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Fisica Blomedica

Con Ia collaborazione di

G. Castellani
A. Fenzi
G. Roberti
R. Tommasi
FISICA BIOMED.ICA
Domenico Scannicchio
Npartimento di Fisica
Uniaersità degli Studi di Pauia

Cn,*l^ -F- 5- sp
' 'l:::jr''
r :-1::,:,:
tul,rr" /§6 q )Z
Con la collaborazione di

Gastone Castellani
Dipartimento di Fisica e Astronomia
Università degli Studi di Bologna

Alberto Fenzi
Dipartimento di Chirurgia
Università degli Studi di Verona

Giuseppe Roberti
Dipartimento di Scienze Biomediche ayanzaLe
Università degli Studi di Napoli "Fededco II"

Raffaele Tommasi
Dipartimento di Scienze Mediche di Base, Neuroscienze e Organi di Senso
Università degli Studi di Bari

III edizione
Doueivrco SceNNrccnro
FISICA BIOMEDICA - III ed,i.zione
Copyright @ 2009, 2010,2073 EdiSES s.r.l. - Napoli

9876543210
2018 2077 2016 2075 2074 2013

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Stampato praso la
Tipolitogralia Sograte S.r.l.
Zonalnd. Regnano - Città di Castello (PG)

per conto d,ella


EdiSES s.r.l. - Napoli

http / /
: www. edises.it E-mail: info @ edises.it

rsBN 978 88 7959 781 4


Pretazi one alla I ed 121 0 ne

Questo volume è il risultato di una esperienza di vari decenni nell'insegna-


mento della Fisica in Corsi di indirizzo biosanitario. Il volume è stato concepito at-
traverso continui aggiornamenti e modifiche e in esso si è cercato di soddisfare le
seguenti esigenze ritenute fondamentali e prioritarie:
- lafwzione della Fisica negli studi biomedici deve essere principalmente di ca-
rattere formativo e metodologico, pur non ignorando l'aspetto informativo;
- svolgere una certa integrazione e armonizzazione della Fisica con altri argo-
menti facenti parte più specificatamente dei curricula degli studi biomedici o
sanitari;
mettere in risalto 1'aspetto strumentale che deriva dall'impiego di molteplici fe-
nomeni fisici, in particolare con scopi diagnostici e terapeutici;
un testo di Fisica sufFrcientemente rigoroso e completo diventa un utile riferi-
mento di base nello studio di altri corsi di insegnamento medico-biologici, nel
proseguimento degli studi nelle Scuole di Specializzazione di Medicina e
nell'attività futura del medico o del biologo.

L'impostazione di questo volume è stata determinata anche dalle successive


riforme degli studi nel settore biosanitario, riforme tuttora in corso, in cui il ruolo
della Fisica e delle sue applicazioni assume un particolare rilievo non solo per le
nozioni concettuali di base, ma anche per i metodi di applicazione di tali nozioni
sul piano pratico. Il ruolo della Fisica, infatti, non resta limitato ai soli corsi pro-
pedeutici di Fisica e di Fisica Medica, ma con i nuovi ordinamenti si estende a corsi
quali Biofrsica, Radiobiologia (Scienze biologiche), Strumentazione medica, Fisica
sanitaria, Radioterapia e nell'ambito di Corsi di Laurea in Biotecnologie e in
Scienze motorie.

Per conciliare I'esigenza di un corso metodologico e formativo con I'integra-


zione della Fisica nel curriculum di studi biosanitari, si è scelto di alternare capitoli
che riportano i concetti fondamentali della Fisica (con qualche sporadica applica-
zione medico-biologica) a capitoli dedicati interamente alle applicazioni di tali
concetti in campo biomedico. Queste applicazioni non sono svolte con la pretesa
di essere complete ed esaurienti, ma piuttosto con l'intento di fornire esempi di
una trattazione scientificamente rigorosa, anche se necessariamente ridotta a una
forma schematica ed essenziale, di alcuni complessi problemi medici e biologici.
Nell'operare in questo modo si sono utilizzate il più possibile figure e illustrazioni
commentate nel testo o nelle loro didascalie e si sono chiaramente distinte le ap-
plicazironi di tipo medico da quelle che si incontrano in Biologia. A questo propo-
sito, ne\caso degli studi medico-sanitari,lapresenza di applicazioni e di esempi re-
lativi al.mondo animale chiarisce il contesto umano e amplia la comprensione dei
concetti e delle nozioni svolte. Nel testo inoltre, spesso alla fine dei paragrafi, sono
riportati vari esempi e calcoli numerici che forniscono un'utile indicazione degli
ordini di grandezza delle quantità fisiche che si incontrano in problematiche bio-
medicali.
IV FIS]CA BIOMEDICA

Per mantenere il necessario rigore r.elTa Lrattazione si è fatto uso di alcune no-
zioni di Analisi maÉmatica riguardanti lo studio di qualche funzione e Ie opera-
zioni di derivazione e integrazione in termini semplificati, nozioni che dor,rebbero
essere impartite nella Scuola secondaria. Comunque la lettura e comprensione del
testo non risente, salvo in alcuni punti specifici, del fatto che derivate e integrali
siano e-ventualmente t.rntt:"ti in terminj finiti. \
Al fine di proporre un testo completo, che possa essere anche utile quale ma-
nuale di riferimento nel prosieguo degli studi e nell'attività successiva, sono stati
svolti tutti gli argomenti della Fisica classica, con cenni di Fisica atomica e nu-
cleare, con un ultimo capitolo in cui vengono descritti importanti dispositivi im-
piegati nelle Scienze medico-biologiche. Il lettore dispone così di una vasta pano-
ramica (anche se necessariamente sintetica) della moderna strumentazione in uso
nelle strutture sanitarie e nei laboratori di Biologia.

Scorrendo f indice si può ossen/are che la Meccanica viene applicata ai sistemi


biologici sia per quanto concerne le strutture solide (Biomeccanica), sia per
quanto riguarda il movimento dei liquidi, per i quali la complessità dei fenomeni
ha indotto l'Autore ad applicare il metodo delle approssimazioni successive per
giungere a una loro (quasi) esauriente comprensione. Successivamente vengono
trattati i fenomeni in cui interviene il calore (Termodinamica dei sistemi biolo-
gici) e gli scambi di sostanze attraverso le membrane biologiche. Questi scambi,
avendo poi introdotto le nozioni relative ai fenomeni elettrici, portano allo studio
della propagazione di segnali elettrici nelle strutture biologiche. Dopo aver trat-
tato la Fisica dei fenomeni ondulatori in generale, sono considerate le loro appli-
cazioni nel caso di onde meccaniche (suono) e di onde elettromagnetiche, sem-
pre in relazione ai sistemi biologici e alla str-umentazione biomedicale. In seguito
vengono trattate la struttura della materia, Te radiazioni corpuscolari ed elettro-
magnetiche e le conseguenze delle radiaziorri sull'uomo con le relative applica-
zioni diagnostiche e terapeutiche, aggiornate ai più recenti sviluppi tecnologici.
L'ultimo capitolo svolge un argomento tecnico-applicativo (strumentazione bio-
medicale), richiamando le nozioni di base svolte nei capitoli precedenti (di parti-
colare utilità nell'ambito delle Scuole di Specializzazione di Medicina).

A conclusione, si può osseryare che, non essendo realistico che un Corso di in-
segnamento possa coinvolgere tutta la materia sviluppata in questo testo, si è cer-
cato di fornire uno strumento della massima flessibilità, sia per il Docente che può
ritagliare un programma del Corso con la scelta di argomenti e applicazioni rite-
nute più opportune, sia per lo Studente che può impiegare il testo come un utile
manuale di riferimento per altri Corsi, per le eventuali Scuole di Specializzazione
e per la sua carriera futura.

Ringrazio il Prof. G. Bellodi, il Prof. A. Piazzoli, il Dott. E. Giroletti, il Prof. A.


Ottolenghi, il Dott. L. Di Giulio, il Dott. C. Aprile, il Prof. F. Calliada, il Prof. A.
Calligaro, il Prof. A. Casasco per le utili discussioni, per i suggerimenti e per il ma-
teriale n ecessario in alcune tr attazioni spe cialistiche.

D. Scannicchio
Docente di Fisica Medica
Corso di Laurea in Medici,na e Chirurgia
Llniaersità degli. Studi di Pauia
Prefa 210 ne alla II ed tzl 0 ne

Oltre all'aggiunta e messa a punto di alcune nozioni, in questa seconda edi-


zione è stata accentuata la separazione fra Ia Fisica di base (colore verde) e le ap-
plicazioni biomediche (colore rosso) . In particolare sono stati aggiunti un ulte-
riore capitolo di Meccanica (Capitolo 3) e un ulteriore capitolo sulle Onde Mec-
caniche (Capitolo 16), mentre alcuni paragrafi di Fisica di base sono stati spostati
nei capitoli ad essi relativi.
Il testo, inoltre, è stato snellito trasferendo l'ultimo capitolo (Strumentazione
biomedica) in rete in versione elettronica, consultabile e stampabile dal singolo
utente: in effetti gli argomenti svolti in questo capitolo fanno da corollario alla Fi-
sica Biomedica e la sua consultazione dipende dall'indirizzo scelto dallo studente
o dal medico laureato. Per di più la versione elettronica permette un continuo ag-
giornamento delle tematiche svolte nel capitolo, aspetto oggi di particolare im-
portar.za alla luce del continuo progresso tecnologico.
vì FISICA BIOMEDICA

Pretazione a1[a III ed lztO ne

Questa III edizione è nata dall'esigenza di approfondire e wiluppare soprat-


tutto le nozioni di Meccanica, in relazione alle loro applicazioni biomedicali: in-
fatti la Meccanica è stata ampliata in tre capitoli, accentuafr-clo la separazione tra la
Meccanica traslatoria e quella rotatoria.
Sempre con l'intento di razionalizzare la Meccanica e le sue applicazioni, i ca-
pitoli riguardanti le vibrazioni meccaniche (fenomeni ondulatori in generale e in
particolare le onde elastiche e le loro conseguenze) sono stati anticipati, svol-
gendo una linea continua dalle nozioni di Meccanica di base ai relativi sviluppi
nella Fluidodinamica, nella Termodinamica e nelle oscillazioni meccaniche.
Per favorire la comprensione degli argomenti svolti nel volume, il contenuto di
alcune Appendici è stato anticipato nel primo capitolo (calcolo vettoriale e no-
zioni condensate di Analisi matematica).
Sempre allo scopo di una maggiore razionalizzazione e completezza, alcuni ca-
pitoli sono stati divisi e alcuni paragrafr sono stati aggiunti e,/o spostati in capitoli
maggiormente attinenti all'argomento trattato. Le nozioni di approfondimento,
non strettamente indispensabili alla comprensione di argomenti successivi, sono
state aggiunte e isolate in Note fuori testo (riquadri in verde). Inoltre nel volume
sono state introdotte ulteriori esemplificazioni medico-biologiche, problemi e fr-
gure. Anche l'indice è stato ampliato dettagliandolo in Esempi, Note e Problemi al
fine di permettere un veloce reperimento di argomenti di particolare interesse.
Infine, I'ultimo capitolo, come in precedenza disponibile scaricandolo dalla
rete, è stato aggiornato e completato, in particolare con I'introduzione della to-
mografia oculare, dei dispositivi impiegati nella Chirurgia robotica e della mac-
china cuore-polmone per la circolazione extracorporea. A sottolineare I'impor-
tanza di questo capitolo, che fa riferimento alle nozioni di Fisica di base e di Fisica
applicata contenute nel testo, è stato riportato, qui di seguito, I'elenco completo
della numerosa strumentazione e delle tecniche biomedicali trattate nel volume.

Si ringraziano i docenti del Corso di Fisica medica professori Sergio Abbate


(Università di Brescia), Laura Franca Cantù e Elena Del Favero (Università di Mi-
lano), Salvatore Basile (Università di Palermo), i cui consigli, le proficue discus-
sioni critiche e i suggerimenti su vari dettagli hanno permesso di awiare la stesura
di questa edizione.
Si ringraziano inoltre i professori, dell'Università di Pavia e/o dell'IRCCS San
Matteo di Pavia, Franco Benazzo (Ortopedia), Roberto Bottinelli e Vittorio Ricci
(Fisiologia umana), Fabrizio Calliada (Radiologia), Elio Giroletti (Fisica), Andrea
Pietrabissa (Chirurgia), Sandro Rossi (Clinica medica) per gli utili suggerimenti e
discussioni e per aver fornito materiale di aggiornamento.
Prefazione atta III edizione ul

Elenco della strumentazione e delle tecniche e metodol0gie lisiche descritle o cilate nel testo

TECNICHE STRUMENTALI sc0P0 PAGINE

r Acceìeratore lineare : radioterapia con elettroni e gamma 620


o Adroterapia : radioterapia con protoni, neutroni e ioni 687
o Amplificatore di brillanza : immagini RX intensificate 654
. .\rurlisi cli t'lt rnertti irr tllrct iir : tttistr|a rli rttir r, l ( orì( ('llti;vi()lli 7:\2
o Analisi di Fourier o armonica : metodo analisi segnali -- 309
o Polarimetro : misura concentrazione soluzioni 542
. Aspirazione di Bunsen : aspirazione gas da depressione r62
. Betatrone : acceleratore di elettroni (radioterapia) 619
o Bilancia e metodo doppia pesata : misura della massa di un corpo 80
o Bisturi criogenico : resezione tessuti 281
o Bisturi elettrico : resezione tessuti 501
o Bisturi laser : resezione tessuti 632
. BNTC (Boron Neutron Capture Therapy) : radioterapia con neutroni e attivazione 689
o Bomba calorimetrica : misura di calore di combustione 280
o Brachiterapia : terapia mediante inserimento radioisotopi 685
o Calcolatore e conversione AD : calcolo e conversione analogica-digitale B-10
o Calorimetro delle mescolanze : misura del calore 280
. Camera di ionizzazione (Geiger-Mùller) : misura di radiazioni 666, 667
o Carr-ucola : trazione in ortopedia 80, 103
. (l(lD (Clìarg-c (ìorr1;lt'cl [)erice) : inr rnzrgirr i rlic..i tali 725
. ( lclhrlt' Ibtoclcttlir'lrc : rive laziont' lut t' 721
o Centrifuga analitica : misura peso molecolare 99A
. Centrifuga preparativa : separazione componenti soluzione 9c,4
o Ciclotrone : acceleratore protoni 617
o Circuiti oscillanti : generazione di onde elettromagnetiche 506
o Cobaltoterapia : radioterapia gamma 685
o Contagoccie : dosare medicinali liquidi 754
. ( irrort'l-lolntonc (ulrcc lrirra) : r'ilcol:rziorre e\tlac()r'porca rl()2
o Datazione (con radionuclidi) : misura età reperti 613, 614
. Densitometria ossea : misura densità calcio nelle ossa 679
o Defibrillatore : reset ciclo elettrocardiografico 499
o Diatermia : terapia con generazione calore 628
o Dosimetria : misure dose radiazioni ionizzanti 669
o F-cografi:r ed ccocalrlioglalizr : rnistrle t'irrrnrrrgini con uÌtr-asuorii 7+2
. Ir('()tolìlogr:ì{ì:ì : inrnragini trinroer-alìr'lre corr rrltr-:rstrorti 7(ì(i. 792
o Elettrocardiografia : segnali elettrici cardiaci 474,731
r l.,lcttr^ocli c rrric|r>clt'ttrrr<li : rnisrrllr tli llott'rrzilii t'lcttriti 7t:l
r Elettroencefalografi a : segnali elettrici cerebrali 373,474
r Elettroforesi : misura proteine liquidi biologici
c)92

o lrrno«liiilisi (r't'ne altilìt'iirlc) : filtraziorrc artillciale clcl sarrgue 7(i0


r Endoscopia : immagini da cavità interne 561
o Flottazione : galleggiamento da tensione superficiale 148
o Flussimerria (rubo di Piror) : misura di portata e di velocità fluido 162
r Flussimetria (tubo di Venturi) : misura di portata e di velocità fluido 162
. Flussimetria Doppler : misura della velocità del sangue 355
. Ijlrrssirrrt'tt i:r ( l( ttr(,ilì:len('ti( u : rnislrra cli pr-rrtatlr 7l(ì
. l-l rrssiurt'tlia rncrliitr r tc rlilttirione: : nisrrra cli poltitta 7t7
r Iil ussi rletri:r nrerlian tc tr:r-rnodil uizior rc : rnisrrla cli poltiLta 718
o Fotomoltiplicatori :-dvelatori di radiazione e particelle 668
o Gamma knife : radioterapia gamma concentrata 685
vttt FISICA BIOMEDICA

Elenco della strumentazione e delle tecniche e metodologie lisiche desuitte o citate nel testo

sc0P0 PAGIN E
TECNICHE STRUMENTALI

: creazione di potenziali e correnti elettriche 425


o Generatori di potenziale elettrico
. HIFU (High Intensity Focused Ultrasound) : ablazione con ultrasuoni focalizzati 354
. IMRT (Intensity Modulated Radiation
Therapy) : radioterapia con elettroni e raggi X 687
. Tntensificatore d'immagine : immagini alto contrasto raggi X 653
o IORT (IntraOperative Radiation Therapy) : acceleratore per radioterapia intraoPeratoria b8/
. : inter-venti chirurgici 630
Laser e applicazioni
o : rlistmzicr:e lalcoii renali 75b
Litoiripsia renaie
c I il,,tr iIrsia , :"lt ol,r.i btli.u e : (li)tl !tr;! 'lrr ( al( ',lr Ì,ililri /.13
e I-itotripsiir (oErie 11'nriol i* t,rrtil;r-dre : distruzione r:otrcleziLrni arti[:l.r]?1ri 7 i>!t

s Stracchi rta cttore-poful*ttt: : circolazioue rxh-a.{}rPor(:a 8i):1

o : immagini mammografiche con RX


ti69
Mammogra{ia
r Manometro a liquido : misura della pressione 779
r Metabolismo basale : misura consumo energetico 285,287
o Microscopia a fluorescenza : immagini microscopiche da fluorescenza 558
o Microscopia digitale : immagini microscopiche digitalizzate b59
. Microscopia a raggi X : studio reticoli cristallini 564
r Microscopio semplice : lente ingrandimento 546
o Microscopio composto : immagini microscopiche nel'r'isibile 548
o Microscopio a contrasto di fase : immagini da interferenze 556
e &{ici osct-rpiu eltttroticrr : inrmirgini ir gi'antìt ingrandiilrentrr 727
o Microscopio polarizzatore : immagini in luce polarizzata 558
. MOC (Mineralogia Ossea Computerizzata) : misura calcio osseo 679
. Onda sfigmica : misura della velocità dell'onda sfigmica 198, 200
o (l pti<-ai (lohelen q:c'Iorncgr';rpi* ( {X )T) : lrnrnagit'ri t<; rn ogr':r{iche rielia retr.il a 79:l
o Osmometri : misura della pressione osmotica 384
r Ossimetria : misura concentrazione ossigeno nel sangrre 546
o Pendolo : misura di frequenza 70,87
e FfT (Positror lim.issi<;n T'omosrapirr') : irlniagini da ratli<>isotopi .+ enrirttuli 7S8, TSti
* pHnretri : rnisula di pH (acirliuì) 72{ì
o Plclismogralìa a ixrpt:deuzt: : lnisLrrc rli Pcrtilta (1ìussoi 71E
o Polarimetro misure di concentrazione
: b42
I
o P olarizzazione (polaroid, Nicol, rifl essioné) : formazione di luce polarizzata b20
. Radiografia : immagini da raggi X 649
r Radioscopia : immagini da raggi X 650
. Radioterapia conformazionale I : radioterapia sulla forma del tumore 685
o R}lI (Risauanza M:rgretica) : im r*agin i tor-nogl ali clt e rla r':rdiofì'tqlien t:r 766, 784
§ Roìlat chil'urgici : esetuziorte tii intex*nti chìn*'gici 79{ì
o Scambiatore di calore in controflusso : scambio calore 294
o Scintigrafia : immagini da emissione di radiazione 680, 681
o Sfigmomanometro : misura della pressione arteriosa 779
o Scintillazione (rivelatori) : rivelatori di radiazione iottizzar'te 668
99n.
r Sedimentazione : misura di velocità di sedimentazione
o §hoch r:ìetlrict; {protr:zione ) : evitr.ale lo -nhocli cl*:ttt.'iccr Ttls
. Sincrotrone : accelerazione di particelle cariche 619
o §Pli{lT (Singtrc l}}rotorr Enrission {,ìT) : imrl:rgiiri cia ra<licìloiopi ga*rma euritle irti 7bG,7r7
o Spettrofotometria : individuazione di composti chimici 544
. Spettrometria di massa : individuazione di nuclei (isotopi) 615
o Spettroscopia ottica : indMduazione di atomi 519
Prefazione atta III edizione lx

Elenco della slrumenlazione e delle tecniche e metodologie lisiche descritte 0 GiIate nel testo

TECNICHE STRUMENTATI sc0P0 PAGINE

. Spirometria misura di volumi polmonari


: 782,287
c Sterilizzazione con radiazione gamma : ster ilizzaztone materiali b'lt)
o Stetoscopio : valutazione suoni cardiaci e polmonari 349
o Stimolatore cardiaco (pacemaker) : stimolazione periodica cardiaca 434
o TBI (Total Body Irradiation) : radioterapia su tutto il corpo 685
r TC (Tomogra{ia ComprrterrzzaLa) ; imnrag-ini torroerafiche con raggi X 766, 77 1
o Tensione superficiale (dispositivo di misura): misura di tensione superficiale nei liquidi 150
. Terapia conformazionale 3D : radioterapia sulla forma 3D del tumore 685
. Terapia a radiofrequenza (RF) : distruzione di tessuti 625
o Termografia : immagini termiche (a infrarossi) 630
o Termoluminescenza : misura di dosi di radiazione ionizzante 669
r Termometria : misura di temperatura 237
e Torchio idraulico : applicazione di elevate pressioni 132
r Termocoppia e termoresistori : misura di temperatura
o Trasduttori chimici : nrisura di pressione parziale di Oo e CO, 72b
o Trasduttor-i di portata : rnisure di portata v76,717,7 1B
o Trasduttori di pressioncr : n-risure di prcssione 716
r Trascluttori ottici : trasfbrnrazione luce-corrente elettrica 716.724
o Trasformatore di d.d.p. : passaggio alti-bassi voltaggi e viceversa 49b,497
o Tubo a raggi X : produzione di raggi X 637
r Ultrasuoni in terapia : impiego degli ultrasuoni in terapia 354
o Vasi Dewar : contenitori isolanti 280
r \rES : misura di Velocità di Eritro-Sedimentazione 22t
o Viscosimetria : misura della viscosità di liquidi 143

I termini in blu fanno riferimento al Capitolo 28 presente on line


FISICA BIOMEDICA

Materiale di supporto per i docenti


I docenti che wtrlizzano il testo a scopo didattico possono scaricare sul sito
www.edises.it, previa registrazione all'area docenti, le immagini del libro in for-
mato Power Point.

lmpOntaNTE: S, inuita il l.ettme a prendere aisione prelinrinare d.elle in-


utili alla lettura, ripanate in basso.
dicaziorui

lnorcazroNr Lrnlr ALm LETTURa

ffi Il testo si articola in Capitoli differenziati con indicatore quadrato uerde


pn le nozioni di Fisica di base e rosso per le applicazioni med,ico-biologi-
che.

ffi Le espressioni formali rileaanti o conclusiae sono riportate in riquadro


arancione ( azzurro nelle Appendici) .
ffi Gli esempi con calcolo numerico nel testo sono separati dalla trattazione
eintrodotti alla fine dell'argomento trattato nel paragrafo.
ffi Le didascalie delle figure sono spesso utilizzate per fornire ulteriori d,etta-
gli/nozioni com,plementari al testo.

ffi Alla fine di ogni capitolo è riportato un riepilogo delln grandezze fisiche (e
loro g,nità di misura) introdotte in esso.
-
ffi Alla fine di ogni capitolo sono proposti quesiti e problemi il cui risultato
à riportato in Appendice.

§ Le Appendici richiamano e/o introducono nozioni. utili nella trattazione


e riprendono ed estendono le Tabelle riportatu nel testo.

# Il la seguente si,mbologia:
.testo, le fi,gure e lc didascalie ad,ottano
o legrandaze uettorial:i sono riportatu in grassetto (grassetto corsiuo solo
per posizione, spostamento (o distanze), aelocità e accelerazione);
. le grandezze scalari o il modulo d:i uettori sono riportate con carattere
nortnale corsiuo.
E Il Capitolo 28, Strumentazione Biomedica, è disponi,bilc sul sito
www.edi.ses.i,t nel formato Adobe Acrobat PDF e può essere scaricato gra-
Lui I am e nte preuia registrazion e.
Indice generate xt

Indi ce generaIe

Prefazione alla I edizione III 7.7 CENNI DI METODOLOGIA DEL[-A.


Prefazione alla II edizione V MISUM E TEORIA DELL'ERRORE 35

Prefazione alla III edizione \4 RTTpTIoco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITA DI MISUM 36
Indicazioni utili alla lettura x PnogLeur 36

I Capitolo t I Capitolo 2
Le erandezze fisiche e la loro misura. Cenni lfondamentidella Meccanica Parte l: Le basi
di Geometria e di Analisi matematica della Cinematica e della Dinamica traslatoria

1.I t-{ FISIC,A APPLICATAALT-{ MEDICINA E 2.r INTRODUZIONE 5l


ALI-{BIOLOGIA I 2.2 CINEMATICA 5l
1.2 INTRODUZIONE 2 2.2a Traiettoria e legge oraria 38

1.3 DEFINIZIONE DI UNA GRANDEZZA 2.2b Velocirà e accelerazione 38

FISICAE SUE DIMENSIONI 2,2c Legge oraria di alcuni semplici moti 39

1.4 SISTEMI DI UNITADI MISURAE --Tlsenrpn 2.1 l.,tgge oruia: noto rztliliueo u.niJ omrcnr,ente ac«lero,ta 44
Esertpio 2.2 ll[oto t'ircokue unilonnc
COSTANTI FONDAMENTALI 4
1.5 GRANDEZZE SCALARI E GRANDEZZE 2.3 LE FORZE E LE LEGGI DELLA DINAMICA 44
VETTORIALI 6
2.3a Le forze 44

l.5a Somma e differenza tra vettori 8


2.3b I principi della Dinamica traslatoria 45

1.5b Prodotto scalare e prodotto vettoriale I 2.4 IL TEOREMA DELL'IMPULSO 47


1.5c Il vettore gradiente 11
Esempio 2.3 il tcnremu dell'i'ntpulso 18

1.5d Flusso di un vettore attraverso una 2.5 REI-{TMTAGALILEIANA 48


superficie 12 2.6 I CAMPI DI FORZE: IL C,AMPO
Esntltirt l.l Sonn,t tli vtlnri l1 GM\'ITAZIONALE 49

l,stmltio 1.2 Prodottottettoiale 13


EsemJtio 2.1 l;orzu gruui.ktziona.lz lru thte pmloni

1.6 CENNI DI GEOMETRIA E DI ANAIISI neL nutleo deLl'atonto 5t


MATEMATICA 74 Esernpio 2.5 2' ffincipio deLlu D'inanrit:a 51

l.6a Angolo solido 15 2.7 MASSA, PESO E DENSITA 52


l:wrn,pio 1.3 Vahttuzion,e rLi u.ngoli .vlidi l7 2.8 PSEUDOFORZE 5J
1.6b I1 concetto di funzione e la sua Rtrptroco DELLE GRANDEZZE FisrcHE E uNrrA Dr MrsuRA 54
rappresentazione grafi ca 18
Pnoaleur 54
1.6c Lafunzione lineare e le sue proprietà 20
1.4 2t
llsenltio Moto rettili.nn uniJonne
l.6d La funzione esponenziale e le sue
I Capitolo g
21
lfondamenti della Meccanica Parte ll:
ProPrietà
Iknnpio 1.) Suiluppo rl.i nlonic lnt,lcriclu 23
Applicazioni della Dinamica traslatoria
1.6e Le funzioni trigonometriche 23
[sempio 1.6 lli,nluziont di lriangili 25 3.1 INTRODUZIONE 55
1.6f La derivata: significato, proprietà e 3.2 DALLE FORZE AII-{ LEGGE ORARIA 55

conseguenze 27
3.2a Integrazione dell'equazione di moto 55

EvmPio 1.7 Dtrfuutn dellu. fu,rtzime esponen,zìale 29 Z.2b Moto inerziale in assenza di forze 56

1.6g L'integrale: signifrcati e proprietà.


qo 3.2c Moto in un campo di forze uniforme 5l
Lsenpiu ).1 Molo paraltolito 58
EscnQio 1.8 Il ctntro di massa d.i u.n setniantlkt 0m0gene0 Jj
1.6h Le equazioni differenziali 34 3.2d Moto in un campo di forze centrale 59

lìscmpio 1.9 l:quazione dllkt onde d,i d.'Aknn.bttt )5 3.2e Moto in un campo di forze elastiche
(moto armonico) 59
x'tI FISICA BIOMEDICA

3.3 LAVORO, ENERGIAE POTENZA 60 Esempio 5.2 Equilibrio del pu'de in sollarLntento 101

3.3a Energia cinetica e teorema dell'energia Esnn,pio 5.3 Equilil»io tron,tn-unlehrrLlt 1(J
cinetica 5,4 CARRUCOLE E PULEGGE IN
3.3b Campi conservativi, energia potenziale , MEDICINA 103
e conservazione de['energia meccanica 63 5,5 tA MANDIBOT-A. NEGLI ANIMALI t04
5. JC Potenza e rendimento 64 5.6 LA. LEGGE DI HOOKE APPLICATA
3.3d Energia potenziale e forze: condizioni AFMTTURE OSSEE 108
di equilibrio di un sistema meccanico 65 3.t TAFMTTURADI OSSA 108
.)..)e Piccole oscillazioni intorno alla Esempi.o 5.4 Slino e.ompressiuo neLl,a mdul,a 109
posizione di equilibrio stabile 67 5.8 FLESSIONE DI UNATMVE E FMTTURE
IìscrtQio 3.2 Conseft)azione d,ell'energia metcun.ica 58 PERFLESSIONE 109
L,wtnpia 3.3 Consenta.zione dell'ntergia e
fon« ektstica 5B 5.9 TORSIONE DI UNATMVE E FMTTURX
3.4 MECCANICADI SISTEMI FISICI 69 PERTORSIONE 112
3.4a Il piano inclinato 69 Esertpto 5.5 L'raltura per lorsione 116
Iisempio 3.1 Moto sul,lsiano inL:l,in,alo 69 5.10 t-A. CONTMZIONE MUSCOLARE 116
3.4b Il pendolo 70 5.11 tA MECCANICADELLA
listrupio 3.5 lloto del ltendolo 71 LOCOMOZIONE 118
3,3 MOTO DI UN PROIETTILE 72 5.12 t-A PERCEZIONE DEL MOTO
lisem.ftio 3.5 Lantio d.cl giauellotto 73 ROTATORIO r23
3.6 COLLISIONI FRA CORPI l3 fuEPILOGo DELLE GMNDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISUM t25
Esempio 3.7 Lhto cenlrale elnsti«t 75 PnosLnr.{t 126
lisempb 3.8 Urkt r:entrale anelu.slit:o 75
Rttpn-oco DELLE GRANDEZZE FISICHE E uNtrA Dr Mrsum /t)
PnosrsN,{r 'ft) Capitolo 6
Meccanica deifluidi

I capitolo + 6.1 INTRODUZIONE 127


,r!)
lfondamenti della Meccanica Parte lll: Esnnpio 6.1 I"orza di ltressione relatira
Elementidi Statica e di Dinamica rotatoria
Corpideformabilie attrito. '/ - 6.2
Ewnpio 6.2
EQUILIBRIO NEI FLUIDI
Spinta tli Arrhinrdc su un icehetg
128
130
Esempio 6.) Prcssione idrosIal,iaa t)l
4.r INTRODUZIONE Ilsern.pio 6.1 Prinrifio d,i Pastul 1r1
4.2 EQUILIBRIO DI UN CORPO RIGIDO 6.3 IL MOTO DEI FLUIDI: PORTATA ED
4.3 I VINCOLI E LE LEVE 78 EQUMIONE DI CONTINUITA t32
4.4 CENTRO DI MASSA E BARICENTRO 81 Esemltlo 5.5 Polcn.zu da cadutu d'atquu I )+
listnpio 4.1 (entro tli massa di due cotlti 83 6.4 FLUIDI NON VISCOSI: IL TEOREMA
4.5 CENNI DI DINAMICADEL CORPO DI BERNOULLI 1,34
RIGIDO (TMSIATORIAE 6.5 FLUIDI \ISCOSI: MOTO TAMINARE
ROTATORIA) 84 EMOTOTURBOLENTO T36
Esentpio 4.2 Consolazione del nomenlo angolare 88 NOTA6,I Deduzione delle caratteristiche
list'nt,pio 1.) Traslaz'ione e rotazione w u'n pi.ano inclinalo B9 del regine laminare 140
4.6 EI-ASTICITA E LEGGE DI HOOKE 90 6.6 MISUM DELI.A. \ISCOSITA.
4.7 LE FORZE DIATTRITO 91 USCOSIMETRI I43
Lstttpio 4.4 Fotze di athito su un'autot'elLura in atntu 92 b./ MOTO NON STMIONARIO DI FLUIDI 143
RTE,PILOCO DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNIT,\ DI MISURA 93 6.8 FORZE DI COESIONE E TENSIONE
Pnosl-Ertdt 93 SUPERFICI,ALE I44
6.9 APPLICMIONI DEL[-{ TENSIONE
SUPERFICIAIE t47
I capitolo 6.9a Contattofluido-fluido t47
Eiomeccanica 6.9b Flottazione 148
Esem,pio 5.6 Gall.tggiamento di un, iuselkt 148
5.1 INTRODUZIONE 95 lìsempio 6.7 l"bl t azilne diltna ìnzneLa sull'acqua t19
5.2 EQUILIBRIO DI ARTICOLAZIONI 95 6.9c Liquiditensioattivi 149
Ilse'npic,5.1 lÌqu,ilibrio dall'tntrn mn ausilio del bastorut 98 6.9d Fenomeni di capillarità 150
5..' LE LEVE DEL CORPO UMANO 99 Esernpio 6.8 l'n n.u,lzanento cnpill,tue tla I cnsione sttfnfici.nlt 151
Indice generate xnl

6.10 TENSIONE EI"{STIC"{ DI UNA


MEMBRANA E FORMULA I capitoto 8
DI I.{PI-{CE 151 Distensibilità e pulsatilità
L)senpio 6.9 Tntsiont elastica di un palkndno rLì gon»ut 154
6.u IL CONTAGOCCE t54 8.1 INTRODUZIONE 19I
RTtpTToco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISURA 155 8.2 APPLIC.AZIONE DEL[-{ TENSIONE
Ptoar-rut 155 SUPERFICI-ALE A-I SISTEMI
BIOLOGICI l9l
8.2a Effetti della tensione superficiale
I Capitolo z in Biologia: il plastron e la salita
della linfa nei vegetali
Meccanica dei fluidi nei sistemi bioloeici 191
E*rnpn 8.1 S«ltita della linln, rugli alfuri t92
7.7 INTRODUZIONE t57 8.2b Embolia gassosa r92
7.2 IL CIRCUITO IDRODINAMICO l:,.*npio <\.2 Rotttrra rldla memln'anu ceLlulart 193
DEL SANGUE 158 8.3 CARATTERISTICHE ELASTICHE
7.2a Portata dei r,asi e velocità del sangue 158 DELLE PARETI DEIVASI t94
7.2b Applicazioni del teorema di Bernoulli l6l 8.4 RAGGIO DI EQUILIBRIO DEI VASI 195
7.2c Misure di flusso 162 8.5 EFFETTI IDRODINAMICI DELI.-{
l:)snn.ltio 7.1 \:elot:ità drl sutlpue t6i DISTENSIBILITA DEI VASI 197
L.snQio 7.2 I'elotikì c lenninc rinctira t6) 8.5a Considerazioni generali 197
7,3 \'ISCOSITADEL SANGUE 163 Esempio B.) \:tktcitr) rlcll'otula sfigmi«t l9c)
7.3a Composizione del sangue 163 B.5b Moto pulsatile ed impedenza meccanica 200
7.3b Comportamentoviscosonormale 164 8.5c Modelli analogici del cuore e dei 205 vasi
7.3c Anomalie della viscosiià del sangue 165 8.6 FORMULA DI T-{PI.{CE E
7,4 RESISTENZA DEI VASI E VARIAZIONE FUNZIONAIITAC,\RDIACA 208
DI PRESSIONE NEL SISTEMA 8.7 FORMUIA DI I-APLACE E ANATOMIA
CIRCOT-{TORIO r67 DEI VASI 2tt
7.4a Resistenza dei vasi 167 Lsenpio 8.4 l"orzo, cenlrifitga e inlta, urtt a.ortiro 21J
7.4b Resistenza e regimi di moto nel sistema 8.8 FORMUI-A. Dr [-API"A.CE ED EQUTLTBRIO
circolatorio 169 AL\'EOt"{RE_ 214
lisem.pia 7.) Resislutut dcl cirr.:ob t:amPlessitto 171 Esetn.pio 8.5 l'.qui,l,ilnio uh'eolarc 215
7.4c Effetto della pressione idrostatica 171 RTnpIIOCo DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISURA 217
7,5 L{VORO E POTENZA CARDIACA t72 ProrLnur 217
7.5a La pompa cardiaca 172
7.5b t74
7.5c
Il ciclo cardiaco
Calcolo del lavoro e della potenza I c,ono,o g
cardiaca 175 Trasporto in regime viscoso
7.1
l),v+rLpio l,ai'oto «trdiaco 178
l:srn$io 7.5 lì«,ttorc ù'netico 178 9.1 INTRODUZIONE 219
7,6 MISUMDELIAPRESSIONE 9.2 SEDIMENTMIONE 220
DEL SANGUE 179 Exnpio 9.1 Del,nvtina,zione delh VES 222

7.7 MECCANICADELT-A.RESPIMZIONE 9.3 ELETTROFORESI 223


E FLUSSO DI ARIA NELLE VIE E*npio 9.2 lilcuruJòresi di pktsmo unano 225
RESPIRATORIE 18t 9.4 CENTRIFUGMIONE 994
7.5
llsem.ltio Valutuzi.one tlel krwrro rcsltiro.lono t34 Ìisempio 9.) ùlisula dtl peu rnolecolaru d.tll'ullntntina 228

NOTA 7.1 Geometria frattale e sistemi 9.5 CENTRIFUGHE PREPAMTNIE E


circolatorio e respiratorio 185 CENTRIFUGHE ANAIITICHE 228
7.8 AITRE APPLICAZIONI DEL TEOREMA DI Escrnpio 9.4 Mi.sur« speinttntrile del nutnero di.

BERNOULLI: IL VOLO NEL MONDO Alrryodlo N,, f 1 91 1) 232


ANIMALE E L'EFFETTO MAGNUS 187 Rnpu-oco DELLE GRANDEZZE FrsrcHE E uNrrA Dr MrsuRA 233
Rtrproco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNIT.À. DI MISURA 189 P«osr,E14r 234
Pnosr-BÀ4r 189
xiv FISICA BIOMEDICA

f Capitolo l0 I Capitolo I I
Termologia e Termodinamica Termodinamica nei sistemi bioloeici

10.1 INTRODUZIONE 235 1 1.1 INTRODUZIONE 275


10.2 SISTEMA E STATO TERMODINAMICO 236 71.2 MECCANISMI DI TRASMISSIONE
10.3 TEMPEMTUME SCALE DEL CAIORE 275
TERMODINAMICHE 237 I 1.2a Convezione del calore 275
10.4 ENERGIAINTERNA 238 1i.2b Conduzione del calore 276
10.5 CALORE E C.ALORE SPECIFICO 239 Escnpio 1 l. I Q»tduziottc di ralorc t: i:niazione
l',sen,!tir.t 10.1 llqri.lilnio termica 242 rli rntropia 277
10.6 IL [-{VORO IN TERMODINAMICA 9tq I 1.2c L'irraggiamento termico 277
10.7 TMSFORMAZIONI TERMODINAMICHE 243 Ewm,pia 1 1,2 lvog$umm,tu dal corlto uma,no 280
10.8 I-4. CONSERVAZIONE DELL'ENERGIA IN 1I.3 VASI DI DEWARE CALORIMETRIA 280
TERMODINAMICA: PRIMO PRINCIPIO li.srn,lio 11.) Srambi,tt d.i ral,orc ha du,e'nasse d,'rttqua p uaria:i,tne
DELLATERMODINAMIC.A 245 di entropia 281
IO.9 I GAS PEMETTI 246 NOTA I l.l Bisturi criogenico 281
Esetnpi.o 10.2 Ritluzione a «ndizioni NTP 249 11.4 I PRINCIPI DELT.{TERMODINAMIC.A
10.10 TRASFORMAZIONI TERMODINAMICHE E t-{FISIOLOGIA 283
DEI GAS PERFETTI 249 11.5 METABOLISMO DEL CORPO UMANO 284
10.10a Trasformazioni isoterme / 249 Esemltio 11.1 Pcrd.ila d.i musst «ùPorn 287
l0.lOb Trasformazioni isobare e isocore. 11.6 METABOLISMO BASALE E SPIROMETRIA 287
Relazione di Meyer / 250 Esmfia 11.5 \/tt lul,azionc del kt.tso mnlalnl itt 290
I 0. 1 0c Trasformazioni adiabatiChe 251 tt.l METABOLISMO BASALE E DIMENSIONI
I0.11 CENNI SULI-A. TEORTA CINETICA DEGLI ESSERI VTV'ENTI 291
DEI GAS IDEAII 949 11.8 TERMOREGOLAZIONE DEGLI ANIMALI A
l,snQio 1{).3 Entrgiu. cindica e xeloti.tà. tLelle mnlerok 25i SANGUECALDO 292
l)sempio 10.1 'l'ernltuatura cd enn{ia cinelim media 11.8a Ambiente freddo 293
delle noleulc 255 11.8b Ambiente caldo 294
10.12 I GAS REAII 257 11.8c Ambiente molto secco o molto umido 295
r0.13 ENTALPIA 258 Exmpio 1 1.6 'l'mnotzgolttziont dal corpo urranrt 296
r0.14 IL SECONDO PRINCIO DELLA I1.9 POTENZALI TERMODINAMICI E REAZIONI
TERMODINAMICA 260 BIOCHIMICHE 297
lÌstmfm 10.5 P'nuli'men,to d,i urLn, matchina krrn.it:« 262 l)snrQi.o 11.7 Yefuità di ti.ntesi d,cll'AlL'P 297
10.15 ENTROPIA 262 11.10 EQUTLIBRI NELLE REMIONT
I:.sempio 10.6 Yo,imione di. entroltia 2(t5 CHIMICHE 298
Esempio 10.7 \;ruiazione d.i. ntropiu di tm gas 11.11 ENTROPIA E \,TTA 900
pefiello in espansion.rt l:tberu, 265 RTSPITOCO DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISUM 300
10.16 SIGNIFICATO STATISTICO Pnoer-E14r 300
DELL'ENTROPIA 266
10.17 I POTENZIALI TERMODINAMICI:
ENERGIALIBEM 267 Capitolo l2
Esmpio 10.8 Pratessi sltorLl.a,nei t proccssi uieto,t.i 27A Fenomeni ondulatori
10.17a Potenziali termodinamici dei gas
perfetti 270 t2.t INTRODUZIONE 301
10.18 ILPOTENZIALE CHIMICO ED EQUILIBRI lo c,
LE ONDE 301
CON SCAMBI DI PARTICELLE 271 12.3 MOTO ARMONICO E OSCILLATORE
RTtpnoco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITA DI MISUM 273 ARMONICO 303
PnosLEN,{r 273 12.4 OSCILLAZIONI SMORZATE
E FOMATE 305
lixmlt'io 12.1 Con.seruazione rLeLl,'encrgin e on.rlc sntonate )05
72.5 EQUAZIONE Dr PROPAGMTONE
DI UN'ONDA 306
Esort/tio 12.2 \I\»u.zione rLi un.a rcrdl )a7
Indice generate xv

12.6 ONDE PIANE, ONDE SFERICHE E Esenpioll.2 Infrasuoni ))1


PRINCIPIO DI HUYGENS 307 r4.7 ULTRASUONI IN NATUM 351
12.7 ANALISI DI FOURIER 309 14.8 IMPIEGO DEGLI ULTRASUONI
Esernpio 12.3 I'requenze armonichc nel pian,ofone 31j IN MEDICINA 353
EwnQio 12.4 ,\naksi annonim tlcLl'L[,C j1, 14.8a Gli ultrasuoni nella terapia medica 354
12.8 RIFLESSIONE, RIFMZIONE E 14.8b Gli ultrasuoni nella diagnostica medica 354
RIFLESSIONE TOTALE 315 Esonpio 14.) Ilu.ssimetiaDof$ln" 116
12.9 INTERFERENZA 377 RTnTU-oco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITA DI MISUM 357
12.10 ONDE STAZIONARIE E BATTIMENTI 319 Pnoer-nMr 5Cl
12.10a Onde stazionarie 319
12.10b Battimenti 321
E.senrpia 12.5 Battimenti 322 Capitolo l5
72.tI EFFETTO DOPPLER ?.99 Diffusione e filtrazione
Esentpio 12.5 Suono da una si,raut. su un'autonmbile )24
12.12 P OI-ARIZ7.\ZIO NE D ELLE OND E 15.1 INTRODUZIONE 359
TMS\'ERSAII 324 75.2 LE MEMBMNE NEI SISTEMI
RTspIToco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISURA 325 BIOLOGICI 360
Pnosi-r14r 325 15.3 IL FENOMENO DELTA DIFFUSIONE 363
NOTA 15.1 Deduzione della 2" legge di Fick 366
[ìsem,pio 15.1 Nunero tli collisioni tra molet:ole ?(t7

I Capitolo ls t5.4 DIFFUSIONE LIBEM E ATTRA\'ERSO


Fisica delle onde elasfiche MEMBRANE 367
lisemprc I 5.2 Nu,nrcro di poi e supuJu:i tli. membrane biologirhe
13.1 INTRODUZIONE 327 (t upill o.re e ala eo la re) )/t
13.2 IL SUONO 327 15.5 t-AFILTRAZIONE 372
13.3 PROPAGAZIONE DELI-E ONDE Esem,pio 15.) Stima del raggio tlei pori di metnlnane
SONORE 328 15.6 EqUILIBRI GA$LIQUIDO 375
13.3a Pressione sonora 328 75.7 DIFFUSIONE DI GAS IN SISTEMI
13.3b Velocità di propagazione del suono 329 BIOLOGICI al I
Esem,pio 1).1 Vùtdtà tltlsuoroin el,io ))t Ew'mpio 15.4 O,sigrha tras\crlata d,t,ll'unrrylobin.a 3BA

13.3c Intensità sonora e direzionalità Rmproco DELLE GMNDEZZE FrsrcHE E uNtrÀ Dr N4rsum 380
Pnosrll4r
Esetnltio1).2
del suono
Stono da un altopu,rkm.te
JJI
) )!
/ 381

Estrnpio I ). ) Intmsik) sonoru t Ì\iTP j3j


Esempio ).4 I Massima ltres.sione slnora tullerubtle )33 I Capitolo t6
13.4 IMPEDENZAACUSTICA JJJ Osmosi€ applicazioni ai sistemi bioloeici
Iisen'lio 1).5 PiJlessiont e lrasrn.issione 3)5
r.1.5 INFMSUONI E ULTRASUONI 335 16.1 INTRODUZIONE 383
Esempio I ).6 Etfetto di altrasu.otti sul mato di molerob )37 16.2 MEMBRANE SEMIPERMEABILI ED
Rtrpll-oco DELLE GRANDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISURA 3it EQUILIBRI OSMOTICI 383
PnosLnMr 338 NOTA16.l Spiegazione dell'osmosi 387
16.3 I-{VORO OSMOTICO E POTENZIALE
CHIMICO 389
I Capitolo t+ t6.4 EQUILIBRI OSMOTICI NEI SISTEMI
Le onde elastiche in Biologia e in Medicina BIOLOGICI 390
Escmpio 16.1 Risalita pn osrnosi drlh, lir{ù negli al.bti 392
14.1 INTRODUZIONE 339 Esenpio 16.2 Acrtunulo di liquidi nà tessuti (ed.ema) 396
14.2 LN'ELLI DI SENSMIONE SONORA 339 E,wn$ia 16.) Lauoro osmotico per rowttlrrtrc l'urua
EserrQio 14.1 Scn siltilita .rono ra dcll,' orecc hio ?J' t met o,b olismo ren,ale J97
14.3 LARICEZIONE DI ONDE EIASTICHE 16.5 SCAMBIATORX E MOLTIPLICATORE
NEI SISTEMI BIOLOGICI 342 CONTROFLUSSO
OSMOTICO IN 397
\4.4 I.{ FONAZIONE 34? Esemltio 16.4 nri tulnii renali
Recupoo di ru:qut e sol:ut.i 440
14.5 LO STETOSCOPIO 349 Rreplloco DELLE GR{NDEZZE FrsrcHE E uNrrÀ Dr MISURA 401
14.6 INFMSUONI DAFENOMENI Pnosr-nN4r 401
NATUMLI E DA FONTI ARTIFICIALI 350
xvr FISICA BIOM EDICA

18.6 TA MEMBRANA C.APILI-ARE 445


Capitolo l7 18.7 IA MEMBRANA CELLUT,ARE:
Fenomeni elettrici POTENZIALE DI RIPOSO E MECCANISMI
DITRASPORTOPASSTVO 447
17.1 INTRODUZIONE 403 L.senQio I 8. 1 (.u.ratteristich c del Litlte d dkr membnr n «
17.2 CARICA ELETTRICA E FORZA t:elIuLurt' 450
DI COULOMB 403 !,senpio 18.2 Etluilibi tli monbrnn,o 451
l)seupkt l7.l Re.prilsione dettrosktl.iru tra pnion.i 10i 18.8 FLUSSI IONICI INASSENZADI
17,3 IL CAMPO ELETTRICO E IL EQUILIBRIO E MECCANISMI DI
POTENZIALE ELETTROSTATICO 405 TMSPORTOATTIVO
NOTA 17,1 Energia potenziale del campo di forza (POMPASODTO-POTASSTO) 451
elettrostatico 408 NOTA 18.2 Deduzione dell'equazione di Goldman 454
17.4 IL TEOREMA DI GAUSS E LE SUE Esnt.pio 18.) Rappofto Pr,,/Ps in «llub etcitabili 155
CONSEGUENZE 409 L.setttpio 18.1 RtQparta Pr,,/l'oin cellukt non eùtrthili (eritroriti) 155
li.wnltio tr 7.2 il mm.ln ckttn,co di u"n.a sfut, i,sol,anle 411 18.9 I.{VORO DI MEMBRANA 455
17,5 DISTRIBUZIONI DI CARICHE Ewm.pio 18.5 Ì)ikr,nci. entgtliti r:dlulaù 457
ELETTRICHE: DIPOLO ELETTRICO Rnprloco DELLE GRANDEZZE FrsrcHE E uNrrADt MISURA 457
E STMTO DIPOT-A.RE 4tl PnosLEr,rI 458
t7.6 CAPACITA DI UN CONDUTTORE.
ILCONDENSATORE 474
lsampia
17,7
17.) lintrgiu di catitu, e .srarica deL r.rndensatore 418 f Capitolo 19
LA CORRENTE ELETTRICA E Fenomeni bioeletfrici: il polenziale d'azione, propagazione e
LE LEGGI DI OHM 418 con§egoenze
r7.8 SOLUZIONI ELETTROLITICHE E
DISSOCIAZIONE ELETTROLITICA 421 19.1 INTRODUZIONE 459
lisenfio 17.1 So hLzi or t i e l.cl t ro li t i. ch e
79.2 LE ATTMTA BIOELETTRICHE
lì.snnpiu 17.5 Concertr«zione di iotti id.rogeno ncll'arqur NEI SISTEMI BIOLOGICI 459
pun c ltH 19.3 IL POTENZIALE D'AZIONE 460
17.9 t-4. MOBILITA ELETTROLITICA E 19.4 IL CASO DELLE MEMBRANE
L'ELETTROLISI 423t NON ECCITABILI 463
17.10 FORZAELETTROMOTRICE E Esem.ltio I9.1 l'enlti th (it[,7utt?ts0menl0 tlcllo mentbran«,
CIRCUITI IN CORRENTE CONTINUA 425 du lartt di ioti Na' 164
17.11 EFFETTO TERMICO DELTA CORRENTE 19.5 PROPRIETA DI CAVO DELL'ASSONE 464
1

ELETTRICA 428 Esempio I 9.2 l:ltsiltenza in{qnn rlell'a.ssone


lisentpio I 7.6 Ciruito in ronattu ton.l.irr.u.a 429 NOTA l9.l Potenziale elettrico lungo una linea
I:.vmpio 17.7 Cinr.itu in rcrenln ron.tinua 129 distribuita (cavo coassiale) 468
!.scnpio 17.B Caratttrktiche eletlriht della hnlntlira 19.6 PROPAGAZIONE DEL POTENZIALE
a. intrmd,e.sr.enzu. 430 D'AZIONE 470
17.72 C,ARICAE SCARICADI UN I9,7 IL C.ASO DELLE FIBRE MIELINICHE 472
CONDENSATORE 430 Esemltitt 19.) \bkt.ntì i.i prolngazione 474
d.d lnlenzirtli d.'nzione
Iistntpio 17.9 I'arema.hcr o stimokttore rurtliato 431 19.8 TRACCIATI ECG, EEG ED EMG 474
Rnplloco DELLE GRANDEZZE FISICHE E uNtrÀ Dl Mrsune 435 4
Ese rn
f io I 9. App lit ultilit.à r h l l' appxtssim.uziou.e
Pnosr,nN4r 435 diltolarr pet F.O() 177
-
I9.9 L'ELETTRICITA NEI PESCI 418
19.5
f capi tolo 18
Esenpio
19.10
Conntti eictlir:he croute
CONCLUSIONE
I.a. anguillt 47q
479
Fenomeni elettrici nei sistemi bioloeici RmpILOCo DELLE GMNDEZZE FISICHE E UNITÀ DI MISUM 480
PnostrN{t 480
18.1 INTRODUZIONE 437
18.2 FLUSSI ELETTROCHIMICI 438
18.3 POTENZIALI ED EQUILIBRI
ELETTROCHIMICI 439
I Capitolo zo
Elettromagnetismo
NOTA l8.l Deduzione dell'equazione di Nernst
partendo dall'equilibrio dei flussi ionici 440 20.1 INTRODUZIONE 481
18.4 EqUILIBRTO Dr DONNAN-GTBBS 442 20.2 IL C.AMPO MAGNETICO 481
I8.5 I-APRESSIONE ONCOTICA 443 L-.srnfio 24. ) Ittltttsitrì tlel tanQo di Jbna nngrutirrL 481
lndice genera[e xvlt

20.3 I.-{ FORZA DI LORENTZ E IL MOTO DI UNA 21.8a Costruzione dell'immagine da una
PARTICELT-{ CARICA IN UN C.AMPO lente sottile 531
MAGNETICO UNIFORME 484 21.8b Ingrandimento lineare b32
20.4 MOMENTI MAGNETICI E PROPRIETA llsenpio 21.7 Innasine di rlue lenti ronttogenti seltarale 5 j3
MAGNETICHE DEL[-A. MATERIA 485 21.9 DIFETTI DELLE LENTI: ABERMZIONI 533
L*mpio 20.2 (.nnlu, nngttclit,, rli tt ttt l,obì t',, 488 21.10 LE SUPERFICI SPECULARI 537
20.5 TEOREMA DELI-A. CIRCUITAZIONE l:,setnltio 2l .8 lùnmsilte rlo. uno sp« rh.lo pi.uno 5 i9
E NON CONSERVATMTADEL CAMPO NOTA 2l.l Inversione destra-sinistra 539
MAGNETICO 488 Rrrpnoco DELLE GMNDEZZE FrsrcHE E uNrrA Dr MrsuRA 540
20.6 FLUSSO DI CAMPO MAGNÈTICO Pnonr-rm 540
E INDUZIONE ELETTROMAGNETICA 489
20.7 LE EQUAZIONI FONDAMENTALI
DELL' ELETTROMAGNETISMO 490 I Capitolo 22
20.8 IL FENOMENO DELL'AUTOINDUZIONE 492 La strumentazione offica in Biologia e in Medicina
20.9 CIRCUITI IN CORRENTE ALTERNATA 493
20.10 IMPEDENZA ELETTRICA E RISONANZA. 22.1 INTRODUZIONE 541
ILTRASFORMATORE 495 999 LA LUCE POIARIZZATA E IL POTERE
llsempio 20.J Oinuito PLl,{l 198 ROTATORIO 541
Ese'tnpio 2L).1 tllltl ruzian.e del
i I ra s fònn «tore: il d ertltrilktn»'c li.v,tti.ltio 22.1 l'lisura delk nnrcntruzionr ton. il polatinuln 543
rntd.i0{'o 199 99q ASSORBIMENTO OTTICO E
20.1 1 POTENZADISSIPATAIN UN CIRCUITO IN SPETTROFOTOMETRIA 544
CORRENTE AITERNATA 500 22.4 IL MICROSCOPIO 546
20.12 ILBISTURI ELETTRICO 501 22.4a Il microscopio semplice 546
20.13 LE ONDE ELETTROMAGNETICHE 502 IisenQio 22.2 Ll'ntu d.i i'ngt:ndimrnl.o 517
20.14 CIRCUITI OSCILTANTI 506 22.4b Il microscopio composto 548
20.75 EMISSIONE E ASSORBIMENTO DELLE 22.4c Il potere separatore del microscopio 549
ONDE ELETTROMAGNETICHE 507 22.4d La profondità di campo del microscopio 553
Rtnprloco DELLE GR{NDEZZE FISICHE E UNITA DI MISURA 509 l:sem.pio 22.3 (,«r«tIeristidie dell'innrug'i.ne di un nioosropio:

PxosrnÀ4r 509 d i.s I art za o gget Lo, in gr a:nd i me nto, ri so {uzit» rc,
t:ampo /
l»olonl,itir dì 155
22.5 MICROSCOPI OTTICI SPECIALI 555
I Capitolo 2t 22.5a Microscopio a contrato dffise 556
offica fisica e oftica geometrica 22.5b Microscopio polarizzatore 558
22.5c Microscopio a fluorescenza 558
21.1 INTRODUZIONE 511 22.5d Microscopiodigitale 559
21.2 ONDE ELETTROMAGNETICHE 511 99R LE FIBRE OTTICHE E IA LORO
Lsentltio 2l.l l:)ncrga Lurninti.su du uuu latnpudinc. UTILIZT-\ZIONE IN DIAGNOSTICA
rd incundrsanza 511 MEDICA 561
21.3 DIFFMZIONE DELLALUCE 515 22.7 t.{DIFFRAZIONE DEI MGGI X E I-4,
21.4 IL PRISMA E t-A. DISPERSIONE STRUTTURA DELLE MOLECOLE
DELTALUCE 517 BIOLOGICHE 564
Escmpio 2l .2 llifro.ziortc n.el wtni 519 lisctlpio 22.1 ll«gqt X monorronut,liti 566
E.wrnpio 21.3 ,lngob LimiLe 520 Rrepnoco DELLE GMNDEZZE FrsrcHE E uNrrÀ Dt \4rsum 566
21-5 IA POT-{RIZZAZIONE DELI-A. LUCE 520 PnosmN4r 566
21.5a La polarizzazione per emissione e
assorbimento selettivo: il polaroid 52r
27.5b La polarizzazione per rifl essione 499 Capitolo 23
lisempkt 21.4 l'okt,riz;nzìon t tto' i llcssi.o nr 52) La funzione visiva
21.5c La polarizzazioneper doppia
rifrazione: il prisma di Nicol 523 23.1 INTRODUZIONE 567
2t.6 LA LUCE COERENTE 524 23.2 L'OCCHIO E IL SUO POTERE
2r.7 ILDIOTTRO 524 SEPARATORE 567
21.8 LE LENTI SOTTILI 528 23.2a Descrizioneanatomica 5bt
EsemN:io 21.5 I.rnlt ut{ilc it nirt t itt rr,,lttn t;0 23.2b L'occhio come sistema otùco 5bò
l:wnLltio 21.6 Poleru tiiattnro tl.ell,a runnu 5i0 23.2c Acuirà visiva 570
xviii FISICA BIOMEDICA

