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MARION ZIMMER BRADLEY

I REGNI DI DARKOVER
(Thendara House, 1983)

Poco dopo avere terminato il romanzo The Shattered Chain (1976), ini-
ziai a scrivere, più che altro per mia soddisfazione personale, la storia di
Magda nella Loggia delle Amazzoni. In quel periodo io e Jacqueline Li-
chtenberg eravamo in regolare corrispondenza; fu lei a suggerirmi di rac-
contare anche le avventure di Jaelle nel campo terrestre, come sostituta di
Magda. Io le risposi che al momento quella particolare storia non mi inte-
ressava, ma che poteva scriverla lei, se voleva. Così, per nostro piacere,
scrivemmo complessivamente cinque o sei capitoli ciascuna, in vista di u-
n'eventuale collaborazione. Presto, però, ci dovemmo dedicare entrambe
ad altri romanzi che non riguardavano Darkover, e la carriera di Jacque-
line finì per prendere una direzione alquanto diversa. Del resto, ci erava-
mo accorte di non avere le stesse idee sullo sviluppo della storia, e con di-
spiacere, ma senza intaccare la stima reciproca, rinunciammo a quella
particolare collaborazione: lei ritornò ai suoi cicli di romanzi - Sime e
Molt Brother - e io ai miei, di Darkover e non. Quanto ai capitoli scritti in
collaborazione, erano finiti, forse per sempre, nel cassetto dei lavori in so-
speso.

Anni dopo, riprendendo in mano quel progetto di romanzo, pur avendo


riscritto quasi tutta la parte di Jacqueline - perché il nostro stile è piutto-
sto diverso, e così pure i nostri interessi - vedo che il suo contributo, nei
capitoli da lei scritti in prima stesura, mi ha aiutato ad approfondire il ca-
rattere di Jaelle. Anche se questo romanzo non è una collaborazione, sono
in debito verso Jacqueline per avermi fatto vedere attraverso i suoi occhi
un personaggio da me immaginato. E, come lei ha voluto gentilmente rin-
graziarmi per la parte da me avuta in quello che considero il suo migliore
romanzo, A Zeor, per sempre, così anch'io devo ringraziarla per la parte
da lei avuta in questo mio libro.
M.Z.B.
CAPITOLO 1
MAGDALEN LORNE

Su tutto il campo cadeva la neve, ma a est la coltre di nuvole si era assot-


tigliata e lasciava scorgere vagamente il cerchio del sole, simile a un e-
norme occhio rosso.
A quella vista, Magdalen Lorne rabbrividì e si affrettò a raggiungere il
cancello. Poiché indossava abiti di Darkover, fece per esibire il lasciapas-
sare alle sentinelle; ma uno degli uomini la riconobbe.
«Passate pure, signorina Lorne. Però, dovrete andare nei nuovi uffici.»
«Oh, finalmente la sede del Servizio Informazioni è pronta?»
Il militare annuì. «Certo. E ieri è arrivata la nuova direttrice... lo sapeva-
te?»
Magda non lo sapeva. Darkover era un mondo chiuso, e questo signifi-
cava che i terrestri - almeno ufficialmente - non avevano il permesso di al-
lontanarsi dalle zone franche e dalle città aperte. Di conseguenza non c'era
mai stato un Servizio Informazioni vero e proprio, ma solo un piccolo uffi-
cio Documentazioni e Comunicazioni alle dirette dipendenze del Coordi-
natore.
Era tempo che aprissero un regolare Servizio Informazioni, pensò Ma-
gda. E potrebbero anche decidersi ad aprire un dipartimento di Antropo-
logia locale. In qualsiasi modo, però, la posizione di Magda restava irrego-
lare. Lei era nata su Darkover, a Caer Donn, dove i terrestri si erano sta-
biliti inizialmente, prima di trasferirsi a Thendara. Era cresciuta tra la gente
di quella città, ed era vissuta come un abitante del luogo, abituandosi al
suo clima e al suo sole rosso.
I genitori di Magda erano linguisti che avevano trascorso a Caer Donn
gran parte della vita, e lei si sentiva più darkovana che terrestre. Era una
delle poche persone che parlavano la lingua di Darkover come la gente del
luogo e che potevano travestirsi da darkovani per fare ricerche sulla lingua
e sulle abitudini locali. Non si era mai allontanata da Darkover, tranne che
per i tre anni di studio presso l'accademia del Servizio Informazioni, poi
aveva accettato un impiego come ricercatore sul campo. Ma quello che per
i suoi superiori era solo un comodo travestimento, che le permetteva di la-
vorare in segreto nei luoghi dove era cresciuta, oggi era diventata per lei
una seconda natura.
Adesso non sono più Magdalen Lorne: sono Margali. Anzi, Margali n'ha
Ysabet, delle Libere Amazzoni... E pensò, rabbrividendo: Non sarà facile.
Ma l'aveva promesso e non poteva evitarlo.
Cercò di non pensare a quel dilemma. «E ieri è arrivata la nuova direttri-
ce», aveva detto il soldato. Probabilmente, pensò Magda, alzando con ras-
segnazione le spalle, qualcuno che conosceva Darkover meno bene di lei e
del suo ex marito, Peter Haldane. Ma gli alti comandi ragionavano così.
Il nuovo ufficio era in una costruzione alta e bianca, surriscaldata e con
l'illuminazione troppo forte. Non appena entrata, Magda vide una donna,
ferma accanto alla porta. Una donna che conosceva da molto tempo.
Cholayna Ares era più alta di lei, aveva la pelle scura e i capelli bianchi:
Magda non aveva mai saputo se fossero divenuti così prematuramente o se
fosse il loro colore naturale, perché la sua faccia le era sempre parsa molto
giovanile. Cholayna sorrise e sollevò il braccio in segno di saluto; Magda
si affrettò a stringere la mano alla sua vecchia insegnante.
«Non pensavo che aveste rinunciato alla scuola», disse la giovane. «E
soprattutto per venire in un posto come questo...»
«Oh, non ho proprio rinunciato», rispose Cholayna Ares, sorridendo.
«Ci sono state le solite baruffe tra fazioni politiche, e tutti mi volevano dal-
la loro parte. A quel punto, io li ho mandati al diavolo e ho chiesto il tra-
sferimento, per poi trovarmi... qui. Non era un posto particolarmente ri-
chiesto, e me l'hanno assegnato subito. Ricordavo che a te piaceva, e quel-
la di costruire un intero Servizio Informazioni a partire da zero poteva es-
sere un'interessante esperienza. E tu e Peter Haldane... non vi eravate spo-
sati?»
«Ci siamo separati l'anno scorso», rispose Magda. «I soliti motivi.» Alzò
le spalle. «L'unico rimpianto è che non ci mandano più in missione insie-
me.»
«Se qui non c'era un Servizio Informazioni, che missioni potevate ave-
re?»
«Ricerche linguistiche, per esempio», spiegò Magda. «Una volta, tanto
per dire, mi hanno inviata a registrare frasi e voci del mercato: un modo di
tenersi al corrente del gergo e dei modi di dire, perché potevano essere utili
ai nostri agenti, in futuro.»
«E così, il giorno del mio arrivo, sei venuta a trovarmi per darmi delle
informazioni utili?» chiese Cholayna. «Siediti, raccontami tutto di questo
posto...»
Magda abbassò gli occhi. «In realtà...», disse, «non sapevo che foste qui.
Ero venuta a rassegnare le dimissioni.»
Cholayna la guardò con dolore. «Magda! Sappiamo tutti come vanno
queste cose! Certo, era un posto che spettava a te, ma ho sempre pensato
che fossimo amiche! Che, almeno per un po' di tempo, potessimo andare
d'accordo...»
A Magda, quell'idea non era neppure venuta in mente. Ma, adesso che ci
pensava, era chiaro che Cholayna l'avrebbe presa così.
«Oh, no, Cholayna!» si affrettò a dire. «Non lo faccio per colpa vostra,
vi do la mia parola! Non sapevo neppure che fosse arrivato il nuovo diret-
tore. Sono tornata questa notte...»
Cholayna si accigliò; invitò Magda a sedere. «Forse, è meglio che mi
spieghi tutto dall'inizio.»
Magda si sedette, imbarazzata. «Non eravate al Consiglio: non potevate
saperlo. Mentre ero in missione, ho prestato giuramento come Rinunciata-
ria.» Cholayna aggrottò la fronte; Magda si affrettò a spiegare: «Nell'ar-
chivio sono elencate come Libere Amazzoni, ma preferiscono l'altro nome.
Devo passare mezzo anno nella loro Loggia di Thendara per l'adde-
stramento, e poi... e poi non so ancora bene che cosa farò, ma preferisco
lasciare il servizio.»
«Però, che magnifica occasione, Magda», disse Cholayna. «Non ho in-
tenzione di accettare le tue dimissioni! Se vuoi, posso metterti in aspettati-
va per mezzo anno, ma pensa a quanti studi potrai fare! Il tuo lavoro è già
considerato ottimo... l'ho sentito dire anche dal Delegato. Probabilmente,
sei la persona che conosce meglio i costumi locali. So che la nostra divi-
sione medica prenderà come allieve un gruppo di Amazzoni... a proposito,
perché preferiscono l'altro termine? Sembra il nome di un ordine di mona-
che; a che cosa rinunciano? Tutto sommato, non mi pare il posto adatto a
te.»
Magda sorrise. «Potrei citarvi il Giuramento. Soprattutto rinunciano...
rinunciamo... alla protezione offerta alle donne, e lo facciamo per godere
di certe libertà.» Non le sembrava una grande spiegazione. «Però, non lo
faccio per compiere uno studio o per raccogliere informazioni. Ecco per-
ché intendo dimettermi.»
«E io, per lo stesso motivo, non posso accettare le tue dimissioni», ribat-
té Cholayna.
«Credete che sia disposta a spiare le mie amiche della Loggia? Non in-
tendo assolutamente farlo!»
«Mi spiace che tu la veda in questo modo, Magda. Io la penso in modo
diverso. Dobbiamo conoscere bene i vari gruppi di Darkover per evitare di
compiere errori...»
«Sì, lo so. Me l'hanno insegnato all'accademia», disse Magda, con insof-
ferenza. «Sono i soliti slogan del Servizio Informazioni, no?»
«Non la metterei in questo modo...» cominciò a dire Cholayna, legger-
mente irritata.
«Io sì, invece.» Adesso, anche Magda cominciava a irritarsi. «Se non in-
tendete accettare le mie dimissioni, Cholayna, dovrò fare a meno della vo-
stra autorizzazione. Darkover è la mia casa. E se per diventare una Libera
Amazzone devo rinunciare alla cittadinanza...»
«Mi lasci parlare, per favore?» chiese Cholayna, alzando la mano per in-
terromperla. Poi si recò al distributore posto sulla parete e si fece servire
due tazze di caffè. Ne porse una a Magda e si sedette accanto a lei.
«Magda, per il momento lasciamo stare il fatto che sono il tuo ufficiale
superiore. Pensavo che fossimo amiche. Non puoi andartene in questo mo-
do, senza neppure una parola.»
Anch'io pensavo che fossimo amiche, si disse Magda. Ma a quell'epoca
non sapevo che cosa fosse l'amicizia: l'ho scoperto solo tra le Amazzoni.
Neanche Cholayna è mia amica: è il mio superiore e fa leva sull'amicizia
per costringermi a fare quello che desidera. Per i terrestri, la sua potrebbe
essere amicizia, ma io non sono mai stata completamente una terrestre.
«Spiegami tutto», ripeté Cholayna, con gentilezza.
Magda cominciò dall'inizio. Spiegò che Peter Haldane era stato rapito da
alcuni banditi che l'avevano scambiato per Kyril Ardais, figlio della Nobile
Rohana Ardais. Per non viaggiare da sola in abiti femminili, Magda si era
lasciata convincere da Rohana a travestirsi da Libera Amazzone. In se-
guito, quando aveva trovato un gruppo di Amazzoni genuine, guidate da
Jaelle n'ha Melora, l'inganno era stato scoperto.
«Per un uomo che si traveste da Amazzone, la pena è la morte o la ca-
strazione», spiegò Magda. «Ma per una donna la punizione è che la finzio-
ne deve diventare realtà; una donna non può godere della libertà del Giu-
ramento se non rinuncia alla sicurezza delle leggi che proteggono espres-
samente le donne.»
«Un giuramento prestato sotto minaccia...» cominciò Cholayna.
Ma la donna più giovane la interruppe. «No, sono stata libera di sceglie-
re. Si sono offerte di accompagnarmi in una Loggia, dove una delle loro
Anziane avrebbe giudicato il caso di necessità: forse mi avrebbero lasciata
libera, con un semplice giuramento di mantenere il silenzio.» Sospirò. «Ma
avrei perso troppo tempo; se non fosse giunto il riscatto, avrebbero ucciso
Peter al solstizio d'inverno. Ho scelto liberamente di prestare il Giuramen-
to... anche se con varie riserve mentali. A quell'epoca la pensavo come voi.
Ma, nel tempo passato da allora... ho cambiato idea.»
Si sentiva un po' ridicola, ma proseguì, raccontando che si era poi trova-
ta a lottare al fianco di Jaelle, e che le aveva salvato la vita...
Cholayna ascoltò in silenzio la storia, e andò a prendere due altre tazze
di caffè. Infine disse: «Capisco, in un certo senso, che ti possa sentire in
obbligo.»
«Non è solo questo», disse Magda. «Il Giuramento è diventato una cosa
molto seria per me. Mi sento un'Amazzone... forse avrei prestato il Giura-
mento prima, se avessi saputo com'era...»
Cholayna annuì. «Certo. Non so se ci sia qualche altro caso come il tuo.
So di diversi uomini che hanno saltato il fosso e si sono adattati alla vita
locale, in un posto o nell'altro. Ma non ho mai sentito di una donna che
l'abbia fatto.»
«Io non intendo esattamente saltare il fosso», disse Magda, seccata. «Al-
trimenti, non sarei nel vostro ufficio, a presentare ufficialmente le dimis-
sioni.»
«Che io non intendo accettare», disse Cholayna. «Adesso, ascolta me; io
ti ho ascoltata, no? Non c'è mai stato un caso come il tuo; non credo che
un'appartenente al servizio possa rinunciare alla cittadinanza... hai perso la
possibilità di farlo quando hai accettato di entrare all'accademia...»
«Con tutto il lavoro che ho fatto, ho più che ripagato il costo del mio ad-
destramento!»
Cholayna le fece segno di tacere. «Nessuno lo mette in dubbio, Magda.
Sono pronta a metterti in aspettativa per tutto il tempo necessario. Ma nel
frattempo è sorta una situazione che si accorda perfettamente alle tue esi-
genze.»
Si avvicinò alla sua scrivania e prese un fascicolo.
«Guarda caso, ho qui la trascrizione di quel Consiglio...» Magda lo
guardò: era il Consiglio in cui il Signore Hastur era stato costretto ad am-
mettere la validità del Giuramento di una terrestre e in cui le Madri delle
Logge avevano accettato che Jaelle n'ha Melora lavorasse al posto di Ma-
gda nel campo dei terrestri, prima che vi giungessero dodici Amazzoni. «...
Anzi, Rinunciatarie», si corresse Cholayna, «che studieranno medicina con
i nostri esperti. Se Jaelle lavorerà con noi, e se tu sarai in una Loggia, mi
pare che potrete stabilire le norme di comportamento per il personale dar-
kovano che lavorerà tra di noi. Stando fra donne di Darkover, potrai sce-
gliere quelle che sopporteranno meglio lo shock culturale, e ci indicherai
come dobbiamo comportarci con loro. Sei la sola persona che potrà farlo,
dato che vivrai in una Loggia.»
Magda disse: «Se già sapevate tutto, Cholayna, perché ve lo siete fatto
ripetere da me?»
«Io conoscevo solo le tue parole e i commenti delle Madri. Non cono-
scevo le tue opinioni. Capisci? La cosa viene fatta per il bene delle tue
Amazzoni. Potrai proteggerle da un contatto troppo brusco, e indicare loro
i terrestri con cui trattare. Sai benissimo che Russ Montray non è adatto a
fare il capo Delegazione. Il posto non gli piace; non capisce la gente. Men-
tre tu la capisci.»
Lo dirà sul serio, o solo per convincermi a obbedirle? si chiese Magda.
Sapeva, naturalmente, che Montray era meno adatto di lei a rappresentare i
terrestri. Eppure, a Darkover, con i suoi ruoli tradizionali per gli uomini e
per le donne, Magda non poteva aspirare a quella carica, perché i darkova-
ni non avrebbero mai accettato una donna. La stessa Cholayna poteva esse-
re a capo del Servizio Informazioni solo perché non sarebbe mai entrata di-
rettamente in contatto con gli abitanti di Darkover, e avrebbe trattato solo
con i suoi agenti.
«Magda, che cosa ti preoccupa?»
«Non voglio dare l'impressione di spiare le mie sorelle della Loggia...»
«Non ho mai pensato di chiedertelo», rispose Cholayna. «Dovrai solo
stabilire il modo migliore di comportarsi con le donne di Darkover e in
particolare con le Amazzoni. La cosa sarà utile soprattutto alle Logge.»
Magda non poteva rifiutarsi. Era il lavoro di cui avevano parlato le Ma-
dri al Consiglio. Ricordava che la Madre Lauria aveva detto: «Siamo venu-
te a offrire i nostri servizi per contribuire alla comprensione reciproca.
Come disegnatrici di carte geografiche, come traduttrici, come guide e così
via. In cambio, sapendo che voi avete molto da insegnarci, vi chiediamo di
insegnare la vostra medicina, e altre scienze, a un gruppo di nostre giovani
donne...»
Chinò la testa, rassegnata. Lei era tornata a essere un agente del Servizio
Informazioni, che le piacesse o no.
«Quanto alle dimissioni», proseguì Cholayna, «non avere troppa fretta.
Lasciati la porta aperta... in tutt'e due le direzioni.» Le prese la mano.
«Facci sapere come trattare quelle donne, gli errori da evitare. E, nel frat-
tempo, forse ti sarà chiesto di scegliere le donne più adatte per seguire i
nostri corsi di medicina, donne dalla mentalità aperta, flessibile...»
Magda disse, con pazienza: «Credete che siano selvaggi? Darkover ha
una cultura complessa e molto avanzata...»
«Sì, ma a un livello pre-industriale», disse seccamente Cholayna. «Non
dubito che abbiano grandi poeti e una fiorente tradizione musicale: in-
somma, tutto quel che occorre perché voi studiosi diciate che hanno una
cultura avanzata. Ma se dobbiamo dare loro la nostra tecnologia, dobbiamo
sapere come la useranno. Sono certa che, quando avrai riflettuto, capirai
che devi cooperare con noi, per il bene stesso della tua...» cercò la parola,
«... Loggia.» Si alzò. «Buona fortuna», concluse, nel congedarla.
Magda faceva di nuovo parte del Servizio Informazioni. Non sono riu-
scita a fare quello che desideravo, pensò, non ho dato le dimissioni. Avevo
disperatamente bisogno di essere o terrestre o darkovana, e di non essere
divisa tra le due cose. La mia essenza più profonda è darkovana, ma sono
ancora troppo terrestre per esserlo veramente...
In realtà, non aveva mai trovato il proprio posto. Forse, nella Loggia del-
le Amazzoni, lo avrebbe trovato... se i terrestri glielo avessero permesso.
Lasciò i locali del Servizio Informazioni e si chiese se era il caso di tor-
nare nel suo vecchio ufficio per recuperare alcuni oggetti personali. No.
Non le sarebbero serviti a niente, nella Loggia, e avrebbero soltanto de-
nunciato la sua origine terrestre. Per un attimo pensò a Peter e Jaelle, che
quella mattina si dovevano sposare. Jaelle la voleva al matrimonio, e così
pure Peter, per dimostrargli che non era irritata con lui.
Non desidero Peter. Non sono gelosa di Jaelle. Come aveva detto a
Cholayna Ares, il loro matrimonio era già finito da tempo. Eppure, in
qualche modo le pareva di non poter sopportare la loro nuova felicità.
Si affrettò a uscire dal campo e, non appena ebbe oltrepassato il cancel-
lo, gettò il lasciapassare in un cestino. Da quel momento in poi, non sareb-
be più potuta entrare senza essere chiamata. Adesso aveva davvero tagliato
i ponti: con quel gesto aveva deciso irrevocabilmente per la Loggia e per
Darkover.
Percorse in fretta le strade finché non giunse a un edificio chiuso entro
un alto muro: una costruzione senza finestre, con una sola porta sulla stra-
da, e una piccola insegna: Casa di Thendara - Loggia delle Rinunciatarie.
Tirò la cordicella nascosta e da un punto lontano, all'interno dell'edificio,
le parve di sentire un suono di campanello.

CAPITOLO 2
JAELLE N'HA MELORA

Jaelle sognava di essere in sella, sotto un sole strano e minaccioso, nelle


Terre Aride. Era circondata da facce sconosciute: donne senza catene, il ti-
po di donne che suo padre aveva sempre disprezzato, anche se sua madre
era una di loro. Nel sogno aveva le mani legate, ma da strisce di seta che si
ruppero subito. Lei non sapeva più dove andare, e sentì un urlo che le e-
cheggiava nella mente...
No, non era un urlo: era un suono metallico, e una forte luce le feriva gli
occhi. Ricordò che era un segnale per svegliarsi: una campana come quella
che suonava al monastero di Nevarsin. Le faceva male la testa: le tornò in
mente la festicciola della sera precedente, con gli amici di Peter; lei aveva
bevuto troppo, pensando che in quel modo avrebbe superato la timidezza.
«Fa' in fretta, amore», le disse Peter. «Non vorrai arrivare in ritardo...
proprio oggi che inizi un nuovo lavoro!»
Peter aveva lasciato aperta la doccia. Jaelle aveva male alla schiena per-
ché aveva dormito in un letto che non era il suo; non sapeva se fosse trop-
po duro o troppo morbido, ma era scomodo. Poi pensò che era una cosa ri-
dicola. Lei aveva dormito in ogni genere di giaciglio, e certo sarebbe ba-
stata una doccia fredda per svegliarla e per farla sentire bene. Notò con una
certa sorpresa che l'acqua era tiepida, ma non riuscì a ricordare come si fa-
cesse ad abbassarne la temperatura.
Peter le aveva lasciato un'uniforme: lunghi calzoni aderenti che le dava-
no la sensazione di avere le gambe nude, scarpe basse e troppo leggere,
corta tunica nera con strisce azzurre. La tunica di Peter era identica, ma
aveva le strisce rosse. Si guardò allo specchio, aggrottando la fronte, e in
quel momento giunse Peter, che la abbracciò.
«Sei splendida, con l'uniforme», disse lui. «Quando ti vedranno, tutti gli
uomini del campo mi invidieranno.»
Jaelle rabbrividì; era proprio la cosa che voleva evitare. L'uniforme le
segnava troppo la curva del seno e quella dei fianchi. Poi, tutt'a un tratto,
Peter esclamò: «Guarda l'ora! Devo andare!» e si diresse verso la porta.
«Scusa, amore, ma sono già in ritardo. Tu sai trovare la strada, vero? Ci
vediamo questa sera.» Si chiuse la porta alle spalle. Jaelle rimase sola.
Guardò l'orologio sulla parete. Erano passate meno di tre ore dall'alba.
Le tornò in mente un commento di Magda: «Non credo che il campo terre-
stre ti piacerà. Laggiù guardano l'orologio perfino quando fanno l'amore».
Ma anche lei aveva del lavoro da compiere, quella mattina. Non poteva
continuare a guardarsi allo specchio. E non poteva recarsi tra uomini sco-
nosciuti, fra terrestri, con un abito così indecente.
Si tolse l'uniforme e si infilò i suoi vestiti darkovani.
Uscì all'aperto e raggiunse l'edificio principale, dove mostrò il lasciapas-
sare che le aveva dato Peter. Il soldato disse: «Signora Haldane? Doveva
passare dal corridoio sotterraneo, con questo freddo». E infatti, quando si
guardò attorno, Jaelle non vide nessuno all'aperto.
Giunta davanti alla sezione che Peter le aveva indicato sulla piantina del
campo, si presentò all'uomo che sorvegliava la porta. Disse: «Mi chiamo
Jaelle n'ha Melora», e gli mostrò il lasciapassare.
«Infilatelo nella feritoia», disse lui, senza interesse. Jaelle fece come
l'uomo le aveva detto, e lo schermo di vetro cominciò a lampeggiare.
«Non capisco...» disse Jaelle, «mi ha restituito il lasciapassare...»
L'uomo osservò la macchina e infine disse: «Non siete in uniforme, e il
nome che avete dato non corrisponde a quello del documento. Dovete dire:
"Signora Haldane".»
Lei stava già per protestare che si chiamava Jaelle e che il Giuramento
delle Amazzoni vietava loro di prendere il nome di un uomo, ma alzò le
spalle. Non poteva spiegarlo a un terrestre. Ripeté davanti allo schermo:
«Signora Haldane», e la porta si aprì per lasciarla entrare.
Si trovò in una stanza piena di macchine. Una giovane donna si alzò per
salutarla.
«Sono Bethany Kane», disse. «Voi dovete essere Jaelle. Vi devo accom-
pagnare alla registrazione e alla visita medica.»
Bethany era una donna minuta, con capelli chiari e occhi castani - come
quelli di un animale, pensò Jaelle - e aveva una figura graziosa e seducen-
te, nell'uniforme così sfacciata dei terrestri. Come riusciva a mostrare le
proprie forme con tanta indifferenza, in un ufficio dove c'erano anche uo-
mini? Eppure, tra i terrestri, nessuno dava peso alla cosa.
Bethany condusse Jaelle lungo una successione di corridoi. Prima in un
posto dove fu colpita da lampi di luce e dove le venne consegnato un pic-
colo foglio di carta con un ritratto: solo dopo qualche istante, Jaelle capì
che era il suo. Bethany rise.
«Oh, in queste fotografie abbiamo tutte la stessa espressione. Dovreste
vedere la mia.» Però, non gliela fece vedere, e Jaelle capì che doveva esse-
re un modo di dire.
Poi fu condotta da un uomo attempato, grasso e simpatico, che le chiese
dove fosse nata («Shainsa? Dove si trova?»), la sua età, il giorno di nasci-
ta. A un certo punto, l'uomo la chiamò "Signora Haldane"; quando Jaelle
lo corresse gentilmente, lui disse: «È l'uso locale, ragazza mia. Ricordate:
adesso siete tra i barbari terrestri e dovete fare delle concessioni ai nostri
costumi tribali. A noi, quel nome semplifica la raccolta della documenta-
zione».
«Io sono una Libera Amazzone, e noi non prendiamo il nome del mari-
to.»
«Sì, ma da noi si usa così», disse l'uomo. «Non avete nessun proverbio
che dice: "Quando sei in un posto, devi adattarti agli usi locali?"»
Jaelle aggrottò la fronte. «Sì. Noi diciamo: "Quando sei a Temora, man-
gia il pesce"».
«E Temora, se ben ricordo, è una località della costa», disse l'uomo.
Cominciò a schiacciare con agilità straordinaria i pulsanti di una tastiera
complicata - Jaelle si augurò che non le chiedessero di usare macchine che
richiedessero una simile destrezza - e sullo schermo davanti a lui compar-
vero varie file di caratteri luminosi.
«Me n'ero dimenticato», disse l'uomo, rivolgendosi all'accompagnatrice
di Jaelle, Bethany, «dobbiamo prenderle le impronte.»
«Dita o occhio?»
«Tutt'e due.»
Bethany portò Jaelle accanto a un'altra macchina e le fece appoggiare le
mani contro una lastra di vetro. Di nuovo lampeggiarono alcune luci; poi
Bethany le mostrò un punto dove appoggiare il mento. Jaelle si ritrasse in-
dietro di scatto, quando una forte luce la abbagliò, ma Bethany disse: «No,
tenete la testa ferma e gli occhi aperti; vi prendiamo le impronte della reti-
na per essere certi della vostra identità. A volte si possono falsificare le
impronte digitali, ma non quelle della retina».
Furono necessari altri due tentativi, perché Jaelle riuscisse a rimanere
perfettamente immobile e a tenere gli occhi aperti. Infine le appesero alla
tunica un cartoncino con riprodotto in un angolo il suo ritratto e, accanto, i
curiosi ghirigori che costituivano la rappresentazione in codice delle sue
impronte. Bethany disse: «Però, dovreste davvero indossare l'uniforme.
Oggi avete fatto scattare già due volte i segnali di allarme: invece, nell'uni-
forme, ci sono delle bande magnetiche che bloccano il segnale». Mostrò a
Jaelle il colletto della propria uniforme: al tatto, si sentiva una leggera di-
suniformità del tessuto; Jaelle pensò che fosse un rammendo, ma eviden-
temente si trattava di qualcosa di voluto.
«Fortunatamente, la sentinella all'ingresso ha visto il vostro lasciapassa-
re e ci ha avvertito, ma domani potreste mettere l'uniforme? Tutto sarebbe
più semplice.»
Più semplice; quando tutti hanno lo stesso aspetto, come tanti giocattoli
dentro una scatola!
«So che lavorate con Lorne», disse l'uomo, «ma lei lo ha sempre evitato
perché, lavorano alle dirette dipendenze del capo, è riuscita a muovere dei
fili.» Lorne, naturalmente, era il nome di Magda all'interno del campo dei
terrestri, ma Jaelle non riuscì a capire il resto del discorso. Capì solo che,
per qualche misterioso motivo - forse per un rituale superstizioso - doveva
indossare l'uniforme per non dare l'allarme. Sembrava impossibile rifiutar-
si.
«Per oggi, che è il primo giorno, la cosa non ha importanza», continuò
l'uomo, «ma domani indossate l'uniforme, d'accordo? E portate sempre il
tesserino. Permette di riconoscere subito il vostro settore e la vostra fac-
cia.»
Jaelle chiese: «Perché devo mostrare il mio ritratto, quando tutti possono
vedere la mia faccia?»
«Per accertarsi con una sola occhiata che il ritratto corrisponde alla vo-
stra faccia e che siete autorizzata a entrare», spiegò l'uomo. Jaelle, che era
già alquanto confusa, non si prese la briga di chiedere perché una persona
dovesse entrare in un luogo che non la riguardava. Là dentro non c'era
niente d'interessante.
«Portatela dai medici, Bethany. Qui abbiamo fatto tutto», disse l'uomo.
«Buona fortuna, signora Haldane... voglio dire Jaelle. Dove intendono
metterla, Bethany? Non possono metterla nell'ufficio del capo. Tende a fa-
re...» l'uomo esitò, «... osservazioni sgradevoli. Sull'origine delle persone.»
Jaelle si chiese se l'uomo l'avesse presa per stupida. Aveva già conosciu-
to Montray, e si era immediatamente accorta che non amava né Darkover
né i darkovani. Ma l'uomo si era comportato con educazione, nel cercare di
non ferire la suscettibilità di Jaelle: era la prima prova di educazione da lei
incontrata fra i terrestri, che spesso si comportavano in modo amichevole,
ma che non badavano alle forme. O, almeno, avevano dei codici di com-
portamento diversi. Solo più tardi, quando si trovò nel corridoio, le venne
in mente che nessuno le aveva presentato quell'uomo: lei non sapeva nep-
pure il suo nome.
Quando Bethany le annunciò che si sarebbero recate dal medico, Jaelle
obiettò: «Ma io sto bene!»
«Oh, è solo il regolamento», disse Bethany. A quel punto, Jaelle cono-
sceva perfettamente la frase: una sorta di risposta rituale che serviva a evi-
tare le discussioni.
Per recarsi nel reparto medicina dovettero salire molti piani, e Jaelle,
quando per caso guardò fuori della finestra, rabbrividì involontariamente.
Dovevano essere a un'altezza almeno pari a quella del Passo di Scaravel.
Per non avere le vertigini, dovette tenersi alla ringhiera. Che fosse un si-
stema per mettere alla prova il suo coraggio? Be', lei aveva affrontato le
tempeste degli Hellers e gli uccelli-spettro dei passi montani; non si sareb-
be lasciata impressionare dalla semplice altezza. Bethany, però, non sem-
brava affatto allarmata.
In quel luogo, tutti indossavano uniformi di tipo diverso da quello che
Jaelle aveva visto fino a quel momento, e poiché lei si era imposta di fare
ciò che le ordinavano, non mosse obiezioni quando le tolsero la divisa da
Amazzone e le fecero indossare una tunica bianca, che sembrava fatta di
carta. Coloro che lavoravano laggiù avevano sulla tunica lo stesso ricamo:
un bastone verticale con due serpenti; Jaelle si chiese se fosse lo stemma
del loro clan. La fecero stendere su lettini, la toccarono con strane macchi-
ne, la punsero con degli aghi. Bethany spiegò: «Vogliono esaminare il vo-
stro sangue, per controllare se è sano». Le infilarono in bocca un oggetto
di vetro e la avvolsero dal petto alle ginocchia in un cappa di metallo. Be-
thany spiegò che intendevano esaminarle i denti per vedere se erano mala-
ti.
«Potrebbero chiederlo a me», commentò Jaelle, offesa, ma cercò di ri-
manere immobile. Poi la portarono in una stanza piena di macchine, e il
tecnico, che questa volta era un uomo, disse: «Andate dietro il paravento e
toglietevi tutti i vestiti. Poi partite dal fondo della stanza e venite avanti
lentamente, camminando sulla riga bianca tracciata sul pavimento.»
Jaelle lo guardò, inorridita; nella sala, più di un terzo dei tecnici erano
maschi.
«Non posso», mormorò. «Devo proprio passare in mezzo a tutte quelle
macchine, completamente nuda?»
«Le macchine non vi faranno alcun danno», la rassicurò Bethany. «Non
usano raggi X o altre radiazioni pericolose. Passerò per prima io. Vi farò
vedere.» In pochi istanti, si tolse i vestiti.
Uno dei tecnici disse: «Passa, Beth!», e Bethany cominciò ad avviarsi in
mezzo alla fila di macchine.
Jaelle si accorse che nessuno dei tecnici la guardava, come se fosse un
maschio o se fosse vestita. Ma, quando la ragazza ritornò da lei, Jaelle non
si mosse.
«Ve l'ho detto, le macchine non vi faranno niente. È solo una forma di
luce.»
«Ma... ci sono uomini...»
«Sono medici», disse Bethany. «Per loro, voi siete solo un insieme di
ossa e di organi. Si eccitano di più a vedere un osso fratturato che un bel
paio di seni. Andate... stanno aspettando!»
Jaelle non capì tutto, ma comprese che quegli uomini erano come i mo-
naci o i sacerdoti-guaritori: pensavano solo alla propria attività. Fece un
passo avanti, e vide con sollievo che nessuno alzava gli occhi per guardar-
la. Tutti fissavano le loro macchine. Uno dei tecnici, una donna, cominciò
a dire: «Adesso andate avanti... girate a sinistra... fermatevi... sollevate un
braccio... adesso l'altro...» Jaelle si sentì come un cagnolino addestrato a
fare gli esercizi.
Più tardi, nel rivestirsi, chiese a Bethany: «Ma che cosa fanno, esatta-
mente, quelle macchine?»
«Ci fanno vedere un'immagine dei vostri organi interni. Per controllare
se godete di buona salute.»
Anche ora, pensò Jaelle, avrebbe potuto dirglielo lei stessa. A parte
qualche ferita in battaglia e un polso che si era fratturato a sedici anni, ca-
dendo da cavallo, non era mai stata malata.
Poi la fecero stendere su un lettino e le appiccicarono sulla fronte alcuni
dischetti di metallo. Le diedero qualcosa che la fece addormentare; al suo
risveglio, Jaelle si accorse di avere un feroce mal di testa, come quando, a
quindici anni, la Nobile Alida l'aveva costretta a fissare una gemma matri-
ce.
«È molto resistente», disse un uomo, mentre Jaelle si svegliava.
Un altro uomo rispose: «Sì, ma la cosa è normale, per questa popolazio-
ne. Si è svegliata. Ci capite?» chiese nella lingua dei terrestri.
«Sì, perfettamente. Oh, comprendo, una macchina per l'insegnamento.»
Jaelle non era affatto sorpresa di capire bene la loro lingua; anche i Comyn
erano in grado di fare quel genere di cose, con una matrice e un lettore del
pensiero.
«Mal di testa?» Senza aspettare la risposta, il medico le porse un bic-
chiere di carta contenente una piccola quantità di liquido ambrato. «Bevete
questo.»
Jaelle bevve. L'uomo si fece ridare il bicchiere e lo gettò in un contenito-
re per i rifiuti. Con stupore, lei vide che si scioglieva e spariva nello scari-
co. Prima era un recipiente; un istante più tardi era un grumo di materia,
volutamente eliminato e distrutto. Eppure non era né vecchio né consuma-
to. Perché l'avevano distrutto? Pochi minuti più tardi, quando Jaelle tornò a
infilarsi i suoi vestiti, e Bethany le disse di gettare nello stesso tipo di con-
tenitore anche la sua tunica di carta, il veder distruggere quell'oggetto la
lasciò di nuovo confusa. L'uomo che aveva azionato la macchina linguisti-
ca le consegnò un pacchetto di dischi.
«Queste sono le lezioni successive», disse. «Fatevi insegnare da vostro
marito ad azionare l'apparecchio per imparare durante il sonno.»
Un'altra macchina! Neanche quell'uomo le era stato presentato, ma or-
mai Jaelle si era abituata a quelle scortesie, e non si sorprese quando Be-
thany le disse che dovevano correre, per non arrivare in ritardo al pranzo.
Le pareva di avere fatto le cose di corsa per tutta la mattina, ma i terrestri
erano sempre di corsa, spinti dagli orologi presenti in ogni stanza, e far a-
spettare i cuochi era un atto di maleducazione. Ma quando giunsero nella
mensa non vide alcun cuoco: solo macchine e tasti da premere. Si limitò a
copiare quello che faceva Bethany, perché in qualsiasi caso si trattava di
cibi a lei sconosciuti: semolini densi, bevande calde e curiose gelatine. In-
dicando con la forchetta una gelatina di colore rosso, Jaelle chiese che cosa
fosse.
Bethany alzò le spalle. «La razione del giorno; proteine sintetiche, pen-
so. Comunque, dovrebbe essere buona.» Cominciò a mangiarla con appeti-
to, e Jaelle cercò di inghiottirne qualche boccone.
«Al refettorio centrale si mangia meglio di qui», spiegò Bethany. «Que-
sto è solo un posto per mangiare in fretta un boccone.»
Il cibo era troppo strano, per i gusti di Jaelle: lo assaggiò soltanto perché
aveva fame; quella mattina non aveva fatto colazione. Ma il sapore dei cibi
era o troppo dolce o troppo salato, ed erano troppo molli per i suoi gusti.
Riflettendo sugli avvenimenti del mattino, si accorse di essere ancora ir-
ritata per essere dovuta passare nuda tra le file di macchine. Nessuno di
quegli uomini l'aveva offesa, ma nessuno aveva notato che era una donna.
Nessuno aveva cercato di evitarle l'imbarazzo. L'avevano considerata alla
stregua di una delle loro macchine: una macchina che per caso viveva e re-
spirava, ma che veniva notata solo per il fatto che non indossava la giusta
uniforme! «Un insieme di ossa e di organi», aveva detto Bethany. Jaelle si
sentiva spersonalizzata, come se a essere trattata come una macchina fosse
diventata una macchina anche lei.
«Lasciate stare il cibo, se non vi piace», disse Bethany. «Presto scoprire-
te che cosa vi piace, e volendo potrete ottenere cibi naturali. Molti, però,
preferiscono quelli sintetici, perché, per motivi religiosi, non vogliono
mangiare altri esseri viventi, animali o vegetali. Perciò dobbiamo sempre
averne un completo assortimento, ed è comodo tenerli a disposizione di
tutto il personale. Non sono tanto male, quando ci si fa l'abitudine...», con-
tinuò, mentre Jaelle pensava alla gente che mangiava solo quel genere di
cibo non per comodità o per economia, ma perché non voleva mangiare ci-
bi che un tempo erano stati vivi. Probabilmente, si disse, la cosa indicava
un elevato senso morale.
Ormai, Jaelle non si stupiva più di niente; senza alcun rimpianto, gettò
nel cestino dei rifiuti il vassoio ancora pieno e lo vide sparire. Poca perdi-
ta, si disse. Poi Bethany la portò nei piani superiori, in uno dei grandi uffi-
ci senza finestre, e Jaelle provò un leggero disagio: era imbarazzante non
sapere se ci si trovava al quarto piano o al quarantesimo.
«Questa è la stanza di Lorne», spiegò la sua accompagnatrice. «Anche
quando è in sede, non la usa molto. Lavora sempre nell'ufficio di Montray,
ma, quando mi hanno detto che sareste venuta voi, l'ho fatta mettere in or-
dine. Penso che non intendiate lavorare con Montray, è un tale...» Disse
una parola che Jaelle non conosceva, ma l'Amazzone capì perfettamente il
senso. Le tornò in mente quanto le avevano detto i medici: che Montray
trattava con maleducazione i darkovani. Si ripropose di chiedere a Peter
come il capo dei terrestri fosse riuscito a giungere a una posizione così e-
levata, nonostante la sua mancanza di diplomazia.
Bethany le spiegò rapidamente l'uso delle varie apparecchiature della
stanza: il registratore, il tasto per cancellare, lo schermo su cui compariva-
no le parole. «Guardate, si fa così...» disse.
Sullo schermo comparve la scritta: GUARDATE, SI FA COSÌ. Jaelle
inghiottì a vuoto.
«Non sarebbe più semplice parlare direttamente con la persona che ha
bisogno delle informazioni?» chiese.
Bethany alzò le spalle. «Sì, forse. Ma ci serve per la documentazione. In
questo modo si potrà leggere il vostro rapporto anche tra molti anni.»
«Perché? Tra cinquant'anni, tanto per dire una cifra, quando non ci sarà
più nessuno di noi in questo ufficio, a chi interesserà sapere cos'ha fatto
Rumal di Scarp?»
«Be', resta tutto in archivio...» disse Bethany, che non sapeva cosa ri-
spondere. «Se qualcuno, anche tra un secolo, avesse bisogno di controllare
un particolare, potrebbe trovarlo.»
«Ma a chi devo fare il mio rapporto?» volle sapere Jaelle. «Se lo dovessi
fare a voi, parlerei in un certo modo, ma se dovessi rivolgermi al Consiglio
dei Comyn parlerei diversamente.»
«Ecco, spiegate come sono successi i fatti, aggiungendo tutti i particolari
che vi vengono in mente... qualcuno poi rileggerà il rapporto, e toglierà le
parti superflue. Raccontate la storia come se doveste parlare con una delle
vostre... Anziane, è la parola giusta?»
«Madri della Loggia.»
«Appunto.» Prese il microfono e lo fissò alla tunica di Jaelle. «Un altro
buon motivo per indossare l'uniforme è che ha un microfono incorporato.
Così non c'è bisogno di fili e di mollette.» Le mostrò il suo, inserito nel
colletto. Jaelle fece una smorfia, all'idea di essere sempre collegata a una
macchina, ma cercò di non mostrare le sue preoccupazioni. Non doveva
spaventarsi sempre, come un pesce su un albero!
«È sufficiente parlare sottovoce. Per ogni evenienza», concluse Bethany,
«mi troverete alla mia scrivania.» E si allontanò.
Jaelle si sedette davanti allo schermo e disse tra sé: «Non so se ho capito
bene...» Vide comparire sullo schermo le parole NON SO SE HO CAPITO
BENE.
D'istinto, schiacciò il pulsante che cancellava la scritta, e vide le lettere
sparire nel nulla, come nella mattinata era successo al bicchiere e al vas-
soio. Qui non c'è proprio niente di definitivo? si chiese. Eppure, Bethany
le aveva detto che il suo rapporto doveva durare per chissà quanti secoli...
Disse lentamente: «Non so bene da dove iniziare...» Quante volte, si
chiese, aveva esordito con quelle stesse parole, nel fare rapporto a Kindra
o a una delle altre Madri sulla missione da lei terminata? S'immaginò di
trovarsi nella sala di riunione della Loggia di Thendara, davanti alle Madri
e alle Sorelle ansiose di conoscere la sua storia, e cominciò a dettare, in to-
no ufficiale, serio:
«Una sera, circa dieci giorni prima del solstizio d'inverno, viaggiavo in
direzione del monastero di Nevarsin. Ero accompagnata da un gruppo di
Rinunciatarie. Oltre a me, Jaelle n'ha Melora, eletta come capo, c'erano
Gwennis n'ha Liriel, Sherna n'ha Lia e Devra n'ha Rayna, che dovevano
sostituire tre Sorelle che lavoravano al monastero come copiste, e inoltre
Carilla n'ha Kyria, come scorta. Nel vedere che si stava avvicinando una
tempesta, ci siamo fermate in un rifugio situato a mezza giornata di viag-
gio dal Passo di Andalune. Nel rifugio c'era già un gruppo di uomini a noi
sconosciuti, ma, in base alla tregua tradizionale dei rifugi, li abbiamo salu-
tati cortesemente e ci siamo accampate all'altra estremità dell'edificio. Po-
co dopo il tramonto entrò nell'edificio una donna che viaggiava da sola,
vestita come una normale Libera Amazzone; disse di appartenere alla
Loggia di Temora, e noi la accogliemmo al nostro fuoco. Successivamente
venni a sapere che la donna era Magdalen Lorne...» Leggendo sullo
schermo, non le parve che il nome fosse scritto nel modo giusto: una volta,
le era capitato di vedere il nome terrestre di Magda. Chiamò Bethany e le
chiese di correggerlo.
La donna le insegnò la pronuncia giusta, poi fece ritorno alla sua scriva-
nia.
«Non sapevamo che fosse una terrestre, né tantomeno che fosse un agen-
te del servizio Informazioni. La accogliemmo tra noi e dividemmo con lei
il cibo, come è di regola quando le Libere Amazzoni si incontrano. Più
tardi, mentre dormivamo, siamo state svegliate bruscamente...»
Continuò, riferendo che Magda era stata assalita da uno dei banditi, il
quale, agendo in quel modo, aveva infranto la tregua del rifugio. Gli uomi-
ni erano stati allontanati dall'edificio con la forza, e Magda era stata inter-
rogata. Si era scoperto che non era un'Amazzone e, come prescritto dalla
legge, le era stato chiesto di prestare il Giuramento. L'indomani Jaelle ave-
va affidato a Carilla n'ha Kyria la guida del gruppo, per accompagnare alla
Loggia di Neskaya la sua nuova Sorella. Rimaste sole, lei e Magda erano
state assalite da due dei banditi e Jaelle era rimasta ferita gravemente. Ma-
gda, nonostante fosse stata ferita a sua volta, le aveva salvato la vita; e, an-
che se avrebbe potuto abbandonarla per riprendere la sua missione, era ri-
masta con lei per curarla. Più tardi Jaelle aveva scoperto la vera identità di
Magda e l'aveva accompagnata da Rumal di Scarp per pagare il riscatto di
Peter Haldane.
Proseguì raccontando dell'incontro con un uccello-spettro sul Passo dei
Scaravel, del pagamento del riscatto. Non si dilungò sulla permanenza nel
Castello di Ardais: si limitò a riferire che la Nobile Rohana li aveva trattati
affettuosamente e che il Nobile Gabriel era sempre stato cortese con lei,
anche se non amava le Libere Amazzoni. Accennò solo al fatto che la No-
bile Rohana era sua consanguinea e che era stata sua tutrice in gioventù;
allo stesso modo, si limitò a riferire che lei e Peter Haldane avevano deciso
di sposarsi al loro ritorno a Thendara. Se i terrestri volevano altri particola-
ri, avrebbero dovuto chiederglieli direttamente. Sarebbe stata perfettamen-
te disposta a riferire alle Madri della Loggia la storia del suo amore per Pe-
ter, ma non intendeva raccontarla a una macchina.
Nel dettare il rapporto, Jaelle perse la cognizione del tempo. Solo quan-
do si accorse che gli altri chiudevano i cassetti e cominciavano ad allonta-
narsi, si accorse che era tardi e che lei aveva fame.
Uscì dall'edificio - giunta sulla strada, si accorse che il sole era tramon-
tato e che pioveva - e si recò al refettorio centrale, che, fortunatamente,
dopo tutto il pomeriggio trascorso da Jaelle in una stanza chiusa e piena di
scrivanie, era grande e dotato di ampie finestre; ma tutti coloro che erano
nella sala sembravano identici, in uniforme, e Peter dovette toccarla sulla
spalla perché lei si accorgesse della sua presenza.
«Jaelle! Perché non sei in uniforme?» chiese lui, aggrottando la fronte.
La donna rimase sorpresa: era davvero in collera! Ma, prima che Jaelle
potesse dire qualcosa, lui proseguì: «Facciamo in fretta... a quest'ora c'è
sempre la coda.»
Il cibo era migliore delle razioni sintetiche che aveva mangiato a mezzo-
giorno: carne arrostita e verdure. Jaelle vide con soddisfazione che Peter
sceglieva piatti uguali ai suoi. Del resto, era cresciuto a Caer Donn ed era
abituato al cibo di Darkover.
Si sedettero a un tavolo tranquillo, e Jaelle vide che l'ambiente non era
molto diverso da quello della mensa di una Loggia. Le venne in mente
Magda, che quella sera consumava il primo pasto tra le Sorelle. Poi guardò
Peter e sorrise.
Ma lui era ancora irritato. «Jaelle, quando sei qui al campo, devi mettere
l'uniforme!»
Lei rispose con attenzione. «Mi hanno spiegato che crea dei fastidi con
le macchine... cercherò di farlo.»
«Perché, c'è qualche problema, Jaelle?»
Si chiese se Peter fosse in grado di capire. «È un abbigliamento così...
impudico. Mi fa sembrare troppo... donna.»
Lui tornò a sorridere. «Perché, hai qualcosa in contrario a sembrare una
donna?»
«No, non mi sono spiegata...» cominciò lei. Ma poi aggiunse, con irrita-
zione: «Senti, perché non lasci risolvere a me questa cosa? È una cosa che
riguarda me, non ti pare?»
«Maledizione, non riguarda solo te! Porti il mio nome, e tutto quello che
fai qui dentro riguarda anche me!»
Prima che Jaelle potesse rispondere, una voce disse, dietro di lei: «Peter?
Ti cercavo. E voi dovete essere Jaelle!»
Una donna alta, dai capelli bianchi e dalla pelle scura, prese una sedia e
la accostò al loro tavolo.
«Cholayna?» disse Peter. «Avevo sentito dire che eravate qua. Jaelle,
Cholayna era la direttrice dell'accademia del servizio Informazioni, quando
l'abbiamo frequentata io e Magda.»
La donna aveva un vassoio di cibi sintetici, ma non parve badare ai piatti
di carne e di verdure davanti a Jaelle e a Peter. «Posso sedere con voi, o in-
terrompo qualcosa di personale?»
«Oh, sedete, ci farà piacere», disse Jaelle, che voleva evitare una discus-
sione con Peter. Cholayna posò il vassoio e si sedette.
«Fa piacere vedere qualcuno con dei vestiti adatti a questo clima», disse.
«So che Magda ha cercato di dare l'esempio, ma quelle teste di cavolo dei
servizi di sicurezza pensano solo alle loro macchine. E chi è che comanda,
qui? Russell Montray.» Scosse la testa. «Non capisco perché non si deci-
dano a trasferirlo. In certe cose è abile, dovete sapere, ma non ha nessuna
pazienza, quando si tratta di usi e costumi diversi dai suoi. Qui occorrerà
un secolo, prima di rimediare a tutti gli errori fatti da Montray. Chissà per-
ché lo hanno mandato qui?»
«L'avranno mandato per toglierselo dai piedi, e gli avranno dato una
promozione per fargli accettare il posto. Il solito ragionamento dei buro-
crati.»
Cholayna annuì. «Darkoyer non ha un grande potenziale commerciale,
ma in una ventina di anni potrebbe diventare un regolare punto di scalo.
Adesso, però, non vorrei che Montray ci avesse fatto perdere l'amicizia dei
darkovani. Per rimediare un po' alla cosa, ho assegnato a Magda un incari-
co speciale, perché studi come dovrebbero essere i nostri rapporti con
Darkover, anziché come sono. E ne voglio parlare anche con voi, Jaelle.
Quanto a te, Peter, sai che dovresti lavorare per me, e non per Montray.
Spero che lui non s'impunti sulla cosa.»
Peter mormorò qualche parola non eccessivamente impegnativa, ma Ja-
elle, con il suo potere che di tanto in tanto le permetteva di leggergli nella
mente, sentì con chiarezza i suoi veri pensieri: Maledizione, non è giusto.
Ho lavorato cinque anni perché mi mettessero a capo del futuro servizio
Informazioni di Darkover, e adesso arriva una maledetta donna a portar-
mi via il posto. Era già abbastanza brutto dover fare da spalla a Magda...
A quel punto, Jaelle perse il contatto, ma le poche frasi le erano state
sufficienti a preoccuparla. Cholayna le piaceva, nonostante lo strano colore
della pelle e gli occhi imperscrutabili, ma se Peter la pensava così, che co-
sa poteva fare?

CAPITOLO 3
MAGDA

Quando le porte della Loggia di Thendara si chiusero alle sue spalle,


Magda pensò: Non devo guardarmi dietro...
Scorse davanti a sé una grande stanza, con pannelli di legno scuro. La
ragazza che le aveva aperto la porta la guardò con curiosità, ma non fece
commenti. Le disse soltanto: «La Madre della Loggia ti aspetta», e le indi-
cò la stanza della Madre Lauria n'ha Andria, capo della Loggia locale, una
delle donne più importanti di Thendara.
Lauria era alta e robusta, con corti capelli grigi. Tese la mano a Magda.
«Benvenuta, figlia mia. Ti avranno detto che qui sarà la tua casa per mezzo
anno. Durante questo periodo ti insegneremo il nostro modo di vivere, e,
anche se potrai muoverti liberamente all'interno dell'edificio, non potrai
uscire senza autorizzazione, tranne che in occasione della festa del solsti-
zio d'estate, quando tutte le regole sono sospese.» Sorrise a Magda. «Hai
mostrato di rispettare il Giuramento, anche se l'hai pronunciato in una si-
tuazione in cui non eri del tutto libera. Ora non avrai difficoltà a rispettare
le nostre regole, vero?»
«Le rispetterò», asserì Magda, anche se la prospettiva di trascorrere tutto
quel tempo chiusa tra quattro mura era poco entusiasmante.
«Ricorda», disse Lauria, «che la regola va rispettata con intelligenza:
serve solo a impedire che il contatto quotidiano con donne che vivono in
modo diverso da noi ti confonda le idee.»
«Certo», rispose Magda. Su Darkover, le donne erano rigidamente in-
quadrate in determinati ruoli: poche di loro avevano il coraggio di ribellar-
si per unirsi alle Rinunciatarie. Una volta, Jaelle le aveva detto: «Ogni Li-
bera Amazzone ha la sua storia, e ogni storia è una tragedia». In una socie-
tà tradizionalista come Darkover, solo le donne ribelli e disperate osavano
fuggire.
E io mi sono ribellata contro il mio mondo... pensò Magda.
La donna più anziana la invitò a sedere. «Suppongo che tu abbia appeti-
to, ma che non voglia mostrarti a tutte nel refettorio...» disse, e suonò un
campanello. La ragazza che aveva accompagnato Magda si affacciò sulla
soglia.
«Porta qualcosa da mangiare, per me e per la nostra nuova sorella», dis-
se. E poi, rivolgendosi nuovamente a Magda: «Parliamo un poco. Dob-
biamo prendere alcune decisioni».
In fondo alla stanza c'era una grande porta di legno, con rinforzi di rame.
Era tutta scheggiata, come se fosse stata colpita con una scure, e parzial-
mente bruciata. Magda fissò la porta, incuriosita, e Lauria seguì la direzio-
ne del suo sguardo. «È qui da più di cent'anni», spiegò. «La moglie di un
ricco mercante di Thendara era venuta a rifugiarsi da noi, perché il marito
l'aveva maltrattata in modi che non voglio ripetere, e alla fine l'aveva man-
data a dormire in soffitta e la costringeva a servire lui e la sua concubina.
La donna prestò il Giuramento, ma il marito assoldò una banda di merce-
nari e noi fummo costrette a combattere; l'uomo giurò di abbattere l'edifi-
cio. Rima... la donna si chiamava così... si offerse di ritornare a casa; disse
che non voleva che morissimo per lei. Ma noi non combattevamo per lei
sola, bensì per il diritto di vivere senza bisogno del permesso degli uomini.
Abbiamo combattuto per tre giorni... sulla porta vedi ancora i segni della
lotta.»
«E siete riuscite a resistere?»
«Se non ci fossimo riuscite, in questo momento non saremmo qui a par-
larne, disse Lauria. Un giorno forse potremo godere pienamente della no-
stra libertà, ma fino ad allora siamo pronte a difendere con la spada i nostri
diritti. Adesso parlami di te. Ti possiamo chiamare Margali?»
«È il mio nome», disse Magda. «Il nome che mi hanno dato mio padre e
mia madre. Sono nata a Caer Donn. Solo nel campo dei terrestri mi chia-
mano Magda.»
«Jaelle mi ha detto che sai leggere e scrivere la nostra lingua, è vero?»
«Sì. Mio padre era un esperto di linguaggi, e ha compilato il primo di-
zionario a uso dei terrestri. Mia madre era una musicista e ha trascritto
molti canti degli Hellers.»
Lauria le porse un foglio e una penna. «Prova a copiare questo», le disse,
porgendole una pergamena. Magda vide che era il testo di uno dèi canti
che sua madre aveva trascritto. Cominciò a copiare la prima riga, ma non
era abituata alle penne d'oca. Quando ebbe scritto qualche parola, Lauria
prese il foglio.
«Una mano un po' impacciata e infantile, disse con severità, ma almeno
sai scrivere; molte donne, quando entrano nella Loggia, sanno a malapena
scrivere il loro nome. Non diventerai mai una copista, ma ho visto scritture
peggiori.»
Magda arrossì. Nessuno l'aveva mai accusata di goffaggine.
«Vediamo cosa sai fare, allora. Sai cucire? Ricamare?»
«No, rispose lei, ricordando che ad Ardais aveva cercato di cucirsi i ve-
stiti, con risultati disastrosi.»
«Sai cucinare?»
«Poco.»
«Sai tessere, o conciare la pelle?»
«No.»
«Conosci le piante?»
«Temo di no.»
«Sai cavalcare?»
Finalmente, qualcosa che lei sapeva fare. «Sì.»
«Sei capace di sellare il cavallo, strigliarlo, dargli da mangiare? Bene;
per qualche tempo ti metteremo a lavorare nelle scuderie. Ti dispiace?»
«No, naturalmente», rispose Magda, ma dovette di nuovo confessare di
non saper ferrare il cavallo né fare stivali. Lauria annuì quando Magda dis-
se di saper combattere sia con le armi sia a mani nude, ma disse: «Hai
davvero molte cose da imparare». In quel momento ritornò la ragazzina
che aveva accompagnato Magda nella stanza; adesso portava vassoi e bot-
tiglie.
«Oh, la nostra colazione. Appoggiala qui, Doria.»
La ragazza aveva portato una minestra di pasta e verdure, bicchieri di
latte, frutta conservata sotto miele. Lauria invitò Magda a servirsi, e per
qualche minuto mangiarono in silenzio. Alla fine, Lauria le chiese quanti
anni aveva.
«Sei sposata, Margali? Hai figli?»
Magda scosse la testa. Uno dei motivi di tensione tra lei e Peter era stato
il suo rifiuto di avere figli.
«Il matrimonio è stato ufficialmente sciolto, come potete fare consen-
sualmente voi terrestri?»
Magda si stupì nel constatare che Lauria conoscesse così bene le usanze
terrestri. «Sì. Ci siamo separati più di un anno fa.»
«Bene, perché se avessi un figlio di età inferiore ai quindici anni, dovre-
sti affidarlo a qualcuno. Per rifugiarsi tra noi, una donna deve essere libera
da obblighi esterni. Hai qualche parente anziano che dipende da te?»
«No. Mio padre e mia madre sono morti da vari anni.»
«In questo momento hai un amante?»
Magda scosse la testa.
«Pensi che ti sarà difficile vivere senza un amante? Suppongo che tu sia
abituata a dormire da sola, visto che ti sei separata già da tempo da tuo ma-
rito; ma incontri qualche difficoltà? O preferisci l'amore delle donne?» Usò
un termine molto cortese per chiederglielo, e Magda non si sentì affatto
imbarazzata: probabilmente, un gruppo composto esclusivamente di donne
finiva per attirare una certa percentuale di persone che preferivano non
sposarsi. Rispose con sincerità: «Non penso di incontrare grandi difficol-
tà...» e solo dopo averlo detto si accorse che sembrava un commento ironi-
co.
Lauria sorrise e disse: «Me lo auguro, ma a volte finisce per essere un
problema, durante il mezzo anno di ritiro. Cos'altro posso chiederti? Ah,
conosci metodi per evitare una gravidanza non voluta?»
Magda si sentì arrossire. Naturalmente, tutti i terrestri imparavano que-
ste cose alla pubertà, ma lei era cresciuta a Caer Donn e aveva finito per
assumere l'atteggiamento mentale dei darkovani, che consideravano quelle
pratiche adatte solo alle prostitute. Rispose timidamente: «Sì», ma si chie-
se che cosa l'altra donna pensasse di lei, adesso che ammetteva di cono-
scere quel genere di cose!
Lauria annuì. «Bene. Dobbiamo ringraziare di queste conoscenze le
donne che lavorano nelle Torri e che non possono interrompere il loro la-
voro a causa di una gravidanza: eppure, non si può chiedere loro di rinun-
ciare per anni all'amore. Tra le donne della Torre di Neskaya e la Loggia
delle Rinunciatarie c'è un antico legame, che risale alla fondazione della
Loggia. Come forse sai, noi siamo sorte all'epoca di Varzil il Buono, da
due diverse organizzazioni femminili: le sacerdotesse di Avarra, che erano
un gruppo di guaritrici addestrate all'uso del potere, e le Sorelle della Spa-
da, che all'epoca dei Cento Regni erano un gruppo di donne-soldato. Do-
vrai imparare anche tu la nostra storia, naturalmente. Le sacerdotesse di
Avarra ci hanno insegnato varie pratiche che possono essere svolte da tutte
le donne, comprese quelle che non hanno potere. Tra le Libere Amazzoni è
giudicato un crimine mettere al mondo un figlio che non è desiderato né
dalla madre né dal padre, e perciò tutte le nostre donne devono avere que-
sto genere di conoscenze. Ogni cinque giorni, una delle nostre levatrici
tiene un corso alle ragazze più giovani. Tu godi di buona salute?» chiese
poi. «Riesci a lavorare per l'intera giornata senza stancarti?»
«Non ho mai fatto molto lavoro manuale», disse Magda, «ma ricordo
che, durante i viaggi, rimanevo in sella tutto il giorno senza troppe difficol-
tà.»
«Bene. Molte donne che vivono in casa si ammalano per mancanza di
movimento. Forse riderai, nel vedere donne adulte che giocano a rincorrer-
si o che saltano la corda, ma l'esercizio fisico fa bene a tutte. E, quando il
clima lo permette, spero che tu non abbia niente in contrario a nuotare.»
«No, mi piace il nuoto», rispose lei, chiedendosi quando mai lo permet-
tesse, il clima di Darkover.
«Ora, però, dovrai prendere una decisione importante, riprese la donna
più anziana. Hai visto la ragazza che ci ha portato la colazione? Si chiama
Doria e ha quindici anni; farà il Giuramento al solstizio d'estate. Vive tra
noi fin dalla nascita, ma non possiamo prendere come apprendiste ragazze
di età inferiore a quella legale. Perciò, tu e lei sarete addestrate insieme.
Non so quali problemi incontrerai tra noi, ma ricorda che Jaelle è venuta
tra noi dalle Terre Aride, quando aveva dodici anni, e all'inizio ha incon-
trato molte difficoltà. Soprattutto a causa di piccole cose che a noi sembra-
vano normalissime. Noi non vogliamo che tu incontri difficoltà, Margali, e
perciò mi pare che si possano scegliere due strade.»
Fissò attentamente Magda.
«Possiamo dire a tutte che sei terrestre, e che ti devono aiutare in tante
piccole cose. Per te la vita sarà più semplice, ma si creerà inevitabilmente
una sorta di barriera e c'è il rischio che tu non sia accettata del tutto come
una di noi. Oppure possiamo dire che vieni da Caer Donn, e lasciare che tu
superi le differenze come puoi. Quale strada preferisci?»
Non pensavo di essere una simile snob, si disse Magda. Aveva temuto
che le Amazzoni non capissero il concetto di shock culturale, ed ecco che
Lauria glielo spiegava come se si rivolgesse a una bambina un po' sciocca.
Tuttavia, non sapeva come rispondere. Jaelle sapeva che lei era terrestre, e
questo le era stato di notevole aiuto; d'altro canto, tra lei e Jaelle c'era sem-
pre stata una piccola distanza. Disse: «Dovreste consigliarmi voi, Lauria...
ma penso che, almeno all'inizio... preferirei essere una di voi. Penso che
tutte, chi più chi meno, si trovino un po' spaesate, al loro arrivo alla Log-
gia».
Lauria annuì. «Credo che tu abbia scelto bene», disse. «E credo anche
che tu voglia davvero essere una di noi... che tu non sia qui solamente per
studiarci a beneficio degli archivi dei terrestri...» Ma lo disse in tono leg-
germente dubitativo. Be', pensò Magda, dovrò dimostrarglielo.
Lauria guardò un vecchio orologio a pendolo e poi si alzò in piedi.
«Ho un appuntamento in città», disse. «Dato che non hai nessuna amica
nella Loggia, ho detto di metterti in una stanza da sola. Più avanti, se avrai
qualche amica e vorrai condividere con lei la stanza, potrai farlo.» Magda
trasse un respiro di sollievo; fino a quel momento non le era venuto in
mente, ma aveva corso il rischio di finire in una stanza con tre o quattro al-
tre donne che si conoscevano da anni.
Lauria suonò di nuovo il campanello. «Non avrai paura di dormire da
sola, spero. Sai, ci sono donne che non sono mai state sole: prima hanno
dormito con la balia e la bambinaia, poi con la cameriera o la dama d'ono-
re.» Le accarezzò le tempie e terminò: «Ci vedremo questa sera a cena.
Coraggio, Margali. Adesso Doria ti mostrerà la Loggia».
Mentre Lauria si allontanava, Magda si chiese: Ho davvero un'aria così
spaventata?
Qualche minuto più tardi, arrivò Doria.
«Lauria mi ha incaricato di mostrarti la Loggia. Per prima cosa prendia-
mo i piatti sporchi e portiamoli in cucina.»
La cucina era deserta, a parte una donna di bassa statura e dai capelli ne-
ri, che sonnecchiava con i gomiti appoggiati a un tavolo, mentre aspettava
che il pane lievitasse.
«Margali, ti presento Irmelin, che è la nostra cuoca per questa parte del-
l'anno; la aiutiamo a turno in cucina, ma in questo periodo siamo in tante e
basta aiutarla una volta ogni dieci giorni. Irmelin, questa è una nuova So-
rella: Margali n'ha...»
«Ysabet», disse Magda.
«Ti ho vista ieri sera, disse Irmelin. Sei arrivata con Jaelle... sei la sua
amante?»
Glielo aveva chiesto anche Lauria. Scosse la testa. «No, siamo solo buo-
ne amiche.»
Irmelin diede un'occhiata al pane che lievitava. «Ci vorrà un'altra ora,
prima di poterlo mettere in forno... volete che vi accompagni a fare il giro
della Loggia?»
«Lauria ha incaricato me», disse Doria, ridendo. «Tu, resta qui al caldo.
Sappiamo che ti sei fatta assegnare questo turno per stare davanti al fuoco,
come un gatto.» Irmelin sorrise, e Doria aggiunse: «Ti serve qualcosa dalla
serra? Verdura fresca? Margali non ha niente da fare, mi può aiutare a rac-
coglierla».
«Chiedi se c'è qualche melone», disse Irmelin. «Siamo stanche di man-
giare frutta conservata.» Con uno sbadiglio, tornò a guardare il pane che
lievitava, e Doria si affrettò a uscire, sventolandosi con il grembiule.
«Oh, come fa caldo in quella cucina!» disse, quando furono uscite. «Non
si respira! Ma Irmelin fa bene il pane... è incredibile quante donne non so-
no capaci di farlo. Ti hanno mai raccontato della volta che Jaelle ha preso
servizio come cuoca e Gwennis e Rafi le dissero che l'avrebbero gettata
nella tormenta, nuda, se non avesse incaricato qualcun'altra di fare il pa-
ne?» Doria continuò a chiacchierare, senza smettere di farsi aria. Giunsero
nel refettorio dove Magda aveva cenato la sera prima, nascosta all'ombra
di Jaelle. C'era posto per una cinquantina di donne: le sedie erano raccolte
in un angolo, e sui tavoli c'erano pile di piatti e di bicchieri, coperte dalle
tovaglie.
Dal refettorio si passava alla serra - una caratteristica di gran parte delle
case di Thendara - con specchi per concentrare la luce solare e una donna
inginocchiata a terra, intenta a coprire le radici di una pianta che Magda
non conosceva. Una donna massiccia, con capelli color paglia.
«Rezi, questa è Margali n'ha Ysabet, amica di Jaelle. Irmelin mi ha chie-
sto se c'è della frutta fresca per questa sera.»
«Né per questa sera né per domani, ma forse tra un paio di giorni. Ho
qualche mora per Byrna...»
«Perché Byrna deve mangiare le more se non ce ne sono per tutte?»
chiese Doria, e Rezi rise. Parlava con l'accento della campagna: sembrava
una delle contadine che Magda aveva visto nei monti Kilghard.
«L'ha ordinato Marisela; quando sarai incinta, anche tu mangerai le pri-
me more.»
Doria rise e disse: «Preferisco la frutta conservata!»
Visitarono la scuderia, dove c'erano sei cavalli; nella stalla c'erano cin-
que mucche, perfettamente pulite, e si sentiva un piacevole odore di fieno.
Nel giardino, Magda cominciò a battere i denti e Doria disse, sorpresa:
«Hai freddo? Pensavo che a Caer Donn foste abituati. A me non sembra
affatto freddo. Vieni, rientriamo».
La condusse nell'armeria, che a Magda parve piuttosto una palestra, e la
terrestre notò un cartello: LASCIATE LE SCARPE ACCANTO ALLA
PARETE; QUALCUNO POTREBBE INCIAMPARE. Di lato c'era uno
spogliatoio, con asciugamani e accappatoi dimenticati qua e là. Con grande
stupore di Magda, la stanza successiva era una piscina di acqua calda, pie-
na di vapore come un bagno turco. Magda sapeva che molte case di Then-
dara erano costruite su sorgenti calde, ma fino a quel momento non ne a-
veva viste. Sulla porta, un cartello avvertiva: RISPETTATE LE ALTRE,
LAVATEVI I PIEDI PRIMA DI ENTRARE NELL'ACQUA.
«L'hanno costruita pochi anni fa, spiegò Doria. Fino a quel giorno, ave-
vamo solo le vasche del dormitorio. Vieni, saliamo», disse, avviandosi
verso un altro corridoio. «Sopra di noi c'è il nido d'infanzia... adesso è vuo-
to, a parte il figlio di Felicia, che però tra un mese dovrà andarsene. Ma
Byrna avrà il bambino il prossimo mese.» Aprì la porta, e Magda vide un
bambino che giocava sul tappeto, e, su una poltrona, una giovane donna
che ricamava.
«Come va, oggi, Byrna? Questa è Margali n'ha Ysabet, è una nuova...»
«L'ho vista ieri sera», disse Byrna, e Magda si chiese se l'avessero notata
tutte le donne della Loggia. Byrna si alzò e cominciò a camminare avanti e
indietro. «Sono stanca di non poter fare niente, ma Marisela dice che oc-
correranno almeno altri dieci giorni. Dov'è Jaelle? Non sono neppure riu-
scita a parlarle, ieri sera.»
Magda comprese che la sua amica doveva essere una sorta di istituzione.
«È andata a lavorare nel campo dei terrestri», disse.
Byrna fece una faccia strana. «Fra i terrestri? Pensavo che la Loggia non
lo permettesse!» Nel sentire il suo tono di voce, Magda capì che aveva fat-
to bene a nascondere la sua identità. Sapeva genericamente che c'erano dei
rancori nei riguardi dei terrestri, ma era la prima volta che ne faceva l'espe-
rienza diretta. «Di che Loggia sei, sorella?» chiese Byrna.
«Di questa, penso», rispose Magda. «Sono qui per l'addestramento.»
«Be', mi auguro che tu ti trovi bene tra noi», disse Byrna. «Cercherò an-
ch'io di farti sentire a tuo agio quando avrò finito di...» Si batté una mano
sul ventre.
Doria disse, ridendo: «Forse, il prossimo solstizio d'estate preferirai
dormire sola!»
«Hai detto bene», rispose Byrna, e Magda archiviò la risposta accanto
alle considerazioni di Lauria sulle pratiche anticoncezionali. «Dove l'avete
messa a dormire, Doria? Nella vostra stanza?»
La ragazza rise. «Là dentro siamo già in cinque. Lauria ha detto di darle
la stanza di Sherna, finché non ritorna da Nevarsin.» Accompagnò Magda
lungo il corridoio, fino a una stanza con sei letti. «Quest'anno ci hanno la-
sciato nella stessa stanza... Milka ha detto che potevamo stare insieme, a
patto di non fare troppo chiasso e di lasciar dormire le altre. Ci divertiamo
molto. Qui ci sono i bagni...» Aprì una porta e mostrò una stanza con va-
sche e lavandini. «... e qui si mette la biancheria sporca. Qui c'è la stanza di
cucito, se non hai il tempo di ripararti i vestiti da sola. Ed ecco la stanza di
Sherna... la tua stanza, adesso; lei e Gwennis l'hanno condivisa per due an-
ni, finché Gwennis non è andata ad abitare con la sua amica...» Pronunciò
la parola con un'inflessione particolare, per dire che erano amanti. Be', la
cosa doveva essere diffusa; Irmelin l'aveva chiesto anche a lei, tra un
commento e l'altro sulla pasta che lievitava!
Doria indicò un fagotto, sul letto. «Lauria ti ha procurato dei vestiti...
camicie da notte, biancheria, e abiti da fatica, nel caso dovessi lavorare
nelle stalle. Credo che in gran parte sia roba di Byrna, che adesso le va
stretta.»
Avevano fatto davvero di tutto, pensò Magda, per farla sentire a suo a-
gio. C'era perfino un accappatoio foderato di pelliccia, una cosa di lusso!
La stanza era arredata con molta semplicità: il letto, una cassapanca di le-
gno, uno sgabello.
Doria le disse: «Sai che ci addestreremo insieme? Ma tu sei più vecchia
di me... perché sei entrata fra le Amazzoni?»
Magda le disse la parte della sua storia che poteva rivelarle. «Un mio
consanguineo era prigioniero del bandito Rumal di Scarp. Non c'era nes-
sun altro che potesse portare il riscatto, e perciò sono partita da sola, vesti-
ta da Amazzone per non correre pericoli; poi ho incontrato il gruppo di Ja-
elle e mi hanno scoperta, e allora ho dovuto fare il Giuramento.»
Doria rimase a bocca aperta. «Avevo sentito... eri tu? Sembra quasi una
favola! Però, mi avevano detto che eri andata a Neskaya! Ce l'ha detto Ca-
rilla, al suo ritorno da Nevarsin. Ma Jaelle adesso lavora per i terrestri, hai
detto?»
A Magda pareva di avere già risposto a troppe domande. «E tu, perché
sei già tra le Amazzoni, Doria?»
«Sono stata allevata qui», rispose la ragazza. «Sono figlia di Rafi, avrai
già sentito parlare di lei.»
«Non la conosco, ma Jaelle me ne ha parlato.»
«Rafi è consanguinea della madre adottiva di Jaelle, Kindra. Rafi ha
avuto tre figli, ma erano tutti maschi. La terza volta, lei e sua sorella aspet-
tavano un figlio per lo stesso periodo... e i figli erano dello stesso padre,
capisci? Rafi ha avuto un altro bambino, e sua sorella voleva un maschio;
si sono scambiati i figli, e il bambino di Rafi è stato adottato da mia madre
e da mio padre... che del resto è anche suo padre... e Rafi ha preso me, che
avevo solo tre giorni, e mi ha allevata qui nella Loggia. Io sono Doria n'ha
Graciela, ma preferisco chiamarmi n'ha Rafi perché è l'unica madre che ho
conosciuto.»
Magda prendeva appunti mentali. Sapeva che spesso le sorelle si scam-
biavano il marito, e che la pratica di dare i figli in adozione era quanto mai
comune, ma la situazione descritta da Doria le pareva assai bizzarra.
«Oh, perdo il tempo a chiacchierare invece di spiegarti le cose. Devi te-
nere i vestiti dentro la cassapanca, perché, se trovano qualcosa per terra, le
due donne che spazzano il piano lo mettono in una grande cesta nel corri-
doio e devi poi andare a cercarla tra la roba vecchia. Suoni qualche stru-
mento? No? Peccato. Rafi cercava qualcun'altra con cui suonare. Byrna ha
una bella voce, ma adesso che è in gravidanza è senza fiato. Io, quando mi
sono accorta di essere stonata, ho temuto che Rafi mi ripudiasse come fi-
glia! Lei...» Doria s'interruppe, nell'udire un suono di campanello.
«Oh, misericordiosa Avarra!»
«Che cos'è, Doria? È già la campanella della cena?» chiese Magda.
«No», disse la ragazza. «Quel campanello suona solo quando una donna
viene a chiedere aiuto. In certi periodi passa quasi un anno senza che lo si
senta suonare, e oggi ci sono due novizie in un solo giorno! Vieni, dob-
biamo scendere subito.»
Corsero al piano terreno. Magda sentì una sorta di premonizione: È una
cosa molto importante per me... ma pensò che fosse frutto della sua fanta-
sia. Nel corridoio scorsero Irmelin e Lauria: reggevano una donna dall'a-
spetto fragile, avvolta in scialli pesanti e con più ordini di gonne. Pareva
sul punto di svenire.
Nel corridoio stavano accorrendo molte donne che Magda aveva visto la
sera prima, ma di cui non conosceva il nome. Lauria si rivolse alla nuova
venuta e le chiese, come se fosse una domanda rituale: «Che cosa cerchi,
qui? Sei venuta per avere asilo?»
La donna rispose debolmente: «Sì».
«E chiedi soltanto asilo, figlia mia, o intendi prestare il giuramento di
Rinunciataria?»
«Il Giuramento...» mormorò la donna. Barcollava; Lauria la invitò a se-
dere.
«Sei malata. Non è necessario che tu risponda subito alle domande, so-
rella.» Si guardò attorno, finché non vide Magda e Doria, ai piedi delle
scale.
«Voi due siete giunte da poco tempo fra noi; voi tre vi addestrerete in-
sieme, se questa donna prenderà il Giuramento, perciò vi nomino sue so-
relle di voto, e...» Cercò qualcuno. Alla fine, fece un cenno con la testa.
«Carilla n'ha Kyria», disse, e Magda vide, con un curioso senso di fatali-
tà, l'alta e sottile neutra che aveva assistito al suo giuramento. «Carilla, voi
tre portatela via, tagliatele i capelli, preparatela per il Giuramento, se sarà
in grado di prestarlo.»
Carilla mise un braccio attorno alle spalle della donna. «Vieni con me,
sorella», disse con gentilezza. «Appoggiati a me...» Poi vide Magda e sor-
rise. «Margali! Sorella di voto, sei proprio tu? Pensavo che fossi a Neska-
ya! Devi raccontarmi tutto», disse, «ma me lo dirai in seguito; adesso dob-
biamo aiutare questa donna. Sollevala... non è in grado di camminare...»
Magda fece per aiutare la donna, ma questa emise un gemito e cercò di
allontanarsi. Carilla la condusse in una piccola stanza dietro l'ufficio di
Lauria e la fece sedere su una poltrona.
«Ti hanno percossa?» chiese, e le tolse lo scialle, poi le sfuggì un grido.
Il vestito della donna - di taglio elegante: di lana colorata, con bordi di
pelliccia - era stracciato in più punti, e sporco di sangue.
Carilla mormorò: «Avarra ci protegga! Chi ti ha fatto questo?» Ma non
attese la risposta. «Doria, corri in cucina, porta vino, acqua calda e asciu-
gamani puliti! Poi cerca Marisela, controlla se è nella Loggia o se è in città
con qualche partoriente. Margali, vieni qui, aiutami a toglierle questi vesti-
ti!»
Magda la aiutò a svestire la donna: i suoi abiti erano molto eleganti, in-
tessuti di fili di metallo prezioso; ai capelli biondi portava un fermaglio di
rame. Carilla le pulì le ferite, e la donna sopportò la medicazione senza
piangere, anche se doveva farle male. Quando ebbe terminato, l'alta A-
mazzone la coprì con un coperta calda. Doria ritornò poco dopo, per rife-
rire che Marisela non era in casa.
«Allora, cerca Millea», disse Carilla, «e la Nobile Fiona. È un giudice
del tribunale di questa città, e noi dobbiamo fare una deposizione giurata,
sulle condizioni di questa donna, prima di poterle fornire legalmente asilo.
Dobbiamo metterla a letto...»
La donna si rizzò a sedere. «No», disse, «voglio fare il giuramento... vo-
glio rimanere qui per diritto, e non per carità...»
Magda mormorò tra sé: «Chi può averla ferita così...?»
«L'hanno frustata come un animale», disse Carilla, stringendo i denti.
«Anch'io ho cicatrici come quelle. Figliola...» disse, rivolta alla donna, «so
anch'io cosa vuol dire essere frustate. Margali... prendi le forbici nel cas-
setto.» E, quando Magda gliele consegnò, Carilla chiese alla donna: «Co-
me ti chiami?»
«Keitha...»
«Keitha, la legge chiede che tu proclami la tua intenzione tagliandoti un
ricciolo di capelli; se hai la forza di farlo, io farò il resto.»
«Dammi... le forbici.» Pareva decisa, ma aveva appena la forza di tener-
le in mano. Cercò di tagliarsi una treccia, senza riuscirci, e poi disse: «Per
favore...»
Carilla le sciolse la treccia e Keitha riuscì finalmente a tagliarsi una
manciata di capelli. «E adesso...» mormorò, con le lacrime agli occhi, «fa-
temi fare il giuramento.»
Carilla le accostò alle labbra un bicchiere di vino. «Quando avrai ripreso
le forze, sorella.»
«No, subito!» ripeté Keitha; poi le forbici le sfuggirono di mano. Si ab-
bandonò tra le braccia di Carilla.
Lauria disse piano: «Portatela di sopra». A un cenno di Carilla, Magda la
aiutò a portare in una stanza non occupata la donna priva di sensi.

CAPITOLO 4
L'INCUBO

Jaelle sognava. Il pozzo era buio: una macchia di fango scuro e di om-
bre, ma dietro le rocce cominciava a innalzarsi il sole. Lei era abbastanza
grande per capire quel che stava succedendo al di là del fuoco: aveva do-
dici anni, e a Shainsa una bambina di dodici anni portava già le catene e
aiutava durante il parto. Ma quelle donne senza catene, le Amazzoni, l'a-
vevano mandata vìa, come se lei fosse una bambina piccola. Sentiva la vo-
ce della madre, il dolore che la trafiggeva.
Jaelle! Sei libera, sei libera... ma Jaelle aveva ancora le mani incatena-
te e cercava inutilmente di liberarsi.
«Amore...» Peter le prendeva le mani, l'abbracciava. «È solo un brutto
sogno...»
Le giunse il pensiero di Peter: Un incubo. Un altro. Dio mio, ha un in-
cubo tutte le notti. Non so cosa fare.
Jaelle si allontanò da lui, senza sapere perché, e vide che aggrottava la
fronte.
«Kyril...» la donna mormorò. E poi: «No. Scusa. Per un momento ti ho
scambiato per mio cugino Kyril...»
Lui rise. «Un vero incubo, allora. Guarda, contami le dita. Cinque.» Ap-
poggiò la mano sulla sua, e lei sorrise nel ricordare l'episodio. Peter era i-
dentico a suo cugino Kyril Ardais, il figlio della Nobile Rohana: l'unica
differenza stava nel fatto che, come tutti quelli della sua famiglia, Kyril
aveva sei dita per mano.
Kyril aveva continuato a toccarla per tutta l'estate, finché lei, piangendo
di collera e d'umiliazione, l'aveva allontanato con le tecniche di lotta inse-
gnate alle Amazzoni. Un'Amazzone, diceva il proverbio, può essere uccisa,
ma non può essere violentata.
Per rispetto di Robana, aveva cercato di non fargli del male.
«Cara, stai bene?» chiese Peter. «Vuoi che chiami un medico? Hai avuto
un incubo ogni notte... da quanto tempo? Dieci, undici notti.»
Lei cercò di concentrarsi sulle sue parole. Non ricordava il sogno, ma
sentiva in bocca uno strano sapore, e corse in bagno a sciacquarsi i denti.
Quando ritornò, Peter le fece bere qualcosa.
«Comunque, domani ti porterò da un medico», le disse, mentre beveva
lo strano liquido gorgogliante che lui le aveva dato. Jaelle fece per posare
il bicchiere, ma Peter scosse la testa.
«No, bevilo tutto, ti metterà a posto lo stomaco.» Guardò il letto, mise a
posto il cuscino. «Deve essere il programma di studio che ti hanno dato, o
il corticatore onde-alfa è guasto. Può dare squilibri.» Osservò la macchina.
«Oppure ha stimolato eccessivamente qualche parte del tuo inconscio. Por-
talo al reparto Medicina, domani, e chiedi di controllarlo sull'elet-
troencefalogramma.» Per Jaelle, era come se parlasse dall'altro capo del
mondo: lei non capiva le sue parole e non voleva capirle.
Jaelle tornò sotto le coperte, ma non riuscì più ad addormentarsi. Che la
macchina per imparare nel sonno fosse davvero guasta? Ma i suoi incubi
erano iniziati quando ancora non usava quella macchina.
Poco prima che la sveglia suonasse, Peter cominciò ad accarezzarla, e
Jaelle si abbandonò a quel conforto, che era diventato tanto importante per
lei. Si lasciò eccitare, si lasciò stringere, prese parte al piacere di Peter nel
possederla. Non le pareva di essergli mai stata così vicina; tese la mente
per esserlo ancora di più e sentì i suoi pensieri:
La mia carne. La mia donna. Un figlio mio, l'immortalità... mio, mio...
Non erano parole, era qualcosa di più profondo, che stava alla base della
personalità maschile. Jaelle non conosceva i termini usati nelle Torri, gli
strati consci e inconsci della mente, la polarità maschile-femminile, ma lo
sentiva direttamente. Notava in se stessa il risveglio di sensibilità nuove,
opposte tra loro. E una parte staccata della sua personalità si ribellò, le ri-
cordò il Giuramento delle Amazzoni: "Mi concederò solo nel momento e
nella stagione da me scelti... non darò figli a nessun uomo per ragioni di
casato o di dinastia, di clan o di eredità, di orgoglio o di successione..."
Di orgoglio... di orgoglio...
In quel momento, fu quasi sul punto di strapparsi dalla sue braccia, ma
qualcosa, dentro di lei, le disse: No, non succederà niente, questa volta.
Non si staccò; si limitò a non rispondere più alle sue carezze: era troppo
bene educata per eccitare un uomo e per poi lasciarlo insoddisfatto. Ma
presto anche il desiderio di Peter si spense.
«Oh, mi spiace...» mormorarono insieme, nel separarsi. E Jaelle disse:
«Non è colpa tua... solo, si vede che non era il momento giusto».
Peter portò un recipiente e due tazze. «Ho qui del caffè, ti farà bene.»
Poi, mentre Jaelle lo beveva lentamente, le accarezzò il collo.
«Sei così bella. Mi piacciono i tuoi capelli, quando sono lunghi così.
Non tagliarli più.»
Lei sorrise e gi accarezzò la guancia. Peter non si era ancora fatto la bar-
ba e la sua pelle era ruvida. «Cosa diresti, se ti chiedessi di farti crescere la
barba?»
«Oh, via!» disse lui. «Vuoi scherzare.»
Jaelle rise. «Volevo solo dire che non te lo chiederei mai, perché la fac-
cia è tua. E i capelli sono miei.»
«Oh, al diavolo!» esclamò Peter. «Non ho nessun diritto, allora?»
«Diritti? Sui capelli miei?» Di nuovo, provò la sensazione che aveva
provato quando era entrata in contatto mentale con l'orgoglio di Peter. C'è
qualcosa che non va, si disse, e continuò a fissare la tazza di caffè, cercan-
do di mettere ordine nei suoi pensieri.
«Cara, sei sicura di stare bene?» le chiese Peter, di ritorno dalla doccia.
«Vuoi che ti prenoti un appuntamento dal medico?»
«No, oggi ho da finire un rapporto.» Si alzò e si diresse alla doccia;
quando cominciò a muoversi, si sentì meglio. Si vestì; ormai si era abituata
all'uniforme dei terrestri. Peter la abbracciò e si allontanò in fretta.
Quando eravamo ad Ardais, Peter era diverso, si disse Jaelle. Poi si af-
frettò a cancellare quel pensiero perché era troppo preoccupante.

