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La Premessa: il Senso della Storia

Corso Di Scrittura OnlineSceneggiatura Oct 04, 2019

[Questa è la sesta lezione del Corso Base di Sceneggiatura: se hai perso  l'introduzione al Corso
Base di Scrittura e Sceneggiatura, ti consiglio caldamente di leggerla!]

Abbiamo un personaggio con un difetto fatale, abbiamo dei chiari obiettivi e abbiamo il
conflitto. Ma non basta. Se vuoi tramutare la vicenda in una storia “vera”, è preferibile che vi
sia un filo conduttore che unisca tutte le scene non solo a livello causale o cronologico,
ma a livello tematico.

In una storia non si cerca la riproduzione dell’insensatezza della vita: le storie hanno una
funzione (definita, tra virgolette, “religiosa”) che è quella di illudere l’uomo che ciò che
accade abbia un senso e che la vita non sia una massa di roba a caso poco o nulla governata
dalle azioni dei protagonisti.

Immagina una storia come Il Padrino che si concluda, prima della resa dei conti, con Michael
Corleone che al ristorante mangia un alimento guasto e poco dopo muore in ospedale per
una reazione allergica a un farmaco. Oppure John Rambo che prima di mettere a ferro e
fuoco Hope, poco dopo aver rubato la mitragliatrice, viene decapitato da un frammento di
meteorite.

Nella vita può accadere una sfiga mortale, è credibile, ma che senso avrebbe
per Rambo o per  Il Padrino? Le storie, che siano narrativa scritta o cinema o teatro, sono lì per
fornirci un’esperienza di “senso” che manca alla vita quotidiana.

Già al tempo di Aristotele si consigliava che ogni scena successiva dovesse essere
conseguenza logica (credibile, probabile) e necessaria (cioè strettamente legata ai fatti, e
quindi ai personaggi) della scena precedente: cosa c’è di logico o necessario nel caso? Eh, sì,
già al tempo degli antichi greci i Deus Ex Machina erano considerati espedienti di merda a
malapena sopportabili.

Come scriveva Aristotele nella Poetica:

Dei racconti e delle azioni semplici, quelli episodici sono i peggiori; chiamo infatti “episodico”
quel racconto in cui non c’è né verosimiglianza né necessità che gli episodi si susseguano in
un certo modo.

La narrativa va oltre la realtà, anche quando finge di rappresentarla con


precisione. Ricordate le precedenti discussioni su personaggi, conflitto e difetto del
protagonista?
L’arco eroico di trasformazione se il difetto viene superato, o quello autodistruttivo se non
viene superato, sono entrambi modi di dare “senso” agli eventi, servono a dare un messaggio:
chi si adatta sopravvive, chi si rifiuta di adattarsi muore. In senso non per forza letterale.

Ci sarebbe poi da discutere per bene su cos’è una tragedia attraverso le possibili sfumature
dell’arco del personaggio, ma non è un argomento di base e se ne parlerà nel Corso
Avanzato.

Vediamo come dotare la storia di un filo conduttore ulteriore, a parte l’indicazione di


costruire la vicenda attorno al difetto fatale del personaggio. Andiamo oltre il difetto e
vediamo come indirizzare la vicenda che su quel difetto si baserà.

Questo filo conduttore è chiamato “premessa” (premise, in inglese) e viene insegnato da


molto tempo. È un concetto chiave in L’Arte della Scrittura Drammaturgica di Lajos Egri, del
1942.

Nei testi più moderni, come L’Arco di Trasformazione del Personaggio  di Dara Marks, non si
parla della “premessa” chiamandola con questo nome, ma si sfrutta un concetto diverso che
però, nell’essenza, è praticamente identico ed è pensato per integrarsi più naturalmente nel
discorso della Marks.

Lo vedremo tra due lezioni, quando parleremo de L’Arco di Trasformazione del Personaggio.
Anche in molti altri testi recenti capita che non si parli affatto della premessa o che la si
descriva solo per sommi capi, senza approfondire, definendola spesso “tema”.

La premessa è una frase che farà da “tesi” dimostrata dalla storia. Non è necessario che
sia una tesi universalmente vera, basta che sia vera per quel protagonista in quella storia. La
premessa non è il tema della storia. La premessa è la tesi sostenuta riguardo quel tema.

