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Sommario

CAPITOLO 1 LO SVILUPPO ............................................................................................................................ 1


CAPITOLO 2: LOTTA ALLA POVERTA’ ............................................................................................................ 8
CAPITOLO 3- SVILUPPO RURALE ..................................................................................................................16
CAPITOLO 4- DIRITTI UMANI .......................................................................................................................26
CAPITOLO 5 - GENERE .................................................................................................................................33
CAPITOLO 6: CITTADINANZA, APPARTENENZE, IDENTITA’ ...........................................................................41
CAPITOLO 7- SOCIETA' CIVILE, ONGS e MOVIMENTI SOCIALI .......................................................................48
CAPITOLO 8 -GOVERNANCE E GOOD GOVERNANCE ....................................................................................54
CAPITOLO 9- EMPOWERMENT ....................................................................................................................58
CAPITOLO 10- PARTECIPAZIONE..................................................................................................................62
CAPITOLO 11 DECENTRALIZZAZIONE ...........................................................................................................68
CAPITOLO 12- MICROFINANZA E MICROCREDITO........................................................................................72
CAPITOLO 13- SICUREZZA ...........................................................................................................................78
CAPITOLO 14- REGIONALISMO ...................................................................................................................82

CAPITOLO 1 LO SVILUPPO
Dopo la fine della 2.G.M. la cooperazione finalizzata alla promozione dello sviluppo
economico e sociale diventa una priorità sia per i paesi del Primo e del Secondo
mondo, ma anche per quei paesi che nel 1952 erano stati definiti Paesi del Terzo
Mondo.
Quando si parla di sviluppo abbiamo anche una periodizzazione:
- negli anni 50 la teoria del big push
- negli anni 60/70 l’industrializzazione
- negli anni 80 e 90 l’aggiustamento strutturale
- e infine l’attuale agenda di lotta alla povertà di cui si occupa anche il
Washington Consensus (espressione coniata nel 1989 dall'economista John
Williamson per descrivere un insieme di direttive di natura politica-economica
che venivano considerate come il pacchetto standard da destinare ai pvds).
La promozione dello sviluppo non è mai stata un’operazione puramente tecnica o
neutra dal punto di vista ideologico, ma ha sempre tentato di modernizzare e
trasformare le società del sud del mondo secondo dei modelli precostituiti, che solo
in parte rispondono alle esigenze delle popolazioni locali.
Il consenso prevalente oggi, il Post W.C, si concentra sul perseguimento della lotta
alla povertà, sulla riforma delle istituzioni, sulla promozione della good governance e
sulla partecipazione della società civile alla formulazione dei programmi di sviluppo.
La stessa BM ha sottolineato come bisogna poggiare su alcuni pilastri dello sviluppo
per poter intervenire sulla povertà: bisogna che ci sia un clima favorevole agli
investimenti, bisogna generare occupazione e bisogna creare delle forme di
empowerment dei poveri così che essi possano partecipare alla crescita.

Negli ultimi 20 anni la globalizzazione e la regionalizzazione sono state nuove sfide


per le teorie e le politiche dello sviluppo. Lo stato viene visto come agente di
sviluppo ma è stato messo in discussione dalle istituzioni finanziarie internazionali e
dalle forze di mercato.
Gli studi di sviluppo rappresentano un campo di indagine molto recente, iniziato
dopo la 2.G.M. e che si è rafforzato con le trasformazioni legate ai processi di
decolonizzazione nel mondo afroasiatico.
Come vedremo
Anni 50 e 60: la teoria della modernizzazione ottiene il consenso maggiore per
portare avanti uno sviluppo economico, ma anche sociale e politico.
Anni 70: l’attenzione si sposta sulla strategia die bisogni di base
Anni 80: sono gli anni dell’aggiustamento strutturale (il WC)
Anni 90: affiancamento alle strategie neoliberiste, con un consolidamento della
democrazia e della good governance da un lato e la lotta alla povertà dall’altro
(lanciano le basi del post WC, divenuto ancora più evidente dopo l’avvio degli
Obiettivi del millennio da parte delle NU)
Il concetto di sviluppo è stato un concetto che nel tempo è stato soggetto di
dibattiti, in quanto si tratta di un concetto variabile e spesso ambiguo, perché
dipende da chi lo utilizza e da come viene utilizzato.

Che cosa è lo sviluppo?


Si può fare una distinzione tra posizioni dominanti e posizioni alternative.
Le prime, dette anche mainstream, si riferiscono alla visione classica basata sulla
modernizzazione, crescita economica e sulle prospettive di mercato.
Le seconde cercano di immaginare progetti alternativi legati alla società civile, che si
basano sulla governance, sul decentramento dello sviluppo sostenibile e sul rispetto
delle culture locali.
Ad esse possiamo aggiungere anche delle posizioni radicali, ossia portate avanti da
alcuni autori che si possono identificare come post-modernisti o post-sviluppisti:
essi sostengono che lo sviluppo è un insieme di idee che definisce le relazioni di
potere, in particolare, secondo lo studioso Escobar lo sviluppo è stato usato come
meccanismo di controllo del Terzo mondo e quindi ha colonizzato la realtà e le
strategie di sviluppo non hanno fatto niente altro che recare impoverimento,
sfruttamento e oppressione.
Una questione comune al dibattito è che lo sviluppo in ogni caso deve tenere in
considerazione il cambiamento delle condizioni umane.
Se teniamo ciò in considerazione e partiamo da una definizione generale secondo
cui “lo sviluppo è un processo che mira ad ottenere dei risultati in grado di portare
migliori livelli di vita e maggiori capacità di self-reliance in economie che sono
tecnicamente più complesse e che dipendono di più dai processi di integrazione
globale rispetto al passato. “, si può dire che si sono 3 concettualizzazioni dello
sviluppo:
1) Sviluppo come processo di cambiamento strutturale della società nel lungo
periodo: si concentra sul cambiamento e sugli aspetti storici dello sviluppo e
quindi tiene conto dei cambiamenti avvenuti dall’inizio della storia dello
sviluppo (intorno al 700). Ciò vuol dire che la trasformazione da una società
agricola a quella industriale determina degli effetti nella struttura della
società, nel ruolo delle classi, nel lavoro e nei rapporti di produzione. In
questa visione lo sviluppo riguarderebbe dei cambiamenti sociali e non ci si
potrebbe basare sull’aspettativa che tutte le società seguano lo stesso
percorso di sviluppo. SI tratta di una concezione che nel dopoguerra ha subito
l’influenza dell’idea secondo cui bisogna trasformare la società con la
modernizzazione e l’emancipazione. Limite di questo approccio: incapacità di
guidare la pratica dello sviluppo o di definire il policy making (per il quale sono
necessari periodi più brevi).
2) Sviluppo come raggiungimento degli obiettivi desiderabili nel breve e medio
termine: è una visione che ricerca degli indicatori di performance di breve e
medio termine, per analizzare la relazione tra obiettivi e risultati raggiunti.
Limite: non è adeguatamente storica, si concentra su questioni specifiche e
limitate nel tempo e dato che ignora i processi storici rischia di separare lo
sviluppo dai processi di accumulazione e distribuzione della ricchezza e
favorisce delle forme di depoliticizzazione dello sviluppo.
3) Sviluppo come politiche e pratiche che hanno come obiettivo il
miglioramento della situazione esistente: è in qualche modo legata alla
seconda e si concentra sulle pratiche e sugli sforzi per definire migliori
modalità operative tramite le quali organizzare e realizzare lo sviluppo. Limite:
nonostante lo sviluppo non sia escluso come processo, questo sviluppo viene
concepito nei termini dell’ottenimento di obiettivi specifici che lo riducono ad
una serie di tecniche operative, a cui le agenzie dello sviluppo devono
attenersi per migliorare la situazione esistente.
Possiamo trovare anche un quarto approccio, molto vicino alle concezioni post-
sviluppiste ossia:
4) Sviluppo come discorso dominante della modernità occidentale: nella
modernità occidentale il concetto di sviluppo viene visto come un insieme di
risultati sbagliati a causa dell’imposizione di nozioni di sviluppo occidentali nei
pvds.
Gli analisti post-sviluppisti, seguendo le analisi associate ai concetti elaborati dal
sociologo Foucault sono arrivati a concepire che qualsiasi etichetta venga usata
per lo sviluppo, porta sempre ad una definizione di inferiorità dei PVS. Quindi la
funzione del discorso sullo sviluppo sarebbe quella di suddividere i popoli in
categorie così da controllarli e creare poi il contesto che giustifichi gli interventi
di sviluppo. In tal caso lo sviluppo viene inteso come modernità (condizione
superiore) in contrapposizione all’arretratezza degli altri (inferiorità). Ovviamente
ci sono molte critiche alle concezioni post-sviluppiste, perché viste come la
celebrazione della privazione.
Va sottolineato che oggi molte questioni dello sviluppo si stanno modificando
perché iniziano ad aumentare le iniziative provenienti da diversi attori legati ai
modelli di cooperazione Sud-sud, che coinvolgono paesi emergenti (Brasile, India,
ma anche Cina), ma non bisogna dimenticare anche le iniziative che provengono
dal mondo arabo e da ONG di affiliazione islamica che operano soprattutto in
Africa sub-sahariana.

Gli studi recenti sullo sviluppo


Quando si parla di sviluppo si vuole intendere la storia dello sviluppo che parla
dell’evoluzionismo dal 19 e 20 secolo e dell’egemonia europea, ecco perché la
storia dello sviluppo è anche la storia dell’egemonia europea. In particolare, gli
studi sullo sviluppo possono essere suddivisi in due momenti fondamentali:
1) Anni 50-60  il contesto della GF e il rafforzamento di iniziative internazionali
legate all’espansione dell’economia capitalista nel mondo, con un ruolo
centrale da parte di USA e Occidente nel sostegno allo sviluppo per i paesi
poveri
2) Anni 80  politiche neoliberiste che acquistarono una posizione egemoniche
nelle teorie e politiche dello sviluppo che si manifestano nella supremazia
delle IFI (istituzioni finanziarie internazionali).
Ma, a causa dei mancati risultati in termini di crescita, ci si rese conto che era
necessaria una riforma dello Stato, che sottolineasse l’esigenza di pratiche di
sviluppo più inclusive. Infatti nel corso degli anni 80 furono incluse nuove
concezioni nella discussione sullo sviluppo: le idee di sviluppo umano, delle
capacità e dell’essere titolari di diritti, così come delle elaborazioni sviluppate
dallo U.N. Development Programme, con la formulazione dell’indice di sviluppo
umano che misura lo sviluppo attraverso l’insieme di dati quantitativi e
qualitativi.
Evoluzione delle nozioni di sviluppo: Modernizzazione e dipendenza
Il discorso contemporaneo dello sviluppo emerge con il mondo bipolare. Il punto di
partenza è stato rappresentato dal discorso di Truman del 1949, in cui egli si riferì al
sottosviluppo, alla miseria e alla fame, visti come una potenziale minaccia al mondo
libero. Il quarto punto discusso da Truman fu l’importanza di imbarcarsi in un
programma nuovo che offrisse i benefici dei progressi scientifici e dello sviluppo
industriale per favorire la crescita delle aree sottosviluppate.
Con la ricostruzione dell’Europa post-bellica, lo Stato aveva il ruolo di stimolare
l’industrializzazione e lo sviluppo attraverso la pianificazione economica. Quindi lo
sviluppo serviva a ridurre il divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Infatti dopo la
2.G.M., per circa 20 anni si è creduto che i PVS avrebbero senza dubbio potuto
svilupparsi seguendo dei processi che erano già avvenuti in altre aree. E’ in questo
contesto che si inserisce la
 TEORIA DELLA MODERNIZZAZIONE, che ha la sua base di riferimento in un
testo di Rostow, che annunciava un progetto di sviluppo centrato su una
modernizzazione produttiva nazionale, allineata al campo occidentale. Qui
però si faceva riferimento a degli stadi dello sviluppo capitalistico che si
potevano realizzare solo dopo la fine del colonialismo. Le ragioni per cui alcuni
paesi erano decollati economicamente erano state la presenza di tecnologie,
l’accumulazione di capitale necessario e il controllo di un’elite politica
orientata allo sviluppo. La modernizzazione richiedeva che fossero adottate
delle istituzioni politiche occidentali, viste come elementi di modernità.
LA DIPENDENZA  le implicazioni neocoloniali del modello di sviluppo della
modernizzazione sono state criticate dalla scuola della dipendenza, che
evidenziava come lo sviluppo di un’area poteva invece portare al sottosviluppo
per un’altra e in pratica, le periferie del sistema economico mondiale non
avevano possibilità di svilupparsi economicamente.
Questi due approcci rivali (modernizzazione e dipendenza) dominarono il
dibattito fino al 1970, ma poi furono sfidate da posizioni alternative che si
basavano sull’ambiente, sullo sviluppo indigeno, sullo sviluppo umano e sugli
studi di genere. Le teorie alternative dello sviluppo avevano come obiettivo
primario quello di confrontarsi con dei problemi come l’esclusione dei gruppi e
delle classi. Per questo motivo nacquero nuove idee di sviluppo orientate
soprattutto al soddisfacimento dei bisogni umani di base.
ASCESA DEL NEOLIBERISMO
Le politiche sviluppiste e il ruolo di intervento dello Stato nello sviluppo vengono
messi sotto accusa durante i primi anni 80, le IFI incolpavano lo Stato degli errori
commessi nelle politiche di sviluppo e iniziò a circolare una nuova forma di
capitale speculativo che accrebbe le situazioni di difficoltà e di crisi in Africa, in
America Latina e in alcuni contesti asiatici. Le soluzioni, soprattutto in Africa,
erano viste nel forte ridimensionamento del ruolo dello stato, in modo che gli
strumenti usati dall'elite per accumulare potere politico e ricchezze potessero
essere messi in crisi e liberare i contadini e le popolazioni rurali, offrendo loro dei
vantaggi collegati alle opportunità di mercato. Le nuove teorie condussero alla
stesura dei PAS, i programmi di aggiustamento strutturale, dando origine al WC.
Inoltre, il ritorno di leadership conservatrici diede ancora più spazio ai tentativi di
un nuovo dogma liberista sostenuto dalle IFI. Nuova Zelanda, Cile e le Tigri
Asiatiche rappresentarono i riformatori più spettacolari.
POST WASHINGTONG CONSENSUS
Le politiche del WC non produssero i risultati attesi, il miracolo dello sviluppo
basato sul mercato e sulla liberalizzazione dell’economia non si era
materializzato. La fiducia neoliberista nel libero mercato e nelle sue forze di
autoregolazione condusse la BM a considerare che la crisi non era stata dovuta al
deficit di programmi, ma ad una crisi di governance, una incapacità die governi di
realizzarli.
La nuova rielaborazione concettuale riconobbe che lo sviluppo doveva essere più
partecipativo e inclusivo, così da portare avanti una crescita guidata dal mercato
e integrando i paesi poveri nel capitalismo globale.
Così gli anni 90 vedono il passaggio dall’aggiustamento strutturale neoliberista ad
una agenda più morbida, che includeva due elementi:
Riduzione della povertà e good governance.
Lo sviluppo dovrebbe garantire sia più opportunità sia una sicurezza umana ed
internazionale, nonché un empowerment per le aree periferiche, insieme ad una
nuova ownership locale dei programmi di sviluppo e di riduzione della povertà.
Questo si sarebbe andato a legare alle iniziative di riduzione della povertà e di
sviluppo degli Obiettivi del millennio proposti dalle NU.
Dal 2000 in più di 80 PVS vengono elaborati dei documenti di riduzione della
povertà, visti come primo veicolo per raggiungere la realizzazione degli Obiettivi
del millennio.
ALTRE PROSPETTIVE
Le prospettive future appaiono diverse:
1) La prima è una forma di neomodernizzazione, che si può mettere in pratica
attraverso la cooperazione fra le diverse agenzie dello sviluppo.
2) La seconda si basa sull’economia neoclassica. La ridefinizione
dell’aggiustamento strutturale combina il controllo macroeconomico con la
riduzione della povertà.
3) La terza si riferisce ai tentativi di rinnovamento della teoria della dipendenza
all’interno delle analisi neostrutturaliste.
4) La quarta riguarda le posizioni legate allo sviluppo alternativo e vuole
rafforzare le idee di sviluppo locale, di partecipazione dal basso e di
empowerment da parte die gruppi di base e della società civile. C’è quindi una
disaffezione verso il ruolo dello Stato. Ma questo interesse alla società civile e
alle ONG rischia di favorire forme di managerialismo e di depoliticizzazione,
riducendo ancora di più le capacità dello stato.
5) L’antisviluppo ha molto in comune con lo sviluppo alternativo anche se
sostiene delle forme di distaccamento locale e di resistenza alla
globalizzazione.
In passato il pensiero dello Sviluppo era dominato dall’Occidente ma recentemente
sono diventate importanti anche altre prospettive come la cooperazione Sud-Sud. Il
fatto che ci siano molteplici attori, con diverse agende, ovviamente accresce la
preoccupazione di poter trovare una politica di sviluppo che sia coerente e che si
basi su un compromesso fra diverse egemonie. Oggi comunque c’è una riflessione
più variegata, che sembra accettare una forma di pluralismo dello sviluppo.

CAPITOLO 2: LOTTA ALLA POVERTA’


La lotta alla povertà rappresenta l'obiettivo principale delle politiche
economiche degli anni 90, attuato sia nei paesi del Sud del mondo sia
dalla maggior parte dei programmi di cooperazione allo sviluppo. Questa
esigenza è stata causata dai risultati deludenti dei programmi di riforma
economica neoliberisti in risposta alla crisi del debito che aveva colpito
l’Africa, America latina e l’Asia tra gli anni 70/80.

-- queste erano le premesse per l'emergere di una nuova agenda


internazionale dello sviluppo che da un lato necessitava di rafforzare le
istituzioni dei paesi destinatari degli aiuti con la promozione delle
pratiche di good governance e dall’altro voleva intraprendere delle
misure per contrastare la povertà nei paesi del sud del mondo.

L'era dell'aggiustamento strutturale

La crisi del debito che colpi in PVS tra gli anni 70-80 dimostrò la fragilità
dei modelli di crescita economica. Le strategie di industrializzazione
basate sulla sostituzione delle importazioni hanno portato
all'accumulazione di un largo debito pubblico , che si rivelò difficile
rinegoziare con i creditori a causa dell'impennata dei tassi di interesse che
si registrò sui mercati Internazionali. Impossibilitati a ripagare i loro
debiti, i PVS furono costretti a chiedere aiuto alle istituzioni finanziarie
internazionali le quali stabilirono di vincolare l'erogazione dei loro prestiti
all'attuazione di riforme economiche per promuovere la stabilizzazione
degli aggregati finanziari, la ripresa della crescita e la restituzione dei
debiti contratti. Dopo poco però le clausole nel programmi di riforma
negoziati dalla BM e dal FMI con i governi dei paesi debitori vennero
sempre più a sovrapporsi, al punto da richiedere une stretto
coordinamento tra le due istituzioni che inizialmente tentarono invece di
"dividersi i compiti" (la BM voleva rafforzare il settore produttivo per
promuovere anche una politica di liberalizzazione del commercio
attraverso PAS, mentre il FMI attuava misure di austerità per ripristinare
la stabilità macroeconomica).

Prevalse il riferimento al PAS che considerava prioritaria la


liberalizzazione dell'economia dei PVS, così da consentire ai mercati di
stimolare la ripresa della crescita. I piani di aggiustamento strutturale
(finanziamenti da parte del FMI e BM per i pvds con crisi economiche)
hanno l’obiettivo di ridurre gli squilibri fiscali nel breve e medio termine e
ridurre la povertà, ma in seguito alla crisi del debito che aveva indebolito i
paesi citati prima, queste politiche economiche furono viste come la
causa del sottosviluppo.

Le misure contenute nei PAS prevedevano la svalutazione della moneta


nazionale, l'imposizione di tagli al bilancio dello Stato, il
ridimensionamento dell'amministrazione pubblica, la privatizzazione delle
aziende di proprietà statale, la liberalizzazione del commercio interno e lo
smantellamento delle barriere doganali con l'estero e l'abolizione dei
sussidi ai prezzi delle derrate alimentari.

A fine anni 80: i limiti dei PAS erano emersi. La crescita economica si
mantenne debole, vi erano crescenti disparità nella distribuzione del
reddito e ci fu un aumento della povertà in quasi tutti i paesi.

Lo smantellamento delle barriere doganali diede vita ad un processo di


deindustrializzazione sia in Africa sub-sahariana che in America Latina e
acuì la dipendenza di queste due regioni dall'esportazione di materie
prime.

I tagli drastici al bilancio dello Stato contribuirono al deterioramento delle


infrastrutture sanitarie e scolastiche e causarono una crisi in molti settori
della produzione agricola, il tutto si tradusse in un ridimensionamento
dell'accesso ai servizi sociali e aggravò il problema della disparità tra i
generi e della povertà.

Dinanzi al numero crescente di studi che documentavano gli effetti sociali


negativi delle riforme economiche, le IFI decisero di finanziare alcuni
progetti che sostenessero la spesa nei settori sociali, senza però mettere
in discussione l'approccio neoliberista che ispirava i PAS.

In questo contesto, durante gli anni 90 l’UNDP propose di misurare il


progresso materiale di ciascun paese non solo in termini di crescita
economica ma anche in termini di sviluppo umano. Infatti, la crescita
economica è una parte per raggiungere lo sviluppo umano inteso come
l’ampliamento delle idee degli individui. Quindi l’indice per misurare il
benessere era l’ISU, calcolato prendendo in considerazione l'aspettativa
di vita alla nascita, l'alfabetizzazione e il PIL pro capite a parità di potere di
acquisto.

Con i PAS non si ebbe una diminuzione del debito pubblico, anzi al
contrario si verificò un aumento. I PAS, inizialmente visti come interventi
di breve periodo finalizzati a ripristare l'equilibrio finanziario, si
trasformarono in un ciclo di riforme mai del tutto concluso, a cui i paesi
indebitati si sottoponevano in cambio di nuovi finanziamenti. In questo
clima vi erano due facce della stessa medaglia: da una parte si era
rafforzato il consenso ideologico tra i donatori, il cosiddetto WC, sulla
necessità che i PVS attuassero politiche di bilancio rigorose e la
liberalizzazione delle economie, dall'altra i paesi indebitati erano costretti
ad accettare la rinegoziazione degli accordi, anche se essi rimanevano
sempre parziali.

