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INDICE 1

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Società Filologica Romana c/o Dipartimento di Studi
europei, americani e interculturali, Università di Roma “La
Sapienza” Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma

Rivista annuale, anno 2016 n. 12, nuova serie.


Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 514/2005 del
19/12/2005
ISSN 0391-1691 – ISBN 978-88-67288-27-4

Direttore responsabile: Roberto Antonelli

Direzione: Roberto Antonelli, Giovannella Desideri, Annalisa


L andolfi , S abina M arinetti , M ira M ocan , M addalena
Signorini

Comitato scientifico: Fabrizio Beggiato (Roma “Tor Vergata”),


Corrado Bologna (Roma III), Mercedes Brea (Santiago
de Compostela), Paolo Cherchi (University of Chicago),
Luciano Rossi (Universität Zürich), Emma Scoles (Roma “La
Sapienza”), Giuseppe Tavani (Roma “La Sapienza”)

Comitato editoriale: Sabina Marinetti (coord.), Valentina


Atturo, Giorgio Barachini, Silvia Conte, Silvia De Santis,
Lorenzo Mainini

Distribuzione e abbonamenti: Viella editore Via delle Alpi 32


00198 Roma
mail: abbonamenti@viella.it

Abbonamento annuale: Italia


e 40,00
Estero e 50,00

La rivista si avvale della procedura di valutazione e accet-


tazione degli articoli double blind peer review

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INDICE

SAGGI
Silvia De Santis, Amors, vers cui rien n’a defense.
Medea e Giasone nel Roman de Troie di Benoît
de Sainte-Maure Pag. 9
Francesco Filippo Minetti, Cerverí (e ...Plotino?),
in uno spregiato inedito dell’ ‘837’ (Paris, B.N.,
F.Fr.: réserve 1514 I)? » 37
Riccardo Viel, « Aï faux ris »: tracce del francese di
Dante e del suo pubblico » 91
Annalisa Perrotta, L’errore di Berta. La nascita e
l’infanzia di Orlando tra la Geste francor e i poemi
anonimi in ottava rima » 137

FILOLOGIA MATERIALE
Sabina Marinetti, Il canzoniere provenzale L e Venezia » 167
Lorenzo Mainini, Per la storia di due coblas di Folchetto
(BAV, Vat. lat. 89) » 187
Roberto Antonelli, Il cod. Vat. lat. 3793 e il suo
copista, 2 » 207

POSTILLE
Paolo Cherchi, “Acursar les faldes”: Postilla al Tirant
Lo Blanch, cap. xiv) » 233

LAVORI IN CORSO
Lorenzo Fabiani, Appunti sulla lingua del Liber
Alexandri della Biblioteca marciana » 247

RIASSUNTI - SUMMARIES »
285
BIOGRAFIE - BIOGRAPHIES »
291
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SAGGI

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE.
MEDEA E GIASONE NEL ROMAN DE TROIE
DI BENOÎT DE SAINTE-MAURE

Nel prologo del Roman de Troie, Benoît de Sainte-


Maure dichiara le sue fonti indicando quei riferimenti
culturali e letterari che costituivano parte essenziale
della sua formazione (1): ovviamente la Bibbia, richia-

(1) Le poche informazioni biografiche sull’autore del Roman


de Troie si ricavano dalla sua stessa opera: il nome di battesimo,
Beneeiz (v. 132), la terra d’origine, Sainte-Maure, situata fra Tours
e Poitiers, e la sua appartenenza « au monde des clercs atta-
chés à la cour d’Aliénor d’Aquitaine et d’Henri II Plantagenêt »,
basata sull’allusione a una « riche dame de riche rei » (v. 13468)
generalmente (ma non unanimemente) identificata con Eleonora
d’Aquitania (vv. 13457-70 del Roman de Troie) e sulla paternità del-
la Chronique des Ducs de Normandie, composta intorno al 1170 per
Enrico II, che salderebbe in un’unica personalità autoriale « Benoît
de Sainte-Maure romancier et Benoît, chroniqueur officiel d’Hen-
ri II Plantagenêt » (E. Baumgartner, Le roman de Troie de Benoît de
Sainte-Maure, Traduction et présentation par E. Baumgartner, Paris
1987, p. 25; cfr. A. D’agostino, I Romanzi della Triade Classica, Mito
ed eros come nuovi linguaggi letterarî, in Id. (a cura di), Il Medioe-
vo degli antichi. I romanzi francesi della “Triade Classica”, Scritti di
A.  D’Agostino, D. Mantovani, S. Resconi e R. Tagliani, Premessa
di M. L. Meneghetti, Milano-Udine 2013, pp.  15-103, pp. 33-34).
Inoltre, accogliendo il dato della paternità della Chronique, Benoît
avrebbe sostituito Wace nelle funzioni di storiografo ufficiale di
corte (cfr. R. R. Bezzola, Les origines et la formation de la littérature
courtoise en Occident (500-1200), III: La société courtoise: littérature de
cour et littérature courtoise, tome I, Paris 1963, pp. 152-153: « vers 1174,
il [Wace] dut céder sa place de poète de la cour, puisque, comme
il le dit lui-même, le roi chargea un certain Benoît – qu’on a
depuis identifié avec Benoît de Sainte-Maure ».

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10 S. DE SANTIS

mata dall’allusione in esordio all’auctoritas di Salomo-


ne, le Arti liberali, Darete Frigio e Ditti Cretese (2).
Oltre alle citazioni dirette, Benoît de Sainte-Maure
mostra di conoscere le Metamorfosi e le Eroidi di Ovi-
dio, rivelandosi altresì lettore attento dei suoi diretti
predecessori: Wace, da cui trae gran parte del pro-
prio stile “epico” (3), la lirica occitanica e soprattutto
il Roman de Thèbes e l’Éneas (4).
Le fonti dirette del Roman de Troie, a cui si allude
in corso d’opera con i termini l’Escrit, le Livre, l’Estoire,
sono la De excidio Troiae historia di Darete Frigio e
l’Ephemeris belli Troiani di Ditti Cretese (5). Comune

(2)  Per quanto attiene alla datazione del Ditti latino (ossia del-
la traduzione latina del Ditti greco realizzata da Lucio Settimio),
la critica più recente è orientata verso il sec. IV e per il Darete
latino su una data non anteriore alla seconda metà del sec. V, cfr.
V.  Prosperi, Omero sconfitto. Ricerche sul mito di Troia dall’Antichità al
Rinascimento, Roma 2013, p. 4, n. 5, a cui si rinvia anche per una
più completa bibliografia; si veda anche A. Punzi, Le metamorfosi
di Darete Frigio: la materia troiana in Italia (con un’appendice sul ms.
Vat. Barb. lat. 3953), in Storia, geografia, tradizioni manoscritte [« Critica
del testo », VII / 1, 2004], pp. 163-211, in part. p. 164 nota 1, e
Ditti di Creta, L’altra Iliade. Il Diario di Guerra di un soldato greco,
con la Storia della distruzione di Troia di Darete Frigio e i testi
bizantini sulla guerra troiana, coordinamento di E. Lelli, Milano
2015, Premessa, pp. 10-11.
(3) Cfr. E. Baumgartner, F. Vielliard, Benoît de Sainte-Maure,
le  Roman de Troie, extraits du manuscrit Milan, Bibliothèque
Ambrosienne, D 55, édités, présentés et traduits par E. Baumgart-
ner et F. Vielliard, Paris 1998, p. 9.
( 4) Cfr. B aumgartner , Le roman de Troie cit., pp. 13-18
e  Baumgartner-Vielliard, Benoît de Sainte-Maure cit., pp. 7-10.
(5) Su tali opere cfr. Prosperi, Omero sconfitto cit., p. IX, lad-
dove si rileva come avessero « per diversi secoli dominato l’Europa
intera, avida di conoscere – e all’occorrenza di inventare – le pro-
prie radici classiche » e che « la fortuna del mito di Troia coincide
in Europa con la fortuna di questi due testi. Essi furono capaci
di superare quasi indenni la soglia tra Medioevo e Umanesimo
e di adattarsi a esigenze culturali e letterarie le più varie: dai
cantari popolari alla poesia di corte, dalle compilazioni storiche
medievali alla letteratura encomiastica rinascimentale ». Cfr. anche

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 11

ai due scritti è l’estrema concisione e schematicità


del racconto dei fatti troiani (soprattutto nel caso di
Darete), presentati in ordine cronologico (6). Darete
apre con la spedizione degli Argonauti, Ditti, grosso
modo, con il rapimento di Elena.
Curtius ha scritto che l’Ephemeris belli Troiani e
la De excidio Troiae historia rappresentano « l’ultima
espressione dell’epopea omerica e dei “cicli” epici
che la continuano » (7) e che una delle loro specificità
stesse nell’asserire che ogni fatto narrato corrispon-
deva esattamente a verità e che tutto si fondasse su
testimonianze oculari (8). Se Benoît de Sainte-Maure,

