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Logica operativa: mettere insieme degli assunti base, articolati tra loro, che ci consentano di entrare

serenamente nei gruppi, di poter essere creative. Vi racconterò il mio primo incontro serale.

BION si concentra sulla prima parte del mito di Edipo per pensare i gruppi

In cui Edipo, dopo aver conosciuto il suo destino tramite l’oracolo, scappa dai suoi genitori adottivi verso
Tebe

Qualunque fuga non ha un buon destino

Si ritrova davanti alla Sfinge che gli pone il celebre indovinello, lo conoscete? Era una domanda di vita o di
morte. Se mi rispondi, mi suicido, se sbagli, muori tu. Heidegger dice che la risposta è la disgrazia della
domanda.

Ora, un buon gruppo non va in questa direzione. Bisogna mettere al lavoro la domanda, non la risposta. Se
diamo risposte nessuno chiaramente morirà, ma stiamo otturando la messa al lavoro soggettiva.

Quindi, riflessioni minime sull’EDIPO

1. Meglio non scappare dalle cose


2. Dove stai andando quando scappi?
3. Perché devi possedere la risposta?
4. Perché una domanda dev’essere di vita o di morte?

Quindi produrre domande – essere orientate da un amore alla domanda. La sfinge è una della posizione del
coordinatore. Perché si possono porre domande sapendo la risposta.

La logica di lavoro di Graciela che ho potuto isolare si orienta così.

1. Dare posto al Soggetto. Puntare al soggetto e non all’individuo


2. Instaurare gruppi che siano una dimora
3. Mettere al lavoro la domanda

Dobbiamo fare in modo di favorire gruppi che possano essere una dimora per il soggetto. Questo concetto
già racchiude i due vettori della direzione in cui lavorare: dimora è un posto dove sostare, dove potersi
fermare, è prima di tutto una dimora alla pulsionalità.

1. IL LAVOro

Il lavoro si orienta al Soggetto, non all’individuo. Lavoriamo con il Soggetto perché lo pensiamo effetto
dell’Altro – di un vincolo con l’Altro.

Mentre l’individuo è arroccato in un Io – Io sono quello che parla – Io sono quello che sa – ma anche Io
sono quello che non ha mai combinato niente. Posizioni compatte, granitiche.

il soggetto invece è diviso tra quello che sa e quello che non sa di ciò che dice. Che non è completamente
padrone di sé stesso – né di quello che fa ne di quello che dice, c’ è qualcosa che disconosce. l’inconscio è
una struttura pulsante. Si apre e si chiude ed è presente a noi solo per istanti. Un soggetto abbonato
all’inconscio è qualcuno in buoni rapporti con il proprio inconscio. Ascolta i suoi messaggi attraverso i sogni,
gli sbagli, questi momenti in cui l’inconscio si schiude.

Creare gruppi fatti di individui ha un punto di rischio molto alto, ovvero di puntare all’esclusione del
diverso. C’è una tendenza dei gruppi nel fare questa operazione: depositare nell’altro, nel loro, ciò che uno
non sopporta di sé stesso, depositare nell’altro lo straniero che ci abita, ciò che è estraneo, insopportabile
di noi stessi.

La potenza del gruppo risiede nel poter sostenere la differenza interna al gruppo stesso. Non solo la
potenza del sì, del successo, del tu puoi! Ma del No, della differenza, dell’enigma, del mettere a lavorare la
“domanda”. Es. con alcolisti, sono o non sono un alcolista?

Attribuire un’etichetta è un limite dei miei strumenti terapeutici. Lavorare per far accettare a una persona
la diagnosi di alcolismo, come se fosse l’essenza ontologica di quella persona, lo sto timbrando a vita.

Agli individui si chiede di cambiare comportamento, “cambiare stile di vita”. La proposta terapeutica è il
cognitivismo comportamentale, effetti rapidi, che siano visibili e misurabili. Ma l’essere umano, dice Isidoro
Veigh, non rinuncia al godimento né attraverso la via Super Egoica né per la via educativa, ovvero né perché
gli venga ordinato, né perché gli venga insegnato. Il soggetto non rinuncia a ciò che gli fa male se non
scambiando quel godimento con un altro. Quindi attraverso il gruppo il soggetto può rinunciare e quel
godimento mortifero per il piacere di creare qualcosa di nuovo, un sapere nuovo su di sé, un incontro con
qualcosa di diverso, attraverso il lavoro con gli altri. È un’ipotesi molto potente questa, ma è corroborata
dall’esperienza. Almeno nelle dipendenze, in gruppo si possono creare dei movimenti che nei trattamenti
individuali è difficile raggiungere.

