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Eusebio di Cesarea

VITA DI COSTANTINO
Introduzione, traduzione e note di Laura Franco

Testo greco a fronte

CLASSICI GRECI E LATINI


Proprietà letteraria riservata
© 2009 RCS Libri S.p.A., Milano

ISBN 978-88-58-64903-9

Titolo originale dell’opera:


EIS TON BION MAKORIOÁ
KWNSTANTINOÁ BASILEWS

Prima edizione aprile 2009

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INTRODUZIONE

A Teofilo

VITA E OPERE

Eusebio nacque intorno al 260, verosimilmente a Cesa-


rea, in Palestina, dove trascorse la maggior parte della
sua vita. Qui si formò alla scuola dell’erudito Panfilo, al
quale fu legato da grande affetto e da cui forse fu adot-
tato, come sembrerebbe suggerire il nome che in genere
compare nell’intestazione delle sue opere, Eujsevbio" tou'
Pamfivlou, letteralmente “Eusebio di Panfilo”, dove il
patronimico può indicare tanto un’adozione vera e pro-
pria quanto semplicemente la devozione “filiale” del di-
scepolo nei confronti del maestro.
Panfilo era un profondo conoscitore dell’opera di
Origene, ed Eusebio fu a sua volta influenzato dalle
dottrine del teologo alessandrino.1 Origene aveva tra-
1
Origene nacque ad Alessandria nel 185 circa e morì probabilmen-
te a Tiro attorno al 254. Fu uno scrittore molto prolifico e compose
opere esegetiche su quasi tutti i libri dell’Antico e Nuovo Testamento:
gli Scoli, brevi note, esplicative, i Commenti, esegesi allegoriche (con-
servati in forma frammentaria), e le Omelie, note in larga parte attra-
verso traduzioni di Rufino e Gerolamo. Origene creò anche un’edi-
zione dell’Antico Testamento, gli Hexapla, contenente il testo ebraico
e le successive traduzioni greche in colonne parallele. I suoi Principi,
pervenuti nella traduzione di Rufino, costituiscono il primo tentativo
sistematico di sintesi dottrinale e furono di fondamentale importanza
nello sviluppo della teologia cristiana. Il Contro Celso, trattato pole-
mico conservato integralmente in greco, è volto a confutare le obie-
zioni del filosofo Celso contro i cristiani. Durante la persecuzione di
Decio (249-251) Origene fu imprigionato, crudelmente torturato, e
6 INTRODUZIONE

scorso circa vent’anni a Cesarea, durante il suo esilio,


dove aveva fondato una scuola teologica dotata di una
biblioteca che si andò ampliando dopo la sua morte e
che fu più tardi riorganizzata e ulteriormente ingrandi-
ta da Panfilo.
Nel corso delle persecuzioni che segnarono il primo
decennio del IV secolo, Panfilo fu arrestato e trascorse
in carcere un periodo di circa tre anni prima di essere
condannato alla pena capitale nel 310. Subito dopo, Eu-
sebio, che lo aveva assistito durante la prigionia nel cor-
so della quale aveva collaborato con lui alla stesura del-
l’Apologia di Origene, fu a sua volta costretto alla fuga
per sottrarsi alla morte. Negli anni trascorsi lontano dal-
la Palestina, a Tiro e in Egitto, compose in memoria del
maestro una biografia in tre libri che non è stata conser-
vata. Non appena cessarono le persecuzioni, fece ritor-
no a Cesarea dove continuò a vivere e a insegnare e do-
ve occupò il seggio episcopale dal 313 circa fino alla
morte, intorno al 339.
Eusebio fu autore assai fecondo e compose un nume-
ro impressionante di opere di varia natura, apologeti-
che, dogmatiche, esegetiche, storiche e retoriche, in lar-
ga parte pervenute.
Tra gli scritti di carattere apologetico, alcuni sono an-
dati perduti o se ne conservano solo frammenti, ma il la-
voro di maggior rilievo, la Preparazione evangelica, è
giunto integralmente. In quest’opera, composta tra il
312 e il 318, in quindici libri, Eusebio, nel solco della tra-
dizione origeniana, difende strenuamente la religione
cristiana dalle critiche dei suoi detrattori pagani ed
ebrei e critica il politeismo utilizzando argomentazioni
tratte dai filosofi greci, in particolare dalle dottrine pla-
toniche e, attingendo alla sua sterminata cultura, ne cita
morì poco più tardi in seguito ai tormenti subiti. Per un inquadramen-
to cfr. C. Moreschini – E. Norelli, Storia della letteratura cristiana anti-
ca greca e latina, I, Brescia, Morcelliana 1995, pp. 385-431.
INTRODUZIONE 7

estensivamente i testi. Il valore di questa testimonianza,


che vista nel suo contesto storico e nel quadro delle re-
centi persecuzioni non appare comunque un lavoro di
mera erudizione, è dato soprattutto dal fatto che essa
costituisce una vera e propria miniera di testimonianze
e informazioni su un numero notevole di autori pagani,
molti dei quali altrimenti sconosciuti. Accanto alla rilet-
tura in chiave cristiana dei filosofi antichi, Eusebio insi-
ste sul tema della superiorità del cristianesimo rispetto
alla tradizione giudaica, che ne è la prefigurazione e che
a sua volta sarebbe stata la fonte d’ispirazione del pen-
siero greco. In tale prospettiva il cristianesimo rappre-
senta la sintesi e il superamento di entrambe le tradizio-
ni, avvertite come antitetiche, ma rielaborate in una vi-
sione sincretica che diverrà uno dei cardini della cultura
bizantina nei secoli successivi.
La Preparazione evangelica era preceduta dall’Intro-
duzione generale elementare del Vangelo, un testo indi-
rizzato a chi si era appena avvicinato al cristianesimo e
redatto qualche anno prima, intorno al 303. L’opera è
conservata solo in parte e riguardava essenzialmente le
profezie messianiche dell’Antico Testamento. La Dimo-
strazione evangelica, concepita come completamento e
conclusione dei due testi menzionati, comprendeva ven-
ti libri, di cui ci sono pervenuti i primi dieci e parte del
quindicesimo, ed è mirata sostanzialmente ad affermare
il carattere transitorio della tradizione ebraica che costi-
tuirebbe una sorta di parentesi tra la religione dei Pa-
triarchi e l’incarnazione del Verbo.
Un altro scritto apologetico che merita di essere ri-
cordato è quello Contro Ierocle, governatore della Biti-
nia e autore di un’opera in cui la figura di Gesù era pa-
ragonata a quella del celebre mago e taumaturgo Apol-
lonio di Tiana, vissuto nel I secolo e celebrato dalla Vita
di Filostrato. Eusebio in quest’opera smonta le argo-
mentazioni di Ierocle contro i cristiani e non attribuisce
8 INTRODUZIONE

alcuna credibilità alla fama che circondava la figura di


Apollonio, descrivendolo come un ciarlatano.
Lo studio delle Sacre Scritture fu impegno costante
del vescovo di Cesarea e sfociò in una serie di opere ese-
getiche, in buona parte perdute, tra le quali va citato al-
meno il Commento ai Salmi, conservato in forma fram-
mentaria, e l’Onomastico, un dizionario di geografia e
topografia biblica che ebbe ampia diffusione nella tarda
antichità e nel Medioevo. Tra le opere perdute c’era an-
che un opuscolo, redatto dopo il concilio di Nicea (325)
e dedicato all’imperatore Costantino, sulle controversie
liturgiche relative alla festività della Pasqua. Sempre
nell’ambito dei testi di natura dogmatica vanno ricorda-
ti due lavori, entrambi composti negli ultimi anni della
sua vita, Contro Marcello e la Teologia ecclesiastica, in
cui sono confutate le teorie del vescovo Marcello di An-
cira, sostenitore dei dogmi del concilio di Nicea, che fu
deposto dal sinodo ariano tenutosi a Costantinopoli nel
336 e che Eusebio accusa di sabellianismo.2
Una parte cospicua nella produzione eusebiana è co-
stituita da testi di argomento storico, tra i quali il lavoro
di maggior rilievo è sicuramente la Storia Ecclesiastica,
in dieci libri, che inaugura un genere storiografico del
tutto nuovo. Nessuno infatti aveva mai concepito di nar-
rare le vicende della Chiesa, fin dalle sue origini, in mo-
do esaustivo e in una prospettiva storica, sicché l’opera
fu considerata come punto di riferimento imprescindibi-
le dagli autori di storie ecclesiastiche vissuti in epoca im-
mediatamente successiva: Socrate, Sozomeno e Teodore-
to, che sentirono l’esigenza di seguire la strada indicata

2
Sabellio era un teologo di origine africana, vissuto a Roma nella
prima metà del III secolo e scomunicato da papa Callisto nel 220 cir-
ca. Sostenne una concezione trinitaria nota come “modalismo”, che
spingeva il monoteismo alle sue estreme conseguenze affermando una
radicale unità del divino: le persone della Trinità non sarebbero altro
che “modi” di manifestarsi di un’unica essenza.
INTRODUZIONE 9

dal vescovo di Cesarea e di continuarne il percorso. Alla


Storia Ecclesiastica Eusebio lavorò per almeno vent’an-
ni, attraverso varie stesure, rivedendola continuamente,
aggiornandola e rielaborandola in successive redazioni.
Il modello va rintracciato nella storiografia giudaico el-
lenistica e in particolare in Giuseppe Flavio, cui viene as-
sociato il metodo storiografico delle scuole filosofiche
ellenistiche. L’opera abbraccia il periodo compreso tra la
fondazione della Chiesa e il 324, anno della vittoria di
Costantino su Licinio, ed è contraddistinta da uno spirito
propagandistico analogo a quello degli scritti apologeti-
ci. Come anche nella Vita di Costantino, Eusebio mostra
di considerare la storia come la realizzazione di un dise-
gno provvidenziale: la Chiesa ha subito gli attacchi dei
suoi nemici ed è stata sottoposta a spietate persecuzioni,
ma la volontà divina ha stabilito che essa sia destinata a
trionfare e che i suoi avversari siano invece condannati a
perire miseramente. Nella trattazione è riservato ampio
spazio al racconto delle persecuzioni di Decio, Valeria-
no, Diocleziano, Massimiano e Massimino – e dell’ultima
l’autore ebbe esperienza diretta. Nel racconto Eusebio
inserisce una quantità notevole di documenti (editti, di-
sposizioni di legge, lettere) che costituiscono testimo-
nianze di immenso valore. Accanto alle persecuzioni, an-
che il tema della diffusione delle eresie, degli scismi e
delle conseguenti dispute dottrinali occupa una parte
importante della trattazione. Gli avvenimenti non sono
esposti in modo continuo e ordinato ma, pur rispettando
un criterio sommariamente cronologico, si configurano
in un assetto alquanto frammentario. In sostanza, la Sto-
ria ecclesiastica non si presenta come una narrazione si-
stematica (e probabilmente non aveva neanche la prete-
sa di esserlo), ma piuttosto come un ricchissimo reperto-
rio di notizie storiche e non solo: Eusebio si mostra so-
vente più interessato a fatti marginali che ai grandi even-
ti e rivela la sua natura di uomo di lettere, introducendo
10 INTRODUZIONE

nel testo un numero enorme di citazioni erudite e ren-


dendolo così uno strumento di grande utilità per la co-
noscenza della letteratura cristiana dei primi secoli. Ac-
canto a versioni in siriaco, armeno e copto, esiste una tra-
duzione latina redatta al principio del V secolo da Rufi-
no di Aquileia, che aggiunse due libri, arrivando sino alla
morte dell’imperatore Teodosio (395). In alcuni mano-
scritti della Storia ecclesiastica è inserito un opuscolo, i
Martiri di Palestina, che integra la narrazione dell’ottavo
e nono libro ed è una monografia sulle persecuzioni av-
venute in Palestina tra 303 e 311, di cui Eusebio stesso fu
testimone. Ne sopravvivono due diverse redazioni, una
più breve in greco e una seconda in siriaco.
Tra le opere storiche va ricordata anche la Cronaca (il
titolo completo è Canoni cronologici ed epitome della sto-
ria universale degli Elleni e dei barbari), composta prima
della Storia ecclesiastica, intorno al 303, il cui originale
greco è quasi integralmente perduto: è pervenuta in par-
te in una traduzione armena e in parte nella rielaborazio-
ne latina di Girolamo. Anche la Cronaca è un testo di
fondamentale importanza per la storiografia bizantina e
ad essa si ricollegano le cronografie universali di età suc-
cessiva a partire da Malala.3 Nella prima parte Eusebio
dava conto dei sistemi cronologici usati da vari popoli an-
tichi (Caldei, Assiri, Ebrei, Egizi, Greci e Romani) e trac-
ciava le linee essenziali delle loro vicende storiche. La se-
3
Malala, il cui nome significa “retore” in siriaco, nacque probabil-
mente ad Antiochia attorno al 490 e morì verso il 570. Scrisse una Cro-
naca in 18 libri dalle origini del mondo fino all’età di Giustiniano, che
ebbe notevole influenza sulla storiografia successiva. L’opera, benché
scarsamente attendibile e caratterizzata da incongruenze e imprecisio-
ni, risulta tuttavia di grande interesse, sia per la peculiarità del linguag-
gio popolare utilizzato dall’autore sia per l’attenzione che egli dedica
alle antichità pagane e al mito. Sulla Cronaca cfr. H. Hunger, Die hoch-
sprachliche profane Literatur der Byzantinier, Bd I, München, Verlag-
buchhandlung, C. H. Beck, 1978, pp. 319-325; S. Impellizzeri, La lettera-
tura bizantina da Costantino agli iconoclasti, Bari 1965, pp. 254-256; E.
Jeffreys, B. Croke and R. Scott, Studies in John Malalas, Sidney 1990.
INTRODUZIONE 11

conda parte era costituita da una serie di tavole cronolo-


giche che presentavano sinotticamente gli avvenimenti
principali della storia universale a partire da Abramo fi-
no all’epoca dell’autore. Anche questa opera era caratte-
rizzata dalle istanze apologetiche che ispirano la maggior
parte dei lavori di Eusebio; vi ritroviamo sia la concezio-
ne finalistica della storia sia l’idea che il cristianesimo co-
stituisce al contempo la naturale evoluzione della tradi-
zione ebraica e il superamento del paganesimo, e in que-
sta prospettiva la cronologia comparata diveniva stru-
mento funzionale alla ideologia della “nuova” religione.
Di carattere celebrativo sono i due discorsi accorpati
sotto il titolo Laus Constantini: si tratta dell’encomio com-
posto in occasione del trentennale dell’imperatore
(Triakontaeterikos Logos), seguito da un’altra orazione,
generalmente citata con il titolo De sepulcro Christi, che
sarebbe tuttavia più preciso chiamare Discorso regale.4 Il
primo componimento contiene diversi elementi propri del
genere encomiastico e tratteggia il profilo del sovrano
ideale utilizzando temi tipici dello Speculum principis,5 il
secondo è un discorso di tono apologetico, rivolto all’im-
peratore in seconda persona e mirato ad affermare su ba-
si teologiche la coincidenza tra monoteismo e monarchia.6
4
Si veda M. Amerise (a cura di), Eusebio di Cesarea, Elogio di Co-
stantino, Milano 2005, in particolare pp. 16-25 e pp. 68-91.
5
Lo Speculum principis, ossia il trattato sull’arte del governo e
sulle virtù regali, presentato in forma di consigli indirizzati al sovrano
ed espressi in vari modi (orazione, dialogo, biografia), è un genere
letterario ben documentato nella letteratura di età classica ed elleni-
stica. Uno dei primi esempi è la Ciropedia di Senofonte. Sull’argo-
mento si veda: I. Ševčenko, Agapetus East and West: the Fate of a By-
zantine “Mirror of Princes”, in Ideology, Letters and Culture in the
Byzantine World, Variorum Reprints, London 1982, pp. 4-44; H. Hun-
ger, Die hochsprachliche profane Literatur der Byzantinier, Band I,
München 1978, pp. 157-165; E.V. Maltese, L’imperatore cristiano nella
prima letteratura bizantina: sullo Speculum di Agapeto, in Dimensioni
bizantine. Tra autori, testi e lettori, Alessandria 2007, pp. 81-95.
6
Secondo la maggior parte dei critici, questa orazione sarebbe sta-
ta composta per celebrare la costruzione della basilica del Santo Se-
12 INTRODUZIONE

LA VITA DI COSTANTINO

Eusebio si trovava ormai in età piuttosto avanzata quan-


do si dedicò alla Vita di Costantino, il progetto fu conce-
pito con ogni probabilità tra il 335 e il 336 e fu portato
avanti negli anni antecedenti la morte attraverso diverse
stesure successive e senza che egli facesse in tempo a ri-
vederne la redazione finale, come suggerirebbero svaria-
te incongruenze e contraddizioni rilevate nel testo.7
L’opera è divisa in quattro libri e si apre con un proe-
mio sulla morte di Costantino e sulla successione dei
suoi figli, caratterizzato da un registro stilistico più ele-
vato rispetto ai capitoli successivi. In questa parte Euse-
bio introduce subito uno dei temi più frequenti della Vi-
ta, ossia l’idea che Dio premia gli imperatori cristiani e
punisce i pagani, affermando che l’imperatore regnò per
oltre trent’anni perché, in virtù del suo fervore religioso,
godeva della protezione divina, che gli consentì di trion-
fare su tutti i suoi nemici. Sempre in questa sezione, com-
pare un altro tema ricorrente: il paragone tra il sovrano
e i grandi personaggi del passato. Prima Costantino è pa-
ragonato a Ciro e Alessandro Magno e poi alcuni episo-
di della sua vita sono messi a confronto con vicende ana-
loghe della vita di Mosè. Tale accostamento consente al-
l’autore di presentare il monarca cristiano come il nuovo
legislatore, prescelto da Dio per salvare l’umanità dal-

polcro a Gerusalemme, voluta da Costantino e da sua madre Elena


(per esempio H.A. Drake, In Praise of Constantine, Berkley-Los An-
geles 1976, in particolare pp. 30-43). Sembra tuttavia convincente l’i-
potesi che non si tratti di un discorso dedicatorio – non contiene infat-
ti descrizioni dettagliate del monumento in questione – ma piuttosto
di uno scritto apologetico, indirizzato a un pubblico sia pagano che
cristiano, in cui le dottrine cristiane sono esposte facendo ricorso a un
linguaggio filosofico di matrice classica. Su questo problema si veda
ancora M. Amerise, Elogio, cit., in particolare pp. 68-90.
7
G. Pasquali, Die Composition der Vita Constantini des Eusebius,
in «Hermes», 45 (1910), pp. 369-386; L. Tartaglia, Sulla vita di Costanti-
no, Napoli 1984, pp. 13-17.
INTRODUZIONE 13

l’errore del paganesimo e per farsi garante della morale


cristiana. Fatte queste premesse, Eusebio riserva un cer-
to spazio alla descrizione del padre di Costantino, l’im-
peratore Costanzo, dipingendolo come un fervente cri-
stiano e racconta alcuni aneddoti volti a mettere in luce
la sua generosità e il suo senso religioso (I, 14-16). Il pa-
ragone tra Mosè e Costantino è ripreso nella descrizione
della giovinezza del sovrano, che dovette difendersi dal-
le insidie ordite dai suoi colleghi pagani. Ciononostante,
ottenne l’autorità imperiale e risultò vincitore sui barba-
ri, perché sostenuto dal favore divino, che si rivelò con
chiarezza abbagliante quando, nel mezzo di una preghie-
ra, ebbe la celebre visione della croce con la scritta che
lo esortava alla vittoria. In seguito a tale episodio, le con-
notazioni cristiane dell’imperatore si fanno ancora più
decise ed Eusebio passa a descrivere come il sovrano fe-
ce costruire l’emblema a forma di croce, il labaro, che gli
assicurava vittorie schiaccianti sui nemici e come si die-
de ad approfondire la conoscenza delle Sacre Scritture.
Delineata la sua identità di imperatore cristiano, Costan-
tino si dedica al compito di liberare i cittadini romani
dalla tirannia di Massenzio, che imperversava nella capi-
tale vessando la popolazione con ogni sorta di angherie.
La battaglia del Ponte Milvio, con la morte del rivale,
è una chiara e ulteriore conferma del favore divino e
Costantino, che ormai frequenta i sinodi dei vescovi co-
me un loro pari, decide di dedicarsi alla conquista del-
l’Oriente e all’eliminazione dell’altro “tiranno”, Licinio,
anch’egli efferato persecutore dei cristiani nelle provin-
ce sottoposte alla sua giurisdizione.
La prima parte del secondo libro è interamente dedica-
ta al racconto dello scontro epico tra Costantino e Licinio,8
8
Su Licinio si può vedere S. Corcoran, Hidden from History: The
Legislation of Licinius, in J. Harries – I. Wood (edd.), The Theodosian
Code: Studies in the Imperial Law of Late Antiquity, London 1993, pp.
97-118.
14 INTRODUZIONE

ossia tra il paganesimo e il cristianesimo. Alla vigilia del-


la guerra l’imperatore cristiano prega Dio, mentre l’em-
pio “tiranno” fa sacrifici agli idoli, e sia prima che du-
rante le battaglie si verificano fatti prodigiosi che lascia-
no presagire l’esito del conflitto. Ottenuta la vittoria,
Costantino assume il controllo di tutto l’impero e si
preoccupa subito di legiferare in favore dei cristiani col-
piti dalle persecuzioni. Diversi capitoli (II, 19-22) illu-
strano dettagliatamente quali furono i provvedimenti
presi dal pio imperatore per risarcire le vittime: gli esuli
e i carcerati furono liberati, le proprietà confiscate ven-
nero restituite ai legittimi proprietari, i sacrifici agli dei
furono vietati per legge e fu invece incoraggiata la co-
struzione di chiese. A partire da questo libro, Eusebio
inizia a inserire una serie di documenti, lettere ed editti,
di argomento religioso, alcuni dei quali risultano firmati
dall’imperatore in persona, la cui autenticità è stata
messa in discussione in passato da diversi studiosi, fino
a quando l’esame di un papiro di età costantiniana9 ha
mostrato che l’editto in esso tradito coincideva esatta-
mente con un’ampia porzione di uno dei documenti in-
clusi nella Vita di Costantino.10
Nella parte finale del secondo libro l’autore introdu-
ce il tema della diffusione delle eresie (un argomento
che gli procurava, come si vedrà, un certo imbarazzo) e
inizia a spiegare come sorsero diverse controversie reli-
giose, soprattutto a causa di Ario e dei Meleziani11 e co-
me l’imperatore si preoccupasse costantemente di man-
tenere la concordia in seno alla Chiesa, adoperandorsi
personalmente per mitigare le polemiche.
Il terzo libro si apre con un confronto tra Costantino

9
P. Lond III 878 verso, pubblicato da T.C. Skeat in «Antike und
Orient», Festschr. W. Schubart, 1950, pp. 126-133.
10
Il documento in questione è in II 26-29, si veda n. 31, pp. 190-
191.
11
Si veda n. 49, pp. 224-225 e n. 52, pp. 226-227.
INTRODUZIONE 15

e i suoi predecessori pagani, responsabili delle persecu-


zioni dei cristiani; passa poi a descrivere l’andamento del
concilio di Nicea (III, 7-14). Eusebio racconta come nel
palazzo imperiale si diedero convegno vescovi prove-
nienti da ogni provincia e come il sovrano, dopo aver fat-
to il suo ingresso trionfale, pronunciò un discorso finaliz-
zato a metter pace tra i contendenti. Ampio spazio è la-
sciato al problema della data della celebrazione della Pa-
squa,12 che era stata origine di controversie poiché non
era la medesima in tutte le Chiese e che venne discusso
nel corso del sinodo, mentre la questione principale, l’a-
rianesimo, è affrontata in modo piuttosto sbrigativo.
Tutta la seconda parte del libro è incentrata sulla po-
litica di costruzione di luoghi di culto cristiani inaugura-
ta dal sovrano e dalla madre Elena.13 Eusebio descrive
come, per volontà degli imperatori, il Santo Sepolcro,
che giaceva in stato di abbandono, occultato da rovine e
statue di idoli, fosse riportato alla luce e come i sovrani
si preoccuparono di edificare sul luogo uno splendido
santuario, il cui aspetto è descritto nei dettagli (III, 34-
40). In seguito, fecero costruire nuovi edifici cristiani in
terra santa e in altre province dell’impero, e in questa
fase alcuni templi pagani furono distrutti. Anche in que-
sta sezione dell’opera sono riportate diverse lettere im-
periali, alcune inerenti all’edificazione dei monumenti
sacri, altre riguardanti controversie sorte all’interno di
chiese locali e un editto pubblicato dal sovrano contro
tutti gli eretici (III, 64-65).
L’inizio del quarto libro ha un’impronta più politica
12
Sul problema della data della Pasqua: A. di Berardino: L’impera-
tore Costantino e la celebrazione della Pasqua in G. Bonamente, P. Fu-
sco (edd.), Costantino il Grande dall’antichità all’umanesimo, Macera-
ta, 1992 (vol. I), pp. 363-384.
13
Sull’imperatrice Elena si veda J.W. Drijvers, Helena Augusta: the
Mother of Constantine the Great and the Legend of her Finding of the
True Cross, Leiden, 1992 e H.A. Pohlsander, Helena Empress and
Saint, Chicago 1995.
16 INTRODUZIONE

(in senso generale e non specificamente cristiano) ri-


spetto al resto dell’opera; in questa sezione infatti Euse-
bio menziona alcune riforme fiscali volute da Costanti-
no e poi passa a descrivere come riuscì a sottomettere
gli Sciti grazie all’emblema di Cristo e come avviò trat-
tative diplomatiche con il re di Persia, per tutelare i cri-
stiani che vivevano al di fuori dei confini dell’impero
(IV, 8-13). Nei capitoli successivi l’autore ritorna a trat-
tare argomenti inerenti alla politica dell’imperatore nei
confronti della Chiesa e descrive come stabilì che le fe-
stività cristiane e i giorni consacrati ai martiri fossero
celebrati per legge; ricorda anche che il sovrano impose
ai soldati di pregare tutte le domeniche e abolì i culti
idolatri, promuovendo la venerazione dei martiri (IV,
18-23). Altre riforme menzionate da Eusebio riguarda-
vano i giochi dei gladiatori, il diritto testamentario, e va-
ri aspetti del diritto civile; una di queste, per esempio,
stabiliva che nessun cristiano potesse essere schiavo di
Giudei e che i decreti dei concili avessero autorità di
legge.
La seconda parte dell’ultimo libro riguarda ultimi an-
ni di vita del sovrano. Nel trentennale del suo regno pro-
clamò imperatori i suoi figli, in vista della successione, e
nella medesima prospettiva dopo aver diviso il potere
tra essi, si preoccupò di istruirli nell’arte del governo,
ma anche nella fede cristiana. Una delle ultime iniziati-
ve di Costantino fu l’edificazione del santuario degli
Apostoli a Costantinopoli, destinato a divenire il suo
mausoleo; anche questo monumento è descritto dall’au-
tore con dovizia di particolari (IV, 58-60) e, infine, dopo
il resoconto della malattia e della morte dell’imperato-
re, una lunga sezione è dedicata alla descrizione dei fu-
nerali e si conclude con un breve epilogo nel quale si af-
ferma che nessun sovrano del passato può reggere il
confronto con Costantino.
Alcuni manoscritti (tra cui Vat. Gr. 149) che conten-
INTRODUZIONE 17

gono la Vita di Costantino riportano l’orazione Ad sanc-


torum coetum, presentandola come quinto libro dell’o-
pera. Si tratta in realtà di un discorso pronunciato da
Costantino, probabilmente ad Antiochia nel 325, che co-
stituisce il più importante documento direttamente at-
tribuibile a un imperatore nell’arco di tempo che separa
i Colloqui con se stesso di Marco Aurelio dalla produ-
zione letteraria dell’imperatore Giuliano, e illustra chia-
ramente quale fosse la funzione della Chiesa nell’ottica
della propaganda costantiniana.14
L’elenco dei titoli dei capitoli che precede il testo ve-
ro e proprio della Vita di Costantino corrisponde al mo-
do in cui l’opera è stata tramandata nei manoscritti e
non è attribuibile all’autore, bensì a un redattore o a un
copista di età posteriore. Pur essendo spurio, tale elenco
figura generalmente nelle edizioni poiché risale verosi-
milmente a un’epoca non troppo lontana dalla stesura
del testo e i titoli dei capitoli (che contengono alcune
informazioni attendibili) non sono considerati del tutto
privi di valore storico.

Fino ai primi decenni del secolo scorso la Vita di Costan-


tino è stata oggetto di svariate critiche che ne hanno
messo in discussione l’autenticità e l’affidabilità; ma il
dibattito sull’argomento si è poi sviluppato in senso tale
che ormai nessuno studioso dubita più né della pater-
nità di Eusebio né della veridicità della maggior parte
dei documenti storici riportati nella narrazione.15 Quan-
to all’attendibilità del testo, oltre all’ovvia considerazio-

14
Si veda M. Grant, The Emperor Constantine, London, 1993, p. 10.
15
La posizione più scettica riguardo all’autenticità della Vita di Co-
stantino fu quella assunta da Grégoire, cfr. H. Grégoire, Eusèbe n’est
pas l’auteur de la ‘Vita Constantini’ dans sa forme actuelle et Constan-
tin ne s’est pas ‘converti’ en 312, in «Byzantion» 13 (1938), pp. 561-583.
Per una disamina di alcuni pareri critici sulla Vita di Costantino si ve-
da ancora L. Tartaglia, cit., pp. 13-20.
18 INTRODUZIONE

ne che non ci si può aspettare da una biografia lo stesso


grado di obiettività che in genere è proprio di un’opera
prettamente storica, occorre tenere conto che in questo
caso tale aspettativa appare ancora meno realistica per
via del carattere composito della Vita di Costantino.
Una tra le critiche che sono state mosse è appunto il fat-
to che si tratta di un’opera “mista”, difficilmente inqua-
drabile in un genere letterario preciso, poiché non le so-
no estranei né i tratti del panegirico né quelli della bio-
grafia e, al contempo, presenta caratteristiche e conte-
nuti tipici del resoconto storico. Oltre a questo, si è spes-
so rimproverato a Eusebio di aver composto uno scritto
cortigianesco e parziale; ma se è innegabile che il tono
utilizzato per esaltare la figura del primo imperatore cri-
stiano abbia sottolineature che non è fuori luogo defini-
re agiografiche, è altresì vero che lo scopo dell’autore
era precisamente quello di scrivere un’opera celebrati-
va che illustrasse il ruolo fondamentale esercitato da
Costantino nel processo di diffusione del cristianesimo.
In uno dei capitoli di apertura, prima di addentrarsi
nella descrizione degli episodi relativi all’infanzia e alla
giovinezza dell’imperatore, Eusebio ritiene opportuno
precisare quale sia il fine del suo lavoro e puntualizza
che non si propone di dare conto dell’operato del sovra-
no nel suo complesso, ma che intende focalizzare l’at-
tenzione sull’impegno profuso da Costantino nell’inco-
raggiare cristianesimo, senza soffermarsi a considerare
le sue imprese di guerra né le iniziative politiche di ca-
rattere generale:
«Mi pare opportuno tralasciare la maggior parte delle gesta
imperiali del sovrano tre volte benedetto: i combattimenti e
gli schieramenti di guerra, le azioni eroiche, le vittorie, i trofei
strappati ai nemici e i trionfi, quanti ne riportò, e ancora, i
suoi provvedimenti in tempo di pace, promulgati tanto a gio-
vamento della collettività quanto nell’interesse dei singoli, le
disposizioni legislative che stabilì a vantaggio dei sudditi, e
INTRODUZIONE 19

moltissime altre imprese in cui si è cimentata la sua maestà


che sono ricordate da tutti; lo scopo che si propone questo la-
voro è infatti di raccontare ed esporre solo quegli aspetti del-
la sua vita che riguardano la religione. Ed essendo anch’essi
innumerevoli, sceglierò, tra quelli di cui sono a conoscenza, i
più significativi e i più degni di memoria per i posteri e ne
esporrò le linee essenziali nel modo più sintetico possibile».16

Il passo appena citato non solo mostra chiaramente qua-


le fosse l’intento dell’autore della Vita di Costantino, ma
serve anche a spiegare perché l’esposizione dei fatti pos-
sa talvolta apparire poco sistematica o incompleta. Il rac-
conto di Eusebio segue un ordine solo approssimativa-
mente cronologico, perché non ha alcuna pretesa di esse-
re una narrazione storica in senso stretto, né si propone
di fornire un quadro esaustivo del regno di Costantino.
Cionondimeno, questo testo costituisce una delle più im-
portanti fonti storiche relative ai primi decenni del quar-
to secolo; Eusebio, infatti, non solo espone alcuni degli
avvenimenti che portarono alla progressiva eliminazione
di tutti gli avversari dell’imperatore, ma fu anche testimo-
ne diretto di eventi di fondamentale importanza, dei qua-
li dà conto nella narrazione.Tra questi il più notevole è si-
curamente il concilio di Nicea, di cui resta un resoconto
dettagliato e di prima mano, ancorché caratterizzato da
una certa reticenza sul problema dell’eresia ariana per
via degli orientamenti teologici dell’autore.
Come si è già accennato, la Vita di Costantino contie-
ne un numero cospicuo di documenti ufficiali, quindici
in tutto, generalmente considerati autentici;17 si tratta

16
I, 11, pp. 92-95.
17
Per quanto riguarda il problema dell’autenticità dei documenti
contenuti nella Vita di Costantino, oltre alle pagine di Tartaglia (citate
nella nota 15) si può vedere S.G. Hall, Some Constantinian documents
in the Vita Constantini, in S.N.C. Lieu e D. Montserrat (edd.), Constan-
tine: History, Historiography and Legend, London-New York, 1998, pp.
86-103.
20 INTRODUZIONE

per lo più di lettere, rivolte a vescovi, a sinodi, alle chie-


se o ai cittadini, ma vi compaiono anche due editti. Tali
testimonianze affrontano questioni religiose e la scelta
di inserirle nella narrazione è dettata dalla volontà del-
l’autore di enfatizzare il ruolo attivo del sovrano nel
promuovere il cristianesimo e l’impegno costante con
cui si occupò personalmente degli affari della Chiesa.
Alcuni documenti riguardano la politica edilizia perse-
guita da Costantino, una volta che ai cristiani fu ricono-
sciuta la libertà di culto e, di conseguenza, il numero dei
fedeli iniziò a farsi sempre più grande (III, 30-31, 52-
53).18 Fino a quel momento le costruzioni adibite alla ce-
lebrazione della liturgia erano generalmente case priva-
te, spesso ubicate in zone periferiche e in quartieri po-
veri, che si rivelarono inadeguate rispetto al nuovo sta-
tus assunto dalla Chiesa. Per questa ragione, sotto Co-
stantino, l’architettura cristiana ricevette un impulso
formidabile e i documenti citati da Eusebio testimonia-
no l’impegno dell’imperatore in questo senso. Altri testi
riguardano il timore che il diffondersi delle eresie mi-
nasse l’unità della Chiesa, altri ancora mostrano la
preoccupazione del sovrano di risarcire i cristiani rima-
sti vittime di soprusi nel corso delle persecuzioni e dan-
no conto dei suoi sforzi per fare in modo che essi non
fossero oggetto di ulteriori abusi anche al di fuori dei
confini dell’impero.19
Tra le lettere, quattro sono indirizzate allo stesso Eu-
sebio,20 ed è con malcelata soddisfazione che il vescovo
di Cesarea ci informa sui suoi ottimi rapporti con Co-

18
Su questo tema si veda R. Krautheimer, Early Christian and By-
zantine Architecture, Harsmondsworth 1975, pp. 17-44 e, dello stesso
autore, The Ecclesiastical Building Policy of Constantine, in G. Bona-
mente e P. Fusco (edd.), Costantino il grande dall’antichità all’umane-
simo, Macerata 1993 (vol. II), pp. 509-552.
19
Rispettivamente III, 64-65, pp. 336-343 e II, 24-42, pp. 190-209.
20
II, 46, pp. 210-213; III, 61, pp. 330-333; IV, 35-36, pp. 380-385.
INTRODUZIONE 21

stantino sottolineando come l’imperatore in persona gli


inviasse istruzioni in merito alla costruzione di nuove
chiese nei territori sottoposti alla sua autorità: «Comu-
nicò per iscritto tali disposizioni a tutti i vescovi delle
Chiese locali e nello stesso modo si degnò di renderle no-
te anche a noi, inviando alla nostra persona questa prima
lettera ».21 In un’altra lettera indirizzata a Eusebio, Co-
stantino si esprime in termini lusinghieri a proposito del
suo trattato sulla Pasqua, e in una successiva entra nel
merito di questioni inerenti alle cariche ecclesiastiche,
approvando la decisione di Eusebio di continuare a
esercitare il suo ufficio a Cesarea, rifiutando il seggio
episcopale di Antiochia che gli era stato offerto dai so-
stenitori di Ario.22 Questa testimonianza, che concerne
una questione apparentemente periferica e di poco pe-
so, rivela fino a che punto Costantino fosse coinvolto
negli affari interni della Chiesa: in realtà, il sovrano ave-
va buoni motivi per interessarsene personalmente, co-
me mostrano anche le altre due epistole indirizzate ai
cittadini di Antiochia e ai vescovi locali,23 poiché intor-
no al problema della successione al soglio episcopale
della metropoli siriaca erano sorte aspre polemiche tra i
sostenitori dell’ortodossia nicena e gli ariani.24 Eusebio,
che era noto per i suoi orientamenti filoariani, preferì
non lasciarsi coinvolgere nella contesa, poiché accettare
l’incarico, proposto dal clero di fede ariana, avrebbe ne-
cessariamente comportato da parte sua una netta presa
di posizione in senso ariano.25
L’ultima lettera indirizzata dall’imperatore a Eusebio
è una testimonianza curiosa perché riguarda la richiesta

21
II, 55, p. 211.
22
Rispettivamente IV, 35, pp. 380-381; III, 61, pp. 330-333.
23
III, 60, pp. 326-331 e III, 62, pp. 332-337.
24
Si veda n. 92 al III libro, pp. 324-325.
25
A proposito della questione ariana si veda M. Simonetti, La crisi
ariana nel IV secolo, Roma 1975.
22 INTRODUZIONE

di cinquanta copie della Bibbia, commissionate perso-


nalmente dall’imperatore, e oltre a costituire una delle
prime testimonianze inerenti alla produzione di codici
pregiati, lascia anche intuire l’importanza dello scripto-
rium26 di Cesarea annesso alla biblioteca di Panfilo:

«Ci è apparso infatti conveniente mettere a parte di ciò la tua


saggezza, affinché tu provveda a far trascrivere da copisti
esperti e ben esercitati in questa tecnica cinquanta volumi, si
intende delle Sacre Scritture, in pergamena finemente lavo-
rata, che siano maneggevoli e di facile consultazione, il cui
allestimento e il cui utilizzo sai bene quanto siano indispen-
sabili per la Chiesa. Una lettera è stata inviata da parte della
nostra clemenza al responsabile generale dell’amministra-
zione, affinché si impegni a procurare tutto quel che occorre
per la trascrizione di tali testi; e sarà compito del tuo zelo far
sì che i volumi trascritti siano pronti quanto prima. È conve-
niente che in forza dell’autorità di questa nostra lettera tu ab-
bia facoltà di servirti di due carri della posta pubblica per il
trasporto. In tal modo si potranno facilmente condurre fino
ai nostri occhi i volumi elegantemente trascritti e, come è ov-
vio, uno dei diaconi della tua chiesa si assumerà tale incarico
e quando giungerà presso di noi avrà esperienza diretta del-
la nostra benevolenza».27

TEMI E MODELLI

Nell’incorporare i documenti imperiali nella narrazio-


ne, Eusebio riprende la tecnica già utilizzata nella Storia
Ecclesiastica, e in questo modo conferisce una dignità
“storica” alla biografia; ma dal punto di vista tematico e

26
Con questo termine latino si indicano i centri di produzione di ma-
noscritti. Sullo scriptorium di Cesarea: G. Cavallo, Scuola, Scriptorium,
Biblioteca a Cesarea, in G. Cavallo (a cura di) Le biblioteche del mondo
antico e medievale, Bari 1988, pp. 67-78; A. Grafton – M. Williams, Chri-
stianity and the transformation of the book: Origen, Eusebius and the li-
brary of Cesarea, Cambridge, Mass. 2006, in particolare pp. 178 ss.
27
IV, 36, pp. 382-383.
INTRODUZIONE 23

strutturale la Vita di Costantino si richiama esplicita-


mente alla configurazione dell’encomio e del bios gre-
co, riecheggiando la tradizione delle biografie svetonia-
ne, e al contempo utilizza topoi caratteristici della lette-
ratura agiografica. Il ricorso a questi modelli narrativi è
più massiccio nel primo libro e nella parte iniziale del
secondo, dove si rintracciano molti degli elementi costi-
tutivi dei panegirici e dei bioi, che non si susseguono
nell’ordine prescritto dagli antichi trattati di retorica,
ma riprendono comunque quel modello.28
Nel prologo, come esige l’uso retorico, il registro lin-
guistico è più elevato che nelle altre parti dell’opera e
non manca un topos diffusissimo prima nel genere bio-
grafico e poi in quello agiografico: la dichiarazione del-
l’autore di sentirsi inadeguato rispetto all’altezza del
compito che si propone.29 La presenza di schemi narra-
tivi codificati dalla tradizione letteraria si avverte anche
nelle pagine successive, dove Eusebio, seguendo i detta-
mi dei retori, si sofferma a descrivere la famiglia (gevno")
da cui discendeva l’imperatore dedicando ampio spazio
alla descrizione delle virtù del padre Costanzo,30 per poi
enumerare, in ossequio alle prescrizioni dei manuali, le
doti fisiche e le qualità morali del monarca.31 I pregi di

28
Nell’antichità la struttura del panegirico era codificata da diversi
manuali di retorica, tra cui i Progymnasmata di Elio Teone (I-II sec.) e
i trattati di Menandro Retore, o di Lodicea (III sec.). Il primo argo-
mento da affrontare era il luogo d’origine del protagonista (patriv"),
poi occorreva dare informazioni sul suo popolo (e[qno") e sulla sua fa-
miglia (gevno") e ricordare gli avvenimenti che contrassegnarono la sua
nascita; di qui si passava a descrivere le qualità e le azioni più notevoli
(pravxei") e nella parte conclusiva l’autore poteva parlare della sorte
(tuvch) del protagonista e istituire un confronto (suvgkrisi") con altri
personaggi famosi.
29
I, 2, pp. 80-81.
30
I, 13-17, pp. 98-105.
31
I, 19, pp. 106-109 (bellezza, temperanza, prudenza, sapienza), I,
42-43, pp. 136-139 (generosità), II, 13-14, pp. 178-181 (clemenza, sag-
gezza e temperanza).
24 INTRODUZIONE

entrambi i sovrani, padre e figlio, sono ovviamente quel-


li che si convengono al princeps: clemenza, generosità,
temperanza, prudenza, sapienza, declinate però in senso
cristiano. La temperanza che contraddistingue Costanti-
no è qualcosa di diverso dall’ejgkravteia della filosofia
pagana: quando Eusebio descrive il sovrano che si pre-
para a dare battaglia in solitudine, tra veglie, digiuni e
preghiere, visitato da visioni divine, tratteggia la figura
dell’asceta piuttosto che quella dell’imperatore-filo-
sofo.32 Ancora, la liberalità, di cui Costantino dà prova,
si traduce in donativi alle chiese, la clemenza e il rispet-
to per la vita umana, che mostra di avere quando esorta
i suoi soldati a «risparmiare i prigionieri e a non dimenti-
care che si trattava di esseri umani partecipi della loro
stessa natura», assumono una connotazione cristiana,
perché subito dopo Eusebio ribadisce che prima di ogni
battaglia l’imperatore si impegnava a pregare Dio «al-
lontanando da sé ogni agio e ogni abitudine voluttuosa e
costringendosi a digiuni e mortificazioni corporali ».33
Anche Costanzo è dipinto come un fervente cristiano,
mentre in realtà si limitò a seguire una politica di blan-
da tolleranza nei confronti del cristianesimo.
Nei primi due libri in particolare, ricorrono temi che
appartengono specificamente al genere agiografico, per
esempio l’idea che i persecutori dei cristiani siano desti-
nati a perire miseramente in una sorta di contrappasso
per i crimini commessi durante la loro esistenza. Questo
concetto ricorre assai frequentemente nelle vite dei san-
ti ed è lo stesso che sta alla base del De mortibus perse-
cutorum di Lattanzio, composto un paio di decenni pri-
ma del testo di Eusebio. Nella Vita di Costantino sono
raccontate dettagliatamente le morti raccapriccianti cui
andarono incontro Galerio e Massimino Daia per aver

32
II, 14, pp. 178-181.
33
II, 13-14, pp. 178-181.
INTRODUZIONE 25

suscitato l’ira di Dio: il primo fu letteralmente divorato


da un’ulcera verminosa che gli devastò i visceri procu-
randogli un’agonia orrenda, il secondo finì incenerito da
un fulmine vendicatore, che lo rese uno scheletro e lo
privò della vista prima di ucciderlo.34 Anche la morte di
Massenzio, annegato nel Tevere insieme al suo cavallo
in seguito al cedimento del ponte di barche che egli stes-
so aveva fatto costruire perché invece crollasse al mo-
mento del passaggio di Costantino, è interpretata come
una chiara punizione divina.35
Il modo in cui Eusebio dipinge i persecutori rispec-
chia il modello dello psogos, il genere letterario opposto
all’encomio e finalizzato a denigrare qualcuno, in gene-
re gli avversari politici e i rivali in amore. La descrizione
di Massenzio è esemplare in questo senso. Il nemico di
Costantino è presentato come un individuo abietto, che
si è macchiato di ogni nefandezza e turpitudine, non
esclusa la magia nera: «arrivava anche a sventrare donne
incinte per le sue magiche trame, o a scrutare visceri di
bambini appena nati, a squartare leoni e a commettere al-
tre infamie per evocare i demoni».36 A proposito di Lici-
nio vengono usate espressioni analoghe: è raffigurato
come un tiranno esoso, avido e intemperante, infido e
dedito a stupri e adulteri, autore di persecuzioni effera-
te nei confronti dei cristiani e obnubilato dalla sua fede
cieca negli oracoli e negli dei.37
Il ricorrente parallelismo istituito tra il sovrano e Mo-
sè nei primi due libri, che è sfruttato abilmente sotto il
profilo ideologico e religioso, dal punto di vista lettera-
rio si deve ricondurre all’uso della synkrisis. Eusebio, pri-
ma di introdurre il confronto tra l’imperatore e il profeta
biblico, si serve di un’altra breve synkrisis in cui parago-
34
I, 58, pp. 158-161.
35
I, 38, pp. 128-132.
36
I, 36, pp. 126-127.
37
I, 55, pp. 152-155 e II, 4, pp. 166-169.
26 INTRODUZIONE

na Costantino ai più grandi re dell’antichità, prima a Ci-


ro re dei Persiani e poi ad Alessandro Magno,38 per met-
tere in evidenza che le imprese dell’imperatore romano
furono di gran lunga più gloriose di quelle dei suoi anti-
chi predecessori e sottolineare come la vita del sovrano
cristiano sia molto più degna di ammirazione per via del
suo profondo senso religioso e delle sue innumeri virtù.
Nel successivo paragone tra Mosè e Costantino, su cui
Eusebio ritorna più volte, sono invece enfatizzate le ana-
logie tra i due personaggi, che riguardano tanto gli avve-
nimenti che segnarono le loro vite quanto la funzione di
guida che entrambi svolsero nei confronti dei rispettivi
popoli e il loro ruolo di legislatori. Come Mosè fu alleva-
to «nelle dimore stesse dei tiranni »39 (ossia del faraone),
minacciato di morte e chiamato da Dio a ribellarsi per li-
berare il popolo ebraico, anche Costantino passò la sua
giovinezza a contatto con gli imperatori pagani (Diocle-
ziano, Galerio, Severo, Massimino Daia), definiti i «tiran-
ni dei nostri tempi»,40 che tramavano contro di lui, e do-
vette anch’egli farsi tirannicida41 ed eliminare i suoi riva-
li per liberare i cristiani dalle persecuzioni. Al pari di
Mosè, anche Costantino è dotato di tutte le migliori virtù
e come lui esercita la funzione di legislatore, facendosi
interprete della volontà divina. La similitudine tra Mosè
e Costantino è reiteratamente ribadita nella parte inizia-
le dell’opera ed è finalizzata a sottolineare come il pote-
re dell’imperatore discenda direttamente da Dio e come
i suoi successi non siano da attribuirsi soltanto al suo va-
lore personale, ma siano funzionali al compimento di un
disegno provvidenziale.
L’espediente della synkrisis è utilizzato ancora, que-
sta volta in senso negativo, a proposito di Licinio, che al-
38
I, 7-8, pp. 86-89.
39
I, 12, pp. 94-95.
40
I, 12, pp. 96-97.
41
I, 12, pp. 96-97.
INTRODUZIONE 27

l’inizio del secondo libro è paragonato al faraone42 ed è


subito seguito da un nuovo confronto, ovviamente in
positivo, tra Mosè e Costantino, che «fece piantare la sua
tenda in una zona appartata e assai lontana dall’accam-
pamento, e conducendo in quel luogo una vita sobria e
pura pregava il Signore come quell’antico profeta di Dio
a proposito del quale le Sacre Scritture testimoniano che
avesse posto la tenda fuori dal campo».43
La dimestichezza di Eusebio con gli autori pagani si
percepisce anche nelle sue idee sulla sovranità, risultato
di una originale rielaborazione in chiave cristiana di teo-
rie già presenti nella tradizione filosofica e letteraria di
età classica e imperiale, e in particolare in testi ascrivibili
al genere dello Speculum Principis, di cui la Vita di Co-
stantino contiene diversi elementi. Per esempio, il con-
cetto ricorrente che il monarca debba guardare alla divi-
nità, come al principio informatore del suo agire e che
ne rappresenti l’imitazione sulla terra si trova in già Plu-
tarco44 e in alcuni filosofi pitagorici di età ellenistica le
cui opere furono pubblicate verso l’inizio del V secolo,
da Giovanni Stobeo.45 Questi testi costituivano un retag-
gio culturale di cui Eusebio era sicuramente partecipe46
e contribuirono a fornirgli le basi su cui costruire una
nuova teologia politica, che non perde di vista i modelli
antichi ma li ripensa e li traduce in senso cristiano.47
42
II, 11, pp. 176-177: “Dio induriva il suo cuore, proprio come si dis-
se dell’antico tiranno”.
43
II, 12, pp. 176-177.
44
Plutarco, Consigli ai politici, a cura di G. Giardini, Milano 1995,
pp. 320-337. In particolare, sul concetto di mivmhsi", pp. 330-332.
45
Giovanni di Stobi, in Macedonia, per l’educazione del figlio Set-
timio, compilò, un’antologia di poeti e prosatori greci, tra i quali figu-
rano i filosofi Diotogene, Stenida ed Ecfante, i cui trattati ispirarono
le idee di Eusebio sulla regalità. Cfr. M. Amerise, Eusebio, cit., p. 53.
46
S. Runciman, La teocrazia bizantina, Milano 2003, pp. 39-40.
47
R. Farina, L’impero e l’imperatore cristiano in Eusebio di Cesa-
rea: la prima teologia politica del cristianesimo Zurigo 1966, in partico-
lare pp. 107-127 e pp. 206-235.
28 INTRODUZIONE

Il tema della mivmhsi" è centrale già nel Discorso per


il trentennale, anteriore di un paio d’anni alla Vita di
Costantino, dove è fondamentale l’idea che Cristo in
quanto logos sia ciò di cui il sovrano deve farsi imita-
tore, e questo rappresenta un elemento di novità ri-
spetto al concetto di mivmhsi" proprio della filosofia
classica.48 L’idea che l’imitazione della divinità informi
l’agire dell’imperatore, oltre che nel Discorso regale, si
ripropone nella Vita di Costantino, per esempio verso
la metà del IV libro (29, 4), dove sono descritti i prepa-
rativi per la successione:

Infatti a lui il Dio universale aveva assegnato il dominio sul-


la terra, e lui, a imitazione dell’Onnipotente, aveva affidato
loro l’amministrazione delle singole circoscrizioni dell’im-
pero, ma tutti, al momento opportuno, avrebbero dovuto
render conto del proprio operato al supremo sovrano.