Jaelle aveva già terminato da tempo il rapporto sul viaggio ad Ardais;


ora aveva ripreso i vecchi studi linguistici di Magda, e svolgeva un lavoro
che le sembrava inutile: aggiornare il dizionario dei modi di dire darkova-
ni.
Comunque, svolgeva quel lavoro in modo coscienzioso, aggiornando
frasi che erano comuni quando lei era bambina, ma che ormai non si usa-
vano più, e aggiungendo le parole volgari che, nel parlato di tutti i giorni,
erano assai più comuni delle espressioni corrette. Del resto, il dizionario
era stato compilato dal padre di Magda, a Caer Donn. Laggiù nessuno a-
vrebbe usato termini volgari in presenza di un rinomato studioso, che per
di più era uno straniero. Ma c'erano frasi che Jaelle non avrebbe potuto
pronunciare, senza arrossire, davanti a uomini; inoltre aveva l'impressione
che determinati termini non venissero mai usati dalle donne, salvo che nel-
le Logge delle Amazzoni.
In realtà, pensò, io non so come parlino le donne, tranne la Nobile Ro-
hana. Sono entrata nella Loggia quando ero troppo giovane.
I calzoni aderenti dell'uniforme, che le segnavano la forma delle gambe
e dei fianchi, continuavano a metterla in imbarazzo. La cosa non le avreb-
be dato fastidio, se fosse stata con le sue Sorelle, ma in un ufficio dove c'e-
rano degli uomini che andavano e venivano - anche se, a dire il vero, non
ne passavano molti - si sentiva come nuda. Quel mattino giunse un uomo
che lei non conosceva, un tecnico anonimo che riparò una macchina di Be-
thany, e Jaelle gli sentì dire:
Ah, questa è l'indigena di Haldane. Beato lui. Guarda che gambe...
Jaelle gli rivolse un'occhiata fulminante, e solo più tardi si accorse che
l'uomo non aveva parlato a voce alta. Arrossì e abbassò gli occhi. Per tutta
la vita era stata afflitta dal suo potere, che affiorava di tanto in tanto, nei
momenti meno opportuni, e che non si faceva mai vedere quando ne a-
vrebbe avuto veramente bisogno.
Ho letto veramente i pensieri di Peter, questa mattina, o erano allucina-
zioni?
Forse è meglio che vada dal medico. Quando il tecnico se ne fu andato,
chiese a Bethany:
«Come si fa, per avere un appuntamento dai medici?»
«Basta salire nel loro reparto, durante l'intervallo. Qualcuno c'è sempre.
Non state bene?»
«Non so neanch'io. Dormo male. Forse è colpa della macchina per impa-
rare durante il sonno.»
Bethany annuì. «Se non è regolato bene, il corticatore può avere quell'ef-
fetto. Ma la cosa non riguarda i medici; prendete l'apparecchio e portatelo
al reparto Psicologia. Se però continua il mal di testa, è meglio che andiate
veramente dal medico. O se siete incinta e cose simili.»
«Non è il mio caso», disse subito Jaelle, ma poi pensò: Come faccio, a
esserne così sicura? Forse, la visita le serviva davvero.
Stava già per recarsi nel reparto Medicina, quando udì uno strano ronzio,
proveniente dalla macchina che usava per scrivere.
«Bethany...»
«Rispondete, Jaelle.» Poi, nel vedere che lei non capiva, Bethany ag-
giunse: «Già, scusatemi. Non ve l'ho mai insegnato. Schiacciate il pulsante
illuminato.»
Jaelle lo schiacciò con cautela, e una voce disse:
«Signora Haldane?» Era una voce che lei non conosceva. «Sono Chola-
yna Ares, Informazioni. Potete venire nel mio ufficio? Forse potremmo fa-
re colazione insieme; desidererei parlarvi.»
Ormai Jaelle conosceva i modi di dire dei terrestri e sapeva che le parole
che aveva ascoltato, sotto la loro forma cortese, erano in realtà un ordine
che non si poteva rifiutare. Lei sostituiva Magda, e Cholayna era la sua su-
periore. Disse, servendosi di una delle forme di cortesia dei terrestri: «Sarò
lieta di vedervi; vengo subito».
«Grazie», disse Cholayna. La luce si spense. Bethany commentò:
«Chissà cosa vuole, quella? Non capisco come abbiano potuto darle il
suo posto. Servizio Informazioni, per l'amor di Dio! Non potrà mai scende-
re in incognito tra i darkovani. Naturalmente, se ne sta nel suo ufficio a
comandare, come un ragno nella tela, ma il capo del servizio Informazioni
dovrebbe essere in grado di vedere le cose di persona. Naturalmente, forse
gli alti capi della sede centrale non sanno neppure quant'è strano Darkover,
e scommetto che Cholayna non è stata avvertita, quando ha chiesto il tra-
sferimento...»
«Non capisco», disse Jaelle, chiedendosi se fosse il caso di offendersi.
«Perché Darkover dovrebbe essere così strano?»
«È uno dei pochi mondi che sono stato originariamente colonizzati da un
gruppo omogeneo, proveniente dalla stessa area, senza individui di razza
nera o gialla. Così, adesso ha una popolazione che appartiene al cento per
cento alla razza bianca. Una cosa rarissima.»
Jaelle rifletté. Certo, aveva notato la pelle scura di Cholayna, ma si era
limitata a pensare che avesse una percentuale di sangue non umano. A par-
te gli incroci con gli elfi di Darkover - di cui, per rispetto verso i Comyn,
nessuno parlava - nelle montagne c'erano molte storie di incroci con gli
uomini delle foreste e con gli uomini gatto, anche se uomini e cralmac non
erano mutuamente fertili. «Nelle Epoche del Caos, però», spiegò a Be-
thany, «gli uomini sono stati artificialmente incrociati con i cralmac. Pen-
savo che Cholayna fosse solo in parte umana, niente di più.»
«Non fatevi sentire da Cholayna», disse Bethany, con una smorfia di di-
sgusto. «Dire a una persona che non è del tutto umana costituisce il peg-
giore insulto che ci sia.»
Jaelle stava per dire che le pareva un odioso pregiudizio, ma ricordò che
anche su Darkover, tra le persone ignoranti, c'erano pregiudizi nei confron-
ti dei non umani. Inoltre, bisognava tenere presenti i costumi e i tabù loca-
li. Non cercare di acquistare il pesce nelle Terre Aride, diceva il prover-
bio. Si chiese se i terrestri, con le loro tanto decantate macchine mediche,
avessero scoperto quell'antica tecnica, e, in caso affermativo, perché non la
usassero.
Disse: «Be', meglio che vada da Cholayna. No, grazie, non c'è bisogno
che vi disturbiate, sono in grado di trovare la strada».

Cholayna fece accomodare Jaelle in una poltrona e ordinò il pasto per


lei.
«Non ho avuto occasione di parlare con nessun darkovano», spiegò, «e
qui non potrò certo confondermi con le persone del luogo, perciò devo di-
pendere dai miei agenti. Del resto sono qui per organizzare il reparto, non
per lavorarci. Mi affiderò a voi e agli altri che conoscono Darkover. Avrei
preferito che Magda Lorne lavorasse qui, ma ormai era cosa fatta. Però,
vorrei fare con voi, signora Haldane, lo stesso lavoro che avrei fatto con
Magda. Spero che si possa essere amiche.»
Jaelle rifletté per qualche istante, prima di rispondere. Non aveva mai
incontrato una donna che non fosse né un'Amazzone né la proprietà di
qualche uomo. Poi disse: «Se volete essere mia amica, potete cominciare
abolendo quel "signora Haldane". Io e Peter non siamo sposati di catenas,
e il Giuramento delle Amazzoni mi proibisce di portare il nome di un uo-
mo... anche se non riesco a farlo capire all'ufficio del personale».
«Cercherò di far effettuare il cambiamento», disse Cholayna. «Come de-
vo chiamarvi, allora?»
«Mi chiamo Jaelle n'ha Melora. Se dovessimo diventare amiche... le mie
sorelle della Loggia mi chiamano "Shaya".»
«Jaelle, allora, per il momento», disse Cholayna, e Jaelle notò con sod-
disfazione che non si affrettava a usare il nomignolo. «Ero l'insegnante di
Magda, ma credo di essere stata per lei anche un'amica. Voi potete aiutarci
molto; come sapete, insegneremo medicina a un gruppo di vostre Sorelle, e
forse voi potrete agevolare la loro permanenza presso di noi. Voi siete solo
la prima.»
Jaelle sorrise. «Temo di dovervi smentire. Due Sorelle della mia Loggia
hanno lavorato qui, durante la costruzione dell'edificio.»
Cholayna disse, sorpresa: «Dai nostri documenti, risulta che nessuna
donna di Darkover...»
Jaelle rise. «Erano neutre... artificialmente rese sterili; probabilmente le
avrete scambiate per maschi, e certo avranno dato nomi maschili. Voleva-
no osservarvi.» Non riferì il fatto che i loro rapporti alla Loggia avevano
destato molta ilarità.
Cholayna rise a sua volta. «Avrei dovuto pensarlo. Mentre vi studiava-
mo, voi studiavate noi. Non vi chiederò cosa abbiate pensato di noi; non ci
conosciamo ancora abbastanza bene per farlo.»
Jaelle rimase piacevolmente sorpresa da quella affermazione. Cholayna
era il primo terrestre che non balzasse subito a conclusioni ingiustificate a
proposito della cultura di Darkover. Forse Cholayna era il primo terrestre
veramente istruito che Jaelle avesse incontrato, a parte Magda, che però
era più darkovana che terrestre.
«Avete mangiato a sufficienza? Altro caffè?» chiese Cholayna. Nel ve-
dere il cenno di diniego di Jaelle, prese il vassoio e lo infilò in uno degli
onnipresenti distruttori di rifiuti. Poi andò a prendere una cassetta, dalla
sua scrivania. Jaelle la riconobbe: era il suo rapporto sul riscatto di Peter e
la permanenza ad Ardais. Accanto, c'era un'altra cassetta con il rapporto di
Peter.
«Ho visto qui», disse Cholayna, «che siete nata nelle Terre Aride e che
ci siete rimasta fino a dodici anni.»
Jaelle sentì improvvisamente qualcosa allo stomaco. Disse: «Ho lasciato
Shainsa quando avevo dodici anni e non ci sono più ritornata. Conosco po-
co quella regione. Non so nemmeno più parlare il suo dialetto».
Cholayna la guardò in silenzio, per un lungo istante. Poi disse: «Dodici
anni è un periodo abbastanza lungo. A dodici anni, una bambina è già for-
mata... sotto l'aspetto sociale e sessuale, la personalità si è già fissata, e in
seguito non cambia più. Voi siete un prodotto delle Terre Aride, molto più
che della Loggia delle Rinunciatarie».
Jaelle rimase senza fiato, e neppure lei riuscì a capire se fosse spinta dal-
l'ira, dalla vergogna o dall'incredulità. «Come osate?» esclamò. «Non avete
il diritto di dirlo!»
Cholayna batté le palpebre, ma non cedette di un palmo. «Jaelle, cara,
non parlavo di voi personalmente; ripetevo una delle lezioni fondamentali
della psicologia umana; se vi siete sentita offesa personalmente, mi spiace.
Che ci piaccia o no, la situazione è quella. Le nostre prime impressioni so-
no le più durature. Perché vi dà tanto fastidio l'idea di essere un prodotto
della cultura delle Terre Aride? Ricordate, io le conosco poco, e anche nei
nostri documenti non c'è molto, su quella regione. Per avere informazioni,
devo rivolgermi a voi. Perché vi siete offesa?»
Jaelle trasse un lungo respiro. Disse: «Anch'io... non ero offesa con voi.
Io...» Fu costretta a interrompersi. Poco prima, comprese, stava quasi per
aggredire l'altra donna. Perché sono esplosa in quel modo? La collera la-
sciò lentamente il posto allo stupore.
«Probabilmente, almeno nel mio caso, questo non è vero», disse. «Se
fossi una donna delle Terre Aride, sarei... una schiava, come le donne di
quella regione; incatenata, proprietà di qualche uomo. Laggiù una donna
senza catene è uno scandalo... deve sempre portare il segno di un padrone.
Io ho prestato Giuramento di Rinunciataria non appena raggiunta l'età le-
gale... e ho dimenticato tutto quello che ho passato nelle Terre Aride... è
stato un modo di...»
S'interruppe, ma proseguì nella propria mente: Un modo di dimostrare a
me stessa che non avrei mai portato le catene di un uomo. Kindra una vol-
ta mi ha detto che molte donne - e anche molti uomini - si credono liberi,
ma solo per poi coprirsi di catene invisibili...
Cholayna si ravviò i capelli. «Se tutto quel che avete fatto dopo avere la-
sciato le Terre Aride era un modo di dimostrare che non eravate una di
quelle donne, allora, che viviate alla loro maniera o no, le Terre Aride
hanno influito sulla vostra esistenza. Se non avessero influito su di voi, a-
vreste scelto la vostra strada senza chiedervi se fosse quella delle Terre A-
ride o il suo inverso... non vi pare?»
«Suppongo di sì...» mormorò Jaelle.
Cholayna continuò: «Non conosco bene neppure le Amazzoni. Avete ci-
tato il Giuramento, e così ha fatto Magda, ma non so che cosa sia. È un se-
greto, o potete riferirmi il suo testo?»
Jaelle disse: «No, non è un segreto. Posso ripetervelo». E cominciò: «Da
questo giorno in poi, giuro...»
«Un attimo!» esclamò Cholayna. «Posso registrarlo? Per le nostre do-
cumentazioni.»
Il loro eterno archivio! Ma era inutile fare commenti, e forse era l'unico
modo per spiegare la Loggia a un estraneo. «Certo», disse, e attese che l'al-
tra donna azionasse il registratore.
«Da questo giorno in poi rinuncio al diritto di sposarmi salvo che con un
libero matrimonio; nessun uomo mi legherà di catenas e non abiterò in ca-
sa di alcun uomo come concubina.
«Giuro che sarò pronta a difendermi con la forza se sarò aggredita con la
forza, e che non mi rivolgerò a nessun uomo per chiedergli protezione.
«Giuro che d'ora in poi non mi farò chiamare con il nome di nessun uo-
mo, padre, tutore, amante o marito che sia, ma che sarò solo conosciuta
come la figlia di mia madre.
«Giuro che non darò figli ad alcun uomo, salvo che per mia soddisfazio-
ne, per mia scelta e nel momento da me deciso; non darò figli ad alcun
uomo per motivi di casato o di eredità, di ciano di discendenza, di orgoglio
o di dinastia; giuro che io sola deciderò se tenere o dare in adozione i miei
figli, senza badare all'orgoglio o alla posizione di alcun uomo.
«D'ora in poi rinuncio ai miei obblighi verso famiglia e clan, casa, tutore
o signore, e giuro di obbedire solo alle leggi della nazione come è dovere
di ogni libero cittadino, alla corona e agli Dei.
«Non chiederò ad alcun uomo protezione, aiuto o soccorso, ma obbedirò
solo alla mia madre di voto, alle mie sorelle della Loggia e al mio datore di
lavoro per la durata del contratto.
«Inoltre giuro che ogni appartenente alla Corporazione delle Libere A-
mazzoni sarà per me come una madre, una figlia e una sorella, sangue del
mio sangue: e che nessuna donna legata da giuramento alla Corporazione
si rivolgerà a me invano.
«Giuro di obbedire a tutte le leggi della Corporazione delle Libere A-
mazzoni e a ogni legittimo comando della mia madre di voto, dei membri
della Corporazione o del mio datore di lavoro per il periodo del mio im-
piego. E se tradirò i segreti della Corporazione, o se infrangerò il giura-
mento, mi affiderò alle Madri della Loggia perché mi puniscano; se man-
cherò, che la mano di ogni donna si rivolga contro di me, che mi uccidano
come un animale e che lascino alla corruzione il mio corpo insepolto, e al-
la misericordia della Dea la mia anima.» Nel recitare il Giuramento, pensò
che se fosse stata davvero un prodotto della cultura delle Terre Aride, sen-
za possibilità di cambiare carattere, come credeva Cholayna, non avrebbe
certamente potuto prestare quel giuramento. Ridicolo!
Cholayna ascoltò senza parlare e si limitò ad annuire alcune volte.
«Naturalmente», commentò poi, «anche presso di noi le donne godono
automaticamente di questi diritti e hanno le stesse responsabilità, anche se
noi diciamo...» sorrise, «... che anche il padre ha gli stessi diritti e le stesse
responsabilità nell'educazione dei figli. Se volete, un giorno potremo di-
scutere a lungo di questi argomenti. Inoltre, capisco perché le Amazzoni
sono state le prime donne di Darkover disposte a imparare dai terrestri. Ho
due cose da chiedervi. Per prima cosa dovreste recarvi da Magda nella vo-
stra Loggia e parlare con lei della scelta delle candidate da inviare presso
di noi per imparare medicina o quello che decidete voi.»
«Sarò lieta di farlo», disse Jaelle, ma pensò: Se crede che voglia convin-
cere le mie sorelle a spiare per lei, si sbaglia.
«Jaelle, che lavoro svolgevate tra le Amazzoni? Che genere di lavoro
svolgono le Logge?»
«Qualsiasi lavoro onesto», rispose lei. «Cuocere il pane, fare il formag-
gio, fare le levatrici... questa è soprattutto una specialità della Loggia di
Arilinn... erboriste, soldati mercenari...» S'interruppe; poi riprese: «No,
non tutte le Amazzoni sono soldati, Cholayna. Se io dovessi guadagnarmi
il pane con la spada, sarei già morta di fame da molto tempo. Dall'esterno,
si tende sempre a pensare che le Amazzoni siano solo soldati mercenari,
ma questo perché le donne che prestano la loro opera come soldati sono le
più visibili. Una volta, molto tempo fa, nelle Epoche del Caos, esistevano
le Sorelle della Spada, ma la loro organizzazione si è sciolta con la crea-
zione delle Rinunciatarie. Solo a quell'epoca tutte le Sorelle erano merce-
nari. Avete chiesto che cosa facevo io? Ero un'organizzatrice di viaggi.
Una delle nostre tradizionali attività è sempre stata quella di fornire una
scorta alle dame che viaggiano da sole. In seguito, anche gli uomini hanno
cominciato a rivolgersi a noi, per sapere quante bestie da soma occorreva-
no, quante razioni dovevano portare con sé, l'occorrente per il viaggio.
Prestiamo anche servizio come guide nei passi montani.» Sorrise. «Oggi si
dice che le guide delle Amazzoni vanno dove nessun uomo degli Hellers
metterebbe i piedi.»
«Potrebbe esserci utile», disse Cholayna. «Il nostro reparto Carte ed E-
splorazione ha bisogno di persone che sappiano dire loro come equipag-
giarsi per i viaggi. Qualcuno è già morto per ignoranza, in quel settore. Se
le Amazzoni fossero disposte a lavorare per noi, saremmo davvero ricono-
scenti.» S'interruppe. «Vorrei anche che parlaste con un nostro agente di
quel che ricordate delle Terre Aride. Non vi chiedo di spiare sulla vostra
gente, ma solo di aiutarci a capirla meglio. Dovete dirci quello che, secon-
do il vostro popolo, noi dovremmo sapere.»
«Certo», disse Jaelle. Non capiva perché il pensiero di parlare delle Ter-
re Aride l'avesse irritata. Lei era una dipendente dei terrestri, il suo lavoro
era stato approvato dalle Madri della Loggia, e doveva obbedire a qualsiasi
legittimo ordine dei suoi datori di lavoro.
«Per esempio, abbiamo un agente... si chiama Raymon Kadarin... dispo-
sto a recarsi nelle Terre Aride. Desidero che lo incontriate, per vedere se
gli sarà possibile recarsi laggiù senza venire immediatamente individuato
come spia. Il poco che sappiamo...» Venne interrotta da una luce che si ac-
cendeva a intermittenza sulla sua scrivania.
«Avevo ordinato di non interromperci...» disse Cholayna, aggrottando la
fronte. «Permettetemi solo di rispondere, Jaelle. Sì?» chiese, schiacciando
il pulsante.
«Il capo è su tutte le furie», disse una voce. «Cerca la darkovana... la ra-
gazza di Haldane. Alla fine, Bethany gli ha detto che è nel vostro ufficio, e
lui si è messo a strillare. Potete mandarla qui subito, per farlo stare tran-
quillo?»
Jaelle stava già per gridare che lei non era di Haldane e non era neppure
una ragazza, bensì una donna adulta, ma si accorse che anche Cholayna era
irritata.
«Jaelle n'ha Melora è nel mio ufficio e non abbiamo ancora finito il no-
stro colloquio», disse Cholayna, in tono gelido. «Se Montray vuole parlare
con lei, può chiederle di recarsi nel suo ufficio dopo che avrà finito di par-
lare con me.»
Jaelle aveva già conosciuto il Delegato terrestre alla seduta del Consi-
glio, e l'uomo non le era piaciuto. Sapeva che anche Magda non apprezza-
va molto il suo superiore, e che Montray conosceva Darkover assai meno
di Magda o degli altri agenti sul campo. Quanto a Peter, una volta aveva
detto: «Va bene, quell'uomo è un diplomatico di carriera e non un agente
del servizio Informazioni, ma dovrebbe conoscere meglio Darkover!»
Il pulsante si spense. «Questo lo terrà tranquillo per qualche tempo, ma
ho l'impressione che manderà qualcuno a prendervi. Ho fatto quello che
potevo.» Sorrise a Jaelle, con un'aria da compagni di cospirazione, e l'A-
mazzone si accorse che quella donna le piaceva: forse aveva trovato un'a-
mica.
«Allora, come fare, per registrare quel che sapete delle Terre Aride?»
chiese Cholayna. «Potreste registrarlo, oppure parlarne direttamente con il
nostro agente...»
Nessuna delle due cose, pensò Jaelle. Non le piaceva dettare le registra-
zioni, ma si trovava a disagio con gli uomini del campo. L'idea di parlare
con un terrestre che non conosceva, senza la protezione offerta dalla pre-
senza di Peter... Eppure, il Giuramento parlava chiaro: Non mi rivolgerò a
nessun uomo per chiedere la sua protezione. Che cosa mi è successo? si
chiese, da quando vivo con Peter?
Cholayna stava ancora aspettando la sua risposta. «Devo... pensarci un
attimo», le disse Jaelle.
Preferirei lavorare con donne, pensò. Poi si vergognò di se stessa. Era
una donna adulta, un'Amazzone, non doveva nascondersi dietro Peter o
dietro Cholayna! «Parlerò con l'agente», disse, e vide che Cholayna sorri-
deva.
La luce sulla scrivania tornò ad accendersi. «Che cosa c'è, adesso?»
chiese Cholayna, irritata.
«C'è il signor Montray», rispose la voce, e Cholayna alzò le sopracciglia.
«Temo che dovremo farlo entrare», la informò. «Voi potete andare, se
volete.»
Jaelle scosse la testa. «Prima o poi, dovrò incontrarlo», disse, e si prepa-
rò a vedere il grigio e scontroso Montray. L'uomo che entrò, invece, aveva
almeno vent'anni meno del Delegato.
«Aspettavate mio padre?» chiese a Cholayna, nel notare la sua faccia
sorpresa. «Sono Wade Montray, e mio padre mi ha mandato a cercare la
ragazza, per vedere se potevamo servirci di lei...» S'interruppe, guardò Ja-
elle e le rivolse un sorriso, come per scusarsi.
«Non sapevo che foste ancora qui; non volevo offendervi. Mi pare che ci
siamo visti al Consiglio, ma non siamo stati presentati.»
Jaelle si ricordò di lui. Parlava bene la loro lingua e aveva corretto molte
frasi del padre.
«Certo, ricordo di avervi visto, signor Montray...»
«Qui tutti mi chiamano Monty, signorina... scusate, ma non so come ci
si rivolge alle Amazzoni.»
«Io sono Jaelle n'ha Melora. Se non vi sentite pronto a usare il mio no-
me, potete chiamarmi magistra. Ma se dobbiamo lavorare insieme e io de-
vo chiamarvi Monty, voi dovete chiamarmi Jaelle.»
Lui annuì. «Posso portarla da mio padre, Cholayna? O avete ancora bi-
sogno di lei? Se ne avete ancora bisogno, cercherò di calmarlo.» S'inter-
ruppe per un attimo, poi aggiunse: «Sentite, non vuole offendere nessuno.
Solo... era abituato a dirigere tutto... Informazioni, Comunicazioni, Lingui-
stica, oltre al suo ufficio, e all'improvviso non sa più dove arriva la sua au-
torità e dove inizia la vostra, e la cosa lo irrita un po'».
Cholayna annuì. «Avevo anch'io questa impressione. Tecnicamente, io
dipendo dalla sede e non dal Coordinatore, ma cercherò di non dargli fa-
stidio... se lui non darà fastidio al mio reparto. Jaelle, venite pure da me
quando ne avete bisogno. E potete dire a Peter di venire da me, domani, al-
l'ora che gli è più comoda?»
Cholayna tornò alla sua scrivania e Jaelle uscì con il giovane Montray...
anzi, Monty, per distinguerlo dal padre.
«Parlate davvero bene la nostra lingua», gli disse, mentre percorrevano il
corridoio. «Come...»
Lui sorrise. «Come faccio a parlarla così bene, mentre mio padre ha an-
cora bisogno dell'interprete? Quando sono venuto qui, non avevo ancora
dieci anni, e ho sempre avuto predisposizione per le lingue. Di anno in an-
no, mio padre si aspettava di essere trasferito in qualche altro posto, e per-
ciò non si è mai preoccupato di imparare a parlare la vostra lingua. Sono
andato anch'io a studiare all'accademia, ma poi ho preferito ritornare. Oh,
scusate se vi ho annoiato con i miei problemi personali. Ecco l'ascensore.»
Nell'ufficio di Montray, il Delegato sedeva accanto a una finestra da cui
si vedeva l'intero panorama circostante.
«Vi ho chiesto di venire, signora Haldane», disse, «perché ho un compi-
to speciale per voi. Vi presento il mio collega Alessandro Li.» A queste
parole, un uomo alto, fermo accanto alla scrivania, si girò verso Jaelle e le
rivolse un inchino.
«È qui come rappresentante speciale del senato, per decidere sulla classi-
ficazione di Darkover e per suggerire il tipo di Delegazione da assegnargli.
Sandro, questa è la prima donna di Darkover che lavora per il nostro Ser-
vizio Informazioni. È la moglie di Peter Haldane...»
«Conosco il lavoro di Haldane», disse l'uomo. «Specialista di antropolo-
gia. Un ottimo agente sul campo.» Si girò verso Jaelle. «Lieto di conoscer-
vi, Nobile Signora.»
Per un momento, Jaelle non si curò di correggerlo. Li era un uomo alto,
con la faccia affilata, occhi grigi, grandi sopracciglia e un ridicolo - alme-
no per Jaelle - paio di baffoni.
«Pensate che possa viaggiare in incognito sui Monti Kilghard e negli
Hellers?» chiese Montray.
La prima cosa che le venne in mente fu: Non certo con quei baffi. Ma
non lo disse. Scorse però un accenno di sorriso sulle labbra di Monty, e
capì che il giovane aveva pensato la stessa cosa. Perciò osservò attenta-
mente Alessandro Li e disse: «Potrebbe passare per un abitante degli Hel-
lers, dalle parti dei MacAran; alcuni di loro hanno i capelli scuri e sono...
magri. Ma dovrebbe avere i capelli più lunghi e farsi crescere la barba, op-
pure radersi del tutto. Naturalmente, dovrebbe indossare i vestiti adatti. E
dovrebbe imparare la lingua del posto».
«Sulla lingua, non posso pronunciarmi», disse Montray, umilmente. «Le
lingue non sono mai state il mio forte. Per questo sento la mancanza di
Magda: era il mio miglior interprete. Anche se, nel ruolo di interprete, era
sprecata: era il nostro miglior agente. Ma pensate che Sandro possa passa-
re?»
Alessandro Li cercava di fissarla negli occhi; Jaelle arrossì e abbassò lo
sguardo. Quell'uomo non poteva sapere che era un comportamento scorte-
se, ma intervenne Monty.
«Tanto per cominciare, Sandro», disse, «non dovete cercare di guardare
negli occhi una donna che non è vostra parente, a meno che non la giudi-
chiate una prostituta che intende adescarvi. Se il marito di Jaelle fosse pre-
sente, potrebbe sfidarvi a duello per avere guardato sua moglie in quel
modo. Prima lezione sulle buone maniere di Darkover.»
«Oh, certo», l'uomo si affrettò ad abbassare gli occhi. «Non intendevo
offendere, signorina... oh, mi scusi, magistra, vero?»
«Niente di cui vi dobbiate scusare», disse lei, «ma questo è il genere di
cosa che intendo. Peter potrebbe aiutarvi meglio di me. Ma non sarà sem-
plice. Sarebbe più semplice preparare...»
Indicò Monty, che rise e disse: «Mi piacerebbe fare ricerche sul campo,
certo. Ma perché mandare Sandro? Il lavoro potrebbe essere svolto dai no-
stri agenti, quelli che non saranno mai riconosciuti perché sono effettiva-
mente dei darkovani: Haldane, Lorne, Cargill, Kadarin. Poi potrebbero fare
rapporto a Sandro».
Russell Montray rifletté per qualche istante. Poi disse: «Il problema è
appunto quello. Sono troppo darkovani. Sì, hanno giurato fedeltà al servi-
zio, e non metto in discussione la validità del loro giuramento, ma, senza
rendersene conto, penseranno sempre a quel che conviene a Darkover, an-
ziché a quel che conviene a noi. Senza offesa, Jaelle, ma Haldane ha spo-
sato una darkovana e adesso Magda passa un lungo periodo in quella co-
mune di donne Libere Amazzoni. Non vogliamo che la decisione sia in-
fluenzata da qualcuno che sia prevenuto a favore di Darkover. Ci occorre
una persona esterna.»
Jaelle guardò fuori della finestra. Lontano, sotto di loro, si muovevano
solo alcuni darkovani che lavoravano all'aperto, all'interno del campo. E-
rano minuscoli, rispetto agli alti edifici. Niente di strano che Montray con-
siderasse Darkover con tanto distacco.
«Vi assegno Alessandro Li. Lavorerete con lui e sarete personalmente
responsabile», disse Montray. «Lo abituerete a parlare, lo preparerete per il
lavoro sul campo, e se dovesse capitargli qualcosa vi riterrò personalmente
responsabile.»
Aveva usato le parole "personalmente responsabile", che la impegnava-
no sul suo onore a difenderlo fino alla morte. Per un momento, meccani-
camente, Jaelle portò la mano alla cintura, per cercare il coltello; poi, non
appena si accorse del gesto, s'immobilizzò perché si sentiva sciocca. Disse
a bassa voce: «Sul mio onore, per il Giuramento, sarò responsabile di lui».
Ma il gesto non era sfuggito a Monty, che disse: «Non vi chiediamo di
fargli da guardia del corpo, Jaelle. Mio padre intende dire che dovrete ac-
compagnarlo quando uscirà dal campo, accertarvi che non si metta in qual-
che guaio; abituarlo a girare in città senza pericolo.»
Jaelle annuì. «Per prima cosa vi occorre un nome darkovano. Alessandro
assomiglia un po' a un nome usato nei Monti Kilghard, ma nessuno si fa-
rebbe chiamare "Sandro"; è troppo simile al nome di Zandru. Signore delle
Scelte, buone o cattive, e dei nove inferni.»
«Ossia il diavolo», disse Monty.
Alessandro Li sollevò le sopracciglia. «Come si farebbe chiamare, allo-
ra?»
«Aleki... probabilmente», disse Jaelle, e aggiunse: «Monty, portatelo da
un barbiere; uno che conosca i tagli darkovani. Per prima cosa, dovrà ra-
dersi i baffi. Peter gli può procurare gli abiti adatti».
Alessandro Li... Aleki, si rammentò Jaelle... si accarezzò con dispiacere i
baffi. «Dunque, così deve iniziare la mia trasformazione in darkovano...»
disse infine, con un'alzata di spalle. «Ma, per il lavoro, questo e altro. Do-
v'è il barbiere, Monty?»
Una volta uscito dal barbiere, Alessandro Li era quasi irriconoscibile.
Scomparsi i baffi, che erano la sua caratteristica più appariscente, il suo
volto apparve completamente trasformato. Inoltre il barbiere gli aveva
sfoltito le sopracciglia.
Adesso, Aleki guardava Jaelle, in cerca della sua approvazione. Indossa-
va abiti foderati di pelliccia adatti al clima dei Monti Venza, in prossimità
di Thendara, e calzava robusti stivali.
«Nessuno vi scambierebbe per un terrestre», gli disse lei, e poi arrossì:
di fronte a un uomo che aveva l'aspetto di un darkovano, la sua uniforme
terrestre le pareva impudica. Si affrettò ad aggiungere: «Però dovete to-
gliervi l'odore del dopobarba terrestre. Peter vi consiglierà quali essenze
siano adatte al vostro personaggio».
«Haldane? Sono ansioso di conoscerlo», disse Aleki. «Ho letto i suoi la-
vori; non è stato il primo terrestre a raggiungere le città della costa, Temo-
ra e Dalereuth? O è stata Magda?»
«Tutt'e due; a quell'epoca erano sposati», disse lei. «Se volete conoscer-
lo, niente di più facile: venite a cena con noi?»
«Sarà un piacere; e può tenerci compagnia anche Monty?»
«Certo.» Anzi, era un sollievo. Con la presenza di Monty, la cena diven-
tava semplicemente un incontro del Servizio Informazioni.
Peter li aspettava all'ingresso del refettorio principale; riconobbe imme-
diatamente Monty e corse a salutarlo. Il giovane Montray gli presentò A-
lessandro Li, ripetendo anche il suo nome darkovano, Aleki.
«Un vero piacere, Haldane. Conosco il vostro lavoro. Speravo di poter
vedere anche Magda», disse Aleki.
«Be', penso che si possa fare, è qui a Thendara», disse Peter. «Gli uomi-
ni possono entrare nella Loggia, Jaelle?»
«Certo, ma non possono oltrepassare la Stanza degli Ospiti», disse lei, e
vide che Aleki archiviava subito nella propria mente l'informazione.
«Vado a cercare un tavolo tranquillo», disse Li, mentre Peter, Monty e
Jaelle si recavano a prendere il cibo.
Dietro di loro, qualcuno disse, a voce bassa ma perfettamente udibile:
«Quella è la ragazza di Haldane; l'ha trovata qui a Thendara. Bella donna,
adesso che è vestita in modo decente. Lassù sulle montagne si vestono an-
cora con pelli di animali! E che gambe! Ha avuto una bella fortuna, quel-
l'uomo. Ne ho sentite di tutti i colori sulle abitudini matrimoniali della gen-
te di Darkover...»
Un altro uomo, accanto a lui, disse: «Qui, quando una donna si sposa,
presta il marito a tutte le sorelle. Chissà se questa ha delle sorelle? Magari,
Haldane se le è già passate tutte...»
Alle prime parole, Peter si era irrigidito. Ora girò su se stesso e afferrò
l'uomo per il bavero.
«Attento a come parli, bastardo!» disse. Ma Jaelle diede uno spintone al
marito.
«Hanno offeso me!» esclamò. Poi, con il taglio della mano, colpì l'uomo
al collo, e lo fece cadere a terra; subito dopo, sferrò un calcio all'uomo che
aveva parlato per primo.
Un istante più tardi accorsero alcune guardie in divisa nera, e li separa-
rono. Jaelle s'irrigidì, ma la guardia si limitò ad allontanarla, quasi con ri-
spetto. Peter abbracciò la moglie, ma lei si scostò. In mente aveva le parole
del Giuramento: ... Difendermi con la forza se sarò attaccata... non rivol-
germi ad alcun uomo per farmi proteggere.
La guardia disse in tono blando: «Disturbo della quiete pubblica; volete
che faccia rapporto a tutti? Se volete sfogarvi, andate in palestra. Nel risto-
rante non si praticano le arti marziali».
Peter disse con ira: «Quei due bastardi hanno detto un mucchio di por-
cherie su mia moglie!»
«Le parole non hanno mai fatto male alle ossa», sentenziò la guardia.
«Comunque, vedo che la signora è in grado di badare a se stessa.» Fissò
per un istante Jaelle, che riuscì quasi a leggergli nei pensieri; ma la guardia
disse solo: «Non so come ci si comporti a Darkover, signora, ma qui da noi
non ci si azzuffa in pubblico. Siete straniera, e per questa volta non vi fac-
cio rapporto, ma non voglio altre scene, capito? E voi, Haldane, dovreste
insegnare a vostra moglie come ci si comporta in pubblico».
Poi la guardia si allontanò, e, insieme con il suo compagno, aiutò a rial-
zarsi i due uomini che Jaelle aveva colpito. Quello colpito alla gola si av-
vicinò a Jaelle e disse: «Avrei fatto meglio a starmene zitto. Devo dire una
cosa, però, signora: voi picchiate come un uomo...» e raggiunse il proprio
tavolo.
Aleki fece segno di raggiungerlo a un tavolo per quattro, in un angolo.
Peter annuì e si rimise in fila. Jaelle, adesso che la crisi era finita, tremava
per la reazione nervosa. Prese i primi piatti che trovò, senza guardare, e
andò a sedere, ma quando assaggiò il primo boccone, si accorse di avere la
gola serrata.
«Ho sentito dire che un tempo le Amazzoni erano donne guerriere», dis-
se Aleki, tranquillamente. «Sapete anche usare la spada?»
«Il coltello...» disse Jaelle, e non riuscì a dire altro.
Era ancora infuriata. Pelli di animali! Le pellicce degli Hellers erano ri-
cercatissime dai terrestri, e gli oggetti in cuoio dei Monti Kilghard valeva-
no quasi il loro peso in rame!
Monty disse: «Ho visto quel tipo di lotta alla scuola del Servizio Infor-
mazioni. S'insegna l'autodifesa anche alle donne. Ma non mi aspettavo di
incontrarlo su Darkover».
«No. Qui, alla stragrande maggioranza delle donne s'insegna solo a
chiedere aiuto a qualche uomo», rispose Jaelle, e solo dopo averlo detto si
accorse di avere parlato in tono sprezzante.
Peter, con aria offesa, disse: «Avevano insultato me, Jaelle, e non te.
Non hai pensato che l'offeso ero io?»
«Sì, ma attraverso la mia persona.»
«Però, agendo come hai fatto, hai peggiorato le cose», continuò Peter,
aggrottando la fronte. «Non hai sentito quell'uomo? "Insegnare a vostra
moglie come ci si comporta in pubblico." E tu dovresti imparare, Jaelle! A
casa puoi fare quello che vuoi, ma se ti comporti in pubblico come se ti
trovassi in un villaggio degli Hellers, fai fare una brutta figura a me!»
«Una brutta figura a te...» disse Jaelle. Invece di Peter, le pareva di senti-
re il Nobile Gabriel, il marito di Rohana, quando parlava delle Amazzoni:
per Gabriel, il fatto che una donna imparasse a difendersi invece di chiede-
re la protezione dei parenti, costituiva un insulto verso i maschi della fami-
glia.
È stato allevato come un darkovano; pensavo che, come terrestre, capis-
se; le donne terrestri sono più indipendenti. Le tornarono in mente le paro-
le di Cholayna: che a sette anni il carattere era già formato.
Aveva colpito quell'uomo - che in realtà aveva insultato Peter - perché
dentro di lei c'era una donna delle Terre Aride che voleva essere incatena-
ta? E con i suoi colpi aveva voluto far tacere quella donna? Mentre Peter
era in cuor suo un uomo degli Hellers, e voleva che la moglie si rivolgesse
a lui per farsi proteggere? Non si poteva sfuggire ai condizionamenti del-
l'infanzia?
Vari amici di Peter, che avevano visto la zuffa, si recarono al loro tavolo
per esprimere la propria solidarietà. A quanto pareva, i due uomini colpiti
da Jaelle erano antipatici a tutti. Jaelle e il suo gruppo rimasero a lungo nel
ristorante, a bere e a chiacchierare, finché non vennero gli addetti alla puli-
zia, che li pregarono di uscire.
Poi, quando furono usciti, Jaelle rifiutò tutti gli inviti, dicendo che era
stanca. Peter era cupo e imbronciato, e lei si chiese se davvero l'avesse fe-
rito così profondamente nell'orgoglio.
Ma, quando giunsero a casa, lui le disse: «Jaelle, non volevo...» proprio
mentre lei diceva: «Non avrei dovuto...» Scoppiarono a ridere e si abbrac-
ciarono.
«Sei meravigliosa», le mormorò lui. «So la fatica che ti costa tutto que-
sto...» e di nuovo Jaelle si sentì al sicuro tra le sue braccia, come se il suo
amore fosse una roccia a cui aggrapparsi in quel luogo straniero.
Ma quella notte, dopo aver fatto l'amore fino a essere esausti, Jaelle si
destò urlando da un sogno in cui suo padre, Jalak della Grande Casa di
Shainsa, veniva a cercarla e, mostrandole un paio di catene, le diceva che
ormai aveva da tempo l'età per metterle; quando poi Jaelle implorava Peter
di aiutarla, lui si metteva dietro di lei e la teneva ferma, mentre i braccia-
letti le venivano amorosamente serrati ai polsi.

CAPITOLO 5
CARILLA N'HA KYRIA

Magda sedeva a cena nel refettorio della Loggia di Thendara e pensava


al suo quarto giorno tra le Libere Amazzoni. Il primo giorno le avevano
chiesto di assistere Keitha, debole e febbricitante per le percosse, l'indo-
mani l'avevano inviata nelle cucine, ad aiutare Irmelin. Laggiù aveva di-
mostrato di non saper né spazzare bene né tagliare bene la verdura, ma Ir-
melin si era limitata a qualche commento sulle grandi dame che non erano
abituate a sporcarsi le mani. Successivamente Magda aveva scoperto che
non le piaceva neanche servire a tavola e che aveva una vera avversione
per lavare i piatti.
Il quarto giorno, però, era stato il peggiore di tutti. L'avevano mandata a
lavorare nelle scuderie. Dar da mangiare ai cavalli le piaceva, e così pure
portarli al maneggio, perché il sole era caldo, ma le pale erano peggio degli
strofinacci per asciugare i piatti, e l'odore del letame era asfissiante. Ecco,
si disse con ira, perché hanno fatto la Rivoluzione industriale: erano stufi
di spalare letame!
Alla fine della giornata, Magda era esausta. Rimase a lungo a indugiare
nella piscina calda, finché non arrivarono Doria e il suo gruppo di ragazzi-
ne, che cominciarono a correre da tutte le parti, a ridere e a schizzarsi. Il
chiasso costrinse infine Magda ad andarsene; solo dopo essere uscita si re-
se conto che in realtà era gelosa della loro spensieratezza.
E ora, anche se aveva fame, non riusciva a mangiare. Il cibo era costitui-
to di una minestra di carne - o più precisamente, di interiora - cotta con fa-
rina grossa e con verdure piccanti; inoltre, pane scuro e duro e frutta con-
servata nel miele che sarebbe stata tollerabile se fosse stata fredda, ma che
era servita calda. Lei era abituata ai piatti di Darkover, ma quelli non le
piacevano, e sentiva la mancanza di una tazza di caffè.
Sedeva accanto a Doria, e davanti a lei c'era la neutra, Carilla, che aveva
assistito al suo giuramento; un po' più in là c'era la nuova sorella, Keitha.
Oggi stava meglio e aveva ripreso un po' di colore; qualcuna le aveva ta-
gliato i capelli sul collo.
Carilla fissò con preoccupazione Magda.
«Non hai mangiato niente, Margali, non ti piace la trippa?»
Magda ne mangiò una forchettata. «È buona», mentì, «ma questa sera
non ho fame.» Prese una fetta di pane e la imburrò. Se non altro, il pane
era mangiabile, e con il burro e la frutta non era poi tanto male.
Lauria batté un bicchiere sul tavolo per intimare il silenzio. «Questa sera
c'è Dibattito», disse. «È obbligatorio per chi ha prestato il Giuramento da
meno di tre anni, ma tutte, naturalmente, siete le benvenute. Le Sorelle di
Avarra si riuniscono nella sala di musica, e noi dovremo tenere il Dibattito
nell'armeria.»
Si levò un gemito. «Portatevi qualche scialle in più», disse una voce.
«Laggiù si gela.»
«Metteremo in terra i materassi», disse Rafi. «Un po' di fresco non vi fa-
rà male, vi terrà sveglie, soprattutto dopo una cena così ricca!»
Nel lasciare il refettorio, Magda bisbigliò a Doria: «Chi sono le Sorelle
di Avarra?»
«È una società segreta», Doria le rispose a bassa voce. «Lega tra loro
tutte le Logge, ma non so molto altro, e la maggior parte delle donne che
vi appartengono sono levatrici o guaritrici. Marisela appartiene alle Sorelle
di Avarra. Hanno giurato di mantenere il segreto sulla loro società e non ne
parlano con nessuno.»
In quel momento arrivò Carilla, che prese sottobraccio Magda. «Pensavo
che Jaelle ti portasse a Neskaya. Perché sei qui? Ho sentito che Jaelle è
tornata per una notte o due, ma non sono riuscita a parlarle; ho visto però
che ha una cicatrice sulla guancia. Che cosa è successo?»
«Siamo state attaccate dai banditi», spiegò Magda. «Poi abbiamo passa-
to l'inverno ad Ardais; Jaelle era troppo malata per viaggiare. E alla fine
siamo tornate qui a Thendara.»
«Be', era prevedibile che volesse avere nella sua Loggia la figlia di vo-
to...» disse Carilla. Quando giunsero nell'armeria, videro che varie donne
stavano già stendendo a terra i materassi, in modo da formare un cerchio.
Carilla diede a Magda una coperta.
«Vedo che hai freddo, anche con lo scialle», disse. «Prendi questa.»
Lauria disse: «Tutte avete visto le nuove Sorelle che sono tra noi; da
molti anni non ne avevamo così tante da addestrare insieme. Tutte cono-
scete Doria; Rafi è riuscita a fare quello che vorrebbe fare ciascuna di noi:
portare una figlia a prestare il Giuramento nelle sue stesse mani. Ora è
tempo che conosciate anche Margali n'ha Ysabet, che ha prestato giura-
mento nelle mani di Jaelle n'ha Melora lo scorso inverno, e Keitha n'ha
Casilda, che ha giurato a Carilla n'ha Kyria in questa stessa Loggia, quattro
giorni fa. Carilla, tu sei madre di voto per una di loro e sorella di voto per
un'altra. Vuoi cominciare tu?»
«Con piacere», disse Carilla. «Doria, tu non hai ancora prestato giura-
mento, anche se sei vissuta sempre con noi. Perché vuoi prendere il Giu-
ramento delle Rinunciatarie?»
Doria sorrise e disse, con sicurezza: «Perché sono cresciuta tra voi; qui è
la mia casa, e con il Giuramento farò contenta la mia madre adottiva».
Rafi si affrettò a dire: «Non è un buon motivo, Doria. Ti ho mai chiesto,
come condizione per volerti bene, che tu diventassi un'Amazzone?»
Doria batté gli occhi, confusa, ma disse: «No, ma sapevo che ti avrebbe
fatto piacere...»
«Vogliamo sapere il tuo motivo, non quello di Rafi», disse Carilla.
«Perché... sono sempre vissuta qui, e volevo essere una di voi... una vera
Amazzone...»
Irmelin chiese: «Hai paura di non avere più una casa, se non prenderai il
Giuramento?»
«Non è giusto», disse Doria, ma Irmelin insistette:
«Dimmi. Se tu non prestassi giuramento, dove andresti?»
«Ma voi tutte volete che lo presti, vero?» protestò Doria. «Sono sempre
vissuta qui, e mi sono sempre aspettata di prestare giuramento a quindici
anni...» Era confusa e intimorita.
«Spiegaci quello che ti abbiamo chiesto», insistette Irmelin. «Se noi non
accettassimo il tuo giuramento, che cosa faresti?»
«Suppongo... andrei da mia madre naturale, penso... non so!» protestò
Doria, e scoppiò in lacrime. Carilla alzò le spalle e si rivolse a Keitha.
«E tu, perché sei venuta qui, Keitha?»
«Perché mio marito mi batteva e mi trattava male, e io non lo sopportavo
più. Ho sentito dire che una donna poteva rifugiarsi qui.»
«Da quanto eri sposata?» Magda riconobbe la voce: era la donna incinta,
Byrna.
«Sette anni.»
«E tuo marito ti aveva già battuto altre volte?»
«Sì», disse Keitha, tremante.
Byrna aggrottò le sopracciglia. «Se le altre volte hai sopportato che ti
battesse, perché tutt'a un tratto hai deciso di non sopportarlo più? Potevi
comportarti in modo da non farti più percuotere, senza fuggire.»
«Ho cercato di farlo...»
«E perciò, quando le tue lusinghe femminili non sono più riuscite a cal-
marlo, sei fuggita per non affrontare il tuo fallimento come moglie?» chie-
se una donna che Magda non conosceva. «Credi che siamo un rifugio per
le donne che non riescono a dominare il marito?»
Keitha aggrottò la fronte e chiese: «Però, mi avete accettata! Perché non
mi avete chiesto tutte queste cose prima del Giuramento?»
Tra le donne si levò un mormorio di approvazione. Carilla annuì, come
se Keitha avesse segnato un punto a suo favore, e chiese: «Che tipo di ma-
trimonio era? Libero o di catenas?»
«Di catenas», confessò Keitha. Magda ricordò che era il tipo più impe-
gnativo di matrimonio. Le catenas erano due braccialetti gemelli che veni-
vano messi al polso. Quel tipo di matrimonio era difficile a sciogliersi.
«Allora avevi già fatto un giuramento», disse Carilla. «Cosa pensi del
proverbio che dice: "Chi tradisce un giuramento ne tradirà anche un se-
condo"?»
Keitha stava quasi per piangere, ma fissò con ira Carilla. «Penso che sia
una sciocchezza. Al posto di quel proverbio, te ne suggerisco un secondo:
"Un giuramento tradito da uno, non impegna più l'altro". Quando ci hanno
messo le catenas, mio marito ha promesso di amarmi e di rispettarmi, ma
mi ha sempre trattato male e mi ha insultata, e alla fine mi ha battuta fino a
mettere in pericolo la mia vita. Dopo tante violazioni dei suoi obblighi, mi
sono ritenuta libera anch'io.» Continuò a fissare Carilla, che alla fine an-
nuì.
«Va bene. Adesso tu, Margali, spiegaci perché sei voluta entrare fra le
Amazzoni.»
Magda aveva ormai capito che quelle domande avevano lo scopo di met-
tere sulla difensiva l'interrogata, di costringerla a giustificarsi. Disse: «Al-
l'inizio non volevo diventare un'Amazzone. Sono stata costretta a prendere
il Giuramento perché mi ero vestita da Rinunciataria e sono stata scoper-
ta».
«E perché andavi in giro vestita da Amazzone?» chiese Rafi
«Perché sapevo che nessun uomo avrebbe dato fastidio a un'Amazzone»,
rispose Magda. «Non volevo dare scandalo viaggiando da sola.»
«E ti sembra giusto», continuò Rafi, «approfittare di un'immunità che al-
tre donne si sono guadagnate a filo di spada, con anni di rinunce?»
Magda rispose: «Non vi conoscevo a sufficienza per sapere se fosse giu-
sto o sbagliato. Era stata la Nobile Rohana a suggerirmi di viaggiare come
Amazzone, ma la responsabilità è mia».
«E perché hai poi deciso di rispettare il tuo Giuramento?» chiese una
donna che Magda non conosceva. «Potevi chiedere alle Madri delle Logge
di cancellarlo.»
Magda guardò Lauria, per vedere se le dava un aiuto, ma si accorse che
la donna rimaneva impassibile. Per non rivelare la propria identità, disse:
«Non volevo rompere un giuramento. E non avevo altri impegni».
In realtà, questo non era vero. Lei aveva giurato fedeltà al servizio In-
formazioni dei terrestri.
«Impegni!» esclamò una delle donne. «Credi che la Loggia sia un luogo
dove possono venire a passare il tempo coloro che non hanno niente da fa-
re? Che cosa ritieni di poter dare a noi, in cambio della protezione che ti
diamo?»
«Non sono sicura di saperlo», disse Magda, cercando di mantenere la
calma, «ma forse voi mi aiuterete a scoprirlo.»
Carilla disse: «È una buona risposta», ma subito intervenne Rafi, con o-
stilità:
«Credi che non abbiamo altro da fare che aiutare donne ignoranti a sco-
prire quello che vogliono dalla vita?»
Magda sentiva crescere la propria irritazione. «Certo!» rispose secca-
mente, «perché altrimenti non stareste qui a punzecchiarci!»
Tutte le donne scoppiarono a ridere. Era proprio come pensavo, si disse
Magda. Cercano di farci andare in collera; probabilmente, perché alle
donne di Darkover si insegna a essere sottomesse. Vogliono farcì pensare,
vogliono che difendiamo le nostre ragioni; non vogliono che accettiamo
passivamente quello che ci viene detto.
Lauria disse: «Keitha aveva dei gioielli e ha cercato di farne dono alla
Loggia. Sai perché li abbiamo rifiutati, Keitha?»
«No, non lo so», rispose la donna bionda. «Avrei potuto capire, se mi
fossero stati regalati da mio marito, ma erano di mia madre e facevano par-
te della mia dote. Perché non posso darveli? Dovrò ridarli a mio marito?
Ormai...» le tremò la voce, «... non ho figlie a cui lasciarli.»
Lauria disse: «Per prima cosa, perché nessuna donna può comprarsi il
proprio posto al nostro interno, altrimenti si creerebbe una differenza tra le
poche donne che possono pagare e le molte che non possono dare niente.
Una volta chiedevamo alle donne di donarci qualcosa, se potevano, e ci
hanno accusato di voler attirare a noi le donne ricche. Da questo nasce la
nostra prima regola: quando una donna entra fra noi, porta solo i vestiti che
indossa e le proprie braccia e il proprio cervello». Con un sorriso, aggiun-
se: «Questo, e un dono ancor più prezioso: la sua parte sconosciuta, la par-
te di lei che non ha mai imparato a usare...»
Lauria continuò a parlare, ma Magda non la ascoltò più; all'improvviso
le parve di sentire una voce:
Sorelle, uniamoci e presentiamoci alla Dea...
Il cerchio di donne sedute sui materassi, nell'armeria della Loggia, svanì,
e Magda vide una figura femminile, altissima, vestita di un manto grigio
come la sera, trapunto di stelle. Nei capelli le scintillavano miriadi di
gemme, e fissava Magda con tenerezza e compassione. Figlie mie, che co-
sa volete...?
Magda si chiese, confusa, se fosse una nuova prova a cui erano sottopo-
ste, ma sentì che Lauria diceva a Byrna: «Se sei stanca, figliola, puoi non
parlare», e che Byrna le rispondeva: «No, è la mia sola occasione di essere
con tutte voi!»
Intanto, la visione era sparita. Che cosa mi succede? si chiese Magda.
Divento pazza? Tra un po' sentirò delle voci che mi diranno di diventare il
nuovo messia delle donne!
Il nuovo giro di domande era condotto da Rafi, e Magda rabbrividì.
Quella donna le era sempre stata ostile.
«Perché vi insegniamo a essere indipendenti?» chiedeva.
Doria rispose: «Forse... per imparare un lavoro... per non dover dipende-
re da nessun uomo?»
«Non occorre essere un'Amazzone, per questo», disse una donna che
Magda conosceva di vista. «Io vado a vendere il formaggio al mercato,
quando ne produciamo troppo, e vedo molte donne che si guadagnano da
vivere, come cameriere o come lavandaie, o nelle botteghe dove si lavora
il cuoio. Alcune lo fanno perché sono state abbandonate dal marito e han-
no i figli piccoli. Conosco una donna che fabbrica piatti di legno perché il
marito ha perso una gamba mentre guidava una carovana sulle montagne.
Lui siede in fondo alla bottega, ma la moglie non prende nessuna decisione
senza consultarlo.»
«Tu cosa ne pensi, Margali?» chiese Rafi.
Magda rifletté; sapeva di non poter dare la risposta giusta, perché quella
fase dell'interrogatorio serviva solo ad allontanare i pregiudizi delle novi-
zie. Si guardò attorno per ricevere qualche suggerimento, e notò due donne
che, avvolte sotto una sola coperta, si baciavano tranquillamente. Rimase
leggermente sorpresa: non aveva mai visto due donne amoreggiare in pub-
blico, prima di allora.
Ma Rafi aspettava la risposta. «Forse», disse Magda, «per abituarci a
cambiare genere di vita... siamo state abituate a comportarci in un certo
modo, e dobbiamo dimenticarlo per poter poi imparare un modo diverso...
migliore...»
Ma non poteva essere la risposta giusta. Ricordava l'amore di Jaelle per i
bei vestiti; e Jaelle, quando si rivolgeva al Nobile Gabriel o alla Nobile
Rohana, parlava come una dama dell'aristocrazia.
«In un certo senso avete ragione, ma in un altro vi sbagliate», disse Ca-
rilla. «Lauria, vuoi spiegare loro la cosa più importante?»
Lauria si sporse leggermente verso di loro, per sottolineare le proprie pa-
role:
«L'importante non è quel che imparerete, ma il fatto che penserete a voi
e alle altre donne in modo diverso.»
La differenza sta nel come penserete a voi stesse... si disse Magda. Lau-
ria aveva ragione. Lei si era sempre ritenuta libera di scegliere la propria
vita, era andata all'accademia, eppure era altrettanto schiava delle abitudini
e dell'ambiente quanto una ragazza dei Monti Kilghard... Non era stata Ro-
hana a parlare di donne che si credevano libere ma che si coprivano di ca-
tene invisibili?
Anche gli uomini sono incatenati alle abitudini e all'ambiente; forse la
donna che ha più bisogno di libertà è la donna segreta che sta all'interno
di ogni uomo... Magda non capì chi l'avesse detto. Batté gli occhi, aspet-
tandosi di vedere nuovamente la Dea, ma vide solo facce di uomini e di
donne, un paesaggio grigio e deserto, e un'alta torre bianca.
Poi una voce disse in fretta: «Un intruso! Qualcuno è entrato qui, forse
in sogno! Chiudete le barriere!»
Tutto scomparve. Magda vide Carilla che diceva: «Margali, cosa fai,
dormi? Ti ho fatto una domanda!»
«Scusa», disse Magda, disorientata. «Mi spiace, ma avevo la mente...
lontano.» Certo, pensò, ma dove? «Non ho sentito la domanda, Sorella.»
«Qual è, secondo te, la principale differenza tra uomini e donne?»
Magda non conosceva la risposta di Keitha e di Doria; non aveva idea
del tempo che era trascorso mentre la sua mente vagava nel deserto grigio.
L'immagine che aveva visto doveva essere quella della dea Avarra. Disse,
cercando di raccogliere i propri pensieri: «Credo che la differenza sia solo
fisica». Era la risposta tipica dei terrestri, ma Magda era convinta della sua
verità. «Le donne hanno la maternità e il ciclo, e sono in genere un po' più
minute, ma tutta la differenza sta nel corpo.»
«Sciocchezze», disse Carilla. Indicò se stessa: magra, priva di seno,
braccia muscolose come quelle di un uomo; il corpo di una donna resa
neutra da un'operazione chirurgica. «Che cosa sono, un uccello-spettro?»
Magda disse debolmente: «Non so... sentivo dire che una neutra viene
resa tale perché appunto rifiuta il suo corpo di donna...»
Carilla le prese la mano e le rivolse un sorriso, in segreto; poi disse con
severità: «Vero. Io ho chiesto l'operazione perché la mia femminilità mi
era stata resa insopportabile. Ma questo non importa. L'importante è che
soltanto qui, nella Loggia, ho imparato a essere orgogliosa della mia fem-
minilità, anche se in questo corpo resta assai poco di femminile».
Continuava a tenerle la mano, e Magda, un po' imbarazzata, la ritirò.
«Keitha», proseguiva intanto Carilla, «qual è la differenza?»
La donna rispose lentamente: «Forse la differenza sta nel modo di pensa-
re. Gli uomini pensano che le donne siano una loro proprietà, e le donne...»
aggrottò la fronte. «Non so più cosa pensino le donne; non so neppure cosa
penso io.»
Lauria sorrise e disse: «Sei giunta assai vicino alla risposta. Forse, la
principale differenza tra uomini e donne sta nel modo in cui li vede la so-
cietà, nelle cose che ci si aspetta da loro. Ma una risposta precisa non esi-
ste». Si alzò in piedi, un po' rigidamente. «Credo che per questa sera sia
sufficiente. E ho sentito suonare la campanella: le Sorelle di Avarra hanno
finito la riunione. Ho detto alle ragazze della cucina di preparare qualche
dolce e qualcosa da bere, ma andiamo nella sala di musica... qui fa davvero
un po' freschino.»
Un po' freschino! Magda aveva le dita blu, e il freddo che saliva dal pa-
vimento le aveva raggelato le gambe, nonostante lo spesso materasso. Si
avvolse nella coperta e seguì le altre.
Si accorse di avere fame: mangiò vari dolci e bevve il sidro caldo. Ave-
va ancora in mente le domande e le varie risposte che aveva ascoltato. Sa-
peva che quei dibattiti avevano il solo scopo di spingerle a pensare, ma le
domande avevano colpito alcuni punti dolenti della sua personalità: perché
era diventata Amazzone? qual era la differenza tra uomini e donne? Sentì
una donna, accanto a lei, dire: «È un gruppo intelligente», e un'altra ri-
spondere, scettica: «Non so».
«Oh, impareranno», disse la prima. «Abbiamo imparato anche noi.»
Doria aveva ancora gli occhi rossi, quando Magda le si avvicinò. «Ho
fatto la figura della sciocca, vero?»
«Oh, quelle domande sono fatte apposta perché una si senta sciocca»,
disse Magda. «Consolati, non hai risposto peggio di me.»
«Ma io sono sempre vissuta qui!» esclamò Doria. Poi giunse una delle
sue compagne di stanza, la prese sottobraccio e si allontanò con lei.
Magda sollevò gli occhi e vide che Keitha la guardava, con un sorrisino
ironico.
«La prova del fuoco», disse Keitha. «Credi che l'abbiamo superata,
compagna vittima?»
Magda rise. «Visto che lo scopo è quello di metterci sulla difensiva, te-
mo che la prossima riunione sarà peggio di questa!»
«È sempre così?» chiese Keitha, a voce alta, e una donna che non era
presente alla riunione - Marisela, la guaritrice e ostetrica della Loggia -
sorrise a entrambe.
«No», disse. «La prossima riunione è sotto la mia direzione, e vi inse-
gnerò i misteri femminili, nel caso le vostre madri fossero troppo timide
per parlarvene.»
«Oh, un campo che conosco», disse Keitha. «Ho fatto da levatrice in
molte tenute di mio marito, e dicevano che ero abbastanza brava.»
«Davvero?» disse Marisela, interessata. Era una donna graziosa, e non
indossava la tenuta delle Amazzoni, ma un vestito normale: gonna e man-
tello, corpetto e tunica con maniche lunghe. «Allora sappiamo già che la-
voro darti; forse ti manderemo alla Loggia di Arilinn, alla fine del mezzo
anno di addestramento, per imparare le arti particolari che ci sono state in-
segnate dalle donne delle Torri. Se poi avessi almeno una traccia di potere,
la cosa sarebbe molto utile. E tu, Margali? Hai predisposizioni per fare l'o-
stetrica o la guaritrice?»
«Penso di no», rispose Magda. «Conosco il pronto soccorso, niente di
più.» Ma, mentre Marisela si allontanava con Keitha, rifletté sulla parola
usata dalla donna. Pronunciata con quell'intonazione, la parola potere
comprendeva la telepatia, la chiaroveggenza e tutte le arti della mente. Ro-
hana aveva esaminato anche Magda, nel corso dell'inverno passato ad Ar-
dais, e le aveva detto che ne possedeva una forte traccia.
Era quella la spiegazione delle strane visioni? Senza volere, aveva spiato
la riunione delle Sorelle di Avarra, con il potere che non sapeva controlla-
re? Per un momento le parve di scorgere sulle spalle di Marisela il manto
grigio della Dea...
Lasciò quel filo di pensieri e cominciò a osservare gli strumenti musicali
della sala di musica. Alcuni li conosceva bene: sua madre li possedeva e li
suonava. C'erano vari rryl, del tipo piccolo, simile a una cetra, e di quello
grande che assomigliava a un'arpa. Altri ricordavano il liuto e la chitarra;
ma non c'erano strumenti a fiato.
«Suoni qualche strumento, Margali?» le chiese Rafi.
«No, mi spiace. Non ho ereditato la predisposizione musicale di mia
madre», rispose. «Mi piace ascoltare, ma non ho talento.»
Le due donne che si abbracciavano sotto la coperta erano adesso in un
angolo, e la più alta appoggiava la testa sulla spalla dell'amica, mentre l'al-
tra l'accarezzava. Magda distolse lo sguardo, imbarazzata. In pubblico, si
disse! Ma poi pensò che erano molto giovani; se fossero stati un ragazzo e
una ragazza della stessa età, nel campo di terrestri nessuno avrebbe battuto
ciglio...
«Hai nostalgia di casa, Margali?» le chiese Carilla, abbracciandole le
spalle.
«Un po'...» ammise lei.
«Non prendertela, se ti ho trattato male. Fa parte del vostro addestramen-
to; vi deve spingere a pensare.» Seguì lo sguardo di Magda, che osservava
le due ragazze abbracciate nell'angolo.
«Sia ringraziata Avarra!» esclamò. «Janetta era così triste, da quando
Gwennis è partita! Temevo che finisse per buttarsi dalla finestra. Almeno,
adesso, c'è qualcuno che la consola.»
Magda non sapeva che cosa dire. Venne salvata da Doria, che la prese
per il gomito.
«Margali, aiutami a portare via i bicchieri. Irmelin è offesa perché ab-
biamo avanzato i dolci... ne vuoi un altro?»
Aiutò Doria e Keitha a portare via i bicchieri e i vassoi, spazzò le bricio-
le e le gettò nel caminetto. Rafi era ferma accanto al grande rryl e traeva
qualche accordo. Byrna le gridò: «Canta qualcosa, Rafi! Da un mucchio di
tempo non sentiamo musica».
«Questa sera, no», rispose lei. «Ho la gola troppo secca, dopo avere
mangiato tutti quei dolci. E poi è tardi, e domani devo lavorare.» Ricoprì
l'arpa e si allontanò. Doria e Magda portarono in cucina gli ultimi bicchie-
ri, poi, si diressero verso la scala. Davanti a loro, Janetta e la sua amica sa-
livano le scale, abbracciate. Byrna sospirò e disse: «Ecco due che non dor-
miranno sole. Quasi quasi le invidio». Poi trasse un sospiro. «Quanto sono
sciocca. Così vicina a partorire, cosa me ne farei di una compagnia...?»
Per cercare di consolarla, Magda disse, goffamente: «Hai il tuo bambino,
a tenerti compagnia...»
«Sono così stanca! Non vedo l'ora che sia finita!» disse Byrna.
«Su, non piangere, ormai manca poco», le disse Magda. La accompagnò
nella sua stanza e la aiutò a togliersi le scarpe - Byrna non riusciva a chi-
narsi - e a vestirsi per la notte. Quando fece per uscire, vide Marisela, af-
facciata alla soglia.
«Come va, Byrna? Nessun segno?» chiese la levatrice. Magda si allon-
tanò. Alcune donne erano ancora nel corridoio, e Carilla le si avvicinò.
«Ti senti sola, sorella di voto?» le chiese gentilmente. «Questa notte po-
tresti venire a dormire con me.»
Magda non riuscì a parlare, tanto era sorpresa. Poi si disse che doveva
adattarsi agli usi della Loggia. Fece una risatina, un po' imbarazzata.
«No, grazie, non preoccuparti.» Pensò: Mi hanno fatto delle strane pro-
poste, in passato, ma questa...
Carilla mormorò: «Non mi hai ancora salutato come si deve, sorella di
voto». Magda non voleva offendere Carilla, che, secondo le regole delle
Amazzoni, non aveva fatto niente di male. Perciò si limitò a dire, a bassa
voce:
«Non sono un'amante di donne, Carilla. Ma ti ringrazio e sono lieta di
essere tua amica.»
L'altra donna rise. «Tutto qui? Pensavo che ti sentissi sola, nient'altro;
siamo sorelle di voto, e hai solo me, adesso che Jaelle è lontana.» La baciò
gentilmente. «Tutte ci sentiamo sole e infelici, quando arriviamo alla Log-
gia. Ma ti passerà, sorella.» Per quest'ultima parola usò l'intonazione inti-
ma, quella che veniva usata anche tra gli innamorati, e la cosa imbarazzò
Magda ancor di più.
Quando fu sotto le coperte, Magda rifletté a lungo sugli avvenimenti del-
la serata. Le emozioni della giornata, tutte quelle domande senza risposta,
gli approcci di Carilla l'avevano scossa, e non riusciva a dormire. Che cosa
ci faceva, in mezzo a tutte quelle donne? E perché era inquieta? Lei era
una terrestre, non doveva preoccuparsi di quel genere di problemi, anche
se erano importanti per le donne di Darkover.
Poi le tornò in mente l'immagine della dea Avarra, con il suo sguardo
pieno di compassione e le braccia tese. Al pensiero della Dea, Magda sentì
subito una grande pace.
Si addormentò, mentre ancora nella mente le aleggiavano le domande:
che differenza c'è tra uomo e donna? Che cos'è veramente un'Amazzone?
Sognò, e nel sogno seppe tutte le risposte, ma al risveglio scoprì di esserse-
le scordate.

CAPITOLO 6
IL POTERE DEI COMYN

Jaelle studiò la faccia dell'uomo davanti a lei, la fronte alta, il naso aqui-
lino, i capelli spruzzati di grigio, e disse: «Sì, certo, nelle Terre Aride po-
treste passare per un abitante del luogo. Ma i problemi sono dati dai com-
plessi rapporti di clan e dalle abitudini della vita di tutti i giorni. Dovreste
dare troppe spiegazioni; sarebbe meglio fingere di essere un uomo di un'al-
tra regione, un mercante».
Kadarin annuì. Parlava perfettamente la lingua. Non lo si distingueva da
un darkovano. «Forse dovreste venire con me», disse l'uomo, «e infor-
marmi durante il viaggio.»
Mai! Jaelle scosse la testa. «Dovrei portare le catene e fingere di essere
di vostra proprietà», disse. «Il giuramento delle Amazzoni lo proibisce.»
«Cercherò di farcela», disse l'uomo. «Ma mi piacerebbe sapere di più.
Cholayna dice che siete vissuta laggiù fino a dodici anni.»
«Dentro le mura del palazzo di Shainsa», rispose lei, «guardata giorno e
notte dalle sorveglianti. Sono uscita dalle mura in due sole occasioni, du-
rante alcune feste solenni. E tutto quel che sapevo me lo avete tirato fuori
dalla testa con il vostro corticatore, o come diavolo si chiama!»
Sotto una leggera ipnosi, le erano riaffiorati ricordi che non sapeva di
avere. Lei che giocava con le altre figlie di Jalak: le bambine si legavano
nastri di seta ai polsi, fingendo di essere abbastanza grandi per portare le
catene come le donne. Un uomo che aveva cercato di entrare nelle stanze
femminili: frustato e legato a un palo, sopra un nido di scorpioni, e l'eco
delle sue grida; non poteva avere più di tre anni quando la bambinaia glie-
lo aveva fatto vedere inavvertitamente, e se n'era dimenticata fino a quel
giorno, sotto il corticatore. Jalak che accarezzava le sue favorite, nella sala
principale del palazzo. Sua madre, con una catena d'oro ai polsi, che la te-
neva sulle ginocchia. Quella volta che era stata punita perché si era affac-
ciata oltre le mura...
Cercò di allontanare i ricordi indesiderati; era finito, finito, salvo che ne-
gli incubi!
E sua madre che moriva dissanguata sulla sabbia del deserto...
«Non posso dirvi altro», concluse. «Vestitevi come un mercante giunto
da poco nelle Terre Aride, parlate piano, non offendete nessuno, e vedrete
che riuscirete a svolgere la vostra missione senza pericolo. Da un forestie-
ro si accetta quello che, se fosse fatto da una persona del luogo, sarebbe u-
n'offesa.»
Kadarin alzò le spalle. «A quanto pare, non ho scelta», disse. «Vi ringra-
zio. E posso chiedervi un'altra cosa, di natura più personale.»
«Potete chiederla», rispose lei, «ma non vi prometto di rispondere.»
«Che cosa ci fa, in mezzo alle Rinunciatarie, una dama dei Comyn, con
tutte le caratteristiche della sua casta?»
Per Jaelle, la parola Comyn era carica di tristi ricordi. Rispose: «Non so-
no dei Comyn», e non disse altro.
«Illegittima, allora, di qualche Grande Casa?» chiese l'uomo, ma Jaelle
si limitò a scuotere la testa. Non intendeva certamente dirgli che sua madre
era Melora Aillard, dotata di tutto il potere della sua casata, addestrata nel-
le Torri; rapita e portata nelle Terre Aride, costretta a sposare Jalak di
Shainsa... salvata poi dalle Amazzoni, e morta nel dare alla luce il figlio di
Jalak, nel deserto vicino a Carthon. Eppure, di fronte allo sguardo dell'uo-
mo, si chiese se non avesse anche lui il potere e non fosse in grado di leg-
gerle quelle cose nella mente.
Il potere! I terrestri avevano qualcosa di peggio del potere, avevano quel
maledetto corticatore che riusciva a smuovere tutti i suoi incubi! Inoltre, le
avevano detto di avere anche un'efficace macchina per leggere i pensieri,
ma lei si era rifiutata di sottoporsi a essa. Non aveva voluto aprire i suoi
pensieri a una Sapiente bene addestrata, quando le avevano chiesto di an-
dare in una Torre, e ora non voleva certo sottomettersi alle macchine rozze
e meccaniche di quei terrestri! Con sollievo, vide che Kadarin si accomia-
tava da lei, con un inchino. Da dove veniva quell'uomo, si chiese? Non a-
veva mai visto uomini come lui.
Accantonò quel pensiero. Doveva passare il resto della mattinata con
Alessandro Li - Aleki - per insegnargli i giusti modi di rivolgersi alle per-
sone.
Glieli stava già insegnando da vari giorni, a volte alla presenza del gio-
vane Montray - Monty - a volte soli. Per prima cosa, Aleki aveva letto tutti
i rapporti su Darkover. Gran parte di essi erano stati compilati da Magda
Lorne o da Peter Haldane, e Jaelle era rimasta stupita, nel vedere quante
cose avessero scoperto quei due! Quando andò da lui, vide che Aleki stava
leggendo il rapporto di Jaelle sul viaggio negli Hellers e lo paragonava a
quelli di Magda e di Peter. Quando Jaelle entrò, l'uomo si alzò per salutar-
la.
«Devo chiedervi un'informazione», disse. «Ma, prima di cominciare, vo-
lete bere qualcosa?»
Jaelle accettò un succo di frutta e si sedette. Aleki portò il bicchiere per
lei e, per se stesso, una tazza di liquido fumante.
«In questi tre rapporti», disse, «leggo che avete passato l'inverno al ca-
stello di Ardais, giusto?»
Jaelle annuì.
«Voi, un'Amazzone... e mi par di capire che una parte della società vi è
ostile... siete stata ospite al castello, con Haldane e Lorne, senza difficoltà?
L'ospitalità arriva a questo, sui monti?»
Quest'uomo è molto intelligente. Non devo sottovalutarlo. «Il Signore di
Ardais darebbe ospitalità a chiunque non avesse casa», rispose, «ma io so-
no stata accolta come consanguinea; la Nobile Rohana è... parente di mia
madre.»
«Allora, voi siete imparentata con i Comyn... perché mi sembra che gli
Ardais ne facciano parte. Non riesco a capire con esattezza la natura del
dominio dei Comyn», disse. «Dalla mia documentazione non si riesce a
capire perché la società, su Darkover, abbia preso questa impronta feudale,
o come l'aristocrazia dei Comyn sia giunta al potere. Naturalmente, la no-
stra conoscenza della storia di Darkover è molto incompleta...»
«In genere, anche i darkovani conoscono male la loro storia», disse Jael-
le, con cautela. «Di solito si dice che le origini della società di Darkover si
perdono in quella che è chiamata Età del Caos. A quell'epoca...» esitò a
parlare, perché gli Hastur avevano proibito di descrivere ai terrestri i giorni
di massimo fulgore delle Torri e dell'antica tecnologia delle matrici che per
poco non aveva distrutto Darkover. «La storia è ben documentata solo ne-
gli ultimi secoli, da quando la terra era divisa in un centinaio di regni.»
«È un territorio molto piccolo, per ospitare un centinaio di regni», osser-
vò Aleki, e Jaelle annuì.
«Certo, ma in genere i regni erano molto piccoli. All'epoca del Patto...
ne avete sentito parlare?» chiese.
«È la legge che vieta di usare armi che colpiscono a distanza, mi pare.»
«Sì», disse Jaelle. «Il Patto ha notevolmente ridotto il numero delle
guerre. Come dicevo, all'epoca del Patto ci sono stati alcuni conflitti chia-
mati Guerre Hastur, e lentamente gli Hastur si sono annessi tutti gli altri
regni, per poi suddividerli in sette regioni, gli attuali Sette Regni, dominati
dai sette rami degli Hastur, ossia dai Comyn. Gli Hastur di Hastur a est, gli
Elhalyn a Hali, gli Alton di Armida e Mariposa e così via.»
«Lo so», disse Aleki, «ma non capisco quale sia la fonte del potere dei
Comyn e perché la gente obbedisca loro senza fare domande. Visto che
siete parente della Nobile Rohana, dovreste conoscere la loro storia e le ra-
gioni del loro potere.»
«Conosco quello che sanno tutti», disse Jaelle, per sfuggire alla doman-
da, «e in questo paese c'è molta gente che ha un po' di sangue Comyn. Ne
ho io stessa, che, come avete detto voi, sono una semplice Rinunciataria.»
Ma Aleki non si lasciò convincere.
«Non riesco a capire perché la gente abbia tanto rispetto per gli Hastur.»
«Perché, i terrestri non obbediscono ai loro capi?»
«Sì, ma i nostri capi sono eletti da tutti», rispose lui. «Noi siamo una
confederazione, e abbiamo offerto a Darkover di entrare a farne parte.
Darkover manterrebbe il suo governo autonomo e manderebbe i suoi rap-
presentanti al nostro senato. Di solito i mondi sono lieti di entrare a far
parte della nostra confederazione, ma Darkover non ha accettato, e noi non
ne comprendiamo il motivo. Non sappiamo se sia la volontà della popola-
zione o se sia quella degli Hastur.»
Jaelle sentì che aveva parlato sinceramente, e che era perplesso. Gli
chiese: «Darkover ha avuto la possibilità di scegliere? Oppure siete arriva-
ti, vi siete installati qui e poi ci avete offerto di entrare a far parte della vo-
stra confederazione?»
«Darkover è una nostra colonia», disse Alessandro Li. «I darkovani sono
arrivati dalla Terra, molti anni fa. Quando siamo arrivati su Darkover, co-
noscevamo già la vostra origine; voi, invece, non ricordavate più la vostra
storia... forse a causa dell'Età del Caos di cui mi avete parlato. I Comyn
hanno deciso di non fare sapere al popolo queste cose, perché il popolo
non chieda l'annessione.»
Jaelle era tentata di riferirgli le obiezioni da lei udite, ma non voleva
prendere le difese dei Comyn. Inoltre, se avesse parlato, Aleki ne avrebbe
approfittato per ottenere da lei qualche ammissione. Tutte quelle spiega-
zioni, intuì, miravano a farle calare la guardia. Perciò, Jaelle non cadde nel
tranello.
«Personalmente non vedo perché Darkover debba entrare per forza a far
parte della vostra confederazione», si limitò a dire. «Ma io non conosco i
pensieri degli Hastur. Probabilmente hanno esaminato la proposta con at-
tenzione, e a me la loro decisione sta bene.»
«Non preferireste avere voce in capitolo?» chiese Li, «invece di obbedi-
re irragionevolmente agli ordini di un gruppo dominante?»
«Io non obbedisco irragionevolmente agli ordini di nessuno, né Hastur,
né marito, né Dio», ribatté lei. «Ma i Comyn hanno esaminato la cosa me-
glio di me. Peter mi ha spiegato il vostro sistema di votazioni, e mi sembra
un modo per affidare le decisioni a chi non è adatto a prenderle. Preferite
ascoltare la voce di mille sciocchi, o di un milione di sciocchi, oppure
quella di un singolo uomo saggio, che conosce bene le cose?»
«Be', non è detto che mille o un milione di persone comuni siano sempre
degli sciocchi, o che chi parla per l'aristocrazia sia sempre saggio», rispose
lui. «Inoltre, se i mille o il milione sono sciocchi, il saggio non ha il dovere
di istruirli?»
«Voi date per certa una considerazione che io non accetto», disse Jaelle,
«ossia che basti istruire uno sciocco perché diventi saggio. Da noi si dice
che potete mandare a scuola un somaro per cent'anni, ma che imparerà sol-
tanto a ragliare più forte.»
«Ma voi non siete un somaro. Perché pensate che gli altri non possano
imparare come avete imparato voi?»
«Io non sono ignorante», rispose Jaelle, «ma non posso vedere lontano
come i Comyn. Io non ho il potere, e anche se imparassi tutto quello che
c'è da imparare, non potrei leggere la mente e il cuore degli uomini, come
fanno loro, né vedere come loro il passato e il futuro. È questo che dà loro
la forza di governare, e che dà loro la saggezza che convince gli altri a se-
guirli.»
«Il potere», disse lui, subito. «Che cos'è veramente?» E Jaelle si accorse,
troppo tardi, di avere abboccato. Maledisse l'orgoglio che l'aveva spinta a
discutere con il terrestre.
«Ho detto potere?» chiese Jaelle, in tono indifferente. Ma Aleki aveva
certamente uno dei suoi maledetti registratori, e poteva ascoltare di nuovo
le sue parole.
«Sì, potere», disse l'uomo. «Naturalmente, conosco il significato di que-
sta parola, pronunciata con l'intonazione che le avete dato voi: i poteri
mentali, che secondo molti terrestri non esistono. La vostra gente crede
che gli Hastur abbiano questi poteri?»
Jaelle pensò che avrebbe fatto meglio a dire fin dall'inizio che era una
superstizione della gente ignorante. Ma Aleki non volle insistere.
«Penso che per oggi sia sufficiente. Non dobbiamo arrivare tardi al rice-
vimento.»
«Certo, dato che siete l'ospite d'onore», rispose Jaelle, e nel vedere la
faccia sorpresa di Aleki fece una smorfia; glielo aveva letto nella mente.
«Come lo sapete?» chiese l'uomo. «Avete anche voi i poteri mentali de-
gli Hastur?»
«Oh, no», rispose lei, «ma quando c'è un... ospite importante come voi,
non occorre il potere per capire che sarà l'ospite d'onore.»
«Spero di non avervi stancato con le mie domande», disse lui. «Andate a
farvi bella per il ricevimento. Rivedrò con piacere vostro marito. Già
quando ho letto i suoi rapporti ho pensato che fosse un uomo eccezionale,
e adesso ne ho la conferma, visto che è riuscito a farsi amare da una perso-
na competente come voi.»
Jaelle si sforzò di non arrossire. L'addestramento della Loggia avrebbe
dovuto insegnarle a non provare imbarazzo per quei complimenti. Rad-
drizzò la schiena, ricordando le parole di Lauria: Il linguaggio del tuo cor-
po è più eloquente delle tue parole. Se ti comporterai come una donna e
una vittima, sarai trattata come una donna e una vìttima; quando lavori
con gli uomini, cerca di stare dritta e di muoverti come un uomo. Rispose,
in tono pratico: «Sono certo che Peter ne sarà onorato», e si allontanò.
Doveva avvertire Peter di fare attenzione: quell'uomo era abilissimo nel
mettere insieme i particolari più insignificanti e nel giungere alla risposta.
Avrebbe voluto consigliarsi con Magda, ma non aveva tempo di rag-
giungere la Loggia: c'era il ricevimento, e Peter le aveva suggerito di re-
carsi nel reparto servizi personali per farsi pettinare.
Alzò le spalle e decise di fare come il marito le aveva detto. Del resto,
quel reparto la incuriosiva: era un rituale a cui si sottoponevano regolar-
mente tutte le donne del campo!
I servizi erano allo stesso piano del refettorio principale, e l'intero repar-
to era dipinto di un gradevole colore rosa, molto riposante. Jaelle sorrise.
In momenti come quello, il tempo da lei passato fra i terrestri le pareva so-
lo una curiosa avventura da raccontare con orgoglio alle novizie, negli anni
futuri...
Infilò nella prima macchina il tesserino di riconoscimento e si accese
una scritta: SEDETEVI, SARETE SERVITA SUBITO. Le parole spariro-
no immediatamente; per leggere gli avvisi dei terrestri occorreva essere a-
bituate alla lettura rapida, pensò. Si sedette e rifletté sugli avvenimenti de-
gli ultimi giorni: fino a quel momento non ne aveva avuto tempo. Il tempo!
Alessandro Li era estremamente avaro del suo tempo, ancor più degli altri
terrestri, che vivevano in base all'orologio. Jaelle aveva sentito i commenti
delle colleghe; Bethany diceva che, normalmente, un uomo importante
come lui iniziava a lavorare solo dopo il ricevimento ufficiale. Ma Li ave-
va incominciato a lavorare subito, e per gran parte del tempo aveva chiesto
l'assistenza di Jaelle. Quando lei arrivava a casa, era talmente tesa da non
riuscire a prendere sonno. Poi, non appena chiusi gli occhi, era già ora
d'alzarsi! Il tempo!
Alla Loggia, dove nessuna era la serva dell'altra, le sorelle sì aiutavano
in tutti i piccoli servizi che non si potevano fare di persona: allacciarsi un
vestito, tagliarsi i capelli. Ma al campo terrestre tutto era fatto da macchi-
ne. Dopo qualche minuto, Jaelle vide accendersi un'altra scritta: ENTRA-
TE, e si aprì una porta. Jaelle si fece coraggio e si avviò verso l'altra stan-
za; ma rimase bloccata sulla soglia.
Vide piani che si potevano inclinare da tutte le parti, sedie che si alzava-
no e che ruotavano, ganasce per tenere ferma la testa, cinghie per serrare la
vittima... Si sentì girare la testa e dovette afferrarsi alla porta. Le parve di
essere ridiventata bambina, di rivivere il momento in cui si era recata in
segreto in una stanza proibita, senza sapere che era la camera di tortura di
Jalak...
Per un attimo sentì il bisogno di piangere come allora, di correre fra le
braccia della madre...
Poi fu di nuovo una stanza terrestre piena di macchine che facevano con
dita meccaniche quello che carne e ossa avrebbero saputo fare meglio. Ma
ormai Jaelle non era più in grado di entrare in quella stanza. Fuggì dal re-
parto, uscì dall'edificio, senza ricordarsi di usare la galleria riscaldata, sen-
za accorgersi dei terrestri che la guardavano con stupore.
Non si fermò finché non fu arrivata a casa e non si fu gettata sul letto.
Per fortuna non c'era Peter, a chiederle spiegazioni, a dirle che la fuga del-
la moglie lo aveva messo in cattiva luce. Se così era, a Jaelle non importa-
va affatto dei suoi punti di demerito.
Poco più tardi, sentì suonare alla porta. Chi poteva essere? Peter che a-
veva dimenticato la scheda-chiave? Le chiavi e le porte chiuse, pensò Jael-
le, erano cose da laboratori di gemme matrici, da sotterranei... da camere di
tortura!
Ma alla porta trovò Bethany.
«Jaelle, state bene? Vi ho visto correre via. Quel senatore vi ha messo
sotto pressione? Non ha il diritto di farlo!»
Jaelle la invitò a entrare, e solo allora Bethany notò il suo aspetto.
«Che cosa avete? Non volete andare al ricevimento? Volevo pettinarmi
anch'io, pensavo che potessimo farlo insieme...»
Bethany si avvicinò alla toeletta di Jaelle e si guardò allo specchio. «Ho
i capelli in disordine, e Montray vuole che tutti siano in gran forma. Avete
qualche bigodino? O pensavate di andare dal parrucchiere?»
Jaelle rispose: «Ci sono andata... ma poi non sono entrata».
«Qualcuno vi ha offeso? Se qualcuno ha osato...»
«Oh, no», rispose Jaelle, sorridendo. «Laggiù non ho visto nessuno...
anzi, pensavo che facessero tutto le macchine!»
«Be', sì», rispose Bethany, sorridendo a sua volta, «ma ci sono anche gli
inservienti, a controllare le macchine. Vi siete fatta crescere i capelli. Co-
me pensavate di pettinarvi?»
«Non sono abbastanza lunghi per fare delle trecce; voi che suggerimenti
mi potreste dare?»
«Sedete», disse Bethany, «vediamo. Non avete mai usato le apparecchia-
ture della vostra toeletta, vero? Mostratemi il vestito che volete mettere,
troveremo la pettinatura adatta.»
Nei venti minuti successivi, Bethany le mostrò varie apparecchiature che
Jaelle non aveva mai usato. Le truccò il viso e le acconciò in eleganti ric-
cioli i capelli biondo-rossi. Per qualche tempo, Jaelle ebbe l'impressione di
trovarsi con una delle sue sorelle di Loggia, quando si preparavano per la
festa del solstizio d'estate. La nuova Jaelle che la guardò dallo specchio
non sarebbe stata riconosciuta da nessuna delle sue sorelle Amazzoni. Be-
thany le aveva fatto qualcosa che accentuava la sfumatura verde dei suoi
occhi, li rendeva profondi e misteriosi.
«Siete magnifica», le disse infine la ragazza. «Non mi ero mai accorta
che foste una simile bellezza, Jaelle!»
In qualche modo, però, le pareva di avere tradito la Loggia. Lisciarsi le
piume in quel modo, per un gruppo di terrestri! Eppure, anche quello rien-
trava nel suo lavoro: farsi bella... E la stessa Bethany si era complimentata
con lei. D'impulso, abbracciò la ragazza. «Grazie!»
Bethany esclamò: «Guardate l'ora! Arrivederci, devo correre! Del resto,
tra poco arriverà vostro marito...»
Bethany era uscita da pochi istanti, quando arrivò Peter.
«Cara, sei meravigliosa, hai fatto qualcosa ai capelli, vero? Sono venuto
a prendere il vestito, dovrò vestirmi laggiù. Montray mi vuole nel suo uffi-
cio tra dieci minuti. Sai che lavoro mi hanno fatto fare? Nei vecchi archivi.
La polvere! Dovrebbero darmi l'indennità di rischio.» Prese sul braccio il
vestito, ancora piegato. «Dove sono le mie scarpe?»
«Nell'armadio, credo», rispose Jaelle. Il complimento di Peter le aveva
fatto piacere, ma adesso lui non la guardava più.
«E allora dammele, per l'amor del Cielo! Sono in ritardo, e ho la barba
lunga...» Sparì in bagno, e Jaelle, furibonda, andò a prendergli le scarpe.
Aveva fatto tante cose, nella sua vita, ma non la cameriera. Se Peter pen-
sava di averne bisogno, che ne assumesse una! Dal bagno, le giunse un'im-
precazione di Peter, il colpo di un oggetto scagliato in terra.
«Jaelle! Sento parlare tutto il giorno di te, di come sei efficiente, e di
come fai bene i lavoretti che faceva Magda, e adesso scopro che mi hai la-
sciato senza schiuma depilatrice! Maledizione, non posso andare al rice-
vimento con la barba lunga come uno scaricatore del porto! E adesso devo
anche trovare il tempo di andare dal barbiere! Dammele!» Prese le scarpe
che Jaelle gli porgeva. «E cerca di non arrivare in ritardo!» Poi uscì, senza
un bacio, senza neppure guardarla.
Jaelle, tremante, si lasciò scivolare sul divano. Sentiva un vuoto dentro
di sé: un vuoto talmente grande da impedirle di respirare. Qualcosa si era
spezzato in lei: una cosa che lei stessa si era creata, la sua immagine negli
occhi di Peter. Dal volto le svanì la delicata bellezza che Bethany le aveva
dipinto sul viso: ridivenne la faccia dura, inflessibile, dell'Amazzone adde-
strata da Kindra.
Per un attimo fu tentata di non andare al ricevimento, ma poi allontanò
quel pensiero. Era un suo preciso dovere: "Obbedirò a ogni legittimo ordi-
ne del mio datore di lavoro". Magda, al suo posto, si sarebbe vista solo
come l'assistente dell'Ospite d'Onore e avrebbe cercato di fargli fare bella
figura.
Il refettorio era stato elegantemente addobbato ed era pieno di uniformi
dai vivaci colori. Grazie a Rohana, lei sapeva come comportarsi a un rice-
vimento ufficiale. Al suo ingresso, un uomo del suo reparto le offrì da bere
e lei accettò, scambiando con lui qualche parola.
«Jaelle?» le chiese qualcuno. Si girò e vide Wade Montray, che le rivol-
geva un inchino. «Siete bellissima. Sandro Li vi cercava. È laggiù, vicino
al Delegato.»
Lo ringraziò e si diresse verso Li, facendosi strada in mezzo alla folla.
La gente non le aveva mai dato fastidio, ma ora le sembrava che tutti la
guardassero. È la darkovana, la moglie di Haldane, deve appartenere alla
nobiltà locale, no era un'Amazzone, una donna-soldato, guardate la cica-
trice sulla guancia...
Aleki le rivolse un inchino. Indossava una strana uniforme che lei non
aveva mai visto, piena di alamari dorati e con numerose decorazioni sul
petto. Era molto diverso dall'uomo che lei aveva lasciato poche ore prima,
in ufficio.
«Vi avevo detto di farvi bella, ma voi ci volete abbagliare», disse con un
sorriso. Jaelle lo ringraziò con un inchino, ma sentì che l'uomo la desidera-
va fortemente, e l'Amazzone dentro di lei rabbrividì. Ma lui non aveva par-
lato; perché Jaelle era così aperta ai suoi pensieri? «Scusate, non ho sentito
le vostre ultime parole», disse poi.
«Già, c'è un gran chiasso», osservò lui, sorridendo. «Vi avevo chiesto se
avevate visto Peter Haldane.»
Jaelle si ricordò di non avere avvertito Peter di fare attenzione alle sue
domande. Cercò fra le gente della sala la figura del marito, e venne assalita
dalle voci mentali di tutti coloro che affollavano la stanza.
Come fanno i Comyn che hanno in pieno il Potere, come Rohana, a sta-
re in mezzo alla folla? Per la prima volta della sua vita, rimpianse di non
avere ricevuto il normale addestramento che i Comyn davano a tutti i letto-
ri del pensiero; ma a quell'epoca si era detto che il suo potere era troppo
limitato, che non valeva la pena di addestrarlo. Si mosse rigidamente tra la
folla, per non mostrarsi impaurita come un montanaro sceso in città per la
festa del solstizio!
Alla fine scorse una testa rossa: Peter. Lo raggiunse e gli toccò il brac-
cio.
«Alessandro Li vuole parlarti», disse.
«Allora, non facciamolo aspettare», rispose lui, prendendola per il brac-
cio.
Jaelle si scostò da lui. «Riesco a camminare da sola», disse.
«Amore, sei sempre arrabbiata con me? Cerchiamo di non litigare, al-
meno qui al ricevimento!»
Lei trasse un lungo respiro, poi disse: «Peter, ascolta. Li è molto curioso
a proposito dei Comyn; vuole sapere tutto quello che li riguarda. Da tre
giorni continua a farmi domande. Non sottovalutarlo, io mi sono già la-
sciata scappare troppe informazioni. Non so bene che cosa voglia, ma fa'
attenzione a quello che gli dici».
Peter sorrise e disse: «Non posso mettermi a fare i giochini con il rap-
presentante del senato. Devo collaborare con lui. Montray... il Coordinato-
re, non Monty, che è una bravissima persona... Montray ha minacciato di
allontanarmi da Darkover».
«Peter!» Jaelle dimenticò i loro litigi, al pensiero di non vederlo più.
«Come? E perché?»
«Hanno trovato un altro mondo come Darkover... feudale, senza tecno-
logia, eccetera... e dice che la mia esperienza sarebbe utile laggiù. Perso-
nalmente, credo che abbia paura che gli porti via il posto: conosco Darko-
ver molto meglio di lui, e Montray teme che qualcuno se ne accorga. Però,
se riesco a convincere Sandro Li che c'è bisogno di me per risolvere il mi-
stero...» Si girò verso di lei e le prese la mano. «Jaelle, qui lotto per la mia
vita, come quando tu e Magda avete incontrato l'uccello-spettro. Perché
non mi dai una mano? Voglio restare su Darkover... con te.»
In quella folla, piena di voci mentali che le entravano con violenza nella
testa, Jaelle non riusciva a pensare in modo chiaro. Si limitò a mormorare:
«Vieni. Attento a quello che dici. Anche ai vaghi accenni. Altrimenti, riu-
scirà a farselo dire da me».
Sandro Li accolse Peter con grande cordialità e fece sedere lui e Jaelle
accanto a sé.
Jaelle capiva, dalle voci mentali che ascoltava, che i terrestri guardavano
Li come la gente di Thendara avrebbe guardato l'erede Hastur: un'autorità
venuta a giudicarli. Peter disse a Li che conosceva Darkover meglio di o-
gni altro agente. Jaelle vide che Aleki era impressionato. Comprese anche
una cosa che non le era stata detta: dal rapporto di Li dipendevano non so-
lo i futuri rapporti fra Darkover e la confederazione terrestre, ma anche il
futuro del campo di Thendara. Toccava a lui decidere se lasciare laggiù so-
lo le poche persone necessarie per il funzionamento degli impianti, o se
aprire Darkover al commercio.
Il destino di Darkover era in mano a quell'uomo. Neppure gli Hastur po-
tevano avere voce in capitolo. È una responsabilità troppo grande per me!
pensò Jaelle. È una responsabilità troppo grande per chiunque!
A un certo punto, durante la cena, Aleki chiese: «Nelle vostre relazioni
ho visto citare molte volte i lavori della signorina Lorne. Perché non è qui?
Non è più su Darkover? Ho trovato il suo nome fra gli agenti inattivi.»
Cholayna Ares, che indossava un elegante abito rosso che metteva in ri-
salto i suoi capelli bianchi e la carnagione scura, disse: «È a Thendara, in
missione speciale, Sandro: è nella Loggia delle Rinunciatarie».
«Sono molto ansioso di incontrarla», disse Li. «Non potrei farla venire
qui per parlarle?»
«Non credo», disse Jaelle. «È nel suo periodo di ritiro presso le Amaz-
zoni; per tutto il periodo non può uscire dalla Loggia.»
«Che barbarie!» esclamò Li. «Imprigionare un cittadino terrestre...»
«Non lo definirei un imprigionamento», disse Jaelle, con calma, «dato
che se lo è scelto lei stessa, volontariamente.»
Peter si sporse verso Li. Disse: «Posso dirvi io tutto quello che può dirvi
Magda, Sandro. Gran parte delle missioni le ha svolte sotto la mia prote-
zione. Non sapete quante porte siano chiuse, qui, a una donna. Magda è un
ottimo agente: se fosse un uomo, sarebbe lei il Delegato, oggi come oggi!
Ma qui su Darkover nessuna donna potrebbe occupare quel posto: i darko-
vani non la accetterebbero. E adesso ha saltato il fosso, si è adattata agli
usi locali. Se vi occorrono dei chiarimenti sui rapporti di Magda, posso
darveli io, quasi tutti».
Li lo fissò con attenzione: «Sul serio?»
«Certo, e sarò onorato di farlo.» Peter si versò un altro bicchiere di vino.
«Allora, ci conto», disse Sandro Li, e si girò verso il Delegato, che stava
tenendo il discorso.
Un'ora più tardi, Jaelle fissava Peter, nella loro stanza di soggiorno. Lui
aveva bevuto molto, ma non tanto da poter dare la colpa delle sue azioni
all'alcool.
«Peter, non ti rendi conto? Quell'uomo vuole distruggere Darkover... il
Darkover che conosciamo... per trasformarlo in una delle tante colonie ter-
restri. E tu hai promesso di aiutarlo!»
«Mi pare che tu esageri. Comunque, non è come dici. È qui per control-
lare se il Coordinatore ha svolto bene il suo lavoro. Io devo collaborare
con lui. E anche tu e Magda. Se non ci fossero persone come lui, non ci sa-
rebbe una confederazione terrestre.»
«E sarebbe una perdita così grave?»
Lui la prese per le spalle e la girò verso di sé. Jaelle lo lasciò fare, anche
se una parte di lei voleva prenderlo a calci.
«Darkover può benissimo accettare la confederazione e mantenere quel
che c'è di buono nel suo stile di vita. Non c'è niente di male nel voler com-
battere l'ignoranza e la povertà. Senti, anch'io sono nato su Darkover e lo
amo... e voglio rimanere qui.» La abbracciò. «E lottavo per rimanere, come
qualsiasi uomo lotterebbe per la sua casa. L'ho fatto con le parole anziché
con la spada. Ma io sono darkovano. Ricordi cosa ha detto Cholayna del
nostro matrimonio?»
Jaelle lo ricordava. Cholayna aveva detto: «Con i vostri capelli rossi e
con quelli di Peter, avrete dei bambini bellissimi».
«Voglio un figlio», mormorò Peter. «Lo voglio come lo vorrebbe qual-
siasi altro uomo degli Hellers. Un figlio che viva su Darkover... sul nostro
mondo...»
La sollevò e la portò sul letto; Jaelle lo lasciò fare, e, in parte, provò an-
che piacere. Mentre la stringeva di nuovo tra le braccia, Peter le aprì del
tutto la mente, e Jaelle lesse nei suoi pensieri, come una ferita eterna, mai
rimarginata, il rifiuto di Magda di dagli un figlio.
E all'improvviso lo vide come Magda lo aveva visto. Peter era veramen-
te convinto di poterla trattare come una cameriera, una compagna d'armi,
un animale da riproduzione, e tutto questo semplicemente dominandola
grazie al suo modo di fare l'amore... Con ira, Jaelle si girò e lo spinse via
da sé, e lui rotolò sul letto, sorpreso e vulnerabile. Jaelle scattò in posizio-
ne di difesa, e lui la guardò senza capire.
«Cara, cosa c'è?»
«La prossima volta, chiedi a me, se voglio fare l'amore.» Nel vedere la
sua aria sorpresa, provò una sensazione di trionfo. «La prossima volta, po-
trei perfino accettare di darti un figlio. Ma devi chiedere. Non... non pren-
dere!»
Non riuscì a guardarlo. Peter era convinto che gli bastasse accarezzarla
per renderla schiava!
Peter si sedette sul letto, con aria avvilita. «Jaelle, cos'ho fatto? Dimme-
lo?»
Non lo sapeva neppure lei. Dov'era finito l'amore? Sentiva solo il desi-
derio di colpire Peter. Gli disse, con ira: «Non pensare mai... mai... di esse-
re il mio padrone, terrestre!» e corse nel bagno, sbattendo la porta dietro di
sé. Si mise sotto la doccia, aperta al massimo, e pianse fino a sentirsi vuota
e disperata. Quando uscì dal bagno, Peter si era addormentato. Vicino a lui
c'era una bottiglia vuota. Jaelle gettò la bottiglia nella spazzatura, prese
nell'armadio il proprio mantello, si avvolse in esso e si addormentò sul pa-
vimento, ai piedi del letto.
Si svegliò in ritardo: Peter se n'era già andato e lei non l'aveva sentito al-
zarsi. Meglio così.
CAPITOLO 7
IL FIGLIO DI BYRNA

Nel sonno, Magda sentì che qualcuno la chiamava per nome.


