso arrabbiarmi, perché io so chi
sono. E so quanto amo i miei figli. E so che uso i video per divertire o
far rifle ere o creare una distrazione. Non mi preoccupa quindi che
un hater mi a acchi, perché non sono come lui mi vede. E allora
provo commiserazione.
Quando si raggiunge un buon livello di consapevolezza, è ben
difficile farsi a accare. E se a farmi un commento ca ivo è una
persona a me vicina, avrò imparato a capire che è un problema suo,
non mio, e risolverò il confli o sul nascere.
Questo si può insegnare anche ai bambini, rendendoli in grado fin
da subito di non arrivare al confli o quando si presenta un
problema. Se un bambino dice a Chloe che è bru a e puzza e Chloe
arriva da me piangendo, posso dirle che è sbagliato, che tra i due
non c’era nessuno che puzzava, ma che sicuramente tra i due c’è
qualcuno che è stato scortese e che ha sbagliato. E quindi l’unico
giudizio a cui appigliarsi in questa situazione è che un bambino è
stato offensivo, senza nessuna prova reale. Spiegando, mostrando
una visione che allontana la reazione di rabbia, un bambino impara,
volta per volta, a non correre più da mamma piangendo, ma a
riconoscere qual è la realtà. «Mamma, quel bambino è stato
maleducato e ha de o che sono bru a. Vado a giocare da un’altra
parte.» Non rabbia, ma soluzione.
Credo sia un insegnamento molto prezioso.

La rabbia
Ci sono emozioni che me ono in pausa, che bloccano, che
impediscono di agire, e ci sono quelle che a ivano. La rabbia
corrisponde all’azione. È l’emozione più a ivante che possiamo
provare. Ecco perché dobbiamo cercare di indirizzarla.
Se io sono arrabbiato posso decidere come veicolare la mia rabbia.
Una persona che provi rabbia non è giustificata a ferire qualcun
altro, verbalmente o fisicamente. Ma noi spesso scusiamo. Quante
volte abbiamo pensato: “Me l’ha de o mentre era arrabbiato”. “Lo
giustifico, in fondo era arrabbiato.” No, non c’è niente da giustificare.
C’è solo da imparare a gestire quest’emozione.
Io la me o in pausa. Quando i bambini mi fanno dannare, se sul
lavoro qualcuno compie un a o scorre o, se qualcuno si comporta
male con me, me o in pausa sia la situazione sia la conversazione,
perché temo di non essere in grado di gestire la mia reazione.
Mi isolo e mi incazzo da sola.
Mi sfogo verbalmente, magari do un pugno a un cuscino, ma mi
tolgo dalla discussione. Piu osto che lasciare che la rabbia abbia il
sopravvento, preferisco interrompere un litigio e andare in camera a
bere un bicchiere d’acqua o chiamare un’amica per sfogarmi, per
riprendere dopo la discussione che deve essere chiarificatrice.
Insomma sbollo per poter parlare senza urlare.
Può esserci anche un altro problema di comunicazione, quello
cioè di quando ci troviamo con un interlocutore che non è capace di
discutere, ma solo di litigare. Sta a te decidere se vuoi avere una
relazione con una persona che non sa controllare la propria rabbia o
un confli o in modo costru ivo. È certo comunque che non potrai
cambiare il suo modo di gestire quell’emozione. Perché possiamo
cambiare il nostro modo di comunicare, ma non quello degli altri.
Però possiamo ispirarli, grazie al nostro comportamento, al nostro
cambiamento. È come quando regaliamo un libro che crediamo
possa essere utile alla persona a cui lo doniamo, perché lo riteniamo
un’occasione preziosa per migliorare la sua vita in quel preciso
momento. Ma non possiamo costringerla a leggerlo. Se lo fa, bene,
altrimenti non possiamo fare altro. Anche nelle relazioni funziona
così.
“Come faccio a spiegare a mio marito che non deve picchiare i
bambini?” Non glielo puoi spiegare, puoi solo dare l’esempio,
decidendo in primis se vuoi acce are il suo comportamento o no.
Domandati: sono in grado di acce are questa persona per quello che
è? Non serve a niente sopportare, sperando che prima o poi diventi
chi voglio che sia. Le persone non cambiano perché noi lo
desideriamo ardentemente. Le persone cambiano quando vogliono
cambiare. Quando lo decidono loro. Domandiamoci: posso resistere,
acce ando chi ho al mio fianco per quello che è? Non ce lo
chiediamo quasi mai perché aspe iamo, speriamo sempre che
cambi. Sme iamo di aspe are, sme iamo di sperare.
Se mia suocera non mi piace (non la mia, ovviamente, visto che io
non ho una suocera dato che non mi fanno sposare!) perché non
condivido il suo pensiero, è diversissima da me e mi me e i bastoni
tra le ruote, devo sme ere di sperare o desiderare che cambi e
acce arla per quello che è.
p q
Il più delle volte il malessere nelle relazioni è dovuto ad
aspe ative disa ese. Della serie: vorrei tanto una suocera con cui
andare d’accordo e che mi stimasse, ma non ce l’ho.
Se il nostro malessere deriva dall’aspe ativa, cambiamo
prospe iva. Evitiamo di porci delle aspe ative e guardiamo le
persone per quello che sono. La pace in una relazione arriva quando
capisco chi ho davanti e lo acce o così com’è. Quando sono
completamente consapevole di non poter modificare l’altro, allora mi
porrò la domanda: voglio averci a che fare? Risposta: sì / no.
Se scelgo il sì, devo acce arlo serenamente.
Se scelgo il no, devo allontanarmi. Quella persona tanto non
cambierà.
Qui è la chiave di tu o. Sme iamo di voler cambiare l’altro e
iniziamo a occuparci di noi.

Non possiamo negare, comunque, che ci siano persone delle quali


dobbiamo acce are per forza la presenza nella nostra vita. L’esempio
della suocera torna calzante (non la mia, ripeto!). So che non mi
piace e che, se potessi, non la frequenterei, ma questo non sempre è
possibile. Allora l’unica cosa che posso fare è rassegnarmi all’idea
che quella persona sia così, ma per proteggermi erigerò a orno a me
un muro di difesa oltre il quale non potrà accedere. Le regole su
come gestisco la mia famiglia e i miei figli le decido io. Dopodiché
sopporto e acce o la sua presenza perché non ho altra scelta. Ma ho
una linea di demarcazione.
L’esempio è valido anche per i propri genitori. A un certo punto
della vita capisco che non saranno mai quelli che avrei voluto che
fossero, e mi proteggo me endo una certa distanza tra me e loro.
Oltre quella linea non avranno più alcun potere decisionale nella mia
vita, ma cercherò di salvare tu o ciò che di positivo colgo nella
nostra relazione.
Facciamo un esempio: potremmo mai arrabbiarci con una persona
sulla sedia a rotelle perché non riesce ad alzarsi in piedi per
prenderci un bicchiere d’acqua? Ci rimarremmo male per questo?
No. È la stessa cosa. Le persone a volte hanno dei limiti oltre i quali
non possono andare: le cose che ci aspe iamo da loro non rientrano
p p
nelle loro capacità. Tu i vorremmo una madre affe uosa,
comprensiva, presente al momento giusto, ma le madri, i padri, le
sorelle, i fratelli, i mariti sono individui, ognuno con i propri limiti.
Non è questione di volerlo o non volerlo fare. Ci sono persone che
non hanno la capacità di arrivare fino a dove vorremmo noi. Se ci
accorgiamo che chi abbiamo di fronte non si può alzare in piedi,
sme iamo di chiedergli di andare a prenderci un bicchiere d’acqua e
pensiamo che sarebbe bellissimo se riuscisse a farlo, ma non ce la fa.
Se la persona accanto a me non sente, devo sme ere di urlare.
Devo iniziare a parlare il linguaggio dei segni per essere capita. Io ho
passato la mia precedente relazione a urlare, perché non mi sentivo
capita. Paolo non mi sentiva. La nostra relazione era basata su
qualcosa che non potevo acce are. Avrei potuto restare se avessi
voluto, imparando il suo linguaggio, ma ho deciso di andarmene. In
ogni caso l’unica strada possibile era ripartire da me. Restando, avrei
dovuto allontanarmi da me stessa.
Ma se voglio relazionarmi, l’unica cosa che posso fare è trovare un
nuovo linguaggio che funzioni per entrambi. E allora la sme o di
urlare a quel sordo e inizio a parlare con le mani. E – magia magia –
funziona! Finalmente ci capiamo!

In un tempo più o meno lungo le aspe ative deluse logorano


qualsiasi rapporto.
Bisogna imparare ad acce are prima di tu o noi stessi, sme endo
di voler essere qualcun altro; sme endo di pensare di essere uguale
all’altro. Poi acce iamo l’altro e le sue debolezze, qualsiasi esse siano.
Il che non vuol dire farsi andare bene tu o o tu i. Meglio fermarsi e
domandarsi: questa cosa non mi va bene, posso acce arla? Sì. Vado
avanti. No? Allora basta. Sganciamoci dalle vie di mezzo, che non
funzionano mai. Ci logorano. La via di mezzo non è la strada per la
felicità.
Devi dirti: io sono l’unica persona che posso modificare.
Ho passato buona parte della mia vita ad arrabbiarmi. Urlavo in
faccia alla gente. Volevo cambiare il mondo. Volevo cambiare le
persone. E più ero arrabbiata più pensavo di potercela fare. E invece
stavo usando quell’emozione nel modo sbagliato.
q g
Ce l’ho ancora tu a quella rabbia. È l’emozione che mi ha reso la
persona che sono oggi. Per anni ho urlato fino allo sfinimento, ma
poi ho convogliato quella collera in un’altra direzione e ho costruito
qualcosa. Ho imparato a comunicare e sono riuscita finalmente a
essere ascoltata.
Quando urli nessuno ti ascolta davvero.
Le persone ti ascoltano se le guardi negli occhi e parli loro con
calma. Io ho urlato con chiunque. Non esiste persona che mi abbia
conosciuto dai dieci ai ventitré anni che non mi abbia sentita urlare
almeno una volta. E infa i ero circondata da relazioni sbagliate. Ho
sempre cercato di cambiare chi mi stava vicino con la rabbia. Ho
fa o tu o quello che di sbagliato potevo fare e ho fallito fino a
quando non ho capito che ero io quella che doveva cambiare. Perché
le persone a orno a noi possono alternarsi, ma se non cambiamo noi,
saremo sempre allo stesso punto. Cambiamo le facce, ma i problemi
restano.

L’autostima
L’autostima è la percezione che si ha di sé. Sganciamoci dal giudizio
degli altri, dalla percezione che gli altri hanno di noi. È un passo
fondamentale verso la felicità. Chi sono non dipende da loro.
Dipende da me.
Non ce lo insegna nessuno. Anzi, da piccoli, in un’età in cui siamo
molto fragili, ci mandano a scuola e ci insegnano che il voto è un
valore. Nessuno dice ai bambini che non si sta valutando la loro
persona ma il loro compito. Invece ricevono un voto, che diventa
come un bollo. È l’inizio della rovina dell’autostima per tantissime
persone: lasciamo che gli altri abbiano il potere di farci credere chi
siamo e come siamo.
Ho passato anni con Paolo al fianco che mi diceva che non ero
brava, non ero capace. E non ero neanche bella.
Non sono mai stata una persona complessata, ma sempre
abbastanza serena. Eppure, a furia di sentirmelo dire, mi ha fa o
venire il dubbio che potesse essere realmente così.
La verità è che era infelice lui, era arrabbiato. E quelle sue parole
dicevano tanto su di lui. Niente su di me. Niente! Magari tanto sulla
nostra relazione. Ma niente di me. E la dimostrazione è che oggi che
siamo sereni e abbiamo raggiunto un certo equilibrio, magicamente
io sono diventata bravissima e piena di talento. Ma io sono sempre
stata così. Né bella né più brava. Eppure oggi, quando lavoriamo
insieme ai miei video, mi dice spesso che sono bella, che una certa
inquadratura mi valorizza.
Non lasciamoci toccare dalle parole degli altri. Riconosciamoci.

Tu sei bella. Ti guardi allo specchio e ti piaci. Non te lo deve dire


un uomo. Non hai bisogno dell’approvazione dell’altro. E se pensi
alle donne del mondo dello spe acolo che sono ogge ivamente
bellissime, ma che non si piacciono, dimostri che il piacersi non ha
niente a che fare con l’ogge ività. Se piaci a tu i ma non a te stessa,
il lavoro da fare è su di te. Impara a volerti bene. Impara a piacerti.
Tante ragazze mi scrivono che non si piacciono. Perché? Come
sempre non conta la risposta, contano le domande. Perché non ti
piaci? Vuoi assomigliare a qualcuno? Vuoi piacere agli altri? Perché
hai bisogno di piacere agli altri? Perché pensi che il loro giudizio
valga più del tuo? Prendiamoci il tempo di farci le giuste domande e
concentriamoci sulle risposte.
Chris si stava arrampicando. Io lo osservavo. Giocava nel suo
mondo e si diceva: «Tu sei bravo. Tu sei bravo». Arrivato in cima, il
bravo è diventato: «Sono stupendo». Dovremmo essere tu i così, per
noi stessi. Non serve che ce lo dica qualcun altro.
Quando creo contenuti nuovi, oggi non mi chiedo più se
piaceranno, basta che piacciano a me. Un tempo mi preoccupavo
solo del giudizio degli altri, ogni video nascondeva ansia, speranza
di gradimento, preoccupazione. Oggi mi piace da impazzire? Finisce
lì. Se piace a me, è sufficiente. Se piace a me, se realizzo un proge o
che è quello che vorrei vedere, in cui traspaiono la mia serenità e
genuinità, il più delle volte faccio centro e piace anche agli altri. Non
è immediato raggiungere questo stadio di consapevolezza, ma è
importante iniziare. Non è mai tardi. E i risultati sono incredibili.
Da piccola ero il bru o anatroccolo. Portavo l’apparecchio, non
ero particolarmente alta, ero magra magra. Personalmente tu o
giusto, ma non per il resto del mondo. Evidentemente i bambini belli
ai miei tempi erano solo quelli biondi con gli occhi azzurri, mentre io
avevo un fratello che non faceva altro che ripetermi quanto fossi
bru a. Mi diceva che ero stata ado ata, ma che i miei genitori non
avevano il coraggio di dirmelo. Non ero capita, nessuno voleva
giocare con me. Ero quella che se ne stava da sola in un angolo,
mangiavo il DAS . Mio fratello avrebbe preferito avere un fratello e io,
femmina, non potevo giocare con lui.
Ero pronta a diventare qualsiasi cosa, pur di essere acce ata. Le
mie passioni erano la musica e la danza, ma non c’era nessuno che
mi dicesse che ero brava. Sono stata da sola finché non ho incontrato
Sara, la bambina bionda scelta sempre per prima nei giochi di
gruppo.
Nessuno mi ha mai de o che valevo qualcosa, eppure dentro di
me ho sempre sentito una vocina che mi incoraggiava. Quella voce
mi ha salvata. Io ti consiglio di fare come me: cerca quella vocina e
ascoltala.
Ora sembra tu o facile: ho successo, recito, scrivo libri… Ma stavo
con uno che mi diceva che non avevo talento, altri che mi
consigliavano di andare a fare la commessa, altri ancora di
rinunciare a tu i i miei sogni. Ma io mi sono tenuta stre a la mia
vocina. Se non l’avessi ascoltata avrei creduto agli altri e mi sarei
fa a condizionare. Non me iamola mai a tacere quella vocina,
perché il nostro futuro può cambiare.