È il “punto di vista tematico”, come direbbe la Marks. Ma se trovate qualcuno, come detto
prima, che usa tema per intendere la premessa, va bene uguale. Basta capirsi: alla fine le
definizioni sono solo convenzioni di comodo interne a uno specifico manuale, che gli altri
manuali non sono tenuti in alcun modo ad adottare.

Non è la premessa nel senso del punto di partenza di un’argomentazione, ma è la tesi


dimostrata in un percorso scena per scena. È l’anima della storia, è la premessa che ci
diamo noi nell’elaborare le diverse scene, non qualcosa che il lettore/spettatore sa prima. Un
filo conduttore della vicenda per progettarla meglio.

Noi useremo sia tema che premessa, per intendere due concetti diversi. Immagina il tema
come una singola parola e la premessa come una frase che dice cosa accade data la parola
del tema. Il nostro punto di vista su quel tema. Esempi di temi e di possibili premesse:

 Tema: Ricchezza.
Premessa: la ricchezza rovina le persone.
 Tema: Sesso.
Premessa: il sesso prematrimoniale porta alla rovina.
 Tema: Orgoglio.
Premessa: l’orgoglio precede la caduta.
 Tema: Amore.
Premessa: senza amore non può esserci felicità.
 Tema: Bontà.
Premessa: la bontà di cuore porta alla morte.
 Tema: Amicizia.
Premessa: la vera amicizia permette di superare ogni difficoltà.
 Tema: Amicizia.
Premessa: i legami di amicizia portano alla rovina.

L’ultima è una variante specializzata di “la bontà di cuore porta alla morte” visto che si
potrebbe svolgere in modo tale che la generosità del personaggio nel soccorrere e nel
difendere i propri amici, in virtù di un senso del dovere verso chi gli è amico, porti solo
problemi peggiori (cattive amicizie che trascinano a fondo?).

Bontà nei confronti di persone specifiche in nome dell’amicizia, con risultati estremamente
negativi: in entrambi i casi il personaggio per sopravvivere potrebbe dover divenire più
egoista e voltare le spalle agli altri.

La premessa va formulata con la struttura “Tema-Conflitto-Risultato”. È importante che


la premessa sia espressa con una formula causa-effetto e va costruita secondo questi tre
elementi, di cui il primo deve suggerirci il protagonista (ovvero qualcosa inerente al suo
difetto fatale o a una sua dote vincente), il secondo deve suggerire un conflitto possibile e il
terzo deve dirci il risultato.

“La generosità cieca porta alla rovina”: un uomo generoso che aiuta chiunque, senza
discriminare (“generosità cieca”, protagonista), a causa delle proprie azioni altruistiche (“porta
alla”, conflitto) finisce rovinato a livello economico e probabilmente anche affettivo (“rovina”,
finale).

Per questo serve che sia una frase precisa e specifica, e non una stupidata vaga come “in
guerra la gente muore” o “la povertà è brutta”. Queste due pessime idee possono
trasformarsi in premesse decenti se le esplicitiamo dando loro un chiaro risultato e
specializzando l’applicazione.

Per esempio possono diventare “la guerra tramuta in mostri brutali anche le persone
migliori” e “la povertà conduce al crimine”. È facile vedere in entrambi i casi la struttura in
cui il protagonista affronta un conflitto e ne viene trasformato: la persona per bene
affronta la guerra e per sopravvivere diviene uno spietato assassino; un uomo onesto cade in
miseria e la società, chiusa, avversa ai poveri e in depressione economica, lo obbliga ad
accettare di rubare pur di poter sopravvivere.

Quindi non è possibile scegliere a cuor leggero, come se fossero la stessa cosa, “la


generosità cieca porta alla rovina” oppure “l’egoismo conduce alla vittoria” perché non sono
identici e non portano alla stessa identica storia.
 La prima premessa suggerisce un percorso tragico, in cui alla fine si giunge alla rovina
o perlomeno vi si giunge a metà vicenda, se poi il personaggio cambia e si riscatta con
l’egoismo (ma ci aspettiamo una ricaduta e strascichi fin dentro al terzo atto).
 La seconda premessa suggerisce un percorso eroico di vittoria dell’egoismo che non
implica che il personaggio fosse straordinariamente generoso all’inizio, magari è solo
una persona comune che deve imparare a sviluppare un cuore di pietra.

