Sei sulla pagina 1di 10

Davvero interessante, Roberto, quindi un’opera lirica che prende spunto dalle

vicende dei Torriani di Primaluna, dove ci troviamo stasera.

Proprio così, Dario, Alessandro Nini scrisse l’opera Ida della Torre ispirandosi a
questa nobile famiglia che dominava su un ampio territorio il cui corpo principale era
la contea di Valsassina con al centro il borgo fortificato di Primaluna.
Ma ci arriveremo dopo, partendo da quello straordinario fermento culturale, assai
legato a questo territorio, che va comunemente noto sotto il nome di Scapigliatura.
Definirei la Scapigliatura più che un movimento, come solitamente viene indicato, un
“fenomeno” che vide la luce negli anni immediatamente successivi all'unità d'Italia e
che riguardò diversi ambiti artistici dalla letteratura alla musica alla pittura.
Il suo ambito geografico fu principalmente quello milanese, anche se la sua influenza
si fece sentire anche altrove, in Piemonte ad esempio.
Il termine fu coniato dallo scrittore Cletto Arrighi (anagramma di Carlo Righetti) che
intese tradurre in tal modo il termine francese di bohéme, e che diede il titolo a un
suo romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio, pubblicato nel 1862.
Ascoltiamo come definisce gli Scapigliati in quest’opera:

“quella certa quantità di individui di ambo i sessi fra i venti e i trentacinque


anni, non di più, pieni di ingegno quasi sempre, più avanzati del loro tempo,
indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male: irrequieti,
travagliati, turbolenti: i quali o per certe contraddizioni terribili tra la loro
condizione e il loro stato – vale a dire tra ciò che hanno in testa e ciò che hanno
in tasca – o, per certe influenze sociali da cui sono trascinati, o anche per una
certa maniera eccentrica e disordinata di vivere, o infine per mille altre cause, e
mille altri effetti…..meritano d’essere classificati in una nuova e particolare
suddivisione della grande famiglia sociale.”

I principali esponenti furono, oltre all’Arrighi, Emilio Praga, che affiancò all’attività
letteraria quella pittorica con esiti felici, Ugo Tarchetti, Giovanni Camerana, Arrigo
Boito, che come sappiamo fu protagonista anche della vita musicale del tempo.
Gli scapigliati ebbero le loro riviste, su tutte la Cronaca Grigia diretta dall’Arrighi,
nelle cui pagine potevano esporre il loro pensiero e le loro posizioni artistiche.
La S. fu caratterizzata da un diffuso senso di ribellione anarchico, rivelatore di un
senso di disagio e di un’acuta protesta nei confronti del mondo borghese da cui questi
artisti d’altronde provenivano e a cui si rivolgevano con le loro opere, secondo una
amabile contraddizione che è tipica dell’arte.
Gli Scapigliati sono in sostanza dei contestatori nelle loro opere come nel loro
modo di vivere, quasi ai margini del mondo, all’insegna della sregolatezza
(alcool e droghe erano compagnie frequenti di questi artisti). Sono intellettuali
che contestano il predominio del denaro del mondo loro contemporaneo, la
logica dell’utilitarismo.
Sono contrari alla letteratura di stampo manzoniano, alle sue impostazioni
linguistiche e alle sue tematiche aprendosi invece allo sperimentalismo
linguistico, talvolta al grottesco e al dialetto.
Assorbirono più di altri le influenze straniere, dal realismo francese con la sua
cruda descrizione del mondo a Baudelaire di cui sentirono molto il fascino, alle
visioni fantastiche e alle tematiche dell’orrore che troviamo in Edgar Allan Poe
e ancor prima nel Romanticismo tedesco di Hoffmann.
Gli Scapigliati assimilarono arte e modo di vita e indicativo è il fatto che molti di essi
morirono giovani, sfibrati da malattie e vita sregolata: Tarchetti a soli 28 anni, Praga
a 36.
Ascoltiamo ora un esempio poetico di Arrigo Boito, tratto dalla raccolta “Il libro dei
versi”.
Si intitola “Case nuove” e risale al 1866. Milano cambia la struttura urbanistica e si
vedono numerosi esempi di scempi edilizi che non sono prerogativa solo del nostro
tempo ma già si verificavano allora. Per sottolineare lo stridere delle nuove
costruzioni con le vecchie case di Milano Boito adotta una riuscita alternanza di versi
quinari (a 5 sillabe), settenari ed endecasillabi disposti senza un ordine preciso:

