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dal Dizionario Filosofico (1764) di Voltaire

Fede

Che cos’è la fede? È il credere in ciò che appare evidente? No: per me è evidente che esiste un
Essere necessario, eterno, supremo, intelligente; ma questa non è fede, è ragione.

Credo

[…]

Se è lecito citare autori moderni in una materia tanto solenne, riferirei qui il Credo dell’abate
di Saint-Pierre,1 come si trova scritto di sua mano nel suo libro sulla purezza della religione,
libro che non è stato pubblicato, ma che io ho fedelmente ricopiato.

«Io credo in un solo Dio, e lo amo. Credo che egli illumini ogni anima che viene al mondo,
come dice san Giovanni: intendo dire ogni anima che lo cerchi in buona fede.

Io credo in un solo Dio, perché non può esservi che una sola anima del gran tutto, un solo
essere che lo vivifica, un unico artefice.

«Io credo in Dio, padre onnipotente, perché egli è padre comune della natura e di tutti gli
uomini che sono egualmente suoi figli. Io credo che colui che li fa nascere tutti in egual modo,
che ha combinato il meccanismo della nostra vita nella stessa maniera, che ha dato loro gli
stessi principi di una morale la qale può essere da loro scoperta non appena riflettano, non
abbia posto nessuna differenza tra i suoi figli, fuorché quella tra il crimine e la virtù.

Io credo che il cinese giusto e generoso sia per lui più prezioso di un dottore europeo
puntiglioso e arrogante.

1
Saint-Pierre, Charles-Irénée Castel, detto l’abate di Saint-Pierre. Scrittore politico francese (Saint-Pierre-
l’Église, Cherbourg, 1658-Parigi 1743). Membro dell’Académie française (1695), in occasione del Congresso di
Utrecht (1712) elaborò un piano di pace universale (Projet pour rendre la paix perpétuelle en Europe, 1713),
secondo il quale i sovrani europei avrebbero dovuto costituire una lega, il cui tribunale avrebbe risolto i possibili
conflitti, e formare una forza sovranazionale per garantire il rispetto delle decisioni del tribunale. Fu radiato
all’Académie (1718) per il Discours sur la polysynodie, violenta requisitoria contro Luigi XIV.

1
Io credo che, essendo Dio nostro padre comune, noi dobbiamo considerare tutti gli uomini
nostri fratelli. «Io credo che il persecutore sia un uomo abominevole, e che venga subito dopo
l’avvelenatore e il parricida.

Io credo che le dispute teologiche siano a un tempo la farsa più ridicola e il flagello più
orribile della terra, subito dopo la guerra, la peste, la carestia e la sifilide.

Io credo che gli ecclesiastici debbano essere pagati, e pagati bene, come servi del pubblico,
precettori di morale, depositari dei registri dei nati e dei morti; ma che non si debba dar loro la
ricchezza dei grandi appalti delle imposte, né il rango di principi, perché l’una cosa e l’altra
corrompono l’anima; e nulla è più rivoltante che il vedere uomini così ricchi e superbi far
predicare l’umiltà e l’amore della povertà da persone che han solo cento scudi di salario
l’anno.

Io credo che tutti i preti che amministrano una parrocchia debbano essere sposati, non solo per
avere al fianco una donna onesta che prenda cura della loro casa, ma per essere migliori
cittadini, dare buoni sudditi allo Stato, e avere molti figli bene educati.

Io credo che sia necessario estirpare i monaci; si renderebbe un gran servizio alla patria e a
loro stessi; sono uomini che Circe mutò in porci; il saggio Ulisse deve rendere loro la forma
umana.»

Il paradiso agli uomini che fanno il bene!

2
Voltaire fu certamente un grande critico della chiesa cattolica. Ironizzava, solo per fare un
esempio, sul fatto che i concili ecclesiastici avessero condannato la nozione degli antipodi
come eretica, e tuttavia gli antipodi furono scoperti da ricercatori che rispettavano sia il papa
che i concili.

Leggendo Voltaire, balza all’occhio che egli critica non soltanto la chiesa cattolica ma anche
il protestantesimo inglese, il presbiterianesimo, i quaccheri, l’Islam… Come bisogna
comprendere ciò? Affermare che Voltaire era un critico della religione come tale significa
dare un’immagine di Voltaire ateo, e sarebbe una cattiva interpretazione. In realtà era un
uomo profondamente credente, ma non religioso. Il suo era un Dio senza Chiesa, o meglio
senza Chiese. Era il Dio, come egli amava ripetere, di Socrate, di Epitteto, Marco Aurelio, ma
anche di Newton e di Locke.

Voltaire rifiutava due aspetti della religione: 1) il confessionalismo (cioè l’appartenenza ad


una denominazione religiosa specifica in perenne lite con le altre; 2) le superstizioni o i
pregiudizi (préjugés), ossia ciò che egli considerava tali: formulazioni che precedono l’analisi
e l’esame critico, e dunque, in qualsiasi ambito li riscontrasse: testi sacri, scritti filosofici,
opinioni correnti, esercitò contro di essi una critica staffilante, elegante, feroce.

Come gli eretici medioevali e i riformatori sinceri, Voltaire confrontava lo stato della chiesa
della sua epoca con il vangelo. Ciò che egli intendeva come il vero cristianesimo era una
religione semplice, razionale, umanistica, non confessionale. Secondo lui il giudaismo, il
cristianesimo o l’islamismo – si ricordi che in Francia circolava un virulento pamphlet contro
I tre impostori (Abramo, Cristo e Maometto) contro cui lo stesso Voltaire scrisse
un’Epistola– non hanno un valore più grande delle altre religioni del mondo.

