Sei sulla pagina 1di 25

NOTIZIARIO

Settore Tecnico
del

Anno 2017, n° 3

SÌ,
VIAGGIARE...
Gli allenatori italiani trionfano all’estero,
sottolineano la formazione impartita
dalla scuola di Coverciano
e lanciano un segnale:
portare le proprie conoscenze oltreconfine
NOTIZIARIO DEL SETTORE TECNICO Anno 2017 n°3
Testata giornalistica. Registrazione del Tribunale di Firenze del 20 maggio 1968, n°1911
SOMMARIO
ALLA CONQUISTA
Consultabile esclusivamente in versione digitale 4 DELL’EUROPA
I tecnici italiani continuano a mietere successi
oltreconfine e lanciano un segnale:
esportare il proprio sapere allenando all’estero
DIRETTORE RESPONSABILE
Paolo Corbi

6
COORDINAMENTO REDAZIONALE
Paolo Serena HO TROVATO L’AMERICA
HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO
Felice Accame, Stefano Cusin, Guglielmo De Feis, Vanni Sartini e Renzo Ulivieri L’intervista a Vanni Sartini,
docente della scuola allenatori statunitense,
FOTOGRAFIE
per scoprire l’innovativo approccio a stelle e strisce
Getty Images, Italfoto Gieffe, Korea Football Association, Paolo Serena, Stefanocusin.com,
US Soccer e Wiki Commons

PROGETTO GRAFICO
Paolo Serena IL MIO MONDO
A tu per tu con Stefano Cusin,

20
TUTTO IL MATERIALE INVIATO
tecnico che ha costruito la sua carriera all’estero,
NON VERRÀ RESTITUITO. dal Congo all’Arabia Saudita,
LA RIPRODUZIONE DI ARTICOLI fino all’esperienza in Palestina
O DI IMMAGINI
È AUTORIZZATA
A PATTO CHE
NE VENGA CITATA LA FONTE
40 CULTURAL INTELLIGENCE
IN COPERTINA
foto Paolo Serena Avere sensibilità per le differenze culturali:
una caratteristica che può rivelarsi determinante
in un contesto calcistico globalizzato

2 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO


MASSIMO CARRERA
SPARTAK, Mosca (Russia) Massimo
CARLO ANCELOTTI Vittoria della Russian Premier Carrera
BAYERN, Monaco di Baviera (Germania)
Vittoria della Bundesliga

ROBERTO BORDIN
SHERIFF, Tiraspol (Moldavia)
Vittoria della Divizia Natională

ANTONIO CONTE
CHELSEA, Londra (Inghilterra)
Vittoria della Premier League

MARCO ROSSI
HONVED, Budapest (Ungheria)
Vittoria della Nemzeti Bajnokság I

ALLA CONQUISTA
DELL’EUROPA

N
Antonio Conte
on solo Conte e Ancelotti.
Ancora una volta la scuola allenatori italiana ha dimostrato di poter dettar legge fuori
dai confini nazionali, grazie alle proprie conoscenze acquisite a Coverciano. Partendo da qui - dalla consapevolezza che la scuola allenatori italiana gode di una grande stima
E se i trionfi di Chelsea, in Premier League, e Bayern Monaco, in Bundesliga, hanno de- fuori dai nostri confini, grazie agli eccellenti risultati che continuano ad arrivare dai nostri allena-
stato maggiore attenzione sui media italiani, non sono da dimenticare altri tre successi tricolori tori - gli stessi tecnici italiani devono riflettere su quanto l’estero sia ormai un mercato da tenere
all’estero arrivati nell’ultima stagione calcistica appena conclusa: Massimo Carrera, campione di in assoluta considerazione per intraprendere una carriera.
Russia alla guida dello Spartak Mosca, e i due titoli di campioni nazionali conquistati da Marco Per questo motivo abbiamo intervistato due allenatori diplomatisi a Coverciano e che, fuori dall’I-
Rossi e Roberto Bordin, rispettivamente in Ungheria - con una vittoria nello scontro diretto all’ul- talia, stanno ottenendo grandi soddisfazioni: Vanni Sartini, già docente di tecnica e tattica calci-
tima giornata - ed in Moldavia, nello spareggio scudetto. Senza tralasciare, ovviamente, la caval- stica ai corsi centrali, e Stefano Cusin, un vero ‘giramondo’.
cata europea di Massimiliano Allegri e della sua Juventus; perché una partita non può cancellare Due esperienze dirette che ci insegnano quanto le conoscenze apprese in Italia possano aprire
ciò che è stato dimostrato sul campo fino alla finale. molteplici strade.

4 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 5


HO TROVATO
L’AMERICA
A TU PER TU CON VANNI SARTINI,
DOCENTE DELLA SCUOLA ALLENATORI
STATUNITENSE,
PER FARCI SPIEGARE COME SIA
L’INNOVATIVO APPROCCIO FORMATIVO
A STELLE E STRISCE
Là le distanze sono enormi. Ah, l’America. Pensi agli Stati Uniti, pensi al soccer, e ti vengono in mente
Ti perdi ovunque: nell’immensità dei paesaggi e nelle strade a cinque corsie. USA ’94, Baggio, il grande caldo;
Nella natura sconfinata e nelle luci della ribalta. Ti perdi nei pensieri. la barba rossiccia di Alexi Lalas, la sua chitarra ed il Padova in Serie A.
La Major League Soccer, squadre lunghe, i playoff, Landon Donovan e David Beckham.
Lì c’è come un nuovo mondo da costruire; Un mondo che viaggia parallelo al nostro, alla nostra concezione europea del calcio,
mattone dopo mattone, a cominciare dalle fondamenta. ma che non è riuscito – o non ha voluto - trovare molti punti di contatto
Perché basta solo scoperchiare un enorme vaso, con la scuola del vecchio continente, soprattutto quella italiana.
dove è racchiuso tutto un potenziale ancora da plasmare. Almeno fino a circa due anni fa, quando la federazione americana
Ed è per questo che Vanni Sartini è lì, mentre scruta schemi tattici e giovani talenti, ha voluto dare una profonda sterzata alla sua idea di gioco e di organizzazione.
immerso nel verde intenso dei campi di calcio, uno accanto all’altro,
come in un’enorme catena di montaggio di un gioco che non aspetta altro che emergere. Per parlarci degli Stati Uniti, del calcio vissuto in un paese
dove gli sport hanno la concezione del tempo effettivo,
Lì non ci sarà la storia di Coverciano, che trasuda in ogni angolo del Centro dove ad un calcio di rigore si preferisce – o forse si preferiva - un home run,
e che emana un ammaliante alone di fascino, abbiamo raggiunto Vanni Sartini:
ma c’è la consapevolezza di voler creare qualcosa di grande. tredici anni a Coverciano, docente di tecnica e tattica calcistica ai corsi centrali e adesso,
C’è il potenziale, ci sono le infrastrutture e, da qualche mese, anche la conoscenza. da ormai più di un anno, una delle personalità da cui la Federazione a stelle e strisce
Il sapere a disposizione di un movimento che, fino ad oggi, per mille motivi, è voluta ripartire, per creare un movimento più allargato
non è mai riuscito veramente a decollare. e una scuola allenatori più professionalizzata.
DA COVERCIANO AGLI STATI UNITI... E le lezioni, come avvengono?