A. Punzi, La circolazione della materia troiana nell’Europa del 200: da


Darete Frigio al Roman de Troie en prose, in « Messana », 6 (1991),
pp.  69-108. Per quanto attiene al trattamento della fonte daretiana
da parte di Benoît si veda A. Petit, Naissances du Roman. Les tech-
niques littéraires dans les romans antiques du XIIe siècle, Genève 1985,
2 voll., vol. I, pp. 291-296.
(6) Cfr. Prosperi, Omero sconfitto cit., p. 3: « Queste due operet-
te trasmesseci in latino, di autore ignoto e di datazione incerta,
narrano sotto identità fittizie di combattenti al fronte della guerra
di Troia la cronaca quotidiana degli eventi che condussero alla
caduta della città. È da tempo un luogo comune rilevare in questi
testi la mancanza di attrattive per il lettore: la loro impostura non
è riscattata da pregi linguistici, stilistici o narrativi; se Darete sposa
alla barbarie linguistica una perfetta aridità espositiva, lo stile più
evoluto di Ditti non basta a riscattarne le continue incongruenze
narrative ».
(7)  E. R. Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter,
Bern 1948, trad. it. Letteratura europea e Medio Evo latino a c. di
R.  Antonelli, Milano 1995, p. 197.
(8) Cfr. Bezzola, Les origines cit., p. 147: « (...) les auteurs [Darete
e Ditti] prétendaient tous deux avoir assisté personellement à la
guerre de Troie, l’un du côté troyen, l’autre du côté grec ». È ciò
che sostanzia la polemica contro Omero, la cui attendibilità sareb-
be inficiata, agli occhi degli scrittori medievali, dal non aver egli
assistito personalmente ai fatti narrati, diversamente da Darete
e da Ditti, cfr. D’agostino, I Romanzi cit., p. 76, D. Mantovani,
Il Roman de Troie in D’Agostino, Il Medioevo degli antichi cit.,
pp.  169-197, pp. 172-173 e Prosperi, Omero sconfitto cit., p. X « Ditti e
Darete si presentavano come testi veridici, documentari: gli unici

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12 S. DE SANTIS

nel preferire a Omero tali autori in nome della


veridicità della testimonianza storica (9), non fa che
riprodurre un topos già presente nelle sue fonti – e
comunque di larga attestazione medievale – sarà
interessante sottolineare la pertinenza del topos
rispetto alla dimensione emozionale, giusta la defi-
nizione di Macrobio, ricordata da Curtius, secondo
cui la adtestatio rei visae costituiva un mezzo retorico
per produrre il pathos.
A sua volta, il topos della necessità di divulgare il sape-
re, evocato in apertura del roman (10), si lega strettamen-
te alle finalità didattiche dell’opera d’arte (11), perseguite

in grado di restituire ai lettori la veritas di un evento in primo


luogo storico, che i poeti, a cominciare da Omero, avevano stravol-
to con le loro finzioni »; l’argomento viene trattato estensivamente
alle pp. 2-21, con ampia bibliografia.
(9) Cfr. i vv. 123-128: « Mout en devons mieuz celui [scil. Darete]
creire / E plus tenir s’estoire a veire / Que celui [scil. Omero] qui
puis ne fu nez / De cent anz o de plus assez. / Qui rien n’en sot,
iço savon, / Se par oïr le dire non ». Il testo del Roman de Troie
è citato da Le Roman de Troie par Benoît de Sainte-Maure, publié
d’après tous les manuscrits connus par Léopold Constans, 6 voll.,
Paris 1904-1912. Sulla tradizione manoscritta dell’opera cfr. M.-R.
Jung, La légende de Troie en France au moyen âge. Analyse des versions
françaises et bibliographie raisonnée des manuscrits, Basel und Tübin-
gen 1996, pp. 16-39, D’agostino, I Romanzi cit., pp. 39-40. Sui limiti
dell’edizione di Constans cfr. A. Vàrvaro, Élaboration des textes et
modalités du récit dans la littérature française médiévale, in Id., Identità
linguistiche e letterarie nell’Europa romanza, Roma 2004, pp. 285-355,
in part. pp. 311-312, Jung, La légende de Troie en France cit., p. 17.
(10) vv. 1-32; cfr. Curtius, Letteratura europea cit., p. 102.
(11) Il topos della necessità di divulgare il sapere è altresì
connesso alla nuova figura dell’intellettuale cristiano, secondo cui
« “colui che possiede la scienza” («  “eum qui habet scientiam”,
Girolamo XXI, Ad Damasum) può ben divenire “clericus”: i suoi
strumenti, la sua cultura sono stati coonestati ed addirittura assunti
in un sistema strutturale, in una Forma di pensiero, la Tradizione,
cui è stata aggiunta una nuova funzione, la trasmissione, provvi-
denzialmente prevista, della stessa Tradizione a “coloro che non
sanno” (l’“essere pastore”, come dirà Boccaccio del laico Dante,
comprendendo il senso ultimo della ricerca culturale dell’Ali-

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 13

attraverso la narrazione di fatti di cui si sottolinea


la straordinarietà. Com’è noto, nella retorica classica
e secondo i principi dell’arte della memoria, sono
proprio quelle immagini straordinarie, le cosiddet-
te imagines agentes, con il loro appello emozionale
a imprimersi più profondamente nella memoria e
nell’immaginario collettivi (12). In linea con tali principi,
la categoria dell’“eccezionale” verrà evocata da Benoît
de Sainte-Maure fin dai versi proemiali, e pervaderà,
anche sul piano linguistico, tutta l’opera, attraverso
formule e stilemi atti a sottolineare l’assoluta straor-
dinarietà dei fatti narrati: onc mais, onques nus hom,
ja nus hom, ja mais nus hom, ecc. In questo quadro di
vicende “esemplari” uno spazio assai rilevante è stato
riservato agli amori di Medea e Giasone, assenti nella
narrazione daretiana (13) (dove viene descritta soltanto

ghieri) », R. Antonelli, Dante e le origini dell’intellettuale moderno,


Roma 2011, p. 145.
(12) Cfr. F. A. Yates, The Art of Memory, London 1966, trad. it.
L’arte della memoria, a c. di A. Biondi, Torino 200411, p. 11, dove si
cita dalla Rhetorica ad Herennium III, xxii: « Dobbiamo, dunque,
fissare immagini di qualità tale che aderiscano il più a lungo
possibile nella memoria. E lo faremo fissando somiglianze quanto
più possibile straordinarie; se fissiamo immagini che siano non
molte o vaghe, ma efficaci (imagines agentes); se assegniamo ad esse
eccezionale bellezza o bruttezza singolare; se adorniamo alcune di
esse ad esempio con corone o manti di porpora (...) », ecc., a cui
segue il commento di Yates: « Il nostro autore ha chiaramente
fissato l’idea di aiutare la memoria suscitando urti emozionali
per mezzo di queste immagini impressionanti e insolite, belle o
disgustose, comiche o oscene ».
(13)  Nondimeno, un fugace ritratto di Giasone è presente nella
narrazione daretiana: « Aesonis filius erat Iason virtute praestans,
et qui sub regno eius erant, omnes hospites habebat et ab eis
validissime amabatur » (cfr. Darete Frigio, Storia della distruzione di
Troia, versione italiana di L. Canali, note di N. Canzio, Roma 2014,
p.  13, 1-4), ripreso in Troie, vv.  733-736: « Mout fu corteis e genz
e proz / E mout esteit amez de toz; / Mout por demenot grant
noblece / E mout amot gloire e largece ». Per contro Medea non
viene menzionata affatto da Darete.

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14 S. DE SANTIS

la mancata ospitalità di Laomedonte nei confronti


degli Argonauti (14)) e con ogni probabilità ripresi da
Ovidio (15).
Rispetto al modello classico, la Medea di Benoît
de Sainte-Maure presenta aspetti di grande originali-
tà: più che caratterizzarsi come la crudele infanticida
di stampo euripideo o senecano, viene presentata
come la giovane avvenente figlia di Eeta, di grande
saggezza, ben istruita nelle arti magiche – tanto da
mutare in notte il giorno più radioso – ma priva di
qualsiasi attributo di crudeltà (16). Inoltre, curiosamente,
Benoît de Sainte-Maure sceglie di interrompere la
narrazione del mito prima del suo epilogo più dram-
matico, congedando la storia degli amori di Medea e
Giasone quando i due lasciano il regno di Eeta per
fare ritorno in Grecia.

(14) Cfr. Jung, La légende de Troie en France cit., p. 12.