Case nuove

Zappe, scuri, scarpelli,


Arieti, martelli,
istrumenti di strage e di ruina,
l’impero è vostro! O tempi irrequieti!
L’umanità cammina
Ratta così che par sovra una china.
Sorge ogni giorno qualche casa bianca,
grave di fregi vieti
Scuri zappe, arieti,
smantellate, abbattete e gaia e franca
Suoni l’ode alla calce e al rettifilo!
Piangan pure i poeti.
La progenie dei lupi e delle scrofe
Oggi è sovrana e intanto le pareti
Della vecchia cittade hanno un profilo
Scomposto e tetro – simigliante al metro
Di questa strofe.
Gia gli augelletti fidi
Più non trovano i nidi
Consueti fra il tetto e la grondaia
E sul sacro mister de’ focolari
Viene a urtar la mannaia.
Le muraglie diroccano, a migliaia
Fuggon l’ombre de’ cari
Defunti, e in lagni amari
Volan gridando
All’onta e al duol dell’esecrato bando!
E la casa s’è fatta invereconda,
Gli straziati lari
Mostrano al sole l’alcova e la fogna
Senza pietà di vel che li ripari.
E il cieco brancolante in sulla sponda
Della contrada – smarrirà la strada
Com’uom che sogna.

Come detto prima, la S. fu un fenomeno ampio che riguardò le diverse esperienze


artistiche e segnò un momento assai interessante anche nella storia della musica
italiana dell’800.
Vediamo anzitutto quale era la situazione del mondo musicale in Italia quando fa la
sua comparsa la S. La figura predominante è ovviamente quella di Giuseppe Verdi
ma il suo dominio viene rimesso in discussione proprio dagli Scapigliati e da accese
polemiche su quale fosse la “musica dell’avvenire”. Ricordiamo anche brevemente
che in questo periodo rinasce l’interesse verso la musica sinfonica e cameristica
caduta in oblio in Italia e fagocitata dall’opera lirica (soltanto nel 1878 venne eseguita
in Italia la Nona Sinfonia di Beethoven, diretta da Franco Faccio a Milano!).
In musica la S. si pone in contrapposizione al melodramma romantico, almeno nelle
intenzioni,
In questo periodo Verdi guarda meno all’Italia, più interessato alle prime che gli
vengono proposte all’estero e contemporaneamente in Italia hanno grande successo le
opere di Meyerbeer, il più autorevole esponente del grand-opera, che veniva salutato
dagli Scapigliati come un toccasana rispetto al melodramma romantico, il grand-
opera che poneva minor attenzione allo sviluppo drammatico dell’opera a favore di
una maggiore dispersione ed eclettismo, con episodi musicali autonomi e con estrema
indulgenza all’elemento spettacolare. La musica nel grand-opera rivendicava una sua
autonomia rispetto al dramma e l’opera non si poneva necessariamente un fine etico e
una morale da comunicare.

Predomina quindi Verdi in questo ambiente musicale, il Verdi ad esempio della Forza
del destino.
Ascoltiamone un esempio:

MUSICA
Verdi: La Vergine degli Angeli (da La Forza del destino)

La prima opera che traduce in musica la poetica scapigliata è la Jone di Errico


Petrella, di cui parleremo in seguito, rappresentata nel 1858, ma il momento di
maggior rilievo all’inizio degli anni ’60 lo si ha con la rappresentazione alla Scala de
“I profughi fiamminghi” di Franco Faccio. In cosa consisteva il rinnovamento che si
proponevano questi musicisti?
Sentite cosa scrive, come programmazione poetica, Arrigo Boito:

“L’opera in musica del presente per aver vita e gloria e toccare gli alti destini
che le sono segnati deve giungere a parer nostro:
1. la completa obliterazione delle formule
2. la creazione della forma
3. l’attuazione del più vasto sviluppo tonale e ritmico possibile
4. la suprema incarnazione del dramma”

Sono affermazioni generiche e poco comprensibili.