«Margali!... Margali!»
Era ancora buio; fuori nevicava. Accanto al letto c'era Carilla, con una
vestaglia foderata di pelliccia. Magda si rizzò a sedere e chiese: «Che cosa
c'è? Non sono di servizio in cucina». Le Amazzoni non dovevano svegliar-
si a un'ora particolare; ma per comodità delle donne che lavoravano all'e-
sterno della Loggia veniva preparata molto presto la colazione, e le donne
che dovevano servire in cucina si svegliavano prima dell'alba.
«Mi spiace di svegliarti a quest'ora, ma Byrna ha le doglie e non può re-
stare sola. Puoi venire ad assisterla per un po'?»
Magda scese dal letto e s'infilò la vestaglia. Rabbrividì quando i suoi
piedi entrarono in contatto con il pavimento gelido. «Dov'è la levatrice?»
«Succede sempre così. I bambini nascono tutti nello stesso momento!
Marisela ha dormito in Loggia queste ultime dieci notti, ma proprio ieri se-
ra è stata chiamata all'altro capo della città. È il primo figlio di Byrna, e
non c'è molta fretta. Fai in tempo a lavarti la faccia e a vestirti.»
Magda andò nel bagno comune e si sciacquò la faccia con l'acqua fred-
da. «Che ora è?» chiese poi a Carilla, quando tornò nel corridoio.
«È passata da poco la mezzanotte. Abbiamo portato Byrna al piano di
sopra; così non sveglierà nessuno. Con lei c'è Rafi, ma ha un appuntamen-
to all'alba e deve dormire qualche ora.»
Nella stanza al terzo piano era acceso un fuoco, e Byrna camminava a-
vanti e indietro. «Grazie per essere venuta, Margali», disse. «Mi spiace di
averti fatto perdere il sonno...»
«Non dirlo neppure», le assicurò Magda. «Come ti senti?»
«Non mi fa molto male, per ora», rispose Byrna. «È come un crampo,
che viene e va. Tra l'uno e l'altro crampo non sento niente.»
«E il dolore sarebbe meno forte se ti ricordassi di respirare come ti ha
detto Marisela», disse Rafi, abbracciandola. «Io ne ho avuti quattro, parlo
per esperienza.» Si avvicinò a Magda e le disse: «Sai cosa fare?»
Magda scosse la testa. Rafi riusciva sempre a farla sentire sciocca e in-
competente. «Non ho mai assistito a un parto, finora.»
Rafi sollevò le sopracciglia. «Alla tua età? Avarra misericordiosa, dove
sei vissuta finora? Devi farla rilassare, darle da bere; se si sente mancare,
dalle un cucchiaio di miele. L'importante è rassicurarla. E cerca di calmar-
ti, per non spaventare Byrna!»
Rafi andò di nuovo ad abbracciare Byrna e le disse: «Cerca di avere una
piccola Amazzone per la Loggia», poi si allontanò con Carilla.
Dopo un poco, Byrna sospirò. «La mia madre di voto aveva promesso di
venire per il parto, ma la strada è bloccata.» Negli occhi le brillò una la-
crima. «Mi sento così sola, senza neppure una sorella di voto. Siete tutte
gentili, ma avere le sorelle di voto è un'altra cosa...»
Coloro che assistono al tuo Giuramento sono la tua famiglia, Magda
pensò. Ricordò come si era presto affezionata a Jaelle, e come Carilla l'a-
vesse trattata con grande amicizia. «Byrna, siamo tutte sorelle...»
«Lo so, lo so...» Chiuse gli occhi e si addormentò per qualche istante.
Magda si alzò e si recò ad attizzare il fuoco.
Qualche tempo più tardi, Byrna disse: «Respiro come mi ha detto Mari-
sela, ma mi fa male lo stesso...»
Poi arrivò Carilla, con una culla sotto il braccio. «Come va, Byrna? Ti
ho portato anche un lenzuolo. L'ho ricamato io, quindici anni fa, per Rafi.
L'ha usato Doria, e adesso è anche lei un'Amazzone!»
«Sembra riuovo...» commentò Byrna.
Carilla rise. «Certo! Nessun bambino lo usa per molto tempo!»
Per distrarre la donna, Magda chiese: «Che cosa preferisci, un maschio o
una femmina?»
«Una femmina, naturalmente. Un maschio può rimanere nella Loggia
solo fino al quinto anno, ed è doloroso staccarsi da lui. Io non voglio finire
come Felicia, che da quando ha mandato via il figlio piange tutto il giorno.
Se è un maschio, preferisco darlo subito in adozione...»
«Chi è il padre, Byrna? O preferisci non dirlo?»
«Si chiama Errol, ed è mio cugino. Sua moglie non ha avuto maschi, e le
piacerebbe averne uno in casa...» e cominciò a piangere e a ripetere: «Non
lo sopporto, non lo sopporto...»
«Il dolore? Vuoi che chiami Carilla o Keitha? Keitha ha avuto dei figli;
forse ti può aiutare...»
«No... non è il dolore», disse Byrna, singhiozzando. «Solo... ho spezzato
il Giuramento!»
«Byrna, non dire queste cose!»
«È vero! Per questo volevo avere qui la mia madre di voto! Per farmi
perdonare... Il Giuramento...» disse, «ho giurato di non avere figli per far
piacere a un uomo... ma era la festa del solstizio, volevo che Errol fosse
contento, e lui mi desiderava... quando eravamo ragazzi pensavamo di spo-
sarci, ma io volevo essere indipendente, e sono andata alla Loggia di Dale-
reuth. Poi, quando sono ritornata a Thendara e l'ho incontrato di nuovo... in
quel momento mi è sembrato giusto, ma adesso ho tradito il Giuramen-
to...»
Magda non era sicura di avere afferrato bene il dilemma di Byrna. An-
che lei, a una festa del solstizio d'estate, era stata tentata di ritornare con
Peter. Cercò di consolare Byrna. «Non pensarci», le disse, «pensa solo al
bambino...»
Ma Byrna esclamò: «Sta arrivando... lo sento!...» e lanciò un forte grido.
In quell'istante la porta si aprì ed entrò Keitha. Disse: «Ho sentito il suo
grido, e so che cosa significa. Magda, sollevale le spalle!» Magda obbedì.
«Così, va bene.»
Byrna urlò di nuovo, e, qualche istante più tardi, Magda sentì un debole
vagito e vide che Keitha sollevava un neonato. Un maschio. Byrna appog-
giò la schiena contro il petto di Magda e tese le braccia.
«Fammelo tenere», mormorò. «Oh, Keitha, dammelo»
«È davvero un bel bambino», disse Keitha, e lo posò sul ventre della
madre. Il bambino si mosse verso il seno, guidato amorevolmente da
Byrna; Magda sentì voglia di piangere, senza conoscerne il motivo.
Neanch'io volevo un figlio, proprio come Byrna. E adesso lei è così feli-
ce. E il bambino è bellissimo...
«Margali», disse Keitha, «va' a chiamare Millea. Andrei io, ma io so
come occuparmi della placenta, all'occorrenza, e tu no.»
Ma, prima che Magda raggiunse la porta, entrarono Carilla e Marisela,
ancora avvolta nel mantello. La levatrice le guardò e rise, togliendosi gli
abiti pesanti.
«A quanto pare, mi hai voluto togliere un regalo di nascita, Keitha! Be',
sono stata occupata per tutta la notte con due gemelli, due maschi. Il parto
era difficoltoso, ma adesso sono vivi tutt'e due, e la madre sta bene. Il pa-
dre ha voluto darmi un doppio regalo, nonostante le mie proteste.» Sorrise.
«Qui vedo che è tutto finito.» Si lavò le mani e, quando tornò, disse: «Ve-
do che te la sei cavata benissimo, Keitha; non perde sangue, anche se è na-
to così in fretta? Be', non è molto grosso. Vieni qui, ometto», disse pren-
dendo con mani esperte il neonato ed esaminando il cordone ombelicale, le
mani, i piedi, la bocca. «Sì, sì, proprio un bell'ometto, tutto a posto.» Lo
diede alla madre. «Come ti senti, Byrna?»
«Stanca», disse la donna, con voce allegra. «E ho sonno. E anche fame.
Non è bellissimo, Marisela?»
«Uno dei più bei bambini che ho visto», le assicurò la levatrice. «Qual-
cuna delle tue amiche adesso ti porterà il latte caldo con un po' di miele;
non sanguini più, ma ti devo medicare.» Guardò Magda e disse: «Tu sei la
nuova, vero? Mi sono scordata il tuo nome, sai?»
«Margali n'ha Ysabet», disse Magda.
«Scusa, ma sono sempre fuori e qualche volta dimentico i nomi. Carilla,
vuoi pensare tu a coprire il nostro ometto?»
Magda osservò con quanta delicatezza l'alta neutra tenesse il bambino.
Come può una neutra, una donna senza ormoni femminili - e che avrà al-
meno cinquant'anni - provare affetto materno? Magda aveva sempre pen-
sato che quel tipo di sentimenti fosse questione di ghiandole, niente di più.
«Margali», disse Marisela, «va' a prendere un po' di latte caldo, con mie-
le, per Byrna. Deve berlo con la sua medicina, prima di addormentarsi.
Nel recarsi in cucina, Magda si accorse di essere stanca e di avere sonno.
Per fortuna Irmelin era già arrivata. C'era anche Rafi, già vestita per andare
a cavallo.
«Allora, Byrna ha avuto il bambino? E Marisela vuole latte e miele?»
chiese Irmelin, gentilmente. «Siediti accanto a Rafi, prendi un po' di tè.
Maschio o femmina?»
«Maschio», rispose Magda, bevendo il primo sorso di tè.
Rafi imprecò e si alzò di scatto. «Maledizione! Povero piccolo... e lei
dovrà darlo via... so bene come vanno queste cose!...» Poi uscì dalla cuci-
na, come una furia.
Irmelin la guardò, sospirando, e disse a Magda: «Ecco il latte per
Byrna». Magda vide che era assorta, preoccupata. Terminò in fretta il tè e
portò il latte a Byrna.
Il bambino dormiva tra le braccia della madre; mentre Magda era assen-
te, qualcuno aveva pettinato la puerpera.
«Dammi il bambino, mentre bevi il latte», disse Carilla.
Ma Byrna non volle separarsi dal figlio. «No, voglio tenerlo, lasciame-
lo...»
Marisela disse di lasciarle sole. Mentre scendevano le scale, Carilla disse
sospirando: «Povero piccolo. Avevi già assistito a qualche nascita?»
«No, è la prima volta. E tu?»
«Oh, sì. Il secondo figlio di Rafi è nato un po' come questo, prima del
previsto. Non aveva contato bene le lune e credeva che mancassero qua-
ranta giorni.» Rise. «Eravamo in servizio anti-incendi nei pressi di Neska-
ya. Ha fatto appena in tempo a svestirsi, e mentre io controllavo se aveva
le dilatazioni, il bambino è nato! Io ho preso il bambino e lei è rimontata in
sella ed è tornata a casa. Si dice che le donne delle Terre Aride vanno a ca-
vallo fino al giorno del parto, ma non ho mai sentito di donne che caval-
cassero dopo avere partorito!»
Erano giunte davanti all'ingresso. Cadila aprì la porta e guardò all'ester-
no. Magda rabbrividì.
Carilla se ne accorse e le mise la mano sulla spalla. «Sei stanca di essere
chiusa nella Loggia, lo so; ma nella brutta stagione è sopportabile. In estate
è molto peggio. Oh, guarda, ti sei sporcata di sangue la mano», osservò.
«Nei monti dove sono nata, si dice che se ci si sporca di sangue prima di
fare colazione, si verserà del sangue prima del tramonto. O sei nel tuo ci-
clo?»
Per un istante, Magda non capì. Poi scosse la testa.
Carilla la guardò con preoccupazione. «Sei qui da più di quaranta giorni
e non hai ancora avuto il tuo ciclo... sei incinta?»
Maledizione, pensò Magda, mi controllano anche i periodi? «No!» ri-
spose con ira.
«Come puoi esserne così sicura?» Carilla aggrottò la fronte. «Margali!
Hai preso qualche pozione?»
Doveva riferirsi ai preparati di erbe che sospendevano il ciclo, pensò
Magda, l'equivalente darkovano del trattamento anti-ovulazione terrestre.
Per non fare discussioni, annuì.
«Non sai che quelle erbe sono pericolose? Non so perché voi ragazze
corriate questi rischi!» S'interruppe e trasse un sospiro. «Scusa. Sono pro-
prio la persona meno adatta a farti la predica, dato che sono quella che so-
no... e che non corro quei pericoli. È passato tanto tempo, da allora: quasi
mi sono scordata quel genere di preoccupazioni. Ma a volte, come quando
penso alla faccia di Byrnd che guardava il bambino... mi chiedo.»
Trasse un sospiro. Anche Magda si era chiesta molte volte che cosa po-
tesse spingere una donna a farsi sterilizzare: un'operazione che su Darko-
ver era illegale ed estremamente pericolosa; non sarebbe stata semplice
neppure per la medicina terrestre, eppure Magda aveva visto numerose
neutre, nei suoi viaggi. Non fece a voce alta la domanda, ma Carilla s'ir-
rigidì e distolse lo sguardo dalla sua faccia. Magda si chiese se l'alta neutra
le avesse letto nella mente.
Alla fine, Carilla disse: «Solo la mia madre di voto, Kindra, conosceva
tutta la verità; è una cosa di cui non amo parlare, come immaginerai, ma tu
sei mia sorella e devi sapere. Io...»
S'interruppe per un istante, e Magda protestò: «Non ti ho chiesto niente,
Carilla... lascia stare».
Allora, legge davvero nella mia mente! Come farà? Le tornò in mente
quanto era successo al castello di Ardais. Mentre la Nobile Rohana e la
Sapiente Alida lavoravano con la pietra matrice per curare la ferita di Jael-
le, anche la sua mente era entrata nel circolo, grazie al suo potere.
Carilla disse: «Io, una volta, avevo un altro nome, e la mia famiglia non
era ignota, nei Monti Kilghard. Mia madre diceva», proseguì, in tono di-
staccato, «che avevo sangue Hastur; probabilmente, questo significa che
ero figlia della festa del solstizio, e non di mio padre. Ero destinata a un
grande matrimonio, o a una Torre, per diventare una Sapiente. Ma la pro-
prietà di mio padre fu attaccata dai banditi, che uccisero molti dei nostri
uomini. Io fui rapita, per divenire il loro trastullo. Immaginerai, penso,
quello che mi hanno fatto», continuò, in tono distaccato. «Non avevo anco-
ra quattordici anni, e per fortuna ho dimenticato molte cose.»
«Oh, Carilla!» esclamò Magda, abbracciandola.
«Alla fine pagarono il mio riscatto, e ritornai nella mia casa. La massima
preoccupazione della mia famiglia, penso, fu che ormai non potevo più a-
spirare a un grande matrimonio. E una Sapiente deve essere...» rifletté sul-
la parola, «... intatta. Non avevo neppure l'età per capire che aspettavo un
figlio da uno di quegli... animali che mi avevano rapita. Non ricordo altro;
mi hanno cancellato questi ricordi. Mi hanno detto che ho cercato di to-
gliermi la vita.» Rabbrividì.
«La mia famiglia non si è più curata di me. Mi hanno guarito la mente,
ma sapevo di non poter più sopportare il tocco di un uomo senza provare...
orrore. È stata la Custode della Torre di Arilinn, Leonie Hastur, a decidere
di rendermi neutra; e così fu fatto. Per molti anni sono vissuta come un uo-
mo, in mezzo agli uomini, senza pensare di essere una donna. Poi sono ar-
rivata alla Loggia e ho scoperto che la femminilità mi era ancora possibi-
le.» Sorrise a Magda. «È trascorso molto tempo; a volte passano interi an-
ni, senza che mi torni in mente la mia vecchia vita. Ma adesso dovremmo
andare a dormire: solo quando sono stanca mi metto a parlare di queste tri-
stezze.»
Magda era senza parole, inorridita da quanto aveva ascoltato. Carilla
sorrise ancora e disse: «La mia madre di Giuramento, Kindra, diceva che
ogni donna che entra nella Loggia ha una sua storia, e che ogni storia è una
tragedia: una tragedia che sarebbe giudicata impossibile, se fosse recitata a
teatro da qualche attore! Quando ho visto le percosse di Keitha... anch'io
sono stata frustata come un animale, e ho cicatrici come le sue... quelle
vecchie vicende mi sono tornate in mente».
Magda protestò: «Ma non può essere così per tutte le Rinunciatarie! Non
possono essere tutte tragedie! Certo qualche donna viene qui perché le pia-
ce la vita delle Amazzoni... Jaelle mi ha detto di essere cresciuta nella
Loggia, di essere figlia adottiva di Kindra...»
«Chiedi a Jaelle, una volta o l'altra, com'è morta sua madre», disse Caril-
la. «È nata a Shainsa; ma è la sua storia, e non la mia, e io non il diritto di
raccontarla.»
Salirono nelle loro stanze e Magda dormì qualche ora, poi si recò nella
biblioteca - le Madri della Loggia le avevano detto di prendersi una giorna-
ta di libertà - e lesse la storia delle Libere Amazzoni. Più tardi Lauria le
disse di fare servizio alla porta, per controllare chi entrava e chi usciva.
Magda si sedette nel corridoio e cominciò a intrecciare una cintura di
corda, per passare il tempo. Un paio di volte dovette andare ad aprire, e
una volta dovette salire fino alla camera di Byrna per portare un messaggio
a Marisela. Tornò al suo posto e poco più tardi sentì bussare violentemente
alla porta.
Magda andò ad aprire. Un uomo alto e robusto, vestito elegantemente, la
fissò con ira e disse, in tono volgare: «Vorrei vedere la donna che comanda
questa casa». Ma dal tono sembrava voler dire: Fa' venire la sgualdrina
che dirige questo postribolo.
Dietro di lui c'erano altri due omaccioni, robusti e armati di spada e pu-
gnale. In un tono elegante, per farlo vergognare della sua volgarità, Magda
gli rispose: «Pregherò una delle Madri della Loggia di conferire con voi,
signore. Posso riferirle la ragione della vostra venuta?»
«Riferitegliela», disse l'uomo. «Dite alla vecchia strega che vengo a
prendere mia moglie, e che non faccia storie.»
Magda gli chiuse la porta in faccia e corse nella stanza di Lauria.
«Come sei pallida!» esclamò la Madre della Loggia. «Che cosa è suc-
cesso, bambina?»
Magda spiegò l'accaduto e aggiunse: «Deve essere il marito di Keitha»,
e lanciò un'occhiata alla pesante porta che commemorava un'antica batta-
glia in difesa di una donna che, come Keitha, aveva chiesto asilo alla Log-
gia.
Lauria seguì il suo sguardo.
«Speriamo che non si debba giungere a quello. Va' nell'armeria e di' a
Carilla di armarsi e di venire. Prendi le armi anche tu, Margali; Jaelle mi
ha detto che hai lottato contro i banditi, quando lei è stata ferita.»
Magda corse all'armeria e si armò con il lungo coltello che le Amazzoni
non chiamavano spada, ma che lo era a tutti gli effetti. Carilla si armò a
sua volta, aggrottando la fronte.
«Da più di dieci anni non succedeva niente di simile. Dover difendere la
Loggia con le armi, come se fossimo nell'Età del Caos!» Guardò Magda,
con aria dubbiosa. «E tu non sei stata ancora provata in combattimento.»
Magda ne era perfettamente conscia. Il cuore le batteva a martello, men-
tre correva con Carilla verso l'ingresso. Lauria le attendeva nel corridoio.
Si sentì picchiare furiosamente alla porta e la Madre della Loggia la aprì.
L'uomo sulla soglia esclamò: «Siete la donna che comanda qui dentro?»
Lauria disse con tranquillità: «Sono stata scelta dalle mie sorelle per par-
lare a loro nome. Posso chiedere a chi ho l'onore di parlare?» Si rivolse a
lui con il tono di una dama che parlasse a un contadino ignorante.
L'uomo ringhiò: «Sono Shann MacShann, e voglio mia moglie, non un
mucchio di chiacchiere. Voi altre streghe l'avete attirata qui dentro, e vo-
glio riaverla immediatamente!»
«Ogni donna che viene da noi lo fa di sua volontà», disse Madre Lauria.
«Se vostra moglie è venuta qui, è perché ha rinunciato al matrimonio per
colpa vostra. Tra queste mura non c'è nessuna donna che sia vostra mo-
glie.»
«Non state a guardare il pelo nell'uovo», disse l'uomo, e aggiunse a que-
ste parole un insulto volgare. «Portate qui mia moglie, altrimenti verrò a
prenderla!»
Magda impugnò la spada, ma Lauria mantenne una perfetta calma. «In
base alle nostre regole, nessun uomo può entrare se non è espressamente
invitato; e io temo di non avere altro da dirvi, signore. Se la donna che un
tempo era vostra moglie desidererà parlarvi, vi invierà un messaggio e ri-
solverà con voi tutte le questioni rimaste eventualmente in sospeso, ma
finché non sarà lei a chiederlo...»
«Sentite, mia moglie di tanto in tanto se la prende con me e fa dei colpi
di testa. Una volta è scappata da sua madre e c'è rimasta per quaranta gior-
ni, ma poi è tornata a casa con le lacrime agli occhi. Come posso essere
certo che non la trattenete qui con la forza?»
«Perché mai dovremmo fare una cosa simile?» chiese Lauria, con tran-
quillità.
«Cosa ne so, io, di quello che fate qui dentro?»
«Già», disse Lauria, «vedo che non lo sapete.»
«Keitha è troppo donna per stare senza un uomo!» esclamò Shann. «Fa-
tela venire subito!»
«Temo proprio», disse Lauria, con grande compostezza, «che dobbiate
fidarvi della mia parola. Keitha n'ha Casilda non ha espresso alcun deside-
rio di ritornare con voi. Se volete che ve lo dica lei stessa, le visite sono
permesse nella notte di luna piena, e voi potrete venire, senza armi, solo o
con un familiare, e parlare con lei solo o in nostra presenza, come Keitha
stessa deciderà. Ma oggi e a quest'ora nessun uomo può entrare qui senza
un buon motivo, e vi assicuro, signore, che il vostro non lo è. Ora devo
chiedervi di allontanarvi, e di non creare ulteriore disturbo davanti alla no-
stra porta.»
«Vi ho detto che vengo a prenderla!» gridò Shann, estraendo la spada e
avanzando verso l'entrata. Cadila e Magda estrassero i lunghi coltelli e gli
bloccarono la strada.
«Credete che mi lasci impressionare da due donne?» disse Shann, pun-
tando la spada, ma Carilla, veloce come un serpente, mosse la sua lama e
lo disarmò. Shann perse l'equilibrio e per poco non cadde sugli scalini.
Gridò ai suoi uomini: «Avanti! Entriamo!»
Magda si preparò all'attacco. Parò il colpo del suo avversario, e gli fece
scivolare in basso la lama, ma l'uomo sferrò in fretta un colpo di rovescio,
e Magda si sentì correre sulla gamba una linea di fuoco.
La ferita non le faceva ancora male, ma, mentre già il suo braccio saliva
a bloccare il colpo successivo - grazie all'addestramento dell'accademia,
quei movimenti erano quasi automatici - provò soprattutto una grande sor-
presa.
Ti fanno seguire il corso perché è obbligatorio, ma non pensi di dover-
tene mai servire. Sai combattere, ma hai l'impressione che sia un'altra
persona a farlo, anche quando sei ferita... Mentre pensava, i suoi riflessi
continuavano a rispondere automaticamente alla lotta, ricacciando indietro
gli uomini. Uno scivolò nella neve e Magda, senza quasi rendersene conto,
gli piantò la spada nel petto. Si lanciò subito sul suo compagno, senza ac-
corgersi che Shann era stato ferito da Carilla e che l'alta neutra chiedeva
all'ultimo avversario rimasto: «Ne avete abbastanza?»
Magda assalì l'uomo, spinta da una voce, dentro di lei, che le gridava:
Uccidili! Voleva vendicarsi di tutti quegli uomini di Darkover prepotenti e
vanitosi che l'avevano umiliata... Non sentì l'altra voce, quella di Carilla,
che gridava il suo nome. Vide l'uomo cadere, poi un'altra spada la disarmò,
con una violenza che le indolenzì la mano. Si girò verso il nuovo avversa-
rio e vide che era Carilla.
«No, Margali! Si è arreso. Non hai visto che alzava la spada in segno di
resa?» Carilla le stringeva il polso, con forza.
Magda ritornò in sé, e si accorse di tremare; guardò con costernazione
l'uomo da lei ucciso e Shann, che giaceva ferito e insanguinato ai piedi del-
le scale. Il terzo uomo era indietreggiato e si guardava con ira una ferita al
braccio.
Carilla disse con furia: «Hai disonorato la lama che porti!» Allontanò
Magda, con uno spintone, e corse verso il ferito.
«Vi chiedo umilmente perdono, signore. Non aveva mai combattuto, e
non ha visto il vostro gesto di resa.»
Il ferito disse: «Temevo che voi donne voleste ucciderci tutti, resa o non
resa! E questa non è una disputa che mi riguardi, magistra!»
Carilla disse: «Per trent'anni ho venduto con onore il servizio della mia
spada, compagno. La mia amica è giovane. Credetemi, ci occuperemo di
lei in modo da non farle mai più disonorare la sua lama. Voi non siete un
parente di Shann?»
«Parente di quello? Per gli inferni di Zandru, no! Sono un mercenario,
niente di più. Non voglio perdere la vita per gente come lui!»
«Fatemi vedere la vostra ferita», disse Carilla. «Sarete indennizzato, vi
assicuro. Non abbiamo alcun motivo di litigio con voi.»
«Né io con voi, magistra. Detto tra noi, se la moglie lo ha lasciato, aveva
mille volte ragione di farlo, ma io vendo la mia spada e ho dovuto combat-
tere finché ha combattuto lui. Ma non è un parente, e non c'è nessun giu-
ramento di amicizia tra noi.» Goffamente, con la mano sana, s'infilò la
spada nel fodero e indicò Shann. «Devo andare a casa sua, ad avvertire che
vengano a prenderlo; non è un mio amico, ma quando combatto a fianco di
un uomo non lo lascio morire dissanguato sulla strada.» Guardò tristemen-
te il corpo dell'uomo ucciso da Magda. «Lui invece era mio amico; erava-
mo insieme da quasi dodici anni.»
Carilla disse in tono grave: «Chi piange il sangue versato dalla spada fa-
rebbe meglio a guadagnarsi la vita dietro l'aratro».
L'uomo sospirò e si fece il segno di preghiera di cristiani. «Sì, ha affida-
to i suoi fardelli al Portatore dei Torti del Mondo. Pace a lui, magistra.» Si
guardò il braccio ferito. «Ma spiace versare il sangue dopo essersi arresi!»
Lauria scese qualche scalino. «Riceverete la giusta indennità. Carilla,
accompagnalo nella stanza delle visite e fasciagli la ferita.»
Carilla si voltò verso Magda e le disse con ira: «Tu, va' dentro, prima di
disonorare ulteriormente la tua spada!»
Confusa, con l'impressione di essere stata tradita, Magda rientrò nella
Loggia, zoppicante. Adesso la ferita le bruciava come il fuoco.
Lei aveva combattuto per la Loggia. Aveva fatto del suo meglio... dav-
vero l'uomo si era arreso prima che lei lo colpisse?
Scoppiò in lacrime, e sentì una voce affettuosa: «Sorella!» Keitha la
guardava, e anche lei aveva gli occhi pieni di lacrime. «Che crudeltà! Hai
combattuto per noi, sei stata ferita... e lei si preoccupa di quel soldato, in-
vece che di te! Fatti vedere la ferita.»
Magda si appoggiò a Keitha, che continuava a dire: «Io ho visto tutto.
Carilla è ingiusta. Si è arreso, e allora? Dovevi ucciderli tutti!»
La ferita sanguinava, e Magda si sentiva girare la testa. Quando giunsero
nel bagno del loro piano, Keitha le pulì la ferita con l'acqua. Poco più tardi,
arrivò Lauria.
Guardò con freddezza le due donne. «La ferita è grave, Margali?»
Magda strinse i denti. «Non so quale possa essere la gravità. Non m'in-
tendo di ferite. Fa male, però.»
Lauria si chinò a esaminarla. «Il taglio è netto, e si rimarginerà bene, ma
è una ferita dolorosa. Ti ha colpito quell'uomo, per salvarsi la vita dopo es-
sersi arreso?»
Magda disse: «No, è stato il primo uomo, quello che ho ucciso, e anch'io
ho ucciso per salvarmi la vita, perché non credo che mi avrebbero rispar-
miata.»
«Be', è già qualcosa», disse Lauria.
«Come puoi sgridarla così?» protestò Keitha. «Ha lottato per difenderci,
è stata ferita, ma hai permesso a Carilla di sgridarla, e adesso la sgridi an-
che tu...»
Ma la Madre della Loggia disse con severità: «Uccidere un nemico che
si è arreso è omicidio. Se Carilla non l'avesse fermata, Margali avrebbe uc-
ciso un uomo indifeso, e avrebbe attirato su di noi la vendetta. Ma, anche
così, per fortuna è solo un mercenario; se fosse stato un parente di Ma-
cShann, la sua famiglia avrebbe avuto il dovere di vendicarlo. La Loggia
di Thendara avrebbe dovuto rispondere a una sfida dopo l'altra, e avrebbe
rischiato la distruzione! Per fortuna è una ferita leggera, e Carilla è stata
anche lei un mercenario e conosce il loro codice d'onore. Lo sta medicando
e si augura che accetti un compenso in denaro per una ferita che gli è stata
inferta in modo così vergognoso».
Magda abbassò la testa. Era colpevole: aveva perso il controllo. All'ac-
cademia, Cholayna Ares aveva ripetuto loro, infinite volte: «Non perdete
mai il controllo, non perdete la calma, uccidete solo quando dovete vera-
mente uccidere». Per vincere la paura, si era lasciata travolgere dall'ira, e
questo l'aveva disonorata. Continuò a sedere, tremante, e le parve che la
collera di Lauria fosse un alone rosso che avvolgeva completamente la
donna. Sono pazza? si chiese.
Poi Lauria si rivolse a Keitha.
«E tu, non hai nemmeno chiesto se l'uomo che era tuo marito è vivo o
morto! Dobbiamo diventare assassine per i tuoi livori?»
Keitha rispose con ira: «Che viva o che muoia, non me ne importa nien-
te! Cosa dovrei fare, restituire bene per male come si dice facciano i cri-
stiani? Ho rinunciato per sempre a lui».
«Non è vero», disse Lauria. «Se avessi rinunciato davvero a lui, non a-
vresti paura di chiedere se è vivo o morto, e riusciresti a medicare senza
odio, come fa Carilla, le ferite di un nemico vinto.»
«Carilla non ha mai sofferto per mano sua...» cominciò Keitha.
«Che cosa ne sai, di quel che Carilla ha sofferto per mano degli uomi-
ni?» chiese Lauria, e Magda ricordò quello che le aveva raccontato l'alta
neutra. Poi Lauria sospirò.
«La ferita di Margali perde sangue. Per fortuna Marisela è ancora qui.
Margali, ti rendi conto di quello che hai fatto?»
Magda stava quasi per piangere istericamente.
«Non lo sapevo... non l'ho visto arrendersi.»
«Quando impugni la spada, è tuo dovere saperlo», disse Lauria, con se-
verità. «Non ci sono scuse, in questo mondo, o nell'altro, per colpire un
nemico che si è arreso. Dimmi il nome della tua madre di voto!»
Doveva essere una domanda rituale; Lauria conosceva perfettamente la
risposta.
«Jaelle n'ha Melora.»
«Hai disonorato anche lei», disse Lauria, «e quando sarai guarita penserà
a te!» Si allontanò, e Magda scoppiò in pianto. Il dolore alla gamba era
aumentato, ma lei, nella sua disperazione, non se ne accorgeva neppure.
«Allora, cosa abbiamo qui?» chiese Marisela, entrando, e Magda la
guardò con terrore: anche lei veniva a sgridarla?
Ma la donna si limitò a esaminarle la ferita. «Profonda, ma guarirà per-
fettamente. Comunque, dovrò darti dei punti. Keitha, aiutami a portarla
nella sua stanza.» Poi aggiunse, accarezzando la guancia di Magda: «È
davvero un peccato, che sia successa una cosa simile la prima volta che hai
preso le armi in nostra difesa».
Marisela le passò sulla pelle una sostanza gelida che le tolse parte della
sensibilità, poi le ricucì rapidamente la ferita; Magda era talmente avvilita
che non riuscì a resistere al dolore, e così si disonorò una seconda volta,
mettendosi a singhiozzare come una bambina. «Mi spiace di averti fatto
male, sorella», disse Marisela, dandole un bacio in fronte, e si allontanò.
Keitha continuò a sedere vicino a Magda, e a ripetere: «Dicano quello che
vogliono, per me non è stato un disonore!»
Ma adesso Magda capiva perfettamente le parole di Carilla ed era con-
vinta anche lei di avere disonorato il suo coltello. E, quel che era peggio,
aveva disonorato Jaelle.
Non faccio niente di giusto, pensò. Nel campo dei terrestri ero un falli-
mento come moglie, adesso ho disonorato me e Jaelle, e anche Carilla, e
pochi minuti fa non sono riuscita a trattenere le lacrime.
Keitha la abbracciò, e le disse: «Non piangere», dandole un bacio. Ma-
gda non sentì il desiderio di allontanarla, si strinse a lei. Le parve che la
forma di Keitha fosse avvolta da un alone di colori tenui, così come quella
di Lauria, prima, era avvolta da un alone rosso pronto a colpire...
Che cosa mi succede? si chiese. Ma era troppo stanca per avere paura.
Le tornò in mente il momento in cui, al castello di Ardais, aveva fissato la
pietra matrice. Rivide la Nobile Rohana che le diceva: «Se il tuo potere ti
disturba, devi dirmelo subito». Ma come poteva dirglielo, se lei era a
Thendara e Rohana ad Ardais? Poi le parve di vedere, entro una nube di
fuoco azzurro come il colore delle matrici, alcune facce: una donna bellis-
sima, con un alone di capelli color rosso-oro, e accanto a lei un volto fem-
minile calmo e dall'aria pratica, con i capelli corti delle Amazzoni, che di-
ceva: Dobbiamo fare qualcosa per lei; è una di noi, ma non sa di esserlo.
Una terrestre?
Non è né la prima né l'ultima a vantare i propri diritti in un mondo che
non è il suo.
Poi le parole svanirono e non fecero più ritorno.

CAPITOLO 8
IL RITORNO DI JAELLE

Nevicava già da diverse ore. All'esterno dell'ufficio di Cholayna, tutto


era coperto di bianco, e Jaelle rimpianse di non poter essere anche lei fuori,
in mezzo alla neve, anziché in quell'edificio dove non penetrava alcun ac-
cenno del clima naturale.
Peter si accorse che Jaelle guardava con nostalgia la neve e le prese la
mano. Dalla sera del ricevimento in onore di Alessandro Li, Peter era sem-
pre stato gentile e pieno di attenzioni, e la collera di Jaelle non era durata a
lungo. Peter aveva cercato di tenere presente l'indipendenza di Jaelle, e lei
era ritornata a sperare. Forse, dopo il primo periodo di passione, io e Peter
possiamo trovare un rapporto più maturo, più vero. Non è stata tutta colpa
sua. Anch'io sono stata egoista e infantile.
Peter disse con gentilezza: «Anche a me piacerebbe essere là fuori, a
camminare sulla neve...»
Cholayna sorrise loro e disse: «Se voi due piccioncini potete venire qui
un momento...» Peter arrossì e si affrettò a lasciare la mano di Jaelle, ma
Cholayna aggiunse: «Oh, non preoccupatevi! Mi spiace di non potervi dare
un anno di licenza per farvi fare una regolare luna di miele, ma purtroppo
non è possibile. A quest'ora, Magda dovrebbe avere capito quali sono le
donne della Loggia che possono lavorare per noi. Non potrebbe venire qui
a fare rapporto, Jaelle?»
«Impossibile», rispose immediatamente l'Amazzone. «È il suo mezzo
anno di ritiro per l'addestramento, e può uscire solo dietro ordine di una
Madre della Loggia.»
Cholayna rifletté per qualche istante e poi disse: «Voi eravate sua supe-
riore; non potete ordinarle di venire qui?»
«Forse, sì», disse Jaelle, lentamente, «ma preferirei evitarlo. Finirebbe
per attirare la curiosità delle altre.»
«Il tuo», disse Peter, «mi sembra uno zelo eccessivo. La decisione di
servirci di Amazzoni è importante per tutt'e due i mondi, e dovrebbe venire
realizzata in fretta, per non perdere la sua forza.»
«Comunque», disse Cholayna, «non vogliamo rivelare la vera identità di
Magda. Jaelle, potreste andare da lei per parlarle in privato?»
Ritornare con le sue sorelle! «Ne sarei felicissima, e potrei parlarne an-
che con Lauria.»
«Il guaio», disse Peter, seccato, «è che io non posso venire, vero?»
«Non nella Loggia, temo», disse lei, e pensò che, se non altro, potevano
uscire insieme e arrivare insieme fino alla città da lei amata. Anche Peter
la amava: aveva trascorso molti anni vivendo come un darkovano.
«Prima, però, vorrei parlarvi del tipo di donna che ci occorre», disse
Cholayna. «Donne flessibili, capaci di abituarsi a un ambiente diverso.»
Sorrise. «Come voi, Jaelle!»
«Eh», disse Peter, «non ce ne sono altre, come Jaelle. Lei è unica!»
«Oh, non credo di essere proprio unica», rispose lei, sorridendo. Stava
già pensando alle donne che avrebbe potuto scegliere. Rafi non poteva di-
ventare un medico, ma poteva essere utile come guida e come organizza-
trice. Marisela... Jaelle aggrottò la fronte: la levatrice era adattabile e gli
insegnamenti medici dei terrestri potevano esserle utili, ma forse la Loggia
aveva bisogno di lei. Ne avrebbe parlato con Lauria. Sollevò gli occhi e
vide che Cholayna la guardava.
«Dove eravate?» le chiese la donna più anziana, sorridendo.
Jaelle rise e si scusò: «Pensavo alle donne della mia Loggia».
«Allora, andate a parlarne con le Madri», rise Cholayna. «Un giorno,
chissà, piacerebbe anche a me vedere una Loggia!»
«Non vedo perché non possiate farlo», rispose Jaelle. «Penso che voi e
Lauria andreste d'accordo. E avreste dovuto conoscere Kindra, la mia ma-
dre di voto.» Quelle donne erano molto simili, si disse poi, quando fu usci-
ta dall'ufficio. Anche se Cholayna non aveva mai dovuto lottare per diveni-
re quella che era: non aveva trovato la propria forza, come era dovere delle
Amazzoni, nella ribellione e nella rinuncia, ma nella semplice scelta del
suo lavoro...
Quando arrivò a casa, s'infilò la biancheria ricamata, le calze pesanti, i
calzoni e la tunica, poi si sedette per allacciarsi gli stivali. Così facendo, si
passò la mano nei capelli. Erano troppo lunghi, si disse. Che cosa avrebbe
detto Rafi, o Carilla, nel vederla con i capelli lunghi, invece che con i ca-
pelli corti che proclamavano la sua indipendenza da qualsiasi uomo? Andò
a prendere le forbici, ma all'ultimo istante decise di non tagliarli perché
piacevano a Peter. Aveva il diritto di farlo, dato che non abitava nella Log-
gia, ma il senso di colpa le rimase.
Mentre si metteva sul viso la crema per difendersi dal vento, l'occhio le
cadde sull'abaco che le serviva per calcolare i suoi cicli, e spostò una delle
perline, sovrappensiero. Ma ora notò qualcosa di strano e s'immobilizzò.
Le perline erano quasi finite: il suo ciclo era in ritardo di almeno dieci
giorni. Prima il litigio con Peter, e poi gli impegni con Cholayna e Aleki le
avevano fatto passare di mente l'abaco.
Ricordò che dopo avere fatto pace, lei e Peter avevano fatto l'amore ap-
passionatamente per molte notti... Al pensiero di aspettare un figlio, sentì
subito un forte piacere, seguito poi da dubbi e da timori agghiaccianti. Ri-
vide sua madre... il sangue sulla sabbia del pozzo, nel deserto... Scioc-
chezze! si disse.
Peter sarà così contento, quando glielo dirò! Poi le vennero in mente le
parole del Giuramento, che le vietavano di avere figli per motivi di orgo-
glio o di lignaggio. Sciocchezze, si ripeté. Anche se assomigliava a Kyril,
Peter non era un Comyn. Rohana sarà contenta di avere un bambino per
gli Aillard... Si affrettò a interrompere anche quel filo di pensieri: il figlio
non era né per gli Aillard né per Peter. Il figlio era suo!
In quel momento arrivò Peter.
«Jaelle? Amore, vuoi andare alla Loggia?»
«Sì, stavo per uscire.» Se fosse in grado di leggere nei pensieri, come
Kyril, avrebbe già capito tutto, senza che glielo dicessi, pensò con irrita-
zione. Senza bisogno di vedere l'abaco. Una volta, Peter glielo aveva visto
in mano e le aveva chiesto che cosa fosse: ricordava di avere visto molte
volte quegli oggetti, sui banchi del mercato. Quella volta, Peter aveva a-
scoltato con curiosità la spiegazione - le aveva a sua volta parlato del-
l'abaco terrestre, usato in antichità per fare i calcoli matematici - ma ora lo
non degnò neppure di uno sguardo.
«Non vorrai uscire con questa tormenta...» disse Peter.
«Sei stato troppo tempo fra i terrestri. Chiamare tempesta una semplice
spolverata di neve!»
«Allora, ti accompagno», disse lui, e fece per prendere la giacca a vento
e gli stivali.
«Ascolta», disse Jaelle, «vestita da Amazzone non posso venire con te».
E visto che Peter non capiva, aggiunse: «Sei in uniforme».
«Già, devo cambiarmi», disse Peter, ma Jaelle scosse la testa.
«Preferisco andare sola. Ti spiace molto, Peter? Non posso arrivare alla
Loggia con un uomo senza destare pettegolezzi che potrebbero rovinare la
mia missione.»
Lui sospirò. «Come vuoi», disse, e la abbracciò. «Ma non preferiresti
rimanere qui al caldo?»
«È per lavoro, caro. È un ordine di Cholayna, e, come tu mi dici sempre
di Montray, Cholayna è il mio capo.»
Peter si staccò da lei, immediatamente. «Ritorni presto?»
«Potrei passare la notte nella Loggia», rispose lei. «Non sono cose che si
possono fare in un paio d'ore.» Rise nel vedere la sua aria afflitta. «Peter,
non è la fine del mondo, se stiamo lontani per una notte!»
«Suppongo di no», rispose lui, imbronciato. «Ma mi mancherai.»
«Eppure, dovremo abituarci tutti e due a questo genere di separazioni»,
disse lei, dandogli un ultimo abbraccio e allontanandosi. Ma il ricordo del-
la sua tristezza continuò a seguirla, e Jaelle quasi si pentì di non avergli da-
to la buona notizia.
Comunque, aveva ancora tempo per farlo.

Preferirei gli insulti, pensava Magda, anziché questo eterno silenzio,


questa misurata cortesia.
«Sei pronta, Margali?» chiese Rafi. «Puoi aiutare Keitha e Doria? Devo-
no esercitarsi a cadere.»
Magda annuì. Nell'armeria, una decina di donne facevano flessioni e
piegamenti, per prepararsi alla lezione di combattimento a mani nude im-
partita da Rafi.
A Magda tornò in mente il suo terzo giorno alla Loggia, quando Rafi le
aveva dato la prima lezione. Dopo avere fatto ogni sorta di lavori a lei sco-
nosciuti, Magda, con grande sollievo, aveva trovato qualcosa che sapeva
fare. All'accademia aveva seguito un approfondito corso di arti marziali, ed
era ansiosa di dimostrare a Rafi che non era una stupida.
A quell'epoca era pronta a fare amicizia con Rafi, sapendo che lei e Jael-
le lavoravano insieme come organizzatrici di viaggi. Inoltre l'aveva sentita
cantare, e Magda, abituata a sentire dalla madre le canzoni di Darkover,
aveva sempre ammirato chi avesse una bella voce.
A quell'epoca, lei era disposta a provare non solo amicizia, ma anche
ammirazione per Rafi.
Ma Rafi, fin dall'inizio, le era stata ostile, e quando, in quella prima le-
zione, Magda aveva capito che Rafi la considerava goffa come Keitha, che
era sempre vissuta in casa, aveva sfoderato tutta la sua conoscenza delle
arti marziali. Dopo essere finita due volte a terra, Rafi aveva interrotto la
lezione e aveva fissato Magda.
«Per l'inferno di Zandru, dove hai imparato queste cose?»
Troppo tardi Magda si era resa conto di quello che aveva fatto. Non po-
teva dirle di averle imparate all'accademia del Servizio Informazioni dei
terrestri, dove lei e Peter erano stati addestrati: si era impegnata con Lauria
a non rivelarlo.
«Le ho imparate quando ero molto giovane. Lontano da qui.»
«Ricordo. Sei nata negli Hellers, vicino a Caer Donn», disse Rafi. «Ma
tuo padre ti ha permesso di imparare queste cose?»
«A quell'epoca, era già morto», disse Magda. Ed era la verità. «Non c'e-
rano altri uomini che potessero opporsi.»
Rafi la guardò con aria scettica. «Non riesco a immaginare come un uo-
mo possa insegnare queste cose a una donna, a meno che non sia sua mo-
glie.»
«Il mio compagno era d'accordo», spiegò Magda. Anche questo era ve-
ro. Nei primi tempi del loro matrimonio, prima che la competitività di-
struggesse il loro rapporto, lei e Peter si allenavano insieme nelle arti mar-
ziali.
Rafi aggrottò la fronte. «Be', disse, è chiaro che non posso insegnarti
niente di nuovo; anzi, sei tu che puoi insegnare a noi. Spero che ci mostre-
rai alcune di quelle mosse; deve essere una tecnica che conoscono sulle
montagne.»
Da quel momento in poi, era diventata una seconda insegnante, e la cosa
era riuscita a sciogliere leggermente il ghiaccio tra lei e Rafi. Fino al gior-
no in cui Magda aveva combattuto per la Loggia e le aveva disonorate. Ca-
rilla era riuscita a calmare il ferito, ma la Loggia era stata costretta a ver-
sargli una grossa indennità che aveva gravemente intaccato le sue finanze.
Magda era rimasta a letto per quasi dieci giorni, e solo ora si era alzata.
«Sei in grado di muoverti?» chiese Rafi. «Non ti si riaprirà la ferita?»
«Marisela dice che devo muovere la gamba», rispose lei, «altrimenti ri-
schia di diventare rigida.»
Rafi alzò le spalle. «Tu sai», disse, e andò a raggiungere Keitha, che cer-
cava - senza grandi risultati - di rilassarsi e di lasciarsi cadere su uno dei
materassi.
Byrna disse a Magda: «Non te la prendere, Rafi è fatta così. È irritata
perché insegna la lotta da dodici anni e adesso arrivi tu, una novizia, e sei
più brava di lei. È gelosa.»
Magda non era convinta che fosse la giusta spiegazione. Disse: «Comin-
ciamo?» e iniziò a fare gli esercizi preparatori. Sentì un dolore alla gamba,
e controllò la ferita. Non perdeva sangue: semplicemente, i muscoli si era-
no irrigiditi per mancanza di esercizio.
«Fa male anche a me», disse Byrna. «Marisela mi aveva avvertito di
muovermi, durante la gravidanza, ma io ero troppo pigra per farlo. Inoltre,
fra mezz'ora devo allattare.»
«Vieni qui, Byrna», disse Rafi. «Ti mostrerò qualche esercizio che face-
vo io durante l'allattamento. E tu, Margali», aggiunse, «puoi aiutare Kei-
tha?»
Magda pensò: Non appena mi metto a parlare con una mia amica - e nei
giorni precedenti aveva fatto amicizia con la puerpera - Rafi la allontana
da me e mi lascia di nuovo sola.
Disse a Keitha: «Devi rilassarti. Se avrai paura di farti male, irrigidirai i
muscoli e finirai davvero per fartelo». Keitha, pensò, era dura come un ba-
stone. Quando Magda le disse di lasciarsi cadere, s'irrigidì e cercò di ap-
poggiarsi su un braccio.
«No», disse Magda. «Cerca di rotolare... così.» Le fece vedere il movi-
mento. Poi guardò alcune donne che passavano: «Volete venire a eserci-
tarvi con noi?»
Le altre risposero, educatamente: «Oh, no, grazie», e si allontanarono.
Keitha è mia amica, e così lo sono Byrna e Doria. Per le altre è come se
non esistessi. Alzò le spalle e si dedicò a Keitha.
«Guarda me», le disse. Dopo qualche prova, Keitha perse un po' della
sua rigidità e cominciò a cadere meglio. Be', un'intera vita di movimenti
composti e decorosi non era facile da dimenticare.
Byrna e Doria si stavano allenando insieme, e Doria cadde goffamente a
terra. Magda si avvicinò e disse alla ragazza: «Non è questione di movi-
mento, ma di respiro. Cerca di immaginare che il centro del tuo corpo sia
qui», si indicò il centro dell'addome, «e respira da quel punto. Quel punto è
il tuo centro di gravità. Non si muove, ma il resto del corpo gli si muove
attorno. Bisogna imparare a muovere il corpo attorno a questo centro, e si
ottiene questo risultato con la respirazione e con la meditazione, e con la
pratica del movimento.»
«Ha ragione», disse Carilla, che stava affilando una lama, a poca distan-
za da loro. «L'ho notato anch'io quando studiavo la scherma con gli uomi-
ni.»
Alcune delle donne, che avevano sentito, si erano avvicinate.
Keitha disse, ironicamente: «Sembra la vecchia teoria che il centro del
corpo della donna è il suo utero!»
Rafi rise. «È esatto, anche se il senso è un po' diverso. Chiedi a Byrna se
il suo equilibrio non è cambiato, quando era incinta.»
«Proprio così», disse Byrna, «e adesso non ho ancora recuperato il mio
vecchio equilibrio, dopo il parto.»
Rafi si rivolse a Keitha: «Probabilmente, anche tu sbagli l'equilibrio.
Non devi fare forza dal fondo della schiena, devi spostare il peso più in
avanti... così...» disse, mettendola nella posizione. Poi si allontanò di qual-
che passo, e Magda disse a Doria:
«Prova con me, voglio far vedere alcune prese.»
Doria si mise in posizione, e subito arrivò Rafi, che le corresse la posi-
zione, malamente.
«Non così, stupida», disse. «Sei davvero idiota, Doria!»
Magda trasse un profondo respiro e disse con attenzione: «Rafi, penso
che Doria farebbe meglio se tu non la correggessi sempre. Va già abba-
stanza bene.»
«È mia figlia», disse Rafi, con ira, «e per lei abbastanza non è sufficien-
te. Può essere sufficiente per qualcuna che viene da fuori, ma Doria è cre-
sciuta fra noi e non ci sono scuse per la sua stupidità e la sua goffaggine!»
Doria piangeva. Magda si morse il labbro. Rafi era talmente ansiosa di
veder eccellere la figlia, che la ragazza era costantemente sulla soglia del-
l'esaurimento nervoso. «Rafi, scusa, ma tu stessa mi hai detto di insegnare
a Doria, e penso che spetti a me decidere se fa bene o no.»
«A te non spetta decidere un bel niente!» esclamò Rafi. «Montanara i-
gnorante, non so neppure se ti lasceranno rimanere tra noi, dopo quello che
hai fatto!»
Magda dovette vincere due impulsi: quello di girare sui tacchi e allonta-
narsi dall'armeria, oppure quello di colpire Rafi con tutta la propria forza.
Sentì di nuovo la furia terribile che si era impadronita di lei quando aveva
combattuto per la Loggia; ma un residuo di ragione le disse che se avesse
colpito Rafi con le arti imparate all'accademia, l'avrebbe uccisa a mani nu-
de. Tremante, con le mani strette a pugno, si allontanò di qualche passo
dalle altre donne.
Carilla disse con calma: «Rafi, all'età di Doria, una ragazza impara me-
glio da un'estranea che dalla propria madre».
Rafi abbracciò Doria e mormorò: «Cara, desidero solo poter essere or-
gogliosa di te, qui nella nostra Loggia. Lo faccio solo per il tuo bene...»
Doria le gettò le braccia al collo e si mise a piangere.
In quel momento la porta si aprì e Lauria si affacciò nell'armeria. Nel
vedere la scena, sollevò le sopracciglia - Doria che piangeva in braccio a
Rafi, Magda che voltava la schiena a tutte, le altre che guardavano a bocca
aperta - ma disse solo: «Margali, sei qui? C'è per te una visita nella sala
degli estranei; mi spiace di distrarti dalla lezione...»
«Oh, lei non ha niente da imparare da noi», disse Rafi, ma Lauria ignorò
l'ironia.
Fece segno a Magda di accostarsi alla porta. «C'è un terrestre, ha chiesto
di te con il nome con cui sei nota tra noi».
Magda sentì un nodo alla gola. Poteva essere solo Peter. E perché era
venuto? Che fosse successo qualcosa a Jaelle? «Come si chiama? Ha detto
che cosa vuole?»
Lauria disse altezzosamente: «Non ricordo il suo nome barbaro. Non c'è
bisogno che tu lo veda, se non vuoi. Posso farlo allontanare dalle ragazze».
«No, è meglio che vada a vedere che cosa vuole. Grazie, Madre.» Ma-
gda era lieta che Lauria fosse venuta personalmente a portarle il messag-
gio; non lo faceva quasi mai: di solito si limitava a mandare qualcuno.
«Di nulla», rispose Lauria, e si allontanò. Magda si ricordò all'improvvi-
so di essere rossa in faccia e di essere coperta di sudore. Si recò nella stan-
za da bagno dietro l'armeria e si lavò la faccia con l'acqua fredda, si tolse la
tunica intrisa di sudore e mise quella pulita che portava sempre con sé
quando scendeva a fare esercitazione. Si stava pettinando quando arrivò
Rafi.
La donna più anziana disse, con disprezzo: «Ti prepari a incontrare l'in-
namorato?»
«No», disse Magda, cercando di mantenersi calma, «ma qualcuno è ve-
nuto a cercarmi nella stanza delle visite e non voglio fargli credere che le
Libere Amazzoni siano zoticone sudicie.»
«Perché dai tanta importanza a quel che un uomo può pensare di te? Ri-
tieni importante che gli uomini ti trovino bella e desiderabile?» chiese Ra-
fi, con un sorrisino ironico sulle labbra. Magda dovette fare un vero sforzo
per non risponderle. Si allontanò in silenzio, pensando: Un giorno o l'altro
ti toglierò dalle labbra quel sorrisino, a forza di schiaffi. E ne varrà la pe-
na, qualunque sìa la punizione! Raggiunse la piccola stanza delle visite,
accanto all'ingresso: fremeva ancora di collera ed era pronta a coprire Peter
di insulti... come osava presentarsi laggiù?
Ma la persona che la aspettava seduta su una delle strette sedie non era
Peter. Era il giovane Montray: Magda l'aveva incontrato varie volte, ma
non lo aveva mai frequentato. S'immaginò che guardasse con sorpresa il
suo abbigliamento e i suoi capelli corti. Gli chiese: «Posso sapere perché
siete qui?»
L'uomo si alzò e, in punta di piedi, andò a guardare nel corridoio. Disse:
«Nessuno ci ascolta, e non credo che abbiano la tecnologia necessaria per
installare un microfono, ma non si sa mai».
Magda replicò, in tono gelido: «Non credo che qualcuna si prenda la
briga di spiare una conversazione privata; in genere sono già abbastanza
occupate con le proprie faccende. Se dobbiamo parlare, dite pure libera-
mente». I sospetti di Montray l'avevano profondamente disgustata. Anche
lei, si chiese, un tempo aveva preso parte all'immensa paranoia del Servi-
zio Informazioni?
«Non volevo rovinare la vostra identità segreta, signorina Lorne. Jaelle
Haldane verrà a parlare con voi, mi dice Cholayna, e dovrei lasciare la co-
sa a lei, ma Jaelle ha il suo lavoro e io ho il mio. Dovrò viaggiare negli
Hellers, e mi pare che voi ci siete stata lo scorso inverno. Nel vostro rap-
porto mancano alcuni dati che mi servono, e devo conoscere meglio la
classe dominante, i Comyn. Voi avete trascorso l'inverno con la Nobile
Rohana al castello di Ardais e dovreste essere in grado di darmi delle in-
formazioni.»
«Non saprei cosa dire, tranne quel che ho messo nel rapporto», disse
Magda, con cautela. «Non penso che vi interessi il menù della festa del
solstizio o il nome degli uomini con cui ho ballato in quella occasione o
quanto era alta la neve quel giorno.»
«In realtà, qualsiasi cosa potrebbe essere interessante», disse Wade
Montray. «I vostri precedenti rapporti erano molto più dettagliati; vorrei
sapere perché quest'ultimo era così stringato.»
«Sono in licenza», rispose Magda, evasivamente. «Controllate il rappor-
to che ho fatto per Cholayna Ares.»
«Certo, ma in questo caso preferirei che veniste al campo a fare un rap-
porto più completo», disse Montray. «Haldane ha fatto un buon lavoro, ma
non mi pare che abbia la vostra abilità nel cogliere l'essenza delle situazio-
ni.»
Adesso cerca di prendermi con le buone, si disse Magda, con disgusto.
Dopo le sedute di Dibattito, riconosceva di primo acchito le tecniche con
cui gli uomini cercavano di guadagnarsi le simpatie femminili, e il tono di
condiscendenza la irritava. «Vi ricordo che sono in licenza, e che è la pri-
ma licenza in sei anni; il Servizio Informazioni non ha il diritto di inter-
romperla.»
«Oh, vi pagheremo lo straordinario per il tempo di vacanza che vi fare-
mo perdere», disse Montray, e Magda si disse che era un concetto tipico
dei terrestri, quello che una persona potesse rinunciare ai propri desideri in
cambio di una gratifica monetaria!
«Grazie, ma preferisco di no. Pensate: cosa avreste fatto, se mi fossi al-
lontanata da Darkover, come sarebbe stato mio diritto?»
«Via, via», disse lui, e Magda notò che aveva un sorriso simpatico, «po-
treste venire un pomeriggio e darmi i chiarimenti che mi occorrono. Tra
l'altro, potreste avere un premio speciale se teneste un diario di quanto
succede in una Loggia; abbiamo pochi dati sulle Libere Amazzoni, e se
dobbiamo insegnare loro la medicina, tutto ci può essere utile.»
«Mi rifiuto nel modo più assoluto», disse con irritazione, e a quel punto
anche Montray cessò di insistere.
«Come volete voi», disse, «non intendevo farvi irritare. Avete tutti i di-
ritti di trascorre in pace e serenità il vostro periodo di licenza.»
Pace e serenità! È proprio quello che non ho, soprattutto in questo mo-
mento! Senza volere, l'idea la fece sorridere, e l'aria infastidita le scompar-
ve dal volto. Nel vedere il sorriso, Montray si sentì incoraggiato.
«Senta, signorina Lorne, lasciamo da parte le questioni di servizio, d'ac-
cordo? Non voglio disturbare il vostro periodo di permesso, ma perché non
usciamo e non ce ne andiamo in un posto dove nessuno ci ascolta? Po-
tremmo andare in città a bere qualcosa, e potreste dirmi quello che mi ser-
ve. Ho con me un registratore; posso mettere il vostro rapporto in archivio
oppure tenerlo per me, come preferite voi. Niente di cui preoccuparsi, e poi
vi lascerò in pace. Vi va?»
Stranamente, l'idea la tentò. Allontanarsi dalla Loggia, da quella perpe-
tua atmosfera di sfiducia e di ostilità, riprendere per un po' la sua persona-
lità terrestre; anche l'idea di andare a bere qualcosa - magari un caffè terre-
stre - era quanto mai allettante. Poi, scosse la testa, con un sospiro di rim-
pianto.
«Mi spiace davvero, ma non posso proprio, signor Montray.»
«Montray è mio padre», disse lui, sorridendo. «Io sono Monty. E perché
è impossibile?»
«In primo luogo, anche se potessi uscire, non sta bene che una Rinuncia-
taria si faccia vedere in giro con un terrestre in uniforme.» Sorrise, senza
volere. Anche Monty sorrise, divertito. «Ma non posso uscire: ho promes-
so di rimanere chiusa nella Loggia fino al solstizio d'estate, e non posso
uscire senza il permesso delle Madri della Loggia.»
«E voi l'avete accettato? Una libera cittadina della Terra? Lasciarsi im-
prigionare?»
«No, no», disse lei. «Fa parte dell'addestramento. E voi stesso dicevate
di non voler rivelare la mia identità. Se io, un'allieva Rinunciataria, uscissi
con un terrestre... be' immaginate voi cosa direbbero.»
Dicano quello che vogliono; ma il fatto è che ho dato la mia parola e
voglio mantenerla.
Monty la prese con filosofia. Si alzò. «Quando non si può, non si può;
ma vi avverto, al solstizio d'estate sarò qui», promise, «e in un modo o nel-
l'altro mi farò dare quelle informazioni.» Le tese la mano, e Magda, colpita
da un forte attacco di nostalgia, gliela strinse. Guardò con rimpianto
Monty che si allontanava, e pensò con tristezza che era il rappresentante di
un mondo a cui lei aveva rinunciato... e che ora, stranamente, le mancava.
Fece ritorno in armeria, ma la lezione era finita. Alcune delle donne era-
no nella piscina di acqua calda, ma c'era anche Rafi, e Magda - anche se la
gamba le doleva e se l'acqua calda le avrebbe fatto piacere - decise di non
unirsi a loro. Poiché era ancora in convalescenza e poteva astenersi dal la-
voro, salì alla propria camera per riposarsi. Per la prima volta, temeva di
non riuscire a sopportare il periodo di ritiro.
Le donne della Loggia le piacevano, quasi tutte. Le piaceva perfino Rafi,
o almeno le sarebbe piaciuta se lei non l'avesse respinta, e Magda era ami-
ca di Carilla, di Doria e di Keitha. Ma c'erano mille piccole cose che le da-
vano fastidio, come i bagni freddi, il cibo, l'insistere sui lavori manuali, e
adesso l'attrito continuo, da quando aveva perso il controllo durante il
duello. Non riusciva a capire il motivo di tanta ostilità; quell'uomo, dopo-
tutto, aveva levato le armi contro la Loggia. Anche se fosse stato ucciso, se
lo sarebbe meritato.
Si poteva rinunciare completamente al proprio mondo? Che lei fosse sta-
ta una sciocca, a cercare di farlo? Le conveniva rinunciare, chiedere a Lau-
ria di lasciarla libera dal Giuramento, si chiese? Poi pensò che forse non ce
ne sarebbe stato bisogno; forse le stesse Amazzoni avrebbero preso la de-
cisione per lei: esaminato il suo presunto "crimine", l'avrebbero espulsa
dalla Loggia.
E come potrò presentarmi a Jaelle, dopo?

Nella Loggia non c'era un'ora precisa per il pasto di mezzogiorno: chi
aveva fame scendeva in cucina e si faceva dare pane e formaggio, o carne
fredda. Dopo qualche tempo, Magda, che era ancora abituata agli orari dei
terrestri e a mezzogiorno amava fare un pasto leggero, andò a bere una
tazza di tè - un infuso che veniva tenuto sempre sul fuoco: non era né il tè
né il caffè terrestre, ma era caldo - e a prepararsi una fetta di pane e for-
maggio. Si sedette a un tavolo e si chiese dove fosse finita Irmelin: in un
recipiente, la pasta del pane stava già lievitando, sotto una tovaglia pulita.
Magda era intenta a pulire il tavolo e a sciacquare la tazza che aveva usato,
perché chi si recava in cucina al di fuori delle ore dei pasti aveva l'ordine
tassativo di rimettere le cose a posto, quando Irmelin si affacciò alla porta.
«Oh, Margali. Ti avevo cercato nella tua stanza, disse la cuoca. Puoi an-
dare a fare servizio all'entrata? Byrna deve allattare.»
«Certo», rispose lei, e fece per allontanarsi, ma l'altra donna la fermò.
«Jaelle n'ha Melora non era la tua madre di voto?»
«Certo», disse Magda.
Irmelin annuì. «Mi pareva di ricordarlo. È venuta a trovare Lauria, e da
varie ore sono chiuse nella sua stanza...» Sollevò le sopracciglia e aggiun-
se: «Penso che Lauria l'abbia fatta venire per decidere cosa fare di te! Spe-
ro che ti permettano di restare, Margali! Secondo me, Carilla è stata troppo
severa... non tutte possiamo conoscere il codice d'onore dei mercenari, e
non vedo perché quel codice ci riguardi!»
Con quelle parole, Irmelin era riuscita a distruggere di nuovo la pace
mentale di Magda! Che la sua infrazione fosse così seria da far accorrere
Jaelle dal campo dei terrestri? Ma Irmelin la interruppe, con preoccupazio-
ne: «Va' all'ingresso: laggiù non c'è nessuna! Io devo infornare le pagnotte;
per festeggiare il ritorno di Shaya, voglio anche fare un po' di pane al mie-
le».
Magda andò a sedere accanto alla porta, e riprese a intrecciare la sua cin-
tura di corda. Ma era inquieta; continuava a tornarle in mente quel che era
successo l'ultima volta che era stata di guardia all'entrata: l'arrivo del mari-
to di Keitha e tutte le sue conseguenze. Quando sentì suonare la campanel-
la, trasse un respiro profondo, per prepararsi ad affrontare chissà che nuo-
vo guaio, e nel vedere sugli scalini un uomo con l'uniforme nera e verde
delle Guardie di Città, sporse il mento verso di lui, con aria aggressiva.
«Che cosa volete?»
«C'è Byrna?»
«Potete incontrarla nella sala delle visite, se volete», disse Magda.
«Oh, sono lieto che si sia già alzata!» esclamò l'uomo.
«Chi devo dire?»
«Sono Errol», spiegò l'uomo. Il padre del bambino. Era un uomo molto
alto e robusto, e aveva un'aria molto giovane, con la pelle del viso ancora
liscia e poca barba. «Mia sorella ha partorito da poco, ed è disposta a pren-
dersi cura anche del bambino di Byrna. Sono venuto a prelevarlo.»
Così presto! Ha solo dieci giorni. Oh, povera Byrna! Il giovane notò l'a-
ria desolata di Magda e disse, timidamente: «Ecco, mi ha sempre detto che
non poteva tenerlo, e che se lo avessi preso subito avrebbe sofferto meno il
distacco...»
«Vado a dirglielo.» Accompagnò il giovanotto nella sala delle visite, e si
chiese come dare la notizia a Byrna, ma proprio in quel momento si sentì
suonare la campanella: per fortuna la nuova venuta era Marisela.
«Come devo fare, Marisela? Il padre del bambino di Byrna è arrivato a
prenderlo!»
Marisela sospirò, ma disse solo: «Meglio adesso che poi. Vado a infor-
marla io, Margali; tu va' alla porta, bambina».
Magda obbedì; dopo qualche tempo vide Errol uscire dalla sala delle vi-
site: reggeva in braccio un grosso fagotto, con tutta la goffaggine degli
uomini non abituati ad accudire ai bambini. Marisela, al suo fianco, gli
parlava con attenzione, e Magda si allontanò per dare modo alla levatrice
di accompagnarlo alla porta. Le venne in mente che Byrna aveva proba-
bilmente bisogno di compagnia. Se qualcuno si fosse presentato alla porta,
pensò, gli avrebbe aperto Irmelin.
Byrna era nella sua stanza e piangeva, distesa sul letto. Magda non disse
niente; si sedette accanto a lei e le prese la mano. Byrna si gettò tra le sue
braccia e continuò a singhiozzare.
«È troppo piccolo...» disse Byrna. «Ha bisogno di me, lo so... ma l'avevo
promesso...»
Magda non sapeva cosa dire; per fortuna, dopo un po', arrivarono Mari-
sela e Felicia. «Speravo che qualcuna fosse venuta da lei! Misericordiosa
Avarra, come vorrei che fosse qui Ferrika!» disse la levatrice. Si chinò su
Byrna e le disse: «Ti darò qualcosa per farti riposare, sorella».
Byrna non riusciva a parlare. Aveva gli occhi gonfi, il viso arrossato.
Marisela le accostò alle labbra una tazza. «Tra poco dormirai.»
«Sorella», disse Felicia, «so cosa provi. Ricordi? L'ho provato anch'io.»
Byrna rispose, con voce roca, sconvolta: «Ma tu l'hai potuto tenere per
cinque anni, cinque interi anni, e il mio è ancora così piccolo, è appena na-
to...»
«Per me è stato molto più difficile», le rispose Felicia, gentilmente. A-
veva gli occhi pieni di lacrime. «Hai fatto bene, Byrna, e anch'io avrei do-
vuto avere il tuo stesso coraggio: consegnarlo subito alla donna che sarà
sua madre. Io l'ho tenuto qui per mia soddisfazione, e quando ha avuto
cinque anni l'ho dovuto portare tra estranei, dove tutto è diverso e si aspet-
tano che lui si comporti come un uomo...» Inghiottì a vuoto. «L'ho portato
da mio fratello, e ho dovuto staccarlo da me con la forza. L'hanno dovuto
tenere fermo, e l'ho sentito fin dalla strada, che gridava: "Mamma! Mam-
ma!"» Si asciugò le lacrime. «È molto meglio lasciarlo andare adesso che è
piccolo, e che tutto quel che conosce della madre è l'amore e la gentilez-
za... e se la sua nuova madre lo allatterà, lo amerà molto di più.»
«Sì, sì, ma lo voglio...» singhiozzò Byrna, e abbracciò Felicia, che a quel
punto scoppiò anche lei a piangere. Marisela uscì dalla stanza e portò con
sé Magda.
«Felicia può aiutarla più di ogni altra.»
Magda disse: «Avrei pensato che peggiorasse la situazione... non si rat-
tristeranno l'una con l'altra?»
Marisela circondò con il braccio le spalle di Magda e disse con gentilez-
za: «No, bambina, ne hanno bisogno tutt'e due: il dolore che non viene e-
spresso sotto forma di parole si trasforma in veleno. Byrna deve piangere
per la perdita del figlio, come se fosse morto. E può aiutare Felicia, che
non è stata capace di piangere per il suo. Adesso possono piangere insie-
me: il fatto di sapere che ognuna di loro capisce bene il dolore dell'altra le
aiuterà tutt'e due. Altrimenti si ammaleranno della prima malattia che pas-
serà vicino a loro, e Byrna potrebbe morire. Bisogna dare alla Dea quello
che le appartiene, bambina, anche se è solo il pianto. Tu non hai mai avuto
figli, altrimenti lo sapresti». La baciò gentilmente sulla guancia. «Un gior-
no anche tu riuscirai a piangere e a guarire del tuo dolore.»
Magda guardò con stupore la levatrice che scendeva lungo la scala. Pro-
babilmente, Marisela aveva ragione; Magda era giunta ad avere un grande
rispetto per lei. A modo suo, Marisela era altrettanto competente quanto i
medici dei terrestri, e pareva capire bene la parte psicologica della medici-
na. Tutti sapevano che lo stress poteva portare a malattie psicosomatiche,
anche se Magda era un po' sorpresa dal fatto che Marisela se ne rendesse
conto. Ma certo la levatrice si sbagliava su di lei: lei non aveva particolari
dolori, non aveva ragione di piangere! Aveva ragione di infuriarsi, certo.
Soprattutto negli ultimi giorni. Risentimento. Ma non dolore. Da quando
aveva raggiunto la maggiore età, aveva pianto meno di tre volte. Certo, a-
veva pianto quando Marisela le aveva ricucito la ferita senza anestesia, ma
quella era una cosa diversa. L'idea di avere un segreto dolore le pareva as-
surda.
Si udì una campana: quella che indicava che mancava un'ora al pasto
della sera, e che occorreva affrettarsi a fare il bagno e a cambiarsi. Magda
salì nella sua camera, e continuò a riflettere sulle parole di Marisela.
Quando passò davanti alla camera di Byrna, e vide che la porta era chiusa,
si augurò che avesse preso finalmente sonno.
Ero triste, ma non ho pianto, quando non sono riuscita a dare un figlio a
Peter; poi, quando ci siamo separati, ero lieta di non avere il peso di un
figlio. Che idea ridicola; Marisela dovrebbe farsi insegnare un po' di psi-
cologia dai terrestri.
Mentre si rivestiva, le venne in mente che in refettorio avrebbe rivisto
Rafi e che avrebbe dovuto di nuovo affrontare il silenzio e il risentimento
delle altre. Ma non poteva farci niente, e non voleva rimanersene nascosta
nella sua stanza: isolarsi era come ammettere che quell'ostracismo le dava
fastidio. Lei era una terrestre, e per di più era una Libera Amazzone, e sa-
rebbe riuscita a farcela, in un modo o nell'altro!

