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Terra libera

Terra libero
di
Jean Grave
( 1908)

Traduzione libera
con parafrasi
di Luigi Sofrà
Questo libretto è stato pubblicato per iniziativa
di anziani compagni residenti all'estero, che
contribuirono come segue:
Raffaele Languasco L. 75 mila, Adolfo Belloni
30 mila, Ansaldo Vene 15 mila. Luigi Rampini
(Uomini Carlo, Lucio Sofrà, Pasquale L. 130 mi­
la c il traduttore L. 50 mila. Totale 300 mila.
L'opuscolo viene messo in vendita al modesto
prezzo di L. 700 e il ricavato dovrà essere ripar­
tito in parti uguali tra il C.N.P.V.P., Umanità
Nova, L'Internazionale e la rivista Volontà.
Le richieste vanno indirizzate a: Tipografia
"Il Seme", via San Piero 13a, 54033 Carrara
I compagni editori
BREVE NOTA DEL TRADUTTORE

Questo libretto “Terra libera” fu scritto da Jean


Grave, uno dei precursori dell’anarchismo di lingua
francese per gli alunni della Scuola Moderna dell’indi­
menticabile martire della libertà Francisco Ferrer. Esso
è tutta una letteratura scorrevole, facile ed accessibile
a tutte le intelligenze e, leggendolo, si ha l ’impressione
di assistere ad un film piacevole ed istruttivo il quale da
la prospettiva di un nuovo ordine sociale basato sulla
ugualianza e la libertà.
La nave da guerra “Arethouse”, carica di prigionieri
politici per essere deportati nella lontana e sterile terra
della Nuova Caledonia, il naufragio della stessa, lo
sbarco dei prigionieri in un’isola deserta e la rivolta
degli stessi per riconquistare la loro libertà, sono tutti
avvenimenti che dovrebbero fare pensare e riflettere
tutti quei giovani che ancora non abbiano una chiara
idea del come si può lottare e vivere in anarchia: Terra
libera simboleggia la rivoluzione sociale e il nuovo
sistema di vita che dovrà seguire. Essa in sintesi rappre
senta una chiara visione della Società di domani preco
nizzata dagli anarchici: una società veramente libera,
coordinata dalla scienza e dalla ragione senza Stato
governo, Tribunali, giudici e carnefici! ...
Infatti in Terra libera tutti i problemi della vita
sociale come organizzazione del lavoro, istruzione po­
polare e i casi di inadattabilità ambientale, sono tutti
risolti senza ricorrere alla coercizione di nessuna
autorità. E ’ particolarmente interessante constatare
come viene risolto il problema dei “Costalunga” e cioè
degli individui infingardi ed abbrutiti della vecchia
società i quali di lavoro non ne vogliono sapere. Col
tempo e gradatamente, finiscono per inserirsi pure
loro nel nuovo sistema di vita senza che sia necessario
di ricorrere alla violenza, alle privazioni e alla galera
per costringerli al lavoro.
Per concludere questa breve nota dirò che, Terra
libera, non ha nessuna pretesa letteraria. L ’ho tradotto
alcuni anni fa dopo le ore di lavoro in una ferriera di
Lussemburgo per farla leggere ad un mio figlio
quindicenne e con lo scopo precipuo di contribuire con
essa alla divulgazione di quell’ideale che mi ha animato
per quasi cinquant’anni e che, tuttavia, ritengo il solo
che un giorno vicino o lontano potrà redimere i popoli
dalla schiavitù del salario, dalla miseria, dai delitti e
dalle guerre! ...
I PIONIERI

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Il cielo si era oscurato, dense nuvole coprivano l’oriz­
zonte minaccioso e la pioggia cadeva fitta e rumorosa.
Il mare offriva la visione di un conflitto fra gli elementi
della natura scatenati e su quell’immensità in rivolta
la nave da guerra “Arethouse” filava a tutto vapore
sfidando la bufera, tagliando l’acqua, barcollando ora
a destra ora a sinistra fra i marosi, trascinata alla deriva
dall’uragano impetuoso.
Dopo circa un’ora che la procella si era scatenata,
si ruppe l’albero maestro della nave rendendo cosi
inutili le macchine. I marinai provarono subito ad
issare le vele ma in un batter d’occhio furono portate
via dal vento impetuoso. E per somma disgrazia a
poppa s’era prodotta una larga falla da dove l’acqua
penetrava dirottamente nell’interno. A questo punto
soldati e marinai furono tutti mobilitati e mandati alle
pompe per tentare di por fine all’improvvisa inondazio­
ne e di salvare la nave, che, quand’era iniziata la procella
che il comandante aveva creduto di poter evitare
spingendo a tutta velocità i motori, si trovava in
viaggio da quindici giorni, dopo la sua partenza da
Brest.
Su quella nave alla deriva si trovavano un centinaio
d’uomini d’equipaggio, una compagnia di fucilieri di
marina, trecento deportati e un centinaio di donne
con i loro figli che avevano ottenuto l’autorizzazione
di seguire i mariti nella sventura. All’inizio della tem­
pesta il comandante aveva impartito l’ordine di chiudere
i prigionieri nelle loro gabbie per timore di una possibile
rivolta. Alle donne aveva creduto suo dovere di usare
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un trattamento migliore lasciandole libere nella nave.
Soltanto per semplice misura precauzionale aveva
fatto avvisare i prigionieri del pericolo cui andavano
incontro.
In seguito, avendo constatato che l’acqua penetrava
sempre di più nella stiva, aggravando ulteriormente la
situazione, il comandante fu costretto a ricorrere al­
l’aiuto dei prigionieri con i quali formò delle squadre
da mandare alle pompe a sostituire i suoi uomini già
sfibrati dalla fatica.
Tuttavia, malgrado ogni sforzo, l’acqua nella nave
andava sempre più aumentando e con essa il pericolo
di vederla affondare da un momento all’altro. Intanto
continuava la sua pazza corsa alla deriva, a tutta veloci­
tà, priva di governo e sospinta dallo spaventoso uraga­
no.
Nel frattempo soldati e deportati facevano quanto
era in loro potere per salvare il natante alla deriva.
In un primo tempo il comandante aveva progettato
di calare in mare le scialuppe, ma poi, considerato il
gran numero degli imbarcati, vi aveva rinunciato. Ormai
per evitare di morire affogati non rimaneva che impe­
gnarsi allo spasimo per turare la falla o per lo meno
per impedire che si allargasse.
In quella disperata situazione comandante e ufficiali
rimanevano muti come statue. Di tanto in tanto alza­
vano lo sguardo al cielo per scrutare l’orizzonte, con
la speranza di scorgere qualche schiarita che preannun­
ciasse la fine dell’uragano.
Dopo oltre un’ora di intensa bufera, la pioggia
lentamente cessò e il vento diminuì d’intensità. L’uffi­
ciale di servizio correndo verso il comandante gridò:
“Comandante! Il nostromo mi ha comunicato che

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l’acqua nella nave è salita di parecchi centimetri! ”
“Ebbene —gli rispose il comandante —avvisatelo che
non lo dica a nessuno per non creare allarmi, anzi,
che faccia sapere che il livello dell’acqua si mantiene
10 stesso e che occorrerà un altro sforzo per cacciarla”.
In quel momento il pericolo di affondare sembrava
imminente.
“Se almeno sapessimo dove ci troviamo! — disse il
comandante rivolgendosi agli ufficiali — La bussola
non ci dà nessuna indicazione che possa servirci di
orientamento ed io mi chiedo in quale direzione
stiamo andando, senza sapermi dare una risposta. Tutto
quello che so è che da quando s’è scatenata la bufera
abbiamo percorso un lungo tratto alla deriva” .
A questo punto accadde qualcosa che impedi al
comandante di continuare il suo discorso. Una violenta
scossa gli fece perdere l’equilibrio. Riusci ad afferrarsi
giusto in tempo alla ringhiera mentre i suoi ufficiali
finivano sul tavolato. La nave si scosse da tutte le
parti per poi rimanere ferma, come se una mano
gigantesca e invisibile l’avesse arrestata nella sua pazza
corsa.
“ Forse ci siamo incagliati in qualche scoglio, — disse
11 comandante — speriamo di non trovarci lontani dalla
terraferma”.
La nave era ancora circondata da dense nuvole nere,
ma in lontananza si poteva scorgere il mare sovrastato
da un cielo azzurro. Il vento aveva quasi interamente
cessato di soffiare, le onde si alzavano sempre meno,
la tempesta sembrava volersi placare. Un ufficiale che
era andato ad informarsi disse al suo ritorno: “Coman­
dante, la nave è rimasta incagliata proprio fra due
rocce”.
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“Ma la potremo disincagliare? — chiese il capitano
con ansia, ricevendone dall’ufficiale per tutta risposta
un gesto d’incertezza. — Ci mancherebbe altro! — ag­
giunse fra sè e sè, quasi per convincersi. — Speriamo
comunque che le pompe aspirino presto l’acqua affin­
chè possiamo occuparci dello sbarco. Basta che non
ci troviamo troppo lontani dal continente o da qualche
isola abitata...”.
E dopo che ebbe scrutati i dintorni col suo binocolo,
ordinò all’ufficiale di distribuire del vino agli uomini,
raccomandandogli di esortarli a fare ogni sforzo per
liberare la stiva dall’acqua.
Ormai le nuvole si andavano sempre più dileguando,
lasciando vedere il mare in tutta la sua immensità, ma
a perdita d’occhio dal ponte non si intravvedeva nes­
sun lembo di terra. Grande fu quindi la gioia di tutti,
quando poco dopo un marinaio che era salito sulle
velature gridò: “Terra, comandante! Eccola là, la ter­
ra!
Infatti verso levante si scorgeva una striscia bruna
che non poteva essere altro che la tanto desiderata
terra.
Continente o isola, poco importava... Quella terra
rappresentava per tutti, indipendentemente da ogni al­
tra considerazione, la salvezza.
“Possiamo dire di averla scampata bella — disse il
comandante e rivoltosi ad un ufficiale gli ordinò: “ Fate
subito calare in mare una scialuppa, signor De Marceft,
e con tre uomini recatevi a prendere conoscenza di
quella terra”.

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Ora, prima di continuare il nostro racconto, è indi­
spensabile far conoscere ai nostri lettori quale specie
d’uomini fossero quei deportati e quali gli avvenimenti
per cui erano stati arrestati e condotti lontano dalla
loro terra e dai loro cari.
Per molti secoli, i poveri, coloro che sopportano
pazientemente il peso dell’organizzazione sociale, che
producono il lusso e l’abbondanza per i ricchi, mentre
a loro non vengono lasciate che miseria e privazioni,
hanno subito rassegnati quella loro sorte, convinti di
essere nati per obbedire gli altri, destinati a comandar­
li. E a questo atteggiamento rassegnato non era estraneo
l’intervento dei preti che sempre hanno insegnato che
il lavoro non è altro che un castigo per la razza umana,
da eseguire in silenzio, senza proteste, per acquisire
meriti nel regno dei cieli.
Ma a poco a poco gli operai cominciarono ad aprire
gli occhi e a chiedersi: “Perchè chi lavora soffre la
fame o quasi, mentre chi nulla produce possiede tante
ricchezze e tutte le agiatezze della vita?”. E siccome
in quel tempo non si osava indagare su quali fossero
effettivamente le cause delle ingiustizie sociali, si pen­
sava che tutto dipendesse dal cattivo governo e che
cambiando gli uomini che comandavano tutto si sareb­
be accomodato nel migliore dei modi.
Così ebbero luogo diverse rivoluzioni. Si cambiò
parecchie volte la forma di governo, si passò dalla
Monarchia alla Repubblica, dalla Repubblica all’Impero
per poi tornare di nuovo alla Monarchia, e dopo tutti
quei cambiamenti si giunse alla conclusione che con
un tale modo di procedere non si otteneva altro risul­
tato che di cambiare padrone.
Tuttavia quelle esperienze contribuirono a far com­
prendere ai lavoratori che i governi erano tutti più o
meno uguali sotto qualunque forma si presentassero
e che, come asserì giustamente un filosofo inglese, il
governo non poteva essere altro che il cane da guardia
del capitalismo.
Dopo simili esperienze, una buona parte dei lavorato­
ri si convinsero che l’importante non era il cambiamen­
to di governo, ma quello del sistema dominante il quale
non poteva essere abbattuto che dall’azione diretta dei
lavoratori. Soprattutto occorreva impedire con ogni
mezzo che un nuovo governo sorgesse ad occupare il
posto di quello abbattuto dalla rivoluzione come spesso
nel corso della storia è avvenuto. Gli operai si resero
conto che la cagione delle loro miserie morali e mate­
riali andava attribuita alla divisione in classi della socie­
tà, nella quale i poveri erano costretti a vendere le
loro braccia ai ricchi. La lotta a questo punto cambiò
aspetto, in modo profondo: essa diventò esclusivamen­
te lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori.
Purtroppo l’uomo che per vivere era costretto a
lavorare dieci o dodici ore al giorno non aveva tempo
libero da dedicare allo studio per sviluppare la propria
intelligenza, per scendere più addentro nella compren­
sione della società ingiusta in cui viveva. E questo era
particolarmente specialmente in quei casi — ed erano
la maggioranza — in cui aveva dovuto abbandonare
precocemente la scuola a causa della miseria della
famiglia per andare a guadagnarsi col sudore del suo
corpo nella fabbrica un po’ di pane. Nè, d’altronde,
l’abbandono della scuola poteva essere rimpianto più
di tanto: era una scuola quella che se anche ci fosse
restato qualche anno di più gli sarebbe servita ben a

