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WENDY

BROWN
Nuovi muri rigano il globo, muri
icone degli Stati. Possono sembrare
simboli iperbolici ma, come ogni
iperbole, proprio nel cuore di ciò che
intendono esprimere rivelano timore,
vulnerabilità, dubbio o instabilità.

rati,
sovranità
in declino
WENDY BROWN
Stati murati,
sovranità in declino
Edizione italiana a cura di Federica Giardini

Editori Laterza
Titolo dell’edizione originale
Walled States, Waning Sovereignty
Z one B ooks, New York 2 0 1 0

© 2 0 1 0 , W endy Brown
2 0 1 0 , Urzone Inc. (Zone B ooks), New York
Tutti i diritti riservati

" ï T raduzione di S an d ro Liberatore

Progetto grafico di R affaella Ottaviani

L ’Editore è a disposizione di tutti gli eventuali


proprietari di diritti sulle im m agini riprodotte,
là dove non è stato possibile rintracciarli
per ch iedere la debita autorizzazione.
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Prim a edizione aprile 2 0 1 3 Gius. Laterza & Figli S p a , R om a-Bari

Q uesto libro è stam p ato su carta am ica delle foreste


Edizione
1 2 3 4 5 6 Stam pato da
Anno SEDIT - Bari (Italy)
2013 2014 2015 2016 2 0 1 7 2 0 1 8 per conto della
G ius. Laterza & Figli S p a
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ISBN 9 7 8 -8 8 - 5 8 1 - 0 5 5 1 -1

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chi com u nque favorisce q u esta pratica
com m ette un furto e o pera
ai danni della cultura.
INDICE DEL VOLUME

I. Sovranità in declino, dem ocrazia murata


La barriera di sicurezza in Israele, altrimenti detta «il Muro»,
La barriera al confine tra Stati Uniti e M essico, p. 25

II. Sovranità ed «enclosure»


Sovranità, «enclosure» e dem ocrazia, p. 41
La sovranità com e limite, e al limite, p. 46
Autonomia sovrana e autonom ia del politico, p. 49
La teologia della sovranità, p. 53
Sovranità politica in declino, religione e capitale deregolati
nella tarda modernità, p. 57
Stati sen za sovranità, p. 62
Il declino della sovranità
e la teologia della fortificazione, p. 66

III. Stati e soggetti


Il deterioram ento della sovranità, p. 78
La teatralizzazione della sovranità, p. 91
Un resto teologico:
il timore reverenziale della sovranità, p. 108

IV. Desiderio di muri


L’inefficacia dei muri, p. 113
Fantasie di dem ocrazia m urata, p. 119
La psicoanalisi della difesa, p. 130
Illusioni di un futuro, p. 139
VI Indice del volum e

Note 14 5
Ringraziam enti 160

Indice analitico 161

F
STATI MURATI,
SOVRANITÀ IN DECLINO
I
capitolo primo
SOVRANITÀ IN DECLINO,
DEMOCRAZIA MURATA

La fortificazione come difesa di luoghi ha perduto ogni


scopo pratico con lo sfondamento del Vallo Atlantico
nel 1944. Da allora, le fortificazioni classiche intese
come mezzo principale di difesa, anche a larghissima scala,
sono diventate obsolete.
Paul Hirst
Space and Power

Ci servono frontiere morbide, non rigide e impermeabili


[...] Alle soglie del ventunesimo secolo, non abbiamo
bisogno di rafforzare la sovranità.
Shimon Peres
The New Middle East

Ho detto loro: non costruite recinzioni intorno ai vostri


insediamenti. Se lo fate, ponete un limite alla vostra
espansione. Dovremmo piazzare le recinzioni intorno
ai palestinesi, e non intorno ai posti in cui abitiamo noi.
Ariel Sharon
cit. in Neve Gordon, Israel’s Occupation

Non è il muro ad avere creato il campo, piuttosto sono


la strategia e la realtà del trinceramento ad avere portato
alla costruzione del muro.
Adi Ophir e Ariella Azoulay
The Monster’s Tail
4 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Le fortezze sono generalmente molto più dannose che utili.


Niccolò Machiavelli
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, II, 24

Ciò che siamo arrivati a definire mondo globalizzato


alimenta tensioni fondamentali tra aperture e barricate, fusioni
e partizioni, cancellazioni e reiscrizioni, che si materializzano,
da un lato, in frontiere sempre più liberalizzate e, dall’altro, in
un inedito flusso di stanziamenti, energie e tecnologie per il loro
rafforzamento. La globalizzazione presenta numerose tensioni
tra network globali e nazionalismi locali, tra potere virtuale e
potere fisico, tra privatizzazione (private appropriation) e open
sourcing, tra segretezza e trasparenza, tra territorializzazione
e deterritorializzazione. Presenta anche tensioni tra interessi
nazionali e mercato globale, e quindi tra Nazione e Stato, e tra
sicurezza dei soggetti e movimenti del capitale.
Queste tensioni si annidano in particolare nei nuovi muri che
segnano il globo, eretti freneticamente persino durante la ce­
lebrazione internazionale del crollo di obsolete Bastiglie, come
l’Europa della Guerra fredda e il Sudafrica dell’apartheid. I più
noti sono il Behemoth americano, lungo il confine meridionale
degli Stati Uniti, e quello israeliano che si snoda attraverso la
Cisgiordania, due progetti che condividono tecnologia e su­
bappalti e si legittimano reciprocamente1. Ma ve ne sono molti
altri. Il Sudafrica del post-apartheid presenta un complicato
labirinto di muri e di posti di controllo e mantiene una contro­
versa barriera di sicurezza elettrificata lungo il confine con lo
Zimbabwe. L ’Arabia Saudita ha ultimato di recente la costru­
zione di una struttura di pilastri in cemento alti più di tre metri
sul confine con lo Yemen, cui seguirà un muro lungo il confine
con l’Iraq, e forse, dicono i sauditi, la fortificazione di tutto il
resto del paese. Per scoraggiare l’afflusso di rifugiati dai paesi
vicini, più poveri, per marcare la propria parte in una disputa
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 5

territoriale, per bloccare il diffondersi della guerriglia islamica


e delle armi attraverso il confine pakistano, l’india ha costruito
barriere piuttosto rudimentali che «murano fuori» il Pakistan,
il Bangladesh e Burma e «murano dentro» il territorio conteso
al Kashmir2. La semplicità del sistema non deve ingannare:
il confine tra India e Kashmir è stato minato e recintato con
reticolati doppi di filo spinato e laminato. Inoltre, nel qua­
dro di una disputa territoriale, ma ufficialmente per sbarrare
il passo ai «terroristi islamici», l’Uzbekistan ha murato fuori il
Kirghizistan nel 1999 e l’Afghanistan nel 2001, ma ora il Turk­
menistan gli sta riservando lo stesso trattamento. Nel 2003 il
Botswana ha iniziato a costruire una recinzione elettrificata al
confine con lo Zimbabwe, con il pretesto di bloccare la diffu­
sione di un’epidemia di afta epizootica tra il bestiame, ma in
realtà mirata a bloccare anche gli umani. Ancora, in reazione
alle insurrezioni nella Thailandia meridionale e per combat­
tere l’immigrazione illegale e il contrabbando, Thailandia e
Malaysia hanno collaborato alla costruzione di una barriera
in cemento e acciaio lungo la loro frontiera. E ancora, il muro
tra Egitto e Gaza, assurto alla ribalta internazionale nel 2008
quando è stato violato dagli abitanti della Striscia in cerca di
cibo, carburante e altri generi di prima necessità. L ’Iran sta
murando fuori il Pakistan. Al pari procede il Brunei contro
migranti e contrabbandieri che arrivano da Limbang (sull’i­
sola malese del Borneo). La Cina sta murando fuori la Corea
del Nord per arrestare l’ondata di rifugiati coreani, ma anche i
nord coreani stanno costruendo un muro, lungo quello cinese,
per tenere fuori la Cina.

Esistono anche muri nei muri: le «gated communities», comu­


nità recintate e sorvegliate, sono spuntate ovunque negli Stati
Uniti, ma in particolare nelle città del Sud-Ovest in prossimità
dèi muro alla frontiera messicana. I muri che circondano gli in
6 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

sediamenti israeliani in Cisgiordania si trovano a ridosso della


«barriera di sicurezza», e il muraglione che protegge il sito del
controverso Museo della Tolleranza è a fianco dei muri che di­
vidono Gerusalemme. Betlemme è stata isolata da Gerusalem­
me con imponenti sbarramenti di cemento. L ’Unione Europea
sponsorizza là costruzione di un triplice ordine di recinzioni
nelle enclave spagnole in Marocco, mentre quest’ultimo man­
tiene il controllo di una «berma» che penetra in profondità nel
Sahara occidentale per assicurarsi l’accesso alle risorse presenti
nel territorio conteso da tempo. Di recente, per prevenire quel­
le che ha definito_«situazioni francesi», il sindaco socialista di
Padova ha fatto costruire il muro di via Anelli, che separa i
quartieri borghesi dal cosiddetto «ghetto africano», dove vive
la maggioranza dei nuovi immigrati.
Altri muri sono in arrivo. Nonostante le contestazioni del 2007
contro la proposta di innalzare un muro a Baghdad, le truppe
americane sperano ancora di recintare la zona delimitata dal­
la Linea Verde. In reazione alla sanguinosa violenza settaria
scatenata dall’occupazione americana, sono già stati eretti dei
controversi muri intorno ai quartieri sunniti di Adhamiya e di
Azamya, dando avvio alle prime gated communities urbane in
Iraq3. Il Brasile sta progettando la costruzione di una barriera
in cemento e acciaio al confine con il Paraguay, Israele pro­
getta di sostituire una vecchia recinzione con una barriera di
sicurezza al c o n f ine tra Egitto e deserto del Sinai, e gli Emirati
A r a b i l Iniii slatino ideando un m u r o alla frontiera conl’Oman.
Il Kuwait tlts|m>tio jt'ia di una recinzione, ma intende erigere un
muto nella /oint smilitarizzata in prossimità del confine con l’I-
iitiI l'ioposir cont idi* sono state avanzate perla realizzazione
litui volisi ultimato il completamento della barriera tra Stati
I lutti <• Messìi o di un sistema analogo lungo la frontiera con
il < mimi;) v sulle isole che costituiscono un canale preferenziale
v r i n o Pl '.uropa per gli aspiranti migranti nordafricani.
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 7

Per quanto questi muri presentino delle differenze riguardo a


ciò che intendono bloccare - poveri, lavoratori o profughi; dro­
ghe, armi o altre merci di contrabbando; elusione della dogana;
tratta di bambini rapiti o schiavizzati; terrorismo; promiscuità
etnica o religiosa; pace o prospettive politiche alternative - vi
sono tuttavia('fattori comuni che ne determinano la prolifera­
zione proprio in questo momento della storia globale. Comin­
ciamo da una serie di paradossi. Primo: proprio mentre molti,
appartenenti alle più diverse parti politiche - neoliberista, co­
smopolita, umanitaria e della sinistra attivista -, sognano un
mondo senza frontiere (che sia in conseguenza della dimensio­
ne globale delle imprese, dei mercati globali, della cittadinanza
globale o della governance globale), gli Stati-nazioni, ricchi e
poveri, manifestano una vera e propria passione per la costru­
zione di muri. Secondo: nell’apparente trionfo universale di
— r ............. „......... —

una forma politica, la democrazia (dichiarato, sebbene in modo


diverso, dal postmarxismo europeo, dall'islamismo secolariz­
zato o dal neoconservatorismo americano), troviamo non solo
barricate ma anche quei varchi che separano i businessmen di
alto livello, i viaggiatori ordinari e chi aspira a entrare ma è so­
spetto per provenienza o aspetto esteriore4. Terzo: in un’epoca
con capacità di distruzione che non trovano precedenti nella
storia, giacché combinano insieme potenza) miniaturizzazio­
ne, e mobilità - dalle microcariche telecomandate alle tossine
biochimiche pressoché invisibili -, questi strumenti mortali
eppure quasi incorporei si associano in modo perverso alla du­
ra, ottusa fisicità dei muri. Tre paradossi, dunque: apertura e
chiusura simultanee, universalizzazione combinata con esclu­
sione e stratificazione, potere virtuale interconnesso realizzato
attraverso barriere fisiche.
Un ulteriore elemento che colpisce in queste nuove barriere
è che, per quanto demarchino o tentino di definire i confini
dello Stato-nazione, non vengono tuttavia costruite quali di­
8 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

fese contro potenziali attacchi da parte di altri Stati sovrani,


quali fortificazioni contro eserciti invasori o perfino quali scudi
contro armi utilizzate in guerre tra Stati. Piuttosto, anche se il
pericolo specifico può variare, gli obiettivi dei muri sono atto­
ri transnazionali non statuali - individui, gruppi, movimenti,
organizzazioni e industrie. I muri costituiscono una reazione a
relazioni transnazionali, più che internazionali, e una risposta
a forze persistenti ma spesso informali o occulte, più che ad
azioni militari. La migrazione, il contrabbando, l’illegalità, il
terrorismo o anche gli obiettivi politici che i muri intendono
bloccare raramente sono sponsorizzati o, in genere, sollecitati
da interessi nazionali. Si configurano piuttosto al di fuori delle
convenzioni dell’ordine internazionale vestfaliano, per il quale
gli attori politici preminenti sono gli Stati-nazione sovrani. Si
presentano dunque come segni di un mondo postvestfaliano.
Parlare di un ordine postvestfalianòì non implica parlare di
un’epoca che vede la fine o l’irrilevanza della sovranità del­
lo Stato-nazione. Anzi, il prefisso «post» indica un processo
che è temporalmente successivo ma non supera il termine_che
accompagna. «Post» indica una condizione molto particolare
di posteriorità, per cui ciò che è passato non è superato ma,
al contrario, inesorabilmente condiziona e perfino domina un
presente che però, in qualche modo, introduce una disconti­
nuità. In altre parole, usiamo il termine «post» solo per indi­
care un presente che continua a essere catturato e strutturato
dal passato. Così è per «dopoguerra», che ha designato gran
parte della seconda metà del ventesimo secolo euroatlantico, o
per «postcomunismo», che ha individuato le sfide politiche e
socioeconomiche e le categorie derivanti dalla fine del blocco
sovietico, o per «postmarxismo», che raccoglie le diverse cor­
renti della filosofia e delle analisi di sinistra operanti nell’ombra
lunga dei paradigmi intellettuali e relative implicazioni politi­
che di stampo marxista.
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 9

Ora, tenuto conto dell’energia con cui gli Stati ribadiscono il


loro potere sovrano e l’importanza del ruolo svolto nella co­
struzione dell’ordine e disordine globale, che cosa si intende
quando si afferma che la sovranità svanisce?5La questione verrà
esaminata nel secondo capitolo. Qui possiamo semplicemente
notare che un’immagine composita della sovranità, così come
emerge dalle opere dei teorici classici della sovranità moderna,
fra i quali Thomas Hobbes, Jean Bodin e Cari Schmitt, suggeri­
sce che le caratteristiche indispensabili della sovranità sono, tra
le altre, la supremazia (nessun potere superiore), la perpetuità
(nessun limite temporale), la decisione (né vincolo né sotto-
missione rispetto alla legge), l’assolutezza e la completezza (la
sovranità non può essere contingente o parziale), la non trasferi­
bilità (la sovranità non può essere ceduta senza che si annulli) e
la determinatezza della giurisdizione (territorialità)6. Per quanto
la sovranità dello Stato-nazione sia sempre stata una sorta di fin­
zione, nel senso che consiste soprattutto nell’aspirare a tali qua­
lità e rivendicarle, è stata di certo una finzione potente, che ha
permeato le relazioni interne ed esterne degli Stati-nazione fin
dalla sua consacrazione con la pace di Vestfalia nel 1648. Tutta­
via negli ultimi cinquantanni il monopolio da parte degli Stati-
nazione di questa combinazione di attributi è stato seriamente
compromesso dai crescenti flussi transnazionali di capitali, per­
sone, idee, merci, violenza e appartenenze politiche e religiose.
Flussi che al contempo minano le frontiere che attraversano e si
cristallizzano come potere al loro interno, compromettendo la
sovranità dai bordi e da dentro. La sovranità dello Stato-nazione
è stata parimenti minata dalla razionalità neoliberista, che rico­
nosce come sovrani soltanto i décision makers delle imprese (su
grande e piccola scala), che destituisce i princìpi giuridici e po­
litici (in particolare l’impegno democratico per valori universali
come l’inclusione, l’uguaglianza, la libertà e lo Stato di diritto)
sostituendoli con criteri di mercato, e declassa la sovranità po­
10 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

litica a una questione di management. La sovranità dello Stato-


nazione è stata anche erosa dal crescente sviluppo e importanza
di istituzioni economiche e di governance internazionali quali il
Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale
per il commercio. E stata messa alla prova anche da venticinque
anni di produzione postnazionale e internazionale di regole, di­
ritti e autorità che talora mirano apertamente a sovvertirla o a
superarla7.
Se non è una novità constatare come la sovranità dello Sta­
to-nazione sia minata dai flussi globali del capitale e dal cre­
scente potere di istituzioni giuridiche, economiche e politiche
transnazionali, è meno frequente che si registri quanto le forze
summenzionate partecipino del disfacimento della sovranità
politica. Queste includono le razionalità politiche del neolibe­
rismo, gli ordini discorsivi morali e giuridici transnazionali e
l’emergere di poteri innescati dal capitale ma non riducibili a
esso - insieme a ciò che viene veicolato sotto il segno della cul­
tura, dell’ideologia e della religione. Al contempo, si riducono
e tendono a guardare al passato le forze che mirano a sostenere
o puntellare la sovranità dello Stato-nazione - nazionalismo,
dispotismo e imperialismo, ad esempio.
Ora, la combinazione e gli sviluppi di questi fattori non han­
no l’effetto di eliminare la sovranità dalla mappa politica o di
aprire la strada a un’epoca di post-sovranità o post-statuale. Se
la sovranità dello Stato-nazione si fa evanescente, Stati e sovra­
nità non perdono potere o significato, piuttosto si disgiungono.
Gli Stati continuano a esistere come attori non sovrani, mentre
molte caratteristiche della sovranità (anche se non nella sua
intera forma teologica) oggi compaiono in due ambiti di potere
che, non casualmente, la pace di Vestfalia intendeva limitare
o subordinare attraverso gli Stati-nazione: l’economia politica
c la violenza legittimata dalla religione. Pertanto, in contrasto
con quanto affermano Michael Hardt e Antonio Negri, cioè che
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 11

la sovranità dello Stato-nazione si è trasformata in un Impero


globale, e con la tesi di Giorgio Agamben, per cui la sovranità è
diventata, per metamorfosi, produzione e sacrificio della nuda
vita su scala mondiale (la guerra civile globale), sostengo che
alcune caratteristiche fondamentali della sovranità stanno mi­
grando dallo Stato-nazione nella dominazione oppressiva del
capitale e nella violenza politica autorizzata per via divina. Né il
capitale né questa violenza politica si piegano a un altro potere;
entrambi sono indifferenti nei confronti del diritto nazionale o,
internazionale e/o lo strumentalizzano; entrambi disprezzano
o travalicano le norme giuridiche; e riprendono la promessa
della sovranità: epluribus unum. Per quanto riguarda il decisio­
nismo - che per Cari Schmitt è il marchio della sovranità -, il
capitale e la governarne teologica hanno entrambi la capacità di
essere decisivi senza essere decisionisti, il che fa pensare che un
«decisore» (come si definiva George W. Bush, forse a rivelare
il tratto parodistico di una forma in agonia) è essenziale sol­
tanto nell’applicazione specificamente politica della sovranità.
Certo, se Schmitt ha ragione quando sostiene che la sovranità
politica deriva dalla sua versione teologica, è significativo che
la sovranità divina non sia decisionista - semplicemente essa è.
Insomma, in un ordine postvestfaliano gli Stati-nazione sovrani
non sono i soli preposti a definire il campo delle relazioni politi­
che globali, non hanno più il monopolio di gran parte dei poteri
che le organizzano, pur continuando a essere attori di rilievo e
simboli per l’identificazione nazionale. Questo libro sostiene la
tesi che i nuovi muri degli Stati-nazione sono segni iconografici
di un potere statuale problematico. Contrariamente a quanto
si può forse pensare, ljpdierna frenetica costruzione di muri
statual-nazionali è generata dall’indebolimento della sovranità
statuale o, più precisamente, dal disgiungimento della sovranità
dallo Stato-nazione. Anziché espressione di rinascita, i nuovi
muri sono icone dell’erosione della sovranità. Possono sembra-
12 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

re segni iperbolici ma, come ogni iperbole, al cuore di ciò che


intendono mostrare rivelano timore, vulnerabilità, dubbio o in­
stabilità -tratti antitetici, alla sovranità e dunque elementi del
suo disfacimento8. Di qui, il paradosso visivo di questi muri:
ciò che a prima vista appare come una evidente manifestazione
della sovranità statuale ne rivela in realtà la debolezza rispetto
ad altre forze globali - rivela quanto la rilevanza e la coerenza
della sua forma si faccia evanescente.
Più che una riaffermazione della sovranità nazional-statuale,
i nuovi muri degli Stati-nazione sono elementi di uno specifi­
co panorama globale composto da flussi e barriere - che sia
all’interno degli Stati-nazione o nelle costellazioni postnazio­
nali che li circondano -, flussi e barriere che dividono le par­
ti più ricche del globo da quelle più povere. Si tratta di un
panorama che mostra quanto legge e politica siano incapaci
di governare quei poteri che la globalizzazione e la coloniz­
zazione della tarda modernità hanno sguinzagliato e come, in
risposta a questa ingovernabilità, si faccia ricorso a blocchi e
controlli polizieschi. Questi poteri hanno logiche riconoscibili
ma non sono dotati né di forma o di organizzazione politica, né
tantomeno di intenzionalità soggettiva e coordinata9. In realtà,
nella misura in cui si articolano con altre barriere e forme di
sorveglianza, privata e pubblica, i nuovi muri eretti ai confi­
ni degli Stati-nazione segnalano l’esistenza di una distinzione
perversa tra operazioni di polizia nazionale e internazionale, e
tra polizia ed esercito. Ciò segnala per giunta una sempre più
confusa distinzione fra interno ed esterno della nazione stessa,
e non solo nel senso dei criminali all’interno e dei nemici all’e­
sterno. (Confusione che, negli Stati Uniti, viene evidenziata
dalla tendenza a considerare i migranti senza documenti alla
stregua di criminali e a metterli in carcere anziché espellerli.)
Così, una delle ironie delle fortificazioni tardomoderne, intese
a segnare e imporre una distinzione dentro/fuori - un confine
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 13

tra «noi» e «loro» e tra-amico e nemico -, consiste nell’espri-


mere precisamente il contrario, quando si concepiscono come
componenti di fronti in via di erosione tra polizia ed esercito,
soggetto e patria [in italiano nel testo {N.d.T.)], vigilantes e
Stato, legalità e illegalità.
Considerati da una prospettiva leggermente diversa, quali ri­
sposte a una sovranità statuale sottoposta a contestazioni ed
erosioni, i nuovi muri restituiscono l’immagine di un potere
giurisdizionale sovrano e di un’aura nazionale unificata e solida
che al contempo sono minati dalla loro stessa esistenza e inef­
ficacia funzionale. Nonostante le dimensioni e la straordinaria,
inesorabile materialità, spesso i nuovi muri hanno una funzione
teatrale, nel senso che mettono in scena una forza e un’efficacia
che in realtà non esercitano e non sono in grado di esercitare, e
che per giunta di fatto contraddicono. Un’interpretazione lette­
rale dei muri alla stregua di una mera^interdizione impedisce di
percepire come producano in realtà Yimago di un potere statua­
le sovrano a fronte del suo disfacimento, e quanto consacrino il
degrado, la contestazione o la violazione dei confini che dovreb­
bero ribadire. Tale interpretazione, inoltre, non coglie quanto il
potere sovrano di protezione sia una messa in scena, un potere
oggi radicalmente limitato dalle moderne tecnologie e dai var­
chi di infiltrazione, come anche dalla dipendenza delle varie
«economie nazionali» da ciò che i muri dovrebbero bloccare
lasciandolo fuori, in particolare la manodopera a basso costo.
Manca dunque di cogliere quanto queste nuove fortificazioni
siano dotate del potere del Mago di Oz, quanto l’allerta dei
vari livelli di minaccia alla sicurezza (codice giallo/arancione/
rosso) non faccia che mettere in scena, a beneficio degli astanti,
le capacità di intelligence e controllo dello Stato.
Questa performance teatrale e spettacolarizzata di-potere so­
vrano esercitato sui confini nazionali, che siano effettivi o solo
ambiti, evidenzia quel che resta di teologico nella sovranità
14 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

dello Stato-nazione. Anche se non esercitano quell’interdizio­


ne che li alimenta e li legittima, e anche se istituzionalizzano
in modo perverso lo stato controverso e degradato dei confini
demarcati, i muri mettono comunque in scena una giurisdizio­
ne sovrana e un’aura di potere sovrano e riverito. Per ironia,
pur essendo muti, materiali e prosaici,-sono potenzialmente
capaci di indurre un timore teologico a prescindere dai loro
conseguimenti o fallimenti quotidiani.
Il desiderio di costruire muri, che oggi è sorprendentemente
popolare, tanto più se considerato alla luce di recenti e non
edificanti correlazioni storiche con altri muri e con la genera­
le inefficacia delle fortificazioni contemporanee rispetto agli
obiettivi previsti, può essere ricondotto a un processo di iden­
tificazione con questa impotenza della sovranità e all’ansia che
^ne deriva. Un desiderio diffuso che esprime l’anelito verso
quei poteri di protezione, contenimento e integrazione che la
sovranità promette, un anelito che rimanda alla dimensione
teologica della sovranità politica. Se la rappresentazione della
sovranità statuale consiste nella secolarizzazione della finzione
del potere divino, si comprende come la diminuita vitalità di
questa rappresentazione politica generi un’ansia diffusa cui ri­
sponde l’effetto e l’affetto teologicojdella costruzione di muri.
La disgiunzione_trajl potere sovrano, e gli Stati-nazione costi­
tuisce anche una minaccia all’immaginario di una identità in­
dividuale e nazionale che fa riferimento a orizzonti percepibili
e "al contenimento che offrono. I muri_creano dunque quella
che per Heidegger è un’«immagine del mondo rassicurante»,
in un periodo in cui vengono sempre più a mancare orizzonti,
contenimento e sicurezza che sono stati storicamente necessari
all’essere umano per l’integrazione sociale e psichica e per l’ap­
partenenza politica.
Nel prosieguo di questo capitolo giustifico la concezione di
questi nuovi muri come un fenomeno storico unitario, pur nel­
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 15

la differenziazione formale di obiettivi ed effetti. Il secondo


capitolo discute del rapporto tra sovranità ed enclosure nella
teoria politica moderna, evidenziando lo stato problematico
del potere a fronte dell’erosione della sovranità statuale. I capi­
toli III e IV articolano poi i modi in cui i muri rispondono alle
minacce incrociate che il declino tardomoderno della sovranità
porta all’identità e al potere di Stati e soggetti. Il terzo capitolo
ne offre soprattutto esemplificazioni politiche e discorsive; il
quarto capitolo si volge infine alla psicoanalisi.
La fortificazione degli Stati-nazione può oggi essere nominata
come tale ma non emerge o non appare nel mondo in quanto
tale. Data la diversità di contesti politico-economici, di storie,
di scopi, di effetti, di materiali con cui sono costruiti, di aspetto,
generalmente i nuovi muri non sono considerati alla stregua
di un unico evento coerente. Le mie considerazioni mirano a
stabilire tra queste realizzazioni analogie e collegamenti che
raramente vengono riconosciuti10. Ma che senso ha trattare il
fenomeno di fortificazione degli Stati-nazione alla stregua di
un oggetto teorico, quando non appare ed esiste come tale nel
mondo?
Ciascun nuovo muro può essere considerato la conseguenza
di determinate pressioni che la globalizzazione esercita sulle
nazioni e sugli Stati. Tutti producono effetti significativi che ec­
cedono o addirittura contrastano gli scopi dichiarati; in.xealtà
nessuno «funziona», nel senso che non risolve. o_riducejn mo­
do sostanziale i conflitti, le ostilità o i traffici che ufficialmente
dovrebbe bloccare; ciascun muro è costruito in via provvisoria
eppure si presenta come permanente; ciascuno è dispendioso
eppure suscita un consenso sorprendente. E quanto si può af-
fermare di ogni muro costruito dagli Stati-nazione negli ultimi
vent’anni. Inoltre, gli stessi muri sono sempre più unificati da
una serie di «circuiti», da quello delle tecnologie di fortifica­
zione a quello dei soggetti che appaltano o subappaltano, da
16 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

quello degli autori di murales e di graffiti di protesta a quello,


ovviamente, della legittimazione. La stessa proliferazione glo­
bale delle fortificazioni legittima sempre più i muri, in parti­
colare nelle democrazie occidentali, là dove ci aspetteremmo
invece una legittimazione controversa.
Le differenze tra queste barriere sono altrettanto numerose. Al­
cune sono poco più che recinzioni rudimentali nei campi, altre
sono strutture gigantesche, pesantemente dotate delle tecnolo­
gie di sorveglianza più avanzate. Sembrano inoltre rispondere
a problemi di tipo diverso. Per esempio, la maggior parte dei
muri statual-nazionali situati nell’Asia meridionale hanno di mi­
ra i migranti, mentre in generale quelli in Medio Oriente sono
costruiti in nome della difesa dal terrorismo. Il muro uzbeko
contro il Kirghizistan è nato da conflitti di frontiera, mentre le
barriere delle enclave spagnole in Marocco sono state erette per
impedire che Ceuta e Melilla diventassero luoghi di sosta per i
migranti asiatici e africani diretti in Europa. La berma nel Sa­
hara occidentale mira all’appropriazione, da parte del Marocco,
del territorio conteso, e c’è chi considera il Muro israeliano un
atto di landgrabbing (appropriazione di territorio).
Ma forse in nessun altro caso queste differenze quanto a scopi
ed effetti si manifestano con nettezza come nei due più grandi,
costosi e tristemente famosi nuovi muri - la «barriera di sicu­
rezza» di Israele e la «barriera di confine» degli Stati Uniti. Il
Muro israeliano, il cui tracciato è il prodotto dello sviluppo
dell’architettura coloniale di insediamento e di occupazione,
rappresenta in questo contesto una nuova strategia di sepa­
razione. La barriera degli Stati Uniti risponde principalmente
alle ansie diffuse per gli effetti che un Sud globale impoverito
può avere sull’economia e sulla cultura americana. Perché, e
in che modo, si possono considerare insieme? Perché iscriver­
li entrambi in un discorso sull’erosione della sovranità dello
Stato-nazione in un mondo postvestfaliano?
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 17

■ LA BARRIERA DI SICUREZZA IN ISRAELE,


ALTRIMENTI DETTA «IL MURO»

Nel conflitto israelo-palestinese la sovranità è messa in discus­


sione sotto vari aspetti. C ’è la lotta per la sovranità palestinese,
la questione dell’occupazione da parte di uno Stato sovrano, e
quella della rispettiva sovranità di Israele e della Palestina, con­
testata reciprocamente ma anche a livello internazionale. C ’è
poi una questione aperta sull’ipotesi che una soluzione politica
del conflitto comporti una o due sovranità, forse addirittura
sovrapposte spazialmente11. Tuttavia in generale non è l’ero-
sione globale della sovranità_ statuale a essere considerata uno
dei fattóri che determinano la costruzione del Muro israeliano
in Cisgiordania. Come i muri precedenti, costruiti sul confine
con Gaza e tra Gaza e l’Egitto, il Muro è parte di un proces­
sò specifico che si è delineato in quatant’anni di occupazione
della Palestina, e che si può sintetizzare quale passaggio da una
dominazione coloniale, esercitata attraverso l’amministrazione
e il controllo dei palestinesi, a una dominazione conseguita ed
esercitata attraverso la separazione e la deprivazione12. La bar­
riera è elemento dirimente in un arsenale di tecnologie e stra­
tegie che mirano a separare fisicamente e dividere spazialmente
due popolazioni intimamente intrecciate, per creare un futuro
che il primo ministro Ehud Barak ha formulato laconicamente
con un «^oTqua, lorojà^).
Il Muro è insieme strumento architettonico di separazione,
occupazione ed espansione~terfitorialè, effettö~cti~due tipi di
insediamento colonialista, quello sostenuto dallo Stato e quel­
lo illegittimo. Come è noto, nel processo di separazione del­
la Palestina da Israele il Muro risponde sia al problema degli
insediamenti israeliani nei territori occupati, sia alle minacce
alla sicurezza rappresentate dai terroristi palestinesi e dalle sol­
levazioni di massa come le due Intifada. Se i diversi governi
18 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

israeliani che hanno supervisionato la costruzione del Muro


hanno deciso di proteggere e di incorporare gli insediamenti,
non se ne può tuttavia concludere che la sovranità statuale ab­
bia consolidato la contingenza storica del Muro, che peraltro
non viene mai presentato come un confine a valenza giurisdi­
zionale sovranarSnzi, appare come uno strumento tecnologico
per uno Stato che si trova ad affrontare una situazione senza
uguali quanto a promiscuità di popolazioni, sovranità diminui­
te, violenze coloniali e anticoloniali, appropriazioni e contese
territoriali.
Considerata la peculiarità del contesto, la molteplicità degli sco­
pi e la complessità geografica, politica e militare della gestione
dell’occupazione, quali affinità può avere questo muro con gli
altri costruiti in tutto il mondo? Le affinità emergono quando
si considerano le strategie di legittimazione, le performances e
le tecnologie di supporto, la composizione discontinua, come
anche gli effetti e i fallimenti. Se, ad esempio, in certi punti
del tracciato la barriera israeliana costituisce una tecnica di ap­
propriazione territoriale strategica, presentata come tecnologia
antiterroristica, altrove si manifesta come tecnologia politico­
militare offensiva spacciata per struttura di pacificazione che
in effetti produce destabilizzazione economica, sradicamento
sociale e umiliazione psichica14. In alcune località il tracciato
del Muro ingloba gli insediamenti israeliani trasformandoli in
presidi simili alle gated communities americane, con la differen­
za che, essendo appropriazioni di territorio, il paragone più ap­
propriato sarebbe con le enclave spagnole in Marocco. In altri
punti il Muro segrega i quartieri etnici di Gerusalemme, taglia
in due un’università, spacca e disgrega una città, un gruppo
familiare, un frutteto palestinese, o interrompe un’autostrada...
lacerazioni e divisioni che si ripetono, a volte in modo meno
pesante, rispetto ad altri muri. La barriera tra l’india e il Kash­
mir separa i contadini dalle loro terre. Quella tra Stati Uniti e
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 19

Messico divide in due un campus universitario a Brownsvilie


in Texas, tronca i contatti tra le famiglie che vivono in prossi­
mità del confine della California e dell’Arizona con il Messico,
separa e profana i territori dei nativi americani, e sconvolge i
commerci, i consumi e il mercato del lavoro che da tempo sono
vitali per le comunità da una parte e dall’altra del confine15.
Ma forse la funzione e il tracciato della barriera israeliana man­
tengono una loro peculiarità. Il Muro si discosta dalla Linea
VerdéTdel 1967 fino a circondare insediamenti situati all’in-
terno della Cisgiordania, e comprende una serie di «barriere
in profondità» e di «zone sterili di sicurezza» che penetrano
ancora più in profondità nei territori palestinesi. Queste sono
alcune delle particolarità che non lo rendono semplicemente
un muro di confine o una barriera di sicurezza, ma una tecno­
logia di separazione e di dominazione in un complicato con­
testo di insediamento e di occupazione coloniale. «Il Muro»,
scrive Eyal Weizman, «è diventato una serie frammentata e
discontinua di barriere autonome. Esse possono essere lette
più come una condizione di incombente segregazione - una
frontiera mobile - che come una linea continua che taglia in
due lo spazio»16. Il Muro serpeggia, cambia direzione, e spesso
torna sui propri passi quando si sviluppa intorno a insedia­
menti situati in cima alle colline, divide comunità palestinesi,
e in Cisgiordania traccia strette strisce di collegamento tra le
sacche in cui risiedono gli ebrei israeliani. Per facilitare questi
collegamenti tra le zone di sicurezza esiste una rete sempre più
complicata di strade, di sopraelevate e gallerie separate (chia­
mate rispettivamente «ebraiche» e «palestinesi» a seconda di
che cosa collegano e di chi vi ha accesso) che si incrociano e
passano sopra o sotto il Muro.
Altra particolarità che fa apparire il Muro unico al- mondo ri­
guarda le sue caratteristiche di specificità temporale e spaziale
e 3i provvisorietà. In seguito alle pressioni dei soggetti - tra cui
20 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

l’Alta Corte di Giustizia israeliana, gli attivisti che contestano il


Muro, i coloni, gli ambientalisti e gli agenti immobiliari - che
ne hanno configurato e riconfigurato lo sviluppo, il tracciato
è stato ripetutamente alterato nel corso dei lavori di realizza­
zione. Per giunta il Muro non è stato mai «consacrato» for­
malmente come una barriera di separazione, bensì come una
risposta à uno stato di emergenza «temporanea» determinata
dalle ostilità palestinesi. Le dichiarazioni ufficiali lo definisco­
no come rimovibile e riorientabile a seconda delle esigenze di
sicurezza o della situazione politica17.
Ariella Azoulay e Adi Ophir definiscono criticamente questo
aspetto del Muro come «una soluzione politica sospesa», che
sostengono essere parente stretta della «violenza sospesa» rap­
presentata dal Muro, date le sue funzioni di «penetrazione» e
«deterrenza» alternative al contatto fisico della violenza con­
venzionale18. La nozione di «soluzioni politiche sospese» non
si riferisce soltanto all’abrogazione o al differimento di accordi
politici e di sovranità stabili, ma vuole sottolineare la vera e
propria sospensione della legalità, della responsabilità e della
legittimità, e l’introduzione di una prerogativa di Stato arbitra­
ria ed extralegale - sospensione che si verifica in situazioni di
emergenza. Quindi, sostengono Azoulay e Ophir, «nei territori
la violenza sospesa salvaguarda non la legalità ma proprio la
sua sospensione, e istituisce non una nuova legalità ma una
situazione di illegalità [...] la legalità non è stata abolita ma so­
lo sospesa»19. L ’invocazione di uno «stato di emergenza», che
implicitamente si vorrebbe temporaneo, per legittimare una
violenza mortale non è pertinente solo per lo stato attuale di
Israele, è parte di un’economia discorsiva più ampia e duratura
che considera i palestinesi responsabili di aver originato ogni
provvedimento violento dell’arsenale israeliano e che utilizza la
reazione contro questa violenza per giustificarne l’intensificar
zione. La novità, in questo contesto, è il paradosso dell’enorme
capìtolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 21

e costosissima barriera: la sua stessa struttura mette letteral­


mente in discussione l’idea della temporaneità che dovrebbe
legittimarla.
Se talora il discorso di legittimazione fa riferimento alle sue
funzioni specifiche e formalmente non permanenti, altre volte
il Muro appare più semplicemente come un indicatore di con­
fine, elemento ordinario in un’epoca di frontiere fortificate e
necessitato dal protrarsi delle ostilità. Come scrive Weizman,
«anche se il Muro non arriva a creare un confine politico per­
manente (o forse proprio per questo motivo), esso cerca co­
munque di rappresentarne la rassicurante iconografia. Nono­
stante il continuo spostamento del suo percorso, il Muro, con
la sua ingombrante presenza, che ne ha fatto il progetto più
ampio e costoso nella storia dello Stato israeliano, cerca di ap­
parire come una frontiera massicciamente fortificata»20.
La notazione di Weizman sulla differenza tra barriere e confini
intende sottolineare la particolarità del Muro israeliano, ma è
importante per comprendere la funzione di molti muri eretti
oggi dagli Stati-nazione. «L e barriere», scrive Weizman, «non
separano un “dentro” corrispondente a un sistema politico
legale e sovrano da un “fuori” straniero, ma hanno lo scopo
di bloccare il movimento attraverso un territorio»21. Il Muro
israeliano non è il solo a significare alternativamente barriera
e confine, confondendoli o distinguendoli a seconda delle esi­
genze o delle possibilità di legittimazione. Oggi, quasi tutti i
muri costruiti dagli Stati-nazione trovano facile legittimazione
nell’esercizio del controllo delle frontiere da parte del pote­
re sovrano, per quanto piuttosto funzionino come profilattici
contro forze postnazionali, transnazionali o subnazionali che
non si adeguano al modello dello Stato-nazione e ai suoi con­
fini. E per questo che alcuni muri vengono integrati da altri
sistemi, variazioni della «barriera in profondità» israeliana, co­
me ad esempio i posti di controllo autostradali posti 15 miglia a
22 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

nord del confine Stati Uniti-Messico. Altri si presentano come


indicatori ordinari dei confini nazionali, ma in realtà, con il
concorso di entità postnazionali, vengono trasformati in bar­
riere anti-immigrazione globale: l’Unione Europea ha stanziato
un contributo di 40 milioni di euro per la fortificazione delle
enclave di Ceuta e Melilla in Marocco allo scopo di scoraggiare
l’immigrazione di asiatici e africani. Esiste un altro esempio di
barriera postnazionale che si presenta nelle vesti di un confine
nazionale: la fortificazione dell’Europa contro l’immigrazione
da Est; si tratta di una fortificazione sfuggente, elusiva, affidata
a quei paesi dell’Est che solo di recente sono entrati nell’U-
nione Europea. In quasi tutti i casi, i muri continuano a esse­
re legittimati in riferimento alla sovranità dello Stato-nazione,
inoltre servono effettivamente a puntellarla, anche quando non
corrispondono sempre ai confini tra Stati-nazione e talora di­
ventano veri e propri monumenti dell’evanescente forza e rile­
vanza della loro sovranità.
Inoltre, nonostante il costo spesso esorbitante, l’elaborata tea­
tralità delle strutture e i significativi effetti sul panorama geo­
politico e sull’ambiente, soltanto alcuni dei muri di recente
costruzione sono stati concepiti o dichiarati ufficialmente co­
me installazioni permanenti. Al contrario, il criterio che oggi
li legittima è la mobilità: ne sono un esempio le barricate fatte
di «Texas barriers» (versione sovradimensionata delle classiche
«Jersey barriers», i blocchi stradali provvisori in cemento a «T
rovesciata», così chiamati perché furono usati per la prima volta
nella costruzione della grande autostrada che attraversa lo Sta­
to del New Jersey) piazzate in varie zone di Baghdad per pro­
teggere alcuni quartieri dalla violenza settaria. I muri vengono
rimossi quando la violenza diminuisce temporaneamente o si
sposta altrove - intervallo spesso registrato dai media occiden­
tali quale segno del successo della guerra e dell’occupazione22.
La loro presunta provvisorietà, il ruolo svolto nella «violen­
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 23

za sospesa» legittimata da una situazione di emergenza, come


teorizzano Azoulay e Ophir, è di particolare importanza nelle
democrazie liberali, dove i muri rischiano di oltraggiare quel
che resta dell’impegno all’inclusione e all’accesso universali.
Questo impegno si sta ovviamente affievolendo. Nel discorso
sullo scontro delle civiltà che, nell’organizzazione dell’immagi-
nario globale delle democrazie liberali, ha sostituito il discorso
sulla Guerra fredda, due immagini molto diverse - da un lato
le masse affamate e dall’altro l’aggressione cultural-religiosa ai
valori occidentali - si confondono a formare una sola imma­
gine di pericolo, che giustifica l’esclusione e la chiusura. Una
fusione incoraggiata dal nuovo senso di vulnerabilità economi­
ca che l’Occidente avverte rispetto ad altre regioni del mondo
che finora aveva dominato o ignorato. La combinazione del
discorso sullo scontro delle civiltà con questo nuovo panorama
economico rende ancor più accettabile ai democratici occiden­
tali l’idea di murare fuori la disperazione economica e le culture
«estranee» o «non assimilabili»23.
Insomma, anche se il Muro israeliano ha finalità ed effetti
specifici, molte delle sue caratteristiche si possono ritrovare
nei muri di altre parti del mondo - anche se mai nella stessa
combinazione o con la stessa intensità di effetti. Per quanto le
difficoltà di Israele derivino anche dal fatto che si è costitui­
to come insediamento coloniale, allorché in tutto il mondo si
condannava e smantellava il colonialismo, per quanto dunque
il suo presente sia afflitto da un passato rinnegato globalmente,
pare che Israele abbia il singolare onore di perfezionare le tat­
tiche e le tecnologie demografiche e politico-militari del futuro
globale24. In effetti, nel Muro di Israele si concentrano non solo
le diverse funzioni operative, le strategie di legittimazione e le
moderne tecnologie di controllo dello spazio, ma anche le con­
traddizioni proprie dei nuovi progetti di fortificazione. Al pari
di altri, il Muro israeliano realizza e insieme disfa la funzione
24 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

sovrana della frontiera, così come realizza e disfa gli attributi


sovrani di stabilità, potere legislativo, decisione e durata. Come
altri mostra una complessa dipendenza dall’ideale di sovranità
dello Stato-nazione, di cui emenda il deterioramento pur con­
sacrandone l’eclissi storica. Il Muro è insieme un tentativo di
riaffermare la sovranità e un tributo mostruoso alla vitalità eva­
nescente degli Stati-nazione sovrani. Per certi aspetti, sebbene
il contesto israelo-palestinese sia del tutto peculiare, il Muro
sembra presentarsi alla stregua di un lugubre monumento a llo ­
ramai impossibile sovranità dello Stato-nazione.
Ulteriore tratto che accomuna il Muro israeliano ad altri è il
rovesciamento simbolico e psicologico, il ruolo svolto nel di­
slocare la dominazione di Israele sulla figura di un subordinato
minaccioso e violento. Come altre barriere, il Muro letteral­
mente reindirizza altrove il pericolo che dovrebbe bloccare;
intensifica le ostilità e sollecita l’impiego di nuove tattiche e
forme di aggressione contro ciò che dovrebbe proteggere;, ha
per obiettivo popolazioni nemiche che non corrispondono al
modello dello Stato-nazione. Infine, come tutte le barriere con­
temporanee, produce (e alimenta la tensione tra) effetti teatrali,
teologici e materiali.
Infine, è importante notare che gli architetti politici del Muro
israeliano lo legittimano a livello internazionale sia dichiarando
che Israele fortifica i propri confini al pari di altre democrazie,
sia ricorrendo allo statuto d ’eccezione di Israele. Il Muro viene
dunque costruito in nome della necessità di Israele di provve­
dere alla sicurezza del proprio popolo, come spetta fare a ogni
«democrazia», e al contempo in nome dell’unicità della sua
storia e del suo contesto. Il Muro pone Israele nella categoria
delle nazioni civili e allo stesso tempo ne riafferma la natu­
ra particolare di Stato ebraico accerchiato da nemici In ogni
caso, i discorsi che oggi legittimano gran parte dei muri degli
Stati-nazione declinano una qualche variante - anche meno
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 25

drammatica - di questa postura bifronte tra il generale («lo


stanno facendo tutti») e lo specifico («ecco perché noi abbiamo
bisogno di questo muro»).