CAPITOLO 9
IL PROCESSO

Anche all'interno della stanza di Lauria le due donne sentirono il suono


della campana e la Madre della Loggia sospirò. «Devo andare, Jaelle. Mi
ha fatto piacere parlare con te. Passerai la notte qui da noi, vero? Tu e io
possiamo fare un elenco delle donne che hanno i requisiti per andare a stu-
diare medicina, ma la cosa non ha molto peso: non posso chiedere a una
nostra sorella di lasciare le altre per andare a lavorare presso i terrestri. Lei
stessa deve essere disposta ad andare.»
«Ma non possiamo lasciar andare qualsiasi donna lo desideri», insistette
Jaelle. «Deve essere il giusto tipo di donna. Non vogliamo che vadano in-
contro a un fallimento e che i terrestri pensino che tutte le donne di Darko-
ver sono sciocche e infantili e che si nascondono dietro le mura di casa. E
non devono essere amanti di altre donne, perché i terrestri lo disapprovano.
Su questo punto, però, dovrei consultarmi con Magda.»
«La meno adatta. È una novizia...»
«È con voi da tre mesi: lo stesso tempo che ho passato io tra i terrestri.»
«Ma le donne della Loggia non sanno che è terrestre; si chiederebbero
perché mi consulto con una novizia, invece che con una donna che sia con
noi da molti anni. È come se mi consultassi con Doria!»
«Potrebbe essere una buona idea; gli occhi dei bambini non si lasciano
ingannare», disse Jaelle. «Sono certa che Doria conosce quanto me i nostri
difetti e le nostre debolezze. Prima di prendere una decisione, comunque,
vorrei parlare con Magda, almeno privatamente.» Jaelle era preoccupata;
fino a quel momento, ignorava che Magda avesse scelto l'anonimato. Ma
ormai Lauria si era alzata per mettere fine al colloquio.
Jaelle andò a lavarsi le mani nel bagno del piano terreno. La Loggia era
la sua casa, pensò, e per la prima volta da quando aveva compiuto dodici
anni, lei non aveva un proprio posto al suo interno! Entrò nel refettorio e,
dopo un momento, sentì un grido: «Jaelle!» e si trovò tra le braccia di Rafi.
Jaelle la abbracciò a sua volta e rise per la sorpresa dell'amica.
«Non ti aspettavi di vedermi, vero? Come va il lavoro?»
«Come puoi pensare, dopo tanti mesi di assenza», rispose Rafi, sorri-
dendo, ma anche con una leggera irritazione. «Andare a lavorare tra i ter-
restri! Come hai fatto?»
«Non sono la prima, e non sarò neppure l'ultima», rispose Jaelle, tran-
quillamente. «Ne sentirai parlare durante la riunione. Del resto, anche tu
hai lasciato alcune volte la Loggia per andare a vivere con un compagno.»
«Ma con un terrestre!» Rafi fece una smorfia. «Tanto varrebbe accop-
piarsi con un cralmac!»
Jaelle rise. «Non sono mai andata a letto con un cralmac», disse, «e non
so nulla delle loro caratteristiche amatorie, anche se nelle montagne ho in-
contrato una donna che diceva di dormire ogni notte tra due femmine
cralmac per riscaldarsi: se lo faceva lei, non deve essere una cosa tanto di-
sgustosa! Ma, seriamente, Rafi, i terrestri sono uomini come gli altri, e tra
noi e loro non c'è differenza: parlano un'altra lingua e hanno abitudini di-
verse, nient'altro. Sono molto più simili a noi degli elfi di Darkover, e sai
che in tutti gli Hastur c'è il sangue del Vecchio Popolo. Non pensavo che
proprio tu, fra tutte le donne di questa Loggia, ripetessi le superstizioni che
circolano sui terrestri, come se avessero le corna o la coda.»
Capisco, pensò, perché Magda ha voluto mantenere l'anonimato, se
queste sciocchezze sui terrestri sono così diffuse. Pensavo che le sorelle
della mia Loggia fossero più ragionevoli. Ma lasciò perdere: non voleva li-
tigare con l'amica.
«Ma parlami del lavoro, Rafi. Potevi prenderti un'altra socia temporanea,
o anche permanente... ricordo che in molti periodi c'è lavoro per tre perso-
ne. E come sta la mia piccola Doria?»
«La tua piccola è in ritiro, e presterà Giuramento al solstizio d'estate»,
rispose Rafi. «Se riuscirà a farsi ammettere: è proprio nella fase peggiore
della crescita, ogni volta che le dico una parola, scoppia in lacrime. Mi
vergogno di lei. Il lavoro? Ho dovuto rifiutare diverse spedizioni, ma ce la
caviamo abbastanza bene. C'è un nuovo sellaio...»
«Potete trovare un altro posto dove parlare?» chiese una donna alta,
bionda, con un lungo grembiule. Rafi prese per le spalle l'amica e la fece
spostare, in modo che la nuova venuta potesse apparecchiare il tavolo. «È
la nostra sorella Keitha; è arrivata assieme alla tua figlia di voto, Margali»,
spiegò, e si girò per presentarle Jaelle. Numerose donne stavano già en-
trando nella stanza, sole o a piccoli gruppi. Dalla cucina giungeva un buon
odore di pane appena sfornato e Jaelle sorrise.
«Un pasto vero! Ne sentivo il bisogno.
«Perché? I terrestri non ti danno da mangiare? Eppure, mi sembravi in-
grassata.» Rafi inarcò un sopracciglio. «O c'è qualche altro motivo, Sha-
ya?»
Jaelle sorrise nell'udire il nomignolo, ma si girò dall'altra parte. Non era
ancora pronta a parlarne.
Eppure, anche se avessi un figlio, potrei allevarlo io stessa, senza dover-
lo dare in adozione dopo cinque anni. Ho sempre pensato che le Amazzoni
non dovrebbero avere figli; al mondo c'è da adottare un sufficiente nume-
ro di bambine indesiderate, come lo ero io.
Ma io ero amata. Mia madre mi amava. E Rohana sarebbe stata lieta di
adottarmi...
Magda, che entrava in quel momento nel refettorio, sentì un'improvvisa
ondata di tristezza e si fermò sulla soglia. Che cosa le succedeva? Conti-
nuava ad avere piccole allucinazioni. Si guardò attorno, e vide Rafi accan-
to al fuoco, intenta a parlare con una donna vestita d'azzurro; non un'A-
mazzone, perché la donna aveva i capelli lunghi, color del rame. Poi la
donna rise e si girò verso la porta, e Magda s'immobilizzò: era Jaelle!
Era certa di non avere parlato, ma Jaelle si voltò e le sorrise, come se
Magda l'avesse chiamata per nome.
«Cos'è successo, Jaelle? Come mai sei qui?» Che fosse davvero venuta a
discutere del suo "delitto", come aveva supposto Irmelin?
Ma Jaelle rise: «Io non sono in ritiro, sorella; sarei venuta prima, ma non
mi è stato possibile... ho avuto molto lavoro, come puoi immaginare».
Magda la guardò con attenzione. Dall'espressione di Jaelle, il motivo che
l'aveva spinta laggiù sembrava qualcosa di più di una semplice visita di
cortesia.
«Lauria e io», spiegò infatti Jaelle, «abbiamo parlato delle donne che
possono venire a imparare medicina dai terrestri, ma vorrei discuterne con
te. Non qui, però.» La campanella della cena li interruppe: era arrivata
Lauria. Jaelle fiutò l'aria con piacere.
«Sono stanca di cibo che viene fuori dalle macchine! Pane fresco, e trip-
pa, se non mi sbaglio. Meraviglioso! Sediamoci!» disse, prendendo per
mano Magda e dando un bacio a Carilla. «Ehi, ti trovo in ottima salute. Il
clima di Nevarsin deve averti fatto bene.» E poi, a Magda: «Margali, rac-
contami come ti sei trovata nella Loggia!»
Magda rise. «Una sera non basterebbe a raccontarlo!»
«Sorella...» disse Jaelle, sorpresa, come se la vedesse solo in quel mo-
mento. «Cosa ti hanno fatto? Sei dimagrita», la sgridò. «Il periodo di ritiro
è terribile per tutti, lo so, ma non devi prendertela così.» Diede a Magda un
lungo abbraccio, poi corse a salutare Doria, che era sopraggiunta in quel
momento.
«È la mia bambina, Margali», spiegò. «Aveva tre anni quando io sono
entrata alla Loggia, ed è sempre stata il mio giocattolo... e adesso guardala,
è già grande e si prepara a prendere il Giuramento! Sono così orgogliosa di
te, bambina mia!»
Doria rivolse un sorriso a Magda, che pensò: Non ci ha mai visto tre-
manti e confuse agli incontri serali di Dibattito, perché altrimenti non sa-
rebbe tanto orgogliosa di noi. Grazie a Dio, questa sera non c'è una sedu-
ta, perché non riuscirei a sopportarla, davanti a Jaelle! Poi fu colta da un
sospetto: di solito servivano la trippa prima del Dibattito o delle riunioni
della Loggia, che erano altrettanto preoccupanti. Magda non era mai riu-
scita a vincere l'antipatia per la trippa; quando le porsero la zuppiera, scos-
se la testa in segno di diniego e la passò a Jaelle. L'amica la guardò con
stupore.
«Davvero non ne vuoi? È il mio piatto preferito, e ne sentivo da mesi la
mancanza! Be', meno ne mangi tu, più ne resta per noi!» Si servì una por-
zione abbondante. «Sorelle, per apprezzare il nostro cibo, dovreste provare
quello dei terrestri!»
«Prendi anche la mia porzione: mi fai un favore», disse Magda, cercando
di nascondere il fastidio. Tutte facevano festa a Jaelle come se fosse rima-
sta chiusa per mesi in isolamento, a pane e acqua. Mentre al campo terre-
stre aveva avuto: tutti i giorni la scelta tra quindici menù diversi, e senza
dover aiutare in cucina; tutta la musica disponibile; tutti i libri esistenti; fe-
ste e vita di società, sport, nuoto in una piscina riscaldata, giochi e ricrea-
zioni... Mentre io sono qui a scopare la stalla, evitata da tutte... e costretta
a mangiare la trippa, per di più!
Magda vide passare un piatto di verdura cotta e si servì. Poi qualcuno le
passò gli avanzi del giorno prima: polenta e formaggio, cotta nel latte.
«L'ho tenuta da parte per te, Margali.» Magda strinse i denti e non disse
niente, ma era una forma sottile di insulto: molte delle donne la considera-
vano quasi immangiabile anche quando era appena preparata, ma veniva
servita spesso, perché costava poco, da quando la Loggia aveva dovuto
pagare la forte indennità all'uomo che era stato ferito da Magda. Lei fece
finta di nulla - tutte sapevano che la trippa non le piaceva - e si servì senza
dire niente. Ma, proprio la sera prima, la ragazza che glielo aveva portato
aveva fatto dei commenti su quel che erano costrette a mangiare, e perché.
Si stava imburrando una fetta di pane, quando Jaelle disse, piano: «Non
devi mangiare quella reish, Margali!»
La parola significava "spazzatura", e in particolare quella delle stalle.
Magda ne sollevò un cucchiaio.
«Non importa. A dire il vero, mi piace più della trippa.»
«Impossibile. Senti, sorella, sei mia figlia di voto, non devi accettare
questo trattamento da nessuno, e per di più nella mia Loggia!»
In qualche modo, anche se la ragione le diceva che era un comportamen-
to sciocco, perché la polenta fredda era un piatto come un altro, la collera
di Jaelle si trasmise a Magda: sentì che un'offesa alla figlia di voto di Jaelle
era un'offesa a Jaelle stessa.
Jaelle prese il piatto di Magda, si alzò in piedi e si rivolse alla ragazza
che aveva deriso la sua amica. «Sei molto generosa, Cloris, ma so bene
quanto piaccia anche a te, e ti prego, non privartene!» esclamò, con gli oc-
chi fiammeggianti, e rovesciò nel piatto di Cloris la polenta. Magda capì
perfettamente - e lo capì la stessa Cloris - che era stata quasi per ro-
vesciargliela sulla testa. «Te la manda la mia figlia di voto!» disse Jaelle,
con tanta enfasi che Cloris abbassò la testa e, con una smorfia, ne mangiò
una forchettata. Jaelle assaporò per un istante il proprio trionfo, poi tornò a
sedere. Magda non alzò gli occhi dal piatto.
Poi, lentamente, la tensione si allentò. Carilla e Doria cominciarono a
chiedere cento cose che riguardavano il campo dei terrestri; l'ira di Jaelle
svanì progressivamente, a mano a mano che parlava, e dopo qualche tempo
era ritornata a essere la vecchia Jaelle, che raccontava allegramente alle
amiche le sue straordinarie avventure in luoghi lontani; tutte le piccole
manie dei terrestri destarono un coro di risate.
Magda provò una fitta di invidia. Jaelle diceva cose che avrebbe potuto
raccontare anche lei, se non si fosse impegnata a nascondere la sua identi-
tà. Cominciò a pensare di avere preso la decisione sbagliata. Se le altre a-
vessero saputo che lei era terrestre, forse avrebbero scusato la sua ignoran-
za del codice dei mercenari. Magda era sempre stata orgogliosa della sua
capacità di passare per darkovana, e ora questa abilità l'aveva tradita.
Si alzò e si diresse alla porta. Ma, prima di oltrepassare la soglia, vide
che Lauria si alzava.
«Prima che vi allontaniate», disse la donna più anziana, «devo avvertirvi
che Jaelle ci lascerà domani all'alba; c'è un piccolo ricevimento nella sala
di musica, se volete salutarla, prima della riunione della Loggia. Ricordate:
oggi la riunione è obbligatoria per tutte.» Per un istante, fissò Magda, che
subito si sentì un nodo alla gola.
Le riunioni della Loggia erano meno preoccupanti delle sedute di Dibat-
tito, che del resto avevano il preciso scopo di umiliare le novizie, di spez-
zare le vecchie abitudini: «Di insegnarci», aveva detto una volta Keitha, «a
essere donne: né bambine né grandi dame». Keitha usciva regolarmente in
lacrime da quelle sedute, mentre Magda rimaneva per ore nella sua stanza
a riflettere. Nelle riunioni, invece, ci si occupava in genere di problemi
pratici: o si raccoglievano le lamentele, o si discuteva seriamente di pro-
blemi economici, dell'attività della Loggia, delle ore di visita e dei turni di
lavoro. Ma lei sapeva che in quella riunione si sarebbe parlato del suo Giu-
ramento, come le aveva detto Rafi nell'armeria. Di fronte alla prospettiva
di dover affrontare un nuovo assalto, Magda si sentì mancare, e corse nel
bagno del suo piano. Perché nessuno entrasse, appoggiò uno sgabello alla
porta.
Jaelle la trovò lassù, con la faccia nascosta dentro un asciugamano.
«Bambina», disse, sedendosi accanto a lei. «Che cosa hai? Che cosa ti ab-
biamo fatto?»
La presenza di Jaelle le diede un po' forza. Certo, è una Comyn, una te-
lepatica, un'Ardais, pensò Magda. Poi si disse che Jaelle aveva avuto la
forza di affrontare il campo dei terrestri. Non poteva mostrarsi debole da-
vanti a lei!
«Margali n'ha Ysabet!», le disse Jaelle, per scuoterla, «sei una donna o
una bambina? Vuoi disonorare la tua madre di voto nella sua stessa Log-
gia? Scendi nella sala di musica. Ma prima lavati la faccia!» E si allontanò.
Nella sala di musica, Jaelle e molte altre invitavano Rafi a cantare.
«Rafi, non ho sentito un po' di buona musica da quando sono entrata nel
campo dei terrestri. Laggiù non cantano e non suonano, la musica viene da
uno schermo metallico, e serve solo per coprire il rumore delle macchine.
Cantaci la Ballata di Hastur e Cassilda.»
«Ci vorrebbe tutta la sera, e tra poco c'è la riunione», protestò Rafi, ma
prese il rryl e cominciò ad accordarlo. Poi si sedette e cominciò a cantare
una ballata che Magda aveva ascoltato da bambina. Il canto di Rafi le fece
tornare in mente sua madre - che vestiva come una darkovana per proteg-
gersi dal freddo degli Hellers - intenta a suonare, con una pesante coperta
sulle spalle. Anche il suono del rryl era uguale a quello dello strumento di
sua madre. Quante volte Magda aveva cercato di imparare quegli accordi!
Gli arpeggi si spensero. Lauria posò una mano sulla spalla di Magda e le
disse: «Coraggio, Margali». Poi la accompagnò al centro del gruppo, men-
tre le altre donne si sedevano sulle sedie o sui cuscini.
Rafi chiuse con cura il rryl nella cassetta e si sedette a gambe incrociate
accanto a Jaelle. Tutte fecero silenzio, e Lauria disse: «Possiamo iniziare?
Condurrò io, questa sera».
Portarono una poltrona per la Madre della Loggia e la posarono nel cen-
tro del gruppo. Magda sentì crescere la sua apprensione. Di solito l'Anzia-
na che presiedeva si accomodava sulle sedie o sui cuscini, come tutte le al-
tre. Le riunioni si tenevano ogni quaranta giorni e non sempre le novizie
avevano il permesso di prendere la parola.
Magda si chiese se davvero aveva ragione di spaventarsi. Dopotutto,
Lauria era anziana e in quel periodo aveva male a un ginocchio e non po-
teva piegarsi...
Lauria affrontò subito la questione. «Da dieci giorni la Loggia è piena di
chiacchiere e di commenti, ma non è questo il modo di affrontare le cose,
con le chiacchiere e la diffamazione! Questa sera dobbiamo parlare di vio-
lenza e di altro, ma per prima cosa diciamo apertamente le cose, invece di
sussurrarcele all'orecchio come i bambini. Rafi, tu sei quella che ha parlato
di più; esprimi chiaramente le tue rimostranze!»
«È a causa di Margali», disse Rafi, voltandosi a guardare Magda. «Ci ha
disonorato, ci ha fatto pagare una grossa indennità, ha offeso la propria
lama e non si rende neppure conto della gravità di quel che ha fatto.»
«Non è vero», protestò Magda. «Perché dici così? Cosa dovrei fare,
piangere giorno e notte?»
Lauria cominciò a dire: «Margali...» ma Jaelle aveva già fatto tacere
Magda, posandole la mano sulla spalla e sussurrandole:
«Non dire niente. Lascia che ce ne occupiamo noi».
Una ragazza chiamata Dika intervenne: «Visto? Neanche adesso ha im-
parato le buone maniere! E sappiamo tutte che il suo Giuramento non è
stato regolare. Doveva essere esaminata in una Loggia, prima di venire tra
noi!»
«E anche in questo stesso momento fa l'indifferente», disse Janetta. Solo
allora, Magda capì che cosa intendessero dire le altre donne. Lei non aveva
le giuste reazioni culturali: gli atteggiamenti del viso e del corpo che e-
sprimevano senso di colpa e rimorso. Si erano aspettate da lei un certo tipo
di reazione - che Magda non era in grado di dare - e per questo le erano o-
stili. Salvo Lauria, che ne conosceva il motivo.
È il mio destino: troppo terrestre fra i darkovanì, troppo darkovana tra i
terrestri...
Lauria disse: «Si sono fatti troppi pettegolezzi sul Giuramento di Marga-
li. Jaelle, Margali ha prestato Giuramento a te; e Carilla, tu eri testimone;
sentiamo da voi la verità».
Jaelle raccontò di nuovo l'intera storia; quando disse che Magda viag-
giava con un salvacondotto della Nobile Rohana Ardais si levò un piccolo
mormorio: Rohana era molto amata e rispettata dalle Amazzoni di Thenda-
ra. Carilla riferì che Magda aveva prestato giuramento come previsto dal
codice delle Rinunciatarie. Lauria le ascoltò in silenzio, poi chiese: «Spie-
gaci, Margali, hai prestato il Giuramento solo perché sei stata costretta a
farlo?»
«All'inizio, sì», rispose Magda. «L'ho visto come una cosa da fare per
salvare il mio congiunto. Ma quando Jaelle mi ha fatto ripetere la formula
del Giuramento... mi è parso che quelle parole fossero già nel mio cuore...
credetemi, adesso il Giuramento è al centro della mia esistenza...» Per un
attimo, fu sul punto di piangere.
Jaelle le posò la mano sulla spalla, per rassicurarla, e disse: «Non vi ho
detto che Margali ha combattuto per me, in un momento in cui la mia mor-
te l'avrebbe liberata dal suo impegno? Ha poi lasciato la propria missione
perché non voleva abbandonarmi.» Si sfiorò la cicatrice sulla guancia.
«Nessuna ha mai avuto una figlia di voto altrettanto devota, nel momento
del pericolo!»
«Ma», obiettò Rafi, «quando ha ucciso l'uomo che ti aveva ferita, l'ha
fatto perché era assetata di sangue, e non disciplinatamente, per difesa. Per
me è instabile e non è adatta a portare la spada; lo ha dimostrato anche in
questa Loggia, dieci giorni fa.»
Jaelle disse con irritazione: «Rafi, chi mai è entrata in una Loggia già
pronta a portare la spada? Il periodo di addestramento serve a insegnarci
quel che ignoriamo. Manderesti Doria a difendere la Loggia con le armi in
pugno?»
«Doria non avrebbe mai colpito un uomo che si era arreso», disse Rafi,
con ira. Lauda le fece segno di tacere.
«Non stiamo parlando di Doria, ma la tua osservazione è giusta. Se
Margali non ha imparato niente, nel corso della sua permanenza tra noi...»
«Ma...» disse Magda, «ho imparato, davvero! So che ho fatto una cosa
sbagliata...»
«Margali», la redarguì Lauria, «parla solo quando sei interrogata.»
Magda tacque, mordendosi le labbra, e Lauria continuò: «Il Giuramento
di Margali è stato messo ufficialmente in dubbio, e perciò tre di voi, esclu-
sa la sua madre di voto, devono prendere le sue difese. Ricordo che devo-
no avere prestato Giuramento da più di cinque anni».
Magda sentì una strana calma: era finita. Già si vedeva sulla strada del
ritorno al campo dei terrestri. Cholayna l'ha avuta vinta; si è rifiutata di
accettare le mie dimissioni perché sapeva che non ce l'avrei fatta.
Ma Carilla disse con irritazione: «Se mettete in dubbio il suo Giuramen-
to, allora mettete in dubbio anche il mio! Mi sono infuriata con lei, certo,
ma la colpa di quel che ha fatto è stata mia, e non sua. Sono stata io a chie-
derle di aiutarmi a combattere, perché sapevo che era abile con le armi, e,
nella fretta del momento, la cosa mi è parsa sufficiente. Mi ero dimenticata
che la sua abilità con la spada era superiore al suo addestramento; mi ero
dimenticata che nell'affrontare degli uomini dopo vari mesi di ritiro, ri-
schiava di farsi prendere la mano dall'ira che si era accumulata in lei du-
rante le sedute di Dibattito».
Guardò Rafi e disse con serietà: «Poche di noi, al loro arrivo, conoscono
l'uso della spada; lo apprendiamo qui, dopo avere imparato a disciplinare
le nostre emozioni. Se avessi dovuto affrontare degli uomini durante il mio
addestramento... dopo essere vissuta per tanti anni come soldato mercena-
rio... li avrei ammazzati tutti! Non so dove Margali abbia imparato a usare
le armi, ma ha molto da insegnarci: l'hai constatato anche tu, Rafi. Sa mol-
te cose, anche se non è ancora in grado di usarle al di fuori della nostra sala
d'armi. Mi ero dimenticata di questo, mentre sarebbe stato mio dovere ri-
cordarlo; e quando l'ira mi è passata, ho capito che era colpa mia, e mi as-
sumerò la piena responsabilità personale», disse, ripetendo la frase di rito,
«dell'errore che ha rivelato la sua debolezza».
Così dicendo, si alzò e andò a sedere accanto a Magda, che sentì una for-
te commozione e scordò l'ira che nutriva verso di lei: con le parole "re-
sponsabilità personale", Carilla aveva impegnato il proprio onore.
È mia sorella di voto, e prende molto sul serio questo legame... molto
più di me! pensò Magda, e disse spontaneamente: «Carilla, no! Sono stata
io a colpire in quel modo disonorevole! Avrei dovuto pensarci, la respon-
sabilità è mia...»
«Silenzio, Margali», la rimproverò Lauria. «È l'ultima volta che te lo di-
co. Ancora una sola parola senza permesso, e ti farò uscire nel corridoio,
ad aspettare laggiù la nostra decisione. Ha parlato una sorella; ne occorro-
no altre due.»
Marisela disse con dolcezza. «Parlerò io per Margali. Non avete visto
quanto ha imparato? Non cerca di sfuggire alle responsabilità, anche quan-
do un'altra si offre di assumersele al posto suo... ha parlato senza essere in-
terrogata, ma le sue intenzioni erano buone. Non si può biasimare Margali,
se non ha superato una prova che non le spettava. Eppure, tutte noi l'ab-
biamo biasimata silenziosamente. E lei non solo ha sopportato, ma adesso,
senza protestare, si dichiara pronta ad assumersene la colpa.»
Guardò le altre donne. «Sorelle, tutte ci siamo trovate come Margali, in-
sicure e dubbiose. Eppure, anche se temeva di essere allontanata da noi,
anche se l'abbiamo isolata dal nostro affetto, è andata a confortare Byrna
senza che nessuno glielo chiedesse. Nessuna delle altre ha trovato un mo-
mento per andare da lei, perché è di un'altra Loggia. Io difendo Margali e il
suo Giuramento perché è davvero una di noi.»
Scese il silenzio. Poi Lauria riprese la parola e disse, in tono grave:
«Due hanno parlato; ne occorre una terza».
Nessuna parlò, e Magda interpretò il silenzio come la sua condanna. In-
fine, nel vedere che Rafi si muoveva, si preparò a sentire un'altra serie di
accuse. Invece, Rafi disse lentamente: «Per semplice giustizia... devo
prendere le sue difese».
Per un attimo, Magda non riuscì ad afferrare le parole, come se avesse
parlato in una lingua sconosciuta.
«Ha combattuto per noi; forse in modo non molto saggio, ma senza esi-
tare; quando ha impugnato la spada, sapeva di poter morire sulla nostra
soglia, e chi combatterebbe per un giuramento in cui non crede? Ha com-
battuto con ira anziché con disciplina, ma con il tempo imparerà anche
questa.
«Abbiano chiesto a Margali più del dovuto; forse, invece di biasimarla
perché non è riuscita a fare tutto alla perfezione, dovremmo congratularci
con lei perché non ha commesso errori più gravi. E poi, mi ha fatto capire
una cosa che in precedenza non avevo mai voluto vedere.» Abbassò la te-
sta. «Mi ha fatto capire che sono stata ingiusta verso Doria, oltre che verso
di lei. Non sono Kindra, che è riuscita ad allevare Jaelle senza favoritismi e
senza chiederle troppo. Margali mi ha fatto capire che non sono capace di
farlo con Doria. Penso che Doria dovrebbe essere mandata in un'altra Log-
gia per il periodo di ritiro e per il Giuramento.» Si passò in fretta la mano
sugli occhi; ma, dopo un istante, tornò a fissare Lauria. «Perciò prendo le
difese di Margali e chiedo che mandiate Doria in un'altra Loggia. Non so-
no idonea ad addestrarla. Sono troppo ansiosa di vederla primeggiare... a
scapito del suo bene.»
Lauria fissò Magda e disse tranquillamente: «Tre hanno parlato. Il Giu-
ramento di Margali è valido. Per Doria... avevo pensato anch'io a quello
che mi dici, Rafi, ma speravo che si potesse evitare. È una figlia di questa
Loggia...»
«Non voglio andare via», pianse Doria. «È la mia casa, Rafi è mia ma-
dre...»
«No», disse Rafi. «Sei figlia di mia sorella, e perciò ho pensato di poter
essere... impersonale con te. Ma non ci riesco. Per orgoglio... ti ho chiesto
troppo. Sai che un'Amazzone che ha nella sua Loggia una figlia deve man-
darla altrove per il ritiro.»
Lauria sollevò la mano. «Una cosa alla volta! Doria, devi parlare solo
quando sei interrogata. Rafi, ne parleremo più avanti. Per il momento non
abbiamo ancora finito con Margali. Tre hanno parlato in suo favore, e il
suo Giuramento è valido, ma non devono rimanere rancori. Se qualcuna ha
da dire qualcosa, parli adesso.»
Una delle Madri della Loggia, Millea, disse: «Non ho nulla contro Mar-
gali; anzi, la ragazza mi piace. Ma non credo che capisca bene le nostre re-
gole. Se Jaelle fosse tra noi, il compito di istruire la figlia di voto spette-
rebbe a lei. Visto che Jaelle è fuori, si potrebbe allungare il ritiro di Marga-
li...»
Oh, no! pensò Magda.
Lauria disse: «Ci sono dei precedenti; il ritiro può essere prolungato di
un altro mezzo anno se la donna non è ancora in grado di affrontare il
mondo esterno. Ma ho qualche esitazione ad applicare una simile misura a
una donna dell'età di Margali. Se fosse una ragazzina di quindici anni, lo
chiederei espressamente, ma ci deve essere una soluzione migliore».
Carilla disse: «Il fatto che abbia prestato Giuramento a Jaelle anziché a
me è stato un puro caso; c'eravamo tutte e due. Mi offro di istruirla io, al
posto di Jaelle».
«Anch'io», disse Marisela, e Lauria annuì. Poi la Madre della Loggia ri-
peté:
«Se qualcuna ha motivi di rancore verso Margali, ne parli».
Magda si guardò attorno e colse dei frammenti di pensieri. Marisela dis-
se: «I vostri risentimenti sono piccola cosa, vero? Siete d'accordo con me
che Margali è una donna straordinaria; un giorno saremo orgogliose di a-
verla avuta con noi».
Janetta, una delle giovani che non avevano avuto il permesso di prendere
le difese di Magda - e che non le avrebbe prese, perché faceva coppia fissa
con Clovis: la ragazza che aveva dato a Magda gli avanzi - disse: «Penso
che molte di noi si siano dimenticate di come fosse duro, il periodo di riti-
ro. Forse ci aspettavamo troppo da Margali, perché era la figlia di voto di
Jaelle».
La terza delle Madri della Loggia, che fino a quel momento aveva assi-
stito in silenzio, forse perché era un giudice nella corte di arbitrato, com-
mentò: «Questo ci insegna a non chiedere alle altre quello che non sa-
premmo fare noi».
Rafi tese la mano a Magda, dicendo: «Janetta ha ragione, me n'ero di-
menticata, ed ero irritata con te per quello che mi avevi detto di Doria. Ma
adesso so che avevi ragione. Mi puoi scusare?»
Magda prese la mano di Rafi. «Avrei dovuto dirlo con maggiore tatto.
Sono sgarbata...»
«Anch'io sono sgarbata», disse Rafi, sorridendo. «Chiedi a Carilla! Du-
rante il nostro periodo di ritiro, ci siamo assalite con il coltello! Potevamo
essere espulse tutt'e due.»
«Che cosa vi hanno fatto?» chiese Magda.
«Ci hanno ammanettato insieme», rispose Carilla, «per dieci giorni. Al-
l'inizio litigavamo sempre, poi ciascuna ha scoperto di avere bisogno del-
l'altra e siamo diventate amiche. Non l'hanno più fatto, almeno in questa
Loggia.»
«Anche perché non ci sono state altre novizie che hanno cercato di ac-
coltellarsi», disse Lauria. «Ma non abbiamo ancora detto tutto, a proposito
di quanto è successo. Sono argomenti sgradevoli, ma proprio per questo
dobbiamo parlarne. Keitha, nessuno ha messo in discussione il tuo Giura-
mento, ma spiegaci perché, dopo che Margali aveva ferito quell'uomo, tu
hai detto che avremmo dovuto ucciderli tutti?»
Magda ammirò il modo con cui Lauria trasformava l'episodio in una sor-
ta di seduta del Dibattito.
Keitha rifletté a lungo, prima di rispondere: «Non aveva diritto di venire
qui. Avrebbe ucciso qualcuna di noi e mi avrebbe portata via con la forza...
per la Dea!» esclamò, «avrei voluto avere l'abilità di Margali, per ucciderlo
io stessa, senza pericolo per le mie sorelle!»
«Ma gli uomini che accompagnavano tuo marito», disse Carilla, «erano
solo degli spadaccini, e seguivano il loro codice; caduto l'uomo che li ave-
va assunti, si sono arresi immediatamente.»
«Un uomo che si presta a un'azione così immorale, perde il diritto alla
protezione!»
Lauria chiese: «Keitha, tu odiavi quegli uomini in particolare o, punendo
loro, volevi punire tutti gli uomini indistintamente?»
«Odio Shann», rispose Keitha, a bassa voce. «Vorrei vederlo morire...
sogno sempre di ucciderlo! Nessuna di voi ha mai odiato un uomo?»
«L'odio», rispose Lauria, «può essere una catena più forte dell'amore.
Finché lo odierai, sarai legata a lui.»
Carilla disse: «L'odio, se non trova sfogo, può portarti ad alzare la mano
contro te stessa. Io ho sacrificato la mia femminilità perché nessun uomo
mi desiderasse più. È stato l'odio a portarmi a questo».
Magda ripensò alla storia di Carilla. Ma Keitha esclamò: «Ed è un costo
tanto alto? Non sai che cosa ti sei risparmiata!»
«E tu non sai di che cosa parli, figlia di voto», disse Carilla, con voce
dura.
«Per questo sei divenuta un mercenario? Per uccidere uomini allo scopo
di vendicarti?», chiese Keitha.
Jaelle intervenne: «Conosco Carilla da quando avevo dodici anni, e non
l'ho mai vista uccidere un uomo inutilmente, o per vendetta».
«Ho combattuto spesso al fianco degli uomini», disse Carilla, «e oggi
non ne odio nessuno; ho imparato a non accusare un uomo delle colpe di
un altro. Ne ho anche uccisi, ma riesco ad ammirarli e a volte anche ad
amarli.»
«Ma tu», disse Keitha, «non sei più una donna!»
«Nei sei sicura?» chiese Carilla, alzando le spalle, e Magda sentì una
sfumatura di dolore nella sua voce.
Colse un pensiero di Jaelle: Carilla è stata una madre, per me, esatta-
mente come Kindra. Io la amo, ma è un amore diverso da quello per Peter.
A volte amo Peter... e a volte non capisco come si possa amare uno come
lui. Non potrei mai odiare una delle mie sorelle come a volte odio Peter.
Magda pensò che le Amazzoni finivano sempre per parlare delle diffe-
renze tra uomo e donna. Lei poteva mettere al mondo un figlio, e Peter no:
questa la sola differenza tra loro agli occhi dei terrestri. Gli uomini non
dovevano temere i rischi della maternità. Poi, tutt'a un tratto, le parve che
l'intera scala di valori si fosse ribaltata: le parve che Peter dipendesse pri-
ma da lei, e adesso da Jaelle, per avere il figlio desiderato. Era alla mercé
di Jaelle, così come un tempo lo era di Magda. Povero Peter... pensò. E
poi, in un lampo: Jaelle è incinta? A quel punto il collegamento si inter-
ruppe e Magda rimase sola nella propria mente. Intanto, Carilla aveva ri-
preso a parlare:
«Un tempo cercavo di dimostrarmi uguale, o anche superiore, agli uo-
mini, ma ormai ho superato questa fase».
E, con irritazione, Keitha le rispondeva: «Adesso ti vanti dell'amicizia
per i nostri torturatori e oppressori! Non c'è nessuna, qui, che parli di uo-
mini da odiare? Devo essere solo io? Non riuscirò a liberarmi del mio odio
finché non ne avrò ucciso qualcuno!»
«Per questo sei venuta tra noi?» chiese Marisela. «Per imparare a ucci-
dere gli uomini?»
E Lauria: «Un uomo qualsiasi o uno in particolare?»
«Perché, non sono forse tutti uguali, nel trattare le donne?» rispose Kei-
tha.
Lauria si guardò attorno. «Qui tra noi siede una», disse, fissando Jaelle,
«che ha ripetuto infinite volte la stessa frase. Eppure adesso si è presa un
compagno e abita con lui all'esterno della Loggia. Jaelle, puoi parlare degli
uomini a Keitha, e dirle se sono tutti uguali?»
Anche se l'interpellata non si mosse, Magda sentì la sua agitazione. Infi-
ne, Jaelle disse: «Non saprei cosa dire, Madre. Preferirei non parlare anco-
ra...»
«Forse perché hai bisogno di parlare più delle altre? Sai la regola: nes-
suna può tacere...»
Ma Jaelle si limitò a guardare in terra, e Lauria, con un'alzata di spalle,
disse: «Doria?»
La ragazza rise nervosamente. «Non ho mai conosciuto un uomo al pun-
to di odiarlo o di amarlo... cosa posso dire?» Si voltò verso Jaelle: «Eri
l'ultima donna al mondo che mi aspettavo di vedere sposata! Hai sempre
detto che non volevi avere niente a che fare con gli uomini...»
Lauria continuò a fissare Jaelle finché questa non disse: «Sì, parlerò...»
S'interruppe, e dopo un poco proseguì: «Gli uomini sono diversi tra loro,
ma hanno qualcosa in comune che li rende diversi da noi... Suppongo che
il mio compagno non sia molto diverso dal marito di Keitha; forse un po'
più gentile, perché i terrestri hanno leggi che non permettono loro di colpi-
re la moglie, esattamente come per ogni altra persona.
«Fra i terrestri, la donna non è considerata una proprietà del marito, al-
meno per legge, ma negli uomini c'è qualcosa che li spinge a volerla pos-
sedere... prima di sposarmi non me n'ero mai accorta.» Scosse la testa; i
capelli le ricaddero sulle spalle: rossi come il rame. «Nell'intimità... la loro
mente diventa dura, crudele... non so come dirlo...» terminò, passandosi la
mano tra i capelli, orgogliosamente.
In quel momento, se Magda avesse confessato di essere terrestre, le altre
l'avrebbero considerata meno lontana di Jaelle. All'improvviso, Magda eb-
be l'impressione che tra Jaelle e le altre Amazzoni si fosse aperto un solco
grande come gli abissi tra le stelle. Jaelle le apparve distante, sola, diversa,
chiusa nell'orgoglio dei suoi capelli rossi; sentì il pensiero delle altre don-
ne: Comyn. Quella sola parola si alzò come un muro a separare Jaelle dal-
l'unica famiglia che avesse conosciuto.
Tutte conoscevano la sua origine, naturalmente, e sapevano che Rohana
era sua parente; ma fino a quel momento Jaelle non aveva mai accennato al
suo sangue Hastur. Ora, improvvisamente, tutte le altre donne la guarda-
vano con un timore reverenziale: quello che si prova non per gli uomini,
ma per gli dei, per i Comyn, per i dominatori.
Per rompere il silenzio, Magda prese la mano di Jaelle e disse: «È una
partita che amano giocare con noi: il possesso. Gli piace pensare di posse-
derci; sanno che non è vero, e questo li rende insicuri. Le donne temono
meno la lontananza. Forse non dovremmo accusarli tanto, se s'illudono di
possederci. È la loro natura. Non hanno altro».
«La loro natura!» esclamò Felicia, con gli occhi ancora gonfi di pianto.
«Portarci via i bambini, per insegnare loro a uccidere come segno di ma-
scolinità, per instillare in loro il desiderio di possedere moglie e figli... per
farli diventare il genere di uomo che noi abbiamo preferito lasciare....»
«Che cosa vorresti?» chiese Janetta. «Che restassero qui per poi coman-
darci una volta divenuti adulti?»
Rafi disse: «Chi può dirlo? Forse, se venissero allevati tra noi, sarebbero
diversi!»
Lauria sollevò la mano per imporre il silenzio, ma non venne obbedita.
Jaelle disse: «A volte ho pensato di voler avere un figlio. Ma come essere
certa della mia volontà? Nel Giuramento promettiamo di avere figli solo
nel momento da noi scelto, ma come sapere se il desiderio è nostro, o se
vogliamo solo fare un piacere al nostro compagno?»
Cloris disse: «Il tempo che passiamo qui a discutere, non serve appunto
a distinguere i nostri desideri da quel che gli uomini cercano di farci fare?»
«No», rispose Jaelle. «Le persone comuni non sono in grado di distin-
guerli; sono cose che si imparano solo nelle Torri... oh, non si può neppure
spiegare, tu non hai il potere, non puoi capire.» Solo in quel momento,
Magda si accorse che Jaelle non l'aveva pronunciato a voce alta: aveva so-
lo detto: «No...» e si era interrotta.
Lauria disse: «Ci hai fornito un importante spunto di riflessione: come
distinguere la nostra volontà da quella di un altro a cui vogliamo fare pia-
cere...» Continuò a parlare, ma Magda non prestò più attenzione al dibatti-
to. Sentì solo Lauria che diceva: «Un giorno, forse, ci saranno risposte mi-
gliori. Ma il mondo va come vuole, non come desidereremmo noi. Forse la
Dea ci permetterà di vedere dei cambiamenti; ma noi, che cambiamo il
mondo, dovremo sempre soffrire. Non credo che le nostre sofferenze siano
inutili: se non altro, dimostrano agli uomini che preferiamo soffrire, anzi-
ché vivere come loro vorrebbero. Però, se uomini e donne vivessero sem-
pre separati, come potrebbe continuare la razza umana?»
Marisela disse, con un sorriso: «Forse alla maniera dei terrestri, che, a
quanto si dice, lo fanno con le macchine», e tutte scoppiarono a ridere. So-
lo Magda non rise, pensando ai luoghi dove era diffusa la fecondazione ar-
tificiale... Le donne si alzarono e alcune andarono a prendere in cucina il
sidro caldo e i vassoi di dolci. Carilla, Rafi e Jaelle erano vicino al fuoco;
Lauria si avvicinò a loro, portando con sé Doria. Jaelle chiamò Magda per-
ché si unisse al gruppo, mentre Carilla si allontanava.
«Dove va?» chiese Magda.
«A parlare con Keitha. È una brutta situazione, Margali. Carilla è sua
madre di voto; non dovrebbe esserci tanta ostilità tra di loro.»
«Non riesco a capire», disse Lauria. E aggiunse: «Forse vi interesserà
sapere che Doria andrà a Neskaya per il suo periodo di ritiro».
Proprio una bella notìzia, pensò Magda. Un'altra amica che se ne va!
Doria la abbracciò.
«Sentirò la tua mancanza, Margali, e anche quella di Keitha», disse.
«Questa è la mia casa, ma...»
«Ma tutte lasciano la Loggia per l'addestramento, e la cosa vale anche
per te», disse Jaelle. «Kindra, ricorda, mi ha inviato per mezzo anno dalla
Nobile Rohana ad Ardais, perché conoscessi bene la vita a cui rinunciavo.
Tu, se non altro, Doria, andrai in un'altra Loggia. Conosco molte donne di
Neskaya: riuscirai facilmente a fare amicizia con loro, e anch'esse sono tue
sorelle.»
Magda sentì che Rafi diceva, dietro di lei: «Ma perché Keitha è irritata
con Carilla? Non sarà perché è una neutra? Non credo che sia così intolle-
rante».
«Credo che ci sia dell'altro», disse Jaelle. «Carilla preferisce le donne;
ultimamente è stata gentile con Keitha, le ha dimostrato affetto, e forse
Keitha ha frainteso.»
«Keitha viene da una famiglia di cristiani», disse Rafi, «che a questo
proposito sono più permalosi dei terrestri. Ma Carilla non è mai stata insi-
stente, e non ha mai imposto la sua volontà. Keitha non penserà che Carilla
sia un pericolo per la sua virtù! Margali, cosa ne pensi?»
«Non so cosa pensi Keitha», disse Magda, «anzi, non so neppure cosa
penso io. Ma se Keitha non capisce che Carilla è profondamente gentile e
onesta, si sbaglia.»
«Non ci possono essere rancori tra una donna e la sua madre di voto»,
disse Rafi. «È innaturale, è sbagliato! Bisogna fare qualcosa!» Allungò la
mano per prendere un dolce dal vassoio, ma si fermò e sorrise. «No, ne ho
già mangiati troppi! Jaelle, dormi qui, vero? Non puoi uscire per strada a
quest'ora. E, ascolta...» aggiunse. Tutte udirono il sibilo della tormenta.
«Mi piace il rumore del vento», disse Jaelle, anche se Magda rabbrividì.
«Nel campo dei terrestri siamo talmente isolati dall'ambiente esterno che
non sappiamo neppure se c'è il sole o se nevica.»
«Se ti fermi, vieni a dormire con me? Marisela ha cambiato stanza per-
ché doveva alzarsi tutti i momenti: le levatrici dormono quando possono!
E Devra è ancora a Nevarsin: nella mia stanza c'è posto.»
«Sì, e magari potremmo parlare di affari», disse Jaelle. «Penso che ti
convenga trovarti un'altra socia, almeno per un anno o due...»
«Jaelle! Sei incinta, allora? Sono curiosa di conoscere il tuo compagno,
se è riuscito a farti cambiare idea!» disse Rafi. Ma Jaelle scosse la testa:
«È un po' troppo presto per esserne sicura, Rafi. Sei la prima a cui lo di-
rei, ti assicuro, ma per ora non c'è niente di certo. Devo rimanere con i ter-
restri per almeno un anno, ho dato la mia parola. E poi...»
«E poi bisogna parlare delle donne da inviare al campo dei terrestri, per
studiare medicina con loro», disse Lauria. «Cercherò di sentire anche te,
Rafi, prima di decidere. Forse, terminato il periodo di ritiro a Neskaya, Do-
ria potrebbe andare; pensavo già di mandarla ad Arilinn per studiare da le-
vatrice. È precisa e finora se l'è cavata bene con gli animali; potrebbe avere
predisposizione. Ma non è la sera adatta per parlarne», aggiunse, guardan-
dosi attorno. Molte donne si erano già ritirate, e Irmelin raccoglieva i vas-
soi per portarli in cucina. «Speravo di poterne parlare in riunione, ma ci
siamo dilungate e ormai era troppo tardi. Margali, tu e la tua madre di voto
potete passare da me in ufficio, prima di ritirarvi?»
Magda ammirò l'abilità con cui Lauria fingeva di dover parlare del suo
Giuramento: «Tu e la tua madre di voto». Rafi, nel sentire le parole di Lau-
ria, diede a Jaelle il bacio della buona notte.
«È meglio che tu dorma con Margali; noi due finiamo sempre per chiac-
chierare per ore intere, e io ho sonno.» Sbadigliò. «Parleremo d'affari do-
mani, a colazione. Ma la prossima volta non stare tanto tempo senza farti
vedere, cara... i terrestri non possono tenerti così indaffarate, è impossibi-
le!»
«Una volta o l'altra bisogna che ti parli dei loro orologi!»
Nell'ufficio di Lauria, la Madre della Loggia disse: «Hai avuto la possi-
bilità di rivederci e di ricordarti di noi, Jaelle... hai qualche suggerimen-
to?»
Jaelle non sorrise più. Nel guardarla, Magda notò che era molto stanca.
«Solo suggerimenti negativi», disse. «Non credo che Janetta sia adatta ai
terrestri... né viceversa.»
Laufia annuì. «È un peccato, però», disse. «Janetta è intelligente e impa-
ra in fretta. I terrestri la troverebbero adatta a servirsi delle loro macchine.
Una buona candidata potrebbe essere Keitha, e gli insegnamenti dei terre-
stri potrebbero esserle utili; Marisela la porta già con sé quando va in visi-
ta... Keitha è già una buona levatrice, e con gli insegnamenti dei terrestri
potrebbe prendere il posto di Marisela quando è impegnata con le Sorelle
di Avarra.»
«Non ho mai capito le Sorelle», disse Jaelle.
Lauria sorrise. «Neanch'io; per capirle, bisogna far parte del loro gruppo,
Shaya. Ma la loro storia risale alle origini delle Rinunciatarie; anzi, qual-
cuno dice che le prime Rinunciatarie fossero loro. Sia come sia... non cre-
do però che Keitha sia capace di controllarsi in mezzo a uomini sconosciu-
ti.» Sospirò. «Dovremmo cercare le migliori di noi, e non quelle capaci di
sopravvivere fra i terrestri! Uno dei punti chiave del nostro addestramento
consiste nel renderci dure e inflessibili, ma questa è anche una debolezza...
una società deve essere aperta alle nuove cose, se vuole crescere e trasfor-
marsi come desideriamo noi. Kindra diceva che dobbiamo imparare da tut-
to ciò che incontriamo.»
Magda disse con esitazione: «Forse potremmo descrivere in una riunio-
ne le richieste dei terrestri e chiedere delle volontarie. Eventualmente si
potrebbe far venire una delle donne terrestri, perché le Sorelle vedano che
non è diversa da loro.» Cholayna Ares, pensò, riuscirebbe a capire le A-
mazzoni e la Loggia, e le Rinunciatarie rispetterebbero la sua forza e la sua
integrità.
«Niente in contrario. Io stessa vorrei conoscere alcune di queste donne
terrestri, Margali. Tra l'altro...» le sorrise, «... mi aiuterebbe a capirti me-
glio. Presto o tardi ci dovranno essere degli incontri di questo genere.»
Jaelle disse, esitante: «Forse... voi potreste venire a visitare il campo dei
terrestri, Madre! E si potrebbe invitare qualcuna di loro a cenare nella
Loggia, per poi farla parlare nel corso di una riunione.»
Magda era lieta che il suggerimento venisse da Jaelle invece che da lei.
Anche se la faceva sorridere l'idea di un regolare centro di reclutamento
installato presso la Loggia!
«Ci penserò», disse Lauria. «Per ora non posso promettervi di più, anche
se sono curiosa di vedere il campo. Ma adesso dovete andare a letto.»
Quando furono uscite, Jaelle disse a Magda: «Non ti dà fastidio, vero?
Lauria ha pensato che come tua madre di voto, preferissi dormire con te».
«Oh, va benissimo», rispose lei, pensando a quante notti avevano tra-
scorso insieme, in viaggio. Giunte nella stanza, Magda chiese: «E Peter,
come sta?»
«Oh, sta bene», rispose Jaelle, imbronciata, e Magda non volle insistere.
Le trovò una camicia da notte; era un po' lunga, e Jaelle sembrava una
bambina con i vestiti della madre. Si sedette sul bordo del letto e disse:
«Mi ricorda il mio arrivo. A quell'epoca non c'era nessuna bambina nella
Loggia, e Kindra non aveva trovato un vestito adatto a me. Ho imparato a
cucire per adattare i vestiti alla mia taglia».
«Quanti anni avevi, quando sei arrivata qui, Jaelle?»
«Oh, dodici, mi pare.»
«Dove sei nata?»
Jaelle aggrottò la fronte e disse in fretta: «Shainsa. Almeno, così mi di-
cono; non ricordo molto. Voi terrestri, con le vostre macchine, mi avete
già costretto a ricordare tutto quello che sapevo. Ma io non voglio ricor-
darmene: sono cose che ho sempre preferito dimenticare».
«Non so neppure dov'è Shainsa. Nelle Terre Aride, mi pare.»
«Sì. Nel deserto, oltre Carthon», disse Jaelle, con irritazione. «Non ho
fatto il bagno, prima di cena. Vado a vedere se c'è una vasca libera.»
Scese al bagno comune e Magda, che aveva freddo nonostante la pesante
camicia da notte, s'infilò sotto le coperte. Aveva i piedi gelati; per scaldar-
seli, se li massaggiò a lungo, e si chiese perché i darkovani non avessero
mai inventato la borsa dell'acqua calda. Forse potrei diventare un benefat-
tore dell'umanità reinventando lo scaldaletto, pensò. Si chiese perché Jael-
le ci mettesse tanto: che si fosse addormentata nella vasca? Non si svegliò
quando Jaelle s'infilò sotto le coperte e, grazie ai familiari suoni della Log-
gia e al profumo del materasso pieno di erba secca, si addormentò profon-
damente, per la prima volta da quando era entrata nel campo terrestre.
Magda sognò. Era nell'armeria... o era la grande sala di Ardais, dove a-
veva danzato per la festa del solstizio d'inverno? C'era anche Rohana, ma
aveva i capelli tagliati corti, come le Amazzoni, e c'era anche Peter, ma
dovevano arrivare al Passo di Scaravel prima che nevicasse, e Peter insi-
steva perché lasciasse la sala con lui. Ma Peter era di Jaelle e non aveva il
diritto di farle quelle richieste. Alla fine uscì con lui sul balcone, ma il bal-
cone era diventato la strada che portava al covo dei banditi di Sain Scarp.
Vide Rumal di Scarp, ed estrasse la spada per non farlo entrare nella Log-
gia; la spada si mosse da sola, per difendere Peter, e continuò a colpirlo
nonostante il suo gesto di resa, anche se la cosa l'avrebbe disonorata come
Amazzone, finché non lo vide morto ai suoi piedi, in un lago di sangue. La
neve che soffiava sul Passo divenne una tempesta di sabbia, e ai piedi di
una roccia vide il lago di sangue, alla luce del sole nascente, e urlò, urlò...
Si svegliò di scatto, e si accorse di essere inginocchiata sul letto, e che le
coperte erano cadute a terra. Ma era stata Jaelle a urlare, o forse era qual-
cun altro che urlava, una persona vista nel sogno. La stanza era illuminata
da una debole luce lunare.
«Maledetti sogni...» disse Jaelle. «Mi spiace, cara. Ma ho avuto un incu-
bo. Vuoi che dorma sul pavimento?»
Magda scosse la testa. «Ho avuto un incubo anch'io. Ne ho sempre, dopo
le sedute.»
«Anche tu? Io rimanevo sveglia per ore, dopo ogni seduta, perché avevo
paura dei sogni. Tu cosa hai sognato?»
Magda cercò di afferrare i frammenti del sogno. «Ero a Sain Scarp.
Combattevo contro qualcuno. C'era un lago di sangue...» non lo disse, ma
al centro del lago di sangue aveva visto una faccia simile a quella di Peter.
«Io credo di avere sognato mia madre», disse Jaelle, abbassando la guar-
dia per un momento. «Quando sono sveglia, non ricordo la sua faccia... ero
giovanissima, quando è morta. Ma la vedo negli incubi. So che è morta nel
deserto, non ricordo altro.» Magda, però, le lesse nella mente l'incubo: il
sangue che si allargava sulla sabbia, l'orrore che non le permetteva di
muoversi... Per spezzare quella paralisi, si chinò a prendere le coperte.
«Non hai caldo, così coperta?» chiese Jaelle.
«Caldo? Dio, no! Sono congelata», disse Magda, infilandosi sotto le co-
perte. Sentì l'assoluto bisogno di un caffè bollente o di qualcosa di simile.
«Nel sogno c'era anche la Nobile Rohana, ma era vestita come un'Amaz-
zone, o c'erano delle Amazzoni, non ricordo... e qualcuno che moriva dis-
sanguato... no, non ricordo altro. Cosa c'è, Jaelle?»
«Niente, comincio ad avere freddo anch'io», disse Jaelle, battendo i den-
ti. «Al campo terrestre fa troppo caldo, mi devo essere abituata.»
«Peter non si è mai voluto interessare dei sogni», disse Magda. In qual-
che modo, le era venuta in mente quell'immagine. «Diceva sempre che e-
rano cose per i medici e per gli psicologi, e che se volevo parlare dei miei
sogni, dovevo cercare uno psico-tecnico, che mi avrebbe ascoltato per do-
vere professionale. Lo dice anche a te?»
Jaelle scosse la testa. «Mi ha detto solamente che le macchine possono
dare degli incubi.»
«Ma un corticatore ben regolato non dovrebbe dare fastidi», disse Ma-
gda, preoccupata. «Naturalmente, devi farlo regolare sulle tue onde alfa.
Con chi lavori, in questo periodo?»
«Tutti i nomi non li ricordo. Sono tanti...»
«Dovresti avere un ufficio solo per te, come minimo», disse Magda. «Ci
ho messo degli anni, per uscire da quella gabbia di matti dell'ufficio del
Coordinatore, e adesso, dopo tutta la mia fatica per isolarmi dalla massa, ti
hanno di nuovo messo laggiù? Jaelle, come esperto di lingue, hai diritto a
un tuo ufficio... occorre lottare per i propri diritti, soprattutto se si è donne,
altrimenti ti calpestano!»
Jaelle trasse un respiro di sollievo. Dunque, il suo odio per l'ufficio af-
follato, con le scrivanie una accanto all'altra, non era un segno di insucces-
so, come pareva credere Peter. Anche Magda lo odiava.
«Tu sei un esperto specifico, non un'impiegata qualsiasi», le ricordò
Magda. «Insisti per avere quello che ti è dovuto. Altrimenti non ti rispette-
ranno mai.» Spostò il cuscino. «Ah, quello che davvero mi manca, qui
dentro, è un bell'orologio con le cifre luminose! Non sai mai che ora è.»
Quella era una delle cose che Jaelle aveva apprezzato di più: essere libe-
ra dalla tirannia dell'orario. «Io invece non ne sento affatto la mancanza»,
disse.
Dopo qualche tempo ripresero a sognare. Erano in una torre, al piano più
alto, e lei e Magda erano l'una dirimpetto all'altra. In qualche modo, Ma-
gda riusciva a vedere sia con i propri occhi, sia con quelli di Jaelle, e sol-
levavano un oggetto color dell'iride, simile a un reticolo scintillante. Sopra
di loro c'era una cupola trasparente, molto robusta, che li proteggeva du-
rante il lavoro... un lavoro molto importante, ma non vedevano quale fosse.
C'erano anche Marisela e un bell'uomo di una quarantina d'anni, vestito di
verde e d'oro come i Ridenow, che guardò Jaelle e le sorrise: per un lungo
istante si fissarono, e Jaelle fu certa di poterlo riconoscere, se l'avesse in-
contrato nella vita reale. L'uomo chiese: Siete fuori del tempo, o è un so-
gno, bambina mia? ma lei non seppe che cosa rispondere. C'era anche u-
n'Amazzone, con la faccia tonda e il naso all'insù... Jaelle l'aveva già vista,
ma non ricordava il suo nome. Qualcosa si stava sviluppando sotto le loro
mani, e Magda ne era molto orgogliosa. Qualcuno le disse all'orecchio:
Tutti noi qui presenti abbiamo dovuto superare almeno una vita, e Magda
sentì ripetere un verso molto antico: "Chi vive più di una vita deve morire
di più di una morte". Si affrettò a dire, preoccupata: «È già brutto dover
morire una volta, no?»
«Oh, morire non è niente», disse Marisela, «io l'ho fatto centinaia di vol-
te. Ti abituerai.»
Magda parlava a un uomo alto, dai capelli chiari, che Jaelle non riusciva
a vedere in faccia. Assomigliava un poco ad Alessandro Li, ma non era lui;
prese in braccio Magda e le fece attraversare una cortina di fiamme... Jael-
le sentì il fuoco bruciare i piedi dell'amica e cercò di correre ad aiutarla,
ma il reticolo iridescente le scivolò via dalle mani. Un istante più tardi si
trovò fra le braccia di Peter, ma non era Peter, era suo cugino Kyril Ardais,
e lei si disse con irritazione che avrebbe dovuto contargli le dita, prima di
andare a letto con lui. Poi divenne uno dei banditi che le avevano assalite,
e Jaelle stava per dare alla luce suo figlio, ma erano sole sulla parete di
ghiaccio di una montagna, e lei cercava Rohana perché Jaelle sarebbe mor-
ta nel dare alla luce il figlio del bandito se Rohana non fosse arrivata in
tempo. Stava morendo dissanguata sulla sabbia del deserto, il vento sca-
gliava la sabbia contro la loro faccia e Jaelle gridava nel dare alla luce il fi-
glio...
Si svegliarono di nuovo, l'una nelle braccia dell'altra. Magda fece per ri-
prendere le coperte, ma Jaelle la fermò.
«Gli dei siano lodati, sono al sicuro con te, sorella», disse, ansimando.
«Ero così spaventata...» E si strinse a lei e la baciò.
Per un momento, Magda si sentì di nuovo come nel sogno, magicamente
fusa con i pensieri di Jaelle. Poi si staccò bruscamente da lei, tutta treman-
te. Che cosa le succedeva? Le girava la testa, il sole le bruciava gli occhi.
S'infilò la vestaglia e corse nel bagno, a tuffare la faccia nell'acqua fredda.
Vide Irmelin, sotto la doccia, e quella vista le fece venire i brividi. La
ragazza si voltò a guardare Magda.
«Già sveglia? Sei di servizio in cucina? O devi aiutare le mungitrici?» Si
allontanò dalla doccia e prese l'asciugamano. «Qui ho finito», disse. «Stai
male?»
Sì, avrebbe voluto dire Magda, ma si limitò a scuotere la testa.
«Comunque, non mi sembri a posto. Perché non ti fai dare qualcosa da
Marisela e non cerchi di dormire?»
Magda non voleva disturbare Marisela, ma l'idea la tentava: ritornare a
letto e non pensare più a niente. Ma la cosa che la faceva stare male era
proprio il desiderio di ritornare da Jaelle e di lasciare che l'amica la confor-
tasse... Ma non poteva mostrarsi a Jaelle con quel desiderio: non poteva
mostrarlo a nessuna...
Sono gelosa di Jaelle... perché adesso è di Peter.
Ritornò nella sua stanza per cercare i vestiti. Jaelle la guardò con preoc-
cupazione.
«Figlia di voto», disse, «che cosa ho fatto? Perché sei preoccupata?»
Cercò di leggerle la mente, ma il suo limitato potere non glielo permise.
Capì solo che era profondamente preoccupata. Ma perché non si lasciava
consolare da lei? Magda s'infilò le scarpe e corse via; quando Jaelle la an-
dò a cercare, qualche tempo più tardi, non la trovò né nel refettorio né in
altre parti della casa. Chiese di lei, e Rafi le rispose, perplessa, che si era
offerta di andare ad aiutare le mungitrici.
Jaelle si adirò. Se preferisce lavorare nella stalla invece di vedermi, fac-
cia come vuole. Si sedette vicino a Rafi e si versò una tazza di semolino.
«Benissimo», disse, «parliamo di affari, perché devo ritornare al campo
terrestre tre ore dopo il levar del sole.»

CAPITOLO 10
IL CASTELLO DEGLI HASTUR

Jaelle era certa di aspettare un figlio, ma non l'aveva ancora detto a Pe-
ter. In cuor mio vorrei che lo capisse senza bisogno di dirglielo. Che me lo
leggesse nella mente come farebbe Kyril. Eppure, lei non poteva accusare
Peter di non essere quel che non era. Lei aveva sempre rifiutato i Comyn:
la prima volta quando, da bambina, aveva chiesto di entrare nella Loggia
invece di rimanere con Rohana. La seconda volta a quindici anni, quando
aveva preso il Giuramento invece di farsi addestrare in una Torre e poi di
sposare un Comyn. Non avrebbero voluto rinunciare a lei, perché era trop-
po vicina al capo degli Aillard... anche se Jaelle non si era mai preoccupata
di sapere quanto.
Il Giuramento è chiaro: vieta di avere figli per motivi di eredità o di or-
goglio. Ma, come lei stessa aveva chiesto nel corso della riunione alla
Loggia, come capire se voleva un figlio per se stessa o perché Peter lo de-
siderava? Ora, mentre si dirigeva verso l'ufficio di Cholayna Ares, pensò
che le sarebbe piaciuto parlarne con lei.
Ma Cholayna era il suo superiore, e non una sorella di voto o un'amica!
«Jaelle», disse Cholayna, «questa mattina devo parlare con una delle
Madri della Loggia. Lauria n'ha Andrea. Voglio che mi assistiate come in-
terprete.»
«Sarà un piacere», disse Jaelle, e pensò che Lauria non aveva certo perso
tempo. «Ma voi parlate bene la nostra lingua: non ne avete bisogno.»
Cholayna le sorrise. «So pronunciare le parole, ma voglio essere certa di
usarle bene.»
Jaelle ripeté che per lei era un onore, e Cholayna iniziò a parlare al suo
comunicatore. «Dite alla signora darkovana...» poi s'interruppe. «No, a-
spettate. Jaelle, saresti così gentile da andare tu stessa a prenderla? Tu la
conosci.»
Jaelle si affrettò a obbedire, e pensò che Cholayna capiva intuitivamente
quale fosse il comportamento giusto, il tocco personale, che occorreva per
trattare con i darkovani. Russell Montray non aveva quel genere di intuito,
ma l'avevano Peter e Magda, e anche Monty. E stava a lei fare in modo che
Alessandro Li imparasse ad averlo.
Lauria era in sala d'attesa, con le braccia tranquillamente incrociate: os-
servava l'ambiente, e ai suoi occhi azzurri non sfuggiva alcun dettaglio.
«Davvero un bel posto per lavorare, Jaelle, anche se queste luci così
chiare devono dare un po' fastidio, nei primi tempi», disse Lauria. Poi, nel
corridoio, chiese: «È giusto rivolgere un inchino alla tua datrice di lavoro,
come faremmo tra noi, o devo stringerle la mano? Carilla mi dice che i ter-
restri fanno così, quando si incontrano.»
Jaelle sorrise, perché Cholayna le aveva chiesto le stesse cose. «Per il
momento», spiegò, «un inchino è sufficiente. Conosce il nostro modo di
comportarci e sa che diamo la mano solo agli amici intimi.»
Ma quando le due donne si salutarono, Jaelle ebbe l'impressione che na-
scesse immediatamente tra loro una forte simpatia. Cholayna invitò Lauria
ad accomodarsi e le offerse da bere. «Posso offrirvi un succo di frutta, un
caffè?»
«Assaggerei il vostro caffè terrestre. Ne ho sentito qualche volta l'aroma,
dalle parti del porto franco», disse Lauria e, quando Cholayna riempì la
tazza al distributore, sorrise. «Grazie. Interessante meccanismo. Sarei cu-
riosa di sapere come arrivano queste bevande.» Cholayna le spiegò che
nella macchina c'era solo l'essenza: l'acqua veniva aggiunta al momento
della preparazione, calda o fredda.
Lauria annuì. «E queste luci così chiare? Siete abituati a un simile chia-
rore?»
«Quasi tutti», disse Cholayna. «Ma se vi dà fastidio, posso regolare le
luci della stanza.» Toccò un comando e le lampade assunsero immediata-
mente una colorazione rossiccia. Nel vedere che Jaelle rimaneva a bocca
aperta, Cholayna sorrise.
«È nuovo. L'hanno installato pochi giorni fa. Avrebbero potuto farlo in
tutto il campo, se qualcuno ci avesse pensato. Mi è venuto in mente che, se
devono venire dei darkovani, occorre trovare qualche compromesso. Per
me, tanto per dire, che sono abituata a una luce molto più forte, le normali
lampade sono un po' scure, e devo avere sulla scrivania una lampada parti-
colare. Suppongo che voi siate molto sensibili agli ultravioletti; per esem-
pio, penso che dobbiate fare attenzione al riflesso del sole sulla neve: po-
trebbe accecarvi.»
«Le donne che viaggiano negli Hellers dicono di avere effettivamente
questo problema», confermò Lauria, «e in quelle zone, come saprete, gli
occhiali da sole terrestri vanno a ruba.»
«Mentre io sono in grado di affrontare senza protezione il sole del deser-
to», disse Cholayna. «Mentre ho visto che Jaelle faticava ad adattarsi alle
luci del campo.»
«Sono venuta appunto per questo», disse Lauria. «Volevo vedere di per-
sona l'ambiente in cui lavoreranno le nostre donne.»
«Vi organizzerò una visita del nostro reparto medico. Abbiamo un rego-
lare programma di orientamento per persone provenienti da culture diver-
se. Finora non lo abbiamo applicato, perché i nostri impiegati darkovani
erano troppo pochi. Ma, naturalmente, quando arriveranno le allieve...»
s'interruppe e guardò prima Lauria, poi Jaelle.
La giovane donna disse: «Non conosco le parole "programma di orien-
tamento" e penso che non le conosca neppure la Madre Lauria».
Cholayna spiegò, e Lauria comprese subito.
«È come le sedute di dibattito a cui sottoponiamo le novizie; anche loro
devono cambiare vita e faticano ad adattarsi. Sarebbe meglio, Cholayna...»
Jaelle notò che Lauria non aveva alcuna esitazione a chiamare per nome la
direttrice del >Ì Servizio Informazioni; lei non si era ancora abituata a far-
lo, «... che veniste nella Loggia a parlare con le nostre giovani. Poi si po-
trebbe organizzare la visita al vostro campo e il programma di cui dite. Si
potrebbe preparare un analogo programma», aggiunse dopo un istante,
«per le vostre donne che, come Magda, devono viaggiare nel nostro mon-
do, perché sappiano come comportarsi e...» sorrise, «non corrano i rischi
che ha corso Margali... la signorina Lorne.»
Anche Cholayna sorrise. «L'avevo pensato anch'io. Ve ne saremmo mol-
to riconoscenti. Non è questione di spiarvi, ma, di tanto in tanto, le donne
del nostro reparto Esplorazione devono chiedere ospitalità in qualche casa,
a causa del cattivo tempo, ed è bene che conoscano il comportamento che
ci si aspetta da loro.»
Quando Lauria si alzò per fare ritorno alla Loggia, si erano accordate per
la visita di Cholayna. Entro una decina di giorni, Jaelle e la sua direttrice si
dovevano recare alla Loggia per parlare con Marisela e con le altre donne
che conoscevano un po' di medicina. Poi ci sarebbe stata, una riunione per
scegliere le donne da mandare ai terrestri. Mentre Jaelle la accompagnava
all'uscita, Lauria disse: «Quella donna mi piace. Temevo di trovare una
persona con una mentalità molto diversa dalla nostra».
«Io invece temevo che la giudicassi strana, a causa del suo aspetto», dis-
se Jaelle. Ma Lauria sollevò le spalle.
«Per il colore della pelle e dei capelli? Io sono stata nelle Terre Aride; so
che laggiù hanno la pelle scura per adattarsi al sole del deserto. Per lei è la
stessa cosa. Ma sotto la sua pelle scura è una donna come noi. Un cavallo
bianco e uno nero fanno lo stesso numero di leghe in un giorno, e non sono
così superficiale da giudicarla in base al modo in cui la pelle delle sue pro-
genitrici si è adattata al chiarore del sole. Mi hanno colpito i suoi abiti: so-
no estremamente pratici, per una donna che deve lavorare in mezzo agli
uomini.»
Jaelle abbassò gli occhi sulla propria uniforme terrestre e arrossì. «Stra-
no. Io continuo a pensare che questo modo di vestirsi sia indecente.»
«Ma tu sei nata e cresciuta nelle Terre Aride», disse Lauria, sorridendo.
«Per tutta la tua infanzia hai saputo che i vestiti delle donne servivano ad
attirare sul loro corpo gli occhi degli uomini. Sotto l'Amazzone, tu sei an-
cora una donna del deserto, Jaelle: noi tutte siamo figlie dei nostri anni
d'infanzia. Io sono nata sui Monti Kilghard, dove i vestiti delle donne ser-
vono a impedire loro di svolgere i lavori maschili. Ammiro le vostre uni-
formi perché vi permettono la massima libertà di movimento, senza falsi
pudori. Io sono contro un certo tipo di costrizione degli abiti femminili, e
tu contro un altro.»
Jaelle non disse niente. Le parole di Lauria erano identiche a quelle di
Cholayna: che la cosa fosse vera?
«Credevo di essermi scordata le Terre Aride», disse poi.
Lauria scosse la testa.
«Per tutta la vita, non le scorderai. Quando le hai lasciate, eri già quasi
una donna. Puoi decidere di non ricordare, come senza dubbio hai fatto;
ma i ricordi dovrebbero essere una scelta, non un fallimento.»
Per raggiungere l'uscita, passarono davanti all'ufficio Comunicazioni,
quello che Magda aveva definito "gabbia di matti". Quando si trovarono
davanti alla porta, ne uscì Bethany.
«Jaelle! Venivo a cercarti... ti vogliono nell'ufficio di Montray, il Coor-
dinatore. Per un aereo delle Esplorazioni che è stato ritrovato sui Monti
Kilghard. Occorrono degli esperti sugli usi di Darkover. Hanno chiamato
anche Peter.»
«Andrò subito, ma prima devo accompagnare Madre Lauria all'uscita»,
disse Jaelle, e fece le presentazioni.
Lauria le disse: «Porta le tue compagne, quando verrete a visitare la
Loggia. Non è giusto che le donne rimangano separate dalle differenze di
lingua e di cultura. È un tipo di differenza che fa il gioco degli uomini.»
Jaelle la ringraziò, ma non riusciva a vedere Bethany in mezzo alle A-
mazzoni, neppure in visita. Si girò per dire alla ragazza: «Avverti Chola-
yna che vado da Montray».
«Va bene», rispose lei, mentre Jaelle accompagnava Lauria alle scale
mobili. La Madre della Loggia disse: «Con le normali gonne non si riusci-
rebbe a usare un meccanismo simile! Vedi che le vostre uniformi hanno un
senso. Ma, Shaya, mia cara, se devi andare dai tuoi superiori, non farli a-
spettare. Io posso trovare la strada anche in questo labirinto!»
Jaelle la abbracciò con affetto. «Volevo restare con te ancora un poco...
sento molto la vostra mancanza», confessò.
«Allora, il rimedio è semplice», disse Lauria. «Vieni a trovarci più spes-
so.»
Ai piedi delle scale, Jaelle la guardò allontanarsi, in mezzo ai terrestri in
uniforme: l'unica persona diversa, in mezzo alle altre tutte uguali. Poi, con
un leggero capogiro, capì che tutte quelle persone avevano una propria i-
dentità separata, e che, se avesse potuto conoscerle individualmente, le a-
vrebbe trovate diverse l'una dall'altra.
Qualcuno che passava di corsa la toccò leggermente sul braccio, per far-
la spostare. Jaelle guardò chi era: una donna con la divisa scura delle guar-
die di sorveglianza. A una donna come quella, abituata a combattere, po-
trebbero interessare le Amazzoni, ma come cercarla, come fare amicizia
con lei? La osservò con interesse, mentre si allontanava in fretta dalla scala
mobile... e subito venne colpita da un'enorme confusione di voci, da
frammenti di pensieri che provenivano dalla donna delle guardie, dal sol-
dato che apriva la porta per fare uscire Lauria; sentì Peter chiedere dove si
fosse cacciata... era nell'ufficio del Coordinatore, e per la prima volta Jael-
le vide Peter con gli occhi di Russell Montray: il Coordinatore invidiava la
sua libertà di movimento, Haldane faceva il lavoro che gli piaceva, nel
luogo che gli piaceva, mentre lui era inchiodato a una scrivania in un posto
che non gli andava a genio. Quello che il Coordinatore amava, capì, era un
luogo pieno di luce, con un mare azzurro e piccole barche con grandi vele
bianche, mentre perfino suo figlio preferiva quel mondo buio dove ci si
doveva coprire di pellicce come gli animali... Tutti questi pensieri le passa-
rono nella mente in un istante: troppi, una quantità che nessuno sarebbe
riuscito a tollerare.
Jaelle scivolò a terra. Si accorse vagamente che qualcuno chiamava un
sorvegliante, con preoccupazione, e che qualcun altro le esaminava il car-
toncino di riconoscimento. Poi perse i sensi.
Quando riaprì gli occhi, vide Peter sopra di lei, e, dietro di lui, un medi-
co. «Un attimo», disse l'uomo. «Signora Haldane, sa dove siamo?»
«Reparto medicina.» Solo dopo averlo detto si accorse che l'uomo l'ave-
va chiamata con il nome del marito.
«Si ricorda che cosa è successo?»
Aprì un poco la mente... l'assalto di diecimila pensieri, un medico che
ricuciva un piccolo taglio, un uomo in preda all'ira... e si affrettò a richiu-
derla. «Mi girava la testa... Questa mattina non ho mangiato.»
«Questa potrebbe essere la spiegazione», disse il medico. «Niente di
grave, Haldane, se vuole ritornare al lavoro, può farlo. Se preferisce ripo-
sare, le firmo mezza giornata di permesso.»
«Dio, che paura mi hai fatto», disse poi Peter, prendendole la mano.
«Quando mi hanno avvertito che eri svenuta... Amore, non dovresti saltare
i pasti.»
«Ero in ritardo», disse lei, irritata. La sua unica preoccupazione è di non
far aspettare il Coordinatore! Ogni darkovano penserebbe subito al moti-
vo dello svenimento... Non riuscì a capire perché si irritasse: si era irritata
quando Peter aveva espresso il desiderio di avere un figlio, e adesso la irri-
tava la sua indifferenza. Si appoggiò a lui, ma dovette subito scostarsi per-
ché era stata di nuovo assalita dai suoi pensieri.
Peter chiese: «Ti gira ancora la testa?» e insistette per farle mangiare
qualcosa al distributore automatico. Si ricordò di sceglierle i cibi sintetici
che le piacevano, e Jaelle gliene fu riconoscente. Però, mentre mangiava, si
accorse che stava facendo di tutto per non toccare Peter.
Credo davvero che mi possa leggere nei pensieri, se lo tocco? Da dove
mi è venuta questa idea?
O lo faccio per non avere la conferma che non può farlo?
Però, il cibo la aiutò a vincere il sovraccarico di sensazioni. In un altro
momento, Jaelle avrebbe apprezzato la visita all'ufficio del Coordinatore,
da cui si vedevano i Monti Venza, dietro la città, fino al Castello dei
Comyn, e dall'altra parte la Pianura di Valeron. C'erano Montray, il figlio,
Cholayna Ares e varie altre persone, intente a guardare il panorama.
All'ingresso di Peter e Jaelle, Alessandro Li stava dicendo: «Avete un
bellissimo panorama, Russ!»
Il Coordinatore alzò le spalle. «Non è il tipo di panorama che piace a
me, ed è troppo buio. Non vedo niente», disse. Non capisco perché gli in-
digeni non sono diventati ciechi. A Jaelle occorse qualche istante per capi-
re che non l'aveva detto a voce alta. Maledizione, se cominciava a sentire
anche quello che pensavano, oltre a quello che dicevano, sarebbe stata una
riunione ben complicata!
«Bene, ora possiamo passare al nostro lavoro», disse Montray. «Alcuni
dei nostri ci hanno mandato un rapporto su un aereo caduto nei Monti Kil-
ghard. Credo che abbiano finalmente trovato Mattingly e Carr.»
«Ricordate, io sono qui da poco tempo», disse Li. «Chi sono Mattingly e
Carr?»
Gli rispose Wade Montray, Monty.
«Reparto Esplorazione», disse. «Tre o quattro anni fa. L'aereo è caduto
nei Monti Kilghard, e anche se abbiamo svolto ricerche, non siamo riusciti
a trovarlo. Abbiamo pensato che fosse stato sepolto dalla neve. Adesso, al-
cuni dei nostri l'hanno visto.»
«Posso indicarvi il punto esatto», disse uno degli uomini, mostrando un
grosso foglio di carta: una rappresentazione dei Monti, vista dall'aereo. In-
dicò un punto. «Dobbiamo raggiungere l'aereo prima che lo portino via gli
indigeni.»
«Perché?» chiese qualcuno.
Rispose Peter.
«Darkover ha pochi metalli», spiegò. «Chi trova quell'aereo, con il me-
tallo della fusoliera può diventare ricco. Non che la cosa abbia importanza
per noi. Ma ci interessano gli strumenti di navigazione... non vogliamo che
sappiano che tipo di apparecchiature di ricognizione montiamo.»
Li chiese: «Non hanno aerei?»
«Niente di importante. Nelle montagne hanno gli alianti, e li usano so-
prattutto per divertimento, anche se se ne servono per portare messaggi.
Come ho detto, non vogliamo dare troppa pubblicità alle nostre rilevazio-
ni: in base ai trattati non possiamo uscire da certe zone, anche se non sono
stupidi e s'immaginano certamente che abbiamo della gente sul luogo.
Dobbiamo sentire il loro rapporto», disse Peter, e l'uomo del reparto Esplo-
razioni annuì.
«Fate venire gli uomini.»
Cholayna disse: «Ecco il genere di cosa che vorrei fare apertamente con
i nuovi impiegati darkovani. Se le loro conoscenze geografiche sono pri-
mitive, forse potrebbero trovare utili le nostre mappe».
«Lo pensavo anch'io», disse il Coordinatore, «ma in tanti anni non sono
riuscito a combinare molto, in questo senso. Se c'è un posto dove amano le
cose primitive è proprio Darkover.»
«Non direi», obiettò Cholayna, ma Alessandro Li disse:
«Ascoltiamo il rapporto. Di trasformazioni culturali possiamo parlare
più tardi».
Gli uomini che entrarono sembravano dei normali darkovani, ma parla-
vano bene la lingua dei terrestri. Jaelle si chiese chi fossero, e trovò subito
l'informazione cercata. Erano i figli dei militari e dei tecnici terrestri e del-
le donne darkovane di Caer Donn: di solito donne molto modeste: came-
riere e sguattere delle osterie locali. I terrestri li avevano accolti al-
l'accademia del Servizio Informazioni e poi li avevano rimandati su Dar-
kover, come agenti sul campo. Per Cholayna era un sistema sbagliato, ma
non si poteva fare diversamente, perché le loro famiglie darkovane li ave-
vano rifiutati.
Gli uomini avevano scattato varie fotografie. Nel vederle, Jaelle disse:
«Conosco la zona. Sono passata nelle vicinanze». Indicò una particolare
configurazione dei monti: una vetta che assomigliava a una testa di falco.
«È nei pressi di Armida... della Grande Casa di Alton», precisò, vedendo
che Cholayna inarcava un sopracciglio. «Io e Rafi abbiamo accompagnato
laggiù una carovana.»
«Conoscete qualcuno, ad Armida?» chiese Li. Jaelle scosse la testa.
«No, davvero! Una volta, in città, ho visto il vecchio Nobile Esteban,
prima che perdesse la gamba, e un'altra volta, quando ero molto giovane,
sono stata ad Arilinn e ho visto la Nobile Callista, che era Guardiano di
quella Torre, in sella e con un falco sul polso. Ma conoscerli? Appartengo-
no alla più alta nobiltà Comyn, sono Hastur...» Rise. «Per loro, una Ri-
nunciataria è all'ultimo posto della scala sociale!»
«Sì, ma hai dei parenti tra loro», disse Peter. «Ad Ardais, Rohana ci ha
ospitato perché eravamo con te.»
Li la fissava, e Jaelle si limitò a dire: «Oh, Rohana è una persona più u-
nica che rara... non ha pregiudizi verso le Libere Amazzoni e altre basse
forme di vita! Inoltre, mia madre era sua cugina e credo che fossero ami-
che intime, quando erano ragazze, nella Torre. Ho dei parenti tra loro»,
terminò, ridendo, «ma nessuno di loro lo ammetterebbe!»
«Comunque», disse Russ Montray, «riuscireste a trovare quel posto?»
Jaelle prese la fotografia e la studiò.
«A meno che non venga di nuovo coperto da una tormenta», disse, «e la
cosa è tutt'altro che improbabile. Ma è un luogo difficile da raggiungere.
Non capisco come un aereo sia caduto fin laggiù. D'altra parte, non ho mai
capito come i vostri aeroplani stanno in aria, ed è giusto che non capisca
come cadono giù. Però, non abbiamo bisogno di andare a cercarlo», termi-
nò, «visto che ci hanno proposto di portarcelo loro.»
Russ Montray aggrottò le sopracciglia e chiese: «Come avete detto?»
Solo allora Jaelle si resoconto che aveva parlato di una cosa che nessuno le
aveva ancora riferito. «Non so chi vi abbia dato l'informazione, signora
Haldane, ma in effetti, poco dopo avere ricevuto questa notizia dai nostri
agenti sul campo, ci è giunto un messaggio da...» Aggrottò la fronte, cer-
cando le parole. Monty si affrettò a continuare:
«Da uno degli aiutanti di campo del Reggente Hastur. Anche loro hanno
visto l'aereo e si sono offerti di riportarci i corpi degli uomini in cambio di
una parte del metallo recuperato».
Il Coordinatore aggiunse: «Dovremmo dire loro di tenere lontane le ma-
ni! L'aereo è nostro, e chi si credono di essere, questi darkovani? Sono una
colonia come tutte le altre».
«Vorrei ricordarvi», disse Peter, «il Patto di Bentigne, in base a cui una
colonia perduta che si crea una propria cultura non è soggetta a unione au-
tomatica alla cultura madre se non c'è continuità culturale. E nel caso di
Darkover la continuità culturale è la più bassa finora incontrata.»
Monty disse: «Mi sembra una proposta accettabile. Allestire una spedi-
zione di recupero nei Monti Kilghard sarebbe costoso, ammesso e non
concesso di avere l'autorizzazione...»
«È un nostro aereo», insistette il Coordinatore. «Abbiamo il diritto di re-
cuperarlo! Non voglio che gli indigeni tocchino le apparecchiature... sa-
rebbero capaci di fonderle per recuperare il metallo!»
«La spedizione dovrebbe essere allestita dal Servizio Informazioni», dis-
se Cholayna, «anche se la cosa riguarda l'ufficio del Coordinatore. Che c'è,
Russ? Non vi siete preoccupato di chiedere il permesso per i voli di esplo-
razione e temete di venire accusato di rilevazioni illegali all'esterno delle
zone pattuite?»
Il solito pasticcio di Montray. Jaelle si accorse che Peter la teneva per il
braccio: lei gli stava leggendo i pensieri. Probabilmente, tutti i rapporti tra
terrestri e darkovani sono sempre partiti con il piede sbagliato perché
qualche burocrate si è voluto sbarazzare di Montray mandandolo qui. Era
difficile credere che una civiltà così grande commettesse errori così stupi-
di... ma forse, più grande la civiltà, più grandi gli errori.
«Comunque», disse Montray, accigliato, «siamo stati chiamati a collo-
quio con il Reggente, e voi, signora Haldane, conoscete il loro protocollo;
vi abbiamo scelta come interprete. Potete essere pronta entro un'ora?»
Senza staccare gli occhi da Jaelle, disse a Cholayna Ares: «Spero che sco-
priate l'autore di questa fuga di notizie. La signora Haldane non avrebbe
dovuto essere al corrente della cosa finché non gliela avessi detta io. Do-
vreste controllare meglio il vostro personale, Ares».

«Solo qualche istante, poi vi lascio libera di prepararvi», disse Cholayna.


«Mi piacerebbe venire anch'io; forse mi sarà possibile, prima o poi.» Jaelle
le lesse nella mente: Il giorno che questo pianeta sarà meno xenofobo; la
visita alla Loggia potrà costituire un inizio. «Ma, prima di andare, Jaelle,
come sapevate dell'offerta degli Hastur? So di non avervelo detto io: io
stessa non lo sapevo! Siete in ottimi rapporti con Sandro Li... Aleki, voglio
dire. Non riferirò che è stato lui, ma ha parlato quando non avrebbe dovu-
to?»
Jaelle scosse la testa. «Non lo sapeva neppure Peter», disse. «La verità,
Cholayna, è che non so neppure io dove l'ho raccolto. Qualcuno di coloro
che erano nella stanza lo sapeva, e io devo averglielo letto nella mente. Poi
devo avere creduto che lo sapessero tutti.»
Cholayna le posò la mano sulla spalla. «Vi credo, Jaelle. So che su que-
sto pianeta sono assai diffuse le facoltà psi. I primi rapporti ne hanno par-
lato molto, poi c'è stato un completo silenzio. Sospettavo già da qualche
tempo che le aveste anche voi. Non preoccupatevi di Montray, ci penso
io.» Jaelle le lesse nella mente un insulto che non conosceva. «Andate a
prepararvi, e mettetevi qualcosa di pesante; è una bella giornata, ma le mie
facoltà psi mi dicono che sta per scoppiare una tempesta.»
Non guardò verso la finestra, ma Jaelle capì che non parlava del tempo.