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poco perchè gli avrebbe insegnato, accanto a un po’ di
calcolo e di scrittura in più, a tenere un atteggiamento
deferente verso ogni autorità, a rispettare il gendarme
che lo arrestava, il giudice che lo condannava, il padro­
ne che lo sfruttava, il deputato che lo ingannava e tutti
coloro che la sorte aveva posti sopra di lui, quasi che
quell’ordinamento fosse la cosa più naturale del mondo.
Ed era appunto per un tal genere di educazione che
gli operai, trascinandosi dietro quel retaggio di inganni
istituzionali, non si rendevano conto della loro forza,
dei loro diritti, della vera cagione della loro miseria.
Soltanto in una minoranza di loro si sviluppò l’idea
di emancipazione sociale, il bisogno di partecipare alle
gioie della vita, di diventare uomini liberi e non sempli­
ci macchine per la produzione dei padroni...
Quindi fu mercè quella minoranza di uomini co­
scienti che i lavoratori si resero conto delle ingiustizie
sociali e ingaggiarono una lotta accanita contro i padro­
ni per rivendicare migliori condizioni di vita. Ma del­
l’errore politico in cui erano caduti non era possibile
che si liberassero d’un colpo. Comunque le rivendica­
zioni di carattere economico crescevano di numero di
giorno in giorno, gli scioperi si succedevano l’uno all’al­
tro finché fu possibile organizzarne uno generale politi­
co, fermare nello stesso giorno il lavoro in tutti i rami
della produzione agricola e industriale, dimostrare con
ciò che la vita sociale poggiava interamente sulle spalle
dei lavoratori, i quali, volendo, hanno la forza di
trasformare il mondo in senso ugualitario.
In questo senso ebbero luogo diversi tentativi di
sciopero generale politico il cui fine non era l’aumento
del salario, ma l’abbattimento del sistema di sfrutta­
mento e il cui fallimento si dovette all’ignoranza e alla
mancanza di intesa fra i lavoratori.
Ma nonostante il loro fallimento essi contribuirono
a dare alla massa operaia maggiore consapevolezza,
più sensibile coscienza, così che un bel giorno fu possi­
bile organizzare uno sciopero generale contro il go­
verno.
Per ben tre giorni gli operai riuscirono a paralizzare
la vita di diversi centri industriali. La maggior parte
delle ferrovie rimasero ferme, la posta non venne di­
stribuita, malgrado il tentativo di farla distribuire dai
soldati, molti quartieri borghesi rimasero senza pane,
mentre gli scioperanti erano in possesso di notevoli
approvvigionamenti messi da parte in anticipo con lo
scopo di prolungare lo sciopero il più possibile.
Sciaguratamente quell’imponente movimento di for­
za operaia non ebbe successo che in poche località
dove più matura era la coscienza dei lavoratori, mentre
in altre che si pensava sarebbero state di esempio e di
stimolo non ci si mosse affatto.
A questo si aggiunga che solo pochi operai erano
coscienti dello scopo per cui ci si era mossi...
Fu appunto in seguito a quello sciopero che tanta
paura aveva messa alla borghesia che il governo decise
di prendere delle misure drastiche contro i suoi pro­
motori affinchè non si ripetesse quel genere di sciopero
che metteva in pericolo la tranquilla esistenza borghese.
E siccome nella lotta fra polizia e operai c’erano
stati parecchi morti e feriti, come al solito si scaricaro­
no le responsabilità di tutto sugli anarchici, esclusiva-
mente su di loro. La stampa borghese iniziò una cam­
pagna velenosa contro di loro dipingendoli con i più
foschi colori. Da ogni parte la reazione chiedeva lo
scioglimento dei sindacati operai che, allora, avevano

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un atteggiamento ben diverso da quello odierno: non
lottavano per l’aumento del salario ma per l’abolizione
del sistema basato sul dominio di classe e quindi per
un mondo senza padroni. ...I miei piccoli lettori (1)
ancora non possono capire di quali malvagità, di quali
menzogne sia capace la stampa borghese al servizio
della reazione con i suoi pennivendoli. Ma più tardi
quando saranno adulti potranno chiedere informazioni
ai loro padri e ai loro nonni che vissero gli avvenimenti
dal 1848 al 1871 dai quali apprenderanno fin dove
possa arrivare la bassezza umana di certi giornalisti al
servizio della reazione.
Dunque, il governo, nella sua mansione di mastino
del capitalismo non domandava di meglio che procede­
re contro gli anarchici. Contro di essi vennero imme­
diatamente applicate le leggi speciali repressive già pro­
gettate, senza aspettare la loro approvazione in Parla­
mento. In quell’occasione il movimento anarchico fu
colpito più duramente di qualsiasi altro partito politico,
tutto quanto possedeva d’attivo venne soppresso. Inol­
tre vennero costituiti dei tribunali speciali che entra­
rono subito in funzione e che data l’estrazione sociale
dei loro membri e le loro idee politiche, delle più
conservatrici e reazionarie, condannarono inesorabil­
mente alla ghigliottina, alla galera, alla deportazione
nell’esiziale terra della Nuova Caledonia quanti ebbero
la malasorte di incappare nelle loro mani.
E la nave da guerra “Arethouse” trasportava appun­
to uno di quei convogli di deportati che avevano lottato
per il benessere e la libertà di tutti e che il governo, i

1) Qui l’autore si riferisce agli alunni della Scuola Moderna, per


i quali questo libretto fu scritto (N.d.T.).
suoi giudici, i suoi gendarmi avevano destinati alla
morte lenta per fame, per malattie, per l’insalubrità del
clima in quella lontana e malsana terra, che solo un
caso fortunato aveva permesso loro di evitare.

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Dopo questi brevi cenni sui viaggiatori dell’“Arethou-
se”, riprendiamo il nostro racconto da dove lo avevamo
lasciato.
In attesa del ritorno dell’ufficiale, il comandante
continuò a scrutare la striscia di terra visibile all’oriz­
zonte, mentre a bordo si procedeva a un primo accerta­
mento delle condizioni della nave.
Come abbiamo già detto, l’uragano l’aveva spinta
fra due rocce che la stringevano come una morsa gigan­
tesca. La falla attraverso la quale entrava l’acqua era
stata praticamente chiusa dalla roccia, ciò che permise
di gettare fuori rapidamente l’acqua che era rimasta
nella stiva.
Essendo ormai notte, il comandante rinviò lo sbarco
all’indomani mattina e prima di ritirarsi rivolse calorosi
elogi agli ufficiali e ai soldati e rivolgendosi ai prigionie­
ri li ringraziò per la loro obbedienza assicurandoli che
una volta giunti a destinazione avrebbe tenuto senz’al­
tro conto del loro comportamento durante il viaggio,
dopo di che mandò tutti a godersi un meritato riposo
esortandoli a tenersi pronti per lo sbarco dell’indomani.
Qui occorre notare che i deportati non avevano te­
nuto in nessun conto le lodi del comandante e dal
modo come si comportavano facevano chiaramente in­
tendere che non si consideravano più suoi prigionieri.
Anche il comandante si era accorto della loro indiffe­
renza, ma date le circostanze per quella sera non aveva

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osato farli rientrare nelle loro gabbie e li aveva lasciati
liberi di installarsi in una parte della nave loro asse­
gnata.
Quella notte soltanto i soldati che montavano la
guardia e i due cannoni con le loro bocche minacciose
ricordavano che a bordo l’autorità era ancora forte.
I deportati prima di coricarsi tennero fra di loro
diversi conciliaboli senza che nessuno vi facesse caso.
L’indomani mattina alla solita ora suonò la sveglia e
dopo la distribuzione del caffè iniziarono le opera­
zioni di sbarco. Anzitutto sopra una scialuppa vennero
imbarcate le donne con i bambini.
Per trasportare tutti a terra la scialuppa dovette fare
diversi viaggi anche perchè oltre alle persone furono
sbarcati dei viveri e le tende per l’accampamento che,
in via provvisoria, fu installato vicino alla spiaggia in
attesa di scoprire nell’interno dell’isola un luogo più
adatto per un eventuale soggiorno prolungato.
Terminato lo sbarco, il comandante indicò ai prigio­
nieri il posto in cui dovevano installarsi in modo da
essere costantemente sotto la sorveglianza diretta dei
militari, ma essi, col pretesto che quel luogo non era
adatto, se ne scelsero un altro più distante. Cosi si
formarono due comunità distinte: da una parte i mili­
tari e dall’altra i prigionieri. Egli, intuito che i prigio­
nieri non obbedivano più ai suoi ordini, non ritenne
opportuno imporre la sua autorità, pur riservandosi di
prendere a suo tempo tutte le misure per sottometterli
ai suoi voleri.
L’indomani, quasi tutta la mattinata, la passarono
chiacchierando gli uni con gli altri, ma tutti erano an­
siosi di sapere qualcosa di preciso sulla località in cui
erano sbarcati. Così, nel pomeriggio, quando il coman-
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dante salì su una collina per esplorare col suo binocolo
la zona, tutti gli occhi si rivolsero verso di lui e non lo
abbandonarono finché non discese per ritirarsi in silen­
zio sotto la sua tenda. Ognuno di loro desiderava sape­
re quali fossero le osservazioni del comandante e spe­
cialmente quelle dell’ufficiale del giorno prima, ma la
giornata trascorse senza nessuna comunicazione al
riguardo.
L’indomani pomeriggio comandante ed ufficiali ten­
nero diverse riunioni alle quali parteciparono pure i
fucilieri di marina. Le loro facce sembravano serene,
non lasciando trasparire nulla di quanto li preoccupava.
Soldati e deportati erano tutti inquieti per quel silenzio.
Scesa la notte, come la sera precedente, tutti si ri­
tirarono senza sapere nulla di nuovo.
In attesa di parlare, il comandante fece sapere che
la disciplina doveva essere mantenuta come a bordo.
Ma i deportati non erano dello stesso parere e non si
curarono affatto del tamburo che per disposizione del
comandante suonava la sveglia e che voleva attestare
una specie di continuità con la loro vita precedente di
carcerati.
Il sole era già alto quando alcuni di loro dormivano
ancora con i pugni chiusi per rifarsi delle fatiche del
viaggio. E non fu senza fatica che le guardie incaricate
della loro sorveglianza riuscirono a radunarne un ristret­
to numero per eseguire i lavori ordinari. Una parte di
loro fu invitata a recarsi a bordo con alcuni soldati
per scaricare alcuni oggetti di prima necessità. Come
predisposto la sera precedente, un’altra parte di depor­
tati fu addetta a scavare una buca in cui piantare il
palo della bandiera. Una volta eseguiti i lavori ordinati,
un ufficiale li avvisò di tenersi pronti per un raduno

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generale dove il comandante avrebbe riferito importanti
comunicazioni.
L’adunata ebbe luogo presso il palo sul quale era
stata issata la bandiera nazionale. Circondato dai suoi
ufficiali, il comandante prese la parola ed iniziò il suo
discorso ringraziando tutti per il comportamento tenu­
to sulla nave nel momento del pericolo. Si augurò che
per l’avvenire sarebbe stato lo stesso e che anche i pri­
gionieri avrebbero dato il loro fattivo apporto nell’af-
frontare le molteplici difficoltà contro le quali erano
tutti chiamati a lottare. Egli, d’altronde, non intendeva
tener celato nulla: le circostanze erano veramente gravi,
più gravi di quanto si potesse immaginare poiché se
non riuscivano a disincagliare la nave il soggiorno for­
zato in quell’isola sarebbe potuto diventare illimitato.
“Dunque, signori — disse — nella nostra situazione
dobbiamo cercare di organizzare la nostra vita qui nella
attesa di qualche possibile ma incerto soccorso esterno.
Questa è la reale situazione in cui ci troviamo ma, mal­
grado le avversità, dovete tenere sempre presente che
se anche ci troviamo lontani dalla nostra patria le dob­
biamo ugualmente il dovuto rispetto. Io e gli ufficiali
qui presenti, ovunque siamo, rappresentiamo il governo
della Repubblica. Siamo incaricati di fare rispettare
tutte le sue leggi per la sicurezza e la libertà dei suoi
sudditi ovunque le circostanze ci facciano depositari
della sua autorità. Voi quindi potete contare sulla no­
stra sollecitudine per assicurare il buon andamento delle
cose in questa nostra piccola, nuova patria la quale
dovrà ricalcare il proprio interno ordinamento su quel­
lo della nostra più grande patria lontana. In cambio di
ciò io esigo da voi un’assoluta obbedienza circa le mi­
sure da prendere che le circostanze mi detteranno” .

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A questo punto del suo discorso, un fremito scosse
tutto l’auditorio e tutti gli occhi si rivolsero verso gli
ufficiali che rimanevano immobili come statue. Dopo
una breve pausa egli riprese a dire: “ Le mie osservazioni
di ieri mi hanno fatto comprendere che ci troviamo in
una parte del globo lontana dalle vie di comunicazione
marittime. L’isola sulla quale siamo sbarcati è situata
fra il diciassettesimo e il diciottesimo grado di latitu­
dine. Essa dovrebbe far parte di un gruppo di isole
sconosciute e, per la sua scarsa importanza, nessuna
nazione finora si è occupata di essa. Noi quindi non
possiamo contare su nessun sicuro aiuto esterno per il
nostro rimpatrio, anche se da un momento all’altro
potremmo ricevere una visita casuale dal mondo civile,
allo stesso modo potremmo restare qui per anni e anni
ignorati da tutti” .
Dopo un’altra pausa per bere un bicchier d’acqua,
rivolgendosi particolarmente ai prigionieri, riprese il suo
discorso:
“ Quanto a voi, signori, fino al momento presente
non ho che da lodarvi per lo zelo dimostrato nell’adem­
pimento del vostro dovere. Io non voglio sapere fino
a qual punto siano giustificate le misure che il governo
ha preso contro di voi. Vi assicuro comunque che
d’ora in avanti voglio vedere in voi soltanto dei buoni
cittadini osservanti e sottomessi per il bene comune.
Fin d’ora vi assicuro che la disciplina nei vostri confron­
ti sarà temperata e che vi sarà dimostrata una grande
benevolenza. Per il vostro soggiorno vi sarà assegnato
un luogo adatto dove potrete vivere come meglio vi
aggradirà. Avrete la facoltà di nominare tra di voi un
incaricato che dovrà dirigere la squadra che eseguirà i
lavori che vi saranno stati affidati, come pure colui

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che avrà la direzione del vostro accampamento e che
manterrà i collegamenti con la nostra amministrazione.
Se poi, come io spero, sarete rimpatriati, il Governo
dovrà senz’altro tener conto dello zelo con cui ognuno
di voi avrà adempiuto il proprio dovere. Al riguardo
potete contare sul mio intervento per sollecitare prov­
vedimenti di clemenza”.
Giunto a questo punto del suo discorso, il nostro
oratore fece un cenno ad un gruppo di marinai, che
stavano in attesa i quali trascinarono un pezzo d’artiglie­
ria vicino alla bandiera, e riprese a dire: “Siccome que­
st’isola non è indicata sulla carta geografica, essa non
appartiene a nessuna nazione e di conseguenza io ne
prendo possesso a nome della nostra madre patria”. E
scoprendosi solennemente il capo aggiunse: “ In nome
del popolo francese prendo possesso di quest’isola e le
impongo il nome della mia nave: “Arethouse”.” E per
annunciare l’avvenuta occupazione senza battaglia, nè
morti, nè feriti, vennero sparati 21 colpi di cannone.
Ufficiali, soldati, marinai gridarono tre volte a squarcia­
gola: “ Viva la Francia! Viva la patria! Viva il nostro
comandante! ”. Soltanto i deportati non si mossero re­
stando in perfetto silenzio. Il comandante li guardò
meravigliato, ma non disse nulla in proposito e riprese
il suo discorso: “L’isola dopo sommaria esplorazione
eseguita dall’ufficiale, ci sembra povera di risorse, a
meno che un’altra più accurata esplorazione non ci
riveli delle risorse che ora ignoriamo. I viveri di cui al
momento disponiamo, sempre che non siano stati gua­
stati dall’acqua salata, dovrebbero esserci sufficienti per
un anno. Abbiamo però delle semenze le quali dovreb­
bero attecchire su quest’isola e dunque darci di che
poter vivere. Intanto alcuni ufficiali si recheranno a

