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Giuseppe Conte

Il sonno degli Dei


La fine dei tempi nei miti delle grandi civiltà
© 1999 RCS Libri S.p.A., Milano
Edizione Mondolibri S.p.A., Milano
su licenza RCS Libri S.p.A., Milano

NOTE DI COPERTINA
Divorata da un dio giaguaro o da una dea leonessa, sferzata da uragani, sepolta da un
diluvio di acque o di fuoco, scossa da terremoti, dissolta nell‘indistinto Caos
primordiale, percorsa dalle armate del Bene e del Male impegnate nella lotta estrema:
così finirà la terra secondo i miti elaborati dalle grandi civiltà, dal Sumeri agli Egizi,
dagli Indù ai Celti, dagli Aztechi alle grandi religioni monoteiste. Il sonno degli dèi è
un‘«enciclopedia dell‘apocalisse», per un millennio che si chiude con l‘usuale
contorno di attese e presagi, e insieme uno straordinario racconto, che mette il lettore
davanti alle visioni, alle immagini, alle domande fondamentali che accompagnano
l‘uomo fin dalla sua comparsa sulla terra, e alle risposte che nel corso del tempo è
riuscito a fornire il mito, la più potente e universale delle forme di narrazione e di
spiegazione del mondo. Nelle pagine di Giuseppe Conte, lo scrittore italiano che più
di ogni altro ha riconosciuto nel mito la sua principale fonte d‘ispirazione, la fine del
mondo non è solo il cataclisma cosmico profetizzato dai testi religiosi, ma anche la
fine – storica – di un mondo: apocalissi reali avvolte in un alone mitico, come il
crollo dell‘impero azteco davanti all‘assalto dei quattrocento soldati di Cortés, la
catastrofe delle bombe atomiche sul Giappone gli ultimi giorni del Terzo Reich, con i
bagliori da Crepuscolo degli dèi che si levano dal bunker di Hitler. Quale sorte
attende ogni uomo, la terra, l‘universo? La fine e poi il nulla? Un Giudizio e una vita
eterna, delle anime, dei corpi, dell‘anima del mondo? O una serie incessante di
reincarnazioni, «universi che esplodono, implodono e tornano a esplodere; dèi che
sognano – e il loro sogno siamo noi e l‘universo -, che dormono – e il loro sonno è
l‘azzeramento, il dissolversi, il nulla – e che tornano a risvegliarsi, senza fine»? Se le
risposte della scienza ci lasciano freddi e perplessi, le immagini del mito
infiammeranno la nostra fantasia.
GIUSEPPE CONTE, nato a Imperia nel 1945, è poeta, saggista e romanziere. Tra le sue opere più
recenti, Fedeli d’amore (1993), L’impero e l’incanto (1995), Canti d’Oriente e d’Occidente (1997)
e II ragazzo che parla col sole (1997).

Indice
Premessa
Introduzione
Le apocalissi e l’idea del tempo
Aztechi
La fiamma sacra di Aldebaran
Maya
La piramide delle tenebre e dei giaguari
Indiani d‘America
La Danza degli Spettri
Giapponesi
«Grande e augusta Kami che brilla nel Cielo»
Sumeri, Assiri, Babilonesi
Un flagello più terribile del diluvio
Egizi
Rà comincia a invecchiare
Indù
La notte di Brahma
Persiani
Il seme di Zoroastro
Greci e Romani
«Della morte non parlarmi, glorioso Odisseo»
Germani
Quale crepuscolo per gli dei?
Celti
«Re Artù non è morto»
Ebrei e cristiani
«E’ caduta la grande Babilonia»
Musulmani
Il Dodicesimo Imam
Epilogo
Ringraziamenti

PREMESSA
Il lettore troverà in questo libro i racconti della distruzione del mondo e della fine
dei tempi come ci vengono conservati dai miti e dalle religioni delle grandi civiltà.
Ho preso in considerazione le civiltà degli Aztechi, dei Maya, degli Indiani
d‘America, dei Giapponesi, dei Sumeri, Assiri e Babilonesi, degli Egizi, degli Indù,
dei Persiani, dei Greci e Romani, dei Germani, dei Celti, degli Ebrei e dei cristiani,
dell‘Islam. Naturalmente, un conto è occuparsi di religioni estinte come quelle degli
Aztechi, dei Sumeri, dei Greci, dei Celti, che nessuno si offende a sentire definire
mitologie. Un conto è occuparsi dell‘ebraismo, del cristianesimo, dell‘Islam,
dell‘induismo, che contano miliardi di fedeli nel mondo. Per loro le dottrine
escatologiche delle rispettive religioni sono oggetto di fede. Non c‘è niente, dal mio
punto di vista, che meriti più rispetto della fede; dunque se il sottotitolo del libro
parla di «miti», è perché «mito» in questo caso significa soprattutto «racconto sacro»,
«racconto delle cose prime e ultime», e non c‘è nessuna intenzione denigratoria
nell‘applicare il termine in questa accezione all‘Apocalisse di Giovanni o a certe Sure
del Corano o a certe pagine delle Upanisad. Non ho avuto nessuna pretesa di
esaustività. Così come, pur essendo il libro frutto di una documentazione precisa e
appassionata, non ho avuto nessuna pretesa di scientificità: non sono uno studioso di
professione, ma soltanto uno scrittore di libri in versi e in prosa che ormai da decenni
lavora sui temi del mito. Il mito, per la sua natura aurorale, per il senso delle origini
che lo pervade, ha sempre puntato più sul momento della creazione che su quello
della distruzione. Così si trovano tanti libri sui «miti della creazione» negli scaffali
dei settori di mitologia e antropologia delle librerie, ma nessuno che abbracci
l‘insieme dei «miti della distruzione e della fine dei tempi». Le ricerche ad esempio
di Damian Thompson (La fine del tempo, 1996) o di Graham Hancock (Impronte
degli dèi, 1995) o di Alfred Weysen (Le Tempie du secret et l’Apocalypse, 1990)
toccano questi temi ma non sistematicamente e hanno punti di vista particolari o
ardite tesi da dimostrare. Così posso dire che scrivendo ho accettato un duplice
invito: prima di tutto quello del mio editore, e poi quello del libraio di Nizza che un
giorno mi ha chiesto perché non mi facevo io stesso quel libro sulla fine dei tempi nei
miti delle grandi civiltà che non riusciva proprio a trovarmi, anche dopo tante
ricerche.

INTRODUZIONE

LE APOCALISSI E L‘IDEA DEL TEMPO


«Nel destino di ogni uomo può esserci una fine del mondo fatta solo per lui.» Così
scrive Victor Hugo, nel‘ Uomo che ride. La fine del nostro mondo individuale, la
«apocalisse personale» è la prima con la quale ciascuno di noi deve fare i conti. Già
affrontare un‘anestesia totale o subire un gravissimo incidente d‘auto sono esperienze
che ci fanno intravedere il modo in cui la catena delle nostre esperienze stesse può
spezzarsi in un momento e lasciar subentrare il silenzio. Niente forse dà il senso del
confine, della sospensione tra vita e morte meglio di quel terribile istante di silenzio
che sta tra il rimbombo disumano delle lamiere e i primi gridi dei feriti, in uno
scontro. Anche veder crollare tutto quello che si è costruito, veder finire nella polvere
sogni, ideali, progetti è una «fine del mondo», per le anime generose.
Sin dai primordi, l‘uomo ha dedicato il massimo delle sue attenzioni impaurite e
profonde alla morte. Nel regno vegetale, gli organismi nascono, crescono, muoiono e
rinascono: un ramo rigoglioso di fiori in primavera e di frutti l‘estate comincia a
deperire in autunno ed è secco come un cadavere in inverno; ma alle prime brezze di
marzo eccolo tutto vibrante di nuovi germogli. Nel mondo animale, invece, la fine è
una e irrimediabile. Si nasce, si cresce, ci si sviluppa, si declina e si muore. Questo
vale per il cane e il gregge del pastore come per il pastore. Ma l‘uomo ha la coscienza
e il linguaggio, per cui non si limita a sentire, a fiutare la morte, comincia anzi
dall‘inizio dei tempi a interrogarsi su di essa, a indagarla, visitarla, popolarla di
ombre. E le domande continuano anche oggi, in un‘epoca che sembra per un verso
voler respingere la morte fuori dalle proprie mura, ignorandola e occultandola, e per
un altro si mostra invece ossessionata da ogni immagine, anche atroce, di distruzione
e di decomposizione.
Morire è ritornare al niente, come sembrano credere molti, o significa ridiventare il
Dio unico, come per quegli scienziati di Prince ton e Piadena che concepiscono la
scienza più moderna come via per lo Spirito e la Salvezza e che vengono chiamati
neo gnostici? Siamo uomini-macchina, come sostenne il lucido, spietato estremismo
illuministico (La Metrite, Ade), o siamo «idee divine», sogni di Brahma? Nel primo
caso, la morte è una semplice operazione di smontaggio. Nel secondo, è un transito:
noi siamo un sogno di Dio, un sogno che sta in una sua sfera chiusa e autonoma,
individualizzata e calata nel tempo; con la morte torniamo al Sognatore divino, che ci
riassorbe in sé, nell‘unità senza tempo e spazio della sua coscienza unica.
In ogni caso, però, l‘idea della morte è insopportabile per l‘uomo, e gli istinti e
l‘inconscio stesso vi si ribellano in tutti i modi. Racconta il dottor Acquese
Donnas – uno dei partecipanti al Quinto Colloquio dell'antonelliana Mondiale dea
Religioni sulle apocalissi, cui dovremo in seguito riferirci spesso – che certi suoi
pazienti afflitti da frequenti sogni di distruzione finale e catastrofica del pianeta
proiettavano in essi premonizioni della propria fine personale, perché l‘inconscio
riteneva così di evadere da quelle premonizioni, di scongiurarle pantografandole.
Spesso la cronaca ci offre spunti tragici per riflettere su quelle che vorrei chiamare
«apocalissi famigliari»: membri della stessa famiglia, marito e moglie, fratelli, madri
e figli, che si tolgono con violenza la vita insieme, nell‘intento di cancellare ogni
traccia del proprio sangue dalla faccia della terra. Il caso emblematico di Angelo D.R
mi ha toccato particolarmente da vicino. Uomo coltissimo, ingenuo, mite, generoso,
ex dirigente delle Ferrovie e in seguito professore di scienze, Angelo D.P. viveva con
la madre e la sorella una vita solitaria, chiusissima e austera, agitata però da
frustrazioni nell‘ambito scolastico che si erano trasformate man mano in una vera e
propria mania di persecuzione.
In grado di scrivere lettere in greco antico, autore di una serie di Haiti sulla morte,
Angelo D.P., che in giovinezza aveva trovato un equilibrio nell‘umanesimo
comunista, fu portato sempre più dalla sua mania di persecuzione verso un nichilismo
sprezzante, disperato e livellatore. Un giorno – e nessuna cronaca ricostruirà mai più
perché e come – uccise con una lunga arma da taglio la madre e la sorella, appiccò il
fuoco a delle banconote e all‘appartamento dove viveva, poi si affacciò al balcone e
mentre accorrevano a sirene spiegate i camion dei vigili del fuoco si trafisse la gola.
La sua apocalisse si era abbattuta così sul nucleo famigliare, che non solo distrusse
con un‘arma, ma che attaccò persino con il fuoco, uno degli elementi e dei simboli
più ricorrenti in qualunque apocalisse.
Un altro tipo di apocalisse, di cui spesso e anche di recente le cronache hanno
dovuto occuparsi, è quella che chiamerei «di gruppo». E‘ quando gruppi di affiliati a
qualche setta esoterica decidono di darsi la morte collettivamente, in macabri rituali.
E‘ accaduto con l‘Ordine del Tempio Solare, rinato negli anni Ottanta e diffuso
soprattutto in Svizzera e in Canada.
Nella sua prima fase, la setta fondata dal dottor Lu Uretra esprime sentimenti
condivisi da larghi strati della sensibilità contemporanea: il timore del disastro
ecologico, il desiderio che emerga un nuovo tipo d‘uomo, la constatazione del
collasso del materialismo e del bisogno di unificare le varie religioni. Ma presto
emergono visioni ben più ambigue e cupe: il fuoco apocalittico serve per purificare
gli eletti, i Cavalieri templari reincarnati avrebbero intrapreso un viaggio verso Siro e
lì sarebbero diventati esseri solari simili a Cristo.
L‘inizio della fine è un omicidio rituale commesso in Canada. Una coppia di
adepti, Nickel e Antonio Duttile, hanno avuto un bimbo e, contravvenendo agli ordini
di Aposepala Di Lambro, guru della setta, lo hanno chiamato Emmanuela. Quel nome
doveva restare prerogativa della figlia di Di Lambro, E rama-nuelle, ritenuta
un‘incarnazione divina. Il piccolo Duttile è dichiarato l‘Anticristo e due membri
dell‘Ordine vanno dalla Svizzera al Canada per ucciderlo, insieme al padre e alla
madre. Per ragioni mai chiarite, questa esecuzione diventa il preludio dell‘apocalisse
all‘interno dell‘Ordine stesso.
I due assassini, compiuta l‘opera, prendono dei calmanti e si bruciano vivi. Quattro
ore più tardi, una fattoria si incendia vicino a Chieri, in Svizzera. La polizia scopre
nei sotterranei una cappella adorna di drappi e sul pavimento ventidue corpi disposti a
raggiera intorno a un altare con un calice d‘oro. A diciannove di essi è stato sparato
un colpo alla testa, gli altri si sono soffocati con sacchi neri di plastica. Tre ore dopo
l‘incendio di Chieri, esplodono delle bombe in due chalet di proprietà dell‘Ordine, in
un villaggio a centosessanta chilometri di distanza. Lì vengono trovati i resti
carbonizzati di venticinque membri dell‘Ordine, tra cui Aposepala Di Lambro e Lu
Uretra.
In questa, come in altre apocalissi di gruppo, sembra che il bisogno più sentito sia
quello di accelerare il «transito al futuro», un futuro considerato infinitamente
migliore del presente sulla terra. In questo senso, le apocalissi di gruppo di alcune
sette poggiano su un ceppo biblico e cristiano, pur nella loro interpretazione distorta e
visionaria dell‘idea di fine dei tempi e di passaggio alla gloria dell‘eternità.
Altre volte il termine «apocalisse» può riferirsi all‘esito di vicende storiche di
particolare intensità tragica. Esemplare è il caso degli Aztechi: il loro interesse
ossessivo per presagi e profezie di distruzione finì per favorire la rovina precipitosa e
totale del loro impero, della loro religione e della loro cosmogonia, dopo l‘arrivo in
Messico di Cortés e del suo pugno di uomini, in groppa a cavalli e muniti di armi da
fuoco.
Ma anche il nostro secolo ha visto bagliori di apocalissi storiche, soprattutto alla
fine della seconda guerra mondiale. Accenni precisi all‘annientamento della nazione
giapponese, e all‘estinzione della civiltà umana, sono presenti nel discorso
radiofonico con cui l‘imperatore Hiroshima annunciò la resa del Giappone. E tutti i
maggiori simboli apocalittici compaiono nella disfatta del Terzo Reich, nel suicidio
di Hitler nel bunker di Berlino.
In senso proprio, la parola «apocalisse» è entrata e si è radicata nella nostra cultura
attraverso il titolo del libro profetico di Giovanni; deriva direttamente nelle lingue
moderne da un termine greco che si traduce in latino con revelatio, e significa dunque
«svelamento», in particolare svelamento degli accadimenti finali e dell‘avvento del
regno di Dio e dell‘eternità. Come tale, la parola andrebbe riservata all‘escatologia
ebraica, cristiana e islamica, e forse a quella iranica, zoroastriana, che per certi
studiosi è alle fonti delle prime tre. Ma anche i popoli che non hanno una religione
monoteistica né dualistica – quelli delle antiche concezioni pagane, che sono rimasti
fedeli all‘arcaico scenario cosmico, o che credono nell‘eterno ciclo delle
reincarnazioni – hanno immaginato la fine dei tempi, la rovina, la distruzione totale,
parziale, ricorrente, tentata, rinviata o sospesa dell‘umanità da parte degli dèi.
E‘ grazie al mito, questo formidabile strumento di conoscenza, che noi sappiamo
ciò che l‘umanità ha intravisto delle proprie origini e della propria fine, la sua
memoria preistorica, la sua profezia di futuro. Il
mito, nel corso del Novecento, è stato ridotto a fondi di magazzino per l‘inconscio
dal neofreudismo, a una sottospecie di oppio dei popoli dal marxismo, a un codice
neutro senza messaggio dallo strutturalismo, cioè ha subito gli attacchi delle correnti
di pensiero che intrecciandosi hanno definito egemonica mente, per gran parte del
secolo, la modernità. Se oggi il mito è tornato sulla scena con tutta la sua energia,
nonostante le lunghe e quasi canoniche esercitazioni dissacranti e demitizzanti di
tanta parte della cultura novecentesca, è grazie alla crisi dell‘atteggiamento
positivistico e del materialismo dogmatico, e alle nuove esigenze di riscoperta delle
radici primordiali, dei legami spirituali tra popoli diversi, delle varie forme del sacro;
e naturalmente grazie al lungo lavoro di scavo di studiosi, tra gli altri, come Kàroly
Kerényi e Cari Gustav Jung, James Hillman e Mircea Eliade, Georges Dumézil e
Jean-Pierre Vernant, Elémire Zolla e Joseph Campiello. Il mito ci parla della nostra
anima individuale e dell‘anima del mondo, ci guida verso i primi «perché», ci
descrive i processi con i quali è cominciato l‘universo divino e umano, ed è stata
creata la terra; e ci descrive anche i modi in cui l‘umanità è già stata distrutta e, in
certi casi persino insieme agli dèi, lo sarà ancora.
L‘uomo ha sempre cercato di dare forma al viaggio dell‘anima dopo la morte: gli
Aztechi immaginano un viaggio sacro di quattro giorni in cui il defunto deve superare
una serie di ostacoli formidabili, tra cui una tempesta di pietre e di lame taglienti di
ossidiana, per raggiungere il loro Ade, chiamato Micella. Gli Egizi affidano il defunto
con i suoi tre principi spirituali, l'Alaska, il Ba e il A, ad Nubi, il dio delle necropoli
che presiede ai riti funebri e ai processi di mummificazione; questi lo scorta sino al
tribunale di Osiride, dove avverrà la «psicostasia», ovvero la pesatura dell‘anima per
deciderne la sorte ultraterrena. Per i Persiani, esiste il ponte Cintato, che stabilisce
allargandosi o restringendosi sino a ridursi a una lama se l‘anima del defunto può
accedere alle meraviglie del Paradiso o deve inabissarsi tra i tormenti e le pene.
Allo stesso modo l‘uomo ha sempre immaginato esseri viventi che si avventurano
nel regno delle ombre, e che poi ne tornano per descriverlo ai loro simili. Il mito, il
racconto mitico, gli è sempre servito anche a quello. Tra i Greci, i meno attratti fra gli
uomini dalla morte e dalla distruzione, in tanti arrivano a varcare la porta dell‘Ade
restando in vita. Odisseo, che vi incontra le ombre della madre, di Tiresia e di
Achille; Orfeo, che va a cercarvi la moglie Euridice tentando di riportarla alla luce;
Eracle, che deve catturare Cerbero, il cane a tre teste custode delle ombre; Teseo e
Piritico, che vogliono liberare Perseguitone prigioniera del Re degli Inferi. Virgilio
immagina il viaggio di Enea verso il padre Banchise nell‘Ade, dove apprende la
teoria pitagorica della trasmigrazione delle anime. Tra i Sumeri, sia Gamellino il re-
eroe, sia Istallar, dea dell‘amore e della bellezza, intraprendono il cammino verso
l‘Aldilà. Per i Giapponesi è il dio delle origini Izano che si spinge agli Inferi per
riavere l‘amatissima moglie Izano. Per i Celti il bardo Roisan e il navigatore magico
Bra Macerabile varcano la porta della nostra realtà attingendo quella dell‘Altro
Mondo. Miniamma, il Profeta dell‘Islam, compie un viaggio notturno sino alle vette
del Paradiso guidato dall‘angelo Gabriele, che gli appare con il volto più bianco del
latte e della neve e i capelli più rossi del più rosso corallo, come è raccontato nel
Libro della Scala. Dante concepisce tutta la sua Commedia come un percorso che, dal
basso in alto, dal male al bene, dalla disperazione alla gioia, dalla tenebra alla luce,
dalla sapienza antica di Virgilio sino a quella teologica e cristiana di Beatrice
lo conduca attraverso i tre regni di Inferno, Purgatorio e Paradiso sino a Dio.
I poeti hanno continuato a essere i protagonisti di tutti i più vorticosi viaggi nel
dopo morte, lo strumento di tutte le più lancinanti interrogazioni dello spirito vitale
sulla sua ultima destinazione. Ancora nel secolo scorso, Alt Whitman, nelle sezioni
conclusive del suo Foglie d’erba, invoca l‘anima che lascia
il corpo e ne segue l‘itinerario:
Oseresti ora tu, o anima,
uscire con me verso quella regione sconosciuta,
dove non c‘è terreno che i piedi possano calcare,
né un sentiero da seguire? (…)
Sino a quando i lacci si sciolgono,
tutti fuorché quelli eterni, Tempo e Spazio,
e né buio, né gravità, né senso, né altri legami ci
legheranno più.
Allora scoppieremo come germogli, fluttueremo
nel Tempo e nello Spazio, anima, pronti per loro,
eguali, equipaggiati alla fine (O gioia! o gioia di
tutto) per compierli in noi, anima.
A Victor Hugo, in quel poema dalla immensa potenza profetico-visionaria che è La
leggenda dei secoli, appare Dante che una voce risveglia dal sonno oscuro del
sepolcro perché porti a termine la sua opera nell‘anno 1853. Quello che Dante
riferisce è una visione apocalittica: «Giovanni a Patos, Manu che sogna sui Veda /
non hanno visto nulla di simile a ciò che io racconto»; un‘apocalisse contemporanea
che consta di una dura, violenta, faziosa requisitoria laica e sociale in cui le anime di
tutti i poveri, i reietti, i perseguitati, i vinti del mondo portano davanti all‘Arcangelo
della Giustizia i loro carnefici. Gli umili accusano della loro rovina e di tutta la
sofferenza mortale della terra i soldati, i soldati ribaltano le responsabilità sui loro
capitani, i capitani sui giudici, i giudici sui re, i re infine sul papa, e su papa Masai in
particolare, il Pio IX che condannerà il liberalismo nel Sillabo e proclamerà il dogma
dell‘Infallibilità, e che qui, diventato decrepito in un istante, è sottoposto a un
Giudizio anticipato per lui solo dai sette angeli «sognatori» e dalla voce di Dio,
(«cane pastore del gregge, fosti un lupo come gli altri»), in un crescendo fosco e
abbagliante.
Come esiste presso tutti i popoli un‘escatologia personale, ne esiste una universale,
che riguarda la loro società, la loro civiltà, la loro visione del cosmo, e che è stata
consegnata a libri sacri e a un insieme di leggende e di miti. L‘umanità ha sempre
tentato di immaginare la propria distruzione collocandola in un lontano passato, da
cui è rinata, o in un futuro da intravedere attraverso i bagliori cupi della profezia. La
distruzione finale può avvenire per acqua o per fuoco:
questi sono i due elementi a cui più spesso è deputato lo sconvolgimento degli
equilibri naturali. La catastrofe è infatti identificata nella rottura dell‘equilibrio
faticosamente uscito nei primordi dal caos originario e nel sopravvento che un
elemento prende sugli altri. L‘acqua di piogge, maree e inondazioni, l‘invasione dei
ghiacci da un lato. Le fiamme, le eruzioni, il calore bruciante, l‘aridità totale
dall‘altro. Elementi che per eccellenza recano vita e luce debordano e cambiano di
segno, danno ora morte e tenebra; come un falò dà chiarore e fumo, come una pioggia
può provocare fertilità in un campo o frane sui pendii di una collina. Per questo il
rogo finale è previsto per esempio sia dalla fantasia rude e accesa dei Germani sia dal
pacato pensiero filosofico degli stoici greci, e per questo il Diluvio compare a quasi
tutte le latitudini, presso gli Aztechi come presso i Greci, presso i Sumeri come
presso gli Indù e gli Ebrei. La distruzione può anche dipendere dagli altri due
elementi: dalla terra per via dei terremoti, dall‘aria per avvelenamento, contagio,
pestilenza. Ma la distruzione può anche avvenire per una serie diversissima di piaghe,
può dipendere dalla siccità, da un‘invasione di locuste, dalla carestia, dallo
scatenamento di animali feroci come i giaguari, dall‘attacco di guerrieri che montano
cavalli dalla testa di leone, da flagelli bizzarri e impensabili come quelli che
colpiscono gli «uomini di legno» dei Maya, cui persino gli utensili domestici si
ribellano e, acquistando la parola, infliggono rimproveri e supplizi.
Distinguere con troppa nettezza tra le culture che hanno una visione del tempo
«lineare» e quelle che ne hanno una «ciclica» può destare qualche perplessità, come
suggerisce Damian Thompson nella sua Fine del tempo; ma tra le due visioni una
differenza almeno è chiarissima: quella «lineare» presuppone una fine definitiva;
quella «ciclica», invece, una fine che definitiva non è mai.
La concezione del tempo «lineare» appartiene innanzi tutto ai tre grandi
monoteismi, quello ebraico, quello cristiano e quello islamico. Secondo queste
religioni, il tempo è iniziato con la creazione e finirà con la distruzione. Adamo, il
«figlio della terra», è il primo uomo, il mondo è stato distrutto dal Diluvio 1656 anni
dopo la sua nascita, Noè è il nuovo progenitore dell‘umanità, da lui discenderanno
Abramo, Davide, Gesù, sino al ritorno di Gesù nella Parusia, nel Secondo Avvento,
quando vi saranno la Resurrezione dei morti e il Giudizio Universale. A quel punto il
tempo finirà di scorrere, e si apriranno i cancelli dell‘eternità.
Il ritorno di Gesù alla fine dei tempi è previsto anche dall‘islamismo sciita: Cristo
ritornerà per combattere il Dajjàl, l‘Anticristo, sarà tra i 313 buoni che aiuteranno il
Mahdi, il Dodicesimo Imam che vive occultato da più di un millennio e che verrà a
riportare bene e giustizia e a chiudere la storia. Anche l‘Islam ha come oggetto di
fede la Resurrezione della carne e il Giudizio di Dio.
Il tempo «lineare» è stato inventato: perché prima di esso esisteva soltanto quello
arcaico, legato ai corsi e ricorsi della natura e del cosmo, che abbiamo chiamato
«ciclico». Se l‘abbia inventato Mosè, come molti credono, o Zoroastro, come
sembrano preferire certi studiosi, è un problema aperto. Anche presso
gli zoroastriani, che credono nel dualismo tra Aura Magda, il dio del bene e della
luce, e Arimanno, il dio del male e delle tenebre, esiste un tempo che si colloca su
una linea retta e che dura per l‘esattezza dodicimila anni: da Guardato, il primo
uomo, a Zoroastro il profeta, sino a Sacrosanto il Salvatore che, uscito dalla stirpe di
Zoroastro, verrà alla fine a combattere l‘ultima battaglia contro le forze del male.
Dopo, Aura Magda avrà trionfato, e il suo trionfo e la sua luce saranno eterni.
Secondo Aposepala Campiello, il grande studioso americano di mitologia
comparata, l‘Occidente inizia proprio in Iran tra il secondo e il primo millennio
avanti Cristo quando attraverso la sua visione dualistica Zoroastro sviluppa una
protesta etica radicale, di enorme influenza sul futuro, contro ogni sottomissione
acritica della volontà umana alla natura, implicita in una visione cosmica della vita.
Zoroastro è il primo a porre una divisione netta e assoluta tra bene e male. Siamo
intorno al 1200 avanti Cristo; sei o sette secoli dopo, gli Ebrei durante la cattività
babilonese potrebbero essersi annessi schemi del pensiero zoroastriano, e averne
ereditato proprio la formidabile ansia apocalittica.
Nel tempo «ciclico», arcaico e legato alle stagioni, alle fioriture e ai raccolti,
all‘osservazione del movimento degli astri nella volta notturna, ai rituali di rinascita,
l‘uomo sentiva la corrispondenza di sé come microcosmo con il macrocosmo
dell‘universo. Così accadeva nell‘animismo pellerossa, nel politeismo greco, nelle
sottili intuizioni del taoismo, o nella teoria indù del d'arma, cioè della legge sociale,
del mondo come dovrebbe essere. Conformandosi al
proprio d'arma, come fanno gli animali e le piante, il sole e le stelle, ciascuno
collabora a suo modo a sostenere l‘universo e ne è sostenuto, e vive in accordo con
l‘ordine naturale.
E‘ Aposepala Campiello che ci parla di due «movimenti a orologeria»
apparentemente irrelati esistenti nell‘universo. Uno è quello dovuto alla «precessione
degli equinozi», che è il più grande orologio dello spazio esteriore, l‘altro è il ritmo
del battito cardiaco, che appartiene allo spazio interiore di ciascuno di noi.
Per il fenomeno detto della «precessione degli equinozi», il sole si trova ogni 2000
anni circa all‘equinozio di primavera in una nuova costellazione dello Zodiaco. Per
completare muovendo verso occidente un giro intero di tutti i dodici segni il sole
impiega 25.920 anni, un «anno grande» o «anno platonico». Se si prova a dividere
25.920 per 60 – l‘antico sous mesopotamico, cioè l‘unità di misurazione astronomica
a base sessagesimale – il quoziente risulta 432. Ricordiamoci di questo numero, che
potremmo definire magico, e che ricorre in tante misurazioni dei cicli cosmici, presso
i Babilonesi, i Germani, persino presso gli Ebrei, sia pure occultato, e sicuramente
presso gli Indù. 432 è il numero che, moltiplicato per 1000, designa la durata del
Kigali, l‘ultima delle quattro ere, quella che per gli Indù stiamo vivendo noi;
moltiplicato per 10.000 designa la durata dell‘insieme delle quattro ere, o maharajah;
e infine moltiplicato per 10.000.000 designerà la durata di un talpa, l‘eone cosmico
che gli indù chiamano «giorno di Brahma», dopo il quale il dio si addormenterà e
l‘universo delle cose visibili verrà risucchiato dentro di lui, in un‘epoca altrettanto
lunga di non-manifestazione.
Ora, in un individuo sano il cuore batte mediamente 60 volte al minuto, 3600 volte
all‘ora, dunque 86.400 volte in 24 ore: 43.200 volte nelle dodici ore che vanno dal
mattino alla sera. Ancora 4, 3 e 2. Ci viene così svelata una del tutto imprevedibile
corrispondenza tra il movimento del sole sullo Zodiaco e i battiti del nostro cuore, tra
gli eoni cosmici e i tempi in cui si ritma la nostra vita.
Secondo la visione «ciclica» del tempo, quando gli dèi si addormentano l‘universo
finisce, e noi finiamo: il sole termina il suo giro tra le costellazioni dello Zodiaco, il
cuore termina di battere con quel ritmo che riproduce proprio quel movimento del
sole. E‘ la «notte di Brahma». Ma nel tempo «ciclico», il sonno degli dèi non è
eterno, e nuovi universi rinasceranno al risveglio. Così anche noi rinasceremo,
rivivremo, come ripetono ritualmente certi canti dei pellerossa composti per la Danza
degli Spettri.
Gli inventori del tempo lineare, Mosè, Zoroastro, devono lenire l‘angoscia di una
morte divenuta definitiva, ed ecco la Resurrezione e il Paradiso.
Nel tempo ciclico, l‘anima viaggia incessantemente attraverso continue
reincarnazioni, si susseguono le creazioni, le distruzioni, nuove creazioni, nascite,
morti e rinascite. Universi che esplodono, implodono e tornano a esplodere. Dei che
sognano — e il loro sogno siamo noi e l‘universo -, che dormono – e il loro sonno è
l‘azzeramento, il dissolversi, il nulla – e che tornano a risvegliarsi, senza fine.

AZTECHI

LA FIAMMA SACRA DI ALDEBARAN


Una preghiera azteca diceva: «Vorrai cancellarci dalla faccia della terra, o Signore,
in eterno?». La paura di una distruzione catastrofica e definitiva della loro stirpe e
della loro civiltà era radicata presso gli Aztechi; non ci fu mai un popolo più
ossessionato dal tempo e dall‘idea della fine dei tempi. Tutta la religione e tutte le
pratiche rituali degli Aztechi avevano come scopo quello di destare le energie naturali
favorevoli all‘esistenza degli uomini e di respingere quelle nocive e distruttive
sempre incombenti. Il Messico con le sue coste umide e a tratti desertiche, i suoi
altopiani freschi e le sue alte montagne vulcaniche, quelle sue tre fasce progressive e
ascendenti che gli europei chiamarono tierras calientes, tierras templadas e tierras
frias, fa da sfondo a una civiltà che si pensa non tanto in lotta con la natura, quanto
sottomessa ai suoi ritmi ciclici, che gli uomini devono comprendere e assecondare
perché continuino: la minaccia più grave è proprio l‘arresto del ritmo del tempo, e
con esso la distruzione di tutto.
Gli dèi sono invocati e vengono onorati con i sacrifici perché collaborino con gli
uomini, rechino loro benefici e allontanino da loro la fine. Nella religione azteca non
è così evidente l‘aspetto morale, che prevede un premio per i giusti e una punizione
per i malvagi, quanto quello cosmico, che prevede un adeguarsi dell‘uomo ai ricorsi
ritmici della natura: l‘uomo nasce, raggiunge la maturità e presto muore – ci sono
pervenuti canti in natural di sovrani aztechi che parlano della fuggevolezza della vita
umana con accenti più accorati dei primi lirici greci —, proprio come i fiori escono
dalla terra, splendono con la loro corolla e presto avvizziscono, come il sole spunta
all‘alba, sfolgora giunto alla sommità del cielo e poi comincia a declinare sino a
scomparire, come le stagioni cominciano, raggiungono il culmine e lasciano il posto
alla seguente. Gli Aztechi si sentivano, anche come popolo, niente più che un
segmento debole, fragile di tutto questo gran ritmo del cosmo: una comunità
minacciata continuamente, che doveva attraverso la propria religione e i propri riti
aiutare a mantenere vivo e regolare il pulsare immensamente misterioso
dell‘universo.
Esiste un Ade, per gli Aztechi, e lo chiamano Micella. Per raggiungerlo, occorre
intraprendere un viaggio sacro di quattro giorni, che consiste in una serie continua di
prove da superare. La prima prova consiste nel passare tra due montagne accostate,
due pareti di un canyon che tendono all‘improvviso a restringersi e a chiudersi,
proprio come succede negli incubi. La seconda prova impone al defunto di evitare un
serpente e un alligatore; fatto questo, deve traversare otto deserti e valicare otto
colline. Otto è il doppio di quattro, il numero chiave per gli Aztechi, che è anche il
numero del cosmo, rispetto al tre che è il numero del divino. Quattro più quattro
deserti e quattro più quattro colline sono varcati: ma il defunto non è ancora in vista
della meta. Anzi ora deve resistere alla prova più dura, perché comincia a soffiare un
vento non soltanto gelido, ma anche turbinoso e tagliente, visto che trascina nella sua
tempesta pietre e scaglie di ossidiana. Superato questo penultimo ostacolo, resterà da
passare un fiume, ma non su una barca né su una zattera né a nuoto né a guado: il
fiume dell‘Ade deve essere attraversato sul dorso di un cagnolino rosso. La fine
dell‘incubo fa quasi sorridere. Gli Aztechi non conoscono il cavallo, né in genere
animali di grandi dimensioni. Il cagnolino rosso, con la sua piccola groppa,
costringerà il defunto a una prova finale di equilibrismo, prima di toccare finalmente
in pace le sponde del Micella.
Ma molto più della fine individuale, sono temuti presso gli Aztechi la fine della
collettività, il disastro cosmico, l‘esaurirsi del tempo. Gli Aztechi impiegavano un
sistema numerico vigesimale e dividevano l‘anno in 18 mesi di 20 giorni ciascuno
(più cinque giorni aggiuntivi per arrivare a 365); la durata del loro secolo era di 52
anni. 52 anni era il tempo di un ciclo, un «fastello», raffigurato da una quantità di
canne legate da una corda, allo scadere del quale era da temere la distruzione
dell‘umanità e del cosmo. Il sole sarebbe stato cancellato, e gli uomini con lui. Il
terrore collettivo raggiungeva il parossismo allo scadere del diciottesimo e ultimo
mese dell‘anno, chiamato Incallii (Resurrezione), che andava dal 18 gennaio al 6
febbraio, e precisamente nei cinque giorni
aggiuntivi, i giorni infausti del Montemilone, dal 7 al‘ 11 febbraio. Avrebbero
sempre potuto essere gli ultimi cinque giorni per l‘esistenza del cosmo e della specie
umana. Nessuno aveva la certezza che un ciclo di altri 52 anni sarebbe ricominciato.
E un‘angoscia insopportabile si impadroniva di tutti, dal re e dai sacerdoti ai guerrieri
e agli ultimi degli artigiani; tutti si abbandonavano alla più sfrenata disperazione. Il
cosmo traballava sui suoi fondamenti, e alla fine di quei cinque giorni se ne sarebbe
visto il destino. I fuochi sacri che erano stati accesi nei templi per 52 anni consecutivi
venivano lasciati estinguere. Anche nelle case venivano spenti i fuochi, e si facevano
a pezzi le piccole immagini domestiche degli dèi. La furia non risparmiava gli arredi,
gli utensili, i vestiti: tutto era gettato in disordine e distrutto, non si viveva che nel
digiuno e nella lamentazione, in attesa della catastrofe. Si dice che le donne incinte
venissero rinchiuse nei granai, per paura che potessero diventare bestie feroci. E che i
bambini fossero tenuti costantemente svegli, perché nel sonno avrebbero corso il
rischio di essere trasformati in topi. Dovevano essere cinque giorni di orrore e di
buio, in cui l‘angoscia più profonda, che è sempre quella del mistero del cosmo,
conviveva con la teatralità del rito, un vero preludio alla fine del secolo e dei tempi.
Poi, al tramonto del quinto giorno, all‘approssimarsi del temuto collasso cosmico,
da Tenonatrice la magnifica capitale dell‘impero azteco, tutta canali, giardini
galleggianti e templi a terrazze, il re e i sacerdoti si incamminavano in processione
verso il Colle della Stella, Huixachtecatl, dove sorgeva un antichissimo tempio sacro
al dio del fuoco, Xiuhtecuhtli, portando con sé un prigioniero di nobile origine. I
sacerdoti erano tutti dipinti di nero, fuorché sul volto, che appariva giallo sul naso e
sulla fronte e rosso intorno alle labbra e sul mento. Aspettavano sulla vetta del colle,
sinché nel cuore della notte vedevano con i loro occhi la costellazione delle Pleiadi o
la stella di Aldebaran salire allo zenit: era il segno desiderato, la certezza che
l‘ingranaggio misterioso dell‘universo e del tempo non era andato in frantumi, che un
ciclo di altri 52 anni sarebbe ricominciato. Nell‘istante in cui le stelle raggiungevano
il punto più alto del cielo, il prigioniero veniva sacrificato e i sacerdoti accendevano il
nuovo fuoco sfregando due bastoncini dentro il petto squarciato della vittima. Quel
fuoco acceso in vetta al colle era un segnale: a quel fuoco, simultaneamente, le
staffette accendevano le loro torce, e le portavano correndo in tutte le direzioni verso
i templi della città. Vista di lassù, sembrava una fuga di comete o di lucciole. In breve
sui templi, nelle case, nelle terrazze e lungo i canali di Tenochtitlàn era tutto un
brillare e scoppiare di fiamme sino all‘alba, quando il sole finalmente sorgeva. E
suonavano a centinaia grandi trombe di conchiglia, e i fedeli offrivano al nuovo sole
gocce di sangue che spillavano dalle loro orecchie e dalle gambe. La cerimonia era
detta del Nuovo Fuoco e i successivi tredici giorni erano dedicati ai festeggiamenti,
un giubileo di ringraziamento per lo scampato pericolo dell‘uomo e dell‘universo.
Per capire il significato del sacrificio presso gli Aztechi è necessario proprio tener
conto di questo meccanismo cosmico e temporale in cui essi sentivano inserita la loro
comunità. La fine del tempo poteva essere sventata soltanto attraverso il sacrificio,
l‘abbondanza rituale, parossistica e mostruosa ai nostri occhi, dei sacrifici umani. Gli
Aztechi vedono una netta corrispondenza tra il cuore e il sole: il ruolo del cuore nello
spazio interno dell‘uomo, nel microcosmo, è lo stesso del sole nello spazio esterno,
nel macrocosmo. Pulsando, il cuore regola la circolazione del sangue nelle vene
dell‘uomo e lo tiene vivo; sorgendo, brillando, mandando calore, il sole regola i ritmi
della crescita sulla terra e la tiene viva. Partendo da questo parallelismo, gli Aztechi
elaborano l‘idea di un sacrificio che consiste nel donare al sole che consuma le sue
energie lassù nel cielo i piccoli soli che battono nei petti degli uomini, affinché lo
alimentino e lo aiutino a non morire. Quanto più grande è il pericolo che il sole si
esaurisca tanto più numerosi dovranno essere i cuori offerti.
Racconta il Prescott, l‘autore di quello straordinario affresco storico che è La
conquista del Messico, che nel 1486, all‘inaugurazione del tempio di Huitzilopochtli,
Colibrì Stregone, dio della guerra e del sole, furono offerti al dio 70.000 cuori
palpitanti. Per altri, il massimo numero di sacrifici umani fu offerto agli dèi da
Ahuitzol, grande guerriero e zio di Mochtecuzoma, il più famoso e sfortunato dei re
aztechi, che gli europei chiamarono Montezuma: 20.000 vittime, uccise tutte nello
stesso giorno. Lo stesso Montezuma, re e sacerdote-astronomo, dilettante di magia,
quanto più era afflitto da presagi funesti, tanto più era pressato dalla necessità di
prendere prigionieri e di moltiplicare i sacrifici, di alimentare di nuovi cuori il sole
che rischiava di spegnersi. In una sola campagna di guerra con i vicini riuscì a fare
12.000 prigionieri, tutti sacrificati. Carneficine orribili (anche se spesso precedute da
rituali gentili), in cui i cuori venivano estratti dal petto in cima alla piramide tronca di
un tempio e i corpi precipitati giù dalle scalinate. I teschi erano conservati in apposite
rastrelliere ai piedi dei templi, e gli spagnoli, dopo la Conquista, ne contarono
136.000 solo in quello di Huitzilopochtli, dio principale di Tenochtitlan.
Tenere vivo il cosmo comportava dunque per gli Aztechi un costo immenso. Tutta
la loro vita sociale, culturale e anche militare era in funzione di questa necessaria
collaborazione con le forze cosmiche per scongiurare la fine dei tempi. Le stesse
guerre non erano combattute per scopi di conquista imperiale, ma erano considerate
come guerre rituali di primavera (xochi-yayotl, guerra fiorita) ed erano finalizzate
soprattutto a prendere prigionieri per farne vittime da offrire al sole. Del resto, il sole
stesso era nato per un atto di sacrificio di cui il mito azteco ci ha lasciato un
meraviglioso racconto.
Un giorno gli dèi si riunirono per stabilire come far nascere il sole. Discussero a
lungo, sinché fu loro chiaro che perché l‘astro nascesse a illuminare e a scaldare la
terra uno di loro doveva sacrificarsi. Chi si sarebbe offerto, tra tutti loro riuniti in
consesso? Parlò Tecuciztecatl, un dio potente, che occupava un posto importante
nella gerarchia divina: «Prendo su di me l‘incarico», disse. Dall‘altra parte si fece
avanti Nanahuatzin, che invece era un dio piccolo e malato, di nessun rilievo, che gli
altri dèi guardarono un po‘ stupiti e un po‘
ridendo. Non disse nulla, fece solo un cenno che significava «Obbedirò ai vostri
ordini». Seguirono quattro giorni di penitenza e purificazione. Tecuciztecatl era
adorno di un grande copricapo di piume, l’aztacomitl, e si sa che nulla era per gli
Aztechi più prezioso delle piume (l‘oro aveva un valore molto inferiore); offriva in
sacrificio piume ancora più ricche di quelle del suo copricapo, pietre lucide, corallo.
Nanahuatzin, che oltre a essere piccolo e malato era anche povero, aveva sulla testa
un cappello di carta, l’anatzontli, e non aveva altro da offrire che fichi, spine del
maguey, crosticine che gli si staccavano dal volto (la sua malattia gli produceva
continue ulcerazioni e foruncoli).
Gli dèi aspettavano, osservando sempre con divertito compatimento Nanahuatzin.
Il braciere sacro, il teotexcalli, arse per quattro giorni. Poi venne il momento; le
fiamme crepitavano e levavano lingue rosse e azzurre, si sprigionava calore, fumo, gli
dèi dovevano tenersi una mano davanti agli occhi. Era il momento di gettarvisi
dentro, il sole sarebbe nato soltanto così. E allora avvenne quello che nessuno aveva
previsto. Tecuciztecatl esitò, ebbe per un istante paura, si fermò al bordo del braciere,
si portò le mani alla testa ancora adorna di piume preziose e poi si coprì gli occhi
anche lui. Ma ormai era tardi. Il piccolo Nanahuatzin era saltato a occhi aperti dentro
le fiamme, bruciava felice con il suo cappellino di carta e le sue piaghe, e il sole, il
grande astro che dà luce e calore alla terra, avrebbe preso vita da lui.
Scrive Bernardino de Sahagún, il frate spagnolo autore della Historia general de
las cosas de Nueva España, cui dobbiamo tantissimo di quello che conosciamo sulla
civiltà azteca, che Nanahuatzin «apparve molto rosso, ondeggiante da una parte
all‘altra, e nessuno poteva fissare i suoi sguardi su di lui, perché accecava, tanto
splendevano i raggi che se ne staccavano e si spandevano da tutte le parti».
Gli Aztechi convivevano con l‘idea di distruzione del mondo e di fine dei tempi:
parlavano di quattro epoche (o di quattro Soli) già attraversate prima di quella nella
quale vivevano, e per ciascuna di esse avevano immaginato un‘apocalisse diversa. La
prima epoca (o primo Sole) era detta del Quattro Giaguaro. Fu un‘età brutale, in cui
sulla terra si aggiravano giganti che si cibavano di ghiande e finì quando il dio Tezca-
tlipoca, Specchio Fumante, fu attaccato e sconfitto da Quetzalcoatl, Serpente
Piumato. Allora Tezcatlipoca si infuriò e si trasformò in un giaguaro, il suo animale-
simbolo, e divorò i giganti e la terra stessa.
La seconda epoca era detta Quattro Vento. In essa riprende la lotta tra Tezcatlipoca
e Quetzalcoatl, ma questa volta con esiti opposti. Quetzalcoatl è sconfitto, e allora
prende l‘aspetto di un serpente di vento che scatena tempeste, turbini, uragani terribili
sulla terra; da questi tornado gli uomini vengono trasformati in scimmie.
La terza epoca era quella detta Quattro Pioggia; è Tlaloc, Colui che fa germogliare
le cose, il dio della pioggia, a governare per incarico di Tezcatlipoca; Quetzalcoatl
cerca la sua rivincita e lo detronizza; allora Tlaloc muta la sua pioggia in una pioggia
di fuoco e di lava con cui distrugge il genere umano, trasformando in tacchini i
superstiti.
La quarta e ultima epoca preistorica era detta Quattro Acqua, e in essa governa
Chlachiahtlicue, Colei che porta una veste di gioielli verdi, dea dell‘acqua, moglie di
Tlaloc ma insediata al potere da Quetzalcoatl. In essa la distruzione avviene sotto
forma di un diluvio detto Apachiohualitzli, uno dei tanti diluvi di cui dovremo
parlare, visto che compaiono in ogni angolo della terra, nelle mitologie dei Maya, dei
Sumeri, degli Indù, dei Greci sino alla storia biblica di Noè. Il diluvio azteco
comincia con piogge torrenziali e inondazioni accompagnate da maremoti e
terremoti, e continua: è il più lungo tra quanti se ne conoscono, perché dura ben 52
anni. Le acque salgono e spariscono le coste, gli altopiani, le città, infine anche i
vulcani, le montagne, persino le vette più alte. Tutto è livellato dall‘acqua, ormai
un‘immobile distesa uniforme. Gli uomini vengono trasformati in pesci; ma come
nelle precedenti distruzioni, una coppia si salva aggrappata ai rami di un albero.
L‘uomo si chiama Cox-coxtli, e la donna Xochiquetzal: che divengono gli antenati
dell‘umanità della quinta epoca (o quinto Sole), in cui gli Aztechi vivono la loro
storia.
Questa epoca ha un nome ambiguo: è detta Quattro Movimento, ma la parola
azteca che indica il movimento (olim) è la stessa che significa terremoto. E‘
rappresentata da Tonatiuh, dio del Sole, raffigurato con una lingua simile a un
coltello di ossidiana, simbolo della sua sete di sangue e di cuori umani. Gli Aztechi
credevano che ne fosse necessario un sempre più ricco approvvigionamento per
ritardare il più possibile la fine del quinto Sole. Ma sapevano che un giorno la terra si
sarebbe messa in «movimento» e allora niente si sarebbe salvato: un terremoto ben
più catastrofico di quelli cui pure si erano abituati in
una zona vulcanica come la loro, un vero e proprio scardinamento dell‘ordine
dell‘universo, avrebbe posto fine anche all‘epoca in cui stavano vivendo, che aveva
davanti a sé ancora 4000-5000 anni.
Ma così non fu. L‘apocalisse calò sulla città di Tenochtitlàn dai mille canali e dai
mille giardini galleggianti, presentandosi con il volto barbuto dei soldati di Cortés,
con le loro corazze di un metallo mai visto, con quegli animali enormi e strani cui
stavano in groppa, altissimi e più potenti delle divinità, con quelle armi in grado di
riprodurre il rombo e il fuoco del fulmine. Il popolo che aveva vissuto nel terrore di
un‘apocalisse cosmica ne conobbe una storica, dovette soccombere alla maggior
forza tecnologica, a diverse concezioni della guerra, dell‘economia, del potere. Ma
forse dovette anche soccombere alle proprie paure, ai propri fantasmi, all‘avverarsi
delle proprie profezie.
Abbiamo visto, nel racconto di Jacques Donnars, che per certi pazienti sognare
troppo spesso e vividamente un‘apocalisse può diventare premonizione di quella che
abbiamo chiamato «apocalisse personale». Se quello che vale per gli individui vale
anche per i popoli e le civiltà, la civiltà azteca aveva troppo profetizzato con terrore la
fine dei tempi per non dover conoscere almeno la propria fine. Si era fatta irretire in
una trama sempre più fitta, troppo fitta di sacrifici e terrori, di profezie e segnali. Si
dice che durante gli anni di Montezuma, una serie di segni funesti si abbatté
sull‘Impero azteco. Una carestia che stremò il popolo, un terremoto, un‘inondazione
provocata da un‘onda anomala nel mezzo del lago di Texcoco. Nel
1507 finì un fastello di 52 anni, un secolo azteco, e fu celebrata l‘ultima Cerimonia
del Nuovo Fuoco. Montezuma salì al Colle della Stella, un colle vulcanico,
arrotondato, visibile da qualunque parte dell‘altopiano, con il cuore stretto
dall‘angoscia. Ma le Pleiadi e Aldebaran continuarono il loro cammino nel cielo,
quella notte, il fuoco si riaccese nel petto del prigioniero sacrificato, e il mondo non
finì. Ma non finirono neppure i prodigi, i segnali funesti. Ci fu una colonna di fuoco
che si levò a mezzanotte nel cielo e vi stette per un anno intero. Due templi furono
distrutti, uno da un incendio e l‘altro colpito da uno strano fulmine senza tuono. Poi
venne sul cielo di Tenochtitlàn una cometa; qualcuno dice che furono ben tre quelle
che apparvero insieme. Intanto dalla costa arrivavano incomprensibili voci che
parlavano di uomini bianchi e con la barba chiara, venuti su una nave da Occidente:
non potevano essere immagini del dio Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, il dio partito
per l‘esilio su una barca di pelle di serpente e di cui si diceva che sarebbe un giorno
tornato al suo popolo?
Sempre più angosciato, Montezuma si consulta con tutti i suoi sacerdoti, cerca di
capire insieme a loro questi fenomeni, il loro significato di premonizioni. Insieme a
lui è la sorella Pranazin (altrimenti detta Papantzin, Principessa Farfalla), anche lei
dotata del dono della preveggenza e della profezia. Un giorno a Montezuma e a
Pranazin viene portato il prodigio più misterioso, una gru color cenere che ha sul
capo uno specchio, lo specchio fumante e nero di Tezcatlipoca, il grande dio. Anche i
Greci e i Romani coglievano presagi di futuro nel volo degli uccelli. Ma qui la gru
color cenere è ferma, immobile, portata al re da pescatori che l‘hanno trovata in un
canale, morta, annegata forse. Ora i sacerdoti la mostrano a Montezuma. Ed ecco che
il re azteco va in trance, e nello specchio sulla cresta della gru cominciano a
mostrarglisi i segni di una visione, una stella, due, quattro, centinaia, l‘intero
firmamento sulla volta blu del cielo, e questo firmamento circondato e assalito da
torce fiammeggianti. Vede tra tutte le altre stelle le Pleiadi e Aldebaran incendiarsi: e
sente che la prossima volta i sacerdoti le avrebbero aspettate invano sul Colle detto
Huixachtecatl, alla fine del secolo appena iniziato: non sarebbero salite allo zenit a
promettere che il tempo avrebbe proseguito la sua corsa e che il cosmo avrebbe
continuato a esistere. Ormai Montezuma non vede che fiamme di torce straniere,
fiamme profane e profanatrici dappertutto, non quelle sacre della Cerimonia del
Nuovo Fuoco. Nelle fiamme, vede prender forma strani uomini di ferro, in groppa ad
animali simili ai cervi ma senza corna, eppure più grossi e potenti.
Intanto Pranazin è anche lei in trance, e ha perso i sensi. Quando rinviene, descrive
la sua visione, che completa quella del fratello: una grande nave, mai vista una così
grande, piena all‘inverosimile di uomini strani, pallidi e barbuti, con i copricapo di
metallo, impensabili per chi considerava preziosi e supremi quelli di piume.
Era la primavera del 1507. Pochi anni più tardi, esattamente dodici, nel 1519, le
visioni profetiche di Montezuma e Pranazin si avverarono. Cortés e i suoi guerrieri
spagnoli, quattrocento uomini a cavallo e con armi da fuoco, si mossero verso
l‘altopiano dove sorgeva Tenochtitlàn, e in breve si impadronirono dell‘Impero
azteco, lo distrussero e lo cancellarono dalla faccia della terra.