EUSEBIO E L’IMPERATORE

Come si è visto, dal punto di vista formale la natura


composita del testo costituiva un elemento di novità,
ma il suo carattere innovativo non va individuato tanto
nell’intersecarsi dei diversi generi letterari, quanto nel-
la valenza politica che un’opera di questo tipo veniva
ad assumere. Per la prima volta infatti si erano verifica-
te condizioni storiche in base alle quali un imperatore
cristiano aveva accentrato il potere saldamente nelle
proprie mani, assicurando all’impero un periodo di pa-
ce e stabilità, e di conseguenza la diffusione del cristia-
nesimo aveva raggiunto proporzioni tali da renderlo or-
mai un potenziale pilastro dell’ideologia imperiale. Nel
volgere di pochi anni la nuova religione divenne, da og-
getto di persecuzioni, strumento in grado di contribuire

48
M. Amerise (a cura di), Eusebio, cit., p. 55.
INTRODUZIONE 29

al rafforzamento del potere e fu proprio Costantino a


intuire le enormi potenzialità intrinseche nel connubio
tra religione cristiana e potere imperiale. Il vescovo di
Cesarea si fece interprete e portavoce del messaggio,
contribuendo a porre le basi di quello che diventerà,
nei secoli successivi, il tratto distintivo del potere impe-
riale bizantino, fondato saldamente sulla coesione tra
l’autorità del sovrano e quella della Chiesa (e spesso
sulla subordinazione del potere spirituale a quello tem-
porale).49
Quando Costantino si sia effettivamente convertito è
questione assai controversa. Secondo la maggior parte
degli storici la conversione sarebbe avvenuta in un mo-
mento posteriore rispetto a quanto afferma Eusebio,
che la colloca alla vigilia della battaglia del ponte Milvio
nel 312;50 ma in passato diversi studiosi hanno sostenuto
addirittura che si tratterebbe di una mistificazione priva
di fondamento e che l’adesione del sovrano al cristiane-
simo fosse stata puramente formale e dettata esclusiva-
mente da ragioni di opportunità politica. Da quando i
documenti contenuti nella Vita di Costantino si sono ri-
velati sostanzialmente attendibili, tali posizioni di cate-
gorico scetticismo non hanno più molto seguito; tuttavia
l’obiezione che in genere viene più frequentemente
mossa alla versione di Eusebio è che almeno fino al 321
su monete e monumenti si trovano riferimenti al culto
del Sole (il Sol Invictus), di cui il sovrano era un segua-
ce. D’altra parte, come è stato ipotizzato, è abbastanza
plausibile che Costantino, sicuramente assai meno intol-
lerante nei confronti del politeismo di quanto il suo bio-
grafo ami farci credere, non avvertisse una totale incom-

49
Sulle teorie politiche di Eusebio si può vedere, oltre a R. Farina
(cit. n. 47), S. Calderone, «Eusebio e l’ideologia imperiale» in M. Maz-
za e C. Giuffrida (edd.), Le trasformazioni della cultura nella tarda an-
tichità, vol. I, Roma 1985, pp. 1-2.
50
I, 32, pp. 122-125.
30 INTRODUZIONE

patibilità tra i due culti e che il Sole potesse anche sim-


boleggiare il Dio cristiano,51 in una sorta di sincretismo
monoteistico.
Quando Eusebio si accinse a scrivere la biografia di
Costantino si dovette misurare con un compito assai
complesso, sia perché si trovò nella necessità di passare
sotto silenzio alcuni episodi a dir poco imbarazzanti per
un principe cristiano sia per le posizioni filoariane che
egli stesso aveva assunto in passato e che mal si accor-
davano con l’ortodossia sancita dal concilio di Nicea, di
cui l’imperatore in persona era stato promotore. È per
questo motivo che in molti passi dell’opera il vescovo di
Cesarea cerca di destreggiarsi, in modo più o meno di-
sinvolto, tra reticenze, omissioni, preterizioni e genera-
lizzazioni, evitando di sviscerare le questioni più scomo-
de da affrontare.
La vicenda più inquietante che ha segnato la vita di
Costantino è rappresentata sicuramente dalla condanna
a morte decretata nel 326 nei confronti del figlio Crispo
e dal successivo “suicidio” della moglie Fausta, avvenu-
to in circostanze oscure. Crispo, figlio di Minervina, ave-
va contribuito in modo decisivo al successo di Costanti-
no su Licinio nella battaglia navale dell’Ellesponto
(324) ed Eusebio, che pure lo cita nella Storia Ecclesia-
stica, evita accuratamente di menzionarlo nella Vita di
Costantino. Fausta, figlia di Massimiano, il cui matrimo-
nio con Costantino era stato imposto, nel 307, da ragioni
di Realpolitik, era dunque la matrigna di Crispo e nella
tradizione pagana la ragione della condanna a morte di
entrambi è attribuita a una relazione adulterina tra i
due, che ripropone, variandolo, il tema di Ippolito e Fe-
dra. Questo episodio gettò una luce sinistra sull’impera-
tore, come lasciano intuire alcune leggende tardoanti-
che e medievali, in particolare quella che fa riferimento

51
A. Cameron, Eusebius, Life of Constantine, Oxford 1999, p. 45.
INTRODUZIONE 31

alla lebbra che avrebbe afflitto Costantino prima della


sua conversione – ma l’effetto catartico del battesimo
cristiano, lavando i peccati commessi, lo avrebbe guarito
dalla malattia.52 Tra le colpe da espiare va annoverata
anche l’uccisione del figlio di Licinio, Liciniano, avvenu-
ta subito dopo l’eliminazione del padre, un gesto parti-
colarmente efferato, dal momento che si trattava di un
bambino di appena undici anni.
Un altro increscioso episodio, che per ovvi motivi
non figura nella biografia del sovrano, riguarda l’assas-
sinio del filosofo neoplatonico Sopatro. Questi faceva
parte dell’entourage di Costantino, che amava presen-
tarsi come un monarca tollerante e, nonostante la sua
adesione al cristianesimo, riteneva comunque opportu-
no mostrare rispetto per gli uomini di cultura a prescin-
dere dalle loro convinzioni religiose.53 Cionondimeno,
quando il dotto, vittima di intrighi di corte, cadde in di-
sgrazia presso l’imperatore, Costantino, rivelando anche
in questo caso un’indole ben più sanguinaria di quanto
il suo biografo ci autorizzerebbe a sospettare, non esitò
a farlo giustiziare sommariamente.
Eusebio dovette fare ricorso a omissioni diplomatiche
anche riguardo alla questione dell’arianesimo, che, come
si è detto, gli procurava forte imbarazzo a causa delle sue
convinzioni teologiche. Già nel IX secolo il patriarca Fo-
zio54 rilevava come la Vita di Costantino sia del tutto eva-

52
Sulla leggenda della lebbra e del battesimo di Costantino si veda
V. Aiello, Costantino, La lebbra e il battesimo di Silvestro in G. Bona-
monte – F. Fusco (edd.), Costantino il Grande dall’antichità all’umane-
simo, Macerata 1992 (vol. I), pp. 17-58. G. Fowden, The last days of
Constantine: oppositional versions and their influence, in «Journal of
Roman Studies», 84 (1994), pp. 154-155. F. Paschoud, Zosime et Con-
stantine. Nouvelle controverses, in «Museum Helveticum» 54 (1997),
pp. 17-22.
53
Su Sopatro, Crispo e Fausta, si veda M. Grant, cit., pp. 109-115
54
Fozio (810-893 circa) fu patriarca di Costantinopoli tra il 858 e
l’867 e successivamente tra l’877 e l’88. Prima di ottenere questa no-
32 INTRODUZIONE

siva sia sulla questione del battesimo dell’imperatore (ce-


lebrato da Eusebio vescovo di Nicomedia, uno dei princi-
pali sostenitori dell’eresia ariana e pertanto un eretico a
tutti gli effetti55) sia sulle dispute teologiche affrontate dal
concilio di Nicea, che portarono alla condanna di Ario sia
su personaggi di rilievo come Eustazio e Atanasio che fu-
rono invece strenui sostenitori dell’ortodossia nicena:56

«Anch’egli sostiene che Costantino il Grande si era fatto bat-


tezzare a Nicomedia e che aveva rimandato il battesimo fino
a quel giorno poiché desiderava riceverlo nelle acque del
Giordano; su chi celebrò il battesimo, l’autore non ci illumina.
Sull’eresia ariana Eusebio non si pronuncia in modo netto –
non dice se aderiva a quel credo o se lo respingeva, e neppu-
re se Ario, con la sua dottrina, era nel giusto o in errore – seb-
bene si sia trovato nella necessità di menzionare tali questio-
ni per il fatto che il sinodo occupò un posto di grande rilievo
nel quadro delle attività di Costantino il Grande e avrebbe
quindi richiesto una trattazione estremamente particolareg-
giata degli eventi (…). Eusebio dà in certo modo l’impres-
sione di vergognarsi e di non voler rendere di dominio pub-
blico le vicende di Ario: il voto di condanna pronunciato dal

mina ecclesiastica aveva fatto carriera nell’ambito della burocrazia


imperiale, dove ricoprì la prestigiosa carica di protoasekretis, ma fu so-
prattutto un uomo di cultura e un acuto esegeta di letteratura greca,
come attesta l’enorme quantità di commenti e giudizi su testi classici,
ellenistici, di età imperiale e bizantina, che è confluita nella sua opera
più nota, la Biblioteca, costituita da 279 capitoli che contengono
estratti e riassunti di opere in prosa. Cfr. S. Impellizzeri, La letteratura
bizantina da Costantino a Fozio, Firenze 1975, pp. 297-365.
55
Si veda M. Amerise, Il battesimo di Costantino il Grande. Storia
dei una scomoda eredità, Suttgart 2005, in particolare pp. 13-17.
56
Eustazio, patriarca di Antiochia, ebbe un ruolo di primo piano al
concilio dei Nicea (325) nella difesa della formula consustanziale; atti-
ratosi l’odio degli avversari a causa della propria inflessibilità, fu de-
posto dal concilio di Antiochia (326) sotto l’accusa di sabellianismo e
nel 330 fu esiliato in Tracia dove morì intorno al 337. Anche Atanasio
fu un convinto assertore del dogma niceno e divenne vescovo di Ales-
sandria nel 328. Fozio nel passo che segue allude al fatto che fu accu-
sato dai suoi avversari di crimini terribili e reiteratamente esiliato.
INTRODUZIONE 33

sinodo, la giusta punizione comminata a lui e ai seguaci del-


la sua empia dottrina, cacciati anch’essi in esilio, e perfino la
sua fine, che ognuno vide coi propri occhi essere opera della
giustizia divina; Eusebio non ha messo in luce nessuno di
questi eventi e ha fatto un resoconto assai sbrigativo del si-
nodo e dei fatti che vi si svolsero.
Così, anche quando deve parlare del venerabile Eustazio,
Eusebio non ne cita il nome, né ricorda tutti i misfatti che si
osarono perpetrare nei suoi confronti, ma riconduce anche
questi eventi al clima di ribellione e di disordine (…). Analo-
gamente, quando Atanasio (che tante prove subì) restò vitti-
ma di una macchinazione, Eusebio – nell’affrontare i fatti ed
esporne lo svolgimento – sostiene in questo caso che Ales-
sandria era funestata dagli scontri tra le opposte fazioni e
dalla confusione, e che la città tornò calma grazie alla pre-
senza dei vescovi, forti del sostegno dell’imperatore: ma chi
fomentò i disordini, quali erano le ragioni dei tumulti, con
quali misure si sopì la contesa, ebbene tutte queste cose non
vengono chiarite nel modo più assoluto. E di regola, quando
i vescovi sono divisi da dispute di tipo dogmatico o da con-
troversie su altra materia, Eusebio nell’esporre i fatti mantie-
ne lo stesso atteggiamento reticente.»57

La descrizione dei lavori del concilio di Nicea58 è uno


degli esempi più chiari di come Eusebio riesca a evitare
di affrontare temi imbarazzanti proponendo una versio-
ne parziale degli avvenimenti. In queste pagine egli af-
ferma che il sinodo fu convocato per risolvere le contro-
versie sorte all’interno della Chiesa riguardo alla data
della celebrazione della Pasqua59 e dedica ampio spazio
a questo problema, che in realtà fu solo una delle que-
stioni minori discusse dall’assemblea, eludendo così
quello che invece fu il punto essenziale: la sconfessione
57
Fozio, Biblioteca, cod. 127.96a, il passo citato si trova in traduzio-
ne italiana in Fozio, Biblioteca, a cura di N. Wilson, Milano 1992, pp.
243-245.
58
III, 6-16, pp. 252-265.
59
Si veda III, 5, pp. 250-251, n. 11.
34 INTRODUZIONE

delle dottrine ariane e la definizione della dottrina della


consustanzialità del Figlio al Padre. A questo aspetto
egli si riferisce, senza sbilanciarsi troppo e senza neppu-
re citare espressamente Ario, riportando, quasi en pas-
sant, una lettera dell’imperatore, indirizzata ad Ario e al
suo rivale Alessandro, che esorta i contendenti alla con-
cordia e li invita a non provocare scissioni all’interno
della Chiesa e a non turbarne l’equilibrio.60 Eusebio
conclude la sezione dedicata alla chiusura del sinodo af-
fermando che “da quel momento prevalse una sola di-
sposizione d’animo”61 e che l’imperatore poté pertanto
celebrare il ventennale in letizia, salvo contraddirsi do-
po poche righe, quando è costretto ad ammettere che fu
necessario riconvocare nuovamente il concilio perché
non tutte le controversie si erano appianate (III, 23).
La reticenza dell’autore non è peraltro da attribuirsi
esclusivamente alle sue posizioni in materia teologica:
oltre a queste “difficoltà” personali entrano in gioco al-
tri elementi, innanzi tutto il fatto che nell’ottica della
teologia politica inaugurata da Eusebio le controversie
religiose riflettevano un’immagine negativa della Chie-
sa e il potere di un monarca designato dalla divinità non
poteva essere rappresentato da un organismo dilaniato
dai conflitti interni. Sul fatto che l’autorità di Costanti-
no discenda direttamente da Dio e che la divinità sia
l’artefice dei suoi successi Eusebio insiste infinite volte,
al punto che il concetto diviene il filo conduttore di tut-
ta l’opera ed è costantemente ribadito, anche attraverso
l’idea dell’imitatio Christi. L’imperatore, servo di Dio, si
fa emulo di Cristo e intende replicarne gli atti, chieden-
do in punto di morte di essere battezzato nelle acque del
Giordano. Assai prima di manifestare questo desiderio
(che rimarrà insoddisfatto poiché la malattia lo costrin-

60
II, 64-72, pp. 228-239.
61
III, 21, pp. 276-277.
INTRODUZIONE 35

se a farsi battezzare a Nicomedia), Costantino aveva


provveduto a farsi costruire un mausoleo, la Chiesa dei
Santi Apostoli a Costantinopoli, dove la sua tomba fu
collocata al centro di dodici cenotafi dedicati agli apo-
stoli. In questo modo il sovrano viene ad assumere sulla
terra un ruolo speculare a quello del Salvatore e si pro-
pone pertanto anche quale capo supremo della Chiesa,
al di fuori e al di sopra della stessa gerarchia ecclesiasti-
ca: è lui infatti che convoca i concili e che vigila sull’u-
nità della Chiesa, è lui che ammonisce gli eretici esor-
tandoli ad attenersi all’ortodossia,62 attribuendo a se
stesso l’epiteto di ijsapovstolo" (pari agli apostoli).

L’USO DELLA RETORICA

In un’edizione inglese della Storia Ecclesiastica di Euse-


bio63 il traduttore, lasciando trapelare un’insofferenza
tipicamente anglosassone per i periodi troppo lunghi, ri-
leva che la frase iniziale dell’opera consta di ben cento-
sessantasei parole, e che occorre farsi strada faticosa-
mente fino alla centocinquantatreesima prima di trova-
re il verbo reggente. L’incipit della Vita di Costantino al
confronto è quasi stringato, ma il tipo di prosa utilizzato
da Eusebio nella stesura della biografia del primo impe-
ratore cristiano ha indubbiamente caratteristiche analo-
ghe a quello della Storia Ecclesiastica ed è stato sovente
criticato perché ritenuto prolisso, ampolloso e struttura-
to in periodi di lunghezza estenuante.
Anche Fozio si esprimeva in termini poco lusinghieri
a proposito dello stile della Vita di Costantino, sostenen-
do che non fosse poi molto migliore di quello di opere
di Eusebio che già in passato non avevano incontrato la

62
Libro III, 64-65.
63
Eusebius, The History of the Church, a cura di A. Louth, London
1989, nota del traduttore (G.A.Williamson), p. xxxvii.
36 INTRODUZIONE

sua approvazione;64 ma il patriarca bibliofilo, assai più


avvezzo di noi agli artifici retorici e all’ipotassi, non si
lamentava tanto dell’eccessiva lunghezza dei priodi
quanto della mancanza di eleganza della prosa:

«Anche in questo scritto l’autore è fedele al suo stile: solo, si


è sforzato di raggiungere una forma un poco più brillante, e
di quando in quando ha fatto ricorso a un lessico più fiorito;
nonostante ciò – sul piano della piacevolezza e della grazia
dello stile – non si segnala nulla di rilevante, come appunto
negli altri suoi lavori».65

A fronte di questa drastica stroncatura, si può azzardare


una difesa del vescovo di Cesarea se si tiene presente il
ruolo fondamentale della retorica nella sua educazione.
La retorica, oltre a far parte dell’istruzione di base di
ogni autore colto di età imperiale o bizantina, al punto
di diventare una sorta di forma mentis e di costituire
quindi uno strumento imprescindibile nella stesura di
qualsiasi opera scritta o destinata alle declamazioni
pubbliche, rappresenta un’arma efficace per affrontare
con diplomazia argomenti complessi o imbarazzanti,
funziona come un filtro che permette di destreggiarsi
elegantemente in situazioni difficili – e in effetti, quan-
do Eusebio scriveva la Vita di Costantino si trovava in
una posizione a dir poco complicata.
Non a caso la sezione dedicata al concilio di Nicea è
una delle parti dell’opera in cui l’impiego di artifici reto-
rici è più frequente. Il racconto del sinodo si apre con la
descrizione dell’ingresso dell’imperatore nell’immensa
sala che ospitava i padri conciliari. Con ogni probabilità
fu in questa occasione che l’autore vide Costantino di
persona per la prima volta e la sua apparizione è narrata
con accenti marcatamente celebrativi: «A un segnale si
64
Fozio, Biblioteca, cod. 13.4a.
65
Id., cod. 127.95b, in Fozio, Biblioteca, cit., p. 243.
INTRODUZIONE 37

alzarono tutti e l’imperatore fece il suo ingresso, egli in


persona passò nel mezzo come un celeste angelo del Si-
gnore: indossava una veste splendente di bagliori di luce e
rifulgeva dei raggi fiammeggianti della porpora, adorno
delle luci fulgide dell’oro e delle pietre preziose».66 In que-
sto passo e nelle pagine successive è particolarmente evi-
dente come la retorica si dimostri un mezzo eccellente ai
fini dell’esaltazione del sovrano: il discorso da lui pro-
nunciato in occasione dell’apertura del concilio è ripor-
tato in forma diretta, secondo i canoni della storiografia
classica inaugurati da Tucidide; inoltre la descrizione del-
l’andamento del sinodo e dell’aspetto dei convenuti è
ricca di figure metaforiche e vi compaiono anche citazio-
ni omeriche, che in generale, nella Vita di Costantino, so-
no utilizzate con grande parsimonia.67
Nel descrivere l’aspetto dell’imperatore, i suoi atti e la
sua natura Eusebio si serve di un gran numero di simili-
tudini e metafore che per la maggior parte paragonano il
sovrano al sole o a una fiaccola luminosa, e utilizzano im-
magini legate alla luce e ai raggi dell’astro celeste. Per
contrasto gli avversari pagani sono associati al mondo
delle tenebre: per sottolineare la differenza tra l’Occi-
dente, governato dal cristiano Costantino, e l’Oriente, as-
soggettato all’empio Licinio, Eusebio osserva che «si
aveva l’impressione che l’impero romano nel suo com-
plesso fosse diviso in due parti, simili al giorno e alla not-
te: l’oscurità incombeva su chi si trovava nelle regioni
orientali, mentre il giorno più luminoso rischiarava gli
abitanti dell’altra metà».68 Questo passo mostra come le
scelte stilistiche dell’autore non abbiano un significato
meramente formale o celebrativo ma servano soprattut-
to a rendere più chiaro ed efficace il messaggio politico.
Ciò risulta evidente anche nell’uso che Eusebio fa della
66
III, 10, pp. 258-259.
67
Per esempio III, 15, 2 (n. 34), p. 265.
68
I, 49, pp. 144-147.
38 INTRODUZIONE

preterizione: i nomi degli imperatori che perseguitarono


i cristiani sono sistematicamente omessi e sostituiti da
perifrasi. Anche in questo caso l’artificio retorico è ca-
ratterizzato da una forte connotazione politica, e la pre-
terizione assume il valore di una damnatio memoriae.
La retorica nelle mani di Eusebio è uno strumento as-
sai duttile che si presta ad essere declinato in molti modi
diversi e per lo più funzionali alla propaganda imperiale.
L’impiego dell’e[kfrasi" è un altro esempio significativo:
si tratta soprattutto di descrizioni di edifici sacri, in parti-
colare del Santo Sepolcro a Gerusalemme e della chiesa
dei Santi Apostoli a Costantinopoli, fatti costruire per vo-
lontà dell’imperatore (e, nel primo caso, anche di sua ma-
dre Elena), con grande larghezza di mezzi e menzionati
con un evidente intento elogiativo. Dal punto di vista sim-
bolico però la descrizione ecfrastica di maggiore impatto
è quella che spiega al lettore quale fosse l’aspetto del la-
baro, il vessillo che sancisce l’alleanza tra l’imperatore e
la divinità, garantendogli le vittorie sui nemici: l’emblema
stesso del potere. «Era una lunga asta rivestita d’oro con
un braccio trasversale che formava una croce; in alto, sulla
sommità di tutto l’insieme, era fissata una corona intreccia-
ta di pietre preziose e d’oro, sulla quale due lettere, che in-
dicavano il nome di Cristo attraverso i due primi caratteri,
alludevano al titolo del Salvatore, un rho, che si intersecava
esattamente nel mezzo di un chi; in seguito l’imperatore
prese l’abitudine di portare queste due lettere incise sull’el-
mo. Sul braccio trasversale che stava confitto nell’asta, era
appeso un tessuto: un drappo regale ricoperto da una va-
rietà di pietre preziose saldate insieme, che emanavano ba-
gliori di luce, riccamente intessuto d’oro, che offriva agli
sguardi uno spettacolo di indicibile bellezza. Questo sten-
dardo fissato al braccio trasversale aveva uguale misura in
lunghezza e in altezza; l’asta verticale, che dall’estremità
inferiore si estendeva di molto verso l’alto, recava sotto il
trofeo della croce, nella parte superiore del drappo decora-
INTRODUZIONE 39

to, il ritratto del busto dell’imperatore caro a Dio, riprodot-


to in oro, accanto a quelli dei suoi figli ».69
Infine, dal punto di vista delle scelte linguistiche e les-
sicali, la presenza di atticismi che si riscontra nel corso
di tutta l’opera costituisce di per sé un chiaro indicatore
della volontà dell’autore di mantenere un registro stili-
stico alto, come del resto si evince dall’ampio vocabola-
rio cui egli fa ricorso e dall’occorrenza di hapax e parole
rare. Per contro, Eusebio utilizza anche una certa quan-
tità di termini con un significato ormai diverso rispetto
a quello del greco classico e alcuni vocaboli che iniziano
a comparire in età tardoantica e che sono riportati solo
nei lessici di greco tardo e bizantino.70
La coesistenza di livelli lessicali e linguistici distanti
tra loro e la commistione di elementi appartenenti a di-
verse stratificazioni cronologiche conferiscono alla lin-
gua una peculiare ricchezza e la caratterizzano come un
prodotto del contesto storico e culturale cui appartiene.
Eusebio nell’inaugurare una teoria politica che, con
qualche variazione, rimarrà sostanzialmente immutata
fino alla fine del millennio bizantino, rivela una straor-
dinaria capacità di recepire e interpretare i profondi
mutamenti che si verificarono nella sua epoca e il mez-
zo di cui si serve per esporre il suo pensiero rispecchia
tanto la complessità del suo rapporto con la tradizione
classica quanto la sua appartenenza a una cultura diver-
sa e ormai completamente cristianizzata.*

* Voglio ringraziare il professor Fabrizio Conca, sempre


prodigo di consigli e, è superfluo precisarlo, in alcun mo-
do responsabile dei miei errori.

69
I, 31, pp. 120-123.
70
Per esempio, G. W. H. Lampe, A Patristic Greek Lexicon, Oxford
1961; E. A. Sophocles, Greek Lexicon of the Roman and Byzantine pe-
riods, Cambridge Massachusset 1914; E. Trapp, Lexicon zur Byzantini-
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DRAKE, H.A. Constantine and the bishops: the politics of
intolerance, Baltimora 2000.

* Questa bibliografia non pretende di essere esaustiva: mi sono li-


mitata a segnalare alcuni lavori su Costantino e sulle opere di Euse-
bio, in particolare la Vita di Costantino, cercando di lasciare più spazio
a titoli recenti. Per una bibliografia completa, fino al 1999, si può ve-
dere A.Cameron e S.G. Hall, Life of Constantine, Oxford 1999 e, fino
al 2005, M. Amerise, Il battesimo di Costantino il Grande. Storia di una
scomoda eredità, Stuttgart 2005.
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IL TESTO

Il testo su cui si basa la traduzione è l’edizione critica di


Winkelmann (1975), dalla quale non mi sono mai allon-
tanata se non dove è segnalato in nota.
La prima edizione della Vita di Costantino comparve
a Parigi nel 1544, ad opera dello Stephanus, e fu seguita
dall’edizione di Ginevra del 1612, che ne riprendeva il
testo accorpandolo con la Laus Constantini. Nel 1857 il
Valesius produsse una nuova edizione, che si trova nella
Patrologia Graeca. La prima edizione critica moderna è
quella di Heikel (Lipsia 1902).
VITA DI COSTANTINO
KEFALAIA TOU KATA QEON BIOU TOU
MAKARIOU KWNÇTANTINOU BAÇILEWÇ

LOGOÇ A
1 Prooivmion peri; th'ç Kwnçtantivnou teleuth'ç.
1,3 Peri; uiJwn' aujtou' baçileuçavntwn.
2 “Eti prooivmion.
3 Peri; qeou' timw'ntoç eujçebei'ç baçilei'ç kai; ajpol-
luvntoç turavnnouç.
4 ”Oti oJ qeo;ç Kwnçtanti'non ejtivmhçen.
5 ”Oti ejbaçivleuçe me;n eujçebw'ç uJpe;r ta; triavkonta
e[th monarchvçaç, e[zhçe de; uJpe;r ta; eJxhvkonta.
6 ”Oti qeou' me;n dou'loç h\n ejqnw'n de; nikhthvç.
7 Pro;ç Ku'ron to;n Perçw'n baçileva kai; ΔAlevxan-
dron to;n Makedovnwn çuvgkriçiç.
8 ”Oti th'ç oijkoumevnhç pavçhç çcedo;n ejkravthçen.
9 ”Oti uiJo;ç baçilevwç eujçebh;ç kai; uiJoi'ç baçileu'çi
katevlipe th;n ajrchvn.
10 Peri; tou' kai; ajnagkaivan ei\nai kai; yucwfelh' th;n
iJçtorivan tauvthn.
CAPITOLI DELLA SANTA VITA
DEL BEATO IMPERATORE COSTANTINO*

CAPITOLI DEL PRIMO LIBRO


1 Proemio sulla morte di Costantino.
1,3 Sul regno dei suoi figli.
2 Ulteriore proemio.
3 Su come Dio onora gli imperatori pii e fa perire i
tiranni.
4 Dio onorò Costantino.
5 Costantino regnò in modo pio, esercitando l’auto-
rità imperiale per più di trent’anni e visse più di
sessant’anni.
6 Fu servo di Dio e vincitore di popoli.
7 Paragone con Ciro, re dei Persiani e Alessandro, re
dei Macedoni.
8 Costantino esercitò il potere pressoché sull’intera
ecumene.
9 Pio figlio di un imperatore, a sua volta lasciò in
eredità il potere agli imperatori suoi figli.
10 Su come questa storia sia utile e necessaria.

* L’indice dei capitoli riportato dai manoscritti della Vita di Co-


stantino non è attribuibile a Eusebio, tuttavia ha un notevole interesse
storico poiché risale a un copista o a un redattore vissuto in epoca as-
sai vicina alla stesura dell’opera e contiene alcune informazioni atten-
dibili. I capitoli in cui l’opera era stata divisa continuano essere usati
come riferimenti.
48 KEFALAIA

11 ”Oti movnaç ta;ç Kwnçtantivnou nu'n iJçtovrhçe qeo-


filei'ç pravxeiç.
12 ”Oti wJç Mwu>çh'ç ejn oi[koiç turavnnwn ajnetravfh
Kwnçtanti'noç.
13 Peri; Kwnçtantivou tou' patro;ç aujtou' mh; ajnaçco-
mevnou tw'n peri; Dioklhtiano;n kai; Maximiano;n
kai; Maxevntion diw'xai tou;ç Criçtianouvç.
14 ”Opwç Kwnçtavntioç oJ path;r ojneidiçqei;ç penivan
uJpo; Dioklhtianou' kai; tou;ç qhçaurou;ç plhvçaç aj-
pevdwke pavlin toi'ç proçenevgkaçi ta; crhvmata.
15 Peri; tou' uJpo; tw'n a[llwn diwgmou'.
16 ”Opwç Kwnçtavntioç oJ path;r eijdwlolatreivan çch-
matiçavmenoç tou;ç me;n quvein qelhvçantaç ejxevbale,
tou;ç de; oJmologh'çai proqemevnouç ei\cen ejn tw'/ pa-
lativw./
17 Tou' aujtou' peri; th'ç filocrivçtou proairevçewç.
18 ”Oti Dioklhtianou' kai; Maximianou' ajpoduça-
mevnwn prw'toç h\n loipo;n au[gouçtoç oJ Kwnçtavn-
tioç, ejn eujtekniva/ komw'n.
19 Peri; tou' uiJou' aujtou' Kwnçtantivnou neanivou a{ma
Dioklhtianw'/ to; pri;n eijç Palaiçtivnhn parageno-
mevnou.
20 Kwnçtantivnou pro;ç to;n patevra dia; ta;ç ejpibou-
la;ç Dioklhtianou' ajnacwvrhçiç.
21 Teleuth; Kwnçtantivou to;n uiJo;n Kwnçtanti'non
Baçileva katalipovntoç.
22 ”Opwç Kwnçtantivou prokomiçqevntoç ta; çtrateuv-
mata Kwnçtanti'non au[gouçton ajnhgovreuçen.
23 Kataçtrofh; tw'n turavnnwn diΔ uJpomnhvçewç ojlivghç.
24 ”Oti boulhvçei qeou' Kwnçtanti'noç e[çce to; baçi-
leuvein.
25 Kwnçtantivnou kata; barbavrwn kai; Brettanw'n
ni'kai.
26 ”Opwç ÔRwvmhn ejleuqerw'çai Maxentivou proevqeto.
27 ”Oti ta;ç eijdwlolatrhçavntwn kataçtrofa;ç ejn-
qumhqei;ç ma'llon to;n criçtianiçmo;n ejxelevxato.
CAPITOLI 49

11 Essa narra unicamente le gesta di Costantino rela-


tive alla sua fede religiosa.
12 Costantino, come Mosè, fu allevato nelle dimore
dei tiranni.
13 Su come suo padre Costanzo non tollerò che i fun-
zionari di Diocleziano, Massimiano e Massenzio
perseguitassero i cristiani.
14 Come il padre Costanzo, biasimato da Diocleziano
per via delle ristrettezze in cui versava lo Stato, ne
rimpinguò le finanze e poi restituì di nuovo il de-
naro a coloro che lo avevano offerto.
15 Sulla persecuzione indetta dagli altri imperatori.
16 Come il padre Costanzo simulando di essere idola-
tra espulse quanti scelsero di celebrare i sacrifici e
accolse a palazzo coloro che erano determinati a
pare la professione di fede.
17 Sulla politica filocristiana di Costanzo.
18 Dopo l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano,
Costanzo, che poteva vantare una prole numerosa
e felice, assunse il ruolo di primo augusto.
19 Su come suo figlio Costantino, ancora ragazzo, si
recò per la prima volta in Palestina insieme a Dio-
cleziano.
20 Costantino cercò rifugio presso il padre per via dei
complotti orditi da Diocleziano contro di lui.
21 Morte di Costanzo, che lasciò come imperatore il
figlio Costantino.
22 Come, nel corso dei funerali di Costanzo, l’esercito
proclamò augusto Costantino.
23 Morte dei tiranni, narrata per sommi capi.
24 Costantino ricevette l’autorità imperiale per vo-
lontà di Dio.
25 Vittorie di Costantino sui barbari e i Britanni.
26 Come decise di liberare Roma da Massenzio.
27 Dopo aver meditato sulle sciagure che colpirono gli
idolatri, Costantino optò invece per la fede cristiana.
50 KEFALAIA

28 ”Opwç eujxamevnw/ th;n ojptaçivan oJ qeo;ç parevçce,


çtauro;n ejk fwto;ç ejn oujranw'/ meçhmbriva/ kai;
grafh;n touvtw/ nika'n parainou'çan.
29 ”Opwç oJ Criçto;ç tou' qeou' kaqΔ u{pnouç aujtw'/ fa-
nei;ç oJmoiotrovpw/ tou' çtaurou' çhmeivw/ kecrh'çqai
kata; tou;ç polevmouç proçevtaxen.
30 Kataçkeuh; tou' aujtou' çtaurikou' çhmeivou.
31 “Ekfraçiç çtauroeidou'ç çhmeivou, o{per nu'n oiJ ÔRw-
mai'oi lavbaron kalou'çin.
32 ”Opwç kathchqei;ç Kwnçtanti'noç ta;ç qeivaç gra-
fa;ç ajnegivnwçken.
33 Peri; tw'n Maxentivou moiceiw'n tw'n ejn ÔRwvmh/.
34 ”Opwç hJ tou' ejpavrcou dia; çwfroçuvnhn eJauth;n aj-
nei'len.
35 ΔAnaivreçiç dhvmou ÔRwmaivwn uJpo; Maxentivou.
36 Magei'ai Maxentivou kai; e[ndeia trofw'n ejn ÔRwvmh/.
37 »Htta ejn ΔItaliva/ Maxentivou çtrateumavtwn.
38 Maxentivou qavnatoç ejn gefuvra/ potamou' Tibevri-
doç.
39 Ei[çodoç ejn ÔRwvmh/ Kwnçtantivnou.
40 Peri; ajndriavntoç aujtou' çtauro;n katevcontoç kai;
th'ç ejpigrafh'ç.
41 Eujfroçuvnai kata; ta;ç ejparcivaç kai; dwreai; Kwn-
çtantivnou.
42 ΔEpiçkovpwn timai; kai; ejkklhçiw'n oijkodomaiv.
43 Peri; tw'n eijç tou;ç pevnhtaç kai; deomevnouç eujer-
geçiw'n Kwnçtantivnou.
44 ”Opwç tai'ç çunovdoiç tw'n ejpiçkovpwn çumparh'n.
45 ”Opwç kai; tw'n “Afrwn hjneivceto.
46 Ni'kai kata; barbavrwn.
47 ¢Maximianou'Ü qelhvçantoç ejpibouleu'çai qavnatoç
kai; a[llwn, ou}ç ejx ajpokaluvyewç Kwnçtanti'noç
eu|ren.
CAPITOLI 51

28 Come, mentre pregava, Dio gli concesse la visione


di una croce di luce nel cielo di mezzogiorno con la
scritta che lo spronava a vincere per mezzo di essa.
29 Come Cristo figlio di Dio, apparsogli in sogno gli
ordinò di usare contro i nemici un’insegna di fog-
gia simile a una croce.
30 Costruzione dell’insegna a forma di croce.
31 Descrizione dell’insegna a forma di croce che i Ro-
mani ora chiamano labaro.
32 Come Costantino fu catechizzato e prese a leggere
le Sacre Scritture.
33 Sugli adulteri di Massenzio a Roma.
34 Come la moglie del prefetto si suicidò per difende-
re la propria castità.
35 Strage della popolazione di Roma perpetrata da
Massenzio.
36 Stregonerie di Massenzio e carestia a Roma.
37 Sconfitta degli eserciti di Massenzio in Italia.
38 Morte di Massenzio sul ponte del fiume Tevere.
39 Ingresso di Costantino in Roma.
40 Sulla statua che lo raffigurava nell’atto di tenere la
croce e sulla relativa iscrizione.
41 Esultanza nelle province ed elargizioni di Costan-
tino.
42 Onori accordati ai vescovi e costruzioni di chiese.
43 Sulle opere di beneficenza di Costantino a favore
dei poveri e dei bisognosi.
44 Come prendeva parte ai concili dei vescovi.
45 Come fu tollerante anche con gli Africani.
46 Vittorie su barbari.
47 Morte di Massimiano,1 che aveva ordito una con-
giura, e di altri che Costantino scoprì per rivelazio-
ne divina.

1
La correzione, accolta da Winkelmann, è del Valesius. I mano-
scritti hanno ‘Massimino’.
52 KEFALAIA

48 Dekaethrivdoç Kwnçtantivnou panhvguriç.


49 ”Opwç th;n ajnatolh;n ejkakouvcei Likivnioç.
50 ”Opwç Kwnçtantivnw/ Likivnioç ejpibouleuvein h[qe-
len.
51 Likinivou katΔ ejpiçkovpwn çuçkeuai; kai; çunovdwn
kwluvçeiç.
52 ΔExoriçmoi; kai; dhmeuvçeiç kata; Criçtianw'n.
53 Gunai'kaç eijç ejkklhçivaç mh; çunavgeçqai provçtag-
ma kai; pro; tw'n pulw'n eu[ceçqai tou;ç laouvç.
54 Tou;ç mh; quvontaç ajpoçtrateuveçqai, kai; tou;ç ejn
fulakai'ç mh; trevfeçqai.
55 Peri; tw'n Likinivou paranomiw'n kai; pleonexiw'n
kai; aijçcrourgiw'n.
56 ”Oti diwgmo;n poih'çai loipo;n ejpeceivrei.
57 ”Oti Maximiano;ç çuvriggi kai; çkwvlhki damaçqei;ç
uJpe;r Criçtianw'n e[grayen.
58 ”Oti Maximi'noç diwvxaç Criçtianou;ç kai; fugw;n
wJç oijkevthç ejkruvpteto.
59 ”Oti ejn novçw/ tuflwqei;ç Maximi'noç uJpe;r Cri-
çtianw'n e[grayen.
Kefavlaia tou' prwvtou lovgou.

TOU DEUTEROU BIBLIOU TA KEFALAIA


1 Likinivou diwgmo;ç laqrai'oç ejpiçkovpouç ajnairou'n-
toç ejn ΔAmaçeiva/ tou' Povntou.
2 Kaqairevçeiç ejkklhçiw'n kai; ejpiçkovpwn kreourgivai.
3 ”Opwç Kwnçtanti'noç uJpe;r Criçtianw'n diwvkeçqai
mellovntwn ejkinhvqh.
4 ”Oti Kwnçtanti'noç me;n pareçkeuavzeto metΔ
eujcw'n Likivnioç de; meta; manteiw'n eijç povlemon.
5 ”Oça Likivnioç ejn tw'/ a[lçei quvwn ei\pen peri; tw'n
eijdwvlwn kai; tou' Criçtou'.
CAPITOLI 53

48 Celebrazione del decennale di Costantino.


49 Come Licinio vessava l’Oriente.
50 Come Licinio cercava di organizzare complotti
contro Costantino.
51 Trame di Licinio ai danni dei vescovi e proibizione
dei concili.
52 Esili e confische ai danni dei cristiani.
53 Decreto che le donne non si radunassero nelle
chiese e che i fedeli si recassero a pregare fuori
dalle porte della città.
54 Coloro che non accettavano di sacrificare agli dei
furono estromessi dall’esercito e si fece divieto di
nutrire i carcerati.
56 Sulle azioni illegali e vergognose di Licinio e sulla
sua avidità.
57 Massimiano, sopraffatto da un’ulcera verminosa,
promulgò leggi in favore dei cristiani.2
58 Massimino, dopo aver perseguitato i cristiani ed
essersi dato alla fuga, si nascose sotto panni servili.
59 Massimino reso cieco da una malattia promulgò
leggi in favore dei cristiani.
Capitoli del primo libro.

CAPITOLI DEL SECONDO LIBRO


1 Persecuzione segreta di Licinio che fece eliminare
i vescovi ad Amasea nel Ponto.
2 Distruzioni di chiese e massacri di vescovi.
3 Come Costantino prese ad adoperarsi in difesa dei
cristiani destinati alla persecuzione.
4 Costantino si preparava alla guerra con le preghie-
re, mentre Licinio consultava gli oracoli.
5 Ciò che Licinio dichiarò a proposito degli idoli e
dei cristiani, quando si recò a sacrificare nel bosco.