(15) Ma cfr. Constans, Le Roman de Troie cit., vol. VI, p. 236:
« Benoît, il est vrai, a pu trouver quelques détails dans Ovide,
Métam.,VII, init. et Her., XII, mais les différences et les particula-
rités sont si nombreuses, tout en conservant un caractère antique,
qu’il vaut mieux admettre soit un récit romanesque de l’expédition
des Argonautes, (...), soit, plus simplement, un Darès développé
ayant utilisé une oeuvre de ce genre ». Sulla questione si veda
inoltre R. Jones, The Theme of Love in the Romans D’Antiquité,
London 1972, pp. 43-47 e D’agostino, I Romanzi cit., p. 68.
(16) Cfr. Petit, Naissances du Roman cit., I, pp. 464-466, J. N.
Feimer, Jason and Medea in Benoît de Sainte-Maure’s Le Roman de
Troie: Classical Theme and Medieval Context, in Voices in Translation.
The Authority of “Olde Bookes” in Medieval Literature, Essays in Honor
of Helaine Newstead, ed. by D. M. Sinnreich-Levi and G. Sigal,
New York 1992, pp. 35-51; R. Morse, The Medieval Medea, Cambridge
1996, pp. 81-93; P. Caraffi, Medea medievale, in Atti della SIFR (Pisa,
28-30 settembre 2000), Studi mediolatini e volgari 47 (2001), pp. 223-
237; Ead., Medea, donna divina, in Figure femminili del sapere, Roma
2003, pp. 30-61; A. Colombini Mantovani, Un’altra Medea: la Medea
fanciulla di Benoît de Sainte-Maure, in Magia, gelosia, vendetta. Il mito
di Medea nelle lettere francesi, Atti del Convegno Internazionale di
Studi, Gargnano del Garda (8-11 giugno 2005), a c. di L. Nissim e
A. Preda, Milano 2006, pp. 33-55.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 15

All’arrivo di Giasone nella Colchide, su richiesta


del padre, Medea lascia la sua stanza per andare
incontro agli ospiti sopraggiunti. Indossa una tunica
foderata di pelliccia di ermellino, magnificamente
lavorata in seta color indaco, impreziosita d’oro, e
un mantello foderato con pelliccia di zibellino il cui
tessuto, color blu oltremare, valeva in oro fino sette
volte il suo peso (17). I capelli raccolti in un intreccio di
fili d’oro e fermati da un nastro meraviglioso, l’incar-
nato più candido e fresco di una rosa novella, Medea
incede incontro ai suoi ospiti con il capo reclinato.
L’amore è subito innescato alla semplice domanda
circa l’identità di Giasone: la sua fama, che già ave-
va raggiunto Medea in quella regione così remota,
basterà infatti a fermare lo sguardo della figlia di
Eeta sull’eroe, annullando in lei ogni possibile dife-
sa. Allo sguardo di Medea, Benoît de Sainte-Maure
dedica grandissimo spazio, insistendo per circa una
ventina di versi sulla bellezza fisica di Giasone e sugli
effetti fatali del suo aspetto nei confronti di Medea.
Lo sguardo di lei culmina nell’immagine del cuore
infiammato di fine amor (« Sis cuers de fine amor
esprent », v.  1278). Subito gli si sarebbe concessa, se
ve ne fosse stata occasione, malgrado fino a quel
giorno ella non avesse mai amato né desiderato alcun
amante.
Come si può osservare, tale fenomenologia amo-
rosa presenta già quei caratteri convenzionali con
cui il concetto di passio verrà in seguito descritto nel
De Amore di Andrea Cappellano. La formula con cui

(17) Sul ritratto di Medea nel Roman de Troie cfr. Petit,


Naissances du Roman cit., I, pp. 548-549. Sulla descrizione di abiti
e stoffe preziose nei romanzi cortesi cfr. E. Faral, Recherches sur
les sources latines des contes et romans courtois du Moyen Age, Nouveau
tirage augmenté de la littérature latine du moyen âge, Paris 1983,
pp.  344-348; S. Bianchini, L’abbigliamento nella letteratura del sec. XII.
Funzioni e descrizioni, in « Critica del Testo », X/2 (2007), pp. 189-222.

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16 S. DE SANTIS

si dichiara che amore «  est passio quaedam innata


procedens ex visione » (18) è fedelmente rispecchiata in
questo incontro. Sotto il rispetto lessicale, a un primo
stato emotivo individuato dai lemmi li plot, l’aama, li
plaist, li agree, subito succede la disforia, a cui con-
segue la perdita di repos (19) e di solaz: « Ensi sofri a
mout grant peine / Toz les uit jorz de la semaine; /
N’ot bien ne repos ne solaz » (vv. 1291-93). Ormai, ci
dice l’autore, Amore la tiene stretta nei suoi lacci,
ed è un Amore « vers cui rien n’a defense » (v. 1295).
Medea aspira al conseguimento di «  joie pleniere 
»
(v.  1297), ma è «  destreite 
» (20) (v. 1298) e « mout en
dote le comencier » (v. 1299), come nel De amore si
affermerà che « antequam amor sit ex utraque parte
libratus, nulla est angustia maior, quia semper timet
amans » (21). Oltre a questi, altri motivi illustrati da
Benoît de Sainte-Maure troveranno accoglienza nel
trattato del cappellano francese: l’impazienza dell’a-
mante, a cui l’ora più breve pare durare un anno
« brevem horam longissimum reputat annum » (22) (cfr.
Troie, vv. 1466-1533), la messa in secondo piano di ogni
altro interesse « In amantis ergo conspectu nil valet
amoris actui comparari » (23), così come la Medea di
Benoît de Sainte-Maure « Poi preisera tot son saveir, /
S’ele n’aemplist son corage » (vv. 1288-89), la paura
dell’altrui giudizio « Vulgi quoque timet rumores et

(18) Cfr. Andrea Cappellano, De Amore, a c. di G. Ruffini, Milano


1980, III, 1, pp. 6-7.
(19) Sul motivo dell’insonnia degli amanti nei romanzi di
materia antica cfr. Petit, Naissances du Roman cit., I, pp. 387-389.
(20) Osserva Petit, in ibid., I, pp. 392-393, che nei contesti di
aegritudo amoris rappresentati nei romanzi di materia antica « l’un
des mots-clés nous semble être en particulier le verbe desteindre
au sens d’“opprimer, accabler” et ses dérivés (...); d’un emploi
constant dans Enéas et dans Troie ».
(21) Cfr. Andrea Cappellano cit., IV, 1, pp. 6-7.
(22)  Ibid., V, 3, pp. 8-9.
(23)  Ibid., VI, 4, pp. 8-9, 10-11.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 17

omne quod aliquo posset modo nocere » (24) (cfr. Troie,


vv.  1496-1502).
Ma è appena il caso di ricordare che tali motivi
della fenomenologia amorosa sono tutti di matrice
ovidiana (25) e che proprio Ovidio aveva dedicato a
Medea una tragedia (di cui sopravvivono soltanto
un paio di versi e qualche citazione indiretta (26)),
un’epistola in distici elegiaci di Medea a Giasone (la
dodicesima delle Heroides) e gran parte del settimo
libro delle Metamorfosi.
Il lascito ovidiano delle Metamorfosi è percepibile
nella presenza di alcuni specifici elementi tematici (27):
nel riferimento all’inesperienza di Medea, che sco-
pre l’amore per la prima volta (28) (Met. VII, 19: « Sed

(24)  Ibid., IV, 2, pp. 6-7.


(25)  Faral, Recherches sur les sources latines cit., pp. 154-157; Jones,
The Theme of Love cit., p.  66: « The use of Ovidian vocabulary
to describe the process of falling in love and the effects of love
provides a common denominator for all the works in the group
with the exception of the Roman de Thèbes, although Ovidian deve-
lopment is present in one of the later manuscripts of that work.
The extent of Ovidian influence varies from one work to another.
It is most strongly present in the poems adapted directly from the
Metamorphoses: Piramus et Tisbé and Narcisus; in the episode of Ene-
as and Dido, Jason and Medea, and Briseida and Diomedes, very
slightly in that of Alexander and Candace, and completely lacking
in Thèbes and in the episodes of Paris and Helen, Floré and Clin,
and Biauté and Aristé ». Si veda inoltre M. L. Meneghetti (a cura
di), Il romanzo, Bologna 1988, Introduzione, p. 33.
(26) Cfr. Morse, The Medieval Medea cit., p. 45, nota 42: « Only
two lines survive: ‘servare potui: perdere an possim rogas? (…) and
a line quoted by Seneca the Elder: ‘feror huc illuc ut plena deo’ ».
(27) Tali motivi sono stati rilevati da Jones, The Theme of Love
cit., p.  43.
(28) Si tratta di un motivo ricorrente nei romanzi di materia
antica, già a partire dall’Eneas, cfr. Petit, Naissances du Roman
cit., I, p. 407: « Son auteur [scil. l’autore dell’Eneas] s’interésse
particulièrement à la découverte que font ses personnages de
l’amour. Avant de s’éprendre d’Eneas, Lavine déclare: “Molt estoie
ier d’amor estrange” (...) On trouve des déclarations analogues