L'attuazione dei PAS causò ripercussioni politiche inevitabili nei paesi del
Sud del mondo:

1) in Africa sub-sahariana fomentò la crisi dei modelli autoritari di


costruzione della nazione e di promozione dello sviluppo, i governi
avevano limitato i diritti politici a favore di un allargamento dell'accesso ai
diritti economici e sociali, ma con le misure di austerità imposte non
furono più in grado di garantirli, così scoppiarono dei movimenti di
protesta che portarono alla transizione verso la democrazia

2) In America Latina l'adozione dei PAS coincise con l'avvio dei processi di
democratizzazione. Questi, durante gli anni 80 riuscirono a reggere alle
misure di austerità economica ma dagli anni 90 l'aumento della povertà e
delle disuguaglianze ha indebolito le istituzioni della democrazia
rappresentativa, determinando un'impasse.

3) Nei paesi del Sudest asiatico la crisi economico finanziaria del 97-98
indebolì il modello di sviluppo autoritario che nei decenni precedenti
aveva garantito forti tassi di crescita economica.

Dato che la maggioranza dei paesi che avevano attuato i PAS avevano
mostrato una debole performance economica, nacque un dibattito su
quali fossero i fattori che avevano impedito alle riforme di conseguire i
risultati attesi:

- un primo gruppo pensava che ad aver compromesso l'efficacia di queste


politiche era stata la realizzazione parziale. Quindi bisognava aumentare
la capacità dei governi dei paesi del sud del mondo nel dare attuazione ai
programmi di riforma e rafforzare l'ownership nazionale di questi ultimi,
coinvolgendo anche la società civile.

- un secondo gruppo di studiosi riteneva che il ridimensionamento dello


stato avesse compromesso il successo delle riforme, in quanto erano
state indebolite quelle istituzioni che avrebbero dovuto essere il motore
della ripresa della crescita e degli investimenti. Quindi dagli anni 90 molte
analisi sottolinearono la necessità di passare da un "meno stato" ad uno
"stato migliore", per questo bisognava includere nei programmi di
cooperazione allo sviluppo delle misure volte alla promozione della good
governance.
- un terzo gruppo di studiosi ritenne che invece i responsabili di questa
deludente performance economica erano proprio i PAS che attraverso
l'attuazione di un modello unico di riforma in contesti del tutto diversi tra
loro, avevano impedito la ripresa economica in gran parte dei paesi del
sud del mondo.

La nuova agenda della lotta alla povertà

Durante gli anni 90 lentamente è emerso un nuovo consendo politico, il


POST WASHINGTON CONSENSUS che ha avviato una nuova agenda
internazionale dello sviluppo, per cercare di rispondere alle debolezze del
modello di aggiustamento strutturale. La nuova agenda ha poto l'accento
su 3 priorità:

1) promuovere la riforma delle istituzioni politihce e amministrative dei


PVS

2) Porre l'obiettivo della riduzione della povertà al centro di tutte le


politiche di sviluppo.

3) coinvolgere le organizzazioni della società civile nella formulazione dei


programmi di riforma economica, così da assicurare la ownership
nazionale di questi ultimi.

La centralità della lotta alla povertà viene esplicitata attraverso una


risoluzione dell'AG delle NU, la Milennium Declaration del 2000, con cui
si impegnavano gli stati, entro il 2015, a realizzare una serie di obiettivi in
campo economico e sociale. L'attuazione della Millennium Declaration
viene promossa attraverso la definizione di 8 obiettivi di sviluppo del
millennio, la cui realizzazione è stata più volte ribadita in onore dei vertici
dei paesi del G8, diventando l'obiettivo centrale delle politiche di
cooperazione. Gli obiettivi, in linea generale erano:

1) sradicare la povertà estrema e la fame (per es dimezzando il numero di


coloro che vivevano con meno di 1 dollaro USA al giorno)
2) rendere universale l'educazione primaria

3) promuovere l'eguaglianza di genere e l'empowerment delle donne

4) ridurre la mortalità infantile

5) migliorare la salute materna

6) combattere l'AIDS, la malaria e le altre malattie

7) incoraggiare la sostenibilità ambientale

8) sviluppare una partnership globale per lo sviluppo

Questi obiettivi, nonostante il largo consenso a livello internazionale,


hanno subito alcune critiche:

- la prima è data dal fatto che rafforzano una visione tecnocratica dello
sviluppo, visto come un obiettivo consensuale a cui non c'è possibilità di
obiezione, ma in realtà Simon Maxwell notò come spesso i donatori e i
governi si sono trovati davanti alla necessità di compiere delle scelte
politiche che per realizzare gli Obiettivi, avvantagiavano alcuni attori a
scapito di altri.

- inoltre, gli obiettivi trascurano il rapporto tra il modello di sviluppo


neoliberista e la povertà, in quanto spesso questo modello ha contribuito
a indebolire certi settori economici e a rendere più vulnerabili alcuni
gruppi sociali.

- nonostante siano stati creati per l'attuazione della Millenium


Declaration, si sono trasformati in strumenti di legittimazione delle
politiche neoliberiste di promozione dello sviluppo. In questa ottica la
povertà viene vista come un problema esclusivo dei paesi del sud del
mondo e piuttosto che indagare le cause profonde della povertà, ci si
sofferma sui poveri, sui loro attributi e sulle loro capacitazioni. Ciò fa sì
che gli obiettivi del millennio sembrino concentrarsi solo su un punto,
ossia l'accesso a un reddito superiore a 1 dollaro USA al giorno. Inoltre la
scarsa considerazione per la promozione dei diritti civili e politici e
dell'uguaglianza di genere, rappresentarono un arretramento rispetto alla
riflessione che aveva condotto l'UNDP ad elaborare il paradigma dello
sviluppo umano nei primi anni 90.

Se gli Obiettivi del millennio rappresentavano il nuovo consenso politico e


ideologico, nella pratica fu l'iniziativa a favore delle Heavily Indebted
Poor Countries, lanciata nel 99 da BM e FMI con lo scopo di cancellare il
debito estero dei PVS, a dare un forte impulso alla realizzazione della
nuova agenda internazionale della lotta alla povertà. In questo contesto
ogni intervento di riduzione del debito era subordinato alla redazione di
un Poverty Reduction Strategy Paper, in cui si delineava sia la politica
economica sia gli interventi in campo sociale che sarebbero stati realizzati
con le risorse rese disponibili dalla riduzione del debito. Quindi l'adozione
di questi poverty reduction divenne una condizione necessaria per
accedere ai prestiti della BM e del FMI e vista l'influenza di questi istituti
finanziari sugli altri grandi donatori, divenne condizione necessaria anche
per accedere all'assistenza finanziaria di questi ultimi.

Ad ogni modo, gli interventi di riduzione della povertà appaiono come


una spada a doppio taglio:

- da un lato sono la risposta alle rivendicazioni sociali provenienti dalle


popolazioni locali

- dall'altro rafforzano una concezione depoliticizzata della cittadinanza,


intesa come diritto a ricevere assistenza e sussidi da parte dello Stato e
delle ONG, infatti i beneficiari di queste politiche non sono visti come
cittadini portatori di diritto, ma come esseri umani in stato di bisogno.

L'impianto dei PRSP è rimasto simile a quello dei precedenti PAS: gli
interventi in campo socile rimangono marginali e si crede che solo una
crescita economica basta sulla liberalizzazione dei mercati possa condurre
a una riduzione dei tassi di povertà.
CRITICHE AI POVERTY REDUCTION STRATEGY PAPER:

- individuano le cause del sottosviluppo solo nelle politiche attuate dai


governi dei paesi del 3 mondo, ma trascurano il vasto quadro del
funzionamento del sistema economico internazionale

- non considerano le questioni che riguardano il ruolo dello stato nella


promozione dello sviluppo

- per quanto riguarda i settori sociali, i PRSP si limitano ad aumentare la


spesa pubblica nell'ambito della sanità di base e dell'istruzione primaria,
due settori importanti ma che non hanno un impatto sull'eliminazione
della povertà se non si stimola l'occupazione e la produttività.

- non sono previsti interventi a sostegno dell'industrializzazione dei PVS,


nè sono previste riforme agrarie o interventi a sostegno della produttività
agricola, o che possano inserire i piccoli produttori nei mercati
internazionali.

- perplessità ha suscitato anche la partecipazione della società civile alla


redazione dei PRSP, che più che imprimere una svolta ideologica ai
programmi di riforma economica, si è rivelata strumentale per legittimare
l'attuazione delle riforme concordate dai Governi nazionali e le IFI.

Nonostante alcuni paesi riuscirono ad incrementare i propri tassi di


crescita, il problema della povertà rimase irrisolto.

In Africa sub-sahariana non si è ridotto il numero di coloro che vive sotto


la soglia della povertà, anzi è aumentato. L'Africa infatti rimane il
continente in cui la realizzazione degli Obiettivi del millennio è rimasta più
incerta.

In Asia e in America Latina la riduzione della povertà è stata determinata


dai progressi di Brasile, Cina e India. In particolare, il caso di Cina e India
denota la scarsa efficacia delle politiche neoliberiste promosse dal WC, in
quanto questi due paesi si basano su approcci differenti, che prevedono
prima l'industrializzazione e poi una lenta apertura dei loro confini.

Inoltre, avere conseguito il primo Obiettivo di sviluppo del millennio non


significa risolvere il problema della povertà, ma dimezza solo il numero di
coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. In Asia e in America
Latina è vero che c'è stata una riduzione del numero di coloro che la
Millennium Declaration dichiarava come poveri, ma sono aumentate le
diseguaglianze di reddito e quelle sociali.

Per questo motivo la povertà è da considerare come un fenomeno


multidimensionale, non legato alla sola crescita economica.

CAPITOLO 3- SVILUPPO RURALE


IL MONDO RURALE NEI PVS

Negli ultimi decenni si è svolto un dibattito sul ruolo che le pratiche di


sviluppo possono avere nei PVS, con una certa attenzione allo sviluppo
rurale e al ruolo dei produttori agricoli nell'odierna economia globale.

Perchè sono importanti le questioni dello sviluppo rurale?

L'agricoltura è fondamentale per il sostentamento di gran parte delle


persone che vivono nei PVS e inoltre la povertà è diffusa soprattutto nelle
aree rurali.

L’agricoltura, secondo i dati della FAO e della BM, fornisce occupazione ad


almeno 1.3 mld di persone di cui la quasi totalità vive nei PVS. C'è una
certa difficoltà a definire il numero delle persone che vivono nelle
campagne e questo perchè agli agricoltori si affianca una popolazione
rurale dedita a molte attività, è quindi complesso definire i contadini in
temini sociologici, economici e culturali. La situazione è differenziata e
comprende:

• Gruppi di proletari rurali o semi-proletari

• Contadini poveri e marginali


• Imprenditori agricoli medio-piccoli fortemente orientati al mercato (cd.
“classi del lavoro”)

I problemi in questo campo si incontrano anche dal punto di vista


terminologico, infatti parole come contadino, agricoltori di piccola
dimensione e agricoltura familiare sono usati in maniera intercambiabile.
( I contadini sono visti da alcuni come una categoria da proteggere contro
le forze internazionali del capitalismo moderno che stanno mettendo a
repentaglio l’agricoltura dei paesi poveri, ma questo termine è usato
anche per definire l'agricoltura familiare, ossia quella sorta di coltivazione
contadina collettiva per la sussistenza, anche detta populismo agrario).

Le NU: considerano la povertà rurale come problema centrale dei PVS.


Infatti:

- i tre quarti dei poveri dei PVS vivono nelle aree rurali, e molti non
riescono a soddisfare nemmeno i bisogni di base, fra di esse molte sono le
donne

- ci sono problemi ambientali e climatici che causano crisi e situazioni di


rischio ecologico in molte aree rurali, come le terre impoverite del Brasile
nordorientale

La BM ha sottolineato che per le necessità future dell’umanità occorre


che l’agricoltura produca il 50% in più, che quindi generi opportunità di
reddito e di occupazione per i poveri, il 75% dei quali fa affidamento
proprio sull'agricoltura per il proprio sostentamento.

Una questione importante nella letteratura sullo sviluppo rurale è che


l’agricoltura sia il modo migliore per ridurre la povertà rurale:

La crescita del settore agricolo dovrebbe far diminuire i prezzi dei prodotti
alimentari, favorire la possibilità di avere più denaro per i lavoratori
urbani e quindi, attraverso la stimolazione dei consumi, accrescere
l’economia nel suo complesso.
Ma i problemi dell'agricoltura e dello sviluppo rurale nei PVS vanno
studiati in relazione alle diverse vicende storiche:

La questione agraria classica, il passaggio dal modello feudale a quello


capitalista industriale avvenuto in Europa non si è realizzato altrove,
anche se si è sviluppato un sistema capitalista che ha subordinato
l’agricoltura ai processi di sviluppo industriale.

Negli studi sullo sviluppo si è così sviluppato un dibattito circa il ruolo che
l’accumulazione originaria può svolgere nei PVS, poiché in molte aree del
pianeta una completa trasformazione economica attraverso processi di
accumulazione originaria non è mai giunta a pieno compimento.

Fin dal periodo coloniale, l’agricoltura di piccola produzione che domina


in molti PVS, si è trasformata e questo per due ragioni:

1) Molti di questi contadini sono diventati dei piccoli produttori di beni


agricoli per il mercato, quindi la tradizionale economia di sussistenza è
stata inserita in un contesto globale di divisione sociale del lavoro e dei
mercati

2) Questi processi hanno favorito differenze di classe

Dopo la 2.G.M.: aumentano le politiche di sviluppo rurale nei PVS

In molti casi il processo di integrazione nell’economia globale del mondo


rurale ha cercato di realizzarsi attraverso la rivoluzione verde, in
particolare in India e Brasile. Queste trasformazioni hanno fatto
aumentare la dipendenza di molti PVS dalle importazioni alimentari
mentre si registrano situazioni di declino dei prezzi dei prodotti di
esportazione tradizionale.

I programmi di aggiustamento strutturale (PAS) introdotti negli anni 70


rafforzeranno i processi di integrazione economica a livello globale e la
mercificazione dell’agricoltura. Si realizza così una nuova divisione del
lavoro agricolo: il centro si specializza in produzioni intensive di capitale
mentre le periferie si trovano sempre più in difficoltà.

Oggi esistono almeno due forme di produzione agricola nei PVS:

• il settore capitalista di esportazione

• I piccoli produttori di beni agricoli per il mercato

Quale questione agraria nei PVS

Come già accennato, in molte regioni dei PVS la questione agraria classica
(il passaggio da modello feudale a quello industriale capitalista) non si è
compiuta. Infatti ci sono processi ancora in corso nell'economia mondiale,
come la creazione di nuove classi capitaliste o la trasformazione dei diritti
di proprietà.

Secondo Bernstein esistono:

 una questione agraria del capitale, correlata ai processi di


transizione verso il capitalismo. Ma a causa della globalizzazione, i
processi capitalistici sono legati sempre più al capitale
internazionale e quindi la questione agraria classica non è più
centrale.

 una questione agraria del lavoro, ossia il rapporto che intercorre fra
l'accesso al lavoro e la definizione politica e sociale delle classi
lavoratrici

Inoltre, sicuramente oggi esiste una questione agraria del cibo legata alla
tensione fra gli interessi delle grandi compagnie transnazionali e le
rivendicazioni alla sovranità alimentare di molti movimenti sociali e dei
poveri in particolare. Quindi la questione agraria classica basata sulle
classi è stata sostituita da una più ampia lotta non specificamente di
classe contro il regime alimentare delle grandi compagnie, lotta in cui i
contadini hanno il ruolo principale.

Oggi si assiste a delle trasformazioni contrastanti, infatti al fianco ai modi


di produzione della sussistenza, troviamo sistemi produttivi caratterizzati
da un elevato grado di innovazione, in cui il capitle coesiste con le
situazioni preesistenti: quindi i processi periferici di accumulazione
originaria che portano poi allo sviluppo capitalistico, possono coesistere
con i vecchi modi di produzione. Quindi il Sud del mondo è legato ad uno
sviluppo capitalistico incompleto con un costante trasferimento di
ricchezza e lavoro dalla periferia verso il centro, in questo modo le classi
al potere rafforzano la loro collocazione capitalista mentre le classi
subalterne diventano sempre più povere perchè non hanno accesso a
mezzi di sussistenza adeguati (questo succede in buona parte dell'Africa
sub-sahariana).

Quando facciamo riferimento ai dibattiti sullo sviluppo rurale, si può


delineare una sorta di periodizzazione.

- Anni 60: enfasi sulla crescita basata sulla piccola produzione contadina,
processo che doveva integrarsi con processi di sviluppo rurale, come la
rivoluzione verde, e con riforme agrarie ridistributive.

- Anni 70: la liberalizzazione del mercato

- Anni 80/90: si sviluppano approcci basati sui processi partecipativi

- Nel corso degli anni 90 nasce l'idea di attuare riforme agrarie


redistributive

- Durante gli anni 2000 lo sviluppo rurale si collega sempre più alle
politiche di riduzione della povertà.

Quindi:

1) Tra gli anni 50 e gli anni 60: prevale la posizione di coloro che credono
che l'agricoltura debba essere di grande dimensione e di tipo industriale,
questa idea si rifa al concetto di economia duale, in cui c'era un settore
tradizionale che non aveva possibilità di favorire la crescita, e uno
moderno rappresentato dall'industria e quindi in grado di promuovere lo
sviluppo. Ma in quel periodo si iniziò a pensare che la maggior parte degli
agricoltori tradizionali nei paesi a basso reddito potevano rappresentare
le basi per i processi di sviluppo economico.

Ecco perchè negli anni 60 si iniziò a valutare la piccola produzione


contadina come motore per lo sviluppo e per la crescita:

Essa venne messa al centro delle strategie di sviluppo perché si sarebbe


potuto realizzare un circolo virtuoso fra crescita della produzione agricola,
domanda interna e quindi del mercato di beni industriali. La piccola
agricoltura era una soluzione ottimale perché in grado di soddisfare sia gli
obiettivi di crescita sia quelli di equità.

Si sviluppò la teoria della relazione inversa, ossia l’esistenza di un


rapporto inverso fra dimensione dell’unità produttiva e rese agricole: la
piccola azienda contadina aveva più posibilità di essere produttivamente
efficiente. Ma ci sono state delle critiche.

La critica di Byres sostiene che con il rafforzamento di modelli di


produzione capitalista questo vantaggio entra in crisi poiché la piccola
produzione contadina non ha accesso a tutti quei servizi, input e capitali
necessari alla sostenibilità del processo produttivo e alla competitività,
come si nota dai modelli recenti orientati al fenomeno del LAND
GRABBING (accaparramento della terra).

2) Un secondo cambiamento di paradigma si ha negli anni 80 e 90 con


l’idea che le iniziative dello sviluppo rurale debbano avvenire attraverso
processi bottom-up anche se in un contesto di mercato e di sviluppo di
un’agricoltura capitalista. Si tratta di politiche volte a valorizzare approcci
dal basso, che incudevano i gruppi rurali locali, attraverso
decentralizzazione, partecipazione ed empowerment dei produttori
agricoli e delle popolazioni rurali. Questi cambiamenti sono connessi
anche agli effetti provocati dalle politiche di aggiustamento strutturale e
di liberalizzazione che hanno messo in crisi i sistemi agricoli nei PVS ed
aumentato la diseguaglianza sociale, rafforzando il significato delle lotte
per la terra.

Dal’ultimo decennio del XX sec il dibattito internazionale ello sviluppo è


stato riorientato verso lo sviluppo rurale, le riforme agrarie guidate dal
mercato e il sostegno ai piccoli agricoltori. Gli sponsor principali di questo
approccio sono stati le istituzioni internazionali come la BM che insiste sul
ruolo centrale dell’agricoltura per lo sviluppo.

Vanno identificate le ragioni dei fallimenti passati delle politiche di


sviluppo agricolo:

• inefficace processo di riforma del sistema commerciale internazionale

• Scarsa attenzione allo sviluppo del settore agricolo

• Carenza o inefficacia delle infrastrutture

Le strategie necessarie dovrebbero essere:

• Aumentare la capacità di accesso al mercato

• Collegare la domanda di beni agricoli alla produzione locale

• Sostenere forme di partenariato pubblico-privato

• Rafforzare competitività dei piccoli produttori agricoli

• Sostenere gruppi vulnerabili e programmi di microcredito

Ci sono dei punti di vista alternativi che stanno cercando di rafforzare il


ruolo dei contadini e di aumentare il loro spazio e loro forza politica
attraverso:

Altri studi segnalano come nei nuovi spazi rurali caratterizzati da una
molteplicità di attività sarebbe problematico nel lungo periodo per i
contadini poveri e di piccole dimensioni rispondere adeguatamente a
pressioni quali la crescita della popolazione, la competizione
internazionale e la crescente commercializzazione dell’agricoltura.
RIFORME AGRARIE RIDISTRIBUTIVE E LAND GRABBING

Negli ultimi due decenni c'è stato un rafforzamento dell'egemonia


neoliberista e uno dei pilastri del pensiero neoliberista sul futuro
dell'agricoltura è l'esigenza di offrire sicurezza del possesso della terra ai
produttori, così che si possa incentivare la produttività. Si trattava quindi
di una riforma vista come assegnazione di titoli di accesso alla terra, sicuri
per i piccoli produttori dei PVS.

Secondo la BM, una delle ragioni della bassa produttività dei sistemi
agricoli in molti paesi è il carattere negoziabile e ambiguo dei diritti sulla
terra di tipo consuetudinario. Si ritiene che un primo passo possa essere il
riconoscimento e la formalizzazione dei diritti, per giungere a
promuoverne una completa individualizzazione in modo da renderli
trasferibili tramite un moderno mercato della terra.

Secondo alcuni, nei PVS c'è spazio per le forme agrarie redistributive
perchè esse possono accrescere la produzione agricola e rafforzare i
piccoli produttori e viene in parte recuperata la teoria della relazione
inversa.

Ci sono alcuni studi che ritengono del tutto impossibile portare avanti
trasformazioni e riforme radicali nel contesto attuale e per alcuni occorre
addirittura un ripensamento radicale della questione agraria.

La riforma agraria redistributiva deve essere vista come elemento di un


paradigma di sviluppo rurale globale alternativo, come recupero della
priorità della giustizia sociale e per unire i contadini nella lotta contro il
regime alimentare delle multinazionali e per evitare nuove forme di
dualismo dell’economia rurale e nuovi modelli di occupazione delle terre
a danno dei contadini come sta avvenendo con i fenomeni di land
grabbing.