La premessa non è qualcosa di razionalmente dimostrabile, ma è ciò che l’autore sosterrà


implicitamente nell’arco dell’intera storia. O anche esplicitamente, ma è pericoloso: “l’orgoglio
precede la caduta” è la premessa sottintesa in La Caduta dei Giganti di Follett ed è anche la
frase ripetuta più volte nell’episodio della cameriera divenuta governante e messa incinta
dall’aristocratico. Esplicitare la premessa nei dialoghi però non è il massimo…

State attenti a rendere la premessa una cosa sottintesa, che pervada coi suoi effetti le
vicende, e non qualcosa di spiattellato esplicitamente, men che meno in un dialogo: la
“morale della favola” di norma al pubblico non piace.

Il pubblico vuole essere considerato abbastanza intelligente da cogliere il senso generale di


una vicenda (anche se magari non sa formulare una premessa, visto che il pubblico
fortunatamente non è formato da soli sceneggiatori) senza che gli si debba spiegare tutto
come si fa con i bambini piccoli.

Per questo è importante che la premessa sia qualcosa in cui credete, o in cui avete creduto
in passato abbastanza a lungo da essere pieni di idee, situazioni, riflessioni e sfumature da
trattare, in modo che scaturisca naturalmente da voi.

Spesso la premessa non è qualcosa che decidete a tavolino prima di iniziare, ma qualcosa
che scoprite mentre progettate la storia, quando situazioni e personaggi marchiati dalla
vostra impronta stilistica iniziano a suggerirvi di cosa parlerà la vicenda nel profondo. Potete
addirittura arrivare a capire in pieno la vostra premessa solo dopo la prima stesura.

L’importante è arrivare al risultato e, se servirà, riscrivere o buttare ciò che non si sposerà
bene con la tesi che volete sostenere. Scoprire ciò di cui volete parlare prima di iniziare a
scrivere è meglio, altrimenti è come uscire di casa a passo spedito senza avere bene idea se
sia per andare al supermercato, in edicola, al bar o a pagare qualche euro ai barboni
per picchiarli con dei manici di scopa. Prima capite dove state andando, e prima potrete
capire se state sbagliando direzione o no.

Io ai miei autori consiglio di avere tutto ben chiaro in mente fin dalla progettazione, e al
massimo di cambiare il necessario entro la fine del primo atto. Risparmieranno un sacco di
tempo per trovare le idee per le scene e non dovranno buttare metà delle pagine scritte.

Sarà che non sono di quelli a cui piace andare a spasso “tanto per” e quando esco lo faccio
per andare in un posto specifico per un obiettivo specifico, per cui mi pare strano che un
prodotto preciso come un romanzo ben fatto possa nascere dal vagabondaggio senza meta.
La premessa plasma la storia e la storia dimostra la premessa, coerentemente. Come
ambientazione, storia e personaggi sono tutti creati l’uno in funzione degli altri, così anche la
premessa, influenzando la storia, influenza tutto il resto.

Non è una “morale” buttata dentro perché sì, come va di moda tra gli scrittori pseudo-
intellettuali, e che fa storcere il naso ai lettori un po’ smaliziati: la premessa è l’essenza di
tutta la storia.

Il compito retorico dell’autore è convincere il pubblico della credibilità e bontà della storia, e
quindi della sua premessa. Mostrarci la propria visione del mondo e, se non proprio
convincerci, perlomeno farci un po’ dubitare che potrebbe avere ragione.

Attenzione, la premessa non è l’idea di base della storia! Sembra stupido dirlo, ma meglio
precisare. Un autore può avere come idea di base questa: un’entità offre a delle ragazzine di
esaudire un loro desiderio in cambio di un patto apparentemente innocente, diventare
maghette e difendere l’umanità dai mostri, che si rivelerà nelle sue reali conseguenze di patto
diabolico solo un poco alla volta.

