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Riti speciali - Riassunto Manuale di Procedura Penale

Diritto Tributario (Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale)

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Il giudizio abbreviato è quel procedimento speciale, in cui il Giudice, su richiesta dell’imputato,


decide sul merito della causa utilizzando gli atti contenuti nel fascicolo delle indagini (c.d. giudizio allo
stato degli atti).

Il rito abbreviato si differenzia dal rito ordinario (di qui la specialità del rito) per eliminare la fase del
dibattimento. Ecco perché l’unico presupposto per l’accesso al rito è rappresentato dalla richiesta
dell’imputato, costituendo il diritto al dibattimento un aspetto fondamentale del diritto di difesa.

Di fronte al sacrificio difensivo dell’imputato nella scelta di tale rito, ispirato come tutti i procedimenti
semplificati a ragioni di economia processuale, il nostro sistema processuale prevede un beneficio di tipo
premiale: la riduzione della pena di un terzo.

Rispetto al testo originario contenuto nel codice del 1988, il giudizio abbreviato ha subito notevoli
modifiche. E’ scomparso ad esempio il consenso del Pubblico Ministero all’instaurazione del rito.

Per l’instaurazione del giudizio abbreviato, occorre – ad oggi – la sola richiesta dell’imputato. A tal fine,
si distingue tra richiesta semplice e richiesta condizionata (alla concessione di un’integrazione
probatoria).

L’imputato infatti, anziché limitarsi a chiedere il giudizio abbreviato, può subordinare tale richiesta ad un
integrazione probatoria necessaria ai fini della decisione (v. art. 438, comma 5, c.p.p.). Il Giudice dispone
il giudizio abbreviato, ove l’integrazione probatoria chiesta dall’imputato sia necessaria ai fini della
decisione e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del rito. In tal caso, il Pubblico
Ministero ha diritto a chiedere l’ammissione di prova contraria.

Ove, invece, il Giudice rigetti la richiesta condizionata, l’imputato può proporre una nuova richiesta fino
al momento in cui questa è ammissibile. Il termine ultimo per presentare la richiesta è, infatti, dato dalla
formulazione delle conclusioni nell’udienza preliminare. Tuttavia, la legge dispone che il Giudice del
dibattimento, in limine litis, debba prendere visione degli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico
Ministero e verificare se effettivamente vi era la necessità di assumere la prova richiesta dall’imputato; se
accerta che era necessaria, il Giudice instaura il giudizio abbreviato nella fase introduttiva del
dibattimento, essendo indubbio che il diniego del rito comporti effetti rilevanti in tema di sanzione penale.
Se, invece, il Giudice – in limine litis – rigetta nuovamente la richiesta di abbreviato, ma si renda conto,
tuttavia, della sussistenza dei presupposti per accoglierla al termine del dibattimento, egli dovrà applicare
la riduzione di pena in sentenza.

Il Giudice ammette l’imputato al giudizio abbreviato con ordinanza. Il procedimento si svolge, di regola,
in camera di consiglio e si osservano le disposizione relative all’udienza preliminare (cfr. art. 441 c.p.p.);
tuttavia, se ne fanno richiesta tutti gli imputati, è possibile procedere in pubblica udienza.

Il giudizio abbreviato su richiesta semplice non permette, di regola, la modifica dell’imputazione (a


differenza che del c.d. giudizio abbreviato condizionato), a meno che il Giudice non provveda
all’integrazione probatoria. All’esito del giudizio, infatti, il Giudice, se ritiene di non poter decidere allo
stato degli atti, può disporre anche d’ufficio un’integrazione probatoria (art. 441, comma 5, c.p.p.).

Generalmente, la richiesta di rito abbreviato avviene nell’udienza preliminare. Tuttavia, nel caso ricorra
uno di quei riti speciali che eliminano l’udienza preliminare (giudizio direttissimo, immediato e
procedimento per decreto) l’imputato può comunque chiedere l’abbreviato al momento della loro
instaurazione.

Una volta ammesso l’imputato al giudizio abbreviato, la parte civile può:

1. non accettare il rito e in tal caso l’eventuale sentenza di assoluzione emessa al termine del giudizio
non avrà effetto di giudicato nel relativo giudizio civile;

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2. accettare, in modo implicito o esplicito, il rito e in tal caso subire l’efficacia del giudicato di
assoluzione.

L’imputato non può, di regola, proporre impugnazione contro le sentenze di proscioglimento, ma può
appellare le sentenze di assoluzione per non imputabilità dell’imputato per vizio totale di mente. Allo
stesso modo, il Pubblico Ministero non può proporre appello avverso le sentenze di condanna, a meno che
il Giudice non abbia modificato il titolo di reato.

Al di fuori di queste ipotesi, la sentenza emessa all’esito del giudizio abbreviato è equiparata a quella
dibattimentale e, dunque, assoggettabile ai medesimi mezzi d’impugnazione, con osservanza della
medesima disciplina sui termini.

La parte civile può proporre impugnazione ai soli effetti della responsabilità civile, quando ha consentito
all’abbreviazione del rito.

Il giudizio abbreviato (artt. 438 e ss. c.p.p.), pur configurandosi come una diminuente di natura
“processuale”, presenta tuttavia caratteristiche – secondo costante orientamento della Suprema Corte di
Cassazione – strettamente collegate ad effetti di sicuro rilevo dal punto di vista “sostanziale”, risolvendosi
comunque in un trattamento penale di favore (v. sul punto anche Corte EDU, sentenza 17 settembre
2009, Scoppola c. Italia, in cui si afferma che l’art. 442 co. 2 c.p.p. sia una disposizione di diritto penale
materiale riguardante la severità della pena da infliggere in caso di condanna secondo il rito abbreviato,
ricadendo dunque nel campo di applicazione dell’ultimo capoverso dell’articolo 7 co. 1 della
Convenzione).

Pacifico che la riduzione premiale, riconosciuta dall’art. 442 co. 2 per la scelta del rito deflattivo, debba
essere eseguita dal Giudice logicamente e temporalmente dopo la determinazione della pena, da effettuare
secondo i criteri e nel rispetto delle norme di natura sostanziale previste dal codice penale in materia di
concorso di reati e quindi di cumulo delle pene, tra cui rientra certamente la previsione di cui all’art. 78
c.p. (cfr S.U., 25 ottobre 2007 – dep. 6 dicembre 2007, n. 45583; conforme, ex multis, Cass. sez. V, 9
dicembre 2003 – dep. 21 aprile 2004, n. 18368). La disposizione da ultimo citata recita che nel caso
di concorso di reati preveduto dall’articolo 73 , la pena da applicare a norma dello stesso articolo non può
essere superiore al quintuplo della più grave fra le pene concorrenti, né comunque eccedere i trenta anni
per la reclusione (art. 78 co. 1, n. 1 c.p.).