Noi siamo quello che siamo. Non dobbiamo cercare di essere diversi. Acce iamoci.

Insomma, banalmente: se fossi un cane, non potrei passare il


tempo ad arrampicarmi sulle piante perché voglio diventare una
scimmia. Cane sono e cane rimango. Perciò siamo quello che siamo:
migliorare se stessi è un conto, ma cercare di diventare qualcosa che
non si è è sbagliato. Avrei dovuto avere mille lauree, fare la
professoressa all’università, la ricercatrice, il medico. Era questo il
destino che gli altri avevano pensato per me. Ma io non sono quella
cosa lì, e quello che gli altri si aspe ano da me non può essere un
mio problema.
Se tua madre, tuo marito, tua sorella, il tuo vicino si aspe ano
qualcosa, non è un tuo problema. Tu sei quello che sei. Ricordatelo.

Giù la maschera
Passiamo gran parte della nostra esistenza a interpretare un ruolo. E
lo sentiamo chiaramente, perché quando facciamo qualcosa che non
ci rispecchia non siamo felici.

La felicità è possibile quando siamo noi stessi. Senza maschere, senza ruoli, senza
sovrastru ure e finzioni.

Quante volte partecipiamo a cene formali e ci annoiamo perché


non possiamo essere noi stessi, mentre se andiamo a cena con i nostri
amici è divertentissimo? In certi frangenti siamo costre i a rivestire
un ruolo per necessità, ma l’importante è sapere che stiamo
indossando una maschera che possiamo togliere, così da essere noi
stessi.
Ascoltiamo le nostre sensazioni. Quando è stata l’ultima volta che
ho riso? Con chi ero? Chi mi fa ridere? Ascoltiamo le nostre
emozioni per capire chi siamo, cosa ci diverte, cosa ci appassiona e
acce iamo chi siamo. Solo così scopriremo la bellezza della felicità.
Le cose belle appartengono a tu i. E sono diverse per ogni essere
umano. La nostra bellezza sta nella diversità. Tu sei speciale perché
nessuno è uguale a te. Vale per tu i. Ognuno è quello che è.
Chi si acce a vive bene, gli altri no. La differenza è tu a qui.
Amati per quello che sei e circondati di persone che ti acce ino
per quello che sei.
Chiunque ci voglia cambiare pretende una diversa versione di noi
e va allontanato.
Le persone che ci amano sono quelle che ci rispe ano per quello
che siamo. È una frase da cioccolatino? Può essere. Ma è la verità.
Paolo voleva il mio involucro con dentro qualcos’altro. Gli piacevo
quando ero lontana da quello che ero veramente, e io mi sforzavo
tanto per essere diversa da me. Oggi sono me stessa, sempre e con
tu i i miei dife i. So di non essere una persona semplice, ma so
anche che Riccardo non vuole qualcosa di diverso rispe o a quella
che sono.
Quindi dobbiamo amarci e trovare persone che non ci vogliono
diverse. Ma prima dobbiamo acce arci. Perché se non ho ancora
capito che sono un cane e non una scimmia, finirò per trovare
un’altra scimmia che non riuscirà ad arrampicarsi bene con me. Io
devo trovare un cane con il quale correre insieme nel parco, con il
quale guardare le scimmie sugli alberi. (Le metafore sono da sempre
il mio forte, no?)
Il punto è: solo se sappiamo chi siamo, possiamo trovare chi non
cercherà di cambiarci. A partire da oggi posso guardare chi mi sta
intorno e magari accorgermi che ho accanto la persona sbagliata da
tanto tempo. Molte coppie stanno insieme solo per il tanto tempo
passato insieme e non acce ano di prendere in considerazione l’idea
di bu are via così tanti anni. A enzione: il tempo non funziona a
ritroso. Il tempo che è passato è finito. L’unica cosa che hai è il
presente e, se ti va bene, il futuro. Non hai nessun potere per
cambiare quello che è stato, ma hai tu o il potere per cambiare il
presente e il futuro. Ed è proprio per questo che puoi sempre bu are
via il passato per migliorare il presente.
Il tempo insieme deve essere di qualità: se hai la sensazione di
aver bu ato via anni della tua vita, a che serve restare? Per salvare
che cosa? Reagisci. Il senso della questione non è perdere quello che
hai, ma non perdere un altro minuto di più senza poter essere felice
con chi ti ami e ti faccia sentire amata. Il tempo stringe.
Quindi se ci rendiamo conto di stare con una persona che sta con
la versione lontana di noi, questo è il momento perfe o per
cambiare.
Se ti dicono: resisti, cerca di farla funzionare ’sta relazione, c’è chi
sta peggio! No, io ti dico invece che c’è di meglio.
Perché tu meriti di essere felice. Ognuno di noi lo merita.
L’arte della gentilezza
Essere gentili per me è molto importante. È una qualità a cui tengo
parecchio perché trovo che sia utile per mantenere una buona
relazione con gli altri. Viene sempre vista come un gesto educato,
so ovalutando tantissimo invece ciò che può dare a noi.
Credo infa i che la gentilezza possa considerarsi un a o egoistico.
Essere gentili con qualcuno ci regala una sensazione di felicità e
benessere, quindi fa bene anche a noi.
Sarà capitato a tu i almeno una volta di incontrare una signora
o antenne che sta a raversando la strada. Le cade la busta della
spesa. La soccorriamo. Siamo certi di fare un a o gentile nei
confronti della signora. La verità è che quando ci trasformiamo in
piccoli eroi moderni, quando sentiamo lo sguardo di approvazione
dei passanti, quando ci beiamo della gratitudine della signora
proviamo una sensazione che ha molto a che fare con la felicità e
stiamo bene. Proviamo gioia interiore perché la gratitudine degli
altri è una bella sensazione.
Tu o diventa più difficile quando ogge o di gentilezza sono le
persone sbagliate. Siamo a un incrocio. Un’auto ci taglia la strada e
rischia pure di farci del male. E quando, spaventati, gli diamo una
strombazzata quello ci manda pure a quel paese. Questo stronzo si
merita la nostra gentilezza? La prima risposta è no. Certe persone
non meriterebbero la nostra gentilezza. Ma noi ci meritiamo invece
di essere il tipo di persona che è gentile anche con gli stronzi. Noi
siamo gentili comunque perché questo ci fa stare bene.
Dimostriamoci che tipo di persona vogliamo essere e non
perme iamo all’autista maleducato di farci diventare peggiori. Io
sono una brava persona anche quando l’altro fa schifo. E questa
differenza è fondamentale. Io voglio essere una brava persona,
sempre. Anche quando ho a che fare con chi si comporta male.
Il suo comportamento non giustifica il mio. Vengo riconosciuta
per quello che faccio e per quello che penso a prescindere dall’altro.
Quante volte ci è capitato di dover rispondere a persone
maleducate che sembrano non aspe are altro che un motivo per
litigare? Persone così non sono in grado di gestire una risposta
inaspe ata come quella educata, perché sono abituate a reazioni
aggressive alla loro aggressività. Il bulle o che viene da te e vuole
ferirti e farti arrabbiare, se ha un feedback di persona gentile viene
annientato. È incredibile, funziona.

L’esempio che vogliamo dare


Era il periodo del mio book tour ed ero spesso in viaggio. Chloe,
come tu i i bambini capaci di farci sentire madri inadeguate, aveva
pianto al telefono, dicendomi che voleva vedermi, che voleva stare
con me. Colta immediatamente dal senso di colpa “madre di
merda”, avevo deciso di portarla con me allo shooting.
Quel giorno diluviava. Eravamo in centro a Milano e senza
ombrello. Siamo andate di corsa dallo studio fotografico alla fermata
dei taxi di fronte al Duomo e ci siamo messe in coda. Iniziavamo
anche ad avere freddo. Finalmente toccava a noi. Tac, arriva
correndo una signora e salta dentro il taxi. Senza dire nulla, senza
chiedere permesso o scusa. Si sarebbe solo meritata un mio insulto.
Ma sarebbe stato utile a qualcuno? No. Sarebbe diventata una
persona migliore? No. Mia figlia cosa avrebbe imparato? Ho scelto la
gentilezza, sono stata gentile con chi mi ha rubato il taxi so o la
pioggia. Non vuol dire che non fossi profondamente arrabbiata, ma
ho preferito dire: «Prego signora, salga pure». E quando finalmente
siamo salite sul taxi, Chloe mi ha guardato e mi ha de o: «Mamma,
la signora non è stata brava. È stata ca iva con noi e invece tu sei
stata proprio gentile. Sono contenta che tu sia buona». In un istante
Chloe, dal basso dei suoi cinque anni, ha colto la persona che volevo
essere. E io sono felice di averle dato quell’esempio.
Tu che persona vuoi essere? Quella che urla perché pensa di avere
ragione o quella gentile a prescindere da ciò che gli altri fanno o
dicono?
Puoi urlare le cose peggiori, anche a persone che non rivedrai mai
più nella vita, ma non sarai la persona che vuoi essere e darai
l’esempio sbagliato alle persone che ti stanno a orno. Quando sono
salita sul taxi per me è stato un momento bellissimo. E a Chloe ho
de o che noi scegliamo chi vogliamo essere ogni volta. Ogni giorno.
Non avrà capito perché era piccola, ma l’esempio che le ho dato sarà
valso più di mille parole, di questo sono sicura. E se un bambino le
ruberà il posto sull’altalena, lei saprà di poter scegliere tra urlare,
arrabbiarsi e tirargli addosso sassi o essere gentile. E se sceglierà di
urlare e picchiare, a quel punto chi sarà il ca ivo? Lui che ha rubato
l’altalena o lei che gli avrà ro o il naso? Preferisco impari che può
dirmelo e che una mamma può parlare con un’altra mamma, e che
c’è un modo costru ivo per far valere i propri diri i, senza tirare
pugni o lanciare urla. I bambini hanno una mente che assorbe come
una spugna. I bambini emulano gli adulti. Più sono piccoli più è
immediato.
I nostri nonni ci educavano a suon di sberle ogni volta che
sbagliavamo. C’è ancora chi si basa su questo modello educativo. Io
non giudico nessuno, che ognuno faccia quel che può, ma se io
bambino quando sbaglio vengo picchiato, quando vedrò qualcosa
che non mi piace che farò? Picchierò. Se mamma mi picchia, io posso
picchiare mio fratello. I bambini copiano.
Conviene sempre scegliere chi vogliamo essere e la reazione che
vogliamo avere. Non significa negare la nostra rabbia, abbiamo tu o
il diri o di essere arrabbiati, ma la rabbia non deve trasformarci in
qualcosa che non ci rappresenta.
2
La forza dirompente della comunicazione

Il nostro modo di comunicare incide sulle relazioni. Chiarito che sei


diventato la persona con la quale vorresti avere a che fare e che per
stare bene ti sei circondato solo di gente positiva, non è de o che tu
sia in grado di comunicare in modo corre o. E la comunicazione in
una relazione fa tu a la differenza del mondo.
I cani e i ga i si odiano perché non parlano la stessa lingua.
Quando un cane è felice scodinzola e alza la coda, mentre quando
sta per a accare solitamente alza le orecchie e abbassa la coda. Un
ga o quando sta per a accare muove la coda come se scodinzolasse
e quando è felice la alza dri a. Ovvero: quando un ga o cerca di
comunicare al cane che vuole giocare, il cane pensa che lo stia per
a accare. Non possono capirsi. Quante volte succede la stessa cosa
anche a noi? O quante volte ci siamo ritrovati in relazioni in cui non
eravamo comprensibili?
Penso che una comunicazione chiara per entrambi sia
fondamentale: dobbiamo spiegarci, dobbiamo fare in modo che
l’altro ci capisca. Dobbiamo fargli capire che cosa desideriamo e qual
è il nostro pensiero. Sme iamo di credere che il nostro interlocutore
(o il compagno che ci sta vicino) debba comprendere le nostre
esigenze con la sola forza del pensiero. Che debba cogliere, cioè, con
una specie di magia, ogni nostro desiderio. Sme iamo di pensare
che l’uomo giusto, il vero amore, sia quello che sa cosa vogliamo
senza doverglielo dire. È una follia, non esistono persone così. Ci
creiamo aspe ative irrealistiche che ci fanno comunicare in modo
sbagliato, fino quasi a distruggere una relazione.

La chiave di una comunicazione efficace è rendersi comprensibili.


E quindi, se speri in una certa risposta a una tua aspe ativa, il
modo migliore per o enerla è esplicitare il tuo pensiero. Non esiste
ancora chi ti legge nella mente. Pretenderlo non è né realistico né
costru ivo e non porta a nulla di positivo.
L’altro non ti deve capire a prescindere, sei tu che prima ti devi
spiegare.
Vale in amore, vale anche nell’amicizia.
Ho sempre desiderato che mi leggessero nel pensiero. Vivevo
drammi in silenzio perché non ero capita. Aspe avo che Paolo si
accorgesse di me, e mi arrabbiavo. Sono stata anni ad aspe are che
mi capisse e mi dimostrasse tu o l’amore di cui avevo bisogno.
Finché non gli ho chiesto, quell’unica volta, in modo chiaro: «Ma tu
mi ami ancora?», e ho ricevuto una risposta ancora più chiara: «No».

Una comunicazione efficace, invece, ti perme e di avvicinarti a


persone con i tuoi stessi valori.
Se io, all’inizio di una relazione, esprimo ciò che desidero,
rischierò probabilmente di soffrire meno. Me iamo che io voglia
costruire una famiglia o una relazione solida e incontri una persona
che mi piace che dichiara da subito (bravo che lo fa!) di non avere
nessuna intenzione di imbarcarsi in una storia importante, di essere
contrario al matrimonio e di non volere figli. Ha senso non dire nulla
e convincersi che per amore sarà disposto a cambiare, oppure è
meglio dire e dirsi altre anto chiaramente che invece si hanno altri
desideri per il futuro? Se la coppia parla, capirà che cosa e come
intende costruire la relazione, così da non scoprire in seguito di
mirare a obie ivi diversi.
Ricevo tantissime le ere di donne e uomini incastrati in lunghe
relazioni in a esa che il partner (o la partner) decida di sposarli. Non
sarebbe più facile parlare apertamente e dirsi: “Per me il matrimonio
è importante, vorrei sposarti”?
Si rovina la sorpresa? Si toglie il romanticismo? C’è la paura del
rifiuto? O si cerca di proteggersi da una sofferenza? Non si sta
proteggendo nulla, perché si sta comunque soffrendo. L’unica cosa
che davvero si dissolverà sarà l’illusione. E ci guadagneremo un
sacco visto che illudersi vuol dire spreco di energie e perdita di anni
p g p
logoranti e lenti, che tolgono l’unica cosa importante della vita: il
tempo. Se ti consumi per un uomo che non sa quello che vuoi, hai
sprecato anni di vita che potevi usare per fare un eccezionale lavoro
su te stessa e ritrovarti serena, equilibrata. Felice.
Ho conosciuto tante persone che aspe avano il cambiamento. Io
stessa ho aspe ato e sperato. Ma le persone non cambiano, e questo
prima o poi va acce ato. Noi non abbiamo nessun potere su di loro.
Non riusciremo mai a far capire a un’altra persona che dovrebbe
cambiare percorso o migliorare qualcosa di se stessa. È impossibile.
È tempo bu ato. L’unico cambiamento possibile è il nostro. Mentre
concentriamo le energie nel tentativo di cambiare al di fuori di noi,
dobbiamo renderci conto una volta per tu e che l’unica cosa che
possiamo migliorare siamo noi. Se lo faremo, vivremo davvero una
vita migliore.