Nulla di questo però ci dà il filo conduttore della storia. Potrebbe essere il classico “la vera
amicizia permette di superare ogni difficoltà”, con le maghette che trionfano sui nemici del
genere umano e alla fine anche sul patto diabolico che hanno scioccamente accettato.
Oppure potrebbe essere “la bontà di cuore porta alla morte” in cui cercare di aiutare gli altri
in nome della generosità causerà sempre e solo problemi peggiori (la spirale dei fallimenti).

Nel primo caso si ha un classico anime con le maghette, seppure con una punta di cattiveria
in più vista la natura del patto. Nel secondo caso si ottiene l’anime Mahō Shōjo Madoka
Magika del 2011, che fino al penultimo episodio è saturo di disperazione.

Moltissime critiche rivolte all’ultimo episodio di Madoka Magica, trasmesso assieme al


penultimo con oltre un mese di ritardo dopo lo tsunami (mentre le altre serie avevano saltato
solo una o due settimane), derivarono dall’aver tradito il tono di disperazione della storia e
probabilmente anche la tesi che sosteneva. L’ultimo episodio ribalta tutto e dirotta la storia
sui binari più tradizionali, da normale anime a tema maghette.

Il finale non è sbagliato nel senso di “illogico”, ma il senso della storia è cambiato ed è su
questo senso che dobbiamo concentrarci per ragionare seriamente di storie: si dà per
scontato che a livello logico e causale tutto torni, ma non c’è alcun vanto nel fare solo quello.

Sarebbe come essere un sarto professionista che si vanta di fare vestiti personalizzati su
misura: è ovvio che li faccia su misura, è un sarto, se no uno andrebbe a comprarsi la giacca
in un negozio normale! Che vanto è?

Il pubblico si è sentito tradito dal cambio radicale del finale, si sospetta riscritto in tutta
fretta in chiave buonista (forse partendo da un finale buono già pronto, disegnato e doppiato,
in caso di necessità) perché inizialmente prevedeva fortissimi richiami alla distruzione legata
allo tsunami.
Scenari di palazzi devastati e sommersi appaiono negli episodi precedenti, e le atmosfere
giocavano molto sulla paura giapponese degli tsunami. L’anime aveva già avuto problemi in
fase di realizzazione per colpa della crudeltà dell’episodio tre, ma Urobuchi, lo sceneggiatore,
aveva tenuto duro contro il parere degli altri.

I produttori e lo sceneggiatore forse hanno preferito evitare di calcare ancora la mano


sulla disperazione esistenziale e sull’incapacità dell’uomo di cambiare il proprio destino.
Una morte orrenda per sé e per gli altri, e infine per l’universo in un meccanismo perverso di
autodistruzione, è l’unico destino possibile: questa è la verità di cui veniamo convinti fino
all’episodio undici.

Come capita spesso con film, serie o manga non è strano che vi fossero due finali
disponibili pronti (o praticamente pronti) in caso di necessità di un cambio all’ultimo
momento. Con i film spesso il finale e alcune scene vengono modificati in base al responso
del pubblico di test. Chi non ricorda il finale alternativo in cui Rambo muore, proprio come nel
romanzo da cui è tratto il film? Anche se ne avrebbero usato solo uno, ne hanno creati e
preparati due.

La reazione del pubblico allo stravolgimento del senso di Madoka Magica andò da “il finale fa
schifo e non c’entra nulla con il resto dell’anime, il vero Madoka Magica finisce all’episodio
undici” a “poteva essere un capolavoro, il più grande anime della storia, invece per colpa del
finale è solo un anime molto ben fatto”.

A me in generale non interessano gli anime a tema maghette, e questo è l’unico che mi sia
piaciuto davvero perché va oltre le stupidaggini classiche del genere e diventa reale
drammaturgia, non diversa da quella della tradizione greca o di Shakespeare.

Difendere il finale buonista come naturale e ovvia conseguenza dei precedenti undici episodi
è impossibile: il tradimento della tesi è stato eccessivo. Può piacere lo stesso, in fondo non
è brutto, ma non è né elegante né naturale. Questo è un fatto, poi ognuno ha i suoi gusti,
ovviamente, ma noi ci occupiamo di fatti e non di gusti.

Madoka Magica tra gli anime di maghette era come un Re Lear, ma proprio come Re Lear aveva
un problema di fondo che portato agli estremi, il finale negativo, avrebbe potuto causare un
rigetto del pubblico se non ben gestito.