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bordo per accertare se la nave potrà essere riparata
con i mezzi a nostra disposizione”. E rivolgendosi ai
prigionieri aggiunse: “In quanto a voi, signori, il Go­
verno vi aveva destinati alla coltivazione delle terre del­
la Nuova Caledonia. Non avendo potuto condurvi a
destinazione, vorrà dire che farete qui quello che dove­
vate fare in quella terra. Per il momento la cosa più
urgente è la liberazione della nave dal suo carico e per
questo compito sarete suddivisi in squadre oggi stesso.
I lavori di scarico avranno inizio domani mattina”. E
con questo concluse il suo discorso.
Il lungo discorso del comandante aveva fatto riflette­
re i prigionieri sul loro futuro comportamento. Quasi
subito dopo le ultime parole del comandante, essi si
ritirarono nel loro accampamento per scambiarsi le im­
pressioni riportate. Quando furono tutti presenti, uno
di loro prese la parola e chiese: “Compagni siamo soli?
Non si nasconde fra noi nessuna spia?”. “ No, rispose
un giovane, puoi parlare liberamente perchè le spie so­
no rimaste tutte a prendere ordini dai loro ufficiali”.
“Ebbene — disse il primo giovane, che si chiamava
Barthaut — che alcuni di voi si mettano di guardia
affinchè non siamo sorpresi mentre discutiamo su ciò
che dobbiamo fare”. Al suo invito alcuni si staccarono
dall’assemblea e si misero di guardia. “Dunque, compa­
gni, come avete udito, il comandante ha ben disposto
la faccenda secondo la sua fertile immaginazione. Egli
ha ben distribuito le parti: lui sarà il Governo, la forza
armata organizzata e pronta per ogni evento a reprime­
re. Il nostro ruolo di sudditi è stato pure stabilito. Noi
saremo l’eterno popolo paziente e bastonato che
lavorerà per chi comanda. Tuttavia nel suo discorso
egli si è dimenticato di porre una questione essenziale,
22
di chiederci se acconsentivamo a seguirlo, a obbedirgli...
La patria! La Francia! L’autorità! Belle parole in nome
delle quali ci cacciarono dalla terra in cui eravamo
nati per farci crepare al più presto in inospitali, malsa­
ne terre lontane, a noi sconosciute. Inoltre il coman­
dante non si è accorto di un’altra cosa importante:
che il suo discorso non ci ha fatto nessun effetto”.
“Beh? Che aspettiamo? —chiese un giovane robusto
dai capelli rossi — Diamogli subito addosso! Non sarà
poi tanto difficile disarmarli. Io conosco molti di loro
che non chiedono di meglio che di passare dalla nostra
parte e sbarazzarsi dei loro ufficiali. Dunque, che si sta
ad aspettare?”.
Dello stesso tenore furono le parole di diversi altri
deportati, tutti disposti ad iniziare subito un’azione
contro i militari. Barthaut attese che si calmasse l’ef­
fervescenza prodotta dall’interruzione e riprese a dire:
“ Quando il comandante sulla nave ebbe bisogno di noi,
ci fece uscire dalle gabbie e in quell’occasione decidem­
mo di approfittare di ogni momento propizio per libe­
rarci della sua autorità. Durante la procella, la cosa più
importante era di fare ogni sforzo per superare il
pericolo che ci minacciava tutti e ci siamo riusciti.
Adesso io credo sia giunto il momento opportuno per
mettere in esecuzione quanto progettammo sulla nave.
Non dobbiamo lasciare al comandante il tempo di
ristabilire fra i suoi la disciplina: quella disciplina che
ben conosciamo, quella autorità che gli fu sottratta
dagli avvenimenti. Dunque, ripeto, compagni, è giunto
il momento di agire, ma occorre farlo con molta
prudenza, coraggio, decisione”.
“Ehi, compagni! — esclamò un deportato di nome
Fourgent — Mi pare che al campo siano in allarme per
il nostro conciliabolo. Quell’orso del comandante non
fa che sbirciare dalla nostra parte col suo maledetto
binocolo. Guardate com’è inquieto lo sbirro! ”.
Infatti in quel momento una decina di guardiaciurma
si dirigevano verso l’accampamento dei deportati. Udito
ciò, alcuni di questi ultimi si misero a insistere per
un’azione immediata contro le guardie, ma Barthaut
intervenne subito: “Compagni! Niente violenze antici­
pate, vi prego! Se vogliamo riuscire nel nostro tentativo
di liberarci, non precipitiamo le cose. Per il momento
lasciate tranquilli i guardiaciurma ed occupiamoci della
nostra impresa in tutti i particolari”. E poiché la
maggior parte dei deportati approvava quanto egli
aveva detto, Barthaut continuò: “ Di nuovo, compagni,
vi prego di evitare ora le violenze, anzi, quando le
guardie saranno qui, lasceremo loro il nostro posto. E
considerato che qui siamo troppo facilmente controllati
dal comandante, vi propongo di recarci, facendo finta
di nulla, fino a quel boschetto, dove potremo ripren­
dere in pace la nostra discussione, senza timore di
improvvise interruzioni. Ma affinchè le spie non si
rendano conto di ciò, sarà bene andare al boschetto
facendo dei lunghi giri. Coloro che hanno famiglia,
passino pure vicini alla tenda del comandante simulan­
do una lunga passeggiata. In questo modo si attirerà di
meno la sua attenzione. Inoltre sarebbe opportuno che
alcuni di noi rimanessero qui per divertire le guardie
con alcune buffonate perchè non abbiano il tempo di
recarsi nei dintorni ed eventualmente di scoprirci”.
“Molto ben detto, Barthaut! — disse Fourgent ri­
dendo — Se qualcuno mi darà una mano m’incaricherò
io di tenere gli amici allegri e occupati”. A questo
punto la riunione si sciolse e quando le guardie giun-
24
sero sul posto, non rimanevano che un centinaio di
persone fra uomini e donne insieme ad alcuni ragazzi
tutti occupati ad eseguire un gioco divertente detto
“gioco del gatto”.
“Tho! —fece il capoguardia a Fourgent che correndo
gli passava accanto — O dove sono andati i vostri
compagni che poco fa erano qui? Sono forse stati
portati via da una tromba d’aria?”.
“E che ne so io? — rispose Fourgent — avranno
aprofittato della bella giornata per andare a fare una
gita nei dintorni”.
“Gatto! — disse la compagna di gioco di Fourgent,
picchiando sulla spalla del capoguardia — Siete voi il
gatto! ”. Era una bella bruna sulla trentina dotata di
spirito umoristico, chiamata Malamie e moglie del
deportato Barthof.
“Bene — le rispose il capoguardia — ma noi non
siamo qui per divertirci, bella donna! E i vostri compa­
gni farebbero meglio a prepararsi a obbedire al coman­
dante”.
Tutt’a un tratto i deportati si raggrupparono intorno
alle guardie come uno stormo d’uccelli impedendo loro
di vedere i dintorni, mentre Malamie rispondeva: “Eb­
bene, capo, ci penserà il comandante ai mezzi più
opportuni per ottenere la nostra obbedienza, perchè
lui saprà come tirarci fuori di qui”.
“Sì, su questo punto avete ragione, perchè il coman­
dante è un uomo di ingegno e saprà senz’altro co­
me e quando potremo uscire da questa triste situazione.
Io ho fiducia in lui e vedrete che a suo tempo egli trove­
rà il mezzo per disincagliare la nave e ricondurci in
Europa senza attendere l’arrivo di soccorsi”.
E cosi la discussione fra guardie e deportati assunse

25
un tono amichevole e dopo circa mezz’ora le guardie
tornarono al loro accampamento senza minimamente
sospettare che si stava complottando contro di loro.
Prima di andarsene, le guardie avevano avvisato i depor­
tati che più tardi sarebbero ritornate per formare le
squadre addette ai lavori di scarico dell’indomani.
Infatti, sul far della sera, esse tornarono e i deportati
le lasciarono fare, fingendo una grande rassegnazione.
Accettarono persino di nominare un caposquadra,
come aveva indicato il comandante e poi si ritirarono
nei loro precari rifugi senza destare sospetti.
Quando giunse l’ora convenuta durante i loro conci­
liaboli, i deportati si riunirono sul piazzale del villaggio
per prendere le ultime decisioni relative all’attacco
contro l’accampamento militare. Fra di loro c’erano
pure parecchie donne coraggiose e i ragazzi più grandi.
Dopo un breve silenzio, Barthaut prese la parola e
disse: “Ebbene, compagni, prima di partire per dare
l’assalto ai militari, vediamo se ognuno di noi ricorda
il proprio compito. Tu, Ladry, sei proprio sicuro del
tuo sergente?”.
“Si, perchè mi ha avvisato che questa notte sarà
addetto alla sorveglianza del campo: egli è sicuro di tre
dei suoi uomini e sapendo che doveva montare la
guardia ha fatto in modo di averli con sè”.
“Benissimo —rispose Barthaut —e cosi noi avremo i
fucili, ma le munizioni? E’ appunto di questo che
bisogna impossessarci prima che si accorgano della no­
stra invasione”.
“Delle munizioni — disse Fourgent — non è difficile
impossessarcene, anzi è una cosa molto facile. Giorni
fa io e altri due compagni ci introducemmo nella tenda
del capoguardia ed osservammo dove le tengono. Perciò

26
vi ripeto che non sarà difficile metterci sopra le mani”.
“Dunque —riprese Barthaut — pare che tutto fili alla
perfezione. Non ci resta che metterci in cammino per
dare l’assalto. Tuttavia, prima di partire, sarà bene
tenere in mente che in caso di fallimento il comandante
non esiterà a far fucilare un buon numero di noi, tanto
per dare l’esempio a coloro che sopravviveranno. Perciò
occore fare ogni sforzo per riuscire nella nostra impre­
sa. Quanto al resto, peggio per loro. Comunque, io
sono del parere che se potremo procurarci le armi
senza ingaggiare un conflitto, sarà meglio per noi e
per loro”.
A queste ultime parole di Barthaut segui un mormo­
rio di approvazione. Verso le due del mattino apparve
la luce di una fiaccola: era il segnale convenuto per
l’assalto.
In questo frattempo Fourgent e i suoi compagni non
avevano perso tempo. Quando tutti giunsero all’accam­
pamento militare essi si unirono agli altri con le muni­
zioni che avevano sottratte nella tenda del capoguardia,
ma il loro procedere non era stato tanto fortunato da
non destare sospetti. Un ufficiale che s’era accorto di
quanto accadeva sparò un colpo di fucile e a tale
segnale successe una grande confusione seguita da un
rumore assordante. Gli uomini del comandante, sor­
presi nel sonno, correvano a destra e a sinistra rumoro­
samente, urtandosi gli uni con gli altri e litigando fra
sè. Dopo l’allarme si accesero subito delle luci e la
voce del comandante si fece sentire ;<lta su tutte le
altre con la richiesta ansiosa di sapere cosa fosse
successo.
“Ci han rubato i fucili e le cartucce!”, risposero
alcuni soldati in coro. In quel momento comparvero

27
delle torce accese che illuminavano tutti. Comandante
e ufficiali si agitavano come dei pazzi, scuotendo tutte
le persone che si trovavano davanti. In quanto ai de­
portati, essi, per il momento, restavano neH’ombra.
“Come hanno potuto prendervi le armi? — gridava
il comandante — Non erano state prese tutte le misure
di sorveglianza che io avevo impartite?”.
Un ufficiale gli rispose: “Vi chiedo scusa, signor
comandante, ma ieri sera sono stato io a piazzare le
sentinelle e non riesco a spiegarmi quanto è accaduto”.
“ Va bene, va bene! — fece lui — Chiariremo in
seguito codesto particolare. Per il momento si tratta di
recuperare le armi scomparse e al più presto. Se sono
stati i prigionieri a fare il colpo, occorre dare subito
loro la caccia per riprendergliele, perchè senza armi
non c’è autorità possibile”.
“Tempo perso, comandante — gli rispose Barthaut
con voce burlesca — vi avviso che se farete un passo
avanti voi e i vostri ufficiali, sarete abbattuti da una
raffica di fucilate”.
“Prendete subito quell’uomo! ”, urlò furibondo il
comandante, ma nessuno si mosse per eseguire i suoi
ordini. Al contrario, si fecero avanti diversi deportati
armati e circondarono Barthaut per difenderlo da
qualche colpo di testa del comandante.
Allo spuntar dell’alba, ancora nella semioscurità, si
vedevano numerosi prigionieri o, per meglio dire, ex
prigionieri armati di fucili dietro un pezzo di artiglieria
puntato contro il campo militare. A quella vista, il
comandante estrasse il suo revolver e lo puntò contro
Barthaut, il quale, senza scomporsi, fissandolo negli
occhi, gli disse: “Andiamo, comandante, buttate via
codesto arnese, altrimenti i miei uomini tireranno nel

28
mucchio e sarà peggio per tutti voi”.
All’intimazione di Barthaut, il comandante si infuriò
come un toro ferito da un picador, alzò due o tre volte
la pistola, poi la gettò a terra con stizza e Io stesso
fecero i suoi segugi. Dopo tale scena Barthaut pronun­
ciò il seguente discorso: “ Voi, signor comandante, ave­
vate decisa la nostra sorte senza consultarci e ciò, in
considerazione delle vostre idee e della vostra posizione
vi parve cosa naturale. Finché siamo stati a bordo della
nave, abbiamo subito la legge del più forte, perchè la
ribellione era impossibile, ma oggi che la disorganizza­
zione della vostra forza ci offre l’occasione di riconqui­
stare la nostra libertà sarebbe sciocco non approfittar­
ne. Quindi noi riprendiamo la qualifica di uomini liberi,
come tutti qui. E per l’avvenire ci rifiuteremo di sotto­
metterci a qualunque legge imposta da voi o da altri” .
“Vedo che siete un buon oratore — lo interruppe il
comandante — ma vi prego di abbreviare il vostro
discorso e di dirci quali sono le vostre intenzioni a
nostro riguardo. Inoltre vi avverto che nonostante le
minacce neppure noi accetteremo i vostri ordini. Anche
disarmati, resisteremo. Voi, tuttavia, per aver la meglio
avete dovuto agire di sorpresa...”.
“Pretendevate forse che vi chiedessimo le armi con
gentilezza? Quanto al resto, potete star sicuro che noi
non vi chiederemo mai di obbedirci, a meno che voi
non tentiate di attaccarci, nel qual caso sarà la guerra
e vincerà il più forte. Sappiate dunque che noi ci
accontentiamo soltanto di avervi disarmati. Coloro che
vorranno venire in buona armonia fra noi, condividen­
do diritti e doveri della nostra comunità saranno
i benvenuti e potranno seguirci. Gli altri, coloro che
pensano che nella società debbano esserci servi e
padroni, che credono di non poter essere felici senza
un’autorità che li comandi e un padrone che li sfrutti,
costoro potranno costituire uno stato a loro piaci­
mento: l’isola è abbastanza grande per ospitare due
comunità di diverso orientamento. Viveri, arnesi ne­
cessari per la vita delle due comunità saranno divisi
equamente secondo il numero e la necessità di ciascuna
di esse.
Non vi saranno che i fucili e i cannoni che terremo
a nostra esclusiva disposizione per ogni eventuale dife­
sa. Per lo sbarco di quanto rimane ancora sulla nave
decideremo in seguito”.
“Suppongo — obiettò un ufficiale — che non abbiate
intenzione di trattenerci qui con voi nel caso che riu­
scissimo a riparare la nave e a metterla in mare”.
“Codesto si vedrà in seguito — gli rispose Barthaut —
per adesso non abbiamo altro da discutere a questo
riguardo. Noi intanto ci ritireremo nel nostro accam­
pamento e voi cercherete per la vostra comunità un
luogo nell’isola che sia il più distante possibile dal
nostro accampamento in modo che non ci siano inter­
ferenze fra le nostre due comunità...”.
Durante il tempo in cui essi parlarono, soldati e
marinai li ascoltarono senza per la verità capire troppo
quello che si dicevano. Ciò che invece era per loro
risultato chiaro in modo inequivocabile era il fatto che
i deportati ora erano i più forti. Quelli che fra i soldati
si erano lasciati disarmare senza resistenza si unirono
subito ai deportati. Vedendoli abbandonare il suo
campo, il comandante fece il gesto di trattenerli e poi
disse loro: “ Ricordatevi che la diserzione di fronte al
nemico è punita con la pena di morte” . Uno di loro
gli rispose: “Sappiamo che ciò avverebbese ricadessimo
nelle tue mani. Tu, d’altronde, devi sapere che noi
aspettavamo solo il momento opportuno per liberarci
della tua autorità e che se pensavi che avremmo sparato
contro i nostri compagni, ti sei sbagliato di grosso”.
Udendo questo sgradevole discorso, il comandante si
fece giallo di bile e, rivolgendosi alla sua truppa, disse:
“Soldati e marinai, sappiate che è bene restare fedeli
al proprio dovere e che più tardi noi regoleremo i conti
con costoro. La patria ricompenserà chi sarà rimasto
fedele alla sua bandiera e punirà ribelli e traditori. Ora,
poiché ci siamo lasciati sorprendere, dobbiamo subire
ciò che non abbiamo la forza d’impedire. Tuttavia non
patteggeremo con i ribelli. Dunque, signori, andiamo a
installare il nostro accampamento lontano da questa
gente in attesa della rivincita che non potrà tardare”.