Jaelle era ansiosa di uscire dal campo, ma Peter le raffreddò immediata-


mente ogni entusiasmo: si infuriò nel vedere che indossava vestiti di Dar-
kover.
«Che scherzo cerchi di farmi?»
«Perché parli così? Non posso recarmi in città in uniforme: neppure una
prostituta si vestirebbe così a Thendara. Magda aveva l'intelligenza...» s'in-
terruppe prima di dire qualcosa di imperdonabile.
All'esterno il clima era così mite e gradevole che perfino Peter riprese a
sorridere: una giornata di primavera che aveva già tutta la bellezza dell'e-
state, anche se da un momento all'altro poteva cadere ancora la neve. Era
un piacere camminare sulle strade acciottolate di Thendara, lontano dal
ticchettio dei macchinari del campo e dalla musica onnipresente che non
riusciva a coprirli. Peter, Li, Monty e perfino il Coordinatore - la cui av-
versione per il freddo era la favola dell'intero campo - erano usciti con l'u-
niforme leggera. Jaelle prese sottobraccio Peter: non riusciva a tenergli il
broncio in una giornata così bella.
«Peter! Vorresti davvero vedermi vestita come se fossi una donna senza
pudore? Mi mostreresti a tutti gli sconosciuti della città? Quando Cholayna
visiterà la Loggia, le fornirò abiti adatti, ci puoi contare!»
Peter rifletté a lungo, poi disse: «Non è colpa tua, naturalmente. Ma pro-
prio adesso, con Li che deve decidere la sorte della colonia... in giro conti-
nuano a dire che mi sono rovinato la carriera e che potevo essere il prossi-
mo Delegato. Non vedo che importanza possa avere la cosa, dato che non
c'è alcun conflitto di interessi e che ti sei adattata bene al campo. Ma in
questo momento mi pareva meglio non dare troppa evidenza al fatto che
mi sono sposato con una darkovana.»
S'interruppe, e Jaelle si sentì come se avesse ricevuto uno schiaffo. Non
s'era mai immaginata che Peter fosse dominato da una simile ambizione!
Tutto il suo piacere per la bella giornata si dileguò.
La scorta li lasciò al cancello del Castello Comyn, dove un giovane ca-
detto, rigido nell'uniforme nuova e fiammante, li informò con leggero im-
barazzo che il Signore Hastur aveva mandato una guardia d'onore per scor-
tare gli ospiti. Peter lo ringraziò, e Jaelle si chiese se avesse capito che le
guardie non erano laggiù per rendere loro onore, ma per tenerli lontani dai
luoghi dove erano indesiderati.
Vennero condotti in una sala che Jaelle non aveva mai visto, ma lei capì
che era la sala delle udienze. Non pensava che la loro delegazione avrebbe
visto il Principe Aran, neppure per rendergli omaggio; pensava che sareb-
bero stati accolti da qualche piccolo funzionario. Ma se li avevano condotti
in quella sala, significava che il Reggente Hastur si sarebbe occupato per-
sonalmente di loro, e che dunque la cosa era seria. Il Principe Aran El-
halyn, come tutti i principi dei Comyn, aveva solo funzioni protocollari e
decorative; i veri poteri del concilio stavano nelle mani degli Hastur.
Su un tavolo lucido c'erano alcuni frammenti di metallo, custoditi da al-
tri due giovani cadetti in uniforme verde e nera. I terrestri fecero per avvi-
cinarsi, con l'intenzione di esaminarli, ma uno dei cadetti si schiarì la gola
e Jaelle toccò il braccio a Peter. Questi, sottovoce, disse alcune parole al
Coordinatore Montray, che si voltò mentre arrivava, accompagnato da due
altre guardie, un uomo magro e alto, dai capelli chiari, di una trentina di
anni. Indossava un elegante vestito azzurro e argento - i colori degli Hastur
- e aveva un'aria tranquilla e dimessa, ma Jaelle vide che le guardie si com-
portavano con grande deferenza.
Spiegò: «Sono Danvan Hastur, e mio padre, il Reggente, si è dovuto al-
lontanare senza preavviso per una questione di famiglia; ha incaricato me
di darvi il benvenuto; vogliate scusarlo, non è certo per rendervi meno o-
nore che ha inviato me al suo posto». Rivolse un inchino agli ospiti, e Pe-
ter tradusse le sue parole.
Il Coordinatore si rivolse a lui: «Haldane, dica qualcosa sul fatto che l'o-
nore è nostro, e cerchi di fargli capire con diplomazia che prima ci occu-
piamo di questa faccenda, prima può tornarsene agli impegni di famiglia o
quello che sono».
Il giovane Hastur ascoltò con un blando sorriso la traduzione, ma Jaelle
ebbe l'impressione che avesse compreso perfettamente le parole di Mon-
tray.
Esaurite le formalità, Hastur indicò il tavolo: «Queste sono le parti del-
l'aereo caduto che portano lettere o numeri di riconoscimento, che natu-
ralmente coloro che le hanno recuperate non erano in grado di leggere.
Tutto il resto, mi si assicura, è solo metallo nudo, e dovete comprendere
che quelle persone, pur essendo molto povere, sono scrupolosamente one-
ste; nel restituirvi questo materiale, rinunciano a quella che per loro sareb-
be una fortuna. Sarebbe generoso da parte vostra dare una ricompensa.»
Montray disse: «Da noi ci si aspetta un premio per la semplice onestà...
no, non traducete», aggiunse, con un sorriso. «Il loro senso del dovere è
probabilmente diverso dal nostro. Vivessi qui mille anni, e sembra che mi
toccherà farlo, non capirò mai un mondo come questo. L'onestà dovrebbe
essere data per scontata, e i premi dovrebbero riguardare le azioni fuori del
comune.»
Aleki disse, cinicamente: «Via, Montray, non potete essere così inge-
nuo! È questione di relatività. Supponete che qualcuno lasci in giro una pi-
la di diamanti e che vi dica di custodirgli quei sassolini senza valore. Cosa
fareste?»
«Parleremo di morale un'altra volta», disse Montray. «Haldane, gli rife-
risca che lo ringraziamo della sua cortesia e si prenda nota di mandare
qualche regalo a coloro che hanno trovato questa roba.»
A Jaelle ritornò in mente una conversazione con Rohana: «Un certo nu-
mero di attrezzi come vanghe, martelli, accette, sarà il regalo che apprez-
zeranno di più».
«Grazie, Jaelle. Monty, prendine nota», disse Aleki, «e voi, Haldane, e-
lencate quei frammenti, prima di portarli via.»
Peter e Jaelle andarono a controllare i numeri.
«Nella scatola nera, i nastri sono intatti», riferì Peter. «Potremo sapere
perché è caduto l'aereo, anche se probabilmente è stato abbattuto dal ven-
to.» Cercò tra i frammenti. «Solo tre piastrine di riconoscimento? Mat-
tingly, Reiber, Stanforth. Eppure, nei documenti è elencato anche Carr. La
sua piastrina deve essere ancora nell'aereo. Quanti corpi hanno trovato?»
Jaelle tradusse la domanda e Danvan Hastur scosse la testa. «Temo di
non potervi aiutare. Dovreste parlarne con quegli uomini, che sono disposti
ad accompagnarvi ai resti dell'aereo. Ma mi hanno assicurato di avere dato
sepoltura ai corpi. L'aereo, dovete capire, era ai piedi di un burrone presso-
ché inaccessibile. Hanno pensato che non fosse necessario trasportare i
corpi, perché ormai non si poteva più fare niente per loro.»
Jaelle prese in mano uno dei frammenti di metallo, e nella mente le si di-
segnò un'immagine: Un aeroplano che atterra su una stretta terrazza roc-
ciosa, rimane appollaiato precariamente per qualche istante, poi, quando
una figura salta fuori, cade nel burrone...
«Uno degli uomini è sopravvissuto all'incidente?» chiese. «Dove è fini-
to?»
Hastur la guardò, e solo allora Jaelle si accorse di avere parlato in dar-
kovano. «Come sapete che c'è stato un superstite, magistra? Possedete il
potere?»
Lei rispose, balbettando: «Ho toccato questo pezzo... e ho visto un uo-
mo, che usciva di corsa dall'aeroplano e saltava sulla roccia, prima che ca-
desse...»
Peter la guardò con stupore, e Jaelle si accorse che tutti la fissavano. Ha-
stur ignorò i terrestri. «È vero, c'è stato un superstite; abita ad Armida. Ho
un messaggio da parte del Nobile Damon, Reggente di Armida per conto
del Nobile Valdir, non ancora maggiorenne, che l'uomo chiamato Carr è
alle sue dipendenze. All'uomo è stato chiesto se volesse inviare un mes-
saggio ai suoi, e lui ha declinato, dicendo che non aveva parenti in vita e
che probabilmente i terrestri l'avevano dato per morto da vari anni.»
«Non possiamo permetterlo», disse il Coordinatore, quando gli vennero
tradotte le parole di Hastur. «Deve ritornare per regolarizzare la sua posi-
zione.»
Monty disse a bassa voce: «No, tutta la discussione dell'anno scorso ver-
teva appunto su questo. I contratti privati fra cittadini terrestri e datori di
lavoro darkovani sono legittimi». Chiese a Hastur: «Potete dirmi una sola
cosa, signore, chi è il protettore dell'uomo chiamato Carr?»
«Il Nobile Damon Ridenow», disse Hastur, e Monty sollevò le sopracci-
glia.
«Questo chiude la cosa, padre. Se un darkovano di ceto elevato si sente
personalmente responsabile di un terrestre, non possiamo più farci niente.
Il Nobile Domenic, ad Aldaran, ci ha chiesto una decina di esperti nella
progettazione di aerei: vuole avere lassù elicotteri o apparecchi a decollo
verticale. Lorill Hastur ha cinque esperti di colture idroponiche nella Piana
di Arilinn. Se il Signore di Armida vuole tenere con sé questo Carr, l'unica
cosa che possiamo fare è scrivere nel registro che è vivo e che è in uno dei
regni di Darkover.»
Cominciarono a suddividere i frammenti, per riportarli al campo. Hastur
disse: «Sono disposto a organizzare una spedizione di recupero, con guide
capaci di portarvi laggiù, non appena il tempo lo permetterà. Ma ritengo
che ci si debba incontrare quanto prima, per esaminare le condizioni entro
cui sono permessi i vostri voli di esplorazione».
Il Coordinatore disse: «Con tutto il rispetto, signore, non accettiamo la
vostra giurisdizione sui nostri voli. Voi non usate lo spazio aereo e perciò
non ci sono problemi di traffico. Contiamo di proseguire i voli di esplora-
zione fino alla conclusione dei rilevamenti, e pur ringraziandovi della col-
laborazione, non riteniamo di avere bisogno di essa. Darkover è una colo-
nia terrestre, e anche se non interveniamo nelle questioni di politica inter-
na, non riteniamo che i voli di rilevazione rientrino tra le cose a cui potete
opporvi».
Hastur impallidì per la collera. «Di questo, signore, dovete parlare con
mio padre, con il Principe Aran e con il Consiglio dei Comyn; vi consiglio
di presentarvi al solstizio d'estate, se volete, e di sostenere le vostre ragio-
ni. E adesso temo che il dovere mi chiami altrove. Posso aiutarvi per il tra-
sporto di questi oggetti? E vi suggerirei di parlare con le persone che li
hanno trovati, per vendere loro il metallo a un prezzo adeguato o per farve-
lo portare qui.» Si alzò e lasciò la stanza, accompagnato dalla sua scorta; i
terrestri rimasero soli.
«Un tipo flemmatico», commentò Aleki. «Mi piacerebbe capire perché
tutti sono così maledettamente in soggezione davanti a questi Comyn... Ja-
elle», aggiunse, «voi non siete loro parente?»
«Molto alla lontana», mentì lei, ansiosa di allontanarsi da quel luogo.
«E quel metallo? Noi non ce ne facciamo niente, ma non vogliamo tur-
bare l'economia locale scatenando l'equivalente di una corsa all'oro. Qui
abbiamo le parti importanti...» indicò le piastrine di riconoscimento e la
scatola nera, «... potremmo lasciare laggiù tutto il resto. Haldane, Monty,
voi che conoscete gli usi locali, cosa consigliate?»
Peter disse: «Il Reggente di Alton gode fama di essere un uomo ragione-
vole, un uomo d'onore. Non lo conosco personalmente; riferisco solo la
sua reputazione. Suggerirei di mandare qualcuno a parlarne con lui; dopo-
tutto, l'aereo è caduto nelle sue terre».
«Certo», disse il Coordinatore. «E allo stesso tempo possiamo chiarire la
posizione di questo Carr. Che diavolo, se vuole lavorare per i darkovani,
niente in contrario... d'altra parte, non è neppure venuto a chiederci la li-
quidazione!» Rise; Jaelle vide le smorfie degli altri terrestri. Nessuno, a
quanto pareva, gli dava mai retta!
«Ma dobbiamo assicurarci», proseguì Montray, «che non lo trattengano
per cavargli tutto quel che gli può dire su di noi. Tipo lavaggio del cervel-
lo. Potremmo trovarci nella necessità di correre da un momento all'altro a
salvarlo!»
Peter disse, seccamente: «Non riesco a immaginare come il Reggente di
Alton possa compiere un'azione tanto disonorevole».
«Sentite, da che parte state?» chiese Montray. «Prendete sempre sul se-
rio questi indigeni bastardi, ma se le cose sono davvero così semplici, per-
ché non fanno come tutti gli altri mondi, quando arriviamo noi, ossia chie-
derci di far parte della nostra civiltà? Quaggiù succedono cose che non ci
vogliono fare sapere, e ho la sensazione che questi bastardi Comyn ci ab-
biano lo zampino!»
Monty disse, in tono gelido: «In qualsiasi caso, tieni bassa la voce. Do-
potutto siamo nel loro territorio, e se qui c'è qualcuno in grado di capirci,
hai appena insultato la loro più alta nobiltà. Discuteremo le azioni di Hal-
dane quando saremo di nuovo al sicuro nel nostro campo».
Jaelle aggiunse, in tono rigido come quello di Monty: «Se è questione di
essere al sicuro, vi ricordo che la parola di un Hastur è proverbiale, e il
Nobile Danvan si è reso garante della nostra sicurezza. Suggerirei però di
allontanarci, prima di dargli motivo di pentirsi della sua cortesia!»
«Prendiamo questa roba, allora», disse Li. «Possiamo darla alle guardie
quando saremo al cancello; per ora, Monty, Haldane, voi siete giovani, po-
tete suddividerla tra voi? Io prendo questa», disse, e s'infilò in tasca la sca-
tola nera. «La porterò io al settore Aeronautica, anche se non credo che sia
stato niente di più di una tempesta improvvisa. Andiamo.»
Uno dei cadetti si schiarì la gola e disse a Jaelle: «Magistra, vorreste per
favore informare il capitano, o il funzionario... non conosco la sua desi-
gnazione corretta, perdonate questa mancanza di cortesia... che il Nobile
Hastur ci ha ordinato di offrire ogni aiuto necessario per il trasporto di
questi oggetti fino al cancello e in città? Non c'è bisogno che si carichino
come animali; siamo qui per aiutarli».
Jaelle tradusse e il Coordinatore disse: «Muoiono dalla voglia di metter-
ci le mani, vero?», ma Peter, prima che notassero le parole di Montray, si
affrettò a dire: «Grazie, amici», ai cadetti. Poi aggiunse, rivolto ai terrestri:
«Monty, glieli lasci prendere, Li, consegni loro la scatola nera; non c'è
nessun pericolo, e quando una persona del rango del Nobile Danvan offre i
suoi servigi, bisogna sempre accettarli».
«Chi diavolo vi credete di essere, Haldane?» protestò il Coordinatore.
Ma Aleki disse a bassa voce:
«Signore, è l'esperto di protocollo, e ha il diritto di correggere un vostro
ordine in questo genere di situazioni; maledizione, non fate storie!»
Montray non parlò più; imbronciato, seguì i cadetti in direzione del cor-
ridoio.
Non appena uscirono dalla sala delle udienze, Peter disse a bassa voce:
«Mettiamoci contro il muro, tutti! Sta arrivando qualcuno, e dall'aspetto mi
pare gente di rango molto elevato. Lasciamoli passare e per l'amor di Dio
mostriamo rispetto!»
A Jaelle parve quasi di sentire il brontolio del Coordinatore: loro erano
terrestri e non si inchinavano ai signori feudali di una cultura medievale.
Ma Montray se lo tenne per sé e si spostò anche lui verso la parete. L'uomo
alla testa del gruppo che stava arrivando assomigliava al giovane Hastur
che aveva parlato con loro, anche se aveva molti capelli grigi del gruppo e
gli altri; erano nascosti dietro di lui. Poi si udì un grido.
«Jaelle! Bambina cara!» E dopo un istante si trovò fra le braccia di Ro-
hana.
La Nobile Rohana Ardais pareva più piccola, più fragile. I capelli le era-
no diventati più grigi.
«Cara, ti ho cercato alla Loggia, ma non eri laggiù, e non c'era la Madre
della Loggia a dirmi dove ti avrei trovata! Benedetta Avarra che mi ha
guidato a questo incontro, bambina!»
Anche Lorill Hastur abbracciò Jaelle come una parente. Lei rimase leg-
germente sorpresa, come se la cosa fosse successa a un'altra donna. Certo
Hastur vedeva che era un'Amazzone, che aveva rinunciato alla sua posi-
zione tra i Comyn.
«Ti ho visto quando eri piccola», disse l'Hastur, sfiorandole la corta ca-
pigliatura. «Ricordo che avevi dei capelli bellissimi; peccato che le Amaz-
zoni te li abbiano tagliati.»
Confusa, lei gli rivolse un inchino, e per la prima volta l'uniforme delle
Rinunciatarie le parve goffa.
«Ma chi sono queste persone, figliola, e perché sei con loro?»
Danvan Hastur, comparso all'improvviso dietro il padre, disse: «È la de-
legazione terrestre venuta a parlare dell'aereo caduto vicino ad Armida, si-
gnore».
Jaelle spinse avanti Peter e disse timidamente: «Quest'uomo, Signore
Hastur, è il mio libero compagno. È nato a Caer Donn ed è sempre vissuto
fra i darkovani».
«Rohana me ne ha parlato», disse Lorill Hastur, «e ricordo che è uno di
coloro che hanno contribuito al progetto di introdurre fra noi la medicina
terrestre.» Rivolse a Peter un cenno del capo. «Rohana, se volete parlare
con la vostra figlia adottiva, possiamo rimandare di qualche tempo il con-
siglio.» E si allontanò.
«Sì, fermati a parlare con me», disse Rohana, tenendo Jaelle per il brac-
cio. «Ho tante cose da dirti.»
Jaelle guardò Peter e disse: «Grazie, Rohana, ma dovrei...»
«Rimanete al castello, se volete», disse Montray, ma quando le grandi
porte si aprirono davanti a loro, una folata di vento entrò nella stanza, e il
Coordinatore si affrettò a tirarsi indietro. Era una delle tormente primaveri-
li che arrivavano dai monti senza preavviso, e che acquistavano progressi-
vamente velocità nel corso della discesa, per poi coprire di neve Thendara
in pochi minuti. Una volta, ricordava Jaelle, ne era arrivata una addirittura
il giorno del solstizio d'estate. «Il bacio di Zandru...» disse ad alta voce,
poi spiegò a Montray: «Temo che dovremo chiedere ospitalità al castello...
non possiamo uscire con questo tempo. Signore Hastur...»
Lorill Hastur si voltò verso di lei e annuì. Disse a uno dei cadetti: «Ac-
compagnate la delegazione terrestre nell'ala degli ospiti, per favore», e
Monty lo ringraziò in modo impeccabile. Russell Montray ebbe il buon
senso di stare zitto.
«Tu, Jaelle, e tuo marito», disse Rohana, «sarete miei ospiti, naturalmen-
te.» Sorrise. «Il tempo, a quanto pare, ha deciso di venire incontro ai miei
desideri!»
Ma Peter, nel vedere che i terrestri si allontanavano, era sulle spine;
quando fu solo con Jaelle nelle lussuose sale degli ospiti di Rohana, disse:
«Ho dei brutti presentimenti, Jaelle. Montray non conosce il protocollo
darkovano; dovrei tenerlo d'occhio».
«Ci può pensare Monty», disse Jaelle, «e io ho già insegnato molte cose
ad Aleki; riuscirà certamente a evitare che si metta nei guai.»
«Il punto è proprio questo», disse Peter, con ira. «Tu non capisci proprio
niente della situazione, vero? Già, non l'hai mai capita. Io devo essere con
loro, Jaelle, e non chiuso qui, mentre un altro si gode i vantaggi della si-
tuazione. Io voglio il posto di Montray, tutto qui, e se non gli resto vicino,
questo nuovo venuto, questo Sandro Li, approfitterà della situazione per
subentrargli, e io dove finisco? Fuori, in mezzo alla neve, a fare l'agente
sul campo, e non verrò mai preso in considerazione per gli incarichi am-
ministrativi più alti!»
Jaelle, per qualche istante, rimase talmente stupita da non riuscire a par-
lare. L'idea che qualcuno arrivasse addirittura a complottare per avere un
noioso lavoro amministrativo - il tipo di lavoro che i Comyn erano costretti
a svolgere per motivi di nascita, la condanna a cui la nobiltà non poteva
sottrarsi - la sorprese a tal punto da darle l'impressione di non avere mai
conosciuto Peter.
«Allora devi correre», disse, quando riuscì di nuovo a parlare. «Non
possiamo permettere che qualcuno ti scavalchi nella tua ambizione.» Usò il
tono che avrebbe usato con qualche viscido carrierista, ansioso di ricevere
mance e promozioni, ma Peter non si accorse dell'insulto, e Jaelle si chiese
come fosse riuscita a sopportare la sua presenza. Non era più l'uomo che
aveva conosciuto ad Ardais. Era un piccolo e odioso impiegato che pensa-
va unicamente al lavoro e alle promozioni: come aveva fatto a non accor-
gersene?
«Sapevo che avresti capito. Dopotutto, va anche a tuo vantaggio, se fac-
cio carriera», disse Peter, sorridendo, e le diede un bacio sulla fronte prima
che Jaelle facesse in tempo a scansarsi. Lei rimase in silenzio, in mezzo al-
la stanza, pensando che aveva trovato tutte le scuse per non vederlo come
era veramente. E adesso era in trappola, aspettava un figlio da lui.
Devo rimanere tra i terrestri per tutto il tempo del mio contratto, e
quando Peter saprà del figlio, non mi lascerà più andare via.
Le ritornarono alla mente le parole del Giuramento che le vietavano di
avere un figlio per orgoglio. Lei le aveva tradite: adesso lo capiva...
La cameriera alla porta attese ancora qualche istante, poi si avvicinò e la
aiutò a togliersi il mantello. In tono deferente le chiese se poteva portarle
qualcosa da bere, o da mangiare. Jaelle le disse di no, e aggiunse qualche
parola di ringraziamento; voleva rimanere sola per riflettere.
Ma la donna proseguì: «Se non avete bisogno d'altro, la Nobile Rohana
vi chiede di raggiungerla nel suo salotto personale».
Era l'ultima cosa che Jaelle avrebbe voluto, ma si era presentata al ca-
stello di propria volontà e anche lei, come ogni altra donna dei Regni, do-
veva obbedire ai Comyn. Rohana era sua parente, e inoltre era una benefat-
trice della sua Loggia e non si poteva rifiutare il suo invito.
Rohana la attendeva nella piccola stanza, identica a quella di Ardais do-
ve riceveva l'intendente e trattava gli affari del Nobile Gabriel.
«Vieni, figlia cara», disse, e Jaelle, per la forza dell'abitudine, fece per
sedersi sul basso sgabello, ai piedi di Rohana. Poi si accorse di quel che
stava facendo; prese una sedia e si sedette davanti alla donna più anziana.
Rohana sospirò.
«Ti ho cercata alla Loggia», disse, «ma la donna alla porta mi ha saputo
soltanto dire che eri al campo dei terrestri, e io non so come cercarti, lag-
giù. Sono venuta a Thendara anche per te, Jaelle, per conto dei Comyn.»
Jaelle rispose con irritazione: «Non ho niente a che fare con i Comyn.
Ho rinunciato a loro quando ho prestato il Giuramento».
Rohana sollevò la mano e disse, come se Jaelle fosse una ragazzina im-
pertinente: «Non hai ascoltato quello che ti devo dire. Mi hai interrotto,
bambina». Era un rimprovero gentile, ma pur sempre un rimprovero, e Ja-
elle arrossì. In fondo, era stata lei stessa a non voler essere un Comyn co-
me Rohana, ma un suddito, e di rango molto inferiore al suo. Disse la frase
di prammatica:
«Vi chiedo perdono, Nobile Signora».
«Oh, Jaelle...» disse Rohana. Poi riprese il controllo. «Forse non lo avrai
saputo, nel campo dei terrestri, ma il Nobile Gabriel è morto.»
Solo ora Jaelle notò che era vestita a lutto e che aveva gli occhi gonfi.
Piange la sua morte, anche se il matrimonio le è stato imposto, e se lui l'ha
trattata male per gran parte del tempo. Jaelle non aveva mai avuto molto
affetto per Gabriel; ma ricordava quel che lei stessa aveva detto a Magda,
per scherzo: «Oh, Gabriel tratta con cortesia tutto quel che è di Rohana...
cagnolini, parenti poveri, perfino Libere Amazzoni». Anche se si sentiva
offeso dalla sua indipendenza, Gabriel era sempre stato corretto con lei.
«Oh, Rohana, come mi dispiace!»
«È stato meglio così», disse Rohana. «Era malato già da diversi mesi; lui
stesso non avrebbe sopportato la vita da invalido. Dieci giorni fa ha avuto
un attacco del suo male e non siamo più riusciti a farlo riprendere; tra la
mezzanotte e l'alba ha avuto più di trenta crisi, e Alida ha detto che se si
fosse svegliato non sarebbe più riuscito a riconoscerci. Nel dolore, devo
dire che è stato un sollievo quando il suo cuore ha ceduto.» Chiuse gli oc-
chi per un attimo, e Jaelle vide che deglutiva a vuoto. «La Signora Nera ne
ha avuto pietà.»
Jaelle riuscì a dire solo: «Mi spiace davvero, Rohana. È sempre stato
gentile con me, a modo suo». Poi ricordò che il primogenito di Rohana a-
veva venticinque anni; finché Gabriel viveva, Rohana era reggente in no-
me del marito malato, ma ora sarebbe venuta a dipendere dal figlio, che
avrebbe preso il posto del padre. «Adesso Kyril è il Signore di Ardais»,
commentò.
«Lui si sente pronto ad assumere il titolo», disse Rohana. «Avrei preferi-
to che la cosa avvenisse tra qualche anno... o molto tempo fa, quando era
ancora disposto ad ascoltarmi.»
Jaelle poteva piangere la morte del Nobile Gabriel, almeno un poco, ma
aveva sempre odiato suo cugino Kyril, e Rohana lo sapeva perfettamente.
«Sono contenta di non essere una Ardais, e di non dover dipendere da lui»,
disse.
«Lo stesso vale per me», disse Rohana. «La prima cosa che ha fatto è
stata quella di organizzare il matrimonio di sua sorella Lori con Valdir, Si-
gnore di Armida. Valdir non ha ancora quindici anni, e neppure Lori, ma la
cosa non ha certo fermato Kyril; voleva assolutamente quella alleanza con
gli Alton. Non mi ha mai perdonato di non essere intervenuta qualche anno
fa, per farlo sposare con la Nobile Callista di Arilinn, quando lei ha lascia-
to la Torre. Speravo che Lori sposasse tuo fratello Valentin, Jaelle... che
mia figlia ritornasse al mio regno d'origine. Ma naturalmente vostro padre
era un uomo delle Terre Aride e Kyril ha proibito il matrimonio; adesso è
il tutore di Valentin.»
Jaelle aveva visto poche volte il fratello; la loro madre era morta nel dar-
lo alla luce, e lei aveva cercato di dimenticare. Gabriel non avrebbe mai
trattato male un bambino, ma Kyril detestava entrambi i cugini. Jaelle si
era rifugiata tra le Amazzoni, ma per Valentin non c'era stato scampo fino
a dieci anni, allorché lo avevano mandato a studiare al monastero di Ne-
varsin.
«Valentin e Valdir sono fratelli di spada; quando Valdir si sposerà, Va-
lentin andrà da lui come uomo di fiducia, e Valdir gli troverà un buon ma-
trimonio», disse Rohana. «Non devi preoccuparti per lui.»
«Lo conosco poco», disse Jaelle, «ma sono lieta di saperlo lontano da
Kyril. E Lori, cosa dice di un matrimonio? Dopotutto si tratta di un uomo
che non conosce.»
«Oh, lo giudica affascinante», disse Rohana. «Tutti gli Alton sono sim-
patici e brillanti, e Valdir è uno dei migliori. Sai che il precedente erede, il
giovane Domenic, è morto per un incidente durante un allenamento di
scherma, qualche anno fa, e che il regno è governato da un reggente, il
Nobile Damon Ridenow, che ha sposato la sorella di Domenic, Ellemir.
Ma Valdir compirà quindici anni quest'estate, e prenderà il suo posto a ca-
po del regno.»
«Lo so», disse Jaelle, e provò una leggera irritazione. Perché, così al-
l'improvviso, tutto pareva fare capo agli Alton? L'aereo caduto nelle terre
degli Alton. Peter, che diceva che il reggente degli Alton era un uomo d'o-
nore. Le venne in mente anche il sogno che lei e Magda avevano condivi-
so, e in cui compariva un uomo con i colori dei Ridenow. Ma che interesse
potevano avere, per lei, le faccende dei Comyn?
Rohana sollevò la testa, con irritazione, e Jaelle si chiese se le aveva let-
to nella mente. Non sapeva che Rohana, con il suo addestramento delle
Torri, era infastidita dai pensieri da lei trasmessi: lo stesso fastidio che Ja-
elle avrebbe provato, nella Loggia, se qualche novizia si fosse messa a ri-
dere e scherzare in un momento in cui si doveva stare in silenzio.
«Mi dispiace che le faccende dei Comyn ti annoino tanto», disse secca-
mente, «ma cerca di sopportare il fastidio, mentre te le ricordo. Del resto,
riguardano anche te.»
«Quando ho preso il Giuramento delle Rinunciatarie...»
«Quando ti è stato permesso di prendere il Giuramento per mia interces-
sione», le ricordò Rohana. «Ti è stato permesso di prendere il Giuramento,
e di rinunciare al tuo posto nella successione al regno di Aillard, attraverso
tua madre Melora, solo perché ho garantito... non del tutto correttamente,
mi accorgo ora, anche se a quell'epoca non lo sapevo... che il tuo potere
non era utilizzabile. Ma anche se tu puoi rinunciare alla tua eredità, non
puoi imporre un'analoga rinuncia alla tua figlia che deve nascere.»
«Non ho nessuna figlia, nata o da nascere...» cominciò a dire Jaelle, ma
Rohana la fissò negli occhi.
«Continui a mentire a te stessa, Jaelle? O avrai l'insolenza di mentire a
me, negando di aspettare una figlia dal tuo amante terrestre?»
Jaelle aprì la bocca per parlare, ma poi la chiuse subito, perché non ave-
va niente da dire. L'aveva sempre saputo, ma non lo aveva voluto ammet-
tere. Rohana proseguì:
«Quando sono nata io, c'erano molte donne nella successione degli Ail-
lard. Da allora sono passati più anni di quanti io non ami ricordare, e il
tempo non è stato clemente con il nostro regno. Mia madre, la Nobile Lia-
ne, sposò un uomo che prese il suo nome e il suo titolo, invece del contra-
rio.» Solo gli Aillard, tra tutti i Comyn, si trasmettevano il regno per linea
di discendenza femminile, dalla madre alla figlia primogenita. «Mia madre
aveva due sorelle più giovani, e l'ultimogenita era tua madre Melora, Jael-
le. Io e Melora eravamo cugine e sorelle di adozione; siamo cresciute in-
sieme nella Torre di Dalereuth. Io ho lasciato la Torre per sposare Gabriel;
Melora è stata rapita dai banditi delle Terre Aride e ha dato due figli a Ja-
lak di Shainsa: siete tu e tuo fratello.»
Jaelle disse, con un nodo alla gola: «Perché mi ripeti cose che ho sempre
saputo?»
«Perché mia sorella maggiore, Sabrina, non ha avuto figlie, ma solo ma-
schi. Mia sorella Marelie ha sposato un uomo del regno di Elhalyn, e le sue
figlie sono Elhalyn e non Aillard. Volevo che Gabriel rinunciasse a dare il
nome a Lori, ma lui non ha voluto, e negli ultimi anni era troppo malato
per convincerlo; perciò Lori è stata allevata non come erede di un regno,
ma per il matrimonio. Tu, invece, Jaelle, non ti sei sposata; tu sei ancora
una Aillard; anzi, con il tuo Giuramento hai affermato che le tue figlie so-
no solo tue, e non di tuo marito. Tua figlia, Jaelle, sarà l'erede di Aillard,
che ti piaccia o no. Ed erediterà il regno.»
«No! Non voglio!»
«Non puoi fare niente», disse Rohana. «È la legge. Ti abbiamo tenuta
d'occhio fin dalla morte di Melora. Ovviamente, Sabrina non era affatto
contenta di vedersi sostituita da Melora...»
«Soprattutto se si considera che sua figlia ha per padre un bandito delle
Terre Aride», disse con ira Jaelle.
«In qualsiasi caso, Sabrina non può più avere figli. Melora aveva ancora
una sorella maggiore...»
«Almeno lei, avrà dato una figlia agli Aillard?»
«Pensavamo di sì», disse Rohana. «Ha dato una figlia illegittima a Lorill
Hastur; una figlia della festa del solstizio, e l'abbiamo fatta sposare con un
piccolo proprietario. Quella bambina avrebbe ora... gli Dei ci aiutino, come
passa il tempo!... avrebbe più di quarant'anni! L'ho vista una volta quando
era molto giovane; era molto bella ed era destinata a una Torre.»
«Perché non può essere l'erede? O Lorill Hastur è geloso delle proprie
figlie?»
Rohana scosse la testa. «Prima ancora che avesse quindici anni è stata
rapita dai banditi; l'hanno riscattata, ma è fuggita di nuovo e non ne ab-
biamo più saputo niente. Anche se Leonie di Arilinn ci ha detto di non cer-
carla: o era morta, o le era successo qualcosa che le impediva di ritornare
tra i suoi. Ma ormai ho la convinzione che sia morta. Perciò la successione
passa a te, Jaelle, che tu lo voglia o no; e dopo di te passa a tua figlia. Per
questo ti ho chiamato: per dirtelo.»
Jaelle si accorse che involontariamente si era portata le mani sull'addo-
me, come per proteggere la figlia che doveva ancora nascere, la figlia a cui
aveva pensato solo come a una catena che le toglieva la libertà, che la le-
gava a Peter. Ma questo era peggio che dare un figlio a un terrestre: dare
una figlia ai Comyn, per renderla nello stesso tempo padrona e schiava!
«Come Reggente in nome della tua figlia che sta per nascere, e che è l'E-
rede di Aillard, devi prendere il tuo posto in Consiglio», disse Rohana,
«anche se Sabrina è l'attuale Reggente, almeno di nome. A meno che non
voglia affidare a Sabrina la tutela di tua figlia», aggiunse in tono gelido.
«A quel punto potrai continuare a seguire i tuoi desideri di Rinunciataria e
a trascurare il tuo dovere. Ma devi dare alla luce tua figlia e affidarla ai
Comyn, che la alleveranno come richiesto dalla sua nascita.»
«È per metà terrestre», protestò Jaelle.
«Vedo che non capisci ancora», disse Rohana. «Non è la prima volta che
la linea femminile degli Aillard si spegne; ma la cosa non deve ripetersi.
Nelle ultime tre generazioni siamo state sfortunate. Il tuo dovere verso i
Comyn...»
«Non parlarmi del mio dovere verso i Comyn», disse Jaelle, con ira. «In
tutta la mia vita, che cosa hanno fatto per me?»
«Non lo chiedo per te», disse freddamente Rohana. «Hai rinunciato a
quella vita prima di avere l'età necessaria per sapere che cosa significasse.
La vita chiede a tutti di fare promesse prima di avere l'età per rispettarle;
l'onore consiste nel rispettare queste promesse anche quando la cosa ci è
difficile.»
Alle parole di Rohana, Jaelle si era chiesta: Ho tradito il Giuramento
delle Rinunciatarie quando è diventato troppo difficile? Abbassò gli occhi.
Rohana proseguì, con maggiore gentilezza: «Tu hai fatto la tua scelta. Ma
non puoi farla per tua figlia. Conosco le Rinunciatarie quanto basta per sa-
pere che neppure una Madre della Loggia può fare la scelta per la propria
figlia, anche se è nata sotto quel tetto. Tua figlia deve conoscere il suo do-
vere verso i Comyn, deve sapere di essere l'Erede di Aillard, e tu devi sa-
pere quello che le chiediamo. Ti chiedo di prendere il tuo posto in Consi-
glio questa estate, quando Kyril entrerà a farne parte per Ardais e quando
tua figlia verrà scelta per gli Aillard».
«Che alternative ci sono?» chiese Jaelle.
«Spero che tu non ci costringa a pensare ad alternative, Jaelle. Solo se la
bambina morisse, o se tu morissi nel darla alla luce, saremmo costretti a
prenderle in esame.»
Non voglio che mia figlia divenga una schiava. Voglio vivere per me, e
non per quella casta arrogante che ha ripudiato mia madre e l'ha lasciata
nella schiavitù, e poi ha rifiutato anche me perché ero figlia di Jalak. Dis-
se: «I Comyn non mi hanno voluta perché avevo il sangue delle Terre Ari-
de. Adesso la cosa non ha più importanza, e neppure il sangue terrestre di
mia figlia?»
«A quell'epoca», disse Rohana, tranquillamente, «potevano scegliere.
C'erano altri eredi Aillard. Dopo di allora, ci sono state delle morti. Anche
la morte non dà alternative a una donna, ed è una padrona peggiore dei
Comyn. La necessità non guarda in faccia a nessuno, Jaelle.»
E le donne che erano morte, pensò Jaelle, erano parenti di Rohana.
Il sangue sulla sabbia... ma riuscì a cancellare quei pensieri. Rohana non
fece commenti, e Jaelle gliene fu riconoscente. Temeva che se le avesse
letto i pensieri, se avesse saputo del potere che si stava sviluppando in lei,
l'avrebbe tolta al suo rifugio tra le Amazzoni. Ma pensò, più confusa che
mai: Rifugio? Ho tradito anche loro. A chi devo obbedire? Ai Comyn? Ai
miei datori di lavoro terrestri? A mio marito Peter? Alle mie sorelle della
Loggia?
Disse: «Kindra ripeteva sempre che non c'è niente di inevitabile, tranne
la morte e la neve del prossimo inverno. Ci deve essere un'altra soluzione».
«Ah, Jaelle», disse Rohana, chinandosi verso di lei per accarezzarle i ca-
pelli. «La vita non è così semplice. Non ti chiedo di decidere subito. Pensa
a quel che ti ho detto. Chiedi a Peter che cosa ne pensa... è anche sua figlia,
e, comunque la pensino le Amazzoni, ha dei diritti su di lei. Non devi de-
cidere subito. Anche dopo la nascita della bambina, ti chiedo solo di non
chiuderti alle spalle troppe porte. Lasciale la possibilità di scegliere. Tua
madre ha rischiato, e ha perso la vita, perché tu fossi libera, perché non
passassi la vita in catene. Suppongo che sia stato questo a spingermi a trat-
tarti con tanta indulgenza, invece di allevarti come una ragazza dei Comyn.
Melora non ha avuto scelta, io non ho avuto scelta...»
Jaelle fissò Rohana, e solo allora capì che la donna più anziana non ave-
va parlato di se stessa. Non aveva detto a voce alta: Io non ho avuto scelta.
Ma la donna prosegui: «Melora non ha avuto scelta, ed è morta per darti la
libertà; perciò non ho mai voluto obbligarti. Hai goduto di molti anni di li-
bertà; non è ora che tu faccia qualcosa per gli altri?»
Forse ha ragione. Anche Rafi ha cercato di scegliere per Doria, ma la
cosa non ha funzionato...
Chinò la testa e disse: «Ci penserò. Ma certo non sei venuta da Ardais
solo per parlarmi del destino di mia figlia...»
«No, non solo per quello», disse Rohana; dopo la discussione con Jaelle,
era lieta di cambiare argomento, «ma per seppellire Gabriel e per la nomi-
na di Kyril... Ci sarà una riunione straordinaria del Consiglio; gli Hastur di
Carcosa sono già in viaggio, e il Principe Aran con la moglie e la figlia...
ma non credo che queste cose ti interessino. Va' a riposare; dirò di mandar-
ti una cena leggera. Ti terrò informata sul Consiglio, ma dovresti davvero
essere presente per conto di tua figlia e per conoscere gli altri Aillard... ol-
tre a me e a Kyril hai altri parenti, sai, e dovresti conoscerli!»
«Sì, proprio come loro erano ansiosi di conoscere me dopo la morte di
mia madre», ironizzò lei, ma senza astio, perché non voleva offendere Ro-
hana.
L'appartamento per gli ospiti era molto tranquillo, e Jaelle mangiò un po'
della minestra e del galletto arrosto che Rohana le aveva mandato. Pensò
che Peter e i terrestri dovevano essere in qualche lontana ala del castello, e
fu tentata di raggiungerli, ma non conosceva il castello a sufficienza. Si
sedette su una poltrona, lieta di trovarsi in un ambiente che conosceva. No,
anzi, non lo conosceva, perché non era mai vissuta in un ambiente così
lussuoso, che però sarebbe stato suo se avesse scelto di rimanere con i
Comyn. Ma perché le venivano in mente quelle cose? Dopo qualche tem-
po, si addormentò, e venne svegliata da Peter, a notte fonda.
«Scusa se ti ho svegliato, amore», disse lui. «Sarei tornato prima, ma sa-
pevo che eri con Rohana e che si sarebbe presa cura di te. Avevo il dovere
di occuparmi del Coordinatore.»
«Certo», disse lei, che in quel momento, stranamente, sentì di apprezzare
il suo senso del dovere. Forse perché mi sono accorta di non possederlo?
«Hai mangiato?» chiese a Peter. «Rohana mi ha mandato un mucchio di
roba. Ci sono dolci e carne fredda e vino, là sulla tavola.»
«Ho mangiato qualcosa con gli altri», disse. «Ma, a parte Monty, non
amano il cibo darkovano. Montray non lo ha neppure assaggiato: ha detto
di non fidarsi dei cibi naturali, perché quelli sintetici sono più bilanciati e
non contengono germi. Nel sentirli parlare così, mi è venuta voglia di ri-
tornare al lavoro sul campo.» Prese un pezzo di pollo e una fetta di dolce e
si avvicinò a lei. «Adesso, qui dentro, mi accorgo di quanto sia artefatto il
campo terrestre. Chissà tu, come fai a sopportarlo! Forse, finita questa fac-
cenda di Carr, potremmo fare un viaggio a Dalereuth. Il mare mi è sempre
piaciuto, e tu non ci sei mai stata, vero? Solo noi due, come una volta!»
Si chinò su di lei, in fretta, e la abbracciò. «No, non piangere... E pensare
che oggi ti ho trattato male; sono una bestia, pensavo solo alla carriera e al-
le promozioni. Ma adesso capisco quali siano le cose importanti della vita,
capisco che non posso vivere senza te...»
Jaelle cominciò a singhiozzare. «Ascolta, Peter», gli disse poi, «sai che
Rohana è mia parente. Mi ha detto molte cose, e non posso decidere da so-
la.» Gli raccontò tutto, rapidamente, e, come lei si aspettava, Peter non
diede molta importanza al fatto che sua figlia sarebbe stata l'Erede di Ail-
lard.
«La cosa importante è nostro figlio», le disse Peter. «Ora abbiamo un'al-
tra persona a cui pensare.» La baciò con tenerezza, e Jaelle si chiese come
avesse potuto dubitare di lui.
«Prima di ogni altra cosa, Jaelle, ci siamo noi: tu, io... e il bambino.»

CAPITOLO 11
L'INCENDIO

Magda era irrequieta e sentiva il peso della reclusione, anche se adesso


le donne - perfino Rafi - si comportavano in modo più cortese nei suoi
confronti. A volte, dopo essere stata al chiuso per tanto tempo, scendeva in
giardino al solo scopo di respirare un po' di aria di libertà... e trovava che
quell'aria puzzava un po' troppo di stalla!
Continuava a indossare gli scarti recuperati nel cestino dei vestiti usati,
ma la tradizione voleva che lei si preparasse personalmente un cambio
completo di abiti nel corso del mezzo anno di ritiro. Capiva la ragione di
quella usanza - le donne delle classi più alte che entravano a far parte delle
Amazzoni erano abituate a portare vestiti fatti per loro da altre donne, e
dovevano rendersi conto della fatica necessaria per confezionare un abito.
Keitha, diversamente da lei, amava il cucito: in quel momento era intenta a
ricamare un elegante motivo a farfalle sul collo e sulle maniche di una ca-
micia. Magda provava una certa invidia per la sua abilità.
«Oh, per me è un'attività molto riposante», disse Keitha. «Da un mo-
mento all'altro, Marisela può chiamarmi per assistere una puerpera, e ne
approfitto per rilassarmi.»
Per me non è affatto riposante, pensò Magda, e si morse il labbro per
non gridare: si era di nuovo punta il dito con l'ago. «Preferisco pulire la
stalla, invece di cucire!»
«Lo si vede dal tuo cucito!» disse Keitha, esaminando con occhio critico
il lavoro dell'amica. «Chissà quante te ne avrà dette tua madre!»
«Era una musicista», rispose Magda, «e non credo che sapesse cucire
meglio di me; era sempre indaffarata con il suo liuto o con le sue trascri-
zioni.» Elizabeth Lorne suonava nove strumenti e aveva raccolto più di
trecento canti popolari darkovani. Magda non era mai stata molto legata al-
la madre, anche se ora si accorgeva di assomigliarle: entrambe appassiona-
te solo del proprio lavoro e ansiose di primeggiare. Si chiese, adesso che
era troppo tardi per saperlo, come fosse stata la vita matrimoniale di sua
madre. Non si era mai lasciata soffocare dalla carriera di David Lorne, ma
aveva sempre cercato di svolgere un lavoro autonomo.
«Mia madre diceva che non bisogna mai chiedere a una cameriera di fa-
re una cosa che non sappiamo fare noi stesse», disse Keitha. «Altrimenti si
diventa schiave del proprio personale di servizio. Ora sono lieta dell'edu-
cazione che mi ha impartito, anche se il lavoro nelle stalle continua a non
piacermi. Ma Marisela dice che devo sapermi prendere cura del mio caval-
lo e devo essere capace di sellarlo, perché la legge impone a una levatrice
di recarsi ad assistere qualsiasi donna che sia a meno di un giorno di viag-
gio da lei. E dice che non sempre c'è qualcuno che possa prendersi cura dei
miei animali.»
Magda sorrise; nel vocabolario di Keitha, Marisela dice era diventata
una delle espressioni più importanti. Magda sospettava che uno degli scopi
del periodo di addestramento fosse quello di far regredire le novizie all'a-
dolescenza, per poi farle di nuovo maturare in un modo da non dipendere
dalle figure maschili - padri, fratelli, parenti - che dominavano all'interno
delle case darkovane. Se poi, regredite all'adolescenza, si prendevano delle
vere "cotte" per un'altra donna, non c'era niente di male, anche se era cu-
rioso vederlo in Keitha, che manifestava avversione per le relazioni tra
donne.
Si punse di nuovo il dito e lanciò un'imprecazione nel vedere che il filo
le si era ingarbugliato. Oltre a Carilla, altre donne avevano tentato approcci
con Magda, ma lei si era sempre rifiutata. Mentre infilava l'ago, ricordò la
sera in cui si era dibattuto dell'amore tra donne...
Cloris e Janetta se n'erano uscite con l'affermazione che ogni Amazzone
che avesse rapporti amorosi con uomini fosse una traditrice del suo Giu-
ramento. «Chi ci opprime e ci rende schiave? Gli uomini. Come il marito
di Keitha che la batteva e che ha pagato dei mercenari per riprendersela.
Una donna libera come può amare uomini così, che si vogliono imporre su
di lei con la forza?»
«Ma non tutti gli uomini sono così», aveva obiettato Rafi. «I padri dei
miei figli non sono affatto così; a loro, la mia libertà non dà fastidio. A-
vrebbero preferito che abitassi con loro e che mi occupassi della casa, ma
mi hanno lasciato libera di seguire i miei desideri.»
E Keitha aveva gridato, con ira: «Abbandoniamo il marito e veniamo a
rifugiarci qui, credendo di essere salve, e poi scopriamo di non essere al
sicuro dalle nostre sorelle! Qui, in questa stessa Loggia, non più tardi di ie-
ri, una delle mie sorelle mi ha fatto delle proposte illecite!»
Millea aveva detto in tono pacato: «Suppongo che con queste parole,
Keitha, tu intenda dire che qualcuna ti ha chiesto se volevi andare a dormi-
re con lei. Chi ha detto che era una richiesta illecita? Non ti ha lasciato li-
bera di rifiutare?»
«Io, la chiamo illecita!» aveva esclamato Keitha, e Rezi aveva detto, ri-
dendo:
«Veramente, l'hai definita con una parola molto più forte, no? Confesso
di essere io la criminale in questione, e Keitha è scappata via di corsa, sen-
za nemmeno guardarmi in faccia per dire: "No, grazie".»
Keitha era diventata rossa come il fuoco e aveva pianto. «Non volevo fa-
re il tuo nome», aveva detto, «ma adesso te ne vanti?»
«Non vedo perché dovrei vergognarmene», aveva risposto Rezi. «Tra gli
uomini, se due ragazzi si giurano eterna amicizia e continuano a stare in-
sieme anche dopo essersi sposati, nessuno nega loro il diritto di mettere
davanti a tutto la loro amicizia. I poeti cantano le lodi di chi mette il pro-
prio fratello di spada davanti a moglie e figli, ma se due donne si fanno la
stessa promessa, si pensa che valga solo fino al matrimonio. Per me, inve-
ce, le mie sorelle vengono prima di tutto, e non intendo sprecare il mio
amore sugli uomini, che non sarebbero capaci di restituirmelo!»
Mentre Magda rifletteva ancora su quella discussione, giunse Janetta,
che disse: «Margali, Keitha, Madre Lauria vi vuole in corridoio».
In fondo alle scale trovarono, già vestite per andare a cavallo, Carilla,
Rafi e Felicia, con un gruppetto di donne della Loggia di Neskaya.
«Margali, Keitha, siete stanche di essere in ritiro? Siete disposte a corre-
re qualche pericolo? C'è un incendio nelle terre degli Alton. Le Amazzoni
non sono tenute per legge ad andare, ma possiamo recarci anche noi,
quando gli uomini ne hanno l'obbligo. La legge non vi obbliga», ripeté,
«ma potete andare se volete.»
«Io vado», disse Magda, e Keitha aggiunse, timidamente:
«Io sarei lieta di andare, ma non so che aiuto potrei fornire».
«Questo», disse una delle donne di Neskaya, «lascialo vedere a noi. An-
che se non puoi combattere il fuoco, puoi aiutare nell'accampamento, ma
ci serve tutto l'aiuto possibile.»
Lauria le guardò per qualche istante, poi disse: «Bene, potete andare. Ri-
cordatevi di comportarvi come si deve in mezzo agli uomini, come se foste
uno di loro, senza i privilegi delle donne. Siete affidate a Carilla e a Rafi:
dovete obbedire loro e non dovete parlare con nessuno, e in particolare con
nessun uomo, senza il loro permesso. Chiaro? Bene. Andate a prepararvi,
prendete i vestiti pesanti e gli stivali più robusti. Portatevi biancheria per
quattro giorni, e tornate prima che batta l'ora».
Nel prepararsi, Magda tremava per l'eccitazione. Era anche un po' im-
paurita, ma si disse che era più forte di tanti uomini che dovevano andare a
spegnere gli incendi perché la legge glielo imponeva.
Rafi disse piano a Magda e Keitha: «Alcuni degli uomini con cui viag-
geremo cercheranno di fare conversazione. Qualunque cosa vi dicano, voi
non dovete rispondere; fingete di essere sorde e mute. Se vi mettono le
mani addosso, potete difendervi, ma dovete abituarvi alla loro ostilità, per-
ché non ci si può fare niente.»
Il punto di riunione era alle porte della città; gli uomini che aspettavano
laggiù appartenevano a tutte le categorie, ed erano accompagnati da una
quarantina di guardie in uniforme, comandate da un ufficiale giovane e
sveglio che dimostrava poco più di quindici anni.
«Valentin Aillard, al vostro servizio, magistra», disse rivolgendo un in-
chino a Rafi. «Le vostre donne sono le benvenute; ci serve tutto l'aiuto
possibile. Avete viveri e attrezzi?»
«Li abbiamo caricati sulle nostre bestie da soma», disse Rafi, e indicò al-
le donne di mettersi in fila. Il giovane ufficiale doveva avere insegnato alle
sue guardie il giusto comportamento, perché, anche se i soldati adocchia-
vano con curiosità le Amazzoni, nessuno fece commenti. Per gli altri uo-
mini, però, che chiaramente non erano abituati alla disciplina militare, le
cose erano diverse. Ci furono fischi, risate, commenti, qualche frase osce-
na: Magda non se ne curò, Keitha divenne rossa come il fuoco. Nascose la
testa nel cappuccio, e Magda ebbe l'impressione che piangesse. Le donne
di Neskaya, tutte sulla quarantina, cavalcarono accanto agli uomini senza
degnarli di uno sguardo, mentre Carilla, che aveva fatto per anni il merce-
nario, cavalcava con le guardie e chiacchierava con loro.
Keitha mormorò: «Perché lei parla con gli uomini, mentre noi ne abbia-
mo il divieto?»
«Forse perché non si fidano ancora di noi», le rispose Magda. «Perché,
tu hai voglia di parlare con loro?»
«No!» esclamò Keitha. «Ma mi sembrava strano.»
Lo aveva notato anche Magda. Forse Carilla sapeva riconoscere gli uo-
mini che la accettavano come uno di loro. In qualsiasi caso, Carilla sfuggi-
va a ogni regola.
Cavalcarono per tutto il pomeriggio e per parte della notte. Alla fine, il
giovane ufficiale diede l'alt e li fece accampare in un prato. Le Amazzoni
mangiarono appartate e più tardi stesero le coperte attorno al loro fuoco.
Rafi disse: «Keitha, tu dormirai con me, e Margali con Carilla. Quando sa-
remo tra uomini, dormiremo sempre a due a due, per chiarire loro che non
cerchiamo compagnia. Se qualcuno si fa delle strane idee, possiamo difen-
derci».
Magda capiva che la cosa aveva un senso, anche se le pareva che gli
uomini, oltre a farsi l'idea che le Amazzoni volevano la loro compagnia, se
ne sarebbero fatta un'altra, anch'essa sbagliata. Alzò le spalle e si disse che
gli uomini potevano pensare quello che volevano, perché la cosa non la ri-
guardava, ma nel prepararsi il giaciglio accanto a quello di Carilla si sentì
leggermente imbarazzata.
Rafi chiese a una delle donne di Neskaya: «Dov'è mia figlia? Speravo di
vedere Doria con voi».
«L'ho invitata a venire», rispose la donna, «ed era ansiosa di accompa-
gnarci, ma non stava molto bene e ho preferito lasciarla alla Loggia.»
Rafi disse con ira: «Mia figlia che scansa il lavoro per una piccola indi-
sposizione! Io andavo a cavallo fino al momento del parto!»
L'altra donna alzò le spalle. «Non tutte le donne sono uguali; se a te
piacciono i lavori faticosi, li vuoi imporre anche a lei? Sono certa che se ci
fosse stato bisogno di tutte le braccia, sarebbe venuta... non mi sembra af-
fatto una scansafatiche. Ma eravamo già in numero sufficiente. Non preoc-
cuparti per lei, Rafi; adesso non è più con te. Se dovesse dare segni di pi-
grizia... e finora non è questo il caso... se ne occuperanno le Madri della
Loggia di Neskaya.»
Rafi trasse un sospiro e disse: «Suppongo che tu abbia ragione». Poi ri-
mase in silenzio. Dopo qualche tempo, l'altra donna disse:
«Le nostre figlie devono faticare più di coloro che vengono a noi dall'e-
sterno. Da loro ci aspettiamo molto di più, non è vero?» Magda vide che la
donna di Neskaya le accarezzava la testa. «Io ho una figlia che ha lasciato
la Loggia e si è sposata. È felice, ha due figli, e il marito la tratta talmente
bene che neppure io posso lamentarmi, ma continuo a considerarla come il
mio fallimento. Almeno tua figlia è una di noi, e non è né la serva né la
schiava di alcun uomo.»
Carilla mormorò a Magda: «Se avessi parlato così a Rafi, mi avrebbe da-
to uno schiaffo. Sono lieta che glielo abbia detto un'altra». Si alzò e chia-
mò le altre donne. «Prima di addormentarci», disse, «Annelys vi spiegherà
come si combatte il fuoco.»
Annelys era una delle donne di Neskaya. Spiegò alcune elementari misu-
re di sicurezza, disse che soprattutto avrebbero dovuto obbedire esattamen-
te agli ordini. Intanto, attorno all'altro fuoco, uno degli ufficiali diceva agli
uomini le stesse cose.
«Se si trattasse solo delle guardie», disse Carilla, «potremmo accamparci
con loro. Ma alcuni di quegli uomini sono dei mezzi banditi, e non mi fido
di loro. Nel dubbio, meglio essere prudenti.»
Annelys sbadigliò. «Be', oggi è stata una giornata dura, e domani sarà
ancora più dura. Dormiamo.» E si chinò a spegnere il fuoco.
L'indomani, verso mezzogiorno; cominciarono a sentire l'odore e il ru-
more del fuoco: una sorta di basso brontolio. In cima a una collina, una fila
di uomini era intenta a scavare un fosso per rompere l'avanzata delle
fiamme. Altri, nel frattempo, abbattevano gli alberi.
Magda e Felicia vennero mandate a costruire un argine; Keitha venne
mandata all'accampamento, dove c'erano donne che cucinavano e che por-
tavano l'acqua. Carilla e alcune altre si unirono alle squadre che abbatteva-
no gli alberi.
Magda, dal punto dove lavorava, non riusciva a vedere il fuoco, ma ne
sentiva distintamente il rumore. Il rastrello che le avevano dato le faceva
venire le vesciche, e dopo qualche tempo cominciò a farle male la schiena.
Più tardi arrivarono alcuni uomini con il secchio dell'acqua; quando giunse
il suo turno, Magda si raddrizzò e bevve. Solo in quel momento l'uomo che
lavorava accanto a lei la guardò in faccia e disse: «Per tutti gli inferni di
Zandru, ma è una ragazza! Cosa ci fate, qui, magistra?»
«Quello che ci fate voi... combatto il fuoco», rispose Magda, prima di ri-
cordarsi l'ordine di tacere. Il vecchio che le aveva dato l'acqua disse: «Cosa
ci fa in mezzo a tutti questi uomini una bella ragazza come voi? Perché
non siete all'accampamento, dove ci sono mia moglie e le mie figlie?» Ma
lei gli riconsegnò la tazza, non parlò, riprese il rastrello e continuò a lavo-
rare. Dopo qualche istante, il vecchio si allontanò, scuotendo la testa.
Nessuno aveva spiegato a Magda il lavoro che stavano facendo, ma era
abbastanza chiaro: lungo una certa fascia, dovevano togliere tutto quel che
poteva bruciare, in modo che l'incendio non potesse proseguire. Al tramon-
to giunse un altro gruppo a dare il cambio, e Magda era talmente stanca
che non riusciva quasi a tenere la schiena dritta. Nel campo c'era un posto
dove ci si poteva lavare le mani e la faccia, e le donne passarono loro sco-
delle piene di minestra. Magda rimpianse l'assenza di una doccia, ma lag-
giù erano tutti nelle stesse condizioni: sudati, sporchi e affumicati. Magda
si avviò verso le latrine, ma una donna di un'altra Loggia la fermò e le ri-
cordò l'ordine di stare sempre in coppia. La cosa era un po' imbarazzante,
ma fu lieta di non essere sola, quando vide la faccia di alcuni uomini che
circolavano lì attorno.
Barbari. Fra i terrestri potrei lavorare in mezzo agli uomini e nessuno si
sognerebbe di darmi fastidio... Le donne comuni, protette dalle lunghe
gonne e dalle cuffie, potevano andare dove volevano, e nessuno le avrebbe
toccate, perché erano proprietà di qualche uomo che avrebbe punito ogni
eventuale offesa. Le Amazzoni appartenevano solo a se stesse, e quindi e-
rano di chi le voleva. Barbari, pensò di nuovo Magda.
Quando le Amazzoni si prepararono il letto, all'estremità dell'accampa-
mento loro riservata, Keitha mormorò: «Le donne sono peggio degli uo-
mini. Hanno continuato a guardarmi come se fossi una bestia con tante
gambe cascata nella minestra, e una di loro mi ha chiesto perché non ero a
casa a guardare i figli. Io ho detto che...»
«Lascia perdere», disse Rafi, gentilmente. «Ciascuna di noi conosce
queste cose. Ormai ci siamo abituate, e ti abituerai anche tu. Sii orgogliosa
di te; se quelle donne non ti capiscono, sono loro in difetto.» Magda si sor-
prese nel sentire tanta gentilezza da parte di Rafi, che di solito non soppor-
tava la timidezza di Keitha.
«È vero, però», disse Carilla. «Le donne sono peggio degli uomini. Una
volta che si rendono conto che noi lavoriamo con tutte le nostre forze e
non chiediamo un trattamento particolare, gli uomini ci accettano. Le don-
ne no. Sentono che noi, lavorando accanto agli uomini, siamo una minac-
cia per la loro condizione privilegiata: come possono convincere i mariti di
essere fragili e delicate, quando ci siamo noi a dimostrare il contrario? Kei-
tha pensava che il suo lavoro fosse più facile del nostro, ma invece è assai
più duro. Voi siete giovani e graziose, e potreste avere tutti gli uomini che
desiderate; questo, le donne non ve lo perdoneranno mai, ed è meglio che
lo scopriate subito.»

L'indomani mattina, il cielo era coperto. «Speriamo che la pioggia spen-


ga il fuoco», disse Carilla, nell'infilarsi gli stivali. «Margali, bambina,
fammi vedere le mani.» Quando scorse le vesciche, disse: «Prendi questa
crema, ti indurirà la pelle», e gliela spalmò sulle mani prima che si infilas-
se i guanti. Poi si misero in fila per farsi dare la colazione: tazze di polenta
e verdure. Da bere c'era birra e un forte liquore di cereali. Gli uomini fece-
ro vari commenti, e Magda tenne gli occhi bassi e fece finta di essere sor-
da. Carilla, invece, rideva e scherzava con gli uomini; molti di loro la co-
noscevano e la rispettavano. Spiegò che aveva combattuto al loro fianco
nel corso dell'ultima guerra di confine.
Quando prese il suo posto accanto a Felicia lungo la linea frangifiamme,
un uomo disse: «Ehi, bellezze, cosa ci fate, con quel vecchio soldataccio
della vostra amica? Cosa vi hanno fatto, vi hanno preso quando ancora non
sapevate quel che vi siete perse? Venite con noi, vi facciamo vedere un
nuovo divertimento...»
Magda non si curò dei commenti. Le avevano dato un rastrello troppo
corto, e si rialzò per fare cambio con quello di Felicia. Quando tornò al la-
voro, vide giungere un uomo, di corsa.
Era magro, non molto alto, e aveva i capelli rosso-castano; sulle spalle
portava un mantello verde e arancio. «Il fuoco ha scavalcato l'argine in
quella direzione», gridò. «Non andate da quella parte! Ritornate indietro e
spostate gli uomini, spostate i carri, dobbiamo allontanare l'accampamen-
to.»
Tra gli uomini corse un mormorio. «È il Nobile Damon», disse qualcu-
no, e gli uomini si affrettarono a eseguire gli ordini. Magda aiutò a caricare
su un carro coperte e vettovaglie, e vide che il nuovo venuto parlava con
preoccupazione ai capi-squadra e, con un lungo bastone, disegnava sul ter-
reno una piantina dei nuovi argini. Qualcuno gli porse un boccale di birra;
lui ne bevve una sorsata, si sciacquò la bocca e la sputò via, poi bevve tut-
to il boccale e ne chiese un altro. I suoi abiti, di fattura elegante, erano
sporchi e stropicciati come quelli di tutti gli altri, e aveva la voce roca per
la stanchezza e per il fumo.
«Smettila di guardare», le disse Carilla, seccamente. «Va' all'altro carro
e portalo via; ma fa' attenzione, non far imbizzarrire i cavalli.»
Magda prese i cavalli per la briglia, ma gli animali, sentendo vicino il
fuoco, nitrivano e cercavano di impennarsi. Alla fine, si tolse la fusciacca
che portava alla vita e cercò di legarla attorno agli occhi dell'animale. Il
cavallo sentì l'odore del fumo e cercò di allontanarsi; allora Magda si fece
dare da Keitha il suo grembiule e lo usò per bendare l'animale. A quel pun-
to il cavallo la seguì senza timore, e lei continuò a parlargli piano per cal-
marlo.
Il Nobile Damon scese verso di loro. «Buona idea», disse. «Tenetevi a
destra del torrente asciutto e montate l'accampamento laggiù...» indicò il
punto, «dietro quegli alberi. Attorno al campo, liberate una zona larga al-
meno un braccio. Portate anche loro...» indicò alcune donne che seguivano
il carro. Poco dopo si mosse anche l'altro carro, e i cavalli bendati si lascia-
rono condurre lungo il pendio.
Nel punto indicato dal Nobile Damon, le donne cominciarono a scaricare
i carri, passandosi il materiale l'una con l'altra. Magda aiutò a scaricare le
coperte.
«Ecco qua», disse porgendone un'ultima pila alla donna che la aiutava,
«queste sono le nostre; potreste metterle laggiù?»
La donna la fissò con ira e lasciò cadere a terra le coperte. «Portatevele
da sola», disse. «Non sono la serva di voi altre sporche...»
E aggiunse un insulto che fece rimanere Magda a bocca aperta. «Sorel-
la», chiese lei, «che cosa abbiamo fatto, per meritare questa offesa? Siamo
qui per aiutarvi a spegnere il fuoco.»
La donna fece una smorfia. «Gli Dei mandano l'incendio per punirci dei
nostri peccati, perché abbiamo tollerato l'esistenza di gente della vostra
razza; è la terra stessa che grida contro la vostra vergogna. Io non sono so-
rella di gente come voi!» Girò la schiena a Magda e si allontanò da lei.
Magda, tremante, si chinò a raccogliere le coperte. Aveva le lacrime agli
occhi. Inciampò in una radice e per poco non le lasciò di nuovo cadere.
«Lascia che ti aiuti, sorella», disse una voce, e Magda vide una donna
che non conosceva. Aveva i capelli tagliati come quelli delle Amazzoni, e
portava l'orecchino delle Rinunciatarie, ma indossava una gonna normale.
La donna prese una parte delle coperte; Magda non riuscì a parlare e si li-
mitò a fissarla. Aveva già visto quella donna, aveva già sentito la sua vo-
ce...
«Sei una di noi, sorella?»
«Sono Ferrika n'ha Fiona», disse la donna. «Non badare a queste donne
ignoranti, un giorno insegneremo anche a loro. Sono la levatrice di Armi-
da», continuò, posando le coperte nel punto indicato da Magda e chinan-
dosi a lisciarle. Ma qualcuno gridò:
«Dov'è la guaritrice? Ci sono tre uomini con bruciature!»
Ferrika disse in fretta: «Parleremo più tardi», e corse via, con l'ampia
gonna che spazzava la polvere. Con i calzoni si stava meglio, pensò Ma-
gda. Se quella donna era una Rinunciataria, perché non si vestiva come le
altre?
Più tardi venne inviata a portare via i rovi: un lavoro faticoso che in bre-
ve tempo le lacerò i guanti e gli abiti. La nuova linea frangifiamme sem-
brava talmente lontana dal fuoco che Magda chiese, stupita: «Pensano
davvero che l'incendio arriverà anche qui?»
In risposta, la donna a cui aveva parlato disse: «Guardate là».
A bocca aperta, Magda vide che il fuoco aveva superato una collina, alla
loro destra, ed era arrivato al punto dove era installato il loro vecchio ac-
campamento. I pini da resina bruciavano come torce, e le faville salivano a
decine di metri d'altezza.
«Tutti a scavare l'argine!» gridò un uomo. «Anche le donne! Se non ci
sono vanghe sufficienti, usate i rastrelli, le mani nude, quello che avete!
Siamo in lotta con il tempo!»
Magda si mise al lavoro dove era stata inviata. Il fumo le bruciava la go-
la; sollevò la tunica fino a portarsela sopra la bocca e cercò di respirare at-
traverso quel filtro; rimpianse di non avere un fazzoletto attorno ai capelli,
come le donne di quella regione. Alcune donne del villaggio lavoravano
accanto a lei e s'erano sollevate le gonne, fino al ginocchio, ma i suoi cal-
zoni le davano una maggiore libertà di movimenti. Lei e le sue compagne
portavano via i cespugli perché gli uomini potessero abbattere gli alberi, e
Magda sentì le conversazioni: tagliare quegli alberi era un peccato, ma non
si poteva lasciar bruciare tutta la regione! Un uomo la toccò sulla spalla e
le indicò una sega a doppio manico; lei pensò che non doveva averla rico-
nosciuta, perché le altre Amazzoni non facevano quel lavoro, ma lo seguì
senza fare commenti.
Quando giunsero i ragazzi che portavano l'acqua, Magda vide di nuovo
il Nobile Damon, che passava lungo la striscia di terreno libero. Pensò che
fosse a capo dell'intera operazione: una specie di ingegnere.
«Non serve a niente!» diceva a qualcuno che Magda non era in grado di
vedere. «Da lassù è meglio andarsene, e lasciare che bruci tutto; ormai non
c'è più niente da fare, bisogna concentrare tutti i nostri uomini su questo la-
to. Così possiamo tenere ferma la linea e impedire all'incendio di raggiun-
gere Syrtis... laggiù ci sono almeno cinque villaggi!» Guardò in direzione
degli uomini che si fermavano per qualche istante, mentre veniva passato
loro il secchio. Vide Magda e le rivolse un cenno.
«Questa mattina guidavi i cavalli, non è vero, ragazzo? L'hai pensata
giusta. Mi serve qualcuno con un po' di buon senso: deve portare un mes-
saggio agli uomini che stanno dietro quel colle. Fatti sostituire da quel-
l'uomo là...» lo indicò, «... e vieni qui.»
Magda ricordò che le era stato proibito di parlare con gli uomini, ma la
cosa non era certo valida per gli ordini dell'uomo che dirigeva le operazio-
ni! L'uomo la guardava appena: osservava il fuoco e il fumo che si stavano
avvicinando.
«Sali su quella collina, e dall'altra parte troverai un gruppo che lavora ai
comandi di un uomo molto alto, biondo come quelli delle Terre Aride. Se
non lo trovi, chiedi del Nobile Andra. Digli che deve togliere tutti gli uo-
mini dalla sua vallata e che deve lasciarla bruciare, non c'è rimedio. Inoltre
spiegagli che ho bisogno dei suoi uomini per impedire che le fiamme si e-
stendano verso Syrtis. Hai capito?»
Magda ripeté le sue parole, mantenendo il tono di voce quanto più basso
possibile. «E da chi dovrò dirgli che proviene il messaggio, Nobile Signo-
re?»
Lui la guardò per la prima volta. «Oh, non sei uno dei miei, vero? Sei
del gruppo di Thendara. Digli che glielo manda il Nobile Damon. Ora, cor-
ri!»
Magda si allontanò nel fitto sottobosco. Quando giunse in cima all'altu-
ra, vide il fuoco sulla collina che avevano lasciato quella mattina: le fiam-
me si avvicinavano progressivamente alla nuova linea; il luogo dove ave-
vano fatto colazione era completamente incendiato, ma tra il fuoco e gli
uomini c'era una larga striscia di terreno spoglio. L'odore era orribile, e si
sentiva anche quello della carne bruciata: Magda pensò agli animali in-
trappolati dal fuoco.
Quando vide il gruppo di uomini di cui le aveva parlato il Nobile Da-
mon, scorse tra loro una figura alta e magra, che conosceva bene, in tunica
grigia e calzoni pesanti: Carilla. Magda la riconobbe grazie agli stivali bas-
si, da Amazzone, perché s'era coperta la faccia con un fazzoletto: il caldo e
la polvere erano terribili. Eccetto lei, nella fila lavoravano tutti a torso nu-
do.
Magda avrebbe voluto fermarsi a parlarle, ma il suo messaggio era trop-
po urgente. Proseguì lungo la fila, alla ricerca di un uomo alto e biondo. Il
fumo era molto denso, saliva dalla valle, e lei non riusciva a vedere; chiese
in fretta a un uomo: «Dov'è il Nobile Andra? Un messaggio dal Nobile
Damon».
Tra colpi di tosse, l'uomo le indicò una fitta nube di fumo, e Magda cor-
se in quella direzione. Sentì qualcuno gridare, ma non riuscì a distinguere
le parole. Infine scorse un uomo imponente, con un cappello dalla tesa
molto larga, di pelle chiara e alto quasi due metri.
«Il Nobile Andra?» gridò, e l'uomo si voltò.
«Avevo dato ordine di non seguirmi qui.»
«Un messaggio dal Nobile Damon», disse lei, in fretta. Tossì, poi ripeté
il messaggio. Il fumo la faceva lacrimare. L'uomo alto, Andra, imprecò.
«Ha ragione, naturalmente, ma speravo di salvare i pascoli, lassù. Que-
st'estate i cavalli avranno fame! Bene, scendete in fretta e ditegli che gli
porterò tutti gli uomini entro mezz'ora.»
Magda annuì, continuando a tossire. Andra la guardò con preoccupazio-
ne.
«Dovreste togliervi in fretta da questo fumo. Venite di qua...» Le fece
strada verso gli altri uomini: si tolse il cappello e lo agitò per farle aria.
«Tutti indietro, il Nobile Damon ha bisogno di noi! Raimon, Edric,
prendete gli attrezzi e scendete...» Poi, all'improvviso, gridò un avverti-
mento:
«Attenzione! Guardate laggiù! Lasciate tutto e correte via... Il fuoco!»
Magda vide con orrore la nuova parete di fiamme: risaliva lungo la valle
da lei attraversata per raggiungere Andra. All'improvviso, entrambi furono
avvolti da una nube di fumo soffocante, e Magda, quando cominciò a cor-
rere, prese a tossire, inciampò e cadde. Ma, dopo un istante, venne solleva-
ta da due braccia robuste e venne portata fuori del fumo; Andra la posò a
terra e la fissò.
«Dio santo!» esclamò... parlando in terrestre! Magda lo guardò senza
capire, e lui scosse la testa e disse, nel dialetto delle montagne: «Scusate...
voglio dire che dobbiamo fare una corsa; avete qualcosa da legarvi sulla
faccia?» Magda si strappò un pezzo di camicia... non era il momento di
avere falsi pudori! Del resto, il fumo era troppo fitto: non si vedeva a un
palmo.
«Bene», disse Andra, sbrigativamente, e la prese per mano. «Non preoc-
cupatevi, non vi lascerò andare, ma dovete fidarvi di me; magari vi scotte-
rete un po', ma è meglio che finire arrosto e fare da cena a Zandru! Affer-
ratevi!»
Tenendosi per il braccio, corsero verso il fuoco. Magda sentì una vampa-
ta di calore, sentì l'odore dei suoi capelli che bruciavano e un fortissimo
dolore alle piante dei piedi; gridò, ma continuò a correre, con Andra che la
teneva per il polso. Poi, a un tratto, uscirono dalle fiamme e dal fumo. Tos-
sivano e ansimavano, semisoffocati; Magda piangeva. All'improvviso, tut-
to divenne buio e lei scivolò a terra.
«Ferrika!» gridò Andra. «Dov'è la guaritrice? Chiamate qualcuno, in
fretta! Dobbiamo portare giù questo giovane, ha rischiato la vita per venire
ad avvertirci...» Sollevò Magda senza sforzo, come se fosse un bambino,
poi la fissò con stupore e disse in un soffio: «Dio santo, è una donna!»
Lei disse, con la voce rotta: «No... non ho niente... mettetemi giù...»
Lui scosse la testa. Solo in quel momento si accorse che tutt'e due ave-
vano parlato in terrestre. «Mettervi giù, maledizione, vi siete bruciata gli
stivali. Ma chi siete?»
«Un'Amazzone della Loggia di Thendara...»
«Sì», rispose lui, scettico, «lo vedo. Ma chi siete veramente? Servizio
Informazioni, eh?» Sullo sfondo della sua faccia annerita dal fumo, gli oc-
chi brillavano come scintille d'acciaio. «Chiunque siate, avete del fegato,
ragazza mia. Questi vostri stivali sono ormai da buttare.»
Ferrika, l'Amazzone che Magda aveva visto quella mattina all'accampa-
mento, giunse di corsa, accompagnata da Carilla.
«Signore, l'Amazzone di Thendara dice che il messaggero è una di loro e
che la porterà dalle sue sorelle...» S'interruppe ed emise un grido di dolore
nel vedere gli stivali bruciati di Magda, i suoi piedi ustionati e sanguinanti.
«Sorella, fatti curare queste ferite.»
Andra annuì. «Prendetevi cura di lei; devo portare questi uomini dal No-
bile Damon, allontanatevi in fretta da questo colle. Devo correre da Damon
per farmi dare le sue nuove istruzioni.»
Ferrika e Carilla sollevarono Magda: ora cominciava a sentire un terribi-
le dolore ai piedi, ma continuava a fissare la figura del Nobile Andra che si
allontanava da loro.
Servizio Informazioni, eh? E aveva parlato in terrestre. Eppure Damon lo
conosceva e lo accettava come uno dei suoi parenti. Che cosa stava succe-
dendo, laggiù ad Alton? Continuava a tossire, le lacrimavano gli occhi e le
faceva male il petto; notò vagamente che Ferrika e Carilla la stendevano su
una coperta. Comparve anche Rafi, con un bicchiere di acqua fresca: glielo
accostò alle labbra. Carilla disse: «Ho visto che le fiamme ti circondavano,
Margali, e ti davo già per spacciata...»
Rafi disse con irritazione: «Vedo che è riuscita a cadere dove c'era un
bell'uomo pronto a salvarla».
«Lasciala stare, Rafi, non vedi che è ferita?» disse Carilla. «Doveva ri-
manere laggiù a farsi bruciare? Non so se avrei avuto il coraggio di correre
in mezzo al fuoco come lei, neanche se fosse stato il Signore Hastur a te-
nermi per mano, e non il Nobile Andra.»
«Chi è il Nobile Andra?» chiese Magda, tra un colpo di tosse e l'altro.
«Cognato del Reggente; ha sposato la sorella gemella della Nobile Elle-
mir», spiegò Ferrika. Guardò il fronte di fiamme che avanzava, e aggrottò
la fronte. «Che cosa fanno i Sapienti, lassù? Dovevano...» Poi s'interruppe
e disse: «Sorella, dobbiamo medicarti i piedi. E tu, Carilla», continuò,
«niente più lavoro sulla linea del fuoco. Nel bricco c'è infuso di levani,
protegge dal fumo; prendine in fretta una tazza, e portane un'altra alla tua
sorella...» Guardò Magda, perplessa. «Non so il tuo nome», disse, «ma de-
vo già averti vista...»
«Questa mattina mi hai aiutato a spostare le coperte», disse Magda, ma
Ferrika scosse la testa.
«No, prima», rispose, e all'improvviso Magda ricordò dove aveva visto
quel naso all'insù, quella faccia tonda. La sera della sua prima seduta di
Dibattito, alla Loggia, quando la sua mente era entrata in contatto con le
Sorelle di Avarra... e si accorse che anche Ferrika la riconosceva e che la
fissava con curiosità. La guaritrice mormorò alcune parole in una lingua
sconosciuta, e Magda scosse la testa. Ferrika sembrava ancor più perplessa
di prima, ma si limitò a dire: «Bevi questo, ti farà bene alla gola».
Magda assaggiò la pozione calda e amara; fece una smorfia nel sentirne
il gusto, ma in effetti le tolse il bruciore alla gola e l'infiammazione agli
occhi e al naso. Anche Carilla ne bevve una tazza; poi, con la manica, pulì
dalla fuliggine la fronte dell'amica.
«Vediamo i piedi», disse Ferrika. «Hai altre ferite?»
Carilla ascoltava con ansia. Magda aveva una piccola scottatura alla
fronte e si era bruciata un po' di capelli, ma non erano ustioni gravi. Ferri-
ka le tolse gli stivali e aggrottò la fronte.
«Stivali così leggeri... ora capisci perché non sono adatti al lavoro in
prima linea?» la sgridò Ferrika. Si erano bruciati subito, e la guaritrice do-
vette servirsi di un paio di pinzette per staccarle dalla pelle gli ultimi pezzi.
Magda strinse i denti per non gridare.
«Una brutta scottatura», disse Ferrika. «Per almeno un paio di giorni non
devi camminarci sopra. E può darsi che sia più profonda di quanto sem-
bra.» Ma, con sorpresa di Magda, non le toccò le piante dei piedi; si limitò
a tenere la mano accanto alla pelle, a pochi centimetri di distanza: prima
un piede, poi l'altro. Infine si rialzò, con un sospiro di sollievo. A Magda
tornò in mente la Nobile Rohana, che ad Ardais, quando aveva curato Jael-
le, era seria e concentrata, ma non aveva toccato la sua brutta ferita. Era il
Potere?
«È meno grave del temuto», disse Ferrika, «ma non è neppure una ferita
superficiale; si è bruciata la pelle, ma non il muscolo. Con stivali più spes-
si non ti sarebbe successo niente. Devo fasciarti e dovrai farti trasportare
dalle tue sorelle; non puoi assolutamente camminare.»
Magda piangeva, e non soltanto per il fumo di prima. «Sono venuta per
aiutare, e adesso vi sono di peso...»
«Sei stata ferita sul campo», disse Carilla. «Lascia fare a noi.»
Ferrika era intenta a frugare nella sua borsa delle medicine. Era molto
simile a quella di Marisela. «Carilla, passale sulla faccia questa lozione,
mentre io le fascio i piedi. Fatevi dare un paio di stivali da qualche vec-
chio, giù all'accampamento, che possa andare scalzo.»
Ferrika le unse le ferite con un unguento dall'odore pungente, e poi le fa-
sciò i piedi, senza stringere. Carilla le passò sulla fronte la lozione che le
aveva dato la guaritrice. Alla fine, Ferrika disse: «Devo ritornare in prima
linea. Laggiù hanno bisogno di me».
Carilla si alzò. «Anch'io devo ritornare...»
«Tu resti qui», le ordinò Ferrika, e Carilla la guardò con ira.
«Perché?»
«Perché sei troppo vecchia per questo lavoro; non saresti dovuta veni-
re», disse Ferrika. «Sei più utile nell'accampamento, insieme con le don-
ne.»
«Preferirei lavorare con le mucche!» disse Carilla, indispettita, e si al-
lontanò prima che Ferrika potesse aggiungere una sola parola. La levatrice
la guardò allontanarsi, e trasse un sospiro.
«Già lo sapevo; Carilla deve sempre dimostrarsi più forte di tutti, uomo
o donna che sia! Tu, Margali, rimani qui e cerca di riposare», le ordinò, e
poi fece ritorno alle linee. Magda si sdraiò; i piedi le facevano meno male
di prima, ma il dolore era ancora forte. Dopo qualche tempo, quando co-
minciò ad abituarsi al male, si guardò attorno e vide che era sola, a parte
una donna che accudiva ai fuochi e un vecchio che respirava a stento e che
era avvolto nelle coperte; quando la donna le si accostò, Magda temette
che venisse a insultarla, ma la donna disse solo:
«Se avete bisogno, chiamatemi; ne volete un'altra tazza?»
Si accorse di essere assetata; accettò una tazza dell'infuso bollente e a-
maro.
«Mi avevano detto che qualcuno si era bruciato, ma pensavo che fosse
uno dei ragazzi che portano i messaggi.» Con la testa, indicò il vecchio,
avvolto nelle coperte. «Gaffer Kanzel è finito in mezzo al fumo, questa
mattina, ma con un po' di riposo guarirà. Suo figlio, però, che giudizio, a
portarlo qui! Ma adesso devo andare a girare la minestra... voi siete una
delle Rinunciatarie di Thendara, vero?»
Magda le rivolse un cenno d'assenso, e la donna spiegò: «Ho una sorella
nella Loggia di Neskaya; adesso faccio cambio di posto: c'è una delle vo-
stre donne al fuoco vicino al mio, le dico di sostituirmi qui, se vuole stare
più vicina a voi». Si allontanò, e dopo qualche tempo comparve Keitha.
«Ho sentito che qualcuno si era bruciato, ma non sapevo che fossi tu»,
disse, chinandosi su Magda. «È una brava donna, quella che mi ha manda-
to qui. Sua sorella è una di noi. E ho saputo che ci sono delle Amazzoni
anche tra le guaritrici.»
«Una di loro mi ha medicato i piedi.»
«Devo accudire al fuoco, e devo fare attenzione che la minestra non si
attacchi», disse Keitha, «ma verrò a portarti da bere: quella donna mi ha
detto che devi bere il più possibile. Hai tanto male ai piedi, Margali?»
«Sopravvivrò», disse Magda, «ma per farmi male, mi fanno male. Co-
munque, va' a fare il tuo lavoro, non preoccuparti.»
Con riluttanza, Keitha ritornò al fuoco, e Magda cercò di trovare una po-
sizione non troppo scomoda, sulla terra dura. Dopo qualche tempo si ad-
dormentò: quando si svegliò, il cielo era già arrossato dal tramonto. Keitha
le portò un'altra tazza di infuso e una scodella di minestra, ma Magda non
riuscì a inghiottirla. Giunse anche Carilla, che la aiutò ad assumere una po-
sizione più comoda e le propose di imboccarla.
«No, non ho fame, e poi non riuscirei a mandarla giù», disse Magda.
«Ho solo sete...»
«È perché stai guarendo; devi bere più che puoi, anche se non puoi man-
giare», disse Ferrika, dietro di loro. Quando si girarono, videro che era ac-
compagnata dal piccolo aristocratico dai capelli scuri, il Nobile Damon.
«Magistra», disse a Magda, «sono davvero spiacente che vi siate fatta
male; sono stato io a mandarvi nel pericolo, senza neppure sapere che foste
una donna.»
Magda disse: «Sono una Libera Amazzone», con orgoglio, nello stesso
momento in cui Ferrika diceva:
«Sapete che non dovreste parlare così!»
Lo disse senza alcuna soggezione, e il Nobile Damon le sorrise. Aveva
un'aria esausta; masticava distrattamente un pezzo di carne secca, come se
fosse troppo stanco per sedersi a mangiare come si deve. Aveva ancora la
faccia sporca di fuliggine, ma Magda notò che si era scrupolosamente la-
vato le mani. Posò il pezzo di carne e disse: «Fatemi vedere le vostre fe-
rite, magistra; anch'io conosco un po' le arti del guaritore».
E dopo avere passato l'intera giornata a lottare contro il fuoco, adesso
viene nell'accampamento a visitare i feriti... be', da Damon c'era da aspet-
tarselo! Per un istante, Magda pensò che qualcuno l'avesse detto ad alta
voce, poi si accorse di avere letto i pensieri di qualcuno dei presenti. Vide
che Damon aggrottava leggermente la fronte, e capì che l'uomo aveva con-
diviso per un istante il suo dolore. Forse è troppo stanco per chiudere bene
la mente. Poi l'uomo disse: «Deve fare male, non ne dubito, ma niente di
particolarmente pericoloso. Attenzione a non sporcare le bende; la ferita
potrebbe infettarsi. La cosa è importante. Non dovete mettervi a cammina-
re subito per dare prova di coraggio, lasciate che vi portino le vostre sorel-
le; e bevete più che potete, anche se poi dovrete farvi portare alle latrine
ogni poche ore. Le bruciature creano veleni nel vostro corpo, e voi dovete
liberarvene». Parlò in modo cortese e impersonale come un medico terre-
stre: Magda ne rimase stupita.
Poi l'uomo si alzò per andarsene. «Trasmettete i miei ringraziamenti alle
Madri della Loggia di Thendara e dite loro che sono in debito verso le So-
relle.»
Rafi gli rivolse un profondo inchino. «Voi ci onorate, Nobile Signore.»
«Siete voi che ci onorate», disse Damon, e toccò Ferrika sulla spalla.
«Per il momento, vi lascio con le vostre sorelle. Se avete bisogno di me,
sapete come chiamarmi», disse, e si allontanò. Ferrika andò a visitare una
donna che si era bruciata la mano con l'acqua bollente; poco più tardi, sentì
che ordinava a coloro che avevano respirato il fumo di bere l'infuso medi-
cinale.
«Non la tratta certo come uno dei servitori», disse Keitha, con un legge-
rissimo tono di critica. Una delle Amazzoni disse:
«Forse non lo è.»
«Non conosci Ferrika», ribatté Carilla, con freddezza, «se con questo in-
tendi dire che è la sua concubina. È un'Amazzone.»
«Può darsi che siano solo amici», disse Magda. Le altre la guardarono
con scetticismo, ma quel che lei aveva colto tra l'aristocratico dei Comyn e
la Rinunciataria era un rapporto di uguaglianza, di stima reciproca che
Magda non aveva mai visto tra uomo e donna su Darkover.
Qualcuno disse: «Magistra, ci hanno detto che tra voi c'è una cantatrice.
Ci potete cantare qualcosa? Abbiamo lavorato tutto il giorno!»
Rafi frugò tra i bagagli. Fino a quel momento, Magda non si era accorta
che avesse portato il rryl. «Sarò lieta di suonare per voi, ma ho la gola ro-
vinata dal fumo e non riuscirei a cantare; se qualcuno ha ancora un po' di
fiato, lo invito a cantare al mio posto!»
Si recò in direzione del fuoco. Cholayna spiegò: «Da Neskaya è arrivato
un nuovo gruppo di uomini: sono già al lavoro, e il campo è abbastanza
tranquillo. Ma se dovesse scoppiare qualche incendio imprevisto, come
oggi pomeriggio, ci verrebbero a chiamare».
Magda continuò ad ascoltare in silenzio la musica del rryl e scivolò pian
piano nel sonno. Si accorse vagamente che Rafi aveva smesso di suonare e
che si stava preparando il letto accanto a Keitha, ma venne poi destata dal-
l'arrivo di un gruppo di persone a cavallo, con molte torce. Riconobbe la
voce di Damon Ridenow, insieme a varie altre, e quando guardò nella di-
rezione da cui giungevano quei suoni, vide al centro dell'accampamento
alcune persone che smontavano di sella: uomini e donne con mantelli lun-
ghi, chiari. Alcuni portavano l'azzurro e argento degli Hastur, altri il verde
e nero dei cadetti della guardia cittadina. Carilla si levò a sedere e disse:
«Gli Alton di Armida, già».
«I Sapienti della Torre», esclamò qualcuno.
«Adesso, forse, riusciranno a spegnere l'incendio», disse un altro. «Se
hanno raccolto le nuvole, possono far piovere...»
Anche Magda si sedette sulle coperte, per vedere. Scorse Andra, Damon,
e una giovane donna dai capelli color del rame, sotto il cappuccio azzurro
e argento. La donna si guardò attorno e poi si diresse verso il fuoco delle
Amazzoni.
A voce alta, con l'accento elegante di Nevarsin e di Arilinn, chiese:
«Dov'è la Rinunciataria che oggi si è ferita?»
Magda si schiarì la gola e disse: «Sono io, ma adesso sto già meglio...»
La donna si avvicinò a Magda. Dietro di lei c'era un'altra donna, più alta,
con un mantello verde e nero; Magda vide che era incinta, anche se la don-
na non si lasciava impacciare dalla propria condizione.
La prima donna, quella vestita d'azzurro e più bassa di statura, disse:
«Sono Hilary Castamir-Syrtis, e voi avete rischiato la vita per proteggere
le nostre terre. Ce l'ha detto Andra. Siamo in debito verso di voi, magi-
stra». Si rivolse a Carilla: «Potete toglierle la fasciatura?» e lei si affrettò a
fare come le veniva detto.
La Nobile Hilary si inginocchiò accanto a Magda e, come aveva fatto
Ferrika quel giorno, passò la palma della mano a qualche centimetro di di-
stanza dai piedi di Magda. «Come vi chiamate, magistra?»
«Margali n'ha Ysabet», rispose lei.
«Fidatevi di me; non vi farò male», disse, e toccò un sacchetto di cuoio
che portava appeso al collo. Magda ricordò di avere visto lo stesso gesto
da parte di Rohana, quando Jaelle era giunta in fin di vita al castello di Ar-
dais, e le parve di scorgere, dentro il sacchetto di cuoio, la fluorescenza az-
zurra di una gemma matrice. Hilary chiuse gli occhi per un momento, e
Magda ebbe l'impressione che la fluorescenza diventasse più intensa. Per
un istante sentì come una fiamma che le passava sulle ferite; trattenne il
fiato a causa del dolore, ma il male passò subito e la luminescenza azzurri-
na svanì.
«Adesso i vostri piedi sono guariti, magistra. Penso che non vi daranno
più fastidio, ma la nuova pelle è ancora molto tenera, e per un paio di gior-
ni non potrete camminare. Se non avessi altri malati da curare, mi fermerei
a parlare con voi; anch'io ho molti debiti nei riguardi delle Rinunciatarie.
Vi auguro una buona notte», e si allontanò, insieme con la donna vestita di
verde, che non aveva detto una parola.
Al chiarore del fuoco, Magda si guardò i piedi. Come già si aspettava -
aveva visto operare da Rohana lo stesso tipo di guarigione miracolosa,
quando Jaelle era ferita - non c'era traccia di sangue e di bruciatura. Dove
prima c'erano le vesciche, adesso c'era uno strato di pelle sottilissima: pro-
vò a sfiorarla con il dito e si accorse che era estremamente sensibile: ma
era guarita.
Una delle donne disse in tono sprezzante: «Non sono veri Comyn e la
loro non è una vera Torre. Sapete come li chiamano ad Arilinn? Torre
Proibita... ad Arilinn li hanno messi al bando! Vogliono...» abbassò la vo-
ce, e Magda non riuscì a sentire le sue parole, ma sentì numerose esclama-
zioni di stupore.
Carilla disse chiaramente: «A che servono le Torri, per noi che non fac-
ciamo parte dei Comyn? A parte questi, chi sarebbe disposto a uscire dalle
loro mura per venire a curarci?»
«Non sono per niente d'accordo», disse uno degli uomini, dall'altra parte
del fuoco. «Non è giusto che una Sapiente vada in giro per la campagna, a
mescolarsi con la gente comune! Le Nobili Hilary e Callista sono state
cacciate via dalla Torre di Arilinn, e la Vecchia Maga, se le ha cacciate,
doveva avere i suoi buoni motivi! Se non riuscivano a starsene tranquille
nella Torre di Arilinn, dovevano tornarsene a casa e starsene zitte. Che è
tutto questo andare di qua e di là, a spegnere incendi e a curare la gente
comune... Bah! L'incendio ce lo spegnevamo già noi, non ci servono le lo-
ro stregonerie!»
«Non posso dire nulla contro la Nobile Leonie», rispose Carilla, tran-
quillamente. «Una volta è stata gentile con me, in un momento in cui ave-
vo molto bisogno di gentilezza. Ma forse la Nobile Leonie, chiusa come
una vergine sacra all'interno della sua Torre di Arilinn, non conosce le ne-
cessità di coloro che devono vivere nel mondo, e non sa come cercare
quanti hanno bisogno di aiuto.»
«Ho sentito perfino dire da mia sorella... lei lavora nelle cucine, ad Ar-
mida... che insegnano il potere alla gente comune», disse una donna, con
indignazione. «Come se lo potessimo imparare anche noi! I Comyn di-
scendono dagli Dei! Perché dovrebbero perdere tempo con noi?»
Carilla disse altezzosamente: «Non posso parlare, di fronte a tanta igno-
ranza!»
«Sono come voi Amazzoni!» continuò la donna, con odio. «Visto che
non sapete stare al vostro posto, che non volete sposarvi e avere figli, vor-
reste che anche gli Hastur rinunciassero al posto che occupano! Volete ro-
vesciare il mondo, far diventare servi i padroni, e padroni i servi! Il vec-
chio sistema andava bene per mio padre, e va bene anche per mio marito e
per me! Ma voi altre non avete un vostro uomo, e perciò andate in giro ve-
stite come le svergognate, con i calzoni, a mostrare le gambe ai nostri ma-
riti per portarceli via...»
Carilla rise. «Oh, vi lasciamo cordialmente alle attenzioni dei vostri ma-
riti, non preoccupatevi!»
«Già, perché voi Amazzoni preferite stare con le donne!»
«Basta!» disse una voce autorevole. «Nell'accampamento non si litiga.
Anche qui vale la tregua del bivacco!» Era Ferrika, e la donna che aveva
protestato si allontanò. La guaritrice disse: «Dormite, sorelle: "A litigare
con gli asini che ragliano o con i cani che abbaiano non si vincono cause
davanti al giudice"».
Attorno al fuoco delle Amazzoni scese il silenzio, ma Carilla, nel to-
gliersi gli stivali, era ancora irritata.
«Ho conosciuto la vecchia Sapiente della Torre di Arilinn... non dico
dove, ma è successo quando ero molto giovane», disse a bassa voce, rivol-
ta a Magda. «Mi ha curato quando avevo molto bisogno di cure, fisiche e
morali... ti ho raccontato parte della storia. Ma i Sapienti della Torre di A-
rilinn non sapevano nulla delle esigenze della gente comune. Se quel che è
successo a me fosse capitato a una ragazza di rango meno alto, la Nobile
Leonie avrebbe alzato le spalle e avrebbe detto alla mia famiglia di farmi
sposare il primo disposto a prendersi la merce avariata. Invece, dato che
ero una di loro, si è mossa a pietà di me...» S'interruppe. «Che cosa mi
succede? Chiacchierare a questo modo...»
Magda le strinse la mano. «Non lo ripeterò a nessuno, sorella. Te lo giu-
ro.»
Presto Carilla si addormentò, ma Magda non riuscì a dormire. I piedi
non le facevano più male, ma la nuova pelle le prudeva in modo folle, e lei
sapeva di non doversi grattare.
Dopo qualche tempo si addormentò, ma anche nel sonno continuò a ve-
dere l'accampamento, come se lo guardasse dall'alto. Vide se stessa, Caril-
la, le altre donne raggomitolate per scaldarsi, i fuochi accuratamente chiusi
entro anelli di pietra. Poi scorse i mantelli a colori vivaci degli uomini e
delle donne: l'alto Andra, la Nobile Hilary dai capelli rossi e dal mantello
azzurro, la donna silenziosa - che, a quanto le avevano riferito, era la Nobi-
le Callista - e tutti erano uniti come danzatori, attorno a un alone azzurro,
identico a quello della matrice usata da Hilary per curarle i piedi... intesse-
vano una danza complessa, e allo stesso tempo rimanevano immobili, in-
ginocchiati attorno alla matrice... Ferrika tese la mano verso Magda e portò
nella danza anche Magda, e un attimo più tardi danzavano tutti fra le nuvo-
le, e Magda aiutava Hilary a raccogliere le nuvole per portarle sopra i punti
dove ancora infuriava l'incendio: quando le toccava, erano umide e soffici,
come la pasta del pane. Quando le strinse fra le dita, tutta l'acqua ne uscì,
sotto forma di una pioggia torrenziale...
Magda venne bruscamente destata dalle gocce d'acqua che la colpivano
sulla faccia. Accanto a lei, Carilla si rizzò bruscamente a sedere ed escla-
mò: «Piove!» Attorno a loro, tutti gli uomini gridarono un forte «Evviva!»
Nessun incendio poteva resistere a una pioggia così fitta.
Ed è anche merito mio, pensò Magda, confusa, ma poi si affrettò ad al-
lontanare dalla mente quel pensiero. Senza dubbio aveva sentito le prime
gocce e la sua mente aveva imbastito attorno a esse tutto il sogno. Alcune
donne correvano a ripararsi sotto gli alberi, o portavano sui carri l'equipag-
giamento. Cholayna andò a prendere fra i loro bagagli una grande tela ce-
rata e se ne servì per improvvisare una specie di tenda.
Continuò a piovere a lungo; Magda, dopo qualche tempo, cominciò a ri-
flettere su quella pioggia tanto provvidenziale. Fortuna, capacità di preve-
dere il tempo, o erano davvero stati gli aristocratici Comyn, con le loro
matrici, a crearla? A sostegno di quest'ultima ipotesi, Magda aveva soltan-
to il suo strano sogno?
Ed era stato davvero un sogno? Era poco probabile che fossero riusciti a
far piovere; d'altro canto, era altrettanto improbabile che la Nobile Hilary
riuscisse a guarirle i piedi senza neppure toccarli.
Chi era lei, per stabilire i limiti degli altrui poteri? Un lungo ruggito del
tuono echeggiò dall'alto, e la spinse, istintivamente, ad abbracciare Carilla,
mentre qualcuno protestava: «Maledizione, non potevano far piovere senza
tuoni e alluvioni?»
Certa gente, pensò Magda, nel riaddormentarsi, non è mai contenta...