2
Non si tratta di Massimiano, bensì di Galerio, cfr. infra, I, 57, 2.
54 KEFALAIA

6 Fantaçivai kata; ta;ç uJpo; Likivnion povleiç, wJç


tw'n Kwnçtantivnou çtrateumavtwn diiovntwn.
7 ”Oti ejn polevmoiç o{pou çtauroeide;ç çhmei'on
parh'n, ejkei' ta; th'ç nivkhç ejgivneto.
8 ”Oti penthvkonta to;n çtauro;n fevrein ejxelevc-
qhçan.
9 ”Oti tw'n çtaurofovrwn ajnh/revqh me;n oJ fugwvn, oJ
de; pivçtei parameivnaç ejçwvqh.
10 Çumbolai; diavforoi kai; Kwnçtantivnou ni'kai.
11 Fugh; Likinivou kai; gohtei'ai.
12 ”Opwç Kwnçtanti'noç ejn çkhnh'/ proçeucovmenoç ej-
nivka.
13 Filanqrwpiva peri; tou;ç çullambanomevnouç çtra-
tiwvtaç.
14 “Eti peri; tw'n ejn th'/ çkhnh'/ proçeucw'n.
15 Likinivou peri; filivaç dovloç kai; eijdwlolatriva.
16 ”Opwç mh; ajntipolemei'n tw'/ çtaurw'/ Likivnioç
parhvn/ ei toi'ç çtratiwvtaiç.
17 Nivkh Kwnçtantivnou.
18 Likinivou qavnatoç, kai; ejpinivkia peri; touvtou.
19 Faidrovthç kai; panhguvreiç.
20 ”Opwç uJpe;r oJmologhtw'n ejnomoqevtei Kwnçtanti'-
noç.
21 ”Opwç kai; peri; martuvrwn kai; ejkklhçiaçtikw'n
kthmavtwn.
22 ”Opwç kai; tou;ç dhvmouç ajnekthvçato.
23 ”Oti qeo;n tw'n ajgaqw'n ai[tion ejkhvrutte, kai; peri;
ajntigravfwn novmwn.
24 Novmoç Kwnçtantivnou peri; th'ç eijç qeo;n eujçebeivaç
kai; tou' criçtianiçmou', ejn w|/ ejçti tau'ta.
25 ÔUpovdeigma ejk tw'n palaiw'n crovnwn.
26 Peri; diwcqevntwn kai; diwktw'n.
27 ”Oçwn oJ diwgmo;ç ai[tioç kakw'n toi'ç polemhvçaçi
katevçth.
CAPITOLI 55

6 Visioni prodigiose, nelle città governate da Licinio,


delle truppe di Costantino nell’atto di marciarvi at-
traverso.
7 Durante le battaglie, laddove fosse presente l’inse-
gna della croce, in quel luogo si riportava la vittoria.
8 Furono selezionati cinquanta soldati perché reg-
gessero la croce.
9 Uno dei soldati incaricati di portare la croce, dato-
si alla fuga, fu ucciso, invece quello che continuò a
resistere con fede nella sua postazione fu salvato.
10 Varie battaglie e vittorie di Costantino.
11 Fuga di Licinio e sue arti magiche.
12 Come Costantino, pregando nella tenda, risultava
vincitore.
13 Umanità di Costantino nei confronti dei prigionie-
ri di guerra.
14 Ancora sulle preghiere nella tenda.
15 Falsa amicizia di Licinio e sua idolatria.
16 Come Licinio raccomandava ai soldati di non leva-
re le armi contro la croce.
17 Vittoria di Costantino.
18 Morte di Licinio e trionfo su di lui.
19 Esultanza e festeggiamenti.
20 Come Costantino legiferò in favore dei confessori.
21 E anche riguardo ai martiri e ai possedimenti ec-
clesiastici.
22 Come diede sollievo alle popolazioni.
23 Costantino dichiarò Dio autore di ogni bene. Sulle
leggi da lui scritte.
24 Legge di Costantino sulla devozione verso Dio e
sul cristianesimo, che comprende quanto segue:
25 Esempio tratto dai tempi antichi.
26 Sui perseguitati e i persecutori.
27 Quante disgrazie la persecuzione procurò ai nemi-
ci dei cristiani.
56 KEFALAIA

28 ”Oti qeo;ç tw'n kalw'n uJphrevthn Kwnçtanti'non


ejxelevxato.
29 Eujçebei'ç eijç qeo;n Kwnçtantivnou fwnai; kai; oJmo-
loghtw'n e[painoç.
30 Novmoç ajpoluvwn ejxoriçmou' kai; boulh'ç kai; dh-
meuvçewç.
31 Tou;ç ejn nhvçoiç oJmoivwç.
32 Tou;ç ejn metavlloiç kai; dhmoçivoiç ajtimwqevntaç.
33 Peri; oJmologhtw'n çtrateuçamevnwn.
34 ΔApoluvçeiç tw'n ejn gunaikeivoiç h] eijç douleivan
doqevntwn ejleuqevrwn.
35 Peri; klhronomivaç oujçiw'n tw'n martuvrwn kai; oJmo-
loghtw'n kai; metoikiçqevntwn kai; tamieuqevntwn.
36 Tw'n mh; ejcovntwn çuggenei'ç klhronovmon ei\nai th;n
ejkklhçivan kai; ta; uJpΔ aujtw'n doqevnta tiçi; bevbaia
mevnein.
37 ΔApodidovnai tou;ç katevcontaç ta; toiau'ta cwriva
kai; khvpouç kai; oijkivaç cwri;ç w|n ejkarpwvçanto.
38 Poivw/ trovpw/ crh; peri; touvtwn ejpididovnai dehvçeiç.
39 Tai'ç ejkklhçivaiç ajpodou'nai to; tamei'on cwriva kai;
khvpouç kai; oijkivaç kai; loipav.
40 Ta; martuvria kai; ta; koimhthvria tai'ç ejkklhçivaiç
ajpodoqh'nai.
41 Tou;ç ajgoravçantaç ejkklhçiaçtika; h] kata; dwrea;n
labovntaç ajpodou'nai.
42 Çevbein to;n qeo;n çpoudaivwç parainevçeiç.
43 ”Opwç ta; nomoqethqevnta uJpo; Kwnçtantivnou diΔ
e[rgwn ejteleiou'to.
44 ”Oti tou;ç a[rcontaç Criçtianou;ç proh'gen: eij de;
kai; ”Ellhneç h\çan, to; quvein aujtoi'ç ajphgoreuveto.
45 Peri; novmwn kwluovntwn me;n quçivaç oijkodomei'n de;
ejkklhçivaç proçtattovntwn.
CAPITOLI 57

28 Dio prescelse Costantino quale ministro di ogni bene.


29 Pie dichiarazioni di Costantino riguardo a Dio e
suo elogio dei confessori.
30 Legge che revocava gli esili, gli obblighi curiali e la
confisca dei beni.
31 Legge analoga per quanti erano stati confinati nel-
le isole.
32 E per coloro che erano stati ignominiosamente
condannati alle miniere e ai pubblici servizi.
33 Sui confessori che facevano parte dell’esercito.
34 Riscatto degli uomini liberi condannati a lavorare
nei ginecei o ridotti in schiavitù.
35 Sulla successione dei patrimoni dei martiri, dei
confessori e di quanti erano stati colpiti da esili e
confische.
36 Le eredità di quanti muoiono senza lasciare paren-
ti sono da destinarsi alle chiese, e i lasciti in favore
di altre persone restano validi.
37 I possessori di tali terreni, orti e case sono tenuti a
restituire tutto, a eccezione dei guadagni da essi ri-
cavati.
38 In che modo bisogna inoltrare le petizioni a questo
riguardo.
39 Il fisco deve restituire alle chiese terre, orti, case e
tutto il resto.
40 I martyria e i cimiteri devono essere restituiti alle
chiese.
41 I possedimenti ecclesiastici acquistati o ricevuti in
dono devono essere restituiti.
42 Esortazione a venerare Dio con fervore.
43 Come le leggi emanate da Costantino trovarono
immediata applicazione.
44 Promosse i governatori cristiani, mentre proibì di
sacrificare a quelli che erano pagani.
45 Sulle leggi che vietavano i sacrifici e ordinavano la
costruzione di chiese.
58 KEFALAIA

46 Kwnçtantivnou pro;ç Eujçevbion kai; loipou;ç ejpiçkov-


pouç peri; th'ç tw'n ejkklhçiw'n oijkodomh'ç, kai;
w{çte ta;ç palaia;ç ejpiçkeuavzein kai; meivzonaç
oijkodomei'n dia; tw'n ajrcovntwn.
47 ”Oti kata; eijdwlolatrivaç e[grayen.
48 Kwnçtantivnou pro;ç ta;ç ejparcivaç peri; th'ç polu-
qevou plavnhç diavtagma, ejn w|/ prooivmion peri;
kakivaç kai; ajreth'ç.
49 Peri; tou' patro;ç tou' filoqevou Kwnçtantivnou kai;
peri; Dioklhtianou' kai; Maximianou' tw'n diwktw'n.
50 ”Oti dia; th;n tou' ΔApovllwnoç manteivan, wJç mh;
dunamevnou manteuveçqai dia; tou;ç dikaivouç, oJ
diwgmo;ç ajnekinhvqh.
51 ”Oti nevoç w]n e[ti Kwnçtanti'noç aujthvkooç gevgone
Dioklhtianou' dia; to; ajkou'çai tou;ç dikaivouç ei\nai
Criçtianou;ç ta; peri; diwgmou' gravyantoç.
52 ”Oça ei[dh baçavnwn kai; timwriw'n kata; Cri-
çtianw'n ejtolmhvqh.
53 ”Oti bavrbaroi Criçtianou;ç uJpedevxanto.
54 Oi{a meth'lqe divkh tou;ç dia; th;n manteivan di-
wvktaç.
55 Doxologiva Kwnçtantivnou eijç qeo;n kai; oJmologiva
peri; tou' çhmeivou tou' çtaurou' kai; eujch; peri;
ejkklhçiw'n kai; law'n.
56 ”Oti proçeuvcetai me;n Criçtianou;ç ei\nai pavntaç,
oujk ajnagkavzei dev.
57 Doxologiva eijç qeo;n diΔ uiJou' fwtivçanta tou;ç
planwmevnouç.
58 Doxologiva pavlin ejk th'ç tou' kovçmou leitourgivaç.
59 Doxologiva eijç qeo;n ajei; didavçkonta ta; kalav.
60 Parainevçeiç ejpi; tevlei tou' diatavgmatoç mhdevna
mhdeni; ejnoclei'n.
61 ”Opwç ajpo; th'ç ΔAlexandrevwn dia; to; kata;
“Areion ejkinou'nto zhthvçeiç.
62 Peri; tou' aujtou' kai; peri; Melitianw'n.
CAPITOLI 59

46 Lettera di Costantino a Eusebio e agli altri vescovi


sulla costruzione delle chiese affinché provvedes-
sero, tramite i governatori, a restaurare le antiche
chiese e a costruirne di più grandi.
47 Come scrisse contro l’idolatria.
48 Editto di Costantino alle province sull’errore del
politeismo, il cui proemio riguarda il vizio e la
virtù.
49 Sul padre di Costantino caro a Dio e sui persecu-
tori Diocleziano e Massimiano.
50 La persecuzione fu provocata dall’oracolo di
Apollo, che affermò che non era in grado di vatici-
nare per via dell’esistenza dei giusti.
51 Costantino, in giovane età, udì con le proprie orec-
chie Diocleziano dettare le disposizioni sulla per-
secuzione perché era stato informato che i giusti
erano i cristiani.
52 Quali tipi di supplizi e di torture si osò infliggere ai
cristiani.
53 I barbari diedero asilo ai cristiani.
54 Quali giusti castighi colpirono coloro che avevano
messo in atto la persecuzione a causa dell’oracolo.
55 Inno di lode a Dio da parte di Costantino, sua di-
chiarazione riguardo al segno della croce e sua
preghiera per le Chiese e i fedeli.
56 Come pregò che tutti divenissero cristiani ma non
obbligò nessuno.
57 Inno di lode a Dio che attraverso suo figlio illu-
minò quanti si trovavano nell’errore.
58 Altro inno di lode a Dio per come governa il cosmo.
59 Inno di lode a Dio che sempre insegna il bene.
60 Esortazione alla cessazione dell’editto affinché
nessuno rechi danno al suo prossimo.
61 Come, a causa di Ario, sorsero dispute nella Chie-
sa di Alessandria.
62 Sul medesimo e sui Meleziani.
60 KEFALAIA

63 ”Opwç peri; eijrhvnhç pevmyaç Kwnçtanti'noç


e[grayen.
64 Kwnçtantivnou pro;ç ΔAlevxandron to;n ejpivçkopon
kai; “Areion to;n preçbuvteron.
65 ”Oti peri; th'ç eijrhvnhç ejmerivmna çunhvqwç.
66 ”Oti kai; ta;ç ejn ΔAfrikh'/ zhthvçeiç diwrqwvçato.
67 ”Oti ejk th'ç ajnatolh'ç ta; th'ç eujçebeivaç h[rxato.
68 ”Oti luphqei;ç dia; th;n çtavçin ta; peri; eijrhvnhç
çumbouleuvei.
69 Povqen hJ ΔAlexavndrou kai; ΔAreivou zhvthçiç h[rxa-
to, kai; o{ti mh; ejcrh'n çuzhtei'n tau'ta.
70 Parainevçeiç peri; oJmonoivaç.
71 Mh; dia; mikra;ç levxeiç filoneikei'n peri; tou' auj-
tou'.
72 ”Oti diΔ eujlavbeian uJperalgw'n dakruvein hjnagkav-
zeto kai; mevllwn eijç th;n ajnatolh;n ejpevçce dia;
tau'ta.
73 ΔEpivmonoç kai; meta; to; gravmma tou'to tarach;
tw'n zhthvçewn.
Kefavlaia tou' deutevrou lovgou.

TOU TRITOU LOGOU TA KEFALAIA


1 Çuvgkriçiç eujçebeivaç Kwnçtantivnou kai; th'ç tw'n
diwktw'n paranomivaç.
2 “Eti peri; th'ç eujçebeivaç Kwnçtantivnou ejm-
parrhçiazomevnou tw'/ tou' çtaurou' çhmeivw./
3 Peri; eijkovnoç aujtou', ejn h|/ uJperevkeito me;n oJ çtau-
ro;ç pevplhkto de; kavtw oJ dravkwn.
4 “Eti peri; tw'n dia; “Areion ejn Aijguvptw/ zhth-
mavtwn.
5 Peri; th'ç dia; to; pavçca diconoivaç.
6 ”Opwç çuvnodon ejn Nikaiva/ genevçqai proçevtaxen.
7 Peri; oijkoumenikh'ç çunovdou, eijç h}n ejk pavntwn ej-
qnw'n parh'çan ejpivçkopoi.
CAPITOLI 61

63 Come Costantino scrisse e inviò un messaggio con-


cernente la pace.
64 Lettera di Costantino al vescovo Alessandro e al
presbitero Ario.
65 Si preoccupò costantemente della pace.
66 Risolse le controversie in Africa.
67 La vera religione ebbe origine in Oriente.
68 Addolorato per via della sedizione, raccomanda la
pace.
69 In che modo ebbe origine la contesa tra Ario e
Alessandro e come non sarebbe stato opportuno
sollevare tali questioni.
70 Esortazione alla concordia.
71 Non bisognava polemizzare sullo stesso argomen-
to per via di affermazioni di scarsa importanza.
72 Profondamente addolorato per via del suo timore
di Dio, fu costretto a versare lacrime e, in procinto
di recarsi in Oriente, se ne astenne per questa ra-
gione.
73 Anche in seguito alla lettera il turbamento origi-
nato dalle contese persistette tenacemente.
Capitoli del secondo libro.

CAPITOLI DEL TERZO LIBRO


1 Confronto tra la devozione di Costantino e la scel-
leratezza dei suoi predecessori
2 Ancora sulla devozione di Costantino, che dichiarò
apertamente la sua fede nel segno della croce.
3 Sul suo ritratto, nel quale la croce si stagliava verso
l’alto e il drago giaceva trafitto ai suoi piedi.
4 Ancora sui dissensi suscitati da Ario in Egitto.
5 Sulla controversia a proposito della Pasqua.
6 Come diede disposizioni che si tenesse un concilio
a Nicea.
7 Sul concilio ecumenico al quale parteciparono i ve-
scovi di tutte le province.
62 KEFALAIA

8 ”Oti, wJç ejn tai'ç pravxeçi tw'n ajpoçtovlwn, ejk


diafovrwn çunh'lqon ejqnw'n.
9 Peri; ajreth'ç kai; hJlikivaç tw'n diakoçivwn penthvkon-
ta ejpiçkovpwn.
10 Çuvnodoç ejn palativw,/ oi|ç øoJØ Kwnçtanti'noç eijçel-
qw;n çunekaqevçqh.
11 ÔHçuciva çunovdou meta; to; eijpei'n ti Eujçevbion to;n
ejpivçkopon.
12 Kwnçtantivnou pro;ç th;n çuvnodon peri; eijrhvnhç.
13 ”Opwç tou;ç ajmfiçbhtou'ntaç tw'n ejpiçkovpwn eijç
oJmovnoian çunh'yen.
14 Peri; pivçtewç kai; tou' pavçca th'ç çunovdou çuvmfw-
noç e[kqeçiç.
15 ”Opwç toi'ç ejpiçkovpoiç çuneiçtiavqh Kwnçtanti'noç
th'ç eijkoçaethrivdoç ou[çhç.
16 Carivçmata ejpiçkovpoiç kai; gravmmata pro;ç tou;ç
pavntaç.
17 Kwnçtantivnou pro;ç ta;ç ejkklhçivaç peri; th'ç ejn
Nikaiva/ çunovdou.
18 Tou' aujtou' peri; çumfwnivaç th'ç tou' pavçca
eJorth'ç kai; kata; ΔIoudaivwn.
19 Paraivneçiç ejxakolouqei'n ma'llon tw'/ pleivçtw/ th'ç
oijkoumevnhç mevrei.
20 Paraivneçiç toi'ç uJpo; th'ç çunovdou grafei'çi peiç-
qh'nai.
21 Çumbouliva pro;ç tou;ç ejpiçkovpouç uJpoçtrevfontaç
peri; oJmonoivaç.
22 ”Opwç ou}ç me;n proevpemyen, oi|ç de; e[graye, kai;
crhmavtwn diadovçeiç.
23 ”Opwç peri; eijrhvnhç Aijguptivoiç e[grayev te kai;
parhvn/ eçen.
24 ”Oti kai; ejpiçkovpoiç kai; laoi'ç eujlabw'ç pollavkiç
e[grayen.
25 ”Opwç ejn ÔIeroçoluvmoiç ejpi; tw'/ aJgivw/ tovpw/ th'ç
tou' çwth'roç hJmw'n ajnaçtavçewç nao;n proçeukthv-
rion oijkodomei'çqai proçevtaxen.
CAPITOLI 63

8 Come è scritto negli Atti degli Apostoli, essi si die-


dero convegno da diverse province.
9 Sulle virtù e l’età dei duecentocinquanta vescovi.
10 Sinodo nel palazzo imperiale, dove Costantino fe-
ce ingresso e si mise a sedere.
11 Silenzio dell’assemblea dopo che il vescovo Euse-
bio ebbe pronunciato il suo discorso.
12 Intervento di Costantino al sinodo, riguardo alla
pace.
13 Come ricondusse alla concordia i vescovi che si
trovavano in disaccordo.
14 Unanime disposizione del concilio riguardo alla
fede e alla Pasqua.
15 Come Costantino sedette a convito con i vescovi
in occasione del suo ventennale.
16 Doni ai vescovi e lettere indirizzate a tutti.
17 Lettera di Costantino alle chiese riguardo al conci-
lio di Nicea.
18 Sue dichiarazioni sull’unanimità nella celebrazio-
ne della Pasqua e contro i Giudei.
19 Esortazione a seguire le consuetudini dalla mag-
gior parte di tutto l’impero
20 Esortazione a obbedire alle risoluzioni del conci-
lio.
21 Consiglio in merito alla concordia, rivolto ai vesco-
vi che si accingevano a far ritorno nelle loro sedi.
22 Come congedò gli uni, scrisse agli altri e fece elar-
gizioni.
23 Come scrisse agli Egiziani per esortarli alla pace.
24 Nella sua pia sollecitudine scrisse anche molte let-
tere ai vescovi e ai fedeli.
25 Come diede disposizione di edificare un santuario
a Gerusalemme sul luogo santo della resurrezione
del nostro Salvatore.
64 KEFALAIA

26 ”Oti to; qei'on mnh'ma cwvmaçi kai; eijdwvloiç ajpev-


kruyan oiJ a[qeoi.
27 ”Opwç Kwnçtanti'noç tou' eijdwleivou ta;ç u{laç kai;
ta; cwvmata makravn pou rJifh'nai proçevtaxen.
28 Fanevrwçiç tou' aJgivou mnhvmatoç.
29 ”Opwç peri; th'ç oijkodomh'ç kai; pro;ç a[rcontaç
kai; pro;ç Makavrion to;n ejpivçkopon e[grayen.
30 Kwnçtantivnou pro;ç Makavrion peri; th'ç tou' mar-
turivou tou' çwth'roç oijkodomh'ç,
31 tw'n ejn th'/ oijkoumevnh/ paçw'n ejkklhçiw'n oijkodomh-
qh'nai kallivona toivcoiç kai; kivoçi kai; marmavroiç,
32 e[ti kai; peri; tou' kavllouç th'ç kovgchç kai; ejr-
gatw'n kai; uJlw'n dhlw'çai toi'ç a[rcouçi.
33 ”Opwç hJ profhteuqei'ça kainh; ΔIerouçalh;m
ejkklhçiva tou' çwth'roç wjk/ odovmhto.
34 “Ekfraçiç oijkodomh'ç tou' panagivou mnhvmatoç.
35 “Ekfraçiç aijqrivou kai; çtow'n.
36 “Ekfraçiç tou' naou' øth'ç ejkklhçivaçØ toivcwn kai;
dwmatourgivaç kavllouç te kai; cruçwvçewç.
37 “Ekfraçiç diplw'n çtow'n eJkatevrwqen kai; pulw'n
ajnatolikw'n triw'n.
38 “Ekfraçiç hJmiçfairivou kai; kiovnwn dwvdeka kai;
krathvrwn.
39 “Ekfraçiç meçaulivou kai; ejxedrw'n kai; propuvlwn.
40 Peri; plhvqouç ajnaqhmavtwn.
41 Peri; oijkodomh'ç ejkklhçiw'n ejn Bhqlee;m kai; tw'/
o[rei tw'n ejlaiw'n.
42 ”Oti ÔElevnh baçili;ç hJ Kwnçtantivnou mhvthr eijç
eujch;n paragenomevnh tauvtaç wjk/ odovmhçen.
43 “Eti peri; ejkklhçivaç ejn Bhqleevm.
44 Peri; megaloyucivaç kai; eujpoiivaç th'ç ÔElevnhç.
45 ”Opwç eujlabw'ç ejn tai'ç ejkklhçivaiç çunhvgeto ÔE-
levnh.
CAPITOLI 65

26 I miscredenti avevano occultato il divino sepolcro


sotto cumuli di terra e idoli.
27 Come Costantino diede disposizione di gettare
molto lontano la terra e le macerie del tempio pa-
gano.
28 Disvelamento del Santo Sepolcro.
29 Come scrisse ai governatori e al vescovo Macario
in merito all’edificazione del santuario.
30 Costantino a Macario sulla costruzione del marty-
rion del Salvatore,
31 Tale edificio, nelle mura, nelle colonne e nei mar-
mi, doveva essere reso più il bello tra tutte le chie-
se di tutto impero.
32 E si dovevano dare ulteriori istruzioni ai governa-
tori riguardo alla bellezza della volta, agli operai e
ai materiali da impiegare.
33 Come fu costruita la chiesa del Salvatore, la nuova
Gerusalemme che era stata profetizzata.
34 Descrizione dell’edificio del Santissimo Sepolcro.
35 Descrizione della corte e dei porticati.
36 Descrizione delle mura e del tetto del tempio, del-
la loro bellezza e della doratura.
37 Descrizione del doppio porticato su ciascun lato
della basilica e delle tre porte orientali.
38 Descrizione dell’emisfero, delle dodici colonne e
dei crateri.
39 Descrizione dell’atrio, delle esedre e del vestibolo.
40 Sulla enorme quantità dei monumenti votivi.
41 Sulla costruzione di chiese a Betlemme e sul Mon-
te degli Ulivi.
42 L’imperatrice Elena, madre di Costantino, giunta
per pregare, fece edificare quaste chiese.
43 Ancora sulla chiesa di Betlemme.
44 Sulla grandezza d’animo e sulle opere benefiche di
Elena.
45 Come Elena frequentava le chiese con animo pio.
66 KEFALAIA

46 ”Opwç ojgdohkontou'tiç ou\ça kai; diaqemevnh ejte-


leuvta.
47 ”Opwç th;n mhtevra Kwnçtanti'noç katevqeto, kai;
pro; touvtou de; zw'çan ejtivmhçen.
48 ”Opwç ejn Kwnçtantivnou povlei martuvria me;n wjk/ o-
dovmhçe, pa'çan de; eijdwlolatrivan periei'len.
49 Çtaurou' çhmei'on ejn palativw/ kai; Danih;l ejn krhv-
naiç.
50 ”Oti kai; ejn Nikomhdeiva/ kai; ejn a[llaiç povleçin
wjk/ odovmhçen ejkklhçivaç.
50,2 Peri; th'ç ejn ΔAntioceiva/ wj/kodomhqeivçhç ejkklhçiv-
aç.
51 ”Oti kai; ejn th'/ Mambrh'/ proçevtaxen ejkklhçivan
genevçqai.
52 Kwnçtantivnou pro;ç Eujçevbion peri; th'ç Mambrh'.
53 ”Oti oJ çwth;r w[fqh aujtovqi tw'/ ΔAbraavm.
54 Eijdwleivwn kai; xoavnwn pantacou' katavluçiç.
55 Tou' ejn ΔAfavkoiç th'ç Foinivkhç eijdwleivou kai; th'ç
ajkolaçivaç periaivreçiç.
56 ΔAçklhpiou' tou' ejn Aijgai'ç katavluçiç.
57 Pw'ç oiJ ”Ellhneç katagnovnteç tw'n eijdwvlwn ej-
pevçtrefon eijç qeognwçivan.
58 ”Opwç ejn ÔHlivou povlei th;n ΔAfrodivthn kaqelw;n
wjk/ odovmhçe prw'toç ejkklhçivan.
59 Peri; th'ç ejn ΔAntioceiva/ diΔ Eujçtavqion tarach'ç.
59,3 ”Opwç eijrhneuvwn Kwnçtanti'noç e[graye peri;
touvtwn.
60 Kwnçtantivnou pro;ç ΔAntiocevaç mh; ajpoçpa'n
Eujçevbion Kaiçareivaç ajllΔ e{teron zhth'çai.
61 Kwnçtantivnou pro;ç Eujçevbion ejpainou'ntoç th;n
paraivthçin ΔAntioceivaç.
62 Kwnçtantivnou pro;ç th;n çuvnodon, mh; ajpoçpa'çqai
Kaiçareivaç Eujçevbion.
CAPITOLI 67

46 Come morì all’età di ottant’anni dopo aver fatto


testamento.
47 Come Costantino seppellì la madre e come, prima,
la onorò finché era in vita.
48 Come edificò martyria nella città di Costantinopo-
li e come eliminò ogni forma di idolatria.
49 Il segno della croce nel palazzo imperiale e la ri-
produzione di Daniele nelle fontane
50 Fece edificare chiese anche a Nicomedia e in altre
città.
50,2 Sulla chiesa costruita ad Antiochia.
51 Diede disposizione che anche a Mamré sorgesse
una chiesa.
52 Lettera di Costantino a Eusebio a proposito di
Mamré.
53 Il Salvatore apparve ad Abramo in quel luogo.
54 Distruzione di templi pagani e statue in tutto l’im-
pero
55 Abbattimento del tempio pagano di Afaca in Feni-
cia ed eliminazione del suo culto osceno.
56 Distruzione del tempio di Asclepio ad Aigai.
57 Come i pagani, rifiutando gli idoli, si convertirono
alla conoscenza di Dio.
58 Come, dopo aver fatto distruggere il tempio di
Afrodite a Eliopoli, Costantino fu il primo a farvi
edificare una chiesa.
59 Sul turbamento provocato ad Antiochia da Eustazio.
59,3 Come Costantino scrisse a proposito di questi fat-
ti, nel tentativo di ristabilire la pace.
60 Lettera di Costantino agli Antiocheni perché non
strappino Eusebio alla sua sede di Cesarea, ma
cerchino qualcun altro.
61 Lettera di Costantino a Eusebio, nella quale lo elo-
gia per aver rifiutato l’incarico ad Antiochia.
62 Lettera di Costantino al sinodo perché Eusebio
non sia allontanato da Cesarea.
68 KEFALAIA

63 ”Opwç ta;ç aiJrevçeiç ejktemei'n ejçpouvdaçen.


64 Kwnçtantivnou diavtagma pro;ç tou;ç aiJretikouvç.
65 Peri; ajfairevçewç tovpwn çunavxewn tw'n aiJretikw'n.
66 ”Opwç biblivwn ajqemivtwn parΔ aujtoi'ç euJreqevntwn
polloi; tw'n aiJretikw'n eijç th;n kaqolikh;n ejkklhçiv-
an uJpevçtreyan.

TOU TETARTOU LOGOU TA KEFALAIA


1 ”Opwç dwreai'ç kai; prokopai'ç ajxiwmavtwn ejtivma
tou;ç pleivçtouç.
2 Çugcwvrhçiç tou' tetavrtou mevrouç tw'n khvnçwn.
3 ΔExiçwvçeiç kai; tw'n bebarhmevnwn khvnçwn.
4 ”Oti toi'ç ejn crhmatikai'ç divkaiç hJtthqei'çin auj-
to;ç ejx oijkeivwn ejcarivzeto.
5 Çkuqw'n uJpotagh; dia; tou' çhmeivou tou' çwth'roç
hJmw'n nikhqevntwn.
6 Çauromatw'n uJpotagh; profavçei th'ç tw'n douvlwn
ejpanaçtavçewç.
7 Barbavrwn diafovrwn preçbei'ai kai; dwreai; parΔ
aujtou'.
8 ”Oti kai; preçbeuçamevnw/ tw'/ Perçw'n baçilei' peri;
tw'n ejkei' Criçtianw'n e[grayen.
9 Kwnçtantivnou Aujgouvçtou pro;ç Çapwvrhn to;n
baçileva Perçw'n oJmologou'ntoç eijç qeo;n kai; Cri-
çto;n eujçebevçtata.
10 “Eti kata; eijdwvlwn kai; peri; qeou' doxologivaç.
11 “Eti kata; turavnnwn kai; diwktw'n kai; peri; Ouja-
lerianou' tou' aijcmalwtiçqevntoç.
12 ”Oti tw'n me;n diwktw'n ei\de ta;ç ptwvçeiç, eujqumei'
de; nu'n dia; th;n tw'n Criçtianw'n eijrhvnhn.
13 Paraklhvçeiç w{çte tou;ç parΔ aujtw'/ Criçtianou;ç
ajgapa'n.
14 ”Opwç Criçtianoi'ç me;n h\n eijrhvnh çpoudh'/ tw'n
Kwnçtantivnou proçeucw'n.
CAPITOLI 69

63 Come si adoperò per sradicare le eresie.


64 Editto di Costantino contro gli eretici.
65 Sulla chiusura dei luoghi di riunione degli eretici.
66 Come molti eretici ritornarono in seno alla Chiesa
cattolica dopo che furono trovati in possesso di te-
sti illeciti ed empi.

CAPITOLI DEL QUARTO LIBRO


1 Come rese onori a moltissime persone con doni ed
elargizioni.
2 Sgravio della quarta parte delle tasse.
3 Perequazione delle tasse più pesanti.
4 Come risarciva con il proprio patrimonio persona-
le coloro che uscivano sconfitti nelle cause di natu-
ra finanziaria.
5 Sottomissione degli Sciti, sconfitti dall’emblema
del nostro Salvatore.
6 Sottomissione dei Sarmati in occasione di una ri-
volta di schiavi.
7 Ambascerie delle più svariate popolazioni barbare
e doni da lui offerti.
8 Come scrisse al re di Persia, che gli aveva inviato
un’ambasceria, a proposito delle popolazioni cri-
stiane di quelle regioni.
9 Lettera di Costantino Augusto a Sapore re di Per-
sia, nella quale fa professione della sua fede incrol-
labile in Dio e in Cristo.
10 Ancora contro gli idoli; inno di lode a Dio.
11 Ancora contro i tiranni e i persecutori e su come
Valeriano fu preso prigioniero.
12 Costantino assistette alla rovina dei persecutori e
ora gioisce per la pace tra i cristiani.
13 Esortazione ad amare i cristiani che vivono nelle
sue terre.
14 Come vi fu pace per i cristiani grazie alle ardenti
preghiere di Costantino.
70 KEFALAIA

15 ”Oti kai; ejn nomivçmaçi kai; ejn eijkovçin wJç eujcov-


menon eJauto;n ejcavratten.
16 ”Oti kai; to; ejn eijdwleivoiç eijkovnaç aujtou' qei'nai
novmw/ diekwvluçen.
17 ΔEn palativw/ proçeucai; kai; qeivwn grafw'n ajna-
gnwvçeiç.
18 Th'ç kuriakh'ç th;n hJmevran kai; paraçkeuh'ç nomo-
qeçiva tima'n.
19 ”Opwç kai; tou;ç ejqnikou;ç çtratiwvtaç ejn ku-
riakai'ç eu[ceçqai proçevtaxen.
20 Eujch'ç rJhvmata çtratiwvtaiç uJpo; Kwnçtantivnou
doqeivçhç.
21 ΔEn toi'ç tw'n çtratiwtw'n o{ploiç çhmei'a tou'
çtaurou' tou' çwth'roç.
22 Çpoudh; proçeuch'ç kai; timh; th'ç tou' pavçca
eJorth'ç.
23 ”Opwç eijdwlolatrivan me;n ejkwvluçe, mavrturaç de;
kai; eJorta;ç ejtivma.
24 ”Oti tw'n e[xw pragmavtwn w{çper ejpivçkopon eJau-
to;n ei\pen ei\nai.
25 “Eti peri; kwluvçewç quçiw'n kai; teletw'n kai; mo-
nomaciw'n kai; tw'n to; pri;n ajkolavçtwn tou' Neiv-
lou.
26 Novmou tou' kata; tw'n ajtevknwn o[ntoç diovrqwçiç,
e[ti de; kai; tou' peri; diaqhkw'n oJmoivwç diovrqwçiç.
27 ”Oti Criçtiano;n me;n ΔIoudaivoiç mh; douleuvein,
tw'n de; çunovdwn bebaivouç ei\nai tou;ç o{rouç ejno-
moqevtei kai; loipav.
28 ΔEkklhçivaiç dwreai; parqevnoiç te kai; pevnhçi dia-
dovçeiç.
29 Logografivai kai; ejpideivxeiç uJpo; Kwnçtantivnou.
30 ”Oti tw'n pleonektw'n eJni; mnhmeivou mevtron uJpev-
deixe pro;ç duçwvphçin.
CAPITOLI 71

15 Come si fece raffigurare in atto di pregare sia sulle


monete che nei ritratti.
16 Come proibì per legge che i suoi ritratti fossero de-
dicati nei templi pagani.
17 Preghiere e lettura delle Sacre Scritture nel palaz-
zo imperiale.
18 Disposizione di legge perché si onorasse il giorno
del Signore e il venerdì.
19 Come ordinò che anche i soldati pagani pregasse-
ro nel giorno del Signore.
20 Formule di preghiera insegnate da Costantino ai
soldati.
21 L’emblema della croce del Salvatore sulle armi di
soldati.
22 Sollecitudine di Costantino nella preghiera e sua
grande considerazione per la festività della Pa-
squa.
23 Come proibì l’idolatria e come invece onorò i gior-
ni festivi dei martiri.
24 Come dichiarò di essere vescovo degli affari ester-
ni alla Chiesa.
25 Ancora sulla proibizione dei sacrifici, dei culti mi-
sterici, dei combattimenti dei gladiatori, e sull’eli-
minazione dei sacerdoti pervertiti che un tempo
erano addetti al culto del Nilo.
26 Riforma della legge contro quanti erano privi di figli
e analoga riforma sulle disposizioni testamentarie.
27 Stabilì per legge che nessun cristiano potesse esse-
re schiavo dei Giudei, che le decisioni sinodali
avessero validità di leggi e altro ancora.
28 Donativi alle Chiese ed elargizioni alle vergini e ai
poveri.
29 Stesura di discorsi scritti e letture pubbliche di Co-
stantino.
30 Come mostrò a un avaro quanto misura una tom-
ba per farlo vergognare.
72 KEFALAIA

31 ”Oti dia; th;n pleivona filanqrwpivan ejcleuavzeto.


32 Peri; çuggravmmatoç Kwnçtantivnou, o} pro;ç to;n
tw'n aJgivwn çuvllogon e[grayen.
33 ”Opwç tw'n Eujçebivou peri; tou' mnhvmatoç tou'
çwth'roç ejpideivxewn eJçtw;ç h[kouçen.
34 ”Oti peri; tou' pavçca kai; qeivwn biblivwn pro;ç
Eujçevbion e[grayen.
35 Kwnçtantivnou pro;ç Eujçevbion to;n tou' pavçca lov-
gon ejpainou'ntoç.
36 Kwnçtantivnou pro;ç Eujçevbion peri; kataçkeuh'ç bi-
blivwn qeivwn.
37 ”Opwç aiJ bivbloi kateçkeuavçqhçan.
38 ”Opwç to; Gazaivwn ejmpovrion dia; to;n criçtianiç-
mo;n ejpolivçqh kai; Kwnçtavntia proçhgoreuvqh.
39 ”Oti ejpi; th'ç Foinivkhç ejpolivçqh mevn tiç, ejn de;
tai'ç a[llaiç povleçin eijdwleivwn me;n h\n kaqaivreçiç
ejkklhçiw'n de; kataçkeuaiv.
40 ”Oti ejn triçi; dekaethrivçi trei'ç uiJou;ç baçilevaç
ajnagoreuvçaç, ta; ejgkaivnia tou' ejn ÔIeroçoluvmoiç
marturivou ajgagei'n prou[qeto.
41 ”Oti dia; ta; katΔ Ai[gupton zhthvmata çuvnodon
eijç Tuvron ejn tw'/ metaxu; genevçqai proçevtaxen.
42 Kwnçtantivnou pro;ç th;n ejn Tuvrw/ çuvnodon.
43 ΔEgkainivwn tw'n ejn ÔIeroçoluvmoiç eijç th;n eJorth;n
ejk paçw'n ejparciw'n h\çan ejpivçkopoi.
44 Peri; th'ç dia; Marianou' tou' notarivou dexiwvçewç
aujtw'n kai; tw'n eijç ptwcou;ç diadovçewn kai; ajna-
qhmavtwn th'ç ejkklhçivaç.
45 Tw'n ejpiçkovpwn ejn çunavxeçi proçomilivai poikivlai
kai; Eujçebivou tou' tau'ta çuggravyantoç.
46 ”Oti kai; th;n e[kfraçin tou' marturivou tou' çwth'-
roç kai; triakontaethriko;n ei\pen u{çteron ejpΔ auj-
tou' Kwnçtantivnou.
47 ”Oti hJ me;n ejn Nikaiva/ çuvnodoç th'/ eijkoçaethrivdi,
CAPITOLI 73

31 Come era canzonato per la sua eccessiva generosità.


32 Sul discorso che Costantino scrisse Alla comunità
dei santi.
33 Come ascoltò, stando in piedi, il discorso di Euse-
bio sul Sepolcro del Salvatore.
34 Come scrisse a Eusebio in merito alla Pasqua e al-
la trascrizione di libri sacri.
35 Lettera di Costantino a Eusebio in cui elogiava la
sua opera sulla Pasqua.
36 Lettera di Costantino a Eusebio concernente la
trascrizione di libri sacri.
37 Come i libri furono approntati.
38 Come l’emporio di Gaza, convertitosi al cristiane-
simo, fu promosso al rango di città e prese il nome
di Costanza.
39 Come un altro luogo della Fenicia fu promosso al
rango di città e nelle altre città ebbero luogo di-
struzioni di templi e costruzioni di chiese.
40 Nel trentesimo anno del regno Costantino pro-
clamò imperatori i suoi tre figli e stabilì di consa-
crare il santuario di Gerusalemme.
41 Come a causa delle controversie sorte in Egitto or-
dinò che nel frattempo si tenesse un concilio a Tiro.
42 Lettera di Costantino al concilio di Tiro.
43 I vescovi di tutte le province si recarono a Gerusa-
lemme per la consacrazione del santuario.
44 Sull’accoglienza del notaio Mariano, sui donativi
ai poveri e sulle offerte votive dedicate alla chiesa.
45 Diverse omelie dei vescovi nelle pubbliche adu-
nanze, tra cui quella di Eusebio che è l’autore di
quest’opera.
46 Come, tempo dopo, al cospetto di Costantino, egli
pronunciò un discorso in cui descriveva il santuario
del Salvatore, e uno in occasione del trentennale.
47 Il concilio di Nicea ebbe luogo in occasione del
ventennale dell’imperatore e la consacrazione del
74 KEFALAIA

ta; ejgkaivnia de; ta; ejn ÔIeroçoluvmoiç th'/ triakon-


taethrivdi Kwnçtantivnou gevgonen.
48 ”Opwç tino;ç a[gan ejpainou'ntoç oujk hjnevçceto
Kwnçtanti'noç.
49 Gavmoi Kwnçtantivou uiJou' aujtou' kaivçaroç.
50 ΔIndw'n preçbeiva kai; dw'ra.
51 ”Opwç toi'ç triçi;n uiJoi'ç Kwnçtanti'noç dielw;n
th;n ajrchvn, ta; baçilika; metΔ eujçebeivaç dihgei'to.
52 ”Opwç kai; ajndrwqevntaç aujtou;ç eijç eujçevbeian
h[gagen.
53 ”Oti ajmfi; ta; triakontaduvo e[th baçileuvçaç kai;
uJpe;r ta; eJxhvkonta zhvçaç çw'on ei\ce to; çw'ma.
54 Peri; tw'n th'/ a[gan aujtou' filanqrwpiva/ çugkecrh-
mevnwn eijç ajplhçtivan kai; uJpokrivçeiç.
55 ”Opwç mevcri teleuth'ç ejlogogravfei Kwnçtanti'-
noç.
56 ”Opwç ejpi; Pevrçaç çtrateuvwn çumparevlaben ej-
piçkovpouç kai; çkhnh;n wJç çch'ma th'ç ejkklhçivaç.
57 ”Opwç Perçw'n preçbeivaç dexavmenoç, ejn th'/ tou'
pavçca eJorth'/ çundienuktevreuçe toi'ç a[lloiç.
58 Peri; oijkodomh'ç tou' ejpikaloumevnou tw'n ajpo-
çtovlwn ejn Kwnçtantinoupovlei marturivou.
59 “Ekfraçiç e[ti tou' aujtou' marturivou.
60 ”Oti ejn touvtw/ kai; mnhmei'on eijç tafh;n eJautw'/
proçw/kodovmhçen.
61 ΔAnwmaliva çwvmatoç ejn ÔElenopovlei kai; proçeu-
cai; peri; baptivçmatoç.
62 Kwnçtantivnou pro;ç ejpiçkovpouç peri; metadovçewç
tou' loutrou' paravklhçiç.
63 To; loutro;n labw;n o{pwç ajnuvmnei to;n qeovn.
CAPITOLI 75

tempio di Gerusalemme avvenne in concomitanza


con il trentennale del regno di Costantino.
48 Come Costantino non gradì gli elogi spropositati
di qualcuno.
49 Nozze di Costanzo cesare, suo figlio.
50 Ambasceria e doni degli Indiani.
51 Come Costantino distribuì il potere tra i suoi tre
figli, spiegando loro l’arte del governo insieme ai
precetti della fede.
52 Come lì guidò verso la fede anche una volta che fu-
rono adulti.
53 Dopo aver governato per circa trentadue anni ed
essere vissuto per più di sessanta, il suo corpo si
manteneva ancora sano.
54 Su coloro che approfittarono della sua eccessiva
generosità per avidità e ipocrisia.
55 Come Costantino continuò a scrivere discorsi fino
alla fine della sua vita.
56 Come, preparandosi alla campagna militare contro
la Persia, prese con sé i vescovi e allestì una tenda
a forma di chiesa.
57 Come, dopo aver ricevuto gli ambasciatori di Per-
sia, vegliò insieme agli altri in occasione della cele-
brazione della Pasqua.
58 Sull’edificazione del cosiddetto santuario degli
Apostoli a Costantinopoli.
59 Descrizione dello stesso santuario.
60 Come, nella stessa sede, fece anche costruire il pro-
prio sepolcro.
61 Malattia a Elenopoli e preghiere in preparazione
del battesimo
62 Richiesta di Costantino ai vescovi perché impartis-
sero il sacramento del battesimo.
63 Dopo aver ricevuto il sacramento del battesimo
celebra le lodi di Dio.
76 KEFALAIA

64 Kwnçtantivnou teleuth; ejn th'/ th'ç penthkoçth'ç


eJorth'/ meçhmbrivaç.
65 Çtratiwtw'n kai; taxiarcw'n ojdurmoiv.
66 Metakomidh; tou' çkhvnouç ajpo; Nikomhdeivaç ejn
Kwnçtantinoupovlei ejn palativw./
67 ”Opwç kai; meta; qavnaton uJpo; komhvtwn kai;
loipw'n kaqw;ç kai; ejn tw'/ zh'n ejtima'to.
68 ”Opwç aujgouvçtouç ei\nai loipo;n tou;ç uiJou;ç aujtou'
to; çtratovpedon e[krinen.
69 ÔRwvmhç ejpi; Kwnçtantivnw/ pevnqoç kai; dia; tw'n
eijkovnwn timh; meta; qavnaton.
70 Katavqeçiç tou' çkhnwvmatoç uJpo; Kwnçtantivou pai-
do;ç ejn Kwnçtantinoupovlei.
71 Çuvnaxiç ejn tw'/ kaloumevnw/ marturivw/ tw'n ajpo-
çtovlwn ejpi; th'/ Kwnçtantivnou teleuth'./
72 Peri; foivnikoç ojrnevou.
73 ”Opwç ejn nomivçmaçin wJç eijç oujrano;n ajniovnta
Kwnçtanti'non ejnecavraççon.
74 ”Oti timhqei;ç uJpΔ aujtou' qeo;ç dikaivwç aujto;n ajn-
tetivmhçen.
75 ”Oti tw'n progenomevnwn ÔRwmaivwn baçilevwn eujçe-
bevçteroç Kwnçtanti'noç.
Tou' tetavrtou lovgou ta; kefavlaia.
CAPITOLI 77

64 Morte di Costantino a mezzogiorno durante la fe-


stività della Pentecoste.
65 Lamenti dei soldati e dei tassiarchi.
66 Traslazione della salma da Nicomedia al palazzo
imperiale di Costantinopoli.
67 Come, anche dopo la morte, continuò ad essere
onorato dai conti e dagli altri come se fosse stato
ancora in vita.
68 Come l’esercito decretò che i suoi figli fossero pro-
clamati augusti.
69 Lutto a Roma per Costantino e onori resigli dopo
la morte mediante la dedica di icone.
70 Deposizione della salma a Costantinopoli da parte
del figlio Costanzo.
71 Pubblica funzione nel cosiddetto santuario degli
Apostoli per la morte di Costantino.
72 Sulla Fenice.
73 Come sulle monete venne riprodotto Costantino
in atto di ascendere al cielo.
74 Come Dio, che fu onorato da lui, a ragione, gli rese
onore.
75 Costantino fu il più pio tra gli imperatori romani
che lo avevano preceduto.
Capitoli del quarto libro.
EUÇEBIOU TOU PAMFILOU EIÇ TON BION
TOU MAKARIOU KWNÇTANTINOU BAÇILEWÇ