Dopo quel minaccioso discorso, si allontanò con la


sua truppa con le orecchie giù, penzoloni, come un
cane frustato, sotto lo sguardo ironico dei suoi ex
prigionieri i quali, a loro volta, si ritirarono soddisfatti
del successo ottenuto senza fare vittime nè da una parte
nè dall’altra.
Appena giunti all’accampamento, si riunirono per
commentare l’evento fortunato e uno di loro prese la
parola e disse: “Compagni! Ieri il comandante, issando
la sua bandiera, dichiarò di prendere possesso di questa
isola in nome del popolo francese e d’imporle il nome
di “Arethouse”. Orbene, io oggi in nome dell’uomo
libero, qui presente, dichiaro questa terra libera e af­
francata da ogni schiavitù, accessibile a tutti gli uomini
di qualunque nazionalità e colore, per cui propongo di
chiamarla Terra Libera! ”.
La sua proposta fu accolta dai deportati con grida
di: “Approvato! Hurrà! Hurrà! Hurrà per Terra libe-

4
Da quando era scoppiata la rivolta, finita col disarmo
dei militari, erano trascorse alcune settimane senza che
si fosse verificato nulla di nuovo. I deportati erano
rimasti vicino alla spiaggia, nello stesso luogo che ave­
vano scelto il primo giorno e vivevano ancora sotto
le stesse tende provvisorie, in cui potevano continuare
a restare finché durava la buona stagione. In quanto
alla nave, con i pochi mezzi di cui disponevano, era
impossibile disincagliarla. Tuttavia il comandante non
aveva rinunciato alla speranza di ripararla e di salpare
con essa. Un bel giorno, accompagnato dai suoi uffi­
ciali, egli si presentò all’accampamento dei suoi ex
prigionieri e li invitò a recarsi a bordo della nave per
un ultimo accertamento. Ma dopo quella verifica dovet­
te convincersi che ogni sua speranza era svanita. Prima
di far ritorno al loro accampamento delusi, presero
accordi con i deportati per lo scarico di quanto rima­
neva ancora sulla nave e per tale bisogna vennero forma­
te due squadre, una di soldati e l’altra di deportati, i
quali, naturalmente, presero tutte le misure per affron­
tare ogni eventuale colpo di forza da parte dei militari.
Un loro gruppo armato sorvegliava le operazioni di sbar­
co. Gli anarchici erano i primi a ridere di quella anoma­
lia imposta dalle circostanze che li costringevano a tene­
re una milizia armata, senza però nè ufficiali nè generali.
E l’esistenza di una milizia armata era motivata dal
fatto che, mentre tutti i soldati e marinai erano stati
disarmati, agli ufficiali erano state lasciate le loro scia­
bole quasi per compassione.
Ai soldati che si burlavano della armata anarchica
senza generali, essi rispondevano: “ Se noi siamo co­
stretti a tenere un gruppo armato per difenderci, la
colpa è tutta vostra. Questa milizia nella quale entrere­
mo a turno sarà mantenuta in vita fin quando ci saremo
obbligati dalla vostra imbecillità e dalle vostre idee di
rivincita. La nostra milizia armata non sarà mai un
istituto permanente per cui non ci sarà posto in essa
nè per ufficiali nè per generali, ed essa sarà disciolta
appena avrete deposto le vostre idee bellicose e capito
che l’esercito di professione è sempre al servizio del ca­
pitalismo, delle classi sfruttatrici e che serve nelle guerre
e nella repressione interna contro i lavoratori...” .
“Va bene, ve bene — rispose un ufficiale — vedremo
in seguito se sarà cosi. Voi dite che non volete capi, ma
io penso che saranno sempre i più forti e i più furbi
che vi comanderanno, oppure finirete per uccidervi fra
di voi, perchè, secondo la mia opinione, nessuna società
potrà esistere senza un’autorità...” .
Un deportato ingegnere gli rispose pacatamente:
“Che voi, signor ufficiale, non possiate concepire una
società senza un’autorità non mi meraviglia affatto,
considerando l’educazione che avete ricevuta, ma, in
seguito, sarà la storia a giudicare quale dei due sistemi
sarà il migliore: Vauloritario o il liberiano”.
Lo scarico dell’Arethouse richiese parecchio tempo
a cagione dei mezzi a loro disposizione perchè la
maggior parte delle barche e delle scialuppe erano state
portate via dall’uragano. Come convenuto, viveri e sup­
pellettili furono divisi in base al numero dei compo­
nenti delle due comunità. In quanto agli ufficiali, non
volendo compromettere la loro carriera, rinunciarono
ad ogni contatto con i loro ex prigionieri.
5
Mentre una parte dei deportati era occupata nello
scarico della nave, il resto procedeva con entusiasmo
alla costruzione di solide tende per mettere a riparo
dalle intemperie viveri e materiali necessari alla vita della
loro nascente colonia. E quello era il lavoro più urgente
perchè dalla conservazione dei generi alimentari dipen­
deva la vita di tutta la comunità. Oltre alla costruzione
delle tende per i viveri, prima che giungesse l’inverno,
pensarono alla costruzione di abitazioni molto più
solide per se stessi. E dato che fra di loro si trovava
gente di ogni mestiere, dai muratori ai falegnami, ai
fabbri, ai contadini, si misero subito all’opera.
In poche settimane fecero un lavoro prodigioso. Con
le tavole ricavate dagli alberi che venivano man mano
abbattuti costruirono parecchie solide baracche per
abitazioni e una baracca più grande venne adibita a
magazzino comune.
In quanto ai viveri che possedevano, essi, come
aveva previsto il comandante, sarebbero potuti bastare
al massimo un anno e d’altronde non avevano po­
tuto ancora esplorare a fondo l’isola per sapere che
cosa avrebbe potuto fornire. Per le loro assemblee i
terraliberiani (cosi intendevano chiamarsi) scelsero il
piazzale che stava in mezzo al loro villaggio di baracche
costruito di recente. Alla prima assemblea parteciparo­
no uomini, donne, bambini.
“Compagni —disse uno di loro —conoscete il motivo
di questa riunione. Dobbiamo discutere una questione
della massima importanza: l’approvvigionamento di
nuovi viveri, prima che quelli che possediamo si esau-
riscano. Ed essendo questo un problema di vitale
interesse per tutta la comunità è bene che ciascuno di
noi esprima la sua opinione al riguardo”.
“E tu che cosa suggerisci?” domandò qualcuno.
“Io credo che il mezzo migliore per procurarci i vive­
ri sia quello di coltivare le terre e ritengo opportuno
dato che disponiamo di poche semenze di iniziare i
lavori di semina al più presto in comune”.
“D’accordo — disse un’altra voce — e senza perdere
tempo! Decidiamo oggi stesso dove e quando iniziere­
mo”.
“Io sono del parere — obiettò un altro — che prima
di decidere è necessario scegliere gli appezzamenti di
terreno migliori accanto ai quali, o quanto meno il più
vicino possibile, dovremo stabilirci”.
“ Il luogo dove abitare —osservò Barthaut —l’abbia­
mo scelto nella nostra riunione precedente. La cosa mi­
gliore, al momento, sarà dunque di restare dove siamo.
La terra da coltivare nei dintorni non manca e sembra
abbastanza buona. Non resta dunque che la scelta.
D’altra parte la stagione della semina è vicina e non
abbiamo tempo da perdere. Del resto non siamo tutti
indispensabili per questo lavoro. Una mezza dozzina di
compagni competenti in materia credo che potranno
bastare per procedere all’accertamento di quali terreni
siano più adatti all’agricoltura”.
Finito che ebbe Barthaut di parlare seguirono delle
discussioni di carattere generale, durante le quali una
voce si fece sentire su tutte le altre: “Compagni, io
ho qualche nozione geografica e credo che potrà esserci
utile per una migliore conoscenza dell’isola. Se domani
una dozzina di compagni si vorranno unire a me, potre­
mo procedere a una serie di esplorazioni”.

37
“ Bene — fece Barthaut — ecco una proposta interes­
sante. Dunque coloro che vorranno unirsi al compagno
Thibaut non hanno che da mettersi da parte e seguirlo.
Per quanto concerne invece la coltivazione del terreno,
chiediamo il parere di chiunque abbia al riguardo una
qualche esperienza. Ci sono tra di noi dei contadini?” .
“Ehi, Thurion! — fece una voce —A te la parola per
informarci su questo particolare”.
L’interpellato andò ad occupare il posto lasciato
libero da Barthaut e disse: “Dei contadini fra di noi?
Altro che se ce ne sono! Io ne conosco una dozzina
che sanno molto bene il loro mestiere e che potranno
essere utili alla nostra Colonia. Ma anzitutto occorre
vedere se fra gli arnesi che possediamo ci sono vanghe,
zappe, pale e in caso contrario si deve provvedere con
urgenza. Il compagno Barthomef che ha l’incarico del
magazzino potrebbe informarci su questo particolare?” .
Barthomef rispose: “ Ho qui con me la lista degli ar­
nesi di lavoro che si trovano nel magazzino. Abbiamo
tenaglie, seghe, martelli...” “ Sei tu un martello! — lo
interruppe qualcuno — dove hai mai visto vangare con
codesti arnesi la terra?”
Era ancora Fourgent che faceva lo spiritoso.
“Ma la vuoi smettere con le tue battute? — gli disse
un compagno anziano — Non siamo qui per ascoltare
le tue buffonate. Chiudi dunque il becco una buona
volta”.
“Fra gli arnesi che possano servire al caso abbiamo
solo quattro picconi e due badili e null’altro” .
“Quindi niente vanghe? Nemmeno una piccina? Allo­
ra occorrerà fabbricarne di vanghe, e tante! ”
“ Ascolta, Fourgent, se proprio non puoi stare zitto,
procurati un tappo per chiuderti la bocca”, lo richiamò

:ih
Thurion e continuò il suo discorso: “Veramente quat­
tro picconi e due badili sono poca cosa, tuttavia sulla
nave si trovano parecchi pezzi di acciaio con i quali si
possono fabbricare delle vanghe a volontà e fra noi
vi sono parecchi compagni fabbri che potranno assu­
mersi questo incarico” .
Ben quattro fabbri risposero che avrebbero volen­
tieri dato il loro apporto alla fabbricazione delle
vanghe e di quanti altri arnesi fossero stati necessari.
“ Ebbene — chiese un contadino — allora potremo co­
struire pure una carriola di cui avremo senz’altro
bisogno?”.
“Non sarà tanto facile, rispose Thurion, fare una
carriola, ma con l’aiuto del fabbro e del falegname
ci riusciremo” . E un falegname aggiunse: “Io ho co­
struito tante carriole per i ragazzi, per cui penso che
sullo stesso modello, anche se più grandi, potrò farne
anche per noi” .
“Benissimo — esclamò Fourgent — avremo allora an­
che delle carriole! ”
Dopo l’interruzione di Fourgent che questa volta
fece ridere tutti, Thurion continuò: “ Dunque noi
avremo tu tto ciò che occorrerà per l’agricoltura. I
compagni che si sono assunti gli incarichi di fabbricare
gli arnesi, se avranno bisogno di aiuto, potranno conta­
re su parecchie braccia, perchè disponibilità e volontà
non mancano certo tra noi. Non rimane quindi che
metterci all’opera. Per quanto riguarda il terreno, oc­
corre senz’altro fare un accertamento per scegliere
quello migliore e più favorevole all’agricoltura”.
Sul problema del terreno segui' un concitato dibattito
fra i contadini presenti, ognuno dei quali indicava un
appezzamento diverso sostenendo che era migliore