2. DIMORA

Noi introduciamo la variabile tempo, vogliamo produrre effetti di soggettivazione, trasformazioni (processo)
nella posizione soggettiva. La posizione soggettiva cos’è? È come ognuno si rapporta, si confronta con la
mancanza, con la castrazione, con il resto insito nell’essere umano.

Riprendendo Sartre “l’importante non è quel che si fa di noi, ma quel che facciamo noi stessi di ciò che
hanno fatto di noi. La posizione inaugurale del paziente in analisi così come nei gruppi è l’anima bella – la
vittima.

Gruppi che possano ospitare la parola, la differenza. Promuovere il desiderio di continuare a sopportare
l’enigma.È la prima cosa da specificare perché il lavoro che ho visto nei gruppi muove primariamente da
un’altra parte. Gruppi in cui si raccolgono individui da uniformare attraverso la terapia.

PANDEMIA:

è una situazione inedita, straordinaria, ci siamo trovati calati. Un reale debordante, che non si può risolvere,
che non si può esprimere a parole, possiamo fare quel che ci pare e ci sarà comunque un eccesso.

Qualcosa del senso delle cose, della quotidianità si è spezzato, e i gruppi sono degli spazi propiziatori per
costeggiare quelle questioni reali che ruotano intorno all’impossibilità, a ciò che è intollerabile,
insopportabile, e soprattutto il vuoto, l’impotenza, il non sapere chi gestirà tutto questo, quale legge potrà
mettere ordine in questo reale debordante.

Qualcosa nei vincoli e nell’installazione del gruppo è stato compromesso durante la pandemia. Bisogna
tornare e ritornare sull’installazione dei gruppi, in modo che, insieme all’altro, l’incertezza diventi
sopportabile.

CHI CONDUCE

F(c)

A CHI è RIVOLTO
È rivolto al soggetto, non all’individuo. Vuol dire che la direzione terapeutica è puntare al Desiderio, a
produrre vita, soggettività, ri-svegliare il Soggetto. Es. gruppo depressi- a volte la persona non si rende
conto che ciò che lo ha mosso, lo ha portato prima fuori dal letto e poi fuori di casa, fino in gruppo, a
parlare, è un qualcosa, anche se un accenno, del proprio desiderio. Quindi il nostro lavoro dev’essere
alimentare quella scia, alimentare il desiderio. E che cos’è il desiderio: è quel posto dove qualcosa manca e
vado a cercarlo, richiede lavoro e richiede vincolo con l’Altro. In gruppo creiamo una trama che possa
sostenere quel desiderio e che ospiti, dia dimora al Soggetto.

TEMPI DI FONDAZIONE

Produrre trama è particolarmente importante all’inizio

Installazione del gruppo

C’è un tempo precedente all’avvento del soggetto che ha a che fare con l’anticipazione, tempo che se non si
produce, secondo le nostre teorizzazioni, ci sarà un rischio di autismo, di psicosi. Ci sono mamme che non
riescono ad anticipare, a immaginare questa unità nel tempo dell’attesa. C’è qualcosa dunque che
auguratamente anticipa quindi il soggetto, qualcosa nel patto, nello sguardo, nella voce, che compie una
funzione materna, funzione che punta ad unificare ciò che nel neonato nasce come frammentato. E che
non si produce solo nella fase dello specchio, ma ben prima.

Bisogna costruire una pelle gruppale, un tessuto gruppale

TRANSFERT

Affinché ci sia un paziente bisogna instaurare il transfert – ovvero l’analista deve sostenere la posizione del
Soggetto supposto sapere. Io ne so sulla tua sofferenza, io ne so dell’inconscio. Saper ascoltare e poi saper
leggere il testo che porta il paziente. E chiaramente sostenere una posizione assimetrica. Noi nella clinica
con l’infanzia e l’adolescenza, possiamo vedere gli effetti tragici della funzione materna e paterna quando
perdono la disimmetria, che poi altro non è che la difficoltà a sostenere la differenza.