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18 S. DE SANTIS

trahit invitam nova vis » (29), Troie 1283-84: « Onc mais


nul jor n’i entendi, / N’amer ne voust ne n’ot ami »),
nella descrizione della sua apprensione per i pericoli
affrontati da Giasone (Met. VII, 134-36 « Ipsa quoque
extimuit, (...) / (...) / palluit et subito sine sanguine
frigida sedit », Troie 1857-61: « Medea fu en une tor:
/ Vit le, si mua la color. / Des ieuz plora, nel pot
muër, / Quant elel vit en mi la mer. ») e nell’allusione
al pudore di Medea nell’accogliere Giasone vittorio-
so (Met. VII 144-46 « Tu quoque victorem complecti,
barbara, velles; / obstitit incepto pudor. At complexa
fuisses, / sed te, ne faceres, tenuit reverentia famae »,
Troie 2006-8 «  Encontre li vint Medea: / Cinq cenz
feiees le baisast / Mout volentiers, se ele osast »).
I primi due motivi compaiono tuttavia anche
nelle Eroidi, dove si allude all’inesperienza di Medea
(Her. XII, 35: « (...) Nec notis ignibus arsi ») e alla sua
apprensione per i pericoli affrontati dall’eroe greco
(Her. XII, 57-62 « (...) Oculis abeuntem prosequor
udis / et dixit tenue murmure lingua: “Vale!”. / (...)
/ acta est per lacrimas nox mihi, quanta fuit. / Ante
oculos taurique meos segetesque nefandae, / ante
meos oculos pervigil anguis erat » e 99-100: « Ipsa ego,
quae dederam medicamina, pallida sedi, / cum vidi
subitos arma tenere viros »). Inoltre, dalla medesima
opera, Benoît poté ricavare la concezione dell’amo-
re di Medea come forza eccessiva e smisurata (Her.
XII, 13-14 « Cur mihi plus aequo flavi placuere capilli
/ et decor et linguae gratia ficta tuae? », Troie 1268,
1030-31 « Dès or criem que trop ne li place », « Grant

dans le Roman de Troie, de la part de Paris à Heleine (...) et de


Diomedés à Briseida ».
(29) Le citazioni dalle Metamorfosi di Ovidio sono tratte da
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, Testo a fronte a c. di P. Bernar-
dini Marzolla, con uno scritto di I. Calvino, Torino 1979, quelle
dalle Eroidi da Ovidio, Eroidi, Introduzione, traduzione e note di
E. Salvadori, Milano 2008.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 19

folie fist Medea: /Trop ot le vasaal aamé »). Ulteriori


spunti ovidiani, più o meno liberamente rielaborati,
si individuano nel ritratto di Medea (30) (Met. VII, 207-
209 « Te quoque, Luna, traho (...) / (...) currus quoque
carmine nostro / pallet avi (...) », Troie 1224 « De cler
jor feist nuit oscure »; Met. VII 199-200 « Quorum ope,
cum volui, ripis mirantibus amnes / in fontes rediere
suos, (...) », Troie 1227 « Les eves faiseit corre ariere »;
Met.VII, 219-22 « (...) Aderat demissus ab aethere cur-
rus, / Quo simul adscendit frenataque colla draco-
num / permulsit manibusque leves agitavit habenas, /
sublimis rapitur (...) », Troie 1225-26 « S’ele vousist, ço
fust viaire / Que volisseiz par mi cel aire ») e nella
descrizione del primo sguardo di Medea a Giasone
(Met. VII, 86-88 « Spectat, et in vultu (...) / lumina
fixa tenet, (...) / (...) nec se declinat ab illo », Troie
1262-62 « Ne poëit pas a nesun fuer / Tenir ses ieuz
se a lui non »). A questi bisognerà infine aggiungere
il generoso impiego nelle Metamorfosi del monologo
interiore, messo a frutto, con notevole parallelismo,
nel Roman de Troie (31) (ma già, ancor prima, nel Roman
de Thèbes e nell’Eneas (32)).
La fenomenologia amorosa illustrata da Benoît
de Sainte-Maure risulta articolata in fasi ben ricono-
scibili (anch’esse in seguito canonizzate da Andrea
Cappellano), per cui dalla percezione visiva si passa
alla cogitatio, ovvero a « un’attività del pensiero che
non ha a che fare con l’intelletto, con la capacità di
intendere e ragionare, ma con la forza dell’imma-

(30) Cfr. Faral, Recherches sur les sources latines cit., p. 123 e


p.  318 e Feimer, Jason and Medea cit., pp. 40-41.
(31) Cfr. Faral, Recherches sur les sources latines cit., pp. 150-154.
(32) Per un ampia trattazione con riferimento all’intero corpus
dei romanzi di materia antica si veda il capitolo Naissance et déve-
loppement du monologue dans les romans antiques in Petit, Naissances
du Roman cit., I, pp. 553-607. Cfr. Faral, Recherches cit., pp. 150-154
e Meneghetti, Il romanzo cit., pp. 33-34.

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20 S. DE SANTIS

ginazione » (33), a cui seguono le emozioni disforiche,


come la paura e l’angoscia, innescando una condizio-
ne patologica di malinconia. In tali concezioni si può
vedere il riflesso di un fermento culturale che vide
proprio nel secolo XII l’affermarsi di una “scienza
delle passioni”, grazie soprattutto alla traduzione
di testi di provenienza greca e araba (34). Al centro
della riflessione scientifica stanno gli aspetti somatici
degli stati emozionali, l’influenza sull’origine delle
emozioni delle differenti disposizioni umorali e le
conseguenti alterazioni fisiologiche. Le fonti mediche
dei secc. XII e XIII insistono sul concetto che la
passione erotica, con la sua soverchia carica irrazio-
nale, se non curata in tempo degenera nella follia (35).
Come in gran parte della letteratura cortese in cui
l’esperienza d’amore comporta il passaggio da sagesse
a folie, anche la Medea di Benoît de Sainte-Maure
definirà se stessa “folle” (36): « Certes mout a en mei

(33)  F. Battista, I volti dell’amore, Pluralità e intertestualità nel


De Amore di Andrea Cappellano, Roma 2010, p. 59.
(34) Cfr. S. Knuuttila, Emotions in Ancient and Medieval Philo-
sophy, Oxford 2004, pp. 212-218.
(35) Cfr. Battista, I volti dell’amore cit., pp. 43-44. Sulla cosiddet-
ta “malattia d’amore” si vedano almeno M. Ciavolella, La “malattia
d’amore” dall’Antichità al Medioevo, Roma 1976, M. Peri, Malato d’a-
more. La medicina dei poeti e la poesia dei medici, Soveria Mannelli
1996, N. Tonelli, Fisiologia della passione. Poesia d’amore e medicina
da Cavalcanti a Boccaccio, Firenze 2015.
(36) Osserva Conte che nei romanzi di materia antica «  la
“follia” rappresenta (...) un elemento già fortemente tipizzato, a
livello semantico (...), in relazione alla tematica amorosa » (Amanti
lussuriosi esemplari. Semantica e morfologia di un vettore tematico, Roma
2007, p. 163; cfr. anche l’appendice su Folie / folage alle pp. 161-172).
Sul concetto di folie nella letteratura medievale cfr. H. Legros,
La Folie dans la littérature médiévale: étude des représentations de la folie
dans la littérature del XIIe, XIII et XIV siècles, Rennes 2013, a cui si
rimanda anche per i riferimenti bibliografici di pertinenza. Cfr.
anche G. M. Cropp, Le vocabulaire courtois des trobadours de l’époque
classique, Genève 1975, pp. 133-137 e, per i romanzi di materia antica,
Petit, Naissances du Roman cit., I, pp. 395-397.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 21

folor » (v.  1495) e una particolare focalizzazione sul


concetto di folie sembra sia riscontrabile in tutti gli
episodi amorosi del Roman de Troie (37).
Ma lo stato emotivo in cui Benoît de Sainte-Maure
dà prova di grande originalità e “modernità”, quasi
anticipando la finezza introspettiva del monologo
shakespeariano (38), è quello dell’impazienza dell’aman-
te – alla cui descrizione dedica non meno di settanta
versi (39). Come Giulietta, che impaziente di incontrare

(37)  R. Antonelli, The Birth of Criseyde – An Exemplary Trian-


gle: ‘Classical’ Troilus and the Question of Love at the Anglo-Norman
Court, in The European Tragedy of Troilus, ed. by P. Boitani,
Oxford 1989, pp. 21-48, p. 34: « In his representation of the
various forms of eros, analysed in the Roman de Troie through
three different cases, Benoît, the cleric and official court histo-
rian, seems to concentrate exclusively on ‘folie’ »; cfr. ancora
Conte, Amanti lussuriosi cit., pp. 100-101: « (...) folage e folie fanno
parte (...) del linguaggio tecnico della letteratura già cortese e
poi anche romanzesca sul tema dell’“adulterio”, o comunque
dell’“amore che conduce alla morte”, che si trova ancora in Dan-
te ». Sulla fol’amor si vedano in particolare D’A. S. Avalle, “…de
fole amor”, in Modelli semiologici nella Commedia di Dante, Milano
1975, pp. 97-121, G. Paradisi, Jeunesse et Vieillesse nel Roman de la
Rose di Jean de Meung con alcune note sull’« amor fole », il piacere e
il De senectute di Cicerone, in G. Pinna, H.-G. Pott (a cura di),
Senilità. Immagini della vecchiaia nella cultura occidentale, Alessan-
dria 2011, pp. 121-149.
(38) L’accostamento è stato suggerito anche per altri luoghi
del Roman de Troie, fra cui il monologo di Briseida ai vv. 20664-
82, descritto come « a remarkably fine monologue (which is almost
Shakespearian in its dramatic and movingly human demonstration
of her motives, and which, not by chance, is omitted by Shake-
speare) » (Antonelli, The Birth of Criseyde cit., p. 43).
(39) Sul motivo cfr. Ph. Ménard, Le Rire et le Sourire dans le
Roman Courtois en France au Moyen Âge (1150-1250), Genève 1969,
p.  235: « L’impatience des amoureuses est plaisamment mise en
lumière dès les romans antiques. Dans le Roman de Troie (...) l’au-
teur insiste longuement sur l’impatience comique de l’héroïne: il
ne lui faut pas moins de soixante-dix vers pour peindre les allées
et venues de Médée qui se morfond dans sa chambre ». Cfr. anche
Colombini mantovani, Un’altra Medea cit, pp. 50-51.