39
degli altri e criticando le scelte altrui. Vedendo che la
disputa minacciava di non finire più, Fourgent esclamò:
“Compagni! A me sembra che in codesto modo la di­
scussione continuerà all’infinito, senza che nulla si
concluda. Voi state perdendo il vostro tempo a vantare
non l’eccellenza dei prodotti, ma la scelta del terreno
da lavorare. Io, invece, proporrei di recarci a visitare
gli appezzamenti di terreno indicati per poi sceglierne
i migliori e dare l’avvio ai lavori”.
“Toh — fece uno — Fourgent! Mi sembri meno stu­
pido di quanto pensavo e te ne rendo giustizia, perchè la
tua proposta mi pare la più logica”.
Cosi ebbe fine la disputa sulla scelta del terreno e
venne nominata una commissione di contadini con
l’incarico di procedere insieme all’accertamento.
Passati che furono alla discussione sulla questione
dell’esplorazione dell’isola, si ebbero a registrare subito
delle divergenze fra Ridoux e Thibaud che si erano
offerti di dirigere la spedizione. Per evitare un’altra
lunga discussione e mettere i due d’accordo, fu deciso
di formare due gruppi di esploratori e di dividere in due
la parte dell’isola da esplorare. Fu calcolato che una
mezza dozzina di persone per ogni gruppo sarebbe stata
più che sufficiente, ma quando si chiese chi avrebbe
voluto partecipare se ne presentarono ben trenta!
Considerato il numero esuberante, Thibaud disse:
“Compagni, vi avviso che la nostra spedizione non
sarà un gioco; si tratta di un viaggio che durerà almeno
quindici giorni e che sarà assai faticoso, rischioso e
con non poche privazioni. Con noi porteremo le
provvigioni strettamente necessarie nella speranza che,
nei luoghi dove andremo, troveremo almeno l’acqua
da bere, altrimenti soffriremo pure la sete, e se non

io
troveremo dei viveri naturali, avremo difficoltà anche
per l’alimentazione. Una dozzina di persone basteran­
no, e per gli esclusi il da fare qui non manca certo. Non
vi sembra quindi illogico partire in cosi tanti?”
Dopo una breve discussione, restarono soltanto due
o tre persone in più rispetto a quelle richieste, numero
trascurabile in una spedizione del genere. Prima di
partire, i due gruppi furono forniti di tutto il necessario
per la spedizione e poi presero due diverse direzioni,
uno a destra e l’altro a sinistra.
Ma torniamo alla questione della terra. La commis­
sione di contadini incaricata di recarsi a visitare gli
appezzamenti di terreno indicati nella discussione pre­
cedente andò a visitare per primo quello dove c’era il
ruscello di cui aveva parlato Thurion. Dopo un minu­
zioso esame, quel terreno fu trovato eccellente. Non
presentava nessuna difficoltà per la lavorazione e per
tutto il resto era incantevole. Ovunque si vedevano
degli alberi fioriti, ragione per cui fu denominato “ La
Fioraia”. E siccome era giunta l’ora del pranzo ritorna­
rono al villaggio rimandando al pomeriggio la visita
agli altri appezzamenti.
Dopo il pranzo, si recarono all’appezzamento indi­
cato dal contadino Ferrand, che era poco distante dal
villaggio e consisteva in un grande spazio ondulante
che presentava non poche difficoltà per la lavorazione.
Per tracciare la strada sarebbe stato necessario abbattere
molti alberi con qualche complicazione iniziale per il
lavoro. Quanto al resto, il contadino che ne aveva
parlato fece osservare che per la vanga non era necessa­
rio che il terreno fosse pianeggiante. Si doveva invece
tenere in considerazione oltre alla sua fertilità anche
la sua posizione al riparo dal vento. Infine il taglio

41
degli alberi non si sarebbe rivelato una completa perdita
di tempo, perchè d’inverno per riscaldarsi ci sarebbe
stato bisogno di legna e quindi... Alla sera, dopo il
ritorno al villaggio, la discussione sui terreni riprese
con maggiore animosità e il permanere dei contrasti
indusse i presenti a rimandarla all’indomani mattina,
con la speranza che la notte portasse consiglio. Invece
durante la notte i litiganti dormirono come ghiri,
pensando a tutto salvo che ai terreni, per cui la mattina
dopo ci si trovò in un vicolo cieco essendosi ormai
cristalizzate le posizioni.
Quanto agli altri contadini, benché per loro fosse
indifferente lavorare su un terreno piuttosto che su un
altro, finirono per subire l’influenza di quell’atmosfe­
ra accesa e per schierarsi per questo o per quell’oratore,
a seconda del calore maggiore o minore con cui difen­
deva le proprie posizioni.
Alla fine, per porre fine a quell’insidiosa tensione,
si decise di rinviare la discussione e le decisioni a una
assemblea generale, che venne indetta per l’indomani
pomeriggio.
Attraverso il libero e sereno dibattito che si svolse
nel corso della riunione si pervenne alla conclusione
che nulla impediva che si lavorasse più di un appezza­
mento di terreno, anzi che era consigliabile una riparti­
zione delle semenze su più terreni, per evitare, nel caso
non germogliassero da una parte, di perderle tutte. Gli
appezzamenti indicati vennero quindi posti in coltura
dopo alcuni giorni, senza che tornassero a verificarsi
discordie fra i contadini.
Fino allora il clima si era mantenuto mite e gli
alloggi erano stati sufficientemente comodi e sicuri,
ma chi poteva garantire che l’isola non fosse soggetta

42
agli uragani? In previsione di ciò e dato che il materiale
non mancava, si decise di costruire delle case vere di
calce e pietra. Se per il momento si ignorava se nell’isola
vi fosse il gesso, la calce si poteva ricavare a rigore
dalle conchiglie bruciate di cui la spiaggia era piena.
Cosi la squadra di lavoratori edili di recente costituita
si mise subito all’opera con entusiasmo.

6
Dopo la partenza degli esploratori passarono dieci
giorni senza che si avesse nessuna notizia da loro.
Alquanto inquieti per la loro sorte, gli ex deportati
restati al campo stavano già pensando a muoversi alla
loro ricerca quando al quattordicesimo giorno dalla
loro partenza Ridoux e i suoi compagni si presentarono
sani e salvi al villaggio. Fra l’altro portavano con sè
una capra con due bei capretti. La parte dell’isola che
avevano esplorato non possedeva nulla di molto inte­
ressante. C’erano boschi, pianure, monti. Per arricchire
l’alimentazione si sarebbe potuto fare una bella raccol­
ta di frutta molto gradevole che avevano notato in
cospicua quantità. Nel corso della loro esplorazione
avevano avuto occasione di incontrare il gruppo di
Thibaud, che aveva fatto buona caccia e progettava
di rimanere via dal villaggio ancora per qualche giorno
per esplorare una striscia di terra lungo il mare.
Nel frattempo, dopo che erano state superate non
poche difficoltà, il lavoro aveva preso in Terra Libera
un ritmo accelerato. Di settimana in settimana gli
edifici costruiti erano sempre più numerosi grazie alla
febbrile attività degli uomini addetti ai lavori edili. Il
terreno veniva continuamente esplorato non solo per
trovare materiali per la costruzione delle case ma anche

U
per fabbricare vasellame e altri oggetti necessari alle
famiglie. Fra i Terraliberiani c’era anche un porcellana-
10 di nome Leonardo il quale, dopo la scoperta della
argilla, lasciò il piccone da terrazziere per dedicarsi
interamente al suo mestiere. Gli vennero forniti tutti
gli attrezzi necessari e i muratori gli costruirono un bel
forno adatto alla bisogna. Quello che sulla nave faceva
11 nostromo ed altri due compagni procuravano a Leo­
nardo l’argilla per il vasellame. Le massaie erano tutte
entusiaste e felici di possedere nelle loro case oggetti
di porcellana, che insieme agli altri miglioramenti che
erano stati conseguiti le ripagavano un poco del fatto di
trovarsi in una terra lontana, ignorata dal mondo.
Era veramente meraviglioso constatare come su quel­
l’isola deserta si finisse per trovare poco alla volta
tutto ciò che era necessario alla vita umana. Ma la
fertile immaginazione degli abitanti di Terra Libera non
si arrestava qui. Il loro ingegno si sviluppava sempre
più. La scoperta dell’argilla suggerì loro di incanalare
verso il mare le acque sporche. L’idraulico scelse per
il lavoro una dozzina di persone delle più intelligenti,
alle quali insegnò il mestiere. Una scuola venne edificata
per i bambini e i ragazzi più grandi dove venivano
insegnate oltre alla lettura e alla scrittura tutte quelle
cose che potessero risultare utili nella vita. Con una
accurata selezione psicologica si teneva conto per cia­
scuno di loro del grado di intelligenza e delle capacità
operative. Chi non risultava idoneo a proseguire gli
studi veniva avviato all’apprendimento di un mestiere.
Qualche giorno dopo l’arrivo di Ridoux venne segna­
lato quello di Thibaud. Anche il secondo gruppo di
esploratori rientrò in buona salute, nonostante la lun­
ghezza e complessità delle ricerche compiute. Gli osta-

44
coli che avevano incontrato erano stati molteplici: fra
gli altri un profondo fiume aveva sbarrato loro il
cammino ed erano riusciti a superarlo solo grazie alla
presenza nel gruppo di un buon nuotatore, che aveva
attraversato il fiume portando con sè una corda, che
aveva legata a un albero sulla sponda opposta e grazie
alla quale anche coloro che non sapevano nuotare
avevano attraversato il fiume. Durante l’esplorazione
Thibaud aveva fatto delle scoperte interessanti che in
seguito sarebbero state di grande aiuto per lo sviluppo
di Terra Libera. Fra l’altro egli aveva scoperto tracce
di zolfo che facevano pensare all’esistenza di un giaci­
mento e in una delle grotte esplorate aveva rilevato
l’esistenza di importanti ammassi di salnitro, che poteva
servire per la fabbricazione della polvere da sparo. Le
sue conoscenze di botanica gli avevano permesso di
rendersi conto che la corteccia di alcuni alberi poteva
essere utilizzata con fini alimentari.
Per festeggiare il felice ritorno degli esploratori venne
organizzato un gran banchetto che fu servito a terra
non essendoci sedie sufficienti per tutti e non parendo
giusto che alcuni stessero seduti e altri in piedi. Il
pranzo risultò allegro e divertente.
Gradatamente la Colonia si organizzò in modo
perfetto. I Terraliberiani si ingegnavano per migliorare
continuamente le loro condizioni di vita. Dopo parecchi
mesi di lavoro intenso le case iniziate per prime venne­
ro portate a termine e i coloni cui erano state assegnate
ne presero possesso con grande gioia di tutti: ciò
dette luogo a una seconda grande festa collettiva che
risultò più allegra della precedente.
Non molto lontano dal loro villaggio, scoprirono
una grande cascata d’acqua con la quale si proposero
45
di realizzare qualcosa di utile al villaggio. E infatti una
sera un ingegnere anarchico che aveva diretto parecchie
centrali elettriche e che era stato deportato per le sue
idee propose di costruire una turbina a forza motrice
per accelerare i lavori e renderli meno faticosi. La pro­
posta venne discussa per giorni con vivo calore e con
l’auspicio che trovasse al più presto pratica realizza­
zione.
I Terraliberiani non facevano ormai che progettare
dei lavori per migliorare le loro condizioni di vita.
Tutte le forze della colonia si impegnarono a fondo in
quei lavori; con il ritorno della squadra di Thibaud fu
formata un’altra squadra di lavoratori che si dedicasse
alla ricerca del salnitro e dello zolfo. La polvere da
sparo era d’altronde necessaria per ottenere dalle cave
quella grande quantità di pietre e materiali da costru­
zione indispensabili per le case.
Dopo una visita alla cascata, l’ingegnere informò
tutti i compagni che per l’installazione delle turbine
non occorreva che un minimo sforzo. E un giorno,
mentre dirigeva i lavori, si lasciò sfuggire una frase che
come avrebbe detto Fourgent non cadde nelle orecchie
dei sordi. Avendo constatato che la forza motrice della
cascata poteva far funzionare più di una turbina, chiese
se fra i deportati ci fossero meccanici e elettricisti e
avutane risposta affermativa asserì che in poco tempo
si poteva fornire la luce elettrica a tutto il villaggio.
Tutte queste meraviglie dell’ingegno umano facevano
ben sperare ai coloni che non avrebbero avuto di lì
a poco nulla da rimpiangere del paese dal quale erano
stati espulsi.
Quasi ogni sera si riunivano sulla piazza del villaggio
per discutere le loro prospettive. Dalle loro discussioni

16
si intuiva chiaramente che nell’isola stavano dando vita
a una società di liberi e di uguali, senza servi nè padroni,
in cui tutti lavoravano per il bene comune, secondo la
loro forza e intelligenza, ricevendo in cambio dalla
comunità il fabbisogno per la loro esistenza. Essi hanno
dato una prova evidente di come si può organizzare
un nuovo sistema di vita dopo una rivoluzione senza
la costituzione di un nuovo governo...
Come abbiamo detto, fra i terraliberiani tutte le
controversie venivano risolte con la discussione e il
buonsenso senza il ricorso alla violenza dell’autorità.
Anche quando si verificarono casi di inadattabilità
ambientale, come vedremo in seguito, essi preferirono
tollerarli piuttosto che ricorrere alla forza per costrin­
gere i recalcitranti ad accettare ciò che rifiutavano: il
lavoro.

7
Riferendoci ai casi di inadattabilità citati, crediamo
utile portare qualche esempio. Dopo qualche tempo
che si trovavano nell’isola, i coloni si accorsero che un
ristretto numero di ex deportati rifiutava di lavorare.
In seguito a quella constatazione, nel corso di una
assemblea appositamente indetta, alcuni anziani posero
a quegli individui considerati infingardi una serie di
domande chiedendo loro dove avessero lavorato nel
corso della giornata.
Si venne così a sapere che non avevano lavorato in
nessun cantiere. Ciò provocò fra i coloni un certo mal­
contento nei loro confronti, che si espresse attraverso
battute mordaci e rimproveri diretti e personali nei
confronti di quegli sfaticati. Ma, per difendersi, questi
risposero sfacciatamente che dal momento che erano
47
liberi non intendevano lavorare che quando ne avevano
voglia, al che qualcuno irritato da tanto cinismo propo­
se di escluderli dalla distribuzione del vitto. Ma quella
proposta venne respinta quasi all’unanimità perchè
quell’esclusione avrebbe reso necessaria la costituzione
di una milizia armata che li sorvegliasse e creato quindi
una nuova classe di vagabondi, di parassiti da mantene­
re, risultando cosi alla fine il rimedio peggiore del male.
Era invece preferibile sopportare un male minore che
crearne uno peggiore. Tutto ciò che si poteva fare era
invece di tentare di convincere quel gruppo a compor­
tarsi come tutti gli altri deportati. Quando essi avessero
chiesto qualcosa si sarebbe dovuto tentare di far loro
comprendere che per ottenere quello che desideravano
dovevano seguire l’esempio degli altri compagni e che
non erano concepibili dei diritti senza doveri.
I “Costalunga” (così vennero chiamati dopo quella
sera) dopo la lezione pubblica ricevuta si ritirarono un
po’ vergognosi per quello che avevano udito.
Uno di loro, e precisamente quel Fuorgent, che
conosciamo, soleva dire candidamente che egli aveva
le coste lunghe come i lupi, ragione per cui non poteva
abbassarsi per lavorare. Tuttavia per rispetto della verità
dobbiamo dire che essi non rimanevano del tutto
inoperosi. Anzi, alcuni di loro a volte si recavano nei
campi a lavorare come gli altri.