Si è, tuttavia, affermato che, in sede di esecuzione, ai fini della determinazione del trattamento
sanzionatorio conseguente al riconoscimento del vincolo della continuazione tra più reati che hanno tutti
formato oggetto di giudizio abbreviato, la riduzione di pena conseguente alla scelta del rito
necessariamente opera, a differenza che nel giudizio di cognizione, prima del criterio moderatore del
cumulo materiale previsto dall’art. 78 c.p.

A sostegno di tale posizione viene richiamato l’art. 187 disp. att. c.p.p. che, con riguardo
all’individuazione del reato più grave ai fini della applicazione della continuazione nella fase della
esecuzione, prescrive che “si considera violazione più grave quella per la quale è stata inflitta la pena
più grave, anche quando per alcuni reati si è proceduto con giudizio abbreviato”. Tanto dimostrando
“che, nella sequenza delle operazioni per la determinazione del trattamento sanzionatorio del reato
continuato in fase esecutiva, la riduzione per la continuazione assume rilievo affatto in limine, dovendosi
avere riguardo alle pene concretamente inflitte in esito alla applicazione della riduzione premiale del
rito”. Da ciò, la giurisprudenza ha tratto la conclusione “che ogni aumento della pena base per reati
giudicato col rito abbreviato deve essere, a sua volta, ‘ridotto di un terzo’ “(v., ad es., Cass. sez. I, 17
febbraio 2004, n. 15409); sicché conclusivamente, in fase esecutiva, si è ritenuto che la riduzione ex art.
442, co.2, c.p.p. debba precedere pure la eventuale applicazione del criterio moderatore di cui all’art. 78
c.p.

La stessa Corte, a Sezioni Unite, ha altresì affermato che in executivis risulta “evidente che l’applicazione
del criterio moderatore dell’art. 78 c.p., segue necessariamente la già disposta riduzione della pena ai
sensi dell’art. 442 c.p.p., comma 2“, e ha motivato la “obiettiva discrasia delle regole applicative nei

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distinti giudizi di cognizione e di esecuzione“, con la correlata “disparità dei moduli applicativi nelle
sequenze procedurali di determinazione della pena (…), trova solida e razionale base giustificativa, oltre
che nell’oggettiva diversità (…) delle situazioni processuali (…), soprattutto nell’efficacia preclusiva
derivante dal principio di intangibilità del giudicato“ (Sez. Un., 25 ottobre 2007, dep. 6 dicembre 2007,
n. 45583, Volpe).

Tale principio, a parere di chi scrive, pone tuttavia una non manifestamente infondata questione di
legittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3, 13 commi 1 e 2 , 24 comma 2 e 27 comma 3 Cost.,
poiché finisce col far dipendere da circostanze meramente accidentali la concreta modulazione della pena
da espiare a carico del condannato. Basti pensare alle disparità che deriverebbero sul quantum di pena da
espiare tra chi abbia subito un simultaneus processus e chi invece abbia subito diversi procedimenti aventi
ad oggetto fatti di cui si è poi riconosciuta, solo in fase esecutiva, l’applicazione della disciplina della
continuazione.

Il principio di eguaglianza ex art. 3 Cost. comporta, infatti, che a una categoria di persone, definita
secondo caratteristiche identiche o ragionevolmente omogenee in relazione al fine obiettivo a cui è
indirizzata la disciplina normativa considerata, debba essere imputato un trattamento giuridico identico od
omogeneo, che non sia subordinato a condizioni meramente accidentali che sfuggono alla dominabilità
del soggetto interessato.

L’art. 13 Cost. invece, statuendo lapidariamente che la libertà personale è inviolabile, impone di
considerare come recessivi, rispetto a tale principio, altri principi di parimenti fondamento costituzionale,
che non siano tuttavia inviolabili (e così il principio di intangibilità del giudicato dinnanzi a una pena
ingiusta, lesiva del principio di inviolabilità della libertà personale, va certamente considerato
soccombente).

L’art. 24 Cost., parimenti, costituisce un “valore preminente, essendo il diritto di difesa inserito nel
quadro dei diritti inviolabili della persona” e, di conseguenza, esso non può essere sacrificato in vista di
altre esigenze, come quella – a titolo esemplificativo – della speditezza del processo. Precludere al
condannato di esercitare un diritto così inviolabile, com’è quello di difesa, unicamente perché sui fatti di
cui si discute è già sceso il giudicato, significherebbe negarne il valore di diritto inviolabile.

Infine, l’art. 27 comma 3 Cost., laddove dispone che “le pene non possono consistere in trattamenti
contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“, evidenzia come le pene
debbono sempre, in ogni fase, essere ispirate al fine (ri)educativo del condannato. Ebbene, affinché il
condannato sia posto in condizioni di intraprendere adeguatamente un tale percorso di emenda, finalizzato
al reinserimento sociale, occorre che la pena inflittagli venga dallo stesso avvertita come giusta punizione
per la condotta illecita posta in essere. Evidente che una pena applicata sulla base della normativa come
sopra interpretata non possa essere avvertita come giusta dal condannato, che invece si sentirà vittima di
un “sistema” che lascia dipendere da una serie di circostanze accidentali l’applicazione di una pena più
severa rispetto a chi, sempre accidentalmente, si è invece trovato ad affrontare un unico simultaneus
processus.

Al fine di garantire il rispetto dei principi costituzionali, inviolabili, supra richiamati, sarebbe allora
necessario che la pena venga rideterminata con le stesse modalità con cui avrebbe proceduto il Giudice
della cognizione qualora quegli stessi fatti fossero stati oggetto di uno stesso procedimento, individuando
– quindi – la pena per il reato più grave precedente l’applicazione della diminuente, procedere
all’individuazione dell’aumento per la ritenuta continuazione, fare applicazione delle norme riguardanti il
cumulo delle pene, tra cui rientra fuor d’ogni dubbio anche l’art. 78 c.p. allorché si sfori il limite di anni
30, e solo infine applicare la diminuente di un terzo. Solo così operando, può essere garantita eguaglianza
di trattamento tra chi venga giudicato in unico processo e chi sconti, invece, la frammentarietà di più
giudizi.

Non pare che tale discrasia, sulla base delle argomentazioni svolte supra, possa trovare giustificazione
nella circostanza che su tali processi sia già sceso il giudicato. Una concezione dell’intangibilità della res
iudicata in termini assolutistici, non sembra trovare fondamento nell’ordinamento proccesualpenalistico.

