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“La canapa e il mare.

Aspetti organizzativi ed economici delle forniture di una materia prima strategica


all’Arsenale di Venezia” a cura di David Celetti.

Tratto da “Gli arsenali oltremarini della serenissima. Approvvigionamenti e strutture cantieristiche per la
flotta veneziana (secoli XVI-XVII)” a cura di Martino Ferrari Bravo e Stefano Tosato. Pubblicato da Biblion
Edizioni nel 2010, a Milano.

Il saggio del Professor Celetti si pone l’obiettivo di sviluppare alcuni aspetti delle piantagioni di canapa
(materia prima strategica per l’industria navale) create dalla Repubblica a metà Quattrocento in provincia
di Padova, al fine di soddisfare le richieste dell’Arsenale. Partendo dalla delineazione del contesto storico, il
testo passa poi ad analizzare la struttura organizzativa ideata dalla Serenissima per sostenere l’avvio e la
crescita di questa attività, evidenziando la razionalità alla base e i limiti riscontrati. In conclusione si
sottolinea come, al di là degli esiti conseguiti durante il dominio veneziano, la canapicoltura padovana è
diventata un comparto moderno e capace, in grado di fornire nell’Ottocento abbondante materia prima, di
ottima qualità, destinata sia all’esportazione, sia alla nascente industria nazionale.

Il contesto politico-economico

Venezia costruì la sua storia su complesse relazioni tra il mare, la terraferma e la città. Fece in modo di
restarne sempre al centro sfruttando il controllo delle vie d’accesso fluviali all’entroterra padano, il dominio
delle rotte mercantili mediterranee e la posizione di collegamento con l’Oriente. Appare ovvio che per
ottenere tali esiti è stato fondamentale l’impiego della flotta quale strumento al tempo stesso mercantile e
militare. In questo contesto il settore delle costruzioni navali e la disponibilità di un grande cantiere
pubblico, assunsero funzione strategica.

La Repubblica fu tra i primi stati occidentali a disporre di un vero e proprio arsenale, che fu concepito per
essere uno strumento produttivo affidabile, gestito ed amministrato in modo da assecondare con
immediatezza le necessità delle flotte, ma soprattutto posto sotto il diretto controllo dello Stato. A causa
del livello quantitativo e della complessità delle produzioni fu fin da subito indispensabile un’efficace e
moderna amministrazione, che pose Venezia all’avanguardia anche in questo ambito. I principali problemi
furono sicuramente di natura organizzativa, ma anche legati alla necessità di controllare gli ampli flussi di
forniture che dall’entroterra dovevano convogliare verso l’Arsenale (legno, ferro, pece, canapa).

In particolare la canapa (necessaria per realizzare vele, corde e gòmene) per lungo tempo venne importata
dalle vicine province bolognesi o dalla più lontana Tana. Nel Quattrocento si assistette ad una modifica di
questo mercato a causa di un forte aumento della domanda a livello europeo e della parziale chiusura dei
mercati orientali a causa dell’emergere della potenza ottomana. In questo contesto i produttori emiliani
godettero di una posizione di quasi totale monopolio e non fu perciò casuale che nel 1455 Venezia decise di
iniziare una produzione interna, così da sottrarre la produzione navale da costi e pericoli derivanti
dalla dipendenza estera.

La “canapicoltura nazionale”

Delineata la strategia dell’autosufficienza si valutò che l’alternativa migliore per l’avvio fosse quella che
prevedeva l’intervento diretto dello Stato, piuttosto che quello dell’iniziativa privata. L’idea del Senato era
infatti quella di garantire elevati volumi di forniture ad un prezzo contenuto, così da abbassare i costi di
esercizio dell’Arsenale e da “calmare” i prezzi della fibra emiliana. A tutto ciò si aggiunse anche la difficoltà
di sviluppare in breve tempo una coltura pressoché inesistente nel Veneto di allora e anche piena di
difficoltà tecniche.
I provvedimenti che segnarono l’avvio della “canapicoltura nazionale” (come da allora vennero a chiamarsi
le piantagioni della Repubblica) vennero formalizzati nel 1455 come un apparato legislativo strutturato
attorno ai tre aspetti fondamentali:

- la localizzazione: l’area che fu destinata alla canapicoltura fu quella compresa tra Montagnana,
Este e Cologna Veneta, in quanto presentava le giuste qualità del terreno e comprendeva inoltre
un’ampia zona pubblica (il Palù di Montagnana) la quale poteva immediatamente essere sottoposta l
nuovo impiego. Per quanto riguarda i terreni privati, si stabilì che si dovesse destinare un campo
alla coltivazione della fibra ogni due buoi posseduti. Si ottennero così un totale di 800 campi
vincolati, che si calcolò dovessero garantire un apporto di 800.000 libbre a raccolto.
- l’organizzazione e le procedure operative: l’impostazione organizzativa fu disegnata integrando la
produzione agricola a quella navale attraverso la figura del Provveditore ai canevi, un funzionario
dell’Arsenale stesso incaricato di vegliare sul rispetto delle regole, di verificare le lavorazioni, le
semine e i raccolti, di comunicare sul territorio le esigenze dell’Arsenale, di procedere agli acquisti
delle fibre, di organizzare e gestire il trasporto della materia prima da Montagnana a Venezia. Era
inoltre suo compito verificare la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture (maceratoi, canali
di apporto e asporto dell’acqua, ricoveri e depositi) poste a carico delle comunità, in particolare di
Montagnana. Al Provveditore si affiancò il Soprastante, addetto a curare gli aspetti pratici, in
particolare sull’applicazione delle procedure di produzione della tradizione emiliana. Egli poteva
contare anche su del personale esecutivo, addetto a compiti quali la pesatura delle fibre, la tenuta dei
libri contabili, ecc. I metodi e le tecniche di coltivazione furono stabiliti nel 1455 dal primo
Soprastante, Michele da Budrio, che emise un documento ufficiale in cui si descrivevano le singole
operazioni, fornendo un insieme completo di regole.
- i compensi: l’Arsenale, al quale venne concesso il diritto di prelazione sull’intero raccolto
padovano, avrebbe acquistato le quantità a lui necessarie ad un prezzo fissato dallo Stato sulla base
di una relazione redatta ogni anno dal Provveditore con l’obiettivo di far emergere i costi effettivi
sostenuti per la produzione della fibra. Tale compenso doveva così coprire gli oneri legati al
processo agricolo e assicurare contemporaneamente un normale guadagno ai contadini.

I limiti

La produzione della canapa richiese abbondante forza lavoro, la quale fu sottratta alla coltivazione del
grano. Difatti la tipica famiglia colonica era in grado di soddisfare solamente le richieste operative dei propri
appezzamenti e il nuovo lavoro ora richiesto dallo Stato non poteva che togliere uomini alla coltivazione
precedentemente effettuata, la quale inoltre costituiva la fonte economica per il pagamento dei fitti e degli
oneri prediali, ed assicurava anche l’autosufficienza alimentare. Questo disagio venne ulteriormente
appesantito dalla diminuzione delle stesse superfici disponibili per la cerealicoltura, dalle maggiori spese
per acquistare i concimi, per il funzionamento dei maceratoi, per le spese di trasporto dei raccolti e per la
manutenzione delle strutture e delle strade.

Allo stesso tempo i contadini erano svantaggiati anche dal prezzo a cui potevano vendere la materia prima.
In quel periodo infatti la canapa era soggetta ad essere venduta ad un prezzo estremamente favorevole, molto
più alto di quello che l’Arsenale pagava. I contadini, obbligati a cedere pressoché l’intero raccolto alla
Repubblica in cambio di compensi sensibilmente inferiori al valore di mercato, si rivolsero al
contrabbando, ed il fenomeno andò costantemente ampliandosi, facendo diminuire le quantità di canapa
disponibili all’Arsenale. Tutti i provvedimenti furono inefficaci: si andarono a sviluppare infatti due mercati
paralleli, uno legale, pubblico e sempre più gravato dalla scarsità e dalla bassa qualità della materia, uno
illegale, che rubava aliquote sempre più ampie delle fibre di maggior pregio.
Un altro elemento che penalizzò i contadini fu la trasformazione del Palù di Montagnana in canapaio.
Questo territorio infatti era precedentemente utilizzato per i pascoli dai piccoli agricoltori della zona o come
campi comuni, e la sua trasformazione d’uso diminuì sia il reddito delle famiglie che i pascoli stessi.