CAPITOLO 12
RITORNO ALLA LOGGIA

Jaelle si sentiva leggermente strana, al mattino, e aveva preso l'abitudine


di rimanere a letto finché Peter non era pronto a uscire; poi si alzava e fa-
ceva colazione con qualcosa che trovava nell'appartamento, perché all'ini-
zio della giornata le dava fastidio l'odore di cibo del refettorio.
Quella mattina, quando entrò nell'ufficio di Cholayna, vi trovò Monty e
Aleki, intenti a frugare negli archivi e a controllare fotografie aeree.
«C'è un incendio», spiegò Cholayna, «nelle terre degli Alton. Sono an-
data a vedere con l'elicottero: sembra incredibile, ma lo combattono a forza
di braccia.»
«Lo facciamo da secoli, da molto prima che arrivassero i terrestri», disse
Jaelle, «e continueremo a farlo dopo la loro partenza.»
In quel momento arrivò Peter, e Jaelle vide che era vestito per uscire dal
campo: calzoni di cuoio, tunica di lana, giubba e mantello foderati di pel-
liccia, stivali. Provò un senso d'invidia. «Siete pronto, Monty? Aleki, ri-
cordate: siete muto e sordo: con la vostra limitata conoscenza del linguag-
gio non potete ancora passare per un darkovano, ma almeno potrete osser-
vare.»
Cholayna infilò una cartuccia nel terminale, e sullo schermo comparve
una ripresa eseguita da una telecamera a mano: grandi masse di fumo, lun-
ghe file di uomini e donne che, servendosi di attrezzi rudimentali, libera-
vano ampie strisce di foresta; altri uomini a cavallo che li dirigevano.
«Né trattori né aerei per spruzzare ritardanti! Abbiamo inoltrato un'offer-
ta d'aiuto: forse possiamo andare a spargere schiuma sulle fiamme con i
nostri aerei. Ma da quando si è saputo dell'aereo caduto nei pressi di Armi-
da, i darkovani hanno preso a sospettare dei nostri voli», disse Monty.
«Guardate, laggiù ci sono tre villaggi...» Indicò una ripresa dal satellite
meteorologico. Jaelle si chiese se qualcuno avesse informato i Comyn del-
l'esistenza di quei satelliti-spia.
Ricordò che a volte anche le Rinunciatarie andavano a combattere il
fuoco. Magda era in ritiro e poteva evitarsi di andare, ma Carilla e Rafi an-
davano sempre a combattere gli incendi. Se Magda fosse in pericolo, lo
saprei.
«Jaelle, controllate il costume di Aleki; voi sapete meglio di me come
deve vestirsi», disse Cholayna. «Peter ha preparato Monty e intendevano
andare da soli, ma Aleki ha insistito per accompagnarli...» sorrise, «... an-
che se questo significa lasciare a voi tutto il lavoro che doveva fare lui!»
«Da come lo dite, sembra che intenda accollarle il lavoro di tutto il re-
parto...» protestò Alessandro Li. «Sono soltanto alcuni aggiornamenti lin-
guistici, e deve controllare con le foto del satellite l'esatta posizione di al-
cune città delle Terre Aride. La prossima settimana la porterò a sorvolare
la zona, se vorrà venire. Non siete mai stata su un nostro aereo, vero?»
«Diavolo, se ne avesse avuto voglia, l'avrei già portata io», disse Peter.
«Ma ne parleremo un'altra volta, Aleki. I cavalli ci stanno aspettando alle
porte della città»
Jaelle studiava le fotografie: vide un fronte di fiamme e di fumo che la-
sciava dietro di sé una regione annerita. Lei conosceva quella zona, c'era
stata molte volte; ogni tanto, i pini da resina prendevano fuoco: quegli al-
beri crescevano talmente in fretta che dopo pochi anni erano di nuovo
pronti per un altro incendio. Cholayna, con la fronte aggrottata, parlava di
distruzione di riserve idriche.
«Il guaio», disse Peter, «è che non ci sono piogge in arrivo. Occorrereb-
be avvertire la gente di Armida di quel che ci ha mostrato il satellite: il
vento arriverà da Syrtis e la stessa Armida rischia di essere colpita dalle
fiamme.»
Jaelle posò la fotografia: era talmente nitida che le pareva di sentire odo-
re di fumo. Si girò verso Aleki e si accigliò.
«Gli stivali non vanno bene. Vi scambierebbero per una donna vestita da
uomo, o per un effeminato. Peter, bisogna dargli gli stivali giusti.»
«Al diavolo», disse Aleki. «Ho visto quelli prescritti, e non posso cam-
minare con quegli arnesi! Mi sembrerebbe di essere il bullo del quartiere,
che picchia forte i piedi in terra per far vedere quanto è maschio! Tutti gli
uomini di qui sono davvero così insicuri?»
«Non siamo qui per fargli la psicologia», disse Peter, seccamente. «È
l'uso locale, e bisogna adattarsi; se usciste dal campo con gli stivali che a-
vete adesso, vi etichetterebbero subito "portatore di sandali". Fatevene dare
un paio giusto. Accompagnalo tu, Jaelle.»
La ragazza lo accompagnò alla sezione Approvvigionamenti e gliene
trovò un paio della giusta forma e misura. Poi gli aggiustò il nodo della
sciarpa e gli ricordò la necessità di fare silenzio. «È il vostro primo contat-
to con Darkover, e vi sentirete come mi sono sentita io il primo giorno che
sono arrivata qui», gli disse, «ma tutto sta a iniziare bene.»
Sul tetto da cui partivano gli elicotteri, Peter discuteva con Monty. «Co-
stumi o no, se arriviamo così, capiranno subito che siamo terrestri. Do-
vremmo andare con gli altri.» Indicò un gruppo di persone a cavallo, da-
vanti alle porte della città.
«Laggiù hanno soprattutto bisogno di braccia per combattere il fuoco»,
rispose Monty. «Non baderanno al fatto che siamo terrestri o cralmac, se
saremo in grado di tenere in mano un rastrello, e se arriveremo in elicotte-
ro faremo prima e saremo meno stanchi. L'importante è aiutarli a combat-
tere il fuoco. E potrebbe essere una buona pubblicità per noi terrestri, se si
venisse a sapere che siamo andati ad aiutarli.»
«Vorrei ricordare a tutti e due», disse Alessandro Li, «che lavoriamo per
il Servizio Informazioni; la nostra non è una missione umanitaria. Haldane,
chi è quella gente che si prepara a partire?»
Peter aveva con sé un potente binocolo. Lo sollevò per esaminare il
gruppo. «È il secondo contingente. Il primo era di soli volontari, ma in
questo ci sono evidentemente tutti gli uomini che sono riusciti a trovare:
vedo sia vecchi, sia ragazzini di dodici anni. E ci sono tre Comyn, alcune
decine di guardie e almeno una Sapiente.»
«La donna in rosso?» chiese Monty, e Peter annuì.
«Di nuovo i Comyn! Maledizione, vorrei sapere perché tutti scattano,
non appena quelli muovono la testa!» disse Aleki. «Ma chi lo sa non me lo
vuole dire. Uno di questi giorni, Jaelle, dobbiamo fare una lunga chiac-
chierata. Prendiamo i cavalli e andiamo. Lasciamo perdere l'elicottero.
Non devono accorgersi che siamo terrestri. Servizio Informazioni, ricor-
date.»
Jaelle si affrettò a intervenire: «Vengo anch'io. Sono già stata altre volte
in prima linea contro gli incendi... e non c'è bisogno che rimanga nell'ac-
campamento con le donne: sono un'Amazzone e posso lavorare come un
uomo».
«Molto encomiabile da parte di vostra moglie», disse Alessandro Li, a-
sciutto, «ma ditele di rimanere a casa, Haldane; ci è più utile come lingui-
sta e come ufficiale di collegamento. Se vuole davvero aiutarci, può cerca-
re di guadagnarci l'amicizia di... come si chiama, la Nobile Rohana.»
«No, devo andare. Ci deve essere anche Magda, se chiamano tutti gli
uomini abili...»
«Tutti gli uomini, appunto», disse Monty, con fermezza. «Sapete bene
quanto noi che non sono ancora arrivati al punto di chiamare le donne, Ja-
elle.»
Jaelle stava già per rispondere quando Peter la interruppe per dire: «Tu
non ci vai, Jaelle. Laggiù c'è un grosso incendio boschivo, e tu...»
«Ho combattuto più incendi di voi», rispose lei, con ira. «La prima volta
che l'ho fatto, avevo quattordici anni.»
«Lasciate perdere», disse Cholayna. «Non c'è il tempo per farvi avere il
nulla-osta medico.»
«Nulla-osta medico? Per andare nel luogo dove sono nata?»
«Esatto», disse Peter. «Tu sei qui al posto di Magda, e una delle prime
regole è che nessuno esce senza nulla-osta.» I tre uomini si avviarono all'a-
scensore. Jaelle li seguì e disse:
«No, ti sbagli. Io sono una cittadina di Darkover e non sono soggetta a
questi regolamenti».
«Lo credi tu.» Peter schiacciò il pulsante del piano terreno. «Quando ci
siamo sposati, ti ho fatto avere la cittadinanza terrestre, perché l'avessero
anche i nostri figli. Inoltre, secondo il Giuramento, devi obbedire agli or-
dini del tuo datore di lavoro. Questo è appunto uno di tali ordini. La que-
stione è chiusa, tesoro.» Si sporse a baciarla sul naso. «Ci vediamo al mio
ritorno, amore.» E si allontanò in fretta.
Una volta o l'altra, pensò con rabbia Jaelle, gli sbatterò sulla faccia la
sua cittadinanza terrestre. Le venne la tentazione di andare a farsi dare il
nulla-osta medico e di raggiungerli...
... Ma i medici avrebbero rilevato che era incinta, e lei non voleva farlo
sapere ai terrestri: per qualche motivo, non voleva che la cosa finisse sulle
loro registrazioni. Cercando di riflettere sulla cosa, ripensò all'ultima volta
che si era recata nel reparto medicina, alle macchine che guardavano den-
tro di lei, alla sensazione di essere completamente spersonalizzata, che il
suo corpo fosse una macchina tra altre macchine. Se avessero saputo che
era incinta, sarebbe stato anche peggio. Aveva alcune giornate di ferie -
glielo aveva spiegato Peter - e perciò salì da Cholayna e le chiese di darle
un giorno di libertà per recarsi alla Loggia.
Come Jaelle si aspettava, Cholayna le chiese di accompagnarla. Jaelle
andò in fretta a vestirsi e si infilò con sollievo gli abiti da Amazzone.
Quando raggiunse Cholayna all'uscita, vide che indossava un pesante giac-
cone di piumino, adattissimo all'inverno degli Hellers, ma un po' esagerato
per una bella giornata come quella.
«Io vengo da una terra veramente calda», disse Cholayna, che guardava
con stupore Jaelle, vestita solo della tunica e del mantello.
«È quasi estate!» esclamò lei. E Cholayna commentò:
«Non certo per me!»
Ma proseguì senza difficoltà a fianco di Jaelle, nonostante portasse scar-
pe dal tacco alto che avrebbero fatto rompere una caviglia a qualsiasi dar-
kovana. Accanto a Cholayna, Jaelle ebbe l'impressione di essere ritornata
all'epoca in cui era bambina e accompagnava Kindra lungo le strade di
Thendara.
Attraversarono il mercato, e vide che molti si giravano a guardare con
curiosità la pelle scura della direttrice del Servizio Informazioni. Ma la
donna proseguì come se niente fosse, e Jaelle sentì di invidiare tanta sicu-
rezza.
Eppure, una volta ero anch'io come lei, quando passavo con Kindra e
tutti prendevano in giro le due Amazzoni. Che cosa mi è successo?
Solo quando furono davanti alla Loggia, Cholayna le chiese: «Avrei do-
vuto truccarmi, Jaelle? Avrei potuto mettermi una crema sulla faccia, in
modo da avere lo stesso colore di pelle degli altri».
Jaelle scosse la testa per rassicurarla. E infatti, quando venne ad aprire la
porta, Irmelin osservò per un istante Cholayna, ma subito distolse gli occhi
e abbracciò Jaelle.
«So che Lauria voleva vedervi», disse a Cholayna, accompagnandola al-
l'ufficio della Madre della Loggia. Ma informò Jaelle che Rafi, Carilla e
Margali erano andate a combattere l'incendio.
Tutte le mie sorelle di voto. Non ho nessuna a cui parlare. Quando le
chiese di Marisela, Irmelin disse che era in casa, ed esclamò immediata-
mente:
«Aspetti un bambino, Jaelle? Oh, come sono contenta!»
La accompagnò in cucina e insistette perché mangiasse qualcosa, poi le
disse: «Vado a chiamarti Marisela. Non devi fare le scale!»
«Irmi, passeranno ancora dei mesi, prima che non sia in grado di salire le
scale!» protestò Jaelle, ma Irmelin non si lasciò convincere. Dopo qualche
tempo arrivò Marisela, che si sedette davanti a lei, le versò una tazza di tè
e le disse, sorridendo:
«Be', ti trovo abbastanza bene, Shaya. Quando nasce?»
Jaelle fece il conto e poi le disse la data. Marisela annuì.
«Ecco perché facevi tutte quelle domande complicate su come distingue-
re la nostra volontà da quella degli altri.»
Jaelle le raccontò le sue esperienze con le macchine della medicina ter-
restre, ed entrambe risero.
«Non hai bisogno di quelle cose», disse Marisela, «sei giovane e stai be-
ne. Tuttavia, due giorni fa ho perso una madre e il suo bambino, e avrei da-
to qualsiasi cosa per avere a disposizione la medicina terrestre.»
«Be'», disse Jaelle, «Cholayna e Lauria stanno discutendo come fartela
avere.» Ma Marisela scosse la testa.
«No, mia cara, non è tanto semplice. Sembra tutto facile: un modo per
salvare i bambini e le loro madri. Ma ha dei lati negativi.»
«Dici che è sconsigliabile?»
«Sì», rispose Marisela, e nel vedere la faccia offesa di Jaelle, aggiunse:
«Ma voglio discuterne con la tua amica. Andiamo a parlarne con Lauria?»
Jaelle aveva sempre pensato all'ufficio di Lauria come a un luogo sacro,
dove si poteva entrare solo per motivi di emergenza, ma Marisela si limitò
a bussare e a entrare. Lauria le sorrise.
«Stavo per mandarti a chiamare, Marisela. Ti presento Cholayna.»
Cholayna le sorrise. «Allora, voi siete il medico della Loggia, come di-
remmo noi. Dovreste essere voi a scegliere le donne che devono venire da
noi; o forse potreste venire voi stessa.»
«Mi piacerebbe», disse Marisela, «e la conoscenza è sempre una buona
cosa, ma intendete insegnare loro come usare le scienze mediche, o anche
quando non devono usarle?»
«Non credo di capire», disse Cholayna. «Il medico deve salvare delle vi-
te, e Lauria mi diceva che vi è morta una paziente perché non potevate sal-
vare né lei né il bambino. Possiamo insegnarvi a salvare gran parte di que-
sti casi.»
«Allora, ogni madre avrà dieci figli», disse Marisela. «Come li alleve-
rà?»
«Conosciamo molte tecniche per non avere figli», disse Cholayna. «Una
donna potrà destinare tutte le sue forze ai primi due figli, senza passare la
vita a mettere al mondo figli che poi moriranno.»
Marisela annuì. «Ammesso che i primi due siano i più forti», disse. «Ma
supponiamo che siano i più deboli e che anche i loro figli siano deboli. In
una ventina di generazioni, diventeremo un popolo debole, tenuto in vita
da complesse tecniche mediche. Credetemi, nei casi in cui il figlio ha poca
forza perché la madre è debole, forse quel bambino è da salvare, ma se ha
un difetto che passerà ai suoi figli? E non sempre i primi figli sono i più in-
telligenti...»
Cholayna disse: «Non mi piace sostituirmi a Dio per decidere che le
donne devono continuare a soffrire».
«E non è lo stesso decidere che non devono soffrire?» chiese Marisela.
«Una volta noi avevamo un programma di selezione, e lo usavamo per
manipolare i nostri geni, per creare la gente perfetta e la razza perfetta.
Abbiamo cercato di rafforzare il potere, e ne stiamo soffrendo ancor oggi.
Forse, quando la Dea decide che un bambino muoia alla nascita, è crudele
per il nostro bene.»
«Non credo però che si debba rifiutare il dono dei terrestri», disse Lau-
ria, e Marisela annuì.
«Oh, hai mille volte ragione. Ma mi auguro di avere la saggezza di sa-
permi fermare. Se avessi il potere di salvare qualche vita, l'unica cosa che
posso dire è che le salverei tutte. Ma questa è la strada che porta al caos.
Forse è meglio non avere questo potere.»
«Per me, ciò che dà maggiori poteri a una donna è sempre giusto», disse
Cholayna, e Marisela annuì.
«In teoria sì, certamente. Ma è una tentazione terribile, quella di seguire
il bene umano immediato, invece di quello dell'intera umanità, nei secoli a
venire.»
Jaelle chiese: «Perché, lasceresti morire la gente, se potessi salvarla?»
«Ahimè», disse Marisela, «la salverei, ed è per questo che ho tanta paura
del nuovo potere. Mi spiace perdere la battaglia con la Signora Nera, e
perciò suppongo che cercherò in qualsiasi caso di salvare vite.»
Cholayna la guardò con curiosità. «Sono discussioni che si sono tenute
molte volte, al nostro Senato. Non mi aspettavo di sentirle qui.»
«Da una levatrice indigena», disse Marisela, e le due donne si sorrisero.
Ma a Jaelle quelle discussioni filosofiche interessavano poco, e si sentì
alquanto sollevata, quando Cholayna si alzò per congedarsi. «Puoi fermar-
ti, Jaelle. Hai bisogno di un po' di vacanza», le disse la donna più anziana,
ma lei preferì fare ritorno al campo terrestre. Si era recata alla Loggia per
incontrare le amiche e per parlare con Magda, ma non aveva trovato nes-
suna di loro: Marisela e Lauria, pur essendo affezionate a lei, non avevano
molto interesse per i suoi problemi. Nella Loggia si era sentita fuori posto,
esattamente come nel campo terrestre.
Nei giorni seguenti, cercò di pensare solo al lavoro, e dopo alcune sere,
al suo ritorno a casa, trovò Peter, che si stava togliendo gli abiti sporchi di
fango.
«No, non baciarmi. Aspetta; mi devo togliere questa roba e fare una
doccia. Detto in poche parole: puzzo.» Lei provò ad annusare; era vero.
Probabilmente, anche lei era diventata sensibile a quel genere di cose, a
forza di vivere nel campo dei terrestri, dove la minima macchia veniva tol-
ta all'istante. Peter fece per gettare gli abiti nel cestino dei rifiuti, ma poi
cambiò idea e li chiuse in un sacco.
«Forse è meglio farli pulire. Sono abiti per il lavoro sul campo, e qual-
che macchia contribuisce a dargli autenticità», disse, con un sorriso. «Co-
me sta il piccolo?» chiese, toccandole l'addome. Poi s'infilò nella doccia, e
Jaelle sentì solo i suoi commenti su quant'era bello ritornare alla civiltà e
all'acqua calda.
I terrestri hanno la convinzione che civiltà e impianti idraulici siano la
stessa cosa, pensò Jaelle. Hanno la fobia delle macchie e degli odori. Al-
meno, Peter avrebbe potuto baciarmi! Si stese sul letto, offesa. Ancora una
volta, come le era successo con Rohana, si accorgeva che da quando era
incinta non era più lei, ma solo una specie di nido ambulante per quella
maledetta figlia! Tuffò la faccia nel cuscino. In esso non c'era neppure u-
n'onesta piuma: tutto sintetico. Trasse un lungo respiro, e sentì solo il suo
odore artificiale. Ecco la vera puzza, si disse.
Poteva andarsene; non era costretta a restare lì. In mezz'ora poteva rag-
giungere la Loggia. Ma glielo vietava il Giuramento: doveva sostituire
Magda. E Magda aveva rispettato i suoi impegni, anche di fronte a ostacoli
più gravi. Lei non poteva dimostrarsi meno coraggiosa di Magda.
E poi, l'avrebbero ancora presa, alla Loggia? Adesso che aspettava una
figlia da Peter, una figlia che non sarebbe mai stata né terrèstre né darko-
vana? Iniziò a piangere, e non sentì arrivare Peter, e quando lui l'abbracciò,
cominciò a gridare istericamente, e alla fine Peter fu costretto a chiamare
un medico. Il resto della notte lo trascorse in ospedale, sotto sedativo. Non
aveva altri posti dove andare.

Anche se il ritiro di Magda doveva durare ancora per un mese, in occa-


sione del solstizio le novizie avevano il permesso di uscire per l'intera
giornata. Quando Magda scese a fare colazione, sentì le donne fare progetti
per la festa. Keitha e Magda erano libere per tutto il giorno e la notte se-
guente, ma sarebbero dovute ritornare nella Loggia all'alba.
«Che progetti hai, Keitha?»
«Una levatrice non può fare molti progetti. Ma Doria, prima di partire
per Neskaya, mi aveva detto di andare a salutare sua madre. Non è mai ve-
nuta qui a trovare la figlia, ma Rafi dice che le chiede sempre se Doria sta
bene ed è contenta.»
«Proprio così», disse Rafi, venendo a sedersi accanto a loro. «Ha paura
che Doria convinca le sorelle a farsi Amazzoni, ma non mi pare che le altre
figlie di Graciela abbiamo l'intelligenza necessaria. Negli ultimi cinque
anni avrà visto Doria sì e no dieci volte in tutto, ma quando la ragazza ha
compiuto quindici anni ha cominciato a farle regali e si è offerta di trovarle
un marito. Sarebbe felicissima, se Doria ci ripudiasse e accettasse il primo
bietolone venuto a chiedere la sua mano. Non credo che sia lieta di veder-
ci, ma noi le porteremo lo stesso i saluti e i regali di Doria. Inoltre voglio
salutare mio figlio: è dall'anno scorso che non lo vedo.»
Magda si ricordò che lei e la sorella si erano scambiate i figli.
«Anch'io sono stata invitata a vedere mio figlio», disse Felicia, «ma for-
se è troppo presto e piangerebbe di nuovo...»
«Rafi, ti cercano nella stalla», disse Janetta, affacciandosi sulla soglia.
«E chi è?» disse Rafi, irritata. «Uno dei cavalli vuole farmi gli auguri del
solstizio?»
«È un uomo», riferì Janetta. «Dice che è per lavoro.» Brontolando, Rafi
addentò una fetta dell'ottima torta di noci che era comparsa quel mattino al
posto del solito pane e burro, e si allontanò in direzione della stalla. Qual-
che minuto più tardi, Janetta tornò per dire: «Margali, Rafi vuole anche
te».
Magda non aveva ancora finito la colazione, ma si affrettò a obbedire.
Aveva convinto Rafi a darle il posto che era stato di Jaelle. Disse a Keitha:
«Tienimi quel pezzo di torta!» e Keitha rispose:
«Lo difenderò a prezzo della vita!»
Rafi parlava con un uomo alto, che indossava un pesante mantello e che
conduceva una fila di cavalli, tra cui alcuni dei rinomati cavalli neri di
Armida.
«Magda, mi spiace di farti lavorare in un giorno di festa, ma pensavo che
i cavalli arrivassero tra dieci giorni...»
«Dispiace anche a me di avervi disturbato in un giorno festivo, magistra,
ma ero qui in città», disse l'uomo, e Margali riconobbe la voce: era l'uomo
alto e biondo che l'aveva portata in salvo durante l'incendio: il Nobile An-
dra. Il terrestre! Ma era lì a discutere di cavalli e parlava darkovano me-
glio di lei.
«Non ho trovato i dieci che vi servivano, ma qui ne ho sette; sono già a-
bituati alla cavezza e alla sella.»
Rafi passava da un cavallo all'altro, guardava i denti, accarezzava il mu-
so. «Sono belle bestie», disse, «ma come mai siete in città così tardi, Nobi-
le Andra? E la vostra signora, viaggia con voi? Il Nobile Damon viene, per
il Consiglio?»
«No, quest'anno sono solo; ma, dato che venivo da queste parti, ho potu-
to portarvi Ferrika.» Tese le braccia per far scendere di cavallo una donna
vestita di un pesante mantello da viaggio. Nel girarsi, riconobbe Magda e
disse: «Oh, siete voi... ero preoccupato, magistra. I piedi vi sono guariti
bene?»
«Benissimo, grazie», rispose Magda. «Gli stivali sono irrecuperabili, ma
i piedi sono a posto.»
Rafi e Ferrika si abbracciarono e Rafi disse: «Speravo che potessi arriva-
re prima, Ferrika...»
La guaritrice sorrise e disse: «Anch'io sarei venuta, ma ad Armida c'era
bisogno di me».
«Altri bambini?»
Ferrika scosse la testa, tristemente. «La Nobile Ellemir ha abortito, e sua
sorella è rimasta a prendersi cura di lei... la Nobile Callista non prenderà
parte al Consiglio.»
«Mi stupisco che abbiate lasciato la vostra signora», disse Rafi, ma An-
dra la interruppe:
«Ferrika non è una nostra servitrice, ma una nostra amica; ed Ellemir sta
di nuovo bene. Ma nessuno di noi aveva voglia di divertirsi, quest'anno, e
non c'era molto da fare; perciò sono venuto a concludere alcuni affari e a
porgere i miei rispetti ai Signori del Consiglio; ripartirò subito, probabil-
mente all'alba. Non avrei voluto disturbarvi, ma preferivo portare gli ani-
mali alla loro nuova stalla.»
«Avete fatto bene», disse Rafi. «Occorre una decina di giorni, perché si
calmino dopo il viaggio; è meglio averli qui. Ferrika, cara, non stare lì fuo-
ri; entra a salutare le tue sorelle, stavano servendo la colazione!»
«E c'è anche il dolce del solstizio? Meraviglioso», disse Ferrika, ed entrò
nella Loggia. Rafi porse la briglia a Magda e le disse:
«Li puoi portare laggiù nella stalla?»
Quando Magda fece ritorno, Rafi stava scrivendo qualcosa su un foglio.
Lo porse ad Andra.
«Portatelo alla mia cliente, Nobile Andra, e lei vi pagherà. Gli altri ca-
valli sono per lei. E che la Dea rimetta presto in salute la Nobile Ellemir.»
«La Dea lo voglia. Vi devo portare gli altri cavalli, al mio ritorno?»
«O anche prima, se avete una persona di fiducia», disse Rafi. «Inoltre mi
occorre un cavallo da regalare a mia figlia per il Giuramento, da recapitare
alla Loggia di Neskaya. Ne avete?»
«No, nessun cavallo addomesticato per signora; abbiamo troppi ordini
per quel tipo di animali», disse Andra. «Anzi, non potrei promettervene
uno per più di due anni. Ma, se volete addestrarlo voi, posso darvi un pu-
ledro abituato alla cavezza.»
«Io non ne avrei il tempo, ma Doria prima o poi dovrebbe addomesticar-
si il suo cavallo», disse Rafi. «Mandatelo alla Loggia di Neskaya, per Do-
ria n'ha Rafi.»
Andra ne prese nota e promise: «Glielo farò portare entro dieci giorni».
Poi tornò a guardare Magda, con curiosità, e alla ragazza parve di sentire:
Che cosa ci fa, qui? Be', pensò lei, anche a me piacerebbe sapere cosa ci fa
lui! Senza dubbio era un agente sul campo, e rivestiva quel ruolo da anni.
Al campo terrestre avrebbe potuto cercare il suo nome: Cholayna o Kada-
rin dovevano certamente conoscerlo. Aiutò Rafi a dar da mangiare ai nuovi
cavalli. Quando tornò nel refettorio, la colazione si era raffreddata, ma Ir-
melin portò una nuova torta, che sparì con la rapidità della precedente.
Ferrika sedeva ai piedi di Marisela e le appoggiava la testa alle gambe.
«... una tragedia... tante nobili dame non amano avere bambini, e li dan-
no subito alla balia. Ma la Nobile Ellemir vorrebbe sempre avere un bam-
bino in braccio!»
«È stato un travaglio lungo?»
«No; hanno fatto appena in tempo a chiamarmi, mentre ero dalla moglie
dell'intendente», rispose Ferrika. «Ma la tragedia è dovuta al fatto che se
fosse riuscita a tenere la bambina ancora per dieci giorni, sarebbe soprav-
vissuta. È nata viva, ma non siamo riusciti a farla respirare...»
Marisela le batté sulla spalla. «Forse è meglio così. Un paio di volte, con
una specie di miracolo, ho salvato qualche bambino che sembrava destina-
to alla morte, ma poi, una volta cresciuti, erano paralizzati o non erano ca-
paci di parlare... per la Nobile Ellemir è stata una forma di pietà da parte
della Dea.»
«Prova a dirlo alla Nobile Ellemir!» rispose Ferrika. «Era una bambina
perfettamente formata, con i capelli rossi, e aveva anche il potere, la senti-
vano già da cento giorni... pensavo che impazzissero dal dolore.»
«Ma pensa: anche con il potere, se la povera bambina fosse cresciuta
malaticcia... meglio la morte subito e il ritorno alla Dea, che può rimandar-
la nel mondo quando sarà il suo momento di vivere.»
«Lo so», disse Ferrika, «ma il loro dolore era troppo grande. Le avevano
già dato il nome...»
«Lo so, sorella. Ma adesso sei con noi, e devi riprendere la tua allegria.
Vieni, ti presento la nostra sorella Keitha: lavora con me e il prossimo an-
no la manderemo alla scuola delle levatrici di Arilinn. Inoltre andrà a stu-
diare presso i terrestri. Voglio che vi conosciate e che vi amiate come so-
relle.»
Mentre Ferrika abbracciava Keitha, dietro di loro Carilla disse: «Come
passerai la festa, Margali?»
Ma prima che potesse rispondere, Rezi, che era di servizio all'ingresso,
giunse vicino a loro.
«Marisela, Rimai il fabbricante di arpe è alla porta, sua moglie è entrata
in travaglio...»
«Oh, no!» esclamò Magda. «In un giorno di festa!» Ma la levatrice si
stava già alzando. Keitha le chiese:
«Hai bisogno di me, sorella?»
«Temo di sì. Sono due gemelli e lei è alla prima maternità», disse Mari-
sela, e Keitha andò a prendere il mantello. «Come il veterinario e il conta-
dino, abbiamo scelto un lavoro in cui non conosciamo feste, salvo quelle
che ci concede la Dea. Finisci pure di fare colazione, Keitha, non c'è tutta
questa fretta.» Ma andò a prendere il mantello e, poco dopo, la sentirono
uscire.
«Allora, che cosa conti di fare?» chiese Carilla.
«Non sono ancora sicura. Ma devo andare al mercato a comprarmi gli
stivali nuovi», rispose Magda.
«E io», disse Lauria, «resterò nella Loggia e farò i conti, approfittando
del silenzio e della tranquillità. Poi forse andrò alla danza pubblica, per a-
scoltare la musica.»
«Io ci andrò certamente», disse Rafi, «perché mi hanno chiesto di suona-
re. Tu verrai, Margali?»
«Penso di sì.» Già negli anni passati avrebbe voluto partecipare alla dan-
za pubblica che si teneva nella piazza principale di Thendara, ma non ave-
va potuto recarsi laggiù da sola, e Peter non c'era mai voluto andare. Sape-
va che a volte, in occasione di quelle danze, scoppiavano delle risse, ma
ora, come Amazzone, poteva badare a se stessa.
Fece di nuovo la sua comparsa Rezi, che questa volta aveva con sé un
cesto di fiori.
«Per te, Rafi», disse, e le donne cominciarono a ridere e a farle i com-
plimenti.
«Hai un innamorato così insistente, Rafi?»
Rezi spiegò: «Il ragazzo che li ha portati non ha ancora quindici anni, e
ha chiesto di sua madre». Rafi scoppiò a ridere e si alzò, dopo avere affer-
rato una fetta di dolce.
«I ragazzi di quell'età hanno sempre fame», disse. «Esattamente come le
ragazze!»
A Magda ritornarono in mente le feste del solstizio d'estate che aveva
trascorso con Peter. Chissà se il suo ex marito aveva portato i fiori a Jaelle,
quel mattino? Sentiva un poco la nostalgia di Peter. Era stufa di passare
tutto il tempo insieme con donne!
«Hai deciso, allora?» le chiese Carilla.
«Penso che andrò un po' in giro in città. Per muovermi un poco. E tu?»
Carilla alzò le spalle. «Questa sera c'è una cena alla Loggia, e ho pro-
messo di aiutare in cucina, perché Irmelin va a trovare sua madre. E questa
sera c'è una danza delle donne; forse andrò laggiù, perché mi piace danza-
re, ma non con gli uomini.»
Magda ebbe la tentazione di andare a fare una visita al campo terrestre,
ma non aveva molti amici, laggiù. Probabilmente, Peter e Jaelle avevano
già degli impegni.
Sali nella propria stanza per prendere gli stivali dalle suole bruciate -
forse si potevano riparare - e al suo ritorno Carilla la chiamò.
«Margali, c'è un uomo che ti cerca; l'ho fatto accomodare nella stanza
delle visite. Ha uno strano modo di parlare... forse è un tuo parente degli
Hellers.»
Quando Magda entrò nella stanza, un uomo dai capelli scuri si alzò per
salutarla. Wade Montray.
«Monty», le ricordò lui. Magda esaminò con attenzione il suo abbiglia-
mento.
«Dove avete preso i vestiti?»
«Non vanno bene?»
«In mezzo alla folla, nessuno vi noterebbe. Ma gli stivali sono troppo e-
leganti, per una tunica così semplice: con un paio di stivali così belli, si
porta una tunica ricamata. E la camicia non è abbastanza fine.»
«Haldane aveva dato l'approvazione», disse Monty. «Li ho portati per
andare a combattere contro il fuoco, e non mi ha detto di fare scena muta
come Li. Pensavo che andassero bene...»
«Perché siete venuto?» gli chiese bruscamente.
«Jaelle ha detto che oggi avete il permesso di uscire. Posso accompa-
gnarvi da qualche parte?»
Be', non era colpa di Monty, se suo padre era uno sciocco.
«Potreste accompagnarmi dall'uomo che vi ha venduto quegli stivali; me
ne occorre un paio», disse Magda.
Lui le rivolse un inchino, e poi, lungo il corridoio, la seguì a un passo di
distanza, come era prescritto per il servitore di una dama di alto lignaggio.
Per mettersi al suo fianco, aspettò di essere in strada.
«Come vostro accompagnatore», disse Monty, «devo aiutarvi a portare
quel pacchetto.»
Sorridendo, Magda glielo porse, ma l'involto si aprì e Monty rimase a
bocca aperta nel vedere le suole bruciate.
«Che cosa è successo?»
«Il fuoco ha saltato l'argine, e io sono rimasta intrappolata.»
«Già, ho sentito che c'erano delle Amazzoni», rispose Monty. «Siete ri-
masta ferita?»
«Piccole scottature alle piante dei piedi. Ma ormai sono guarite.»
«Ecco perché Jaelle...»
«C'era anche lei? Oh, avrei voluto vederla...»
«No, non è andata. Peter mi ha detto che aspetta un bambino. I medici
non le avrebbero dato l'autorizzazione, anche se ha chiesto di venire e, an-
zi, ha protestato perché l'abbiamo lasciata a casa.»
Magda mormorò un doveroso: «Oh, sono davvero contenta», ma sentì
un tuffo al cuore. Dunque, Jaelle avrebbe dato a Peter il figlio che lui desi-
derava.
«Il posto è quello», disse Monty, indicando la bottega di un calzolaio.»
Poi continuò a fare la parte del servitore muto, mentre Magda prendeva gli
accordi per farsi risuolare gli stivali vecchi e per acquistarne un altro paio.
Al momento, l'artigiano non ne aveva un paio della sua misura, ma promi-
se che in tre ore le avrebbe riparato quelli vecchi.
Magda pagò con il denaro che le aveva dato Rafi: da quando aveva preso
il posto di Jaelle e la aiutava a preparare le spedizioni, Rafi aveva comin-
ciato a darle la sua parte dei guadagni. Anche dopo avere pagato la retta
della Loggia, le era rimasto quanto bastava per comprarsi gli stivali. Al
campo terrestre aveva una certa scorta di monete darkovane, ma fino a
quel momento - fortunatamente - non ne aveva avuto bisogno; e inoltre
non sapeva come fare, per andare a prenderle. Quando ebbe terminato di
contrattare, Monty le si accostò di nuovo.
«Dove possiamo andare a parlare?»
«Parlare di che cosa?»
«Mi occorre un rapporto», spiegò lui. «Cholayna mi ha riferito che otto
Amazzoni verranno a studiare da noi. Voi siete la nostra esperta sulle don-
ne di Darkover.»
«Chiedetelo a Jaelle», disse Magda, ma lui scosse la testa.
«Non so mai da che parte prenderla. Immagino che un'Amazzone finisca
per essere un po' sulla difensiva, ma non capisco come abbia fatto a sposa-
re Haldane. Voi l'avete capito?»
«Saprete certamente che io e Haldane eravamo sposati. È una domanda
retorica, suppongo.»
«Non proprio», rispose Monty, serio. «Ultimamente, stando a contatto
con i darkovani, mi sono chiesto se le donne, in fondo in fondo, non prefe-
riscano una cultura come questa, dove sono difese e protette. Avere delle
loro attività, distinte da quelle degli uomini, in modo che non ci sia compe-
tizione tra i due sessi. Ci sono molte società che funzionano così; non c'è
bisogno che lo dica a voi che siete un'antropologa.»
«Non mi piace l'idea che sta dietro a questa cultura», rispose Magda.
«Perché fare una netta divisione tra attività maschili e attività femminili?»
«Perché per la stragrande maggioranza di noi la distinzione va bene. Ri-
cordo che quando ero all'asilo d'infanzia non facevano giocare i bambini
con le astronavi e le automobiline, perché non volevano farci assumere dei
ruoli fissi. C'erano delle bambine che avrebbero voluto giocare con le
bambole, ma le maestre insistevano a dare loro le navi spaziali e il pal-
lone.»
Magda rise. «Be', io non ho mai dovuto scegliere tra bambole e automo-
biline. Mi divertivo a colorare, ad ascoltare mia madre che suonava e a
danzare. Ricordate che sono cresciuta a Caer Donn.»
«Vi invidio», disse lui. «Conoscete mio padre. È qui da trent'anni e non
si è ancora abituato a Darkover.»
«No, Monty, non dovete invidiarmi», rispose lei, scuotendo la testa. «È
brutto crescere senza sapere a quale mondo si appartiene. Non sono mai
stata una vera darkovana, perché tutti conoscevano la mia origine. E quan-
do sono poi andata tra i terrestri, la cosa è stata ancora peggiore... Oh, ma
perché vi racconto tutte queste cose?»
Monty sorrise. «Scusate, vi ho spinta io. Ma volevo sentire le vostre ide-
e. Voi siete una sorta di leggenda vivente, sapete? L'unica vera esperta di
Darkover. E questo mi porta al motivo della mia visita. Ci occorrono quel-
le informazioni, per capire meglio le Amazzoni che verranno a studiare
presso di noi. Dove possiamo andare a parlare?»
Mentre Magda pensava, Monty aggiunse: «In qualsiasi caso, dovete a-
spettare che vi riparino gli stivali. In queste ore potreste venire al campo
terrestre e salire da me per bere qualcosa e per dettare tutte le informazioni
che mi occorrono».
Pareva una proposta ragionevole, e le avrebbe evitato molte complica-
zioni. Le avrebbe anche permesso di recuperare le monete darkovane.
«D'accordo. Ma dovete lasciarmi il tempo di andare alle cassette di sicu-
rezza...»
«Tutto il tempo che volete.»
Nell'oltrepassare il cancello, le parve di essere ritornata indietro di qual-
che anno, e di rientrare, accompagnata da Peter, da una missione sul cam-
po: ancora in abiti di Darkover, ma pronta a riassumere la sua identità ter-
restre. Negli ultimi mesi sono sempre stata Margali, la Libera Amazzone,
ma ora mi basta rivedere il campo per sentirmi terrestre. Allora, la mia
personalità darkovana è una maschera così sottile? A quel punto, non era
più sicura di niente.
L'appartamento di Monty era a poca distanza dalle vecchie stanze di
Magda. Lui la fece accomodare e le chiese che cosa voleva bere.
«Caffè», rispose Magda, senza esitazioni. «Se dovessi dire qual è la cosa
di cui sento maggiormente la mancanza, è appunto il caffè... oltre alla doc-
cia calda la mattina.»
Monty andò alla macchinetta distributrice. «La Loggia è così primiti-
va?»
«Oh, no», rispose Magda. «Hanno piscina calda, vasche da bagno e tut-
to, ma hanno un modo di vivere diverso, e bisognerebbe abituarsi fin dalla
nascita. Per loro, una bella doccia fredda è il sistema migliore per svegliar-
si al mattino, e il bagno caldo è un piacere della sera, quando si è stanchi
dopo una giornata di lavoro.» Rise. «Non mi sono mai accorta di essere
tanto terrestre finché non sono stata costretta a vivere, giorno dopo giorno,
alla darkovana.» Bevve il caffè e pensò che, ora che ne aveva perso l'abi-
tudine, la caffeina l'avrebbe tenuta sveglia fino a chissà che ora...
«Passiamo al lavoro», disse poi. «Che cosa vi serve, esattamente?»
«Un rapporto sulle Libere Amazzoni», rispose lui, porgendole il regi-
stratore.

«Il nome Libere Amazzoni», iniziò Magda, «è un adattamento terrestre.


Il vero nome darkovano significa Corporazione delle Rinunciatarie...» e ri-
ferì la storia delle Amazzoni e della vecchia associazione di donne combat-
tenti da cui derivavano, le Sorelle della Spada.
Tradusse il testo del Giuramento e commentò i vari articoli, riferì la vita
delle Amazzoni e il loro comportamento. Parlò anche dei rapporti tra le
Amazzoni e le persone comuni, riferendo l'incredibile ostilità delle donne
dei Monti Kilghard nei loro confronti e il modo in cui si erano comportate
le Rinunciatarie durante l'incendio, al fianco degli uomini.
Monty commentò: «Ora capisco perché vi siete bruciata gli stivali. Era-
vate su quella zona dei Monti Kilghard mentre il fuoco veniva verso Then-
dara?»
Magda annuì. «Intanto sono andato a prendere qualcosa da mangiare»,
proseguì Monty, posando due vassoi sul tavolo. Guardò con ammirazione
le cassette registrate da Magda. «Meraviglioso», commentò. «Vi citeranno
in una nota a piè di pagina nei libri di storia, o qualcosa di simile, e ag-
giungeranno una nota alla nota per dire che sono stato io a convincervi!»
Magda rise. «Dovreste cercare di fare del lavoro originale anche voi. O
non volete seguire le orme paterne?»
Monty rise. «Sappiamo tutti e due che mio padre è la persona meno a-
datta a fare il Coordinatore su un mondo come questo. Ma, seriamente,
Magda, lui voleva essere a capo di un porto, ha studiato per quello; solo,
ha scelto gli alleati politici sbagliati», disse. «È andata bene a me, però,
perché questo mondo mi è sempre piaciuto.»
Guardò l'orologio. «I vostri stivali non sono ancora pronti, ma non oso
chiedervi altri rapporti. Avete già fatto un lavoro enorme. Naturalmente, vi
farò accreditare una somma come consulenza speciale: la troverete al vo-
stro ritorno... a proposito, quando ritornerete? Il Vecchio parlava di creare
per voi un particolare ufficio di collegamento.»
«Devo passare ancora un mese alla Loggia; per dopo, non so. Può darsi
che chieda di cambiare cittadinanza.»
«Oh, non vi conviene», disse lui. «È bene tenere la cittadinanza terrestre.
Haldane l'ha fatta prendere anche a Jaelle. Rimanete a Darkover quanto vi
pare, ma conservate la cittadinanza. Non si sa mai.»
Magda guardò a sua volta l'orologio. «Dovrei andare da Cholayna, pen-
so.»
«È in ferie», disse Monty. «Si è chiusa per tutta la giornata nel Centro di
Meditazione e ha detto di non disturbarla... segue una di quelle religioni
orientali strambe. Strana donna, ma fa piacere avere una persona compe-
tente nel Servizio Informazioni. Ha solo una lacuna: non può fare l'agente
sul campo. Perciò, dovremo dipendere da voi. A proposito, posso chiedervi
un favore personale, Magda?»
«Certo», rispose lei, con un sorriso, e subito si accorse che stava quasi
civettando con lui... cosa indegna di un'Amazzone! Ma era il normale
comportamento terrestre. Le parve di sentire Rafi: "È tanto importante per
te essere considerata bella dagli uomini?". Poi pensò che Rafi era proprio
la meno adatta a parlare: aveva avuto tre figli da tre padri diversi! Amaz-
zone o non Amazzone, Magda era lieta di vedere che riusciva ancora ad at-
tirare l'attenzione degli uomini, e non solo il loro interesse professionale...
«Mi potete spiegare cosa mi manca, per passare da darkovano?»
«Fatevelo dire da Haldane. Un uomo può informarvi meglio.»
«No», disse Monty. «Secondo me, una donna può riconoscere più facil-
mente un uomo, e viceversa. Per esempio, io vi riconoscerei subito, in abiti
darkovani. Non camminate come le altre... o forse sono gli occhi: li tenete
bassi, ma non sembrate convinta di doverlo fare. A meno che non sia il
comportamento delle Amazzoni.»
«In parte, sì», disse Magda, «ma avete ragione: è sempre stato un mio
difetto. Rimettetevi il vestito darkovano, vi dirò dov'è l'errore. Nel frat-
tempo, andrò alla banca... oh, maledizione, non posso entrare laggiù, vesti-
ta da Amazzone, senza far scattare l'allarme!»
«Una delle donne del mio ufficio ha pressappoco la vostra taglia, e abita
poco lontano; mi farò prestare un'uniforme per voi.»
Magda lo avverti di non dire che era per lei. Non voleva essere assediata
da vecchie conoscenze ansiose di sapere le caratteristiche della sua strana
missione sul campo. Quando Monty fece ritorno, Magda andò a cambiarsi
nell'altra stanza; poi, nel vederla in uniforme, Monty emise un fischio
d'ammirazione.
«Con quel costume da Amazzone, non si vedeva che siete uno schian-
to!»
Magda rise, e uscì per recarsi alla banca. Al ritorno, vide che Monty si
era vestito da darkovano; lo esaminò con attenzione.
«Avete i capelli ancora troppo corti... Adesso, provate a camminare...»
Dopo un poco, gli disse: «Ora capisco. Camminate troppo spensieratamen-
te. I darkovani portano sempre la spada... e la portano anche quando non la
hanno, se così posso dire. Ecco», disse, prendendo il coltello da Amazzone
che aveva posato quando si era cambiata. «Infilatevelo alla cintura; provate
a camminare. Non è una spada, naturalmente...»
«Non mi sembra molto diversa», commentò lui.
«Per la legge lo è», spiegò Magda. «La legge vieta alle Amazzoni di por-
tare la spada.»
«Ma qual è la vera differenza?» chiese Monty, esaminando la lama.
«Cinque centimetri», rispose lei, e tutt'e due scoppiarono a ridere.
«Dovete piegarvi da un lato per compensare il peso della spada, e tenere
indietro il polso per non batterlo contro l'elsa. Ma non troppo, perché dove-
te essere pronto a impugnarla. Dovreste procurarvi una spada e portarla nel
tempo libero, per abituarvi. Inoltre, cercate di danzare. Qui tutti danzano.»
«Qui al campo dicono: "Metti insieme tre darkovani, e quelli ti organiz-
zano un ballo"», commentò Monty. «Io avevo già imparato prima di la-
sciare Darkover, ma all'accademia ho seguito i corsi di danza.»
«Ho visto; non camminate come un normale terrestre. Secondo i darko-
vani, tutti i terrestri sono incredibilmente goffi. La danza, per loro, è una
delle attività esclusive dell'uomo; gli animali sanno fare molte cose, ma si
dice: "Solo gli uomini ridono, solo gli uomini danzano, solo gli uomini
piangono".»
«Certo, qui si muovono tutti con eleganza... come voi», aggiunse, «che
siete leggera come una piuma.»
All'improvviso, Magda si sentì imbarazzata dal modo in cui la guardava
il giovane Montray. «Devo cambiarmi», disse. «Neppure una prostituta
scenderebbe in strada così vestita.»
Ma lui continuò a fissarla. «Non so neanch'io se vi preferisco vestita da
terrestre o da darkovana. Le donne di Darkover sono così riservate, così
femminili... Eppure, nel vostro vestito da Amazzone, date l'impressione di
volerlo negare. Mentre in uniforme ... siete bellissima, Magda», disse. Si
avvicinò a lei e la baciò. «L'avrei voluto fare fin dalla prima volta che vi
ho visto alla Loggia, quando eravate infuriata con me. E adesso che vi co-
nosco vedo che non siete una furia: siete una donna bellissima... e tante al-
tre cose... una collega e un'amica...» La baciò di nuovo.
Dopo un minuto, lei disse: «Vi avevo davvero messo paura?»
«Sì, ma adesso non più. Rimanete con me...» e tornò a baciarla. Magda
sentì di nuovo una curiosa indecisione. Quell'uomo le piaceva, ma non a-
veva mai pensato a lui come a un possibile amante. Eppure, era contenta
che la trovasse desiderabile. Preoccupata, disse:
«No, Monty. Sono venuta qui per il rapporto, non per...»
Monty non si spostò. «Non sarà per quello che dicono... che le Amazzo-
ni preferiscono la compagnia delle altre donne?»
Una delle mie compagne diceva che chi amava un uomo tradiva le sue
sorelle... Ma a quel punto non sapeva neppure Magda se lo desiderasse o
no. E se avesse voluto davvero fermare Monty, avrebbe dovuto farlo all'i-
nizio. E poi, che cosa c'è di tanto grave? Non sono una ragazzina, per l'a-
mor di Dio!
Dopo qualche tempo. Monty disse: «Mi sembra un po' ridicolo, Magda,
stare qui a baciarci come i bambini... siamo due persone adulte. Lo vuoi
anche tu, vero?»
Sì? O no? O voglio semplicemente rassicurarmi di non essere diventata
una creatura estranea e asessuata come Carilla? Gli sorrise e rispose:
«Certo».
Quando Magda tornò a indossare gli abiti da Amazzone, Monty venne
ad accarezzarle il viso.
«Sei così bella», disse piano. «Ma in questi vestiti sembri dura e lontana.
Anche se adesso so che è una bugia.»
«No, Monty», rispose lei. «Non è una bugia. È una parte di quello che
sono. Lo capisci?»
«No», rispose lui. «Non lo capirò mai. Ma cercherò di farlo.»
Monty mi è simpatico ed è un amico. C'è qualcosa di male a fare l'amo-
re con un amico? Ho giurato di darmi solo nel momento da me scelto... e
forse mi sono servita di Monty per dimostrare a me stessa di essere ancora
desiderabile. È questo il significato del Giuramento? Usare gli uomini per
i nostri fini, invece di essere usate da loro?
Qualcuno bussò alla porta e Monty si recò ad aprire.
«Oh, entrate, Li. Conoscete Lorne del Servizio Informazioni?»
«Cholayna continua a dirmi grandi cose di voi», disse Alessandro Li,
chinandosi a baciarle la mano.
«Se hai problemi con la spada», disse Magda, con il tono di chi sta per
congedarsi, «chiedi a Peter di procurartene una. Lui sa dove rivolgersi.»
«Intendete prendere lezioni di scherma, Monty?»
«No, ma devo abituarmi a portarla per poter svolgere missioni sul cam-
po», rispose il giovane.
«Non è il tipo di cosa che mi attira», disse Li. «Ho letto il vostro lavoro,
signorina Lorne, ed è un piacere conoscervi. Tra l'altro, Jaelle mi ha dato il
nome darkovano di Aleki e mi ha detto di usarlo il più possibile.»
«È una buona idea», disse Magda. «Abituarsi a rispondere al nostro no-
me darkovano, come se fosse il nostro vero nome.»
«È proprio questo», disse Monty, «il difetto di mio padre. Dopo tanti
anni passati su Darkover, continua a sentirsi un estraneo.»
«Be', dopotutto», intervenne Aleki, «lui è davvero un estraneo. Forse la
cosa è utile per il vostro lavoro, ma è sbagliato convincersi di appartenere
a un altro mondo. Bisogna sempre tenere in mente che è una finzione, una
maschera: la maschera non deve trasformarsi in realtà. Certo, quando no-
mineremo il nuovo Delegato terrestre su Darkover, dovrà essere un uomo
che capisce bene i darkovani. Ma per prima cosa dovrà essere un funziona-
rio terrestre. Prendiamo Haldane, per esempio. È abile, conosce bene Dar-
kover e non gli sfugge niente. Quando avrà un po' più di esperienza... natu-
ralmente, non c'è bisogno che ve lo dica, ma la nomina di un nuovo Dele-
gato, e la data della nomina, dipenderanno anche dal mio rapporto. Halda-
ne è intelligente e ambizioso; in passato ha fatto un paio di errori, ma è
giovane e può imparare. Che ne pensate, Lorne? Pensate che Peter Haldane
possa essere un buon Delegato? O non potete dare giudizi? Eravate sposa-
ti, vero?»
«Non so se posso dare giudizi», rispose lei. «Haldane mi piace, ma sono
perfettamente in grado di vedere i suoi difetti, se è questo che volete dire.
Naturalmente, sarebbe un Coordinatore migliore di Montray. Ma chi non
lo sarebbe?» Guardò Monty e aggiunse, in tono di scusa: «Lo sarebbe
chiunque. Io lo sarei».
«Potreste aspirare alla carica di Coordinatore in qualsiasi altro posto»,
disse Aleki, «ma non su Darkover. È una situazione di fatto; questa società
non accetterebbe una donna come Coordinatore. Se volete quel posto da
qualche altra parte, Lorne, posso mettere una buona parola. Ma non qui.
Dicevate, a proposito di Haldane?»
«Non so se gli errori da lui compiuti siano rimediabili», rispose Magda,
lentamente, «o se dipendano da una sua carenza di immaginazione. Ma
Darkover gli piace e vuole rimanere qui.»
«Non saprei...», rifletté Aleki. «In una posizione chiave come questa,
vogliono un uomo fedele alla Confederazione, che metta davanti a tutto gli
interessi terrestri...»
Magda scosse la testa. «Se dipendesse da me», disse, «preferirei un uo-
mo che pensasse innanzitutto agli interessi di Darkover... per contrastare
tutti quei burocrati che pensano per prima alla Confederazione; il Delegato
deve essere il portavoce di Darkover.»
«Questo compito spetterebbe ai senatori di Darkover, una volta che si
unisse alla Confederazione», disse Aleki. «Ma effettivamente c'è chi pensa
che il Delegato debba essere il portavoce del suo mondo. Opinioni diverse
sui criteri da seguire nel conferire gli incarichi, nient'altro. Voi, ad esem-
pio, potreste essere il Coordinatore, ma non il Delegato, anche se i darko-
vani accettassero una donna. Le vostre note caratteristiche mostrano la
tendenza a perdere di vista la prospettiva della Confederazione, e il Dele-
gato deve avere vedute più ampie. Haldane, se non altro, sta facendo un se-
rio sforzo per entrare in questo ordine di idee.» Prese il bicchiere di liquore
che Monty gli porgeva. «Oh, grazie.»
«Per me, no», disse Magda. «Un'Amazzone non può farsi vedere in giro
ubriaca, neppure il giorno della festa del solstizio! Però, accetterei dell'al-
tro caffè.»
Monty indicò le, cassette registrate. «La signorina Lorne si è offerta di
venire nella sua giornata libera per dettare un rapporto sulle Amazzoni.»
«E adesso ritorno alla Loggia...»
«Oh, aspettate», disse Li. «Volevo parlare con voi fin dal mio arrivo.
Quando siamo andati a combattere contro l'incendio, ho visto alcune donne
della Loggia di Neskaya...»
«C'eravamo anche noi di Thendara», disse Magda, «ma non vi ho visto.»
«Oh, non sareste riuscita a notarmi», disse Alessandro Li. «Dovevo fare
scena muta e comportarmi come un servitore.»
Monty rise. «Anch'io, secondo Magda, dovrei fare scena muta, quando
sono per strada. Me l'ha detto stamattina!»
«Voi che siete stata nei Monti Kilghard», disse Aleki, «sapete qualcosa
sui... Comyn?»
«Quel che so», rispose Magda, «l'ho messo nel mio rapporto da Ardais.»
Aleki aggrottò la fronte. «Non è sufficiente. A volte ho l'impressione che
tra i Comyn, qualunque cosa essi siano, sia da cercare la spiegazione del-
l'intero Darkover. Sapete com'è la situazione; non intendono unirsi a noi, e
io vorrei saperne il vero motivo. Non posso chiedere a Jaelle, perché è pa-
rente di alcuni di loro. Nessuno dei nostri agenti sul campo è in grado di
darci informazioni su quelle persone; l'unica cosa che siamo riusciti a sa-
pere, qualche anno fa, è che c'è stata una sorta di lotta di potere tra i
Comyn. Riguardava qualcosa come le Torri: una specie di ribellione gui-
data da un certo Nobile Damon Ridenow... e quando sono andato a com-
battere il fuoco, l'ho trovato laggiù a dirigere le operazioni!»
«Be', allora dovreste sapere cosa succede», disse Magda. «Avete laggiù
uno dei migliori agenti sul campo. Non sarei mai riuscita a individuarlo,
ma siamo rimasti intrappolati insieme e l'ho sentito imprecare in terrestre.»
Solo allora venne colta da un dubbio: l'aveva veramente sentito, o gliel'a-
veva letto nel pensiero?
«Uno dei migliori agenti sul campo? Non capisco», disse Aleki. «Non
abbiamo nessuno dei nostri, nelle terre degli Alton. L'unico agente vera-
mente buono che abbiamo è Kadarin, e lui e Cargill sono nelle Terre Ari-
de. Di chi parlate?»
«Lo chiamano Andra...» disse Magda, e s'interruppe nel vedere lo sguar-
do soddisfatto di Aleki.
«Lo sapevo, c'era qualcosa dietro la storia del suo contratto e del fatto
che quest'uomo era legittimamente al servizio del Nobile Damon! È riusci-
to a infiltrarsi così bene perché non è apertamente in contatto con il Servi-
zio Informazioni... anche se si diceva che la nobiltà darkovana sa leggere
nei pensieri, e che non avremmo mai potuto infilare tra loro un agente se-
greto! Con lui, invece, sono riusciti a fare una vera operazione segreta;
hanno fatto cadere l'aeroplano, l'hanno dato per morto, e ora mi dite che
questo Andra... maledizione, io l'ho visto, correva da tutte le parti come
braccio destro di Damon, e non mi è mai venuto il sospetto che fosse un
nostro agente!»
«Non credo che sia la spiegazione giusta», disse Magda, ripensando al-
l'uomo da lei incontrato poche ore prima. Andra era un darkovano; aveva
risolto tutti i conflitti interiori, aveva trovato una casa. «I terrestri l'hanno
dato per morto. Forse lui preferisce così.»
Ma Aleki non si lasciò convincere. «Devo parlare con lui. In questo
momento dobbiamo prendere importanti decisioni su Darkover, e potrebbe
fornirmi le informazioni che mi mancano.»
Magda avrebbe potuto fornirgli quelle informazioni, ma anche lei, nel
prestare il Giuramento delle Amazzoni, aveva optato per Darkover. Si girò
verso Monty. «Adesso devo davvero andare.»
«Niente ballo al castello dei Comyn?»
«Un'Amazzone?» Rise. «Al castello non sanno neppure che esistiamo;
prima di invitare le Amazzoni, inviterebbero voi terrestri!»
«Be', è proprio quello che hanno fatto», disse Monty, e Aleki aggiunse:
«Ci saremo tutti. Ero venuto a mettermi d'accordo con Monty, ed è stato
un piacere inaspettato trovare voi, Lorne.» Le mostrò un elegante foglio di
pergamena.
«Come vedete, invita il Coordinatore, e una scelta rappresentanza del
suo seguito, a presenziare al ballo come segno di amicizia tra terrestri e
darkovani. Persone che siano qui da lungo tempo, come voi, Lorne, e che
sappiano come comportarsi.»
«In effetti», disse Monty, «era uno dei motivi per cui ero venuto a pren-
derti. Ma, tra una cosa e l'altra, non sono riuscito a dirtelo», si scusò.
Il primo impulso di Magda fu quello di rifiutare. Una Rinunciataria al
ballo del solstizio, e fra i membri della delegazione terrestre? Se qualcuno
l'avesse riconosciuta, mezz'anno di accurato lavoro di copertura se ne sa-
rebbe andato in fumo.
Ma, presto o tardi, qualcuno avrebbe scoperto la sua identità, no? Ed era
la prima volta che una donna terrestre poteva partecipare al ballo del ca-
stello Comyn.
«Potreste informarmi di quanto devo sapere», disse Aleki, «ed evitarmi
di fare sbagli...»
«E a capo della delegazione ci sarà mio padre», disse Monty. «Soltanto
voi potete impedirgli di coprirsi di ridicolo.»
«Oh, Jaelle e Peter possono benissimo...»
«Non so fino a che punto Jaelle abbia simpatia per me», disse Aleki. «Si
comporta in modo cortese, ma sento una certa opposizione da parte sua.
Haldane è irritato con me, e non gli do torto. Il suo avvenire è su questo
mondo, e io vado e vengo, ma lui sa che la sua carriera dipenderà dal mio
rapporto. Non potrà mai esserci una vera amicizia tra noi. Vorrei andare al
ballo con qualcuno che non mi è ostile.»
Magda annuì, con un sospiro. «Se la mettete in questo modo, non posso
rifiutarmi, naturalmente.»
«Avete qualcosa da mettervi? O devo farvelo preparare?»
«No, sono a posto. Al solstizio d'inverno, la Nobile Rohana mi ha rega-
lato un vestito da sera... temevo di non avere ulteriori occasioni di metter-
lo.»
«Ti vengo a prendere alla Loggia?» chiese Monty, e Magda rise alle-
gramente.
«Cielo, no! Le chiacchiere che si farebbero! Amo le mie sorelle della
Loggia, ma hanno la caratteristica che odio di più nelle donne: chiacchie-
rano! Mi fa piacere che si divertano, ma non alle mie spalle. Troviamoci al
cancello del palazzo.»
Diede la mano ad Aleki; Monty la accompagnò fino all'uscita dal campo.
Lo preferisco più come amico che come amante, pensò Magda. Ma,
giunta all'uscita, si lasciò baciare da lui; non voleva ferirlo.
Nel ritornare alla Loggia, ricordò che Jaelle l'aveva accusata di essere
troppo protettiva nei riguardi degli uomini. Probabilmente è vero, pensò.
Ma sono più forte di molti uomini che conosco, ed è così facile ferirli. O
sono io a circondarmi di uomini deboli, perché ho paura di quelli forti?
Alla porta della Loggia non c'era nessuna Amazzone di servizio; ma
venne Rezi ad aprirle, dalla cucina.
«Sono arrivate alcune sorelle della Loggia di Ballarmes», la informò, «e
andranno alla danza delle donne. Vieni anche tu? Carilla ha detto che sare-
ste venute insieme.»
Magda scosse la testa. «Mi spiace, ma ho già preso un altro impegno.
Carilla non me ne aveva detto niente.»
Salì nella sua stanza e stese il vestito sul letto per fargli prendere aria.
Aveva fatto la doccia nell'appartamento di Monty, perciò ora si limitò a
pettinarsi. Poco più tardi arrivò Carilla, che le sorrise deliziata.
«Stai davvero bene, sorella! Ma quel vestito è troppo elegante per il bal-
lo delle donne. Le nostre sorelle di Bellarmes sono in viaggio da tempo e
hanno solo gli abiti di tutti i giorni; inoltre, molte delle donne che verranno
al ballo sono povere vedove. Abiti come il tuo le fanno sentire a disagio, e
perciò noi di solito non ci vestiamo in maniera particolare per quel ballo. E
poi, questo genere di abiti serve solo per attirare gli uomini!»
«Oh, Carilla, mi dispiace! Ma non posso venire con te. Ho un altro im-
pegno...»
Carilla sorrise. «Senza dubbio sei invitata al castello dei Comyn e lo
stesso Signore Hastur ti farà aprire le danze!»
Magda scoppiò a ridere. «Non so nulla del Signore Hastur», cominciò,
«ma la verità è che... oh, Carilla, non mi crederesti!» S'interruppe. Non po-
teva dirle che Monty e Alessandro Li avevano insistito per farla andare al
ballo.
Ma Carilla pensò che l'invito le fosse venuto da Jaelle, sua madre di vo-
to; e un invito dei Comyn era un ordine.
«Oh, splendido! Poi mi dovrai raccontare tutto, sorella! Non hai gioielli,
ma io ho una collana di pietre di fuoco da prestarti; il colore s'intona per-
fettamente a quello del tuo vestito», disse, e andò a prenderla. Quando Ca-
rilla le mostrò le pietre preziose, Magda rimase senza fiato.
«Carilla, è troppo, non posso...»
«Perché no? Quel che è mio è tuo», disse Carilla, semplicemente, «e io
non ho certo intenzione di andare al ballo dei Comyn! Era di mia madre;
l'ho vista una sola volta, dopo...» ebbe un attimo di esitazione, «... dopo
quello che ti ho raccontato; ma quando è morta, un suo incaricato mi ha
portato la collana. Io non metto mai gioielli, ma non vedo perché la collana
debba sempre rimanere chiusa in una scatola e non debba, una volta tanto,
essere portata da una bella donna.» Gliela agganciò al collo, e Magda dis-
se, d'impulso:
«Per me sei bellissima, Carilla!»
Carilla rise. «Non mi ero mai accorta che ci vedessi male!» Le diede un
rapido abbraccio. «Il ballo dei Comyn termina a mezzanotte», disse, «e an-
che noi a quell'ora andremo al ballo pubblico. Raggiungici là.»
Magda disse impulsivamente: «Preferirei venire con te, davvero».
«Lo dici sul serio?» chiese Carilla, e l'abbracciò, sospirando: «Margali,
Margali... sai che ti amo... e tu non sei come Keitha, non hai le sue preven-
zioni...»
Dovevo aspettarmelo. Oggi ho scoperto che non voglio un uomo. Non
volevo Peter, quando sono stata sposata con lui, e con Monty è stata la
stessa cosa. Sono stata con Monty senza volergli bene. E Carilla è mia so-
rella di voto, è la mia migliore amica, mi ha sempre protetta. In nome del-
la Dea, perché negare a Carilla quello che ho dato senza preoccupazione
a Monty? Disse a Carilla: «Non saprei... non ci ho mai pensato... non mi è
mai successo».
Carilla la fissò. «Vuoi dire che neanche da bambina, non hai mai avuto
una sorella del cuore?»
Magda scosse la testa. Non aveva mai avuto amiche, prima di conoscere
le Amazzoni. Non sapevo di volere l'amicizia di una donna finché non ho
rischiato la vita per Jaelle.
Le parve che l'altra donna riuscisse a leggerle nei pensieri.
«Non preoccuparti», le disse Carilla. «L'amore è una cosa molto sempli-
ce. Vieni, te lo insegnerò.»

CAPITOLO 13
IL BALLO DEI COMYN

All'interno del campo terrestre non c'era niente che distinguesse il giorno
della festa del solstizio d'estate da qualsiasi altra giornata. Né doni, né de-
corazioni, né allegria. Ma Jaelle riuscì a sorridere a Peter, quando lo vide
entrare.
Con un leggero imbarazzo, lui le donò uno dei cestini di frutta e di fiori
che si regalavano in quella stagione. Il gesto riuscì a commuovere Jaelle:
doveva essersi recato fino in città per procurarselo.
Peter la abbracciò e le disse: «Devi metterti il vestito più bello per il bal-
lo di questa sera, anche se, nelle tue condizioni, non penso che potrai balla-
re molto...»
«Non ho molta voglia di andare al ballo pubblico», disse lei. «È sempre
affollato, e c'è brutta gente... a volte un'Amazzone deve difendersi da uo-
mini che si sentono superiori a lei...»
«Ci sarò io, e poi non si tratta di andare al ballo pubblico», disse Peter.
«È una famosa prima occasione per Darkover, cara, e credo che sia merito
tuo. Il Consiglio dei Comyn ha mandato un invito per Montray e per una
delegazione terrestre; naturalmente hanno chiesto la nostra presenza: tu sei
darkovana, e io conosco la lingua e il protocollo. Vogliono cementare i
rapporti con alcuni membri scelti della direzione del campo...»
«Russ Montray sarebbe da escludere, allora», disse lei, acida. Peter scos-
se la testa.
«Purtroppo non si può lasciare a casa il Coordinatore, ma mi è stato co-
municato in modo ufficioso di stargli accanto per non fargli fare brutte fi-
gure. E naturalmente ci sarà anche Monty. Ma tu devi stare con Cholayna,
perché è la donna di grado più alto. Peccato, non poter avere l'aiuto di Ma-
gda. Ma tra tutti dovremmo riuscire a controllare Montray.»
Jaelle aggrottò la fronte. Se quell'uomo era inadatto alla sua carica, sa-
rebbe stato meglio destituirlo, o assicurarsi che non avesse potere, come
aveva fatto il Consiglio dei Comyn con molti recenti sovrani, e come pro-
babilmente avevano fatto con il Nobile Gabriel... tutti sapevano che da di-
versi anni era Rohana, a comandare ad Ardais.
«Che cosa ti metti?» proseguiva Peter. «Non puoi certo andare in uni-
forme, e neppure vestita da Amazzone.»
«Metterò il vestito verde che Rohana mi ha regalato per il solstizio d'in-
verno», rispose Jaelle. Ma Peter scosse la testa e disse:
«Te l'hanno già visto. Per un'occasione come questa, devi avere qualcosa
di nuovo e di speciale».
«Ho dei vestiti alla Loggia, ma adesso mi saranno stretti.» Si guardò
l'addome. «Ma io e Rafi ci siamo sempre scambiate gli abiti, e lei è più
grossa di me; adesso i suoi vestiti mi andranno perfettamente, e sarà felice
di prestarmi qualcosa.»
«Non puoi farti prestare dei vestiti usati da un'altra donna!»
«Peter, non dire assurdità. Le sorelle servono a questo.»
«Mia moglie non deve farsi prestare i vestiti, o mettersi roba vecchia!»
«Peter, Rafi ha dei bei vestiti, e quelli da sera li mette una volta sola.
Sono nuovi.» Le pareva che Peter avesse due personalità: a volte era l'uo-
mo che lei amava, a volte era quel pazzo terrestre che le stava davanti, pie-
no di pregiudizi. «Ragiona, Peter. A Thendara, dove possiamo trovare un
sarto che mi prepari un abito da sera in giornata, e proprio il giorno della
festa? Perciò, o mettere il mio vecchio abito verde... anche se non vedo
come possa essere definito vecchio un vestito messo una sola volta... o
chiederne uno a Rafi, o venire vestita da Amazzone!» terminò, ridendo.
«Non ci avevo pensato. È un preavviso davvero breve, no?» disse Peter,
aggrottando la fronte. Poi sorrise. «Trovato. Andiamo al reparto approvvi-
gionamenti e ti facciamo fare qualcosa; qui al campo non è festa. Piglia il
vestito verde; lo facciamo copiare in qualche altro colore. Ti va bene l'az-
zurro?»
La preparazione del vestito richiese l'intera giornata. Quando infine glie-
lo consegnarono, e dalla scatola uscirono braccia e braccia di stoffa, Jaelle
rimase senza fiato: era elegantissimo, lungo fino a terra, con ricami e con
guarnizioni in pelliccia. Poi, osservandolo più attentamente, vide che non
era seta, non era pelliccia... erano solo fibre artificiali, come tutti gli abiti
dei terrestri. Se fosse stato un vestito darkovano, sarebbe costato il reddito
annuale di una grossa tenuta, ma così com'era fatto, terrestre, era un ingan-
no, una vergogna.
Non poteva mettere un vestito tutto artificiale come quello... sarebbe
sembrata una terrestre travestita da darkovana... Be', è quello che sono.
Faccio parte della delegazione terrestre, si disse poi. Ma, quando provò a
infilarselo, l'odore di plastica del vestito le fece storcere il naso. Frugò tra i
suoi oggetti personali, per cercare il sacchetto ricamato che le aveva dona-
to Magda. Il suo primo lavoro di cucito, le aveva detto. I punti disuniformi
le fecero ricordare i suoi primi anni nella Loggia, quando Carilla aveva in-
segnato a cucire alla ragazzina venuta dalle Terre Aride.
Ho sempre pensato di crescere in catene. Ricordò che durante il suo
primo anno alla Loggia era divenuta donna. Per le Amazzoni era un'occa-
sione di festa, mentre a Shainsa le avrebbero messo, nel corso di una ceri-
monia, le prime catene. Ed eccomi qui, e sono ugualmente incatenata... e
provò orrore per se stessa. Kindra glielo aveva detto molte volte: meglio
portare catene vere che appesantirsi con catene invisibili e fingere di essere
libera.
«Che cosa stai facendo, cara?» chiese Peter. Lei gli mostrò il sacchetto, e
Peter annuì.
«L'ho visto fare molte volte a Magda. Quando poteva, acquistava gli abi-
ti in città... diceva che quelli fabbricati dall'approvvigionamento non hanno
il giusto odore... e prima di mettere via un vestito passava un'essenza sulle
cuciture. Ha insegnato a farlo anche a me.» Infatti, quando Peter prese il
mantello, Jaelle sentì il familiare odore di incenso.
«Questo è uno dei difetti del travestimento di Aleki», disse lei. «I suoi
vestiti vengono dall'approvvigionamento e non hanno l'odore giusto.»
«Vero, mi pareva che ci fosse qualcosa», disse Peter. «Glielo riferirò.»
Nell'attraversare la piazza del mercato, Jaelle cominciò a sentire l'atmo-
sfera della festa. Quando giunsero al cancello del palazzo, i musicisti ave-
vano già iniziato a suonare. Alcuni danzatori professionisti si stavano esi-
bendo e gli ospiti salutavano gli amici. Poi vennero aperte le danze e Peter
e Jaelle danzarono insieme.
Jaelle non aveva mai danzato al castello dei Comyn, ma pensò di nuovo
che quell'ambiente sarebbe potuto diventare il suo: bastava accettare il
seggio in Consiglio, come le aveva suggerito Rohana. E Peter ne sarebbe
stato così contento... con stupore, si accorse che per qualche istante aveva
preso davvero in considerazione quell'ipotesi, e si sentì girare la testa.
«Cara, che cosa c'è?»
Lei gli sorrise. «Che fastidio, la gravidanza! Ho bisogno di aria...»
«Siediti qui, vicino alla finestra. Ti porto qualcosa da bere», disse Peter,
e si allontanò verso il tavolo dei rinfreschi.
Jaelle si andò a sedere sul balcone, all'ombra, immersa nei profumi del-
l'estate che venivano dal giardino. Poi venne bruscamente distratta da una
voce che non faceva parte di quell'ambiente. Era Alessandro Li, che parla-
va in terrestre, con irritazione.
«Ve lo dicevo che l'avremmo trovato qui! Che fortuna!»
«Alessandro... Aleki... Jaelle non ve l'ha detto? È il genero del Signore
di Alton, e non potete accostarvi a lui per rivolgergli domande impertinenti
sulle questioni private dei Regni...» Era Magda! Che ci faceva, laggiù?
«No, non capite, Magda. Quest'uomo è la chiave di tutto. Sono giunto a
Darkover per chiarire determinati particolari, e solo lui può spiegarmeli!
Carr sa certo perché...»
«Quest'uomo è il Nobile Andra Lanart, e così dovete considerarlo», dis-
se Magda, con irritazione. «Non so se sia Carr o un altro...»
«Be', io lo so; ho controllato le fotografie. E chi altri potrebbe essere?
Voi stessa avete detto che è un terrestre!»
«Al diavolo le fotografie, allora!» disse Magda. Poi si udì la voce di
Monty:
«Sarà la persona che cercate, Sandro. Ma non potete parlargli ora, e que-
sto chiude la cosa. Portatelo a ballare, Magda; siamo qui per questo, non
per creare guai».
«Non voglio creare nessun guaio», disse Aleki, con irritazione. «Devo
soltanto parlargli; perché non mi aiutate a farlo, invece di essere così osti-
nata?»
«Se c'è una persona ostinata, qui, non sono io», disse Magda, con ira.
«Una volta per tutte, toglietevelo dalla testa, e smettetela di ragionare co-
me un terrestre, che pensa al lavoro perfino al ballo del solstizio!»
«Magdalen Lorne!» Era la voce del vecchio Montray; il tono era scher-
zoso, anche se un po' greve. «È questo il modo di parlare con un superiore?
E a un ballo? Vi trovo in piena forma. Monty, perché non mi hai detto che
l'avevi trovata e che l'avevi convinta a venire? Come tuo superiore, te l'a-
vrei tolta per prenderla come mia accompagnatrice!»
«Cholayna!» disse Magda, con sollievo. «Come siete elegante. Siete con
il Coordinatore?»
In tono neutro, gentile, Cholayna disse: «La gente mi fissa meno del
previsto. Non so se è per buona educazione o perché sono convinti che tut-
ti i terrestri debbano avere l'aspetto strano».
«Se devono fissare una persona per il solo fatto che ha la pelle più scura,
peggio per loro. Significa che sono dei barbari ignoranti», commentò Li.
«Salve, Haldane, dov'è la vostra incantevole signora?»
«Le mancava l'aria», disse Peter. «L'ho lasciata qui attorno, mentre an-
davo a prenderle da bere.»
Jaelle approfittò dell'occasione per rientrare. «Ero uscita. Là fuori si sta-
va bene.» Prese il bicchiere che Peter le porgeva, e vide che Magda aveva
il vestito che le aveva donato Rohana e una bellissima collana di pietre di
fuoco. Si chinò a esaminarla.
«Te l'ha imprestata Carilla? È molto bella», disse. «Me l'aveva fatta met-
tere il giorno del Giuramento.» Vide che Magda, nell'udire il nome di Ca-
rilla, pareva inquieta. Qualcosa la preoccupava? Poi Monty invitò Magda a
ballare, e Jaelle notò come il giovane le accarezzava il collo e come la te-
neva. Un modo sensuale... Che mi succede? Un tempo non davo alcuna
importanza a queste cose.
«Dobbiamo riavere tra noi quella ragazza», diceva intanto Alessandro
Li. «Senza offesa, Haldane, ma vale per dieci; quella ragazza è un genio,
non possiamo permettere che si perda così, in missioni sul campo. Si meri-
tava una vacanza, d'accordo, ma non possiamo correre il rischio che ci la-
sci! È quello che deve essere successo a Carr; quell'uomo non è certo in
servizio, e neppure in permesso! Eppure, ogni volta che ho cercato di avvi-
cinarmi a lui, Magda ha insistito perché la facessi ballare.»
«Magda ha ragione», disse Jaelle gentilmente. «Anche se volete parlare
con questo Carr, ci sono un modo giusto e un modo sbagliato di farlo. Non
potete piombare sul Nobile Andra Lanart e dirgli: "Olà, Andy, come va la
vita?"» Nel pronunciare la frase, imitò pesantemente l'accento terrestre;
Peter rabbrividì.
«Non vedo perché», disse Montray. «Non lo farei in maniera tanto roz-
za, ma penso di poter parlare con un mio vecchio dipendente... anche se
non era del mio ufficio... per chiedergli la cortesia di venire a regolarizzare
la sua posizione. Ci sono certe regole di comportamento anche tra i terre-
stri... benché voi, signora Haldane, non ne siate convinta. Mi spiace di a-
vervi dato un'impressione negativa di noi.» Quando Magda e Monty fecero
ritorno, il Coordinatore toccò sulla spalla Magdalen.
«Signorina Lorne, vorrei ricordarvi che io e Alessandro Li siamo vostri
superiori; intendo darvi un ordine ufficiale. Trovate un modo per farci par-
lare con Carr, questa sera stessa.»
Magda rispose, in tono gelido: «E io posso ricordarvi che sono in per-
messo e che sono venuta qui per fare un favore personale al signor Li?»
«Qui siete sotto i miei ordini, come ogni altro terrestre», disse Montray,
aggrottando la fronte, «e questo comprende anche Andrew Carr. Non so
perché trattiamo quest'uomo con i guanti. Dopotutto, è un cittadino terre-
stre.»
«No, non lo è», disse Magda. «Ci siamo presi la briga di controllare la
sua posizione ufficiale. È elencato come defunto, e con la dichiarazione di
morte ha perso la cittadinanza. Legalmente, la perdita dei diritti di cittadi-
no comporta anche la perdita di quei doveri.»
«Se la mettete sul piano legale», disse Montray, «a Carr manca ancora
un anno per essere considerato legalmente morto; la sua morte è presunta
per altri dodici mesi: solo alla fine di quest'anno sarà morto per la legge.
C'è differenza.»
«Per la legge di Darkover», fece notare Peter, «l'identità di un uomo è
quella che dà lui stesso, a meno che non abbia commesso un reato.»
«Non c'entra, e lo sapete anche voi», disse Montray. «Avete trascorso
troppo tempo su Darkover e cominciate a ragionare come un indigeno.
Quanto a voi, signorina Lorne, o obbedirete agli ordini, o vi sbatterò via da
Darkover. Tutto qui.»
Magda si accorse di essere in trappola. Con ira, rispose: «Se non volete
lo scandalo... e in tal caso la nostra sarà non solo la prima delegazione ter-
restre invitata qui, ma anche l'ultima... ritirate il vostro ordine. In una que-
stione di protocollo come questa, l'esperto ha il diritto di opporsi perfino a
un ordine di un ambasciatore, se l'ordine rischia di danneggiare la reputa-
zione della Confederazione terrestre. E questo, lasciatemi dire, è proprio il
nostro caso».
Montray la fissò senza parlare; intervenne Li, che chiese: «Come biso-
gna fare, allora, per avere un colloquio?»
«Per prima cosa, dovete essere presentati da un conoscente comune»,
disse Magda, «e il conoscente dovrà essere di rango superiore a quello di
tutt'e due. Quest'anno il Reggente di Alton non è qui... sua moglie è mala-
ta, a quanto so, e Andra presenzia come suo rappresentante personale...»
«È proprio per questo che vorremmo parlargli, prima che sparisca di
nuovo», disse Cholayna. «Un terrestre che riesce a introdursi così profon-
damente nella gerarchia di un regno... non ho la tua esperienza, Magda, ma
so che è una cosa straordinaria.»
Magda rispose, lentamente: «Se fa parte della corte del Reggente di Al-
ton, forse la soluzione migliore è di mandare qualcuno dei vostri agenti ad
Armida, per chiedere un colloquio privato con il Nobile Andra... non con
Andrew Carr... e di assicurarsi che il colloquio sia veramente privato; poi,
solo in un secondo tempo, affrontare il problema. Trattarlo come se fosse
un vostro agente sul campo e come se non voleste rivelare la sua vera iden-
tità».
«Non so se c'è il tempo di farlo...» disse Li, ma Cholayna lo interruppe:
«Potrebbe occuparsene qualcuno dei nostri».
«Mi sembra una cosa abbastanza semplice», disse Monty. «Carr... o il
Nobile Andra... non ha certo intenzione di fuggire. Laggiù è ben introdotto
ed è pienamente visibile.» Prese Magda per la mano. «E se staremo qui
tutta la sera a discutere, i darkovani penseranno che complottiamo contro
di loro. Sarebbe meglio ballare. Posso...»
Ma il vecchio Montray lo precedette. «Ordini superiori», scherzò. «È il
mio turno, Magda. Non oserei ballare con nessun'altra: soltanto voi riuscite
a evitarmi le brutte figure!»
Peter invitò Cholayna, e Jaelle rimase con Li, che la invitò a ballare.
«Vi dispiace, se vi dico di no? Sono senza fiato», rispose Jaelle, facen-
dosi aria e guardando i ballerini. La musica terminò; Jaelle vide che Cho-
layna e Peter si erano fermati accanto ai tavoli dei rinfreschi.
«Chi è quella dama che parla con Haldane?» chiese Aleki, e Jaelle vide
con sorpresa che Rohana aveva lasciato la fila delle vedove e aveva rag-
giunto Peter e Cholayna.
«E la mia parente... la sorella adottiva di mia madre», spiegò lei. «La
Nobile Rohana Ardais.»
«E l'uomo vicino a lei?»
«Suo figlio. Mio cugino Kyril. Una rassomiglianza straordinaria, vero?»
commentò, e in effetti la somiglianza tra lui e Peter era più forte che mai.
L'unica diversità era che Peter indossava l'uniforme terrestre di gala, e che
Kyril aveva i capelli più lunghi. Kyril rivolse un inchino a Cholayna... e al-
l'improvviso Jaelle ebbe l'impressione di trovarsi al fianco di Peter e di
sentire quel che Rohana gli diceva.
C'è Jaelle? volevo parlarle, dovrebbe prendere il suo seggio in Consi-
glio... vi ha detto che ha diritto al seggio perché è nella linea di successio-
ne del regno di Aillard?
Jaelle impallidì. Non voleva che Peter lo sapesse; gliene aveva fatto sol-
tanto qualche accenno vago. Le parve che la stanza si mettesse a ruotare;
un istante più tardi, Magda le prese il braccio.
«Che cosa c'è, sorella? Ti senti ancora girare la testa? Forse qui dentro
c'è troppa folla», le disse. «Sediamoci, parliamo un poco...»
Jaelle lesse i pensieri di Magda: Sei riuscita a fare quello che non ho sa-
puto fare io: dargli un figlio...
«Come lo sai?» chiese. «Te l'ha detto Marisela?»
Magda scosse la testa. «No, non è stata lei. Sei passata alla Loggia, re-
centemente?»
«Mentre eri fuori, a combattere l'incendio, sorella; ero preoccupata per
te», disse Jaelle.
«Che aspettavi un figlio, me l'ha detto Monty», spiegò Magda. «Oggi
sono passata al campo terrestre per fare rapporto.» Le spiegò che Monty
era passato a prenderla alla Loggia, e le riferì gli altri avvenimenti della
giornata. Non parlò di una certa mezz'ora privata tra lei e Monty, ma Jaelle
glielo lesse nella mente e ne rimase stupita. Perché Magda le diceva certe
cose? Ma in realtà Magda non gliele aveva dette. Era stata lei a leggerglie-
le nei pensieri. Di nuovo il potere. Non sapendo cosa dire, commentò:
«Proprio da terrestre: al lavoro perfino il giorno del solstizio!»
Ma Magda la interruppe: «Laggiù c'è Andria», disse, e Jaelle vide un
gruppetto con la livrea degli Alton, fra cui spiccava un uomo molto alto,
biondo come gli abitanti delle Terre Aride. Magda intendeva veramente di-
re che quell'uomo era il terrestre caduto con l'aeroplano e poi riapparso in
modo misterioso nelle terre degli Alton, al servizio del Reggente?
Mordendosi il labbro, Magda disse: «Devo parlare con lui; devo avver-
tirlo; ha detto che ripartiva domattina...» e Jaelle, a quel punto, non si pre-
occupò di chiederle come lo sapesse. Ma quando Magda si alzò per rag-
giungere l'uomo, lei la prese per il braccio.
«Hai appena finito di insegnare alla delegazione terrestre il modo corret-
to di comportarsi; come puoi pensare di andare da Andra...»
«Ma io lo conosco», disse Magda. «Mi ha salvato la vita durante l'incen-
dio della foresta. E questa mattina è venuto alla Loggia per accompagnare
Ferrika.»
«Non conosco Ferrika», disse Jaelle. «Ha prestato il Giuramento a Ne-
skaya, ma non è figlia di voto di Marisela? E viaggiava con questo Andra,
chiunque lui sia...» Jaelle aggrottò la fronte, confusa, ma Magda disse:
«Sorella, fidati di me. Ti spiegherò poi.» Si diresse verso Andra.
E in quel momento Jaelle poté constatare l'abilità di Magda. Nell'avvici-
narsi ad Andra, Magda si comportò come una dama di Darkover, estre-
mamente compita, a parte i corti capelli da Amazzone. Una dama di rango
secondario, che si inchinava davanti a un nobile Comyn e gli chiedeva il
permesso di parlargli.
Con un inchino, Andra le baciò la mano. Jaelle non riuscì a sentire le lo-
ro parole, e continuò a dirsi: Quest'uomo è certamente un nobile Comyn,
come lo si può scambiare per un terrestre?
Poi Magda lasciò l'uomo e fece ritorno accanto a Jaelle, che le lesse nel-
la mente la sua impressione di Andra, Comyn o terrestre che fosse: un uo-
mo alto e forte, non bello, ma dotato di grande sicurezza di sé e di un'im-
mensa energia. Le tornò in mente Lorill Hastur, il Reggente dei Comyn,
quando l'aveva visto da bambina. Un uomo tranquillo, non imponente, ma
che dava l'impressione di un enorme potere personale, tenuto perfettamen-
te sotto controllo. Il potere che Jaelle era abituata ad associare ai Comyn. Il
Nobile Gabriel non l'aveva mai posseduto, forse perché era un invalido.
Ma che potesse possederlo un terrestre?
«Guarda», le disse Magda, «se ne sta andando.» E infatti il Nobile An-
dra si inchinava in quel momento al Principe Aran Elhalyn come per pren-
dere ufficialmente congedo.
«La cosa non ha nessuna importanza, sai?» disse Jaelle. «Quell'uomo
potrebbe parlare per una giornata intera con Montray, o con Aleki, senza
fargli sapere più di quanto lui stesso non voglia dire.»
In quel momento, Magda si stava servendo una porzione di dolce. Jaelle
la guardò con invidia: non si fidava di mangiare, temeva che le venisse la
nausea.
Magda disse: «Sì. Ed è proprio per questo che preferisco tenerli separati.
Qualunque cosa dicesse Carr, non la accetterebbero. In realtà, Montray e
Li non vogliono da Carr una risposta: vogliono che i Comyn lo dichiarino
persona non gradita, per poi portarlo al campo terrestre e fargli dire quello
che sa. A quel punto si aprirebbe tra gli Alton e i terrestri un'ostilità che
durerebbe per varie generazioni.»
Poi esclamò: «Mio Dio!», e si lanciò in mezzo alla folla, mormorando
parole di scusa. Jaelle vide che Alessandro Li e Russell Montray, vana-
mente inseguiti da Peter, si dirigevano verso il gruppo di Carr. Peter riuscì
a raggiungere il Coordinatore e a dirgli qualcosa all'orecchio, ma Montray
scosse la testa.
Il Coordinatore arrivò davanti a Carr e gli disse alcune frasi a bassa vo-
ce.
Jaelle non sentì la risposta di Andra; vide solo la sua faccia cortese, ma
gelida. Allora Montray le ripeté a voce alta; le due guardie del corpo si fe-
cero avanti, pronte a difendere il loro signore da quello straniero presun-
tuoso.
Da un momento all'altro, la scena poteva richiamare l'attenzione dei pre-
senti. Montray disse, parlando forte: «Sentite, devo solo discutere per al-
cuni minuti con voi; non volevo farlo davanti a tutti, ma non mi lasciate al-
ternative».
Peter lo sollevò di peso e lo tirò indietro, mentre le guardie del corpo di
Andra si avvicinavano minacciosamente. Poi un mormorio corse tra la fol-
la; si fece avanti il Principe Aran, tra il suo aiutante di campo e il giovane
Danvan Hastur, mentre la folla si apriva rispettosamente per farlo passare.
Magda prese per la spalla Alessandro Li e gli mormorò qualcosa all'o-
recchio; Li si inchinò davanti ai nobili. Parlò in terrestre e Magda tradusse:
«Maestà, vi chiediamo umilmente perdono; la questione verrà risolta in
privato; ci scusiamo per il disturbo». Ma, ancor prima che Magda finisse,
il Principe Aran mosse la mano negligentemente e si allontanò. Alessandro
Li disse a bassa voce:
«Maledizione, Montray, ancora una parola e vi sbatto a schiacciare pul-
santi in una colonia penale!»
Intanto, in centro alla sala un gruppo di cadetti si era messo a eseguire
una danza delle spade; il Principe Aran andò ad assistere.
Andra e il suo gruppo si erano già allontanati. Peter scosse la testa. «Co-
sì, è fatta. Tutti sapevano com'era Montray, ma finora potevano fingere di
ignorarlo...»
Russell Montray continuava a mormorare: «Rivolgerò una richiesta uffi-
ciale agli Hastur. Quell'uomo è un cittadino terrestre, e io ho il diritto di
parlargli...»
«Lascia perdere, prima che ci mandino via», rispose Monty. «Haldane sa
cosa dice. E così pure Magda...»
Montray si voltò verso di loro, come una furia: «Ne ho abbastanza di
questi maledetti esperti!» ringhiò. «Finora ho sopportato, mentre voi lec-
cavate le suole a questi indigeni! Perché vi hanno appiccicato l'etichetta di
esperti, vi credete di poter fare quello che volete? Be', adesso basta. Al mio
ritorno al campo inoltrerò richiesta di trasferimento per voi, e vedrete che
non avrete più il permesso di ritornare indietro! Ho ancora l'autorità per
farlo, e avrei già dovuto farlo da tempo. Quanto a voi, Lorne, vi voglio al
campo questa sera, e a rapporto. Non domani. Questa sera.»
«Io sono ufficialmente in licenza», osservò Magda.
«Licenza annullata!» ribatté Montray. «Richiamata in servizio attivo
come previsto dal paragrafo 16.4.»
«Oh, al diavolo» disse Magda. «Mi dimetto. Cholayna, siete testimone.
Mi spiace, non ho niente contro di voi...»
«Magda», disse Monty, abbracciandole la vita. «Cara, ascolta. Calmate-
vi tutti.» Si rivolse al padre: «Questo non è né il momento né il luogo...»
«Mi sono calmato e ho ascoltato per l'ultima volta. Credete che non sap-
pia quello che mormorate tutti alle mie spalle, che nessuno mi deve dare
retta? Be', ora basta. Da quarant'anni continuiamo a trattare con i guanti
questa gente, ed è ora di smetterla. Qui deve cambiare tutto. Voglio altra
gente al Servizio Informazioni: gente fedele alla Confederazione. Non vo-
glio più avere nessuna delle vecchie persone. Quanto a voi, Haldane, avrei
dovuto mandarvi via quando avete sposato una darkovana. Ma adesso vi
manderò via tutti, anche se dovesse essere l'ultima cosa che faccio.»
«E lo sarebbe davvero», disse Alessandro Li. «I rapporti con Darkover
sono una questione politica di altissima importanza.» Ma Montray era
troppo incollerito per dargli retta.
«Allora, maledizione, forse è la volta che riesco a fare trasferire anche
me... da anni cerco inutilmente di andarmene!» Si allontanò.
«Buon Dio!» mormorò Peter, e si voltò verso Jaelle. «Cara, puoi tornare
con Li e Monty? Devo parlargli prima che inoltri la richiesta, o finiamo
tutti male. Si può fare ricorso, ma passa un mucchio di tempo...»
Monty prese la mano di Magda. «Non preoccuparti del Vecchio. Si cal-
merà. Non l'hai mai visto in collera?»
«Mi sono occupata per anni delle sue collere», disse Magda, stancamen-
te. «Ma questa è l'ultima volta. Parlo sul serio, Monty. Do le dimissioni. E
all'alba devo ritornare alla Loggia.»
«Vengo anch'io alla Loggia con te», disse Jaelle, ma Peter la prese per le
spalle.
«No, Jaelle! Per l'amor di Dio, fa' come ti dico. Non combattermi. Ritor-
na al campo terrestre, e aspettami. Lotto anche per te... per nostro figlio.»
Alessandro Li disse: «Vi accompagno io, Jaelle, e Peter corse dietro i
due Montray».
Jaelle non ricordò nulla del suo tragitto attraverso le strade di Thendara:
solo che erano piene di gente che rideva, beveva, gettava fiori. Quando
giunse nel loro appartamento trovò molti piccoli fiori nelle pieghe del ve-
stito finto in cui aveva danzato spensieratamente.
Si disse: Spero che lo mandino via da Darkover. Così non dovrò più ri-
vederlo. Ormai era certa: il matrimonio con Peter era stato un errore. Era
stata solo una breve infatuazione, e lei non l'aveva capito. Nella vita di Pe-
ter non c'era posto per una moglie.
Capiva anche perché tra Magda e Peter fosse tutto finito. Peter pensava
solo alla sua ambizione, e la moglie doveva sacrificargli la propria perso-
nalità. C'era qualcosa in lui che attirava le donne dal carattere forte, ma Pe-
ter a un certo punto sentiva la necessità di indebolirle e di schiacciarle,
perché temeva la loro forza.
Per fortuna, non si erano sposati di catenas, e il matrimonio terrestre si
poteva sciogliere facilmente. Lei, però si era impegnata a prendersi cura di
Aleki. E l'onore, come le aveva detto Rohana, stava nel mantenere i propri
impegni anche nei momenti difficili.
Senza aspettare il ritorno di Peter, indossò l'uniforme, controllò le varie
apparecchiature inserite nel colletto. Come aveva fatto in fretta a prendere
quell'abitudine! Pensava di andare a mangiare qualcosa alla mensa e poi di
recarsi nell'ufficio di Cholayna. In seguito sarebbe andata ad abitare con le
Amazzoni che dovevano venire a studiare medicina.
Si stava pettinando, quando sentì ritornare Peter. Era ubriaco, e Jaelle
rabbrividì. Una volta, Kyril si era ubriacato e aveva cercato di darle fasti-
dio: da quel giorno lei aveva sempre provato avversione per gli ubriachi.
Ma Peter, nel vederla, si limitò a mormorare un insulto.
«Peter, che cosa c'è? Cosa ha detto Montray? Dove sei stato?»
Lui la guardò negli occhi. «Che importa, a te?» disse, e andò a chiudersi
nel bagno. Poi aprì la doccia.
Una parte di Jaelle voleva rimanere, aspettare che gli passassero i fumi
dell'alcool, chiedergli spiegazioni. Un'altra parte era indifferente. Disse:
«Vero. Non me ne importa», anche se il rumore della doccia impediva a
Peter di sentire le sue parole, e se ne andò.