Essi erano tutti ex soldati disertori e, non superando


la dozzina, non erano di gran peso alla comunità. Uno
di essi, un ex allievo di una scuola d’artiglieria, che si
era specializzato nella botanica, una sera al ritorno da
una gita in campagna, portò al villaggio alcune piantine
sconosciute. Un colono gli chiese scherzando: “ Cosa

48
vuoi fare con codeste piante? Hai forse paura che la
capra muoia di fame?”
“ Queste sono piante — rispose serio il Costalunga —
che serviranno per produrre dei filati per confezionare
i nostri vestiti”.
“Toh! — fece un altro — Io non avevo mai pensato a
questo. Mi auguro che la tua idea si possa realizzare,
altrimenti quando i vestiti che indossiamo saranno
logori, ci dovremo vestire con le foglie di fico, come il
leggendario padre Adamo”. Il problema del vestiario
in seno alla colonia venne discusso in effetti a più ripre­
se, ma senza che si trovasse una soluzione. Dopo che si
fu sparsa la voce della scoperta delle piante tessili,
l’argomento fu ripreso, anche perchè nell’isola quelle
piante erano abbastanza comuni e se ne poteva tentare
la coltivazione. Cosi, senza perdere tempo, venne costi­
tuita una nuova squadra di lavoro col compito di
cercare quelle piante.
Un altro Costalunga caratteristico si chiamava Flo-
chard. Era uno di quei disertori che prima della vita
militare si era dedicato esclusivamente al vagabondag­
gio. Senza la minima vergogna dichiarava di aver orrore
di ogni sorta di lavoro e di non essere disposto a
sottostare, dopo essersi sottratto all’autorità del co­
mandante, a quella dei coloni, anche se era meno dura.
Tuttavia, avendo molta passione per la caccia, asseriva
che se lo si fosse fornito di un fucile, sarebbe stato in
grado di fornire carne fresca a tutta la colonia.
Qualche giorno dopo le millanterie di Flochard, in
una riunione serale il problema della carne venne
affrontato.
La maggior parte dei coloni sostenne che era questio­
ne secondaria data l’abbondanza nell’isola del pesce
49
che poteva egregiamente sostituirla e che il piombo,
piuttosto che per ammazzare delle povere bestie,
dovesse essere impiegato per qualche altro fine.
Comunque era opinione generale che un buon pezzo
di carne di tanto in tanto non fosse per niente disprez­
zabile sulla tavola.
Al Costalunga cacciatore venne fatto osservare che
se proprio voleva dedicarsi alla caccia poteva benissimo
farlo adoperando le frecce e le trappole senza sciupare
il piombo. Il Costalunga rispose tristemente che non
possedeva nemmeno un’arma e, ciò che era peggio,
non era in grado di costruirsene una perchè in vita sua
non aveva mai fatto niente.
Udita questa pietosa confessione un meccanico gli
promise di costruirgli un arco con due belle frecce
metalliche. Risolta così la questione, dopo alcuni
giorni, Flochard, munito di arco e di frecce, simile ad
un antico guerriero, partì per la caccia, dimostrando
subito una spiccata abilità in quel mestiere fornendo di
carne fresca la cucina, che non essendo sufficiente per
tutti, nonostante le previsioni ottimistiche di Flochard,
venne data prima agli ammalati e poi a turno alle
famiglie.
Ora avvenne che in uno di quei giorni di caccia
sfortunata, non volendo tornare al villaggio a mani
vuote, Flochard si accomodasse per passarvi la notte
sotto un albero, quando il suo udito di cacciatore fu
colpito da alcune voci. Dopo aver ascoltato per alcuni
istanti egli chiese a se stesso: “Toh, non saranno per
caso i militari?” e nella sua qualità di disertore, non
volendo cadere in bocca al lupo, quantunque fosse
sicuro che i suoi compagni lo avrebbero, nel caso più
disgraziato, liberato, si avvicinò con molta circospezio-
50
ne al luogo dal quale provenivano le voci per ascoltare
quello che si diceva. Ma fatti appena pochi passi dovette
fermarsi perchè davanti a lui si presentò il vuoto: si
trovava infatti sopra una roccia a picco che dominava
una vasta pianura sottostante. Coricatosi a pancia a
terra, tese il capo e guardò giù. Nella posizione in cui si
trovava poteva vedere senza essere visto.
Di primo acchito, in fondo al burrone, si scorgeva il
campo militare composto di una mezza dozzina di
baracche di aspetto modesto e un po’ più distante una
grande baracca dall’aspetto appariscente davanti alla
quale sventolava la bandiera tricolore-. Flochard com­
prese subito che quello era l’alloggio del comandante
e degli ufficiali.

Nel vasto campo sottostante quella roccia, qua e là


si vedevano dei soldati addetti ai lavori e proprio ai
piedi della roccia si trovavano tre uomini che stavano
interrogando un quarto, che attirò maggiormente la
attenzione di Flochard. Dopo averlo ben osservato,
Flochard non fece fatica a riconoscere in lui un mari­
naio disertore, il quale nella colonia si faceva sempre
notare per il suo zelo al lavoro.
“Toh! Chi si vede! — esclamò — E cosa è venuto a
fare qui quello sciagurato di Rosignol?... Eh! Credo
che questa volta la mia caccia sia andata meglio di
quanto pensavo! ”. E aguzzando le orecchie per meglio
afferrare quanto andavano dicendo, udì il seguente
dialogo:
“E così — disse uno di loro, che Flochard riconobbe
subito per il comandante — siete proprio sicuro di
quello che dite? I deportati dunque non stanno più in
guardia? Pensate che potremmo avvicinarci al loro ac-
53
campamento senza essere visti per impossessarci delle
armi?”
“Si, signor comandante, sono sicuro di ciò che dico
e dello stesso parere è anche Mahoudoc, che penso vi
abbia informato a questo riguardo”.
Mahoudoc era un ex marinaio che aveva finto di
unirsi ai deportati ma in realtà era rimasto fedele come
un cane al suo padrone.
“Dunque — chiese di nuovo il comandante — siete
sicuro che i prigionieri non diffidino più di noi?”
“Assolutamente, comandante. Essi in questo mo­
mento sono talmente occupati nei loro lavori da vivere
senza preoccuparsi di voi, anche perchè vi sanno disar­
mati”.
“E secondo voi quale sarà l’ora più propizia per
l’attacco? Di notte quando tutti dormiranno o di
giorno, quando saranno occupati al lavoro?”
A quella domanda lo spione si grattò la testa e
rispose: “Codesto non posso dirlo io, comandante. Di
giorno i deportati sono occupati nei vari cantieri
abbastanza lontani gli uni dagli altri. Noi quindi po­
tremmo benissimo impossessarci delle armi prima che
se ne accorgano, ma d’altra parte occorre tenere presen­
te che di giorno al villaggio rimane un numero conside­
revole di persone: fabbri, carpentieri, falegnami, donne
e ragazzi, che tutti insieme formano una buona truppa
senza contare che dal villaggio si scorge una persona
da lontano e con le vostre divise potreste essere rico­
nosciuti e sorpresi invece di sorprendere. Il momento
propizio per l’attacco è la notte, quando tutti dormi­
ranno”.
“Non ha importanza — rispose il feroce comandante
— di giorno o di notte, l’importante è farla finita al più

54
presto con quei forsennati per punirli della loro ribel­
lione. Non possiamo più tollerare che la nostra autorità
sia calpestata. Se la loro imbecillità li ha posti alla
nostra mercè, tanto peggio per loro. Anch’io, comun­
que, sono del parere che sia più opportuno agire di
notte onde conseguire un sicuro successo. Del resto
non dobbiamo mostrarci leali con quei banditi, evitan­
do di attaccarli proditoriamente. La sola cosa che conta
sono le vite dei nostri uomini, cui tutto il resto è
subordinato. Dunque, Rosignol, andate ad avvisare Ma-
houdoc che attaccheremo di notte ed uno di voi senza
destare sospetti venga ad avvisarci”.
Flochard, udito quell’infame complotto contro i
compagni, si ritirò dal suo posto di osservazione e
dopo qualche istante di riflessione si mise in cammino
a passo svelto verso il villaggio. Cammin facendo diceva
a se stesso: “ Ebbene, Flochard, se i compagni alla
notizia che porterò loro non riconosceranno che anche
un povero vagabondo in certe circostanze può essere
utile per la comunità, non mi voglio più chiamare
Flochard”.
Quando giunse al villaggio era già notte. La cena era
terminata e i coloni facevano sulla piazza la solita
chiacchierata prima di andare a dormire. L’arrivo di
Flochard che era assente da un paio di giorni destò
una certa curiosità e uno gli chiese con aria canzona­
toria: “Dimmi, amico Flochard, oggi hai fatto buona
caccia? Quanti vagoni occorreranno per trasportare la
tua produzione al mercato?”
Egli, dopo aver dato un’occhiata in giro, rispose:
“Ebbene, compagni, questa volta il cinghiale l’ho
cacciato ma non è da mangiare. Posso solo dirvi che
interesserà tutti” .

55
“Che cosa vuoi dire con codesto linguaggio miste­
rioso? — gli chiesero — Si tratta forse di un coccodrillo
di cui vorresti vendere la pelle?” Gli rivolsero ancora
parecchie domande per burla, ma lui prudentemente
non rispose, tanto più che a poca distanza scorse i due
spioni che ascoltavano attentamente. Quando si accor­
se che nessuno badava più a lui, chiamò da parte
Barthaut, Thibaud, Thurion, Sauriac e narrò loro il
complotto ordito dal comandante.
Venuti a conoscenza del pericolo che li minacciava,
il primo pensiero che ebbero fu quello di agguantare
i due spioni, somministrargli una manata di legnate e
spedirli dal loro comandante per avvisarlo che se avesse
tentato di attuare il suo piano sarebbe stato trattato
nello stesso modo. Ma Thurion fece osservare che quel­
la lezione non era abbastanza severa, che ciò non avreb­
be impedito al comandante di ricominciare alla prima
occasione e che di conseguenza la Colonia, d’ora in
avanti, sarebbe vissuta sotto l’incubo permanente di
essere aggredita.
Dopo una breve discussione i quattro uomini con­
vennero di attendere l’attacco del comandante per
dargli una buona lezione davanti ai suoi uomini. Se
questa era la soluzione migliore, ciò non toglieva che
si dovesse agire con estrema prudenza per evitare che
i due spioni si accorgessero di qualcosa. Cosi decisero
di attendere che uno dei due fosse partito per avvisare
il comandante, prima di catturare l’altro per metterlo
in condizioni di non più nuocere.
L’indomani mattina, come d’abitudine, i coloni si
recarono al lavoro e al villaggio restarono soltanto i
quattro compagni per studiare le misure da prendere
relative alla difesa e per avvisare tutti individualmente
56
del pericolo. Giunta la sera, quando ebbero la certezza
che Mahoudoc era partito per avvisare il comandante,
circondarono Rosignol, lo legarono e lo chiusero in un
angolo buio del magazzino. La stessa sera ebbe luogo
un’assemblea generale e fu ancora Barthaut a prendere
la parola per primo.
“Compagni —disse — che direste se in mezzo a noi si
scoprissero due traditori i quali complottano con il
comandante per toglierci la libertà?”
“Ma è impossibile! — obiettò uno che non era al
corrente di quanto era stato scoperto — Chi potrebbe
essere tanto pazzo e stolto godendo qui tanto benessere
e libertà da aiutare il comandante a imporre la sua
autorità a noi e a lui?”
A tale domanda Rosignol che era stato fatto uscire
dal magazzino si senti tremare dalla paura e un sudore
freddo prese a colargli dietro la schiena.
“Se sia pazzo, stupido o criminale, lo ignoro — con­
tinuò Barthaut — ciò che so di certo è che in questo
momento un traditore si trova qui in mezzo a noi! ”
e col dito indicò Rosignol. Lui naturalmente negò di
essere una spia e sfacciatamente chiese: “Chi vi ha det­
to ciò? Sarà stato qualcuno che mi vuole fare del male
e che lo avrà fatto per vendicarsi”.
“ Avanti, Flochard! Parla! ” A queirimperioso invito
di Barthaut, Flochard, senza farselo ripetere due volte,
narrò tutto quello che aveva udito al campo dei militari
e la spia, sentendosi perso, cercò di scrutare con la coda
dell’occhio sui volti dei coloni quale sarebbe stata la
sua sorte.
“Ascolta, disgraziato! — gli disse Barthaut — Meri­
teresti di essere ammazzato come un cane per quello
che hai fatto. Ti sei presentato a noi come un compa-
gno e come tale ti abbiamo trattato; tu, invece, non
hai fatto altro che spiarci. Avremmo quindi tutto il
diritto di sbarrazzarci di te, ma considerando che la tua
canagliata è stata scoperta non vogliamo insozzarci le
mani col tuo sangue, il sangue di un personaggio spre­
gevole, ripugnante, vile come te”.
Dopo questo discorso, Rosignol fu di nuovo rinchiu­
so nel magazzino e i coloni iniziarono i lavori per la
difesa. Durante la giornata le donne e i ragazzi portaro­
no al villaggio molti rami resinosi per preparare le
torce per la notte. Tutto ormai era pronto per la difesa
e in attesa dell’attacco i terraliberiani si ritirarono ai
loro posti con i fucili in spalla. A misura che calava la
notte sul villaggio regnava un sepolcrale silenzio: si
sarebbe detto che tutti erano immersi nel più profondo
sonno.
Verso le due dopo mezzanotte si scorsero nel bosco
di fronte al villaggio delle ombre che si dirigevano
verso il campo dei deportati. Quando giunsero a poca
distanza da esso si fermarono e una voce disse:
“Strano! Non capisco perchè Rosignol non s’è fatto
vivo. Forse quel porco non avrà capito ciò che doveva
fare o si sarà addormentato. Tuttavia, mi pare tutto
tranquillo. Possiamo quindi dare agli altri il segnale di
avanzare” .
“Infatti —osservò un altro —se i deportati si fossero
accorti di qualcosa, a quest’ora tutto il campo sarebbe
all’erta. Dobbiamo quindi pensare che Rosignol si sia
addormentato”.
Colui che guidava i congiurati era Mahoudoc il quale,
dopo un breve silenzio, aggiunse: “Dunque cerchiamo
di non commettere errori e di non fare rumori. Il ma­
gazzino dove si trovano le armi si trova qua”.