Il fenomeno del LAND GRABBING è l’acquisizione di terre da parte di


società private o multinazionali per la produzione di beni da esportare, il
che ha portato ad un aumento della domanda di terreni per altri scopi
oltre a quello della produzione alimentare. Questo fenomeno ha dato vita
ad un ampio dibattito internazionale sul suo impatto su questioni come
ambiente, diritti, sovranità nazionale, mezzi di sussistenza, politiche di
sviluppo etc.

Ovviamente questo viene visto in maniera negativa perché queste


acquisizioni sottraggono alle popolazioni locali il controllo di terreni,
risorse idriche e naturali, lasciandoli in una condizione peggiore rispetto a
quella attuale.

3 visioni:

- Le versioni più radicali parlano di neocolonialismo promosso dalle


agenzie multilaterali internazionali nei paesi più poveri attraverso il
supporto di investitori e governi ospiti.

- Una visione intermedia considera molti dei potenziali effetti negativi


dell’approccio precedente, ma riconosce anche le opportunità e i benefici
che gli investimenti potrebbero produrre.

- Una terza visione si concentra sulla necessità di pianificare e


regolamentare in maniera adeguata gli interventi in modo da minimizzare
gli effetti negativi, magari attraverso l’adozione di codici di condotta per
gli investitori.

Il dibattito sui possibili interventi si concentra sul:

• Riformare l’amministrazione e la gestione della terra

• Trasparenza delle transazioni

• Creare codici di condotta • Rafforzare le capacità delle istituzioni dei


paesi riceventi

Quale mondo rurale oggi nei PVS

L’agricoltura globale nel periodo del neoliberismo avrebbe dato origine a


• Nuovo regime alimentare (quello delle multinazionali e delle grandi
aziende e società di produzione agricola e di commercializzazione dei
prodotti)

• Questione agraria del cibo

Si assiste spesso a una crisi crescente dei produttori più piccoli e più
poveri dei PVS e a nuove rivndicazioni per il diritto al cibo e alla sovranità
alimentare. Quindi è difficile capire dove si collochino i contadini
nell'economia politica neoliberista contemporanea.

Bryceson sostiene che in Africa ci sia un'ampia crisi del settore agricolo
che renderebbe economicamente insostenibile l’agricoltura per ampi
strati della popolazione rurale. Se è vero che le attuali trasformazioni
globali stanno modificando la questione agraria e il ruolo dei contadini, si
stanno sviluppando nuove relazioni rurali al fine di ottenere l’accesso a
livelihood multiple, ciò che Kay definisce nuova ruralità.

Il discorso contemporaneo sullo sviluppo rurale si concentra sulla


possibile relazione proficua tra politiche di sviluppo rurale, riforme agrarie
redistributive, sostegno dei piccoli produttori.

I programmi neoliberisti di registrazione di titoli di proprietà della terra


potrebbero rappresentare una possibilità di ottenere sicurezza del
possesso della terra ed essere in grado di generare una nuova classe di
piccoli contadini. I contadini stanno affrontando i processi di
trasformazione con l’obiettivo di evitare di essere distrutti come classe,
continuano a cercare la propria autonomia basata sul controllo delle
risorse locali e del territorio.

A causa della globalizzazione la questione agraria classica non è più


centrale per l’economia globale. Esiste una questione agraria del lavoro
invece, ossia quali relazioni esistono fra le classi del lavoro nel mondo
rurale. Per questo nelle società rurali di molti PVS i movimenti rurali sono
legati sia a forme di semi-proletarizzazione, sia a forme di
repeasantization.

La repeasantization (RIPISENTAISESCION) permette di comprendere


l’impatto differenziato degli attuali processi economici globali, che in
molti casi producono forme di ritorno alla terra, ma anche di analizzare
esperienze quali quella del Movimento Sem Terra in Brasile, che
sembrano sfidare il modello dominante incentrato sulla formazione di
piccoli proprietari inseriti nelle dinamiche del mercato globale. Secondo
questa visione i movimenti contadini sono impegnati nella lotta contro il
capitalismo globale.

Alcuni analisti sostengono che le mobilitazioni di piccoli agricoltori e


contadini sarebbero in realtà di natura populista. Da un lato la povertà e
la competizione per la terra favoriscono processi di deagrarianisation
(DIIGRARIENAISESCION) e meccanismi di formazione di livelihood multiple
derivanti da attività agricole e non. Dall’altro lato, i processi di
accumulazione originaria ancora in corso producono meccanismi di semi-
proletarizzazione e di divaricazione sociale. In molte aree dei PVS mondo
rurale e urbano coesistono e si sovrappongono. Questo processo sembra
l’unico possibile in quanto permette ai contadini o alle classi di lavoro di
mantenere l’accesso alla loro terra, congiuntamente ad altri redditi non
agricoli, ciò che Bernstein definisce agricoltura al di là della fattoria.

CAPITOLO 4- DIRITTI UMANI


È solo dopo la fine della GF che un numero crescente di paesi donatori ha
cominciato a vincolare l’erogazione della propria assistenza finanziaria
allo sviluppo al rispetto dei diritti umani da parte dei governi destinatari
degli aiuti.

Dopo la 2.G.M. la priorità delle politiche di cooperazione era quella di


promuovere la crescita economica e la riduzione della povertà nei PVS
quindi la questione della promozione dei diritti umani rimase un ambito
separato di cui si dibatteva a livello internazionale, ma senza prestare
attenzione alle problematiche dello sviluppo.

Il diritto allo sviluppo

Solo negli anni 70, nell’ambito del dibattito sulla creazione di un nuovo
ordine economico internazionale, la questione del rapporto fra sviluppo
e diritti umani fu posta da parte dei paesi del Sud del mondo.

1966: l'AG dell'ONU adottò la Convenzione sui diritti economici, sociali e


culturali con cui i paesi firmatari riconoscevano e si impegnavano a
promuovere una serie di diritti individuali (al lavoro, all'istruzione, alle
cure sanitarie etc).

Per la prima volta la questione della promozione dei diritti umani era
stata declinata con dei termini inerenti al dibattito sullo sviluppo,
sottolineando il ruolo centrale che la cooperazione allo sviluppo avrebbe
dovuto svolgere.

Negli anni 70 si sviluppa il dibattito sulla necessità o meno di includere il


diritto allo sviluppo tra i diritti umani e solo nel 1977 il diritto allo sviluppo
venne per la prima volta ufficilamente definito un diritto umano dalla
Commissione delle NU sui diritti umani.

Questo ha portato a far sì che nel 1986 fosse introdotta la Dichiarazione


sul diritto allo sviluppo.

La Dichiarazione definiva il diritto allo sviluppo: “un diritto umano


inalienabile in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli hanno il
diritto di partecipare e di contribuire a uno sviluppo economico, sociale,
culturale e politico in cui tutti i diritti dell’uomo e tutte le libertà
fondamentali possano venire pienamente realizzati, e di beneficiare di
tale sviluppo”. Essa riconosceva agli stati il diritto e il dovere di formulare
politiche adeguate e al tempo stesso sottolineava la centralità del
coinvolgimento attivo dei cittadini nell’elaborazione e nell’attuazione
delle politiche di sviluppo. Si concentrava poi sul dovere degli stati a
collaborare tra loro per garantire lo sviluppo ed eliminare gli ostacoli al
suo conseguimento.

Con l'adozione di questa Dichiarazione, nacquero una serie di polemiche


in senno all’ONU, alla fine solo il governo USA votò contro la
Dichiarazione, che, una volta adottata, mostrò come il diritto allo sviluppo
si rivelò un’arma a doppio taglio:

- i governi dei PVS invocavano questo diritti per privilegiare lo Stato


rispetto alle comunità locali o i diritti economici, piuttosto che quelli civili
e politici

- i governi dei paesi donatori invece facevano leva proprio sul diritto allo
sviluppo per vincolare l’erogazione dell’assistenza finanziaria ai PVS alla
realizzazione di una serie di riforme economiche.

Inoltre, le divisioni politiche durante la GF e il fatto che a partire dagli anni


80 nei PVS fossero stati attuati dei PAS, contribuirono al divario tra la
promozione dei diritti civili e politici da un lato e quella dei diritti
economici e sociali dall'altro.

Alla fine degli anni 90, questo divario è stato colmato solo in parte dal
fatto che la riduzione della povertà divenne l'obiettivo centrale nel
contesto delle politiche di cooperazione allo sviluppo.

Nonostante nel 1993 si riaffermò l'importanza del diritto allo sviluppo


durnte la Conferenza mondiale sui diritti umani, il diritto allo sviluppo è
rimasto sostanzialmente una dichiarazione di intenti. Le debolezze
concettuali, la mancata attribuzione di chiari obblighi giuridici e di poteri
sanzionatori e le profonde divisioni politiche ne hanno ostacolato
l’applicazione.

L’approccio allo sviluppo basato sui diritti

Durante gli anni 60 e 70 la maggioranza dei governi dei paesi del sud del
mondo abbracciò una concezione dello sviluppo che conferiva priorità
all’accelerazione della crescita economica e all’allargamento dell’accesso
ai servizi sociali, mettendo in 2 piano la questione della promozione e
della tutela dei diritti civili e politici. Questa posizione fu condivisa nel 69
dal presidente della Tanzania, secondo il quale le politiche di sviluppo
economico e sociale dovevano essere elaborate con la partecipazione
attiva della popolazione. Ma in realtà, all'interno dei OVS, i processi di
costruzione dello stato-nazione e le politiche di sviluppo economico
vennero generalmente realizzati in maniera autoritaria, a scapito dei
diritti civili e politici.

Nella fase successiva alla fine della guerra fredda la visione ideologica che
subordinava il rispetto dei diritti umani alla promozione dello sviluppo
economico è risultata fortemente screditata dal punto di vista politico.

Solo nel corso degli anni 90 il consenso dei donatori sulla necessità di
integrare i diritti umani nelle politiche di cooperazione allo sviluppo ha
portato ad un approccio allo sviluppo basato sui diritti, Sengupta lo aveva
definito come uno sviluppo realizzato in modo partecipativo, non
discriminatorio, responsabile e trasparente.

In queste affermazioni si scorge l’eco della riflessione di Amartya Sen


sullo sviluppo inteso come ampliamento delle capacitazioni dell’individuo
e delle attribuzioni da cui esse dipendono. Sen ha affermato che è
necessario considerare l’espansione della libertà sia come scopo primario
che come principale mezzo di sviluppo. Infatti, secondo Sen, solo la
partecipazione e la libertà politica sono in grado di assicurare il
consolidamento delle istituzioni democratiche e l’efficacia degli interventi
volti alla promozione dello sviluppo economico e sociale.

Nella pratica, l’approccio allo sviluppo basato sui diritti, si è articolato in


programmi di cooperazione attraverso una maggiore attenzione al
processo tramite cui vengono elaborati e attuati all’interno dei PVS. Sono
emersi due limiti rilevanti di tale approccio allo sviluppo basato sui
diritti:

• Gli approcci allo sviluppo basati sui diritti appaiono solo come un nuovo
modello di risoluzione tecnica dei problemi che se da una parte unisce
interventi sociali ed economici formulati da espeti, dall'altra sembra
irrilevante per gli individui o le comunità e non prevede il loro
coinvolgimento.

• L’enfasi sui principi di partecipazione, inclusione, trasparenza,


ownership si è dimostrata funzionale ad inserire i diritti umani all’interno
della visione neoliberista dello sviluppo.

Dall’inizio degli anni 90 il discorso sui diritti umani ha sottolineato che i


diritti concessi hanno collegato le politiche economiche neoliberiste
all’agenda della good governance e alla condizionalità politica, per cui
l’enfasi è stata posta sulle elezioni e sui diritti politici e civili formali,
anziché sui diritti sociali ed economici. Dietro il principio di indivisibilità
dei diritti che oggi ispira la gran parte delle politiche di cooperazione allo
sviluppo, in realtà ha finito per consolidarsi una nuova gerarchia di diritti.

Diritti umani, democrazia e sviluppo

Visto il riconoscimento del diritto allo sviluppo come diritto umano e la


marginalizzazione dei diritti economici e sociali all’interno dell’approccio
allo sviluppo basato sui diritti, ci interroghiamo ora sul ruolo svolto dalla
comunità internazionale nella promozione dei diritti umani.

Dopo la GF, si è cominciata ad affermare una tendenza


all’internazionalizzazione dei diritti umani che ha contribuito ad avviare
un processo di lenta ridefinizione della sovranità statuale a favore delle
istituzioni regionali e internazionali.

Questo processo si è rivelato non privo di limiti e contraddizioni:

1) L’interesse dei governi occidentali per la promozione del rispetto dei


diritti umani e l’imposizione di condizioni di natura politica sull’erogazione
dei loro aiuti allo sviluppo sono stati bersaglio di dure critiche. Infatti
motivazioni di carattere politico, economico e legate al mantenimento
della sicurezza internazionale hanno spinto i governi occidentali a
sostenere in maniera selettiva la tutela dei diritti umani nei PVS. I governi
occidentali sono stati accusati infatti di aver trasformato i diritti umani in
uno strumento di affermazione del loro predominio politico ed
economico sul piano internazionale.

2) Il consenso internazionale sulla necessità di assicurare la tutela dei


diritti umani e su come promuovere la loro protezione è ancora molto
fragile. Ci sono delle ambiguità politiche che circondano il sostegno ai
diritti umani: il governo cinese, per es, ha ribadito la priorità del principio
del rispetto della sovranità statuale rispetto a ogni ipotesi di interferenza
internazionale in un ambito che viene considerato ricadere in maniera
esclusiva tra gli affari interni di un paese (tutela dei diritti umani) .

Nel 1993 i governi dei paesi asiatici adottarono la Dichiarazione di


Bangkok in cui veniva sottolineata la necessità di concepire i diritti umani
tenendo conto del contesto storico e culturale locale, di riconoscere la
responsabilità primaria delle istituzioni dello stato nella protezione dei
diritti umani, di non ledere il principio del rispetto della sovranità statuale
e di non vincolare gli aiuti internazionali al rispetto dei diritti umani. Non
stupisce che L’ASEAN Charter (ASIAN), adottata nel 2007, se da una parte
ha impegnato l’organizzazione a promuovere il rispetto dei diritti umani e
a creare un organismo intergovernativo per la promozione di questi,
dall’altra ha ribadito la centralità del rispetto della sovranità statuale e del
principio della non interferenza negli affari interni di un paese. Nel 2012 è
stata poi adottata l’ASEAN Human Rights Declaration, che se ha
continuato ad affermare di voler promuovere il rispetto dei diritti umani,
dall'altra ha sottolineato che bisogna fare attenzione ai doveri di ogni
cittadino nella propria comunità di appartenenza.

3) Rispetto al rapporto tra promozione e tutela dei diritti umani e lotta


alla povertà, va sottolineato come le stesse istituzioni statali indebolite
dai PAS siano oggi chiamate ad assicurare la piena realizzazione dei diritti
politici, economici e sociali e a garantire la sicurezza nei paesi del sud del
mondo. Inoltre la subordinazione dell’agenda dei diritti umani alla
realizzazione di modelli di sviluppo neoliberisti ha contribuito a minare la
legittimità politica di cui essi godono (l'accettazione di una visione di
democrazia politica basata sul libero mercato ha privato il sistema dei
diritti umani).

Nel corso degli ultimi vent’anni non sono mancati i governi che in Africa,
Asia e America Latina hanno intrapreso politiche autoritarie di sviluppo
che, violando apertamente i diritti umani e facendo ricorso alla violenza,
sono state rappresentate come funzionali a porre rimedio una volta per
tutte a una serie di profondi squilibri socioeconomici. Questo si è
accompagnato a un duro attacco alle pratiche della democrazia
rappresentativa e alla dottrina dei diritti umani, accusate di costituire un
ostacolo al perseguimento di forme realmente inclusive di democrazia ed
empowerment. La priorità assegnata nel corso dell’ultimo decennio alla
lotta contro la povertà ha fornito una risposta solo parziale al
cortocircuito tra la promozione di diritti umani e la realizzazione di un
modello di sviluppo neoliberista, visto che anche in quei paesi dove la
povertà è effettivamente diminuita si è solitamente registrata una
crescita delle diseguaglianze. Alcuni studiosi hanno proposto di separare
rigidamente i diritti umani dalle politiche di sviluppo, in modo da non
indebolire la valenza giuridica dei primi. Altri studiosi hanno tentato di
ridefinire il rapporto tra diritti umani e sviluppo, altri ancora hanno
sostenuto la complementarità tra diritti umani e sviluppo. Altri studiosi
hanno sostenuto che sia possibile innescare un circolo virtuoso tra il
rafforzamento della tutela dei diritti umani e la promozione dello sviluppo
a condizione che si super la concezione legalistica dei diritti umani.
L’affermazione di una responsabilità collettiva nella promozione della
tutela dei diritti umani, rafforzatasi a livello internazionale dopo la fine
della guerra fredda, sta contribuendo oggi a ridisegnare i confini della
sovranità nazionale. Anche i programmi di cooperazione allo sviluppo
sono stati investiti da questa trasformazione, in seguito alla
subordinazione dell’erogazione degli aiuti al rispetto delle pratiche
democratiche e dei diritti umani. Si tratta tuttavia di due priorità che
rimangono ancora molto distanti.

CAPITOLO 5 - GENERE
Il genere viene inteso come il modo in cui l'identità di una persona viene
socialmente e culturalmente costruita. Questo termine viene utilizzato in
contrapposizione al termine "sesso biologico" e quindi con questo
termine si delinea l'esistenza di identità, ruoli e relazioni del tutto diverse
a seconda dei contesti geografici, sociali, culturali e politici, il termine
genere mette in risalto il fatto che esistono delle disuguaglianze e delle
gerarchie nelle relazioni di genere che tendono a svantaggiare le donne.

Il termine genere viene usato per la prima volta nella teoria femminista e
dalla 2 metà degli anni 70 inizia ad essere usato nel dibattito sullo
sviluppo, in particolare grazie al lavoro di un gruppo di studiose
femministe dell’”Institute for Development Studies” dell’Università di
Sussex che aveva creato un collettivo di ricerca chiamato “Subordination
of Women”. Da qui ebbero inizio gli studi di genere e sviluppo nelle
Università.

Punto di partenza del collettivo SOW era che la subordinazione delle


donne fosse socialmente costruita e, dunque, potenzialmente
modificabile. Strumento fondamentale a tale fine è l’”analisi di genere”,
che mira a raccogliere e a esaminare dati e informazioni sulle differenze e
sulle relazioni sociali di genere al fine di identificare e affrontare gli
squilibri e le disuguaglianze.

L'analisi di genere è importante ai fini del mainstreaming di genere, una


strategia che ha lo scopo di inserire la prospettiva di genere all'interno
degli obiettivi, delle politiche e delle attività di una istituzione, così da
promuovere l'uguaglianza di genere.

Ma come vedremo il mainstreaming e l'istituzionalizzazione del genere


hanno finito per produrre solo una serie di miti sulle donne nel contesto
dello sviluppo, che in realtà si distanziano dalla complessità delle vite
degli uomini e delle donne.

Ad ogni modo, nella prima parte di questo capitolo vengono analizzati gli
approcci e i dibattiti che hanno contribuito a contestualizzare il ruolo
delle donne nel processo di sviluppo. Nella 2 parte si analizza l'impatto di
genere che hanno avuto le politiche di aggiustamento strutturale e di
riduzione della povertà.

Infine, si analizzano i limiti dell'implementazione dell'approccio di genere,


i risultati ottenuti e le questioni rilevanti nel dibattito sul post-2015.

Integrare le donne nel processo di sviluppo: l'approccio Women in


Development

L’espressione “Women in Development” viene utilizzata a partire


dall’inizio degli anni settanta come risultato di una riflessione che ha le
sue origini in tre eventi accaduti nel decennio:

1. L’analisi, da parte dell'AG dell’ ONU sui risultati del Primo decennio
dello sviluppo che mostrò come le strategie adottate negli anni ’60
avessero prodotto un peggioramento delle condizioni di vita dei poveri e
delle donne dei PVS.

2. La pubblicazione nel 1970 di Women’s role in Economic Development


dell’economista danese Boserup che analizzò la divisione sessuale del
lavoro nelle economie agrarie dei PVS e il diverso impatto delle politiche
di sviluppo e modernizzazione su uomini e donne.

3. Il ruolo del movimento femminista occidentale, che promosse


l’inclusione delle donne all’interno delle politiche di sviluppo.
In particolare, con riferimento a quest’ultimo punto, il movimento delle
donne statunitensi in collaborazione con un gruppo di esperte della
Society for International Development di Washington avviò un’azione di
lobbying nei confronti del Congresso che portò, nel 1973, ad un
emendamento che prevedeva la creazione di un “Office for Women in
Development” all’interno dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo
internazionale, al fine di integrare le donne nell’economia nazionale dei
paesi stranieri, migliorare il loro status e sostenere lo sviluppo.

La prima formulazione della prospettiva WID aveva al centro della


discussione la questione delle uguali opportunità d’impiego per uomini e
donne: ovvero ci si concentrava sul lavoro produttivo delle donne, in
opposizione alla concezione prevalente nel primo periodo di intervento
nello sviluppo che vedeva la donna esclusivamente nel suo ruolo
riproduttivo, e sulla necessità di una loro integrazione nell’economia e
nelle strutture di mercato così da migliorare le loro condizioni di vita.

Tale approccio (WID) sosteneva che una maggiore partecipazione delle


donne avrebbe favorito il miglioramento della loro vita ma anche lo
sviluppo economico del paese di appartenenza.

Nella pratica, le politiche miravano ad incrementare le possibilità delle


donne nell’accesso alla tecnologia, alla formazione,e al credito.

Sull’onda di questi cambiamenti:

il 1975 venne dichiarato “Anno Internazionale delle Donne”, e

il 1976-1985 fu inaugurato il “Decennio delle NU per le Donne” che ebbe


un ruolo fondamentale nella creazione e legittimazione di istituzioni come
l’”International Research and Training Institute for the Advancement of
Women” (INSTRAW), ed il “United Nations Development Fund for
Women” (UNIFEM), un modello di ricerca e pratica che si rivolgeva solo
alle donne. Inoltre, nel 1979 venne approvata la “Convention on the
Elimination of All Forms of Discrimination Against Women”/Convenzione
sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), al
cui interno istituzioni, organizzazioni, movimenti per i diritte delle donne
potevano fare le loro richieste e promuovere i loro interessi.