CAPITOLO 14
LA PARTENZA

Magda attraversò lentamente le strade di Thendara, ripensando a quanto


aveva promesso a Cholayna: di aspettare di parlare con lei, nella Loggia,
prima di presentare le dimissioni.
Ma adesso voleva raggiungere Carilla alla danza delle donne. Tra le
Amazzoni aveva scoperto un genere di solidarietà che non aveva mai co-
nosciuto in precedenza: sentiva di preferire di gran lunga l'ambiente delle
Rinunciatarie a quello del campo terrestre. E almeno a Carilla doveva ri-
velare la sua vera identità: Carilla si meritava di essere trattata onestamente
da lei.
Era già piuttosto tardi: le strade erano quasi vuote, anche se al chiuso si
continuava a danzare fino al mattino. Giunse al luogo dove si era tenuta la
danza delle donne, ma con una certa costernazione vide che la casa era
buia e silenziosa, la porta sprangata. Dove vado, adesso? si chiese. Poi
sentì giungere suoni e canti dal fondo della strada: laggiù c'era un'osteria, e
gli avventori erano usciti a danzare sulla strada.
A un tavolo c'era un gruppo di uomini della guardia, accompagnato da
alcune donne; a un altro tavolo c'erano numerose Amazzoni, tra cui Lauria
e Rafi: questa, mentre Magda si avvicinava, si alzò e andò a ballare con
una delle guardie. C'erano anche Carilla, con un bicchiere in mano, e Kei-
tha e Marisela in abiti da lavoro, con la cuffia bianca delle levatrici. Keitha
sollevò il bicchiere e invitò Magda.
«Siediti con noi, Margali... chi nasce la notte del solstizio è fortunato, e
pare che gran parte delle donne della città sia ansiosa di dare ai propri figli
una simile fortuna! Ma a quest'ora, probabilmente, ogni madre che non si è
ancora sgravata è troppo ubriaca per farlo prima di domani. Andiamo a ca-
sa!»
Magda accettò un bicchiere. Una delle guardie sedute all'altro tavolo si
avvicinò a loro.
«Auguri per il solstizio, Margali! Vi ricordate di me? Ci siamo incontrati
quest'inverno al castello di Ardais, e adesso lavoro qui a Thendara... vi ri-
cordate, ci conoscevamo da bambini a Caer Donn, e voi prendevate lezione
di danza da mia sorella... sono Darrell di Darnak; verreste a bere con me?»
Lei sorrise, mentre lui le baciava la mano. «Oh, mi spiace, ma le mie so-
relle mi aspettavano».
Darrell la guardò con aria triste. «Ho girato per tutta la notte, per cercar-
vi. Quando avrete salutato le vostre amiche, verrete a ballare con me?»
Magda guardò Carilla, che le disse: «Danza, se vuoi, bambina». L'alta
Amazzone sorrise a Darrell e aggiunse: «Siamo compagni di spada, posso
offrirvi da bere?»
«Temo di avere bevuto già troppo, ma posso avere il piacere di ballare
con voi, magistra?»
«Non danzo con gli uomini, fratello. Ma sono certa che altre mie sorelle
ne sarebbero liete.»
Marisela si alzò, ridendo, e si mosse verso di lui. «Ho lavorato tutto il
giorno e non ho avuto molte occasioni di. divertirmi. Ma la notte del sol-
stizio non si deve andare a letto senza avere fatto almeno un ballo. Se la
mia sorella mi presentasse... non posso danzare con un uomo di cui non so
neppure il nome!»
Magda rise e presentò Darrell a Marisela, che quella sera, nella sua gon-
na azzurra, sembrava molto più giovane ed era assai graziosa; arrossendo,
si tirò indietro la cuffia, liberando i ricci color rame. Darrell si inchinò e la
portò nel cerchio di ballerini che si stava formando nella pista improvvisa-
ta in mezzo alla strada; anche Janetta e Lauria si unirono, ma Carilla scos-
se la testa, quando fecero segno a lei e Magda di unirsi a loro.
«Ti vedo stanca, Margali», disse Carilla, «ma sei molto bella. Com'era il
grande ballo? C'erano tutti i grandi Comyn? E la Nobile Rohana? E Shaya,
era laggiù con il suo compagno? Che tipo di persona è?»
«Sì, c'erano tutti e due», disse Magda, chiedendosi come rispondere alla
domanda di Carilla; come poteva descrivere Peter Haldane? «Ma Jaelle mi
è parsa molto stanca... aspetta un bambino, lo sapevi?»
«La piccola Jaelle, con un bambino!» esclamò Carilla. «Mi sembra che
sia passato solo un paio di anni, da quando le ho tagliato i capelli e le ho
dato la prima lezione con il coltello. E ritornerà alla Loggia per la nasci-
ta?»
Alcune delle guardie erano venute a chiedere alle Amazzoni di danzare,
e la festa pareva destinata a prolungarsi. Alcune delle donne, invece, dan-
zavano tra loro. Ma un gruppetto di guardie non si era mosso, e del gruppo
faceva parte anche una donna. Guardando meglio, però, Magda si accorse
che erano tutti uomini: quella che le era parsa una donna era solo un ragaz-
zo molto snello, estremamente giovane, che si era lasciato crescere i capel-
li e che se li era pettinati in modo da imitare un'acconciatura femminile. In
mezzo al gruppo c'erano anche dei terrestri. Uno di essi indossava l'uni-
forme nera delle guardie di sicurezza del campo terrestre.
Naturalmente. Alla festa del solstizio, quando tutte le classi si mescola-
vano senza pregiudizi, certi terrestri approfittavano della tolleranza darko-
vana verso gli uomini che preferivano la compagnia maschile. Guardando i
terrestri del gruppo, Magda ebbe perfino l'impressione di riconoscerne u-
no: quel giorno le aveva controllato il lasciapassare. Comunque, pensò, a-
vrebbero potuto indossare abiti darkovani, invece di uscire in uniforme.
Intanto, Darrell era ritornato e si inchinava a Marisela. Poi guardò Ma-
gda con aria speranzosa, e Carilla, ridendo, le disse: «Va' a ballare, bambi-
na».
Con riluttanza, Magda si alzò. Si augurò che Darrell non parlasse della
loro infanzia a Caer Donn, dove lei era conosciuta come la figlia dello stu-
dioso terrestre Lorne: non voleva correre il rischio di rivelarsi. Ma, fu pre-
sto evidente che Darrell pensava a tutt'altre cose. Era un ottimo ballerino,
ma la teneva un po' troppo stretta, e Magda, alla fine della danza, avrebbe
trovato una scusa per non ballare più, ma erano finiti all'estremità della pi-
sta, e un rifiuto sarebbe risultato un po' troppo offensivo. Faceva molto
caldo, e a Thendara quel genere di afa precedeva sempre una tempesta.
Dall'odore dell'aria, l'alba doveva essere ormai vicina. Al termine della se-
conda danza con Darrell, Magda vide che i suonatori cominciavano a met-
tere via gli strumenti. Darrell pilotò Magda verso un angolo buio e le sfio-
rò le labbra. Lei lo lasciò fare: un bacio alla fine di un ballo non era nulla
di impegnativo; ma quando l'uomo cercò di abbracciarla, mormorando:
«Non voglio concludere da solo questa notte», Magda scosse la testa e lo
allontanò da sé.
«Tutti, uomini e donne, onorano in questo momento gli amori degli
Dei...»
No. Questo era davvero troppo. La festa del solstizio le aveva già portato
più problemi amorosi del voluto, e Magda non aveva nessunissima inten-
zione di concedersi a lui lì sulla strada, all'aperto, senza alcuna preoccupa-
zione di nascondersi agli occhi dei passanti, come facevano le coppie che
approfittavano della licenza di quella notte. Lei conosceva Darrell, ma solo
superficialmente.
«No», ripeté, allontanandolo. «Sono molto onorata, grazie, ma no; dav-
vero no.»
«Ma è un dovere...» mormorò lui, cercando di baciarla sul collo. Se Ma-
gda si fosse accorta che era così alticcio, non avrebbe accettato di ballare
con lui! Con mani troppo calde, Darrell le accarezzava il collo e cercava di
toccarle il seno. Magda rimpianse di non indossare la sua tunica da Amaz-
zone, invece del vestito da ballo. Era perfettamente in grado di difendersi,
ma quell'uomo era un amico d'infanzia, e lei in realtà non voleva fargli ma-
le. Lo allontanò di nuovo, ma, nel vedere che non si staccava, gli diede uno
schiaffo. Lui batté le palpebre e fissò Magda con stupore.
«Prima mi eccitate, e adesso mi mandate via?»
Magda rispose, esasperata: «Io mi sono limitata a danzare con voi; siete
stato voi stesso a eccitarvi! Non dite sciocchezze, Darrell! Intendete davve-
ro dire che vi ho eccitato? Allora, se vi basta questo, ogni donna di Then-
dara dovrebbe andare in giro velata, come nelle Terre Aride!»
Lui fece la faccia afflitta.
«Be', non c'è niente di male a chiedere...»
Con sollievo, lei gli restituì il sorriso. «Certo. Se ci si limita a chiedere,
senza cercare di prendere con la forza!»
«Non è colpa mia, se la tentazione è troppo forte!» disse Darrell, alle-
gramente, e cercò di baciarla sulla spalla, ma lei si spostò; non l'aveva cer-
to detto per civetteria! Maledizione, dopo tanti mesi di isolamento, le arri-
vavano addosso tutti quegli uomini, e per di più uomini pienamente accet-
tabili! Prima Monty, e adesso questo simpatico ex amico d'infanzia... se
non ci fossero state le Amazzoni, Magda avrebbe accettato le sue propo-
ste? Non lo sapeva neppure lei.
All'ombra di uno degli edifici, una donna vestita da Amazzone - Rafi,
senza dubbio - era abbracciata a un uomo, con una tale violenza da sem-
brare quasi due lottatori; erano vestiti, ma dai movimenti non era difficile
capire che cosa succedeva. Magda distolse lo sguardo, imbarazzata, e tornò
a sedersi al tavolo delle Amazzoni.
Carilla sbadigliò, e si coprì la bocca con una mano lunga e sottile. «A
questo punto dovremmo veramente fare ritorno alla Loggia», disse. «La
luna sta per tramontare, e tu e Keitha dovete essere di ritorno prima dell'al-
ba.» Rise. «Quanto a me, potrei rimanere fuori finché lo desidero, ma in
questo momento ho solo voglia di andare a dormire.»
I proprietari dell'osteria cercavano di togliere le panche a mano a mano
che si liberavano, ansiosi di chiudere. Le guardie, nel vedere che non c'era
più posto a sedere, presero ad allontanarsi, ma le Amazzoni non fecero
mostra di alzarsi, perché sul loro tavolo c'era ancora parte del vino. Rafi si
accostò alla panca dove sedevano Magda, Carilla e Keitha; Marisela, che
negli ultimi minuti aveva continuato a parlare con un giovanotto, conclu-
deva in quel momento la conversazione dandogli un bacio materno sulla
gota, e Magda pensò che dovesse essere un nipote o un parente. Rafi aveva
la faccia rossa, i capelli in disordine, la tunica slacciata; si chinò a mormo-
rare alcune parole a Carilla, che le sorrise e le accarezzò la guancia.
«Divertiti, sorella.»
Rafi sorrise - era un po' brilla, notò Magda - e si allontanò, abbracciata
all'uomo con cui si era appartata poco prima. Keitha la fissava a bocca a-
perta, al colmo dello stupore. Janetta si sporse verso di loro e disse
«Che sfacciata! Un comportamento così indecoroso è una vergogna per
tutte le Rinunciatarie. Che cosa penserà di noi la gente? Che siamo sgual-
drine! Ah, se fossimo ancora ai vecchi tempi, quando un'Amazzone non
poteva amoreggiare in pubblico con un uomo senza essere cacciata via dal-
le sue sorelle!»
«Oh, sta' zitta», disse Marisela, nel ritornare al tavolo. «Se facessimo co-
sì, ci accuserebbero di essere amanti di donne, seduttrici di mogli e figlie
oneste, e di portare via le loro bambine perché non siamo capaci di averne!
Non tutte possono vivere come te, Janetta, e non sei tu la guardiana della
coscienza di Rafi.»
«Almeno, dovrebbe fare quelle cose in privato, e non davanti all'intera
città di Thendara», protestò Janetta. Marisela rise e si guardò attorno, nella
via semideserta.
«Qui gradirebbero che ce ne andassimo. Ma il vino l'abbiamo pagato, e
io sono la prima a non volermene andare finché non l'avremo finito». Sol-
levò il bicchiere. «Per te è facile parlare, Janetta; non hai mai avuto quel
genere di tentazioni, e per amore di Evanda risparmiami il seguito, che la
donna che va con un uomo tradisce le sue sorelle. Non sono mai stata d'ac-
cordo con te. Per me, potete andare a letto con chi volete, uomini, donne o
cralmac consenzienti: basta che non vi mettiate a discuterne quando ho
sonno o quando ho sete!» E sollevò il bicchiere e bevve.
Anche Magda prese il bicchiere per bere, ma s'interruppe nel sentire una
voce che la chiamava: «Margali...» Sollevò gli occhi e scorse Peter Halda-
ne.
Indossava abiti darkovani; nessuno sarebbe riuscito a riconoscere in lui
il giovane terrestre che quella sera aveva partecipato al ballo dei Comyn.
Carilla disse a Magda: «Finisci pure con comodo, bambina, torneremo
tra qualche istante», e si recò con Marisela e Lauria al bagno, sul retro del-
l'osteria. Peter si sedette pesantemente davanti a Magda. Lei non l'aveva
mai visto così ubriaco.
Magda gli chiese nel dialetto di Caer Donn: «Ti pare saggio venire qui?»
«Al diavolo la saggezza», rispose lui. «Ho dovuto lottare per la vita.
Montray voleva mandarmi immediatamente via da Darkover, per sotto-
pormi a procedimento disciplinare davanti alla corte del Servizio Informa-
zioni. Alla fine l'ho dovuto scavalcare e ho fatto intervenire Alessandro Li
e Cholayna... ma tu, dove diavolo t'eri cacciata? Il problema è anche tuo. E
che cosa cerchi di combinare con Monty?»
Magda non aveva nessuna intenzione di discutere i suoi rapporti con
Monty, né con le Amazzoni né, soprattutto, con lui. «Mi spiace che tu ab-
bia avuto dei problemi, Peter. È tutto a posto, allora?»
«Fino alla prossima volta. Dio, darei dieci anni della mia vita per veder-
lo andare via da Darkover. Perfino suo figlio sa...» S'interruppe. «Cosa ci
fai, Magda, in un posto simile?»
Guardò con orrore il tavolo dirimpetto a quello delle Amazzoni, dove un
paio di uomini ubriachi si teneva per mano, e il giovane dai capelli lunghi
che aveva ballato con Marisela si era addormentato sul tavolo. Con una
certa tristezza, Magda notò che il giovane aveva nei capelli una spilla da
donna.
«Maggie, non sai che posto è questo?»
Magda scosse la testa, e Peter glielo spiegò. Ma lei non capì il motivo di
tanta indignazione.
«Almeno, quaggiù nessuno darà fastidio alle donne sole», commentò. «E
potrei chiedere che cosa ci fai tu...»
«Ti cercavo», rispose Peter. «Mi hanno detto che qui c'erano alcune
donne della Loggia, e volevo parlarti», spiegò. Vide sul tavolo il bicchiere
di Carilla e se lo portò alle labbra, sovrappensiero. «Devi parlare subito a
Jaelle. Sei sua amica. E sei anche amica mia. Abbiamo bisogno di te. Devi
parlarle, devi spiegarle. Deve essere una brava moglie terrestre, ci deve da-
re una mano. Aspetta un figlio», la informò, con la serietà degli ubriachi.
«Mio figlio. Dobbiamo raddrizzarla, perché mi aiuti invece di darmi sem-
pre addosso. Bisogna essere amici dei superiori, per poter allevare il figlio
quaggiù. Mio figlio. Ma lei mi mette i bastoni tra le ruote. Non sa come
trattare i burocrati terrestri. Tu sei sempre riuscita a far fare a Montray
quello che volevi. Parla a Jaelle, dille...»
Magda era stupefatta.
«Peter, hai perso il cervello? Vuoi che io parli a Jaelle per dirle come tu
vuoi che si comporti? Non ho mai sentito una simile assurdità!»
«Ma tu sai in che razza di trappola mi trovo...»
«Allora, fa' come me», gli disse, con irritazione. «Mandali a quel paese.
Se ti lasci comandare da loro, poi non venire da me a lamentarti.»
Peter le prese la mano; la fissò negli occhi.
«Non dovevo lasciarti andare», disse, con la voce spessa. «Il più grande
errore della mia vita. Nessuna è come te, Magda. Tu sei la migliore. Ma
adesso c'è Jaelle. Io l'amo, ma lei non vuole aiutarmi. E adesso c'è il bam-
bino... tu ci devi aiutare...»
«Peter», disse Magda. «Hai bevuto troppo; non ti rendi conto di quanto
siano offensive per tutti le tue parole. Va' a casa, Peter, e domani vedrai le
cose sotto una luce diversa.»
«Mi devi ascoltare!» Peter la afferrò e la attirò verso di sé. «Devi capire
in che razza di guaio mi trovo!»
«Sorella», disse piano Carilla, dietro di lei, «quest'uomo ti dà fastidio?»
Carilla, alta e con un'aria minacciosa, giganteggiava su Peter, che fatica-
va a tenersi in piedi. Carilla si era rivolta a Magda nel tono più confiden-
ziale, e Peter le fissò entrambe con orrore.
«Maledizione», disse, «ora capisco. Non me n'ero mai accorto. Ecco
perché non sei rimasta con me... e io, che credevo che fossi venuta qui per-
ché non sapevi che posto era. Ecco perché non vuoi parlare a Jaelle.»
Scosse la testa, disgustato. «Adesso capisco perché mi hai lasciato per en-
trare nella Loggia! È chiaro che non potevi essere una moglie decente... né
per me né per un altro.» Storse il naso con disgusto. «Non farti pescare vi-
cino a Jaelle... sta' lontana da mia moglie!»
Peter aveva parlato in terrestre, e Carilla, naturalmente, non aveva capi-
to, ma il tono offensivo della sua voce era inconfondibile. «Sorella», chie-
se, convinta che quell'uomo che parlava un'altra lingua non potesse capirla,
«vuoi che te lo tolga dai piedi?»
«Sta' zitta, brutta...» ringhiò Peter, e aggiunse un insulto molto volgare;
Carilla afferrò il coltello.
«No!» esclamò Magda. «È ubriaco... non si rende conto...»
Uno degli uomini all'altro tavolo si sporse verso Peter e lo prese per il
braccio. Disse: «No, non vale la pena di combattere in un giorno di festa,
fratello, e non vale la pena di prendersela per una di loro». Indicò Carilla.
«Adesso hai trovato me, fratello. Vieni a bere con noi; qui siamo tutti ami-
ci». Gli mise la mano sulla spalla. «Siediti qui, lascia perdere quelle donne.
Che si aggiustino tra loro, a noi cosa ce ne importa?» Gli porse il bicchie-
re. «Beviamo alla nostra salute.»
Peter fu costretto a bere il vino forte; poi scivolò a sedere sulla panca,
fissando il suo accompagnatore, senza capire.
«Sentite, io non sono venuto qui per voi...» cercò di dire, tra i fumi del-
l'alcool.
«Via, via», disse l'uomo, «per quale altro motivo saresti venuto? Vi co-
nosco, voi terrestri; nel vostro campo non potete trovare quello che cercate,
e allora venite qui a cercare dei fratelli; ne arrivano tanti come te... Bevi
ancora un sorso...»
Oh, povero Peter! si disse Magda, sforzandosi di non ridere. Carilla dis-
se a bassa voce, mentre prendeva lo scialle: «Andiamo via, Margali. Me-
glio un'umiliazione che un duello».
Magda guardò ancora una volta Peter, che era scivolato sotto il tavolo.
L'altro uomo si chinava verso di lui e diceva: «Non ti addormenterai pro-
prio adesso, eh? Non è il modo di trattare un amico...»
Magda non sapeva se ridere o piangere, ma Carilla le fece segno di af-
frettarsi. Chissà se Peter sarebbe riuscito a ritornare al campo terrestre sen-
za perdere la sua virtù!
«Quel terrestre... come fai a conoscerlo?» le chiese Carilla, con sospetto,
quando furono in strada.
«È il compagno di Jaelle», rispose Magda, e vide che l'altra donna ag-
grottava la fronte. Ma Carilla non disse altro. Nelle strade si scorgeva già
la luce dell'alba. Alla porta della Loggia, Magda prese la mano di Carilla.
«Ti giuro, sorella di voto, che un giorno ti spiegherò tutto», disse. «Ma
non ora. Ti prego, dammi un po' di tempo.»
Carilla le posò le mani sulle spalle. «Tu sei mia sorella», le assicurò.
«Mi dirai quello che desideri, nel momento che desideri. Mi fido di te.»
Poi aggiunse: «Vieni, dobbiamo entrare prima dell'alba». E insieme si
affrettarono a salire.

Fu destata da qualcuno che bussava alla porta e chiamava: «Margali!


Margali! Carilla, c'è con te Margali?»
Magda si rizzò a sedere sul letto, e vide che Carilla cercava le calze.
«Chi è? Chi mi cerca?»
«Lauria», rispose Irmelin. «C'è un'estranea, e pare che solo tu sia in gra-
do di parlarle, chissà perché. L'amica di Jaelle, quella che ha avuto una
malattia alla pelle, e che oggi è tutta scura come un cralmac...»
Cholayna, pensò Magda. Afferrò in fretta alcuni abiti e andò a sciac-
quarsi la faccia con l'acqua fredda. Mi aveva detto che sarebbe venuta a
parlarmi alla Loggia, ma non pensavo di vederla già oggi! Sarà accompa-
gnata da Jaelle?
Ma Cholayna era sola, e parlava amichevolmente con Lauria nella stanza
delle visite. All'arrivo di Magda, Lauria si alzò e disse: «Vi lascio sole per
qualche momento, ma spero di vedervi presto nel mio ufficio. Margali, non
hai fatto colazione; ti faccio portare qualcosa? Magistra, fate colazione con
noi?»
Cholayna sorrise e disse, con un cenno d'assenso: «Grazie. E scusatemi
per il disturbo. Non avevo pensato che per voi era un giorno di festa e che
molte di voi dormivano».
Lauria si allontanò. Magda si affrettò a dire: «Confermo le mie dimis-
sioni. Questa volta, Cholayna, non riuscirete a convincermi a ritirarle. Per-
ché dovrei rimanere nel Servizio Informazioni?»
«Per le tue sorelle», disse Cholayna. «Hai una rara occasione, Margali.»
La chiamò con il suo nome darkovano.
«Ho già ascoltato queste cose, Cholayna, e non ne ho avuto che dolori,
perché non sono mai appartenuta veramente a nessuno dei due mondi. E
ogni volta, le persone che me le hanno dette hanno cercato di servirsi di
me, in un modo o nell'altro. Quando potrò essere semplicemente me stessa,
fare quel che serve a me e non a cento altre persone?»
«Quando sarai morta», disse Carilla. «Nessuno vive solo per se stesso.
Ciascuno di noi fa parte anche degli altri, e le azioni che non portano al
bene comune sono a modo loro degli omicidi.»
«Le vostre religioni orientali non mi interessano!» esclamò Magda.
«Non è una religione», rispose Cholayna con calma. «Semmai, è una fi-
losofia. È semplice: ogni nostra azione finisce per aiutare o per danneggia-
re qualcuno di coloro che sono a contatto con noi. Solo gli animali non si
curano dell'effetto delle loro azioni. Io non ho mai avuto figli: l'ho deciso
molti anni fa, perché non avrei potuto allevarli tra la mia gente. Ma ho
sempre sperato di trovare in te quello che le persone trovano nei propri fi-
gli... un senso di continuità.» S'interruppe, e Magda non osò più protestare.
Se tradissi Cholayna, tradirei il vero senso del Giuramento delle Amaz-
zoni, pensò, e si chiese da dove le fosse venuta quell'idea.
«Che cosa volete, allora, Cholayna?» le chiese.
Con un sospiro, Cholayna rispose: «Per ora? Solo che tu non prenda de-
cisioni irrevocabili. Per qualche istante ho provato il fortissimo desiderio
di uccidere Montray; forse sarebbe stata la cosa giusta, ma ahimè, sono
troppo abituata alla non-violenza... Se pensi di dover stare lontana dal
campo terrestre per qualche tempo, d'accordo, ma ora aiutami a scegliere
con Lauria le tue sorelle che lavoreranno con noi.»
«Va bene», disse lei, «non voglio lasciare dei lavori in sospeso. Madre
Lauria ci aspetta.»
Nell'ufficio di Lauria era stata portata la colazione: fette di pane fresco,
dolce della festa, con noci e frutta secca, e una tazza di tè d'orzo. C'erano
anche un piatto di uova sode e uno di formaggio. Magda disse: «Forse le
uova non vi vanno, Cholayna, perché un tempo erano vive, ma penso che
le altre cose possiate mangiarle».
«Grazie dell'avvertimento, Magda», disse Cholayna, imperturbabile,
«ma non mi aspetto che il mondo segua le mie preferenze; forse mi sono
abituata un po' troppo ai cibi artificiali, e certi scrupoli sono sciocchi. Un
saggio diceva che a sporcarci non è quel che entra nella nostra bocca, ma
quel che ne esce: bugie e odio.» Si servì una fetta di torta e prese a masti-
carla lentamente.
«Avete un detto come quello?» chiese Lauria. «Alcune donne di questa
Loggia mangiano solo grano e frutta; eppure il loro saggio ha scritto che
tutto quel che condivide il mondo con noi è vivo, anche le pietre; e che tut-
te le cose si nutrono l'una dell'altra, finché si arriva a nutrirsi delle forme di
vita più umili. Perciò dovremmo mangiare con reverenza il cibo che giun-
ge a noi, tenendo in mente che una vita si è sacrificata per permetterci di
sopravvivere, e che anche noi, giunto il nostro momento, saremo il cibo di
qualche altra forma di vita. E, be', un altro saggio ha detto che la mattina
dopo la festa ogni ubriaco diventa un filosofo!»
Rise e passò a Magda un vasetto di frutta candita. Poi aggiunse, termi-
nando il suo tè: «Be', dobbiamo prendere una decisione. Credo che Marise-
la debba essere la prima a partire».
«Certo, e penso che avrà molte cose da insegnare ai nostri medici», disse
Cholayna. «Ma potete rinunciare a lei?»
«Penso di no, ma deve poter imparare», disse Lauria. «Keitha può sosti-
tuirla, e fare poi il secondo turno. Vorrei mandare Janetta... Margali, se hai
sonno, ritorna a dormire.»
«Oh, no», si affrettò a dire Magda. Per un istante, le era parso di vedere
Marisela nell'ufficio, e allo stesso tempo si era resa conto che Marisela era
nel suo letto. Si affrettò a dire: «Janetta è troppo rigida; c'è il rischio che
non accetti il modo di vita dei terrestri».
«È più intelligente di quanto pensi», disse Lauria. «Ma qui non c'è molto
che sia in grado di stimolarla; avevo pensato di mandarla ad Arilinn, ma
non potrebbe mai diventare una levatrice: ha poca pazienza per le donne in
quelle condizioni... lei ha deciso di non avere figli, perché i presupposti
non le vanno a genio. Eppure non ci sono altri luoghi dove possa andare a
imparare: a Nevarsin non accolgono guaritrici. È molto intelligente: troppo
per le solite professioni. Non ha interesse per le armi, e non ne ha neppure
il fisico. Ma penso che nel campo terrestre potrebbe esservi molto utile.»
Vedendo che Magda non era ancora convinta, Lauria continuò: «Non
conosci la storia di Janetta. Viene da un villaggio; sua madre era una ve-
dova con sette figli; non conoscendo alcun lavoro, ha fatto la prostituta. Ha
cercato di avviare su quella strada Janetta quando non aveva ancora dodici
anni. Per un paio d'anni Janetta era troppo giovane e timida per opporsi,
ma poi è scappata ed è venuta qui».
Magda ricordò quanto le aveva detto Carilla: «Ogni Rinunciataria ha una
storia, e ogni storia è una tragedia».
«C'è anche una ragazza chiamata Gwennis», continuò Lauria. «Al mo-
mento è a Nevarsin, a copiare i codici dei monaci. Tu non la conosci, Mar-
gali...»
«Non la conosco a sufficienza per raccomandarla per questo lavoro»,
disse Magda, «ma dopotutto è mia sorella di voto... faceva parte del grup-
po di Jaelle.»
«Secondo me, sarebbe una buona scelta», disse Lauria. «Il fatto che si
sia offerta per quel lavoro a Nevarsin, depone a suo favore. E forse po-
tremmo includere Byrna; è attenta e curiosa., oltre al fatto che è ancora tri-
ste per il figlio che ha dovuto cedere: studiando nel campo terrestre, trove-
rebbe qualcosa a cui pensare. Cholayna», chiese, «avete idea dell'età che
dovrebbero avere queste donne?»
«Non credo che la cosa abbia molta importanza», disse Cholayna. «Tut-
t'al più, non dovrebbero essere troppo giovani. Voi siete abituati ad assu-
mervi responsabilità molto presto, ma la gente del campo terrestre rischie-
rebbe di non prenderle sul serio, se fossero troppo giovani. Direi che do-
vrebbero avere, mediamente, almeno una ventina d'anni.»
«Così vecchie?» chiese Lauria. Magda fece il nome di Irmelin, ricordan-
do che la cuoca amava molto la lettura e che nel tempo libero teneva in or-
dine le carte di Lauria.
«È diventata un po' pigra», rispose la Madre della Loggia, «un po' trop-
po soddisfatta della situazione che la circonda. Forse qualche anno fa sa-
rebbe stata più adatta, ma non ora. Se però lo chiedesse lei, le darei la pos-
sibilità, dopo averle spiegato chiaramente che si tratta di un lavoro impe-
gnativo. Per essere intelligente, comunque, lo è, e non si sottrae ai lavori
pesanti.»
«Mi piacerebbe», disse Cholayna, «poter sottoporre tutte le vostre donne
a uno dei nostri test di intelligenza... ne abbiamo diversi che valgono per
tutte le culture, perché misurano solo la capacità di pensare in modo astrat-
to e di imparare.»
«Potrebbero servire anche a noi», disse Lauria. «Le donne che arrivano
da noi sono abituate a credersi stupide, e parte del nostro addestramento
consiste nell'aiutarle a scoprire la loro intelligenza. Forse, se aveste dei test
adatti, questo lavoro potrebbe essere semplificato.»
«Be', abbiamo ogni tipo di test, e anche la persona per sottoporre ai test
le vostre donne», disse Cholayna. «Ho in mente una certa donna del repar-
to Psicologia. Potrebbe essere la persona adatta... non solo per lei, ma an-
che per voi. Potrebbe imparare molto...» Cholayna esitò. «È una... come si
dice, una donna che non ha interesse per gli uomini?»
«Menhiédris», disse Magda. Era la parola meno offensiva: nella Loggia
si usavano espressioni molto più forti.
«Sarà lieta di conoscere un luogo dove non si dà peso alla cosa», disse
Cholayna, «e sarà lieta di studiare la vostra organizzazione.»
Lauria disse, con una leggera irritazione: «Finalmente ecco un campo
dove forse abbiamo qualcosa da insegnare ai terrestri».
Cholayna le sorrise con amicizia. «Oh, nel giudicare i terrestri, Lauria,
non dovete basarvi su certe persone dalla mente ristretta. Purtroppo il no-
stro Coordinatore è uno dei peggiori esempi di terrestre, un funzionario di
carriera che non avrebbe mai voluto venire qui. Ma ci sono molti di noi
che amano Darkover e che vogliono conoscerlo meglio. Magda, per esem-
pio...»
Lauria sorrise.
«Margali è stata veramente una di noi», disse, «e se ci sono altre terrestri
come lei... o come voi, Cholayna... saranno le benvenute. Anche tra noi ci
sono persone dalla mentalità ristretta, che ritengono che i terrestri siano
diavoli. Forse, Margali, sarebbe opportuno rivelare la tua identità, perché
si rendano conto dei loro pregiudizi. Che cosa ne dici, Margali?»
Magda rimase senza parole: le pareva che fosse troppo presto per una
simile rivelazione. Ancora una volta si sarebbe trovata sulla linea di de-
marcazione tra le due culture, nel punto più difficile.
«Margali!» Si accorse che Lauria e Cholayna la guardavano. Chiese:
«Scusate, mi ero distratta. Che cosa avete detto?»
«Non stai bene, Margali?» chiese Lauria, e Cholayna le domandò sorri-
dendo a che ora fosse andata a dormire.
«La mattina dopo il solstizio», disse Lauria, «nessuno è in grado di con-
centrarsi. Dicevamo, Margali, che Carilla è in casa, e che probabilmente
conosce le ragazze meglio di me: le ha addestrate alla difesa personale e
conosce i loro difetti. Lo stesso vale per Rafi, ma questa notte non è rien-
trata. Puoi andare a chiamare Carilla?»
Magda si allontanò, con un cenno d'assenso, ma, quando giunse sulle
scale, fu costretta a fermarsi. Ancora una volta aveva quella strana sensa-
zione di trovarsi in più luoghi: nella stanza di Marisela, che in quel mo-
mento si lavava la faccia con l'acqua fredda... e all'esterno della Loggia,
dove in quel momento stavano arrivando alcune bambine che chiedevano
della levatrice. Marisela lo sa, ma come ha fatto a saperlo? Lo sa come lo
so io? Era il potere, e Magda ricordò le parole di Rohana, quando le aveva
detto che doveva imparare a controllarlo. Sentì la presenza di Irmelin in
cucina, di Rezi e di altre due donne nella stalla...
«In nome di Evanda, che cosa fai lì impalata? Lasciami passare», disse
qualcuno dietro di lei, e Magda vide Rafi, spettinata e con le borse sotto gli
occhi. Certo, non doveva avere dormito molto... o le sto leggendo nella
mente?
Si fece da parte, per lasciarla passare, ma Rafi la prese per il braccio e le
chiese:
«Che cos'hai? Dalla tua faccia, si direbbe che hai le doglie!»
«No, non è niente. Devo fare una commissione per Lauria...»
«Allora, va' a farla», disse Rafi, sorridendo. «Dalla tua faccia, si direbbe
che sei tu, e non io, quella che ha bevuto troppo ed è rimasta sveglia per
tutta la notte. Quando avrai fatto la tua commissione, ti conviene andare a
dormire... ma da sola, mi raccomando!» Si allontanò, ridendo, e Magda ar-
rossì.
Carilla si era vestita. Nel sentire la voce di Rafi, si affacciò alla porta e
disse:
«Così, sei rimasta sveglia ad aspettare il canto del gallo, Rafi... ne valeva
la pena?»
L'altra donna rise. «Non saprei neanche come dirtelo. Ma oh, sì... una
volta all'anno! Adesso, però, devo dormire!» Magda colse le sue impres-
sioni: eccitazione, forza; doveva essere stato un uomo davvero notevole!
Poi Rafi scomparve nella sua stanza; Carilla si girò verso Magda.
«Sei venuta a chiamarmi? Sapevo che Lauria e la donna terrestre aveva-
no qualcosa da chiedermi.»
Anche lei l'ha letto nei pensieri? Era possibile; la stessa Carilla le aveva
accennato al suo sangue Comyn. Oggi Carilla aveva molti capelli grigi, ma
un tempo doveva averli rosso-rame, notò. All'improvviso, le parve che la
faccia di Carilla scomparisse: al suo posto vide una bellissima bambina di
quattordici anni, un viso avvolto di riccioli rossi, una sensazione di delica-
tezza e di arroganza, una bambina viziata, trattata come una principessa...
Una bella bambina, sì, e fu questa la mia disgrazia. Poi Magda venne
sommersa da un'onda di ricordi confusi: i banditi che la strappavano via
dalla casa, che la violentavano, che la frustavano come un animale perché
aveva cercato di fuggire. Magda aveva visto le cicatrici sulla faccia e sul
corpo di Carilla. Si sentì mancare.
«Margali! Sorella...» Carilla la aiutò a tenersi in piedi; ma, non appena la
toccò, Magda venne di nuovo colpita da un'ondata di quei ricordi insoppor-
tabili.
Poi, all'improvviso, come se si fosse chiusa una porta, i ricordi scompar-
vero e Carilla disse gentilmente: «Mi spiace, non sapevo che fossi... vulne-
rabile a queste cose».
«Sto impazzendo», disse Magda. «Continuo... a leggere i pensieri...»
Carilla sospirò. «Jaelle ha un po' del potere di Ardais, di risvegliare negli
altri la capacità di leggere nei pensieri; stando accanto a lei, il tuo potere si
è risvegliato. Ma Jaelle non conosce la propria forza: ha chiuso la mente
quando era giovane e ha bloccato tutte le sue facoltà, al punto che oggi
crede di esserne priva. Io ho imparato molto tempo fa a chiudere la mente,
ma a volte passano interi anni, senza che mi ricordi di queste cose: vivendo
tra persone prive di potere, si dimenticano. Ma ti giuro: non ho mai letto i
tuoi pensieri. Molto tempo fa ho deciso di rinunciare a questo genere di
cose, e non ho mai avuto rimpianti. Scusami, sorella.»
«Sono io che devo chiederti scusa», mormorò Magda. Lentamente, ogni
cosa rientrava nella giusta prospettiva, ma le pareva che quella strana dila-
tazione della coscienza fosse sempre in agguato, pronta a impadronirsi di
lei da un momento all'altro.
«Tu non hai avuto alcun addestramento», disse Carilla, «ma queste cose
sono successe anche a me, prima del...» s'interruppe, ma Magda capì per-
fettamente che si riferiva al rapimento. «La mia famiglia si è dimenticata
di me, io ho dovuto imparare da sola a controllarle. Ma basta con queste
tristezze... dobbiamo andare da Lauria. Ti senti a posto, Margali?»
Magda riuscì a rivolgerle un cenno d'assenso. Quando furono al piano
terreno, dalla porta sentirono giungere un coro di voci di bambine, e quella
di Marisela che cercava di tranquillizzarle.
«Sì, sì, capisco, piccole... no, la vòstra mamma non è malata, deve solo
darvi un altro fratellino, tutto qui. Certo, vengo subito. Irmelin, puoi porta-
re in cucina le nostre piccole amiche e dare loro pane e miele? A casa, con
tutto il trambusto che c'è stato, si sono dimenticati di preparare la colazio-
ne, vero?» Sorrise a Carilla e a Magda che stavano arrivando; poi scorse la
faccia di Magda e rimase a bocca aperta.
«Oh, misericordiosa Avarra, non lo sapevo... Margali, ti devo parlare...
ma adesso devo correre; anche se ho detto alle bambine che c'è tempo, è il
quinto figlio di questa donna, e devo arrivare presto.» Si avvicinò a Ma-
gda, le posò le mani sulle spalle, la fissò negli occhi. Magda pensò: Ha ca-
pito che cosa mi sta succedendo.
«Sorella, ti devo insegnare molte cose. Anche se devo correre, tu sei mia
sorella e vieni prima di ogni altra. Se hai bisogno di me, manderò Keitha
ad assistere questa donna. Vuoi che rimanga qui?»
Ma a quel punto Magda aveva l'impressione che il peggio fosse passato:
pian piano le si schiariva la mente. «No, va' da quella donna, Marisela, le
bambine ti aspettano», disse. Le bambine uscivano in quel momento dalla
cucina, con in mano grosse fette di pane e la faccia sporca di miele. Mari-
sela era ancora dubbiosa.
«Prenditi cura di lei, Carilla, mentre io vado a chiamare Keitha.»
«Bah!» esclamò Carilla, scuotendo la testa. «Voi Sapienti pensate che le
altre non sappiano fare niente. Me ne occuperò io. Tu, va' a fare la levatri-
ce, che è la cosa che sai fare meglio!» Prese Magda per il braccio; Marise-
la, scuotendo la testa, si allontanò con le bambine.
«Andiamo dalla vostra mamma, piccole.»
«E noi andiamo da Lauria», disse Carilla. Magda voltò la schiena alla
levatrice e si avviò verso l'ufficio della Madre della Loggia, ma ebbe l'im-
pressione che Marisela continuasse a guardarla.
Tuttavia, quando fu all'interno dell'ufficio, notò che le strane sensazioni
di sdoppiamento erano del tutto scomparse. Marisela deve avermi letto
nella mente, quando mi ha guardata a quel modo. Carilla non lo farebbe;
sono certa che non mi ha mai letto nei pensieri fino a capire che sono ter-
restre, ma Marisela deve averlo capito: per questo voleva parlarmi. E for-
se dovrei ascoltarla, forse può davvero aiutarmi a controllare questa cosa.
Carilla, intanto, ascoltava con attenzione le richieste di Cholayna.
«Gwennis», disse poi. «Margali, è una delle tue sorelle di voto, ma forse
non te la ricordi molto bene... anche se, in casi normali, sarebbe un crimine
non conoscere le proprie sorelle di voto! Mi sembra la persona adatta.»
«Se è sorella di voto di Margali», disse Lauria, «non bisogna separarle di
nuovo: è meglio che Gwennis resti alla Loggia con lei, a meno che non
vada anche Margali a seguire il corso dei terrestri.» Con sorpresa, Magda
capì che Lauria parlava seriamente: nonostante i mesi da lei passati alla
Loggia, Magda non aveva ancora afferrato bene l'importanza che le Amaz-
zoni attribuivano al legame tra sorelle di voto.
Per Lauria, il corso di addestramento di Gwennis passava in secondo
piano, perché la cosa più importante era che Gwennis e Magda rimanesse-
ro insieme: tutto perché Magda, per caso, aveva pronunciato il Giuramento
in presenza di quella ragazza! Disse:
«La conosco troppo poco per parlare; ci siamo viste solo quella prima
notte, per poche ore.» Carilla e Lauria sarebbero rimaste sconvolte, se a-
vesse confessato di non ricordare chi era Gwennis e chi era l'altra sua so-
rella di voto. Sherna? O Devra? Non ricordava neppure il nome. Eppure,
per le Amazzoni, quelle donne erano la sua famiglia.
Continuarono a discutere per tutto il pomeriggio. Alla fine, Lauria si sti-
rò e sbadigliò.
«Mi pare che abbiamo scelto un ottimo gruppo. Adesso c'è solo da augu-
rarsi che le ragazze accettino. Se tutte dovessero rifiutarsi, dovremmo ri-
cominciare da capo.»
«Penso che accetteranno», disse Cholayna. «Del resto ne abbiamo scelte
dieci, invece di sei. E, prima della decisione definitiva, voi dovete ancora
parlare con loro, Cholayna.» Magda era lieta di constatare che tra Chola-
yna e Carilla era sorta immediatamente una simpatia. Ma Cholayna non le
ha ancora detto che sono terrestre, pensò, e in quel momento ebbe di nuo-
vo una delle sue strane visioni: lei che si allontanava da Carilla, a cavallo,
e che si chiedeva se erano destinate a rivedersi.
Sciocchezze, pensò. Lei non prevedeva di allontanarsi dalla Loggia.
Lauria disse: «Penso che siamo troppo stanche per continuare. Del resto,
a questo punto dobbiamo attendere il risultato della riunione della Loggia,
che si svolgerà tra quattro giorni. Venite anche voi, Cholayna; vi servirà a
conoscere quelle donne.» Si alzò. «Cholayna, fermatevi a cena con noi. In
questo modo le ragazze cominceranno a fare la vostra conoscenza.»
«Ne sarei lieta», disse Cholayna, «ma preferirei aspettare. Forse è me-
glio aspettare la sera della riunione: in quella occasione mi presenterete uf-
ficialmente, e le ragazze potranno decidere da sole se vogliono fare amici-
zia con me.»
«Avete ragione», disse Lauria. «Vi aspetto tra quattro giorni. Cenerete
con noi, prima della riunione?»
«Sarà un onore.» A Magda, però, parve che Cholayna avesse ancora dei
dubbi. Disse:
«Ricorda, Madre Lauria, che Cholayna non mangia carne».
«Certo», rispose la donna. «Non ci saranno problemi.» Cholayna andò a
prendere il mantello pesante, foderato di pelliccia, che portava quando u-
sciva dai locali riscaldati del campo terrestre.
Alla porta c'era Janetta. Lauria la presentò alla donna terrestre, e Janetta
sorrise. Magda si ricordò che era una delle donne scelte per l'addestramen-
to: probabilmente Lauria le aveva già dato la notizia.
«Janetta vi accompagnerà fino al campo», disse Lauria. «Davvero, Cho-
layna, è tardi, e ci sono delle zone pericolose per i terrestri, e in particolare
per le donne. Sono certa che siete in grado di difendervi, ma è più semplice
evitare questo genere di rischi. Uno dei principi delle Rinunciatarie dice
che è più facile evitare i guai che uscirne quando si è dentro.»
«Per me è un onore», disse Janetta. Posò la mano sull'impugnatura del
coltello. «Mi assicurerò che non le succeda niente di male, Madre.»
È ridicolo, disse Cholayna. Pensate davvero che abbia bisogno di una
scorta? Poi Magda capì che Cholayna l'aveva solo pensato: non l'aveva
detto ad alta voce perché si era subito resa conto che per Janetta si trattava
di una cosa molto seria. A voce alta, Cholayna disse: «Grazie; siete molto
gentile», a Janetta e: «Grazie anche a voi», a Lauria. Le due donne si fis-
sarono per qualche istante, poi Lauria sorrise e abbracciò Cholayna.
«Tutte le Amazzoni sono sorelle; se la Dea lo vorrà, un giorno potremo
veramente accogliervi come una di noi; nel frattempo siete la benvenuta,
Cholayna», disse, e lei rispose, con gravità:
«Me lo auguro anch'io, veramente».
A Magda, quel gesto parve altrettanto importante quanto le relazioni di-
plomatiche di cui parlava sempre Montray, o quanto l'invito al ballo dei
Comyn. Ora posso finalmente dire di avere fatto il mio lavoro, pensò.
«Quella donna mi piace», disse Carilla, mentre guardavano allontanarsi
le figure di Cholayna e di Janetta. «Non pensavo che una donna di un altro
mondo potesse piacermi tanto. Kindra, che era mia madre di voto, oltre
che di Jaelle, diceva che un giorno avremmo capito che i terrestri possono
insegnarci molte cose, e ora ne sono convinta anch'io. Tu hai conosciuto i
terrestri a Caer Donn quando eri bambina, vero, Margali? Vedo che tu e
Cholayna vi conoscete bene.» Sbadigliò. «Be', siamo state tutta la giornata
a discutere, ma mi sembra che sia stata una giornata importante. Pensavo
di andare a fare una cavalcata, oggi pomeriggio, perché sono stanca di sfa-
re al chiuso, e volevo portare anche te, ma ormai è tardi e sta per piovere.
Quando ritornerà alla Loggia, Janetta sarà bagnata fino all'osso!»
«Oh, non le succederà niente!» rise Lauria. «È abituata a uscire con
qualsiasi tempo... Margali, cara, ti vedo molto stanca! Carilla, portala a
dormire; vi farò portare la cena. Non vi dispiace, vero?» Strizzò l'occhio, e
Magda arrossì. Sanno che io e Carilla siamo diventate "sorelle del cuore",
come dicono loro. Probabilmente è una cosa che succede a tutte le novizie
nel periodo di ritiro: anche Keitha si è presa un'infatuazione per Marisela,
lavorando con lei...
«E dov'è Marisela?» chiese Lauria, con un tale tempismo da spingere
Magda a chiudersi se anche lei fosse in grado di leggere nei pensieri.
«Questa mattina è uscita per andare ad assistere una partoriente; ha lavora-
to tutto il giorno. Anche lei, conviene che vada subito a riposarsi. Succede
sempre così, dopo una festa... Ma Keitha potrà occuparsene. Keitha è
qui?»
«No», disse Irmelin, che era di guardia alla porta. «È uscita per andare
da una donna che aspettava un figlio. È venuto un uomo a chiamare Mari-
sela, e Keitha è andata al posto suo.»
«Non dovrebbe uscire da sola», disse Lauria, preoccupata. «A parte il
fatto che è ancora nel suo mezzo anno di ritiro, c'è il rischio che il marito
voglia ancora vendicarsi su di lei, o che cerchi di trovarla da sola, per ri-
prenderla con la forza e imprigionarla.»
«Lo sa anche lei», disse Irmelin, «ma credo che quell'uomo le fosse stato
presentato da Marisela; Keitha ha detto che lo conosceva e che non poteva
lasciar soffrire una donna che aveva bisogno di lei. Credo che giudichi il
suo lavoro di levatrice ancor più importante del Giuramento.»
«Tra le due cose non c'è alcun contrasto», disse Carilla, «ma io sono sua
madre di voto e mi preoccupo per lei; andrò in casa di quell'uomo per assi-
curarmi che non le sia successo niente; magari la aspetterò e poi la riac-
compagnerò alla Loggia. Marisela non me la perdonerebbe mai, se succe-
desse qualcosa a Keitha.»
«Mi sembra una buona idea», disse Lauria, con un sospiro di sollievo.
«Irmelin, ha lasciato detto dove andava?»
«Nella Strada dei Nove Ferri di Cavallo», disse Irmelin. Cholayna prese
il proprio mantello.
«Porto con me Margali, Madre?»
«No», disse Lauria, con severità. «È già abbastanza brutto che una novi-
zia esca la sera dopo il solstizio, e Keitha avrebbe dovuto chiedere il per-
messo; anche se la cosa deve esserle parsa naturale, dato che doveva aiuta-
re una partoriente. Ma non devono uscire tutt'e due. Se non vuoi uscire so-
la, chiama Rafi o un'altra, ma non Margali.»
Carilla rivolse alla Madre della Loggia un inchino leggermente ironico, e
disse: «Ritornerò dopo essermi accertata che è sana e salva».
«No, aspettala, e riaccompagnala qui», disse Lauria, «anche se mi spiace
mandarti fuori, vedendo che sei così stanca. Del resto, Margali è già gran-
de e per una volta può rimboccarsi da sola le coperte!» Sorrise, e Magda
arrossì. Disse:
«Oh, non sono stanca come pensi; vado in refettorio a dare una mano a
servire, visto che era il turno di Keitha».
«Non devi prendertela», le disse Irmelin, mentre si allacciavano il grem-
biule. «È sempre così: quando due donne diventano sorelle del cuore, le
prendono sempre in giro. Tra qualche giorno la smetteranno, ma se tu liti-
gassi con Carilla, tornerebbero a prenderti in giro per qualche giorno.
Hanno preso in giro anche Rafi perché è andata a dormire da quell'uomo...
e a proposito di Rafi, non è lei che sta uscendo adesso?»
«No, è uscita qualche ora fa, quando eravate in riunione», disse Rezi.
«Diceva che doveva preparare una carovana. Shaya l'ha fatta chiamare al
campo dei terrestri. Io volevo chiederle varie cose, ma lei non aveva tem-
po...»
«Non importa», si affrettò a dire Lauria. «Va' con Carilla, prendi il col-
tello e fa' in fretta. Se Keitha è veramente caduta in una trappola...»
Rezi impallidì. Disse: «Per la Dea, non ci avevo pensato! E Keitha è
fuori da sola... nella Strada dei Nove Ferri di Cavallo, hai detto?» S'infilò il
mantello. «Raggiungerò Carilla lungo la strada.»
La porta si chiuse dietro di lei, e Lauria disse: «Possiamo andare a cena,
senza aspettare. Sono certa che non c'è molto; la sera dopo il solstizio si
mangiano sempre gli avanzi».
«Be', è rimasto mezzo daino arrosto», disse Irmelin, «e anche un muc-
chio di sugo e di verdura. Chi non vuole mangiare gli avanzi può sempre
mangiare pane e formaggio. Dopo una festa, converrebbe digiunare per un
paio di giorni.» Le donne andarono a sedersi.
Magda era lieta che Carilla non fosse sola, ma pensava che avrebbe do-
vuto insistere per andare ad aiutarla. Carilla era sua sorella di voto: l'onore
chiedeva che combattessero insieme. Cominciò a mangiare distrattamente
un pezzo di formaggio, quando giunsero fino ,a lei alcune voci, dal corri-
doio; poi tre donne entrarono nella sala. Avevano i mantelli intrisi di piog-
gia.
«Oh, che brutto tempo!» esclamarono. «Come se volesse vendicarsi del
bel tempo di ieri! Be', siamo tornate!»
«Sharna! Gwennis! Devra!» esclamò Lauria, abbracciandole. Poi tutte si
alzarono per accogliere le nuove venute e per fare loro mille domande. Fu
la più alta e silenziosa, Devra, a riconoscere Magda e ad abbracciarla.
«Margali! Si era detto che andavi a Neskaya, ma dovevo aspettarmelo:
Jaelle ha voluto portarti alla sua Loggia! Dov'è Jaelle?»
«Oh, si è presa un compagno e adesso abita nel campo terrestre.»
«Jaelle? Un compagno? A questo punto non mi stupisco più di niente!»
esclamò Gwennis, scoppiando a ridere. «Sembrava l'ultima donna al mon-
do disposta a pensare agli uomini... è stata troppo tempo con Rafi, tutto
qui. Rafi l'ha messa sulla cattiva strada...»
Ridendo e scherzando, tutte le donne si sedettero a tavola. Sherna chiese:
«Dov'è Carilla?»
«Lei e Rezi sono uscite», spiegò Lauria. «Eravamo preoccupate per una
delle novizie. Temevamo che il marito volesse riprendersela.» A quel pun-
to fu necessario spiegare la storia del duello con il marito di Keitha e i suoi
mercenari, il fatto che Keitha era diventata l'allieva di Marisela, e che a-
desso le due erano sorelle del cuore: un fuoco di fila di battute e di allusio-
ni che Magda faticò a capire. Parlarono anche di Margali che aveva lottato
per la Loggia ed era stata ferita... ormai, notò Magda con stupore, non era-
no più irritate con lei per il pagamento dell'indennità: erano orgogliose del-
la loro sorella che si era battuta bene.
«Cloris, prendi un paio di bottiglie di vino buono per festeggiare il ritor-
no delle nostre sorelle», disse Lauria.
«C'è anche un altro motivo per fare festa», disse Rezi, entrata in quel
momento con Carilla e con Keitha. Tutt'e tre le donne erano molto pallide.
«Come temevi, Madre, era una trappola. Oh, certo, c'era una donna che
doveva partorire, ma mentre Keitha era nella casa, qualcuno ha avvertito
Shann MacShann. L'abbiamo trovato nella strada, che aspettava Keitha al-
l'uscita.»
Keitha era pallida, ma pareva soddisfatta di sé; aveva gli occhi gonfi:
doveva avere pianto. «Chissà quanto mi sarei spaventata, se non ci fossero
state le mie sorelle. Invece, gli ho detto che sarei morta, prima di ritornare
con lui, e ho messo mano al coltello. Gli ho detto che potevo puntarlo con-
tro di lui o contro di me, a lui la scelta. Allora Shann se n'è andato via, im-
precando e giurando che non avrei mai più rivisto la mia dote. Io gli ho
detto di tenerla per i ragazzi. Non penso che mi darà più fastidio. Alla fine,
per farmi ingelosire, mi ha detto che adesso ha trovato una donna decente,
che non scappa di casa, e che perciò, anche se avessi cambiato idea...» sor-
rise, «... ormai era troppo tardi. È rimasto senza parole, quando gli ho detto
che gli auguravo ogni felicità. Non gli ho detto che mi dispiaceva per lei,
povera donna.»
Carilla abbracciò Keitha e disse: «Siamo orgogliose di te, sorella. Così,
adesso possiamo anche bere alla sua sconfitta. E avrai qualcosa di diver-
tente da raccontare a Marisela», aggiunse. Keitha arrossì.
Venne servito il vino e tutte brindarono.
«Siamo di nuovo tutte insieme, allora, dopo quella notte nel rifugio»,
disse Sherna, abbracciando Carilla e Magda. «Ma dov'è Shaya? È partita
con Rafi per qualche viaggio d'affari? O una di voi ha veramente detto che
si è presa un compagno?»
«Oh, per la Dea, come sono sciocca!» esclamò Rezi. «Jaelle è venuta, e
ha chiesto di te, Margali, qualche ora fa. Ma tu eri con Madre Lauria e io
non potevo interrompervi; poi c'è stata tutta la storia di Keitha e me ne so-
no dimenticata.»
Magda si girò verso di lei e provò di nuovo una di quelle sue allucina-
zioni.
A Jaelle è successo qualcosa.
«Presto, Rezi! Spiegami che cosa è successo!»
«Shaya... è venuta a prendere il suo cavallo, e a farsi dare razioni da
viaggio e i suoi stivali. Le ho imprestato i miei; i suoi non li abbiamo tro-
vati. Aveva pianto, ma non mi ha voluto dire che cosa era successo. Poi è
andata via. Oggi pomeriggio, prima che piovesse.»
Magda sentì un nodo alla gola. Jaelle aveva bisogno di lei, ma lei era ri-
masta chiusa con Cholayna e Lauria. Lentamente, cercando di non attirare
su di sé l'attenzione delle altre, lasciò il refettorio e si diresse verso le sca-
le. Doveva raggiungere Jaelle prima che fosse troppo lontana. In fretta si
preparò una sacca da viaggio con vestiti di ricambio e s'infilò gli stivali.
Poi corse in cucina e prese pane, formaggio, carne secca e frutta. Infine si
diresse alla stalla e sellò il suo cavallo. Era lo stesso animale che l'aveva
portata sulle montagne quando era andata a salvare Peter Haldane; quello
che l'aveva portata sui Monti Kilghard per combattere contro il fuoco. Al-
lontanandosi dalla Loggia, Magda spezzava il Giuramento, ma la cosa non
le venne neppure in mente.
Stava per montare in sella, quando vide Carilla, ferma sulla soglia della
stalla.
«Non puoi andare, Margali», le disse Carilla, piano. «Spezzeresti il Giu-
ramento.»
«Carilla, è una questione d'onore», le disse. E aggiunse: «Prima di venire
qui a Thendara, io e Jaelle ci siamo giurate di aiutarci».
Non era stato un giuramento vero e proprio, ma questo era il senso di
quanto era successo: era come se si fossero promesse di aiutarsi fino alla
morte, quando Jaelle era in fin di vita per le ferite e Magda aveva abban-
donato la sua missione per salvarla. Di fronte al legame tra lei e Jaelle, la
salvezza di Peter Haldane era passata in secondo piano, ma solo adesso
Magda lo comprendeva.
«Io e lei siamo sorelle di spada, Carilla», disse. «Ti prego, lasciami an-
dare.»
«Avrei dovuto pensarlo», disse Carilla. «Se è una questione d'onore...»
Rifletté per qualche istante. «Non puoi lasciare la Loggia senza il permes-
so delle Madri, ma io sono un'Anziana e posso ordinarti di andare.» La ab-
bracciò. «Jaelle è anche mia sorella di voto, ed è stata come una figlia per
me. Va', Margali, senza infrangere il tuo voto. Spiegherò tutto a Lauria.»
«Oh, Carilla, ti voglio bene!»
Carilla la baciò. «Anch'io ti voglio bene. In tanti modi. Ma adesso va'.
Di' a Jaelle che voglio bene anche a lei, e che la Dea vi salvi tutt'e due.»
Magda montò in sella e uscì. Non sapeva dove stesse andando: sapeva
soltanto di dover seguire Jaelle.
Non ho spezzato il Giuramento. Carilla mi ha ridato la libertà. Ma sa-
peva che era stata pronta a infrangerlo, come se si trattasse di qualcosa che
lei aveva superato.
Non sono più solo un'Amazzone, così come non sono più solo una terre-
stre. Non so che cosa sono, ormai, ma forse lo scoprirò. Era una terrestre.
Era una Rinunciataria. Era darkovana. Era una Sapiente, perché la strana
esperienza da lei avuta era stata portata dal potere. Inoltre doveva servirse-
ne per rintracciare Jaelle. Per tutta la vita aveva cercato di essere solo una
di queste cose, terrestre o darkovana, Magda o Margali, agente del Servi-
zio Informazioni o Amazzone, ma adesso capiva di dover essere tutte que-
ste cose contemporaneamente.
Non so più che cosa sono. So solo quello che devo fare.
Senza guardarsi indietro, uscì dalla città.

CAPITOLO 15
LA FUGA

Nell'allontanarsi dalla loro abitazione, Jaelle non perse tempo a chiedersi


perché gli ubriachi le davano fastidio; in quell'istante aveva in mente una
cosa sola: l'avversione per Peter. Be', si disse, nessuno la obbligava a rive-
derlo. Una volta sciolto il matrimonio - e ormai era sicura di voler divor-
ziare: ormai il matrimonio apparteneva solo più al suo passato, come la
Grande Casa di Jalak di Shainsa - poteva andare ad abitare altrove. O con
le Amazzoni, o, se insistevano a farle sostituire Magda, come se una per-
sona potesse essere la copia dell'altra, i terrestri potevano assegnarle un
appartamento nel settore degli scapoli. Anche Magda abitava laggiù.
Quando passò davanti alla mensa, pensò che avrebbe fatto meglio a
mangiare qualcosa. Marisela diceva alle donne incinte di mangiare anche
se non ne avevano voglia, perché il bene del figlio veniva prima di ogni al-
tra cosa.
Allora, ecco che cosa sono diventata: una fattrice, utile solo a mettere al
mondo la nuova generazione. Ecco dov'è finita la mia libertà! Per dispetto,
voltò la schiena alla mensa. Quel giorno intendeva essere lei, la padrona
della propria vita.
Nell'ufficio Comunicazioni - dopo mesi, non era ancora stato assegnato
loro il nuovo ufficio vicino a Cholayna - c'era già Bethany, allegra e dina-
mica.
«Oggi non sarà di nuovo festa, spero?» chiese la ragazza. «Ieri mi hanno
detto che i collaboratori di Montray sono stati invitati in qualche palazzo.
Il castello dei Comyn, vero?» Pareva alquanto impressionata.
Jaelle stava per dirle che i Comyn non erano semidei, ma solo comuni
mortali un po' troppo pieni di sé, ma lasciò perdere e si limitò a dire: «Pec-
cato che non siate potuta andare al posto mio. Vi sareste divertita più di
me. A me, quel genere di feste dà fastidio».
Bethany rise.
«Forse Peter non sarebbe stato d'accordo. Comunque, io sono andata a
letto presto, e dalle facce lunghe che vedo in giro, c'è un mucchio di gente
che deve avere ballato fino al mattino. Seriamente, Jaelle, avete un'aria
stanchissima. Volete che vada a prendervi un caffè?»
Jaelle scosse la testa.
«Forse vi conviene farvi dare un giorno di permesso dai medici», conti-
nuò Bethany. «Del resto, rigorosamente parlando, avete lavorato tutta la
notte e adesso dovete recuperare.»
Jaelle pensò che aveva ragione. Lei non era andata al ballo per divertirsi,
ma perché le avevano ordinato di andarci. Ma non voleva che i medici le
tenessero una lezione sui suoi doveri verso il figlio che doveva nascere;
perciò si limitò a scuotere la testa e ad andare a sedersi alla sua scrivania.
Era intenta da più di un'ora a controllare uno dei corsi di lingua, quando
arrivò di corsa Monty.
«Dove diavolo s'è cacciata Cholayna? Non è nel suo ufficio.»
«Si sarà presa una giornata di permesso», disse Bethany. «Ieri sera non è
andata anche lei dai Comyn?»
Monty fece una smorfia. «Certo, e c'era anche il Vecchio. Mio padre ha
detto che ascoltare musiche barbare fino alle ore piccole non era il suo di-
vertimento preferito, e che non era pagato per farlo. Potete controllare se è
in permesso, Beth?»
Jaelle prese mentalmente nota della cosa. Monty non aveva chiesto a lei
di fare quel piccolo controllo, ma a Bethany, che evidentemente poteva
venire interrotta in qualsiasi momento. Tutte le donne terrestri dell'ufficio
cercavano di arrivare in posizioni in cui non dovessero fare quel genere di
piccoli servizi per gli uomini. Magda era orgogliosa di essersi tolta dalla
compagnia delle altre donne e di essere in un altro ufficio, con i maschi di
rango elevato. Quanto a lei, invece, se avesse dovuto scegliere, avrebbe
preferito lavorare con le altre donne, anziché in una stanza da sola. Comin-
ciava a capire le scale gerarchiche dei terrestri, e le parevano assurde. D'al-
tronde, la stessa cosa doveva valere per i terrestri che facevano la co-
noscenza delle gerarchie darkovane, visto che Montray, la sera precedente,
non capiva perché non potesse rivolgersi a un suo ex impiegato, Andrew
Carr, senza creare un incidente diplomatico.
Bethany si accostò al suo strumento per comunicare - quello che le buo-
ne maniere terrestri vietavano di usare quando si occupava una posizione
importante - e dopo qualche tempo disse: «Non è in permesso, Monty, e
non è neppure a casa sua. Ha lasciato però un messaggio: si trova alla
Loggia delle Rinunciatarie».
Monty imprecò. «Non si può raggiungerla laggiù?»
«No», disse Jaelle. Adesso, pensò, non posso neppure più rifugiarmi nel-
la Loggia. Anche laggiù è pieno di terrestri. Prima Magda; ora Cholayna!
«Devo andare in missione, e mi occorrono delle informazioni», spiegò.
«Devo andare dal Signore Aldaran, dalle parti di Caer Donn, negli Hel-
lers...»
«So dov'è Caer Donn», disse Bethany, con irritazione. «Magda e Halda-
ne sono cresciuti laggiù, no?»
«Forse potrei chiedere ad Haldane...» cominciò Monty.
«Non sarebbe una buona idea», disse Jaelle. «È a casa che dorme, ubria-
co fradicio.»
Monty disse, dopo qualche istante. «Lui e il Vecchio hanno avuto una
lunga discussione, ieri sera, e Peter se ne è andato in città, con un diavolo
per capello. È tornato a casa ubriaco, eh? Ha fatto bene; mi spiace di non
averlo potuto fare anch'io.»
«Perché, avete qualche problema, Monty?»
«Devo andare laggiù, e non voglio fare brutta impressione. Devo sapere
esattamente come vestirmi, e cosa fare... Magda mi ha già detto qualcosa,
ma non è sufficiente.»
Per un istante, Jaelle vide distintamente Magda e Monty, il giorno prima.
Perché mi metto da un momento all'altro a captare questi pensieri? Una
volta riuscivo a bloccarli. Magda che gli mostrava come portare la spada,
Monty e Magda che facevano l'amore... Per qualche motivo, la cosa la irri-
tò. «Posso aiutarvi io», disse. «Andiamo nell'ufficio di Cholayna e parlate-
mi della vostra missione, se non è un segreto.»
«Niente di segreto», rispose lui. «Anzi, quando gliene ho parlato, Aleki
era soddisfattissimo; ha detto al Vecchio di volersene occupare personal-
mente come rappresentante del Senato, e il Vecchio non stava più nella
pelle.» Sorrise. «Una volta tanto, Darkover si comporta normalmente. Al-
meno, così hanno pensato loro. Un personaggio importante di Caer Donn,
Aldaran di Aldaran e...»
«... e Scathfell», disse Jaelle. «Il vecchio settimo regno dei Comyn; ma
adesso non fanno più parte dei Comyn.»
«Sono in guerra con i Comyn?»
«Oh, no. Sono troppo lontani tra loro perché una guerra abbia senso. Ma
una volta erano il settimo regno, e poi si sono staccati.»
Intanto erano arrivati nell'ufficio di Cholayna. Alla parete c'era una nuo-
va carta che Jaelle non aveva ancora visto. «Geograficamente, la cosa ha
senso», disse Monty, indicando la carta, «ma perché non si sono separati
anche gli Ardais? Logicamente, il paese dovrebbe essere suddiviso tra Ail-
lard ed Elhalyn nelle pianure, Ardais e Aldaran negli Hellers, Alton e Ha-
stur nei Monti Kilghard, con i Ridenow tra loro e le Terre Aride.»
«Gli Ardais sono sempre stati fedeli ai Comyn, mentre gli Aldaran sono
stati espulsi dal Consiglio», rispose Jaelle. «Mi pare che una volta gli Al-
daran di Scathfell abbiano combattuto contro l'Ardais per impadronirse-
ne.»
«Comunque», disse Monty, «gli Aldaran hanno chiesto assistenza tecni-
ca alla Confederazione: vogliono alcuni elicotteri. Pare che i normali aerei
non possano volare sugli Hellers: come ci ha insegnato quello che è caduto
nelle terre degli Alton, non sono sicuri neppure sui Kilghard. Naturalmen-
te, le montagne di Darkover sono molto alte. Ma forse è possibile usare gli
elicotteri, e io devo andare a controllare. È ovvio che io vado laggiù come
ufficiale di collegamento; degli elicotteri si occupa Zeb Scott. Ecco perché
volevo parlare con Cholayna. Maledizione, proprio oggi doveva andare al-
la Loggia?»
«Anche Cholayna ha il diritto di fare festa», disse Jaelle.
«Sì, certo, ma per me è un fastidio», disse Monty. «Però, forse potete
aiutarmi ad allestire la spedizione. Gli elicotteri arriveranno direttamente a
Caer Donn, ma noi dovremo recarci ad Aldaran. Non era il lavoro che fa-
cevate voi, Jaelle? Me l'ha detto Cholayna.»
«Sì, lo facevo in società con un'altra Amazzone», disse Jaelle. «Man-
diamo un messaggio alla mia amica, alla Loggia, e Rafi potrà occuparsi di
tutto.» All'improvviso le parve di avere trovato la risposta ai suoi proble-
mi. Peter non poteva impedirle di fare il suo lavoro. E lei poteva prendere
parte alla missione di Monty, come guida da Thendara agli Hellers. In que-
sto modo si sarebbe potuta allontanare da Peter, la cui presenza la irritava,
e di lì a qualche mese, al suo ritorno, avrebbe potuto divorziare senza fare
chiasso.
Prese carta e penna e scrisse un messaggio per Rafi, da consegnare im-
mediatamente alla Loggia. «Probabilmente, Rafi sta ancora dormendo. A-
vrà ballato tutta la notte. Ma, al suo risveglio, verrà subito, e comincerà a
radunare portatori e cavalli, guide e animali da soma. Quante persone avre-
te con voi?»
Monty le diede i particolari, e Jaelle notò con divertimento che era stupi-
to della sua efficienza: fino a quel momento non le aveva mai visto fare il
suo vero lavoro. Parlarono di giorni di percorrenza, di numero di razioni,
di abiti da viaggio, che dovevano essere di cuoio e di pelliccia naturale,
non sintetici, e Monty si procurò gli ordini di acquisto. Inoltre c'erano da
scegliere gli uomini; Monty controllò le schede del personale per vedere
chi fosse abituato al freddo e alle alte quote.
Quel lavoro era talmente familiare a Jaelle da farle scomparire presto
ogni malumore. Controllò gli abiti di Monty e fece anche una rapida scap-
pata a casa, per procurarsi le essenze di cui si era servita per profumarsi il
vestito. Poi, prima di prenderle, le venne il dubbio che non fossero adatte a
un abbigliamento maschile. Raccolse perciò da terra gli abiti darkovani di
Peter e controllò il profumo. Era diverso dal suo... almeno, quel poco che
si sentiva in mezzo all'odore di vino.
«Jaelle!» disse Peter, dietro di lei, in tono di scusa. «Amore, non c'è bi-
sogno che tu faccia la serva! E poi, guarda come sono ridotti quei vestiti,
conviene buttarli!»
Lei sorrise e scosse la testa. «Meglio farli pulire», disse. «Hai detto tu
stesso che con qualche macchia sembrano più autentici. Anzi, sono venuta
proprio per questo. Monty deve andare in missione... deve consegnare al-
cuni elicotteri ad Aldaran.»
«Maledizione!» esclamò lui. «C'era da aspettarselo. Il Vecchio gli affida
tutte le missioni importanti!»
«Se credi che voglia portarti via il lavorò», disse lei, «ti sbagli. Ci sono
altre missioni che ti possono dare maggiore prestigio di questa. Monty vor-
rebbe che tu gli controllassi i vestiti... oggi non c'è Cholayna», aggiunse,
apposta, e Peter ridivenne subito il terrestre ansioso di mettersi in luce.
«Giusto; bisogna che vada a controllare», rispose. «Probabilmente dovrà
cercarsi un altro tipo di stivali.» Si voltò verso Jaelle e disse: «Ci vediamo
a colazione?» Si avvicinò per baciarla, e Jaelle fu quasi sul punto di fare la
pace con lui.
«Al ristorante principale», gli disse. «Sai che non mi piacciono i sinteti-
ci.» Lui annuì.
«Certo, al piccolo non piacciono. Benissimo; mio figlio deve avere sem-
pre il meglio!»
«Peter, Rohana mi ha detto che è una bambina...»
«Cara, non dire sciocchezze. Al secondo mese di gravidanza, neppure i
nostri medici potrebbero avere la certezza del sesso. Aspettiamo di avere la
conferma scientifica, eh? Se ti piace pensare a una femmina, fa' pure, ca-
ra... d'altronde, hai il cinquanta per cento di probabilità di essere nel giu-
sto... ma io punto ancora su un piccolo Peter! Dunque, nel ristorante prin-
cipale, alla solita ora, o poco più tardi.» Le diede rapidamente un bacio,
guardando l'orologio, come d'abitudine, e sparì.
Cercando di vincere l'irritazione, Jaelle scese a parlare dei cavalli con gli
addetti ai trasporti. Laggiù avrebbero voluto darle alcuni carri a motore per
trasportare le attrezzature, ma lei fece notare che non c'erano strade adatte
e che i giorni in sella, prima di salire sulle montagne, sarebbero stati utili
per acclimatare gli uomini. «Conoscete il male delle montagne, quando si
sale troppo in fretta a grandi altezze?»
«Possiamo vincere il male delle montagne, abbiamo delle medicine adat-
te», rispose il capo dei Trasporti, ma Jaelle disse:
«È meglio non affidarsi alle medicine, perché quegli uomini si troveran-
no lontano dalla vostra...» cercò la parola nella mente dell'uomo e la trovò
senza difficoltà, «... catena di rifornimenti».
«Avete ragione, signora Haldane. Mi pare che Monty dicesse che verrete
anche voi; conoscete gli Hellers?»
«La Nobile Rohana Ardais è una mia parente; sono andata ad Ardais a
visitarla molte volte; inoltre, io e la mia socia abbiamo già guidato altre
spedizioni negli Hellers», disse. «Rafi conosce tutte le piste di quelle mon-
tagne.»
«Una persona che conoscesse quelle piste ci sarebbe molto utile.»
«E vi darebbe fastidio lavorare con una donna?»
«Senta, signora Haldane», disse l'uomo, con grande serietà, «quando de-
vo lavorare con qualcuno, non ha importanza che sia un uomo, una donna
o un delfino addomesticato, purché sappia il fatto suo. Ho lavorato da tutte
le parti, e m'interessano i cervelli, non il corpo in cui sono impacchettati.
Qui su Darkover non ho visto molte donne, ma so che il capo del Servizio
Informazioni è una donna, e in giro si dice che l'hanno mandata qui perché
c'era un'altra donna, nell'ufficio del Coordinatore, che da sola faceva tutto
il lavoro del Servizio Informazioni con le sue missioni sul campo... cono-
scete Magdalen Lorne, suppongo. Voglio dire che Haldane ve ne avrà ac-
cennato, dato che una volta erano sposati. O ho parlato fuori luogo?»
«No», rispose Jaelle, «conosco il lavoro di Magda», e si chiese se, a cau-
sa di Peter, non avesse giudicato male tutti i terrestri. In fin dei conti, Cho-
layna era una di loro, ed erano stati i terrestri a capire che le Amazzoni e-
rano il gruppo più adatto con cui iniziare una collaborazione.
Forse la parte di Peter che mi dà fastidio non è quella terrestre, ma
quella darkovana che mi vuole solo come moglie e madre dei suoi figli...
gli altri terrestri sono diversi. E se Cholayna e Lauria hanno ragione, io
sono inconsciamente una figlia delle Terre Aride che aspira a essere
schiava di un uomo...
Quel filo di pensieri venne interrotto da una voce all'altoparlante che di-
ceva:
«Messaggio personale per la signora Haldane. Una donna darkovana al
cancello.»
Quando Jaelle rispose, dall'altoparlante le giunse la voce di Rafi:
«A quanto ho capito, devo aiutarti ad allestire una spedizione per i terre-
stri», disse, e Jaelle si voltò con sollievo verso il capo dei Trasporti.
«Venite con me, vi presenterò Rafi n'ha Doria», disse, ed entrambi sce-
sero ai cancelli.
Dopo qualche minuto vide che il capo dei Trasporti aveva preso in sim-
patia Rafi e che pareva disposto a fidarsi di lei; procurò loro una carta geo-
grafica, consegnò le autorizzazioni a prelevare l'equipaggiamento e si recò
al ristorante per incontrarsi con Peter.
Lui cercò in tutti i modi di dimostrarsi gentile e sollecito: aveva scelto i
piatti che piacevano a Jaelle; ma lei pensava al discorso che aveva inten-
zione di fargli, e dopo qualche boccone posò la forchetta e gli disse:
«Peter, scusa se ti ho trattato male, questa notte, ma la cosa è vera e bi-
sogna ammetterla. Il nostro matrimonio è stato un grave errore. È ora di la-
sciar perdere: sciogliamolo nel modo che ti sembra più opportuno, e ba-
sta».
Lui la guardò con costernazione.
«Oh, Jaelle, avevo bevuto. Non puoi perdonarmi? In ogni matrimonio ci
sono dei compromessi... e proprio adesso, con un bambino in arrivo, ti pa-
re il momento di prendere una simile decisione?»
«Sì», rispose lei, «perché la mia vita cambierà, e intendo cambiare an-
ch'io.»
«E io, non ho il diritto di parlare? È anche mio figlio...» Rivoltò nervo-
samente con la forchetta il cibo che stava mangiando: un frullato bianca-
stro. «Ascolta... abbiamo fatto degli errori... anche seri. Ma se mi dici che
cosa ti dà fastidio, cercherò di cambiare. Jaelle, è un errore lasciarci in
questo momento. Tra le altre cose, il bambino avrà bisogno di un padre. E
voglio che goda di tutti i vantaggi di un'istruzione terrestre...»
«Certamente la cosa si potrà fare senza che ci sia bisogno di vivere in-
sieme», disse lei, senza guardarlo.
«È davvero un'azione sporca», disse lui, con rabbia. «Non credevo che
tu ne fossi capace. Ti sei servita di me per avere la cittadinanza, e adesso
mi pianti...»
Lei si alzò in piedi di scatto, lo fissò con occhi fiammeggianti. «Se hai
questa idea di me, non vale neppure la pena di parlarne!»
«Oh, Dio, Jaelle, non intendevo dire questo», mormorò Peter, alzandosi
anche lui e cercando di prenderla per le braccia. Lei si allontanò, con ira.
«Jaelle, perdonami. Proviamo ancora. Ricorda come eravamo felici ad
Ardais!»
Lei non voleva ricordare; senza intenzione, cominciò a piangere. Peter le
prese le mani e disse: «Per favore, Jaelle, non piangere. Non qui, in mezzo
alla gente. Penseranno che ti ho picchiata...»
«Se ti importa della gente...» cominciò lei, ma subito s'interruppe. Peter
aveva almeno il diritto di concludere la cosa in privato. Con un sospiro, si
accinse a uscire con lui dalla mensa. Ma vennero interrotti dall'altoparlan-
te.
«Peter Haldane. Peter Haldane. Signora Haldane. Signora Haldane. Re-
carsi immediatamente nell'ufficio del Coordinatore. Recarsi immediata-
mente nell'ufficio del Coordinatore.»
Peter imprecò. «Che cosa vorrà, il vecchio bastardo? Per l'amor di Dio,
Jaelle, non mollarmi proprio adesso, altrimenti ne approfitterà per metter-
mi sotto!» Lei non capì esattamente, ma disse:
«Non farò niente di ufficiale finché non ne avremo parlato, se è questo
che intendi dire», e si lasciò tenere per mano mentre si recavano da Mon-
tray.