Amme iamo invece che l’altro cambi. A volte capita. Perché


qualcuno cambi deve accadere qualcosa di clamoroso, quindi
facciamo finta che questo qualcuno si risvegli da un coma e decida di
cambiare la sua vita. E, sì, alla fine cambia. Ma noi quanto tempo
abbiamo perso nel fra empo? Possiamo davvero vivere aspe ando
che un accidente porti una trasformazione nella persona amata? Che
potere abbiamo perché ciò avvenga? Nessuno.
Io penso che dobbiamo avere rispe o e prenderci cura di noi
stessi: non ci meritiamo una vita passata ad aspe are.
Chiaro che è più facile rimanere in una situazione di stallo
piu osto che affrontare un cambiamento che spaventa. E allora? Che
senso ha stare male, soffrire per anni perché non ci viene dato quello
di cui abbiamo bisogno? Non credo, ma capisco che la novità
spaventi, anche se si chiama felicità.
In effe i la felicità spaventa, se non la conosci. Più o meno
consciamente, preferiamo restare nella nostra routine, che ci sembra
più sicura.
Prendiamo coraggio. A volte per essere felici bisogna affrontare
qualcosa che ci spaventa tantissimo.
Ricorda: se nella vita non stai facendo qualcosa che ti spaventa, non stai effe uando un
percorso di crescita personale.

Quanti sono disposti a cambiare e uscire dalla comfort zone, per


o enere risultati che non conoscono? Il loop della vita in cui si
continua a fare sempre le stesse cose nella speranza di o enere
risultati diversi è una trappola. Si o iene qualcosa solo compiendo
una svolta, affrontando una situazione inusuale. Fa paura, lo so,
perché si riconosce come un’incognita. Ma ci sono volte in cui la
paura va affrontata. È l’unico modo per crescere.

Comunicare
In isolamento mi sono ritrovata a guardare un famoso programma
televisivo del sabato sera, di quelli che non seguo mai. C’era una
signora convocata in studio dal suo ex marito. L’uomo racconta
candidamente la sua storia. Matrimonio normale, un figlio,
l’incontro con una diciannovenne per la quale perde la testa.
Tradisce la moglie. Lei lo scopre e lui se ne va con la diciannovenne.
E la moglie che fa? Ingaggia un detective che scopre che la bella
diciannovenne frequenta molti altri uomini, oltre al marito, e che sta
con lui solo per i soldi (infa i lui le aveva appena sganciato
cinquantamila euro). L’ex moglie lo dice all’uomo, che, rinsavito,
chiede il suo perdono.
La madre di lei sostiene il genero, quasi giustificandolo in quanto
uomo, come fosse normale tradire. Insomma, con una famiglia e un
figlio meglio perdonare, dice.
E così la moglie si riprende in casa il marito e vanno avanti.
A un certo punto però lei capisce che qualcosa non va. Lui nega
fino all’inverosimile, me endo in a o anche quel subdolo gioche o
psicologico con il quale la fa passare per gelosa e paranoica, tanto
che lei dubita di se stessa. Tu avia scopre che lui è partito con la
diciannovenne in un presunto viaggio di lavoro. La donna capisce di
non essere pazza e i due si lasciano di nuovo. E così il marito la
convoca nel programma TV . Chiede scusa. La moglie dice cose molto
giuste: che lei non ha diciannove anni e se lui vuole una ragazzina lei
non potrà mai più esserlo. Ha il figlio, un lavoro impegnativo e non
vuole essere messa nella condizione di avere paura che il marito la
tradisca ancora. Non vuole rinunciare alla sua carriera per tenere a
bada un uomo. È sana di mente. Eppure, che cosa succede? La
condu rice del programma le chiede: «Ma tu lo ami?». E lei
risponde: «Sì, anche se non so come sia possibile». La condu rice
aggiunge anche: «Secondo te tuo figlio si merita una famiglia
unita?». E lei scoppia a piangere e dice: «Sì». E i due tornano
insieme.
Mi sono arrabbiata tantissimo. E spiego perché. Un uomo che
tradisce in quel modo non andrebbe perdonato neanche la prima
volta. Decidiamo, invece, che gli si possa dare una seconda
possibilità. È prevedibile che uno che ha fa o una cosa del genere
una volta la rifarà. La sfiducia nei suoi confronti da parte della
moglie era quindi legi ima. Lei sapeva che sarebbe successo di
nuovo, conosceva già quel dolore, lo aveva già vissuto. E quindi è
stato più facile riprenderselo piu osto che andare verso qualcosa di
nuovo.
La domanda corre a della condu rice, per me, non avrebbe
dovuto essere: “Lo ami?”. Io le avrei chiesto: “Ma tu, ti ami? Ti vuoi
bene? Perché non sembra”.
Amare un altro più di noi stessi è sbagliato. Puoi amare un altro, e
questo è meraviglioso. Ma se non ami abbastanza te stesso da
difenderti da persone che non hanno rispe o per te, allora non hai
difese ed è come andare in guerra senza armi, senza protezioni. È un
rischio troppo grande.
Se quella signora avesse iniziato a volersi bene non avrebbe
permesso a nessuno di tra arla così. Sono sicura che lei amasse il
marito, ma non sono sicura che amasse se stessa.

Una persona che ama senza amarsi non è felice, perché non è in grado di difendersi.

Passiamo alla seconda domanda della condu rice e cioè:


«Secondo te tuo figlio merita una famiglia unita?». Io penso che
dovesse essere formulata diversamente e cioè: “Secondo te tuo figlio
g
merita una madre infelice?”. La risposta è no. Un figlio merita una
madre felice. Una madre che si vuole bene e che è in grado di
insegnargli il rispe o verso se stesso.
I bambini non hanno bisogno di genitori che si costringano a
convivere infelici. Non hanno bisogno di dolore. I genitori che
stanno insieme “per il bene della famiglia” non stanno facendo il
bene dei loro bambini, per i quali conta solo la serenità. È questa la
cosa importante. E allora è molto meglio stare a distanza e cercare di
collaborare per creare una nuova serenità. Se non si è sereni insieme,
meglio essere sereni da separati. Per i bambini e anche per noi.

La felicità non è stare insieme per forza.

Mi arrivano in continuazione storie di tu i i tipi: da matrimoni


finiti dove però prosegue la convivenza, a coppie che prendono il
coraggio di dirsi la verità anche dopo vent’anni. Non è facile
decidere di separarsi quando si è condivisa una buona parte della
vita con una persona! Da coinquilini tristi, senza neanche litigare,
marito e moglie decidono di provare a cambiare strada. Per il loro
bene, prima di tu o, ma anche per il bene dei figli. Bravi a capire che
non è stando so o lo stesso te o che si dà ai figli quello di cui hanno
bisogno. Conta di più far vedere il sorriso di una mamma che si
ritrova e la serenità di un papà che riparte.
Non è mai facile, ma bisogna sapersi ascoltare, prendere coraggio
e acce are che le cose possano cambiare, anche dopo anni, per
lasciare spazio a tu o quello che di nuovo può arrivare.
Ed è evidente che, se non ci sono storie parallele che logorano i
rapporti, è più facile chiarirsi e magari ricostruire un percorso
insieme per il bene dei bambini. Ma quello che non si ha il coraggio
di amme ere, occhi negli occhi, spesso i bambini lo sanno già. E così,
come per magia, quando la famiglia si rinsalda o si separa i sogni
no urni disturbanti dei bambini spariscono. Vorrà pur dire
qualcosa. I bimbi hanno bisogno di verità e serenità.
Ci sarà tristezza, rabbia, spaesamento, paura. Entreranno in gioco
tantissime altre emozioni, ma poi sarà possibile stare meglio, perché
al primo posto, per tu i, ci sarà la serenità.
p p p
Una donna mi ha raccontato che i suoi bambini hanno preso bene
la separazione, perché hanno visto che quel “saremo famiglia lo
stesso” de o a parole corrispondeva ai fa i. Da separati, i genitori
hanno fa o un percorso per rimanere famiglia, anche se la coppia
non esiste più. Si può fare. Ci vuole coraggio e un obie ivo comune,
ma si può fare. Perché a contare è la felicità del singolo, sempre. La
vita non deve essere per forza sacrificio, e chi ci sta vicino potrà
prendere il meglio di noi. L’unico vero lavoro da fare è sempre e solo
sulle proprie emozioni.
Quando io e Paolo ci siamo lasciati ero arrabbiatissima per
innumerevoli motivi che mi facevano stare male. Ma la relazione tra
due persone non finisce d’emblée. Non si schiaccia un pulsante e
stop.
Sono stata arrabbiata a lungo prima di capire che quell’emozione
non ci avrebbe permesso di essere genitori in grado di collaborare, di
coesistere in modo sereno. Ecco perché l’ho accolta e lasciata andare.
È fondamentale sme ere di litigare.

Tu sei la causa
Come si fa a non litigare con gli altri? Come si fa a vivere
serenamente?
Il primo passo è considerarsi la causa. Sempre. Anche quando si
ha ragione.
Partiamo sempre dal presupposto che non abbiamo alcun potere
sull’altro e che tu o quello che possiamo cambiare siamo solo noi
stessi, e se io mi considero causa, posso cambiare. Se voglio vivere
meglio, non mi deve importare di avere ragione. Piu osto mi devo
chiedere: in questa cosa dove ho sbagliato?, senza per questo
considerarmi necessariamente vi ima. Se devo relazionarmi con una
persona pessima – e questo non migliora certo la situazione – e mi
considero la causa del problema, posso cambiare: modifico il mio
a eggiamento, rispondo in maniera diversa.
Lasciarsi in modo sereno fa una grandissima differenza. Io con
Paolo sapevo di aver ragione, ero convinta di averla, ma ho
rinunciato a dimostrarlo. Non è stato facile, amme o di aver
sbagliato con lui, ma oggi so con certezza che, se tornassi indietro,
sceglierei di parlargli delle mie emozioni, di come mi sento, del
perché è importante qualcosa per me, ponendo come focus sempre e
solo la felicità dei bambini.
L’ho rica ato, l’ho minacciato che se non avessimo collaborato
sarei scappata con la bambina. Non è stato il modo corre o di
parlargli, ma in quel momento conoscevo solo quello. Oggi so che se
spiego come mi sento si apre un canale dire o di comunicazione.
Inutile a accare, aggredire, rica are, inutile voler vincere.
Rinunciamo alla ragione e scegliamo la serenità. Lasciamo andare.
Io so cosa vuol dire litigare, urlare, tirarsi addosso le cose. Mi è
servito a qualcosa? No. Ho risolto qualcosa? No. Litigare in quel
modo non ha nessun fine costru ivo in nessuna relazione. Non è
efficace.
Quando siamo arrabbiati, e sicuramente abbiamo tu o il diri o di
esserlo, è giusto parlare di che cosa non va bene, ma non bisogna
esplodere in uno tsunami di emozioni che non ci perme ono di
discutere in modo costru ivo.
Se sta iniziando una lite, evitiamo di parlarne fino al giorno dopo,
altrimenti si può arrivare a urlarsi di tu o. Me iamoci in pausa e
riprendiamo ventiqua ro ore dopo. A freddo.
Le parole che gridiamo quando siamo molto arrabbiati
solitamente toccano i punti deboli della relazione. Escono le
problematiche di quel litigio insieme alle precedenti non risolte. Non
dobbiamo so ovalutarle, ma non serve parlarne mentre siamo
arrabbiati perché feriscono e peggiorano le cose.
Lasciandoci il tempo di sbollire lo tsunami emotivo, possiamo
me ere a fuoco quei nodi su cui lavorare.

Non bisogna avere paura di parlare dei propri pensieri e sentimenti.

IL TRUCCO PER PARLARE


Prendiamo carta e penna e trasformiamoci in amanti del passato. Scriviamo una le era alla
persona alla quale vorremmo dire ciò che non siamo riusciti a esprimere a parole. Se
pensiamo che la le era non gliela consegneremo mai, potrà essere scri a liberamente, senza
filtri, senza paura di commenti, risposte o reazioni. Me ere le emozioni su carta è come se
parlassimo a quella persona, e questo ci libera totalmente. Ci fa essere sinceri, sopra u o
con noi stessi. E parlando a noi, facciamo il primo passo per parlare all’altro.
È un passaggio molto importante, anzi fondamentale, perché prima di esternare bisogna
imparare a riconoscere le proprie emozioni, amme ere certe cose, analizzarle ed elaborarle.
Senza questi passaggi comunicare sarà impossibile.
Una volta messa nero su bianco la nostra sincerità, saremo in grado di consegnare quella
le era, anche se non serve. Importa scriverla, non consegnarla. Conta che sia efficace per
noi.

Il fastidio delle piccole cose


Quante volte si litiga per inezie? Quante volte il fastidio viene
causato da a eggiamenti o azioni del semplice quotidiano? Spesso la
scintilla nasce da sciocchezze, che nascondono sempre il fastidio per
qualcosa di più ampio. Può essere l’ennesima volta che sparecchi da
sola. O l’ennesimo paio di calzini trovato ai piedi del le o, come se la
cesta dei panni sporchi fosse impossibile da raggiungere. O la
milionesima volta che stai dicendo una cosa mentre il suo sguardo
rimane incollato alla TV .
Fermati, non esplodere. In quel momento non serve a nulla.
Perché nell’a imo in cui te ne accorgi il tuo tono esplicita il
fastidio. Se ti accorgi che qualcosa non va, lo dici subito al tuo
partner e gli imponi di rimediare, non funzionerà. La tua suonerà
come un’accusa, la sua reazione come un rifiuto. È l’azione che
chiama la reazione. Bisogna me ersi a parlarne quando si è entrambi
sereni. Siamo sul le o e stiamo per guardare un film? Chiediamo in
quel momento di fare una certa cosa per venirci incontro. Se
ampliamo poi l’argomento specifico a un discorso più generale,
riusciremo a portare l’altro ad acce are la richiesta. Il problema non
è mai la tavole a del water o l’aiuto in casa, ma una relazione da
chiarire, che ha senso fare in un luogo prote o, in un momento di
serenità.