U
Vista la vasta dimensione del Paese - che porrebbe un problema agli allievi della scuola allenatori,
n percorso lungo ed entusiasmante, che ti ha portato ad inserirti in una realtà in nel caso di lezioni consecutive per uno o due mesi in un solo luogo, non consentendo loro di rien-
ascesa, che vuole raggiungere i massimi livelli mondiali. trare con facilità a casa per il fine settimana – i corsi sono quindi organizzati in questa maniera:
Vanni, puoi raccontarci come è iniziata questa tua esperienza alla federazione tre meeting di sei giorni l’uno in un unico luogo, per un totale di diciotto giorni di lezioni in aula.
americana? Ma è il periodo che intercorre tra i vari meeting, definito ‘development period’, il vero fulcro
dell’apprendimento e del corso.
Circa due anni fa la US Soccer ha ingaggiato l’olandese Nico Romeijn come direttore della loro
scuola allenatori: una decisione volta ad elevarne il livello, che non era – diciamo - così professio- In questo lasso di tempo, infatti, gli allievi sono chiamati a fare ‘i compiti a casa’ nel loro club:
nale come ci si potrebbe aspettare. abbiamo un portale (Digitale Coaching Centre) in cui i corsisti devono caricare video o documen-
Avevo avuto modo di conoscere personalmente Romeijn durante gli ‘UEFA Study Group Scheme’ ti, a seconda del compito (assignment) richiesto, ed a cui noi docenti diamo un feedback, oltre al
svolti a Coverciano: si tratta di seminari con lezioni specializzate per i settori tecnici delle varie giudizio in sé.
federazioni europee ed io, dal 2009 al 2016, avevo organizzato i corsi svolti al Centro tecnico e te- Durante il development period, l’istruttore deve avere almeno due chiamate via Skype con l’alle-
nuto anche alcune docenze. natore, per monitorarlo e per giudicarlo sui suoi assignments. Il voto è espresso in colori: verde, se
l’allievo è a posto, oppure giallo, se il compito deve essere ripetuto, fino ad un massimo di quattro
Quando Romejin è stato ingaggiato dalla federazione americana, ha avuto carta bianca per creare volte. Questo sistema, che difficilmente prevede delle bocciature e che vuole consentire all’allievo
il suo team di lavoro e nel gennaio del 2016 sono stato per tre giorni a Chicago - dove si trova la di superare la prova anche se è stata già fallita fino a tre volte, è stato creato per dare agli allena-
sede della US Soccer - presentandogli le mie idee di scuola allenatori e come poterle implementare tori la possibilità di crescere professionalmente.
nel sistema americano.
E così, eccomi qui, oggi: a lavorare per la federazione americana in un team internazionale, com-
posto – oltre che da me - da tedeschi, olandesi, francesi e, naturalmente, anche statunitensi.

È ormai più di un anno che sei negli Stati Uniti; un periodo abbastanza lungo che ti possa
consentire di tracciare un bilancio. A tuo giudizio, sotto la guida di Nico Romejin, si è evo-
luta la scuola allenatori americana? Ci sono già segni tangibili di un cambiamento?

Decisamente sì. Il sistema è cambiato e lo abbiamo modificato noi.


Fino a due anni fa era ben poco ‘europeo’ ed i patentini erano in base all’età dei ragazzi che si an-
davano ad allenare: si partiva dalla lettera ‘F’, per guidare squadre di bambini fino agli otto anni,
fino ad arrivare al patentino ‘A’, per le prime squadre. La situazione era così come viene dipinta
nei film americani: genitori, magari senza nessuna esperienza precedente nel mondo del calcio,
diventati allenatori della squadra del proprio figlio.

Il cambiamento è iniziato da qui: adesso il modello è più simile a quello europeo, in base alla ca-
pacità dell’allenatore. Stiamo istituendo una licenza ‘Grassroots’, per allenare i bambini dai 6 ai
12 anni, per quelle che in Italia chiamiamo ‘scuole calcio’: vogliamo cercare di evitare allenatori
improvvisati con poca esperienza.
I patentini, dal C in poi, ora non si contraddistinguono più per l’età dei ragazzi allenati, ma per Un momento della sfida
il livello dei giocatori con cui si va a lavorare (C, B, A e Pro). Questo sistema è già attivo dall’anno tra le nazionali femminili
under 16
scorso ed i primi corsi sono iniziati nell’agosto del 2016. In questo momento, ad esempio, io sto
di Italia e Stati Uniti
tenendo delle lezioni ad un corso Pro e ad uno A per prime squadre ( i corsi A sono o per le prime
squadre o per le giovanili, ndr).

10 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 11


Ogni corso ha dieci assignments ed è necessario superarli tutti e dieci – più un undicesimo finale Conoscevo questa filosofia, improntata ad una maggiore esperienza sul campo, e già mi piaceva.
– per ottenere il patentino. Sicuramente, un lato negativo è il fatto che, concedendo molto all’esperienza diretta, giocoforza
non ci si possa permettere di andare troppo a fondo nelle conoscenze. In Italia andiamo più in pro-
Per quel che riguarda l’esame finale, fino al livello B gli allievi sono chiamati a presentarsi nel fondità nell’analisi dei concetti. Dobbiamo essere bravi a trovare il giusto equilibrio tra processi e
luogo dove si è tenuto il corso, conducendo un allenamento e sostenendo con i docenti una di- contenuti: la base fondamentale deve essere quella di avere conoscenze per poi accrescere, in un
scussione orale, in cui si parla di tutte le materie studiate. Per quel che riguarda i corsi A e Pro, secondo momento, le esperienze.
invece, siamo noi docenti che andiamo nell’ambiente lavorativo dell’allenatore, per vedere come
si comporta.
Da quale punto di vista negli USA sono maggiormente indietro rispetto alla scuola italiana?
Quest’ultima annotazione ci dà lo spunto per sottolineare una grande differenza rispetto al siste- E cosa invece l’Italia può recepire dal sistema americano?
ma italiano: negli Stati Uniti, se vuoi partecipare ad un corso per allenatore, o hai una squadra o
hai la possibilità – ad esempio attraverso uno stage – di lavorare con una squadra. Questo è fon- Esattamente ciò che ho esemplificato prima: gli Stati Uniti possono recepire dall’Italia la maggiore
damentale per un apprendimento fondato sulla realtà empirica: bisogna allenare durante il corso profondità nell’analisi tattica. Non esiste nessun altro posto al mondo come Coverciano dove ven-
e non è possibile, come invece può accadere in Italia, prendersi un anno sabbatico per seguire le ga analizzata così minuziosamente la tattica collettiva.
lezioni ai massimi livelli. Detto questo, l’interattività dei corsi è un qualcosa che l’Italia deve saper cogliere dal sistema
americano. Alla fine dei corsi, in Italia formiamo dei grandi conoscitori di calcio, ma non dei gran-
di ‘allenatori’ nel vero senso della parola: hanno il sapere, ma non l’esperienza sul campo.
A proposito di differenze… quali sono le più grandi diversità che hai potuto notare tra il La scuola italiana ha bisogno che venga implementato l’experiencial learning, vista la quantità – e
sistema europeo della scuola allenatori – italiano in particolare – e quello statunitense? qualità - assoluta di contenuti che viene data agli allievi.

La differenza rispetto al sistema italiano è netta e, come ho accennato prima, dipende dal tipo
di approccio della scuola americana, che si fonda sul concetto di esperienza diretta da parte dei
corsisti: qualche volta possono essere anche i docenti a effettuare la pratica durante le loro spie-
gazioni, ma nel 70% dei casi sono gli allievi stessi ad eseguire materialmente ciò che vogliamo che
venga imparato.

Crediamo molto nell’esperienza diretta – nell’experiencial learning, come dicono gli americani –
dei corsisti e, con i feedback che diamo loro, riteniamo che questo sia l’approccio più produttivo.
Anche perché si tratta di un sistema che influisce, a nostro parere, in maniera molto positiva nel
rapporto che poi va ad instaurarsi tra allenatore e giocatore: vogliamo allenatori che creino eser-
citazioni che possano portare il giocatore a prendere decisioni. È questo il nostro vero obiettivo:
creare un giocatore pensante e non che esegua meccanicamente ciò che l’allenatore gli ha indicato

Questo è il vero punto rivoluzionario, soprattutto se comparato con la filosofia che accompagna
gli sport in America: negli USA, infatti, i giocatori sono abituati ad eseguire gli ordini provenienti
dalla panchina, senza riflettere in maniera approfondita, specialmente nel football e nel baseball.
Lo chiamano ‘joystick coaching’ ed è quando l’allenatore dà dettami precisi, regole fisse, che il
giocatore riproduce in partita.
Qui gli allenatori hanno una vera e propria cultura dell’esercizio, della ripetizione meccanicistica
delle azioni, fino a ripeterle a memoria; ad esempio, in allenamento fanno eseguire molta tattica
11 contro 0. Per noi, per il nostro team di lavoro che si è insediato nella scuola allenatori america-
na, questa è una scelta errata che va rimossa: il gioco comporta sempre delle decisioni da prende-
re e quindi io, tecnico, devo aiutare il processo formativo del giocatore ‘pensante’.