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Al contrario, è stato affermato che “la pena può subire, invece, quelle modificazioni necessarie imposte
dal sistema” (Sez. Un., 21 giugno 1986, n. 7682, Nicolini). E al rilievo critico (cfr. sempre Sez. Un., sent.
Volpe, già cit.), che ciò sia consentito nelle sole ipotesi tassativamente previste dal legislatore, la Corte ha
replicato che, ponendo il sistema limiti alla pretesa immutabilità delle pene, “non può essere escluso che
il Giudice ricavi per interpretazione un’ulteriore facoltà di incidere sulla pena quando, come nella
specie, deve tener conto di tutte le norme che disciplinano e incidono sulla determinazione ed esecuzione
della pena e trovare una soluzione che escluda un conflitto tra norme nel rispetto della volontà della
legge, di principi di civiltà giuridica – riaffermati in considerazione del favor rei – e della giustizia
sostanziale altrimenti vulnerata da eventi accidentali e indipendenti dal fatto del reo”.

I casi in cui si pronunzi condanna per reati diversi con una sola sentenza o con sentenze diverse, devono
avere ai fini penali ed esecutivi, identico trattamento, a prescindere dal momento in cui emerga l’esistenza
di condanne per fatti diversi da eseguire. Tra l’altro, la ratio del sistema istituito dall’ultima proposizione
dell’art. 80 c.p. (e dall’articolo 663, comma 1, c.p.p.) è, all’evidenza, di garantire che non si producano
disparità dipendenti esclusivamente dalla casualità del momento in cui interviene il giudicato o
l’esecuzione, fermo il principio che la pena non può in nessun caso precedere il delitto e che perciò il
momento cui occorre riferirsi per la formazione del cumulo va fissato esclusivamente in riferimento alla
data di consumazione dell’ultimo reato commesso prima dell’inizio dell’esecuzione di una qualsiasi delle
pene considerate ai fini dell’esecuzione concorrente (v. Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 27 aprile
2015, n. 17412) .

L’applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento) è quel


procedimento speciale con cui il Giudice applica – con sentenza – la pena proposta concordemente dalle
parti (imputato e Pubblico Ministero).

La decisione avviene allo stato degli atti. Il Giudice deve solo verificare la corretta qualificazione
giuridica data ai fatti e la congruità della pena richiesta. Una volta emessa sentenza di patteggiamento,
questa è ricorribile in cassazione, ma non appellabile (art. 448, comma 2, c.p.p.).

Per l’imputato che si accorda con il Pubblico Ministero sulla pena da applicare (c.d. diritto di difendersi
negoziando), la Legge riconosce un incentivo premiale: la pena sulla quale si forma l’accordo può essere
diminuita fino ad un terzo. Inoltre, la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti non viene
menzionata nel certificato del casellario giudiziale richiesto dall’interessato.

L’accordo delle parti sulla pena ha, in sostanza, l’effetto di attenuare l’onere della prova in capo al
Pubblico Ministero. L’imputato rinuncia alla regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio, rendendo più
lieve l’onere del Pubblico Ministero. Questa dialettica, oltre che soddisfare le reciproche esigenze delle
parti, attua anche le istanze di ragionevole durata del processo.

A seguito delle modifiche normative intervenute negli anni, oggi di distinguono due tipologie di
patteggiamento: tradizionale ed allargato. Il patteggiamento tradizionale permette all’imputato e al
Pubblico Ministero di accordarsi su di una sanzione sostitutiva o pecuniaria o su di una pena detentiva
che, al netto della riduzione massima consentita, non superi due anni di reclusione (art. 445, comma 1). Il
patteggiamento allargato (introdotto ex L. 134/2003) consente, invece, l’accordo su di una sanzione che
va da 2 anni e 1 giorno di reclusione fino a cinque anni di pena detentiva (sempre al netto della riduzione
max consentita). Sono, tuttavia, esclusi dal patteggiamento allargato i reati di associazione mafiosa e
assimilati, di terrorismo ed una serie nutrita di delitti di violenza sessuale ed assimilati; né possono
accedere a tale rito i delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

Relativamente al solo patteggiamento c.d. tradizionale, oltre alla diminuzione della pena, la legge prevede
ulteriori benefici per l’imputato, quali:

1. l’imputato può subordinare l’efficacia dell’accordo alla concessione della sospensione


condizionale della pena;

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2. la sentenza di patteggiamento non comporta la condanna al pagamento delle spese del


procedimento (in esse, si noti, non vengono ricomprese le spese di mantenimento in custodia
cautelare e le spese c.d. di giustizia, quali quelle dovute alla conservazione dei beni sequestrati);
3. la sentenza di patteggiamento non comporta l’irrogazione di pene accessorie di tipo penale;
4. la sentenza di patteggiamento non comporta l’applicazione di misure di sicurezza, eccetto la
confisca nelle ipotesi in cui è obbligatoria ex art. 240 c.p. (prezzo del reato o quando la detenzione
della cosa costituisca di per sé un illecito) o facoltativa (prodotto o profitto di reato o cosa
utilizzata per commettere il reato);
5. il reato si estingue se l’imputato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa
indole entro il termine di cinque anni (se si tratta di delitto) o di due anni (se contravvenzione).

Possono raggiungere l’accordo sulla pena, oltre che il Pubblico Ministero, l’imputato direttamente o il
difensore munito di procura speciale. La sede naturale in cui si raggiunge l’accordo sulla pena è l’udienza
preliminare. Il termine finale in cui presentare la richiesta di patteggiamento è costituito, a pena di
inammissibilità, dalla presentazione delle conclusioni in udienza preliminare.

Se si procede con giudizio direttissimo ovvero di fronte al Tribunale monocratico con citazione diretta a
giudizio, la richiesta può, tuttavia, essere formulata fino all’apertura del dibattimento. In caso di giudizio
immediato richiesto dal Pubblico Ministero, l’imputato può invece chiedere il patteggiamento entro 15
giorni dalla notifica del decreto di giudizio immediato; mentre in caso di procedimento per decreto,
l’imputato con l’atto di opposizione al decreto penale di condanna può contestualmente chiedere
l’applicazione della pena su richiesta delle parti.

Il Giudice, ove ritenga corretta la qualificazione giuridica del fatto e congrua la pena richiesta, dispone
l’applicazione di questa con sentenza. In caso contrario, rigetta la richiesta e ordina di procedersi col rito
ordinario. Ove poi dagli atti risulti che l’imputato deve essere prosciolto, il Giudice pronuncia sentenza ex
art. 129 c.p.p.

Ove la richiesta sia formulata dall’imputato, il Pubblico Ministero può dare il consenso e così si giunge
all’accordo sulla pena da passare al vaglio del Giudice; ovvero può negare il proprio consenso,
motivandone le ragioni, fermo restando che l’imputato può rinnovare la propria richiesta fino all’apertura
del dibattimento di primo grado.

Il potere del Giudice di emettere sentenza di patteggiamento in mancanza del consenso del Pubblico
Ministero sussiste solo nel caso in cui, una volta chiuso il dibattimento, il Giudice valuti, sulla base delle
prove raccolte, che le ragioni del dissenso della pubblica accusa erano infondate.

La parte civile è il soggetto maggiormente sacrificato dall’instaurazione di questo procedimento speciale.