Critiche a tale approccio?

• La WID aveva le sue radici nella teoria della modernizzazione e quindi le


soluzioni adottate erano meramente di tipo tecnico (trasferimenti di
tecnologie, fornitura di servizi di assistenza ecc…)

 la seconda critica infatti è che queste soluzioni trascuravano la


rilevanza e l’impegno che richiedeva il lavoro riproduttivo nelle loro
vite, ma si concentravano solo sugli aspetti del lavoro produttivo
delle donne

• Il WID non metteva in discussione le strutture sociali esistenti, né


approfondiva le cause dell’oppressione e della subordinazione delle
donne, ma promuoveva solamente la loro integrazione nelle strategie di
sviluppo.

Da qui, si sviluppò un altro approccio analitico, “Women and


Development” (WAD), che partiva dall’idea che le donne erano sempre
state parte del processo di sviluppo in un modo che aveva riprodotto le
strutture esistenti di disuguaglianza. Quindi secono questa prospettiva la
posizione delle donne sarebbe migliorata solo se le diseguaglianze
strutturali fossero state sradicate.

Ripensare il processo di sviluppo: Gender and Development

Alla fine degli anni ’70 vennero messi in discussione i fondamenti del WID
e del WAD, e questo perchè le donne erano state ridotte ad una categoria
isolata ed omogenea. Così si sviluppa l’approccio Gender and
Development (GAD), che indaga nella componente relazionale, sociale e
di classe della subordinazione della donna e si concentra sull’insieme
delle strutture economiche, sociali e politiche al fine di capire il modo in
cui le divisioni di genere contribuiscono a caratterizzarle come disuguali. Il
GAD prende in esame l’insieme delle attività svolte dalle donne dentro e
fuori dall’aggregato familiare, incluso il lavoro riproduttivo e il modo in cui
questo contribuisce a radicare le divisioni di genere all’interno della sfera
privata.

Questo è un momento fondamentale, in quanto viene messo in


discussione un modello classico dell’economia che, siccome considerava
la famiglia/household come luogo armonico di condivisione degli interessi
tra i suoi membri, non aveva mai diviso per genere i dati raccolti. Gli
aggregati familiari, invece, in questo contesto, iniziano ad essere studiati
come luoghi di conflitto di interessi e di relazioni di potere che danno vita
alle divisioni e alle discriminazioni sociali esistenti.

Carolin Moser: ha fornito un contributo fondamentale al GAD partendo


dall’analisi dei bisogni delle donne nelle politiche di sviluppo. Lei posto
una distinzione tra:

1. Bisogni di genere pratici: che sono i risultati della posizione di


subordinazione delle donne, come nel caso della necessità del sostegno
nell’istruzione, nella salute, nella produzione agricola ecc…

2. Bisogni di genere strategici: fondamentali per modificare la posizione di


subordinazione delle donne e contribuire all’uguaglianza di genere, come
riforme legislative, riforme giudiziarie contro la violenza nei confronti
delle donne, quindi servono a fomentare la partecipazione politica delle
donne.

Quindi il contributo di Moser è usato per incentivare i programmi di


sviluppo a tenere in conto sia dei bisogni strategici delle donne del
rafforzamento dei diritti delle donne.

Critiche?

Nonostante ci sia una distinzione teorica tra WID e GAD, spesso, i


programmi di intervento oscillano tra i due approcci, quindi tra una
retorica del genere che viene largamente abbracciata dalla maggior parte
delle agenzie di sviluppo e una pratica che si concentra sulle donne come
separate dagli uomini. L'approccio WID ha un costo minore mentre il GAD
richiede un elevato livello di impegno verso dei cambiamenti strutturali,
che è raro che si incontri nelle agenzie nazionali e internazionali.

Il fatto che non si è riuscito ad implementare uno specifico approccio GAD


nel contesto delle politiche di sviluppo si aggiunge ad una serie di fattori
(mancanza di budget, mancanza di impegno politico) che hanno impedito
che potesse attuarsi il mainstreaming di genere, quindi quella strategia
che permetteva di inserire la prospettiva di genere al centro dello
sviluppo come tema trasversale in grado di avviare un processo di
trasformazione.

Integrare il genere nelle politiche: i PAS e le strategie di riduzione della


povertà

PAS:

L’implementazione dei PAS causò un peggioramento generale delle


condizioni di vita della maggioranza della popolazione, e in particolare,
delle donne che si ritrovarono a dover sopportare, per esempio, dei
cambiamenti nella divisione del lavoro e nelle relazioni di genere
all’interno dell’aggregato familiare, c'era stato un incremento del carico
del lavoro per le donne, esse avevano dovuto affrontare il peggioramento
delle condizioni di salute, soprattutto di quelle materno-infantili come
conseguenza dei tagli nel settore del welfare e della sanità. Cioè le
ricerche mostrano che, se è vero che in passato il contributo delle donne
era stato sottostimato, in questo caso il rischio era di sovrastimare la
capacità delle donne di compensare i salari bassi attraverso un continuo
aumento del loro carico lavorativo.

Questo contribuì a creare il cosiddetto "mito della sopravvivenza" dei


poveri, ossia l'idea che in un contesto di crisi economica i poveri
lavorassero di più, riducessero il consumo di beni alimentari e mettessero
in atto strategie di aiuto reciproco.

I PAS produssero conseguenze negative sulle donne e questo perchè


queste politiche economiche che apparivano apparentemente neutre dal
pt di vista del genere, in realtà presupponevano delle diseguaglianze.

Tuttavia, dopo i PAS le politiche si sono limitate ad includere una serie di


strategie mirate esclusivamente alle donne intese sempre nei loro ruoli di
genere predefiniti (tra cui programmi di sicurezza alimentare, o iniziative
di accesso al credito per piccole attività di commercio ecc..) che tendono
a produrre ulteriore marginalizzazione ed a ostacolare cambiamenti
strutturali nelle relazione di genere.

PRSP:

Simili sono le considerazioni che possiamo fare riguardo l’inclusione di


questioni di genere nelle strategie di riduzione della povertà, in
particolare nei PovertyReductionStrategyPaper (PRSP), che, a partire dal
1999, nell’ambito delle politiche di good governance, sono stati formulati
attraverso un approccio partecipativo nei paesi poveri fortemente
indebitati.

L’analisi di genere nei PRSP risulta estremamente frammentata ed


arbitraria. Tra le debolezze dei PRSP possiamo includere:

1. L’assenza del mainstreaming di genere, così come di una chiara analisi


del rapporto tra genere e povertà

2. Inadeguata analisi di genere della povertà così come scarsa


disponibilità di dati disaggregati per genere

3. Limitata capacità d’influenza delle organizzazioni di donne e della


società civile nell’elaborazione delle politiche
Inoltre, il contenuto e gli obiettivi dei PRSP sono, spesso, determinati dai
governi e dalle istituzioni finanziarie internazionali che li hanno resi dei
PAS mascherati con la retorica della partecipazione della società civile.

Queste riflessioni fanno parte di un dibattito ancora più ampio: i PRSP


possono essere visti come uno strumento efficace per mettere in pratica
gli Obiettivi di sviluppo del millennio. Ma spesso l’obiettivo 3 che è
appunto “Promuovere l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle
donne”, rimane marginale nelle strategie di riduzione della povertà.
L'empowerment delle donne è stato incluso nell'agenda dello sviluppo
internazionale come una strategia da promuovere da parte delle OI e
della società civile attraverso iniziative come il microcredito. Ma dato che
non ci sono molti programmi in favore dell'uguaglianza di genere
all'interno delle strategie politiche nazionali, allora queste iniziative
hanno avuto un impatto limitato sulla vita delle donne.

Conclusioni: quali prospettive?

Nel 2012, per la prima volta, la BM ha dedicato il World Development


Report al tema dell’uguaglianza di genere presentando un significativo
cambiamento nel suo discorso ufficiale sul genere. Infatti, nel WDR 2012,
la BM accompagna al discorso classico sull’efficienza economica
dell’uguaglianza di genere il valore dell’uguaglianza di genere come
obiettivo in sé e come diritto umano di base, mettendo in discussione
anche il presupposto secondo il quale la crescita economica produca
necessariamente effetti positivi per le donne.

Inoltre, un elemento da considerare è anche il dibattito sulla nuova


agenda dello sviluppo post-2015 (dopo la data fissata per il
raggiungimento degli ODM). Considerata la portata troppo generale degli
ODM nel favorire l’uguaglianza di genere, UNWomen sostiene la
necessità di identificare un nuovo obiettivo “indipendente” in favore della
parità di genere, che in un’ottica di trasformazione delle vite di uomini e
donne scardini le fondamenta della disuguaglianza di genere operando in
3 aree ritenute cruciali:

1. La violenza basata sul genere

2. L’uguaglianza di genere nell’accesso alle possibilità ed alle risorse

3. L’uguaglianza di genere nei processi di presa di decisione nelle


istituzioni pubbliche e private

A ciò si aggiunge la rilevanza degli indicatori al fine di monitorare i


progressi nel raggiungimento di questo obiettivo indipendente e al
contempo la necessità di integrare il genere negli altri ODM.

CAPITOLO 6: CITTADINANZA, APPARTENENZE, IDENTITA’

Cittadinanza: Concetto e livelli


La cittadinanza consiste nell' attribuzione di diritti in virtù
dell’appartenenza a una comunità politica.

Bisogna distinguere:

♦ Discorso della cittadinanza = discorso sviluppato da una


determinata società per rappresentare l’individuo e il suo rapporto
con l‘ordine.

♦ Discorso sui diritti di cittadinanza = insieme di diritti che sono


semplicemente una delle molteplici categorie di diritti messi a fuoco
dal discorso della cittadinanza nel suo sviluppo storico.
Negli studi di sviluppo, i dibattiti sulla cittadinanza riguardano le
diverse visioni rispetto ai limiti e contenuti dell’appartenenza
formale delle persone a uno stato-nazione, si discute quindi
dell’insieme dei diritti che tale status conferisce. Oltre a ciò, l’analisi
da tempo prende in considerazione anche concetti più estesi di
cittadinanza che ricomprendano forme di appartenenza o
partecipazione ad altre comunità politiche.
I rapporti che intercorrono tra le diverse forme e livelli
dell’appartenenza politica rivestono un ruolo importante in quei
contesti dove il consolidamento dello Stato è ancora una questione
aperta.
Oltre alla dimensione della cittadinanza statale, altri luoghi di
produzione di appartenenza politica sono: cittadinanza globale o
cosmopolita; cittadinanza locale o comunitaria. Questi livelli sono
interconnessi e contribuiscono a determinare anche quella statale,
influenzandone i confini.

La cittadinanza dal pensiero occidentale ai contesti coloniali e


post-coloniali
Nella sua analisi, Thomas H. Marshall, ha analizzato lo sviluppo
della cittadinanza in Europa durante il XIX e XX secolo, definendola
come un’estensione di diritti civili, politici e sociali per i nuovi ceti
sociali emersi con lo sviluppo della società industriale.
E’ un’idea di cittadinanza che si fonda sull’appartenenza
dell’individuo a una comunità istituzionale quale lo Stato-nazione e
non ad altre comunità fondate sullo status.
Il lavoro di Marshall ha dato luogo a un intenso dibattito vivo ancora
oggi.
Nell’ambito di confronto tra liberals e communitarians nel pensiero
americano e occidentale, vale la pena menzionare le posizioni di
Rawls e Sandel.
Rawls: egli mette al centro della sua teoria un idem sentire politico
delle persone in quanto cittadini e quindi distingue questa capacità
dall’appartenenza a una comunità.
Sandel è stato spesso considerato come esempio di una
concezione comunitaria della cittadinanza per la quale è impossibile
scindere l’individuo dalla comunità di appartenenza.
Centrale è anche l’influenza esercitata dall’idea di una cittadinanza
repubblicana, di cui parla Habermas, che scollega la cittadinanza
dall’appartenenza a comunità pre-politiche legate alla discendenza,
alla tradizione, ma lega la cittadinanza all’esercizio dei diritti
democratici di partecipazione degli stessi cittadini.
Questi contributi però appaiono ancora troppo legati ai parametri
europei e nordamericani.
Kabeer ad esempio mette in discussione l’applicabilità di un
modello di cittadinanza liberale nei contesti del sud del mondo che
hanno vissuto un’esperienza coloniale.
In molti PVS le differenze in seno alle società colonizzate hanno
causato delle fratture nelle concezioni della cittadinanza.
Quindi le nozioni di cittadinanza libera ed eguale per tutti sono
scaturite, nei PVS, dal contesto dell’acquisizione dell’indipendenza
proprio sulla base di quelle fratture sociali portate dal colonialismo.

Comunità e cittadinanza nei Paesi del sud del mondo


Molti dicono che nelle aree del sud del mondo prevale ancora il
valore dei legami di parentela e delle linee identitarie comunitarie
tradizionali, sulla base delle consolidate appartenenze etniche o
tribali come in Africa o in America Latina o anche di quelle religiose
e di casta. Si tratta di un’affermazione però che va specificata e
approfondita.
I discorsi sulla congruenza tra i modelli di cittadinanza nazionale e
le forme di appartenenza e identità si basano ancora
eccessivamente su un immaginario occidentale segnato dall’idea
che le popolazioni di altri territori siano organizzate in maniera
omogenea e immutabile. Come il pensiero collettivo riguardo
l’Africa Sub-Sahariana.
Ma sarebbe più corretto osservare la molteplicità e la coesistenza di
forme di affiliazione, appartenenza e diritti che fanno riferimento a
sfere diverse, da quella individuale fino alla sfera nazionale.
L’equilibrio tra queste sfere è dato dal particolare percorso storico e
politico di ciascun paese e realtà sociale, un percorso non fisso ma
soggetto a mutamenti.
Il contesto africano, per esempio, mostra un alta rilevanza del
fattore etnico.
In Etiopia e Nigeria ci sono delle costituzioni che riconoscono
l’etnicità come fondamento dell’ordinamento istituzionale ed è vero
che casi come questi non si trovano spesso, ma assistiamo però
oggi alla diffusione di un revival dell’appartenenza etnica e di
richiami ai valori autoctoni.
Interessante è infatti il caso dell'intreccio tra le nozioni di autoctonia
e di cittadinanza in Africa sub-sahariana, che ci permette di
comprendere il rapporto che c'è tra i diversi livelli e forme di
appartenenza e la nozione di cittadinanza.
Quando si parla di appartenenza, questa è un insieme di diritti civili
attribuiti ad un individuo che fa parte di una comunità.
Questa appartenenza in territori del sud del mondo è legata ad
appartenenze etniche e tribali. E’ come se ci fossero delle frontiere,
dei muri che determinano tutte queste etnie all’interno di un
territorio. Ad esempio, in Africa l’appartenenza è legata a delle
frontiere che sono mobili e non fisse, e Kopytoff fa riferimento alle
frontiere in africa come una sorta di delimitazione dell’appartenenza
ad un’etnia piuttosto che un’altra.
L’indirect rule britannico e l’amministrazione coloniale francese
rappresentarono il punto di partenza per il costituirsi di identità
tribali ed etniche nuove. Ed è proprio in questo contesto che viene
introdotta la nozione di autoctonia, per ogni area bisognava quindi
individuare i veri autoctoni e coloro che quindi avevano il possesso
della terra e potevano escludere gli stranieri.
Mahmood Mamdani porta avanti una tesi secondo la quale una
delle principali eredità dello stato coloniale europeo in Africa SS sia
stata una sorta di cittadinanza duale, con soggetti che potevano
godere di una vera cittadinanza fatta di diritti civili e politici (i coloni
europei e le elite africane) da una parte, e una vasta popolazione
delle aree rurali la cui esistenza si doveva regolare secondo i propri
diritti consuetudinari.
Con le indipendenze a partire dagli anni sessanta, si iniziò a
delineare la necessità di definire una vera nazione, morale e
politica, forse mai esistita prima. Da questo momento nacquero
delle contrapposizioni con i criteri di appartenenza etnica.
Ma è proprio quella “nazione” che diviene un quadro di riferimento
per molti dei conflitti attorno alle risorse dello stato post-coloniale
che si susseguono con la crisi degli anni 70 e 80 e i successivi
programmi di riforma economica di mercato e di austerità promossi
dalle IFI. Questi sono stati rinomati come conflitti etnici, la cui
essenza non risiede però nelle affiliazioni tribali, ma nella
competizione per assicurarsi le risorse.
Negli anni 90 la cittadinanza nazionale deve confrontarsi con la
crescente enfasi sullo sviluppo di forme di cittadinanza locale
basate sull’appartenenza a comunità autoctone dei veri e naturali
figli del territorio.

Autoctonia e “Congiuntura globale dell’appartenenza”

Il caso dell’Africa SS appena detto mostra come oggi in molti PVS


le forme dell’appartenenza si propongano sempre più distanti dal
riferimento all’ordinamento dello stato-nazione e come sono
collegate alla politicizzazione di processi di affermazione di gruppi
identitari locali con caratteri distintivi presunti naturali, legati al
territorio e discendenza. Sempre più attenzione viene rivolta a
quella che dovrebbe rappresentare la più autentica delle forme di
appartenenza territoriale, l’autoctonia, ovvero la pura
discendenza da un territorio specifico.
Assistiamo a ciò che Murray Li, partendo dal caso indonesiano, ha
chiamato “la congiuntura globale dell’appartenenza”, in cui una
serie di processi, come politiche di liberalizzazione, movimenti
transazionali a sostegno delle minoranze indigene,
convergono nel fare di rivendicazioni come l’autoctonia un
fenomeno globale.
Tali rivendicazioni non rappresentano però il riemergere di identità
pre-moderne, bensì proprio il declinarsi di contese per l’accesso
alle risorse e ai processi del globale.
L’appartenenza locale e le sue varie modalità di rappresentazione,
quali i gruppi autoctoni, sono poste come elemento fondamentale
attorno a cui far ruotare le riforme e i programmi di sviluppo dei
processi di democratizzazione in Africa SS.
Purtroppo con l’importanza assunta dalla competizione elettorale,
l’autenticità delle rivendicazioni di cittadinanza è divenuta uno dei
maggiori motivi di negoziazione se non vero e proprio scontro in
molti contesti del continente, con tentativi di escludere gruppi di
popolazione sempre più ampi dai diritti di cittadinanza anche e
soprattutto in base a criteri di autoctonia. Come sostenuto da alcuni
studiosi, è possibile dunque caratterizzare queste riforme e
programmi di sviluppo come politiche dell’appartenenza: in un
contesto storico ed economico in cui la competizione si è fatta
sempre più accesa su risorse sempre più scarse, i diritti di accesso
alle risorse naturali sono promossi e definiti sostanzialmente in
base all’appartenenza a un gruppo autoctono, etnia, in
contrapposizione a categorie di cittadini definiti come stranieri,
estranei, a cui quei diritti vengono negati.

Politiche dell’appartenenza: Processi di inclusione ed


esclusione
La diffusione di concetti come l’autoctonia all’interno dei processi
locali di affermazione della democrazia pluralistica è spiegabile
solamente ricorrendo anche ad analisi su come essi siano
considerati così legittimi ed evocativi dalle popolazione coinvolte.
La nozione di comunità etniche o indigene assume connotati storici
e politici molto diversi nei vari contesti del mondo.
Termini come autoctono, indigeno, si affermano oggi quale risultato
della produzione retorica di narrative storiche di migrazioni e
insediamenti, sui vari miti dei primi arrivati che avrebbero portato
alle attuali conformazioni sociali sul territorio. Si attuano così
processi di inclusione e soprattutto esclusione dai diritti di accesso
alle risorse chiave sulla base di criteri di appartenenza e
cittadinanza locali ritenuti legittimi in quanto tradizionali.
A livello nazionale assistiamo oggi sempre più a tentativi di
ridisegnare la stessa concezione della cittadinanza nazionale in
base a criteri di appartenenza locale altamente escludenti e
xenofobi.
Continua a riprodursi una politica dell’appartenenza anche nei
processi di ridefinizione della cittadinanza laddove le risorse da
spartire sono scarse.
In più quando parliamo di inclusione ed esclusione nei PVS,
abbiamo due prospettive: quelli che vengono esclusi perché non
fanno parte di una comunità e quindi considerati esterni, e coloro
che invece rivendicano la propria cittadinanza, ossia rivendicano i
diritti legati alla propria identità all’interno di un sistema politico da
cui si sentono emarginati o esclusi.
In questo secondo caso si parla anche di spinte verso il
riconoscimento di un diritto alla differenza e l’elaborazione di
modelli di cittadinanza differenziata, calibrata su un sistema politico
fatto dalla presenza di diversi gruppi identitari che dovrebbero
essere riconosciuti ciascuno nella sua autonomia.
Si tratta comunque di una prospettiva non esente da critiche:
perchè non è in grado di prevenire le maggiori forme di esclusione
al di là di riconoscimenti formali di diritti e libertà,
perchè incarana una profonda contraddizione tra la vocazione
universale dei principi della cittadinanza e le misure selettive che
regolano l’appartenenza allo stato nazione, il cui insieme di individui
che lo popolano non sempre sono riconosciuti come cittadini dello
stesso grado.
Chiaramente le esclusioni sono diverse da contesto a contesto:
- in Africa emergono più chiaramente le tensioni attorno alle forme
di esclusione di gruppi a causa della non appartenenza ad un
gruppo etnico
- in AL abbiamo delle lotte portate avanti da certi gruppi contro le
forme di discriminazione sofferte nella storia dei sistemi politici del
continente.

Sono questi due modelli a rappresentare gli estremi più significativi


delle dimensioni che in epoca recente ha assunto il rapporto tra
cittadinanza, forme dell’appartenenza e identità nel contesto dei
paesi del sud del mondo.

CAPITOLO 7- SOCIETA' CIVILE, ONGS e MOVIMENTI SOCIALI


Anni 80: il sostegno alla società civile e alle ONG diviene una delle priorità delle
politiche di cooperazione allo sviluppo.