MAYA

LA PIRAMIDE DELLE TENEBRE


E DEI GIAGUARI
I maya furono grandi osservatori del cielo; studiarono la rivoluzione sinodale di
Venere (cioè il tempo che il pianeta, visto dalla terra, impiega a tornare allo stesso
punto della volta celeste), il mese lunare, i cicli dell‘Orsa, delle Pleiadi, di Aldebaran.
Non erano mossi da interessi solo pratici né puramente conoscitivi. Come gli Aztechi,
leggevano il movimento degli astri per conoscere il proprio destino, per poter
profetizzare la propria distruzione. Nessun‘altra civiltà, è stato notato, ha vissuto una
tale ossessione del tempo e della fine.
Il calendario maya ha un‘estensione abissale, simile in questo al calendario indù:
un‘estensione che non si limita a dividere il tempo in giorni e settimane, mesi e anni,
secoli e millenni, come sarebbe naturale per noi occidentali, ormai lontani da ogni
consapevolezza cosmica. Noi abbiamo con il tempo una relazione prevalentemente
storica: lo concepiamo dal terzo millennio avanti Cristo al terzo millennio dopo
Cristo che sta per cominciare: prima è materia da paleontologi, dopo neppure i profeti
vi gettano gli occhi.
Il giorno per i Maya si chiama kin, e 20 kin fanno un uinal, un mese. Diciotto mesi,
come per gli Aztechi, fanno un tun, un anno. Poi i multipli dell‘anno, su basi
vigesimali: il katun, 20 anni; il baktun, 20 katun, 400 anni; il pictun, 20 baktun, 8000
anni; il calabtun, 20 pictun, 160.000 anni; il kinchiltun, 20 calabtun, 3.200.000 anni;
l‘alantun, 20 kinchiltun, 64.000.000 di anni. E‘ chiaro che a cominciare dal pictun,
un‘entità temporale che raggruppa 8000 anni, si entra in una dimensione che non è
storica, ma essenzialmente mitica e magica, e che a continuare si arriva a entità utili
soltanto a identificare i corsi e i ricorsi, le nascite e le distruzioni cosmiche.
Anche i Maya conoscono età o Soli che si susseguono in un alternarsi di creazioni
e di apocalissi. L‘ultima epoca dei Maya è cominciata, secondo il nostro calendario,
nel 3113 avanti Cristo: impressionante, se si pensa che il Kaliyuga, l‘ultima età del
calendario indù, si dice iniziata, sempre secondo il nostro calendario, nel 3102 avanti
Cristo. Soltanto che, come vedremo, il Kaliyuga indù è destinato a durare ancora
un‘infinità di tempo: invece per il calendario maya la fine del Sole attuale è stata
calcolata nel 2012 dopo Cristo, e ci siamo quasi.
La fine dei tempi verrà dal ribaltamento del mondo inferiore su quello superiore.
Nella cosmologia maya, l‘universo è visto come la risultante di due immense
piramidi a terrazze: la prima è rivolta verso l‘alto, e regge su tredici terrazze i tredici
cieli, il Mondo Superiore, Oxlahuntiku. Su questa piramide abitano gli dèi, e vi
giungono le anime di coloro che hanno vissuto da giusti: è il regno della luce e delle
aquile. La seconda piramide è rovesciata, ha nove terrazze abitate dalle tenebre e dai
giaguari, che scendono verso la più profonda che è Mitnal, l‘Ade, su cui governa Ah
Puch, il Signore della morte. Al centro tra i due mondi, la terra, una sottile superficie
quadrata ai cui quattro punti cardinali quattro giganti reggono il cielo.
Il sole compie il suo corso: di giorno brilla sulla piramide che si leva verso l‘alto e
di notte si nasconde in quella che la specchia acuminandosi verso il basso. La
superficie quadrata della terra è forata dal tronco dell‘albero yaxche, l‘Albero Verde
o Primordiale, che fa sprofondare le sue radici nella piramide del Mondo Inferiore e
alza i suoi rami nei cieli di quella Superiore, legame solido e antichissimo tra i tre
diversi piani di realtà. Al di sopra del cielo più alto, c‘è la sorgente ed essenza del
tutto, Hunab Ku, che significa il Dio Unico, dalle parole della lingua maya hun, che
significa uno, ab, stato dell‘essere, ku, dio.
Se Hunab Ku è il dio supremo del pantheon maya, non è lui però che ha creato
l‘universo; lui è piuttosto un dio sovrano e trascendente. Il demiurgo delle due
piramidi, della terra in mezzo e dell‘Albero Primordiale che le congiunge si chiama
Itzam Na, Casa dell‘Iguana: è raffigurato come un vecchio curvo e sdentato, con la
carne floscia e pendente, come se l‘opera immane della creazione lo avesse ridotto
così. Vicino a lui, ad aiutarlo, c‘è Ix Chel, la Dea Luna, anche lei vecchia, con artigli
di tigre ai piedi e una gonna su cui sono ricamate due ossa incrociate, simbolo di
morte. Infatti è Ix Chel che uscendo con i giaguari dal Mondo Inferiore provocherà la
distruzione finale. La vediamo nella raffigurazione dell‘apocalisse nel Codice di
Dresda dei Maya: è lei la dea con un serpente sul capo, le gambe che terminano in
zampe unghiute, la gonna adorna di quel simbolo delle ossa incrociate che noi ci
immagineremmo piuttosto sulla bandiera di una nave pirata. Sotto di lei è in agguato
un dio tutto nero, con un gufo per copricapo: punta ben due lance verso il basso,
segno di una distruzione decretata e completa. In alto invece il serpente della pioggia,
disteso in cielo, vomita torrenti d‘acqua insieme al sole e alla luna: un‘acqua torbida,
maculata come la pelliccia dei giaguari, che non esiteremmo a scambiare per fiamme,
se credessimo all‘esistenza di un mondo dove le fiamme vanno all‘ingiù. Ix Chel, la
dea buona che assiste le donne incinte, è anche la terribile dea del diluvio finale, sia
esso di acqua o di fuoco, quando la pioggia sterminerà gli uomini e i giaguari li
divoreranno, prima di portare il loro attacco al cielo e di farlo crollare.
Napuctun e Xupan Nauat erano Ah Kinob, sacerdoti del Sole a Uxmal nell‘XI
secolo. Le loro visioni apocalittiche sono contenute nelle Profezie del Chilam Balani,
un testo maya pubblicato per la prima volta in francese soltanto nel 1976. Napuctun
ci parla di incendi che divamperanno durante il katun (20 anni) del tempo della fine,
in cui brucerà la terra e bruceranno gli zoccoli dei cervi; brucerà anche il cielo, alla
stretta finale; ma prima sulla terra regnerà la cupidigia, quell‘eccesso di fame di
ricchezza e potere che a tutte le latitudini e sotto qualunque temperie spirituale viene
vista come un frutto e insieme una causa scatenante dei tempi ultimi; e vi sarà una
siccità terribile, di quelle che lasciano già presentire — tra i sassi del greto secco, tra
le stoppie, tra i rami riarsi degli alberi – l‘avvento del fuoco distruttore. A causa della
siccità, si implorerà il dio unico Hunab Ku, sorgente che scaturisce al di sopra della
piramide a terrazze del Mondo Superiore, essenza trascendente del tutto; ma ormai
pietà e sacrifici saranno vani. Gli occhi dei governanti dei popoli piangeranno per
sette anni la siccità. Le lastre di pietra si fenderanno prima e poi andranno a pezzi,
bruceranno persino i cannicci e le paglie di cui sono fatti i nidi degli uccelli; neppure
gli esseri alati si salveranno quando il fuoco sprizzerà dalla terra e attaccherà gli
zoccoli dei cervi; tutti gli animali e gli uomini periranno nell‘incendio, le fiamme
correranno nelle pianure d‘erba, da lì risaliranno le valli, da lì scaleranno le vette di
montagne e vulcani. Come un filosofo stoico, Napuctun vede l‘universo perire in una
ekpy-rosis, una deflagrazione immensa. Xupan Nauat vede l‘annuncio dell‘apocalisse
nella comparsa di Kinich Kakmo, l‘Ara di fuoco dalla faccia di sole (l‘ara è un
pappagallo tropicale dalle piume variopinte). Allora verrà il tempo del peccato e il
cielo sarà rovesciato, e la terra oscillerà.
Il libro sacro dei Maya, ormai ben noto in Occidente e oggetto di tante citazioni e
attenzioni, è il Popol Vuh, o Libro del Consiglio. Fu redatto verso la metà del XVI
secolo, venne perduto durante la Conquista e in seguito ricostruito dal domenicano
Francisco Jiménez alla fine del XVII secolo, grazie alla collaborazione dei
discendenti dei Maya che ne avevano tenuto viva e tramandata una versione orale.
Anche nell‘universo mitico che ci presenta il Popol Vuh c‘è quel susseguirsi di
creazioni e distruzioni che abbiamo già considerato parlando degli Aztechi. La terra e
la vita, anche il cielo, il cosmo stesso, tutto è precario e instabile, soggetto a ritmi di
sviluppo e di rovina, di distruzione e di rinascita.
Dopo aver creato le pianure e le montagne, i fiumi e i mari, i fiori e gli alberi, i
cervi e gli uccelli, i Generatori, i Demiurghi maya, si accorgono con stupore e
disillusione che in quel mondo che hanno appena finito di far nascere nessuno si
ricorda di loro, li ringrazia e li adora. È così che Tzacol, Bitol, Tepeu e Gucumatz
decidono di dare vita a una stirpe il cui primo compito sia quello di rendere loro
grazie e di onorarli con i sacrifici. Gli animali, che non hanno adorato gli dèi,
diventeranno il pasto dei nuovi venuti sulla terra, gli uomini.
Ma Tzacol, il Creatore, Bitol, il Formatore, Tepeu, il Possente, Gucumatz, il
Serpente Piumato, non hanno bene chiare le idee su come procedere. La prima
umanità la creano dal fango. Gli uomini di fango riescono male. Sono lenti e
impacciati nei movimenti, quasi legati alla terra come fili d‘erba alle zolle, al primo
passo cadono in avanti o indietro, sono sempre in procinto di disfarsi, la testa resta
loro ferma sul collo, gli si scioglie sopra prima che riescano a muoverla a destra o a
sinistra; hanno la vista annebbiata, non distinguono niente a poca distanza, o vedono
tutto come attraverso una tenda trasparente ma granulosa e scura. Hanno la parola,
ma non vale nulla perché quello che riescono a dire rimane del
tutto privo di senso. Borborigmi, borbottii, acqua che gorgoglia. Non possono
camminare, dunque neppure inseguirsi, cercarsi in amore. Non si accoppiano, non si
moltiplicano. Per questo i quattro Demiurghi Generatori decidono di distruggerli. La
loro distruzione avviene nel modo in fondo più indolore per uomini di fango: si
sciolgono membro a membro e scompaiono.
La seconda umanità è costruita con il legno. Gli uomini di legno parlano, si
muovono e si accoppiano, hanno figli e figlie. All‘inizio i quattro Demiurghi
Generatori sono soddisfatti della propria opera. Ma la loro soddisfazione non dura
molto, e le loro aspettative sono subito deluse. Alle creature fatte di legno la testa
presto si secca: eccole con le orecchie schiacciate, il naso aguzzo come il mento, le
labbra più simili a un‘incisione, gli occhi spenti; le mani diventano rigide, le dita si
bloccano saldandosi tra loro, senza più riuscire né ad afferrare né ad accarezzare; i
piedi perdono elasticità, non possono più saltare né correre. Sono uomini, sì, ma non
hanno sangue, umidità, grasso; con le guance incavate, dal colorito giallastro, vagano
sulla terra senza una meta, in disordine, a fatica, dimentichi di qualunque obbligo
verso coloro che li hanno creati. Così seguirà una seconda distruzione, la loro stirpe
scomparirà in seguito a un diluvio e a una ribellione contro di essa di tutti gli esseri
del creato.
L‘ultima umanità viene creata dal mais. Il disegno dei quattro Demiurghi
Generatori è sempre lo stesso: che ci sia qualcuno nell‘universo che li adori e che li
sostenga con i sacrifici e i riti. Il mais giallo e quello bianco crescono a Praxil, Casa
sulla Piramide, e a Cayale, Dimora dei Pesci: la strada per arrivarci la indicano ai
Demiurghi Generatori quattro animali, Yac il Gatto della Montagna, Utin il Coyote,
Quel la Cocorita, Hoh il Corvo. Il mais diventa finalmente il sangue dell‘uomo, e i
primi uomini aprono gli occhi e scorgono il chiarore dell‘alba sulla montagna, e
danzano e cantano il canto detto Io vedo, traboccante della gioia di essere nel cosmo e
della pena per quanti non hanno avuto occhi per saper davvero guardare un‘alba.
Questi primi quattro uomini – inutile ormai sottolineare l‘importanza del numero
quattro nei miti e nelle cosmogonie centroamericane – hanno dei nomi, sono ricordati
come gli antenati veri del popolo dei Maya: Balam-Quitze, Stregone dell‘Apparenza,
Balam-Acab, Stregone Notturno, Mahucutah, Custode del Bottino, Iqui-Balam,
Stregone Lunare. Loro parlano, e anzi sono in grado di comporre canti: un canto è
stato il loro primo ringraziamento agli dèi creatori, e conversano, e camminano, oltre
a danzare, e hanno ben sviluppati l‘intelletto e la vista. Sono belli d‘aspetto e buoni di
spirito, capiscono al volo qualunque segreto, i loro occhi si puntano su un oggetto e lo
mettono a fuoco ovunque esso sia, anche distante mille e mille passi da loro.
Penetrano l‘universo con l‘intelligenza e la vista così acuta, niente sfugge loro,
neppure quello che accade dall‘altra parte del mondo, dall‘altra parte delle stelle. Si
legge nel Popol Vuk. «Balam-Quitze, Balam-Acab, Mahucutah, Iqui-Balam erano in
verità degli uomini ammirevoli». Troppo per gli dèi, cui i mortali devono aver paura
di dare ombra – anche tante favole greche ce lo insegnano.
E se un‘umanità così, devota ma troppo sapiente e dai sensi troppo sviluppati,
insidiasse il predominio degli dèi nell‘universo? Così i quattro Demiurghi Generatori
decidono: se le due prime umanità sono state distrutte completamente perché
deludenti e incomplete, questa verrà dimezzata nelle sue qualità perché troppo
perfetta. Viene deciso che gli uomini sappiano solo quello che vedono, e che vedano
solo quello che è loro vicino: il resto rimanga appannaggio delle divinità, e avvolto
dal mistero. I quattro primi uomini vengono privati della conoscenza: le stelle del
cielo sono ormai davvero soltanto dei puntolini luminosi. Quella notte, spossati,
impauriti, dormono e sognano; e quella stessa notte vengono create quattro donne
bellissime, che al risveglio trovano al loro fianco, come se il sogno più bello si fosse
materializzato, per ricompensarli di ciò che hanno perduto. Caha Paluma, Bianca
Dimora del mare, sposa Balam-Quitze; Chomiha, Dimora degli Astici, sposa Balam-
Acab; Tzununiha, Dimora dei Colibrì, sposa Mahucutah; e Caquixah, Dimora degli
Ara, sposa Iqui-Balam: così si moltiplicano e danno vita al popolo dei Maya.
È nella descrizione della fine della seconda umanità, quella degli uomini di legno,
che la fantasia escatologica dei Maya si scatena. Causa della loro distruzione è
l‘ingratitudine verso chi li ha creati, la mancanza di pietà, e, alla fine, la mancanza di
anima. Hanno ingannato gli altri esseri dell‘universo. Il loro potere sugli animali,
sugli alberi, sulle pietre, sugli oggetti stessi è stato illegittimo, si è rivelato frutto di
una specie di usurpazione, per la quale dovranno pagare, e soffrire pene orribili.
Il primo flagello è l‘aprirsi del cielo, dal quale scende un diluvio di acqua nera, che
continua per tanti giorni e tante notti. Ma staffilate di pioggia e inondazioni non sono
per gli uomini di legno punizioni sufficienti. Quattro divinità scendono dal cielo
come pioggia e si dedicano a martirizzarli, ognuno secondo la propria natura.
Xecotcovach, Colui che scava le facce, trovando uomini dalle guance già così
rinsecchite e smunte, si accanisce sugli occhi afferrandoli e strappandoli dalle orbite.
Camalotz, Pipistrello della Morte, stacca con un colpo secco da corpi smangiati e
irrigiditi teste da manichino. Cotzba-lam, Mago Tacchino, divora quella loro carne
senza sangue e senza grasso, dura e insapore, mentre Tu-cumbalam, Mago Gufo, fa a
pezzi e polverizza le loro ossa, sino a che la distruzione sia completa, una vera e
propria cancellazione.
Gli uomini che riescono a sfuggire la furia del diluvio d‘acqua nera e l‘ira dei
quattro dèi distruttori scesi sulla terra devono affrontare la ribellione degli esseri a
loro sottomessi sino a poco prima. Questi uomini non sono mai stati niente altro che
materia: con che diritto hanno preteso di comandare, di essere serviti, di imporre la
loro legge? Si ribellano i cani, che all‘improvviso si trovano dotati della facoltà di
parlare: così affrontano i loro ex padroni sulla soglia di casa: «Perché non ci davate
abbastanza da mangiare, perché ci scacciavate, ci mostravate continuamente il
bastone per minacciarci? Ci avete battuto, non ci avete pensato sopra prima di farlo,
ci avete colpito, e ora proverete i denti della nostra bocca». Dobbiamo credere che
discorsi pressoché simili abbiano fatto agli uomini di legno i tacchini, i pappagalli, i
cervi: ognuno pronto ad avventarsi, con i becchi, gli zoccoli, le corna, contro chi per
tanto tempo li aveva cacciati o aveva ingiustamente comandato su di loro. La
ribellione contagia tutti, anche le cose che non avremmo mai pensato potessero
ribellarsi. Si rivoltano contro i loro ex padroni gli oggetti domestici, le suppellettili, i
vasi, le coperte. Le pentole si ricordano dei dolori sopportati, e anche loro acquistano
la parola; non riusciamo a immaginare con che voce, ma parlano: «Voi uomini ci
carbonizzavate lasciandoci sempre sul fuoco: il nostro fondo, i nostri orli soffrivano
pene terribili, e voi non ci facevate neppure caso, come se ci credeste insensibili al
dolore. Ma ora tocca a voi, saremo noi a bruciarvi».
Così per gli uomini di legno scampati al diluvio e agli attacchi dei quattro dèi
distruttori è inutile cercare rifugio nelle case: vengono morsicati dai loro cani, colpiti
da getti di acqua bollente che esce dalle loro pentole, tutto congiura per rendere la
loro distruzione sempre più dolorosa e completa.
Dove fuggire, allora? Eccoli tutti in fila, stretti uno all‘altro, sempre più magri e
rigidi, con i piedi informi, incapaci di correre e saltare, disperati, incerti sul da farsi,
in preda a un panico più doloroso del dolore. Se salgono sui tetti, le case si ribellano
ai loro antichi abitatori e i muri vacillano e crollano. Se cercano di arrampicarsi su un
albero, l‘albero comincia a lasciar cadere un ramo dopo l‘altro, a colpirli e a
respingerli. L‘ultimo rifugio possibile sembra una caverna, dove stare nascosti in
attesa che la furia delle acque, degli dèi e degli oggetti si plachi; ma non hanno fatto i
conti con la rabbia della roccia, anch‘essa complice delle forze che vogliono la loro
distruzione: quando arrivano all‘imboccatura della grotta, le due pareti si stringono e
si chiudono, impenetrabili.
Così nessuno di quella umanità ingrata e impietosa si salvò. Tutti furono ridotti in
pezzi e in polvere, finché non ne restò nulla. Nessun dio ebbe ripensamenti, nessun
messaggero arrivò ad avvisarli del disastro imminente, nessuna arca fu approntata,
neppure una coppia trovò scampo, come era successo alla fine di ogni distruzione in
tutte e quattro le epoche che gli Aztechi ponevano prima dell‘attuale. Non si conosce
una distruzione più accanita e totale di quella che i Maya decretano per la seconda
umanità, quella di legno, quella che non seppe ringraziare gli dèi per il mistero della
creazione e dell‘alba. Poi vennero gli uomini di mais, dal sangue di mais, Balam-
Quitze, Balam-Acab, Mahucutah, Iqui-Balam, cui fu tolta la perfezione ma che
ricevettero in cambio quattro bellissime donne. Da loro, che seppero alzare il canto Io
vedo in lode degli dèi e dell‘alba, nacque il popolo dei Maya. Degli uomini di legno
non restò traccia, neppure una. Ma si dice che, se si vuole immaginare com‘erano,
bisogna guardare le scimmie delle foreste; solo loro possono darcene un‘idea, perché
anche loco furono create con il legno da Tzacol, Bitol, Tepeu e Gucumatz, i quattro
Demiurghi Generatori.

INDIANI D’AMERICA

LA DANZA DEGLI SPETTRI


Cinquantamila anni avanti cristo, nel pieno dell‘era glaciale, gruppi di uomini
provenienti dall‘Asia passarono l‘istmo, dove ora è lo stretto di Bering, che collegava
il loro continente a quello che poi fu chiamato America, e che per loro divenne l‘Isola
della Tartaruga. Erano uomini temprati dalle difficoltà terribili che avevano dovuto
incontrare sulla loro strada, ghiacci in movimento, bufere bianche e taglienti,
giganteschi animali selvaggi. Erano di statura piuttosto alta, robusti da sembrare
tozzi, avevano un colorito rossiccio e occhi dal taglio lungo; grandi migratori e
cacciatori, portavano dal cuore dell‘Asia la cultura sciamanica, il culto delle visioni e
il rispetto del Grande Mistero dell‘universo.
Scesero lungo l‘Isola della Tartaruga, trovarono le montagne che la percorrono
tutta in verticale, le vette rocciose, i boschi sconfinati come le pianure, gli altopiani, i
deserti, i vulcani, le paludi. Si disseminarono e si divisero nell‘immensità del
continente. Le tribù che si spinsero più a sud diedero vita, con il passare dei millenni,
a imperi favolosi e opulenti e a città dalla sontuosa architettura: sono quegli Aztechi
e quei Maya di cui abbiamo parlato, quegli Incas che adoravano dèi simili (il loro
Viracocha è Quetzalcoatl, il Serpente Piumato) e che subirono lo stesso destino
all‘arrivo dei Conquistadores spagnoli nel XVI secolo.
Più a nord, certe tribù (Pueblo, Hopi, Navajo) non costruirono che piccoli villaggi
di case in un‘argilla chiamata adobe intorno a una plaza apertissima, vuota: case
basse addossate le une alle altre in cui si entrava da un‘apertura sul tetto, come se gli
antichi migratori delle steppe e dei ghiacciai asiatici avessero voluto mantenere un
rapporto speciale, diretto, con il brillare misterioso delle stelle e del sole; fuori,
piccoli forni a forma di uovo. Villaggi dalla struttura semplice e perfetta, come Taos
nel New Mexico, che D. H. Lawrence definì una delle capitali solari del mondo:
impressione alla quale ancora oggi è difficile sottrarsi, quando, sull‘altopiano a nord
di Santa Fe, ci si arriva in un silenzio sospeso, sotto una luce che abbaglia e lascia
una prolungata fosforescenza sotto le palpebre.
Ancora più a nord, nelle praterie sconfinate tra i due oceani, le grandi famiglie di
tribù, gli Algonchini, gli Irochesi e le loro «cinque nazioni» (Mohawk, Oneida,
Onondaga, Cayuga e Seneca), i Sioux, i Cheyenne, non costruirono mai né villaggi né
insediamenti stabili. Rimasero migratori, legarono il ritmo della loro vita alla caccia
al bisonte, le loro case erano i tepee, tende coniche che venivano alzate e smontate in
gran fretta, leggere sulla terra come coloro che le abitavano.
Gli Indiani, come tutti gli autoctoni vennero chiamati dai bianchi in seguito alla
falsa aspettativa di
Colombo di trovare l‘India al di là dell‘Atlantico, vivevano una profondissima
comunione mistica con la terra, che non permetteva loro né di cintarla, né di ararla,
né di possederla o venderla. Tutti gli esseri viventi partecipavano della medesima
energia cosmica, tutto era divino, il culto del Grande Spirito metteva l‘uomo in
contatto continuo e silenzioso con il mistero delle cose.
La mente poetica degli Indiani, che Charles A. Eastman, lo studioso di origine
sioux, ha avvicinato a quella degli antichi Greci, attribuiva a ogni montagna, a ogni
albero, a ogni fonte il suo spirito, la sua ninfa, la sua divinità ora benigna, ora
malefica. Ma rispetto ai Greci, gli Indiani privilegiano le pratiche sciamaniche e un
animismo puro: non hanno un pantheon di divinità antropomorfe. Le forze della
natura vengono personificate solo nelle leggende che ricordano il passato legato alla
grande migrazione e alla lotta per la sopravvivenza in condizioni climatiche terribili
dove l‘uomo si allea con magiche e benevole influenze cosmiche.
Tale è la leggenda di Ragazzo Stella, figlio di un astro e di una donna mortale, che
si batte contro Wazeeyah, il Vento Gelido del Nord, per salvare il genere umano dalla
sua furia ghiacciata. La battaglia dura da troppo tempo, l‘esito è sempre incerto,
lasciando indeciso il destino dell‘uomo e della terra. Durante una tregua in una
battaglia così spossante, Ragazzo Stella agita per ristorarsi davanti a sé il suo
ventaglio di piume d‘aquila; e allora al soffio tiepido dell‘aria mossa dal ventaglio i
ghiacci all‘improvviso si liquefanno, la neve si scioglie, Wazeeyah si impaurisce ed è
costretto a stipulare un patto: d‘ora in poi
avrà potere sulla terra soltanto per una parte dell‘anno, poi dovrà ritirarsi e lasciare
il campo a Ragazzo Stella, che con il suo ventaglio porterà la brezza tiepida del
disgelo e della primavera.
Gli Indiani non avevano paura della morte; il coraggio, il sacrificio, le visioni, i riti
cruenti di iniziazione facevano parte della loro cultura. La morte era semplicemente il
passaggio da una parte all‘altra dell‘essere, dal visibile al non visibile, nella certezza
dell‘eternità dello spirito che si ricongiunge al Grande Spirito. Così dichiarò l‘eroe
degli Apache Jicarilla, Uccisore di Nemici, quando sentì che stava per separarsi dal
suo popolo: «La terra è il mio corpo. Il cielo è il mio corpo. L‘acqua è il mio corpo…
Il mondo è grande proprio come il mio corpo. Il mondo è esteso come la mia parola.
Il mondo è esteso come le mie preghiere. Le stagioni sono soltanto grandi come il
mio corpo, le mie parole e la mia preghiera. Lo stesso succede con le acque; il mio
corpo, le mie parole, le mie preghiere sono più grandi delle acque. Chiunque crede in
me, chiunque ascolta ciò che io dico, avrà una lunga vita. Chi non ascolta, chi pensa
in qualche modo malvagio avrà una vita breve. Non pensate che io sia a est, a sud, a
ovest o a nord. La terra è il mio corpo. Io sono là…».
Desiderata era per gli uomini la morte in battaglia o durante la caccia. Se uno stava
per morire nella sua tenda, presso molte tribù era costume portare il letto del
moribondo all‘aperto, perché lo spirito potesse andarsene libero verso il cielo.
I defunti venivano esposti su un‘impalcatura, al riparo delle bestie feroci, vestiti
dei loro abiti più belli, con qualche ornamento e sotto una coperta di pelle grezza. In
certi casi, la salma veniva composta in un tepee nuovo alzato per l‘occasione, e
vicino a essa venivano lasciati utensili domestici e un piatto di cibo. Poi l‘intera tribù
smontava silenziosamente le tende e andava a rialzarle a una certa distanza,
consegnando il morto all‘infinito della solitudine. Un rito voleva che al defunto
venisse tagliata una ciocca di capelli, che veniva poi conservata avvolta in una stoffa
preziosa, la più preziosa che la famiglia possedesse; si otteneva così quello che
veniva chiamato l‘«involto-spirito», che veniva poi appeso in un punto particolare
della tenda, in modo che vi avesse il posto d‘onore. A ogni pasto, sotto l‘involto-
spirito era posato un piatto di cibo, e una persona dello stesso sesso e della stessa età
del defunto veniva invitata nella tenda a mangiarne un po‘. Dopo un anno, la famiglia
dava un banchetto, distribuiva doni e con un‘apposita cerimonia seppelliva la ciocca
di capelli avvolta nella stoffa preziosa.
Presso gli Hopi, che vivevano dove è oggi il confine tra gli Stati Uniti e il Messico,
resisteva l‘idea - già rilevata tra gli Aztechi e i Maya – delle periodiche distruzioni
dell‘umanità e del mondo. Secondo gli Hopi un primo mondo era stato distrutto dal
fuoco, a causa della condotta malvagia degli uomini. Il fuoco distruttore è un tema
ricorrente: può avere una valenza cosmica, come nel mito greco del carro del Sole
guidato dall‘inesperto Fetonte che si avvicina troppo alla terra e la brucia in incendi
immani, o morale, come nella storia biblica della distruzione di Sodoma e Gomorra.
La distruzione passa sempre per uno squilibrio tra gli elementi: l‘ordine sia pure
mobile e precario dell‘universo è assicurato dalla coesistenza di terra e aria, di fuoco
e acqua. Se uno degli elementi aumenta il suo potere e prende il sopravvento,
l‘equilibrio va in frantumi e con lui l‘universo.
Per gli Hopi, il secondo mondo è distrutto dal ghiaccio, perché il pianeta devia dal
suo asse, si perde il ritmo delle stagioni, e il Vento Gelido del Nord prende tutto in
suo potere, governa per l‘anno intero, finché non verrà Ragazzo Stella a contrastarlo.
Il terzo mondo è distrutto dal Diluvio. L‘elemento «acqua» è ancora protagonista,
come succede a quasi tutte le latitudini e in quasi tutte le mitologie del mondo quando
si parla di fine, sia pure non definitiva, della terra e dell‘umanità. Il quarto mondo è il
nostro, e la sua distruzione, dicono gli Hopi, dipenderà da noi, da come tratteremo noi
stessi e il pianeta. Intanto presso gli Hopi sono fiorite le profezie: quando la Stella
Blu danza sulla plaza di un villaggio, è un cattivo segno, un presagio di fine. E
quando una certa canzone viene udita durante la cerimonia detta Wawachim, allora il
mondo intero piomba nella guerra. I vecchi tra gli Hopi ricordano che questa canzone
fu udita sulla plaza dei loro villaggi negli anni 1914 e 1939, allo scoppio della prima
e della seconda guerra mondiale. Sono sicuri che verrà udita ancora, e allora sarà la
terza guerra mondiale e la fine. Tutto verrà distrutto eccetto l‘area detta dei Quattro
Angoli dove vivono gli Hopi, e da lì, da loro nascerà una nuova civiltà e un nuovo
mondo.
Per gli Hopi l‘avvento di un nuovo mondo è vicino, perché il vecchio è già caduto.
Una loro profezia diceva: «Il vecchio mondo finirà quando: primo, gli uomini
voleranno per il cielo come gli uccelli; secondo, il sole sarà nero come un tronco
bruciato; terzo, gli Hopi viaggeranno verso la Casa di Vetro». Accadde negli anni
Settanta che una delegazione di Hopi fosse invitata alle Nazioni Unite, e tutti e tre i
segni si avverarono. Perché: primo, per andare a New York i delegati degli Hopi
dovettero salire su un aereo e conoscere la meraviglia del volo; secondo,
attraversando il cielo dell‘Indiana videro per il fumo di un incendio scatenatosi in una
prateria il sole completamente nero; terzo, arrivati davanti al palazzo delle Nazioni
Unite riconobbero in quello la Casa di Vetro delle profezie. Dunque il vecchio mondo
è giunto al termine; il nuovo non è ancora nato. Gli Hopi si aspettano altri
avvertimenti: terremoti, eclissi, eruzioni. Poi tutto crollerà, ma per dare vita a un
mondo che sarà diverso, più indiano, più rispettoso dello spirito, del Grande Spirito, e
del mistero delle cose.
Nell‘ultimo decennio dell‘Ottocento, si sviluppò tra gli Indiani un movimento
apocalittico e messianico che prese il nome da una danza detta Wanagi-wachipi, la
Danza degli Spettri. Bisogna pensare che cosa era la danza, che valore rituale,
iniziatico, cosmico assumeva presso le tribù: il bianco che lo avvertì meglio fu D. H.
Lawrence, quando intuì il rapporto tra il tamburo che batte, il piede che si poggia con
forza o con leggerezza sul terreno, il sangue che pulsa dentro le vene, il pianeta che
gira sul suo asse. Presso gli Indiani la danza era un atto di devozione ebbra alle forze
della vita individuale e universale, alla sacralità in movimento continuo e vorticoso
dell‘essere. La tradizionale Danza del Sole era innanzi tutto un atto di
ringraziamento: un uomo della tribù che era scampato alla morte danzava di fronte
alla comunità intorno a un palo che era ricavato ritualmente da un grande albero,
indossando soltanto i mocassini e un perizoma, i capelli sciolti e impiastricciati
d‘argilla: gli erano praticati dei tagli sul petto in modo che ne zampillasse il sangue, e
attraverso le ferite erano fatti passare dei bastoncini legati con lacci di cuoio al palo
stesso. Il danzatore danzava per ore e ore, un giorno intero, sempre fissando il sole e
ogni tanto fischiando con un fischietto sacro ricavato dall‘osso di un‘ala d‘oca; alle
volte danzava un giorno e una notte intera, alle volte ancora di più, sinché la sua
carne si lacerava: allora, attraverso la prova di coraggio, veniva compiuto il
ringraziamento al padre Sole.
La consapevolezza di essere debitori al Sole di preghiere e sacrifici era uno dei
fondamenti della religione degli Indiani delle praterie. Senza conoscere l‘ossessività
sanguinaria e la complessità rituale degli Aztechi, i Sioux durante certi banchetti
usavano offrire il migliore boccone di carne al fuoco, e, come abbiamo visto, il
proprio sangue al Sole durante la danza a lui dedicata. Al passare degli anni, quando
ormai le tribù erano divenute vittime del whisky e del commercio, la cerimonia della
Danza del Sole perse però il suo valore spirituale per diventare una semplice
esibizione cruenta e crudele, uno spettacolo ad uso dei bianchi in cerca di emozioni
forti, e della conferma di essere di fronte a veri e propri «barbari».
Quando apparve tra gli Indiani un profeta, un Messia che annunciò la fine del
mondo per preconizzarne uno nuovo, fu quasi naturale che scegliesse la danza per
diffondere le proprie idee escatologiche: fu la Danza degli Spettri. La Danza degli
Spettri consisteva in questo: i danzatori si tenevano per mano, cantando, ruotando
velocemente, guardando verso il Sole. Al centro del cerchio disegnato dai danzatori,
c‘era un piccolo abete rosso. Bisognava ruotare, ruotare continuamente, senza mai
smettere, sinché qualcuno cominciava a svenire, o ad andare in trance.
Racconta Dick Fool Bull, morto nel 1976 probabilmente a 103 anni, e che dunque
aveva partecipato alla Danza degli Spettri, che lo stregone faceva rinvenire con il
fumo profumato del legno di cedro quelli che avevano perso i sensi, i quali allora
raccontavano di essere morti e di essere volati sulla luna e sulla Stella del Mattino, di
aver ritrovato i padri e le madri, e di aver parlato con loro. In mano, stringevano
pezzetti di roccia che non sembravano di questa terra, e provenivano forse da quella
luna e da quella Stella del Mattino che dicevano di avere visitato.
L‘inventore della Danza degli Spettri fu il Messia dei Paiute, Wovoka, un Indiano
che aveva visioni e profetava il futuro. Un giorno convocò intorno a sé la tribù e
annunciò che avrebbe insegnato ai suoi fratelli una danza: voleva che imparassero a
danzarla, e dopo, a danza terminata, avrebbe parlato e fatto delle rivelazioni. I suoi
fratelli si misero in cerchio intorno al piccolo abete rosso e cominciarono a ruotare e
ruotare sempre più veloce, come Wovoka li incitava a fare. Il piede batteva sul
terreno allo stesso ritmo del sangue che pulsava nelle vene e del cuore che pulsava
nel petto, sempre più veloce. I volti sempre orientati verso il sole, gli occhi
semichiusi. Così sinché il sole non fu un cerchio rosso tra i vapori della prateria e
scese sotto l‘orizzonte. Fece buio e si accesero i fuochi e i Paiute incitati da Wovoka
ruotavano ancora tenendosi per mano, sinché fu piena notte. Allora Wovoka parlò,
come aveva promesso.
«I bianchi sono venuti e ci hanno parlato di Cristo, del figlio di Dio buono e
generoso che ha promesso la salvezza al mondo; ma i bianchi sono stati i primi a
trattare male Cristo, facendolo morire sulla croce e poi dimenticando tutti i suoi
insegnamenti. Li abbiamo visti: violenza invece di mitezza, amore del denaro invece
che dello spirito, distruzione invece che preghiera. Ecco che cosa hanno fatto i
bianchi del loro Messia. E allora il Messia che tornerà sarà pellerossa, questa volta.
Cristo sarà un Indiano, come me e come voi, preparatevi perché verrà la prossima
primavera: allora la terra sarà una nuova terra, saranno nuove le pianure e le
montagne, nuovi i fiumi e gli alberi. La terra dei bianchi scomparirà, e con essa tutti i
bianchi. La nuova terra sarà come era la nostra anticamente, erba profumata
dappertutto, senza che nessuno osi cintarla, acqua corrente purissima dove i pesci
saranno liberi, alberi altissimi che nessuno taglierà senza prima rivolgere loro una
preghiera, con devozione e rispetto. Ricompariranno le mandrie di bisonti, e nessuno
potrà più farne strage, uccidendoli anche soltanto per il gusto empio, atroce di
ucciderli. Gli Indiani che faranno la Danza degli Spettri saranno sollevati in un
vortice, e si salveranno dalla distruzione, discenderanno direttamente sulla nuova
terra. E ne prenderanno possesso, finalmente liberi. Dunque tutti gli Indiani devono
danzare, devono aspettare l‘avvento della nuova età danzando, soltanto così si
salveranno, soltanto così avranno la loro terra promessa. Tra poco verrà il Grande
Spirito, la prossima primavera, pensate che sarà allora che voi lo vedrete scendere dal
cielo e prendere forma in ogni cosa, in ogni fiume dove i ghiacci scorreranno per il
disgelo, in ogni albero i cui rami saranno popolati di nuove gemme, in ogni filo
d‘erba che tornerà verde. Il Grande Spirito ritornerà e porterà con sé tutta la
selvaggina, di ogni genere, tutti gli animali di cui abbiamo bisogno e che per secoli
noi e i nostri antenati abbiamo cacciato con reverenza, pronunciando prima una
preghiera. E tutti i nostri fratelli morti torneranno, quelli che sono caduti sui campi di
battaglia, quelli che si sono spenti per la vecchiaia, tutti riprenderanno a vivere, e tutti
avranno nelle gambe e nelle braccia la forza dei giovani, saranno giovani per sempre.
La prossima primavera, quando i segni ci diranno che il Grande Spirito sta per
arrivare, tutti gli Indiani andranno sulle montagne, in alto, lontano il più possibile dai
bianchi. Lì non potranno essere raggiunti dalle armi dei bianchi, nessuno li potrà
ferire. Mentre gli Indiani saliranno verso l‘alto, continuando a danzare su ogni
altopiano, verrà una grande inondazione, i fiumi strariperanno, vi saranno frane
gigantesche, l‘acqua si porterà via città e fortini, cannoni e carri, tutti i bianchi
moriranno annegati. Quando tutti i bianchi avranno pagato il male che hanno fatto,
quando di loro non resterà traccia, le acque si ritireranno. Gli Indiani aspetteranno e
poi usciranno da tutti i loro rifugi e si incontreranno ovunque, ripopoleranno le
pianure, le praterie, i boschi, l‘acqua tornerà a scorrere limpida tra le sponde dei
fiumi, l‘erba ricrescerà più verde, ricomparirà la selvaggina. Dovete credere a questa
profezia, e danzare. Gli Indiani che saranno sorpresi dalla distruzione mentre danzano
si salveranno e ritorneranno sulla nuova terra e saranno felici, rivedranno i loro
parenti morti, ringiovaniranno anche loro, inseguiranno ancora i bisonti. Gli Indiani
che non credono, che non danzano, all‘improvviso rimpiccioliranno sino quasi ad
avere gli occhi dove ora hanno le caviglie, e non potranno mai più ricrescere, altri
ancora sentiranno la pelle seccarsi, le membra diventare rigide, in breve si
trasformeranno in manichini di legno, e verranno bruciati. Così ho detto, credete a
quello che ho detto, e danzate.»
Orso che Scalcia assistette ai primi discorsi di Wovoka, alle prime manifestazioni
di entusiasmo disperato per la Danza degli Spettri. Era nato un Messia pellerossa, era
nata dunque una nuova religione che si innestava sulla antica ma che teneva conto
anche della predicazione e del Libro che i pastori vestiti di nero avevano portato nelle
praterie, e mescolava una frenesia di sottomissione al cosmo tipica della loro stirpe
con un‘ansia di fine e di ribaltamento dei tempi che non poteva non risentire delle
pagine di Giovanni. Arrivato da Toro Seduto, il glorioso capo sioux che viveva
vecchio e sconfitto nella riserva di Pine Ridge, ma era sempre considerato pericoloso
dalle autorità dei bianchi, Orso che Scalcia gli raccontò di aver visto il Messia paiute
volare sopra il suo cavallo, e gli disse del diffondersi a macchia d‘olio della Danza
degli Spettri.
Toro Seduto ascoltò in silenzio. Era ormai preso dalla tristezza, dal disincanto,
scettico per come poteva essere scettico uno della sua gente: non rise di Wovoka e
della sua danza, non manifestò alcuna opinione contraria. Bastò questo per allarmare
gli agenti bianchi delle riserve sioux: la Danza degli Spettri era una «perniciosa
religione», si legge nei loro rapporti, e dietro di essa c‘era la volontà di rivincita di
Toro Seduto. Per i bianchi l‘aspetto messianico, spirituale, apocalittico del nuovo
movimento religioso era incomprensibile, forse blasfemo: un pellerossa che
scimmiotta Cristo, una religione che si esprime con una danza, con gente che si tiene
per mano e ruota, ruota veloce sino ad andare in trance… Lessero dietro quel ribollire
nuovo di energie nelle riserve una volontà politica e guerriera di rivolta, e da quel
momento la sorveglianza intorno a Toro Seduto aumentò.
Venne l‘inverno e la danza ormai si era diffusa in tutte le riserve come un fuoco
acceso nella prateria quando c‘è vento. Non si faceva altro che danzare, vestiti con
casacche fatte appositamente su cui erano ricamati sole luna e firmamento, in cerchio
con gli occhi rivolti al sole, cantando e ruotando sempre più veloci. Questo era un
canto paiute per la Danza degli Spettri:
Il vento agita i salici
il vento agita i salici
il vento agita l‘erba
il vento agita l‘erba.
Nebbia! Nebbia!
Fulmini! Fulmini!
Turbine! Turbine!
Il turbine! Il turbine!
La terra innevata fa scivolare
la terra innevata fa scivolare.
C‘è polvere dopo il turbine
c‘è polvere dopo il turbine
il turbine sulla montagna
il turbine sulla montagna.
Le rocce risuonano
le rocce risuonano
risuonano sulle montagne
risuonano sulle montagne.
Ed ecco un canto dei Comanche, che esprime in perfetta sintesi lo stato d‘animo
apocalittico e le speranze di rinascita della Danza degli Spettri:
I fulgidi raggi del sole si spengono
i fulgidi raggi del sole si spengono
i raggi gialli del sole si spengono
i raggi gialli del sole si spengono.
Noi rivivremo
noi rivivremo.
Quasi ogni altra attività che non fosse danzare e cantare era stata sospesa. Le
scuole erano chiuse perché i ragazzi indiani accorrevano dovunque ci fosse una danza
da cominciare, nelle fattorie nessuno pensava più ai lavori quotidiani, per mancanza
di clienti gli
spacci restavano chiusi. Tutto questo era intollerabile agli occhi dei bianchi. Gli
Indiani facevano saltare il fragile, malinconico, in tanti casi angoscioso equilibrio
delle riserve, si scrollavano di dosso le imposizioni dei vincitori — cos‘altro erano se
non imposizioni la scuola, il lavoro sedentario, lo spaccio? – e riprendevano la loro
eredità magica, cosmica, il sapere antico dei loro padri e dei loro sciamani:
danzavano, anche se ormai, dopo tante sconfitte e umiliazioni, danzavano come per
l‘approssimarsi di un pericolo e di una fine mortali.
Racconta ancora Dick Fool Bull: «I bianchi proibirono la Danza degli Spettri, ma i
capi indiani dicevano di non aver paura, di continuare a danzare se volevamo
assistere ai miracoli promessi. Così nelle riserve tutti continuarono a danzare. Ma non
vennero né i parenti morti né i bisonti. Vennero i soldati. I bianchi credevano che la
Danza degli Spettri fosse un segnale di guerra. Ebbero così una scusa per giustificare
il loro massacro».
Toro Seduto fu catturato dalla polizia indiana nella sua tenda. Fuori, i danzatori
della Danza degli Spettri continuavano a tenersi per mano e a ruotare veloci e a
cantare. Ma quando videro Toro Seduto uscire tra due soldati, uno dei danzatori,
Colui che Prende l‘Orso, sparò al tenente che rispose al fuoco uccidendo Toro
Seduto. Raccontano che il suo vecchio cavallo da circo si abbassò sulle zampe
posteriori e agitò ritmicamente una delle anteriori, come se volesse, almeno lui, per
ultimo, continuare la Danza degli Spettri.
Dee Brown racconta il massacro di Wounded Knee, l‘ultimo tragico episodio di
guerra contro gli Indiani, come un esito della repressione della Danza degli Spettri.
Le riserve cominciarono da allora quella vita sonnolenta, disperata e arresa che le
contraddistingue. Qualcuno sostiene che i popoli indiani, chiusi nelle riserve, sono gli
ultimi a vivere nello stato anche giuridico di potenza militare sconfitta, nel mondo di
oggi. Segni di risveglio indiano si sono visti negli anni Settanta. Nel 1973 attivisti di
Pine Ridge, South Dakota, occuparono la riserva e tennero testa per 73 giorni
all‘assedio dei militari americani. Due Indiani furono uccisi, e uno, un Sioux del
posto, fu sepolto vicino al punto dove avvenne l‘ultimo massacro della sua gente. Le
promesse messianiche di Wovoka, della Danza degli Spettri, aspettano ancora di
essere dissepolte.
Per i Sioux di White River, il momento in cui avverrà la fine del mondo è
conosciuto: o almeno lo conosce Jenny Leading Cloud, che lo raccontò a Richard
Erdoes e ad Alfonso Ortiz nel 1967.
Dunque, dove la prateria e i Maka Sicha, le Terre Cattive, si incontrano, proprio lì
c‘è una caverna nascosta, nascosta così bene agli occhi degli uomini che anche oggi,
con tutte le highways e i camion e le automobili dei turisti che ci passano vicino,
nessuno l‘ha mai trovata, e neppure mai sospettato che esista. In questa caverna vive
una vecchia, ma vecchia davvero, piccola e raggrinzita come una noce, con la pelle
del volto, delle braccia e delle gambe tutta rughe, le palpebre che cadono sugli occhi,
la voce roca. E‘ lì da più di mille anni, forse da più di duemila, tremila, nessuno sa
dirlo. E‘ vestita come vestiva la sua razza
ai primordi, di cuoio grezzo. E lavora come lavorava la sua razza ai primordi,
intessendo una frangia per una coperta con gli aculei del porcospino; infatti era con
gli aculei del porcospino che si facevano nastri, frange e altri ornamenti prima che i
bianchi portassero le perline di vetro colorato.
Vicino a lei c‘è Shunka Sapa, il Cane Nero, che ha gli occhi rivolti verso di lei e
non li distoglie mai; è un vecchio cane malandato, con la bocca disfatta e i denti
rovinati dagli aculei del porcospino. Pochi passi più in là, al centro della caverna, c‘è
un grande fuoco, acceso da mille, duemila, tremila anni, nessuno sa dirlo, e mai
spento. Sul fuoco è sospesa una pentola di terra, come usavano anticamente, e dentro
questa pentola bolle il wojapi, una zuppa di bacche, rossa e buona. Bolle dai
primordi, da quando il fuoco è stato acceso. La vecchia è intenta a lavorare con gli
aculei del porcospino, la decorazione per la coperta va avanti, va avanti; ma la buona
zuppa di bacche che ribolle lassù nella pentola di terra ha bisogno di essere
rimescolata, ogni tanto; e così ogni tanto la vecchia si alza per farlo. E‘ talmente
vecchia e debole che impiega un bel po‘ di tempo; posa la coperta, poi sono pochi
passi ma le sue gambe sono malferme, prende il mestolo e lo gira dentro la pentola,
ma il suo braccio si muove incerto, lentissimo.
E quello è il momento in cui Shunka Sapa, il Cane Nero, può agire. Non ha mai
staccato gli occhi dalla vecchia, e ora lei è girata di spalle: il cane si avvicina alla
coperta, e con i denti, per rovinati che siano, riesce a sfilare un bel po‘ di aculei di
porcospino dalla decorazione cui la vecchia da millenni, pazientemente, sta
lavorando. Ogni volta che la vecchia si alza, il cane disfa una parte del suo lavoro.
Così lei torna alla sua coperta e alla sua decorazione e crede di andare avanti, ma è
sempre al punto di partenza, non progredisce mai. I Sioux dicono che se la vecchia
della caverna nascosta al confine tra la prateria e i Maka Sicha finirà il suo lavoro, nel
momento in cui infilerà l‘ultimo aculeo di porcospino nella coperta e la decorazione
sarà terminata, il disegno completato, allora il mondo finirà.

