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In memoria di mio padre

con Isabelle Bunisset

Michel
Rolland

Il guru del vino

Traduzione di Patricia Capozzoli

Titolo originale: Le gourou du vin


Autore: Michel Rolland
© Editions Glénat 2012 - ALL RIGHTS RESERVED
Foto di copertina: © Guy Charneau
© Edizioni Ampelos 2020
www.edizioniampelos.it
ISBN 978-88-31286-03-9 EDIZIONI AMPELOS
«Il Paradiso ci dà virtù o talenti solo attribuendogli infermità;
espiazioni offerte al vizio, alla follia e all’ invidia»

Chateaubriand
Introduzione all’edizione italiana di Michel Rolland

Il titolo italiano “Il guru del vino” è naturalmente ironico, dato


che durante la mia carriera mi hanno chiamato nei modi più diversi:
Napoleone degli assemblaggi, Maradona, Mefistofele e chi più ne ha
più ne metta… mi sembra chiaro che si tratta di banali soprannomi.
Nella vita vera, tutto questo non c’entra niente.

In questo libro, ho voluto raccontare in che modo il figlio di un


viticoltore della regione di Bordeaux, di famiglia modesta, abbia rag-
giunto la prestigiosa posizione di consulente fra i più celebri del pia-
neta vino.

Questo percorso mi ha molto divertito: andare in tanti paesi di-


versi ha appagato anzitutto la mia curiosità ma ha finito anche per
generare una certa megalomania.

È così che si arriva a produrre vino in ventuno paesi, ad avere


un centinaio di aziende che seguono o hanno seguito i consigli del
“guru”. Ma soprattutto, è stata un’avventura umana incredibile, fatta
di incontri e di scoperte gradevoli o sgradevoli, ma sempre gratificanti.
Prefazione all’edizione originale

Per lungo tempo non ho acconsentito che alcuni aspiranti


scrivessero la mia storia. L’impresa mi sembrava ardua, ma so-
prattutto prematura. Era ancora troppo presto per avere quel di-
stacco sufficiente che solo anni di esercizio e riflessione possono
conferire. Si è detto così tanto su di me. Molte chiacchiere e
poche verità. Molte polemiche e poca onestà, l’essenziale era per-
lopiù nascosto. Per questo non sono intenzionato a tacere quella
che è stata un’avventura esaltante; un’avventura senza equivalenti
e che molto probabilmente non potrà essere reiterata. Questione
di casualità e forse anche di provvidenza.

Ho iniziato con l’enologia quando tutto doveva ancora essere


inventato e testato. Ho avviato, nonché accompagnato, i più
grandi cambiamenti nella viticoltura e nella vinificazione. Ho
viaggiato ai confini del mondo, in tutte le latitudini, per minare