Ciò che ha portato i donatori a considerare come positivo il contributo dato dalla
società civile e dalle ONG nel rafforzamento della democrazia e nella promozione
dello sviluppo, sono state una serie di trasformazioni che si sono registrate a livello
internazionale tra gli anni 80 e 90:
1) La mobilitazione di gruppi della società civile ha accelerato la crisi dei regimi
comunisti che erano presenti nell’est europeo e dei sistemi autoritari in Africa SS e
in America latina. In questo modo gli attori e le istanze della società civile
acquistarono una nuova rilevanza politica, ma al contempo si è anche andata
affermando una visione normativa della società civile, che da un lato vede la s.c.
come un elemento imprescindibile dai processi di democratizzazione, dall'altro la
vede come un ostacolo ad una analisi puntuale dell' articolazione della società civile
a livello locale e nazionale. Quindi, nell'ambito della cooperazione allo sviluppo, la
società civile ha alcuni attributi fissi, tra cui il pluralismo. Ecco perchè la presenza
della società civile ha una serie di effetti positivi: promuove il pluralismo tecnico, la
libertà individuale e l'assunzione delle decisioni in maniera democratica.

2) Queste trasformazioni coincisero con una svolta ideologica associata all'ascesa di


Ronald Reagan negli USA e della Thatcher in GB, con cui ci fu una rivalutazione del
rapporto tra Stato, mercato e società, sulla base che lo Stato costituiva un ostacolo
alla crescita economica. Quindi secondo questa visione i mercati avebbero
assicurato sia una maggiore crescita economica, sia una maggiore fornitura di servizi
sociali. Nel corso degli anni 80 le politiche di liberalizzazione dell'economia adottate
dai paesi industrializzati, nel caso dei PVS, si tradussero nei PAS.

L'attuazione dei nuovi programmi di riforma economica creò il contesto entro il


quale la società civile e le ONG si trovarono a operare nei paesi del sud del mondo.

Se da un lato la società civile viene vista come un argine al potere dello stato, le
ONG furono viste come strumento per promuovere attività di natura sociale,
bypassando le istituzioni statali.

Durante gli anni 80, il sostegno politico che i donatori internazionali avevano fornito
ai gruppi della società civile nei PVS mise sotto pressione il modello di governance
delle politiche di riforma economica affermatosi con l'avvio dei PAS. Infatti sia il FMI
che la BM avevano sottolineato che le drastiche misure economiche potevano
essere realizzare solo in governi autonomi dalle pressioni dei partiti politici, dei
movimenti sociali, dei gruppi di interesse. Quindi questo cortocircuito in cui da una
parte c'era determinazione nel sostenere la società civile, e dall'altra la necessità di
ripristare la crescita economica di quei paesi indebitati attraverso delle politiche di
austerità, alla fine fu risolta quando tra gli anni 80 e 90 si iniziarono a delineare i
risultati scadenti dei PAS, ma l'enfasi fu posta sulla necessità di assicurare
l'ownership dei programmi di riforma, facendo si che nella loro elaborazione fossero
coinvolti anche gli attori della società civile.

Così, alla fine degli anni 90 si ha un passaggio dai PAS ai PRSP, con cui la società
civile ricoprì un ruolo nell'elaborazione delle priorità della politica economica
nazionale. Infatti il finanziamento dei PRSP era subordinato dai donatori ad un
dialogo tra il governo e le organizzazioni della società civile nella definizione delle
riforme economiche.

Il coinvolgimento della società civile in questo dialogo politico ha portato a dei


rischi:

- all'impoverimento delle sue istanze politiche

- ha finito per fornire legittimazione ad un modello neoliberista di trasformazione


politica ed economica dei paesi del sud del mondo.

E' vero che il concetto di società civile è diventato il sinonimo di vita associativa e di
emancipazione dai governi autoritari, ma è anche vero che sono emersi dei limiti in
merito all'enfasi che è stata posta dai donatori sul rafforzamento della società civile
nei processi di democratizzazione dei PVS:

1) innanzi tutto, è difficile definire il concetto di società civile. Alcuni studiosi l'hanno
vista positivamente perchè sostenere organizzazioni che esprimevano interessi
collettivi avrebbe contribuito a rafforzare il dialogo democratico tra una pluralità di
posizioni politiche, ma è anche vero che sostenere organizzazioni di natura etnica o
di stampo illiberale avrebbe portato dei rischi nei contesti in cui c'era già una certa
fragilità nelle istituzioni dello stato nazione.

2) è vero che il concetto di società civile tende ad essere separato dallo stato, ma si
tratta di una separazione artificiale. Molti studi hanno analizzato la complessità
storica dei rapporti tra lo stato e le organizzazioni della società civile e la profonda
compenetrazione tra il primo e le seconde.

LE ONG TRA STATO E MERCATO


Le ONG sono delle organizzazioni che

1) svolgono attività legate alla promozione dello sviluppo

2) sono ufficialmente riconosciute nei paesi in cui operano

3) impiegano hanno uno staff professionale


4) possono accedere a un flusso costante di risorse finanziarie e accompagnano gli
stati per raggiungere determinati obiettivi, quindi gli stati li vedono come un
grandissimo partner tanto che talmente dall’efficacia di questi aiuti che le ong non
dipendono più dai finanziamenti dei donatori internazionali, ma svolgono delle
azioni finanziate da loro stessi.

Le ONG hanno svolto un ruolo importante nei PVS durante gli anni 80, quando la
crisi sociale aveva provocato dei forti tagli alla spesa pubblica e molte ONG
attuarono dei progetti per rispondere ai bisogni sociali delle popolazioni dei PVS. I
donatori le consideravano come un partner indispensabile per il successo dei
programmi di sviluppo, perchè erabi viste come più efficienti e trasparenti delle
istituzioni statali.

Ma il rapido aumento della quota degli aiuti allo sviluppo fornita dalle ONG a partire
dagli anni 80, le rese sempre più dipendenti dai finanziamenti dei donatori
internazionali e quindi il loro ruolo fu ridotto a quello di mere esecutrici dei progetti
di sviluppo da loro elaborati e finanziati. Ciò causò un ridimensionamento del loro
attivismo politico ed un affievolirsi degli sforzi volti ad elaborare alternative al
modello di sviluppo dominante.

ACCUSE: con il passare del tempo le ONG furono accusate di implementare solo
modelli elaborati dalle IFI e dai donatori internazionali e quindi la loro legittimità
politica fu indebolita sia agli occhi dei governi dei paesi del sud del mondo che agli
occhi delle popolazioni. La dipendenza politica delle ONG dalle autorità statali era
rappresentata dalla necessità delle prime di ottenere il permesso dalle seconde per
poter attuare progetti di sviluppo nei confini nazionali e questo ne limitò le loro
attività, fino ad arrivare a forme di autocensura politica.

Se da un lato alcuni studiosi hanno ribadito la centralità delle ONG, sottolineando


come attraverso la fornitura di beni e servizi specializzati riuscissero a colmare le
carenze dei governi e delle imprese nel rispondere alle richieste dei cittadini,
dall'altro le ONG sono state criticate soprattutto per quanto concerne il sostegno
fornito ai processi di democratizzazione nei PVS.

1) In primo luogo, i rapporti tra le ONG internazionali e nazionali e tra le ONG e gli
altri gruppi della società civile, sono del tutto conflittuali a causa della competizione
per accedere ai finanziamenti da parte dei donatori, il che indebolisce
l'autorevolezza delle ONG e sottrae ingenti risorse finanziarie alle istituzioni dello
stato centrale e locale, indebolendo i circuiti della democrazia rappresentativa.
Inoltre, per far sì che i risultati dei progetti di sviluppo finanziati dai donatori
vengano realizzati in tempi rapidi, le ONG non si concentrano più sullo sperimentare
delle pratiche alternative di sviluppo a livello locale e spesso limitano la
partecipazione delle popolazioni locali all'elaborazione di questi progetti di sviluppo.

2) All'interno delle ONG, sono sorti dei dubbi sui meccanismi di democrazia e di
partecipazione. Essendo aumentate le loro attività, sono aumentate anche le loro
dimensioni e si è indebolito il coinvolgimento di attivisti e dei sostenitori nella
definizione delle priorità strategiche.

3) Il coinvolgimeno delle ONG nei processi finalizzati alla redazione dei PRSP ha
contribuito ad una normalizzazione del loro ruolo politico. Hearn per es ha notato
come la partnership tra governi nazionali e ONG ha rafforzato la legittimità delle
politiche economiche attuate dai primi ma ha minato l'autonomia politica delle
seconde, trasformate in un mero strumento volto a consolidare lo status quo
politico.

4) Si sottolinea, come successo già nel caso della società civile, che non tutte le ONG
attive nei PVS vogliono promuovere forme di democrazia liberale. Per es, la crisi
dello Stato sociale, ha creato un contesto favorevole al radicamento di ONG di
marcata ispirazione religiosa, che vogliono diffondere, oltre ad attività di sviluppo
economico e sociale, dei messaggi religiosi, cristiani e islamici, spesso molto radicali.
Ciò ha indebolito le già fragili istituzioni democratiche nei PVS.

I movimenti sociali come alternativa e la priorità della sicurezza

Il ruolo svolto dalle ONG nel promuovere lo sviluppo è stato reso ancora più
complesso sia dalle strategie di lotta al terrorismo internazionale, sia dal loro
sempre maggiore coinvolgimento nelle operazioni di pace multilaterali.

Con la fine della GF il rapporto tra il rafforzamento della sicurezza internazionale e la


promozione dello sviluppo è diventato sempre più stretto. Quindi le ONG hnno
avuto un ruolo importante sia nel distribuire aiuti umanitari nei teatri di conflitti, sia
nei processi di ricostruzione post-conflitto. Ma il fatto di dover operare a fianco di
eserciti stranieri ha compromesso la neutralità delle ONG, accusate di essersi
trasformate in strumenti per realizzare gli obiettivi politici e militari dei governi
occidentali.
In Afghanistan per esempio le attività di ricostruzione post-conflitto andavano
realizzate con rapidità e alcune delle ONG lì presenti accettarono i progetti di
sviluppo proposti dai donatori solo per avere accesso ai finanziamenti, ma senza
prestare attenzione alla loro realizzabilità, per cui quando molti progetti di sviluppo
sono risultati un fallimento, le ONG hanno perso credibilità.

Quindi ci sono stati molti tratti problematici nelle ONG, e solo alcune di esse hanno
provato a dare risposte innovative, magari ponendo l'enfasi sull'autofinanziamento.

Dinanzi a queste difficoltà, alcuni studiosi hanno visto per le ONG una possibilità di
rilancio solo nella collaborazione con movimenti sociali attivi a livello globale e
presenti nei paesi del sud del mondo.

Movimenti sociali: reti informali costituite da un insieme di individui, gruppi e


organizzazioni impegnati in conflitti politici e culturali sulla base di una identità
collettiva condivisa.

Durante gli anni 90, questi movimenti hanno attraversato una fase di
ripoliticizzazione. In AL, in Asia e in Africa i movimenti sociali hanno portato alla luce
i limiti dei modelli di sviluppo neoliberisti, riattivando forme di mobilitazione sociale
del passato e tessendo nuove alleanze a livello locale, nazionale e globale.

Come succede per le organizzazioni della società civile ma anche per le ONG, è
affrettato affermare che i movimenti sociali promuovano forme di democrazia e di
sviluppo inclusive.

Alcuni movimenti sociali veicolano ideologie conservatrici dal pt di vista sociale o


religioso e inoltre la creazione di reti di solidarietà transnazionale talvolta produce
forme di esclusione e nuove gerarchie, finendo per marginalizzare quelle
organizzazioni locali che non hanno la capacità di rientrare in queste reti.

Infine, non bisogna dimenticare che spesso le agenzie multilaterali si sono


impadronite dei temi e delle istanze politiche sollevate dai movimenti sociali,
promuovendo una serie di campagne come quella contro l'impiego dei bambini
soldato o contro il commercio di diamanti insanguinati. Queste campagne più che
realizzare le rivendicazioni di giustizia sociale avanzate dai movimenti sociali, hanno
finito per depoliticizzarle.

Alla luce di tutto ciò, si può affermare che il mondo delle ONG è alle prese con una
serie di contraddizioni, se in passato il ruolo delle ONg era contraddistinto dalla
sperimentazione di alternative a livello locale, la loro dipendenza dai finanziamenti
dei donatori ha diminuito il loro contributo. Bisognerebbe portare avanti un
ripensamento critico del ruolo delle ONG e della società civile nella promozione dei
processi di democratizzazione e di sviluppo.

CAPITOLO 8 -GOVERNANCE E GOOD GOVERNANCE


Come abbiamo già visto, i PAS che erano stati attuati dai governi dei PVS dall'inizio
degli anni 80, si erano rivelati portatori di risultati deludenti e quindi durante gli anni
90 emerge un nuovo largo consenso, che vuole superare la visione dicotomica tra lo
Stato e il mercato. Si fa strada l'idea che per poter promuovere lo sviluppo con
successo, i programmi di riforma economica devono essere elaborati attraverso una
ampia partecipazione delle organizzazioni della società civile e messi in atto da
istituzioni effcienti e trasparenti.

Ma il passaggio da uno sviluppo basato sul meno stato (inizio anni 80) ad uno basato
su uno stato migliore (fine anni 90) non viene però accompagnato da una riflessione
sul rapporto tra sviluppo e democrazia. Questo passaggio si realizza solo per piegarsi
alle esigenze dei donatori internazionali che volevano predisporre il contesto
istituzionale più adatto a promuovere forme di sviluppo trainate dal mercato nei
paesi del sud del mondo. Quindi l'enfasi sulla promozione della good governance in
realtà si traduce in una serie di politiche che sostengono la liberalizzazione
dell'economia, ma non si concentrano sui limiti e le contraddizioni dei modelli
neoliberisti di sviluppo.

L’importanza della Good governance è legata alle trasformazioni della politica


internazionale tra anni 80-90 (fine Guerra fredda + avvio processi di apertura alla
democrazia in molti PVS).

Da allora i pilastri dei programmi di sviluppo dei governi occidentali furono: •


Rafforzamento istituzioni democratiche • Consolidamento stato di diritto • Rispetto
diritti umani

E fu proprio attraverso i concetti di Governance e GG che si diede priorità alla


promozione di riforme istituzionali all’interno dei PVS. La GG, così, assieme alla lotta
alla povertà, è uno degli assi portanti dell'attuale post-WC e la promozione della
governance ha conferito centralità al ruolo delle istituzioni pubbliche, modificando i
capisaldi tradizionali del WC.

Concetti di governance e good governance


Non esiste una definizione unica dei concetti di governance e good governance.

La governance, in generale, riguarda l'interazione tra il governo e la società. La


governance per lo sviluppo è diventata la soluzione apparente per una serie di
problemi (corruzione, povertà, fragilità delle istituzioni statali, crisi del welfare) e
infatti mira a creare un futuro migliore per i membri di una società usando lo stato
per promuovere lo sviluppo economico nazionale e creare opportunità di impiego
così da innalzare gli standard di vita per le generazioni di oggi e di domani.

Alcuni studiosi hanno usato questi concetti (G e GG) dando loro dei significati diversi
e ponendo l'accento su elementi diversi, che possono essere i processi istituzionali
che conducono all'assunzione di decisioni politiche, le regole che li disciplinano, gli
attori coinvolti, le politiche che adottano una corretta gestione dei processi di
sviluppo.

Quindi la promozione della GG si configura come un terreno di incontro tra diversi


approcci disciplinari e strategie di promozione dello sviluppo.

Sicuramente la promozione della GG legittima il sostegno ad alcune priorità: *


promozione della stabilità macroeconomica * riduzione povertà * consolidamento
delle organizzazioni della società civile * creazione public-private partnership *
sviluppo infrastrutture e servizi sociali * tutela diritti umani * rafforzamento stato di
diritto.

Che cosa accomuna gli interventi volti a promuovere la GG?

La presenza di uno stato che è dotato di istituzioni efficienti e trasparenti e che


rispetti le libertà fondamentali e lo stato di diritto è in grado sia di stimolare la
crescita economica, ma anche di ridurre la povertà.

Quando incontriamo per la prima volta questo concetto? Il concetto di G viene


usato per la prima volta nel 1989 dalla BM nel rapporto “Sub-Saharan Africa: from
crisis to sustainable growth”, dove si metteva in luce la debolezza dell’assunto che
l’imposizione di tagli indiscriminati alla spesa pubblica sarebbe stato funzionale al
rilancio della crescita e poneva l’enfasi sulla necessità che le strategie di riforma
prestassero una maggiore attenzione ai modelli di governance all’interno dei paesi
africani. Secondo la BM, in Africa c’è una crisi di governance, in questo caso intesa
come esercizio del potere politico al fine di gestire gli affari di una nazione.

Quindi: la questione della governance inizia a far parte del dibattito sulla
promozione dello sviluppo con il prolungarsi della crisi economica in Africa sub-
sahariana. In questo contesto il conceto di governance diviene una categoria così
vagamente definita da includere ogni ambito e ogni attore del policy making
all'interno dei PVS.

Grindle: dice che non è chiaro come si possa distinguere la governance dallo stesso
sviluppo

Hyden: nel definire la governance, pone l'accento sul ruolo delle norme e dice che la
G ha a che fare con le modalità attraverso cui le norme influenzano l'azione politica
e la risoluzione di problemi socali, quindi per lui lo studio della G comprende
l'individuare quelle condizioni che facilitano la good governance e quindi la
risoluzione efficace dei problemi. In un secondo momento, ne ha dato una
definizione più articolata, nella quale oltre a porre l'enfasi sulle norme che
disciplinano i processi decisionali, ha posto enfasi anche sul tema dell'interazione tra
gli attori statali e non statali nei meccanismi di G. (La G è un aspetto della politica
che mira a formulare le norme dell'arena politica all'interno della quale gli attori
statali e della s.c. operano e interagiscono per assumere decisioni autorevoli)

Altre definizioni invece hanno preso in considerazione le complesse relazioni tra


Stato e società civile.

Boas: la G riguarda l'insieme delle norme fondamentali ai fini dell’organizzazione


della sfera pubblica e non il governo. In questa definizione separa la governance dal
governo ma al contempo si focalizza anche sugli altri attori che contribuiscono a
definire le norme della governance.

Dele Olowu e James Wunsch: si concentrano sulle istituzioni della governance


locale perchè solo concentrandosi sulla G locale si presta la dovuta attenzione alla
molteplicità di attori che partecipano alla definizione dei processi e delle istituzioni
politiche a livello locale. Quindi essi considerano la governance locale come un
processo disciplinato da un insieme di norme che riguardano solo quel territorio.

L’interesse per la G e per gli attori coinvolti nella definzione dei suoi assetti ha
prodotto:

- programmi volti al rafforzamento della partecipazione degli attori della società


civile ai processi decisionali a livello locale e nazionale e che mirano a promuovere
l’”ownership” dei programmi di riforma economica.
Allo scopo di individuare ambiti in cui concentrare gli interventi di sostegno alla
good governance, i donatori si sono concentrati su:

→ promozione della trasparenza, accountability dei governi, l’efficienza


amministrativa pubblica.

CRITICHE

♦ Politiche di GG mancano di un focus ben definito. Si suggerisce di abbandonare


il paradigma della GG per quello di good enough governance che si limita a
considerare le condizioni minime di governance necessarie a consentire lo
sviluppo politico ed economico.

♦ A causa della sua ampiezza e della sua indeterminatezza, i donatori sono stati
accusati di promuovere in maniera selettiva e contraddittoria la GG, al fine di
salvaguardare interessi di natura politica ed economica.

♦ La promozione della GG rappresenta un tentativo di sostenere riforme


economiche di stampo neoliberista nei PVS. Jenkins ha notato come il problema
è che il concetto di GG non si riferisce + semplicemente a un’autorità
responsabile, ma riguarda l’adozione di misure volte al rafforzamento di
un’economia orientata al mercato.

♦ Le definizioni di G e GG elaborate dalla BM sottolineano come il paradigma


della GG miri a rimodellare le istituzioni statali dei PVS sulla base di una visione
neoliberista del rapporto tra Stato, mercato e società e ad aprire le economie di
tali paesi agli investimenti internazionali.

♦ Le riforme di consolidamento della GG promuovono un modello di sviluppo


uguale per tutti i paesi del sud mondo, che non prende in considerazione le
diverse circostanze.

♦ Dato che la causa del sottosviluppo è individuata nelle pratiche di bad


governance prevalenti all’interno dei PVS, non solo i donatori non sono
considerati corresponsabili degli esiti contradditori dei programmi di riforma
economica, ma si rafforza la visione secondo la quale la bad G è un problema che
riguarda esclusivamente i PVS.

♦La Millennium Declaration che era stata adottata dall’AG dell’Onu


considerava la GG come un elemento imprescindibile delle strategie di
riduzione della povertà, ma questo è stato disatteso nella pratica.

♦ La promozione della GG è stata strumentale alla promozione di una versione


efficientistica e apolitica della democrazia. L’apparente neutralità delle riforme
di GG rafforza un modello tecnocratico di assunzione delle decisioni politiche,
restringendo i confini del dibattito sulle politiche di sviluppo. Rischia di
compromettere il rafforzamento della partecipazione dei gruppi e degli
esponenti della società civile all’elaborazione delle politiche nazionali

♦ La frammentazione degli interventi dei donatori ha contribuito a rendere


problematico il funzionamento dell’amministrazione statale nei PVS. Gli alti tassi
di crescita economica registrati in alcuni PVS negli ultimi 2 decenni hanno + a
che fare con l’aumento dei prezzi int.li delle materie prime e con il conseguente
aumento degli investimenti stranieri, che con le riforme istituzionali attuate.

♦ Rafforzamento GG è venuto a costituire l’apparente soluzione per una vasta


gamma di problemi (corruzione, povertà, fragilità delle istituzioni statali, crisi
dei settori sociali)

Rischio = sotto l’ombrello delle riforme istituzionali, si dia impulso


all’attuazione di politiche di ridefinizione dei rapporti tra Stato e società che si
traducono in un indebolimento della legittimità delle istituzioni democratiche e
in un’accelerazione dei processi di marginalizzazione politica e sociale di ampi
strati delle popolazioni locali.