12 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 13


Quali sono negli Stati Uniti le materie che vengono insegnate ai corsi per diventare
allenatore?

Il nostro approccio è olistico, ovvero il giocatore è da considerarsi un tutt’uno; per cui non
abbiamo scisso il sapere da infondere in vari aspetti della disciplina, come la preparazione
atletica, la tecnica o la tattica. L’approccio non è sulle cose che bisogna sapere, ma su ciò
che si fa, in campo o fuori.
L’elenco completo, degli insegnamenti che adottiamo negli Stati Uniti, ci aiuterà in manie-
ra pratica a comprendere meglio questo discorso.

Dai corsi C a quelli Pro, le materie insegnate sono sei e nello specifico:
· coaching the game, ovvero come guidare la squadra in partita;
· coaching the training session, ovvero come affrontare un allenamento;
· leading the team, ovvero come esercitare la leadership sulla squadra; come effettuare team
building;
· leading the player, ovvero come esercitare la leadership sul singolo giocatore. Ogni calcia-
tore ha infatti necessità diverse, sia in campo che fuori, e deve quindi essere trattato in
maniera diversa rispetto agli altri;
· managing the performance environment, ovvero – in qualsiasi ambito – sei parte di un’or-
ganizzazione sociale e devi saperti relazionare con la struttura esistente. Nel nostro caso,
calcistico, l’allenatore deve sapersi destreggiare tra tifosi, società e agenti dei calciatori,
ad esempio;
· leadership, presente in tutte le altre cinque materie e che fondamentalmente riguarda
psicologia e scienza della formazione.

E tu… quale materia insegni? Quali sono i tuoi compiti all’interno della federazione
americana?

Personalmente sono docente sia ai corsi Pro che A; questi ultimi sono a loro volta di due
tipologie differenti: uno è indirizzato a formare i tecnici di prime squadre, mentre l’altro è
dedicato a chi voglia specializzarsi nelle giovanili. Io non mi limito ad insegnare una singo-
la materia, come magari poteva accadere in Italia: l’approccio olistico riguarda anche noi
docenti e ciò che andiamo ad insegnare.

Oltre a tenere lezioni alla scuola allenatori, faccio anche parte di una struttura che chia-
miamo ‘Technical integration groups’: si tratta di una commissione, composta da una ven-
tina di persone tra docenti, allenatori delle giovanili e ‘Technical advisors’, ovvero quelli
che potremmo definire come i capi del settore scouting della federazione americana. Que-
sta commissione ha il compito di delineare strategie comuni all’interno della US Soccer,
per massimizzare i risultati con le risorse a disposizione.
Ci riuniamo periodicamente, creiamo protocolli e discutiamo un po’ di tutto: facciamo un
fronte comune per raggiungere traguardi nel medio e lungo periodo che non sia solo quel-
lo di migliorare la scuola allenatori.

14 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 15


Nel campionato statunitense la tattica non è sicuramente un ingrediente basilare: squadre
lunghe e continui capovolgimenti di fronte possono far bene agli spettatori sugli spalti, ma
non ad allenatori e crescita tattica del movimento. Credi che per il definitivo salto di catego-
ria sia necessario che le squadre della Major League rinuncino a comprare grandi campioni
sul viale del tramonto, tecnicamente ancora formidabili ma ormai troppo lenti sul campo?

Stiamo lavorando molto anche sulla Major League: quest’anno, su diciassette allievi del corso Pro,
tredici vengono dall’MLS (o guidano le squadre o sono allenatori in seconda).
La situazione sta migliorando anche dal punto di vista tattico nel campionato statunitense e ades-
so è possibile vedere in campo squadre ben organizzate. Il livello non è ancora quello dei grandi
campionati europei, ma è accettabile e in ascesa. Ci sono quattro o cinque allenatori della Major
League che non sfigurerebbero in Europa; e ho detto ‘Europa’ con cognizione di causa, senza no-
minare l’Italia, perché in Serie A il livello tattico è davvero elevato.

Per quel che riguarda i campioni a fine carriera, è stata ovviamente una bella mossa di marketing
per lanciare la lega, ma adesso non hanno più grandi funzionalità. Concordo che serva altro per
lanciare definitivamente il movimento.
Giovinco, ad esempio, è arrivato a Toronto nel pieno delle sue potenzialità e con le sue qualità
tecniche indiscutibili – abbinate ad un’ottima forma - ha contribuito decisamente in positivo al
miglioramento di tutto il campionato.

Il calcio maschile negli Stati Uniti è in ascesa, ma fatica ad avere la stessa efficacia del suo
alter ego femminile, ai vertici mondiali: quali sono secondo te i motivi? Credi che con il la-
voro che la federazione statunitense sta portando avanti al momento, potremmo vedere tra
qualche anno gli Stati Uniti primeggiare in campo mondiale anche a livello maschile?

Sì, ne sono straconvinto. Oggi il calcio negli Stati Uniti è lo sport numero uno nel paese per pra-
ticanti sotto i diciotto anni e per tifosi nati dal 1984 in poi. Il bacino di utenza si sta ampliando
notevolmente, anche a livello maschile.

L’allenatore della nazionale americana, Bruce Arena, in occasione della presentazione della candi-
datura USA ad ospitare i mondiali del 2026 - congiuntamente a Messico e Canada - ha dichiarato:
“Per quella data avremo una Nazionale che possa alzare al cielo la Coppa del Mondo”.
Sono d’accordo: non so se gli Stati Uniti vinceranno nel 2026, perché i fattori che possono incidere
in una competizione del genere sono troppi, ma sicuramente avranno le carte in regola per farcela.
Negli anni passati il calcio femminile ha fatto meglio del maschile per un motivo molto semplice:
negli anni sessanta, una legge sui diritti civili ha imposto alle università di investire la stessa cifra
negli sport maschili ed in quelli femminili. Cifre impressionanti sono state spese per il football,
che però è una disciplina esclusivamente maschile. Per bilanciare gli investimenti, quindi, le uni-
versità hanno promosso il calcio femminile, producendo atlete straordinarie.
Vanni Sartini insieme a Renzo Ulivieri
Adesso, però, è arrivato anche per gli Stati Uniti – versione femminile – il momento di dare un’in-
versione di rotta: il livello è aumentato ovunque nel mondo e, se le ragazze americane vogliono
Qui mentre erano in Corea del Sud, per insegnare ai tecnici locali
continuare a vincere, devono iniziare a sviluppare un bel gioco. Altrimenti rischiano di perdere
le metodologie di allenamento nostrane
l’enorme vantaggio che avevano sulla concorrenza mondiale.

NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 17


Il calcio in Italia è una sorta di religione; nessun altro sport nel nostro paese può vantare un
simile seguito di tesserati, squadre e tifosi. Negli USA, invece, molte discipline di squadra
hanno un grande seguito. Vedi un lato positivo nel possibile connubio, a livello tecnico e
tattico, tra sport diversi? Può questa essere una mancanza per l’Italia e più in particolare
per la scuola italiana?

Negli Stati Uniti ragazzi e ragazze giocano a tutti gli sport e praticare diverse discipline non può
che essere un grande vantaggio a livello coordinativo. Vedi Ibrahimovic: se Zlatan ha un’agilità
stupefacente per il suo metro e novantacinque di altezza, che gli permette di effettuare straordi-
nari colpi, lo deve al fatto che ha praticato un’arte marziale come il taekwondo.

A livello economico avere così tanti sport diffusi può essere invece uno svantaggio: negli USA il
calcio è il quinto sport per seguito dopo l’hockey su ghiaccio e questo, ovviamente, si ripercuote
sugli introiti.
Il fatto che il calcio sia quasi uno sport ‘di nicchia’, però, provoca un grande senso di appartenen-
za: dall’usciere al dirigente, tutti nella federazione americana danno il massimo per rendere que-
sta la disciplina numero uno nel paese. La loro mission si respira nell’ambiente.