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22 S. DE SANTIS

Romeo, invoca la notte affinché giunga più rapida-


mente (40), Medea è impaziente che il sole tramonti:
Esprise l’a forment Amors.
Mout li enuie que li jors
Ne s’en vait a greignor espleit:
Mout se merveille que ço deit.
Tant a le soleil esguardé
Que ele le vit esconsé.
Mout li tarja puis l’anuitier,
Que son plait li fait porloignier;

Non senza una punta di ironia Medea è in seguito


ritratta all’atto di origliare dall’uscio della sua stanza
i discorsi degli ospiti riuniti nella sale, così tentando
di afferrare parole di commiato, e infine esprimendo
tutto il suo disappunto che quelli si trattenessero oltre
la mezzanotte (41):
As uis des chambres vait oïr
S’ancor parolent de dormir;

(40) Cfr. W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, trad. di C. Vico


Lodovici, Torino 1950, p. 63: « Galoppate veloci, cavalli dai piedi
di fuoco, alle case del sole. Un cocchiere come Fetonte vi avrebbe
già spinti a frustate verso l’Occidente e già avrebbe riportata qui la
fosca notte. Stendi le tue dense cortine, notte propizia all’amore, a
chiudere le palpebre del giorno fuggitivo; così volerà il mio Romeo
tra queste braccia, non visto e non fermato da nessuno (...) ».
(41) Sull’ironia degli autori nei romanzi francesi medievali
in riferimento alla passione amorosa cfr. N. Susskind, Love and
Laughter in the roman courtois, in « French Review », 37 (1963-64),
pp.  651-657; Ménard, Le Rire et le Sourire cit, in part. pp.  234-235:
« Aux antipodes de l’incostance, la passion amoureuse se prête
aux sourires des conteurs qui savent raison garder. Certes, les
grandes passions ont parfois un aspect pathétique ou sublime. Les
romanciers courtois ne l’ignorent pas. Mais quand une inclination
violente s’empare de tout l’être, dégénère en obsession, obscurcit
le jugement, elle paraît une sorte de folie aux yeux de la raison.
Nos romanciers, qui font de la mésure une haute vertu, sentent
que la passion a un côté excessif et inquiétant. Ils ne peuvent
s’empêcher de sourire de l’amour-passion ».

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 23

Iluec escoute, iluec estait,


N’en ot tenir conte ne plait:
« Iço, » fait ele, « que sera?
« Ceste gent quant se couchera?
« Ont il juré qu’il veilleront
« E que mais ne se coucheront?
« Qui vit mais gent que tant veillast,
« Que de veiller ne se lassast?
« Mauvaise gent, fole provee,
« Ja est la mie nuit passee » (vv. 1483-1494)

Subito dopo Medea rimprovera a se stessa la pro-


pria condizione, tanto da definirla folor. Meriterebbe
– dice – più biasimo di un ladro colto in flagrante.
Si rende conto del giudizio che ricadrebbe su di lei
se qualcuno la cogliesse in quello stato: « Fol corage e
mauvais semblant / Porreit l’om trover en mei, / Que
ci m’estois ne sai por quei » (vv. 1500-1501). E allora si
pente di essersi spinta a tanto, si allontana dall’uscio,
si siede sul letto – e l’autore commenta che: « el n’i
serra pas longement » (v. 1512). E infatti subito si rialza,
raggiunge la finestra, scorge la luna già alta nel cielo:
è ormai passata la mezzanotte... Ecco che all’improvvi-
so sente che il chiacchiericcio nella sale va scemando
e vede i ciambellani accingersi a preparare le stanze.
Passeggia nervosamente su e giù per la stanza in atte-
sa che tutti si siano coricati. Chiama infine una sua
fidata ancella, dicendole di condurre a sé Giasone.
L’amore, dunque, altera in Medea la percezione
del tempo, mentre dal punto di vista delle relazio-
ni spaziali si può osservare come la nuova passione
conduca al progressivo isolamento dell’amante. Alla
sua prima apparizione Medea risulta perfettamente
integrata nella vita sociale del castello, che si svolge
nella sale pavementee. Innamoratasi di Giasone, Medea
non farà più parte di quella gent riunita a festa e non
si troverà più nella sale, piuttosto, la nuova condizione
di amante la confinerà nella chambre, ridotta a spiare
in solitudine quei convitati ormai ritenuti di ostacolo

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24 S. DE SANTIS

all’amore e ai suoi slanci. Il giorno successivo alla


prima notte d’amore con Giasone, l’autore ci resti­
tuisce l’immagine di una Medea pallida, affacciata
alla finestra di una torre, simbolo del suo isolamento,
da cui osserva piangendo Giasone allontanarsi per
affrontare l’impresa del vello: «  Medea fu en une
tor; / Vit le, si mua la color. / Des ieuz plora, nel pot
muër » (vv.  1857-1859).
Tale immagine presenta analogie con l’episodio
dell’innamoramento di Lavinia per Enea contenuto
nell’Eneas, dove l’amore sorprende Lavinia allorché,
dalla finestra di una torre, il suo sguardo si posa per
la prima volta sull’eroe troiano (42):
Lavine fu an la tor sus,
d’une fenestre garda jus,
vit Eneam qui fu desoz,
forment l’a esgardé sor toz. (vv. 8047-50) (43)

Al momento del combattimento di Enea con


Turno, l’apprensione di Lavinia è descritta in modo
simile a quella, appena ricordata, con cui Medea
osserva Giasone allontanarsi:
Lavine fus sus an la tor,
ou el demenot grant tristor
de son ami, que ele voit
qui pres de soi combatre doit (vv. 9313-16)

Entrambe pregano gli dèi di preservare i loro


amati:
Troie Eneas
« A toz les deus oreison faz et toz les deus sovant reclaime
« Qu’il ne seient vers vos qu’il garissent celui qu’ele
irié. » (vv.  1875-76) aime (vv. 9327-28)

(42) Cfr. Morse, The Medieval Medea cit., pp. 85-86.


(43)  Le citazioni dall’Eneas sono tratte da Eneas, Roman du XIIe
siècle, edité par J.-J. Salverda de Grave, 2 voll., Paris 1983.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 25

Si considerino ancora le seguenti corrispondenze:


Troie Eneas
Mout en aveit oï parler Molt li sanbla et bel et gent,
E mout l’aveit oï löer bien a oï comfaitemant
(vv. 1259-60) lo loënt tuit par la cité
(v. 8051-53)

Troie Eneas
Dès or la tient bien en ses laz or est cheoite es laz d’amors
Amors, vers cui rien n’a (v. 8060)
defense. (vv. 1294-5) Quel deffanse ai ancontre
amor? (v. 8633)

Troie Eneas
Belement dist entre ses Antre ses danz dit belement
denz (43) (v. 1861) (v. 8425)

Troie Eneas
De l’uis se part en itel guise/ l’uis de la chanbre ala fermer,
(…) S’ala ovrir une fenestre / revient a la fenestre ester
(vv. 1509, 1514) (vv. 8069-70).

Troie Eneas
Clot la fenestre, ariere torne : La meschine ert a la fenestre,
Iriee est mout, pensive e (…)
morne. (vv. 1519-20) Ancor donc a enviz s’en torne,
molt fu dolante et triste et
morne (v. 8381, 8397-98)
 (44)

Infine, il motivo dell’impazienza degli amanti,


più sopra ricordato, compare nell’Eneas con riferi-

(44)  Cfr. il v. 9928, dove l’espressione compare con riferimento


a Enea. Lo stilema ricorre anche in Guigemar di Maria di Francia
(vv.  411-418), in un contesto analogo di aegritudo amoris: « Tute la
nuit ad si veillé / E supiré e travaillé; En sun queor alot recor-
dant / Les paroles e le semblant, / Les oilz vairs e la bele buche, /
Dunt la dolur al quor li tuche. / Entre ses denz merci li crie; / Pur
poi ne l’apelet s’amie. ».