CAPITOLO 9- EMPOWERMENT
Negli anni ’80  l’empowerment era visto da molti come un progetto
radicale di trasformazione sociale che avrebbe dovuto offrire opportunità
di rivendicare i propri diritti ai gruppi sociali esclusi.
Negli anni ’90  ha assunto un ruolo centrale nel lavoro delle principali
organizzazioni per lo sviluppo diventando un concetto mainstream nello
sviluppo internazionale e perdendo gran parte della sua dimensione
emancipatoria originaria.
Il concetto di empowerment si trova nei:
- programmi di riduzione della povertà
- nei documenti programmatici di governi e enti dello sviluppo.
Inoltre dato che i governi nazionali e locali sono gli attori principali nei
processi di costruzione di opportunità, sono uno dei luoghi in cui si
concentrano le strategie di empowerment.
Ci sono più di 30 definizioni di empowerment di uso comune tra gli
studiosi e le organizzazioni dello sviluppo. Per alcuni si tratta di una
BUZZWORD e quindi di una parola di moda, ma anche di una FUZZWORD,
un termine impreciso. Con il suo concetto ci si può riferire a diversi
significati: alla partecipazione, alla libertà, all’autonomia, all’opportunità,
alla scelta, alla capability o all’agency.
La sua indeterminatezza causa alcuni problemi:
- non si sa se rappresenti un processo o un obiettivo e un processo
congiuntamente
- non si sa a quale dei suoi significati rifarsi
- non si sa se sia un processo autonomo (di self-help) o debba essere
trainato da attori esterni
- Per alcuni, l’E è una lotta collettiva contro delle relazioni sociali
oppressive
- Per altri è la capacità degli individui di esprimersi secondo i propri
desideri
- Per Amartya Sen, l’empowerment è la capacità di realizzare le
capabilities di ciascun individuo.
- L’E è un concetto che spesso è stato associato al lavoro di Paolo
Freire che rivendicava la liberazione degli oppressi tramite
l’istruzione
- Inoltre, l’empowerment è stato anche un principio centrale del
movimento femminista, e di conseguenza, molte organizzazioni
ancora usano il termine in relazione alle questioni di genere.

L’empowerment quindi può riferirsi a esigenze trasformative che si


verificano a più livelli (individuo, famiglia, comunità o comunità
politica), ed in vari ambiti (Stato, mercato, società), o
dimensioni(politica, sociale, culturale, economica e giuridica).

Se l’E rappresenti un obiettivo o un processo è ancora una


questione irrisolta e quindi la mancanza di precisione ha fatto sì che
ci si domandasse se l’E può essere visto come mezzo per
raggiungere altri scopi. Ecco perché di propone una strategia di
sviluppo con duplice approccio: favorire la crescita e far sì che i
poveri vi partecipino.
Il legame tra empowerment, crescita a favore dei poveri, e
goodgovernance è stato delineato dalla BM.
Uno studio della BM definisce l’empowerment come “il processo di
miglioramento della capacità di un individuo o di un gruppo di fare scelte
intenzionali e di trasformare tali scelte in azioni e risultati desiderati”.
In sostanza un approccio allo sviluppo basato sull’empowerment mette le
persone al centro delle attività dello sviluppo. Un problema di fondo,
però, è: chi sono le persone che devono ottenere l’empowerment?
- In genere, persone in una forte situazione di debolezza, di
marginalità ma soprattutto di impossibilità di fare delle scelte
effettive. Tra questi troviamo: gruppi indigeni, gruppi minoritari e
marginali come le donne, e soggetti con un forte livello di
vulnerabilità influenzati dalle relazioni di potere che intaccano le
loro possibilità di empowerment.
- Un empowerment particolare sviluppatosi è l’empowerment di
genere che consiste in un processo volto al conseguimento di più
ampi diritti e opportunità che includano l’istruzione, la salute,
l’autosufficienza economica, la proprietà di beni, la partecipazione
politica, e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione, violenza, e
abusi basati sul genere.

Le dimensioni dell’empowerment
Nonostante la mancanza di definizione precisa di E, in qualche modo ne
indebolisca il valore, si è d’accordo con il fatto che l’E è un elemento
centrale sia per lo sviluppo che per la riduzione della povertà, ed è un
processo multidimensionale che coinvolge molti processi con lo scopo di
permettere ai poveri e ai gruppi marginali di partecipare alla definizione
del loro futuro.
In linea generale, possiamo identificare almeno 3 tipi di emporwement
tra loro interconnessi:
1. Empowerment sociale e umano: un processo multidimensionale che
dovrebbe aiutare le persone a ottenere il controllo delle proprie vite
2. Empowerment economico: definisce il ruolo, le capacità, ed i mezzi per
accedere a risorse che assicurino fonti di reddito e di sopravvivenza stabili
ed adeguate.
3. Empowerment politico: è la capacità di comprendere la situazione, di
organizzarsi e partecipare alla vita politica. Nello sviluppo, la realizzazione
dell’empowerment dovrebbe consentire agli individui di rivendicare i
propri diritti e di vederli protetti dalle istituzioni politiche in molti PVS. E’
fondamentale analizzare e comprendere gli attori in campo: in molti casi
nei PVS le relazioni fra diversi attori producono gerarchie socioculturali,
che riguardano l’età, la classe, la religione, l’etnicità, il genere. Queste
gerarchie creano delle barriere nel promuovere processi idonei di
empowerment.
Molti studiosi sottolineano l’importanza di vedere i processi in rapporto ai
modelli di empowerment individuali e collettivi.
L’empowerment individuale si riferisce ad un contesto in cui gli individui
siano in condizioni di prendere decisioni ed intraprendere azioni
riguardanti i cambiamenti della propria vita (dunque il rapporto tra
agency e ambiente).
L’empowerment collettivo si riferisce all’importanza che si crei un
ambiente favorevole alla promozione delle capabilities dei gruppi.
E’ quindi fondamentale considerare il potere e come questo si rapporti
agli individui, alle loro agency, alle istituzioni, ed alle strutture coinvolte.
Per alcuni il potere che le persone e le istituzioni possono mettere in
campo rispetto ai processi di empowerment si collega all’ agency (vista
come la capacità delle persone di agire individualmente o collettivamente
per difendere e promuovere i propri interessi sulla base delle proprie
opzioni di scelta), per altri, invece, il potere è maggiormente radicato
nelle istituzioni, nei sistemi di conoscenza, e nelle relazioni sociali e
culturali nelle quali i singoli agiscono. Pertanto, il potere può essere
inteso come un tipo di interazione reciproca fra agency e struttura e
l’empowerment come un processo che necessita di individuare queste
interazioni al fine di modificarne le relazioni di potere.

CAPITOLO 10- PARTECIPAZIONE


Durante gli anni 80 la partecipazione diventa una buzzword, una parola di
moda, all’interno del discorso internazionale dello sviluppo.

Le richieste di costruire programmi di sviluppo basati sulla partecipazione


si sono accompagnate alle critiche dei precedenti modelli di cooperazione
allo sviluppo e all’importanza attribuita alla maggiore inclusione dei
diversi attori coinvolti sul piano locale.

In passato la partecipazione non era specificamente inclusa nei modelli di


sviluppo, anche se il modello basato sullo sviluppo comunitario degli anni
50-60 conteneva alcune
questioni riprese dagli approcci contemporanei:
* selfhelp, trasformazione comunitaria e individuale
* capacity building, approcci legati alle idee di modernizzazione e di
creazione di progetti di sviluppo locale (rurale in particolare).

Anni 70 – questione della partecipazione comincia a svilupparsi nella


discussione sullo sviluppo e fu proprio l’allora presidente della BM, Robert
McNamara, a stimolare la riflessione su questa questione in un discorso
del 1973:
La partecipazione cominciò ad essere vista come:
• un processo che riguarda l'intera società, in grado di influenzare le
decisioni politiche, per arrivare a includere l'idea che i cittadini siano
in grado di partecipare in modo indipendente ai processi decisionali
e utilizzare la necessaria libertà nello sviluppare tali progetti.

• come elemento di emancipazione, per accrescere la consapevolezza


dei poveri e degli oppressi sulle relazioni di potere, attraverso la
creazione di reti di solidarietà e di empowerment.

Questa visione di emancipazione poneva l’enfasi sull’idea dello


sviluppo partecipativo e su questa modalità di approccio allo
sviluppo si basava anche la riflessione di self-reliance che era stata
elaborata dal presidente della Tanzania Nyerere, secondo cui → le
persone non possono essere sviluppate, devono svilupparsi da sole!

Anni 80: ci sono dei ripensamenti delle politiche di sviluppo. Mentre si


andava sviluppando il modello neoliberista dei PAS, alcuni attori dello
sviluppo come le ONG iniziarono a spingere per dei modelli di maggiore
partecipazione dal basso e di self-help, in cui partecipazione ed
empowerment diventano il principio-guida.

In quegli anni le idee sulla partecipazione entrarono nel discorso


mainstream grazie ai lavori di Robert Chambers → secondo lui, le
difficoltà dei progetti di sviluppo rurale derivavano dalla sottovalutazione
delle esigenze di partecipazione dei beneficiari, bisognava utilizzare un
approccio bottom-up e lasciare il controllo sugli interventi alle
popolazioni coinvolte. Il suo lavoro si concentrava sul dover comprendere
e analizzare le situazioni e le conoscenze locali.

Anni 90: Chambers identifica nuove metodologie di sviluppo rurale


partecipativo note come Participatory Rural Appraisal; obiettivo → far in
modo che le popolazioni + marginali partecipassero alla progettazione e
alla realizzazione di programmi di sviluppo, ponendo l’enfasi
sull’empowerment, il rispetto reciproco e l'inclusione.
La partecipazione contribuì a realizzare forme di empowerment dei
gruppi di popolazione svantaggiati e rafforzò le strategie nazionali di
riduzione della povertà, espresse dai PRSP. Col tempo la partecipazione fu
assorbita dal modello neoliberista dominante. I PAS avevano causato
tensioni popolari e fenomeni di crisi nei PVS, rendendo necessari i
processi di rielaborazione della discussione sullo sviluppo. A questo punto
la BM, sottolineò come bisognava canalizzare le energie delle popolazioni
per far sì che la gente comune potesse partecipare maggiormente alla
creazione e all'implementazione dei progetti, così che le iniziative di
riduzione di povertà fossero legittimate dai poveri stessi.

Nel suo Partecipation Sourcebook del 96, la BM produsse una guida


metodologica in cui evidenziava l'importanza di partecipazione ed
empowerment, ripresa nel 2000 in Voices of the poor., un documento in
cui questi elementi si uniscono alla riduzione della povertà.

Tuttavia questi processi non hanno prodotto risultati significativi.

Difficoltà emersero nel:


- rapporto fra partecipazione, pianificazione dello sviluppo e
rappresentanza di coloro che vengono coinvolti, fra cui le ONG che spesso
monopolizzano i processi stessi e, a volte, ne beneficiano direttamente
rispetto ai gruppi target. Non sempre sono chiari i mandati attraverso i
quali alcuni attori sono legittimati a partecipare ai processi di sviluppo, i
poveri hanno posizione marginale.

Dagli anni 2000 i modelli legati agli Obiettivi del millennio rafforzano la
rilevanza di partecipazione ed empowerment.
Tuttavia, data la sua definizione ambigua, la partecipazione viene usata
sia per mettere in grado la gente comune di ottenere agency sia come
mezzo per mantenere le relazioni di governo.

Parfitt ha insistito sull'ambiguità di questo concetto, se sia un mezzo o un


fine.
- Nel momento in cui la P è vista come mezzo, si può ritenere che le
relazioni di potere rimarranno immutate: progettazione resta alle autorità
e la P riguarderà solo alcuni obiettivi;
- Quando la P vista come fine tende a suggerire la concezione di una
trasformazione delle relazioni di potere fra paesi dominanti e riceventi,
tentando di dare empowerment e liberare i riceventi da relazioni
clientelari con le autorità.

In un documento della BM del 2013, si delinea come la letteratura


dell'argomento presenti un quadro diversificato. Alcuni studiosi
evidenziano l'ottenimento di miglioramenti in termini di beni e di redditi
per le comunità e gli individui coinvolti, mentre alcune ricerche,
concentrandosi sui risultati di lungo periodo, hanno mostrato che i
vantaggi in termini di reddito tendono a svanire, o cmq si mantengono
solo per dei gruppi meno poveri.

Definizioni e dibattito

Nel 1995 Sidney Verba, che aveva contribuito durante gli anni 50 e 60 al
discorso sulla democrazia, definì la P come componente centrale e
costitutiva della democrazia, la P doveva permettere ai cittadini di
comunicare i propri interessi e le proprie preferenze.

Oakley e altri diedero 4 definizioni di P:

1. Contributo volontario della gente a programmi pubblici di sviluppo


nazionale, ma non è richiesto alle persone di partecipare all’elaborazione
programmi.

2. La P deve essere un elemento di inclusione non solo nella fase di


implementazione ma anche nel decision-making.

3. La P può avere un ruolo nell’organizzazione dei meccanismi di controllo


sulle risorse e nel definire le istituzioni che possono regolare le situazioni
nelle quali gli individui o i gruppi sono esclusi
4. La P può essere come un processo attivo in cui i gruppi beneficiari
influenzano la direzione di esecuzione dei progetti di sviluppo, così da
migliorare il proprio benessere in termini di crescita del reddito e
miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali.

Elemento in comune di queste definizioni = se le persone sono


direttamente coinvolte, i progetti sono più efficaci.

Senza dubbio, nei PVS l'avvio dei processi di democratizzazione da un lato


e il rafforzamento dei modelli inclusivi e dal basso dall'altro, hanno
ampliato lo spazio decisionale delle persone e delle comunità locali, ma al
contempo i programmi di sviluppo sono in gran parte rimasti simili al
passato: le agenzie dello sviluppo elaborano e implementano i progetti,
ma i beneficiari sono visti come un insieme indifferenziato di attori
passivi.

In merito all'ambiguità di questo termine, evincono alcune criticità:

Prima questione: La P potrebbe essere una forma di nuova tirannia. Per


alcuni infatti, in realtà è un modo di perseguire politiche di sviluppo
tradizionali dall’alto verso il basso, dando solo l’impressione di creare
empowerment e inclusione. E' vero che i programmi di sviluppo includono
individui e gruppi marginali nei processi di sviluppo, ma legandoli ancor di
+ a strutture di potere che non sono in grado di mettere in discussione.
Inoltre il ruolo sempre più importante delle ONG tende a rafforzare lo
sviluppo di poteri burocratici non statali e la P legittima tali poteri.
L’insistenza sul ruolo della P dei beneficiari può far ricadere su di loro le
colpe dei fallimenti → è la cattiva P o la non P ai progetti da parte dei
beneficiari a definirne il fallimento.
Soluzione: attuare dei progetti di trasformazione politica della
partecipazione basati su modelli di promozione dei diritti di cittadinanza
al fine di superare la possibile tirannia determinata dagli approcci basati
sui piccoli progetti partecipativi locali.
Seconda questione: riguarda il ruolo svolto dalle conoscenze e
competenze locali al fine di costruire modelli alternativi di sviluppo
partecipativo → le persone analizzano le proprie
conoscenze e competenze come punto di partenza di un progetto, al fine
di realizzare politiche idonee. Ciò implica l’attuazione di cambiamenti
nelle relazioni di potere fra le élite e le autorità e i possibili beneficiari.
David Mosse – mette in discussione l’idea che la conoscenza locale
ridefinisca la relazione fra le comunità locali e le istituzioni dello sviluppo.
La conoscenza locale è spesso
l'effetto di tecniche di potere, di regolazione e normalizzazione.
Soluzione: bisogna esaminare in che modo le relazioni di potere si
esprimono, si esplicano e influenzano.

Terza questione: riguarda l'uso della comunità e quindi quello che Cleaver
definisce “il mito della comunità” vista come entità sociale “naturale”
caratterizzata da relazioni di solidarietà. In questo contesto, si perpetua il
mito secondo cui le comunità sono in grado di fare qualsiasi cosa e che ciò
che è necessario è semplicemente una mobilitazione che, da sola,
sarebbe in grado di indirizzare le capacità della comunità verso lo
sviluppo.
Si tratta di una visione semplificatoria, che nasconde le differenze
esistenti fra i gruppi marginali.
Soluzione: è necessario accettare l’esistenza di diversi spazi di
partecipazione, in quanto, cercare di rendere omogenee le differenze può
produrre meccanismi di sviluppo depoliticizzati.

CONCLUSIONI:
È più probabile che gli approcci partecipativi abbiano successo quando:
* questi sono parte di un + ampio progetto politico (radicale);
* si pongono l’obiettivo di garantire diritti di cittadinanza e partecipazione
per i gruppi marginali;
* cercano di impegnarsi nello sviluppo come un processo sottostante di
cambiamento sociale.

CRITICHE allo sviluppo partecipativo:


▲ Mettono in secondo piano le lotte politiche a vantaggio di una
concezione paternalistica delle riforme
▲ Oscurano le differenze di potere in ambito locale celebrando in
maniera acritica la comunità
▲ Usano il linguaggio dell’emancipazione per incorporare le popolazioni
marginali in un nuovo progetto di modernizzazione.

La P deve essere pensata in rapporto alle caratteristiche di


ogni comunità, tenendo conto dell’ambito istituzionale e delle gerarchie
di potere. Può essere un valore essenziale dello sviluppo nonostante le
sue ambiguità.

CAPITOLO 11 DECENTRALIZZAZIONE
La promozione della decentralizzazione costituisce oggi uno dei capisaldi delle
politiche di cooperazione allo sviluppo. La decentralizzazione e l’empowerment
rappresentano elementi centrali per la democratizzazione e la crescita economica
all’interno di pvds. Inoltre la partecipazione dal basso è considerata funzionale alla
diminuzione della povertà e al consolidamento della good governance all’interno dei
PVS. Grazie alla loro conoscenza accurata delle problematiche locali, infatti, le
comunità sono generalmente ritenute in grado di assicurare sia un utilizzo più
efficiente delle risorse disponibili per realizzare programmi di promozione dello
sviluppo, sia una maggiore efficienza degli interventi volti a ridurre la povertà.

Tuttavia, le politiche di decentralizzazione attuate negli ultimi due decenni nei PVS
non si sono rilevate efficaci nè a ridurre la povertà, nè ad assicurare spazi autonomi
alla democrazia locale.

Gli ostacoli a delle efficaci politiche di decentralizzazione sono stati:

1. La centralizzazione del potere statale si trova nelle mani di élites fragili

2. L’eredità storica dei modelli autoritari di costruzione dello Stato-nazione

3. La cronica mancanza di risorse finanziarie

4. Le capacità tecniche a disposizione delle autorità locali


Uno dei limiti maggiori è stato un approccio troppo tecnocratico e ideologico alla
decentralizzazione. Il fatto che l'enfasi sia posta sulla necessità di isolare le comunità
locali dalle istituzioni dello Stato centrale (viste come corrotte) induce a non
considerare la complessità dei rapporti tra centro e periferia, così come non sono
considerati gli equilibri di potere nelle comunità locali e questo causa il rischio di
rafforzare i rapporti di subordinazione tra individui e generi.

Decentralizzazione, sviluppo economico e lotta alla povertà

Non vi è una definizione unica e condivisa del processo di decentralizzazione, ma vi è


ampio consenso nella distinzione tra:

• Devolution: riforme che prevedono l’attribuzione di autonomia politica e fiscale


alle autorità locali

• Deconcentration: le autorità locali svolgono alcune funzioni amministrative, o


l'erogazione di determinati servizi sociali sotto la supervisione e per mezzo dei
trasferimenti finanziari da parte del governo centrale

• Delegation: il governo centrale trasferisce la responsabilità di assumere decisioni e


di svolgere alcune funzioni pubbliche ad autorità locali o a enti semi-autonomi che
rimangono responsabili del loro operato davanti a quest’ultimo

Si può scandire una periodizzazione delle fasi delle politiche di decentralizzazione


nei PVS:

• Tra gli anni ’50 e ’70: la decentralizzazione si basava sulla mera attribuzione di
compiti amministrativi alle autorità locali sotto lo stretto controllo del governo
centrale. Permaneva ancora l’idea che lo Stato dovesse svolgere un ruolo
fondamentale per lo sviluppo economico.

• Anni ’70 e ’80: la crisi economica che colpì i PVS portò i governi nazionali a
delegare ampie responsabilità alle istituzioni locali per quanto riguardava la
fornitura di servizi sociali, ma senza trasferire le risorse finanziarie per erogare tali
servizi. I PAS risposero a questa crisi tentando di favorire i trasferimenti di risorse
alle autorità locali.

• Anni ’80: da parte dei donatori bilaterali e multilaterali si pose l’enfasi sui benefici
economici delle politiche di decentralizzazione

Tra gli studiosi si è diffuso un ampio dibattito riguardo a come perseguire le politiche
di decentralizzazione. Vi sono due orientamenti principali:

1. Il primo gruppo sostiene che la realizzazione di efficaci politiche di


decentralizzazione dipenda dalla presenza e dal consolidamento di alcuni elementi
di natura politico-istituzionale come una forte competizione elettorale, adeguati
meccanismi di controllo degli elettori sull’operato degli eletti, un’amministrazione
centrale competente, efficiente e imparziale, flussi costanti, prevedibili e trasparenti
di risorse finanziarie dallo Stato centrale alle autorità locali, ed infine una rete di
organizzazioni delle società civile a livello locale.

Critiche a tale approccio: questo approccio istituzionalista è utile perchè porta alla
luce i limiti tecnici delle riforme di decentralizzazione ma non prende in esame i
rapporti di potere che sussistono all’interno di un dato paese. Inoltre, alcuni
sostengono che tale approccio miri alla trasformazione politica dei paesi del Sud del
mondo, cercando di rafforzare i rapporti verticistici e tecnocratici di promozione
dello sviluppo così come a mantenere lo status quo sociale ed economico

2. Il secondo gruppo vede la decentralizzazione non come un fine in sé, ma come


uno strumento per democratizzare l’apparato statale. E’ quindi fondamentale
l’autonomia politica e finanziaria delle istituzioni locali, al fine di rafforzare la
partecipazione popolare, riformulare i rapporti economici e sociali per una maggiore
uguaglianza nell’accesso alle risorse.

Critiche: vi è un’idealizzazione delle comunità locali viste come entità armoniche,


pacifiche ed egalitarie al loro interno, quando le divisioni ed i conflitti interni non
sono pochi.