LOGOÇ A

I, 1 “Arti me;n tw'/ megavlw/ baçilei' pantoivwn dekavdwn


ødittw'n te kai; trittw'nØ periovdouç ejn eJortw'n eujwciv-
aiç pa'n gevnoç ajnqrwvpwn ejpanhguvrizen, a[rti de; kai;
hJmei'ç aujtoi; to;n kallivnikon, mevçon ajpolabovnteç qeou'
leitourgw'n çunovdou, eijkoçaethrikoi'ç u{mnoiç ejgeraivro-
men, h[dh de; kai; triakontaethrikou;ç aujtw'/ lovgwn
plevxanteç çtefavnouç, ejn aujtoi'ç prwvhn baçileivoiç th;n
iJera;n kefalh;n ajneçtevfomen: I, 2 nuni; dΔ oJ lovgoç hJmi'n
ajmhcanw'n e{çthke, poqw'n mevn ti tw'n çunhvqwn proç-
fqevgxaçqai, ajporw'n dΔ o{ph/ kai; travpoito movnw/ te tw'/
qauvmati th'ç xenizouvçhç o[yewç katapeplhgmevnoç. o{ph/
ga;r ajtene;ç ejmblevyeien, h[n te pro;ç e{w h[n te pro;ç
eJçpevran, h[n tΔ ejpi; gh'ç aujth'ç o{lhç h[n te pro;ç oujra-
no;n aujtovn, pavnth/ kai; pantacou' to;n makavrion aujth'/
çunovnta ¢baçileivaÜ/ qewrei'. I, 3 gh'ç me;n ga;r tou;ç auj-
tou' pai'daç oi|av tinaç nevouç lampth'raç tw'n aujtou'

1
Origene aveva trascorso a Cesarea circa vent’anni e intorno alla
sua figura si era formata una scuola teologica cui apparteneva anche il
maestro di Eusebio, Panfilo, il quale, pur non avendo conosciuto per-
sonalmente Origene, fu profondamente influenzato dal suo pensiero.
Panfilo aveva devoluto il proprio cospicuo patrimonio nella fondazio-
ne di una biblioteca che ospitava testi di contenuto prevalentemente
filosofico, larga parte dei quali provenivano da quella che era stata la
biblioteca di Origene.
2
Celebrati a Roma nel 315.
3
Fu Costantino a convocare il concilio di Nicea nel 325. In questa
EUSEBIO DISCEPOLO DI PANFILO1 SULLA
VITA DEL BEATO IMPERATORE COSTANTINO

LIBRO PRIMO

I, 1 Non molto tempo fa l’umanità intera celebrava i de-


cennali2 del grande imperatore con festeggiamenti e
banchetti, e ancora non molto tempo fa, noi stessi gli ab-
biamo reso omaggio per le sue vittorie con un discorso
in occasione del ventennale, accogliendolo nel sinodo,3
dei ministri di Dio; e di recente, in occasione del tren-
tennale, abbiamo incoronato il suo santo capo proprio
nel palazzo imperiale, intrecciando per lui corone di elo-
gi.4 I, 2 Ora però, le nostre parole si arrestano senza tro-
vare via d’uscita,5 nel desiderio di pronunciare discorsi
consueti, ma senza sapere tuttavia in che direzione pro-
cedere, come colpite da uno stupore assoluto, di fronte a
uno spettacolo sbalorditivo. Infatti ovunque esse si ri-
volgano a scrutare con attenzione, a oriente come a oc-
cidente, su tutta la terra o verso il cielo stesso, dapper-
tutto e in ogni luogo, scorgono presente in tutto l’impe-
ro quel sovrano benedetto. I, 3 Egli vede i propri figli6
propagare i suoi raggi su tutta la terra, quali giovani

occasione Eusebio pronunciò l’encomio cui si fa riferimento in questo


passo, che non ci è pervenuto.
4
Si tratta del Triakontaeterikos, l’orazione pronunciata da Eusebio al
cospetto dell’imperatore nel 336 per celebrare il trentennale del regno.
5
La protesta della propria inadeguatezza ad affrontare l’argomen-
to in questione è molto frequente negli autori di encomi e di opere
agiografiche e corrisponde al topos della recusatio.
6
Costantino II, Costanzo II e Costante.
80 LOGOÇ A

marmarugw'n çunora'/ plhrou'ntaç to; pa'n, aujtovn te


zw'nta dunavmei kai; to;n çuvmpanta diakubernw'nta bivon
kreittovnwç h] provçqen th'/ tw'n paivdwn poluplaçiaçqevn-
ta diadoch'/: oi} kaiçavrwn me;n e[ti provteron metei'con
timh'ç, nuni; dΔ o{lon aujto;n ejnduçavmenoi qeoçebeivaç aj-
reth',/ aujtokravtoreç au[gouçtoi çebaçtoi; baçilei'ç toi'ç
tou' patro;ç ejmprevponteç kallwpivçmaçin ajnedeivcqhçan.
II, 1 kai; to;n ejn çwvmati de; qnhtw'/ mikrw'/ provçqen oJrwv-
menon aujtoi'ç qΔ hJmi'n çunovnta paradoxovtata kai; meta;
th;n tou' bivou teleuthvn, o{te hJ fuvçiç wJç ajllovtrion to;
peritto;n ejlevgcei, tw'n aujtw'n baçilikw'n oi[kwn te kai;
kthmavtwn kai; timw'n kai; u{mnwn hjxiwmevnon qewvmenoç oJ
lovgoç uJperekplhvttetai: II, 2 h[dh de; kai; pro;ç aujtai'ç
oujranivaiç aJyi'çin eJauto;n ejkteivnaç, kajntau'qa th;n triç-
makarivan yuch;n aujtw'/ qew'/ çunou'çan fantavzetai, qnh-
tou' me;n kai; gewvdouç panto;ç ajfeimevnhn periblhvma-
toç, fwto;ç dΔ ejxaçtraptouvçh/ çtolh'/ katalampomevnhn.
II, 3 ei\tΔ oujkevti me;n makrai'ç crovnwn periovdoiç ejn
qnhtw' n diatribai' ç eij l oumev n hn auj t hv n , aij w noqalei'
de; diadhvmati zwh'ç ajteleuthvtou kai; makarivou aijwn' oç
ajqanaçiva/ tetimhmevnhn ejnnow'n, ajcanh;ç e{çthken oi|a
qnhto;ç lovgoç, mhdemivan me;n ajfiei;ç fwnh;n th'ç dΔ auj-
to;ç aujtou' kategnwkw;ç ajçqeneivaç, kai; dh; çiwph;n kaqΔ
eJautou' yhfiçavmenoç tw'/ kreivttoni kai; kaqovlou lovgw/
paracwrei' tugcavnein th'ç tw'n ejfamivllwn u{mnwn ajxiv-
aç: w|/ dh; kai; movnw/ dunato;n ajqanavtw/ kai; qeou' o[nti
lovgw/ ta;ç oijkeivaç piçtou'çqai fwnavç. III, 1 diΔ w|n tou;ç
me;n aujto;n doxavzontavç te kai; timw'ntaç ajmoibaivoiç uJ-
perbavlleçqai carivçmaçi, tou;ç dΔ ejcqrou;ç kai; polemiv-
ouç çfa'ç aujtou;ç aujtw'/ kataçthvçantaç to;n yucw'n o[le-
qron eJautoi'ç peripoihvçein qeçpivçaç, ejnteu'qen h[dh tw'n

7
Sebastos è l’equivalente greco di augustus. I figli di Costantino fu-
rono proclamati augusti nel settembre del 337.
LIBRO PRIMO 81

fiaccole, e vede se stesso, ancora vivo e nel pieno della


sua potenza, governare la vita dei sudditi anche meglio
che in passato, quasi che avesse moltiplicato la sua pre-
senza attraverso la successione dei figli. Costoro, che già
prima erano stati insigniti della dignità di cesari, ora che
sono completamente compenetrati della sua virtù reli-
giosa sono stati proclamati autokratores, augusti, seba-
stoi7 e imperatori, e risplendono dei titoli onorifici che
appartennero al padre. II, 1 Le nostre parole si smarri-
scono per lo stupore, contemplando colui che fino a po-
co fa si poteva vedere presente accanto a noi in un cor-
po mortale, proprio lui in persona, mantenere la mede-
sima sede imperiale, i medesimi possedimenti, onori ed
encomi in modo assolutamente straordinario, anche do-
po la fine della vita, proprio quando la natura respinge
il superfluo in quanto estraneo a sé. II, 2 E ora, proten-
dendosi verso le stesse sfere celesti, esse si raffigurano
anche lì quell’anima tre volte benedetta, congiunta con
Dio stesso e affrancata da ogni impedimento terreno e
mortale, risplendere in una veste abbagliante di luce.
II, 3 Riflettendo sul fatto che quell’anima, dopo un lungo
lasso di tempo, non è più gravata da occupazioni mon-
dane, ma ha ricevuto l’onore del diadema perennemen-
te in fiore della vita eterna e l’immortalità di un’esisten-
za beata, la mia voce mortale resta annichilita, incapace
di profferire parola, consapevole com’è della propria
debolezza e, deliberando di imporsi il silenzio, cede il
passo a un’altra Parola, la migliore in assoluto, perché le
renda il dovuto omaggio con inni adeguati. Solo all’im-
mortale e autentica parola di Dio è possibile rendere
degni di fede i propri enunciati, III, 1 attraverso i quali
annuncia che quanti la esaltano e la venerano saranno
ampiamente ricompensati dai doni divini e, che, al con-
trario, i suoi nemici e quanti entrano in lotta contro di
essa si procureranno da sé la rovina delle loro stesse ani-
me; già in questo mondo ha provato la veridicità di ciò
82 LOGOÇ A

aujtou' lovgwn ta;ç ejpaggelivaç ajyeudei'ç pareçthvçato,


ajqevwn me;n kai; qeomavcwn turavnnwn ajpeukta; deivxaç tou'
bivou ta; tevlh, tou' dΔ aujtou' qeravpontoç zhlwto;n kai;
poluuvmnhton pro;ç th'/ zwh'/ kai; to;n qavnaton ajpofhvnaç,
wJç ajxiomnhmovneuton kai; tou'ton øteØ çthlw'n ãteà ouj
qnhtw'n ajllΔ ajqanavtwn ejpavxion genevçqai. III, 2 qnhtw'n
me;n ga;r fuvçiç, qnhtou' kai; ejpikhvrou tevlouç paramuv-
qion euJramevnh, eijkovnwn ajnaqhvmaçi ta;ç tw'n protevrwn
mnhvmaç ajqanavtoiç e[doxe geraivrein timai'ç, kai; oiJ me;n
çkiagrafivaç khrocuvtou grafh'ç a[nqeçin, oiJ de; glufai'ç
u{lhç ajyuvcou ajndreivkela çchvmata tekthnavmenoi, oiJ de;
kuvrbeçi kai; çthvlaiç baqeivaç gramma;ç ejgcaravxanteç,
mnhvmaiç uJpevlabon aijwnivaiç ta;ç tw'n timwmevnwn ajre-
ta;ç paradidovnai. ta; dΔ h\n a[ra pavnta qnhta; crovnou
mhvkei dapanwvmena, fqartw'n a{te çwmavtwn ijndavlmata,
ouj mh;n ajqanavtou yuch'ç ajpotupou'nta ijdevaç. o{mwç dΔ
ou\n ajparkei'n ejdovkei tau'ta toi'ç mhde;n e{teron meta;
th;n tou' qnhtou' bivou kataçtrofh;n ejn ajgaqw'n ejlpivçi
tiqemevnoiç. III, 3 qeo;ç dΔ a[ra, qeo;ç oJ koino;ç tw'n o{lwn
çwthvr, meivzona h] kata; qnhtou;ç logiçmou;ç toi'ç eujçe-
beivaç ejraçtai'ç ajgaqa; parΔ eJautw'/ tamieuçavmenoç, ta;
prwtovleia tw'n ejpavqlwn ejnqevnde proarrabwnivzetai,
qnhtoi'ç ojfqalmoi'ç aJmwçgevpwç ta;ç ajqanavtouç piçtouv-
menoç ejlpivdaç. III, 4 palaioi; tau'ta crhçmoi;
profhtw'n grafh/ paradoqevnteç qeçpivzouçi, tau'ta bivoi
qeofilw'n ajndrw'n pantoivaiç ajretai'ç provpalai dia-
lamyavntwn toi'ç ojyigovnoiç mnhmoneuovmenoi martuvron-
tai, tau'ta kai; oJ kaqΔ hJma'ç ajlhqh' ei\nai dihvlegxe crov-
noç, kaqΔ o}n Kwnçtanti'noç qew'/ tw'/ pambaçilei' movnoç
tw'n pwvpote th'ç ÔRwmaivwn ajrch'ç kaqhghçamevnwn ge-
gonw;ç fivloç, ejnarge;ç a{paçin ajnqrwvpoiç paravdeigma
qeoçebou'ç katevçth bivou.
LIBRO PRIMO 83

che promettono le sue enunciazioni, mostrando la mor-


te abominevole dei tiranni miscredenti che si oppongo-
no Dio e facendo conoscere come invece, oltre alla vita,
anche la morte di chi serve Dio sia invidiabile e molto
celebrata, e come anch’essa sia divenuta degna di me-
moria e di monumenti non certo caduchi, ma immortali.
III, 2 La natura umana, infatti, per trovare conforto di
fronte al proprio destino effimero e mortale ritenne op-
portuno venerare le tombe degli antenati con la dedica
di immagini votive quali onori imperituri. Così alcuni
decisero di consegnare a monumenti immortali le virtù
di coloro che desideravano onorare attraverso i colori e
il chiaroscuro dei dipinti a encausto, altri creando con
gli scalpelli figure dalle sembianze umane nella materia
inanimata, altri ancora incidendo profondi caratteri su
lapidi e stele. Ma tutti questi oggetti, essendo mortali,
con il trascorrere del tempo, erano soggetti a consunzio-
ne, in quanto simulacri di corpi corruttibili che non ri-
producevano le sembianze dell’anima immortale. Cio-
nondimeno, questo sembrava sufficiente a chi non nu-
triva alcuna speranza di ulteriori beni dopo il termine
della vita terrena. III, 3 Ma Dio, il Dio che è il comune
salvatore dell’umanità, ha tenuto in serbo presso di sé,
per coloro che amano la pietà, beni che vanno al di là di
ciò che la ragione umana può immaginare, e già in que-
sta vita dà in pegno le primizie delle ricompense future,
rendendo in qualche modo plausibile agli occhi mortali
la speranza dell’immortalità. III, 4 Gli antichi oracoli
dei profeti consegnati alle Scritture vaticinano questo,
questo testimoniano le vite di uomini cari a Dio che nel
passato risplendettero di ogni virtù, facendosi ricordare
dalle generazioni successive, e questo si è dimostrato ve-
ro nella nostra stessa epoca, nella quale Costantino, il
solo tra quanti in ogni tempo furono alla guida dell’im-
pero romano, divenuto caro a Dio, si pose per tutti gli
uomini quale fulgido esempio di vita pia e devota.
84 LOGOÇ A

IV Tau'ta de; kai; qeo;ç aujtovç, o}n Kwnçtanti'noç ej-


gevrairen, ajrcomevnw/ kai; meçavzonti kai; teleutw'nti th'ç
baçileivaç aujtw'/ ¢dexio;çÜ paraçtavç, ejnargevçi yhvfoiç ej-
piçtwvçato, didaçkalivan qeoçebou'ç uJpodeivgmatoç to;n
a[ndra tw'/ qnhtw'/ gevnei probeblhmevnoç: movnon gou'n auj-
to;n tw'n ejx aijwn' oç ajkoh'/ bohqevntwn aujtokratovrwn oi|onv
tina mevgiçton fwçth'ra kai; khvruka megalofwnovtaton
th'ç ajplanou'ç qeoçebeivaç proçthçavmenoç, movnw/ ta; ej-
cevggua th'ç aujtou' qeoçebeivaç dia; pantoivwn tw'n eijç
aujto;n kecorhghmevnwn ajgaqw'n ejnedeivxato, V, 1 ¢crov-
nonÜ me;n baçileivaç triçi; dekavdwn periovdoiç teleivaiç
økai; proçevti lw'o/ nØ timhvçaç, touvtwn de; diplavçion øtou'
panto;ç aujtw'/ bivouØ th;n ejn ajnqrwvpoiç periorivçaç zwhvn:
th'ç dΔ aujtou' monarcikh'ç ejxouçivaç th;n eijkovna douvç,
nikhth;n ajpevdeixe panto;ç turannikou' gevnouç qeomavcwn
tΔ ojleth'ra gigavntwn, oi} yuch'ç ajponoiva/ pro;ç aujto;n
h[ranto to;n pambaçileva tw'n o{lwn duççebeivaç o{pla.
V, 2 ajllΔ oiJ me;n o{çon eijpei'n ejn bracei' fanevnteç a{ma
te kai; ajpevçbhçan, to;n dΔ aujtou' qeravponta qeo;ç oJ ei|ç
kai; movnoç e{na pro;ç pollou;ç qei>kh'/ fraxavmenoç pan-
teuciva,/ th'ç tw'n ajqevwn plhquvoç diΔ aujtou' to;n qnhto;n
ajpokaqhvraç bivon, eujçebeivaç ¢eijç aujto;nÜ didavçkalon
pa'çin e[qneçi kateçthvçato, megavlh/ boh'/ tai'ç pavntwn
ajkoai'ç marturovmenon to;n o[nta qeo;n eijdevnai, th;n de;
tw'n oujdamw'ç o[ntwn ajpoçtrevfeçqai plavnhn. VI kai; oJ
me;n oi|a piçto;ç kai; ajgaqo;ç qeravpwn tou'tΔ e[pratte
kai; ejkhvrutte, dou'lon a[ntikruç ajpokalw'n kai; qeravpon-
ta tou' pambaçilevwç oJmologw'n eJautovn, qeo;ç dΔ aujto;n
ejgguvqen ajmeibovmenoç kuvrion kaqivçth kai; deçpovthn

8
Costantino nacque probabilmente tra il 272 e il 273 a Naisso. Le
fonti danno indicazioni diverse riguardo alla durata della sua vita, e al
momento della morte, nel 337, gli attribuiscono un’età che oscilla tra i
60 e i 65 anni. L’affermazione di Eusebio riguardo alla durata del suo
regno è comunque corretta.
LIBRO PRIMO 85

IV E proprio quel Dio che Costantino celebrò, pro-


teggendolo benevolmente già dall’inizio del suo regno e
poi nel corso di esso, fino alla fine, diede credibilità a tut-
to questo con chiare indicazioni, poiché pose quest’uo-
mo come un modello di devozione esemplare innanzi al-
l’umanità intera. Certamente, tra tutti gli imperatori che
ebbero fama in ogni tempo, prepose soltanto lui a gover-
nare il mondo come un immenso astro e come un araldo
dalla voce stentorea che proclami la vera religione, a lui
solo Dio mostrò i pegni della sua fede, dispensandogli
ogni sorta di beni: V, 1 lo onorò con un lasso di tempo
di tre interi decenni di regno e stabilì che la durata della
sua vita8 tra gli uomini fosse il doppio di questo numero
e, offrendolo a immagine della propria autorità assoluta,
lo designò come il distruttore dell’intera stirpe dei tiran-
ni e degli empi giganti,9 che, nella follia della loro anima
levarono le armi della scelleratezza contro lo stesso Dio,
signore di tutto l’universo. V, 2 Ma costoro, che si pale-
sarono, per così dire, in un attimo, altrettanto rapida-
mente si estinsero: Dio, che è uno e unico, munito il suo
servo, solo contro molti, di una divina armatura, per
mezzo suo purificò la vita umana dalla moltitudine degli
empi e lo elesse, di fronte a tutti i popoli, maestro della
vera religione nella sua stessa persona, lui che a gran vo-
ce testimoniò alle orecchie di tutti di conoscere il vero
Dio e di rifiutare l’inganno di coloro che non esistono
affatto.10 VI Costantino, come un servitore buono e fe-
dele, fece e annunciò proprio questo, dichiarandosi subi-
to schiavo e definendosi servo del Signore di tutto l’uni-
verso, e Dio, ricompensandolo immediatamente, lo rese
signore, padrone e vincitore: egli soltanto imbattibile e

9
Eusebio si riferisce ai rivali di Costantino: Massenzio e Licinio,
entrambi rappresentati come feroci persecutori dei Cristiani.
10
Scil. gli dei pagani.
86 LOGOÇ A

nikhthvn te movnon tw'n ejx aijw'noç aujtokratovrwn a[ma-


con kai; ajhtv thton, eijçaei; nikw'nta tropaivoiç te toi'ç
katΔ ejcqrw'n dia; panto;ç faidrunovmenon, baçileva toçou'-
ton, o{çon oujdei;ç ajkoh'/ tw'n pavlai provteron mnhmoneuvei
genevçqai, ou{tw me;n qeofilh' kai; triçmakavrion, ou{tw dΔ
eujçebh' kai; paneudaivmona, wJç meta; pavçhç me;n
rJa/çtwvnhç pleiovnwn h] oiJ e[mproçqen kataçcei'n ejqnw'n,
a[lupon de; th;n ajrch;n eijç aujth;n katalh'xai teleuthvn.
VII, 1 Perçw'n me;n dh; Ku'ron palaio;ç ajnumnei' lov-
goç perifanh' ajpofanqh'nai tw'n pwvpote. ajllΔ ejpei;
mh; tau'ta tevloç dΔ ejcrh'n makrou' bivou çkopei'n, façi;n
aujto;n oujk ai[çion aijçcro;n de; kai; ejponeivdiçton uJpo;
gunaiko;ç qavnaton uJpoçth'nai. Makedovnwn dΔ ΔAlevxan-
dron ÔEllhvnwn a[/douçi pai'deç muriva me;n pantoivwn ej-
qnw'n gevnh kataçtrevyaçqai, qa'tton dΔ h] çuntelevçai
eijç a[ndraç VII, 2 wjkuvmoron ajpobh'nai, kwvmoiç aj-
polhfqevnta kai; mevqaiç. duvo me;n ou|toç pro;ç toi'ç
triavkonta øth;n pa'çan zwh;nØ ejniautoi'ç ejplhvrou,
touvtwn de; th;n trivthn øau\ plevonØ oJ th'ç baçileivaç pe-
riwvrize crovnoç, ejcwvrei de; diΔ aiJmavtwn ajnh;r çkhptou'
divkhn, ajfeidw'ç e[qnh kai; povleiç o{laç hJbhdo;n ejxan-
drapodizovmenoç. a[rti de; mikro;n ajnqouvçhç aujtw'/ th'ç
w{raç kai; ta; paidika; penqou'nti deinw'ç to; crew;n ej-
piçta;n a[teknon a[rrizon ajnevçtion ejpΔ ajllodaph'ç kai;
polemivaç aujtovn, wJç a]n mh; eijç makro;n lumaivnoito to;
qnhto;n gevnoç, hjfavnizen. aujtivka dΔ hJ baçileiva kate-
tevmneto, tw'n qerapovntwn eJkavçtou moi'ravn tina pa-
raçpw'ntoç kai; diarpavzontoç eJautw'/. ajllΔ oJ me;n ejpi;

11
Scil. la Ciropedia di Senofonte.
12
Una leggenda riportata da Diodoro Siculo (II, 44, 2) racconta
che Ciro, dopo essere stato sconfitto in guerra, sarebbe stato preso pri-
gioniero e condannato alla crocifissione dalla regina degli Sciti (cfr.
L.Tartaglia, Vita di Costantino, Napoli 1984, p. 43, n. 17).
13
Paolo, Romani, 13, 13.
LIBRO PRIMO 87

invincibile tra tutti gli imperatori di ogni epoca, per sem-


pre vittorioso, splendido dei trofei riportati costante-
mente sui nemici, imperatore quale mai si abbia avuta
notizia o si ricordi che ne sia esistito un altro in ogni
tempo, tanto caro a Dio e tre volte benedetto, tanto pio
e felice da conquistare con estrema facilità molti più po-
poli dei suoi predecessori e da portare il suo regno a
compimento senza affanno, fino alla fine.
VII, 1 Un’antica storia11 celebra Ciro, re dei Persiani
come il sovrano più illustre che mai si sia mostrato. Ma
per comprendere che le cose non stanno così sarebbe
stato sufficiente considerare l’esito della sua lunga vita:
si dice che andò incontro a una morte non conveniente
alla sua dignità ma turpe e vergognosa per mano di una
donna.12 E i discendenti dei Greci esaltano Alessandro
re dei Macedoni, che assoggettò moltissimi popoli di
ogni razza, ma prima di giungere al compimento dell’età
adulta, logorato dall’ubriachezza e dalle gozzoviglie,13
fu colto da una morte prematura.14 VII, 2 Visse trenta-
due anni in tutto e la durata del suo regno si limitò a un
terzo della sua età; fin dalla giovinezza quest’uomo si fa-
ceva strada nel sangue simile a un fulmine, rendendo
schiavi popoli e intere città senza alcuna pietà. La sua
giovinezza era appena sbocciata, e già piangeva la mor-
te dell’amato,15 quando il destino, accanendosi su di lui
orribilmente, lo stroncò senza figli, senza radici, senza
focolare, in una terra straniera e a lui ostile, perché non
funestasse più a lungo il genere umano. Subito il regno
si frazionò, poiché ciascun ministro lo depredava e ne
sottraeva una parte per sé. Eppure, per tali azioni, Ales-

14
Alessandro morì a Babilonia nel 323, a 32 anni. Plutarco (Vita di
Alessandro, 75-76) riferisce che il sovrano macedone fu ucciso dalle
febbri malariche, ma mette in relazione l’inizio della sua malattia con
il reiterato abuso di bevande alcoliche.
15
Efestione, l’amante di Alessandro, morì a Ecbatana nel 324.
88 LOGOÇ A

toiouvtoiç ajnumnei'tai VIII, 1 coroi'ç, oJ dΔ hJmevteroç


baçileu;ç ejx ejkeivnou me;n h[rceto, øejxØ ou|per oJ
Makedw;n ejteleuvta, ejdiplaçivaze de; tw'/ crovnw/ th;n
ejkeivnou zwhvn, triplavçion dΔ ejpoiei'to th'ç baçileivaç
to; mh'koç. VIII, 2 hJmevroiç gev toi kai; çwvfroçi qeoçe-
beivaç paraggevlmaçi to;n aujtou' fraxavmenoç çtratovn,
ejph'lqe me;n th;n Brettanw'n kai; tou;ç ejn aujtw'/ oijkou'n-
taç wjkeanw'/ tw'/ kata; duvonta h{lion øperiorizomevnw/Ø,
tov te Çkuqiko;n ejphgavgeto pa'n, uJpΔ aujth'/ a[rktw/ mu-
rivoiç barbavrwn ejxallavttouçi gevneçi temnovmenon, h[dh
VIII, 3 de; kai; meçhmbrivaç ejpΔ e[çcata th;n ajrch;n ejk-
teivnaç eijç aujtou;ç Blevmmuavç te kai; Aijqivopaç, oujde;
tw'n pro;ç ajnivçconta VIII, 4 h{lion ajllotrivan ejpoiei'to
th;n kth'çin, ejpΔ aujta; de; ta; th'ç o{lhç oijkoumevnhç tev-
rmata, ΔIndw'n mevcri tw'n ejxwtavtw tw'n te ejn kuvklw/
perioivkwn tou' panto;ç th'ç gh'ç øtw'/ bivw/Ø çtoiceivou,
fwto;ç eujçebeivaç ajkti'çin ejklavmpwn, a{pantaç ei\cen
uJphkovouç, topavrcaç ejqnavrcaç çatravpaç baçilevaç
pantoivwn barbavrwn ejqnw'n ejqelonti; ajçpazomevnouç kai;
caivrontaç toi'ç te parΔ aujtw'n xenivoiç te kai; dwvroiç
diapreçbeuomevnouç kai; th;n pro;ç aujto;n gnw'çivn te kai;
filivan peri; pleivçtou poioumevnouç, w{çte kai; grafai'ç
eijkovnwn aujto;n parΔ aujtoi'ç tima'n ajndriavntwn te aj-
naqhvmaçi, movnon te aujtokratovrwn para; toi'ç pa'çi
Kwnçtanti'non gnwrivzeçqaiv te kai; boa'çqai. oJ de; kai;
mevcri tw'n th'/de baçilikoi'ç proçfwnhvmaçi to;n eJautou'
qeo;n ajnekhvrutte çu;n parrhçiva/ th'/ pavçh/.
IX Ei\tΔ ouj lovgoiç me;n tou'tΔ e[pratten ajfuçtevrei
de; toi'ç e[rgoiç, dia; pavçhç de; cwrw'n ajreth'ç pantoiv-
oiç eujçebeivaç karpoi'ç ejnhbruvneto, megaloyuvcoiç me;n
eujergeçivaiç tou;ç gnwrivmouç katadoulouvmenoç, kratw'n
de; novmoiç filanqrwpivaç, eujhvniovn te th;n ajrch;n kai;
LIBRO PRIMO 89

sandro è celebrato con cori unanimi. VIII, 1 Il nostro


imperatore invece cominciò a regnare all’età in cui il
Macedone moriva, visse il doppio di quanto visse Ales-
sandro e triplicò la durata del suo regno. VIII, 2 E dopo
aver munito il suo esercito dei precetti saggi e civili del-
la religione cristiana marciò contro i Britanni e le popo-
lazioni che abitano nelle regioni dell’Oceano dove tra-
monta il sole, invase tutta la Scizia che a settentrione è
divisa in miriadi di stirpi barbare differenti, VIII, 3 poi
estese il suo potere fino alle più remote regioni meridio-
nali, fino ai Blemmi e agli Etiopi e non trascurò la VIII,
4 conquista di quelle orientali, fino ai limiti dell’intero
mondo abitato; fino agli Indiani lontanissimi e ai popoli
che abitano tutt’intorno all’orizzonte della terra, Co-
stantino, fulgido dei raggi della luce della religione, rese
tutti suoi sudditi: toparchi, etnarchi, satrapi e re di ogni
sorta di popoli barbari,16 che lo accolsero e lo salutaro-
no imperatore di loro spontanea volontà, gli inviarono i
loro legati con doni e tributi e tennero nella massima
considerazione la sua amicizia e benevolenza, al punto
di onorarlo, presso di loro, anche riproducendo i suoi ri-
tratti e dedicandogli statue, così che Costantino fu l’uni-
co imperatore ad essere conosciuto e acclamato da tutti
i popoli. E fu lui ad annunciare il suo Dio, fino a quelle
terre lontane, con voce imperiale e in piena libertà.
IX Non si impegnava certo solo a parole, indugian-
do poi ad agire, ma avvalendosi delle sue molteplici
virtù, andava fiero dei più svariati frutti della pietà,
esercitando la sua autorità sulle persone che conosce-
va con magnanimi benefici, regnando con le leggi della
filantropia, rendendo il suo potere mite e gradito a tutti
i sudditi, finché, finalmente, dopo un lungo periodo di

16
“Etnarca” è un termine che si riferisce genericamente ai capi del-
le popolazioni barbare, “toparca” è ancora meno specifico e indica
semplicemente un’autorità locale.
90 LOGOÇ A

poluveukton a{paçi toi'ç ajrcomevnoiç katergazovmenoç,


eijçovte loipo;n makrai'ç periovdoiç ejtw'n kekmhkovta auj-
to;n qeivoiç a[qlwn ajgw'çi brabeivoiç ajqanaçivaç o}n ejtiv-
ma qeo;ç ajnadhçavmenoç, qnhth'ç ejk baçileivaç ejpi; th;n
parΔ aujtw'/ yucai'ç oJçivaiç tetamieumevnhn ajteleuvthton
zwh;n meteçthvçato, tritth;n paivdwn gonh;n th'ç ajrch'ç
diavdocon ejgeivraç. IX, 2 ou{tw dh; kai; oJ qrovnoç th'ç
baçileivaç patrovqen me;n eijç aujto;n kathv/ei, qeçmw'/ de;
fuvçewç paiçi; kai; toi'ç touvtwn ejkgovnoiç ejtamieuveto
eijç ajghvrw te crovnon oi|av tiç patrw'/oç ejmhkuvneto klh'-
roç. qeo;ç me;n ou\n aujtovç, kai; çu;n hJmi'n e[ti o[nta to;n
makavrion qeoprepevçin uJywvçaç timai'ç kai; teleutw'nta
koçmhvçaç ejxairevtoiç toi'ç parΔ aujtou' pleonekthvmaçi,
gevnoitΔ a]n aujtou' kai; grafeuvç, plaxi;n oujranivwn
çthlw'n tou;ç tw'n aujtou' katorqwmavtwn a[qlouç eijç
makrou;ç ejgcaravttwn aijw'naç.
X, 1 ΔEmoi; dΔ eij kai; to; levgein ejpavxiovn ti th'ç tou'
ajndro;ç makariovthtoç a[poron tugcavnei tov te çiwpa'n
ajçfale;ç kai; ajkivndunon, o{mwç ajnagkai'on mimhvçei th'ç
qnhth'ç çkiagrafivaç th;n dia; lovgwn eijkovna th'/ tou' qeo-
filou'ç ajnaqei'nai mnhvmh/, o[knou kai; ajrgivaç ajfoçiou-
mevnw/ e[gklhma. aijçcunoivmhn ga;r a]n ejmautovn, eij mh;
ta; kata; duvnamin, ka]n çmikra; h\/ tau'ta kai; eujtelh', tw'/
pavntaç hJma'ç diΔ uJperbolh;n eujlabeivaç qeou' tetimhkov-
ti çumbalou'mai. X, 2 oi\mai de; kai; a[llwç biwfele;ç
kai; ajnagkai'on e[çeçqaiv moi to; gravmma perilambavnon
baçilikh'ç megalonoivaç pravxeiç qew'/ tw'/ pambaçilei' ke-
cariçmevnaç. h\ ga;r oujk aijçcro;n Nevrwnoç me;n th;n
mnhvmhn kai; tw'n touvtou makrw'/ ceirovnwn duççebw'n
tinwn kai; ajqevwn turavnnwn ajovknwn tuch'çai çuggra-
fevwn, oi} dh; fauvlwn uJpoqevçeiç dramavtwn eJrmhneiva/
komyh'/ kallwpivçanteç polubivbloiç ajnevqhkan iJçtorivaiç,

17
L’affermazione di non potersi esimere dal dovere di rendere te-
stimonianza di una vita esemplare è un topos ricorrente nelle biogra-
fie e nella letteratura agiografica.
LIBRO PRIMO 91

anni, stremato dagli agoni e dalle lotte sostenute in no-


me di Dio, quello stesso Dio che egli venerava, incoro-
natolo del premio dell’immortalità, lo allontanò dal re-
gno terreno alla vita eterna che è tenuta in serbo presso
di lui, per le anime pie, dopo aver spronato la triplice
progenie dei figli a succedergli nel potere. IX, 2 Del re-
sto, proprio così il trono imperiale, dal padre, era giunto
a lui e, per legge di natura, era tenuto in serbo per i suoi
figli e per i loro discendenti e persisteva in eterno nel
tempo, come un patrimonio ereditario. Dio stesso, che
ha innalzato quell’uomo beato ad onori divini quando
era ancora tra noi, e dopo la morte lo ha adornato degli
straordinari privilegi che da Esso provengono, possa an-
che dare forma scritta alle sue gesta, e incidere sulla su-
perficie delle colonne celesti l’esito felice delle sue im-
prese per la posterità.
X, 1 Quanto a me, nonostante io mi trovi nell’impos-
sibilità di dire qualcosa di adeguato rispetto alla perfe-
zione di quest’uomo e benché il tacere sia invece sicuro
e privo di rischi, ritengo tuttavia necessario dedicare al-
la memoria del sovrano caro a Dio, attraverso la scrit-
tura, un ritratto che assomigli a una raffigurazione pit-
torica, scagionandomi così dall’accusa di viltà e di pigri-
zia. Mi vergognerei di me stesso, infatti, se non ponessi
le mie forze, per quanto modeste e limitate esse siano,
al servizio di colui ha onorato tutti noi con la grandezza
della sua fede in Dio.17 X, 2 Credo anche che quest’o-
pera che riguarda le magnanime imprese imperiali,
compiute nel nome del Dio universale, mi sarà comun-
que utile e necessaria. Non è forse vergognoso che la
memoria di Nerone e di altri tiranni empi e scellerati,
anche molto peggiori di lui, abbia avuto in sorte storici
solerti, i quali, abbellendo con stile elegante i racconti
di avvenimenti ignobili, li consegnarono a innumerevo-
li libri di storia, e che invece taciamo proprio noi, che
Dio stesso ha stimato degni di incontrare un imperato-
92 LOGOÇ A

hJma'ç de; çiwpa'n ou}ç qeo;ç aujto;ç toçouvtw/ çugkurh'çai


baçilei', oi|on oJ çuvmpaç oujc iJçtovrhçen aijwnv , eijç o[yin
te kai; gnw'çin aujtou' kai; oJmilivan ejlqei'n kathxivwçen…
dio; dh; proçhvkoi a[n, ei[ tiçin a[lloiç, kai; hJmi'n aujtoi'ç
ajgaqw'n a[fqonon ajkoh;n khruvttein a{paçin, oi|ç hJ tw'n
kalw'n mivmhçiç pro;ç to;n qei'on e[rwta diegeivrei to;n
povqon. X, 3 oiJ me;n ga;r bivouç ajndrw'n ouj çemnw'n kai;
pravxeiç pro;ç hjqw'n beltivwçin ajluçitelei'ç cavriti th'/
provç tinaç h] ajpecqeiva/, tavca dev pou kai; pro;ç ejpiv-
deixin th'ç çfw'n aujtw'n paideuvçewç çunagagovnteç,
kovmpw/ rJhmavtwn eujglwttivaç aijçcrw'n pragmavtwn uJfh-
ghvçeiç oujk eijç devon ejxetragwv/dhçan, toi'ç mh; metaç-
cei'n tw'n kakw'n kata; qeo;n eujtuchvçaçin e[rgwn oujk aj-
gaqw'n ajlla; lhvqh/ kai; çkovtw/ çiwpa'çqai ajxivwn didavçka-
loi kataçtavnteç. X, 4 ejmoi; de; oJ me;n th'ç fravçewç lov-
goç, eij kai; pro;ç to; mevgeqoç th'ç tw'n dhloumevnwn ejm-
favçewç ejxaçqenei', faidruvnoito gou'n o{mwç kai; yilh'/
th'/ tw'n ajgaqw'n pravxewn ajpaggeliva,/ hJ dev ge tw'n qeo-
filw'n dihghmavtwn uJpovmnhçiç oujk ajnovnhton ajlla; kai;
çfovdra biwfelh' toi'ç th;n yuch;n eu\ pareçkeuaçmevnoiç
poriei'tai th;n e[nteuxin.
XI, 1 Ta; me;n ou\n plei'çta kai; baçilika; tou' triç-
makarivou dihghvmata, çumbolavç te kai; paratavxeiç po-
levmwn ajriçteivaç te kai; nivkaç kai; trovpaia ta; katΔ
ejcqrw'n qriavmbouç te oJpovçouç h[gage, tav te katΔ
eijrhvnhn aujtw'/ pro;ç th;n tw'n koinw'n diovrqwçin provç te
to; çumfevron eJkavçtou diwriçmevna novmwn te diatavxeiç,
a}ç ejpi; luçiteleiva/ th'ç tw'n ajrcomevnwn politeivaç çu-
netavtteto, pleivçtouç tΔ a[llouç baçilikw'n a[qlwn ajgw'-
naç, tou;ç de; para; toi'ç pa'çi mnhmoneuomevnouç,
parhvçein moi dokw', tou' th'ç prokeimevnhç hJmi'n prag-
mateivaç çkopou' movna ta; pro;ç to;n qeofilh' çunteivnon-
LIBRO PRIMO 93

re tanto grande, quale non si conobbe mai in nessun’al-


tra epoca, e di vederlo, conoscerlo e avvicinarlo? Per-
tanto sarebbe opportuno che fossimo noi, più di chiun-
que altro, a far conoscere i suoi molti atti benefici a tut-
ti coloro nei quali il racconto di azioni esemplari risve-
glia il desiderio d’amore per Dio. X, 3 Infatti quegli au-
tori che hanno composto biografie di uomini tutt’altro
che nobili e hanno narrato imprese del tutto inutili al
miglioramento dei costumi, spinti dalla compiacenza o
dall’odio nei confronti di qualcuno, o forse solo per far
sfoggio della propria erudizione, costoro, con la millan-
teria che è propria dell’enfasi retorica, esaltarono oltre
il dovuto, nelle loro narrazioni, turpi vicende, ponendo-
si nei confronti chi ebbe in sorte, per volere divino, di
non essere partecipe del male, quali maestri di azioni
certo non belle, ma degne piuttosto di esser passate sot-
to silenzio nell’oblio e nell’ombra. X, 4 Per quanto mi ri-
guarda, sebbene il mio stile non sia adeguato rispetto
all’importanza dell’argomento che sto per esporre, esso
potrebbe tuttavia risplendere anche solo della mera de-
scrizione di imprese tanto nobili, e certamente la rievo-
cazione di eventi graditi a Dio potrà offrire una lettura
non vacua e anzi molto utile a quanti hanno l’animo
ben disposto.
XI, 1 Mi pare opportuno tralasciare la maggior parte
delle gesta imperiali del sovrano tre volte benedetto: i
combattimenti e gli schieramenti di guerra, le azioni
eroiche, le vittorie, i trofei strappati ai nemici e i trionfi,
quanti ne riportò, e ancora, i suoi provvedimenti in tem-
po di pace, promulgati tanto a giovamento della colletti-
vità quanto nell’interesse dei singoli, le disposizioni le-
gislative che stabilì a vantaggio dei sudditi, e moltissime
altre imprese in cui si è cimentata la sua maestà che so-
no ricordate da tutti; lo scopo che si propone questo la-
voro è infatti di raccontare ed esporre solo quegli aspet-
94 LOGOÇ A

ta bivon levgein te kai; gravfein uJpobavllontoç. XI, 2


murivwn dΔ o{çwn o[ntwn kai; touvtwn, ta; kairiwvtata kai;
toi'ç meqΔ hJma'ç ajxiomnhmovneuta tw'n eijç hJma'ç ejl-
qovntwn ajnalexavmenoç, touvtwn aujtw'n wJç oi|ovn te dia;
bracutavtwn ejkqhvçomai th;n uJfhvghçin, tou' kairou' loi-
po;n ejpitrevpontoç ajkwluvtwç pantoivaiç fwnai'ç to;n wJç
ajlhqw'ç makavrion ajnumnei'n, o{ti mh; tou'to pravttein
ejxh'n pro; touvtou, tw'/ mh; makarivzein a[ndra pro; te-
leuth'ç dia; to; th'ç tou' bivou troph'ç a[dhlon parhg-
gevlqai. keklhvçqw de; qeo;ç bohqovç, oujravniovç te çuner-
go;ç hJmi'n ejmpneivtw lovgoç.
ΔEx aujth'ç dΔ h[dh prwvthç hJlikivaç tou' ajndro;ç w|dev
ph/ th'ç grafh'ç ajparxwvmeqa.
XII, 1 Palaia; katevcei fhvmh deinav pote gevnh tu-
ravnnwn to;n ÔEbraivwn kataponh'çai lewvn, qeo;n de; toi'ç
kataponoumevnoiç eujmenh' parafanevnta Mwu>çeva
profhvthn e[ti tovte nhpiavzonta mevçoiç aujtoi'ç turan-
nikoi'ç oi[koiç te kai; kovlpoiç trafh'nai kai; th'ç parΔ
aujtoi'ç metaçcei'n pronoh'çai çofivaç. wJç dΔ ejpiw;n oJ
crovnoç to;n me;n eijç a[ndraç ejkavlei, divkh dΔ hJ tw'n aj-
dikoumevnwn ajrwgo;ç tou;ç ajdikou'ntaç methv/ei, thnikau'-
ta ejx aujtw'n turannikw'n dwmavtwn proelqw;n oJ tou'
qeou' profhvthç th'/ tou' kreivttonoç dihkonei'to boulh'/,
tw'n me;n ajnaqreyamevnwn turavnnwn e[rgoiç kai; lovgoiç
ajllotriouvmenoç, tou;ç dΔ ajlhqei' lovgw/ çfetevrouç aj-
delfouvç te kai; çuggenei'ç ajpofaivnwn gnwrivmouç,
ka[peita qeo;ç aujto;n kaqhgemovna tou' panto;ç e[qnouç ej-
geivraç, ÔEbraivouç me;n th'ç uJpo; toi'ç ejcqroi'ç hjleuqev-
rou douleivaç, to; de; turanniko;n gevnoç qehlavtoiç methvr-

18
Eusebio, prima di dare inizio alla descrizione degli episodi che ri-
guardano l’infanzia dell’imperatore, ritiene opportuno precisare qua-
le sia il fine della sua opera chiarendo che esso non consiste nel dar
conto dei fatti relativi alle imprese militari di Costantino e neppure
nel ricordare i suoi provvedimenti politici di carattere generale, quan-
LIBRO PRIMO 95

ti della sua vita che riguardano la religione.18 XI, 2 Ed


essendo anch’essi innumerevoli, sceglierò, tra quelli di
cui sono a conoscenza, i più significativi e i più degni di
memoria per i posteri e ne esporrò le linee essenziali nel
modo più sintetico possibile. Del resto è questo il mo-
mento opportuno per celebrare liberamente, con ogni
mezzo espressivo, quell’imperatore davvero benedetto:
prima d’ora non era lecito farlo per non beatificare un
uomo prima della sua morte diffondendo notizie che so-
no incerte a causa delle vicissitudini della vita. E ora sia
chiamato in soccorso Dio, e la sua voce celeste ci sosten-
ga e ci ispiri.
Diamo inizio alla narrazione fin dalla prima infanzia
del protagonista.
XII, 1 Un’antica tradizione19 narra che un tempo ter-
ribili stirpi di tiranni opprimevano il popolo ebraico e
che Dio si mostratosi benevolo verso gli oppressi, dispo-
se che il profeta Mosè, allora ancora bambino, crescesse
nelle dimore stesse dei tiranni e in seno a loro e che
stando presso di essi divenisse partecipe della loro sa-
pienza.20 Quando, col passare del tempo, giunse all’età
adulta, la giustizia, che viene in soccorso di coloro che
subiscono un torto, prese a punire gli ingiusti, e allora il
profeta di Dio, uscito fuori dalle dimore dei tiranni si
mise al servizio della volontà del Signore, mostrando
ostilità, nelle parole e nei fatti, ai tiranni che lo avevano
allevato e riconoscendo con franchezza quali suoi con-
sanguinei i suoi veri fratelli e parenti; in seguito Dio lo
rese guida di tutto il popolo, liberò gli Ebrei dalla schia-
vitù che subivano da parte dei nemici e castigò la stirpe

to piuttosto nell’illustrare il ruolo fondamentale esercitato dall’impe-


ratore nella diffusione del cristianesimo. È per questo che talvolta il
racconto di Eusebio può apparire poco sistematico o incompleto.
19
Esodo, 1-14
20
Atti, 7, 20-36.
96 LOGOÇ A

ceto diΔ aujtou' kolaçthrivoiç. XII, 2 fhvmh me;n au{th


palaiav, muvqou çchvmati toi'ç polloi'ç paradedomevnh,
ta;ç pavntwn ajkoa;ç ejplhvrou provteron, nuni; de; oJ auj-
to;ç kai; hJmi'n qeo;ç meizovnwn h] kata; muvqouç qaumavtwn
ejnargei'ç aujtoptika;ç qevaç nearai'ç o[yeçi pavçhç ajkoh'ç
ajlhqeçtevraç dedwvrhtai. tuvrannoi me;n ga;r oiJ kaqΔ hJ-
ma'ç to;n ejpi; pavntwn qeo;n polemei'n wJrmhmevnoi th;n
aujtou' katepovnoun ejkklhçivan, mevçoç de; touvtwn Kwn-
çtanti'noç, oJ metΔ ojlivgon turannoktovnoç, pai'ç a[rti nev-
oç aJpalo;ç wJrai'oçv tΔ ajnqou'çin ijouvloiç, oi|a øtiçØ aujto;ç
ejkei'noç oJ tou' qeou' qeravpwn, turannikai'ç ejfhvdreuçen
eJçtivaiç, ouj mh;n kai; trovpwn tw'n i[çwn, kaivper nevoç
w[n, toi'ç ajqevoiç ejkoinwvnei. XII, 3 ei|lke ga;r aujto;n ejx
ejkeivnou qeivw/ çu;n pneuvmati fuvçiç ajgaqh; pro;ç to;n
eujçebh' kai; qew'/ kecariçmevnon bivon, ouj mh;n ajlla; kai;
zh'loç ejnh'ge patriko;ç ejpΔ ajgaqw'n mimhvçei to;n pai'da
prokalouvmenoç. path;r ga;r h\n aujtw'/ – o{ti dh; kai;
a[xion ejn kairw'/ kai; ¢touvtouÜ th;n mnhvmhn ajnazw-
purh'çai – perifanevçtatoç tw'n kaqΔ hJma'ç aujtokratov-
rwn Kwnçtavntioç. ou| pevri ta; tw'/ paidi; fevronta kovç-
mon bracei' lovgw/ dielqei'n ajnagkai'on.