E ascoltate ancora Boito:

“Shakespeare è sferico, Dante è sferico, Beethoven è sferico: il sole è più


semplice del garofano, il mare è più semplice del ruscello, l’adagio di
Mendellsohn è sferico e più semplice dell’andante di Mozart e perciò anche più
facilmente comprensibile”

Antonio Ghislanzoni, lecchese illustre, scrittore e librettista di Aida, rincara la dose:

“io non oso più passare dinnanzi a una zucca senza levarmi il cappello, e
pensando a quella luminosa idea di Boito, che il sublime è più semplice del bello,
e che il sole, per essere sferico, è più semplice del garofano, sono quasi indotto a
pensare che una zucca sia più sublime del sole”.

MUSICA
Verdi: Ritorna vincitor (da Aida)

Antonio Ghislanzoni, nato nel 1824 a Maggianico, dopo aver fallito negli studi
seminaristici (fu cacciato per cattiva condotta) e medici a Pavia, studiò come
baritono. Ebbe un ruolo attivo nei moti rivoluzionari e dal 1856, quando la voce non
lo sorresse più, entrò in stretto contatto con la S. milanese e ne divenne part
integrante. Attivo romanziere raggiunse più notorietà come librettista. Sono ben 85 i
suoi titoli su cui spiccano Ednea per Catalani, il rifacimento de La forza del destino
nel 1869, e soprattutto Aida nel 1870. Per Aida, come era suo costume, Verdi fu
molto esigente nei confronti del librettista, chiedendogli aggiustamenti cambiamenti
che l’epistolario ci rivela.
Interessante è quanto verdi gli scrive riguardo alla “parola scenica”:

“Non so s’io mi spiego dicendo parola scenica; ma io intendo dire la parola che
scolpisce e rende netta ed evidente la situazione. So bene ch’ella mi dirà: E il
verso, la rima, la strofa? Non so che dire; ma io quando l’azione lo domanda
abbandonerei subito ritmo, rima, strofa; farei dei versi sciolti per poter dire
chiaro e netto tutto quello che l’azione esige. Purtroppo per il teatro è necessario
qualche volta che poeti e compositori abbiano il talento di non fare né poesia né
musica”.

Ghislanzoni approntò anche la traduzione della versione italiana del Don Carlos.

MUSICA
Verdi: Tu che le vanità (da Don Carlos)
La S. musicale si proponeva una apertura verso la musica europea in ambito
operistico e uno dei suoi più grandi meriti fu quello di voler dare all’opera italiana un
respiro internazionale e di non confinarla in un fenomeno nazionale.
Amilcare Ponchielli fu il musicista forse più rappresentativo della S. musicale.
Nato nel cremonese nel 1834 da ben presto prova di doti compositive non comuni.
Un sellaio cremonese gli dà fiducia (come aveva fatto Barezzi per Verdi) e cerca di
organizzargli la prima di una sua opera a Torino, Bertrando Dal Bormio, ma
l’impresario fugge con il denaro, fatto non del tutto inconsueto al tempo, e la
rappresentazione salta.
La sua consacrazione musicale avviene con l’opera I promessi sposi, con la stesura
definitiva cui collaborò Emilio Praga, segno di un indubbio coraggio nell’affrontare il
lavoro in prosa di maggior rilievo di tutto il secolo. Al lavoro manzoniano seguono I
lituani con il libretto di Antonio Ghislanzoni

Il debutto scaligero terrorizzava Ponchielli:

“Se non riesco in quest’opera non scrivo più. Vado in qualche paese oscuro come
organista! Per me è un impegno spaventoso; il pubblico aspetta, sarà ben
disposto, è vero, ma è sempre il pubblico della Scala, questo Minosse che in due
ore manda alla malora un maestro”.