IL TRUCCO DEL RINFORZO POSITIVO

È un gioco sporco, ma funziona. Facciamo l’esempio della tavola da pranzo. Se tu fai


credere al tuo partner che è lui il migliore sparecchiatore di tavole del mondo, sparecchierà
più volentieri. O se quella volta che si me e ai fornelli gli mostrerai tu o il tuo
apprezzamento, avrai più probabilità di vederlo ancora in cucina. Non importa se la cena
sia buona o no. Se lui di solito non lo fa e a te quell’aiuto fa piacere, sii positiva, fai i tuoi
complimenti, gratifica. A nessuno piace essere sgridato. Non piace ai bambini, non piace ai
cani, figuriamoci ai nostri compagni. Se quindi ti sta aiutando, non importa se come fa non
è esa amente il modo con cui lo faresti tu. Se prepara i bambini e uno è vestito da spiaggia e
l’altro da se imana bianca potresti fargli notare che ha sbagliato i vestiti. Ma credi che poi il
giorno dopo li rivestirà? Prova invece a concentrarti sul fa o che lo ha fa o. E tu non hai
dovuto vestire nessuno. Non cambiano meravigliosamente il punto di vista e la tua
reazione?
Li ha vestiti male ma ha fa o il bagno bene. Gratifichiamo, valorizzeremo i suoi pregi.
Chiunque di noi provi a fare qualcosa, questa cosa non sarà mai eseguita tu a giusta o
tu a sbagliata. Ma se vengono fa i notare solo i lati negativi, passa del tu o la voglia di
riprovarci. E non è meglio invece il contrario?

L’innamoramento non è l’amore


L’innamoramento è quel periodo magico in cui va tu o bene. Non ci
dà fastidio niente perché la relazione funziona. Però è importante
ricordarsi che, quando tu o cambia, questo non avviene
all’improvviso. Perché se oggi uno spazzolino da denti appoggiato
sul lavandino rappresenta un peso così grande per me e mi fa
arrabbiare così tanto vuol dire che c’è qualcosa so o che non
funziona. Non può essere solo colpa di uno spazzolino, perché se lui
lo lascia in giro oggi probabilmente lo faceva già in passato. Durante
l’innamoramento semplicemente non ce ne accorgiamo. Allora
dobbiamo riconoscere il fastidio, la rabbia, capire da dove arrivano,
perché altrimenti non potremo spiegarlo al partner, il quale non
acce erà che il problema sia solo uno spazzolino e risponderà con
altra tensione.
A casa mia, quando ero piccola, c’era un’enorme libreria. Mia
mamma è sempre stata una grande le rice. Avevamo davvero
tantissimi libri.
I miei genitori lavoravano molto e mio fratello e io stavamo a casa
da soli molto spesso. La gestione genitoriale di allora non era quella
di oggi. Noi due a casa avevamo libertà di azione. Quando ho
imparato a leggere, andare a quella libreria e scegliere tra quei libri
per me era un grande gesto di indipendenza. Mi annoiavo e andavo
alla ricerca della creatività. Spesso penso che proprio la noia mi
abbia aperto le porte dell’arte, perché senza noia la mente non cerca
altro. Leggevo libri per adulti. Ho le o Le metamorfosi di Ka a a
nove anni. Ho preso di nascosto Il Tropico del Cancro, contro il volere
di mia madre che lo considerava un testo non ada o all’età. E verso i
dieci anni ho le o Innamoramento e amore di Francesco Alberoni. A
quei tempi non avevo la capacità di capire bene, ma quando da
grande mi sono messa a studiare le relazioni mi sono ricordata di
quella mia le ura.
Ho scambiato per moltissimo tempo l’innamoramento con
l’amore. Come tanti, troppi, ho creduto che la fase in cui tu o è
fantastico fosse la vera faccia dell’amore.
Non è così.
L’innamoramento è solo una fase.
Dopo la le ura di altri libri di filosofi e sociologi oltre a quello di
Alberoni, oggi ho la conferma anche dalla mia esperienza.
L’innamoramento è una fase in cui abbiamo pochissimo senso
critico, ed è solo quando termina che cogliamo i lati positivi e
negativi della persona di cui ci siamo innamorati. È in questa
seconda fase che dobbiamo essere più razionali e capire se questa
persona fa per noi. È un momento cruciale, perché più si è lucidi
nella valutazione, meglio si può decidere se la relazione deve
continuare o finire. Se continua, allora è amore. Non vuol dire che
non si proveranno più le bellissime emozioni dell’inizio, ma
sapremo riconoscere che l’innamoramento è finito e ha lasciato
spazio all’amore.
p
Anche se ho già scri o un bellissimo secondo libro
sull’innamoramento, oggi ho capito e qui voglio dire che quando
l’innamoramento si trasforma in amore diventa tu o ancora più
bello. Oggi mi rendo conto che l’alchimia che ho con Riccardo non
avrei potuto crearla con nessun altro. Neanche con le persone per cui
ho provato un innamoramento folle.
Nel mio primo libro parlavo così di una mia relazione del passato:
“Insieme eravamo invincibili, felici, di una felicità che non avevo mai
provato ma che svaniva appena ci separavamo. […] Ci baciavamo
so o la luna, danzavamo in mezzo alla strada, ci addormentavamo
con il sole perché la no e era da vivere. Ci svegliavamo con il
sorriso. Era l’uomo della mia vita, forse però in un’altra vita”.
Non avevo mai amato nessun altro così, dicevo. Lo avrei amato
per sempre, dicevo. Ecco, lui è stato il primo grande innamoramento
della mia vita. Ma oggi so che non era amore. E riguardando la
nostra relazione e il suo cara ere, posso dire con certezza assoluta
che non sarebbe stato possibile passare alla fase successiva. Eppure,
nel mio primo libro, ancora lo chiamavo “amore”. E dicevo: “Non so
se lo troverò ancora, l’amore”. Ancora mi confondevo. In realtà non
lo avevo ancora trovato. E se scambiamo l’innamoramento per
amore trovarlo diventa quasi impossibile.

Cos’è l’amore
È avere vicino una persona che condivide i nostri stessi obie ivi di
vita. È la persona che ci assomiglia nel modo di pensare e nelle cose
in cui crediamo. Che ha i nostri stessi valori. Che ci fa sentire bene e
allevia i nostri dolori. Quella che resta lì con noi anche quando la
vita non va bene. Perché la vita non va sempre bene.
Ci sono e ci saranno sempre momenti difficili. E in quei momenti
avere al tuo fianco una persona coinvolta emotivamente fa la
differenza. Non accontentiamoci mai.
Ognuno di noi ha bisogno di qualcuno che lo capisca, che sia
accogliente e che ascolti le nostre emozioni. Che ci comprenda e si
me a in gioco con noi.
L’amore va affrontato anche con un po’ di razionalità. L’amore
non è solo una scelta di pancia, altrimenti potremmo finire tra le
braccia dell’uomo sbagliato.
Ascoltare le emozioni, tenendo accesa anche la testa, porta alla
persona giusta. La ragione non toglie nulla all’amore, ma ci me e in
allerta su ciò che percepisce come negativo.
Non trascuriamo la razionalità, non trascuriamo il bisogno di
essere capiti, però ascoltiamo anche il nostro corpo, che è sempre un
passo avanti alla ragione.
La maggior parte della comunicazione tra esseri umani avviene in
modo non verbale ed è una maniera meravigliosa per trasme ere le
proprie emozioni. Quindi se avete un’amica che vi dice che l’intimità
di coppia non è importante, non credetele. È una cazzata. Se avete
un’amica che vi dice di amarlo, ma che nell’intimità ha problemi,
aiutatela a capire che c’è altro che non va e che quell’amore che lei
pensa di avere non basta. Magari non ora, ma prima o poi il
problema diventerà più grande e logorerà la coppia.

Le nostre proiezioni
Quanto di quello che noi vediamo negli altri fa in realtà parte di noi?
Ci sono tantissime persone terrorizzate – senza motivo – dal fa o
che il partner possa lasciarle o scegliere qualcun altro. Probabilmente
questo è una proiezione di un senso di inadeguatezza o di paura.
È per questo che ha senso fare un percorso su se stessi prima di
rovinare una relazione tra scenate e gelosie. Perché moltissime delle
problematiche che portiamo in una relazione sono in realtà il riflesso
delle nostre insicurezze. Una relazione diventa equilibrata e stabile
quanto più si sposta lo sguardo verso se stessi. E vi rivelo un segreto:
non è mai troppo tardi.
Capita anche l’opposto, cioè che gli aspe i positivi del partner
siano la proiezione dei nostri. Se io sono una persona che non mente
e non tradisce, non riuscirò a vedere questi aspe i nell’altro: mi fido
e basta. Per questo nella mia vita non ho mai dubitato di chi invece
non si sarebbe dovuto meritare la mia fiducia. E nonostante il
proverbio dica che fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, io non
sono d’accordo. Infa i, se io ti do fiducia è meno probabile che tu mi
tradisca, perché proverai un senso di responsabilità nei miei
confronti. Se non ti do fiducia, invece, tradirmi sarà più facile, perché
sai che non mi fidavo di te già in partenza.
Insomma, secondo me non fidarsi è controproducente al massimo.
3
Vivere meglio cominciando da oggi

Non prestiamo mai troppa a enzione alle nostre emozioni.


Sappiamo catalogarle in piacevoli o spiacevoli, ma non le ascoltiamo,
non le riconosciamo. Spesso ne siamo in balia.
Lo dico, lo ripeterò sempre: il primo passo verso la felicità è
prendere coscienza di noi stessi e di quello che proviamo.
Me iamoci in ascolto, cerchiamo di capire che cosa stiamo provando
e diamo un nome a questi sentimenti. Ciò che proviamo ci perme e
di vivere. Allora viviamo, sentendo. È molto più bello!
Non ci sono emozioni giuste o sbagliate, e le emozioni non si
possono né negare né soffocare. Potrebbe diventare pericoloso. È
tu o ciò che proviamo che ci consente di vivere, che ci fa apprezzare
il bello della dire a.
Non possiamo dire: “Non piangere” a qualcuno che sta
piangendo, oppure “Non avere paura” a qualcuno che trema, perché
sarebbe un modo per soffocare le sue emozioni. È una modalità che
ha radici lontane, ma che non trovo corre o trasme ere ai nostri
figli. Darci la possibilità di riconoscere l’emozione che stiamo
provando, acce are di essere estremamente tristi o impauriti ci dà la
possibilità di riconoscere anche il nostro stato di felicità.
Non so perché la felicità venga sempre associata solo a emozioni
piacevoli, come se per chi la vive non esistesse alternativa. Non è
così. Una persona è felice quando prova tu e le emozioni, comprese
quelle spiacevoli. La differenza è che sa accoglierle, elaborarle e
andare avanti.
Non è semplice acce are ciò che proviamo, sopra u o se ci porta
sofferenza o addiri ura non ne capiamo il motivo.
Posso provare rabbia – senza che sfoci in violenza, perché la
violenza non è mai giustificata – ma posso riconoscerla, acce are il
g p
fa o che esista e allontanarmi dalla fonte della mia rabbia,
chiudermi in una stanza. Questo vale per la paura, la tristezza, ma
vale anche per la felicità e la gioia.
Non è possibile non provare emozioni spiacevoli nella vita.
Sarebbe come provare a non respirare. Fa parte dell’essere umano
vivere di tante emozioni. Mi piace pensare che la felicità sia qualcosa
di più ampio della gioia, perché una persona felice vive tu e le sue
emozioni, le prova tu e, gioia compresa.

Per anni mi sono chiesta se fossi felice. E, nei momenti in cui mi


sentivo triste, la risposta era sempre no. E invece avrei dovuto
considerare solo la negatività di quel preciso momento e dirmi che se
ora sono triste, che se ora sto provando tristezza, non vuol dire che
io non sia felice. È un’emozione che ci accompagna in tantissime
occasioni della nostra esistenza e che va vissuta in un preciso
contesto.
Durante la stesura di questo libro è morto il mio cane. Gli volevo
un mondo di bene. Sono stata tristissima. Per giorni. Eppure questo
non mi ha trasformato in una persona infelice. Mentre scrivevo è
scoppiata la pandemia e sono rimasta chiusa in casa come tu i gli
altri italiani. Ho provato paura, mi sono arrabbiata, ho provato ansia.
Ma non ho mai smesso neanche per un istante di essere una persona
felice. Quando sei veramente felice sai che puoi avere paura, essere
triste, arrabbiato o in ansia; ti concedi di provare emozioni diverse,
lasciando spazio anche alla gioia.
Occorre imparare a gestire le emozioni. Non possiamo lasciare
che la paura ci annebbi. Ci si può infuriare senza scaraventare
ogge i o ferire gli altri. Si può essere tristi senza isolarci dal mondo.
Nello specifico di questa pandemia, avrei potuto scegliere di
rimanere ferma, fino alla fine della tempesta. Ma la modalità stand
by è scientificamente provato che porta alla tristezza. Vale per il
nostro isolamento quanto per la vita intera. È importante non
spegnere mai la proge ualità e scegliere sempre di essere proa ivi.
Non esistono vie di mezzo.
Sono rimasta colpita da uno studio effe uato su alcuni soldati
americani al rientro dal fronte. Alcuni erano rimasti so o il fuoco
nemico, sprovvisti di munizioni. Pare che la metà di loro avesse
comunque contra accato lanciando patate e ogge i contro il nemico.
L’altra metà, invece, era rimasta in a esa, sperando di superare il
momento. Be’, sapete su chi furono trovati i maggiori segni
traumatici? Su chi era rimasto in a esa. Reagire e non subire
passivamente l’a acco aveva permesso a metà del gruppo di non
sviluppare il trauma. Io voglio scegliere di essere una persona che
lancia patate. Non voglio subire. Non voglio restare in a esa. Ogni
giorno. O in una pandemia.
In conclusione, la felicità non è non provare emozioni negative,
quanto piu osto imparare a gestirle.