I
Il guru del vino Prefazione all’edizione originale

le convinzioni dei dubbiosi. Ho assemblato diversi vitigni che si Tra attacchi in piena regola e complici silenzi è necessario
pensava fossero inconciliabili. Ho scoperto terre che si pensava dare spazio alle sfumature. Non si tratta qui di alimentare le po-
fossero ingrate e sulle quali oggi spuntano orgogliosi ceppi di lemiche, ma di dimostrare che queste dispute nascondono ragio-
vite. Ho incontrato uomini singolari che avevano a cuore l’idea ni diverse da quelle di cui una nuova generazione di benpensanti
di produrre vini unici, di gran carattere, in paesi dall’impro- vorrebbe convincerci. Questi discorsi logorroici sul sacrosanto
babile destino viticolo. L’entusiasmo è ciò che dà luce alla vita. terroir, sui poeti viticoltori, sull’omologazione dei vini sono solo
Lo ripeto spesso: nulla si può intraprendere se non si nutre un un mucchio di idiozie! Questi paladini della virtù denigrano
forte desiderio e se non si guarda oltre il tempo presente. senza sapere, condannano senza mettersi in discussione. Creano
clan e scuole, mettono a confronto i vini «alla maniera di» e si
Mi chiamano “guru”1… Forse, ma nel senso di un predicatore dichiarano, in un’abnegazione quasi sacrificale, feroci oppositori
che sarebbe ben attento a non dare consigli come oracoli. Solo della standardizzazione del gusto. Passano messaggi poco chiari.
i giornalisti credono che gli enologi siano apprendisti stregoni. È semplice, facile, efficace, ma insoddisfacente per colui che sa.
Per quale motivo, quando si parla di gusto, dovrebbe funzionare
All’inizio amavo il vino perché era doveroso farlo. Figlio di secondo un sistema di esclusioni? Di grazia, teniamoci questo
vignaioli della regione del Libournais, ero destinato a prendere spazio di libertà. Non dobbiamo avere una visione binaria delle
in mano la tenuta di famiglia. Lasciando i banchi dell’universi- cose, altrimenti rischiamo di perdere il concetto di diversifica-
tà, mi sono reso conto che la conoscenza diretta in campo era zione, di piacere e dopotutto di vita. Il vino è uno dei rari settori
indispensabile per contrastare le problematiche legate al vino e dove fare una determinata scelta non porta alla confutazione di
alla vite. Dopotutto, non sapevo che le mie iniziative e creazioni, un’altra. Possiamo apprezzare cose completamente diverse tra
qualche decennio dopo, avrebbero causato così tante polemiche. loro, senza che la nostra integrità morale sia messa in discussione.
Come avrei potuto immaginare che il giudizio gustativo si sareb- Chi avrebbe l’autorità per privarci di ciò?
be trasformato in giudizio politico? Che avremmo vissuto sotto
torchio in modo permanente? Il problema degli stupidi rancori Era proprio giunto il momento di sbarazzarsi di queste sterili
è che si cerca di giustificarsi, e da queste giustificazioni nascono divisioni che cementano i pregiudizi. Oggi dico a me stesso che il
nuovi rancori. pubblico sta per scoprire la mia professione di enologo, consulen-
te, assemblatore. Con il suo insieme di sfide, di questioni rimesse
in discussione, di sagge imprudenze e di stupore anche. Questo
può essere sufficiente per giustificare un libro.
1 Non dimentichiamoci il significato della parola che, in sanscrito significa
“conoscenza”. “Gu” designa “ombra” e “ru”, “luce”. Il termine descrive infatti il pas-
saggio dall’ombra alla luce. Siamo lontani dal significato negativo contemporaneo.

II III
Capitolo i

il paesaggio familiare
« »

Cosa rimane della mia infanzia? Un tenero ricordo delle ore


trascorse sulla panchina di pietra davanti alla tenuta dei miei
nonni, Le Bon Pasteur, oppure a percorrere i sentieri nei dintor-
ni. Il ragazzino in calzoncini corti, qual ero nella Francia degli
anni ‘50, sognava di inseguire le orme di James Dean. Ma, in
fatto di orme in realtà, vedevo solo quelle lasciate dai trattori…
All’epoca, la zona di Pomerol, dalle morbide colline, era già co-
perta di vigneti. I vigneti si intrecciavano l’uno sull’altro. Solo
le case erano sparse di qua e di là in questa languida campagna.
Il tempo sembrava immobile. Vennero pomposamente chiamate
“château” delle tenute in realtà prive di castello! Solo la tenuta
detta di Sales, con la sua particolare architettura e l’estensione
della sua azienda agricola, si differenziava. Essa apparteneva alla
famiglia Lambert des Granges, aristocratici che avevano svilup-
pato la loro attività nel campo del commercio.