LA BARRIERA AL CONFINE TRA STATI UNITI E MESSICO

A prima vista, e in modo analogo al Muro israeliano, la barriera


di confine tra Stati Uniti e Messico si distingue dalle altre pre­
senti nel mondo per finalità, funzione e criteri di costruzione.
E un complesso imponente, spettacolare e costoso che divide
il Nord globale dal Sud globale e il cui principale obiettivo è
bloccare i flussi di droga e immigrazione illegale diretti a nord.
Lungo il tracciato l’aspetto varia notevolmente: in alcuni tratti
è costituito da tre ordini di lastroni in cemento armato e acciaio
alti circa 18 metri, in altri è una «recinzione virtuale», fatta di
sensori, videocamere di sorveglianza e altre tecnologie di rile­
vamento, e in altri ancora, nel deserto, consiste solo in blocchi
di cemento posizionati in modo da ostacolare il passaggio dei
fuoristrada.
La polizia di frontiera statunitense iniziò la costruzione del
primo tratto della barriera, la «San Diego /enee», nel 1990 per
completarla nel 1993. Nella costruzione di questa sezione, che si
estende per 22 chilometri dal Pacifico verso l’interno, sono stati
utilizzati dei residuati bellici, le putrelle con cui l’aeronautica
militare statunitense allestiva piste di atterraggio di fortuna in
Vietnam. Tuttavia, fu subito chiaro che la barriera poteva esse­
re scavalcata facilmente e che il suo aspetto non era abbastanza
minaccioso da incutere il timore di sanzioni. Di conseguenza,
per fortificare questo tratto della frontiera e aumentare la ca­
pacità di controllo, nel 1994 l’amministrazione Clinton decise
di dare il via all’«Operation Gatekeeper». L ’effetto principale
dell’operazione fu la riduzione degli attraversamenti e del tasso
26 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

di criminalità nelle aree urbane, insieme al dirottamento verso


est dei flussi di immigrazione e alla crescita delPindustria del
contrabbando. L ’«Operation Hold thè Line» e l’«Operation
Safeguard», che hanno interessato i punti di attraversamento
più battuti in Arizona e nel Texas (e sono state estese al Nuovo
Messico), hanno sortito effetti simili. E dato che il sentimento
popolare premeva perché «si facesse qualcosa» contro l’im­
migrazione illegale, deputati e senatori di ogni appartenenza
fecero a gara per conquistarsi una reputazione di intransigenza
sulla questione. Intanto, mentre il neoliberismo abbatteva le
protezioni dei produttori nordamericani e faceva proliferare
la produzione globale di beni e servizi a basso costo, i datori
di lavoro statunitensi (in particolare, ma non solo, quelli del
settore agricolo ed edilizio) si avvalevano in modo sempre più
massiccio e disinvolto del lavoro degli immigrati clandestini. Il
progetto del muro è stato dunque la risultante di tensioni tra
le esigenze del capitalismo americano, l’antagonismo popolare
nei confronti dell’immigrazione sollecitata da quelle esigenze -
in particolare per gli effetti prodotti su salari e occupazione - e
le dimensioni demografiche e culturali che compongono, e per
alcuni decompongono, la nazione.
Nel 1996 il Congresso varò Villegal Immigration Reform and
Immigrant Responsibility Act che, oltre all’estensione della
barriera Stati Uniti-Messico, autorizzava la costruzione di un
sistema di recinzione secondario e di vie di sicurezza atte a cor­
reggere le inefficienze della barriera primaria. I lavori furono
subito bloccati per via delle proteste degli ambientalisti della
California Coastal Commission e della mancata cooperazione
dei proprietari dei terreni adiacenti alla frontiera. Questi e altri
impedimenti di ordine legale sono stati poi superati dal Real ID
Act del 2005 e dal Secure Fence Act del 2006 che, cavalcando
l’onda dell’ossessione securitaria del dopo 11 settembre per
sospendere quelle norme di legge che avrebbero potuto rap­
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 27

presentare un impedimento, hanno dato il via alla costruzione


di cinque diversi tratti di recinzione, per un totale di oltre 1360
chilometri, lungo il confine messicano con la California, l’Ari-
zona e il Texas. Il Real ID Act ha una portata decisamente am­
pia, autorizza infatti la deroga a tutti gli impedimenti di legge
contro la costruzione della barriera e prevede il riesame in sede
di giudizio solo per quei ricorsi che si appellano alla Costituzio­
ne25. A oggi, nel corso della costruzione sono state ignorate 36
disposizioni di legge, comprese norme relative aH’inquinamen-
to dell’acqua e dell’aria, alla protezione di specie in pericolo,
alla migrazione di animali, alla preservazione di siti storici, alla
protezione dei terreni agricoli e alla tutela di luoghi sacri per i
nativi americani. Ora, poiché derogano a queste disposizioni di
legge, e presentano il progetto del muro americano come una
risposta a uno «stato 3i emergenza» e come tentativo di pro­
teggere una nazione vulnerabile e sotto assedio, i due provve­
dimenti rimandano a quella «soluzione della politica sospesa»
che orchestra la costruzione del Muro israeliano.
La questione del «border fence» è all’ordine del giorno nella
politica americana, tra sostenitori e avversari, sebbene siano
i primi a ricevere l’attenzione dei media e dei politici. Nelle
comunità più vicine al confine si registra un consenso sorpren­
dentemente tiepido nei confronti della barriera; la vicinanza
porta in effetti a registrare più che l’efficacia il fatto che si limita
a dirottare altrove il flusso dell’immigrazione clandestina e per
giunta è proprio nelle comunità di frontiera che si percepisce
concretamente l’interdipendenza economica con il Messico26.
Detto questo, negli Stati confinanti con il Messico esiste un for­
te sostegno organizzato a favore della barriera, come i gruppi
di vigilantes che pattugliano la frontiera e danno la caccia a chi
attraversa illegalmente il confine.
Non è facile calcolare il costo del muro. Molte voci del bilan­
cio federale relative alla realizzazione del progetto - spese per
28 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

la pianificazione, la costruzione, il mantenimento e la verifica


funzionale dell’efficacia del sistema - non compaiono nel con­
suntivo. Nel corso dei venti anni trascorsi dall’inizio dei lavori
le previsioni e i budget hanno subito variazioni sostanziali e le
stime, relative sia alla costruzione vera e propria dell’infrastrut-
tura sia alla manutenzione e alle riparazioni previste, variano
ancora sensibilmente. Tra l’altro, una quota maggiore di quan­
to preventivato in origine è stata concessa in subappalto a im­
prenditori privati e il costo di certi tratti, inizialmente stimato
in tre milioni di dollari per miglio, è lievitato a sette volte tanto.
Secondo la previsione attuale dell’Army Corps of Engineers, il
costo del ciclo vitale (25 anni) della barriera di 1367 chilometri
(850 miglia), realizzata a seguito del Secure F enee Act, potrà
variare da 16,4 a 70 milioni di dollari per miglio - escluse le
spese per l’acquisto dei terreni e il costo del lavoro - a seconda
delle zone interessate, del tipo di barriera e dei danni provoca­
ti dai contrabbandieri27. La spesa totale per il completamento
e la manutenzione della barriera prevista per legge potrebbe
ammontare a 60 miliardi di dollari in 25 anni; la stima non
comprende i lavori finanziati con fondi federali né i rimborsi ai
proprietari dei terreni su cui sorgono le recinzioni o che ven­
gono utilizzati per la sorveglianza.
Ciò che rende queste cifre ancora più sorprendenti è la limitata
efficacia della barriera come deterrente rispetto alla portata del
dirottamento del flusso dell’immigrazione illegale. Le dichia­
razioni di «successo» si riferiscono solo alla diminuzione degli
attraversamenti clandestini e delle catture nelle aree urbane,
non all’immigrazione illegale e all’incidenza del contrabbando
di droga in generale28. Per la polizia di frontiera è più facile
catturare chi attraversa illegalmente il confine negli spazi aper­
ti che non nelle città, dove ci si può eclissare rapidamente e
trovare rifugio nei quartieri suburbani; di conseguenza, e in
reazione alla barriera, i contrabbandieri ricorrono a tecniche
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 29

sempre più sofisticate, scavando tunnel oppure agendo in zone


montagnose o desertiche o per mare. Queste operazioni e le
contromisure della polizia di frontiera, a loro volta, aumentano
il livello generale e l’estensione della violenza e della criminalità
nelle zone di confine, finendo per interessare anche luoghi re­
moti che in precedenza erano pacifici29. Inoltre, proprio perché
dirotta i flussi migratori verso zone più difficili e impervie, la
barriera ha provocato un aumento drammatico dei decessi tra
i migranti e del tasso dell’immigrazione permanente rispetto a
quella temporanea.
In breve, la barriera tra gli Stati Uniti e il Messico mette in sce­
na un potere e un controllo sovrano che di fatto non esercita,
è costruita sulla sospensione dello Stato di diritto e sull’irre­
sponsabilità fiscale, ha moltiplicato e potenziato l’industria del
crimine, ed è un’icona della combinazione tra erosione della
sovranità e aumento del nazionalismo e della xenofobia, un
binomio che si impone sempre di più nelle democrazie occi­
dentali. Per giunta lo stato di emergenza, la ragione per cui
ne è stata autorizzata la costruzione, le conferisce una valenza
politica indipendente dalle sue funzioni materiali.
Mentre il Muro israeliano nasce da una sovranità contradditto­
ria risultante dall’occupazione espansionista coloniale, la bar­
riera americana nasce dalle contraddizioni, causate dalla globa­
lizzazione neoliberista, che minano la capacità e l’integrità della
sovranità del Primo Mondo. Entrambi, comunque, esacerba­
no tali contraddizioni. I muri reagiscono a ed esteriorizzano le
cause dei diversi tipi di violenza percepita contro la nazione, e
a loro volta esercitano diversi tipi di violenza contro famiglie,
comunità, mezzi di sostentamento, possibilità e prospettive
politiche nei territori che attraversano e di cui modificano la
fisionomia. In ogni caso entrambi sono baluardi sostanzial­
mente inefficaci contro quelle pressioni e violenze che in parte
nascono proprio dal potere e dalle risorse messe a disposizione
30 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

dalle agenzie politiche che ne avviano la costruzione. Eppure,


nonostante tutto, sono molto popolari. Entrambi intensificano
la criminalità e la violenza che pretendono di arginare, alimen­
tando così la necessità di ulteriori fortificazioni e controlli di
polizia, e però si dichiara che portano pace, ordine e sicurezza.
Entrambi mettono in scena una sovranità che in realtà minano
radicalmente, destabilizzano la sovranità giurisdizionale, con-
fondono'barricate e confini e istituiscono una frontiera su terre
confiscate. Due democrazie murate che vengono giustificate
in nome dell’obbligo di proteggere il proprio popolo, che fan-
oo ricorso alla xenofobia che pure esasperano e proiettano,
che sospendono l’ordine giuridico in nome della necessità di
bloccare fuorilegge e criminali e costruiscono una «soluzione
politica sospesa» fatta di cemento e di filo spinato. Insomma,
le differenze tra i nuovi muri contano, ma non dobbiamo per­
dere di vista il fatto che rispondono a e articolano una diffusa
e comune crisi del potere.
Ora, stabilito che una diffusa e comune crisi del potere si tra­
duce in muri costruiti e concepiti in modi diversi, si possono
rintracciare delle continuità tra questi muri e i loro antecedenti
storici? Nel presente libro intendo sostenere che i muri del
contemporaneo condividono la caratteristica postvestfaliana
di rappresentare la reazione contro gli effetti dissolutori che
la globalizzazione produce sulla sovranità dello Stato-nazione.
La caratteristica emerge quando si constata che i nuovi muri
sono costruiti per bloccare flussi di persone, di contrabbando
e di violenza che non emanano da entità sovrane e che restitui­
scono l’immagine di un potere sovrano statuale sempre più in
difficoltà e sempre meno vitale. Così, i nuovi muri riproducono
un immaginario politico che va affievolendosi in una fase di in­
terregno globale, un tempo successivo all’epoca della sovranità
statuale ma che ancora non articola o concretizza un ordine
globale alternativo.
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 31

I muri politici sono esistiti anche nel passato. In realtà i recinti


esistono fin dall’origine e, nonostante i nuovi muri siano inse­
riti in un contesto globale specifico, si danno delle continuità
tra presente e passato. I muri politici hanno sempre teatraliz-
zato il potere - hanno sempre generato effetti dimostrativi e
simbolici che eccedevano la lettera degli effetti materiali. Han­
no prodotto e negato immaginari politici; hanno contribuito
a formare la soggettività politica degli inclusi e degli esclusi.
Le mura e le fortezze medievali che punteggiano le campagne
dell’Europa, per esempio, furono costruite ufficialmente come
bastioni contro le invasioni ma servivano anche per mettere in
soggezione e così amalgamare e pacificare le città che cingeva­
no30. Più in generale, tutte le mura che hanno definito e difeso
entità politiche hanno dato forma, al loro interno, a un’identità
collettiva e individuale proprio perché dovevano bloccare ta
penetrazione dall’esterno. Ciò è vero per la Grande Muraglia
cinese, ed è vero anche per le moderne gated communities del
Sud-Ovest degli Stati Uniti. I ben noti piani di costruzione di
muri nell’Europa del ventesimo secolo combinavano queste
funzioni ed effetti. La Linea Maginot, che costituiva la difesa
del confine orientale della Francia contro l’invasione tedesca,
era concepita per proiettare l’immagine di una «Francia for­
tezza impenetrabile». Non si pensò mai di costruirla in toto,
ma in ogni caso la retorica del muro andava ben oltre la real­
tà della struttura, un affastellamento di elementi eterogenei31.
II Vallo Atlantico, costruito dal Terzo Reich in previsione di
un’invasione alleata proveniente dalla Gran Bretagna, doveva
costituire un simbolo chiaro e pregnante del controllo nazista
sull’Europa. In origine, il Muro di Berlino, che considerato re­
trospettivamente indica l’imprigionamento di una popolazione
che presumibilmente desiderava sfuggire alla dominazione so­
vietica, fu concepito come cordone di protezione di una nuova
e fragile società basata sul lavoro, sulla cooperazione e sull’e­
32 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

gualitarismo anziché sull’individualismo, sulla competizione e


sulla gerarchia. Il laboratorio di sperimentazione sociale e psi­
cologica da cui sarebbe nata la nuova società comunista, negli
intenti dei suoi architetti, doveva essere isolato da un mondo
esterno corruttore e decadente32.
Come il Muro di Berlino, i muri contemporanei, specialmente
quelli che cingono le democrazie, spesso finiscono per annulla­
re o rovesciare i contrasti che dovrebbero evidenziare. Ufficial­
mente, i muri mirano a proteggere società in apparenza libere,
aperte, rispettose della legge e laiche da intrusioni, sfruttamene
to o attacchi, ma essendo costituiti in una sospensione dello
Stato di diritto producono involontariamente un ethos collet­
tivo e una soggettività difensivi, di parrocchia, nazionalistici e
militarizzati. Invece della società aperta che intendono difen­
dere, creano un’identità collettiva sempre più chiusa e control­
lata. Così, i nuovi muri non solo sono inefficaci come reazione
all’erosione della sovranità dello Stato-nazione, e incapaci di
restituirle vitalità, ma contribuiscono con nuove forme di xeno­
fobia e di mentalità ristretta all’era postnazionale. Favoriscono
la nascita di soggetti difesi dal mondo esterno, ma che, per
ironia della sorte, mancano proprio della capacità sovrana che
la democrazia murata dovrebbe tutelare come sommo bene.
Lo storico tedesco Greg Eghigian ha definito üjoomo munitus:>7^,
questa creatura conformista, passiva, paranoica e prevedibile
che è la nazione o il soggetto fortificato33. Riprendendo il ter­
mine latino munire, che significa fortificare, rafforzare, difen­
dere, proteggere o dare riparo, Eghigian esamina la mitologia
occidentale e la specifica produzione della soggettività dei te­
deschi dell’Est al di qua del Muro di Berlino. Nel contestare
il modello (liberaldemocratico) occidentale cui è rapportata
questa soggettività, Eghigian traccia l’immagine corrente della
personalità prodotta dal muro, un’immagine che corrisponde
in modo sorprendente all’idea che gli occidentali si facevano in
capitolo primo Sovranità in declino, dem ocrazia m urata 33

quel periodo dei sudditi teocratici obbedienti e spersonalizzati


ai quali veniva assegnato il ruolo del nemico, o quanto meno
un ruolo che li poneva in contrapposizione al modo di essere
degli individui in Occidente34. Quindi, la tipologia dei soggetti
che i muri degli Stati-nazione occidentali dovrebbero bloccare
viene paradossalmente prodotta dai muri stessi - èun altro dei
modi in cui i muri rovesciano involontariamente la distinzione
tra il «dentro» e il «fuori» che dovrebbero marcare, distinzione
sottolineata anche dai moderni paladini della politica delle for­
tificazioni, che si affrettano a dissociare i nostri muri da quello
di Berlino o a distinguere tra muri che delimitano società libere
e non libere.
Riconoscere che i muri non si limitano a proteggere, ma pla­
smano il contenuto delle nazioni barricate, ci permette di inter­
rogarci non solo sui desideri e'le esigenze psicologiche che ne
promuovono la costruzione, ma anche sugli effetti contingenti
che producono nel delineare, alPinterno come alPesterno, i na­
zionalismi, le soggettività dei cittadini e le identità delle entità
politiche. Ci permette inoltre di considerare se e come i muri
contemporanei funzionino come simboli di un contenimento
collettivo e individuale, come fortificazioni di entità i cui con­
fini reali e immaginari vengono erosi dalla globalizzazione. Ci
permette anche di chiederci se effettivamente contengono e
difendono, se ogni difesa implichi un contenimento e se ogni
contenimento implichi una difesa. Quando è che i nuovi muri
diventano come i muraglioni confinari di una prigione, anziché
rassicuranti muri di casa? Quando è che la fortezza diventa un
penitenziario?
Durante la Guerra fredda, mentre i leader politici e le autorità
municipali occidentali spingevano per la realizzazione di rifugi
per la difesa civile, che ritenevano vitali nella tensione tra Est e
Ovest, la sinistra euroatlantica poneva sistematicamente questo
interrogativo. Con la proliferazione delle armi nucleari, i rifugi
34 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

- anche se mai usati - hanno contribuito a creare e diffonde­


re una mentalità da bunker che rafforzava, anziché metterli in
questione, presupposti e strategie della difesa e della politica
estera americana negli anni Cinquanta e Sessanta. Armi nuclea­
ri accumulate in silos militarizzati erano raddoppiate da scorte
di sussistenza accumulate in depositi altrettanto fortificati; la
difesa contro Armageddon diventò un dispositivo attraverso
cui vita civile e vita politica si alimentavano a vicenda, occultan­
do il contributo americano a uno stallo tanto micidiale. Oggi la
sinistra israeliana pone un interrogativo simile, nel momento in
cui il progetto di murare dentro i residenti della Cisgiordania e
di Gaza non solo diminuisce le possibilità di una soluzione po­
litica, ma intensifica la militarizzazione e la mentalità da bunker
nella vita degli israeliani.
I muri costruiti intorno a entità politiche non possono sbarrare
l’ingresso a chi sta fuori senza rinchiudere chi sta dentro, non
possono dare sicurezza senza fare dell’ossessione securitaria un
sistema di vita, non possono definire un «loro» esterno senza
produrre un «noi» reazionario, per quanto minino il fonda­
mento stesso di questa distinzione. E inevitabile: i muri trasfor­
mano psichicamente, socialmente e politicamente un sistema
di vita protetto in un rinchiudersi e trincerarsi. Da questo pun­
to di vista, il Muro di Berlino - il cui abbattimento, vent’anni
fa, viene ancora celebrato a livello internazionale e che i pala­
dini della politica delle fortificazioni prendono a riferimento
con le sue funzioni di imprigionamento per sottolineare le più
edificanti funzioni dei muri odierni votati a proteggere società
libere - non è poi così diverso, come questi paladini vorrebbero '
far credere, dai muri del ventunesimo secolo.
capitolo secondo
SOVRANITÀ ED «EN C LO SU R E»*

Ogni nuova era e ogni nuova epoca nella coesistenza


di popoli, di imperi e di paesi, di sovrani e di ogni sorta
di formazione di potere si fondano su nuove divisioni
spaziali, nuove recinzioni [enclosure], e nuovi “ordini
spaziali della terra.
Cari Schmitt
Il nomos della terra

Pale: i) picchetto o palo di sostegno di una palizzata;


2) spazio o campo delimitato; recinzione [enclosure\ ;
territorio o distretto sottoposto a giurisdizione; 3) area
o limiti entro i quali si gode di privilegio o protezione.
Merriam-Webster’s Dictionary

«Al principio sta il recinto», scrive Jost Trier. «L a re­


cinzione [enclosure] è ciò che produce il luogo sacro, sottraen­
dolo al consueto, sottoponendolo alla sua propria legge, e con­
segnandolo al divino»1. E proprio com’è all’origine del sacro,

* Parte di questo capitolo è stata già pubblicata in The New Pluralism: William Connolly
and thè Contemporary Global Condition, a cura di David Campbell e Morton Schoolman,
Duke University Press, Durham NC 2008 [Brown usa pressoché indifferentemente, ge­
nerando talvolta qualche confusione, i termini [enee, fencins ed enclosure, qui si è scelto
di utilizzare «recinto» quando si fa riferimento specifico alla dimensione teologica e di
lasciare «enclosure», termine già presente in Marx e tornato di attualità recentemente,
quando si tratta del processo globale di appropriazione-privatizzazione {N.d.C.)].
36 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Yenclosure segna anche l’inizio del secolare: «Il primo che,


recintato un terreno, ebbe l’idea di dire: questo è mio, e trovò
persone così ingenue da credergli, fu il vero fondatore della so­
cietà civile», afferma Rousseau nel Discorso sull’ineguaglianza2.
«Al principio sta il recinto», ma anche alla fine? Forse, ciò che
per Rousseau è il mio territorio che segna l’inizio della società
civile, e ciò che per Trier è la dimensione sacra della recinzio­
ne, non sono soltanto il fondamento della sovranità politica,
ma ricompaiono insieme nel momento della sua dissoluzione o
trasformazione. Se è così, la fortificazione dello Stato-nazione
è il segno della fine della sua sovranità sul territorio e forse può
anche indicare un qualche residuo teologico presente nel suo
estinguersi3.
John Locke è il teorico della prima modernità che esprime
chiaramente e nella maniera più diretta il ruolo che l’appro­
priazione di un territorio svolge nel porre il fondamento poli­
tico della sovranità dello Stato e dell’individuo, e nel metterle
in relazione. Nel Secondo trattato sul governo Locke sottolinea
come la proprietà di un terreno delimitato sia l’elemento car­
dine che, attraverso il tacito consenso derivante dall’ereditarie­
tà, assicura e riproduce la relazione tra sovranità individuale e
sovranità dello Stato. Per Locke, la partecipazione al contratto
sociale è motivata dall’ottenimento di uno status giuridico e
di una protezione della proprietà, mentre il potere politico è
«un diritto di emettere leggi [...] per il regolamento e la con­
servazione della proprietà»4. Quindi Cari Schmitt esagera re­
lativamente quando nel Nomos della terra dice che per Locke
«l’essenza del potere politico è in primo luogo la giurisdizione
sulla terra»5. Gli steccati, i titles (titoli, diritti) e le enclosures
sono tra le metafore più efficaci e ricorrenti nel Secondo tratta­
to-. salvaguardano la libertà, la rappresentanza, i limiti al diritto
alla ribellione, tanto quanto le terre di proprietà. Per converso,
ragiona Locke, il motivo per cui non si può dire che gli «indiani
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 37

d ’America» godano di*sovranità politica è anche per via della


mancanza di un dominio definito e stabile sul territorio, e dun­
que rimangono in uno stato di primitività politica6.
Locke, che tanto si concentra sulla proprietà, rende massima-
mente esplicito il nesso tra presa di possesso di un terreno,
enclosure, proprietà e i fondamenti del potere sovrano e del
diritto. Come scrive Schmitt, per gli autori del pensiero politi­
co moderno, da Vico a Kant (e, aggiungerei, da Machiavelli a
Rousseau), la presa di possesso di una terra fonda la sovranità
politica ed è condizione essenziale del diritto pubblico e priva­
to, della proprietà e dell’ordine. Per Schmitt «l’occupazione di
terra [...] precede in sé l’ordinamento che deriva da essa non
solo logicamente, ma anche storicamente», «contiene hvsé l’or­
dinamento iniziale dello spazio, l’origine di ogni ulteriore ordi­
namento», è il «mettere radici nel regno di senso della storia»7.
L ’importanza di questa origine ci sfugge, sostiene Schmitt, an­
che perché si è perduta «l’energia e la maestà» del termine
nomos, che ora viene tradotto convenzionalmente con «legge»,
«regola» o «norma», ma che in origine era fondamentalmente
un termine spaziale. Nomos esprime la produzione di un ordine
(politico) attraverso un orientamento spaziale. Come ci ricor­
da Schmitt, il termine nomos deriva da nemein, che significa
«separare, dividere» e «condurre al pascolo». Quindi nomos
è «la forma immediata nella quale si rende spazialmente visi­
bile l’ordinamento politico e sociale di un popolo». Rifacen­
dosi all’analisi di Trier sull’antichissimo rituale di tracciare un
cerchio intorno al corpo degli uomini (il «manring»), Schmitt
insiste sul concetto che «in origine legge e pace si fondavano su
spazi circoscritti [enclosures\ in senso spaziale» e che «ciò che
ogni nomos è, lo è all’interno della propria cerchia recintata».
Perciò, conclude, «nomos può essere definito come un muro»,
poiché «anche il muro si basa su localizzazioni sacrali»8. Prima
Venclosure, poi il sovrano. O, rovesciando il discorso, la sovra­
38 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

nità nasce dalla suddivisione per mezzo di muri di ciò che era
comune.
Si può contestare l’etimologia di nomos proposta da Schmitt
e l’enfasi forse eccessiva sull’appropriazione della terra quale
fondamento essenziale di ogni ordine, più difficile è respinge­
re la tesi che rende Yenclosure preliminare a qualsiasi ordine
politico e giuridico9. Assunto che può diventare un problema
cruciale per i paladini della cittadinanza globale o della demo­
crazia senza frontiere: come può darsi una forma di governo
senza confini? La linea di confine è la base della costituzione,
del pouvoir constitué all’interno di un territorio delimitato, co­
me anche la soglia oltre la quale la legge non ha validità. «L a
linea di confine definisce un campo», dice Schmitt, «in cui si
afferma il libero e spietato uso della violenza», senza curarsi
della legge10. Da qui, le stratificazioni semantiche e storiche
dell’espressione «beyond thè pale», che evoca tutto ciò che sta
oltre i limiti di «proprietà e cortesia» ma anche di «protezione
e sicurezza»11. In origine, il «pale», un picchetto di legno usato
per le palizzate, marcava il confine del territorio della colonia
inglese in Irlanda. E significativo che questo territorio coloniale
abbia finito per essere chiamato «The Pale». Se seguiamo la
teoria di Schmitt sulla relazione tra recinzione e nomos, ciò
che è «beyond thè pale » è incivile in due sensi, diversi ma po­
liticamente correlati: indica il punto dove finisce la civiltà, ma
anche il luogo in cui la brutalità civilizzata è ammessa, dove la
violenza può essere esercitata liberamente e legittimamente. In
questa espressione si sedimenta il circuito storico-ontologico
che lega la recinzione di un insediamento coloniale britannico,
la visione colonialista degli irlandesi come incivili, e dunque la
legittimazione della violenza britannica contro di loro, ovvero
la giustificazione della conquista coloniale e dell’uso continua­
tivo della violenza per difenderla. Ritroviamo questo stesso
circuito discorsivo negli incontri che si svolgono in luoghi di­
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 39

chiaratamente «oltre h palizzata» della civiltà, che si tratti di


Gaza, di Kabul o di Guantànamo.
«Ciò che ogni nomos è, lo è all’interno della propria cerchia
recintata», scrive Schmitt. Uno stato di eccezione - la dichia­
razione della «legge marziale» - è precisamente la sospensione
della legge nel tempo e nello spazio. Elimina il confine tra den­
tro e fuori, permette cioè di agire all’interno con l’indifferenza
alla legge normalmente riservata a ciò che sta all’esterno. Ed
ecco come il nomos organizza lo spazio nel tempo: «Il nomos
è il processo fondamentale della suddivisione dello spazio che
è essenziale a ogni epoca storica; si tratta della combinazione
strutturante di ordinamento e localizzazione nel quadro della
convivenza dei popoli sul pianeta»12.
Anche se non intenzionalmente, Schmitt attira la nostra atten­
zione su un altro aspetto cruciale della demarcazione di uno
spazio tramite un recinto, e precisamente la sua relazione con
il sacro - il fatto che associ immediatamente il politico e il teo­
logico. Non solo il « nomos [...] come un muro [...] si basa su
orientazioni sacrali», ma «tutti i nomoi umani si nutrono di un
unico nomos divino»13. L ’altare è sempre recintato, che sia da
templi elaborati o da un semplice cerchio di pietre, ma viene
sempre eretto deliberatamente in una foresta o in un prato a
pascolo. Il recinto pone in essere il sacro segregandolo dal co­
mune o dall’ordinario. Così le mura medievali, le cui rovine
giacciono ancora qua e là sul suolo europeo, costituivano una
protezione, ma la loro importanza effettiva e simbolica risiede­
va nel delimitare la città separandola dal vasto spazio rurale.
Non si è mai trattato di mere recinzioni, servivano piuttosto a
distinguere, istituire e consacrare l’entità che dominava sulla
campagna circostante14. Analogamente ai muri delle case, ma
ancor più a quelli dei templi, le mura della città producevano
un’entità legale e politica cui veniva conferita anche una qualità
sacra. Ciò che nelle affermazioni di Schmitt può apparire tauto­
40 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

logico - il fatto che la sovranità sia originariamente teologica e


che il recinto istituisca tanto la sovranità quanto il sacro - si ri­
solve nel rapporto di co-istituzione che lega sovranità, teologia
ed enclosure. Il recinto costituisce e mette in relazione lo spazio
sacro e il potere sovrano. Non dovrebbe dunque stupirci la
persistenza di un elemento teologico nei progetti tardomoderni
di fortificazione, che pure suggerisce il declino della sovranità
dello Stato-nazione.
Istituiti attraverso Yenclosure, dominio e giurisdizione presto
diventano le premesse, anzi i presupposti, della sovranità, e
non solo i segni dei suoi attributi essenziali. Nessuno dei grandi
teorici della sovranità la identifica con il potere di designare il
dominio, bensì con il potere assoluto su di esso. La sovrani­
tà viene collegata a una giurisdizione stabile e non all’atto di
renderla stabile. Rovesciando il discorso, per i teorici classici la
giurisdizione su un territorio, più che costituirla, pone le pre­
messe della sovranità territoriale. Ma anche il ruolo svolto al
momento della fondazione va riducendosi, dato che l’aumento
delle dimensioni delle entità politiche richiede che la sovranità
politica, come anche la nazione, abbia una dimensione imma­
ginaria sempre crescente. Per di più la relativa diminuzione del
ruolo dell’agricoltura nell’economia politica altera lo status del­
la terra nel lessico del potere politico e gli sviluppi della tecno­
logia bellica fanno sì che la giurisdizione territoriale non sia più
l’unico significativo piano di confronto tra Stati sovrani. I muri
non spariscono mai completamente dalla mappa geopolitica e i
progetti di fortificazione, per lo più realizzati in previsione o in
conseguenza di grandi conflitti, rappresentano momenti impor­
tanti della storia mondiale. Tuttavia in epoca moderna l’idea di
entità geopolitiche fisicamente recintate da normale è diventata
eccezionale, trovando applicazione soprattutto nella difesa di
avamposti coloniali in territori ostili, o per delineare le frontiere
della Guerra fredda in Germania, in Corea e a Hong Kong.
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 41

SOVRANITÀ, «ENCLOSURE» E DEMOCRAZIA

Oggi parliamo di sovranità come se avessimo chiaro cosa in­


tendiamo quando discutiamo della sua esistenza, o compimen­
to, della sua violazione, affermazione, giurisdizione, o anche
del suo declino. Eppure «sovranità» è un termine della vita
politica insolitamente amorfo, elusivo e polisemico. George
W. Bush non è stato il solo a definirla tautologicamente: «S o ­
vranità significa [...] la sovranità ti è stata data [...] e sei con­
siderato un’entità sovrana»15.1 dibattiti accademici spesso ne
sottolineano lo status primordiale di «motore immobile»16.
Anche tra i teorici della politica il termine viene utilizzato in
modi disparati e spesso senza ulteriori specificazioni: per al­
cuni si trova sullo stesso piano del principio di legalità e dello
Stato di diritto, per altri si situa nell’azione legittima ma extra­
giuridica, mentre alcuni insistono sulla sua natura intrinseca­
mente assoluta e unica, e altri ancora affermano che può essere
sia parziale sia divisibile17.
Per certi versi, il fatto che oggi la sovranità politica abbia un
significato variabile e ambiguo deriva dalla sua peculiare dupli­
ce collocazione nel contesto delle democrazie liberali e quindi
dalle combinazioni con il potere che questa collocazione per­
mette nelle pratiche della democrazia liberale: ciò che denota
la sovranità in senso schmittiano (potere di decisione statuale)
non significa sovranità in senso lockiano o rousseauiano (pote­
re legislativo del popolo). Caratteristica della democrazia è che
la sovranità è del popolo, eppure il liberalismo attua necessaria­
mente ciò che Locke chiama «potere discrezionale» - il potere
esecutivo di abrogare o sospendere la legge o di agire a prescin­
dere da essa -, ed è proprio questo punto che autori della teoria
critica e commentatori hanno in mente quando denunciano
un potere sovrano pericoloso o eccessivo18. I contemporanei
dibattiti teorici sulla sovranità nelle democrazie tendono a
42 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

concentrarsi sul potere dello Stato di agire a prescindere dalla


legge e dai principi di legittimità, anziché sul potere del demos
di darsi delle leggi; si tratta di un errore che rivela quanto il
liberalismo conferisca la sovranità, tacitamente e negando che
sia così, a un potere statuale non rappresentativo, oppure rivela
quanto il revival del pensiero schmittiano domini gli odierni
dibattiti intellettuali sulla sovranità19.
Consideriamo più da vicino la difficoltà di pensare la sovra­
nità dal punto di vista della democrazia liberale, tanto più in
questo momento storico. Oggi la relazione tra democrazia e
sovranità si pone come un problema derivante dal processo tar-
domoderno di una decostituzione parziale e discontinua della
sovranità dello Stato-nazione, una decostituzione prodotta da
inediti flussi di potere economico, politico, morale e teologico
che travalicano i confini nazionali. Il problema nasce anche
dalla condotta dichiaratamente imperialista della più antica e
ininterrotta democrazia del mondo, durante e dopo la Guerra
fredda, il cui fine, la democrazia universale, che la legittimava
si è paradossalmente tradotto in una sovversione della demo­
crazia interna e in un disconoscimento della sovranità degli al­
tri Stati-nazione. Il problema viene anche posto dal protrarsi
dell’occupazione dell’Iraq, dove gli obiettivi politici di installa­
re una democrazia pilotata (dal mercato) e di dare vita a una so­
vranità irachena sembrano correlati in modo assai vago e sono
decisamente in stallo. Ancora, il problema si pone anche rispet­
to all’evoluzione dell’Unione Europea, là dove forme politiche
postnazionali intersecano poteri economici transnazionali, ali­
mentando le preoccupazioni degli europei sugli strumenti atti
a'garantire e praticare la democrazia.
Ma il rapporto tra sovranità e democrazia ha costituito un
enigma già ben prima dell’emergere di questi casi complessi.
Per quanto negli ultimi tre secoli l’espressione «sovranità po­
polare» sia spesso stata abusata, rimane sorprendente quanto
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 43

questa catacresi sia entrata nel discorso di tutti i giorni all’epo­


ca degli Stati-nazione; Kant non è il solo ad essere contestato
dai democratici contemporanei per aver definito la sovranità
popolare un’«assurdità»20. In effetti, è quasi impossibile con­
ciliare le caratteristiche classiche della sovranità - un potere
che è non solo fondativo e irrevocabile, ma anche duraturo e
indivisibile, autorevole e capace di ispirare timore reverenziale,
dotato di decisione e al di sopra della legge - con i requisiti del
governo del demos. Di più, proprio il fatto che nelle democra­
zie occidentali il popolo venga dichiarato «sovrano», mentre
l’espressione «potere sovrano» viene riferita a uno Stato auto­
cratico e ad atti che violano o sospendono i principi democra­
tici, lascia pensare che abbiamo sempre saputo che la sovranità
popolare è stata, se non una finzione, una sorta di astrazione
in rapporti assai blandi con la realtà politica. Altrimenti, che
senso ha definire sovrani quegli atti che sospendono o limitano
proprio lo Stato di diritto, sinonimo^di democrazia, oppure
parlare, come facciamo oggi, dell’aumento dei poteri dell’ese­
cutivo o dello Stato in termini di ripristino o di espansione del
potere sovrano?
Da un’angolazione leggermente diversa, si può cogliere come
nella democrazia liberale la sovranità operi secondo un dop­
pio registro, da una parte la legittimazione ordinaria, la legalità
e le elezioni, e dall’altra l’azione statuale o la decisione. Nelle
democrazie liberali ciò che chiamiamo «Stato» comprende i
due registri, ed è per questo che Locke ha differenziato i poteri
statuali. Tuttavia ha anche individuato il «potere discrezio­
nale» (la sovranità dello Stato) come ciò che può sospendere
il potere legislativo (la sovranità popolare) o prescindere da
esso21. Locke però attenua questo assunto quando definisce il
potere discrezionale come prerogativa che è semplicemente il
potere di fare il pubblico bene in assenza di una norma, pur sa­
pendo che questo potere è passibile di abusi: secondo Locke,
44 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

l’abuso di questo potere è l’unica giustificazione che spetta al


popolo nell’esercitare il proprio diritto a rivoltarsi22. L ’aspetto
qui rilevante è che il popolo può contemplare la sospensione
del proprio potere legislativo, quando conferisce potere di­
screzionale all’esecutivo, in nome della propria protezione o
dei propri bisogni. Ma un sovrano che sospende la propria
sovranità non è sovrano. Qui Locke perde di coerenza, a dif­
ferenza di Hobbes.
Più in generale, la nozione di una sovranità divisa, separata o
disseminata comporta una incompatibilità problematica con
una delle caratteristiche irriducibili della sovranità - non tanto
rispetto a suoi tratti incondizionati, a priori o unitari, bensì ri­
spetto alla sua dimensione definitiva e decisiva23. Sono queste
ultime qualità a stabilire se la sovranità vige o meno. Non può
darsi «una sorta» di sovrano, non più di quanto possa esserci
«una sorta» di Dio, e - come attesta la situazione attuale dell’I­
raq - l’idea di una sovranità parziale o provvisoria è peggiore
di una sovranità instabile o incoerente. La convenzione vuole
altresì che non possano darsi più sovrani nell’ambito di una
singola giurisdizione o entità. Storicamente, la sovranità ha isti­
tuito l’identità politica attraverso la giurisdizione24.
In effetti, è proprio nella collisione tra rivendicazioni di so­
vranità che si generano le guerre, si intentano azioni legali, si
scontrano le religioni (tra loro e con gli Stati) e gli esseri umani
vengono disintegrati psicologicamente. Se, come dice Schmitt,
la sovranità politica deriva la sua forma e la sua autorità dal­
la teologia, scavalca molto più che episodicamente il potere
o l’autorità o la legittimazione della legge e delle elezioni, e
ne costituisce ben più che l’origine simbolica. La sovranità
politica è definitiva e assoluta e dunque è indivisibile e non
trasferibile. Non può passare di mano, non può rinunciare o
delegare o autosospendersi più del potere divino. Se il popolo
è sovrano, se è questo il significato della cratia del demos, il
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 45

suo potere deve essere decisivo e non può essere sospeso dallo
Stato sovrano. Per converso, se la sovranità appartiene allo
Stato o a un esecutivo, allora la democrazia non sussiste. Tut-
talpiù il governo del popolo, «thè mie of thè people», diventa
una pratica discontinua, episodica e subordinata, anziché un
vero e proprio potere sovrano25. Se, d’altra parte, la sovranità è
separata dallo Stato di diritto, se il popolo detiene la decisione
solo episodicamente (ogni quattro o sei anni), allora il governo
non è una forma di autodeterminazione, e la sovranità non è
una forma di governo.
La profonda contraddizione tra questa forma politica e la de­
mocrazia liberale, che Rousseau coglie nel Contratto sociale e
che anche Marx segnala con ostinazione nella Questione ebrai­
ca, consiste proprio nella ripartizione incoerente della sovranità
tra il popolo e lo Stato. Per Marx, l’esistenza stessa dello Stato
quale entità che supera il nostro particolare e, come dice Hegel,
realizza la nostra libertà prova che in realtà non ci governiamo
e non viviamo liberamente. Se lo facessimo, non si chiederebbe
allo Stato di compiere questo superamento e questa realizzazio­
ne. Tuttavia - abbandonando Marx subito dopo averlo citato
- sembra anche che non vi possa essere vita politica senza so­
vranità, cioè senza «decisione» e «finalità», e soprattutto senza
un’autorità che riunisca, mobiliti e dispieghi la forza collettiva di
un’entità a proprio vantaggio e contro se stessa, come strumenti
di governo e insieme di autoregolazione. La sovranità - non di
per sé, eppure in modo sostanziale - dà e rappresenta una forma
politica. La sovranità è intrinsecamente antidemocratica nella
misura in cui deve superare la dispersione del potere inerente
alla democrazia ma, per essere politicamente praticabile, per
essere un’opzione (politica), la democrazia sembra richiedere di
essere integrata dalla sovranità. Derrida nota en passant questo
paradosso in Stati canaglia: «Non è certo che “democrazia” sia
un concetto del tutto politico»26.
46 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

LA SOVRANITÀ COME LIMITE, E AL LIMITE

Oltre alla problematica collocazione della sovranità rispetto


alla democrazia, occorre anche notare l’ambiguità del termi­
ne e il paradosso del fenomeno. Sovranità è un peculiare con­
cetto liminare27, demarca infatti non solo i limiti di un’entità
ma, attraverso questa demarcazione, istituisce le condizioni e
ne organizza lo spazio interno ed esterno. Come indicatore di
confine - una funzione che è anche una forma di potere - la
sovranità presenta due aspetti diversi, che nei dizionari sono
designati con due significati, «supremazia» e «autonomia», e
che fanno riferimento a due usi politici discordanti, cioè po­
tere o regola decisionale e libertà dall’occupazione da parte
di altri28. All’interno dello spazio che costituisce attraverso la
propria giurisdizione, sovranità significa potere supremo o au­
torità suprema (ritroviamo questo significato nei termini del­
l’inglese antico «my sovereign» e «my lord» che designano il
marito e il padrone). Ma quando è rivolta verso l’esterno, o allo
spazio che eccede la sua giurisdizione, la sovranità comporta
autonomia e capacità di azione indipendente. Dentro, esprime
un potere imprescrittibile. Fuori, esprime la capacità di agire
in piena autonomia, compresa l’aggressione o la difesa contro
altre autorità sovrane29.1 due usi sono ovviamente collegati, è la
supremazia interna a permettere l’autonomia esterna. L ’auto­
nomia discende dalla capacità, propria di un potere superiore,
di unificare e mobilitare un organismo altrimenti disparato -
una popolazione eterogenea o le differenti inclinazioni di un
soggetto individuale, ad esempio. L ’importanza dell’unità e
dell’indivisibilità, quali attributi della sovranità, consiste nel
fatto che letteralmente mettono in essere l’autonomia quale sua
manifestazione esterna. La sovranità non si limita a unificare o
reprimere i suoi soggetti, piuttosto è generata e genera tali sog­
getti. E la promessa di unificazione e mobilitazione delle ener­
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 47

gie di un organismo che lo rende capace di agire in autonomia.


