EDDA POETICA
LJÓÐA EDDA
EDDA POETICA
LJÓÐA EDDA
EDDA POETICA
La poesia eddica
La scoperta del canzoniere eddico
Il Codex Regius
Il Codex Arnamagnæanus
Le altre fonti
I poemi eddici in Snorri
Eddica minora
Età, provenienza e contesto
Materiale e stile
Metrica
I poemi eddici a confronto
Edizioni italiane
Bibliografia
La poesia eddica
Con l'espressione «poesia eddica» si indica una scuola poetica fiorita in Islanda tra il IX e l'XI secolo,
attestata da un certo numero di composizioni anonime, di argomento mitico o eroico; e dunque ben distinta –
in termini di argomento, metro e stile – dalla successiva poesia scaldica.
In senso più specifico, l'espressione «poesia eddica» viene spesso ristretta alle ventinove composizioni
contenute nel manoscritto oggi conosciuto come Codex Regius della Ljóða Edda. Quest'ultima definizione è
però meno rigorosa, in quanto circoscrive un genere letterario al contenuto di un singolo codice e non
piuttosto sulla base delle sue caratteristiche formali. Questa imprecisione pesa tuttora sulla classificazione
dei poemi eddici, il cui corpus viene talvolta distinto in «Edda poetica» (le composizioni contenute
nel Codex Regius) ed «Edda minore» (le composizioni affini attestate in altre fonti).
Scoperta del canzoniere eddico
Nel 1643, l'erudito Brynjólfur Sveinsson (1605-1675), vescovo nella diocesi di Skálholt, in Islanda, venne in
possesso di un codice medievale nel quale erano contenuti ventinove poemi mitologici, incentrati sugli dèi e
gli eroi della tradizione pagana.
Brynjólfur Sveinsson
Brynjólfur era un collezionista di antichi manoscritti e possedeva già un prezioso codice trecentesco
dell'Edda di Snorri Sturluson (1179-1241), un manuale per apprendisti scaldi nel quale venivano citate
numerose strofe tratte dagli antichi poemi mitologici. Il vescovo si accorse che il nuovo manoscritto
conteneva, in forma completa, i medesimi poemi citati da Snorri, e ritenne di possedere la raccolta da questi
consultata per la compilazione della sua Edda. Poiché al nuovo manoscritto mancava un titolo, Brynjólfur lo
intitolò anch'esso «Edda», stabilendo così un legame ideale con l'opera di Snorri.
Ma alla nuova «Edda» occorreva anche un autore e Brynjólfur pensò che un'opera così importante non
potesse che essere stata compilata dal sacerdote Sæmundr Sigfússon inn fróði (1056-1133), che la tradizione
ricordava per la vasta erudizione e per aver scritto una Historia regum norvegicorum, «Storia dei re
norvegesi», in latino. Sebbene al tempo di Brynjólfur quest'opera fosse già andata perduta, se ne conosceva
il contenuto grazie al Nóregs konungatal, il «Catalogo dei re di Norvegia», un poema dinastico-genealogico
composto intorno al 1190, ed era noto che fosse servita come fonte per diversi scrittori successivi, compreso
lo stesso Snorri. Brynjólfur fece copiare il manoscritto e, poiché esso era privo titolo, scrisse di proprio
pugno sulla copia la pomposa epigrafe Edda Sæmundi Multiscii, «l'Edda del sapientissimo Sæmundr».
Da allora, si usa distinguere tra la raccolta detta «Edda poetica» [Ljóða Edda], «Edda di Sæmundr»
[Sæmundar Edda] o «Edda antica» [Eldri Edda], e l'opera di Snorri detta «Edda in prosa» [Prose Edda],
«Edda di Snorri» [Snorra Edda] o «Edda giovane» [Yngri Edda].
Nel 1650, re Frederik III di Danimarca (♔ 1648-1670) chiese a Brynjólfur di assumere l'incarico di storico
reale, al posto dell'erudito Stephan Hansen Stephanius, morto quello stesso anno. Il vescovo ricusò la
nomina, ma promise al re che avrebbe fornito alla biblioteca reale una quantità di antichi manoscritti
islandesi. Fu così che, nel 1662, il codice della Ljóða Edda e quello della Prose Edda, fino ad allora
posseduti da Brynjólfur, giunsero in Danimarca in dono a re Frederik e, per tale ragione, furono poi
conosciuti come Codices Regii.
Dalla vecchia collezione reale [Gammel kongelig samlin], i due manoscritti passarono poi alla Biblioteca
Reale di Copenhagen, dove vennero registrati con le segnature GKS 2365 4° (la Ljóða Edda) e GKS 2367
4° (la Prose Edda).
Il manoscritto della Ljóða Edda sarebbe ritornato in Islanda solo il 22 aprile 1971, dopo una lunga e
complessa vicenda giudiziaria che si concluse con l'impegno da parte della Danimarca di restituire tutti quei
manoscritti che potessero essere considerati patrimonio culturale della lontana isola nord-atlantica. Nel 1985
anche il manoscritto della Prose Edda tornò in Islanda. Entrambi i codici sono ora custoditi nella biblioteca
dell'Istituto Árne Magnússon, a Reykjavík, dove ci si riferisce a essi come al «Codex Regius dell'Edda
poetica» [Konungsbók Eddukvæða] [R] e al «Codex Regius dell'Edda di Snorri» [Konungsbók Snorra-
Eddu] [Rs].
Che i due codici abbiano lo stesso nome, come le due opere in essi contenute, non deve però trarre in
inganno. A rigore, il nome «Edda» appartiene di diritto soltanto all'opera di Snorri; fu il vescovo Brynjólfur
a estendere impropriamente questo titolo alla raccolta da lui trovata. Che i due manoscritti siano oggi
conosciuti come Codex Regius dipende soltanto dalle circostanze storiche, in quanto entrarono entrambi a
far parte della collezione di re Frederik III. Ma detto questo, i due manoscritti sono originariamente
indipendenti e non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro.
Il Codex Regius
Il Codex Regius della Ljóða Edda − il manoscritto scoperto da Brynjólfur Sveinsson nel 1643 − può essere
considerato il cuore della poesia eddica. Di aspetto quasi insignificante, questo codice è composto di 45
fogli, con una lacuna di sedici pagine dopo il trentaduesimo. Contiene ventinove composizioni di argomento
mitologico ed eroico.
Pagina del Codex Regius, GKS 2365 4°. Dal sito dell'Istituto Árne Magnússon
Il Codex Regius risale alla seconda metà del XIII secolo e certamente non fu compilato da Sæmundr
Sigfússon, il quale era vissuto due secoli prima. Si ritiene che il nucleo del manoscritto risalga ai primi del
1200, pressappoco al periodo in cui anche Snorri compilava la sua Edda. Gli studi paleografici hanno
evidenziato che il Codex Regius si formò per successiva aggiunta di materiale, assemblato in tempi
successivi e secondo diversi principi editoriali. Certamente alcuni editori lavorarono con meno scrupoli di
altri, intervenendo nel testo, sostituendo passaggi in versi con riassunti in prosa, e mettendo insieme strofe di
diversa origine intorno a specifici nuclei tematici.
Fu però sicuramente unico il compilatore finale del codice, come si evince dall'attenta cura con cui i poemi
sono ordinati nel manoscritto: prima i dieci mitologici, poi i diciannove di argomento eroico. Questi ultimi
sono disposti secondo un preciso criterio cronologico: prima il canto su Vǫlundr, che ha un suo proprio
argomento; poi i tre poemi incentrati sull'eroe Helgi; infine il lungo ciclo su Sigurðr e i Niflungar. I brani
sono collegati da passi in prosa, i quali forniscono chiarimenti e colmano le lacune.
Questo il contenuto del Codex Regius [R]:
CANTI MITOLOGICI
CANTI EROICI
Ciclo di Helgi
La seconda fonte, in ordine di importanza, per la nostra conoscenza sulla poesia eddica, è il frammentario
manoscritto conosciuto come Codex Arnamagnæanus [A], oggi custodito nella biblioteca dell'Istituto Árne
Magnússon, a Reykjavík, con la segnatura AM 748 I 4°. Di questo codice, redatto agli inizi del XIV secolo,
cioè pochi anni dopo la redazione finale del Codex Regius, si sono conservati soltanto sei fogli, per un totale
di sette poemi, tutti di argomento mitologico:
Pagina del Codex Arnamagnæanus, AM 748 I 4°. Dal sito dell'Istituto Árne Magnússon
Solo i primi tre poemi sono completi. I tre seguenti presentano lacune più o meno vistose, mentre
dell'ultimo, il Vǫlundarkviða, rimangono solo il prologo in prosa e l'incipit. Sei delle sette composizioni
sono conosciute anche al Codex Regius, con varianti minime. La rimanente, il Baldrs Draumar, è invece
attestata solo nel Codex Arnamagnæanus, dettaglio che rende questo manoscritto di valore inestimabile.
Naturalmente non è possibile sapere quale fosse l'estensione del codice originale e quali altri poemi
contenesse.