2).1 L)istanza limite da actt.ità tisiua 571


Esetnpio
23.3 I DIFETTI OTTICI DELL'OCCHIO 572 I Capitolo 2s
Esempio 2).2 Dife{b da ltunto pro.ssino )/1 Le radiazioni €l€ttromagnetiche in Biologia
Esemltio 23.3 DìJ'efio da pu,nto remoto 574 e in Medicina
23.4 IL MECCANISMO DELI-A. VISIONE
E I-APERCEZIONE DEI COLORI 574 25.r INTRODUZIONE 623
23.4a Laretina 574 25.2 T"{ RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA E
23.4b I fotorecettori e le cellule elaboratrici 515 L'EMISSIONE TERMIC.A 623
Esewpto 2).4 Mini ma nsltos to. aisiaa 579 f,sem,pio 25.1 Vo,lulozione tli tntùoatura PtT em,i.ssione Letnticn 525

23.4c Il meccanismo della visione 579 25,3 CAMPI ELETTROMAGNETICI A BASSA


EscnQìo 2,).5 il'lassima distanza di aisibilità iat FREQUENZA E A RADIOFREQUENZA 625
23.4d La connessione bulbi oculari-cervello 583 25.4 LE MICROONDE IN MEDICINA 628
23.4e ll triangolo del colore e lavisione 25.5 TA RADIAZIONE INFRAROSSA 629
cromatica 585 25.6 TA RADIAZIONE VISIBILE. DISPOSITM
Evmpio 23.6 Il hiangolo dcl colare 587 LASERIN MEDICINA 630
23.5 I-A PERCEZIONE VISIVA Escmpio 25.2 Cot$"onl.o tra ltuc solare e lttce kxer o) )
NE,GI,IANIMAI,T 588 25.7 I MGGI ULTRAVIOLETTI 633
PnosrnN4r 594 25.7a Effetti biologici dei raggi ultravioletti 635
Iìscnpio 25.J lim,issione d,i (NA 5]6
25.8 IRAGGIXEIALOROPRODUZIONE 636
Capilolo24 25.8a I1 tubo a raggi X 637
Materia e radiazioni 25.8b Produzione e spettro dei raggi X 638
E*npio 25.1 l'rotlttzionc tli rngqt X 641

24.1 INTRODUZIONE 595 25.9 I RAGGI X IN EIAGNOSTICAMEDICA 642


24.2 GLIATOMI 595 25.9a Assorbimento dei raggi X 642
24.3 I-{ MECCANICA ONDUT-{TORIA 598 l.x.npio 2i.5 .\ssorbiucnlo iliraes. .\ /r dit'n.si maltiuli 517
Esemfio 24.1 [ndettminazione del.ln fosizione 599 l.sntltio 21.6 I'nduzionr tli antimulrria
Esempio 24.2 Dualila ondn-o$tuscolo 6(t0 25.9b Effetto cumulativo (huiWup) 648
24,4 I-A.STRUTTUMATOMICA 600 25.9c L'immagineradiologica 649
Esunpio 24.,) Assorbimtnlo l,i.t'otoni bUJ 25.9d L'intensifìcatore d'immaginB o
24.5 I-A.STRUTTURAMOLECOT-A.REE amplificatore di brillanza 653
GLI STATI DELTAMATERIA 603 25.10 TARADIAZIONE GAMMA 654
24.6 T-{ RADIAZIONE ELETTROMAGNETICA 606 Rtrptoco DELLE GRANDEZZE FlstcHE E UNITÀ DI MrsuRA 655
24.7 I NUCLEI E LE FORZE NUCLEARI 607 Pnosr,E14r 655
EsenQi,o 24.4 Ener§a da dilbtto di mas.sa 609
24.8 T-{RADIOATTMTA 610
24.9 T-A LEGGE DEL DECADIMENTO I Capitolo zs
RADIOATTIVO 611 Le radiazioni ionizzanti: effeffi bioloeici
)ìsempio 24.5 Decad,imento rad,ioattiul del c0b0,lt0 60 514
Esenpio 24.6 Datazione mtdiunte mrbon,io 14 614 26.1 INTRODUZIONE b5/
24.10 ASSORBIMENTO DELLE RADIAZIONI 26.2 ASSORBIMENTO DELT-A. RADIAZIONE
NELI-A.MATERIA 61.4 IONIZZANTE NELI.{ MATERIA
24.II SPETTROMETRIA DI MASSA 615 (coRPuscot-A,RE, x E GAMMA) b5 I
Esempio 21.7 Impiego di u,no s|cttrlmelro d.i massa 617 26.2a Dosimetria 658
24.1,2 ACCELERA.TORI DI PARTICELLE Eserutpio 26.1 Vahttazione tli Iì-BI: 562
INMEDICINA 617 26.2b Assorbimento dei fotoni gamma 662
24.12a ll ciclotrone 617 b:ernpio 26.2 Attiuita, radioattiua tl.i una nrgcnle di ub&lLo 60 663
24 .12b 11 betatrone 619 26.2c Assorbimentodellaradiazione
24.12c 11sincrotrone 619 corpuscolare 664
24.12d Acceleratori lineari 620 26.2d Confronto fra le diverse radiazioni 665
Rrnproco DELLE GRANDEZZE FrsrcHE E uNrr.À. Dr Mrsum 621 26.3 DISPOSITM DI RiVELMIONE 666
PnogLrur 621
Indice generate xtx

26.4 EFFETTI BIOLOGICI DELLE MDIAZIONI


IONIZZANTI 670 § Capitolo 28
26.4a Radiobiologia cellulare 672 Strumentazione biomedica
26.4b Effetti macroscopici della radiazione
ionizzante 671
Esem,pio 26.3 Awel,enc.'mento tl« polonio ynriioalti.ao
(iI tn.ro Lihtinenha) 675
I:,sempi.o 26.1 Ef{elto tati.ro della radiaziorc ionizz*t'tte 675 28.1 INTRODUZIONE 705
26.4c Sterilizzazione medianteradiazione 28.2 t-{ SICUREZZA NEGLI IMPIANTI
ionizzanle o/o ELETTRICI 705
Rteprroco DFr LE c&{NDEZZE FISTCHE E uNlrA Dt MÌsuRA t'lt) 28.2a Le correnti elettriche nel corpo umano 70b
PnosLEr4r tr /h 28.2b Lo shock elettrico 706
28.2c Sistemi di protezione 710
livmttio2\.2.l L.Jkttidn.ektltrotLt:iutLy i12
I Capitob ez 28.3 I TRASDUTTORI 7I2
Radiodiagnostica , radioterapia e radioprotezione 28.3a Elettrodi e microelettrodi 713
28.3b Trasduttori di grandezze meccaniche 716
27.t INTRODUZIONE b'/'/ ?,sun,fth 28.).1 l:'lussimetrin, 718
27.2 MDIAZIONI IONIZZANTI IN 28.3c Pletismografia aimpedenza: bioimpedenza
RADIODIAGNOSTICA b// elettrica toracica 718
27.2a Radiodiagnostica da irraggiamento X 677 sistoliru
f,senpio 28.3.2 lm,pedenzn totrLt:it:a r §.ltata 723
27.2b Radiodiagnostica con l'impiego di 28.3d Trasduttori di temperatura 724
radionuclidi 675 28.3e Trasduttori ottici 724
Esenltio 27.1 Ps-iorh di d.ùn*zamlnto e.t'fi.|tila 681 28.3f Trasduttori chimici 726
Ese'ntpio 27.2 CaraLtmstirhe. dì i ttltiega tlello iodia 131 682 28.4 IL MICROSCOPIO ELETTRONICO 727
!"sen,!tio 27.3 ùlisutc deluolutne di sangue cott iod,io l)1 682 28.4a Le lenti elettrostatiche 721
27.3 RADIAZIONI IONIZZ{NTI IN 28.4b La microscopia elettronica 729
RADIOTERAPIA 682 E.wnQio 28.1.1 )\ficroscopia ebttronico: risoluzione 7)i
27.3a Premessa 682 28.5 L'ELETTROCARDIOGRAT'IA 733
Es*nltio 27.4 Rapfortu tuapeutieo 684 28.5a Il modello dipolare 733
27.3b Radioterapia convenzionale 685 cardiaco
28.5b II momento di dipolo elettrico 735
27.3c Radioterapia con protoni, neutroni 28.5c Le derivazioni elettrocardiografiche 735
ioni (adroterapia)
e 687 28.5d Aspetti tecnici 740
oa/
1l,a t.{ RADIAZIONE IONIZZANTE Evnpi.ti 28.5.1 Asìmtnetria nel,Ia ltosìzione del, cua'rc 712
NELL'AMBIENTE 691 28.6 ECOGMFIAEDECOC,ARDIOGRAFIA 743
27.4a Laradiazione naturale 691 28.6a Caratteristiche ed effetti delle vibrazioni
27.4b Laradiazione naturale da attività ultrasonore l+3
umana (antropica) 693 28.6b Caratteristiche tecniche dell'ecografia 744
27.5 CENNI DI MDIOPROTEZIONE 694 28.6c Elaborazione elettronica dei segnaÌi 750
27.5a Pericolosità del1e radiazioni ionizzantt 694 28.6d Modi di analisi ecografiche
27.5b Principi fondamentali di ed ecocardiografia dinamica 752
radioprorezione 696 Esernltio 28.6.1 Ercsrurta co'ebmlp 751

27.5c Misure di tutela 697 28.7 I.{FR{NTUI,AZIONE MECCANICA


DI CAICOLI 't55
27.5d Altri aspetti della radioprotezione 698
liu$ia 27-5 Prndiopratnione du cobulto-ti? 701 28.7a Ii iitotritore: principi fisici e aspetti tecnici /55
Rtr.plt-oco DELLE GRANDEZZE FlsrcHE E LNtrÀ Dt l\lsuRA 702 Esml;ut 28.7.1 Fona ugente su mlcolo rtnale 760
Pnosr.prr,rr 702 28.8 IL RENE ARTIFICIALE tbt)
28.8a Evoluzione temporale della diffusione /lrU
2B.Bb Descrizione de1 rene artificiaÌe 763
28.8c Tempi di emodialisi /05
Evnfiio 28.8.1 {)antenhazionc in segdto a emodiali,sì 766
xx FISICA BIOMEDICA

28.9 IMMAGINI TOMOGMFICHE: TC, SPECT, APPENDICEA


PET, RM, ECTOMOGRAFIA E OTC 766 Cenni di teoria della misura e di statistica
28.9a La ricostruzione di immagini tomografiche t6/ A.1 Cenni di metodologia della misura
E.sem,ltio 28.9.1 i l.omo o afu:h t
Froi *ir »t i i() e di teoria dell'errore A-1

28.9b Tomografiacomputerizzata (TC) 771 A.2 Curva di disuibuzione delle frequenze A-1
28.9c Tomografia a emissione di fotone singolo A.3 Descrizione di una distribuzione
(SPECT) 777 statistica mediante la media e ia varianza A-2
28.9d Tomografia a emissione di positroni (PET) 780 A.4 Curva di distribuzione normale
28.9e Immagini da risonanza magnetica nucleare o di Gauss A-4
(RM) 784 A.5 Analisi grafica di risultati sperimentali A-5

28.9f Immaginiecotomograliche 792 t:sempio,l. I Prapagazione degli ertori A-7


28.99 Tomografia ottica coerente (Optical
Cohuence Tomograplry, OCI 793 APPENDICEB
EsenQio 28.9.2 Energi.u assorbita ndh P,I'I 796 Cenni di inforrratica
28.10 CHIRURGAROBOTIC,A 796 B.1 Introduzione B-8
28.10a La Fisica alla base dei sistemi robotici 797 8.2 Unità di misura caratteristiche
28.10b Il sistema robotico 798 . dei mezzi di calcolo B-8
28.10c Le applicazioni cliniche 800 B.3 Laconversioneanalogicodigitale Bl0
28.10d Limiti e possibili sviluppi del sistema 802 8.4 Reti di calcolo e conclusioni B-12
Lse'ntpio 28. l{.) I I)n is.sionc tkt Jht.otrrsc(nzd, 802 F,sempio Il.l Analisi a.nnonita tli lvart:i«ti IEG P,l )
28.11 MACCHINA CUORE-POLMONE
(crRcorl,zroNE EXTRACORPOREA) 803 APPENDICE C
28.11a Cenni storici, generalità e scopo Dati numerici e tabelle
della macchina cuore-polmone 803 . C.l Costanti fondamentali de1la Fisica c-14
28.1 1b Cannule per drenaggio venoso C.2 Alfabeto greco c-l4
e per immissione arteriosa 803 C.3 Prefissi per potenze di 10 Gl5
28.1Ic Sistema di pompe 804 C.4 Dimensioni, tempi e masse Gl5
28. 1 ld Riserva venosa (resentoàr) e ossigenatore 804 C.5 Simboli, dimensioni e unità di misura
28.11e Scambiatore di calore 808 del1e principali grandezze fisiche c-16
28.1 1f Filtri e dispositivi accessori 808 C.6 Tavola periodica degli elementi
28. I 1g Aspeui medico-clinici 808 (Tavola di Mendeleev) Gl8
28.12 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE CON C.7 Elenco delle tabelle nel testo G20
ELENCO DELTA STRUMENTMIONE
E DELLE TECNICHE E METODOLOGIE APPENDICED
FISICHE DESCRITTE O CITATE Risposte ai problemi D-22
NEL TESTO 809
PRosr,o14r 813 Indice analitico I-1
ol

o-
(tr

Le grandezze fisiche e la loro t,

misura. Cenni di Geometria e di


Analisi matematica

7.7 LA FISICA APPLICATA ALLA MEDICINA E ALLA BIOLOGIA

Le struttì.rre rnicroscopiche chiarnate cellule costitliscono le entità fondamen-


tali dei sistemi biologici. Negii esscri viventi un insicrne olganizzato cli cellule co-
stituisce gli organi e i sistemi macroscopici ciall'impiego estrenlalrente vario, quali
acl escn-rpio l'approrviuionamento e la clistribuzior.re di sost2lnze per proclun'e
I'energia necessaria al sistema, le funzioni sLrperiori di cornando e di senso, la mci-
bilieì e altre, come evidenziato nella Figura 1.1. Per descrivere e cornprendere il
funzionamento di organi e sistemi e, quindi, 1a grande varietà dei fenomeni biolo-

a) geni -+ proteine --i- struttura.eJunzione -+-strutturaefunzione#trutturaetunzione , medicina


cellulare tessuti
dei tessuti orsani
desli organi
degli clinica

+----
HGP/Trascrittoma/Proteoma Progetto fisioma
1.5 000+
, + 100 000+
+ IOO+
.'.:" _-, + I .-.> 12 appar:ati I corpo
genr prolerne trpr dr cellule t1p1 Lh tessuto

b)
, §

l0-6s l0's ls lO's l0"s 10" s

eventi molecoiari diffusione del motilità mitosi turnover r,ita


(passaggio diioni segnale ceìlulare de1Ieproteine dell'uomo
nei canali)

Figura 1.1
Viene mostratzr 1'organizzazione del sistema biologico ltomo cla11e n'rolecolc, allc ccllule, agli orgali, al colpo nel suo corn-
plesso e la relativa clinica su sc:rle mnltiple: la dimensione spaziale , quella temporale e i livelli strutturali. per ciasculo clei
quali si applicano modclli clescrittir,i. Tra osni livello e quello successivo. pitì dettag'liato, rna lirnitato nelle dirnensioni t:
nel tempo, devono essere stabilite opportr.rne r-el:rzioni con elIètti strlla clinica e sulle terapie.
CAPIT0 L0 1 Le grandezze fisiche e La loro misura. Cenni di Geometria e di Analisi matematica

gici, è indispensabile ricorrere alle leggi della Natura, in particolare facendo ri-
corso a quelle scienze che principalmente ci permettono di raggiungere lo scopo:
la Fisica e la Chimica.
Nella pratica medica e nei laboratori biologici Ie moderne tecnologie compor-
tano una strurnentazione per ricerca, diagnostica e terapia sempre più complessa
e importante: per descrivere e spiegare il suo funzionamento è necessario ricor-
rere a vari principi e leggi di Fisica.
L'applicazione della Fisica nello str.rdio dei sistemi biologici e nella strumenta-
zione biomedicale r.iene svolta a partire dal presente capitolo e in tutti quelli succes-
sivi alternando capitoli di richiamo dei concetti fondamentali a Capitoli di Fisica ap-
plicata ai sistemi biologici e ai dispositivi impiegati in Medicina. Nel fare questo sono
state utilizzate il più possibile figure e illustrazioni commentate nel testo o nelle di-
dascalie e sono state chiaramente distinte le applicazioni di tipo medico da quelle
che si incontrano in Biologia. Alla fine di ogni capitolo è riportato uno schema rias-
suntivo delle grandezze fisiche trattate, mentre nello svolgimento sono riportati
esempi ed esercizi i cui calcoli numerici forniscono un'utile indicazione dell'ordine
di grandezza delle quantità fisiche citate. In questo capitolo vengono introdotti gli
elementi di base su cui costruire le argomentazioni svolte in Fisica.

I.2 INTRODUZIONE

La Fisica è una scienza sperimentale in cui si cerca di dare una descrizione ma-
tematica dei fenomeni a partire dall'ossenazione sperimentale degli stessi. È ne-
cessario pertanto fornire in via preliminare una def.nizione degli "oggetti" che ven-
gono osseryati o descritti e del metodo con cui a questi "oggetti" vengono associate
La Fisica delle quantità matematiche. GIi "oggetti" sono le grandezzefisiche e il metodo per
quantificare gli stessi è l'operazione ùi misurazimte delle grandezee. Questi elementi
metodologici vengono introdotti in questo primo capitolo.
Una volta introdotte le grandezze fisiche e gli enti matematici (numeri, vettori
e così via) che ne rappresentano la loro misura, Ie leggi della Fisica consistono in
relazioni tra le grandezze stesse, relazioni indotte dall'osservazione sperimentale.
Partendo da alcune relazioni fondamentali, è possibile manipolare Ie stesse mate-
maticamente per dedurne altre che permettano di fare delle previsioni sul com-
portamento della materia in condizioni anche molto diverse da quelle da cui si è
partiti. queste leggi dedotte dai principi fondamentali debbono essere sottoposte
a loro volta al vaglio dell'esperimento per accertare la validità della descrizione
adottata. Questo processo di manipolazione matematica delle relazioni fonda-
mentali necessita dell'utilizzo di formalismi matematici di varia diffrcoltà. Nello
svolgimento del presente corso di Fisica si presuppone la conoscenza dei metodi
dell'algebra e della geometria elementare, della trigonometria, dei logaritmi,
dello studio di semplici funzioni, dei concetti di derivazione e di integrazione di
una funzion e. La trattazione di questi argomenti viene svolta in forma concisa nei
paragrafi che seguono.

1.3 DEFINIZIONE DI UNA GRANDEZZA FISICA E SUE DIMENSIONI

Grandezze fisiche La definizione di una grandezzafts'ica è interamente collegata alla possibilità di


misurare la gratdezza stessa. Possiamo cioè definire come grandezza fisica una
quantità tale per cui si possa eseguire su di essa una misura, una operazione cioè
T

1.3 Definizione di una grandezza fisica e sue dimensioni

che esprima il rapporto tra la quantità in esame e wn campione, ad essa omogeneo,


scelto come ur?irà.
Per esempio, la grandezza fisica "lunghezza" potrà essere definita scegliendo
una unità di misura per le lunghezze (per esempio il centimetro o il metro) e sta-
bilendo quali "operazioni" si dovranno eseguire per confrontare una lungh,ezza
che si intende misurare con il campione di lunghezza.Il risultato di tali operazioni
sarà un numero che esprimerà il rapporto fra le due lunghezze. II confronto della
Iunghezza da misurare con il campione potrà effettuarsi in alcuni casi diretta-
mente, in altri casi invece (come ad esempio per lunghezze molto grandi o molto
piccole) tramite relazioni più o meno complesse con grandezze di altra natura
(per esempio angoli) , che vengono misurate direttamente.
Volendo ora procedere dall'esempio precedente, una volta definita l'unità di lun-
ghezza, appare opportuno assumere come unità per le aree quella del quadrato avente
per lato I'unità di lunghezza e come unità per i volumi il volume del cubo avente per spi-
golo la stessa unità. Possiamo allora chiamare l'unità di lunghezza fondamennle,l'unità
di area e l'unità di volume deriaate.In particolare si può dire che le dimensioni di una
superficie Se di un volume I/sono rispettivamente quelle di una lunghezzaal quadrato
ealcuboescriveresimbolicamente: [.5] = [L'?] e [Z = [L3],
Ogni legge fisica collega tra di loro i valori di almeno due grandezze fisiche e
ciò permette, considerate alcune grandezze come fondamentali, di esprimere Ie
altre in funzione di queste.
Nel campo della Meccanica si assumono come grandezze fondarnentali la Grandezze fondamenta[i
mtt$$cr, la hnghezza e il tempo: questo significa che queste tre grandezze non sono
definibili in termini di altre grandezze; esse sono concetti intuitivi che prendono
consistenza e significato attraverso la loro misura. Viceversa tutte le altre gran-
dezze (la velocità, l'accelerazione,laforza, il lavoro, Ia pressione e così via) sono
definibili in termini delle tre grandezze fondamentali. Infatti la velocità, per esem-
pio, è definita come il rapporto tra Io spazio percorso e il tempo impiegato a per-
correrlo. Quindi Ia velocità è esprimibile come una lunghezza diviso un tempo,
per cui l'equazione dimensionale della velocità risulta: Iz] = [L] [t -1].
Per studiare i fenomeni in cui intervengono anche grandezze diverse da quelle
meccaniche, accanto alle tre grandezze fondamentali della meccanica, bisogna in-
trodurne alcune altre. Così per esempio, nello studio dell'elettricità si introduce Ia
corrente elettrica come quarta grandezza fondamentale. Anche se la scelta delle
unità fondamentali è entro certi limiti arbitraria, in pratica è conveniente consi-
derare come fondamentali quelle grandezze la cui definizione operativa è più sem-
plice e la cui comprensione concettuale più intuitiva.
Data una grandezza X, la sua equazione dimensionale si esprime in generale
nel modo seguente :

txl = tM"l [Lb] [t.] udl, (1.1)

dove M, L, t rappresentano le tre grandezze fondamentali massa, lunghezza e


tempo e I la quarta grandezza fondamentale (corrente elettrica); a,b, c e d sono
numeri relativi che stabiliscono da quali potenze delle grandezze fondamentali di-
pende la grandezza derivata X.
L'utilità delle equazioni dimensionali appare evidente se si pensa che ogni
legge fisica deve essere dimensionalmente omogenea, cioè tutti i termini di
un'equazione devono avere le stesse dimensioni. Soltanto quantità fisiche aventi le
stesse dimensioni possono essere sommate fra di loro od eguagliate Ie une alle al-
tre. Il controllo dimensionale è spesso :utllizzato per stabilire la coffettezza o meno
di una relazione fisica.
CA PIT0 L0 1 Le grandezze fisiche e La [oro misura. Cenni di Geometrja e di AnaLisi matematica

1.4 SISTEMI DI UNITÀ DI MISURA E COSTANTI FONDAMENTALI

Abbiamo visto che per misurare una grandezza bisogna scegliere una gran-
dezza omogenea come unità di misura. In linea di principio quindi si potrebbe in-
trodurre una unità di misura per ogni grandezza. Questo modo di procedere tut-
tavia non sarebbe pratico, né d'altra parte è necessario, perché, come si è visto,
tutte le grandezze fisiche possono essere espresse in funzione di poche grandezze
fondamentali. Scegliendo le unità di misura delle grandezze fondamentali, si ot-
tiene ciò che si chiama tn sistema di unità di misura.
Il sistema adottato internazionalmente (in Italia con D.P.R. 12 agosto 1982,
n" 802) è chiamato Sistema Internazionale (abbreviato 5.L), che assume come unità
Sistemi di unità di misura fondamentali della Meccanica i\ metro (m), il chilogrammo (kg) e il secondo (s).
Spesso tuttavia, a causa dei fenomeni che si \.Lrole descrivere, risultano più
adatti altri sistemi: tra i più usati in Meccanica c'è 1l sistema C.G.S. che assume come
unità fondamentali il centimetro, rl grammo e i7 secondo.
Nella Tabella 1.1 sono riportate Ie unità di misura delle grandezze fondamen-
tali e di alcune gralldezze derivate per i due sistemi S.I. e C.G.S. Molto spesso tut-
tavia, per esempio in Biofisica, vengono usate unità di misura che non apparten-
gono a nessuno dei due sistemi. Questo è motivato dall'opportunità di tsare unità
pratiche di misura per descrivere determinati fenomeni. Alcuni esempi di queste
unità di misura sono riportati nell'ultima colonna della Tabella 1.1. E necessario
comunque tenere presente che, quando si eseguono dei calcoli che coinvolgono
diverse grandezze fisiche, queste devono essere espresse fritte secondo un unico,
coerente sistema di unità di misura.

TABELLA l.l Esempi di unilà in diversisistemi di unità di misura

GRAN DEZZE s.I. c.G.s. SISTEMI PRATICI


FONDAMENTALI

massa chilogrammo grammo grammomolecola


lunghezza metro centimetro angstrom
tempo secondo secondo minuto, ora
corrente elettrica ampere

GRANDEZZE DERIVATE

volume m3 cm3 iitro


densità kg m-s gcm3
forza kg m s-2 gcms2 kgo..o
(newton) (dyna)
I
velocità ms cms I
mm s-1, km/ora
pressione nervton m-2 dyna cm-2 atmosfera,
(pascal) (baria) mmHg, cmHrO
lavoro, energia, caiore Kg m-s ' $ cm25-2 caloria, Caloria
fioule) (erg)
carica elettrica s'ampere tt.e. s.
(coulomb)
7.4 Sistemi di unità di misura e costanti fondamenta[i

Come già ossenrato in precedenza, nello studio dell'Elettromagnetismo si in-


contrano delle proprietà della materia che non sono esprimibili mediante gran-
dezze che siano definibili in termini delle tre grandezze fondamentali della Mec-
canica. Nasce quindi Ia necessità di introdurre ulteriori grandezze fondamentali,
oppure di fissare il valore di costanti di proporzionalità che intervengono nelle for-
mule che legano le srandezze meccaniche alle grandezze elettromagnetiche. Noi
utilizzeremo il Sistema Internazionale, in cui si assume come quarta grandezza
fondamentale la corrente elettrica, la cui corrispondente unità è I'ampere (A), de-
finita come quella corrente elettrica che, mantenuta in due conduttori paralleli
rettilinei di lunghezza inhnita, di sezione circolare trascurabile, posti alla distanza
di un metro uno dall'altro nel \,ì,roto, produce fra i conduttori una forza uguale a
2. 10-7 newton su ogni metro di lunghezza. Questa definizione verrà specificata
meglio nei Capitoli 17 e 20. A.lcune unità derivate di natura elettrica in questo si-
stema sono il coulomb, il volt, I'ohm, il tesla, il weber e così via.
Si deve tener presente che in altri sistemi di unità di misura si assume una di-
versa grandezza elettrica fondamentale. Per esempio, nel sistema C.G.S. elettro-
statico si assume come quarta grandezza fondamentale la costante dielettrica nel
\,,Lloto to invece che la corrente elettrica. Per questo motivo le grandezze elettriche
hanno, nei diversi sistemi, unità di misura e dimensioni diverse. Nella Tabella 1.1
abbiamo indicato le unità di misura per Ie grandezze di natura elettrica solo nel Si-
stema Internazionale. Nella Tabella 1.2 riportiamo vari fattori di conversione tra
unità di misura di sistemi diversi, includendo alcune unità dei sistemi pratici co-
munemente usati in Medicina e in Biofisica.

TABETLA 1.2 Esempi di conversione tra unità di misura di sistemi diversi

GRANDEZZA FISICA FATTORI DI CONVERSIONE

lunghezze 1 micron (p-) = l0+ cm


1 angstrom 1"À;= t6r cm
volumi 1 litro = 1000 cm3

forze I dyna = l0-5 newton


pressioni 1 torr (1 mmHg) = 1 333.102N.m-2
I atm = 760 torr = 1 013' 105 N'm-2 = 1.013' 106 d-,ne cm-2

lavoro ed energia I erg = 10-Tjoule (J)


I cal = 4.18J
1 k\Ah = 3.6' 106J
potenza thp=735W

densità 7 g/ cm3 = 1000 kg,/m3


concentrazione 1 g,/Ìitro - 10 3 g/cm3
velocità angolare 1 giro,/s = 6.28 rad,/s
flusso (portata) 1 litro/min = 16.6 cm3,/s
CAPIT0L0 1 LegrandezzefisicheeLa[oromisura.Cennidi Geometriaedi AnaLìsimatematica

Nelle relazioni della Fisica si incontrano spesso delle quantità fisiche che
hanno un valore costante. Queste costanti possono essere nameri puri, conte per
esempio il numero di Avogadro, che rappresenta il numero di atomi o molecole
contenute in una grammomolecola di qualsiasi sostanza, oppure, come accade
Le costanti in Fisica più spesso, esse sono quantita ilimensionali. Alcune di queste costanti dimensionali
rappresentano semplicemente i valori di quantità f,rsiche fondamentali, come la ve-
locità deita luce nel vuoto o la massa di particeile elementari quali 1'elettrone o il
protone. Altre volte le costanti rappresentano quantità di particolare interesse,
come ia costante di Faraday, che è la quantità di elettricità associata ad un
grammo-ione di ioni monovalenti. Ci sono infrne costantifond.amentali, quali la co-
stante di gravitazione G e la costante di Planck à, che hanno un significato più re-
condito. Esse intervengono in alcune formule fondamentali fissando, per così
dire, una dimensione caratteristica dell'Universo macroscopico e microscopico.
Nella Tabella 1.3 sono riportate alcune di queste costanti fondamentali che pos-
sono risultare utili nella risoiuzione di esercizi e problemi.

TABELLA 1.5 Costanti fondamentali della Fisica

velocità della luce nel l''uoto c=3'108msi


carica elettrica dell' elettrone e- 7.6'10 1e
C
massa dell'elettrone m= 9.1 ' t0-31 kg
massa del protone M = 1.67 . 10-27 kg
costante di Planck à = 6.6 . 10-34J s

numero di Avogadro N. = 6.02 ' 1023 mole-L


costante dei gas perlètti À= 8.3J K-r mole-Ì = 0.082 litri atm K-r
costante di Boltzmann k= R/N. = 1.38' 10-23J K Ì
costante di Faraday F= Noe= 96 487 C mole-]
costante dielettrica del vuoto - 8.86 . 10-Ì2 C2 N 1m-2
e.,
costante gravitazionale G- 6.67. 10 11 N m2 kg-2
pr"= 1.256 ' 10 6
kg m C-2
permeabilità magnetica del r'.uoto
costante di Stefan-Boltzmann o = 5.1't / l(,-" uatt m-- K
costante di \4tien b- 2.897 ' 10-3 m K
equivalente meccanico della caloria /= 4.18 joule /caloria

1.5 . GRANDEZZE SCALARI E GRANDEZZE VETTORIALI


Nel caratterizzare una gratdezza fisica mediante la sua misura non sempre è
sufficiente dare un unico numero che rappresenti il rapporto tra Ia grandezza data
e quella campione scelta come unità di misura. Consideriamo per esempio la ve-
Iocità. Affermare che un oggetto si muove a 50 km/ora non è un'informazione
completa poiché non contiene indicazioni sulla direzione e il verso della velocità
stessa. Oppure dire a una persona di spostarsi di 3 metri non indicherebbe alla
stessa dove andare, non essendo stati specificati una direzione e Lln verso.
Per caratterizzare alcrtne grandezze fisiche è necessario quindi utilizzare "enti"
matematici pir.ì complessi dei semplici numeri. Noi ci limiteremo qui a introdurre
ia rappresentazione matematica delle quant'ità aettoriali, ma è bene tenere presente
che il concetto di vettore può essere generalizzato a enti ancora più complessi
chiamati tensori, che sono ampiamente usati nelle teorie fisiche avanzate (ad esem-
I

1.5 Grandezze sca[ari e grandezze vettorja[i

pio, il tensore di Riemann, che identifica la geometria dello spazio-tempo, è carat-


terizzato da ben 16 numeri).
Definiamo grandezze scalari quelle grandezze che, stabilita una unità di misura, Grandezze sca[ari
sono completamente caratterizzate da un numero che rappresenta il rapporto tra e grandezze vettoriaLi
la grandezza considerata e I'unità di misura. Definiamo invece grandez.za uettoriale
una grandezza per definire la quale bisogna dare, oltre aùr' nunrcro (modulo del oet-
tore), ancJi.e una direzione e un uerso. Sono grandezze scalari, per esempio, il vo-
lume, la massa, l'energia; sono grandezze vettoriali 1o spostamento, la velocità,
I' accelerazione, la forza e così via.
Si pone a questo punto il problema della rappresentazione matematica delle
grandezze vettoriali. Una rappresentazione intuitivamente efficace è quella geo-
metrica: essa consiste nel rappresentare un vettore mediante un segmento orien-
tato, la cui direzione e verso sono quelli della grandezza vettoriale e la cui lun- punto di
applicazione
ghezza è proporzionale al modulo del vettore, ossia alf intensità della grandezza
stessa. Talvolta è necessario specificare anche il punto di applicazione del vettore. l"
Una grandezzavettoriale verrà indicata simbolicamente con una lettera in gras-
setto v, mentre il modulo del vettore stesso verrà indicato (Figura 1.2) semplice-
mente con v oppure I v l. La rappresentazione geometrica dei vettori ha lo svantag-
gio di richiedere l'uso di una manipolazione grafica quando si r'.uole eseguire delle
operazioni sui vettori. E pertanto opportuno introdurre anche una seconda rap-
Figura 1.2
presentazione matematica dei vettori che permetta di ricondurre il calcolo vetto-
Rappresentazione geometrica di
riale a un calcolo numerico tra quantità scalari. Questo secondo tipo di rappresen- un vettore mediante un seg-
tazione si basa sulla proiezione di un vettore in un sistema di riferimento. mento orientato.
Dato un vettore v = AO e una direzione individuata da una retta rformante un
angolo @ col vettore v, si chiama componmte del vettore v nella d,irezione r la quan-
tità:
Componenti di un vettore
a,--acosQ ( 1.2)

che misura Talunghezza del segmento ottenuto proiettando v sulla retta r (vedi Fi-
gura1.3). Ilvettorecomponentedelvettore v lungolaretta rpuòesseredefinito
come il vettore A'O in Figura 1.3. In generale dato un vettore v questo può essere
scomposto lungo due o più direzioni prendendo i vettori componenti lungo le di-
rezioni stesse. , ,, ,

Possiamo ora utilizzare il concetto di componente o proiezione di un vettore


per mostrare che si può dare una rappresentazione di un vettore mediante tre nu- Figura 1.3
meri e un sistema di riferimento. Un sistema di riferimento si ottiene, per esem- Proiezione del vettore v sulla
pio, dando tre rette orientate uscenti dallo stesso punto origine. Se le rette sono retta r : ur rappresenta la com-
mutuamente perpendicolari, il sistema è cartesiano ortogonale e gli assi vengono ponente del vettore v lungo la di-
rezione r.
normalmente indicati con le lettere x, y, z. Dato un vettore e un sistema di riferi-
mento, possiamo considerare le tre componenti del vettore sui tre assi cartesiani.
Se indichiamo con Lt- , t)t e t)zle componenti, possiamo dire che il vettore v è rap-
presentabile da tre numeri (le componenti) e dal sistema di riferimento in cui le
componenti sono calcolate. Riferendoci alla Figura 1.4, le tre componenti che rap-
presentano il vettore v sono (nel §1.6e sono richiamate le funzioni trigonometri-
che e le loro principali relazioni):

ur=lvl cos0sen@
ur:lv I sen 0 sen @
(1.3)
a,=lv I cos@
Figura 1.4
Rappresentazione di un vettore
da cui risulta che il modulo z del vettore è esprimibile come: mediante le tre componenti in
un sistema di riferimento carte-
siano ortogonale.
8 CAPITOLO 1 Le grandezze fisjche e La Loro misura. Cenni di Geometria e di AnaLisi matematica

22
ax +u\ (1.4)

E importante tenere presente che, mentre ie componenti dipendono dal si-


stema di riferimento, il vettore è un ente indipendente dal sistema di riferimento.
Infatti, se pensiamo di aver definito un vettore mediante un segmento orientato
nello spazio, a seconda della posizione del sistema di riferimento rispetto al vet-
tore, cambiano Ie componenti del vettore, ma non il vettore stesso.
Nei paragrafi successivi vengono forniti elementi di calcolo vettoriale quali
somma e differenza di vettori, prodotto scalare e prodotto vettoriale, definizione
del vettore gradiente e di flusso di un vettore.
Nel calcolo vettoriale vengono definite le operazioni sui vettori. Queste opera-
zioni e le loro modalità di esecuzione permettono di esprimere in maniera relati-
vamente semplice numerose definizioni e leggi fisiche in cui intervengono quan-
tità vettoriali, come ci si rende conto dalla lettura del testo.

1.5a Somma e differenza di vettori


Consideriamo due vettori aventi lo stesso punto di applicazione (origine). Se i
vettori non hanno la stessa origine, uno di essi (o entrambi) verrà trasportato pa-
rallelamente a se stesso fino a che le origini coincidano. Dati i due vettori vl e v2.
la loro sommd è data dal vettore v* costruito sulla diagonale principale del paralle-
logramma che ha per lati v1 e v2, come mostrato in Figura 1.5. Per sommare più
vettori basta procedere sommando i vettori due a due.
La somma vettoriale si può eseguire anche tramite le componenti dei vettori ri-
spetto ad un determinato sistema di riferimento, come mostrato in Figura 1.6. In
generale nello spazio tridimensionale, se 7)1,. ùrJ, uy" e u2yt azy, u2"sono le compo-
nenti dei vettori v1 € v2: il vettore somma v3, sempre nello stesso sistema di riferi-
mento, ha componenti:

fur,= ,,- + ur.-


f ur,= u,, + a,,
(1.5)
lar"= ur, + u.,

Figura 1.5
Somma di due vettori vt e v2
ii metodo grafico.
I

1.5 Grandezze scaLari e grandezze vettorìaLi 9

Figura,1,6
Somma di due vettori v, e v,
con il metodo analitico (somma
delle componenti omologhe) :
l,bx= 1J7x+ 7.)2x

uzt= aty* a2,r'

Figura 1.7 ,

Differenza di due vettori v, e v2


con il metodo grafico del paral-
lelogramma. Se il vettore v,
avesse verso opposto, la somma
v3 + v2 non sarebbe iI vettore vr.

v2 è data dal vettore vq che, sommato a v2, forni-


La differenza tra i vettori vl e
sce il vettore vl: v1 -v2 =vg e quindi vz+ y2= vt. I1 vettore differenza è rappre-
sentato dall'altra diagonale del parallelogramma di lati v, e vz, come mostrato in
Figura 1.7. operando sulle componenti (Figura 1.8) si può eseguire la differenza
di due vettori prendendo semplicemente Ia differenza delle componenti corri-
spondenti (si introduce un segno meno al posto della somma nelle (1.5)). La
somma di due vettori di uguale modulo e velso opposto ha le componenti uguali
a zero (vettore nullo).

;Figur.a 1,8
Differenza di due vettori v, e v,
con il metodo analitico (diffe-
renza delle componenti omolo-
ghe):
u3x=alx- a2x
a\= at)- u\.

t.sb Prodotto scalare e prodotto vettoriate


prodotto di due vettori può venire definito in modo da dare luogo a una
I1
quantità scalare oppure ad una quantità vettoriale. Nel primo caso il prodotto si
dice scalare e nel secondo aettoriale.
Dati due vettori vl e v2 si definisce prod.otto scalare dei due vettori la quantità
scalare che si ottiene moltiplicando fra loro i moduli dei due vettori e moltipli-
10 CA PITO LO 1 Le grandezze fisiche e La Loro misura. Cenni di Geometria e dì AnaLìsi matematica

cando questo prodotto per 1l coseno dell'angolo @ formato dai due vettori (Figura
vrlcos 0
1.e) :

vr' v2 = atay cosf. (1.6)

Si può dimostrare che, in termini di componenti, il prodotto scalare di due vet-


0 (<180") tori è dato da:
vr' v2 = ut*u2** at)u2)l ut"u2". 0.7)
FiEuta 1.9
I1 prodotto scalare di due vettori
Il prodotto scalare gode delle proprietà commutatiaa e distributiaa:
vr e v2 si ottiene moltiplicando
il modulo dell'uno per Ia proie- vt' v2 =v2' v1 e vr' (v2+v3): vr' v2 + vr'v2.
zione del primo sul secondo o vi-
ceversa. Tipico esempio di un prodotto scalare è il lavoro. Esso è defrnito dal prodotto
scalare di una forzaF per 1o spostamento s del suo punto di applicazione (3.21):
Z = F . s. Si noti che il prodotto scalare di due vettori ortogonali fra loro è uguale
a zero (cos n/2 = 0).

Siano ora dati due vettori vr e v2, come mostrato in Figura L.70.Il prodolto aet-
toriale dei due vettori vl ev2 è unvettorev, così definito: llmodulo di vu è dato
dal prodotto dei moduli dei vettori vl e v2 per il serzo dell'angolo @ compreso tra
i due vettori (cioè dall'area del loro parallelogramma):

lv.l = urursenQ, (1.8)

7a direzione di v,
è quella della perpendicolare a1 piano del parallelogramma e il
aerso è sceltoper convenzione in modo da coincidere col verso di avanzamento di
Figura,1.lO una vite che ruoti sowapponendo il primo vettore del prodotto (vr) sul secondo,
II prodotto vettoriale dei due vet- descrivendo un angolo inferiore a 180' (Figura 1.10). Nel testo il simbolo del pro-
tori v, e v2 genera il vettore v*. dotto vettoriale è una V capovolta, per cui si scrive:

V1 A V2= Vs. (1.e)

Si dimostra che la definizione di prodotto vettoriale equivale alla seguente de-


finizione in termini di componenti:

(1.10)

Si noti che il prodotto vettoriale di due vettori paralleli è uguale al vettore nullo
(sen 0" = 0).Il prodotto vettoriale, per la definizione del verso del vettore risul-
tante, non gode della proprietà commutativa. Infatti è:

V2 AV1=-Vl AV2. (1.11)

*"*'l::" dis'lributiva
"-T
,"ifJ:."''
.
"
*; "" ffi::;"' I;
1..5 Grandezze scaLari e grandezze vettoriaLi 77

FigurA 1.11
Rappresentazione gralica del mo-
mento di una forza: M = OArF.
Se la retta di F passa per O, il
momento M è nullo. Il momento
è diverso da zero se, e soltanto
se, F è tale da poter produrre
una rotazione intorno al punto
O e il verso di M è connesso corr
il senso della rotazione. Per in-
Tipico esempio di un prodotto vettoriale è ll mommtoM di unafotza rispetto ad dividuare il verso di M si sowap-
un punto O, definito come il prodotto vettoriale del vettore OA , diretto da O al po.r" OA ad F (il primo vettore
punto A di applicazione della forza, per la forza stessa: M = OA n F (Figura 1 .1 1) .
sul secondo, con i'angolo di ro-
tazione minore) in modo che i
loro versi coincidano. Così fa-
1.5c I[ vettore gradiente cendo la rotazione awiene nel
senso della freccia nei due casi
Consideriamo ora una funzionef x) . Essa può esprimere, per esempio, I'anda- riportati in figura: una vite, che
mento della temperatura lungo un filo metallico rettilineo: la direzione del filo esegue tale rotazione , avanza r,el
fornisce in questo caso l'asse x. In modo analogofix) può rappresentare ivalori verso indicato per M.
della pressione lungo un vaso sanguigno. Per descrivere completamente la uaria-
zione (aumento o diminuzione) della grandezza f(x) lungo la coordinata x, è ne-
cessario definire, oltre all'entità della variazione stessa, anche una direzione e un
verso. In questo modo alla variazione di f(x) si associa un vettore: si chiama gra-
dimte dellafunzione scalarel(x) il vettore v il cui modulo è dato dalla derivata di f(x)
rispetto ad x (u = df(x) / d,x) ,la direzione è quella dell'asse x e il verso quello per cui
il rapporto incremental e Af/ Ax risulta positivo (il concetto di derivata di una fun-
zione viene richiamto nel §1.6f,1 :

l^oaao,ff!
v= grad/(x) ]dir"riorr., ur.. , (1.13)

L"r..,,o/(') , o.
lax
Se, ad esempio, consideriamo il caso di un filo rettilineo riscaldato ad un
estremo (Figura 1.12), il calore Qdiffonde lungo il frlo dalle temperature maggiori
alle minori con la seguente legge:

Q= k (Tr- Tr) / Ax (1.14)

dove É è una costante e


Axla distanza tra i punti a temperatuta T, e 7r. Questa re-
Iazione può essere riscritta in forma vettoriale, dando a Qla direzione e il verso di
diffusione del calore, utilizzando la definizione di gradiente:

a= - hgradT(x). (1.15)

Più in generale una grandezzafisica scalare può variare da punto a punto nello
spazio (ad esempio la temperatura in un ambiente) ed essere rappresentata da
una funzion e f(x,y,z) dipendente da tre variabili indipendenti. In questo caso il vet-
tore gradiente è definito tramite le derivate lungo i tre assi x, ) e zl
72 CAPIT0 L0 1 Le grandezzefisiche e La loro m'isura. Cenni di Geometria e dì AnaHsi matematica

Figura 1.12 Q = -fr grad 7 (x)


Andamento della temperatura
lungo un filo rettilineo riscal-
-=:*"ill,-:ll.,l:Li-:'i::-:.:..:::::"'i:::1=::-:-.-i-...1.a.,::-.=*-i::l:Ìl-:1:.:.i*:|-i.1.,.-.-......-".-1'l---=-=k
dato ad un estremo. Il calore Q !ri;i:r r.rr:i*,G=t;1];i$r":rll'@}r!.u3:rìèi*.€iEia!4rq.3,:5i:*1-{=** =i--ifi;r-
.. r-.:i ::: €
'

diffonde dalle temperature mag- ->


grad Z
giori a quelle minori. Il rapporto
incrementale della temperatura
è negativo, per cui il verso del
t
vettore gradiente è opposto al
verso dell'asse x, da cui il segno
meno introdotto per rappresen-
tare iI vettore Q:
Q=-Àgrad"(x).

0f(x,y,z)
' 0x
0f(x, y,z)
v= grad, .f (x,y,z) ,d) ( 1.16)
òf(x,y,z)
-dz

Modulo, direzione e verso del vettore grad f(x,y,z) possono essere ricavati dalle
sue componenti (1.16) ttilizzando le formule (1.3) e (1.4) . Si osservi che nelle
(1.16) le derivate sono parziali, cioè nell'effettuare la derivazione le altre due coor-
dinate sono considerate costanti.

1.5d Ftusso di un vettore attraverso una superficie


Si consideri una regione dello spazio in ogni punto della quale è definibile un
vettore v: tale regione è chiamata campo oettoriale. Si chiamano linee diforza del vet-
tore v le linee tangenti punto per punto alla direzione del vettore v (Figura 1.13).
In un campo vettoriale v si prenda una superficie S divisa in tante areole si
ognuna delle quali sia talmente piccola da potersi considerare piana (Figura7.1.4).
Sia q il vettore al centro dell'areola s,. Il prodotto scalare di v, per il vettore di mo-
dulo unitario ,?, rappresentante la normale all'areola s,, moltiplicato per l'areola
stessa:
4 = ,,o, 'n = s;t); 'cos 0i (1.i7)
Figura 1.13
In qualsiasi punto di un campo prende nome di fasso Q, del aeltore vi attraaelso s, . Facendo la somma dei vari @,
vettoriale il vettore è tangente
alla linea di forza passante per il
ed estendendola a tutta la superficie § si ottiene il flusso @(v) attraverso S
punto.
@(v)=)s,v,' o :)r,r,' cos 0i (1.18)

che passando ad aree infinitesime ds diventa:

@(u) =I, v'n ds, (1.1e)


7.5 Grandezze scaLari e grandezze vettoriaLi 13

In generale il flusso del vettore v attraverso una superficie S esprime il numero


di linee di forza del vettore v entranti o uscenti dalla superficie a seconda se il vet-
tore forma un angolo acuto od ottuso con la normale alla superFrcie stessa (Figura
1.14). Se Ia superficie S è chiusa, il flusso di v attraverso essa risulta quindi nullo,
a meno che al suo interto non vi sia una sorgente (o un buco) del campo vetto-
riale (si vedano il §6.3 e le fcirmule (6.8) e (6.9) ).

Figura,,trJ4
Il flusso del vettore v attraverso
la superficie § viene calcolato
sommando i flussi elementari at-
traverso Ie superfici s, in cui è
stata scomposta la superficie §.
Le superfici sono suffrciente-
mente piccole da poter conside-
rare in tutti i suoi punti costanti
sia il vettore v che la normale n.

Somma di vettori

Dati due vettori A(2, I ) e B (4,7), dove tra parentesi sono ripor- Il modulo del vettore C e I'angolo che esso forma con l'asse x
tate le componenti lungo I'asse x e lungo l'asse y rispettiva- sono quindi:
mente, individuare le componenti del vettore C = A + B, il mo-
dulo del vettore C e l'angolo che esso forma con l'asse x. c = {/E:+c'= Jto*u = to

§OlUziOng Le componenti del vettore C sono date dalla , = -.,*ft= *.,C:= arctg 1.33 = 53.1"
somma delle rispettive componenti dei vettori A e B:
C,=A, +B*= 2 + 4 = 6 eCr={* Br= 1 1 f = g.

Prodolto uettoriale

Individuare il vettore M, prodotto vettoriale tra i due vettori A = A,Br-B#\ = (2.7)- (4.1) = 10
e B dell'esempio precedente.
e la direzione e il verso sono quelli dell'asse z nella terna car-
tesiana.
§OlUzione Utilizzando la (1.10), dato che i due vettori A e B
non hanno componenti lungo l'asse z, cioè A, = B, = 0, ab-
biamo che M* = M, = Q s'
t4 CAPIT0L0 1 Legrandezzefisicheeta[oromisura.CennidiGeometriaediAnatisimatematica

CENNI DI GEOMETRIA E DI ANALISI MATEMATICA


,,,,**,,J
Nella trattazione dei fenomeni descritti nei capitoli successivi si è fatto uso delle
nozioni di Analisi matematica riguardanti lo studio di funzioni, in particolare la
funzione lineare (la retta) e la funzione logaritmica o esponenziale, e le opera-
zioni di derivazione e di integrazione che devono essere conosciute principal-
mente nel loro significato, dato che quasi sempre possono essere trattate in ter-
mini finiti.
Variazione dì grandezze fisìche In questo contesto è opportuno definire la aariazione di una grandezza fisica x,
che scriveremo come /x oppure 6x, e che rappresenta la differenza tra il valore fi-
nale x2 e quello iniziale x, della grandezza fisica:

4x=xz-xr oppure 6x = xz - xr (1.20)

dove è opportuno osservare cltelavariazione differisce di un segno meno dalla dif-


ferenza tra due grandezze fisiche xt - x2:

Ax=xz_Xt = _ (xr_xz). (1.21)

Nel testo si fa uso anche di semplici nozioni di Geometria quali zrea e circon-
ferenza del cerchio, superficie laterale e volumi di cilindri, superficie e volume
della sfera e così via (si veda la Tabella 1.4).
In particolare viene impiegata la nozione di angolo pianeo, definito dal rapporto
fra un arco di circonferenza e il suo raggio (Figura 1.15). Gli angoli si misurano in
gradi sessagesimali (un angolo giro vale 360', un grado 60 primi, un primo 60 se-
ffiglai,,fut$ condi) oppure in radianti (un angolo giro vale 2q = 6.28 radianti, un radiante =
L'angolo d viene definito come = 57.32"). Nello spazio a tre dimensioni si definisce in modo simile l'azgolo solido,
il rapporto tra l'arco s e il raggio le cui definizione, caratteristiche e unità di misura sono trattate nel successivo pa-
.R della circonferenza. In questo
modo l'angolo a viene misurato
ragrafo 1.6a.
in radianti.

TàBELIA'1,4 Utili informazioni di geomehia

FORMA AREA O PERIMETRO FORMA AREA O VOTUME


€.-'*,
€- superficie :
area: 4o
€*
É- J*ì
4ar2

€*#-.i
perimetro :2{ +2w .cry
ffi./ volume : 42É
5

s.fera
rettangolo
superficie laterale :
aÀ area : zr2
circonferenza = 2xr
*'"\
mcilindro
:2xil
vofume -- rr2l
\,
cerchio
:

b
triangolo
mea : L2 bh
@ e
parallelepipedo
superficie
= 2(4h+
volun'e: lwh
4w * hw)
7.6 Cenni di Geometria e di AnaLisi matematica 75

Figura 1.16
L'angolo solido ,(2, sotteso dal1a
supedicie A, viene definito come
rapporto tra la superficie § e la
superficie totale della sfera. Esso
viene a dipendere dal contorno
{, dall'area A e dal coseno
dell'angolo 0 tra la normale n
alla superficie A e Ia direzione
della congiungente il punto P
con il punto di applicazione de1
vettore normale.

1.6a Angolo so[ido


Nelle applicaziot'ri medico-biologiche delle nozioni di Fisica è, in alcuni casi, in-
dispensabile ttllizzare il concetto di angolo nelle tre dimensioni spaziali, chiamato
angolo sokdo. Ctò si verifica, in particolare, neil'interpretazione dei segnali elettro-
cardiografici, nella propagazione e rivelazione di onde sonore, di onde elettroma-
gnetiche e di radiazioni corpuscolari.
Nello spazio l'angolo solido viene introdotto in modo simile all'angolo piano
(Figura 1.15), come rapporto tra l'area di una porzione di sfera e il quadrato del
suo raggio. In particolare si consideri una superfìcie A osservata da un punto P
esterno a essa e si congiunga il punto P con i punti costituenti la linea { di con-
torno della superficie A. Si ottiene così una proiezione conica di questa superficie,
come mostrato in Figura 1.16. Disegniamo ora una superficie sferica con centro in
P e di raggio -R a piacere: su di essa la proiezione di A individua una calotta sferica
di area S. Si definisce angolo solido d)^ sotteso dalla superficie ,4, vista dal punto P,
T-':'
porzione di sfera
iì rapporto:

o=4xs
--A
R2
=
Acos0
4nR2 (1.22)

Figura 1.17
dove 4rfi 2
è la superficie totale della sfera.
Proiezione piana della superficie
A su un elemento di superficie
Con questa definizione l'angolo solido è misurato in percentuale e, se A è una sferica Sr, da cui risulta evidente
superficie chiusa intorno a P, abbiamo Q^: 1rR2/ 4nR2 = 7 : l00Vo (angolo solido che§=Acosp=An'r,dove
totale) . ,? e r sono i rer:ori unita-r'i nor

L'angoio solido viene misurato anche in un'unità analoga ai radianti, chiamata mali rispettivamente alla superfi-
cie A e alla superficie Sr.
steradiante, definita dal rapporto A^-- S/R 2. L'angolo solido totale vale allora
Qr= 4rR2/ R2 = 4r = 12.56 steradianti.
Per come è stato definito, 1'angolo solido dipende dalla giacitura della superfi.cie
A rispetto al punta P, cioè dall'angolo formato tra Ia normale alla superficie A e la
direzione radiale a partire dal punto P, come indicato nelia Figura 1.16. In parti-
colare (.2 dipende dal coseno di quest'angolo, essendo la superficie S il risultato
della proiezione della superficie A sulla sfera, come evidenziato nella proiezione
piana di Figura 1.17.
16 CAPIT0I-0 1 LegrandezzefisicheeLaloromisura.CennidiGeometriaediAnaLisimatematica

Il calcolo dell'angolo solido, in generale, si esegue ricorrendo al calcolo inte-


grale, salvo il caso di situazioni geometriche particolarmente semplici, quali quelle
riportate nell'Esempio 1.3.

Nel caso di una superficie rettangolare, osservata da un punto P che si trova


sulla retta ertogonale a un vertice della superficie (Figura 1.18a), I'angolo solido è
fornito dalla seguente espressione:
a =*-q4, (1.23)

dove a e & sono le dimensioni del rettangolo, cè la distanzatra P e il vertice per-


pendicolare a P de1 rettangolo e dè dato da:

d= '["\ b\ c'
'

Nel caso di una superficie circolare (Figura 1.18b) osseryata da un punto si-
tuato sulla retta normale alla superficie passante per il suo centro, l'angolo solido
è dato da:

g= (1.24)
ffu.radianti,
d.ove lz = R-JR' -r' . Viene riportato di se.guito un esempio di valutazione di an-
goli solidi. Anche l'Esempio 27.5 cb:iarisce il significato di questa grandezza e
come si calcola.

ffi
Calcolo esatto dell'angolo solido
per due semplici geometrie: (a)
area rettangolare osservata dal
punto P perpendicolarmente ad
uno dei suoi vertici; (b) area cir-
colare osservata da P perpendi-
colarmente al suo centro.
dove: r/= G +b' +.'

b)
I

7.6 Cennì di Geometria e di Ana[isi matematica 77

Valutazione di angoli solidi

Valutare gli angoli solidi sotto cui viene osseryata la superficie zione.La sua proiezione su una sfera di centro P2 è data da
S dai punti P1, P2, P3, Pa, disposti come mostrato in Figura 3 clrr' 4 cm cos 30" e l'angolo solido diventa:
1.19a.
S totuO
o, = = 2.07 '10-3 - 0.207 % dell'angolo solido totale =
+Jtr
§Oluzione Angolo solido O, (Figura 1.19b): la distanza r del
punto Pr dalla superficie S è molto maggiore rispetto alle di- = 2.6 ' I0-2 steradianù.
di § cioè è valida I'approssimazione
mensioni laterali
Angolo solido O, (Figura 1 . l9d) : da Pu Ia superficie è osservata
P,o=Pé=P,B=rc=pp.I" tale caso si può applicare diret- lateralmente e dunque la sua proiezione su una sfera di centro
tamente la formula (1.22), senza ricorrere al calcolo esatto tra- P, è nulla. L'angolo solido in questo caso è zero e iI risultato
mite integrali, essendo l'angolo 0= 0': non dipende dalla distanza r (cos 0 = cos 90" = 0).
.§ 12 cm=
" ='.'l-:---
§),= . = O.}382vodell'angolo solido totale = Angolo solido Ou (Figura 1.19e) : il punto P, appartiene alla
' 4nr'; 4n(50 cm');.
superficie stessa (oppure è molto prossimo alla superficie) e la
= 3'10-2 steradianti. proiezione di S su una sfera con centro in Pn dà luogo a una su-
perdcie emisferica, per cui l'angolo solido risulta essere il 50%
Angolo solido O, (Figura 1.19c): dal punto P, Ia superficie Sè dell'angolo solido totale:
osservata non frontalmente, come da Pr, ma con un angolo
Q4= 0.5 = 50Vo dell'ar,eolo solido totale = 2n steradianti.
e = 30' fra la normale alla superficie e la direzione di osserva-

Figura 1.19
(a) La superficie § viene osser-
vata dai punti Pr, Pr, Pu e P, con
^cm -'-
't
diverso angolo solido.

(b) Angolo solido della superfi-


cie §vista da Pr: la direzione di
osservazione coincide con la nor-
male alla superficie.
r=50cm b
P,

a
P
a)

(c) Angolo solido della superfi-


cie Svista da P, con direzione di
osservazione che forma un an-
golo di 30' con la normale alla
superfìcie.

(d) La superficie S vista di lato


(punto Pr) origina un angolo so-
lido nul1o.
18 CAPITOLO 1 Le grandezze fisjche e La Loro misura. Cennì di Geometria e dj AnaLisi matematica

Valutazione di angoli solidi - continua

(e) Le linee congiungenti il


puntoP4 con tutti i punti della
superficie S indir,'iduano un'emi-
sfera str una slera circoscritta con
cenro in P, (cioè Ia proiezione
da P, della superficie .Ssulla sfera
circoscritta dà luogo a un'emi-
sfera) e l'angolo solido risulta es-
sere di 0.5 = 50Vo = 6.28 stera-
dianti.

e)

Awertenza: in questo esempio sono stati valutati alcuni angoli tuttavia questa approssimazione non è applicabile e il caÌcolo
solidi nell'approssimazione che la distanza della superficie S dell'angolo solido è eseguibile solo mediante tl calcolo integrale
dal vertice P sia molto più grande delle dimensioni laterali (§1.6S). In alcune situazioni geometriche particolarmente
della superficie: solo in questo caso S è praticamente uguale semplici il calcolo esatto è possibile utilizzando determinate
alla sua proiezione sulla sfera con centro nel vertice. Spesso formule, come indicato in Figura 1.18.