La paura
È da sempre considerata spiacevole. A nessuno piace avere paura. E,
tanto quanto la tristezza, è un’emozione che siamo abituati a tenere
nascosta. Non ci piace provarla ma non ci piace neanche
condividerla: non vogliamo confessare di avere paura.
Esiste un tipo di paura che ci paralizza e che non ci fa muovere, e
una che invece può darci una grande spinta, che è quella che ci fa
me ere in salvo e ci protegge.
Fin dai tempi più antichi, i nostri antenati scappavano per la
paura di essere mangiati dagli animali feroci. Ancora oggi quella
paura e l’istinto di sopravvivenza ci salvano. È la stessa paura che
non ci fa avvicinare al fuoco, non ci fa andare a trecento all’ora in
autostrada e così via. La viviamo spesso, a volte senza neanche
accorgercene.
Ma se è vero che esiste una paura che ci porta a reagire, ce n’è
un’altra che ci pietrifica, che non ci perme e di vivere la vita che
vorremmo.
Mio fratello, nell’ultimo anno di liceo, rimase coinvolto in un
incidente stradale molto grave. Rischiò di morire. Per due anni ogni
volta che dovevo salire in macchina mi tremavano le mani. Ero
rimasta sconvolta e traumatizzata. Ho dovuto rielaborare l’evento. Se
questa emozione non viene rielaborata può impedirci di avere una
vita normale: può pietrificarci o, al contrario, portarci ad agire in
modo sconsiderato. Perciò la paura va affrontata. Compresa. Risolta.
L’assalto ai supermercati che abbiamo visto in TV pochi mesi fa è il
tipo di paura che non fa ragionare. In un momento in cui le autorità
chiedono di non uscire dentro di noi risponde una paura irrazionale.
Il risultato è andare a fare scorte di cibo tu i insieme, tu i nello
stesso momento, tu i nello stesso posto. Esa amente quello che ci
stavano chiedendo di non fare. La paura a volte salva, ma in casi
come questo me e in pericolo, perché non perme e di ragionare
lucidamente.

La paura può me ere in pausa le emozioni e portare a comme ere errori anche molto
gravi.

Reagire alla paura


Ho paura di morire. Ho paura di lasciare i miei figli da soli. Ho
paura che loro muoiano…
È umano avere paura. Fino a quando quell’emozione mi fa vivere
comunque una vita normale, non è un problema. Stiamo
semplicemente vivendo, anche se sappiamo che ci sarà sempre
qualcosa da temere nel nostro quotidiano. Ma se per esempio la mia
paura di morire non mi perme e di prendere un aereo o guidare la
macchina o di compiere altre azioni normali, in questo caso mi sta
limitando. E allora, quando la paura paralizza, c’è solo una strada da
percorrere: la terapia.
Spezzo una lancia a favore dei terapeuti. Andare in terapia è una
cosa che dovrebbe fare chiunque. Ognuno di noi – e io sono in cima
alla lista – porta con sé traumi grandi o piccoli. Nessuno ne è esente,
fanno parte della vita. E scegliere di iniziare un percorso di
psicoterapia non è cosa “da pazzo”; sarebbe come dire che chi va dal
dentista ha i denti bru i. Non è così, ma chi ci va solitamente poi
esce con i denti più belli, fosse anche solo perché ha fa o una
pulizia. Per la terapia è più o meno lo stesso. Rendiamoci conto che
non è solo una cosa da ricchi. Ci sono migliaia di centri gratuiti che
possono esserci di aiuto per alleviare i nostri disagi. Io consiglio un
percorso terapeutico a tu i, non solo a chi soffre di a acchi di panico
o è turbato da pensieri negativi. Conoscere se stessi migliora la
qualità della vita; chi va in terapia è più equilibrato. Ma la terapia
diventa necessaria o quanto meno è auspicabile quando l’ansia ci
a anaglia e la qualità della vita decade. Il nostro primo vero a o di
coraggio è decidere di affrontare la paura, di guardarla in faccia e di
superarla.
Partendo quindi dal presupposto che nessuna tecnica può
sostituire una terapia, ci tengo comunque a dare qualche
suggerimento per provare a tenere la paura so o controllo.
Prima di tu o è fondamentale parlarne.
Se si ha paura di qualcosa e si riesce a parlarne è abbastanza
probabile che quella paura venga immediatamente ridimensionata
anche quando è enorme.
Tiratela fuori, riempite un quaderno o confessatela a qualcuno. E
se non avete nessuno con cui vi sentite liberi di comunicare,
scrivetela a me.
Mi capita spesso di ricevere messaggi sulla paura per qualsiasi
cosa, perché è un’emozione totalmente sogge iva. E spesso, dopo
che mi ha scri o, arriva un secondo messaggio di ringraziamento da
quella persona, perché le è bastato premere INVIO per avere la
sensazione di stare meglio. Ma io non c’entro niente. È l’aver dato
voce a quell’emozione che ha fa o effe o.
Una ragazza mi ha scri o: “Ho sempre avuto paura di viaggiare
in aereo, sono terrorizzata all’idea di morire in volo. Ora però mia
sorella si sposa dall’altra parte del mondo e io sto inventando mille
scuse per non andarci. Ma la realtà è che sto male, voglio esserci,
voglio starle vicino”. Le ho chiesto quale fosse l’immagine più bru a
che le venisse in mente di questa situazione. La sua risposta
descriveva l’aereo che precipitava, proprio come in un film. Con
molti de agli terrorizzanti. E poi ha aggiunto: “Mi rendo conto solo
adesso che esprimo i miei timori a qualcuno di quanto sia poco
realistico”. Aver portato la paura al di fuori della sua mente, anche
solo dialogando con me a raverso alcuni messaggi, l’ha aiutata a
prendere una certa distanza e a ridimensionare il problema.
Guardare la paura da fuori aiuta. Non vuol dire farla sparire, ma
aiuta a farla diventare gestibile. Non so se poi quella ragazza abbia
preso l’aereo, ma sono sicura che ci abbia almeno provato, perché a
un certo punto il dispiacere di non essere con la sorella, in un giorno
così importante, avrà avuto la meglio sul terrore irrazionale di
qualunque fantasticheria creata nella sua testa.
Ecco quindi un esercizio che può rivelarsi utile per i momenti in
cui ci assale la paura.

IL TRUCCO ANTIPAURA

La paura è una delle emozioni da me ere in pausa. Più distanza si me e tra la paura e le
immagini che la nostra mente crea, più è facile bloccarla. Noi siamo meglio di qualsiasi
produ ore di Hollywood e riusciamo a creare nella nostra testa le immagini più
catastrofiche e ricche di de agli terrorizzanti, tanto che qualcuno potrebbe vincere l’Oscar
per il film d’azione dell’anno. Quel flusso di pensiero ci può sfuggire di mano, si creano
immagini fuori controllo che ci catapultano in un vortice, facendoci vivere sensazioni quasi
reali. Me ere in pausa l’adesso, il momento che stiamo vivendo davvero, il qui e ora,
guardando dove siamo e con chi siamo, ci perme e di affrontare quelle immaginazioni
senza farci portare via. È come quando si ha un incubo e si prova un terrore enorme. Al
risveglio quel terrore rimane. Ma cosa ci aiuta a riprendere fiato e a far rallentare il ba ito
cardiaco? Prendere conta o con la realtà: le mani che toccano il le o, il buio della stanza, la
luce che si accende. Realizziamo così che quello che ci ha spaventato non è a orno a noi per
davvero. Tornare all’adesso ci protegge dalla paura.

La paura è reale, i pensieri no


Spesso ci roviniamo giornate intere ad arrovellarci su de agli insulsi.
Siamo in grado di fare drammi per sciocchezze. Perché non conta
davvero quello che succede, ma il modo in cui lo percepiamo.
Pensiamo ai bambini. Hanno paura del buio. La loro paura è
reale. Non importa che i mostri siano inventati, che non esistano, che
non vivano so o il le o, pronti a balzare fuori e a mangiarli. Per loro
non c’è modo di distinguere il pensiero dalla realtà. Ed ecco allora
che serve una luce sempre accesa nella loro camere a, perché noi
crediamo alla loro paura, anche se sappiamo che non è fondata su un
dato di realtà, vero? Sappiamo che possiamo e dobbiamo acce are il
loro stato d’animo perché il loro percepito è reale. Non possiamo
convincerli che il loro pensiero è privo di fondamento, come non
potremo mai cambiare il pensiero di un’altra persona. Se mi trovo di
fronte a chi è estremamente triste o estremamente felice, devo
acce are che la sua emozione come reale. Anche se per noi la causa è
improbabile, infondata o ridicola.
Quando ci confrontiamo con un’altra persona che è molto
spaventata perché pensa di stare per morire di qualche grave
mala ia solo perché lo ha le o su Google, noi non possiamo fare
altro che acce are la sua paura. Non sta a noi indagare sull’emozione
o la reazione di qualcuno, ma è una responsabilità personale
indagare sulle nostre reazioni emotive. Se un amico si dispera perché
ha preso ventinove invece che trenta a un esame all’università, io
posso pensare che sia esagerato perché ha fa o comunque una bella
figura, ma devo acce are che la sua insoddisfazione gli causi
tristezza.
Posso condividere, devo condividere. Posso stare in ascolto. Posso
essere di supporto. Ma l’unica cosa che mi devo occupare di gestire è
la mia emotività.
E così tu o quello che vorremmo dire all’amico triste, tu o quello
che vediamo chiaramente in modo razionale nelle storie degli altri
dobbiamo provare a volgerlo verso di noi. Possiamo amme ere la
nostra paura e acce arla, ma dobbiamo essere in grado di capire
cosa è reale e cosa no. E se sappiamo destru urare i pensieri
immaginifici degli altri, proviamo a fare lo stesso lavoro anche su di
noi: analizziamoci per rimanere a accati alla realtà, senza dare
spazio alla risposta emotiva che ci suscitano certe situazioni.

I fallimenti
Fra i tanti tipi di paura, abbastanza comune e abbastanza gestibile è
la paura di fallire.
Nella mia vita ho sempre avuto molta paura quando percepivo di
essere vicina a un fallimento, ma lo stesso mi è capitato anche prima
di un grande successo. Abbiamo paura anche quando stiamo per
affrontare qualcosa di molto bello, non solo quando siamo al limite
di una catastrofe. Io per esempio ho sempre provato un’enorme
paura ogni volta che dovevo salire su un palco. In realtà non serve
scappare da questa emozione, quanto piu osto occorre decidere di
farci i conti. Io infa i, a un certo punto, ho deciso di sme ere di
scappare. E, rendendomi conto che non avrei potuto eliminare
questo timore dalla mia vita, l’ho affrontato e per me è diventato un
volano: mi ha dato quella bella scarica che mi ha permesso di fare
cose molto importanti.
Ricordiamoci che la paura è ovunque, e sopra u o non è
sbagliato provarla. Fin da piccoli ci spronano a non avere paura. A
scuola me lo diceva la maestra: «Guarda Giovanni com’è bravo, lui
non ha paura». E io guardavo Giovanni, provavo invidia e pensavo:
“Quant’è coraggioso”, perché lui non sembrava avere paura di
niente. Io, invece, ero terrorizzata da tu o. Ho scoperto molti anni
dopo quanto questa mia considerazione fosse errata. Ho scoperto
che le persone coraggiose non sono quelle che non hanno paura, ma
sono quelle che se la stanno facendo so o e decidono coscientemente
di fare una cosa ugualmente. La paura diventa coraggio e ti sprona.
Il coraggio non è altro che l’acce azione dell’idea del fallimento.
Nella nostra società il fallimento è una causa ricorrente di paura.
Posso avere timore di fallire in un proge o, di deludere gli altri o me
stessa, ma ogni giorno posso scegliere di essere una persona
coraggiosa e liberarmi dalla paura.

Acce ando l’idea del fallimento si diventa persone migliori. Acce ando di poter
sbagliare, ci si dà una mossa.

Come puoi vivere meglio ed essere felice se non provi a cambiare?


Se hai dei sogni da realizzare, proge i da portare a compimento, se
vuoi o enere altro, hai bisogno di uscire dalla tua comfort zone,
g
dove resti immobile ad aspe are non si sa bene cosa. Nel momento
in cui acce i l’idea che potresti anche fallire, hai già raggiunto la
serenità. Perché può succedere tu o. Ora puoi muoverti.
Se non hai paura di fallire, puoi farlo.
Diventa una persona coraggiosa.
Quante persone rimangono in una specie di limbo senza aver mai
provato davvero a realizzare i propri obie ivi o a cambiare le loro
relazioni? Quante preferiscono rimanere immobili perché solo così
hanno la sensazione di rimanere a galla?
È proprio così che ci si frega. Perché se rimani fermo e non vai da
nessuna parte, ti stai perdendo tu o quello che la vita ti può dare di
bello o di bru o. E tu ora è come se non stessi vivendo.
Mi scrivete spesso: “Devo cambiare ci à, ho paura, ma finalmente
farei il lavoro dei miei sogni”, “Vorrei licenziarmi per iniziare una
mia a ività”, “Il mio sogno era una famiglia felice, ma non lo siamo
più”. Messaggi pieni di paure, di dubbi, di sogni nel casse o.
Io vi consiglio di puntare sempre verso i vostri sogni, ma quello
che conta è tenere ben presente che potrebbe non andare come volete
o sperate. Bisogna acce are di fallire. Ma provateci! C’è sempre
tempo per ricominciare, amme ere e acce are l’errore. Ma quello
che se ne o iene, nel fra empo, è comunque vita. Si diventa persone
diverse. E, per la vita, ne vale sempre la pena.
Io non mi sono svegliata una ma ina pubblicando video di
successo o pensando di scrivere best seller. Non succede così. Il mio
percorso è costellato di fallimenti, di rovinose cadute, di frane!
Mi sono rimessa in gioco ogni volta, cercando di capire che cosa
non avesse funzionato.
Ogni errore porta a una nuova conoscenza che ci perme e di non
sbagliare più. Ci porta al successo, che non significa necessariamente
fama, ma il compimento del nostro obie ivo.

Il giorno in cui ho avuto più paura, nella mia vita, è stato quando
ho deciso di lasciare il padre dei miei figli. Quando ho capito che lui
non mi amava più, che io, in quella situazione, non avrei mai potuto
essere felice e che i miei figli non avrebbero mai visto i loro genitori
felici. Io ero terrorizzata all’idea di rimanere da sola. Mi sembrava
meno drammatico rimanere in stallo nella situazione in cui mi
trovavo, perché la conoscevo. (L’ho già de o: fa meno paura ciò che
conosciamo piu osto che l’imponderabile. Anche se viviamo
situazioni difficili. Anche nei casi estremi in cui quello che stiamo
vivendo è terrificante.)
Io in quel momento ero terrorizzata. Per fortuna ho avuto
coraggio e me ne sono andata. E da quel momento mi sono regalata
moltissime esperienze e incontri e momenti meravigliosi. Se non
avessi affrontato la mia paura, probabilmente sarei ancora lì. E mi
sarei persa.
L’ho scri o in tu i i miei libri: è stata la scelta migliore che potessi
fare. Ho superato la mia paura e ho trovato la felicità. E continuerò a
scriverlo anche a chi mi racconta che il lavoro dei suoi sogni è
dall’altra parte del mondo, a chi mi chiede consiglio per la sua
relazione di coppia, a chi non sta più bene insieme, a chi non sa se
cambiare ci à… Ogni dubbio nasconde una paura. Ogni scelta
implica l’abbandono della comfort zone, di quello che conosciamo
che si scontra con l’ignoto. Ma proprio quando la domanda arriva a
me, io so che una risposta c’è già. Perché ognuno di noi conosce
quello che lo fa stare bene, se si me e in ascolto. Semplicemente
spesso non sa ascoltare, perché la paura rende sordi. Ma quando
provo a dare un consiglio la replica più frequente è: “Hai ragione,
sono terrorizzata. Non avevo il coraggio di dirmi quello che so”.
Già, è tu a una questione di coraggio, ma se fai pace con l’idea
che potresti fallire, cosa mai potrebbe accadere di peggio? Anche
quando ho scelto Paolo come compagno di vita ho avuto paura, ma
ho deciso di seguire i miei sentimenti e costruire una relazione con
lui. Ho scelto di cambiare ci à, di trasferirmi, di me ere in gioco la
mia vita professionale. E dopo aver rischiato… ho scoperto di aver
fallito miseramente. Mi è crollato il mondo addosso. Non è stato
bello. Non è stato facile. Ma è di certo ciò che mi ha permesso di
trovarmi, anni dopo, a essere una persona capace di rialzarsi.