Le altre fonti
Altri manoscritti riportano dei poemi eddici, anche se nessuno di essi è ricco e vario come il Codex Regius e
il Codex Arnamagnæanus. Ad esempio, la Vǫluspá è attestata anche nell'Hauksbók [H] di Hauk Erlendsson
(prima metà del XIV secolo), in una versione la cui scansione in strofe è diversamente organizzata da quella
del Codex Regius.
Tra le fonti eddiche si ricorda poi il Flaytejarbók [F]. Un tempo custodito nella Biblioteca Reale di
Danimarca, questo codice è stato restituito all'Islanda insieme al Codex Regius e oggi si trova anch'esso nella
biblioteca dell'Istituto Árna Magnússon, con la segnatura GkS 1005 fol. Il Flaytejarbók consta di ben 225
fogli, vergati con cura e splendidamente illustrati. Questo preziosissimo manoscritto contiene alcune delle
più belle saghe storiche, tra cui la Óláfs saga Tryggvasonar, «Saga di Óláfr Tryggvason», la Óláfs saga
Helga, «Saga di Óláfr il santo», la Sverris saga, «Saga di Sverri», e la Hákonar saga Hákonarsonar, «Saga
di Hákon»; contiene inoltre diversi interessantissimi racconti, tra cui il Vǫlsa þáttr, «Racconto del fallo»,
il Nornagests þáttr, «Racconto di Nornagestr», e alcune composizioni poetiche di argomento religioso.
Riguardo ai poemi eroico-mitologici, il Flaytejarbók ne riporta soltanto tre, di cui due,
il Reginsmál e l'Helreið Brynhildar, sono presenti anche nel Codex Regius; il terzo, l'Hyndluljóð, si trova
solo in questo manoscritto e viene così ad aggiungersi a un ideale corpus della poesia eddica.
Un'altra importantissima fonte eddica è rappresentata dalla Prose Edda di Snorri Sturluson, scritta tra il
1222 e il 1225. La prima parte di questo manuale di arte scaldica, il Gylfaginning, è un vero e proprio
trattato di mitologia, materia evidentemente considerata indispensabile al bagaglio culturale dell'apprendista
poeta. Nel narrare la creazione e distruzione del cosmo, la fisionomia degli dèi e le loro imprese, Snorri fa
puntualmente riferimento ai poemi eddici, soprattutto alla Vǫluspá, al Vafþrúðnismál e al Grímnismál (i più
importanti dal punto di vista dell'erudizione mitologica), riportandone a più riprese dei lunghi passi. Le
strofe citate non hanno alcuna pretesa di continuità o di completezza: compaiono a scopo unicamente
illustrativo, come fonte e testimonianza del racconto prosastico di Snorri.
Snorri Sturluson
Il vescovo Brynjólfur Sveinsson riteneva che Snorri avesse attinto direttamente al Codex Regius. Sappiamo
che non è così, sia perché il Codex Regius è stato ultimato almeno mezzo secolo dopo la composizione
dell'opera di Snorri, sia perché i versi citati da Snorri presentano, in molti punti, delle varianti rispetto a
quelli contenuti nella Ljóða Edda. Addirittura, Snorri completa una strofa mutila sia in R che
in A (Vafþrúðnismál [31]).
Dunque Snorri aveva a sua disposizione il testo di numerosi poemi eddici, ma provenienti da una fonte
diversa dal Codex Regius. Ciò rende le varianti che egli fornisce degne della massima attenzione. Ma la
principale ragione per cui l'opera di Snorri risulta straordinariamente importante per la nostra comprensione
dei poemi eddici è dovuta al fatto che egli ne spiega le parti più complesse e sviscera molti dei miti a cui essi
fanno riferimento. Senza i suoi chiarimenti e le sue osservazioni, buona parte della poesia eddica
risulterebbe per noi del tutto incomprensibile.
Se la Vǫluspá, il Vafþrúðnismál e il Grímnismál erano noti da Snorri in una forma molto simile a quella
del Codex Regius, la stessa cosa non si può dire per altri poemi. Snorri cita ad esempio una strofa tratta
dal Lokasenna (Gylfaginning [20d {29}]) che sembra essersi originata da un collage di strofe differenti nella
versione attestata in R. È anche possibile che Snorri non conoscesse la Þrymskviða, la cui vicenda è del tutto
ignorata nella sua Edda. Forse non conosceva nemmeno la Dissertazione sulle rune presente nell'Hávamál,
in quanto non fa alcun accenno né dà alcuna spiegazione alle oscure strofe sull'autosacrificio di Óðinn.
Inoltre Snorri cita alcuni versi da un poema, non contenuto nel Codex Regius, a cui dà il titolo di Vǫluspá in
skamma, la «Breve profezia della veggente»; questa composizione, che egli aveva probabilmente conosciuto
come poema indipendente, è stata poi interpolata nell'Hyndluljóð, poema contenuto nel Flateryjarbók. Il
fatto che Snorri non citi brani dei poemi eroici (a parte un breve passo dal Fáfnismál), fa pensare che egli
avesse a disposizione una piccola raccolta di composizioni esclusivamente mitologiche, assai simile
al Codex Arnamagnæanus.
Ma Snorri cita anche diversi brani tratti da composizioni che non ci sono pervenute. È il caso del breve e
bellissimo scambio di battute tra tra Njǫrðr e Skaði (Gylfaginning [23b-23c {33-34}]); o della scena dove
i Vanir osservano Gná volare nell'aria sul suo destriero (Gylfaginning [35p-35q {40-41}]); o della cinica
risposta di Þǫkk agli ambasciatori che vengono a chiederle di piangere la morte
di Baldr (Gylfaginning [49y {52}]). In un caso, Snorri fornisce persino il titolo di un'opera ormai perduta,
l'Heimdallargaldr, l'«Incantesimo di Heimdallr», di cui fornisce un unico verso (Gylfaginning [27c {38}]).
Infine, nella seconda parte del suo libro, lo Skáldskaparmál, Snorri cita integralmente una composizione
non riportata da nessuna altra fonte, il Grottasǫngr, la «Canzone del [mulino] Grotti».
Eddica minora
Poiché il Codex Regius identifica la raccolta della Ljóða Edda, ci si riferisce al complesso dei composizioni
provenienti da altre fonti come Eddica minora. Si tratta tuttavia di una distinzione effettuata sulla base delle
composizioni contenute nel manoscritto principale o da esso escluse, e non ha alcuna pretesa filologica.
I due poemi più importanti classificati come Eddica minora sono il Baldrs Draumar, contenuto nel Codex
Arnamagnæanus, e l'Hyndluljóð, presente nel Flateyjarbók. Entrambi non stonerebbero affatto accanto a
quelli del Codex Regius, e molte edizioni della Ljóða Edda giustamente li comprendono. Anche
il Grottasǫngr è annoverato nell'Eddica minora.
Il Codex Wormianus [W], uno dei quattro manoscritti della Prose Edda di Snorri, tramanda un altro poema
eddico, la Rígsþula o «Sequenza di Rígr», di cui è l'unica fonte.
Altri poemi esclusi dai manoscritti principali si trovano inclusi in alcune saghe. Ad esempio,
il Darraðarljóð, «Canto dello stendardo», è conservato nella Njáls saga. Il Gátur Gestumblinda, «Enigmi di
Gestumblindi», il Hlǫðskviða, «Carme di Hlǫðr» (o «Battaglia tra Goti e Unni»), e l'Hervararljóð, «Canto di
Hervǫr» (o «Risveglio di Angantýr»), provengono dalla Hervarar saga ok Heiðreks.
Altre composizioni riconducibili al genere delle poesia eddica ci giungono da codici più tardi. Dei
manoscritti del XVII secolo conservano lo Svipdagsmál, o «Discorso di Svipdagr», un lungo poema che si
ritiene essere una combinazione di due composizioni originariamente distinte: il Grógaldr, «Incantesimo di
Gróa», e il Fjǫlsvinnsmál, «Discorso di Fjǫlsviðr», legate tra loro dalla figura del protagonista Svipdagr.
A quest'ultimo gruppo, possiamo ancora aggiungere due titoli, il Rafnagaldr Óðins, «Incantesimo dei corvi
di Óðinn», e il Sólarljóð, «Canto del sole», composizioni a cui la maggior parte dei filologi guarda con
prudente sospetto.
EDDICA MINORA
Tra i problemi che la poesia eddica pone ai filologi, assai dibattuti sono quelli riguardanti l'età e l'origine
delle singole composizioni, le relazioni interne tra i vari testi, le relazioni tra questi e altre opere nel
panorama letterario germanico, e infine i possibili rapporti con le opere classico-cristiane.