1.6b Il. concetto di funzione e sua rappresentazione grafica


Nello studio di un qualunque fenomeno si osserva che vi sono quantità il cui va-
lore si mantiene inalterato e altre che assumono invece valori diversi: le prime si
dicono costanti e le seconde uariabili. Ad esempio, sono costanti il volume di un so-
lido (ad una data temperatura) e il rapporto fra una qualunque circonferenza e il
suo diametro. Sono invece variabili la velocità nel moto accelerato, l'altezza di una
persona durante il periodo dello sviluppo, la temperatura nelle 24 ore.
Una variabile alla quale si possa assegnare un valore a nostro arbitrio si dice in-
dipendente. Molte volte si constata che la variabilità di una grandezza è collegata
a quella di un'altra in modo che ogni valore assunto da una delle due corrisponde
un determinato valore della seconda: a ogni valore del raggio di un cerchio corri-
sponde un'area del cerchio stesso oppure a ogni valore della temperatura corri-
sponde un diverso allungamento di una sbarra metallica e così via.
Tutte Ie volte che i valori di una variabile I dipendono da quelli di un'altra va-
riabile x si dice che y è funzione di x e si scrive:

v = f(x). (1.25)

Dunque una funzione è una regola che stabilisce una corrispondenza fra due
insiemi. Se indichiamo con X l'insieme dei valori che può assumere una funzione
indipendente ,c e corl Y quello dei valori della variabile dipendente y, f (x) rappre-
senta la relazione che associa ad ogni elemento di X uno o più elementi di Y. Nel
primo caso la funzione è detta ad un solo ualore o monodroma, nel secondo caso è
detta a più aalori o polidroma.
1.6 Cenni di Geometria e di AnaLisi matematica 79

La variazione del numero di abitanti dell'Italia da 1861 ad ogni tempo , defini-


sce una funzione ad un solo valore, se invece )2 = x (con x > 0) ad ogni valoredi x
corrispondono due valori di ): ) = + Ji, » :- J;.
Il simbolof x) molte volte sta ad indicare un complesso di operazioni matema-
tiche che si devono eseguire sui valori della variabile x per ottenere i valori corri-
spondenti della 1, in tal caso f x) si dice funzione matematica. Sono esempi di fun-
zioni matematiche:

x= xo+ uot (rvariabile indipendente, legge oraria del moto rettilineo


uniforme),
Q= Ap (x ra/8n() (formula di Poiseuille , Apvariabile indipendente)
C=2n r (lunghezza della circonferenza, rvariabile indipendente).

Le funzioni matematiche sono distinte in algebriche e trascendenti. Nel primo


caso la relazione che passa fra x e y si può ridurre ad una equazione algebrica di
grado qualsiasi fra le due variabili. In particolare, la funzione algebrica di interesse
in questo volume è la funzione lineare (§1.6c). Sono esempi di funzioni trascen-
denti le funzioni esponenziale o logaritmica (§1.6d) e le funzioni trigonometriche
(§1.6e).

Tutte le funzioni si possono rappresentare graficamente mediante diagrammi


o gralici. A questo scopo consideriamo un sistema di riferimento cartesiano nel
piano con x l'asse orizzontale (ascisse) e y quello verticale (ordinate). Su tali assi si
sceglie una opportuna unità di misura. Consideriamo la funzione 1=/(x) che si
vnole studiare, prendiamo ad arbitrio diversi valori x1, x.2t x3, x4... della variabile
x e calcoliamo matematicamente i valori \ = f(x), »z = f@z), yz = -f(xù, ... ripor-
tando sul piano i punti P1, Pz, Pe, ... che hanno per coordinate Ie coppie di numeri
( rr ,)r ) , @z,lz) , @zryù , . . . . Congiungendo tra loro questi punti con una linea conti-

nua (Figura 1.20) si ottiene una curl)d che rappresenta il grafico della funzione
f(-).
Viceversa, data una curya tra le coordinate x e y dei suoi punti esiste una rela-
zione che, in certe condizioni, si può scrivere come ) =f x) chiamata equazione
della curva. Di seguito sono studiate le principali curve impiegate nel testo.
Si possono definire anche funzioni a più aariabili indipendmti: y: f(x, z, u, u, ...)
di cui è possibile fare una rappresentazione grafica solo nel caso di 2 variabili in-
dipendenti y = f(x,z). Nelle tre dimensioni x, y, z infati si ottengono diversi tipi di
figure geometriche (rette in 3 dimensioni, linee, superfici e volumi).
Infine, un concetto importante è quello di funzione ùi funzione: si presenta tal-
volta il caso di una variabile 1 funzione di una variabile z, la quale a sua volta è fun-
zionediunavariabilex.Ingenerale,sey=f(r),z=g(x) allorasarà1,=flg(x)l.Ad
esempio la massa 1 di un chilogrammo di aria è funzione della densità dell'aria,
che a sua volta dipende dalla temperatura.

Figura 1.20
Dalle coppie di coordinate (x,,1)
si costruisce Ia curva corrispon-
dente allaflx).
20 CAPIT0L0 1 LeqrandezzefisicheeLatoromisura.CennidiGeometriaediAnalisimatematica

1.6c La funzione lineare e le sue proprietà


Laforma generale della funzione lineare è:

(1.26)

La sua rappresentazione grafica è una retta, mostrata in Figrrra 1.21 che si trac-
ciadaiduepuntiricavatiper x=0dacui )= beper)=0dacui x=-b/a.,
Per differenti valori di bla retta si sposta parallelamente come mostrato in Fi-
gura 1.22a. Per quanto riguarda il coefficiente a, assumendo A = 0, al variare del
suo valore cambia I'inclinazione della retta rispetto all'asse orizzontalet perciò il
coefficiente aè chiamato aefi.cientcangolare dellaretta (Figura 1.22b). Come ri-
portato nel §1.6e la relazione che lega a all'angolo 0 è a= tg9.
Questi elernenti saranno utili per la comprensione del §8.4 sulla determina-
zione del raggio di equilibrio di vasi distendibili.

ffi
Rappresentazione grafica della
funzione lineare.

ffi
(a) La funzione lineare al variare
y=ax(b--0)
del coefficiente Ò e (b) la fun-
zione lineare al variare del coef-
ficiente a (coefficiente ango-
lare).
1.6 Cenni di Geometria e di AnaLisi matematica 27

Moto rettilineo unilorme

Si rappresenti in grafico il moto rettilineo uniforme.

§A{Uziong Come riportato nel §2.2c, il moto rettilineo J


x = x<\+ U
uniforme è caratterizzato da un vettore velocità, costante in
d=artgu
modulo, direzione e verso, e ha la seguente legge oraria lungo
1'asse x:
x
x,)+ ut,

che viene rappresentata ne1 grafico di Figura 1.23 con una


retta il cui coefficiente angolare è la velocità u e per , = 0 ab-
biamo x = xo. Aumentando la velocità la retta forma un angolo
con l'asse x in crescita, percorrendo una maggiore distanza x Figura 1.23
nello stesso tempo.
Rappresentazione grafica del moto rettilineo uniforme.

1.6d La funzione esponenziale le sue proprietà

Prima di trattare dellafunzione esponmziale consideriamo il numero e, base dei


logaritmi naturali (ln,logaritmo in base e, mentre Log sta a indicare il logaritmo in
base 10). Questo numero indefinito e = 2.71828 18284 ... e può essere ricavato
dalla serie:

P=-1+-+
I I I I ',Sr
0: lt 2t+-+-+..'=
3: 4t )
?=n -n!
(r.27) Fattoria Le

dove si è fatto uso della notazione I (chiamato/ottoriale) che segue sempre un nu-
mero intero ed è uguale al prodotto di tutti i numeri interi a partire da zero
(01 = 1) fino al numero intero di cui si cerca il fattoriale:

7l = I x 2 x 3 x 4 x 5 x 6 x 7 = 5040
(si tratta di un simbolo per compattare le formule).
Analogamente la funzione esponenziale può essere sviluppata nella serie:
0 I 2 I 4 "-t ù
- X X X X X
?'=-+-+-+-+_ +...= sX
) 1.28)
0: 1! 21 31 4i 7n -n!
(

Vediamo ora l'importat:rza della funzione esponenziale.


Molti fenomeni naturali, descritti da una grandezzafisicaf (x), sono caratteriz-
zati dal fatto che la variazione di f(x) rispetto alla variabile x (una distanza, uno
spessore, un tempo o altro) è proporzionale alla funzione flx) stessa tramite una
costante A:
/f (.x)
-;= Af(x\ ( 1.2e)

che per Ax - 0 (infinitesimo) , cioè in termini differenziali (§ 1 .6h) , si scrive:

q4=Af(x) ( 1.30)
dx

L'unicafunzione matematica la ani deriaata è uguale allafunzione stessa è lafunzione


esponenziale: pertanto la soluzione della (1.30) risulta essere:
22 CAPIT0L0 1 Leqrandezzefis'jcheeLa[oromisura.CennidiGeometriaediAnaLisimatematica

f(x) = h e^* + k = h exp(Ax) + k, ( 1.31)

dove à e À sono costanti, definite da condizioni dipendenti dal particolare feno-


meno (condizioni iniziali e al contorno).
Come detto sopra, Ia base della funzione esponenziale è il numero indefinito
e = 2.778..., base anche della funzione logaritmica naturale, che per definizione
non è altro che la funzione opposta a quella esponenziale (1.31):
lnf(x) = A x, ( 1.32)

dove si è posto h= I e k= 0.
In Figura 1.24 sono mostrate le rappresentazioni grafiche delle funzioni espo-
nenziale e logaritmica naturale con le costanti A=L, h =1e k= 0: come si può os-
servare, l'asse orizzontale e quello verticale si scambiano passando da una rappre-
sentazione all'altra (le due curve sono uguali, una volta scambiati gli assi di una
delle due).
ligura 7.24
Avendo posto le costanti nella Nel testo sono riportati vari esempi di funzioni esponenziali o logaritmche, tra
(1.31) À = 1, h= 1 e À= 0, le fun-
gli altri: la distribuzione di concentrazione all'equilibrio nella centrifugazione
zioni esponenziale (a) e logarit-
(9.25) e (9.27),la carica e la scarica del condensatore (§17.7), le proprietà di cavo
mica naturale (b) hanno la stessa
rappresentazione grafica scam- degli assoni (§i9.5), le equazioni di Nernst e di Goldman (§18.3 e §18.8),1'assor-
biando gli assi. bimento di ultrasuoni (§13.5, §14.5 e §28.6a), l'assorbimento ottico (§22.3), il de-
cadimento di nuclei radioattivi (§24.9), l'assorbimento di raggi X e gamma
(§25.9), e l'andamento temporale dei prodotti di scarto nell'emodialisi (§28.8) e
Ia crescita di una coltura batterica (Esempio 1.5) .

Nel testo sono state impiegate le seguenti proprietà e definizioni relative ai lo-
garitmi naturali e alla funzione esponenziale:

' ln(a'b) = l" a + ln b exp(a+ b) = exp(a) exp(b)


'ln(alb)=lna-lnb exp(a- b) = exp(a) I exp(b)
'lnl=0 exp(O) =7

' Log a (logaritmo in base 10): Log a = 0.434 . ln a. ( 1.33)

Come già affermato in precedenza, molti fenomeni biofisici sono descritti da


funzioni esponenziali. Poiché, come si vede dalla Figura 1.24, la variabilità in y è
molto elevata, tali funzioni vengono solitamente graficate su carta semilogarihni,ca.
Questo tipo speciale di carta, diversamente da quella millimetrata, consente di
rappresentare graficamente in modo molto semplice le funzioni esponenziali. In
essa uno dei due assi è tracciato in scala logaritmica decimale, di solito la scala ver-
ticale (Figural.25), per cui ad ogni intewallo della stessa htnghezza corrisponde
un fattore moltiplicativo 10.
Consideriamo ora la generica funzione esponenziale:
y = A exp(hx) (r.34)
e facciamo il logaritmo decimale di entrambi i membri:
Logy = Log [A exp(kx)l =LogA+kxLoge ( 1.35)

dove Log A= b e À Log e= a sono valori costanti, per cui la (1.35), essendo la
scala verticale Ylogaritmica decimale ( Y= Log 1), mentre quella orizzontale Xre-
sta invariata (X = x) , diventa:
'r

1.6 Cenni di Geometria e di Anatisi matematica 23

Y=b+aX, (1.36)

che rappresentata in scala logarirmica è una retta con coefficiente angolare pari a
hLog e, come mostrato in Figural.2Sa (con A =7 e k = 1). Dunque, in questo
modo la funzione esponenziale viene rappresentata in modo molto semplice e di-
retto, in pratica la curva viene 'linearizzatz'.
La somma di due funzioni esponenziali è mostrata in Figura 1.25b.

100
v
+2J loooo
v
ffi
(a) Viene grafrcatz in scala semi-
logaritmica la fùnzione 1= f , chs
diventa una retta (la funzione
più semplice da rappresentare).
p I( l0r +5( Ae r3l
(b) Viene rappresentata la
1000
somma di due funzioni esponen-
ziali:

1= 1000 exp(-0.b76 t) +

1.0 100
\ i-
+ 500 exp(-0.131 t).
8
6 Le due funzioni sono determi-
0.37 -
4 nate dal decadimento radioat-
tivo di due isotopi nel tempo
t
(§24.9), uno a breve vita media
10
t = l/0.576 e un altro a vita me-
0.1
10 12 T4 dia maggiore t = 1/0.731. Le
unità di misura sulle ordinate e
b) sulle ascisse sono arbitrarie.

Sviluppo di colonie batteriche

Descrivere lo sviluppo di colonie batteriche. dove A è una costante e, pertanto, la funzione N(/) è una fun-
zione esponenziale crescente:
§OlUziOng L'aumento istantaneo del numero di batteri di
N(t) = ét.
una colonia batterica è proporzionale al nurnero di batteri
presenti in quell'istante, cioè La costante À è proporzionale alla velocità di proliferazione
dN(t) della colonia (vedi anche I'Appendice A e la Figura A.6).
: AN(t),
dt

v
1.6e Le funzioni trigonometriche

\p
Le funzioni trigonometriche derivano dalla definizione di seno e coseno diunan-
golo. Considerati due assi cartesiani, ,c e y, e una circonferenza di raggio -R avente C / A
il suo centro nell'origine degli assi (Figura 1.26), si definiscono seno e coseno di o a J(

un angolo o (rispettivamente scritti sen c e cos o) i rapporti:


Èo Po ,oÒ ÒÒ
send=:= - e cosrI=:== - (1.37)
OPROPR
È evidente che al variare dell'angolo c seno e coseno assumono valori diversi, ffi
Cerchio trigonometrico per la
riportati in Figura 1.27, dove l'angolo viene espresso in radianti (vedi inizio §1.6). definizione di seno e di coseno
dell'angolo o.
24 CAPIT0L0 1 Legrandezzefisichee[a[oromisura.CennidiGeometriaediAnaHsimatematica

Quando l'angolo c è di 0" = 0 radianti il seno è uguale azero e il coseno è uguale


ad 1. Al crescere da 0'a 90' (da 0 ax/2 radianti) il seno cresce dazero ad 1, men-
tre il coseno diminuisce da 1 a zero. Proseguendo da 90' a 180" (da x/2 a xt ra-
dianti) il seno diminuisce da uno a zero e il coseno continua a diminuire da zero
a -1. Passando da 180" a270" (da x a 3/2 n radianti) il seno diminuisce da zero a
-1 e il coseno aumenta da -1 a zero. Infine da270" a 360' (da3/2 n a2x radianti)
il seno aumenta da -1 a zero e il coseno aumenta da 0 a 1, riprendendo i valori ini-
ziali a 0': gli andamenti procedono con cicli di 360" (2n radianti). In Tabella 1.5
sono riportati i valori di seno e coseno per alcuni angoli spesso presenti nella pra-
1d.ca.

Figsa 1.27
Andamenti del seno (a) e del co-
seno (b) dell'angolo a espresso
in radianti.

a)

b)

TeBEt[e 1,5 Valore del seho; del co§eno e della tangenle per alcuni angoli

GRADI RADIANTI SENO COSENO TANGENTE

0' 0 sen0'=0 cos0o=1 tgO'q=0

30' n/6 sen30'= 1 cos30" = € ,c0" =


2 2 à
45" tÉ/4 sen45'= a _J,
)1. cos45o = L=Ji1 tg45' = I
Jz

60" xt/3 ,"rrOO'=f cos 6o' = 1 tg60'= 6


2

90' tt/2 sen 90" = 1 cos 90" = 0 tg90"=m


'I

1.6 Cenni dì Geometria e di Ana[isi ma.tematica 25

Applicando il teorema di Pitagora al triangolo OPQ di Figura 1.26 si ricava la v


relazione che lega seno e coseno:
-\Il,,
senZ&+cos2a=1. (1.38) X
,/ i\
Una ulteriore funzione trigonometrica impiegata nel corso è la tangente di un (oi
o C x
angolo cr (scritta tg cr) definita come il rapporto ffa i segmenti AT e OA = & cioè
il rapporto tra seno e coseno (Figura I.28) :

tfrn _AT_m_BC_ R
'6" -OA--OC-- R -Oa _seno
cosc (1.3e) ffi
Cerchio trigonometrico per la
defi.nizionè del1a tangente del-
La variabilità della tangente va da zero a +infinito (tra 0' e 90"), da -infinito a l'angolo a.
zero (tra 90' e 180'), dazero a +infinito (tra lB0' e 270") e da -infinito a zero (tra
270" e 360'): l'andamento procede con cicli di 360' (2n radianti) come mostrato
in Figura 1.29 (si veda anche la Tabella 1.5).

In Tabella 1.6 sono riportate le principali relazioni trigonometriche impiegate


nel testo, spesso ùtlizzate nella risoluzione di triangoli rettangoli.

Le funzioni trigonometriche verranno soprattutto lutJlizzate nella descrizione


dei fenomeni ondulatori (Capitolo 12 e successivi).

ffi
Andamento della tangente di un
angolo a (vedi Tabella 1.4).
26 CAPIT0L0 1 Legrandezzefisicheela[oromjsura.CennidiGeometriaediAnatisimatematica

?eBE-qn 1.5 Reltuionitia seno;,soselb:,e tarloente di uso pralico

sen(a + 2kn) -- sen 0l


cos(a+ Zkn) = cosa fper h=0,=1,tf,r.3,"'
tg(a+kn) = tgd, l
sen« = cos(nl2-a)
cos(-o) = cos 0
e(-a) = -qd.
sen'a+cos'd = 1

q'a = = t;;t-
r/;;;

Le forrnulc di prostaferesi consentono di calcolare le funzioni trigonometriche di


somme o differenze di angoli. Esse sono:

sen(a + É) = sttt a cos B t cos a sen B


cos(atB) = cos6y cosB+56n4 senB

da cui si ricavano le seguenti relazioni:

sen2o =2 sen0 cos0


2 sen a cos B = sen (a + B) + sen (a - 13)
2 cos a cos B = cos (a + B)+ cos (a - 0)
2sena sen B = cos (a - B) - cos (a + §)
sen' d - sen'B = sen (6r + B) sen (a - §).

Risoluzione di triangoli

Utilizzando le funzioni trigonometriche risolvere triangoli ret- SOlUZiOng Con le due figure sono riportate le relazioni utili
tangoli e triangoli generici. alla soluzione di triangoli rettangoli e generici.

a= cseno" = ccosÉ
a' = b'+c'-2bccos a
b= ccosa= csen9
a
a=b=,
qa=
=b
sen d sen B sen y

qp = -b
a
A +D = C

(teorema di Pitagora).
1-.6 Cenni di Geometria e di Anatisi matematica 27

1.6f La derivata: significato, proprietà e conseguenze


Consideriamo una funzione y = f(x) e valutiamo la sua variazione tra i valori x,
e xr: Ay= )z- h= f@ù -f(*r). II rapporto tra questavariazione e Ax= vz- x, è chia-
IJ;:?.to rapporto incremmta,le R

Ax -f(x,)-f(x,)
^=Af(x) xz-xt
(1.40)

Ponendo xr=x e ,h=x+ à abbiamo (Figura1.30a):

- [(*+h)- [(x) QM (1.41)


ax PM

Il rapporto incrementale fornisce dunque una misura della variazione della


funzione rispetto ad x. Diminuendo progressivamente l'incremento à dato alle
ascisse, il punto Q si awicina sempre più al punto P (Figura 1.30b), e quindi,
quando à è molto piccolo o, in termini matematici, quando ft tende azero,la retta
passante per P e Q tende a coincidere con la tangente alla curva nel punto P (Fi-
gura 1.30b). Ne risulta che per h-+ 0, il rapporto incrementale tende ad assumere
il valore della tangente dell'angolo c formato dalla retta tangente in P alla curva
v = f(x):
lim fk + hl - fk)
_-t_j"=tgcr. (1.42)

Questo limite del rapporto incrementale viene chiamato deriaata dellafunzione


f(x) nel punto x e si indica con il simbolo:
h-ftl:U-f@) =ti* a{(*) =ry= (1.43)
hAxdx f,(x):y,=rso.

In base all'interpretazione geometrica di derivata è possibile individuare i va-


lori massimi o minimi di una funzione. Infatti, in corrispondenza di un valore mas-
simo o minimo della funzione f(x), Ia tangente è parallela all'asse x per cui il suo
coeffìciente angolare è zero: a = 0 da cui tg a = 0 e quindi la derivata si annulla.

f(x+h)
v:f (x)

l/
f (x) ia

a) b)

Figurg 1,30

Quando à tende a zero, iI rapporto incrementale qt[ t PA,t tende ad assumere il valore
della tangente dell'angolo d,ftalarettatangente in x alla funzione e I'asse x, come mostrato
in (b).
28 CA PIT0 L0 1 Le grandezze fisjche e [a Loro misura. Cenni di Geometria e di Analisi matematica

Figura;1.31
Massimi, minimi e flessi di una
funzione individuati dal rap-
porto incrementale positivo o
negativo prima e dopo il punto
xa,

Nel passare attraverso un massimo (minimo) il rapporto incrementale passa dava-


lori negativi (positivi) a valori positivi (negativi), come evidente in Figura 1.31a e
1.3lb. Se il rapporto incrementale risulta essere sempre positivo o negativo la fun-
zione presenta un flesso (Figura 1.31c e 1.31d).

Prendiamo ora in esame alcune funzioni di base e, tramite il limite del rap-
porto incrementale, individuiamo 1'espressione della derivata.
Cominciamo con la funzione lineare ) = ax + A, dove a e A sono costanti. At».
biamo:

-. a(x+h)+b-hx+b)=\ryoh=rg"="'
hm -. ah
h (t.44)

Nel caso o.r. i,lrr,., e ) = a# abbiamo:

a(x+h)2 -ax2 a(xz +h2 +2 xh)-ax2


alim _ 7'
- tzm =lim(ah+2ax)=2 o*. (1.45)
h-0 h-0

e quindi dy/dx= 2ax. Ripetendo la stessa procedura per la funzione ) = a f si ot-


tiene dy/dx = 3a #, da cui il risultato generale è che per ) = a * Ia derivata rispetto
axrisulta dy/dx=naxn-l. NellaTabellal.Tsonoriportatelederivatedialcune
funzioni principali.

Per il calcolo di derivate in casi più complessi è necessario applicare le seguenti


regole:

a)y=.f(x)xg(x) + dY/dx= f'(x) x { (x)


b) y =fx) g(x) ------+ dY/dx= f'(x) g(*) + f(x) g (x)
c) y=1/ f(x) ------+ dY/dx= -f '(ù/ I@)2
g(x) f'(x) - f(x) { (x)
d) y=f@)/g(x) + 4/d*=

-i'@)
r

7.6 Cenni di Geometria e di Anatisi matematica 29

TABEILA l.Z Derivate di alcune lunzioni

FUNZI0NE y DERIVAIA dy/dx FUNZIONEy DERIYATAdy/dx

0 lnx l/x
ax a sen ,( cos ,(
ai" mal cos x -sen ,r
a{m -ma tgx 1 + tg2 x= 1./cos2 x
1 1 1

J; 2.,tx tgx ;",,


d logo x (l / x) log, e

Si possono avere derivate di derivate, ad esempio d(df(x) / dx) / dx = trflù / a*,


chiamata deriaata seconda di f(x) rispetto ad x (o derivata di secondo grado). Ana-
logamente si possono avere derivata terza, quarta e così via.

Derivata della funzione esponenziale

Verificare che la derivata della funzione esponenziale è uguale


dax*
alla funzione esponenziale stessa. -rnax^-r.
dx
§OluziOng Riprendendo lafunzione esponenziale sviluppata
in una somma di termini (1.28): e, quindi, abbiamo, facendo le varie semplificazioni:

"xxxxx
01234 d e. llr I r-I-!
2x 3x' 4x2
t1"-__+
0! -+ 2t 3! 4l
1! -+-+-+...= rlx l'2 l'2'3 l'2'3'4
?11
-xx"x"x -xx'xt
= l+-+-+-+-+... =l+-*-+-+...
12 6
r t.2 r.2.3 t.2.3.4 0123
=
xxxx
e ricordando il signifrcato di fattoriale (punto esclamativo, 0! l! 21 3l
-+-+-+-+.'.
vedi § 1 .6d) , eseguiamo la derivata rispetto ad x di ciascuno dei identica all'espressione di d (1.28) citata sopra.
termini utilizzando la derivazione di potenze riportata in Ta-
bella 1.7:

1.69 L'integrale: significato e proprietà

Per comprendere il significato dell'operazione di integrazione prendiamo in


esame un caso pratico. Consideriamo una qualsiasi funzione y = f(x), graficata in
Figura 1.31 e poniamoci il problema di calcolare l'area S compresa tra la curva e
l'assexnell'intervallodellavariabilexcompresafrax=a,ex=à.Aquestoscopo
procediamo per approssimazioni successive. In prima approssimazione tale area è
data dall'area del rettangolo tratteggiato di base (b- a) e altezza pari al valore della
funzione nel punto medio dell'inter-vallofra a e à (Figura 1.32a):
30 CA PITO LO 1 Le grandezze fisiche e [a loro misura. Cenni di Geometria e di AnaLisi matematica

Figura,1,32 a)
Calcolo dell'area sottesa dalla
finzior.e f(x) tra la curva e l'asse
x e tra gli estremi x - a e x = b
(area tratteggiata). In (a) l'area
è valutata su un solo intervallo
(b - a) , in (b) l'area è valutata su
5 interualli uguali. x=b
xt lz xt xqxs

s=(a_.,r(+) (1.46)

Per migliorare questa valutazione possiamo suddividere l'intervallo (b - a) in


un numero n di intervalli uguali e sommare le aree di ciascun rettangolo di area
(b - a) /n e di altezza pari al valore della funzione nel punto medio di ciascun in-
tervallo (Figura 1.32b).In questo caso (n = 5) , l'area risulta essere data da:
S= Axt'f@r)+axr'f(xr)+ axr'f(xt)+ axo'f@o)+ axt'f(xt)
:)Ax,.f(x,), (1.47)

dove /x, sono le basi e f x,) sono le altezze dei rettangoli. Per un numero generico
di n intervallila (1.47) diventa:

5=)Ax, '-f(x,). (1.48)


i=1

Con l'aumentare del numero n di inter-valli in cui si suddivide il tratto (b - a)


aumenta la precisione del calcolo. Al limite per n --) oo , cioè Ax, -> 0 abbiamo
I'area Sesatta:

S= tim\Ax,f(x,) =r"f(x,)dx, (1.4e)

dove nell'ultima parte è stato introdotto il simbolo di integrale (sta ad indicare,


come visto, una somma e tale simbolo è una Sverticalizzata): l'espressione finale si
legge integrale definito tra a e b dellafunzionef(x) in dr. Dunque, eseguire l'integrale
def,rnito di una funzione significa trovarne l'area sottesa dalla funzione compresa
fragli estremi x= ae x= b.

Ma come si esegue l'integrazione? Prendiamo come esempio semplice una fun-


zione lineare ) = mx + À e troviamone I'integrale definito fra gli estremi x = a e
x= A (Figura 1.33). Si tratta allora di calcolare l'area del trapezio ABCD in Figura
Figufa: 1.33 1.33:
Area sottesa dalla funzione li-
neare)=rnx+k. r =
u";*, AB= f&);f(a) 1o-"1 =

( 1.50)

=Y \ + nn_k, =+. hb_(+. k,)


I

7.6 Cenni di Geometria e di Analisi matematica 31

Come si può vedere, nell'ultima espressione abbiamo separato i termini conte-


nenti I'estremo superiore x= b da quelli contenenti l'estremo inferiore. Possiamo
trasformare formalmente questa espressione introducendo Ia seguente terminolo-
gia:

, =
I'.*.
+ k)d,x =l+. *1:,. (1.51)

la quale significa che la funzione tra le sbarre verticali va calcolata per x = b


(estremo superiore) e dal risultato va sottratto il valore della stessa funzione per
x = o (estremo inferiore). Perché introdurre questa simbologia? In effetti si veri-
fica rapidamente che la funzione tra le sbarre verticali ha per derivata rispetto ad
x la funzione lineare integranda ) = mr( + ki

*dlmx'
1
- \l= 2mx
""-" + kx -'.""' + k = mx + k.
dx\2 ) 2
( 1.52)

La funzione tra le sbarre verticali nella (1.51) prende il nome di primi,tiua F(x)
dellafuwione intcgrandaf(x). Quanto visto per la funzione lineare si estende a qual-
siasi funzione continua integrandaf x) e con la sua primitiva si stabilisce la rela-
zione:

flù = frr1.1= F'(*). (1.53)

Per calcolare un integrale definito è suffrciente quindi trovare la funzione pri-


mitiva della funzione da integrare, cioè individuare quella funzione la cui derivata
è uguale alla funzione da integrare: I'operazione di integrazione è dunque l'ope-
razione inversa della derivazione.

Un intcgrale indefinito dellafinuionef(x) (quindi senza limiti espliciti) si scrive:

t
Ftx) = | f(x)dx. (1.54)
J

Tale integrale, cioè la sua primitiva, è definita a meno di una costante Cpoiché
la derivata di una funzione costante è sempre zero.

I
no* = F(x) + c. (1.55)

Nella Tabella 1.8 sono riportate le primitive di alcune funzioni integrande


(si veda anche la Tabella 1.7).
§É C$ PtT€ t 0t Lert}mridÉ&fulche r ln bro rnisura. Cemi dl Geometria e di Amtisi natematica

,. i.,;.'

Anehe pcr gli inte$alt vi souro regole dt intgracione ehc nixr Sil idio dl àp
profiondirc in rcdc. A co,mplicare qrr:pQ pq?SF& è,acc@rùsq€qeqqare
-qlGP
all'cristenza dt ùdrygra$qwilirrnl@i nei quali [a frtnljone ffitÈgrandA ififÉndG da
variabili multiple ad esempio:

[ " "l *S* w =


['.lli!ffia
o,]0" (Ls6)
dove I'integrale tra parentei rrarralutato prima mantenendo xcwtante e poi inte
rispetto'ad *da aaA: un intedalsdox4{1, può e*ere edcoleto tramltedue
_g.raftdo
inftgrali *ppli"i chiarrati intègrati iterativi.,
I

1.6 Cenni di Geometria e di AnaLisi matematica 33

Genlro di massa di un semianell0 omogeneo

Si calcoli il centro di massa di un semianello rigido omogeneo Dalla Tabella 1.8, la primitiva del primo integrale è - cos@ , che
di massa Me raggio À (Figura 1.34) (di spessore trascurabile) . per i limiti -n/2 e +n/2, fornisce risultato nullo essendo
cos(+n/Z) = cos(-n/2) = 0; per il secondo integrale la primitiva
§OlUziOng Il centro di massa e il baricentro praticamente è sen@, che nei due limiti fornisce sen(+n/Z) = +1 e
coincidono quando si tratta di corpi il cui volume è relativa- sen(--x/2) = -1 da cui, facendone la differenza, si ottiene +2.
mente modesto (inferiore alle decine di km3), come chiarito Quindi la posizione del centro di massa risulta:
nel §4.4. Dunque, individuare il centro di massa significa defi-
2d R2 R2 2R
nire il baricentro.
La massa del semianello è data da M= dn Pu dove d è Ia den-
,., =:i= u, =
2d
iià ", =
? u, = 0.637Ru,.
sità lineare (d = m/() dell'anello ed è costante, dato che il
corpo è omogeneo. Individuiamo un punto P sul semicerchio Dunque, il centro di massa o baricentro si trova sull'asse 1di Fi-
tramite il vettore: gura 1.34 come prevedibile per ragioni di simmetria. Si osservi
che in questo caso il centro di massa è esterno al corpo rigido.
r = -Ru, dove il vettore u, = u, sen@ + u, cos@ e u/ ux e u! sono
versori.

La posizione del centro di massa r", si calcola con la (4.1lb)


adattatz al caso unidimensionale (lineare) e osservando che
l'arco infinitesimo di semicerchio nel punto P è individuato da
d,( = Rd,Q:

Mr* = : d0=
I!.0, I"^'^':Ru"Rd,g=flp2 1",",',:,

= d'R2"..",",",F. sen@ +u, cos|)aP=4P'z


lo.[",',,',:*r
d,Q +u,
1.",',,',,**
*
l,t+t/2t'*^,r1
= d R'z -'"'dl-,,,,*", *^,1 = d R'z lo +2)t, =2dR2 u'
| |
fu. ^,,]

u
ru,

F!§urà 1.34
Centro di massa di un semianello.
34 CA PIT0 L0 1 Le grandezze fisiche e [a [oro misura. Cenni dj Geometria e di AnaLisi matematica

1.6h Equazioni differenziali


In Fisica spesso vengono stabilite relazioni fralavariazione (rispetto al tempo,
allo spazio, ...) di una grandezza fisica, in pratica derivate, e altre grandezze fisi-
Equazioni differenzia [i che. Queste relazioni sono chiamate equazioni diff*mziali. In esse compaiono più
operazioni di derivazione, anche di grado superiore al primo, e per trovarne Ia so-
luzione, è necessario individuare l'andamento della funzione derivata, mediante
integrazioni anche successive (nel tempo, nello spazio, . .. ).
In pratica, le equazioni differenziali sono relazioni che comprendono delle de-
rivate e che si risolvono mediante integrazioni ottenendo la funzione che compare
nelle derivate. Non esistono regole per risolvere le equazioni differenziali, che
spesso vanno integrate ed elaborate caso per caso.
Comunque, nell'individuare la funzione soluzione di una equazione differen-
ziale intewengono sempre dei fattori costanti, quali la costante nella primitiva
(§1.6f e Tabella 1.7), che devono essere determinati a seconda delle condizioni
Condizione aI contorno
note del fenomeno cui si applica I'equazione differenziale, chiamate cond:izioni al
contonto. Solitamente le condizioni al contorno sono i valori della funzione cercata
quando la variabile indipendente è nulla (condizioni iniziali) e quando questa as-
sume particolari valori.

Come già riferito nel §1.6d e nell'Esempio 7.7, un tipo di equazione differen-
ziale che spesso interviene nei fenomeni biofisici è quella in cui Ia derivata di una
funzione risulta essere proporzionale alla funzione stessa, riprendendo la (1 .30) :

df(ù _ Af(*). (r.57)


dx

In questo caso si può trovare la soluzione f(x) utllizzando il metodo di separa-


zione delle aariabik secondo cui la funzione f(x) viene considerata come una varia-
bile e si portano a primo membro tutti i termini contenenti una variabile (la fun-
zione f(x) per esempio) e a secondo membro quelli contenenti l'altra variabile (la
variabile indipendente x nel nostro caso). La (1.57) diventa allora:

df(*) o o*.
= (1.58)
f(.)
Eseguendo I'integrale indefinito di entrambi i membri si ottiene, considerando
f x) come una variabile e utilizzando la Tabella 1.8:

lnJ@) = Ax+ C ( 1.5e)

da cui, per il significato di logaritmo naturale, abbiamo:

f(x): /*c= ec/'=h/*, ( 1.60)

dove abbiamoposto h= ec.

La soluzione più generale è data dalla (1.31) che qui ripetiamo:

f@)=né*+k. (1.61)
I

7.7 Cenni di metodoLogia deLLa misura e di teoria deLL'errore 35

Le costanti à e k vengono determinate conoscendo il valore che deve assumere


laf(x) per determinati valori della variabile x (per esempio per x = 0, x= a o altri).

Oltre al precedente §1.6d circa la funzione esponenziale, nel testo in varie oc-
casioni di approfondimento vengono trattate equazioni differenziali, in partico-
lare: nella Nota 6.1, dove viene dedotta Ia formula di Poiseuille; nella Nota 15.1
dove è ricavata la II legge di Fick, di cui sono mostrate Ie soluzioni grafiche nella
Figura 15.9; e nellaNota 19.1, dove si ottiene lafunzione esponenziale relativaal
potenziale elettrico lungo una linea distribuita (cavo coassiale) con la definizione
di costante di lunghezza. Anche nel §2.2c, trattando del moto armonico, viene ri-
portata una equazione differenziale di 2' grado (2.20) la cui soluzione è una fun-
zione sinusoidale (2.16).

Equazione delle onde di d'Alambert

Trovare la soluzione /(al) dell'equazione differenziale chia- Nel descrivere i fenomeni ondulatori (Capitolo 12 e 13, e nel
mata equazione di d'Alambert (come quelle ottenuta a propo- §20.13) abbiamo:
sito delle onde elettromagnetiche, §20.13):
a = 2n/ T e b = 2x/ )" dove 7è il periodo dell'oscillazione e i"
d'Jy,,) _ ud)ltx,t) la sua lunghezza d'onda, cioè Ia distanza percorsa dall'onda in
'
d*T=n-1,' un periodo, per cui risulta:

Soluzione Dalle Tabelle 1.7 e 1.8 si vede che le funzioni si- K= È/a2 = 72/L2 = l/lÌ ,
nusoidali coseno e seno se derivate due volte riproducono, a lt
meno del segno, la stessa funzione di partenza e, pertanto, cioè la velocità z dell'onda = f/ ,;1
,

sono soluzioni dell'equazione di d'Alambert ad esempio con-


sideriamo: dato che il rapporto tra ia distanza .1" percorsa nel periodo 7 e
il periodo stesso equivale alla velocità di propagazione u
f(x't)= Asen(at+ bx) dell'onda.

da cui l'equazione differenziale diventa:

AÈsen(at+bx) = AKa2sen(at+bx) dacui K= Ù/a2

7.7 CENNI DI METODOLOGIA DELLA MISURA


';:;::r;r;!;r." E DI TEORIA DELL'ERRORE

In Fisica, e in generale in tutte le scienze sperimentali, è fondamentale l'im-


piego di una corretta metodologia nell'esecuzione di misure delle grandezze sotto
osservazione e nella rappresentazione grafica, manipolazione e valutazione dei
dati sperimentali. Su questo importante argomento, spesso oggetto di corsi di La-
boratorio, si invita il lettore a consultare l'Appendice A.
36 C A P I T 0 L 01 Le grandezze fisìclre e [a loro misura. Cenni di Geometria e di Anatisi matematica

Un'automobile sale lungo una strada avente uoa pen- 1.6 Eseguire la derivata rispetto a x della funzione
denza di 30" con una velocità di l0 km/ora Q;rali sono le
componenti della velocità in direzione orizzontale e ver- I(x) = 3* -5x #.
ticale. t.7 La popolazione di batreri in una culurra raddoppia ogni
r.2 ora a partire dal tempo J= 0 con ld batteri. Esprimère la
Convertire 80 km,/ora in metri al sec<rndo.
funzione esponenziale di crescita-
1.3 Trorars l'equazione dimensionale delle seguenti gran-
dezze (definite nel Capitolo 2): aecelerazione, forza, Dal problema.precedente, valutare il numero di batteri
presenti dopo 3 giorni e 16 ore in potenze di 10.
energra, pressione, densità.

1.4 Convertire ?15' in radianti.


1.5 Una superficie viene osservata con un angolo solido pari
al% Vo; a quanti steradianti corrisponde?
El
o

I fondamenti della Meccanica (J

Parte I: Le basi della Cinematica


e della Dinamica traslatoria

2.7 INTRODUZION E

La Meccanica è quella branca della Fisica che si occr.rpa della descrizior-re dei
moti dei corpi e delle forze chc sor-ro responsabili clei moti stessi. Traclizional-
nìente si suole clividerc la Meccanica in Cinematica, Dinamica e Statica. Nella Cine-
murtica si descr-ive il rnovimento dei corpi a prescindere clalle cause che li gene-
rano, nella Dinarnica si affrontzi il problen-ra di trovare I'equazione di moto di un
corpo quando si cr>noscono le fbr-ze ad esso applicate e nell:r Statica si studiano le
condizioni di eqr,rilibrio dei corpi. qllesto capitolo si limita a richiamare lc r-rozioni
fcrndamentaÌi cli Cinemzrticzr e di Dinarnic:r dei corpi puntifbnrri.
Nel capitolo successivo, oltre zr clare i concetti cli lar,oro e di energia nell'ambito
della trattazione generale dei car-r-rpo di forze, \,engorìo clescritte alcune particolari
applicazioni delÌa Dinamica traslatoria.
Cenni di Statica e di Dinarnic:r dei corpi rigidi non puntiformi, in particolare la
f)inamica di ccirpi estesi in rotzrzione, sarallr'ìo trattati ncl Capitolo 4 conle intro-
duzione alia Biorncccanica. Si tenlra comunque presente che le leggi clella Dina-
rlica clel pllnto qui dc'scritte possono essere estese arche al caso di rrn corpo
aventc dimensioni fìnite, pur di lirnitarsi a considerare 1l moto del baricmtro, dot'e
si può pensare concentrata tutta la massa clel corpo (§4.4).
Prima di proseguire è opportrina una irnportante precisazione: tutte 1ÉÌ nozioni
di Meccanica, svih,rppate in questo e nei due capitoli successir,i, si riferiscono ad un
punto materiale o a un corpo ri§do, ctoè non deJòrmabile quale che sia l'azione di forza
ad esso appliczrta. Solo alla hne del Capitolo 4 sono sr-olte quelle nozioni, relative
a cotpi dr{ormabili, necessarie alla comprensione del capitolo successivo (Biomecca-
nica).

2.2 CINEMATICA

Si dice che un corpo si lnlrove quando la slrar posizione rispetto ad altri corpi, con-
siderati come fissi, r,aria nel tenìpo. Il concetto di moto di r,ur corpo va perciò sempre
consiclerato come a\:erìte un significato rel:rtivo. Nell'ambito della N{eccanica clas-
sica il rnovirnento cli Lrn corpo è noto in modo completo quando si conosce la posi-
zione del corpo stesso nello spzrzio in qualsiasi istail.te. A questo scopo è necessario fis-
sare Lu-ì sistema di assi di riferirnento ed esplicitare le funzioni che rappresentano le
coordinate del pur-rto in funzione clel tempo. Per discr.rtere 1o stato di moto di un
corpo è poi trtile intr-odurre le glandezze cinernatiche relocità e accelerazi<.rne che
pernìcttono, fra I'altro, di collegare le grandezze cinematiche con le forze.

37
38 CAPIT0L0 2 lfondamenti de[[a Meccanica. ParteI

Fig.ura 2.1
Vettore velocità considerato in di-
versi istanti lungo la traiettoria di
moto di un punro. La raiettoria si
svolge nelle tre dimensioni.

4,
L
2.2a Traiettoria e legge oraria
Definiamo traiettoria del moto la linea descritta dal punto durante il suo moto.
Qualora la traiettoria sia nota, per descrivere completamente il moto basta cono-
scere Ia posizione del punto lungo la traiettoria in ogni istante. Se, per esempio, in-
dichiamo con s iI tratto di traiettoria percorso dal punto P nel tempo I il moto è
descritto quando si conosca la relazione tra s e I che prende il nome di lege ora-
ria: s : s( r) (Figura 2. 1 )
.

Se viceversa la traiettoria non è assegnata, per descrivere il moto del punto P bi-
sogna indicare la sua posizione nello spazio istante per istante. E, quindi, suffi-
ciente conoscere le tre coordinate del punto P rispetto ad un sistema di assi carte-
siani assunto come fisso. II moto in questo caso viene descritto mediante le tre fun-
zioni del tempo:
x = x(t), y = y(t), z= z(t), (2.1)

che costituiscono Ia proiezione della legge oraria sui tre assi cartesiani e sono da
considerare in un sistema di riferimento assegnato, La conoscenza della legge ora-
ria contiene quindi in sé anche Ia conoscenza della traiettoria. Infatti Ie equazioni
(2.1) possono essere considerate come l'equazione di una curva nello spazio
espressa in forma parametrica. Si osservi che il tratto di traiettoria, o spostamento s,
Sposta m ento
è in generale una grandezzayettoriale, cui pertanto si applicano le regole del cal-
colo vettoriale.

2.2b Velocità e accelerazione


Laztelocitàscalaremeùianell'inter"vallo di tempo/l : tr-trè definita come segare:

Ve Locità rr----
s(t,,) - s(1, ) /s (2.2)
t, - t, At'
e la ztelocità scalare istantanea del corpo in movimento è data dalla derivata dello
spazio rispetto al tempo:

-.
z=lrm
As ds
(2.3)
a-o At dt

La velocità istantanea u è il vettore il cui modulo è dato dalla (2.2), la cui dire-
zione è quella della tangmte alla traiettoria nel punto considerato e il verso è con-
corde con quello degli spazi crescenti (Figura 2.1).In formavettoriale le (2.2) e
(2.3) si scrivono:
2.2 Cinematica 39

As
(2.2a)
'" at

ds
(2'3a)
d,t'

dove 4s e ds sono i vettori che rappresentano gli spostamenti finiti e infinitesimi


sulla traiettoria (Figura 2.1). Nel Sistema Internazionale (S.I.) lavelocità si misura
in m s-I, nel sistema C.G.S. in cm s-1.
An alo gamente defi niamo accelerazion e meùia il vettore :
Figura 2.2

_ o(tr) - a(tr) Aa (2.+1 Diagramma spazio-tempo di un


- f,-r, at
moto.
:
11 rapporto incrementale
As/ At tgO rappresentalavelocità
scalare media. La pendenza della
e accelerazione istantanea il vettore:
tangente geometrica nel punto l,
-.
a=llm
Au du
(2.5)
rappresenta la velocità scalare
istantanea a
^r-o At dt 1,:

-. /s ds
u = Iim -" =:-1 _ @0.
Nel S.I. l'accelerazione si misura in m s-2, nel sistema C.G.S. in cm t2. o,_rt At dt

Si osservi che se la direzione della velocità u è costante nel tempo, e quindi il


moto è rettilineo, I'accelerazione è sempre diretta come la velocità e quindi come Ia
traiettoria. Nel caso in cui il moto sia curvilineo, il vettore accelerazione in generale
non è tangente alla traiettoria e viene caratterizzato da una componente tangente
alla traiettoria e una componente normale alla traiettoria nel punto considerato,
Per capire meglio il significato fisico di velocità e accelerazione, consideriamo
il significato geometrico di queste grandezze, Riferiamoci per semplicità al caso di
un moto in una dimensione descritto dalla legge oraria s: s(r). Tale moto non è AcceLerazione
necessariamente rettilineo; infatti, per una traiettoria qualsiasi, purché nota, s(r)
rappresenta Ia distanza dall'origine sulla traiettoria data. La rappresentazione gra-
fica della legge oraria s(r) costituisce una rappresentazione del moto in un grafìco
spazio-tempo (da non confondere con la traiettoria) . Come si vede dalla Figura 2.2,|a
velocità scalare media (2.2) rappresenta il rapporto incrementale della legge ora-
ria nell'intervallo di tempo i2 - ,r, mentre la velocità scalare istantanea è la pen-
denza della cuna che rappresenta la legge oraria nell'istante l" considerato.
Analogamente, consideriamo Ia funzione u(l) che rappresenta il modulo della
velocità in funzione del tempo. Si osservi prima di procedere che le definizioni di ac-
celerazione (2.$ e (2.5) sono fornite in termini di vettore velociuà e non del suo mo-
dulo. Tuttavia, se la traiettoria è rettilinea, la velocità non varia in direzione, per cui
I'accelerazione media è data dal rapporto incrementale della funzione u(l) nelf in-
tervallo tr-ttel'accelerazioneistantaneaèdatadallapendenzadellacurvadellave-
locità nell'istante considerato (si veda il diagramma velocità-tempo di Figura 2.3).
Se la traiettoria del moto è curvilinea la pendenza della funzione z(l) rappre-
senta la sola componente tangenziale del vettore accelerazione. In questo caso,
come vedremo più avanti, esiste anche una componente dell'accelerazione nor- Figura 2.3
maltalla traiettoria, componente che è associatzallavariazione della direzione del Diagramma velocità-tempo di un
vettore velocità. moto. La pendenza della curva rap-
presenta la componente dell'acce-
2.2c Legge oraria di alcuni semplici moti lerzzione nella direzione della velo-
cità (componente tangenziale del-
Consideriamo ora brevemente alcuni esempi di moti dal punto di vista cinema- l'accelerazione). In [, l'accelerazio
ne è negativa. menLre in t, è po.iiiva.
tico, rinviando al §3.2 una derivazione formalmente rigorosa della legge oraria.
40 CAPIT0L0 2 Ifondamenti della Meccanica. ParteI

x=x +at Moto rettilineo uniforrne: se la uelocilà z di un oggetto è costante in modulo, direzione
t=0 x : x(l) la traiettoria è rettilinea che assumiamo sia lungo l'asse x. Si tratta, quindi,
e uerso,
x: x,,
di un moto in una sola dimensione. Essendo u costante, si desume dalla (2.3) che
la pendenza della funzione s(l) = x(l) è costante. Pertanto, il grafrco spazio-tempo
è una retta, ossia la legge oraria è una funzione lineare del tempo:
x=x +ilt (2.6)

dove la distanza del punto dall'origine al tempo I


xo è : 0e u., è la velocità costante
(Figura 2.4).

Moto rettilineo uniformemente acceleraro.' se un oggetto parte da fermo (q, : 0)


con una accelerazione a cctslante in moclulo, direzione e uer.\o, la velocità che si svi-
tigura 2.4
Iuppa per effetto dell'accelerazione è diretta come l'accelerazione e quindi pos-
Traiettoria (sopra), legge oraria e
siede anch'essa direzione costante. La traiettoria è una retta. Lo stesso discorso
grafico spazio-tempo di un moto
rettilineo uniforme. vale se la velocità iniziale è diretta come l'accelerazione. Anche, in questo caso il
moto si svolge in una dimensione (vedasi Esempio 2.1).
Il grafico velocità-tempo è una retta, dato che la sua pendenza è costante, e per-
Moto uniformemente tanto in generale:
' accelerato lt : uol 0,t, (2.71

dove uo è la velocità iniziale e a è il modulo dell'accelerazione costante. La legge


oraria dor.,rà essere una funzione parabolica del tempo, poiché la sua pendenza,
che rappresenta la velocità, è la funzione lineare (2.7) (Figura2.5):

x=x<)+aot+-e,t'
1. (2.8)

e5x =x.+uot+aPl2 Moto parabokco uniformemente accelerato.'supponiamo che un oggetto sia sotto-
/=0 posto ad una accelerazione a costante in modulo, d,irezione e uerso e che abbia inizial-
x=xa mente una velocità u,, che non è diretta come a. La traiettoria non è più in questo
caso una retta. Per descrivere la legge oraria conviene considerare un sistema di
assi cartesiani ortogonali x,y di cui uno dei due sia diretto come a. I1 moto può es-
sere allora scomposto in due componenti e si svolge nelle 2 dimensioni x e y. Sup-
ponendo che a sia diretto lungo l'asse 1, ma in uerso opposto, si ottiene:
a(t) =qe\) x=x +il I
Aq
r=T +u,t)t--t- (2.e)
2

Infatti nella direzione dell'accelerazione a il moto è uniformemente accelerato


con velocità iniziale 2.,,.. Lungo la direzione x la componente dell'accelerazione è
nulla e il moto risulta uniforme.
Si osservi che nelle (2.9) le quantità scalari che compaiono sono delle
componenti di vettori lungo gli assi x e y. Pertanto esse compaiono con segno po-
sitivo o negativo a seconda che i vettori siano diretti nel verso degli assi cartesiani
o in verso opposto. La traiettoria del punto mobile si ottiene eliminando il tempo
nelle equazioni (2.9). Risolvendo in lla prima equazione e sostituendo nella se-
""1: si ottiene:
Figura 2.5
Traiettoria (sopra) grafico spazio- ) =?.-#.r, (2.10)
tempo e grafico veiocità-tempo di
un moto uniformemente accele-
ì'2ìtO.
dove abbiamo assunto per semplicir, ;: , . r,l o La funzione (2.10) rappresenta
appunto una parabola (Figura 2.6).
2.2 Cinematica 47

Moto circolare unifonne: il moto circolare uniforme è il moto di un punto P che


si muove lungo una circonferenza con aelocità costante in modulo (ma non in dire-
zione e verso) (Figura2.7) e il moto si svolge in due dimensioni, quelle del piano
cui appartiene la circonferenza. La velocità con cui il pr.rnto P si muove lungo la
circonferenza si chiama aelocità Lineare o periferica; la velocità con cui ruotà il rag-
gio À = Op aettu circonferenza è invece la aelociù angolare a.
_Quest'ultima è definita come il rapporto tra l'angolo 10 descritto dal raggio
il tempo Àr impiegato a percorrerlo:
OP e

a=-A0 (2.11) Moto circotare uniforme


At
Poiché tra l'angolo À0, misurato in radianti, l'arco sotteso /s e il raggio rR sus-
siste la relazione geometrica As = A0.R, sostituendo nelia (2.11) e ricordando che
la velocità periferica è u = As/ At, si ottiene una relazione tra la velocità angolare ar
e Ia velocità periferica:
u=aR. (2.t2)

Calcoliamo ora 1'accelerazione. Siano a(t,) e a(tr) i vettori velocità a due istanti
diversi. Questi vettori hanno uguale modulo, ma diversa direzione, come mostrato
in Figura 2.7. La differenza tra i due vettori, a(Lr) - u(1,), è rappresentata dal vet-
tore AB della Figura 2.7b, dove i vettori velocità sono stati trasportati parallela-
mente a se stessi in modo che le origini coincidano. Come si vede facilmente dalla
figura, l'angolo formato dai due vettori velocità è uguale all'angolo A0, il quale a
sua volta si può esprimere come aAL Pertanto, per At piccoli confondendo nella
Figura 2.7b1'arco con la corda Epossiamo scrivere: Figura 2.6
Traiettoria parabolica che si ottiene
lo(t,)-a(t)l=a A0=a a At, quando un oggetto è sottoposto a
un'accelerazione a costante e a una
velocità iniziale a" che non è paral-
e otteniamo quindi che il modulo dell'accelerazione è dato da: lela ad a. Si noti che la componente
della r'elocità r,,., perpendicolare ad

O
lz(1, ) - u(r, )l
= !---:-------:---! = U A =
7,'= A- K.^
.,
(2.13) a, rimane costante durante il moto.
AtR -

Per trovare la direzione dell'accelerazione basta osservare che al tendere di At


azero i vettori zt(tr) e a(r,) tendono a sovrapporsi e il vettore differenzaÀE tende
quindi ad essere perpendicolare ai vettori velocità. Si può, quindi, concludere che
un corpo che si muove di moto circolare uniforme è sottoposto a una accelera-
zione che ha una componente tangenziale nulla e una componente normale (cen-
tripeta) di intensità ,27 R= a2R

a (tr)

Figura 2.7
Moto circolare uniforme. (a) La ve-
locità è tangente e costaute in mo-
dulo. L'accelerazione ottenuta con
la costruzione geometrica indicata
in (b) risulta diretta come il raggio
dell'orbita e verso il centro (accele-
b) razione centripeta).
42 CA PITO LO 2 I fondamenti detta Meccanica. Parte I

Figura 2.8
Traiettoria curvilinea in due di-
mensioni. Sono indicate le dire-
zioni e Ie componen ti dei vettori ve-
locità e accelerazione in generale.
E, inoltre, mostrato il significato
geometrico di raggio di curvatura
di una traiettoria curvilinea in un
punto.

Moto curailineo in d.ue ùimensioni: in un moto curvilineo non uniforme Ia velo-


cità, in generale, cambia sia in direzione che in modulo lungo Ia traiettoria. L'ac-
celerazione è sempre diretta verso la concavità della traiettoria e può essere carat-
terizzata da una componente tangmziale at.e Lrna componente nomw,le (o radiale)
a* Le espressioni che seguono, e che sono fornite senza dimostraziont, sono facil-
mente giustificabili intuitivamente e si possono ricavare con un procedimento anr
logo a quello seguito per il moto circolare uniforme:
du
4."=- (2.14)
'dt
2
a
a^,=-
"À (2.15)

dove R nella (2.15) rappresenta il raggio di curvatura della traiettoria nel punto
considerato. La componente a,r misura la variazione del modulo della velocità,
mentre la componente a* misura la variazione di direzione della velocità dovuta
alla curvatura della traiettoria (Figura 2.8).