Il Giudice infatti, quando accoglie la richiesta di patteggiamento, non può decidere sulla richiesta di
risarcimento del danno presentata eventualmente dalla parte civile. Quest’ultima non ha altra scelta che
iniziare il processo innanzi al Giudice civile, nella propria sede naturale.

Va poi, ricordato, come vi siano alcune disposizioni di legge che ammettono il patteggiamento solo nel
caso in cui l’imputato abbia restituito il prodotto o il profitto del reato. Ciò avviene, in particolare:

 per alcuni reati tributari (es. dichiarazione fraudolenta ex artt. 2 e 3 D.lgs. 74/2000), in cui la
richiesta di patteggiamento è subordinata al pagamento del debito;
 per alcuni tra i più gravi delitti contro la P.A.

Si noti come il Giudice, al quale è sottoposta la richiesta di applicazione di pena concordata, non
applicherà la regola di giudizio prevista dall’art. 530 comma 2 c.p.p. Il Giudice se, per ipotesi, ritenesse
che il Pubblico Ministero non ha eliminato ogni ragionevole dubbio sulla reità dell’imputato, deve
comunque pronunciare sentenza di patteggiamento.

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D’altra parte, nel nostro ordinamento la richiesta di patteggiamento da parte dell’imputato, non equivale
ad ammissione di reità, anche nel caso in cui questi avesse reso confessione, che rimane un mezzo di
prova pur sempre liberamente valutabile dal Giudice.

Ai sensi dell’art. 445 comma 1 bis, la sentenza di patteggiamento, salve diverse disposizioni di legge, è
equiparata a una pronuncia di condanna. Il fatto che il codice parli di equiparazione, fa pensare che non si
tratti di una condanna in senso proprio. La differenza fonamentale tra sentenza di condanna e quella di
patteggiamento risiede, infatti, nel diverso grado di approfondimento della cognizione del Giudice, che,
quando emette sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti, non effettua un accertamento
pieno sulla responsabilità dell’imputato.

Il giudizio direttissimo, al pari del giudizio immediato, si caratterizza per eliminare l’udienza
preliminare. Alla sua instaurazione provvede, tuttavia, il solo Pubblico Ministero e non anche l’imputato.

L’instaurazione del giudizio direttissimo

In seguito al D.L. 92/2008, che ha ridisciplinato il rito in oggetto, sono previste due ipotesi obbligatorie di
instaurazione del rito direttissimo e una facoltativa:

 Il Pubblico Ministero deve procedere con giudizio direttissimo quando l’imputato è stato arrestato
in flagranza di reato e l’arresto è stato convalidato dal G.i.p. In questa ipotesi, il Pubblico
Ministero instaura il rito facendo condurre l’accusato in vinculis direttamente in udienza entro 30
giorni dall’arresto.
 Il Pubblico Ministero deve, altresì, procedetre con giudizio direttissimo anche quando l’imputato
abbia reso confessione all’autorità giudiziaria nel corso di un interrogatorio. In tale ipotesi,
l’imputato viene citato a comparire in udienza entro 30 giorni dall’iscrizione nel registro delle
notizie di reato.
 il Pubblico Ministero ha invece la sola facoltà di procedere con giudizio direttissimo, presentando
l’imputato innanzi al giudice del dibattimento, quando ritiene di chiedere a quest’ultimo la
convalida dell’avvenuto arresto. In tal caso, l’arrestato dovrà quindi essere condotto direttamente
nell’aula dibattimentale non oltre le 48 ore dall’inizio della limitazione della sua libertà personale.

La convalida dell’arresto rappresenta un presupposto di instaurazione del rito. In sua mancanza, il


Giudice deve restituire gli atti al Pubblico Ministero, affinché questi proceda secondo il rito ordinario o il
giudizio immediato, se ne ricorrano le condizioni di legge. Tuttavia, la legge prevede che in caso di
consenso del Pubblico Ministero e dell’imputato, pur in mancanza della convalida, è comunque possibile
procedere con il rito direttissimo.

Si noti, infine, che in tutti i casi di giudiizo direttissimo è il Pubblico Ministero a formare il fascicolo per
il dibattimento.

Lo svolgimento del giudizio direttissimo

Oltre all’udienza preliminare, nel rito direttissimo non viene svolta nemmeno la sottofase degli atti
preliminari al dibattimento. Non vi sono liste testimoniali: la persona offesa e i testimoni vengono citati
anche oralmente a comparire in udienza o portati direttamente dalle parti.

Fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento, l’imputato ha facoltà di chiedere la sospensione del
procedimento con messa alla prova e viene avvisato dal presidente di avere la facoltà di chiedere il
giudizio abbreviato o il patteggiamento, nonché di chiedere un termine a difesa non superiore a 10 giorni.

Una volta dichiarato aperto il dibattimento, il giudizio prosegue secondo la cadenza ordinariamente
prevista e disciplinata dal codice.

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Il giudizio direttissimo conseguente all’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare

Com è noto, con L. 15 ottobre 2013, n. 119 (in tema di contrasto della violenza di genere), è stata
introdotta una nuova modalità di instaurazione del giudizio direttissimo, nell’ipotesi in cui sia stato
disposto l’allontanamento urgente dalla casa familiare di un indagato sorpreso in flagranza di reato di uno
dei delitti contro la persona, espressamente indicati all’art. 282 bis, comma 6.

E’ la stessa Polizia Giudiziaria che ha eseguito la misura a citare l’indagato in dibattimento perché si
svolga la convalida della misura pre-cautelare di neo introduzione, su ordine del Pubblico Ministero che
deve valutare se l’instaurazione del rito pregiudichi o meno le indagini.

A tale modulo è per il resto applicabile la disciplina sopra esposta, in quanto compatibile.

Il giudizio immediato si differenza dal rito ordinario per eliminare l’udienza preliminare. La sua
instaurazione può avvenire a richiesta tanto del Pubblico Ministero, che dell’imputato.

Il giudizio immediato chiesto dall’imputato

L’imputato può formulare richiesta di giudizio immediato solo dopo che il Pubblico Ministero abbia
formulato l’imputazione, chiedendo il rinvio a giudizio, e il Giudice abbia fissato l’udienza preliminare.
La richiesta va depositata nella cancelleria del Giudice almeno tre giorni prima dell’udienza e va
notificata al Pubblico Ministero e alla persona offesa.

Con la richiesta di giudizio immediato, l’imputato perde la possibilità di ottenere l’abbreviato o il


patteggiamento.

Il Giudice investito della richiesta dell’imputato, è obbligato a disporre il giudizio immediato. La scelta
operata dall’imputato è, infatti, libera e insindacabile, e può essere motivata da varie ragioni. Ad esempio,
ritenendo molto probabile il proscioglimento, l’imputato potrebbe preferire andare subito al dibattimento
e ivi ottenere l’effetto preclusivo del giudicato, anziché una sentenza di non luogo a procedere.