GIAPPONESI

«GRANDE E AUGUSTA KAMI


CHE BRILLA NEL CIELO»
Penso spesso, quando penso al Giappone, al significato apocalittico che ha assunto
per l‘Impero del Sol Levante la seconda guerra mondiale. La distruzione di
Hiroshima e Nagasaki con il primo e per ora ultimo lancio di bombe atomiche nella
storia. La bomba atomica non ha solo un potere offensivo, come tutte le altre armi
inventate dall‘uomo nel suo cammino nobile e sanguinario. La bomba atomica altera
la struttura della materia, sconvolge l‘ordine naturale delle cose: a Hiroshima si
videro stormi di uccelli andare a finire in mare per annegarvi e branchi di pesci
tentare invano di salire sugli alberi dove le foglie erano cariche di radiazioni. Inoltre
la bomba atomica non ha soltanto un potere distruttivo e d‘urto quale mai era stato
visto sulla terra, ma lascia alle popolazioni civili, ai bambini già nati e a quelli che
verranno anche un‘orribile eredità di inquinamento, malattie, malformazioni.
Un‘ansia di chiara vena apocalittica percorse le parole dell‘imperatore Hirohito,
quando fu radiodiffuso il suo messaggio che annunciava la resa del Giappone: «Il
nemico ha cominciato a utilizzare una nuova bomba assolutamente micidiale, il cui
potere distruttivo è praticamente incalcolabile e causa la morte di molte migliaia di
innocenti. Se noi continuassimo a combattere, otterremmo come risultato finale non
soltanto l‘estremo collasso e l‘annientamento della nazione giapponese, ma anche
l‘estinzione totale della civiltà umana». L‘imperatore sconfitto vide bene: la nuova
bomba minacciava per la stessa natura del suo potenziale distruttivo la sopravvivenza
degli uomini e della civiltà sulla terra. Era l‘apocalisse resa possibile scientificamente
e storicamente. Il fungo di fumo della bomba nascondeva il sole, come – lo vedremo
— fece la dea Amaterasu nella sua caverna buia del tempo delle origini, della prima
minacciata distruzione degli uomini e dell‘universo.
Ma un‘altra apocalisse si avvicinava e aveva l‘aspetto e i modi spicci del generale
MacArthur: toccò al generale americano di troncare nel 1946 la linea di discendenza
che andava da Amaterasu-o-mi-kami, Grande e augusta dea che brilla nel Cielo, a
Ninigi, suo nipote e primo imperatore, depositario dei tre oggetti simbolo di
Amaterasu stessa, lo specchio, la sciabola e il gioiello, sino a Hirohito, l‘imperatore
sconfitto. Fu uno dei momenti più simbolicamente, oscuramente drammatici del
secolo che sta per finire. Si racconta dell‘imbarazzo manifestato dall‘imperatore di
fronte alle richieste di MacArthur di sconfessare le proprie origini divine, la propria
natura divina. Si contrapponevano due logiche, due metafisiche, due idee della storia.
L‘imperatore fece presente al generale che non poteva spogliarsi di qualcosa che non
possedeva, spiegò che i suoi sudditi non lo consideravano una divinità nel senso che
gli occidentali danno a questa parola. Ma era la tradizione, erano le radici sacre
dell‘Impero giapponese che andavano tagliate, perché avevano prodotto agli occhi
degli occidentali la sua ferocia bellicista, la sua prepotenza nazionalista, il suo
fanatismo militare. Una tradizione millenaria lontana dall‘Occidente, dalla sua
cultura, dalla sua religione, dalla sua mentalità, fu colpita e svuotata di senso.
Amaterasu, signora luminosa del Cielo, progenitrice mitica e cosmica della dinastia
imperiale, per gli occidentali era in fondo il semplice personaggio di una fiaba, un po‘
grottesca per giunta.
Si disse che ad affrettare la decisione degli americani di distruggere Hiroshima e
Nagasaki fu il moltiplicarsi, verso la fine del conflitto nel Pacifico, degli attacchi
suicidi dei kamikaze. Un fenomeno aberrante e poetico, straziante e segreto, descritto
con straordinaria sensibilità da Ivan Morris, e a cui è stato reso onore dal film di
Spielberg L’impero del Sole, con una sobria ma intrattenibile commozione. Ecco
l‘haiku composto da un pilota kamikaze dell‘Unità «Sette Vite», morto in
combattimento nel febbraio del 1945 all‘età di ventidue anni:
Se solo potessimo cadere
come i fiori dei ciliegi in primavera
così puri, così luminosi!
Oka, fiore di ciliegio, era per i piloti giapponesi il nome degli aerei con cui
compivano le loro missioni suicide. Per gli americani era «bomba idiota»: l‘ironia e il
disprezzo erano un antidoto contro l‘angoscia di non capire, contro lo sgomento di
fronte a comportamenti che sfidavano qualunque loro convinzione. I Giapponesi,
come ha annotato Ruth Benedict, la sociologa che nel 1944 condusse un‘indagine sul
Giappone per conto del governo americano da cui poi nacque un libro capitale come
II crisantemo e la spada, coltivavano l‘idea che la loro guerra fosse quella dello
spirito contro la materia. Per loro gli armamenti non erano che una manifestazione
esteriore, di secondaria importanza, di fronte allo Spirito Immortale che sentivano di
incarnare.
Per capire i volontari kamikaze, i soldati americani avrebbero dovuto conoscere
inoltre la metafisica giapponese della morte: nella filosofia tradizionale dei samurai,
nella loro religione, è un dovere considerare la vita più leggera di una piuma. Quei
ragazzi tra i venti e i ventisei anni esultavano quando erano scelti per le missioni
suicide. Erano tutti giovani non ammogliati: dunque le loro lettere di commiato erano
rivolte ai genitori, lettere dolcissime, mai disperate, animate da un soffio spirituale
tutt‘altro che fanatico. Non era decisivo l‘odio per il nemico, nella loro scelta, nel
loro stato d‘animo, né la volontà di distruzione, né il desiderio di vendicare la morte
dei loro compagni; in loro si manifestava soprattutto gratitudine verso i genitori per il
bene ricevuto, amore per il Giappone, riconoscenza per l‘imperatore. Nelle lettere
mettevano una ciocca di capelli, un pezzetto di unghia perché rimanesse qualcosa di
loro da seppellire. Si legavano intorno al capo lo hachimaki, la benda bianca simbolo
di coraggio e valore, e portavano con sé il bento, un piccolo spuntino di riso e crema
di farina di soia. Si racconta che il Capodanno del 1945 l‘imperatore pranzò senza
invitati, e volle per sé il semplice pasto dei suoi piloti.
Durante la difesa di Okinawa anche la fanteria adottò tecniche suicide: migliaia di
soldati si trasformarono in «granate viventi», altre migliaia preferirono suicidarsi
quando la sconfitta apparve inevitabile. La marina imperiale finì per far partire le sue
navi senza copertura aerea e senza carburante per il ritorno, in un generale spirito di
sacrificio dalle tinte apocalittiche.
Il nome completo delle unità kamikaze era Shinpu tokubetsu kogekitai, «Forze
speciali di attacco del Vento Divino», in ricordo del Vento Divino, l‘uragano che
salvò il Giappone dalle orde dei Mongoli di Gengis Khan nel XIII secolo. Il loro
padre fondatore fu il viceammiraglio Takijiro Onishi. Aveva cinquantaquattro anni
quando finì la guerra e la resa fu firmata. Non poteva certo sopravvivere al disonore
del Giappone e alla fine di tanti giovani addestrati e comandati da lui. Si suicidò con
la stessa tecnica che venticinque anni dopo avrebbe adottato Yukio Mishima: due
tagli incrociati al ventre (jumonji), abbastanza profondi da provocare la fuoriuscita
delle viscere, senza però causare una fine immediata. Il dissanguamento fu anzi
particolarmente lento. Onishi respinse ogni cura medica, ed ebbe ancora la forza,
l‘autorità di convincere un giovane amico a non seguirlo nel suicidio, perché proprio i
giovani dovevano vivere per ricostruire il Giappone. Quando questi gli chiese se
doveva andare a prendere sua moglie per portarla lì, il viceammiraglio sorrise: poteva
un militare come lui aspettare la propria moglie per morire? Aveva scritto un ultimo
haiku, e lo passò al giovane amico perché lo leggesse. Diceva così:
Limpida e fresca la luna ora splende
dopo la spaventosa tempesta.
Il Caos generò sette coppie divine, i Kami primordiali: l‘ultima di queste coppie è
formata da Izanagi, il maschio, e da sua sorella Izanami. Il Caos, che li ha generati e
ha offerto loro una lancia sacra, Nuboko, deve ora aspettare i loro colpi, che lo
liberino da se stesso, dal proprio ingolfarsi informe dentro di sé. Dall‘alto di un
arcobaleno sorto come d‘incanto sull‘abisso, Izanagi e Izanami cominciano a colpire
con la lancia sacra il corpo del Caos, una specie di uovo dagli incerti confini dove il
tuorlo, più pesante, contiene i germi della terra e il bianco, più leggero, i germi del
cielo, e man mano lo lacerano. Brandello dopo brandello, la terra si separa dal cielo e
si posa in mare: nasce così il lungo, frastagliato arcipelago del Giappone.
Dall‘arcobaleno, i due fratelli scendono in terra, ora che terra c‘è, e che già si
distinguono profili di ciliegi e di vulcani. Sono uno di fronte all‘altro e si guardano.
Decidono di alzare tra il suolo e il cielo una Colonna Celeste, e poi costruiscono una
Sala lunga otto braccia. Sono ancora l‘uno davanti all‘altra, l‘uno con gli occhi in
quelli dell‘altra.
«Come è fatto il tuo corpo, augusta sorella?» chiede Izanagi a Izanami.
«Augusto fratello, si è sviluppato crescendo, ma non tutto, in una parte non si è
sviluppato in modo continuo», risponde lei.
«Anche il mio corpo si è sviluppato crescendo», riprende Izanagi, «ma vi è una
parte che si è sviluppata in modo sovrabbondante.»
«Dunque, augusto fratello, tu hai in più la parte che io ho in meno.»
«Sì, e credo sarà bene che io unisca la mia parte che si è sviluppata in modo
sovrabbondante con la tua che non si è sviluppata in modo continuo.»
«Anch‘io lo credo.»
Prima di unirsi, devono girare intorno alla Colonna Celeste, Asse del Mondo, che
lega il Cielo e la Terra.
«Procediamo ora, e avvenga tra noi un augusto coito», dice Izanagi. Ma non sa da
che parte cominciare per avvicinarsi alla sorella sposa. Raccontano che in quel
momento passarono due cutrettole in amore, che dimenavano la coda saltando a volo
una sull‘altra, con le ali spiegate. Izanagi e Izanami impararono da loro, e i loro corpi
si unirono.
Grande fu l‘amore tra Izanagi e Izanami; ma quest‘ultima generando il dio del
fuoco arse e ne morì. Izanagi cadde in una disperazione terribile e violenta. Decapitò
il figlio neonato, causa della morte della madre; ma neppure quell‘atto di vendetta
atroce riuscì a dargli pace. Il tormento di non avere più Izanami al suo fianco era
talmente forte e continuo, che Izanagi decise di intraprendere un viaggio per cercarla:
e il luogo dove cercarla non poteva che essere quello, il Paese della Fonte Gialla, gli
Inferi, la dimora dei Morti.
Izanagi inizia così, dalla terra del Sol Levante, lo stesso percorso che come vedremo,
dalla Mezzaluna Fertile compiranno Ishtar e Gilgamesh, e dalla Grecia intraprenderà
Orfeo. Il tema della discesa all‘Ade, del viaggio verso il paese delle ombre, quello da
cui è considerato impossibile il ritorno, alimenta il mito e la poesia dalle origini:
Odisseo compirà quel viaggio in Omero, dopo di lui Enea in Virgilio, e Dante
sceglierà di esserne lui stesso il protagonista. Tanto è il bisogno innato nell‘uomo di
interrogarsi sulla propria mortalità e di confrontarla con la propria intuizione
dell‘eterno: cosa che soltanto la religione, o la poesia e il mito possono consentire.
Izanagi che viaggia verso il Paese della Fonte Gialla assomiglia soprattutto a Orfeo, il
cui scopo è riprendere la moglie Euridice. È l‘amore, la metamorfica, esuberante
energia d‘amore che getta la sua sfida impossibile e generosa al mistero
dell‘invisibilità, dell‘immobilità, del non essere.
Izanagi arriva al Paese della Fonte Gialla, immerso nelle tenebre. E chiama Izanami.
«Altezza, mia giovane e bella sorella e sposa, ti prego di ritornare.»
Izanami esce dal Palazzo dei Morti e gli risponde: «Altezza, mio augusto fratello e
sposo, è deplorevole che tu non sia venuto prima.»
«Ritorna con me, ci sono ancora nuove terre che dobbiamo creare insieme.»
«Troppo tardi, mio augusto fratello e sposo, troppo tardi sei venuto.»
«Perché?»
«Perché nel frattempo io ho mangiato il cibo del paese delle ombre, e chi mangia
quel cibo non potrà più rivedere il cielo.»
Allora la disperazione si impossessa di nuovo di Izanagi, che implora piangendo
tutti i Kami dell‘Aldilà di infrangere quella legge e di permettere che Izanami torni
con lui nel paese dei vivi. Il suo pianto è così forte e sincero che i Kami si
impietosiscono, e gli concedono quello che ha richiesto.
«Altezza, mio bel fratello e sposo, per il rispetto che porto verso di te ti seguirò
come i Kami hanno appena concesso», dice Izanami a Izanagi che si asciuga le
lacrime, di gioia, ora.
«Partiamo allora», le dice.
«Devi avere pazienza, mio augusto fratello e sposo, partirò con te domani mattina,
e tu devi promettere a me e agli augusti Kami che ti hanno ascoltato di aspettare per
tutta la notte senza neppure tentare di raggiungermi e guardarmi», così risponde
Izanami, e rientra nel Palazzo dei Morti.
Il buio è fitto, e anche nel cuore di Izanagi ritorna la tenebra più profonda.
Aspettare, dopo aver fatto un viaggio simile, aver percorso tanta strada visibile e
invisibile, aver varcato tante muraglie di nebbia, aver respirato l‘immobile aria di
cenere del Paese della Fonte Gialla. Perché quell‘ultimo divieto, ora che Izanami è
ritrovata e ha il permesso di partire con lui? Perché quel rinvio così tormentoso? In
più, la vista di Izanami ha riacceso di desiderio il cuore di Izanagi; non aveva mai
smesso di amare la sorella sposa, ma ora, a rivederla, il suo corpo ha vibrato come la
prima volta, quando seguendo l‘esempio delle cutrettole si erano uniti nel primo
augusto coito divino. Non può aspettare, non può rassegnarsi a quel buio. Allora si
scioglie i capelli, prende il pettine che gli tiene fermo lo chignon, ne spezza un dente
e lo incendia: così ha una torcia, e può orientarsi in quelle tenebre ed entrare nel
Palazzo dei Morti a raggiungere Izanami. Non avesse mai compiuto quel gesto di
disobbedienza, di impazienza! Alla luce di quella torcia, Izanami non è più la bella
sorella sposa che gli è apparsa, ma è un cadavere in decomposizione, un ammasso
ormai quasi informe di liquami e pus da cui fuoriescono migliaia di vermi.
Izanagi urla dal terrore e prende la via della fuga, ora sa che deve correre, uscire
dal Palazzo dei Morti, lasciarsi alle spalle il Paese della Fonte Gialla, se vuole
salvarsi. E fugge, inseguito da Izanami ormai trasformata in Furia e dalle otto Megere
del Paese della Notte. Fuggendo ricorre a trucchi magici per fermare le dee
malefiche. Per prima cosa getta in terra il suo copricapo, che si trasforma in una vigna
rigogliosa. Le Megere si lasciano tentare dai bei grappoli d‘uva, si fermano e ne
mangiano a sazietà; ma poi riprendono l‘inseguimento, ancora più vigorose ed ebbre
di prima. Allora Izanagi si toglie ancora dai capelli quel pettine, ne spezza gli altri
denti, li semina e compare così di colpo davanti alle otto Megere un campo di bambù
che ne frena la corsa e le blocca. Il dio è ormai convinto di avercela fatta, di poter
lasciare il Paese dei Morti; ma si accorge che l‘inseguimento non è finito; ha fermato
le otto Megere, ma alle calcagna ha ancora Izanami nella sua nuova veste di Furia, e
per di più accompagnata dalla sua corte, otto Kami del Tuono e millecinquecento
guerrieri del Paese della Notte. Allo stremo, Izanagi arriva al confine tra la terra dei
vivi e quella dei morti: ha ancora un piccolissimo vantaggio sui suoi inseguitori, e lo
usa per ostruire con un macigno il passaggio. Izanami con i suoi Kami e i suoi
guerrieri dovrà restare al di là della frontiera, e Izanagi sarà salvo. Ma Iza-nami non
rinuncia a proferire una sua maledizione terribile, una minaccia mostruosa.
«Altezza, mio caro fratello e sposo, hai raggiunto la terra dei vivi ma invano,
perché non si chiamerà più terra dei vivi, infatti io strangolerò ogni giorno mille
abitanti del tuo paese e li porterò nel mio.»
Per fortuna, Izanagi è pronto a rispondere: «E io, Altezza, mia bella sorella e sposa,
ti dico che farò nascere ogni giorno millecinquecento abitanti nel mio paese, e la terra
dei vivi sarà ancora quella».
Grazie alla risposta di Izanagi, alla sua prontezza matematica, il genere umano fu
salvo, e poté riprodursi, crescere e prosperare, nonostante l‘insidia della morte.
Arrivato finalmente nella terra dei vivi, Izanagi sente su di sé le tracce di cenere,
l‘odore di decomposizione del Paese della Fonte Gialla, degli Inferi da cui è uscito
con tanta fatica. Deve purificarsi, e non ha altro mezzo che un lungo lavacro sacro. Si
immerge nell‘acqua, e ci resta; il liquido lo percorre tutto, scrosta dal suo corpo ogni
impurità; sinché, una volta purificato, il suo corpo entra come in uno strano stato di
ebollizione, di germinazione. E‘ una sensazione che avverte soprattutto al volto, agli
occhi e al naso, come se qualcosa spingesse dal di dentro per venire alla luce. E
infatti durante il lavacro proprio dal volto di Izanagi nascono nuovi dèi destinati ad
avere un posto capitale nel pantheon giapponese e nella stessa storia del Giappone
imperiale: dall‘occhio sinistro di Izanagi nasce Amaterasu-omi-kami (Grande e
augusta Kami che brilla nel Cielo); dall‘occhio destro nasce Tsuki-yomi-no-kami
(Kami Luna padrona della Notte) e infine dalle narici Take-haya-susanowo-wo-no-
mikoto (Sua Altezza Maschile coraggiosa, rapida e impetuosa).
La dea prediletta da Izanagi, e poi anche dai Kami e dagli uomini, è Amaterasu,
dea del Sole, portatrice di luce e calore, pacifica e benefattrice, fonte di civilizzazione
e di felicità. E‘ lei che insegna a coltivare il riso, a costruire i canali d‘irrigazione, a
tessere. E lei stessa non disdegna queste occupazioni, per aiutare gli uomini. La sua
vita nel Nuovo Palazzo Celeste si svolgerebbe in maniera perfetta, se non ci fosse il
fratello Susanowo a tormentarla.
Dispettoso, irruente, malizioso, e soprattutto geloso della predilezione che il padre
riserva ad Amaterasu, Susanowo disfa l‘opera della sorella, distrugge i canali, abbatte
le dighe nei campi, porta i suoi puledri celesti a pascolare e a galoppare nelle risaie. E
già questo sembra grave ad Amaterasu: un tale disordine, dove lei ha messo armonia
e pace. Ma Susanowo va oltre, ben oltre: un giorno Amaterasu sta per sedersi sul suo
seggio nel Nuovo Palazzo Celeste per celebrare la Festa dei Primi Frutti, e trova degli
escrementi proprio ai piedi del seggio, maleodoranti e orribili a vedersi, che il fratello
ha depositato per deriderla e mortificarla. Infine, goccia che fa traboccare il vaso,
mentre Amaterasu è intenta a tessere davanti al suo arcolaio, Susanowo pratica un
foro nel tetto e le getta addosso la pelle di un puledro che ha scorticato: Amaterasu ha
uno scatto e si ferisce con l‘arcolaio, fino a sanguinare. Allora decide: andrà via,
lascerà il Nuovo Palazzo Celeste, abbandonerà il Cielo per manifestare la sua
indignazione e per infliggere a Susanowo la punizione che merita. Si rifugia in una
caverna, ne ostruisce l‘ingresso e ci resta chiusa dentro.
Ma così la punizione non colpisce soltanto Susanowo, Sua Altezza Maschile
coraggiosa, rapida e impetuosa. Quando Amaterasu, la dea che brilla nel Cielo, va via
dal cielo, sono guai terribili per tutti. Perché Amaterasu incarna il Sole e la sua
potenza benefica, luce e calore: senza di lei la Pianura degli Alti Cieli e il Paese
Centrale delle Pianure di Canne si riempiono di tenebre e di ghiacci, e la vita vi
diventa impossibile per i Kami e per gli uomini.
L‘apocalisse sta per arrivare, se Amaterasu non uscirà dalla sua caverna, se non
tornerà di nuovo in cielo con i suoi doni. Ma lei, offesa, non vuole sentire ragione, e
le suppliche e le offerte che i Kami le portano non valgono a nulla. I Kami, le otto
Miriadi di Kami, sono tutti appostati, affollati nel buio davanti alla sua caverna, la
chiamano, posano davanti all‘ingresso stoffe preziose, specchi argentati, uccelli
capaci di canti melodiosissimi. Ma Amaterasu è risoluta a restare nella caverna, e il
buio diventa sempre più fitto e il freddo sempre più acuto: ormai per tutti si
approssima la fine.
Allora una dea, Ame-no-uzume, decide di fare a suo modo per richiamare
l‘attenzione di Amaterasu. Un grande fuoco è stato acceso davanti all‘ingresso della
caverna, perché ormai il buio è tale che i Kami non possono neppure più vedere l‘uno
il volto dell‘altro. La dea si avvicina al fuoco, fa uscire i seni da sotto la camicia,
solleva la gonna sin sopra il nero crespo del sesso: porta vicino alla caverna una
tinozza, la capovolge e vi batte il piede facendola risuonare, poi continua,
ritmicamente, e inizia a danzare.
La sua danza è rituale e insieme sfrenata, contagiosa; il corpo denudato comunica
agli altri Kami tutta la sua energia sensuale, si agita, si piega, si contorce, avanza,
rincula, come posseduto in un coito superbamente leggero e furioso. La dea si
avvicina al fuoco, ne fa sprizzare altri più piccoli tutt‘intorno, pronuncia parole che le
vengono suggerite come a un veggente ispirato: e danza. Danza senza smettere, senza
dar segni di stanchezza, anzi sempre più agitata, ostentando nella danza i suoi seni e il
suo sesso, sempre di più. Intanto anche gli altri Kami si sono messi a danzare,
contagiati dai movimenti ritmici di Ame-no-uzume, eccitati dall‘esibizione delle sue
parti intime. In breve, le otto Miriadi di Kami danzano con lei e ridono, ridono
esaltati, come in preda a qualcosa di più forte dell‘ubriachezza, ridono così forte che
sembrano urlare.
È allora che Amaterasu, chiusa dentro la caverna da dove non può vedere nulla,
non resiste alla curiosità di scoprire le ragioni di tutto quel rumore assordante, di quel
ridere eccitato. Si avvicina all‘ingresso ostruito della caverna, sente ancor meglio i
gridi strozzati, le risate ebbre degli dèi. Comincia a scostare la pietra che chiude la
caverna: davanti i Kami hanno messo un enorme specchio, ma Amaterasu non può
vedere bene, da lì dov‘è, che cosa sta specchiando, perché loro prontamente lo
allontanano.
«Perché, Ame-no-uzume, manifesti tanta gioia, perché tutti i Kami ridono tanto?»
chiede Amaterasu.
«Perché, Altezza, siamo felici e gioiamo, abbiamo scoperto che c‘è un Kami più
illustre e più bello di te», risponde la dea. Mentre lei parla, Ame-no-koya-ne e Futo-
tama avanzano con l‘enorme specchio, così
all‘improvviso Amaterasu può vedervi piena di stupore la propria immagine. Per
guardare meglio si sporge ancora di più sull‘ingresso della caverna. E‘ quanto basta
perché Ame-no-tajikara-wo, il Kami della forza, la prenda con impeto ma anche con
gentilezza per mano.
«Permetti, Altezza, che tocchi la tua augusta mano», le dice, «e la porti fuori.»
Appena Amaterasu uscì dalla caverna, i raggi di luce si distesero intorno veloci
come ventate, e la Pianura degli Alti Cieli e il Paese Centrale delle Pianure di Canne
furono illuminati e salvi.
Queste avventure mitiche sono contenute nel libro detto Kojiki o Racconto delle
cose antiche, dalla creazione del mondo sino al 628: concepito tra la fine del VII
secolo e l‘inizio dell‘VIII da Hiyeda-no-are e poi da O-no-Yasumaro. In Giappone,
come è evidente anche negli altri due libri di carattere più cronachistico e liturgico-
rituale, il Nihongi o Annali del Giappone (VIII secolo) e l’Engishiki o Ordinamenti
dell’epoca Engi (X secolo), le vicende mitiche si intrecciano a quelle della
fondazione storica dell‘Impero, le avventure degli dèi si continuano in quelle degli
uomini.
Accettando di tornare nel Cielo a dare luce e calore, Amaterasu ottiene la condanna
di Susanowo, la sua espulsione dal mondo degli dèi; ottiene inoltre che dalla propria
stirpe venga generata la dinastia che fonderà l‘impero del Giappone. Sino al 1946,
come abbiamo visto, gli imperatori del Giappone erano considerati discendenti diretti
di Amaterasu, dea del Sole.
Il racconto del ritorno di Amaterasu, che consente la sopravvivenza dell‘universo,
è imperniato sulla danza rituale, erotica e cosmica di Ame-no-uzume e degli altri dèi.
Per noi occidentali, cresciuti in una religione che ha del Dio unico una visione rigida,
severa, patriarcale, riesce difficile anche soltanto pensare a dèi che danzano.
L‘Oriente politeista invece è popolato da divinità danzanti. Per gli Indù, l‘immagine
più bella di Shiva è proprio quella che lo rappresenta mentre compie la sua danza,
tesa a schiacciare un demone malvagio e a riaffermare la ritmicità armonica del
cosmo. Per lo shintoismo, la religione ufficiale del Giappone che prende il nome dalla
parola Shinto, «La Via degli Dèi», la danza è rimasta una dimensione essenziale
dell‘essere e della vita religiosa. Riferisce Bill Moyers di aver ascoltato da Joseph
Campbell questo racconto. Siamo nel Giappone contemporaneo, a un convegno sulla
storia delle religioni. Un delegato americano si avvicina a un sacerdote shintoista e
gli dice: «Ho visitato molti vostri templi, ho ascoltato molte vostre conferenze, ma,
mi scusi, non credo di aver capito qual è la vostra ideologia, qual è la vostra
teologia».
Il sacerdote shintoista lo guarda sorridendo: «Vede, io non penso che noi abbiamo
un‘ideologia; io non penso neppure che abbiamo una teologia».
«Allora che fate?» chiede il delegato americano.
Il sorriso sul volto del giapponese si prolunga, diventa più allusivo: «Noi
danziamo», risponde alla fine. Come Ame-no-uzume, come i Kami che fecero uscire
Amaterasu dalla caverna, e riottennero luce e calore per l‘universo.

SUMERI, ASSIRI, BABILONESI

UN FLAGELLO PIÙ TERRIBILE


DEL DILUVIO
Quando gilgamesh decise di andare a cercare Utnapishtim, l‘unico uomo scampato al
Diluvio, l‘unico che conosceva il segreto dell‘immortalità, avendola ottenuta dagli
dèi, prese con sé il barcaiolo Urshanabi. Si imbarcò con lui, grande rematore e
timoniere, e i due compirono in soli tre giorni un percorso di un mese e mezzo. Così
accade quando si passa dalla dimensione del visibile a quella dell‘invisibile, dalla
nostra realtà a quella di un Altro Mondo. Arrivarono all‘isola dove da tempo
immemorabile Utnapishtim viveva con la moglie, e dove dovrebbe vivere ancora, per
l‘eternità. Gilgamesh si avvicinò a lui con reverenza: ecco l‘uomo molto saggio, al
quale il dio Enlil aveva destinato il dono più grande, ciò che rende simili agli dèi.
Utnapishtim lo fissò con attenzione; non era abituato a ricevere visite, e sapeva
quanto la sua isola era lontana dalla terraferma e sconosciuta ai naviganti. Lo colpì il
volto provato dalla sofferenza di colui che gli stava di fronte; allo stesso tempo
capiva che doveva trattarsi di un uomo molto potente, di un re. Ma che cosa è il
potere di un re per chi ha raggiunto il potere sul tempo e sulla morte?
Utnapishtim parlò per primo: «Perché le tue guance sono così scavate e la tua
faccia così stanca? Perché il tuo cuore è così confuso e il tuo sguardo assente? Perché
regna angoscia nel profondo del tuo essere?» chiese.
«E‘ morto il mio amico Enkidu», rispose Gilgamesh, «il mio più grande e fedele
amico, con cui ho vissuto tante avventure; morto, non c‘è più. E io per sei giorni e
sette notti ho pianto su di lui. L‘ho vegliato, accarezzato. Sinché al finire della settima
notte un verme è uscito dalla sua narice. Allora, te lo confesso, soltanto allora ho
avuto paura della morte, ho pensato che lo stesso destino toccherà a me. Enkidu è
diventato vermi e polvere. E io non sono come lui? Non finirò come lui? Così ho
lasciato il mio regno, e mi sono fatto marinaio e vagabondo per arrivare sino a te,
l‘unico che conosce il segreto di come si diventa immortali.»
«Chi è Enkidu? E tu che hai sfidato onde e pericoli con tanto coraggio e tanta
angoscia, chi sei?» chiese Utnapishtim.
«Mi chiamo Gilgamesh, sono il re di Uruk, una città che ho cinto di mura, e resa
grande, potente e prospera. Ho governato il mio popolo come il pastore governa il
suo armento; mi chiamavano il pastore di Uruk, mi dicevano ―il forte, l‘ammirevole,
l‘onnisciente‖. Il mio popolo mi temeva, perché avevo potere di vita e di morte su
tutti, e lo esercitavo senza pietà, perché un re pastore non può essere più pietoso di
quanto lo siano i leoni nel deserto e le costellazioni nel cielo. Forse ho abusato del
mio potere, ho condannato con troppa severità, mi sono preso le donne con troppa
voluttà. Forse per questo il dio Anu inviò Enkidu sulla terra. Me ne parlarono per
primi dei viaggiatori che avevano traversato la foresta per riparare dentro le mura di
Uruk. Mi raccontarono che nella foresta si aggirava un essere dalla potenza ferina, dal
corpo peloso, i capelli lunghi e impiastricciati con dentro intere spighe di grano,
vestito di pelli di animali selvaggi, che non mostrava di conoscere nient‘altro oltre la
propria forza, né la lingua degli uomini, né le loro leggi, né le loro città. Altri
cacciatori rientrati a Uruk continuarono il racconto: ormai quello strano essere aveva
la foresta in suo potere, terrorizzava chiunque ci passasse, facendo ancor più paura di
un animale, perché si intuiva che condivideva degli animali il modo di vivere, ma
animale non era: un soffio di umanità allo stato primordiale, feroce, inconsapevole
passava nei suoi occhi.
«Io, Gilgamesh, il re civilizzatore, il costruttore di mura e di città, io che per primo
ho portato la barba tagliata con tanta sapienza, io vestito con i prodotti più preziosi
del lavoro degli uomini, non potevo sopportare quella presenza così a ridosso di dove
esercitavo la mia sovranità, ma non intendevo neppure misurarmi con un essere tanto
basso e diverso. Ebbi un‘idea. Mandai nella foresta una prostituta sacra, di nome
Shamkhat, una splendida giovane dai capelli lunghissimi e dalla carnagione bianca
con i fianchi e i seni fiorenti. Sapevo che era la più brava nelle cose d‘amore, perché
io stesso l‘avevo tante volte posseduta, ed ero stato posseduto da lei. Shamkhat arrivò
nella foresta e si avvicinò al nascondiglio tra i rami spezzati e le canne di Enkidu.
Prima però si spogliò, tra le foglie brillò il bianco del suo corpo come un diamante su
una stoffa, i suoi seni ondeggiarono, le sue gambe forti si aprirono un poco, come se
lei dovesse cavalcare un cavallo invisibile. Enkidu la vide così, e ne fu rapito. Sentì
una furia nuova impossessarsi di lui, come se lo trascinasse verso l‘ignoto, verso un
abisso di ignoto. Si alzò, piombò su Shamkhat che sapeva come accoglierlo dentro il
suo corpo, e quando fu dentro di lei ci rimase sei giorni e sette notti, senza mai
cessare di premere e di spingere. Quando finì, spossato, appagato, Enkidu barcollante
si diresse verso un branco di cavalli selvaggi che erano stati suoi amici: li sentì
nitrire, e li vide impaurirsi, impennarsi e fuggire al galoppo. Non era più uno di loro,
gli animali ormai fiutavano in lui l‘uomo, invano avrebbe ormai tentato di avvicinarli.
Enkidu, grazie all‘amore imparato da Shamkhat, era diventato un altro. Ormai non
poteva più stare nella foresta, e così seguì la donna. Provò stupore e sgomento a
vedere la città da lontano, le sue mura, le sue terrazze alte con le statue dei grifoni,
dei leoni e delle aquile. Provò ancora più stupore una volta varcate le mura, a vedere
le vie, le piazze, le case dove abitavano gli uomini.
«Il giorno in cui Enkidu entrò in Uruk era un giorno di festa. Io stavo andando in
processione verso il tempio di Ishtar, lì mi sarei unito con una prostituta sacra in sacre
nozze dedicate alla dea, che fomenta gli amori e porta le fioriture e le primavere.
Enkidu si fece avanti, mi sbarrò il passo, cosa che a Uruk nessuno avrebbe mai osato
fare. Non ci pensai su. Mi avventai contro di lui e lottammo, come due tori selvaggi
lottammo e mandammo in frantumi la porta del tempio, e i suoi stessi muri
tremarono. La lotta fu durissima ma breve. Capimmo subito che
non ci sarebbe stato né un vinto né un vincitore. E sentimmo subito, a contatto
l‘uno dell‘altro, in quel corpo a corpo furioso, il reciproco valore. Così diventammo
amici. Grandi, inseparabili amici. Lasciammo insieme Uruk, percorremmo il mondo,
compimmo insieme tante imprese, resi fratelli dal comune gusto del viaggio, della
scoperta, della sfida. Insieme uccidemmo il toro celeste Khubaba, insieme tagliammo
i cedri della Foresta Sacra.
«Non bisogna mai sfiorare, ingelosire gli dèi. Enkidu fece un sogno. Gli dèi si
erano radunati in consiglio, c‘erano Anu dio del cielo, Enlil dio della terra, Ea dio del
mare e Shamash dio del sole. Nel sogno fu Anu a parlare per primo: Gilgamesh ed
Enkidu hanno ucciso il toro celeste e tagliato i cedri celesti, perciò io dico che devono
morire. Enlil prese subito la parola; il suo fu un verdetto, nessuno si oppose: solo
Enkidu morirà. Dopo questo sogno, poco dopo, il mio amico si ammalò. Dodici
giorni lo assistetti in lacrime. Pregai gli dèi che lo salvassero, pregai gli dèi di farmi
morire con lui. Ma nessuna preghiera fu esaudita. Io piangevo, accarezzavo la sua
fronte sudata e fredda, lo invocavo: ―O Enkidu, amico, fratello, asino selvaggio delle
colline, leopardo veloce del deserto…‖. Con un filo di voce mi rispose: ―Gilgamesh,
amico, fratello, io ti lascio; ti auguro questo: che il tuo ventre sia riempito senza
soste, che tu possa gioire notte e giorno, danzare, fare di ogni giorno della tua vita
una festa di piacere, godere la donna che hai nelle braccia: questi sono i soli diritti
che l‘uomo possiede sulla terra‖. Non aggiunse altro. Morì subito dopo tra le mie
braccia.»
Utnapishtim aveva ascoltato senza muovere il capo, guardandolo negli occhi. Ora
lo abbassò verso il suolo. Riprese a parlare lentamente.
«Gli uomini sono recisi come le canne in un canneto; a nessuno viene risparmiato
il destino di morte, il giovane nobile, come la giovane nobile, come l‘ultimo degli
schiavi, tutti sono preda della morte. Tutti gli esseri viventi assomigliano a libellule
che sorvolano un fiume: per un attimo il loro sguardo si rivolge al sole, e poi non c‘è
più nulla.»
«Ma tu, tu sei come me, una canna del canneto anche tu avresti dovuto essere:
come hai raggiunto l‘immortalità, per questo io sono venuto sin qui, per saperlo.»
Il viaggio di Gilgamesh sino all‘eroe del Diluvio e la storia della sua amicizia con
Enkidu sono narrate nell’Epopea di Gilgamesh, il poema di tradizione orale che
comincia a essere fissato in un testo verso il 2000 avanti Cristo, e che merita così il
titolo di primo poema epico dell‘umanità. Secondo alcuni, l‘autore della versione che
noi leggiamo dell’Epopea di Gilgamesh sarebbe lo scriba-esorcista Silenqiunnini,
vissuto tra il XIII e il XII secolo avanti Cristo, nel momento in cui Babilonia con
Nabucodonosor I riacquista la sua indipendenza. Ipotesi non condivisa da altri
studiosi, anche se è affascinante l‘idea di uno scriba-esorcista che metta mano a temi
così epici ma anche così magici, sacrali, misterici. Invece la creazione dell‘universo
per i Sumeri, gli Assiri e i Babilonesi è narrata in un più breve poema cosmogonico,
l’Enuma Elish, redatto probabilmente nel XII secolo avanti Cristo, cui il titolo è dato
dalle prime due parole che significano «Quando in alto…».
Prima che Utnapishtim si salvasse dal Diluvio, già una volta gli dèi delle origini
avevano decretato la distruzione e la rovina dei propri discendenti. Bisogna sapere
che per i Sumeri, gli Assiri e i Babilonesi le due forze primigenie che escono dal
Caos si chiamano Apsu e Tiamat. Apsu è il principio maschile, un vasto oceano
d‘acqua dolce; Tiamat il principio femminile, un‘immensità d‘acqua salata. Dalla
loro unione nascono Lakhmu, Lakhamu, Anshar e Kishar. I primi due sono creature
dalla testa di serpente di mare, Anshar rappresenta il cielo, Kishar la terra. Sono
questi ultimi che generano gli dèi: Anu, signore del cielo, Enlil, signore della terra,
E‘a, signore delle acque. A loro volta questi daranno vita a Shamash, il sole, Sin, la
luna, Ishtar, dea dell‘amore.
Perché a un certo punto Apsu e Tiamat decidano di annientare i loro discendenti
divini non è chiaro; per la tradizione, è a causa del «rumore» che facevano e che li
disturbava: come se i due principi usciti dal caos temessero un ritorno al caos e
preferissero ridurre di nuovo tutto alla propria bipolarità originaria. Come se l‘essere
temesse il «rumore» del divenire. Ma E‘a, dotato di preveggenza e di onniscienza,
intuisce i loro propositi e uccide Apsu, di cui prende il posto. Da E‘a che ha assunto
questo nuovo ruolo nasce Marduk, destinato a diventare il signore supremo del
pantheon mesopotamico. Marduk a sua volta uccide Tiamat; così gli elementi
primordiali dell‘essere sono ormai scomparsi, l‘universo può trovare l‘ordine nel suo
divenire. L‘uomo è creato di argilla e sangue, ma il sangue che serve alla sua
creazione è quello di Kingu, un dio inferiore, alla testa delle armate di Tiamat
sconfitte. In quanto argilla,
l‘uomo ritorna polvere; in quanto erede del sangue di un dio come Kingu, che ha
partecipato al tentativo di distruzione agli ordini di Tiamat, l‘uomo ha una parte
divina imperfetta, macchiata, e sentirà sempre il richiamo della rovina e del nulla.
Può capitare anche agli dèi di sentire un richiamo profondo e inspiegabile verso il
regno del buio e della morte. Toccò a Ishtar, dea dell‘amore, della bellezza, della
generazione e delle fioriture, quella da cui non ce lo saremmo mai aspettato. Ishtar ha
una sorella, Ereshkigal, che è la regina degli Inferi, sposa del re Nergal, dio delle
ombre. E un giorno Ishtar si mette in cammino e abbandona la terra e il sole per
raggiungerla. E‘ abbigliata secondo il suo rango di grande dea, e arriva così davanti
alle porte degli Inferi.
Ereshkigal è stupita di vedere la sorella, più fortunata di lei, quella che ha sovranità
sui vivi e non sui morti, sull‘amore e non sulla cenere; che cosa può averla spinta sin
laggiù? Le impone una prova; ci sono sette mura e sette porte che cingono la città
degli Inferi. A ogni porta che passerà Ishtar dovrà lasciar cadere qualche suo
ornamento, come per un‘offerta. E Ishtar si incammina. Alla prima porta lascia
cadere la sua tiara, che poggiava sopra i capelli magnificamente acconciati. Alla
seconda posa gli orecchini lunghissimi e tintinnanti. Alla terza una collana d‘oro.
Intanto, porta dopo porta e mura dopo mura, il buio è sempre più fitto, l‘aria sempre
più simile a nuvole di polvere. Alla quarta porta Ishtar lascia cadere il pettorale, alla
quinta la cintura, alla sesta gli anelli preziosi, di pietre così splendide che mandano un
po‘ di luce anche laggiù, in quell‘addensarsi di tenebra, anelli che portava alle dita
delle mani e dei piedi. Rimane l‘ultima porta, Ishtar non ha più niente da lasciar
cadere se non la sua veste. Se la toglie di dosso con un gesto deciso. È nuda, sola,
varcata la settima porta è negli Inferi, davanti a una sorella che non la ama, che l‘ha
sempre invidiata e che ora è felice di averla sua prigioniera. Così Ishtar è ridotta
laggiù nella condizione penosa delle ombre.
Ma sulla terra, sulle superficie della terra, nel cielo, tra le onde e nelle correnti del
mare la sua assenza comincia presto a farsi sentire. L‘erba non cresce più, i fiori non
si aprono, il grano non matura nei campi, in aria gli uccelli non cantano e non si
inseguono per accoppiarsi, i pesci non corrono più a deporre le uova verso le foci dei
fiumi o sui fondali, il toro non cerca più la vacca per montarla, l‘asino non feconda
più l‘asina, la notte l‘uomo e la donna nel proprio letto si coricano ognuno dalla
propria parte. L‘assenza di Ishtar, se prolungata, provocherebbe la fine del genere
umano, del mondo animale, di quello vegetale, della vita stessa nell‘universo. E‘a,
dio delle acque, della saggezza e della magia, non può accettarlo, e manda sino a
Ishtar, perché la riceva giù agli Inferi, l‘acqua di vita e il nutrimento di vita, così che
lei possa salvarsi, evitando di contaminarsi mangiando il cibo e bevendo l‘acqua delle
ombre. Ishtar potrà lasciare il regno della sorella Ereshkigal, ma qualcuno dovrà
prendervi il suo posto, e sarà suo marito Dumuzi, il re pastore, da lei tanto amato.
Il viaggio raccontato nella Discesa d’Ishtar agli Inferi, le cui prime versioni
sumere datano intorno al 2300 avanti Cristo, ha somiglianze con quello di Izanagi,
che abbiamo appena visto, e con quello di Orfeo in cerca di Euridice, il più celebre
nel mito greco, più di quello di Eracle che deve catturare il cane Cerbero, o di Teseo e
Piritoo, che tentano di liberare Persefone prigioniera di Ades. Ma è anche per più
aspetti diverso: intanto Ishtar non va a cercare una persona amata, come fa Izanagi
che rivuole Izanami od Orfeo che rivuole Euridice, non ha imprese eroiche da
compiere come Eracle, Teseo e Piritoo; parte per gli Inferi mossa da una curiosità più
cosmica, impersonale. Non ha nessuno da riportare alla luce. E‘ discesa, si è spogliata
di tutto di sua volontà, senza una meta da raggiungere al di fuori di quella verso cui
spinge la sua ansia di conoscenza.
In qualche modo Ishtar richiama alla mente Persefone, la giovane figlia di
Demetra, la Madre Terra, rapita dal dio degli Inferi, da Ades, e portata con lui nel suo
regno. Persefone subisce la violenza di Ades, non è sua scelta quella di scendere alle
ombre. E, finita negli Inferi, mangerà un chicco di una melagrana infernale,
conoscerà il sapore del cibo di laggiù, come abbiamo visto che è capitato a Izanami.
Demetra ottiene la sua liberazione da Zeus grazie al potere che ha sulla fertilità della
terra, sulle messi e sulle fioriture. Ma Persefone, avendo già assaggiato sia pure un
granello di cibo infernale, dovrà periodicamente tornarvi: nessuno potrà sostituirla.
Persefone, dea primaverile, spirito della rinascita primaverile del mondo, dovrà
ridiscendere ogni anno agli Inferi, ritrovarvi il suo rapitore. Ishtar ottiene di tornare
alla luce del sole perennemente, ma con il sacrificio dello sposo, Dumuzi, il re
pastore, perennemente segregato tra le ombre.
Gli uomini, nati dalle prime sette coppie primordiali, si moltiplicano sin troppo in
fretta, sono grandi masse ormai, e presto anche loro fanno «rumore», tenendo desto il
dio della terra, Enlil. Questi allora incita Anu, dio del cielo, a preparare la distruzione
del genere umano, come Apsu e Tiamat avevano tramato per distruggere i loro
discendenti divini. Intanto, come segni premonitori, Enlil manda agli uomini
epidemie, che ne fanno cadere morti migliaia per le strade delle città e per i campi,
siccità che non permettono nessun raccolto, né di grano, né di orzo, né di frutta,
carestie terribili, con masse intere che esalano per la fame l‘ultimo respiro. Ma
l‘umanità resiste a questi flagelli: per questo Enlil chiede l‘aiuto di Anu, dio del cielo,
che deve ora aprirsi e rovesciare sugli uomini il flagello definitivo, il Diluvio. Anu è
d‘accordo. Enlil conosce la preveggenza e l‘atteggiamento benevolo verso gli uomini
di Éa, dio delle acque, della saggezza e della magia; così gli fa promettere che mai e
poi mai li metterà in guardia contro quello che sta per abbattersi su di loro.
In quel tempo Utnapishtim viveva a Shuruppak, sulle rive dell‘Eufrate. Era un
uomo giusto e devoto agli dèi, ed Éa lo scelse per rivelargli il futuro. Ma per non
rompere il giuramento che aveva pronunciato davanti agli altri dèi, si mise a parlare
nascosto dietro a un graticcio di canne che Utnapishtim stava riparando, come se a
esso si rivolgesse.
Utnapishtim il molto saggio comprese. Presto gli dèi avrebbero mandato il Diluvio.
Doveva abbattere la sua casa e costruire una nave, abbandonare ogni ricchezza e
cercare di salvare la vita insieme alla sua sposa. I lavori per l‘arca iniziarono subito,
servirono a Utnapishtim una immensa quantità di legna, di giunchi, di pece. Per avere
provviste sufficienti, macellò buoi e pecore, caricò mosto, vino, olio e birra. Poi mise
nell‘arca una coppia di tutti gli animali viventi e tutte le piante e i fiori. Era un‘arca
enorme, di sette piani, alta come un tempio, e il varo fu difficile. Utnapishtim era
stato avvertito da Shamash, dio del sole: «Al mattino farò scendere dal cielo focacce,
alla sera verrà una pioggia di grano, quello è il segnale che devi imbarcarti».
Così fu. Venne l‘alba, e Utnapishtim, già sul ponte più alto dell‘arca, rivolse gli
occhi all‘orizzonte per guardare le sembianze del giorno, e vide che erano cariche di
orrore. Allora sprangò le porte dell‘arca. Sul cielo salì una nuvola nera, e vi fu un
silenzio mortale, né un gallo né un usignolo cantarono. L‘alba era come impedita,
bloccata laggiù sull‘orizzonte: tutto il suo solito splendore era mutato in una nuvola
fosca, di cenere. Presto fu cenere dappertutto. E il cielo si aprì come un vaso
spezzato, e cominciò una tempesta di pioggia mista a vento del sud. Le nuvole
scesero sino al suolo in mezzo alle potenti staffilate di pioggia nera, il buio non
permetteva più al fratello di vedere il fratello, allo sposo di vedere la sposa. In massa
gli uomini cominciarono a essere trascinati via da frane di fango, da vortici di
pioggia, e ad annegare dove l‘acqua era già alta.
Ishtar, dea dell‘amore, si lamenta, piange. Gli altri dèi, accucciati come cani in riva
a un baratro, guardano senza parlare la rovina degli uomini. Ormai riempiono il mare
come larve di pesci, nessuno di essi si salverà. Sei giorni e sette notti durò l‘uragano
con la sua pioggia terribile mista a vento del sud. Era scesa dal cielo una quantità
d‘acqua che aveva livellato città e foreste; anche gli alberi più alti, anche le torri più
alte dei templi e dei palazzi regali erano sommerse. Al settimo giorno, il Diluvio
cessò la sua battaglia, dopo aver lottato e urlato come una donna durante le doglie del
parto. L‘umanità era scomparsa, l‘argilla e il sangue di cui era fatta si erano sciolti e
dispersi tra le acque: la terra nascosta come sotto un infinito tetto di mare.
Utnapishtim uscì sul ponte dell‘arca, su quello del piano più alto, abbassò lo sguardo,
si inginocchiò e pianse. L‘arca andò a incagliarsi contro le pendici più alte del monte
Nisir. Dopo sette giorni, provò a far volare una colomba, che dopo pochi colpi d‘ala
nel cielo lì attorno ritornò all‘arca. Poi toccò a una rondine: si allontanò di più, ma
sempre per riparare poco dopo nell‘arca. Infine liberò un corvo; lo attese con ansia, e
fu felice quando poté dire che non era tornato. La terra, i rami degli alberi
cominciavano a riaffiorare, con il defluire progressivo delle acque. Utnapishtim uscì
dall‘arca e per prima cosa, poiché era uomo saggio e giusto, che molto aveva sofferto
e molto conosceva, offrì un sacrificio agli dèi, sette vasi di cannella, cedro e mirto,
che bruciarono in cima al monte Nisir per mandare i loro profumi sino nel punto più
alto del cielo.
Gilgamesh ha ascoltato il racconto di Utnapishtim in raccoglimento, come se intanto
continuasse a porsi la domanda per fare la quale è arrivato sin lì con la barca e il
battelliere Urshanabi.
«Mi hai detto come sei scampato al Diluvio, ma non come sei ancora qui,
scampato al flagello più terribile del Diluvio, che è la morte.»
«Enlil, il dio disturbato dal rumore degli uomini, che voleva la nostra completa
distruzione, si offese e si adirò quando vide la mia arca, e non sarebbero bastati i miei
sacrifici per rabbonirlo. Ma Éa trovò il modo: gli promise che avrebbe punito i miei
successori, i nuovi uomini che avrebbero popolato la terra, mandando loro malattie e
infermità e dolori sino ad allora sconosciuti. Inoltre la durata della loro vita sarebbe
stata raccorciata: se prima poteva arrivare al millennio, ora avrebbe appena raggiunto
il secolo. Così è stato. I miei successori, sottomessi a malanni e pene, non si
riprodussero con la stessa frequenza e densità dell‘umanità prima del Diluvio, e non
provocarono più quel ―rumore‖ che era stato all‘origine dell‘ira divina di Enlil, e di
Apsu prima di lui. Io e la mia sposa, unici sopravvissuti al Diluvio, ottenemmo
l‘immortalità come premio per la nostra obbedienza e per i nostri sacrifici.»
«E io come potrò ottenerla?» chiede Gilgamesh.
«Non posso svelartelo», risponde Utnapishtim.
«Sì, tu lo puoi, io so che tu lo puoi», lo incalza Gilgamesh.
Il vecchio allora lo sottopone a una prova: sarai capace di stare sei giorni e sette
notti senza dormire? Gilgamesh si accoccola al suolo, e appena poggia la testa sulle
ginocchia cade addormentato. Al risveglio, trova sette pani vicini al suo capo: i primi,
secchi come argilla, sono quelli che ha cotto la sposa di Utnapishtim per segnare i
giorni che ha dormito. Urshanabi il battelliere, su ordine del vecchio, lo ripulisce, lo
lava, lo riveste. Salgono sulla barca all‘ormeggio e stanno per ripartire. Il loro viaggio
è stato vano; Gilgamesh non ha superato la prova. Ma all‘ultimo momento la sposa
immortale di Utnapishtim convince il marito a donare a Gilgamesh il segreto per cui
è venuto sino alla loro isola.
«C‘è una pianta che vive qui sott‘acqua, le cui radici sono simili al rovo, le cui
spine, simili a quelle delle rose, pungeranno la tua mano. Se tu saprai prendere quella
pianta e portarla con te, avrai la giovinezza in eterno, e diventerai anche tu
immortale.»
Gilgamesh non perde neppure un momento. Si lega ai piedi due grosse pietre e si
tuffa sino a raggiungere il fondale. Trova la pianta, mentre gli occhi gli si annebbiano
e i polmoni gli scoppiano la afferra, si insanguina una mano, con l‘altra ha ancora la
forza di sciogliere i nodi che legano ai suoi piedi i due massi. Così riemerge, portando
quella pianta magica con sé.
Si rimette in viaggio verso Uruk. Ne parla con Urshanabi il battelliere: quella
pianta donerà giovinezza ai vecchi, vigore ai malati, cancellerà le pene e i terrori più
grandi che toccano agli uomini sulla terra. La porteranno a Uruk, sarà il loro trionfo.
Ma quando la barca è ormai approdata e stanno percorrendo un tratto di pianura
assolata e deserta, Gilgamesh si ferma vicino a un pozzo e vi si immerge, lasciando la
pianta sul bordo. È quanto basta perché un serpente, attirato dal quel profumo e da
quel verde brillante, si avvicini e inghiotta la pianta. Gilgamesh lo guarda impotente,
disperato: in un attimo, il serpente lascia cadere la sua vecchia pelle e ne mette una
nuova, lucida, con la quale se ne va strisciando veloce. Allora Gilgamesh si siede
sulla sponda del pozzo e piange.
Era vero. Quell‘erba di mare dava giovinezza e immortalità, ma non era né per lui
né per i suoi sudditi
di Uruk: gli uomini sarebbero rimasti preda della morte, canne di un canneto da
tagliare, libellule che passano a volo su un fiume, come aveva detto Utnapishtim. A
nessuno sarebbe stato risparmiato il destino che gli aveva portato via Enkidu, il
leopardo veloce del deserto, il fratello e amico che tanto aveva amato e rimpianto. Si
ricordò delle ultime parole di Enkidu, del suo invito a godere del cibo, della danza,
dell‘amore delle donne, le uniche cose che rischiarano il cuore dell‘uomo sulla terra.
Ma che a nulla valgono contro la morte. Guardò il battelliere, muto di fronte a lui.
Tutto era stato vano. Tutto era vano, sulla terra. Questa saggezza l‘aveva conquistata.
Ma nulla toglieva alla sua disperazione, al suo desiderio di piaceri infiniti, alla sua
brama di interrogarsi ancora.
«Oh, Urshanabi», disse, «per che cosa si sono affaticate così le mie braccia? Oh,
Urshanabi, perché scorre il sangue nelle mie vene?»