Moto armon:ico.'si dice che un corpo puntiforme si muove di moto armonico


quando percorre con periodicità avanti e indietro un segmento assegnato obbe-
dendo a una legge oraria di tipo sinusoidale:

Moto armonico x=Asen(at+Q) (2.16)

dove x è la coordinata che misura Io spostamento del punto dal centro della traiet-
toria assunto come origine e À è l'ampiezza del moto armonico; a è detta pulsazione
del moto e risulta proporzionale allafrequenzay: a = 2 rl,,v. La frequ etTzay , cioè il nu-
mero di volte che il punto compie un ciclo completo di moto in un secondo, è evi-
dentemente legataal periodo T, che rappresenta il tempo impiegato dal punto a per-
correre un ciclo completo, dalla relazione v : 1/ 7i Nella (2.16) l'angolo @ è chia-
matofaseiniziale.Infatti all'inizio del moto, /: 0, lo spostamento è x= Asen @, per
cui l'angolo @ ci dice a che punto della traiettoria il mobile ha iniziato il suo moto
armonico (Figura 2.9).
Un diagramma dello spostamento in funzione del tempo ha l'andamento di
una funzione seno oppure coseno, come è mostrato nella Figura 2.9. Come si vede
dalla figura, Io spostamento ritorna al valore iniziale A ogni volta che aù = 2n , 4tr,
6n, ....,2nrl,,. L'inter^vallo di tempo tra due istanti successivi in cui 1o spostamento
è ,4 definisce il periodo T = 2r / a = Ily.
2.2 Cinematica 43

Figura 2.9
-{ Diagramma spazio-tempo (linea
rossa continua) e diagramma velo-
cità-tempo (linea punteggiata) per
-- a un moto armonico.
+
-t'--.
+ "-""----..-'
r=Asen0
,=rl I

x=-A u--Aacos0
0=@+A

La velocità e l'accelerazione nel moto armonico si ottengono dalla legge oraria


applicando le (2.3) e (2.5):
dx
= +Aa cos(atr + @), (2.17)
dt

. =* = -Aa2sen(at + Q). (2.18)

Si deve osservare che poiché x = A sen(at + @) , l'espressione dell'accelerazione


può essere scritta come:

a=-tD2x. (2.1e)

La (2.19) esprime il risultato fondamentale che il modulo dell'accelerazione in


un moto armonico è proporzionale allo spostamento, ma di segno opposto: il coef-
ficiente di proporzionalità è dato dal quadrato della pulsazione co del moto armo-
nico. Faremo uso di questa proprietà nel ricavare la legge oraria del moto armo-
nico a partire dalle forze (§2,4).
Come riportato nel §1.6h, il fatto che Ia (2.16) soddisfi l'equazione differen-
ziale di 2" grado (2.19), cioè

. =d2x(il -- -(D-1x(t) .
(2.20)
dr, v

è una caratteristica generale: ogni volta che si presenta una relazione del tipo
(2.20) la soluzione x(0 è del tipo (2.16). L'argomento viene ripreso nel §3.2e.
Il moto armonico, come vedremo nei capitoli successivi, può svolgersi in una,
due e anche tre dimensioni. Esempi di moti in due dimensioni sono stati riportati
sopra, in questo paragrafo.
Figura 2.10

Moti in tre dimensioni: se il vettore velocità iniziale e/o il vettore accelerazione Una pallina si muove su una su-
perficie a forma di imbuto. Se la
posseggono tre componenti lungo gli assi x, ) e z, il moto del corpo si svolge in ge- velocità iniziale e/o I'accelera-
nerale nelle tre dimensioni, come il caso illustrato in Figura 2.10. zione non sono dirette verso il
centro delf imbuto, ma obliqua-
mente, e quindi posseggono tre
componenti non nulle, iI moto è
una spirale in tre dimensioni.
44 CA PIT0 L0 2 I fondamenti detta Meccanica. Parte I

Legge oraria: m0t0 reltilineo unilormemsnte accelerato

Un'automobile accelera da ferma con un'accelerazione co- ottiene:


stante di 2.5 m s 2 su una strada dove il traffico si muove a ve-
u 24ms-'
I -:a =:--::-:,
z.5rns'
= 9.6 secondi.
locità costante di24 m s-1. Calcolare (l) quanto tempo im-
piega l'automobile a raggiungere tale velocirà e (2) quanta
strada viene percorsa in tale tempo. (2) Dalla (2.8) abbiamo:
1 , I
^- m s';'19.6
x=1a,t'=^tZ.s
_,..^^ s)2 =115.2 metn.
Soluzione (l) Poiché l'auro parte dal punto x. = 0 da ferma,
22
si pone z" = 0 nelle equazioni di moto (2.6) e (2.7), per cui si

Moto circolare unilorme

Si consideri una centrifuga (raggio = 15 cm) che effettua sI 0ttrene:


20 000 rotazioni al minuto primo. Si valuti I'accelerazione cui
sono sottoposte le particelle in sospensione nel liquido della a= ro2R = (20 000 %t)2 0.15 m s-2 =
Provetta. = 6.58 105 m s-2 = 67.74 703 g

ben oltre 67 140 volte I'accelerazione di gravità al suolo


§OlUZiOng Una rotazione (2n radianti) al minuto comporta (9.8 m s-2)!!
una velocità angolare pari a 2n / 60 rad / s. U tllizzando la ( 2. 1 3 )

LE FORZE E LE LEGGI DELLA DINAMICA


?:.L
2.3a Le forze
Al concetto generale di forza si perviene mediante un processo di astrazione
partendo dall'idea intuitiva di sforzo muscolare. L'osservazione personale mostra
che, ogni volta che interveniamo su un oggetto fermo mediante uno sforzo, l'og-
getto si mette in movimento, se libero, oppure si deforma, se vincolato. E se I'og-
getto è in moto, la sua velocità risulta altera,ta nel valore o nella direzione o in en-
trambe. Riterremo pertanto che una forza, di qualsivoglia origine o natura, agisca
ogni volta che si assiste ad un cambiamento dello stato di moto di un corpo o ad
una deformazione del corpo stesso.
Consideriamo alcuni esempi di forze. Laforza peso è laforza diretta perpendi-
Forza
colarmente alla superficie terrestre che si esercita su un corpo di massa m a causa
dell'attrazione gravitazionale della Terra. Laforza muscolare è Ia forza che si wi-
Iuppa per la contrazione dei fasci muscolari; essa è diretta come il fascio muscolare
stesso e risulta applicata dove il muscolo si innesta sullo scheletro.Laforza elastica
è la forza con cui reagisce un corpo elastico quando viene deformato; essa ha la
stessa direzione (ma verso opposto) della forza deformante e la sua intensità è di-
rettamente proporzionale all'entità della deformazione stessa. Altri tipi di forze
2.3 Le forze e Le Leggi detta Djnamica 45

sono le forze elettriche, le forze magnetiche, le forze di attraziote molecolare e


così via. Le forze sono tipiche grandezze vettoriali, dato che la loro azione è legata
anche a una direzione e a un verso, e quindi ad esse si applicano le regole del cal-
colo vettoriale riportate nel §1.5.
Per quanto riguarda la misura delle forze è possibile procedere in due modi:
quello statico, basato sulla deformazione prodotta su un corpo (per esempio l'al-
lungamento di una molla), e quello ùinamico, basato sull'ossenazione dei cambia-
menti prodotti nello stato di moto di un corpo. Adotteremo per il momento I'idea
di misurare le forze staticamente. per esempio mediante un dinamometro a molla,
tarato in base al peso del campione in platino-iridio depositato presso 1'Ufficio In-
ternazionale dei Pesi e Misure di Sèwes. Nel seguito vedremo come, ricorrendo al
secondo principio della Dinamica, è possibile passare all'altro metodo di misura e,
abbandonando l'unità di misura chilogrammo{eso (che è definito per una partico-
lare latitudine, al livello del mare e nel l'uoto), adottare il newton (che è I'unità di
misura nel Sistema Internazionale).

2.3b I principi della Dinamica trastatoria


La Meccanica classica o newtoniana, che non si occupa dei fenomeni atomici
(oggetto della Meccanica quantistica), né di quelli che comportano velocità pros-
sime a quella della luce (oggettodella teoria della relatività), è basata sui seguenti
principi fondamentali:

Principi deLLa Dìnamica


1' principio: ogni corpo perservera nel proprio stato di quiete o di moto rettili-
neo uniforme, finché forze esterne ad esso non inter-vengano a modificarne lo
stato di moto (principio dinenia).
2o principio:l'accelerazione subìta da un corpo è in ogni istante proporzionale
allaforza agente su di esso (F : m a, dove m,> 0).
7 principio: dati due corpi A e B isolari, se il corpo A esercita una forza F sul corpo
B, il corpo B esercita su A la forza -F, cioè una forza avente il modulo, la direzione
nonché la retta di applicazione di F, ma con il verso opposto (principio di azione e
reazione).

GIi enunciati dei primi due principi pongono innanzitutto, e per due ragioni, il 1' Princìpìo de[[a Dinamica
problema del sistema di riferimento, La prima ragione è banale ed è riconducibile
al semplice fatto che le grandezze cinematiche sono definite e misurate sempre ri-
spetto a un sistema di riferimento prefissato. La seconda invece è dettata dalle leggi
operanti in Natura. Per capire questo si noti innanzitutto che ogni sistema di riferi-
mento ancorato alla Terra, quando viene osservato dall'esterno, per esempio dal
Sole, compie un moto di rotazione intorno all'asse terrestre e un moto di rivolu-
zione intorno al Sole. Un moto che sulla Terra appare come rettilineo e uniforme è
perciò solo tale in apparenza. Quali sono dunque i sistemi di riferimento rispetto ai
quali i corpi naturali obbediscono ai primi due principi? Newton ha scoperto che la
legge d'inerzia e il secondo principio valgono in riferimento alle stelle fisse (che oc-
cupano sulla volta celeste posizioni relative praticamente immutabili) o a quei si-
stemi di assi che rispetto a esse si muovono di moto traslatorio uniforme. I sistemi di Sistemi di riferimento inerziali
riferimmtonei quali vale il principio d'inerzia vengono detti inenial;i.
Per fenomeni che si svolgono in una regione di dimensioni piccole rispetto alla
Terra, è lecito considerare inerziale, con buona approssimazione, anche il sistema
di riferimento solidale con il globo terrestre. Invece non è inerziale un sistema di
46 CA PIT0 L0 2 I fondamenti delta Meccanica. Parte ]

riferimento solidale con una piattaforma ruotante. Infatti, come abbiamo visto nel
paragrafo precedente, in un sistema che si muove di moto circolare uniforme è
presente un'accelerazione diretta verso il centro della traiettoria. Come vedremo
più avanti, i principi della Dinamica possono essere estesi ai sistemi non inerziali
pur di introdurre delle opportune forze apparenti o pseudoforze che non sono
presenti nei sistemi inerziali.
Per quanto riguarda il secondoprincipio, sono in generale molto precise le sue
verifiche sperimentali indirette. E comunque possibile stabilire anche diretta-
mente che, variandolaforza F applicata ad un corpo assegnato, il rapporto F/a
(dove F è misurata staticamente) è uguale ad una costante positiva rn caratteristica
del corpo. Si può provare inoltre, prendendo volumi diversi della stessa sostanza,
che m è proporzionale al volume, cioè alla quantità di materia considerata.
2' Prìncipio deLLa Dìnamica
Il secondo principioviene solitamente scritto sotto Ia forma:

F: m,a (2.21)

Massa e la costante m è detta massa inerziale, o semplicemente massa, del corpo e rappre-
senta la quantità di materia presente nel corpo. Si conviene, inoltre, di adottare
come campione di massa la massa del peso campione depositato a Sèwes, menzio-
nato nel paragrafo precedente (si noti che Ie masse e il funzionamento delle bi-
Iance, mediante le quali si confrontano le masse stesse, non dipendono, a diffe-
renza dei pesi, dalla latitudine o dall'altitudine o dalla densità del mezzo circo-
stante). Diviene possibile 4llora leggerela (2.21) come una definizione (dinamica)
della forza F e il valore di una forza puo venire dedotto dalla misura di una massa
e di un'accelerazione.
In altri termini si può affermare che laforza è quella entità fisica in grado di al-
terare lo stato di moto di un corpo. Poiché lo stato di moto di un corpo è rappre-
sentato dalla sua velocità, una modif,rca dello stato di moto non è altro che una va-
riazione di velocità Av, variazione che awiene nel tempo e pertanto la forza è di-
rettamente proporzionale a tale varaizione, cioè L,a/Lt, quindi all'accelerazione
del corpo: ed ecco il 1' e il 2" principio della Dinamica traslatoria. Quindi, inver-
tendo il ragionameno, tutte Ie volte che si osser-vaanavariazione (vettoriale) di ve-
locità significa che c'è stata I'azione di una forza.
Nel Sistema Internazionale (S.L ) l'unità di forza è 1l nezoton (N) , che è definito
come la forza che imprime alla massa di un chilogrammo l'accelerazione di un me-
tro al secondo per secondo. Analogamente nel sistema C.C.S. l'unità è \a dyna
(dyn), che è la forza che imprime ad un grammo-massa I'accelerazione di un cen-
timetro al secondo per secondo. Si hanno pertanto le relazioni: 1 newton :
: 1 kgn,^"",. 1 metro/s2 : i000 g,,,".... 100 cm/sz = 105 dyne.
3' Princìpio del"La Dinamica Il principio ùi azione e reazione ha importanti conseguenze per Io studio del
moto dei sistemi costituiti da più corpi. Viene dato un breve accenno alla conse-
guenza più diretta del terzo principio, cioè al teorema di conseruazione della quantità
di moto.
Premettiamo che si definisce quantità di moto di un corpo di massa m che si
muove con velocità ula grandezza vettoriale:

t9 99\
n= ma,
inoltre chiamiamo sisternaisolato un sistema soggetto a sole forze interne. 11 teorema
di mnsentazione della quantità ùi moto afferma che in un sistema isolato la quantità di
moto totale del sistema si consenta. Mostriamo come questo teorema sia una conse-
2.4 I[ teorema de[['imputso 47

guenza immediata del terzo principio della Dinamica. Consideriamo per semplicità
un sistema isolato costituito da due corpi puntiformi A e B (Figura 2.11).
Per il terzo principio, se F^u è la risultante delle forze che B esercita su A,
Fuo = - F.* è la risultante delle forze che A esercita su B. Dal secondo principio
della Dinamrca (2.21) e dalla definizione di accelerazione (2.5) abbiamo che
<-. .--->
F," Au, _ F,, _ /ro Fo" F"o
"A= --jg
A
m\ ar'*o mB fi'
Figura 2.1 I
Una semplice situazione atta a illu-
ma per ilterzo principio F* + Fr^ = 0 per ctti: m^Atto+ muAau:0 strare il principio di azione e rea-
cioè Aqo + /qu = 0, da cui zione e la conseguente conserva-
zione della quantità di moto nei si-
1(qo + qo) =1q,",,,. = 0. (2.23) stemi isolati. I corpi A e B poggiano
senza attrito su un piano orizzontale
e interagiscono quando 1e molle
La (2.23) esprime appunto il teorema di conservazione della quantità di moto. vengono a contatto.
Infatti moAu^ è la variazione della quantità di moto del corpo A e, analogamente,
m"Ao, quella del corpo B. Quindi ne risulta che la variazione totale della quantità
di moto del sistema è nulla.
Come esempio pratico dell'applicazione di qLresto teorema possiamo richia-
mare il classico caso del cannone che rincr"rla. Il sistema cannone più proiettile co-
Conservazione deLLa
stituisce un sistema isolato (se si trascura la resistenza dell'aria e l'attrito del can-
quantità di moto
none con il suolo su cui è appoggiato). Inizialmente il proiettile nel cannone e il
cannone sono fermi, per cui grc,oL" : 0. Quando il proiettile viene espulso, la sua
quantità di moto passa improwisamente da zero a un valore elevato. Pertanto il
cannone rincula in modo tale che la variazione della quantità di moto del cannone
sia uguale, e di verso opposto, a quella del proiettile, mantenendo così la quantità
di moto totale uguale azero, come era inizialmente.

Si osservi che la legge di Newton (2.21) può essere anche espressa in termini
della quantità di moto:
F =aq
dt (2.24)

Infatti, sostituendo nella (2.21) all'accelerazione a la sua definizione du/ dt ed


essendo Ia massa tllLLna costante, si ottiene:

du d(mzt) ----L dq
mA = m = -:--------- =
-dt dt dt

Possiamo pertanto concludere dalla (2.24) che, mentre nei sistemi isolati
: costante, quando agiscono forze esterne la variazione della quantità di
gtorul.
moto nel tempo è uguale alla somma F delle forze esterne stesse.

2.:4 IL TEoREMA DELL',IMPULSo

Partendo dal 2" Principio della Dinamica (2.21), considerando i moduli dei
vettori e la definizione di accelerazione abbiamo:

F=ma=ruAa/A!, (2.25)
48 CAPIT0L0 2 Ifondamenti de[[a Meccanica. ParteI

da cui si ottiene il teorema dell'impulso:

F At= m Aa= mruz- ntur= iz- %= 4, (2.26)

dove q è la quantità di moto definita in (2.22).


La grandezza fisica vettoriale nel primo membro F /, è chiamata impulsol:

l=F At. (2.26a)

L'impulso I nel Sistema Internazionale si misura in newton . secondo (N s) e ri-


cordando che il newton è I kg m s-2, si ottiene per l'impulso l'unità di misura
kg m s-Ì, che coincide con l'unità di misura della quantità di moto.
II teorema dell'impulso (2.26) viene enunciato affermando che un impulso I
applicato a un corpo provoca una variazione di quantità di moto /q pari all'im-
pulso applicato. D'altro canto il teorema può essere letto da destra a sinistra, cioè
una variazione di quantità di moto molto repentina che si verifica in un intervallo
di tempo molto breve comporta la presenza di forze impulsive molto intense,
come valutato nell'Esempio 2.3 che segue.

ll teorema dell'impulso

Un martello di massa m = 7.5 kg, percuotendo un chiodo, citata dal chiodo sul muro risulta:
passa dauna velocità a = 15 m/s a zero in un intervallo di
tempo Al= 7/b0 s= 0.02 s. Valutare la pressione esercitata sulla F 1.125 kg103 newton
testa del chiodo. I'- A- 0.5 lo"m,
SOlUZiOne Laforza applicata sulla testa del chiodo, calcolata = 5.625 10'o Pa = 56250 atrn.
utilizzando il teorema dell'impulso (2.25), è data da:
m Aa L5 kg 15 m,/s Abbiamo applicato il teorema dell'impulso per valutare la
- newton. pressione p esercitata dal martello sulla testa del chiodo, che è
At 0.02 s
risultata particola.rmente elevata.
Dato che la punta del chiodo possiede un'area A molto pic-
cola, supponiamo A = 0.5 mm2 = 0.5 10-6 m2, la pressione eser-

RELATIVITÀ enulrmnn
',2,''.. .ti
La relatiuità gal,il,eiana è un principio di relatività in cui Ie leggi della Fisica
hanno sempre la stessa forma nei sistemi di riferimento inerziali, cioè quei sistemi
per i quali vale il principio d'inerzia.
Si considerino due osservatori in moto reciproco che intendano determinare la
posizione di un oggetto. Per effettuare le misure, i due osservatori devono essere
sincronizzati temporalmente e ciò signifrca che si debbono scambiare dei segnali,
ad esempio luminosi. Assumendo che la velocità della luce sia molto elevata, con
buona approssimazione è possibile per i due osservatori sincronizzarsi e determi-
nare la posizione dell'oggetto e, quindi, la sua velocità. Come conseguenza di que-
ste consideraziori, Galileo Galilei formulò delle trasformazioni che permettono di
2.6 I campi di forze: iL campo gravitazionaLe 49

Figura 2.12
Una barca si muove in un canale con velocità zr rispetto all'acqua, Ia quale a sua volta scorre
con velocità z rispetto alla riva. Un ossen'ator€ O*^._r è soÌidale con la riva e un altro Ou^o,.,
è solidaie con la barca trascinata dalla corrente. Per quest'ultimo sistema di riferirnento la
barca è fèrma e l'ossenatore in O,'*.,vede scorrere la riva cor-r r.elocità u., e poiché è in
grado di misurrìre la velocità z di scorrimento della correrlte rispetto alla riva ferma può ri-
cavare Ia velocità u della barca in assenza di corrente contraria, per cui:
tt= uot + ÌL'
I1 sistema di riferimento O*,,..*, solidale con le rive, vede la barca muoversi con velocità 26,:
un osservatore in Oo.. misura la velocità della barca che si muove controcorrente con velo-
cità u,r, e la velocità z della corrente e pertanto ottiene 1a velocità u della barca in assenza di
corrente contraria:
u=ud +u-
Entrambi i sistemi di riferimento ricavano per la barca la stessaaelacità z. Si osseni che tutti
i moti sono paralle1i con velocità costante e, quindi, il moto della barca è rettilineo
trniforme (i sistemi di riferimento sono ineniali). La velocità zr ha numericamente vàlore ne-
gativo, avendo verso contrario alle coordinate lunso il fiume in entrambi i sistemi di riferi-
mento.

spostare I'analisi del moto dell'oggetto da un osservatore a un altro in moto reci-


proco. Queste trasformazioni galileiane affermano che
q(t) = u,(t) + u, ,(t) (2.27)
cioè si ottengono dalla composizione vettoriale dei moti, dove u, e uo sono le velo-
cità misurate dai due osservatori e zr,_, è la loro velocità relativa, come mostrato nel
semplice esempio di Figura 2.12.
Queste trasformazioni sono r,-alide per velocità molto inferiori a quella della
luce (indicata con Ia lettera c). Per velocità prossime a quelle della h"rce, \a (2.27)
non è più r,alida dato che è risultato sperimentalmente che:
a+c:c, (2.28)

cioè la velocità della luce è indipendente dal sistema di riferimento inerziale, da


qui Einstein ha wiluppato una lìuova teoria di relatività, la Relatività ristretta (e
successivamente la Relatività generale). Dato che le velocità degli oggetti trattati
nel testo sono assai inferiori a quella della luce, non approfondiremo ulterior-
mente questo punto.

2.6 I CAMPI DI FORZE: IL CAMPO GRAVITAZIONALE

Per descrivere le forze di interazione tra i corpi componenti un sistema è spesso


molto conveniente introdurre il concetto di campo di forze.
Una regione dello spazio è sede diun campo ùifotze quando in ogni suo punto
è definita la forza che agisce su un corpo posto in quel punto: F = F( a1,z) dove x,
), z sono le coordinate spaziali di tutti i punti della regione di spazio considerata.
In generale vale il principio di sovrapposizione lineare dei campi. In v'irtù di que-
sto principio la forza in un punto di un campo generato dalla presenza di più sorgenti
èla somma aettoriak delle forze dol,ute ad ogni singola sorgente. Utilizzeremo questo Figura 2.13
principio soprattutto in elettrologia per calcolare il campo elettrico generato da una Irr un punto qualsiasi di un campo di
distribuzione di cariche elettriche. Definiamo infrne knee difitna di un campo le li- lorze il vettore forza è tangente alla
nee che hanno in ogni punto laforza del campo come tangente (Figura 2.13). linea di fbrza.
50 CA PIT0 L0 2 I fondamenti detla Meccanica. Parte I

Vediamo ora come esempio il campo dellefone di grauitào mmpo graaitazionale


La forza di gravità è la forza di attrazione che agisce tra due masse. La
ten'estre.
legge che stabilisce la dipendenza della forza di gravità dalla grandezza di due
masse puntiformi rn, e n2.,, nonché dalla distanza rche Ie separa, è stata formulata
da Newton. La forza con cui la massa m, attira la massa m, è data dalla legge di New-
ton:

Prr=-6fryp\ [c = o.o7.ro'' newton *'kg'], (2.2e)


r \r/
tfrt
(o_-
^--------------
-F,
ra;
F,, -
m)

dove con (r/ r) iene indicato un vettore di modulo unitario, avente come dire-
Figura 2.14 zione Ia congiungente delle due masse e verso come indicato nella Figura 2.74.La
Forze di attrazione gravitazionale costante G è chiamata costantc di gravi,nzione uniaercale e il suo valore numerico in-
fra due masse. Per il terzo principio
: - \1. dica che questa forza è estremamente debole. Il segno meno indica che la forza è
della Dinamica: F,,
attrattiva.

Consideriamo ora la forza di gravità che agisce su un oggetto di massa nL posto


in vicinanza della Terra, la cui massa indichiamo con M.,- Tale forza, applicata al
baricentro del corpo (§4.4) , è diretta verso il centro della Terra e ha modulo:

o="ry (2.30)

Se l'oggetto rimane in prossimità della superficie terrestre, possiamo conside-


rare con ottima approssimazione r costante e uguale al raggio À della Terra. Sotto
Forza peso
questa approssimazione un oggetto è sottoposto a una forza, chiamata fona peso,
data in modulo da:
p =cff-_ s*, (2.31)

dove g: GMl/ R2 = 9.81 m s-2 è chiamata accelerazitme di grauità, con direzione ver-
ticale rispetto al suolo e diretta verso il centro della Terra (verso il basso).
Pertanto, se ci si limita a considerare una regione limitata in prossimità del
suolo, le linee di forza sono praticamente parallele e il campo praticamente
uniforme, ossia la forza che agisce su un corpo di massa ne è uguale a mg in ogni
punto di quella regione (Figura 2.15b). Questa forza è chiamatafotz.a pesop = mg.

Figura 2.15
Linee di forza del campo gravita-
zionale: (a) a grande distanza dalla
Terra; (b) in prossimità della super-
ficie terrestre dove g= 9.81 ms-2.

b)
2.6 I campi di forze: iI campo gravitaziona[e 51

Se invece si deve considerare il campo gravitazionale terrestre a grandi distanze


dallaTerra, laforza è datadalla (2.29) e le linee diforzasono radiali, come mo-
strato in Figura 2.15a.
In pratica conviene catatteizzare un campo di forze definendone l'intensità, cioè
laforza che agisce sulla massa unitaria (o la carica elettrica unitaria, come vedremo
nel §17.3). Così facendo il vettore risulta indipendente dall'oggetto che si usa come
sonda del campo di forze; esso tuttavia non è dimensionalmente unaforza. Nel caso
del campo gravitazionale il vettore intensità di campo è l'accelerazione di gravità g.
Il valore dell'accelerazione di gravità non è costante sulla superficie terrestre, ma
dipende dalla latitudine per due motivi che ne fanno variare il valore. La rotazione
terrestre produce una forza centrifuga (vedi §2.8 e §9.4) per cui g= $. 823 m/ s2 ai poli
e g= 9.789 m/s2 all'equatore, mentre lo schiacciamento della Terra ai poli allontana
dal centro la superficie alle basse latitudini per cui gdiminuisce leggermente come
risulta dalla (2.30).

Forza gravitazionale tra due proloni nel nucleo dell'atomo

Valutare la forza di attrazione gravitazionale agente tra due Si tratta di una forza veramente molto molto piccola, d'al-
protoni nel nucleo dell'atomo considerando Ia massa del pro- tronde Ie masse sono piccolissime. Anche tra i corpi macro-
totre rnp= 7.67 L0-2? kg (vedi Tabella 24.1) e la loro distanza scopici, come questo libro e la penna, le forze di attrazione
nel nucleo atomico di r= lg-tr *. gravitazionale sono estremamente piccole. Esse diventano rile-
vanti quando si ha a che fare con masse enormi quali la massa
§OlUZiOne Applicando la legge di Newton (2.29) in termini della Terra o del Sole: come visto, la forza peso agente al suolo
scalari abbiamo (avendotutti i dati nel Sistema Internazio- elaforza di attrazione del Sole, responsabile delle orbite della
nale): Terra e dei pianeti intorno alla stella.
t.67 .to-'z1 1.67 .10-"
F __
G*o?o __
6.6i .to_,,
10-'s10-'5
newton,

2" principio della Dinamica

IJn ascensore ha una massa di 1000 kg e un'accelerazione


verso l'alto di 3.5 m s-2. Calcolare laforzadi tensione cui è sot-
toposto il cavo. Ripetere il calcolo nel caso di un'accelerazione
di 4 m s-2 verso il basso.

§oluzione Leforze applicate all'ascensore sono il suo peso F,


e laforza di tensione F. diretta verso l'alto donrta al cavo (Fi-
gura 2.16). Per il secondo principio della Dinamica, essendo
*r l
tutte le forze verticali, abbiamo: ^lv
lD
Fr+Fo= ma, I

da cui:
Fr-mg : ma,
cioè:
Fr: m (g+ a).

Quindi per a:3.5 m s-2 abbiamo:


Fr: 1000 kg (9.8 + 3.5) m s-2 = 13 300 N, o'= *r
f
mentre per a: - 4 m s2 si ottiene:
Figlra 2.16 L'ascensore e il suo cavo con le forze che agi-
rr: 1000 kg (9.8 - 4) m 12 = 5800 N. scono sul sistema.
52 CAPIT0L0 2 Ifondamenti detta Meccanica. ParteI

2.7 MASSA, PESO E DENSITÀ

Mentre la massa è una proprietà intrinseca di un corpo che non varia nello spazio
o nel tempo, il peso è una proprietà dei corpi che dipende dalla posizione del corpo
rispetto al centro della Terra. Infatti, il peso non è altro che la forza con cui una massa
mviene attirata dalla massa terrestre per effetto della gravitazione. È chiaro pertanto
che massa e peso sono due grandezze fisiche diaerce,legate fra loro dalla relazionel

Forza peso (2.32)


P=mg
che è un caso particolare della (2.21) quando per l'accelerazione generica a si
prenda appunto l'accelerazione di gravità g.
A questo punto è necessaria una precisazione concettuale. I1 2' Principio della
Massa ìnerzia[e
Dinamica (2.21) definisce la quantità di materia corrte massa ineruiale, mentre ap-
plicando Ia legge di Newton (2.30) relativaallaforza di gravità, la massa m, che ri-
sulta dalla (2.31) e in forma vettoriale dalla (2.32), è una massa (o quantità di ma-
teria) che risente della o provoca la forza di gravità che quindi chiamiamo massa
lvlassa g ravitazio na le
grauitazionale. Laforza gravitazionale potrebbe, tuttavia, dipendere da altre carat-
teristiche della materia, come il colore o la forma e pertanto la massa gravitazio-
nale mrpotrebbe essere diversa dalla massa inerztale m,.
Sperimentalmente è stata determinata l'equivalenza tra le due masse, cioè

m..:m, =m, (2.33)

con una precisione dell'ordine di una parte su 10-18. Nel seguito dunque la quan-
tità di materia inerziale o gravitazionale viene indicata indistintamente con ,72.
Spesso lnassa e peso vengono confusi per 1'uso indifferenziato che si fa delle loro
unità di misura. Infatti il chilogrammo o il grammo vengono usati indifferente-
mente per indicare il peso e la massa. Bisogna tuttavia tenere presente che il chilo-
grammo massa (kg) o 1l grammo massa (g) sono unità fondamentali nei Sistemi In-
ternazionale e C.G.S. rispettivamente, mentre 1l chilogrammopeso (kgo) o il grammo
peso (gr) sono unità diJorzain un sistema di misure praticoin cuilaforza è una gran-
dezzafondamentale e la massa è una grandezza deriyata. In tale sistema l'unità di
forza è quella forza che imprime ad un corpo di un kg,"o""o un'accelerazione di
9.8 m s-2. Se Ia forza peso di un corpo è, per esempio, X kgo.,o, la sua massa è
X kg,*o."o. Se vogliamo misurare laforza peso nel Sistema Internazionale, dovremo
usare l'unità diforza newton per cui, nel nostro caso, il peso sarà di 9.8 X newton.

Dovendo caratterizzare un mezzo omogeneo e continuo (solido, gassoso o li-


quido) è in generale preferibile conoscere la sua densità. Si definisce dansità asso-
luta d di un corpo il rapporto tra la massa del corpo e il volume occupato V:

d=# (2.34)
La sua unità di misura nel Sistema Internazionale è il kg/m3 e nel sistema
C.G.S. è it g/cm3.
Densità La densità relatiaa d,. è invece il rapporto tra la massa nz di un corpo e la massa
m' di un ugual volume di acqua alla temperatura di 4'C:

,m
a, = --1
m.
2.8 Pseudoforze 53

Mentre la densità relativa è un numero adimensionale, la densità assoluta ha le


dimensioni di una massa di\-iso un volume ed è quindi espressa da un numero di-
verso a seconda delle unità di misura che si usano. Identiche definizioni valgono
per il peso specifico, pur di sostituire il modulo della forza peso alla massa.

,:-8 PSEUD0F0RZE

Abbiamo detto che i principi della Dinamica, così come sono stati enunciat.i,
sono validi n un riferimmto ineniale, cioè in quei sistemi di riferimento nei quali ffi
vale il principio d'inerzia (§2.5).Vediamo ora cosa succede se consideriamo iI
moto di un oggetto in un riferimento non inerziale. Per semplicità riferiamoci ad r-seiffinsw
lilsEÉBEBBES rirlÉ.

un sistema di riferimento che si muove con accelerazione a, rispetto ad un sistema ffid d

inerziale. Per fissare le idee supponiamo di essere alf interno di un veicolo che si
muove con accelerazione a, rispetto al suolo (Figura 2.17). Se all'interno del vei- Figwa 2.77
colo osserviamo un oggetto posto su un piano orizzontale privo di attrito, vediamo Ilvagone si muove con accelera-
questo oggetto muoversi con una certa accelerazione a' anche quando su di esso zione a, rispetto al suolo. 11 suo in-
non agiscono forze. Pertanto, se vogliamo applicare il principio d'inerzia e il 2' terno è pertanto un sistema di riferi-
rnento non inerziale per cui il car-
principio della Dinamica nel sistema di riferimento interno al veicolo, dobbiamo
rello mobile è soggetto adun'accele-
introdurre tnaforza apparente F' : m a' in aggiunta a eventuali forze F applicate razione a",. L'accelerazione del car-
al corpo nel sistema non inerziale. Scriveremo quindi: rello rispetto al suolo risulta per-
tanto essere a= (,§+ at
F+F'=?narr (2.35)
dove a*, è I'accelerazione misurata nel sistema non inerziale. Se osseniamo il moto
dell'oggetto nel veicolo dal suolo, che costituisce il riferimento inerziale, scriviamo
il2" principio:
F=ma, (2.36)

dove a è l'accelerazione dell'oggetto rispetto al suolo. Forze apparentj o pseudoforze


Quest'ultima risulta data dalla somma dell'accelerazione a*, dell'oggetto ri-
spetto alle pareti del veicolo più 1'accelerazione a. del veicolo rispetto al suolo:
a= ac. (2.37)
^t+
Sostittrendo la (2.37) nella (2.36) si ottiene
F-ma,=mqxr. (2.38)

Confrontando la (2.38) con la (2.35) si deduce che la forza apparente F' intro-
dotta neì sistema non inerziale è data da -ma..
Possiamo pertanto concludere che per applicare i principi della Dinamica in
un sistema di riferimento non inerziale bisogna aggiungere alle forze "reali" una
pseudoforza, o forza apparmte, data dal prodotto della massa m del corpo per I'ac-
celerazione a. del riferimento, ma di verso opposto.
E chiaro che la distinzione tra forze "reali" e forze apparenti è in una certa mi-
sura arbitraria: essa, infatti, si basa sull'assunzione che esista nell'Universo un si-
stema di riferimento inerziale nel quale le forze osselvate sono "reali".
Abbiamo già visto che un corpo in moto circolare uniforme con traiettoria di
raggio R è soggetto a un'accelerazione centripeta e, come nel caso dell'accelera-
zione lineare, descritta poco sopra, a essa corrisponde un'azione di forza cmtrifuga Forza centrìfuga
data dalla:

F=rnuP R (2.3e)
s4 CA PIT0 L0 2 I fondamenti detta Meccanica. Parte I

Laforzacentrifuga è pertanto una forza apparente che si origina ogni volta che
il sistema di riferimento è in moto circolare.

Forza di Corio[is Sempre nel caso di un moto circolare uniforme, oltre alla forza centrifuga, è
presente un'altra forza apparente chiamata fotza di Corioks. Si consideri una piat-
taforma ruotante su cui due giocatori giocano a palla. Un giocatore lancia la palla
in linea retta con velocità costante all'altro (moto rettilineo uniforme della palla,
accelerazione zero). Nel sistema di riferimento solidale con Ia piattaforma (in ro-
tazione) la palla appare compiere una traiettoria curva: è intervenuta unaforzaap-
parente trasversale alla direzione di moto della palla, chiamata forza di Coriolis.
Questa forzahaun ruolo molto importante nella dinamica atmosferica e sulla me-
teorologia, dato che influisce sui venti, sulla formazione e rotazione di cicloni e
uragani e sulla direzione delle correnti oceaniche.

. :\ r,r " : - t a.: :':.-.::-,:-::4.:+: :-::.a-a:a a,a ..


4:.:::..;::-=.:aa!=:..-:..-.. ; . :' t . t4 : :-È. :.aa =
=L:,
-:. :-. --. -1

DETLE GRANDEZZE ,NIT6 DI MI§ORA-

Sistema Interrrazionale Sistema C,G.S Sistema pratico


§pos!3Er-er.r!o § metro (m) r ,,, . centimetro (cm)
velo-sità:z ' ' cms-I ' . r-
acceleiazione a m s-2 cms'
forqaE newton (N) dyna (dyn) lro
--bpso, Iro
--òp
quantità di moto q Kgms ^ I cm s-l
impùlso I kgm rl gcms' 1

PRoeramr
2,1 IJn sasso lasciato cadere dalla cima di un edificio giunge La cassa viene spostata da uno stato di quiete su una di-
al suolo dopo 4 s. Trovare la velocità del sasso al mo- stanza d= 80 cm nel tempo di 1.5 s, con accelerazione co-
mento dell'impatto e I'altezza dell'edificio. stante. Individuare le coppie di forze orizzontali di
2.2 Una slitta parte da ferma e scivola giù per un pendio . azione-reazione che intervengono nel problema. Quale
con accelerazione costante. Essa percorre 15 metri nei forza deve impartire al bastone la mano?
primi 4.5 secondi. Quando raggiunge Ia velocità di 2.7 Una palla da baseball da 140 g, lanciata orizzontalmente
6 m s-l? alla velocità di 40 m/ s, viene colpita dal battitore. Dopo
2,3 IJn uomo pesa 1100 N. Qual è la sua massa? aver lasciato la mazza,la palla prosegue in direzione op-
posta alla velocità di 40 m,/s. Valutare l'impulso che agi-
2.4 Che accelerazione imprime una forza di 150 N ad un
sce sulla palla durante iI contatto con la mazza e la forza
sasso di 5 kg?
media che agisce sulla palla se la durata dell'impatto fra
2.5 Un uomo di 70 kg sale una rampa di scale alta 3 m in 2 s. pallaemazza è l.l ms.
Calcolare (1) quanto lavoro compie e (2) la potenza me-
dia sviluppata.
2.6 (Jna cassa di massa M = 33 kg viene spinta lungo una su-
perficie priva di attrito da un bastone di massa m= 3.2kg.
o
o
+,
CL

I fondamenti della Meccanica fr,

Parte II: Applicazioni della Dinamica traslatoria

INTRODUZIONE
.5._,
Un corpo non puntiforme in generale può muoversi traslando da una posizione
ad un'altra oppure può ruotare su se stesso. Nel precedente capitolo e in questo
vengono descritti i moti traslazionali e i principi della Dinamica traslatoria. I moti
rotazionali e la Dinamica rotatoria saranno oggetto del capitolo successivo. Nella
realtà abbiamo moti dei corpi combinati sia di traslazione che di rotazione, per cui
alla Dinamica traslatoria va appaiata quella rotatoria come vedremo nel §4.5.
Dopo aver trattato i tre principi della Dinamica traslatoriavengono qui introdotte
le forze agenti in Natura e le loro conseguenze: in particolare all'azione di forze su
un corpo corrispondono particolari leggi di moto. Viene poi definito il lavoro com-
piuto da una genericaforza e, quindi, il concetto di energia, introducendo l'enun-
ciato, fondamentale in Fisica, del principio di conservazione dell'energia.
Dalla definizione di lavoro inoltre si ricava una separazione delle forze agenti in
Natura in due categorie: forze consentatiae e forze non consen)dtiue (dissi,patiae). Le
prime hanno l'importante proprietà di permettere il calcolo del lavoro, compiuto
da tali forze, in modo particolarmente semplice, usufruendo della funzione ener-
gia potenziale.
In questo capitolo viene poi considerata laforza di gravità, la principale forza
agente sui sistemi biologici, con le sue conseguenze, consideando in particolare al-
cuni semplici fenomeni meccanici (oscillazione del pendolo, moto di un proiet-
tile, collisioni tra corpi).

DALLE FoRZE ALLA LEGGE oRARIA


**,1_;
Le leggi della Dinamica, introducendo il concetto di forza, stabiliscono una con-
nessione di tipo causale tra il moto di un corpo e le forze che su di esso agiscono. In que-
sta relazione causale interviene una costante m, che rappresenta l'inerzia del corpo ad
essere messo in movimento per effetto delle forze esterne. In questo paragrafo ci pro-
poniamo di illustrare il procedimentoformale con cui, apartire dailaconoscenza di un
campo di forze, si può arrivare a calcolare I'espressione esplicita della legge oraria se-
guita da un corpo che si trova soggetto alle forze del campo.

3.2a Integrazione dell'equazione di moto


Supponiamo che sia dato un campo di forze nello spazio (che per semplicità si
assuma essere stazionario cioè indipendente dal tempo). Questo significa che è
noto il valore del vettore forzain funzione delle coordinate x, y, zdiwn punto qual-

55
56 CA PIT0 L0 3 I fondamenti de[[a Meccanica. Parte II

siasi dello spazio considerato:


/
, F =F(x,y,z). (3 1)

La funzione (3.1) è una funzione vettoriale. Essa corrisponde quindi a 3 fun-


zioni scalari, ottenute proiettando il vettore F sui tre assi di un sistema di riferi-
mento cartesiano ortogonale (componenti del vettore F):
F,= F,(x,y,z)

Fr= Fr(x,y,z) (3.2)

F"= F"(x,1,2).
Supponiamo ora di considerare un oggetto di massa 7lz soggetto alle forze del
campo. Il secondo principio della Dinamica stabilisce la relazione che deve esi-
stere in ogni posizione e in ogni istante tralaforza che agisce sul corpo e laposi-
zione nello spazio del corpo stesso. Infatti in generale:

d2x
-
I-=ma_=m-----;
dt'
F))dl' (3.3)
F =ma =mtt =*L)
,2
F =ma =** 1.
d,t'

dove abbiamo proiettato il 2' principio della Dinamica sui tre assi di un sistema di ri-
ferimento cartesiano e abbiamo esplicitato le componenti dell'accelerazione in ter-
mini di derivate seconde rispetto al tempo delle coordinate dell'oggetto di massa m.
La soluzione delle equazioni (3.3) non è un numero, come nelle equazioni algebri-
che, bensì una funzione. Infatti, nella prima delle (3.3), I'incognita è rappresentata
da una funzione x( t) che deve essere tale per cui Ia sua derivata seconda moltiplicata
per Ia massa fornisca la componente x della forzain quel punto del campo. Questo
tipo di equazione è nota in Analisi matematica come equazione differenziale (vedi
§1.6h). La soluzione delle tre equazioni differenziali (3.3) fornisce quindi tre fun-
zioni: x : x(t), ) : )(t) e z: z(t), che costituiscono la legge oraria del moto definita
nel §2.2. La legge oraria, a seconda dei casi, può dare luogo a moti in una dimensione
(F,= F,= 0), in due dimensioni ({ = 0) o in tre dimensioni quando laforza possiede
le tre componenti tutte diverse da zero.
Si deve osservare che la soluzione delle (3.3) è definita a meno di due costanti
arbitrarie. Infatti nel fare la derivata seconda di una funzione rispetto al tempo, i
termini costanti e i termini lineari nel tempo scompaiono per cui, non compa-
rendo più nelle (3.3), non possono essere ottenuti come loro soluzione. Le due co-
stanti arbitrarie devono esssere determinate invece imponendo ulteriori condi-
zioni alle soluzioni delle (3.3). Tali condizioni sono note come conùizioniinizi.ak
perché consistono nella conoscenza della posizione e della velocità del corpo in
un istante dato, per esempio all'inizio del moto: s. (di componenti xo, y", z) e a,,.
Nella parte rimanente del presente paragralo verranno illustrati alcuni sem-
plici esempi di soluzione (integrazione) di equazioni di moto.

3.2b Moto inerziale in assenza di forze


Se F : 0 or,,unque nello spazio considerato, si ottiene subito che le soluzioni
delle equazioni di moto (3.3) devono essere funzioni lineari:
3.2 Datte forze a[[a legge oraria 57

x= xo+ uort

Y = )"+ a,i (3.4) Forza nutla

z= z"+ a",t,

dove Ie costanti arbitrarie di integrazione hanno l'owio signi{icato di coordinata


all'istanteiniziale/:0ecomponentedellavelocitàinizialeat:0.Le(3.4)rap-
presentano la legge oraria del moto s = s(r); esse rappresentano in forma parame-
trica l'equazione di una retta nello spazio, che costituisce la traiettoria. Per sem-
plificare le cose conviene scegliere un sistema di riferimento cartesiano ortogo-
nale in cui uno degli assi, per esempio I'asse x, sia diretto come la velocità iniziale.
Awemo pertanto nelle (3.4) 1)o,= not uor= ao,= 0 per cui:

x=x"la"t, (3.5)

La (3.5) rappresenta la legge oraria del moto rettilineo uniforme già descritto
in cinematica.

3.2c Moto in un campo di forze uniforme


Sia la forza del campo costantc in mod,ulo, ùirezi.one e aerco in tutti i punti dello
spazio considerato:
F=4 (3.6)

(vedasi, a titolo di esempio, il campo gravitazionale in prossimità del suolo in Fi-


gura 2.15b). Per semplificare il problema scegliamo un sistema di assi in modo tale
che il piano .x-) contenga la direzione di F e della velocità iniziale. In questo caso il
moto si svolge interamente nel piano x1. Inoltre scegliamo l'asse y diretto come la
forza F. Le equazioni (3.3) si semplificano in:

^ ax
0=m.-
dt'
,2 (3.7)
Fo)=Fo =-.o ?.
dt'

Per risolvere la seconda della (3.7) poniamo or(t) : d.y/dte sostituiamo:


,/

/ ,/ da (t\
F =m. )" (3.8)
"dt
La (3.8) può essere riscritta come:
F
da"(t) =
'fn
-t 41' (3.e)

da cui si ottiene, integrando ambo i membri:

lo,'@=14-dt'
58 CAPIT0 L0 3 Ifondamenti de[[a Meccanica. Parte II

ossia, chiamando uo, la costante di integrazione:

u (t\=F" l+t o) (3.10)

Sostituendo nella (3.10) o"(t) = @/ dt e risolvendo in dy abbiamo:


F
dy=)t dt+ao, dt, (3.11)

e, integrando ambo i membri, ri otti"#,

lE,
,y=--r-r'+v-..t+\-, (3.12)
' 2m w'

Per la soluzione della prima delle (3.7), questa è identica a quella che si ottiene
in assenza di forze:
,c = lco+uoJ, (3.13)

Le funzioni (3.12) e (3.13) rappresentano la legge oraria del moto uniforme-


mente accelerato già descritto in Cinematica. Quando uo,= 0 la traiettoria è rettili-
nea, altrimenti essa è una parabola.

Moto,patabolico

Un corpo viene fatto cadere da tn'altezza A rispetto al suolo,


lanciandolo oizzonta)mente con una velocità iniziale uo (Fi-
gura 3.1). Descrivere il moto del corpo.

SOlttziong Nel sistema di riferimento x,y della Figura 3.1 le


componenti iniziali della velocità sono ? = ao e a!= 0. In pros-
simità del suolo i corpi sono soggetti alunaforza peso p = ??z g
dove gè un'accelerazione costante diretta verticalmente verso
il suolo (vedi §2.6) e pertanto l'accelerazione verticale è ar=-g
mentre a, = 0. Pertanto le proiezioni del moto dalla (3.5) e
dalla (3.12) sono:

x=aot h-1/2 gt2.


" )= f,ffi.-sffi##
Traiettoria del corpo: arco di parabola.
La traiettoria è quindi un arco di parabola nel piano x,y:

'tk)= h -Et=.
2ri
3.2 Da[[e forze a[La legge oraria 59

3.2d Moto in un campo di forze centrale


Consideriamo un campo di forze in cui la forza è diretta verso un centro O \fone
rad:iali). Un esempio di campo centrale è quello gravitazionale a grande distanza
dalla superFrcie della Terra (Figura 2.15a). Un ulteriore esempio è costituito dal
campo coulombiano di una carica elettrica (§17.2). L'integrazione delle equazioni
di moto (3.4) nel caso generale risulta troppo complesso per essere trattato in que-
sta sede. Ricordiamo solo che nel caso di un campo centrale gravitazionale si ot-
tengono le traiettorie ellittiche e le leggi orarie tipiche dei pianeti del sistema so-
Forza centraLe
lare. Limitiamoci a considerare un caso particolare. Supponiamo che in un certo
istante, che consideriamo come istante iniziale, la velocita, e quindi la traiettoria, sia
perpendicolare alla forzaF del campo. Abbiamo perranto dalla (2.14) e (2.15):

(3.14)

Se Ia velocità u e il raggio di curvatura R dell'orbita sono tali da soddisfare la se-


conda delle equazioni (3.14), si realizzano le condizioni per un moto circolare
uniforme. Infatti dalla prima delle (3.14) si ottiene o: o"= costante, mentre dalla
seconda si ottiene che il raggio .R della traiettoria circolare è dato dalla soluzione
dell'equazione:
2

*!-R = nnl. (3.15)

Laforzaf(/Ì) è laforza centrale che deve essere o costante in modulo oppure


dipendente soltanto dalla distanza Àdal centro O del campo diforze, in modo tale
che la (3.15) sia soddisfatta in tutti i punti della traiettoria circolare di raggio r?

3.2e Moto in un campo di forze etastiche (moto armonico)


Supponiamo di considerare un campo di forze definito in una dimensione spa-
ziale (asse x) tale per cui la componente della forza nella direzione x sia espressa da:

F=-kx (3.16) Forza e[astica

dovekèunacostante.
Laforza definita dalla (3.16) prende il nome difotza elastica perché rappre-
senta la forza dr reazione che un corpo elastico (per esempio una molla) esercita
quando viene deformato di un tratto x dalla condizione di riposo. L'equazione di
moto di un corpo di massa m sottoposto allaforza (3.16) è:
d2x
mex=m (3.17)
6=-nx.
L'equazione differenziale (3.17) non è risolvibile mediante regole, ma solo per
tentativi. La soluzione, tuttavia, si trova facilmente perché basta osservare che le
funzioni, che hanno la proprietà per cui la loro derivata seconda riproduce, a
meno di una costante moltiplicativa, la funzione stessa cambiata di segno, sono le
funzioni trigonometriche seno e coseno, Si assume quindi come soluzione gene-
rale della (3.17) la funzione:
60 CA PIT0 L0 3 I fondamenti detta Meccanica. Parte II

x=Asen (at+Q) (3.18)

dove a'l è una costante che deve essere scelta in modo che la (3.18) soddisfi la
(3.17) per qualsiasi valore del tempo l. Sostituendo la (3.18) nella (3.17) abbiamo:

- Am a2 sen (rrlf + ù =- nq sen (a;r + @) , (3.1e)

da cui si desume che deve essere:

a'"k= -, ctoe (3.20)

Le costanti A e @ sono invece le costanti di integrazione. Esse possono essere va-


lutate quando si conoscano le condizioni iniziali. Possiamo concludere che la
legge oraria di un iorpo che si muove in un campo di forze elastiche è quella det
Moto armonico moto armonico la cui cinematica è descritta nel §2.2 e i cui grafici spazio-tempo e ve-
Iocità-tempo sono illustrati nella Figura 2.9.
Si deve osservare che la legge maria del moto artnonico (3.18) può essere rappre-
sentata in modo equivalente da una fnnzione coseno con una fase iniziale Q vartata
di n/2.
Come vedremo più avanti, il moto armonico è un moto molto comune in na-
tura, perché esso descrive abbastanza bene le piccole oscillazioni di un corpo in-
torno alla propria posizione di equilibrio stabile (§3.3e).
Nei Capitoli 12 e 13 il moto armonico viene applicato ai fenomeni ondulatori
meccanici, in particolare alle onde sonore.

3.3 LAVORO, ENERGIA E POTENZA

I concetti di lavoro ed energia vengono introdotti in Meccanica, dato che, me-


diante il loro impiego, si possono discutere e risolvere in modo efficace molte si-
tuazioni complesse.
In generale si dice che una forza compie lavoro quando il punto di applica-
t.=., zione della forza si sposta. Se Ia forza F è costante in modulo, direzione e verso e il
suo punto di applicazione P si sposta di un tratto rettilineo s, formante un angolo
a con Ia direzione di F, si definisce laaoro L, compiuto dalla forza F, il prodotto sca-

F, ,1:
lare (§1.5b) del vettore forzaper il vettore spostamento:

L =F.s=Fscosct (3.2r)

Come sivede subito dalla (3.21), il lavoro può essere siapositiuo (o motore) op-
L=-F's pure negatiao (o resistente) a seconda che l'angolo sia, rispettivamente acuto od ot-
tuso. Inoltre si vede che il lavoro massimo è compiuto dalla forza quando Io spo-
stamento awiene nella direzione della forza stessa, mentre il lavoro è nullo
quando lo spostamento è ortogonale alla direzione della forza (Figura 3.2).
figura 3.2 Nel caso generale in cui la forza del campo non sia uguale in ogni punto del
Il lavoro compiuto da una forza che campo, oppure che lo spostamento della forza awenga lungo una traiettoria non ret-
rimane costante in modulo, dire-
tilinea, si definisce lavoro compiuto da una forza F nello spostamento dalla posi-
zione e verso durante il suo sposta-
mento. zione iniziale A alla posizione finale B, lungo il cammino {, l'integrale (Figura 3.3):
3.3 Lavoro, energia e potenza 6r

L= F. d,s, (3.22)
J,
(si pensi al cammino suddiviso in brevissimi tratti rettilinei lungo ognuno dei quali
la forza rimane praticamente costante).
Nel Sistema Internazionale l'unità di misura del lavoro è il joule (J), che corri-
sponde al lavoro compiuto dallaforza di un newton per lo spostamento di un me-
tro nella direzione della forza. Nel sistema C.G.S. I'unità di misura del lavoro è A
l'erg, che corrisponde al lavoro della forza di una dyna per lo spostamento di
Èrgura 5.5
1 cm. Inoltre si fa spesso uso di un'unità pratica di lavoro, il chilogrammefro (kgm),
Esempio di una forza che cambia in
che rappresenta il lavoro compiuto dallaforza di un kg-peso per sollevare la massa
modulo, direzione e verso ne1 cor-
di 1 kg. E facile rendersi conto che tra le unità di forza sussistono le seguenti rela- so del suo spostamento.
zioni: l joule = 107 erg = 1,29.8 kgm.

Su scala atomica si utilizza I'unità pratica di lavoro chiamata elettronaolt (eY),


che verrà preci§ata nel §17.3.

Consideriamo ora il concetto di energia. Quando si parla dell'mergia di un Energia


corpo o un sistema si allude alla capacità che esso ha di compiere laztoro, Energia e la-
voro sono grandezze omogenee e si misurano con la stessa unità.
Vi sono varie forme di energia in natura, quali per esempio 1'energia cinetica,
l'energia potenziale gravitazionale, l'energia potenziale elettrica e magnetica,
l'energia termica (calore) e I'energia chimica. Se un corpo, avente una certa
massa m, si muove con una certa velocità z, questo corpo possiede, in virtù del suo
moto, una capacità di compiere lauoro o energia cinetica, tanto è vero che per fermare
il corpo bisogna compiere lavoro meccanico o, d'altra parte, se il corpo si arresta
bruscamente contro un ostacolo, viene prodotta nell'urto una certa quantità di la-
uoro meccanico e di calore. Analogamente un corpo pesante, che si trovi cioè nel
campo gravitazionale della Terra, possiede una certa energia potenzlale quando è so-
speso ad una certa altezza dal suolo. Infatti il corpo, abbandonato a se stesso, cade
acquistando energia cinetica, che eventualmente si trasforma in lavoro meccanico
o in altre [orme di energia.
Possiamo quindi concludere che le varie forme di energia cui abbiamo accen-
nato si manifestano o compiendo lavoro meccanico o nell'atto di trasformarsi da
una forma in un'altra. Gran parte della Fisrca consiste proprio nello studio delle mo-
dalità e delle leggi che regolano queste trasformazioni, alla base delle quali stail prin-
cipio di consetzazione dell'energia. Questo principio stabilisce che, in qualsiasifmommo Princìpio di conservazione
fisico in cui ai sia ma trasfomwzi.one di unafonna di mergia in tm'altra (attraverso I'ese- d eL['en ergia
cuzione o meno di lavoro meccanico), l'mergia tatab si consewa sempre. Questo prin-
cipio è valido anche nelle reazioni nucleari in cui si può avere creazione o annichi-
lazione di materia, pur di considerare Ia materia come una forma di energia. La re-
lazione fra la massa a riposo di un corpo e il suo equivalente in energia è data dalla
famosa relazione di Einstein: E = m c2 ( c = velocità della luce nel r'.r-roto).
Il principio generale di conservazione dell'energia assume forme particolari a
seconda del settore della Fisica che si studia e quindi delle forme di energia che
possono intervenire. Così nel seguito di questo paragrafo vedremo il principio di
consenazione dell'energia meccanica, mentre in altri capitoli la conservazione
dell'energia verrà applicata nella Dinamica dei fluidi (teorema di Bernoulli) e
nella Termodinamica (primo principio della Termodinamica).
62 CAPiT0 L0 3 Ifondamenti della Meccanica. Parte lI

3.3a Energia cinetica e teorema de[l'energia cinetica

Abbiamo detto che un corpo di massa m che si muove con velocità u possiede
una certa mergia cinetica che indichiamo con Eo. Questa energia cinetica è legata
alla massa e al modulo della velocità del corpo dalla seguente formula:

-12= -ma
L- (3.23)
^2
Consideriamo un corpo puntiforme di massa m inizialmente fermo. Suppo-
niamo che al corpo sia applicata una forza F, o un sistema di forze la cui somma
vettoriale è la risultante F, costante in modulo, direzione e verso. Sotto l'azione
della forza F il corpo si muove nella direzione di F con un'accelerazione costante
Energia cinetica a =F / m. Pertanto il corpo acquista velocità e, quindi, energia cinetica. Per il prin-
cipio generale di consen'azione dell'energia, I'energia cinetica che il corpo acqui-
sta con l'aumento di velocità deve essere uguale al lavoro compiuto dalla forza F,
che è responsabile del moto del corpo (evidentemente laforza F deve essere Ia ri-
sultante di tutte Ie forze esterne applicate al corpo, comprese eventuali forze d'at-
trito che compiono un lavoro negativo o resistente):

Z (lavoro della forza F) = AE" (variazione di energia cinetica). (3.24)

L'uguaglianza (3.24) esprime il teorema dell'mergia cinetica, che costituisce un


caso particolare del principio generale di conservazione dell'energia.

Vogliamo ora dimostrare che il teorema dell'energia cinetica discende dal 2"
principio della Dinamica e dall'espressione dell'energia cinetica. Per esigenza di
semplicità ci limitiamo a dare la dimostrazione nel caso particolare che il corpo si
muova di moto rettilineo uni,formemente accelerato. In questo caso, considerato un in-
tervallo di tempo Atmolto piccolo, è:

Au uz_at

e Io spazio percorso nel tempo dt è: s : lr(u, + ur) . Àr, dove 1/r1o, + ur) è il valore
medio della velocità nell'intervallo di tempo At.
Il lavoro compiuto dallaforza F nel tempo /i si può quindi scrivere:

F.s =,ttt. s = *at -ut .a,


tilt
L =
At22'2'2
At =! ntfu! -olI = !*r.r, -! *ul =
= E*r- E*, = AE*
dove si è fatto uso del 2'principio della Dinamica e della definizione dell'energia
cinetica. In altri termini il principio di conservazione dell'energia applicato al no-
stro caso comporta la definizione (3.23) di energia cinetica.
Applichiamo il teorema dell'energia cinetica al caso di un corpo che, fermo,
viene soggetto a una generica forza F per un tratto s e r,"iene messo in moto.
Nell'ipotesi che forza agente e spostamento abbiano la stessa direzione e verso, il
teorema permette di ottenere facilmente la velocità u del corpo:

I=F.s =mas=B*=!*u,
2
(3.25)
3.3 Lavoro, energìa e potenza 63

da cui

,=Jr"'. (3.26)
Lor+L"o= 0

Questo risultato è del tutto generale ed è suscettibile di molteplici applicazioni.

a)

3.3b Campi conservativi, energia potenziale e conservazione


dell'energia meccanica
Il lavoro che Ia forza di un campo compie, quando il punto di applicazione
viene spostato da un punto A ad un punto B, dipende in generale dalla traiettoria
seguita durante lo spostamento. Se invece le forze del campo sono di natura tale
per cui il laaoro non dipende dal percorso eseguito, ma solo dalla posizione dei punti iniziak
A e fi,nale B, allora si dice che \e forze sono conseft.)atiae. IJn modo equivalente di
enunciare questa. proprietà è quello di dire che Ie forze sono conseryative se il la-
uoro che esse compiono è nullo ogni aolta che partendo da un punto qualunque si ritorna ad
esso htngo una traiettoria chiusa (Figura 3.4). Se viceversa il lavoro non è nullo, le

forze si dicono diss'ipatizte. L6s((,) = L6s((r) = L^r((.)


L'uso dei termini consen'ativo e dissipativo appare giustificato se si pensa al b)
teorema dell'energia cinetica. Infatti, dalla defrnizione data sopra per Ie forze con- Figura 3.4
servative e dalla (3.24) discende che I'energia cinetica di un corpo che si muove Illustrazione grafica delle pro-
lungo una traiettoria chiusa si conserva in un campo di forze conservativo prietà di un campo di forze conser-
(AE*= 0), mentre varia in un campo di forze dissipativo (AE** 0). vative. Le due definizioni di forza
Per un campo consewativo, essendo il lavoro compiuto per andare dal punto A conservativa sono equivalenti. Nel
caso (b) per andare dal punto A al
al punto B (entrambi dipendenti dalle coordinate x, ), z: punto A(x*1o,2^) e punto
punto B lungo le traiettorie 1,, {, e
B(q,,)*,4)), una quantità che dipende solo dagli estremi A e B della traiettoria, si {, se il campo di forze è consena-
può introdurre una funzione U(x,y,z) delle coordinate, tale per cui il lavoro si può tivo avremo:
esprimere come differenza dei valori assunti dalla funzione Unei punti A e B: L*(l ) : L*(4,): Lo,(
")

Lea=U(A)-U(B). Nel caso (a) abbiamo un percorso


(3.27) chiuso da A a B e da B ad A, Se nella
traiettoria /, invertiamo il verso,
La funzione U(x,y,z) prende il nome di energia potenziale. per definizione di lavoro abbiamo
Lnr( ( \ : - In\( (
Torniamo ora a considerare il teorema dell'energia cinetica espresso dalla _J.
Essendo

(3.24). Se le forze che fanno muovere un corpo sono tutte conservative, per cui si L§(4,) : L§(4,) : - I*"(4,)
può definire un'energia potenziale, allora abbiamo, utilizzando la (3.27) per il siottiene: l*((,) + LB^((-) :
punto 1 e il punto 2, : l, (traiettoria chiusa) : Q.
AE*= Eo - E^, = Lrr= U, - U,

da cui in generale:
U +E* =costante. (3.28)

Abbiamo trovato dunque che la somma dell'energia cinetica più I'energia po- Forze conservative
tenziale di un corpo che si muove in un campo di forze conservative è costante. La
(3.28) esprime il teorema ùi conseruazione dell'energia meccanica.