58
A questo punto gli assalitori avanzarono insieme,
ma quando Mahoudoc spinse la porta del magazzino
esclamò con sorpresa: “ Ah! E’ chiusa! Bisogna sfon­
darla! ”
Appena pronunciata quest’ultima parola fu interrot­
to e la porta si spalancò d’un colpo lasciando passare
una luce che illuminò i volti terrorizzati degli assalitori.
Quasi contemporaneamente, da ogni parte arrivava­
no i terraliberiani armati di fucili, preceduti dalle don­
ne e dai ragazzi che portavano in mano le fiaccole
accese. Nello stesso tempo ai quattro angoli del villag­
gio si accesero delle luci che illuminarono assaliti e
assalitori. Inoltre si vide che davanti al magazzino era
stato piazzato un cannoncino pronto a far fuoco.
Il comandante, disperato per l’insuccesso, ma testar­
do, incitò ugualmente i suoi uomini ad andare avanti
per disarmare i deportati, ma appena ebbe mosso qual­
che passo la voce di Barthaut si fece sentire minacciosa:
“ Attenzione! Che nessuno si muova! Se farete ancora
qualche passo avanti, tireremo nel mucchio! ”
Udendo quella sgradevole musica, nessuno si mosse
e il comandante per la rabbia si morse le labbra gesti­
colando come un pazzo.
“ Ah! Voi credevate di trovarci addormentati per
scannarci nel sonno? — gli disse Barthaut — Invece vi
aspettavamo e abbiamo fatto fallire il vostro piano.
Per questa volta vi lasceremo andare, ma badate bene-
di non rientrare, perchè anche se noi detestiamo il me­
stiere di ammazza-gente, nè desideriamo formare una
milizia armata che ci guardi dai vostri eventuali attac­
chi criminali, ciò non impedirà che se scopriremo nuo­
ve spie vostre in mezzo a noi o vostri nuovi complotti
vi verremo a prendere ovunque sarete e vi ammazzere-
mo come una bestia feroce”.
Pallido di rabbia, il comandante ascoltò la rampogna
senza battere ciglio. Per la verità avrebbe voluto dire
la sua, ma non riusciva a trovare le parole adatte nella
sua nera coscienza. Rimase per qualche attimo con la
bocca aperta, guardando i suoi uomini disarmati e i de­
portati armati e alla fine, constatata la sua impotenza,
non profferì verbo.
Segui un breve silenzio che gli sembrò durare mille
anni, e poi si decise a dare ordine ai suoi uomini di
ritornare al loro accampamento. Ma prima di partire
non potè fare a meno di mostrare i pugni ai suoi ex
prigionieri mormorando: ‘‘Ci rivedremo presto! ” Re­
sta da rilevare a questo punto che in seguito a quella
solenne lezione ben due dozzine dei suoi uomini chie­
sero e ottennero di restare con i terraliberiani.
Il tentativo del comandante aveva posto i terralibe­
riani in un grave pericolo, essendo scontato che se il
comandante fosse riuscito nel suo disegno essi sarebbe­
ro tornati suoi schiavi. 0 meglio lo sarebbero tornati
i sopravvissuti al massacro. Riconobbero quindi che era
stato un grave errore depositare tutte le armi nel ma­
gazzino e decisero che in futuro ogni colono avrebbe
conservato in casa il fucile onde all’occorrenza averlo
a portata di mano per la propria difesa. Inoltre venne
costituito un gruppo armato di sorveglianza del quale
a turno avrebbero fatto parte tutti gli uomini validi e
che avrebbe fatto ogni notte la guardia al campo.
Dopo la partenza dei militari, i coloni misero in
libertà la spia Rosignol, con l’ingiunzione di non farsi
mai più rivedere da quelle parti. Ma quando quello
sciagurato giunse al campo dei militari l’accoglienza
che ricevette non ebbe nulla di cordiale. Sia lui che

(>()
Mahoudoc vennero arrestati sotto l’imputazione, nien­
te di meno, di aver venduto il piano del comandante
ai deportati e vennero rinchiusi in carcere in attesa
del Consiglio di Guerra. In seguito l’ufficiale incaricato
dell’istruttoria si lasciò convincere della loro innocenza,
specialmente di quella di Mahoudoc, fedele al coman­
dante come un cane, e vennero posti in libertà. Ma,
una volta liberi, venne loro riservata una vita tale che
preferirono fuggire e, malgrado tutto, ritornare a chie­
dere ospitalità ai terraliberiani. Quando essi giunsero
in Colonia, portavano sul corpo i segni evidenti delle
loro sofferenze e dichiararono che se non li avessero
accettati, piuttosto che tornare dai militari, si sarebbe­
ro suicidati. Udite quelle dichiarazioni, i terraliberiani
si riunirono per discutere il caso e alla fine decisero di
accettarli per umanità. La sola precauzione che venne
presa fu quella di lasciarli disarmati.

Quanto a Flochard, egli era raggiante di gioia per


avere scoperto il complotto e a ogni momento raccon­
tava il fatto, arricchendolo di particolari inventati. I
coloni si divertivano ad ascoltarlo, ma un giorno lo
scultore Dorlet gli giocò un tiro burlone che lo fece
smettere di millantare.
Mentre Flochard passava davanti al suo studio, Dor­
let lo chiamò e gli disse: “Ascolta, Flochard, mi occor­
rerebbe un pezzo di marmo. Dato che per la tua caccia
vai sempre in giro per l’isola, non potresti cercare di
procurarmelo?”
“ Oh, senz’altro! Più che volentieri! — gli rispose
Flochard — Ma dimmi, hai intenzione di scolpire qual­
che statua? E a chi la dedicherai?”
“Ah, questo è un segreto — gli rispose lo scultore —

(il
ma se mi prometti di non rivelarlo a nessuno te lo
confiderò”.
“Puoi stare tranquillo a codesto riguardo. Io non
sono un chiacchierone e so mantenere il segreto”.
“Ebbene — gli rispose Dorlet — il pezzo di marmo
mi servirà per scolpire la tua immagine a ricordo del
servizio da te reso alla comunità, ma affinchè non si
ristabilisca fra di noi l’autorità dei grandi uomini i
compagni hanno stabilito che io la potrò scolpire sol­
tanto dopo che tu sarai morto. Quindi, se ti interessa,
vedi un po’ di spicciarti...”
Flochard, udendo quelle parole, si allontanò mor­
morando parole di ingiuria contro lo scultore. I com­
pagni, venuti a conoscenza di quella burla, ci risero
su ed esortarono Flochard a non prendersela, anche
perchè tutti lo stimavano per la sua scoperta e la sua
fedeltà alla colonia.
Intanto in Terra Libera i lavori più urgenti erano
terminati. I campi erano stati vangati e seminati, il
raccolto si presentava promettente. I lavori agricoli
ormai non richiedevano che poca manodopera per cui
una gran parte dei contadini vennero trasferiti ad altre
attività dove maggiore era il bisogno di braccia. S’era
pure iniziata la demolizione della nave per recuperare
il metallo che per la colonia era assai utile. Terminati
i lavori di demolizione, i terraliberiani piazzarono un
grosso pezzo di artiglieria verso il mare per potersi alla
occorenza difendere da eventuali attacchi.
Coll’avvicinarsi dell’inverno il tempo si faceva sempre
più minaccioso. Un giorno, mentre tutti lavoravano,
si scatenò un temporale di eccezionale violenza. I colo­
ni non avevano mai visto nulla di simile, con l’eccezio­
ne forse di quello che aveva fatto naufragare la nave.

62
Fortunatamente quell’uragano durò meno di un’ora
e poi tornò il sereno. Preoccupati per i terreni coltivati,
appena il temporale fu cessato, i coloni si precipitarono
fuori dalle loro case ansiosi di sapere se le coltivazioni
fossero state danneggiate. Si recarono dapprima all’ap-
pezzamento denominato “La Fioraia”, vicino al ruscel­
lo, che essendo riparato da una foresta non aveva subi­
to troppi danni. Se altrove i danni non fossero stati
maggiori non era proprio il caso di disperarsi. Ma allo
appezzamento chiamato “ Il Palmiere” constatarono in­
vece che era avvenuto un vero disastro. La terra era tu t­
ta sconvolta, rovinata, senza più una traccia di vegeta­
zione. Conciato a quel modo il campo faceva proprio
pietà. Costernati, i coloni si recarono all’ultimo appez­
zamento che pensavano fosse nelle stesse condizioni
del “Palmiere”. Ma il “Coltello” , questo era il suo no­
me, non aveva subito che irrilevanti guasti. Notevole fu
quindi la loro soddisfazione. Per quella volta potevano
ben dire di essersela cavata a buon mercato. Dai due
campi scarsamente danneggiati, sempre che non inter­
venissero altri temporali, avrebbero potuto ricavare il
fabbisogno per tutta la colonia.
Occorre invece rilevare che all’accampamento milita­
re le cose erano andate assai diversamente. Dai disertori
giunti in Terra Libera, essi appresero che vi era succes­
so il finimondo. Per ordine del comandante era stato
messo a coltura un solo appezzamento di terreno che
l’uragano aveva completamente distrutto, per cui dopo
la tempesta l’unica possibilità di sopravvivenza per i
militari era affidata alla pesca, senza la quale sarebbero
morti di fame.
Quelle disastrose notizie sui militari misero in pen­
siero i terraliberiani perchè a tutti loro appariva chiaro
63
come occorresse prendere dei provvedimenti in loro
soccorso oppure prepararsi alla difesa contro i loro
famelici attacchi, poiché è noto che quando i lupi
hanno fame assaltano il gregge poco curandosi dei
fuochi dei pastori. E d ’altra parte potevano lasciar
morire di fame degli esseri umani loro vicini? In attesa
degli eventi decisero di intraprendere un’altra spedizio­
ne esplorativa per raccogliere ogni sorta di frutta e tutto
ciò che potesse essere utile all’alimentazione.

8
Adesso, purtroppo, dobbiamo tornare ancora una
volta sul problema degli infingardi della Colonia. Il
metodo educativo adottato aveva grandemente influito
sulla maggior parte di loro. Tuttavia era rimasto un
ristrettissimo numero di tre o quattro che di lavoro
non volevano proprio saperne e i coloni si erano ormai
rassegnati a mantenerli, quando un giorno essi commi­
sero un’azione deplorevole che attirò su di loro l’atten­
zione di tutti.
Gli ultimi infingardi come uccelli della stessa specie
andavano sempre insieme e per ammazzare il tempo
si recavano in un luogo solitario, lontano dagli occhi di
tutti. Fin qui, per lo meno, avevano sempre rispettato
il magazzino dei viveri, ma un giorno che avevano
organizzato una baldoria in campagna, all’ora di pranzo,
uno di loro, un certo Tony, tirò fuori di tasca una
bottiglia d’acquavite.
“ Oh, come hai fatto ad avere codesta bottiglia?” gli
chiese un compagno di baldoria. Tony, senza scompor­
si, rispose: “Come l’ho avuta? Ieri sono stato per
qualche ora in magazzino per dare una mano al magaz-

64
ziniere e l’ho presa sostituendola con una bottiglia
piena d’acqua”.
“Però a me codesta non sembra una buona azione,
— gli replicò l’altro — anche perchè finora in colonia
nessuno di noi aveva rubato...”
“Uffa! Per una bottiglia! —rispose il ladro — ciò non
rovinerà di certo la colonia! ”
Poi durante il pranzo la fatale acquavite fu talmente
apprezzata da far rapidamente tacere qualsiasi ulterio­
re scrupolo nei costalunga che in seguito cercarono
tutti di imitare Tony.
Ma Ferrand, che si era accorto del furto, insospettito
dallo zelo con cui i costalunga si offrivano di lavorare
in magazzino, non tardò a prenderne uno sul fatto.
Si trattava per l’appunto di Tony, il quale aveva preso
un tal gusto a bere l’acquavite che agiva ormai senza
alcuna precauzione e cosi, come il gatto che andava al
lardo, anch’egli ci lasciò lo zampino.
Quell’insolita faccenda produsse nei coloni una brut­
tissima impressione tanto che a quel riguardo fu in­
detta un’assemblea per discutere appunto il caso. Di
nuovo vennero fuori posizioni che sollecitavano l’ado­
zione di più dure misure e altre improntate alla massima
tolleranza. Alcuni sostenevano che lasciare simili atti
impuniti sarebbe stato un vero e proprio incoraggia­
mento alla delinquenza. I più moderati sostenevano
che si dovesse dare ai ladri una manica di legnate
perchè non ripetessero in futuro simili atti. Codesta
tesi era difesa dai coloni che essendosi ribellati allo
sfruttamento capitalistico ora rifiutavano quello di quei
parassiti. I partigiani della tolleranza muovevano una
serie di obiezioni alle proposte precedenti, e uno di
loro disse: “Compagni, sarebbe stato comprensibile

67
somministrare delle legnate a quei parassiti se lo avessi­
mo fatto quando li abbiamo colti sul fatto. Adesso, do­
po la lezione morale che abbiamo data loro chi vorrà
assumersi questo brutto incarico? Si è parlato anche di
espellerli? Ma, compagni, vi pare che per qualche bot­
tiglia di acquavite si possono condannare a morte degli
esseri umani? E anche ammesso che dopo la loro espul­
sione continuassimo a passare loro il cibo, non ci si
creerebbero dei nemici, i quali cercherebbero di farci
tutto il male che suggerisce loro la collera? E allora,
addio tranquillità, perchè saremmo costretti a vivere
in un allarme continuo. Io ritengo che la condanna
morale sia più efficace di un fracco di legnate o di una
espulsione e propongo che per l’avvenire si faccia ap­
pello alla loro coscienza facendo loro comprendere
quali svantaggi deriverebbero alla comunità se tutti
imitassero il loro esempio. E voglio concludere con
una domanda: la fiducia reciproca con la quale abbia­
mo vissuto fino ad oggi non è migliore della diffidenza
che inevitabilmente si instaurerebbe fra noi se appli­
cassimo una legge punitiva simile a quella che contro
di noi venne applicata dai giudici ai quali ci siamo
ribellati?”
Occorre rilevare che durante la discussione i costa­
lunga rimasero da una parte con un’attitudine vergo­
gnosa e afflitta. Era evidente che a quella condanna
morale avrebbero preferito una punizione fisica. Solo
il ladro fece una brutta faccia quando si parlò di
punizione e fu l’ultimo ad andarsene a testa bassa
meditando su quanto gli era accaduto. Per ben tre
giorni rimase lontano dal villaggio senza farsi vedere,
ma la sera del quarto giorno vi rientrò afflitto e
pentito. E si offri di aiutare il fabbro che aveva chiesto

68
per l’indomani un uomo libero da altri impegni.
Dopo qualche tempo che aveva ripreso il lavoro,
rinunciando al vagabondaggio definitivamente, Tony
riprese a corteggiare una bella ragazza dalla quale era
stato respinto a causa della sua qualifica di costalunga.
E per la ragazza Tony, da giovane ingegnoso qual’era,
anche se pigro, fabbricava continuamente degli oggetti
utili e divertenti che le regalava.
Cosi a poco a poco il ricordo penoso del suo passato
si cancellò nel cuore della ragazza e nelle menti di
tutti gli altri che finirono per non parlarne più. La
ragazza, che oltre ad essere bella era anche intelligente
e affettuosa, osservando con soddisfazione la metamor­
fosi del suo innamorato, ebbe più fiducia in lui e
acconsenti a frequentarlo con assiduità amorosa, tanto
che i terraliberiani cominciarono a prevedere che fra
non molto in Terra Libera si sarebbe celebrato il primo
matrimonio libero senza preti, sindaco e contratto
scritto, il quale spesso non ha nulla a che vedere
con l’amore e diventa una pesante catena per tutta la
vita.
In quanto ai pochi costalunga che rimanevano, mercè
la lezione ricevuta nella faccenda dell’acquavite e gli
insegnamenti successivi, finirono per abbandonare il
vagabondaggio e si inserirono uno alla volta nei can­
tieri di lavoro.
Dopo il primo anno in Terra Libera, grazie alle tec­
niche impiegate, il lavoro diventò sempre più leggero e
gradevole. Già da tempo ognuno possedeva la sua casa
con ogni conforto. Il raccolto si preannunciava buono
e l’ottimismo di Pangloss (personaggio di Candido di
Voltaire) ebbe ragione di esercitarsi su di loro. Tutti
erano soddisfatti della loro sorte. Essi avevano trovato
69
pane, libertà e benessere invece della galera cui il go­
verno li aveva destinati. Tuttavia, per quanto tutto
sembrasse procedere nel migliore dei modi, come avreb­
be detto il citato Pangloss, il pericolo di perdere la
libertà rimaneva sempre.
Un giorno, all’improvviso, si presentarono alcuni
individui laceri, magri, sporchi, con le barbe lunghe
da chissà quanto tempo: era una commissione di mili­
tari che venivano a chiedere ospitalità ai terraliberiani.
Essi raccontarono subito la loro storia. Il comandan­
te non aveva mai rinunciato all’idea di abbandonare
ad ogni costo l’isola. Perciò non si era curato di
migliorare le condizioni di vita dei soldati, ma piutto­
sto di costruire una grossa barca in grado di affrontare
il mare. E quando la barca era stata ultimata, egli e i
suoi ufficiali, nottetempo, si erano imbarcati, portan­
dosi via tutti i viveri rimasti e lasciando la truppa priva
di tutto.
Quell’inattesa notizia mise subito in azione i terrali­
beriani il cui primo pensiero fu quello di mettere in
mare un canotto per dare la caccia ai fuggiaschi. Tut­
tavia, dopo una corsa di un paio d’ore in mare, essi
dovettero constatare di essere partiti troppo tardi. Ora,
se il comandante dell’Arethouse fosse riuscito a sbarca­
re in qualche parte o a incontrare una nave di soccorso,
essi avrebbero corso dei seri pericoli, perchè se è vero
che l’isola si trovava fuori dalle rotte delle navi com­
merciali poteva essere benissimo raggiunta da una nave
militare. Unica speranza che rimaneva loro era che il
comandante e i suoi accoliti andassero a fondo e
annegassero. In ogni caso conveniva che i terraliberiani
si preparassero per fronteggiare qualsiasi evenienza.
Anche l’arrivo dei soldati aveva costituito per loro

70
un’altra preoccupazione. Col pericolo di un attacco
esterno c’era da chiedersi se fosse prudente tenerli nel
villaggio, o se piuttosto non sarebbe stato preferibile
rifornirli di viveri e rimandarli al loro accampamento.
Dopo una lunga discussione si optò di lasciarli installa­
re nelle vicinanze della colonia. La vicinanza dei
terraliberiani avrebbe potuto esercitare su di loro una
influenza positiva. In ogni modo si disse anche che in
caso di attacco sarebbero stati lasciati liberi di arren­
dersi alle forze governative.