Dal punto di vista tattico, dipende dalla tipologia di sport con cui si vuole rapportare il calcio, per
avere un’interazione proficua. Penso che il calcio, infatti, possa raccogliere spunti interessanti
da una disciplina come il basket, ma non dal baseball o dal football americano, dove – dopo ogni
giocata – l’azione si interrompe.

Vanni Sartini ha lavorato per tredici anni, dal 2003 al 2016, al Settore Tecnico della FIGC.
Per 6 anni, dal 2010 al 2016, è stato docente di tecnica e tattica calcistica ai corsi centrali di Coverciano,
da quelli per preparatori atletici e allenatori di portieri, ai corsi UEFA A e UEFA Pro.
Per sette anni, dal 2009 al 2016, ha organizzato e tenuto lezioni agli UEFA Study Group Scheme, corsi
specialistici per i settori tecnici delle varie federazioni europee.
Insieme al Direttore della Scuola Allenatori, Renzo Ulivieri, ha intrattenuto rapporti bilaterali con
varie federazioni straniere, come Corea del Sud, Emirati Arabi e Iraq, insegnando loro tecniche e meto-
dologie di allenamento della scuola italiana.

18 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 19


IL MIO MONDO
STEFANO CUSIN

Dal Congo alla Palestina, passando per l’Arabia Saudita.


Abbiamo incontrato Stefano Cusin per farci raccontare cosa significhi mollare tutto per inseguire un sogno: allenare.
Anche in Paesi lontani dalle luci italiane della ribalta, ma che rappresentano un’importante fetta per il mercato dei tecnici
Italiano nato in Canada, con un passato da calciatore tra Svizzera, Francia e Guadalupa:
la carriera da allenatore in giro per il mondo sembrava già scritta nel suo destino.

Ed infatti Stefano Cusin, diplomatosi l’anno scorso al Master UEFA Pro di Coverciano,
nella sua carriera in panchina ha conosciuto molte realtà, decisamente lontane dai nostri media e dai nostri riflettori.

Anni di gavetta e di esperienze sul campo, fatti di abnegazione e sacrifici. Ma anche di amicizie e sentimenti;
gioie profonde che hanno ripagato tanti momenti, non semplici, passati lontano dagli affetti più cari.

22 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 23


S
tefano, con tutto il tuo bagaglio esperienziale, puoi rap-
presentare - non dico un punto di riferimento - ma quan-
tomeno un aiuto estremamente importante per tutti que-
gli allenatori che vogliano intraprendere una carriera
lontano dai confini nazionali, in realtà magari poco conosciute.
Perché non tutti hanno la fortuna di sedersi sulle più prestigio-
se panchine europee. E allora bisogna crearsi un proprio curri-
culum, iniziando là, come te, lontano dagli affetti e dalle coper-
tine dei giornali italiani, in mondi poco conosciuti.
Puoi raccontarci com’è nata la tua avventura?

Ho vissuto la mia prima esperienza all’estero in Camerun. Sono stato


contattato tramite un mio ex compagno di squadra: lui è cameru-
nense ed in quel momento era vicino alla federazione africana. Sta-
vano cercando allenatori. Vuoi per affinità culturali, la loro indole
è sempre stata quella di affidarsi a tecnici francesi, ma proprio in
quella circostanza stavano cercando una novità, anche dal punto di
vista tattico.

Due fattori hanno giocatori a mio favore: l’Italia ha sempre avuto la


nomea di essere all’avanguardia dal punto di vista tattico ed il mio
Stefano Cusin

background da giocatore in Francia, oltre al fatto di saper parlare


francese.

Mi hanno quindi proposto di andare laggiù per circa un mese, per


seguire le nazionali under 17 e under 19 e da lì è iniziata questa col-
laborazione con la federazione, che mi ha fatto rimanere in Camerun
per tre anni. Il presidente del settore giovanile camerunense, infatti,
aveva un’accademia e mi ha proposto – in un secondo momento - di
seguire un progetto, che è poi sfociato in due partecipazioni al tor-
neo di Viareggio, nel 2004 e nel 2005. il mio incarico era a 360 gradi:
seguivo la preparazione degli allenatori locali e facevo anche scou-
ting, selezionando giocatori.

Ma se devo essere sincero e raccontare com’è la vita da allenatore


all’estero, sicuramente, almeno all’inizio, il lavoro con la federazio-
ne non è stato semplice.

NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 25


Camerun, Congo, Bulgaria, Arabia Saudita, Libia Emirati Arabi, Palestina e Inghilterra: in Qual è il filo conduttore che ha accomunato tutte le tue esperienze professionali? C’è un
ogni posto dove sei andato, hai lasciato un pezzo di cuore. Ma a proposito del tuo ultimo percorso che hai voluto seguire?
appunto, qual è stata la tua esperienza lavorativa più difficile, dove hai incontrato le mag-
giori difficoltà? Beh, sicuramente non ho santi in paradiso: dove sono andato, me lo sono guadagnato. Si tratta di
lavorare bene e farsi conoscere sul campo; le opportunità, poi, arrivano. Sono una conseguenza.
Le difficoltà ci sono sempre. Per esempio, anche in Italia puoi allenare in una società dove sai che Ad esempio, quando lavoravo in Camerun, andai in Benin per un torneo under 20; vi partecipava
lavorare in quel club, con quel presidente, sarà difficoltoso. anche la Nazionale dei pari età del Congo, la cui federazione avrebbe di lì a poco organizzato pro-
Per quel che mi riguarda, tra tutte, quella bulgara è stata un’esperienza particolarmente compli- prio la Coppa d’Africa under 20. Li abbiamo battuti e, vedendo giocare la mia squadra, la federa-
cata: c’era un presidente che era una brava persona, forse troppo brava. Ed è stato difficile instau- zione congolese mi ha offerto il ruolo di direttore tecnico della nazionale.
rare la disciplina non solo all’interno dello spogliatoio, ma anche nel club tout court.
Poi, con la selezione congolese siamo andati ad un torneo di Viareggio e lì, in quella manifestazio-
Negli anni ho capito quanto sia importante non avere i migliori giocatori, ma avere il miglior club: ne, battiamo una squadra bulgara con un netto 3-0. È la stessa squadra bulgara, il Botev Plovdiv, a
con una società sana e forte, si riesce a vincere anche disponendo di giocatori normali. Viceversa, contattarmi successivamente e chiedermi di guidare la loro prima squadra.
con i campioni e una società non sana, sarà difficile raggiungere grandi traguardi.
L’aspetto fondamentale nell’allenare è rappresentato proprio da questo punto critico: le garanzie Vedi, come ti sto spiegando attraverso la mia esperienza personale, si tratta di eventi legati uno
sulla situazione societaria, nel club dove si dovrebbe andare, non si potranno mai avere. A giugno all’altro: se lavori bene, non tarderanno ad arrivarti delle proposte. È così che ho conosciuto Wal-
è sempre tutto perfetto: c’è un progetto, conosci il direttore che verrà, i campi di allenamento ter Zenga. Con il Botev Plovdiv stavamo infatti facendo la preparazione precampionato e ci siamo
sono in condizioni perfette. Ma poi, invece… affrontati in un’amichevole di inizio stagione, quando lui era alla guida del Catania.
Nel nostro lavoro bisogna sempre mettere in conto gli imprevisti, sia che si voglia allenare all’e-
stero, ma anche se si è proiettati ad un’esperienza lavorativa nella stessa Italia. Quando poi, in seguito, Walter ha ricevuto proposte importanti da squadre saudite o degli Emirati,
non voleva un assistente, ma un vero allenatore che conoscesse bene queste realtà per affiancarlo:
Quello che mi permetto di consigliare è di avere una conoscenza più approfondita del paese dove nel frattempo io ero stato anche in Libia e la sua scelta è ricaduta su di me.
si andrà. All’inizio della carriera, quando avevo meno possibilità di scelta, sono andato in posti di Insomma, c’è sempre un nesso in tutte le esperienze: nulla arriva mai per caso.
cui non conoscevo praticamente niente; non avevo idea del contesto che mi avrebbe circondato.
Un vero salto nel buio. Poi, con il passare del tempo, accumulando esperienze, mi sono evoluto.
L’arricchimento personale può anche avvenire dal confronto con i propri giocatori, che magari
hanno avuto esperienze in vari campionati esteri, o cercando di informarsi direttamente, quando
possibile: ad esempio, in questo periodo di inattività dovuto all’esonero dal Wolverhampton, ho
girato l’Europa e cercato di vedere partite e più realtà, per farmi alcune idee su certi campionati
e squadre.