Qual era dunque la religione di Voltaire? Oggi si utilizza il termine deismo per designarla
(anche se teista Voltaire si definì nel suo Dizionario filosofico ). È una “religione”, il deismo,
di una semplicità teologica imbarazzante, diciamo così basica, non confessionale, non
dogmatica, non metafisica, fondata sui valori morali ed alcune concezioni considerate come
generalmente accettabili da tutti. In questo sistema Dio è piuttosto un orologiaio, creatore
dell’universo che interviene poco negli affari del mondo. Dio è soprattutto il garante dei valori
morali. È un Dio che remunera e che punisce però (che “affanna e che consola” dirà un suo ex
seguace italiano Alessandro Manzoni). Voltaire ad esempio disprezzava gli sforzi di provare
l’esistenza di Dio. Era convinto che tutta la natura, da sé, e senza essere filosofi, ci mostra che
esiste un Dio. (L’articolo indeterminativo non è messo a caso).

Dio e l’immortalità dell’anima: solo questi due elementi teologici sono, secondo Voltaire, le
costituenti di base della religione. Scriverà che la ragione umana è così poco capace di
dimostrare di per sé l’immortalità dell’anima, che la religione è obbligata a rivelarcelo. Il bene
comune di tutti gli uomini chiede che si creda l’anima immortale, la fede ce lo ordina.

In questa religione le superstizioni non hanno più nessun posto. La religione di Voltaire è
razionale. «A chi sottometterò la mia anima? Sarò cristiano, perché sarei di Londra o di
Madrid? Sarò musulmano perché sarei Turco? Io non devo pensare che per me stesso e da me
stesso; la scelta di una religione è il mio più grande interesse. Tu adori un Dio tramite
Maometto, e tu tramite il Lama; e tu tramite il Papa. Eh, infelice, adora un Dio con la tua
ragione! » Examen …

3
Voltaire critica le concezioni troppo definite e troppo sicure di un Dio. Tutta la voce Dio nel
Dizionario filosofico – il punto di vista di Voltaire essendo quello di Dondinac – è tesa a
insistere su questo punto: adoriamo Dio senza volere penetrare nell’oscurità dei suoi misteri.
Voltaire rifiuta anche le cosiddette prove dell’esistenza di Dio: quelle elaborate dalla
Scolastica. Gli sembrano completamente inutili è folli. Il centro della religione non è nei
dogmi e nelle cerimonie. La vera religione è una fede semplice e non dogmatica in Dio.

Meno noto è il Voltaire critico dell’ateismo e del materialismo.

Né Voltaire né Rousseau furono atei e materialisti. Diderot, Hélvetius e, in maniera


certamente più conseguente e militante, Holbach, lo furono. Quest’ultimo è senz’altro
l’illuminista materialista e ateo più enragé. Per tutta la sua vita intellettuale Holbach e i suoi
sodali (“la cricca holbacchiana” la chiamerà Rousseau nelle Confessioni) costituì una vera
centrale atea. Incessante e instancabile fu l’ azione di Holbach e dei suoi allievi su questo
versante: per sfuggire ai rigori della censura e dei Tribunali (che, ricordiamo, riuscirono ad
infliggere l’arresto, la tortura e fino a nove anni di carcere ai semplici detentori dei libri atei)
Holbach preferì pubblicare in forma anonima e dare all’edizione dei propri libri falsi luoghi, e
a volte anche false date, di stampa. Il suo materialismo ed ateismo furono l’impresa
intellettuale più filosoficamente fondata e intransigente della stagione illuminista francese e
oggetto oggi di intensi studi sotto l’etichetta di “illuminismo radicale”.

Voltaire, se procede implacabilmente a staffilare il fronte dei credenti di ogni confessione


religiosa, è altrettanto preoccupato dall’avanzata dell’ateismo sempre più aperto e sempre
meno dissimulato nei suoi contenuti teorici (come poteva esserlo certo Spinoza o certo
spinozismo). Circola sotto i suoi occhi ormai un ateismo sempre più sfrontato e diffuso – “un
ateismo per tutti” – trattato in una fiorente pubblicistica, anche se anomina e clandestina onde
evitare i rigori della censura e le pene dei Tribunali come abbiamo visto.

Voltaire vuole conservare alla religione la funzione di instrumentum regni, di controllo, di


sedazione delle masse da parte dei governi. Qualche decennio dopo il poeta italiano Ugo
Foscolo dirà che alle masse bisogna dare “pane, preti e carnefici”. Voltaire se non i preti
sicuramente la religione. Sa perfettamente che il sogno di masse che la pensino in materia di
religione come degli eleganti philosophes è impossibile. Da qui la sua massima-battuta, «Se
Dio non esistesse, occorrerebbe inventarlo» (Epistola all’autore del trattato dei tre
impostori). In fondo Voltaire nel suo illuminismo elitario (contraddizione in termini, ma così
è) sa che se se le masse non credessero più in Dio sarebbero disposte a credere a tutto. Dio
nella sua visione «è il sacro legame della società, il primo fondamento della santa giustizia, il
freno dello scellerato, la speranza del giusto» e più avanti dirà: «Lasciamo agli umani la paura
e la speranza».

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