Riguardo all'età dei poemi, è evidente che questi sono assai più antichi dei manoscritti che li contengono. Ad
esempio, se il Codex Regius è stato ultimato nella seconda metà del XIII secolo, le evidenze linguistiche
mostrano che i poemi in esso contenuti risalgono a un ampio periodo tra l'800 e il 1200, con un culmine nel
X secolo. Detto questo, stabilire una precisa data di composizione per i singoli poemi non è affatto agevole,
perché lo studio delle forme linguistiche si limita a registrare la fase finale nella trasmissione dei testi e non
la loro antichità. Quello che il Codex Regius e gli altri manoscritti ci tramandano, insomma, non è la forma
«originale» dei poemi, ma la versione conosciuta e memorizzata dai redattori del XIII secolo.
Il fatto che non siano stati tramandati i nomi degli autori potrebbe indicare che i poemi siano stati trasmessi
oralmente per un tempo imprecisato, prima di essere registrati. Qualche studioso ha voluto definirli con il
nome di þulir o «sapienti», avanzando l'ipotesi che formassero un corpo di poeti esperti di miti, in seguito
soppiantati e respinti dagli skáld o poeti d'arte. Fuor di dubbio è che tra un genere e l'altro esistono notevoli
differenze di tecnica; le composizioni della Ljóða Edda sono caratterizzate da una grande semplicità verbale
che impiega in misura minima i sinonimi e le kenningar, al perfetto contrario dell'involuta poesia scaldica
fiorita in Islanda a cavallo del 1000. Tutto questo contribuisce a retrodatare l'età dei poemi a un'antichità
ancora più remota.
In quanto al luogo di composizione, è evidente che, nella forma in cui ci sono pervenuti, tali poemi siano
stati composti nella maggior parte dei casi in Islanda. L'Atlakviða in grǿnlenzka e l'Atlamál in
grǿnlenzka pare siano stati composti in Groenlandia; la Rígsþula mostra invece, nel nome del suo
protagonista (Rígr è epiteto di Heimdallr), un'influenza celtica (deriva infatti dal gaelico ríg «re»), e
potrebbe essere stato composto in una colonia scandinava in Irlanda. Di nuovo però queste conclusioni non
esauriscono il problema della provenienza, perché è evidente che i poemi eddici non siano originari
dell'Islanda. Bastano d'altronde i molti riferimenti a querce, abeti e betulle, piante non presenti in Islanda,
per mostrare come tali poemi, insieme all'intera mitologia che sottendono, abbiano provenienza continentale.
Lo stesso può dirsi di lupi, cervi, orsi e picchi, tutti animali ben presenti nei poemi eddici ma non
nell'ecosistema islandese. Dunque, se anche i poemi eddici ricevettero la loro ultima stesura definitiva in
Islanda tra l'XI e il XIII secolo, è evidente che il loro materiale di base – costituito da canti mitici ed eroici
trasmessi oralmente – era stato portato dalla Norvegia tra la fine del IX e nel corso del X secolo.
Un raffronto tra i poemi eddici e analoghe composizioni provenienti dal resto dell'area germanica rivela una
sostanziale unità di registri poetici e argomenti.
Ad esempio, le strofe iniziali della Vǫluspá mostrano strettissime affinità con la Wessobrunnen Gebet,
«Preghiera di Wessobrunn» (VII-VIII sec.), una composizione cristiana in antico alto tedesco, dettaglio che
suggerisce l'esistenza di un antichissimo canto germanico della creazione confluito nella redazione di
entrambi i testi. Inoltre, alcuni eroi della Ljóða Edda sono attestati in tutta l'area germanica.
Infine, molti motivi presenti nei canti eddici mostrano strati compositi, di diversa origine e provenienza.
La Vǫluspá rivela l'influsso degli Oracula Sibyllina (così come il Mūspilli bavarese ne è la riscrittura alla
luce dell'escatologia cristiana). Alcune parti dell'Hávamál mostrano la possibile influenza dei Disticha
Catonis. Si tratta insomma di testi piuttosto complessi, che affondano le loro radici nel profondo del
substrato germanico. Forse la loro origine più remota va cercata in quei barditus che, secondo Tacito, erano
l'unica forma di documentazione storica degli antichi Germani (Germania [3]).
Materiale e stile
Per quanto la poesia eddica sia un genere letterario ben definito, non bisogna dimenticare che le
composizioni al suo interno sono piuttosto eterogenee, mostrando una straordinaria varietà di temi e forme
poetiche, con scelte espressive a volte molto lontane le une dalle altre. I poemi stessi sono classificati
secondo una varietà di sottogeneri: abbiamo il discorso [mál], il canto [ljóð], il carme [kviða], la profezia
[spá], la canzone [sǫngr], il lamento [grátr], l'esposizione erudita [þula] e persino l'insulto [senna], ciascuno
con proprie caratteristiche formali e metriche.
Un buon numero di poemi eddici appartengono al sottogenere del «discorso» (col termine mál si indicano
tutte le forme del parlato orale), specializzato nel riportare le parole pronunciate dai personaggi mitologici.
Il sottogenere del «discorso» è composto esclusivamente di parole pronunciate in prima persona, senza alcun
narratore esterno. In certi casi (come nel Reginsmál) vi sono degli inserti in prosa che spezzano il flusso del
dialogo, ma si tratta con ogni probabilità di interpolazioni esplicative aggiunte dai redattori del manoscritto.
Questi poemi possono consistere tanto in monologhi quanto in dialoghi a due o più voci, fino ad arrivare al
record di sedici voci che battibeccano nel Lokasenna. I discorsi si presumono pronunciati in occasione di
eventi ben precisi e in genere sottendono un contesto narrativo. Anche i monologhi sono rivolti a personaggi
che, pur presenti nella finzione drammatica, non prendono parte al discorso.
Ad esempio, nel Grímnismál, Óðinn (celato sotto l'epiteto di Grímnir) svolge l'intera sapienza cosmologica a
vantaggio di re Geirrøðr e suo figlio, i quali però non intervengono mai. Dunque i vari «discorsi» non si
rivolgono mai direttamente agli ascoltatori, ma sono sempre calati in una cornice narrativa. Unica eccezione
è costituita dall'Hávamál, poema sorto dalla giustapposizione di un certo numero di composizione distinte,
nel quale Óðinn sembra riferirsi direttamente al pubblico (a parte una breve sezione in cui il destinatario è un
certo Loddfáfnir). Tutto ciò mostra un notevole grado di complessità drammaturgica.
Riguardo agli argomenti dei «discorsi», essi sono piuttosto vari. L'Hávamál riporta perlopiù massime di
saggezza medievale sul modo di comportarsi nei vari casi della vita. Il Grímnismál e
il Vafþrúðnismál svolgono argomenti di erudizione mitologica e cosmologica, dando molte informazioni
sulla struttura dell'universo, le dimore degli dèi, la nascita del mondo e il suo incendio finale.
Nel Sigrdrífumál, la valchiria, appena risvegliata dal suo sonno incantato, istruisce Sigurðr sul corretto uso
delle rune. Il sapiente nano interrogato da Þórr nell'Alvíssmál fornisce gli heiti (le denominazioni poetiche)
degli elementi della terra e del cielo. Dunque, seppur calati in un contesto narrativo, raramente i «discorsi» si
riferiscono alle vicende in questione; al contrario, le loro voci narranti (Óðinn, Vafþrúðnir, Þórr, Alvíss,
la vǫlva) sono finalizzate a fornire un sostegno adeguato all'altezza degli argomenti trattati.
Sono assai rari i «discorsi» in cui il dialogo sia finalizzato alla narrazione. Un esempio è fornito
dallo Skírnismál, in cui Freyr manda il suo servitore come pronubo presso la gigantessa di cui è
innamorato; Skírnir dialoga successivamente con tutti i personaggi incontrati nel corso del viaggio, e il
culmine della vicenda si ha in un lungo monologo in cui elenca a Gerðr gli sgradevoli incantesimi che le
getterà addosso se non acconsentirà alla richiesta di matrimonio. Il Lokasenna ha invece luogo durante il
banchetto funebre di Baldr e tratta di un lungo e vivace scambio di ingiurie tra Loki e gli altri dèi. La forma
narrativa è qui finalizzata all'esposizione dei dettagli meno nobili delle biografie divine. Il ritratto impietoso
degli dèi non è però dovuto − com'è stato detto − a una tarda influenza cristiana, perché si tratta anche in
questo caso di un vero e proprio esercizio di erudizione mitologica, al quale non è estraneo il gusto per lo
scherno e la beffa.
Assai affini ai «discorsi» sono i canti caratterizzati dalla parola ljóð «canto» (cfr. tedesco Lied, inglese lay),
di cui il corpus eddico presenta però un numero limitato di esempi. Uno è l'Hárbarðsljóð, un serratissimo
dialogo tra Þórr e un traghettatore a nome Hárbarðr (di nuovo Óðinn) che rifiuta di accoglierlo in barca:
ciascuno dei due ricorda all'altro le sue imprese meno eroiche, e così facendo vengono citati molti miti di cui
si è persa memoria. Vi è poi l'Hyndluljóð (non presente nel Codex Regius), dove Freyja dialoga con la
veggente Hyndla.