Questa è una delle ragioni per cui Schmitt individua nell 'ordine
un effetto cruciale e insieme il compimento della sovranità30.
(Il liberalismo cerca di disgiungere la supremazia dall’autono-
mia, il potere del popolo dall’azione dello Stato. Ma, come già
detto, così facendo disconosce la mancata supremazia del de­
mos nel momento dell’azione dello Stato sovrano e insieme ren­
de incoerente la sovranità. Il liberalismo manca di riconoscere
sia il momento intrinsecamente antidemocratico nella produ­
zione dell’autonomia statuale, sia l’incoerenza della sovranità
popolare che ne consegue. Una incoerenza che si situa nella
sottomissione dell’autonomia allo Stato di diritto, generando
un potere autonomo che si svolge al di fuori dello Stato prepo­
sto alla garanzia dei diritti individuali. Per giunta, i pericoli che
portano lo Stato ad agire sono interni ed esterni, ma quando
diventano persistenti o permanenti l’esterno irrompe all’inter­
no, si configura come un’azione extragiuridica autonoma eser­
citata sulla massa che viene così unificata attraverso un atto di
subordinazione che a sua volta produce la sovranità. Hegel, nel
discutere della sovranità popolare nei Lineamenti di filosofia
del diritto, ha riconosciuto e distillato questa incoerenza31.)
Esistono numerosi paradossi della sovranità, a corollario del
suo carattere duplice e dei diversi significati ed esercizi interni
ed esterni.
1. Il termine sovranità indica sia il potere assoluto sia la libertà
politica.
2. La sovranità genera l’ordine attraverso la subordinazione e
la libertà attraverso l’autonomia.
3. La sovranità non è dotata di un’essenza interna, è affatto
dipendente e relazionale, e tuttavia significa autonomia, padro­
nanza di sé e autosufficienza32.
4. La sovranità produce sia una gerarchia interna (la sovranità è
sempre sovranità su qualcosa) sia un’anarchia esterna (per de­
48 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

finizione, non può esserci nulla che governi un’entità sovrana


e dunque, se nell’universo vi sono più entità sovrane, tra loro
vige necessariamente l’anarchia). E importante notare come la
gerarchia e l’anarchia siano incompatibili con la democrazia, se
intendiamo quest’ultima come una condivisione moderatamen­
te egualitaria del potere. Tuttavia, salvo rare eccezioni, i teorici
della politica ritengono che la sovranità sia una caratteristica
necessaria della vita politica: sembra che la stessa possibilità di
azione, di un ordine e di tutele politiche dipenda dalla sovra­
nità. Forse, è proprio questo paradosso la ragione principale
per cui i liberali, che danno per scontato la sua attribuzione al
popolo, evitano analisi più approfondite, mentre radicali come
Giorgio Agamben, Michael Hardt e Antonio Negri sviluppano
una concezione politica ostile alla sovranità, e liberali di sinistra
come William Connolly cercano di pluralizzarne e disseminar­
ne il nucleo antidemocratico33.
5. La sovranità è segno dello Stato di diritto e della vigenza
di un ordinamento giuridico, eppure li oltrepassa. Oppure, si
pone come fonte del diritto e insieme è al di sopra della legge,
è insieme origine ed eccedenza rispetto al giuridico. E legalità
e illegalità. Ogni sua espressione è legge e senza legge.
6. La sovranità è generata e generativa, eppure è anche onto­
logicamente a priori, presupposta, originaria. Come fa notare
Jean Bodin, non può essere conferita, nemmeno in pratica34.
La natura aprioristica o preliminare della sovranità politica di­
scende dalla teologia e contribuisce a dare una dimensione reli­
giosa a se stessa. Ci ricorda che la sovranità politica è modellata
su quella che la religione attribuisce a Dio.
7. L ’aspetto teologico della sovranità è la condizione interna
del concetto secolarizzato di autonomia del politico, che di­
scende dalla sovranità e attraverso di essa. Come vedremo nel
prossimo paragrafo, questo paradosso è particolarmente im­
portante per comprendere le vicende della contemporaneità35.
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 49

AUTONOMIA SOVRANA E AUTONOMIA DEL POLITICO

Cari Schmitt è il pensatore che elabora esplicitamente il con­


cetto dell’autonomia del politico attraverso il concetto di sovra­
nità. Egli identifica in modo brillante il politico con la distin­
zione amico-nemico, intesa come «l’estremo grado di intensità
di una unione o di una separazione»36. Questa identificazione
genera l’azione che è il segno caratteristico della vita politica,
cioè decidere chi è il nemico e come agire nei suoi confronti. La
decisione, a sua volta, è l’azione che definisce ed esprime la so­
vranità: «Sovrano è colui che decide dello stato di eccezione»37,
mentre la risposta alla situazione amico-nemico - una risposta
che non può essere codificata né ridotta a norma - è l’azione
che definisce il politico. Succede altresì che l’azione politica
che infrange la norma spezzi anche l’equazione liberale tra il
politico e il giuridico.
La decisione, che Schmitt definisce «pura volontà che non si
sottomette ad alcuna verità sovrana», è la modalità dell’azione
politica perché il politico stesso è sovrano, non è soggetto né
alle norme né alla legge, non è responsabile nei confronti di
nient’altro e non deriva da nient’altro38. La sovranità del poli­
tico deriva dalla sua competenza sulla relazione amico-nemico
- una questione di vita o di morte - e più precisamente da due
fatti: da un lato, è in gioco la vita, dall’altro, può accadere che
non vi sia nessuna norma per decidere chi è il nemico e come
procedere nei suoi confronti. Non si tratta della mera mancan­
za di regole o convenzioni. Piuttosto, si tratta di una decisione
«beyond thè pale», oltre il limite, che necessariamente si pone
al di fuori, quali che siano le norme che vincolano il sistema di
governo, incluse quelle preposte a proteggere il sistema di vita
che queste norme governano e istituiscono.
La decisione su chi è il nemico e come agire nei suoi confronti
è la decisione politica, e, se la capacità autonoma di prendere
50 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

decisioni è il segno della sovranità politica, ne consegue che


sovranità indica una certa autonomia del politico. Questa linea
di ragionamento, configurata come tesi, viene generalmente
considerata il cuore antiliberale di Schmitt. La ragione princi­
pale della sua critica ai liberali è che pongono al centro dell’in­
teresse politico il diritto, la norma e la procedura. Per Schmitt
ciò compromette il politico nella misura in cui ne pregiudica
l’autonomia e quindi la sovranità39.
Per tutti, o quasi, i democratici liberali la tesi di Schmitt è
sconcertante e inaccettabile^ Tuttavia, se si considera che la
teoria del contratto sociale ne esibisce una versione attenuata,
Schmitt appare allora più come un audace messaggero che co­
me un iconoclasta. In contrasto con la concezione aristotelica
della vita politica connaturata all’essere umano, anzi, della polis
quale «forma di vita» umana distintiva, nella teoria del contrat­
to sociale il politico emerge da una condizione ontologica non
politica e viene posto in essere con un artificio. La nascita del
politico attraverso il contratto sociale è al contempo la nascita
della sovranità politica. Il contratto sociale costituisce la fine
temporale e il limite spaziale della sovranità, naturale o divina,
e l’emergere di una forma distintamente umana in ambito po­
litico. Istituisce insieme la sovranità e l’autonomia del politico,
per quanto le motivazioni soggettive che portano ad accettare il
contratto siano sociali o economiche, il desiderio di sicurezza, di
libertà, di proprietà o di beni, o il desiderio di padroneggiare o
temperare il dispotismo della natura. Il contratto sociale è pre­
cisamente ciò che separa e istituisce l’autonomia e la sovranità
del politico nel momento in cui istituisce la sovranità politica.
La giurisdizione del politico - come appare nel netto autoritari­
smo di Hobbes, nel mite liberalismo di Mill e in modo esplicito
nelle narrazioni del contratto sociale di Rousseau e di Locke - è
distinta da quelle attribuite alla natura, a Dio, alla famiglia, ed è
preposta a facilitare e contenere la vita economica40.
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 51

Quali sono le implicazioni del fatto che sovranità significa sia


l’autonomia di un sistema di governo sia l’autonomia del poli­
tico? Come abbiamo già visto, la duplice natura della sovranità
collega la sua autonomia esterna alla supremazia interna quale
subordinazione dei poteri che potrebbero limitarla, disperder­
la o frammentarla. Dunque l’autonomia del politico espressa
dalla sovranità implica l’idea della supremazia politica o del
contenimento di altri poteri, compreso quello economico e
quello religioso. Per definizione, questi poteri sono sottoposti
alla sovranità politica. Da questo punto di vista, la sovranità
rappresenta sia una purificazione o sublimazione del politico,
sia il suo dominio incontrastato. Per quanto possano apparire
alla stregua di aspirazioni ideologiche, mitiche perfino, tutt’al-
tro che letterali, sublimazione e dominio sono decisamente
operativi.
Attraverso i testi classici della pritpa modernità, scritti all’epoca
delle sanguinose guerre di religione, siamo in grado di com­
prendere come la sovranità politica attribuita agli Stati-nazione
abbia cercato di conquistare la supremazia su un’autorità re­
ligiosa transnazionale. Ugualmente importante è il tentativo
della sovranità di subordinare l’economico al politico. Ciò non
significa che lo Stato-nazione moderno governa o regola l’eco­
nomia in modo continuo e invariato, bensì che viene prelimi­
narmente stabilito che lo Stato può decidere se e quando farlo.
Di questa decisione sono espressione tanto il capitalismo del
laissez-faire che la politica fiscale e monetaria del New Deal o
il socialismo di Stato.
Si può cogliere efficacemente la portata della sovranità poli­
tica in termini di autonomia/supremazia sull’economico nel
significato, ormai desueto, della «sovrana», la moneta d’oro
(nota anche come la «moneta del regno») coniata in Inghil­
terra nel periodo tra il regno di Enrico VII e quello di Carlo
I, che sostituì le varie monete locali. Ora, quando una moneta
52 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

viene identificata con la ('olona limilo e vero che veniva an­


che chiamata «corona»), viri ir veicolala l'idea di un controllo
dell’economico da parie del politico e, più precisamente, l’af­
fermazione, da parli' della ( Corona britannica, del proprio con­
trollo politico sull’economia al line di unificare e consolidare
il regno. Questo significato suggerisce inoltre che la sovranità
non viene mai semplicemente posseduta ed esercitata, ma che
circola lin dall’inizio - opera attraverso lo scambio e la circo­
lazione, e non solo in forza di legge o per comando41. (Come
la sovranità controlla le pratiche teologiche del potere, com­
presa la trasformazione della sua parola in legge, così controlla
le pratiche economiche del potere, tra cui la circolazione e il
feticismo, la creazione di società e altro ancora.) La creazione
di una moneta del regno all’inizio del Seicento, come quella
dell’euro quattro secoli dopo, ci ricorda che la prçpccupazione
per la sovranità nella prima età moderna coincide sia con il
consolidamento della sovranità dello Stato-nazione ai danni di
poteri politici ed economici locali e decentralizzati (l’abolizio­
ne delle monete locali mira ad abolire le sovranità locali), sia
con una trepida risposta alla forza emergente del capitale nelle
economie mercantili, una forza che avrebbe fatto saltare i con­
fini nazionali dell’accumulazione e circolazione della ricchezza,
internazionalizzando i mercati e la produzione. Dunque la so­
vranità esprime la subordinazione dell’economia alla politica,
paradossalmente - ma la cosa non sorprende - proprio nel mo­
mento in cui l’economia cominciava a manifestare la propria
forza e resistenza contro tale subordinazione42.
Questa tesi sulla relazione tra sovranità politica ed economico
si differenzia da quella avanzata da Hardt e Negri, per i quali la
sovranità emerge in funzione dell’economico. Il capitale diven­
ta il contenuto della forma politica della sovranità, affermano i
due autori in Impero43. Al contrario, io sostengo che, per quan­
to lo Stato moderno emerga e si sviluppi, tra l’altro, in risposta
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 53

al capitale, la sovranità politica - come idea, rappresentazione


o pratica - né coincide con lo Stato né è semplicemente al ser­
vizio del capitale. Piuttosto, la sovranità è una formulazione
e una formazione politica teologica che mira, tra l’altro, a su­
bordinare e contenere l’economico e a separare la vita politi­
ca dalle esigenze o dagli imperativi avanzati dall’economico.
Per quanto irrealizzabile, questa aspirazione è diventata una
finzione potente e concreta, che ha sortito effetti significativi
durante il suo regno. Né la pratica politica né quella economica
possiedono la caratteristica sostanziale della sovranità politica
attribuita agli Stati-nazione, ma entrambe sono state configu­
rate storicamente da tale attribuzione.

LA TEOLOGIA DELLA SOVRANITÀ

La sovranità politica, emersa nella'prima età moderna in rispo­


sta al potere esercitato dall’economia nella vita sociale e poli­
tica, non si limitò a tentare di contenere e di cooptare questo
potere, ma cercò di fare qualcosa di simile anche con la religio­
ne. E sulla scorta delle guerre di religione che si costruisce la
sovranità dello Stato come reazione e tentativo di appropriarsi
dell’autorità religiosa. Reazione e appropriazione che si mani­
festano attraverso gli attributi divini della sovranità politica.
Sul piano ontologico, la sovranità è il motore immobile. Sul
piano epistemologico, è a priori. In quanto potere, è suprema,
unita, imprescrittibile e generativa. E la fonte, la condizione e la
tutela della vita civile, ed è una forma di potere unica in quanto
pone in essere una nuova entità e mantiene il controllo sulla
propria creazione. Punisce e protegge. E la fonte della legge ed
è al di sopra della legge.
Le caratteristiche omologiche e isomorfe della relazione tra
sovranità politica e divino non sono semplicemente il risulta­
54 STATI MURATI, SOVRANI!A IN DI i l INO

to di un’imitazione initlivu n di timi appropriazione. Nei la­


vori teorici della pmuti modrinihi, Dio, il sovrano originario,
viene dichiarilijimc-ntr u» minio dalla sovranità politica. Ma il
teologico, pin <lir t «»nu* origine, permane alla stregua di un
supplemento i h m t h s ì u Ì o della sovranità politica, che la rende
operarne put senza manilestarsi nei suoi atti. Perché? «Tutti i
concetti piti pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono
concetti teologici secolarizzati», scrive Schmitt, perché sono
letteralmente derivati dalla teologia quanto alla loro struttura,
e perché lo status dello Stato è quello di una «persona invi­
sibile»44. Ancora una volta, tuttavia, Schmitt non è il solo ad
avere avanzato questa tesi. Abbiamo la frase tristemente nota
di Hobbes nell’introduzione del Leviatano'. «Come molte altre
cose, la natura (l’arte con la quale Dio ha fatto e governa il
mondo) è imitata dall’arte dell’uomo»45. Leviatano, l’orribile e
terrificante mostro creato da Dio, è imitato, eguagliato, e alla
fine superato dal potere umano di creazione46. O, in una lettura
più contenuta di Hobbes, se Dio crea l’uomo, l’uomo crea il
soggetto collettivo più grande e potente, lo Stato.
La sovranità, scrive Hobbes sempre nell’introduzione del Le­
viatano, è l’anima di questa creatura umana, «dà vita e movi­
mento all’intero corpo»47. Consideriamo le implicazioni della
definizione di sovranità quale anima dello Stato. Primo, la so­
vranità è un principio vitale, ciò che fa muovere e governa i
meccanismi dello Stato, e non semplicemente la soluzione po­
liticamente repressiva di conflitti civili o a un pericolo esterno.
Secondo, malgrado sia un artificio umano, la sovranità è legata
a Dio; le anime sono il segno della presenza divina nei corpi
mondani - vengono da Dio e ritornano a Dio. Hobbes non
si limita dunque a competere con Dio, ma lo strumentalizza
per costruire la sovranità politica, e così anche nella terza e
nella quarta parte del Leviatano , quando istituisce la conso­
nanza tra il Cristianesimo e lo Stato e utilizza il timore di Dio
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 55

per suscitare la fedeltà allo Stato. Ma forse l’aspetto più rile­


vante è che Hobbes accomuna Dio e la sovranità nel timore
che incutono; la sovranità imita non semplicemente il potere
divino bensì letteralmente la capacità di Dio di farsi temere dai
sudditi. In altri termini, la sovranità politica è il potere-forma
che opera incutendo timore, più che attraverso la governance o
il diritto48. Appropriarsi di caratteristiche divine e imitare Dio
è questione complessa. Utilizzando l’analogia tra la sovranità e
l’anima dell’«uomo artificiale» creato dall’uomo, Hobbes svela
10 stratagemma fondamentale della sovranità: noi conferiamo
autorità a qualcosa che abbiamo creato e che poi ci incute ti­
more ed è imprescrittibile proprio per il suo statuto divino.
L ’uomo genera la sovranità politica cedendo il proprio potere,
ma poiché la sovranità è l’elemento divino presente nello Stato
questo processo di generazione o di costruzione viene negato
e dissimulato.
11 ragionamento di Hobbes - la sovranità politica deriva espli­
citamente il proprio potere e la propria legittimazione da Dio,
ricorre a Dio per consacrare il proprio status e in quanto «ani­
ma» è simbolo o presenza di Dio nello Stato - trova riscon­
tri in altre teorie della sovranità del Seicento e Settecento, tra
cui quelle dell’abate Sieyès, di Jean Bodin e di Jean-Jacques
Rousseau. Infatti è il tratto divino della sovranità politica che
dispiega la finzione della sua capacità di contenere i poteri eco­
nomici. In Che cose il Terzo Stato?, ad esempio, Sieyès afferma
chiaramente che, mentre l’economia politica genera il contratto
sociale, la sovranità politica ne è l’effetto. Nel suo opuscolo, in
cui propugna una sovranità popolare radicale, Sieyès teorizza
letteralmente che la subordinazione dell’economico al politico
è la logica e l’esito del contratto sociale. Ma questa logica risul­
ta da un’interpretazione teologica della volontà politica della
nazione, una volontà a priori, eterna, fondamento di ogni legge
e preesistente alla legge49.
56 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Per Jean Bodin, l’identificazione tra sovranità politica e Dio è


anche una tecnica per contenere suoi possibili eccessi o abusi.
Quando afferma: «Se la giustizia è il fine della legge, la legge è
opera del principe, il principe è immagine di Dio, ne consegue
logicamente che la legge del principe deve modellarsi diretta-
mente sulla legge di Dio»50, Bodin traccia una serie di rapporti
tra Dio e il potere politico sovrano che delineano una sovrani­
tà assoluta e contemporaneamente limitano il potere sovrano
attraverso la legge e la benevolenza divine. Il potere sovrano,
supremo sulla terra, imita Dio e al tempo stesso diventa una
sorta di mediatore di Dio. Come sosterrò verso la fine di questo
capitolo, se Bodin sperava di limitare gli abusi legando la so­
vranità politica a Dio, oggi proprio questo legame può liberare,
anziché vincolare, quegli aspiranti sovrani che si presentano
come mediatori di Dio o agenti al suo servizio - che sia Allah,
Y ahweh o il Signore dei cristiani.
La persistenza della dimensione teologica della sovranità ap­
pare evidente anche nei diversi registri religiosi attraverso cui
i teorici contemporanei concepiscono la sovranità. Pensiamo
all’approccio formalistico di Agamben, per il quale la sovra­
nità e Yhomo sacer sono senza tempo ed eterni come la Messa
cattolica. O all’ateismo (pur sempre teologico) di Connolly,
che tenta di sottrarre la sovranità all’onnipotenza, al potere
supremo e alla totalità, insistendo sul suo carattere poroso,
stratificato, incerto e pluralizzabile* arrivando a renderla or­
dinaria anziché soprannaturale e capace di incutere timore.
O ancora Foucault, il cattolico non praticante, che conside­
ra la sovranità una storia che ci raccontiamo e clic nasconde
quella reale, una storia da cui è quasi impossibili* sfuggire e
che tuttavia offre un qualche conforto. ( ) pensiamo a I lardt
e Negri, per i quali1la sovranità non la altro i lit' leprimere la
massa e deve essere contrastata, come d eve essere contrastato
Dio, così che la massa possa venite a i onom en/d ed esercitare
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 57

i propri poteri messianici. Il punto è che anche a livello teorico


la sovranità politica ricorre sempre a una struttura con le sue
implicazioni teologiche, che impersonifichi, bandisca, uccida,
imiti o serva Dio. Per giunta, il contenimento e la regolazione
della religione sono sempre un tratto della funzione della so­
vranità politica, anche negli Stati più manifestamente religiosi
o teocratici. E poiché il suo potere deriva in parte dal fatto che
fa proprio e imita ciò che al contempo neutralizza e controlla,
la sovranità politica non viene compromessa dal rifiuto di cre­
dere in Dio o dalla morte di Dio.

SOVRANITÀ POLITICA IN DECLINO, RELIGIONE E CAPITALE


DEREGOLATI NELLA TARDA MODERNITÀ

Se la sovranità politica è strutturata teologicamente quale po­


tere politico supremo e imprescrittibile, deriva la propria le­
gittimazione da Dio, e se le sue caratteristiche teologiche giu­
stificano la presunzione di autonomia e sovranità del politi­
co rispetto all’economico, che succede quando la sovranità
dello Stato-nazione si fa evanescente? Che ne è della teologia
delFautonomia del politico in un’epoca postvestfaliana? Qua­
le trasformazione della sovranità politica e del potere statuale
discende dai flussi transnazionali di capitale, lavoro, persone,
idee, culture e appartenenze religiose e politiche e dall’erosione
che provocano alla sovranità politica, all’interno come dall’e­
sterno degli Stati-nazione? Questa la mia tesi: quel che resta
della sovranità statuale, indebolita e messa alla prova da altre
forze, diventa teologico in modo palese e in modo non passi­
vo bensì aggressivo. Parimenti, anche il desiderio popolare di
restaurare una forza e una tutela sovrane si carica di un’aura
decisamente religiosa. Allo stesso tempo, a causa del suo decli­
no, la sovranità dello Stato-nazione cessa di contenere le forze
58 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

teologiche ed economiche, una deregolazione che contribuisce


ulteriormente all’erosione della sovranità.

Sovranità teologico-politica. Mentre la sovranità dello Stato-


nazione si fa evanescente, le sue performances, interne ed ester­
ne, si rivestono in maniera sempre più evidente di paramenti
religiosi. Oggi innumerevoli dinamiche e manifestazioni del
potere politico si reggono su una strana commistione: da un
lato gratificano la volontà di Allah, di Yahweh o di un Dio del
Nuovo Testamento e, dall’altro, rispondono in modc*generico
ad alcuni principi liberaldemocratici. Il presidente George W.
Bush, ad esempio, ha associato le operazioni imperialistiche
americane all’elargizione del dono divino, il «dono della liber­
tà», mentre il presidente dell’Iran eletto nel 2005 ha dichiarato
che gli iraniani sono liberi secondo le prescrizioni di Allah e ha
messo il nuovo programma di armamento nucleare al servizio
di Allah51. Il presidente Obama ha dichiarato che la «relazione
speciale» tra Stati Uniti e Israele deriva dal fatto che Israele è
uno «Stato ebraico indipendente» e «l’unica vera democrazia
nel Medio Oriente»52. Bush si è appellato a Dio per legittimare
l’uso del suo potere di veto, o le proposte di emendamento
alla Costituzione per tutelare negli Stati Uniti (dall’aborto)
«vite non nate» e (dagli omosessuali) la «santità del matrimo­
nio», nonché per revocare i finanziamenti alle organizzazioni
che promuovono l’uso del preservativo o di pillole abortive
in altri paesi. Tra l’altro, Obama ricorre al suo credo religioso
per motivare la propria opposizione al matrimonio tra persone
dello stesso sesso, per quanto sull’argomento non abbia fatto
apertamente ricorso ai poteri di Stato. Ora, poiché questi ap­
pelli sono analoghi a quelli di altri titolari di sovranità, statuali
e non, che basano la propria autorità su altre divinità, la tanto
irrisa tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà si
presenta sotto una luce diversa: nella tarda modernità poteri
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 59

sovrani e sedicenti sovrani, in conflitto tra loro, appaiono al


servizio di divinità e religioni (cristiana, musulmana, ebraica,
hindu e altre) reciprocamente ostili, che in ogni caso non sono
Stati-nazione e quindi neanche le sovranità politiche del perio­
do vestfaliano. In altri termini, anche se esistono Stati religiosi,
lo Stato non è l’unico o il principale agente della violenza che
oggi viene legittimata dalla religione. Piuttosto, nel declino del­
la sovranità dello Stato-nazione il potere religioso si dispiega,
trovando dimora in una varietà di costellazioni subnazionali o
postnazionali più o meno violente. Al contempo, questo aspet­
to rende la religione nazionale, come anche la religione di Sta­
to, meno estranea di quanto parrebbe essere in un’epoca che si
dichiara secolarizzata.
Da un altro punto di vista, la dimensione teologica della so­
vranità politica diventa più palese quanto più si indebolisce
la sovranità dello Stato-nazione. In sostanza, quanto più le al­
tre fonti e le forze diminuiscono e la presa territoriale vacilla,
tanto più la sovranità ha bisogno di Dio. (Tra l’altro, nell’era
postvestfaliana la religione si è intensificata in qualità di legame
problematico tra appartenenze nazionali e transnazionali, cosa
che non vale soltanto per musulmani ed ebrei, ma anche per
i cristiani, sebbene questi spesso esprimano tale legame nella
forma di una «difesa dell’Occidente» contro il resto del mon­
do.) Per una fatalità storica, il riemergere del volto teologico
della sovranità tardomoderna rende meno anomalo, rispetto
a cinquanta o cento anni fa, il tratto esplicitamente religioso
dell’identità e delle giustificazioni della violenza di Israele.

Religione deregolata, sovranità in declino. Mentre svanisce, la


sovranità dello Stato-nazione diventa più intensamente e aper­
tamente teologica, ma sul lungo periodo questo contribuisce
al suo disfacimento. Da un lato, le religioni che essa mobilita
sono transnazionali piuttosto che nazionali, e quindi concorro­
60 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

no alla sua erosione, motivo questo del suo «outing teologico».


Dall’altro, le interpretazioni eie implicazioni di queste religioni
sono differenti anche all’interno degli stessi contesti nazionali,
ed c dunque altrettanto probabile che la religione strumenta­
lizzi lo Stato-nazione anziché il contrario. Dal movimento delle
moschee in Egitto a quello dei cristiani della rapture [il «rapi­
mento» in cielo dei credenti, alla fine del mondo (N.d.T.)] e
all’Aipac [American Israel Public Affairs Committee, gruppo
di pressione statunitense a favore di Israele (N.d.T.)], dalla que­
stione del velo in Francia alla minaccia di guerra civile da par­
te dei coloni ortodossi in Israele, dal risorgere dell’IsIam nella
Turchia secolare all’attivismo del Falun Gong in Cina, gli Stati
sovrani sono nuovamente vulnerabili per via di rivendicazioni
religiose politicizzate, di forze religiose transnazionali, di con­
flitti religiosi e, a livello interno, di ingovernabili eterogeneità
culturali e religiose nelle popolazioni che dovrebbero unificare
e proteggere.

Il capitale. Mentre a livello locale (statale, substatale e trans­


nazionale) i sussulti della sovranità politica si ammantano di
retoriche divine formulando richieste di fedeltà e asserzioni di
una protezione paterna in un quadro patentemente teologico,
^capitale si delinea alla stregua di una sovranità globale emer­
gente. Solo il capitale sembra essere perpetuo e assoluto, sem­
pre più irresponsabile e selvaggio, origine di ogni comando,
eppure fuori dalla portata del nomos. Il capitale produce vita,
ma toglie le misure di protezione e i legami di appartenenza,
trasforma ciascuno in un homo sacer, ovunque nel mondo53.
Connette diverse popolazioni e culture attraverso tutto il glo­
bo, sostituendo alle forme associative esistenti le proprie. Crea
(o annulla) le condizioni di vita di tutti gli esseri senzienti ma
non risponde a nessuna sovranità politica. Vanifica e irride i
tentativi che comunità nazionali e subnazionali compiono per
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 61

costruire un proprio sistema di vita o per decidere del proprio


destino, rendendoli simili a quelli delle comunità di sudditi in
epoca feudale, all’alba dell’età moderna. E poiché diffonde la
logica mercantile a livello sociale e governativo, la razionalità
neoliberista prescrive e al contempo avalla il capitale quale uni­
co pretendente alla sovranità globale54.
Tuttavia, per quanto i manager capitalisti siano soliti decidere,
l’azione sovrana del capitale non prende la forma della deci­
sione e non si fonda sulla relazione amico-nemico, e questo
significa che il capitale non ha né la competenza né il carattere
distintivo che Schmitt attribuisce alla sovranità politica. Se il
capitale globale è perpetuo, assoluto e unificante, ma non è
politico o decisionista in senso schmittiano, allora in questo
periodo postvestfaliano la sovranità politica non sembrerebbe
del tutto dislocata bensì disseminata. Il capitale sembra ascen­
dere a una forma di sovranità senza sovrano, cioè senza un
Dio antropomorfo. A prima vista, questo aspetto appare con­
gruente con la concezione del capitale quale forza inesorabile
desacralizzante, concezione sostenuta da marxisti e neolibe­
risti, per i quali il mercato smorza passioni e appartenenze
religiose e tribali55. Ma si può interpretare altrimenti questo
capitale che incorpora elementi di sovranità senza sovrano.
Per certi versi, forse, il capitale è più simile a Dio di quanto
siano mai stati i sovrani politici moderni, perché somiglia a
un potere divino di produrre il mondo in assenza di delibe­
razione o calcolo. Potrebbe così risultare che la decisione, la
quale comporta scelta, conoscenza, giudizio, persino dubbio e
incertezza, sia la prima forma umana di sovranità, l’unica che
porta con sé la concezione aristotelica del politico come tratto
specificamente umano, e degli esseri umani come esseri essen­
zialmente politici. Così la definizione schmittiana del sovrano
come «colui che decide» è pertinente soltanto se quel «colui»
è umano e non divino - cioè pertiene alla sola sovranità politi­
62 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

ca. Questa lettura rovescia completamente la prima: in quanto


capitale, Din non è morto, anzi, è finalmente deantropomor-
lizznto - è finalmente Dio.
Le tesi della deregolazione del potere religioso e della sovra­
nità del capitale globale possono essere combinate insieme: il
capitale è.il padrone e la moneta del regno, solo che non esiste
nessun regno, nessuna politica o governarne o società globale,
e non esistono nemmeno dei confini o un territorio a delimi­
tare il dominio del capitale. Piuttosto, siamo di fronte, da un
lato, a una sovranità teologico-politica sempre più vacillante, e,
dalPaltro, a un capitale che si configura come potere globale. Il
che comporta una strana inversione e un paradosso. Mentre gli
Stati-nazione sovrani si indeboliscono e rimettono il loro desti­
no e la loro legittimazione a Dio, il capitale - il potere più desa­
cralizzante - diventa simile a Dio: onnipotente, illimitato e in­
controllabile. In quello che dovrebbe essere il trionfo completo
e definitivo del secolarismo c’è solamente teologia. Ecco come
la deregolazione postvestfaliana del teologico e dell’economico,
pur seguendo traiettorie diverse, entrano in risonanza retorica.

STATI SENZA SOVRANITÀ

Fin qui, nelPesaminare la disgiunzione della sovranità dagli


Stati-nazione, nel periodo contemporaneo, abbiamo seguito
principalmente la prima. Passiamo ora all’altra parte della co­
stellazione: quali sono gli effetti di questa erosione sull’azione
e sul potere dello Stato? Nel suo fuori controllo Saskia Sassen
sostiene che la globalizzazione «ha portato con sé una parziale
denazionalizzazione del territorio nazionale e una parziale di­
slocazione di alcune componenti della sovranità statuale pres­
so altre istituzioni, dalle entità sovranazionali fino al mercato
globale dei capitali»56. Ciò non significa che gli Stati hanno
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 63

cessato di essere attori importanti e potenti a livello mondiale.


Piuttosto, sottolinea Sassen, il loro ruolo e status nella politica
nazionale e internazionale sono stati alterati dall’azione di due
forze gemelle, la denazionalizzazione dello spazio economico e
la rinazionalizzazione del discorso politico, che hanno separato
la sovranità dagli Stati57.
Sostengo che questa alterazione complica la tesi di Derrida per
cui se si danno Stati sovrani si danno anche Stati canaglia, dato
che la sovranità, agendo oltre la legge, genera e autorizza essa
stessa la categoria di canaglia58. L ’approfondimento derridiano
di Schmitt è tecnicamente corretto ma, nella politica globale e
nazionale postvestfaliana, canaglia può anche essere quello Sta­
to che va perdendo presa sul potere sovrano. Come accennavo
all’inizio del capitolo, lo Stato canagliaY che si manifesta, tra
l’altro, nella costruzione di muri - può apparire una ipersovra-
nità, ma in realtà spesso sta compensando una perdita di sovra­
nità. Mancando di supremazia e maestà sovrana, continuando
ad appellarsi alle prerogative e risorse della sovranità, gli Stati
postsovrani diventano attori internazionali di un tipo nuovo e
singolare.
L ’ostentazione e l’iperbole che ne risultano sono solo una del­
le manifestazioni tipiche degli Stati senza sovranità nell’epoca
tardomoderna. Gli Stati rimangono attori globali importanti
sui mercati mondiali, nel discorso politico-morale internazio­
nale dei diritti umani e in numerose relazioni internazionali e
transnazionali governate dalla Realpolitik59. Il disastro finan­
ziario dell’autunno 2008, ad esempio, ha reso evidente anche a
chi ne dubitava quanto rimanga vitale il ruolo svolto dagli Stati
nello stabilizzare i mercati e nelPallestire condizioni favorevo­
li all’accumulazione di capitali. Tuttavia, lungi dall’essere un
esercizio di sovranità, questi interventi hanno rivelato la subor­
dinazione degli Stati al capitale. Anzi, il fatto che agiscano da
attori neoliberisti - e neoliberalizzati (o, nel lessico di Foucault,
64 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

«governameli! alizzati») - è un importante indicatore della lo­


ro perdita di sovranità politica. Gli Stati non dominano e non
regolano i movimenti e gli imperativi del capitale, reagiscono,
come tanno di fronte ad altri fenomeni globali, dal cambiamen­
to climatico alle reti del terrorismo internazionale. Non pos­
sono perseguire in modo durevole obiettivi ristretti o interessi
nazionali con provvedimenti tampone senza peggiorare la loro
posizione. L ’autonomia del politico, elemento costitutivo del
concetto di sovranità politica, ha dunque cessato di essere una
finzione operativa o convincente.
Tuttavia gli Stati restano un simbolo, se non il simbolo più im­
portante, di appartenenza e protezione politica. La situazione
critica dei rifugiati e di altre popolazioni apolidi ci ricorda fino
a che punto gli Stati rimangano le uniche sedi significative del­
la cittadinanza politica e della garanzia di diritti politici, come
anche gli emblemi più duraturi della sicurezza, poco importa
quanto si sia erosa la cittadinanza, quanto i diritti siano com­
promessi e iniquamente distribuiti, anche nelle democrazie,
quanto la capacità di protezione della patria [in italiano nel
testo (N.d.T.)] sia minata, e quanto invece sia aumentata la
rilevanza delle costellazioni postnazionali di governance come
l’Unione Europea. La descrizione che Hannah Arendt offre
della condizione degli apolidi nel dopoguerra, e che origina­
riamente era intesa come critica della sovranità statuale, vale
anche per questo periodo di declino e dispersione della sovra­
nità politica:

L a disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste tanto


nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della
felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione
(formule intese a risolvere i problemi nell’ambito di determinate co­
munità), ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel
fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera
più neppure opprimerli60.
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 65

Con i loro interventi mirati a sostenere i mercati globali e insie­


me a offrire senso di appartenenza e protezione ai soggetti, oggi
gli Stati mediano le tensioni che si danno tra la vita economica
globale e la vita politica nazionale. Sono importantissimi regola­
tori, proprietari, consumatori, come anche fornitori di capitale,
di lavoro, di risorse e di prodotti, e operano anche nel controbi­
lanciare gli effetti della globalizzazione, a volte deleteri, sull’in­
tegrità della vita politica nazionale. Più che rimettere ordine
dopo il disastro umano e ambientale causato dalla produzione
capitalista, come hanno fatto al culmine del capitalismo del wel-
fare state, oggi gli Stati si fanno sempre più carico di proteggere
le loro popolazioni dagli effetti devastanti che i mercati aperti
producono su ogni cosa, anche suH’immaginario nazionale61.
Molte questioni della politica interna nascono all’incrocio che
Sassen individua tra «lo spazio economico, in via di denazio­
nalizzazione, e il discorso politico che nella maggior parte dei
paesi si sta rinazionalizzando», al cui interno rientrano le que­
stioni relative al lavoro, all’agricoltura, al settore manifatturie­
ro, all’energia e all’ambiente62. Ciascuna genera rivendicazioni
di interesse nazionale che contrastano le dinamiche del libero
mercato. Tuttavia nulla come l’immagine di orde di migran­
ti eccita un nazionalismo xenofobo e fomenta richieste di un
rigido protezionismo di Stato contro la globalizzazione. O,
meglio, forse qualcosa c’è, la figura del terrorista. Se si pensa
(sbagliando) che il crescente numero di rifugiati e immigrati sia
da imputare alle frontiere aperte, e se si immagina (sbagliando)
che fortificandole si riuscirà ad arginare questa ondata, allora si
tende anche a pensare che le frontiere porose sono smagliature
attraverso le quali può insinuarsi il terrorismo. Ovviamente i
due pericoli spesso si coniugano nella figura del musulmano
arabo. Poco importa che quasi tutti gli atti terroristici verifica­
tisi negli Stati Uniti siano opera di cittadini maschi bianchi che
miravano a colpire obiettivi di vitale importanza per lo Stato,
66 STATI MURATI, SOVRANI rA IN DECLINO

e che le armi e gli esplosivi usati in questi attacchi fossero di


produzione nazionale. Poco importa che la fortificazione delle
frontiere può avere un effetto scarso o nullo sugli strumenti
più pericolosi del terrorismo - le armi nucleari o biologiche e
il dirottamento degli aerei. La pressione esercitata sugli Stati
perché chiudano e mettano in sicurezza le frontiere naziona­
li è alimentata da persone ansiose che sono preoccupate per
ogni cosa, dalla sicurezza fisica al benessere economico al sen­
so psichico delT«io» e del «noi». Oggi la xenofobia è tanto
sovraccaricata per via dell’insicurezza economico-politica in­
dotta dalla globalizzazione che perfino i politici, avvertiti della
scarsa efficacia delle frontiere fortificate, sono oramai a corto
di argomenti validi in materia.

IL DECLINO DELLA SOVRANITÀ


E LA TEOLOGIA DELLA FORTIFICAZIONE

La sovranità politica è sempre stata una sorta di finzione, in


particolare nelle democrazie, dove la sovranità oscilla tra for­
mulazioni popolari e assolutiste e quindi tra un’astrazione che
la attribuisce al popolo e un’abrogazione della democrazia che
la attribuisce al potere autonomo dello Stato. Il disgiungimento
del potere sovrano dallo Stato nella tarda modernità rivela in
modo più patente questa finzione, ma ciò non significa che
gli Stati non siano più degli attori potenti, significa solo che
non sono più attori sovrani. In ogni caso, questa destituzione
della sovranità politica genera molto più che una svolta tecnica
negli ordini e sfere del potere. Produce la possibilità di una
crisi politico-teologica che si sviluppa dal soggetto allo Stato e
cui corrisponde, per reazione, la costruzione di muri. Proprio
perché mettono in scena una netta e forte distinzione dentro/
fuori, amico/nemico, che coincide (o intende coincidere) con
capitolo secondo Sovranità ed «en clo su re» 67

i confini nazionali, i nuovi muri degli Stati-nazione sono ico­


nografie della recinzione di un territorio sovrano e del potere
sovrano di proteggere e contenere, proprio nel momento in cui ^
questi poteri si vanno dissolvendo,
Lo Stato può essere diviso, disgregato, subordinato, anche
conquistato, e tuttavia sopravvivere. Non così la sovranità po­
litica, che, come Dio, finisce nel momento stesso in cui va in
pezzi. La sovranità politica può essere un concetto teologico
secolarizzato, ma - dobbiamo tenerlo presente - secolarizza­
zione non significa la fine della religione. Piuttosto, la secola­
rizzazione comporta una religione senza la spada, separata e
disgiunta dall’autorità politica63. Ciò significa che la sovranità
secolarizzata a fini politici non perde la sua struttura o il suo
orientamento religiosi, anche se la sua essenza non emana più
dalPautorità divina. Dio viene sostituito dall’autorità politica
«secolare», ma la dimensione religiosa dell’autorità viene con­
servata. Paradossalmente, la religione recupera indirettamente
la spada quando riemerge nella forma della sovranità politica.
Ponendo la questione in maniera leggermente diversa, la sovra­
nità politica - che si pensi debba essere prerogativa del popolo
oppure di un monarca, che venga identificata con lo Stato di
diritto, con il governo del demos, o con il capo dell’esecutivo
della nazione - mantiene un legame storico, performativo e
retorico con Dio e mantiene un riferimento significativo ai mo­
di religiosi della credenza e del riconoscimento. Per Schmitt,
la traccia teologico-religiosa più importante della sovranità
politica si materializza nell’eccezione, «analoga al miracolo in
teologia»; per Hobbes si trova nell’assoluta sottomissione, ob­
bedienza e soggezione dei soggetti del sovrano; e per Bodin sta
nel rispetto: «Chi disprezza il suo principe sovrano disprezza
Dio, del quale esso è l’immagine in terra»64.
Persino gli attributi necessari della sovranità politica, cioè l’au­
tonomia e la supremazia del politico, sono vestigia di questa
68 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

origine. L ’idea della sovranità politica dipende dalla pretesa


che la vita politica domini altri ambiti di potere e attività, tra
i quali il sociale, l’economico, il religioso e il culturale. Se il
potere politico non è sovrano in questi ambiti, se quando è ne­
cessario (nel momento di eccezione) non è capace di gestirli in
maniera decisiva, non si può sostenere che la sovranità politica
sia effettiva. Rimane vulnerabile a queste sfere di potere, conte-
stabile e potenzialmente manipolabile, non è dunque sovrana.
Le formulazioni schmittiane della sovranità e del politico sono
interdipendenti, e l’idea della sovranità politica replica il con­
cetto del dominio divino su tutte le cose, o, come dice Bodin,
la sovranità politica «imita» la sovranità religiosa. Nella stes­
sa prospettiva, si può affermare che l’emanazione di sacralità
è una dimensione costitutiva, cruciale, della sovranità, e che
il timore reverenziale è un suo effetto altrettanto cruciale. La
maiestas, come ci ricorda Derrida, «è sempre stata un sinonimo
di sovranità»65.
Secondo molti pensatori - Dostoevskij, Freud, Feuerbach,
Nietzsche - l’idea stessa di sovranità religiosa, di un potere su­
premo, infinito, incombente, nasce dall’esperienza umana di
un senso di piccolezza e vulnerabilità in un universo profondo
e opprimente che alimenta il desiderio di protezione, di con­
tenimento e di orientamento di fronte a tali esperienze. Ora,
anche la sovranità politica offre orizzonti e punti di riferimento
funzionali alla conoscenza e all’appartenenza e porta con sé an­
che la promessa di protezione. Ma che ne è di questo desiderio
quando la sovranità politica si erode, che è poi la situazione in
cui si trovano oggi le nazioni e i loro abitanti? I muri esprimo­
no, anche, desideri di contenimento e di sicurezza, reagiscono
in particolare a quelle forze che il declino della sovranità politi­
ca ha liberato, il capitale e la violenza legittimata dalla religione.
Forze che oggi producono la paradossale discrasia tra sovranità
e costruzione di barriere. Da un lato, oltre la costruzione di
capitolo secondo Sovranità ed «en closu re» 69

barriere si dà sovranità, poteri sovrani (il capitale, la violenza


sancita dalla religione) che non hanno una giurisdizione defini­
ta, un «recinto», e che non promettono neanche contenimento
o protezione. Dall’altro, dopo la sovranità si dà la costruzione
di barriere, Stati-nazione che non hanno il potere sovrano di
delimitare il proprio territorio e di offrire sicurezza alle loro
popolazioni.
capitolo terzo
STATI E SOGGETTI

Il mito si fonde con la propaganda; il bastione è anche


ideologico, perché serve a dare sicurezza alla popolazione
e a disarmare l’avversario con un senso dell’invincibile,
dell’inespugnabile [...] L ’ultima cittadella è un teatro
in cui si concentrano le guerre passate e presenti [...]
L ’intensa propaganda sulla costruzione delle fortificazioni
della seconda Guerra Mondiale (la Linea Maginot
e il Vallo Atlantico) ne rivela la teatralità, il lato
necessariamente spettacolare.
Paul Virilio
Archeologia del bunker

Uno Stato, senza Potere Sovrano, è solo una parola, senza


sostanza, e non può reggersi.
Thomas Hobbes
Leviatano

Per quanto architettonicamente interessanti o com­


plessi, i muri sono generalmente considerati degli strumenti
atti a dividere, separare, trattenere, proteggere, puntellare o
sostenere. Che siano parte di un edificio, che debbano impe­
dire l’erosione del terreno o recintare quartieri, in genere si ha
l’impressione che i muri svolgano una funzione materiale. Ma
si sostiene anche che la percezione dell’insieme - la loro strut­
tura, il luogo dove sono costruiti e la relazione con l’ambiente
capitolo terzo Stati e soggetti 71

naturale o con gli edifici circostanti - susciti stati d’animo o


sentimenti. I muri possono assicurare o precludere possibili­
tà politiche o economiche e fare da schermo su cui si proiet­
tano innumerevoli desideri, necessità o ansietà. Sotto questo
aspetto, li si può considerare elementi cruciali della «geografia
immaginaria» di Edward Said, l’organizzazione mentale del­
lo spazio che per mezzo delle frontiere produce identità: «Un
gruppo di persone insediatesi su alcuni acri di terra stabilisce
confini tra quella terra [...] e i territori circostanti, che vengono
chiamati “il regno dei barbari”». Questa sorta di «geografia
immaginaria, “la nostra terra-la terra dei barbari” non necessita
che i barbari conoscano [...] la distinzione. E sufficiente che
“noi” costruiamo questa frontiera nelle nostre menti; “loro”
diventano “loro” di conseguenza»1.
Abbiamo dunque due luoghi comuni: i muri hanno una fun­
zione puramente materiale; i muri sono potenti organizzatori
di scenari che generano identità culturali e politiche nella psi­
che umana. Questi luoghi comuni possono essere combinati
insieme. Un muro, in quanto tale, non ha alcun significato o
senso intrinseco permanente. Come fa notare con insistenza
il teorico sociale Paul Hirst, le costruzioni non narrano e di
per sé non sono narrazioni2. Le costruzioni non sono «testi o
illustrazioni», aggiunge il filosofo Nelson Goodman, e «non
descrivono, non raccontano, non rappresentano o ritraggono.
Semmai, significano qualcosa in altri modi»3. Così, mentre il
Muro del Pianto è forse il sito più sacro sulla terra per gli ebrei
osservanti, la Grande Muraglia cinese è carica di qualche mi­
gliaio di anni di storia dell’Asia, e il muro del Vietnam War
Memorial di Washington ha l’impareggiabile capacità di evo­
care memorie e di costringere a fare i conti con un periodo
particolarmente oscuro della politica estera americana, di per
sé i muri non raccontano una storia. Emergono nei discorsi,
se ne parla, possono essere oggetto di dichiarazioni e di prese
72 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

di posizione, e sono cruciali per l’organizzazione del potere


nello spazio e attraverso lo spazio. Si può dire che i muri sono
brutti, tristi, oppressivi, confortanti, magnifici, belli, o anche
giusti o ingiusti, ma questi giudizi non equivalgono a significati
che sarebbero intrinseci o atemporali o basati su narrazioni
sedimentate nei muri stessi. 11 significato non sta nel referente.
I muri non narrano e non parlano.
Forse è per questo che Said, nel discutere dell’immaginario
spaziale prodotti) dalle frontiere e dalle loro strutture, si volge
vei'so la poetica. Prendendo spunto dalla Poetica dello spazio
del filosofo francese Gaston Bachelard, Said scrive:

L o spazio oggettivo di una casa (i suoi angoli, corridoi, cantine e


camere) è assai meno importante di ciò che a esso viene attribuito in
forma poetica, vale a dire, di solito, una qualità con un valore imma­
ginativo o figurativo che si percepisce e a cui si può dare un nome:
così una casa può essere stregata, accogliente, o può farci sentire pri­
gionieri. L o spazio acquisisce un senso emotivo e persino razionale
tramite una sorta di processo poetico, che trasforma spazi vuoti e
anonimi in qualcosa che ha senso per noi, qui e ora4.

Ma al di là delle immagini poetiche e delle storie che le strut­


ture costruite portano con sé, dei discorsi attraverso i quali le
comprendiamo, l’elemento importante e peculiare, che deter­
mina il modo in cui percepiamo i muri e le esperienze che ne
ricaviamo, è il contesto. Si consideri, per esempio, la differen­
te «lettura» di due muri identici a seconda chc uno sia stato
costruito per riparare un quartiere dalla vista e dal rumore
di un’autostrada, e l’altro per dividere, in Italia, un quartiere
«bianco» dalle strade dove si sono stabiliti i nuovi immigrati.
La lettura varia prima ancora che introduciamo nel discorso
l’importante questione di chi esercita la lettura - il cittadino
residente che non sente più il fracasso dell’autostrada o un
passante la cui casa non è stata protetta allo stesso modo, il
capitolo terzo Stati e soggetti 73

cittadino della vecchia Europa o un uomo qualunque arrivato


di recente dal Nord Africa. Oppure consideriamo la differen­
za tra l’idea originaria di chi ha progettato il muro di granito
nero del Vietnam War Memorial di Washington - «H o avuto
l’impulso di fare uno squarcio nel terreno [...] una violenza
iniziale che il tempo avrebbe sanato. L ’erba sarebbe cresciuta
di nuovo ma la ferita sarebbe rimasta [...] come un grande
geode quando lo apri e lucidi la matrice» - e cosa ne pensa­
no alcuni veterani della guerra e altri che hanno contestato il
progetto fin dall’inizio: «Uno sfregio nero, una vergogna [...]
una pietra tombale [...] un muro del pianto per futuri imbo­
scati e membri della Nuova Sinistra [...] un monumento alla
sconfitta»5. Consideriamo anche quanto può apparire diversa
una gated community che si presenta come un’anomalia in una
città che altrimenti sarebbe aperta, o che è una tra le tante
di un quartiere suburbano americano, o, ancora, che si trova
in una città della California meridionale oppure a Baghdad,
sconvolta dalla guerra.
I muri e altre fortificazioni assumono un significato diverso a
seconda delle diverse fasi della loro esistenza, come ci ricor­
dano la Grande Muraglia cinese e il Vallo Atlantico costruito
dai nazisti. In un lungo saggio su quest’ultimo, tra le cui rovine
giocava da ragazzo, Paul Virilio scrive:

La poesia del bunker sta nel fatto che è ancora un riparo per chi lo
utilizza, ma in definitiva è anacronistico come la riproduzione di uno
scudo per i giochi di ragazzi, un guscio vuoto, coinvolgente come il
fantasma di un duello antico, quando gli avversari potevano ancora
guardarsi negli occhi attraverso le visiere degli elmi. Il bunker è la
protostoria di un’epoca in cui la potenza di una singola arma è così
grande che nessuna distanza ti può più proteggere [...] Abbandonato
sulla sabbia del litorale come la pelle di una specie estinta, il bunker
è l’ultimo gesto teatrale nel gioco finale della storia militare dell’Oc-
cidente6.
74 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Ma mutano nel tempo anche i discorsi attraverso i quali i muri


«significano» e sono interpretati, hanno toni diversi e variano
a seconda dei soggetti e delle realtà locali a cui si riferiscono. E
fin troppo semplice, ad esempio, dire che il Muro israeliano si­
gnifica protezione e sicurezza per una parte e aggressione, vio­
lazione e dominazione per l’altra. Il Muro può essere coerente
con un diritto alla sicurezza in una patria ebraica, come pensa­
no alcuni ebrei israeliani, mentre per altri segnala la vergogna
e la violenza dell’occupazione. Questi discorsi continueranno a
trasformarsi nel tempo e nello spazio, cambieranno negli anni
fino a che esisterà il Muro e al mutare degli effetti prodotti sugli
spazi e sulle popolazioni che taglia in due, che attraversa e che
trasforma.
Un altro esempio della complessa relazione tra la fisicità delle
strutture e la temporali tà dei discorsi che le permeano di l i ­
gnificato è l’architettura dei sistemi di sicurezza adottati negli
Stati Uniti dopo 1*11 settembre. Dopo gli attacchi terroristici
a New York e a Washington, intorno agli uffici federali e alla
Casa Bianca e nel distretto di Wall Street a New York City sono
state installate centinaia di «Jersey barriers». Questi blocchi di
cemento dovrebbero essere efficaci soprattutto come protezio­
ne contro le autobombe degli attentatori suicidi, che però non
si sono viste né negli eventi dell’ 11 settembre negli Stati Uniti
né in altri episodi di quel periodo, tra i quali gli attacchi con
l’antrace del mese successivo o quelli con il gas nervino sarin a
Tokyo, nel 1995. Tra l’altro, le bombe degli attentatori suicidi
non sono state incluse tra le armi di distruzione di massa che
hanno tanto preoccupato il Department of Homeland Security
e lo State Department subito dopo gli eventi dell’11 settembre.
Perché, allora, le barriere Jersey? Riferendosi al loro attuale
impiego, lo studioso di architettura Trevor Boddy parla di «re­
frain della paura», definendole elementi di una «architettura
dell’insicurezza» che contribuisce a creare la scenografia di uno
Fig. 1. La barriera che circonda l’enclave di Melilla in Marocco (Chiara Tambu­
rini).
Hg, 10. I,a barriera che separa il quartiere shiita di al-Shula da quello sunnita
di al-Ghazaliyeh a Baghdad (Ali al-Saad/AFP/Getty Images).
capitolo terzo Stati e soggetti 75

stato di emergenza7. Considerato lo stato d’animo generale di


allora, le barriere sono state più che altro un’esibizione teatra­
le non dissimile dall’esasperata accuratezza delle ispezioni alle
carrozzine per bambini ai varchi degli aeroporti. Oltre a essere
inutili per intercettare le minacce alla sicurezza nazionale, han­
no destato e mantenuto viva la sensazione di pericolo immi­
nente o comunque prossimo, che a sua volta ha contribuito ad
aprire la strada a qualsiasi iniziativa dello Stato - dall’imbarcar-
si in invasioni di Stati stranieri alla sospensione delle norme co­
stituzionali - quando invocata come protezione della nazione."
Verso la fine del 2004 le barriere Jersey piazzate in vari punti
del centro di Washington e del distretto finanziario di New
York sono state rimosse. Ancora, perché? Secondo Boddy, non
perché le ansie per il terrorismo si fossero acquietate, ma per­
ché era cambiato il discorso pubblico sulla sicurezza naziona­
le. La National Capital Planning Commission di Washington
era preoccupata perché le barriere «comunicavano un senso di
paura e di trinceramento e minavano le premesse fondamentali
di una società aperta e democratica»8. Alla fine, l’architettura
dell’insicurezza fu rimpiazzata da un’architettura della sicurez­
za, visibile ma non invasiva, che si inserisse più armoniosamen­
te nell’eleganza dell’estetica urbana contemporanea, attraverso
sistemi come la «no go barrier» (pilastri mobili e componibili,
piazzati sulle strade e sui marciapiedi) e la «tiger trap» (una su­
perficie che può reggere il peso dei pedoni ma cede di schian­
to sotto il peso di un veicolo, intrappolandolo sotto il livello
del suolo)9. Più che una sostituzione di strutture temporanee
con altre permanenti, l’adozione di questi nuovi sistemi ha se­
gnalato un mutamento del discorso sulla paura, sul pericolo e
sulla nazione che ha trasformato l’immagine degli Stati Uniti:
il gigante ferito, accucciato per paura di attacchi di origini e
dimensioni sconosciute, è diventato un maestro in materia di
sicurezza - calmo, fiducioso, preparato.