26 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 27


Già…Walter Zenga: il vostro sodalizio è un qualcosa che va oltre il lavoro. Come voi stessi
vi definite, richiamando la coppia di tecnici che ha lanciato il Nottingham Forrest sul tetto
d’Europa nel 1979, lui “è il tuo Brian Clough e tu il suo Peter Taylor”.
Come è nato questo vostro rapporto lavorativo?

Con Walter c’è stato subito un feeling, siamo abbastanza simili: lui è uno che si butta, ha allenato
molto all’estero e privilegia come me il lato umano delle cose.

L’ho conosciuto nel luglio del 2008, quando stavo svolgendo con la mia squadra bulgara la prepa-
razione precampionato nelle Marche. Come ho detto prima, abbiamo affrontato in amichevole il
suo Catania e a fine gara ci siamo confrontati per più di un’ora. Il tempo è volato durante il nostro
dialogo: ci siamo guardati intorno e non eravamo rimasti che noi nello stadio. Da lì mi ha lasciato
i suoi contatti. L’esperienza in Bulgaria purtroppo non è decollata e solo poche settimane dopo
sono andato in Libia: lì ho vinto il campionato e Zenga, saputa la notizia, mi ha chiamato dalla
Florida, dov’era in vacanza, per farmi i complimenti.

Mi chiamò che era in trattativa con una squadra saudita importante, l’Al Nassr: una società con
milioni di tifosi, seguitissima non solo nelle partite interne, ma anche fuori casa. Mi disse che gli
serviva una persona con competenze, che avesse avuto esperienze all’estero e che sapesse come
muoversi in questo ambiente: io, che avevo vinto il campionato in Libia guidando una squadra con
un seguito eccezionale, ero la persona giusta per affiancarlo.

All’inizio Zenga mi incuteva quasi timore per il suo straordinario passato da giocatore e rappor-
tarsi a lui inizialmente non è stato facile. Ma sai, una stagione all’estero equivale a cinque o sei
anni in Italia dal punto di vista della conoscenza umana all’interno dello staff. Abbiamo condiviso
tante esperienze, anche forti, e alla fine abbiamo instaurato un rapporto molto profondo.

In Arabia il nostro preparatore era Daniele Buonanno, un grande appassionato di film. I cineforum ‘Il maledetto United’ è un film
scadenzavano molte nostre serate arabe e una volta Daniele ha proposto la visione de “Il maledet- che parla di Brian Clough,
to United”: un film che parla dell’amicizia, dello stretto rapporto – vincente - che è andato oltre il il tecnico che portò il Nottingham Forrest
campo tra Brian Clough, l’allenatore che ha vinto la Coppa dei Campioni alla guida del Nottingham sul tetto d’Europa per due volte,
Forrest, ed il suo assistente, Peter Taylor. Così, finita la visione, Zenga si è girato e mi ha detto: nel 1979 e nel 1980.
“Voglio che tu sia il mio Peter”. Ma è anche un racconto sul profondo rapporto
tra lo stesso Clough
ed il suo assistente, Peter Taylor;
un legame preso a simbolo da Walter Zenga
e Stefano Cusin per rappresentarli.

IL MALEDETTO UNITED
The Damned United
1h 38min
Regia di Tom Hooper

28 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 29


Dopo l’esperienza in Arabia Saudita alla guida dell’Al Nassr, hai vissuto tre stagio-
ni negli Emirati Arabi con tre club differenti. Ma è nel 2015 che conosci quella che,

L’esperienza palestinese alla guida dell’Al Ahli


probabilmente, rappresenta la tappa fondamentale del tuo percorso, non solo pro-
fessionale: la Palestina. Quattro titoli in meno di un anno in un paese che, come hai
detto, “sa amare e accogliere le persone”. Puoi raccontarci più nel dettaglio questa
tua esperienza?

Quando ho detto ai miei amici e ai miei familiari che sarei andato in Palestina per lavoro,
inizialmente li ho spiazzati; sono rimasti sorpresi, perché è una soluzione che anch’io avrei
definito quantomeno ‘particolare’.

Ma in realtà, quando ho ricevuto questa offerta i primi di gennaio, ci ho pensato solo 24 ore.
E poi ho accettato. Così, di getto, nonostante mi avessero chiamato diverse società. Perché
il presidente dell’Al Ahli mi ha telefonato e in quarantacinque mi ha raccontato la storia del
club; mi ha cullato con aneddoti e la cultura del suo popolo. Perché allenare una squadra
non vuol dire soltanto firmare un contratto; significa diventare parte della società, dell’am-
biente, del paese: condividere tutto. Per me il lato umano viene ancora al primo posto

Così sono partito insieme al mio preparatore atletico. Un’esperienza nata quasi per caso,
ma in cui ho capito fin da subito che sarebbe andata bene, perché c’erano tutte le compo-
nenti per ottenere ottimi risultati: il presidente voleva costruire qualcosa per il futuro, non
c’erano pressioni di risultato e avevo massima libertà nelle mie scelte, senza intralci da
parte della dirigenza. Appena arrivato, ad esempio, ho deciso di escludere giocatore più im-
portante che aveva la squadra: la società non si è lamentata, ha appoggiato la mia decisione
e questa è stata la chiave del successo, perché il gruppo ha capito che doveva seguirmi.

Certo, una serie di eventi ha giocato a mio favore, ma siamo stati bravi a sfruttare le occa-
sioni che ci sono capitate: dopo solo tre settimane dal mio arrivo, abbiamo disputato la fina-
le di Coppa di Lega e quello è stato il primo trofeo nella storia del club in 42 anni di storia.
Questa coppa ha dato autostima ai giocatori, anche perché, in semifinale, abbiamo battuto
quella che era, in quel momento, la squadra prima in classifica in campionato: un successo
fondamentale, soprattutto dal punto di vista psicologico, nonostante a loro mancassero 4 o
5 giocatori di prima fascia, perché impegnati in Coppa d’Asia.

È stata un’esperienza formativa a tutto tondo, dove i risultati sono stati una diretta conse-
guenza di un impegno a trecentosessanta gradi, che è andato ben oltre il campo da gioco.
In Palestina infatti vengono trasmesse in televisione solo le sfide più importanti ed i siti da
dove poter raccogliere informazioni, ovviamente, sono in arabo; così guidavo l’allenamen-
to e poi partivo, per andare ad assistere al maggior numero di sfide Andavo a vedere tutte
le partite di tutte le squadre per raccogliere il maggior numero di informazioni; lì le partite
trasmesse in televisione sono solo le sfide più importanti o i derby. Era difficile raccogliere
informazioni perché i siti sono in arabo. Facevo l’allenamento e poi andavo a vedere par-
tite, per osservare gli avversari. Ma viaggiare all’interno della Palestina non è certamente
una cosa semplice…