Assai diverso è invece il sottogenere della kviða, «carme» o «ballata». Tali composizioni sono un misto di
narrazione e dialogo, dove la narrazione è data in terza persona e il dialogo è funzionale al racconto e
riferisce le parole scambiate dai personaggi coinvolti. Questo sottogenere è assai raro tra le composizioni
strettamente mitologiche: vi appartengono soltanto l'Hymiskviða (racconto in versi di un mito riportato
anche da Snorri, la pesca di Þórr del serpente Jǫrmungandr) e il Þrymskviða (sorta di grottesca ballata
dove Þórr si reca travestito da sposa nella dimora del gigante Þrymr). La kviða è invece diffusa soprattutto
tra i canti eroici, nei quali ha valore predominante la vicenda in sé e non il dato erudito.
Nei vari esempi di questo sottogenere, il rapporto tra narrazione e dialogo può assumere diversi tipi di
equilibrio. Nella maggior parte dei casi, come abbiamo detto, il dialogo è parte integrante della narrazione.
Ad esempio, l'Atlakviða in grǿnlenzka è un continuo alternarsi tra strofe narrative e strofe dialogiche, nelle
quali si traccia una delle più cupe vicende del ciclo nibelungico: il re unno cattura i
cognati Hǫgni e Gunnarr e li tortura fino alla morte per farsi rivelare dove abbiano nascosto l'oro del Reno;
la sua sposa Guðrún li vendica imbandendo ad Atli un banchetto con la carne dei suoi stessi figli, quindi dà
fuoco alla reggia. In altri poemi, la narrazione è invece quasi interamente affidata al dialogo.
Il Sigurðarkviða in skamma, dopo una breve sezione introduttiva, consiste quasi completamente in un lungo
monologo di Guðrún − a tratti interrotto da inserti descrittivi − in cui ella ricapitola il dramma del suo
sposo Sigurðr, ucciso in una congiura; il racconto è quasi tutto affidato alle parole di Guðrún, che riporta
anche i dialoghi delle persone implicate nella vicenda.
Come si vede, al genere della poesia eddica appartengono composizioni molto diverse tra loro, come genere,
voce narrante o contenuto. Quest'ultimo può variare dal poema epico alla ballata burlesca, dall'esposizione
erudita al contenuto gnomico-sentenzioso. In tutti i casi, di rado i poemi affrontano direttamente gli
avvenimenti in forma narrativa, ma spesso preferiscono procedere per accenni, attraverso le voci narranti
degli stessi personaggi, spesso prediligendo forme oscure ed ellittiche. Questo crea a volte pesanti problemi
d'interpretazione ai moderni esegeti, dovuti al fatto che viene trattata una materia mitico-leggendaria ben
conosciuta e presente ai suoi fruitori, ma che per noi è ormai perduta da mille anni.
Metrica
La caratteristica principale del verso eddico è l'uso dell'allitterazione: il ripetersi meccanico di parole che
iniziano con lo stesso suono, utilizzata a fini mnemotecnici non meno che espressivi. Ad esempio,
in Vǫluspá [45g-j]:
...skeggǫld, skalmǫld, | skildir klofnir,
vindǫld, vargǫld, | áðr verǫld steypisk...
L'allitterazione non è un fenomeno estetico fine a sé stesso, ma uno dei cardini su cui poggia
l'organizzazione del verso eddico. Il verso principale della poesia scandinava è il «verso lungo», diviso da
una cesura centrale in due semiversi. L'allitterazione non solo crea un ritmo interno, ma conduce l'attenzione
dell'ascoltatore sulla parola che funge da «chiave di volta» del verso stesso. Ad esempio, troviamo
nell'Atlakviða in grǿnlenzka [22a-b]:
Il secondo semiverso (...Hjalla or brjósti «...dal petto di Hjalli») fissa [h] come consonante allitterante,
facendo risaltare il medesimo suono nel semiverso che la precede (skaro þeir hjarta... «strapparono il
cuore...»). «Cuore» [hjarta] è la parola-chiave su cui poggia il significato del verso. Le parole norrene −
composte per la maggior parte di una o due sillabe − hanno di regola l'accento sulla prima sillaba, dettaglio
che, combinandosi con l'allitterazione, contribuisce alla sonorità e al tipo ritmico (Scardigli ~ Meli 1982). In
questo caso abbiamo un metro di tipo trocaico:
⏐⏑⏑⏐⏑ ⏐⏑⏑⏐⏑
I poemi eddici sono composti di due tipi di metri principali: il fornyrðislag e il ljóðaháttr. Il fornyrðislag o
«metro epico» (da forn yrðis «parole antiche») consiste, nella sua forma canonica, in una quartina di quattro
«versi lunghi», ciascuno dei quali − abbiamo visto − è a sua volta composto da due semiversi. Un ottimo
esempio da Vǫluspá [1]:
Hljóðs biðk allar | helgar kindir,
meiri ok minni | mǫgu Heimdallar;
vildu at, Valfǫðr, | vel fyr teljak
forn spjǫll fira, | þaus fremst of man.
Una variante del «metro epico» è il málaháttr o «metro dei discorsi», i cui semiversi consistono di sei
sillabe invece che di quattro. Nell'ambito del corpus eddico troviamo quest'ultimo metro attestato
unicamente nell'Atlamál in grǿnlenzka. È probabile che gli ascoltatori islandesi non fossero in grado di
distinguerlo dal fornyrðislag, anche se Snorri, nel suo Háttatal, li individua.
Il secondo metro in ordine di frequenza è il ljóðaháttr o «metro dei canti». Nella sua forma canonica, esso
consiste in una quartina dove due «versi lunghi» (a loro volta composti da due semiversi) si alternano a due
«versi pieni» (composti da un solo semiverso di cinque o più sillabe). Si tratta di un metro che forse risente
alla lontana del distico elegiaco od epigrammatico latino. Un ottimo esempio dal Vafþrúðnismál [1]:
Per quanti i metri eddici tendano a strutturarsi in quartine, vi sono esempi in cui sia il fornyrðislag che
il ljóðaháttr presentano dei versi aggiuntivi, sia «lunghi» che «pieni», soprattutto nelle parti più arcaiche
del corpus. In realtà, la «quartina» è una struttura metrica che non appartiene alla poesia norrena, la quale
avverte, come unità sintattica della strofa, non tanto la strofa quanto la semistrofa [helming]. Nella poesia
eddica, infatti, ogni strofa può essere idealmente divisa in due semistrofe, ciascuna delle quali è di senso
compiuto. Mettiamo a raffronto, in traduzione, i già citati Vǫluspá [1] e Vafþrúðnismál [1].
Ascolto io chiedo a tutte | le sacre stirpi, Ora consigliami, Frigg, | di andare ho gran voglia
maggiori e minori | figli di Heimdallr. a trovare Vafþrúðnir.
Tu vuoi che io, o Valfǫðr, | compiutamente narri Confesso che son curioso | di disputare sulle cose
le antiche storie degli uomini | quelle che prima remote
ricordo. con quel gigante onnisciente.
Questa distinzione delle strofe in helmingar sembra essere una costante della poesia norrena. È d'altronde
provato che rarissimamente (otto casi su 383) vi siano collegamenti sintattici che si estendono oltre i confini
del distico. All'associazione di due versi (due «lunghi», oppure uno «lungo» e uno «pieno»), corrisponde per
regola una frase di senso compiuto. Ma non si tratta di un semplice enjambement, ma più di una
concatenazione logico-sintattica fra due versi (Scardigli ~ Meli 1982). Troviamo ad esempio
in Vǫluspá [19a-d]:
Qui, il secondo verso dipende dal primo. In altre parole, anche se ciascun verso di una helming ha una sua
autonomia relativa, il secondo non può prescindere dal primo. L'helming può dunque essere considerata
l'equivalente verticale di quello che è il verso pieno in orizzontale. È una struttura sintatticamente
autosufficiente, in cui si stabiliscono legamenti gerarchici tra i due versi, e tra i due semiversi che
compongono ogni verso.
Anche quando il numero dei versi di una strofa sia eccessivo o difettivo, vale sempre il principio della
distinzione degli helmingar in unità di senso compiuto. Ad esempio, in Hávamál [135] troviamo una strofa
irregolare formata dalla successione di tre versi lunghi e sette pieni, cioè tre helmingar distinti. Ciascuno è
un'unità di senso:
Ti consiglio, Loddfáfnir, | e tu accetta il consiglio,
ne trarrai beneficio se l'accetti,
bene ti verrà se l'accogli.
————
Se vuoi per te una buona femmina | parlale con dolci sussurri
e prendi piacere con lei.
————
Segue qui uno schema generale dei poemi che compongono la Ljóða Edda (compresa l'Eddica Minora),
mettendone a confronto varie caratteristiche: epoca di composizione, fonte, genere, metro e numero di
strofe. La sigla iniziale è quella che viene comunemente data a ciascuna composizione dai filologi e che è
facile trovare nella letteratura scientifica.