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26 S. DE SANTIS

mento all’inquietudine di Enea prima delle nozze


con Lavinia:
Mais icist jor mervoilles durent,
unques mes si lonc jor ne furent,
(…)
Li firmamenz ne puet torner,
molt demore a avesprer;
li solauz ne se puet colchier,
mervoilles tarde a anuitier,
et donc redure la nuiz tant
que un enui i a molt grant. (vv. 10027-36)

La fenomenologia amorosa descritta da Benoît


de Sainte-Maure comprende anche il motivo della
finzione, affrontato, non senza una punta di ironia, in
occasione della prima notte d’amore di Medea e Gia-
sone. Medea, che ha vegliato quasi tutta la notte nella
smaniosa attesa dell’amato, verrà infatti esortata dalla
propria ancella a fingere di dormire allorché questi
la raggiungerà. Così, sentendo giungere Giasone,
Medea « fait semblant de dormir » (v. 1586) e quando
questi solleva appena le coperte, sussulta e si volge
a lui « vergondose e morne » (v. 1590), mentendo che
« or m’ere a grant peine endormie » (v. 1594). Un’im-
magine che ricorda, seppur in ben altro contesto, il
v.  42 di Can l’erba fresch’e˙lh folha par di Bernart de
Ventadorn: « Be la volgra sola trobar / que dormis,
o˙n fezes semblan, / per que˙lh embles un doutz bai-
zar, / pus no valh tan qu’eu lo˙lh deman » (vv. 41-44).
Il motivo della finzione si ricollega alla tematica
amorosa anche in altri luoghi del roman, come quan-
do Elena, rapita a Menelao e alla sua terra, finge
disperazione coinvolgendo nel pianto le altre donne
in viaggio con lei (vv. 4639-4646), o quando Paride,
volendole recare conforto « Semblant fist que fust
irascuz » (v.  4670) (45).

(45) Cfr. Jones, The Theme of Love cit., p. 48.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 27

Fra i vari stati emozionali che si alternano disor-


dinatamente nell’animo di Medea, assume un rilievo
particolare il bisogno di seürance e di leial fei, realiz-
zabile – a suo stesso dire – attraverso il matrimonio.
La seürance rappresenta per Medea il rimedio contro
quella dotance in cui è precipitata a causa del suo
amore; non a caso i due termini si succedono in
rima quando Medea dice a Giasone « me fereiz tel
seürance / Que vers vos n’aie dotance » (vv.  1451-52), a cui
Giasone, significativamente, risponderà “per le rime”:
« – Dame, a trestot vostre plaisir; / Senz fauseté e senz
mentir, / Vos en ferai tel seürtance / Qu’a tort avreiz
vers mei dotance » (vv.  1617-1618).
La seürance e la fei leial richieste da Medea a
Giasone assumono tutta la loro pregnanza nel con-
testo specifico, ove si consideri il loro valore tecnico
giuridico. Infatti la semantica di seürance comprende
sia il senso etimologico di securitas ossia “assenza di
preoccupazione”, “tranquillità” (da se- che indica “pri-
vazione” e cura “preoccupazione”), che quello giuri-
dico di “promessa, impegno formale”. In quest’ottica
il cortocircuito innescato dalla rima tra la “paura” di
Medea e la “promessa formale” (il patto) di Giasone
rappresenta il fulcro emotivo dell’intero episodio.
Come avviene nei procedimenti dell’ironia tragica,
l’agire drammatico di Medea è determinato dall’ironia
con cui l’autore affida ai personaggi parole che presa-
giscono il tragico epilogo della loro storia (46). Il patto
giurato con cui l’eroe greco riuscirà a sciogliere le

(46) Significativi in proposito anche i vv. 1407-13, dove Medea


dice a Giasone: « Mais se de ço seüre fusse / Que jo t’amor aveir
poüsse, / Qu’a femme espose me preisses, / Si que ja mais ne me
guerpisses, / Quant en ta terre retornasses, / Qu’en cest païs ne me
laissasses, / E me portasses leial fei, (...) », a cui Giasone risponde
(vv.  1430-34): « Sor toz les deus vos jurereie / E sor trestote nostre
lei / Amor tenir e porter fei; / A femme vos esposerai, / Sor tote
rien vos amerai ».

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28 S. DE SANTIS

ultime riserve di Medea (la sua dotance) non verrà


rispettato e proprio sul concetto, anch’esso feudale
e giuridico, di fides mentita (47) si appunterà il biasimo
partecipato dell’autore (e si notino anche i termini
parjura, covenant, lei, honte):
Mais envers li [Medea] s’en parjura;
Covenant ne lei ne li tint:
Por ço, espeir, l’en mesavint. (vv. 1636-38)

e ancora:
Puis la laissa, si fist grant honte.
El l’aveit guardé de morir:
Ja puis ne la deüst guerpir.
Trop l’engeigna, ço peise mei;
Laidement li menti sa fei.
Trestuit li deu s’en corrocierent,
Qui mout asprement l’en vengierent. (vv. 2035-42)

È stato osservato come la ricorrenza del tema


dell’adulterio in opere legate al milieu culturale della
corte dei Plantageneti (48) sembri riflettere la preoccu-
pazione, da parte degli autori, circa le possibili conse-
guenze del tradimento amoroso per la linearità della
successione dinastica (49). Che una tale preoccupazione

(47)  Du Cange, III, 490, s. v. fides: « fidem mentiri dicebantur,


qui contra fidem factam, sacramento firmatam, in dominum insurge-
bant » e « Fidem igitur mentiri dicebatur vassallus, qui fidem hominio
promissam domino suo haud servabat ». Cfr. Cropp, Le vocabulaire
courtois cit., p. 478 e Y. Robreau, L’Honneur et la Honte, Leur expres-
sion dans les romans en prose du Lancelot-Graal (XIIe – XIIIe siècles),
Genève 1981, pp. 130-131.
(48)  Sull’argomento si veda in generale il capitolo La rappresen-
tazione di Didone lussuriosa nell’ Eneas: il modello letterario degli amanti
lussuriosi esemplari nel “romanzo” francese e nella letteratura religiosa in
Conte, Amanti lussuriosi cit., pp. 68-172, in part. pp. 81-88.
(49) Cfr. ibid., p. 81: « Come è noto, il tema dell’“adulterio”,
che è primario in qualsiasi governo di tipo dinastico, a causa
della perturbazione della linearità genealogica che può generare,

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 28 13/03/2017 15:57:21


AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 29

sia sottesa anche all’episodio di Medea e Giasone


risulterebbe dalla scelta di Benoît di modificare le
fonti ovidiane, facendo di Medea l’unica erede di
Eeta (50) (vv. 1213-15: « C’ert une fille qu’il [scil. Eeta]
aveit, / Qui de mout grant beauté esteit. / Il n’aveit
plus enfanz ne eir »), sí da rendere didatticamente più
evidenti gli effetti negativi della sua unione con Gia-
sone: « [Medea’s] overwhelming passion for Jason effec-
tively destroys a dynasty, for Colchis is left without an
heir » (51). Tuttavia, in questo caso il “tradimento” non
riguarda l’adulterio, bensì una promessa di matrimo-
nio infranta, con esiti politici analogamente deleteri.
Nessuno degli episodi amorosi del Roman de Troie,
sottolinea opportunamente D’Agostino, « assicura la
continuità dei casati » (52). In questa prospettiva si può
comprendere come il matrimonio assuma per l’autore
una connotazione del tutto positiva, configurandosi
come la sola unione garante della stabilità successoria
e politica. Egli si esprimerà positivamente in favore
del congiungimento nuziale nell’episodio del ratto di
Esione, allorché mostrerà di disapprovare, non tanto il
rapimento in se stesso, quanto il fatto che Telamone,

era molto dibattuto nella cerchia della corte dei Plantagneti e, in


particolare, sotto il regno di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania, a
causa delle questioni di discendenza dinastica, legate alle casate a
cui i due monarchi appartenevano ».
(50) Cfr. Feimer, Jason and Medea cit., p. 39, T. F. O’Callaghan,
Tempering scandal: Eleanor of Aquitaine and Benoît de Sainte-Maure’s
Roman de Troie, in Eleanor of Aquitaine Lord and Lady, ed. by
B. Wheeler and J. C. Parsons, New York 2002, pp. 301-317, p. 309.
Si veda inoltre Caraffi, Figure femminili cit., p. 49 (e già Feimer,
Jason and Medea cit., p. 40), dove si sottolinea, inoltre, come, facen-
do di Medea l’unica figlia di Eeta, Benoît avesse eliminato anche
« uno dei motivi di demonizzazione del personaggio, l’uccisione e
lo smembramento del fratello Apsirto (...) ».
(51)  O’Callaghan, Tempering scandal cit., p. 310.
(52)  D’Agostino, I Romanzi cit., p. 103; cfr. Mantovani, Il Roman
de Troie cit., p. 193; O’Callaghan, Tempering scandal cit., p. 309.