30 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 31


Hai avuto la fortuna di disputare alla guida dell’Al Ahli la Supercoppa palestinese: un even- sono qui, con lui, e come se fossi con un mio amico, parliamo di calcio. Questo sport è davvero
to letteralmente ‘straordinario’ - nel senso di lontano dall’ordinaria amministrazione - che fantastico: abbatte le barriere.
ha portato voi, i vincitori della coppa della Cisgiordania, ad affrontare coloro che invece
avevano sollevato il trofeo nella striscia di Gaza. Quali ricordi hai di questa doppia sfida? E dopo la sfida di ritorno, insieme ai nostri avversari, siamo stati accolti a Gerusalemme, al Palazzo
presidenziale, da Abu Mazen, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese; e anche lui, perso-
Le difficoltà politiche della Palestina si riversano giocoforza anche sulla loro federazione calcisti- nalità così importante dal punto di vista politico, si è voluto confrontare con noi per discutere di
ca e così, in questo paese, esistono due campionati distinti: la West Bank, che raggruppa le miglio- calcio.
ri squadre della Cisgiordania, e quello della Striscia di Gaza. In linea d’aria sono solo cinquanta
chilometri a dividere le due zone, tant’è che in Cisgiordania, se vai in collina, vedi il mare; vedi Quella in Palestina l’ho ribattezzata l’ “esperienza del cuore”, non tanto per le vittorie – che con il
Gaza. Ma sono come due mondi paralleli, che non si possono toccare: da Gaza, uscire dalla Striscia, successo della Supercoppa della West Bank, contro i vincitori del campionato, sono infine salite a
è praticamente impossibile. quattro - perché comunque ho alzato trofei anche in altre parti del mondo, ma perché si era creata
un’alchimia speciale con l’intera città di Hebron, dove siamo stati accolti benissimo. Capitava che
Per quindici anni non è stato possibile disputare la Supercoppa, tra i vincitori delle due coppe passeggiassi per le strade e che le persone mi si presentassero, invitandomi a mangiare a casa loro.
nazionali; per quindici anni non si sapeva quale fosse il campionato migliore. Si credeva fosse il Col tempo io e il mio staff abbiamo ottenuto anche il rispetto delle tifoserie avversarie. Tutto que-
nostro, quello della West Bank, ma erano appunto solo supposizioni. sto era surreale, inimmaginabile in un altro contesto. Andavamo a giocare fuori casa e, durante il
A maggio avevamo alzato al cielo il secondo trofeo nella storia dell’Al Ahli, la coppa nazionale del- riscaldamento, la tifoseria avversaria ci faceva i cori; ci ringraziavano per essere andati in Palesti-
la Cisgiordania, e ci eravamo guadagnati il diritto di disputare la Supercoppa. na a lavorare, ad allenare: a condividere una passione.
Il diretto intervento dell’allora Presidente della FIFA, Joseph Blatter, insieme a quello del Presi-
dente della federazione calcistica palestinese, ha convinto la federazione israeliana a farci passare
attraverso il loro territorio per disputare questa doppia sfida: una nella Striscia e una in Cisgior-
dania.

Per la prima volta nella loro vita, i miei ragazzi hanno attraversato il territorio d’Israele. Erano
incuriositi da tutto, come dei bambini in gita con la scuola: controlli, ore e ore di viaggio, e questo
muro altissimo che ci ha indicato che eravamo arrivati al confine. Poi siamo finalmente entrati
nella Striscia di Gaza ed è stato davvero surreale tutto ciò che ci ha accompagnato: un clima stra-
ordinario di festa, non la vigilia di una sfida decisiva.

È stato un evento di rilevanza mondiale, con oltre duecento giornalisti accreditati da tutto il mon-
do. Era agosto, faceva un caldo asfissiante, ma nonostante l’inizio della gara fosse previsto per le
17,30, lo stadio era già pieno alle 10 del mattino.

Dopo lo 0-0 dell’andata, dopo una sfida vibrante dal punto di vista agonistico ma assolutamente
non cattiva, a distanza di quindici giorni abbiamo disputato il ritorno a Hebron, in casa nostra; e
anche lì il clima della festa ha pervaso l’animo di tutti i tifosi palestinesi. I nostri avversari sono
stati accolti in maniera davvero calorosa. Sul campo abbiamo vinto noi, 3-1, e così ho potuto sol-
levare questa attesissima Supercoppa.

Ribadisco come io sia un uomo di campo e che nella mia vita e carriera ho sempre voluto tenere
ben distinti i due aspetti, sportivo e politico; ma in un evento del genere, con un significato così
profondo, non è stato certamente facile scindere le due sfere. Tant’è che a Gaza il capo di Hamas,
Ismail Haniyeh, ha voluto incontrare tutta la nostra squadra. Per un’ora abbiamo parlato, io e lui, “ Quella in Palestina l’ho ribattezzata l’esperienza del cuore:
di calcio: voleva sapere come mi trovassi ad allenare in Palestina e cosa avessi cambiato. E mentre
discutevamo, dentro di me pensavo: è uno degli uomini più influenti del Medio Oriente, eppure
con i tifosi e l’intera città si era creata un’alchimia speciale “

32 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 33



D ove sono andato,
me lo sono guadagnato.

Si tratta di lavorare bene


e di farsi conoscere sul campo.

Le oppurtunità, poi, arrivano:


sono una conseguenza.

NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 35


A tuo giudizio, come deve essere composto lo staff tecnico quando si affronta un nuovo cam- Nella tua tesi del Master, sottolinei come sia “importante tenere conto che l’arrivo di un
pionato straniero, di cui inizialmente si sa poco o nulla? nuovo tecnico sia, già di per sé, un grande cambiamento”.
Qual è il giusto mix tra conoscenze ed integrazione nel nuovo ambiente? È questo secondo te il segreto dell’allenare in un paese straniero lontano dalla cultura ita-
liana, ovvero tenere sempre a mente i concetti di ‘cambiamenti moderati e progressivi’,
Il presupposto da cui parto è che quando si arriva in una società straniera, in un nuovo campiona- dalla tattica ai rapporti con squadra, dirigenza e tifosi?
to, ritengo che sia un errore isolarsi nel proprio staff, lavorando esclusivamente con loro, rima-
nendo chiusi e non permettendo di far circolare informazioni. Assolutamente sì.
Porto l’esempio della mia ultima avventura in Championship, quando sono stato vice allenatore
Molto spesso prendo un assistente locale, perché è lui, conoscendo bene la realtà esistente, che di Zenga al Wolverhampton. La seconda serie inglese è solo una lontana parente del mondo della
mi può dare informazioni su squadre e tifosi, che mi può dire ciò che viene scritto dalla stampa e Premier League, dove invece possiamo trovare molti tecnici stranieri, che hanno anche fatto la
che – da mio uomo di fiducia, che conosce me, le mie intenzioni e la lingua locale - si può relazio- storia del calcio internazionale. In Championship la cultura del modus operandi è ancora tipica-
nare direttamente col presidente. È fondamentale avere un vice che possa difendere il tuo lavoro, mente inglese; il calcio offerto è un prodotto tipicamente britannico e poco internazionale.
crescendo insieme alla squadra e facendo parte del progetto. Quando siamo arrivati ai Wolves, Zenga mi ha chiesto di allenare la fase difensiva; io avevo un
assistente locale e gli ho chiesto di farmi vedere come lui lavorasse sulla fase difensiva, per capire
Avere un preparatore atletico italiano vuol dire poter organizzare le sedute tecnico-tattiche insie- il punto di partenza per il mio lavoro. L’assistente ha schierato i quattro difensori e ha iniziato ad
me: chiaramente sono io, allenatore, a condurre e gestire la seduta di allenamento, però ci si può effettuare lanci centrali. Lì ho capito che quale fosse la loro tipologia di lavoro e cosa potessi pro-
confrontare bene con una persona che ha la tua stessa cultura del lavoro. porre io, anche grazie alla visione di alcuni video per spiegare meglio alcuni concetti. Il lancio va
Credo che, se la società ha le disponibilità economiche, sia utile portare con sé anche un proprio bene, ma è soltanto una delle innumerevoli situazioni di gioco possibili; è una palla scoperta, che
vice, una persona fidata, che possa inoltre svolgere il lavoro da match analyst e che magari con- tu lanci centralmente. Ma se c’è un cross dalla tre quarti da posizione defilata o da fondo campo,
senta, durante l’allenamento, di dividere il gruppo per poter lavorare a reparti e sulle due fasi, come ti comporti? Il mio lavoro si è concentrato allora inizialmente in un’opera di convincimento
difensiva e offensiva. dello staff e poi dei giocatori, presi singolarmente: grazie ai video, ho mostrato loro i movimen-
ti da eseguire, facendo provare anche in allenamento determinate chiusure, a seconda da dove
Il preparatore dei portieri è invece un lavoro anche psicologico: il dialogo è essenziale e quindi partisse il cross. Insomma: allenamenti più completi. Questo approccio è stato vincente, perché è
avere un tecnico che parla la stessa lingua madre dei giocatori può essere determinante. stato graduale: arrivare ai Wolves e proporre soluzioni multiple, immediatamente, a chi non ave-
Ovviamente tutte queste valutazioni cambiano a seconda delle situazioni, da paese a paese e, so- va mai vissuto allenamenti tattici così dettagliati, non avrebbe sortito alcune effetto, perché quei
prattutto, dal budget a disposizione della società. giocatori non si erano mai posti simili problemi.