Lo schema è tratto, con qualche variazione, da quello fornito da Terry Gunnell (Gunnell 2005). La datazione
qui fornita per le singole composizioni, che in Gunnel è basata sulla ripartizioni dei poemi in «antichi» e
«tardi» (Sveinsson 1982), è invece quella fornita – tranne che per gli ultimi quattro casi – da Piergiuseppe
Scardigli e Marcello Meli nell'introduzione alla loro traduzione della Ljóða Edda (Scardigli ~ Meli 1982).
Edizioni italiane
Bibliografia
BELLOWS Henry Adams [trad.]. The Poetic Edda. Translated from the Icelandic with an
Introduction and Notes. American-Scandinavian Foundation, New York 1923.
BUGGE Sophus, Sæmundar Edda hins fróða. In: «Norrœœn fornkvæði». Christiania [Oslo] 1867.
CLEASBY Richard ~ VIGFÚSSON Guðbrandur, An Icelandic-English Dictionary. Oxford, 1874.
GERING Hugo [trad.], Die Edda. Die Lieder der sogenannten älteren Edda. Bibliographisches
Institut, Liepzig/Wien 1892, 1927.
GRUNDTVIG Nikolai Frederik Severin, Lidet om Sangene i Edda. København 1806.
GUNNELL Terry, Eddic Poetry. In: McTURK Rory [cura], Old Norse-Icelandic Literature and
Culture. Blackwell, Oxford 2005.
HILDEBRAND Karl von, Die Lieder der Älteren Edda. Schöningh, Paderborn 1876
JÓNSSON Finnur, Sæmundar Edda. Reykjavík 1926.
LEESTHAL Olga Gogala di [cura], Canti dell'Edda. UTET, Torino 1939.
MASTRELLI Alberto [cura], L'Edda. Carmi norreni. Classici della religione. Sansoni, Firenze 1951,
1982.
NECKEL Gustav, Edda. Die Lieder des Codex Regius nebst verwandten Denkmälern, Vol. I.
Heidelberg 1962.
NIEDNEL Felix, Edda Heldendichtung / Gǫtterdichtung. Diederichs, Jena 1962.
PRAMPOLINI Giacomo, Letterature germaniche insulari. In: Storia universale della letteratura,
vol. III. UTET, Torino 1949.
RASK Rasmus Christian [trad.], Sæmundar Edda. Stockholm 1818.
REICHBORN-KJENNERUD Ingjald, Lægerådene i den eldre Edda. In: «Maal og Minne». Novus
Forlag, Kristiania [Oslo] 1923.
SCARDIGLI Piergiuseppe [cura] ~ MELI Marcello [trad.], Il canzoniere eddico. Garzanti, Milano
1982.
SIJMONS Barend, Lieder der Edda. Halle 1906.
Titolo Vǫluspá, «Profezia della Veggente »
Genere Poema gnomico-sapienziale
Voci Monologo
Lingua Norreno
Epoca Composizione: Inizio X secolo
Redazione: XIII-XIV secolo
Manoscritti [R] Reykjavík, Stofnun Árna Magnússonar. Codex
Regius, ms. GKS 2365 4to
[H] Copenhagen, Det Arnamagnæanske Institut.
Hauksbók, ms. AM 544 4to
LJÓÐA EDDA
VǪLUSPÁ
Il poema
Le redazioni
L'esegesi
Genere e metrica
Edizioni italiane
Il poema
La Vǫluspá è il gioiello della Ljóða Edda, il primo dei due monologhi che aprono il grande canzoniere.
Opera di un poeta islandese di vigoroso talento, ancorché pagano, vissuto probabilmente intorno alla prima
metà del X secolo, la Vǫluspá si configura come la visione di una sinistra profetessa [vǫlva] che Óðinn ha
evocato affinché riveli per intero la sapienza nordica, i segreti delle cose primordiali e i destini del mondo. E
così, in una sessantina di strofe, la Veggente disegna la creazione dell'universo, racconta dell'età dell'oro e
della guerra che oppose gli Æsir ai Vanir, narra della morte di Baldr, vola dalle fonti del destino ai dirupi
infernali, dalle radici del frassino Yggdrasill ai confini del mondo, per concludersi col terrificante racconto
della distruzione, e quindi della rinascita, dell'universo. La Vǫluspá si configura insomma come una vera e
propria summa mythologiæ scandinava. Tra balenii epocali e schegge d'apocalisse, è senza alcun dubbio uno
più bei poemi mitologici di ogni tempo e di ogni paese.
Le redazioni
La Vǫluspá è giunta a noi conservata in due manoscritti: il Codex Regius [R] (XIII sec.), che è il manoscritto
più importante della Ljóða Edda, e l'Hauksbók [H] di Hauk Erlendsson (prima metà del XIV secolo). Le due
versioni divergono in alcuni dettagli e nell'organizzazione delle strofe (62 contro 59). Terza importante fonte
della Vǫluspá è la Prose Edda, che Snorri scrisse ispirandosi in buona parte al poema, riportando
integralmente 30 strofe e citandone indirettamente altre 16; anche qui vi sono delle interessantissime
varianti. Sembra che Snorri avesse sottomano una versione della Vǫluspá più precisa di quelle a nostra
disposizione, ragion per cui le varianti del testo che egli fornisce sono preziosissime.
La vǫlva (✍ 1893)
Carl Larsson (1853-1919)
Illustrazione (Sanders 1893)
L'esegesi
Detto questo, bisogna doverosamente aggiungere che la Vǫluspá non è un testo di semplice approccio. La
comprensione è resa ardua dal fatto che le varie scene non vengono narrate, ma piuttosto evocate, e sempre
con accenni rapidi ed ermetici. Se la Vǫluspá non ci è completamente oscura è soltanto grazie alla Prose
Edda di Snorri Sturluson, che col suo racconto preciso e dettagliato ci rende chiari molti passaggi che
altrimenti sarebbero stati incomprensibili. Infatti, quelle strofe della Vǫluspá per cui non abbiamo
riferimenti rimangono in buona parte enigmatiche.
La Vǫluspá presenta una lunga serie di passi problematici, su cui sono state proposte infinite congetture e
interpretazioni. Si ha l'impressione, probabilmente esatta, che la Vǫluspá sia in molti passi «corrotta» (per
usare un aggettivo caro ai filologi dell'Ottocento). Tali corruttele sono però più facili da individuare che da
emendare, ragione per cui molte delle «letture» che si sono succedute in oltre un secolo di critica filologica
sono il risultato delle interpretazioni personali dei vari autori e non sono necessariamente aderenti alle
effettive intenzioni del testo. La critica moderna è molto più cauta nell'emendare, integrare, spostare i passi
più problematici. Nella sezione antologica, abbiamo segnato, nelle note al testo, soltanto alcuni dei punti più
delicati del lavoro filologico. D'altra parte, dar conto puntualmente di ogni difficoltà di lettura avrebbe
richiesto un apparato critico molto più ingombrante e complicato, ben al di là delle nostre possibilità e
capacità.
Genere e metrica
La Vǫluspá è essenzialmente un poema gnomico o sapienziale, in quanto diretto all'esposizione delle cose
profonde, alla conoscenza degli eventi primordiali e del destino finale del mondo. È un genere comune a
diversi altri testi eddici, tra cui la Vafþrúðnismál e il Grímnismál. Questi tre testi, presi insieme,
costituiscono un'ideale enciclopedia della sapienza mitologica nordica.
Il metro della Vǫluspá è il fornyrðislag o «metro epico», il più comune della poesia nordica. Ogni strofa è
composta da quattro «versi pieni», ciascuno costituito a sua volta di due semiversi. In questa pagina, per
ragioni grafiche, i «versi lunghi» sono stati spezzati e i due semiversi posti su righe differenti; in altre parole,
le singole strofe, originariamente formate di quattro versi, appaiono qui disposte su otto righe, ciascuna
corrispondente a un semiverso. Ecco, per confronto, la versificazione rigorosa della strofa [1]:
Edizioni italiane
Diverse sono state le traduzioni italiane della Vǫluspá che si sono succedute nel corso degli anni.
Escludendo le strofe scorporate presenti nelle antologie, o quelle citate da Snorri e presenti nelle traduzioni
della Prose Edda, la prima traduzione integrale – a nostra conoscenza – è quella presente nel libro I canti
dell'Edda, a cura di Olga Gogala di Leesthal, pubblicato nella collana «I grandi scrittori stranieri» dalla
UTET (Torino 1939). Intitolata Voluspa, è una traduzione metrica in quartine (o sestine) di endecasillabi, dal
tono quasi classicheggiante, ma suggestivo; sebbene non possa essere considerata una traduzione letterale, è
sorretta da un buon corredo di note.
Segue la traduzione di Alberto Mastrelli, nel libro L'Edda. Carmi norreni, nella collana «Classici della
religione», edita da Sansoni (Firenze 1951, 1982). Intitolata Volospa. La predizione dell'indovina, è in versi
liberi, con le coppie di semiversi «cucite» in versi interi, Abbastanza libera, ma rigorosa, fittamente
annotata.