Dalla grande finestra dell'ufficio del Coordinatore si vedeva il passo, co-


perto di nubi tempestose. Prima di sera, pensò Jaelle, c'era il rischio che
divenissero invalicabili. Montray guardava in quella direzione, e Jaelle
colse di nuovo nella sua mente l'immagine di una spiaggia luminosa, e la
sensazione di essere stato abbandonato laggiù, in mezzo ai ghiacci. «Non
mi sembra estate», disse tristemente, senza voltarsi. «Ditemi, Haldane, voi
che siete sempre vissuto qui: avete mai visto qualcosa di simile a una vera
estate, quaggiù?»
«Nelle Terre Aride il clima è molto più caldo, e così pure lungo la co-
sta», rispose Peter. «Ma quelle zone sono pressoché deserte.»
«Non capirò mai l'amministrazione centrale», disse Montray, e Jaelle gli
lesse nella mente: Mandarmi qui. Ma continuò: «Potevamo installarci lag-
giù, senza interferire con gli abitanti. Sarebbe stato meglio per loro e per
noi, e tutti sarebbero stati contenti. Invece, prima ci hanno mandato in un
posto come Caer Donn, e poi qui... Jaelle, su Darkover avete un modo di
dire che equivalga al nostro "dalla padella nella brace"?»
Jaelle gli lesse nella mente che era abituato a scherzare in quel modo con
Magda, e che ora sentiva la sua mancanza, anche se non lo avrebbe mai
ammesso. Spiegò a Montray:
«Da noi si dice: "Essere come la cacciagione che salta dalla trappola al
tegame"». Per la prima volta nella sua vita, provò quasi simpatia per Rus-
sell Montray. Ma aggiunse: «Certamente non ci avrete fatti venire per di-
scutere di modi di dire, signor Montray», e poi, senza bisogno che lui ri-
spondesse, capì perché li aveva chiamati. Si girò e disse a Rohana: «Signo-
ra», con un inchino.
È venuta a chiedermi nuovamente le cose che non voglio fare, pensò Ja-
elle.
Jaelle, nessuno può fare solo quello che vuole. Sentì i pensieri di Roha-
na, come se la donna le avesse parlato. Io avrei preferito passare la vita in
una Torre. Tu avresti preferito essere solo una Libera Amazzone. Gabriel
avrebbe preferito passare la vita a scrivere sonate per liuto. E sai che cosa
vorrebbe Peter, e che cosa vorrebbe fare questo Montray...
Jaelle chiuse la mente, con uno sforzo che la fece impallidire, mentre
Montray faceva le presentazioni.
Rohana sollevò la mano e disse: «Ma Jaelle è mia parente, Montray; è
figlia di una cugina cresciuta con me come una sorella, e naturalmente ho
incontrato molte volte il suo compagno. È stato mio ospite questo inver-
no». Rivolse educatamente a Peter qualche domanda sulla sua salute e sul
lavoro.
«Fortunatamente non mi trovo fuori, con quella tempesta in arrivo», dis-
se Peter, guardando in direzione del passo. «Non invidio Monty che è par-
tito per gli Hellers.»
«Tempesta?» disse Montray. «Laggiù è scuro, e non sembra affatto esta-
te... senza offesa, Nobile Rohana, ma vi piace davvero questo clima? O lo
accettate perché non avete scelta?...»
«Non necessariamente», disse Rohana, sorridendo. «C'è una vecchia
leggenda: un tempo gli Dei diedero all'umanità il controllo del clima, ma
l'uomo chiese scioccamente solo giornate di sole, e le messi inaridirono,
perché non c'erano né la pioggia né la neve. Perciò gli Dei si ripresero il
controllo del clima.»
«Perché, non preferireste poter sempre avere il clima ottimale per la gen-
te e per i raccolti?» chiese Montray.
Rohana alzò le spalle. «Sarebbe difficile scegliere le persone a cui affi-
dare le decisioni», disse, «anche se certo vi hanno parlato dell'ottimo lavo-
ro svolto dai Sapienti di una Torre, in occasione dell'ultimo incendio, per
far piovere dove ce n'era bisogno. E questa è una delle ragioni che mi han-
no portata qui. Avete al vostro servizio una giovane donna che dovrebbe
trovarsi in una Torre. Jaelle...»
Lei rispose con ira: «Rohana, la cosa era già chiusa da tempo: prima che
venissi qui. Non ho il potere...»
Rohana le disse, con tranquillità: «Guardami negli occhi, Jaelle, mentre
lo dici».
«La vita è mia, e io ho rinunciato a quel genere di cose. Rohana, perché
mi vuoi mettere alle corde?»
«Perché non ho scelta. Devi prendere il tuo posto nel Consiglio, e non
voglio sentirti dire che tuo marito e i terrestri non ti permettono di svolgere
il tuo dovere verso la famiglia e il paese.»
Jaelle? Un seggio nel Consiglio? Il pensiero veniva da Peter, che stava
già pensando a come volgere la cosa a proprio vantaggio.
Montray disse: «Non so molto del Consiglio, Nobile Rohana, salvo che
non ha mai avuto molta simpatia per la nostra presenza a Thendara...»
«La vostra presenza è una realtà, signor Montray, ed è inutile opporsi al-
le realtà: dobbiamo semplicemente trovare il modo di renderle meno trau-
matiche per tutti. Non ho difficoltà ad ammettere che certi membri del
Consiglio preferirebbero che Jaelle non fosse un'Amazzone, né la moglie
di un terrestre, ma anche queste sono realtà e occorre accettarle. Forse so-
no qui semplicemente per assicurarmi che non siate voi a impedire a Jaelle
di venire a fare il suo dovere.»
«Vi assicuro che non è così», disse Montray. «Non è una cosa che mi ri-
guardi, naturalmente, ma se ha bisogno di licenze per prendere il suo posto
nel Consiglio...»
«È assurdo!» lo interruppe Jaelle, con ira. «Perché fai così, Rohana, e
cosa c'entrano i terrestri?»
«Come ho detto, i terrestri sono una realtà, e se una persona che nor-
malmente farebbe parte del Consiglio si serve del suo lavoro presso i terre-
stri per sfuggire alle proprie responsabilità...»
«Ho rinunciato per sempre a...»
Rohana la interruppe con un gesto della mano, poi sospirò, stancamente.
Disse: «Tu e Magda avete parlato di gettare un ponte tra due culture diver-
se; per fare questo, volevate inviare tra i terrestri alcune donne di Darkover
perché imparassero la loro medicina, che è eccellente. Prendere il tuo posto
nel Consiglio non sarebbe un modo ancora migliore, visto che hai sposato
un terrestre? Non saresti la prima Comyn che lo ha fatto...» sorrise, «... ma,
naturalmente, queste cose non dovresti saperle».
«Un momento», disse Montray. «Un altro terrestre ha sposato una dar-
kovana di alto rango? Non sappiamo niente di un simile matrimonio...»
«Andrew Carr», disse Rohana. «Il vostro uomo scomparso. Ha sposato
la Nobile Callista Lanart. Me l'ha detto Damon Ridenow, Reggente di Al-
ton. E c'è la possibilità che un giorno Callista sieda in Consiglio. E vi sede-
ranno certamente i figli di questo Carr.»
«Scusate», disse Peter. «Ammetto di non conoscere bene il Consiglio.
Ma mi pareva che le donne non ne facessero parte...»
«Di solito, no, tranne che nel clan Aillard, dove la successione avviene
per linea femminile. Un uomo che sposa una donna del clan Aillard sa che
l'eredità passerà alle figlie, non ai figli maschi, e che queste figlie porte-
ranno il nome della madre. Ma ci sono stati molti casi di donne che aveva-
no un seggio in Consiglio. Molte Guardiane di Torri ne hanno fatto parte;
la Signora di Arilinn ha un seggio, anche se Leonie prende raramente parte
alle riunioni. Io stessa, come Reggente per conto di mio marito Gabriel, ho
avuto un seggio in Consiglio finché mio figlio Kyril non ha raggiunto l'età
richiesta. Una volta, per un periodo di dieci anni, la Nobile Bruna Leynier
ha avuto il seggio degli Alton in attesa che l'Erede raggiungesse la maturi-
tà; suo padre era morto qualche mese prima che nascesse, e lei, come so-
rella del padre, fu considerata più adatta al ruolo di Reggente che non la
madre del bambino, che era giovane e che preferiva occuparsi dell'edu-
cazione del figlio.» Alzò le spalle. «Vi assicuro, non vogliamo semplice-
mente dare un seggio a Jaelle perché è lei, ma perché non abbiamo alterna-
tive. Quando avranno avuto il tempo di riflettere sulla cosa, si accorgeran-
no che sarà utile avere in Consiglio una Rinunciataria, una portavoce delle
donne di Darkover. Qualcuno dei vecchi parrucconi rimarrà sconvolto, ma
è gente che ha bisogno di una buona scossa, perché è troppo sicura di sé. Il
cambiamento è spesso desiderabile, e molte volte è necessario, ma è anche
inevitabile, e l'unica politica che si possa adottare seriamente consiste nel
considerare quali cambiamenti siano utili, e la velocità con cui devono av-
venire. Su questo, però, ci sarà sempre discordanza di opinioni.»
Mentre Rohana parlava, Montray aveva aperto varie volte la bocca e poi
l'aveva chiusa, per non interrompere la donna. Con una parte della mente,
Jaelle notò che era la prima volta che lo vedeva comportarsi con educazio-
ne.
Il Coordinatore disse solo: «Voi sapevate di questo Carr? Ho cercato di
parlargli alla festa dei Comyn, ma me lo hanno impedito...»
«Non sono stata io a impedirvelo.»
«Certo», disse Montray, fissando Peter con occhi di fuoco. «Me l'hanno
impedito i miei consiglieri. Scusate, signore.» Si sporse sulla scrivania e
premette un pulsante.
«Beth, controlla se Monty è già partito. Digli di venire qui subito.»
«Credo che sia già uscito dal campo», disse Bethany, dal comunicatore,
«ma me ne accerterò.»
«Se è già partito, pregate sua eccellenza Li di venire nel mio ufficio...
con diplomazia, mi raccomando.»
«Subito, signore.»
Dopo qualche istante, si udì nuovamente la voce di Bethany:
«Il signor Wade Montray ha già lasciato la città; i sorveglianti al cancel-
lo dicono di averlo visto uscire da più di due ore». Jaelle pensò: Subito do-
po avere parlato con me.
Peter disse: «Forse ha rischiato un po' troppo, a uscire con questo tempo,
ma è accompagnato da persone esperte, e ha tende, cibo e tutto l'equipag-
giamento. Evidentemente, il nostro servizio meteorologico dormiva, ma
Monty non corre seri pericoli. Non è solo, e con un po' di fortuna riuscirà a
valicare il Passo prima che scoppi la tempesta. Ma la gente dei Monti Kil-
ghard che è venuta qui per la festa del solstizio... la gente di Alton e di
Syrtis... rischia di trovarsi nei guai!»
«In gran parte», disse Rohana, «quella gente è ancora qui per il Consi-
glio.» Dopo un istante, si sentì di nuovo lo squillo del comunicatore.
«Signore, non siamo riusciti a trovare l'ambasciatore Li. Ha lasciato un
messaggio in cui diceva si recava a parlare con Cholayna Ares nella sua
abitazione privata, per una questione della massima urgenza, dato che
Cholayna non era in ufficio, oggi.»
Jaelle disse con inquietudine: «Avrei dovuto accompagnarlo. Lo avete
affidato alla mia responsabilità personale, signore...»
Montray la guardò con gentilezza.
«È un uomo adulto, Jaelle. Voi ne siete responsabile solo quando lo ac-
compagnate fuori del campo. Non preoccupatevi. Tra l'altro, ho saputo del
prossimo lieto evento. Andatevi a informare nel settore medico; natural-
mente, avete diritto a tutte le agevolazioni collegate alla maternità, non c'è
bisogno di dirlo.»
Allora, lo sapeva anche Montray, la cosa era già stata inserita nel loro
maledetto Archivio. Non c'era più niente di personale? Jaelle si sentì in
trappola: tradita, offesa, e pian piano sentì crescere in lei un senso di colpa.
Aveva accettato di essere personalmente responsabile per Li, e in qualche
modo aveva mancato all'impegno.
Rohana è venuta qui per non lasciarmi più scampo. Adesso anche i ter-
restri e le Amazzoni faranno pressioni su di me perché prenda il mio seg-
gio in Consiglio, come Reggente per conto della figlia che deve ancora
nascere. Non c'è più libertà: né per me né per mia figlia...
Quando sono entrata fra le Rinunciatarie, pensavo di poter sfuggire a
coloro che avevano abbandonato mia madre. Ma adesso vengono a cer-
carmi perfino qui. Con ira, si girò verso Peter.
«Tu, lingua lunga, non sei capace di tenere una cosa per te? Devi andare
in giro a vantarti con tutti, perché tutti si possano congratulare per la tua
virilità, come se qualsiasi gatto di strada non fosse capace di mettere al
mondo dei figli? Tu e Rohana pensate di potermi far fare quello che volete,
da brava moglie obbediente terrestre o darkovana? Maledizione, non ci
sto! Voglio il divorzio, mettitelo bene in testa. E tu, Rohana...» si girò ver-
so la sua consanguinea, «preferisco vedere mia figlia morta, piuttosto che
nel vostro Consiglio!»
Rohana impallidì. Disse: «Jaelle, non parlare in questo modo! Oh, non
dirlo...» E Peter:
«Jaelle, amore, ascoltami... Nobile Rohana, ultimamente non si è sentita
molto bene, è sconvolta...» Ma Jaelle gli lesse con chiarezza nella mente, e
come lei dovette leggerlo Rohana: Non sta bene, sragiona. È incinta, e tut-
te le donne diventano un po' pazze quando sono incinte, ma riuscirò a
convincerla anche questa volta; basta che le parli!
Jaelle si voltò verso di lui, gli lanciò un insulto che fece impallidire Ro-
hana, e uscì dall'ufficio, come una furia.
Aveva promesso a Peter di aspettare finché non ne avessero discusso in
privato, ma era stato lo stesso Peter a rompere l'accordo, riferendo a Mon-
tray che aspettava un figlio. Proprio a Montray, che Peter diceva sempre di
disprezzare! Maledetto chiacchierone... pensò di nuovo. Si recò nella loro
abitazione, staccò i vestiti dall'armadio e li infilò nelle sue vecchie bisacce.
Aveva ancora alcuni doveri da compiere. Doveva parlare con Cholayna:
avrebbe potuto farlo nella Loggia. Doveva rinunciare ufficialmente alla
propria responsabilità verso Aleki: l'ambasciatore Li l'aveva accettata e si
trattava di una questione di onore.
Sollevò il telefono. All'inizio, quella macchina le aveva dato fastidio, ma
ora le sembrava una grande comodità.
«Il reparto Comunicazioni, per favore. Bethany, qualcuno è riuscito a
trovare l'ambasciatore Li?»
«Ha lasciato un messaggio per voi, Jaelle. Se potete, dovreste venire a
prenderlo di persona.»
Guardò i bagagli. Provò la tentazione di ignorare il messaggio. I terrestri
avevano violato molte volte i patti; adesso avevano violato la sua intimità,
mettendo nella documentazione dei loro archivi anche la sua gravidanza.
Lei aveva tutti i diritti di ignorare il messaggio di Li.
Ma poi pensò che non poteva abbassarsi al loro livello. Si era resa per-
sonalmente responsabile della sicurezza di quel particolare dignitario, e
adesso non poteva abbandonarlo.
Rispose: «Vengo subito», e lasciò sul letto le bisacce. Se Peter le avesse
viste al suo ritorno a casa, avrebbe capito perfettamente le sue intenzioni.
Questa volta, lusinghe e promesse erano inutili; Peter poteva dire tutto
quello che voleva, ma la sua decisione era irrevocabile.
Nell'ufficio Comunicazioni, Bethany le sorrise con aria preoccupata.
«Oh, Jaelle, è il vostro vestito da Amazzone? Dovete andare in missio-
ne? Ma già, certo, dovete raggiungere Alessandro Li.»
«Non capisco.»
«Vi ho cercato per buona parte della giornata, ma non sono riuscita a
trovarvi. Questa mattina, Li ha lasciato un messaggio per voi.»
Doveva essere successo mentre lei era con Monty, a preparare la spedi-
zione.
«Non sapevate che ero nell'ufficio del Coordinatore?»
Bethany scosse la testa.
«L'ambasciatore Li ha detto espressamente che il messaggio non doveva
arrivare all'orecchio di Montray fino a domani. Sapete come la pensa su
Montray.»
«Il messaggio?»
«Non so se l'ho capito bene. Ha detto di avere ricevuto alcune informa-
zioni su un certo Carr, e che partiva per Armida. Voi dovete raggiungerlo
lungo la strada. Jaelle, che cosa c'è? Perché fate quella faccia?»
Nei Monti Kilghard. Con una tempesta in arrivo, in uno dei territori più
aspri e pericolosi di Darkover. Da solo? Già pensava di sapere la risposta,
ma chiese: «Con chi è partito? Avrà preso con sé qualche guida, vero?»
No. Come Monty era partito con Rafi e con tutto l'equipaggiamento per
viaggiare sulle montagne, così anche Aleki, evidentemente, aveva pensato
di farsi accompagnare da Jaelle. Ma lei aveva ricevuto il messaggio in ri-
tardo, e adesso non faceva più in tempo ad allestirgli una spedizione.
Il dovere veniva prima di tutto, Jaelle era personalmente responsabile di
Li. Devo raggiungerlo; devo partire in fretta, pensò. Ringraziò Bethany,
senza far trasparire la propria agitazione, e cominciò a fare dei calcoli.
Carr aveva lasciato il ballo poco prima della mezzanotte. Probabilmente
aveva controllato il tempo con la sua pietra matrice e doveva avere avuto
sentore dell'avvicinarsi della tempesta; ormai, se non era arrivato ad Armi-
da, doveva essersi riparato in qualche altro luogo intermedio, Edelweiss o
Syrtis. Alessandro Li era partito verso mezzogiorno, e le informazioni di
cui parlava nel messaggio dovevano riguardare il legame tra Carr e gli Al-
ton. Rohana aveva detto che Carr aveva sposato la Nobile Callista. Jaelle si
chiese chi fosse Callista e perché mai le fosse venuto in mente di sposare
un terrestre. Ascolta quello che ti dico, cara Callista: finirai per pentirte-
ne. Anch'io ho provato a farlo, e pensavo che il matrimonio con un terre-
stre potesse durare. Invece, adesso so che non è cosi.
Alessandro Li si era messo all'inseguimento di Carr per parlare con lui
dei Comyn, ed era convinto che Jaelle lo raggiungesse presto. E io ho
mancato alla mia promessa.
Il suo primo impulso fu quello di corrergli dietro, follemente, ma dopo
qualche istante capì che la cosa non aveva senso. Probabilmente, Li era già
lontano dalla città, e lei aveva bisogno di abiti e di stivali che la protegges-
sero dal freddo. Aveva il cavallo nella stalla della Loggia; laggiù poteva
prendere il resto dell'equipaggiamento.
D'impulso, abbracciò Bethany. Le disse: «Siete stata una buona amica
per me. Non mi dimenticherò di voi. Ma ora devo andare», e corse via,
mentre Bethany, sorpresa, le chiedeva che cosa volesse dire.
Anche Cholayna era stata una buona amica per lei. Non tutti i terrestri
erano come Peter e Montray, presi dal lavoro e dalle ambizioni...
Il piccolo appartamento era ancora vuoto; bene, poteva evitare altre di-
scussioni con Peter. Infilò nelle bisacce un po' di abiti di lana, qualche
pacco di cibi sintetici che potevano essere utili in viaggio, e mentre legava
le cinghie, vide che Peter la guardava dalla soglia.
«Jaelle, amore, dove vai? Non dovevamo parlare?»
«Sei tu quello che vuole sempre parlare», rispose lei, «e da Montray ho
visto che hai già parlato fin troppo, senza pensare che forse io preferivo
non far sapere le mie condizioni. Non c'è molto da dire, Peter. Mi spiace;
se vuoi, posso dire che il matrimonio è fallito per colpa mia. Ma adesso
devo andare. Non preoccuparti, non abbandono il mio posto di lavoro: va-
do a raggiungere Li sui Monti Kilghard.»
Lui fece un passo avanti e la afferrò per il braccio.
«Devi essere pazza! Se credi che ti lasci andare via, con una tempesta in
arrivo, sola, incinta... Sei mia moglie e io devo prendermi cura di te. San-
dro Li può prendersi tutte le guide che vuole, ma non mia moglie. Punto e
basta.»
«Come ti ho già detto», rispose lei, minacciosamente, «il nostro matri-
monio è finito. E tu non hai mai avuto il diritto di darmi ordini, o di impe-
dirmi di fare il mio dovere.»
Lui cercò di toglierle di mano le bisacce. «Posa questa roba. Non dovre-
sti neppure sollevare oggetti così pesanti, nelle tue condizioni. Non vai da
nessuna parte. È quasi buio, e tra poco si metterà a piovere o a nevicare.»
Certo, e Aleki non è attrezzato per resistere. «Togliti, Peter. Te l'ho det-
to, vado a raggiungere Li.»
«No, non vai!» ribatté lui, «e non parlarmi così. Posa quella roba. Vieni
qui, bevi qualcosa. Dite che voi Amazzoni siete ragionevoli, e adesso ti
comporti come una donnetta isterica, pronta a buttarti in una tempesta sen-
za fermarti a riflettere. Ti pare tanto ragionevole, Jaelle?»
Andò al distributore di bevande e le riempì una tazza.
«Siediti, bevi questa cioccolata.»
Lei accettò la tazza perché le avrebbe dato energia per la lunga cavalca-
ta. «Peter, possiamo discutere i particolari del divorzio al mio ritorno. Se
nascerà un bambino... ma Rohana dice che è una femmina... lo lascerò a te:
così avrai il figlio che desideravi.»
«Non dire sciocchezze, Jaelle. Non ti permetterò di divorziare, con un
bambino in arrivo...»
«No, Peter!» disse lei, con forza. «Ci vedremo al mio ritorno, nella sala
delle visite della Loggia, e parleremo del bambino, se vuoi. Ma non ora.
Mi fai solo perdere del tempo. Voglio uscire dalla città prima che faccia
notte.» Si chinò a prendere le bisacce. «Mi spiace, Peter. Speravo che po-
tesse essere diverso. Io...» Stava per dire "ti ho amato", ma si accorse che
non ne era sicura. Con un sospiro, si mise in spalla le bisacce.
«No, maledizione, Jaelle, sei pazza!» Afferrò le bisacce e le gettò a terra.
Era rosso di collera.
«Peter, togliti di mezzo. Non voglio farti del male!»
«Non vai! Se insisti, chiamo gli infermieri e ti faccio chiudere in ospeda-
le: dico loro che sei incinta e che hai un esaurimento nervoso!»
Jaelle comprese che era vero. Le avrebbero di nuovo dato qualche medi-
cina per farla dormire. Con orrore, si vide legata al letto. Non avrebbero
potuto trattenerla per molto, perché lei avrebbe potuto chiamare Cholayna
a testimone. Ma avrebbe perso del tempo prezioso!
«Peter, non capisci: l'onore mi impone di andare. Perché non pensi an-
che a me, invece di pensare solo a te stesso?»
«E a chi credi che pensi? Penso a te e al bambino.» Gli lesse nella men-
te: Chiamare gli infermieri. «Mia moglie, è incinta, è agitata, bisogna
fermarla, per il suo bene...» Dove aveva già sentito pensieri come quelli?
Le tornò in mente l'immagine di sua madre, schiava di Jalak. Ma a quel-
l'epoca ero ancora bambina, non avevo il Potere... o è un'altra delle cose
che mi sono imposta di dimenticare? Gridò: «No! Quello che vuoi tu, è
mettermi in catene... per costringermi a fare tutto quello che vuoi!»
«Oh, Dio, Jaelle! Non voglio farti niente, ma non mi ascolti neppure»
disse lui. «Ma se devo chiamare gli infermieri...» L'immagine che compar-
ve nella mente di Peter era quella di una Jaelle che dormiva dopo un'inie-
zione, legata al letto per impedirle di agitarsi... ma lei vide se stessa con le
catene ai polsi, la stessa immagine che aveva visto nella mente di suo pa-
dre: «Jaelle è già abbastanza alta per metterle le catene». E la sua paura
di essere incatenata...
«Non toccarmi!» gridò, indietreggiando, «non toccarmi!»
Lui la afferrò per il braccio... e Jaelle scattò, meccanicamente. Carilla le
aveva insegnato il combattimento senza armi, le aveva mostrato come di-
fendersi dagli uomini che le posavano le mani addosso; non pensò che
l'uomo davanti a lei era Peter, non pensò più a niente: lottò contro di lui
come se fosse stato uno degli uomini che dovevano venire a metterle le ca-
tene. Con il taglio della mano, colpì Peter alla gola.
Poi, silenzio. Abbassò lo sguardo su Peter: era a terra, e la sua mente ta-
ceva. Nella stanza non si sentiva più la sua presenza.
Adesso Jaelle capiva perché avesse chiuso per tanti anni la propria men-
te, a partire dalla notte in cui era nato suo fratello Valentin. Da qualche
tempo aveva cominciato a cogliere i pensieri degli altri, ma quella notte
aveva sentito troppo dolore. Il dolore di sua madre, che la sommergeva.
Melora che non aveva più voce, ma che le trasmetteva: "Jaelle, Jaelle, ne
valeva la pena, perché adesso sei libera..." Poi dolore e debolezza, e, al-
l'improvviso, tutto si spegneva. Sua madre non c'era più, era solo un corpo
immobile, sulla sabbia macchiata di sangue.
E adesso, anche la mente di Peter era scomparsa. Era morto?
Jaelle doveva chiamare un medico.
Ma l'avrebbero trattenuta... l'avrebbero accusata di averlo ucciso.
Doveva allontanarsi in fretta, prima che dessero l'ordine di fermarla al
cancello. Si mise in spalla le bisacce. Forse, alla Loggia, avrebbe potuto
chiedere aiuto a Magda... No, era in ritiro. Non devo farle spezzare il Giu-
ramento.
E poi la lunga strada per Armida, per raggiungere Aleki prima che scop-
piasse la tempesta. Cercò di non pensare alla distanza. Anche i viaggi di
mille leghe devono iniziare dal primo passo. E il primo passo era quello
che andava dalla stanza al corridoio. Protese ancora la mente, cercando di
captare qualche pensiero di Peter, ma non sentì nulla. Doveva andare.
Se avesse salvato Aleki, avrebbe riacquistato la fiducia di sé. Una vita
terrestre salva, al posto di quella che aveva ucciso.
Al cancello, mostrò per l'ultima volta il suo documento d'identità; poi,
quando fu nelle strade di Thendara, l'esperienza di tutta una vita le disse
che, se si fosse affrettata, sarebbe riuscita a raggiungere Aleki prima della
tempesta.

CAPITOLO 16
IL POLLINE DI «KIRESETH»

Pioveva, ma non faceva eccessivamente freddo; dopotutto, si disse Ma-


gda, si era in estate. Si infilò il cappuccio del mantello: l'orlo rigido le pro-
teggeva gli occhi dalle gocce. Il cavallo scalpitava - s'era abituato al calore
della stalla della Loggia - ma lei lo spinse avanti.
Dopo due ore di cammino, Magda si fermò a riflettere. Per giungere nei
Monti Kilghard c'erano diverse strade, e lei non sapeva quale avesse preso
Jaelle. Di solito, per raggiungere Armida, si prendeva la grande strada del
nord fino a Hali e poi si costeggiava il lago fino a Edelweiss; di lì ci si di-
rigeva a sudest. In questo modo si incontravano solo buone strade car-
reggiabili, e si diceva che con un buon cavallo si riuscisse ad arrivare ad
Armida in un giorno, anche se pochi ci provavano, perché c'era il rischio di
sfiancare l'animale. Quando avevano fatto quel tragitto per andare a com-
battere l'incendio, erano accompagnati da animali da soma e da carri: il
tragitto aveva richiesto due giorni, e si erano fermati un po' prima di Armi-
da. Inoltre, avevano seguito strade secondarie.
Alessandro Li aveva fatto la stessa strada quando era andato a combatte-
re contro l'incendio, e forse anche ora aveva seguito quel tragitto, a meno
che Jaelle non gli avesse insegnato la strada del nord. A quel punto, Magda
cominciò a chiedersi se avesse fatto bene a lasciare la Loggia in fretta e fu-
ria. Avrebbe potuto farsi dare un elicottero per cercare l'ambasciatore Li,
ma in quelle condizioni, con la pioggia e il cielo coperto, dall'elicottero
non si poteva vedere molto.
Oppure, Magda avrebbe potuto chiedere a Rohana di cercare Jaelle con
la sua pietra matrice, anche se Jaelle, che odiava il potere, non avrebbe
molto apprezzato la cosa. E in tutti i casi avrebbe potuto farsi accompagna-
re da Carilla, che era un'ottima guida.
Perché sono partita da sola? si chiese. Ma, per quanto provasse, l'unica
risposta che riuscì a trovare fu: Perché lo richiedeva l'onore.
Che pazza, correre via così... Anche Magda sarebbe corsa via come Ja-
elle per salvare un superiore? Probabilmente sì; anche avventurarsi in co-
stume da Amazzone sulle montagne per andare a salvare Peter era stata
una follia, ma quella follia aveva cambiato tutta la sua vita.
Davanti a lei, ora si stendevano tre strade: quella che portava a Hali,
quella per i Monti Venza, e infine la strada che si inoltrava quasi in linea
retta nei Monti Kilghard. Quest'ultima era stretta, e saliva e scendeva ripe-
tutamente fra alte montagne. Chi conosceva il territorio prendeva quella
strada solo per brevi tratti: nessuno l'avrebbe percorsa fino ad Armida. Ma,
sulla carta, sembrava la via più breve: c'era la possibilità che Alessandro Li
avesse preso quella.
Mentalmente, Jaelle pensò ai pericoli corsi da Li. Neve e ghiaccio anche
in estate, sui monti. Quanto agli uccelli-spettro, per trovarli occorreva rag-
giungere i passi più alti, lontano dalla strada, ma non si poteva trascurare
neanche quella possibilità. E c'era il rischio di un incendio fra i pini da re-
sina, anche se Li, al campo dei boscaioli, doveva avere imparato il sistema
corretto di accendere un fuoco. Soprattutto c'era il rischio che perdesse la
strada: in molti punti, era poco più di una pista di animali.
In quel momento le parve di vedere un'immagine: Jaelle che galoppava
lungo un sentiero, sul pendio di un monte. Era un'allucinazione, o l'aveva
davvero vista con il suo poterei Magda non avrebbe saputo dirlo, ma deci-
se di fidarsi di quell'intuizione: lasciò la strada carreggiabile e si avviò
lungo il sentiero.
Dapprima la pista era abbastanza larga, e di tanto in tanto vi si scorgeva
qualche grossa casa colonica, con le finestre illuminate. Qualche cane ab-
baiò contro di lei, ma nessuno uscì a controllare: in una notte come quella,
nessuno aveva voglia di uscire nella pioggia.
Ma, dopo qualche tempo, la strada cominciò ad arrampicarsi sulle mon-
tagne. Magda scorse alti alberi odorosi di resina, rami carichi di aghi di pi-
no. Le fattorie erano scomparse, e l'unico rumore era di tanto in tanto il ri-
chiamo di qualche animale da preda della famiglia della lince. Nell'udirli,
rabbrividì; quegli animali non attaccavano quasi mai l'uomo, ma potevano
diventare feroci se si invadeva accidentalmente il loro territorio di caccia.
Inoltre, in quelle montagne c'erano i superstiti degli ominidi selvatici
chiamati uomini-gatto: creature intelligenti e molto pericolose. Magda non
aveva mai conosciuto nessuno - salvo Kadarin, che amava esplorare i luo-
ghi isolati - che li avesse visti, ma ne aveva un salutare timore. Di tutte le
razze non umane di Darkover, solo gli uomini-gatto erano pericolosi, e an-
che se si diceva che avessero lasciato i Monti Kilghard, un loro branco a-
veva attaccato un villaggio, pochi anni prima. Molti uomini-gatto erano
morti, e gli altri avevano giurato di vendicarsi degli uomini che li avevano
quasi sterminati.
I terrestri dovrebbero cercare di salvarli. Gli uomini sono i peggiori
nemici delle culture non-umane. Ma perché mi vengono in mente queste
cose? Era molto difficile che incontrasse uomini-gatto, e con il suo coltello
da Amazzone era in grado di difendersi da ogni predatore.
Ormai era completamente buio, e il cavallo doveva procedere lentamen-
te. Era un buon animale, glielo aveva donato Rohana, ma il cavallo di Jael-
le era migliore del suo: apparteneva a una razza delle montagne, ed era
abituato a quel tipo di piste.
Giunse in cima allo stretto sentiero e si fermò a scrutare nella notte. A
ovest, le nubi si erano aperte e lasciavano filtrare il chiarore della luna. A
est la valle era buia e pareva infinita: si scorgeva solo la sagoma della
montagna sullo sfondo più chiaro del cielo. Continuò a esaminare la valle
finché non scorse un luccichio lontano, e si chiese chi potesse essere. Una
fattoria? Il fuoco di Jaelle, o dello stesso Li? Un gruppo di banditi chiuso
entro un rifugio, come quando era andata a cercare Peter?
Maledizione, in un posto come Darkover il Potere è una semplice que-
stione di sopravvivenza! Non era un suo pensiero; si chiese da chi le fosse
giunto: da Li, probabilmente.
Era inutile rimanere fermi in cima al passo: Magda avviò il cavallo verso
la discesa. Nonostante la pioggia, si sentiva nell'aria odore di resina e di
polline; continuò a cavalcare per tutta la notte, e all'alba vide che i fianchi
della montagna erano coperti di fiori. Nelle montagne, si era nella breve
stagione della fioritura. In alcuni punti, l'erosione aveva portato via il sen-
tiero: rimaneva solo una stretta cornice di rocce e sassi, e Magda fu co-
stretta a smontare di sella.
Gli altri sono passati; posso passare anch'io! Qualcosa le disse che or-
mai la parte più pericolosa del viaggio era terminata, ma non capì se fosse
un'intuizione o un'informazione datale dal potere.
Dalla tasca interna del mantello, prese un po' di frutta secca e un pezzo
di pane, e cominciò lentamente a mangiarli. Solo un uomo, rifletté, sarebbe
partito con un tempo così brutto; una donna avrebbe avuto il buon senso di
aspettare che facesse bello.
Li non conosceva il clima di Darkover, e doveva avere pensato di non
correre rischi. Ma avrebbe dovuto avere il buon senso di chiedere a Jaelle.
Lei era lì per quello!
Quando Jaelle si svegliò, la pioggia non era ancora cessata. Fortunata-
mente, lei aveva superato il passo e aveva già percorso gran parte della di-
scesa prima che scendesse la notte. Rabbrividì al pensiero di doverlo af-
frontare con il buio.
Ma ora, nonostante la pioggia, cominciò ad avvertire un debole odore
che le solleticava le narici. Da molto tempo non lo sentiva, ma lo riconob-
be immediatamente: nessuno dimenticava l'odore del kireseth. A lei non
piaceva viaggiare con la pioggia, ma era meglio che camminare in mezzo
al polline di kireseth, portato dal vento.
Era ancora presto, ma Jaelle desiderava raggiungere in fretta Li. Fino a
quel momento non aveva incontrato ostacoli capaci di mettere in difficoltà
un buon cavaliere. E se a Li fosse successo qualcosa, lei lo avrebbe già in-
contrato.
La pioggia, comunque, stava cessando, e Jaelle si alzò. Stese il sacco a
pelo sulla groppa del cavallo, perché si asciugasse, e rimpianse di non po-
ter accendere il fuoco. Aveva voglia di bere qualcosa di caldo. Invece, do-
veva fare colazione con la frutta secca: con un'alzata di spalle, rinunciò a
mangiare.
Gli abitanti di quella zona - in maggioranza allevatori di cavalli - cerca-
vano di estirpare le piante di kireseth. Ma anche in quella zona, nonostante
la relativa vicinanza di Thendara, c'erano grandi aree disabitate. Nel corso
della notte, Jaelle aveva sentito diverse volte il richiamo della lince: lei ne
aveva paura, anche se non ne aveva mai incontrate, in vari anni di viaggi.
Si arrampicò su un albero, per guardarsi attorno, ma non vide traccia di
Li. Eppure, il terrestre non poteva essersi allontanato da quel sentiero e
non poteva essere molto distante. Tra lei e le terre degli Alton c'erano solo
un'altra montagna e una valle, ma quest'ultima era dirupata e piena di bur-
roni. In uno di essi era caduto l'aeroplano di Carr. Jaelle non pensava che
Li fosse andato a osservare i rottami, ma tutto era possibile, quando c'era
di mezzo un terrestre.
Scese dall'albero e montò di nuovo in sella. Partì di buon trotto, e verso
mezzogiorno si trovò dall'altra parte della valle. Quando dovette fermarsi
per far riposare il cavallo, si soffermò a guardare la strada già percorsa: per
un attimo, fra gli alberi, in lontananza, le parve di scorgere una figura a ca-
vallo. Tutt'intorno a lei, il pendio era coperto di fiori: il loro profumo
riempiva l'aria.
Mentre cavalcava, continuò a guardare con attenzione il sentiero, per
cercare le tracce del passaggio di qualche altro cavaliere. Aveva gli occhi
acuti, ed era abituata a seguire le piste; dopo qualche tempo vide alcune
felci schiacciate, dove qualcuno aveva legato il cavallo, e per terra una pila
di sterco, accanto alla busta di una razione alimentare dei terrestri. La con-
ferma che Aleki era passato di lì. Era passato meno di tre ore prima: Jaelle
stava guadagnando terreno e l'avrebbe certamente raggiunto prima del
tramonto.
Anche su quel passo, il sentiero era stato cancellato dall'erosione. Il sole
era caldo, e il sacco a pelo e il mantello di Jaelle si stavano lentamente a-
sciugando, ma con il sole le parve di sentire nuovamente il pericoloso odo-
re del kireseth. Sapeva che faceva impazzire uomini e animali: le bestie
perdevano i timori, o assalivano all'improvviso o si accoppiavano fuori
stagione. Nell'uomo, quel polline produceva allucinazioni e amplificava le
facoltà mentali. Correva anche voce che fosse afrodisiaco, ma la cosa non
la preoccupava eccessivamente: non notava in se stessa alcun desiderio di
saltare addosso ad Alessandro Li e di strappargli i vestiti! L'idea la fece ri-
dere.
Iniziò la discesa, e, dalla cima del passo, le parve di vedere un cavaliere
che la seguiva. Qualcuno venuto da Thendara, ad arrestarmi per l'uccisio-
ne di Peter. L'odore del kireseth era più forte, e Jaelle cominciò a provare
una strana confusione. Forse non aveva visto alcun cavaliere: forse erano
solo allucinazioni. Infatti, sentiva la voce di Magda, e questa non poteva
che essere un'allucinazione.
Jaelle! Sorella! Ma Magda, grazie alla Dea, era al sicuro nella Loggia.
Ormai non riusciva più a ragionare. Doveva difendersi dal polline. Si slac-
ciò il fazzoletto che portava al collo e lo tuffò nell'acqua di un rigagnolo,
poi se lo legò davanti alla faccia, perché servisse come filtro. Era scomodo,
ma dopo una mezz'ora Jaelle lo esaminò e lo trovò coperto di polvere gial-
la. Ma Li? Chissà se conosceva l'effetto del kireseth?
All'improvviso, un daino sbucò dalle piante e si mise a fare capriole sul-
la strada. Il cavallo s'immobilizzò, e Jaelle si chiese: Un daino? Normal-
mente, quegli animali rimanevano nascosti e fuggivano alla presenza del-
l'uomo.
Doveva essere il kireseth. E lei, da quanto tempo era ferma sulla sella, a
guardare la strada? Si tolse la mascherina e la inumidì di nuovo. Era piena
di polline. Che effetto poteva avere quel polline sul suo cavallo? Jaelle non
lo sapeva.
La strada fece un bivio, e Jaelle scese a cercare tracce del passaggio di
Li. Che effetto potrà avere il polline sulla mia bambina? Cercò di ricorda-
re gli insegnamenti delle levatrici della Loggia. Avevano parlato di certe
erbe e di certe medicine che potevano fare male al bambino nell'utero, ma
Jaelle, che all'epoca non pensava di volere figli, non aveva mai ascoltato
quelle lezioni. Guardò le strade dinanzi a lei; una portava a Edelweiss, e
passava per un villaggio di tintori, a cui molti allevatori della regione por-
tavano la lana da tingere; l'altra portava ad Armida, e se Li aveva studiato
bene la carta geografica e aveva una buona bussola, doveva avere preso
quella. Poco lontano c'era un sentiero del bestiame, segnato dagli zoccoli
delle bestie, ma Jaelle non andò a controllarlo: impossibile che Li si fosse
avviato in quella direzione. Rimontò in sella e imboccò la strada per Ar-
mida. Ma, dopo avere percorso poche decine di metri, venne colta da un
sospetto.
Il sentiero degli animali era spazioso, liscio, e un terrestre l'avrebbe
scambiato per una strada!
Doveva controllare anche quel sentiero, per assicurarsi che non ci fosse-
ro tracce di Li. Al campo aveva visto molte fotografie dell'ambiente da cui
provenivano i terrestri, e quella pista larga e liscia corrispondeva all'idea
che essi avevano di una strada, ben più degli stretti sentieri per Edelweiss e
per Armida. Quella pista non portava da nessuna parte: solo fra burroni
dove un uomo non sarebbe riuscito ad avanzare; ma Aleki l'avrebbe scam-
biata per una strada fatta dall'uomo.
E se aveva respirato il polline di kireseth, non sarebbe stato sfiorato dal
minimo dubbio.
Qualcosa le disse che Li era passato da quella parte. Jaelle avviò il ca-
vallo verso la piccola valle laterale, usata solo nella bella stagione per pa-
scolare gli animali. Doveva essere piena di cavalli tenuti al brado, control-
lati solo un paio di volte all'anno. In regioni montuose come quella, c'erano
sempre delle ricche valli nascoste; inoltre, nei paraggi, doveva esserci an-
che la valle inaccessibile in cui fiorivano i kireseth. Il sole creava miraggi
sul terreno caldo; in una zona come quella, era facile perdersi.
Un cavaliere era passato non molto tempo prima. Le apparve l'immagine
di Aleki, in sella, con una giacca a vento azzurra. Ma, dopo un istante,
l'immagine venne sostituita da un'altra: Aleki steso a terra, immobile, men-
tre il cavallo brucava tranquillamente. A quale credere? E di nuovo le par-
ve di sentire Magda.
Proseguì per più di un'ora lungo il sentiero, prima che terminasse per di-
vidersi in varie piste dirette verso i burroni vicini. A quel punto, Aleki do-
veva avere capito di avere sbagliato strada e doveva essere ritornato indie-
tro. Se aveva conservato un po' di giudizio dopo tante ore di esposizione al
polline. Più probabilmente, doveva essere immobile, steso a terra, incapace
di ragionare, intossicato dal kireseth. Qualcuno l'aveva avvertito della pre-
senza degli scorpioni e delle piante carnivore? No. Era lei, Jaelle, che a-
vrebbe dovuto avvertirlo.
Guardò il cielo, e vide che il sole era più basso del previsto; anche lei
doveva avere perso la sensazione del tempo, a causa del polline. Presto a-
vrebbe ripreso a piovere, per fortuna, e la pioggia avrebbe spazzato via il
polline. Si guardò attorno, e vide che si trovava in una specie di canyon, e
che sulle pareti si aprivano numerose caverne. Aleki era in qualche punto
del canyon, steso a terra, fuori conoscenza, ma vivo.
Se solo avesse permesso alla Nobile Rohana di addestrare il suo potere!
Avrebbe potuto usarlo per cercare Aleki, per scoprire la direzione da lui
seguita. Ma lei era stata egoista e arrogante, aveva rifiutato le responsabili-
tà e i doveri dei Comyn.
Se ne uscirò viva, andrò da Rohana e le chiederò di insegnarmi. Se lo
avessi avuto, il Potere mi avrebbe permesso di mantenere i miei impegni.
Ho perso Aleki perché non volevo accettare me stessa. Rivide la propria
vita, e le parve di scorgere una continua serie di fallimenti, da quando...
Era nel deserto, e sulla sabbia si allargava una grande macchia rossa.
Jaelle vide la faccia della madre, sentì il suo dolore e la sua paura, e con
un grande sforzo fece tacere tutto.
Da quel momento ho bloccato la mia mente perché non sopportavo l'a-
troce dolore della sua morte. Mia madre Melora è morta, e nel lasciare la
casa di Jalak sapeva che rischiava di morire, ma lo ha fatto perché io non
dovessi portare le catene. È morta nel darmi la libertà, e io non potevo ac-
cettare l'idea di essere stata la causa della sua morte.
Mi ha liberata, ma io mi sono incatenata di nuovo con quella colpa...
E adesso non so più riaprire quel che ho chiuso.
Ho ucciso Peter perché non volevo ricordare. Ho colpito alla cieca, e
l'ho ucciso.
Come ho ucciso mia madre.
Montò di nuovo in sella, anche se lo sforzo la lasciò esausta. Le faceva-
no male tutti i muscoli; da molti mesi non andava a cavallo, ed era in sella
da più di due giorni. Non fa bene neppure al bambino, pensò. Ma era trop-
po tardi per preoccuparsene. Al bambino, avrebbe dovuto pensare prima di
concepirlo. O prima di uccidere suo padre...
Oh, smettila di preoccuparti. Carilla ti ha raccontato mille volte la sto-
ria di Rafi, che ha avuto le doglie mentre era in viaggio e ha fatto appena
in tempo a togliersi i pantaloni prima che nascesse il bambino e che poi è
rimontata in sella ed è ritornata a casa. Il bambino è al sicuro, comodo e
riparato. Eppure, aveva l'impressione di sentirlo piangere. Povero bambi-
no. Nessuno lo vuole. Suo padre lo voleva, ma suo padre è morto.
Allontanò quei pensieri, dovuti almeno in parte alla polvere di kireseth,
e cercò di pensare ad Aleki. Giunto alla fine della pista, il terrestre doveva
essersi accorto di avere sbagliato strada e doveva avere cercato di ritornare
indietro. Ma in tal caso Jaelle lo avrebbe visto. Probabilmente era caduto
di cavallo, intontito dal kireseth, o la bestia l'aveva disarcionato, e lui gia-
ceva in qualche punto del canalone. Jaelle continuò ad avanzare, tendendo
con tutte le forze la propria mente per trovare Aleki.
Forse avrebbe fatto meglio a ritornare sulla strada principale, a raggiun-
gere uno dei villaggi e a organizzare una ricerca. E le pareva di sentire la
voce di Magda...
No. Non era Magda: era il vento. Lunghe scie di nubi si tendevano nel
cielo, gli alberi gemevano e frustavano l'aria; si sentì schiaffeggiare da un
ramo e si accorse all'improvviso di trovarsi su uno dei sentieri che risaliva-
no la parete del canyon. Perché si era diretta da quella parte? Aveva in
mente un solo pensiero: Aleki era davanti a lei, perché invece di inoltrarsi
nella miriade di piccole valli che sbucavano nel canyon, era salito in cima
a quella parete per cercare la strada. Intelligente. Ma se fosse stato abba-
stanza intelligente, non sarebbe partito da solo: avrebbe chiesto a Jaelle di
accompagnarlo, dato che lei aveva giurato sul proprio onore di protegger-
lo.
Ma Aleki non aveva dato molto peso a quel giuramento. Per Alessandro
Li, Jaelle era una darkovana, e lui l'aveva guardata con distacco, dall'alto
dei suoi pregiudizi. Ora Jaelle comprese perché fosse partito senza di lei.
Jaelle era una di coloro che gli avevano impedito di fare il suo dovere, os-
sia di scoprire che cosa fosse successo a Carr e come la cosa potesse getta-
re luce sull'ostilità fra Darkover e la confederazione terrestre.
La colpa di questo è mia, Jaelle. Sono stata io a citare Carr in sua pre-
senza, a mettere Li sulla pista di Carr; pensavo che Carr fosse un agente
in incognito, perfettamente mascherato, e ho parlato a sproposito. Vera-
mente, è stato un mio errore. La voce mentale era così chiara che Jaelle si
voltò e rimase confusa nel non vedere Magda al suo fianco. Le parve addi-
rittura di sentire l'acciottolio degli zoccoli del suo cavallo. Il sentiero con-
tinuava a salire, e il vento che le soffiava sulla faccia era caldo come quel-
lo del deserto, del viaggio da Shainsa che Jaelle non aveva mai voluto ri-
cordare. Kindra e Rohana avevano portato il suo fratellino, avvolto nel
mantello della madre. Avevano cercato di darlo anche a lei, di farla gioca-
re, ma lei non aveva voluto toccarlo.
Mio fratello. Deve avere quindici anni. Non mi sono mai interessata di
lui. Che cosa ha detto Rohana? Che era fratello d'armi di Valdir Alton. Se
sopravvivrò, andrò da mio fratello a chiedergli perdono... e per la prima
volta ricordò le parole di Rohana, parole che, nella sua terribile paura, ave-
va cancellato.
«Perché non prendi in braccio il tuo fratellino? Tu hai avuto tua madre
per undici interi anni. Lui non ha nessuno.» E adesso era troppo tardi per
riacquistare il suo affetto.
Il cielo era totalmente coperto di nubi. Avanti, Jaelle. Con la pioggia, il
canyon si riempirà d'acqua. Continua a salire. Ancora una volta, Jaelle si
voltò a guardare Magda e non vide nessuno. Era un'altra allucinazione.
Pensò che aveva tradito anche Magda, se l'amica l'aveva seguita laggiù in
quelle terre disabitate, dove sarebbero morte tutte e due.
Poi li vide.
Sentì il rumore degli zoccoli prima di vedere i cavalieri che correvano
verso di lei. Una legione di uomini a cavallo, fila dopo fila, lanciati al ga-
loppo, e su di loro sventolavano le bandiere dei Comyn. Attraversavano di
corsa il cielo, calpestando le nuvole come se fossero una strada battuta.
Jaelle sentiva il rimbombo di un milione di zoccoli, che sollevavano bran-
delli di nuvole come se fossero la polvere della strada. Poi sul cielo si sta-
gliò la bandiera degli Aillard, e Jaelle vide la giovane donna che la teneva
levata.
Era alta e aveva i capelli rossi come i suoi, era vestita di azzurro e oro
come i dipinti di Cassilda nelle antiche cappelle. Ma sotto l'azzurro si
scorgeva la veste rossa di una Guardiana delle Torri. Figlia mia, ti ho
messa al mondo perché tu finissi così? Così giovane, così perfetta nella
sua severità di Guardiana. E dietro di lei correvano gli uomini dei Comyn,
guidati da un'altra Guardiana dalla veste rossa: uomini e donne con le ve-
sti delle Torri, che la inseguivano per ucciderla. L'uomo che le stava ac-
canto cadde a terra e venne schiacciato sotto gli zoccoli dei cavalli... or-
mai erano vicini, ma Jaelle rimaneva immobile in sella, incapace di disto-
gliere lo sguardo dalla faccia della ragazza...
Poi il mondo ritornò nitido; un cavaliere corse verso di lei, la prese per il
braccio, afferrò la briglia del suo cavallo.
«Svelta! Da questa parte, Jaelle. Svegliati! Non vedi...» Pareva una fol-
lia, ma era la voce di Magda. Era certamente un'altra allucinazione, ma Ja-
elle fece come le diceva: spronò il cavallo e lo spinse verso l'alto, sull'argi-
ne. Si udiva ancora il rimbombo degli zoccoli, ma i cavalieri del cielo era-
no scomparsi. Poi, mentre Jaelle cercava di protestare, il rumore la rag-
giunse. Cavalli. A centinaia, che correvano impazziti verso il canyon, lun-
go il sentiero dove Jaelle era rimasta ferma sulla sella.
La fiumana di bestie impazzite continuò a passare a poca distanza da lo-
ro, interminabile. Jaelle tremava per la reazione nervosa. Ho rischiato di
morire. Sarei rimasta laggiù immobile, drogata dalle visioni suscitate dal
polline di kireseth, e mi sarei fatta travolgere... Magda è veramente qui e
mi ha salvato la vita.
Gli ultimi animali passarono sotto di loro, nitrendo. Alcuni, spinti dagli
altri, uscirono dal sentiero e caddero lungo la scarpata. Quando il rumore
del loro passaggio si ridusse a un brontolio lontano, cominciò a piovere a
rovesci.
Magda tese un braccio. «Da questa parte», disse. «Ho visto alcune ca-
verne.»
Il cielo si stava già oscurando, e presto scese l'oscurità. Giunta alla ca-
verna, Jaelle scese di sella e condusse all'interno il suo animale. Magda la
seguì e disse, ancora terrorizzata: «Ti ho visto... ferma in mezzo al sentie-
ro, con quei cavalli che arrivavano come il vento...»
«Che cosa li ha fatti impazzire così?» chiese Jaelle. «Il kireseth?»
«Era kireseth? Non lo sapevo. Ma in questo canyon si raccoglie tutta
l'acqua piovana del bacino.» Si avvicinò all'ingresso della caverna. «Guar-
da.»
Sotto di loro, il canyon era diventato un fiume. Jaelle si chiese se i caval-
li erano riusciti a uscirne prima dell'inondazione. Magda si sporse dall'im-
boccatura della caverna e osservò la parete del canyon, poi riferì:
«Il segno dell'alluvione è a più di un metro sotto di noi. Qui siamo al si-
curo». Tolse la sella e le bisacce al cavallo. «Be', sorella, è meglio del pas-
so di Scaravel. Se non altro, qui non troveremo uccelli-spettro.»
Jaelle non riusciva a stare in piedi. Continuava a tenersi al cavallo, inca-
pace di muoversi. Magda le disse: «Togli la sella e mettiti dei vestiti a-
sciutti, se ne hai. Accendi il fuoco: qui in fondo c'è un mucchio di legna
secca... e guarda quell'anello di pietre; la caverna deve essere un rifugio
abituale dei pastori».
Ma Jaelle non riusciva a muoversi, e infine Magda stese in terra il man-
tello e la aiutò a sdraiarsi. «Resta qui, allora, e riposati. Mi occuperò io di
accendere il fuoco.»
Magda stese una coperta attraverso l'entrata della caverna, per fermare il
vento, e si inginocchiò accanto all'anello di pietre per accendere il fuoco.
Poco più tardi le portò una tazza di tè e gliela accostò alle labbra. Jaelle as-
saggiò la bevanda e fece una smorfia, ma l'amica la costrinse a berla. «Be-
vi. Sei sotto shock, e lo zucchero ti aiuterà a riprenderti.»
Infatti, dopo qualche istante, Jaelle si accorse che le si schiariva la men-
te. Disse: «Mi hai salvato di nuovo la vita. Come hai fatto ad arrivare al
momento giusto?»
«Sono due giorni che ti inseguo», rispose Magda, aggrottando la fronte.
«Che cosa ti è preso, perché sei scappata via di corsa, così... sola, incinta,
mentre stava per arrivare una tempesta? Dovevi essere impazzita.»
«È quello che ha detto Peter», mormorò Jaelle. «Ha minacciato di darmi
delle droghe, di mettermi in catene...»
«Peter non lo farebbe mai», disse Magda, scuotendo la testa. «Credi che
sia un abitante delle Terre Aride?» Poi lesse l'immagine nella mente di Ja-
elle: chiusa nel reparto Medicina, legata al letto... Si inginocchiò acanto a
Jaelle e la prese tra le braccia.
«Oh, cara, non ti avrebbero mai fatto del male... davvero», mormorò.
«Capisco, hai avuto paura... ma io o Cholayna avremmo detto loro che non
eri pazza...»
«L'ho ucciso», mormorò Jaelle, con la voce carica d'orrore. «Ho ucciso
Peter. L'ho lasciato in terra, morto, nel nostro appartamento!»
«Non ti credo», disse Magda. «Stai delirando, e non ti rendi conto esat-
tamente di quello che è successo. Per il momento, togliti quegli abiti ba-
gnati. Non possiamo tenere acceso il fuoco per tutta la notte, dobbiamo ri-
sparmiare la legna, perché c'è il rischio che nevichi.»
Ma Jaelle continuò a guardarla senza muoversi, e alla fine Magda fu co-
stretta a toglierle i vestiti bagnati e ad avvolgerla in una coperta. Poi fece
cuocere sulla brace un po' di carne secca, e cercò di farla mangiare a Jaelle,
che però non riuscì né a masticare né a inghiottire. Infine Magda appese gli
abiti accanto al fuoco.
«Ho avuto paura», disse, dopo qualche tempo. «Dovevi essere comple-
tamente fuori di senno. Eri ferma in mezzo al sentiero, mentre la mandria
si precipitava contro di te. E io continuavo a vedere... lo so, erano solo le
nuvole, ma sembravano... sai, una volta ho visto i Comyn in parata, lungo
le strade di Thendara, con le bandiere al vento, ma questa non era una pa-
rata. Davano la caccia a una ragazza... una ragazza dai capelli rossi, che
assomigliava a te. Era come te, Jaelle, e per qualche istante ho pensato che
fossi tu. Correvano al galoppo sopra di me, senza fermarsi, e alla fine, nel-
la mia allucinazione, ho visto la mandria che arrivava, e tu non eri nel cie-
lo, con gli abiti dei Comyn, tu eri ferma sul sentiero, proprio sulla rotta
della mandria...» Rabbrividendo, abbracciò Jaelle.
«Ho visto la stessa cosa», mormorò lei. Non si era accorta che la ragazza
della visione aveva la sua faccia. Una convinzione irrazionale la portava a
ripetere: Era mia figlia, e sarà uccisa dai Comyn.
Magda disse, dopo qualche istante: «So che quel polline di kireseth può
giocare strani scherzi alla mente. A Thendara c'è un traffico clandestino di
vino di kireseth, sai. La droga proviene dalle piane di Valeron, e c'è gente
che la beve per le visioni che ti fa avere. Al campo terrestre è proibita, na-
turalmente, ma c'è gente che esce dal campo per andare a berla. Se abbia-
mo respirato il polline, questo spiega le nostre visioni... ma adesso è fini-
ta». Mentre parlava, dava da mangiare a Jaelle pezzi di pane tuffati nel tè,
e lei inghiottiva senza proteste. Non mangiava dal giorno della partenza, e
adesso il cibo e la bevanda calda le schiarirono del tutto la mente. Anche
l'orrore per il suo delitto cominciò pian piano a svanire. Forse Magda ave-
va ragione: forse, nell'agitazione, aveva creduto di avere ucciso Peter, che
invece era solo svenuto.
Alla fine disse: «Non capisco. Come puoi essere qui? Dovresti essere
ancora in ritiro. Se hai spezzato il Giuramento per salvarmi la vita... non ne
valeva la pena, Margali. Non lo merito».
«Non sei in grado di giudicare, in questo momento. Cerca di dormire. In
realtà, non ho spezzato il Giuramento. Carilla mi ha autorizzata a uscire. Ti
vuole bene, non lo sai?» E Jaelle, esausta, piombò nel sonno.

Quando si svegliò, Magda le dormiva accanto. Nel sentire il rumore, si


svegliò anche lei.
«Come ti senti?»
«Mi hai salvato di nuovo la vita», mormorò Jaelle. «Oh, sorella, credevo
di essere coraggiosa, ma ho sbagliato tutto... non avresti dovuto rischiare la
vita per me...»
«Non dire niente...» mormorò Magda. «È tutto a posto.»
«Peter... l'ho ucciso, te l'ho detto.»
«Sì, certo», rispose Magda, e Jaelle le lesse nei pensieri: Non credo che
lo abbia fatto. «Non pensare a Peter.»
«Perché non dovrei pensare a Peter?» rispose lei, con ira. «Non spetta a
te dirlo!»
«Jaelle... volevo soltanto dire che mi spiace per lui. Montray riuscirà
prima o poi ad allontanarlo da Darkover. E Peter ha solo te e il bambino.»
«Io non sono di Peter! E neppure il bambino!»
«Lui pensa...»
«È proprio per questo che l'ho odiato e che l'ho ucciso! Lui voleva essere
il mio padrone, come se fossimo giocattoli, oggetti...»
Magda cercò di consolarla dicendo: «Non devi parlare così...» Forse, se
Jaelle gli ha parlato a questo modo, Peter ha avuto ragione di credere che
avesse l'esaurimento nervoso... e chissà, forse lei potrebbe averlo davvero
ucciso. Ma neppure Keitha, dopo qualche tempo, aveva intenzione di ucci-
dere il marito: le è bastato allontanarsi da lui, e Jaelle è stata una Rinun-
ciataria per tutta la vita.
«No», disse Jaelle. «Non ho mai dovuto rinunciare a niente... finché non
ho conosciuto Peter, non sapevo a che cosa avevo rinunciato.»
E improvvisamente cominciò a piangere.
«Mia madre. Non ricordavo neppure la sua faccia, non ricordavo che a-
veva le catene ai polsi, finché Peter non ha cercato di mettere le catene an-
che a me.» E pensò che durante il suo addestramento da Amazzone, men-
tre le altre donne piangevano e lottavano per liberarsi della loro vita pre-
cedente, lei aveva sempre finto di non avere niente di cui liberarsi.
«Ma non sono gli uomini a incatenarci. Siamo noi stesse a infilare i polsi
nelle catene. Volontariamente. Questo significa essere donna?»
«No, certamente», disse Magda, confusa. «Significa essere padrone della
nostra vita, delle nostre azioni...»
«Della nostra vita e di quella dei nostri figli. Non volevo questa bambi-
na. L'ho fatto solo per rendere felice Peter.» E scoppiò a piangere.
«Cara», disse Jaelle, «sono certa che non è come dici.» Jaelle sta per
avere un bambino, ed è poco più di una bambina anche lei... Ma quando
Jaelle smise di singhiozzare, le rimboccò la coperta.
«Ti preparo un po' di tè. Ne hai bisogno.»
Dopo un poco, Jaelle disse: «Aleki. Deve essere morto. Prima le alluci-
nazioni del kireseth, e la mandria imbizzarrita, poi l'inondazione...»
Magda raggiunse l'imboccatura della caverna e sollevò la coperta. Pio-
veva, e il canyon era ancora pieno d'acqua: sulla superficie galleggiavano
alcuni alberi sradicati e il corpo rigonfio di un cavallo.
«Probabilmente, Aleki avrà trovato una caverna prima del-
l'inondazione», disse Magda. «Non perdiamo le speranze; ho visto che su
questa parete le caverne sono numerose. Se fosse morto, me ne sarei accor-
ta.» Durante l'inseguimento, era entrata in contatto con la sua mente e sen-
tiva ancora la sua presenza.
Portò il tè caldo all'amica; poi tornò a guardare il canyon e commentò:
«Per fortuna ho portato viveri per dieci giorni. Occorrerà del tempo, prima
che si possa scendere di qui. Ma tu devi riposare; quel tipo di cavalcata
non ha certamente fatto bene al bambino. Conosco la storia di Rafi che è
andata a cavallo fino al giorno del parto, ma tu sei meno robusta di lei».
Non ho mai voluto questo bambino! Se lo perdessi, sarebbe meglio an-
che per lui, dopo che ho ucciso suo padre.
La disperazione di Jaelle era talmente grande che Magda la abbracciò e
disse: «La cosa migliore, per te, è cercare di dormire, senza pensare a nul-
la».

Ma più tardi, quando Jaelle si fu addormentata, Magda tornò all'imboc-


catura della caverna e si sedette laggiù, a guardare il fiume che scorreva
sotto di lei. Erano bloccate in quella caverna; nessuno sapeva dove si tro-
vavano le due donne, e lei era preoccupata per Jaelle. Ormai ne aveva avu-
to la prova: quando era accanto a Jaelle, riusciva a leggere i suoi pensieri.
Improvvisamente, il suo potere si era accresciuto, forse a causa del polline
di kireseth che aveva respirato.
Ma, qualunque ne fosse la ragione, ormai possedeva una nuova sensibili-
tà, e la sua mente ne era quasi soverchiata. Le pareva di vedere tutto ciò
che si stendeva attorno a lei, il canyon inondato e il fondo della caverna, i
piccoli roditori e i mammiferi notturni che dormivano appollaiati alle roc-
ce. Sentiva il corpo di Jaelle come se fosse il suo, e, a un livello più pro-
fondo, la coscienza addormentata della bambina che doveva nascere. In
quell'istante ebbe la sensazione di appartenere a qualcosa di più grande,
qualcosa che pulsava in tutte le cose viventi che la circondavano. Cielo e
acqua, pioggia battente e fiume, alberi che aprivano le foglie alla pioggia,
la terra che si apriva all'inondazione come all'abbraccio dell'amante, gli a-
nimali e gli insetti... Era ancora un'allucinazione del kireseth? No, era
qualcosa d'altro, un'esperienza quasi religiosa di far parte della grande ca-
tena della vita. Poi la sensazione si allontanò da lei, e Magda capì che non
doveva cercare di trattenerla, perché le sarebbe rimasto solo il rimpianto di
non averla potuta fermare.

Il terzo giorno, la pioggia cessò, e quella sera anche il livello dell'acqua


cominciò a calare. Magda fece uscire i cavalli, perché aveva quasi finito la
biada, e cercò pini da resina per accendere il fuoco, perché quella legna
bruciava anche quando era umida.
Jaelle era ancora ossessionata dall'idea di avere ucciso Peter, e non ave-
va ripreso le forze. Di notte sognava di essere incatenata nelle Terre Aride
e con le sue grida svegliava Magda.
«Ciascuna di noi riceve gli incubi dell'altra e li amplifica», commentò,
per tranquillizzarla, ma non osò allontanarsi da lei. Durante il giorno, Jael-
le aveva la febbre e si lamentava, ma nei momenti lucidi continuava a ripe-
tere di avere ucciso Peter. Che sia vero? cominciò a chiedersi Magda.
Entrambe, inoltre, avevano la sensazione che Aleki fosse vivo. «È in-
trappolato in una caverna, come noi», disse un giorno Jaelle, e a Magda
parve di vederlo, immobilizzato da una gamba rotta. Dobbiamo riportarlo
a Thendara. Se morisse quaggiù, scoppierebbe chissà che incidente di-
plomatico!
«Mi sono presa la responsabilità per lui», disse Jaelle.
«E la responsabilità ricade su di me», disse Magda. «Per questo esistono
le sorelle di voto.»
«Mi sento un po' colpevole», disse Jaelle, dopo un lungo silenzio. «Per-
ché non volevo che arrivasse ad Armida a interrogare quell'uomo, Carr o
Nobile Andra.»
Magda sorrise. «A quanto ho visto, Carr è perfettamente in grado di ba-
dare a se stesso. Tra i due, punterei su Carr.»
«Non saprei. Quando è sulla pista dei Comyn, Li è molto tenace, Magda.
Tu non sai quanto sia ostinato. Io stessa sono Comyn, anche se non ho mai
dato peso alla cosa, in passato. Ma, grazie al Giuramento delle Amazzoni,
posso vedere Darkover sotto i due aspetti, quello dei Comyn e quello della
gente comune. E ho visto i mondi dei terrestri, sui loro piccoli schermi,
quando ero al campo. Non voglio che Darkover diventi così. Mentre è pro-
prio quel che vuole Aleki.»
«E lui ha veramente la possibilità di scegliere il destino di Darkover»,
disse Magda. «È questo il compito degli inviati del senato.»
«Tu sei una terrestre», disse Jaelle. «Intendi aiutarlo, o terrai le parti di
Darkover?»
Magda le prese le mani. «La cosa non è tanto semplice, cara. Non si può
ridurre a darkovani contro terrestri. Non è una di quelle situazioni in cui
tutto il bene si trova da una parte e tutto il male dall'altra. Prima di preoc-
cuparci della sua missione, accertiamoci che sia vivo.»

Ma l'indomani furono bloccate dalla neve, e Jaelle continuò ad avere la


febbre. Nella notte sognò di essere di nuovo bambina: sua madre era mor-
ta e Carilla la teneva abbracciata. No, non era lei, era Magda...
Ma la bambina era ancora lì, e lei le diceva: No... non è possibile, picco-
la, devi ritornare indietro. Devi scegliere un'altra madre.
Ma tu hai scelto me, e io ho scelto te, diceva la bambina. Perché Jaelle
non riusciva a vederla? La bambina soffriva, come aveva sofferto sua ma-
dre quel giorno...
Non piangere, le diceva la bambina, ti aspetterò. Ritornerò da te, quan-
do mi vorrai. Jaelle la vide allontanarsi in un mondo grigio e silenzioso, e
le parve che sparisse in una nebbia simile a quella del Lago di Hali, e solo
quando fu sparita capì che cosa fosse successo. È morta...
«No! No! Ritorna!» cominciò a gridare, ma ormai era troppo tardi.
«Jaelle!» Magda si curvò su di lei. «Piangevi nel sonno. Che cosa è suc-
cesso?»
«Oh, Magda, è morta, non l'ho più potuta richiamare... le avevo detto
che non la volevo, e lei se n'è andata...»
«Chi, Jaelle? È solo un incubo, cara. Parlami.»
«Mia madre... no, la mia bambina. Se n'è andata...» Jaelle singhiozzò.
«Avrei voluto darle il tuo nome, Margali... oh, mi sento male...»
Magda cercò di consolarla, convinta che fosse soltanto un incubo, ma,
quando strinse Jaelle fra le braccia, si accorse che la situazione era assai
più grave. Sentì le fitte di dolore di Jaelle e comprese che cosa era succes-
so.
Lo temevo. La malattìa, la fatica, l'hanno fatta abortire. E lei, Magda,
non sapeva che assistenza darle.
Be', avrebbe fatto quello che poteva. Raccolse tutta la legna che trovò, e
accese il fuoco. Poi mise a bollire dell'acqua, per dare da mangiare a Jaelle
qualcosa di caldo. Frugò tra le sue bisacce, e trovò due camicie da notte, di
flanella, pulite. Jaelle ne avrebbe avuto bisogno. Si disse che per secoli le
donne avevano messo alla luce i figli, o li avevano perduti, in condizioni
primitive, senza l'aiuto della medicina terrestre.
«La prima cosa che devi fare», disse a Jaelle, inginocchiandosi accanto a
lei, «è di rilassarti e di respirare profondamente. Su, Jaelle, anche tu hai a-
scoltato le lezioni delle levatrici. Tra l'una e l'altra dovremmo ricordarci
quanto basta per impedirmi di combinare guai.»

CAPITOLO 17
IL SALVATAGGIO

La legna da ardere era quasi finita. Magda si trascinò all'imboccatura


della caverna e guardò nella valle. L'acqua si era ritirata ancor di più. Sa-
remmo potute partire oggi, pensò, se Jaelle fosse in grado di viaggiare.
Adesso, Jaelle dormiva, ma Magda temeva che le cure che le aveva presta-
to non fossero sufficienti. Lei non era un medico, e neppure una levatrice.
Jaelle avrebbe avuto bisogno di cibo, di un letto caldo, di assistenza spe-
cializzata. Magda si coprì con le mani la faccia e cominciò a piangere,
pensando che Jaelle rischiava di morire per colpa sua. Se non avessi al-
lontanato Peter da me... se non fossi stata così competitiva con lui... e a-
desso Peter è morto e Jaelle è gravemente ammalata... continuò a piangere
senza riuscire a fermarsi, e mentre piangeva le ritornarono in mente le pa-
role di Marisela: «Un giorno anche tu riuscirai a piangere».
Per fortuna, Marisela le aveva insegnato qualcosa di meglio! Dopo la
notte testé trascorsa, Magda aveva quasi voglia di ridere. Trasse un lungo
respiro e cercò di valutare la loro situazione.
Jaelle aveva perso molto sangue ed era debolissima. Come minimo ave-
va bisogno di abiti asciutti e di calore, e Magda avrebbe potuto fornirglieli,
se avesse trovato una sufficiente quantità di legna... e se il fuoco non si
fosse spento. Altrimenti, tutt'e due rischiavano di morire. Se la febbre di
Jaelle si fosse abbassata, avrebbe potuto metterla sul suo cavallo e portarla
in qualche villaggio. Laggiù si poteva organizzare una spedizione di ricer-
ca per Aleki. Ma, d'altra parte, c'era il rischio di incontrare qualche donna
che reagisse come quella che l'aveva insultata durante l'incendio. Una don-
na come quella le avrebbe cacciate via, a morire.
E lei, poteva allontanarsi da sola a cercare aiuto? No, non voleva lasciare
Jaelle.
L'esperienza le diceva che era in arrivo una tempesta, ma che aveva an-
cora il tempo di raccogliere la legna.
Si chinò su Jaelle, con l'intenzione di dirle che usciva per qualche minu-
to, ma vide che la ragazza dormiva, e si chiese se potesse raggiungerla con
la mente. Dopo l'intossicazione da polline di kireseth, erano state in contat-
to mentale per molto tempo, e avevano condiviso i sogni. Ma al momento
di curare Jaelle, sapendo di non potersi prendere adeguatamente cura di lei
se fosse stata turbata dai suoi pensieri, Magda aveva fatto qualcosa - non
sapeva neppure lei che cosa - e aveva escluso Jaelle dalla propria mente.
Adesso era in grado di rovesciare il procedimento?
Cercò di entrare nella mente della donna addormentata. Devo andare via
per qualche minuto, per raccogliere legna. Se ti dovessi svegliare e non mi
vedessi, non spaventarti.
Controllò i cavalli e diede loro gli ultimi rimasugli di biada, poi comin-
ciò a raccogliere i rami pesanti.
Dopo qualche minuto cominciò a nevicare: fiocchi grandi, che non si
scioglievano al contatto con il terreno. Presto avrebbero coperto il sentiero
e l'avrebbero reso pericoloso.
Questo chiudeva l'argomento. Non potevano farsi bloccare laggiù. Do-
veva mettere Jaelle su un cavallo e cercare di raggiungere la civiltà.
Basta aspettare! Un'Amazzone deve salvarsi da sola! Buttò a terra la le-
gna e cominciò a raccogliere quanto restava del cibo e a prepararsi per la
partenza. Attizzò il fuoco e mise a bollire la carne secca; quel cibo avrebbe
dato loro forza per la partenza. Infilò le coperte nelle bisacce e sellò i ca-
valli.
Quando l'acqua bollì, Magda non osò più attendere. La neve continuava
a cadere. Versò il brodo in un tazza e lo accostò alle labbra di Jaelle.
«Jaelle, cara, bevi un po' di brodo; dobbiamo partire finché possiamo.»
Jaelle la guardò con occhi vacui.
È malata, non mi riconosce. Vide che aveva perso altro sangue e com-
prese che non era in grado di muoversi: se l'avesse messa a cavallo, proba-
bilmente sarebbe morta.
Tornò ad avvolgerla nelle coperte. Non poteva fare nulla? Se fosse riu-
scita a raggiungere con il suo potere la Nobile Rohana, o la Sapiente che le
aveva guarito i piedi, o Ferrika, che era un'Amazzone come lei...
Ma come fare? Mentre se lo chiedeva, le si disegnò nella mente la rispo-
sta: Basta chiedere. Grida aiuto!
Si inginocchiò sul pavimento della caverna, si coprì gli occhi e si con-
centrò su queste parole: Jaelle è molto malata. Siamo bloccate qui. Aiuta-
teci!
Ripeté molte volte il suo messaggio, e dopo qualche tempo sentì fremere
l'aria davanti a lei. Sollevò lo sguardo e scorse nell'aria alcune facce di
donna: facce sconosciute.
Poi, senza sorpresa, scorse Marisela.
Mi avevi promesso di non fare niente di avventato.
Magda disse a voce alta: «Non potevo lasciare che Jaelle si allontanasse
da sola...»
Già, suppongo di no. Poi Marisela sparì e Magda si chiese se l'avesse
veramente vista. E se l'ho vista, pensò con irritazione, non posso dire che
mi sia stata di molto aiuto; si è limitata a sgridarmi!
Udì un suono che assomigliava al gracchiare dei corvi; sentì un rimesco-
lio nell'aria e sollevò lo sguardo. La caverna era sparita; Magda era avvolta
in un alone di fuoco azzurrino - il colore della gemma matrice di Rohana -
ed era circondata da figure d'ombra: donne vestite di scuro. Non riconobbe
nessuno dei loro volti.
Quella donna è uno dei punti cardinali della storia, disse una voce, nella
sua mente. Magda sapeva che si riferiva a Jaelle, ma che non parlava a lei.
Un'altra voce rispose: Ricordate, non possiamo avere compassione degli
individui. Dobbiamo pensare ai secoli, e alcune persone devono inevita-
bilmente soffrire e morire...
Magda pensò: Nella mia allucinazione, sento le parole tra Marisela e
Cholayna, nell'ufficio di Madre Lauria. Ma non c'ero io, laggiù. C'era Ja-
elle.
La prima voce disse: Le sofferenze non mancheranno, ma non deve mo-
rire adesso. Lei non è importante, ma è importante il sangue degli Aillard,
perché un giorno si dovrà spezzare il dominio della Torre di Arilinn...
Allora, la Torre Proibita dovrà cadere?
Tutti coloro che lavorano solo per il presente devono cadere. Ma noi
dobbiamo pensare in termini di secoli...
La presenza della figlia di un terrestre ad Arilinn spezzerebbe il soffo-
cante predominio di quella Torre...
Pensi di negarle la facoltà di scegliere? Ha deciso di non dare alla luce
la figlia del terrestre, perché era convinta di poterle evitare le sofferenze.
Non ha ancora imparato la lezione, e perciò finirà per soffrire molto di
più.
Questa volta le salveremo. Ma, ricorda: non lo facciamo per compas-
sione di qualche singolo individuo, ma perché in questo momento il desti-
no va d'accordo con la soluzione più umanitaria. Tutti vorremmo sempre
salvare le vite umane. Ma non possiamo interferire con gli avvenimenti del
mondo.
Poi le voci scomparvero e vennero sostituite dal gracchiare dei corvi.
Magda scorse davanti a sé il viso di Ferrika, su cui compariva un'espres-
sione piena di sollecitudine.
Non preoccuparti più, sorella, le disse la levatrice. Ti hanno ascoltato
nella Torre Proibita, e qualcuno verrà a prenderti.
La faccia di Ferrika svanì. Magda batté gli occhi e ripensò alle conversa-
zioni che aveva ascoltato durante l'incendio: qualcosa sul Nobile Damon,
Reggente di Armida, e su una Torre illegale. Be', lei e Jaelle erano già in
rotta con le autorità terrestri, se Peter era davvero morto; tanto valeva esse-
re in rotta anche con quelle darkovane. A quanto pareva, la Torre del Nobi-
le Damon non era ben vista dalle Torri regolari.
In tempi di tempesta, ogni buco è un porto. Batté gli occhi per la sorpre-
sa: qualcuno le aveva trasmesso quel pensiero in terrestre.
Chi siete?
Mi conoscete. Vi ho detto che avevate fegato per tre. Diciamo che ne a-
vete per trenta!
Andra... Andrew Carr?
Non sono molto abile, in questo tipo di ascolto mentale. Dovrei dire a
Callista di raggiungervi. Ma non c'è tempo. Ho visto il fumo. Stiamo arri-
vando. E poi nella mente di Magda si disegnò un'immagine di uomini che
cavalcavano lungo il canyon. Jaelle, accanto a lei, cominciò a gemere, e
Magda le accarezzò i capelli e cercò di calmarla.
«Va tutto bene, Shaya. Te lo prometto. Vengono a salvarci. È tutto a po-
sto.»
Ma Jaelle la guardò con lucidità e disse: «Le Amazzoni non aspettano
che vengano a salvarle. Siamo noi a salvare gli altri. Come abbiamo sem-
pre fatto, Margali.»
Magda le accarezzò la guancia. «Anche le Amazzoni sono soltanto uma-
ne, Jaelle. Mi è occorso un anno per capirlo.»
Ma l'altra donna non era più in grado di ascoltarla. Il fuoco si stava spe-
gnendo; Magda s'infilò sotto le coperte e abbracciò Jaelle per riscaldarla.
Poi, senza rendersene conto, scivolò nel sonno.
La destò il suono di alcune voci, sovrastate da quella di Andrew Carr,
che gridava nel dialetto dei Monti Kilghard:
«No, non qui! Maledizione, ve l'ho detto, c'è un'altra caverna, con due
donne ferite! Continuate a cercare. Guardate più in basso, lungo il pendio!
Eduin, vieni qui con due uomini e con la barella, quest'uomo ha una gamba
rotta!»
Hanno trovato Aleki. Grazie a Dio, è vivo. Come prima, nella mente le
si disegnò un'immagine: Alessandro Li, l'elegante diplomatico terrestre,
coperto di polvere, disteso sul pavimento della caverna, con la gamba le-
gata a un pezzo di legno per tenerla ferma, che guardava a bocca aperta
Carr, il quale gli sorrìdeva divertito.
«L'ambasciatore Li, suppongo. Ho saputo che mi cercavate», disse, e gli
tese la mano alla maniera dei terrestri. Sandro Li balbettò:
«Voi... voi...» L'immagine svanì.
Magda si alzò. Il fuoco si era spento, e i soccorritori non potevano più
vedere il fumo; nella caverna faceva freddo, ma Jaelle riposava tranquilla-
mente. Magda s'infilò in fretta il mantello e corse all'imboccatura della ca-
verna. Il fianco del canyon era pieno di persone a cavallo, e un gruppo di
uomini a piedi era fermo davanti a un'altra caverna, a mezzo chilometro di
distanza. Ora riusciva anche a vedere Carr: un uomo dai capelli biondi che
superava di tutta la testa i compagni.
Magda gridò; anche se la sua voce non era in grado di superare la di-
stanza, sapeva che Carr era in grado di sentirla in qualche modo.
«Andra! Andrew! Qui!»
Andra sobbalzò, come se avesse ricevuto una scossa elettrica, poi si girò
verso Magda e la indicò ai suoi accompagnatori. Sollevò la mano verso di
lei, per confermarle che l'aveva vista.
Tutto bene, cercate di resistere, vi ho vista.
Magda si lasciò scivolare a terra e cominciò a piangere, incapace di fer-
marsi. All'improvviso capì che cosa avesse voluto dirle Marisela.
Un giorno piangerai e sarai guarita.
Non si accorse che un uomo nella livrea dei Ridenow saliva verso di lei;
poi lo sentì gridare: «Sono qui, signore! Tutt'e due». L'uomo si schiarì la
gola. «Magistra...» e Magda si affrettò ad alzarsi in piedi, con tutta la di-
gnità di cui fu capace. Non molta, pensò: aveva gli occhi rossi e gonfi.
«Magistra, state bene?»
Magda rispose in fretta: «La mia amica è malata; occorrerà la barella an-
che per lei. Io sono a posto».
«Verremo con la barella dopo avere messo su un cavallo quel ferito», ri-
spose l'uomo dei Ridenow. Magda guardò in direzione dell'altra caverna e
vide uscirne due uomini che reggevano la barella su cui era sdraiato Li.
Qualche minuto più tardi, sopraggiunse Andrew Carr.
Sorrise allegramente a Magda e disse piano, per non farsi sentire: «Non
preoccupatevi. Gli Alton sanno che sono un terrestre. Ma ho continuato a
spremermi le meningi per capire chi eravate voi. Siete Lorne del Servizio
Informazioni, vero? Vi conoscevo di fama, ma non c'eravamo mai incon-
trati di persona...»
E, per quanto la cosa fosse un po' incongrua, si scambiarono una stretta
di mano.
Poi, Carr si chinò su Jaelle.
«Ha perso il bambino, vero? Be', la porteremo dove qualcuno si potrà
occupare di lei. Ferrika è ancora a Thendara, ma la magistra Allier di
Syrtis può prendersi cura di lei. Dio sa quanto la Nobile Hilary ha sofferto
per lo stesso male! La porteremo a Syrtis, e quando starà di nuovo bene la
trasferiremo ad Armida.» Rise. «A volte ho l'impressione che noi due ab-
biamo un mucchio di cose da dirci. Ma non c'è fretta.»
Sollevò Jaelle: era talmente alto che la donna, tra le sue braccia, sembrò
una bambina. Jaelle gemette, e lui le parlò con gentilezza: la donna si cal-
mò al suono delle sue parole e forse, pensò Magda, al tocco del suo potere.
L'altro uomo posò la mano sul braccio di Magda.
«Magistra, lasciate che vi aiuti...»
Magda cominciò a dire: «Posso camminare da sola», ma poi si accorse
che non era vero. Si appoggiò all'uomo e si diresse verso i cavalli. Quando
Jaelle avesse ripreso conoscenza, voleva trovarsi accanto a lei.

CAPITOLO 18
EPILOGO

Alessandro Li, che ancora doveva tenersi con le stampelle, riuscì a dare
l'impressione di chinarsi sulla mano di Magda, anche se in realtà non mos-
se quasi la testa.
«Vi sono infinitamente grato», disse. «E voi, Jaelle, spero che guariate
presto.» Aggiunse una frase che Magda riconobbe: un saluto nella sua lin-
gua materna, ma era una delle lingue della Confederazione che Magda co-
nosceva solo in modo superficiale. «Mio Signore...» un altro di quei gesti
che suggerivano un profondo inchino, adesso rivolto al Nobile Damon, «vi
ringrazio dell'ospitalità.»
La grande sala di Armida, con i suoi tronchi massicci e l'immenso cami-
netto, era calda e accogliente; ma all'apertura delle porte entrò un soffio
gelido. All'esterno, continuava a nevicare. Andrew mormorò: «Da questa
parte, signore», e Aleki lo seguì, zoppicando, accompagnato da un paio di
uomini per parte. L'avrebbero portato a Neskaya, dove sarebbe poi venuto
a prenderlo un elicottero dei terrestri.
La Nobile Callista disse piano a Magda, quando la porta gli si chiuse alle
spalle: «Spero che non ci dia fastidi con i terrestri», e Andrew, avvicinan-
dosi a lei, commentò:
«No, non ce ne darà.»
«Come puoi dirlo? Un conto è quel che ha fatto mentre era nostro ospite;
quel che farà al suo ritorno, potrebbe essere molto diverso...»
Andrew rise. «Non preoccuparti di Li», disse. «Conosco quelli come lui.
Per tutta la vita si farà bello con la storia del suo salvataggio in extremis su
un mondo primitivo e godrà la fama di esperto su Darkover... con obbligo
di dire che si è trattato di un'esperienza meravigliosa.»
«Comunque, ha promesso di allontanare da Darkover il Coordinatore
Montray», disse Magda, «e di far nominare un Delegato che conosca Dar-
kover e che lo ami. Si è perfino offerto di raccomandare me, se avessi vo-
luto il posto.»
«E tu avresti dovuto accettare, anche solo per mettere nell'imbarazzo tut-
ti», disse Jaelle. Indossava un'elegante vestaglia azzurra e aveva ripreso un
po' di colore, ma la malattia l'aveva prostrata, e fino a poco prima di partire
Aleki aveva cercato di convincerla a ritornare al campo terrestre per farsi
fare un completo esame medico. «È il minimo che possiamo fare per voi»,
aveva detto, ma Jaelle aveva sorriso e gli aveva detto di essere guarita.
Magda aveva sentito anche il resto della frase, quella che Jaelle non aveva
pronunciato: non aveva alcuna intenzione di ritornare fra i terrestri, né ora
né mai. - Magda non credeva che fosse guarita, ma ormai Jaelle aveva su-
perato il peggio. Quando l'avevano portata a Syrtis era molto grave, e, a di-
spetto di tutte le cure, pareva avesse perso la voglia di vivere.
Aveva cominciato a riprendersi quando Magda, che alla fine aveva capi-
to quale fosse la sua vera malattia, aveva parlato con la Sapiente che la cu-
rava. Avevano chiamato Callista, Damon e Andrew, e avevano formato un
cerchio di matrici per scoprire che cosa fosse successo a Peter Haldane nel
campo dei terrestri. Era vivo; quando l'avevano trovato era in coma e l'a-
vevano portato all'ospedale, ma ora si stava riprendendo.
«L'avete colpito con la mente, oltre che con le mani», disse Damon a Ja-
elle. «Avreste potuto ucciderlo. Per puro caso non è morto. Forse c'è un
dio che vi protegge più di quanto non pensiate.»
Da quel giorno, Jaelle aveva dormito senza incubi e aveva cominciato a
ristabilirsi.
L'ora passata da Magda nel cerchio delle matrici - e lei sapeva di averne
fatto parte - l'aveva fatta diventare uno di loro; Andrew e Callista la tratta-
vano come una sorella, e le pareva di conoscere Damon da sempre. Non
aveva la stessa confidenza con la Nobile Ellemir, che preferiva dedicarsi ai
bambini. Magda li aveva conosciuti, anche se non riusciva a ricordarseli
tutti. Damon ed Ellemir ne avevano uno, chiamato Domenic, di sette anni.
Callista aveva due figlie, e inoltre c'erano i figli adottivi: un figlio illegit-
timo di Andrew - cosa che stupì Magda, dato che lui e Callista sembravano
andare d'amore e d'accordo - e altri che avevano sangue Comyn ma che
appartenevano a famiglie di piccoli proprietari. Damon spiegò che li ave-
vano adottati per poter addestrare il loro potere. Ellemir, che amava i bam-
bini, faceva da madre a tutti, senza preferenze.
«Appartengo a una famiglia longeva», spiegò. «Avrò tutto il tempo di
entrare nel cerchio della Torre quando i bambini saranno cresciuti.
Jaelle sospirò nel sentire che la scorta di Li si allontanava. Disse: «Non
penso che Peter farà storie per il divorzio... ormai. Aleki ha promesso di
occuparsene, senza bisogno di farmi ritornare fra i terrestri». Era triste, e
Magda ne sapeva il motivo. Jaelle era depressa e piangeva spesso, ma El-
lemir aveva spiegato a Magda che col tempo le sarebbe passata.
«È la perdita del bambino», aveva detto Ellemir. «Lo so anch'io. Ne ho
perso uno poco prima del solstizio.» A Magda ritornò in mente Ferrika che
piangeva tra le braccia di Marisela. Da quando aveva fatto parte del loro
cerchio, Magda capiva il rapporto tra gli Alton e Ferrika, che era una com-
ponente vitale di quel cerchio di matrici: l'unico di Darkover che non fosse
nascosto dietro le pareti di una Torre.
Andrew disse: «Vado a controllare i cavalli, prima della tempesta. Chi
vuole venire con me?»
Tutti i ragazzini presenti si alzarono e lo accompagnarono. Per rivolgersi
a lui, si servivano della parola che significava zio, padrino, padre adottivo,
e si rivolgevano a Callista chiamandola zia. Solo Ellemir veniva chiamata
mamma da tutti.
Anche una delle bambine chiese il permesso di uscire, ed Ellemir disse,
scuotendo la testa: «Oh, Cassie...». Ma Andrew rise e se la issò in spalla.
«Venite anche voi, magistra», scherzò, e Callista spiegò:
«È la preferita di Ferrika, che dice sempre che ha lo spirito delle Amaz-
zoni! Andrew, non dovresti chiamarla così; finirà per prendere la cosa sul
serio!»
«E perché no?» osservò Damon. «Un giorno avremo bisogno di ribelli.»
Ma Ellemir rabbrividì e disse a bassa voce:
«No, Damon. Meglio aspettare».
Callista si sedette accanto al fuoco, tra Magda e Jaelle, e cominciò a
suonare il rryl. Disse: «Se avessi conosciuto in tempo le Amazzoni, forse
non sarei mai andata ad Arilinn!»
Damon rise e commentò: «Non ti avrebbero presa in una Loggia, Calli-
sta. Ero in Consiglio quando Rohana si è dovuta impegnare per Jaelle, per-
ché lei fosse libera di prendere il Giuramento...»
Jaelle cominciò a piangere al pensiero dei Comyn, e Damon disse piano:
«Be', dovete prendere il vostro seggio finché non deciderete... al momento
opportuno, come dite voi Amazzoni... di dare una figlia agli Aillard. E se
non lo farete, gli Hastur sopravvivranno lo stesso, come fanno da secoli».
Ma a Magda parve di vedere di nuovo una bambina dai capelli rossi, dalla
faccia simile a quella di Jaelle, che correva nel vento.
Il suo potere non era ancora del tutto sotto controllo. All'improvviso le
parve di vedere lo strano cerchio di donne vestite di nero e di sentire i ri-
chiami dei corvi...
Il bene dei Comyn non ci interessa, e neppure quello dei terrestri o delle
Amazzoni; noi dobbiamo pensare in termini di secoli. Troppi Comyn sono
fedeli solo alla loro casta, e le Torri sono diventate i loro strumenti, invece
di servire al bene di tutti. Per questo, ora come ora, ci serviamo degli Al-
ton e della Torre Proibita.
Magda chiese mentalmente: Chi siete?
Puoi considerarci l'anima di Darkover; o le Sorelle Nere.
«Magda?» chiese Jaelle, e la visione sparì, mentre aleggiavano nell'aria
alcune parole conclusive: Noi siamo gli strumenti del destino, esattamente
come te, sorella...
Callista prese la mano di Jaelle. «Sono stata Guardiana di una Torre
quanto basta per capire come vi sentite, Jaelle. Anch'io mi opponevo al
dovere di dare figli al regno...»
«Dovere?» chiese Ellemir, con irritazione. «Privilegio! Il sangue degli
Alton è un'eredità preziosa. Sono lieta di poterlo trasmettere.»
Jaelle disse, aggrottando le sopracciglia: «Parlate come Rohana. Eppure
siete una Sapiente, che è un po' come essere un'Amazzone, perché si ha u-
n'attività migliore di quella delle altre donne...»
«Non vedo perché debba essere migliore», disse Ellemir. «Una cavalla
da corsa sarà orgogliosa di vincere tutte le gare. Eppure, se non trasmette il
proprio sangue, tanto vale che rimanga nella stalla a mangiare il fieno. C'è
bisogno di lei sia come vincitrice di gare, sia come riproduttrice.»
«Farò anch'io il mio dovere», disse Jaelle. «Adesso ho capito perché de-
vo farlo.» Le donne sedute attorno al fuoco erano molto serene, pensò
Magda. Le ricordavano la tranquillità che faceva seguito alle tempestose
riunioni della Loggia, dopo le discussioni e i pianti. Callista aveva dovuto
lottare più di qualsiasi Rinunciataria, ma ora pareva più serena delle altre.
«Voi e Jaelle vi siete giurate eterna assistenza, Margali», disse Callista.
«Non vi darà fastidio, vederla con un uomo... dato che dovrà farlo, per a-
vere una figlia?»
Magda ripeté quanto aveva udito nella Loggia: «Andrew e Damon sono
fratelli di spada, ma non hanno rinunciato ad avere figli. Perché per le
donne dovrebbe essere diverso?»
Jaelle le prese la mano, riconoscente. Durante la sua convalescenza, si
erano scambiate tra loro i coltelli: il legame più forte che ci potesse essere
tra due uomini o tra due donne. Per quanto fosse amica di Rafi, Jaelle non
aveva mai scambiato il coltello con lei. Il legame era simile a quello del
matrimonio, perché ciascuna si impegnava ad allevare i figli dell'altra.
«C'è un solo legame più forte», disse Ellemir, piano. «Quello tra madre e
figlio...»
Jaelle chiese: «Forse, la caratteristica dell'amore di una donna è che le è
possibile amare senza desideri di possesso. Ogni donna sa che un giorno i
figli la lasceranno.» Per la prima volta, capì il senso delle ultime parole di
sua madre: Ne valeva la pena, Jaelle. Adesso sei libera. «Peter... voleva
possedere me e la bambina», disse.
Magda annuì, e Callista, continuando a suonare il rryl, commentò: «C'è
voluto molto tempo, perché Andrew se ne rendesse conto, ma adesso lo sa
anche lui».
E in quel momento tutte le donne riunite attorno al fuoco capirono che
sarebbe stato il padre della figlia di Jaelle. Un uomo che non aveva il desi-
derio di possederle, e che le avrebbe lasciate libere di seguire il loro desti-
no e la loro eredità Aillard. Il silenzio venne interrotto dalla risata di An-
drew.
«No, basta! Non sono una bestia da soma, scendete dalla mia schiena!
Andate in cucina a mangiare pane e miele, e lasciatemi parlare con gli a-
dulti! Sì, Domenic, tu e Felix verrete a cavallo con me, domani, se la neve
non sarà troppo alta. E anche tu, Cassilda, potrai venire. Ma adesso, per l'a-
mor del Cielo, lasciatemi respirare! Andate in cucina, ci sono delle mele!»
I bambini corsero via, e Andrew ritornò nella sala. Riferì qualcosa a
Damon sulla neve e sui pascoli, poi si sedette accanto alle donne. Magda
provò una strana sensazione di distacco da tutto. Le parve che si fosse
chiusa una porta, tra lei e le Amazzoni. Anche la sua vita di terrestre era
ormai lontana. Lei era legata a Jaelle, ma quel legame non le dava alcuna
sicurezza. E anche se conosceva la forza del cerchio di matrici, le pareva
che non fosse sufficiente.
Andrew le posò la mano sulla spalla.
«Non è nulla», le disse, con un sorriso fraterno. «Credetemi, so benissi-
mo quello che provate. Ma è nell'essenza della Torre Proibita, Magdalen.»
Solo Andrew la chiamava così. «Ciascuno di noi ha dovuto rinunciare alla
vita precedente e ricominciare daccapo. Damon, anzi, l'ha dovuto fare più
di una volta. Non è la stessa cosa della sicurezza», le sorrise, «ma ciascuno
di noi sa di poter contare sugli altri.»
E a Magdalen Lorne parve di sentire il richiamo dei corvi - o dei destini
- e il battito delle loro ali.

FINE

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