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1 – In quella che è una malattia della cultura globale, ci dice Yuk Hui nel saggio ‘Cent’anni di

crisi’, abbiamo bisogno di un nuovo pensiero: un cambio di paradigma. Abbiamo bisogno che
emergano, o piuttosto che vengano create… quindi, insomma, prima di tutto, che venga creato
qualcosa (da chi? C’è un soggetto della creazione? Sicuramente anche da noi. Ma non si tratta di
una creazione soggettiva dal nulla, piuttosto si tratta di co-creazione, se è vero che, essendo tutti
interconnessi, ciascuno di noi contribuisce in maniera significativa a co-creare qualcosa). Cosa?
Nuove forme di vita, nuovi modi di vivere, nuovi modi di abitare il pianeta e il cosmo.
Tra questi modi di vivere, abbiamo anche bisogno di diversi modi di leggere: ad esempio, di
provare a leggere un saggio dalla fine all’inizio, al rovescio, come una possibile pratica che ci può
consentire di arrivare immediatamente a quella che è la parte propositiva (di solito, anche se non
sempre) nella struttura di un saggio. Mentre la parte iniziale (che spesso occupa molto spazio) è
solitamente dedicata alla critica.
Saltiamo dunque subito alla fine del saggio, e alla proposta di Hui: il cambio di paradigma. Essendo
già arrivati alla fine, un po' come dei lettori impazienti di un romanzo giallo, scopriamo subito che il
nuovo paradigma che Hui ci propone è quello della solidarietà. Però poi fa subito una distinzione:
solidarietà non astratta, dice, ma concreta. E parla, più specificamente, di solidarietà digitale, come
un modo per riappropriare la tecnologia (ricordiamoci di questa proposta, riappropriare la
tecnologia) al di fuori di quei paradigmi di sorveglianza e controllo che oggi coincidono, non solo
più metaforicamente, con le strategie di immunizzazione contro il virus, contro l’aggressore esterno.
Oltre ogni forma di tecnofilia (eccessivo amore e fiducia per la tecnologia) e di tecnofobia
(eccessiva paura o addirittura odio), ci propone di accogliere la tecnologia, ma riappropriandola,
creando nuove, inedite istituzioni digitali per la solidarietà. Perché la tecnologia è vista da Hui come
un potenziale (non una chiave già funzionante, ma un potenziale ancora inesplorato) di accesso alla
conoscenza. E il tema dell’ecopolitica è da lui declinato come ‘ecologia mediatica’.
A questo punto, mentre parlo, anzi mentre registro la mia voce grazie a un software, in attesa di
editarla poi con un altro software, mi vengono in mente le ormai tanto popolari, quanto discusse,
piattaforme per l’insegnamento a distanza (tra l’altro citate come esempio da Hui stesso).
Riappropriandomi di questo esempio fatto dal filosofo di Hong Kong, mi viene poi in mente che la
piattaforma Microsoft Teams è arrivata all’Università Orientale di Napoli, dove insegno, come
piattaforma ufficiale, dopo un primo momento di sbandamento e di sorpresa post-coronavirus; nel
frattempo, alcuni tra i docenti si erano già organizzati e avevano cominciato a erogare lezioni a
distanza, utilizzando strumenti diversi, indotti anche da una sorta di spinta creativa che ha prodotto
una certa sperimentazione tecnologica: io, ad esempio, ho iniziato dall’uso dei preesistenti Moodle,
e dalla creazione di slides ppt con link video e commenti audio, fino ad arrivare a mixare le mie
lezioni, tra parole, suoni, musiche, tramite il software per la composizione musicale Audacity.
Sempre presa dalla stessa vena creativa, ho aperto poi un Googledoc, un documento per ottenere, in
maniera informale e poco strutturata, la voce degli studenti (non attraverso un vero e proprio
questionario, ma offrendo degli spunti di riflessione sull’apprendimento a distanza). Gli studenti
hanno risposto in maniera inaspettata. Parlando di svariate difficoltà nello stare a casa e seguire le
lezioni a distanza, a partire dai problemi di connessione, o dai casi di condivisione di un unico pc tra
diversi membri di una famiglia, fino agli indugi nell’esprimersi, nel porre domande o fare
commenti, in forma di chat o, cosa ancora più difficile, utilizzando la webcam durante una lezione.
Una confusione e un disorientamento, che certo appaiono come una doccia fredda, sull’entusiasmo
pro-tecnologico che circola tra media, istituzioni politiche, ed è anche sentito in maniera forte da
alcuni docenti (soprattutto per quanto riguarda la più libera gestione dei tempi, delle risorse o dei
formati della conoscenza, e delle modalità di insegnamento; anche se libera ancora, forse, per poco).
La risposta degli studenti non deve certo indurre, ho pensato, all’estremo opposto, esortandoci a
firmare appelli contro la scuola digitale, e a bocciare tablet e schermi tout court. Ma allora? Ecco, è
a questo punto che l’idea di solidarietà può apparire in una forma concreta: solidarietà come sentirsi
parte di una rete (piuttosto che individui docenti isolati nella propria sfera pedago-personalistica),
facendo attenzione, dedicando quella merce scarsa che è l’attenzione, a suggerimenti, pratiche, idee
altre. Ma soprattutto, dedicando attenzione alle voci degli studenti: quella modalità pedagogica
spesso tralasciata (pensiamo ovviamente ai grandi numeri di classi con più di cento studenti, dove
fare attenzione risulta sempre più difficile, senza rischiare il collasso della docente), che consiste nel
concepire l’insegnamento e l’apprendimento come una cellula cibernetica composta da corpi e
menti diversi, umani e non umani, che cresce e attraversa diverse fasi. Nel prestare attenzione,
nell’ascolto delle componenti di questa cellula, ci accorgiamo che entrano in gioco cosmologie
diverse, tra le quali appare anche tutto un panorama di cosmologie studentesche, che se da un lato
sono facile preda della corsa neo-liberista contro il tempo nel nome dell’efficienza (lo studente
modello che si laurea subito, e quindi ha bisogno di informazioni chiare e di efficacia strumentale
per fare presto), manifestano però anche delle sensazioni tutt’altro che marginali (come il bisogno
di trovarsi faccia a faccia per riuscire a parlare, o come ricorda Roberto Serpieri citando Asor Rosa,
di sentire i piedi che si toccano sotto i banchi). Senza cadere nell’essenzializzazione biologico-
culturale di una popolazione meridionale dedita ad abbracciarsi, toccarsi e parlare tutto il tempo a
voce alta, in questo caso sono gli studenti di un corso di Studi Culturali e Media dell’Orientale di
Napoli, a farsi portatori di “stili di vita, comportamenti, forme di vita sociale, politica, estetica, e di
relazioni umane e non-umane” (per citare Hui) non necessariamente sovrapponibili alla spinta
univoca e universale verso la piattaformizzazione. Questo argomento mi sembra una buona
dimostrazione del concetto di Hui di tecno-diversità: un uso, una riappropriazione (come abbiamo
detto all’inizio) delle tecnologie, guidata da questa tecno-diversità. Magari facendo attenzione
anche alla differenza tra ‘tecnologia’ e ‘distanza’ (usare la tecnologia non significa necessariamente
stare distanti), per concepire nuove modalità rese possibili dalle tecnologie, come l’entrata della
formazione e dell’educazione in spazi ‘altri’, o come le classi ‘all’aperto’ proposte da Serpieri.