EGIZI

RA COMINCIA A INVECCHIARE
Neppure gli egizi, come i sumeri o i Giapponesi, concepirono un‘idea di apocalisse
come noi siamo abituati e pensarla: la «rivelazione» della fine dei tempi con il
Giudizio Universale, l‘uscita definitiva dal divenire e l‘inizio dell‘eternità. Ma
svilupparono un ricchissimo pensiero escatologico sul viaggio dell‘anima del defunto
nell‘Aldilà; e anche loro elaborarono un mito di distruzione dell‘umanità, di fine del
tempo degli uomini, anche se soltanto tentata, e non portata alle estreme conclusioni.
La fine individuale di una vita era per gli Egizi l‘inizio di un viaggio. Essi
vedevano nell‘uomo la compresenza di tre principi spirituali, due più alti, uno meno:
un principio si chiamava Akh, il primo in ordine gerarchico di altezza, che viene
tradotto con «anima trasfigurativa del divino nell‘umano», e, come ci ricorda
l‘egittologo Boris de Rachewiltz, fu prima considerato soltanto appannaggio degli dèi
e dei faraoni, poi di tutti gli uomini. Il secondo principio si chiama Ba, e potremmo
tradurlo con «anima». Se Akh è raffigurato come ibis, Ba viene raffigurato come
uccello antropocefalo, spesso mentre si reca a visitare la mummia del defunto, su cui
aleggia come un soffio di vita. Ka è il terzo principio, il meno elevato ma forse il più
importante, perché rappresenta l‘anello di congiunzione tra il corpo materiale
dell‘individuo e i due principi spirituali superiori. È stato avvicinato dagli studiosi
allo «spirito vitale» dei Semiti o al genius dei Romani, ed è stato anche tradotto con
«doppio» o con «corpo astrale». Secondo Julian Jaynes, corrisponde invece a quella
«voce-guida» che ciascun uomo sente interiormente mentre è in vita, e che dopo la
sua morte verrà udita in modo allucinatorio dai suoi amici e parenti.
È per il Ka che i corpi vengono mummificati, in quanto esso ha bisogno che venga
fissato, sottratto alla corruzione qualcosa del corpo del defunto per sopravvivere a sua
volta; di suo non ha possibilità di svilupparsi, di mutare, quindi la sua esistenza è la
continuazione di quella che il morto ha condotto sulla terra, un‘infinita ripetizione. E‘
il Ka che viene alimentato con le offerte funebri o con formule sostitutive che si
affidano al potere magico della voce: per amministrare le offerte funebri esisteva un
ordine sacerdotale apposito, detto dei Servitori di Ka.
Il morto, con tutti e tre i principi spirituali che lo abitano, viene preso in consegna
da Anubi, il dio protettore delle necropoli che presiede ai riti funerari e ai processi di
mummificazione, che anzi lui stesso ha inventato, provvedendo a mummificare
Osiride, di cui secondo il mito era figlio illegittimo, avuto dalla sorella Nefti, sposa di
Seth. Anubi è rappresentato sotto forma umana ma con la testa di animale, di solito di
uno sciacallo: in questo simile all‘Ermes greco, accompagna l‘anima del defunto al
Tribunale di Osiride, uno degli dèi maggiori del pantheon egizio, lo sposo di Iside
ucciso a tradimento dal fratello malvagio Seth; Osiride è il dio della resurrezione, il
dio buono e civilizzatore che ha distolto gli uomini dal cannibalismo, che ha dato
inizio alla coltura del grano, dell‘orzo e della vite, in modo che gli uomini possano
consumare pane e bere vino e birra.
Osiride è stato ucciso dal fratello Seth, il suo corpo straziato, fatto a pezzi e
disperso nel Nilo; ma Iside, la grande dea madre e sposa, poi grande dea maga e
sapiente cui tutti i paesi del Mediterraneo orientale diventeranno devoti, cerca il
corpo del marito, lo ricompone, edifica suoi templi dovunque ne recuperi una parte;
con l‘aiuto di Anubi mummifica la salma; soltanto una parte non è stata ritrovata, il
sesso; ma Iside rimane lo stesso incinta del suo sposo posandosi sulla sua mummia
sotto forma di avvoltoio, o, secondo una versione più gentile del mito dovuta a
Plutarco, ricevendo dalla sua testa mozzata e appena recuperata tra i giunchi del delta
del Nilo uno sguardo pieno di languore e passione. Iside genera Horo il Giovane,
raffigurato sempre come un bimbo nudo che si porta il pollice alla bocca e con una
treccia che scende sulle spalle. Cresciuto, e scampato con la madre alle persecuzioni
di Seth, alla fine sfiderà lo zio malvagio e lo sconfiggerà, stabilendo il proprio regno
sulla terra, mentre a Osiride toccherà di regnare sui morti, sull‘Aldilà e sulle anime.
E‘ per questo dunque che Osiride presiede il Tribunale la cui corte è composta da
lui stesso, da Iside, da Nefti e da quarantadue consiglieri divini. La cerimonia cui
Anubi conduce il morto si chiama «psicostasia», ovvero «pesatura dell‘anima». C‘è
una grande bilancia, e su un piatto Maàt, la dea della Verità e della Giustizia, ha
posato una piuma; sull‘altra, il morto dovrà posare il suo cuore. Se il cuore è puro,
giusto, e dunque leggero, la bilancia non si muoverà, e il possessore di quel cuore
partirà verso i campi detti di Jaru, i Campi Elisi su cui regna Osiride. Lì condurrà una
vita felice, il cui unico obbligo sarà coltivare i campi del dio; ma sarà un‘attività
soprattutto spirituale, perché ai lavori agricoli veri e propri potrà provvedere un
ushabti, un «corrispondente», una statuetta in argilla che riproduca le fattezze del
defunto.
Se invece la bilancia si muove, se il piatto su cui è posato il cuore precipita in
basso, e dunque il verdetto di Osiride è negativo, allora il defunto perde ogni diritto a
entrare nei Campi Elisi, e il suo cuore viene subito distrutto da un‘entità mostruosa
chiamata Amam, Colei che annienta i colpevoli, che ha testa di coccodrillo, zampe
anteriori e tronco di leonessa, zampe posteriori di ippopotamo. Quando Amam ha
compiuto la sua opera, del defunto non restano che lacerti sparsi che vengono
precipitati in un Lago di Fuoco e lì ridotti al nulla. Il Libro egizio dei Morti riferisce
al capitolo 125 la «confessione negativa» che il defunto pronuncia davanti al
Tribunale di Osiride. Non vengono enunciati i peccati commessi: ma c‘è una litania-
formula in cui vengono elencati i peccati non commessi.
Non ho commesso ingiustizia
non ho rubato
non ho ucciso
non sono stato insolente
non ho disobbedito
non ho ucciso bestiame sacro
non ho fatto la spia
(…)
Poiché la serie delle colpe di cui un uomo può macchiarsi è assai lunga, assai lunga
era la formula, e grande la paura di non riuscire, davanti ad Osiride, a recitarla per
intero; allora certi facevano inumare con la propria salma ampi passaggi della
formula stessa, sicuri in quel modo di ricordarla con più facilità.
La religione egizia, nota Mircea Eliade, è dominata più di qualunque altra dal culto
del sole. E‘ imperniata sulla divinizzazione del Sole, che si chiami Rà, Amon, Ptah,
Horo il Falco o Aton. Ma, qualunque sia il suo nome, e per quanto grande sia la sua
potenza e la venerazione di cui è circondato, il sole ha un nemico, eterno e
costantemente in agguato, che è il drago Apofi. Come per gli Aztechi, il sole è in
continuo pericolo di morte; in questo senso, una vena di apocalisse cosmica percorre
anche la visione egizia dell‘universo. Il drago Apofi, raffigurato come un serpente
tutto squame che sembrano gobbe, da cui spuntano dei veri e propri coltelli, è il
simbolo di forze malefiche sempre operanti per contrastare quotidianamente il passo
al sole. Anche gli Indù conoscono demoni, i Mundehas, che ogni mattina si preparano
ad attaccare e spegnere il sole e che vengono sconfitti e ricacciati indietro dai mantra
e dalle offerte dei fedeli.
Il sole sta per spuntare all‘orizzonte, e il drago Apofi con le sue spire, le sue gobbe,
i suoi coltelli, sta tramando per fermarlo, per bloccare il principio della luce e far
trionfare le tenebre. Per rendere possibile la vittoria del sole, i sacerdoti devono
levare preghiere nel momento immediatamente precedente a quello in cui sorge
sull‘orizzonte, pronunciare formule di esecrazione di Apofi, e bruciarne un simulacro
di cera. Durante il giorno, la cerimonia veniva ripetuta diverse volte. Durante il
viaggio notturno del sole, poi, alla settima ora della notte, si pensava che avvenisse lo
scontro con Apofi, e lì era Iside, la grande dea signora delle arti magiche, a propiziare
la vittoria del principio della luce, per cui sarebbe ancora spuntata un‘alba. E‘
impressionante pensare come soltanto la moderna civiltà dei bianchi, nutrita di
cristianesimo e razionalismo, abbia abolito il senso di reverenza per la luce che torna,
e del pericolo che l‘energia solare si spenga. A parte i poeti, questi inascoltati
legislatori del mondo, nessuno ha più coltivato nessuna devozione per il sole e la
luce. Nessuno ha più pensato che la luce stessa si alimenta della sua lotta eterna con il
principio a essa opposto, cioè le tenebre, il male, la distruzione, l‘annichilimento. Gli
Aztechi, le tribù pellerossa, gli Indù, gli Egizi hanno capito che il sole, inteso come
fonte di luce e di bene, va aiutato nel suo corso dalle preghiere e dal sacrificio degli
uomini che non vogliono soccombere alle tenebre. Senza preghiere e riti sacrificali il
sole può spegnersi, l‘alba non venire, il ciclo di giorni e notti spezzarsi. La civiltà
costruita sull‘innesto di cristianesimo biblico e razionalismo utilitaristico ed
economicistico ha creato una società totalmente acosmica,
dove il sole è un‘insignificante palla di atomi la cui presenza merita soltanto
attenzioni meteorologiche. Che il sole e la luce siano il risultato di una terribile lotta
nessuno lo pensa più. Eppure dovremmo anche noi qualche volta ricordarci del drago
Apofi, della sua volontà di spegnimento, di annientamento, di tenebra. Forse anche
del piccolo drago Apofi che vive probabilmente in noi, riflesso di una lotta più vasta
e lontana. E dovremmo ricordarci anche che lo si può sconfiggere, con la tecnica
degli antichi sacerdoti egizi, esecrandolo, bruciando i suoi simulacri. Superato
l‘agguato di Apofi, saremo nella luce che ritorna; e, se ha ragione Goethe a dire che
la luce è sul piano fisico quello che è lo spirito sul piano morale, allora saremo anche
nella pienezza dello spirito.
Il culto egizio del sole è legato alla storia delle dinastie dei faraoni e delle città che
ebbero man mano il predominio lungo la valle del Nilo. Siamo in presenza così di
diverse cosmogonie: quella di Eliopoli, quella di Ermopoli, quella di Menfi e quella
di Tebe. La cosmogonia eliopolitana, la più antica, si presenta come «enneade»
perché prevede nove dèi maggiori legati da un preciso ordine genealogico. Anche per
gli Egizi prima della creazione dell‘universo non c‘è il nulla, ma il caos, un
indefinibile caos d‘acque detto Nun, da dove germina il dio del sole Rà. Una volta
nato, il sole presenta una triplice natura: Rà è il sole allo zenit, Atum, dalla radice tm
che significa sia «totalità» sia «nulla», è il sole tramontante, Khepri, dalla radice
khpr, «divenire» o «trasformarsi», il sole dell‘alba. Verso il 2700 avanti Cristo,
durante la IV dinastia, Rà diventa il dio di tutto l‘Egitto sino alla fine della storia dei
faraoni. Rà è all‘origine della creazione, che avviene per masturbazione o
espettorazione: da lui nascono Shu, principio dell‘aria e della luce e Tefnut, principio
dell‘umidità. Shu e Tefnut danno vita a Geb, il dio della terra, e a Nut, la dea del
cielo.
Nut e Geb avevano avuto per accoppiarsi la difficoltà che tanti papiri ricordano in
quella raffigurazione così emblematica e bizzarra, dove si vede il corpo allungato e
filiforme della dea distendersi in alto, sorretto dal padre Shu che le impedisce ogni
contatto con Geb. L‘interdizione da parte di Shu era stata assoluta: niente nozze tra
cielo e terra. Ma c‘era stato l‘intervento di Thoth, il dio dalla testa di ibis, il patrono
degli scribi, il dio dalla parola sapiente e creatrice, il dio della scienza ma anche
dell‘astuzia e del gioco, anche lui come Anubi una specie di Ermes, ma meno volatile
e leggero. Thoth gioca ai dadi con la Luna e vince cinque giorni da aggiungere al
calendario: in quei giorni Geb e Nut potranno accoppiarsi. Le loro nozze generano
Iside e Osiride, Nefti e Seth.
Va detto che Shu, dio dell‘atmosfera, fu in seguito identificato anche lui con il
sole. E che in un testo intitolato ha rivelazione dell’anima di Shu, iscritto sul
sarcofago di Gwa, un nobile e colto medico della XII dinastia (1991-1778 avanti
Cristo), Shu appare come il creatore di se stesso, la guida per evolversi dall‘eterno
sorgere e cadere, origine di tutti gli dèi, colui che rigenera la sostanza della sacra
carne di Osiride. Ma in questo testo non prevale l‘aspetto cosmogonico e mitico; qui
siamo già in piena dimensione misterica, una dimensione che ha così largo spazio
nella cultura dell‘antico Egitto.
La cosmogonia ermopolitana si presenta invece come un‘«ogdoade» e prevede
infatti otto dèi invece di nove: dal caos, nascono quattro coppie divine, Nun e Nunet,
l‘acqua iniziale, Heh e Hehet, l‘infinito spaziale, Keh e Kehet, le tenebre, Amon e
Amonet, «ciò che è nascosto». La creazione avviene però in forma più gentile che
non nella cosmogonia eliopolitana: qui si parla di un sole che nasce da un uovo o da
un fiore di loto, e si manifesta all‘inizio sotto la forma di un‘oca o di un bambino.
La cosmogonia di Menfi ha come dio principale Ptah, il cui nome deriva da una
parola che significa «modellare»: la creazione continua a spiritualizzarsi, ora avviene
attraverso la parola. Infine la cosmogonia di Tebe, con il suo dio principale Amon-
Rà, fonde l‘enneade eliopolitana e l‘ogdoade ermopolitana giungendo finalmente
all‘idea di un dio del sole che crea attraverso la parola e l‘intelletto. Un faraone del
XIV secolo, Amenothep IV, tentò di imporre come religione di stato il culto di Aton,
portò la capitale da Tebe in una località ribattezzata Akhet-Aton («l‘orizzonte di
Aton», oggi Tell-el Amarna), lui stesso prese il nome di Ekhnaton. Il termine aton
indicava già il disco solare, il corpo visibile di Rà, l‘astro inteso in senso fisico. Il
nuovo dio Aton, simboleggiato in un cerchio che in basso emana raggi disposti a
triangolo e che simulano all‘estremità una minuscola mano, è il sole nella sua essenza
naturale, materiale, è luce, bellezza, gioia, germinazione, continua creazione della
vita. Ogni speculazione metafisica, ogni preoccupazione escatologica viene bandita.
È giunto sino a noi l‘inno che Ekhnaton, il faraone scismatico, l‘inventore di questa
religione dell‘energia, della natura, del Sole vivente, dedicò al nuovo dio:
Tu splendi di bellezza all‘orizzonte del cielo
o Sole vivente, che per primo hai avuto vita.
Tu ti levi, orientale,
e tutto riempi della tua bellezza.
(…)
Tu sei nel mio cuore
e nessun altro ti conosce come il tuo figlio, il Re.
Tu l‘hai iniziato ai tuoi disegni e alla tua forza.
Ciò che avviene nel mondo,
avviene nel tuo segno; sei tu che l‘hai creato.
Tu ti levi: vivono.
Tu tramonti: muoiono.
Tu sei la durata della vita, tu dai vita.
La religione di Ekhnaton è una religione iniziatica, il suo è un monoteismo, ma
quanto diverso da quello cupo, implacabile, vendicativo dell‘Antico Testamento. Il
dio cantato da Ekhnaton fa coincidere natura, sacralità, bellezza ed energia. Non ci
parla dell‘Aldilà, di premi e castighi che ci attendono, ma del mondo presente
alimentato dal sole, divinizzato nella sua fisicità. La materia diventa spirito, Dio
diventa materia. Una scelta da teosofo, troppo in anticipo sui tempi, quella di
Ekhnaton. Alla sua morte, il culto popolare di Amon-Rà fu restaurato. Ma la sua
breve eresia resta e parla ancora oggi a tutti quelli tra noi che sanno alzare uno
sguardo reverente verso il sole come verso la Fonte della Luce e di tutto ciò che
cresce, si trasforma e muore e rinasce sulla terra.
Nella teologia eliopolitana si parla di un fenomeno misterioso, che dà vita a una storia
apocalittica piena insieme di ferocia e di astuzie, di terrore e di commozione.
Dunque, un giorno Rà comincia a invecchiare. Invecchia visibilmente e
progressivamente, compaiono rughe sulla sua fronte, sulle sue guance e sul suo collo:
la bocca gli si restringe, e le labbra cominciano a bagnarglisi di bava, che cola sul
mento, e poi al suolo, lasciandovi tracce come quelle delle lumache. Dalla terra gli
uomini vedono il volto di Rà rattrappirsi, la sua bocca sdentata da cui ora la saliva
esce senza sosta. E non provano nessuna reverenza, nessun compatimento per lui. E‘
quello il sommo Rà, il potente Rà che ha creato il mondo brandendo nella sua mano il
membro, o espettorando con un gran colpo di tosse un grumo di catarro? Quello
ormai non è che un vecchio sfinito e suonato; e gli uomini pensano addirittura di
potersene sbarazzare, di ordire un complotto per distruggerlo.
Ma non bisogna mai essere troppo leggeri con gli dèi. Rà, pur preda di quel
misterioso attacco di decrepitezza, non è però finito, né ha perso le sue prerogative
regali e divine; tra queste, l‘onniscienza e la capacità di leggere il futuro. Dunque
riconosce le trame degli uomini e decide di sterminarli. Convoca alla sua corte celeste
Shu e Tefnut, i due primi dèi da lui generati, principi dell‘aria e dell‘umidità, e
insieme Geb, dio della terra, e Nut, dea del cielo.
Quel giorno a consiglio, nel palazzo celeste di Rà, ci sono tutti: Osiride, Iside,
Nefti, Horo il Falco, Horo il Giovane, Anubi, Thoth con la moglie Seshat, patrona
degli architetti, Bastet, la dea dalla testa di gatta che i Greci presero per Artemide,
Khonsu, il dio lunare dall‘aspetto mummiforme considerato suo figlio, Renenet,
patrona delle nutrici e dell‘allattamento, Meskhenet, patrona delle nascite, Min, dio
della fecondità, Maàt, dea della verità e della giustizia, Hathor, la grande dea dalle
orecchie di vacca, dea dell‘amore, dell‘abbondanza cosmica, della bellezza, della
danza, secondo Erodoto – fonte preziosissima per la conoscenza della civiltà egizia –
da avvicinare ad Afrodite. Arriva anche Nun, il più antico degli dèi, e anche lui, come
tutti gli altri, si inchina sino a toccare terra con la fronte.
Rà prende la parola: «Nun, tu che sei il più antico tra noi, quello da cui io stesso
sono uscito, e voi tutti, divinità del cielo e della terra, dei vivi e dei morti, ascoltate:
vedete che gli uomini, creati da me, fuoriusciti dal mio occhio a prendere forma e
vita, si sono comportati con ingratitudine e malvagità; sono arrivati al punto di
deridermi, ma non basta, hanno anche pensato di ribellarsi e di complottare contro di
me per distruggermi; così ora sono incerto se non debba essere io a distruggere loro, a
cancellarli dalla faccia della terra. Per questo vi ho convocato, per sentire il vostro
parere».
Il primo a rispondere è proprio Nun, il dio della massa di oceano primordiale da
cui Rà è sorto: «Rà, figlio mio, sovrana maestà, tu che sei più grande di chi ti creò e
più potente delle potenze che ti generarono, ascoltami; resta sul tuo trono, non devi
allontanarti dal tuo palazzo celeste per compiere la tua
giusta opera di vendetta, per dare agli uomini la giusta punizione; non tu, figlio
mio, sovrana maestà; invia sulla terra il tuo occhio sotto forma di Hathor; io vedo già
gli uomini fuggire davanti a lei, cercar riparo nei deserti, disperdersi dal terrore;
manda il tuo occhio, Rà, che non resti sulla tua fronte ma prenda le fattezze di Hathor
e vada sulla terra».
Tutti gli dèi assentono. Rà si alza e li congeda. La decisione ormai è presa:
l‘umanità sarà distrutta, sarà Hathor a provvedere, a compiere l‘opera di distruzione.
Hathor non è soltanto la dea dell‘amore e della bellezza; in questo caso sarebbe
difficile capire perché proprio a lei venga dato un incarico come quello. Hathor è una
dea antichissima, che ha orecchie di vacca perché nutre il faraone e l‘universo,
garantisce l‘immortalità, favorisce gli accoppiamenti e, come sovente presso gli
antichi capita alle dee dell‘amore, è anche dea di morte. In quanto tale, prende il
nome e le forme di Sekhmet, la «Possente», la leonessa divoratrice, che rappresenta il
calore mortale del sole, la sua forza di distruzione. E‘ con le sembianze di Sekhmet,
della leonessa così feroce e furiosa che Hathor scende tra gli uomini.
E l‘opera di devastazione e rovina comincia. E‘ un‘apocalisse ordinata,
sistematica; Sekhmet divora tutti gli uomini, uno per uno, e più mangia più ha fame,
non risparmia nessuno, a niente valgono i gridi e le suppliche, continua la sua opera
senza tregua, e già il mondo sta per spopolarsi, e le suppliche arrivano sino al cielo,
all‘orecchio di Rà. Il dio supremo si considera ormai vendicato a sufficienza; ma non
può revocare l‘incarico dato a Hathor-Sekhmet, che lo sta svolgendo con tanta precisa
furia. Così deve ricorrere a un‘astuzia. Manda suoi messaggeri a Elefantina, l‘isola
sul Nilo che ha sempre rappresentato il confine a sud dell‘Egitto, oltre il quale vivono
i popoli barbari; lì, dove la valle del Nilo ha le sabbie più rosa e le trasparenze più
azzurre, troveranno un‘erba colorante che si chiama didi, grazie alla quale qualunque
cosa si può tingere di rosso. Poi fa preparare settecento enormi orci di birra, e ordina
che a quella birra venga mescolata la sostanza colorante ottenuta dall‘erba didi.
Intanto Hathor sta continuando il suo massacro; niente sembra poterla fermare, la
sua fame si alimenta di se stessa, uccide come per un istinto irrefrenabile, l‘umanità si
è assottigliata, entro breve di essa non resterà traccia. Rà e i suoi dèi si mettono in
cammino per Elefantina, e assaggiano la birra dei settecento orci, spumante e colorata
di rosso.
«E‘ buona questa birra», dice Rà. «Ora portatela là dove Hathor si appresta a
terminare la sua distruzione, versatela di notte, questa notte, perché altrimenti domani
mattina non resterà un solo uomo sulla terra.» Così, come per una piena del Nilo,
l‘indomani mattina le onde di birra ricoprono l‘Egitto; è birra, ma grazie all‘erba didi
è anche rossa come il sangue. E quando la leonessa Hathor-Sekhmet si sveglia,
vedendo tutto quel liquido rosso scorrere intorno a lei, crede che sia il sangue degli
uomini, e vedendone così tanto, ha la certezza che il suo compito sia finito, che di
uomini non ne esistano più. Si specchia sulla superficie della birra che lei crede
sangue, estrae lentamente dalla bocca la lingua, comincia a berne. Quella birra,
giudicata buona da Rà, deve essere buona davvero. Continua a bere, continua sinché
non sente una
mollezza dolce prenderle il corpo, fumi di allegria arrivarle al cervello. E‘ ubriaca
ormai, non pensa più al suo incarico, non pensa più ad altro che a bere e a lasciarsi
andare a quella sensazione così nuova per lei. Senza aver ancora vinto gli effetti della
troppa birra bevuta, Hathor-Sekhmet ritorna al cielo. E il massacro non è terminato, e
l‘umanità è salva.

INDÙ

LA NOTTE DI BRAHMA
Quando, al quinto colloquio dell‘Alliance Mondiale des Religions, tenutosi a Parigi il
10 e l‘11 gennaio 1970 e incentrato sulle Apocalissi e la fine dei tempi, prese la
parola Swami Ritajananda, l‘invitato indù, dovette subito mettere in guardia
l‘uditorio che il concetto di apocalisse non esiste in India; in compenso esiste una
teoria molto complessa del tempo e della fine dei tempi, per la quale invitò i presenti
a munirsi di pazienza e a disporsi, forse sorridendo, ad ascoltare molte cifre. E‘ quello
che chiedo ora io ai lettori. Per gli Indù non c‘è un tempo lineare, che comincia e
procede verso un termine fissato. Non c‘è neppure l‘idea di un Giudizio finale, con la
separazione dei buoni dai malvagi; e neanche l‘idea di un Dio che crea e giudica.
Spesso mi è capitato di pensare, viaggiando con la mente o nella realtà in quel
continente così complesso che è l‘India, che la visione indù dell‘universo è la più
radicalmente opposta a quella occidentale elaborata su concetti ebraico-cristiani. Ma
nello stesso tempo la visione indù sembra arrivare da più lontano, da profondità
cosmiche insondabili, tanto da dare l‘impressione di poter inglobare in sé tutte le altre
esperienze di pensiero religioso, compreso il cristianesimo. E sicuramente sono
stupefacenti le affinità tra la cosmogonia indù e certe tesi dei neognostici di Princeton
(«Il pensiero è una goccia di Luce») e certe leggi fondamentali della scienza
contemporanea, da Einstein a Hawking.
L‘universo indù appare come un equilibrio tra forze centripete che conservano
l‘energia e forze centrifughe che la disperdono, in una crescente entropia. Queste
forze hanno il nome degli dèi maggiori: Vishnu, dio della preservazione della vita,
Shiva, dio della distruzione. La tendenza vishnuita alla conservazione dell‘energia,
quella shivaita alla sua dispersione entropica potrebbero essere definite in termini
scientifici con i grandi principi della termodinamica. La creazione per gli Indù non è
l‘evento divino da cui far iniziare l‘universo. Dio è al di sopra della creazione, e l‘atto
di creare non può essergli attribuito. Non c‘è un inizio e non c‘è una fine. La vita e
l‘universo esistono da sempre, immortali ma in forme sempre mutevoli.
Conservazione della vita e sua distruzione, dicono i saggi indù, vanno per mano, sono
due facce della stessa moneta divina. La vita permane mentre tutto nasce e muore e
rinasce e rimuore in un infinito processo metamorfico. Swami Ritajananda fece ai
suoi interlocutori al colloquio l‘esempio delle stagioni; chiese loro di guardare fuori:
a gennaio non c‘è un albero a Parigi che abbia foglie, eppure tutti sapevano che tra
aprile e maggio tutti gli alberi dei Lungosenna si sarebbero caricati di fronde nuove e
verde tenero. L‘inverno distrugge perché possa venire la primavera creatrice, questo
lo vide superbamente, nella sua Ode al vento di ponente, un poeta romantico come
Shelley che aveva uno sguardo rivolto a Oriente e aveva letto il celebre Hindu
Pantheon di Sir William Jones ed Edward Moor. Allo stesso modo occorre che la
primavera venga distrutta perché appaia l‘estate, e che l‘estate declini perché si
affacci l‘autunno. E così il mattino distrugge la notte, ma a sua volta è distrutto dal
mezzogiorno; e poi la distruzione del mezzogiorno sarà creazione del pomeriggio, e
la distruzione del pomeriggio creazione della sera. Una catena implacabile di
creazioni-distruzioni muove il gioco delle stagioni e dei giorni. E, come i più antichi
poeti del mondo hanno visto costruendo le loro prime metafore, questa catena tocca
la vita dell‘uomo, dove la distruzione dell‘infanzia crea la giovinezza, la distruzione
della giovinezza la maturità, la distruzione della maturità la vecchiaia.
La teoria indù della reincarnazione permette di considerare non definitiva la morte.
Tutto passa e ritorna, come le stagioni, le ore, le età dell‘uomo. Tutto scompare e
riappare, nulla si crea e nulla si distrugge definitivamente nell‘universo. Le religioni
che hanno adottato l‘idea del tempo lineare hanno compensato l‘angoscia
insormontabile di una fine totale, annullante, che avviene una volta per tutte, con la
teoria della Resurrezione. Per l‘induismo, fautore di un tempo assolutamente ciclico,
la vita consiste in un‘alternanza di periodi cosmici in cui si manifesta e periodi
cosmici in cui non si manifesta: non c‘è apocalisse e Resurrezione e Giudizio, c‘è
ciclico, continuo succedersi di distruzioni e ricominciamenti. Il periodo cosmico in
cui la vita si manifesta si chiama kalpa. E un kalpa è detto anche un giorno di
Brahma.
Secondo Radhakrishnan, la teoria dei kalpa viene proposta nella religione indù –
anche se bisogna sottolineare che in sé il kalpa non è un concetto strettamente
religioso – per rispondere alla esigenze poste dell‘idea di samsara: in base a tale
concetto, le azioni di ciascuna vita individuale non scompaiono con la scomparsa di
chi le ha compiute, ma sfociano nella sua vita successiva; se ogni vita presuppone una
vita successiva e una antecedente, fa parte di una catena dove è impossibile
distinguere il primo anello, quello che corrisponde alla creazione. Di qui la
ripugnanza del pensiero indù a concepire la creazione del mondo in un dato momento
come prima e unica. Essa è al contrario un evento periodicamente ricorrente.
L‘universo, una volta creato, dura per l‘intera durata di un kalpa, dopo di che si
dissolve e ritorna al Dio supremo, ma soltanto per essere creato di nuovo. Le vicende
cosmiche, per Radhakrishnan, sono pensate in funzione delle esigenze delle anime:
perché se l‘universo avesse un principio e una fine, esse non potrebbero
continuamente reincarnarsi in nuove forme, in cui essere premiate o espiare le azioni
compiute in una vita passata. Tutte le Upanisad sono percorse da questa idea di
periodica dissoluzione-creazione dell‘universo.
Egli dimora in tutte le creature, e ardendo furiosamente alla fine del tempo Egli,
che è il Signore, manda in frantumi tutte le cose create.
Egli è il Dio che molte volte ridispiega una dopo l‘altra le sue reti nello spazio, e di
nuovo le ritira a sé.
È Lui che, quando l‘universo si dissolve, rimane da solo alla posta, ed è Lui che
allora di nuovo dalle profondità dello spazio ridesta alla vita i puri spiriti.
Il Signore supremo, detto Narayana, non crea: il dio creatore è Brahma, uno della
Trimurti, l‘unico a cui gli Indù non dedicano né templi né devozione. Una delle più
antiche immagini di Brahma ce lo mostra seduto su un fiore di loto, vestito di una
pelle di antilope, con un cigno che lo traina: la cosa che ci colpisce di più è che ha
quattro facce e quattro mani. In una mano tiene un vaso (kamandalu), in un‘altra un
manoscritto (vedas), nella terza un cucchiaio lustrale (sruva) e nella quarta un rosario
(mala). Le quattro facce eguali hanno gli occhi semichiusi, un‘aria assente, più
assente che ieratica, molto lontana e astratta.
Se ci si vuole avventurare nell‘interpretazione simbolica dell‘immagine di Brahma
– personalmente ritengo che sia un‘impresa temeraria e che non possa condurre a
conclusioni certe e definitive – possiamo dire che il loto su cui è seduto rappresenta la
realtà, l‘universo che si schiude alla vita; la pelle dell‘antilope sta per l‘austerità
ascetica; il cigno che lo traina, dal momento che il cigno nel mito indù è detto in
grado di separare il latte puro dalla mistura di latte e acqua, rappresenta la capacità di
discernere dio nelle manifestazioni plurali del mondo; le quattro facce
rappresenterebbero i quattro Veda, e i quattro modi in cui funziona il pensiero: la
mente (manas), l‘intelletto (buddhi), l‘ego (ahankara) e la coscienza (chitta); infine il
manoscritto sta per la conoscenza, il cucchiaio lustrale per il superamento dell‘ego e
dei desideri egoistici, il vaso è segno di rinuncia, essendo quello usato dal sannyasin,
l‘asceta o «rinunciante», il rosario è segno di meditazione.
Brahma, dovendo creare, ha sposato la dea della conoscenza, Sarasvati. Ma la vita
dell‘universo, piuttosto che a lui, è affidata ai principi di conservazione e di
distruzione cui presiedono gli altri due dèi della Trimurti, Vishnu e Shiva. Le tre
divinità sono interconnesse, tanto che esiste la figura di Dattatreya, un dio nelle cui
forme sono tutti e tre rappresentati. Ma, come dicevo, Brahma non gode del culto e
della venerazione dei fedeli. Non è la creazione che merita ringraziamenti e
preghiere, ma le due forze che periodicamente la sostengono e la dissolvono. Così in
India è difficilissimo, quasi impossibile trovare templi di Brahma, mentre pullulano
quelli di Vishnu e di Shiva.
Vishnu, il preservatore della vita, il cui nome deriva dalla radice del verbo
«penetrare», «pervadere», è raffigurato con la sua sposa Lakshmi mentre giace su un
fianco, abbandonato, sognante, sopra il serpente cosmico Ananta, che significa
«infinito», e ha come altro nome Shesa. Indossa un elegante cappello che si affila a
cono, ha i fianchi stretti, femminei, le gambe ricoperte da un velo panneggiato. Se ne
sta disteso, ma è come se fluisse, tanto il suo corpo è elastico e ondoso. L‘espressione
del volto è quella di un dormiente. Qualcosa che scorre e si posa, ma ritmicamente,
senza scarti, senza eccessi, per una necessità profonda come quella del moto e della
quiete nell‘universo. Vishnu è l‘energia positiva che mantiene, preserva in vita le
cose. Quello che Brahma, demiurgo disinteressato, ha creato, Vishnu lo alimenta e lo
protegge, lo salva intervenendo volta per volta quando potenze negative e malvagie si
apprestano a guastarlo. Così si manifesta e viene adorato nei suoi avatara, figure che
compaiono nell‘universo e nel mondo degli uomini per riportare l‘ordine ogni volta
che è minacciato dalla violenza e dalla dissoluzione. Si conoscono ben nove dei suoi
avatara, e si sa che ne dovrà comparire un decimo: li vedremo suddivisi nelle varie
epoche in cui sono apparsi, e nelle loro molteplici e curiose forme.
Shiva, che qui più ci interessa in quanto dio della distruzione, ci viene mostrato
nella sua immagine più diffusa e certo più affascinante: mentre danza. In origine,
Shiva è un dio violento, cupo, terribile, che porta con sé sofferenze, infermità,
tempesta, morte, rovina. Quando all‘inizio tra le cose create per prime appare la
coppa di veleno letale detta Kalakuta, è proprio Shiva a berla e a neutralizzarne ma
anche assumerne tutto il potenziale di morte. Il desiderio di dissoluzione e di fine che
ogni essere sente in sé, ogni istinto di aggressività, lo stesso principio di distruzione
insito nel ritmo con cui le cose nascono, si sviluppano e tramontano, tutto questo
Shiva raccoglie in sé quando beve in un sorso il contenuto della coppa detta Kalakuta,
il veleno cosmico che avrebbe potuto intossicare la creazione.
La casa di Shiva è la giungla, che percorre armato di tridente e pronto ad
annientare i demoni. Ma questo dio iroso e combattivo è anche il grande asceta, il
Signore dello Yoga, il corpo eretto e spalmato di cenere, vestito di una pelle di
antilope, una collana di teschi umani, il ciuffo di capelli raccolto in alto con un
serpente: è lui che con l‘ascesi immagazzina un‘energia sconfinata, diventando il
modello per tutti i mistici indù. Infine, questo dio che porta la morte è anche il
superatore della morte, è colui che, invocato, placato, dona la salvezza dal pericolo, la
guarigione, la rigenerazione; e questo dio della distruzione è anche il dio della
riproduzione, della potenza maschile, del seme maschile, e appare in tutti i templi –
soprattutto nell‘India del sud – sotto la forma misteriosa e cosmica del Unga, la nera
colonna fallica alzata verso il cielo.
Ha scritto Elémire Zolla: «Shiva, il Signore, Ishvara, corrisponde allo zero, matrice
di positivo e negativo, coincidenza di contrari. E‘ anche una dinamica unità di
opposti, un processo di incessante trascendimento di se stesso». Quando danza, Shiva
si chiama Nataraja, il «Signore dei danzatori» o il «Re degli attori». Nelle
raffigurazioni, Shiva che danza ha un corpo elastico, una vita sottile, e si torce su di
sé, in un equilibrio che sprigiona una forza estatica, inavvertibile. Si regge su una
gamba che calpesta un nano-demone, schiacciato al suolo, come trafitto; l‘altra è
alzata orizzontalmente e appena piegata al ginocchio, in una posa celebre della danza
classica indiana; è come se il dio volesse imprimere al suo corpo un movimento
rotatorio. Ma un braccio si tende sino a risultare quasi parallelo alla gamba alzata;
l‘altro si flette, la palma della mano aperta, frontalmente. Delle altre due mani, una
regge un tamburo, l‘altra nel proprio cavo ha una fiamma. Un anello, un mandala di
fiamme, lo cinge dai piedi sino al cobra che gli fa da copricapo. I simboli più
importanti sono
proprio il tamburo detto Damaru, a forma di piccola clessidra, e le fiamme sulla
sua mano e tutt‘intorno a lui. Damaru, che regola il ritmo della danza, rappresenta la
creazione, la realtà come movimento ritmico del divino. Le fiamme rappresentano le
creature deperibili, sottoposte alla rovina e alla fine, e tutta la forza necessaria della
distruzione. Il nano-demone Muyalaka forse è un simbolo dell‘ego, dei desideri
egoistici che vengono sconfitti e superati attingendo un grado di coscienza superiore.
Shiva, dio di morte, danza anche nel cimitero indù con il nome di Sudalaiyadi,
«danzatore del campo di cremazione», una danza più scatenata e selvaggia. E‘ lui che
distrugge le catene che legano un‘anima individuale al corpo, come è lui che alla fine
di ogni ciclo distrugge il cielo e la terra. Ananda Coomaraswamy ha scritto bellissime
pagine sulla danza di Shiva: secondo lui, il suo Gioco ritmico è l‘origine di ogni
movimento nel cosmo; il suo scopo consiste nel liberare gli spiriti degli uomini dalle
insidie dell‘illusione; e il luogo in cui questo avviene, Cidambara, il Centro
dell‘universo, si trova nel cuore di ognuno di noi. Ma soprattutto Coomaraswamy ci
dice che tamburo e fiamme, oltre a essere simboli di creazione e distruzione, sono
anche immagini che illustrano la dottrina dei kalpa di cui, con il soccorso di molte
cifre, dovremo ora parlare.
La natura è inerte e non può danzare sinché non lo vuole Shiva. Quando Shiva
inizia la danza, attraverso la danza, invia alla materia inerte onde pulsanti di un suono
che provoca il risveglio. Quando poi i tempi sono maturi e il ciclo finisce, è Shiva che
con il fuoco, sempre danzando, distrugge tutte le forme e i nomi delle cose,
concedendo a tutto l‘universo un nuovo sonno. «Questa è poesia, ma è anche
scienza», conclude Coomaraswamy, e non si può non essere d‘accordo con lui.
Il tempo è per gli Indù una manifestazione della potenza di Dio, è una realtà
indifferenziata, senza principio né fine. Esistono sette mondi, o loka, ciascuno dei
quali esprime un grado di spiritualità superiore a quello del precedente: tre sono
inferiori, quattro superiori. I primi sono bhu, la terra, bhuvas, la regione intermedia,
svar, la regione degli dèi. E‘ solo in questi tre mondi inferiori che l‘essere passa dallo
stato di manifestazione a quello di non manifestazione, dalla creazione alla
dissoluzione, sottomesso al ciclo di nascita, morte e rinascita. Questi tre mondi si
sono manifestati all‘inizio di un ciclo cosmico, o kalpa, ed entreranno nello stato di
non-manifestazione quando il kalpa finirà.
I quattro mondi superiori, maharloka, janaloka, ta-paloka, brahmaloka, sono
quelli in cui vivono esseri perfetti, non coscienti dell‘ego, al di là di ogni
trasformazione, e non soggetti al ritmo di creazione e distruzione. Nei Bhagavata
Purana la creazione avviene così: Brahma è seduto su un loto a meditare e a praticare
l‘ascesi; aumenta la sua potenza, ed è solo sul loto posato sulle acque cosmiche
primordiali; allora divide il loto in tre petali, e da ognuno di essi nasce uno dei tre
mondi inferiori, bhu, bhuvas, svar. Brahma abita molto al di sopra, nei mondi immuni
dal ciclo di nascita, morte e rinascita. Ma i tre mondi inferiori conoscono, oltre alla
morte di ogni individuo, anche la fine e la distruzione di epoche e civiltà e universi,
secondo la dottrina del kalpa e degli yuga, gli eoni in cui il kalpa si divide. Il tempo
scorre con diversa velocità per gli uomini e per gli dèi: esiste un tempo umano e uno
divino: un anno divino è 360 anni umani. Degli yuga, che sono quattro, gli Indù
calcolano alla perfezione la durata.
La prima epoca è il Kritayuga. Krita, al gioco dei dadi, è il colpo vincente, numero
divisibile per quattro senza resto. È il corrispondente dell‘età dell‘oro per i Greci,
un‘epoca di perfezione, in cui la Vacca della Virtù si regge su quattro zampe, il
dharma o legge morale è interamente praticato, gli esseri umani osservano austerità,
penitenza, e posseggono tutte le virtù, pietà, compassione, verità. Il Kritayuga
comprende 4000 anni divini più 800 anni divini per i due periodi transitori, detti
Samdhya, che corrispondono alle fasi dell‘aurora e del tramonto dello yuga. 4800
anni divini corrispondono a 1.728.000 anni umani.
La seconda epoca, il Tretayuga, è un po‘ meno perfetta; al gioco dei dadi, treta è il
colpo che lascia il resto di tre; la Vacca della Virtù si regge ora su tre zampe, e un
quarto delle virtù dell‘epoca passata va perduto; corrisponde all‘età dell‘argento per i
Greci. La sua durata è di 3000 anni divini più 600 anni divini di transizione. Ancora
una moltiplicazione per 360: il secondo yuga ha una durata di 1.296.000 complessivi
anni umani.
La terza epoca, il Dvaparayuga, segna un ulteriore decadenza. Dvapara è il colpo
che lascia un resto di due. La Vacca della Virtù si regge ora su due zampe, una metà
delle virtù passate è scomparsa. Sarebbe l‘età del bronzo. E dura 2000 anni divini più
400 anni divini di transizione: cioè 864.000 anni umani.
E infine la quarta epoca, quella in cui noi viviamo, il Kaliyuga. Sempre al gioco
dei dadi – anche le Norne, le Parche dei Germani, stabiliscono il destino dei mortali
gettando i dadi, facendoli volteggiare e stabilendo il risultato — kali è il colpo
perdente, che lascia il resto di uno. La Vacca della Virtù non ha più che una zampa su
cui reggersi, e tutto il bene è ormai scomparso, e nessuna virtù più praticata. Siamo in
piena età del ferro. Il Kaliyuga è cominciato tra il 17 e il 18 febbraio 3102 avanti
Cristo. Abbiamo già notato l‘impressionante coincidenza secondo cui anche l‘ultima
epoca dei Maya inizia sostanzialmente nello stesso momento (3113). Durerà 1000
anni divini più 200 anni divini di transizione, dunque 432.000 anni umani. Bisogna
prestare particolare attenzione a questo numero, perché ricorrerà, nei multipli e
sottomultipli, ancora più volte. Gli Indù, nella loro percezione del tempo ciclico,
calcolano alla perfezione la durata di un ciclo stesso; dobbiamo sommare gli anni
umani dei quattro yuga:
1.728.000 + 1.296.000 + 864.000 + 432.000 = 4.320.000
Dunque i quattro yuga si estendono per quattro milioni e trecentoventimila anni
umani: insieme formano un mahayuga. Poiché occorrono mille mahayuga
per fare un kalpa, dobbiamo procedere a un‘ulteriore moltiplicazione:
4.320.000 X 1.000 = 4.320.000.000
Questo è il numero che ci dice quanti anni umani dura un kalpa. Quattro miliardi e
trecentoventi milioni di anni umani. Un kalpa è per gli Indù un giorno di Brahma. Sul
fiore di loto che compare nel sogno di Vishnu, posa Brahma, al di sopra della sua
creazione e delle epoche che la realtà creata attraversa. Anche Brahma sogna, e il suo
sogno siamo noi e il mondo, simili alla tela del ragno tesa nell‘aria, o alla rete del
pescatore nelle profondità del mare. Al suo giorno, il kalpa, seguirà un periodo
cosmico di eguale durata in cui non ci sarà nessun sogno, il sognatore cosmico avrà
richiamato a sé i sogni come il ragno la tela e il pescatore la rete, e non ci sarà più
nulla: l‘universo imploderà e avrà termine con una immane dissoluzione. Sarà la
notte di Brahma. Poi ci sarà il risveglio, qualcosa che si agita e si scuote, onde di
suono e di energia che si espandono ritmicamente, danzando come indica il tamburo-
clessidra di Shiva, e un nuovo loto si dischiude, e un nuovo universo nascerà e tutto
ricomincerà. Se un kalpa è un giorno di Brahma, e se la durata di una notte di Brahma
è esattamente equivalente, non è difficile trovare la durata della vita di Brahma, che
secondo gli Indù è di 100 anni. Un anno di Brahma contiene 360 giorni e 360 notti di
Brahma, cioè 720 kalpa. Avevo preavvertito
il lettore della necessità dell‘uso di molte cifre, e cifre vertiginose: un anno di
Brahma è dunque 3.110.400 milioni di anni umani. Una vita di Brahma dura 100
anni, dunque 311.040.000.000.000, trecentoundici-milaquaranta miliardi di anni
umani. Secondo gli Indù, nella nostra epoca, nel Kaliyuga, Brahma ha cinquant‘anni.
Gli resta dunque abbastanza da vivere. E nel succedersi di giorni e notti, di sonni
senza sogni e di risvegli, da vedere ancora tanti universi spegnersi, rinsecchirsi e poi
riaprirsi ed esplodere come corolle di tanti fiori. Come non ha avuto inizio, mai avrà
fine questo ritmo di nascite e di morti, di crescite e di collassi, di esplosioni e
implosioni nello spazio infinito.
Ogni aspetto escatologico e soteriologico sembra estraneo al pensiero indù, così
impregnato di pura cosmicità. L‘unica dottrina che presenta, sia pure in forma mitica,
questi aspetti è la dottrina degli avatara di Vishnu. Durante il Kritayuga, Vishnu si è
manifestato in quattro avatara: sono figure di animali per mezzo delle quali il dio
ingaggia combattimenti cosmici contro forze distruttive e malvagie. La prima volta
ha preso la forma di un pesce, Matsya, che salva il primo uomo, Manu, da un diluvio
– ancora un diluvio delle origini, come in quasi tutte le mitologie prese in
considerazione – e recupera i Veda portati in fondo al mare da un demone. Poi prende
la forma di una tartaruga, Kurma, che serve da appoggio alla Montagna del Mondo,
sorregge la terra sul suo guscio e ne assicura la stabilità. In certi templi in India e a
Bali noi occidentali restiamo divertiti e sgomenti di fronte alle ricorrenti immagini di
tartarughe al cui guscio non riusciamo a connettere un senso di stabilità: lo vediamo
anzi scivoloso e insicuro; ma forse perché non abbiamo della stabilità e
dell‘equilibrio quella idea danzante che ne hanno gli Indù. Il terzo avatara è il
cinghiale, Varaha, che risolleva la terra precipitata dal demone Hiranyaksa
nell‘oceano. La quarta forma che assume Vishnu è quella dell‘uomo-leone,
Narasimha, per liberare il mondo da un altro demone, Hiranyakashipu.
Durante il Tretayuga, Vishnu si manifesta sotto le spoglie del nano Vamana per
liberare il mondo dal demone Bali, che tormentava uomini e dèi. C‘è un mito dai
contorni fiabeschi che racconta come il nano ottiene di vincere la sfida con il demone
Bali. Bali, vedendo le dimensioni del nano, gli promette irridente di dargli il potere su
quanto spazio potrà percorrere con tre passi; e il nano, che è un avatara di Vishnu, il
grande dio della Trimurti, con un primo passo percorre la terra, con il secondo il
cielo, con il terzo il mondo dei demoni, cacciando Bali dall‘universo. Poi si manifesta
come Rama armato di scure, Parashurama, per sconfiggere gli ksatriya, cioè gli
appartenenti alla casta dei guerrieri, che avevano ucciso un bramino. E poi prende le
forme di Rama, il grande guerriero del Ramayana, che deve liberare il mondo dal
demone Ravan. Nel corso del Dvaparayuga, verso il termine, Vishnu si manifesta con
l‘aspetto del dio blu, di Krishna, il saggio che parla ad Arjuna nella Bhagavadgita
dettandogli i precetti più alti della spiritualità indù, e uccide Kamsa, il peggiore dei
demoni. Nella nostra epoca, o Kaliyuga, è già apparso un avatara di Vishnu, ed è
stato il Buddha, cui si deve l‘abolizione dei sacrifici cruenti. Verso la fine ne apparirà
un altro, si chiamerà Kalkin, che avrà — e qualcuno potrà vedervi affinità con il
Cristo, con il Dodicesimo Imam dell‘apocalisse sciita – il compito di far prevalere il
bene sul male, di punire i malvagi, di salvare i buoni e di inaugurare una nuova era.
Ma le ere di cui gli Indù parlano sono innanzi tutto cicliche e cosmiche. Vishnu si
manifesta sotto altre spoglie nel mondo sia cosmico sia umano quando c‘è una
minaccia alla sopravvivenza dell‘ordine mobile e metamorfico che regge la vita.
Combatte contro disastri, demoni, ksatriya; ma non muove un dito contro la
distruzione che segue ritmicamente alla creazione, non combatte contro il ciclo delle
cose perché il ciclo eterno delle cose è in lui, è lui, il suo sogno. Allo stesso modo
Shiva, il dio preposto alla distruzione, ha in una delle sue mani il tamburo che
propaga il suono vibrante, ritmico attraverso il quale il mondo si sveglia dallo stato di
non-manifestazione e ricomincia a vivere. Sembra che per gli Indù nascita e morte,
creazione e distruzione, giorno e notte siano inestricabilmente connessi. È il giorno di
Brahma, un kalpa, che fa apparire il mondo e desta alla vita le cose. È la notte di
Brahma che fa riassorbire tutto nello stato di non-manifestazione, in una totale
assenza di sogni. E poi un nuovo giorno, un nuovo kalpa, riporterà tutto a vivere, e il
sogno a dispiegarsi in tutte le forme del creato.
Nei Matsra Purana la fine dell‘universo è dovuta a Vishnu, che potenzia le forze
della natura nel normale corso dell‘anno sino a renderle catastrofiche e letali.
Prima di tutto Vishnu si concentra nel sole, amplifica la potenza dell‘energia
solare, ne mostra il lato violento e devastatore. Allora il mondo delle piante e dei
fiori, i campi di grano e di riso, tutto si dissecca, non sopravvive né una palma né un
banano né un filo d‘erba; la terra si spacca, una vampata mortale lambisce le acque
sotterranee e le prosciuga all‘istante. Poi Vishnu si concentra nel vento. Soffia senza
tregua, e porta via dalle forme di vita superstiti ogni traccia di aria vivificante. E un
vero e proprio tifone che porta via tutta la materia rinsecchita come una massa
immensa di foglie secche. Vishnu ora si trasforma in fuoco, e grazie all‘attrito tutta la
materia si incendia, deflagra, si consuma, si volatilizza e si fa cenere. Allora il dio
assume la forma di una nube, un‘enorme nube bianca da cui fa scendere una pioggia
torrenziale, dolce e pura come il latte, per spegnere l‘incendio dell‘universo.
Il corpo della terra trova la pace finale, il Nirvana. Ora Vishnu è pioggia, e come
pioggia riporta l‘universo in seno all‘oceano primordiale. L‘universo collassa su di
sé; gli elementi si dissolvono nel fluido indifferenziato da cui sono nati. La luna e le
stelle e le costellazioni e le galassie scompaiono. Dio ha riassorbito di nuovo in sé la
tela, la rete dell‘universo, ha contratto il suo sogno e le creature del suo sogno in un
sonno completo, un intervallo di sonno che durerà quanto la veglia: la notte di
Brahma, l‘attesa buia, ferma, silenziosissima, vuota, di un soffio, un suono, una
vibrazione che reimprima ciclicamente all‘universo il suo danzante movimento di
vita.

PERSIANI

IL SEME DI ZOROASTRO
L’avesta, il libro sacro della religione iranica, che possiamo chiamare mazdeismo,
dal nome del dio Ahura Mazda, o zoroastrismo, dal nome del profeta Zoroastro, fu
tradotto per la prima volta in una lingua occidentale nel 1771 da Abraham Hyacinthe
Anquetil du Perron. Il libro riguardava una religione estinta, almeno nella sua terra
d‘origine, da circa un millennio, ed era stato tramandato e conservato da una setta,
quella dei Parsi, che esiste tuttora e ha il suo centro principale a Bombay, in India.
Inevitabilmente, quello che sappiamo dello zoroastrismo è mediato da quello che
viene considerato un suo frutto, l‘eresia cristiana di Mani, il manicheismo. I libri
dell’Avesta e i templi del fuoco e i suoi sacerdoti subirono prima l‘attacco di
Alessandro il Macedone, che nella tradizione iranica è ricordato non come un grande
conquistatore ma come un demone malvagio, poi dell‘Islam, che costrinse gli
adoratori del fuoco a fuggire portando con sé la fiamma che deve bruciare in eterno.
Ma l‘Islam nella sua versione sciita, quando si stabilì in Iran, conservò sia pure senza
dichiararlo molte delle istanze dualistiche ed escatologiche della religione di Ahura
Mazda e ne ereditò l‘idea della fine dei tempi.
Le ultime piccolissime comunità zoroastriane che vivono in Iran si trovano tra
Yazd e Kerman, nella parte orientale del paese, verso il Pakistan. Lì, in un paesaggio
aspro e desertico, spiccano su grandi formazioni coniche ma addolcite, arrotondate
alla sommità – simili a grossi seni femminili, mi diceva ridendo un autista baffuto e
poco devoto – strutture cieche in pietra che ormai hanno lo stesso colore della terra e
che furono per millenni le Torri del Silenzio, quelle dove gli zoroastriani esponevano
i loro defunti perché fossero divorati dagli uccelli, e non contaminassero con la morte
gli elementi vitali, il fuoco soprattutto e l‘acqua, la terra e l‘aria. Naturalmente
nell‘Iran musulmano quel tipo di sepoltura fu proibito, e ormai le Torri del Silenzio si
potrebbero confondere davvero con strane conformazioni collinari, gibbose del
terreno. Sui sentieri che le risalgono ho visto ragazzi fare rombare le loro
motociclette.
I Parsi di Bombay continuano invece da millenni quell‘usanza. Le Torri del
Silenzio si levano in mezzo a giardini molto estesi di proprietà della comunità, che è
la più ricca della città. Non si possono vedere, dunque. Ma costeggiando i giardini,
non si può non notare con un brivido l‘addensarsi nuvoloso di tantissimi grossi corvi
in certi punti tra gli alberi, uno stringersi in stormo di cui intuiamo lo scopo. Un
tempio del fuoco resta nella zona archeologica di Persepoli: un parallelepipedo né
alto né sontuoso, spoglio, chiuso, quasi come un fodero di pietra per la fiamma che si
alza. Il tempio che ho visitato a Yazd, in un quartiere defilato di quella città che ha la
polvere e l‘odore di un accampamento del deserto, è ancora in funzione, una
tranquilla costruzione con un porticato, sormontata da un‘aquila di maiolica azzurra.
All‘interno ha un‘aria così ordinata, sembra un vecchio salotto borghese, due
lampadari a gocce, una bacheca con dentro una copia dell’Avesta aperta. Dietro un
vetro, brilla su un braciere a coppa, forse di ottone, una fiammella che dovrebbe
essere la stessa accesa millenni fa. Il culto principale dello zoroastrismo è proprio
quello: il fuoco, mantenere acceso il fuoco che, insieme alla luce, è la più grande
delle ierofanie, cioè delle manifestazioni del divino e del sacro sulla terra.
Secondo un filosofo stoico, Zoroastro stesso, salito sulla vetta del monte Albordij,
abitò lassù in mezzo alle fiamme. Ridisceso poi, si stabilì a Balkh, città a nord-ovest
del Caucaso che contende a Gerico, a Ur e a Kash il titolo di più antica città del
mondo e vi stabilì una scuola per Magi e il più importante Tempio del Fuoco. Fu lì
che lo raggiunse Pitagora, da lì partirono insieme per un viaggio di conoscenza in
India. Naturalmente le cronologie vacillano. Per accompagnarsi a Pitagora lo
Zoroastro storico, che i più collocano tra il XV e il XII secolo avanti Cristo, avrebbe
dovuto vivere nel VI. E lo Zoroastro mitico vive invece cinquemila anni prima della
caduta di Troia, e di lui si conoscono ben sei incarnazioni.
Il fondamento dello zoroastrismo, quello che rende decisiva nella storia dell‘umanità
la sua idea del tempo e della fine, è il dualismo. Esistono due divinità antitetiche e
nemiche in lotta nell‘universo, la prima della Luce e del Bene, Ahura Mazda o
Ohrmazd, il secondo della Tenebra e del Male, Angra Manyu, o Ahriman. Prima di
loro esisteva un principio indeterminato, un‘entità primordiale senza inizio né fine, il
Tempo Illimitato.
Questo principio è chiamato Zurvan. Esistono due versioni diverse della nascita da
Zurvan delle due opposte divinità. Secondo la prima versione, esse apparvero
simultaneamente, come risultato di un lento covare e meditare di Zurvan, che si
chiedeva come affermare il proprio potere se non aveva qualcuno altro da sé che lo
riconoscesse. Ma secondo un‘altra versione, indubbiamente più poetica, i due gemelli
Ahura Mazda e Ahriman nacquero così. Zurvan compì un sacrificio della durata di
mille anni per avere un figlio: essendo lui solo, principio indistinto e illimitato di un
universo che non esisteva ancora, ci riesce difficile immaginare a chi e come questo
sacrificio potesse essere compiuto. Ma il mito di una vita del cosmo che nasca e si
manifesti attraverso un sacrificio, che è anche un sacrificio di sé, è in linea con
lo spirito etico dello zoroastrismo.
Zurvan dunque persevera, un millennio è passato, il sacrificio dà il suo frutto. Ma
Zurvan per un istante, un istante soltanto in quei mille anni di preghiera e di rito, ha
dubitato: e se quel rito non fosse efficace? E se quelle preghiere non portassero a
nulla? Allora non nasce più soltanto il figlio che Zurvan aveva tanto intensamente
desiderato: ne nascono due, due gemelli: Ahriman, frutto di quell‘istante di dubbio,
Ahura Mazda, frutto del rito sacrificale. Poiché aveva promesso di attribuire la
regalità al primo figlio, Zurvan è costretto a consegnare l‘universo nelle mani di
Ahriman. Ma non sarà né senza contrasti, né per sempre. Perché Ahura Mazda lo
combatterà con tutte le sue forze, e manderà sulla terra il profeta Zoroastro e poi i
suoi figli, i suoi emissari, i Saoshyant o Salvatori, a continuare la guerra. E alla fine,
dopo una lotta che coinvolgerà tutto il cosmo e tutta la storia degli uomini, riavrà la
sua sovranità e sarà re. Il dualismo zoroastriano è metafisico ma è anche e soprattutto
etico; impegna ogni essere umano a schierarsi dalla parte di Ahura Mazda, Signore
Saggio, onnisciente, guardiano dell‘ordine cosmico, e a combattere contro Ahriman,
principe delle potenze malvagie e dello spirito di distruzione.
Che il mondo sia dominato dal Male, dal Principio della distruzione e del nulla contro
cui occorre lottare, è un‘idea zoroastriana di incalcolabile importanza nella storia
dell‘umanità, che influenza l‘ebraismo, il cristianesimo, le eresie cristiane come
quelle dei Manichei e dei Catari, la Gnosi, l‘Islam soprattutto sciita, sino
all‘espressione di «grande Satana» coniata da Khomeini per definire la superpotenza
americana.
Esiste in proposito una leggenda manichea che vale la pena di riportare. Dunque
Ahriman e le sue legioni, perché Ahriman ha ai suoi ordini schiere e schiere di
demoni combattivi e malvagi come lui, scorrazzano per l‘universo ancora inabitato,
dove i pianeti volteggiano vuoti e silenziosi intorno ai loro soli. Le legioni di
Ahriman vogliono distruzione e rovina, non sono capaci di creare e non lo vorrebbero
neppure, se fosse per loro il sole spegnerebbe le sue fiamme e la terra resterebbe un
deserto di ghiaccio e il mare evaporerebbe e metterebbe a nudo i suoi abissi
impraticabili: tutto sarebbe nel buio e nella dissoluzione. Ma a un certo punto del loro
vagabondaggio distruttivo, Ahriman e le sue legioni vedono qualcosa di cui non
sospettavano neppure l‘esistenza: negli spazi del cielo, una corona di fiamme simili a
petali di un fiore come il papavero o l‘anemone, e in mezzo a quel cerchio ardente
una forma di ragazza, una vergine dalla bellezza irradiante, i capelli e gli occhi
luminosi, la bocca dalle labbra rosse come le fiamme che la circondano, la pelle
bianchissima, le spalle erette e il seno prominente, il ventre appena pronunciato, le
gambe magre ma forti, i piedi delicati. Il suo sguardo è pieno di innocenza ma anche
di gioia e di amore. Ahriman e i suoi la contemplano quel tanto che basta per
infiammarsi di desiderio, per volerla possedere. Innocenza, gioia, amore
rappresentano tutto quello che Ahriman e i suoi odiano, che vorrebbero cancellare
dall‘universo. Ma in quella figura di vergine le stesse cose li riempiono di desiderio,
di un desiderio gonfio, brutale. Così si avvicinano alla ragazza per toccarla, per
violarla; ma quando stanno per mettere le loro mani su di lei, si accorgono che è
totalmente immateriale, che esiste ma come un‘apparizione, che è spirito, penetrabile
da tutte le parti senza per questo essere né macchiato né posseduto. Allora Ahriman e
le sue legioni provano tutta la pena, il fastidio rabbioso, il senso di impotenza che dà
il desiderio inappagato. La ragazza è lì con la sua immagine a infiammarli, ed è lì con
la sua immaterialità a dire che ogni loro assalto sarà vano, che non potranno mai
averla. Ma il desiderio di Ahriman e dei suoi, per quanto frustrato, è troppo acceso e
violento per calmarsi. Un desiderio come quello va sfogato, in un modo o nell‘altro. I
membri di Ahriman e dei suoi sono turgidi, pesanti, pieni sino alla cima di quella
fame inappagabile. Non resta che portare su di essi la mano, e farla finita così. Si
masturbano tutti insieme, e tutti insieme eiaculano nuvole nere, masse di vapore buio
che si muovono tutt‘attorno come spinte da qualche vento silenziosissimo. Le nuvole
vagano, si stracciano, si riaddensano, volano, scendono sino a lambire la terra. Ed è
da queste nuvole di tenebra, sperma di Ahriman e delle sue legioni sgorgato dal
desiderio impossibile di avere la vergine della Bellezza nella sua corona-corolla di
fiamme, che sorgono i corpi, i rivestimenti materiali in cui gli uomini e le donne
conducono l‘esistenza durante il loro viaggio terreno, attorniati dal Buio in cerca di
Luce. Di un riflesso di quella Bellezza spirituale e invincibile.
Nella visione di Zoroastro, ogni specie di essere ha in cielo un suo prototipo
trascendente. Così anche per il Tempo, le Acque, la Terra. Per l‘uomo, esiste il
Fravashi. Per capire che cosa è un Fravashi, niente di più chiaro di un‘illustrazione di
un antico libro di Jacob Bryant, A New System; or, An Analysis of Ancient Mythology.
L‘illustrazione porta come titolo: «Un Mago e il suo doppio o Fravashi». Si vede un
vecchio alto e magro con una fluente barba bianca, un turbante, una tunica lunga con
le maniche larghissime; un braccio è piegato e rivolto in avanti, l‘altro regge una
specie di arco che fa anche da bastone.
Il Mago, perché di questo si tratta, di un sacerdote del Fuoco della religione
zoroastriana, è davanti a un altare, un parallelepipedo in mezzo a una landa deserta,
sul quale arde un grande fuoco. Il sole è riprodotto in un angolo in alto, una ruota
dentata, simbolica e quasi sbiadita rispetto alle fiamme dell‘altare. Ma quello che più
colpisce nell‘illustrazione è la presenza, alta sul capo del Mago ma non parallela, di
una figura più piccola che sta su una specie di nuvola, di vapori o di fumo, una
nuvola piccola e allungata, una specie di divano; e questa figura ha in tutto e per tutto
i tratti del Mago: il turbante, la tunica dalla manica larga, la barba e i capelli bianchi,
il gesto del braccio teso in avanti. Non si vedono le gambe e l‘arco-bastone, perché la
nuvola li nasconde o li fonde dentro di sé. Quello è il Fravashi del Mago, il suo
Doppio celeste. Ma non occorre essere sacerdoti del Fuoco per possederlo. Tutti ne
abbiamo uno. Perché il Fravashi è un elemento costitutivo della natura umana, e
preesiste alla persona cui appartiene. Dunque dobbiamo invertire la prospettiva con
cui abbiamo guardato l‘illustrazione del libro del Bryant: non è il Fravashi che
riproduce le fattezze del sacerdote del Fuoco, ma è il sacerdote del Fuoco che
riproduce le fattezze del suo Fravashi.
Archetipo trascendente, Doppio celeste, il Fravashi sceglie di incarnarsi, scendere
nel tempo e nello spazio non per espiare una colpa, ma per meglio combattere contro
Ahriman e le forze del male. I Fravashi sono dunque anche spiriti guardiani che
aiutano l‘uomo nel suo cammino verso la Luce, lo sorreggono nelle difficoltà, lo
proteggono dai terrori delle tenebre; sono potenze spirituali indissolubilmente legate
a ciascun essere umano e all‘umanità nel suo insieme. Il dualismo zoroastriano,
spiega Gherardo Gnoli, non è dualismo tra materia e spirito; i due piani
dell‘esistenza, spirituale (menog) e materiale (getig), sono inscindibili: tutto il creato
partecipa della dimensione menog come di quella getig. Il dualismo zoroastriano è,
piuttosto, un rigoroso dualismo spirituale, in cui gli spiriti del Bene lottano contro
quelli del Male, sino alla fine, quando i primi prevarranno.
Zoroastro dunque rifiuta l‘arcaico scenario del ciclo cosmico, dominato dall‘idea
della periodica rigenerazione del mondo. Prima di lui, gli uomini avevano interpretato
il succedersi di notti e giorni, tramonti e albe, inverni e primavere, giovinezza e
vecchiaia, vita e morte come una certezza dell‘illimitata, circolare potenza del cosmo.
Tutto nasce e muore, ma tutto rinasce, in eterno. Tutto circola come il sole sul cielo di
giorno, come la luna e le stelle sul cielo della notte; Aldebaran, le Pleiadi, Venere
compiono il loro cammino sulla volta celeste, abbandonano una posizione e la
ritrovano ciclicamente. L‘erba nei campi secca sotto il solleone e ritorna a
verdeggiare alle prime piogge. Il seme gonfia nella zolla e la spacca sino a diventare
una spiga. Ogni primavera i rami degli alberi si coprono di germogli e poi di foglie e
poi di frutti, sino a che tutto si secchi e ritorni spoglio e apparentemente senza vita,
come già era stato. Le anime si staccano dai corpi per poi prendere carne in altri
corpi. Morti e rigenerazioni si susseguono senza sosta, e senza la possibilità di
lasciarci individuare un loro punto d‘inizio e un loro punto di fine. Tutto diviene e
ritorna. Questo solenne scenario cosmico persiste ancora nella visione indù, nella
teoria dei kalpa, del giorno e della notte di Brahma.
Zoroastro – ma altri dicono che fu Mosè – inventa qualcosa di capitale nella storia
dell‘umanità: il tempo lineare. Il tempo che comincia, prosegue e precipita verso una
fine. Ci sarà una fine dei tempi prevedibile e irrevocabile, una resa dei conti tra Bene
e Male, tra Luce e Tenebra. Un giudizio che dividerà i seguaci di Ahura Mazda da
quelli di Ahriman, che alla fine dei tempi, dopo aver goduto eoni interi di vittorie,
sarà sconfitto in modo definitivo e irrimediabile. La Luce vince e la Tenebra non
ritornerà. Il cosmo verrà ordinato in una gerarchia immutabile, non ciclica, eterna:
Ahura Mazda, il Signore Saggio, infallibile, onnisciente, insonne, vigile, instaurerà il
suo Regno che durerà per sempre.
Nella parte più antica dell’Avesta, viene raccontato il viaggio che l‘anima
intraprende verso il cielo dopo aver abbandonato il corpo. Conosciamo così il magico
ponte Cinvat, sul quale si compie il destino finale di ciascun essere. L‘anima del
defunto rimane tre giorni nelle vicinanze del corpo a cui apparteneva, posata sulla
sommità del suo capo. All‘alba del quarto giorno, è prelevata da tre spiriti, Saroch,
Vary il Buono e Vrahram e portata verso il ponte Cinvat. Ma davanti al ponte
l‘aspettano altri tre spiriti, Mithra, Sraosha e Rashnu, che provvederanno alla pesatura
delle azioni compiute; siamo di fronte a una «psicostasia» come quella cui presiede
Osiride presso gli Egizi.
Il risultato della pesatura qui non viene rivelato subito. L‘anima può incamminarsi
sul ponte Cinvat, e sarà il ponte a comunicarle la sua destinazione. Cosa accade
quando sale sul ponte l‘anima di un malvagio, di un peccatore, di un seguace di
Ahriman? Cinvat si contrae, diventa di colpo più stretto, stretto come un nastro, poi
come la lama di un coltello; l‘anima perde l‘equilibrio, vacilla, precipita e raggiunge
così gli abissi dove comincia la sua punizione, tormentata, torturata dai peggiori
demoni. Quando invece è l‘anima di un giusto a passare, Cinvat si allarga, più di un
sentiero, più di una piazza o di un giardino pieno di alberi, e la conduce verso
un‘esistenza eterna di gioia. All‘improvviso soffia un leggero vento profumato che
viene dal Sud, che sa di rose e gelsomini, e compare Daena, una ragazza di quindici
anni, splendente, dalle braccia bianche e forti, alta di statura, diritta, dai seni bene in
rilievo, dal bel corpo, dai tratti nobili; Daena si manifesta all‘anima del giusto come
l‘essenza delle sue azioni, come la figura che le incarna nella propria bellezza.
Così Daena parla all‘anima del giusto: «O giovane uomo, dai buoni pensieri, dalle
buone parole, dalle buone azioni, dalla buona religione, io sono la tua Daena;
ciascuno ti amava per la grandezza, la bontà, la bellezza, il buon profumo, la forza
vittoriosa e trionfante sul nemico che ora io trovo in te. (…) Amata, tu mi hai reso più
amata, bella, tu mi hai reso più bella, desiderabile, tu mi hai reso più desiderabile; ero
seduta nella prima fila, tu mi hai fatto sedere ancora più avanti, attraverso i buoni
pensieri, le buone parole, le buone azioni». Così Daena introduce l‘anima del giusto
nel regno della Luce Infinita, dove le viene servita la zaremaya, un cibo di
immortalità.
Sul tema del viaggio dell‘anima dopo la morte bisogna ricordare il Libro di Arda
Wiraz, che, per quanto romanzato e tardo, ebbe un‘influenza che va sino al Libro
della Scala, che racconta il viaggio nell‘Aldilà del Profeta Muhammad, e sino alla
Divina Commedia di Dante (non è a Beatrice, che attende Dante per guidarlo nel
passaggio al Paradiso, che pensiamo quando leggiamo di Daena, spirito femminile e
guida verso la Somma Luce?). Secondo il libro, i saggi zoroastriani, dopo il
saccheggio della Persia compiuto da Alessandro, dopo che i loro templi sono stati
distrutti e l’Avesta bruciata, si radunano per assicurare la continuità del loro culto.
Scelgono tra loro sette uomini pii, poi la scelta si restringe a tre, infine a uno, Wiraz,
che incaricano di andare in cielo per poi raccontare quello che vi troverà. Wiraz beve
vino mescolato con un narcotico, si stende su un letto vicino a un fuoco sacro sempre
acceso, e la sua anima vola verso il ponte Cinvat, lo varca, e soltanto dopo sette
giorni ritorna al suo corpo. Wiraz si risveglia pieno di gioia, e detta a uno scrivano le
sue visioni.
Nella cosmogonia del mazdeismo il tempo ha una durata calcolabile in 12.000
anni. Una dimensione davvero contratta, un‘inezia se pensiamo a quelle che il tempo
assume per i Maya e per gli Indù. Questi 12.000 anni sono divisi in quattro ere di
3000 anni ciascuna. La prima era, quella della creazione, vive tutta in quello stato che
abbiamo definito menog, cioè è un‘epoca in cui gli esseri hanno un‘esistenza
puramente spirituale, e gli spiriti del Bene e della Luce
lottano già contro quelli del Male e della Tenebra. La seconda era è quella che
vede l‘universo trasferirsi dallo stato di menog a quello di getig, in cui cioè gli spiriti
prendono corpo, si calano nella loro veste materiale. La lotta tra Ahura Mazda e
Ahriman continuerà sino alla terza era, quella in cui Ahriman trionferà con i suoi
assalti e avrà il sopravvento. La quarta e ultima era conoscerà la lenta ripresa delle
forze del Bene, sino alla vittoria finale e all‘instaurazione del regno di Ahura Mazda,
il Signore Saggio, e dell‘eterna Luce divina.
Secondo la tradizione raccontata da Muhammad Mokri, Zoroastro appare nella
prima era. Ma i suoi figli, suoi emissari inviati sulla terra a proseguire la lotta contro
Ahriman e i demoni del Male e delle Tenebre, compariranno all‘inizio del quarto
millennio, all‘inizio del settimo, all‘inizio del decimo; poi, man mano che ci
avviciniamo alla fine dei tempi, il ritmo delle apparizioni dei figli di Zoroastro, dei
Saoshyant o Salvatori, si accelererà; un Saoshyant apparirà all‘inizio dell‘undicesimo
millennio, uno all‘inizio del dodicesimo, un altro alla fine del dodicesimo, e sarà
quello che porrà termine alla battaglia contro Ahriman e preparerà il ritorno
definitivo di Zoroastro e il regno di Luce di Ahura Mazda.
La tradizione racconta così la nascita dei tre ultimi Saoshyant. Il seme di Zoroastro
era stato affidato dal dio Neryosang alla divinità delle acque Anahita, e quest‘ultima
aveva deciso di conservarlo in un lago chiamato Kiansu, nell‘Iran orientale. (Occorre
ricordare che lo zoroastrismo si è modificato nel corso dei secoli, e nel rigidissimo
«monoteismo dualista» di Zoroastro sono tornati a inserirsi gli altri dèi del pantheon
iranico.) Lì il seme si era espanso e aveva dondolato al ritmo delle piccole onde verso
le rive, bianco e tiepido come una strana schiuma o uno strano fiore acquatico.
All‘inizio dell‘undicesimo millennio, una vergine mazdeita, una ragazza devota e
dalla pura bellezza, si bagna nel lago Kiansu, vi entra pian piano lasciando che
l‘acqua le arrivi alle ginocchia, poi che salga sino alle cosce, sino al ventre, poi nuota
un po‘, quella strana schiuma tiepida l‘avvolge, se la ritrova sul collo, tra i seni, sul
pube. La vergine, dopo quell‘immersione nel lago, rimane incinta, e genera un bimbo
cui impone il nome di Ukh-syat-Ereta, «Colui che fa nascere l‘ordine»; il bimbo
diventa uomo, e giunto a trent‘anni riceve da Dio il compito di salvare il mondo. Il
sole si arresta nel mezzo del cielo per dieci giorni e dieci notti, e questo è il segno del
suo avvento; grazie a lui, la religione di Ahura Mazda si affermerà in tutto il mondo e
i miscredenti saranno annientati.
All‘inizio del dodicesimo millennio, un‘altra vergine va a bagnarsi nello stesso
lago, si immerge e la stessa schiuma tiepida la avvolge sino a renderla incinta. Il
figlio così concepito dallo sperma di Zoroastro si chiamerà Ukhsyat-Nemah, «Colui
che fa crescere la preghiera», e anche lui riceve a trent‘anni l‘ordine di salvare il
mondo. Per annunciare il secondo Saoshyant, il sole dimorerà nel mezzo del cielo per
venti giorni e venti notti. Il re Zahhak, simbolo per i persiani di tirannia, corruzione,
dominazione straniera, si scatenerà e porterà al parossismo l‘ingiustizia e
l‘oppressione. Ma il discendente di un antico eroe persiano, Keresasp, sorgerà e
metterà fine alla vita del tiranno.
Alla fine del dodicesimo millennio, per la terza e ultima volta, una vergine entrerà
a bagnarsi nelle acque del lago Kiansu e concepirà un figlio, l‘ultimo Saoshyant, che
a trent‘anni riceverà l‘incarico di condurre il conclusivo attacco contro le forze del
Male. Il sole non si staccherà più dal centro del cielo, tutti gli antichi eroi torneranno
per l‘ultima battaglia decisiva. La venuta del terzo Saoshyant segnerà l‘ora della
resurrezione dei morti: tutti gli esseri che si sono incarnati rivivranno e corpi e anime
diventeranno indistruttibili e immortali. Riapparirà Zoroastro, e i tempi finiranno, la
terra manderà fuori dalle sue viscere fiumi di lava nati dalla fusione di tutti i suoi
metalli, fiumi di fuoco che invaderanno lenti e implacabili città e boschi, pianure e
montagne, e che ardendo purificheranno sino a fondere e trasformare tutto in Luce.
L‘eternità stenderà il suo dominio sull‘universo, e i giusti, che avranno attraversato i
fiumi di lava e fuoco come se fossero di latte tiepido e avranno varcato il ponte
Cinvat, godranno per sempre della vista di Ahura Mazda, Luce Suprema.