Dato un campo di forze si pone il problema di sapere se il campo è conser-


vativo oppure no. Si dimostra che un campo di fone radiali, in cui la forza varia
in maniera inversamente proporzionale al quadrato della distanza dal centro del
campo, è conservativo. Così pure sono consewativi i cam.pi uniformi e i campi di
.fone elastiche.
64 CA PIT0 L0 3 I fondamenti della lvleccanica. Parte Il

Forze dissipative Sono invece dissipative le forue di attrito.Infatti laforza di attrito per definizione
è sempre diretta in senso contrario al moto. Pertanto il lavoro fatto dalle forze di at-
trito ha sempre segno negativo per cui non può annullarsi neppure su una traiet-
toria chiusa (si veda anche il §4.7).
Dimostriamo ora che il campo gravitazionale terrestre in prossimità del suolo,
descritto nella Figura 2.15b, è conseryativo e che 1'espressione dell'energia poten-
ziale è LI : mgh + costante, dove /z è la quota del corpo su cui agisce il campo (si os-
servi che per quota si intende la coordinata verticale rispetto al suolo). A questo
scopo è sufficiente calcolare il lavoro compiuto slr un corpo di massa m dalle forze
del campo lungo una traiettoria chiusa, ad esempio lungo Ia traiettoria verticale da
un punto A alla quota à al suolo (punto B di quota h: 0) e, di ritorno, dal suolo
al punto A. Dalla definizione di lavoro segue che (Figura 3.5): l* : + mgh e
I"o: - mgh. Il lavoro lungo questa traiettoria chiusa è dunque nullo. In questo
caso si può dimostrare che la stessa conclusione si raggiunge per una qualsiasi
traiettoria chiusa. L' arcrgia potmziale graoitazionale, in prossimità del suolo (dove g
BC è costante), dipende dunque soltanto dalla quota h a c:ui si trova il corpo. In que-
(a) L.*= mgh sti casi si può dunque esprimere il lavoro mediante una funzione della forma:
(b) 1*,, = L.,. + L,o=
=0-mgkosrY"= LI = mgh + costante,
--mg|sen9=-mgh
dove la costante dipende dalla quota di riferimento prefissata. Se questa è il suolo
irgura 5.5 (h =0), dovendo essere al suolo U: 0 (il corpo è fermo, non si compie lavoro),la
11 lavoro resistente Lu della forza costante è nulla.
peso è uguale quando è calcolato
(a) lungo la verticale o (b) lungo i1
Un classico esempio di applicazione del teorema di conservazione dell'energia
piano inclinato (se 1o spostamento meccanica si ha quando un grave viene lanciato verso l'alto. Allora il teorema
è orizzontale rispetto al suolo, es- (3.28), per quanto visto sopra, assume la forma:
sendo la forza peso verticale, il la-
voro è n ullo pt-r la sua defi n izione) .
E n2
o +Ll = ! *u' + mgh =costante.

Al momento del lancio il grave si trova a quota /z nulla, mentre Ia velocità iniziale,
e quindi l'energia cinetica, è elevata. Man mano che esso sale, llenergia cinetica si
converte in energia potenziale gravitazionale, che assume il valore massimo al cul-
mine della traiettoria, dove l'energia cinetica è nulla. I1 processo di conversione tra
le due forme di energia si ripete al contrario nel corso della caduta del grave, sem-
pre mantenendo la loro somma costante (avendo trascurato le forze di attrito).

3.3c Potenza e rendimento


Spesso interessa conoscere, oltre al lavoro compiuto da una dataforza, anche
in quanto tempo viene compiuto questo lavoro. Si introduce quindi una nuova
grandezza fisica, la potenza, che viene definita come il rapporto tra il lavoro com-
piuto da una forza e il tempo impiegato per compierlo:

w=L (3.2e)
AT

Si osservi che la potenza può essere espressa anche come prodotto scalare della
forzaE, che compie iI lavoro, per la velocità con cui la forza si sposta. Infatti:

Potenza
w=L-F'ls:r.4[=n.r.
AI AI At
(3.30)
3.3 Lavoro, energia e potenza 65

Le unità di'misura per la potenza sono il uatt (W) : l joule/s nel Sistema
Internazionale e l'erg,/s nel sistema C.G.S. Tuttavia si può trovare spesso la po-
tenza espressa in kgmetri/s o in caaall;i uapore (hp) dove l'hp è definito come:
t hp = TSkgmetri/ s = 75 ' 9.8 joule/s = 735 watt.
Consideriamo ora il rendimento di una macchina. Tralasciando per ora le mac-
chine termiche, di cui parleremo nel Capitolo 10, possiamo dire che una mac-
china è un sistema atto a trasformare energia cinetica o energia potenziale di varia
natura in lavoro meccanico. In questo processo di trasformazione tuttavia, a causa
soprattutto delle forze di attrito, parte dell'energia di partenza viene dispersa, cioè
non viene utilizzata per compiere lavoro utile. Si definisce rendimentorl il rapporto Rendimento
tra il lavoro utile prodotto dalla macchina e l'energia totale E, impiegata per com-
piere tale lavoro:

,=+che in percentuale diventa ,=t'fi\Vo. (3.31)

Si osservi che per la conservazione dell'energia deve essere sempre L< E,.I'l
rendimento può raggiungere al massimo il valore uno (in percentuale il 700%)
quando L: 8,.

3.3d Energia potenziate e forze: condizioni di equitibrio


di un sistema meccanico
Un campo di forze è noto quando si conosce il vettore forua in ogni punto del
campo. Mostreremo ora che se le forze sono conservative ed è nota l'espressione
dell'energia potenziale, è possibile dedurre l'espressione del vettore forza in ogni punto
del campo: dunque l'energia potenziale caratteizza completamente il campo.
Per renderci conto di questa importante proprietà dei campi conservativi co-
minciamo col considerare il semplice caso di un campo uniforme in una dimen-
sione x. Se in tale campo spostiamo un oggetto di un tratto Ax (dal punto A al
punto B), la forza incognitaFdel campo compie un lavoro dato da (perla3.27):

F Ax= U(A) - u(B) = - AU, (3.32)


EquiLibrio di forze conservative
dove À[/è Ia variazione dell'energia potenziale nel tratto /x. Si ricava quindi la se-
guente relazione tra forza ed energia potenziale di un campo uniforme unidi-
mensionale:

!^AU
= -- (J.JJl
Ax

Se il campo non è uniforme,laforzaFpuò variare da punto a punto del campo.


In questo caso si ha:

F=_dU (3.34)
dx

Possiamo generalizzare, senza dimostrazione, la relazione (3.34) al caso di un


campo di forze conservativo qualsiasi. La relazione tra il vettore forza del campo e
la funzione energia potenziale è la seguente:
66 CAPIT0 L0 3 Ifondamenti della Meccanica. Parte II

F=-gradt/, (3.35)

equipotenziali cioè la forza è il vettore opposto al gradiente della funzione energia potenziale.
Ricordando la definizione dell'operatore gradiente (si veda il §1.5c), si vede che
la (3.35) permette di definire le tre componenti {, 4,, 4 a.lu forza in un sistema
di assi cartesiani x,y,z come Ie derivate parziali di Unello stesso sistema.

Le superfici che sono il luogo dei punti di un campo aventi la stessa energia po-
tenziale si chiamano supufici equipotmziak Il vettore forza del campo è sempre
normale alle superfici equipotenziali (Figura 3.6). Infatti, se il corpo si muove se-
Figura 3.6 guendo una superficie equipotenziale, è AU = 0 e quindi il lavoro compiuto dalla
Le linee di forza e le superFrci equi- forza è nullo. Se il lavoro è nullo, dalla definizione di prodotto scalare segue che
potenziali in un campo di forze lo spostamento e la forza sono tra loro perpendicolari: infatti dalla (3.21) risulta
sono mutuamente perpendicolari.
cosd=0dacui u=r/2.
Nel caso del campo gravitazionale terrestre le superfici equipotenziali sono su-
perfici sferiche concentriche con la Terra. Nelle vicinanze della Terra le superfici
equipotenziali sono approssimativamente piani paralleli alla superficie terrestre
(campo di forze uniforme).

Supponiamo ora di avere un corpo puntiforme che si tror.i in un campo di


forze conservativo. La condizione di equikbrio traslazionale prevede che il corpo è in
EquiLibrio dj forze conservatjve equikbrio se la risultante delle fotze che agiscono sul corpo è nulla (si veda il §4.2). Nel
caso di un campo conservativo 7a forza applicata al corpo è nulla se il gradiente
dell'energia potenziale è nullo in quel punto del campo:

t'= - grad U= 0. (3.36)

Per capire le implicazioni della condizione di equilibrio (3.36), torniamo a


considerare per semplicità un campo di forze unidimensionale, cioè un campo in
cui I'energia potenziale sia funzione di una sola coordinata x. In questo caso la
condizione di equilibrio equivale ad imporre che la variazione dell'energia poten-
ziale nel punto x" di equilibrio sia nulla, cioè:

F =-(4!\ = 0, oppure in termini finiti AU= 0.


ax
\, .)-_-
^_^o

Poiché la derivata d,U/ rl,xdellafunzione U(x) nel punto x,, fornisce Ia pendenza
della tangente geometrica alla curva U(x) in quel punto, si può concludere che l'og-
getto puntiforme è in equilibrio in quei punti del campo in cui 1'energia potenziale
è massima, minima o presenta un flesso avente tangente orizzontale. La situazione
è esemplificata dal caso di una pallina che si può muovere lungo una linea avente il
profilo indicato in Figura 3.7. L'energia potenziale della pallina è proporzionale
all'altezza a cui essa si trova. I punti A, B, C, D sono tutte posizioni di equilibrio. Le
posizioni B e D (minimi) corrispondono a posizioni di equikbrio stabile, mentre Ie
Figura 3.7 posizioni A e C (flesso e massimo) corrispondono a posizioni di equil:ibrio instabile.
E evidente che il corpo è in equilibrio anche nel caso in cui l'energia potenziale sia
L'energia potenziale U di un og-
getto posto nel campo gravirazio- costante nella regione dello spazio in cui esso è vincolato a muoversi. Così nella re-
nale terrestre ha lo stesso anda- gione E della Figura 3.7 l'equikbrio della pallina è indiffermte.
mento della curva di livello. es- Possiamo generalizzare le considerazionifatte sopra al caso di un sistema mecca-
sendo U= mgh. nico composto da tante particelle e posto in un campo di forze qualsiasi, purché con-
3.3 Lavoro, energia e potenza 67

servativo: il sistema risulta in equi,kbrio stabile quando l'energia potenziale è minima. Que-
sto principio di equilibrio è molto usato quando si debbano trattare sistemi com-
plessi, quali quelli che si incontrano in Termodinamica, in Chimica e in Biologia.

3.3e Piccole oscillazioni intorno a[[a posizione di equitibrio stabite

Vogliamo ora stabilire un altro principio che ha vaste applicazioni anche in


Chimica e Biofisica: un oggetto puntifortne, o in qualche cdso ttn sistema meccaruico com-
plesso, quando aime spostato di poco dalla sua posizione di equikbrio stabile tmde a ri-
tornarci compimdo oscillaziuti artnoni.che intomo alla posizione di equilibrio.
Limitiamoci ad illustrare questo principio nel caso di un sistema unidimensio-
nale. Sia u(x) la funzione energia potenziale e sia x = 0 la posizione di equilibrio
stabile, cioè il punto in cui U(x) è minima, ossia la sua derivata prima è nulla:

' xtlI =U.


dLI (
dx l-n (3.37)

Se spostiamo il corpo dal punto di equilibrio di un piccolo tratto x, possiamo


esprimere la sua energia potenziale nella nuova posizione mediante uno sviluppo
in serie di U(x) del tipo:

u(x)=u(0)+!!a)1.,:.i {#l,i. (3 38)

dove possiamo fermarci con buona approssimazione al termine al secondo ordine


se x<< 1.
Poiché il termine al primo ordine per la (3.37) è nullo e poiché possiamo sempre
scegliere uguale azerolacostante di riferimento dell'energia potenziale, t(0) = 0, si ha:

(3.3e)

Dalla (3.34) deriva che il corpo spostato di poco dalla posizione di equilibrio è
sottoposto ad una forza di richiamo di tipo elastico:

p:-U=-1r*. (3.40)
dx

Pertanto, per quanto visto nel §3.2e, il corpo oscilla di moto armonico intorno
alla posizione di equilibrio x = 0 con una costante elastica À e quindi una frequenza:

(3.41) 0sci[Lazioni armoniche

che dipende dalla forma dell'energia potenziale intorno alla posizione di equili-
brio (si veda la (3.39)). Se non sono presenti forze dissipative, il sistema continua
ad oscillare sempre con la stessa ampiezza. Viceversa, in presenza di forze dissipa-
tive, Ie oscillazioni si smorzano gradualmente frntantoché il corpo non ritorna alla
sua posizione di equilibrio stabile.
Ricordiamo alcuni sistemi fisici a cui si possono applicare queste considera-
zioni: il pendolo, gli atomi nei solidi e nelle molecole, le particelle di un mezzo in
cui si propaga un'onda elastica. Per una semplice visualizzazione di quanto illu-
strato sopra, si consideri il moto della pallina, raffigurata in Figura 3.7, quando
questa viene allontanata di poco dalla posizione di equilibrio stabile B.
68 CAPITO LO 3 I fondamenti della Meccanica. Parte 1l

Conservazione dell'energia meccanica

Nel salto con l'asta, un atleta utilizzal'astaper convertire la sua tutta l'energia cinetica si trasformi prima in energia potenziale
energia cinetica della rincorsa in energia potenziale, sfrut- elastica accumulata nell'asta che viene poi ceduta all'atleta for-
tando I'asta in posizione verticale. La velocità record raggiun- nendogli velocità in direzione verticale, cioè trascuriamo
gibile da un velocista è di circa 10 m s-1. Trascurando f incre- l'energia dissipata in attrito e consideriamo l'asta come un per-
mento in altezza che si guadagna agendo sulle braccia per sol- fetto trasduttore di direzione della velocità, da orizzontale a
Ievare il centro di gravità al di sopra dell'impugnatura, di verticale. Alla sommità del salto ideale u = 0, per cui Er= 0 e U
quanto l'atleta può sollevare il proprio baricentro? = rn g h, dove à è l'altezza del baricentro rispetto alla quota ini-
ziale.Dalla (3.28) si ottiene quindi:

§OluziOne Inizialmente il baricentro si trova a circa 1 m dal


suolo. Assumiamo che immediatamente prima dell'uso
m gh = [ *o',.quindi à=
" = S*+jT
29 2'9.8 m s-'
=5.1 metri.

dell'asta, l'energia potenziale gravitazionale è U= 0, mentre


l'energia cinetica è E*={mt}, con u: 10 m sl (chiaramente si trova pertanto a 5.1 + I = 6.1 metri dal
Il centro di gravità
questo valore è un limite massimo nell'atletica). Trascuriamo suolo (il record mondiale del salto con l'asta è 6.2 metri circa).
gli effetti della forza muscolare delle braccia e assumiamo che

Gonservazione dell'energia e lorza elastica

Un corpo è fermo all'estremità" di una molla a riposo posta in


un piano oizzontale privo di attrito e fissata all'altro estremo
da un vincolo fisso (Figura 3.8). Applichiamo per un tempo
molto breve tr,a forza al corpo parallela al piano e concorde
con l'asse x della molla. Determinare di quanto si comprime la
molla.
A7-1+,8

Soluziong Laforzaapplicata per un tempo molto breve corri-


tigsr S.g
sponde ad un impulso pari alla massa del corpo per Ia varia- Forza applicata al corpo che comprime la molla.
zione di velocità: F L.t- m L,a, dove Au è la variazione di velocità
da zero alla velocità uo portando il corpo ad un'energia cine-
tica pari a: Nel moto da A a B (Figura 3.8) si ha una trasformazione
E*=**ù dell'energia cinetica in energia potenziale elastica. Il corpo
non resta fermo in B poiché la molla è compressa e, quindi,
con una compressione della molla e un accumulo di energia per effetto della forza elastica diretta verso A esso ritorna nella
potenziale elastica data dalla (3.39), per cui abbiamo per la posizione iniziale dove passa con velocità ?.,0. In questo modo
conservazione dell'energia: inizia un'oscillazione tattat:. nei Capitoli 72 e 13 in relazione
ai moti oscillatori.
**4= t n*, da cui t/-rrrtn.
3.4 Meccanica di sistemi fisici 69

MECCANICA DI SISTEMI FISICI


,_3._.,.1,.,i

In questo paragrafo sono descritti alcuni semplici sistemi fisici di un certo ri-
lievo nell'attività umana. Si tratta del piano inclinato (§3.aa) importante nelle at-
tività di rieducazione e di palestra e il pendolo semplice (§3.4b) impiegato per mi-
surare il trascorrere del tempo.

3.4a I[ piano inctinato


I1 piano inclinato è un semplice sistema fisico utilizzato f,rn dall'antichità per so-
vrapporre pesanti blocchi di pietra. Esso è costituito da un piano levigato (per ot-
tenere un basso attrito) che forma un angolo 0 conl'orizzontale (Figura 3.9), su
cui scivola un corpo (senza rotolare, la roto-traslazione lungo un piano inclinato è
trattata nell'Esempio 4.3), solitamente sferico. Il corpo di massa m, soggetto alla
forza peso verticale P = *g, si muove con un'accelerazione la cui componente pa-
rallela al piano è: '

a,, = gsen9 (3.42)

Chiamata a,,la componente della velocità del corpo Iungo il piano inclinato, ,,Figura 3.9,
la velocità u* parallela al piano orizzontale e quella verticale uv saranno rispettiva- Il corpo che striscia senza roto-
lare è soggetto alla forza peso
mente: scomposta in una componente
parallela al piano inclinato
u*= u,, cos9 e ur= al sen9. (3.43) (forza agente) e in una perpen-
dicolare che non agisce.
Utilizzando la definizione dell'energia cinetica E* abbiamo il valore finale della
velocità a,,:

utt = (3.44)

Per il teorema dell'energia cinetica (3,24) AEK= Z, dove il lavoro in generale


sarà (3.21) L= F I = ffi drr = m g( senp, dove { è Ia lunghezza delpiano inclinato
e dove l'accelerazione a, possiede la stessa direzione e verso dello spostarnento (.
Assumendo zero la velocità iniziale, dalla (3.44) si ottiene:

u// = 2 gl. sen?. (3.45)

La velocità finale dipende dall'accelerazione di gravità g e dalle caratteristiche


geometriche del piano inclinato (angolo 0 e lunghezza (,).

Moto sul piano inclinato

Si consideri un piano inclinato lungo 60 cm e inclinato di 40' Soluzione Utilizzando ta (3.45) la velocità finale risulta:
con l'orizzontale. Si calcoli Ia velocità finale di un corpo avente
massa di 3 kg che scivola lungo tutto il piano inclinato par-
tendo con velocità nulla (vedi Figura 3.9). , = .,0'Sf 0.30 .." a0, = 1.94 m/s.
70 CAPIT0L0 3 Ifondamenti della Meccanica. ParteII

3.4b It pendolo
IJlr corpo puntiforme che si muove appeso all'estremità di un filo inestensibile o
di un'asta rigida con l'altra estremità fissata, si chiama pmdolo semPl;ice. Facendo ri-
ferimento alla Figura 3.10, a causa della forza peso il pendolo oscilla con un moto
ripetitivo e applicando il 2" Principio della Dinamica si ha:
oo i0 ,t2
d,il as
F=-mgsen]=ma=m :=fll (3.46)
dt d,t'
-,

da cui essendo s= / 0 si ha:

mgsen0
mg cos 0
! t9 =-sseno (3.47)
d,t'

Come si vede, la (3.47) non è simile alla (2.20) e pertanto il moto ripetitivo del
pendolo non è a.nnonico. Tuttavia, per piccoli angoli 0 abbiamo che sen0 - 0 e
:ffi, 3
Viene mostrato il pendolo sem-
quindi la (3.47) diventa
plice in cui un corpo di massa zrz
oscilla (trascurando gli attriti) a rt --s'.
,r t9=-,0. (3.48)
causa della componente tangen-
ziale della forza peso. La compo- analoga alla (2.20), per cui, con questa approssimazione, il pendolo si muove di
nente radiale è equilibrata dalla moto a.rmonico e riferendoci sempre alla (2.20) la pulsazione è:
forza di tensione F. del filo.

(3.4e)

da cui il periodo ?i

T =2n I
C (3.50)

Sempre riferendoci alla (2.20) la legge oraria del pendolo Àemplice risulta in
termini angolari:

0(t)=0"sen(cor+@) (3.51)

e in termini di arco percorso, essendo s(t) = L 0(t),

s(t) =( g"sen(at+Q). (3.52)

Dal punto di vista energetico, assumiamo zero l'energia potenziale gravitazio-


nale nel punto più basso dell'oscillazione. Rispetto a questo punto I'altezza di:lrr:l
puntoPè (Figura3.10):

4-{,cos9=l(1-cos6), (3.53)

per cui nel punto più alto dell'oscillazione (punto di inversione) 1'energia poten-
ziale grautazionale è:

U= m g( (1 - cos0,) e E"= 0. (3.54)


3.4 Meccanica di sistemi fisici 77

In un generico punto sarà:

U= mgl (1-cos0)
' U.=; ffia
2
, (3.55)

e nel punto più basso:

U=0 e E*=1,*"'*.. (8.56)

Applicando la conservazione dell'energia U + EK = costante, dalle (3.54) e


(3.55) si ottiene:

rngl (l-cos0e) =rngl(l-cosl) *!2 *o' (3.57)

da cui si ricava la velocirà generica in funzione della posizione angolare:

t=O gUr"t7-r"t1r). (3.58)

Nel punto più basso avremo ( 0 = 0) :

Cl0- cos0o). (3.5e)

Se 0, = n/2 = 90" si ottiene u*, = Jri l, cioè la velocità che si orterrebbe per
una caduta libera da rn'altezza l.
Si osservi che tutte queste relazioni valgono per qualsiasi valore dell'angolo ini-
ziale 0"e non solo per piccole oscillazioni. La misura del tempo, invece, viene ese-
guita utilizzando pendoli semplici che oscillano a piccoli angoli poiché solo così si
ha I'isocronia delle oscillazioni (ar dipende solo da g e da ().

Un oggetto di dimensioni finite in oscillazione appeso per il suo baricentro ad


un punto fisso si chiama pendolo composto o fisico, di cui accenneremo alla fine del
§4.5.

Moto del pendolo

Un individuo in una chiesa osserva un pendolo oscillante che uguale alla lunghezza I del pendolo, applicando la (3.50), ab-
sfiora il pavimento ed è fissato alla volta. Misurandone il pe- biamo:
riodo trova ?= 9 s. Quanto è alta la volta?
T:. _ 9.s r{r s-i_(es)'
{ = .f = 20.1m.
SOlUZiOng Assumendo I'altezza della volta praticamente 12")' (2")'
72 CA PIT0 L0 3 I fondamenti de[[a Meccanica. Parte II

M0T0 DI uN PRoIETTILE
,l**i
II lancio o la caduta di gravi (o proiettili) influenzano con i loro dettagli bali-
stici varie attività sportive. Consideriamo un proiettile che si muova in prossimità
del suolo in assenza di attrito. Abbiamo già visto nel §2.2c la legge oraria in pre-
senza di wrtaccelerazione costante opposta alla direzione della velocità iniziale: il
moto è parabolico e la traiettoria è data dalla (2.10), dove al posto della generica
accelerazione a si sostituisce I'accelerazione di gravità g (Figura 3.11):

ao, ,S
'\ = rx
2

a.* ---:---rc
2 ri. (3.60)

:,Eigùfa 3:l_1 ,

Viene mostrata la traiettoria pa-


rabolica di un proiettile che
parte dall'origine con la varia-
zione delle componenti della ve-
locità. Si osservi che la compo-
nen te orizzontale resta invariata,
mentre quella verticale subisce
una variazione causata dall'acce-
lerazione di gravità con verso op-
posto alla velocità.

Chiamato 0, I'angolo formato con l'orizzontale dalla velocità iniziale z)n, ab-
biamo, introducendo le componenti della velocità in x e in y:

ao,= ilu cos9o e uq= uoseno,, (3,61)

da cui la (3.60) diventa:

t=tgo x- .8 . .Y2
2 uicos'9. (3.62)

e le componenti in xe l della velocità z durante il moto parabolico sono date dalle:

u,= aocos9o = costante


(3.63)
a)= aoseng,- g t.
3.6 CoLLisioni fra corpi 73

Le componenti tr e I della posizione del proiettile, fornite dalla (2.9) sono:

x= xo+ Uoxt
(3.64)

-, gt'
1
)=),+u,t t

Indicando con -R la gittata del proiettile e con à la quota massima raggiunta,


quest'ultima si può ricavare osservando che la velocità verticale alla quota massima
è nulla, per cui dalla seconda delle (3.63) si ottiene il tempo di arrivo a tale quota,
che inserito nella seconda delle (3.64) fornisce l'altezza massima della traiettoria
che risulta (assumendo L, = 0):
- ,' sen'o
2^ (3.65)

La gittata -R è la distanza raggiunta dopo un tempo doppio del tempo di arrivo


alla quota massima (Iigura 3.11). Introdotto tale tempo nella prima delle (3.64) e
ponendo xo = 0, si ottiene la gittata R (impiegando la formula trigonometrica
sen 20= 2 senOcosO):
D u; sen 20,
2a

g (3.66)

da cui risulta che ,R è massimo per 0 = 45" (sen 90" = 1).

Lancio del giavellotto

Un atleta lancia un giavellotto a 45' rispetto all'orizzontale


raggiungendo la distanza di 80 metri. A quale velocità viene
lanciato? =28ms-'

§oluzione Utilizzando I'espressione si ottiene per la


velocità iniziale:

' 3.6 : coLusIoNI FRA coRPI

prima deÌl'urto
Consideriamo due particelle che subiscono un urto centrale ektstico (Figura
3.12). Un urto si definisce elastico quando l'energia cinetica del sistema si con-
sewa. Pertanto, in generale, in tali urti dai Principi della Dinamica traslazionale,
É,,*:1@
dopo l'urto
deve essere conservata la quantità di moto (2.23) e l'energia (solo cinetica) (3.28).
*4&»0,@
Ci limiteremo nel seguito a urti elastici in una sola dimensione. Al termine del
paragrafo accenneremo all'estensione a2 o 3 dimensioni.
Dunque, nell'urto centrale elastico fra la particella 1 di massa mì e la 2 di massa Figura 3.12
m, sia la quantità di moto sia I'energia cinetica si consewano (gli indici i ed f in- Posizione di due particelle,
prima (a) e dopo (b) un urto
dicano, rispettivamente, le velocità iniziale e finale): centrale elastico.
74 CAPIT0 L0 3 I fondamenti detta Meccanica. Parte II

m1 aU + m2u2i= n4uy + 'mzaZ| (3.67)

ltltltl2
ait + a;i = o;, + a;J. (3.68)
2mr rnx2 r*, ,nx2

La seconda può essere semplificata facilmente in:

*, (u?, -rir)= *, ("1, -ai,). (3.6e)

che diventa:

n\ (vr, - ,r) (or, + art) = nh @ry - ar,) (azJ * or,). (3.70)

Separando i termini can m.t e m, nella (3.67):


n\ (\, - ar) = nh @u - uro), (3.71)

e dividendo la (3.67) per la (3.71) si ha:

aM+ary=a2J+a2;. (3.72)

Questa relazione può essere riscritta come:

att-az.i= - \ov-ru), (3.73\

cioè la velocità relativa iniziale è uguale, ma di segno opposto, alla velocità relativa
finale. Questa relazione con la conseryazione della quantità di moto (3.67) per-
mette di risolvere I'urto tra le due particelle.

Le relazioni (3.67) e (3.72) possono essere risolte per calcolare le velocità fi-
nali delle due particelle in funzione di quelle iniziali (sono due equazioni in due
incognite), ricordando di introdurre i segni appropriati alle velocità rispetto ad un
asse coordinato. Si ottiene:

,,,=(m),,,.131,,, (3.74)

(3.7b)
',,=(#;)",,.(Y;)",,
Negli urti non elastici o anclastici una parte dell'energia cinetica viene trasfor-
mata in altre forme di energia (ad esempio, la caduta di un meteorite sulla Terra
è un urto totalmente anelastico in quanto l'energia cinetica del bolide viene total-
mente assorbita dal pianeta), per cui I'energia cinetica non si conserva, mentre la
quantità di moto si conserva sempre (vedi Esempio 3.8).
3.6 CoLlisioni fra corpi 75

L'estensione a2 o 3 dimensioni si esegue trattando con le componenti ir,2 o 3


dimensioni dei vettori coinvolti, in particolare si devono introdurre uno o due an-
goli per ottenere le componenti secondo le relazioni di calcolo vettoriale riportate
nel Capitolo 1.

Urto centrale elastico

Una particella di massa m, = 5 B con una velocità di 50 cm s-l - 8oo 50 cm s-' + o = -49.38 cm se
urta elasticamente al centro una seconda particella ferma di
u,, - 55+800
massa rl?2 = 800 g. Valutare le velocità delle particelle dopo 2'5
l'urto. Cosa succederebbe se le due particelle avessero la stessa =5+800 so cm s-' + 0 = +0.62 cm s -1

massa?
La particella di massa piccola ha praticamente una velocilà op-
§oluzione Utilizzando \e (3.74) e (3.75) abbiamo: posta a quella prima dell'urto, mentre quella di massa grande
resta quasi ferma.

Urlo centrale anelastico

Un'automobile di massa 1800 kg ferma ad un semaforo viene


! r u1 * !*^r1 lo'ms'
tamponata da un'auto di massa 1200 kg e le due auto restano
2"',2"', =1tzoo tr ( 1oo I *o =
incastrate. Se la macchina più piccola viaggiava a 100 km/h \ 3600 )
prima dell'urto, qual è la velocità delle due auto dopo 1'urto? = 462.96J
Quanta energia cinetica si è trasformata in altre forme d'ener-
gia?
e quella finale

SOlUZiOng Si tratta di un urto perfettamente anelastico. Co-

)t*, * *),i=j{,too
munque, la quantità di moto iniziale si conserva e pertanto: kg + 1200 r.s)(r r.r r m s

m1 ati + m2a2i= @,"+ u, e numericamente: = 18s.1sJ,


"rr)

kg) u, da cui I'energia cinetica trasformata in altre forme d'energia


1200 kg m s-' + 0 = (1800 kg + 1200
*# risulta essere pari a:

da cui:
462.96J - 185.15J = 277.81 joule.
ur= 11'11 ms1'

L'energia cinetica iniziale è:


76 CA PIT0 L0 3 Ifondamenti detta Meccanica. Parte II

,§istema Intgtnrtionale' :' SisteÈa C.G.§ Sistema pratico


lavòro; werga,A,e cr ioule (f) €f$ r:, I I
r,hgrneug,q(€ry), elettorinrotrt (e\0
,pQtenza}[,',' '- watt (W)
::i
er8s' ,savatto ùpÀre (hp) ,'
rendimqntg:4 .i '.- grard,ezza priy,a, ù amy.glanl;

,' ..1

PnosLaMr
3.1 Un'automobile di massa 1000 kg viaggia a una velocità di 3.6 Un praticante del salto con I'elastico, di massa 65 kg, si
15 m s-l. Calcolare la sua energia cinetica. trova su un ponte alto 55 metri sul livello del fiume. A ri-
3.2 Uno sciatore parte da fermo e scende con gli sci da una poso Ia corda elastica è lunga 25 metri e possiede una co-
collina alta200 metri. Nel caso in cui si trascuri l'attrito, stante elastica ft = 160 N/m. Se il saltatore si arresta prima
' calcolare la sua velocità quando arriva alla base della col- di raggiungere l'acqua, calcolare Ia distanza dei suoi
Iina. piedi dal pelo dell'acqua.
3.3 Un cannone è posto all'interno di un vagone ferroviario 3.7 Quanto lavoro è stato fatto da u,n sollevatore di pesi per
inizialmente fermo, ma che si può muovere senza attrito. sollevare una massa di 225 kg ad una altezza di 2.1 me-
Il cannone spara contro una parete, nella direzione delle tri?
rotaie (longitudinale), un proiettile di 5 kg con una velo- 3.8 Un'astronave di massa M sta viaggiando nello spazio alla
cità orizzontzle a = 25 m s-1. La massa totale del cannone velocità di 3100 km/h rispetto al Sole. Espelle uno stadio
e del vagone ferroviario è di 15 000 kg. Calcolare: (1) la di massa 0.25 M alla velocità relativa u = 600 km,/h. Cal-
velocità del vagone mentre il proiettile è in volo e (2) la colare la velocità dell'astronave dopo I'espulsione.
velocità del vagone e del proiettile dopo l'impatto se il 3.9 Due pattinatori collidono arrivando da direzioni a 90"
proiettile resta conficcato nella parete del vagone. una dall'altra. Dopo Ia collisione restano uniti. Un patti-
3.4 Un proiettile viene lanciato con velocità iniziale a,= 60 natore di massa 85 kg proviene da ovest con velocità di
m,/s e con un angolo 0 = 50" da un luogo posto a h= 50 m 7 km/h,I'altro diretto verso nord ha massa di 63 kg e ve-
dal suolo. Calcolare a quale distanza x può arrivare il locità di 8 km/h. Determinare iI vettore velocità v della
proiettile. Ripetere il calcolo per 0 = 0". coppia dopo I'urto.
3.5 Una sfera d'acciaio di massa m= 5.2 g viene sparata verti-
calmente verso il basso da rn'altezza 4 = 18 m con velo-
cità iniziale iniziale u"=14 m/ s per affondare nella sabbia
a una profondità di 20 cm. Calcolare la variazione di
energia meccanica della sfera.
o
o
{-,
EL
fE
U
I fondamenti delta Meccanica
Parte III: Elementi di Statica e di Dinamica
rotatoria. Corpi deformabili e attrito.

4.1 : INTR0DUZI0NE
In questo capitolo vengono svolte le principali nozioni di Stati.ca (dei corpi ri-
gidi e dei corpi deformabili), indispensabili per stabilire lo stato di equilibrio delle
articolazioni e le modalità di frattura delle strutture ossee, e i principali aspetti
della Dilnmica rotatoria, che, in aggiunta alla Dinamica troslatoria (trattata nei ca-
pitoli precedenti), permette di comprendere alcuni fenomeni biologici come le
fratture, Ia deambulazione e la percezione delle rotazioni (Capitolo 5).
È opportuno rilevare che la Dinamica rotatoria diventa importante solo in de-
terminati casi, poiché le energie di rotazione sono trascurabili rispetto a quelle di
traslazione: infatti è molto più facile porre in rotazione un corpo che porlo in
moto di traslazione, come risulta evidente dai moti dimostrativi dei corpi in as-
senza di peso sulla Stazione Spaziale Internazionale.
Infine, come già scritto nell'introduzione del primo capitolo, questo capitolo
termina svolgendo alcune nozioni relative ai corpi deformabili e alle forze di at-
trito, nozioni indispensabili alla comprensione delle applicazioni della Meccanica
ai sistemi biologici (Capitolo 5).

,,Fig"q,rg.:4d
j:1_; EQurLrBRro Dr uN coRPo RrcrDo Momento M della forza F rispetto al
punto arbitrario O.

Prima di considerare le condizioni di equilibrio dei corpi, introduciamo la de-


finizione di momento di una fona rispetto ad un punto O. Consideriamo un corpo ri-
gido, cioè che non si possa deformare, quale che sia I'entità delle forze che agi-
scono su di esso, sul quale agisce una forza F applicata nel punto A e un punto O
qualsiasi, come mostrato in Figura 4.1. Si definisce mommtoM di unaforza rispeno
al punto O il prodotto vettoriale:

M=OAnF (4.1)

dove dAè il vettore distanza diretto da O ad A. II modulo del vettore M è fornito da:

M= F OA sen 0 =Fà (4.2)


,rFigura-4-2
Pur essendo soddisfatta la condi-
dove abbiamo indicato con @ l'angolo fra i vettori e con à la distanza della retta zione di equilibrio traslazionale
d'azione della forza F dal punto O (Figura 4,I); b prende il nome di braccio della F, = - Fr, l'asta possiede un mo-
forza rispetto al punto O. Dalla definizione di prodotto vettoriale (§1.5b), osser- mento diverso da zero:
vando la Figura 1 . 10 e immaginando che il punto O sia fisso e che A sia rigidamente M= F,b, + Frb,
collegato ad O, si vede che solo nel caso in cui il momento della forza è diverso da
che ne causa la rotazione.
zero (cioè A* 0 e sen Q + 0) ,Taforza tende a produrre una rotazione di A intorno ad

77
78 CA PIT0 L0 4 I fondamenti detta Meccanica. Parte III

O. Dalla definizione, il momento di una forza si misura nel Sistema Internazionale in


neuton metro (N m). Il momento di una forza, quindi, possiede le stesse dimensioni
del lavoro meccanico. Per distinguere le due grandezze il lavoro meccanico viene mi-
surato sempre in joule (}), il momento di una forza in newton metro (N *).
Limitiamoci ora a considerare le condizioni di equilibrio di un punto materiale
sottoposto a più forze e di un corpo non puntifotm4 ma supposto rigido, sotto l'azione
di forze ad esso applicate.
La condizione di equilibrio per un punto materiale è che la somma vettoriale di
tutte le forze ad esso applicate dia luogo ad una risultante R nulla, cioè ad una
forza di modulo zero:

Equì lìbrio trasLazionale F, *F, *\ +... =), 4=R=0. (4.3)

Nel caso invece che si tratti di un corpo rigido di dimensioni finite, la condizione
(4.3) non è più sufficiente per assicurare I'equilibrio del corpo, perché questo po-
trebbe compiere dei moti rotatori, come nel caso di due forze uguali ed opposte,
ma aventi rette d'azione parallele (Figura 4.2). l,J'la condizione (4.3), detta di equi-
Eq ui Librìo rotaziona [e libio traslazionale, bisogna aggiungere la condizione che la risultante M, dei mo-
menti di tutte le forze applicate al corpo, calcolati rispetto ad un unico punto O ar-
bi,trario (Figura 4.3), sia pure essa nulla (condizione di equikbrio rotazionale):

(4.4)
M, +M, +M, +." = ),r, =Mr = 0.

Le due condizioni di equilibrio per i corpi rigidi (4.3) e (4.4) sono relazioni
vettoriali, le quali, tramite le componenti lungo x, ) e z dei vettori, corrispondono
a 3 + 3 = 6 relazioni scalari, che devono essere contemporaneamente soddisfatte
per poter garantire l'equilibrio, come si vedrà in un caso particolare nel §4.6.

4.3 I VINCOLI E LE LEVE


Figura 4.3
L'equilibrio del corpo è soddisfatto
Può accadere che Ia mobilità di un corpo sia limitata dalla presenza di qualche
se:F,+Fr=0eMr+M:=
uincolo. I r"incoli fissi ideali sono elementi che non si spostano, né si deformano
=dAr,F,+dB,^.4=
= r,zr F, * rrn F, = 0. sotto I'azione di forze. Ne è un esempio pratico il piano orizzontale su cui è poggiato
un corpo: laforza peso che agisce sul corpo è bilanciata dallafona ùireazione del
aincolo, uguale ed opposta, per cui il corpo resta in equilibrio (Figura 4.4). Altri
iN=-P esempi sono gli assi di rotazione di pendoli, ruote, eliche e così via.
Nel caso particolare in cui il corpo rigido sia vincolato in un punto,le condizioni
di equilibrio sono semplificate. Infatti Ia risultante R delle forze del corpo potrà es-
sere sempre in teoria equilibrata dalla reazione del vincolo. Questo significa sem-
plicemente che, se il corpo è vincolato in un punto, la condizione di equilibrio ri-
spetto ad un moto traslatorio è automaticamente soddisfatta. Quindi condizione
necessaria e sufficiente per I'equilibrio di un corpo vincolato in un punto è la sola
condizione (4.4) di equilibrio rotazionale.
Figura 4.4
Se il corpo è invece libero di ruotare intorno ad un asse fisso, condizione ne-
Il corpo resta in equilibrio sul pia- cessaria e sufficiente per l'equilibrio è che sia nulla la somma vettoriale delle proie-
no poiché P + N = 0 e il momento
di ciascuna forza è nullo (pren- zioni sull'asse di rotazione dei momenti delle forze applicate al corpo.
dendo come punto O arbitrario Un'asta rigida, chiamata leaa, gftevole intorno ad un asse perpendicolare
uno dei punti di applicazione di N all'asta stessa, detto fulcro, è il sistema meccanico (o macchina) più semplice me-
e di P). diante il quale è possibile fare equilibrio con wnaforzaF,,, detta motrice, applicata
a uno dei suoi punti (M) , ad un'altra forzaF ,, detta resistente, applicata a un altro
4.3 I vincoH e [e leve 79

suo punto (R), come mostrato nelle Figura 4.5. Nella semplice ipotesi che le due
forze agiscano in un piano perpendicolare al fulcro (Figura 4.5), l'equilibrio si ot-
tiene quando i momenti delle due forze sono uguali ed opposti, cioè quando:
b^F_- b,F,= 0 ,

da cui:
b^F-= b,F, , (4,5)

dove D, e D. sono rispettivamente i bracci della forza motrice e della forza resi-
stente, eseguendo il calcolo dei momenti rispetto al fulcro (il fulcro è il punto ar-
bitrario O).
Il rapporto adimensionale:
,-- F, b* (4.6)
Fb
esprime 1l guadagno meccanico che si può realizzare con la leva.
Come mostrato nelle Figura 4.5, esistono tre tipi di leve a seconda della posi-
zione del fulcro rispetto ai punti di applicazione delle forze.
Conleleve del 1" tipo (Figura4.5a,fulcrointermediofraRedM) sipuò avereungua-
dagno sia maggiore sia minore di uno. Lapinza è un esempio di leva del primo tipo.
F,i,g,,ll.4:gr5,,

F^ (a) Leva del l' tipo: pinza. (b) Leva


del 2" tipo: schiaccianoci. (c) Lera
+b,+k-b-+ del 3" tipo: valvola di sicurezza. Per
R---=.z MF" completezza, in questa e nelle suc-
a) cessive figure relative a.lle leve, viene
F.
rappresentata la forza di reazione
vincolare applicata al fulcro che
deve soddisfare l'equilibrio traslazio
nale del sistema.
1'tipo (pinza)

3 tipi di Leva

2' tipo (schiaccianoci)

c)

pressrone

3'tipo (valvola di sicurezza)


80 CA PIT0 L0 4 I fondamenti deLLa Meccanica. Parte III

+A+b+ Le leve del 2" tipo (Figura 4.5b, R intermedio fra fulcro ed M) hanno un gua-
dagno sempre maggiore di uno (perciò si dicono vantaggiose). Lo schiaccianoci o
la carriola sono tipici esempi di leva del 2o tipo.
Nel caso delle leve del 3" tipo (Figura 4.5c,M intermedio fra fulcro ed R), il
guadagno G è sempre minore di uno (leve svantaggiose). Ne è un esempio Ia val-
vola di sicurezza di tipo meccanico mostrata in Figura 4.5c. Vedremo nei §5.3 e 5.5
alcune applicazioni delle leve al corpo umano.

A conclusione di questo paragrafo consideriamo due leve del 1" tipo di uso co-
Figura 4.6 mune: l,abilancia (Figura 4.6) e Ia carntcola (Figura 4.7).Per la bilancia, trartandosi
La bilancia: V è il fulcro dei due di un sistema vincolato, girevole intorno ad un asse passante per il fulcro V, per
bracci di lunghezza a e l; che sosten-
quanto detto sopra, la condizione (4.3) è automaticamente soddisfatta, mentre la
gono i piattelli A e B su cui porre la
massa incognita e la massa equilibra- condizione (4.4) si riduce ad un'equazione scalare. Indicata cor, my la massa inco-
trice (costituita da masse tarate con gnita situata sul piattello A e con rn, la massa equilibratrice collocata sul piattello B
precisione). si ottiene:
b
mxga=mÉb dacui mx = M1_, (4.7)
a

Bi La n cia dove a e A sono i bracci, rispetto al fulcro V, della forza peso incognita mrg e della
forza peso equilibratrice mrg.
Se le lunghezze dei bracci della bilancia fossero uguali, la (4.7) fornirebbe il va-
lore della massa incognita uguale al valore di quella equilibratrice. In realtà, per
quanto accurata possa essere I'esecuzione del costruttore, le lunghezze a e Adei
bracci non possono essere mai esattamente uguali, per cui, per determinare con
elevata precisione il valore della massa incognita z*, è necessario procedere nel
modo seguente (metodo della doppia pesata).
Si effettua una seconda pesata, ponendo la massa incognita rz, sul piattello B e
la nuova massa equilibratrice r4 sul piattello A:

m*gb=m"ga (4.8)

e moltiplicando membro a membro la (4.8) per la (4.7) si ottiene:

(4.e)
*, = ,li,*,,
che è la media geometrica fra le due masse equilibratrici. Questa può essere sosti-
tuita dalla media aritmetrica mx= (mr + /2, dato che le due masse r\ e m, diffe-
"U)
riscono molto poco tra loro.
Un'altra leva del 1" tipo di uso comune è la carrucola frssa (Figura 4.7a) , dove
I'asse di rotazione della carrucola è il fuìcro e il suo raggio costituisce i bracci. In
vista delle applicazioni biologiche riportate nel §5.3 è opportuno ricordare che
Carrucola e puLeggia rr.a cartucola in generale è una macchina semplice adatta al sollevamento di cari-
chi, mentre la puleggia è un organo di trasmissione costituito da un disco che ruota
intorno al proprio asse.
Come si vede dalla figura, in assenza di forza di tensione della corda T e diforza
di attrito carrucola-corda Fo, la forza peso resistente p e la forza motrice F sono
uguali e il guadagno (a.6) è uguale a uno. La tensione e la forza di attrito, en-
trambe opposte allaforza motrice F, in realtà non sono nulle e il guadagno risulta
quindi maggiore di uno.
La carrucola composta (Figura 4.7b) permette di amplificare in modo notevole
la forza muscolare, per sollevare ad esempio elementi architettonici come co-
lonne, obelischi e blocchi di marmo e per tirare navi in secca. La stessa cosa av-
4.4 Centro di massa e baricentro 81

Figura 4.7
(a) Carrucola fissa. (b) Carrucola
composta (paranco) con 3 pu-
legge: comporta una forza motrice
pari a l/3 della forza resistente
(forza peso). (c) Carrucola mobile
F,-- 100y per la quale il guadagno è G> 2.

Irl00N
ii ,,.
/ t;l

,'1
:?
:À l,r
/-
{,§ = l0 cm f i, y',,

. /s=3}cm
-t

P=100N

:::k a)
À-- l0cm &-
c)
,| roo N

viene con Ia carrucola mobile mostrata in Figura 4.7c, dove la corda è fissata in un
punto e la puleggia si muove. a)

É"ì
,/t' ' .

4,4 , CENTRO DI MASSA E BARICENTRO {Ì' \


l. M

Consideriamo un sistema di più particelle, avente massa complessiva pari a:

(4.10)
1-

M = mt + ?ne + m.l +... => imt, !

dove zq è Ia massa della i-esima particella. Sia 4 il vettore posizione della i-esima
particella riferito a un'origine arbitraria. La posizione del centro d:i massa (CM) del
sistema, rispetto alla stessa origine, è rappresentata dal vettore r..,,r, definito da:

ùI rr.-r, - tntrt + nt2rn + rnJr\ +... =


) rr,n. (4.11) b)

Nel caso di 2 particelle la (4.11) diventa: Figura 4.8


(a) Sistema a due corpi. (b) Sistema
filtrt + mer., mt me a molte particelle: un corpo di di-
{.:rr =.- --Tn' (4.12) mensioni finite di massa Mpuò es-
mr+n. ^\4' M' sere suddiviso in tante parti (cu-
betti elementari di massa zq) su cui
mentre nel caso di un corpo di dimensioni finite, questo può essere suddiviso in agisce la forza peso p,. La coordi-
tanti volumetti i-esimi adiacenti (Figura 4.8b), diventando così un sistema a molte nata del baricentro si calcola utiliz-
particelle cui applicare la (4.11) a coppie successive. zando la relazione (4.13). La forza
peso complessiva del corpo p = Mg
viene applicata al baricentro B.
82 CA PIT0 L0 4 I fondamenti detla Meccanica. Parte III

Più correttamente per un corpo di dimensioni finite si impiega il calcolo inte-


grale con cui le relazioni (a.10) e (4.11) diventano rispettivamente:
ft
M=l rl,m=l,tlrlaV (4.10a)
Jn, )u'
dove d = d(r) è Ia densità del corpo:

Mr*=[,ool,n (4.71a)

Nel caso di un sistema a due corpi di massa ry e rz, distanti tra loro ò (Figura
4.10) il centro di massa è dato dalla (4.12); scegliendo l'origine del sistema di rife-
rimento nel centro di massa, rcn= 0, per cui la (4.12) diventa:

m, (- r) + mrrr= 0 ,
che diventa:
rr/ r, = mr/ n4 , (4.r2a)

da cui, essendo \+ 12= 6, si ricavano facilmente le distanze r, e rr.


La forza peso che agisce su un corpo di massa M, sottoposto all'azione della gra-
vità, è la risultante di tante forze di gravità elementari quante sono le particelle ma-
Ba ri centro teriali di cui è costituito il corpo. Si definisce cerùro di graaità, o baricentro, di un
corpo il punto di applicazione della forza peso che agisce su di esso. Formalmente
esso è definito dalla coordinata ru data dalla seguente relazione, analoga alla
(4.1 1) :

Mg ,, = rn\g rr + mzg rz + n%g \ *...=)r*r8 ,,, (4.13)

dove Mg è il rrodulo della forza peso complessiva e 7r?ì g sono i moduli delle forze
peso agenti sulle singole particelle di cui è composto il corpo.
Come detto sopra, più correttamente per un corpo di dimensioni finite si im-
piega il calcolo integrale con cui la relazione (4.13) diventa (Figura 4.Bb):

Mgru --,,,,a<Òs'av (4.13a)

Il centro di massa, definito dall'equazione (4.11), coincide con il baricentro


(4.13) solo se l'accelerazione di gravità g è la stessa per ciascuna particella del si-
stema e questo è praticamente sempre vero per i sistemi biologici.

Figura 4.9
(a) Il baricentro di un semicerchio
si può individuare sperimental-
mente, sospendendolo da due
punti diversi e (b) in modo simile
si individua il baricenuo della 1o-
custa. Per la terza coordinata si
deve sospendere la locusta lateral-
mente.
4.4 Centro di massa e baricentro 83

Il baricentro di un corpo può essere facilmente individuato sperimentalmente


usando metodi di bilanciamento. Ad esempio il baricentro di un'asta è individuato
dal punto in cui essa è in equilibrio su un perno. Similmente, se si sospende un og-
getto ad un perno attorno a cui è libero di rrotare, quando l'oggetto è in equili-
brio stabile, il baricentro si troverà sulla verticale che passa per il perno, sotto di
esso: sospendendo il corpo in un altro punto si può individuare il baricentro,
come mostrato nei casi di Figura 4.9. L'Esempio 1.8 riporta il calcolo del centro di
massa di un semianello.

Gentro di massa di due corpi

Calcolare Ia posizione del centro di massa dei due corpi pun- -\ rt t n4 (20 crn- rr) = (mr- n\) \ + 20 mr= Q
tiformi mostrati in Figura 4.10. La distanza tra i due corpi è
d,=20 cm e le masse sono nq = 4 kg e 'rh=8k9. Assumere che da cui:
le due masse siano puntiformi.
rr = - 13'33 cm e
§OlUZiOng Ponendo l'origine del sistema di riferimento car-
tesiano x, 1, znel centro di massa (CM) e indicando con \ e 12 rz= d,- | r, | = ZO cm - 13.33 = 6.67 cm.
rispettivamente le coordinate (in y) delle due masse, abbiamo
una massa totale M = 4 kg + 8 kg = tZ kg. Dalla definizione di Come era prevedibile, il centro di massa è spostato verso la
centro di massa (4.11) applicata al caso proposto di due soli massa maggiore mr.Il centro di massa in caso siano presenti un
corpi abbiamo: terzo corpo di massa rar, o ulteriori corpi si ottiene eseguendo
1o stesso procedimento tra il centro di massa dei primi due
Mrcrr=m1 \ +m212, corpi (sempre puntiformi) e il terzo corpo e così via per even-
tuali altre masse.
Questa relazione vettoriale può essere scritta in forma scalare Nel caso di corpi estesi è necessario impiegare il calcolo inte-
ossenando che il centro di massa si trova in un punto della grale per ottenere la massa totale e la posizione del centro di
congiungente le due masse, che individua l'asse y. Gli altri due massa per ogni singolo corpo esteso.
assi x e z forniscono valori nulli per le coordinate xcM e zc.M.
Abbiamo dunque: )
I
M r.*= r\ (-rr) + m2 12 . Ct\4
m. ,, ', f, ffiz
a------- -4-+ -- -- j
Le coordinate x, y zdel centro di massa hanno valore zero, es- t'
./() v
sendo il centro di massa l'origine del sistema di coordinate.
Abbiamo allora:
Figuiaì4:10
n\ (-r) + mrrr= Q.
Ilsistema di riferimento x, ), z viene posto nel
centro di massa CM delle due masse puntiformi.
Inoltre, abbiamo Ir, I +ltl = d = 20 cm. Ottenendo
lrrl = Zo cm - I rr I e introducendola nella relazione prece-
dente si ottiene:
84 CA PIT0 L0 4 I fondamenti della Meccanica. Parte III

4.5 CENNI DI DINAMICA DEL CORPO RIGIDO


(TRASLAToRTA E RoTAToRTA)

Nei Capitoli 2 e 3 e nei paragrafi precedenti abbiamo considerato il moto (Di-


namica traslatoria) di corpi puntiformi e le condizioni di equilibrio (Statica) dei
corpi rigidi sia puntiformi sia non puntiformi. Per completare il quadro forniamo
ora un breve cenno di Dinamica traslatoria e rotatoria del corpo rigido non pun-
tiforme.
Se consideriamo Ia relazione (4.11),lavelocità del baricentro si ottiene deri-
vandone rispetto al tempo tutti i termini:

Dinamica rotatorìa ptllr=*,'q,**,d\-*..=)


- ,dt .
/_ti*,d1, G.r4)
deL corpo rigìdo dt dt dt
ossia

M an=m1.)t+m,u2+m.\a3+...=),m,a,. (4'15)

cioè, per quanto visto nel Capitolo 2, la quantità. di moto totale di un sistema di
particelle è uguale al prodotto della massa totale Mper la velocità del baricentro.
Derivando ulteriormente si ottiene:

M au=mta1 +mea2+m\o.3*...=) m,a,, (4'16)

e, sostituendo ai prodottin4a,le forze F, che agiscono sul sistema, si ottiene l'im-


portante risultato:
M au =),F,, (4.17)

cioè il baricentro di un sistema di particelle si muove come una particella di massa


M sotto f influenza della risultante delle forze esterne agenti sul sistema (le even-
tuali forze interne si eliminano a due a due per il terzo principio della Dinamica).
Ciò significa, ad esempio, che il moto di un corpo può essere descritto con il moto
del suo baricentro, indipendentemente dall'estensione e dalla forma del corpo:
un bastone lanciato in aria avrà il baricentro che descriverà una traiettoria para-
bolica, come previsto dalla Dinamica del punto materiale descritta nel §2.2c.
Dinamìca trasLatoria
deL corpo rigido Consideriamo ora i moti rotazionalf. I moti rotatori di corpi estesi sono originati,
come visto nel §4.1, da momenti di forze diversi dazero. Pertanto come una forza
genera una variazione dello stato di moto traslatorio di un corpo (2" principio
della Dinamica traslatoria), cosi il mommto di una forza generd, una uariazione del
moto rotatorio di un corpo (2' principio della Dinamica rotatoria). Ne segue che con
le opportune modiliche i principi e le leggi della Dinamica rotatoria riproducono
i principi e le leggi di quella traslatoria. In particolare, in analogia a quanto fatto
per le forze nel §2.3b per la (2.22), definiamo 11 mommto I della quantità d:i moto
(chiamato anche momento angolare) di un punto materiale A, rispetto ad un punto
O arbitrario, il prodotto vettoriale:
(=OAAma=r^q (4.18)
Figura 4.1 1

Vlomento ? della quantità di moto di


avendo sostituito al vettore OA il vettore r (Figura 4.1 1) . Se abbiamo un sistema di
un corpo di massa rz, definito ri-
spetto ad un punto O arbitrario che particelle (o un corpo), definiamo come momento totaleL della quantità d.i moto (o
si trova a distanza rdal corpo. mommto angolare totale) del sistema, la somma vettoriale dei singoli momenti delle
particelle o delle parti componenti il corpo:
4.5 Cenni dì Dinamica del corpo rigido (traslatoria e rotatoria) 85

=) n nl,' (4.te)
"=2,',
Se sulle particelle del sistema agiscono le forze F,, il momento risultante delle
forze rispetto al punto O è dato dalla relazione:

tvt=) ra,4. (4.20)

Applicando i principi della Dinamica alle particelle che costituiscono il si-


stema, si può dimostrare che per esso vale la seguente equazione di moto:

vt=il. (4.21)
dt

dove M è il momento delle forze esterne applicate al sistema e dL/ dt esprime la va-
riazione nel tempo del momento angolare totale, calcolato rispetto aun punto O ar-
bitrario.
Consideriamo ora l'applicazione della (4.21) al caso particolare del moto di ro-
tazione di un corpo rigido intorno ad un asse, come nel caso di Figura 4.2. Ricor-
dando le espressioni della velocità angolare ay (2.11) e (2.12) , e definendo il mo-
dllJo dell'accelerazione angolare media a^ e istantanea q di un corpo abbiamo:

d ---Aa e d,at
- a.=-
--i (4.22)
at dt'
osserviamo che la velocità z può essere espressa anche come prodotto vettoriale:

a=(Dr'.r,
(4.23)
pur di introdurre il vettore a), avente modulo o), direzione dell'asse di rotazione e
verso tale che, rispetto ad esso, la rotazione del sistema awenga in senso antiorario Figura 4.12
(Figura 4.12). Se associamo al generico punto P, del corpo una piccola rlirassa r\, Il corpo elissoidale ruota con velo-
il momento della quantità di moto (,., di tale massa, calcolato rispetro al punto O,, cità angolare rr;. Esso è costituito
proiezione di P, sull'asse di rotazione, è dato dalla (4.18) dove sostituiamo al posto da elementi di massa rnq che si tro-
di u la (4.23): vano a distanza 4 dall'asse di rota-
zione. I1 momento d'inerzia del
{, =Pp, A mp = 4 n m,.(a n rr), (4.24) corpo è dato dalla relazione che si
ottiene sommando i prodotti 1442
il cui modulo, tenendo presente che r, è perpendicolare ad o) e a a, risulta essere: per tutti gli elementi in cui è stato
suddiviso il corpo.
(, = a mrrr2 (4.2b)

Ripetendo il calcolo per tutte le piccole masse m,incui abbiamo scomposto il


corpo, il momento angolare totale, nella direzione dell'asse di rotazione, ha
modulo:
, =2,t, =) m.r;a = Ia, (4.26)

dove abbiamo introdotto la quantità scalare:

I =),m'r'2 (4.27)
'

chiamata momento d'inerzia del corpo rigido rispetto all'asse di rotazione. Se proiet- Momento d'inerzia
tiamo I'equazione generale di moto rotatorio di un corpo rigido (4.21) sull'asse di
rotazione, che assumiamo come asse z, si ottiene, essendo il momento d'inerzia I
86 CA PiT0 L0 4 I fondamenti detla Meccanica. Parte III

costante:
dL d(I.a\ l.Ga\ (4.28)
'dtdtdt
Questa relazione rappresenta l'equazione di moto di un corpo rigido intorno
all'asse di rotazione e può essere scritta anche in forma vettoriale.
Utilizzando la (2.72),1'energia cinetica di un corpo rigido in rotazione può es-
sere scritta in modo compatto per la (4.23):

Energia cinetica dj rotazione E. =>,r*,,i =),!4r',i =1r'§ *.r'=!I*'


2 2i It 2
(4.2e)

Si può facilmente constatare I'analogia fra le relazioni relative al moto tra-


slatorio di un corpo (2.21), (2.24) e (3.23), rispettivamente, con le (4.28),
(4.27) e (4.29) del moto rotatorio. a patto di sostituire allo spostamento li-
neare Às lo spostamento angolare A?(t), alla velocità lineare u quella angolare
at(l), all,accelerazione lineare a quella angolare q(1\, alla massa ,?? il momento
d'inerzia I, alla forza F il momento della forza M e alla quantità di moto q il
momento angolare totale L. Questa analogia si estende anche alla conserva-
zione della quantità di moto totale di un sistema: infatti, nel caso del moto
rotatorio, si ha la conservazione del momento angolare secondo cui in un si-
stema isolato il momento angolare totale del sistema si consenta,
Un esempio della consenazione del momento angolare consiste nell'aumento
della velocità angolare di un pattinatore in rotazione su se stesso quando awicina le
braccia al corpo. Infatti, trascurando l'attrito dei pattini con il ghiaccio, il momento
angolare totale del pattinatore L = Ia si conserya. Quando awicina le braccia al
corpo, cioè all'asse di rotazione, perla (4.27), diminuisce il momento d'inerzia 1, dato
che una parte del corpo nrotante diminuisce la propria distanza r dall'asse di rota-
zione e, dovendo L= Ittl restare costante, ne risulta un incremento della velocità an-
golare a; (vedasi l'Esempio 4.1). In Tabella 4.1 sono riportate le grandezze e le rela-
zioni della Dinamica traslatoria e della Dinamica rotatoria.