IO ASPETTO IL GRUPPO - non è il gruppo aspetta me. È una cosa banale ma che segna una posizione – sono
io che accolgo, che do posto al gruppo.

Cura il tono di voce, cura la presenza – fa un contratto col gruppo, che si tratta di spiegare di cosa si tratta.
Dice di essere contundenti. Alle persone che forma appunto, se non riescono a essere contudenti li manda
a fare teatro o ad analizzarsi di più – avere spina dorsale. Questa persona ha il polso della situazione, può
farsi carico della mia sofferenza.

UNO GRUPPALE

Installare un Uno gruppale. Tessere una pelle di qualcosa che bisogna costruire a livello immaginario, quel
vedersi allo specchio e riconoscersi come un Uno, quell’illusione gruppale che poi andrà svuotata ma che
inizialmente bisogna costruire.

Cosa si fa in gruppo?

È un processo in cui si rompe un’unità, il senso coagulato delle cose, le credenze, e lo si ricostruisce tra tutti
in una nuova immagine, attraverso i frammenti e le idee di tutti. Quando finisce l’incontro, la persona non
esca come è entrata. Pensate alle sedute. Attraverso il gruppo smuovere delle certezze, propiziare
l’emergere di una domanda. Questo è svegliare le persone.

C’è un appiattimento generale del pensiero, una tendenza all’uniformità –


Gruppi in posizione di oggetto (mancanza creatività, consegnati al discorso istituzionale) posizione di
soggetto che può pensare se sé stesso.

Ora, come produciamo soggettività? Ritagliandomi dall’Altro. Lamentarsi è una posizione parassitaria. Ma
poter albergare nel soggetto la differenza con l’Altro e con sé stesso, fare posto all’inciampo, alla difficoltà,
all’impossibilità.

Ci sono molti gruppi che constano di 3 momenti, orientati così:

-inizio lacrimoso

-catarsi

-happy ending

Fare l’analista, anche quando coordina gruppi, è un mestiere impossibile. Non può riuscire del tutto bene
perché c’è sempre qualcosa del Reale che rimane fuori, che non può trovare collocazione nelle parole. E
che secondo Graciela possono essere costeggiate attraverso l’arte. Su quale registro lavoriamo? Scuola
milano isteriche – scuola elementare con il bullo.

È impossibile che l’altro sia totalmente d’accordo con ciò che dico – dal momento che è impossile che io sia
totalmente d’accordo con me stessa. Solo se riconosciamo la meravigliosa fecondità insita dentro noi stessi
– se accettiamo che possiamo trovarci laddove ci manchiamo – in questo modo i gruppi fondano i propri
enigmi e avanzano attraverso i cammini del desiderio.

Promuovere il passaggio da una posizione passiva a quella di soggetto desiderante protagonista dei propri
atti. Quando un soggetto è responsabile dei propri atti smette di lamentarsi e di essere vittima.

ALIENAZIONE SEPARAZIONE

È lo schema che ci mostra i 2 tempi di costituzione della soggettività

Che ci dice che c’è un primo tempo in cui l’essere umano non è nulla se non c’è un Altro che lo aspetti – il
linguaggio, la società, la comunità, la storia, i genitori le parole e cosi via. Non ci sarà un soggetto se non c’è
un Altro che lo aspetta. Quindi perché le cose vadano bene c’è un primo tempo in cui il soggetto deve
affidarsi all’altro, deve alienarsi, deve accettare di essere abitato dall’Altro – che l’Altro mi riconosca e mi
dica chi sono

2. ci sarà un secondo momento in cui mi separerà dall’Altro attraverso la produzione dei qualcosa di
proprio. Ma non mi separo in qualunque modo. Mi separo nell’Intersezione. La vera separazione non è
sbattere la porta e mandare a quel paese. Finisce male. Scappare è un destino tragico, e separare non è
scindere.

Quindi noi propiziamo un trazo separador. Lavorando come coordinatori sui segni che l’Altro ha lasciato sul
sogetto, su come si relaziona con questo Altro, come è abitato da questo altro.