GRECI E ROMANI

«DELLA MORTE NON PARLARMI,


GLORIOSO ODISSEO»
Ciò che rende unica la religione dei Greci è il fatto che essa non sorge dalla
sofferenza e dall‘anelito di redenzione dell‘uomo sulla terra, ma dalla profondità
naturale, ricca e in movimento, della vita stessa. Gli dèi greci sono parte dell‘uomo;
nell‘universo dell’Iliade vivono e parlano nel lobo destro del suo cervello, come
sostiene Julian Jaynes, e la loro funzione è quella di guidare, consigliare, ordinare,
incantare, meravigliare: essi non vogliono né redimere, né attirare a sé. Non hanno
altro disegno da realizzare che non sia quello in cui si esprime la natura e ciò che è
natura negli esseri umani. Privi di quell‘aura di gravità morale e di terribile sovranità
patriarcale che il Vecchio Testamento ci ha abituati ad associare all‘idea stessa di
Dio, ma privi anche di quell‘amore sublimemente disinteressato e redentore che
compare con la figura di Cristo nei Vangeli, gli dèi greci, come quelli romani a essi
assimilati, si rivelano nelle forme del naturale medesimo, come loro essenza.
Zeus ed Era, Ades e Poseidone, Atena e Afrodite, Apollo ed Ermes, Artemide e
Ares, Efesto e Dioniso, Pan e Priapo, dagli dèi maggiori dell‘Olimpo sino a quelli
rustici che compaiono con le loro statue falliche in mezzo agli orti, tutti
rappresentano in essenza la ricchezza vitale, istintuale e metamorfica del mondo. La
religione dei Greci non enfatizza il tema del dolore, del male, della morte, e neppure
le estasi segrete e le beatitudini interiori: il suo miracolo supremo è quello di
mostrarci la nostra esperienza umana con i contorni del divino senza che essa perda
nulla della sua realtà naturale. Il tempio è il mondo, la conoscenza di Dio è generata
dal movimento stesso del mondo, fluente e sovrabbondante di energia. Per i Greci, la
volontà di godere o di essere potente non è né bene né male: è natura, e in quanto tale
ha un suo nome, una sua forma divina.
Così essi furono l‘unico popolo che ebbe la facoltà di vedere il mondo, questo
mondo reale, il mondo delle forme, dei corpi, sotto specie divina, circonfuso da una
luce divina. Per loro era divino il mondo come è, quello nel quale erano nati e nel
quale vivevano; erano divine le montagne con le loro vette ma anche le rupi piene di
lentischio e le colline alle cui pendici crescevano ulivi e fichi e volavano farfalle e
cantavano cicale, divine le brevi pianure, i fiumi veloci e il mare pieno di isole,
divina la carne che prova desiderio, divini gli occhi che vedono, le mani che
afferrano, le gambe che corrono. Non capitò mai più così nella storia del mondo, su
cui pure i Greci con la loro arte, la loro filosofia, la loro poesia, la loro storiografia, il
loro pensiero politico hanno tanto ampiamente e decisivamente influito. Di tutta la
loro eredità, soltanto la loro religione, che è pura forma, interpretazione, mito del
mondo, è stata bandita come «pagana», sconfitta e cancellata per sempre.
I loro dèi sono in un esilio da cui soltanto i poeti in Occidente li hanno spesso
richiamati. Sul senso di vita, tragico e gioioso, ha prevalso il senso di morte,
quell‘oscura volontà di dissolvimento, di potenza nullificante, di fine delle cose che
sfocia nel messianesimo apocalittico, ai Greci del tutto sconosciuto. Per loro, ci dice
Walter F. Otto in quel suo saggio capitale che si intitola Gli dei della Grecia, il lato
oscuro dell‘universo, il Fato, quella Moira, quel destino a cui anche gli dèi sono
soggetti, poteva soltanto esprimersi in negativo: non aveva la possibilità di prendere
forme visibili, personalità concreta. Soltanto il mondo della vita, dello scorrere, del sì,
della potenza affermativa e generativa delle cose ha diritto alla forma; il mondo della
morte, dell‘interruzione, del no è visto come un pallido, evanescente, informe
assembramento di ombre.
Anche l‘Ade dei Greci è un mondo di ombre prive di sostanza, tempo e gioia. Non
ci sono punizioni, non c‘è premio: c‘è assenza di vita, di carne e sangue, un‘esistenza
umbratile e priva di forme, di cui è testimonianza commoventissima il mancato
abbraccio di Odisseo a sua madre nel canto XI dell‘Odissea: e le parole che Achille,
il più grande, il più bello tra gli eroi greci, rivolge a Odisseo nello stesso canto:
«Della morte non parlarmi, glorioso Odisseo. Vorrei essere il servo di un padrone
povero che pochi mezzi possiede, piuttosto che regnare su tutte le ombre dei morti».
Mai nessun popolo ha glorificato tanto l‘esistenza terrena, il divenire incessante e
metamorfico delle cose, la bellezza delle forme, il piacere del mondo. «Della morte
non parlarmi, glorioso Odisseo.»
Anche i Greci hanno diviso il tempo per età, che sono quattro in certe versioni,
cinque in altre. Nessuna di queste età conosce un‘apocalisse paragonabile a quelle
degli Aztechi o dei Maya, che furono ossessionati dal senso della distruzione e della
fine in misura inversamente proporzionale ai Greci. Qualcosa richiama invece la
teoria degli yuga.
Come il Kritayuga, la prima età dei Greci fu un‘età felice e perfetta, l‘età dell‘oro.
Se seguiamo il racconto di Ovidio nelle Metamorfosi, prima di tutto vi fu il Caos,
quella «rudis indigestaque moles» che si identificò con una massa grezza e confusa
che nient‘altro conosceva se non un peso inerte e un sobbollire silenzioso di germi
eterogenei stipati nello stesso spazio. Vi regnava la disarmonia più completa. Terra,
mare e aria erano compressi in un solo punto. Così non era abitabile la terra, non
erano navigabili le onde, non era luminosa l‘aria.
Il Caos durò sinché non vennero separati gli elementi: in alto balzò il fuoco e l‘aria
lo seguì, la terra raccolse tutto ciò che era solido, l‘acqua scivolando verso il basso
circondò la terra. L‘uomo nacque dall‘opera demiurgica di Prometeo, che lo plasmò
con la terra e l‘acqua di fiume. E la prima età dell‘uomo, sotto il regno di Crono, fu
perfetto splendore. Non vi erano leggi né punizioni perché tutti praticavano la lealtà e
la giustizia, e vivevano sereni, non c‘era la navigazione, non conoscevano altri lidi
che i propri, non alzavano mura né scavavano fossati per proteggere le loro città. Non
esistevano trombe ricurve, elmi, spade. La terra vergine, senza che nessun attrezzo la
toccasse, produceva spontaneamente bacche di corbezzolo, fragole montane, more
nei roveti scoscesi. Scorrevano fiumi di latte e di nettare; dal leccio stillava il miele. E
perpetua era la primavera. Gli uomini morivano nel sonno, e scendevano nel mondo
sotterraneo, diventando spiriti buoni e protettori. Ma poi Crono fu cacciato dal cielo
nel Tartaro e il potere venne assunto da Zeus: iniziò così la seconda età, quella
argentea. Zeus contrasse la durata della primavera, e divise l‘anno in quattro tempi:
gli uomini conobbero i rigori dell‘inverno, le calure dell‘estate e l‘incostanza
dell‘autunno, per la prima volta videro l‘aria riarsa biancheggiare per le torride
vampate, e il ghiaccio rimanere sospeso ai rami dopo le tempeste di vento. Dovettero
rintanarsi nelle case, i semi di Demetra furono interrati, e ai buoi fu messo il giogo
per trascinare l‘aratro. Per cento anni i figli restavano presso le madri che li
accudivano, giocando come bambini. Raggiunta la pienezza dell‘età, vivevano un
tempo brevissimo tra follie e sofferenze. Ovidio non ce ne parla, ma sappiamo che
cominciò già allora a manifestarsi la hybris tra gli uomini, che trascurarono di
sacrificare agli dèi e di onorarli. Zeus li punì facendoli sprofondare nelle viscere della
terra.
La terza età fu quella bronzea. Comparvero uomini nati dal legno dei frassini,
legno da cui si traevano le lance; le ninfe dei frassini, le Meliadi, erano nate a loro
volta dal sangue di Urano. Furono uomini di natura più cruda, dalla forza tremenda,
appassionati all‘uso delle armi, tuttavia non empi, ma devoti ad Ares. La loro stirpe
non fu annientata da Zeus. Si uccisero tra loro, in battaglie, in massacri reciproci e
crudeli come erano crudeli le loro anime.
La quarta età, per Ovidio, fu quella del ferro. Esiodo invece introduce, dopo l‘età
del bronzo, quella detta «degli eroi», i grandi che combatterono e perirono a Tebe e a
Troia, che partirono sulla nave Argo in cerca del Vello d‘Oro, e che furono più buoni
e più giusti dei loro predecessori, tanto che alla loro morte vennero accolti nell‘Isola
dei Beati, dove i campi danno frutti tre volte all‘anno e dove regna Crono, liberato
dalla sua antica prigionia del Tartaro. L‘età del ferro, quarta dunque per Ovidio e
quinta per Esiodo, è il Kaliyuga, è l‘età in cui dilagano tutti i mali e tutte le
nefandezze. Gli uomini diventano crudeli, ingiusti, infidi, libidinosi, empi e traditori.
Ogni verità, ogni lealtà scompare, subentrano frode, raggiro, insidia, violenza; e su
tutto ha il sopravvento quello che Ovidio chiama «amor sceleratus habendi», che
Virgilio aveva chiamato «sacra auri fames», quel principio di possesso e potere che,
quando è spinto all‘eccesso, genera ogni male tra gli uomini e ne intossica la vita.
Come mai prima le navi corrono per i mari; l‘agrimensore delimita il terreno, un
tempo bene comune, come la luce e l‘aria. Le rocce vengono aperte per cavarne
tesori. Guerra e rapina sono quotidiane. L‘ospite diffida dell‘ospite, il fratello del
fratello, ogni legame sacro è distrutto.
Il racconto del Diluvio, che ha uno sviluppo di straordinaria suggestione poetico-
narrativa in Ovidio, non ricorre in Esiodo. Ma è diffuso in tutto il mito greco, pur
senza prendervi mai quella rilevanza che ebbe presso i Sumeri e presso gli Ebrei. Il
problema è collocare il Diluvio in una delle quattro o cinque età: quale umanità fu
distrutta dal Diluvio? Quella dell‘età dell‘oro no, quella dell‘età argentea finisce
sprofondando nelle viscere buie della terra, quella dell‘età del bronzo si estingue per
reciproche stragi, quella dell‘età esiodea degli eroi riposa con onore all‘Isola dei
Beati, quella dell‘età del ferro, l‘ultima e la più malvagia, non si è ancora estinta, è la
nostra, l‘umanità della quale noi facciamo parte. Dunque il Diluvio, come spesso
accade nei racconti mitici, è fuori dalla ripartizione del tempo. E‘ all‘origine, in un
tempo dai contorni non ben definibili, in cui il creato stesso ha ancora sussulti, grandi
movimenti tellurici di assestamento.
Per Ovidio, il Diluvio viene dopo la rivolta dei Giganti contro Zeus, quando Zeus
colpisce con il fulmine le montagne e fa inabissare il Pelio; quelle montagne che i
Giganti hanno usato per dare la scalata al cielo, fatte rovinare e schiantate dai fulmini
di Zeus, diventano la loro tomba. I loro corpi dalle dimensioni mostruose giacciono
sepolti sotto la loro mostruosa costruzione, e la terra gronda del loro sangue, se ne
imbeve tutta. E quel tiepido umore sanguigno mescolato con la terra si muta e prende
forma, ci puoi vedere ora braccia, gambe, volti di uomini: sopravvive così un ricordo
della stirpe dei Giganti nella nuova stirpe, che, nata nel sangue, è spregiatrice degli
dèi, e bramosa di strage e di violenza.
Zeus convoca gli dèi a consiglio. La Via Lattea è il sentiero stellato che porta verso
la sua dimora. Appena sono tutti riuniti, Zeus agita tre, quattro volte la terribile,
fluente chioma del capo, e intanto scuote la terra, il mare e gli astri. Poi annuncia di
voler distruggere il genere umano. Ormai il male si è incancrenito, ogni rimedio è
stato tentato per curare la piaga, ma nessuna guarigione è in vista, dunque ci vuole
il taglio della spada. Zeus, quale esempio di somma malvagità degli uomini,
racconta il suo viaggio in Arcadia sotto le vesti di un pellegrino. Era tipico degli dèi
antichi vagare in incognito tra gli uomini. Anche Odino lo faceva, con un mantello e
un cappellaccio che nascondeva il suo unico occhio sulla fronte. Non sappiamo nulla
del travestimento di Zeus. Conosciamo la sua capacità di trasformarsi per sfogare la
sua smisurata potenza amorosa, lo vediamo diventare cigno per possedere Leda,
diventare toro per montare Io ed Europa, aquila per rapire Ganimede.
Come pellegrino, avrà avuto sandali, un mantello, un bastone, chissà. Quando
all‘improvviso rivela che sotto quelle vesti si cela il Sommo Dio, Licaone, tiranno di
Arcadia, non ha una parola né di stupore né di reverenza. Vedremo, gli dice ridendo,
vedremo se sei davvero Zeus. Durante la notte sgozza un ostaggio nel sonno, e poi lo
smembra e lo cuoce in parte nell‘acqua bollente, in parte lo arrostisce sugli spiedi. E
il giorno dopo imbandisce quel pasto orrendo sulla sua mensa, a cui Zeus è invitato.
Allora il Sommo Dio scatena la sua ira e la sua potenza, e la casa del tiranno crolla in
pezzi. Licaone atterrito fugge nelle campagne, e urla, urla ancora più forte quando si
accorge di non essere più capace di articolare il suono di parole umane, la rabbia gli
si è raggrumata intorno alla bocca, i suoi denti attaccano pecore e agnelli e li
sterminano, le sue vesti prendono una consistenza ispida, sono pelame ormai, le
braccia e le gambe sono zampe, la bocca gli si allunga, gli occhi gli sfavillano di
ferocia, in mezzo a tutto il sangue versato.
Robert Graves racconta che i riti di Licaone sono sopravvissuti in Arcadia sia
all‘ira di Zeus sia al Diluvio. Ancora in età storica veniva sacrificato un ragazzo a
Zeus Liceo (e cioè «sterminatore di lupi»), e con le sue interiora veniva preparata una
zuppa per una cena rituale da consumarsi in riva a un fiume. Il pastore a cui toccava
in sorte la zuppa con le interiora del ragazzo, divorato quel pasto cominciava a
ululare, appendeva le sue vesti a un albero e, divenuto un licantropo, viveva per otto
anni in branco con i lupi. Se si asteneva per l‘intera durata del tempo dal mangiare
carne umana, allo scadere dell‘ottavo anno tornava alla sponda del fiume, lo varcava,
riprendeva la sua veste e la sua natura umana. E‘ noto il nome di Damarco, un
giovane arcade che, dopo aver vagato per i boschi otto anni con i lupi, tornò alla sua
città e in seguito vinse una gara di pugilato ai giochi di Olimpia.
Ma torniamo al consiglio degli dèi. La proposta di distruzione del genere umano è
accolta con grida di approvazione da una parte dei convenuti; altri fanno con il capo
un semplice cenno di assenso, come è loro dovere. Ma il pensiero della catastrofe che
si abbatterà sugli uomini pesa su tutti: si chiedono cosa sarà la terra senza i mortali,
chi farà i sacrifici e spargerà incensi sugli altari. Zeus depone le folgori, non è con il
fuoco che avverrà la distruzione. Sarà con il Diluvio. Chiude nelle grotte più
profonde i venti che disperdono le nubi, come Aquilone, e libera invece dai loro antri
scuri quelli che le portano, come Noto. Noto erompe volando, con il suo volto
minaccioso coperto da caligine nera, la barba è gonfia di nuvole, l‘acqua scroscia dai
capelli bianchi, sulla fronte ha vapori, gocciolano le pieghe delle vesti. Ormai la
pioggia scende sulla terra continua, e Iride riattinge le acque da terra e le riporta a
volo ad alimentare le nubi.
Zeus chiede l‘aiuto del fratello, Poseidone. E Poseidone, dio del mare, scatena le
onde e chiama a raccolta i fiumi: la consegna è di sbrigliare la loro forza, di abbattere
ogni argine. Poi con il tridente percuote la terra che sussulta e vienainvasa, travolta
dalle acque. I fiumi trascinano via raccolti, alberi, armenti, uomini, case, immagini
dei Lari. Quello che ha la forza per resistere, viene a mano a mano sommerso. Le
acque salgono tanto che persino le torri spariscono alla vista. Non ci sono più confini
tra la terra e il mare, sono scomparse le rive che trattenevano e fermavano la corsa
delle onde. Gli uomini tentano di rifugiarsi sulle alture, vanno in barca dove prima
avevano arato, navigano sulle messi, pescano tra le fronde degli olmi, le chiglie delle
loro imbarcazioni sfiorano i vigneti, quelli che furono vigneti, al posto delle capre che
brucano compaiono le foche con la loro mole informe e viscida. I delfini saltano nelle
selve, e con i loro salti agitano il fogliame sommerso delle querce. Le onde sono più
forti di leoni e tigri, i lupi cercano invano la salvezza nuotando tra le pecore. Ai
cinghiali non servono le zanne e la guizzante energia di nuotatori, ai cervi non giova
aver quelle loro zampe veloci. Anche gli uccelli precipitano in mare, dopo aver volato
a lungo e invano per trovare terra. La maggior parte dei viventi è travolta nei gorghi.
Quelli che si salvano dalla furia delle acque muoiono in seguito, vinti dalla
spossatezza, dalla paura, dall‘impossibilità di trovare qualcosa di cui nutrirsi.
Soltanto una coppia è scampata al Diluvio. Deucalione, figlio di Prometeo, e Pirra,
figlia di Epimeteo e
di Pandora. Deucalione è stato preavvertito da suo padre, e ha costruito una barca
ben salda e ben equipaggiata, in grado di resistere all‘attacco dei flutti e della
tempesta di pioggia. Era un uomo giusto, Deucalione, nessuno sulla terra amava la
giustizia più di lui. E nessuna donna più di Pirra era timorata e devota agli dèi. Zeus li
vede, unici sopravvissuti sulla loro barca di tutto il genere umano, ed è contento che
almeno loro si salvino. Allora disperde le nubi liberando Aquilone dalla grotta
profonda in cui lo aveva rinchiuso. La furia del mare si placa, onde e fiumi vengono
richiamati a rispettare le rive e gli argini dal suono della buccina di Tritone, che ha le
spalle coperte di conchiglie. Così le acque si abbassano, rispuntano le sommità delle
colline e poi i loro fianchi, si ricompongono le coste, i fiumi ritornano nei loro alvei,
si riaffacciano pianure e foreste, dove gli alberi hanno ancora tutti tracce di fango sui
tronchi e tra le foglie.
Deucalione e Pirra possono lasciare la loro barca, è vero che si sono salvati, ma
grande è la loro tristezza. Sono soli su tutta la terra. Loro due, e basta. Deucalione sa
di non possedere le arti paterne, di non potere ricreare la stirpe degli uomini. Anche
Pirra lo sa. Così piangono. Qui il mito ha differenti versioni. Per Apollodoro è Zeus
che manda Ermes a chiedere ai due sopravvissuti di esprimere un desiderio. E il
desiderio che Deucalione esprime è quello di far rinascere una generazione di uomini.
Anche i consigli su come procedere per farlo, secondo Apollodoro, sono di Zeus.
Ovidio invece fa incamminare i due sopravvissuti verso il tempio della dea Temi, che
aveva virtù oracolari. Il sacrario è tutto scolorito, scrostato, umido, coperto di lunghe
striature di muschio. Sugli altari non vi sono fuochi accesi. E Deucalione e Pirra
chiedono soccorso, chiedono con quale arte possono porre riparo alla rovina della
loro stirpe. La dea si commuove e risponde: «Uscite dal tempio, velate il capo,
sciogliete la cintura dalle vesti; e poi gettate dietro alla schiena le ossa della grande
madre». Non dimentichiamoci che gli oracoli parlano per enigmi. Pirra, la figlia di
Epimeteo, se ne dimentica. Rompe il silenzio, dice che non commetterà mai un gesto
così sacrilego, come gettarsi alle spalle le ossa della madre. Ma Deucalione, il figlio
di Prometeo, trova il senso occulto delle parole dell‘oracolo. Le ossa non sono le
ossa, perché la madre non è la madre. Il gesto da compiere non è un sacrilegio: come
potrebbe la dea Temi consigliarne uno? La madre è la grande madre di tutti, la Madre
Terra. Le ossa sono le pietre. Ecco allora che escono dal tempio, si velano e
sciolgono le cinture. Hanno raccolto delle pietre, e camminando le lanciano alle
proprie spalle. E quelle pietre, appena toccano terra, si allungano, si torcono, si
dividono, sembrano statue abbozzate: la loro parte umida, muschiosa si muta in
carne, il resto nello scheletro. Le pietre lanciate da Deucalione prendono aspetto di
uomini, di donne quelle lanciate da Pirra. Così, da quel responso enigmatico, da quel
lancio magico di pietre rinacque il genere umano.
Inde genus durum sumus experiensque laborum
et documenta damus qua simus origine nati.
Così siamo una stirpe dura, che le fatiche tollera,
e testimoniamo da quale origine siamo nati.
Nel racconto di Ovidio c‘è un momento che a noi lettori moderni sembra altamente
enigmatico. Quando Zeus sull‘Olimpo decide di distruggere l‘umanità, pensa per
prima cosa, come è naturale, che il migliore strumento di distruzione sia la sua
folgore. L‘umanità potrebbe essere annientata dal fuoco dei fulmini. Ma subito
cambia intenzione. I fulmini non sono soltanto pericolosi per la terra e gli uomini. Se
il loro fuoco si propaga per l‘etere, il disastro potrebbe toccare anche il cielo e gli dèi.
Zeus si ricorda. Così dice il poeta delle Metamorfosi. Si ricorda di un volere dei Fati,
iscritto in una specie di profezia. Ci sarà un tempo in cui arderanno il mare, la terra e
la reggia del cielo, e la mole intera dell‘universo dal fuoco sarà occupata e distrutta.
Esse quoque in fatis reminiscitur adfore tempus
quo mare, quo tellus correptaque regia coeli
ardeat, et mundi moles obsessa laboret.
Ovidio dunque fa di Zeus un filosofo stoico. È infatti nello stoicismo, la corrente
filosofica nata in Grecia nel IV secolo avanti Cristo e destinata ad avere una così
grande influenza sulla cultura romana, che si parla di un tempo finale dove avverrà
una conflagrazione generale dell‘universo, la ekpyrosis.
Per gli stoici esistono due principi, entrambi materiali, di cui uno attivo e l‘altro
passivo: il primo è la ragione, è Dio che agisce sulla materia producendo in essa i
singoli esseri; il secondo è la materia intesa come sostanza plasmabile. Quello stoico
è un rigoroso panteismo. Dio è la causa immanente delle cose e dell‘universo. E‘
identificato con il fuoco, che non è lo stesso di cui si serve l‘uomo, ma diventa il
soffio caldo (pneuma) e vitale che conserva, alimenta, accresce tutte le cose. E‘ un
soffio corporeo, detto anche ragione seminale (logos spermatikós), perché contiene in
sé i principi attivi secondo i quali tutte le cose si generano: ogni parte dell‘universo
nasce da una sua ragione seminale, come da un seme nasce ogni parte di un essere
vivente.
Se il mondo è il prodotto della ragione divina, non può che essere perfetto, e il
male è necessario perché possa vivere il bene. «Dio ha armonizzato nel mondo tutti i
beni con tutti i mali in modo che ne nasca la ragione eterna di tutto»: così cantava
Cleante di Asso (304/3-223/2 a. C.) nel suo Inno a Zeus. Ma questa macchina perfetta
e armonizzata che è l‘universo segue un suo ciclo prestabilito. Quando si compie un
Grande Anno, e gli astri tornano nello stesso segno zodiacale e nella stessa posizione
in cui erano all‘inizio, dunque allo scadere dei circa 26.000 anni previsti perché il
Sole entri successivamente, a ciascun equinozio di primavera, in tutti e dodici i segni
dello Zodiaco, tutti gli esseri viventi vengono avvolti da una conflagrazione immane,
l’ekpyrosis, che tocca il mare, la terra e il cielo: il fuoco distrugge e riassorbe in sé
l‘universo, come fa Brahma con il suo sogno. Ma niente finisce; alla distruzione
segue un altro ciclo cosmico in cui, secondo gli stoici, tutto si ripete immutato. Ogni
vita, ogni esperienza, ogni atto, ogni momento. Vedranno la luce ancora Socrate e
Platone, e il primo berrà ancora la cicuta e il secondo scriverà ancora il Fedro, tutti
gli uomini ripercorreranno evento per evento le proprie vite, e avranno gli stessi
amici, abiteranno le stesse città, proveranno le stesse sofferenze, le stesse speranze, le
stesse illusioni. Sino a una nuova ekpyrosis, a una nuova fiammata distruttiva che
brucerà l‘universo. E così, ciclo dopo ciclo, per sempre.
C‘è un mito abbastanza misterioso che racconta una parziale, accidentale
distruzione dell‘universo. E in cui si fondono i due temi della distruzione per eccesso
di freddo e di quella per eccesso di calore: la rovina per acqua e quella per fuoco che
sembrano regolare i sogni profetici o i ricordi più lontani che l‘umanità ha intorno
alla propria fine. È il mito di Fetonte, il giovane figlio del dio del sole, Elio. Fetonte è
un giovane fiero e superbo delle proprie origini; quando viene schernito da un amico,
domanda a sua madre, che alcuni chiamano Climene, altri Roda, una conferma
inoppugnabile sulla sua discendenza dal dio del sole. E la madre lo invita ad andare
da Elio stesso a chiedergli la verità. Così Fetonte arriva al palazzo dove Elio vive.
Secondo Ovidio deve mettersi in viaggio e varcare la terra degli Etiopi e spingersi
sino a quella degli Indi per raggiungerlo. Secondo altri il colloquio con il padre
avviene a Rodi, l‘isola sacra al sole, donata a Elio da Zeus come più tardi la Sicilia.
Il giovane chiede al padre se è davvero suo padre. Elio non solo lo rassicura, ma gli
propone di esprimere un desiderio, qualunque esso sia lo esaudirà, lo giura sulla
palude Stigia. E Fetonte chiede di poter guidare il carro del sole, per un giorno. Elio
cerca in tutti i modi di dissuaderlo, di fare in modo che avanzi un altro desiderio più
consono alla sua età verde e alla sua natura mortale. Neppure Zeus guida quel carro;
nessuno ha mai preso quelle briglie eccetto lui, il dio del sole, che ha da sempre
questo incarico nell‘equilibrio dell‘universo, partire il mattino dall‘estremità orientale
della terra e arrivare la sera a quella occidentale, liberare i suoi cavalli la notte,
all‘Isola dei Beati, e dormire con essi per essere pronto il mattino seguente al nuovo
viaggio. Un viaggio difficile, il primo tratto è in salita, scosceso, e i cavalli scalpitano
con tutta la forza e la freschezza del risveglio; il tratto di mezzo passa altissimo, sulla
sommità del cielo, e c‘è da rabbrividire a guardare di sotto quanto è lontana la terra;
infine il terzo tratto è una discesa ripidissima, scivolosa, e da sotto, dal mare, ad ogni
tramonto Teti ha paura per lui, che non riesca a tenere il giusto corso e che precipiti
tra le onde. In più, il carro solare va da oriente a occidente mentre la sfera celeste con
gli astri ruota nella direzione opposta:
Adde quod assidua rapitur vertigine coelum sideraque alta trahit celerique
volumine torquet.
Aggiungi che il cielo è rapito da un assiduo,
vertiginoso moto, e che trae con sé le alte costellazioni e le piega in celeri orbite.
Questa, ricorda accorato Elio al ragazzo, non è certo la difficoltà più piccola da
superare, e solo la sua esperienza può riuscirci. Rinunci, dunque: questa è la richiesta,
la preghiera di Elio. Niente più di quella preghiera, più di quella preoccupazione
dovrebbe rassicurare il ragazzo sul fatto che Elio è davvero suo padre, e su quanto
affetto nutra per lui. Ma Fetonte è irremovibile. Per qualcuno è spinto dall‘ambizione
della madre Roda, per altri è lui che vuole ottenere, con una folle impresa,
l‘ammirazione delle sue sorelle, le Eliadi. Il fatto è che, per ottemperare al suo
solenne giuramento, Elio gli cede il carro d‘oro con le ruote a raggi d‘argento, le
briglie, i quattro cavalli di nome Piroo, Eoo, Eto e Flegonte. Gli cosparge il volto di
un unguento magico che protegge dal fuoco, e lo saluta dandogli gli ultimi consigli
sulla rotta da tenere.
Appena mossi i primi passi sulla strada celeste, i cavalli sentono qualcosa di
strano: il carico è più leggero, le redini meno ferme. Senza nessun freno, scalano la
volta del cielo sino ad arrivare in alto, più in alto di dove mai sono arrivati; le gelide
stelle dell‘Orsa si intiepidiscono, ma la terra trema di brividi di freddo mai provati. Il
sole è piccolo, lontano, velato, un puntolino giallo perduto in un‘aria che trafigge. I
campi gelano, i raccolti sono perduti, la luce va oscurandosi sempre di più, assorbita
come da un cono altissimo; il cielo sembra ormai un ammasso di cenere e di nuvole
nere, ogni pioggia diventa neve, e la neve si ghiaccia subito, e ogni vento è una
tempesta freddissima, i fiumi e i mari sono lastre bianche, ormai, montagne di ghiacci
circondano le città e stanno per invadere il mondo; e sempre più animali e uomini
cadono e muoiono.
Ma a un certo punto, i cavalli che ormai Fetonte tremante di terrore tenta invano di
governare riprendono di loro spontanea volontà il sentiero in discesa; i ghiacci
minacciosi si sciolgono improvvisi, la luce ricompare benefica, il calore risveglia
ovunque alberi e fiori come in un‘istantanea primavera. Ma alla vista dello Scorpione
e delle sue chele il terrore di
Fetonte aumenta, le redini gli cadono dalle mani, e il carro ora non ha più nessuno
che lo governi. I cavalli imbizzarriti scalpitano, e puntano precipitandosi verso la
terra, che deve prepararsi al supplizio contrario a quello sino ad allora patito.
Vampate di luce e calore insostenibili si abbattono sul pianeta.
Cominciano le fiammate di incendi immensi: prima sulle vette dei monti, sul
monte Athos, sull‘Ida, l‘Etna, il Parnaso, il Caucaso, le Alpi, gli Appennini, e dalle
vette il fuoco si propaga ai pendii, alle valli, alle pianure. Le fiamme divampano
dappertutto, nelle foreste, nelle città, nei campi coltivati, neppure i laghi e i fiumi
riescono a opporre resistenza, esalano vapori, ribollono, si seccano l‘Alfeo, l‘Eufrate,
il Gange, e il Nilo nasconde allora le sue sorgenti. E‘ allora, si racconta, che gli
Etiopi, per la fuliggine calda che si diffonde ovunque nell‘aria, prendono il loro
colorito scuro, ed è allora che la Libia diventa un deserto sabbioso. Anche il mare si
contrae sotto l‘attacco di quel calore mai sentito, ed è allora che si moltiplicano,
emergendo dai fondali, le Cicladi.
La Madre Terra rivolge così una sua preghiera a Zeus. Lamenta la cosa più
terribile, lo sconvolgimento dell‘equilibrio che regge i quattro elementi, il ritorno del
Caos primordiale. Allora Zeus con le sue folgori colpisce il povero Fetonte. Superbo,
incosciente, sventato, audace, folle, sfidante, vittima, come tutti i giovani eroi, da
Icaro ad Achille, che amano troppo il sole e il volo. Le folgori di Zeus ristabiliscono
l‘ordine nel cielo. Fetonte, sbalzato dal carro, con i lunghi capelli riarsi e gli occhi
sbarrati dal terrore ed esaltati dalla sua impresa, cade nel fiume Eridano, più tardi
chiamato Po.
Grande è il dolore delle sorelle Eliadi, che Zeus impietosito trasforma in pioppi, e
grande il dolore del suo amico Cigno, re dei Liguri – questa è la parte più oscura e
segreta del mito – che lascia la sua terra e il regno sconvolto per la perdita dell‘amico
e prende le forme di quel grande uccello dall‘elegante collo allungato, dalle grandi ali
candide, dalle zampe palmate che per paura del fuoco dimorerà da allora nei laghi e
nei fiumi: che si chiamerà cigno, come lui. Elio capì che era giusta la punizione di
Zeus, che lui aveva temuto per il suo ragazzo. Ma raccontano che passò un giorno in
lacrime, e che per un giorno non si vide il sole sulla faccia della terra, scaldata dagli
ultimi incendi che si stavano spegnendo.
Fu attraverso un saggio greco, Solone, che i sacerdoti egizi trasmisero le notizie
che avevano sul misterioso continente di Atlantide, inghiottito dal mare dopo una
serie di immani catastrofi. Platone poi, in due dei suoi dialoghi più tardi, Timeo e
Crizia, riferì ciò che Solone, suo avo, aveva appreso. Ed è grazie a Platone che il mito
di Atlantide diviene universale, e non cessa di occupare la fantasia degli uomini. Tra
le innumerevoli ricostruzioni del mito, mi è sembrata particolarmente affascinante e
segreta quella che ne fa Edouard Schuré, l‘autore dei Grandi iniziati, in un suo libro
meno conosciuto, L’évolution divine du Sphinx au Christ.
Platone racconta nel Timeo che oltre le Colonne d‘Ercole, in tempi molto lontani,
c‘era un‘isola estesa quanto la Libia e l‘Asia. Da quest‘isola si poteva passare
facilmente ad altre isole e alle sponde di un vero e proprio continente. Sull‘isola
regnavano re di meravigliosa potenza e saggezza, che avevano dominio anche su altre
isole e su gran parte del continente; al di là delle Colonne d‘Ercole, il loro potere si
spingeva a sud sino alla Libia e all‘Egitto, e a nord sino alle coste del Tirreno.
Nel Crizia, Platone descrive l‘isola di Poseidonis, la sua città dalle porte d‘oro, i
suoi canali, i suoi templi, i suoi resacerdoti. Il popolo di Poseidonis viveva prospero e
felice, e una semplicità patriarcale si mescolava a un fasto degno di Babilonia e dei
Faraoni, sinché non sopraggiunsero ambizione e malvagità e violenza, e allora anche
Poseidonis, ultimo avamposto rimasto del continente di Atlantide, fu distrutta da una
catastrofe e sommersa. Ciò avvenne novemila anni prima della nascita di Solone. Di
Atlantide non restò più nulla.
Ma un milione d‘anni fa, sostiene Schuré, Atlantide andava dall‘attuale Golfo del
Messico sino all‘attuale Inghilterra, ed era confinante con il continente che si sarebbe
chiamato America. Poi, 800.000 anni fa, avviene il primo diluvio; Atlantide si fende
in due parti, dall‘alto in basso, e si separa attraverso uno stretto dall‘America. Un
nuovo cataclisma colpisce Atlantide 200.000 anni fa. Questa volta il continente, già
scisso da un taglio in verticale, si divide in due isole, Routa, la più estesa, a nord,
Daitya, la meno estesa, a sud. Anche in questo periodo le comunicazioni con Europa
e Africa rimangono facili. Ma il diluvio catastrofico di 80.000 anni fa spezza ogni
rapporto con gli altri continenti. Di tutto quello che era stato Atlantide resta la città di
Poseidonis, ultima parte di Routa sopravvissuta, e collocata a pari distanza da Europa
e America. Poseidonis a sua volta fu distrutta e inghiottita dalle onde nel 9564 avanti
Cristo, secondo il rapporto dei sacerdoti egizi a Solone.
L‘uomo di Atlantide era diverso da noi. Non possedeva analisi, ragionamento,
sintesi; ma possedeva facoltà che si sarebbero atrofizzate col tempo nella stirpe
umana, la percezione istintiva dell‘anima delle cose, sensi di un‘eccezionale acutezza,
memoria ferma, volontà impulsiva. Aveva un corpo slanciato, più elastico e meno
denso del nostro, membra più flessibili, occhio scintillante e fisso. Il suo orecchio
sentiva il rumore di un filo d‘erba che sta spuntando dalla terra e di una formica che
sta camminando verso il formicaio. Anche la natura era diversa. La terra era avvolta
da una spessa coltre di enormi nubi grigie che non si apriva mai ai raggi del sole.
Così durò sino ai primi cataclismi, quando le convulsioni atmosferiche produssero i
primi varchi e il sole cominciò a brillare. Sotto quella densa, umida coltre l‘uomo
viveva in una comunione intima, magmatica con la flora lussureggiante e con gli
animali. L‘acqua delle sorgenti era più pura e vivificante: bevendola ci si sentivano
dentro tutti i profumi della terra, degli arbusti e dei fiori. L‘uomo di Atlantide non
vedeva né l‘azzurro del cielo né il sole, né la luna né il firmamento. Ma la notte in
sogno gli apparivano le potenze cosmiche animatrici del pianeta: vedeva le forme
degli dèi, che per lui erano protettori, compagni di strada, amici. Li vedeva di notte,
ma certe volte ne sentiva le voci durante il giorno, in uno stato in cui sogno e veglia
diventavano indistinguibili.
Il governo di Atlantide era una teocrazia spontanea, sorta non attraverso l‘uso della
violenza ma per una specie di magia naturale e benefica: una federazione di reiniziati,
che godeva di pace e di benessere. Il primo popolo di Atlantide è quello dei
Rmoahalls, uomini giganteschi e coraggiosi, il cui nome deriva dal loro urlo di
cacciatori, il secondo è quello dei Tlavatis, attivi, astuti, ricchi di ambizione e di
abilità. Ma l‘apogeo Atlantide lo raggiunge con i Toltechi, lo stesso nome che
ritroveremo tra i popoli che abitano il Messico precolombiano. Se i Rmoahalls
avevano coraggio e i Tlavatis duttilità, i Toltechi aggiungono a queste due qualità una
memoria più forte e un bisogno più profondo di venerare gli dèi: anche i saggi, i
guerrieri, i condottieri sono onorati. La capitale dei Toltechi ha mura e tetti di
oricalco, un bronzo dai riflessi d‘argento e d‘oro, è ricca di sorgenti, canali navigabili,
canali sotterranei, cascate e ampie lagune davanti al mare aperto. Dighe ciclopiche
proteggono i canali, e sulla sommità di queste dighe sono costruiti stadi, campi per le
corse dei cavalli, ginnasi, templi.
Ma arrivano, con l‘affermazione dell‘ego, con la fame di ricchezza e dominio, le
prime divisioni. La prima esplosione di passioni malvagie si produce tra i Turaniani,
alleati dei Toltechi. Sono loro i primi ad adottare la magia nera e a entrare in lotta con
quella bianca. La magia bianca che aveva sino ad allora regnato in Atlantide è un
lavoro disinteressato dell‘uomo in armonia con le potenze cosmiche e celesti; la
magia nera è invece un appello alle forze del male e della tenebra fatto in nome della
fame di potenza e di dominazione. I re turaniani cominciano a provare piacere nel
distruggere e nel dominare. Rompono così il patto fraterno che li lega ai Toltechi, li
attaccano, ne conquistano la capitale e profanano i loro templi con sacrifici
sanguinosi, con la loro tenebrosa religione magica.
Si sparge ovunque il vizio, l‘egoismo, la corruzione, il culto di se stessi. La magia
nera trionfa. La malvagità e la ferocia sono trasmesse dagli uomini agli animali, e
tigri, leoni e giaguari, domestici sino ad allora, diventano selvaggi. La terra è un
organismo vivente, le sue viscere rispondono magneticamente ai movimenti e alle
passioni che agitano l‘umanità, immagazzina la loro elettricità, e la rinvia
periodicamente alla superficie, in masse enormi di energia. Così fu la terra a reagire
alle dimensioni della malvagità, allo strapotere della magia nera nell‘Atlantide
conquistata dai Turaniani. Scosse sismiche, eruzioni, cicloni, tempeste, diluvi inauditi
si abbatterono su Poseidonis. Sessanta milioni di uomini perirono. Atlantide ormai
era completamente sommersa.
Al di là delle Colonne d‘Ercole, dove nessun loro marinaio si era mai spinto, dove
era il regno infinito delle onde, i Greci, dietro la cui fantasia plastica, osserva
Edouard Schuré, c‘è sempre un senso nascosto e meraviglioso, immaginarono un
gigante, figlio di Giapeto e di Asia, punito da Zeus per aver sostenuto la ribellione
contro di lui. Lo immaginarono proprio là, fuori delle Colonne d‘Ercole, vicino al
Giardino delle Esperidi, sue figlie, dove crescono gli alberi dalle mele d‘oro:
immerso nel mare, che regge sulle sue spalle il mondo. E lo chiamarono Atlante.

GERMANI

QUALE CREPUSCOLO PER GLI DEI?