A mio giudizio noi italiani siamo bravi in tanti aspetti, ma soprattutto nello scomporre la gara, ri-
proponendo poi in allenamento sedute divise per reparto di squadra. All’estero invece questo non
avviene, perché sono meno attenti di noi sulle distanze tra i giocatori e lavorano molto sul globale.
Anche in Championship ho visto cose interessanti dal punto di vista tattico, ma - guarda caso -
provenivano da intuizioni di allenatori stranieri.

Io ho girato molto, ho lavorato in Asia, Africa e Inghilterra, e dalla mia esperienza personale posso
affermare che gli allenatori del posto spesso lavorano molto a livello motivazionale, però vinco-
no quasi esclusivamente quando hanno a disposizione una rosa di giocatori di qualità; altrimenti
fanno fatica. Noi italiani, invece, abbiamo una cultura dell’allenamento differente, che parte dal-
la prestazione; sappiamo leggere molto bene le partite e sappiamo come e dove intervenire. In
Championship, ad esempio, non ho riscontrato in nessun allenatore locale la caratteristica e la
capacità di cambiare sistema di gioco all’interno della stessa gara.

36 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 37


L’ultima domanda non può che riguardare il modello a cui ti ispiri, se ne esiste uno. In un’in-
tervista hai sottolineato come “il lato umano conti moltissimo e altrettanto la possibilità di
plasmare la squadra come voglio io, alla ricerca di un gioco offensivo e di personalità. Tanto
per intenderci, come il Foggia di Zeman”. Cosa rappresenta per te l’allenatore boemo?

Premetto che sono un romantico del calcio: mi piace pensare che i miei giocatori in campo diano
sempre il 100% ed il mio desiderio è quello di condividere, con il mio presidente, un rapporto in-
nanzitutto umano prima che sportivo.

Trovo che il Foggia di Zeman in Serie A sia stata una storia fantastica, che vada ben oltre le mere
cronache sportive. Del boemo non prendo a modello tutto, come ad esempio la parte atletica, ma
applico alcune sue metodologie di lavoro e alcuni suoi schemi offensivi.

Di Zeman mi piace il personaggio, la sua integrità morale. Lo trovo affascinante perché è un ap-
passionato nel vero senso della parola, perché lavora con passione; perché ama ciò che fa e dice
quello che pensa. L’ho conosciuto personalmente e tra di noi c’è stato un bello scambio di opinio-
ni. Non posso però dire di ispirarmi a lui, dal punto di vista tattico, perché il calcio che io ho in
mente, per la mia squadra, è più camaleontico.

Il calcio oggi non è bianco o nero, ma deve essere adattato al momento. Sono un romantico del
pallone, sì: ma sul campo bisogna essere pragmatici.

Stefano Cusin
insieme a Zdenek Zeman

“ Quando effettuo dei colloqui in Italia e mi chiedono:


“ma non sentirai la pressione?”, mi viene da ridere...
Ho allenato squadre con un seguito inimmaginabile:
in Libia oltre cinquemila tifosi erano presenti ai nostri allenamenti... “

38 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 39


CULTURAL INTELLIGENCE

N ’E S P E R IE N Z A ALL’ESTERO
AFFRONTAR E U
R S I C O N U N ’A LT R A REALTÀ,
CONFRONTA
VUOL DIRE ANCHE L E T A M E N T E D IV E RSI DAI NOSTRI
I COMP
CON USI E COSTUM

T O M O T IV O È F O N DAMENTALE
PER QUES
O S C E R E IL C O N T E STO SOCIALE
CON
OPERARE
DOVE SI ANDRÀ AD

di Guglielmo De Feis
40 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 41
La ‘cultural intelligence’ si riferisce alla sensibilità L’atteggiamento a basso contesto del presidente (si presentò in albergo, all’appuntamento, in in-
che bisogna avere per comprendere le differenze culturali. formalissimi pantaloncini corti e con figlioletta al seguito) mi fece ritenere amichevole e ben
avviata la trattativa. Mi accorsi mio malgrado che ero vittima di un’incomprensione culturale,
Quello di seguito è un estratto della tesi di Guglielmo de Feis quando nella prosecuzione della trattativa, rigorosamente via email, fui trattato molto aspramen-
al corso per Direttore sportivo tenuto a Coverciano in questo 2017:
te secondo la regola “niente di personale, ma gli affari sono affari”.
un riassunto di esperienze personali che possono aiutare a comprendere
Nel 2013 sperimentai in Turchia, nella città di Gaziantep al confine con la Siria (un posto non pro-
quanto le diversità culturali possano incidere nell’ambito calcistico,
priamente progressista), l’angoscia di aver accompagnato un calciatore culturalmente non pronto
soprattutto in un contesto globalizzato come quello di oggi.
a veder pregare un islamico inginocchiato e ad accettare il divieto di spogliarsi davanti ad altri
uomini, anche se in uno spogliatoio.

Nel 2014 mi accorsi che parlare del contratto e di questioni calcistiche davanti alla moglie di un
calciatore latinoamericano può mettere quest’ultimo a disagio. Mi chiese espressamente di lascia-
re fuori sua moglie da questioni di soldi e calcio.
Poco tempo dopo, applicai questa regola pratica ad un calciatore africano, ritenendo, molto sem-
“ È interessante rilevare come l’unica forma di cultural intelligence plicisticamente, che l’età simile, i guadagni quasi uguali e gli stili di vita disinvolti nei rapporti
applicata scientificamente al calcio con le donne per entrambi i calciatori (il latinoamericano e l’africano) mi autorizzassero ad un’e-
sia quella che attiene ai moduli di gioco e allo scouting dei calciatori: quazione piuttosto basica. Questa volta, la risposta fu “preferisco parlarne insieme a mia moglie”.
potrebbe essere giunto il momento
“ All’epoca di tutti questi avvenimenti non avevo affrontato la questione culturale e non avevo stu-
di applicarla a tutte le altre scienze che lavorano all’interno di esso. diato la “cultural intelligence”.
Oggi, grazie a questo mio approfondimento so che nella cultura araba la parola vale come un
(Guglielmo De Feis) contratto firmato, il quale rappresenta nient’altro che una formalità: leggerlo per oltre 5 minuti
è indicatore di sfiducia.

D
opo diversi viaggi di lavoro, non completamente soddisfacenti, nei paesi arabi – tra Ara-
bia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti - ho avuto il sospetto che parlare con
i presidenti ed i direttori sportivi di questa parte del mondo prevedesse regole compor-
tamentali che non conoscevo. Da ex calciatore e da agente FIFA europeo, non era per
me una novità avere come interlocutore una controparte calcistica. Lo era, però, averne una che
aveva una formazione culturale diversa dalla mia.

In Europa, il calciatore, prima della firma, è trattato con molte lusinghe e questo lo avevo appu-
rato sia in veste di centravanti che in quella di procuratore. In Arabia il massimo della lusinga è
quella di avere cinque minuti per leggere il contratto prima di firmarlo.

Nel 2010 mi trovai a Houston per la Gold Cup (i campionati confederali della Concacaf) per assi-
stere alla partita tra Messico e Honduras. Venni contattato dal presidente della squadra locale,
gli Houston Dynamo, perché rappresentante del centravanti della nazionale honduregna Carlo
Costly.