Il fallimento è utile, se capisci che cosa non ha funzionato.


È proprio qui la chiave della felicità. Perché c’è anche chi fallisce
in continuazione, senza me ersi mai in discussione.
Lo sguardo introspe ivo ci fa crescere; guardare l’altro e
colpevolizzarlo non serve mai. Chiediamoci: perché ho fallito? Qual
è stata la mia parte? Che sia grande o piccola, è lì, in quel punto, che
sta la crescita che ti perme erà di non fallire più.
Fa sentire meglio pensare che la colpa non sia nostra, ma
sme iamo di cercare i colpevoli. Sme iamo di dare la colpa a
qualcuno. Ho passato un sacco di tempo a pensare che non fosse mia
la colpa di tante cose che mi erano capitate. Posso decidere di reagire
così. Oppure di cambiare.
Essere arrabbiati con il destino, tristi o depressi è colpa di qualcun
altro fino a un certo punto. Poi diventa colpa nostra.

Il dolore
Il dolore che proviamo ci sembra sempre il peggiore del mondo. Il
più grande di tu i. Qualunque cosa ci succeda siamo convinti che il
nostro dolore sia più grande e intenso di quello degli altri. Non è
così. È sempre una questione di punti di vista. Il dolore non è
paragonabile. Ma se riuscissimo a darci il permesso di soffrire, senza
pensare che il destino ce l’abbia con noi, ci accorgeremmo che c’è
tanta gente che soffre e che la nostra sofferenza non vale di più di
quella di chiunque altro.
Il mio schiaffo in faccia l’ho preso quando Chris e Chloe erano
molto piccoli. Vivevo con loro da sola, nel nostro piccolo bilocale,
tu i i soldi che guadagnavo li investivo nelle produzioni, stavo
rischiando di sba ere contro l’ennesimo, enorme fallimento. In quel
periodo sono entrata in conta o con un’associazione che accoglie
bambini che non hanno i genitori o, se li hanno, sono casi da
tribunale (abuso, droga ecc.). Alcuni dei bambini che vivevano in
quella casa con gli operatori avevano l’età dei miei figli. Sono andata
a trovarli e ho visto bambini sorridenti, che giocavano. E parevano
molto più sereni di me che mi ero comportata da giovane depressa
per la morte di mio padre, senza mai pensare che comunque avevo
ancora una madre, una casa, una vita normale. Cosa che quei
bambini non avranno mai. Lì ho capito che il mio dolore non era il
più bru o o terribile e ingiustificabile del mondo. Che non ci sono
persone che hanno più diri o di provare dolore rispe o ad altre.
Avevo passato vent’anni a chiedermi perché gli altri dovessero avere
un padre e io no, quando avrei potuto concentrarmi sul fa o che
avevo una madre e che ero strafortunata.
Dopo quell’incontro ho iniziato davvero, per la prima volta, a
sentirmi grata.

IL TRUCCO ANTIDOLORE

Non concentrarti solo su ciò che hai perso. Sposta gli occhi su quello che ti è rimasto, quello
che hai.

Che ansia!
Quante volte lo diciamo! Quante volte la sentiamo! Ma che cos’è?
L’ansia è uno stato d’animo che ci impedisce di reagire di fronte
alle cose, che ci blocca, che ci stritola la pancia, che ci fa mancare il
fiato.
Scappare dall’ansia è un modo per alimentarla.
“Ansia” è un termine un po’ troppo abusato. Clinicamente è un
disturbo che va curato. Come avviene per la paura, se il livello di
ansia non ti perme e di vivere serenamente, l’unica strada
percorribile è la terapia. In fondo, se hai male a un dente non ci pensi
due volte a chiamare il dentista. Uguale per l’ansia.
Ma si possono me ere in a o alcune piccole pratiche che – anche
per chi già sta affrontando una terapia – possono aiutare a
riconoscerla e a non scappare.
Esistono due tipi di ansia: quella riferita a una situazione molto
specifica (per esempio, ho ansia perché devo parlare in pubblico) e
quella che non è immediatamente riconducibile a una particolare
situazione. Infa i si può provare ansia senza sapere perché. Nel
primo caso l’ansia è riferita a qualcosa di molto preciso su cui si può
intervenire. Se non si conosce la causa, invece, è più indicato
rivolgersi a un professionista.
Spesso l’origine dell’ansia è riferita a qualcosa che potrebbe
succedere nel futuro. Deve essere chiaro che il futuro non è
prevedibile. Mai. In nessun caso. Viviamo in balia di un’emozione
che non tiene conto di ciò che è probabile che accada o no.
Quasi tu o è possibile che accada, anche che mi crolli il soffi o in
testa mentre sto scrivendo ora nella mia camera da le o. Ci può
essere un danno stru urale alla casa di cui non sono a conoscenza,
ed eccomi morire in un istante. Possibile. Ma quanto probabile? I
nostri pensieri creano situazioni e immagini possibili, ma è
fondamentale capire che spesso sono poco probabili. Il segreto è
tu o qui.

IL MIO TRUCCO ANTIANSIA

Me iamo distanza tra pensieri e realtà. Fermiamoci e chiediamoci quanto quello che la
nostra mente sta proie ando come possibile sia in realtà probabile.

Il futuro non esiste


Ognuno di noi fa pensieri sul futuro, su qualcosa che ancora non è
accaduto. È il bisogno che abbiamo di tenere tu o so o controllo. La
sensazione di prevedere la peggiore delle ipotesi ci fa sentire pronti e
preparati, con l’idea di poter gestire l’imprevedibile. Il nostro
cervello è abituato a immaginare il futuro per capire come andrà una
certa cosa.
Ho una grande notizia: non possiamo controllare niente. Le
variabili reali che possiamo controllare nella nostra vita sono così
poche che non vale neanche la pena contarle. Quello che ha senso
fare, invece, è essere coscienti dei nostri pensieri. Se si alza il livello
di coscienza su quello che succede nella nostra mente, riusciremo a
gestire meglio l’ansia. Le previsioni sul futuro che vanno di default
come un trailer cinematografico fanno aumentare l’ansia, perché
prendono in considerazione le opzioni più catastrofiche. È difficile
che immaginiamo il finale migliore, siamo più portati a prepararci al
peggio. Ma esiste questo peggio? Nel momento in cui immagino di
prendere l’aereo e il mio cervello produce solo immagini di incidenti
tragici, pensando che non vedrò mai più i miei figli, il mio corpo
reagisce alle immagini della mia mente: tachicardia, respiro corto,
panico. Che fare, quindi? È necessario fare immediatamente una
pausa. Me ere uno stop tra quello che stiamo vivendo nella nostra
testa e la reazione emotiva. È provato scientificamente che basta
un’interruzione. Basta ricordarsi che sono solo pensieri, e che i
pensieri non sono realtà. Quello che conta è essere consapevoli di
quello che avviene nella nostra mente. Non facciamoci trascinare via
come se fossimo caduti in un fiume. La realtà è il presente, è l’adesso.
Tu o il resto è un pensiero. E il pensiero non è reale.
Pensare a dove siamo, a che momento stiamo vivendo aiuta a
gestire l’ansia.
Schiacciamo pausa.
Qui e ora.

No panic
Nella vita tu o è in continua evoluzione. Niente rimane uguale nel
tempo. Vale per tu o, anche per le cose bru e. In particolare per le
cose bru e. E questo è importantissimo da ricordare.
Uno dei pensieri ricorrenti per chi soffre di a acchi di panico è
quello della morte. La convinzione di stare per morire si
impadronisce di noi, dei nostri pensieri, delle nostre sensazioni
corporee. Non si ha la lucidità di capire che l’a acco di panico ha un
inizio e una fine. E se la scienza dice che dura al massimo trenta
minuti, noi che lo viviamo, invece, siamo certi che sarà infinito. La
testa non è così in grado di concentrarsi sulla durata dell’a acco, e il
corpo non risponde: vince la sensazione di stare per morire. È panico
puro.
Se invece riuscissimo a realizzare che, come tu o nella vita, anche
questo momento è limitato nel tempo, potremmo ritrovare più
velocemente il conta o con la realtà.
Niente è per sempre, tu o si evolve: chi pensa che non si
innamorerà mai più, chi pensa di rimanere triste e solo per sempre
non considera l’evoluzione continua delle cose. Io per prima non lo
facevo.
Quando mi sono lasciata con Paolo, sono stata da sola per due
anni e mezzo. E per sola intendo che non ho frequentato uomini
neanche per berci un caffè. Ero certa che quella sarebbe stata una
condizione permanente. E più volte ho pensato che nella mia vita
non sarebbe cambiato nulla. Viene sempre il dubbio che le cose non
durino per sempre quando siamo felici, mentre quando qualcosa è
bru o pensiamo che non cambierà mai. Invece le cose cambiano.
Sempre.
Oggi non ho paura che finisca il mio rapporto con Riccardo, non
ho paura di sme ere di essere felice, perché ho imparato a godermi
le cose belle. Ne ho vissute tante di bru e, ma ho fa o un lavoro su
me stessa e ho capito che è l’adesso che conta. Io ora sono in una
condizione che mi trasme e serenità. È questo che devo pensare.
Durerà per sempre? No. Perché niente dura per sempre, e io ora lo
so. Quindi già me o in conto che cambierà. Non vuol dire che sarò
meno felice e neanche per forza triste, ma sicuramente non sarò
identica a ora.
Anche sul lavoro è sempre più chiaro che è importante tenere a
fuoco la continua possibilità di cambiamento. Nella mia professione
ci sono picchi di successo alternati a momenti di calma pia a, in cui
se non avessi ben presente che le cose cambiano rischierei di
deprimermi. Bisogna ricordarsi sempre che l’insuccesso non è
permanente, che le cose possono cambiare. Che si vive nell’adesso e
quello che capiterà domani nessuno lo sa. E non c’è modo di
prevederlo. E allora dobbiamo provare a fare pace con il nostro
meccanismo di controllo.
Deponiamo le armi: il controllo non è la chiave della felicità.
Godiamoci l’adesso. E se le cose vanno male, ricordiamoci che è solo
un momento. Che passerà. Finirà. Non può durare per sempre.
Ho vissuto per anni sempre concentrata sul domani, rivolta al
prossimo obie ivo, al prossimo proge o. Il prossimo obie ivo, la
prossima cosa bella non esistono finché il domani non diventa il
p
presente. Quindi non voglio più perdermi quello che sto vivendo ora
alla ricerca della prossima cosa che verrà.

Vivere l’adesso
Ci sono tanti modi per tornare al presente e concentrarsi sull’adesso.
Ci sono persone che trovano utile concentrarsi sulla propria
respirazione facendo meditazione o yoga, ma queste pratiche non
vanno bene per tu i. Dipende dal livello di ansia che uno ha. Con un
livello alto, per esempio, sono semplicemente poco efficaci. Quindi
possiamo utilizzare trucche i che possono aiutare nell’immediato,
ma se l’ansia si protrae e blocca, l’unico percorso davvero efficace è
la terapia.
Non potrò mai darvi una soluzione per la vostra ansia. Quello che
posso fare, però, è raccontarvi che cosa mi ha aiutato in certi
momenti. Spero che possa funzionare anche per voi.
Iniziano a sudarvi le mani e il cuore ba e all’impazzata? È utile
me ere le mani so o l’acqua calda. In questo modo il cervello si
confonde, perché riceve un segnale diverso da quello che produce
l’adrenalina che toglie il sangue alle zone periferiche del corpo. È un
modo meccanico di riportare la situazione di pericolo so o controllo.
Un altro trucco è cercare di abbassare il ritmo della propria
respirazione. Chi ha un a acco di panico di solito va in
iperventilazione. Respirare piano aiuta a contenere il panico.
Con una fortissima tachicardia invece funziona anche me ersi
so o l’acqua ghiacciata. Il cuore inizierà a ba ere più lentamente,
bloccando la produzione di adrenalina. È una reazione fisica del
corpo per contrastare il freddo. In poco tempo ci si sente meglio.
Sono trucchi che possono funzionare nell’immediato, ma ha
davvero senso vivere una vita in cui si sta così male? La strada
corre a è la terapia.

La paura della paura


Solitamente chi sperimenta l’ansia o gli a acchi di panico vive nel
terrore di riprovare quelle sensazioni orrende. Si inizia ad avere
paura non solo dell’a acco di panico ma anche che possa
ripresentarsi. E così si evita tu o ciò che si pensa avesse portato a un
a acco, e il pensiero si blocca in quella paura insieme alle azioni. Si
vive in ansia per paura di avere ansia. È un circolo vizioso, una
strada senza uscita. Ecco perché bisogna provare a non scappare più
e a far pace con l’idea dell’ansia e con quello che rappresenta. Perché,
se vista nel modo giusto, è interpretabile come un alert che ti sta
avvisando che c’è qualcosa che non va. È un campanello d’allarme
che ti dice che ci sono problemi che non vuoi affrontare. Ma se ti
paralizza e ti impedisce di prendere un treno o di andare a cena da
amici perché potrebbe venirti un a acco di panico, allora ti sta anche
impedendo di vivere. Stai perme endo a un’ipotesi di non farti
vivere.
L’ansia diventa debilitante, e la possibilità che ti prenda un a acco
durante una cena è per te inammissibile. E così scegli di non andare
e ti ritrovi a tra are come reale una cosa che non lo è. Se sei a cena e
ti viene un a acco puoi doverlo gestire, è vero, ma non andare a cena
fuori per paura che possa accadere non è sano, perché quel fa o è
solo un’ipotesi e come tale va affrontato. Ricorda che stare a casa
invece che andare a cena non è la soluzione; in questo modo avrai
solo la certezza di rinunciare a qualcosa. Andando a cena potresti
scoprire di non subire nuovi a acchi, oppure magari sì, ma potresti
anche scoprire che passano e che puoi imparare a gestirli.
La vergogna di essere giudicati, la paura di poter avere un a acco
in pubblico, la paura del giudizio portano a evitare la situazione che
potrebbe provocarlo. Sono solo ipotesi, sovrastru ure della mente e
vanno superate. Evita di pensare a situazioni catastrofiche perché
non potrai mai sapere cosa potrà accadere davvero. E poi, se sei a
cena dai tuoi amici, che cosa potrebbero pensare? Se sono tuoi amici,
se sono le persone con cui hai scelto di condividere il tuo percorso, ti
saranno di aiuto, altrimenti andrà rivista la vostra relazione. In
entrambi i casi o ieni una risposta positiva.
E, pensa, potresti anche trascorrere una serata piacevolissima,
scoprire che le persone a orno a te sono empatiche e migliorare il
p p p g
rapporto con loro, dando e o enendo fiducia. Ma la verità è che
potrebbe anche crollare il soffi o del ristorante. Non lo puoi sapere.
Meno proviamo a prevedere il futuro meglio viviamo. Agire
prima per evitare che qualcosa accada ci dà la sensazione di avere il
controllo della situazione. Ma non è vero. È una truffa che anzi ci sta
togliendo il controllo della nostra vita.
Si vive ora, affrontando ora.