Si colpiranno i fratelli l‘uno all‘altro daranno
morte;
i cugini sopprimeranno i vincoli di parentela;
crudo è il mondo, grande il meretricio;
tempo di guerra tempo di spada vanno in pezzi
gli scudi
tempo di bufera tempo di lupo prima che il
mondo rovini;
neppure un uomo risparmierà un altro.
Così si legge nella profezia della veggente, del X secolo, uno dei frutti di quella
vasta, cupa, immaginosa letteratura in norreno, o nordico classico, che ebbe il suo
epicentro in Islanda, e grazie alla quale noi conosciamo i fondamenti mitico-religiosi
dei popoli di ceppo germanico. Quello che ci colpisce subito è proprio la presenza di
un tono apocalittico del tutto sconosciuto ai Greci e ai Romani. Una minaccia orribile
grava sul capo dell‘uomo e sull‘universo. La veggente del carme citato sopra –
l‘autore è anonimo, per quanto qualcuno gli abbia dato l‘identità di Saemundr il
Saggio – parla del tema della fine con accenti che in qualche modo sembrano
risentire dell‘influenza cristiana, biblica. Il grande meretricio non può non
richiamarci alla mente la Babilonia di Giovanni nell‘Apocalisse, «la madre delle
meretrici e delle abominazioni della terra».
Ma quello che qui compare con spaventosa, sinistra insistenza, e che ci induce a
riflettere ancora di più, è il tema della fine come «soluzione finale», come desiderio
di vedere i nemici non soltanto sconfitti, ma estinguersi come specie, in un massacro
geometrico dove nessun uomo venga risparmiato. La Profezia della veggente fa parte
dei «carmi degli dèi», di contenuto prevalentemente mitologico; leggiamo ora, tra i
«carmi degli eroi», dove mito e storia si fondono, il Carme groenlandese di Attila, del
secolo IX, e la Canzone groenlandese di Attila che ne è un ampliamento più tardo,
composto intorno al 1100. Si racconta la storia di Gudhrun, moglie di Attila, il quale
invita i fratelli di lei, Hogni e Gunnar, con l‘intento di ucciderli e di derubarli del loro
tesoro. Hogni e Gunnar partono verso la corte di Attila senza sospettare la sorte
atroce che li aspetta. A Hogni verrà cavato dal petto il cuore, Gunnar finirà in una
fossa di serpenti. Ma la vendetta che la sorella Gudhrun prepara sarà ancora più
orribile. Ha avuto da Attila due figli, Erpr e Eitill. Un giorno, mentre gli Unni
banchettano con il loro re e sono gonfi di birra, Gudhrun attira a sé i due bambini che
le corrono in braccio, e le chiedono festosi perché li ha chiamati. Così risponde lei:
«No, non chiedete! Vi ucciderò entrambi. A lungo ne ho avuto desiderio: guarirvi dal
male della vita». E, senza pietà, senza neppure un filo della pietà più naturale, che è
quella materna, sgozza i bambini e li macella entrambi. Quando Attila chiede dove
sono i due bimbi, dove si sono nascosti per giocare, Gudhrun gusta il sapore più
selvaggio e disumano della vendetta. Svela al re suo sposo che ha bevuto nei teschi
dei figli trasformati in calici per la birra, che ha mangiato insieme al miele i loro cuori
sanguinanti. «Mai più chiamerai sulle ginocchia Erpr e Eitill», aggiunge. Ma alla sua
vendetta quello scempio non basta. Così Gudhrun dà fuoco alla sala dove sono
rinchiusi tutti i guerrieri di Attila, la reggia intera si incendia, la distruzione deve
essere totale: «Tutto diede al fuoco quel che c‘era dentro… Le antiche travi caddero,
fumava la stanza del tesoro».
Il Poema dei Nibelunghi, che è stato fissato nella forma che noi leggiamo nei secoli
XII e XIII, tratta dei medesimi temi ma con un più vasto respiro narrativo e in una
forma che appare ingentilita dall‘influenza delle corti e dei costumi medievali.
Eppure anche nei Nibelunghi ricorre quell‘oscuro desiderio di dissolvimento e di fine
sanguinosa che avevano preannunciato i carmi dell ‘Edda (termine che secondo
alcuni deriva da «bisnonna», e così si sottolineerebbe il senso di racconto tramandato
di generazione in generazione, o da «canto poetico», e così l‘accento si sposterebbe
sulla dimensione più propriamente letteraria).
Crimilde, dopo l‘uccisione a tradimento dell‘amato Sigfrido da parte di Hagen,
diventa una vendicatrice implacabile. Sposa in seconde nozze Attila, e un giorno
finalmente ottiene che il re suo marito inviti a corte i Burgundi, tra cui suo fratello
Gunther e Hagen stesso. La festa in realtà è solo un pretesto
perché subito divampi l‘odio e la battaglia. Hagen uccide Ortlieb, figlio ancora
bambino di Attila e di Crimilde. Il massacro assume dimensioni catastrofiche,
spropositate. Hagen è intrappolato nelle sale della reggia, e fa gettare dalle scale
settemila suoi guerrieri caduti, alcuni dei quali soltanto feriti, che avrebbero potuto
guarire e invece muoiono. Così Crimilde ricorre al fuoco:
Allora fece incendiare la sala, la moglie di Attila.
Il corpo dei guerrieri fu tormentato dal fuoco.
La casa, per il vento, in breve ardeva tutta.
Nessun esercito mai soffrì più grande tormento.
Hagen vede i suoi guerrieri sopravvissuti alle fiamme boccheggiare, soffocare per
il fumo e la sete, e consiglia loro di salvarsi bevendo il sangue dei caduti: «Non c‘è
vino migliore in questa grande arsura». Ma scampare a quell‘incendio è ben difficile.
Lo sa la regina Crimilde, che guarda lo spettacolo feroce del fuoco distruttore e
ripete: «Voglio aver la certezza che sono tutti morti». Alla fine soltanto Hagen e
Gunther, di tutta la gente burgunda, si salvano. Ma devono vedersela in duello con il
re Teodorico di Verona, cavalleresco, saggio e fortissimo, che li sconfigge entrambi e
li imprigiona.
Crimilde fa visita a Hagen, e gli chiede dove si trova il tesoro dei Nibelunghi.
Hagen le risponde che non svelerà il segreto del tesoro sinché uno solo dei suoi sarà
vivo. Risposta astuta e terribile, perché ora Crimilde è costretta a uccidere Gunther,
ultimo in vita dei Burgundi e suo fratello. La regina non esita, porta a Hagen il capo
mozzato del fratello reggendolo per i capelli. Ma Hagen la accoglie con un riso
malvagio e beffardo: ora soltanto lui e Dio sanno dov‘è il tesoro, e la regina ne
rimarrà per sempre all‘oscuro. Crimilde porta a termine la sua vendetta decapitando
Hagen con la spada di Sigfrido. Ma il maestro d‘armi di Teodorico, il vecchio
Ildebrando, indignato di fronte a un gesto così poco cavalleresco, e incurante delle
conseguenze cui va incontro, uccide a sua volta la regina.
Nell‘universo eddico e nibelungico uccidere non sembra un atto legato alla volontà
individuale. Si ha piuttosto l‘impressione che uccidere sia un atto impersonale, come
la risposta a un generale destino di rovina e di distruzione. L‘assassinio, il fratricidio,
l‘infanticidio, il massacro, l‘incendio, hanno qui una loro ineluttabilità fredda,
necessaria, matematica. Ho letto per la prima volta i Nibelunghi tanti anni fa, ma
anche adesso, come allora, ho un brivido di fronte a un‘insistenza così evidente non
tanto sul tema della guerra, quanto su quello della distruzione, dell‘annichilimento
totale, del fuoco vendicatore, del desiderio di fare vuoto e deserto, di riportare il
mondo là dove è sorto, dall‘abisso del nulla, ciò che i popoli di stirpe germanica
chiamavano Ginnungagap.
All‘inizio dei tempi, quando non c‘erano né il mare né la terra né il cielo, l‘universo
consisteva di un immenso baratro, Ginnungagap, in cui era contenuto il nulla. In
seguito a nord del baratro si sviluppò un mondo chiamato Niflheimr, dimora del
freddo, dell‘umido e del buio, e a sud un mondo chiamato Muspellheimr, dimora
dove regnava una luce asciutta e torrida, i cui confini erano guardati da Surt, gigante
del fuoco dalla spada fiammeggiante. Così l‘abisso chiamato Ginnungagap, che
aveva sino ad allora custodito il vuoto e il silenzio assoluti, cominciò a conoscere le
prime elementari divisioni ai suoi confini, perché al nord fu presto avvolto dalla
tenebra, da immense tenebre portatrici di tempeste, e venne battuto da piogge terribili
e agitato da venti urlanti e invaso dai ghiacci, mentre al sud lo invase uno scintillio
che scaldava e illuminava.
Niflheimr e Muspellheimr si confrontavano sull‘orlo del nulla, si specchiavano e si
cercavano. Quando una brezza tiepida e chiara partita da Muspellheimr si incontrò
con la brina gelida di Niflheimr, quest‘ultima si sciolse in tante piccole gocce, e da
questo sgocciolamento primordiale sull‘abisso del nulla ebbe origine la vita. Il primo
essere a comparire in questo nuovo universo ancora informe è Ymir il gigante. I suoi
discendenti lo uccidono e lo affogano nel sangue, e gli dèi ne portano l‘enorme
carcassa dentro Ginnungagap e traggono da lui il mondo.
Dunque dalla sua carne ricavano la terra, con le ossa creano le montagne, con i
denti le pietre e le rocce, con i capelli gli alberi. Dal suo sangue formano il mare e
tutte le acque. Con il cranio costruiscono la volta del cielo, e gettando verso l‘alto e
facendo volteggiare il cervello ridotto a brani danno vita alle nuvole cariche di
tempesta.
Dalla sua carne di cadavere escono dei vermi: e da questi vermi nascerà la stirpe
astuta dei nani, eterni nemici dei giganti. Quanto agli uomini, ultimi arrivati su una
terra nata dalla carcassa di un gigante sospesa sul nulla, si racconta che il dio
supremo,
Odino, li creò un giorno che trovò due tronchi d‘albero sulla riva del mare,
derivando da uno un maschio, dall‘altro una femmina.
Ed è ancora un albero, un frassino, a rappresentare per gli antichi Scandinavi e
Germani il centro, il cuore del mondo: si chiama Yggdrasill, ed è talmente vasto che
le sue radici affondano in tre diversi regni e li delimitano. Una radice affonda nel
regno di Jotunheimr, che è quello dei giganti, dove regnano perpetui ghiacci e
uragani.
Un‘altra scende verso il regno di Asaland e la città di Asgardh da dove Odino
guidò i suoi uomini, gli Asi, alla guerra contro i Vani e poi a fondersi con loro e a
intraprendere la grande migrazione che li avrebbe portati verso il cuore dell‘Europa e
la Scandinavia. Nel regno degli Asi gli dèi si adunano per prendere le loro decisioni,
su una radura di erba verdissima, dopo essere passati sul ponte detto Bifrost, che
collega la loro dimora in cielo, il Walhalla, con la terra. Bifrost è luminoso come
l‘arcobaleno, costruito con i metalli più preziosi, lungo più dell‘orizzonte; quando i
cavalli vi battono gli zoccoli si leva una tempesta di suoni.
La terza radice sprofonda nel buio del regno di Hela, la morte. Lì abitano le Norne;
sono tre come le Parche e hanno lo stesso compito nel tessere e stabilire il destino dei
mortali: Urdh, il Fato, colei che lancia i dadi; Verdhandi, l‘Essere, colei che li fa
volteggiare; Skulld, la Necessità, colei che stabilisce il risultato.
Se così estese sono le radici dell‘Albero del Mondo, non meno estese sono le sue
fronde, che hanno per confini le costellazioni, e il suo tronco, vasto più di un castello
fortificato. In cima ai rami sta un‘aquila dalle piume chiare, e si dice che tutti i venti
del mondo siano generati dal battere delle sue ali. Ai suoi piedi giace invece un
serpente dalle lunghe spire opache, che non si distingue più dalla terra. Aquila e
serpente sono nemici, c‘è tra loro un‘eterna guerra. Quando non combattono, si
scambiano messaggi oltraggiosi affidandoli a uno scoiattolo che corre su e giù per il
tronco, messaggero incosciente, allegro, della potenza della luce, che appartiene
all‘aquila, e della potenza del buio, che è propria del serpente.
Odino, che presso i Germani ha il nome di Wotan, è il dio supremo. Il termine da
cui deriva il suo nome, sia in norreno sia in antico tedesco, significa «furore». Ma il
furore di Odino-Wotan non è soltanto quello guerriero, quando circondato dai suoi
uomini, i terribili, ebbri berserkir, incute orrore al nemico soltanto roteando le braccia
e urlando in preda a un‘esaltazione folle. Lui non è solo un capo militare e un signore
della forza, come Thor, padrone dei fulmini e del martello Mjòllnir con cui va
eternamente a caccia di giganti. Odino-Wotan è anche uno sciamano, un viaggiatore,
un veggente-poeta inventore delle lettere runiche, un signore delle metamorfosi.
Quando il suo corpo cade addormentato, può diventare qualunque animale che
percorre le vie del cielo, del mare e della terra. Quando non è lui a viaggiare, manda i
suoi due corvi parlanti verso le terre più lontane, per riceverne notizie. Il suo cavallo
è Sleipnir, che ha otto zampe, e con cui si dice che può arrivare sino al regno delle
ombre; per mettersi in mare possiede Skidhbladhnir, una nave costruita dai nani che
può sfidare qualsiasi onda e portare sulla sua tolda tutti gli dèi in assetto di guerra.
Ma una volta giunta in porto e tirata a secco, può essere ripiegata e diventa così
piccola e maneggevole che Odino, da terra, può metterla dentro la sua borsa come un
mantello. Quando non usa né Sleipnir né Skidh-bladhnir compare tra gli uomini come
un viandante austero, dal passo solenne, avvolto in un mantello azzurro scuro con un
cappellaccio calato sulla fronte.
Per i Germani, questo universo nato dallo scontro di energie opposte e dalla
violenza finirà in una distruzione terribile e fatale, chiamata ragna-rokr, «distruzione
dei poteri». Cadranno nel fuoco e nell‘abisso del nulla le cose, gli uomini, gli dèi
stessi. L‘influenza dell‘Apocalisse di Giovanni si può avvertire in certi toni, ma la
sostanza è profondamente diversa, la catastrofe finale dei Germani non prevede
nessun Secondo Avvento di un Salvatore, e nessuna definitiva chiusura del ciclo del
tempo. E‘ un terribile, confuso, mostruoso annullamento di tutto, che sembra, come
ha scritto la Ellis Davidson, l‘immagine pantografata, estesa ai confini dell‘universo,
della completa disintegrazione della mente nella morte.
Il ragna-rokr avrà inizio quando verrà l‘inverno chiamato Fimbulvetr. La neve
cadrà vorticando senza lasciare respiro, il gelo si impossesserà della terra e dei laghi,
dei fiumi e dei mari, venti ghiacciati soffieranno senza sosta su un mondo che non
conoscerà altra luce che il biancore fioco, spento del ghiaccio e il grigio cupo delle
nuvole. Il sole sarà nascosto, non si farà più vedere. Seguiranno tre inverni senza che
nessuna primavera e nessuna estate venga a separarli. Passano altri tre inverni, e
scoppiano sulla terra ghiacciata e ottenebrata i conflitti più spaventosi, i fratelli
uccidono i fratelli per cupidigia, i figli non hanno più rispetto per i padri, diventa
lecito l‘assassinio, comune l‘adulterio.
Come i legami tra gli uomini, così quelli tra le energie opposte e gli elementi si
spezzano. E le forze tenute prigioniere dall‘ordine in cui faticosamente ha preso
forma il mondo come lo conosciamo ora si liberano, si scatenano. È l‘assalto finale
dei mostri, su uno scenario cosmico che presenta parallelismi con quello immaginato
dai Persiani e dagli Indù. Allora il lupo chiamato Fenrir — il lupo è figura centrale
nell‘apocalisse dei Germani, sembra incarnare l‘idea stessa di ferocia e di distruzione
– esce dal suo nascondiglio e ingoia il sole e la luna. La stelle scompaiono dal cielo,
le montagne tremano, le vette si staccano e crollano, la terra oscilla e si apre, gli
alberi sono sradicati e inghiottiti in voragini. Fenrir ha una bocca lunga dai denti
aguzzi e micidiali, pronti ad azzannare, e ora le sue fauci sono spalancate, tanto che la
mascella superiore poggia contro il cielo, dove ha già fatto le sue razzie, quella
inferiore contro la terra. Dai suoi occhi cominciano a sprizzare immense fiammate.
Intanto il serpente Midhgardh sputa tanto veleno che gli schizzi giungono sino alla
volta celeste, ormai senza sole, luna e astri, senza nessun splendore, semplice
coperchio avvelenato. Il mare alzerà onde mai viste, alte come il più alto dei castelli,
e andranno a urtare le coste sconvolgendole, invadendo la terraferma. Su questo mare
in tempesta come non lo è mai stato, con onde alte come torri e lunghe come sentieri,
nere più delle ali dei corvi, è sciolta dagli ormeggi la nave Naglfar, che è costruita
con le unghie dei morti (è proprio per ritardare la costruzione di questa nave che è
nata l‘usanza di tagliare loro le unghie). Ora Naglfar, che annuncia i tempi finali,
avanza e al timone c‘è il gigante Hrymr. Quando si ode un boato spaventoso e il cielo
si fende in due, ecco che arrivano cavalcando i figli di Muspellheimr, la regione
primordiale della luce e del caldo torrido. Li guida il gigante-demone Surt, suo primo
guardiano, munito di una spada che irradia uno splendore superiore a quello del
fuoco. Ora Surt e le sue legioni cavalcano sul ponte Bifrost, il ponte arcobaleno che
lega la terra alla dimora degli dèi, il Walhalla, e lo mandano in frantumi. Ormai
l‘attacco mosso all‘ordine delle cose è completo, lo stesso regno divino minacciato.
Le legioni di Surt vengono da Muspellheimr e attaccano con il fuoco; quelle di
Niflheimr, dei giganti del ghiaccio che hanno già attaccato con l‘acqua e il gelo, ora
sono loro alleate; partecipano inoltre il lupo Fenrir, che ha una bocca in grado di
morsicare il cielo e inghiottire la terra, e il serpente Midhgardh, la cui riserva di
veleno è infinita.
Odino, il capo degli dèi, va alla fonte di Mimir, fonte magica che dà saggezza e
chiaroveggenza; per aver diritto di bere a essa un tempo aveva rinunciato a un occhio.
La fonte di Mimir è ai confini del regno di Jòtunheimr con quello di Asaland, giù tra
le radici del frassino Yggdrasill. Ormai la distruzione lambisce anche l‘Albero del
Mondo, le sue foglie sono state prima bruciate dal ghiaccio e ora lo sono dal fuoco, il
tronco vacilla, si scuote e la sua caduta imminente accresce in tutti il terrore.
Odino non ottiene altro responso che l‘invito a combattere contro le forze scatenate
della distruzione, contro i mostri del male. Così guida in campo aperto gli dèi degli
Asi e dei Vani, cavalca con la sua corona splendente sul capo e una lancia d‘oro,
puntando diritto contro il lupo Fenrir, il peggiore dei nemici. Thor ingaggia un duello
contro il serpente Midhgardh, una battaglia senza tregua, che il dio padrone dei
fulmini sembra riuscire a vincere, alla fine; il serpente è morto, schiacciato e ridotto a
pezzi sotto i colpi del martello Mjòllnir, ma Thor non riesce a fare nove passi che
cade, intossicato dal veleno. Freyr, dio della fertilità, della stirpe dei Vani, combatte
contro il gigante Surt, ma è sconfitto e muore. Loki, il più terribile dei demoni, uscito
da sottoterra dove era stato segregato per la parte avuta nell‘uccisione di Balder,
giovane dio solare, si scontra con Heimdall, il dio primordiale, il guardiano di
Asgardh, e i due combattono sino a finirsi.
Il valore di Odino non può nulla contro le fauci di Fenrir il lupo: anche il dio
supremo sarà inghiottito. Il suo vendicatore sarà il figlio Vidar, che riuscirà a
uccidere Fenrir aprendogli le fauci sino a spaccarle. Surt appicca il fuoco alla terra e
al cielo, la battaglia è vinta, le fiamme invaderanno il mondo, tutto brucerà e verrà
annientato. Ginnungagap, l‘abisso del nulla, riassorbirà in sé la creazione, come
Brahma riassorbe in sé l‘universo all‘inizio della sua notte.
La Profezia della veggente, l‘antico carme che Snorri Sturluson (1179-1241) cita
nella sua Edda in prosa, nostra fonte principale, ci mostra il fuoco in tutta la sua
potenza, e lo nomina spesso attraverso dei kenningar, metafore rituali simili come
tono a certi epiteti fissi in Omero, ma con una loro inconfondibile forza visionaria ed
enigmatica: leggi «crepitare dei rami», o «veleno dei rami» e devi intendere «fuoco»;
leggi «chi vita alimenta» e ancora è «fuoco». La potenza del fuoco è ambigua,
distruttiva e creatrice, può far crepitare e incenerire e ridurre al niente e può scaldare,
nutrire, donare luce. Nel ragna-rokr tutti gli elementi primordiali, quelli che all‘inizio
dell‘universo si erano formati sui bordi dell‘abisso Ginnunga-gap, il ghiaccio a nord
in Niflheimr, il caldo torrido a sud in Muspellheimr, con Surt il gigante come
guardiano, si alleano ma questa volta per devastare e portare rovina. Le cose, gli
uomini, gli dèi sono morti. Una probabile influenza cristiana si nota nell‘invenzione
di due luoghi, Gimlé e Nastrandir, il primo dimora delle anime dei buoni e dei giusti,
il secondo di quelle degli spergiuri e degli assassini: Gimlé è tutto fatto d‘oro rosso,
vi scorre buona birra e vi si trovano tanti altri piaceri, Nastrandir è una casa grande e
male esposta, con la porta a nord, fatta di pelli di serpenti ancora vivi che sputano
dappertutto veleno.
Come in tante apocalissi che abbiamo incontrato, anche a questa, così severa ed
efferata, qualcuno sopravvive. Tra gli dèi, sono due coppie di fratelli, Vidar e Vali,
figli di Odino, e Modhi e Magni, figli di Thor, che hanno recuperato il martello
Mjollnir, simbolo di forza ma anche di fecondità (si racconta che ancora in tempi
recenti nei villaggi di campagna in Svezia un martello venisse messo tra le lenzuola
del letto degli sposi la prima notte di nozze). Tra loro si ritroveranno per rievocare i
tempi della battaglia finale, ma anche per rifare la terra com‘era prima che Fenrir il
lupo e Midhgardh il serpente uscissero dai loro nascondigli e muovessero il loro
attacco fatale. L‘erba sarà di nuovo verdissima, tra l‘erba saranno ritrovate le tavole
d‘oro appartenute agli Asi. Tra gli uomini, si salverà una coppia che si nasconderà nel
bosco di Hoddmimir: questi due sopravvissuti si chiameranno Lif (Vita) e Lifthrasir
(Desiderio di Vita). Loro vivranno anche quando tutto intorno a loro sarà distrutto,
non scenderanno nell‘abisso, si nutriranno di rugiada e da loro rinasceranno nuove
stirpi.
Se la distruzione del ragna-rokr è brutale e completa, non dobbiamo credere
dunque che sia ultimativa e irrevocabile. Niente ce lo dice con la stessa potenza
evocativa di Wagner nel finale del Crepuscolo degli dèi. Sappiamo che Brunilde
salterà con il suo cavallo nel rogo funebre di Sigfrido ucciso a tradimento da Hagen, e
che le fiamme di quel rogo raggiungeranno il Walhalla, dove dèi ed eroi aspettano il
loro destino di morte. Sappiamo che tutto si consumerà e si distruggerà nel fuoco
finale. Sentiamo avanzare le vampate immani, che corrono, si propagano, si elevano
sino ad altezze celesti, udiamo i crolli spaventosi, vediamo i turbini, i vortici del
ritorno di tutto all‘abisso primordiale; le onde-fiamme della musica ci sommergono e
ci ustionano, ma quando stiamo per annegare e ardere, quando tutte le nostre fibre
vibrano di un senso di mortale disintegrazione, ecco i violini e gli oboi del tema della
«redenzione d‘amore», un tema supremamente inatteso e dolcissimo, che si fa strada
sino alla fine tra il rintoccare degli zoccoli dei cavalli su cui corrono le Valkirie e
l‘esplodere dell‘incendio e della rovina, e ci mostra da lontano lo sbocciare di nuove
stelle, di nuove corolle di fiori, di nuovi amori in un universo rinato nella vita e nel
desiderio di vita. Il ciclo del tempo ricomincerà, come dopo la notte di Brahma.
L‘abisso di Ginnungagap si ripopolerà di brina e di raggi di sole, nuovi fiori di loto si
apriranno nel cosmo, e interi nuovi universi sbocceranno.
è noto che sulla mitologia germanica sono stati pronunciati giudizi diversi, quando
non opposti. Goethe, il più grande dei tedeschi, non l‘amava, la trovava rozza, cupa e
confusa, e le preferiva di gran lunga quella greca, luminosa e plastica. Carlyle,
invece, nel suo libro Gli eroi, scrisse di anteporre all‘immoralismo greco, al suo
edonismo, la dura serietà morale che permea le avventure degli eroi germanici.
Wagner, il genio dell‘arte mitica, ha usato la saga dei Nibelunghi per costruire la sua
saga, avanzando del mito la sua interpretazione di moderno. Quando si parla di quella
fosca tragedia che è la caduta del Terzo Reich ricorrendo meccanicamente al titolo
wagneriano, Il crepuscolo degli dèi, l‘espressione con cui si traduce in tedesco
moderno ragna-rokr, non credo si renda giustizia al grande musicista. Nella
complessa trascrizione di Wagner, la rovina dell‘universo è dovuta al venir meno
dell‘innocenza degli elementi, alla sopravvalutazione da parte degli uomini del
proprio ego separato dal cosmo e alla fame di potere assoluto. Le Norne sanno che
Wotan ha reciso un ramo dell‘Albero del Mondo per costruire una lancia, e che da
allora Yggdrasill ha cominciato a intristire e inaridire. Brunilde, a Waltraute che la
implora di cedere l‘anello di Sigfrido, anello che garantisce il potere sul mondo
intero, risponde che preferisce veder perire il mondo e gli dèi. Ma alla fine la stessa
Brunilde renderà l‘anello fatato all‘innocenza eterna delle acque delle origini, e se
l‘universo incendiato crollerà sarà possibile una «redenzione d‘amore» per farlo
rinascere.
Per capire, o cercare di capire Hitler e la fine terribile del Terzo Reich, è meglio
rifarsi, piuttosto che a Wagner o alla complessità del mito scandinavo-germanico
come lo hanno studiato Georges Dumézil o Régis Boyer, direttamente a simboli
apocalittici come quelli del lupo, del ghiaccio e del fuoco, da cui il fondatore del
nazionalsocialismo fu sempre affascinato. Nelle pagine del Codice dell’anima, James
Hillman analizza le pulsioni distruttive di Hitler con illuminante efficacia.
Estremamente significativo il suo reiterato vantarsi di avere un «cuore di ghiaccio», il
suo lodare nei suoi fidi, come Hermann Gòring, la capacità di restare «di ghiaccio» di
fronte alle prove più dure. E dopo il rapporto con il simbolo del ghiaccio,
estremamente significativo quello con il simbolo del fuoco: l‘incendio del Reichstag,
la sua volontà più volte espressa verso la fine della guerra di trascinare tutti in un
«mondo in fiamme», il funerale fuori del bunker di Berlino, con il suo corpo e quello
di Eva Braun cosparsi di benzina e bruciati. Di tutti i valori simbolici del fuoco
(trasformazione, battesimo, iniziazione, calore, luce), Hitler non seppe vederne altro:
per lui il fuoco fu solo potenza distruttiva. Quanto al lupo, sappiamo che Hitler
amava farsi chiamare Herr Wolf, che chiamava sua sorella Frau Wolf, e che voleva
far derivare il suo nome Adolf da Athal-wolf, Nobile Lupo. Sappiamo anche che nel
bunker trascinò nella rovina i suoi cani, facendo avvelenare Blondie, un alsaziano che
era il suo favorito, e ucciderne a fucilate altri due.
In Hitler, oltre che ai simboli primordiali della distruzione, riemergono i fantasmi
negativi, dove la distruzione diventa annichilimento e olocausto, «soluzione finale»,
presenti già nelle pieghe delle leggende epiche della sua gente. Riemerge uno spirito
tribale, etnico, piuttosto che una visione mitica. Riemerge quel gusto della distruzione
totale, sistematica, matematica, che abbiamo trovato nelle vicende di Gudhrun e
Hogni e Gunnar, di Crimilde e Hagen e Gunther. Nel diario che il generale
dell‘aviazione Karl Koller tenne dal 14 aprile al 27 maggio 1945 si legge di un ordine
impartitogli da Hitler in questi termini: «Ogni comandante che risparmierà le sue
forze cesserà di vivere entro cinque ore. Voi stesso garantirete con la vostra testa che
si combatta sino all‘ultimo uomo». Hitler non era appassionato di miti: se no, avrebbe
saputo interpretarli e difendersene, come Wagner; piuttosto, era appassionato di
oroscopi, astrologia, magia nera, di cui è molto più facile cadere vittime. Due
oroscopi che gli erano stati fatti predicevano entrambi lo scoppio della guerra nel
1939, le vittorie del 1941, dure sconfitte sino ai primi mesi del 1945, e poi un
miracolo e la ripresa. Hitler e Goebbels aspettavano questo miracolo: e si illusero di
riconoscerlo, il 13 aprile 1945, nella notizia della morte di Roosevelt. Goebbels
esultò: la storia si ripeteva, non era stata quasi due secoli prima la morte della zarina
di Russia a salvare Federico il Grande e la casa di Brandeburgo? Ma proprio su
quest‘ultimo punto gli oroscopi rivelarono la loro fallacia. A Roosevelt successe
Truman, le vicende della guerra volgevano rapidissimamente verso la catastrofe,
senza il minimo segnale di ripresa. Quando Hitler seppe della morte di Mussolini, del
ludibrio di piazzale Loreto, cominciò a preparare la propria morte. Gli ultimi giorni
nel bunker a Berlino sono intrisi, cosparsi di morte, di senso della fine, di gusto
morboso della fine. Abbiamo già visto la strage dei cani. Alle due segretarie, Hitler
stesso consegna due fiale di veleno. Il veleno, il simbolo distruttivo del ragna-rokr
che sinora mancava.
Alle 2 e 30 del mattino del 30 aprile, Hitler entra nella sala da pranzo comune,
stringe la mano a tutti i presenti, mormora parole incomprensibili con gli occhi velati
di lacrime. La cosa più sorprendente che ci racconta William Shirer è che, appena
Hitler esce, la tensione si scioglie, si diffonde nella sala un‘improvvisa,
ingiustificabile sensazione di gioia, e il bisogno di bere, di mettere dischi sul
fonografo e di ballare. Si balla, si canta, forse si amoreggia persino quella notte
fatale, l‘ultima della vita del dittatore, con i russi alle porte del bunker. Sono Lif e
Lifthrasir, Vita e Desiderio di Vita, che fanno capolino anche dove nessuno
penserebbe ragionevolmente di poterli scorgere. Il mattino dopo, Hitler fa colazione
insieme alle due segretarie; intanto dà ordine all‘autista, Erich Kempka, di procurare
duecento litri di benzina. Nelle primissime ore del pomeriggio, Hitler va a prendere
Eva Braun, e saluta tutti i suoi più stretti collaboratori. Non è presente Magda
Goebbels, che sta ancora lottando con il proposito di uccidere i suoi sei bambini, con
l‘ombra di Gudhrun che strazia i figli per guarirli «dal male della vita». (I sei bambini
furono avvelenati il giorno dopo, e Goebbels e sua moglie si fecero sparare alla nuca
da un attendente.)
Finito il rito degli addii, Hitler ed Eva Braun si ritirano nel loro appartamento. Lui
si spara un colpo di pistola in bocca. Lei sceglie il veleno. Sono le 15 e 30 di lunedì
30 aprile 1945. Il cameriere di Hitler, Heinz Linge, e un attendente portano i cadaveri
nel giardino, avvolti in una coperta grigioverde. Eva indossa un abito scuro, non ci
sono tracce di sangue su di lei. Vengono messi in una fossa, è versata la benzina e
appiccato il fuoco. I colpi dei cannoni russi arrivano nel giardino del bunker, ormai.
Tra lo scoppio delle fiamme e l‘esplosione dei proiettili avviene il funerale: i presenti
si mettono al riparo, e restano fermi sull‘attenti col braccio destro alzato, sinché il
rogo non si spegne. Niente può dare ragione di un simile accanimento di morte e di
distruzione, quella morte e quella distruzione già comminate su scala così vasta,
impersonale e sistematica nell‘orrore indicibile dell‘Olocausto. Se non l‘obbedienza a
un atavico istinto di guerra, di rovina, di riduzione al nulla, di cui il mito germanico ci
parla, ma che il mito germanico assolutamente non giustifica. Hitler perverte i
simboli e il mito: questo è il suo peccato d‘origine. Li confonde con la magia nera,
non capisce che la ricerca del Graal – i soldati nazisti scavarono come ossessi nel sud
della Francia per trovarlo — è ricerca di luce e non di potere assoluto. Detto ciò, è
pur vero che una delle ultime strofe dell‘ultima avventura dei Nibelunghi sembra
l‘epitaffio scritto con qualche secolo di anticipo della rovina del Terzo Reich:
Una grande potenza era annientata.
Tutte le genti avevano paura e tristezza.
La festa di corte era finita nel lutto,
perché sempre la gioia si volge in dolore.

CELTI

«RE ARTU NON E‘ MORTO»


Nel mito celtico non ci è pervenuto nessun racconto dei tempi della fine
paragonabile sia pure alla lontana al ragna-rokr germanico. Questo non significa che
i Celti non pensassero che il mondo dovrà finire, ma solo che, senza dubbio, non
erano ossessionati da questo pensiero. Ci sono indizi sparsi e di non eccelso rilievo.
Strabone, il massimo geografo del mondo antico, ricorda che i Druidi, i sacerdoti
celtici, insegnavano che un giorno «fuoco e acqua prevarranno». Così, non avrebbero
insegnato nulla di nuovo rispetto a un filosofo greco stoico o a un bramino indù.
Flavio Arriano, storico del II secolo dopo Cristo, ricorda invece alcuni guerrieri galli
dell‘esercito di Alessandro, che erano soliti affermare di non aver paura di nulla se
non che «il cielo cadesse loro sul capo». E‘ poco, francamente, per rendersi conto di
che cosa i Celti e i Druidi, le loro guide spirituali, credessero intorno all‘apocalisse. Il
pericolo di un collasso del cielo sulla terra, uno scatenarsi degli elementi primordiali
era sicuramente da mettere in conto. Ma, è noto, i Druidi avevano elaborato tecniche
magiche per governare gli elementi, per far comparire e scomparire le nuvole, per far
soffiare o tacere i venti, per far scendere le piogge o sospenderle nel cielo; è
probabile che la fiducia in questo potere rendesse per loro meno angoscioso e meno
presente il pensiero di una natura che libera le sue forze distruttive.
La natura di cui i Celti alimentano l‘immagine è una natura incantata, percorsa da
energie misteriose ma insieme domestiche, da presenze familiari e musicali, da un
eterno presente scintillante di metamorfosi e di canti. Ci si può fare ancora oggi
un‘idea di questa natura incantata in Irlanda, l‘ultima terra in cui i Druidi perseguitati
dal potere romano trovarono asilo e dove i Romani non arrivarono con le loro legioni
e le loro strade; lì il cristianesimo si sovrappose direttamente alla religione druidica,
mantenendone vivo più di un aspetto. Così l‘Irlanda è stata sino a ora il mirabile
specchio celtico d‘Europa e il suo cuore. I laghi e le colline del Connemara, con quei
riflessi rosati tenui e cangianti, le falesie delle isole di Aran e il castello di Dun
Aengus, i resti di Tara e il segreto solare del tumulo di New Grange, i cigni selvatici
sui fiumi, i salmoni che a primavera risalgono verso le sorgenti e i ponti da cui si può
ammirare la loro corsa, l‘onnipresenza di pietre sacre nei campi e di musica – arpe,
violini, fisarmoniche, chitarre – nelle vie delle città: tutto comunica al viaggiatore
l‘impressione di un incanto dovuto alla presenza di un‘anima nella natura e nelle
cose, quell‘anima che altrove in Europa, dove il dominio romano-cristiano-germanico
è stato più forte, sembra essersi spenta o appannata.
La stessa sensazione che ho provato per la prima volta in Irlanda si è riaffacciata
mentre visitavo la Scozia, la Bretagna, la Cornovaglia. Le terre celtiche conservano la
magia per cui la pietra – le pietre in cerchio, i cromlech, quelle alzate contro il cielo, i
menhir, o le due verticali a cui ne è sovrapposta una orizzontalmente, i dolmen –
parla ancora alla nostra anima disincantata di moderni dell‘energia musicale e
metamorfica che scorre nell‘universo.
Come i Unga dell‘India shivaita, le pietre delle terre celtiche ci rassicurano e ci
turbano: c‘è una corrispondenza tra creazione e distruzione, tra quei frammenti della
Madre Terra e l‘infinità del cielo e delle costellazioni, tra il nostro desiderio di vita e
la presenza e l‘assenza, il sogno e la notte degli dèi. Lo spirito celtico, che gli europei
moderni hanno completamente dimenticato, amputato da se stessi, ci dice che la
natura incantata e popolata da divinità molto simili a noi è la madre che ci ha
generato e ci rigenererà dopo qualunque distruzione che noi stessi causeremo nel suo
corpo. Rispetto all‘apocalisse oggi più da temere, quella del disastro ecologico,
dell‘avvelenamento progressivo del pianeta, lo spirito celtico si presenta come il più
radicale degli antidoti: per questo oggi assistiamo alla sua rinascita, che non a caso
per manifestarsi usa principalmente musica, poesia e forze dell‘immaginario.
Che l‘anima fosse immortale per i Celti è certo. Meno certo è che i Druidi avessero
teorizzato per tutti la metempsicosi, ovvero la trasmigrazione delle anime da una vita
all‘altra. Ma ci è stato tramandato il racconto di diversi casi di metempsicosi. Sono
quelli di Tuan MacCairill e di Fintan, uomini primordiali mantenuti in vita dai tempi
prima del Diluvio sino a quelli di san Patrizio perché potessero tramandare al proprio
popolo le sue leggende e il suo sapere. E quello di Taliesin, il bardo.
Tuan MacCairill, ormai vecchio, raccontò ai suoi vicini le varie forme animali in
cui la sua anima si era reincarnata. Come Fintan, era stato innanzi tutto un lupo. Così
aveva conosciuto la ferocia e la fame, razziato le greggi, lottato con i suoi compagni
del branco per il possesso delle femmine e per il potere. Poi era stato cervo. La sua
natura era del tutto mutata. Non più quel bisogno ardente di carne, quel gusto di
azzannare, ineliminabile. Ora la sua passione dominante era correre. Si ritrovava
zampe sottili, corpo agile, corna ramificate che facevano da richiamo per le femmine.
Doveva imparare a fuggire le insidie dei più forti e aggressivi tra gli animali, gli
agguati e le trappole dei cacciatori, che potevano colpirlo da così lontano; e per
questo diventò guardingo e veloce, imparò a mimetizzarsi nel folto del bosco tra i
rami, a slanciarsi nelle pianure e sulle rive dei laghi.
Poi era stato un cinghiale. La sua anima era scesa in una di quelle bestie tozze,
pesanti, dalle setole scure, dalle zanne ricurve, che amano i luoghi più dirupati e
nascosti, che si rintanano dove i cespugli e gli alberi formano un intrico
impercorribile, che emigrano in branchi in cerca di cibo affrontando il gelo, la nebbia,
le tempeste. Aveva percorso i pendii più impervi, nuotato nei fiumi pieni di gorghi e
rapide, usato le zanne per scavare la terra e razziare i bulbi appena seminati. Poi era
stato un‘ossifraga, un‘aquila di mare. Aveva cambiato corpo e orizzonti. Non più
pini e querce, felci e roveti. Ora rocce nude a picco sull‘oceano, scogliere che
scendevano a fronteggiare le onde, isole sperdute tra nebbie e schiume; e il ritmo
altalenante delle maree, con le coste che cambiano dal mattino alla sera contorni e
aspetto, e burrasche che portano i marosi a battere contro le rive, saccheggiandole.
Aveva conosciuto barche di pescatori e di guerrieri. Poteva distinguerle da lontano, le
vele, il timone, persino i volti degli uomini. E aveva sentito di nuovo quel bisogno
insopprimibile, ingovernabile di uccidere per vivere, per alimentare il proprio sangue
con altro sangue. Apriva le ali; ora conosceva il segreto, la meraviglia del volo, del
librarsi, del cabrare, dello scendere in picchiata; e piombava come un fulmine sui
pesci, li prendeva prigionieri nel suo becco, se ne cibava.
Infine era stato salmone. Era sceso nelle profondità di quell‘oceano che aveva
prima di allora visto dall‘alto o lambito con gli artigli e il becco per afferrare le prede.
Viaggiava per il buio di fondali dove incontrava piovre e murene, coralli e alghe,
seguiva le correnti veloci, sentiva arrivare la primavera quando, avvicinandosi alla
superficie, avvertiva che l‘acqua era più tiepida. E quel bisogno irresistibile di partire
lo prendeva insieme a tutti i suoi compagni, e navigava come orientato da una bussola
verso la foce di un fiume, e cominciava a risalirlo. Era arduo. Doveva affrontare
scogli, strette, pietrame, andare controcorrente, schivare i predatori, gli animali
appostati sulle rive, e le fiocine dei pescatori. Sinché, pericolo dopo pericolo, fatica
dopo fatica, non approdava alle acque limpide e sicure della sorgente.
Tuan MacCairill e Fintan conservavano nella loro memoria tutte quelle esperienze,
e pensiamo alla gioia e allo sgomento di chi ascoltava dalla loro viva voce quei
racconti, in cui ogni inflessione, ogni sottolineatura poteva riportare a galla la ferocia
del lupo, la velocità del cervo, la robustezza del cinghiale, la vista dell‘aquila, la
perseveranza del salmone. Per tutti e due, quella nel salmone era stata l‘ultima delle
reincarnazioni, prima di riprendere forme umane. E per i Celti il salmone era il
simbolo stesso dell‘anima che viaggia in cerca di se stessa e di Dio.
Per Taliesin, il bardo gallese, il ciclo delle reincarnazioni era stato ancora più
complesso e sorprendente. Taliesin stesso ricordava nei suoi canti di essere stato un
salmone blu, un cane, un cervo, un capriolo, un tronco d‘albero, una vanga nella
mano d‘un contadino, un‘ascia nella mano di un guerriero, uno stallone, un toro, un
caprone, grano che cresceva sulla collina. L‘arco si è ampliato, l‘anima di Taliesin ha
attraversato non più soltanto il mondo animale, ma anche quello vegetale, e, ancora
più enigmaticamente, si è incarnata persino in oggetti, in manufatti. Quanto alle sue
diverse incarnazioni umane, Taliesin ricordava di essersi trovato in Asia con Noè
nell‘arca, in India ai tempi della fondazione di Roma, a Troia quando fu bruciata e i
superstiti si misero in viaggio sino a raggiungere l‘Italia, a Tintagel con il nome di
Merlino quando nacque Artù. Certi iniziati alla sapienza druidica aggiungono che
Taliesin era ai piedi del Calvario quando Cristo fu crocifisso, e che vivrà sino alla
fine dei tempi, difensore della luce e dello spirito.
Poiché la loro natura è tutta popolata da spiriti, e presso di loro il mondo naturale e
quello soprannaturale tendono a incontrarsi e a confondersi più che presso qualunque
altro popolo, i Celti hanno dell‘Aldilà un‘idea del tutto originale e sorprendente. Per
gli Irlandesi, il termine che designa l‘Altro Mondo è Sid, che significa «pace». Il Sid
non ha le caratteristiche dell‘Ade greco-romano, dove il trapassato sopravvive come
ombra pallida ed evanescente, nel rimpianto della pienezza della vita. Ma non
assomiglia neppure all‘Aldilà cristiano, con le sue gerarchie di Inferno, Purgatorio e
Paradiso e con la sua assoluta trascendenza. Il Sid è piuttosto un mondo parallelo al
nostro, una realtà diversa e lontana da quella che conosciamo ma nello stesso tempo
vicina e quasi sovrapposta, un piano dell‘essere che spesso si compenetra con il
nostro, dove si aprono varchi che consentono un continuo interscambio. Dal Sid
escono i folletti, con i loro diversi nomi, il Leprecano, il Ciuncano e il Far Darrig
irlandesi, i Piskies, gli Spriggans e i Knockers della Cornovaglia, i Korrigan della
Bretagna. Nessuna realtà naturale è stata mai attraversata da una folla così fitta,
musicale, domestica, bizzarra di spiriti. Nella festa di Samhain, il primo giorno di
novembre, le anime dei guerrieri caduti escono dal Sid per unirsi ai vivi. Nel folklore
bretone, forte è la credenza negli Anaon, morti che ritornano a casa per quel giorno.
Per i Celti, la festa di Samhain rispondeva a un bisogno tuttora vivo, quello di
fondere i due piani dell‘essere, il visibile e l‘invisibile, quello che appartiene ai vivi e
quello che appartiene ai trapassati, il reale e il fantasmatico. La Chiesa cattolica deve
in qualche modo averne tenuto conto quando ha così avvicinato la festa di Tutti i
Santi, il primo novembre, alla commemorazione dei defunti, il giorno 2. Assistere
alla preparazione di Halloween nei quartieri di certe città della provincia americana,
con tutti quei fantasmini e gli scheletri appesi ai muri e le zucche luminose nei
giardini è come leggere la trascrizione in chiave disneyana di un rito e di un bisogno
antichi. Lo stesso successo di Halloween in Europa, per cui mi è capitato di
incontrare ragazzi travestiti da fantasmi per le vie di Torino la notte di Samhain,
rientra con tutte le sue ambiguità in quel desiderio di vedere compenetrarsi il naturale
e il soprannaturale che è di sicura matrice celtica.
Se dal Sid escono folletti, guerrieri caduti, fantasmi, nel Sid entrano uomini eletti
impegnati nel viaggio verso le sorgenti della vita e dello spirito. Eroi, guerrieri,
navigatori magici vanno verso il Sid, richiamati spesso dall‘apparizione di una figura
femminile, di una ragazza bellissima che porta in mano dei fiori d‘argento e che canta
canzoni dolcissime. Così capitò al principe Bran MacFebail, il più celebre tra i
navigatori magici, che lasciò il padre e il regno per cercare la Terra dell‘Eterna
Giovinezza. Così capitò a Conle figlio di Conn; così a Oisìn il bardo, l‘Orfeo celtico.
Il Sid è collocato al di là del mare, a ovest, dopo le tre Aran, all‘inizio della distesa
vuota dell‘Oceano, in isole dove gli alberi hanno rami e foglie d‘argento, dove non ci
sono malattie, vecchiaia e morte, dove gli uomini hanno sempre le membra forti e le
donne mantengono intatta la loro freschezza, dove le guance restano rosa e i denti
bianchissimi, il latte scorre nei fiumi e il miele dai tronchi, la birra fermenta nei
boccali e c‘è eterna musica ed eterna danza.
Oppure il Sid è collocato sotto il mare, o sul fondo dei laghi, in palazzi d‘oro e di
cristallo, dove si conduce la stessa vita di delizie. Infine, il Sid può essere all‘interno
delle colline, sottoterra, dove i Tuatha Dé Danann, i predecessori divini ed eroici che
avevano sconfitto le forze oscure dei Firbolg e dei Fomori si nascosero all‘arrivo dei
Goideli, da cui gli Irlandesi discendono. I Tuatha Dé Danann non vollero opporsi
all‘invasione: scesero sottoterra, occuparono il ventre delle colline, e continuarono là,
nel loro nuovo reame, le loro occupazioni quotidiane; del resto nessuna mitologia
aveva visto divinità più amabilmente domestiche, dèi che facevano i medici, come
Diancecht, gli ottonai, come Credne, i fabbri come Goibniu, i carpentieri, come
Luchta.
Si può dire così che il Sid è dappertutto in Irlanda. Dappertutto c‘è un varco che ci
fa passare d‘un lampo dalla realtà in cui siamo a un‘altra così simile a questa eppure
così diversa. Lo sapeva il grande poeta William Butler Yeats, che ebbe della poesia
un‘idea filosofica e visionaria, mitica e sapienziale, ma lo sapeva anche il
personaggio interpretato dal giovane Sean Connery in quel bizzarro Darby O’Gill e il
re dei folletti, un film diretto nel 1959 da Robert Stevenson, dalle luci e dai dialoghi
davvero pieni di incanto celtico. Il Paradiso celtico, questo Sid magico, compenetrato
alla nostra realtà, è piuttosto unico: per la vita che ci si conduce, piena di buone
bevute, di buone vivande, di donne bellissime, potrebbe assomigliare più al Walhalla
dei Germani, che però ha più forti connotati eroici, o al Paradiso islamico, che
tuttavia
ha più forti connotati morali. In realtà il Sid assomiglia soltanto a se stesso; Altro
Mondo dove non esiste né peccato né trasgressione, dove tutto è perfetto perché
naturale, perché rispettoso della musica del divenire, dove stanno soltanto i buoni – la
punizione dei malvagi è la non esistenza -, il Sid offre a chi lo abita due vantaggi:
sfuggire alla costrizione del tempo, e sfuggire alla costrizione dello spazio; talvolta
persino quello di sottrarsi alle relazioni che spazio e tempo intrattengono fra loro. Nel
Sid, i secoli si concentrano in attimi, gli attimi si dilatano in secoli, tutto è
infinitamente grande e infinitamente piccolo, il tempo può essere percorso in avanti e
a ritroso, può essere accelerato o ritardato, lo spazio dell‘universo può contrarsi sino a
ridursi a una capocchia di spillo o dilatarsi sino a confondersi con un infinito che la
nostra mente non può contenere: Taliesin, il bardo, diceva che il suo paese d‘origine
era la regione del cielo dove stanno le stelle d‘estate, e che Dio, il Distributore dei
Mondi, lo teneva presso di sé, nella galassia primordiale.
Gli uomini che entravano vivi nel Sid, pur restando uomini, cambiavano stato e
condizione. Il ritorno all‘umanità era loro proibito. Il principe Bran, partito in cerca
dell‘Isola dagli Alberi d‘Argento, dopo tutte le prove cui è stato sottoposto, dopo tutti
i compagni che ha perduto, vaga ancora sul mare, regno di Manannàn MacLir. Crede
di essere in navigazione da pochi mesi, mentre sono passati millenni. Si racconta che
una volta, essendo la sua nave giunta in vista di Londonderry, un suo marinaio, uno
dei pochi rimasti, ha ceduto alla tentazione di sbarcare, si è tuffato e ha nuotato sino a
terra. Ma appena ha posato i piedi sulla riva, si è trasformato di colpo in un
mucchietto di cenere.
Molti nomi designano il Sid, e vale la pena di ricordarli, per sottolineare la
leggerezza e l‘incanto con cui i Celti pensavano ai confini tra vita e morte, tra realtà
naturale e Aldilà. I nomi sono: Mag Mel, Terra del piacere, Mag Mor, la grande
pianura, Tir na mBéo, Terra dei viventi, Tir na mBàm, Terra delle donne, Tir na nOg,
Terra dei giovani o Terra dell‘eterna giovinezza, Tir Tairngire, Terra promessa.
Per i Celti, gli elementi che costituiscono l‘universo sono cinque. I bardi gallesi li
chiamavano: Kalas (in bretone Kaleter), la materia dura, la terra; Gwyar (Tamder), la
materia umida, l‘acqua; Fun (Aezender), la materia gassosa, l‘aria; Uvel (Tander), la
materia ignea, il fuoco; e infine Nwyvre (Nenvder), la materia celeste, l‘etere. Su
questo quinto elemento dobbiamo soffermarci. Nwyvre per i bardi gallesi, e per i
sapienti celtici in qualunque altro modo lo designassero, è il principio creatore, la
Luce incorporea, da cui derivano la vita, il movimento, lo spirito. Nwyvre è più
piccolo della cosa più piccola e più grande della cosa più grande: la sua sottigliezza,
che significa penetrabilità e infinita capacità di espansione, è la sua potenza.
Nell‘interpretazione di Edouard Schuré, è il «mare spiritico», il fluido cosmico
originario, la luce astrale o Anima del Mondo.
Ora, secondo l‘antico sapere dei Druidi, per raffigurare l‘esistenza dell‘universo si
deve disegnare un cono con il vertice in basso, e immaginare tre cerchi al suo interno.
Il primo in alto, che è anche il più grande, è quello di Keugant: il cerchio che Dio
riserva a se stesso, impenetrabile per ogni creatura. Il secondo è quello di Gwenved: è
il cerchio delle anime luminose e della felicità, attinto da chi ha vinto la propria
battaglia contro il principio del male e quello della dissoluzione; lì, nel cerchio di
Gwenved, le anime ritrovano la memoria delle precedenti incarnazioni e la pace.
Infine il terzo cerchio è quello di Abred: quello traversato dall‘uomo, che vi vive la
sua esperienza. Abred è diviso a sua volta in tre cerchi; il cerchio più basso e più
piccolo è Announ, dove la vita fermenta soltanto come pura possibilità in un oscuro
desiderio di germinazione; poi incontriamo il cerchio di Gobren, infine quello di
Kenmil. In questi due l‘uomo sale dalla profondità vicina al nulla assoluto (Announ)
attraversando l‘animalità sino alla coscienza del proprio essere individuo, sino alla
conquista della personalità, grazie alla quale compie le sue prove, incontrando le tre
calamità, «Necessità, Oblio, Morte», e sottoponendosi ai tre doveri, «Soffrire,
Rinnovarsi e Scegliere». Arrivato al punto più alto di Abred, se ha davvero vinto la
lotta contro il male e la distruzione, sale in Gwenved. Secondo il sapere druidico, che
procede per triadi, tre cose sono state create simultaneamente, l‘Uomo, la Luce e la
Libertà. Dunque l‘uomo deve usare della libertà e della propria capacità di scegliere
per riconquistare la luce, che è la sua condizione originaria, non essendo le anime
umane nient‘altro che una pioggia di scintille emanate dal corpo divino. L‘universo
finirà quando il Quinto Elemento, Nwyvre, dopo migliaia di migliaia di millenni, avrà
trasmesso attraverso il calore tutta la sua attività alla materia di cui è origine
spirituale. Allora tutta la vita cosciente si alzerà a un grado più elevato di quello che
conosciamo; l‘apocalisse sarà la fine del cerchio di Abred, quello umano, della
coscienza personale e delle prove, sarà la spiritualizzazione definitiva della materia e
l‘inizio del regno di Gwenved, quello delle anime luminose e felici.
Se il pensiero druidico insiste così poco sul destino di distruzione del tutto, nel
folklore bretone si parla di catastrofi immani che causarono la fine di diverse città,
ora posate sul fondo del mare. Delle città sommerse i cui nomi vengono ricordati,
Lexobie, Tolente, Occismor e Is, quest‘ultima è la più famosa, la più ricorrente in
tanti racconti e poesie, anche ai nostri giorni. Is fu inghiottita dalle onde in un‘epoca
imprecisata, alcuni dicono prima della partenza dei Greci per Troia, altri quando i
Druidi furono scacciati e la loro religione venne perseguitata e proibita. In Bretagna
si racconta che Is era una città fondata dai Fenici, ricca di palazzi e di piazze, con un
porto dove attraccavano navi provenienti dalle terre più lontane, con botteghe dove si
vendevano gioielli multiformi e preziosi. Col passare dei millenni, il terreno su cui
posavano le fondamenta della città si era abbassato di qualche metro, tanto che fu
necessario costruire una diga gigantesca per chiudere il bacino del porto all‘arrivo
dell‘alta marea, che avrebbe altrimenti invaso le vie e le case della città. Ciò avvenne
ai tempi di Gradlon il Grande, primo re di Is convertito al cristianesimo. Per i lavori,
occorsero più muratori che per alzare la piramide di Cheope o il Colosso di Rodi.
Alla fine, una diga più robusta dei piloni di Karnak e delle mura di Tirinto protesse la
città. La sua chiave d‘oro venne consegnata al re in persona; tanta era la sua
importanza che il re decise di portarla legata al collo con una catenella, d‘oro
anch‘essa.
Gradlon, durante una sua spedizione militare sino alle coste della Norvegia, aveva
incontrato ai piedi di un castello incantato la fata Malgven, aveva superato dure prove
per conquistarla, e infine l‘aveva amata. Dalla loro unione era nata una bambina che
Gradlon, rimasto senza flotta, riportò con sé a Is in groppa a Morvarc‘h, il Cavallo
del Mare, che era capace di galoppare sulle pianure come sulla distesa delle onde. La
bambina, chiamata Dahut, era cresciuta bella e selvaggia, e ormai era una giovinetta
dai modi liberi, dai costumi sfrenati. Mentre suo padre aveva abiurato il cristianesimo
ma poi vi era tornato grazie alle esortazioni del santo eremita Corentino e ai suoi
miracoli, Dahut non aveva mai abbandonato la fede della madre, la fata Malgven, non
si era mai vista sotto la volta di una chiesa, né le sue labbra avevano mai mormorato
una preghiera. Dahut adorava ancora il sole e la luna, tutti gli dèi sconfitti e cacciati
dalla Bretagna, Iside che era venuta dal lontano Oriente, Lug, Esus, Taranis, Teutates,
il cui culto in Bretagna era antico di millenni, e mostrava di credere alla presenza dei
Korrigan, i folletti che si nascondevano all‘interno delle colline, nei tronchi degli
alberi, nelle profondità dei laghi. Né san Corentino né san Gwennolé, divenuto
consigliere e confessore del re suo padre, riuscirono a portarla sulla via del Signore.
Anzi, era lei che con il suo contegno spavaldo, la sua bellezza sfolgorante, la sua
licenza, la sua voglia di musica, di danze e di amori contagiava i giovani della città,
faceva sì che la seguissero per la strada che aveva imboccato. Diceva una canzone:
Petra ‘zo nevez e Ker Is
Ma ‘z eo ker foll ar yaouankiz
Ha ma klevan son ar binioù
Ar vombard hag an telennoù?
Che c‘è di nuovo nella città di Is
che la gioventù è così folle
e che io sento musica di cornamuse
di oboi e di arpe?
Un giorno, da una delle tante navi che arrivavano al porto di Is scese un giovane
Principe senza Nome, che fu accolto alla corte di Gradlon. Mentre sedeva a banchetto
i suoi occhi incontrarono quelli della principessa Dahut. Il cuore di lei si infiammò
subito. Il suo corpo fu percorso da un brivido mai sentito prima, le sue guance
divennero più rosse di una melagrana, una strana mescolanza di sensazioni, un
desiderio agitato di muoversi, un languore che la spossava e la faceva quasi svenire,
si impossessò di lei. Nei giorni seguenti, non pensò più che al Principe senza Nome,
provando una smania sempre più forte di incontrarlo di nuovo e di amarlo. Quando
finalmente lo rivide, ricevette da lui, che era alto, snello, diritto, con occhi di un nero
che ardeva, una strana, ben strana richiesta. Come pegno d‘amore, il Principe senza
Nome voleva da lei la chiave d‘oro della diga che suo padre Gradlon portava
perennemente legata
al collo. Dahut non ci pensò due volte. Era notte, la luna coperta da nuvole che
andavano e venivano minacciose sotto i colpi del vento. Sapeva a che cosa serviva
quella chiave. Avrebbe dovuto anche sapere che un‘alta marea e una tempesta erano
in arrivo. Ma non esitò. Rubò al padre immerso nel sonno la chiave, la consegnò
raggiante al Principe senza Nome, al suo amore.
Costui, appena ebbe la chiave d‘oro tra le sue mani, scoppiò in una risata più forte
di un tuono. Era quello che voleva. Corse alla diga, ne spalancò le porte proprio nel
momento in cui le prime onde dell‘alta marea stavano per infrangersi contro di essa.
Era un‘alta marea di quelle che vengono in Bretagna, quando il mare si riprende tutto
e la costa cambia connotati; anche la tempesta che si scatenò subito dopo era di quelle
che agli equinozi, in Bretagna, provocano immensi danni e rovine. Attraverso la diga
aperta, le onde passarono ad assalire la città, le case più fragili cedettero sotto l‘urto, i
palazzi ben muniti e le chiese resistettero, ma si videro lentamente circondati da
acqua, spuma, alghe; la pioggia scrosciante, a vortici per il vento, si confondeva con i
marosi che continuavano a investire e sommergere tutto. Presto non ci sarebbe stato
altro che acqua, dove c‘era una città intera e tutta la sua popolazione.
Il re Gradlon salì in groppa al suo magico Morvarc‘h, il Cavallo del Mare, capace
di galoppare senza impaccio sulla superficie delle acque. Con sé in groppa aveva
preso la figlia Dahut e il suo consigliere e confessore, san Gwennolé. Quest‘ultimo
sapeva la verità. Né le onde di marea né la tempesta sarebbero cessate sinché Dahut,
la colpevole, non fosse stata
consegnata alla sua punizione. Intimò al re di scaraventarla giù dalla groppa del
cavallo, ma il re esitò; era sua figlia, era la figlia della fata Malgven, il suo amore;
allora fu lo stesso san Gwennolé ad afferrarla per un braccio e a consegnarla alla furia
delle onde. Ormai nessun palazzo, neppure quello reale, nessuna chiesa, neppure
quella dove san Gwennolé pregava, emergevano più dalla superficie delle acque, né
una torre, né un campanile. Tutto taceva sott‘acqua.
Dahut, dicono, è diventata una sirena: quando pescatori e marinai bretoni sentono
un canto sottocosta è ancora lei, che racconta del suo amore perduto, del tradimento,
della sua città ormai tutta incrostata di molluschi e alghe sotto le onde. Risorgerà un
giorno Is? Un proverbio bretone dalla sostanza ambiguamente apocalittica lo afferma:
Pa veuzo Pariz E tiveuzo Ker Is.
Quando Parigi sarà sommersa riemergerà la città di Is.
Che re Artù non sia morto, e che tornerà alla fine dei tempi, è un tema caro al folklore
celtico. La geografia arturiana ha per gli studiosi confini incerti: per alcuni le
principali vicende del re della Tavola Rotonda si svolgono in Scozia o in Galles, per
altri in Britannia, per altri ancora nella Britannia Armoricana, cioè nell‘attuale
Bretagna. Ma su due luoghi il mito e il folklore non hanno incertezze: quello della
nascita di Artù e quello della battaglia dove fu ferito, dopo la quale il suo regno finì.
Si trovano entrambi in Cornovaglia. A Tintagel Artù nasce concepito dall‘incontro tra
Uter Pendragon e Ygerna, moglie legittima di Gorlois signore del castello di Tintagel:
un incontro reso possibile da Merlino che con un incantesimo fa assumere a Uter,
follemente innamorato, le sembianze di Gorlois. Allevato in fasce da Merlino, che
abitava la vasta grotta buia ai piedi del castello, lambita dalle onde dell‘alta marea,
Artù fu poi affidato a un signore amico del re, Seven, che lo crebbe insieme al figlio
Keu. Soltanto al compimento del sedicesimo anno, la notte di Natale, Artù conobbe la
sua vera identità, quando riuscì a compiere un‘impresa nella quale avevano fallito
oltre cinquanta cavalieri: estrarre da un masso comparso sulla piazza della cattedrale
quella notte, propizia alla magia tipica del solstizio d‘inverno, la spada Kaledvoulc‘h
(«che incide duro», in bretone), quella che poi francesi e inglesi, chissà perché,
avrebbero chiamato Excalibur. Merlino gli rivela che non è figlio di Seven e fratello
di Keu, ma l‘erede di Uter Pendragon, e l‘impresa che ha compiuto gli vale la corona:
Artù è re dei Bretoni.
Le sue imprese furono innumerevoli e tutte gloriose: sostenne la libertà dei popoli
celtici contro i Sassoni, riconquistò la Gallia e una parte delle terre dei Franchi, fece
una spedizione in Irlanda per impossessarsi del calderone magico di Diwrnach il
Gaelico, detto anche il Graal, un bacino che moltiplicava il cibo, sia pure soltanto per
i valorosi, e poteva restituire la vita – la vita, si diceva, ma non la parola — ai
guerrieri uccisi che vi fossero gettati dentro. Portò aiuto al re Gogvran Gaor e ne
sposò la figlia
Guenièvre («il bianco fantasma») che lo aveva accolto togliendogli l‘armatura,
lavandogli le mani e il collo e tergendogli il sudore con una salvietta ricamata.
Su consiglio di Merlino fece costruire la Tavola Rotonda, dove sedettero i cavalieri
migliori del suo popolo e del suo tempo: Kar‘, Bedwyr, Gauvain, Owein, Perceval,
Erec, Girflet, Lancelot, Bohors, Galaad, Yder, Galehault.
Quando molti fili della sua barba sono bianchi, Artù si rende conto che da molto
non compie imprese guerriere, teme che i prodi di cui si circonda possano cominciare
a sorridere di lui, a considerarlo un vecchio avviato verso il declino. Allora convoca i
suoi guerrieri e annuncia loro una spedizione come non ne avevano mai compiute: in
un luogo più lontano della Gallia e delle terre dei Franchi, sulla strada del Sud e del
sole, quella che prima di lui aveva percorso Brenno quando portò un‘armata celtica a
Delfi, e un altro Brenno quando arrivò a mettere a sacco la capitale del mondo,
Roma. A Roma; lì sarebbe arrivato Artù, e non per un‘incursione ma per una
conquista stabile, per sottomettere coloro che avevano sottomesso il mondo intero.
Affida il regno a Mordred – suo nipote, possente signore del Paese di Vetro, dove non
c‘è mai inverno né estate – perché lo governi durante la sua assenza. E mette insieme
un‘armata a cui si aggiungono guerrieri irlandesi, danesi, islandesi e norvegesi.
Quando a Roma giunge la notizia che l‘ esercito di Artù sta attraversando
vittorioso l‘Italia, l‘imperatore decide di andare a fronteggiarlo con le sue legioni. Il
combattimento dura tre giorni, e di cento cavalieri della Tavola Rotonda ne restano
vivi soltanto dieci. Ma alla fine i Romani sono costretti a battere in ritirata e ad
asserragliarsi dentro le mura della città. Artù si prepara a un lungo assedio, è convinto
che Roma capitolerà, si sente ormai vicino al compimento del suo sogno. Ma quando
i Romani cominciano a mostrare segni di difficoltà, arrivano al campo di Artù tre
messaggeri. E portano notizie cattive. Mordred ha tradito, ha calpestato le regole
dell‘onore e della fedeltà: ha rapito la regina Guenièvre, l‘ha portata nel Paese di
Vetro per sposarla, e si è proclamato re di Bretagna.
Artù è costretto a levare l‘assedio e a tornare in patria a marce forzate. Mordred il
traditore si è alleato con i Sassoni, i peggiori nemici di Artù e del suo popolo. Ha così
a sua disposizione un esercito di cinquantamila uomini schierato sulla costa ad
attendere la flotta di Artù. Lo sbarco avviene sotto una pioggia di frecce, pietre,
giavellotti. La schiuma del mare che va e viene sulla battigia è rossa di sangue. Ma i
guerrieri di Artù che riescono a mettere piede a terra sono così pieni di rabbia che
moltiplicano le proprie energie, rompono le file dei nemici, e fanno strage dei
Sassoni. Mordred cerca la salvezza nella fuga, ma Artù si getta a inseguirlo, e
continua senza dargli un attimo di tregua.
La battaglia decisiva avviene a Camlann, in Cornovaglia, poco distante dallo
sperone roccioso del castello di Tintagel, dove Artù è nato e ai cui piedi, nella grotta
nera lambita dall‘alta marea, Merlino lo ha allevato nei suoi primi giorni di vita. Artù
è tornato alle origini, a respirare quell‘aria di mare e a sentire il grido congiunto,
imperversante dei corvi e
dei gabbiani, e considera un segno quel ritorno. Merlino non lo aiuta più. E ora lo
aspetta la prova finale.
Quella di Camlann fu la più sanguinosa delle battaglie. Si dice che i caduti furono
centomila. Di tutti i cavalieri della Tavola Rotonda ne sopravvissero soltanto tre,
Morvran ab Tegit, che era così brutto che tutti lo credevano un diavolo, Ganddev
Bryd Angel, che era così bello che tutti lo credevano un angelo, e Glewlwyd
Gavaelvawr la cui forza e statura erano tali che tutti scappavano davanti a lui. Artù
colpisce Mordred con la lancia al petto, e si racconta che un raggio di sole fu visto
trapassare il traditore da parte a parte lungo la ferita aperta dalla lancia, segno della
collera divina. Ma Mordred ha il tempo, cadendo, di infliggere ad Artù una grave
ferita al fianco. Il re si accascia, il sangue, il dolore, la fatica, la vista della strage lo
hanno stremato. Hywydd e Henwas, i suoi servitori, gli si precipitano accanto, lo
portano fuori dal campo di battaglia. Lo adagiano in una cappella in vista
dell‘Oceano, dove Artù comincia a pronunciare le sue preghiere, senza un lamento,
come un valoroso che sta per morire. Al mattino dopo, i due servitori lo credono
morto, e scoppiano in singhiozzi. In uno slancio di tenerezza, Artù si solleva allora ad
abbracciare Hywydd, ma l‘abbraccio è così stretto, così rigido il braccio di lui, che
Hywydd si sente soffocare, e il petto gli si spezza, e muore. Lutto si aggiunge a lutto.
Artù piange amaramente e a lungo il suo servitore fedele; poi chiede a Henwas di
sostenerlo e di portarlo fuori, sulla riva del mare, proprio dove arrivano le onde con la
loro schiuma. Camminano lenti, Artù zoppica, il fianco insanguinato gli procura un
dolore terribile, vedono uno scoglio scuro, vi salgono.
Artù estrae dal fodero la spada Kaledvoulc‘h, la alza diritta contro il cielo, la saluta
con parole grate, commosse. Il cuore del vecchio re è pieno di tristezza. Quella spada
era il simbolo del suo potere stesso, era la compagna di tante imprese vittoriose.
Chiede a Henwas di gettarla tra le onde, lui non troverebbe la forza. La lama è così
sfolgorante che Henwas deve chiudere gli occhi.
Nel momento in cui la spada tocca la superficie dell‘acqua, un braccio emerge e la
afferra al volo, la brandisce tre volte e poi si inabissa portandola con sé.
Ora Artù congeda Henwas. Ha capito che sta per partire verso un luogo dove né il
suo servitore né chiunque altro potrà seguirlo. Henwas si allontana a capo chino. Poi
si volta, verso il suo re, verso il mare. E dal mare vede arrivare un veliero tutto bianco
come se fosse fatto di neve, che solca le onde silenzioso e veloce; a prua una figura di
donna, Morgana, la fata, la sorella di Artù. Morgana scende sullo scoglio, sfiora il
fianco di Artù con una mano, e il sangue cessa di colare, il dolore scompare, il re ora
cammina come se non fosse stato ferito. Merlino non l‘ha abbandonato. Non poteva
abbandonare il suo pupillo, colui che aveva fatto nascere, sia pure con un incantesimo
ingannatore, e crescere perché fosse re. Morgana e Artù vanno insieme al veliero
tutto bianco, sciolgono gli ormeggi, e il veliero parte rapido alla volta dell‘orizzonte,
che a guardarlo sembra un enorme, leggero uccello marino. Morgana porta Artù
all‘isola di Avalon, in un palazzo di cristallo e d‘oro, dove il re vive ancora.
In terra celtica, alcuni giurerebbero ancor oggi che Artù non è morto e che ritornerà
tra noi. Ricordo sempre con un brivido la sorpresa di George Ansell, Gran Bardo di
Cornovaglia e militante del Mebyon Kernow (il partito indipendentista dei Figli di
Cornovaglia) quando mi rivolsi a lui, incontrandolo alla stazione ferroviaria di
Bodmin, con le parole chiave, le parole rituali, in cornico, di tutti coloro che credono
nel miracolo del ritorno di Artù: «Nynsyn Marow Myghtern Arthur», «Re Artù non è
morto». Anche in Bretagna lo aspettano, dicono che un giorno riapparirà e riunirà i
Bretoni, i Gallesi, gli Irlandesi, gli Scozzesi, gli abitanti della Cornovaglia e dell‘isola
di Man, e ristabilirà le antiche, offese libertà celtiche. Nessuno sa quando. Ma
qualcuno comincia a dire che i tempi sono vicini.
Per altri Artù, mai morto, vissuto sinora ad Avalon e ricomparso sulle sue terre
soltanto sotto le forme di un corvo – nelle campagne della Cornovaglia i contadini si
levano ancora il cappello al passaggio d‘un corvo, potrebbe essere il loro re -, Artù
tornerà alla fine dei tempi. Toccherà a lui guidare le forze dello spirito e della luce
nell‘ultima, decisiva battaglia. Non c‘è da stupirsi, se si pensa che è lui il fondatore
della Tavola Rotonda, il creatore della Cavalleria Terrena — che raccoglie l‘eredità
di quella Celeste di Giuseppe d‘Arimatea -, il pupillo di Merlino, il più grande
esperto di magia bianca della storia, il re dalla cui corte è partita la ricerca del Graal.
Quando si scateneranno Gog e Magog, Artù, figlio di Uter Pendragon e di Ygerna di
Cornovaglia avrà i pieni poteri per arrestarli e sconfiggerli.
Le orde di Gog e Magog avranno a capo Fir Doirche, il Druida Nero, il signore
della magia nera, l‘Anticristo. Contro di lui Artù e le sue legioni – certi dicono che ne
faranno parte Federico Barbarossa, san Luigi di Francia, il Dodicesimo Imam dei
musulmani sciiti – combatteranno e vinceranno l‘ultima battaglia. Ancora una volta,
come nell‘Irlanda di san Patrizio, sul mito celtico di Artù si innesta il patrimonio
spirituale cristiano, in cui, a partire dallo scritto di Giovanni, il concetto di apocalisse
trova la sua definizione più celebre ed emblematica.
«Re Artù non è morto.» Lui e il suo mago-sciamano Merlino aspettano da qualche
parte per tornare ad aiutare chi lotterà per la luce contro le tenebre. Poi il cerchio di
Abred, dove l‘uomo da millenni compie le sue esperienze, si chiuderà. E tutto sarà
Gwenved, il regno delle anime irradianti, bianche come cigni, della eterna giovinezza
e della gioia.