3
Il guru del vino Il paesaggio familiare

Al tempo, si distinguevano tre categorie sociali: quella della Come tanti altri a quel tempo, mio nonno si alzava all’al-
nobiltà, come i Bailliencourt di Gazin; quella della borghesia ba e si coricava al tramonto. Lavorava quindici ore al giorno.
viticola del Libournaise, la più estesa, rappresentata dalle fami- Non conosceva né il riposo, né il significato della parola vacan-
glie Loubat di Pétrus, e i Thienpont (Vieux Château Certan), i ze e amava ripetere: «La pensione, ce la godremo al cimitero».
Nicolas (La Conseillante) e i Ducasse (L’Evangile); infine, quella Guardava l’erba crescere, parlava con gli uccelli. Ricordo anche
dei contadini-proprietari di Pomerol, che lavoravano nei loro vi- le sue storie, che voleva fossero divertenti. Per lui, il confine tra
gneti (la cui superficie variava tra i quattro ettari e mezzo e i sette serietà e scortesia era molto sottile. Mai una lamentela, non
ettari). c’era tempo per piangersi addosso. A dire il vero, andava avanti
sempre sorridendo. Nessuna istruzione. Aveva lasciato la scuola
Mio nonno materno, Joseph Dupuy, era uno di loro. Un gran elementare all’età di dodici anni, era scappato via dalla scuola,
bell’uomo vigoroso, saldo, cortese. Gestiva un’azienda agricola. così come era riuscito a fuggire pochi anni dopo dal fuoco delle
Dagli anni ‘20 fino alla Seconda guerra mondiale non esisteva- armi. Autista di un generale parigino, non andò al fronte nel
no attrezzi meccanici; era necessario preparare a mano il terreno 1914. Senza dubbio aveva capito che sicuramente non sarebbe
per le piantagioni e curare la vigna d’estate solcando i filari. Gli tornato a casa!
strumenti che si usavano per il trattamento della vigna si porta-
vano a spalla. I genitori di Joseph Dupuy erano bordiers1 allo Lui osservava ogni piega del terreno, le variazioni capricciose
Château Gazin. Alla mia bisnonna spettavano le “piccole incom- del tempo, la fioritura così come la sfioritura, che lui considera-
benze”: la legatura dei tralci, la cimatura, la spampanatura. Scene va una piccola morte. Tutte le cose avevano un’anima per lui.
di vita rupestre che si tramandavano da una generazione all’al- Guardava il passare delle nuvole, alzava il naso verso il cielo e
tra. Invece al bisnonno spettavano i lavori pesanti, da lui chia- azzardava ipotetiche previsioni del tempo. Non sbagliava quasi
mati “le grandi opere”: la potatura, l’aratura, la cura delle terre, mai, il nonno. Per chi vive in simbiosi con la natura, essa diventa
i trattamenti a base di poltiglia bordolese, composta da rame sua complice. La vigna, una compagna di vita. L’immagine di
e calce, a cui si aggiungeva zolfo. All’epoca non si ragionava questo valoroso contadino rimane impressa nella mia memoria,
ancora a lungo termine, tuttavia nessuno si voleva avvelenare! Le così come le sue parole che uscivano libere ed esaltanti dalla sua
menti semplici erano convinte che il rame non fosse tossico… bocca. Aveva deciso da molto tempo di essere felice.
L’orizzonte si fermava a Maillet, un luogo al confine con St. Emilion.
Si viaggiava da un paesino all’altro. Il Medoc sembrava una meta Eppure, non fece un matrimonio d’amore. In questo umile
lontana, Bordeaux addirittura irraggiungibile. ambiente, dove vigeva il sacrificio e il risparmio, non c’era spazio
per i sentimenti. Le storie romantiche appartenevano alla let-
teratura. Egli sposò Hermine Fonsauvage di Néac (un comune
1 Mezzadri nelle vicinanze), una bella signora colta e intelligente, eccellente

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Il guru del vino Il paesaggio familiare