L’opera ha successo, sotto la direzione di Franco Faccio che da acerrimo nemico di


Ponchielli diviene il suo direttore di assoluta fiducia.
Il successo definitivo gli arride con La Gioconda, su libretto di Arrigo Boito che
forse non sicuro del proprio lavoro, o forse timoroso di un insuccesso, si firmò con lo
pseudonimo di Tobia Gorrio, nome piuttosto bizzarro e anagramma facilmente
smascherabile.
Ponchielli è ormai celebrato tra i grandi musicisti del secolo. In verità la Gioconda è
l’unica opera di Ponchielli a sopravvivere nel repertorio. Le successive Il figliol
prodigo e Marion Delorme ebbero successo soltanto al suo tempo e caddero poi nel
dimenticatoio.
Scrisse anche bella musica strumentale che merita riscoperta e attenzione.
Alla sua morte nel 1886 ebbe onoranze solenni.
Verdi scrisse a Ricordi:

“Un dispiacere grandissimo per la morte di Ponchielli. Pover’uomo, così buono e


così grande musicista! Fra qualche giorno quando tutto sarà finito direte alla
Signora Ponchielli com’io prenda parte al suo dolore. Com’io deplori la perdita
di quell’uomo degno, di quell’artista distintissimo!”

MUSICA
Ponchielli: Il suicidio (da La Gioconda)
In questi anni particolarmente ricchi di fermenti artistici giunge a Milano, nel
1864, un compositore brasiliano, Antonio Carlos Gomes, grazie a una borsa di
studio dell’allora Imperatore Don Pedro di Borbone. Gomes è già conosciuto in
patria grazie all’opera “La noite do castello” e giunge a Milano con animo umile
e pronto ad assorbire gli stimoli di un ambiente musicale così vivo.
Gomes studia e si perfeziona e lavora alla sua opera più importante Il Guarany:
un’opera di ambientazione esotica (pensiamo all’Africana di Meyerbeer e ai
Pescatori di perle di Bizet come altri esempi di esotismo). Nel marzo 1879
l’opera andò in scena alla Scala e riscosse buon successo. Lo stesso Verdi diede
un giudizio molto positivo dell’opera.
Gomes tornò in Brasile ricevendo accoglienze trionfali e Il Guarany spopolò in
Brasile. L’opera successiva fu Fosca, su libretto del nostro Ghislanzoni, che vide
la premiere ancora alla Scala nel 1873, con un più blando successo e con 7
repliche.

Altra figura rilevante nel panorama musicale del tempo, fu Alberto Mazzucato.
Nato a Udine nel 1813 (tutti nacquero quell’anno Verdi, Wagner, Petrella) fu un
uomo di vastissima cultura e musicista poliedrico, compositore e direttore
d’orchestra. Sostenne in toto le istanze della Scapigliatura come critico e poi
come direttore della Gazzetta Musicale. Svolse la sua attività incessante a
Milano, dove fu direttore del conservatorio, diresse molte opere alla Scala e
fondò cin Boito e Ricordi la Società del Quartetto.
Suoi allievi furono Boito e Gomes, due maestri della Scapigliatura.
Le sue numerose opere teatrali oggi sono pressochè dimenticate e in questo
concerto volto alle riscoperte avremo modo di riviverne uno dei momenti più
belli. Oggi sopravvive nel repertorio soprattutto in virtù delle sue numerose e
apprezzate musiche corali.
I titoli dei suoi lavori più noti al tempo sono La fidanzata di Lammermoor,
Ernani, Don Chisciotte e, per noi molto interessante, La Signora di Monza.

La figura di Arrigo Boito, allievo di Mazzucato, ci consente di parlare della S. sotto


diverse prospettive: la musica, il testo dei libretti, i rapporti con Verdi.
Nato nel 1842 Boito fu musicista precoce, dopo il diploma al conservatorio di
Milano vinse una borsa di studio che gli consentì di recarsi a Parigi ed entrare in
contatto con Hugo, Berlioz, Rossini e Verdi.
A soli 20 anni scrive il testo dell’Inno delle Nazioni musicato proprio da Verdi per
l’Esposizione Universale di Londra.
Il rapporto con Verdi fu per lungo tempo conflittuale e questo non sorprende
leggendo la sua Ode all’arte italiana comparsa nel 1863, in cui Boito denuncia il
provincialismo della musica italiana, la sua impermeabilità alle esperienze europee, e
loda Wagner e la sua opera (ricevendone un affettuosa risposta con la “lettera ad un
amico italiano”).
Con Verdi e con l’opera italiana Boito non va per il sottile:

“E’ venuta l’ora di un cambiamento nello stile. La forma, che si è largamente


sviluppata nelle altre arti, deve svilupparsi anche nella nostra.