21
Eusebio evita sempre di citare i nomi degli imperatori che perse-
guitarono i cristiani, ribadendone così la damnatio memoriae. In que-
sto passo si riferisce ai quattro editti contro i cristiani promulgati da
Diocleziano tra il 303 e il 304. Il primo, pubblicato a Nicomedia, pre-
scriveva la distruzione delle chiese e delle abitazioni private in cui fos-
sero state scoperte copie della Bibbia od oggetti sacri e imponeva l’al-
lontanamento dei cristiani da qualsiasi carica pubblica o privilegi. Con
gli editti successivi si ordinava l’arresto del clero e si stabiliva l’obbli-
go di sacrificare agli dei.
22
Il primo imperatore cristiano è reiteratamente paragonato a Mo-
sè: anch’egli trascorse la sua infanzia circondato da “tiranni”, ossia da-
gli imperatori pagani, proprio come Mosè in Egitto presso il faraone,
anch’egli liberò i cristiani dai persecutori, assumendo un ruolo analo-
go a quello esercitato dal profeta biblico nella liberazione del popolo
ebraico dalla schiavitù egiziana e anche Costantino, al pari del suo
predecessore, fu un saggio legislatore. Il paragone con i modelli bibli-
LIBRO PRIMO 97

dei tiranni con i flagelli divini. XII, 2 Questa antica tra-


dizione, che viene tramandata ai più come una storia,
era giunta alle orecchie di tutti già in passato, ora però
quello stesso Dio, che è anche il nostro, ci ha fatto dono
di vedere distintamente con i nostri occhi eventi prodi-
giosi, ben più grandi di quelli raccontati dal mito e, in
quanto visti di recente, più plausibili di qualsiasi fatto ri-
ferito. Infatti i tiranni dei nostri tempi, scagliatisi a com-
battere contro il Dio universale, perseguitarono la sua
chiesa.21 In mezzo a costoro Costantino, che di lì a poco
sarebbe diventato il tirannicida, era ancora un fanciullo
tenero e leggiadro cui spuntava una barba appena inci-
piente e, come quell’altro servo di Dio22 stava vigile
presso le dimore dei tiranni e, pur essendo giovane, non
condivideva gli stessi costumi degli empi. XII, 3 Fin da
allora la sua natura virtuosa lo spingeva, per ispirazione
divina, a una vita pia e gradita al Signore e d’altra parte
anche il desiderio di emulare il padre spronava e incita-
va il ragazzo all’imitazione della virtù. Infatti suo padre
– è il momento opportuno per ravvivare anche il suo ri-
cordo – fu Costanzo,23 il più nobile tra i nostri imperato-
ri, e riguardo a lui è necessario illustrare, con una breve
digressione le qualità che furono di giovamento alla di-
sciplina del figlio.

ci, assai frequente negli autori cristiani, in questo caso risulta anche
funzionale all’introduzione di una sorta di synkrisis, ossia il confronto
tra due personaggi illustri, un artificio retorico ricorrente nel genere
biografico (per esempio nella parte conclusiva delle Vite plutarchee),
e indicato dagli antichi trattati sull’arte oratoria come uno degli ele-
menti costitutivi del panegirico.
23
Il padre di Costantino, Flavio Valerio Costanzo, noto in età po-
steriore come “Cloro” (pallido), nacque nell’Illirico attorno al 250.
Dopo aver fatto carriera nell’esercito, nel 293 fu adottato da Massi-
miano e fu nominato cesare in Occidente. Divenne augusto nel 305,
dopo l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano e morì nel 306.
98 LOGOÇ A

XIII, 1 Tettavrwn gavr toi th'ç ÔRwmaivwn aujtokra-


torikh'ç koinwnouvntwn ajrch'ç, movnoç ou|toç ajkoinwvnh-
ton toi'ç a[lloiç periballovmenoç trovpon th;n pro;ç to;n
ejpi; pavntwn qeo;n filivan ejçpevndeto. XIII, 2 oiJ mevntoi
ta;ç ejkklhçivaç tou' qeou' poliorkiva/ dh/ou'nteç ejx u{youç
eijç e[dafoç kaqhv/roun, aujtoi'ç qemelivoiç tou;ç eujkthriv-
ouç ajfanivzonteç oi[kouç, oJ de; th'ç touvtwn ejnagou'ç
duççebeivaç kaqara;ç ejfuvlatte ta;ç cei'raç, mhdamh' mh-
damw'ç aujtoi'ç ejxomoiouvmenoç. kai; oiJ me;n ejmfulivoiç
qeoçebw'n ajndrw'n te kai; gunaikw'n çfagai'ç ta;ç uJpΔ
aujtoi'ç ejparcivaç ejmivainon, oJ de; tou' muvçouç ajmivanton
th;n eJautou' çunethvrei yuchvn. XIII, 3 kai; oiJ me;n çug-
cuvçei kakw'n eijdwlolatrivaç ejkqevçmou çfa'ç aujtou;ç prov-
teron ka[peita tou;ç uJphkovouç a{pantaç ponhrw'n dai-
movnwn plavnaiç katedoulou'nto, oJ de; eijrhvnhç baqu-
tavthç toi'ç uJpΔ aujtou' baçileuomevnoiç ejxavrcwn ta; th'ç
eijç qeo;n eujçebeivaç a[lupa toi'ç oijkeivoiç ejbravbeuen. ajl-
la; kai; pa'çi me;n ajnqrwvpoiç barutavtaç eijçpravxeiç ej-
paiwrou'nteç oiJ a[lloi bivon ajbivwton aujtoi'ç kai; qanav-
tou calepwvteron ejphvrtwn, movnoç de; Kwnçtavntioç a[lu-
pon toi'ç ajrcomevnoiç kai; galhnh;n paraçkeuavçaç th;n
ajrchvn, patrikh'ç khdemonivaç ejn oujdeni; leivpouçan th;n
ejx aujtou' parei'cen ejpikourivan. XIII, 4 murivwn de; kai;
a[llwn tou' ajndro;ç ajretw'n para; toi'ç pa'çin ajd/ omevnwn,
eJno;ç kai; deutevrou mnhmoneuvçaç katorqwvmatoç tekmh-
rivoiç te touvtoiç tw'n çiwpwmevnwn crhçavmenoç ejpi; to;n
prokeivmenon th'ç grafh'ç çkopo;n diabhvçomai.

24
Scil. Diocleziano, Massimiano e Galerio, ancora una volta i loro
nomi sono omessi. Eusebio descrive Costanzo come un imperatore
amico dei cristiani e sottolinea la differenza tra la sua politica religio-
sa e quella dei suoi colleghi pagani. In realtà, se è vero che Costanzo,
nelle zone sottoposte alla sua giurisdizione, fece in modo di mitigare
gli effetti delle misure repressive contro i cristiani (per esempio non
LIBRO PRIMO 99

XIII, 1 Tra i quattro imperatori che condividevano


l’autorità imperiale di Roma egli soltanto, che si distin-
gueva per un atteggiamento diverso da quello degli al-
tri,24 dimostrò amicizia verso il Dio universale. XIII, 2
Mentre gli altri, assediando e devastando le chiese di
Dio, le distruggevano da cima a fondo, abbattendo fino
alle fondamenta i luoghi di preghiera, egli mantenne le
sue mani incontaminate dalla loro esecrabile empietà,
senza rendersi in alcun modo simile a essi. Quelli mac-
chiavano le loro province con stragi fratricide di donne
e uomini pii, Costanzo invece preservava la sua anima
immune dal delitto. XIII, 3 Mentre gli altri, nella confu-
sione dei mali che derivano dall’idolatria, che è al di
fuori delle leggi, asservirono prima se stessi e poi tutti i
sudditi agli inganni dei demoni maligni, egli, al contra-
rio, dava inizio a un periodo di saldissima pace per colo-
ro sui quali regnava e stabiliva che per i suoi sudditi il
culto della religione cristiana non fosse punibile. Anco-
ra, mentre gli altri imperatori, con la minaccia di esazio-
ni pesantissime per tutti i cittadini, facevano incombere
su di essi una vita invivibile e più gravosa persino della
morte, il solo Costanzo mantenendo il suo regno tran-
quillo e privo di affanni per i sudditi, offriva loro, con
paterna sollecitudine, un’assistenza che mai veniva me-
no. XIII, 4 Dato che quest’uomo ebbe innumerevoli al-
tre virtù universalmente celebrate, mi limiterò a ricor-
dare solo una o due delle sue felici imprese, servendo-
mene come prove per quelle che invece dovrò tacere, e
passerò poi all’argomento specifico della mia opera.

permise che fossero condannati a morte), e benché sia stato assai più
tollerante dei suoi colleghi, rappresentarlo nei termini usati da Euse-
bio è sicuramente una forzatura, anche perché è noto che fu un segua-
ce del culto monoteizzante del Sole, introdotto a Roma da Elagabalo
nel 218.
100 LOGOÇ A

XIV, 1 Pollou' dh; lovgou peritrevcontoç fhvmh/ ajmfi;


tou'de tou' baçilevwç, wJç h[pioç wJç ajgaqo;ç wJç to; qeo-
file;ç uJperavgan kekthmevnoç, wJç diΔ uJperbolh;n feidou'ç
tw'n uJphkovwn oujde; qhçaurovç tiç aujtw'/ tetamiveuto crh-
mavtwn, baçileu;ç oJ thnikau'ta to;n prw'ton th'ç ajrch'ç
ejpevcwn baqmo;n pevmyaç aujtw'/ katemevmfeto th;n tw'n
koinw'n ojligwrivan penivan tΔ ejpwneivdize, dei'gma tou'
lovgou parevcwn to; mhqe;n aujto;n ejn qhçauroi'ç ajpovqe-
ton kekth'çqai. XIV, 2 oJ de; tou;ç para; baçilevwç h{kon-
taç aujtou' mevnein parakeleuçavmenoç, tw'n uJpΔ aujto;n
tou;ç ajmfilafh' plou'ton kekthmevnouç ejx aJpavntwn tw'n
uJpo; th'/ baçileiva/ çugkalevçaç ejqnw'n, crhmavtwn e[fh
dei'çqai, kai; tou'ton ei\nai kairovn, ejn w|/ proçhvkein e{kaç-
ton aujtoproaivreton eu[noian pro;ç to;n çfw'n ejndeivxaç-
qai baçileva. XIV, 3 tou;ç dΔ ajkouvçantaç, w{çper eujch;n
tauvthn ejk makrou' qemevnouç th;n ajgaqh;n ejndeivxaçqai
proqumivan, çu;n tavcei te kai; çpoudh'/ cruçou' te kai;
ajrguvrou kai; tw'n loipw'n crhmavtwn tou;ç qhçaurou;ç ejm-
plh'çai, th'/ tou' pleivonoç uJperbavllontaç ajllhvlouç fi-
lotimiva/, tou'tov te pra'xai çu;n faidroi'ç kai; meidiw'çi
proçwvpoiç. XIV, 4 ou| dh; genomevnou Kwnçtavntioç tou;ç
para; tou' megavlou baçilevwç h{kontaç aujtovptaç genevç-
qai tw'n qhçaurw'n ejkevleuçen. ei\qΔ w|n o[yei parevlabon
th;n marturivan proçevtatte diakonhvçaçqai tw'/ penivan
aujtw'/ katamemyamevnw/, ejpiqevntaç tw'/ lovgw/, tau'ta mh;
ajpo; govwn mhdΔ ejx ajdivkou pleonexivaç ei\nai par-
eçkeuaçmevna, kai; nu'n me;n ajqroi'çai parΔ eJautw'/ tau'ta,
pavlai dΔ aujtw'/ para; toi'ç tw'n crhmavtwn deçpovtaiç
oi|a dh; uJpo; piçtoi'ç paraqhkofuvlaxi fulavtteçqai.
XIV, 5 tou;ç me;n ou\n qau'ma katei'ce th'ç pravxewç,
baçileva de; to;n filanqrwpovtaton meta; th;n touvtwn aj-
pocwvrhçin tou;ç tw'n crhmavtwn metaçtevlleçqai kuriv-

25
Scil. Diocleziano.
LIBRO PRIMO 101

XIV, 1 Poiché si era largamente diffusa la fama di que-


sto imperatore, di come fosse mite e buono, di quanto fa-
vore divino avesse acquisito e di come, a causa della som-
ma considerazione nella quale teneva i suoi sudditi, non
avesse accumulato alcuna riserva di danaro pubblico,
l’imperatore che a quell’epoca deteneva il supremo gra-
do del potere,25 inviatigli dei messi, biasimò la sua negli-
genza riguardo all’interesse comune e rimproverò quello
stato di indigenza, adducendo come prova d’accusa il fat-
to che non avesse messo nulla da parte nelle casse dell’e-
rario. XIV, 2 Costanzo allora esortò gli emissari dell’im-
peratore a trattenersi lì, e nel frattempo chiamò a raccol-
ta, da tutte le popolazioni sotto la sua giurisdizione,
quanti tra i suoi sudditi disponevano di grandi ricchezze,
disse che c’era bisogno di denaro e che quello era il mo-
mento opportuno perché ciascuno mostrasse spontanea-
mente la propria affezione all’imperatore; XIV, 3 essi,
non appena lo ascoltarono, come se da lungo tempo si
fossero proposti di mostrare la loro premura e disponibi-
lità, colmarono il tesoro d’oro, d’argento e di altre ric-
chezze con celerità e sollecitudine, in una reciproca emu-
lazione a chi ne versava di più, e lo fecero con volti lieti e
sorridenti. XIV, 4 Avvenuto ciò, Costanzo ordinò che i
messi del sommo imperatore si recassero a vedere le cas-
se con i loro occhi. Quindi diede ordine che rendessero
testimonianza di ciò che avevano visto a chi lo aveva bia-
simato per l’indigenza, e che nel resoconto precisassero
che tali ricchezze non erano state procurate a prezzo di
pianti né erano frutto di ingiusti soprusi, ma che ora si
trovavano raccolte presso di lui, mentre prima erano
conservate per lui dai possessori di quei beni come da fi-
dati depositari e custodi. XIV, 5 I messi imperiali furono
presi da meraviglia per l’accaduto e si racconta che il ge-
nerosissimo imperatore, dopo la loro partenza, mandò a
chiamare i proprietari di quei beni e, dopo averne elo-
102 LOGOÇ A

ouç, pavnta dΔ ajpolabovntaç oi[kade favnai ajpievnai ka-


tevcei lovgoç, peiqou'ç kai; ajgaqh'ç eujnoivaç tou;ç a[ndraç
ajpodexavmenon.
Miva me;n h{de filanqrwpivaç dei'gma fevrouça tou' dh-
loumevnou pra'xiç: XIV, 6 qatevra de; th'ç pro;ç to; qei'on
¢oJçivaçÜ perievcoi a]n ejmfanh' marturivan. XV h[launon
me;n ga;r aJpantacou' gh'ç tou;ç qeoçebei'ç ejx ejpitavgma-
toç tw'n kratouvntwn oiJ katΔ e[qnoç a[rconteç: ejx
aujtw'n de; baçileivwn oi[kwn oJrmwvmenoi prwvtiçtoi
pavntwn tou;ç uJpe;r eujçebeivaç ajgw'naç oiJ qeofilei'ç
dih'lqon mavrtureç… pu'r kai; çivdhron kai; qalavtthç bu-
qou;ç pavnta te qanavtou trovpon proqumovtata diakar-
terou'nteç, wJç ejn bracei' ta; pantacou' baçivleia
qeoçebw'n chreu'çai ajndrw'n: o} dh; kai; mavliçta th'ç tou'
qeou' ejpiçkoph'ç ejrhvmouç tou;ç drw'ntaç eijrgavzeto. oJ-
mou' ga;r tw'/ tou;ç qeoçebei'ç ejlauvnein kai; ta;ç uJpe;r
aujtw'n ejxedivwkon eujcavç. XVI, 1 movnw/ dΔ a[ra Kwnç-
tantivw/ çofiva tiç eujçebou'ç uJpeiçhv/ei logiçmou', kai;
pra'gma pravttei paravdoxon me;n ajkou'çai pra'xai de;
qaumaçiwvtaton. toi'ç ga;r uJpΔ aujtw'/ baçilikoi'ç a{paçin
ejx aujtw'n oijkeivwn mevcri kai; tw'n ejpΔ ejxouçivaç ajr-
covntwn aiJrevçewç protaqeivçhç, çuvnqhma divdwçin h]
quvçaçi toi'ç daivmoçin ejxei'nai parΔ aujtw'/ mevnein kai;
tw'n çunhvqwn metalagcavnein timw'n, h] mh; tou'to
pravxaçi tw'n pro;ç eJauto;n ajpokeklei'çqai parovdwn ejxw-
qei'çqaiv te kai; ajpocwrei'n th'ç aujtou' gnwvçewvç te
kai; oijkeiovthtoç. XVI, 2 ejpeidh; ou\n diekrivnonto eijç
ajmfovtera, oiJ me;n wJç touvçde oiJ dΔ wJç ejkeivnouç meri-
zovmenoi, hjlevgcetov te oJ th'ç eJkavçtou proairevçewç trovpoç,
ejntau'qa loipo;n oJ qaumavçioç to; lelhqo;ç tou' çofivçma-
toç ajnakaluvyaç tw'n me;n deilivan kai; filautivan kate-
givnwçke, tou;ç de; th'ç pro;ç to;n qeo;n çuneidhvçewç eu\
mavla ajpedevceto. ka[peita tou;ç me;n wJç a]n qeou' pro-

26
Scil. Diocleziano, Massimiano e Galerio.
LIBRO PRIMO 103

giato l’obbedienza e la buona disposizione d’animo, dis-


se loro di riprendere ogni cosa e di ritornare a casa.
Questa sola azione basta a provare la grande umanità
di colui di cui stiamo parlando. XIV, 6 L’altro episodio
può testimoniare con evidenza la sua considerazione
per la religione. XV I governatori delle province, infat-
ti, per ordine degli imperatori,26 avevano preso a perse-
guitare i cristiani in ogni luogo della terra; primi tra tut-
ti ad affrontare gli agoni in difesa della fede furono quei
martiri cari a Dio che provenivano dalle stesse corti im-
periali e che sopportarono con immenso coraggio il fuo-
co, il ferro e gli abissi del mare e ogni genere di morte, al
punto tale che in breve quelle regge restarono del tutto
prive di devoti. Questa politica ebbe come conseguenza
immediata che i responsabili dell’accaduto restarono
privi dell’aiuto divino. Infatti con la persecuzione dei fe-
deli essi allontanarono da sé anche le loro preghiere.
XVI, 1 Solo in Costanzo si fece strada una saggia e pia
intuizione, e prese una risoluzione stupefacente a udirsi
e ancor più prodigiosa da realizzare. Infatti a tutti i suoi
sottoposti nel palazzo imperiale, dagli più umili dome-
stici fino ai magistrati più potenti, fu prospettata una
scelta che prevedeva due opzioni: a chi avesse sacrifica-
to agli dei sarebbe stato lecito rimanere presso di lui e
continuare a godere degli onori abituali, a chi invece
non lo avesse fatto sarebbe stato negato ogni accesso al-
la sua persona e costoro sarebbero stati esplusi ed esclu-
si dalla sua amicizia e familiarità. XVI, 2 Quando ebbe-
ro valutato le due opzioni, dividendosi in due gruppi e
fu chiara la configurazione della scelta di ciascuno, allo-
ra questo mirabile imperatore, rivelando ciò che era ri-
masto occulto della sua trovata, biasimò la viltà e l’egoi-
smo degli uni e invece approvò molto il senso religioso
degli altri. E in seguito affermò che quanti avevano tra-
104 LOGOÇ A

dovtaç mhde; baçilevwç ei\nai ajxivouç ajpevfaine: pw'ç ga;r


a[n pote baçilei' pivçtin fulavxai tou;ç peri; to; krei't-
ton aJlovntaç ajgnwvmonaç… dio; kai; baçilikw'n oi[kwn mak-
ra;n ejlauvneçqai dei'n touvtouç ejnomoqevtei, tou;ç de; pro;ç
th'ç ajlhqeivaç marturhqevntaç qeou' ajxivouç oJmoivouç kai;
peri; baçileva eijpw;n e[çeçqai, çwmatofuvlakaç kai;
aujth'ç baçileivaç frourou;ç katevtatten, ejn prwvtoiç kai;
ajnagkaivoiç fivlwn te kai; oijkeivwn crh'nai fhvçaç tou;ç
toiouvtouç dei'n perievpein kai; ma'llon aujtou;ç h] me-
gavlwn tamei'a qhçaurw'n peri; pollou' tima'çqai.
XVII, 1 ΔAllΔ oi|oç me;n oJ Kwnçtantivnou path;r
mnhmoneuvetai, wJç ejn bracevçi dedhvlwtai. oJpoi'on dΔ
aujtw'/ toiw'/de peri; to;n qeo;n ajpodeicqevnti parhkolouv-
qhçe tevloç, kai; ejn povçw/ to; diallavtton aujtou' te
kai; tw'n koinwnw'n th'ç baçileivaç oJ pro;ç aujtou' timh-
qei;ç qeo;ç dievdeixe, mavqoi a[n tiç th'/ tw'n pragmavtwn
to;n nou'n ejpiçthvçaç fuvçei. XVII, 2 ejpeidh; ga;r baçi-
likh'ç ajreth'ç dokivmia makrw'/ dedwvkei crovnw/, movnon
me;n qeo;n eijdw;ç to;n ejpi; pavntwn th'ç de; tw'n ajqevwn
kategnwkw;ç poluqei?aç, eujcai'ç ¢qΔÜ aJgivwn ajndrw'n pavn-
ta to;n aujtou' periefravxato oi\kon, eujçtalh' loipo;n kai;
ajtavracon th'ç zwh'ç diexhvnue ãto;nà bivon, oi|on aujto; dh;
to; makavrion ei\naiv façi to; mhvte pravgmata e[cein mhvtΔ
a[llw/ parevcein. XVII, 3 ou{tw dh'ta to;n pavnta th'ç
baçileivaç crovnon eujçtaqh' kai; galhvnion diakubernw'n
aujtoi'ç paiçi; kai; gameth'/ çu;n oijketw'n qerapeiva/ pavnta
to;n aujtou' oi\kon eJni; tw'/ pambaçilei' qew'/ kaqievrou, wJç
mhde;n ajpodei'n ejkklhçivaç qeou' th;n e[ndon ejn aujtoi'ç
baçileivoiç çugkrotoumevnhn plhquvn, h|/ çunh'çan kai; lei-

27
Questo episodio risulta poco credibile e suggerisce addirittura
che Costanzo avesse invece incoraggiato il culto degli dei pagani, cio-
nondimeno è plausibile che l’imperatore avesse permesso ai cristiani
di fare parte della corte.
LIBRO PRIMO 105

dito Dio non erano neppure degni dell’imperatore: in-


fatti, come avrebbe mai potuto mantenersi fedele all’im-
peratore chi si era rivelato ingrato nei confronti del
sommo Dio? Pertanto stabilì per legge27 che costoro fos-
sero respinti lontano dal palazzo imperiale e dichiarò
che invece quanti avevano dato autentica testimonianza
di essere degni di Dio si sarebbero mostrati tali anche
nei confronti dell’imperatore. Li arruolò come guardie
del corpo e li incaricò della custodia dell’impero, asse-
rendo che costoro dovevano essere considerati i primi e
i suoi più intimi amici e che bisognava trattarli con ogni
riguardo e stimarli molto più di un forziere ricolmo di
grandi tesori.
XVII, 1 Abbiamo così ricordato e illustrato in breve
chi fu il padre di Costantino. A quale morte andò incon-
tro per aver accolto la religione cristiana, e quale diffe-
renza il Dio da lui onorato mostrò che ci fosse tra lui e
gli altri imperatori con cui divideva il potere, ognuno lo
potrebbe comprendere tenendo a mente la natura degli
eventi. XVII, 2 Infatti dopo aver dato prova per lungo
tempo delle sue virtù di imperatore, riconoscendo un
unico Dio universale e condannando il politeismo degli
empi, egli munì tutta la sua casa delle preghiere di uo-
mini santi e così portò a termine il corso della sua vita
senza intralci e con tranquillità, proprio secondo ciò in
cui, si dice, consista la beatitudine, ossia senza avere
preoccupazioni e senza causarne ad altri. XVII, 3 Dopo
aver governato per tutta la durata del suo regno con fer-
mezza e serenità, consacrò all’unico Dio signore dell’u-
niverso tutta la sua casa con i figli, la sposa e l’intero ap-
parato dei suoi sottoposti, così che la gran moltitudine
dei componenti del palazzo imperiale risultava a tutti
gli effetti quale una chiesa di Dio: a corte c’erano anche
sacerdoti che celebravano ininterrottamente funzioni
106 LOGOÇ A

tourgoi; qeou', oi} ta;ç uJpe;r baçilevwç dihnekei'ç ejxetev-


loun latreivaç, kai; tau'ta para; movnw/ tw'd/ e çunetelei'-
to, o{te para; toi'ç loipoi'ç oujde; mevcri yilh'ç ejphgoriv-
aç to; tw'n qeoçebw'n crhmativzein çunecwrei'to gevnoç.
XVIII, 1 Touvtoiç dΔ ejgguvqen aujtw'/ ta; th'ç ejk qeou'
parhkolouvqei ajmoibh'ç, w{çtΔ h[dh kai; prwteivwn th'ç auj-
tokratorikh'ç ajrch'ç metaçcei'n. oiJ me;n ga;r tw'/ crovnw/
proavgonteç oujk oi\dΔ o{pwç uJpexivçtanto th'ç ajrch'ç, auj-
toi'ç ajqrovaç metabolh'ç meta; to; prw'ton e[toç th'ç tw'n
ejkklhçiw'n poliorkivaç ejpiçkhyavçhç, movnoç de; loipo;n
Kwnçtavntioç prw'toç au[gouçtoç oJ kai; çebaçto;ç ajnh-
goreuveto, to; me;n katΔ ajrca;ç tw'/ tw'n kaiçavrwn diadhv-
mati lamprunovmenoç kai; touvtwn ajpeilhfw;ç ta; prw-
tei'a, meta; de; th;n ejn touvtoiç dokimh;n th'/ tw'n ajnw-
tavtw para; ÔRwmaivoiç ejkoçmei'to timh'/, prw'toç çebaç-
to;ç tettavrwn tw'n u{çteron ajnadeicqevntwn crhma-
tivçaç. XVIII, 2 ajlla; kai; eujtekniva/ movnoç para; tou;ç
loipou;ç aujtokravtoraç dihvnegke, paivdwn ajrrevnwn kai;
qhleiw'n mevgiçton coro;n çuçthçavmenoç. ejpeidh; de; pro;ç
aujtw'/ liparw'/ ghvra/ th'/ koinh'/ fuvçei to; crew;n ajpodi-
dou;ç loipo;n ¢to;n bivonÜ metallavttein e[mellen, ejntau'-
qa pavlin oJ qeo;ç paradovxwn aujtw'/ poihth;ç ajnefaivneto
e[rgwn, mevllonti teleuta'n to;n prw'ton tw'n paivdwn
Kwnçtanti'non eijç uJpodoch;n th'ç baçileivaç parei'nai
oijkonomhçavmenoç.
XIX, 1 Çunh'n me;n ga;r ou|toç toi'ç th'ç baçileivaç
koinwnoi'ç, kai; mevçoiç aujtoi'ç, wJç ei[rhtai, katΔ aujto;n
ejkei'non to;n palaio;n tou' qeou' profhvthn ta;ç diatri-

28
Diocleziano abdicò nel 305 e obbligò Massimiano a fare altret-
tanto. Due anni dopo Massimiano si autoproclamò nuovamente augu-
sto e appoggiò Costantino, divenuto suo genero, contro il proprio fi-
glio Massenzio. Diocleziano, nell’incontro di Carnuto (308), lo costrin-
se a ritirarsi definitivamente.
29
Galerio, Severo, Massimino Daia.
30
Costanzo ebbe Costantino da Elena, che fu forse sua concubina
LIBRO PRIMO 107

per l’imperatore, e ciò accadeva solo presso di lui, men-


tre presso gli altri suoi colleghi non era permesso far ri-
ferimento alla stirpe dei cristiani neppure con una sem-
plice menzione.
XVIII, 1 Grazie alla vicinanza di costoro egli ottenne
la ricompensa divina, così da conseguire il primato nel
potere imperiale. Infatti gli altri imperatori, che erano
in età più avanzata, non so come, rinunciarono all’auto-
rità sovrana,28 forse in conseguenza dei rivolgimenti
continui che si verificarono per essi dopo il primo anno
da che avevano preso d’assedio le chiese; Costanzo fu
allora proclamato, da solo, il primo augusto e sebastòs,
egli che fin da principio aveva portato splendidamente
la corona dei cesari ottenendo il primato sui colleghi,
dopo aver dato prova tra essi del proprio valore, fu insi-
gnito della carica più elevata presso i Romani, assumen-
do il titolo di primo sebastòs tra i quattro che furono de-
signati in seguito.29 XVIII, 2 Inoltre egli soltanto fu su-
periore agli altri imperatori anche per la felicità della
prole, generando una vasta schiera di figli, maschi e fem-
mine.30 Quando poi, giunto a una felice vecchiaia, fu sul
punto di morire, e di compiere così il destino comune al-
la natura umana, allora Dio, ancora una volta, si mostrò
nei suoi confronti autore di opere straordinarie, provve-
dendo che Costantino, il maggiore dei suoi figli, si tro-
vasse presso di lui nel momento della morte per acco-
gliere l’eredità dell’impero.
XIX, 1 Egli viveva insieme agli imperatori che si spar-
tivano il potere e, come già si è detto, trascorreva il suo
tempo tra a loro proprio come l’antico profeta di Dio.31

o comunque una moglie non ufficiale. In seguito ebbe altri sei figli dal-
la moglie Teodora, tra cui Giulio Costanzo, padre di Giuliano l’Apo-
stata, e Costanza, moglie di Licinio.
31
Il paragone con Mosè viene ripreso anche oltre. Cfr., infra, I, 20,
2; I, 38, 2; I, 38, 5; I, 39; II, 12.
108 LOGOÇ A

ba;ç ejpoiei'to. h[dh dΔ ejk tou' paido;ç ejpi; to;n neanivan


diaba;ç timh'ç th'ç prwvthç parΔ aujtoi'ç hjxiou'to: oi|on
aujto;n kai; hJmei'ç e[gnwmen to; Palaiçtinw'n diercovme-
non e[qnoç çu;n tw'/ preçbutevrw/ tw'n baçilevwn, ou| kai; ej-
pi; dexia; pareçtw;ç perifanevçtatoç h\n toi'ç oJra'n ejqev-
louçin, oi|ovç te baçilikou' fronhvmatoç ejx ejkeivnou
tekmhvria parevcwn. XIX, 2 çwvmatoç me;n ga;r eijç kavl-
louç w{ran ¢mevgeqovçÜ te hJlikivaç oujdΔ h\n aujtw'/ para-
balei'n e{teron, rJwvmh/ dΔ ijçcuvoç toçou'ton ejpleonevktei
tou;ç oJmhvlikaç wJç kai; fobero;n aujtoi'ç ei\nai, tai'ç de;
kata; yuch;n ajretai'ç ma'llon h] toi'ç kata; to; çw'ma
pleonekthvmaçin ejnhbruvneto, çwfroçuvnh/ prwvtiçta
pavntwn th;n yuch;n koçmouvmenoç, ka[peita paideuvçei
lovgwn fronhvçei tΔ ejmfuvtw/ kai; th'/ qeoçdovtw/ çofiva/
diaferovntwç ejkprevpwn.
XX, 1 Gau'ron dh; ou\n ejpi; touvtoiç rJwmalevon te kai;
mevgan fronhvmatovç te meçto;n to;n neanivan oiJ th-
nikau'ta kratou'nteç qewvmenoi fqovnw/ kai; fovbw/, ta;ç
çu;n aujtw'/ diatriba;ç oujk ajçfalei'ç aujtoi'ç ei\nai dia-
nohqevnteç, ejpiboula;ç katΔ aujtou' laqraivaç ejmhcanw'n-
to, aijdoi' th'/ pro;ç to;n aujtou' patevra profanh' qavna-
ton aujtw'/ proçtrivyaçqai fulattovmenoi. XX, 2 o} dh;
çunaiçqovmenoç oJ neanivaç, ejpei; kai; prw'ton aujtw'/ kai;
deuvteron katavfwra qeou' çumpneuvçei ta; th'ç ejpiboulh'ç
ejgivgneto, fugh'/ th;n çwthrivan ejporivzeto kajn touvtw/
tou' megavlou profhvtou Mwu>çevwç to; mivmhma diaçwvz/ wn.

32
Si tratta della spedizione di Diocleziano in Egitto contro l’usur-
patore Domizio Domiziano e il suo luogotenente Aurelio Achilleo.
Questi, che era il vero ispiratore della sedizione, venne ucciso ad Ales-
sandria nel 297 dopo un assedio durato otto mesi.
33
Eusebio afferma ripetutamente che Costantino possedeva una
solida cultura retorica (cfr. IV capp. 29, 32, 55) e ciò è confermato an-
che da storici pagani come Eutropio (X, 7, 2), e dall’Epitome de Cae-
saribus (XLI, 14). A tali testimonianze si aggiunge il fatto che l’impe-
ratore si circondò di intellettuali sia pagani che cristiani e che nella
cerchia dei suoi protetti si trovavano personaggi come Lattanzio, Er-
LIBRO PRIMO 109

Era ormai passato dall’infanzia alla giovinezza ed essi lo


consideravano degno dei più grandi onori, come del resto
abbiamo noi stessi constatato nel vederlo attraversare la
provincia della Palestina al fianco dell’imperatore più an-
ziano,32 e stando alla sua destra si presentava, a quanti
avevano desiderio di vederlo, tale da manifestare fin da
allora i segni di un temperamento regale. XIX, 2 Non esi-
steva nessun altro che si potesse paragonare a lui per la
bellezza del corpo e l’imponenza della statura ed era tan-
to superiore ai suoi coetanei nella forza e nella prestanza
fisica da risultare loro quasi spaventoso; andava però fie-
ro delle virtù dello spirito più che di quelle del corpo, fre-
giandosi anzitutto della temperanza insita nel suo animo
e distinguendosi altresì per la sua cultura retorica,33 l’in-
nata intelligenza e la sapienza ispirata da Dio
XX, 1 Di conseguenza gli imperatori che a quell’e-
poca esercitavano il potere guardavano con invidia e ti-
more quel ragazzo fiero dei suoi pregi, forte, imponen-
te e colmo di grandi aspirazioni, e ritenevano poco si-
cura la convivenza con lui, così tramarono segrete con-
giure contro di lui, guardandosi dal procurargli una
morte troppo plateale per pudore nei confronti di suo
padre. XX, 2 Ma il giovane, resosene conto, poiché, per
ispirazione divina la congiura gli fu manifesta una pri-
ma e una seconda volta, si procurò la salvezza con la fu-
ga, anche in questo imitando fedelmente l’esempio del
grande profeta Mosè. In tutto il resto Dio lo assistette e
provvide che fosse presente nel momento della succes-

mogene, filosofo originario del Ponto, e i neoplatonici Sopatro e Nica-


gora (cfr. De Giovanni, Costantino e il mondo pagano, Napoli 1982, in
particolare pp. 154-158). Benché le informazioni sulla sua istruzione
siano scarse e frammentarie, tali notizie concorrono a dare un’imma-
gine di Costantino assai distante da quella del militare rozzo e incolto
che gli è stata spesso attribuita.
110 LOGOÇ A

to; de; pa'n aujtw'/ çunevpratten oJ qeovç, th'/ tou' patro;ç


diadoch'/ promhqouvmenoç aujto;n parei'nai. XXI, 1 auj-
tivka dΔ ou\n ejpeidh; tw'n ejpibouvlwn ta;ç mhcana;ç dia-
dra;ç çpeuvdwn ajfivketo pro;ç to;n patevra, oJmou' me;n auj-
to;ç crovnioç parh'n, kata; to; aujto; de; tw'/ patri; ta;
th'ç tou' bivou teleuth'ç ejpi; xurou' i{çtato. wJç dΔ aj-
proçdovkhton ei\den oJ Kwnçtavntioç pareçtw'ta to;n pai'-
da, ejxallovmenoç th'ç çtrwmnh'ç peribalwvn te aujto;n
tw; cei're kai; to; movnon luphro;n aujtw'/ mevllonti to;n
bivon ajpotivqeçqai (tou'to dΔ h\n hJ tou' paido;ç ajpouçiva)
th'ç yuch'ç ajpobeblhkevnai eijpwvn, eujcavriçton ajnevpem-
pe tw'/ qew'/ th;n eujchvn, nu'n aujtw'/ to;n qavnaton ajqa-
naçivaç kreivttona logivçaçqai fhvçaç, kai; dh; ta; kaqΔ
eJauto;n dietavtteto, XXI, 2 uiJoi'ç qΔ a{ma kai; qugatravçi
çuntaxavmenoç corou' divkhn aujto;n kuklou'çin, ejn aujtoi'ç
baçileivoiç ejpi; baçilikh'/ çtrwmnh'/, to;n klh'ron th'ç
baçileivaç novmw/ fuvçewç tw'/ ¢th'/ hJlikivaÜ/ proavgonti tw'n
paivdwn paradouvç, dianepauvçato.
XXII, 1 Ouj mh;n ajbaçivleutoç e[menen hJ ajrchv, aujth'/
dΔ aJlourgivdi patrikh'/ Kwnçtanti'noç koçmhçavmenoç
tw'n patrikw'n oi[kwn prohv/ei, w{çper ejx ajnabiwvçewç
to;n patevra baçileuvonta diΔ eJautou' deiknu;ç toi'ç
pa'çin. ei\ta th'ç prokomidh'ç hJgouvmenoç çu;n toi'ç ajmfΔ
aujto;n patrikoi'ç fivloiç to;n patevra prou[pempe:
dhvmwn te plhvqh muriva çtratiwtw'n te doruforivai,
tw'n me;n hJgoumevnwn tw'n de; katovpin eJpomevnwn, çu;n
panti; kovçmw/ to;n qeofilh' çunevpempon, eujfhmivaiç te
kai; u{mnoiç oiJ pavnteç to;n triçmakavrion ejtivmwn, oJmo-

34
Anche altre fonti riferiscono che Costantino dovette guardarsi
dalle insidie dei colleghi del padre e menzionano una fuga rocambole-
sca, attuata rendendo via via inutilizzabili ai suoi inseguitori i cavalli
della posta pubblica, per poter raggiungere Costanzo in fin di vita
(Lattanzio, De mortibus persecutorum, XXIV, 3-9; Zosimo, II, 8; Aure-
lio Vittore, Liber de Caesaribus, XL, 2).
LIBRO PRIMO 111

sione al padre. XXI, 1 Dopo essere sfuggito alle insidie


dei congiurati, si affrettò a raggiungere il padre e vi ar-
rivò dopo una lunga assenza, ma proprio nell’attimo
stesso in cui il padre si trovava tra la vita e la morte.34
Come Costanzo vide il figlio accostarglisi inaspettata-
mente, balzò dal letto per abbracciarlo, e dicendo di
aver scacciato dal proprio animo l’unica cosa che nel
momento di lasciare la vita gli risultava dolorosa (ossia
la mancanza del figlio), rivolse una preghiera di ringra-
ziamento a Dio, affermando che ora considerava per sé
la morte anche migliore dell’immortalità, XXI, 2 fece
testamento, dando addio ai figli e alle figlie che lo cir-
condavano a guisa di un coro e cessò di vivere nella sua
reggia, sul letto imperiale, consegnando l’eredità del-
l’impero, per legge di natura, al figlio maggiore.35
XXII, 1 Così lo Stato non restava privo dell’autorità
imperiale. Costantino, insignito della porpora del geni-
tore, usciva dal palazzo paterno mostrando a tutti che il
padre continuava a regnare attraverso di lui, come se
fosse tornato a vivere. Poi, attorniato dagli amici del pa-
dre, lo accompagnò alla tomba guidando il corteo fune-
bre. Un’immensa folla di gente e scorte di soldati ac-
compagnavano il sovrano caro a Dio con ogni onore, chi
precedendolo chi scortandolo da dietro e tutti rendeva-
no onore al sovrano tre volte benedetto con acclama-
zioni e inni, con unanime consenso celebravano il pote-

35
Costanzo morì a York nel 306. Lattanzio (De mortibus persecuto-
rum, 24, 8) dà della sua morte una versione simile a quella di Eusebio,
ma entrambi gli autori sembrano ignorare che in realtà Costantino in-
contrò il padre presso Bononia (Boulogne-sur-Mer), che di qui mosse-
ro verso nord dove intrapresero una campagna vittoriosa contro i Pit-
ti di Scozia e che solo più tardi Costanzo morì a York.
112 LOGOÇ A

gnwvmoniv te çumfwniva/ tou' teqnew'toç ajnabivwçin th;n


tou' paido;ç kravthçin ejdovxazon, boai'ç tΔ eujfhvmoiç to;n
nevon baçileva aujtokravtora kai; çebaçto;n au[gouçton
eujqevwç ejk prwvthç ajnhgovreuon fwnh'ç. XXII, 2 kai;
to;n me;n teqnhkovta ejkovçmoun aiJ boai; tai'ç eijç to;n
uiJo;n eujfhmivaiç, to;n de; pai'da ejmakavrizon toiou'de pa-
tro;ç diavdocon ¢ajpoÜdeicqevnta, pavnta de; ta; uJpo; th;n
ajrch;n e[qnh eujfroçuvnhç ejplhrou'to kai; ajlevktou cara'ç
wJç mhde; crovnou bracutavtou rJoph;n chreuvçanta baçi-
likh'ç eujkoçmivaç. tou'to tevloç eujçebou'ç kai; filoqevou
trovpou ejpi; baçilei' Kwnçtantivw/ qeo;ç e[deixe tw'/ kaqΔ
hJma'ç gevnei.
XXIII Tw'n dΔ a[llwn, o{çoi ta;ç ejkklhçivaç tou' qeou'
polevmou novmw/ meth'lqon, ta;ç tou' bivou kataçtrofa;ç
oujk ei\nai prevpon e[krina tw'/ parovnti paradou'nai dih-
ghvmati oujde; ta;ç tw'n ajgaqw'n mnhvmaç th'/ tw'n ejnan-
tivwn paraqevçei miaivnein. ajparkei' de; hJ tw'n e[rgwn
pei'ra pro;ç çwfroniçmo;n tw'n aujtai'ç o[yeçi kai;
ajkoai'ç th;n tw'n eJkavçtw/ çumbebhkovtwn pareilhfovtwn
iJçtorivan.
XXIV Ou{tw dh; Kwnçtanti'non, toiouvtou fuvnta pa-
trovç, a[rconta kai; kaqhgemovna tw'n o{lwn qeo;ç oJ tou'
çuvmpantoç kovçmou pruvtaniç diΔ eJautou' proeceirivzeto,
wJç mhdevna ajnqrwvpwn movnou tou'de th;n proagwgh;n auj-
ch'çai, tw'n a[llwn ejx ejpikrivçewç eJtevrwn th'ç timh'ç
hjxiwmevnwn.
XXV, 1 ÔWç ou\n ejpi; th'ç baçileivaç i{druto, tevwç me;n
th'ç patrikh'ç proenovei lhvxewç, ejpiçkopw'n çu;n pollh'/