(1) La direzione dei vettori A0, a, a è la direzione dell'asse di rotazione.

TABflm 4.1 Analogia tra il moto ditraslazione e il molo di rotazione

TRASLAZIONE ROTAZIONE

As AE
a A+a=A^r
a, a
j= ma L= r tr tna= I 0)
F M =rnF
-dq M =dL
dt dt
,n I=)m
2r,
r'
F =ma u= tio
dq=o AL =0
E*=tmr? E*=t I a2
4.5 Cenni di Dinamica deI corpo rigido (trastatoria e rotatoria) 87

Il momento d'inerzia 1, definito dalla (4.27), va calcolato caso per caso a se-
conda della geometria e della distribuzione di massa (densità) nel corpo o nel si-
stema di particelle, come riportato nella Tabella 4.2. Come si vede il momento
d'inerzia, oltre che dalla conformazione del corpo, dipende dalla posizione
dell'asse di rotazione.
La Dinamica rotatoria, pur avendo grande importanza nei movimenti biolo-
gici, spesso comporta lavori meccanici o energie trascurabili: per questo motivo, e
a causa della sua notevole complessità, non viene sempre considerata nei bilanci
energerici.

Ad esempio nel caso d,el padolo compostacitato nel §3.4b, I'oscillazione d.i un
corpo rigido appeso per il suo baricentro ad un punto fisso (perno appartenente
al corpo) deve soddisfare il 2' Principio della Dinamica rotatoria M = Ia (Tabella
4.1) dove 1è il momento d'inerzia del corpo rispetto al perno O (Figura 4.13):

TOBELIA ([t2 Momenti di inezia pe] varie geometrie e diverci assi di rotazione
' (/!l massa del coruo)

anello o guscio cilindro cavo


cilindrico sottile
I=MR2 I:lru1nr2+nrz)

cilindro pieno piastra rettangolare


o disco

t:7 MRz
r: ju62 + u2)
2

l'- "

sbarra sottile
con I'asse di rotazione
passante per il centro

t=LuR2
12

sfera piena guscio sferico


sottile
r:Z5 un2
r: lun2
88 CA PIT0 L0 4 I fondamenti detla Meccanica. Parte III

-rnglseno= AL. ) (4.30)

che, come nel § B.4b per sen ,;-" r,-


^-;.rr:f
q+=-*s-t o, (4.31)
dt2 I
la cui soluzione è, come in §3.4b:

mg A = 0o sen (@t- + 0), (4.32)

ffi
Un pendolo composto o Iisico è
dove fl è l'angolo iniziale di oscillazione e dove:

un corpo rigido girevole intorno


ad un perno O, diverso dal suo
,= ^@-
Vr eilperiodo r =4=zn
0) (4.33)
centro di massa.
Si confrontino queste relazioni con quelle del pendolo semplice net §3.4b.

Una pattinatrice artistica comincia a piroettare con una ve- e, in termini di rotazioni al secondo, si passa da 1.75 a 2.9 re
locità angolare iniziale @r: 3.5 n rad s-l tenendo le braccia tazioni al secondo.
distese. Quando ripiega le braccia, calcolare (1) la velocità (2) Dalla (4.29\ la variazione relativa dell'energia cinetica
angolare a, e (2) la variazione relativa di energia cinetica, sarà:
se il momento d'inerzia /, con le braccia piegate è il 60% di
quello 1, con le braccia distese. AEK
E*, -itr';-it,'?
Ex-Ett2-EKl trr,r?
-

SoluziOne (1) Quando la pattinatrice ripiega le braccia, di-


2"
minuisce la distanza r dall'asse di rotazione di una parte del r,)(r.as")' -i1, (s.s"f
co{po e, per la definizione di momento d'inerzia (4.27), siha _ *(o.o = 0.668,
una diminuzione del momento d'inerzia. Per la conserv'azione lr,1s.s";'
9
del momento angolare (la rotazione awiene praticamente
senza attriti) (4.26) L = /ar abbiamo: cioè I'energia cinetica di rotazione finale aumenta di circa il
67Vo quandolapattinatrice chiude le braccia. Questo aumento
Irttl, = Ira*
è uguale al Lavoro eseguito per piegare Ie braccia.

,-' =Lr. = It .z.b n rad s-t =


12 0.61'
=5.83 n rad s-1,
4.5 Cenni di Dinamica deL corpo rìgido (trastatoria e rotatoria) 89

Traslazione e rolazione su un piano inclinato

Si consideri il caso di un cilindro pieno che rotoli lungo un corpo cilindrico pieno di raggio R= 7.5 cm e massa 3 kg si cal-
piano inclinato senza strisciare: valutare l'energia cinetica e la coli la sua velocità finale lungo il piano partendo con velocità
velocità del cilindro a fine corsa. Considerando i dati nulla.
dell'Esempio 3.4: piano inclinato di 40', lungo 60 cm e un

Figura 4.14
Un cilindro pieno rotola sul piano inclinato:
per rotolare è necessaria I'azione di una
forza d'attrito che ne permetta Ia rotazione,
altrimenti in assenza di attrito il corpo scivo-
lerebbe senza ruotare.

Solttzione I1 rotolamento senza strisciare del cilindro è possi- m gsen9 gsend


bile se è presente wna forza di attrito statico (vedi §4.7) nei u=__ I _ ,
I
punti di contatto con il piano. Questa forza di attrito non pro- **
duce lavoro dissipativo (almeno idealmente) poiché i punti ai
R' '* rr{
quali è applicata sono istante per istante fermi durante il moto
del corpo, cioè si può considerare il corpo come istantanea- in cui compare evidente, rispetto al caso della traslazione pura,
mente ruotante attorno ad un asse passante per i punti di con- l'effetto della rotazione e del particolare momento d'inerzia
tatto con il piano (Figura 4.14). del corpo (cilindro pieno, vedi Tabella 4.2). L'energia cine-
Le forze agenti sul cilindro in rotazione sul piano inclinato tica totale si esprime, considerando sempre il puro rotola-
sono la forza peso sul cilindro di massa rz e raggio -R, la rea- mento, come (Tabella 4.1 ) :
zione vincolare Ru che si oppone alla componente della forza
I , 1.2 I
peso verticale al piano e la forza di attrito Fn. Il moto del cen-
tro di massa del cilindro lungo il piano è determinato dalla
- =-mu'+-lu'=-ma'
E. ' *--lla2
2 2 2 2R',
componente della forza peso parallela al piano e dalla forza di
attrito ad essa contraria: =iu.*),
mgsen9 - Fr,= ma'
Il modulo del momento Mdellaforza di attrito, considerato ri- Ricordandola(3.25) Z= Fs = mas = /Ep essendoilper-
spetto a un asse di rotazione passante per il centro di massa, ri- corso s uguale a {, si può ottenere la velocità finale:
sulta (vedi la Tabella 4.1):
l/ * 1\ , ms(.sen9
o('(? AE = E *^,=
M = Fo R= ra= r+ =, = *,
=
,\* *, )r'
dt dt =, +,,@
Rdu **
R:
da cui si ottiene:
da cui:

FN =4. ., _2 gl-sen9
R''
dove 1è iI momento d'inerzia del corpo che rotola (cilindro
l+-;I
R"
pieno) rispetto all'asse di rotazione passante per l'asse cen-
trale del cilindro. La prima relazione diventa:
Si confronti questa espressione con la (3.45) per osser-vare l'ef-
fetto del rotolamento. Dalla Tabella 4.2 il momento d'inerzia
mg'sen o-!=*o,
R' del cilindro pieno è:

da cui si ricava l'espressione dell'accelerazione a: I=!mR'.


2

che, inserito nella precedente espressione con i valori nume-


rici dell'esempio, permette di calcolare la velocità cercata:
90 CAPIT0 L0 4 Ifondamenti della Meccanica. Parte III

Traslazione e rolazione su un piano inclinato - continua

vato all'inizio,laforza di attrito non compie lavoro dissipativo


O e1*"0 O st*"0 -l'94 ms-' = 1.29 ms-' e, quindi, non ha effetto nel diminuire l'energia cinetica e la
t/- m.R' 1 1.5 velocità). Infatti, parte dell'energia potenziale di caduta U=
1+L" 1+-
m.R' 2 mg {sen9 viene trasformata in energia cinetica di rotazione e,
quindi, per la conservazione dell'energia totale, l'energia ci-
Come si vede Ia velocità finale è minore di 0.65 m s-1, cioè del netica di traslazione risulta inferiore e così Ia velocità.
34Vo, rispetto a quella in assenza di rotolamento (come osser-

4.6 ] ELASTICITÀ E LEGGE DI HOOKE

1
Abbiamo finora considerato corpi rigidi, cioè non deformabili. In natura tutta-
I

4 via i corpi sono tutti defomwbili, alcuni in modo quasi impercettibile, altri invece
presentano deformazioni rilevanti anche per piccole forze applicate. Un corpo so-
I

lido si definisce elastico se riprende la sua forma originale una volta rimosse le
'l cause che lo hanno deformato. Al contrario, si dice plastico qualora Ia deforma-
T
AT zione permanga nel tempo, anche eliminandone le cause. In natura tutti i corpi
+ possono essere considerati elastici purché la deformazione sia sufficientemente
piccola. Per i corpi elastici si riscontra sperimentalmente una proporzionalità fra
laforza applicata e la deformazione (allungamento o compressione) (3.16). Que-
sta legge, conosciuta come legge di Hoohe, è già stata ttTlizzata nel § 3.2e, nello stu-
dio del moto armonico di un punto materiale sottoposto ad una forza di richiamo.
La legge di Hooke, quando la deformazione consiste nell'allungamento di un
tigurar4,tS corpo (Figura 4.15) , si scrive:
La forza applicata (sotto forma di
forza peso p) allunga l'asta la cui
lunghezza passa dal valore iniziale
F _A.e (4.34)
{ al vaiore fnale 4 +A4. Se il mate- AI
riale dell'asta si comporta in modo
elastico, l'allungamento è propor- dove F è il modulo della forza applicata, A l'area della sezione del corpo, A( l'al-
zionale zlla forza applicata. lungamento ed (, la sua lunghezza iniziale. La costante E, chiamata modulo di ela-
sticità di Yoamg, si misura in N m-2; essa dipende dal materiale che costituisce il
corpo ed è tanto maggiore quanto meno il corpo è deformabile. Nella Tabella 4.3
sono riportati i moduli di Young per vari materiali.

TABELLà 4J wtouuto diYoung per diuersi mate]iali

MATERIALE E (ru m-z; MATERIALE E (N m-'?)

2 . 10rr legno duro 1 . 1010


vetro 7 . 1010 tendine 2 .707
mattone 2. 1010 cartilagine (costole) 1.2-107
ossa (lungo l'asse) trazione 1.9 . 1010 gomma I .106
ossa (lungo I'asse) compressione 0.9 . l0r0 vasi sanguigni 2.105
4.7 Le forze di attrito 91

Ilrapporto F/A= o prende il nome di sfono (sfress) mentre l'alluhgamento rela-


tivo A( / ( = s quello di stirammto (strai.n), per cui \a (4.34) assume anche la forma:

o = Et,. (4.35) Deformazione dì l.un ghezza

La legge di Hooke può essere scritta anche per deformazioni di volume o di


membrane. Essa assume per i volumi la forma:

Deformazìone votumetrica
,V= -KAV
Ao (4.36)

dove /p è la variazione di pressione subita dal corpo di volume V, Kè chiamato mo-


dulo d.i, compressione e dove il segno meno sta a indicare che a un aumento di pres-
sione corrisponde una diminuzione di volume 114 Nel caso delle membrane si ha:

F ,/S (4.37) Deformazione di superfi cie


f.s
dove F/ ( è la forza applicata per unità di lunghezza del contorno { della mem-
brana, S la superficie iniziale della membrana e À la costante elastica della mem-
brana.
F""^

4.7 LE FORZE DI ATTRITO

Figura 4.16
Le ftme ùi attrito tra i corpi hanno l'effetto di impedire il loro moto reciproco. (a) Un corpo striscia da A a B
In particolare tali forze si esplicano a livello atomico e molecolare con una miriade percorrendo un tratto s.Laforza
di interazioni tra i livelli energetici degli orbitali (Capitolo 24: Materia e radia- d'attrito Fo compie un lavoro re-
zioni) e tra i materiali a contatto. sistente dato daZ* = - { s.
Dal punto di vista macroscopic o, le fone di attrito hanno la caratteristica di op- In (b) il corpo è strisciato da B
porsi al moto del corpo e in generale possono essere espresse dalla relazione: ad A e la forza d'attrito (che si
oppone sempre al moto) compie
un lavoro 4,n = -4 s. Il lavoro to-
4 = -.f ", (4.38)
tale lungo la traiettoria chiusa da
AaBediritornoadAè
dove il segno meno rappresenta il fatto che queste forze si oppongono al moto del
L,or,.* = -2 F^ s, certamente di-
corpo e dove /è un coefficiente, di solito assai complesso, che dipende dalla geome- verso da zero (essendo comun-
tria del corpo, dalle caratteristiche fisiche sue e del mezzo in cui si mlrove. Dalla Fi- que d + 0 e s* 0): la forza d'at-
gura 4.16 risulta evidente che Ie forze di attrito non sono coraeraatiae (sono dissipatiae) . trito non è conseruatiua.
In generale si distinguono due tipi di forze d'attrito. Per mettere in moto un
corpo, appoggiato su un piano, è necessario applicare al corpo una forza F supe-
Forze di attrito statico e di
riore alla forza di attrito statico \., la quale è proporzionale al modulo della rea-
attrito cinetico
zione vincolare N subita dal corpo a causa del proprio peso P (Figura 4. 17) :

F=4, =p,N, (4.3e)

dove trr. è chiamato coefficiente di attrito statico e dipende dalla natura delle su-
perfici di contatto tra corpo e piano d'appoggio. Quando il corpo è in moto e stri-
scia sul piano, laforza di attrito che si oppone al moto diminuisce, pur restand<r
proporzionale aN (forza di attrito dinamico o cimetico):

F., = P,N (4.40)


'
92 CAPIT0L0 4 Ifondamenti de[[a Meccanica. Parte III

dove p. è il coefficiente di attrito cinetico corr p( < p.: ci l'uole infatti più forza per
far partire una slitta che per mantenerla in moto.
Per provocare il moto è necessario che il modulo della forza agente Fsia supe-
riore alla forza di attrito statico. Per mantenere lo stato di moto è necessario che la
forza agente Fsia superiore o uguale allaforza di attrito dinamico.
E interessante considerare in che modo è possibile misurare il coefficiente di
attrito statico p.. Riprendiamo il moto di un solido sul piano inclinato (§ 3.4a e Fi-
gura 3.9) nel caso in cui gli attriti non siano trascurabili, l'accelerazione viene cal-
colata tenendo conto della componente perpendicolare al piano inclinato, re-
sponsabile dell'attrito statico: &t = lt" g cos0 e quindi I'accelerazione complessiva
p=mE (vedi la (3.42) in assenza di attrito) risulta:
Figuti4.17
a= g(sen0 -p.cos0). (4.41)
Quando aumenta laforza normale
alle superfici di contatto, aumenta
in modo proporzionale il contatto In condizione di equilibrio a=0e quindi
microscopico tra le superfici e
quindi cresce la forza di attrito che sen0 - pr. cos9 = 0 da cui lt"= tg9,
è necessario superare per mettere
in moto il blocco.
Sfruttando il piano inclinato si può determinare il coefficiente d'attrito statico
tra il particolare corpo e il piano semplicemente misurando l'angolo 0 oltre il
quale il corpo inizia a scendere lungo di esso.

Forze di altrito su un'autouettura in curva

A quale velocità massima un'autovettura, di massa rz = 1500 kg,


può affrontare in una strada piana una curva avente raggio
r= 40 metri. Si assuma il coefficiente di attrito statico tr. = 0.5.

§OlUZiOng L'autovettura si muove in curva di moto circolare


uniforme con velocità periferica z e quindi è soggetta ad una
forza centrifuga controbilanciata dalla forza centripeta dovuta
all'attrito tra pneumatici e asfalto. La traiettoria è un arco di
circonferenza di raggio rserrza spostamento lungo re il coefti-
ciente di attrito rilevante per questo caso è quello statico l.r^
dato dalla (4.39), dove Nè la forza peso dell'autovettura:
N=mg.
L'accelerazione centrifuga è data dalla (2.13) a = ù / r, per cù
il massimo di velocità si awà all'equilibrio: ,,[ig,gra 4.!,§,
Autovettura in curva.
purn g = mù/r,
da cui abbiamo:
Nel caso di un treno su rotaie in curva, la forza centripeta è for-
t)= lto gr =0.5 9.8ms-240m =14ms-l =50.4kmlh. nita dal sistema che tiene fisse le rotaie.
Prob[emi 93

Rraprroco DErrE GRANDEZZE FISICHE E UNIT6 DI MISURA

Sistema Internazionale Sistema C.G.S. Sistema pratico

momento di una forza M newton metro (N m) dyma centimetro (dyn cm)


momento angolare (,L m'Kg s - cm-gs'
guadagno meccanico G grandaza priua di d,imensioni
momento d'inerzia I kg *' g cm2
angolo 0 radianti radianti gradi sessagesimali
velocità angolare a) radianti s-i radianti sl gra0l s ^

accelerazione angolare a radianti s-2 radianti s2 graol s '


modulo di elasticità di Young E N m-2 dyna cm-2
modulo di comprensione K N m-2 dyra cm-2
costante elastica di membrana À N m-2 dyea cm-2
sforzo (stress) o N m-2 dyna cm-i
stiramento (strain) e grandezza piua di dim.cnsioni
coefficiente di attrito statico p, grandczza priua di dimensioni
coefficiente di attrito cinetico p. grandnza priua di dimensioni

PRoaremr
4.1 Un disco metallico A ruota liberamente intorno all'asse di 25 m s-l relativa al suolo. Calcolare ia conseguente ve-
verticale passante per il suo centro, compiendo 2400 giri locità angolare dell'uomo e della piattaforma.
al minuto. Un secondo disco B. il cui momento d'inerzia
è nove volte quello del disco A, è disposto sullo stesso asse
4.5 Lln operaio pone una leva lunga 2.5 m sotto un masso pe-
sante 300 kg. Il fulcro della leva si trova a0.2 m dal punto
fermo ad una certa distanza sopra il disco A. Il disco B
r.iene lasciato cadere su A, dopo di che i due dischi ruo-
in cui la leva tocca il masso. Calcolare laforza necessaria
a sollevare la roccia.
tano insieme con la stessa velocità angolare. Qual è il va-
lore della velocità angolare comune ai due dischi ? 4.6 Indir'iduare il centro di massa del pezzo meccanico costi-
4.2 IÌ centro di una noce inserita in uno schiaccianoci dista
tuito da un disco del diametro di 5 cm e alto 2 cm unito
ad una sbarra cilindrica di raggio 1 cm e lunga 15 cm co-
dal fulcro 40 mm; se l'attrezzo è impugnato in modo che
stituita da un materiale omogeneo con l'asse passante per
il centro del palmo della mano sia a 14 cm dal fulcro, qual
è il guadagno meccanico che ne risulta ?
il centro del disco.
4,3 In una bilancia a bracci disuguali un corpo di peso
4.7 Un'auto con il suo guidatore ha una massa di 1400 kg. Da
una velocità di 25 m/s l'auto frena fino ad arrestarsi in
h = 70.48 grammi viene equilibrato da un peso
180 metri. Vallrtare la forza totale di attrito tra strada e
pr= 9.95 grammi. Calcolare il rapporto fra le lunghezze
dei due bracci.
pneumatici (nell'ipotesi che tale forza sia costante). La
frenata an'iene senza slittamento delle ruote.
4.4 Un soggetto di 80 kg di trova sul bordo di una
massa si
piattaforma circolare e omogenea di massa pari a 150 kg
4.8 Un righello dl un metro, appeso ad un estremo, oscilla
come un pendolo reale. Determinare il suo periodo di
con un diametro di 8 m, libera di ruotare intorno al pro-
oscillazione. Quale dovrebbe essere la lunghezza di un
prio centro. L'uomo, solidale con la piattaforma, lancia
pendolo semplice con lo stesso periodo?
tangenzialmente un corpo di massa di 1.5 kg alla velocità
o
o
+,
È
Biomeccanica IE
(J

5.1 INTRODUZIONE

Negli ultimi anni Ia Biomeccanica, nel contesto degli studi medico-biologici, è


diventata sempre più importante, non solo per i notevoli risvolti terapeutici, che
hanno rivoluzionato in gran parte la chirurgia dell'apparato locomotore con pro-
tesi interne ed esterne all'organismo, ma anche a causa del notevole interesse e svi-
luppo degli studi'medici connessi con I'attività sportiva. Lo sport, che a livello ele-
mentare, può essere definito come il bisogno di movimento, è divenuto una delle
attività umane socio-economiche di maggior rilievo, non solo per quanto riguarda
il miglioramento di record e prestazioni da parte degli sportivi professionisti, ma
anche per la grande diffusione tra le masse di molte discipline sportive. I concetti
della Meccanica applicati alla fisiologia dell'apparato locomotore sono appunto le
fondamenta su cui si sviluppano gli studi e le ricerche di Medicina sportiva.
Questo capitolo fornisce una breve panoramica delle applicazioni medico-biolo-
giche dei concetti della Meccanica svolti nei Capitoli 2,3 e 4. Queste nozioni sono
qui applicate ai sistemi biologici, descrivendo, tra 1'altro, I'equilibrio di alcune arti-
colazioni, le condizioni di frattura ossea, la contrazione muscolare e alcuni aspetti
della locomozione umana e animale.
La Meccanica del sistema respiratorio viene trattata nei Capitoli 7 e 8, essendo
strettamente connessa con i fenomeni di Dinamica dei fluidi e di viscoelasticità di
membrane. Cenni di Meccanica del volo animale sono forniti al termine del Capi-
tolo 7, dato che vengono applicate alcune nozioni svolte nel Capitolo 6.

5.2 EQUILIBRIO DI ARTICOLAZIONI

Le articolazioni nei sistemi biologici dotati di eso- o endo-scheletro sono costi-


tuite da strutture a snodo che ne permettono il movimento, il cui equilibrio è de-
terminato dall'azione di forze peso, di reazioni vincolari e di forze di trazione mu-
scolare. Le condizioni di equilibrio (4.3) e (4.4) corrispondono, in generale, a 6
relazioni scalari, relative alle componenti dei vettori R e M, lungo i 3 assi coordi-
nati x,y,z, che devono essere contemporaneamente soddisfatte:

-Fì+L +-F] +,..=À, =0 (5.1)


Condìzìoni di equi[ìbrio
4, +q +4, +...=rR =0 _l
(5.2)
Fr,+ Fr"+ Fu" +...=rR- =0 (5.3)

95
96 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

l*,. + M,, + Mu* +... = Mr* = 0


(5.4)
1M. + Mr, + M^,_ +... = M., = 0 (5.5)

1,,. +Mr,+Mr. +...= Mr.=4. (5.6)

La ricerca dell'equilibrio si semplifica notevolmente se si introduce l'approssi-


mazione, piuttosto buona nella maggior parte dei casi, di considerare le forze gia-
centi tutte nello stesso piano. Infatti, avendo l'awertenza di scegliere il punto O,
rispetto a cui calcolare i momenti delle forze, appartenente al piano, come mo-
strato in Figura 5.1, le condizioni (5.3), (5.4) e (5.5) sono automaticamente sod-
disfatte e l'equilibrio è determinato dalle sole tre relazioni (5.1), (5.2) e (5.6).

In generale lo scopo dello studio dell'equilibrio di un'articolazione, è quello di


Condizioni di equiLibrio
conoscere, oltre il funzionamento dettagliato, l'azione di alcune forze che sono in
sempLificate
parte o completamente incognite.
A titolo di esempio, studiamo ora l'equilibrio dell'articolazione dell'anca, la cui
struttura anatomica è mostrata in Figura 5.2, mentre nel paragrafo successivo ver-
ranno trattate alcune articolazioni che si comportano come 1eve. L'articolazione
dell'anca è costituita dalla testa del femore che si inserisce nella cintura pelvica in
una cavità, chiamata acetabolo. Tra Ia testa del femore e 1'acetabolo vi sono carti-
lagini che garantiscono il movimento reciproco quasi senza attrito.
Consideriamo l'equilibrio quando il soggetto è in piedi su un piede solo e sup-
poniamo che il sistema sia isolato e che le forze agiscano tutte nel piano uerticale
passante per l'articolazione (Figura5.2). Le forze che agiscono sul sistema sono: Ia
forzaE di trazione dei muscoli abduttori (glutei) che agiscono sul trocantere mag-
giore, di modulo incognito, ma diretta a circa 70" rispetto all'orizzontale;laforza
Equi Li b rio de[L'artjcotazion e peso della gamba P* diretta verticalmente, applicata nel baricentro della gamba e
deLL'a n ca avente modulo pari a circa l/7 della forza peso P del corpo; la reazione vincolare
N del suolo, doluta allaforza peso P, uguale ad essa in modulo e direzione, ma con
verso opposto; e, infine, laforza R che agisce sulla testa del femore, totalmente in-
cognita, Ia quale tiene conto della forza peso del corpo (senza la gamba sotto-
stante) che si scarica sull'articolazione. Vogliamo appunto determinare questa
forza in condizioni di equilibrio del sistema.
Scegliamo il punto O, rispetto a cui calcolare i momenti delle forze suddette,
coincidente con la testa del femore. In questo modo il momento della forza R sarà
nullo (il braccio è zero) Mn = 0. Visto che ci limitiamo al solo piano verticale x,y

tigura 5.1
Le forze F, Fr, F, e il punto O ap-
partengono al piano. I momenti di
queste forze rispetto ad O sono
quindi ortogonali al piano, hanno
cioè diversa da zero la sola compo-
nente lungo 1'asse z.

L
5.2 EquiLibrio di articolazioni 97

,:, F,,Lgùfà',5,i1,:i
Rappresentazione schematica del-
l'a:ratomia (a) dell'anca e (b) della
b) gamba, con 1e forze che agiscono per
consentire l'equilibrio del corpo su
un piede solo. Tutte le forze e il
punto O appartengono al piano
della pagina. La coordinata z è orto-
gonale a-1la pagrna. Le distanze geo-
metriche riportate sono necessarie
per il calcolo dei momenti.

/"i

Articolazione deL['a nca

(Figura 5.2),per quanto visto sopra, le condizioni di equilibrio si riducono alle


(5.1), (5.2) e (5.6):

(5.7)
[F,*f*+l/,+R,=0
lo*r+N+R=0
s'/ r Ì (5.8)
l' (5.e)
lM**Mrn+MN,+Mr,=0
che, facendo riferimento ai dati numerici di Figura 5.2, diventano:

l')r. cos70'-R,=0
sen70'-\-7/7- P+P=0
(5.10)

(5.11)

7 cm sen70" +7/7 . P.3 cm-P. iI cm :0, (5.12)


["
fi$.É.gi:,5:i:É1
dalla (5.12) si ottiene F = 1.61 P, che inserita nelle altre due, fornisce R.=0.55 P e Rappresentazione dei vettori (a) F e

4=2.37 P Ne risulta che À= lai*al=2.43 Pe che I'angolo rispetto all'orizzon- (b ) Rdeterminati da1le condizioni di
equilibrio del sistema schematiz-
tale formato dal vettore R è dato da 0 = arcos R,/R= 76.9" (Figura 5.3).
zato in Figura 5.2.
98 CA PII0 L0 5 Biomeccanica

Su questi risultati si possono svolgere varie considerazioni. Prima di tutto è ne-


cessario osservare che Io stato di equilibrio su un solo piede è una condizione nor-
male nella deambulazione, in cui si passa alternativamente dall'equilibrio su un
piede all'equilibrio sull'altro piede.
Il risultato dell'equilibrio fornisce vnaforza R che agisce sulla testa del femore,
dal modulo assai rilevante, pari circa due volte e mezzo la forza peso P del corpo:
ciò significa che lo sforzo sulle cartilagini di questa articolazione è notevole e che
ci si può aspettare una loro consistente usura nel tempo, fatto che spesso si verifica
negli anziani, con la necessità di sostituire I'articolazione con protesi.
Un altro risultato importante consiste nel particolare valore dell'angolo
d'azione 0 della forza R: è noto infatti che il tessuto osseo tende a crescere nella
stessa direzione dello sforzo a esso applicato, ecco quindi il motivo della devia-
zione della testa del femore, rispetto al resto del femore, che si osserva in Figura
5.2. Se, a causa di una frattura del femore, il soggetto è costretto ad un riposo
prolungato, laforza dei muscoli abduttori F si indebolisce. Ciò ha come conse-
guenza che l'equilibrio, nella deambulazione, viene garantito da una forza R di-
retta più verticalmente (al limite se fosse F = 0, R sarebbe verticale, come si può
verificare dalla relazione (5.i0). La testa del femore tende allora a crescere ad
un angolo maggiore del normale. Ne risulta un allungamento dell'arto, il quale
produce, per compensare lo sbilanciamento tra gli arti, una rotazione della cin-
tura pelvica e quindi una curvatura della colonna vertebrale (scoliosi). Per ov-
viare a ciò, è necessaio utilizzare un bastone, su cui si scarica una parte del peso
del corpo, per cui l'equilibrio viene permesso con valori di F inferiori al nor-
male, pur mantenendo la direzione di R quasi inalterata (Esempio 5.1).

Equilibrio dell'anca con ausilio del bastone

Si consideri il caso della Figura 5.2, dove parte della forza peso Si tratta ora di ripetere il procedimento svolto nel caso
del corpo (1/6) viene scaricata su un bastone, come schema- dell'equilibrio su un piede solo (Figura 5.2), con i dati della Fi-
tizzato in Figura 5.4. Valutare laforza F dei muscoli abduttori grra5.4. Le relazioni (5.7), (5.8) e (5.9) diventano:
e la forza R agente sulla testa del femore.
r'cos7o'-&= 0
I
SOIUziOng La forza peso del corpo P agisce sul baricentro .{ J'sen70" - R)- P/7 + (5/6) P=0
che ora si trova tra il piede e il bastone (Figura 5.4). Si tratta I

lr7 cm sen70" - (l/7)P 3 cm- (5/6) P(18- 7- 6)cm = 0,


quindi di individuare le reazioni vincolari del suolo sul piede e I
sul bastone. A questo scopo consideriamo le sole forze P, N, e
l'ultima delle quali fornisce 0.64 P che, introdotto nelle
-Pl6 e stabiliamone I'equilibrio. Per l'equilibrio traslazio-
Nr, =
prime due, dà:
nale, avendo tutte le forze la stessa direzione, si ottiene
Ne+ P/6- P= 0, da cui si ottiene N.= (5/6) P.Ladistanza dta e
I'asse baricentrale e la forza Nn si ottiene dall'equilibrio rota-
&=0'22P 4=7'29P,
zionale, valutando i momenti rispetto al punto A: da cui:

Np d- (P/6) 30 cm = 0,
À=1.31P e 0=80.3".
Come si vede la forza R sulla testa del femore è quasi Ia metà
da cui: di quella che abbiamo ottenuto nel §5.2 per l'equilibrio su un
d=5 P/N=6cm. piede solo, mentre I'angolo 0 si discosta poco dal valore di
circa 77" . L'appoggio sul bastone è dunque assai efficace.
5.3 Le Leve deL corpo umano 99

Equilibrio dell'anca con ausilio del bastone - continua

r.tig à.5l
Equilibrio dell'articolazione dell'an-
ca con parte del peso del corpo sca-
ricato su un bastone (vedasi Figura
5.2 e si ricordi ct,eP s=P / 7 ). I vet-
tori \ e N, rappresentano le rea-
zioni vincolari del suolo.

o
o
I
5cm o
7cm>:
o

LE LEVE DEL CORPO UMANO

Molte articolazioni del corpo umano si comportano come leve. Vediamo alcuni
esempi relativi ai tre tipi di leve.
L'articolazione su cui poggia la testa è una leva del primo tipo, come mo-
strato nella Figura 5.5, dove laforua resistente è rappresentata dal peso della te-
sta e la forza motrice è data dalla muscolatura estensoria tra Ia nuca e la base del
collo. Il capo può quindi ruotare e bilanciarsi a seconda del modulo di quest'ul-
100 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

tima. Come esempio calcoliamo il modulo dello sforzo muscolare F,,, richiesto
dai muscoli splenici per tener sollevata una testa del peso di 8 kg = 80 N, es-
sendo 2 cm Ia distanza dal fulcro dei muscoli splenici ed 8 cm quella tra fulcro
e baricentro della testa. Il sistema è vincolato per cui la (4.3) è automatica-
mente soddisfatta. Applichiamo quindi la condizione (4.4) in forma scalare poi-
ché i momenti delle forze, rispetto al fulcro, sono paralleli, giacendo Ie forze
nello stesso piano, e opposti. Per l'equilibrio si ottiene: 80 N . 8 . 10-2 m =
=F,,,.2. 10-2 m, da cui F,^= 320 N. I muscoli splenici esercitano quindi uno sforzo
notevole (pari al peso di un corpo di 32 kg) per poter mantenere la testa in po-
sizione eretta. La leva è svantaggiosa (guadagno G< 1).
In Figura 5.6 è mostrato rI piede in eleaazione sulle punte delle dita. Si tratta di
una leva del secondo tipo il cui fulcro è costituito dalle dita, la forza resistente {
dal peso che grava sulla caviglia elaforza motrice {,, dai muscoli del polpaccio, che
esercitano una trazione sul tendine d'Achille (Esempio 5.2).
F, F,,,
Nel caso di braccio e aoambraccio (Figura 5.7) abbiamo una leva del terzo tipo,
Figura 5.5 in ctri il fulcro è situato nell'articolazione del gomito, laforza resistente { è data
Leva di primo tipo: articolazione di dalla somma delle forze peso dell'avambraccio e del peso sostenuto dalla mano, e
appoggio della testa. la forza motrice è fornita dal bicipite brachiale. Possiamo renderci conto, appli-
cando l'equilibrio (4.4), a questa articolazione, perché è più faticoso tenere solle-
vati dei pesi quando il braccio è disteso (Figura 5.8a) di quanto non lo sia quando
il braccio è raccolto vicino al tronco (Figura 5.8b). Nelle due posizioni (a) e (b) si
ottiene:
F»ttn) h -F.h=0
tnta)
(5.13)

F_rr,ib*rb-F,.b,=0 (5.14)

da cui risulta facilmente:


Fh
ilt\nl ùt\ù1
Figura 5.6
o*r- 4,,;' (5.15)
Leva di secondo tipo: articolazione
del piede in elevazione sulle punte.
cioè gli sforzi muscolari sono inversamente proporzionali ai rispettivi bracci e, poi-
ché b,n,,,, è molto più piccolo di b,,,(b,, lo sforzo muscolare richiesto per sollevare un
peso nella posizione di Figura 5.8a è maggiore dello sforzo necessario nella posi-
zione di Figura 5.8b.

Iigu1a 5.8
(a) Articolazione del gomito co1
braccio disteso. (b) Articolazione
a) del gomito col braccio raccolto rt-
cino al tronco. La seconda posi-
zione è piir vantaggiosa della prima
poiché in questo caso il braccio 6,, è
maggiore.

Figura 5.7
Ler.a di terzo tipo: articolazione del
b)
gomito.
.r iJ -Yl'-t
/.4-,/

i-3"/ i,i.!litc
1.-, r -,-l

5.3 Le leve deI corpo umano 101

Figura 5.9
Articolazione del ginocchio. (a) La
presenza della rotula comporta un
braccio di leva rispetto al centro
istantaneo di rotazione maggiore ri-
fulcro spetto al caso (b) per cui in (a) er
sendo il guadagno maggiore, la
forza F,,, del quadricipite per effet-
tuare il movimento di estensione
della tibia è minore rispetto al caso
(b) in assenza di rotula. Il vettore P è
la forza peso della tibia e del piede
\-------' (forza resistente).
senso di rotazione
a) b)

Come il gomito, anche l'articolazione del ginocchio è una leva del terzo tipo, come
mostrato in Figura 5.9a, dove si evidenzia anche il r-uolo della rotula, che distanzia il
punto di applicazione della forza del muscolo quadricipite F,,, dal fulcro aumentando
il braccio 4,, rispetto al caso di Figura 5.9b, dove è schematizzato il ginocchio senza ro-
tula. La presenza della rotula comporta un maggiore guadagno e quindi la forza
espressa dal muscolo quadricipite per sollevare il piede risulta minore.

Un'altra leva del terzo tipo è rappresentata dalla mandibola, mostrata in Figura ,

5.10. A parità di forza motrice, il guadagno (4.6) di questa leva è maggiore in cor-
rispondenza dei denti posteriori rispetto a quelli anteriori, essendo b,2> b,1, cioè la
forza esercitata in corrispondenza dei molari è maggiore rispetto a quella eserci-
tata dagli incisivi e dai canini: F,r> F,r. Ciò comporta un diverso uso dei denti nella
masticazione. Infatti, laforza necessaria ai canini e agli incisivi per afferrare, lace-
rare o tagliare i cibi è inferiore a quella che i molari devono esercitare per rom-
pere e triturare. Figura 5.10
La mandibola costituisce, una leva
Osserviamo infine che, in generale, negli spostamenti del corpo umano si com- tipo. La forza resistente
de1 terzo è
binano pitì leve (sistemi di leae) , dello stesso tipo o di tipo diverso fra loro, per ela- maggiore per i molari rispetto a
borare un movimento e talvolta accade che la forza resistente in un primo stadio, quella degli incisivi e deì canini.
diviene la forza motrice nello stadio successivo del movimento.

Equilibrio del piede in sollevamento

Consideriamo un soggetto in equilibrio su un singolo piede mentre, per scrivere la condizione di equilibrio rotazionale, as-
quando sta alzando il calcagno (Figura 5.11) e calcoliamo la sumiamo il punto di applicazione della forza Fo come punto ri-
forza applicata dal tendine d'Achille sul calcagno quando il spetto a cui calcolare i momenti delle forze. Con i dati riportati
peso del corpo grava sulla pianta del piede. Assumiamo che il in Figura 5.1lb, l'equilibrio rotazionale risulta essere soddi-
piede si comporti come un corpo rigido, utilizzando i dati ri- sfatto dalla:
portati in figura. cm.F"- 5.6 cm Frcos (7') = 0,
10
la cui soluzione, in termini di F,,, fornisce:
§oluziong Chiamiamo Frlaforzaapplicata da1 tendine al cal-
cagno, F, laforza esercitata dalle ossa della gamba (tibia e fi-
buia) sul piede e F.la reazione r.incolare del suolo sulla pianta ,,,=#k=r.BF,.
del piede, causata dallaforza peso del corpo. Laforza peso del
piede è piccola in paragone a quella del corpo. L'equilibrio che, introdotto nelle due precedenti relazioni, consente di ot-
traslazionale richiede che siano soddisfatte le seguenti rela- tenere:
zioni:
1.8 f'p 0.993 + F,,= 2.79 4 = Fo cos 0
{ cos (7") + Fp-Focos 0 = 0
1.8 Fp0.l22 = 0.22 Fp= Fo sen 0,
fl,.sen(7") -dsen0=0,
702 CA PIT0 L0 5 Biomeccanica

Equilibrio del piede in sollevamento - continua

tendine
di achille
da cui quadrando e sommando si ottiene Fo= 2.8 Fo mentre di-
videndo membro a membro: Fr fibula
tibia
tg0=0.079 cioè e=5.5". talo
Si conclude che la tensione del tendine è quasi due volte la
forza peso del corpo, mentre Ia forza esercitata dalla gamba sul
tallone è quasi tre volte laforza peso del corpo. Il tendine di
Achille è dunque sottoposto a sforzi rilevanti, che diventano
ben maggiori quando il soggetto si trova in posizione accovac-
ciata sui talloni, come proposto nel Problema 5.1. a)

,.$§.q.i,!§rl1! (a) Anatomia semplificata del piede. (b) Dia-


gramma delle forze agenti su1 piede, trascurando il suo peso e le
forze interne (la struttura è supposta rigida).

Equ ilibrio tronco-vertebrale

Si consideri Ia statica di un soggetto pesante 60 kgr""" in posi-


zione eretta (Figura 5.12). Il baricentro del corpo è posto in
genera.le all'altezza del ventre e in pos.izione anteriore rispetto
alla spina dorsale. Il tronco poggia sulla spina dorsale e preci-
samente si può pensare che faccia perno sulla settima vertebra,
cosicché si può schematizzare il problema mediante una leva
del primo tipo. Valutare la forza dei muscoli dorsali utiliz-
zando i dati riportati nella figura.

§OlUeigng Chiamata F^la forza esercitata dai muscoli dor- rttlguia:&12.:


tronco e R la reazione vincolare sul ful-
sali, Fr la forza peso del Diagramma delle forze che
cro, abbiamo le due condizioni di equilibrio traslazionale e ro- garantiscono I'equilibrio del
tazionale: tronco.

R:F-+F, e F-a:Fob,
che, introdotti i valori numerici della figura, diventano:

,^ = oo tso.."
*+= f
R = 120 kgo."" + 60 kg** = 180 kgo."" = 18oo newton

4cm 8 cm
Da queste condizioni di equilibrio si ricava che sia la forza dei l-a---+-b
muscoli dorsali, sia lo sforzo R compressionale sulla vertebra, Fe
sono tanto minori quanto più il baricentro è allineato vertical-
R
mente con Ia spina dorsale. Nei soggetti obesi, in cui il bari- b)
cenffo è spostato in avanti, le condizioni di equilibrio sono
rese più diffìcili.
5.4 CarrucoLe e pulegge in Medìcina 103

CARRUCoLE E PULEGGE IN MEDICINA


-11_,
Le carrucole e le pulegge, descritte alla fine del §4.3, si presentano in anatomia
nel caso di varie articolazioni e in Oculistica, mentre in Fisiatria sono impiegate in
opportuni macchinari.

Ogni formazione anatomica che per struttura o funzione sia paragonabile a


una puleggia si chiama troclca.I 6 tipi di articolazioni mobili caratterizzate da una Troclea
forma a troclea di una delle superfici articolari e dalla possibilità di compiere mo-
vimenti di flessione,/estensione, e in alcuni casi anche di rotazione, si chiamano
troclcoartrosi. Queste sono l) la porzione mediale che si articola con la grande ca-
vità sigmoidea dell'ulna (articolazione del gomito), 2) la superficie articolare
dell'epifisi distale del femore (troclcafemoralenell'articolazione del ginocchio, vedi
Figura 5.13),3) Ia superficie articolare della faccia superiore dell'asuagalo (tro-
clea astragalica relativa all'articolazione del piede),4) e 5) le superfìci articolari
delle epifisi distali delle prime due falangi delle dita e infine 6) l'anello fibro-carti-
Iagineo (troclea del grande obliquo) su cui si innesta il muscolo del grande obli-
quo dell'occhio.

In Fisiatria e nelle palestre di fitness allo scopo di rinforzare i muscoli e/o di


agire terapeuticamente sulle articolazioni, vengono impiegate macchine di vario
tipo dotate di opportune carrucole e pulegge, come mostrato nella Figura 5.14 o
nel caso di trazioni al letto del malato. Le macchine dotate di carrucole hanno il
vantaggio di poter cambiare o invertire la direzione della forza peso: il carico da
sollevare viene trasmesso all'apparato muscolo-tendineo diminuendo il lavoro
dell'articolazione. Queste macchine possono riprodurre movimenti semplici o
complessi, per esempio anche dissociando e alternando il lavoro muscolare tra la
parte destra e sinistra del corpo.

muscoli estensori Figura 5.13


del ginocchio L'articolazione del ginocchio in
(quadricipite femorale) sezione sagittale. In estensione e in
femore flessione l'articolazione nel suo
puleggia complesso si comporta come una
puleggia, in cui tendini e lega-
borsa soprapatellare menti trasmettono le forze.
muscolo
plantare tendine estensore
membrana
patella
sinoviale
capsula borsa prepatellare
articolare
grasso infrapatellare

popliteo legamento crociato


anteriore
menisco laterale

muscolo
gastrocnemio borsa infrapatellare

muscolo legamento patellare


soleo
tuberosità tibiale
muscolo tibiale
tibia
posteriore
704 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

'FìgÌia 5;14:
Carrucola per trazione cervicale.
Un peso tramite la carrucola (non
visibile) trasmette la trazione alla
articolazione cervicale.

MANDIBOLA NEGLI ANIMALI


.?:?-:i LA
Come si comprende dai precedenti paragrafi, le condizioni di equilibrio mec-
canico comportano importanti effetti sull'anatomia delle strutture biologiche e
sulle loro differenziazioni evolutive tra le specie animali (come vedremo nel §5.8,
ciò si verifica anche per le strutture deformabili). Quale esempio di differenzia-
zione evolutiva di particolare interesse analizziamo qui l'articolazione della man-
dibola, confrontando quella dei rettili con quella dei mammiferi e tra questi ultimi
differenziando carnivori da erbivori.
MandiboLa dei rettiLi Visto che le funzioni meccaniche di ossa, muscoli e articolazioni ne determi-
nano in gran parte le dimensioni e le forme, consideriamo la mandibola inferiore.
Mandibo[a dei mammiferi
Per gli animali è spesso vantaggioso essere capaci di addentare e morsicare con
una forza di presa molto robusta. Questa forza dipende dall'intensità, dalla dire-
zione e dal punto di applicazione delle forze esercitate dai muscoli che causano la
chiusura delle mandibole. Ciò porta allo sviluppo di forme e dimensioni ottimali
delle mandibole, cui si aggiunge il fatto che le ossa dell'articolazione mandibolare
devono essere sufficientemente robuste per evitare la loro frattura o la slogatura
dell'articolazione.
Dai reperti fossili sappiamo che la linea evolutiva dei mammiferi si è sviluppata
da rettili molto simili ai mammiferi. Nel corso di questa evoluzione le dimensioni
dei muscoli attaccati alla mandibola inferiore sono progressivamente aumentate,
mentre quelle delle ossa dell'articolazione sono diminuite: questo apparente con-
trosenso viene spiegato con cambiamenti nella direzione e nel punto di applica-
zione delle forze muscolari che hanno modificato radicalmente I'equilibrio
dell'articolazione. Vediamo in quale modo.
Nella Figura 5.15 sono confrontate in forma schematica le tipiche mandibole
inferiori dei rettili (a) e dei mammiferi (b) . La prima è costituita da una barra, con
laforza muscolare F,, diretta verso l'alto e applicata in un punto non lontano dal
fulcro F dell'articolazione. Nel caso dei mammiferi la mandibola presenta una
struttura ossea chiamata processo coronoideo, cui si attacca il muscolo temporale che
applica trna forza F,,, diretta posteriormente verso I'alto. La forzaF^, dei muscol:i
rnasseteree pturigoideo è diretta in avanti e verso I'alto.
5.5 La mandibola neg[i animaLi 105

Figura 5.15
F,r Confronto fra la mandibola di un
rettile primitivo (a) e di un mam-
mifero (b).
fulcro (a) F,, è \a forza muscolare, men-
tre F, è la forza di reazione
.J' dell'oggetto morso. La rea-
I zione vincolare R si applica al

J.- Jl.
fulcro F dell'articolazione.
(b) Nella mandibola del manrrni-
.{R
lero le forze muscolari sono
F,,,, e F,r, e F, è la forza di rea-
zione causata dal cibo. Se le li-
a) b) nee di applicazione delle tre
lorze si intersecano in un
punto P, la reazione vincolare
R può essere nulla.

Quando wn rel:tile priruitiao (Figura 5.15a) esercita unaforza -F, sul cibo posto
sulla dentatura posteriore, si origina una forza di reazione +F, sulla mandibola
uguale ma opposta (diretta verso il basso). L'equilibrio traslazionale (4.3) viene
soddisfatto solo per una forza di reazione vincolare R sufficientemente intensa:

F,,=R+F,' cloe F-= R+F,, (5.16)

mentre, dato che il punto di applicazione di F,, si trova vicino al fulcro, l'equilibrio
rotazionale (4.4) , applicato rispetto al punto F(fulcro), comporta:

xo'F'
xr,,F, -xorR = 0, da cui P= (5.17)
xR

Ne segue che la forza muscolare richiesta è:

F =R+F =F ('.fi) (5.18)

La mandibola del rettile costituisce una leva del terzo tipo, con guadagno G infe-
riore ad uno (leva svantaggiosa):
(5.1e)
x,^ + x-

Quindi per esemPio se ivFr= 2 xoe F,= 1 newton, allora À= 2 newton e 4, = 3 new-
ton con un guadagno G=7/3 = 0.33. Dunque laforza F,esercitata sul cibo è mi-
nore delle forze R e F,, esercitate, rispettivamente, dall'articolazione e dal mu-
scolo. Owiamente Iaforza asente sull'articolazione costituisce un limite sulla forza
del morso del rettile e sulla dimensione della muscolatura che può essere utilizzata
con siclrrezza (altrimenti 1'articolazione si spezza o si scardina).
Nella mandibola dei mammiferi, la forza muscolare F,, è applicata proporzio-
nalmente a maggiore distanza dal fulcro, mentre è presente una seconda forza mu-
scolare F., (Figura 5.15b). Se tutte Ie linee d'azione delle forze F,,r,F.z e F. si incon-
trano in un punto, il momento di ciascuna di esse rispetto a questo punto è zero,per
cui l'equilibrio rotazionale richiede che anche per la reazione vincolare R la linea
d'azione passi anch'essa per lo stesso punto P. Inoltre, se la somma delle tre forze è
nulla, cioè se:
106 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

F,, + F* + F,= 0, (5.20)

non viene richiesta alcuna reazione vincolare R del fulcro per soddisfare I'equilibrio
traslazionale. Anche qualora la somma (5.20) non fosse esattamente zero, oppure le
linee d'azione delle forze non si incontrassero in un punto preciso, la reazione R ri-
sulterebbe comunque piccola, molto più piccola di quella del rettile. Ne segue che ri-
sulta adeguata un'articolazione di dimensioni più modeste, mentre Ia reazione vin-
colare sull'articolazione non limita le dimensioni della muscolatura mandibolare.
Tenendo presente che I'equilibrio rotazionale è soddisfatto e che ft = 0, dalla
Figura 5.16, più precisamente si ottiene, per I'equilibrio traslazionale:

I
F., cos0, - {, cos 6" + { cos 0, = 0
(5.21)
14,,...,4, + {,rseng, - {seno, = o.

Assumendo per semplicità 0r = 0z= 45" e ponendo F*r= k d, dove À rappre-


sentail rapporto tra la massa muscolare responsabile dellaforza{,, e quella dei
muscoli temporali, le (5.21) diventano:

-h
^ h-l
{e.*r. _o k+7
(b.22)
-'^, J,
da cui: [4*."4,
tso, =# e ,4 = F^,J**\t. (5.23)

Queste relazioni ci permettono di confrontare le mandibole di erbiuori con


quelle di canrioori. Questi ultimi impiegano i loro forti denti frontali per afferrare
la preda e lacerare le carni, mentre gli erbivori masticano il cibo triturandolo fra i
Mandibo[a dei carnivori molari. Pertanto la massa muscolare temporale dei carnivori corrisponde a circa
2/3 deLla massa mandibolare totale, mentre negli erbivori la massa muscolare tem-
porale è appena 11210 del totale. Per i carnivori quindi k= 0.b, da cui:

Figura.5.1,6
Schema delle forze che agiscono
sulla mandibola di un mammifero.
Poiché le linee di applicazione de1le
forze passano per lo stesso punto P,
la reazione vincolar-e R può essere
anche nulla. In realtà le tre linee non
passano con precisione per P, ma in-
tersecano una zona intorrro a P per
cui R è molto piccola e può essere
trascurata. l '\' ', ,.,-
_:.- -'--it, \. F. l

""",'---) x
5.5 La mandibo[a negti anima[i 707

ue =+t=-30,
e di conseguenza:

0, = 108.4o e F, *1.1 Fù, (5.24)

cioè la forza che agisce sulla preda è diretta anteriormente ed è circa uguale alla
forza dei muscoli temporali (Figura 5.17a).
Per gli erbivori É = 9 da cui: Mandibota degti erbivori

ur" = lrq =L.25,

da cui:

0,=51..3' e 4*91,, (5.25)

cioè la forza che agisce sul cibo è diretta posteriormente (Figura 5.17b) per favo-
rire la triturazione ed è 9 volte maggiore della forza dei muscoli temporali. Nei
due casi l'evoluzione ha modificato la struttura della mandibola secondo le neces-
sità delle specie.

ffi
(a) Equilibrio nel caso della mandibola di un carnivoro: la forza resistente F, è diretta in avanti,
permettendo ad incisivi e carrjni di azzannare e lacerare il cibo. (b) Equilibrio nel caso della man-
dibola di un erbivoro: la forza resistente F, è diretta posteriormente, per cui l'azione della man-
dibola sul cibo si esercita preferenzialmente con i molari (triturazione).
108 CA PITO L0 5 Biomeccanica

L:6 ., LEGGE DI H00KE APPLICATA A FRATTURE oSSEE

La legge di Hooke (4.34) è rappresentata nel piano sforzo-deformazioni per le


ossa umane in Figura 5.18, dove si può constatare che essa è valida solo per piccoli
sforzi (linee rosse) e che il modulo di Young in trazione è circa la metà di quello
in compressione. Questo significa che le ossa sono più deformabili elasticamente
in compressione di quanto non Io siano in trazione, in accordo con le esigenze fi-
siologiche cui di norma sono sottoposte. I punti rappresentano la rottura del ma-
teriale, che awiene per uno stiramento e = 1.5% , cui corrisponde uno sforzo chia-
mato sforzo tennirrdle Z (tensile o compressiao).

rf;igura:5.1,8
Relazione fra sforzo e stiramento, sia (N m'?). 107
in fase di trazione che in fase di com-
pressione per un femore umano. Il
materiale segue la legge di Hooke in
prossimid dell'origine (linea conti-
nua), dove la curva è praùcamente
una retta. Il modulo di Young per ia
trazione è circa la metà di quello per
la compressione: da ciò la diversa
pendenza dei segmend tratreggiati.
Aumentando lo sforzo nei due sensi
si giunge alla rottura del materiale in
corrispondenza dello sforzo termi-
naie.X (tensile o compressivo), di va-
lore differente nella trazione o nella
compressione.
-10
comDresslone

-15

LA FRATTURA Dr 0SSA
.!;J,,,,,
Sottoposte a sforzi eccessivi le ossa si lralturano per compressione o per tra-
zione. La descrizione del fenomeno per le ossa in generale è assai complessa, di-
pendendo soprattutto dalla geometria dell'osso e dalla sua costituzione materiale.
Nel caso delle ossa lunghe la geometria più semplice permette una descrizione
semplificata del fenomeno poiché esso si verifrca con la combinazione di due di-
verse modalità: la flessione e la torsione. In entrambi i casi l'allungamento effettivo
della struttura è la causa della frattura, ma gli stati di equilibrio interno che si ve-
rificano con la flessione o con la torsione comportano diverse tipologie di frattura.
Nei paragrafi successivi vengono trattate separatamente le due modalità di frat-
tura: si tenga presente che le fratture reali sono sempre determinate da una loro
combinazione.
5.8 Flessione di una trave e fratture per flessione 109

Slorzo compressivo nella caduta

Consideriamo una persona, con una massa corporea di 80 kg, che è quasi 100 volte laforza peso del corpo!!
che effettui un salto dall'altezza di 1 metro verso il suolo e cada La tibia, che ha una sezione di circa 3.3 cm2, sarà sottoposta ad
rigidamente su una gamba. Al momento di toccare il suolo la uno sforzo compressivo pari a:
velocirà del corpo è di 5.5 m s-r e se f imbottitura della scarpa
e il tessuto molle sotto il piede vengono schiacciati di 1 cm, il 7'2'lo4N-
corpo si arresta in circa 0.005 s. Valutare laforza che si esercita
o- =2. l8'loENmr
3.3'10- m'
sulla gamba.

vicino al valore terminale I,,0," che è di circa 2.13. 108 N m-2,


SOlUZiOng La variazione della quantità di moto risuka essere:
per cui è molto probabile che la tibia si rompa.
Aq=t(* u) = (80 kg) (5.5 m s-r) - (80 kg) (0 m s-r) = Se la caduta awiene su un materassino da ginnastica, la dece-
= 360 kg m s-r. lerazione sarà più lenta e se Ia persona reagisce normalmente
alla caduta, tocca il suolo prima con Ie punta dei piedi, poi
piega le ginocchia e decelera in un tempo assai più lungo, di-
Laforza esercitata sulla gamba (supposta rigida) risulta essere
minuendo alquanto 1o sforzo compressivo dovuto all'atterrag-
data dalla relazione (2.24):
gio.
s
I
F= +at=360;kgln:
0.005 s
= 7.20.rc1 N = 7200 kgp..,,,

5.:8,,,,. FLESSIoNE DI UNA TRAVE E FRATTURE pER FLESSIoNE

In seguito all'azione di fone estetne, all'interno dei corpi deformabili si origi-


nano forze di stiramento e di torsione i cui effetti rivestono grande importanza
nella pratica, ad esempio quando vengono progettati edifici o strutture portanti,
come ponti, oppure quando si intende studiare la deformazione e la frattura di
ossa. Per comprendere meglio qteste forze inteme consideriamo il caso particolar-
mente semplice di una trave, di lunghezza 4, sostenuta alle due estremità (Figura
5.19). Le forze agenti sulla trave sono Ia forza peso P e le reazioni vincolari dei
punti d'appoggio N, e Nr. Queste forze hanno tutte Ia stessa direzione e perciò
possiamo applicare le relazioni $.3) e (4.4) limitatamente alle sole componenti
verticali e calcolare i momenti rispetto al punto O (Figura 5.19):

N,+Nr-P=0 (5.26)

I'lr(-l'lr(=0 (5.27) J-

,2B.
N,=
che danno come risultato: l/, = Nr= P/2.
Se applichiamo ora le stesse condizioni di equilibrio richiedendo non solo Figqra 5.19
l'equilibrio globale, ma anche che ciascuna parte della trave sia in equilibrio, po- Forze applicate a una trave vincolata
alle estremità. Se la trave è deforma-
tremo studiare le forze interne alla trave. Consideriamo quindi la parte x ombreg-
bile, è necessario imporre l'equili-
giata della trave di Figura 5.19 dove AC è la sezione della trave a distanza x brio ad ogni sezione della trave: si ot-
dall'estremo sinistro. Perché questa sia in equilibrio, la zona a destra del tratto x tengono forze e momenti che agi-
deve esercitare una forzaverso il basso eguale a P- Nr= P- p/Z = P/2. scono all'interno del materiale.
110 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

Figura 5.20 forza verticale momento


Andamento della forza e del mo-
mento alf interno del materiale.
Quest'ultimo genera una deforma-
zione della trave con conseguent-i
sfotzi interni di trazione e compres
sione. La forza verticale è quella che
agisce a destra della sezione AC di Fi-
gura 5.19, mentre il momento ha
modulo xP/2.