Allora forse il lieto fine è stato il male minore… ma l’ideale sarebbe di non doversi trovare mai
a tradire la premessa per correggere il tiro dell’opera! Piuttosto la si cambi e si ripensi la
storia daccapo!

Madoka Magica è uno dei migliori esempi di come trasmettere un senso di disperazione
esistenziale e di nichilismo (l’apice è nell’episodio dieci, forse il più potente episodio nella
storia degli anime), ma è anche uno dei più turpi esempi di tradimento della tesi di un’opera.

Rimane tra gli anime più apprezzati degli ultimi anni, con buoni motivi: nel suo piccolo ha
fatto la storia, portando il ribaltamento della classica storia di maghette nel mondo dell’ani-
mazione giapponese…
… ma non ha rischiato per puntare al capolavoro tragico, a divenire il Re Lear delle maghette.
Questo non è l’effetto sul pubblico che un autore vorrebbe.

Facciamo degli altri esempi di premessa:

 Lolita: il grande amore porta alla morte.


 Il Padrino: la lealtà verso la propria famiglia porta a una vita di crimini.
 Romeo e Giulietta: il grande amore vince anche la morte.
 Macbeth: l’ambizione spietata conduce all’autodistruzione.
 Re Lear: la fiducia cieca porta alla distruzione.

La premessa può sembrare un cliché o una frasetta stupida, ma è l’elemento che sintetizza
una buona storia e centinaia di altre storie simili. Tutta la storia deve essere al servizio della
premessa, con scene scelte con cura per sostenerla. La premessa rende quella serie di scene
una storia unica e coerente.

Questo concetto è importante perché quando scriverai le scene del tuo romanzo queste
dovranno essere progettate per essere al servizio della premessa che avrai individuato:
avere chiaro in mente il concetto donerà ancora più eleganza, ovvero assenza di parti inutili o
ridondanti, al tuo romanzo.

Una storia senza premessa risulterà, anche al lettore non in grado di comprendere cosa
manchi, come una serie di scene che mandano avanti la vicenda e basta, senza altro motivo
per essere lì. La sensazione che le scene non servano e siano state messe solo per far massa.

Peggio ancora: avrà la sensazione che alcune scene (quelle che gli piacciono meno, di solito)
siano proprio inutili. Un romanzo così chi lo consiglierebbe agli amici? Un film di quelli di cui
viene da dire “dura tre ore, ma poteva durarne due e sarebbe stato meglio”. Viene voglia di
vederlo?

E anche qui si torna a quanto diceva Aristotele nella Poetica:

il racconto, essendo imitazione di un’azione, deve rappresentare un’azione in sé completa e


conclusa, con le sue parti così strettamente connesse che spostandone o togliendone una
allora anche l’insieme risulterebbe sconnesso o rotto. Ciò di cui non si nota affatto la
presenza o l’assenza, non può essere parte reale del tutto.

Molte storie condividono l’identica premessa, eppure sono totalmente diverse. Prendiamo
per esempio la premessa di Re Lear, “la fiducia cieca porta alla distruzione”: è la stessa
premessa del romanzo Caligo. Davvero qualcuno ha difficoltà a distinguere Re Lear da Caligo?
Una tragedia di Shakespeare da una commedia sexy steampunk a Genova?

Quando cerchi il tema e la premessa, pensa a qual è la forza trainante della


storia. Concentrati per capire attorno a quale valore, a quale emozione, a che cosa la storia
ruoti e da cosa sia mossa.

Spesso avrà a che fare col difetto fatale del protagonista, visto che la premessa della storia
riguarda le vicende del suo arco e ne descrive uno dei due aspetti: quello del fallimento
iniziale o, ancora meglio, quello della vittoria successiva. Nel caso di una tragedia,
rappresenterà magari tutto l’arco tragico come in Macbeth.

Prendiamo per esempio Romeo e Giulietta, esempio che piace a Lajos Egri. Qual è la forza
trainante dell’opera, l’odio o l’amore? La vicenda parte dall’odio delle due famiglie,
costrette alla rivalità anche se i rispettivi capifamiglia preferirebbero arrivare prima o poi alla
pace. Come tanti leader credibili hanno il problema di essere circondanti da sottoposti idioti e
pericolosi (come in Atto I, scena uno).