Il giudizio immediato chiesto dal Pubblico Ministero

Da parte sua, il Pubblico Ministero deve chiedere al Giudice il giudizio immediato, ove ricorrano i
seguenti presupposti:

1.  la prova di reità dell’indagato appare evidente, sicchè l’udienza preliminare sarebbe inutile;
2. la persona indagata è stata interrogata sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova o è stata invitata a
presentarsi   per   rendere  interrogatorio,   ma   abbia   omesso   di   comparire   senza   addurre   un   legittimo
impedimento;
3. non sono decorsi più di 90 giorni dall’iscrizione della notizia di reato nel registro ex art. 335 c.p.p.

Il giudizio immediato custodiale

Il D.L. 92/2008 ha introdotto una nuova tipologia di giudizio immediato a richiesta del Pubblico
Ministero: il giudizio immediato custodiale.

Anche per l’instaurazione del presente giudizio, occorre l’esistenza di gravi indizi di reità dell’indagato,
tali da giustificare l’applicazione della misura custodiale. Deve trattarsi di un quantum probatorio
superiore a quello richiesto nell’udienza preliminare per il rinvio a giudizio, sicchè possa considerarsi
superfluo il controllo sulla fondatezza dell’accusa svolto di regola dal G.u.p.

In dettaglio, il Pubblico Ministero deve chiedere al Giudice il giudizio immediato custodiale nel caso in
cui:

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1. l’indagato sia, al momento della richiesta, in stato di custodia cautelare (in carcere o in arresto domiciliare
o in ricovero in casa di cura) per il medesimo reato per cui è chiesto il rito;
2. il provvedimento custodiale abbia raggiunto un certo grado di stabilità, per essere stato confermato in
sede di riesame o siano decorsi i termini per proporre tale rimedio;
3. non siano decorsi 180 giorni dal momento di esecuzione della misura custodiale;
4. permangano   gravi   indizi   di   colpevolezza   accertati   nell’applicazione   e   nella   successiva   conferma   della
misura.

Il controllo del Giudice

Sulla richiesta di giudizio immediato del Pubblico Ministero, decide il G.i.p. sulla base del fascicolo delle
indagini preliminari trasmessogli dal Pubblico Ministero, inaudita altera parte.

Se ritiene insussistenti i requisiti richiesti dalla legge, rigetta la richiesta e restituisce gli atti al Pubblico
Ministero; viceversa dispone il rito con decreto e provvede a formare il fascicolo per il dibattimento. Il
decreto, non motivato, dovrà poi essere notificato all’imputato, al suo difensore e alla persona offesa,
almeno 30 giorni prima della data fissata per il giudizio.

All’imputato deve essere dato l’ulteriore avviso che egli ha facoltà di chiedere l’abbreviato o il
patteggiamento entro 15 giorni dalla notifica del decreto.

Il procedimento per decreto penale di condanna è, tra i procedimenti alternativi al


dibattimento, quello che meglio realizza la finalità di deflazione processuale, comune a tutti i
procedimenti in parola. Esso, infatti, comporta l’eliminazione tanto dell’udienza preliminare che di quella
dibattimentale.

Il rito nasce dalla scelta del Pubblico Ministero di presentare al G.i.p. una richiesta motivata di irrogare la
sola pena pecuniaria, anche in sostituzione di pena detentiva, diminuita fino alla metà rispetto al minimo
edittale (art. 459, comma 1, c.p.p.).

La richiesta deve essere presentata entro 6 mesi dalla iscrizione del nome dell’indagato nel registro delle
notizie di reato di cui all’art. 335 c.p.p. Occorre, inoltre, che non sia necessario applicare una misura di
sicurezza perché pericoloso l’autore del reato.

Si noti che la richiesta del Pubblico Ministero non deve essere preceduta dall’invio dell’avviso di
conclusione delle indagini preliminari ex art. 415 bis c.p.p.

Se il Giudice ritiene congrua la pena indicata dal Pubblico Ministero, pronuncia decreto di condanna
penale; in caso contrario, restituisce gli atti al Pubblico Ministero. Salvo restando che, anche in questa
sede, trova applicazione l’art. 129 c.p.p., sicchè se lo ritiene il Giudice può anche pronunciare sentenza di
proscioglimento.

Oltre allo sconto di pena, che può essere concesso sino alla metà rispetto al minimo edittale previsto dalla
norma violata, questo procedimento presenta ulteriore benefici per l’imputato, in quanto il decreto penale:

1. non ha efficacia di giudicato nel giudizio civile o amministrativo;


2. non comporta la condanna alle spese del procedimento ed il reato si estingue se nel termine di
cinque anni, quando il decreto concerne un delitto, ovvero di due anni, quando il decreto concerne
una contravvenzione, l’imputato non commette un delitto o una contravvenzione della stessa
indole;
3. non viene menzionato nei certificati richiesti dai privati.

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Dopo che è stato emesso, il decreto penale di condanna viene notificato all’imputato. Se non è possibile
eseguire la notificazione per irreperibilità dell’imputato, il Giudice revoca il decreto e restituisce gli atti al
Pubblico Ministero.

Ricevuta la notifica, l’imputato può presentare opposizione nel termine di 15 giorni ed ottenere così lo
svolgimento del dibattimento con la garanzia del contraddittorio nella formazione della prova. Altrimenti,
può accettare il rito, rimanendo inerte (consenso tacito dell’imputato).

L’opposizione al decreto penale di condanna ha un effetto totalmente devolutivo. L’imputato corre il


rischio di subire un trattamento sanzionatorio più rigoroso e di perdere i benefici concessi.

Con l’atto di opposizione, l’imputato può tuttavia chiedere l’ammissione all’abbreviato, al


patteggiamento, all’immediato e chiedere la sospensione con messa alla prova o l’oblazione.

In mancanza di specifica richiesta di uno dei predetti procedimenti speciali, il Giudice revoca il decreto e
cita l’imputato al dibattimento mediante l’istituto del giudizio immediato.

Il decreto penale notificato regolarmente e non opposto dall’imputato diventa irrevocabile. Ha efficacia di
giudicato penale, ma non costituisce accertamento ai fini extrapenali (es. responsabilità civile).

Va ricordato, infine, come fino a poco tempo fa, la persona offesa poteva opporsi al procedimento per
decreto ottenendo così di inibire all’imputato la possibilità di ottenere i benefici suddetti. Tale facoltà
della persona offesa è stata tuttavia dichiarata incostituzionale dalla Corte delle leggi con la sentenza n.
23/2015.

Con il termine oblazione, nel diritto penale, viene a indicarsi un’autonoma causa di estinzione dei
reati di tipo contravvenzionale, puniti con la sola ammenda o con ammenda alternativa all’arresto.