*
76 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Per apprezzare i modi in cui i nuovi muri operano nelle cornici


contestuali e discorsive dei significati, che generano lo scenario
e dal' quale sono generati, è importante comprendere i contesti
in cui vengono costruiti. Questo libro non ne esplora le spe­
cificità nazionali - sebbene andrebbe fatto - bensì esamina il
quadro più ampio e storicamente specifico del declino della
sovranità statuale. L ’enfasi sul contesto che genera il significato
e gli effetti materiali e psicologici dei muri comporta anche di
considerare la politica delle fortificazioni dalla prospettiva sia
dei soggetti sia degli Stati, cioè dalla prospettiva del desiderio
politico e del potere politico, anche nei termini della relazio­
ne che corre, modulandole, tra rappresentazioni simboliche e
affettive. Ovviamente questi due registri non sono del tutto
separabili e non si dà una distinzione netta tra discorsi popolari
e discorsi ufficiali della politica: entrambi esprimono l’esigenza
di erigere muri, ne legittimano la costruzione e ne costruiscono
il significato. Spesso lo Stato risponde e legittima desideri della
società che non coincidono con i propri interessi. Per conver­
so, non sempre i soggetti vogliono ciò che lo Stato richiede,
per esempio una guerra o nuove tasse, per quanto poi possano
esserne coinvolti o mobilitati. Come insegna la storia delle bar­
riere Jersey, i discorsi di Stato sulla paura e sul pericolo rispec­
chiano, interpellano e costruiscono la percezione dei soggetti.
D ’altra parte, la discrasia tra la forte pressione popolare per la
costruzione di una barriera lungo il confine meridionale degli
Stati Uniti e il fatto che molti analisti della politica nutrano
dubbi sulla sua efficacia ci ricorda che gli obiettivi dello Stato
sono necessariamente modulati e condizionati dai desideri e
dalle fantasie della popolazione.
Difficile distinguere le scelte politiche dello Stato dai desideri
del soggetto anche in un altro senso. Le forze della globalizza­
zione mettono in discussione, di per sé, la sovranità dello Stato
come quella del soggetto, ma anche il discorso liberale connette
capitolo terzo Stati e soggetti 77

l’erosione della prima alla compromissione della seconda. La


trasgressione e la difficile difesa dei confini politici segnano il
disfacimento delle due sovranità. Per giunta, a volte i soggetti si
identificano con la sovranità o come «la» sovranità dello Stato
e d’altra parte lo Stato può essere identificato con un soggetto
o come «il» soggetto vulnerabile e bisognoso di protezione.
Nelle democrazie liberali questa proiezione dell’identificazio­
ne è facilitata da ciò che nel secondo capitolo è stato definito il
«circuito» tra sovranità dello Stato e sovranità dell’individuo,
l’essenza del contratto sociale liberale. Per diversi pensatori, da
Hobbes a Locke, da Rousseau a Hegel, la sovranità politica de­
ve assicurare e ampliare la sovranità sociale del soggetto. Vie­
ne data per scontata una certa, originaria sovranità individuale
nello stato di natura, ma così fragile e malsicura, così esposta
ai torti, all’asservimento e alla rovina, così incapace di allargare
la propria sfera d’azione attraverso la proprietà e il possesso di
beni, che può essere intesa soltanto come una sorta di sovranità
antiteologica. Questa sovranità individuale originaria è letteral­
mente l’inverso della sovranità politica formulata come versio­
ne secolarizzata del potere illimitato di Dio e attraverso la quale
gli esseri umani ricevono protezione. Nel discorso liberale, in
particolare nella versione hobbesiana, l’uomo «prima dello Sta­
to» viene ritratto non come un individuo dotato di grandi pote­
ri e di giurisdizione, ma come un individuo sempre in allarme
e pronto a reagire, che vive «continuamente nella paura e nel
pericolo di morte violenta»10. In un’ontologia liberale, perciò, il
declino della sovranità statuale minaccia il ritorno dei soggetti
a una condizione di vita estremamente vulnerabile e violabile.
Dal momento che vi sono diversi livelli di relazione e di iden­
tificazione tra la sovranità statuale e quella individuale, e che
gli stessi muri costituiscono altrettanti luoghi di articolazione
tra lo Stato e il soggetto, non è possibile separare nettamente
la discussione sui due aspetti. Questo capitolo esamina la con­
78 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

vergenza c l’incrocio tra motivazioni statuali e soggettive, come


pure l’intreccio di forze materiali e soggettive che oggi conduce
a una frenetica fortificazione. Il prossimo capitolo esplorerà in
termini più strettamente psicologici la produzione di soggetti
che si percepiscono come vulnerabili e non protetti e che desi­
derano Stati-nazione fortificati.

IL DETERIORAMENTO DELLA SOVRANITÀ

L ’aspetto soprendente di questi muri, che proliferano all’alba


del ventunesimo secolo, è la consistenza materiale, inesorabi­
le, premoderna, in un mondo tardomoderno dove il potere è
collegato in rete, virtuale, miniaturizzato, addirittura liquido,
e le popolazioni sono sempre più collegate tra loro, se non
ibridate. Abituati come siamo ai sistemi di controllo che in­
contriamo ovunque nella vita di tutti i giorni, all’ingresso di
musei, sale da concerto, stadi, scuole e aeroporti, ci troviamo
di fronte a una qualità decisamente arcaica della costruzione,
lenta e manifesta, di muri fatti di cemento, di mattoni, di ferro,
d’acciaio, di filo spinato o anche di fibre sintetiche. In confron­
to ai tratti evanescenti, proteiformi e senza profondità della
cultura e della politica della tarda modernità, i muri appaiono
solidi e permanenti, senza alcuna pretesa di mascheramento o
di dissimulazione. (E pur vero che vengono chiamati in modi
eufemistici - la «barriera di sicurezza» israeliana, il «marcatore
di confine» americano, le «linee di pace» nordirlandesi - ma
questi appellativi vengono smentiti e vanificati dalle loro carat­
teristiche, che non possono essere mascherate, e dai murales
e dai graffiti di protesta che spesso li accompagnano11.) N a­
vighiamo ogni giorno attraverso decine di muri virtuali - fire­
walls, filtri nei nostri computer contro la posta indesiderata e
gli spyware, i sistemi automatici di chiusura e di allarme delle
capitolo terzo Stati e soggetti 79

case, delle automobili, degli uffici e delle valigie, gli onnipre­


senti codici di accesso - e cosi lo spettacolo di questi muri reali
appare straordinario. La loro materialità suggerisce un vero e
proprio salto all’indietro nel tempo, un’epoca di fortezze e di
re, di armigeri e fossati, di guelfi e ghibellini, e li fa apparire
incongrui in un’epoca di bombe intelligenti, scudi missilistici
spaziali, riscaldamento globale e iPad, in cui le persone e i pe­
ricoli sono così mobili e intimamente mescolati da non poter
essere bloccati da una barriera piantata a terra più di quanto
questa possa contenere l’inquinamento dell’aria o una nuova
forma di influenza.
Per di più, la teoria critica contemporanea ci ha familiarizza­
to con aspetti del potere radicalmente diversi dal profilattico,
simbolico e letterale, dei muri. Abbiamo imparato, in partico­
lare dal pensiero europeo della fine del secolo scorso, a essere
consapevoli delle scorie discorsive del potere, della sua disse­
minazione, del suo operare immateriale e della sua deterritoria-
lizzazione. Jacques Derrida ci avverte sulla sua collocazione e
funzionamento linguistici, Michel de Certeau sulla sua mobilità
spaziale, Michel Foucault e Gilles Deleuze sulle sue qualità di­
sciplinari o reticolari, sui suoi movimenti rizomatici, striati o
circolari, sulla sua leggerezza ed evanescenza, anche quando
produce effetti di dominio senza precedenti. Altri pensatori
hanno messo in luce il potere all’opera nella cultura, negli ordi­
ni simbolici, nella psiche, nella scienza e in una quantità di altri
ambiti della conoscenza. Per contrasto, i muri sembrano ripri­
stinare una modalità e un’ontologia del potere sovrano nelle
sue dimensioni spaziali e territoriali. Sembrano esprimere un
potere materiale, visibile, centralizzato, esercitato fisicamente e
dichiaratamente con la forza e operazioni di polizia. Con tutto
il rispetto per la critica di Foucault della «ipotesi repressiva»
e per la sua enfasi sugli aspetti produttivi anziché repressivi o
censori del potere, sembra che i muri incarnino precisamente
80 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

il potere del «no», proclamando e rafforzando l’interdetto. I


nuovi muri sembrano ergersi alla stregua di una negazione ri­
sentita ^PtTiftë'lë feôrîzzazi()iii posi slmlturaliste del potere,
come anche di tutte le speranze liberali di un villaggio globale.
In realtà, poiché i muri clic delimitano le nazioni vanno somi­
gliando sempre più a quelli ehe recintano le prigióni di massima
sicurezza, anche dal punio di vista progettuale e tecnologico,
il regime del potere disciplinare sembra essere sostijjito da un
regime carcerario in vecchio stile, e la promessa di un mondo
umano, globalmente connesso, animato dalle libertà delle de­
mocrazie liberali, viene sostituita da una promessa che assume
a propria norma il cemento, il filo spinato, i posti di controllo
e la sorveglianza.
La relazione tra le fortificazioni degli Stati-nazione e i posti di
controllo, i virus e la profilassi, la disseminazione del potere
politico in organi collegati in rete e gli apparati di sicurezza
nelle case, nelle auto, nelle scuole e negli aeroporti è una prima
importante chiave di lettura per comprendere gli investimen­
ti dello Stato e del soggetto che portano alla costruzione di
muri. Come si diceva, lungi dal costituire una difesa contro
invasioni internazionali da parte di forze di altri Stati, i muri
del ventunesimo secolo sorgono in risposta a flussi economici,
sociali e religiosi transnazionali privi della forza di una sovra­
nità politica. I nuovi muri devono arginare movimenti di per­
sone e cose che spesso non sono causati da spinte esterne ma
sono attirati nei paesi di destinazione dalla domanda interna di
manodopera, droga, armi e altre merci di contrabbando12. Si
immagina, ideologicamente, che i muri debbano intercettare il
pericolo costituito non solo dagli aspiranti attentatori suicidi,
ma anche dalle orde di migranti; che debbano proteggere non
solo dalla violenza contro la nazione, ma dall’idea di un’identità
nazionale diluita, dalle trasformazioni etniche e razziali indotte
dai flussi demografici; non solo dagli ingressi illegali, ma anche
capitolo terzo Stati e soggetti 81

dall’insostenibile pressione che si esercita su economie nazio­


nali non più nazionali, o su Stati sociali che hanno abdicato alle
loro funzioni. Così i nuovi muri difendono un dentro contro
un fuori, dove i termini «dentro» e «fuori» non corrispondono
necessariamente all’identità dello Stato-nazione o a un senso
di appartenenza, dove alterità e differenza sono separate dal­
la giurisdizione e dall’appartenenza, proprio quelle che i muri
dovrebbero indicare e demarcare. Oggi i muri esprimono la
distinzione dentro/fuori, dove però ciò che è dentro e viene
difeso e ciò che è fuori e viene respinto non corrispondono a
determinati Stati o cittadini; in realtà i soggetti, il potere po­
litico, l’identità politica e la violenza possono essere disgiunti
territorialmente dallo Stato e dalla sovranità.
Quanto le distinzioni dentro/fuori siano ancor meno coerenti
con i confini delle nazioni e con le azioni degli Stati appare
evidente nel nesso che viene stabilito molto spesso tra i «nuovi
immigrati» e il «pericolo per la nazione» - efficacemente sinte­
tizzato da Valéry Giscard d’Estaing nel 1991 in questi termini:
«il problema che ora ci troviamo di fronte non è più una que­
stione di immigrazione ma di invasione», e più recentemente
riproposto dai fautori dello scontro delle civiltà in Europa, in
Australia e in Nord America13. Appare evidente anche quando
in molte democrazie occidentali prevale ed è sempre più ac­
colta l’idea di due o più classi «legali» di cittadinanza (da una
parte i cittadini «regolari», e dall’altra gli stranieri residenti),
una distinzione che in precedenza veniva attribuita alle non-de-
mocrazie, agli Stati coloniali o più in generale a quelli miranti a
preservare una particolare identità religiosa, etnica o razziale14.
Appare evidente nel crescente numero di rifugiati apolidi, pro­
venienti da Stati «falliti», sconvolti dalla guerra o economica­
mente marginali, la cui specifica nazionalità si perde o diventa
irrilevante al momento dell’accoglienza in un’altra regione del
mondo. O, ancora, si manifesta nei legami, immaginati o reali,
82 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

tra le nuove popolazioni di immigrati nei paesi democratici, le


minacce esterne di terrorismo e le reti del commercio illegale di
droga che collegano le regioni di produzione con i luoghi della
domanda. Infine, è evidente nella disseminazione globale delle
fonti di lavoro e risorse nella produzione di automobili, mac­
chinari, apparati elettronici e numerosi altri benj di consumo,
una disseminazione che rende sempre più difficile attribuire
un’identità nazionale ai prodotti come anche a molte imprese.
(La Ford è un’automobile americana o d’importazione?)
In questo contesto tardomoderno, le definizioni schmittiane
relative ai termini interdipendenti che costituiscono la vita po­
litica sembrano andare letteralmente in pezzi: il sovrano, «co­
lui che decide dello stato di eccezione»; il politico, che porta
«la distinzione amico/nemico al grado estremo di intensità di
unione o separazione»; e lo Stato, il luogo dove convergono
la sovranità e il politico15. Lo Stato non è più un’incarnazione
coerente del potere supremo e decisivo, o l’agente di una con­
sociazione (amici) la cui identità viene costituita da un nemico
esterno unico e identificabile. Il politico non è più controllato
0 organizzarle dal potere supremo dello Stato o, rovesciando
1 termini, la sovranità non governa o non contiene più il poli­
tico, nella definizione di Schmitt o in qualsiasi altra. In realtà,
considerato alla luce dei nuovi muri, Schmitt sembra la nottola
di^Minerva che vola all’imbrunire. I concetti che ha espresso e
codificato in maniera così brillante nel periodo tra le due guer­
re in realtà stavano andando incontro agli ultimi decenni della
loro forma moderna.
Oltre a reagire agli effetti disgregatori della globalizzazione
sulle economie e sulle demografie nazionali, i muri intendono
contrastare - con le politiche statuali e in risposta alle ansie sog­
gettive - l’aumento dell’illegalità che accerchia ed eccede i bor­
di degli Stati-nazione e che si diffonde al loro interno. A questa
illegalità, che contesta essa stessa l’autorità dello Stato-nazione
capitolo terzo Stati e soggetti 83

e ne favorisce l’indebolimento, corrisponde l’esercizio non or­


dinario ma d’eccezione del potere statuale: militari, polizia e
posti di blocco invece che misure legali e disciplinari. Quindi,
i muri non sorgono semplicemente perché «abbiamo perso il
controllo delle nostre frontiere», verità tanto ovvia quanto po­
polare che secondo Peter Andreas «sottovaluta quanto lo Stato
abbia in realtà strutturato, condizionato e perfino permesso
(spesso involontariamente) l’attraversamento clandestino della
frontiera, e sopravvaluta la sua precedente capacità di control­
lo delle frontiere»16. Inoltre, l’idea che i muri siano finalizzati
al solo controllo delle frontiere presuppone che rispondano
a uno specifico problema di ordine pubblico, controllare chi
e che cosa entra nel paese, mancando di cogliere il fatto che i
muri sono iconografie dell’erosione crescente della sovranità
statuale e della coesione e indipendenza nazionali, erosione che
pervade la vita psichica, politica, economica e culturale delle
nazioni e dei soggetti, e impone agli Stati il difficile compito
di fare fronte a un groviglio di imperativi interni ed esterni, in
conflitto tra loro.
Più che emanare dalla sovranità dello Stato-nazione, i nuovi
muri segnalano pertanto che la sovranità sta perdendo il suo
status di a prioriß il legame automatico con l’autorità giuridica,
con la sua unità e stabilità. Risulta infatti evidente che i nuovi
muri codificano i conflitti cui rispondono, li rendono cioè per­
manenti e insuperabili. Questa codificazione, che comporta la
militarizzazione dell’autorità sovrana e della legge contestate,
riguarda le dispute territoriali e i tentativi di colonizzazione,
che generano la costruzione di alcuni muri, come anche il traf­
fico di esseri umani, di droga e di armi, che incita a erigerne
altri. Ora, la decisione di costruire muri può essere la conse­
guenza o la concretizzazione di una decisione contingente che
supera o scavalca la legge - il segno della sovranità, secondo
Schmitt -, ma si tratta di una decisione affatto disseminata, che
84 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

disperde ulteriormente il potere stai naie e indebolisce ancor


più il legame tra Stato e sovranità. Prova ne sono i vigilantes
e la criminalità che sempre accompagnano la costruzione di
muri, e che spesso sono (attori determinanti nel decidere dove
e come erigerne di nuovi.
Certi coloni in Israele e certi cittadini negli Stati Uniti e altrove
si fanno regolarmente giustizia da soli, pattugliano territori e
catturano e arrestano gli «illegali», o «agiscono sul terreno», nel
senso che a volte distruggono i campi, i mezzi di sostentamento
e l’esistenza di chi vive dove sorgono i muri. Gli esempi abbon­
dano. La distruzione, in piena notte, degli oliveti dei palestinesi
da parte di coloni israeliani. Gli scontri tra gruppi opposti di
attivisti lungo il confine tra Stati Uniti e Messico - da una par­
te gli «angeli», come amano definirsi, che depositano acqua e
mappe nei territori desertici a nord dei punti di attraversamen­
to della frontiera, e dall’altra i «Minutemen» (un’organizza­
zione di vigilantes nota e ben organizzata) che danno la caccia
agli illegali e tolgono di mezzo questi aiuti, spesso sostituendo
le mappe con altre fasulle e l’acqua potabile con acqua sporca.
La protezione offerta dalla Difesa israeliana agli insediamenti
illegali e ai coloni che aggrediscono i loro vicini palestinesi, una
prassi che ha spinto un ufficiale della polizia militare israeliana,
Yuli Tamir, a protestare: «In un paese normale, i criminali e le
forze di sicurezza stanno ai lati opposti della recinzione e non
coordinano le loro attività»17. Il caso di Israele è davvero estre­
mo, e in realtà la dichiarazione di Tamir minimizza la portata di
questa cooperazione che diventa sempre più «normale» dove
sorgono i muri, dove non contano più nulla i consueti binomi,
legalità/illegalità, dentro/fuori, militare/civile.
Se non sono una riaffermazione della sovranità della giurisdi­
zione e della legge, i nuovi muri possono essere forse assimilati
a un quadro teorico che trasforma la sovranità tardomoderna
in uno «stato di eccezione» permanente, in cui la legalità e la
capitolo terzo Stati e soggetti 85

cittadinanza sono entrambe sospese? Possono essere conside­


rati l’elemento di ün nuovo panorama politico in cui il fatto di
decidere sull’eccezione giuridica (che Schmitt ritiene il segno
della sovranità) diventa una prassi, anziché un episodio? In-
somma, possiamo assimilarli alla tesi di Giorgio Agamben, cioè
che nella tarda modernità la sovranità si dispiega nella «genera­
lizzazione dello stato di eccezione»?18 Si può presumere che i
muri segnalino una situazione del genere, dato che «normaliz­
zano» conflitti di sicurezza al centro e ai margini del territorio
sovrano, spesso modificandoli, ampliando le zone di confine
o spostando le frontiere, come nel caso delle enclave spagnole
in Marocco, dell’appropriazione marocchina del Sahara occi­
dentale, della costruzione del muro del Kashmir o di quello
che si snoda attraverso la Cisgiordania. Da questo punto di
vista, sembra che i nuovi muri rendano manifesto un problema
che normalmente viene identificato con il lato esterno della
sovranità - inimicizia anziché ofdine - e che lo ripropongano
all'interno della società, creando sacche ed enclave di «amici»
murati dentro tra «nemici» murati fuori. La fantasia di un «noi
qui, loro là», che ha le sue radici nell’appartenenza a una na­
zione e nell’identificazione con lo Stato, non può reggere nel
Sudafrica del dopo apartheid, con il suo panorama di barricate
e,di posti di controllo, o a Baghdad o a Gerusalemme, solcate
come sono da muri, o nelle gated communities bianche o tra i
posti di controllo a nord del confine tra Stati Uniti e Messico.
Secondo la teoria di Agamben, i muri rispondono a, e genera­
lizzano, una situazione in cui la nazione non corrisponde più
al confine tra amico e nemico, mentre la sovranità dichiara lo
stato di eccezione permanente affermando il suo potere di so­
spendere la legalità e di sottomettere i nemici dovunque siano.
Per quanto la prospettiva di Agamben possa portare a consi­
derare la costruzione di muri come espressione di sovranità, la
sua impostazione presenta dei limiti. Primo, nonostante la rete
86 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

di muri dentro, attraverso e oltre il territorio degli Stati-nazione


acuisca il distacco della sovranità dallo Stalo, la tesi di Agamben
complica anziché risolvere la quest ione di dove si dislochi la so­
vranità politica, di che cosa o chi la detenga, e se e perché abbia
senso definire «sovrane» espressioni iperboliche ed extralegali
del potere statuale. Secondo, un’impostazione che^onsideri i
nuovi muri un esercizio del potere politico sovrano e non un
segno del suo indebolimento non permette di stabilire fino a
chi- punto il cosiddetto «stato di eccezione permanente» rap-
piesc-nii uno stato di emergenza per la stessa sovranità statuale
e non solo per la nazione. L ’eccezionaiità non può diventare
permanente senza erodere la norma che la definisce, e contro
la quale opera, senza sostituirsi essa stessa alla norma e quindi
rinunciare allo status di eccezionalità che definisce la sovrani­
tà. Terzo, tralascia di considerare un aspetto importante delle
fortificazioni, il fatto cioè che appaiono come il risultato della
commistione e sovrapposizione di pratiche di per sé sovrane
ma la cui competenza viene disseminata tra cittadini, militari
e polizia, cioè che sono il risultato di una «decisione» locale
esercitata da ciascuno, cosa che mina ulteriormente l’unitarietà
e la solidità della sovranità dello Stato.
Questi ultimi due aspetti meritano di essere sviluppati. Se i
muri sono, in parte, armi contro un disordine e un’illegalità
permanenti, che dalle zone di frontiera si diffondono all’inter­
no degli Stati-nazione, se rientrano nelle nuove tecnologie del
potere che reagiscono all’attenuarsi o anche al dissolversi dello
Stato di diritto e dell’ordine nelle nazioni sovrane, i muri allora
rientrano anche nella categoria delle pratiche extragiuridiche
che stanno proliferando - quelle che riguardano i «nemici non
combattenti» e che facilitano la tortura e gli assassinii politici,
quelle che strutturano il sistema del gulag di Guantànamo e le
« renditions» dei prigionieri catturati19, quelle che sospendono
le leggi nazionali per costruire la barriera tra Stati Uniti e Mes-
capitolo terzo Stati e soggetti 87

sico, e quelle che permettono la costruzione del Muro israelia­


no in territorio palestinese malgrado le sentenze della Corte In­
ternazionale di Giustizia e dell’Alta Corte di Giustizia di Israele
contro il suo attuale tracciato. Ciò sembrerebbe coerente con
il discorso di Agamben sulla sospensione sovrana del diritto e
della cittadinanza in uno stato di emergenza permanente. Tut­
tavia nel caso delle fortificazioni l’extragiuridicità non è solo
prerogativa statuale o sovrana, ma è pratica diffusa, generata
dalla commistione delle prerogative esercitate dai militari, dal­
la polizia e dai cittadini nelle zone in cui sorgono i muri, una
commistione che mette in discussione il monopolio dello Stato
non solo sulla decisione, ma anche sulla violenza, che dovrebbe
essere caratteristica della sovranità statuale20.
Un esempio sorprendente di questa commistione si è avuto re­
centemente a Naco, in Arizona, dove è stato realizzato un tratto
di recinzione di confine ad opera dei Minutemen. In questa cit­
tadina a 120 chilometri a est del varco di Nogales i Minutemen
hanno finanziato, progettato e costruito su un terreno privato
una barriera lunga più di un chilometro e mezzo e alta oltre tre
metri e mezzo, composta da robusti elementi di acciaio saldati
tra loro, che non può essere né scavalcata né tagliata con i mez­
zi consueti. Evidentemente, questa iniziativa è anche servita a
dimostrare all’inetto e inefficiente Department of Homeland
Security come vada fatto un lavoro del genere, e da questo pun­
to di vista l’opera esprime un certo antistatalismo, o perlomeno
un certo disprezzo nei confronti della pesantezza degli appa­
rati burocratici e legali degli Stati democratici liberali. Sul sito
web in cui viene descritto il lavoro, volontario, di costruzione,
i Minutemen prima criticano la mancata azione dello Stato a
fronte della «crisi di sicurezza che affligge la nostra nazione»,
e poi dichiarano: «E necessario che QUALCUNO, faccia qualcosa
- e ora qualcuno C’È: il Minutemen Civil Defense Corps sta
costruendo una VERA recinzione lungo la frontiera Stati Uniti-
88 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

M essico!»21. Naturalmente, i Minutemen intendono rafforza­


re, e non indebolire, il potere dello Stato - anzi, intendono inci­
tare questo potere a rafforzarsi, vogliono «costringere il nostro
inetto governo federale a riconoscere la necessità di proteggere
i cittadini e il territorio americano». Implicando che i Minute­
men mantengono intatta una virilità che lo Stato ha perduto
e deve riacquistare, il testo continua: «L a barriera d f confine
Minutemen è stala creata per piantare acciaio nel suolo e per
dimostrare clic la messa in sicurezza della frontiera è fattibile
e clic possiamo permettercelo», per proteggere «il territorio
sovrano dell’America contro l’incursione, l’invasione e il ter­
rorismo»22. Oltretutto, se da un lato i Minutemen cercano di
sostenerne la sovranità vacillante, dall’altro lo Stato si è fatto
volentieri loro partner, malgrado operino al di fuori della legge:
in cima alla barriera, ed è un fatto eloquente, i Minutemen han­
no montato videocamere che trasmettono i dati direttamente
al centro comunicazioni della polizia di frontiera statunitense a
Nogales. In questa fusione di forze dello Stato e del parastato,
e nel fatto che i Minutemen si approprino di una prerogativa
dello Stato - anche se poi la restituiscono -, la sovranità politica
subisce un ulteriore deterioramento. In realtà, si indebolisce
precisamente là dove riceve il sostegno dei vigilantes.
Un esempio della disseminazione della sovranità statuale, che
però prende l’avvio dal versante opposto, ci viene fornito da
un fatto che si è verificato nel tratto texano della' barriera.
All’inizio del 2007 il governatore del Texas ha autorizzato un
progetto del costo di cinque milioni di dollari, l’installazione
di videocamere su alcuni tratti della barriera - finanziata con
fondi federali - che corre lungo il confine tra il Texas e il Mes­
sico. Queste videocamere trasmettono i dati a un sito internet
aperto, in modo che «gli utilizzatori del web, in tutto il mondo,
possano controllare il confine e telefonare alle autorità se osser­
vano attraversamenti apparentemente illegali»23. Ora, poiché
capitolo terzo Stati e soggetti 89

in questo modo lo Stato «esternalizza» il controllo della sicu­


rezza, il suo status di protettore sovrano declina. Questa sorta
di outsourcing produce un altro paradosso, l’insicurezza: oltre
ai vigilantes, nessuno sa utilizzare questa tecnologia di control­
lo meglio di chi opera con crescente competenza proprio in
quell’industria dell’attraversamento illegale delle frontiere che
la tecnologia dovrebbe contrastare24.
Oltre al ruolo dei vigilantes, la cui attività nelle zone in cui
sorgono le barriere integra quella dello Stato, su internet emer­
gono altre eloquenti particolarità che concretizzano situazioni
di confusione analoghe. Consideriamo «usborderpatrol.com»:
a prima vista, la denominazione, il logo e il web design fareb­
bero pensare al sito ufficiale della polizia di frontiera25. In real­
tà il sito è di anonimi «sostenitori della United States Border
Patrol», evidentemente frustrati per la scarsa attenzione che
questa agenzia dedica alle pubbliche relazioni, alla mobilita­
zione politica e alla didattica, e anche per la laconicità della
Homeland Security sulla politica e sulle tecnologie di sicurezza
delle frontiere. Inoltre, la personificazione dell’autorità sovra­
na non si limita alla grafica e al web design. Una pagina dal
titolo «Un momento della Border Patrol» (l’ho scaricata dal
sito mentre scrivevo questo capitolo) presenta un resoconto
piuttosto drammatico dei doveri, delle capacità e delle attività
ordinarie del personale della polizia di frontiera, nel classico
tono autoritario da poliziotto spaccone e un po’ canaglia. Il
lettore, interpellato come fosse uno straniero o un contrabban­
diere che cerca di entrare in auto negli Stati Uniti attraverso un
varco doganale, si sente rivolgere domande con tono sprezzan­
te, intimidatorio e anche minaccioso - il tono tipico del potente
che prova disprezzo per i suoi sottoposti, si diverte a giocare
un poco con loro e non è soggetto a controlli sulla sua profes­
sionalità e sulla sua condotta. In breve, il tipo di trattamento
che ci si può aspettare a un punto di ingresso tra il Terzo e il
90 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Primo Mondo. Vengono anche ridicolizzati i diritti Miranda26


e sottolineati «gli enormi poteri [...] ma raramente esercita­
ti» degli agenti americani27. E interessante notare che il testo,
evidentemente rivolto a un «tu» straniero che cerca di entrare
illegalmente negli Stati Unili, è limo in inglese. Così, non dà
l’impressione di voler mettere sull'avviso questo «tu» o dargli
istruzioni, ma di dimostrale In loiv.a della polizia di froptiera ai
cittadini statunitensi thè piobabilmente nutrono dubbi circa
la sua validità <> ella acm, con mezzi che la polizia non potreb­
be certo usiiir pubblicamente. Così il sito tiene curiosamente
le pubbliche relazioni per la polizia, evidenziandone il potere
anche attraverso la sottolineatura delle libertà che un agente
può prendersi nei confronti della legge e di chi ha di fronte.
Anche questa è una funzione sovrana che viene fatta propria
e impersonata dal gruppo di vigilantes. Ancora una volta, ab­
biamo un esempio di una nuova forma di decisione politica
o di extragiuridicità che emerge nell’arretrare della sovranità
dello Stato-nazione, un esercizio di vigilantes che, proprio nel
tentativo di rafforzare la sovranità statuale, vanifica involonta­
riamente l’intenzione di integrare la vacillante capacità statuale
di difendere la nazione. Questi tentativi di rafforzamento delle
frontiere disseminano, e quindi compromettono, proprio la so­
vranità dello Stato che vorrebbero far risorgere.
Il disfarsi della sovranità, che si evidenzia - come si diceva -
anche nei modi in cui i muri codificano le sfide cui rispondono
rendendole permanenti e insuperabili, emerge anche dal fatto
che molti dei nuovi muri non si limitano a segnare un confine
ma inventano le società che delimitano, possono ampliare so­
vranità già esistenti, o far nascere nuove consociazioni politiche
non statuali, o rafforzare vecchie linee divisorie: «una sorta di
grande Israele», una Fortezza Europa, un’Africa Meridionale,
un grande Marocco, o un Nord America contrapposto al Sud
America. E importante notare che queste alleanze e divisio­
capitolo terzo Stati e soggetti 91

ni possono benissimo coincidere con alcuni interessi di Stato,


ma non possono essere identificate con sovranità consolida­
te o con Stati-nazione. Inoltre la mancata corrispondenza del
tracciato dei muri con la giurisdizione sovrana non si riscontra
soltanto nei progetti di annessione in corso o a venire, quali la
penetrazione in profondità del Muro israeliano nel territorio
palestinese o quella del muro marocchino attraverso il Sahara
occidentale. Il Muro israeliano non marca il territorio né di due
né di un solo Stato, non è nemmeno un tentativo coerente di
compiere l’una o l’altra cosa, proprio come i muri del Sudafrica
dell’apartheid e del post-apartheid o le «peace lines» che taglia­
no in due Belfast e Derry non mirano né a dividere né a unire
queste entità. Piuttosto, essendo monumenti a una sovranità
che non è né solida né garantita, questi muri istituzionalizzano
una situazione che è l’esatto contrario di quella che i loro in­
ventori intendevano creare.

LA TEATRALIZZAZIONE DELLA SOVRANITÀ

Un allevatore dell’Arizona, ex marine, ha dichiarato a un gior­


nalista: «Hanno costruito questo muro come un oggetto da
esposizione, così gli americani lo possono osservare e dire “Oh,
sì, questo li fermerà” . Potrebbe fermare un gringo, uno di quei
grassoni che stanno sempre davanti alla tv. Ma uno che viene
da Oaxaca, che ha fame e vuole un lavoro, non lo ferma. E un
palliativo, non serve a niente. Tutta la faccenda è compieta-
mente fasulla»28. A volte i nuovi muri sono efficaci, riescono
a bloccare i corpi estranei ritenuti pericolosi per ciò che sta
al loro interno, ma spesso non sono niente più che gesti po­
litici spettacolari e costosi, contentini per determinati gruppi
di elettori, segni di un fenomeno che preoccupa ma che non
può essere contenuto, inefficaci quanto al piano di sicurezza
92 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

nazionale quanto lo è il controllo scrupoloso e lo sventramento


della valigia di un viaggiatore scelto a caso nell’aeroporto di
Des Moines.
( Consideriamo questo fatto: la «Operation Gatekeeper» ha pro­
dotto lungo il confine tra San Diego e Tijuana un triplo mu­
ro di acciaio, alto quattro metri e mezzo, con un assortimento
di sensori e di videocamere di sorveglianza e controllato da
centinaia di agenti della polizia di frontiera a bordo di jeep e
di elicotteri. Ma nei dieci anni successivi alla sua costruzione,
appena una cinquantina di chilometri a est, la linea di confine
è constitita in una recinzione decrepita e facilmente valicabile,
fatta di putrelle metalliche usate dalla U.S. Air Force per la
costruzioni* di piste di atterraggio al tempo della guerra del
Vietnam. Ancora oggi, le rudimentali barriere poste fuori cit­
ta, ai van lii di attraversamento della frontiera per i pedoni e i
veicoli, roni rastano nettamente con quelle molto più sofisticate
realizzate all’interno. La stessa storia si ripete anche nelle città
di conline in Arizona, in Nuovo Messico e in Texas, nei vari
punti di attraversamento della frontiera29.
L ’effetto delle nuove spettacolari fortificazioni è che i migranti,
sia gli stagionali sia quelli decisi a stabilirsi negli Stati Uniti,
sono costretti ad affrontare un viaggio più lungo, costoso e
pericoloso - attraverso montagne e deserti - di quanto fosse
in precedenza, quando non c’erano le barriere. (Negli ultimi
tredici anni, lungo il confine Stati Uniti-Messico sono morti
almeno cinquemila migranti.) Questo effetto ne produce altri,
a catena: tra questi, la crescita esponenziale della sofisticazione,
della dimensione e del profitto delle operazioni di contrabban­
do, e una maggiore probabilità che gli illegali si stabiliscano
negli Stati Uniti invece che trattenersi per un lavoro stagionale
e poi tornare a casa.
L ’esperto di questioni di frontiera Peter Andreas dice esplicita­
mente che i nuovi muri «hanno più a che fare con il management
capitolo terzo Stati e soggetti 93

dell’immagine della-frontiera che con una vera deterrenza», e


aggiunge: «Il controllo delle frontiere è una performance ritua-
listica. Quando i fallimenti di questa esibizione di deterrenza
mettono in crisi la loro performance, gli interpreti salvano la
faccia promettendo uno show di maggiore impatto e di mag­
gior successo [...] E nel caso del controllo dell’immigrazione,
l’inasprimento delle misure contro gli attraversamenti illegali
nei tratti più visibili della frontiera ha cancellato immagini po­
liticamente imbarazzanti di caos, sostituendole con immagini
confortanti di ordine»30.
Mike Davis, come suo solito, è ancora più diretto:

Il triplo m uro di San Diego e altre fortificazioni di stile medievale in


Arizona e in Texas sono palcoscenici politici. Ad esempio, l’Opera-
zione Gatekeeper (il muro di San Diego) fu fatta propria e autorizzata
dall’amministrazione Clinton, su pressione della senatrice dem ocra­
tica Dianne Feinstein, per strappare la questione delle frontiere dal­
le mani dei repubblicani della California. La militarizzazione della
frontiera fu decisa per lanciare il m essaggio che i democratici non
erano affatto «m orbidi» sull’immigrazione illegale. In effetti, nelle
conferenze stam pa della senatrice Feinstein, l’argomento del nuovo
m uro d ’acciaio era un motivo ricorrente. Nel frattempo, la triplica­
zione del muro durante l’amministrazione di G eorge W. Bush fu una
m ossa studiata dal repubblicano Duncan Hunter, congressista di San
Diego [e presidente dell’H ouse Armed Services Committee] per di­
mostrare una durezza ancora maggiore di quella della Feinstein sulla
questione della frontiera31.

I muri offrono un argomento formidabile ai politici e ai gruppi


che devono affrontare le complicazioni politiche in materia di
immigrazione e di amnistia, e che hanno un forte interesse a
coltivare, su ambedue i versanti dello spartiacque ideologico
dell’immigrazione, un elettorato sensibile ai pregiudizi razziali.
Inoltre, resuscitano l’immagine di uno Stato che sostiene e raf­
94 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

forza proprio le capacità eli protezione e autodeterminazione


messe in discussione sia dalle tecnologie del terrorismo sia dal
capitalismo neoliberista. Sono una rappresentazione virtuale
di questa proiezione e autodeterminazione, e più iri generale
ilella decisione e della capacità di azione che costituiscono l’au-
lonomia politica propria della sovranità. Pur essendo illusoria,
questa figurazione offre, come scrive Andreas, «un attraente
conforto politico per una serie di problemi straordinariamente
difficili che non hanno facili soluzioni a breve termine»32. In
alcuni casi l’effetto politico dei muri addirittura dipende dalla
loro irrilevanza funzionale. Un allevatore il cui ranch si trova al
confine tra Stati Uniti e Messico afferma, con un certo cinismo,
che con il nuovo muro «il governo non controlla la frontiera,
controlla ciò che gli americani pensano della frontiera»33. L ’e­
conomista Jagdish Bhagwati fa una notazione simile, quando
parla del primo tentativo dell’india di «murare fuori» il Ban­
gladesh: «L a decisione dell’ex primo ministro Indira Gandhi di
costruire una recinzione lungo lo sterminato confine tra India
e Bangladesh [...] è stata una scelta politica inefficace [...] ma
comunque splendida. Infatti, anche se in realtà era impossibi­
le avvicinarsi alla frontiera, mostrare che non si faceva nulla
sarebbe stato politicamente esplosivo [...] E costruire la recin­
zione era il modo meno dannoso di non fare nulla e insieme
mostrare che si stava facendo qualcosa»34.
Joseph Nevins mette in luce ancora un’altra dimensione del
contributo che i muri forniscono alla teatralità di questo pun-
tellamento della sovranità. L ’«Operation Gatekeeper», sostie­
ne Nevins, «ha in larga misura fallito l’obiettivo di proteggere
la cittadinanza nazionale dalla “minaccia” rappresentata dagli
“illegali”». Con il muro, tuttavia, «nelle zone più facilmen­
te controllabili o intensamente urbanizzate, la frontiera Stati
Uniti-Messico dà l’impressione di essere molto più ordinata
rispetto a diversi anni fa»35. A sua volta, questa impressione
capitolo terzo Stati e soggetti 95

ripristina un «senso di ordine» più generale nella nazione e


per la nazione. L ’ordine, come si ricorderà, è un importante
Leitmotiv dell’elenco di Schmitt relativo alle condizioni neces­
sarie per la sovranità politica. In una delle sue caratteristiche
inversioni, Schmitt sostiene che è la sovranità, e non la legge,
a produrre l’ordine. E ciò viene dimostrato sia dal fatto che la
sovranità ha la capacità di sospendere la legge in nome dell’or­
dine, sia dal fatto che «l’ordine giuridico, come ogni altro ordi­
ne, riposa su una decisione e non su una norma»36. La sovranità
che agisce nell’«eccezione», sostiene Schmitt, dissolve «i due
elementi del concetto di ordinamento giuridico [...] in nozioni
indipendenti [...] che quindi trovano la loro rispettiva autono­
mia concettuale»37. Così, il fatto che un muro dia l’idea di una
frontiera apparentemente più ordinata si traduce nella messa
inscena di una sovranità capace, in quanto tale, di produrre
ordine politico - capacità che ipsieme ai suoi effetti purtroppo
viene limitata dalla globalizzazione.
E importante notare che le performances descritte da Andreas,
Bhagwati, Davis e Nevins non sono semplicemente una rispo­
sta al nazionalismo o al razzismo esistenti. Anzi, li attivano e
li mobilitano, a fronte di una serie di problemi economici e
politici che pongono imperativi contraddittori in materia di
frontiere in un’epoca globalizzata. La messa in scena di una
sovranità integra, ordinata e forte - mentre in realtà è in de­
clino - incita e intensifica tra i cittadini un senso di apparte­
nenza nazionale xenofobo. Per vedere più chiaramente come
opera questa messa in scena è necessario esaminare il nesso
economia-sicurezza, perché i muri vi contribuiscono ed è qui
che recitano la loro parte.
Gli obiettivi fissati dallo Smart Eorders Action Pian prodotto
dall’U.S. Department of Homeland Security,, e firmato dagli
Stati Uniti e dal Canada nel dicembre 2001, offrono uno spac­
cato esemplare - anche per la retorica del linguaggio - degli
96 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

imperativi economici e di sicurezza che oggi sono alla base della


fortificazione delle frontiere. Questi obiettivi consistono nello
«sviluppare una zona di sicurezza contro l’attività terroristica»
e nel «creare una opportunità unica per costruire una frontiera
intelligente per il ventunesimo secolo, una frontiera che per­
metta il flusso, libero e sicuro, di persone e di merci, una fron­
tiera che rispecchi le relazioni commerciali più imponenti del
mondo»38. Questa mistura di biopotere esercitata a livello in­
ternazionale (permettere «il flusso, libero e sicuro, di persone e
merci»), di teatralità praticata in nome della governance (creare
«una zona di sicurezza contro l’attività terroristica») e di Realpo­
litik classica ma aggiornata (costruire «una frontiera intelligente
per il ventunesimo secolo») è emblematica della complessità dei
contesti nazionali, postnazionali e transnazionali dell’economia
e della sicurezza in cui si inseriscono i nuovi muri.
Secondo l’opinione prevalente la globalizzazione neoliberista
determina imperativi contrapposti in materia di economia e si­
curezza: i primi spingono verso l’eliminazione delle barriere e
i secondi verso la fortificazione delle frontiere. Quindi, a una
cancellazione delle distinzioni tra i popoli, le culture, gli Stati o
le valute, sollecitata dall’economia, si contrappone una spinta,
motivata dalla sicurezza, verso le barriere e la chiusura. Il geo­
grafo Mathew Coleman sostiene che questa tensione erode la
sovranità statuale in quanto la disunifica: «Una tensione sostan­
ziale tra una territorialità della sicurezza nazionale che rinforza
le frontiere, e una geografia della partecipazione ai mercati aper­
ti e alle reti commerciali che le smantella» significa che «la pra­
tica geopolitica e geoeconomica non sono il prodotto coerente
di un centro di potere politico effettivamente sovrano, capace di
bilanciare e di gestire le differenze delle agende della sicurezza
e del commercio, piuttosto un campo, o una rete, di disegni
politici la cui attuazione sullo spazio è ben lontana dall’esse­
re ordinata»39. Dal momento che una politica delle frontiere,
capitolo terzo Stati e soggetti 97

promulgata in situazioni del genere, può essere decentrata fino


a diventare incoerente, Coleman ammonisce i critici, e in parti­
colare quelli di sinistra, a non pensare che tale politica emerga
dagli interessi consolidati degli Stati o del capitale.
Tuttavia l’idea di una tensione tra gli imperativi della sicurezza
e quelli dell’economia non riesce a cogliere in maniera adegua­
ta il nesso sicurezza-economia che si traduce nella costruzione
di nuovi muri. E sufficiente un’analisi accurata dei due gruppi
di imperativi per demolire l’affermazione semplicistica che gli
interessi economici spingono verso lo smantellamento delle
frontiere e quelli securitari verso il loro rafforzamento.
In realtà, gli aspetti che il discorso corrente considera questio­
ni di sicurezza sono spesso conseguenze della globalizzazione
neoliberista mentre, contrariamente all’opinione prevalente,
gli imperativi dell’economia producono spesso effetti securi­
tari, finendo per spingere alla costruzione di muri e barriere,
anziché all’apertura di frontiere e a liberi flussi di lavoro, ca­
pitale, merci e servizi. Molti fautori presentano il neoliberismo
come uri alternativa alle guerre, ai colpi di Stato, alle lotte e
alla conflittualità della Realpolitik. I neoliberisti dipingono un
ordine globale pacificato dall’integrazione economica, ma non
è un segreto che l’introduzione di riforme neoliberiste viene
spesso sollecitata da un clima - o genera un clima - di violen­
za palpabile che si traduce in nuovi problemi di sicurezza in
ogni regione toccata da queste riforme. La violenza, indotta o
sfruttata per imporre riforme di libero mercato, ovvero ciò che
Naomi Klein definisce «il capitalismo dei disastri», ha caratte­
rizzato gli eventi e la politica in Cile e in Argentina negli anni
Settanta, in Cina alla fine degli anni Ottanta, in Russia negli
anni Novanta, in Iraq dopo l’invasione americana, e perfino a
New Orleans dopo l’uragano Katrina40. Oltre a preparare il ter­
reno a un’apertura in senso neoliberista di certi regimi e in certe
regioni, la violenza è anche un aspetto cruciale degli effetti del
98 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

neoliberismo. Questi effetti sono evidenti nella devastazione di


regioni che sono dipese per generazioni da industrie che im­
provvisamente crollano o vengono delocalizzate; nel formarsi
di slums globali in cui prevalgono economie sommerse con­
trollate da bande criminali; nel moltiplicarsi, nel Sud globale,
di una povertà disperata al punto che tanti rischiano la vita e la
perdita della famiglia per diventare, nel Nord, lavoratori a gior­
nata, immigrati illegali sottopagati e disprezzati dalla società;
nella trasformazione dei coltivatori di riso tailandesi, come per
magia, in venditori di biglietti della lotteria e in prostitute sulle
strade di Bangkok; o nel flusso continuo di bangladesi verso
Calcutta in cerca di prospettive migliori.
La delocalizzazione brutale delle sedi di produzione, la velo­
cita con cui le valute e i prezzi salgono e scendono - caratte­
ristiche del neoliberismo - e altre vicissitudini della vita eco­
nomica producono il fenomeno che Hannah Arendt analizzò
mezzo secolo fa, masse di apolidi ridotti a «nuda vita», tanto
esclusi e insignificanti politicamente, a stento portatori delle
caratteristiche minime delPumanità, che i nuovi muri appaiono
còme una sorta di gabbia contro l’«invasione» di questi qua-
sì-animali41. {The Third World Invasion è il titolo della tirata
di Pat Buchanan contro l’applicazione morbida delle norme
sull’immigrazione negli Stati Uniti, e l’immagine di «orde di
migranti invasori» è un elemento ricorrente nei discorsi a fa­
vore della chiusura delle frontiere.) Se ha ancora valore l’idea
umanista e tipicamente democratica che la parola, il riconosci­
mento, la legge e la libertà sono caratteristiche fondamentali
dell’essere umano, queste barricate mute negano tali capacità
agli esseri che vogliono respingere e insieme ne negano l’esi­
stenza nell’ambito del potere che rappresentano, mortificando
tacitamente l’umanità universale dichiarata dal discorso etico,
che si vorrebbe globale, della democrazia e dei diritti umani, e
degradando tacitamente la democrazia.
capitolo terzo Stati e soggetti 99