Un'altra traduzione, con il titolo direttamente tradotto in Profezia della Veggente, è quella fornita da
Piergiuseppe Scardigli e Marcello Meli, nell'antologia Il canzoniere eddico, edito da Garzanti (Milano
1982). Di nuovo versi liberi, sebbene i semiversi siano finalmente evidenziati, presenta un corredo di note
ridotto al minimo e non giustifica molte scelte, non sempre felici, nella traduzione.
L'edizione monografica definitiva viene alla luce soltanto negli ultimi anni, con il titolo Vǫluspá.
Un'apocalisse norrena, tradotta da Marcello Meli per la prestigiosa «Biblioteca Medievale» della Carocci
(Roma 2008). Letterale e rigorosa, ogni strofa è regolarmente suddivisa per semistrofe e accompagnata dal
testo originale. Sono segnalate le varianti testuali e il commento è a dir poco imponente.
Ricordiamo infine, a titolo di curiosità, la libera traduzione in senari condotta da Claudia Maschio e Dario
Giansanti per il loro romanzo-saggio Viaggio irreale nella Scandinavia vichinga, recentemente edito da
QuiEdit (Verona 2011), liberamente scaricabile a questo link:
LJÓÐA EDDA
VǪLUSPÁ
NOTE
1 ― (a) Hljóðs biðk «ascolto io chiedo», esordisce la vǫlva, con formula solenne e imperiosa, ché tra poco la
grande profezia svolgerà i fili del tempo e scioglierà i nodi del destino. È probabilmente la stessa formula
che veniva utilizzata nel þing, nelle assemblee vichinghe, per imporre il silenzio e richiamare l'attenzione dei
presenti, e che riecheggia con forza l'antica formula omerica kéklute óphr' éipō «ascoltate affinché io
dica» (Polia 1983). ― (d) L'espressione «figli di Heimdallr» per indicare le «sacre stirpi» [helgar kindir]
degli uomini, richiama il mito riferito nel Rígsþula dove alla discendenza di Heimdallr si riconducono i
capostipiti delle tre classi sociali. ― (e) Valfǫðr, «Padre dei caduti», è epiteto di Óðinn.
2 ― (d) Fædda hǫfðu è letteralmente «mi diedero cibo», ma forse è da intendere con «mi generarono». ―
(f) Questo verso è di ardua traduzione. Secondo l'interpretazione condivisa dalla maggior parte degli
studiosi, quel níu í viði si riferirebbe appunto ai «nove sostegni» dei mondi (cfr. viðjur «radici, travi»
< viðr «bosco, legna»); non mancano però le voci dissenzienti: alcuni pensano che la frase sia da leggere níu
íviði «nove specie di creature»; Sir George W. Cox è riandato all'antico svedese inviþir e ha interpretato, un
po' fantasiosamente, «l'insieme di tutti gli esseri, del mondo dei vivi e del mondo dei morti». In tutti i casi si
tratta di una visione dell'universo riassunto nella sua stabilità e nella sua totalità (Cox 1870). ― (g) La
parola mjǫtviðr è una delle più delicate dell'intera letteratura mitologica norrena. È stata qui resa con «albero
misuratore», da «albero [viðr] delle misure [mjǫt]».
3 ― Questa strofa della Vǫluspá possono essere agevolmente messa a confronto con alcuni versi
del Wessobrunner Gebet, la «Preghiera di Wessobrunn», un testo in antico alto tedesco proveniente
dall'omonimo monastero bavarese, composto intorno al 775. Un brano della preghiera così suona:
Dat gafregin ih mit firahim iriuuizzo meista. Questo appresi tra gli uomini, il sommo prodigio.
Dat ero ni uuas noh ufhimil, Che non era la terra, né il cielo in alto,
noh paum noh pereg ni uuas, non era albero, né monte,
ni [sterro] nohheinig noh sunna ni scein, né [stella] alcuna, né il sole splendeva,
noh mano ni liuhta, noh der maręo seo. né la luna brillava, né il lucente mare.
Wessobrunner Gebet
Entrambi i brani descrivono lo stato precedente la creazione in termini negativi: attestando l'originaria
inesistenza degli enti e delle sostanze che compongono il nostro universo. Si precisa dunque che in principio
non esistevano né il cielo, né la terra, non vi erano alberi, monti e mari, né splendevano il sole e la luna, e
via dicendo. È in questo stadio negativo che subentra quindi la creazione: sia essa la complessa cosmogonia
pagana descritta nella Vǫluspá, o la creatio ex nihilo operata dal Dio cristiano nel Wessobrunner Gebet. La
somiglianza formale tra i due brani è impressionante. Il verso di Vǫluspá [3c-3d], «non c'era sabbia né mare
| né gelide onde» [vasa sandr né sær, | né svalar unnir], richiama il «né il lucente mare» [noh der mareo
seo] di Wessobrunner Gebet [5]. Il verso successivo [3e-3f], «terra non si distingueva | né cielo in alto»
[jǫrð fansk æva | né upphiminn], è vicinissimo a Wessobrunner Gebet [2] «che non era la terra, né il cielo in
alto» [ero ni uuas noh ufhimil]. La somiglianza formale dei due brani, a volte addirittura letterale (per «cielo
in alto» troviamo l'identico composto ufhimil in anticoaltotedesco e uphiminn in islandese), ha indotto gli
studiosi a ipotizzare l'esistenza, in tempi remoti, di un poema germanico della creazione i cui esiti siano
confluiti, separatamente, nelle due composizioni: il poema pagano islandese, la preghiera cristiana alto-
tedesca. ― (a) Ár significa «una volta» (latino olim), ed è una parola frequente all'inizio dei poemi eddici (la
ritroveremo in: Hymiskviða [1], Rígsþula [1], Atlakviða in
grǿnlenzka [1], Guðrúnarkviða [1], Sigurðarkviða [1]). Ár vas alda, letteralmente «una volta era il tempo»
(ǫld è «tempo, età, epoca), può essere tradotto «in principio» (Cleasby ~ Vigfússon 1874). ― (a-b) I primi
due semiversi, nella versione citata da Snorri, suonano in altro modo: «Al principio era il tempo | quando
nulla esisteva» [Ár var alda | það er ekki var] (Gylfaginning [4 {5}]). Probabilmente Snorri attinse a una
versione della Vǫluspá diversa da quella attestata nei due manoscritti a noi pervenuti.
4 ― (a) La Vǫluspá non fornisce i nomi dei figli di Borr. È Snorri ad affermare che essi furono Óðinn e i
suoi fratelli Vili e Vé (Gylfaginning [6d]).
5 ― (e-j) Questi semiversi possono essere messi in relazione con la Preghiera di Wessobrunn [4-5],
laddove dice: «né [stella] alcuna, né il sole splendeva, né la luna brillava» [ni [sterro] nohheinig noh sunna
ni scein, noh mano ni liuhta]. Addirittura, la parola sterro «stella», assente nel manoscritto
del Wessobrunner Gebet, è stata proposta dai filologi in base al confronto col poema eddico. Analogamente,
nel citare questa strofa, Snorri omette i primi due semiversi ma cita questi ultimi sei semiversi, seppure
invertendo l'ordine col quale vengono elencati gli ultimi due luminari: nella citazione di Snorri viene prima
il sole, poi la luna e poi le stelle (Gylfaginning [8 {10}]).
7 ― (b) Iðavǫllr: «campo del vortice, campo-torto», campo al centro di Ásgarðr dove gli dèi decisero per la
prima volta l'ordinamento del loro regno e, dunque, di tutto il mondo. Qui si riuniranno di nuovo
gli Æsir sopravvissuti al ragnarǫk all'inizio del ciclo che verrà, per stabilire il nuovo ordine cosmico. Il
riferimento al «vortice», simbolo di inizio e di fine, oltre che metafora astronomica della rotazione del cielo,
insieme al fatto che Iðavǫllr sia l'unica parte di Ásgarðr che non verrà distrutta, ne suggeriscono
l'identificazione con il nord celeste o con una proiezione terrestre di esso. La stella polare è infatti il punto
del cielo che, pur cambiando posizione a causa della precessione degli equinozi, rappresenta in ogni epoca il
centro della rotazione celeste, dunque il «vortice» che emana il movimento e dà ordine al cosmo.
8 ― (f) Non è molto chiaro chi fossero le «tre fanciulle di giganti» [þríar þursa meyjar]; sicuramente
corrispondono a quelle che Snorri indica come donne «venute da Jǫtunheimr» [kómu ór
Jǫtunheimum] (Gylfaginning [14b]). Non si può tuttavia dir molto sulla loro identità. Karl Müllenhoff ritiene
si tratti le tre Nornir, di cui si parla nel capitolo successivo [15] del testo di Snorri (Müllenhoff 1908),
seguito in questo da Giorgio Dolfini, che commenta in tal senso la sua traduzione (Dolfini 1975), ma senza
una reale certezza. Si tratta del rimasuglio di un mito perduto, probabilmente non chiaro allo stesso
Snorri.