L’oblazione può essere qualificata come una sorta di “depenalizzazione negoziata”, attraverso cui è
possibile estinguere il reato adempiendo ad una obbligazione amministrativa. L’illecito penale si
trasforma così in illecito amministrativo e si estingue nel pagamento volontario, da parte dell’imputato (o
indagato) di una determinata somma di denaro stabilita dalla legge.

Le norme che disciplinano tale istituto sono gli artt. 162 e 162-bis del codice penale, nonché l’art. 141
delle disposizioni di attuazione al codice di procedura penale.

Oblazione nelle contravvenzioni: disciplina

L’oblazione può distinguersi in obbligatoria o semplice e in facoltativa o speciale, a seconda del potere o
dovere incombente in capo al Giudicante di ammettere l’imputato al pagamento della somma dovuta ai
fini di estinzione del reato.

L‘oblazione c.d. semplice (art. 162 c.p.) riguarda le contravvenzioni punite solo con ammenda: in tale
ipotesi il reato si estingue con il pagamento di una somma corrispondente alla terza parte del massimo
della pena stabilita dalla legge per la contravvenzione commessa, oltre le spese del procedimento. Si tratta
di un vero e proprio diritto soggettivo di ottenere l’estinzione del reato, tant’è che il giudice, qualora abbia
verificato l’esistenza delle condizioni formali che legittimino l’oblazione, è obbligato a consentirla,
dichiarando, però, l’estinzione del reato solo dopo il pagamento della somma richiesta. Il pagamento
estingue di diritto il reato.

L’Oblazione c.d. speciale (art. 162 bis c.p.) riguarda, invece, le contravvenzioni punite, alternativamente,
con l’arresto o con l’ammenda ed ai fini di estinzione del reato occorre effettuare il pagamento di una
somma pari alla metà del massimo della pena stabilita dalla legge per la contravvenzione commessa, oltre
– ovviamente anche in questo caso – le spese del procedimento.

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A differenza dell’oblazione semplice, in cui l‘organo giudicante non entra nel merito dell’istanza, ma
svolge un controllo formale, nella oblazione facoltativa la valutazione del Giudice è discrezionale,
dovendo egli avere riguardo “alla gravità del fatto” ex art. 133 c.p. Inoltre, l’oblazione speciale non può
essere applicata se è contestata la recidiva reiterata (v. art. 99 c.p.), se è ritenuta l’abitualità nelle
contravvenzioni o la professionalità nel reato (v. art. 104), ovvero se permangono le conseguenze dannose
o pericolose del reato eliminabili da parte del contravventore. Infine, a differenza dell’oblazione
ordinaria, tale causa di estinzione del reato non opera di diritto.

L’istanza di oblazione, sia obbligatoria che facoltativa, deve essere presentata al Giudice prima
dell’apertura del dibattimento, da parte del difensore, munito di apposita procura speciale, ovvero
direttamente dall’imputato laddove presente all’udienza.

L’istanza può essere altresì proposta prima che si proceda per decreto di condanna.

Ai sensi dell’art. 141 comma 2 disp. att. c.p.p., il Pubblico Ministero, anche prima di presentare richiesta
di decreto penale, può avvisare l’interessato, ove ne ricorrano i presupposti, che ha facoltà di chiedere di
essere ammesso all’oblazione. In tal caso, ove l’istanza venga presentata, il PM trasmette gli atti del
procedimento al Giudice per le indagini preliminari, il quale provvede con ordinanza all’accoglimento o
al rigetto.

Ove il Pubblico Ministero non abbia dato il relativo avviso e abbia presentato richiesta di procedere per
decreto al GIP, quest’ultimo, con il decreto penale di condanna, avverte l’imputato della relativa
facoltà. Qualora venga proposta domanda di oblazione, il giudice, acquisito il parere del Pubblico
Ministero, se respinge la domanda pronuncia ordinanza disponendo, se del caso, la restituzione degli atti
al pubblico ministero; altrimenti ammette all’oblazione e fissa con ordinanza la somma da versare,
dandone avviso all’interessato. Nell’ordinanza viene altresì fissato un termine entro il quale dovrà essere
effettuato il pagamento della somma a titolo di oblazione.

Come pagare la somma stabilita dal Giudice a titolo di oblazione

Il pagamento dell’oblazione deve essere effettuato utilizzando il MODELLO F23 entro il termine stabilito
dal Giudice nell’ordinanza di ammissione all’istituto, presso uno dei seguenti sportelli:

 Concessionario E.S.A.T.R.I. s.p.a.;


 Ufficio Postale;
 Banca/Istituto di credito.

Effettuato il pagamento, una delle distinte dovrà essere depositata nella cancelleria del Giudice, il quale,
avuta così prova del pagamento, emette sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, ove
risulti già esercitata l’azione penale nei confronti dell’imputato; diversamente, se ci si trova ancora nella
fase delle indagini preliminari, il GIP – su richiesta del PM – dispone l’archiviazione del procedimento.

Ecco come compilare il modello F23 per pagare la somma a titolo di oblazione:

1. COGNOME, DENOMINAZIONE…: indicare le generalità ed il codice fiscale del soggetto tenuto


al pagamento;
2. COGNOME, DENOMINAZIONE…: non compilare;
3. UFFICIO O ENTE: indicare come codice 9BX e come sub. codice RG (clicca qui qui per la
tabella completa dei codici uffici o enti territoriali);
4. CO. TERRITORIALE: indicare il codice identificativo del comune di ubicazione dell’ufficio o
dell’ente al quale va riferito il versamento (clicca qui per l’elenco completo dei codici territoriali);
5. CAUSALE: indicare come codice PA;
6. ESTREMI DELL’ATTO O DEL DOCUMENTO: indicare il numero del Registro generale del
procedimento cui va riferita l’oblazione (esempio: il proc. Nr. 1234/08 R.G.G.I.P. viene riportato
come segue =20081234RGGIP);

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7. CODICE TRIBUTO: al primo rigo indicare il codice 741T relativo alla somma versata a titolo di
oblazione, mentre al secondo rigo indicare il codice 773T, relativo invece alle spese processuali;
8. DESCRIZIONE: al primo rigo indicare la voce oblazione ed al secondo rigo la voce spese
processuali.
9. IMPORTO: al primo rigo indicare in cifre la somma dovuta a titolo di oblazione, mentre al
secondo rigo indicare la somma delle spese processuali di cui alla distinta consegnata dalla
cancelleria;
10. COD. DESTINATARIO: non compilare.

Il procedimento penale davanti al giudice di pace è disciplinato nel D.lgs. del 28 agosto 2000
n. 274 (“Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace“), emanato al al fine di attribuire alla
competenza di questo giudice i reati c.d. bagatellari, e cioè di “minore gravità”.