Gli effetti del neoliberismo sui problemi di sicurezza sono evi­


denti anche nella varia umanità la cui illegalità non consiste
semplicemente nella mancanza di un visto d’entrata, ma nella
partecipazione al traffico di droga, sesso, armi, o al terrorismo,
o alla piccola criminalità, ovvero a ciò che molti dei nuovi mu­
ri vogliono bloccare. Come ci ricorda Foucault, la razionalità
neoliberista, che va oltre la sfera economica e permea il politico
e il sociale con i valori del mercato, ha un effetto corrosivo sullo
Stato di diritto, perché modellando le attività dell’individuo e
dello Stato le indirizza verso criteri imprenditoriali che disloca­
no la supremazia della legge e di ogni altra autorità morale che ^
possa sopravvenire42. Questa dislocazione si verifica sia al livel­
lo dello statalismo neoliberista, con un processo che Foucault
chiama «governamentalizzazione» dello Stato, che ne implica
la trasformazione sul modello dell’impresa, sia al livello degli
individui, comportando la trasformazione di soggetti morali
complessi in «granelli di capitale umano» che investono su loro
stessi per rivalutare il proprio valore43. In breve, gli Stati e i sog­
getti neoliberisti sono interpellati e configurati da misure fun­
zionali al profitto, all’aumento del capitale e alla produttività,
misure che soppiantano la legge e altri principi normativi che
vincolano le condotte44. Inoltre, nel cancellare la distinzione
netta tra attività imprenditoriale illegale e legale, la razionalità
politica neoliberista legittima anche la creazione e la continua
espansione di un sottoproletariato che «sta dentro» l’ordine -
globale ma «non ne fa parte». «Il criminale», scrive Thomas
Lemke nel suo commento allo studio di Foucault sul neoli­
berismo, «è un individuo economico razionale che investe, si
aspetta un certo profitto e rischia una perdita [...]. Per i neoli­
beristi, l’illegalità non abita più fuori del modello del mercato,
ma è un mercato tra altri»45. In breve, data la- contiguità del
neoliberismo con la violenza politica e con gli sconvolgimenti
e gli sradicamenti demografici, e considerati i suoi effetti cor-
100 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

rosivi sul valore morale della legalità, risulta difficile, se non


impossibile, separare le dimensioni securitarie ed economiche
che strutturano la politica delle frontiere internazionali.
Ammesso che sia possibile separarle, non è comunque facile
porre i muri sul versante della sicurezza nel binomio «sicurezza
contro economia» che genererebbe spinte contrapposte verso
la chiusura o l’apertura delle frontiere. Paradigmi del genere
continuano a fare riferimento agli Stati-nazione sovrani e all’au­
tonomia del politico e dell’economico. Per giunta*non tengono
conto delle dimensioni simboliche e teatrali delle frontiere for­
tificate. Nella migliore delle ipotesi, rimanendo nel quadro del
binomio economia-sicurezza, i muri possono essere definiti (de­
boli) tecnologie in quella «guerra di tutti contro tutti» generata
dallo stesso neoliberismo, misure di sicurezza che rispondono
a forze generate dall’economia che di per sé decompongono
gli spazi legali convenzionalmente organizzati dalla sovranità
politica e rappresentati dagli Stati-nazione. A fronte di questa
decomposizione e ingovernabilità delle forze, prodotte dalla
globalizzazione e talora dalla colonizzazione tardomoderna da
parte della legge e della politica, i muri rappresentano l’imporsi
del controllo a mezzo di polizia e barricate.
I muri risultano essere anche parte di specifici apparati rego­
latori e protezionistici del neoliberismo, apparati che a volte è
difficile vedere, dal momento che formalmente il neoliberismo
rinnega tanto le regole quanto il protezionismo. Alcuni critici
sono arrivati a sostenere che i nuovi muri costituiscono lo sche­
ma regolatore ideale del neoliberismo, dato che regolano i flussi
di manodopera e di merci mentre non pongono alcuna restrizio­
ne ai flussi di capitale46. Tuttavia questa tesi neomarxista - come
anche l’affermazione che gli imperativi securitari ed economici
generano tendenze opposte, alzare e smantellare barriere - pro­
pone un’idea semplicistica degli imperativi del neoliberismo e
non coglie il carattere teatrale e teologico dei muri.
capitolo terzo Stati e soggetti 101

Al pari di altre forme di governance capitalista del passato, la


governance neoliberista viene complicata da tensioni tra capi­
tale e lavoro, e tra vari settori interni a questi ambiti, sulla que­
stione degli obiettivi del protezionismo nazionale e dei livelli
di protezione desiderabili. I lavoratori, iscritti o no ai sindaca­
ti, vogliono che il valore del loro lavoro venga mantenuto per
mezzo di limitazioni dei flussi di manodopera straniera a basso
costo, mentre sul fronte del consumo vogliono avere accesso
a prodotti esteri a buon mercato. I capitalisti, grandi e piccoli,
chiedono che non siano poste restrizioni ai flussi di manodope­
ra a basso costo, ma ne vorrebbero per i flussi di prodotti della
concorrenza. Ora, i muri non possono essere considerati meri
strumenti del capitale senza tenere conto della loro funzione
simbolica e materiale. Neanche i muri fisicamente più minac­
ciosi, come si è visto, interrompono i flussi dell’immigrazione
illegale di manodopera, mentre i cicli dell’espansione e della
contrazione economica incidono sia sulla dimensione di que­
sti flussi sia sulla risposta dello Stato. Davis registra variazioni
spiccate, a seconda delle fasi di espansione e di contrazione
dell’economia, rispetto al numero degli immigrati senza docu­
menti e a quello delle denunce ai danni di imprenditori statuni­
tensi: «Durante la recessione dei primi anni Novanta [...] l’U.S.
Immigration and Naturalization Service ha condotto massicci
raid sui luoghi di lavoro dei latinos. Nel 1991 sono state com­
minate circa 14.000 sanzioni a imprenditori che impiegavano
immigrati illegali. Ma nel periodo del boom economico degli
ultimi anni Novanta, per andare incontro al forte aumento del­
la domanda di manodopera a basso costo l’Ins ha rallentato i
controlli sui posti di lavoro. Nel 2001 le sanzioni sono state
solo 15 0»47.
Queste forti variazioni nelle operazioni di controllo e nei tas­
si di immigrazione non sfuggono alle comunità che risiedono
vicino al confine. Un texano che vive non lontano dal muro
102 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

osserva: «Credo che i politici e le grandi imprese americane


siano in combutta per scavalcare le nostre leggi sull’immigra­
zione [...] Fanno un mucchio di soldi con questa manodopera a
basso costo [...] Questo muro è un modo per far sembrare che
stanno facendo qualcosa»48. Il caso di Israele è analogo. Dopo
molti anni, solo nella fase più recente dell’occupazione Israele
ha cominciato a fare meno affidamento su centinaia di migliaia
di operai a giornata palestinesi, legali e illegali - fenomeno
da cui dipendevano ambedue le economie e che ambedue le
politiche hanno screditato49. Alla fine, quando il ricorso alla
manodopera palestinese si è tradotto in un costo politico trop­
po alto, Israele ha risolto il problema del lavoro a basso costo
importando per un certo periodo operai del Sud-Est asiatico e
dell’Europa orientale, e in seguito immigrati ebrei provenienti
dall’ex Unione Sovietica e dall’Etiopia50.
Un commentatore riassume così il modo in cui i muri han­
no contribuito a regolare l’economia: «I muri porosi che non
determinano una chiusura ma centinaia [...] di ingressi e di
attraversamenti» rispecchiano la «legalità temporanea» del
programma bracero (bracciante) e di altre politiche ufficiali e
informali in materia di lavoratori-ospiti51.1 muri concretizzano
e facilitano il superamento della soglia tra legalità e illegalità,
cosa importante per una produzione flessibile, ma non perché
siano uno strumento diretto del capitale o perché adempiano
efficacemente alle loro funzioni: questo ragionamento tralascia
aspetti quali la fluttuazione e la contraddittorietà delle esigenze
del capitale, manca di cogliere altre spinte alla politica della
fortificazione, come anche gli effetti performativi della stessa
costruzione di muri, e presume una capacità politica sistema­
tica che raramente il capitale possiede. Piuttosto, è proprio
l’intreccio di legalità ed eccezione nei siti dove sorgono i muri
a generare una manodopera al di fuori della legge, non sinda­
calizzata e non protetta, e ad aumentare il numero di soggetti
capitolo terzo Stati e soggetti 103

sfruttabili, disponibili, privi dello statuto di cittadini. Questo è


certo un effetto che il capitale può sfruttare, ma che non può
produrre da solo.
Ora, cosa pensa l’altra parte dell’opinione pubblica sulla que­
stione attuale del rafforzamento o dello smantellamento delle
frontiere? Se non si può sostenere in maniera sistematica l’ar­
gomento che gli imperativi dell’economia richiedono fron­
tiere aperte e flussi di manodopera e merci senza restrizioni,
sono allora gli imperativi securitari a spingere verso il raffor­
zamento e la chiusura delle frontiere - verso le fortificazioni?
Si può dubitarne. Oggi la sicurezza richiede non solo conte­
nimento, ma anche movimento, flusso, apertura e condizioni
che facilitino i controlli. Non c’è nulla di più pericoloso di una
potenziale sedizione o di una rivolta latente in celle chiuse, o
di una popolazione minoritaria immobile, non trasformabile,
non assimilabile, o comunque ostinata e isolata. La sicurezza
richiede non solo la capacità di sorvegliare, ispezionare, pro­
cessare, contare e registrare, ma anche quella di canalizzare,
trasferire, spostare o semplicemente allontanare certe popo­
lazioni. Il posto di controllo invece della barriera, la baracca
di plexiglass invece della cella senza finestre, la videosorve­
glianza invece della guardia che controlla dalla porta, il sen­
sore d’allarme invece del cancello d ’acciaio - questi sono gli
aspetti che contraddistinguono le tecniche di sicurezza con­
temporanee. In effetti, alla barriera israeliana spesso si pone
un dilemma securitario: il muro alto e solido blocca pallottole
ed esplosivi, ma non permette una sorveglianza completa e un
rapido accesso verso l’esterno, necessario per neutralizzare
azioni armate. «E più facile sparare attraverso un reticolato
che attraverso un muro» - e questa ovvia verità vale sia per
la guardia di frontiera che per il suo bersaglio armato52. Co­
sì, mentre cercano di risolvere i dilemmi securitari attuali, le
barricate ne generano di nuovi.
104 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

L ’interdipendenza tra le questioni securitarie ed economiche


si rivela anche negli effetti indesiderati creati dai muri. A vol­
te si tratta di effetti piuttosto comuni, ricorrenti, quando per
esempio i muri «di sicurezza» tagliano in due terreni agricoli o
interrompono vie di comunicazione e quindi i rifornimenti per
chi abita in prossimità del confine53. Ma a volte le conseguenze
sono più drammatiche: in quindici anni, la fortificazione della
barriera lungo il confine tra Stati Uniti e Messico ha prodotto
una forte espansione dell’industria del contrabbando di dro­
ga e di esseri umani, un’industria assai redditìzia ed efficiente,
che non rimane confinata nelle zone di frontiera ma genera un
crescendo di violenza tra le gang della droga all’interno dei
due paesi. Oppure si consideri l’impatto della «barriera di si­
curezza» israeliana su ciò che rimane dell’economia palestinese
- una prepotente spinta del Pii verso il basso, una strozzatura
delle forniture di beni e servizi per la produzione e il consumo,
un deterioramento delle infrastrutture e un alto tasso di disoc­
cupazione. Se da un lato tutto questo può servire certi interessi
dello Stato di Israele, mantenendo la Palestina in una situa­
zione di debolezza e di scarsa attrattività, dall’altro porta alla
diffusione e intensificazione della resistenza palestinese contro
la dominazione israeliana.
Alla fine, l’intreccio dei problemi economici e securitari si tra­
duce in discorsi che legittimano la promozione e la costruzione
di muri. Tanto per cominciare, il diffondersi della razionalità
neoliberista, che antepone il mero calcolo del profitto e della
produttività ai valori della democrazia liberale e alle istituzio­
ni politiche democratiche, facilita di per sé la legittimazione
delle fortificazioni e della postura difensiva in ogni strato delle
presunte società democratiche. Quando l’impegno per l’ugua­
glianza e per la libertà universale cede il campo al calcolo dei
costi-benefici nella sfera della vita politica e della giustizia, non
solo la «democrazia fortificata» non rappresenta più un’offesa
capitolo terzo Stati e soggetti 105

ai valori fondamentali (in dissoluzione) della società che dichia­


ra di proteggere, ma ^«ipocrisia» di muri che di per sé, e spesso,
rendono organica l’illegalità viene a malapena recepita come
tale. Aggiungiamo a questo i discorsi del dopo 11 settembre,
che antepongono gli imperativi securitari ai principi e impegni
liberaldemocratici, ed ecco che la fusione di controlli e milita­
rizzazione permanente realizzata dai muri, il profiling razziale e
l’extragiuridicità diventano tutti assimilabili, se non dichiarata-
mente accettati in società che si presumono democratiche.
Spesso, nella promozione e nello sviluppo della politica delle
fortificazioni vengono chiamati in causa imperativi securitari,
economici e geopolitici in modo che si occultino a vicenda. Il
Muro di Israele, e in precedenza gli insediamenti degli anni
Settanta, sono stati costruiti in nome della «sicurezza» anche
se costituivano un’appropriazione territoriale in un contesto
di sovranità insicure e incerte54. Nel periodo successivo all’11
settembre, politici e gruppi di cittadini hanno dichiarato che il
muro tra Stati Uniti e Messico è stato realizzato per motivi di
sicurezza nazionale. «I terroristi amano le frontiere aperte: ri­
cordatevi dell’11 settembre», recita lo slogan di uno dei gruppi
favorevoli al muro55. O, come dichiara una pagina web del sito
Weneedafence.com, «oltre alle centinaia di migliaia di immi­
grati illegali che arrivano dall’America centrale e meridionale,
diverse centinaia, forse migliaia [...] di stranieri illegali prove­
nienti da paesi che sponsorizzano il terrorismo od ospitano ter­
roristi entrano ogni anno negli Stati Uniti attraverso il nostro
confine con il Messico [...]. Recinzioni simili hanno ridotto [in
Israele] gli attacchi terroristici di circa il 95 per cento»56.
Weneedafence.com offre un esempio della mobilitazione di
motivi securitari - la paura - a vantaggio di motivi economici.
Ma ciò che si coglie ancora in questa commistione di immagini,
e particolarmente nel fatto che gli Stati Uniti e Israele vengo­
no indicati come obiettivi del terrorismo, è la mobilitazione
106 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

del razzismo e della xenofobia che i muri stessi coagulano nel


mentre barricano la nazione contro un «fuori» reso oscuro, pe­
ricoloso e minaccioso. ( Consideriamo da questo punto di vista
la poesi.'i die dnl 2006 occupa un posto di primo piano sul sito
Wcnmliilcnce.com:

l Uta fron tieni aperta


ili Scott Roh ter

Prendi dei mattoni e costruisci un muro


Fallo solido, forte e alto.
Che si estenda dal golfo al mare
Così siamo tutti più al sicuro nella nostra terra.
Fallo largo, tra un bordo e l’altro
Così terroristi e trafficanti non possono strisciare dentro;
E fallo profondo, sicuro contro le aperture
D a cui passa la droga che rovina le nostre anime.
Sbarra il passo al traffico di droga.
Mettici al sicuro da attacchi terroristici.
E che resista saldo alla prova del tempo
Ti prego, difendi questa mia terra.

Considera questo tuo compito


Tenere fuori chi vuole stuprare e rubare;
N on puoi tradire questa grande causa
Mentre tanti di noi hanno perso la figlia e il figlio.
Tu chiedi ai nostri figli di arruolarsi e combattere;
Credono che i loro capi facciano ciò che è giusto.
E ciò che è giusto è questo - è facile vederlo;
E facile e semplice, come dire un due tre -
Se vuoi salvarci nella guerra contro il terrore
Una frontiera aperta è un fatale errore57.

È facile deridere o bollare come ignoranza reazionaria le catene


metonimiche di Rohter, da un lato terrorismo, contrabbando,
capitolo terzo Stati e soggetti 107

droga, stupri, ruberie e migranti illegali, e dall’altro solidità,


forza, altezza, preghiera cristiana, servizio militare, sicurezza
e figli doverosamente sacrificati in guerre di libertà. Queste
metonimie, comunque, rivelano le angosce generate dal decli­
no della sovranità statuale, e risuscitano retoricamente il mi­
to di una sovranità viva e vitale propria a uno Stato-nazione
omogeneo e autarchico, contenuto e protetto da questa sovra­
nità. Le contrapposizioni, piuttosto efficaci, tra le due catene
metonimiche accentuano una divisione tra l’interno (buono) e
l’esterno (malvagio) della nazione, e allo stesso tempo distol­
gono dalle fusioni e dalle confusioni che nascono nei siti dei
muri, tra dentro e fuori, tra esercito e polizia, tra civili e militari,
tra migranti e terroristi, tra vigilantes che operano al di fuori
della legge e persone che aspirano a entrare per sfuggire alla
povertà58. Distolgono l’attenzione anche dai paradossi di una
democrazia fortificata e di nazioni fondate da immigrati - gli
Stati Uniti, Israele, il Canada, l’Australia - che ora li prendo­
no di mira come fossero il nemico. (Confrontiamo la poesia
di Rohter con l’iscrizione posta in un antico porto d’ingresso
negli Stati Uniti: «Datemi le vostre stanche, povere, confuse
masse che desiderano respirare la libertà, gli scarti miserabili
della vostra terra brulicante».) Come i Bantustan, che separa­
vano fisicamente e ontologicamente i sudafricani bianchi dalla
manodopera africana dal cui lavoro dipendeva la loro esisten­
za, i nuovi muri contribuiscono a rendere organica questa di­
pendenza, pur trasmettendo visivamente un’idea di autarchia,
separazione e antagonismo. Così, dissimulano il bisogno e la
dipendenza e resuscitano miti di autonomia e di purezza na­
zionale in un mondo globalizzato. Il pericolo, il disordine e la
violenza sono proiettati all’esterno, e si crea l’illusione di un
potere sovrano che salvaguarda, all’interno, una nazione omo­
genea, ordinata e sicura.
108 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

UN RESTO TEOLOGICO:
IL TIMORE REVERENZIALE DELLA SOVRANITÀ

I nuovi muri sono stati paragonati alle dighe, costruiti per rego­
lare più che bloccare i flussi59. Ma somigliano alle dighe anche
per un altro aspetto: spesso trasmettono visivamente l’idea di
una forza umana schiacciante e di una altrettanto schiacciante
potenza dello Stato, e nel contesto di una sovranità in declino
proiettano l’immagine di un potere sovrano ristabilito, capace
di decidere, delimitare, proteggere e respingere. Si presentano
alla vista del mondo esterno come uno scudo potente che rac­
chiude la nazione come fosse un’area recintata protetta. L ’ef­
fetto di questo spettacolo di potenza può spiegare non solo la
diffusione virale della fortificazione delle frontiere tra le nazio­
ni, ma anche la scelta di costruire muri imponenti e giganteschi
invece di creare barriere virtuali (potenzialmente) più efficaci
e meno costose utilizzando sensori e sistemi di allarme. Nel
quadro di una sovranità in declino, i muri mettono in scena una
dimensione della sovranità che per Hobbes deve incutere un
timore reverenziale simile al potere divino. Secondo Hobbes,
la sovranità divina come quella politica dominano e vincola­
no ispirando timore a tutti. La sovranità non è semplicemente
un potere superiore o supremo, ma un potere che sottomet­
te collettivamente i singoli sudditi con la sua maestà e la sua
potenza60. Il secondo capitolo inizia con l’affermazione che il
recinto genera il sacro. Un muro gigantesco incute quel timore
reverenziale che è effetto del divino e della sovranità che vi si
fonda. In un tempo in cui la sovranità dello Stato-nazione si fa
evanescente, il muro materializza questo resto teologico.
I muri contribuiscono anche alla costruzione dell’immagina­
rio di una nazione integra, a cui dovrebbe corrispondere una
sovranità altrettanto integra. Sono «solidi, forti e alti», e rista­
biliscono distinzioni che si vanno facendo incerte, tra noi e lo­
capitolo terzo Stati e soggetti 109

ro, dentro e fuori, legalità e illegalità, distinzioni di cui sono


un’icona particolarmente visibile e impressionante. I muri sono
strumenti dotati di una ineguagliata capacità di marcare una
separazione tra noi e loro, tra il nostro spazio e il loro, tra il
dentro e il fuori, tra il nazionale e lo straniero. Così, mentre
dissimulano il declino della sovranità statuale con una messa
in scena di rettitudine e forza, allo stesso tempo spezzano la
realtà dell’interdipendenza globale e del disordine globale met­
tendo in scena l’integrità, l’autonomia e l’autosufficienza della
nazione. I muri resuscitano lo spazio e il popolo di una nazione
immaginata che la sovranità dovrebbe contenere e proteggere.
Ma nel creare uno scenario di timore reverenziale anziché di
efficacia, e di forza anziché di giustizia, i nuovi muri proiettano
un’immagine del potere sovrano che ne rivela il resto massima-
mente teologico. Così ci viene ricordato ancora una volta che
lo svanire della sovranità statuale spesso tradisce in maniera
più diretta l’aspetto teologico della sovranità, che attraversa i
due poteri che in origine doveva contenere, la religione e l’e­
conomia politica. Ci viene anche ricordato quanto la politica
contemporanea e i suoi soggetti siano sensibili ai motivi teolo­
gici, sensibilità che si manifesta nel desiderio popolare di muri,
generato dagli effetti prodotti dai muri e scolpito sui muri in
quanto volto teologico della sovranità. Non a caso la poesia di
Rohter è formulata come una preghiera rivolta allo Stato61.
capitolo quarto
DESIDERIO DI MURI

Lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell'illusione


religiosa.
Guy De bord
La società dello spettacolo

Israele è una villa nella giungla.


Ehud Barak

Credo che la recinzione non sia affatto efficace. Ma


costruirò quella dannata recinzione, se la vogliono.
Senatore John McCain

Mostratemi una recinzione alta dieci metri, e io


vi mostrerò una scala di undici metri, proprio sul confine.
Janet Napolitano
segretario dell’U.S. Department o f H om eland Security

Perché i soggetti della tarda modernità desiderano


Stati-nazione murati, e che cosa promettono i muri di salva­
guardare, proteggere, ripristinare, contenere o respingere?
Fino a che punto lo spettacolo di un muro soddisfa un de­
siderio di sovranità restituita al soggetto e allo Stato? Q ue­
sto capitolo affronta gli effetti che lo svanire della sovranità
statuale produce sui desideri, sulle angosce e sulle aspettative
capitolo quarto Desiderio di muri 111

psichico-politiche dei soggetti, proponendo una tesi in merito


alla frenesia da fortificazione degli Stati-nazione nel mondo
contemporaneo, in particolare nelle democrazie occidentali,
alla luce di un soggetto divenuto vulnerabile per la perdita
di orizzonti, di ordine e di identità, mentre assiste al declino
della sovranità statuale. Si esaminano anche gli effetti psichici,
rassicuranti o palliativi, prodotti dai muri a fronte di queste
perdite, e quali fantasie di innocenza, protezione, omogeneità
e autosufficienza rafforzino.
Questi interrogativi aprono a loro volta a due possibili piani di
analisi. Da un lato, il soggetto può identificarsi con il diminuire
della potenza statuale, indotto dal declino della sovranità, cer­
cando misure che la ripristinino. In questo caso la vulnerabilità
e la indeterminatezza dello Stato-nazione, la permeabilità e la
violazione, sono avvertite dal soggetto come proprie. Questo
processo di identificazione, con le sue connotazioni di genere
e sessuali, sembra essere il nucleo del maschilismo frustrato
che traspare nella campagna pro-muro dei Minutemen. (Pen­
siamo al loro desiderio, a cui si è accennato nel terzo capitolo,
di «piantare acciaio nel suolo» per riprendere il controllo del
territorio sovrano, anzi, della stessa sovranità.) L ’identificazio­
ne del soggetto con lo Stato è indubbiamente un elemento co­
mune a tutte le forme di nazionalismo militarizzato.
Dall’altro, ^erosione della sovranità politica sulla capacità sta-
tuale di offrire protezione e sicurezza può minacciare più di­
rettamente la sovranità dei singoli. Lo spettro del terrorismo
transnazionale, ad esempio, traduce immediatamente la vul­
nerabilità dello Stato in vulnerabilità dei soggetti. Tuttavia il
discorso sul terrorismo non esaurisce la questione. Torniamo
con la mente al circuito - identificato nel secondo capitolo -
che il contratto sociale istituisce tra la sovranità politica e quella
dell’individuo. Questo circuito presuppone il contratto (gli in­
dividui sono sovrani allo stato di natura, ma sono anche fragili,
112 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

insicuri) e allo stesso tempo viene trasformato dal contratto (la


sovranità individuale è ciò che il contratto promette di istituire
e garantire). Da Hobbes a Locke, da Rousseau a Rawls, la so­
vranità politica è generata dalla sovranità prepolitica del sogget-
tolïaturaleldlo stato di natura, ed è legittimata dalla sovranità
pòst-contrattuale del soggetto in società. Lo Stato sovrano pone
in essere e garantisce la sovranità dei soggetto sociale, anche se
si approprlirdì questa sovranità p olitica per costruire la propria.
Queste due diverse dimensioni della relazione Stato-soggetto,
identificazione e produzione, svolgono entrambe un ruolo im­
portante nel generare il desiderio di muri nelle società liberali
della tarda modernità, dove il contratto sociale rimane ideolo­
gicamente e discorsivamente costitutivo. E fuori di dubbio che
le suddette dimensioni della relazione' Stato-soggetto sono pro­
prie anche di società non liberali, e di conseguenza riguardano
anche la costruzione di muri in queste società, dove assumono
necessariamente profili e contenuti differenti rispetto a quelli
dèi contrattualismo sociale liberale, differenza che non viene
qui indagata.
E necessario aggiungere alcune altre osservazioni preliminari.
Questo capitolo sostiene che le fortificazioni degli Stati-nazio­
ne rispondono, oltre a ciò che si presume debbano «fare», an­
che a fantasie psichiche, angosce e desideri, generando effetti
visivi e un immaginario nazionale. I muri possono essere utili
a contenere efficacemente questi fenomeni psichici, sebbene
non siano in grado di bloccare o respingere i flussi transnazio­
nali e clandestini di persone, di merci e terrorismo, flussi che
segnalano il deterioramento della sovranità politica e contri­
buiscono a minarla alla base. In questo senso, le fortificazioni
sono una risposta a desideri del soggetto che sono essi stessi
prodotti dal declino della sovranità, desideri che lo Stato non
£uò né soddisfare né ignorare. Notazione di rilievo in questa
analisi è il fatto che in realtà i muri non fermano e non possono
capitolo quarto Desiderio di muri 113

fermare e neanche ridurre efficacemente questi flussi transna­


zionali. Perciò, prima di prendere in esam&j]desiderio di mu­
ri, dobbiamo tornare a parlare della loro inefficacia rispetto ai
loro presunti obiettivi.

L'INEFFICACIA DEI MURI

I muri producono numerosi effetti sostanziali sull’identità e sulla


soggettività politica di coloro che separano, sulla vita e sulle ter­
re di coloro che vivono lungo il loro tracciato o nelle vicinanze,
e sulle prospettive di integrazione o di composizione pacifica di
conflitti che, anzi, consolidano. In ogni caso, sono scarsamente
efficaci nel bloccare l’immigrazione illegale, il traffico di droga o
il terrorismo, cioè i problemi che più frequentemente e aperta­
mente ne sollecitano e legittimano la costruzione, e la ragione è
semplice: i migranti, i contrabbandieri e i terroristi non entrano
nei vari paesi grazie al fatto che le frontiere terrestri sono lasche
e, dunque, non vengono scoraggiati dalle.fortificazioni lungo il
confine, anche perché possono dirottare altrove o ripianificare
le loro operazioni. Si possono aumentare gli investimenti per le
fortificazioni, si può potenziarne la tecnologia, si può migliora­
re l’organizzazione sociale, l’esperienza, o anche ingigantire il
significato di ciò che i muri bloccano, almeno ufficialmente, ma
in quanto interdizione sono relativamente inefficaci. Un funzio­
nario dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement ha così
sintetizzato la questione: «E come schiacciare un palloncino.
L ’aria deve per forza andare da qualche parte»1.
Si dirà: ma non c’è qualche muro che raggiunge gli obiettivi
dichiarati ufficialmente? Israele non ne ha forse costruito uno?
E vero, il Muro israeliano - combinato con una serie di posti di
controllo fortificati e con una complessa rete-di strade, ponti,
tunnel e sistemi ferroviari concepiti per separare chirurgica­
114 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

mente i palestinesi dagli israeliani in un contesto geografico


già complicato di per sé - può avere ridotto il fenomeno degli
attentati suicidi a Tel Aviv... anche se molti sostengono che H a­
mas si sia impegnato a trovare strategie e tattiche paramilitari
alternative fin dal momento della sua progettazione. Quello
che è certo è che il Muro non ha ridotto la violenza e l’ostilità
dei palestinesi contro Israele, non ha migliorato le prospettive
di una composizione politica, o creato una più ampia solida­
rietà internazionale nei confronti di Israele, e quindi non ne ha
accresciuto il capitale politico. Chiaramente, il Muro ha pro­
dotto nuove soggettività politiche su ambedue i fronti: è parte
di quell’architettura di occupazione su scala più grande che se­
para i palestinesi dagli israeliani e che inverte discorsivamente
le fonti e i circuiti della violenza, proiettando la causa per cui
è stato costruito su una originaria e immaginaria aggressione
palestinese contro Israele2. Si potrebbe dire che questi effet­
ti, e il fatto che il Muro ridisegna la mappa israelo-palestinese
includendo nel territorio israeliano numerosi insediamenti
in Cisgiordania, siano tutti parte degli obiettivi della politica
di fortificazione. Ma proprio perché viene legittimato - anzi,
spesso contestato - esclusivamente sulla base della necessità di
mettere Israele al sicuro dalle ostilità palestinesi, il Muro si ri­
vela sorprendentemente inefficace. La costruzione di un muro
non ha fermato la violenza o l’ostilità dei palestinesi, ha solo
comportato un cambiamento delle loro tattiche e tecnologie
ed esacerbato la frustrazione e la rabbia contro la dominazione
di Israele.
In questa analisi il caso di Israele è più complesso. È molto
più facile parlare dei muri ufficialmente destinati a bloccare
migranti in cerca di lavoro, il traffico di droga e altri tipi di,con­
trabbando, Come sostenuto nel capitolo precedente, secondo
la maggior parte degli studiosi il muro tra Stati Uniti e Messico
- la cui realizzazione è stata ora autorizzata, anche se non com­
capitolo quarto Desiderio di muri 115

pletamente finan?iata, e che correrà lungo tutto il confine per


3200 chilometri - è un’opera teatrale politica e tra l’altro ecce­
zionalmente costosa. Il lavoro dei braccianti che hanno attra­
versato il confine da sud è stato vitale per l’economia del Nord
America fin dai tempi della costruzione delle ferrovìe nell’O-
vest, due secoli fa. Negli ultimi venti anni la globalizzazione
ha incrementato moltissimo non solo le dimensioni di questa
immigrazione, ma anche il costo economico per mantenerla
illegale3. Oggi il capitalismo del Nord richiede manodopera
a bassissimo costo e sfruttabile - da assumere con una paga
inferiore al minimo, senza indennità e senza rispettare le norme
sugli straordinari, sulla salute, sull’ambiente di lavoro o sulla
sicurezza, e facilmente licenziabile quando non è più neces­
saria. In un contesto di crescente concorrenza globale, questa
manodopera è diventata sempre più importante nell’edilizia,
nelle industrie manifatturiere e nei comparti della vendita al
dettaglio e dei fast-food, non solo nel lavoro domestico o in
agricoltura, come è stato per lungo tempo.
La costruzione di un muro con la pretesa di bloccare l’immigra­
zione della manodopera necessaria al capitale crea numerose
situazioni grottesche. La Golden State Fence Company, l’im­
presa che ha realizzato un lungo tratto della barriera di confine
nella California meridionale, è stata multata per tre volte in
dieci anni perché sul libro paga figuravano centinaia di ope­
rai senza documenti4.1 ripetuti controlli sui tanti McDonald’s
sparsi negli Stati Uniti, che per sfornare a getto continuo i loro
all-American burgers assumono immigrati clandestini. Situa­
zioni grottesche analoghe avvengono in Israele, e non soltanto
quando vengono assunti operai palestinesi per la costruzione
del Muro, ma anche quando le donne di un insediamento il­
legale israeliano hanno protestato contro il tracciato previsto
del Muro, che avrebbe bloccato l’accesso alle loro donne delle
pulizie di un vicino villaggio palestinese5.
116 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Lo stesso discorso vale per le droghe. Come riconoscono gli


europei - non altrettanto i nordamericani -, non è il contrab­
bando di queste sostanze a indurre all’uso di droga, è la doman­
da che crea l’offerta. Diversi studi sulle misure volte a ridurre
la domanda di droga nel Nord, tra cui una ricerca della Rand
Corporation, dimostrano che nel calcolo costi-benefici il tratta­
mento contro l’abuso di sostanze risulta molto più vantaggioso
rispetto al rafforzamento delle frontiere, il cui effetto principa­
le, oltretutto, è l’aumento del prezzo della droga6. Ma ciò che
«vende» politicamente sono i muri e ìe complesse operazioni
di polizia, non le strutture di riabilitazione dalla tossicodipen­
denza, per non parlare di una politica che interverrebbe sulle
condizioni sociali che generano i mercati della droga in Nord
America.
Comunque, più che essere inefficaci, i muri spesso acuisco­
no i problemi che dovrebbero risolvere. Primo, pendendo la
migraHohFpnFHIffÌcile e costosaTTa^costruzione di muri e
altrTsìstemi 31 rafforzamento delle frontiere incrementa,quel­
la unidirezionale, senza ritorno, accrescendo così il numero
degli illegali che vivono stabilmente negli Stati Uniti o in E u ­
ropa. Secondo, i muri che puntano a contrastare il traffico di
droga e migranti producono un’economia del contrabban­
dò sempre più sofisticata, sul modello mafioso, che abbina
in misura crescente il traffico di droga e di clandestini. Le
droghe vengono nascoste nei container, in posti difficili da
ispezionare, o trasportate attraverso elaborati sistemi di tun­
nel sotterranei che passano sotto il muro. Dal 2001, lungo il
confine Stati Uniti-Messico sono stati scoperti circa quaranta
tunnel; e dal 1990, cioè da quando le autorità hanno comin­
ciato a tenerne il conto, ne sono stati individuati almeno il
doppio. Alcuni di questi, dotati di sistemi di illuminazione,
di drenaggio, di ventilazione e di pulegge per lo spostamento
dei materiali, collegano magazzini situati al di qua e al di là del
capitolo quarto Desiderio di muri 117

confine7. Si sa anche che, oltre a servirsi dei tunnel e di imbar­


cazioni in alternativa ai trasporti via terra, i trafficanti apro­
no dei varchi nei tratti meno sorvegliati delle recinzioni, che
spesso poi richiudono e sorvegliano attentamente perché non
vengano usati da altri8. Terzo, l’intensificazione dei controlli,
e le conseguenti contromisure dei trafficanti, rendono le zone
di frontiera territori sempre più violenti. Nel caso degli Stati
Uniti, a volte i migranti vengono abbandonati dai trafficanti
e lasciati a morire di sete sotto il sole del deserto, o a soffo­
care nei portabagagli delle auto, nei furgoni o nei camion.
Gli stessi contrabbandieri sono sempre più spesso violenti e
armati: solo nel 2007, in California sono stati registrati trecen-
toquaranta attacchi contro agenti della polizia di frontiera,
condotti con una varietà di armi diverse, dalle tavole chiodate
alle bombe molotov9. Inoltre, le piccole città di confine, un
tempo relativamente pacifiche anche se situate in zone povere
e desolate, sono diventate veri e propri fortini per i contrab­
bandieri, con tanto di torri di guardia sui tetti delle case. A
sua volta, la polizia risponde con elaborati sistemi di fari che
restano accesi tutta la notte e fanno sembrare queste città dei
campi di detenzione, e per stanare i contrabbandieri ha finito
per fare ricorso al lancio di lacrimogeni e spray al pepe10. In
breve, quello che prima della fortificazione delle frontiere era
un più silenzioso e meno pericoloso gioco del gatto col topo
tra polizia e illegali, ora somiglia sempre più a uno scenario
di guerriglia e di controrivoluzione permanente.
La fortificazione delle frontiere moltiplica anche altri fattori
di illegalità. Come abbiamo visto in dettaglio nel terzo capito­
lo, gruppi ben organizzati di vigilantes, frustrati dal lassismo o
dall’inefficacia dello Stato, si incaricano di controllare le fron­
tiere o affermano una propria sovranità giurisdizionale. Nel ca­
so degli Stati Uniti, oltre a dare la caccia agli illegali e a vanifi­
care gli sforzi dei loro complici, ora i vigilantes fanno irruzione
118 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

a mano armata nelle case di presunti immigrati clandestini: nel


maggio 2009 un uomo e sua figlia, una bambina di dieci anni,
sono stati uccisi nella loro abitazione da membri del Minute­
men American Defence Group in cerca di denaro e di merce
di contrabbando per finanziare la loro attività di vigilantes11.
Anche lo Stato ha le sue responsabilità nell’aumento del tasso
di illegalità delle operazioni che avvengono alle zone di frontie­
ra. Come si diceva nel primo capitolo, il ReallD Act del 2005 ha
permesso al Department of Homeland Security di «derogare a
tutte le leggi quando necessario per assicurare la costruzione in
tempi brevi delle barriere e delle strade», avallando l’elusione
di norme che vanno dai protocolli per la tutela ambientale alla
protezione dei nativi americani12. Inoltre, sempre per la costru­
zione della barriera sul confine, il Secure Fence Act del 2006 ha
avallato una vera e propria violazione dei diritti di proprietà
privata. Mentre rappresenta la legge e l’ordine contro la vio­
lenza e Pillegalità, il muro non solo produce violenza e canaglie
che agiscono al di fuori dello Stato, ma autorizza azioni che
sono tipiche di uno Stato canaglia.
In breve, dove la domanda stimola l’offerta di manodopera o di
merci di contrabbando, e dove è in gioco l’espansione econo­
mica dello Stato e/o l’occupazione, i muri rendono le zone di
confine luoghi di conflittualità, di violenza e di illegalità, creano
condizioni favorevoli allo sviluppo di vere e proprie industrie
clandestine sofisticate e pericolose, aumentano la dimensione
e il costo dei problemi che dovrebbero risolvere e aggravano le
ostilità su ambedue i fronti. Molti degli esempi qui presentati
riguardano il muro Stati Uniti-Messico, ma è piuttosto facile
estendere l’analisi ad altri tentativi di «murare fuori» il Terzo
Mondo, o regioni tra le più povere del mondo rispetto a re­
gioni meno povere, come avviene in alcune parti dell’Africa o
dell’Asia meridionale, o ancora a muri costruiti per delimitare
territori contesi dalla giurisdizione contestata.
capitolo quarto Desiderio di muri 119

Perché costruire muri, allora? Che cosa alimenta questa pas­


sione popolare còsi forte per la fortificazione e convoglia gli
investimenti di Stato su queste icone del fallimento - che por­
tano anche al fallimento - della sovranità dello Stato-nazione, a
cui fa seguito il letterale fallimento dei muri che la dovrebbero
rafforzare? Se una risposta quasi-psicoanalitica lascia intuire
la struttura del feticcio, «lo so, tuttavia...», cioè «so bene che
in realtà non funzionano, però rispondono alle aspettative»,
si pone la questione: quale desiderio anima il feticcio? In un
contesto di declino delle capacità di protezione dello Stato, di
diluizione dell’appartenenza nazionale e di crescente e diffusa
vulnerabilità dei soggetti rispetto alle vicissitudini economiche
globali e alla violenza transnazionale, dobbiamo comprendere
i desideri politici di potenza, di protezione, di contenimento e
anche di innocenza che vengono proiettati sui muri. Dobbiamo
comprendere a cosa i nuovi muri rispondano o cosa leniscano
psichicamente, anche quando' non possono mantenere mate­
rialmente le loro promesse.

FANTASIE DI DEMOCRAZIA MURATA

In Comunità immaginate, Benedict Anderson sostiene che le


nazioni sono «immaginate» alla stregua di entità delimitate,
sovrane, omogenee13. Se la globalizzazione erode precisa-
mente il confine, la sovranità e la comunità nazionale, come
possono i muri ristabilire questi elementi deirimmaginario
nazionale? Quale genere di identità minacciata o compromes­
sa, del soggetto o della nazione, sta generando il desiderio di
fortificazioni? Nel quadro di un ordine globale sempre più
interdipendente, senza orizzonti e chiaramente non egualita­
rio, in cosa i muri aiutano la difesa o la rimozione psichiche?
A quali difese psico-politiche possono offrire veste simboli­
120 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

ca? In che modo si presentano come un complesso di difese


psichiche nazionali, quali profilattici che ci mettono al riparo
dall’elaborazione dei nostri mali, oppure come proiezioni su
altri e su un altrove delle esigenze, dipendenze e istanze di
una nazione? E a questo scopo, quali logiche politico-econo­
miche i muri di Stato provvedono a invertire retoricamente o
a rovesciare, in modo che i poveri, i colonizzati o gli sfruttati
diventano aggressori? E nel resuscitare i miti di una sovranità
che contiene e protegge, quali fantasie di purezza e innocenza
nazionale soddisfano?14 *
Il capitolo affronta tali questioni in via teorica, considerando
inizialmente quattro fantasie nazionali storicamente specifiche.
Successivamente le tesi vengono approfondite e fondate facen­
do riferimento al pensiero psicoanalitico.