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30 S. DE SANTIS

a cui Ercole aveva destinato la sorella di Priamo, non


l’avesse sposata (vv. 2796-2802) (53).
Come già nel mito e nelle sue diverse rielabora-
zioni, l’amore di Giasone non è disinteressato, ma
totalmente strumentale alla conquista del vello d’oro.
A tal proposito appare significativo che mentre la
descrizione degli effetti della bellezza di Giasone su
Medea occupa ampio spazio nella narrazione, si tace
su ogni eventuale reciprocità. Nulla ci viene detto
dell’innamoramento di Giasone, che rimane passivo in
tutta la prima parte della narrazione (54). Tutta la feno-
menologia amorosa è interamente ascritta a Medea.
Del resto si tratta di una caratteristica essenziale del
nostro romanzo, dove la centralità delle figure fem-
minili accomuna tutti gli episodi amorosi (55) (ad esclu-
sione di quello di Achille e Polissena), nonché, più

(53) Si osservi in proposito che nella visione sostanzialmente


negativa dell’amore di Medea che l’autore ci restituisce, il matri-
monio, che pure ha luogo nelle fonti ovidiane, è stato escluso (cfr.
Her. XII, 1: « Exul inops contempta novo Medea marito / dicit, an a
regnis tempora nulla vacant? », Met. VII, 164-165: « (...) O cui debere
salutem / confiteor, coniunx, quamquam mihi cuncta dedisti »).
(54) Cfr. Petit, Naissances du Roman cit., I, p. 549: « Mais Jason
s’éprend-il de Medea? (...) de la part du jeune homme, il ne s’agit
que d’une sorte de marché », si veda anche A. Adler, Militia et
Amor in the Roman de Troie, in « Romanische Forschungen », 72
(1960), pp. 14-29, in part. p. 24: « Jason, unlike Paris, does not keep
and honor his lady. Unlike Diomedès, Jason is not a courtly lover.
Unlike Achillès, Jason has no serious emotional conflicts ».
(55) Come ha scritto Antonelli relativamente all’episodio di
Troilo e Briseida (ma l’osservazione risulta pertinente anche nel
caso di Medea), Briseida rappresenta « one of the very few female
characters in courtly literature who have an autonomous existence
(who are not, that is, the mere projection or schematic reduction
of the male imagination, and thus non-existent) » e che « Contrary
to what has often been claimed, the literature of ‘courtly’ love is,
despite appearances, a masculine form: its centre is not the woman,
but male narcissism » (R. Antonelli, The Birth of Criseyde cit., p. 22).
Cfr. anche Jones, The Theme of Love cit., pp.  58-59.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 31

in generale, dell’intera produzione dei romanzi di


materia antica (56).
Al risveglio dei due amanti dopo la prima notte
d’amore, Giasone ha fretta di andarsene e di riceve-
re da Medea i mezzi per poter eludere la vigilanza
imposta all’agognato vello (due tori e un drago).
La  leece è vissuta da Giasone non con Medea, ma
quando, una volta solo nella sua stanza, pregusta la
vittoria dell’imminente impresa: solo allora, ci dice
l’autore, « A grant maniere se fait liez » (v. 1769) (57).
L’inerzia e la passività del personaggio risaltano
particolarmente quando Medea gli dà appuntamento
per la notte seguente e Giasone le chiede di inviare
qualcuno a prenderlo, perché – dice – non saprei
dove andare né a che ora: « Mais enveiez, sos plaist,
por mei; / Quar ne savreie ou jo alasse, / Ne a quel
hore jo levasse » (vv. 1458-60). Giunto il momento atte-
so, Medea ordina alla sua ancella di condurre a sé

(56) Cfr. Bezzola, Les origines cit., pp. 290-291; Jones, The Theme


of Love cit., p. 69: « the romans d’Antiquité tend to consider the the-
me of love with reference to the woman. The case of Achilles and
Polyxena is an exception, and also in the episodes of Paris and
Helen, Briseida and Diomedes and Eneas and Lavine approxima-
tely equal attention is given to the man. On the whole the woman
is the dominant figure and takes the initiative, whether openly, as
Dané, Medea, Dido and Candace, or more subtly, as Lavine and
Thisbe. The growing importance of women is seen, too, in the
secondary episodes and in passing references (...) »; D’Agostino,
I Romanzi cit., pp. 100-102. In relazione ai ruoli femminili secon-
dari si osservi, inoltre, che proprio il Roman de Troie e l’Eneas
si caratterizzano per l’introduzione di figure di donne guerriere
come Pentesilea e Camilla, cfr. G. Warren Carl,“Tu cuides que
nos seions taus / Come autres femes comunaus”: The Sexually Confident
Woman in the Roman de Troie, in Gender Transgressions, Crossing
the Normative Barrier in Old French Litterature, ed. by K. J. Taylor,
New York and London 1998, pp. 107-127; si veda inoltre Petit,
Naissances du Roman cit., I, pp. 351-353.
(57)  Tale immagine richiama Met. VII, 98-100: « creditus accepit
cantatas protinus herbas / edidicitque usum laetusque in tecta
recessit ».

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 31 13/03/2017 15:57:21


32 S. DE SANTIS

Giasone. Come si può osservare il gioco d’amore è


interamente condotto da Medea; significativamente,
al momento dell’incontro Giasone dirà a Medea
di essersi messo « en vostre prison » (v. 1597). Assai
pregnante in tal senso è l’immagine dell’anziana
ancella che raggiunto Giasone nella sua stanza lo
prende per mano e lo conduce fino al letto di
Medea (vv. 1583-1584). Quella notte, dice l’autore,
Giasone « la despucela » (v. 1648) (58) perché entrambi
lo desideravano; eppure è sorprendente che anche
questa evidenza venga revocata in dubbio dall’autore
con l’allusione a una possibile defaillance da parte
dell’eroe (v. 1647):
Tot nu a nu e braz a braz.
Autre celee ne vos faz:
Se il en Jason ne pecha,
Cele nuit la despucela;
Quar, s’il le voust, ele autretant. (vv. 1645-49)

È stato osservato come alcuni personaggi dei


romanzi di materia antica presentino una spiccata
ambiguità e il discrimine fra caratteri positivi e nega-
tivi non sia sempre patente. Tale requisito sembra
caratterizzare soprattutto il Roman de Troie, e, in
modo particolare, le figure di Priamo, di Ettore e
di Ecuba (59). Priamo assocerebbe alle qualità virili del

(58) Relativamente a questa scena Ménard, Le Rire et le Sourire


cit., p. 270, ha richiamato l’attenzione sul fatto che il Roman de
Troie rappresenti « le premier roman courtois à peindre l’union
charnelle ». Si veda inoltre Feimer, Jason and Medea cit., p. 45: « This
incident has no analogue in the classical sources, in none of which
do Jason and Medea achieve the ultimate bliss in love at such an
early stage of the narrative (...). However, Benoît’s depiction of
the chamber scene and of the defloration of Medea will become
essential to the medieval versions of the tale ».
(59) Cfr. D’Agostino, I Romanzi cit., p. 83, con rinvio a
Ph. Logié, Le roi Priam dans le Roman de Troie de Benoît de
Sainte-Maure, in « Bien dire et bien aprandre », 18 (2000), pp. 57-71.

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AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 33

perfetto monarca « caratteri (...) che ingentiliscono la


figura del re ma al tempo stesso la snaturano » (60).
Oltre a Giasone, una certa ambiguità connota anche
il personaggio di Troilo, che di fronte alla condanna
all’esilio di Briseida, rimarrà del tutto inerte. Di lui
l’autore si limita a dire che « ot ire et tristece », tanto
che, come osservato da Antonelli, duecento anni dopo
sarà Boccaccio, insoddisfatto del proprio modello
narrativo, a far compiere a Troilo l’impossibile per
tenere con sé l’amata (61).
Tuttavia, nel nostro episodio il dato forse più
rilevante attiene all’incongruenza con le fonti ovidiane
nella rappresentazione del primo dialogo fra Giasone
e Medea (62). Sia nelle Metamorfosi che nelle Eroidi l’ini-
ziativa di rivolgersi per primo a Medea e di chiederla
in moglie è affidata a Giasone, e con l’occasione viene
mostrata la sua volontà di sedurre a proprio vantag-
gio la figlia di Eeta (63). Diversamente, in Troie è lei a
parlare per prima all’eroe e a proporgli il matrimonio
in cambio del suo aiuto. Tale circostanza sottrae al
personaggio maschile ogni autonomia, omettendo il

(60)  Mantovani, Il Roman de Troie cit., p.  183.


(61)  Antonelli, The Birth of Criseyde cit., pp. 36-37.
(62) Cfr. Jones, The Theme of Love cit., p. 44, Feimer, Jason and
Medea cit., pp. 42-43.
(63) Cfr. Met. VII, 89-91: « Ut vero coepitque loqui dextramque
prehendit / hospes, et auxilium submissa voce rogavit / promi-
sitque torum, (...) »; Her. XII, 73-78: « (...)Venimus illuc; / orsus es
infido sic prior ore loqui: / “Ius tibi et arbitrium nostrae fortuna
salutis / tradidit inque tua est vitaque morsque manu. / Perdere
posse sat est, si quem iuvet ipsa potestas; / sed tibi servatus gloria
maior ero. (…)”. » e 83-93: « o virgo, miserere mei, miserere meo-
rum, / effice me meritis tempus in omne tuum! / Quodsi forte
virum non dedignare Pelasgum / – sed mihi tam faciles unde
meosque deos? – / spiritus ante meus tenues vanescat in auras,
/ quam thalamo nisi tu nupta sit ulla meo”. / (...) / (...) / Haec
animum – et quota pars poterat? – movere puellae / simplicis et
dextrae dextera iuncta meae. /Vidi etiam lacrimas – an pars est
fraudis in illis? ».