Inoltre il momento rispetto a O della forza agente nella zona xvale in modulo
* N, = * P/2: perché vi sia equilibrio rotazionale nella zona a destra del tratto x, si
dovrà originare un momento rispetto a O, uguale in modulo, ma di segno oppo-
sto. Dunque, da queste considerazioni, le forze applicate dall'esterno agiscono an-
che all'interno della trave, con forze e momenti il cui modulo varia lungo la coor-
dinata x come mostrato in Figura 5.20.
Sottoposta a queste forze,la trave si deforma come indicato in Figura 5.21, in
cui si ha un accorciamento del tratto superiore (compressione) e un allunga-
mento di quello inferiore (trazione), che si accompagnano a sforzi interni: nel
tratto superiore spinte verso destra e in quello inferiore verso sinistra. Ne segue un
momento non nullo che deve equilibrarsi con il momento x P/2. Allora, sotto
Flessione deLta trave
l'azione di forze esterne, che si applicano anche ai punti interni, il corpo si
deforma fino a che i momenti originati dalla deformazio\e fanno equilibrio, in
tutti i punti della trave, con quelli determinati dalle forze esterne.
Se consideriamo la trave deformata (Figura 5.22), chiarnando y la distanza
dello strato CC' della trave dall'asse neutro OO' (che non subisce variazione di
lunghezza), si ottengono le seguenti relazioni geometriche, valide per piccoli
angoli a:

Figura 5.21 B

La deformazione comporta allun- /: D


gamenti (trazioni) e compressioni
interne che cambiano ilvolume del
l: t
corpo, ma non la sua forma. Il mo- I
mento interno M, dol,uto alle forze a)
esterne agenti, viene equilibrato
N, =-+
dal momento determinato dalle
forze esterne agenti sulla trave (P e
N, nel caso delia sezione AC indi-
cata).
B

x' b)
1
N:2=_ P
5.8 Flessione di una trave e fratture per flessìone 771

..figura l,??,
Trave deformata per flessione con
raggio di curvatura -R. La parte AA'
viene compressa, la parte BB' subi-
\ t', asse neutro sce una trazione, mentre 1'asse

\l
I
OO' non subisce deformazione.
at2 \o..'' Viene mostrata ingrandita la zona in-
----\-;\ torno al bordo OCB per chiarire le
\.-1 relazioni geometriche che permet-
I \C tono di ottenereA4/2=yq@/\ =y
,l---\ a/2. La stessa costruzione geome-
Lttz \
iB trica r'a eseguita presso iI bordo op
posto O'C'B' per cui: l( = y d.
-'-'

CC' = ( + L,( 2r tsT * ( +2yg


=OO'+'-r-o2 '-)2 = (" + .t"' n!.
y o = (" * )R'

da cui A( = I )/ & c};,e essendo e = Al / (,fornisce s = y/R La legge di Hooke (4.35)


diventa allora:

o=Ee=EL, (5.28)

in una sezione della trave nella Figura 5.23, dove sono mostrate le forze parallele
all'asse neutro, a distanza ) da esso e agenti su una striscia /4, della sezione A. Esse
forniscono per definizione una forza totale agente sulla striscia data da:

AF'= 6 7n''

Ilsuo momento rispetto ad O risulta essere: AMi = ) Mi = o y AA,, che, conside-


rando la (5.28), diventa:

AM =f,f u,. (5.2e)

La somma di tutti i momenti elementari/,1,{ sull'interaarea A della sezione for-


nisce il momento totale, chiamato monxentoflettentellt, determinato dalle defor-
mazioni della trave (che supponiamo cilindrica piena). Usufruendo del calcolo in- Figgra 5;"23,
tegrale applicato alla (5.29), si ottiene in modulo: Sezione di trave cilindrica di rag-
gio ri in cui sono evidenziate Ie
M,=!ln,aa=L"r:, (5.30) forze di trazione o /À, (relative
' RJ^' R 4 all'elemento di superficie AA, c}l,e
si trova a distanza 1 dall'asse neu-
dove r è il raggio della trave ed rR il raggio di curvatura della flessione. Vediamo tro), che agiscono parallelamente
all'asse della trave. Il momento di
ora di applicare questa relazione al caso di fratture di ossa, in particolare della
queste forze, rispetto all'asse neu-
tibia. tro, contribuisce al momento flet-
Riprendendo la relazione (5.28), lo sforzo massimo di compressione (o di tente M, della trave che equilibra
allungamento) si ha per il massimo valore di y, cioè quando ) = r (Figura 5.23): quello interno determinato dalle
forze agenti. Il valore dello sforzo
o^o*= E r/R Si avrà frattura quando questo supera lo sforzo compressivo (o tensile)
o', fornito dalla (5.28), è massimo
terminale à che per la tibia umana è )tu,u = 2.13. 108 N m-2. Per)= r.
772 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

La condizione di frattura sarà quindi, dalla (5.30):

0.* =
+ =ryi> )*, e quindi M, =t Zoo,,. (5.31)

Applichiamo questa condizione ad una situazione abbastanza comune (Fi-


gwa 5.24): se il piede e 7'anca di una persona sono bloccati mentre viene a man-
care il sostegno dell'altro piede, il corpo cade di lato e la tibia e la fibula si frat-
turano facilmente. Il momento flettente in questo caso è uguale al peso del
corpo P meno il peso della gamba bloccata P* moltiplicato per la distanza d fra
baricentro e gamba bloccata. Questa situazione è tipica dello sciatore che cade
di lato, la cui gamba resta bloccata con l'attacco dello sci. La condizione di frat-
tura è quind"
u, = -\- ^tl- 4 uoo'o'
a(p- p-)= )nn,.. (b.22)
n
Considerando la t.ibia di raggio r= 1 cm circa, il valore di M, per cui si ha frat-
tura, è:

Mr= d (P - Ps) > 1600 kg cm, (0.JJ)

che, per uno sciatore pesante 70 kg (tolto il peso della gamba), comporta frattura
quando d=23 cm, cioè quando la linea mediana del corpo si sposta di 23 cm dalla
1iS:p; ,rii,{lE gamba bloccata. In Figura 5.25 è mostratauna tipica frattura per flessione della ti-
Momento flettente deila tibia de- bia. GIi attacchi di sicurezza per sci hanno lo scopo di sganciare il piede in modo
terminato dal blocco del piede e che non si verifichino le condizioni di frattura.
deII'anca con la perdita di sostegno
dell'altro piede.

TORSIONE DI UNA TRAVE E FRATTURE PER TORSIONE

Fino ad ora abbiamo considerato le deformazioni da allungamento e com-


pressione alf interno di una trave (soggetta alla forza peso e sostenuta alle estre-
mità), con conseguente momento flettente Mr. Un altro tipo di deformazione
che si instaura alf interno della trave è la torsione. Mentre il momento flettente
si origina dal momento delle forze interne applicato in ogni sezione (Figura
5.21b), la torsione è causata dalle forze opposte che si applicano a ciascuna se-
zione della trave (Figura 5.27a). Ogni sezione infatti, per rispettare l'equilibrio,
è soggetta ad una forza verso l'alto, derivante dalla reazione vincolare N, o Nr,
e a una forza verso il basso, dor,'r.rta alla forza peso P: ad esempio, la sezione
AA'C'C di Figura 5.19 e Figura 5.26 è soggetta a:unaforza verso I'alto, dor,"uta
a N,, e a una forza luguale, ma diretta verso il basso, dor,r-rta alla differenza
P - Nr. Il materiale viene quindi distorto come se una forbice lo tagliasse lungo
il piano AA'C'C, causando uno sforzo per torsione e uno stiramento per tor-
sione.
Questo tipo di deformazione è esemplificata nel caso di Figura 5.27, dove si
esercita, sulla faccia superiore (di area A) di un corpo a forma di parallelepi-
pedo, una forza parallela alla superficie. La deformazione 6 awiene in direzione
della forza esterna F (invece nel caso della flessione, l'accorciamento o l'allun-
,,Hè-.9,fiq*ii4fq,:
gamento della trave risultavano perpendicolari alla direzione della forza
Radiografia di una tipica frattura esterna). Nella regione elastica di deformazione torsionale la legge di Hooke as-
per flessione della tibia. sume la seguente forma (Figura 5.27):
5.9 Torsione di una trave e fratture per torsione 113

#igu-ra§.126
Le forze verticali che agiscono a si-
nistra della sezione AA'C'C sono
opposte a quelle che agiscono a de-
stra, causando uno sforzo per tor-
sione con relativo stiramento per
torsione.

:.Hgujai5rg7,
La forza F applicata all'area A
causa una deformazione per tor-
sione del corpo. La deformazione
comporta scorrimenti che, contra-
riamente a quanto awiene per la
flessione (si veda Ia Figura 5.21b)
cambiano la forma del corpo, ma
non il suo volume.

h.F
ò= (5.34)
GA

dove G è una costante, chiamata modulo di scorrimmto, che dipende dal materiale
e che in generale vale circa la metà del modulo di Young (per un osso lungo
G= 0.8 + 1.2.1010 N m-2). Come nel caso dello stiramento per allungamento
(§a.6) si può definire lo stiramento per torsiore t, = 6/helo sforzo di torsione
o , = F/A, per cui la (5.34) , analogamente alla (4.35) , diventa:

o,= G€,' (5.35)

Si osservi, inoltre, che per piccole deformazioni e,= 511, = a, essendo a l'angolo
prodotto nella deformazione (Figura 5.27).

Da quanto visto sopra, dunque, appare evidente che Ia descrizione completa


della deformazione di una trave sotto carico coinvolge sia la flessione (Figura
5.2Ib), dovuta ai momenti delk fone intetne, siala tmsione (Figura 5.27), prodotta
dalle forze i,nteme.In generale la prima è preponderante, tuttavia, quando una trave
è sottoposta solo a un momento torcente esterno, non vi è curvatura (flessione)
della trave e i soli sforzi interni di torsione determinano la torsione della trave,
come mostrato in Figura 5.28, dove una trave cilindrica, che supponiamo compo-
sta da frbre parallele all'asse centrale, viene sottoposta alla sola torsione esterna. Torsione detla trave
Ciascuna fibra si trova a distanza r dall'asse del cilindro, per cui tra gli angoli a e Q
sussiste la relazione (Figura 5.28):

o= rQ =',' (5.36)
o
Vogliamo ora ottenere, tramite la legge di Hooke, una relazione fra l'angolo @

e il modulo del momento torcente esterno 7-'

r=rn".(-;^(-"))=FnR
774 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

(Figura 5.29) applicato alla faccia superiore della trave, mentre quella inferiore re-
sta bloccata. Ciò significa che in ogni sezione trasversale intermedia agirà un mo-
mento torcente - T al fine di garantire l'equilibrio. Dunque, in ogni sezione la
somma dei momenti dor'uti agli sforzi di torsione o, sarà in modulo uguale a T, ma
diretta in senso opposto.
Per valutare questa somma consideriamo, in una generica sezione della trave di
Figura 5.29, una corona circolare di raggio r,Iarga dr e di area 1S,. Su di essa agisce
F/2 lafimatorcenteinternadi modulo 6,/Sì,il cui momento torcente elementare rispetto
\
all'asse della trave (di modulo 471) si ottiene eseguendo il prodotto vettoriale tra la
forza torcente di modulo q tangente alla corona circolare, e il vettore r, il
^,q, fra loro, fornisce AT,= r 6,45,. È opportuno rile-
quale, essendo i vettori ortogonali
vare che il momento torcente T viene applicato nelle Figure 5.28 e 5.29 con due
forzeF/2, uguali in modulo e direzione, ma di verso opposto. Lo stesso momento
si ottiene applicando una sola forzaF, tangenzialmente alla circonferenza del cilin-
h, dro.
Ciascun momento elementare AT,sarà" quindi dato da:

ATi = r o,AS, =# ot,, (5.37)

avendo ttllizzato le (5.35) e (5.36),Ia cui somma, eseguita sulle corone circolari
ct(r) elementari z1§ della sezione ed estesa fino al raggio R del cilindro fornisce, tramite
Figura,5,28 il calcolo integrale:
Appiicando un momento torcente
esterno alla trave cilindrica, com-
posta da fibre parallele all'asse cen-
tra1e, queste si deformano, spostan-
,=1"#^ = .1"
f' " o r,2n rdr -G
h
Q xR)
2h
(5.38)
dosi di un angolo a- rQ/ h.

Questa espressione è del tutto analoga alla (5.30), ricavata nel caso della defor-
mazione per flessione. Da essa si può osservare che l'angolo di torsione @ è inver-
-Ft2
samente proporzionale alla quarta potenza del raggio del cilindro.
Consideriamo ora il caso di fratture di ossa determinate da pure torsioni. Come
per gli allungamenti o le compressioni, anche nel caso delle torsioni avremo un
momento torcente tenninale l, oltre il quale si ha Ia frattura della trave, cui corri-
sponde, dalla (5.38), un angolo d:i torsione terminale Q,.L. fratture ossee per tor-
sione sono facilmente riconoscibili poiché Ia linea di frattura forma un angolo con
l'asse del cilindro: è il caso delle fratture a spirale associate alla torsione della tibia
negli incidenti sciistici, di cui un tipico esempio è mostrato in Figura 5.30. Nella
Tabella 5.1 sono riportati i valori, per differenti strutture ossee, del momento tor-
cente terminale e dell'angolo @, corrispondente, calcolato tramite la (5.38).

TABELTA 5.1 Momenlo torcente terminale e angolo di lrattura per torsi0ne

TIPO DI OSSO f, (N m) @, (gradi)


,/-
base vincolata
femore 140 1.5
tibia 100 3.4
,Fig1;ra5:29 fibula t2 .15. I
omero 60 5.9
Calcolo del momento torcente in-
radio e ulna 20 r5.1
terno, che si oppone a que1lo
esterno T=FnR, per ottenere vertebra cervicale 5 38
l'equilibrio in turte Ie sezioni in- vertebra toracica media 77 24
terne della trave a deformazione vertebra lombare 14 15
awenuta.
5.9 Torsione di una trave e fratture per torsione 115

Sciando si verificano le condizioni più probabili per le fratture torsionali. In-


fatti, a causa del lungo braccio di leva dello sci, sono sufficienti modeste forze ap-
plicate perpendicolarmente alla punta dello sci a causare la frattura della tibia per
torsione. Per questo osso, la Tabella 5.1 fornisce un valore di lpari a 100 N m. Per
raggiungere il limite di frattura torsionale della tibia, come mostrato nell'Esempio
5.5, essendo la distanza tra il piede e la punta dello sci di circa un metro, è suffi-
ciente una forza di appena 10.2 kgo""" applicata alla punta dello sci, in direzione a
esso ortogonale, con il tronco in posizione fissata. Gli sci sono perciò normal-
mente dotati di attacchi di sicurezza dello scarpone, che si sganciano prima che
questo limite torsionale sia raggiunto.

Una considerazione è opportuna al termine della trattazione sulle fiatture per fles-
sione e per torsione. Come abbiano visto, a causa dell'azione di forze applicate
dall'esterno (fotzt estenw) insorgono forze interne nel materiale. Sotto il profilo ener-
getico, le forze esterne, causando deformazioni nel materiale, comportano laoori
estemi che harrno un riscontro in laaoriintemi, cioè in energia dissipata nel materiale.
Questa energia deve essere considerata nell'applicare il principio di conservazione ,f,fgu1a 5,,is§
dell'energia alle fratture: al lavoro esterno corrisponde un lavoro interno e, quindi Radiografia di una tipica frattura
energia dissipata in rotture di legami chimici e in eventuali attriti interni. per torsione della tibia (frattura a
spirale).

Tutto quanto visto finora riguarda strutture cilindriche pime.Yogliamo ora com-
prendere il motivo per cui, a parità di massa,la stntttura cava (raggio interno re rag-
gio esterno r+ /r, si veda la corona circolare di Figura 5.31) è più resistente di una
struttura piena (di raggio rR), o, in altre parole, perché le diafisi delle ossa lunghe
sono cave e non piene. E opportuno ricordare che il paragone viene fatto a parità di
massa:le strutture biologiche, quando possibile, tendono a ottenere i migliori risul-
tati mantenendo costante il numero di cellule necessarie, cioè la massa delle strut-
ture stesse, oppure raggiungono gli stessi risultati cercando di minimizzare il nu-
mero delle cellule.
In questo caso, se le due strutture, la cava e la piena, hanno la stessa massa, es-
sendo la densità identica, sono uguali i volumi di materia occupati:

V^,^ =2nrArh= Y0,.,, =fiRz h, da cui 2 rAr= R2 . (5.3e)

D'altra parte il raggio della struttura cava rdeve essere maggiore, a parit'à di massa,
del raggio À della struttura piena:

r=aR s> 7. (5.40)

Nel caso della struttura cava il momento torcente {",, è fornito semplicemente b) uguali massae densità
dalla (5.37), che riscriviamo, essendo AS=2nrAr

T
-ca\a=r'GO o"
-" -2xruGOA,
.
'
(5.41) F,igura 5.31
h, h Confronto trave cilindrica piena -
cava. (a) Struttura cava e (b) strut-
che, per la (5.39), diventa:
tura piena.

\^* =9!+9, g 42)

da cui si ottiene, paragonando con la (5.38) (relativa alla struttura piena):

T**= 2 u2 (5.43) Struttura ossea cava


4"""
776 CA PIT0 L0 5 Biomeccanica

cioè il momento torcente necessario a conferire l'angolo di torsione Q ad una


struttura cava è 2 a2 volte superiore a quello necessario a conferire la stessa tor-
sione ad una struttura piena, di uguale altezza h, forrnata dalla stessa quantità di ma-
teriale.
Si può dimostrare che per Ie strutture cave il rapporto ottimale fra raggio in-
terno e raggio esterno è di 8/11, che è appunto ilvalore corrispondente alle dia-
fisi delle ossa lunghe.
Le ossa cave nei volatili permettono dunque di rendere più leggero l'animale,
pur mantenendo Ie caratteristiche di robustezza necessarie.

Frattura per torsione

Stimare il momento torcente agente sullo sci a cui si ha la frat- Come si vede, gli attacchi di sicurezza che sganciano il piede
tura per torsione della tibia (frattura a spirale, vedi Figura dallo sci, quando sollecitati da una minima forza laterale, sono
5.32). Assumere che iI piede sia vincolato allo sci e che Ia di- assolutamente necessari per evitare fratture.
stanza piede-punta dello sci sia di un metro.

§oluzione Dalla Tabella 5.1 il momenro rorcente di frattura


per la tibia è 4,0. = 100 N m, cui corrisponde un angolo di tor-
sione terminale della tibia @,,0,u= 3.4". Il momento torcente ri-
sulta essere dato dalla relazione (vedi Figura 5.32):

[u. = 100 N m = Fd da cui risulta F= 100 N = 10.2 kgp.*.

Dunque basta una forza di 10.2 kgo applicata alla punta dello
sci per portare lo sci ad un angolo di rotazione terminale. Que-
,.Figura 5.32
sto angolo comporta uno spostamento della punta dello sci di
Il piede dello sciatore è bloccato con 1o sci (senza
circa:
attacchi di sicurezza): una debole forza è suffi-
loo cm 3'4" 2n= ciente a fratturare la tibia per torsione.
360"

5.10 : LA C0NTRAZI0NE MUSC0LARE

Un muscolo può essere considerato una macchina che trasforma direttamente


energia potenziale chimica in lavoro meccanico. Parte dell'energia chimica tutta-
via viene persa sotto forma di calore, per cui il rendimento del muscolo come mac-
china è inferiore al I00%.
Il muscolo, quando viene stimolato, può dare luogo a due distinti tipi di con-
trazione: isometrica e isotonica. Nella contrazione isometrica il muscolo sviluppa una
forza (detta tensione 7) che può equilibrare una forza esterna, ma non si accorcia
o si allunga e, quindi, non compie lavoro esterno. La contrazione isometrica ri-
chiede ugualmente un dispendio di energia sotto forma di calore prodotto dal tes-
suto muscolare. Nella corùrazione isotonica, invece, il muscolo contraendosi si ac-
corcia o si allunga contro una forza esterna, compiendo così lavoro.
Contrazione muscotare Vediamo meglio le caratteristiche delle due contrazioni. Nel caso della contra-
zione isometrica,la contrattilità del muscolo può essere rappresentata da un grafico
tensione-lungltezza (Figura 5.33). Esso si ottiene sperimentalmente misurando la
5.10 La contrazione muscoLare 777

tensione (72 Y I00) Figura 5.33


Tensione muscolare espressa in
percentuale relativa alla tensione
massima, in funzione della lun-
ghezza del muscolo relativa a
quella di riposo. La curva tratteg-
giata rappresenta la tensione ela-
stica (passira) del muscolo.

lunghezza (( l(.,,)

massima tensione che un muscolo sviluppa in una contrazione isometrica per di-
verse lunghezze del muscolo stesso. La cuna a tratto continuo rappresentala ten-
sione attiaa sviluppata nella contrazione isometrica, quella tratteggiata rappresenta
la tensione elastica (o passiaa) del muscolo, che per piccole deformazioni è descritta
dalla legge di Hooke (4.34) . Sulle ordinate di Figura 5.33 è riportata la tensione in
percentuale relativa alla tensione massima {,, mentre sulle ascisse è rappresentata
lalunghezza del muscolo relativa a quella 1,, del muscolo a riposo. In questo modo
il grafico può essere generalizzato a vari tipi di tessuto muscolare.
Alla lunghezza di riposo {" corrisponde la massima tensione sviluppata nella
accorciamento À{
contrazione (100% in Figura 5.33) . Se il muscolo si trova inizialmente in uno stato
allungato o accorciato rispetto allo stato di riposo, esso sviluppa, durante una con-
traziote isometrica, una tensione inferiore. Come si può osserare, la lunghezza di
riposo del muscolo (4 / ( = 1, corrisponde ad uno stato di leggero stiramento. In-
")
fatti, tagliando i tendini, il muscolo si accorcia di circa il20%.
Nella contrazione isotonica, se un muscolo viene fatto contrarre contro unaforza
(carico) esterna, esso si accorcia di un tratto A( che dipende dall'entità del carico
esterno. Se il carico esterno ha il valore massimo {,, corrispondente alla massima
tensione isotonica 7] che il muscolo può sviluppare, l'accorciamento è nullo; se vi- Figura 5.34
ceversa il carico è nullo, l'accorciamento sarà massimo At = A(,,, compatibile con i Accorciamento di cui è capace il
vincoli imposti al muscolo dalle articolazioni. Sperimentalmente si trova che l'ac- muscolo in funzione de11a forza re-
corciamento è una funzione lineare del carico (Figura 5.34): sistente applicata ad esso.

^(=*^(T) (5.44)
velocità di

Ne segue che il lavoro compiuto dal muscolo nel corso di una contrazione isoto-
nica (i vettori forza F e accorciamento A( hanno la stessa direzione e verso) è dato
da:

L=F
^(=F^,(T) (5.45)

dove si può facilmente verificare che il lavoro è massimo per F:F./2, cioè quando
il carico esterno è meta del carico massimo che il muscolo può muovere. Figura 5.35
Lavelocità con cui awiene I'accorciamento del muscolo raggiunge quasi subito Velocità iniziale di accorciamento di
il valore massimo e può essere considerata come valore iniziale. Essa è funzione del un muscolo in funzione della forza
resistente applicata ad esso.
118 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

Figura 5.36 IV (unità arbitrarie)


Andamento della potenza totale
W, della potenza W,.:utilizzata per
compiere lavoro esterno e della po-
tenza W6tilizzata per produrre ca-
lore di contrazione, in funzione del Y/F)=wa(F)+wL(F)
carico esterno F. Nella potenza to-
tale è sempre presente anche un
termine costante, indipendente
dal carico esterno e quindi dall'ac-
corciamento, che è presente anche
se la contrazione awiene isometri-
camente. Per semplicità nella fi-
gura non si tiene conto di questo
termine costante.

carico, come si osserva dalla Figura 5.35, ed è espressa analiticamente dalla rel.azione
itiHilt:

,=,(H) (5.46)

dove a e ò sono due costanti dimensionali che dipendono dal muscolo. Pertanto la
potenza che il muscolo wiluppa per compiere lavoro esterno è data dalla (3.30):

___,_\ _ Fb(F_-F)
W.(F)=Fu= \n (5.47)
t- ' '
_r +a
la quale raggiunge il valore massimo quando F =F*/2.
La potenza (5.47) sviluppata dal muscolo per compiere lavoro esterno è solo
una frazione della potenza totale che viene wiluppata nella contrazione isotonica.
Infatti, parte dell'energia prodotta si trasforma in calore di contrazione Q e viene
persa ai hni di compiere lavoro esterno. E stato osservato che il calore prodotto in
una contrazione isotonica è indipendente dalla velocità di contrazione. Quindi, la
potenza sviluppata dal muscolo, per produrre questo calore, cresce linearmente
con la velocità di contrazione:

ttr (c\-Q,Q" Q b(F,-F) (5.48)


u At A( A( F+a
Nella Figura 5.36 è riportato un grafico riassuntivo dell'andamento delle po-
tenze Wre tr4ln e della potenza totale W, = Wr. + I{* sviluppate da un muscolo in fun-

zione del carico resistente -E

j:l1,.j LA MECCANTCA DELLA LOCoMOZTONE

La deambulazione dell'uomo in posizione eretta è stata già trattata nel §5.2, vi-
sto che essa consiste nel trasferire alternativamente l'equilibrio da un piede all'al-
tro. È tuttavia necessario osservare che, in realtà, l'equilibrio su un solo piede si
svolge nelle tre dimensioni e, quindi, nell'applicare le condizioni di equilibrio, si
dovrebbero considerare anche le componenti delle forze lungo la direzione di
moto z, ortogonale al piano della Figura 5.2. Inoltre, dowebbero essere introdotte:
5-11 La meccanica de[[a [ocomozone 779

Figura 5.37
Nel camminare è piir facile scivo-
lare in fase di appoggio (sul calca-
gno), essendo F-= 20Vo della forza
peso del corpo, che in fase di solle-
\ramento (sull'avampiede) quando
\
\: I' = 15Vo della forza peso del corpo.
Il vettore N rappresenta la reazione
vincolare del suolo dovr.rta alla
F_ <- +F forza peso del corpo.

ii" +-.+1
Nl -->
F. F" lN
ii

),eforze d'attrito con il suolo, senza le quali la deambulazione sarebbe impossibile;


la spinta della Jlessione plantare prima che si sollevi Ia punta del piede; e la aariaziute
della qucattità di moto del corpo (dal 2" principio della Dinamica espresso nella
forma (2.24)), quando si posa il tallone.
Come riportato nel §4.7 relativo alle forze d'attrito, per provocare il moto di un
corpo è necessario che il modulo della forza agente Fsia maggiore della forza d'at-
trito.
Il contrario awiene nella deambulazione. Nel caso dell'appoggio del tallone, la
forza orizzontale, agente sul piede nella direzione di moto (asse z perpendicolare
al piano della Figura 5.2), è circa il 75Vo del peso corporeo: affinché il piede possa
appoggiare e non scivolare, è indispensabile che la forza di attrito del suolo sia su-
periore allaforza agente (Figura 5.37).

Nello studio della cinematica e della biomeccanica della locomozione umana sifa Locomozione umana
riferimento sempre al ciclo del passo o gait qcle, il periodo che intercorre tra due
appoggi successivi dello stesso piede sul suolo. Esso si divide in due fasi fase di ap-
Foggto (stance) durante la qr,rale un piede resta a contatto con il suolo, corrispon-
dente a circa il 60% del ciclo del passo normale (che si accorcia sensibilmente
nella corsa) e \a fase ùi trasferimento (suing) in cui il piede è staccato dal suolo e il
corpo sposta 1'appoggio sull'altro piede. La fase di appoggio a sua volta si divide in
varie parti: il breve contatto inizialein cui il piede, proiettato in avanti, tocca il suolo
con il tallone; la fase di ùsposttt al carico in cui il piede appoggia completamente sul
terreno e la caviglia si flette leggermente (flessione dorsale) in risposta al carico
sull'arto del peso corporeo; il periodo mediano che inizia quando I'altro piede è sol-
levato (termine della fase di doppio supporto) e finisce quando il peso corporeo è
interamente sostenuto dal calcagno, dalle ossa del metatarso e dalle dita;lafa,se di
f.ne dell'appoggto (terminal stance time) durante la quale si ha Ia spinta in avanti delle
dita che termina quando l'altro piede tocca il suolo; e, infine, Io stacco dal terreno
dell'arto interessato Qfase d i pre-trasferi'men to)
.

Anche la fase di trasferimento si divide in più parti, iniziale, mediana e terminale


durante le quali il piede interessato sopra è staccato dal suolo e l'altro piede svolge
la sua fase di appoggio. Durante il trasferimento, con il piede staccato dal suolo, si
hanno movimenti dell'anca, del ginocchio e della tibia in avanti (importanti nella
corsa come descritto di seguito). In Figura 5.38 sono mostrate le fasi di appoggio
di trn piede e in grafico è rappresentatala reazione (verticale) del suolo in fun-
zione del peso corporeo. L'appoggio sul tallone e quello sulle dita corrispondono
ad una reazione del suolo superiore al peso corporeo, mentre nelle fasi centrali la
reazione è minore poiché parte dei peso corporeo viene sostenuta dall'arco del
720 CAPIT0L0 5 Biomeccanica

Fìgura 5,38
Le varie fasi di appoggio sono mo-
strate in (a) in un grafico che ri-
porta la reazione (verticale) vinco-
Iare del suolo (in ordinata) in fun-
zione de1 peso corporeo: 1 - con-
ratto iniziale. 2 - piede appoggiato
completamente, 3 - periodo me-
diano di appoggio, 4 - distacco
l00Vo
delle dita. Opportuni dispo.itivi peso
con sensori di pressione permet- corporeo
tono di ricavare questi grafici. In
(b) è mostrato i1 percorso del cen-
tro di pressione che rappresenta
f insieme dei centri di applicazione
istantanei della reazione vincolare
del suolo.
a) 2O7o 107o

CICLO DEL PASSO GASE DI APPOGGIO)

b)

piede e dai suoi muscoli (è lo stesso concetto dell'arco (statico) in architettura solo
che nel piede la situazione è dinamica).
Passanclo dal passo lento a quello veloce, alla corsa e al salto, la reazione del
suolo cambia come mostrato in Figura 5.39, con uno sforzo crescente nella fase
terminale di appoggio (dell'avampiede e delle dita), mentre nel contatto iniziale
del tallone si ha forza di pressione quasi inalterata. Dalla Figura 5.39 si osserya un
comportamento molto diverso per ll piede piatto.

Un altro aspetto della deambulazione riguarda la corsa. In generale la deam-


bulazione, riferendosi al moto di una gamba, consiste nella sua oscillazione avanti

#
Figqra 5.39

*d M
Sono mostrate in (a) le forze di rea-

effi
zione del suolo di Figura 5.38, per
un piede normale, nei casi di passo
lento, passo veloce, corsa e salto. In
(b) sono mostrate ie stesse forze ne1 passo lento passo veloce
caso di piede piatto: come si vede, passo lento passo veloce

tu M
g1i andamenti sono molto diversi e
da questo deriva un'efficacia deila
locomozione notevolmente dimi-

*ffi
4007
4007
nrrita.
tral *"1
**
salto COISA salto

al b)
5.77 La meccanica de[[a locomozione 721

e indietro rispetto al punto di rotazione dell'articolazione dell'anca. Terminato il


passo, la gamba arretrata viene portata in avanti, iniziando così il passo successivo.
A questo scopo il moto all'indietro deve essere frenato dai muscoli e l'energia ci-
netica della gamba essere azzerata, per poi assumere valori crescenti con I'accele-
Corsa
I
razione della gamba in avanti. In questa fase l'arto viene nuovamente posto in
moto rotatorio e il muscolo compie il lavoro che si trasforma in energia cinetica
di rotazione (4.29) accelerando I'arto. Per ridurre al minimo questo lavoro, spe-
cialmente nella corsa, la gamba viene portata in avanti flessa, in modo che il mo-
mento d'inerzia sia minore (essendo minore la distanza dal punto di rotazione).
Nel caso di animali che corrono veloci e per lunghi tratti (cavalli, antilopi, cervi),
l'attaccatura della massa muscolarenecessaria al movimento delle gambe si trova in
prossimità del punto di rotazione, per ridurre così ulteriormente il momento
d'inerzia e quindi il lavoro necessario per accelerare e frenare l'azione delle
gambe.

L'attrito esiste anche all'interno delle articolazioni e intorno ai tendini. Lubri- Attriti net[e artìcoLazioni
ficanti, sacche di liquido (borse) e guaine sinoviali interposti hanno, appunto, lo
scopo di diminuire laforza di attrito fra le superfici in movimento.
Nel caso delle articolazioni (grazie alla lubrifrcazione doluta a lunghe mole-
cole a forma di catena disposte in uno strato molecolare tra le superfici a contatto)
il coeffrciente di attrito cinetico p. è molto basso, dell'ordine tra 0.005 e 0.010, as-
sai inferiore a quanto di meglio può realizzare f industria: i più accurati cuscinetti
a sfera immersi in olio lubrificante raggiungono 1t,= 0.15, mentre nel caso delle
protesi, l'attrito fra cartilagine e acciaio risulta al meglio lt, = 0.03 e per un'arto-
protesi completa d'anca di tipo Charnley p, = 0.25.

Consideriamo ora il movimento degli animali, in particolare la loro velocità du-


rante la corsa. Le zampe vengono continuamente accelerate e decelerate: è in que-
sta operazione che viene spesa la quasi totalità del lavoro dell'animale. Una volta
in moto, infatti, non è richiesto praticamente alcun lavoro per mantenere il tronco
e Ia testa dell'animale in moto (trascurando il modesto contributo per vincere gli
attriti dell'aria).
Quando lazampa tocca il terreno, Ia sua velocità è nulla. Intewengono allora i
muscoli estensori della zampa che Ia accelerano per far assumere Ia velocità
u all'animale. In questa fase si ha una variazione di energia cinetica pari af,mù.
Nel momento in cui il piede oltrepassa l'animale intervengono i muscoli antago-
nisti che lo obbligano a posarsi al suolo con velocità praticamente nulla. Chiamata
F la forza muscolare richiesta dal movimento di una zampa e A(, la contrazione del
muscolo, il lavoro eseguito dal muscolo è L = F At (i due vettori hanno all'incirca
la stessa direzione), per cui, applicando il teorema dell'energia cinetica (3.24), si
ha:
I
FA( =1mu2 (5.4e)
2

da cui si può ricavare la velocità dell'animale:

(5.50)

La velocità dell'animale è tanto maggiore quanto più ampie sono le fasce mu-
AnimaLi veLoci
scolari (e la corrispondente forza fl e quanto minore è la massa della zampa. Per
722 CA PIT0 L0 5 Biomeccanica

ottenere una elevata velocità questi due attributi sono contrastanti e difficilmente
conciliabili fra loro. In pratica, lanatuta, per sanare questo apparente contrasto, ha
proweduto alocalizzare i muscoli estensori delle zampe degli animali veloci diret-
tamente nel corpo anziché nelle zampe. Così gli animali molto veloci, quali ad
esempio i cavalli da corsa, i levrieri, le gazzelle, hanno gambe molto sottili e leggere.
E interessante considerare Ia (5.50) sostituendo alle grandezze che vi com-
paiono la loro dipendenza dalle dimensioni geometriche. La forza muscolare è
proporzionale alla sezione dei muscoli e quindi se con [L] rappresentiamo una di-
mensione lineare dell'animale, F* [L2].
La lunghezza di cui si contraggono i muscoli è A( * [L], mentre la massa della
zampa è proporzionale al volume dell'animale e quindi m* lLzf. Introducendo
queste relazioni in (5.50), abbiamo dimensionalmente:

," da rr-r. (5.51)


[Hfl]"l,,,*r.,,o.nte
Dunque la velocità degli animali veloci è indipendente dalle loro dimensioni.
Evidentemente questo risultato è verificato solo per animali della stessa specie.
Così un branco di cavalli in fuga non lascia indietro i propri puledri, come i pul-
cini non vengono distanziati dalla chioccia che scappa. Per i quadrupedi in genere
AnimaLj da preda
la (5.51) è verificata con buona approssimazione, dal topo all'elefante.
Diversamente stanno Ie cose per i felini. Per questi animali da preda lo sforzo
muscolare richiesto alle zampe serve essenzialmente a conferire all'animale uno
scatto rapido e una buona elevazione durante l'assalto alla preda, piuttosto che
un'elevata velocità in corsa. In altre parole, è l'animale, nel suo insieme, e non solo
le zampe, che subisce una brusca variazione di quantità di moto durante l'attacco.
Dalla (2.24) abbiamo, riscrivendola in modulo e in termini finiti:

F=Aq =MA'. da cui FAt = Mu,, (5.52)


At AI

dove Mè la massa dell'animale, F lo sforzo muscolare richiesto, /ril tempo di con-


trazione dei muscoli delle zampe e a,la velocità dell'animale al momento di la-
sciare il terreno (velocità di scatto). Nello scrivere la (5.52) si ammette implicita-
mente che Ia velocità dell'animale, all'inizio della contrazione muscolare, sia
nulla. La velocità di scatto è data dunque da:

FAt (5.cJ)
'M
Per poter effettuare un balzo elevato occorre che la velocità 4 sia elevata. In-
fatti,l'altezza massima y, raggiungibile nel balzo, è ottenuta eliminando il tempo
dalle (3.10) e (3.12), in cui si è posto F"= Mg, at= 0 (al culmine della traiettoria la
velocità verticale è nulla), assumendo u", = 0 e y" = 0:
2

"r- '
' 90
1)
(5.b4)

D'altra parte, per sfruttare l'elemento sorpresa, la contrazione muscolare deve


awenire in un tempo À, molto breve. Dalla (5.52), per conciliare queste due esi-
genze contrastanti, u. elevata e /i ridotto, occorre che F sia elevato. Poiché 1o
5.72 La percezione del moto rotatorio 723

sforzo muscolare è proporzionale alla sezione delle fasce muscolari, viene così spie-
gato come mai negli animali da preda le zampe sono piuttosto muscolose e tozze.
Infine, eseguendo lo stesso controllo sulla dipendenza di 4 dalle dimensioni
geometriche, dato che F * [L2] e M * [L3], si ottiene:

*
', i$l= rr'l (5.55)

per cui la velocità di scatto è tanto più elevata, quanto più piccolo è l'animale, e in
effetti le dimensioni degli animali da preda sono piuttosto contenute.

,5.72, LA PERCEZIONE DEL MOTO ROTATORIO

Negli animali e nell'uomo il moto rotatorio viene percepito dalla combina-


zione di informazioni provenienti dal sistema visivo e da organi opportuni desti-
nati alla percezione sensoriale del momento angolare. Consideriamo il caso
dell'uomo ed eliminiamo il contributo visivo per isolare la sola percezione senso-
riale del moto di rotazione. Prendiamo quindi un soggetto bendato e poniamolo su
uno sgabello girevole privo d'attrito. Esso awerte le seguenti sensazioni, a seconda 0rgano del.t'equi tìbrìo
dei diversi moti di rotazione:

a -
se lo sgabello ruota di 90' in senso orario (o viceversa) e viene fermato, la per-
sona può identificare il verso di rotazione e l'arresto del moto;
A- se lo sgabello viene accelerato rapidamente e larotazione viene mantenuta a
lungo, il soggetto identifica il verso di rotazione nei primi 20 secondi, dopo i
quali le risposte diventano incerte e se, dopo circa 30 secondi, il moto viene ral-
Ientato, la persona ha la sensazione che il moto sia cessato;
c- se lo sgabello viene fermato, il soggetto percepisce di solito una rotazione in
verso opposto.

Per interpretare queste risposte è necessario prendere in esame la stnrttura


dell'orecchio interno (Figura 5.40), di cui una parte, Ia coclea, è demandata alla sen-

1F,i§@ .,

Visione schematica dell'orecchio


umano, in cui sono evidenziati i tre
canali semicircolari fra loro per-
pendicolari. Essi funzionano come
indicatori delle rotazioni intorno a
tre assi perpendicolari nello spazio.
724 CAPIT0L0 5 Biomeccanìca

sazione uditiva (§14.3), mentre la parte costituita da tre canali semicircolari, mutua-
mente perpendicolari, registra soprattutto il moto della testa e quindi lo stato di equi-
librio del corpo. In Figura 5.41 viene mostrata in dettaglio la struttura di un canale
semicircolare: esso contiene un fluido acquoso, chiamato endoknfa, in cui si proietta
un organo sensore, chiamato atpola, che si deformafacilmente in seguito al moto del
fluido, permettendo quindi la percezione del moto relativo fra endolinfa e canale.
La situazione è simile a quella di un secchio d'acqua sospeso ad una fune e po-
Sensazione di movimento sto in rotazione (Figura 5.42): 1'acqua è inizialmente ferma (momento angolare
zero). Quando il secchio irrizia a ruotare, i'acqua resta ferma a causa della mode-
sta forza d'attrito tra acqua e parete. Successivamente, tuttavia, l'attrito aumenta
gradualmente, causando un momento risultante che mette in moto l'acqua e
ampolla
dopo un certo tempo (alcuni secondi) 1'acqua ruota alla stessa velocità angolare
del secchio. Se il secchio viene fermato, l'acqua continua a ruotare ancora per un
po' di tempo. I1 moto relatiuo del secchio e dell'acqua è ora opposto a qr"rello di
quando il secchio è stato posto in movimento (Figura 5.42).
Nell'orecchio interno, dopo circa un secondo 1'endolinfa si muove alla
stessa velocità angolare del canale (e del capo), per cui all'inizio la cupola viene
i.a deflessa a causa del moto relativo tra fluido e canale. La deflessione viene av-
i,:i I
vertita da cellule sensoriali e trasmessa al cervello da terminazioni nerwose (sen-
it;: :!... sazione a). Quando fluido, canale e cupola motano tutti alla stessa velocità, la
cupola tende a tornare alla sua posizione iniziale, con una forza elastica di ri-
nervo chiamo cosi debole che impiega circa 20 secondi per completare il suo ritorno.
Figura 5.41
Schema di un canale semicircolare secchio
de1l'orecchio ulnano. L' endolinfa è
il liquido che fluisce nel canale e
l ampolla è un rigonfiamento in cui
si proietta 1a cupola, la quale può
bloccare ii canale, ma, essendo e1a-
stica, si piega quando i1 liquido si
muo\'e. Quando 1a cupola è spostata
lateralmente (ratteggio) a causa
del moto del fluido, i1 nervo senso-
riale rivela il movimento e trasmette
f informazione a1 cen ello.

,4- o'r''
(t, a
///
4 ("
ur= 0

\r \
Au- a, aa> 0 Au> 0 Aa= 0 Au< 0

Figura 5.42
Un secchio d'acqua r.iene fatto ruotare intorno a1 suo asse verticale. In (a) I'acqua è inizialmente
ferma e resta ferma alcuni secondi rispetto al moto orario del secchio. In (b) l'acqua, a causa
delle forze d'attrito, inizia un moto rotatorio che a poco a poco raggiunge 1a stessa velocità an-
golare del moto del secchio. Quando il secchio si arresta, in (c), 1'acqua continua il suo moro fino
a che è rallentata dalle forze d'attrito. In (b) il rr:,oto reldtiao Az del secchio, rispetto all'acqua, è
orario, mentre in (c) esso è antiorario. Nella Figura a;r e ,r rappresentano lavelocità angolare e
iavelocità periferica de1 secchio, mentre rD2 e u, rappresentano 1e stesse grandezze per il liquido;
Au èlavariazione di velocità del liquido rispetto a que1la de1 secchio.
5.12 La percezione del moto rotatorio 725

In questo tempo persiste la sensazione di rotazione, ma successivamente non si


a\ryerte più alcuna rotazione (sensazione A). Se la rotazione viene rallentata, il
canale rallenta, mentre il fluido continua a muoversi a velocità maggiore: la cu-
pola viene quindi deflessa in direzione opposta e il soggetto awerte un cambia-
mento nella direzione di rotazione. Se la rotazione più lenta prosegue oltre i 20
s, la cupola torna nella posizione iniziale e il soggetto non percepisce alcuna ro-
tazione. Infine, se la rotazione viene arrestata, la cupola viene deflessa in senso
opposto e il soggetto aw'erte una rotazione opposta alla direzione iniziale (sen-
sazione r).
La stessa sequenza, per un soggetto non bendato, causa il puntamento suc-
cessivo degli occhi solo su determinati oggetti che passano nel campo visivo: in
un certo senso la visione non appare continua, ma a scatti. Questo riflesso è chia-
mato nistagmo e si verifica finché il ner-vo sensoriale registra una deflessione
della cupola. Quando cessa questa deflessione, l'azione del riflesso termina e il
soggetto, se non è allenato, osserva gli oggetti passare in un lampo e perde
l'equilibrio.
Quando termina il moto di rotazione, la cupola è nuovamente deflessa e il ri-
flesso nistagmo agisce questa volta in direzione opposta: gli oggetti fermi appaiono Nistagmo
in moto costante, per poi muoversi di nuovo all'indietro. I muscoli di posizione
sono allora stimolati a rispondere a movimenti inesistenti e si ha, come conse-
guenza, un barcollamento del soggetto.
E opportuno osservare che la presenza di tre canali semicircolari tra loro per-
pendicolari garantisce sia la percezione tridimensionale del moto di rotazione sia,
in particolare per i bipedi, l'equilibrio dell'organismo.
In generale si può estendere la descrizione della percezione del moto rotato-
rio, qui fornita per I'uomo, anche agli altri organismi animali: 1'organo dell'equi-
librio e della percezione del moto traslazionale e rotazionale si awale sempre de-
gli effetti del moto di fluidi su opportune cellule sensibili.

Rreprroco DELrE GRANDEZZE FrsrcHE E uNrrà Dr MrsuRA


Sistema Internazionale Sistema C.G.S. Sistema pratico

Sforzo terminale ) oyn cm '


modulo di scorrimento G
N m-2
N m-2 oyn cm ' T*'
momenlo torcenle terminale I Nm oyn cm -

angolo torcente terminaie @, radianti gradi, min, s


726 CA PIT0 L0 5 Biomeccanica

Pnosremr
5.1 NeÌ caso di una persona accovacciata, ìa Figura 5.1 1 viene
modificata nella Figr.rra 5.43. Determinare F, e F,r.
5.2 Una persona avente massa di 70 kg esegue delle flessioni
come indicato in Figura 5.44. Quali sono le forze eserci-
tate sulle mani e sui piedi?
5,J Nella masticazione (Figura 5.10) si assuma la forza eserci-
tata dagli incisivi pari a 100 N. Se l, = 3 4,,, valutare: (1) il
modulo della forza del muscolo della masticazione {,, e
(2) laforza per unità di superficie esercitata dall'incisivo,
se questo ha un'area di 0.5 cm2.
5.4 Stimare la forza che agisce sulla fronte di un individuo
che urta contro una trave mentre si muove alla velocità di
15 m s-1, considerando che la massa della testa è di circa 0,6 cm 5 cm
4 kg e che la trave si deforma fermando l'individuo in
0.002 secondi. Figura 5.43 Anatomia semplificata del piede e diagramma
5.5 Calcolare la potenza media globale sviluppata dai mu- delle forze agenti quando ii soggetto è accovacciato.
scoli di un uomo che carica su una piattaforma alta 2 me-
tri dei sacchi pesanti 20 kgo.". cadauno, al ritmo di uno
ogni dieci secondi. Si assuma come rendimento medio
dei muscoli n =25%.
5.t) Facendo riferimento alla Figura 5.15, se la sezione tra-
sversa di un femore umano ha una superficie di 6.45 cm2,
quale valore della forza di trazione causa una frattura?
5.1 Si faccia una stima del valore deimomenti di torsione ap-
Figura 5.44 Schema geometrico di un soggetto che esegue fles-
plicati al femore di un giocatore di calcio quando questi
sioni.
esegue una rapida giravolta su un piede. Tali risultati
hanno una qualche applicazione sul tipo di tacchi e su-
perfici di gioco che dovrebbero essere usati? legamento
natellare
5.8 Nel caso del Problema 5.1, la parte inferiore della gamba
è mantenuta in equilibrio tramite 1'azione del legamento
\
ìl
patellare (attaccato alla parte superiore della tibia e che
scorre sopra la rotllla, come mostrato in Figura 5.45). Le
forze agenti sulla parte inferiore de1la gamba sono F., R
e T. Si assuma F" pari alla metà della forza peso del corpo l
(40 kgu...) , la forza peso della gamba P, pari a 10 kgo."" e 4cm
l'angolo a = 40" (supponiamo che la parte inferiore della
gamba sia inclinata di 45' rispetto al suolo). Determi- tt ,
nare, dalle condizioni di equilibrio per la parte inferiore .r.lll.,,
della gamba, il modulo della tensione T cui è sottoposto P,
il legamento e la direzione e iI modulo di R. Il punto di
applicazione della tensione T sia posto immediatamente
/èrl
sotto il punto su cui agisce R.
, Tt
iF,
lÈ | l

', : l l

r.t.r.,,!l:1. i i

'H.(--------}
15 cm 15 cm

Figura 5.45 Schema delle foze agenti sulla parte inferiore della
gamba di un soggetto in posizione accovacciata. La forza R agisce
sull'articolazione del ginocchio con la stessa direzione della tibia.
o
o
+,
CL
tE

Meccanica dei ftuidi IJ

INTRoDUZIoNE
=.6,f;
I fluidi sono caratterizzati da una completa deformabilità. Sono fluidi sia i li-
quidi che i gas; tuttavia,latrattazione svolta in questo capitolo si applica al caso dei
liquidi, anche se in taluni casi può essere estesa anche ai gas. I liquidi, a differenza
dei gas, sono molto poco comprimibili e pertanto lo studio della Statica e della Di-
namica dei liquidi può essere notevolmente semplificato trascurandone la com-
primibilità.
A causa della loro deformabilità, la massa dei fluidi è distribuita con continuità
in tutto il volume occupato dal fluido stesso. Per caratterizzare la distribuzione della
massa del fluido nello spazio, è quindi conveniente wtilizzare la grandezza scalare
densità, definita come il rapporto tra la massa del fluido e il volume occupato:

-fn Densità
d=- (6 1)
V
Utilizzando i concetti del calcolo inf,rnitesimale, si può def,rnire Ia densità in un
punto come il rapporto tra la massa infinitesima dm e il volume infinitesimo dV,
che racchiude il punto considerato. La densità può così essere rappresentata come
una funzione scalare continua dei punti del fluido. Quando tale funzione è co-
stante in ogni punto si dice che la densità è unifonne. La densità nel Sistema Inter-
nazionale si misura in kg,/m3, nel sistema C.G.S. in g/ cm3. L'acqua, il liquido più
diffuso sul nostro pianeta e che rappresenta la principale componente dei sistemi
biologici, ha densità d = 1 g/ cms = 1000 kg/m3.
Sempre a causa della deformabilità, non è pratico descrivere la Meccanica dei
fluidi facendo riferimento ai campi di forza. Risulta invece più conveniente intro-
durre una quantità fisica, la pressione, che permette di descrivere Ia distribuzione
Pression e
continua delle forze sulla superFrcie e all'interno del fluido. Definiamo pertanto Ia
pressione. Consideriamo una porzione di superficie ÀS in seno al fluido o sulla su-
perficie di esso. Se sulla superf,rcie dS agisce una forza F e d è la componente di
tale forza normale a /§ si definisce pressione il rapporto tra la componente nor-
male della forzae la superficie su cui agisce (Figura 6.1):

A_
F'n F-
Y- AS
- AS
(6.2)

La pressione si misura dunque nel Sistema Internazionale in newton /m2,chia-


mato pascal (Pa), oppure in dyne/cm2 (baria) nel sistema C.G.S.
Anche per la pressione, come per la densità, si può definire la pressione in un Figura 6.1
punto del fluido, considerando una superficie infinitesima dS che contenga il Componente F, della forza F nella
punto stesso. Pertanto nella meccanica dei fluidi si possono sostituire i campi vet- direzione z normale alla superficie
toriali di forze con dei campi scalari di pressione. ^s.

127
728 CAPIT0L0 6 Meccanìca deifluidi

In questo capitolo ci proponiamo di richiamare le ieggi più importanti della


Nleccanica dei fluidi. Le leggi fondamentali che r,i si applicano sono sempre quelle
della Meccanica, illustrate nei capitoli precedenti. La descrizione delle condizioni
di equilibrio e del moto nei fluidi risulta, tuttavia, più complicata dal punto di vi-
sta matematico a causa della deformabilità del mezzo materiale studiato. Si può, ad
esempio, osservare che nel caso dei fluidi (gas o liquidi) e dei solidi plastici (come
cera, pece, r,etro) giocano un ruolo importante le fone di arrriro interno ed
esterno, forze di tipo dissipativo, per le quali non è quindi definibile una funzione
energia potenziale, i cui effetti dinamici sono assai complessi. La Dinamica dei
fluidi si differenzia infatti a seconda dei singoli casi di applicazione.
Successivamente nel capitolo vengono introdotte le forze che si esplicano alla
superficie libera dei liquidi: queste forze costituiscono il punto di partenza per
comprendere i fenomeni di distensibilità delle membrane. Infatti Ia descrizione di
tali fenomeni, determinati dalle forze di coesione tra le rnolecole, è particolar-
mente semplice nei liquidi. Nei paragrafi finali verranno considerate le membrane
deformabili e il loro conìportamento quando sottoposti a forze. Le conseguenze
applicate ai sistemi biologici verranno descritte nel Capitolo 8.

Forza di pressione relaliva

Un gas alla pressione di 10 atm riempie un condotto cilin- Laforza risultante, esercitata verso l'esterno, è data dalla dif-
drico avente superficie laterale di 0.1 m2. Se la pressione ferenza:
esterna è di 1 atm, quale forza risultante agisce sulla parete
Fi- F,= (p - p,) S= 1.013 . 105N - 1.013 . 101N =
del condotto?
= 9.117.l0anervton.

In questo esempio la forza esercitata suila parete è propor-


§*{**eàOXg Lafot:za{ che agisce sulla parete interna è de-
zionale alla diIlèrenza tra la pressione interna e quella
terminata dalla pressione del gas contenuto neI condotto:
esterna (atmosferica), chiamata pressione relatiua o ftessione
= P, S= (10 atm) (1.013 . 105 Pa) (0.1 m2) = lransm'u'rale. Per esempio I'indicatore di una pompa per
= 1.013 105 ner,vton, pneumatici segna la pressione relativa, non la pressione as-
soluta. Quando si parla di pressione in nn condotto o in ca-
mentre la forza esercitata dall'esterno, dor.,uta alla ptessione
vità biologiche si sottindende sempre la pressione relativa a
atmosferica, risulta:
quella atmosferica.
F,= lr,S= (1 atm) (1.013. 105Pa) (0.1 m2) =
= 1.013 . 104 ner'r,'ton.

6.2 EQUILIBRIO NEI FLUIDT

Un fluido in equilibrio assume la forma del recipiente che 1o contiene. In par-


ticolare, dovendo valere per ogni rrolumetto di fluido le condizioni generali di
equilibrio, valide per un corpo qualsiasi, si deduce quanto segue.

a) In un fluido in, ecluilibrio sono nulle le fone tangenti alla supeltcie Limite. Infatti, se
cosi non fosse, gli strati superficiali scorrerebbero sotto l'azione delle compo-
nenti targenziali delle forze e non si avrebbe equilibrio.
b) La pressione che .ti esercita su un elemento di sulte(tcie AS contenente il puntoP interno
al fluido, è in,dipendente d,alla giacitura di Si può pertanto parlare semplice-
mente di pressione esistente in un punto^S. P del fluido (principio di isotropia della
6.2 Equitibrio nei ftuidì 729

pressione). Infatti, se così non fosse, le particelle di fluido nel punto P sarebbero
sottoposte ad una risultante delle forze non nulla. :__
=
4
#l+I .
fl"tr:
E+ I
'l 'l
th
,
Dalle condizioni di equilibrio sopra enunciate segue che la pressione che si E 1____-P.___l_.1 r

ff.. c l/f
esercita in un punto della superficie limite di un fluido si trasmette inalterata a I #
tutti i punti della superficie limite (principio di Pascal). =
^s
Da quanto detto sopra, si deduce che, se si trascurano le forze peso che agi- #

scono sui volumetti di fluido, la pressione in qualsiasi punto di un fluido in quiete


è uguale alla pressione esistente sulla superficie limite. Se invece si tiene conto che 1t*u**m,
il fluido è pesante, la pressione all'interno di un fluido in quiete dipende dalla Figura 6.2
quota, cioè dalla distanza verticale del pr"rnto considerato dalla superfrcie limite Sulia superfìcie ÀS agisce \a forza
del fluido (superficie libera nel caso di liquidi).Infatti, limitandoci al caso dei li- peso del fluido sowastante: la pres-
quidi, su un generico punto P interno al liquido, oltre alla pressione che si esercita sione che ne risulta è detta pres-
sulla superficie e che viene trasmessa in ogni punto del liquido per il principio di sione idrostatica.
Pascal, si esercita anche la pressione dor'uta al peso degli strati di liquido sovra-
stanti il punto P (Figura 6.2) .La pressione doruta alle forze peso (forze di volume)
che agiscono sul liquido si chiama pressione id,rostatica. Calcoliamo la pressione esi-
stente ad una qlrota à sotto la superficie libera di un liquido qualsiasi di densità d.
Consideriamo un elemento di superficie /S intorno al punto P e orientato oriz-
zontalmente. Normalmente a /S agisce la forza peso della colonna di liquido so-
vrastante, avente volume /S à. Tale peso, in modulo, è dato semplicemente da
F = mg, dove z :Vd = dAS h,. La pressione idrostatica nel punto P è pertanto data
da (legge di Steztino):

e=ffi=dgh (6.3)

Per il principio di isotropia delle pressioni, è chiaro che la pressione idrostatica


Pressione idrostatica
è la stessa su qualsiasi elemento di superficie AS contenente il punto P, comunque
esso sia orientato. All'equilibrio la pressione idrostatica dipende quindi soltando
dalla quota /2. Ad esempio, la pressione atmosferica è la pressione idrostatica della
colonna d'aria sor.rastalìte un eiemento di superficie (tuttar,ia in questo caso la
densità dell'aria non è costante, come awiene nell'immersione in acqua, ma di-
minuisce arrivando avalori quasi nulli oltre i 70 km di quota). La pressione idro-
statica, essendo conseguenza della forza peso, cambia al mutare del valore dell'ac-
celerazione di gravità g sulla superficie lunare il valore di g è circa 6 volte minore
mentre nella Stazione Spaziale Internazionale è prossimo a zero. Come vedremo
queste variazioni della pressione idrostatica hanno importanti effetti sull'uomo, in
particolare sul sistema cardiovascolare (§7.4c).