Pensieri e proiezioni del futuro condizionano le azioni. Ci bloccano.

Ci sono tante persone che mi scrivono di essere bloccate. Non


escono di casa, non guidano. La paura di un nuovo a acco le tiene
lontane da centri commerciali, cinema, teatri, concerti. A voi dico:
chiamate uno psicologo. Fatevi aiutare. La vita può essere più bella
di così. A volte bastano cinque sedute, a volte servono anni. Ma si
può ricominciare a vivere. Essere liberi.
Io ho avuto ansia per i primi anni della mia adolescenza. Mio
papà era morto da poco e io mi trovavo in un momento difficile sia a
livello familiare sia per l’età. Ci ho messo molto tempo a rime ermi
in collegamento con le mie emozioni. Il mio meccanismo di
sopravvivenza, dopo la tragedia della morte di mio padre, era la
negazione totale. Negavo le emozioni e la mia emotività, per non
crollare. Era il mio unico modo per sopravvivere. Non sentivo
niente, ma avevo gastrite e tachicardia. Facevo le analisi e risultavo
sana come un pesce. Ma mi sentivo male. La tachicardia è terribile e
invalidante. All’ennesima visita un medico mi disse che potevo
continuare a farmi gastroscopie, ma sarebbe stato meglio valutare
l’ansia. Ero molto giovane quando ho fa o la mia prima seduta
terapeutica. Mi ha salvata. Mi ha rimessa in sesto.
La terapia è durata tre anni. Ho rielaborato il lu o di mio padre.
Mi ha dato un sacco di strumenti per riprendere il conta o con me
stessa. Se non l’avessi fa a, la mia vita sarebbe stata statica, sarei
rimasta bloccata lì.
Una terapia non deve per forza durare anni. Ho un sacco di
feedback positivi su terapie veloci. Quando sei pronto a elaborare
qualcosa, di solito è più semplice sbloccarsi. Mi piacerebbe
q p p p
tantissimo che queste mie pagine dessero la consapevolezza
necessaria a iniziare un percorso personale. Perché scegliere di fare il
passo per vivere una vita più serena è meraviglioso. Ma bisogna
volerlo, averne voglia. Altrimenti è inutile.
Quel che conta è ricordarsi che non è mai tardi per scegliere di
essere felici.
Vale sempre la pena provare a vivere una vita serena. A qualsiasi
età. Fino al giorno stesso in cui si muore. Perché nella
consapevolezza che si vive l’adesso, l’adesso è veramente l’unico
momento in cui puoi fare qualcosa. Che tu abbia qua ordici o
o anto o anni, l’adesso è l’unica cosa che stai vivendo realmente.
Renderti felice deve essere l’unico obie ivo reale del tuo quotidiano.

L’ansia a orno
Non è de o che stiamo sperimentando questo stato d’animo in
prima persona. Molto spesso capita che il marito, la sorella, l’amico
soffra di a acchi di panico, e per chi non ne ha mai avuti è
veramente difficile da capire. Chi vive stati di ansia si sente
incompreso, chi non ce l’ha tendenzialmente minimizza. Ma finché
non si prova, non si capisce. Ecco perché diventa difficile stare
accanto a chi sta male. Serve molta empatia e serve chiedersi nel
proprio piccolo che cosa si può fare.
Ho avuto un amico che è stato tanto in terapia. Non riusciva più a
prendere i mezzi pubblici. Ho fa o l’unica cosa che potevo fare
concretamente: sono stata con lui.
Abbiamo trascorso una giornata intera a guardare gli autobus che
passavano. Gli ho de o che avremmo potuto restare lì fermi tu a la
giornata per tu i i giorni della se imana. Non gli avrei mai chiesto
di salire, ma il giorno in cui se la fosse sentita, sarei salita con lui.
Siamo rimasti lì tantissimo tempo. Quando ha de o «Saliamo»,
non volevo crederci.
L’unica cosa che si può fare è esserci.
Senza forzare l’altra persona a stare meglio. Non serve a nulla
dire: “Pensa positivo”, non sminuirà il disagio. Possiamo solo
provare insieme, senza giudicare. “Io sono qui. E qui resto.” Se si
ama qualcuno si resta. Si sostiene.
Mi ha scri o una ragazza. Il fratello aveva avuto un incidente, era
in terapia, ma non riusciva più a salire in macchina. È stata con lui, a
motore spento, dentro la macchina, più volte, per molto tempo,
senza mai chiedergli di accendere il motore. Semplicemente c’era.
Solo così si può stare vicino a chi soffre d’ansia. E per chi non sta
bene sapere che il suo disagio è riconosciuto è come una medicina.
Ci sono genitori che rifiutano completamente l’ansia dei figli,
come quelli del mio amico. Se il figlio non va a trovarli perché ha la
macchina ro a, lo accusano di insensibilità, quando sanno
perfe amente che prendere i mezzi per lui non è possibile. Ma non
lo riconoscono. Perché non reputano l’ansia qualcosa di invalidante
al pari di una gamba ro a. Quel figlio si sente molto solo, se neanche
mamma e papà arrivano a comprendere. E invece l’unico modo per
stare vicino a chi ha una vita bloccata nell’ansia è capire, acce are
senza giudicare e senza minimizzare. A volte senza parlare.
Non è facile vivere così. E non è neanche facile stare vicino a chi
vive così. Ma in fondo molto spesso l’amore non è facile.

Il sonno
Vogliamo davvero migliorare la nostra vita? Ripartiamo dal sonno.
Da quanto dormiamo e da come lo facciamo. Solo allora sarà
possibile o enere i benefici che stiamo rincorrendo.
Viviamo una vita frenetica che ci porta a sacrificare le ore di sonno
per fare più cose possibili. Io per prima, se voglio dedicare tempo a
me stessa, lo faccio di sera, finendo con l’andare a dormire
tardissimo ma svegliandomi ugualmente presto.
Dobbiamo fare molta a enzione, perché diminuire le ore di sonno
è un errore: il nostro corpo e la nostra mente ne risentiranno. La
scienza ci ricorda, insieme alla nostra esperienza, che se non
dormiamo è veramente difficile poter affrontare gli impegni di una
giornata. I genitori di un neonato lo sanno bene. E se lo stato di
mancanza di sonno viene prolungato nel tempo, i danni diventano
quasi cronici. E finiamo per non accorgerci neanche più qual è la
causa del nostro malessere.
Nervosismo, sca i di ira, tachicardia spesso derivano dalla
mancanza di sonno. Così come l’ansia. Dovremmo dormire dalle
se e alle nove ore al giorno, ognuno ha il proprio range. Ma spesso
ne dormiamo solo sei. Se non meno.
Abbiamo parlato di tanti aspe i su cui lavorare per migliorare la
nostra vita, ma se siamo stanchi e affaticati non avremo l’energia per
stare meglio. L’esperimento è semplice: proviamo a dormire nove
ore e il mondo improvvisamente torna a colori.
Il nostro corpo funziona così, le ore sono ventiqua ro ma ne
dobbiamo dormire almeno se e; se sono o o, meglio. Acce iamolo.
E cerchiamo di farlo bene. Infa i non conta solo il numero di ore
ma anche la qualità del sonno. Le ore di sonno vanno dormite intere,
quando è buio. Non è scontato parlare di buio e di no e. Quando
lavoravo di sera nei locali tornavo alle 5 del ma ino e mi me evo a
dormire. Pensavo non facesse differenza, ma sbagliavo. Non
andiamo contro madre natura, che ultimamente ha ben altri
problemi. Se vogliamo dormire di giorno la prossima volta nasciamo
gufi. Gli uomini dormono di no e, punto.
Non basta. Se vado a dormire alle 23 e mi alzo alle 8, ma nella
no e mi sono svegliato mille volte, non mi alzo riposato. Il sonno è
rigenerante quando è consecutivo.
Dormire bene ha tanto a che fare con i pensieri che arrivano prima
di andare a dormire. Non si sa per quale motivo la nostra mente, in
quella fase, parte a una velocità supersonica e ci riporta a una serie
di scenari familiari o lavorativi che ci disturbano. Che cosa fare? Un
consiglio molto pratico è respirare profondamente e lentamente per
bloccare i pensieri. Senza cercare di scappare, ma osservandoli e
capendo che la mente li sta inseguendo, volando via. Guardiamo i
nostri trailer, ma capiamo che è un volo della nostra testa. E, senza
giudicare, respiriamo. Per restare in conta o con il nostro corpo.
Mia madre mi portava sulle montagne in mezzo al niente a fare i
suoi seminari di meditazione. E ogni tanto faceva le sue riflessioni e
mi diceva: «Sai, Julia, la mente umana è come una scimmia
impazzita che salta da un ramo all’altro». Lì per lì avrei preferito che
p p p
mi regalasse una Barbie, ma a posteriori ho capito che aveva ragione
lei. La nostra mente è fa a per saltare da un pensiero all’altro e
prenderne coscienza. Ci perme e di non essere trasportati via.
E poi ci sono altri trucche i che possono entrare in gioco. Nell’ora
precedente al sonno bisognerebbe cercare di fare qualcosa che non ci
a ivi. Leggere un libro, per esempio, ascoltare musica rilassante o
fare meditazione. Niente TV o smartphone. No, andare a dormire con
l’ultimo giro sui social non aiuta il sonno. Se quindi sei nel le o, non
riesci a prendere sonno e hai già provato a respirare e a concentrarti
sul tuo respiro (a volte è un buon metodo contarli questi respiri,
rivolgendo l’a enzione solo ai numeri in modo da tenere lontani i
pensieri), è inutile insistere. Alzati e fai un’altra cosa e poi torna a
le o. Ma non andare davanti alla TV con il gelato o un pacche o di
pop-corn. Leggi un libro, bevi un bicchiere d’acqua.
Molti studi dimostrano che anche rimanere sdraiati a le o senza
dormire porti riposo, ma se quello stato di veglia ti agita è inutile
insistere. Stacca. E poi torna.
Un corpo che funziona perfe amente perme e di sostenere i ritmi
e le prove che la vita ci riserva tu i i giorni. È necessaria la giusta
ricarica. È come avere un telefono: se non lo carichi di no e, con una
videochiamata si spegne già a metà giornata. Ricarichiamoci e
scopriremo che gli sca i di ira, il nervosismo o i crolli nervosi
saranno lontani di ricordi.

Essere riposati è un po’ come essere innamorati, si sopporta tu o meglio.

Io sono un ghiro, dormo in qualsiasi situazione. Faccio più fatica


nei momenti di grande tensione o preoccupazione. Con l’arrivo della
pandemia ho dovuto concentrarmi molto sulla respirazione, ma ho
sempre dormito, provando a lasciare in pausa i pensieri, conscia che
non avrei potuto fare nulla di no e. E così, invece di andare in un
loop di pensieri preoccupanti, usavo la tecnica della sospensione:
come una tregua momentanea, lasciando che la camera da le o
rimanesse il territorio di pausa, per ricominciare a pensare ai
problemi il giorno dopo. Al risveglio subivo spesso quella bo a
pazzesca di ritorno alla realtà, un po’ come quando perdiamo un
nostro caro: credi di averlo vicino, ma quando ti rendi conto ti viene
un tuffo al cuore. Però non ho sofferto di insonnia.
Il momento in cui ho dormito peggio nella mia vita è stato con
Chloe e Chris piccoli che mi svegliavano cento volte a no e. Ora
invece riesco finalmente a riposare. E sono quasi pronta a
risperimentare l’ebbrezza della mancanza di sonno con un neonato,
sono sincera… Quasi.
Provate, quindi. Una se imana di prova di sonno regolare, con gli
stessi orari e almeno o o ore di seguito. Sono pronta a essere
smentita se non vi sentirete meglio. Ma dopo se e giorni di seguito,
vi prome o che inizierete a voler bene anche a chi vi è sempre stato
estremamente antipatico. Ok, questo magari no, ma vi prome o che
lo tollererete.
Riequilibrate i vostri orari, inseguite il riposo. Sarà un altro passo
verso la felicità. E se siete tra quelle persone che se non vanno a
dormire tardissimo non dormono, sappiate che il corpo degli adulti è
come quello dei bambini: abitudinario. E quindi, se noi lo
educhiamo ad andare a dormire alla stessa ora ogni sera, avremo un
picco di melatonina che ci perme erà di addormentarci più
facilmente. Anticipate gradualmente l’orario ogni giorno. Dormirete,
ve lo assicuro. E allo stesso modo vi sveglierete senza fatica anche
senza sveglia (voi, però, puntatela comunque, se no poi date la colpa
a me se arrivate tardi al lavoro).
Succederà anche di domenica, ci sveglieremo alla stessa ora al
ma ino (e succederà anche se andremo a dormire più tardi, quindi
meglio mantenere il ritmo), perché il nostro corpo ha una memoria
meravigliosa e si abitua a tu o. Anche a dormire.
È stupendo sconfiggere l’insonnia. Se ne soffrite, consiglio anche
tanto esercizio fisico. Io odio allenarmi, non sono fa a per le palestre,
andare a correre lo vivo come una punizione divina. Mentre mi
me o i leggings sto già soffrendo, vivevo meglio le interrogazioni di
matematica al liceo. Eppure è vero, l’esercizio fisico aumenta la
produzione di alcune sostanze che ci rendono più felici. Quindi
muoviamoci. Io l’ho capito su me stessa. Non posso stare su un tapis
roulant, ma mi muovo. Vado al parco con la bici, pedalo in mezzo
p p
alla natura. Cammino tanto con la musica. Oppure ballo. Ballare mi
piace da impazzire. Non sarò mai Garrison, ma posso saltare con i
miei figli per un quarto d’ora che neanche Jill Cooper negli anni
Novanta aveva un ba ito cardiaco così! Me o la musica e ballo. E mi
fa bene. Oppure faccio l’amore. È pur sempre un esercizio fisico al
pari di altre a ività che fanno bene all’umore.
E poi rido. Ridere è un’altra cosa che fa bene. Forse la più
importante di tu e. Qual è stata l’ultima volta che hai riso così tanto
da non riuscire a sme ere? Con chi ridi? Quanto ridi? Perché?
Teniamoci stre e le persone che ci fanno ridere, perché ne
abbiamo bisogno. E fa anche bene agli addominali, molto meglio di
una serie sdraiata, a proposito di Jill.
E fai a enzione: se l’ultima volta che hai riso a crepapelle risale a
più di tre giorni fa, allora ridi troppo poco. Quel tipo di risata va
fa a una volta al giorno e non vale davanti allo specchio. Trova una
persona, se puoi, o guarda uno di quegli spe acoli comici che ti
fanno ridere. Ma ridi. Perché è un bisogno primario. Ho fa o
apposta la mia serie per far ridere il mondo, guarda i miei video se ti
fanno ridere.
E dopo esserti accorta delle persone che ti fanno ridere, fai caso
anche a chi non ti fa ridere mai.