EBREI E CRISTIANI
«È CADUTA LA GRANDE BABILONIA»
SIA GLI EBREI SIA I CRISTIANI dividono il tempo in due eoni: quello presente
e quello a venire. Per gli Ebrei, quello che conta è l‘avvenire: lì è il centro di tutto, la
venuta dei «giorni del Messia». La nozione fondamentale per tutta la tradizione
ebraica, ci dice Raphael Cohen, è quella del tikkun. Tikkun è termine che suggerisce
l‘idea di riparazione, di aggiustamento di qualcosa che è danneggiato. Tutto ciò che
un uomo compie, lo compie per fare un tikkun, riparare qualcosa, migliorare il
mondo, reagire alla caduta di Adamo. Ci sono nella tradizione ebraica 613 tikkunim,
miglioramenti, aggiustamenti da apportare al mondo. Quando il mondo sarà
sufficientemente migliorato, reso vivibile, abitabile per Dio stesso, che vorrà di
nuovo considerare la terra un giardino e passeggiarvi con l‘uomo, allora l‘umanità
avrà raggiunto la sua meta, e questa meta, questo approdo si chiama «era messianica»
o «giorni del Messia», che gli Ebrei aspettano da millenni.
L‘importante è proprio aspettare, propiziare. Un antico enigmatico detto ebraico
recita: «Il Messia non è venuto, non sta venendo e non verrà. Però bisogna andargli
incontro». E vi sono letture midrashiche, cioè invenzioni letterarie scaturite da un
approfondimento dei testi sacri, che parlano di predecessori del Messia vero e
proprio, quello che uscirà dalla stirpe di Davide; questi predecessori apparterranno
alla stirpe di Giuseppe figlio di Giacobbe o a quella di Aronne fratello di Mosè,
quando non saranno il profeta Elia o Mosè stesso.
Per i cristiani, il centro è già stato attinto, è Cristo. Il mondo è già stato redento in
Lui. Noi non possiamo propiziare l‘arrivo di un‘era messianica per il semplice fatto
che viviamo un‘era messianica; e non ci saranno predecessori, soltanto segni. Il
tempo presente è già tempo della fine, in attesa del Secondo Avvento.
Il manoscritto scoperto a Qumran – una località sulla sponda nord-occidentale del
Mar Morto, dove il deserto si corruga in una straordinaria barriera di rocce tutte
bucate da innumerevoli grotte – e noto come La Guerra dei figli della luce e dei figli
delle tenebre propone una visione apocalittica maturata all‘interno della comunità
degli Esseni, una setta ebraica dai riti segreti che aveva il proprio centro a Qumran,
nata nel II secolo avanti Cristo e sciolta dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70
dopo Cristo. Nell‘escatologia degli Esseni ricompare l‘idea tribale del «popolo
eletto»: la prima azione dei figli della luce sarà quella di tornare dal deserto e
accamparsi vicino a Gerusalemme per conquistarla spodestando i sacerdoti della
Sinagoga ufficiale; poi la battaglia sarà contro i Kittim, i Romani detentori del potere
nel mondo. L‘apocalisse essena può apparire dunque una sorta di piano di conquista
del mondo, dove il Messia è più che un Redentore un Dominatore; e secondo alcuni
rappresenta l‘anello di congiunzione tra il pensiero escatologico ebraico e
l‘Apocalisse di Giovanni. Ma secondo gli studiosi è facile anche leggere
nell‘apocalisse essena, sin dalla contrapposizione tra i figli della luce e quelli delle
tenebre, l‘influenza dell‘etica dualistica zoroastriana: alla fine dei tempi si combatterà
una guerra santa di trentacinque anni con l‘intervallo di un anno di riposo ogni sette,
e allora i figli della luce abbatteranno i figli delle tenebre e trionferanno. E un
problema aperto (e lo afferma chi come il cardinale Daniélou non fu solo un illustre
uomo di studi ma anche un‘autorità della Chiesa cattolica): che rapporto c‘è tra il
pensiero iranico e quello ebraico-cristiano? La fine dei tempi come la concepisce
Zoroastro quanto influì sull‘escatologia ebraica rabbinica, su quella degli Esseni e
sull‘Apocalisse di Giovanni?
L‘atteggiamento verso il tempo è una delle opzioni decisive della nostra vita: dove e
in che tempo noi collochiamo il nostro Paradiso? Se per noi il Paradiso è l‘innocenza
perduta dell‘infanzia e del mondo, quella che ci racconta il mito, se cerchiamo di
riprodurre il Paradiso nel presente, di riscoprirlo nello splendore del divenire, del
cosmo, noi aderiamo a una logica, a uno spirito greco, pagano. L‘eroe pagano per
eccellenza, Ulisse, compie un lunghissimo periplo avventuroso per arrivare a Itaca, al
punto di partenza. Giusto il contrario di Abramo, che parte da Ur, in Caldea, certo che
non la rivedrà mai più, che non la rimpiangerà, e va verso l‘ignoto: un padre della
Chiesa aggiunge che Abramo capisce che la sua strada è buona proprio perché non sa
dove porta. Per Abramo il Paradiso era da conquistare. Se per noi il Paradiso è futuro,
quello verso cui procediamo, faticosamente, con il senso di una conquista adulta,
responsabile, allora aderiamo alla logica, allo spirito ebraico-cristiano.
Apocalisse, termine greco che il latino traduce con revelatio, «rivelazione», o
meglio ancora «svelamento», vuol dire appunto innanzi tutto «togliere un velo»:
togliere il velo al cosmo sacro, allo spazio sacro e al tempo sacro; profezia della fine
e dell‘inizio, in cui i tempi storici si chiudono e si apre il tempo infinito dell‘eternità.
Qualunque sia stata su di essa l‘influenza iranica, sia stato Mosè o Zoroastro
l‘inventore del tempo «lineare» contrapposto a quello «ciclico», è la cultura ebraico-
cristiana, con il suo sviluppo decisivo per la storia del pianeta intero, che si è presa
l‘incarico di inoculare negli uomini l‘idea che quello che conta è il punto d‘arrivo
futuro, non il presente; il riscatto dal male, dalla sofferenza e dalla tenebra, non il
piacere e la gioia; la speranza di eternità, non la bellezza del divenire; l‘idea che si
corre come su una strada rettilinea da un inizio verso una fine ineluttabile, da Adamo,
figlio della terra, al Messia degli Ebrei o al Secondo Avvento di Cristo, figlio di Dio.
Il luminoso mondo greco, lo sguardo greco sugli dèi, sulla natura, sulla morte, sul
cosmo, viene ribaltato, demonizzato. E Gerusalemme prevale su Atene. Il senso della
fine dei tempi come «svelamento» definitivo della verità delle cose, giudizio che
divide i buoni dai malvagi, inizio di un‘irrevocabile eternità, può essere oggi vissuto
come un frutto peculiare del monoteismo ebraico-cristiano e poi islamico.
Nella Bibbia il tema della distruzione dell‘umanità compare all‘inizio e alla fine,
nella Genesi, che la tradizione ebraica attribuisce a Mosè, e nell‘Apocalisse di
Giovanni. Ma che differenza tra le due concezioni, le due visioni che ne risultano.
Abbagliante, oscura, complessa, sovraccarica di simboli e metafore l‘opera di
Giovanni. Un‘opera nutrita di immaginazione visionaria e di filosofia, frutto di
un‘epoca fosca di transizione, e di vastissima cultura. Mentre il racconto del Diluvio
e dell‘arca di Noè ha una sua chiarezza sintetica, tra l‘epico e il fiabesco, tra il
leggendario e il magico, con tutta la freschezza innocente e insieme la ritualità
solenne delle voci che ci parlano dalle origini.
Dunque, gli uomini si sono moltiplicati, secondo l‘esortazione di Dio. Sono nate
loro delle figlie, e i figli di Dio, discendenti di Set, vedendo che erano belle,
cominciano a desiderare le figlie degli uomini, discendenti di Caino, e cominciano a
prendere tra esse quelle che a loro piacciono di più. Il piacere della carne ha il
sopravvento. Dio non ne è contento, e dice: «Il mio spirito non rimarrà sempre
nell‘uomo, perché è carne: i suoi giorni sono contati, 120 anni».
La scelta e l‘indicazione di un periodo di tempo così preciso lascia perplesso il
lettore. Ma tutte le pagine precedenti sono già piene di cronologie così dettagliate,
che possiamo individuare in quale anno dalla creazione di Adamo Dio disse tra sé
quelle parole: correva l‘anno 1536 dall‘inizio dell‘umanità. Basta qualche calcolo:
Adamo genera Set a 130 anni; Set a sua volta genera Enos a 105 anni; Enos genera
Cainan a 90; Cainan genera Malaleel a 70; Malaleel genera Jared a 65; Jared genera
Enoc a 162; Enoc genera Matusalemme a 65; Matusalemme genera Lamec a 187, e
infine Lamec genera Noè quando ha 182 anni. Noè raggiunge i 500 anni prima di
avere Sem, Cam e Jafet, e ne compie 600 quando Dio decide il Diluvio.
Dio vede la malvagità, la carnalità degli uomini e si pente di averli creati. Soltanto
uno tra loro, Noè, il cui nome significa «consolazione», trova grazia ai suoi occhi.
Così Dio gli rivela i suoi piani di distruzione e gli consiglia di costruire un‘arca di
legno resinoso, tutta a celle, ben spalmata di pece dentro e fuori, che possa resistere a
tutte le intemperie. Nell‘arca Noè entrerà con i figli e la moglie e le mogli dei suoi
figli, e prenderà con sé una coppia di tutti gli animali che hanno vita, per conservarli
in vita. La prima goccia del Diluvio scende il 17 del secondo mese dell‘anno 600 da
quando è nato Noè, e 1656 da quando è nato Adamo (1656: ricordiamoci di questa
data). Tutti i mari si sollevano e irrompono sulla terra: si aprono le cateratte del cielo.
Piove per quaranta giorni e quaranta notti. Le acque crescono e sollevano l‘arca dove
intanto Noè si è chiuso portando con sé tutti coloro, uomini e animali, che Dio gli ha
comandato di portare. L‘arca, ben costruita e impeciata, galleggia sulle acque che
continuano a salire. Ormai anche le montagne sono sommerse. E ogni creatura che si
muove sulla terra, uccelli, animali domestici, animali feroci, rettili, uomini, tutto
muore. Tutto quello che è sulla terraferma e dalle cui narici esce alito vitale muore.
Le acque rimangono alte sopra la terra per 150 giorni.
Quando Dio si ricorda di Noè e della sua arca, manda un vento che scaccia le
nuvole e fa cessare la pioggia. L‘abisso del mare e le cateratte del cielo si chiudono.
Le acque cominciano a ritirarsi. Al diciassette del settimo mese l‘arca si incaglia sulle
montagne dell‘Ararat, e lì rimane sino al decimo mese in attesa che le acque calino
del tutto. Il primo giorno del decimo mese le vette delle montagne sono tutte visibili.
Noè aspetta altri 40 giorni, e manda fuori dall‘arca un corvo, che continua a volare lì
intorno, andando e tornando. Poi è la volta della colomba, che al primo volo ritorna
all‘arca senza aver trovato terra su cui posarsi, al secondo riporta nel becco una foglia
d‘ulivo, segno per Noè che le acque si sono ritirate completamente, al terzo non
rientra neppure più nell‘arca, segno definitivo che la vita ha ripreso il suo corso.
Siamo ormai all‘inizio dell‘anno 601 della vita del patriarca, le acque si sono
prosciugate, e l‘arca viene scoperchiata. Obbediente all‘ordine di Dio, Noè esce
dall‘arca con la moglie, i figli e le mogli dei suoi figli e con tutti gli animali che ha
portato con sé. Per prima cosa alza un altare e celebra un sacrificio. Dio sente il
profumo fragrante che si leva su dall‘altare e in cuor suo promette che non maledirà
più la terra e non colpirà più ogni cosa vivente, e che sinché la terra durerà, l‘ordine
in cui si susseguono la semina e il raccolto, il freddo e il caldo, l‘estate e l‘inverno, il
giorno e la notte mai più sarà sconvolto. Poi si rivolge a Noè, nuovo capostipite
dell‘umanità, e gli rinnova le benedizioni già impartite ad Adamo: gli conferisce il
potere su tutti gli animali della terra e del cielo, che diventeranno cibo degli uomini
come già lo era l‘erba. Noè e i suoi discendenti saranno carnivori, ma non potranno
mangiare carne che abbia ancora vita, cioè che contenga ancora il suo sangue. E del
sangue di ciascun uomo Dio chiederà conto, e chiunque spargerà sangue avrà sparso
il suo sangue. Infine invita Noè e i suoi figli a essere fecondi, a moltiplicarsi, a
riempire la terra e a dominarla.
Poi Dio fa spuntare un arcobaleno sulle nubi. Ogni volta che le nubi si
accumuleranno in cielo e verrà una tempesta, l‘arcobaleno sarà lì a ricordare a Dio la
sua promessa, il suo patto con gli uomini che mai più un Diluvio sconvolgerà la terra
e cancellerà la vita.
Il lettore ricorderà il numero di anni di cui consta per gli Indù il Kaliyuga, l‘eone
che stiamo attraversando: 432.000 anni. E che l‘intero ciclo di yuga, detto mahayuga,
dura 4.320.000 anni. E che un kalpa, un giorno di Brahma, constando di 1000
mahayuga, ne dura 4.320.000.000. Questo numero, nei suoi multipli e sottomultipli,
ritorna spesso in ogni vicenda di sconvolgimento cosmico. Joseph Campbell lo
ritrova nel racconto germanico del ragna-rokr. Il Walhalla, il castello dei guerrieri di
Odino, ha 540 porte. E nel «giorno del lupo», quando i mostri guidati da Fenrir
attaccheranno gli dèi per distruggerli, si racconta che da ogni porta usciranno per
affrontare la battaglia finale 800 guerrieri. Se si moltiplica 540 per 800, si ottiene
ancora 432.000. E Berosso, sacerdote e profeta caldeo, sostiene che tra la fondazione
della prima città del mondo, Kash, e il Diluvio babilonese, quello da cui si salva
Utnapishtim con sua moglie, passano 432.000 anni. Ho raccomandato al lettore di
tenere a mente il numero 1656, l‘anno in cui inizia il Diluvio nella Genesi:
l‘assirologo ebreo del secolo scorso Julius Oppert calcolò che in 1656 anni ci sono
86.400 settimane. E dividendo per due 86.400 si ottiene 43.200. Dunque, secondo
Joseph Campbell, si possono avere due visioni del Diluvio biblico. La prima è quella
tipica del racconto tribale e popolare del Dio adirato con gli uomini che li punisce
facendo aprire le cateratte del cielo. La seconda è suggerita dal numero che si ottiene
secondo i calcoli di Julius Oppert: il racconto biblico nasconde con molta sottigliezza
e cura un riferimento alla cultura, alla cronologia e alla matematica dei gentili, dei
Sumeri e dei Babilonesi, e attraverso di essi degli Indù, che ci parlano di cicli del
tempo che eternamente ritornano e in cui interi universi e popolazioni nascono, si
sviluppano e durano per una stagione di 43.200 (o 432.000, o 4.320.000) anni per poi
dissolversi nel mare del cosmo, restarvi eguale tempo e rinascere.
L‘Apocalisse, «libro chiuso, di altissima profezia, dove tanti sono i misteri quante le
parole, e ogni parola ha molti sensi» (san Girolamo), conclude la Bibbia e getta
un‘ombra splendente e terribile sui tempi dell‘uomo: finiranno in una catastrofe che
sarà anche rivelazione e giudizio conclusivo, apertura dei cancelli dell‘eternità. I
tempi finiranno, qui non ci sono più margini di dubbio e non c‘è più un sapere mitico-
magico-cosmico da nascondere; al contrario, tutto sarà svelato, il Secondo Avvento di
Cristo, il Giudizio Universale, il trionfo della Gerusalemme Celeste, in una
visionarietà rituale e allucinatoria, in un profondersi di metafore e allegorie oscure e
lancinanti ma tutte tese a enunciare la medesima verità: Cristo è la causa e lo scopo
dell‘universo, è Lui l‘Alfa e l‘Omega, Colui che era, che è e che viene, l‘Onnipotente.
Il mondo terreno finirà perché Cristo ritornerà a chiudere i tempi e a far risorgere i
morti nella loro carne e a inaugurare la Città Celeste con il suo splendore eterno.
Secondo la Chiesa, l‘autore dell‘Apocalisse è l‘apostolo Giovanni, l‘evangelista, il
discepolo prediletto da Gesù, il più vicino a Maria. Nell‘isola di Patmos, vecchio
ormai e in esilio, un giorno viene rapito in estasi, e riceve l‘ordine di scrivere in un
libro alle sette Chiese quello che gli sarà rivelato nella sua visione. Il primo che gli
appare è Uno che assomiglia al Figlio dell‘Uomo, vestito di una lunga veste e con
una fascia d‘oro sul petto; ha il capo e i capelli bianchi come lana e neve, e i suoi
occhi sono di fiamma e i suoi piedi simili a rame ardente. La sua voce ha il suono di
grandi acque che scorrono, nella mano destra tiene sette stelle; e dalla sua bocca (ed è
la cosa che più colpisce, quasi terrorizza) esce un‘acuta spada a due tagli. Giovanni
cade ai suoi piedi come morto. Ma la Voce che ha il suono di grandi acque che
scorrono lo rassicura: «Non temere: Io sono il Primo e l‘Ultimo, il Vivente. Ho subito
la morte, ma ecco, ora son vivo nei secoli dei secoli e tengo la chiave della morte e
dell‘inferno».
Ora una porta si apre nel cielo e appare un trono, dove è seduto Dio, circondato da
altri ventiquattro troni, dove siedono vegliardi vestiti di bianco e coronati d‘oro.
Davanti al trono un mare di cristallo, e intorno a esso quattro Esseri Viventi, ciascuno
con sei ali e pieni di occhi, il cui compito è lodare perennemente, senza soste, il nome
di Dio: «Santo, Santo, Santo è il Signore Iddio, l‘Onnipotente che era, che è, che
viene». Nella destra di Dio c‘è un libro, scritto dentro e fuori e sigillato con sette
sigilli. Nessuno in terra e in cielo sarebbe stato degno di leggere il libro sciogliendone
i sigilli. Ma ecco che fra il trono, i ventiquattro vegliardi e i quattro Viventi si fa
avanti un Agnello, come scannato, con sette corna e sette occhi, e Lui sì, Lui potrà
prendere il libro dalla mano di Dio e aprirne i sigilli uno dopo l‘altro. Miriadi e
miriadi di angeli, sopravvenuti intorno al trono di Dio, spiegano: «L‘Agnello che è
stato sgozzato è degno di ricevere la potenza, la ricchezza, la sapienza, la forza,
l‘onore, la gloria e la lode». E i ventiquattro vegliardi si prostrano e adorano, e i
quattro Viventi rispondono: «Amen».
Così l‘Agnello scioglie via via i sigilli, e compaiono i quattro cavalli con i quattro
cavalieri (l‘immagine più emblematica dell‘Apocalisse, quella che conoscono anche
coloro che non l‘hanno mai letta): un cavallo bianco con un cavaliere che ha un arco
e riceve una corona, un cavallo rosso con un cavaliere munito di una spada e del
potere di cancellare dalla terra la pace, un cavallo nero con un cavaliere cui è data una
bilancia, e un cavallo verdognolo, il cui cavaliere è Morte: questi ha il potere di
uccidere sulla terra con la spada, la peste, la fame e gli animali selvaggi.
All‘apertura del quinto sigillo, appaiono i martiri, quelli che sono stati sgozzati per
il Vangelo e la testimonianza che ne hanno dato, e tutti ricevono una veste bianca e
una promessa di giustizia; all‘apertura del sesto, un terremoto squassa la terra, il sole
diventa nero come un sacco di crine, la luna è colore del sangue, le stelle cadono al
suolo come i frutti ancora acerbi di un fico investito dal vento. Tutti, anche i re, i
grandi della terra, i ricchi mescolati ai poveri e agli schiavi si chiudono nelle caverne
e tra le rocce delle montagne, chiedendo alle montagne stesse di cader loro addosso,
di nasconderli all‘ira divina.
Nell‘attesa che venga sciolto il settimo sigillo, sono segnati sulla fronte i servi di
Dio, perché possano essere riconosciuti e risparmiati: e alla fine, all‘apertura del
settimo sigillo, ai sette angeli che stanno davanti a Dio vengono date sette trombe;
uno degli angeli con un turibolo offre tutti i più delicati profumi a Dio, ma poi
riempie il turibolo stesso di fuoco e lo getta sulla terra. Ne scaturiscono fulmini, tuoni
e terremoti. Il suono delle sette trombe provoca nuove distruzioni: dal cielo scendono
grandine e fuoco misto a sangue, poi una montagna di fuoco viene gettata in mare,
una stella il cui nome è Assenzio cade nelle acque dei fiumi e delle sorgenti, che
diventano velenose e amare; il sole, la luna, e le stelle vengono oscurate; da un pozzo
sale un fumo come di una grande fornace, e dal fumo escono locuste che si spandono
sulla terra. Alle locuste viene ordinato di non danneggiare né l‘erba né le foglie, ma
soltanto quegli uomini che non sono stati segnati in fronte. Non devono ucciderli, ma
tormentarli per cinque mesi pungendoli atrocemente. Le locuste hanno forme simili a
quelle dei cavalli, corone in capo, volto umano, capelli come quelli delle donne e
denti da leoni. Hanno il torace come una corazza di ferro, e il rumore delle loro ali
assordante come quello dei carri che corrono alla battaglia. Hanno code come gli
scorpioni, con cui infliggere le più atroci punture. Il loro re è l‘Angelo dell‘abisso,
chiamato in ebraico Abaddon e in greco Apollyon, che significa «distruttore»,
appellativo di Satana. Infine vengono liberati i quattro angeli sull‘Eufrate, che da
tempo sono in attesa di attaccare gli uomini al comando di miriadi di cavalieri su
cavalli dalle teste di leone e dalle cui bocche escono fuoco, fumo e zolfo.
Il primo dei segni che compaiono dopo che le sette trombe hanno suonato, è una
Donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi, e sul capo una corona di dodici
stelle, che grida perché è in preda alle doglie del parto. Contro di lei si leva un gran
dragone colore del fuoco che, appena la Donna partorisce, tenta di divorare suo figlio.
Ma il neonato è rapito in cielo, e la Donna trova rifugio nel deserto. In cielo scoppia
una grande battaglia: Michele e i suoi angeli si scontrano con il dragone e con gli
angeli passati dalla sua parte. Alla fine Michele e i suoi hanno la meglio, e il gran
dragone, l‘antico serpente, il seduttore che si chiama anche Diavolo, il Calunniatore,
o Satana, l‘Avversario, viene precipitato. Esiliato sulla terra, il dragone comincia a
perseguitare la Donna, ma Dio la protegge da ogni attacco. Il dragone si accanisce
così contro quelli che sono fedeli alla progenie di Lei, che seguono i Comandamenti e
i precetti del Vangelo di Gesù.
Altri segni sono la bestia che sale dal mare, con dieci corna e sette teste, simile a
una pantera, ma con i piedi di un orso e la bocca di un leone; ad essa il dragone
consegna trono, potenza e autorità, così che raggiunge il potere su tutte le genti, tribù
e nazioni; e la bestia che esce dalla terra, questa volta, simile a un agnello ma che
parla come il dragone, e seduce i popoli con i prodigi che compie, e li induce a
erigere una statua alla prima bestia e ad adorarla; riesce ad animare la statua sino al
punto di farla parlare; e ordina che venga messo a morte chiunque non si inginocchi
davanti a lei. Inoltre fa in modo che tutti, ricchi e poveri, liberi e servi, ricevano
un‘impronta o sulla fronte o sulla mano destra, e che nessuno possa comprare o
vendere senza avere l‘impronta della bestia, il suo nome, o il numero del suo nome.
Questo numero è 666. L‘ultimo segno è la comparsa dei sette angeli che tengono in
mano le sette piaghe estreme, perché con esse l‘ira di Dio viene saziata. Sono i sette
calici dell‘ira divina.
Gli angeli versano i calici: ed ecco che un‘ulcera maligna fa ammalare gli uomini
che hanno l‘impronta della bestia e che si prosternano davanti alla sua statua; le
acque del mare, dei fiumi, delle sorgenti divengono simili al sangue di un morto, il
sole brucia gli uomini, li ustiona terribilmente, il trono della bestia e il suo regno sono
immersi nelle tenebre, le acque dell‘Eufrate si seccano. Prima che anche il settimo
calice sia versato, escono dalla bocca del dragone, della bestia e dell‘agnello falso
profeta tre spiriti immondi, simili a rane, tre demoni che raduneranno i re della terra
per la battaglia finale in Armageddon. Infine il settimo calice è versato nell‘aria, e
suscita un terremoto come gli uomini non hanno mai visto: la città dell‘Anticristo è
squarciata in tre parti, tutte le città della terra crollano, scende dal cielo una grandine i
cui chicchi pesano mezzo quintale.
Ora uno dei sette angeli che hanno versato i calici porta Giovanni a vedere la
condanna della Grande Meretrice, con la quale hanno fornicato i re della terra, e che
ha inebriato gli abitanti della terra con il vino della sua lussuria. In un deserto, la
donna è seduta sopra una bestia rosso scarlatto, ricoperta di nomi blasfemi, con sette
teste e dieci corna. Anche la donna è vestita di porpora tutta adorna d‘oro, di perle e
di pietre preziose. In mano tiene un calice d‘oro ricolmo di abominazione e di
lussuria. E sulla fronte una scritta misteriosa: «Babilonia, la grande, la madre delle
meretrici e delle abominazioni della terra». Giovanni vede questa donna inebriarsi del
sangue dei santi e dei martiri di Gesù, ed è preso da sbigottimento. L‘angelo gli
spiega con oscuri vaticinii quello che accadrà, come alla fine la bestia prenderà in
odio la meretrice e la lascerà nuda, nella desolazione, mangerà la sua carne e la
consumerà con il fuoco.
Un altro angelo scende dal cielo, e la terra è illuminata dal suo splendore. Con voce
potente annuncia che è caduta la grande Babilonia, che era diventata la dimora dei
demoni, il covo di ogni impurità, il rifugio di ogni uccello odioso e immondo, perché
tutti i re hanno fornicato con essa, e grazie al suo lusso tutti i mercanti si sono
arricchiti. Alla sua caduta, i re piangono, vedendo tanta potenza e tanta ricchezza
venir meno in un momento; e anche i mercanti si lamentano: nessuno compera più le
loro merci, oggetti d‘oro e d‘argento e pietre preziose e perle, bisso e porpora, seta e
scarlatto, tutti i legnami odorosi e tutti i lavori d‘avorio e di legno prezioso e di
bronzo, di ferro e di marmo, la cannella e l‘amomo e i profumi, la mirra, l‘incenso, e
il vino e l‘olio, il fiore di farina e il grano, il bestiame, le pecore, i cavalli e i cocchi e
gli schiavi e le anime degli uomini. E si lamentano i nocchieri e i marinai, si gettano
polvere sul capo e piangono la grande città che fece arricchire quanti avevano navi
sul mare, e in un attimo è stata ridotta a un deserto. Un angelo scaglia in mare una
pietra grande come una macina, e dice che così, in un solo colpo, con la stessa
ineluttabilità con la quale il masso scende verso il fondale sarà precipitata Babilonia,
e nessuno la troverà mai più. In essa non si udranno più le armonie dei citaredi e dei
musici e dei flautisti e dei suonatori di tromba, né più si troveranno in essa artefici, di
qualunque arte.
Poi il cielo si apre, ed ecco apparire un cavallo bianco, e chi gli è in groppa è
chiamato il Fedele, il Vero, perché egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi
sono come fiamme, sul suo capo porta molti diademi, è avvolto in un mantello tinto
di sangue e il suo nome è il Verbo di Dio. Gli eserciti celesti lo accompagnano sopra
cavalli bianchi, sono angeli vestiti di bisso candido. Dalla bocca gli esce una spada
acuminata, per colpire le nazioni. Ed ecco la bestia e i re della terra con i loro eserciti
radunarsi per combattere contro Colui che sta sul cavallo bianco e il suo esercito. Ma
la bestia e il falso profeta, la seconda bestia uscita dalla terra con i suoi falsi prodigi,
sono presi ancor vivi e gettati in uno stagno rovente di zolfo. Gli altri vengono uccisi
dalla spada che esce dalla bocca di Colui che sta sul cavallo bianco, e tutti gli uccelli
si saziano della loro carne.
Poi un angelo scende dal cielo tenendo in mano la chiave dell‘abisso e una gran
catena, afferra il dragone, l‘antico serpente che è Satana e lo imprigiona e lo precipita
nell‘abisso. Lì resterà per mille anni. Poi verrà sciolto, sia pure per poco tempo,
uscirà dalla sua prigione, sedurrà ancora le nazioni, Gog e Magog, che si aduneranno
per una nuova battaglia. Daranno l‘assalto alla città dei santi, ma un fuoco scenderà
dal cielo e lo divorerà e sarà gettato nello stagno di zolfo dove sono anche la bestia e
il falso profeta, e dove resterà nei tormenti nei secoli dei secoli.
Infine davanti al gran trono bianco di Dio fuggiranno la terra e il cielo; i morti
saranno tutti in piedi davanti al trono. Verrà aperto il libro della vita, e i morti
saranno giudicati in base a quello che è scritto in esso e alle loro opere. Il mare
restituirà tutti i cadaveri che contiene, così faranno la morte e l‘inferno, e tutti
saranno giudicati. Chiunque non sarà trovato nel libro della vita, sarà gettato nello
stagno di fuoco, e questa sarà la seconda morte. Dopo il Giudizio, Giovanni vede
finalmente un nuovo cielo e una nuova terra; uno dei sette angeli che reggevano i
calici con le piaghe gli mostra le meraviglie della sposa dell‘Agnello, la
Gerusalemme Celeste, alta sopra un monte presso Dio, nella gloria stessa di Dio.
La città risplende come il diaspro. Le sue mura sono munite di dodici porte, come
le tribù di Israele, tre rivolte verso ciascun punto cardinale; e di dodici basamenti, su
cui sono scritti i nomi dei dodici apostoli dell‘Agnello. La pianta della città è
quadrata, ogni lato è lungo 2200 chilometri, e le mura sono alte 70 metri. Il materiale
di costruzione è il diaspro e l‘oro puro, trasparente come il cristallo. Le dodici porte
son fatte ognuna di una sola perla. E i dodici basamenti sono adorni ognuno di
differenti pietre preziose: diaspro, zaffiro, calcedonio, smeraldo, sardonice, sardio,
crisolito, berillo, topazio, crisopraso, giacinto, ametista. Non ci sono templi, perché il
suo
Tempio è il Signore Dio Onnipotente e l‘Agnello. Non c‘è né sole né luna, perché
la luce scaturisce direttamente dalla gloria di Dio. Un fiume d‘acqua di vita sgorga
dal trono di Dio e dell‘Agnello, in mezzo alla piazza della città e sulle due rive del
fiume sta un boschetto di alberi della vita, che danno frutti dodici volte all‘anno, e le
cui foglie guariscono qualunque male. Non ci sarà più niente di maledetto e di
impuro. Tutti adoreranno Dio, vedranno la sua faccia, e porteranno in fronte il nome
di Lui. Non vi sarà più notte. Nessuna lampada, nessun sole sarà più necessario, Dio
risplenderà e regnerà nei secoli dei secoli.
Quest‘opera grandiosa e oscura, che nello stesso tempo affascina e respinge e che ha
avuto un‘influenza incalcolabile sulla civiltà occidentale, è innanzi tutto, sul piano
storico, un messaggio rivolto a un popolo essenzialmente infelice, come era senza
dubbio quello degli Ebrei nel I secolo dopo Cristo. Così la legge il cardinale
Daniélou: il contesto politico-religioso dell‘Apocalisse, scritta nell‘esilio di Patmos, è
in realtà la Palestina occupata dagli stranieri e dai pagani, è la Terra Santa macchiata,
profanata dalla presenza dei pagani, gli uomini che portano sulla fronte o sulla mano
destra il segno del dio (falso) a cui sono consacrati. L‘Apocalisse di Giovanni dice, in
una maniera sontuosa e terribile, irta di simboli e di visioni allucinatorie, il rifiuto
concreto, storico di uno stato di cose, e ne esalta il ribaltamento, vedendo però ogni
possibile ribaltamento non in un‘azione violenta, militare, politica, ma nell‘intervento
liberatore di Dio.
Dio farà cadere Roma-Babilonia, la città profana del potere, del lusso, della
ricchezza, dell‘abominio, della persecuzione; Dio farà colpire dai suoi angeli i
pagani, infliggerà loro le più terribili piaghe. In nessun racconto della fine dei tempi
compare tanta ossessiva, nera, funesta insistenza sulle sofferenze che gli uomini, o
meglio una parte degli uomini, quelli che gli angeli non avranno segnato come fedeli
del vero Dio, dovranno sopportare. Terremoti, oscuramento di sole, luna e stelle,
grandine, pioggia di sangue, fuoco, zolfo, veleno, invasione di locuste, armi e cavalli
feroci come leoni, pestilenza, carestia, tenebre, siccità: niente viene risparmiato ai
pagani, sino alla battaglia finale delle forze del male, il gran dragone, la bestia, il
falso profeta, Gog e Magog contro le armate degli angeli di Dio. Cristo ritornerà
trionfante.
Ma ricordiamoci, con il cardinale Daniélou, che Cristo è già tornato, già risorto
dalla morte. La Resurrezione di Cristo è il punto capitale che contraddistingue la fede
di un cristiano; la Resurrezione è molto più importante di qualunque cosa, è
l‘avvenimento che anticipa il futuro, ogni futuro possibile. E se si vuole
perfettamente sintetizzare il pensiero apocalittico cristiano, si devono affermare tre
verità: ci sarà la fine dei tempi, ci sarà il Giudizio di Dio, ci sarà il ritorno del Figlio
dell‘Uomo, la Parusia, il Secondo Avvento.
Nell‘Apocalisse si può anche leggere la rivelazione dell‘insopprimibile desiderio di
potenza del cuore umano, la sua santificazione e il suo trionfo. Così scrive D. H.
Lawrence, che dedicò al libro di Giovanni un saggio intenso e tormentato. Secondo il
grande scrittore inglese, il visionario affascinato dalle cosmologie pagane, autore di
una sorta di vangelo apocrifo struggente e perfetto intitolato L’uomo che era morto,
l‘Apocalisse fu composta da un Giovanni di Patmos che non è identificabile in
Giovanni l‘evangelista. Il libro appare a Lawrence un‘«orgia di mistificazione»,
sicuramente il «meno attraente» della Bibbia. Con un paragone ardito, afferma che
come Gesù ebbe Giuda tra i dodici apostoli, così il Nuovo Testamento ebbe il suo
Giuda nell‘Apocalisse. Infatti anche il libro di Giovanni di Patmos si può considerare
portatore di un clamoroso tradimento, nel senso che in esso non c‘è quasi nulla della
parte positiva del cristianesimo, di ciò che più ci commuove nel messaggio mite e
fraterno di Gesù: la pace della meditazione, la gioia nell‘aiutare il prossimo, la forza
del perdono, l‘acquietarsi delle ambizioni, il piacere della conoscenza. Vi compare
invece, sfrenato e furente, il desiderio di potere connaturato all‘anima dell‘uomo e
inestirpabile: il potere si esprime qui nell‘ansia di distruggere tutto l‘universo, la
ciclicità del tempo, le connessioni dell‘anima con il cosmo per compiere una vendetta
feroce sui pagani e per affermare la propria gloria. Nelle prime parti del libro, c‘è
l‘eco di antichi culti cosmici che in seguito divennero oggetto di anatema per i
cristiani. Ci sono, nell‘Apocalisse, sostrati greci, egizi, babilonesi, riflessi di quel
sapere pagano che pure si vuole con tanta determinazione distruggere.
Ma il cristianesimo ufficiale procede verso la cancellazione di tutto quello che c‘è
nell‘uomo di naturale, istintuale, astrale, erotico nel senso più pieno: la natura è
demonizzata, ancora più dopo la Riforma,
quando una concezione del cosmo come flusso di energia vivente viene
definitivamente soppiantata da una visione dell‘universo matematica, scientifica, non
vitale, fatta di forze e rapporti meccanici. Quella visione che propizierà, non a caso
nell‘allora più potente tra i paesi protestanti, la Rivoluzione industriale e da cui
muoverà lo sviluppo incondizionato della tecnica. Alla fine, la lettura lawrenciana
dell‘Apocalisse si salda con il verbo lawrenciano stesso: il libro di Giovanni ci mostra
ciò a cui noi, andando contro natura, ci opponiamo: cioè la nostra connessione con il
cosmo. «Dovremmo danzare di gioia al solo pensiero di essere vivi nella carne,
d‘essere una parte del vivente cosmo incarnato. Io sono una parte del sole come il
mio occhio è un parte di me, che io sia una parte della terra lo sanno benissimo i miei
piedi, il mio sangue è una parte del mare.»
Se l‘indubbio misticismo con cui Lawrence legge l‘Apocalisse piega verso una
religiosità della terra, cosmica e a suo modo pagana, la lettura di Rudolf Steiner, il
creatore dell‘antroposofia, è sorretta da un‘interpretazione esoterica del cristianesimo,
che si ricollega al pensiero di Gioacchino da Fiore, l‘autore di Concordia Novi et
Veteris Testamenti, Expositio in Apocalypsim, Psalterium decem Cordarum, opere
che, scritte nel XII secolo, ebbero un‘influenza considerevole sul francescanesimo, su
Dante e su tante correnti ereticali cristiane. L‘abate del monastero cistercense di
Fiore, in Calabria, «il calavrese abate Giovacchino/di spirito profetico dotato»
(Paradiso, XII, 140-141), predicò l‘avvento del regno dello Spirito Santo.
Quella sarebbe stata l‘Apocalisse, la rivelazione: dopo l‘epoca del Padre, o della
legge, e dopo quella del Figlio, iniziata con il Vangelo, ecco la terza epoca
imminente, quella dello Spirito Santo, in cui l‘intelligenza della parola divina sarà
non più letterale ma spirituale: e l‘uomo conoscerà il vangelo eterno che è parola di
Dio, nascosto sotto la lettera delle espressioni di Matteo e di Marco, di Luca e di
Giovanni.
La prima epoca visse nella conoscenza, la seconda nel potere della sapienza; la
terza si effonderà nella pienezza dell‘intelligenza. Nella prima regnò la schiavitù;
nella seconda la servitù filiale; nella terza avrà inizio la libertà. La prima trascorse
segnata dai flagelli; la seconda nell‘azione; la terza nella contemplazione. La prima
visse nel timore; la seconda nella fede; la terza vivrà nella verità. In questa epoca a
venire che Gioacchino profetizza, nell‘epoca dello Spirito Santo, anche i corpi
saranno trasfigurati, cielo e terra subiranno una metamorfosi e conosceranno una
nuova bellezza spirituale, la morte e il dolore scompariranno.
Rudolf Steiner riprende nel nostro secolo la visione gioachimita. Secondo lui
l‘Apocalisse di Giovanni è la descrizione di un‘iniziazione cristiana, in cui il neofita è
condotto dal mondo fisico (le lettere alle sette Chiese) al mondo immaginativo e
astrale (i sette Sigilli) sino al mondo spirituale (le sette Trombe), mentre nei sette
Calici versati c‘è quello che l‘uomo deve respingere se vuole accedere a un grado di
spiritualità più elevata. Tutto quello che induce l‘uomo a irrigidirsi, indurirsi nella
vita fisica e dunque a respingere ciò che lo renderebbe capace di annientare la sua
natura inferiore e di elevarsi spiritualmente è rappresentato dal celebre e misterioso
numero 666, di cui tante interpretazioni sono state e continuano a essere proposte.
Perché 666 è il numero della bestia, dell‘Anticristo? Che cosa si nasconde dietro
quelle cifre, come vanno lette? E‘ vero che sostituendo ai numeri le corrispondenti
lettere ebraiche viene fuori il nome «Nerone». Sarebbe un‘interpretazione
storicamente fondata; Giovanni scrive dopo gli anni in cui Nerone fu imperatore di
Roma e perseguitò i cristiani. Ma Steiner ne propone una di carattere prettamente
spirituale e misteriosofico.
Nei Misteri a cui Giovanni fu probabilmente iniziato, il numero 666 era conosciuto
ma sapientemente occultato attraverso un modo diverso e depistante di scriverlo: 400
200 6 60. Provando ora a sostituire ai numeri le lettere ebraiche, si avrebbe una
sequenza che suona: Tau Resh Vav Samech. Aggiungendo le vocali, e leggendo
naturalmente da destra a sinistra, si ottiene il nome di Soradt, il demone solare
nemico dell‘Agnello, il principio che fa irrigidire l‘uomo nella vita fisica e lo tiene
bloccato in essa senza lasciarlo accedere a quella spirituale, la fonte di ogni magia
nera.
Nella concezione antroposofica di Steiner si susseguono sette ere: la prima si
chiama Polare, un‘era in cui tutto è ancora di una sostanza delicata, spirituale, e il
sole non ancora separato dalla terra; la seconda Iperborea, un‘era in cui il sole
intraprende il movimento che lo allontana dalla terra; la terza Lemuriana, in cui
l‘uomo compare nelle sue prime forme grottesche; la quarta Atlantidea, dal nome del
grande continente sommerso tra le attuali Europa, Africa e America. Il Diluvio, il
cataclisma che distrugge Atlantide, separa le prime quattro ere da quelle che seguono.
La quinta, la Post-atlantidea, si sottodivide a sua volta in sette civiltà, quella indù,
quella persiana, quella assiro-babilonese-caldea, egiziana ed ebraica, quella greco-
latina, quella attuale alla quale se ne aggiungeranno altre due. Alla fine della settima
civiltà dell‘era Post-atlantidea seguirà la Guerra di Tutti contro Tutti, causata
dall‘egoismo, dall‘attaccamento a se stessi, dalla volontà di mettere tutti i beni
materiali e tutti i beni dell‘anima al servizio di un ego che aspira a legare tutti gli altri
ego sotto il suo dominio, a far loro guerra. Dopo questo momento di immenso
disordine, verranno altre due ere: la sesta nascerà dall‘unione di Occidente e Oriente,
dalla spiritualizzazione del mondo, la settima sarà come un frutto già troppo maturo,
e non conterrà nessun segno, nessun principio di progresso sulla strada dello spirito.
Steiner, dicevo, ha dell‘apocalisse una visione gioachimita. Dopo le sette ere, la
terra avrà raggiunto la meta della sua evoluzione, gli esseri e le cose verranno
trasformati, tutto quello che è materia porterà il sigillo dello spirito. I segni del bene e
del male saranno evidenti, leggibili sul volto degli uomini, niente potrà più essere
dissimulato, il pensiero non sarà più muto, non potrà essere nascosto. La terra si
trasformerà in un corpo celeste. La sostanza fisica in quanto tale scomparirà; in
coloro che hanno saputo spiritualizzarsi, diventerà sostanza astrale; essi avranno
espresso nella loro stessa apparenza fisica ciò che è bene, ciò che è nobile, bello,
intellettuale, porteranno nel loro volto il sigillo di Cristo e avranno il potere di
sciogliere la materia in sé come l‘acqua scioglie il sale. Coloro invece che non hanno
saputo fare della materia espressione di valori spirituali, coloro che si sono induriti
nella materia non saranno in grado di dissolverla. Essa sussisterà in loro, si
pietrificherà.
Il punto conclusivo dell‘evoluzione terrestre è un‘ascensione verso lo Spirito di
tutte le forme che hanno avuto la capacità di astralizzarsi, e la caduta in un globo
opaco di tutte quelle che al contrario non avranno saputo dissolvere la materia. Che
cosa conduce la materia a dissolversi? L‘energia portata dall‘amore di Cristo. Gli
esseri diventano capaci di spiritualizzarsi quando aprono la loro anima all‘amore. Più
questa energia suscitatrice di calore sarà forte nell‘anima, più la sua azione sulla
materia sarà intensa e radicale. L‘Amore divino chiamerà a sé gli esseri che grazie a
esso hanno dissolto la materia; l‘Ira divina, al contrario, farà cadere tutti coloro che
nella materia si sono irrigiditi, e non sono stati capaci di intendere qual era la loro
vera missione sulla terra.