2 – Il concetto chiave del saggio di Hui è quindi questo: tecno-diversità. E’ solo attraverso il
riconoscimento della tecno-diversità, che possono passare nuovi paradigmi. Per tecno-diversità, Hui
intende una pluralità di quelle che lui definisce ‘cosmotecniche’: non diverse culture o diversi
luoghi che usano le stesse tecnologie, seppur con delle variazioni minime, ma tecnologie diverse,
perché coincidenti con epistemologie, cosmologie, conoscenze del mondo, diverse. Una tecnica
piegata da una specificità geografica, o per meglio dire locale, non essenziale ma contingenziale
(così come non è essenziale il rifiuto degli studenti verso le lezioni online, ma dovuto a diverse
situazioni, o contingenze, socio-economiche e culturali). Una specificità che diventa poi soprattutto
linguistica e simbolica. C’è insomma una irriducibile molteplicità, nei modi di approcciare la
tecnica. Tale tecno-diversità sfugge, come dice Hui, agli essenzialismi culturali, in quanto si rivolge
soprattutto al potere trasformativo e relazionale (più che fissante e separatore) dell’eterogeneità:
differenze nei modi di vivere, e di usare le tecnologie, che non rimangono rinchiuse in un contesto
isolato, ma che possono venire scambiate con altre differenze, e possono servire da lezione per
trasformarsi, per cambiare. In tale ottica, non può esserci giustizia ambientale (come auspicato
dall’ecologia politica) senza giustizia cibernetica, nel senso di una redistribuzione di accesso,
decisionalità, e potenziale del digitale, ad esempio tra docenti, studenti, e istituzioni nuove. Solo
attraverso queste forme di pluralismo e redistribuzione tecnologica, il tempo, come dice Hui, può
prendere altre direzioni. Non semplicemente rallentare, o decelerare, ma prendere altre direzioni, e
quindi alri ritmi.

3 – Mi accingo, in questa lettura ‘a l’arriere’ del saggio di Hui, ad andare verso la conclusione (che
è poi l’inizio dell’articolo). Perché il tempo deve prendere altre direzioni? Rispetto a cosa? A questo
è dedicata la prima parte del saggio, la parte che dà maggiore spazio a quello che viene criticato: il
mono-tecnologismo. La critica a un sistema che non funziona, al suo approccio universalizzante
verso la tecnologia e la tecnica (piuttosto che la critica alla tecnologia di per sé), è oramai cosa ben
nota. Non mi soffermerò su questa parte. Vorrei solo far emergere l’interessante parallelo
terminologico tra mono-tecnologismo e mono-teismo. E il collegamento di quest’ultimo con la
filosofia, il pensiero e l’azione, Illuminista, nella costruzione di un unico paradigma meccanicistico
che poi è diventato dominante, e di un unico asse globale del tempo che, attraverso l’accelerazione
univoca del cosiddetto progresso, porterebbe ad una stessa fine apocalittica per tutto il genere
umano. E’ questa visione, in realtà, a costituire la vera malattia, il virus che spinge gli stati a portare
avanti una guerra permanente di informazione e, simultaneamente, di difesa dei confini, come
risposta auto-immune ad un germe infettivo che, per l’ennesima volta, possiamo definire come neo-
liberismo globale.