Laggiù è rimasta la piccola panchina di pietra, retaggio degli potesse essere malato. Come mai nessuno si preoccupava per la
anni passati. Ho avuto a cuore di preservarla durante gli ultimi mia salute?
lavori di restauro nel 2000.
Geneviève fu una madre molto premurosa, piena d’amore per
Sono venuto al mondo il 24 dicembre 1947, nella clini- i suoi due birbanti che, senza essere stati dei veri e propri mostri,
ca di Libournais, quattro anni dopo mio fratello Jean-Daniel, le causavano ansia e insonnia. Soprattutto quando sottraevamo
che esercita ora la professione di avvocato specializzato in di- la Citröen Ami 6 al calar della notte per raggiungere i nostri
ritto civile. Mio padre, così come mia madre, speravano in amici. Nei bar ascoltavamo i Beatles, Ray Charles e Aretha
una femmina; avevano persino scelto un nome: Marie-Noëlle. Franklin. Le nostre monete da venti centesimi sparivano nel
Ma davanti all’evidenza, si dovettero rassegnare. Fui battezzato juke-box dell’Oriente, a Libourne. Fumavamo sigarette nell’at-
col nome di Noël-Michel Rolland. Sono stato fortunato perché tesa dell’orario di apertura dei locali notturni: La Grille d’ég-
sono stato amato, bel modo di partire avvantaggiati nella vita! out, a Bordeaux, o Le Takouk, a Saint-Christophe-des-Bardes.
Ho ereditato dai miei antenati la saggezza che contraddistingue i Frequentavamo sporadicamente dei locali chic dai nomi esotici.
contadini, una testa ben salda e una gran bella risata che risuona Eravamo snob senza saperlo.
forte e limpida. I miei genitori ambivano ad una sola cosa: edu-
carci al meglio. Mio fratello maggiore fu mandato per un perio- Mio padre ci prestava la sua Peugeot 404 solo durante i giorni
do nella prestigiosa scuola dei Gesuiti Saint-Joseph di Sarlat, in festivi. Senza dubbio l’atmosfera goliardica gli faceva dimenticare
Dordogna. Ma le terribili gelate del 1956 furono disastrose per le temporaneamente le ammaccature sulla carrozzeria che talvolta
finanze dei miei genitori e li costrinsero a ritirarlo, per poi iscri- comparivano. Sin dall’alba mia madre rastrellava freneticamente la
verlo al Montesquieu di Libourne dove rimase dalle elementari strada sterrata per placare il suo nervosismo, anche in assenza di er-
fino alle superiori che all’epoca non erano ancora chiamate liceo. bacce. Quando rincasavamo al mattino presto, bianchi come cera,
mormoravamo: «Una doccia e andiamo a messa». Può essere che
Mia madre Geneviève non perdeva mai una messa e pregava facesse finta di crederci? Oggi lei ha novantatré anni. Non sembra
ogni giorno per l’aldilà, ma ciò non le impediva di occuparsi egre- più aver paura di invecchiare, anche se le sue gambe la fanno sof-
giamente del nostro benessere. Ottima casalinga, sapeva tenere frire. Continua a prendersi cura del suo aspetto e conserva ancora
benissimo la casa ed era la causa della nostra forte corpulenza. qualche comportamento vecchio stile, un cuore eternamente gio-
La sua cucina, ricca e succulenta, era la nostra felicità. Una felicità vane dove è custodito il ricordo di mio padre. Nella sua casa di
ben nutrita in modo sano e regolare. A quei tempi, era doveroso Libourne, tra una partita di scarabeo e l’altra al computer, si dedica
finire il piatto per poi riempirlo nuovamente. Avevamo sempre alla cucina. I suoi pronipoti, Camille con i gemelli Arthur e Théo,
paura che sarebbe mancato qualcosa: la guerra aveva segnato gli apprezzano particolarmente la sua torta “Le Petit Brun”. Anch’io
animi. Quando incrociavi un bambino esile pensavi subito che devo dire. In fondo cucinare o amare, è la stessa identica cosa.

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INDICE

Prefazione all’edizione originale I

Il paesaggio familiare 1

Il vino in rivoluzione 1973-2001 23

L’incontro con Robert Parker 85

Jonathan Nossiter, il giansenista antiglobalizzazione e i suoi accoliti 103

Laggiù lontano dalla Francia 133

Epilogo 185