IL MIO TRUCCO PER LA FELICITÀ

Dormire, muovermi, ridere. È in poche parole il promemoria per la felicità. Potrei farci una
tazza. Magari quella della ma ina.

Lo stress
Il mondo ci chiede di essere veloci, produ ivi, disponibili, pratici,
risolutori… Ogni giorno subiamo una quantità di richieste infinite,
dal mondo del lavoro, dalla famiglia, dagli amici.
Io, per esempio, sono una donna, una madre, un amministratore
di azienda, una compagna (perché una pandemia ha deciso che non
posso ancora essere moglie), un’amica, una contribuente e
probabilmente molto altro. Ogni giorno ricevo molte richieste perché
ho i miei figli, le persone che lavorano con me, ho un ruolo in coppia
che mi impongono una certa presenza. Devo pensare a tu o e tu o
insieme.
Se sommiamo gli impegni alle richieste che riceviamo, la
pressione è esagerata ed ecco che parte lo stress.
E quindi?
Il fa o che le persone stiano subendo un forte stato di stress con
gravi ripercussioni sul fisico e sulla loro vita emotiva non va
considerato acce abile. Se riconosciamo l’anormalità avremo già
fa o un primo passo importante. La normalità dovrebbe essere
rappresentata da persone serene.

Non perme iamo allo stress di diventare il nostro stile di vita.

Pensiamo anche alla qualità della nostra vita. Ognuno di noi


merita un’alta qualità di vita che con lo stress non può esserci, perché
lo stress non è nostro amico.
Lo stress, oltre a me erci in difficoltà emotiva, ha grandi
ripercussioni anche sul nostro fisico. Quando siamo stressati
produciamo sostanze che possono provocare tachicardia,
ipertensione, rigidità muscolare. Se lo stress diventa cronico, poi, si
possono verificare problematiche fisiche che impediscono di
sperimentare la vita che vorremmo.
Se nella mia vita sono così stressato da avere sempre i muscoli
della schiena contra i, o se il sabato e la domenica, invece di riuscire
a stare con i miei bambini o fare qualcosa per me, soffro e resto
spiaggiato sul divano, che qualità della vita avrò mai?
Cerchiamo quindi di riconoscere lo stress, e cerchiamo anche di
capire che i problemi possono essere fonte di stress se li affrontiamo
male.
La maggior parte di noi, infa i, è convinta di essere stressata a
causa dei problemi. Ma lo stress è sempre presente nel nostro
quotidiano. È un classico sentir dire: “Sono stressata perché mio
figlio a scuola…”, “Mio marito in questo periodo…”, “Il mio capo in
ufficio…”. C’è sempre una stre a connessione tra lo stress e i nostri
p
problemi di vita. Ma i problemi ci sono sempre e ci saranno sempre.
I problemi non se ne vanno, perché la vita è una pioggia di criticità.
Occorre affrontarli, è nell’evolversi naturale delle cose, e la differenza
sta solo nel come noi reagiamo.
Pertanto, di nuovo, quello che possiamo cambiare non è l’altro o il
mondo esterno. Dobbiamo provare a cambiare noi stessi, o almeno
provarci. Se cambiamo, possiamo essere felici.

Lo stress può sparire solo se impariamo a reagire alle nostre preoccupazioni.

Ti licenziano e devi trovare un nuovo lavoro. Sei molto stressato


perché senti tu a la pressione del momento: la ricerca, i colloqui. Poi
lo trovi, e sei stressato perché quel lavoro porta nuovi problemi,
equilibrismi da ufficio: il capo è severo, i colleghi ti guardano male,
le richieste sono sempre urgenti. Il tuo problema è il nuovo lavoro.
Lo stress non è cambiato, si è solo spostato. Ci sarà sempre qualcosa
di nuovo, una nuova difficoltà, una nuova situazione, una nuova
pressante richiesta. I problemi rimangono, cambiano solo dove
vanno ad annidarsi. Se sono disoccupato, ho i problemi di chi è
senza lavoro; se ho un lavoro, ho i problemi di chi il lavoro ce l’ha.
Se sono single, sono stressata perché non trovo l’uomo giusto; se ho
una vita di coppia, ho i problemi di gestire la relazione. E così via.

I problemi non scompaiono mai.

Quando ho iniziato a lavorare nel mondo dello spe acolo ero


sopraffa a dal carico di impegni. Lavoravo giorno e no e, non
sme evo mai. Il sabato e la domenica me evo i bimbi a nanna e
lavoravo, perché ero certa che, risolto quel problema, rispe ata
quella scadenza, lo stress sarebbe finito. Ta-dah! Non era vero! Qual
è la differenza tra la me di oggi e la me di qua ro anni fa? Oggi
continuo ad avere richieste, scadenze, problemi, interviste in numero
molto superiore rispe o a qua ro anni fa. Eppure oggi non sono più
stressata perché ho imparato a pormi dei limiti. Ho stabilito, per
esempio, di finire di lavorare a un certo orario e lo rispe o, perché ci
deve essere un tempo per il lavoro e uno per me, per Julia che fa
p p p p
anche il resto delle cose, che non deve essere sovraccaricata. A fine
giornata stacco. Quel problema, quella consegna, quel proge o non
esistono più fino al giorno dopo.
Scelgo di chiudere per dedicarmi tempo. E posso fare yoga,
ascoltare musica, suonare il pianoforte o magari niente (ah ah!
Scherzo, il niente con due figli non esiste!). Ma non lascio più che
quel problema rimanga nella mia testa.
Ora si vive perennemente con l’angoscia delle tempistiche, delle
scadenze, sembra sempre tu o urgentissimo e vitale. La verità è che
non stiamo salvando l’universo e se a quella mail urgentissima
risponderò il ma ino dopo, non succederà nulla.

Occupati del problema nel momento in cui è giusto occuparsene. Non prima. Non dopo.
Quando è il suo momento. Poi dimenticatene.

Tuo figlio ha un problema a scuola? Occupatene con la maestra al


colloquio o mentre fa i compiti, non alla sera prima di andare a
dormire.
Hai problemi al lavoro? Benissimo, concentrati mentre sei al
lavoro, non quando torni a casa.
Hai problemi con il tuo partner perché avete litigato? Vai in ufficio
e concentrati sul lavoro, lascia che la tua mente si allontani da quel
problema. Parlerai con tuo marito quando sarai tornata a casa.
E, a casa, ritagliati uno spazio anche piccolo per fare qualcosa che
ti piace. Capisco sia difficile, ma basta molto meno tempo di quello
che pensi.
Affronta i problemi nel momento, senza lasciare che invadano i
tuoi pensieri. Non serve e non fa bene.

Il pulsante off
Tanto dello stress che proviamo dipende dal fa o che non riusciamo
ad allontanare da noi certi pensieri. Siamo sempre proie ati nel
futuro, pensiamo a quello che potrà accadere, a quello che dobbiamo
fare, a quello che dovremmo fare. Oppure riguardiamo al passato, e
ci maceriamo per quello che è successo.
Torniamo all’adesso.
Puoi avere tu i i problemi del mondo, ma se riesci a farti una
doccia, pensando solo alla doccia, senza che la tua mente ti porti via,
sei già riuscito ad abbassare il tuo livello di stress.
Non serve portare i problemi in doccia, tanto dobbiamo farla lo
stesso, nonostante le preoccupazioni. Ma se riusciamo a non pensare
a quelle preoccupazioni, la nostra mente può cambiare.
Concentriamoci sull’acqua calda, sulla doccia che ci siamo meritati a
fine giornata invece che alla litigata con nostro marito o alla riunione
con quella collega insopportabile. Godiamoci il momento, cercando
di essere veramente presenti mentre compiamo le nostre azioni.
Lo stress è uno stato d’animo che può diventare a ivante. Se sono
so o stress, al lavoro la mia performance può essere anche migliore,
ma devo saper me ere lo stress in pausa. A volte rimane incastrato
in modalità on; il problema è che per molti di noi il pulsante sembra
essere ro o.
Quel pulsante va aggiustato.
Lo stress può essere un grande alleato, è pericoloso rimanerci
incastrati. Se invece non è una costante della nostra vita, se non lo
portiamo a cena o in palestra, dove è inutile pensare, può addiri ura
aiutarci.
Quindi, vuoi correre? Corri e basta. Non lasciare che la mente ti
porti da un’altra parte.
Pensa a quello che stai facendo nell’istante in cui lo stai facendo.
Dai un tempo a tu o, senza che i pensieri sulla gestione del futuro
influiscano sulla tua vita nell’adesso.
L’unica corsa davvero importante per te è puntare dri o verso la
tua felicità.
Il tuo presente è l’unica cosa che conta.
E può diventare bellissimo.
Ci vuoi provare?
Conclusioni

Questo libro ha un’importanza diversa per me. L’ho scri o come ho


scri o gli altri, nello stesso modo, rubando ore alla no e o
ritagliandomi spazi al ma ino. Ho lasciato che le parole uscissero,
ma ho sentito fin dalla prima pagina che avrebbero avuto un peso
diverso. Perché questo è il libro che avrei voluto leggere anni fa.
Se me lo avessero dato in mano durante il passaggio nell’età
adulta, se lo avessi le o a quindici anni o durante un momento di
difficoltà, sarei entrata in conta o con alcune conoscenze necessarie
che mi avrebbero permesso di affrontare la vita in modo più sereno.
È ovvio che le consapevolezze di ogni singola persona passano
a raverso le sue esperienze, ma tu o diventa più difficile se non hai
gli strumenti per gestire quello che ti succede.
Sono convinta che ci sia spazio per imparare fino al nostro ultimo
respiro e spero di non sme ere mai di capire, comprendere, studiare.
Ma quello che ho imparato fino a oggi per me fa differenza e sono
certa possa servire a un grande numero di persone, al maggior
numero di persone possibili. E lo penso con così tanta convinzione
perché so quanto sarebbe servito a me.
Nei momenti in cui mi sono successe cose bru e, difficili, o anche
solo nei momenti impegnativi della mia vita, io non avevo ancora
questi strumenti. E quindi, il motivo per cui decido di dare un senso
al mio essere qui oggi e parlare a tantissime persone è proprio quello
di poter fare per gli altri ciò che avrei voluto che qualcuno facesse
per me.
Avrei voluto che qualcuno mi dicesse che non dovevo avere
paura. Per questo lo dico qui. Per questo lo scrivo. Per questo lo dico
a te. Non avere paura di soffrire, non avere paura di fallire. Perché io
lo so che sono due cose che spaventano tanto. Ma non avere paura di
p p
avere paura. Perché se proprio devi avere paura di qualcosa, temi il
rimanere fermo. Trema di fronte all’immobilità. Perché quando
rimani fermo, quando non riesci ad andare né avanti né indietro,
perché hai paura che qualcosa possa farti stare male, diventi un
ibrido. Certo, non sei mai veramente triste, non hai mai veramente
paura. Ma, allo stesso modo, non sei mai veramente felice. È
l’immobilità a doverti spaventare da morire, è lì che deve andare la
tua paura. Perché quel modo di vivere toglie tu e le cose belle e
bru e che la vita può portare. Ti toglie tu o. E allora tu puoi
decidere adesso se vale la pena vivere il bello e il bru o della vita,
oppure restare immobile senza provare mai qualcosa per davvero.
Va bene in ogni caso, la risposta è solo tua.
Non posso dirti cosa sia giusto o sbagliato, non sarò mai il tipo di
persona che parla al le ore per cercare di convincerlo. Posso dirti
però che io a un certo punto mi sono mossa, non sono più rimasta
ferma e ogni giorno affronto le mie paure, la mia tristezza e so
un’unica cosa con certezza: che ne vale proprio la pena. Vale la pena
di essere tristi ogni tanto, o avere paura di qualcosa, o arrabbiarsi per
le ingiustizie, perché l’insieme di tu e queste emozioni ti fa vivere
davvero. E se potessi parlare alla me di dieci anni fa mi direi: “Julia,
ti stai perdendo le cose più belle della vita per paura di affrontare
quelle più bru e”.
Ho parlato spesso dell’adesso: in questo momento è tu o quello
che hai. In questo momento tu stai leggendo le mie parole, hai gli
occhi sul mio libro e io spero con tu o il mio cuore che per te la fine
di queste pagine possa essere l’inizio di qualcosa di molto più
importante. Perché tu o quello che ti serve è nelle tue mani.
Ringraziamenti

Dedico questo libro a chi ha pianto di no e per non vedere le sue


lacrime nel buio; a chi ha de o «Sto bene» sentendo un nodo in gola.
A chi non ha smesso di guardare negli occhi la vita anche quando i
suoi pensieri lo portavano via; a chi ha urlato così tanto da non avere
più voce per chiedere aiuto. A chi ha il coraggio di ridere forte
quando c’è silenzio e di stare in silenzio mentre tu i ridono. A chi ha
lo ato e ha vinto. A chi ha perso, ma non ha smesso di lo are mai. A
chi si è fidato di me, e io custodisco quella fiducia come il tesoro più
prezioso al mondo. A chi ha trovato nelle mie parole esa amente
quello che stava cercando. A chi non sme e di cercare mai.
All’uomo che ho scelto, per il tempo che la vita ci ha regalato
insieme. Al mio migliore amico per tu e le volte che sono riuscita a
ridere e a piangere quando nessuna delle due cose mi sembrava
possibile.
A Chloe e la sua voglia di imporsi sul mondo, che mi ricorda di
lo are per quello in cui credo.
A Chris e la sua dolcezza, che mi ha insegnato ad avere pazienza
nell’amore e rispe o del tempo.
A te che hai nelle tue mani le mie parole e che andrai per il mondo
avendo dentro di te una parte di me.
Questo ebook contiene materiale prote o da copyright e non può essere copiato,
riprodo o, trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o
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di Julia Elle
© 2020 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788835703327

COPERTINA || PROGETTO GRAFICO: GAIA STELLA DESANGUINE


«L’AUTRICE» || FOTO © MANUEL BIFARI
Indice

Copertina
L’immagine
Il libro
Frontespizio
È nelle tue mani
Tu sei felice?
La tua felicità parte da te
1. Una meravigliosa strada che porta alla felicità
2. La forza dirompente della comunicazione
3. Vivere meglio cominciando da oggi
Conclusioni
Ringraziamenti
Copyright