36
Le province sotto la giurisdizione di Costantino a partire dal 305
erano la Britannia, la Gallia e la Spagna. In questo passo e nei successi-
vi Eusebio non menziona diversi eventi che furono determinanti nel-
l’ascesa di Costantino, per esempio il suo matrimonio con Fausta, figlia
di Massimiano, nel 307, né dà conto della situazione politica dell’impe-
LIBRO PRIMO 113

re del figlio come una resurrezione dell’imperatore ap-


pena morto e con grida di buon augurio, subito, fin nelle
prime acclamazioni, proclamavano il giovane imperato-
re autokràtor e sebastòs augusto. XXII, 2 Le acclama-
zioni, con gli elogi rivolti al figlio, esaltavano il defunto
e benedicevano il giovane designato successore di un ta-
le padre e tutti i popoli sottoposti all’autorità imperiale
erano colmi di letizia e di gioia indicibile, dal momento
che nemmeno per un brevissimo lasso di tempo erano
rimasti privi del buon ordine dell’impero. Nell’impera-
tore Costanzo Dio mostrò alla nostra generazione che
questo è l’esito di una condotta pia e religiosa.
XXIII Non ho giudicato opportuno far riferimento in
quest’opera alla morte degli altri imperatori che aveva-
no perseguitato le chiese di Dio con la legge della guer-
ra né inquinare la memoria dei buoni accostandola ai
loro contrari; l’esperienza dei fatti è certo sufficiente co-
me ammonizione per coloro che hanno visto con i loro
occhi e sentito con le loro orecchie ciò che è toccato in
sorte a ciascuno di essi.
XXIV In tal modo Dio signore di tutto il cosmo, di
sua volontà, scelse Costantino, che era nato da un tale
padre, quale governatore e guida di tutti, e avvenne co-
sì che, nel suo caso soltanto, nessun uomo si poté attri-
buire il merito della sua designazione, mentre gli altri
sovrani furono insigniti della carica per deliberazione
altrui.
XXV, 1 Come si insediò sul soglio imperiale, subito si
preoccupò della porzione dell’impero che era stata di
suo padre,36 recandosi a visitare, con grande umanità,

ro e del processo che portò allo sfaldamento del sistema tetrarchico


ideato da Diocleziano. Questo, d’altra parte, è coerente con la dichiara-
zione programmatica dell’autore (cfr. supra, 11, 1-2) di volersi occupa-
re solo dei fatti che riguardano la politica religiosa di Costantino.
114 LOGOÇ A

th'/ filanqrwpiva/ pavnqΔ o{ça provteron e[qnh uJpo; th'/ tou'


patro;ç moivra/ diekuberna'to, o{ça te gevnh barbavrwn
tw'n ajmfi; ÔRh'non potamo;n eJçpevriovn te wjkeano;n
¢oijkouvntwnÜ çtaçiavzein ejtovlma, pavnqΔ uJpotavttwn h{me-
ra ejx ajtiqavçwn kateirgavzeto, a[lla dΔ ajnaçtevllwn
w{çper tina;ç qh'raç ajgrivouç ajpeçovbei th'ç oijkeivaç, o{ça
per ajniavtwç e[conta pro;ç hJmevrou bivou katavçtaçin eJw-v
ra. XXV, 2 ejpei; de; tau'ta kata; lovgon e[keito aujtw'/,
ta;ç loipa;ç th'ç oijkoumevnhç lhvxeiç pro; ojfqalmw'n qev-
menoç, tevwç me;n ejpi; ta; Brettanw'n e[qnh dievbainen
e[ndon ejpΔ aujtw'/ keivmena wjkeanw'/, paraçthçavmenoç de;
tau'ta dieçkovpei ta;ç eJtevraç tou' panto;ç moivraç, wJç
a]n qerapeuvoi ta; bohqeivaç deovmena.
XXVI Ei\qΔ w{çper mevga çw'ma to; pa'n th'ç gh'ç ejn-
nohvçaç çtoicei'on, ka[peita th;n tou' panto;ç kefalhvn,
th'ç ÔRwmaivwn ajrch'ç th;n baçileuvouçan povlin, turan-
nikh'/ douleiva/ çunidw;n kaquphgmevnhn, parecwvrei me;n
ta; prw'ta th;n uJpe;r aujth'ç a[munan toi'ç tw'n loipw'n
kratou'çi merw'n a{te dh; crovnw/ proavgouçin, ejpei; de;
touvtwn oujdei;ç oi|oçv tΔ h\n ejpikourei'n, ajlla; kai; oiJ pei'-
ran labei'n ejqelhvçanteç aijçcro;n uJpevmeinan tevloç, ouj-
de; biwto;n aujtw'/ th;n zwh;n ei\nai eijpwvn, eij th;n baçiliv-
da povlin ou{tw kavmnouçan parivdoi, pareçkeuavzeto ta;
pro;ç th;n kaqaivreçin th'ç turannivdoç.
XXVII, 1 Eu\ dΔ ejnnohvçaç wJç kreivttonoç h] kata;
çtratiwtikh;n devoi aujtw'/ bohqeivaç dia; ta;ç kakotevc-

37
Si tratta delle campagne contro gli Alamanni e i Franchi che fu-
rono sconfitti da Costantino subito dopo la morte del padre.
38
La campagna contro i Britanni non è attestata in nessuna altra
fonte.
39
Il paragone tra il corpo umano e lo Stato è assai ricorrente: lo si
trova già in Platone (Repubblica, V, 462), ma continua a essere utiliz-
zato anche in epoca più tarda, per esempio nel celebre apologo di Me-
nenio Agrippa (Plutarco, Vita di Coriolano, VI, 2-4).
LIBRO PRIMO 115

tutti quei popoli che fino a poco prima si trovavano sot-


to la giurisdizione del padre. Tutte le stirpi di barbari che
abitano attorno al fiume Reno e all’Oceano occidenta-
le, quante osarono insorgere, egli le assoggettò e le rese
mansuete, da selvagge che erano, mentre quelle che ve-
deva irrimediabilmente refrattarie alla vita civile, le
scacciò dai propri domini respingendole come bestie fe-
roci.37 XXV, 2 Una volta che questi problemi si risolse-
ro secondo quanto aveva disposto, egli rivolse lo sguar-
do alle restanti parti dell’ecumene, e si mosse contro i
Britanni, che si trovano nel mezzo dello stesso Oceano
e, dopo averli sottomessi, volse il suo sguardo verso le
altre regioni della terra per poter soccorrere i popoli bi-
sognosi di aiuto.38
XXVI Considerava l’intero assetto del mondo come
un grande corpo39 e come si rese conto che la testa di
tutto l’insieme, ossia la capitale dell’impero romano,40
era oppressa da una schiavitù tirannica,41 sulle prime ne
cedette la vendetta a coloro che regnavano sulle altre
parti dell’impero, in quanto più anziani di lui, ma poi, vi-
sto che nessuno di essi era in grado di portare soccorso,
ma anzi, anche quelli che avevano voluto cimentarsi nel-
l’impresa42 avevano conseguito un esito vergognoso, di-
chiarò che la sua vita sarebbe stata intollerabile se aves-
se abbandonato la città imperiale soggetta a tali vessa-
zioni e preparò le armi per rovesciare la tirannide.
XXVII, 1 Sapendo bene quanto gli fosse necessario un
soccorso più efficace di quello dell’esercito, per via delle

40
Scil. Roma.
41
Massenzio fu acclamato augusto a Roma nel 306, grazie al soste-
gno delle coorti urbane e della plebe romana, e riuscì poi ad aggiudi-
carsi il dominio dell’Italia e dell’Africa.
42
Prima Severo e poi Galerio (307).
116 LOGOÇ A

nouç kai; gohtika;ç magganeivaç ta;ç para; tw'/ turavnnw/


çpoudazomevnaç, qeo;n ajnezhvtei bohqovn, ta; me;n ejx oJ-
plitw'n kai; çtratiwtikou' plhvqouç deuvtera tiqevmenoç
(th'ç ga;r para; qeou' bohqeivaç ajpouvçhç to; mhqe;n tau'-
ta duvnaçqai hJgei'to), ta; dΔ ejk qeou' çunergivaç a[maca
ei\nai kai; ajhvtthta levgwn. XXVII, 2 ejnnoei' dh'ta oJ-
poi'on devoi qeo;n bohqo;n ejpigravyaçqai, zhtou'nti dΔ
aujtw'/ e[nnoiav tiç uJpeiçh'lqen, wJç pleiovnwn provteron
th'ç ajrch'ç ejfayamevnwn oiJ me;n pleivoçi qeoi'ç ta;ç
çfw'n aujtw'n ajnarthvçanteç ejlpivdaç, loibai'ç te kai;
quçivaiç kai; ajnaqhvmaçi touvtouç qerapeuvçanteç, ajpath-
qevnteç ta; prw'ta dia; manteiw'n kecariçmevnwn crhçmw'n
te ta; ai[çia ajpaggellomevnwn aujtoi'ç tevloç oujk ai[çion
eu{ranto, oujdev tiç qew'n pro;ç to; mh; qehlavtoiç uJpo-
blhqh'nai kataçtrofai'ç dexio;ç aujtoi'ç parevçth, movnon
de; to;n eJautou' patevra th;n ejnantivan ejkeivnoiç trapevn-
ta tw'n me;n plavnhn katagnw'nai, aujto;n de; to;n ej-
pevkeina tw'n o{lwn qeovn, dia; pavçhç timhvçanta zwh'ç,
çwth'ra kai; fuvlaka th'ç baçileivaç ajgaqou' te panto;ç
corhgo;n eu{raçqai. XXVII, 3 tau'ta parΔ eJautw'/ dia-
krivnaç eu\ te logiçavmenoç, wJç oiJ me;n plhvqei qew'n ej-
piqarrhvçanteç kai; pleivoçin ejpipeptwvkaçin ojlevqroiç,
wJç mhde; gevnoç mhde; fuh;n mh; rJizv an aujtoi'ç, mhdΔ o[no-
ma mhde; mnhvmhn ejn ajnqrwvpoiç ajpoleifqh'nai, oJ de; pa-
trw'/oç aujtw'/ qeo;ç th'ç aujtou' dunavmewç ejnargh' kai;
pavmpolla deivgmata ei[h dedwkw;ç tw'/ aujtou' patriv, ajl-
la; kai; tou;ç h[dh kataçtrateuvçantaç provteron tou' tu-
ravnnou diaçkeyavmenoç çu;n plhvqei me;n qew'n th;n pa-
ravtaxin pepoihmevnouç aijçcro;n de; tevloç uJpomeivnan-
taç: oJ me;n ga;r aujtw'n çu;n aijçcuvnh/ th'ç çumbolh'ç

43
Galerio si ritirò dopo aver tentato inutilmente di espugnare Roma.
LIBRO PRIMO 117

arti malefiche e dei magici sortilegi approntati dal tiran-


no, cercava l’aiuto di una divinità, poiché da un lato giu-
dicava di secondaria importanza gli eserciti il numero dei
soldati (riteneva che nulla potessero in assenza del soc-
corso divino), e dall’altro sosteneva che l’aiuto che viene
da Dio fosse insuperabile e invincibile. XXVII, 2 Riflet-
teva così a quale dio dovesse rivolgersi e mentre si in-
terrogava formulò questa considerazione: tra i tanti che
in passato avevano detenuto il potere imperiale tutti
avevano riposto le loro speranze in una moltitudine di
dei, venerandoli con libagioni, sacrifici e offerte votive,
e, lasciatisi prima ingannare dagli oracoli di indovini
compiacenti che preannunciavano loro eventi fortunati,
trovarono poi una fine non certo felice, né alcuno degli
dei li assistette benevolmente affinché non fossero tra-
volti dalle sciagure inviate dal cielo; solo suo padre in-
vece, che si era rivolto in una direzione opposta alla loro
e aveva condannato il loro errore, aveva trovato nel Dio
universale, che aveva onorato per tutta la vita, il salva-
tore e custode dell’impero e colui che elargisce ogni be-
ne. XXVII, 3 Dunque, meditava tra sé e sé e valutava
attentamente il fatto che coloro i quali avevano confida-
to in un gran numero di dei erano incorsi in una quan-
tità di sciagure, al punto che, tra gli uomini, non era ri-
masta traccia né della loro famiglia né della loro stirpe,
né delle loro radici e neppure il nome né il loro ricordo
e che invece il Dio paterno aveva dato a suo padre mol-
tissime ed evidenti prove della propria potenza. Consi-
derava altresì che quanti prima di lui avevano dichiara-
to guerra al tiranno, benché avessero combattuto con il
favore di tanti dei, avevano comunque ottenuto un ri-
sultato vergognoso: uno di loro si era ritirato ignominio-
samente, senza aver nemmeno affrontato lo scontro,43
118 LOGOÇ A

a[praktoç ajnecwvrei, oJ de; kai; mevçoiç aujtoi'ç toi'ç çtra-


teuvmaçi kataçfagei;ç pavrergon ejgevneto qanavtou:
tau'tΔ ou\n pavnta çunagagw;n th'/ dianoiva,/ to; me;n peri;
tou;ç mhqe;n o[ntaç qeou;ç mataiavzein kai; meta; toçou'-
ton e[legcon ajpoplana'çqai mwrivaç e[rgon uJpelavmbane,
to;n de; patrw'o/ n tima'n movnon w[e/ to dei'n qeovn.
XXVIII, 1 ΔAnekalei'to dh'ta ejn eujcai'ç tou'ton, ajn-
tibolw'n kai; potniwvmenoç fh'nai aujtw'/ eJauto;n o{çtiç
ei[h kai; th;n eJautou' dexia;n cei'ra toi'ç prokeimevnoiç ej-
porevxai. eujcomevnw/ de; tau'ta kai; liparw'ç iJketeuvonti
tw'/ baçilei' qeoçhmeiva tiç ejpifaivnetai paradoxotavth,
h}n tavca me;n a[llou levgontoç ouj rJad/v ion h\n ajpodevxaç-
qai, aujtou' de; tou' nikhtou' baçilevwç toi'ç th;n grafh;n
dihgoumevnoiç hJmi'n makroi'ç u{çteron crovnoiç, o{te hjxiwv-
qhmen th'ç aujtou' gnwvçewvç te kai; oJmilivaç, ejxaggeiv-
lantoç o{rkoiç te piçtwçamevnou to;n lovgon, tivç a]n ajm-
fibavloi mh; oujci; piçteu'çai tw'/ dihghvmati… mavliçqΔ o{te
kai; oJ meta; tau'ta crovnoç ajlhqh' tw'/ lovgw/ parevçce
th;n marturivan. XXVIII, 2 ajmfi; meçhmbrina;ç hJlivou
w{raç, h[dh th'ç hJmevraç ajpoklinouvçhç, aujtoi'ç ojfqal-
moi'ç ijdei'n e[fh ejn aujtw'/ oujranw'/ uJperkeivmenon tou' hJ-
livou çtaurou' trovpaion ejk fwto;ç çuniçtavmenon,

44
Severo era stato inviato a Roma da Galerio per eliminare l’usur-
patore Massenzio, ma fu abbandonato dalle truppe, costituite in gran
parte da uomini che avevano servito Massimiano e che erano fedeli a
Massenzio. Si ritirò quindi a Ravenna dove si consegnò all’anziano
Massimiano, che era da poco rientrato nel gioco politico e che lo con-
dusse prigioniero a Roma per usarlo come ostaggio contro Galerio.
Venne ucciso a Roma nel 307, quando Galerio tentò a sua volta di in-
vadere l’Italia.
45
L’episodio della visione della croce alla vigilia della battaglia del
ponte Milvio è sicuramente il passo più celebre della Vita di Costanti-
no, ma la sua autenticità è stata più volte messa in dubbio. Nella Storia
Ecclesiastica, composta più di vent’anni prima, Eusebio non fa men-
zione della visione della croce ed esiste solo un’altra fonte (Lattanzio,
LIBRO PRIMO 119

l’altro44 trovò la morte trucidato in mezzo alle sue stesse


milizie. Dunque, ponderando nei suoi pensieri tutti que-
sti elementi, Costantino comprese quanto fosse folle va-
gheggiare dei inesistenti e persistere nell’errore anche
dopo tali prove, e si convinse che fosse necessario vene-
rare solo il Dio di suo padre.
XXVIII, 1 Così prese a invocarlo nelle preghiere,
chiamandolo in soccorso e supplicandolo di rivelargli
chi egli fosse e di porgergli la sua destra ad assisterlo in
questa situazione. E mentre l’imperatore formulava
queste invocazioni e pregava con fervore, gli si palesò
un segno divino assolutamente straordinario, tale che
non ci si crederebbe facilmente qualora fosse stato rac-
contato da altri, ma fu lo stesso imperatore vittorioso,
tempo dopo, a riferire l’episodio, confermandolo con
giuramenti, proprio a noi che siamo gli estensori di que-
sta opera quando fummo onorati della sua amicizia e
confidenza, sicché, chi potrebbe diffidare al punto di
non prestar fede al racconto?45 Tanto più che anche gli
eventi successivi testimoniarono la fondatezza di quelle
dichiarazioni. XXVIII, 2 Intorno all’ora meridiana,
quando il giorno comincia a declinare, riferì di aver vi-
sto con i propri occhi in mezzo al cielo un trofeo lumi-
noso a forma di croce che sovrastava il sole, e accanto a

De mortibus persecutorum, XLIV, 4-6) che ricorda una vicenda analo-


ga, riferendo che l’imperatore avrebbe visto in sogno il monogramma
di Cristo e lo avrebbe fatto incidere sugli scudi dei soldati. Tale notizia
potrebbe essere a sua volta la rielaborazione cristiana di un panegiri-
co ufficiale pagano in cui viene descritta l’apparizione di Apollo a Co-
stantino (Panegyrici Latini, VI, 21, 3-7), e secondo alcuni studiosi si
potrebbe pertanto trattare di un’interpolazione assai posteriore ad
Eusebio, ma la maggior parte della critica lo esclude decisamente.
L’assenza della visione della croce nel racconto della Storia Ecclesia-
stica è peraltro coerente con quanto Eusebio stesso dichiara in questo
stesso passo, ossia che l’episodio gli fu riferito molto tempo dopo dal-
l’imperatore in persona.
120 LOGOÇ A

grafhvn te aujtw'/ çunh'fqai levgouçan: touvtw/ nivka. qavm-


boç dΔ ejpi; tw'/ qeavmati krath'çai aujtovn te kai; to; çtra-
tiwtiko;n a{pan, o} dh; çtellomevnw/ poi poreivan çuneivpetov
te kai; qewro;n ejgivneto tou' qauvmatoç. XXIX kai; dh;
diaporei'n pro;ç eJauto;n e[lege, tiv pote ei[h to; favçma.
ejnqumoumevnw/ dΔ aujtw'/ kai; ejpi; polu; logizomevnw/ nu;x
ejphve/ i katalabou'ça. e[nqa dh; uJpnou'nti aujtw'/ to;n Criç-
to;n tou' qeou' çu;n tw'/ fanevnti katΔ oujrano;n çhmeivw/ ojf-
qh'naiv te kai; parakeleuvçaçqai, mivmhma poihçavmenon
tou' katΔ oujrano;n ojfqevntoç çhmeivou touvtw/ pro;ç ta;ç
tw'n polemivwn çumbola;ç ajlexhvmati crh'çqai. XXX a{ma
dΔ hJmevra/ dianaçta;ç toi'ç fivloiç ejxhgovreue to; ajpovrrh-
ton. ka[peita cruçou' kai; livqwn polutelw'n dhmiour-
gou;ç çugkalevçaç mevçoç aujto;ç kaqizavnei kai; tou' çh-
meivou th;n eijkovna fravzei, ajpomimei'çqaiv te aujth;n
cruçw'/ kai; polutelevçi livqoiç diekeleuveto. o} dh; kai; hJ-
ma'ç ojfqalmoi'ç pote paralabei'n aujto;ç baçileuvç, qeou'
kai; tou'to cariçamevnou, hjxivwçen.
XXXI, 1 «Hn de; toiw'/de çchvmati kateçkeuaçmevnon.
uJyhlo;n dovru cruçw'/ kathmfieçmevnon kevraç ei\cen ejgkav-
rçion çtaurou' çchvmati pepoihmevnon, a[nw de; pro;ç
a[krw/ tou' panto;ç çtevfanoç ejk livqwn polutelw'n kai;
cruçou' çumpeplegmevnoç kateçthvrikto, kaqΔ ou| th'ç
çwthrivou ejphgorivaç to; çuvmbolon duvo çtoicei'a to; Criç-
tou' paradhlou'nta o[noma dia; tw'n prwvtwn uJpeçhvmainon
carakthvrwn, ciazomevnou tou' rJw' kata; to; meçaivtaton:
a} dh; kai; kata; tou' kravnouç fevrein ei[wqe kajn toi'ç me-
ta; tau'ta crovnoiç oJ baçileuvç. XXXI, 2 tou' de; plagivou
kevrwç tou' kata; to; dovru peparmevnou ojqovnh tiç ejkk-

46
Il labaro con il monogramma chi-rho, qui descritto, è quello che
Eusebio afferma di aver visto “tempo dopo” (cfr. supra, cap. 30) ed è
probabile che il suo aspetto non corrisponda a quello del labaro origi-
nario che l’imperatore avrebbe avuto con sé nella battaglia del ponte
Milvio. È da notare, inoltre, che il sogno in cui Cristo ordina all’impe-
LIBRO PRIMO 121

esso una scritta che diceva: “vinci con questo!”. Di fronte


a quello spettacolo uno sbigottimento generale pervase
l’imperatore e tutto l’esercito, che l’aveva seguito nei suoi
spostamenti e fu spettatore del prodigio. XXIX Egli rac-
contava poi che si trovò nell’incertezza su cosa mai po-
tesse significare quella apparizione. E mentre rifletteva
e ponderava a lungo ciò che era avvenuto, calò rapida-
mente la notte. Allora in sogno gli si mostrò Cristo, fi-
glio di Dio con il segno che era apparso nel cielo e gli
ordinò di costruire un oggetto a immagine del simbolo
che si era palesato in cielo e di servirsene come prote-
zione nei combattimenti contro i nemici. XXX Appena
fu giorno, si alzò e svelò l’arcano agli amici. Poi, convo-
cati alcuni orefici e artigiani delle gemme, si mise a se-
dere in mezzo a loro, descrisse l’aspetto del segno e or-
dinò di riprodurlo in oro e pietre preziose. Un giorno
l’imperatore in persona, anche perché così piacque a
Dio, ci fece la concessione di porre questo oggetto sotto
i nostri stessi occhi.
XXXI, 1 Esso si presentava in questa forma:46 era una
lunga asta rivestita d’oro con un braccio trasversale che
formava una croce; in alto, sulla sommità di tutto l’insie-
me, era fissata una corona intrecciata di pietre preziose
e d’oro, sulla quale due lettere, che indicavano il nome
di Cristo attraverso i due primi caratteri, alludevano al
titolo del Salvatore, un rho che si intersecava esattamen-
te nel mezzo di un chi; in seguito l’imperatore prese l’a-
bitudine di portare queste due lettere incise sull’elmo.
XXXI, 2 Sul braccio trasversale che stava confitto nel-
l’asta, era appeso un tessuto: un drappo regale ricoperto

ratore di far riprodurre l’emblema che gli era apparso, ripropone im-
plicitamente il paragone tra Costantino e Mosè: in modo analogo in-
fatti (Esodo, 25-7; 36-9) Dio mostrò al suo profeta un modello dell’ar-
ca dell’alleanza perché ne ricreasse una copia (cfr. A. Cameron, Euse-
bius Life of Constantine, Oxford 1999, p. 209).
122 LOGOÇ A

remh;ç ajph/wvrhto, baçiliko;n u{façma poikiliva/ çunhm-


mevnwn polutelw'n livqwn fwto;ç aujgai'ç ejxaçtrap-
tovntwn kaluptovmenon çu;n pollw'/ te kaqufaçmevnon
cruçw'/, ajdihvghtovn ti crh'ma toi'ç oJrw'çi parevcon tou'
kavllouç. tou'to me;n ou\n to; fa'roç tou' kevrwç ejxhmmev-
non çuvmmetron mhvkouç te kai; plavtouç perigrafh;n aj-
pelavmbane: to; dΔ o[rqion dovru, th'ç kavtw ajrch'ç ejpi;
polu; mhkunovmenon a[nw metevwron, uJpo; tw'/ tou' çtau-
rou' tropaivw/ pro;ç aujtoi'ç a[kroiç tou' ¢diagrafevntoçÜ
uJfavçmatoç th;n tou' qeofilou'ç baçilevwç eijkovna
cruçh'n mevcri çtevrnwn tw'n tΔ aujtou' paivdwn oJmoivwç
e[fere. XXXI, 3 touvtw/ me;n ou\n tw'/ çwthrivw/ çhmeivw/
pavçhç ajntikeimevnhç kai; polemivaç dunavmewç ajmunth-
rivw/ dia; panto;ç ejcrh'to baçileuvç, tw'n te çtrato-
pevdwn aJpavntwn hJgei'çqai ta; touvtou oJmoiwvmata proçev-
tatten. XXXII, 1 ΔAlla; tau'ta çmikro;n u{çteron. ka-
ta; de; to;n dhlwqevnta crovnon th;n paravdoxon kata-
plagei;ç o[yin, oujdΔ e{teron qeo;n h] to;n ojfqevnta doki-
mavçaç çevbein, tou;ç tw'n aujtou' lovgwn muvçtaç ajneka-
lei'to, kai; tivç ei[h qeo;ç ¢ou|toçÜ hjrwvta tivç te oJ th'ç
ojfqeivçhç o[yewç tou' çhmeivou lovgoç. XXXII, 2 oiJ de;
to;n me;n ei\nai qeo;n e[façan qeou' tou' eJno;ç kai; movnou
monogenh' pai'da, to; de; çhmei'on to; fane;n çuvmbolon
me;n ajqanaçivaç ei\nai, trovpaion dΔ uJpavrcein th'ç kata;
tou' qanavtou nivkhç, h}n ejpoihvçatov pote parelqw;n ejpi;
gh'ç, ejdivdaçkovn te ta;ç th'ç parovdou aijtivaç, to;n ajk-
ribh' lovgon aujtw'/ th'ç katΔ ajnqrwvpouç oijkonomivaç uJ-
potiqevmenoi. XXXII, 3 oJ de; kai; touvtoiç me;n ejmaqh-
teuveto toi'ç lovgoiç, qau'ma dΔ ei\ce th'ç ojfqalmoi'ç
aujtw'/ paradoqeivçhç qeofaneivaç, çumbavllwn te th;n ouj-
ravnion o[yin th'/ tw'n legomevnwn eJrmhneiva/ th;n diavnoian
ejçthrivzeto, qeodivdakton aujtw'/ th;n touvtwn gnw'çin pa-

47
Eusebio non specifica il numero dei figli rappresentati sotto il ri-
tratto dell’imperatore, pertanto non è possibile stabilire se si riferisca
a una versione del labaro anteriore o posteriore al 326, anno in cui Co-
LIBRO PRIMO 123

di una varietà di pietre preziose saldate insieme che


emanavano bagliori di luce, riccamente intessuto d’oro,
che offriva agli sguardi uno spettacolo di indicibile bel-
lezza. Questo stendardo fissato al braccio trasversale
aveva uguale misura in lunghezza e in altezza; l’asta ver-
ticale, che dall’estremità inferiore si estendeva di molto
verso l’alto, recava sotto il trofeo della croce, nella parte
superiore del drappo decorato, il ritratto del busto del-
l’imperatore caro a Dio, riprodotto in oro accanto a
quelli dei suoi figli.47 XXXI, 3 L’imperatore fece sem-
pre ricorso a questo segno salvifico come baluardo con-
tro ogni forza avversa e nemica e ordinò che copie di es-
so fossero messe alla testa di tutti i suoi eserciti.
XXXII, 1 Ciò tuttavia avvenne un poco più tardi.
Nelle circostanze ora descritte, colpito dalla visione pro-
digiosa e determinato a non venerare altro Dio all’in-
fuori di quello che aveva visto, convocò i sacerdoti ini-
ziati alla parola divina e domandò loro chi fosse questo
Dio e cosa significasse il segno che gli era apparso nella
visione. XXXII, 2 Costoro risposero che si trattava del
Dio, figlio unigenito dell’unico e solo Dio, che il segno
apparso era il simbolo dell’immortalità e che rappresen-
tava il trofeo della vittoria sulla morte che Cristo aveva
riportato quando era giunto sulla terra; gli svelarono an-
che le ragioni della sua venuta, aggiungendo una spiega-
zione accurata riguardo l’incarnazione. XXXII, 3 L’im-
peratore si istruiva su queste dottrine e continuava a
provare meraviglia per l’apparizione divina che si era
offerta ai suoi occhi; mettendo a confronto la visione ce-
leste con le delucidazioni che gli erano state fornite, si
rafforzò nelle sue convinzioni, persuaso che la cono-
scenza di questi argomenti gli giungesse direttamente

stantino condannò a morte il figlio Crispo e il suo nome fu oggetto di


damnatio memoriae.
124 LOGOÇ A

rei'nai peiqovmenoç. kai; aujto;ç dΔ h[dh toi'ç ejnqevoiç aj-


nagnwvçmaçi proçevcein hjxivou. kai; dh; tou;ç tou' qeou'
iJerevaç parevdrouç auJtw'/ poihçavmenoç to;n ojfqevnta qeo;n
pavçaiç dei'n w[/eto qerapeivaiç tima'n. ka[peita fraxav-
menoç tai'ç eijç aujto;n ajgaqai'ç ejlpivçin wJrma'to loipo;n
tou' turannikou' puro;ç th;n ajpeilh;n kataçbevçwn.
XXXIII, 1 Kai; ga;r dh; polu;ç h\n oJ tauvth/ proar-
pavçaç th;n baçileuvouçan povlin duççebeivaiç kai; aj-
noçiourgivaiç ejgceirw'n, wJç mhde;n tovlmhma parelqei'n
miara'ç kai; ajkaqavrtou pravxewç. diazeugnuvç gev toi
tw'n ajndrw'n ta;ç kata; novmon gametavç, aujtai'ç ejnu-
brivzwn aijçcrotavtwç toi'ç ajndravçin ajpevpempe, kai;
tau'tΔ oujk ajçhvmoiç oujdΔ ajfanevçin, ajllΔ aujtoi'ç ejmpa-
roinw'n toi'ç ta; prwtei'a th'ç ÔRwmaivwn çugklhvtou
boulh'ç katevcouçi. murivaiç me;n ou\n ejleuqevraiç gu-
naixi;n ejnubrivzwn aijçcrw'ç, oujk ei\cen o{pwç ejmplhvçeie
th;n ajkrath' kai; ajkovlaçton aujtou' yuchvn. XXXIII, 2
wJç de; kai; Criçtianai'ç ejneceivrei, økai;Ø oujkevqΔ oi|oçv tΔ
h\n eujporivan ¢tai'ç moiceivaiçÜ ejpinoei'n. qa'tton gou'n
th;n yuch;n qanatw'çai h] to; çw'ma aujtw'/ parecwvroun ej-
pi; fqora;n au|tai. XXXIV miva gou'n tiç tw'n aujtovqi
çugklhtikw'n ajndrw'n th;n e[parcon diepovntwn ejxouçivan,
wJç ejpiçtavntaç tw'/ oi[kw/ tou;ç ta; toiau'ta tw'/ turavnnw/
diakonoumevnouç ejpuvqeto (Criçtianh; dΔ h\n), tovn tΔ
a[ndra to;n auJth'ç e[gnw devouç e{neka labovntaç ajpavgein
aujth;n keleu'çai, bracu;n uJpoparaithçamevnh crovnon, wJç
a]n tou' çwvmatoç to;n çunhvqh peribavloito kovçmon,
ei[çeiçin ejpi; tou' tameivou kai; monwqei'ça xivfoç kata;
tou' çtevrnou phvgnuçi, qanou'çav te paracrh'ma to;n me;n
nekro;n toi'ç proagwgoi'ç kataleivpei, e[rgoiç dΔ aJpavçhç
gegwnotevroiç fwnh'ç, o{ti movnon crh'ma ajhvtthtovn te

48
Scil. Massenzio, che non fu un efferato persecutore quale è de-
scritto nei passi che seguono. In realtà la sua politica religiosa fu, fin
dall’inizio, piuttosto tollerante nei confronti dei cristiani, anche se fu
LIBRO PRIMO 125

da Dio. Così ritenne opportuno accostarsi alla lettura


dei testi sacri. Prese come suoi consiglieri i sacerdoti di
Dio e stabilì che si dovesse onorare con il più grande ri-
spetto la divinità che gli si era mostrata. E in seguito,
forte delle buone speranze che riponeva in Dio, si volse
a spegnere l’incendio minaccioso della tirannide.
XXXIII, 1 Infatti colui che aveva ormai preso posses-
so della città imperiale aveva dato inizio a imprese em-
pie e scellerate al punto di avere l’ardire non astenersi
da alcuna azione abominevole e turpe.48 Separava le
spose legittime dai mariti, e, dopo averle oltraggiate nel
modo più vergognoso, le rimandava indietro ai consorti, e
non infliggeva ciò a personaggi oscuri o di modeste con-
dizioni, ma offendeva addirittura i cittadini che occupa-
vano i gradi più alti del senato di Roma. Pur oltraggian-
do in modo vergognoso una gran numero di donne libe-
re, non trovava modo di saziare la sua indole intempe-
rante e dissoluta. XXXIII, 2 Però quando prese a insi-
diare le donne cristiane, non riuscì più a trovare facile
accesso agli adulteri. Esse infatti piuttosto che cedergli
il corpo alla corruzione preferirono affrontare la morte.
XXXIV Una di loro, per esempio, moglie di uno dei se-
natori del luogo che ricopriva la carica di prefetto, come
venne a sapere che nella sua casa erano sopraggiunti uo-
mini che si occupavano di tali faccende per conto del ti-
ranno (era cristiana) e realizzò che il marito, per il ter-
rore, acconsentiva che la prendessero e la portassero
via, con la scusa di aver bisogno di un breve lasso di tem-
po per rivestirsi degli ornamenti consueti, entrò nella
sua stanza e, rimasta sola, si confisse una spada nel pet-
to, morì all’istante e lasciò ai mezzani il cadavere e con
fatti più evidenti di qualsiasi parola rivelò a tutti gli uo-

solo nel 311 che si risolse a decretare che, nei territori sottoposti alla
sua autorità, le proprietà dei cristiani confiscate in seguito agli editti
del 303-304 fossero restituite.
126 LOGOÇ A

kai; ajnwvleqron hJ bowmevnh para; Criçtianoi'ç çw-


froçuvnh pevfuken, eijç pavntaç ajnqrwvpouç touvç te nu'n
o[ntaç kai; tou;ç metevpeita genhçomevnouç ejxevfhnen.
au{th me;n ou\n toiauvth tiç w[fqh:
XXXV, 1 To;n de; toi'ç toiouvtoiç ejpitolmw'nta pavn-
teç uJpepthcovteç, dh'moi kai; a[rconteç, e[ndoxoiv te kai;
a[doxoi, deinh'/ katetruvconto turannivdi, kai; oujdΔ hjre-
mouvntwn kai; th;n pikra;n ferovntwn douleivan ajpallaghv
tiç o{mwç h\n th'ç tou' turavnnou fonwvçhç wjmovthtoç. ej-
pi; çmikra'/ gou'n h[dh pote; profavçei to;n dh'mon eijç fov-
non toi'ç ajmfΔ aujto;n dorufovroiç ejxedivdou, kai; ejkteiv-
neto muriva plhvqh tou' dhvmou ÔRwmaivwn ejpΔ aujtou'
mevçou tou' a[çteoç ouj Çkuqw'n oujde; barbavrwn ajllΔ
aujtw'n tw'n oijkeivwn dovraçi kai; panoplivaiç. XXXV, 2
çugklhtikw'n ge mh;n fovnoç o{çoç diΔ ejpiboulh;n ejnhr-
gei'to th'ç eJkavçtou periouçivaç, oujdΔ ejxariqmhvçaçqai
dunatovn, a[llote a[llaiç peplaçmevnaiç aijtivaiç murivwn
ajnairoumevnwn.
XXXVI, 1 ÔH de; tw'n kakw'n tw'/ turavnnw/ korwni;ç ejpi;
gohteivan h[laune, magikai'ç ejpinoivaiç tote; me;n gunai'kaç
ejgkuvmonaç ajnaçcivzontoç, tote; de; neognw'n çplavgcna
brefw'n diereunwmevnou levontavç te kataçfavttontoç kaiv
tinaç ajrrhtopoiivaç ejpi; daimovnwn proklhvçeiç kai; ajpo-
tropiaçmo;n tou' polevmou çuniçtamevnou: dia; touvtwn ga;r
th'ç nivkhç krathvçein h[lpizen. XXXVI, 2 ou{tw me;n ou\n
ejpi; ÔRwvmhç turannw'n oujdΔ e[çtin eijpei'n oi|a drw'n tou;ç
uJphkovouç katedoulou'to, w{çtΔ h[dh tw'n ajnagkaivwn

49
Questo episodio, che è una rielaborazione del racconto leggen-
dario di Lucrezia, si ritrova nella Storia Ecclesiastica (VIII, 14, 17) do-
ve non si riferisce alla moglie di un senatore ma di un prefetto, proba-
bilmente Giunio Flaviano, che si dimise dalla carica nel 312, presumi-
bilmente in seguito alla morte della moglie.
50
In età gustinianea i dorifori (lancieri) erano ufficiali che faceva-
no parte dei buccellarii, ossia soldati privati che i generali assoldavano
come scorta e che comunque erano tenuti a prestare giuramento di fe-
deltà all’imperatore (cfr. Ravegnani, Soldati di Bisanzio, Venezia 1988,
LIBRO PRIMO 127

mini del suo tempo e alle generazioni successive che la


celebrata virtù della pudicizia solo tra i cristiani è un va-
lore invincibile e indistruttibile. Quella donna dunque si
mostrò capace di tanto.49
XXXV, 1 Tutti erano terrorizzati nel vedere che co-
stui osava commettere azioni simili, il popolo e i magi-
strati, i notabili e la gente comune, erano logorati da
quella tremenda tirannide e neppure sopportando quie-
tamente quella dura schiavitù potevano sottrarsi alla
crudeltà sanguinaria del tiranno. Una volta Massenzio
con un pretesto da nulla consegnò il popolo ai suoi do-
rifori50 perché ne facessero strage, e molte migliaia di
cittadini romani furono uccisi proprio nel mezzo della
città, con lance e armi non di Sciti o di barbari ma dei
loro stessi compatrioti. XXXV, 2 Ed è impossibile, del
resto, calcolare quanti senatori vennero uccisi con il de-
liberato proposito di impadronirsi del loro patrimonio,
infatti furono migliaia ad essere tolti di mezzo con le più
svariate accuse costruite ad arte.51
XXXVI, 1 Il tiranno raggiunse il colmo della nefan-
dezza dedicandosi perfino alla stregoneria: arrivava an-
che a sventrare donne incinte per le sue magiche trame, o
a scrutare i visceri di bambini appena nati, a squartare
leoni e a commettere altre infamie per evocare i demoni
e per scongiurare la minaccia della guerra: sperava infatti
di ottenere la vittoria con queste pratiche. XXXVI, 2 In
tal modo esercitava il suo potere tirannico su Roma e non
si può descrivere con quali azioni schiavizzasse i suoi sud-
diti, al punto di ridurli in una condizione di estrema pe-

p. 14). Nella Vita di Costantino il termine “doriforo” si riferisce in ge-


nere alle guardie personali dell’imperatore.
51
Benché Massenzio non fosse popolare nel ceto senatorio, es-
senzialmente per via della sua esosa politica fiscale, sembra tuttavia
assai improbabile che abbia potuto eliminare fisicamente “migliaia”
di senatori.
128 LOGOÇ A

trofw'n ejn ejçcavth/ çpavnei kai; ajporiva/ kataçth'nai, o{çhn


ejpi; ÔRwvmhç oujdΔ a[llotev pote oiJ kaqΔ hJma'ç genevçqai
mnhmoneuvouçin.
XXXVII, 1 ΔAlla; ga;r touvtwn aJpavntwn oi\kton ajna-
labw;n Kwnçtanti'noç pavçaiç paraçkeuai'ç wJplivzeto ka-
ta; th'ç turannivdoç. proçthçavmenoç dh'ta eJautou' qeo;n
to;n ejpi; pavntwn çwth'rav te kai; bohqo;n ajnakaleçavme-
noç to;n Criçtovn, aujtou' ¢te to;Ü nikhtiko;n trovpaion to;
dh; çwthvrion çhmei'on tw'n ajmfΔ aujto;n oJplitw'n te kai;
dorufovrwn protavxaç hJgei'to pançtratia',/ ÔRwmaivoiç ta;
th'ç ejk progovnwn ejleuqerivaç promnwvmenoç. XXXVII, 2
Maxentivou dh'ta ma'llon tai'ç kata; gohteivan mhcanai'ç
h] th'/ tw'n uJphkovwn ejpiqarrou'ntoç eujnoiva,/ proelqei'n dΔ
oujdΔ o{çon pulw'n tou' a[çteoç ejpitolmw'ntoç, oJplitw'n dΔ
ajnarivqmw/ plhvqei kai; çtratopevdwn lovcoiç murivoiç pavn-
ta tovpon kai; cwvran kai; povlin o{çh tiç uJpΔ aujtw'/ de-
douvlwto fraxamevnou, oJ th'ç ejk qeou' çummacivaç ajnhm-
mevnoç baçileu;ç ejpiw;n prwvth/ kai; deutevra/ kai; trivth/
tou' turavnnou paratavxei eu\ mavla te pavçaç ejx aujth'ç
prwvthç oJrmh'ç ceirwçavmenoç, proveiçin ejpi; plei'çton
o{çon th'ç ΔItalw'n cwvraç.
XXXVIII, 1 “Hdh dΔ aujth'ç ÔRwvmhç a[gciçta h\n. ei\qΔ
wJç mh; tou' turavnnou cavrin ÔRwmaivoiç polemei'n ejxa-
nagkavzoito, qeo;ç aujto;ç oi|a deçmoi'ç tiçi to;n tuvran-
non porrwtavtw pulw'n ejxevlkei, kai; ta; pavlai dh; katΔ
ajçebw'n wJç ejn muvqou lovgw/ para; toi'ç pleivçtoiç ajpiç-
touvmena, piçtav ge mh;n piçtoi'ç iJerai'ç bivbloiç ejçthli-
teumevna, aujtai'ç ejnergeivaiç a{paçin aJplw'ç eijpei'n piç-
toi'ç a{ma kai; ajpivçtoiç ojfqalmoi'ç ta; paravdoxa qew-

52
Le fonti sono concordi nel riferire che i militari messi in campo
da Massenzio erano in netta superiorità numerica. Zosimo (II, 15)
parla di 90.000 fanti e 8.000 cavalieri per Costantino e di 170.000 fanti
e 18.000 cavalieri per Massenzio.
53
Si tratta delle vittorie di Susa, Torino e Verona.
54
La battaglia (312) si svolse in campo aperto, sulla riva destra del
LIBRO PRIMO 129

nuria e mancanza di generi di prima necessità, quale la


nostra generazione non rammenta si sia mai verificata in
Roma in nessun’altra occasione.
XXXVII, 1 Costantino, preso da pietà per quelle di-
sgrazie, fatti tutti i preparativi, si armò contro la tiranni-
de. Così, posto a propria difesa il Dio di tutto l’universo
e invocato Cristo come salvatore e soccorso, mise alla
testa dei soldati e dei dorifori che lo circondavano il se-
gno salvifico, ossia il trofeo che conduce alla vittoria, e
prese il comando di tutto l’esercito, spinto dalla volontà
di restituire ai Romani la libertà dei loro antenati.
XXXVII, 2 Massenzio, che riponeva maggiore fiducia
nelle pratiche magiche che nella devozione dei sudditi,
non osando uscire, nemmeno di poco, dalle porte della
città, aveva munito ogni luogo, ogni paese e ogni città a
lui asservita di un’immensa moltitudine di soldati e di un
gran numero di pattuglie in armi.52 Ma l’imperatore, che
poteva contare sull’alleanza con Dio, avanzando contro
il primo schieramento del tiranno, e poi contro il secon-
do e contro il terzo,53 fin dal primo assalto, li debellò tut-
ti e avanzò ancora oltre in terra italica.
XXXVIII, 1 Costantino si trovava ormai vicinissimo
a Roma. Allora, per evitare che fosse costretto a com-
battere contro i Romani a causa del tiranno, Dio stesso
trascinò Massenzio assai lontano dalle porte della città,
come con delle catene,54 e rese credibili agli occhi di tut-
ti coloro che osservavano questi eventi straordinari, sia
fedeli sia infedeli, quei miracoli che anticamente aveva
operato contro gli empi, e che dai più non furono consi-
derati plausibili ma solo racconti leggendari, nonostan-
te, per quanti hanno fede, siano riportati come veri nei

Tevere, in corrispondenza della via Flaminia, presso il Ponte Milvio,


secondo la maggioranza delle fonti, e si concluse con la vittoria di Co-
stantino. Massenzio morì annegato.
130 LOGOÇ A

mevnoiç ejpiçtwvçato. XXXVIII, 2 w{çper gou'n ejpΔ auj-


tou' pote Mwu>çevwç tou' te qeoçebou'ç ÔEbraivwn gevnouç
ÃÃa{rmata Faraw; kai; th;n duvnamin aujtou' e[rriyen eijç
qavlaççan kai; ejpilevktouç ajnabavtaç triçtavtaç kate-
povntiçen ejn ejruqra'/ãã, kata; ta; aujta; dh; kai; Maxevn-
tioç oi{ tΔ ajmfΔ aujto;n oJpli'tai kai; dorufovroi ÃÃe[duçan
eijç buqo;n wJçei; livqoçãã, oJphnivka nw'ta dou;ç th'/ ejk qeou'
meta; Kwnçtantivnou dunavmei to;n pro; th'ç poreivaç
dihve/ i potamovn, o}n aujto;ç çkavfeçi zeuvxaç kai; eu\ mavla
gefurwvçaç mhcanh;n ojlevqrou kaqΔ eJautou' çunephvxato,
w|dev ph/ eJlei'n to;n tw'/ qew'/ fivlon ejlpivçaç. XXXVIII,
3 ajlla; tw'/de me;n dexio;ç parh'n oJ aujtou' qeovç, oJ dΔ
a[ra ta;ç krufivouç mhcana;ç kaqΔ eJautou' deivlaioç çu-
nivçth. ejfΔ w|/ kai; h\n eijpei'n, wJç a[ra ÃÃlavkkon w[ruxe
kai; ajnevçkayen aujto;n kai; ejmpeçei'tai eijç bovqron o}n
eijrgavçato. ejpiçtrevyei oJ povnoç aujtou' eijç kefalh;n
aujtou', kai; ejpi; korufh;n aujtou' hJ ajdikiva aujtou' ka-
tabhvçetai.ãã XXXVIII, 4 ou{tw dh'ta qeou' neuvmati
tw'n ejpi; tou' zeuvgmatoç mhcanw'n tou' tΔ ejn aujtoi'ç
ejgkruvmmatoç ouj kata; kairo;n to;n ejlpiçqevnta ãdiar-
rueiçw'nà uJfizavnei me;n hJ diavbaçiç, cwrei' dΔ ajqrovwç
au[tandra kata; tou' buqou' ta; çkavfh, kai; aujtovç ge
prw'toç oJ deivlaioç, ei\ta de; kai; oiJ ajmfΔ aujto;n uJpaç-
piçtaiv te kai; dorufovroi, h|/ ta; qei'a proanefwvnei lov-
gia, ÃÃe[duçan wJçei; movlibdoç ejn u{dati çfodrw'/.ãã
XXXVIII, 5 w{çtΔ eijkovtwç a]n eij kai; mh; lovgoiç,
e[rgoiç dΔ ou\n oJmoivwç toi'ç ajmfi; to;n mevgan qeravpon-
ta Mwu>çeva tou;ç para; qeou' th;n nivkhn ajramevnouç auj-
ta; dh; ta; kata; tou' pavlai duççebou'ç turavnnou w|dev

