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Età giolittiana

Giovanni Giolitti nacque a Mondovì (Cuneo) nel 1842 e morì nel 1924. Fu uno dei più importanti statisti
italiani. Si laureò in Giurisprudenza nel 1860 e percorse rapidamente una brillante carriera amministrativa.
Divenne consigliere di Stato(1982), ministro del Tesoro nel GABINETTO CRISPI(1989-90), e nel 1892
formò il primo dei suoi cinque ministeri. Lo scandalo della Banca Romana, vide le sue dimissioni nel 1893.
Nel 1901 Vittorio Emanuele III nominò Zanardelli presidente del Consiglio: Egli era affiancato come
ministro degli interni Giovanni Giolitti, il quale dominò la vita politica italiana dal 1901 al 1914 tanto che
questo periodo venne chiamato età giolittiana.
Egli comprese che l’unico modo per fermare i socialisti e per placare il malcontento popolare era di
permettere ai lavoratori di conquistarsi migliori condizioni di lavoro e di vita. Non represse quindi gli
scioperi e favorì l’organizzazione di associazioni di lavoratori, allargò il suffragio e creò anche enti
governativi in favore dei lavoratori e degli emigranti.
Giolitti promosse numerose riforme in campo sociale, riconoscendo sostanzialmente la validità degli scioperi
per motivi economici, garantendo la libertà di lavoro, tutelando il lavoro delle donne e dei fanciulli con
appositi provvedimenti di legge con l’istituzione degli uffici del lavoro.

Politica di Giolitti
Giolitti attuò un’avanzata legislazione sociale, a tutela delle categorie più deboli attuando numerose riforme:
●norme in favore di anziani, infortunati e invalidi,
●norme per la protezione di donne e bambini,
●istruzione elementare obbligatoria fino a 12 anni,
●diritto al riposo settimanale,
●provvidenze assistenziali,
●indennità parlamentare: compenso ai deputati per le spese sostenute per svolgere il proprio compito che
serviva per offrire anche ai lavoratori la possibilità effettiva di candidarsi,
●migliori retribuzioni (aumenta la possibilità di acquisto dei lavoratori→ maggiore richiesta di beni di
consumo→ aumento produzione),
●norme in favore delle condizioni igienico-sanitarie (distribuzione gratuita del chinino contro la malaria)→
miglioramento condizioni di vita. Tutto questo permise il risanamento dell’economia nazionale e quindi un
notevole incremento delle entrate dello Stato; inoltre l’oculata amministrazione del bilancio statale di Giolitti
incrementò il valore della moneta italiana e agevolò il risparmio e i depositi presso le banche che
finanziarono l’attività industriale e agricola (bonifiche, irrigazioni e uso di concimi chimici) ma anche
l’industria meccanica, chimica, tessile e alimentare. (Automobili Fiat→Agnelli, gomme→Pirelli). Giolitti
incrementò le opere pubbliche (traforo del Sempione e acquedotto pugliese) e la rete ferroviaria che venne
nazionalizzata ad eccezione di piccoli tratti che rimasero ai privati (s erano dimostrati poco efficienti),
ampliata e unificata nelle attrezzature; inoltre istituì il monopolio statale nel settore delle assicurazioni sulla
vita, fino ad allora gestite da privati (Istituto Nazionale per le Assicurazioni). Il suo lungo governo lasciò
comunque irrisolti alcuni gravi problemi che affliggevano l’Italia: analfabetismo, tubercolosi, malaria,
miseria e disoccupazione dilagante soprattutto al Sud.

Tra le iniziative politiche di Giolitti la più importante fu l’ampliamento del diritto di voto (1912), che venne
esteso a tutti i cittadini di sesso maschile di oltre 21 anni (di oltre 30 se analfabeti) e che consentiva una
maggiore partecipazione delle classi popolari. Egli era infatti un sostenitore della collaborazione tra le classi
sociali affinchè la politica cessasse di essere a favore esclusivo delle classi abbienti. Deciso a portare avanti
una gestione personale della politica, Giolitti si destreggiò fra gli opposti partiti, appoggiando ora gli uni, ora
gli altri (trasformismo) e non esitò a ricorrere perfino all’intimidazione che, con l’appoggio di prefetti e della
polizia che eliminarono possibili avversari, gli permise di creare una Camera di deputati a lui fedeli e di
garantire in tal modo la stabilità del governo → aspra critica da parte dello storico socialista Salvemini. Allo
scopo di frenare le frange più estremiste del socialismo, Giolitti accolse alcune rivendicazioni del Partito
Socialista, scelta che senz’altro contribuì al progresso del Paese, anche grazie al miglioramento delle
condizioni di vita dei lavoratori. In questo modo egli cercò un accordo con il Partito Socialista che puntava
ad un piano di collaborazione e le allontanava dalle tentazioni rivoluzionarie. (Invito ad entrare nel suo
partito a Filippo Turati che rifiutò). In seguito ad uno sciopero generale nel 1904 e alle conseguenti elezioni
che videro l’indebolimento dell’estrema sinistra, il Partito Socialista si avvicinò alla politica di Giolitti che
cercò l’appoggio dei cattolici, contro il “pericolo rosso”.
L’ideologia atea e anticlericale del PS, il suo linguaggio eversivo e la violenza degli scioperi, indussero il
pontefice Pio per ad attenuare l’intransigenza vaticana nei riguardi del Regno d’Italia e ammorbidire il Non
Expedit d Pio I pur ammettendo la partecipazione dei cattolici elle elezioni politiche. L’intesa con le forze
cattoliche sfociò in un accordo segreto (patto Gentiloni, 1913), in base al quale i cattolici avrebbero
sostenuto alle elezioni i deputati liberali (laici) in cambio dell’abbandono della politica anticlericale.
All’interno del cattolicesimo italiano intanto, si veniva precisando un orientamento liberale, aperto ad una
visione progressista e sociale della politica attraverso
●libertà sindacale,
●ampia legislazione sociale,
●riforma tributaria,
●decentramento amministrativo,
●allargamento del suffragio elettorale.