Nel procedimento penale davanti al giudice di pace, per quanto non espressamente previsto nel decreto, si
osservano le disposizioni contenute nel codice di procedura penale e nelle norme di attuazione, di
coordinamento e transitorie dello stesso codice, in quanto applicabili (v. art. 2 d. l.vo 274/2000), ad
eccezione dei seguenti istituti propri del codice di rito:

– le misure cautelari personali, l’arresto e il fermo, atteso che il procedimento penale davanti al giudice di
pace esclude sanzioni detentive;

– l’incidente probatorio e la proroga delle indagini preliminari, essendo sul punto previsti istituti propri al
procedimento in commento, quali l’assunzione di prove non rinviabili di cui all’art. 18 e la prosecuzione
delle indagini preliminari di cui all’art. 16;

– l’udienza preliminare;

– i riti alternativi, dovendo il procedimento penale davanti al giudice di pace favorire, per quanto
possibile, la conciliazione tra le parti.

La competenza del giudice di pace

L’art. 4 fissa la competenza per materia del giudice di pace. Essa ricorre per i seguenti delitti consumati o
tentati: percosse (581 c.p.), lesioni personali perseguibili a querela di parte (art. 582 comma 2 c.p.);
lesioni personali colpose, purché perseguibili a querela di parte e “ad esclusione delle fattispecie connesse
alla colpa professionale e dei fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni
sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale quando,
nei casi anzidetti, derivi una malattia di durata superiore a venti giorni” (art. 590 c.p.); omissione di
soccorso (art. 593 co. 1 e 2 c.p.) ingiuria (art. 594); diffamazione (art. 595 commi 1 e 2 c.p.); minaccia
(612 comma 1 c.p.); furti punibili a querela dell’offeso (art. 626); sottrazione di cose comuni (art. 627
c.p.); usurpazione (art. 631 c.p.), purché si tratti di delitto perseguibile a querela di parte; deviazione di
acque e modificazione dello stato dei luoghi (art. 632 c.p.), purché si tratti di delitto perseguibile
a querela di parte; invasione di terreni ed edifici (art. 633 comma 1 c.p.), purché si tratti di delitto
perseguibile a querela di parte; danneggiamento (art. 635 comma 1 c.p.); introduzione ed abbandono di
animali nel fondo altrui e pascolo abusivo (art. 636 c.p.), purché si tratti di delitto perseguibile
a querela di parte; ingresso abusivo nel fondo altrui (art. 637 c.p.); uccisione o danneggiamento di animali
altrui (art. 638 comma 1 c.p.); deturpamento e imbrattamento di cose altrui (art. 639 c.p.); appropriazione
di cose smarrite, del tesoro o di cose avute per errore o caso fortuito (art. 647 c.p.).

L’art. 4 inoltre prevede la competenza per materia del giudice di pace per alcune contravvenzioni del
codice penale e per alcuni delitti consumati e tentati e contravvenzioni indicate in determinate leggi
speciali.

Per quanto attiene invece la competenza per territorio, l’art. 5 del D.lgs. 274/2000 stabilisce quale criterio
per individuare il giudice competente, quello del luogo in cui il reato è stato consumato.

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Notevoli limitazioni rispetto alla disciplina ordinaria sono previsti in materia di competenza per
connessione, atteso che ai sensi dell’art. 7 d.lgs. 274/2000 i casi di connessione di procedimenti davanti al
giudice di pace sono solo i seguenti:

a) quando il reato per cui si procede è stato commesso da più persone in concorso o cooperazione fra loro;

b) se una persona è imputata di più reati commessi con una sola azione od omissione.

Le indagini preliminari nei procedimenti di competenza del Giudice di pace

Diversamente a quanto accade nel procedimento penale disciplinato dal c.p.p., la polizia giudiziaria
svolge di propria iniziativa tutte le indagini preliminari necessarie per ricostruire il fatto e per individuare
il colpevole (cfr. art. 11 d.lvo 274/2000).

Entro il termine di 4 mesi, decorrenti dall’acquisizione della notizia di reato, la polizia giudiziaria deve
riferire, con relazione scritta, al pubblico ministero le attività compiute e i risultati acquisiti. Se la notizia
di reato risulta fondata, la polizia giudiziaria enuncia nella relazione il fatto in forma chiara e precisa, con
l’indicazione degli articoli di legge che si assumono violati, e richiede al PM l’autorizzazione a disporre
la comparizione della persona sottoposta ad indagini davanti al giudice di pace.

La polizia giudiziaria deve altresì essere autorizzata dal pubblico ministero per compiere gli atti c.d.
garantiti, ovvero gli accertamenti tecnici irripetibili, gli interrogatori e i confronti relativi all’indagato,
le perquisizioni e i sequestri che la polizia giudiziaria non può effettuare di propria iniziativa (art. 13).

Il pubblico ministero, se non richiede l’archiviazione, esercita l’azione penale, formulando l’imputazione
e autorizzando la citazione dell’imputato. Ove ritenga necessarie ulteriori indagini, vi provvede
personalmente ovvero avvalendosi della polizia giudiziaria, a tal fine impartendo direttive o delegando il
compimento di specifici atti.

Della chiusura delle indagini preliminari non deve essere dato l’avviso di cui all’art. 415 bis c.p.p.

Non è prevista la figura del G.I.P., le cui attribuzioni sono affidate ad un giudice di pace “del luogo ove
ha sede il tribunale del circondario in cui è compreso il giudice territorialmente competente” (art. 5
comma 2 e 19 D.lgs).

Instaurazione del giudizio davanti al Giudice di pace

In caso di ritenuta fondatezza della notizia di reato, il pubblico ministero formula l’imputazione e dà
corso alla citazione dell’imputato (sui contenuti del decreto v. art. 20 d.lgs. 274/2000).

Il D.lgs. 274/2000 prevede poi, all’art. 21, la possibilità per la persona offesa dal reato di chiedere
direttamente con ricorso al giudice di pace la citazione a giudizio della persona alla quale il reato è
attribuito, nei soli casi di reati perseguibili a querela (c.d. ricorso immediato della persona offesa).

Il ricorso va comunicato al PM; dopodichè va presentato a cura dell’istante nella cancelleria del giudice
territorialmente competente, entro il termine di 3 mesi dalla notizia del fatto che costituisce reato,
unitamente alla prova dell’avvenuta comunicazione (art. 22). Se la parte offesa ha inoltre intenzione di
costituirsi parte civile, deve farlo, a pena di decadenza, con la presentazione del ricorso medesimo (art.
23).

Il giudice di pace, quando ritiene che il ricorso non sia inammissibile o manifestamente infondato, che
non ricorra un’ipotesi di incompetenza per materia o per territorio, convoca le parti in udienza entro il
termine di venti giorni dal deposito del ricorso (at. 27 D.lgs.).

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Il decreto e il ricorso vanno notificati a cura del ricorrente al PM, alla persona citata in giudizio e al suo
difensore 20 giorni prima dell’udienza (at. 27 D.lgs.).