55
Esodo, 15, 4.
56
Esodo, 15, 5b.
57
Anche Zosimo (II, 16. 2) parla di uno stratagemma di Massenzio
per liberarsi del rivale e menziona un ponte, ma non di barche, co-
LIBRO PRIMO 131

libri sacri. XXXVIII, 2 Così come al tempo di Mosè e


del devoto popolo ebraico «fece sprofondare in mare i
carri da guerra e l’esercito del faraone e sommerse nel
mar Rosso i primi tra i suoi cavalieri scelti»,55 nello stes-
so modo anche Massenzio, i suoi soldati e i suoi dorifori
«si inabissarono nel fondo del mare come pietre»:56
quando, girate le spalle alla forza divina che affiancava
Costantino, attraversò il fiume che si trovava sulla sua
strada, le cui rive aveva egli stesso congiunto con imbar-
cazioni, così da formare un ponte,57 in realtà si costruì
da sé lo strumento della sua stessa rovina, benché aves-
se sperato di distruggere proprio in questo modo l’im-
peratore caro a Dio. XXXVIII, 3 Ma Costantino aveva
dalla sua parte il favore del suo Dio, mentre l’altro, scia-
gurato, creò occulti marchingegni contro la propria stes-
sa persona. Di lui si potrebbe anche dire «scavò una fos-
sa e la sterrò e cadde nella buca che egli stesso aveva ap-
prontato. La sua opera gli si ritorcerà contro e i suoi tor-
ti ricadranno sul suo capo»,58 XXXVIII, 4 così a un cen-
no di Dio i macchinari sul ponte e la trappola insita in
essi cedettero in un momento che non era quello spera-
to: il passaggio sprofondò, le imbarcazioni affondarono
tutte insieme con l’intero equipaggio: per primo lui, lo
sciagurato, poi gli scudieri e i dorifori al suo seguito, pro-
prio nel modo in cui lo aveva predetto la parola divina
«si inabissarono come piombo nell’acqua impetuosa».59
XXXVIII, 5 Così si potrebbe verosimilmente affermare
che, se pure non nelle parole, certo nei fatti, coloro che
avevano ricevuto da Dio la vittoria in modo identico a
quanti furono al seguito del grande Mosè, servo di Dio,
cantarono e innalzarono gli stessi inni che risuonarono

struito appositamente perché crollasse al momento del passaggio di


Costantino.
58
Salmi, 7, 16 s.
59
Esodo, 25, 10b.
132 LOGOÇ A

pwç ajnumnei'n kai; levgein: ÃÃa[/çwmen tw'/ kurivw/, ejn-


dovxwç ga;r dedovxaçtai. i{ppon kai; ajnabavthn e[rriyen
eijç qavlaççan, bohqo;ç kai; çkepaçth;ç ejgevnetov moi eijç
çwthrivan:ãã kaiv ÃÃtivç o{moiovç çoi ejn qeoi'ç, kuvrie, tivç
o{moiovç çoi… dedoxaçmevnoç ejn aJgivoiç, qaumaçto;ç ejn-
dovxwç poiw'n tevrata.ãã
XXXIX, 1 Tau'tav te kai; o{ça touvtoiç ajdelfa; Kwn-
çtanti'noç tw'/ panhgemovni kai; th'ç nivkhç aijtivw/ kata;
kairo;n oJmoivwç tw'/ megavlw/ qeravponti e[rgoiç aujtoi'ç aj-
numnhvçaç, metΔ ejpinikivwn eijçhvlaunen eijç th;n baçileuv-
ouçan povlin. XXXIX, 2 pavnteç dΔ ajqrovwç aujto;n oi{ tΔ
ajpo; th'ç çugklhvtou boulh'ç oi{ tΔ a[llwç ejpifanei'ç kai;
diavçhmoi tw'n th'd/ e, w{çper ejx eiJrgmw'n hjleuqerwmevnoi,
çu;n panti; dhvmw/ ÔRwmaivwn faidroi'ç o[mmaçin aujtai'ç
yucai'ç metΔ eujfhmiw'n kai; ajplhvçtou cara'ç uJpedevcon-
to, oJmou' tΔ a[ndreç a{ma gunaixi; kai; paiçi; kai; oijketw'n
murivoiç plhvqeçi lutrwth;n aujto;n çwth'rav te kai; eujer-
gevthn boai'ç ajçcevtoiç ejpefwvnoun. XXXIX, 3 oJ dΔ
e[mfuton th;n eijç to;n qeo;n eujçevbeian kekthmevnoç mhvtΔ
ejpi; tai'ç boai'ç caunouvmenoç mhvtΔ ejpairovmenoç toi'ç ej-
paivnoiç, th'ç dΔ ejk qeou' çunh/çqhmevnoç bohqeivaç, eujca-
riçthvrion ajpedivdou paracrh'ma eujch;n tw'/ th'ç nivkhç
aijtivw/. XL, 1 grafh'/ te megavlh/ kai; çthvlaiç a{paçin
aj n qrwv p oiç to; çwthv r ion aj n ekhv r utte çhmei' o n, mev ç h/
th' / baçileuouv ç h/ pov l ei mev g a trov p aion touti; kata;
tw'n polemivwn ejgeivraç, diarrhvdhn de; ajnexaleivptoiç
ejgcaravxaç tuvpoiç çwthvrion touti; çhmei'on th'ç ÔRw-
maivwn ajrch'ç kai; th'ç kaqovlou baçileivaç fulakthvrion.
XL, 2 aujtivka dΔ ou\n uJyhlo;n dovru çtaurou' çchvmati uJ-
po; cei'ra ijdivaç eijkovnoç ejn ajndriavnti kateirgaçmevnhç
tw'n ejpi; ÔRwvmhç dedhmoçieumevnwn ejn tovpw/ çthvçantaç

60
Esodo, 15, 1b-2a.
61
Esodo, 15, 11.
62
Nelle acclamazioni l’imperatore era tradizionalmente chiamato
LIBRO PRIMO 133

contro l’empio tiranno di un tempo: «canteremo per Dio,


che si è trionfalmente glorificato. Ha sprofondato in mare
cavallo e cavaliere e si è fatto per me soccorritore e difen-
sore,60 per la mia salvezza»; e ancora: «chi è pari a te tra gli
dei, o Signore, chi è pari a te? Celebrato per la santità, mi-
rabile nella gloria, autore di portenti».61
XXXIX, 1 Come il grande servo di Dio, anche Co-
stantino, con le sue stesse gesta, levò questi inni e altri
simili in onore del Signore dell’universo e artefice della
vittoria, e fece ingresso nella capitale tra canti trionfali.
XXXIX, 2 Tutti insieme i senatori, e gli altri illustri e no-
bili personaggi della città, quasi fossero stati liberati da
una prigione, lo accolsero con volti lieti, insieme a tutto
il popolo romano, tra acclamazioni e con una gioia in-
contenibile che veniva dal profondo dei loro animi; allo
stesso modo uomini, donne, bambini e una sterminata
moltitudine di servi lo proclamavano liberatore,62 salva-
tore e benefattore con grida di irrefrenabile esultanza.
XXXIX, 3 L’imperatore però, che possedeva un’innata
devozione religiosa verso Dio, non si insuperbì per le ac-
clamazioni e non si inorgoglì per gli elogi, ma, consape-
vole dell’aiuto che gli era venuto da Dio, subito rivolse
una preghiera di ringraziamento al vero artefice della
vittoria. XL, 1 Poi con una grande iscrizione e con co-
lonne63 votive rese noto all’umanità intera il segno salvi-
fico, innalzando nel cuore della città imperiale un gran-
de trofeo di vittoria contro i nemici sul quale fece inci-
dere, con caratteri chiari e indelebili quel simbolo salvi-
fico, presidio dell’autorità di Roma e dell’intero impero.
XL, 2 Ordinò immediatamente che in uno dei punti più
frequentati di Roma collocassero un’alta asta a forma di

“salvatore” e “benefattore”, “liberatore” è espressione neotestamen-


taria.
63
Si tratta dell’iscrizione riportata poco oltre (I, 50).
134 LOGOÇ A

aujth;n dh; tauvthn th;n grafh;n rJhvmaçin aujtoi'ç ejgca-


ravxai th'/ ÔRwmaivwn ejgkeleuvetai fwnh'/: ÃÃTouvtw/ tw'/
çwthriwvdei çhmeivw/ tw'/ ajlhqei' ejlevgcw/ th'ç ajndreivaç th;n
povlin uJmw'n zugou' turannikou' diaçwqei'çan hjleuqevrwça:
e[ti mh;n kai; th;n çuvgklhton kai; to;n dh'mon ÔRwmaivwn th'/
ajrcaiva/ ejpifaneiva/ kai; lamprovthti ejleuqerwvçaç ajpoka-
tevçthça.ãã
XLI, 1 ÔO me;n ou\n qeofilh;ç baçileu;ç w|dev ph/ th'/
tou' nikopoiou' çtaurou' oJmologiva/ lamprunovmenoç çu;n
parrhçiva/ pavçh/ to;n uiJo;n tou' qeou' ÔRwmaivoiç aujtoi'ç
gnwvrimon ejpoivei. XLI, 2 pavnteç dΔ ajqrovwç oiJ th;n pov-
lin oijkou'nteç aujth'/ çugklhvtw/ kai; dhvmwn plhvqeçin,
wJçanei; pikra'ç kai; turannikh'ç ajnapneuvçanteç dunaç-
teivaç, fwto;ç ajpolauvein ejdovkoun kaqarwtevrwn aujgw'n
kainou' te kai; nevou bivou paliggeneçivaç metevcein. e[qnh
te pavnqΔ o{ça wjkeanw'/ tw'/ kata; duvonta h{lion periwriv-
zeto, tw'n pri;n çunecovntwn kakw'n hjleuqerwmevna,
panhguvreçi faidrai'ç eujfrainovmena to;n kallivnikon to;n
qeoçebh' to;n koino;n eujergevthn ajnumnou'nta dietevlei,
fwnh'/ te mia'/ kai; eJni; çtovmati koino;n ajgaqo;n ajnqrwv-
poiç ejk qeou' cavritoç oiJ pavnteç Kwnçtanti'non wJmolov-
goun ejpilavmyai.
XLI, 3 ÔHplou'to de; kai; baçiliko;n aJpantacou' gravm-
ma, toi'ç me;n ta;ç uJpavrxeiç ajfarpagei'çi th;n tw'n

64
Secondo alcuni studiosi la testa colossale di Costantino del Pa-
lazzo dei Conservatori, insieme ad altri frammenti, anch’essi custoditi
nei Musei Capitolini, avrebbe fatto parte della statua qui menzionata
da Eusebio.
65
Un’iscrizione simile a quella qui riportata da Eusebio (citata an-
che nella Storia Ecclesiastica, IX, 9, 11) compare sull’arco di Costanti-
no, dove è ricordata la liberazione di Roma dal “tiranno” Massenzio.
66
Il provvedimento cui Eusebio fa riferimento in questo passo do-
vrebbe corrispondere a quello citato nella Storia Ecclesiastica (X, 5, 2-
14), pubblicato presumibilmente a Cesarea e menzionato anche da
Lattanzio (De mortibus persecutorum, XLVIII) che ne riporta la ver-
sione latina, promulgata da Licinio a Nicomedia. Entrambe le fonti ci-
LIBRO PRIMO 135

croce in mano a una statua64 che raffigurava la propria


immagine e vi fece incidere un’iscrizione in latino: «con
questo segno di salvezza, prova evidente di forza, liberai
la vostra città dal giogo della tirannide: restituii il senato
e il popolo romano all’antica gloria e all’antico splendo-
re, rendendoli liberi».65
XLI, 1 In tal modo l’imperatore caro a Dio, splenden-
te nella professione di fede della croce vittoriosa, in pie-
na libertà rese manifesto ai Romani il figlio di Dio.
XLI, 2 Tutti quanti gli abitanti della città, dallo stesso Se-
nato alla moltitudine del popolo, quasi avessero ripreso
fiato dopo un dominio odioso e tirannico, credevano di
godere della luce dei raggi più puri e di essere partecipi
di una rinascita a una vita nuova e insperata. E quanti
popoli vivevano lungo i confini dell’Oceano occidentale,
liberati dai mali che prima li opprimevano, si rallegrava-
no con gioiosi festeggiamenti e cantavano incessante-
mente le lodi del glorioso vincitore, del cristiano devoto,
comune benefattore, con una sola voce e una sola bocca,
tutti convenivano che Costantino risplendesse, per gra-
zia di Dio, come un bene comune del genere umano.
XLI, 3 Venne anche pubblicato ovunque un rescrit-
to66 imperiale che garantiva a coloro che erano stati de-

tano l’incontro svoltosi a Milano tra Costantino e Licinio, a seguito


del quale sarebbe stata sancita la libertà di culto per tutti (non solo
per i cristiani) e la fine delle persecuzioni. Del cosiddetto “editto di
Milano”, che sarebbe stato pubblicato da Costantino e Licinio nel 313
in realtà non resta chiara testimonianza nelle fonti, e secondo alcuni
studiosi la sua autenticità è dubbia, o meglio non si tratterebbe di un
unico editto ma sarebbero stati pubblicati, in tempi diversi, da Costan-
tino e da Licinio, due differenti provvedimenti in favore dei cristiani
(cfr. S. Calderone, Costantino e il Cattolicesimo, Firenze, 1962, pp. 150
ss.; M. Anastos, The Edict of Milan. A defence of his Traditional
Authorship, «Revue des Études Byzantines» 24-25, 1966-67; T. Chri-
stensen, The so-called Edict of Milan, «Classica et Mediaevalia», 35-
36, 1984-85). Un analogo provvedimento con cui si riconosceva ai cri-
stiani la libertà di culto era già stato promulgato da Galerio nel 311.
136 LOGOÇ A

oijkeivwn ajpovlauçin dwrouvmenon, tou;ç dΔ a[dikon ejxorivan


uJpomeivnantaç ejpi; ta;ç çfw'n ajnakalouvmenon eJçtivaç, hj-
leuqevrou de; kai; deçmw'n pantovç te kinduvnou kai; dev-
ouç tou;ç uJpo; th'ç turannikh'ç wjmovthtoç touvtoiç uJpo-
beblhmevnouç.
XLII, 1 Baçileu;ç dΔ aujto;ç tou;ç tou' qeou' leitour-
gou;ç çugkalw'n, qerapeivaç aujtou;ç dia; timh'ç a[gwn th'ç
ajnwtavtw hjxivou, e[rgoiç kai; lovgoiç tou;ç a[ndraç wJça-
nei; tw'/ aujtou' qew'/ kaqierwmevnouç filofronouvmenoç. oJ-
motravpezoi dh'ta çunh'çan aujtw'/ a[ndreç eujtelei'ç me;n
th'/ tou' çchvmatoç ojfqh'nai peribolh',/ ajllΔ ouj toiou'toi
kai; aujtw'/ nenomiçmevnoi, o{ti mh; to;n oJrwvmenon toi'ç
polloi'ç a[nqrwpon to;n dΔ ejn eJkavçtw/ timwvmenon ejpop-
teuvein ejdovkei qeovn. ejphvgeto dΔ aujtou;ç kai; o{poi pote;
çtevlloito poreivan, kajn touvtw/ to;n qerapeuovmenon
pro;ç aujtw'n dexio;n aujtw'/ parei'nai peiqovmenoç. XLII, 2
nai; mh;n kai; tai'ç ejkklhçivaiç tou' qeou' plouçivaç ta;ç
parΔ eJautou' parei'cen ejpikourivaç, ejpauvxwn me;n kai;
eijç u{yoç ai[rwn tou;ç eujkthrivouç oi[kouç, pleivçtoiç dΔ
ajnaqhvmaçi ta; çemna; tw'n th'ç ejkklhçivaç kaqhgiaç-
mevnwn faidruvnwn.
XLIII, 1 Pantoivaç te crhmavtwn diadovçeiç toi'ç ejn-
deevçi poiouvmenoç, touvtwn dΔ ejkto;ç kai; toi'ç e[xwqen
aujtw'/ proçiou'çi filavnqrwpon kai; eujergetiko;n parevcwn
eJautovn, toi'ç me;n ejpΔ ajgora'ç metaitou'çin oijktroi'ç
tiçi kai; ajperrimmevnoiç ouj crhmavtwn movnon oujdev ge
th'ç ajnagkaivaç trofh'ç ajlla; kai; çkevphç eujçchvmonoç
tou' çwvmatoç proujnovei, toi'ç dΔ eu\ me;n ta; prw'ta ge-
gonovçi bivou de; metabolh'/ duçtuchvçaçi dayileçtevraç

67
Nella Storia Ecclesiastica (X, 6, 1-5) è riportata una lettera impe-
riale del 313, destinata al vescovo di Cartagine, Ceciliano, con la quale
Costantino metteva a disposizione delle chiese locali una somma di
3000 folles, ma fu soprattutto a Roma che l’imperatore, a partire dal
312, fece costruire e ampliare un considerevole numero di chiese tra
cui San Giovanni in Laterano, San Pietro, San Lorenzo sulla via Tibur-
LIBRO PRIMO 137

predati del loro patrimonio il godimento dei propri be-


ni, richiamava alle loro case quanti erano stati ingiusta-
mente condannati all’esilio, e liberava dalle prigioni e
da ogni pericolo e timore quelli che avevano subito que-
sti soprusi da parte di una crudele tirannide.
XLII, 1 L’imperatore stesso, convocava i ministri di
Dio e li riteneva degni della massima considerazione e
di altissimi onori, dimostrando a quegli uomini la pro-
pria benevolenza sia nei fatti sia nelle parole, perché si
erano consacrati al suo Dio. Come suoi commensali se-
devano accanto a lui uomini modesti a vedersi per l’a-
spetto dei loro indumenti, ma che tali non erano consi-
derati dall’imperatore, poiché riteneva che non si doves-
se badare all’aspetto esteriore, come fa la maggior parte
degli uomini, ma piuttosto considerare la divinità che in
ciascuno di loro era venerata. Li portava con sé ogni-
qualvolta si metteva in viaggio, convinto che in questo
modo il Dio che essi servivano lo avrebbe assistito con
benevolenza. XLII, 2 Peraltro offriva alle chiese di Dio
generose sovvenzioni dal proprio patrimonio personale,
sia facendo ampliare gli oratori esistenti che facendone
innnalzare di nuovi, e con moltissime offerte votive rese
splendidi i luoghi santi67 consacrati alla chiesa.
XLIII, 1 Offriva ogni sorta di donativi agli indigenti,
e, oltre che con costoro, si mostrava generoso e benevo-
lo anche con quelli che si presentavano a lui pur non fa-
cendo parte della Chiesa, inoltre provvedeva ai misera-
bili e ai reietti che chiedono l’elemosina nelle piazze,
non solo con danaro e generi di prima necessità, ma an-
che con vesti decorose per riparare il corpo, e a coloro
che un tempo erano agiati e poi per un rovescio di for-
tuna si erano trovati in difficoltà offriva donativi più

tina, Sant’Agnese sulla via Nomentana e la chiesa dei Santi Marcelli-


no e Pietro sulla via Labicana.
138 LOGOÇ A

parei'ce ta;ç corhgivaç, baçilikw'/ gev toi fronhvmati me-


galoprepei'ç ta;ç eujpoiivaç toi'ç ou{twç e[couçi pa-
revcwn: toi'ç me;n ga;r ajgrw'n kthvçeiç ejdwrei'to, tou;ç
de; diafovroiç ajxiwvmaçin ejtivma. XLIII, 2 kai; tw'n me;n
ojrfanivan duçtuchçavntwn ejn patro;ç ejpemevleto cwvra/,
gunaikw'n de; chrw'n to; ajperivçtaton ajnaktwvmenoç diΔ
oijkeivaç ejthmevlei khdemonivaç, w{çtΔ h[dh kai; gavmoiç
zeugnuvnai gnwrivmoiç aujtw'/ kai; plouçivoiç ajndravçi kov-
raç ejrhmiva/ gonevwn ojrfaniçqeivçaç: kai; tau'tΔ e[pratte
proçdidou;ç tai'ç gamoumevnaiç o{ça ejcrh'n toi'ç lambav-
nouçi pro;ç gavmou koinwnivan eijçfevrein. XLIII, 3 w{çper
dΔ ajnivçcwn uJpe;r gh'ç h{lioç ajfqovnwç toi'ç pa'çi tw'n
tou' fwto;ç metadivdwçi marmarugw'n, kata; ta; aujta; dh;
kai; Kwnçtanti'noç a{ma hJlivw/ ajnivçconti tw'n baçilikw'n
oi[kwn profainovmenoç, wJçanei; çunanatevllwn tw'/ katΔ
oujrano;n fwçth'ri, toi'ç eijç provçwpon aujtw'/ pariou'çin
a{paçi fwto;ç aujga;ç th'ç oijkeivaç ejxevlampe kalokaga-
qivaç. oujk h\n tΔ a[llwç aujtw'/ plhçivon genevçqai mh; ouj-
ci; ajgaqou' tinoç ajpolauvçanta, oujdΔ h\n potΔ ejkpeçei'n
ejlpivdoç crhçth'ç toi'ç th'ç parΔ aujtou' tucei'n ejpikou-
rivaç proçdokhvçaçi.
XLIV, 1 Koinw'ç me;n ou\n pro;ç a{pantaç h\n toiou'-
toç. ejxaivreton de; th'/ ejkklhçiva/ tou' qeou' th;n parΔ auj-
tou' nevmwn frontivda, diaferomevnwn tinw'n pro;ç ajllhv-
louç XLIV, 2 kata; diafovrouç cwvraç, oi|av tiç koino;ç
ejpivçkopoç ejk qeou' kaqeçtamevnoç çunovdouç tw'n tou'
qeou' leitourgw'n çunekrovtei. ejn mevçh/ de; th'/ touvtwn
diatribh'/ oujk ajpaxiw'n parei'naiv te kai; çunizavnein
koinwno;ç tw'n ejpiçkopoumevnwn ejgivneto, ta; th'ç
eijrhvnhç tou' qeou' brabeuvwn toi'ç pa'çi, kaqh'çtov te kai;
mevçoç wJçei; kai; tw'n pollw'n ei|ç, dorufovrouç me;n kai;

68
Nella Storia Eccelsiastica (X, 5. 18-23) compaiono due lettere im-
periali mediante le quali Costantino convocava un concilio a Roma e
poi un secondo ad Arles (che ebbe luogo nel 314), ma non esistono ri-
LIBRO PRIMO 139

consistenti, concedendo, con nobiltà d’animo degna di


un imperatore, sontuosi benefici a chi si trovava in queste
condizioni: agli uni faceva dono di possedimenti terrieri,
altri li insigniva di cariche importanti. XLIII, 2 Si occu-
pava di quanti avevano avuto la sfortuna di restare orfa-
ni facendo le veci di un padre, e si prendeva cura delle
donne vedove rimaste prive di difese rassicurandole con
familiare sollecitudine, al punto di provvedere a unirle in
matrimonio con personaggi che conosceva personalmen-
te e di procurare mariti facoltosi alle fanciulle rimaste
orfane dei genitori; e si impegnava a fare questo, fornen-
do anche alle future spose quanto avevano bisogno di
portare in dote agli sposi. XLIII, 3 Come il sole quando
sorge sulla terra distribuisce a tutti in abbondanza il ful-
gore della sua luce, allo stesso modo anche Costantino,
mostrandosi innanzi al palazzo imperiale con il sole na-
scente, quasi che si levasse insieme all’astro celeste, face-
va risplendere sul volto di tutti coloro che gli si avvicina-
vano i raggi luminosi della propria generosità e del pro-
prio valore. Era impossibile stargli vicino senza ricevere
qualche beneficio, né furono mai deluse le aspettative di
quanti speravano di ottenere da lui qualche favore.
XLIV, 1 In genere si comportava così con tutti. Però
dedicava un’attenzione particolare alla chiesa di Dio e
se in seno a essa le chiese delle diverse regioni si trova-
vano in dissenso tra loro, egli convocava i ministri di Dio
in concilio, quasi fosse stato designato XLIV, 2 vescovo
comune a tutti per volontà divina. Dal momento che
non disdegnava di assistere alle loro conversazioni né di
sedere con loro, prendeva parte anch’egli alle discussio-
ni, garantendo a tutti la pace di Dio, e stava seduto in
mezzo a loro come uno dei tanti,68 facendo allontanare i

ferimenti espliciti al fatto che l’imperatore vi avesse partecipato per-


sonalmente.
140 LOGOÇ A

oJplivtaç kai; pa'n to; çwmatofulavkwn gevnoç ajpoçeiçav-


menoç, tw'/ de; tou' qeou' fovbw/ kathmfieçmevnoç tw'n te
piçtw'n eJtaivrwn toi'ç eujnouçtavtoiç perieçtoiciçmevnoç.
XLIV, 3 ei\qΔ o{çouç me;n eJwrv a th'/ kreivttoni gnwvmh/ pei-
qhnivouç pro;ç eujçtaqh' te kai; oJmognwvmona pareçkeuaç-
mevnouç trovpon, eu\ mavla touvtouç ajpedevceto, caivronta
deiknu;ç eJauto;n th'/ koinh'/ pavntwn oJmonoiva,/ tou;ç dΔ aj-
peiqw'ç e[contaç ajpeçtrevfeto.
XLV, 1 “Hdh dev tinaç kai; katΔ aujtou' tracunomev-
nouç e[feren ajnexikavkwç, hjremaiva/ kai; praeiva/ fwnh'/
çwfronei'n ajlla; mh; çtaçiavzein touvtoiç ejgkeleuovmenoç.
touvtwn dΔ oiJ me;n ajphllavttonto kataidouvmenoi ta;ç
parainevçeiç, tou;ç dΔ ajniavtwç pro;ç çwvfrona logiçmo;n
e[contaç tw'/ qew'/ paradidou;ç hjfivei, mhde;n mhdamw'ç auj-
to;ç katav tinoç luphro;n dianoouvmenoç.
XLV, 2 “Enqen eijkovtwç tou;ç ejpi; th'ç “Afrwn cwvraç
diaçtaçiavzontaç eijç toçou'ton çunevbainen ejpitribh'ç ej-
lauvnein wJç kai; tolmhroi'ç tiçin ejgceirei'n, ponhrou'
tinoç wJç e[oike daivmonoç baçkaivnontoç th'/ tw'n pa-
rovntwn ajgaqw'n ajfqoniva/ parormw'ntovç tΔ eijç ajtovpouç
pravxeiç tou;ç a[ndraç, wJç a]n kinhvçeie katΔ aujtw'n to;n
baçilevwç qumovn. XLV, 3 ouj mh;n proujcwvrei tw'/ fqovnw/,
gevlwta tiqemevnou baçilevwç ta; prattovmena kai; th;n
ejk tou' ponhrou' kivnhçin çunievnai favçkontoç: mh; ga;r
çwfronouvntwn ei\nai ajndrw'n ta; tolmwvmena ajllΔ h]

69
Quando Costantino, in seguito alla sconfitta di Massenzio, assun-
se il potere anche in Africa, si trovò a fronteggiare una situazione as-
sai complessa perché, dopo la fine delle persecuzioni, all’interno della
Chiesa locale si era sviluppato il movimento scismatico dei donatisti,
ispirato da Donato, vescovo di Cartagine. Il distacco della Chiesa afri-
cana da quella romana fu originato dalla questione dei lapsi, ossia co-
loro che all’epoca delle persecuzioni avevano abiurato e che, secondo
i donatisti, non potevano essere riammessi a fare parte della Chiesa.
Donato e i suoi sostenitori si rifiutavano di riconoscere Ceciliano co-
me vescovo di Cartagine poiché era stato consacrato da Felice di Ab-
LIBRO PRIMO 141

suoi soldati, i dorifori e le guardie del corpo, rivestito so-


lo del timore di Dio e circondato dal più grande affetto
degli amici fidati. XLIV, 3 Approvava molto coloro che
vedeva inclini alla decisione migliore e disposti a un
comportamento conciliante ed equilibrato, mostrando
apertamente che si compiaceva della generale concor-
dia tra tutti, mentre detestava chi si comportava in mo-
do ostinato.
XLV, 1 Sopportava pazientemente anche quelli che lo
trattavano in modo irritante, esortandoli con voce tran-
quilla e mite a contenersi e a non ribellarsi. E tra essi, al-
cuni, provando vergogna di fronte alle sue esortazioni,
desistevano, gli altri, che invece si rivelavano irrimedia-
bilmente refrattari a un atteggiamento misurato, li la-
sciava perdere, abbandonandoli a Dio, poiché mai riten-
ne opportuno compiere rappresaglie contro qualcuno.
XLV, 2 Perciò, come era prevedibile, avvenne che i
ribelli delle province africane69 raggiunsero un tale li-
vello di dissenso da intraprendere anche azioni davve-
ro temerarie, forse a causa dell’influsso di qualche de-
mone malvagio che, invidiando l’abbondanza dei beni
esistenti, spinse quegli uomini ad azioni stolte, nell’in-
tento di eccitare contro di essi la collera dell’imperato-
re. XLV, 3 Ma l’invidia non sortì alcun risultato perché
l’imperatore considerò ridicolo l’episodio, affermando
anche di aver compreso la mossa del maligno. Infatti ciò
che avevano osato non era azione degna di uomini as-

tungi, accusato di aver rinnegato la fede durante le persecuzioni. Ceci-


liano fu destituito e sostituito prima da Maggiorino (o Maiorino) e poi
dallo stesso Donato. Lo scisma venne condannato da Costantino nel
313, e successivamente anche dal concilio tenutosi ad Arles nel 314, e
convocato dall’imperatore. Nel 321 Costantino, in seguito a disordini
e conflitti, ritenne però opportuno assumere un atteggiamento più tol-
lerante. Dopo la morte di Donato, avvenuta intorno al 355, il movi-
mento continuò ad esistere, nonostante la prescrizione imperiale e le
condanne dei vescovi e dei teologi cattolici tra i quali Agostino.
142 LOGOÇ A

pavnth/ parakoptovntwn h] uJpo; tou' ponhrou' daivmonoç


oijçtroumevnwn, ou}ç ejleei'çqai ma'llon h] kolavzeçqai crh'-
nai: aujto;n de; kata; mhdevna trovpon zhmiou'çqai pro;ç
th'ç tw'n ajfrainovntwn manivaç, h] o{çon to; çumpaqei'n
aujtoi'ç uJperbolh'/ filanqrwpivaç.
XLVI »Wde me;n ou\n to;n tw'n aJpavntwn e[foron qeo;n
dia; pavçhç baçileu;ç qerapeuvwn pravxewç ¢a[trutonÜ ej-
poiei'to th;n tw'n ejkklhçiw'n aujtou' provnoian. qeo;ç dΔ
aujto;n ajmeibovmenoç pavnta gevnh barbavrwn toi'ç aujtou'
kaqupevtatte poçivn, wJç pavnth/ kai; pantacou' trovpaia
katΔ ejcqrw'n ejgeivrein, nikhthvn tΔ aujto;n para; toi'ç
pa'çin ajnekhvrutten ejpivfobovn te ejcqroi'ç kai; polemivoiç
kaqivçth, oujk o[nta th;n fuvçin toiou'ton hJmerwvtaton de;
kai; praovtaton kai; filanqrwpovtaton ei[ tiç pwvpote
kai; a[lloç.
XLVII, 1 ΔEn touvtoiç dΔ o[nti aujtw'/ mhcanh;n qanavtou
çurravptwn aJlou;ç tw'n th;n ajrch;n ajpoqemevnwn oJ deuvte-
roç aijçcivçtw/ kataçtrevfei qanavtw/. ¢prwvtouÜ de; touvtou
ta;ç ejpi; timh'/ grafa;ç ajndriavntaç te kai; o{ça a[lla
toiau'ta ejpΔ ajnaqevçei timh'ç nenovmiçto pantacou' gh'ç
wJç ajnoçivou kai; duççebou'ç kaqhvr/ oun. XLVII, 2 ei\ta de;
kai; meta; tou'ton tw'n pro;ç gevnouç e{teroi krufivouç aujtw'/
çurravptonteç ejpiboula;ç hJlivçkonto, paradovxwç tou' qeou'

70
Massimiano, padre di Massenzio, dopo aver tentato senza suc-
cesso di detronizzare il figlio aveva cercato rifugio presso Costantino,
che aveva da poco sposato la figlia Fausta ed era quindi suo genero.
La morte di Massimiano, nel 310, venne fatta passare per un suicidio e
rappresenta un capitolo imbarazzante per gli storici ufficiali di Co-
stantino, tant’è che le fonti sono evasive sull’argomento. Lattanzio (De
mortibus persecutorum, 29- 30) riferisce che Costantino, dopo essere
giunto allo scontro con Massimiano a Marsiglia, lo risparmiò e che so-
lo più tardi, in seguito a una congiura tramata dalla figlia Fausta, fu
spinto a togliersi la vita. È probabile che sia stato costretto al suicidio
per aver ordito una cospirazione volta ad eliminare Costantino, che
nell’anno successivo alla sua morte ne decretò la damnatio memoriae.
In questo passo Eusebio non segue un ordine diacronico (l’episodio è
in realtà anteriore alla morte di Massenzio), subito dopo infatti allude
LIBRO PRIMO 143

sennati ma di persone dalla mente alterata oppure assil-


late da un demone, gente che bisognava commiserare
piuttosto che punire; e peraltro egli non era stato in al-
cun modo leso dalla follia di quei dissennati, tranne nel-
la misura in cui li compativa per un eccesso di umanità.
XLVI Così l’imperatore, servendo incessantemente il
Dio che vigila su ogni cosa, dedicava cure instancabili
alle sue chiese. D’altra parte Dio, per ricompensarlo,
sottomise tutti i popoli barbari ai suoi piedi, così da far-
gli erigere ovunque e comunque trofei contro i nemici,
lo proclamò vincitore presso tutti e lo rese temibile per
gli avversari e per i nemici, benché egli per sua natura
non fosse tale, ma anzi, era l’uomo più cortese, più mite
e più buono che mai sia esistito.
XLVII, 1 Mentre l’imperatore era impegnato in tali
operazioni, il secondo di quelli che avevano abdicato,70
che era stato colto a ordire un piano assassino contro
di lui, fu travolto da una morte davvero vergognosa.
Costui infatti, a causa della sua empietà, fu il primo per
il quale si adottò il provvedimento di distruggere in
ogni luogo della terra le iscrizioni onorifiche, le statue
e gli altri monumenti di questo genere che si innalzano
in segno di onore. XLVII, 2 Dopo di lui anche altri
componenti71 della famiglia imperiale che tramavano
segreti complotti contro Costantino furono colti sul
fatto, perché Dio stesso in modo straordinario svelò i

ad altri complotti organizzati in tempi successivi ai danni di Costanti-


no. Il suicidio di Massimiano è ricordato anche nella Storia Ecclesiasti-
ca (VIII, 13. 15) dove l’ordine cronologico è rispettato.
71
È possibile che Eusebio alluda alla morte di Crispo, il figlio pri-
mogenito di Costantino e della moglie Fausta, avvenute entrambe in-
torno 326 in circostanze poco chiare: probabilmente furono condan-
nati a morte dallo stesso imperatore. Potrebbe però anche trattarsi di
un riferimento al complotto tramato da Bassiano, marito di Anastasia,
sorellastra di Costantino, che passò dalla parte di Licinio, e fu ucciso
nel 315-16 (cfr. infra n. 79, p. 148).
144 LOGOÇ A

ta;ç touvtwn aJpavntwn boula;ç tw'/ aujtou' qeravponti dia;


façmavtwn ejkkaluvptontoç. XLVII, 3 kai; ga;r dh; kai;
qeofaneivaç aujto;n pollavkiç hjxivou, paradoxovtata qeivaç
o[yewç ejpifainomevnhç aujtw'/ pantoivaç te parecouvçhç
pragmavtwn e[çeçqai mellovntwn prognwvçeiç. ta; me;n ou\n
ejk qeou' cavritoç ajdihvghta qauvmata oujdΔ e[çti lovgw/ pe-
rilabei'n dunatovn, o{ça per qeo;ç aujto;ç tw'/ aujtou' qerav-
ponti parevcein hjxivou: XLVII, 4 oi|ç dh; pefragmevnoç
ejn ajçfalei' loipo;n th;n zwh;n dih'ge, caivrwn me;n ejpi;
th'/ tw'n ajrcomevnwn eujnoiva,/ caivrwn de; kai; ejfΔ oi|ç tou;ç
uJpΔ aujto;n pavntaç eu[qumon diatelou'ntaç eJwrv a bivon, uJ-
perballovntwç dΔ ejneufrainovmenoç th'/ tw'n ejkklhçiw'n
tou' qeou' faidrovthti.
XLVIII Ou{tw dΔ e[conti dekaeth;ç aujtw'/ th'ç baçi-
leivaç hjnuveto crovnoç: ejfΔ w|/ dh; pandhvmouç ejktelw'n
eJorta;ç tw'/ pavntwn baçilei' qew'/ eujcarivçtouç eujca;ç
w{çper tina;ç ajpuvrouç kai; ajkavpnouç quçivaç ajnepevmpe-
to. ajllΔ ejpi; me;n touvtoiç caivrwn dietevlei, ouj mh;n kai;
ejfΔ oi|ç ajkoh'/ peri; tw'n kata; th;n eJwa
/v n trucomevnwn ej-
qnw'n ejpunqavneto.
XLIX, 1 Deino;ç gavr tiç aujtw'/ kajntau'qa th'/ tΔ
ejkklhçiva/ tou' qeou' toi'ç te loipoi'ç ejparciwvtaiç ejfe-
dreuvein ajphggevlleto qhvr, tou' ponhrou' daivmonoç
w{çper aJmillwmevnou toi'ç para; tw'/ qeofilei' prattomev-
noiç tajnantiva katergavzeçqai, wJç dokei'n th;n çuvm-
paçan uJpo; ÔRwmaivoiç ajrch;n duçi; tmhvmaçin ajpolhf-
qei'çan ejoikevnai nukti; kai; hJmevra/, çkovtouç me;n toi'ç

72
Nel 315 Costantino celebrò a Roma il decennale del suo regno.
73
Eusebio si riferisce ovviamente alla liturgia cristiana che non
contempla i sacrifici cruenti.
74
Anche Licinio, al pari degli imperatori che perseguitarono i cri-
stiani, non è chiamato per nome. In realtà per quasi tutta la durata
del suo regno la sua politica nei loro confronti non fu affatto intolle-
rante (cfr. supra n. 66, p. 134), fu solo negli ultimi anni che il suo at-
teggiamento divenne ambiguo, e in alcuni casi dichiaratamente ostile.
LIBRO PRIMO 145

disegni di costoro al suo servitore attraverso delle vi-


sioni. XLVII, 3 Spesso infatti lo degnava del privilegio
di teofanie e a Costantino si palesavano, nel modo più
inaspettato, visioni divine di ogni sorta, che gli offriva-
no il dono di prevedere quel che sarebbe accaduto. Non
è possibile riferire a parole i miracoli indescrivibili che
gli vennero per grazia di Dio e che Dio stesso volle con-
cedere al suo servitore; XLVII, 4 forte di ciò, trascorse
in tutta sicurezza il resto della sua vita, felice della de-
vozione dei suoi sudditi e rallegrandosi altresì perché
vedeva che tutti i suoi sottoposti vivevano un’esistenza
lieta, ma soprattutto colmo di letizia per lo splendore
delle chiese di Dio.
XLVIII Si trovava in questa situazione quando si
compì il decimo anno del suo regno; in quella occasione,
nel corso di pubbliche celebrazioni,72 rivolse preghiere
di ringraziamento al Dio dell’universo, quali sacrifici
senza fuoco e senza fumo.73 Ma se gioiva di questi avve-
nimenti, certo non faceva altrettanto riguardo a ciò che
veniva a sapere a proposito delle tormentate popolazio-
ni dell’Oriente.
XLIX, 1 Gli riferivano infatti che in quei luoghi una
terribile fiera era sul punto di aggredire la Chiesa di
Dio74 e gli altri provinciali, come se un demone malva-
gio si opponesse alle iniziative prese dall’imperatore ca-
ro a Dio, facendo il contrario, al punto che si aveva l’im-
pressione che l’impero romano nel suo complesso fosse
diviso in due parti,75 simili al giorno e alla notte: l’oscu-

Eusebio presenta qui il comportamento di Costantino come una rea-


zione alla politica anticristiana del suo rivale e descrive Licinio in una
luce ancora più fosca di quanto non avesse fatto anni prima nella Sto-
ria Ecclesiastica.
75
Dopo la morte di Galerio nel 311 e la sconfitta di Massimino
Daia nel 313, Licinio si trovò a governare da solo la parte orientale
dell’impero.
146 LOGOÇ A

th;n eJwv/an lacou'çin ejpipolavzontoç, hJmevraç de; thlau-


geçtavthç toi'ç th'ç qatevraç moivraç oijkhvtorçi kata-
lampouvçhç: XLIX, 2 oi|ç murivwn ajgaqw'n ejk qeou' pru-
taneuomevnwn, oujk h\n tw'/ miçokavlw/ fqovnw/ forhth; hJ
tw'n ginomevnwn qeva, w{çper ou\n oujde; tw'/ qavteron mev-
roç th'ç oijkoumevnhç kataponou'nti turavnnw/, o}ç eu\ fe-
romevnhç th'ç ajrch'ç aujtw'/ Kwnçtantivnou te toçouvtou
baçilevwç ejpigambrivaç hjxiwmevnoç, mimhvçewç me;n tou'
qeofilou'ç ajpelimpavneto, th'ç de; tw'n duççebw'n proai-
revçewç ejzhvlou th;n kakotropivan, kai; w|n tou' bivou th;n
kataçtrofh;n ejpei'den aujtoi'ç ojfqalmoi'ç, touvtwn e{peç-
qai th'/ gnwvmh/ ma'llon h] tai'ç tou' kreivttonoç filikai'ç
dexiai'ç ejpeira'to.
L, 1 Povlemon dΔ ou\n a[çpondon pro;ç to;n eujergevthn
ai[retai, ouj filikw'n novmwn oujc oJrkwmoçiw'n ouj çugge-
neivaç ouj çunqhkw'n mnhvmhn ejn dianoiva/ lambavnwn. oJ
me;n ga;r filanqrwpovtatoç eujnoivaç aujtw'/ parevcwn ajlh-
qou'ç çuvmbola, th'ç ejk patevrwn çuggeneivaç baçilikou'
tΔ ajnevkaqen ai{matoç koinwno;n genevçqai hjxivou gavmw/
th;n ajdelfh;n çunavyaç, th'ç te kata; pavntwn ajpolauv-
ein ajrch'ç tw'n th;n eJwv/an lacovntwn parei'ce th;n
ejxouçivan, oJ de; touvtoiç tajnantiva ginwvçkwn pantoivaç
kata; tou' kreivttonoç mhcana;ç çuneçkeuavzeto a[llotΔ
a[llouç ejpinow'n ejpiboulh'ç trovpouç, wJç a]n kakoi'ç to;n
eujergevthn ajmeivyoito. L, 2 kai; ta; me;n prw'ta filivan
uJpokrinovmenoç dovlw/ kai; ajpavth/ pavntΔ e[pratten, ejfΔ
oi|ç ejtovlma lhvçeçqai ejlpivzwn, tw'/ de; oJ aujtou' qeo;ç ta;ç

76
Licinio, divenuto augusto nel 308, aveva sposato Costanza, la so-
rellastra di Costantino, a Milano nel 313. Attraverso questo matrimo-
nio i due augusti formalizzarono un sodalizio che si reggeva, più che
sull’identità di vedute in materia religiosa, sulla volontà comune di eli-
minare Massimino Daia.
LIBRO PRIMO 147

rità incombeva su chi si trovava nelle regioni orientali,


mentre il giorno più luminoso rischiarava gli abitanti del-
l’altra metà; XLIX, 2 poiché i benefici che Dio aveva di-
spensato a costoro erano moltissimi, quanto accadeva
era uno spettacolo insopportabile per l’invidia, nemica
del bene, e allo stesso modo lo era per il tiranno che af-
fliggeva l’altra parte del’impero. Costui benché il suo go-
verno fosse ben saldo, e per quanto onorato della paren-
tela con un grande imperatore come Costantino,76 non si
preoccupava affatto di imitare il sovrano caro a Dio, ap-
provando invece la perversa eresia degli empi e, anziché
assecondare le intenzioni amichevoli di chi gli era supe-
riore, si adoperava con ogni sforzo per seguire l’opinione
di coloro che aveva visto perire sotto i suoi stessi occhi.77
L, 1 Così diede inizio a una guerra senza tregua con-
tro il suo benefattore, senza tenere in alcuna considera-
zione né i vincoli dell’amicizia, né i giuramenti, né la pa-
rentela, né i trattati.78 L’uno, offrendogli autentici segni
di benevolenza, con la più grande umanità, gli concesse
l’onore della parentela con l’antica famiglia imperiale e
l’opportunità di diventarne consanguineo dandogli in
sposa la sorella, e inoltre gli diede licenza di esercitare il
potere assoluto su quanti abitavano nelle regioni orien-
tali, l’altro, che per parte sua nutriva sentimenti opposti
a questi, tramava ogni sorta di macchinazioni ai danni
del suo superiore, escogitando di volta in volta insidie
diverse al fine di contraccambiare il suo benefattore con
qualche danno. L, 2 Sulle prime, simulando amicizia,
pianificava le sue mosse all’insegna dell’insidia e dell’in-
ganno, e osava sperare che passassero inosservate, ma il
Dio di Costantino rendeva manifesti i piani tramati nel-

77
Scil. Galerio e Massimino Daia.
78
È un riferimento all’incontro di Milano nel 313.
148 LOGOÇ A

ejn çkovtw/ mhcanwmevnaç ejpiboula;ç katafwvrouç ejpoivei.


oJ dΔ wJç ejpi; toi'ç prwvtoiç hJlivçketo, ejpi; deutevraç aj-
pavtaç ejcwvrei, nu'n me;n filika;ç proteivnwn dexiavç, nu'n
de; çunqhvkaç oJrkwmoçivoiç piçtouvmenoç. ei\tΔ ajqrovwç aj-
qetw'n ta; dedogmevna, kai; au\qiç ajntibolw'n dia; preç-
beivaç, kai; pavlin ajçchmonw'n tai'ç yeudologivaiç, tevloç
profanh' povlemon ajnakhruvttei, ajponoiva/ te logiçmou'
katΔ aujtou' loipo;n tou' qeou' o}n hjpivçtato çevbein to;n
baçileva paratavtteçqai wJrma'to.
LI, 1 Prwvtouç gev toi tou;ç uJpΔ aujtw'/ ¢tou' qeou'Ü lei-
tourgou;ç mhde;n pwvpote plhmmele;ç peri; th;n ajrch;n
diaponhqevntaç hjrevma tevwç perieirgavzeto, profavçeiç
katΔ aujtw'n kakotevcnouç qhrwvmenoç. mhdemia'ç ge mh;n
eujporw'n aijtivaç mhdΔ e[cwn o{ph/ toi'ç ajndravçi kata-
mevmyoito, novmon ejkpevmpei diakeleuovmenon mhdamh' mh-
damw'ç ajllhvloiç ejpikoinwnei'n tou;ç ejpiçkovpouç, mhdΔ ej-
pidhmei'n aujtw'n ejxei'naiv tini th'/ tou' pevlaç ejkklhçiva/,
mhdev ge çunovdouç mhde; boula;ç kai; diaçkevyeiç peri;
tw'n luçitelw'n poiei'çqai. LI, 2 to; dΔ h\n a[ra provfaçiç
th'ç kaqΔ hJmw'n ejphreivaç. h] ga;r parabaivnontaç to;n
novmon ejcrh'n uJpobavlleçqai timwriva/, h] peiqarcou'ntaç
tw'/ paraggevlmati paraluvein ejkklhçivaç qeçmouvç: a[llwç
ga;r ouj dunato;n ta; megavla tw'n çkemmavtwn h] dia; çu-
novdwn katorqwvçewç tugcavnein: ejpiçkovpwn gou'n oujdΔ
eJtevrwç h] movnwç ou{tw givneçqai ta;ç ceiroqeçivaç qeç-
moi; proeilhvfaçi qei'oi. kai; a[llwç dΔ oJ qeomiçh;ç tw'/
qeofilei' tajnantiva pravttein ejgnwkw;ç ta; toiavde
parhvggellen. oJ me;n ga;r tou;ç iJerei'ç tou' qeou' th'/ pro;ç