La fantasia dell’estraneo pericoloso in un mondo sempre più sen­


za frontiere. Associare l’estraneo politico alla differenza e al
pericolo è idea antica quanto la stessa comunità umana. La
costruzione demonizzante della figura dell’estraneo tribale o
politico è stata ampiamente descritta da antropologi e storici,
ed è evidente anche nell’etimologia di parole quali «barbaro» e
«straniero», che sono state coniate per definire un altro specifi­
co ma che poi sono diventate termini generici, peggiorativi, che
configurano un’alterità minacciosa. Inoltre, come dice Mary
Douglas, le stesse violazioni dei confini vengono quasi univer­
salmente associate alla contaminazione e al pericolo!5. Quindi,
dal momento che la sovranità si indebolisce e le frontiere so­
no sempre più facilmente superate,*e che lunazione stessa va
perdendo una chiara definizione, non sorprende affatto che
l’estraneo venga disegnato come una figura particolarmente
potente e pericolosa anche nell’epoca del villaggio globale. So­
no forse piusorp rendenti gli elementi che compongono questo
profilo di pericolo.
capitolo quarto Desiderio di muri 121

Negli Stati Uniti dopo la Guerra fredda la frontiera è stata co­


struita discorsivamente quale punto di ingresso per una serie
di minacce eterogenee alla nazione che hanno finito per fon­
dersi in un’unica immagine di pericolo esterno. Tom Ridge, il
primo direttore dell’U.S. Department of Homeland Security,
creato nel 2001, ha dichiarato che la frontiera è «un collettore
di terroristi, di armi di distruzione di massa, di clandestini, di
contrabbando e di altri prodotti illegali». Un chiaro esempio
della fusione di queste minacce ci viene da una dichiarazione
di Steven A. Camarota, direttore del settore ricerche del Cen­
ter for Immigration Studies, un think tank anti-immigrazione:
«Non possiamo proteggerci dal terrorismo», ha affermato, «se
non affrontiamo il problema dell’immigrazione illegale»16. Le
varie minacce vengono fuse insieme anche nel discorso popo­
lare del dopo 11 settembre, in particolare quello favorevole al
completamento del muro: di regola, le campagne a favore della
fortificazione della frontiera in generale e in particolare della
costruzione del muro identificano il pericolo del terrorismo
con l’immigrazione illegale senza controllo, e poco importa che
vi siano scarse prove di questo nesso.
Nel Primo Mondo di oggi la costruzione della figura dell’e­
straneo ostile non è prodotta solo dagli effetti della globaliz­
zazione sulla politica, sulla sicurezza e sull’economia. Anche
la presenza massiccia di immigrati latinos in Nord America,
di arabi in Europa, di asiatici in Australia, e naturalmente di
palestinesi in Israele, pongono seri problemi all’egemonia cul­
turale, linguistica e razziale. Agli occhi di chi partecipa dell’ege­
monia, queste sfide sono attacchi all’identità sia individuale sia
nazionale, l’«io» e il «noi» psichico e sociale che la nazione ha
salvaguardato per lungo tempo. Di qui, il ripetersi in Europa di
proteste contro il modo di vestire e altre pratiche culturali dei
musulmani, o, negli Stati Uniti, delle pressioni perché il mate­
riale elettorale e i programmi scolastici siano «English-only».
122 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

A livello accademico, questa minaccia all’identità viene formu­


lata come una sfida portata ai valori occidentali da «immigrati
provenienti da altre civiltà \_sic\ che rifiutano l’assimilazione e
continuano a praticare e a propagare valori, usanze e culture
delle proprie società d’origine»17. Quando questo rifiuto dei
valori occidentali è affermato e rafforzato dalla diffusione ge­
nerale del multiculturalismo nelle società occidentali, aggiunge
Samuel Huntington, ciò «significa*effettivamente la fine della
civiltà occidentale» e dei paesi che la sostengono. «Un paese
che non appartiene a nessuna civiltà [non ha] un nucleo cul­
turale costitutivo. La storia dimostra che nessuna nazione così
costituita può durare a lungo come società coesa»18. La civiltà
e le nazioni occidentali non sono semplicemente diluite cultu­
ralmente o prosciugate economicamente dagli immigrati, ma
saccheggiate.
Oggi la figura del pericolo estraneo viene determinata nei mi­
nimi particolari, secondo gli effetti economici, politici, cultu­
rali e securitari prodotti dalla globalizzazione. Questi elementi
disparati sono fusi insieme in una singola figura, «l’estraneo»,
un’idra dalle molte teste. Naturalmente questa costruzione non
riconosce il fatto che nel Nord c’è domanda di manodopera a
basso costo e senza tutele, e che in molti casi gli atti di terrori­
smo verificatisi in Europa e negli Stati Uniti siano di matrice na­
zionale. (Negli Stati Uniti abbiamo i Weathermen, Unabomber,
Timothy McVeigh, che fece saltare in aria il Federai Building a
Oklahoma City, Bruce Ivins, il microbiologo dell’esercito rite­
nuto responsabile degli attacchi all’antrace del settembre 2001,
e i tanti altri che hanno sparato aH’impazzàta e fatto esplodere
bombe nelle scuole e nei posti di lavoro.) Inoltre, nega quegli
studi che rivelano come, nelle nazioni occidentali, i quartieri dei
nuovi immigrati presentino un tasso di criminalità generalmen­
te più basso rispetto ad altre zone19. E rimuove come la cultura
e l’identità siano mutevoli per natura, in altre parole come - e in
capìtolo quarto D esiderio di muri 123

quale grado - le culture non siano atemporali e immutabili ma


vivano nella storia e continuino a vivere attraverso la trasforma­
zione e Pincorporazione di nuovi elementi.
L importante notare che il discorso della fortificazione e la fan­
tasia che esprime, riuscire a sigillare la nazione da ciò che sta
fuori, rendono più facili queste negazioni e rimozioni. I muri
sono uno schermo su cui si può proiettare la figura antropo-
morfizzata dell’altro quale causa dei mali della nazione, dalla
diluizione di un’identità nazionale etnicizzata all’uso di droga,
all''illegalitä' e alla diminuzione dei salari reali. La nazione è sot­
to attacco e deve trincerarsi contro un’«invasione del Terzo
Mondo». In breve, la spinta a costruire murFemerge da, e sol­
lecita, un discorso in cui il lavoratore straniero, il multicultura­
lismo e il terrorismo vengono fusi insieme e trasposti da effetto
a causa dell’allentamento dei confini nazionali e della crescente
incapacità di protezione da parte dello Stato.

Fantasie di contenimento. La proiezione dell’idea di pericolo


sull’estraneo induce e alimenta una fantasia di contenimento
di cui i muri sono l’ultima, fondamentale icona. L ’immagine
protettiva dei muri della casa viene ora estesa alla nazione, il
che porta a parodia la tesi che Hannah Arendt espone in Vita
adiva , cioè che nella modernità il sociale subentra alla politica
e rende nazione un gigantesco gruppo familiare20.
A fronte di un ordine globale sempre più privo di frontiere e
incapace di controllo, i muri rappresentano un contenimen­
to che va oltre la semplice protezione da pericolosi invasori e
che riguarda, invece, il disagio psichico prodotto da un mon­
do del genere. Il bisogno di contenimento, talora formulato
come bisogno di orizzonti, è un tema frequente nei pensatori
delTOttocento e del primo Novecento, mentre stranamente è
meno ricorrente oggi. Per Nietzsche, «ogni vivente può diven­
tare sano, forte e fecondo solo entro un orizzonte»21, e per la
124 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

psicoanalisi la mancanza di contenimento apre la strada alla


psicosi. Nella sua critica dell’impulso a sviluppare una «imma­
gine del mondo» Heidegger scrive: «L a capacità deH’orizzonte
di trasformare il mondo minaccioso di “fuori” in un’immagine
rassicurante offre protezione»22. Costruire un muro offre una
proiezione illusoria, quando le frontiere reali della nazione non
offrono più contenimento, e qui è importante notare che le
«recinzioni virtuali», costituite da seflsori e video di controllo,
non risultano all’altezza del compito. In altre parole, quando si
affievolisce l’orizzonte politico che sostanzia il «noi» e P«io»,
si reclamano muri solidi, ben visibili.
Se in un ordine vestfaliano lo Stato è il contenitore della na­
zione, e la sovranità politica fornisce il duro metallo di questo
contenitore, non c’è da sorprendersi se i nazionalismi contem­
poranei chiedano a gran voce la riaffermazione della sovranità
statuale attraverso dei segni visibili della sua capacità di conte­
nimento23. Una sovranità statuale solida e integra non ha biso­
gno di tali segni: compone, delimita e ordina la nazione senza
militarizzare e barricare iperbolicamente le frontiere - ordina
con la sua presenza strutturante e onnipresente, con il suo ca-
risma e soprattutto con la fusione tra nazione, Stato e sovrano.
Quando si fa evanescente, la sovranità statuale diventa incapa­
ce di contenere la nazione e il soggetto. E in questo senso che
Achille Mbembe definisce il disgiungersi della sovranità dallo
Stato alla stregua di una evirazione, analoga alla perdita delle
qualità virili della popolazione civile maschile con il declino del
patriarcato familiare. Nei paesi postcoloniali, aggiunge Mbem­
be, questa castrazione viene compensata dal militarismo fallico,
una vera e propria feticizzazione delle armi24; I muri sono dei
feticci analoghi, un feticcio che influenza tutti, dallo Stato al
soggetto, con la sua promessa di una potenza ritrovata.
Da una prospettiva leggermente diversa, l’appello perché lo
Stato riaffermi con forza il ruolo delle frontiere nazionali appa­
capitolo quarto Desiderio di muri 125

re come un elemento cruciale di ciò che Saskia Sassen definisce


la «rinazionalizzazione» del discorso politico in risposta alla
denazionalizzazione dello spazio economico. La riaffermazio­
ne della frontiera e della difesa mette in scena la giustezza e
la possibilità di tale rinazionalizzazione a fronte del suo disfa­
cimento25. In questo modo, la declinante sovranità statuale e
l’immaginario evanescente di una nazione omogenea e vitale
si rafforzano a vicenda attraverso i muri. Con la loro visibilità,
questi rispondono alla necessità di contenimento e di frontiere
in un mondo troppo globale, in un universo troppo carente
di orizzonti. Producono un «noi» demarcato spazialmente,
un’identità nazionale e una misura politica su scala nazionale,
quando ormai questi elementi non possono più contare sulla
pretesa di un’autonomia politica o economica nazionale, di una
omogeneità demografica, o ancora di una condivisione di sto­
ria, cultura e valori.

Fantasie di impermeabilità. In un mondo sempre più senza


frontiere, il contenimento si presenta come una sorta di neces­
sità, un’aspettativa psichica che alimenta il desiderio di fortifi­
cazioni; si integra e completa con una fantasia di impermeabilf-
tà - forse anche di impenetrabilità. Il potere sovrano comporta
la fantasia di un rafforzamento della distinzione assoluta tra
dentro e fuori. A sua volta, questa distinzione dipende dalla sfi­
da che la porosità degli spazi e delle frontiere, la discontinuità
o polivalenza temporale pongono alla sovranità. La sovranità
politica, come quella divina, presuppone la giurisdizione asso­
luta e la durata nel tempo. Il sovrano può essere attaccato ma
non penetrato, a meno di essere distrutto, può essere sfidato,
ma non interrotto, a meno di venire esautorato. Sotto questo
aspetto la sovranità appare"come una fantasia (o fallacia) poli­
tica di supremazia, maschile in massimo grado: penetrazione,
pluralizzazione o interruzione la distruggono letteralmente.
26 STATI MURATI, S 0 V r a n | t à | .
GRANITA IM 0 E C U N 0

A questo riguardo è 5ji ifi


rare dentro» gli Stati TT • • 5 V0 c]:le sPess0 ^ discorso di «mu-
questione contempo^ m tl’ E u r o p a o Israele renda l’entità in
e potente. L a nazion aneam ^nte vulnerabile, vittima, virtuosa
allo Stato, che ha la C m P^ r*c°l°> sotto assedio; ci si appella
difendersi d a questo capa*;lt:à, addirittura il pieno diritto, di
che nell’Europa prer^ aSSe l o - Qui può essere utile ricordare
mente concepite in fi^ °, mura città erano generai-
al saccheggio, e non c nzio^ e difensiva contro assedi finalizzati
militare26. ]Sjej M e d i o Gi>°1tez? e Contro ^ conquista politico-
co ordinario; un’entità V° aS^e dio era un fenomeno economi-
nante, che ne vuole d ^ P° S| a '«sotto assedio» da un’altra confi -
diversa da un’entità ^ l’economia, è in una situazione
riale, per quanto l’a ss^ C° m ^ atte ^na guerra politico-territo-
di guerra. L a combir* ° ^Sa costituire un elemento tattico
aiuta a capire come, asPetti militari ed economici
ficazione, le difese c o * ^ 1SC° t s o contemporaneo della forti-
così facilmente un con T° ° popolazioni migranti acquistino
sedianti che penetrano ì ° 1^ ° P u r i t a n o . Assedio vuol dire as-
saccheggiano le risorsa G 1 sciamano in un’area difesa e ne
euroatlantico, secondo ~~ e,S al:i:amente ciò che oggi nel mondo *
sori». Quindi, una na^ m ° ^anno Ie «orde di migranti inva-
presenza di difese e b l ç ^ ° ï - <<S° tto assedio» giustifica la com-
il Nafta, e di t e c n o l o g i ^ ^ ’ dove vigono accordi co m e
in efficaci i m u r i. In r e a l ^ ' 1™ ( ° te rro ristic h e ) ch e re n d o n o
sfo n d a to il Muro a G a z ^ ’ 1 P a ^ ^ s tin e si ch e l ’a n n o s c o rso h an n o
di cib o , b e n z in a e altri S^ S O tl° t e r s a t i in E g itto alla rice rca
co n sid e rati i p r o t a g o n is 1 L ls ° d o m e stic o p o tr e b b e r o e sse re
fo rse di un a s s e d io t i p i c ^ j j U t^ a s o r t a d i a sse d io al ro v e scio , o
che « a b b a tte tu tt e le m u v C %C£* p it a lis m o p re c e d e n te , in cu i ciò
a c c e sso a b e n i <Ji co n su rr^ ^ T e * n e s i » è u n d isp e ra to b iso g n o di
in sé27. S e b b e n e n o n m a ° ^ a ^ s o p r e z z o , e n on so lo al ca p itale
il terrorism o p u £ essere^ 1Vat° . ^ a raS Ì ° n i eco n o m ich e, p e rfin o
c o n s i d e r a t o p iù un a sse d io ch e un a
capitolo quarto Desiderio di muri 127

guerra - mira a devastare, non a conquistare, la sovranità. In


ogni caso, l’assedio, che si presume sia uscito dalla storia con
l’emergere dello Stato-nazione moderno, è un fenomeno rela­
tivamente non teorizzato in epoca di liberalismo. E una delle
ragioni per cui nella teoria liberale, incluse le teorie del conflit­
to internazionale, manca un lessico o una grammatica dei muri
e degli scopi presunti per cui vengono costruiti.
La difesa rappresentata dai muri contro l’assedio trasforma la
fantasia dell’impermeabilità e le dà un connotato politico-psi-
chico, per cui il nemico viene immaginato come un assalitore,
un invasore, come chi viene ad appropriarsi e saccheggiare ciò
che appartiene a buon diritto alla nazione - le certezze, la si­
curezza, la tranquillità o la prosperità del suo sistema di vita, il
lavoro, la ricchezza, i privilegi da Primo Mondo, la sua civiltà o
i valori della democrazia liberale. Come dirò più avanti, questo
nemico minaccia anche l’isolamento politico-psichico dei sog­
getti del Primo Mondo rispetto alle gerarchie e alla violenza
delle reti globali di dipendenza che li sostengono. I muri sono
uno strumento che restituisce visivamente questo isolamento
psichico. Soccorrono nel ricreare immagini di autosufficienza
nazionale e nell’occultare sofferenza e miseria.

Fantasie di purezza, di innocenza e di virtù. Il governo israe­


liano ha stilato un documento ufficiale in inglese - destinato
chiaramente al pubblico americano ed europeo - intitolato
«Salvare le vite - La barriera israeliana contro il terrorismo:
risposte alle domande», che risponde con pacatezza ai critici
che contestano il Muro e ne spiega con altrettanta pacatezza
la ratio. Secondo il documento la barriera è una recinzione e
non un muro («il 97 % della recinzione non è di cemento», si
fa notare ripetutamente), è apolitica e non tocca la questione
dei negoziati sugli insediamenti o sui confini, è temporanea
e rimovibile in accordo con i negoziati e alla cessazione del­
128 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

la violenza palestinese, ed è costruita interamente per motivi


umanitari, cioè preservare e tutelare la vita. Gli architetti della
politica delle fortificazioni e coloro che lo costruiscono sono
presentati come persone profondamente preoccupate per la
vita e il sostentamento di chi vive al di qua e al di là della barrie­
ra. Tutte le persone coinvolte nel progetto, dice il documento,
sonò state attente a trattare i palestinesi, le loro terre e i loro
villaggi con rispetto e attenzione. I motivi della costruzione del
Muro vengono spiegati con una impostazione analoga: Israele
è una nazione minuscola, umana, democratica, vittimizzata da
vicini barbari che devono essere chiusi fuori, a meno che non
cambino o fino a che non cambieranno i loro terribili sistemi28.
Il Muro, in breve, salvaguarda l’innocenza e la civiltà contro
ciò che vi si oppone, e rappresenta sotto tutti i punti di vista
valori di umanità e di tutela della vita rispetto a comportamenti
barbari e brutali.
I numerosi siti web dedicati alla giustificazione e alla promozio­
ne del muro Stati Uniti-Messico pubblicano testi simili, anche
se in genere meno sofisticati e meno difensivi29. Le frontiere
porose, dicono, lasciano entrare i flussi di droga, criminalità,
e terrorismo in una nazione civile, il cui unico torto è di esse­
re stata troppo prospera, troppo generosa, tollerante, aperta
e libera. Nel caso degli Stati Uniti come di Israele, la costru­
zione del muro esprime e soddisfa il desiderio di una imago
nazionale virtuosa, un desiderio che proietta all’esterno tutti
i mali della nazione e nega gli effetti spiacevoli che produce
sugli altri, le aggressioni, le necessità e le dipendenze che crea.
Sotto questo aspetto, il desiderio di fortificazioni costituisce
una reazione a un momento storico in cui le 'disuguaglianze e
le dipendenze strutturali (tra il Nord globale e il Sud globale,
tra ricchi e poveri, colonizzatori e nativi, bianchi e di colore)
sono state geograficamente desegregate e ne sono state messe
in discussione le pretese di naturalità e legittimità, senza pe­
capitolo quarto Desiderio di muri 129

rò che venissero annullate. In altri termini, nel momento in


cui i discorsi di tipo razzista che giustificano il colonialismo, la
naturalizzazione delle gerarchie e le ingiustizie globali hanno
perduto una facile egemonia, i movimenti globali di persone
e di capitali hanno sgretolato i mondi separati in cui vivono le
popolazioni prodotte da queste stratificazioni. Oggi, i ricchi e
i poveri, i colonizzatori e i nativi, il Primo e il Terzo Mondo si
trovano ad essere sempre più prossimi, in senso virtuale e reale.
Il risultato è un mondo di estrema e profonda disuguaglian­
za, senza più discorsi forti di legittimazione - per non parlare
dell’indifferenza estrema del neoliberismo.
A chi si vuole pensare equanime e corretto, o almeno inno­
cente, le fortificazioni offrono diversi tipi di discorso, che per­
mettono vie d ’uscita dal disagio che tale situazione comporta.
Poiché rappresenta discorsivamente come invasore illegale ciò
che blocca, il muro funziona letteralmente da schermo, elude il
confronto con la disuguaglianza globale o con la dominazione
colonialista locale. Rende più facile, cioè, negare che il privi­
legiato dipende dallo sfruttato e che è l’azione del dominante
a produrre la resistenza dell’oppresso. Due attivisti israeliani
che contestano il Muro sviluppano questa argomentazione
sostenendo che il suo «aspetto sinistro» è essenziale e non in­
cidentale, perché funziona come uno spettacolo di abiezione
proiettata sull’altro:

Il M uro permette a Israele di non considerarsi aggressivo, violento,


crudele, possessivo, violatore dei diritti umani, perché proietta questi
tratti sui palestinesi oltre il muro. Il M uro non viene percepito [dai
sionisti] come un atto aggressivo; viene percepito come un atto pro­
tettivo, di autodifesa [...]. Per attuare un rovesciamento simile occor­
re un com plesso meccanismo psicologico [...]. TI M uro raggiunge lo
scopo, proteggere Israele dal considerare la sua propria aggressione,
e quindi preservare l’assunto fondamentale di Israele quale vittima
«b u o n a» e «giu sta»30.
130 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

Poiché fanno passare per invasore ciò che sta fuori, e oltretut­
to impediscono letteralmente di vedere le situazioni, spesso di
grande povertà, che vengono bloccate fuori, i muri della tarda
modernità provvedono a un’inversione dei ruoli, la trasforma­
zione della subordinazione e dello sfruttamento in una minac­
cia pericolosa, che non è prodotta dal dominatore né dalle sue
esigenze. E mentre spacciano la dipendenza per autonomia,
le fortificazioni occultano la percezione reale delle reti di re­
lazioni sociali con una autarchia illusoria. Nel momento in cui
i cambiamenti demografici ed economici globali mettono in
questione l’ontologia delle identità politiche ed economiche,
le fortificazioni resuscitano visivamente e psichicamente gli at­
tributi ontologici di una virtù (vittimizzata) del dominatore e
di una (operosa) ostilità, violenza, disonestà o avidità del do­
minato.

LA P SIC A N A LISI DELLA DIFESA

Allo scopo di fornire una sorta di orizzonte analitico utile a


queste riflessioni sul desiderio di fortificazioni, passerò ora a
considerare due aspetti della teoria psicoanalitica. Il primo è la
teoria della difesa, presentata da Sigmund Freud nei suoi primi
lavori e poi sviluppata da Anna Freud nell’io e i meccanismi
di difesa. Il secondo è la ricerca sull’origine e sulla persistenza
della religione, proposta da Freud nell’Avvenire di un’illusione.

La prima teoria della difesa di Sigmund Freud. A prima vista,


la teoria della difesa che Freud ha sviluppato in due scritti, Le
neuropsicosi da difesa e Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da
difesa, può apparire non immediatamente correlata al desiderio
di fortificazioni. Questo perché Freud si interessa soprattutto
delle difese nei confronti di desideri sessuali slegati, e le con­
capitolo quarto Desiderio di muri 131

cepisce come modi per evitare di confrontarsi consciamente


o di riorientare tali desideri, più che come semplici barriere
o fortezze psichiche. Tuttavia, se non interpretiamo alla let­
tera i ragionamenti di Freud, se li svincoliamo da un interesse
esclusivo per la sessualità e li consideriamo da vicino, possiamo
scoprire qualcosa di molto utile.
Nei due lavori citati Freud sostiene che le difese vengono al­
zate in risposta all’angoscia per qualcosa di penoso. (Definisce
questa sofferenza una sorta di «rappresentazione», anche se in
realtà costituisce la versione ideativa, o la compressione, di un
desiderio o di un’esperienza.) Freud presuppone una relazione
dialettica tra difesa e repressione: da un lato la difesa comporta
la repressione dell’elemento penoso, mentre dall’altro la stessa
repressione è una forma di difesa. Questo fatto è importante
perché la difesa non si attiva solamente nei confronti dell’idea,
ma anche della sua energia - la difesa è lo strumento attra­
verso il quale vengono repressi la fonte, il contenuto e l’ener­
gia dell’angoscia. In altre parole, l’io si difende non solo dal
contenuto, ma anche dall’energia o affetto del contenuto non
desiderato. Ecco, quindi, come la repressione è sia un atto sia
un effetto psichico31.
Proviamo a ripercorrere l’argomentazione: P«isteria da difesa»,
dice Freud, è unica. Differisce da ciò che egli definisce isteria
«ipnoide» e isteria «da ritenzione» perché implica il tentativo
di negare o respingere un’esperienza/rappresentazione/deside-
rio penoso che produce una contraddizione o un trauma per
Pio32. L ’obiettivo che si pone l’io è di rendere «non arrivée»
la rappresentazione incompatibile - di non farla pervenire af­
fatto. A tale scopo, ridimensiona l’idea forte e la fa diventare
debole, e ciò avviene attraverso una «conversione» dell’idea in
una sorta di ossessione «che, come un parassita, alberga nella
coscienza». Ma se una nuova impressione simile a quella origi­
nale «riesce ad abbattere la barriera innalzata dalla volontà»,
132 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

l’idea indebolita riceve un nuovo affetto e quindi serve un’altra


conversione, che in definitiva funziona come difesa. Tuttavia,
anche quando ha successo, questa soluzione è labile e dà luogo
a episodi isterici. E se la conversione non è possibile, l’idea
viene elusa solo separandola dal suo affetto* da cui risulteran­
no ossessioni o fobie slegate dalla realtà. L ’ossessione o fobia,
dice Freud, è un sostituto o surrogato della rappresentazione
incompatibile e prende il suo posto nella coscienza33.
Così, Freud identifica due possibilità di risposta dellTo a un
desiderio inaccettabile: o la conversione completa in un’altra
rappresentazione (la difesa), che produce periodicamente at­
tacchi isterici ma sopprime l’angoscia originaria, o la conver­
sione dell’energia del desiderio inaccettabile in un’ossessione o
fobia. Ambedue le possibilità, insiste Freud, sono modalità di
protezione dellTo nei confronti di rappresentazioni in contra­
sto con la nozione che ha di se stesso.
Le idee inaccettabili che fanno nascere il desiderio di erige­
re muri e generano isteria per la permeabilità delle frontiere,
per i migranti o anche per il terrorismo possono non limitar­
si a desideri immediati che nascono all’interno dell’entità che
costruisce muri. Possono attenere, invece, a uno o più degli
aspetti difficili da accettare, e perfino terrorizzanti, che caratte­
rizzano l’esistenza contemporanea: la limitata capacità di con­
tenimento (economico, culturale e anche giuridico) esercitata
oggi dallo Stato-nazione; l’indebolirsi delle capacità protetti­
ve della sovranità; il declino del potere e della supremazia del
mondo euro-atlantico e la conseguente perdita di status della
classe operaia e della classe media; lo sgretolarsi di un’identità
nazionale basata su lingua e cultura condivise; la dipendenza
della prosperità euro-atlantica dalla produzione di un «fuori»"
impoverito; e soprattutto, forse, il fatto che l’area euro-atlan-
tica è pervasa da illegalità, droga, violenza, noia, depressione,
e viene privata della sicurezza derivante dalla propria potenza
capitolo quarto Desiderio di muri 133

economica, della stabilità sociale, del potere politico js della


supremazia culturale. L ’ossessione isterica è l’Estraneo, una
singola creatura immaginaria fatta di migranti, trafficanti di
droga e terroristi, una figura che personifica la contaminazio­
ne di frontiere violate e l’evirazione di una soggettività nazio-
naje e individuale permeabile. La fobia è xenofobia. Così, i
muri concepiti per bloccarlo, producono discorsivamente il
pericolo. Allo stesso tempo, i muri facilitano il crearsi di una
difesa psichica che si oppone al riconoscimento di una serie di
fallimenti interni o sistemici, che vengono ricollocati all’ester­
no, e di una serie di fatti inaccettabili quali la dipendenza, la
vulnerabilità senza protezione, o anche la responsabilità della
violenza coloniale nel quadro del declino del potere sovrano.
Le fortificazioni fanno in modo che il riconoscimento di que­
sti fallimenti e di questi fattijisulti «non arrivée», non perve­
nuto, proprio come si vuole che i migranti e i terroristi siano
letteralmente dei non pervenuti. La stessa costruzione di muri
diventa ossessiva, così come è ossessiva la caccia agli illegali da
parte dei Minutemen. La convergenza tra la vulnerabilità senza
protezione - conseguenza del declino della sovranità ad opera
dei mercati globali —e il terrorismo globale si traduce in una
reazione dell’io nazionale che cerca difese concrete, materiali,
per puntellare quelle psichiche, o che nel processo di creazione
di difese psichiche alimenta la costruzione di difese materiali.

L ’elaborazione di Anna Freud della teoria della difesa. Nell’fo


e i meccanismi di difesa la figlia di Freud, Anna, ha cercato di
ordinare la teoria della difesa elaborata dal padre e di darle una
veste scientifica. Spesso si pensa che nell’ultimo periodo della
sua vita Freud abbia sostituito alla nozione di difesa quella di
rimozione, mentre Anna Freud sostiene che in realtà la rimo­
zione «viene ridotta nel suo significato a “un c'aso particolare”
di difesa» che protegge l’io dalle pretese pulsionali, mentre
134 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

la difesa ha una sfera d’azione significativamente più ampia34.


In realtà, sostiene Anna Freud, vi sono dieci distinti mecca­
nismi di difesa: rimozione, regressione, formazione reattiva,
isolamento, rendere non avvenuto, proiezione, introiezione,
volgersi contro la propria persona, inversione nel contrario e
sublimazione (o spostamento della meta pulsionale)35. Posso­
no operare separatamente o in gruppi; i differenti meccanismi
possono essere innescati da differenti tipi di angosce e elementi
della personalità.
Le ipotesi più importanti di Anna Freud ai nostri fini sono:
primo, come forma di difesa, la rimozione è valida soprattutto
per combattere i desideri sessuali, mentre per altre forze pul-
sionali, specialmente gli impulsi aggressivi, funzionano meglio
altri meccanismi36. Secondo, l’elemento che innesca il processo
difensivo è sempre l’angoscia, che può essere una risposta del
Super-io ai desideri dell’Es, una risposta ad aspetti del mondo
che oggettivamente spaventano o perturbano, oppure una ri­
sposta dell’io alla potenza pulsionale37. Terzo, le difese sono
sempre costruite contro la pulsione o l’affetto d’angoscia; non
sono mai rivolte a delle idee38. Infine, le difese vengono attivate
per salvaguardare l’io e proteggerlo da affetti penosi - ancora,
affetti che possono derivare dall’interno o dal mondo esterno39.
Con il primo e il secondo punto, Anna Freud allarga il campo
di azione della difesa estendendolo oltre l’angoscia sessuale.
Sottolinea l’importanza della costruzione di difese contro an­
gosce la cui origine va da una aggressione psichica interna in­
tollerabile a un aspetto terrorizzante del mondo esterno. Con il
terzo punto sostiene che le difese rispondono all’affetto, e non
solo alle idee, reindirizzandolo. Di conseguenza, la difesa può
trasformare l’intera personalità, ed è questa trasformazione che
ci permette di parlare di difesa del carattere in una determina­
ta persona. Con il quarto punto, Anna Freud mette in luce i
due obiettivi primari della difesa: stabilizzare l’io e metterlo al
capitolo quarto D esiderio di muri 135

sicuro da fonti penose interne ed esterne. Inoltre, tutti questi


punti ci ricordano che le difese possono alzarsi episodicamente
e in risposta a pulsioni o esperienze contingenti, ma che hanno
comunque un ruolo molto significativo in quanto sono aspetti
durevoli della formazione del soggetto e come tali producono
sul soggetto stesso una serie di effetti supplementari.
Prima di inserire questi elementi di difesa psicoanalitica nel
discorso del desiderio di fortificazioni, voglio sottolineare un
aspetto retorico di questa teoria elaborata da padre e figlia, in
particolare il ricorso frequente a metafore spaziali e in parti­
colare militari. Abbiamo già segnalato di sfuggita questa par­
ticolarità nei primi lavori di Sigmund Freud, dove si parla di
barriere, di separazioni e di interdire l’arrivo di qualcosa che
vuole prevenire. Ora consideriamo come Anna Freud imposta
il problema delle difese:

Per raggiungere il soddisfacim ento, i moti delTEs devono attraversa­


re il territorio dell’io, dove si trovano in un’atmosfera a loro estranea.
[...] I moti pulsionali [delTEs], con la tenacità e l ’energia loro proprie,
continuano a perseguire le loro mete ed effettuano incursioni ostili
nell’io, nella speranza di coglierlo di sorpresa e sopraffarlo. D ’altro
canto, l’io divenuto diffidente si porta al contrattacco invadendo il
territorio dell’Es: suo scopo è di mettere fuori combattimento in m o­
do definitivo le pulsioni, con appropriate misure difensive tese a p ro­
teggere i propri confini. [...] Quello che ci è dato di vedere non è più
un impulso dell’Es indeformato, bensì un impulso dell’E s modificato
da una misura difensiva da parte dell’io 40.

Anna Freud presenta la relazione Es-Io come una continua


lotta per il dominio del territorio e dei confini, con incursioni,
attacchi, contrattacchi, difese e fortificazioni delle frontiere.
Questo teatro di scontro è costruito quale strumento attraverso
il quale l’io e l’altro, l’identità e l’estraneo, vengono effettiva­
mente posti in essere e negoziati. In sostanza, il suo discorso
136 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

sulla psiche richiama alla mente l’insistenza di Cari Schmitt nel


Nomos della terra sul fatto che al principio (di tutto il diritto e
quindi della società civile) vi fu l’appropriazione di un pezzo
di terra41. Anna Freud formula anche l’inevitabilità di brecce
nelle frontiere - le pulsioni dell’Es, scrive, devono attraversare
il territorio dellTo -, il che si traduce nella necessità di alzare
difese trasformando ciò che trasgredisce e ciò che è trasgredi­
to. Descrive uno scenario di ostilità permanente, di attacchi e
contrattacchi per il controllo del territorio, di misure difensive
poste in atto contro minacce all’identità e attraverso le quali
l’identità viene costruita e rafforzata. Tutta questa lotta territo­
riale si svolge all’intemo del soggetto - è una battaglia intrap­
sichica per l’identità del soggetto.
Che cosa diventa l’io in conseguenza di queste battaglie? L ’at­
tività difensiva dell’io, sostiene Anna Freud, produce «atteg­
giamenti del corpo quali la fissità e la rigidità, particolarità del­
la persona quali un sorriso stereotipato, un contegno ironico,
arrogante e sprezzante»42. Paradossalmente, la difesa produce
fragilità e precarietà che, riprendendo Wilhelm Reich, Anna
Freud definisce la «corazza caratteriale», la quale, ancora una
volta, più che semplicemente applicarsi all’io lo trasforma. Qui
è possibile ravvisare l’ombra di Hegel, nel senso che le difese
finiscono per ridurre la resilienza, l’efficienza e la flessibilità -
le forze - dell’entità che intendono proteggere. (Si consideri
questo effetto paradossale sullo Stato di Israele oggi.) Inoltre,
l’io così costruito bloccherà inevitabilmente non solo pulsioni
o esperienze ma la stessa analisi, dove analisi non vuol dire
soltanto il lavoro psicoanalitico in senso stretto, ma ogni forma
di autoriflessione. L ’Io finisce per essere definito, e non sem­
plicemente protetto, da queste difese. Di conseguenza resiste
accanitamente a qualsiasi decostruzione critica43.
Ora, vediamo quale contributo i lavori dei due Freud sulla di­
fesa possono fornire alla teorizzazione del desiderio di muri
capitolo quarto D esiderio di muri 137

nella tarda modernità. Se le difese psichiche sono sempre ten­


tativi di mettere al riparo il soggetto dal disagio che gli deriva
da cause esterne o da energie interne che non può accettare,
possiamo benissimo pensare che i nuovi muri di Stato funzio­
nino precisamente nella stessa maniera. Le difese, ragionano i
Freud, riparano Pio da qualunque incontro che disturbi le sue
pretese. Ciò implica anche bloccare gli incontri con l’aggres­
sione o con l’ostilità dell’Es, un blocco che permette all’io di
scindersi dall’Es per costruirsi un’identità di virtù e di bontà.
Tradotta nel desiderio di fortificazioni, attraverso i muri l’iden­
tità nazionale riacquista non soltanto la potenza ma anche la
virtù. Viene purificata dall’identificazione e dalla commistione
con ciò che rimane murato fuori, che siano le estreme disu­
guaglianze della globalizzazione, o la domanda del capitale di
manodopera illegale a basso costo, o la rabbia anticolonialista.
Così, i muri contribuiscono a difendere l’identità, la virtù e la
forza della nazione contro i molteplici elementi che le mettono
in discussione.
Lo spettacolo del muro rovescia e disloca retoricamente una
serie di fattori che disturbano l’identità nazionale, dai predicati
che negano la sua esistenza alla «forza delle sue pulsioni», cioè
le sue aggressioni contro ciò che sta murando fuori44. Quali
tentativi dellTo di ripudiare parti del proprio Es, i muri aiuta­
no a proteggere (e quindi a costruire) un Io/identità nazionale
- fortificandone le frontiere e rimuovendone i predicati. Nel
caso degli Stati Uniti, questi ultimi comprendono vari effetti
della globalizzazione neoliberista, che tutti insieme degrada­
no le frontiere e l’omogeneità etnico-culturale della nazione e,
inoltre, ne feriscono la presunzione di uguaglianza, universalità
ed equità. Ora, poiché mobilitano le difese che Anna Freud
definisce «inversione nel contrario» e «sublimazione», i mu­
ri anti-immigrazione costruiscono l’immigrazione stessa come
un’invasione e non come l’esito della globalizzazione, proprio
138 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

perché ripropongono in termini spaziali un senso ormai obso­


leto di nazione e di appartenenza45.
Il Muro di Israele fa qualcosa di similç, anche se qui è il nativo
coloniale, piuttosto che Yoperaio sottopagato, a figurare come
persecutore o invasore. Poiché il Muro scaturisce da un di­
scorso per cui Israele è un paese singolarmente civile in un am­
biente barbaro - Ehud Barak ha definito Israele una villa nella
giungla46- e alimenta tale discorso, facilita anche l’inversione
dei ruoli: la fonte dell’aggressione che genera l’inimicizia è l’al­
tro e va respinto. E poiché determina, per tutti, un sistema di
vita sempre più militarizzato e controllato (il palestinese-israe­
liano Azmi Bishara, membro della Polizia militare, definisce
Israele «lo Stato dei posti di controllo» e la Palestina «la terra
dei posti di controllo»), il Muro di per sé rende permanente la
condizione difensiva, assediata e protetta di Israele e la trasfor­
ma in identità all’interno e in carattere all’esterno47.
Se li si considera una forma di difesa psichica della nazione, i
muri possono essere visti come una negazione ideologica di un
insieme di appetiti, esigenze e poteri non gestibili. Facilitano,
cioè, una serie di metalessi in cui lo spettro dell’invasione ri-'
muove esigenze o aspettative interne, e lo spettro di un’ostilità
violenta rimuove la necessità di affrontare i problemi del tra­
sferimento dei coloni e dell’occupazione dei territori. Inoltre,
con la loro ostentazione di un potere sovrano e di una nazione
ben definita, allontanano le angosce dovute alla disgregazione
dell’identità nazionale e al declino della sovranità statuale48.
Iji effetti, mettono in scena una super-identità nazionale in ri­
sposta all’angoscia per il dileguarsi della sovranità dello Stato-
nazione e per la diluizione dell’omogeneità delle culture nazio­
nali causata dalla globalizzazione. Come scrive Guy Debord, lo
spettacolo è una «Weltanschauung divenuta effettiva, tradotta
materialmente. E una visione del mondo che si è oggettivata»49.
Nella sua teoria sulla difesa, naturalmente, Freud omette un
capitolo quarto Desiderio di muri 139

aspetto importante, le caratteristiche di genere delle angosce


che queste difese cercano di gestire. La costruzione di un muro,
intesa come difesa nei confronti di angosce che nascono dal bi­
sogno, dalla vulnerabilità e dalla penetrabilità, e il desiderio di
una sovranità capace di contenere e proteggere tale vulnerabili­
tà hanno connotazioni di genere di rilievo. La vulnerabilità e la
penetrabilità sono quasi universalmente codificate come fem­
minili e la supremazia e la sovrana capacità di contenimento e
di protezione come maschili. Il desiderio di costruire muri può
derivare, in parte, dal desiderio del soggetto di essere sollevato
da una condizione di femminilizzazione del soggetto nazionale
e di evirazione del potere statuale, come anche dall’aspirazio­
ne a identificarsi con il potere politico sovrano, identificazione
facilitata - come abbiamo visto nel secondo capitolo - dal cir­
cuito che nel liberalismo si attiva tra soggetto sovrano e Stato
sovrano. Più in generale, in un, contesto tardomoderno le forti­
ficazioni appaiono come una difesa contro il fallimento di una
sovranità incapace di proteggere una nazione (sempre indicata
da un pronome femminile) penetrabile (penetrata), fallimento
e penetrazione che oltretutto minacciano di mettere a nudo
le dipendenze e la condizione di bisogno della nazione stessa.
Quindi, l’accoppiamento eterosessuale della nazione femmi-
nilizzata e dello Stato sovrano mascolinizzato non è affatto ir­
rilevante. In mancanza della protezione di uno Stato sovrano,
La nazione è vulnerabile, violabile e senza speranza. Il muro
restaura Ximago del sovrano e delle sue capacità protettive.

ILLUSIONI DI UN FUTURO

In conclusione, passiamo dalla teoria della difesa alle riflessioni


freudiane sul bisogno umano di religione. Questo aspetto del
pensiero di Freud aiuta ad apprezzare la dimensione teologica
140 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

della sovranità che Schmitt ha esposto in maniera esemplare.


Insistendo sull’idea che tutti i concetti politici discendono dal­
la teologia, Schmitt sostiene che la sovranità politica imita il
potere divino - supremo e infinito nel tempo. Nei capitoli II e
III ho accennato al fatto che il volto teologico della sovranità
statuale riappare fortemente nel momento in cui quest’ulti-
ma declina. Ora voglio sottolineare questo aspetto, partendo
dalle riflessioni freudiane sull’origine e sulla persistenza della
religione.
Nell 'Avvenire di un’illusione, quando sostiene che la religione
nasce da un’esperienza insostenibile della vulnerabilità e della
dipendenza umane, sia nel mondo naturale che in quello socia­
le, Freud si affianca ad altri critici tedeschi della religione (in
particolare Feuerbach, ma anche Nietzsche, Marx e Weber).
Freud ha dato un contributo particolare a questa critica, attri­
buendo alla vulnerabilità la forma psichica della «impotenza
infantile». L ’ideazione religiosa, dice Freud, non è semplice-
mente una reazione all’onnipresente vulnerabilità umana, ma
al fatto che questa condizione rispecchia in maniera particolare
l’esperienza infantile. La terribile vulnerabilità dell’uomo nei
confronti del fato, della sofferenza e delle forze della natura
riecheggia psichicamente l’assoluta incapacità del bambino
di badare a se stesso e la sua totale dipendenza da altri, che
possono fargli del male o terrorizzarlo ma anche proteggerlo.
Secondo Freud, la formazione della religione riassume questa
esperienza, nel senso che Dio sarà proiettato sull’immagine di
genitori onnipotenti50. Così, l’artificio umano della religione
produce un Dio che allo stesso tempo spaventa e ama: Dio
replica il carattere particolare e ambivalente dei genitori, fonte
di paura assoluta e di protezione assoluta. La religione ricono­
sce la nostra impotenza, dice Freud, anche se è una strategia
per superare l’umiliazione per tale impotenza con una figura
antropomorfa di protezione.
capitolo quarto Desiderio di muri 141

Sulla base di questa concezione dell’origine e della funzio­


ne psichica della religione, Freud crede di poter spiegare un
arcano che è fondamentale in un’era scientifica, cioè perché
la religione continui a esistere anche dopo che la ragione e la
scienza dovrebbero averla screditata e tolta di mezzo. C ’è una
ragione molto precisa per cui la religione non viene meno così
facilmente. Secondo Freud, la religione non è semplicemente
un errore ma un’illusione - e la differenza importante è che gli
errori sono sbagli, mentre un’illusione è alimentata da un desi­
derio51. L ’esigenza di protezione sovrana che genera e mantie­
ne viva la religione è tanto potente, ed emerge con tanta forza
da un’esperienza psichica infantile, da non poter essere colma­
ta da nessun’altra forza o tacitata dalla scienza o dalla ragione.
Quindi, la religione non muore quando viene confutata52.
Ma che relazione ha il ragionamento di Freud con il fenomeno
delle fortificazioni nel mondo di oggi? Nella misura in cui la vi­
sta del muro soddisfa il desiderio di un potere sovrano integro
e della sua protezione e costruisce un imago di questo potere
e protezione e suscita timore reverenziale, l’esigenza di alzare
muri assume una valenza religiosa. E un desiderio che richia­
ma alla mente la dimensione teologica della sovranità politica.
Così, anche l’idea di sigillarsi da un «fuori» pericoloso appare
animata da un forte impulso a scindersi dalla vulnerabilità e
dall’impotenza prodotte da una miriade di forze e di flussi glo­
bali che oggi circolano nelle nazioni. Quindi, la fantasia che lo
Stato può operare questa scissione, e che lo farà, rimanda a una
versione fortemente religiosa della sovranità statuale. Il deside­
rio di murare la nazione porta con sé questa esigenza teologica,
e i muri possono soddisfarla visivamente.
I templi antichi offrivano dimora alle divinità in un ambiente
privo di orizzonte, opprimente. I muri degli Stati-nazione sono
templi moderni in cui dimora lo spettro della sovranità politi­
ca. I muri sono funzionali a distogliere Pattenzióne dalla crisi^
142 STATI MURATI, SOVRANITÀ IN DECLINO

dell’identità culturale nazionale, dal dominio coloniale in un’e­


ra postcoloniale e dal disagio del privilegio ottenuto attraverso
iT super-sfruttamento in un’economia politica globale sempre
più interconnessa e interdipendente. Forniscono magicamente
protezione contro forze incomprensibilmente enormi, corrosi­
ve e umanamente incontrollabili, contro la presa di coscienza
degli effetti dello sfruttamento e delle aggressioni commessi
dalla nazione, e contro il diluirsi della nazione provocato dalla
globalizzazione. Sono aspetti teologici e psicologici degli ap­
pelli alla fortificazione che aiutano a spiegare perché la scarsa
efficacia e i costi enormi dei muri siano irrilevanti rispetto al de­
siderio di costruirli. I muri producono non l’avvenire di un’il­
lusione, ma l’illusione di un avvenire coerente con un passato
idealizzato. Qui, le ultime parole spettano a Sigmund Freud:
«Diciamo dunque che una credenza è un’illusione qualora nel­
la sua motivazione prevalga l’appagamento di desiderio, e pre­
scindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà, proprio come
l’illusione stessa rinuncia alla propria convalida. [...] Una volta
riconosciute le dottrine religiose come illusioni, c’è subito da
porsi un’altra domanda, [...] se i presupposti che regolano i
nostri ordinamenti statali non debbano parimenti esser chia­
mati illusioni»53.
NOTE
RINGRAZIAMENTI
INDICE ANALITICO
NOTE

I flussi attraverso varchi separati da nuove


SOVRANITÀ IN DECLINO, barriere va dalle procedure aeroportuali
DEMOCRAZIA MURATA di sicurezza accelerate per i passeggeri
1 La Elbit, la maggiore impresa non gover­ di prima classe e della business class alle
nativa israeliana di costruzioni per la difesa, procedure differenziate di ingresso al­
che sta realizzando il Muro di Israele, nel la frontiera per i viaggiatori diretti negli
2006 si è aggiudicata un contratto di colla­ Stati Uniti e provenienti dal Canada e dal
borazione con la Boeing per la costruzione Messico, e per quelli che provengono dai
del muro alla frontiera Stati Uniti-Messico: territori palestinesi e vogliono entrare in
«Jerusalem P ost», 22 settembre 2006, di­ Israele. Cfr. Matthew Sparke, A Neoli­
sponibile su http://www.jpost.com/eser beral Nexus: Economy, Security, and thè
vlet/Satellite?pagename=JPost%2FShowF Biopolitics of Citizenship of thè Border, in
u ll& cid=l 157913 683759 (ultimo accesso «Politicai G eography», gennaio 2006, pp.
6 ottobre 2009). Inoltre, sono attivi col- 1 sgg., per una approfondita discussione
legamenti transnazionali tra movimenti di sul programm a di attraversamento facili­
resistenza, specialmente per l’esecuzione tato delle frontiere denominato «N exu s»,
di murales nei due siti: poco tempo fa un e su altri cosiddetti Smart Border Programs
gruppo palestinese ha invitato alcuni arti­ «i quali m ostrano come in ogni parte dello
sti messicani, che hanno dipinto murales di spazio transnazionale sia stata estesa una
protesta sul muro Stati Uniti-Messico, a fa­ “ cittadinanza civile della business class",
re altrettanto sul muro israeliano. proprio quando la liberalizzazione econo­
2 Rama Lakshm i, India’s Border Fence mica e la tutela della sicurezza nazionale
Extended to Kashmir: Country Aims to hanno limitato la cittadinanza per altri».
Stop Pakistani Infiltration, «W ashington 5 D a un lato, il declino della sovranità del­
P ost», 30 luglio 2003; Border Jumpers: thè lo Stato-nazione all’epoca della globaliz­
World’s Most Complex Borders: Pakistan/ zazione e, dall’altro, quello della sovranità
India, «P B S: W ide-anglc», disponibile dell’individuo nell’ambito di forze sociali
su http://w w w .pbs.org/w net/w ideangle/ che non sono mai state così compatte e
cpisodes/border-jumpers/the-worlds-most- che costruiscono, regolano e b re alizza­
com plex-borders/pakistanindia/2340 (ul­ no il soggetto, segnano lo svanire della
timo accesso 6 ottobre 2009). sovranità identificata rispettivamente con
3 Alissa J. Rubin, Outcry over Wall Shows la pace di Vestfalia (l’affermazione di un
Depth oflraqiKesentment, News Analysis, ordine basato su Stati-nazione sovrani),
«N ew Y ork Tim es», 23 aprile 2007. con la Rivoluzione francese (l’inaugu­
4 Q uesto modello di stratificazione dei razione della sovranità popolare) e con
146 Note