Alla salute dell’arte italiana


perché la scappi fuori un momentino
dalla cerchia del vecchio e del cretino
giovane e sana….”

Il giovane Boito entra in contatto con l’ambiente della S. milanese e ne condivide


immediatamente le istanze entrando a farne parte quanto mai attiva.
Attento alla letteratura straniera, da essa mutua il fascino del mito di Faust e il patto
con il diavolo e si propone di tradurlo in opera lirica, scrivendone sia testo che
musica.
Nasce così con parto travagliato Mefistofele.
Egli mirava ad una perfetta aderenza tra parole e musica, mettendo in disparte le
“formule”, come lui le chiamava, del melodramma italiano a favore di una maggiore
attenzione verso le caratteristiche del grand-opera e dell’opera wagneriana.
Ricordi preparò con grande enfasi la prima dell’opera che richiese due mesi di prove,
un tempo incredibile.
Boito ha in mano la bacchetta della prima rappresentazione nel 1868. E’ un
fiasco di proporzioni inaudite, con scene incredibili, isterie e liti che sconfinano
nella violenza fisica.
Boito ha solo 26 anni ed è al centro di un caso clamoroso ma ha un saldo
controllo dei nervi e mentre in teatro infuria la contestazione egli quasi in
spregio si spolvera con cura le scarpe davanti al pubblico prima di lasciare il
podio.
I tempi non sono maturi per quest’opera ma sono i tempi del pubblico non quelli del
vero artista che è sempre avanti: la ricompensa verrà più tardi, fatto quasi
consuetudinario nell’arte, dapprima nel 1875 quando l’opera ottiene un buon
successo a Bologna, poi alla Scala nel 1881 dove il Mefistofele ha la sua
consacrazione. La vera rivincita di Boito sarà poi nel 1901 quando, riproposta nel
teatro milanese con un cast eccezionale che comprendeva Toscanini e Caruso, riporta
un successo senza precedenti. Nell’arte come nella vita bisogna aver fede e aspettare,
il merito e il valore prima o poi hanno il giusto riconoscimento, è quasi una legge
scientifica.

Ed ora qualcosa di curioso ed interessante, soprattutto per i cultori di tradizioni


meneghine:
vi ricordate, almeno i meno giovani ricordano, le storie sul Barbapedana?
Barbapedana el gh’aveva un gilé
Rott per denanz e strasciaa per dedrée.
Questo cantastorie milanese, il giovane Boito lo incontrò nel 1863 e ne rievocò in
modo sicuramente fantasioso ma pur reale la figura in un brano della Gazzetta
Musicale del 1870.
Boito è in compagnia di un dotto musicista tedesco e di un poeta lombardo che
disputano, ormai in preda ai fumi dell’alcool, sul genio tedesco e sul genio italiano. Il
menestrello Barbapedana affascina tutti con il suo canto e la sua chitarra, ponendo
fine alle liti con le sue semplici canzoni.

“E il tedesco disse: - Un bacio, un bacio, divino Barbapedana! Menestrello!


Trovatore! Poeta! Fantasio! Ch’io ti ammiri e ti baci. Tu sei l’Italia! Ti venero e
ti compiango. Ti venero perché sei artista ispirato, ti compiango perché sei
l’artista ignorante. Empirico del bello, non conosci ciò che tu crei, lascia ch’io
lagrimi sul genio tuo -. Mentre barbapedana continuava a suonare e noi a ridere.
Io non so come ciò avvenne, ma il fatto si è che alcuni minuti dopo, noi tutti e il
tedesco anche, ci sorprendemmo danzando.
- Viva Barbapedana! – gridavamo a squarciagola.
- Viva Barbapedana! -.
Quella campagna notturna, quell’azzurro, quella luna, quella tarantella
resteranno sempre nei miei sovveniri più lieti e più pazzi”.