9 ― (g-h) I nomi Brimir e Bláinn sembrano essere epiteti di Ymir. Questa strofa è chiusa da una
doppia kenning in quanto «sangue di Brimir» è metafora per significare il mare, e «ossa di Bláinn» per
indicare le pietre.
10 ― (e-h) Questa strofa presenta qualche problema d'interpretazione. In genere viene interpretata nel senso
che gli dèi crearono i dvergar dalla terra, ma altri ritengono che siano i dvergar stessi il soggetto della frase.
Ad esempio Bugge interpreta: «I nani fecero molti fantocci nella terra» a cui gli dèi avrebbero poi infuso il
soffio vitale (Bugge 1881 | Polia 1883). Non è ben chiaro, in questo caso, chi fossero i «fantocci» creati dai
nani. Tantopiù che Snorri dà una spiegazione molto ragionevole del passo:
Þar næst settust goðin upp í sæti sín ok réttu dóma Poi gli dèi s'insediarono sui loro troni, si riunirono in
sína ok minntust, hvaðan dvergar hǫfðu kviknat í giudizio e ricordarono in che modo i dvergar
moldinni ok niðri í jǫrðunni, svá sem maðkar í avessero preso vita nel fango e sotto la terra, come i
holdi. Dvergarnir hǫfðu skipazt fyrst ok tekit vermi nella carne. I dvergar furono creati per primi e
kviknun í holdi Ymis ok váru þá maðkar, en af presero vita nella carne di Ymir, dove erano come
atkvæðum goðanna urðu þeir vitandi manvits ok vermi, tuttavia per decisione degli dèi ricevettero la
hǫfðu manns líki ok búa þó í jǫrðu ok í steinum. conoscenza del sapere umano e l'aspetto degli
uomini, e abitarono nella terra e nelle rocce.
13 ― (b) In luogo del nome Náli compare in Snorri un Váli (la confusione è sorta forse per qualche legame
con la coppia formata da Váli e Nari, figli di Loki). ― (c) Heptivili («manico di lima») appare in H scisso in
due nomi distinti: Hefti e Fili («manico» e «lima»). Solo il secondo nome (Fili) è attestato separatamente
come il nome di un nano [13a]. ― (d) Hannarr viene sostituito in Snorri da Hárr. Invece, il
nome Svíurr compare in H nella variante Svíðr e in Snorri nella variante Svíarr. ― (e-h) Questi versi, gli
unici a riportare una sequenza di otto nomi [«Nár e Náinn | Nípingr, Dáinn, | Billingr, Brúni, | Bíldr e Búri»],
sono riportati unicamente in H, mancando in R e in Snorri.― (i) Il nome Hornbori, attestato nella
redazione R, viene sostituito da Fornbogi nella redazione H.
14 ― (d) Nella parafrasi in prosa che Snorri fa di questa strofa (Gylfaginning [14f]), si parla dei Lofarr al
plurale, come nome complessivo di questa stirpe di dvergar.
16 ― (a) Snorri sostituisce Yngvi con Ingi. È più probabile sia quest'ultimo il nome originario del nano,
essendo Yngvi un epiteto di Freyr, quale progenitore della stirpe degli Ynglingar. ― (c-d) Questi due
semiversi, con una sequenza di quattro nomi [«Fjalarr e Frosti | Finnr e Ginnarr»] è attestata nel codice R,
ma manca in H. Anche Snorri, tuttavia, la riporta (seppur sostituendo Fjalarr con Falr).
17 ― Le strofe [17-18] alludono alla creazione della prima coppia umana a partire da due alberi, un frassino
[askr] e un olmo [embla]. Così Snorri spiega il passo e descrive la scena:
Þá er þeir Bors synir gengu með sævarstrǫndu, Mentre i figli di Borr andavano lungo la riva del
fundu þeir tré tvau, ok tóku upp tréin ok skǫpuðu af mare trovarono due alberi, li raccolsero e li
menn. Gaf hinn fyrsti ǫnd ok líf, annarr vit ok mutarono in uomini. Il primo diede loro respiro e
hrǿring, þriði ásjónu, málit ok heyrn ok sjón; gáfu vita, il secondo ragione e movimento, il terzo
þeim klæði ok nǫfn. Hét karlmaðrinn Askr en konan aspetto, parola, udito e vista. Gli diedero poi vesti e
Embla, ok ólusk þaðan af mannkindin nomi. Il maschio si chiamò Askr, la femmina Embla
e nacque allora l'umanità.
― (b) La Vǫluspá non chiarisce quale fosse la «stirpe» [liðr] da cui i tre dèi sarebbero giunti, così come non
si sa bene a quale «casa» faccia riferimento il testo. ― (d) È stato qui suggerito di emendare at húsi «a
casa» in at húmi «al mare», interpretando la scena come se si svolgesse sulla riva del mare. La correzione è
giustificata dal fatto che Snorri afferma che gli dèi andavano «lungo la riva del mare» [með sævarstrǫndu]
quando trovarono i due tronchi destinati a essere trasformati nella prima coppia umana.
20 ― (c) Si è tradotto qui «da quelle acque» ma il testo originale dice sæ «mare». Difficile capire se si
intenda la fonte Urðarbrunnr o se bisogna invece immaginare uno specchio d'acqua assai più consistente alle
radici del frassino Yggdrasill.
21 ― (c) L'episodio di Gullveig è particolarmente enigmatico, in quanto tutto ciò che sappiamo di questo
personaggio consiste in queste due strofe della Vǫluspá. Non vi sono altri riferimenti a Gullveig in tutta la
letteratura mitologica, e anche Snorri, nella sua opera, non ne fa alcun cenno. Si ritiene che il tentativo di
uccidere Gullveig abbia causato un dissidio tra gli Æsir e i Vanir, da cui una guerra tra le due stirpi divine (a
cui si accenna rapidamente nella strofa [24]); in realtà i due episodi potrebbero anche non avere nulla a che
fare l'uno con l'altro. ― (e) Hár «alto» è epiteto di Óðinn.
27 ― (b) Seguiamo qui l'interpretazione tradizionale secondo cui il «fragore celato» [hljóð of folgit] indichi
il Gjallarhorn, il corno destinato a suonare nel giorno di ragnarǫk e che Heimdallr, se tale interpretazione è
corretta, avrebbe nascosto alle radici del frassino Yggdrasill. ― (g) Valfǫðr «padre dei caduti»è un epiteto
di Óðinn. Per «pegno di Valfǫðr» si intende qui l'occhio ceduto da Óðinn in cambio di un sorso alla sorgente
di Mímisbrunnr, da cui sgorga l'acqua della sapienza. Mímir è appunto il guardiano di tale fonte.
28 ― Questa breve descrizione della vǫlva, che sedeva sola «di fuori» [úti], va forse messo in relazione con
certe descrizioni presenti negli antichi testi, dove i veggenti erano presentati desti nella solitudine notturna
intenti a scrutare i fati. Si tratta forse della scena che dà l'avvio all'intera rappresentazione del
poema. Yggjungr «molto spaventoso» è epiteto di Óðinn, che guarda la vǫlva «negli occhi» [í augu senza
parlare, forse per provarne il potere. La vǫlva sostiene lo sguardo del dio e gli rivela di conoscere il suo più
geloso segreto: egli ha dato in pegno un occhio al saggio Mímir, custode della fonte della sapienza
di Mímisbrunnr.
29 ― (a) Herfǫðr «padre degli eserciti» è epiteto di Óðinn. E la persona a cui avrebbe dato anelli e collane,
oltre alla verga della profezia, è naturalmente la stessa vǫlva. ― (b-d) Secondo questi versi, Herfǫðr (Óðinn)
avrebbe dato alla vǫlva: (1) anelli e collane, (2) sagge parole di ricchezza, (3) la verga della profezia
[spágandr]. Ma emendando spágandr in spá ganda e adottando l'interpretazione del Neckel, la strofa
diventerebbe così: «Herfǫðr le diede anelli e collane, ottenne [in cambio] sagge parole di ricchezza e
profezie [ottenute tramite] la verga» (Neckel 1908 | Polia 1983). La correzione sembra chiarire lo scopo
della visita di Óðinn alla vǫlva, ma si tratta comunque di una forzatura che non aggiunge dettagli a quanto
già implicito nel resto del poema, che tratta comunque di una profezia lanciata dalla stessa veggente.
32 ― (e) Il fratello di Baldr di cui qui si parla è Váli figlio di Óðinn, che nacque appositamente per
vendicarne la morte.
33 ― (d) Il nemico di Baldr è invece il cieco Hǫðr, che venne ucciso da Váli. ― (e) Frigg, sposa di Óðinn,
era la madre di Baldr.
34 ― Questi versi vengono dal codice H, dove sostituiscono i primi quattro semiversi di quella che nel
codice R è la strofa [35]. ― (a) Il Váli di cui qui si parla, interpretando il testo secondo quanto afferma
Snorri, non sarebbe il summenzionato Váli figlio di Óðinn, ma Váli figlio di Loki, il quale venne trasformato
in lupo dagli dèi e sbranò il fratello Narfi. Con gli intestini di questi, gli dèi trassero i lacci con
cui Loki venne legato. Sigyn, sposa di Loki, gli rimase accanto.