Giunti in Terra Libera, i militari si dedicarono in


parte all’agricoltura e in parte all’edilizia per costruirsi
degli alloggi accoglienti. E dopo pochi giorni dal loro
arrivo ebbero a manifestare la loro meraviglia nel
constatare come tra i terraliberiani il lavoro si eseguisse
non per costrizione, ma spontaneamente, diventando da
castigo che è nella società capitalistica un vero piacere.
Ciascuno lavorava secondo la propria forza, la propria
intelligenza, il proprio gusto, la propria vocazione,
senza salario, ricevendo in cambio del proprio lavoro
tutto il necessario per vivere. Essi confessarono che
se non erano venuti prima a Terra Libera non era stato
tanto per il timore di essere puniti qualora fossero
dovuti ritornare al campo militare, quanto piuttosto
per le strane storie che i militari di più alto grado
raccontavano ogni giorno sul conto dei terraliberiani.
Secondo quei signori i terraliberiani si facevano coman­
dare dai più forti, che costringevano sempre gli stessi
a lavorare, litigavano di continuo, le loro discussioni
finivano in altrettante risse e cosi via.
Udendo quelle storie, i coloni riconobbero di aver
commesso un errore nel trascurare i contatti con i
71
militari per metterli al corrente di quanto avveniva in
Terra Libera e del nuovo sistema di vita adottato.

9
Erano passate parecchie settimane da quando il
comandante e i suoi ufficiali avevano preso il volo.
Non avendo più avuta notizia alcuna di essi, i terrali­
beriani avevano cominciato a dare meno importanza
alla loro fuga. La speranza che essi fossero annegati
cresceva giorno per giorno e tale ipotesi era avvalorata
dal fatto che poco tempo dopo la loro partenza si era
scatenato un terribile uragano al quale solo molto diffi­
cilmente la loro imbarcazione avrebbe potuto resistere.
La calma era dunque tornata quasi completamente
tra i coloni e i militari i quali ogni giorno di più si
adattavano al nuovo modo di vivere, quando improvvi­
samente venne segnalata una nave in vista. L’allarme
fu dato immediatamente, i coloni lasciarono i cantieri
di lavoro e si piazzarono armati nei punti strategici
preparati in anticipo per la difesa.
Col binocolo osservavano continuamente la nave che
si avvicinava e ben presto si accorsero che si trattava
di una nave da guerra. Dopo un po’ che si avvicinava
i coloni le dettero un segnale di arrestarsi, ma quella
prosegui indisturbata verso l’isola, nè tenne conto del
successivo colpo di cannone che fu sparato dai coloni.
Venne sparato un secondo colpo che per poco non
colpi la torre di comando, poi un terzo che centrò una
delle torri. A questo punto il comandante fece fermare
la nave. Gli venne fatto cenno allora di inviare qualcuno
a terra per parlamentare.
La nave nemica adesso si vedeva chiaramente e si
scorgevano a bordo di essa i marinai in attesa di
72
attaccare. Sull’albero sventolava una bandiera francese
e non c’era ormai quasi nessun dubbio che a bordo di
quel legno ci fosse anche il comandante dell’Arethouse.
All’intimazione dei terraliberiani dalla nave venne cala­
to in mare un canotto sul quale presero posto un
ufficiale e una mezza dozzina di marinai che si diresse­
ro verso terra. Sulla spiaggia li attendeva una commis­
sione di terraliberiani che li accompagnò sulla piazza
del villaggio dove erano attesi da altri coloni. Barthaut
andò loro incontro e chiese all’ufficiale con quali inten­
zioni fossero venuti e perchè la loro nave non si fosse
fermata all’intimazione di stop. Egli rispose: “ Noi
abbiamo raccolto in mare il comandante dell’Arethou-
se che ci ha messi al corrente degli avvenimenti che lo
avevano costretto a sbarcare nell’isola, della rivolta dei
prigionieri, della sua intenzione di volervi sottomettere
per condurvi a destinazione o in Francia”.
Barthaut ascoltò con le braccia incrociate il discorso
dell’ufficiale e rispose: “ Signor ufficiale, siete pregato
di riferire al vostro comandante che avendo riconqui­
stata la nostra libertà, dopo aver organizzata a nostro
modo la nostra vita su quest’isola, qui intendiamo
rimanere e che siamo disposti a difenderci da qualun­
que attacco”. E aggiunse: “Significategli pure che se
avrà intenzione di bombardarci noi risponderemo colpo
su colpo. Ci pensi dunque e bene, perchè come avete
visto noi sappiamo servirci come si deve dell’artiglieria
dell’Aterhouse”.
L’ufficiale si inchinò e rispose: “ Sì, mi rendo conto,
signore, perfettamente della vostra attuale posizione
vantaggiosa. Tuttavia sono del pari convinto che anche
nel caso che abbiate salvato tutte le munizioni che si
trovavano sull’Arethouse esse non sono inesauribili, nè
73
voi avreste la possibilità di rifornirvi di altre. Inoltre,
data l’esiguità delle risorse alimentari dell’isola, non
potreste resistere a lungo ai nostri continui bombarda-
menti, il cui primo effetto sarebbe appunto quello di
danneggiare irrimediabilmente le vostre colture. D’altra
parte ritengo anche che la vostra coscienza vi impedirà
di esporre le donne e i bambini che sono con voi agli
orrori di un bombardamento”.

“ Posso assicurarvi nel modo più assoluto — gli rispo­


se Barthaut — che il signor Kerkennec vi ha indotti in
errore per quanto concerne le nostre disponibilità di
cibo e di munizioni. Se avrete la compiacenza di se­
guirmi, potrete voi stesso constatarlo”. E, avendo ac­
cettato l’ufficiale l’invito, lo condusse nel magazzino
dei generi alimentari, poi nel laboratorio dove fondeva­
no gli obici, infine alla polveriera di recente installata
e infine gli mostrò quanto era uscito dalle industrie
create dall’intelligenza dei terraliberiani. Sorpreso da
quanto aveva visto, l’ufficiale disse: “Renderò esatta­
mente conto della vostra situazione al mio comandante.
Prima di andarmene mi preme anche informare i soldati
e i marinai che si trovano con voi che se vorranno ritor­
nare alle dipendenze del loro comandante sarà usata
loro clemenza. Infine vi chiedo di non opporvi a coloro
che volessero ritornare fra i soldati e i marinai sulla
nave”.
“Quanto a questo potete stare tranquillo. Non
tratterremo in nessun modo coloro che volessero
andarsene”. E rivolgendosi ai soldati aggiunse: “Avete
capito, compagni? Se volete raggiungere il vostro co­
mandante siete completamente liberi di farlo. Come
avete udito, egli vi promette clemenza e i suoi ufficiali

74
vi faranno grazia di avervi vilmente abbandonati alla
fame: da noi c’è libertà per tutti...”.
Circa duecento uomini si staccarono dalla fila per
seguire l’ufficiale il quale vedendo tanta gente obiettò:
‘‘Ma io non potrò trasportare tutti questi uomini! Vuol
dire che adesso ritornerò a bordo soltanto con i miei
e più tardi verrò con una scialuppa a prendere gli altri.”
A questo punto, salutati tutti molto cordialmente,
l’ufficiale si avviò verso la spiaggia seguito dai suoi uo­
mini e da coloro che intendevano tornare dal loro
comandante.

10
Crediamo sia cosa oziosa rilevare come i terraliberia­
ni non avessero perduto il loro tempo per prepararsi
alla difesa. I pezzi di artiglieria erano pronti ad entrare
in funzione in qualsiasi momento. Donne e ragazzi
erano stati allontanati e posti al riparo dai bombarda-
menti. Non restava che attendere l’inizio della tragedia,
che, dato che si avvicinava la notte, non avrebbe avuto
luogo prima dell’alba. Nell’attesa i coloni calarono in
mare due canotti per sorvegliare i dintorni. In una delle
tante ricognizioni udirono una voce proveniente dalla
acqua a poca distanza da loro. Si diressero subito
verso quella parte da dove proveniva la voce e quando
furono vicini scorsero un uomo in mare che chiedeva
aiuto. Gli allungarono un remo e lo tirarono sul
canotto. “ Grazie — disse l’uomo — credevo proprio di
non farcela. Con quei loro maledetti riflettori potevano
scorgermi e uccidermi ad ogni istante”. Lo sconosciuto
aggiunse che sulla nave si trovava ai ferri in attesa del
Consiglio di Guerra per aver preso a schiaffi il nostro­
mo che lo aveva insultato. Da un suo fedele amico
era stato informato che a bordo della nave si trovava
il comandante dell’Arethouse e della rivolta dei pri­
gionieri. Approfittando della scarsa sorveglianza al
momento dei tiri, il suo amico gli aveva tolto i ferri,
in modo che aveva potuto calarsi in mare e giungere
sin li. Subito fu accompagnato alla spiaggia perchè si
togliesse i panni bagnati e si cambiasse. Dopo aver
mangiato, egli raccontò quanto era avvenuto in Europa
prima del suo imbarco. Egli era un attivo militante
anarchico ed era riuscito a mantenersi anche dopo
l’imbarco in contatto con i compagni più attivi. Quanto
al Governo, la repressione continuava ad imperversare,
ma nonostante ogni pubblicazione anarchica fosse
vietata i militanti anarchici oralmente o per mezzo di
volantini più o meno rudimentali continuavano a
propagare le loro idee. Grazie a quel soffio di anarchi­
smo il malcontento contro il Governo cresceva giorno
per giorno. Anche i socialisti legalitari facevano in quel
periodo sui loro giornali una grande campagna contro
il Governo, ma i loro scopi non erano l’emancipazione
dei lavoratori e la fine dello sfruttamento, ma la con­
quista politica del potere!
Le loro mire erano ogni giorno di più disattese per­
chè un gran numero di loro elettori, più preparati e
intelligenti, seguivano la corrente rivoluzionaria e non
si curavano più delle vane promesse degli aspiranti
deputati. Essi aspiravano, invece, a realizzare una socie­
tà veramente socialista nella quale non esistessero più
le classi, in cui la terra fosse nelle mani dei contadini,
le fabbriche degli operai, le case degli inquilini, in cui
non esistessero più padroni, nè esercito, nè clero, nè
magistratura, nè istituzioni parassitane, la cui realizza­
zione non doveva essere rinviata alle calende greche,
71»
ma avvenire gradatamente subito dopo la rivoluzione.
Purtroppo i capi socialisti e comunisti non la pensavano
come i loro elettori: come sempre essi aspiravano
soltanto ad occupare il posto del Governo spazzato
dalla rivoluzione popolare. Solo gli anarchici lottavano
insieme alla parte più cosciente del popolo per una
società di uguali. Sarebbe troppo lungo descrivere qui
l’epopea delle lotte operaie e il ruolo degli anarchici
in quel tempo. Noteremo soltanto di sfuggita che essi
non furono mai assenti nei movimenti rivoluzionari di
allora, sacrificando la loro vita senza chiedere alcun
compenso. E dopo questi fugaci accenni ideologici
torniamo ad occuparci della battaglia, che fini in una
tragedia. Dopo la lunga notte di attesa, allo spuntar
dell’alba si scorgeva chiaramente la minacciosa sagoma
della nave da guerra, che ad un tratto cominciò a
sparare. Da una delle sue torri si alzò una nuvola di
fumo bianco e un fischio acuto passò sulla testa dei
terraliberiani, che si trovavano sulla spiaggia. L’obice
fini su una roccia mancando il bersaglio, subito seguito
da un secondo con lo stesso risultato. A questo punto
un ex cannoniere dell’Arethouse si mise dietro a un
grosso cannone puntandolo contro la nave assalitrice e,
quando lo ritenne opportuno, sparò un colpo, ma
l’obice passò al di sopra della nave. “ Ho capito — disse
— occorre puntare il cannone in modo da colpirla in
pieno, cosi faremo prima”. Da parte sua la nave non
perdeva tempo. Due obici caddero a pochi passi dal
cannoniere terraliberiano scavando una grossa buca.
Quest’ultimo che aveva preparato un’altra carica sparò
di nuovo, ma anche questa volta falli il bersaglio e
l’obice fini in mare.
“Troppo basso —disse — occorre alzare il cannone”.
77
E con la solita calma caricò il cannone per la terza
volta e tirò il colpo. Colpita! Il cannoniere battè le
mani per la soddisfazione. Un’enorme colonna di fumo
e di fiamme si alzò dalla nave, subito seguita da una
grande esplosione. Cosi tutto fini. Quando il fumo si
fu diradato della nave non si scorgeva che un mucchio
di rottami che il mare inghiottiva, lentamente. Tragica­
mente stupiti, i terraliberiani rimasero immobili e
pensierosi con gli occhi fissi su quelPimmane tragedia
che essi non avevano voluta e maledissero colui che li
aveva costretti a provocarla.
Sulla superficie del mare non si vedevano altro che
cadaveri galleggianti come carta di giornale. Ormai fino
a nuovo ordine il segreto di Terra Libera sarebbe rima­
sto custodito e nessuno avrebbe più potuto molestarli
nella loro vita felice e libera, che simboleggiava il futuro
di tutta l’umanità.

FINE
Finito di stampare
nel mese di aprile 1976
presso la Tipografia “Il Seme"
via S. Piero I Sa - Carrara