Nonostante queste difficoltà di fondo la “canapicoltura nazionale” decollò, tanto che nel 1502 la relazione
annuale redatta dal Provveditore riferiva che essa soddisfaceva il fabbisogno dell’Arsenale e aveva
costretto i mercanti emiliani ad abbassare il prezzo della loro materia prima.

A partire dalla metà del Cinquecento però, il prezzo della canapa aumentò in concomitanza a quello del
grano e si manifestarono i primi segnali di crisi: i raccolti di Montagnana arrivavano appena a 180-200.000
libbre. Il declino diventò endemico, si moltiplicarono le truffe e le frodi, anche grazie alla complicità di
molti funzionari pubblici, e la reazione pubblica, seppur più incisiva a partire da metà del Seicento, si rivelò
impotente. Questa crisi produsse effetti molto gravi, in quanto venne ad inserirsi in un contesto di forte
espansione dell’attività dell’Arsenale a seguito delle guerre turche e dell’introduzione, nel Seicento, del
vascello di linea, il cui fabbisogno di canapa era dici volte maggiore rispetto a quello delle galere.

La nuova canapicoltura

Già alla fine della Guerra di Candia si iniziò a pensare a possibili soluzioni, tuttavia fu solo negli anni ’70 del
XVIII secolo che si raggiunse il compromesso necessario a far rifiorire il settore. Il governo concesse di
innalzare il prezzo della canapa, adeguandolo a quello del mercato, e inoltre limitò la quantità di materia
prima sulla quale poteva essere applicato il diritto di prelazione, abbassandolo a 100.000 libbre.

Questi provvedimenti furono molto efficaci anche grazie al contesto in cui si vennero ad inserire. Si era
infatti davanti ad un debole andamento demografico, dovuto alle due pestilenze secentesche, e anche
all’esaurimento del fenomeno inflazionistico, per merito dell’importazione di metalli preziosi dalle colonie
americane, che contribuirono insieme a contenere i prezzi del grano, limitando la sua convenienza rispetto
alla canapa, il cui commercio infine era stato favorito dall’introduzione dei grandi velieri oceanici e
dall’ampliamento delle rotte oceaniche. Inoltre la diffusione del mais rallentò a sua volta il vincolo
alimentare causato dalla sostituzione del grano con la canapa nei campi. Il fabbisogno sempre alto di
concimi fu invece in parte superato grazie alla predisposizione di adeguate rotazioni delle colture, in grado
di sfruttare l’azione arricchente della canapa sul terreno.

Si assistette così ad un progressivo recupero delle piantagioni padovane, alle quali a metà del XVIII secolo,
si aggiunsero altre province dello Stato, comprese in una vasta area tra il Polesine, i Colli Euganei e Verona
I prezzi rimanevano in costante ascesa, l’organizzazione diventava sempre più “capitalistica”, pur
rimanendo presenti anche piccole realtà parcellizzate, a dimostrazione della convenienza della
canapicoltura. Le tecniche colturali impiegate si fecero sempre più all’avanguardia, dimostrandosi moderne
ed efficaci.

Parallelamente alla crescita della produzione agricola, si sviluppò con forza anche il settore manifatturiero.
Esso infatti approfittò pienamente dell’abbondanza di materia prima disponibile per avviare lo sviluppo di
lavorazioni, in un primo momento svolte dalle famiglie contadine, poi realizzate in veri e propri
stabilimenti. Perciò mentre Venezia manteneva il primato nel settore navale, la Terraferma sviluppò un
fiorente artigianato, dedito alla realizzazione di corde, cavi e tele per le imbarcazioni fluviali (l’Arsenale
continuava a produrre quelle per le sue navi), ma anche tessuti e filature. La Repubblica si trovò dunque ad
annoverare una cospicua schiera di manifatture impegnate nel settore (la più famosa del Linussio), le più
grandi tutte insignite del privilegio fiscale (delle più piccole non ci sono giunte notizie).
Le competenze e le infrastrutture portarono allora i loro frutti migliori e permisero la crescita di un settore
forte e maturo capace, nell’Ottocento, di misurarsi con la concorrenza emiliana, imponendosi in Italia e
all’estero.

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