36 ― Il codice R considera la sequenza [36-37] un'unica strofa: gli studiosi sono però persuasi che si tratti
della giustapposizione di due strofe, di cui la prima [36] mutila. Tutto il gruppo di strofe [36-39] sembra
dare una vivida descrizione del mondo infero.
37 ― Nell'ambito della veloce visione degli inferi presentata dalla Veggente, compaiono qui queste due
località, le Niðavellir, che, secondo quanto qui è detto, sembrano ospitare la corte dei dvergar (Sindri è
infatti nome di un dvergr, come risulta dalle þulur), e Ókólnir, dove si troverebbe la sala da birra del
gigante Brimir (apparentemente lo stesso citato nel verso [9g]). ― Snorri riporta una riscrittura in prosa di
questa strofa, con alcune varianti piuttosto interessanti:
Margar eru þá vistir góðar ok margar illar. Bazt er Allora vi saranno molti luoghi buoni e molti cattivi.
þá at vera á Gimlé á himni, ok allgott er til góðs Il migliore per abitarvi sarà Gimlé, nel cielo, ottimo
drykkjar þeim er þat þykkir gaman í þeim sal er per buone bevute, per coloro che là troveranno
Brimir heitir, hann stendr ok á himni [á Ókólni]. Sá piacere, in quella sala che si chiama Brimir e sta in
er ok góðr salr er stendr á Niðafjǫllum, gǫrr af cielo [a Ókólnir]. Sarà un buon luogo quello che si
rauðu gulli, sá heitir Sindri. Í þessum sǫlum skulu trova nei Niðafjǫll, fatto con oro rosso e che si
byggja góðir menn ok siðlátir. chiama Sindri. In quella dimora vivranno gli uomini
buoni e i giusti.
39 ― Secondo alcuni esegeti, questa strofa sarebbe pervenuta in forma corrotta, forse come
giustapposizione di due strofe mutile, di cui la prima comprenderebbe i primi semiversi [a-f], la seconda i
semiversi [g-j]. ― (g) Níðhǫggr è il serpente che giace alla radici del frassino Yggdrasill.
(Cfr. Grímnismál [34-35]).
41 ― (e) L'oscurarsi del sole di cui qui si parla è un annuncio del fimbulvetr, il «terribile inverno», il tempo
di oscurità e malvagità che precederà il ragnarǫk.
42 ― (d) Chi sia il «lieto» Eggþér, che in questi versi si presenta come custode o pastore, non ci è dato di
sapere. Si può solo arguire che le mandrie dei giganti fossero i lupi.
44 ― (a-d) Questa strofa, quale cupo ritornello, si udrà altre tre volte, scandendo i tempi della catastrofe
cosmica. Garmr è il cane legato dinanzi alle porte di Helheimr, anch'esso destinato a sciogliersi quando sarà
il giorno di ragnarǫk.
45 ― Con rapidi accenni e serrate allitterazioni, la vǫlva ci scaglia nel fimbulvetr, il «terribile inverno», il
tempo di gelo e di oscurità, di malvagità e depravazione, che culminerà nella distruzione universale
del ragnarǫk. Il mitema del crollo morale dell'umanità, nei tempi finali, è presente in molte culture diverse
compresa quella cristiana. La più antica attestazione di questo motivo si trova nella mitologia indù, in cui
il Kaliyuga, l'epoca finale dell'intero ciclo temporale, è caratterizzata dalla totale perdita di ogni senso
morale e legge religiosa, perdita che, a partire dai nostri tempi, si farà sempre più accentuata man mano che
il ciclo procederà verso la sua conclusione. È anche lo stesso motivo presente nelle Érga kaì
Hēmérai di Hēsíodos, in cui la storia cosmica è vista come una progressione di età (dell'oro, dell'argento, del
bronzo, del ferro) di cui l'ultima – la nostra – è caratterizzata da un'umanità singolarmente priva delle virtù e
del valore dei tempi precedenti.
46 ― (a) I figli di Mímir [Míms synir] sono i giganti. C'è un lugubre senso di gioia in questo loro agitarsi,
ché sanno che la battaglia contro gli dèi è ormai vicina.
47 ― (d) Il gigante che si scioglie è Loki, che avevano lasciato legato nella sua caverna con le budella di
suo figlio. ― (g) «Stirpe di Surtr» è una kenning per indicare le fiamme dell'incendio universale,
essendo Surtr il guardiano del Múspellsheimr.
50 ― (a) Hrymr è il re dei giganti di ghiaccio, che guida le schiere di Jǫtunheimr. ― (c) Jǫrmungandr è il
serpente che circonda il mondo. ― (g) L'aquila è forse Hræsvelgr, che crea i venti col battito delle sue ali.
― (h) Naglfar è la nave dei morti.
51 ― (b) Da est (ma forse sarebbe più logico da sud) arrivano i «figli di Múspell», i giganti di fuoco
deputati alla distruzione del mondo. ― (d) Il lupo che li precede è Fenrir. ― (e-f) Loki, fratello di Býleistr, è
il loro timoniere.
52 ― (a) Surtr è il re dei giganti di fuoco. ― (b) Il «veleno dei rami» [sviga lævi] è una
trasparente kenning per indicare il fuoco.
53 ― (a) Hlín è Frigg, qui chiamata col nome di una delle sue ancelle (o forse si tratta di due personaggi in
origine concidenti). ― (c-d) Sposo di Hlín/Frigg è Óðinn, che combatte contro il lupo Fenrir e muore nello
scontro. ― (e) L'«uccisore di Beli» è Freyr: si getta a mani nude contro Surtr ma non ha miglior fortuna.
57 ― (f) «Quel che alimenta la vita» è una kenning per indicare il fuoco. Dunque la frase è da intendere
«sibila il vapore con il fuoco», nell'incendio che mette fine al mondo.
60 ― (e-f) Questi due semiversi mancano nel codice R ma sono presenti in H. ― (g) Fimbultýr «dio
terribile» è un epiteto di Óðinn.
61 ― (a) Mentre il codice R scrive il primo semiverso: «Là di nuovo...» [Þar muno eptir], il
codice H riporta con piccola variazione: «Allora gli Æsir...» [Þá muno æser].
63 ― (d) Chi sono i «figli dei due fratelli» [burir [...] bræðra tveggja]? Difficile dirlo. Secondo
alcuni Hǫðr e Baldr, i quali tuttavia erano fratelli tra loro e non cugini. Secondo altri sarebbero
invece Hǿnir e Lóðurr, ipotesi piuttosto fragile in quanto nulla si può dire sulla parentela di questi due
personaggi. Bellows interpreta «i figli dei fratelli di Tveggi», essendo questo uno degli epiteti
di Óðinn (Bellows 1923). Poiché i fratelli di Óðinn sono Vili e Vé, ci si può chiedere chi siano i figli di
costoro. ― (e) Il «mondo del vento» [vindheim] è forse da intendere come il cielo, o come l'atmosfera?
Oppure è una kenning per indicare il mondo stesso, percorso dal vento?
65 ― Questa breve strofa, formata da soli quattro semiversi è assente nel codice R e attestata unicamente
nel codice H, senza alcuna indicazione della presenza di una lacuna. Tardi manoscritti aggiungono altri
quattro semiversi, registrati da Henry Bellows: «Lui stabilisce le regole | e fissa i diritti, | ordina le leggi | che
sempre vivranno» (Bellows 1923). ― (a) Questo «potente» [enn ríki] che compare nella penultima strofa, fa
naturalmente pensare all'immagine del Cristo che compare sulle nubi, nel giorno del Giudizio.
66 ― Tutta l'ultima strofa, che alcuni ritengono interpolata nel testo, è di difficile interpretazione. Perché è il
serpente Níðhǫggr a chiudere il poema? E perché porta i morti tra le sue ali? È una visione che appartiene al
futuro escatologico o va collocata al presente in cui la vǫlva narra la sua profezia?― (h) Si ritiene che a
inabissarsi, nell'ultimissimo verso del poema, sia appunto la vǫlva, anche se in molte traduzioni hon «ella»
viene emendato con hann «egli» e l'inabissamento finale viene riferito a Níðhǫggr. Ma che possa essere
la veggente (e non il serpente) a inabissarsi, è forse giustificato dal Baldrs Draumar, dove si narra di
come Óðinn fosse sceso nel regno dei morti e con un canto magico avesse tratto fuori una morta vǫlva dal
suo tumulo affinché interpretasse i funesti sogni che affliggevano Baldr. Non c'è naturalmente alcuna
indicazione che la vǫlva del Baldrs Draumar sia la stessa della Vǫluspá, ma non c'è nemmeno motivo di
escluderlo.
Confronto interlineare tra la lezione del poema contenuta nel Codex Regius [R] e quella dell'Hauksbók [H].
Sono riportati anche le strofe citate da Snorri nella Prose Edda, secondo il manoscritto [Rs].
VǪLUSPÁ
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