Kant (l’affermazione della sovranità del Against thè Wall: Israels Barrier to Peace,
soggetto morale). In realtà, il motivo per New Press, New York 2005, p. 88.
cui la questione della sovranità è rimasta 9 Foucault scrive: «L e relazioni di potere
in secondo piano nella teoria politica dal sono contemporaneamente intenzionali e
tardo diciottesimo secolo fino a tempi non soggettive. Se, infatti, sono intellegi-
molto recenti, quando una straordinaria bili, non è perché sarebbero l’effetto, in
schiera di pensatori l’ha ripresa in consi­ termini di casualità, di un’altra istanza che
derazione, ha a che fare con questa disso­ le “spiegherebbe” , ma piuttosto è perché
luzione. Com e direbbe Hegel, la sovranità sono attraversate, da parte a parte, da un
divenLa una preoccupazione teorica quan­ calcolo: non c’è potere che si eserciti sen­
do la sua forma precipuam ente moderna za una serie di intenti e di obiettivi. Ma
sta morendo. questo non vuol dire che esso risulti dal­
6 Nel cap. 8 del prim o libro sullo Stato, la scelta o dalla decisione di un soggetto
Jean Bodin definisce la sovranità «il pote­ individuale; non mettiamoci a cercare ora
re assoluto e perpetuo che è proprio dello 10 stato maggiore che presiede alla sua
Stato [...] ossia suprem o com ando», for­ razionalità [...] qui la logica è ancora per­
mulazione che Schmitt condivide e rende fettamente chiara, gli intenti decifrabili,
ancora più incisiva. Ma nel cap. 10 il di­ eppure può darsi che non ci sia nessuno
scorso di Bodin si sposta sui «segni della che li abbia concepiti, e ben pochi che li
sovranità», a sottolineare l’importanza di abbiano formulati»: Michel Foucault, La
leggerla attraverso i suoi attributi e le sue volontà di sapere. Storia della sessualità. I ,
azioni piuttosto che attraverso qualità es­ trad. it. Feltrinelli, Milano 1984, p. 84 [ed.
senziali astratte. Tra questi segni: imparti­ or. 1976],
re ordini ma non riceverli; fare, cancellare 10 Affermazioni di questo tipo sono par­
te importante d d l’arte e del valore della
e interpretare le leggi; amministrare la
teoria e non c’è motivo di scusarsi per il
giustizia; pronunciare o modificare sen­
fatto di avanzarle qui. In altri scritti ho
tenze; perdonare; coniare moneta; tassa­
sostenuto che la teoria ritrae un mondo
re; reclutare eserciti; stringere accordi con
che non esiste veramente, che non è af­
altri sovrani, o fare loro la guerra. Cfr. Jean
fatto quello in cui viviamo: cfr. il mio At
Bodin, I sei libri dello Stato, trad. it. Utet,
thè Edge: The Future of Politicai Theory, in
Torino 1988, cap. 8, pp. 345 sgg., cap. 10,
Edgework. Criticai Essays on Knoioledge
pp. 477 sgg. [ed. or. francese 1576, ed.
and Volitics, Princeton University Press,
latina 1586],
Princeton 2005, p. 80. Un intervallo tra il
7 Alcuni pensatori hanno sostenuto che
reale e il teorico è cruciale nella misura in
la promozione a livello internazionale dei cui la teoria non decifra semplicemente il
diritti umani può e dovrebbe rinforzare mondo, ma lo decodifica per rivelare qual­
la sovranità dello Stato-nazione anziché cosa dei disegni e delle incocrenze in cui
indebolirla, affermando che «i regimi viviamo. Q uesto non significa che la teo­
nazionali di diritti costituiscono il più im­ ria politica e sociale descrivono la realtà
portante mezzo di protezione dei diritti in maniera astratta. N el migliore dei casi,
umani individuali»: Michael Ignatieff, rivelano connessioni e significati che fan­
Una ragionevole apologia dei diritti uma­ no luce sulla realtà, pur con grammatiche
ni, trad. it. Feltrinelli, Milano 2003, p. 28 e formulazioni che non si riferiscono alla
[ed. or. 2001], realtà.
8 Secondo la definizione di M ike D a­ 11 Q uest’ultima soluzione è stata suggeri­
vis, la tripla barriera di acciaio del tratto ta da Eyal Weizman in The Wall and thè
San Diego-San Isidro sulla frontiera tra Eye, intervista con Sina N ajafi e Jeffrey
Stati Uniti e M essico è «u n ’affermazione Kastner, in «C abinet M agazine», 9, inver­
iperbolica della sovranità dello Stato- no 2002, p. 31.
nazione»: Mike Davis, The Great Wall 12 Piuttosto che un razzismo istituziona­
of Capital, in Michael Sorkin (a cura di), lizzato, sono le pratiche di separazione
Note 147

dem ografica nel contesto dell’occupa­ http://www .guardian.co.uk/world/2008/


zione coloniale a rendere attuale l’analo­ apr/01/usa.m exico (ultimo accesso per
gia con l’apartheid del Sudafrica. Come entrambi, 13 ottobre 2009),
scrive Neve G ordon, «p er molti anni 16 Eyal Weizman, Architettura dell’occu­
[...] l’occupazione ha operato secondo pazione. Spazio politico e controllo territo­
il principio della colonizzazione, con cui riale in Palestina e Israele, trad. it. Bruno
intendo il tentativo di amministrare la vita Mondadori, Milano 2009, p. 181 [ed. or.
delle persone e di normalizzare la coloniz­ 2007].
zazione, sfruttando nel contem po le risor­ 17 Ivi, p. 174 sgg. Vi sono dei tratti mo­
se del territorio (in questo caso la terra, bili anche nella barriera sul confine Stati
l’acqua e la m anodopera). Con il passare Uniti-Messico. Queste sezioni della re­
del tem po questo principio è stato eroso cinzione poggiano su dune di sabbia e
da una serie di contraddizioni struttura­ «galleggiano» seguendone il movimento.
li, che a metà degli anni Novanta hanno Quando la sabbia vi si ammucchia contro
aperto la strada a un altro principio guida, e le ricopre possono essere ricuperate, ri­
quello della separazione. Per separazione pulite e riposizionate da veicoli fuoristra­
intendo l’abbandono dei tentativi di am­ da equipaggiati con macchinari appositi:
ministrare la vita delle popolazioni colo­ cfr. Floating Fence Helps Border Patrol,
nizzate [...], continuando però a sfruttare disponibile su http://www.kyma.com/slp.
ininterrottamente le risorse non umane (la php?idN=1916& cat=Local% 20News. Per
terra e l’acqua). L a mancanza di interesse notizie e commenti sulla «recinzione gal­
o l’indifferenza per la vita delle popola­ leggiante» cfr. http://subtopia.blogspot.
zioni colonizzate, che è caratteristica del com /2009/03/floating-fences-l-im perial-
principio di separazione, spiega la recente county.html (ultimo accesso per ambedue,
ondata di violenza letale»; Neve G ordon, 13 ottobre 2009).
Israel's Occupation, University o f Cali-' 18 Ariella Azoulay, Adi Ophir, The Mon-
fornia Press, Berkeley 2008, p. XIX. Sulle ster’s Tail, in Sorkin (a cura di), Agaist thè
differenze tra l’apartheid in Sudafrica e il Wall, cit., p. 22.
regime nei territori palestinesi occupati, 19 Ivi, p. 10.
cfr. Hilla Dayan, Principles of Old and 20 Weizman, Architettura dell’occupazio­
New Regimes of Separation: Apartheid ne, trad. it. cit., p. 183. Weizman scrive an­
and Contemporary Israel/Palestine, in Adi cora: «U n fatto che non risulta da nessuna
Ophir, Michal Givoni e Sari I lanafi (a cu­ delle m appe pubblicate dai mezzi di in­
ra di), The Power of Inclusive Exclusion: formazione o dai gruppi indipendenti per
Anatomy of Israeli Rule in thè Occupied i diritti umani è che il Muro, anche se tutte
Palestinians Territories, Zone Books, New le fotografie che lo ritraggono mostrano
York 2009. un oggetto lineare che assomiglia a una
13 Gordon, Israel’s Occupation, cit., p. 197. frontiera (e tutti gli stranieri provenienti
14 Q uesta discrasia trova corrispondenza da Stati-nazione territorialmente definiti
nelle differenti denominazioni del Muro, lo identificheranno immediatamente co­
che viene chiamato «barriera di sicurezza» me tale), è in realtà diventato una serie
o «m uro della p ace» dai suoi sostenitori, e frammentata e discontinua di barriere
«il muro della vergogna» o «il m uro dell’a­ autonome. Esse possono essere lette più
partheid» dai suoi oppositori. come una condizione di incombente se­
15 Randal C. Archibold, New Fence Will gregazione [...]. Con la rapida moltiplica­
Split a Border Park, «N ew York Tim es», zione delle barriere in profondità, l’aspet­
22 ottobre 2008, disponibile su h ttp:// to del territorio è arrivato ad assomigliare
www.nytim es.com /2008/10/22/us22bor- sempre più a paesaggi simili a quelli delle
der.html; Dan Glaister, Administration coste scandinave, dove fiordi, isole e laghi
Moves to Bypass Latus to Complete Me­ disegnano un’irresoluta separazione fra
xico Border Fence this Year, «G uardian terra e acqua» (ivi, p. 181).
Unlim ited», 1° aprile 2008, disponibile su 21 Ivi, p. 176.
148 Note

22 Stephen Farrell, A lissaJ. Rubin, AsFears ramente in questo m odo, nessun altro
Ease, Baghdad Sees Walls Tumble, «N ew dato m ostra in maniera altrettanto chiara
Y o rkT im es», 10 ottobre2008, disponibile quanto l’effetto della barriera sul tasso di
su http://m vw .nytim es.com /2008/10/10/ immigrazione totale sia irrilevante rispetto
world/middleeast/lOwaUs.html (ultimo al suo brusco calo durante la recessione
accesso 13 ottobre 2009). N ella prima cominciata nel 2008. Uno studio pubbli­
parte, l’articolo celebra la rimozione delle cato nel maggio 2009 ha rivelato: «Il nuo­
gigantesche lastre di cemento «alte il dop­ vo flusso netto di migranti provenienti
pio di un autobus a due piani [ ...] il segno dal M essico - il totale degli arrivi meno il
più visibile di un cambiamento sostanziale totale di coloro che sono tornati indielro
qui nella capitale irachena», ma più avan­ - nel periodo tra l’agosto 2007 e l’agosto
ti fa due ammissioni. L a prima, «i muri 2008 è diminuito di circa la metà». Come
non vengono rimossi in tutti i distretti di ~ dice il dem ografo Jeffrey S. Pasels, «se c e
Baghdad, o almeno nella m aggior parte disponibilità di lavoro, la gente viene. Se
dei distretti [...] Essi circondano ancora la non c’è, la gente non viene», cit. in Julia
Green Zone, la famigerata autostrada per Preston, Mexican Data Show Migration to
l’aeroporto, gli edifici governativi, i posti U.S. in Decline, «N ew York Tim es», 15
di controllo e interi quartieri»; e la secon­ maggio 2009, disponibile su http://ww w.
da, «una volta rimossi, i lastroni butterati nytimes.com/2009/05/15/us/15immig.htmJ
dai fori dei proiettili vengono sistemati in ?scp=l& sq=recession,% 20decrease,% 20
grandi aree-deposito, in attesa di essere illegal,% 20M ex ico& st=cse (ultimo ac­
utilizzati altrove». cesso 13 ottobre 2009).
23 In un recente dibattito accademico 29 Joseph Nevins, Operation Gatekeeper:
sull’immigrazione, Jean Bethke Elshtain The Rise of thè «Illegal Alien» and thè Ma-
ha sostenuto che la differenza tra i suoi king of thè U.S.-Mexico Boundary, Routled-
nonni e gli immigrati di oggi è che, mentre ge, New York 2002, cap. 6, specialmente
i primi sono venuti in America per i suoi pp. 124-130. Cfr. anche Nunez-Neto, Kim,
valori, i secondi sono interessati solo a mi­ Border Security, cit., pp. 40-41.
gliorare le loro opportunità economiche. 30 Paul Hirst, Space and Power. Politics,
Sia la distinzione che la veridicità delle War and Architecture, Polity, Cambridge
affermazioni sono piuttosto discutibili. 2005, p. 171.
Cfr. The Sheer Length of Stay Is Not By 31 Roxanne Panchasi, Future Teme: The
Itself Decisive (risposta a Joseph Carens), Culture of Anticipation in France Bettveen
«B oston Review», maggio-giugno 2009. the World Wars, Cornell University Press,
24 Non per niente Weizman ha definito Ithaca N Y 2009, pp. 88-91.
la politica del Muro «politica della verti­ 32 G reg Eghigian, Hotno Munitus, in Paul
calità»: cfr. Eyal Weizman, Introduction Betts, Katherine Pence (a cura di), Socia­
to thè Politics of Verticality, disponibile list Modern: East German Everyday Cul­
su http://www.Opendemocracy.net/con ture and Politics, University o f Michigan
flict-politicsverticality/article-801.jsp (ul­ Press, Ann Arbor 2008, pp. 43-44.
timo accesso 21 dicembre 2009). 33 Ivi, p. 10.
25 Blas Nunez-Neto, Yule Kim, Border 34 Ivi, p. 6. Per una discussione sull’idea
Security: Barriers Along thè U.S. Interna­ che si aveva di questo soggetto in O cci­
tional Border, Congressional Research dente, cfr. Wendy Brown, Regulating
Sew ice Report for Congress, aggiornato Aversion: Tolerance in the Age of Identity
al 1.3-m aggio 2008, p. 7. and Empire, Princeton University Press,
26 Davc Montgomery, Border Fence Tar­ Princeton 2007, cap. 6.
get: 300 Miles in 8 Months, «F ort Worth
Star-Telegram », 27 aprile 2008. Il
27 Nunez-Neto, Kim, Border Security, cit., SOVRANITÀ ED «EN CL0SU RE»
p. 33. 1 Jo st Trier, Zaun und Manring, in «B ei­
28 Anche se il fenomeno viene letto ra­ träge zur Geschichte der deutschen Spra-
Note 149

che und Literatur», 66 (1943) 232, citato zioni nomadi hanno sistemi per stabilire
in Carl Schmitt, Il nomos della terra nel confini spaziali provvisori, demarcazioni
diritto internazionale deilo Jus Publicum che separano ciò che è dentro e ciò che
Europaeum, ed. it. a cura di Franco Volpi, è fuori, «n o i» e «loro». Ripercorrendo la
Adelphi, Milano 1991, p. 65 [ed. or. tede­ storia umana fino a tempi molto recenti,
sca 1950, trad. americana 2006]. vediamo che è inconcepibile gettare le
2 Jean-Jacques Rousseau, Discorso sull’o­ fondamenta di un «n o i» sovrano senza
rigine e fondamento dell’ineguaglianza tra una demarcazione spaziale, e, più tardi,
gli uomini, trad. it. Editori Riuniti, Roma senza una recinzione. O ggi ci troviamo di
1975, p. 133 [ed. or. 1755]. fronte a una configurazione differente. I
3 Con la sua nozione di «politica della molti «no i» virtuali organizzati da internet
verticalità», Eyal Weizman sostiene che anticipano forse il nuovo fondamento su
attualmente in Cisgiordania «le stesse re­ cui si baseranno le future entità sovrane?
lazioni sovrane stanno cercando di giocare 10 Schmitt, Il nomos della terra, trad. it.
la carta della tridimensionalità [...] il che cit., p. 93.
ovviamente è un’assurdità che non può 11 Cfr. Dictionary.com: An Ask.com
funzionare». E continua: « I tecnici della Service, http://dictionary.reference.com /
pace - le persone che disegnano sempre brow se/beyond+the+pale (ultimo acces­
nuove m appe per arrivare a una soluzio­ so 20 ottobre 2009).
ne - arrivano ad avanzare proposte del 12 Schmitt, Il nomos della terra, trad. it.
tutto insensate per risolvere il problema cit., pp. 65 e 71.
dei confini internazionali a tre dimensioni 13 Tvi, pp. 59-60.
[...]. Secondo il piano di Clinton, la stessa 14 Paul Hirst, Space and Power. Politics,
Gerusalem m e dovrebbe avere 64 chilo­ War and Architecture, Polity, Cambridge
metri di muri e 40 tra ponti e tunnel che 2005, pp. 184-185.
collegano tra loro le enclave [...]. Q uesto 15 George W. Bush, in risposta a una
è il collasso totale dell’idea di territorio dom anda del giornalista M ark Trahant
definito da m appe»: Eyal Weizman, The alla Unity Conference dei giornalisti
Wall and thè Eye, intervista rilasciata a delle minoranze, 10 agosto 2004, dispo­
Sina Najafi e Jeffrey Kastner, in «Cabinet nibile su http://\vw w .dem ocracynow .
M agazine», 9, inverno 2002, p. 31. org/2004/8/10/bush-on-native-american-
4 John Locke, Secondo trattato, trad. it. in issues-tribal (ultimo accesso 20 ottobre
Id., Due trattati sul governo, Utet, Torino 2009).
1960, par. 3, p. 238 [ed. or. 1690]. 16 Cfr., per esempio, Jen s Bartelson, A
5 Schmitt, Il nomos della terra, trad. it. Genealogy of Sovereignty, Cambridge
cit., p. 26. University Press, C am bridge 1995, pp. 16-
6 Locke, Secondo trattato, trad. it. cit., par. 17, p. 24; e Jacques Derrida, Stati canaglia.
108, pp. 325-326. N el corso di un brillante Due saggi sulla ragione, trad. it. Raffaello
esame di abilitazione, Mi Lee ha richiama­ Cortina, Milano 2003, p. 33 [ed. or. 2003].
to la mia attenzione sull’onnipresenza, nel 17 Nel 2005 il Dipartim ento di Stato degli
testo, della metafora della enclosure: cfr. Stati Uniti ha definito «sovranità parziale»
Secondo trattato, trad. it. cit., parr. 17, 93, l’obiettivo da raggiungere in Iraq. Derri­
136, e specialmente 222 e 226. da, Stati canaglia, cit., ribadisce che la
7 Schmitt, Il nomos della terra, trad. it. cit., sovranità è sempre già parziale e disunita.
pp. 27-28. 18 A questo proposito il caso limite è quello
8 Ivi, pp. 59-60. di Rousseau, che ha trattato il tema della so­
9 Chris Fynsk contesta piuttosto vivace­ vranità del popolo e quella del potere dello
mente l’interpretazione di nomos propo­ Stato in due differenti libri del Contratto
sta da Schmitt: cfr. il suo A Nomos without sodale, e questo fatto ha confuso per secoli
Truth, in «South Atlantic Q uarterly», 104, i lettori non troppo familiari con la materia.
2, primavera 2005, pp. 313-317. Vorrei far 19 Q uesta tendenza è evidente in un certo
notare, comunque, che anche le popola­ numero di pensatori, tra i quali Giorgio
150 Note

Agamben, Stato di eccezione. Homo sacer, nel suo Homo sacer: il potere sovrano e la
Bollati Boringhieri, Torino 2003; Michael nuda vita, Einaudi, Torino 1995.
H ardt, Antonio Negri, Impero: il nuovo 22 Locke, Secondo trattato, trad. it. cit.,
ordine della globalizzazione, Rizzoli, Mila­ cap. 14, pp. 372-373, e specialmente parr.
no 2002 [ed. or. 2000]; Judith Butler, Vite 166-167.
precarie. Contro l’uso della violenza come 23 Connolly, Pluralism, cit., cap. 5.
risposta al lutto collettivo, trad. it. M el­ 24 Eyal Weizman ci esorta a pensarla in
temi, Roma 2004 [ed. or. 2004]; e Mike maniera diversa. Data l’impossibilità p o­
Davis, The Great Wall of Capital, in M i­ litica di trovare a questo punto soluzioni
chael Sorkin (a cura di), Against thè Wall: convenzionali quali «uno Stato» e «due
Israels Barrier to Peace, New Press, New Stati», Weizman scrive: «V orrem m o pro­
York 2005. William Connolly si occupa a porre l’idea di una sovrapposizione simul­
fondo del problema partendo da ciò che tanea: due Stati che non giacciono fianco
definisce «am biguità», «equivocità» e a fianco ma che si sovrappongono legal­
«oscillazione» della sovranità in generale, mente su uno stesso territorio. Ovviamen­
e «circolazione incerta» della sovranità te questo comporta una nuova definizione
caratteristica degli Stati costituzionali de­ di sovranità nazionale, nel senso che per
mocratici: William Connolly, Pluralism, la stessa zona è possibile scegliere tra più
Duke University Press, Durham 2005, p. di una cittadinanza»: Eyal Weizman, The
140. Per questi, «nell’idea di sovranità c’è Wall and thè Eye, intervista rilasciata a
un equivoco tra l’agire con autorità ulti­ Sina Najafi e Jeffrey Kastner, in «Cabinet
M agazine», 9, inverno 2002, p. 31. Il sug­
mativa e l ’agire con effetto irresistibile»,
gerimento di Weizman è così provocato-
un’«oscillazione tra un’autorità giuridica
rio che mi chiedo se in realtà vuole essere
che decide l’eccezione [...] e altre forze
una nuova definizione di sovranità - che
culturali che si inseriscono irresistibilmen­
qui avrebbe senso - o forse, invece, una
te nell’esito finale», la circolazione incerta
nuova varietà di federalismo.
di sovranità «tra siti autorevoli di pronun­
25 Cfr. Sheldon S. Wolin, Fugitive De-
ciamenti e gruppi di potere a cui non si
mocracy, in Seyla Bcnhabib (a cura di),
può resistere», e, «negli Stati costituziona­
Democracy and Différence: Contesting
li democratici, la circolazione di sovranità
thè Boundaries of thè Politicai, Princeton
tra la moltitudine, le tradizioni che vi sono
University Press, Princeton N J 2002.
infuse e autorità istituite in conformità alla
Cfr. anche Sheldon S. Wolin, Politics and
costituzione» (pp. 140-141). Ciascuna di
Vision, Princeton University Press, Prin­
queste affermazioni mira a decostruire e ceton 2004 [si tratta di un’ed. riveduta e
a smontare il tentativo concettuale della ampliata di quella pubblicata originaria­
sovranità di rappresentare un potere indi- mente nel 1960 e tradotta in italiano: Po­
pendente e supremo. Esse sono un m odo litica e visione. Continuità e innovazione
per dire che la sovranità come è stata defi­ nel pensiero politico occidentale, il Mulino,
nita da altri in realtà non esiste, ma nel mi­ Bologna 1996],
gliore dei casi è il sito condizionato di una 26 Derrida, Stati canaglia, trad. it. cit., p.
decisione condizionata. Q uesto approccio 66.
alla sovranità è parte integrante del rifiu­ 27 Schmitt definisce la sovranità un «co n ­
to più generale operato da Connolly di cetto limite», ma con questa precisazione
sistemi, di logiche e di assoluti tanto nel intende qualcos’altro: «Concetto limite
linguaggio quanto nella politica. non significa un concetto vago, bensì un
20 Immanuel Kant, Per la pace perpetua, concetto relativo alla sfera più esterna.
Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 14-15 [ed. Q uesta definizione di sovranità [sc., so­
or. 1795]. vrano è colui che decide sull’eccezione]
21 E nota la formulazione di Giorgio deve perciò essere associata con un caso
Agamben per questo primo tipo di sovra­ limite, e non con la routine»; Cari Schmitt,
nità quale stato di eccezione permanente Teologia politica [ed. or. 1922-19342], in
Note 151

Id., Le categorie del «politico». Saggi di teo­ lare, in quanto presa nd\’opposizione alla
ria politica, ed. it. a cj.tra di G . Miglio e P. sovranità esistente nel monarca, è il senso
Schiera, il Mulino, Bologna 1972, p. 33. ordinario, nel quale in tempi recenti s ’è
28 II Webster’s Collegiate Dictionary, cominciato a parlare di sovranità popolare
15“ ed., alla voce «sovereignty» dà come - in questa opposizione la sovranità p o p o ­
prima definizione moderna di sovranità lare appartiene ai confusi pensieri, ai quali
«potere suprem o specialmente su un’en­ sta a fondamento la rozza rappresentazio­
tità politica», e come seconda «libertà dal ne del popolo. Il popolo, preso senza il suo
controllo esterno». monarca e la membratura appunto neces­
29 Stephen Krasner tenta di screditare sariamente e immediatamente connèssavi
la storica associazione di sovranità con dell’intero, è la m assa informe»: G eorg
potere suprem o, e ne riduce il significato W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del
a «idea che gli Stati sono autonomi e in­ diritto, ed. it. a cura di G . Marini, Laterza,
dipendenti l’uno dall’altro»: cfr. Stephen Roma-Bari 20127, par. 279, p. 226.
Krasner, Sovereignty, in «Foreign Policy», 32 Cfr. Bartelson, Genealogy of Sovereign­
gennaio-febbraio 2001, disponibile su ty, cit., pp. 22 ,4 8 .
ww w .globalpolicy.org/component/conte 33 Cfr. Agamben, Homo sacer, cit.; H ardt
nt/article/172/30357.htm l (ultimo acces­ e Negri, Impero, cit.; e Connolly, Plural-
so 20 ottobre 2009). ism, cit.
30 Schmitt scrive: «C iò che caratterizza 34 Jean Bodin, Sidla sovranità, in Id., I
una situazione di eccezione è piuttosto sei libri dello Stato, trad. it. Utet, Torino
una competenza illimitata in via di princi­ 1988, pp. 482-483, 350, 352, 358 [ed. or.
pio, cioè la sospensione dell’intero ordine francese 1576, ed. latina 1586],
vigente. Se si verifica tale situazione, allora 35 Q uesta affermazione differisce sostan­
è chiaro che lo Stato continua a sussiste­ zialmente dalla tesi di H ardt e Negri, per
re, mentre il diritto viene meno. Poiché i quali la sovranità combina la dimensione
lo stato di eccezione è ancora qualcosa politica ed economica, con la prima al ser­
di diverso dall’anarchia o dal caos, dal vizio della seconda, o contenuto economi­
punto di vista giuridico esiste ancora in co e forma politica, ed è un prodotto della
esso un ordinamento, anche se non si secolarizzazione.
tratta più di un ordinamento giuridico. 36 La distinzione amico-nemico è la di­
L ’esistenza dello Stato dimostra qui una stinzione essenziale del politico, ma non
indubbia superiorità sulla validità della ne esprime semplicemente l’essenza, ben­
norma giuridica. L a decisione si rende li­ sì ne segna la differenza rispetto ad altri
bera da ogni vincolo normativo e diventa ambiti. Cfr. Cari Schmitt, Il concetto del
assoluta in senso proprio. Nel caso d ’ecce­ «politico» [ed. or. 1927], trad. it. in Id., Le
zione, lo Stato sospende 0 diritto in virtù, categorie del «politico», cit., pp. 108-109.
come si dice, di un diritto di autoconser­ 37 Schmitt, 'Teologia politica, trad. it. cit.,
vazione [...] I due elementi del concetto p. 33.
“ ordinamento giuridico” vengono qui in 38 Schmitt riconosce che il nemico p o­
contraddizione e trovano la loro rispettiva litico può acquisire un carattere morale,
autonomia concettuale»: Teologia politica, giuridico o economico, ma sostiene che
trad. it. cit., pp. 38-39. questo attributo è secondario, se l ’inimici­
31 Hegel scrive: «Sovranità popolare può zia è politica: cfr. Il concetto del «politico»,
venir detto nel senso che un popolo in ge­ trad. it. cit., pp. 112 sgg.
nere sia un che di indipendente all’esterno 39 Su questo punto Schmitt non è isola­
e costituisca un proprio Stato [...]. Così to. Per la maggior parte, le angosce per la
della sovranità all’interno si può anche «m orte del politico» si concentrano sull’i­
dire ch’essa risieda nel popolo, se si parla dea dell’erosione dell’autonomia, della
soltanto in genere dell 'intero, proprio così purezza o della sovranità politica. Per
come prima è stato mostrato che la sovra­ M ax W eber questa minaccia viene dalla
nità spetta allo Stato. Ma sovranità p o p o ­ burocrazia e dalla razionalizzazione, per
152 Note

Hannah Arendt dall’imporsi àcW.'animai than!, in Pride and Solace: The Functions
laborans e per Machiavelli dalla religione and Limits of Politicai Theory, University
e dalla corruzione causata dal prevalere o f California Press, Berkeley 1977, pp.
degli interessi privati. 53-54.
40 All’inizio del libro 4 del Saggio sulla 47 H obbes, Leviatano, trad. it. cit., Intro­
libertà, Joh n Stuart Mill scrive: «Q u al è duzione, p. 5.
allora il giusto limite alla sovranità dell’in­ 48 Ivi, cap. 13, p. 120.
dividuo su se stesso? Dove comincia 49 Si considerino queste frasi estrapola­
l ’autorità della società? Q uanto della vita te da Che cos’è il Terzo Stato? dell’abate
umana spetta all’individualità, e quanto Sieyès: « L a nazione è preesistente a tutto,
alla società?», (trad. it. il Saggiatore, Mi­ è l’origine di tutto. L a sua volontà è sem ­
lano 1981, p. 106 [ed. or. 1859]). O ppure pre conforme alla legge, è la legge stessa».
consideriamo il ragionamento di Thom as «L a nazione è tutto ciò che è in grado di
H obbes nel Leviatano, cioè che l’indivi­ essere, per il solo fatto di esistere». «Q uali
duo è libero dove «le leggi sono silenti», che siano le modalità della volontà di una
o il tentativo di John Locke, nella Lettera nazione, è sufficiente che essa voglia: tutte
sulla tolleranza, di distinguere la giurisdi­ le forme sono buone e la sua volontà co­
zione delle autorità religiose e quella dello stituisce sempre la legge suprem a». «U na
Stato: cfr. Thom as H obbes, Leviatano, nazione è indipendente da ogni forma, e
trad. it. La N uova Italia, Firenze 1976 in qualsiasi maniera essa voglia, basta che
[ed. or. 1651] e John Locke, Antologia questa sua volontà si manifesti perché tut­
degli scritti politici di John Locke, trad. it. to il diritto positivo venga meno di fronte
il Mulino, Bologna 1980. ad essa, che è fonte e arbitro suprem o di
41 Q uesto sembrerebbe erodere una ogni diritto positivo»: Em manuel-Joseph
delle distinzioni cruciali operate da F ou ­ Sieyès, Che cos’è il Terzo Stato?, trad. it.
cault per tenere la sovranità distinta dal Editori Riuniti, Roma 1989, cap. 5, pp. 61-
biopotere, e suggerisce invece che a volte 64 [ed. or. 1789].
la sovranità opera nella modalità del bio­ 50 Bodin, Sulla sovranità, trad. it. cit., p.
potere. 406.
42 Nella sua particolare storia delle origini 51 Nel seguente resoconto di ciò che fa
del contratto sociale, in Che cos’è il Terzo l’America all’estero, si noti la stridente
Stato? [ed. or. 1789], l’abate Sieyès sostie­ commistione tra D io e Stato, paternità [di
ne che la sovranità emerge per dirigere la un’idea] e risposta alle attese, parole in
vita politica dell’homo oeconomicus e tut­ libertà e verità sacrosanta: «Io credo che
tavia, quando entra nel merito, distingue gli Stati Uniti sono il faro della libertà nel
la sovranità da queste origini economiche. mondo, e credo che abbiam o la respon­
Tale distinzione è inoltre cruciale per la sabilità di prom uovere la libertà. [M a] la
dimensione teologica della sovranità. So­ libertà non è il dono dell’America al m on­
no grata allo studente specializzando Asaf do. L a libertà è il dono di Dio a tutti quan­
Kedar per avere attirato la mia attenzione ti nel mondo. Io credo questo. In realtà
su questo aspetto, in uno scritto molto sono stato io la persona che ha m esso per
valido elaborato durante il seminario iscritto questa cosa, o l ’ho detta. N on l’ho
dell’autunno 2005. scritta, l’ho solo detta in un discorso. E d è
43 H ardt, Negri, Impero, cit. E ssi fanno entrata a far parte del gergo. Io credo que­
questa osservazione ma senza approfon­ sto. E credo che abbiam o il dovere di libe­
dirla: più che altro sembra essere un ri­ rare la gente»: G eorge W. Bush, colloquio
flesso marxista. con Bob W oodw ard, in Bob W oodward,
44 Schmitt, Teologia politica, trad. it. cit., Pian of Attack, Simon & Schuster, New
p. 61. York 2004, pp. 88-89.
45 H obbes, Leviatano, trad. it. cit., Intro­ 52 Barack O bam a, conferenza stampa, 18
duzione, p. 5. maggio 2009, disponibile su http://w w w .
46 Cfr. Norm an Jacobson, Behold Levia­ whitehouse.gov/the-press-office/Remarks-
Note 153

by-President-Obam a-and-Israeli-Prim e- neoliberismo sullo sviluppo economico


Minister-Netaniahu-in-press-availability nazionale, sulle strutture sociopolitiche,
(ultimo accesso 22 ottobre 2009). sull’autonomia politica e sul benessere dei
53 Hannah Arendt, Le origini del totalita­ cittadini. Oggi, scrive Andreas, sono «gli
rismo, trad. it. Edizioni di Comunità, M i­ Stati avanzati e industrializzati che stanno
lano 1989 [ed. or. 1951]; Agamben, Homo costruendo le loro barriere di protezione
sacer, cit. contro due delle principali voci di espor­
54 Per i neoliberisti, «dem ocrazia» si iden­ tazione del mondo in via di sviluppo: la
tifica con la causa di questo sovrano. Uno droga e la m anodopera migrante»: Peter
degli esempi più eclatanti è il fatto che Andreas, Border Games: Policing thè U.S.-
definiscano l’Iraq una democrazia, pro­ Mexico Divide, Cornell University Press,
prio durante la sua ricostruzione politica Ithaca N Y 2009, p. 141.
ed economica prom ossa da Paul Bremer 62 Sassen, Fuori controllo, trad. it. cit., p. 14.
e dagli investimenti stranieri. Cfr. Wendy 63 11 secolarismo e la secolarizzazione
Brown, Neoliberalism and thè End of Libe­ sono concetti duramente contestati an­
ral Democracy, in E ad., Edgework. Criticai che dagli studiosi contemporanei. Per
Essays on Knowledge and Politics, Prince­ un esempio di questa contestazione, cfr.
ton University Press, Princeton 2005. William Connolly, Why I am Not a Secu-
55 In un prossim o mio volume dedicato a larist, University o f Minnesota Press, M in­
M arx e alla sua critica della religione, con­ neapolis 1999; Talal Asad, Formations of
testo sia questa interpretazione del capi­ thè Secular: Christianity, Islam, Modernity,
tale sia l’idea che Marx stesso vi aderisca. Stanford University Press, Stanford 2003;
Per una prim a idea di questa argomenta­ e Charles Taylor, L ’età secolare, ed. it. a
zione, cfr. Wendy Brown, The Sacred, thè cura di P. Costa, Feltrinelli, Milano 2009
Secular and thè Profane: Charles Taylor [ed. or. 2007].
and Karl Marx, in Jonathan van Antwer­ 64 « L ’eccezione in giurisprudenza è analo­
pen et al. (a cura di), Varieties of Secula- ga al miracolo in teologia»: Schmitt, Teo­
rism in a Secular Age, H arvard University logia politica, trad. it. cit., p. 38; Hobbes,
Press, Cam bridge 2010. Leviatano, trad. it. cit., p. 334; Bodin, Sulla
56 Saskia Sassen, Fuori controllo. Mercati sovranità, trad. it. cit., libro I, cap. 9, p. 471.
finanziari contro Stati nazionali: come cam­ 65 Derrida, Stati canaglia, trad. it. cit., p.
bia la geografia del potere, trad. it. il Sag­ 123.
giatore, Milano 1998, p. 12 [ed. or. 1996].
57 Ivi, pp. 11 sgg. Ili
58 Derrida, Stati canaglia, trad. it. cit., p. STATI E SOGGETTI
150. 1 Edw ard Said, Orientalismo, trad. it. F el­
59 Molti politologi hanno avanzato os­ trinelli, Milano 1999, p. 60 [ed. or. 1979].
servazioni analoghe. Cfr., per esempio, 2 Paul Hirst, Space and Power. Politics,
Chris Ansell e Steve W eber, Organizing War and Architecture, Polity, Cambridge
International Politics: Sovereignty and 2005, p p . 158,190.
Open Systems, in «International Politicai 3 Nelson G oodm an, How Building Mean,
Science Review», 10, 1, 1999, pp. 73-93. in Id. e Catherine Z. Elgins (a cura di), Re-
60 Arendt, Le origini del totalitarismo, conceptions in Philosophy and Other Arts
trad. it. cit., p. 409. and Sciences, Hackett, Indianapolis 1988,
61 Com e fa notare Peter Andreas, non pp. 3 2 ,34.
c’è la minima ironia nel fatto che oggi il 4 Said, Orientalismo, trad. it. cit., p. 61.
Primo M ondo si stia trincerando contro 5 Citato in Marita Sturken, The Wall, thè
gli effetti dirompenti della globalizzazio­ Screen, and thè Image, in «Représenta­
ne sull’economia, sulla politica e sulla tions», 35 (estate 1991), pp. 122, 124
cultura. Solo un quarto di secolo fa, le 6 Paul Virilio, Bunker Archeologi, Prince­
nazioni del Terzo M ondo si lamentavano ton Architectural Press, Princeton 2008,
soprattutto per gli effetti deformanti del p. 46. Cfr. anche Keith Mallory e Arvid
154 Note

Ottar, Walls of War: a History of Military Policing thè U.S.-Mexico Divide, Cornell
Architecture in North West Europe 1900- University Press, Ithaca N Y 2009.
1945, Astragal Books, London 1973. 13 Valéry G iscard d ’Estaing, « L e Figaro
7 T revor B oddy, Architecture Emhlematic: Magazine», 21 settembre 1991, citato in
Hardened Sites and Softened Symbols, in Jane Freedm an, Immigration and Inse-
Michael Sorkin (a cura di) Indifensible curity in France, Aldershot, Ashgate U K
Space: The Architecture of thè National In- 2004, p. 17.
security State, Routledge, New York 2008, 14 Rovesciando la tendenza degli ultimi
pp. 281-282. due secoli, da qualche decennio quasi tut­
8 Ivi, p. 281. te le democrazie occidentali hanno abban­
9 Per quanto sofisticata ed elegante, que­ donato l’idea della cittadinanza universale
sta architettura è ancora scarsamente effi­ e in particolare non vedono più con favore
cace contro le minacce che l’ i l settembre l’affrancamento dei nuovi arrivati. N on
ha reso di grande attualità, nel senso che solo la Francia e la Germania, ma gli Stati
non tiene conto degli attentatori suicidi Uniti, l’Australia e l’Olanda, tutti paesi
che vanno a piedi, delle armi biologiche, con una storia di accoglienza e di inclu­
dei dirottatori di aerei di linea e così via. sione nei confronti degli immigrati e dei
Fino ad oggi, negli Stati Uniti, gli atten­ rifugiati, hanno recentemente «approfon­
tati con autobom ba sono stati rari e gli dito il solco in materia di diritti e di titoli
attentatori erano americani, in partico­ tra chi ha la cittadinanza e chi non ce l’h a»
lare i Weathermen e Timothy McVeigh, e hanno im posto modelli di cittadinanza
l’«O klahom a City bom ber». più esclusivi. Cfr. Freedman, Immigration
10 Thom as H obbes, Leviatano, trad. it. La
and Insecurity in France, cit., p. 14. Sono
state alzate le soglie culturali e politiche
N uova Italia, Firenze 1976, cap. 13, p. 120
per l’ottenimento della cittadinanza, pren­
[ed. or. 1651]. La prom essa di protezione
dendo in considerazione non solo la bu o­
attraverso la sovranità dello Stato giustifi­
na conoscenza della lingua del paese ma,
ca, all’inizio e successivamente, la rinuncia
come nel caso dell’Olanda, anche l’atteg­
alla libertà naturale e all’indipendenza al
giamento nei confronti dell’om osessuali­
momento della sottoscrizione del contrat­
tà, della nudità e dell’eguaglianza dei sessi.
to sociale. Questa rinuncia produce una
15 Cari Schmitt, Il concetto del «politi­
nuova forma di sovranità individuale che
co» [ed. or. 1927], in Id., Le categorie del
potremmo definire «sovranità civile». L o
«politico». Saggi di teoria politica, ed. it. a
scam bio può essere considerato analogo cura di G . Miglio e P. Schiera, il Mulino,
a quello che facciamo, secondo Rousseau, Bologna 1972, p. 33; Id., Teologia politica
rinunciando alla nostra libertà naturale e [ed. or. 1922-19342], ivi, p. 103.
acquisendo la libertà morale e civile, an­ 16 Andreas, Border Games, cit., p. 7.
che perché dipende dalla protezione of­ 17 Yuli Tam ir, Protection in thè Territo-
ferta dalla sovranità politica. ries, « H a ’aretz», 18 marzo 2003, cit. in
11 Le «peace lines» - muri che vanno da Derek Gregory, The Colonial Present:
qualche centinaio di metri a diversi chilo­ Afghanistan, Palestine, Iraq, Blackwell,
metri, in ferro, mattoni e acciaio e segnati O xford 2004, p. 131.
da notevoli murales politici - separano i 18 G iorgio Agamben, Homo sacer: il pote­
quartieri protestanti e quelli cattolici a re sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino
Belfast, Derry e in altre zone dell’Irlanda 1995; e Id., Stato di eccezione: Homo sacer,
del N ord. I lavori di costruzione comin­ Bollati Boringhieri, Torino 2003.
ciarono nei primi anni Settanta e conti­ 19 L a pratica di trasferire terroristi sospet­
nuano ancora. ti in paesi che hanno leggi meno severe
12 Peter Andreas, Redrawing thè Line: sulla tortura (N.d.C.).
Borders and Security in thè Twenty-first 20 Lars Buur, nella sua discussione sul
Century, in «International Security», 28, vigilantismo in Sudafrica, definisce que­
2, autunno 2003, p. 78; e Border Games: sta confusione di ruoli «outsourcing di
Note 155

sovranità», e sostiene che i suoi effetti - Wall: Israel’s Barriers to Peace, New Press,
secondo me si sbaglia - arnpliano la so­ New York 2005, p. 90.
vranità piuttosto che eroderla: Lars Buur, 30 Andreas, Border Games, cit., pp. 143,
The Sovereign Outsourced: Local Justice 144.
and Violence in Port Elizabeth, in Thom as 31 Davis, The Great Wall of Capital, cit.,
Blom H ansen e Finn Stepputat (a cura di), p. 91.
Sovereign Bodies: Citizens, Migrants, and 32 Andreas, Border Games, cit., p. 148.
States in Postcolonial World, Princeton 33 Riportato in Banks, Let’s Climb the
University Press, Princeton 2005. Wall, cit.
21 Minuteman Border Fence, disponibile 34 Jagdish N. Bhagwati, U.S. Immigration
su http://www.minutemanhq.com/bf/pll0 . Policy: What Next?, in Susan Pozo (a cura
php (ultimo accesso 24 ottobre 2009). di), Essays on Legal and Illegal Immigration,
22 Ibid. W.E. Upjohn Institute for Employment Re­
23 BBC News, Web Users to «Patrol» search, Kalamazoo MI 1986, p. 124, citato
US Borders, 2 giugno 2006, disponibile in Andreas, Border Games, cit., p. 148.
su http://new s.bbc.co.Uk/2/hi/am ericas/ 35 Joseph Nevins, Operation Gatekee-
5040372.stm (ultimo accesso 24 ottobre per: The Rise of the «Illegal Alien» and
2009).
the Making of the U.S.-Mexico Boundary,
24 A volte questo paradosso è insito nel­ Routledge, New Y ork 2002, p. 176.
36 Schmitt, Teologia politica, trad. it. cit.,
le barriere stesse: i muri, alti e tutt’altro
p. 37.
che trasparenti, forniscono copertura e
37 Ivi, pp. 38-39.
rendono più difficile la sorveglianza diret­
38 U.S. Department o f H om eland Se­
ta dell’attività illegale lungo il lato «sb a ­
curity, Action Plan for Creating a Secure
gliato» della frontiera. Inoltre, le barriere
and Smart Border, 12 dicembre 2001, di­
trasparenti o virtuali non sono soltanto
sponibile su http://ww w.dhs.gov/xnew s/
meno imponenti - e quindi meno utili
releases/press-release-0037.shtm (ultimo
politicamente, nel senso che non proiet­
accesso 24 ottobre 2009).
tano un’imago di sovranità - ma rendono
39 Mathew Coleman, U.S. Statecraft and
le pattuglie della polizia di frontiera e gli the U.S.-Mexico Border as Security/Eco­
altri agenti di guardia più vulnerabili agli nomy Nexus, in «Political Geography»,
attacchi di contrabbandieri o di rivoltosi 2 4 ,2 ,2 0 0 5 , p. 189.
armati. 40 Naomi Klein, Shock economy. L’ascesa
25 Cfr. http://www.usborderpatrol.com del capitalismo dei disastri, Introduzione,
(ultimo accesso 24 ottobre 2009). trad. it. Rizzoli, Milano 2007 [ed. or. 2007].
26 Disposizione della Corte Suprem a de­ 41 Hannah Arendt, Perplessità sui diritti
gli Stati Uniti, emanata nel 1976 a seguito dell’uomo, in Le origini del totalitarismo,
di un caso riguardante Ernesto Miranda, trad. it. Edizioni di Comunità, Milano
relativa ai diritti di cui dev’essere informa­ 1996, pp. 375 sgg. L a sua analisi è effica­
ta una persona prima di essere arrestata, ce sotto molti punti di vista ma, a parte
fra cui quello di non rispondere e di con­ qualche approssimazione empirica, trova
sultare un avvocato (N.d.T.). un limite nel fatto di considerare la con­
27 Cfr. http://www.usborderpatrol.com dizione di apolide come un fenomeno
(ora rimosso dal sito). esclusivamente politico. Arendt non sem ­
28 Citato in Leo W. Banks, Let’s bra tenere conto del fatto che anche nel
Climb thè Wall, «T ucson Weekly», periodo in cui scriveva questa condizione
19 giugno 2008, disponibile su http:// era prodotta dalla delocalizzazione econo­
www.tucsonweekly.com/tucson/Currents/ mica e non solo dai progetti nazionalistici
Content?oid% A ll2135 (ultimo accesso di «pulizia etnica» relativi alla fusione tra
24 ottobre 2009). Stato e nazione.
29 Mike Davis, The Great Wall of Capital, 42 Michel Foucault, La nascita della bio­
in Michael Sorkin (a cura di), Againsl thè politica, in Id., 7 corsi al Collège de France,
156 Note