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 33 13/03/2017 15:57:21


34 S. DE SANTIS

particolare, presente in Ovidio, secondo cui, proprio


in tale occasione, egli avrebbe sedotto Medea con la
gratia ficta delle sue parole (Her. XII, 13-14 « Cur mihi
plus aequo flavi placuere capilli / et decor et linguae
gratia ficta tuae?, Her. XII, 94: « Sic cito sum verbis
capta puella tuis  »). Peraltro, quello della seduzione
verbale sarà un elemento centrale anche nel ritratto
dantesco dell’eroe (« Ivi con segni e con parole ornate
/Isifile ingannò, la giovinetta / (…) /e anche di Medea
si fa vendetta, Inf. XVIII, 91-96), dove egli mantiene
altresì la dignità e la statura del personaggio classico
(« Guarda quel grande che vene, / e per dolor non
par lagrime spanda: / quanto aspetto reale ancor
ritene! », Inf. XVIII, 83-85) (64).
Infine, quanto al fatto che Benoît de Sainte-
Maure abbia interrotto la narrazione prima della
vendetta di Medea col suo tragico epilogo – con
la motivazione di dover tornare al suo argomento
principale, la narrazione dei fatti di Troia – non
è da escludere si tratti in realtà di una scelta più
complessa e meditata. Come dimostra uno dei cou-
plets conclusivi dell’episodio («  Trestuit li deu s’en
corrocierent, / Qui mout asprement l’en vengierent »,
vv.  2041-42 ), la soppressione di ogni particolare
criminoso e il conferimento a Dio della facoltà di
punire Giasone, acquistano le proporzioni di un vero
e proprio ripensamento ideologico della leggenda.
Privato di ogni tragicità, il mito di Medea ci appare
nel Roman de Troie come poco più che uno spunto:
nel contesto più ampio dell’episodio degli Argonau-
ti, che costituiva l’importante precedente narrativo
della prima distruzione di Troia, l’interesse sembra
risolversi soprattutto nella sperimentazione lettera-

(64) Le citazioni dantesche sono tratte da Dante Alighieri,


Commedia, con il commento di A. M. Chiavacci Leonardi, 3 voll.,
Milano 1999.

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 34 13/03/2017 15:57:21


AMORS, VERS CUI RIEN N’A DEFENSE 35

ria della tematica amorosa femminile, in risposta al


gusto e alle aspettative del pubblico legato al milieu
culturale della corte dei Plantageneti. Ma cionondi-
meno, l’autore riesce a dar vita a un carattere origi-
nale, che a tratti sembra anticipare, per realismo e
incisività, la densità emotiva di alcune protagoniste
shakespeariane.

Silvia de Santis

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 35 13/03/2017 15:57:21


Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 36 13/03/2017 15:57:21
RIASSUNTI - SUMMARIES 285

RIASSUNTI - SUMMARIES

Roberto Antonelli
L’autore completa l’indagine pubblicata in « Studj romanzi »
X (2014), Il Vat. lat. 3793 e il suo copista. Studiare i descripti:
prime riflessioni, analizzando le varianti grafematiche dell’in-
dice rispetto al testo e traendo alcune ipotesi di lavoro
sulla fisionomia diastratica e sui rapporti del codice con
l’archetipo toscano della Scuola siciliana.

The author completes the survey published in « Studj ro-


manzi » X (2014), Il Vat. lat. 3793 e il suo copista. Studiare i
descripti: prime riflessioni, analysing the graphematic variants
of the Index respect to the text and coming up with some
working hypotheses on the diastratic physionomy and on
the relationships between the codex and the Tuscan arche-
type of the Sicilian School.

Paolo Cherchi
Il saggio studia un episodio del Tirant lo Blanc: l’insulto
che un nobile fa all’Eremita minacciando di tagliarli l’abito
dalla cintura in giù. Per capire il senso dell’insulto si studia
la tradizione di questa infamia nella cultura medievale e
rinascimentale, mostrando che era riservata esclusivamente
alle prostitute. Pensare di fare tale sfregio all’Eremita signi-
ficava considerarlo una femminuccia di malaffare, indegno
di dare consigli militari al re.

This essay analyzes an episode of the Tirant lo Blanc where


a Lord threatens the Eremita to cut his ropes from the
waist down. In order to understand the complexity of this
insult, the author studies its history through the Middle
Ages and the Renaissance, to show that it was an infamy

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 285 13/03/2017 15:58:00


286 RIASSUNTI - SUMMARIES

inflicted to the prostitutes. Insulting the Eremita in this


way, was considering him a whore who should not give any
military advice to the king.

Silvia De Santis
Il contributo propone una rilettura complessiva dell’epi-
sodio di Medea e Giasone contenuto nel Roman de Troie
di Benoît de Sainte-Maure. Partendo dal confronto con le
Eroidi e con le Metamorfosi di Ovidio, vengono messi in luce
le principali innovazioni di questa versione della leggenda
classica, che si caratterizza soprattutto per l’eliminazione
di ogni particolare criminoso tradizionalmente associato
alla figura di Medea. I numerosi tagli effettuati dall’autore
testimoniano, oltre che della volontà di rileggere “cristia-
namente” il mito, anche dell’esigenza – tutta interna al
clima culturale del secolo XII – di focalizzare l’attenzione
sulla fenomenologia amorosa della protagonista. L’episodio
offre pertanto un’ulteriore testimonianza di quel processo
di ricezione attiva dei classici, che qualifica particolarmente
la produzione dei romanzi francesi di materia antica.

The paper proposes an overall interpretation of the Medea


and Jason episode in Roman de Troie by Benoît de Sainte-
Maure. Starting from a comparison with Ovid’s Metamor-
phosis and Heroides, the most relevant innovations of this
version of the classical legend, chiefly characterised by the
suppression of all the crimes traditionally associated with
the Medea figure, are high-lighted. The numerous omis-
sions carried out by the author testify not only his will to
reinterpret the myth in a Christian way, but also to focus
on the heroine’s phenomenology of love, in accordance
with the cultural climate of the 12th century. Hence, the
episode offers additional evidence concerning the process
of free appropriation of the classics, which particularly
distinguishes the production of the French romans antiques.

Lorenzo Fabiani
Il Liber Alexandri Magni, volgarizzamento della recensione I3
dell’Historia de preliis, è conservato nel ms. It. VI. 66 della

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 286 13/03/2017 15:58:00


BIOGRAFIE - BIOGRAPHIES 293

guity of Courtly Love (Toronto, 1994); Polimatia di riuso - Mezzo


secolo di plagio (1539-1589) (Roma, 1998); L’onestade e l’onesto
raccontare del Decameron (Fiesole, 2004); Verso la chiusura.
Saggio sul Canzoniere di Petrarca (Bologna, 2008). La rosa dei
venti. Una mappa della critica contemporanea, Roma, 2011). He
has edited the Opere of Tomaso Garzoni (Ravenna, 1994) e
la Piazza universale (Torino, 1996). He has translated from
Catalan into Italian Tirant lo Blanch (Torino, 2013). His last
book is Il tramonto dell’onestade (Rome, 2016).

* * *
Silvia De Santis ha conseguito il Dottorato di Ricerca in
Filologia e Letterature romanze presso l’Università di Roma
“La Sapienza” e il diploma in paleografia e archivistica alla
Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica.
I suoi principali interessi di ricerca riguardano la filologia
e la linguistica occitanica e antico-francese. Ha dedicato due
saggi ai rapporti fra la Commedia di Dante e William Blake.
Ha pubblicato l’edizione critica, con la trascrizione delle
melodie, del Mistero provenzale di sant’Agnese (Roma 2016).
Ha svolto ricerche post-dottorali sul lessico delle emozioni
nel romanzo antico-francese presso il dipartimento di Studi
Europei, Americani e Interculturali dell’Università di Roma
“La Sapienza”, nell’ambito del progetto PRIN “Canone
letterario e lessico delle emozioni nel Medioevo europeo”.

Silvia De Santis obtained her PhD in Romance Philology


from the University “La Sapienza” of Rome and subse-
quently a Diploma as Archivist Paleographer at the Vatican
School of Paleography, Diplomatics and Archives Admi-
nistration. Her main research interests concern Occitanic
and old French philology and linguistics. She has devoted
two articles to the relationship between Dante’s Commedia
and William Blake. She has edited, with the transcription
of the melodies, Il Mistero provenzale di sant’Agnese (Roma
2016). She has been Post-doc Researcher in the Department
of Studi Europei, Americani e Interculturali of the Univer-
sity “La Sapienza” of Rome, where she studied the lexicon
of emotions in Ancient French romance within the PRIN
project “Canone letterario e lessico delle emozioni nel
Medioevo europeo”.

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 293 13/03/2017 15:58:01


NORME EDITORIALI 303

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 303 13/03/2017 15:58:02


Finito di stampare dicembre 2016
dallo Stabilimento Tipografico « Pliniana »
Viale F. Nardi, 12 – 06016 Selci-Lama (PG)
st.pliniana@libero.it

Studj Romanzi XII (13-03-17).indb 304 13/03/2017 15:58:02