IJtilizzando la relazione (6.3), si introducono ulteriori unità di misura pratiche


della pressionl, usate spesso in Biolosia e in Medicina. Esse sono:

a) mm di meranrio (mmHg), chiamato anche for, definito come la pressione idro-


il
statica esercitata sulla propria base da una colonna di mercurio alta I mm;
b) il ctn di acqua (cmHro), definito come la pressione idrostatica esercitata sulla
propria base da una colonna di acqua alta I cm;
c) l'atrnosfera (atrn), corrispondente alla pressione di 760 mmHg, definita come la
pressione dell'aria atmosferica a livello del mare a 0 'C;
d) il grammopeso/cm2, corrispondente alla forza peso di utì grammo esercitata su
un cmZ.
e) il bar, pari a 105 pascal, unità utilizzata in meteorologia.
130 CAPIT0L0 6 Meccanicadeifluidi

Spinta dì Archimede Le relazioni tra le diverse unità di misura della pressione si ottengono ricor-
dando che la densità del mercurio è 13.6 g/cmz e quella dell'acqua è 1 g,/cm3:

1 atmosfera = 760 mmHg= dgh= 13.6 g cm-3 980 cm s-2 76 cm =


= 1.012.106barie = 1.012.105 pascal =
= 1.012 ' 106/ 980 gp".o cm-2 = 1033 gp..o cm-2= 0.988 bar
1 cmHrO = dgh= 1 g cm-s 980 cm s-2 1 cm = 980 barie =
=980 (760/ 1.012. 106) mmHg = 0.73 mmHg,

cioè fra un cmHeo e un mmHg vi è un rapporto corrispondente a quello fra le


densità dell'acqua (1 g cm-3) e del mercurio (13.6 g cm-3).
superficie libera
Se un corpo solido viene immerso in un liquido, sulla superficie del corpo si eser-
cita un sistema di forze dowrte alla pressione idrostatica. Se al posto del corpo ci
fosse il corrispondente volume di liquido, Ia risultante delle forze sopradette equili-
hl
brerebbe laforza peso del volume di liquido. Si può pertanto enunciare ilprincipio
di Archimede un corpo immerso in un liquid,ct à sottoposto ad un sistema di fone la cui risul-
h, tante à unaforza uerticale, diretta dal basso aerso l'alto, auente intensità uguale al peso del uo-
lume d,i liquido spostato. La spinta ùi Archimede So è applicata al baricentro del volume
di liquido spostato. Se indichiamo con dla densità del kquido, con y il volume spo-
Ah V=SAh stato e con n?.la massa di liquido spostato, possiamo scrivere che I'intensità della
spinta di Archimede è (Figura 6.3):
I
Pz= d*hz SÀ = AS-prs = dS\S- dgh,S= dSS (4-\) = dgSAh= dgV= mg, (6.4)
frgura o.J
La spinta di Archimede ha origine dal fatto che le forze dol,ute alla pressione
La spinta di Archimede in modulo
è la conseguenza della diversa
idrostatica che agiscono sulla superficie del corpo immerso sono più grandi sulle
pressione idrostatica agente sulle parti della superficie del corpo immerse a maggiore profondità (Figura 6.3).
superfici inferiore (verso l'alto) e Accenniamo ad alcune conseguenze del principio di Archimede: prima di tutto
superiore (verso il basso) del possiamo dire che un corpo immerso in un liquido galleggia o va a fondo a se-
corpo di altezzaAh immerso in un conda che la sua densità sia, rispettivamente, minore o maggiore di quella del li-
liquido avente densità d. Poiché
h,>h,,la direzione di .S, è verticale quido; inoltre possiamo affermare che, normalmente, un corpo solido galleggia senza
verso l',alto. il baricentro del corpo si troua al di sotto del baricentro del liquido spostato.
rouesciatsi solo se
Infine, si dimostra facilmente, applicando la legge di Stevino, che in due reci-
pienti comunicanti, un fluido pesante omogeneo si porta sempre allo stesso livello
(principio dei oasi comanicanti).

Spinta di Archimede su un iceberg

La densità del ghiaccio è 0.92 g cm-3, mentre quella dell'ac- dglt"..io Yi..t.,g - 4.r.'" yi,',,".^.,
qua del mare è di 1.025 g cm-3. Quale frazione di un iceberg
rimane sommersa? e quindi:

I4-..^" 4"'*' O'92


SOlUZiOng Il blocco di ghiaccio è in equilibrio sorro l'azione , - d - 1.025 =0.898,
vrcPo'rg acqul
della forza peso, che agisce su tutta la massa delf iceberg, e la
spinta di Archimede, che agisce sulla sua massa immersa: per cui la parte immersa occupa quasi il g0% del volume
ngr,r.u,,o 9= /r?,.q,,^ g, da cui si ottiene: dell'icebergl
6.2 Equitibrio nei f[uidi 131

Pressione idrostatica

Una pressione negativa di aspirazione viene spesso utilizzata linea di


per eliminare liquidi dalle cavità corporee. L'aspirazione per aspirazione
la regione gastrointestinale è mostrata in Figura 6.4, Ia pres-
sione d'aspirazione applicata al contenitore è di 100 mmHg e
la parte superiore del tubo collegato al paziente si trova 42 cm
sopra la parte terminale situata nel corpo. Determinare la
pressione negativa applicata alla parte terminale del tubo.

1
42cm
SOlUZiOng Assumendo che la densità del liquido sia uguale a
quella dell'acqlua, l'altezza di 42 cm comporta una pressione
idrostatica che deve essere superata alfinché il liquido giunga I
nel contenitore:

P = d s h= 1 g cm-3 9Bo cm s-2 42 cm =


= 4.1 . 104 barie = 31.3 mmHg.
Figura .6.4
La pressione effettiva agente sulla parte terminale del tubicino Di;positivo di aspirazione dei ga-
strointestinali.
risulta essere quindi di 100 - 31.3 = 68.7 mmHg. Questa è dun-
que la pressione d'aspirazione agente sul liquido da drenare
dalle cavità gastrointestinali.

Principio di Pascal

In Figura 6.5 sulla colonna 1, di sezione S, = 0.8 m2, grava


una massa pari a 3500 kg. Un pistone di sezione S, = 10 cm2 F
e di massa trascurabile esercita unaforza Isulla colonna 2.
I due vasi comunicanti sono riempiti di olio di densità
d = 0.78 g cm-3. Determinare la forza F che agisce sul pi-
stone all'equilibrio, nel caso in cui h = 3.5 metri.

§OlUZiOng Dalle considerazioni svolte alla fine del §6.2,


all'equilibrio le pressioni agenti alla quota della superficie
S, saranno uguali e, quindi, tenendo conto della pressione
idrostatica nella colonna 2:

Pr= Pr+dgh,

che diventa: Figura 6.5 La pressione della forza peso rrg è equilibrata nel
H=L+ash, liquido dalla pressione idrostatica della colonna di olio di altezza
sr 52
À sommata alla pressione deila forza F.

da cui si ottiene:

.Itr = l0-3m2 (xp e.8 m s-2 - 0.78 103ks m-', e.8 m .-', s.s -) = 16.1 N = 1.65 kgr.
732 CAPIT0L0 6 Meccanicadeifluidi

Come illustrazione del principio di Pascal, ricordiamo il funzionamento del


torchio idraulico, sul cui principio si basano i metodi di trasmissione idraulica
delle forze. Consideriamo due cilindri di sezione diversa, muniti di stantuffb e co-
municanti fra loro (Figura 6.6). Se applichiamo una forza F, normale allo stan-
tuffo di sezione §, si ottiene una pression e p, = Fr/ Sr. Per equilibrare questa pres-
sione bisogna applicare sullo stantuffo di sezione S, una forzaF,, ad essa normale,
tale che p, = Fr/ S, = p, = Fr/ Sr. Si ottiene così che la forza 'F" trasmessa idraulica-
mente è data da: fl, = ,F, E/§ e risulta pertanto molto più grarìde di { se S; > S,

6.3 IL MOTO DEI FLUIDI: PORTATA ED EQUAZIONE


Figura 6.6 DI CONTINUITÀ
Schema di funzionamento del tor-
chio idrarilico. Descrivere Io stato dinamico di un flr-rido è molto più complesso che descrivere il
moto di una particella o di un corpo rigido. Infatti è necessario conoscere in ogni
punto del lluido la massa, laforza e la velocità. Abbiamo visto nel §6.1 che mediante
campi scalari di densità e di pressione si possono descrivere rispettivamente la distri-
buzione della massa e delle forze nel continuo fluido. Analogamente, per la velocità si
può introdurre un campo vettoriale di velocità che descrive 1o stato di moto del fluido.
Nella Figura 6.7 è mostrato un esempio di campo di velocità. In modo analogo
ai campi diforza, il campo di velocità è descritto da linee tangenti in ogni punto
alla velocità delle particelle di fluido in quel punto. Tali linee sono chiamate knee
.............-.-'.-_----\-_ di aelocità o l:inee di corrente.
La descrizione della Dinamica dei fluidi si semplifica alquanto nel caso di stato
Figura 6.7 di moto stazionario. questo tipo di moto si realizza quando ogni particella di fluido
Linee di velocità in un fluido che si che passi per un dato punto abbia la stessa velocità (in modulo e direzione) di
mriove in un condotto. L'acldensa- tutte le particelle cli fluido che l'hanno preceduta e che la seguiranno, cioè la ve-
mentci delle linee di velocità evi- locità delle particelle è funzione della posizione, ma non del tempo. In questo ca-
denzia l'aumento di velocità (r,edi
pitolo, salvo un accenno finale, ci limiteremo al caso di rnoti stazionari.
equazione di continuità (6.7)).
Poiché la misura sperimentale della velocità delle singole particelle di fluido
non è agevole, è conteniente introdurre una quantità dinamica, la portata, colle-
gata alla velocità e di facile misurazione. Si definisce Jlusso di uelocità (spesso sem-
plicemente/rzsso) o portatu Qin un condotto, il r,olurne Vcli fluido che attraversa
una sezione Sdel condotto nell'unità di tempo. L'unità di misura della portata nel
Sistema Internazionale è il m3/s, unità decisamente esagerata se applicata al moto
di fluidi nei sistemi biologici, per i quali è pirì adatta l'unità C.G.S. cm3ls oppure
le ur-rità pratiche litro/s = 1000 cm:r/s e litro/min.
Qr-resta definizione di portata è del tutto generale e può essere applicata a quaÌ-
siasi tipo di moto del fluido (liquido o gassoso) e a qualsiasi tipo di condotto. Si
AA' può cosi parlare di portata di fiumi, di portata di gas o liquidi in condotte o in tu-
Figura 6.8
bature, di portata di acqua nelle tubature domestiche (consumo e riscaldamento)
e così via. Intece di un condotto reale si può pensare a un condotto immaginario,
La diminuzione di sezione in un
condotto rigido, per la continuità chiamato tubo diflusso. Viceversa la relazione tra Qe la velocità delle particelle di-
del flusso, comporta Lrn aurnento pende dai casi particolari. Cominciamo con Lln caso sernplice.
della velocità media r del liquido. Consideriamo un condotto di sezione S attraversato da un fluido che si muove
con velocità u, uguale in tutti i punti di r-rna stessa sezione. Considerando le parti-
celle di fluido che si trovano inizialmente nella sezione AB (Figura 6.8), esse, nel
tempo /1, si sono spostate di un tratto u At. Il t olume di liquido compreso tra AB e
A'B' rappresenta pertanto il volume l'cli liquido che ha attraversato nel tempo /l
la sezione AB del condotto. La portata è quindi data da:
6.3 IL moto dei f[uidi: portata ed equazione di continuità 133

V SuAt
a=*= * =s". (6.5)

La generalizzazione della relazione (6.5) a casi più complessi può essere fatta
con l'uso del calcolo infinitesimale. Per esempio, se la velocità delle particelle di
una data sezione S del condotto è diversa da punto a punto della sezione, si può in-
trodurre una velocità media il,, = u^.,tiu delle particelle della sezione, data da:

un,.din
.r
=S-' I u(S)dS. e scrivere che laportata Qdel condotto è Q= u*.,iiu S. Pos-
Js
siamo generalizzare ulteriormente l'espressione della portata, considerando la Figura 6.9
portata o il flusso di fluido attraverso una superficie qualsiasi (reale o immagina- Portata di un fluido attraverso una
ria) (Figura 6.9): superficie. I1 versore ,t rappresenta
la normale alla superficie attraveF
so cui si vaìuta la portata.
a-1,,'nrts=fucosoas (6.6)

Nella (6.6) , ndS rappresenta un vettore avente come modulo 1'area di un ele-
mento infinitesimo di superficie dS e come direzione e verso quelli della normale
alla superficie nelpunto considerato (vedasi anche la definizione di flusso di un
vettore in §1,5d). E chiaro che nella (6.6) la velocità z delle particelle del fluido e
l'angolo 0 sono, nel caso generale, funzioni dei punti della superficie S.

Introduciamo ora l'equazione di continuità per il moto dei fluidi, che si deduce Equazione di continuìtà
dal principio d:i conseruazione della. massa di fluido. Cominciamo dal caso semplice
del moto stazionario in un condotto. Se il fluido è incomprimibile (liquido) e le
pareti del condotto sono rigide, la portata deve essere uguale in ogni punto del
condotto. Quindi, se il condotto presenta una variazione di sezione, come mo-
strato in Figura 6.8, uguagliando le portate nei due tratti del condotto si ottiene:

S'z' u .S'
Su = ossia
u' S'
in generale Su = costante , (6.7)

si trova cioè che Ie velocità nelle diverse sezioni sono inversamente proporzionali
alle aree delle sezioni stesse.
Un'espressione più generale dell'equazione di continuità si ottiene osservando
che, se si considera una superficie chiusa, reale o immaginaria, immersa in un
fluido in moto, la quantità di fluido che entra deve essere uguale alla quantità di
fluido che esce (Figura 6.10a) e quindi Ia portata o flusso totale attraverso la su-
perficie chiusa (rappresentata simbolicamente da un cerchio chiuso sul simbolo di

Figura 6.10
(a) Superficie immaginaria S
chiusa, tagliata in un fluido senza
sol-genti o scarichi. (b) Superficie S
che racchiude una sorgente (o sca-
rico) di portata Q..

a)
134 CAPIT0L0 6 Meccanica deiftuidì

integrale) deve essere nulla (vedi §1.5d):

a= d,s =0. (6.8)


{,"'n
Viceversa, se all'interno della superficie chiusa è contenuta una sorgente da cui
sgorga del fluido, oppure è presente uno scarico da cui defluisce del fluido,
awemo (Figura 6.10b):

a=f a.n dS=Q^, (6.e)

dove Q" è il volume di fluido che sgorga dalla sorgente (se positivo) o che sparisce
nello scarico (se negativo) nell'unirà di tempo.

Potenza da caduta d'acqua

Calcolare la potenza massima ottenibile teoricamente (tra- zione di energia potenziale) compiuto nell'unità di tempo:
scurando cioè ogni perdita di energia) da un corso d'acqua
avente la portata di 8 m3 s-r, che presenta un salto di livello di
w=
L mgh dV
15 m.
^t=;=Ech=dQsh=
= 103 kg m-' 8 mu s-' 9.8 m s-' 15 m =
= 11.76.106 watt = 11.76 MW.
§OlUZiOne La potenza è il lavoro (che qui è pari alla varia-

FLUIDI NON VISCOSI: IL TEOREMA DI BERNOULLI

Nel caso particolare in cui il fluido sia incomprimibile e privo di forze d'attrito
(kquido pefetto), si può dedurre dal principio di conservazione dell'energia
un'equazione, nota come teoreÌ?ut di Bemoulk, che può essere applicata, sotto certe
condizioni, anche in molti casi in cui il liquido non è perfetto.

EiSEr
La massa di liquido in posizione I
si sposta nel condotto rigido fino
alla posizione 2. In condizione di
regime stazionaÀo AV= §/, = §{r.
Sul liquido agiscono le forze di
pressione e la forza di gravità
(forza peso). Le forze di pressione
sono ortogonali alle sezioni del
condotto.

---_---:_--_-
6.4 Ftuidi non viscosi: iI teorema di Bernoutli 135

Per ricavare il teorema di Bernoulli, cominciamo con l'osservare che, in condi-


zioni di moto stazionario e in trn condotto rigido,la portata, cioè il volume di liquido
che attraversa ogni sezione S del condotto nell'unità di tempo, è costante per
l'equazione di continuitàL (6.7), essendo u la velocità del liquido:
Teorema di BernouLLi
^AV =.\ u=cosranre.
a=v (6.10)

Applicando la (6.10) al caso di Figura 6.11 si ottiene facilmente:

a= S+=!É L,percui S,(,= S,(,. (6.11)


At At =5,At
Consideriamo ora il liquido che si sposta nel condotto di Figura 6.11 dalla po-
sizione iniziale I a quella finale 2 e applichiamo il principio di conser-vazione
dell'energia, sotto forma del teorema dell'energia cinetica (3.24):

L = AEx = E*, - no, =!*r'l -i.*ri,


(6.12)

dove il lavoro l, è determinato da tutte le forze agenti sul volumetto AV di massa 7rz
di liquido. Queste in generale saranno laforza peso e laforza di pressione. Consi-
derando il volumetto lVdi liquido che si sposta nel condotto dalla sezione § alla
sezione S, (Figura 6.11),la (6.12) diventa:

* c(4- à,)+S, p, (, -5, p, (, =l*r; -i-"i, (6.13)

dove: mg(l\ - À2) rappresenta il lavoro compiuto dalla forza peso agente sulla
massa ?n di liquido per trasferirla dalla quota à, alla quota 4 (§3.3b); Srpr(rrap-
presenta il lavoro della forza di pressione p,S, sulla superficie § per far avanzare il
liquido di un tratto (r; S,,pr(rè l'analogo lavoro relativo alla superficie S, con segno
negativo, dato che laforza di pressione prS, si oppone al moto del liquido.
Utilizzando Ia definizione di densità d : m/AV e introducendo la (6.11) nella
(6.13) si ottiene facilmente, una volta fatte le semplificazioni:

d S tq - d g h, + lr, - p, =io r; - io rf . (6.14)

Spostando al primo membro i termini con indice I e al secondo membro quelli


con indice 2 e dividendo per dg tutti i termini, si ha la relazione che esprime il feo-
rema di Bemoulli:

u+!L+Lri
'dg 29' =n^*lz*f-,,;. (6.15)
dg 29'
dove i tre termini di ciascun membro hanno le dimensioni di una lunghezza e
sono chiamati alteua geometica (h), altezm piezometrica (p/dù e altczza cinetica
(ù/zdT) La stessa conclusione si ottiene per qualsiasi altra sezione del condotto,
per cui il teorema di Bernoulli afferma che Ia somrna delle tre altezze citate è co-
stante lango il condotto:
136 CAPIT0L0 6 Meccanica deifluidi

n,*L*-= costante. (6.16)


dg 29
Come applic azione del teorema di Bernoulli, ricordiamo 1l teorema di Toricelli.
Se in un recipiente contenente un liquido si pratica un foro di dimensioni molto
piccole rispetto alla sezione del recipiente, a una profondità h dalla superficie Ii-
bera del liquido, la velocità con cui il liquido fuoriesce è data da:
Figura 6.1 2
Recipiente con un foro posto a (6.17)
quota à sotto il livello del liquido. "=Jrts.
E da notare che questa è la velocità con cui giunge al suolo un grave lasciato ca-
dere da un'altezza à (vedasi §3,3b). In effetti, come si vede in Figura 6'12, le parti
celle del liquido che fuoriescono dal foro è come se cadessero dall'altezza h.
Il teorema di Torricelli può essere dimostrato applicando il teorema di Ber-
noulli. Basta infatti applicare Ia (6.15) tenendo presente che una sezione è quella
della superficie libera del liquido dove zr, = 0, ht = h, P, = P" (pressione atmosferica),
mentre l'altra sezione è rappresentata dalla sezione del foro dove z, = u, lk = 0,
Pr= P.,. Si ottiene così:

t *lu !-*Y-,
dg= dg 29

da cui semplificando discende subito la (6.17).

6.5 FLUIDI VISC0SI: M0T0 LAMINARE E M0T0 TURBOLENT0

Il teorema di Bernoulli non è applicabile senza correzioni al flusso dei liquidi


reali, in quanto non tiene conto delle forze di attrito incontrate da un liquido
reale nel suo moto. Consideriamo infatti un condotto orizz.ontale di sezione co-
stante, come indicato in Figura 6.13. Per il teorema di Bernoulli, se la velocità del
liquido nel condotto fosse la stessa in ogni punto, anche la pressione dovrebbe es-
sere costante lungo il condotto, poiché questo è orizzontale (à = costante). D'altra
parte, poiché il liquido dissipa energia per attrito, Ia (6.14) non è più valida e la
Figura 6.13 somma delle altezze (6.16) non si conserwa lungo il condotto. Se indichiamo con
Condotto orizzontale di sezione À, l'energia per unità di volume dissipata per attrito dal liquido nel tratto fra § e
costante, per cui 4- h, e u, = a,: la
conseguenza è §, possiamo scrivere il seguente bilancio energetico:
t,,: ?,
d s t\ *io"i . p, = d e h, *l,or; + p, + E^. (6.18)

Per l'equazione di continuità, essendo S, = S, abbiamo ut= u2, e poiché hr= hr,
si ottiene:
E.r= P.,- Pz, (6.19)
Resistenza meccanica

cioè si conclude che, per far scorrere il liquido reale in un condotto orizzontale
con velocità costante, bisogna applicare agli estremi del condotto una differenza
di pressione che serve per vincere le forze di attrito.
Il fatto che per muovere un liquido reale in un condotto orizzontale e
uniforme sia indispensabile una differenza di pressione ci porta alle seguenti due
considerazioni: a) il ruolo dell'energia cinetica del liquido è marginale rispetto al
6.5 Ftuidi viscosi: moto ì.aminare e moto turboLento 737

Iavoro delle forze di pressione, come dimostrato dal calcolo dell'Esempio 7.4, eb)
gli effetti della forza di gravità al suolo sono limitati dalla differenza di quota nei
condotti verticali (come si e't idenzia nel §7.4c).
Dunque, per ottenere una portata Qdi fluido reale in un condotto dalle pareti
rigide, è necessario applicare unavariazione di pressione Ap = pr- p, alle sue estre-
mità. Si definisce resistenza, del condotto il rapporto:

oAP (6.20)
a
Nel moto di un fluido reale si distinguono due regimi di moto: laminare e tur-
bolento. ll moto è detto la.minare quando il fluido si muove a strati (o lamine) che Regime Laminare
strisciano gli uni sugli altri. In questo caso si trova sperimentalmente che Ia forza di
attrito, che si esercita fra le lamine, risulta proporzionale alla loro area A e alla loro
velocità relatiaa u e inversamente proporzionale alla distanza 5 tra le lamine (Fi-
gure 6.14 e 6.15a):

F^=-nA; (6.21)

dove si introduce il coefficiente di proporzionalità 4, chiamato oiscosità delJluido,


che dipende dalle caratteristiche del fluido e dalla temperatura, in particolare esso
diminuisce all'aumentare della temperatura. ::!ig$Ia"p.; ,

Dalla (6.21) si ricava che Ia viscosità ha le dimensioni di [M L-1r1] . Nel sistema Lamine di liquido di superficie A,
C.G.S. l'unità di misura della viscosità è it g cm-1s-1. che prende il nome di poise poste a distanza 6, che scorrono
(P), che in unità del Sistema Internazionale corrisponde a 10-1 Pa s. I valori di 4 con velocità relatiua u = u, - ay
per alcuni fluidi sono riportati in Tabella 6.1.

Se si fa scorrere un fluido omogeneo in regime laminare, in un condotto rigido,


a sezione circolare, e si eseguono una serie di misure sperimentali cambiando di
volta in volta la variazione di pressione agli estremi Ap, iI raggio r, lalunghezza (
del condotto e il tipo di fluido, si può arrivare alla conclusione sperimentale che la
resistenza R del condotto è direttamente proporzionale a 4 e a { e inversamente
proporzionale alla quartapotenza di r:


qt (6.22)
r 4

Lo stesso risultato può essere ottenuto teoricamente applicando Ie leggi della


Dinamica al flusso laminare, con le complessità di calcolo tipiche dei problemi di
fluodinamica. Il risultato teorico permette di stabilire anche il valore della co-
stante di proporzionalità nella (6.22):

_____-_- figuia;§
a >
-\_r
----.\=i
.,
. r-\
l--.r Linee di velocità in un fluido in
\rrl ----_--_)/)^
-+.----\
--*--->-) ---/
condizioni di moto laminare (a) e
-------+---------+ turbolento (b).

a) profilo di velocità b) linee di velocità


in regime laminare in regime turbolento
138 CAPIT0L0 6 Meccanicadeiftuidi

di viscosità per diversi lluidi

FLUIDI TEMPERATURA ("C) VISCOSITÀ (poise)

acqua 0 0.0178
acqua 10 0.0130
acqua 20 0.0100

alcool 20 0.0125
etere 20 0.0023
glicerina 15 2.3400
mercurio 20 0.0157
aria 15 0.00018

o _8
lL _ _.--;
rlt (6.23)
xI r'
Dalle (6.22) e (6.23) si ottiene quindi la relazione tra la portata Qelavariazione
di pressione Apin:unflusso laminare, relazione nota come fomrula di Poisatille

Portata in regime [amjnare n=#* (6.24)

Essendo in regime stazionario Q= Su= rr f a= costante, laformula di Poiseuille


stabilisce una relazione di proporzionalità fra la velocità del fluido e le forze di
pressione che lo muovono (Figura 6.11):

Fu = ApS = AFxrz"8n("8n(e
=2!Jaqnrz ="'t lo xr2uxr2 =
rr' rtrr-
(6.25)
-- 8tr,r14 a.

Tale proporzionalità è caratteristica del moto laminare, oltre al fatto che esso
non provoca rumore, cioè è silenzioso, e che presenta, nel caso di fluido omogeneo,
un profi.lo parabolico delle aelocità delle laminc, come mostrato in Figura 6.15a-
Inoltre, è opportuno osseryare che la formula di Poiseuille (6'24) può essere
espressa in forma vettoriale utilizzando la definizione di gradiente riportata nel
§1.5c e ricordando che il fluido si muove sempre dalle prasioni nagi,ori. a quelk mi-
nori:
Forma vettoriate
de[[a formuta di Poiseuitte a= -§s'"ar, (6.26)

dove Q è un vettore avente per modulo il valore di Qe per direzione e verso quelli
del moto del fluido.
Nella Nota 6.1 che segue il paragrafo è riportata la deduzione della formula di
Poiseuille (6.24), per Ia quale è necessario conoscere il calcolo integro-differen-
ziùe.
Per finire è interessante osseryare l'analogia tra la formula di Poiseuille e la
legge di Ohm (17.47). In entrambe le relazioni il fluire (di un fluido,lapottata Q
o di cariche elettriche, I'intensità di corrente elettrica e) è proporzionale alle forze
che agiscono, cioè la forza di pressione (S.ad P) o lavariazione di potenziale elet-
tnco AV, proporzionale alla forza elettrica (grad y= E). Sulla base di questa ana-
6.5 FLuidi viscosi: moto Laminare e moto turboLento 139

Iogia è possibile costruire simulazioni del sistema circolatorio tramite opportuni


circuiti elettrici (vedasi i modelli analoeici descritti nel successivo §8.5).

Se la velocità del fluido nel condotto viene progressivamente incrementata, au-


mentando la differenza di pressione agli estremi del condotto, si ossela che,
quando il fluido raggiunge una certa velocità, la formula di Poiseuille cessa di va-
Iere. La aelocità criticaper la quale ciò awiene è:

",
=fr +.
dr (6.27)

dove llt è una costante adimensionale detta nunxero di Rqnolds, che vale circa
1000+1200 per condotti rettilinei e uniformi, rè il raggio del condotto, dla densità
assoluta del fluido ed 4 la sr.ra viscosità. La cessazione di validità della formula di Moto turbolento
Poiseuille è dor,uta al fatto che si ha il passaggio da un regime di moto laminare a
un regime di moto amticoso o turbolmto, caratterizzato dalla formazione di vortici
macroscopici che rimescolano il fluido tralazona assiale elazona periferica del
condotto.
Il numero di Reynolds è un parametro adimensionale che fisicamente rappre- Numero di ReynoLds
senta il rapporto traTaforza d'inerzia (I- = * a, dove rz è la massa di fluido che si
sposta) elaforza di attrito viscoso .F. (6.21). Questo parametro può essere dedotto
dalle complesse equazioni di Navier-Stokes che descrivono in modo corretto e
completo il moto dei fluidi incomprimibili.
Il numero di Rel,nolds fr è costante per condotti che non offrono irregolarità;
viceversa, in corrispondenza di strozzature, gomiti o irregolarità nelÌe superfici in-
terne, esso assume un valore nettamente più basso di 1200 e, pertanto, in corri-
spondenza delle irregolarità il flusso di fluido diventa più facilmente turbolento.
Per visualizzare meglio la differenza tra il moto laminare e il moto turbolento,
consideriamo l'andamento delle linee di velocità per questi due regimi di moto.
Nel moto laminare le linee di velocità sono rette parallele alle pareti del condotto,
come è mostrato nellaFigura 6.15a, mentre nel moto turbolento Ie linee di velo-
cità tendono a chiudersi su se stesse, delimitando appunto un vortice macrosco-
pico (Figura 6.15b).
Il passaggio dal regime laminare al regime turbolento ha le caratteristiche di
una transizione di fase, in quanto esso awiene bruscamente in tutto il volume del
fluido, quando la condizione di velocirà critica viene raggiunta.
La transizione al regime turbolento è accompagnata da un aumento della resi-
stenza del condotto, determinata da una considerevole dissipazione di energia per
attrito. Infatti, osservando la Figura 6.15b, un volumetto di fluido, catturato in un
vortice, pur avendo una notevole velocità propria di rotazione, avaflza nel con-
dotto assieme al vortice, che si muove in modo relativamente lento. Un vortice è in
pratica una lamina che si alvolge su se stessa sviluppando attrito localizzato. Dun-
que, poiché tutto il fluido è pervaso da vortici, nel regime turbolento la resistenza
.R del condotto, che rappresenta l'azione degli attriti, è proporzionale al volume di
fluido (pieno di vortici) che transita nell'unità di tempo, cioè alla portata:
R= KQ (6.28)

dove Kè una costante, chiamatafattore di anrito, che dipende dalla forma del con-
dotto. Ne segue, dalla definizione di resistenza (6.20), R= Ap/Q= KQ e quindi la
relazione fra portata e differenza di pressione non è pirì lineare come nella (6.24),
ma assume la forma:
q* (6.2e)
^[tp.
740 CA PIT0 L0 6 Meccanica dei ftuidi

Ciò significa, ad esempio, che, nel regime turbolento, per raddoppiare la por-
tata di fluido, è necessario quadruplicare la differenza di pressione applicata agli
estremi del condotto (e non semplicemente raddioppiarla come awiene nel re-
gime laminare).Inoltre, a differenza dal regime laminare, quello turbolento pre-
senta la caratteristica di essere turnoroso,

Si osservi, infine, che nel trattare la formula di Poiseuille abbiamo preso in con-
siderazione i fluidi in generale: questa formula si applica infatti sia ai rnezzi liquidi
che a mezzi gassosi. Il teorema di Bernoulli invece è applicabile, a rigore, ai soli
mezzi liquidi, essendo richiesta I'incomprimibilità del fluido che scorre. Tuttavia, in
determinati casi, può essere applicato anche ai gas, pur con le necessarie cautele.

INTRODTMONE
Si consideri un condotto cilindrico rigido di raggro À, nel quale scorre un fluido reale e
omogeneo di viscosità 4 e velocità u costante, in moto stazionari,o caratterizzato dalla rela-
zione (6.5) Q= o S, che in termini differenziali diventa dQ= t dS. Nel flusso laminare iI
fluido si muove a strati (lamine) (Figura 6.14) soggetti allaforza di attrito Fo data dalla
formula (6.21), dove aè lavelocità relativa tradue lamine: u=t)t-az=- Aa e dove
ò = Ax = x, - x, che in termini differenziali si scrive:

F^='lA* (6.30)

Sul liquido agiscono due forze opposte: laforza di pressione elaforza di attrito, il cui
eguilibrio determina la formula di Poiseuille e le altre caratteristiche del regime lami-

Una lamina di interfaccia tra due lamine è soggetta alla forza di attrito viscoso agente
sulla faccia interna nel verso del moto e sulla faccia esterna nel verso opposto a quello
del moto (Figura 6.16). La forza di pressione sarà data da: (h - pr) dS = (P, - pr) 2nr dr,
essendo 2nr drl'area della corona circolare della lamina cilindrica.

DEDWIONE DELIA FORMUIA DI POISEUILLB


All'equilibrio dinamico la forza viscosa risultante (somma delle due forze opposte di Fi-
gura 6.16 che agiscono sulla lamina) sarà uguale allaforza di pressione (consideriamo i
soli moduli dato che le forze hanno la stessa direzione) :

rfi§iFari§rI*{',
!*
del condotto
Schematizzazione
con una lamina evidenziata e
con le forze agenti su di essa:
i
Fer = forza viscosa nel verso del
molo, agente sulla faccia interna R
della lamina.
Fer = forza viscosa che si oppone
al moto, agente sulla faccia
esterna della lamina.
6.5 Fluidi viscosi: moto [aminare e moto turbolento 747

11 2r(r+d.r) &t#!).112, (#=(p, -p,)2nrdr (6.31)

da cui semplificando il termine 2 n si ottiene:

\ (r+dr) oU*P.,t,(+y =@t -p) rd,r

Ricordardo lo wiluppo in serie di Taylor:

u (r+clr) =u (r)+4Ld(r) dr*| !!1!ar'*... (6.33)

che, troncato al l' ordine e derivato rispetto ad r su entrambi i membri, diventa:


dutr+drt dtt(fl d2t(r)
d, =i* ar' (6.34)
7rz
Sostituendo nella (6.32) e trascurando il termine in d,f si ottiene:

Ur, -Pr) , d, =
=-4 rt/
u(r) , , dz.t (r) ,,,d u (r) rt,, d')u (r) dr
"d
dr - 1dr( 7i*r1 a, - n * (6.35)

"ldrtù
=_4tl
'l-d'
dzatr't 1.
; +_r.
dr' llclt..
I termini tra parentesi quadre possono essere sostituiti dalla:

d ( ,J' du (rt\t- du (i L
d2zt (r)
'-
......._r
(6.36)
dr\ dr ) d, d'r
ottenendo:

(p, - p,) r d, r = -r r*(r4#)* (6.37)

Si tratta ora di eseguire una integrazione indefinita su entrambi i membri, a meno di un


fattore costante:

,' du(rl
(P, -P,) , =-n tr d:+ costante (6.38)

per r= 0 abbiamo un massimo di velocità che si ottiene ponendo d.a(r) / dr= 0 e pertanto
la costante di integrazione risulta essere pari a zero. La (6.38) diventa:

r 2t
(,raa (r)
(P, -ltr) 2 -- n dx
(6.3e)

cloe:
hh
du ()=-L*rd,r. (6.40)
zn(
Questa equazione differenziale viene integrata entro limiti definiti tra r, x(r) fino a
r= R" u(R) = 0:

f,, 0,, =f %*" '=-l"L[^'o' (6.4r)


142 CA PIT0 L0 6 Meccanica dei fLuidi

I) t bllo
,,ùtù
-P,l r'lo
--- F,,N (6.42)
lrl.
e, quindi:

,16=Ft -F' (R2 -r2\. (6.43)


4n{
la cui rappresentazione grafica è mostrata nelle Figure 6.77ae 6.17b , dove nel piano u,r
si ottiene una parabola (profrlo parabolico della velocità delle lamine).

.Fi$rya5.17
Profilo parabolico delle velo-
profilo parabolico della velocità
cità delle lamine: (a) profilo
parabolico, (b) velocità delle
lamine. u asse del condotto
asse del condotto

Per quanto riguarda la portata, ricordando che, in moto stazionario:

dQ= a dS= a(r) Znr d,r, (6.44)

integrando ambo i membri si ottiene:

a= f ue)2nrdr =
I, U*(R2 - r2)2nr d, r=

="n;?f (R'-,') rd,r ="nfr?l: (R2 -r31dr=


(6.45)
=nP, -PrlR"' -P, po.
4lo=nP,8q(
2rt(12 -'ol^
cioè la formula di Poiseuille (6.24):

o= ffio,-r,t. (6.46)

Infine, si osservi che, data lu ,.lo.iÈ media 7:

Q=,xR2 =ffi@,- r,l, (6.47)

da cui:
6.7 Moto non stazìonario di fluidi 143

DEDUZI0NE DELLE CARATTERISIICHE'DEL REGIME LAMINARE - contìnuo

, =#,0,- 0,, (6.48)

La formula di Poiseuille (1799-1869) vale per un fluido reale e omogeneo rn un con-


dotto con Ie pareti rigide. Essa caratterrzza il regime di moto laminare tramite Ia pro-
porzionalità cliretta fra quantìtà di liquido in moto (portata) e azione della forza che
muove il liquido (differenza di pressione tra gli estremi dei condotto).

6.6 . MISURA DELLA VISCOSITÀ. VISCOSIMETRI

Nel caso di moto laminare la formula di Poiseuille può servire di base a metodi
di misura della viscosità. Occorrerebbe una misura di portata, nell'ipotesi in cui gli
altri parametri (differenza di pressione, densità del liquido, lunghezza e raggio del
condotto) lossero corrosciut i.
Con i ziscosimetrisi preferisce, in pratica, ricorrere a misure comparatiae, basate
sul fatto che, essendo la portata inversamente proporzionale alla viscosità, i tempi
di efflusso di un dato volume di due liquidi attraverso un dato condotto, inversa-
mente proporzionali alle portate, saranno direttamente proporzionali alle visco-
sità dei due liquidi. In pratica (Figura 6.18), invece di misurare i tempi di efflusso,
si impiega spesso il metodo che consiste nella misura del tempo t di passaggio del
menisco (§6.9d) dalla sezione A alla sezione B del tubo verticale durante la fuo-
riuscita di liquido (uiscosimetro di Oszuald). Poiché in tal caso si sfrutta la forza di
gravità per creare la differenza di pressione (pressione idrostatica), questo tempo I
V
I dipende anche dalla clensità, essendo la differenza di pressione pari a dgh. Alora
per i due liquidi di viscosità n edn' , aventi densità de d' , i tempi di efflusso tramite Figura 6.18
1'applicazione della (6.24) saranno legati dalla relazione: Viscosimetro di Osivald: la misura
L =an' del tempo di efflusso de1 liquido
(6.4e) quando i1 suo menisco passa dalla
L d'tl .ezione A a quella B. esegLril2 pst
un liquido di nota viscosità e per
Quindi dalla viscosità 4' del liquido standard, noti d e d' , e misurati i tempi re
un liquido di viscosjtà rncognita.
l', si ricava la viscosità 4 del liquido che si intende misurare.
permette di ricavare il valore di
quest'ultima.
6..7 ' MOTO NON STAZIONARIO DI FLUIDI

Diamo ora alcuni brevi cenni su come si affronta in generale Ia descrizione del
ntoto non stazionaio di un fluido in un condotto qualsiasi (rigido o deformabile).
Quando sul fluido agiscono pressioni che variano nel tempo, il flusso o portata
che ne consegLre è funzione del tempo Q= Q(t). Per determinarne l'andamento
preciso è necessario ricorrere, come per i corpi solidi, al secondo principio della
Dinamica esposto nel Capitolo 2, prendendo in considerazione tutte le possibili
forze agenti sul generico volumetto di fluido di massa m, qualiTaforza peso, le
forze di pressione e le forze di natura elastica che agiscono nelle pareti dei con-
dotti. Le forze citate possono essere costanti o variabili nel tempo.
144 CA PIT0 L0 6 Meccanica dei fluidi

Come visto nel Capitolo 3 (vedasi la (3.3)), ne risultano delle equazioni diffe-
renziali, aventi per incognita il vettore posizione s = s ( 0 del volumetto di fluido, di
componenti x = x(r), ) = )(r) e z= z(t). Queste, assieme all'equazione di continuità,
una volta risolte, consentono di determinare Ia funzione Q- Q(l) cercata.
La ffaltazione generale dei problemi di fluodinamica sopra descritta presenta
notevoli difficoltà di carattere matematico (soprattutto in presenza di moto turbo-
lento), spesso superate con opportllne approssimazioni che vengono introdotte a
seconda del fenomeno preso in considerazione. Come vedremo nel Capitolo 7, è
Moto pulsati[e questo il caso del moto pulsatile nel sistema circolatorio, in cui una pressione varia-
bile periodicamente nel tempo (pulsante), applicata a condotti deformabili, dà
luogo a una portata anch'essa funzione periodica nel tempo.

6.8 FORZE DI COESIONE E TENSIONE SUPERFICIALE

Quando si immagina di esercitare una trazione su un corpo fino alla sua rot-
tura, generalmente si pensa a corpi solidi, come visto nel Capitolo 4. Tuttavia, an-
che i liquidi hanno una forte tendenza a rimanere compatti. Per esempio, com-
primendo tra due superfici liscie, acqua pura, senza bollicine d'aria all'interno, si
deve in seguito esercitare una forza notevole per separare i due piani.
Forze di coesione in soLidi, Nello studio dell'equilibrio dei liquidi occorre spesso tener conto di speciali
Liquidi e gas forze che si manifestano alla loro superficie, determinate dalle fotze di coesione che
si esercitano tra le molecole del liquido.
Nei solidi le forze di coesione mantengono le molecole le une accanto alle al-
tre in posizioni fisse, permettendo loro solo di oscillare intorno a tali posizioni di
equilibrio. I solid,i hanno pertanto forma e aolume proprio.
Nei gas, viceversa, le forze di coesione sono così deboli che le molecole sono
soggette a moti rettilinei uniformi, finché non awengono urti con altre molecole
o con le pareti del recipiente. I gas a,ssumono pertanto la fonna e il uolume del recipienLe
che l,i. contien.e.
I liquidi costituiscono un caso intermedio, in cui le forze di coesione sono ab-
bastanza forti da mantenere le molecole le une accanto alle altre, ma sono tali da
permettere che le molecole si scambino facilmente di posizione e, quando si tro-
vino in superficie, possano abbandonare il liquido per passare allo stato di vapore.
I liquid,i hanno dunque uofu.me proprio, ma a.ssulnono la.fotma del recipiente che li contiene.
Tuttavia, a causa delle forze di coesione, la superficie del liquido tende, in alcuni
casi, ad assumere forma propria. In particolare si osser-va sperimentalmente che
un liquido tende sempre a disporsi in modo da rendere minima la propria super-
ficie libera. Così, ad esempio, una goccia, in caduta libera, tende ad assumere la
forma sferica, poiché essa possiede l'area minima, tra quelle che racchiudono lo
stesso volume. Altre manifestazioni delle fbrze di coesione in un liquido si hanno,
per esempio, quando si osserva che un oggetto (come un ago o una moneta me-
tallica, oppure un insetto) può galleggiare su una superficie d'acqua perfetta-
mente in quiete, se adagiato con delicatezza su di essa.
Figura 6.19
Vediamo ora di capire perché le forze di coesione in un liquido si manifestano
La molecola all'interno del liquido
come forze agenti sulla superficie del liquido stesso. Consideriamo una molecola
è sottoposta ad un sistema di forze
aventi risultante nulla. Quella po- che si trovi all'interno del liquido, come mostrato in Figura 6.19. Essa è sottoposta
sta in supeficie è soggetta a una ri- aforze di coesione tutt'intorno, aventi risultante nulla. Viceversa, le molecole che
sultante (delle forze di coesione e si trovano nei pressi della superficie sono sottoposte ad una risultante delle forze
di adesione) diretta verso f in- di coesione diretta verso l'interno del liquido. Pertanto, per aumentare la super{ì-
terno.
6.8 Forze di coesione e tensione superficiaLe 745

cie libera di un liquido, occorre compiere lavoro per portare delle molecole
dall'interno del liquido alla superficie, contrastando le forze di coesione.
Questo permette di spiegare la tendenza dei liquidi a ridurre al minimo la su-
perficie libera sulla base del principio generale di equilibrio di un sistema mecca-
nico, per il quale il sisterna è in equilibrio quando la sua energia potenziale è mi-
nima (§3.3d). Specifichiamo meglio il fenomeno.
La superficie di un liquido si comporta, in una certa misura, come una mem-
brana tesa, nel senso che al suo interno agiscono forze che tendono a contrarla. Tensione superficiate
Queste forze sono dirette tangmziabnmte alla superficie del liquido e agiscono per-
pmdicolarmente al contorno. Si trova sperimentalmente che la forza, per unità di
Iunghezza del contorno, è indipendente dall'estensione superficiale della lamina
liquida considerata. Questo fatto è illustrato nell'esperienza mostrata in Figura
6.20.
Si definisce pertanto il coefficient-e di tensione ruperficiale ? come l'intensità
della forza per unità di lunghezza che agisce lungo il bordo della lamina liquida:
a)
F
T=-, (6.50)

dove /
è la lunghezza del bordo, se si tratta di una superficie libera, e il doppio di
di una lamina (in questo caso le superfici libere sono due, sopra e
essa, se si tratta
sotto). La forza F è chiamata forza di tmsione supaficiale.
Una definizione alternativa si può dare in termini di lavoro. Infatti, per aumen-
tare di /S I'area della superficie libera o delle due facce di una lamina, bisogna
compiere un lavoro I- contro le forze di tensione super{ìciale. Si può quindi definire
? corrre il lavoro necessario per aumentare di una unità l'area della superficie:

' L
lasl
(6.51)
D' A'
In entrambi i casi, le unità di misura della tensione superficiale sono il new-
ton/metro (N/m) (nel Sistema Internazionale) e la dyna/on (nel sistema C.G.S.). Figura 6.20
Dalla (6.51), se indichiamo con § la superficie iniziale e con Sr quella finale, il Il lato AB del telaietto ABCD è mo-
lavoro fatto dalleforze di tensione superficiale, per riportare Ia superficie da § a §, bile, per cr.ri la superfrcie della la-
dipende solo dalle superfici iniziali e finali: mina liquida puo essere variata.
Nei casi (a) e (b) ie forze che ser-
r= r (§- si), (6.52) vono ad equilibrare le forze di ten-
sione superficiale sono uguali,
malgrado le diverse superfici. Il
e quindi, in analogia con quanto visto in Meccanica (§ 3.3b), possiamo introdurre contorno cui si applicano le forze
un'mergia poteruiale superficiale data da: sono isegmenti e-D e E. In 1c;,
essendo AT 2 S. la forza ap-
U=-rS. (6.53) plicata risulta doppia.
dove S è l'area della superficie libera.
E chiaro che, se un liquido è a contatto con un gas, un altro liquido o un solido,
oltre alle forze di coesione, che si esercitano tra le molecole stesse del liquido, esi-
stono anche delle forze di attrazione tra le molecole del liquido e quelle della so-
stanza con cui il liquido è a contatto, forze che prendono il nome di fone di ade-
sione.

Aggiungiamo alcuni dettagli sulla natura di queste forze, chiamate forze di at- Forze di van der WaaLs
trazione di aan der Waals. Si tratta di forze relativamente deboli che uniscono le
molecole in quasi tutti i composti solidi e liquidi. La loro natura è determinata
dalla distribuzione di cariche elettriche in atomi e molecole neutri: le cariche po-
sitive (nuclei) e quelle negative (elettroni) di un atomo o di una molecoÌa ten-
746 CAPII0L0 6 Meccanicadeifluidi

dono ad alterare la distribuzione delle cariche elettriche di quelli vicini, origi-


nando dei dipoli elettrici (dipoli indotti). Un polo negativo e uno positivo ten-
dono a unirsi con le polarità opposte, originando il legame. Della distribuzione di-
polare di cariche elettriche parleremo diffusamente nel Capitolo 16 e nei seguenti
per la loro importanza nella biologia cellulare.

Poiché, come si vede dalla Figura 6.19, la risultante R dipende anche dalle
forze di adesione, la tensione superf,rciale di un liquido, all'interfaccia di due
mezzi, dipende dalla natura di ambedue imezzi. Nella Tabella 6.2 sono elencati al-
cuni valori indicativi della tensione superficiale all'interfaccia trayari mezzi.
Dunque, per quanto detto sopra, a causa delle forze di coesione e di adesione,
la cui risultante è normale alla superficie e diretta verso I'interno del liquido, alla
superficie libera (o di contatto con altri mezzi) si evidenzian o forze di tensione su-
perficiale, dirette tangenzialmente alla superficie stessa.
Numerosi sono gli effetti determinati dalla tensione superficiale, anche nella
vita quotidiana. Per esempio, le proprietà detersive di un liquido dipendono for-
temente dalla tensione superficiale del liquido stesso. Questo si spiega con il fatto
che un liquido, avente una bassa tensione superficiale, tende a distribuirsi sulla su-
perficie da lavare con maggiore facilità, cioè "bagna" meglio la superficie, come ve-
dremo in un paragrafo successivo. Così, l'aggiunta di saponi e detersivi all'acqua
serve, in parte, per abbassare la tensione superficiale dell'acqua.
Il valore della tensione superficiale dipende dalla temperatura. Infatti I'acqua
calda lava meglio di quella fredda a causa della diminuzione di ? con I'aumento
della temperatura. In questo caso, infatti, la maggiore agitazione termica tende a
ridurre gli effetti delle forze di coesione tra le molecole. La tensione superficiale
diminuisce con la temperatura I (espressa in "C) secondo la relazione empirica:

' =""('-+)"' (6.54)

dove ro è la tensione superficiale a 0'C e f la temperatura critica del liquido (ve-


dasi §10.12 e §15.6). In generale I'esponente n assume il valore di circa 1.2.
Anche per quanto riguarda i disinfettanti liquidi esiste una notevole correla-
zione tra il potere antisettico e la tensione superficiale. A parità di altre proprietà,
un disinfettante è tanto più efficace quanto più è bassa la sua tensione superficiale,
sempre per le stesse ragioni menzionate sopra.

TABELLA 5.2 Coetliciente di tensione superliciale per diverse inlerfacce (a 20'C)

INTERFACCIA z (dyne cm-r) INTERFACCIA z (dyre cmr)

mercurio - aria 476.0 alcool etilico - aria 99 <),

acqua - aria 72.5 carburi alifatici saturi - aria 20


benzene - aria 28.9 olio d'oliva - aria 32
cloroformio - aria 26.8 urina - aria 66
etere - aria 77.0 bile - aria 45
acqua - benzene 33.6 saliva - aria 18
acqua - olio di oliva 20.6 sudore - aria 69
mercurio - acqua 427.0 glicerina - aria 64.5
ossigeno - aria (-193'C) 15.7 paraffina - aria (60"C) 33.1
6.9 Applicazioni della tensione superficia[e 747

6.9 APPLICAZIONI DELLA TENSION E 5U PERFICIALE

6.9a Contatto fLuido-ftuido


Consideriamo due liquidi A e B non miscibili, di densità tale che il primo possa
galleggiare sul secondo. Depositando una goccia del liquido A sul liquido B, può Figura 6.21
accadere che il primo galleggi sotto forma di goccia, oppure che esso ricopra il li- Sezione di una goccia galleggiante
su unliquido. Nei punti P del con-
quido B stendendosi sulla sua superficie libera. In ogni caso si deve realizzare un torno si applicano le tre forze di
equilibrio tra le forze di tensione superficiale alle interfacce liquido - liquido e li- tensione superficiale F.,c. F"s € F,os
quidi - aria, le forze peso e Ie reazioni vincolari del recipiente. Le forze di tensione dirette tangenzialmente alle rispet-
superficiale, definite dalla (6.50), sono tangenti alle superfici e perpendicolari alle tive superfici di interfaccia.
linee di intersezione tra Ie interfacce (Figura 6.21).
Nei casi in cui è possibile trascurare le forze peso, dalla Figura 6.21 si ricava che
l'equilibrio si realizza solo quando:
F.,.+Fru*F.or=0 (6.55)

dove F,ou è la forza di tensione superficiale liquido - liquido, mentre F,o e F,, sono
quelle relative ai contatti liquidi-aria. Se l'angolo a è molto piccolo (grande affi-
nità tra i due liquidi), Ia (6.55) si trasforma praticamente nell'uguaglianza scalare:
4. + 4"u = 4u (6.56)

che, dalla (6.50), essendo / la lunghezza del contorno della goccia, diventa:

( r^ + (, Tor= ( ?*, da cur:

(6.57) b)
alTl{R-tB'
Figura 6.22
e quindi quando xs> ro+ rou I'equilibrio è impossibile e il liquido A si distende sul (a) La goccia di liquido A si trova
liquido B. Questo è il caso di una goccia d'olio depositata su una superficie d'ac- in equilibrio sulla superficie del li-
qua (Figura 6.22), per la quale, in un punto P del bordo, agiscono le tre forze di quido B. (b) L'equilibrio per la
tensione superficiale e dalla Tabella 6.2 si ha: goccia di liquido A (olio) non è
possibile: essa si espande sulla su-
rs = 72.5 dyne cm-1 (acqua - aria) perficie del liquido B (acqua).
rar = 20.6 dyne cm-l (acqua - olio)
xr. = 32 dyne cm-r (olio - aria).

Poiché la tensione ?B supera Ia somma delle altre due, la risultante vettoriale è


sempre diversa dazero, anche quando a = 0. L'equilibrio è quindi impossibile e
sotto I'azione della forza di tensione superfrciale F,*, l'olio non può restare rac-
colto e si spande sull'acqua. L'espansione può continuare fino a che lo strato rag-
giunge spessori molecolari, instaurando condizioni per cui non si può più parlare
di tensione superficiale nel senso sopra defrnito e I'espansione si arresta.
Deponiamo ora una goccia di liquido sulla superficie di un solido (Figura
6.23). Per ogni coppia di sostanze esiste un tipico angolo 0 di raccordo tra le due
superfici, chiamato angolo d:i contalto. Quando l'angolo 0, misurato nel liquido, è
minore di 90" (caso a), come per la coppia acqua - vetro, si dice che il liquido àa-
gna la superficie. Quando 0 > 90" (caso b) , come per il mercurio - vetro, si dice che
il liquido nonbagna la superficie. Figura 6.23
(a) Il liquido bagna la superficie
(0 < 90'). (b) Il liquido non bagna
Ia superficie (0 > 90').
748 CAPIT0L0 6 Meccanicadeiftuidi

6.9b Flottazione
spinta forza peso L'esistenza della tensione superficiale può, in determinate circostanze, con-
di Archimede
arra sentire a dei piccoli corpi solidi di galleggiare, anche se ciò, secondo le leggi
F"r ) E dell'idrostatica, non dovrebbe accadere. Infatti, la tensione superficiale tende ad
opporsi a ogni "rottura" della superficie libera. In Figura 6.24 si considera una par-
ticella solida situata alf interfaccia liquido - aria. Essa è sottoposta alle forze di ten-
sione superficiale (proporzionali al perimetro della particella e quindi alle sue di
mensioni lineari), allaforza peso e alla spinta di Archimede (entrambe propor-
zionali al volume della particella e quindi alla terza potenza delle sue dimensioni
lineari). Se la particella è sufficientemente piccola oppure piatta, queste ultime
forze sono allora trascurabili, per cui I'equilibrio si verifica quando si annulla la
Figura 6.24
somma algebrica delle componenti verticali delle forze di tensione superficiale.
Un corpo solido S molto piccolo
Nel caso che il liquido non bagni Ia particella, scegliendo opportunamente i ma-
galleggia anche se più denso del li-
quido L, grazie aÌl'azione delle for- teriali, è possibile ottenere l'equilibrio in cui la particella, pur avendo densità su-
ze di tensione superficiale F.,_, se la periore a quella del liquido, galleggia in superficie invece di affondare (questo fe-
superficie solida non viene bagnata nomeno è chiamato.,//ottazione) .
dal liquido. Al contatto liquido - so- In batteriologia lo studio delle proprietà di flottazione dei batteri permette di
lido la superFrcie libera del liquido
ricavare informazioni sulle loro superfici (costituzione delle membrane batteri-
si incurva verso il basso per cui F,,_
è direttaverso l'alto e si oppone alla
che). Per esempio, nel gruppo delle salmonelle le forme S non sono flottabili in
forza peso. La spinta di Archimede acqua, mentre quelle R lo sono. E noto che queste forme appartengono allo stesso
viene trattata nel §6.2. ceppo e sono mutanti una dell'altra: esse differiscono per la presenza sulla forma
S di un antigene glicolipidico. Ciò fa ritenere che questo antigene faccia esporre
verso 1'esterno i gruppi chimici idrofili della membrana, rendendo il batterio ba-
gnabile dall'acqua.
Le proprietà di flottazione dei batteri possono essere utilizzate in diagnostica
batteriologica. In particolare si sfruttano nella ricerca dei bacilli di Koch nel-
l'urina. dove di solito sono poco numerosi: il fatto che essi non si bagnino ne con-
sente una facile concentrazione in una schiuma superficiale.

Galleggiamenlo di un insetto

Ciascuna zampa di un insetto a sei zampe poggia sull'acqua a


20"C e produce sulla superficie una depressione di raggio
r= I mm (Figura 6.25). L'angolo di contatto sia di 30'. Calco-
lare: (1) la forza verso l'alto determinata dalla tensione su-
perficiale e (2) la massa delf insetto.

(1) Per definizione di tensione superficiale, laforza che agi-


sce versol'alto è:
F=2nrrcos0=39.2dyne.

Per garantire l'equilibrio deve essere 6 I-= m g e quindi:


6F 6'39.5 dr,ne
m -........_=-_J-=1124
g 980cms" --^l'
o
Figura 6.25 La zampa di un insetto viene sostenuta dalla su-
perficie d'acqua per e{fetto della tensione superficiale.
6.9 Applicazioni della tensìone superficiaLe 749

Flotlazione di una moneta sull'acqua

Una moneta di alluminio (densità 2.7 g/cms) del diametro Fr. =n0.72.0.75 cm3. 980 cm/sz (2.7 -l) g/cm3 =
di1.4 cm e spessa 1.5 mm galleggia sull'acqua. Assumendo = 487.85 dpe.
un angolo di contatto del menisco acqua - alluminio di 30', si
valuti la tensione superficiale acqua - alluminio. All'equilibrio di galleggiamento questa forza verso il basso
viene contrastata dalla componente della forza di tensione
superficiale, cioè per la (6.50) abbiamo:
SOlUziOng Facendo riferimento alla Figura 6.24laforza to-
tale F, agente sulla moneta è data dalla differenza fra Iaforza F,= 2nrtcos9 = 2n0.7 z cos 30" = z 3.81 cm = 487.85 dyne
peso e Ia spinta di Archimede:
e quindi:
Fr=n8-rn'g = xf hdg-nf hd'g, t = 728.04 dyne/cm.
(menisco convesso verso I'alto, come in Figura 6.24).
da cui risulta:
Fr = nf hg (d- d')

6.9c Liquidi tensioattivi


Nella maggior parte dei casi le soluzioni possiedono una tensione superficiale
che differisce di poco da quella del solvente puro. La variazione relativa di ten-
sione superficiale è dell'ordine di grandezza della concentrazione percentuale
della soluzione:

h*;3*1-cvù (6.58)

In generale i soluti minerali aumentano la tensione superficiale. Per esempio una


soluzione acquosa di NaCl al 10Vo possiede una tensione superficiale di
77 dyne/ crm, mentre al25Vo si ha r = 84 dyne/ cm.
I soluti organici solitamente abbassano la tensione superfrciale: ad esempio, in
una soluzione acquosa di acido acetico al 20Vo si ha z = 46 dyne/ cm. Il saccarosio superficie

in acqua, invece, anche a grande concentrazione, non ha praticamente alcun ef-


fetto.
Esistono sostanze che abbassano la tensione superfìciale dell'acqua in modo \ a)
notevole, anche a bassa concentrazione: esse sono chiamate sostdnze tensioattiae. F" )m,
Ne sono un esempio gli alcool, gli acidi grassi e i sali biliari. L'azione esplicata da
simili sostanze in soluzione è mostrata nella Figura 6.26, dove da una concentra-
zione omogenea (Figura 6.26a) la soluzione evolve verso la situazione di Figura
6.26b: le molecole di soluto, per le quali Ie forze di adesione con il solvente sono
b)
più deboli di quelle di coesione tra le molecole di solvente, tendono a sostituirsi a fro:
queste in superfìcie. In tale modo diminuisce la tensione superficiale e il sistema
evolve verso energie potenziali minori. In pratica le molecole di tensioattivo si ad- Figura 6.26
densano in superficie, anche se la loro concentrazione è molto piccola, modifi- La soluzione, inizialmente omoge-
cando la tensione superficiale efficace della soluzione. Dal punto di vista della su- nea (a), si trasforma in superficie
con 1a sostituzione delle molecole
perficie libera, la soluzione si comporta come se fosse quasi tutta costituita da mo-
di solvente (zz, di colore azztrro)
lecole di sostanza tensioattiva (cioè a bassa z). Questa sostituzione in superficie con quelle di tensioattivo (rz. di co-
con le molecole tensioattive non è mai completa, poiché all'equilibrio la migra- lore rosso) (b). L'energia poten-
zione in superficie è controbilanciata dall'agitazione termica, che tende a rendere ziale (6.53) del sistema tende per-
omogenea la soluzione. tanto a diminuire.
150 CAPIT0L0 6 lt4eccanicadeiftuidi

frM Sfruttando questo fenomeno, si può evidenziare l'abbassamento della tensione


*{*-74 superficiale, scegliendo convenientemente una sostanza solida polverizzata che
f
./p
àrur,
'' flotti suì liquido puro e si mescoli ad esso se il liquido contiene una sostanza ten-
R sioattiva. Con questo metodo si pr-rò individuare la presenza di impurità in un li-
quido, come ad esempio la presenza di acidi biliari nell'urina. L'urina normale ha
una tensione sLrperfìciale sufficiente per tenere sulla sua superficie granelli di
zolfo in fiore per flottazione (come visto nel paragrafo precedente), ma se con-
tiene un pò di acido biliare (che fa diminuire la tensione superficiale) il fiore di
zolfo precipita sul fondo del recipiente.