Il doppio volto di Giolitti


Nell’età giolittiana la produzione industriale italiana raddoppiò e i segni più evidenti si videro nelle città:
l’illuminazione, i trasporti urbani e i servizi pubblici mutarono il modo di vivere della gente. Come sempre
non mancavano le contraddizioni: molti operai abitavano in case malsane e il riscaldamento rimaneva un
lusso come i servizi igienici che erano per la maggior parte in comune.
La rivoluzione però non toccò l'Italia meridionale e per molti italiani l’unica soluzione possibile, per
migliorare il proprio tenore di vita era l’emigrazione. Giolitti aveva di fronte una Italia divisa in due, il nord
aveva conosciuto la rivoluzione industriale, ma questo comportava anche grandi problemi. Gli operai assunti
sempre più numerosi nelle industrie, iniziarono a protestare perché il loro stipendio era troppo basso, per il
modo di lavorare spesse volte pericoloso, per l’orario di lavoro troppo lungo. Dalle proteste si passò ben
presto agli scioperi, fino allo sciopero generale: da una parte c'era il nord che chiedeva maggiore democrazia
e libertà e dall'altra c'era il Sud che invece, più povero e arretrato, era ancora legato alla tradizione e in molti
casi anche alle clientele, cioè ai favori concessi dai politici in cambio di voti.
Giolitti attuò un modo di fare politica chiamato del doppio volto: un volto democratico e aperto
nell’affrontare i problemi del nord, e un volto spregiudicato nel trarre vantaggio dalla situazione del sud. Egli
per quanto riguarda il Nord non impedì gli scioperi, ma fece in modo che si svolgessero in modo civile,
migliorò le norme che regolano il lavoro, ricostruì la cassa nazionale per l’invalidità, tutelò la maternità delle
lavoratrici. Invece per il Sud sfruttò la situazione, controllò le elezioni politiche, per far eleggere uomini a lui
fedeli a volte Giolitti si servì anche della malavita.

Politica estera.

In politica estera Giolitti decise di allontanarsi dall’alleanza con Germania e Austria e di avvicinarsi a
Francia (con la quale prese accordi per una possibile espansione francese in Marocco) e Inghilterra, il cui
appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto
internazionale. In tal modo egli poté preparare diplomaticamente la conquista della Libia (posta sotto il
debole dominio Turco), con lo scopo di migliorare l’economia e per inviare coloni italiani e limitare
l’emigrazione che era favorita dal notevolmente aumento della popolazione. L’avventura coloniale era
fortemente richiesta anche dal movimento nazionalista (Corradini), sostenitore di un nuovo intervento in
Africa e contro ogni tendenza pacifista; perciò, nel 1911, quando la Francia iniziò la conquista del Marocco,
l’Italia prese come pretesto alcuni incidenti verificatisi a Tripoli ai danni dei cittadini italiani, e sbarcò a
Tripoli invadendo tutta la costa. La conquista dell’interno fu però più difficile e lenta per le difficoltà del
territorio e per l’opposizione delle popolazioni locali. Il conflitto si concluse nel 1912 con la pace di
Losanna, con la quale la Turchia dovette riconoscere all’Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica.
L’impresa libica contribuì a rafforzare la posizione italiana sul Mediterraneo ma incoraggiò il desiderio di
azione dei nazionalisti, spingendoli sempre più apertamente contro il governo, considerato debole e indeciso.
Inoltre la conquista della Libia comportò una spaccatura del Partito Socialista tra riformisti, favorevoli al
conflitto, e pacifisti (in maggioranza), avversi ad ogni tipo di guerra imperialistica. Il congresso di Reggio
Emilia (1912) espulse dal partito alcuni riformisti (Bissolati e Bonomi) che dettero vita al Partito Socialista
Riformista Italiano; gli altri riformisti guidati da Filippo Turati, rimasero nel Psi, diretto da Benito Mussolini,
che rappresentava l’ala intransigente del partito, in aperta opposizione al governo. Questo contribuì ad
indebolire la leadership di Giolitti che, nel 1914, fu costretto a cedere il governo al liberale moderato
Antonio Salandra che però seguì una strada differente, ordinando alla polizia di intervenire durante una
manifestazione socialista e uccidendo 3 persone. La situazione sociale si andava così inasprendo sulla spinta
di una forte protesta operaia e contadina, che dette vita ad uno sciopero generale e ad agitazioni, tumulti e
sabotaggi durati sette giorni (settimana rossa, giugno 1914).