In conclusione possiamo dire che la letteratura sulla decentralizzazione pecchi di


astrazione, in quanto trascura di analizzare:

• La presenza di istanze non democratiche nelle comunità locali

• Le strette relazioni politiche e finanziarie mantenute da queste con lo Stato


centrale e la riluttanza dei governi nazionali a cedere poteri significativi alle autorità
locali

• Le pressioni dei donatori nella realizzazione dei programmi attraverso la loro


finanziarizzazione e la dipendenza delle comunità locali dai primi

• L’eredità storica nelle dinamiche di centralizzazione politica e il processo di


costruzione dello Stato post-coloniale

• Conseguenze negative dei PAS

• Conseguenze negative date dalla reintroduzione del multipartitismo nelle relazioni


centro-periferia

Decentralizzazione e povertà

La questione del rapporto tra decentralizzazione e riduzione della povertà nel


contesto delle politiche di cooperazione allo sviluppo mostra tutta la sua ambiguità
quando ci soffermiamo ad osservare il problema della fiscalità locale. Infatti,
secondo molti studiosi esiste un legame diretto tra tassazione e mobilitazione
politica a livello locale. Come osserva Jameson Boex et al:”E' importante riconoscere
che la tassazione locale può recare molti benefici, promuovendo la
responsabilizzazione dei governi sub-nazionali nei confronti dei loro elettori e
rafforzando la consapevolezza del ruolo delle tasse locali da i cittadini che le pagano
e quindi l'interesse di questi ultimi per la qualità dei servizi erogati a livello locale.
L’esperienza delle riforme fiscali in paesi che vanno dalla Russia alla Tanzania rivela
che i governi centrali tendono a sottostimare l’importanza dell’autonomia fiscale dei
governi sub-nazionali nella promozione della good governance a livello locale, la
quale a sua volta ha un impatto diretto sulla riduzione della povertà”.

Rinunciare ad analizzare la decentralizzazione all’interno del quadro del complesso


rapporto tra realizzazioni del patto sociale post-coloniale e le attuali dinamiche di
ridefinizione della cittadinanza sulla base dei meccanismi di mercato significa
esporre le riforme istituzionali alle manipolazioni dei governi nazionali e delle élite
politiche locali.

Un esempio può essere dato dai programmi che sostengono la decentralizzazione


della gestione delle risorse naturali (come foreste, pascoli ecc…) intrapresi dai primi
anni ’80 in molti PVS. Questi programmi furono una risposta ai gravi danni procurati
all’ambiente attraverso pratiche di sfruttamento intensivo delle risorse naturali che
derivavano da fenomeni di corruzione.

La nuova enfasi posta sulla partecipazione della società civile alla realizzazione dei
programmi di sviluppo e sulla decentralizzazione, si sono tradotte in una forma di
gestione comunitaria delle risorse naturali, che se da una parte valorizza le
conoscenze locali, dall’altra manifesta una presa di distanza dei governi ed una
sfiducia nelle soluzioni stataliste. Questi programmi hanno infatti evidenziato dei
limiti:

- il concetto di comunità locale che loro impiegano assume acriticamente che gli
individui che la compongono siano realmente interessati a sfruttare il territorio in
maniera sostenibile, ma trascura le gerarchie di potere, favorendo modelli di
sperequazione della distribuzione delle risorse.

- la sostenibilità di questi programmi rimane fragile, data la loro dipendenza dai


finanziamenti dei donatori internazionali

CONCLUSIONI: la promozione della decentralizzazione ha avuto dei risultati inferiori


rispetto a quelli attesi e questo sia perchè queste riforme si sono scontrate con la
riluttanza dei governi nazionali a cedere poteri significativi alle autorità locali, sia
perchè spesso le riforme di decentralizzazione sono state intraprese sotto la
pressione dei donatori che le finanziavano.

Quindi bisognerebbe ripensare i rapporti tra lo stato centrale e le autorità locali, c'è
bisogno che ci sia uno stato centrale forte che si rafforzi a vicenda con le autorità
locali così da promuovere forme di cittadinanza inclusiva.

CAPITOLO 12- MICROFINANZA E MICROCREDITO


Programmi di MicroC e MicroF sono iniziati negli anni 70 da una piccola esperienza
nel Bangladesh rurale a opera di Muhammad Yunus e della sua Grameen Bank.

Oggi tali programmi sono considerati essenziali nei programmi di riduzione della
povertà all'interno dei PVS.

Obiettivo → promuovere lo sviluppo imprenditoriale e offrire forme di


empowerment attraverso politiche di sviluppo bottom-up. La microfinanza vuole far
diventare “bancabili” i soggetti che di fatto non lo sono, evitando forme di usura,
favorendo strutture di supporto e rafforzando i modelli di solidarietà locale esistenti.

Nella leteratura sullo sviluppo MicroF e MicroC sono usati in modo intercambiabile
perchè forniscono servizi simili ma indicano attività diverse:

MicroFinanza = consiste nell’offrire servizi finanziari assicurativi ai clienti poveri e a


basso. Non si limita al credito e al risparmio ma offre diversi servizi finanziari e
assicurativi forniti da una pluralità di istituzioni. La maggior parte di queste
istituzioni sono nate senza scopo di lucro, ma oggi c'è un numero crescente di esse
rappresentato da enti con scopo di lucro. Alcuni la definiscono come il tentativo di
migliorare l'accesso a servizi di piccolo risparmio e credito per quelle famiglie povere
trascurate dalle banche.

MicroCredito = è uno dei servizi chiave forniti dalla microF; si tratta di piccoli prestiti
rivolti a clienti privi di salario o con nessuna o poche garanzie fornite da istituzioni
legalmente registrate. Il Microcredit Summit del 97 lo ha definito come quei
programmi ch estendono piccoli prestiti a persone molto povere per progetti di
lavoro autonomo che generino reddito, così che loro possano prendersi cura di se
stessi e delle loro famiglie.

Negli anni più recenti sono stati stanziati miliardi di dollari per il microcredito, sia da
parte di fondazioni filantropiche int.li che dalle banche commerciali, ma spesso
anche risparmi personali indirizzati ad attività di microcredito.

A partire dagli anni 80 – iniziano a formarsi delle istituzioni importanti nella


discussione sulla MIcroF e sul MicroC e fra queste la Grameen Bank in Bangladesh, il
cui fondatore, Yunus, ha affermato che entro il 2030 renderemo il Bangladesh libero
dalla povertà.

Quindi le istituzioni della MicroF hanno come obiettivo quello di fornire assistenza
finanziaria ai poveri e alle persone che non riuscivano ad avere accesso agli
strumenti tradizionali offerti dalle istituzioni creditizie. Si ritiene che la MicroF possa
svolgere un ruolo molto importante nello sviluppo rurale, dando sostegno alle
attività economiche degli agricoltori della sussistenza così che non debbano
emigrare nelle grandi città.

MicroF ha avuto notevole successo: in meno di 40 anni, oltre 200 milioni di persone,
soprattutto donne, hanno ricevuto micro prestiti. L'ONU ha istituito nel 2005
“l'Anno internazionale del MicroCredito” e nel 2006 la Grameen Bank e Yunus
vinsero il Nobel per la pace.

Grameen Bank

Il modello della MicroF è associato all'esperienza di Yunus, che cominciò le sue


attività in Bangladesh dopo la crisi economica del 74. Egli all'epoca era un docente di
economia e grazie al suo lavoro di ricerca comprese che le persone più povere erano
intrappolate in un circolo vizioso di prestiti che li rendeva incapaci di poter
sviluppare le proprie attività economiche, dovendo spendere parte delle proprie
risorse per il rimborso prestiti. Secondo lui erano poveri perché le strutture
finanziarie non erano disposte ad aiutarli. Si rese conto che i problemi riguardavano
soprattutto le donne e per questa serie di ragioni, nel 1976, decise di lanciare il
progetto della Grameen Bank, la Banca del Villaggio, per dare credito e servizi
bancari ai poveri delle aree rurali.

Grameen Bank = un'impresa sociale di mercato che si pone come traguardo


l’inclusione sociale del maggior numero possibile di persone povere, sacrificando i
propri profitti, rispettando però il vincolo di sostenibilità economica. Gli obiettivi
prioritari erano:

• offrire accesso al credito per i poveri, eliminando il loro sfruttamento

• Promuovere occupazione nelle campagne attraverso il lavoro autonomo

• Includere gruppi svantaggiati, e soprattutto le donne

• far sì che ci fosse maggiore reddito, con + risparmi e + investimenti, e quindi


ulteriore reddito.

Dopo questa esperienza l'interesse al MicroCredito si è almpiato in molti PVS.

Modello di Grameen Bank → ritiene che se le persone hanno accesso al credito,


possono aumentare i loro redditi e diversificare le proprie attività economiche.

Il 1 modello Grameen Bank si può riassumere in alcuni punti:

- i clienti target sono i poveri e le donne;

- assenza di garanzie;

- ci sono gruppi di mutuatari che si assumono responsabilità collettive;

- i clienti devono depositare una quota per disporre di un fondo di emergenza in


caso di insolvenza della rata;

- i clienti sono anche soci della banca = per facilitare il rispetto di regole e obblighi.

Tuttavia, Grameen è stata dipendente dai sussidi e dagli appoggi internazionali,


senza i quali non sarebbe riuscita a mantenere la sua posizione di leader nel
mercato. Pertanto agli inizi degli anni 2000, la GB crea nuovi prodotti finanziari, a
seguito degli elementi di crisi e della nuova ondata neoliberista della microF. Così la
GM si evolve in Grameen Bank II, i suoi aspetti innovativi erano → visione più
commerciale dei servizi; un aumento del risparmio; prestiti flessibili nella durata e
negli importi; vengono eliminate le garanzie di gruppo (favorendo maggiore
individualizzazione dei prestiti).I risultati erano stati considerevoli soprattutto a
beneficio delle donne, ma la missione originaria volta alla lotta alla povertà si è
modificata, dato che la clientela è meno povera di quella di prima. Per Bateman, La
Grameen Bank I si è formalmente conclusa mentre la GB II non è molto diversa da
una banca commerciale a scopo di lucro: gli obiettivi iniziali rivolti ai poveri,
all’empowerment di genere e allo sviluppo sostenibile si sono modificati e
rispondono sempre più ai requisiti del neoliberismo. Inoltre Yunus è stato licenziato
nel 2011.

Dibattiti e riflessioni sul MicroCredito

Alcuni studi hanno dimostrato dei risultati in termini di riduzione povertà in


Bangladesh, in India e altrove.

Becchetti dice che la MicroF ha un ruolo importante nella promozione congiunta di


crescita e coesione sociale all’interno di mercati globalmente integrati. Ma Bateman
→ non tutti gli impatti positivi del microC sono effettivamente verificabili.

Hulme pur descrivendo dei risultati positivi della GB, afferma che la Microcredit
Summit Campaign e varie ONG che lavorano in questo settore hanno creato il mito
che la microF sia la cura per la povertà, tale visione allontana l’attenzione dal fatto
che la riduzione della povertà richiede azioni su diversi fronti, soprattutto tramite
inclusione sociale dei + vulnerabili. Inoltre l’effettivo impatto sul reddito delle
famiglie resta ancora incerto.

Anni 90 – si rafforza un nuovo modello basato sui sistemi finanziari, in contrasto con
l’approccio di sostegno alla povertà che aveva caratterizzato le esperienze
precedenti. I risparmi non erano incoraggiati e i poveri potevano beneficiare
marginalmente delle nuove strategie, mentre alcune istituzioni cominciavano a
registrare delle perdite, che significava avere + bisogno di appoggi dall’stero.

Problemi e difficoltà registrate: restituzione del debito, alti tassi d’interesse;


difficoltà nella performance economica dei beneficiari; altre criticità erano legate al
domandarsi se i poveri venissero effettivamente raggiunti, anche perchè non
sempre offrono beneficio al principale gruppo target, ossia le donne; altri hanno
sottolineato la dubbia efficacia nella riduzione della povertà;
Un'altra questione che viene discussa in modo critico è il fatto che la microfinanza
abbia favorito modelli di giustizia sociale – anche se spesso le istituzioni erogatrici
non sono a fini di lucro, per controbilanciare i loro costi debbono offrire prestiti a
tassi + elevati delle banche tradizionali: labile confine tra assistenza e sfruttamento.

Karnani → la microF non cura la povertà, ma i posti di lavoro stabili si. Le società
dovrebbero iniziare a sostenere grandi industrie ad alta intensità. Le soluzioni basate
sul mercato non saranno mai sufficienti.

Il Department for International Development del governo inglese, aveva messo in


evidenza l'impatto positivo a favore dei poveri. Tuttavia, un’indagine indipendente,
commissionata dalla cooperazione britannica afferma che il microcredito è stato
sostenuto soprattutto per ragioni politiche e molto meno in termini di reale efficacia
di riduzione della povertà e di sviluppo.

Altro tema riguarda la discussione riguardo l'effettiva capacità di migliorare la


produttività agricola. Il microcredito si indirizza verso i contadini marginali, tuttavia,
non sempre è in grado di produrre quei risultati attesi, dato che tali gruppi target
svolgono attività agricole estremamente marginali, non in grado di promuovere un
vero sviluppo rurale. MicroF di fatto sostiene una piccola agricoltura di sussistenza
fragile che non è né economicamente né socialmente efficiente.

Ditcher → Paradosso del microcredito = Le persone più povere possono far ben
poco di produttivo con il credito, e quelli che possono fare di meglio con esso sono
coloro che non hanno realmente bisogno di microC.

Seguendo l'analisi di Bateman possiamo affermare che nel nuovo millennio


emergono due processi:

1 - crescita di una generazione di nuovi ricchi interessati a utilizzare parte delle loro
fortune per iniziative benefiche, essi hanno dato sostegno alla microF.

2 - Sono cresciuti notevolmente i finanziamenti di tipo commerciale: MicroF è


diventata un'importante forma di investimento e non è più una forma di sviluppo
per i poveri.

Altre questioni significative sono:

1)la microFinanza sostiene attività di generazione del reddito?

Sicuramente questa era la motivazione originale dell'esperienza della GB ma Dichter


dice che spesso la microfinanza non è servita a questo ma a coprire spese per
consumi, soprattutto in Africa sub. Qui pochi clienti sono riusciti a usare il
microcredito per sviluppare piccole imprese, ma esso è stato usato molto di più per
coprire le spese per i bisogni prioritari.

2) la MicroF da' empowerment ai poveri attraverso lo sviluppo di piccole aziende?

L’incentivo allo sviluppo di piccole imprese attraverso il microC serve a legittimare


una politica che ignora le politiche sociali verso i poveri stessi. Operando con i meno
poveri o con i parzialmente benestanti, il microcredito esclude i gruppi più poveri a
vantaggio delle classi medie. Per alcuni il modello della microF è distruttivo delle
politiche di riduzione della povertà, trattandosi di una vera e propria “trappola della
povertà”.

3) la microF è ciò che i poveri si aspettano e di cui hanno bisogno?

Alcuni studi mostrano che i poveri vogliono finanziamenti specifici per sviluppare
attività economiche di piccola dimensione e non il microC. A tal proposito la BM dice
che i piccoli prestiti non fanno uscire molte persone dalla povertà e che il credito è
utilizzato + produttivamente quando è combinato con il miglioramento delle
infrastrutture locali. C’è bisogno di modelli tradizionali di accesso al credito e non
solo di microF, anche per far crescere la fiducia nelle istituzioni nazionali.

Empowerment di genere

Ultima questione da considerare: la microfinanza è centrale per realizzare forme di


empowerment delle donne?

La campagna sul microcredito considera l'empowerment di genere come un


obiettivo prioritario. Il microcredito è una forza di liberazione importante in società
dove le donne devono combattere contro condizioni economiche e sociali
repressive.

Lindai Mayoux (meiù), sostenitrice della microfinanza, ha detto che a meno che la
microF non sia concepita come parte di una + ampia strategia di trasformazione
delle disuguaglianze di genere, rischia di diventare semplicemente uno strumento in
+ per trasferire i costi e responsabilità dello sviluppo sulle donne + povere. La microF
ha sì il potenziale per favorire l’empowerment delle donne ma questo non è una
conseguenza automatica dell’accesso al credito.
Altri studi mostrano che la microF crea dipendenza dal debito e conduce le donne
nella trappola della povertà. È infatti in grado di offrire empowerment a donne che
hanno già un certo livello di reddito e di beni e infatti per molti la microfinanza non
sarebbe adatta per la maggior parte delle donne povere del Bangladesh.

Karim mostra come mentre GB e le ONG sostengono che le donne povere sono i
beneficiari di questi prestiti, in realtà sono i mariti e altri uomini della famiglia ad
usare realmente i prestiti. Gli uomini utilizzano il 95% dei prestiti.

Sicuramente la GM sia I che II è stata fondamentale per lo sviluppo della microf e del
microc ma anche se la microfinanza ha la capacità di offrire empowerment ai poveri,
il collegamento non è automatico. Ci sono molti ostacoli e molte critiche, è un
dibattito che rimane aperto.

CAPITOLO 13- SICUREZZA


Ad oggi uno dei maggiori consensi nel contesto delle politiche di cooperazione allo
sviluppo è lo stretto rapporto la promozione dello sviluppo e il mantenimento della
sicurezza internazionale.

Nel 2004 le NU definivano lo sviluppo come il fondamento indispensabile di un


sistema di sicurezza collettivo che affronti seriamente la questione della
prevenzione dei conflitti.

Lo sviluppo:

✳ contribuisce a combattere la povertà, le malattie trasmissibili e il degrado


ambientale che minacciano la sicurezza umana.

Se già dopo la fine della Guera Fredda lo scoppio di una serie di conflitti civili e di
emergenze umanitarie aveva attivato un ripensamento del rapporto tra la
promozione dello sviluppo e la gestione della sicurezza internazionale, gli attentati
dell'11 settembre hanno reso talmente stretto tale rapporto da condurre studiosi ad
affermare che lo sviluppo è stato di fatto subordinato al mantenimento della
sicurezza.

Legame tra svil e sicu non è fenomeno recente ma la fine della Guerra Fredda e della
competizione bipolare ha rappresentato un salto qualitativo nel rapporto tra
sviluppo e sicurezza.

✳ in primo luogo, durante la GF: il settore dello sviluppo aveva mantenuto larga
autonomia dalle questioni legate ai confliti ma i programmi di cooperazione si
occupavano di questioni intorno al conflitto

✳ in secondo luogo, i conflitti armati e le emergenze umaniarie nei primi anni 90'
hanno condotto la comunità internazionale (in particolare NU) a ridefinire strumenti
di intervento all'interno dei paesi in preda a conflitti armati e ad intraprendere un
più vasto ripensamento dei fattori di insicurezza a livello internazionale.

Tra anni 80' e 90': rapido aumento del numero delle operazioni di pace da parte
dalle NU e di numerose ONG per ricostruire le società vittime di guerre nella
speranza di prevenire un conflitto in futuro → quindi dagli anni 90 c'è una graduale
sovrapposizione tra attività di prevenzione dei conflitti armati e le attività di
ricostruzione post-conflitto → conseguenza : sempre + stretta convergenza tra
l'agenda dello sviluppo e quella del mantenimento della sicurezza internazionale.

La sicurezza umana

Verso la metà degli anni 90': legame tra sviluppo e sicurezza venne rafforzato con il
consenso internazionale sulla necessità di ridefinizione del concetto di sicurezza -> si
abbandona la definizione di sicurezza in termini strettamente militari per adottare il
concetto più ampio di “sicurezza umana”.

Alla base del concetto di sicurezza umana troviamo 2 assunti di base:

✳ idea di una stretta interrelazione tra i processi di globalizzazione, l'aumento della


popolazione mondiale, degrado ambientale, povertà, e diffusione di malattie da una
parte e dall'altra parte la crisi degli Stati-nazione e l'insicurezza a livello
internazionale.

✳ Coloro che sostenevano il nuovo paradigma della sicurezza umana pensavano che
bisognava abbandonare l'enfasi sulla sicurezza militare dello Stato-nazione per fare
dell'individuo il referente della sicurezza.

Le diverse componenti del concetto di sicurezza umana trovano una sintesi nello
Human Development Report pubblicato nel 1994 dal UNDP. Questo report
definisce la sicurezza umana come “una preoccupazione universale” che pone al
centro l'individuo.

ll rapporto individuava la libertà dalla paura e la libertà dal bisogno come le due
componenti centrali della sicurezza umana, e diceva che la sicurezza umana si
articolava in 7 ambiti: l'economia, sicurezza alimentare, sanità, ambiente, sicurezza
personale, sicurezza comunitaria e sicurezza politica, inoltre si sottolineava come
non solo le istituzioni statali ma anche quelle interstatali e gli attori della società
civile nazionale e transnazionale dovevano svolgere un ruolo attivo nella
promozione della sicurezza umana.

La definizione di sicurezza umana fornita dall'UNDP viene ripresa nella Commission


on Human Security, un organismo indipendente che era stato creato dal governo
giapponese. La commissione affermò che la sicurezza umana considera l’esistenza
umana come nucleo vitale da proteggere. La commissione della sicurezza umana e
l’UNDP però vengono criticate da molti studiosi per la vaghezza del concetto di
sicurezza utilizzato.

Thomas ha sostenuto che la sicurezza umana non comprende solo l'autosufficienza


economica ma anche le dimensioni non materiali dell'esistenza individuale.

La definizione di sicurezza umana ha continuato a costituire oggetto di dibattito tra i


governi dei paesi donatori. Es: mentre il governo canadese meteva l'accento sulle
minacce dirette alla sicurezza fisica degli individui, quello giapponese sosteneva che
la sicurezza umana aveva a che fare con “tutte le minacce alla sopravvivenza, alla
vita quotidiana e alla dignità degli esseri umani”

Ma nonostante la mancanza di una definizione condivisa, comunque negli ultimi 20


anni si è sviluppato un consenso internazionale sulla necessità di promuovere la
sicurezza umana in modo da assicurare un piena compenetrazione tra le attività di
cooperazione allo sviluppo le attività volte al mantenimento della sicurezza.

Questo paradigma è stato comunque oggetto di critiche che ne hanno messo in luce
i limiti e le contraddizioni :

✳ 1) l'agenda della sicurezza umana abbracciata dalla maggior parte dei donatori è
talmente vasta da includere quasi ogni ambito della cooperazione allo sviluppo → ne
limita fortemente l'efficacia e l'utilità pratica → Roland Paris sottolinea il rischio che
il ricorso a un concetto così vasto e vagamente definito fornisca leggitimità a ogni
tipo di intervento finalizzato a promuovere lo sviluppo e la sicurezza.

✳ 2) alcuni studiosi hanno sottolineato come l'assunto alla base del paradigma della
sicurezza umana di una causalità diretta tra i fattori di crisi e le trasformazioni
sociali, economiche e ambientali da una parte e l'instabilità politica e l'insicurezza
militare a livello nazionale/internazionale dall'altra, non ha trovato conferma
nell'evidenza empirica.

Per esempio non c'è una relazione dirett tra gli alti livelli di HIV e la fragilità dello
Stato.