Ma è l’odio a vincere? No, anzi, l’odio tra le due famiglie rinforza solo l’amore dei due
giovani. Le avversità causate dall’odio vengono affrontate. Alla fine della storia ha trionfato
l’odio? No, Romeo e Giulietta pur di continuare a stare insieme scelgono di farlo nella morte
visto che in vita non è più possibile.

L’amore supera la vita e sopravvive alla morte, mentre l’odio tra le due famiglie si estingue
di fronte all’orrore di quanto avvenuto. L’opera parla chiaramente dell’amore come forza
trainante della vicenda, e l’odio è solo il suo antagonista.

La premessa non è semplicemente una guida per dare un senso alla storia in fase di
progettazione o per aggiustare le cose nella prima fase di riscrittura post-bozza, se la
premessa è stata individuata dall’autore solo dopo aver già scritto vari capitoli.

La premessa è un elemento di controllo in fase di editing con cui si valuta ogni scena
domandandosi: contribuisce alla premessa? Se la togliessi la premessa sarebbe ugualmente
dimostrata? Particolarmente utile per eliminare sotto-trame incoerenti e personaggi mal
progettati, in particolare tutto ciò che è gratuito o episodico. E notare per tempo i finali che
tradiscono l’opera.

Come sarebbe stato Il Padrino senza la discesa morale del protagonista, sempre più in basso,
da eroe di guerra ad assassino del proprio stesso fratello? È quella lealtà che porta al crimine
a essere il centro dell’opera, fino a quando la fedeltà alla famiglia (nel senso mafioso) porta
alla distruzione della famiglia (nel senso dei parenti), abbinando alla premessa iniziale una
deliziosa atmosfera di fallimento del protagonista come Uomo, nonostante l’apparente
successo come Padrino.

E anche quella sensazione di fallimento si sentiva da molto prima, da quando il padre Don
Vito gli dice di essere soddisfatto di quello che ha fatto nella propria vita e che ora tocca a lui
continuare a rendere grande la famiglia. Era annunciato e si costruisce lentamente. Come
nelle grandi tragedie greche o di Shakespeare.

Il fallimento completo di un personaggio che vive all’ombra del padre, i cui successi sono stati
più modesti, ma sono anche stati molto più chiari e privi di rimpianti. Michael vive l’essenza
della tragedia moderna, la perdita dello scopo nella vita e il fallimento umano. Non è
meglio una storia così rispetto a una fatta di scene incollate assieme solo per far arrivare la
vicenda al finale?

C’è sempre una sola premessa per storia (ma possono esserci più storie parallele in un
romanzo, ognuna con una diversa premessa). Una storia con due premesse distinte (o
peggio, opposte) ha qualcosa che non va a livello funzionale, manca di eleganza e può
risultare addirittura confusa.

Immagina che il tuo romanzo formato da una sola storia abbia capacità 100, usandolo tutto al
meglio, di esprimere la premessa e che basti 70 per comunicarla in modo sufficiente: se hai
due premesse e fai 50 e 50 nessuna delle due funzionerà davvero, mentre se fai 70 e 30 la
prima sarà stata comunicata bene e la seconda avrà solo tolto spazio alla prima.

E soprattutto, se hai correttamente pensato la premessa come qualcosa che porta dentro di
sé l’essenza della storia, col suo protagonista e il suo finale… come possono esserci due
premesse che ci parlano di due finali, se uno solo è il finale? Pensa all’odio e all’amore
in Romeo e Giulietta: alla fine la vera emozione che muove l’opera è una, e l’altra è solo al suo
servizio come antagonista.

Se non hai chiara quale sia la tua premessa o se vuoi parlare di troppe cose assieme,
prendi un bel respiro, domandati cosa conta davvero ora e metti da parte ciò che non c’entra
per usarlo in una seconda storia con un altro protagonista (in quel romanzo o in un altro).

La premessa è uno strumento vecchio, affidabile e semplice da usare, come un martello… ma


proprio come un martello, mancare di rigore nel suo uso preciso può portare a schiacciarsi le
dita con errori grossolani, come costruire storie forzate che non rispettano i criteri di
verosimiglianza e necessità.