trad. it. Feltrinelli, Milano 1999, pp. 81 51 Lindsey Bremner, Border/Skin, in Sor­
sgg. Cfr. anche Thom as Lemke, The Birth kin (a cura di), Against thè Wall, cit., p.
of Biopolitics: Michel Foucault’s Lecture al 131.
thè Collège de France on Neoliberal Go- 52 Ruchama Marton e Dalit Baum , Tran­
vernmentality, in «Econom y and Society», sparent Wall, Opaque Gates, in Sorkin (a
30, 2, m aggio 2000. cura di), Against thè Wall, cit., p. 216.
43 Sui granelli di capitale umano, cfr. 53 Si veda, per esempio, la storia dei col­
Michel Feher, Self-Appreciation, or thè tivatori di riso indiani, separati dai loro
Aspirations of Human Capital, in «Public terreni agricoli che si trovano dall’altra
Culture», 21, 1,2009. parte del m uro che isola il Kashmir dal
44 Per una discussione più approfondita Pakistan: Ram a Lakashmi, India’s Border
sulla razionalità neoliberista e sui suoi ef­ F enee Extended to Kashmir, «W ashington
fetti corrosivi sullo Stato di diritto, cfr. il P ost», 30 luglio 2003.
mio Neoliberalism and thè End of Liberal 54 L a Q uarta Convenzione di Ginevra
Democracy, in Edgework. Criticai Essay on proibisce la costruzione di insediamenti
Knowledge and Politics, Princeton Uni­ permanenti su un territorio occupato, ma
versity Press, Princeton 2005. Cfr. anche permette installazioni temporanee realiz­
Feher, Self-Appreciation, cit.; e Pierre Dar- zate in nome della sicurezza. Il governo
dot e Christian Laval, La nouvelle raison Peres ha fatto ricorso a questa distinzio­
du monde. Essai sur la société neoliberale, ne, alla fine degli anni Settanta, per pro­
La Découverte, Paris 2009. muovere la costruzione degli insediamenti
45 Lemke, The Birth of Biopolitics, cit., p. e per difenderne la causa. E l’Alta Corte
199. di Giustizia appoggiò Peres: «Sulla ba­
46 Davis, The Great Wall of Capital, cit., se di considerazioni puramente militari,
pp. 91, 98-99. non c’è dubbio che la presenza di inse­
47 Ivi, p. 91. diamenti, anche se “civili” , della potenza
48 Jack Ladd, riportato in Banks, Let’s occupante nel territorio occupato contri­
Climb thè Wall, cit. buisce sostanzialmente alla sicurezza in
49 Anita Vittulo, The Long Economic quell’area e facilita l’esecuzione dei com ­
Shadoiv of thè Wall, in Sorkin (a cura di), piti dei militari». L a conclusione di Eyal
Against thè Wall, cit., p. 101. L ’atteggia­ Weizman è la seguente: «Q ui la Corte sta
mento politico nei confronti dei palestine­ chiaramente stabilendo il fatto che i civili
si della Cisgiordania che entrano in Israele e gli insediamenti residenziali potrebbero
per lavorare è oggetto di forti discussioni, avere una funzione di sicurezza che nor­
come anche la politica dell'immigrazione malmente viene attribuita alla polizia e
statunitense. Il Gaza Disengagement Pian all’esercito»: Sina Najafi e Jeffrey Kastner,
prevede di eliminare completamente il The Wall and thè Eye: An Interview with
flusso di lavoratori palestinesi verso Israe­ Eyal Weizman, in «Cabinet Magazine», 9,
le. D etto questo, non è affatto probabile inverno 2002, p. 24.
che Israele possa funzionare senza la 55 Così recita un poster affisso su tabel­
m anodopera palestinese, proprio come loni negli Stati del Sud-Ovest degli Stati
l ’U pper West Side di New York non può Uniti, e che compare su diversi siti web
funzionare senza gli ispanici caraibici, favorevoli alla costruzione della barriera,
l’agricoltura e il settore costruzioni della tra cui quello dei Minutemen e di Wenee-
California senza i messicani, o l’Europa dafence.com.
senza i suoi «arabi inassimilabili». Sotto 56 Ask Our Leaders to Secure Our Borders
questo aspetto, il fatto sorprendente è che Immediately, blog di Weneedafence, lune­
per la costruzione del M uro gli israeliani dì 3 ottobre 2005, disponibile su h ttp://
facciano ricorso a muratori palestinesi, e weneedafence.blogspot.com (ultimo ac­
che i coloni degli insediamenti assumano cesso 24 ottobre 2009).
palestinesi come collaboratori domestici. 57 Cfr. http://w eneedafence.blogspot.
50 Ibid. com /2006/05/open-border-poem -by-sco
Note 157

tt-rother.html (ultimo accesso 24 ottobre multa di cinque milioni di dollari che alla
2009). fine la Golden State ha dovuto pagare è
58 La netta separazione che queste con­ un’elemosina in confronto alla quota di
trapposizioni fanno tra l ’«interno» sicuro mercato e al profitto che ha ricavato con
e r«estern o » pericoloso viene in realtà va­ questi sistemi, in dieci anni.
nificata non solo dal fatto che le strutture 5 Weizman, Architettura dell’occupazione,
e gli apparati di sicurezza si estendono trad. it. cit., p. 172.
molto all’interno del paese, ma anche dal 6 Peter Andreas, Border Games: Policing
fatto che la mobilitazione dei cittadini per the US-Mexico Divide, Cornell University,
la lotta contro l’estraneo si avverte dovun­ Ithaca N Y 2009, p. 146.
que. Am bedue questi elementi smentisco­ 7 Per un resoconto delle recenti realizza­
no la pretesa sicurezza interna evocata da zioni di tunnel sotterranei lungo la fron­
Rother. tiera Stati Uniti-Messico, cfr. Archibold,
59 Davis, The Great Wall of Capital, cit., Along the Border, cit.
p. 91. 8 Teddy Cruz, Border Tours, in Michael
60 Per H obbes, la sovranità è una imi­ Sorkin (a cura di), Indifensible Space: The
tazione letterale della potenza divina. E Architecture of the National Insecurity Sta­
l’unico potere umano che, più che g o­ te, Routledge, New York 2008; e Archi­
vernarci, ci sottomette ispirandoci timore bold, Along the Border, cit.
reverenziale: Leviatano, trad. it. cit., pp. 9 First US-Mexico Border Fence Sees Fewer
167-168. Partendo dalla considerazione Migrants, More Violence, «D allas New s»,
che la sfera d ’azione e gli effetti della fe­ 13 settembre 2008.
de - come quelli della ragione - non sono 10 Ibid.
uniformi, nel costruire la sovranità poli­ 11 Jesse McKinley e Malia Wollan, New
tica H obb es aggiunge un supplemento al Border Fear: Violence by a Rogue Militia,
timore reverenziale ispirato dalla fede, lav «N ew York Tim es», 27 giugno 2009, pp.
paura. Ap 9.
61 Si noti l’ultimo verso della prima strofa, 12 Blas Nunez-Neto e Yule Kim, Border
«T i prego, difendi questa mia terra», e il Security: Barriers Along the U.S. Interna­
prim o della seconda, «Considera questo tional Border, Congressional Research
tuo com pito». Service, Washington D C 2008, c Admini­
stration Moves to Bypass Laws to Comple­
IV te Mexico Border Fence this Year, «G u ar­
DESIDERIO DI MURI dian», 1° aprile 2008.
1 Citazione in Randal C. Archibold, 13 Benedict Anderson, Comunità immagi­
Along the Border, Smugglers Build an Un­ nate. Origini e diffusione dei nazionalismi,
derground World, «N ew York Tim es», 7 trad. it. Manifestolibri, Roma 1996, pp.
dicembre 2007, p. A -18. 6-7 [ed. or. 1991],
2 Cfr. specialmente Eyal Weizman, Archi­ 14 Q uesto fenomeno della corsa alla co­
tettura dell’occupazione. Spazio politico e struzione di muri, m algrado la loro inef­
controllo territoriale in Palestina e Israele, ficacia, solleva altre importanti questioni,
trad. it. Bruno M ondadori, Milano 2009 che comunque non toccano direttamente
[ed. or. 2007]; e Neve G ordon, Israel’s la problematica della sovranità. Come si
Occupation, University of California accorda il desiderio di alzare muri con i
Press, Berkeley 2009. discorsi dell’estensione e anche della pie­
3 Jason Acklcson, ConstructingSecurity on na realizzazione della democrazia in tutto
the U.S.-Mexico Border, in «Politicai Geo- il globo? Com e può essere coerente con i
graphy», 24, 2 ,2 0 0 5 , pp. 165-184. presupposti di apertura e di universalità
4 Scott Horsley, Border Fence Firn Sna- che tale progetto implica? In alternativa,
red for Hiring Illegal Workers, rubrica questo desiderio di muri potrebbe indica­
radiofonica All Things Considered, N atio­ re un tipo di contenimento richiesto dalla
nal Public Radio, 14 dicembre 2006. La stessa democrazia, quale? Siamo di fronte
158 Note

a una nuova formulazione di democrazia... J. Taylor, The State as a Container: Terri-


o al revival di una democrazia del passato? toriality in the Modern-World System, in
15 Mary Douglas, Purezza e pericolo. «P rogress in Hum an G eography», 18, 2,
Un’analisi dei concetti di contaminazione 1994, pp. 151-162.
e tabù, trad. it. il Mulino, Bologna 1975 24 Achille M bembe, Sovereignty as a form
[ed. or. 1966], of Expenditure, in Thom as Blom Hansen
16 Citazione in Joh n Dougherty, Census: e Finn Stepputat (a cura di), Sovereign Bo-
100.000 Mideast lllegals in U.S. Analysis dies: Citizens, Migrants, and States in the
Say Failure of Immigration Control Con- Postcolonial World, Princeton University
tributed to 9-11 Attacks, W orldNctDaily, Press, Princeton 2005, pp. 161-163.
http:/ / www.wnd.com/news/article. 25 Saskia Sassen, Fuori controllo. Merca­
asp?A R TIC LE-ID =26194 (ultimo acces­ ti finanziari contro Stati nazionali: come
so 25 ottobre 2009). cambia la geografia del potere, trad. it. il
17 Samuel H untington, Lo scontro delle Saggiatore, Milano 1998 [ed. or. 1996].
civiltà e il nuovo ordine mondiale, trad. 26 Paul H irst, Space and Power. Politics,
it. Garzanti, Milano 1997, p. 454 [ed. or. War and Architecture, Polity, Cam bridge
1997]. 2005, cap. 5.
18 Ivi, p. 456. 27 «I bassi prezzi delle sue merci sono l’ar­
19 Robert J . Sam pson, Rethinking Crime tiglieria pesante con cui essa [la borghesia]
and Immigration, in «C ontexts», 7, inver­ abbatte tutte le muraglie cinesi e con cui
no 2008, e Open Doors Don’t Invite Cri- costringe alla capitolazione la più ostinata
minals: Is Increased Immigration Behind xenofobia dei barbari»: Karl M arx e Frie­
the Drop in Crime?, «N ew York Tim es» drich Engels, Manifesto del partito comu­
O p-E d, 11 marzo 2006, p. A27. nista, ed. it. a cura di D. Losurdo, Laterza,
20 Hannah Arendt, Vita activa. La condi­ Roma-Bari 1999, p. 11 [ed. or. 1848],
zione umana, trad. it., Bompiani, Milano 28 Ministero israeliano degli Affari este­
1994 [ed. or. 1958], ri, Saving Lives - Israels Anti-Terrorist
21 Friedrich W. Nietzsche, Sull’utilità e il Fence: Answers to Questions, 1° gennaio
danno della storia per la vita, in Id., Con­ 2004, disponibile su http://www.m fa.gov.
siderazioni inattuali, II, Adelphi, Milano il/m fa/m faarch iv e/2000-2009/2003/11/
1992, p. 9. saving%lives%20israel-s%and-terrorist%
22 In un saggio del 1952 I Ieidegger scri­ fence% 20-% answ (ultimo accesso 25 ot­
ve: «C h e cosa indichi questa parola Raum, tobre 2009).
spazio, ce lo dice un suo antico significato. 29 Cfr. http://www.weneedafence.com;
Raum, Rum, significa un posto reso libero http://www.americanpatrol.com; e http://
per un insediamento di coloni o per un www.borderfenceproject.com (ultimo ac­
accampamento. Un Raum è qualcosa di cesso per tutti e tre 25 ottobre 2009).
sgom brato (etwas Eingeräumtes), di libe­ 30 Ruchama Marton e Dalit Baum, Tran­
rato, e ciò entro determinati limiti, quel sparent Wall, Opaque Gates, in Michael
che in greco si chiama péras. Il limite non Sorkin (a cura di)> Against the Wall:
è il punto in cui una cosa finisce, ma, co­ Israel’s Barrier to Peace, New Press, New
me sapevano i greci, ciò a partire da cui York 2005, p. 215.
una cosa inizia la sua essenza (Wesen). Per 31 In questi primi scritti, Freud è quanti­
questo il concetto è horismós, cioè limite. tativo in maniera imbarazzante, nel senso
Spazio è essenzialmente ciò che è sgom ­ che parla della «som m a» o della «quanti­
brato, ciò che è posto entro i suoi limiti». tà» di «eccitazione» presente nel desiderio
Martin Heidegger, Costruire abitare pen­ originario e che deve essere reindirizzata.
sare, trad. it. in Id., Saggi e discorsi, M ur­ 32 Sigm und Freud, Le neuropsicosi da
sia, Milano 1976, p. 103. difesa. Abbozzo di una teoria psicologica
23 Sullo Stato come contenitore, cfr. dell’isteria acquisita, di molle fobie e osses­
Anthony G iddens, The Nation-State and sioni e di certe psicosi allucinatorie [1894],
Violence, Polity, Cam bridge 1985, e Peter trad. it. in Id., Opere 1892-1899. Progetto
Note 159

di una psicologia e altri scritti, voi. 2, Bo- derando particolari metodi di difesa posti
ringhieri, Torino 1968, p. 123. in atto (trad. it. cit., pp. 166 sg.), ma può an­
33 Ivi, pp. 125, 126, 132 sg. che verificarsi che certe letture delle difese
34 Anna Freud, Opere, 1922-1943, vol. 1, siano possibili solo quando queste ultime
Boringhieri, Torino 1978, p. 179 [ed. or. si disintegrano, anche quando all’orizzonte
tedesca 1936, trad. inglese 1937, riveduta c’è la psicosi (trad. it. cit., p. 156). Il rico­
1966], noscimento che la difesa rende impossibile
35 Ivi, p. 180. la stessa analisi ha portato Wilhelm Reich,
36 Ivi, p. 184. Anna Freud aggiunge che nella sua Character Analysis, Macmillan,
certi meccanismi di difesa possono essere New York 1980, a insistere sul concetto
attivati già nell’infanzia (regressione, vol­ che la psicoanalisi deve lavorare diretta-
gersi contro la propria persona, inversione mente sul meccanismo di difesa in sé, e non
nel contrario) mentre altri, come la subli­ semplicemente analizzarne il contenuto o
mazione, richiedono una maggiore m atu­ l’origine.
rità in quanto implicano l’accettazione di 44 A. Freud, L ’io e i meccanismi di difesa,
certi valori (ivi, p. 185). trad. it. cit., p. 184.
37 Ivi, pp. 187 sgg. 45 Ivi, p. 195.
38 Ivi, pp. 191 sg. 46 Ehud Barak, riportato in Akiva Eldar,
39 Ivi, pp. 195 sg. A Visit to thè Jungle, «H a ’aretz», 28 gen­
40 Ivi, pp. 154 sg. naio 2009, disponibile su http://www.
41 Cari Schmitt, Il nomos della terra nel haaretz.com /hasen/spages/890295.htm l
diritto internazionale dello ]us Publicum (ultimo accesso 27 ottobre 2009).
Europaeum, ed. it. a cura di F. Volpi, 47 Azmi Bishara, Posti di controllo. Fram­
Adelphi, Milano 1991, pp. 22 sgg. menti di una storia, Babel Press, Tel Aviv
42 A. Freud, L’io e i meccanismi di difesa, 2006 [in ebraico], p. 10, riportato in
trad. it. cit., p. 172. Weizman, Architettura dell’occupazione,
43 Anna Freud dice che l’Io viene difeso trad. it. cit., p. 147.
contro almeno tre cose: l’Es, l’analista e 48 Anna Freud opera una netta distinzione
gli affetti associati con il moto pulsionale tra le funzioni e la sfera d ’azione del di­
(trad. it. cit., pp. 170 sg.). L ’Io non è tutto niego e della rimozione, sostenendo che il
ciò che viene modificato dalle difese. Sono primo è per il pericolo esterno e la secon­
modificate anche le pulsioni contro le quali da per il conflitto interno (eliminazione dei
vengono costruite le difese. D i conseguen­ derivati pulsionali): cfr. L’io e imeccanismi
za, «solo l’analisi delle attività difensive in­ di difesa, trad. it. cit., pp. 180 e 264.
consce dell’io ci consente di ricostruire an­ 49 Guy Debord, La società dello spettaco­
che le trasformazioni subite dalle pulsioni» lo, trad. it. Vallecchi, Firenze 1979, tesi 5,
(trad. it. cit., p. 167). Le difese producono p. 24 [ed. or. 1967].
su tutti e due i fronti della barriera identità 50 Sigm und Freud, L ’avvenire di un’illu­
attive, e questa è la ragione per cui tali iden­ sione [1927], trad. it. in Id., Opere 1924-
tità diventano i testi, di importanza crucia­ 1929. Inibizione, sintomo e angoscia e altri
le, attraverso i quali è possibile leggere le scritti, voi. 10, Boringhieri, Milano 1978,
pulsioni. Anche qui, non è sempre facile pp. 451 sgg.
vedere le difese, ed «c più facile studiare 51 Ivi, pp. 457 sgg.
il processo della formazione reattiva nel 52 Q uesta intuizione rivela il potere illuso­
momento in cui vi è una disgregrazione di rio della scienza che cerca di smascherare
formazioni reattive» (trad. it. cit., p. 156). l’illusorietà della religione, anche se Freud
Così, una lettura dell’E s è possibile solo non si spinge in tale direzione.
attraverso le trasformazioni che le difese 53 S. Freud, L’avvenire di un’illusione,
hanno prodotto in se stesse, e solo consi­ trad. it. cit., pp. 461,465.
RINGRAZIAMENTI

Molti, tra chi ha ascoltato le mie conferenze o partecipato ai miei se­


minari in varie parti del m ondo in questi ultimi anni, hanno risposto
in m odo costruttivo a parti di questo lavoro. Chi ha fornito di persona
riferimenti, ha raccontato storie, ha inviato fotografie e ha integrato
le analisi, mi ha dato molto; e devo molto a chi ha discusso con me
o ha corretto i miei dati. Vorrei ringraziare i ricercatori che hanno
contribuito validamente a questo progetto, Sarah Alexander, Ivan
Ascher, Jack Jackson, Mi Lee e Megan W achspress. Alla Zone Books,
Ramona N add aff mi ha dato preziosi suggerimenti nella revisione, la
redazione di Bud Bynach ha reso più scorrevole la forma, e Meighan
G ale ha svolto un ottimo lavoro di supervisione su ogni aspetto della
produzione. Il libro è stato portato a termine grazie a due borse di
studio: la University of California President’s Humanities Fellowship
e la Berkeley Humanities Research Fellowship.
INDICE ANALITICO

Adhamiya (quartiere di Baghdad), 6. - barriera di sicurezza israeliana e, 4, 16,


Afghanistan, 5. 21-22,29, 145 n. 1;
Agamben, Giorgio, 11, 4 8 ,5 6 , 85-87, 150 - come pezzo teatrale, 91-95, 102, 115;
n. 21. - decessi di migranti lungo la frontiera,
altro/alterità, 81, 123,128. 92, 117;
ambiente, problemi relativi all’, 20, 27, - discorsi post-11 settembre e, 105;
65, 118. - gated communities nelle vicinanze della,
anarchia, 47-48, 151 n. 30. 5;
Anderson, Bcnedict, 119. N - gruppi di attivisti e, 84;
Andreas, Peter, 83, 92, 94-95, 153 n. 61. - immagini della, figg. 2-3;
antrace, attacchi all’, 74, 122. - limitata efficacia della, 27-29, 116-19,
apolidi, 64, 98, 155 n. 4 L 148 n. 28;
Arabia Saudita: - neoliberismo e, 26;
- frontiera con l’Iraq, 4,//g. 9 ; - posti di controllo autostradali e, 21-22;
- frontiera con lo Yemen, 4 ,/ig. 8. - pubbliche relazioni a favore della, 127;
- separazioni prodotte dalla, 18-19;
Arendt, Hannah, 64, 98, 123, 152 n. 39,
- sospensione della legge/legalità e, 87;
155 n. 41.
- sovranità dello Stato-nazione e, 146 n. 8;
Argentina, 97.
- vigilantes Minutemen e, 87 -88;
Aristotele, 50.
- violenza delle gang della droga e, 104.
Army C orps o f Engineers, Stati Uniti, 28.
barriera di sicurezza israeliana («il M u­
asilo, richiedenti, 7.
ro»), 17-25,78, 147 n. 14;
attentatori suicidi, 74, 80,1 5 4 n. 9.
- aspetto sinistro del Muro proiettato
Australia, 8 1 ,1 0 7 , 121, 154 n. 14.
sull’altro, 129;
autonomia, 46-53,57, 94. - attivisti e protestatari contro la, 20, 129,
Azamya (quartiere di Baghdad), 6. 145 n. 1;
Azoulay, Ariella, 3, 20, 23. - «barriere di profondità» e, 19,21;
- dilemmi di sicurezza della, 103;
Bachelard, G aston, 72. - discorsi associati con la, 75;
Bangladesh, 5, 94, 98 ,fig. 6. - economia palestinese e, 104-5;
Barak, Ehud, 1 7 ,1 1 0 ,1 3 8 . - espansione territoriale e, 17, 105;
«barbari», 71, 120, 158 n. 27. - immagini della, figg. 4-5\
barriera al confine Stati Uniti-Messico, 6, - inefficacia della, 114;
25-34, 147 n. 17; - muro Stati Uniti-Messico e, 4, 16, 22,
- agitazione popolare a favore della, 76; 29, 145 n. 1;
162 Indice analitico

- pubbliche relazioni pro barriera, 127- - globale, 38;


28; - limitazioni alla, 145 n. 4;
- sospensione della legge/legalità e, 87; - sospensione della, 86-87.
- sovranità e, 24; civiltà:
- stato di eccezione e, 84-85; - oltre il limite («beyond thc pale») della,
- teoria psicoanalitica della difesa e, 138- 38-39;
39. - scontro delle, 23, 58, 81.
barriere Jersey, 74-76. civiltà occidentale, 15,29;
Betlemme, città di, 6. - declino del potere della, 132;
Bhagwati, Jagdish, 94-95. - dimensione teologica della sovranità e,
biopotere, 96. 59;
Bishara, Azmi, 138. - discorso dello scontro di civiltà e, 23;
blocchi stradali, 22. - multiculturalismo visto come una mi­
Boddy, Trevor, 75. naccia alla, 121-23;
Bodin, Jean, 9 ,4 8 , 55-56, 67-68, 146 n. 6. - sovranità popolare nella, 42-43;
Botswana, 5. - vedi anche Primo M ondo; N ord globale.
bracero, programma, 102. Clinton, Bill, amministrazione, 2 5 ,9 3 ,1 4 9
Brasile, frontiera con il Paraguay, 6. n. 3.
Brunei, 5. Coleman, Mathew, 96-97.
Buchanan, Pat, 98. colonialismo/colonizzazione, 23, 100,
Burma, 5. 128-29, 146-47 n. 12;
Bush, G eorge W., 11,41, 152 n. 51; - colonialismo di insediamento, 16, 19;
- muro sul confine Usa-M essico e, 93; - English Pale in Irlanda, 38.
- sovranità teologica e, 58. comuniSmo, 31-32.
Buur, Lars, 154-55 n. 20. Connolly, William, 4 8 ,5 6 ,1 5 0 n. 19.
contenimento, fantasie di, 123-25.
Camarota, Steven A., 121. contrabbando, 5, 7-8,28, 30, 84;
Canada, 6, 95, 107, 145 n. 4. - vedi anche traffico di droga; traffico di
capitale, 10-11,68, 100-1, 126; armi.
- come sovranità globale, 60-62; contracton (appaltatori) privati, 28.
- decentramento della politica sulle fron­ contratto sociale, teoria del, 50, 55, 77.
tiere e, 96-97 ; Corea, frontiera della G uerra fredda in,
- disastro finanziario (rneltdoiun) dell’au­ 40.
tunno 2 008,63; Corea del N ord, 5.
- esigenze di manodopera illegale a basso Corte internazionale di giustizia, 87.
costo, 137; crimine, criminalità, 8,29-30, 99, 122.
- flussi transnazionali di, 57; cristianesimo, 54, 59.
- fluttuazione delle esigenze del, 102;
- m anodopera (immigrati) e, 26; Davis, Mike, 93, 95, 101,146 n. 8.
- movimenti del, 4, 10; D ebord, Guy, 110, 13:8.
- sovranità politica e, 51-53. decisione, decisionismo, 9, 11, 2 4 ,4 1 , 86;
capitalismo, 51, 61, 94, 97. - democrazia e, 43;
Carlo I (re d ’Tnghilterra), 51. - distinzione amico-nemico e, 49-50;
Certeau, Michel de, 79. - erosione della sovranità dello Stato e, 83;
Ceuta, enclave (Marocco), 16, 22. - monopolio dello Stato sul, 87;
Cile, 97. - sovranità del capitale e, 61;
Cina, 5, 60, 97. - vigilantismo e, 90.
Cisgiordania (West Bank), 6, 17, 19, 34, Deleuze, Gilles, 79.
149 n. 3. democrazia, 7, 24, 32, 111;
cittadinanza, 64, 150 n. 24; - abbandono dell’idea della democrazia
- classi legali di cittadinanza separate, 81, universale, 81, 154 n. 14;
154 n. 14; - autonomia del potere dello Stato e, 66;
Indice analitico 163

- democrazia murata, 104, 107, 119-30; - modi di vestire dei musulmani in, 121.
- discorso dello scontro delle civiltà e, 23;
- discorso dell’umanismo universale, 98; Feinstein, Dianne, 93.
- distribuzione dei diritti e, 64; Feuerbach, Ludwig, 68, 140.
- globale, 38; Fondo monetario internazionale, 10.
- legittimazione della fortificazione e, 16; Foucault, Michael, 56, 63 , 79, 99, 146 n.
- sovranità e recinzione in relazione alla, 9, 152 n. 41.
41-45; Francia, 3 1 ,6 0 ,1 5 4 n. 14.
- Stato di diritto e, 43. Freud, Anna, 130,133-38,159 nn. 36 ,4 3 ,
Department of U.S. Hom eland Security, 48.
7 4 ,8 7 , 110,121; Freud, Sigmund, 68, 135-36, 138, 158 n.
- Real ID Act, 118; 31;
- Smart Borders Action Plan, 95. - prima teoria della difesa, 130-33;
Derrida, Jacqu es, 63, 6 8 ,7 9 ,1 4 9 n. 17. - sul bisogno di religione, 139-42, 158 n.
desiderio, sociale/politico, 14, 33, 50, 57, 31 ,1 5 9 n. 52.
68, 71, 109-13, 119, 125, 128-42, 157- frontiere e barriere, 4-5, 46-48, 96, 150
58 n. 14, 158 n. 31. n. 27;
deterritorializzazione, 4, 92. - barriere Jersey, 74;
diritti umani, 63, 98, 129. - erosione della sovranità dello Stato e, 83;
Dostoevskij, Fëdor, 68. - fantasia dello straniero pericoloso e,
Douglas, Mary, 120. 120-22;
- flussi senza restrizione di m anodopera e
ebrei, 5 8 ,7 1 ,7 4 ,1 0 2 . merci attraverso le, 102-3;
eccezione, stato di, 68, 150 n. 21, 151 n. - limitata efficacia delle, 66;
30; - stratificazione dei flussi attraverso le, 7,
- come condizione generalizzata, 84-85; ' 145 n. 4;
- dimensioni teologiche della sovranità e, - teoria psicoanalitica della difesa e, 135-
67, 153 n. 64; 36;
- esigenze di m anodopera del capitale e, - zone di conflitto violento e permanente,
102; 118-19;
- illegalità e, 82-83; - vedi anche muri.
- permanente, 86;
- sovrano come decisore dello, 82. Gandhi, Indira, 94.
Eghigian, G reg, 32. G aza, 5 ,1 7 ,3 4 ,3 9 ,1 2 6 .
Egitto, 5-6, 17, 60, 126. geografia immaginaria, 71-72.
Elshtain, Jean Bethke, 148 n. 23. geopolitica, 22, 40, 96, 105.
emergenza, stato di, 2 0 ,2 7 , 29, 86-87. Germania, 31-32, 40, 154 n. 14.
Emirati Arabi Uniti, 6. Gerusalemme, 6 ,1 8 , 85, 149 n. 3.
enclosure, 15, 37-38; G iscard d ’Estaing, Valéry, 81.
- come divisione spaziale, 36; globalizzazione, 4 ,1 2 , 65, 97;
- dimensioni sacre della, 36, 39-40, 108; - barriera di confine Stati Uniti-Messico
- muri di Stato ed, 67. e, 29;
Enrico V II (re d ’Inghilterra), 51. - declino della sovranità dello Stato e,
estraneo, fantasia di pericolo dallo, 120- 145-46 n. 5;
23 ,1 3 3 . - denazionalizzazione dei territorio e, 62-
Etiopia, 102. 63;
Europa/U nione Europea, 6, 42; - diluizione della nazione e, 142;
- discorsi di «m urare dentro» in Europa, - dissoluzione della sovranità e, 30;
126; - economia e sicurezza come elementi o p ­
- govcrnance postnazionale ed, 64; posti nella, 95-96;
- migranti africani e asiatici diretti in, 6, - erosione delle frontiere da parte della,
16, 22; 33;
164 Indice analitico

- fantasia dell’estraneo pericoloso e, 122; immigrazione, 5, 16;


- fantasie di democrazia murata e, 119; - associazione terrorismo-immigrazione,
- m anodopera migrante e, 115; 121;
- messa in scena di ordine politico e, 95; - barriere postnazionali alla, 21-22;
- pressioni sugli Stati-nazione da parte - dirottamento della, 28;
della, 15; - inefficacia dei muri e, 113,148 n. 28;
- sfide alla sovranità poste dalla, 76; - nazionalismo xenofobo e, 65;
- teoria psicoanalitica della difesa e, 136- - partiti politici statunitensi e, 93;
37; - sentimento popolare contro la, 26;
- xenofobia e, 65-66; - vista come invasione, 81, 98, 123,126.
- vedi anche neoliberismo. imperialismo, 10.
Golden State Fence Company, 115, 157 impermeabilità, fantasie di, 125.
n. 4. India:
G oodm an, Nelson, 71. - frontiera col Bangladesh, 5, 94,fig. 6;
G ordon, Neve, 7, 146-47 n. 12. - frontiera col Pakistan, 5,fig. 7;
G rande muraglia cinese, 31, 71. - muro del Kashmir, 5, 18, 85.
Guantànamo, 39, 86. indù, 59.
Guerra fredda, 4 ,2 3 , 33-34, 40, 42. Inghilterra, 31,38.
guerre, 4 0 ,4 4 ,5 1 ,7 0 , 126. innocenza, fantasie di, 111, 119-20, 127-
29.
H ardt, Michael, 10,48, 52, 56,151 n. 35. intelligence di Stato, 13.
H egel, G eorg W .F., 45, 47, 77, 136, 145- interessi nazionali, 4.
46 n. 5 ,1 5 1 n. 31. Iran, frontiera coi Pakistan, 5.
Heidegger, Martin, 14, 124, 158 n. 22. Iraq:
Hirst, Paul, 7, 71. - barriere a Baghdad, 6,22, 85, 148 n. 22,
H obbes, Thomas, 9, 44, 77, 112; fig. 10;
- autoritarismo di, 50; - «capitalismo dei disastri» in, 97;
- sulla teologia della sovranità, 54-55, 67, - Green Zone a Baghdad, 6,148 n. 22;
157 n. 60; - frontiera con il Kuwait, 6;
- sulle «leggi silenti», 152 n. 40; - frontiera con l’Arabia Saudita, 4, fig. 9;
- sul potere sovrano dello Stato, 70. - sovranità dell’, 42, 44,149 n. 17.
H ong Kong, 40. Irlanda, Englisb Pale in, 38.
Hunter, Duncan, 93. Irlanda del N ord, 78, 91, 154 n. 11.
Huntington, Samuel, 58, 122. Islam, 60.
Israele, 74, 121, 136, 150 n. 24;
identità, 32, 111. - attivisti anti-muro, 129;
- giurisdizione e, 44; - coloni nei territori palestinesi occupati,
- natura mutevole della, 121-22; 60,84, 156 n. 54;
-nazionale, 80-81. - come nazione fondata da immigrati, 107;
ideologia, 10. - dimensione teologica: della sovranità e,
Illegal Immigration Reform and Immigrant 58-60;
Responsibility Act (1996), 26. - discorsi di fortificazione in, 126;
immaginario: - Elbit, 145 n. 1;
- della democrazia murata, 119; - esigenze di manodopera a basso costo,
- fantasie di contenimento e, 125; 102-3,156 n. 49;
- politico, 14, 30, 56; - frontiera con l’Egitto nel deserto dei
- scontro delle civiltà e, 23; Sinai, 6, 17;
- spaziale, 72. - identificazione con gli Stati Uniti, 105;
Immigration and Customs Enforcement, - militarizzazione della vita in, 34;
Stati Uniti, 113. - «relazioni speciali» con gli Stati Uniti,
Immigration and Naturalization Service, 58;
Stati Uniti, 101. - singolarità della storia di, 23-24.
Indice analitico 165

^ it u z io n i transnazionali, 9. 4, 146 n. 8, 147 n. 17, 148 n. 28, figg.


Av'
x*is, Bruce, 122. 2-3.
militarismo fallico, 119.
^ at>t, Immanuel, 37, 43, 145-46 n. 5. Mill, John Stuart, 50, 152 n. 40.
£ a sh m ir, 5, 18, 85. Minutemen, vigilantes, 84, 87-88, 111,
r^a t rina, uragano, 97. 118,133.
£ { r ghizistan, 5, 16. Miranda, diritti, 90.
^ e in , N aom i, 97. modernità, 4 2 ,5 1 , 61.
ra sn e r, Stephen, 151 n. 29. multiculturalismo, 122.
K u ^ a i t , 6. muri:
- annessione territoriale e, 90-91;
ia> , m anodopera, 65, 101, 153 n. 61; - come strumenti funzionali, 71-73;
b a s s o costo, 13, 102, 122, 137; - declino della sovranità dello Stato-na­
I s persion e globale delle fonti di produ- zione e, 11-12;
_ rìZ lo ne del, 82; - dimensione teologica della sovranità e,
_ u Ssi transnazionali di, 57, 97; 66-69;
*?.}a ro Stati Uniti-Messico e, 18-19, 26- - erosione della distinzione dentro/fuori
e, 13;
- p j- U 5 ;
j °^ itic h e del lavoratore-ospite, 102. - fantasie di contenimento e, 123-25;
- C discorsi 10» 48; - inefficacia dei, 113-19, 141-42, 157-58
_ ^l tto internazionale, 10; n. 14;
^ ^ c i p i o di legittimità, 9 ,2 9 , 41-44, 47, - murales e graffiti di protesta, 16, 145 n.
1;
“ P r °t> r ie tà e, 36-37; - mura medievali, 31, 39, 126;
p e n s i o n e della legge/legalità, 20, 29, - mutamenti dei significati dei muri nel
tempo, 72-75;
leeii-,-’ 4 1 >87‘
T d a z io n e , 15-16,21-25, 128-29. - neoliberismo e, 100, 104;
Thom as, 99. -obiettivi della deterrenza, 7-8,15-16,81;
TirnV8* ^ 0 ’ 41- 47’ 127,139. - processo della globalizzazione e, 27, 99-
100;
S k * " 8' 5'
n Jo h n , 36-37,41,43-44,50,77,152 - teorie della difesa psicoanalitica e, 130,
n- 4o. 133-35, 137-38;
- teorie post-strutturaliste del potere e,
M ^ ^ v e l l i , Niccolò, 4, 37,151-52 n. 39. 79-80;
- vedi anche frontiere e barriere.
a/ frontiera con la Thailandia, 5. M uro del pianto, 71.
M aro C ç »0 . Muro di Berlino, 31-34.
^ rrt1^ nel Sahara occidentale, 6, 16, 85, muro di via Anelli (Padova), 6.
musulmani, 59, 65, 121.
sPaSno^e *n> 6, 16> 18, 22, 85,
Nafta (North American Free Trade Agree­
45,140, 153 n. 55. ment), 126.
X1^ o , 8, 61. N apolitano, Janet, 110.
maschilismo, 88, 111, 124. nativi americani, 19, 27, 118.
Achille, 124. nazionalismo, 4 ,1 0 , 29, 65, 111, 124.
Î S “ * 1; Jo h n , 110. nazismo, 31, 73.
M cvexs> K '-p. ■ 1=.. _
Negri, Antonio, 10,48, 5 2 ,5 6 ,1 5 1 n. 35.
M e d i o e v i TZ y’ ' 9'
nemici non combattenti, 86.
Medio O J „
neoconservatori, americani, 7.
Melilla,
,v,0,.o
™ 1/ oo r 7
^ c l a v e in M arocco, 16, 22, ng. 1. neoliberismo, 10, 61, 63;
m etcati S J oball> 4> 7
- apolidi e, 98;
&S1CO’ - S - 6 , 19,22,25-35, 85, 145 nn. 1, - assenza di discorsi legittimanti, 129;
166 Indice analitico

- violenza e, 97-100; - «San Diego fence» e, 25;


- vedi anche globalizzazione. - vigilantes e personificazione della, 89-
Nevins, Joseph , 94. 90.
Nietzsche, Friedrich, 68, 123, 140. posti di controllo, 2 1 -2 2 ,8 0 ,8 5 ,1 0 3 ,1 3 8 .
«no go barrier», 75. post-strutturalismo, 80.
nomos, 36-39,60. potere, 4 ,5 2 ;
N ord globale, 2 5 ,8 3 ,9 8 , 128; - approcci alla teoria critica del, 79-80;
- vedi anche Primo M ondo; civiltà occi­ - democrazia e, 45,47-48, 149-50 n. 19;
dentale. - «potere discrezionale», 4 1 ,4 4 ;
nucleare, armamento, 33-34, 66. - responsabilità e, 52;
nuda vita, 11,98. - secolarizzazione del potere divino, 14;
- spettacolarizzazione del, 30-31;
Obam a, Barack, 58. - teologia della sovranità e, 55;
Oklahoma City, attentato, 122, 154 n. 9. - virtuale, 4, 7, 78-79.
Oman, 6. Primo Mondo, 29, 90, 121, 127, 129, 153
Operation Gatekeeper, 25, 92-94. n. 61;
Operation H old thè Line, 26. - vedi anche N ord globale; civiltà occi­
Operation Safeguard, 26. dentale.
Ophir, Adi, 3, 20, 23. proprietà, 5 0,77, 118.
ordinamento giuridico, 48, 87, 95, 151 n. protezionismo, 100-1.
30. psicoanalisi, 15, 120, 123, 130-39.
Organizzazione mondiale per il commer­
cio (W TO), 10. Rawls,John, 112.
razza e razzismo, 80-81, 95, 105-6, 129,
Padova, 6. 146-47 n. 12.
Pakistan: Reai IDAct (2005), 26-27, 118.
- frontiera con l’india, 5 ,fig. 7; Realpolitik, 63, 96-97.
- frontiera con l’Iran, 5. Reich, Wilhelm, 136,159 n. 43.
palei«beyond thè pale», 35,38-39,49. relazione amico-nemico, 49, 61, 83, 151
palestinesi, 3, 17,20, 129; n. 36;
- azioni extralegali dei coloni israeliani e, - come fantasia di appartenenza naziona­
83; le, 85;
- come alieni pericolosi in Israele, 121; - frontiere nazionali e, 66-67.
- come operai nella costruzione del Muro, religione, 10,44;
115,156 n. 49; - capitale come Dio de-antropomorfizza-
- discorso delle pubbliche relazioni a fa­ to, 60-62;
vore del Muro israeliano e, 127; - de-contenimcnto della, 59-60;
- effetti del Muro sui, 114; - origine e persistenza della, 130, 139-42,
- esigenze israeliane di manodopera a bas­ 159 n. 52;
so costo e, 102,156 n. 49; - regolamento della, 57;
- Muro di G aza e, 126; - secolarizzazione e, 67;
- proteste contro il Muro in Cisgiordania, - sovranità teologica, 57-60.
145 n. 1. «renditions», 86.
Paraguay, 6. Ridge, Tom, 121.
patriarcato, 124. rifugiati, 4, 64-65, 81.
«peacelines» (in Irlanda del N ord), 78,91. rimozione psicologica, 131-34, 159 n. 48.
Peres, Shimon, 7 ,1 5 6 n. 54. riscrittura, 4.
politico, autonomia del, 49-53. rivoluzione, 44.
polizia, controlli all'interno e alPesterno, Rivoluzione francese, 145-46 n. 5.
12-13. Rohter, Scott, 106-7,109,157 n. 61.
polizia di frontiera statunitense, 28-30, Rousseau, Jean-Jacques, 3 6-37,51,55,77,
88-89,117; 112;
Indice analitico 167

- sulla libertà (freedom) civile in contrap­ - lungo la frontiera Stati Uniti-Messico,


posizione alla libertà ( liberty) naturale, 24, 92.
154 n. 10; sovranità, 3,21-22, 68-69;
- sulla sovranità, 41, 149 n. 18; - appropriazione di territorio come fonda­
- teoria del contratto sociale, 50. mento della, 36-37;
Russia post-sovietica, 97. - autonomia e, 93-94, 99-100;
- barriera di sicurezza di Israele e, 17, 23-
Said, Edw ard, 71-72. 24;
San Diego, 25. - caratteristiche distintive della, 9-10, 82,
Sassen, Saskia, 62-6 3 ,6 5 ,1 2 5 . 146 n. 6, 146-47 n. 27;
Schmitt, Carl, 9 ,4 1 -4 2 ,1 4 6 n. 6; - come fantasia politica maschile, 125,
- autonomia del politico e, 49; 139;
- decisione/decisionism o, 11, 49-50; - come outsourcing ai vigilantes, 87-88,
- dimensione politica della sovranità e, 68; 154-55 n. 20;
- dimensione sacra della recinzione e, 38- - declino della sovranità e teologia della
39; fortificazione, 66-69;
- sulla definizione di sovranità, 82, 146 n. - democrazia e, 41-45, 149-50 n. 19;
6, 150-51 n .2 7 ; - dimensione economica della, 51-53;
- sulla dimensione teologica della sovrani­ - diritto in relazione alla, 9-10, 48, 52-53,
tà, 11, 44, 54, 140; 64;
-su lla eccezione, 67, 153 n. 64; - distacco dagli Stati-nazione, 11-12, 14,
65-66,124;
- sulla giurisdizione territoriale, 36-37;
- fallimento, decadimento della, 78-91,
- sull’appropriazione di territorio, 136;
117-18;
- sulle divisioni spaziali, 35;
- frontiere e, 46-48;
- sull’ordinamento e sullo stato di eccezio­
- giurisdizione stabile/consolidata, e, 40;
ne, 47, 95, 151 n. 30.
- Im pero globale e, 11;
secolarismo/secolarizzazione, 62, 67, 153
- ordine vestfaliano e, 124;
n. 63.
- principio di legittimità e, 48;
Secure F'ence Act (2006), 26, 2 8,118.
- recinzione e, 15,35-36;
Sharon, Ariel, 3.
- sovranità del soggetto, 76-77, 110-12,
sicurezza aeroportuale, 74, 92.
139;
Sieyès, Em m anuel-Joseph, 55, 152 nn. 42,
- sovranità «parziale», 4 1 ,4 4 ,1 4 9 n. 17;
49.
- sovranità popolare, 42-44, 47, 151 n. 31;
Smari Borders Action Pian, 95. - sovranità sovrapposte spazialmente, 17,
soggettività, 30-33,112-13. 150 n. 24;
soggetto, 4, 13, 146 n. 9; - Stati senza sovranità, 62-66;
- autonomia e, 46; - svanire o declino della, 8, 57-62, 109,
- desiderio di fortificazione, 79-80, 119, 138,145-46 n. 5;
125,139; - teatralizzazione della, 91-107.
- fcmminilizzato, 139; sovranità, dimensione teologica della, 11-
- «homo munitus» , 32; 1 2 ,4 8 ,1 3 9 ;
- meccanismi della difesa freudiana e, - desiderio di fortificazione e, 141-42;
133-37; - secolarizzazione del potere divino, 14,
- relazione Stato-soggetto, 65-66, 111-12; 53-57;
- sovranità del, 76-78, 110-12, 139-40; - svanire della, 57-60;
- Stato hobbesiano e, 54; -v estigio della, 107-9.
-svan ire della sovranità dello Stato e, 124, spettacolo, società dello, 138.
145-46 n. 5. Stati, vedi Stati-nazione.
sorveglianza, 12-13, 16, 80, 155 n. 24; Stati-nazione, 7-8,11-12;
- lungo la barriera di sicurezza israeliana, - castrazione degli, 124;
104; - flussi e barriere all’interno degli, 12;
168 Indice analitico

- governo-regolazione dell’economia e, - reti transazionali di, 64;


51; - Smart Borders Action Pian e, 95.
- minacce all’identità e ai poteri degli, 15; Terzo M ondo, 89-90, 118, 123, 129, 153
- muri intesi come morte della sovranità, n. 61;
36; - vedi anche Sud globale.
- ordine post-vestfaliano e, 8; Terzo Reich, 31.
- relazione Stato-soggetto, 112; Thailandia, 5, 98.
- separazione della sovranità dagli, 63; «tiger trap barriers», 75.
- Stati «falliti», 81; Tokyo, attacchi con il gas sarin, 74.
- vedi anche sovranità. tortura, 86.
Stati Uniti, 4, 12; traffico di armi, 7, 83, 99.
- come nazione fondata da immigranti, traffico di droga, 7 ,2 8 , 82, 153 n. 61;
107; - fantasia dell’estraneo pericoloso e, 133;
- discorsi di fortificazione negli, 126; - inefficacia dei muri e, 113,116;
-e p is o d i terroristici negli, 65, 74, 122; - Stato di diritto e, 99;
- frontiera con il Canada, 6; - violenza delle gang e, 104.
- gated communities negli, 6, 18, 31, 85; traffico di esseri umani, 83.
- identificazione con Israele, 102-3; Trier, Jost, 35-37.
- iniziative «English-only» negli, 121; Turchia, 60.
- politiche della G uerra fredda, 33-34; Turkmenistan, 5.
- «relazioni speciali» con Israele, 58;
- risposta alla minaccia del terrorismo, umanismo, 98.
74-76. Unabom ber, 122.
Sudafrica, 4, 85, 91, 107, 146-47 n. 12. 11 settembre 2001, attentato alle Torri G e ­
Sud globale, 16, 25, 98; melle, 74, 121, 154 n. 9.
- vedi anche Terzo M ondo. Unione Sovietica, ex/blocco sovietico, 8,
102.
Tamir, Yuli, 84. usborderpatrol.com , 89.
tecnologie, 80, 113; Uzbekistan, 5 ,1 6 .
- di controllo dello spazio, 23;
- di sorveglianza e scoperta, 15, 25; Vallo Atlantico, 7 ,3 1 ,7 0 , 73.
- fortificazione delle frontiere e, 4, 27; Vestfalia, pace di (1648):
- Muro di Israele come tecnologia militare - contenimento del potere degli Stati e,
offensiva, 17-18; 124;
- vigilantismo e, 89. - ordine post-vestfaliano, 8, 16;
teoria critica del potere, 79. - sovranità dello Stato e, 11, 145-46 n. 5;
teoria politico-sociale, 146 n. 10. - sovranità teologica e, 59.
teorie psicoanalitiche della difesa, 130-39, Vico, Giam battista, 37.
159 nn. 3 6 ,4 3 . Vietnam W ar Memorial (Washington,
territorialità/territorializzazione, 4-5, 9. D C ), 71.
territori palestinesi occupati, 17. vigilantismo, 87-90; 117-18.
terrorismo, 5,7-8; Virilio, Paul, 70, 73.
- associazione dell’immigrazione illegale
c o n ,121; Weathermen, 122, 154 n. 9.
- attacchi terroristici domestici negli Stati Weber, M ax, 140,151-52 n. 39.
Uniti, 122-23; Weizman, Eyal, 19,2 1 ,1 4 7 n. 2 0 ,1 4 9 n. 3,
- come obiettivo dei muri di sicurezza, 16; 150 n. 24, 1.56 n. 54.
- fantasia dell’estraneo pericoloso e, 133; ivelfare state, 65, 81.
- frontiere porose e, 65-66; wcneedafence.com,. 105-6.
- inefficacia dei muri e, 113;
- neoliberismo e problemi di sicurezza, xenofobia, 29-32;
98-99; - declino della sovranità e, 95;
Indice analitico

dom ande di protezionismo di Stato e, Yemen, 4.


65-66;
mobilitazione delltf preoccupazione po- Zimbabwe:
polare per la sicurezza, 106; _ frontiera con il Botswana, 5;
teorie della difesa psicoanalitica e, 133. —frontiera con il Sudafrica, 4.