✳ 3) il concetto di sicurezza umana, nella pratica, si è tradotto in un'attenzione


quasi esclusiva per le minacce alla sicurezza internazionale poste dai PVS . Sono stati
quindi trascurati i rapporti tra nord e sud che in gran parte dei casi possono essere la
causa della fragilità e dell'insicurezza che colpiscono i paesi del sud ed evidenzia
come il paradigma dello sviluppo umano sia diventato uno strumento per
promuovere una trasformazione delle società dei PVS su basi neoliberali. Il rapporto
tra lo sviluppo e lo sicurezza è rimasto prigioniero dell'assunto che le politiche
neoliberiste volte a promuovere la crescita avrebbero inevitabilmente ridotto la
povertà e contribuito ad assicurare la sicurezza militare. Per questo motivo le crisi
esistenti nei paesi sono state affrontate in modo poco efficace dai donatori
internazionali.

R2P, lotta al terrorismo e sviluppo

Tra gli anni 90' e 2000 il rapporto tra le attività volte alla promozione della sicurezza
internazionale e le attività di cooperazione allo sviluppo è stato ridefinito.

✳ primo luogo: in seguito alla riflessione in merito all'inazione della comunità


internazionale durante il genocidio in Rwanda, durante gli anni 90 nasce il nuovo
concetto della “responsabilità di proteggere” → che si concentrava sulla necessità di
fornire protezione ai civili indifesi negli scenari di crisi e segnava una nuova tappa
della ridefinizione della sovranità nazionale che era iniziata dopo la GF: nel 2005 le
NU affermarono che ciascuno stato ha la responsabilità di proteggere la sua
popolazione da atti di genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro
l'umanità.. e nel caso in cui non sia in grado di farlo, la comunità internazionale,
attraverso l'ONU, ha responsabilità di usare gli strumenti umanitari e diplomatici
appropriati, in accordo con i cap 6 e 8 della carta, per aiutare a proteggere la
popolazione.

✳ secondo luogo: sia la lotta contro il terrorismo internazionale che la R2P


(responsability to protect) hanno messo l'accento sulla necessità di promuovere la
riforma e il rafforzamento delle istituzioni dello stato-nazione → lo stato è tornato
al centro delle preoccupazioni legate alla sicurezza.
La riscoperta dello Stato nell'ambito della lotta al terrorismo internazionale e della
R2P ha rilanciato il tema del nesso tra lo sviluppo e la sicurezza → sono stati
promossi dei programmi per il rafforzamento degli “stati fragili” e la ricostruzione
degli stati “falliti”, considerati terreno fertile x il terrorismo internazionale e quindi
come minaccie alla sicurezza internazionale.

La rinnovata attenzione per il tema della costruzione dello stato solleva questioni
sulle finalità, modalità di attuazione e gli esiti dei programmi di cooperazione allo
sviluppo:

✳ anche se i progrmmi finalizzati al rafforzamento delle istituzioni statali


dovrebbero essere redatti in maniera democratica, in realtà evince una mancanza di
coinvolgimento della popolazione → essi relegano i cittadini al ruolo di destinatari
passivi.

✳ Inoltre, la nuova enfasi sul rafforzamento delle istituzioni statali contrasta con il
modello di riforma economica neoliberalista promosso nei anni 80' dalle istituzioni
finanziarie internazionali che hanno contribuito a indebolire lo stato e minato la sua
legittimità. L'imposizione di tagli al pubblico impiego e la deregolamentazione dei
mercati hanno contribuito a indebolire lo stato e non a democratizzarlo.

✳ In 3 luogo la lotta al terrorismo internazionale si è intersecata in modo complesso


e contraddittorio con la priorità del rafforzamento delle istituzioni dello stato e + in
generale con i programmi di cooperazione allo sviluppo →

Alcuni studiosi hanno notato come nell' ultimo decennio c'è stato uno spostamento
dei flussi degli aiuti verso paesi considerati come minacciosi per la sicu
internazionale → la “militarizzazione” degli aiuti allo sviluppo è molto problematica
perchè spinge in secondo piano l'obiettivo della lotta alla povertà e il rafforzamento
delle pratiche democratiche → indebolisce agli occhi della popolazione locale la
legittimità dei programmi di cooperazione allo sviluppo perchè essi vengono
percipiti come strumentali al perseguimento della sicurezza dei paesi industrializzati
piuttosto che alla promozione della democrazia e della crescita economica dei PVS .

CAPITOLO 14- REGIONALISMO


In Africa, in Asia e in America Latina i raggruppamenti regionali svolgono
oggi un ruolo politicamente importante  non solo promuovono lo
sviluppo economico, ma anche il rispetto dei principi democratici e dei
diritti umani all'interno dei paesi membri e in alcuni casi la gestione
collettiva della sicurezza militare.

Alcuni di questi organismi sono di natura continentale e altri di natura


regionale però tutti sono inseriti in una rete di relazioni con altri organismi
regionali (es: UE) o continentale (NU, OMC).

Dagli anni 50 fino agli anni 80  i tentativi di cooperazione regionale


intrapresi nei PVS consistono soprattutto nel sostenere la realizzazione di
politiche di industrializzazione con sostituzione delle importazioni e
promozione della sicurezza dei paesi membri.

Dai primi anni 90  con la fine della GF, si approfondiscono i processi di


integrazione regionale tra paesi industrializzati e con l’avvio delle riforme
di mercato e dei processi di avvio alla democrazia nei paesi del sud del
mondo, inizia una ridefinizione delle priorità e degli strumenti della
cooperazione regionale tra questi ultimi.

Gli studiosi hanno identificato con l’espressione→ “nuovo regionalismo” =


le trasformazioni verificatosi negli ultimi 2 decenni nelle strategie di
integrazione regionale tra i PVS

Attualmente: i raggruppamenti regionali in Africa, Asia e America Latina


non promuovono solo l’inserimento degli stati membri nei processi di
globalizzazione attraverso la liberalizzazione del commercio ma
sostengono anche la tutela dei diritti umani così come la gestione
collettiva della sicurezza

→ se l'attenzione dei raggruppamenti regionali in questi ambiti di natura


politica ha ridimensionato il principio di non interferenza negli affari interni
di uno Stato, l’enfasi sul rispetto della sovranità nazionale e il fatto che
si esita ad attribuire forti poteri sovranazionali alle istituzioni regionali,
hanno limitato il loro ruolo nella promozione della democrazia e il rispetto
dei diritti umani.

Ad ogni modo queste nuove priorità politiche ed economiche hanno


assunto forme diverse da regione a regione:

✳ il ruolo dell'ASEAN in Asia


✳ Dal MERCOSUR, all'ALBA e all'UNASUR in America Latina
✳ il regionalismo in Africa sub-sahariana: tra sviluppo e sicurezza

Ruolo dell'ASEAN in Asia

In Asia il miglior tentativo di cooperazione regionale è rappresentato


dall’ASEAN.

ASEAN  è stata istituita nel 1967 dai governi di Indonesia, Filippine,


Singapore, Thailandia e Malaysia, configurandosi come una alleanza
politica anticomunista in una regione che era immersa nelle tensioni della
GF.

L’ASEAN è stata creata con la Dichiarazione di Bangkok del 1967  essa


non prevedeva alcuna limitazione della sovranità statuale a favore delle
istituzioni regionali ed enfatizzava principio di non interferenza negli affari
interni di uno stato. Anche se la dichiarazione metteva l'accento sulla
cooperazione economica tra i paesi membri, l’ASEAN consentiva a
ciascuno dei paesi di perseguire una propria strategia di costruzione dello
Stato-nazione e di promozione dello sviluppo economico in larga
autonomia.

Metà anni 70  i paesi dell’ASEAN iniziarono a realizzare dei programmi di


cooperazione in campo industriale e avviarono un processo di
liberalizzazione del commercio a livello regionale, senza tuttavia
conseguire risultati ottimali.
Fine della Guerra Fredda  venuta meno la minaccia sovietica, i paesi
membri dovevano far fronte sia alle trasformazioni politiche a livello
regionale ma dovevano far fronte anche all'approfondirsi dei simultanei
processi di regionalizzazione e globalizzazione a livello internazionale.

In questo contesto l’ASEAN intraprende un processo di allargamento del


numero dei propri membri e rilancia l'agenda dell'integrazione
regionale al fine di aumentare il proprio potere negoziale a livello globale e
offrire agli investitori un mercato integrato → quindi l’ASEAN passò dal
ruolo di salvaguardare la sicurezza interna dei paesi membri ad un nuovo
ruolo volto a promuovere l'integrazione economica regionale.

1992  rilevante è la creazione dell'ASEAN Free Trade Area (AFTA), con gli
scopi di:
✳ stimolare crescita del commercio intraregionale
✳ rafforzare il peso dei paesi membri nei negoziati commerciali
internazionali
✳ attirare flusso maggiore di investimenti stranieri

Ma una serie di difficoltà economiche e politiche hanno indebolito


l’impatto dell'AFTA, come la mancata attuazione degli impegni assunti da
parte dei paesi membri.
In aggiunta a ciò, dai primi anni 90: L’ASEAN porta avanti una
intensificazione del dialogo con Cina e Giappone su temi come sicurezza e
sviluppo economico nella regione.

Tra l’84 e il 99 il numero dei paesi membri dell’ASEAN aumenta a 10,


grazie all’ingresso di Brunei, Vietnam, Laos e Myanmar e Cambogia.

L’adesione da parte di 5 paesi che erano considerati tra i più poveri del
mondo, era una sfida per l’ASEAN. Questo da una parte ha causato un
aumento del peso politico a livello regionale e internazionale, ma dall'altro
ha posto il problema di come conciliare tra loro le esigenze di paesi con
livelli di sviluppo economico molto differenti.
Nel 2000  i governi dell’ASEAN hanno adottato l'Initiative for ASEAN
Integration, finalizzata a colmare il divario di sviluppo tra i membri, che
prevedeva il finanziamento di una serie di progetti in settori disparati, ma
non avrà i risultati sperati.

Tra il 97-98: la crisi economico-finanziaria colpì i paesi dell’ASEAN e


l’incapacità di questa ultima nel contribuire alla risoluzione della crisi aprì
la strada all’intervento del FMI, che condizionò l’erogazione dei suoi aiuti a
dei tagli alla spesa statale, un aumento dei tassi di interesse e una
ristrutturazione de settore finanziario. I costi economici e politici della
gestione della crisi crearono una profonda spaccatura tra i paesi
dell’ASEAN da una parte e le IFI e gli USA dall’altra, questo portò i paesi
dell’ASEAN a consolidare le istituzioni regionali e intensificare i rapporti
con la Cina e il Giappone. Così, la Cina, da minaccia passa a partner cruciale
per i membri dell’ASEAN.

Il processo di rafforzamento dell’ASEAN è avvenuto su due binari: il primo


di natura economica e il secondo di carattere politico.
1) Dal pt di vista economico, nel 98 fu creata una ASEAN Investment
Area con lo scopo di consolidare la presenza delle imprese dei paesi
membri nei mercati della regione, anche se fu ridimensionata perché
si temevano le ripercussioni negative che la concessione di un
trattamento preferenziale agli investitori regionali avrebbe potuto
esercitare sui flussi di investimento verso l’ASEAN.
2) Dal pt di vista politico, il rafforzamento delle istituzioni dell’ASEAN è
avvenuto in fasi successive.
- Nel 2003 i leader dei paesi membri annunciarono la creazione di
un’ASEAN Community, basata su 3 pilastri: cooperazione politica e
gestione della sicurezza, cooperazione economica e cooperazione
sociale e culturale.

Nel 2007 fu adottata l'ASEAN Charter, con cui furono formalizzati i principi,
le funzioni e i poteri delle istituzioni dell’ASEAN. Inoltre, per la prima volta
si parlò della promozione della democrazia e del rispetto dei diritti umani.
Questa nuova attenzione al consolidamento della democrazia e alla tutela
dei diritti umani era una conseguenza diretta della crisi economico-
finanziaria che aveva colpito i paesi membri alla fine degli anni 90. La crisi
aveva minato la legittimità politica dei modelli autoritari di costruzione
dello Stato-nazione. Questi modelli avevano imposto forti limitazioni
all'esercizio delle libertà politiche e non erano più giustificabili.

Ma nonostante l’importanza data alla promozione dei diritti umani e della


democrazia, non bisogna dimenticare che l’ASEAN charter ha ribadito la
rilevanza del principio di non interferenza negli affari interni di uno stato.

Anche la ASEAN Human Rights Declaration adottata nel 2012, da una parte
impegna i paesi della regione a promuovere la democrazia, la good
governance e il rispetto dei diritti umani ma dall'altra sottolinea che
bisogna considerare ogni paese in base alla sua evoluzione storica, sociale
e culturale.

Ma la determinazione dell’ASEAN a sostenere la democraza e il rispetto dei


diritti umani verrà messa alla prova dalle sempre più strette relazioni
politiche ed economiche dei paesi membri con la Cina, che si sono
intensificate dopo la crisi del 97-98.

In 1 luogo, dal 1997 il dialogo tra i paesi dell’ASEAN e la Cina, il Giappone e


la Corea del Sud ha avuto luogo nell’ASEAN plus Three, forum dedicato alla
discussione delle questioni legate allo sviluppo economico e alla sicurezza
nella regione.
In 2 luogo, nel 2002 i paesi dell’ASEAN e il governo cinese hanno firmato
un Framework Agreement on Comprehensive Economic Cooperation con
cui si sono impegnati a creare un’area di libero scambio entro il 2010.

Ma a causa della crescita economica cinese, negli ultimi anni i paesi


dell’ASEAN hanno subito dei contraccolpi negativi, da una parte sono
aumentate le esportazioni dei paesi dell'ASEAN nel mercato cinese ma
dall’altra, dalla metà degli anni 90' i flussi di investimenti stranieri verso la
Cina hanno superato quelli
destinati ai paesi dell'ASEAN e le esportazioni cinesi hanno teso a sostituire
quelle provenienti dall'ASEAN. Rimane quindi da vedere come i paesi
membri riescano a proseguire l’integrazione economica con la Cina,
evitando una eccessiva dipendenza da essa.

Dal MERCOSUR all'ALBA e all'UNASUR in America Latina

In AL, i tentativi attuali di rilanciare l’integrazione economica affondano le


radici in una serie di iniziative lanciate a partire dagli anni 60, come:

- La Latin American Free Trade Association che voleva realizzare


area di libero scambio che abbracciasse l’intera regione
- La Comunità Andina: obiettivo di approfondire la cooperazione
economica tra un numero + ristretto di paesi latinoamericani.
Queste iniziative volevano superare i limiti delle strategie di
industrializzazione per sostituzione delle importazioni, intraprese dai
governi latinoamericani attraverso la creazione di più ampi mercati
regionali che consentissero di sfruttare le economie di scala. Ma queste
iniziative non riuscirono a conseguire gli obiettivi fissati a causa
dell’instabilità politica interna nei paesi membri.

L’avvio dei processi di democratizzazione, la globalizzazione e la


regionalizzazione contribuirono ad avviare nuovi programmi di
integrazione regionale in AL. Durante gli anni 80, il miglioramento nelle
relazioni trai governi di Argentina e Brasile, portarono alla creazione del
MERCOSUR.

MERCOSUR  fu istituito nel 1991 con la firma del Trattato di Asunción da


parte dei governi di Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. L’obiettivo era
quello di creare un blocco regionale in grado:
✳ di rafforzare il peso politico dei 4 paesi nell'ambito dei negoziati
commerciali internazionali
✳ di consolidare i processi di democratizzazione
✳ di attirare flussi + consistenti di investimenti stranieri all'interno della
regione.
Il Mercosur non prevedeva la cessione di poteri sovranazionali alle
istituzioni regionali e pose l’enfasi sulla liberalizzazione del commercio
regionale attraverso la creazione di un'area di libero scambio e di
un'unione doganale.

Verso la fine degli anni 90' la cooperazione tra i paesi del MERCOSUR fu
rilanciata attraverso firma accordi che fissavano nuovi obiettivi per il
raggruppamento regionale, come la creazione di una unione monetaria.

Ma la crisi finanziaria che colpì i paesi emergenti alla fine degli anni 90' ha
avuto effetti anche sull'America Latina e ha causato un indebolimento del
MERCOSUR.

Durante gli anni 2000, il MERCORSUR decide di superare il paradigma


dell’integrazione regionale basato solo sulla liberalizzazione del commercio
e presta attenzione anche alla promozione dello sviluppo sociale e al
riequilibrio dello sviluppo tra i paesi membri, infatti nel 2005  viene
creato un fondo di sviluppo per promuovere la convergenza economica tra
i paesi.

Sempre nel 2005 è stato istituito  il Parlamento del MERCOSUR con cui
si volevano coinvolgere di più gli elettorati nazionali nelle scelte politiche
dell’organizzazione regionale, ma il parlamento rimase un limbo a causa
del disaccordo presente tra i governi dei paesi membri in merito alla
ripartizione numerica dei parlamentari e sul metodo delle elezioni.

2006: il rafforzamento del MERCOSUR con l'adesione del Venezuela si è


accompagnato all'indebolimento politico del progetto della
FreeTradeAreaoftheAmericas. Così il Brasile ha tentato di promuovere una
configurazione regionale che rafforzasse il suo ruolo in AL e che si
distaccasse dall’agenda economica del FTAA.

Si è assistito a 2 recenti iniziative regionali:

✳ l'ALBA creato dal governo venezuelano = iniziativa con una forte enfasi
sulla complementarità tra le economie della regione e sulla necessità che
le istituzioni statali svolgano un ruolo attivo nella promozione dello
sviluppo economico.

✳ in contemporanea al lancio dell’ALBA, nel 2008 il governo brasiliano ha


istituito l’UNASUR, che mira a promuovere una vera e propria unione
politica, economica e sociale.

Tra sviluppo e sicurezza: il regionalismo in Africa sub-sahariana

A partire dalla fine del processo di decolonizzazione, accompagnato dalla


fragilità dei nuovi Stati-nazione, l’integrazione regionale ha rappresentato
una delle priorità della diplomazia africana.

1963  creazione dell'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana), a cui


aderirono tutti i paesi africani che all'epoca erano indipendenti. La
creazione dell’OUA segnò la sconfitta della visione politica delineata dal
presidente del Ghana tra gli anni 50 e 60, una visione che mirava ad una
unione politica tra i paesi indipendenti africani con un governo, un esercito
e una banca centrale. I leader africani però non volevano rinunciare alla
sovranità statuale da poco conquistata e quindi perseguirono un modello
di cooperazione che
✳ riconosceva i confini ereditati dalla dominazione coloniale come
immutabili
✳ il rispetto del principio della non interferenza negli affari interni di uno
Stato
✳ nessuna concessione di alcun potere sovranazionale alle istituzioni
dell'OUA

E’ vero che la carta istitutiva dell’organizzazione attribuiva ad essa un ruolo


attivo nella gestione della sicurezza militare in Africa, ma è anche vero che
le divisioni politiche fecero sì che la commissione di difesa non fosse attiva.

Dal pt di vista economico, solo il brusco rallentamento della crescita


registrata nei paesi africani tra anni 70 e 80, spinse l’OUA a concentrarsi
sulle problematiche legate allo sviluppo. Ma l’OUA si limitò a promuovere
una discussione a livello africano e internazionale sulle cause delle
difficoltà economiche.

Nel 1980, i governi africani adottarono il Lagos Plan of Action, che


delineava quali strategie attuare per ripristinare i tassi di crescita. Esso
puntava sulla cooperazione per realizzare nuove infrastrutture e sulla
promozione dell’industrializzazione. Ma purtroppo i governi africani né
l’OUA avevano le risorse necessarie per attuare questo LPA.

Oltre all’OUA, le indipendenze dei governi africani li spinsero a


intraprendere dei tentativi per rafforzare l’integrazione regionale.

- 1967 in Africa orientale fu istituita l’East African Community (EAC),


subito divisa al suo interno a causa di un forte squilibrio nella
distribuzione dei benefici dell’integrazione economica a favore del
Kenya e a sfavore di Uganda e Tanzania.
- 1976 in Africa occidentale fu istituita l’ECOWAS, la Economic
Community of West African States, un tentativo di organizzazione
che voleva superare la divisione politica esistente tra i paesi di
colonizzazione britannica e le ex colonie francesi nella regione, ma
questi obiettivi furono difficili da realizzare a causa della mancanza
di risorse.
- 1980 in Africa australe fu istituita la SADCC (Southern African
Development Coordination Conference), con il sostegno della
comunità economica europea, aveva lo scopo di ridurre la
dipendenza economica dei paesi membri dal Sudafrica
dell'apartheid. Ma le difficoltà economiche dei paesi membri e la
politica di destabilizzazione regionale perseguita da Pretoria->
gravo ostacolo alla realizzazione degli obiettivi della SADCC.

Inizio anni 90  anche in Africa si volevano ridefinire le strategie di


integrazione regionale, dando priorità, come succedeva per il modello
dell’UE, alla liberalizzazione del commercio e alla creazione di unioni
economiche e monetarie. Ma questa nuova visione è stata ostacolata dal
fatto che i governi africani non volevano cedere porzioni di sovranità
statuale alle istituzioni regionali e non volevano perdere le entrate
doganali. A rendere più complessi i processi di integrazione regionale
hanno contribuito anche i tentativi di aprire delle aree di libero scambio
tra l’UE e i governi africani.

Nel 2002 l’OUA si trasforma nell'Unione Africana, a cui vengono attribuite


importanti funzioni nella gestione della sicurezza e nella promozione della
democrazia e dei diritti umani nel continente.

Nel 2004, gli ostacoli politici e finanziari nel mantenimento della sicurezza
hanno spinto l'UA a realizzare la Common African Defence and Security
Policy (CADSP) destinata a fornire risposta collettiva ai conflitti
armati in Africa.

Negli anni 90  la promozione della democrazia e del rispetto dei diritti


umani è diventata una delle priorità delle politiche di cooperazione
regionale in Africa. ECOWAS e SADC hanno adottato protocolli
disciplinando le loro attività e sostegno dei processi di democratizzazione
e a tutela dei diritti umani all'interno dei paesi membri.
L’UA si à attivata per promuovere rispetto delle pratiche democratiche e
monitorare lo svolgimento delle elezioni in Africa.

Ma, la realizzazione del paradigma neoliberista di integrazione regionale è


attualmente messa alle corde dalla gravità della crisi sociale che attanaglia
gran parte dei paesi del continente, un profondo ripensamento degli
strumenti e degli obiettivi della cooperazione tra governi africani appare
ormai urgente.