42 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 43


Ho la certezza che non bisogna dare nulla per scontato, nemmeno che chi è con me sappia che gli lo sconcerto: nemmeno una parola di scuse o spiegazioni. Fui sollevato, immediatamente, dalla
islamici pregano inginocchiati verso La Mecca. grande cortesia dei miei ospiti che mi dimostrarono con i fatti che mi consideravano un invitato
Ancora: oggi so che gli statunitensi sono, insieme ai giapponesi, culturalmente molto competitivi, di riguardo. Semplicemente, in una cultura policronica, la puntualità non rientra fra gli obblighi
concepiscono i negoziati solo in forma dura e spietata, nonostante basso contesto (americani) o determinanti e il ritardo non è motivo di scuse.
etichetta (nipponici). Inutile offendersi, arrabbiarsi o meravigliarsi, bisogna sapere che la spieta-
tezza non significa impossibilità di chiudere la trattativa. Quando nel gennaio 2016, il calciatore brasiliano Luis Adriano, all’epoca sotto contratto con il
Milan, fece un viaggio inutile in Cina dove si era recato per firmare con il club Jiangsu Suning, la
Infine, la cultural intelligence mi ha spiegato come sia il latinoamericano che l’africano siano stampa italiana rimase sconcertata e stupita che un contratto di tale importanza potesse saltare.
due collettivisti che prendono decisioni solo dopo aver effettuato delle consultazioni familiari. Infatti, sia il calciatore (un nazionale brasiliano) sia il Milan si erano già ampiamente sbilanciati
La differenza consiste nel fatto che, mentre per il latinoamericano la figura chiave è quella del con tanto di saluti ufficiali del calciatore ai tifosi della società rossonera. Probabilmente fui tra
padre (cultura patriarcale per eccellenza) per l’africano è la sposa, una figura che racchiude in i pochi in Italia a non essere sorpreso da un episodio del genere. Nell’estate del 2014, infatti, mi
sé gli elementi del trascendente, del terreno, del presente e del futuro, grazie alla sua capacità di capitò di recarmi, insieme ad un calciatore da me assistito, nella città di Chengdu dopo un precon-
procreare. tratto firmato dalla società Tiancheng Zuqiu Julebu. Fautore dell’operazione era il mio omologo
cinese, Santiago, nome occidentale di cui tutti i cinesi si dotano quando devono avere rapporti
Mi sono capitati tantissimi episodi particolari e curiosi che mi hanno fatto appassionare ad una internazionali. Era un giovane cosmopolita che aveva fatto l’università in Cile e che parlava uno
materia di cui non avevo mai sentito parlare e di cui, peraltro, non conoscevo nemmeno l’esisten- splendido spagnolo, il che rendeva impossibili le incomprensioni di lingua. Fu proprio Santiago
za. a comunicarmi che la società cinese era mortificata, ma che non poteva definire il passaggio del
calciatore nelle loro fila a causa di non meglio precisati problemi di tesseramento per gli stranieri.
Arrivare di notte in aeroporto a Dubai e non trovare le persone con le quali avevo appuntamento, Non fu un deterrente per il club cinese il fatto di aver già sostenuto ingenti spese di biglietti aerei
mi aveva fatto pensare ad un malinteso o ad un problema improvviso e grave. L’attesa di quaran- e di hotel. Non ho mai saputo il reale motivo della mancata definizione dell’accordo, ma certa-
ta minuti, senza avere informazioni, mi era sembrata un presagio molto negativo su quello che mente so perché sia stato possibile un così tardivo ripensamento: a differenza della cultura araba,
doveva essere un importante incontro di lavoro. L’arrivo dei rappresentanti del club con il quale nella quale la parola data vale già come un contratto, nella cultura cinese nemmeno i contratti
avevo appuntamento, l’Al Shabab, da un lato lo accolsi con sollievo, ma dall’altro accrebbe in me firmati hanno valenza definitiva. Il momento giuridicamente rilevante è posticipato al momento
del deposito del contratto in federazione.

In Kuwait non è facile per un procuratore europeo lavorare nel periodo di maggio inoltrato: i qua-
si 50 gradi, uniti ad un tasso notevole di umidità, rendono quello dell’agente un lavoro al limite
della sopportazione fisica. Con il mio collega kuwaitiano, gli spostamenti con la sua lussuosa e su-
per climatizzata auto erano un sollievo climatico. Nei ristoranti e nei bar, a prescindere dall’ordi-
nazione, ai clienti viene sempre portata un bottiglia di acqua minerale naturale. Da buon europeo,
non ho mai pensato di lasciare il locale portandomi via la bottiglia con l’acqua che era avanzata.
Con mio grande stupore, le prime due volte che lasciai la bottiglia sul tavolo, fu il mio collega a
portarmela e consegnarmela, ma alla terza dimenticanza mi riprese con aria severa dicendomi
che nel loro paese è un segno di mancanza di rispetto sprecare l’acqua offerta. In una cultura nella
quale fare le cose con la mano sinistra è visto come irrispettoso, molti turisti destrorsi comincia-
no in modo sbagliato la loro esperienza fin dal momento del controllo passaporti, trascinando il
trolley con la mano preferita e dando all’ufficiale doganale il documento con la mano sbagliata.

In Bahrein, dopo aver negoziato via email e via telefono con il presidente della squadra dell’Al
Muharraq, mi accingevo a conoscerlo personalmente una volta arrivato a Manama, la capitale
dello stato arabo. Rimasi abbastanza disorientato dal comportamento di questo sceicco, che mi
sembrava molto più ostico di altri che avevo conosciuto in altri stati del golfo arabo. Appunta-
menti disdettati all’ultimo secondo, telefonate alle due di notte per fissare appuntamenti nel giro
di mezz’ora, ma una cortesia infinita che me lo facevano vedere come un personaggio bizzarro

44 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO 45


più che maleducato. Solo dopo aver visto il modo clamorosamente riverente con il quale era stato se il figlio di Al Ahmed Al Sabah, noto al mondo per essere lo sceicco che, entrato in campo per
salutato al suo arrivo allo stadio da tutti i dirigenti del club, immaginai che non fosse un semplice protestare – durante la partita ai mondiali di Spagna ‘82 tra Francia e Kuwait - fece annullare de
sceicco. Un rapido studio della storia del Bahrein mi permise di capire perché fosse tanto preten- facto il gol di Alain Giresse. In Kuwait, però, il folcloristico sceicco era un eroe nazionale per essere
zioso: si trattava di Rasheed Al Khalifa, membro della famiglia reale del Bahrein. morto combattendo nelle prime ore dell’invasione delle truppe di Saddam Hussein, per difendere
il palazzo Dasman dopo la fuga del fratello Emiro.
Un altro esempio di alta distanza dal potere mi capitò ancora in Kuwait. Nella sede dell’Al Qadsia
- club di Kuwait City - in un ufficio elegante e grande come non ne avevo mai visti prima, insieme Oggi che ritengo conclusa la mia esperienza di agente FIFA, vorrei portare nel mio modo di lavora-
al calciatore da me assistito, stavo usufruendo dei cinque minuti di tempo canonici per leggere il re la parte di ‘cultural intelligence’ che mi sono costruito, in parte sul campo ed in parte sui libri.
contratto, il tutto alla presenza di una decina di dirigenti del club kuwaitiano. Quando dissi che Se nel calcio si è arrivati alla VAR (Video Assistant Referee) probabilmente esiste una breccia nel
io e il calciatore eravamo pronti per firmare, venimmo accompagnati in un altro ufficio, letteral- muro del tradizionalismo calcistico attraverso la quale portare altre tipologie di innovazione.
mente sontuoso, dentro il quale, da solo, il presidente ci accolse. Nel calcio, come nella vita, è facile sbagliare: preparare al meglio la tattica di gioco riduce al mi-
Venni a sapere in seguito, che il motivo di tanto rispetto per quel presidente, era il fatto che fos- nimo il rischio.

Guglielmo De Feis
durante una lezione a Coverciano al Master UEFA Pro

46 NOTIZIARIO del SETTORE TECNICO


PODIO
MONDIALE

In Corea,
alla massima competizione per nazionali giovanili,
l’under 20 guidata dal tecnico Evani
ha centrato uno storico traguardo:
per la prima volta nella storia,
l’Italia è arrivata in semifinale,
chiudendo la competizione al terzo posto

Alberico Evani

FIFA U-20 WORLD CUP


Corea del Sud,
20 maggio - 11 giugno 2017

Potrebbero piacerti anche