MUSULMANI

IL DODICESIMO IMAM
Nell‘islam, come nel mazdeismo, non vi è una descrizione della fine dei tempi che
sia redatta come testo unico e riconosciuta da un‘autorità centrale; non c‘è in sostanza
qualcosa di simile a ciò che per la Chiesa e per i cristiani rappresenta l‘Apocalisse di
Giovanni. I bagliori apocalittici, grandiosi e lancinanti, che percorrono l‘Islam sono
diffusi e dispersi senza ordine in differenti opere, anche di carattere popolare, dove
distinguere tra l‘apocrifo e l‘autentico è sostanzialmente impossibile. I dati di fede si
mescolano ai colori e alle musiche delle leggende e del folklore; eppure, identificati
nella loro essenzialità, sono comuni, oltre che alle diverse sette, alle due maggiori
confessioni in cui i musulmani si dividono, cioè ai Sunniti, che riconoscono come
testo sacro anche la Sunna (appendice del Corano che contiene sentenze, norme
giuridiche ecc.) e agli Sciiti, scismatici che sin dalla metà del secolo VII rifiutarono
di riconoscere l‘autorità della Sunna. Tutti i musulmani, dunque, sono tenuti a
credere: primo, nella Resurrezione dei morti; secondo, nella venuta, alla vigilia della
fine dei tempi, di un Salvatore. Il
Corano è tutto attraversato dai temi dell‘apocalisse. E‘ noto che l‘ordine in cui
leggiamo oggi le Sure del Corano non è quello originario. Le Sure sono state disposte
in una sequenza che tiene conto soprattutto della loro lunghezza. Dunque alcune di
quelle brevi che leggiamo in coda al Corano dovettero al contrario essere composte
tra le prime. Il Profeta ha cominciato da dove Giovanni – sia esso Giovanni l‘apostolo
o Giovanni di Patmos – ha terminato. Perché la distruzione, la fine dei tempi, il
giudizio, compaiono in forma estremamente concisa ma forte, abbagliante, oscura,
poeticamente felice in una Sura come la CI, quella «dell‘Ora che percuote», che
appartiene al primissimo periodo, e dice:
Nel nome di Dio clemente e misericordioso!
L‘ora che percuote! Che cos‘è mai l‘ora che
percuote?
Chi ti farà capire cos‘è l‘ora che percuote?
Il giorno in cui gli uomini saranno dispersi come
farfalle,
e le montagne voleranno come fiocchi di lana
cardata,
allora colui le cui opere peseranno sulla bilancia avrà una vita piena di piaceri,
e colui le cui opere saranno leggere sulla bilancia
avrà per dimora l‘abisso.
E chi ti dirà cos‘è l‘abisso?
È fuoco che arde.
La Sura LXXV, detta «della Resurrezione», proclama la certezza della
Resurrezione, tanto certa per il Profeta che non è neppure necessario giurare su di
essa. Può l‘uomo credere che Dio non rimetterà insieme le sue ossa? Dio può
ricreare qualsiasi uomo, può riplasmarlo perfetto com‘era sino alla punta delle dita.
Ma l‘uomo vuol negare quello che è davanti ai suoi occhi, e chiede: quando verrà
dunque il giorno della Resurrezione? Quando la vista sarà abbagliata, è la risposta,
quando la luna scomparirà per un‘eclisse, e luna e sole saranno riuniti in un solo
corpo; allora l‘uomo griderà in cerca di un asilo. Ma non troverà riparo, quel giorno
l‘ultima roccaforte di quiete sarà presso il Signore. Verranno recitate all‘uomo le sue
azioni, quelle che ha compiuto nel passato e quelle che ha compiuto più
recentemente. Vi saranno quel giorno dei volti radiosi, fissi sul loro Signore, e altri
volti saranno cupi, penseranno alla grande calamità che li aspetta.
L‘ora arriva, si avvicina – continua la Sura con il ritmo insistente con cui un
cavallo batte gli zoccoli sul terreno – sempre più vicina, sempre più vicina. L‘uomo
crede invano di essere lasciato libero. Non si ricorda che è stato una goccia di sperma,
una goccia che si espandeva? Non si ricorda che poi fu un grumo di sangue, e che da
esso Dio lo plasmò? Da quella goccia di sperma, da quel grumo di sangue, Dio ha
formato sia l‘uomo sia la donna. E non sarà dunque capace di resuscitare i morti?
La Sura LXIX, detta «dell‘Inevitabile», comincia proprio con questa domanda: che
cosa è il giorno inevitabile? I Tamud e gli Ad, popoli leggendari vissuti subito dopo i
tempi di Noè, hanno considerato una menzogna l‘Ora che percuote, e ora i Tamud
sono stati distrutti da un grido terribile partito dal cielo, gli Ad da un uragano che
ruggisce impetuoso;
Dio lo ha fatto soffiare contro di loro per sette notti e otto giorni successivi, e si
sono visti uomini riversi a terra come tronchi di palma svuotati, nessuno si è salvato.
Al primo suono di una tromba, la terra e le montagne sollevate in aria saranno di
colpo ridotte a polvere, l‘Ora che percuote apparirà inevitabilmente, i cieli si
fonderanno e cadranno in pezzi, gli angeli si piazzeranno da ciascuna parte del cielo e
otto tra loro porteranno quel giorno il trono del Signore.
Nessuno potrà sottrarsi, nessuno e niente nascondersi. A qualcuno verrà posto un
libro nella destra, e questi gioirà di una vita piena di piaceri in un giardino in cui i
frutti saranno sempre maturi e facili da cogliere. A qualcun altro il libro verrà dato
nella mano sinistra, e questi griderà e si lamenterà: oh, se non avesse mai ricevuto
quel libro, se la morte troncasse la sua esistenza; a che cosa servono ormai le sue
ricchezze? La sua potenza è svanita. Dio ordinerà ai guardiani dell‘Inferno di
prenderlo e di legarlo con una catena di settanta cubiti, e poi di gettarlo al fuoco,
perché non ha creduto a Dio grande, perché non era ansioso di nutrire i poveri, e ora
non ha amici né altro cibo che il pus che cola dai corpi dei peccatori. Parola
dell‘apostolo onorato – prosegue la Sura – e non di un poeta né di un indovino.
Quanto sono pochi quelli che ci riflettono! Questa è la rivelazione del Signore
dell‘Universo.
La Sura LVI, detta «dell‘Ora che cade» o «dell‘Avvenimento» ci parla con più
abbondanza di particolari del Giorno del Giudizio, «avvenimento» per eccellenza
perché chiude la serie degli avvenimenti della realtà terrena e apre le porte di
un‘eternità dove niente può più accadere se non il manifestarsi splendente e
immutabile della gloria di Dio. «Avvenimento» per eccellenza perché è il momento
decisivo non solo della storia del mondo, ma anche di quella privata di ciascun
fedele, che vedrà in quel giorno compiersi il suo destino definitivo, quello contro il
quale non esiste scampo, decretato una volta per tutte dalla pesatura e dalla
disposizione divina. Quando giungerà l‘Ora che cade, nessuno potrà negare il suo
arrivo. Essa rovinerà e innalzerà. La terra sarà scossa da un violento terremoto, le
montagne saranno fatte a pezzi, voleranno e si trasformeranno in polvere che coprirà
ogni cosa.
Gli uomini saranno divisi in tre classi: parte saranno disposti a destra, parte a
sinistra, e a sé staranno i Precursori, quelli che sono stati i primi nella fede e che
saranno i primi nel cielo, i più vicini a Dio. Essi abiteranno in un giardino di delizie,
si riposeranno su sedie adorne d‘oro e di pietre preziose, uno di fronte all‘altro, serviti
da ragazzi eternamente giovani che porgeranno loro calici riempiti di vino squisito,
che non farà salire loro i fumi alla testa e non oscurerà la loro ragione, avranno i frutti
che desiderano e le carni degli uccelli più rari, e vicino a loro saranno le hurì dai begli
occhi neri, simili a perle nel loro guscio. Quella sarà la ricompensa delle loro opere, e
non intenderanno né discorsi frivoli né parole criminali, ma soltanto la parola: Pace!
Pace!
Gli uomini disposti a destra soggiorneranno tra piante di loto senza spine, tra
banani carichi di frutti dalla cima sino ai rami più bassi, avranno ampi tratti d‘ombra
per ristorarsi, acqua che scorre, altri alberi da frutto in abbondanza cui nessuno
impedirà di avvicinarsi, e si riposeranno su letti alti. Dio ha creato le vergini del
Paradiso attraverso una creazione a parte, ha conservato la loro verginità e le ha
destinate agli uomini che saranno disposti a destra. Degli uomini disposti a sinistra,
invece, come sarà diverso il destino! Eccoli in mezzo a venti pestilenziali e a getti di
acqua bollente, nell‘oscurità di una caligine nera, né fresca né dolce. Hanno passato
sulla terra una vita piena di agi, hanno perseverato in un odio implacabile e dicevano:
quando saremo morti, nient‘altro che un ammasso di ossa e di polvere, saremo noi
resuscitati come i nostri avi? Questi uomini che hanno dubitato, trattato come
menzogna i segni e le parole di Dio, mangeranno in eterno il frutto dello Zakum, se
ne riempiranno il ventre e berranno acqua bollente come un cammello che sta per
morire di sete. Questa sarà la loro festa il Giorno del Giudizio.
La Sura prosegue con un invito a considerare l‘immensa potenza di Dio. Che gli
uomini guardino il proprio sperma, attraverso il quale generano: sono loro che lo
creano, o è Dio? E il grano che seminano: chi lo spinge fuori dalla terra e lo fa
germogliare? L‘acqua che bevono: chi la fa discendere dalle nuvole? E il fuoco che
fanno sprizzare da due rametti strofinandoli, chi ha creato il legno dell‘albero, loro o
Dio? Il destino degli uomini è interamente nelle mani di Dio. Il suo Giudizio è la
verità infallibile. E gli uomini non possono che celebrare il nome dell‘Altissimo.
Anche la Sura XVIII, detta «della Caverna», contiene elementi apocalittici, ma
soltanto nella sua parte conclusiva, e in una forma quasi fiabesca. Il Profeta viene
interrogato a proposito di Dhu ‗l-Qarnayn, e risponde raccontando una storia. Dhu ‗1-
Qarnayn, il Possessore di due Corni: è così che gli Arabi chiamano Alessandro
Magno, mai nominato se non in questo modo nel Corano. Demone malvagio per gli
zoroastriani, da quando distrusse i templi del fuoco e perseguitò i loro sacerdoti,
Alessandro diventa per gli Arabi una manifestazione vivente, ma temibile e oscura,
della infinita potenza di Dio. Dio rese possibile le immense conquiste di Alessandro e
gli donò i mezzi per compiere tutto ciò che desiderava e per seguire la sua strada. Egli
giunse un giorno al paese del sole calante, e vide il sole addormentarsi in una fontana
fangosa. Lì abitava un intero popolo.
E Dio disse: «O Dhu ‗l-Qarnayn, tu puoi, io te lo concedo, o punire questo popolo
o trattarlo con generosità».
«Puniremo tutti gli empi», rispose lui, «li consegneremo a Dio, che farà loro subire
un supplizio orribile. Ma chiunque avrà creduto nel bene e l‘avrà praticato otterrà una
bella ricompensa, e non gli daremo ordini, se non i più facili e gradevoli da eseguire.»
Allora Dhu ‗l-Qarnayn riprese la sua strada. Sinché arrivò al paese dove il sole
sorge, e dove vive un popolo a cui Dio non ha dato niente per mettersi al riparo
dall‘ardore dei suoi raggi. Lui continuò così la sua marcia. Arrivò a un paese tra due
dighe ai piedi delle quali abitava una gente che a malapena sapeva usare il
linguaggio. Questo popolo riuscì però a farsi capire da lui: «O Dhu ‗l-Qarnayn,
Yagug e Magug commettono continue razzie sulla nostra terra. Possiamo chiederti,
dietro una ricompensa, di alzare un muro tra noi e loro?».
«La potenza che mi accorda il Signore è già sufficiente ricompensa per me»,
rispose. «Aiutatemi con zelo, e io alzerò una barriera tra voi e loro.»
Prese grandi blocchi di ferro e con essi riempì lo spazio tra i due versanti delle
montagne. Allora ordinò ai fabbri di soffiare sul fuoco sinché il ferro diventò rosso
come il fuoco stesso. Poi fece portare del bronzo fuso da gettarvi sopra. Così Yagug e
Magug, i Gog e Magog dell‘Apocalisse che qui ricompaiono, non poterono mai più
scalare né forare la muraglia e razziare quel popolo. Dhu ‗l-Qarnayn sa che questo
effetto, la durezza resistentissima della muraglia, è un segno della misericordia
divina.
«Quando arriverà il giorno», aggiunse, «il Signore la ridurrà in polvere, perché le
sue promesse sono infallibili.»
Un giorno Dio lascerà che i popoli si gettino l‘uno sull‘altro come onde che si
rincorrono. Suonerà la tromba, e Dio radunerà tutti gli uomini, e gli infedeli saranno
consegnati al fuoco dell‘inferno, come coloro che ebbero gli occhi coperti di veli per
non vedere gli avvertimenti di Dio e non ascoltarono le sue parole. Ma quelli che
avranno creduto e praticato il bene avranno per dimora i giardini del Paradiso,
abiteranno lì per sempre, e non desidereranno più alcun mutamento. Che davvero il
Paradiso, termine che deriva dal persiano Firdaus, e che altrove nel Corano è indicato
semplicemente come Giardino, sia questo? Non desiderare più nessun mutamento,
non essere più agitati da nessuna ansia di proseguire – come lo fu Alessandro il
Macedone, Dhu ‗l-Qarnayn, il Possessore di due Corni, che percorse tutte le strade
della terra – e sentire la gioia stabile, inamovibile della vista, della presenza di Dio?
Se ora chiudiamo il nostro Corano, ci imbattiamo in tradizioni e leggende che non
sono obbligatoriamente oggetto di fede per i musulmani, ma che sono così colorate e
immaginose che vale la pena di riferirle. Il Giorno del Giudizio raccontato
dall‘angelo Gabriele a Muhammad il Profeta nel Libro della Scala ha ben strani toni,
di una leggerezza fiabesca e quasi mondana. Gabriele annuncia al Profeta che quel
giorno tutti gli uomini compariranno nudi e tutte le donne nude come sono venute al
mondo davanti a Dio, e il Profeta di rimando chiede se non avranno vergogna, a
starsene lì tutti insieme, in così gran massa, maschi e femmine senza neppure un velo
addosso, e senza neppure i sandali. L‘angelo lo rassicura, avranno troppo da pensare
ai propri peccati per guardare altro che se stessi, e a parte questo staranno in attesa
angosciosa del verdetto di Dio, e suderanno, suderanno tanto, certi sino alle anche,
certi sino alle ginocchia, altri sino ai piedi. Dio prende le sembianze e l‘atteggiamento
di un buon giudice patriarcale: fa chiamare ogni fedele per nome, fa leggere l‘elenco
delle sue buone azioni e di quelle cattive, e il verdetto è pronunciato in base
all‘equilibrio che si stabilisce. Inoltre, con l‘insieme delle buone azioni compiute, uno
può risarcire coloro cui ne ha fatto subire di malvagie.
Un‘altra leggenda, tramandata in ambiente sciita, riguarda il Dajjàl, l‘Anticristo e
la sua venuta alla fine dei tempi. Tre anni prima dell‘arrivo del Dajjàl, la siccità
colpirà la terra. Il primo anno scenderà un terzo della pioggia dovuta; e la terra non
produrrà che i due terzi del raccolto; così i campi di grano e di orzo, così le vigne,
così i frutteti con gli alberi di banano e di fichi, così le grandi palme da datteri. Non è
proprio carestia; ma se ne sentono le avvisaglie sui mercati, dove i prezzi crescono, e
nelle case, dove le porzioni quotidiane diminuiscono. Il secondo anno, due terzi della
pioggia non scende dal cielo; nuvole se ne vedono poche, le poche sono invocate, che
si fermino, che si aprano, che non se ne volino verso un orizzonte di foschia e
polvere. Allora i raccolti sono ancora più magri, in molti campi si vedono solo
stoppie e tra le stoppie il rosseggiare dei papaveri, molte vigne bruciano, molti alberi
seccano prima di dare un frutto. Infine il terzo anno non scenderà più neppure una
goccia d‘acqua. Le fonti e i pozzi si prosciugheranno, regneranno dappertutto la sete
e la fame, scoppieranno epidemie, nella terra si apriranno venature e voleranno
nuvole di polvere, sui greti secchi dei fiumi moriranno le rane e i pesci, soltanto
piante come i cactus e le euforbie insieme a certe gigantesche palme centenarie
rimarranno verdi, tutto il resto prenderà il colore del terriccio e della ruggine.
Il Dajjàl apparirà prima del Salvatore, il Dodicesimo Imam, detto anche Qa‘im,
Colui che si erge, esattamente diciotto giorni prima. Nascerà a Isfahan, non avrà
occhio destro; il sinistro sarà spostato verso il centro della fronte, e assomiglierà a
una stella rossa. Sotto il suo occhio sarà iscritta una parola: kafir, miscredente.
Monterà un asino dal pelame rosso vivo, che, insolitamente, si muoverà senza
impuntarsi e a velocità straordinaria. Si farà subito un seguito, che sarà composto in
gran parte da bastardi, da nemici dell‘Islam, da ebrei e da donne arabe. Il Dajjàl,
l‘Anticristo, afferma nelle sue peregrinazioni di essere il Signore degli uomini e il
Vicario di Dio sulla terra. Per tre giorni sta in meditazione sulla vetta di una
montagna, poi ne discende in groppa al suo asino dal pelame rosso vivo, ha in mano
un bastone d‘argento sin troppo lungo con il quale opera magie e incantesimi: da ogni
pelo rosso del suo asino esce una musica melodiosa e incantatrice. Muove il suo
lunghissimo bastone d‘argento ed ecco apparire alla sua destra una montagna simile a
un giardino pieno di ruscelli d‘acqua cristallina che scorrono, di farfalle, di libellule,
di alberi da frutto deliziosi e di fiori dai colori simili a quelli dell‘ibisco e dell‘aloe.
Lo muove ancora, ed ecco alla sua sinistra un‘altra montagna piena di serpenti che
strisciano sulla vetta, di scorpioni in agguato, di altri insetti armati di pungiglioni e
colore della terra, una moltitudine brulicante e mostruosa di insetti su un terreno arido
e bianchiccio, tutti pronti ad assalire e torturare l‘uomo.
Dajjàl proclamerà di essere il Dio unico, e che coloro che gli ubbidiranno
entreranno nel suo paradiso, nella montagna di delizie apparsa alla sua destra, mentre
coloro che si metteranno contro di lui finiranno dentro il suo inferno, nella montagna
piena di insetti malvagi. Dopo la lunga carestia e i lunghi tormenti della sete e della
fame, tanti lo seguono non perché abbiano fede in lui, ma sedotti dalle sue promesse,
dalla vista di quella montagna magica piena di ogni acqua e di ogni frutto. Altri si
lasceranno convincere da nuovi suoi incantesimi, operati con quel bastone d‘argento
sin troppo lungo. Dajjàl percorre il mondo intero in quaranta giorni – la sua
cavalcatura glielo consente – da Baghdad a Istanbul, da Atene a Roma, da
Alessandria d‘Egitto a Palermo, da Fès a Siviglia. E ormai buona parte del mondo lo
acclama e gli obbedisce. Soltanto tre città gli saranno interdette, e le loro porte
resteranno chiuse: Medina, La Mecca e Gerusalemme.
Su Medina, Dajjàl marcerà con le sue armate, ma allora saranno legioni di angeli
ad attaccarlo e a fermarlo. L‘ultimo tentativo sarà rivolto alla Mecca; Dajjàl,
l‘Anticristo, proverà a prendere la città con l‘intenzione di distruggere la Ka‘ba, la
Pietra Nera. Allora sarà Cristo stesso a scendere dal cielo all‘ora della preghiera e a
mettersi al fianco del Qa‘im. Insieme combatteranno la battaglia decisiva; secondo
una tradizione Gesù uccide il Dajjàl con un‘arma che tiene nelle mani; quando Gesù
lo attacca, il mostro fugge ma per ordine di Dio sarà la stessa terra sotto i suoi piedi
ad arrestarlo, in modo che non possa più fare un passo e Gesù lo raggiunga per
finirlo. Secondo altre tradizioni è il Qa‘im medesimo a uccidere il Dajjàl, le cui
armate sono ormai in rotta.
Chi è il Qa‘im, il Dodicesimo Imam di cui parla l‘escatologia sciita, e che
combatterà insieme ai suoi compagni, tra cui Cristo, la battaglia finale contro il
Dajjàl? L‘Undicesimo Imam, Hasan Askarì, morì prigioniero della polizia abbaside, e
lo stesso giorno suo figlio, chiamato Muhammad Mahdì, a cinque anni o poco più,
scomparve. Era l‘anno 260 dell‘Egira, 873 dell‘era cristiana. Da allora è vissuto
nascosto, e tornerà quando il mondo sarà pieno di tirannia e corruzione, e sarà
apparso l‘Anticristo. La cosiddetta «Occultazione Minore» durò settanta anni: il
piccolo Mahdì, da un luogo introvabile e al sicuro dalla polizia dei califfi, scelse
quattro nà’ib o rappresentanti, attraverso i quali gli sciiti potevano comunicare con
lui. All‘ultimo di questi suoi rappresentanti, Ali Samarri, ordinò di non scegliere
nessun successore, perché ormai era venuto il tempo della «Grande Occultazione». E
da quel momento inizia la storia segreta del Dodicesimo Imam, che domina la
coscienza sciita da circa dieci secoli. L‘Imam nascosto non sarà visibile se non nella
Parusia, nella sua comparsa alla fine dei tempi, o altrimenti nei sogni e nelle visioni
dei mistici. Il Dodicesimo Imam dimora in quello che i filosofi islamici chiamano
‘àlam al-mithàl, un mondo reale intermedio fra quello intelligibile degli esseri di pura
Luce e quello sensibile, che Henry Corbin traduce con mundus imaginalis, oppure
nella città celeste di Hurqalyà, la Terra di Luce dei Manichei. Il suo regno prelude
alla Grande Resurrezione (Qiyàmàt al-Qiyàmàt). Come il Saoshyant degli
zoroastriani, come il Cristo dei cristiani, il Qa‘im salverà il mondo vincendo la
battaglia finale contro le forze del male, e non porterà un nuovo libro e una nuova
Legge, ma rivelerà il senso nascosto di tutte le rivelazioni.
Che le radici dell‘escatologia sciita risiedano in quella zoroastriana sembra evidente.
Del resto l‘islamismo sciita trova la sua terra in un Iran dove lo zoroastrismo aveva
agito per secoli in profondità. L‘idea del ristabilimento dell‘ordine e della giustizia
per opera di un Salvatore prima della fine del mondo vi era familiare. Nel mazdeismo
compare la figura di Saoshyant che discende dalla stessa stirpe di Zoroastro e metterà
in rotta l‘armata malefica di Duròdj, diavolo della furberia, instaurando il regno della
vita celeste ed eterna.
Così il Mahdì, uscito dalla stessa famiglia del Profeta, si manifesterà alla fine dei
tempi, farà sparire il male del mondo e ristabilirà ovunque pace e felicità. Secondo
una tradizione attribuita a Muhammad Bàqir, il Quinto Imam sciita, il Qa‘im uscito
dalla comunità musulmana sarà Signore del mondo e regnerà per 309 anni.
Muhammad ibn Bàbuya e lo sceicco Tusi, citando una tradizione risalente ad ‗Ali ar-
Radà, l‘Ottavo Imam sciita, raccontano che al momento dell‘apparizione del Qa‘im
tre voci si faranno sentire in cielo. La prima: «Che la maledizione di Dio cada sui
tiranni». La seconda: «Un avvenimento deve accadere, si avvicina». La terza, che
risuonerà davanti al disco del sole: «Ecco l‘emiro dei credenti atteso per annientare i
tiranni».
Secondo alcune tradizioni, il Qa‘im apparirà uno dei giorni in cui l‘Achùrà (il
decimo giorno del mese lunare Muharram) coinciderà con un sabato. Si avvicinerà
alla Pietra Nera della Ka‘ba e il primo a porgergli la mano sarà Djibra‘il, l‘angelo
Gabriele. Sarà Gabriele, con un piede sulla Ka‘ba e un altro su Gerusalemme, a
gridare: «La vendetta celeste si avvicina». E proclamerà il nome e la genealogia del
Qa‘im, in modo che chi dorme si svegli, chi è seduto si alzi e chi è in piedi si segga.
Secondo altre versioni ancora, il Qa‘im appare all‘alba del ventitreesimo giorno del
Ramadan, sempre alla Mecca, e una voce celeste grida: «La verità è con Alì e gli
sciiti», mentre l‘araldo di Satana fa risuonare parole ingannevoli e perniciose per
scuotere la fede dei credenti.
Oltre alla voce risuonante dal cielo, altri quattro segni devono precedere
l‘apparizione del Qa‘im: un‘insurrezione a Gerusalemme, con le armate insorte
inghiottite dalla sabbia; l‘uccisione davanti alla Ka‘ba di un‘«anima pura», cioè di un
discendente di Husayn, il Terzo Imam; un‘insurrezione nello Yemen; la presenza
miracolosa di 313 persone pie venute da differenti città del mondo per mettersi al
servizio del Qa‘im stesso. Il Qa‘im distribuirà 313 gladi celesti e su ciascuno di essi
saranno scritti nomi e titoli e genealogia di chi li riceverà. Tra essi, ci saranno quattro
profeti, Edris, Khid, Ilyàs (Elia) e ‗Isà (Gesù), dei discendenti di Hasan e di Husayn,
figli di ‗Alì, e poi uomini devoti arrivati dalla Mecca, Gerusalemme, la Siria, lo
Yemen, Bassora, Qom, Isfahan, Kerman, Shiraz, e anche dall‘Etiopia e dall‘India.
Sono molti i segni che annunceranno l‘avvento del Dodicesimo Imam, e
Muhammad Mokri li elenca scrupolosamente. Innanzi tutto si verificherà un‘eclisse
di sole nel mezzo del Ramadan e un‘eclisse di luna alla fine del mese, eclissi che si
manifesteranno contro le previsioni degli astronomi e contro le leggi che governano
gli astri. Poi alcuni popoli saranno inghiottiti dal deserto e scompariranno sotto la
sabbia. Il sole, un giorno, si leverà da occidente. Apparirà una cometa a est, che
brillerà come la luna e arcuerà la sua coda; una luce di porpora si spanderà nel cielo e
darà l‘illusione di un grande fuoco ardente sempre a est, per tre o sette giorni
successivi. Altri segni: la messa a morte del re d‘Egitto da parte degli Egiziani;
l‘alzarsi di tre vessilli del Califfato in Siria, l‘entrata delle bandiere arabe in Egitto,
altre bandiere arabe che si dirigeranno verso il Khorasan, in Iran orientale;
l‘apparizione di sessanta impostori che pretenderanno di essere ascoltati come
profeti; l‘alzarsi di dodici vessilli dei membri della famiglia di Abu-Tàlib; il soffio di
un vento nero all‘alba e un terremoto che annienteranno la città di Baghdad. L‘Iraq
sarà invaso dalla paura, l‘assassinio, la peste, la carestia e la miseria. Il flagello delle
cavallette gialle colpirà la terra. Una parte degli Iraniani combatterà contro l‘altra con
grande spargimento di sangue. Coloro che hanno deviato dalla vera religione
cominceranno a trasformarsi in scimmie e maiali.
Quando tutti questi segni si saranno manifestati, il Qa‘im uscirà dal luogo in cui
vive nascosto da tanti secoli; la «Grande Occultazione» finirà. Sarà vestito di un abito
bianco e porterà due anelli, uno appartenente a Hasan, uno a Husayn, i due figli di
‗Ali. Sul primo anello saranno iscritte queste parole: «Mi affido alla saggezza». Sul
secondo: «Mi rifugio presso di te, o rifugio di coloro che ti temono». Apparirà di
giovedì e il venerdì, all‘ora della preghiera, si leverà, inizierà la sua battaglia contro il
mondo corrotto. Porterà Zulfa-qàr, il gladio di Ali, la corazza di Dja‘far-Tayyàr, il
fratello di Ali ibn Abu-Tàlib, cugino del Profeta, e nella mano terrà lo scettro del
Profeta stesso. Il suo araldo annuncerà ai 313 seguaci e fedeli che non c‘è bisogno di
portare né cibo né acqua con sé. Sul cammello che accompagna il Qa‘im sarà alzata
la Pietra di Mosè, e a ogni sosta da questa pietra zampillerà purissima acqua di fonte:
frutti e altro nutrimento ne scaturiranno per chi ha fame. Con il bastone di Mosè,
compirà miracoli e alla fine affermerà il suo potere sul mondo facendo bruciare gli
idoli sinché tutti i popoli si inchineranno solo davanti a Dio, l‘Essere Necessario.
Nella tradizione sciita, si racconta che un giorno ad Ali stesso, il successore del
Profeta, fu chiesto di svelare in quale momento apparirà il Dajjàl, l‘Anticristo. E si
dice che Ali rispose fornendo soltanto alcuni segni, occultandone altri. Quelli che lui
svelò, li conosciamo: e Muhammad Mokri li elenca così: «Verranno abbandonate con
negligenza le preghiere rituali. Sparirà la lealtà e si propagherà la furberia. Saranno
considerate lecite le menzogne, le false accuse e la venalità. Saranno costruiti
monumenti superbi e lussuosi. Si rinuncerà alla fede a profitto degli affari del mondo.
Si romperanno i legami familiari. Ciascun uomo sarà sottomesso ai suoi desideri e ai
suoi capricci. Si cercheranno le donne soltanto per il desiderio che suscitano. Gli
affari importanti verranno affidati agli sciocchi. Si verserà sangue con facilità. La
scienza verrà svalutata. Ci sarà un‘epoca in cui i popoli glorificheranno la tirannia e
gli emiri e i visir diventeranno tiranni. I sapienti tradiranno. I poveri stessi saranno
corrotti. Circoleranno false testimonianze. I minareti delle moschee porteranno delle
feritoie. Le copie del Corano saranno coperte di ornamenti e decorazioni floreali. Il
peccato e il tormento si espanderanno. I cuori si allontaneranno gli uni dagli altri e
ogni solidarietà scomparirà. I patti saranno rotti e le promesse non mantenute. Le
donne per avidità si assoceranno ai commerci dei propri sposi. Si leveranno alti i gridi
dei fornicatori. I più grandi affari e la direzione del popolo saranno nelle mani dei più
vili. I detentori del commercio e dei grandi capitali ispireranno paura. La menzogna
sarà moneta corrente e gli uomini di fede vivranno nel timore. Le donne domineranno
gli uomini e gli uomini cercheranno di assomigliare alle donne. Gli uomini
desidereranno gli uomini e le donne le donne. Le donne andranno a cavallo,
circoleranno dappertutto e diranno la loro fuor di proposito. Si pronunceranno
verdetti senza fondarsi su una vera conoscenza. Il mondo di quaggiù sarà privilegiato
in rapporto all‘Aldilà. Gli esseri umani somiglieranno ai lupi e si vestiranno di
pelliccia, i loro cuori puzzeranno più che le carogne e saranno più amari dell‘aloe».
Nessuno conoscerà mai quali segni Ali, il successore del Profeta, abbia occultato.
Quelli che ha consegnato alla tradizione sono una descrizione di quel parossismo del
male, di quella dissoluzione etica che, in tutte le apocalissi, precede la fine dei tempi.
Dajjàl incarnerà in sé tutto questo male, come il falso profeta, nell‘Apocalisse di
Giovanni, l‘agnello che parla nello stesso modo del gran dragone. Nelle parole di Ali,
venerato dagli sciiti e all‘origine della loro visione dominata dal senso del dolore e
del martirio, la corruzione dei tempi ultimi ha caratteri che la rendono riconoscibile,
familiare a noi uomini di questa fine Millennio: è addirittura come se tutti o quasi i
suoi segni si fossero già manifestati, e mancasse soltanto l‘arrivo dell‘Anticristo, il
Dajjàl sul suo asino dal pelame rosso vivo: per percorrere in quaranta giorni il mondo
e soggiogare con i suoi inganni i popoli che il Mahdi, il Dodicesimo Imam, salverà,
assistito da Gesù, dai profeti, e da altri uomini giusti capaci di lottare contro le forze
delle tenebre e del male.

EPILOGO

Tornano in alto ad ardere le favole.


Cadranno colle foglie al primo vento.
Ma venga un altro soffio,
ritornerà scintillamento nuovo.
GIUSEPPE UNGARETTI

L‘apocalisse è la vita quotidiana, mi ha detto un giorno, mentre stavo scrivendo


questo libro, il più spietatamente lucido - ma anche il più spesso ebbro – dei miei
amici. Almeno in Occidente, ha poi aggiunto. Abbiamo la consapevolezza di vivere
un decadimento e una fine che ci toccano come individui, ma anche come eredi di
una civiltà. Avvertiamo un senso di inaridimento, di angoscia prolungata, di vanità,
come se tutte le sorgenti vitali fossero seccate, e tutto ormai fosse diventato
artificiale, virtuale, privo di sostanza. Ci accorgiamo che il ritmo della natura è
spezzato, ma che è anche spezzato quello della nostra anima, dove è così difficile
accogliere energie nuove; non abbiamo più occhi per le rifioriture e per le galassie,
camminiamo per le nostre strade affollate piene di ossido di carbonio, vediamo
intorno a noi crescere i segni della disperazione, generazioni intere che non hanno più
voce se
non per dire il nulla, la fuga dall‘esistere, il crimine, l‘abiezione, la dissoluzione.
L‘Europa non è più il centro del mondo, le sue tradizioni e le sue leggi non
governano più sull‘intero pianeta; quello che ci hanno lasciato i Romani e il
cristianesimo agisce sempre meno sulle coscienze. Come vi agisce sempre meno
l‘ingombrante fantasma di Prometeo. I legami con il sacro sono caduti: non ci sono
più riti, feste, niente di tutto quello che creava senso di comunione tra gli uomini e il
divino, tra una società storica e il mistero del cosmo.
Caduti i legami con il sacro, sono caduti anche i grandi interrogativi sul senso
dell‘apparizione e del percorso dell‘uomo nell‘universo. Tutto è insensato e tutto si
equivale, riducendosi a semplice materia e merce. La secolarizzazione è diventata
prigioniera di se stessa: ha distrutto il sacro per mettere al suo posto qualcosa di ben
più tirannico, lo Stato, il Partito, la Razza, il Consumo, cioè tutto quello che ha creato
gli orrori e i feticci del ventesimo secolo.
Alle volte penso allo scenario dell‘apocalisse disegnato dal pensiero teosofico e
antroposofico: sarà una lotta conclusiva tra le forze del Bene e quelle del Male,
un‘epoca di scontri durissimi, inimmaginabili, molto più aspri di quelli che dalla
seconda metà dell‘Ottocento ha provocato la lotta di classe: perché avranno per
campo le anime, e non i beni materiali. Da una parte uomini in cui prevale l‘egoismo,
l‘odio, lo spirito di negazione, armati di magia nera, di quella pratica che fa appello
alle potenze occulte del male e della tenebra per fini di dominazione e di
asservimento; dall‘altro uomini in cui prevale l‘amore, la saggezza, la fede, armati di
magia bianca, che è invece un lavoro disinteressato svolto in armonia con le potenze
superiori del cosmo. Le armi degli eletti saranno la Scienza divina e l‘Amore divino.
La vittoria questa volta andrà alla magia bianca, al contrario di quanto avvenne nel
momento del collasso di Atlantide.
C‘è dell‘innocenza in un disegno come questo, di Rudolf Steiner e Edouard
Schuré. Ma, senza certezze sulla vittoria finale, non si può non riconoscere che la
secolarizzazione coatta del mondo, il materialismo tirannico, il nichilismo freddo,
cinico, aggressivamente utilitaristico, la stessa magia nera, ancora fortissimi, almeno
in Occidente, stanno trovando avversari che li combattono con la fede nella
sacralizzazione, nell‘energia dello spirito, nella possibilità di un futuro nuovo e
libero, nella «magia bianca» della natura. L‘apocalisse, in questo senso, è già
cominciata ed è sotto i nostri occhi.
Un senso di minaccia e di fine lo avvertiamo anche guardando, oltre che alle
condizioni spirituali, a quelle demografiche, politiche, sociali, economiche in cui si
trovano i popoli della terra. Che nomi hanno oggi i quattro cavalieri dell‘Apocalisse,
secondo gli scienziati, ma anche secondo alcuni studiosi di profezie? Proviamo a
elencarli:
- Sovrappopolazione
- Inquinamento
- Sindrome del lemming
- Terza guerra mondiale
Dove possa portare la sovrappopolazione è descrivibile con immagini dalla
nettezza matematica: al tasso di incremento demografico degli ultimi decenni, un
paese come la Francia nel 3000 avrebbe un abitante per metro quadrato. Ma senza
attendere un millennio, già ora vediamo gli effetti della crescita incontrollata delle
popolazioni del Sud del mondo: le grandi migrazioni sono cominciate, e nessuno può
pensare di fermarle. Nel giro di pochi anni, nelle nostre città sono arrivati i primi
drappelli, le avanguardie dal Maghreb, dall‘Egitto, dal Senegal, dalla Nigeria, dalla
Somalia, dall‘India, dal Pakistan, dallo Sri Lanka, dalle Filippine, dall‘Albania. Altre
moltitudini arriveranno per sopperire, secondo la legge dei vasi comunicanti, agli
effetti della denatalità e dell‘aumento della popolazione anziana in Occidente. Si
profilano confronti imprevedibili tra civiltà, che potranno diventare catastrofici se
non avverranno sul piano di una reciproca comprensione spirituale.
Se l‘uomo non cambia rotta, se continua a versare veleni nell‘aria, nella terra e nel
mare con la stolta certezza che il pianeta sia così grande da poterli assorbire tutti,
l‘inquinamento diverrà il primo, forse il più decisivo fattore di apocalisse. E‘
dall‘affermarsi delle teorie di Galilei, Cartesio e Newton che la natura è diventata per
gli uomini una realtà «non vitale, fatta di forze e rapporti meccanici» (D. H.
Lawrence), ed è dalla rivoluzione industriale che lo sfruttamento della natura ha così
accelerato i tempi e moltiplicato l‘intensità, fino a essere sistematico e totale. Ma
soltanto negli ultimi decenni è diventato chiaro che ormai la ferita inferta al corpo
della terra può avere un esito mortale. La mia generazione è stata la prima nella storia
dell‘umanità a vedere i segni di una mutazione dalle conseguenze incalcolabili: a
capire cioè
che la natura non andava più considerata come una potenza oscura da debellare né
come un magazzino inerte di energie a cui attingere all‘infinito, ma piuttosto come un
organismo avvelenato dall‘uomo stesso, indebolito e malato, da preservare e curare.
Già avvertiamo violente alterazioni nel clima che potrebbero diventare catastrofiche,
provocare gigantesche inondazioni, sommergere migliaia di città o riportare i ghiacci
su una parte cospicua del pianeta. Con il progressivo aumento dell‘inquinamento
l‘acqua potabile potrebbe scarseggiare e diventare un bene più caro del petrolio,
scatenando contese e guerre devastatrici.
I lemming sono dei piccoli mammiferi che vivono in Scandinavia e che a un certo
punto cominciano a riprodursi con una velocità sempre più accentuata, sino a
ritrovarsi in migliaia a pullulare nel loro territorio divenuto ristretto; allora partono in
bande verso il mare in una migrazione suicida da cui nessuno ritorna. I pochissimi
rimasti nel proprio habitat assicurano la sopravvivenza della specie. La Sindrome del
lemming designa dunque molto bene la tendenza, in date condizioni, al suicidio
collettivo. Abbiamo parlato dei suicidi rituali in massa praticati da certe sette in
questi ultimi anni. Ma la Sindrome del lemming è altro e si manifesta su scala ben più
vasta: per esempio, in tutte le morti per droga che hanno falciato le giovani
generazioni durante gli ultimi decenni. E potrebbe diffondersi tra gli uomini in
maniera più clamorosa ancora in seguito a una pestilenza planetaria come quella che
è profetizzata nelle Centurie di Nostradamus: farà seguito a una terribile guerra
preparata in Occidente e scoppierà in concomitanza con l‘allineamento di Mercurio,
Marte e Giove con il Sole, previsto nel 2004, nel febbraio del 2009, e nell‘aprile-
maggio del 2011, l‘anno prima della fine del mondo secondo il calendario dei Maya.
Sulla terra arriveranno microbi sconosciuti da qualche meteorite o cometa, o si
manifesterà una recrudescenza e una diffusione capillare del virus dell‘Ebola, dello
stesso Aids: allora intere masse dalle nostre città sovraffollate, soffocate dall‘ossido
di carbonio, in preda al panico e all‘isteria cercheranno la morte, migreranno per
autodistruggersi, forse proprio verso il mare per inabissarsi.
Tra i poeti, che sono gli esseri più sensibili e solitari, più feriti e profetici al mondo,
uno ha già scelto di morire così, senza aspettare masse di suoi simili, e se mai
mettendole in guardia. E‘ la storia commovente e atroce di Alfonsina Storni, la
poetessa argentina che un giorno si avviò verso la riva, entrò con i piedi nell‘acqua,
camminò e camminò sino a essere sommersa, a diventare qualcosa di nuovo, colore
del corallo e della notte, sul fondo del mare.
Quanto alla terza guerra mondiale: non vi è dubbio che se gli odi etnici sempre più
diffusi e micidiali, le contrapposizioni religiose sempre più violente, i divari
economici sempre più grandi tra Nord e Sud del pianeta dovessero portare gli uomini
dei cinque continenti al conflitto e all‘uso di armi nucleari, avverrebbe la distruzione
globale, un azzeramento della civiltà, forse dell‘umanità stessa. Le armi nucleari
hanno aumentato a dismisura il potere dell‘uomo. Jung, in una lettera del 10 aprile
1954 indirizzata a padre Victor White si era interrogato sull‘espressione allusiva di
Cristo nel Vangelo di Giovanni (10,34): «Dii estis», «Voi siete dèi», rivolta a degli
uomini. E‘ un‘espressione che contiene un segreto. Forse gli uomini saranno dèi,
commenta lo studioso, quando acquisiranno un nuovo stato psicologico, quello
dell‘era dell‘Acquario, grazie a una progressiva spiritualizzazione, la stessa di cui già
parlava Gioacchino da Fiore tanti secoli fa. Ma è anche la loro controversa
condizione nell‘era nucleare; è dato loro un immenso potere cosmico di
autodistruzione. E se gli uomini sbagliano, ora possono guastare la materia
dall‘interno, rovinare l‘equilibrio del creato, cancellare completamente la vita dalla
terra.
Altri quattro cavalieri dell‘Apocalisse sono pronti a visitare il nostro immaginario
di uomini della fine di un millennio e di una civiltà; e riguardano questa volta le
condizioni del nostro pianeta nel sistema solare e nel cosmo. Possiamo chiamarli:
- Malattia della terra
- Collisione cosmica
- Cometa venefica
- Evoluzione del sole
La Malattia della terra è quella per cui il nostro pianeta ci appare come un essere
indebolito, privo di risorse, prossimo al collasso finale, dal quale conviene ormai
prepararsi a fuggire in un futuro che renderà abitabili il nostro satellite naturale oltre
che quelli artificiali e, un giorno, altri pianeti del sistema solare. L‘ultima possibilità
di guarire, per la terra, sembra oggi quella ipotizzata da James Lovelock: tornare a
essere considerata un organismo vivente e sacro, la Madre Terra, la Gaia dei nostri
antenati pagani che – fossero Greci, Romani, Celti, Etruschi – avevano della natura
una considerazione ben più alta e intima e felice di noi.
La Collisione cosmica è una delle eventualità apocalittiche che ha più acceso la
fantasia, anche dell‘industria cinematografica, in questi anni: una catastrofe che viene
dall‘alto, dalle imperscrutabili lontananze siderali, ha qualcosa di più magico e di più
scopertamente simbolico.
Lo stesso se si immagina la fine della terra per il passaggio troppo vicino a essa di
una cometa venefica; con in più tutto il significato di annuncio, di presagio, di
avvertimento divino da sempre attribuito alle comete.
Sull‘Evoluzione del sole ci sono diverse ipotesi: ma tutte prefigurano, questa volta
non come eventuale ma come certa, la fine della vita sulla terra. In genere, e per
molto tempo, si è sostenuto che il sole tende a consumarsi e raffreddarsi, e che
dunque il destino ultimo della terra è quello di terminare la sua corsa nell‘universo
nel buio e tra i ghiacci. Ma le ipotesi più accreditate vanno ormai in direzione
contraria. Si sa che il sole è un reattore nucleare nel cuore del quale si realizza la
fusione dell‘idrogeno producendo elio. Man mano che la fusione prosegue, l‘elio si
accumula ed essendo più pesante cade al centro: la stella diventa più piccola, ma
anche in grado di sviluppare un‘energia sempre maggiore. La sua luminosità e il suo
calore, al contrario delle sue dimensioni, sono destinati a crescere, e nella sua fase
finale il sole avrà una potenza così feroce che farà bollire i mari e incendierà ogni
specie vivente sul pianeta, e il pianeta stesso. Se gli altri fattori di distruzione non
dovessero prevalere, sarà in ogni caso l‘Evoluzione del sole a portare l‘apocalisse:
ma, ci dicono gli scienziati, dovranno passare alcuni miliardi di anni. Quei
4.320.000.000 anni di cui consta un kalpa, un «giorno di Brahma»? Anche la fisica ci
annuncia che la vera fine della terra sarà il sonno degli dèi?
Apocalisse, lo abbiamo visto, è un termine a due facce. Per molti uomini del pianeta
ormai l‘apocalisse non annuncia soltanto una distruzione: annuncia e simbolizza
soprattutto una rinascita. Una rinascita che coincide con il passaggio del sole dalla
costellazione dei Pesci a quella dell‘Acquario, e che produrrà l‘ingresso della terra e
degli uomini in una nuova condizione psicologica e spirituale.
Precursore di una sensibilità tutta tesa verso una palingenesi nel segno
dell‘Acquario fu il movimento hippie, nato nei campus californiani negli anni
Sessanta e poi diffuso tra i giovani di tutto il mondo, anche se in paesi allora
fortemente ideologizzati e politicizzati come l‘Italia e la Francia non fu tenuto in
grande considerazione culturale. In realtà il movimento hippie aveva una
straordinaria carica messianica: metteva in discussione l‘ego bloccato e statico, tutto
teso al potere e all‘autoaffermazione, tipico dell‘uomo occidentale, per sostituirvi un
ego mobile, aperto, capace di risintonizzarsi sulle energie della natura e del cosmo;
condannava la guerra e proponeva un messaggio di amore universale; predicava e
praticava un amore libero dai vincoli della conformistica e ipocrita morale
tradizionale, arrivando a sostituire alla nozione di famiglia quella di «comune»;
proponeva cioè di abbattere l‘antico, biblico potere
patriarcale, autoritario e oppressivo, per fondare comunità di «fratelli»;
condannava il materialismo imperante in Occidente e muoveva verso forme di nuova
spiritualità; sperimentava nuove conoscenze non più soltanto logico-razionali, ma
anche visionarie e mistiche; vedeva l‘inaridimento delle fonti della nostra cultura e si
indirizzava verso Oriente, verso la più sottile e metafisica sensibilità orientale.
A qualcuno proprio il fallimento dell‘utopia hippie, la sua ambiguità, il finire dei
suoi ideali positivi nelle pratiche negative e distruttive della droga e della
promiscuità, fece dire che l‘apocalisse era cominciata. Ma la parte utopico-
messianica del movimento, che affonda le sue radici a sua volta nell‘esperienza della
Beat Generation, di Henry Miller, di Carlos Castaneda, di Timothy Leary, di
Hermann Hesse, di Aldous Huxley, di D. H. Lawrence, e più indietro di Thoreau e di
Whitman, resta intatta come proposta e come sintomo di esigenze sempre più diffuse.
Fine del materialismo e dell‘utilitarismo economicistico; ma anche fine della visione
biblica e patriarcale dell‘autorità, del sesso, del rapporto tra i sessi. Proprio la
cosiddetta «rivoluzione sessuale», che tanto ha cercato di mutare il costume e la vita
nelle società occidentali, sembra il segno più vistoso della crisi dell‘età dei Pesci –
con la sua religione e la sua morale – e dell‘affermarsi, con il passaggio del sole
nell‘Acquario, di nuove forme di convivenza, di nuove sensibilità psicologiche e di
nuove manifestazioni erotico-spirituali tra gli uomini.
Oggi la cosiddetta New Age è un imponente e controverso fenomeno
millenaristico, che, nel suo livello più colto e consapevole, si muove su un terreno già
dissodato dall‘esperienza hippie e da tutte le correnti alternative, eretiche, mistico-
spirituali che hanno attraversato il secolo. Ci si divide con ferocia, sulla New Age;
per moltissimi intellettuali, soprattutto europei, è un ridicolo fenomeno sottoculturale.
Per altri, soprattutto americani, può essere vista addirittura come la manifestazione
contemporanea di una spiritualità occidentale alternativa che affiora almeno dai tempi
del mondo greco-romano; come l‘ultima apparizione di un fiume carsico che era già
venuto in superficie nell‘Umanesimo fiorentino e nel Rinascimento (Marsilio Ficino
è il vero maestro di Thomas Moore, l‘ex monaco cattolico diventato uno degli
esponenti più autorevoli della New Age), nei Rosacroce e in Goethe, nella
massoneria, in certo romanticismo, nel movimento teosofico: la sua essenza sarebbe
sostanzialmente il neoplatonismo. (Viene spontaneo ironizzare su quanto di cultura
neoplatonica può esservi nella casalinga californiana che «channels» -cioè fa parlare
attraverso di sé – lo spirito di qualche principessa egizia.)
Eppure, anche nella sua eterogeneità, il movimento New Age può essere definito
un movimento apocalittico. Damian Thompson parla di una «apocalisse soft». E mi
pare l‘espressione giusta. Manca la parte hard, i flagelli, i castighi, le pene atroci
promesse da Dio ai peccatori, manca l‘idea del Giudizio finale. Chi si salverà si
salverà. La punizione di quelli che non si saranno salvati non interessa. Ma gli altri
aspetti della sensibilità apocalittica ci sono tutti. L‘ossessione delle profezie. Il senso
dell‘avvicinarsi di una crisi epocale. La più marcata polarizzazione tra le forze del
Bene e quelle del Male. Il superamento della storia. Per la New Age, l‘umanità a
venire sarà al di là della storia e avrà sviluppato una sapienza che renderà obsolete
guerre, lotte politiche, contese per il potere. Questo nuovo mondo è vicino e i credenti
lo vedranno. Ma prima l‘umanità dovrà sperimentare degli sconvolgimenti che
distruggeranno le vecchie strutture della società. Su questo, i «profeti» adottati dalla
New Age sono tutti d‘accordo: Ruth Montgomery vede terremoti e maree che
devastano California, Inghilterra, Olanda e Giappone, Osho una carestia terribile che
si porterà via la metà del genere umano, Cheiro una nuova glaciazione, Edgar Cayce
un nuovo Diluvio.
Ci sono psicoanalisti come John Haule che ricostruiscono il «Mito New Age»
facendo leva su due idee di fondo: certi pionieri della New Age sono senza saperlo
degli junghiani; e, senza saperlo, sono anche degli gnostici. Hanno riscoperto la realtà
dell‘anima, che per loro non è semplicemente una vecchia nozione chiesastica, ma
un‘esperienza vivente. E hanno anche riscoperto il Cosmo articolato dall‘antica
gnosi, il movimento ereticale nato nel II e III secolo dopo Cristo e che percorre
sotterraneamente il pensiero e la scienza occidentale, sino a oggi, sino ai neo gnostici
di Prince ton. Per i pionieri della New Age, noi siamo Esseri di Luce emanati dalla
Pura Luce di Dio.
All‘inizio, prima che il sole all‘equinozio di primavera sorgesse nella costellazione
del Toro, l‘uomo aveva una Coscienza Cosmica, e poco di più; essa lo aiutava a
trovare cibo, riparo, caldo, compagnia, quello che gli serviva a sopravvivere. La
stessa Coscienza Cosmica gli forniva la certezza di essere in sintonia con la terra e
con tutte le sue creature. Con il sole nella costellazione dell‘Ariete, gli Esseri di Luce
si immersero di più nella loro veste di carne. I più ambiziosi e dotati svilupparono
conoscenze sensoriali che permisero loro di sottomettere gli altri e di aumentare il
proprio potere e la propria prosperità. Nacquero i re, i mercanti, i guerrieri. La
Coscienza Cosmica venne man mano dimenticata. Nell‘età dei Pesci, e cioè negli
ultimi duemila anni circa, assistiamo per la prima volta alla formazione di ego stabili;
gli uomini cominciano a prendere conoscenza di se stessi, sviluppano la letteratura, la
storia, la filosofia, l‘arte, la scienza. L‘immersione nel mondo del tempo e della carne
è ora completa. L‘uomo si impadronisce della natura attraverso le macchine. Il prezzo
da pagare è il totale, assoluto oblio di ogni Coscienza Cosmica, divenuta per molti di
noi addirittura impensabile.
L‘età dell‘Acquario, che sta per arrivare, rappresenta un cambiamento di enorme
portata, il ribaltamento di millenni di soppressione. Qualcuno già comincia a
incontrare frammenti di quella Coscienza Cosmica perduta, ed ecco le nuove visioni
degli angeli, quell‘angelologia risorta che, in diversa prospettiva, anche un critico
come Aroldo Boom considera come men millenaristico, le «nera ideato esperienza»,
cioè le esperienze in cui si rasenta la morte e si torna in vita con il racconto delle
prime sensazioni di Aldilà; la rinata fede nella reincarnazione.
Alcuni ormai sfidano le due certezze fondamentali dell‘era dei Pesci: la separatista
degli ego individuali, il potere assoluto dell‘uomo sul pianeta. Al fuoco profano di
Prometeo, che è utile per asservire la natura, si preferisce il fuoco celeste, sacro agli
dei. Cade quello che Siamese Pullman aveva chiamato l‘Impero Romano dell‘Io: a un
ego imperialistico, ordinato, separato, se ne sostituisce uno mobile, aperto alle Voci
misteriose e alle Metamorfosi del cosmo. Cosa c‘è di più apocalittico di questa sfida,
di questo senso di un crollo di certezze epocali e di una rinascita come ritorno alle
origini?
Pare che il cardinal Suspense ebbe a dire una volta che la prossima religione sarà una
religione cosmica. Il passaggio del sole dai Pesci all‘Acquario segnerà dunque la fine
del cristianesimo, almeno come lo abbiamo conosciuto in questi due ultimi millenni,
e porterà una nuova religione al mondo? Tema dalla portata vastissima, e che fa
tremare. Non è compito di questo libro affrontarlo. Questo libro si fonda su miti, cioè
su racconti. Ogni racconto mitico, a qualunque popolo appartenga, ci offre un‘idea di
creazione, un‘idea della fine dei tempi, un‘immagine di Dio o degli dei. E ogni
racconto mitico ne richiama un altro, circolarmente.
Si racconta che lo sciamano sionismo Alce Nero indicò un giorno la Montagna
Sacra del suo popolo e disse che quello era il centro del mondo; poi guardò verso
l‘orizzonte, tese il braccio, e aggiunse che il centro del mondo era anche in tanti altri
punti della terra e del cielo, era dovunque la vita pulsasse con il suo ritmo di danza.
Dovremmo fare tutti come il vecchio sciamano sionismo. Dovremmo tutti avere la
nostra Montagna Sacra. Ma dovremmo conoscere e saper riconoscere anche le altre,
quelle degli altri popoli, delle altre culture, delle altre religioni.
Ciascun racconto mitico tra quelli che compaiono in questo libro, e tra gli
innumerevoli che non vi compaiono, preso a sé ci dà un‘immagine locale, «tribale» di
Dio. Il nostro esercizio di comprensione, forse una nuova forma di misticismo,
consiste nel riconoscere in ognuna di quelle immagini una delle infinite
simbolizzazioni di un mistero che sta al di là di ciò che noi possiamo vedere e
pensare.
Così le diverse immagini della fine dei tempi che i vari miti ci mostrano
simbolizzano il mistero stesso per cui ogni fiore, ogni animale, ogni uomo, ogni
stirpe, ogni civiltà, ogni pianeta, ogni stella e l‘intero universo, in tempi che vanno da
un giorno a un eone di miliardi e miliardi di anni, conosce il medesimo destino di
tramonto e di distruzione, il sonno degli dei. Da questo sonno, lunghissimo,
profondissimo, qualcuno continua a pensare che basterà una vibrazione, un suono, un
soffio, perché la vita riprenda, e tutto il lavoro delle galassie produca un fiore delicato
come il ranuncolo, e tutto il lavoro della luce produca un‘energia indomabile come
quella dello spirito.

RINGRAZIAMENTI
Tra gli amici che mi hanno fornito prezioso materiale bibliografico, ringrazio
Laura Tortoni, poetessa e traduttrice di Berkeley, direttrice dell'esperia Presa, e il
professor Massimo Raggiami dell‘Università di Charleston, studioso di Onofria e
inventore di un Festival italo-americano imperniato sul mito.
Devo un ringraziamento ad altri amici che mi hanno offerto spunti e suggerimenti,
a Ma Ambito Candire, fondatrice e animatrice di «Il mondo delle idee», che ama la
New Age, a Christian Boutique, poeta ed editore, l‘uomo più spietatamente lucido ed
ebbro che io conosca, che credo la detesti. E poi al grande poeta libanese Sala Stette,
con cui ho parlato della componente apocalittica del Corano una mattina nel giardino
di un albergo ai confini delle Viennese.
La storia tragica e mitica di Alfonsina Storni mi è stata raccontata da Paco
Libanese e Osé Augustina Gotti- solo.
A Silvia Ronche sono debitore nel tempo di tanti scambi di idee su temi che
ricorrono in questo libro.
Devo ringraziare Siamese Pullman, che mi ha aperto molte vie di comprensione del
mito. E, nel cielo dove è
sicuramente ad ascoltare più da vicino il grande canto del cosmo, Aposepala
Campiello.
Infine ringrazio due amici liguri: Sto Ruscelli, allievo neo pagano di Sofio, un
filosofo e veggente di Porto Maurizio, e depositario del suo insegnamento orale,
anche sui temi dell‘apocalisse; ed Elvio Martino, mio compagno di banco al Liceo De
Amicis di Conegliano, che è stato a lungo in ritiro nel convento dei Padri Carmelitani
Scalzi di Genova e, esprimendomi subito le sue veementi proteste per aver
considerato «mito» il racconto apocalittico di Giovanni, mi ha costretto a spiegare a
me stesso, e ai credenti come lui, naturalmente, che non c‘è nessuna volontà
denigratoria nella cosa.

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