Gli artt. 20 bis e 20 ter prevedono, infine, l’instaurazione del procedimento su iniziativa della polizia
giudiziaria che prende il nome di “giudizio a presentazione immediata” nella sua forma ordinaria,
disciplinata dall’art. 20 bis D.Lgs. 274/2000, e di “giudizio a citazione contestuale” nella sua variante
straordinaria, disciplinata dall’art. 20 ter.

Il giudizio a presentazione immediata è previsto per i reati procedibili d’ufficio, ove sussista flagranza del
reato o prova evidente (art. 20 bis); il giudizio a citazione contestuale è previsto per le stesse ipotesi
contemplate dall’art. 20 bis, ma qualora ricorrano gravi e comprovate ragioni di urgenza che non
consentono di attendere la fissazione dell’udienza ovvero se l’imputato si trova a qualsiasi titolo
sottoposto a misure di limitazione o privazione della libertà personale (art. 20 ter).

Svolgimento del giudizio davanti al giudice di pace

Alla prima udienza di comparizione, Il giudice, quando il reato è perseguibile a querela, promuove la
conciliazione tra le parti. In tal caso, qualora sia utile per favorire la conciliazione, il giudice può rinviare
l’udienza per un periodo non superiore a due mesi e, ove occorra, può avvalersi anche dell’attività di
mediazione di centri e strutture pubbliche o private presenti sul territorio. In ogni caso, le dichiarazioni
rese dalle parti nel corso dell’attività di conciliazione non possono essere in alcun modo utilizzate ai fini
della deliberazione.

In caso di conciliazione è redatto processo verbale attestante la remissione di querela o la rinuncia al


ricorso di cui all’articolo 21 e la relativa accettazione. La rinuncia al ricorso produce gli stessi effetti della
remissione della querela.

In caso di ricorso immediato dalla persona offesa, la mancata comparizione all’udienza del ricorrente o
del suo procuratore speciale non dovuta ad impossibilità a comparire per caso fortuito o forza maggiore
determina l’improcedibilità del ricorso, salvo che l’imputato o la persona offesa, querelante ma non
ricorrente, chieda che si proceda al giudizio (art. 30).

In mancanza di conciliazione, si dichiara l’apertura del dibattimento prima della quale l’imputato è
ammesso a presentare domanda di oblazione (art. 29 D.lgs.).

Dichiarata l’apertura del dibattimento, “se può procedersi immediatamente al giudizio, il giudice ammette
le prove richieste escludendo quelle vietate dalla legge, superflue o irrilevanti” e invita le parti ad
indicare gli atti che vanno inseriti nel fascicolo per il dibattimento, secondo le disposizioni previste
dall’art. 431 c.p.p. (art. 29 D.lgs.).

L’art. 32 comma 1 del D.lgs. 274/2000 prevede inoltre che “sull’accordo delle parti, l’esame dei
testimoni, dei periti, dei consulenti tecnici e delle parti private può essere condotto dal giudice sulla base
delle domande e delle contestazioni proposte dal pubblico ministero e dai difensori”.

Terminata l’acquisizione delle prove, il giudice pronuncia sentenza la cui motivazione è “redatta in forma
abbreviata” e “depositata nel termine di quindici giorni dalla lettura del dispositivo”, quando non è dettata
direttamente a verbale.

In casi particolari (art. 34 e 35 del D.lgs. 274/2000), peraltro, il giudice di pace può prosciogliere con
formule terminative diverse da quelle tradizionali (suscettibili di ricorso per cassazione), e cioè:

 se il giudice di pace ritiene che il fatto sia di particolare tenuità, emette sentenza di non doversi
procedere a condizione che non si oppongano l’imputato e la persona offesa (art. 34);
 se il giudice di pace accerta la riparazione del danno e l’eliminazione delle conseguenze dannose o
pericolose del reato intervenute prima dell’udienza di comparizione, emette sentenza di non
doversi procedere “per estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie” (art. 35).

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Le sanzioni irrogabili dal giudice di pace

La pena pecuniaria costituisce la sanzione normalmente applicata in caso di condanna dal giudice di pace.
Le altre due tipologie di sanzioni applicabili sono peculiari del procedimento penale davanti al giudice di
pace e si distinguono in:

– permanenza domiciliare (art. 53) che consiste nell’obbligo di rimanere nell’abitazione, in altro luogo di
privata dimora, in luogo di cura o di accoglienza per i giorni di sabato e domenica o, se vi sono esigenze
familiari, lavorative, scolastiche o sanitarie, per giorni diversi della settimana o, se vi è richiesta del
condannato, per l’intera durata della pena continuativamente (durata della pena: non meno di 6 e non più
di 45 giorni); e eventualmente è accompagnata dal divieto di accedere a luoghi specifici per i giorni della
settimana in cui il condannato non è in permanenza domiciliare (durata del divieto: non più del doppio
della durata massima della permanenza domiciliare, ferma restando la cessazione del divieto con la
cessazione della pena);

– lavoro di pubblica utilità (art. 54) che consiste nella prestazione di attività non retribuita a favore della
collettività da svolgersi presso lo Stato, la Regione, il Comune o organizzazioni di assistenza o di
volontariato per non meno di 6 ore settimanali corrispondenti a 3 giorni (tenuto conto che 2 ore di lavoro
corrispondono a 1 giorno di lavoro) o, se vi è richiesta del condannato, anche per più di 6 ore settimanali
ancorchè per non più di 8 ore giornaliere (durata della pena: non meno di 10 giorni e non più di 6 mesi), e
può essere disposto dal giudice di pace a condizione che vi sia richiesta del condannato, stante il
divieto dei lavori forzati contenuto nella convenzione europea per la salvaguardia dei diritti
dell’uomo (ratificata dalla L. 848/55).

Per quanto attiene, invece, all’entità delle sanzioni irrogabili, l’art. 52 d. lgs. 274/00 dispone che per i
reati per i quali è prevista la sola pena della multa o dell’ammenda continuano ad applicarsi le pene
pecuniarie vigenti. Per gli altri reati di competenza del giudice di pace, le pene sono così modificate:

 pena pecuniaria da euro 258 a 2.582, per i reati punibili con pena alternativa se la pena detentiva
non è superiore nel massimo a 6 mesi;
 pena pecuniaria da euro 258 a 2.582 o permanenza domiciliare da 6 a 30 giorni o lavoro di
pubblica utilità da 10 giorni a 3 mesi, per i reati punibili con pena alternativa se la pena detentiva è
superiore nel massimo a 6 mesi;
 pena pecuniaria da euro 516 a 2.582 o permanenza domiciliare da 15 a 45 giorni o lavoro di
pubblica utilità da 20 giorni a 6 mesi, che si ha per i reati punibili con la sola pena detentiva;
 pena pecuniaria da euro 774 a 2.582 o permanenza domiciliare da 20 a 45 giorni o lavoro
di pubblica utilità da 1 a 6 mesi, che si ha per i reati punibili con pena congiunta.

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