Ed ora una vera primizia, il vero fulcro della serata odierna qui a Primaluna. Un altro
personaggio dell’epoca che ci riguarda in questa sede molto da vicino è Alessandro
Nini. Nacque a Fano nel 1805, studiò a Bologna e in questa città conobbe un notabile
russo che lo portò con sé a Pietroburgo, dove insegnò canto. Tornato in Italia debuttò
come operista con “IDA DELLA TORRE” nel 1838, e nel 1839 colse un grande
successo con “LA MARESCIALLA D’ANCRE” a Padova, il suo capolavoro. La
abbastanza recente riscoperta a Jesi nel 2003 è stata una vera rivelazione, la critica ha
confermato i giudizi del tempo, raffinata strumentazione, magnifiche melodie, forte,
continua tensione drammatica, abile alternanza di atmosfere, gaia, tetra, rovente,
funesta, patetica, idillica, passionale, sensuale, tipica tragedia romantica di amore e
morte. Fu stimato da Rossini, Donizetti e Verdi che lo volle tra i compositori
selezionati per comporre il Requiem per Rossini. Morì nel 1880 a Bergamo. L’opera
che qui molto ci interessa è IDA DELLA TORRE, poiché è ispirata alla potente
famiglia dei Torriani, nativi di Primaluna. La signoria dei Torriani divenne padrona
di Milano, Lodi, Cremona, Piacenza, Pavia, Vercelli e di altre città. Alla calata in
Italia di Arrigo VII del Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero
d’Occidente, nel 1311, che doveva porre fine alle contese tra guelfi e ghibellini,
Guido della Torre, detto “il ricco”, divideva il potere con Matteo e Galeazzo
Visconti. Questi riuscirono a far passare come traditore il Della Torre e di qui
cominciò un rapido declino della signoria. La vicenda dell’opera di Alessandro Nini
si svolge proprio a Milano nel 1311, ed è frutto di fantasia. Infatti, non si ha notizia
del contratto di matrimonio fra Galeazzo Visconti e Ida della Torre, citato nell’opera,
e non risulta che Guido della Torre avesse una figlia di nome Ida. L’opera fu data al
teatro Alla Scala nella primavera del 1838.
Immaginiamo l’antico borgo di Primaluna che rivive in queste note…
MUSICA
Alessandro Nini ………….. (da Ida della Torre)

Sentiamo cosa scrive di quest’opera uno dei suoi cultori, il musicologo Philip Gossett
dell’Università di Chicago:
La vicenda di Ida della Torre è tratta dalla storia italiana del Medioevo, dal
conflitto dei Della Torre originari di Primaluna, un piccolo borgo della
Lombardia, con i Visconti.
I Della Torre facevano parte della fazione guelfa, quindi fedeli al Papa, contro i
ghibellini Visconti, legati all’Imperatore Enrico VII.
Come accade spesso nell’opera lirica il fatto politico fa da contorno a una storia
d’amore: due fratelli Alfredo e Galeazzo Visconti sono innamorati di Ida, figlia
di Guido della Torre.
Alfredo, amante ricambiato da Ida, è stato privato dei diritti dal fratello e vive
ingiustamente in esilio. Galeazzo ottiene il consenso a sposare Ida a condizione
che egli passi nella fazione guelfa, quella dei Della Torre.
La trama è molto complessa con colpi di scena come la apparente morte di
Alfredo in duello e si chiude drammaticamente con la follia e la morte di Ida.
Un’opera che rivela uno straordinario livello qualitativo, con Nini non solo
creatore di belle melodie ma anche molto attento alla tavolozza armonica.

MUSICA
Alessandro Nini ………….(da Ida della Torre)

Con Puccini l’opera italiana apre una nuova stagione e potremmo dire che il
compositore lucchese si pone almeno su un piano ideale a fianco degli
Scapigliati, per il suo riferimento alla cultura europea e per la scelta dei soggetti
nonché per lo spirito libero e non convenzionale che anima le sue opere.
E questi elementi rimangono come le caratteristiche fondamentali di un
fenomeno, la S., che pur avendo dimensione provinciale, non avendo raggiunto
un respiro nazionale, aprì in Italia la finestra sulla musica europea con l’intento
di rinnovare la tradizione melodrammatica.
I contestatori, che indossarono in seguito in alcuni casi, vedi Boito e Faccio,
l’abito da sera svolsero una funzione di stimolo più che di sostanza ma che
ravvivò in maniera significativa il mondo musicale del tempo.