79
Probabile allusione alla congiura ordita da Bassiano, che orga-
nizzò una rivolta contro Costantino su istigazione del proprio fratello,
Senecione, intimo amico di Licinio. Quando il complotto fu scoperto
Licinio non volle consegnare Senecione, e ciò creò i presupposti del
conflitto tra i due augusti. Il primo scontro ebbe luogo a Ciblae, in
Pannonia, nel 316, ed ebbe come esito un accordo in base al quale due
LIBRO PRIMO 149

l’ombra.79 Così, come veniva colto in flagrante nei suoi


primi tentativi, procedeva a ordire nuovi inganni, ora fa-
cendo profferte di amicizia, ora rinnovando gli accordi
attraverso giuramenti. Dopo, tutto a un tratto, violava i
patti, e di nuovo tornava a supplicare il perdono tramite
ambasciate, per poi comportarsi ancora una volta in mo-
do indecente ricorrendo ad altre falsità: alla fine di-
chiarò guerra aperta, e con un folle intento si dispose al-
lora a combattere proprio contro quel Dio che sapeva
che l’imperatore venerava.
LI, 1 Cominciò dapprima, con discrezione, a tener
d’occhio i ministri di Dio sottoposti alla sua giurisdizio-
ne che si erano sempre sforzati di non trovarsi mai in di-
fetto nei riguardi del potere imperiale, andando in cerca
di accuse pretestuose. Non trovando però alcuna colpa e
non avendo modo di accusare quegli uomini, promulgò
una legge che proibiva nel modo più assoluto ai vescovi
di riunirsi tra loro: non era loro lecito frequentare alcuna
chiesa vicina, né convocare sinodi, né riunioni né discus-
sioni riguardo l’interesse comune. LI, 2 Questo era solo
un pretesto per oltraggiarci. Infatti chi trasgrediva la
legge era soggetto a una pena, chi invece obbediva al-
l’ordine veniva meno ai precetti della Chiesa; non è in-
fatti possibile trovare risoluzione a importanti temi di
riflessione in altro modo se non mediante i sinodi, né le
leggi divine prevedono che le consacrazioni dei vescovi
avvengano altrimenti, ma solamente così. E il nemico di
Dio promulgò tali editti nella piena consapevolezza di
compiere azioni opposte a quelle dell’imperatore caro a
Dio. Se Costantino favoriva l’unione dei sacerdoti di

figli di Costantino e il figlio di Licinio furono proclamati cesari. Zosi-


mo (II, 18-20) dà un racconto dettagliato della battaglia e una diversa
versione dei fatti, secondo la quale fu invece Costantino a non rispet-
tare gli accordi stipulati con Licinio.
150 LOGOÇ A

to;n ¢iJero;n novmonÜ timh',/ eijrhvnhç te kai; oJmonoivaç ejxav-


rcwn, ejpi; taujto; çunh'gen, oJ de; ta; kala; paraluvein
mhcanwvmenoç diaçkedavzein th;n çuvmfwnon aJrmonivan ej-
peira'to.
LII Ei\tΔ ejpeidhvper oJ tw'/ qew'/ fivloç ei[çw baçilikw'n
oi[kwn tou;ç qeravpontaç tou' qeou' devceçqai hjxivou, taj-
nantiva fronw'n oJ qeomiçh;ç a{pantaç tou;ç uJpΔ aujtw'/
qeoçebei'ç baçilikw'n ajphvlaunen oi[kwn, aujtouvç te mav-
liçta tou;ç ajmfΔ aujto;n piçtotavtouç kai; eujnouçtavtouç
a[ndraç eijç ejxorivan ejdivdou, touvç tΔ ejk protevrwn ajn-
dragaqhmavtwn timh'ç kai; ajxiwmavtwn parΔ aujtw'/ la-
covntaç douleuvein eJtevroiç oijketikavç te poiei'çqai
diakonivaç proçevtatte, pavntwn de; ta;ç uJpavrxeiç ajnti;
eJrmaivou proarpavzwn h[dh kai; qavnaton hjpeivlei toi'ç to;
çwthvrion ejpigrafomevnoiç o[noma. oJ dΔ aujtovç gev toi
th;n yuch;n ejmpaqh' kai; ajkovlaçton kekthmevnoç murivaç
te drw'n moiceivaç ejpirrhvtouç tΔ aijçcrourgivaç, to;n çw-
froçuvnhç kovçmon ãth'çà tw'n ajnqrwvpwn ajpegivnwçke
fuvçewç, ejlevgcw/ kakw'/ crwvmenoç aujto;ç eJautw'./
LIII, 1 Dio; dh; deuvteron novmon ejtivqei, mh; dei'n proç-
tavttwn a[ndraç a{ma gunaixi;n ejpi; ta;ç tou' qeou' pa-
rei'nai eujcavç, mhdΔ ejpi; ta; çemna; th'ç ajreth'ç didaçka-
lei'a foita'n to; gunaikw'n gevnoç, mhdΔ ejpiçkovpouç ka-
qhgei'çqai gunaixi; qeoçebw'n lovgwn, gunai'kaç dΔ aiJ-
rei'çqai gunaikw'n didaçkavlouç.
LIII, 2 Gelwmevnwn de; touvtwn para; toi'ç pa'çin, a[llo
ti pro;ç kaqaivreçin tw'n ejkklhçiw'n ejmhcana'to, dei'n
fhvçaç pulw'n ejkto;ç ejpi; kaqarw'/ pedivw/ ta;ç ejx e[qouç
çugkrothvçeiç tw'n law'n poiei'çqai: tw'n ga;r kata; pov-

80
Nella Storia Ecclesiastica (X, 8. 14-18) Eusebio menziona la con-
danna a morte di alcuni vescovi ad Amasea e in altre città del Ponto e
descrive i tormenti ai quali furono sottoposti, mentre qui si limita ri-
cordare che ci furono confische e minacce di morte nei confronti dei
cristiani che erano stati estromessi dalla burocrazia imperiale.
LIBRO PRIMO 151

Dio nel rispetto della legge divina facendosi promotore


della pace e dell’unanimità, Licinio si adoperava per di-
struggere la concordia e l’armonia architettando il di-
sfacimento di ogni bene.
LII Inoltre, dal momento che l’imperatore caro a Dio
riteneva opportuno che i ministri di Dio fossero ricevuti
a corte, il nemico di Dio, che nutriva sentimenti contrari,
allontanò dal palazzo imperiale tutti i fedeli a lui sotto-
posti e mandò in esilio proprio quelli più fidati e affezio-
nati a lui: ordinò che fossero soggetti ad altri e che svol-
gessero compiti servili proprio coloro che, per la loro lo-
devole condotta nel passato, avevano ottenuto da lui
onori e cariche e minacciò addirittura di morte coloro
che facevano professione del nome salvifico, dopo aver
sottratto il loro patrimonio,80 come se si trattasse di un
colpo di fortuna inaspettato. Ed egli stesso, che aveva un
animo intemperante e dissoluto e che perpetrava moltis-
simi adulteri e azioni turpi e infami, guardando al cattivo
esempio del proprio comportamento, non contemplava
neppure l’esistenza della temperanza quale ornamento
dell’umana natura.
LIII, 1 Per questo motivo promulgò un secondo edit-
to con il quale stabiliva che gli uomini non stessero ac-
canto alle donne durante le funzioni religiose, che le
donne non frequentassero le sante scuole della virtù e
che i vescovi non le istruissero nelle Sacre Scritture, ma
che alle donne fossero assegnate altre donne come in-
segnanti.
LIII, 2 Poiché questo provvedimento fu considerato
ridicolo da tutti, allora escogitò un altro modo per di-
struggere le chiese, decretando che le consuete riunioni
dei fedeli si dovessero tenere fuori dalle porte della
città, in aperta campagna, con il pretesto che l’aria aper-
152 LOGOÇ A

lin proçeukthrivwn para; polu; to;n ejkto;ç pulw'n ajerv a


tw'/ kaqarw'/ diallavttein.
LIV, 1 ÔWç dΔ oujk ei\cen oujdΔ ejn touvtw/ tou;ç uJp-
akouvontaç, gumnh'/ loipo;n th'/ kefalh'/ tou;ç kata; povlin
çtratiwvtaç hJgemonikw'n tagmavtwn ajpobavlleçqai, eij
mh; toi'ç daivmoçin aiJroi'nto quvein, parekeleuveto. ejgum-
nou'nto dh'ta tw'n kata; pa'n e[qnoç ajxiwmavtwn aiJ
tavxeiç ajndrw'n qeoçebw'n, ejgumnou'to de; kai; aujto;ç oJ
touvtwn nomoqevthç eujcw'n, oJçivwn ajndrw'n eJauto;n
çterhvçaç.
LIV, 2 Tiv de; dei' tw'n ejkto;ç mnhmoneuvein, wJç tou;ç
ejn eiJrktai'ç talaipwroumevnouç mhdevna metadovçei
trofh'ç filanqrwpeuveçqai ejkevleuçe, mhdΔ ejleei'n tou;ç
ejn deçmoi'ç limw'/ diafqeiromevnouç, mhdΔ aJplw'ç ajgaqo;n
ei\nai mhdevna, mhdΔ ajgaqovn ti pravttein tou;ç kai; pro;ç
th'ç fuvçewç ejpi; to; çumpaqe;ç tw'n pevlaç eJlkomevnouç…
kai; h\n ge novmwn ou|toç a[ntikruç ajnaidh;ç kai; para-
nomwvtatoç, pa'çan ãajnÃhvmeron uJperakontivzwn fuvçin,
ejfΔ w|/ kai; timwriva proçevkeito tou;ç ejleou'ntaç ta; i[ça
pavçcein toi'ç ejleoumevnoiç, deçmoi'ç te kai; fulakai'ç
kaqeivrgnuçqai th;n i[çhn toi'ç kataponoumevnoiç uJpomev-
nontaç timwrivan tou;ç ta; filavnqrwpa diakonoumevnouç.
LV, 1 Toiau'tai Likinivou aiJ diatavxeiç. tiv de; crh;
ta;ç peri; gavmwn aujtou' kainotomivaç ajpariqmei'çqai h]
tou;ç ejpi; ¢toi'çÜ to;n bivon metallavttouçi newteriçmouvç,
diΔ w|n tou;ç palaiou;ç ÔRwmaivwn eu\ kai; çofw'ç keimev-
nouç novmouç perigravyai tolmhvçaç barbavrouç tina;ç
kai; ajnhmevrouç ajnteiçh'ge, çkhvyeiç ejpinow'n murivaç ka-
81
È una politica del tutto opposta rispetto a quella attuata da Co-
stantino con la costruzione di edifici destinati al culto cristiano nella
capitale.
82
Anche nella Storia Ecclesiastica (X, 8. 11) è ricordato il divieto di
far visita ai carcerati, che Eusebio commenta con giudizi analoghi a
quelli espressi in questo passo, definendolo un decreto inumano e con-
trario all’etica cristiana. Nella descrizione dei provvedimenti legislati-
vi adottati da Licinio, sia nella Vita di Costantino che nei passi corri-
spondenti della Storia Ecclesiastica, è reiteratamente utilizzato l’artifi-
LIBRO PRIMO 153

ta, fuori dalle porte, è molto più pura di quella degli ora-
tori cittadini.81
LIV, 1 Poiché nemmeno su questo trovò ascoltatori,
allora uscì allo scoperto e ordinò che in ogni città fosse-
ro rimossi dai posti di comando i militari che avessero
deciso di non sacrificare agli dei pagani, così in ogni pro-
vincia tutte le cariche più elevate rimasero prive di uo-
mini di fede, e lo stesso promotore di tali leggi, d’altra
parte, restò privo di preghiere, avendo allontanato da sé
l’influsso di quegli uomini pii.
LIV, 2 E che bisogno c’è di ricordare le altre leggi che
non riguardavano la Chiesa, di come diede disposizione
che le sofferenze dei carcerati non fossero alleviate con
alcuna elargizione di cibo e che non si avesse pietà per
chi giaceva in catene stremato dall’inedia, che non ci fos-
se spazio per alcun gesto di bontà e che neppure coloro
che per natura erano inclini alla compassione per i pro-
pri simili fossero autorizzati a compiere qualche buona
azione? Questa era senza dubbio la più crudele e iniqua
delle leggi, poiché si spingeva al di là di qualsiasi ferocia:
oltre a ciò, stabiliva come pena per coloro che avevano
avuto pietà che essi subissero la stessa sorte di chi era
stato commiserato e che chi avesse compiuto qualche
azione di filantropia, costretto in catene e imprigionato,
soggiacesse alla stessa punizione di quegli afflitti.82
LV, 1 Tali furono le disposizioni di Licinio. E che biso-
gno c’è di enumerare le sue innovazioni nell’ambito del
dritto matrimoniale o i cambiamenti in materia testa-
mentaria, attraverso i quali ebbe l’ardire di annullare le
antiche leggi romane, che erano sagge ed equilibrate, e
di sostituirle con norme barbare e rozze, ideando infini-
ti pretesti per depredare i sudditi? Per questo escogita-

cio della praeteritio (la figura retorica mediante la quale si finge di vo-
ler tacere ciò che in realtà si dice), che costituisce un elemento tipico
delle invettive (yovgoi).
154 LOGOÇ A

ta; tw'n uJphkovwn… e[nqen ajnametrhvçeiç ejpenovei gh'ç, wJç


a]n pleivona Êtw'/ mevtrw/ logivzoito th;n ejlacivçthnÊ, diΔ
ajplhçtivan perittw'n eijçpravxewn. LV, 2 e[nqen tw'n katΔ
ajgrou;ç mhkevti o[ntwn ajnqrwvpwn provpalai dΔ ejn nek-
roi'ç keimevnwn ajnagrafa;ç ejpoiei'to, aijçcro;n aujtw'/ kevr-
doç ejk touvtou porizovmenoç. ouj ga;r ei\cen aujtw'/ mev-
tron hJ mikrologiva oujdΔ hJ ajplhçtiva kovrw/ periwrivzeto.
dio; dh; pavntaç plhrwvçaç qhçaurou;ç cruçou' kai; ajrguv-
rou crhmavtwn tΔ ajpeivrw/ plhvqei çtevnwn ajpwduvreto
ptwceivan, Tantaleivw/ pavqei th;n yuch;n trucovmenoç.
LV, 3 oi{aç dΔ ejfeu're kata; tw'n mhde;n hjdikhkovtwn
uJperorivouç timwrivaç, oi{aç uJparcovntwn dhmeuvçeiç, oi{aç
eujpatridw'n kai; ajxiolovgwn ajndrw'n ajpagwgavç, w|n ta;ç
kouridivaç gameta;ç miaroi'ç oijkevtaiç ejfΔ u{brei
pravxewç aijçcra'ç paredivdou, o{çaiç dΔ aujtovç, kaivper
h[dh ghvra/ to; çw'ma pepalaiwmevnoç, gunaixi;n uJpavndroiç
parqevnoiç te kovraiç ejneceivrei, ouj dh; tau'ta crew;n
mhkuvnein, th'ç tw'n ejçcavtwn aujtou' pravxewn uJperbolh'ç
çmikra; ta; prw'ta kai; to; mhqe;n ajpodeixavçhç.
LVI, 1 To; gou'n tevloç aujtw'/ th'ç manivaç kata; tw'n
ejkklhçiw'n wJplivzeto ejpiv te tou;ç ejpiçkovpouç ejcwvrei,
ou}ç a]n mavliçta ejnantioumevnouç eJwvra kai; ejcqrou;ç hJ-
gei'to, tou;ç tw'/ qeofilei' kai; megavlw/ baçilei' fivlouç.
LVI, 2 dio; dh; mavliçta kaqΔ hJmw'n to;n qumo;n wjxuvneto,
tou' çwvfronoç paratrapei;ç logiçmou' diarrhvdhn te ma-
nei;ç ta;ç frevnaç, ou[te th;n mnhvmhn tw'n pro; aujtou'
Criçtianou;ç ejkdiwxavntwn ejn nw'/ katebavlleto, ou[qΔ w|n
aujto;ç ojleth;r kai; timwro;ç diΔ a}ç meth'lqon ajçebeivaç

83
In questo passo Winkelmann ha individuato un guasto nella tra-
dizione manoscritta.
84
Cfr. infra, II, 1.
85
Scil. Massimino Daia. Massimino, nipote di Galerio, fu procla-
mato augusto dal suo esercito nel 310 e nelle province orientali perse-
guitò ferocemente i cristiani, in opposizione alla politica tollerante di
Costantino e Licinio, per contrastare i quali si alleò con Massenzio.
LIBRO PRIMO 155

va metodi di misurazione delle terre grazie ai quali an-


che †83 l’appezzamento più piccolo veniva stimato più
grande delle sue dimensioni reali, † LV, 2 e ciò per via
del suo desiderio insaziabile di esazioni smisurate. Per
questo stesso motivo lasciava nei registri dell’anagrafe i
nomi dei contadini che non c’erano più e che erano de-
ceduti già da tempo, procurandosi in tal modo un vergo-
gnoso guadagno. La sua avarizia infatti non conosceva
misura e la sua avidità non trovava mai soddisfazione
nella sazietà. Pertanto dopo aver riempito tutti i forzieri
di un’enorme quantità d’oro e d’argento e di ricchezze
si lamentava, piangendo miseria, quasi che la sua anima
fosse tormentata dal supplizio di Tantalo. LV, 3 Quali
pene spropositate riuscisse a escogitare contro persone
che non avevano commesso alcun crimine, quali confi-
sche di beni e processi a uomini di nobile famiglia e de-
gni di stima, le cui mogli legittime consegnava a luridi
servi perché le stuprassero nel modo più turpe, e a quan-
te donne sposate e ragazze vergini egli stesso attentasse,
benché il suo corpo fosse ormai consumato dalla vec-
chiaia, su tutto ciò non occorre dilungarsi: l’eccesso cui
giunsero le sue ultime azioni fece apparire le prime del-
le inezie di poco conto.
LVI, 1 Al culmine della sua follia, si armò contro le
chiese e mosse guerra ai vescovi,84 che più di chiunque
altro vedeva come oppositori e considerava nemici pro-
prio in quanto amici del grande imperatore caro a Dio.
LVI, 2 La sua ira nei nostri confronti si esasperò princi-
palmente per questa ragione, così, allontanatosi chiara-
mente da ogni considerazione di buon senso e uscito or-
mai di senno, non serbò nella sua mente la memoria di
chi aveva perseguitato i cristiani prima di lui, né di colo-
ro nei confronti dei quali egli stesso si era posto come
giustiziere e vendicatore85 a causa dei loro gesti di em-
156 LOGOÇ A

katevçth, oujdΔ w|n aujtovpthç gevgonen, aujtoi'ç para-


labw;n o[mmaçi to;n prwtoçtavthn tw'n kakw'n, o{çtiç
potΔ h\n ejkei'noç, qehlavtw/ mavçtigi plhgevnta.
LVII, 1 ΔEpeidh; ga;r th'ç tw'n ejkklhçiw'n kath'rce
poliorkivaç ou|toç prw'tovç te th;n eJautou' yuch;n
dikaivwn kai; qeoçebw'n ejnevfuren ai{maçi, qeovpemptoç
aujto;n methvrceto timwriva ejx aujth'ç aujtou' katarxa-
mevnh çarko;ç kai; mevcri th'ç yuch'ç proelqou'ça. LVII,
2 ajqrova me;n ga;r aujtw'/ peri; ta; mevça tw'n ajporrhvtwn
tou' çwvmatoç ajpovçtaçiç givnetai, ei\qΔ e{lkoç ejn bavqei
çuriggw'deç kai; touvtwn ajnivatoç nomh; kata; tw'n ejndo-
tavtwn çplavgcnwn, ajfΔ w|n a[lektovn ti plh'qoç
çkwlhvkwn bruvein qanatwvdh te ojdmh;n ajpopnei'n, tou'
panto;ç o[gkou tw'n çwmavtwn ejk polutrofivaç eijç uJper-
bolh;n plhvqouç pimelh'ç metabeblhkovtoç, h}n tovte ka-
taçapei'çan ajfovrhton kai; friktotavthn toi'ç plhçiav-
zouçi parevcein th;n qevan façiv. LVII, 3 kai; dh; toçouv-
toiç palaivwn kakoi'ç ojyev pote çunaivçqhçin tw'n kata;
th'ç ejkklhçivaç tetolmhmevnwn aujtw'/ lambavnei, ka[peita
tw'/ qew'/ ejxomologhçavmenoç to;n kata; Criçtianw'n ajpo-
pauvei diwgmovn, novmoiç te kai; diatavgmaçi baçilikoi'ç
ta;ç ejkklhçivaç aujtw'n oijkodomei'n ejpiçpevrcei, tav te
çunhvqh pravttein aujtou;ç eujca;ç uJpe;r aujtou' poioumev-
nouç diakeleuvetai.
LVIII, 1 ΔAllΔ oJ me;n tou' diwgmou' katavrxaç toiauvthn
uJpei'ce divkhn. touvtwn dΔ aujtovpthç oJ pro;ç tou' lovgou
dhlouvmenoç gegonw;ç tau'tav tΔ ajkribw'ç diegnwkw;ç th'/

86
Scil. Galerio. Galerio, che proveniva dai ranghi dell’esercito, do-
po l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano nel 305, divenne augu-
sto dell’Oriente e fu promotore di una feroce persecuzione dei cristia-
ni nei territori sottoposti alla sua giurisdizione.
87
La morte di Galerio, che è ricordato nella letteratura bizantina
come uno dei più efferati persecutori dei cristiani, ricorda quella di An-
tioco (Maccabei 2. 5-13). Lattanzio (De mortibus persecutorum,
XXXIII) ne dà una descrizione assai più particolareggiata e ricca di
LIBRO PRIMO 157

pietà, né dei fatti di cui era stato spettatore quando vide


con i suoi stessi occhi colui che diede inizio a tutti i mali,
chiunque mai fosse,86 colpito dal flagello divino.
LVII, 1 Quando infatti costui intraprese l’attacco alle
chiese e iniziò a macchiare la sua anima del sangue di
uomini giusti e pii la vendetta divina lo punì, a comin-
ciare dalla sua stessa carne per giungere fino all’anima.
LVII, 2 Gli comparve all’improvviso una lesione in quel-
la parte del corpo che è bene non nominare e in seguito
una profonda ulcera fistolosa che provocò una consun-
zione incurabile nelle viscere più interne, da dove sca-
turì una indescrivibile quantità di vermi che esalava un
fetore di morte;87 inoltre tutta la mole del corpo, per gli
eccessi nel cibo si era mutata in un’enorme massa di
grasso, che, a quanto si dice, offriva a chi si avvicinava
uno spettacolo insopportabile e del tutto raccapriccian-
te. LVII, 3 E lottando con mali tanto gravi, alla fine pre-
se coscienza di ciò che aveva osato contro la Chiesa, e
così, dopo aver fatto ammenda di fronte a Dio, pose fine
alla persecuzione contro i cristiani, incoraggiò la costru-
zione delle loro chiese con leggi ed editti imperiali88 ed
esortò i cristiani a tornare a celebrare i loro culti con-
sueti e a pregare per lui.
LVIII, 1 Questo fu il castigo cui andò incontro colui
che diede inizio alla persecuzione. Ma il personaggio in
questione, pur essendo stato testimone diretto dell’ac-
caduto e pur avendone avuta, per esperienza, una cono-
scenza accurata, improvvisamente lasciò cadere ogni

dettagli raccapriccianti. Nella letteratura cristiana è frequente la de-


scrizione della morte dei persecutori, presentata come una sorta di
contrappasso delle sofferenze inflitte ai martiri (cfr. H. Delehaye, Les
passions des martyres et les genres littéraire, Bruxelles 1966, pp. 217-18).
88
Si allude qui all’editto di Nicomedia del 311 con il quale Galerio,
poco prima di morire, concesse ai cristiani la libertà di culto.
158 LOGOÇ A

peivra/, lhvqhn ajqrovwç aJpavntwn ejpoiei'to, ou[te th;n ka-


ta; tou' protevrou poinh;n ajnenevgkaç th'/ mnhvmh/ ou[te
th;n øejkØ tou' deutevrou timwro;n divkhn. LVIII, 2 o}ç dh;
kai; aujto;ç uJperbalevçqai to;n prw'ton wJç ejn kakw'n pe-
filotimhmevnoç ajgw'ni, kainotevrwn timwriw'n euJrevçei
kaqΔ hJmw'n ejkallwpivzeto. oujk ajphvrkei ga;r aujtw'/ pu'r
kai; çivdhroç kai; proçhvlwçiç oujdev ge qh'reç a[grioi kai;
qalavtthç buqoiv, h[dh de; pro;ç a{paçi touvtoiç xevnhn ti-
na; kovlaçin aujto;ç ejfeurwvn, ta; tou' fwto;ç aijçqhthvria
lumaivneçqai dei'n ejnomoqevtei. ajqrova dh'ta plhvqh oujk
ajndrw'n movnon ajlla; kai; paivdwn kai; gunaikw'n, oJravçeiç
dexiw'n ojfqalmw'n podw'n tΔ ajgkuvlaç çidhvrw/ kai;
kauth'rçin ajcreiouvmena, talaipwrei'çqai metavlloiç pa-
redivdoto. LVIII, 3 w|n ei{neka kai; tou'ton oujk eijç mak-
ro;n hJ tou' qeou' dikaiokriçiva methve/ i, o{te daimovnwn ejl-
pivçin, w|n dh; w[e/ to qew'n, oJplitw'n te muriavçin ajnarivq-
moiç ejpiqarrhvçaç polevmw/ paretavtteto. thnikau'ta
ga;r gumnwqei;ç th'ç ejk qeou' ejlpivdoç uJpekduvetai to;n
ouj prevponta aujtw'/ baçiliko;n kovçmon, deilw'ç te kai; aj-
navndrwç uJpodu;ç to; plh'qoç draçmw'/ th;n çwthrivan ejpi-
noei', ka[peita kruptazovmenoç ajna; tou;ç ajgrou;ç kai;
ta;ç kwvmaç ejn oijkevtou çchvmati dialanqavnein w[/eto.
LVIII, 4 ajllΔ oujci; kai; to;n mevgan kai; th'ç kaqovlou
pronoivaç diadevdraken ojfqalmovn. wJç ga;r ejn ajçfalei'
loipo;n kei'çqai aujtw'/ th;n zwh;n h[lpiçe, bevlei qeou' pe-
purwmevnw/ plhgei;ç prhnh;ç e[keito, qehlavtw/ puri; to;
pa'n dapanwvmenoç çw'ma, wJç to; pa'n ei\doç aujtw'/ th'ç

89
Eusebio intende qui sottolineare come Licinio, pur avendo avuto
la possibilità di trarre un insegnamento dalla fine dei suoi predecesso-
ri e di optare per la fede cristiana, adottò invece una politica ostile al-
la Chiesa. In quest’ottica il conflitto con Costantino assume una va-
lenza marcatamente religiosa, che viene costantemente ribadita nel
capitolo successivo.
90
Scil. Galerio.
LIBRO PRIMO 159

cosa nell’oblio,89 senza che gli riaffiorasse nella memo-


ria né la pena che toccò al primo,90 né il castigo che pre-
se vendetta del secondo persecutore.91 LVIII, 2 Così
anch’egli si compiacque di superare colui che l’aveva
preceduto, in una sorta di agone perverso, escogitando
ai nostri danni le pene più inusitate. Non gli bastavano,
infatti il fuoco, il ferro e la crocifissione, né le bestie fe-
roci, né gli abissi del mare, ma inventò, oltre a tutti que-
sti, un nuovo castigo per i cristiani e stabilì per legge che
li si dovesse mutilare degli organi della vista. Così confi-
nava nelle miniere, perché fossero tormentati, una gran
massa non solo di uomini ma anche di fanciulli e di don-
ne che venivano menomati dell’occhio destro e dell’ar-
ticolazione dei piedi con il ferro rovente. LVIII, 3 A
causa di queste efferatezze, dopo non molto tempo, il
giudizio divino colpì anche costui, proprio nel momento
in cui si preparava a dare battaglia, forte della fiducia
riposta nei demoni, che credeva dei, e nell’enorme nu-
mero dei suoi opliti. Allora, sprovvisto della speranza
che proviene da Dio, si spogliò della veste imperiale,
che mal gli si accordava, e mimetizzandosi nella folla, in
modo vile e poco virile, cercò la salvezza nella fuga, poi
tentò di passare inosservato nascondendosi nei campi e
nei villaggi vestito come un servo.92 LVIII, 4 Ma non
sfuggì al grande occhio divino che tutto prevede. Infatti,
proprio nel momento in cui sperava di essersi salvata la
vita, cadde bocconi, colpito dal dardo fiammeggiante di
Dio, con tutto il corpo consumato dal fuoco piovuto dal
cielo, in modo tale che il suo antico aspetto fu del tutto

91
Il riferimento è ancora a Massimino Daia, come nel passo imme-
diatamente successivo.
92
La disfatta di Massimino Daia, sconfitto da Licinio nel 313 nei
pressi di Adrianopoli, è interpretata come una punizione divina. Dopo
la battaglia Massimino fu costretto a ritirarsi nelle regioni orientali,
prima in Cappadocia e poi a Tarso, e morì poco dopo.
160 LOGOÇ A

palaia'ç morfh'ç ajfaniçqh'nai, xhrw'n ojçtevwn økai;Ø ka-


teçkeleteumevnwn divkhn eijdwvlwn perileifqevntwn aujtw'/
movnwn. LIX, 1 çfodrotevraç de; th'ç tou' qeou' plhgh'ç
ejntaqeivçhç prophdw'çin aujtw'/ ta; o[mmata, th'ç te
oijkeivaç lhvxewç ejkpeçovnta phro;n aujto;n ajfivhçin, a} ka-
ta; tw'n tou' qeou' martuvrwn prw'toç ejfeu're kolaçthv-
ria, tau'qΔ uJpomeivnanta dikaiotavth/ tou' qeou' yhvfw/.
kai; dh; e[tΔ ejmpnevwn ejpi; toi'ç toçouvtoiç ojyev pote kai;
ou|toç tw'/ Criçtianw'n ajnqwmologei'to qew'/ kai; ta;ç
oijkeivaç ejxhgovreue qeomacivaç, palinw/divaç te çunevtat-
ten oJmoivwç tw'/ protevrw/ kai; aujtovç, novmoiç kai; dia-
tavgmaçin ejggravfoiç th;n oijkeivan peri; ou}ç w[e/ to qeou;ç
plavnhn oJmologw'n, movnon de; to;n Criçtianw'n aujth'/ peiv-
ra/ qeo;n ejgnwkevnai marturovmenoç.
LIX, 2 Tau'tΔ e[rgoiç maqw;n oJ Likivnioç ajllΔ oujk
ajkoh'/ parΔ eJtevrwn puqovmenoç toi'ç aujtoi'ç ejpefuveto,
w{çper tini; çkotomhvnh/ th;n diavnoian ejgkaluptovmenoç.

93
Dopo la battaglia del ponte Milvio Costantino impose a Massi-
mino di porre termine alle persecuzioni.
LIBRO PRIMO 161

cancellato e gli restavano solo secche ossa scheletrite,


come di un fantasma. LIX, 1 Poi il colpo di Dio infuriò
ancor più violentemente e gli occhi gli uscirono dalle
orbite e lo lasciarono cieco, schizzando fuori dalla loro
sede, così egli stesso subì, per il giustissimo decreto divi-
no, il medesimo supplizio che lui per primo aveva esco-
gitato contro i martiri di Dio. Allora, ancor vivo sotto
tali patimenti, alla fine anch’egli riconobbe il Dio dei
cristiani, confessò i propri crimini contro la religione e
ritrattò anche lui come aveva fatto il suo predecessore,
ammettendo il proprio errore riguardo a quelli che ave-
va creduto dei, anche mediante leggi e decreti93 scritti e
testimoniando che per sua stessa esperienza riconosce-
va solo il Dio dei Cristiani.
LIX, 2 Licinio pur avendo appreso ciò dai fatti e non
per esserne stato informato da altri, continuava a emu-
lare costoro come se la sua mente fosse avviluppata dal-
l’oscurità.
LOGOÇ B

I, 1 »Wde me;n ou\n oJ dhlwqei;ç ejpi; to;n tw'n qeomavcwn


buqo;n katekrhmnivzeto, kai; w|n ojfqalmoi'ç ejpei'de tou;ç
ejpi; th'ç duççebeivaç ojlevqrouç, touvtwn to;n zh'lon ejpi;
kakw'/ tw'/ aujtou' metiwvn, to;n kata; Criçtianw'n diwgmo;n
w{çper tina; pavlai kateçbeçmevnhn puro;ç ajkmh;n ajner-
rivpize, deinotevran h] oiJ provçqen th;n th'ç duççebeiv-
aç ejxavptwn flovga. I, 2 kai; dh; oi|av tiç qh;r deino;ç h]
çkolio;ç o[fiç peri; eJauto;n ijluçpwvmenoç, qumou' te kai;
ajpeilh'ç qeomavcou pnevwn, ou[pw me;n ejk tou' profanou'ç
dia; to;n Kwnçtantivnou fovbon ta;ç uJpΔ aujto;n ejkklhçivaç
tou' qeou' polemei'n ejtovlma, kruvptwn de; th'ç kakivaç
to;n ijon; laqraivaç kai; merika;ç ejpoiei'to ta;ç kata; tw'n
ejpiçkovpwn çuçkeuavç, ¢ajnhv/rei teÜ diΔ ejpiboulh'ç tw'n
katΔ e[qnoç ajrcovntwn tou;ç touvtwn dokimwtavtouç. kai;
oJ trovpoç de; tou' katΔ aujtw'n fovnou xenivzwn tiç h\n,
oi|oç oujdepwvpotΔ ajkoh'/ gnwçqh'nai. ta; gou'n ajmfi; th;n
ΔAmavçeian tou' Povntou katergaçqevnta pa'çan uJper-
bolh;n wjmovthtoç uJperhkovntizen.

1
Scil. Licinio.
2
Scil. Galerio e Massimino
3
La stessa espressione “belva spaventosa” è impiegata nella Storia
Ecclesiastica (X, 9, 3), sempre a proposito di Licinio.
4
Eusebio ricorda in questo passo la persecuzione che colpì il ve-
scovo di Amasea Pontica e altri esponenti del clero in quella regione,
intorno al 320-321. Nessuna altra fonte menziona questi avvenimenti,
eccetto la Storia Ecclesiastica (X, 8, 14-15) che li descrive però come
LIBRO SECONDO

I, 1 Il personaggio di cui abbiamo appena parlato1 si pre-


cipitò così nell’abisso dei nemici di Dio: emulando a suo
danno la condotta di coloro2 alla cui rovina, provocata
dall’empietà, aveva assistito con i suoi stessi occhi, ripre-
se la persecuzione contro i cristiani e, quasi che rinfoco-
lasse la favilla di un fuoco spento da molto tempo, riac-
cese la fiamma di un’empietà ancora più terribile di
quella dei suoi predecessori. I, 2 Come una terribile fie-
ra3 o un serpente sinuoso attorcigliato su se stesso, spi-
rante ira e minacce contro Dio, non osava ancora, per via
del timore che gli incuteva Costantino, attaccare aperta-
mente le Chiese a lui sottoposte ma, occultando il veleno
della propria cattiveria, ordiva intrighi ai danni dei ve-
scovi in modo subdolo e circospetto e toglieva di mezzo i
più illustri tra essi attraverso complotti ad opera dei go-
vernatori delle varie province. Anche la modalità con cui
metteva in atto le stragi era delle più inconsuete, tale che
mai prima si era avuta notizia di niente di simile. I crimi-
ni perpetrati nella zona di Amasea, nel Ponto, infatti,
passarono il limite di ogni eccesso di ferocia.4

se si trattasse di un episodio localizzato, mentre qui Eusebio sembra


riferirsi alla Chiesa orientale nel suo complesso. Si tratta probabil-
mente di una generalizzazione, senza alcuna base storica, sempre nella
prospettiva della guerra di religione intrapresa dal primo imperatore
cristiano contro il pagano Licinio.
164 LOGOÇ B

II, 1 “Enqa tw'n ejkklhçiw'n aiJ me;n ejx u{youç eijç


e[dafoç tou'to deuvteron meta; ta;ç prwvtaç kaqh/rou'nto
poliorkivaç, ta;ç dΔ ajpevkleion oiJ kata; tovpouç hJgemov-
neç, wJç a]n mh; çunavgoitov tiç tw'n eijwqovtwn mhde; tw'/
qew'/ ta;ç ejnqevçmouç ajpodidoivh latreivaç. çuntelei'çqai
ga;r oujc hJgei'to uJpe;r aujtou' tauvtaç oJ ta; toiavde proç-
tavttwn, çuneidovti fauvlw/ tou'to logizovmenoç, uJpe;r de;
Kwnçtantivnou pavnta pravttein hJma'ç kai; to;n qeo;n iJ-
leou'çqai pevpeiçto. II, 2 oiJ dΔ aujtou' qw'peç o[nteç tine;ç
kai; kovlakeç, ta; fivla pravttein tw'/ duçagei' pepeiçmev-
noi, tou;ç dokimwtavtouç tw'n ejkklhçiw'n proevdrouç ke-
falikai'ç uJpevballon timwrivaiç, ajphvgonto de; kai; ejko-
lavzonto ajprofaçivçtwç toi'ç miaifovnoiç oJmoivwç oiJ ka-
ta; mhde;n hjdikhkovteç. h[dh dev tineç kainotevran uJpev-
menon tou' bivou teleuthvn, xivfei to; çw'ma eijç polla;
katakreourgouvmenoi tmhvmata kai; meta; th;n ajphnh'
tauvthn kai; pavçhç tragikh'ç ajkoh'ç friktotavthn kov-
laçin qalattivoiç buqoi'ç ijcquvçin eijç bora;n rJiptouvme-
noi. II, 3 fugai; dh; au\qiç ejpi; touvtoiç w{çper dh; kai;
çmikrw'/ provteron tw'n qeoçebw'n ejgivnonto ajndrw'n, kai;
pavlin ajgroi; kai; pavlin ejrhmivai tou;ç tou' qeou' qera-
peuta;ç uJpedevconto. ejpei; de; kai; tau'ta tou'ton
proujcwvrei tw'/ turavnnw/ to;n trovpon, loipo;n to;n kata;
pavntwn ajnakinei'n diwgmo;n ejpi; diavnoian ejbavlleto, ejk-
ravtei te gnwvmhç kai; oujde;n ejmpodw;n h\n aujtw'/ mh; ouj-
ci; diΔ e[rgwn h[dh cwrei'n, eij dh; mh; fqavçaç to; mevllon
oJ tw'n oijkeivwn uJpevrmacoç wJç ejn çkovtw/ kai; nukti;
zofwdeçtavth/ fwçth'ra mevgan ejxevlamye, to;n aujtou' qe-
ravponta Kwnçtanti'non ejpi; ta; th'd/ e ceiragwghvçaç.
III, 1 ’Oç oujkevtΔ ajnekth;n ei\nai çunidw;n th;n tw'n
eijrhmevnwn ajkohvn, to;n çwvfrona çunavgei logiçmovn, kai;

5
Durante le persecuzioni di Galerio e Massimino.
LIBRO SECONDO 165

II, 1 Qui alcune chiese furono distrutte da cima a fon-


do per una seconda volta dopo le precedenti devasta-
zioni, altre i magistrati del luogo le chiusero affinché
nessuno dei frequentatori abituali vi si riunisse e tribu-
tasse al Signore il culto autorizzato dalla legge. Colui
che prendeva questi provvedimenti non riteneva che ta-
li liturgie tornassero a suo favore, ed era convinto di ciò
a causa della pochezza della sua coscienza: era persuaso
che noi ci adoperassimo in ogni modo e pregassimo Dio
solo in favore di Costantino. II, 2 Del resto gli uomini
del suo seguito tra i quali c’erano diversi adulatori e ruf-
fiani, convinti di fare cosa gradita all’empio, condanna-
rono alla pena capitale i più illustri rappresentanti della
Chiesa, e chi non aveva commesso alcuna colpa veniva
arrestato e punito, senza nemmeno l’ombra di un prete-
sto, allo stesso modo degli omicidi. Alcuni subirono una
morte del tutto inusitata: il loro corpo venne squartato
in molti pezzi con la spada e dopo questo supplizio cru-
dele e più raccapricciante di qualsiasi tragico racconto,
venivano gettati in pasto ai pesci nel profondo del mare.
II, 3 E di nuovo, in seguito a ciò, si verificarono esodi di
cristiani, come già era avvenuto poco tempo innanzi,5 e
ancora una volta i campi e i deserti accolsero i servi di
Dio. E dal momento che questa situazione si protraeva,
il tiranno cominciò a concepire l’idea di muovere la per-
secuzione contro tutti quanti, si rafforzò in questo pro-
posito e non avrebbe ormai incontrato più alcun ostaco-
lo nell’attuazione di ciò se colui che difende i propri fe-
deli, prevenendo quanto stava per accadere, non avesse
fatto brillare, come una stella nella notte più tenebrosa,
il proprio servitore Costantino, conducendolo per mano
in quelle regioni.
III, 1 Costui, quando realizzò che non era più tollera-
bile rimanere ad ascoltare ciò che si è descritto, prese la
166 LOGOÇ B

to; çterro;n tou' trovpou th'/ çumfuvtw/ filanqrwpiva/ ke-


raçavmenoç ejpi; th;n a[munan tw'n kataponoumevnwn
e[çpeude, krivnaç dei'n ei\nai eujçebe;ç kai; o{çion ejkpodw;n
e{na poihçavmenon to; plei'çton tw'n ajnqrwvpwn diaçwvçaç-
qai gevnoç: pollh'/ ga;r aujtw'/ crwmevnw/ filanqrwpiva/ kai;
to;n ouj çumpaqeivaç a[xion ejleou'nti, tw'/ me;n mhqe;n giv-
neçqai plevon, th'ç tw'n kakw'n ejpithdeuvçewç mhdamw'ç
ajpallattomevnw/, ejpauvxonti de; ma'llon th;n kata; tw'n
uJpoceirivwn luvttan, toi'ç ãde;Ã uJpΔ aujtou' kekakwmevnoiç
mhdemivan e[ti çwthrivaç ejlpivda leivpeçqai. III, 2 tau'tΔ
ejnnohvçaç baçileu;ç ajnuperqevtwç dexia;n ojrevgein çwthv-
rion toi'ç eijç e[çcata kakw'n ejlhlakovçin wJrma'to. th'ç
me;n ou\n çtratiwtikh'ç ejxoplivçewç th;n çunhvqh pa-
raçkeuh;n ejpoiei'to, h[qroiçtov te aujtw'/ pa'ça favlagx
pezou' te kai; iJppikou' tavgmatoç, hJgei'to dΔ ejpi;
pavntwn ta; th'ç ejpi; to;n qeo;n ajgaqh'ç ejlpivdoç ødia; tou'
prolecqevntoç çhmeivouØ çuvmbola.
IV, 1 Eujcw'n dΔ eij kaiv pote nu'n aujtw'/ dei'çqai kalw'ç
ejpiçtavmenoç tou;ç tou' qeou' iJerevaç ejphvgeto, çunei'nai
tΔ aujtw'/ kai; parei'nai w{çper tina;ç yuch'ç ajgaqou;ç
fuvlakaç touvtouç dei'n hJgouvmenoç. IV, 2 e[nqen eijkovtwç
oJ th;n turannivda probeblhmevnoç, puqovmenoç Kwnçtan-
tivnw/ ta;ç katΔ ejcqrw'n nivkaç mhdΔ a[llwç h] tou' qeou'
çumpravttontoç porivzeçqai, çunei'naiv tΔ aujtw'/ kai; pa-
rei'nai dia; panto;ç tou;ç eijrhmevnouç, kai; tov ge tou'
çwthrivou pavqouç çuvmbolon aujtou' te kai; tou' panto;ç
kaqhghvçaçqai çtratou', tau'ta me;n gevlwtoç a[xia uJpe-
lavmbanen ei\nai, cleuavzwn a{ma kai; blaçfhvmoiç aujta;
diaçuvrwn lovgoiç, aujtovç te qeoprovpouç kai; mavnteiç
Aijguptivwn farmakei'ç kai; govhtaç quvtaç te kai;

6
Eusebio allude probabilmente agli accordi stipulati in passato dai
due augusti o anche ai loro legami di parentela (cfr. supra I, 50), pas-
sando così sotto silenzio il fatto che in questo caso l’aggressore era in
realtà Costantino.
7
Scil. il labaro.
LIBRO SECONDO 167

risoluzione più saggia: trasfondendo nella propria natu-


ra clemente una certa durezza di carattere, si affrettò ad
accorrere in difesa degli oppressi, giudicando che si do-
vesse considerare un’azione pia e santa togliere di mez-
zo un solo uomo per salvare larga parte del genere uma-
no. Infatti, benché avesse sempre trattato con la più
grande umanità e pietà un soggetto che non era degno
di compassione,6 a Licinio non ne era giunto alcun gio-
vamento, ma, al contrario, non aveva desistito dal suo
comportamento malvagio, e aveva addirittura accresciu-
to il suo furore contro i suoi sudditi, e per coloro che su-
bivano le sue angherie non restava più alcuna speranza
di salvezza. III, 2 Fatte queste considerazioni, l’impera-
tore si mosse senza indugio a porgere la sua destra salvi-
fica a coloro che erano ormai giunti al colmo delle scia-
gure. Così fece gli abituali preparativi per armare l’eser-
cito, chiamò a raccolta l’intero assetto della fanteria e
della cavalleria e tutta l’armata era guidata dall’emble-
ma della speranza che riponevano in Dio.7
IV, 1 Consapevole che mai come in questo frangente
aveva bisogno di preghiere, si portò appresso i sacerdoti
di Dio, nella convinzione che dovessero assisterlo e star-
gli vicino come buoni custodi dell’anima. IV, 2 Come è
verosimile colui che si riprometteva di stabilire la tiran-
nide, venuto a sapere che solo l’assistenza divina, e nul-
l’altro, aveva procurato a Costantino le vittorie contro i
nemici, che coloro di cui abbiamo appena parlato erano
insieme a lui e gli stavano continuamente accanto e che
il simbolo della Passione salvifica guidava l’imperatore
e il suo esercito, considerò ridicolo tutto questo, facen-
dosene beffe e schernendolo con parole blasfeme, men-
tre, per parte sua, si circondava di oracoli e indovini egi-
168 LOGOÇ B

profhvtaç w|n hJgei'to qew'n peri; eJauto;n ejpoivei, ka[pei-


ta quçivaiç ou}ç dh; w[e/ to qeou;ç meiliççovmenoç, dihrwvta
o{ph/ aujtw'/ ta; th'ç ejkbavçewç tou' polevmou cwrhvçeien.
IV, 3 oiJ dΔ ajmellhvtwç ejcqrw'n nikhth;n e[çeçqai kai; po-
levmou krathvçein çumfwvnwç aujtw'/ manteivaiç makrai'ç
ejpw'n te kalliepeivaiç tw'n aJpantacou' crhçthrivwn
¢proivçcontoÜ, oijwnopovloi de; dia; th'ç tw'n ojrnivqwn
pthvçewç çhmaivneçqai aujtw'/ ta; ai[çia prou[legon, kai;
quvtai ta; o{moia th;n tw'n çplavgcnwn aijnivtteçqai
kivnhçin ejdhvloun. IV, 4 ejparqei;ç dh'ta tai'ç touvtwn aj-
pathlai'ç ejpaggelivaiç çu;n pollw'/ qravçei prohv/ei tai'ç
¢baçilevwçÜ parembolai'ç, wJç oi|oçv te h\n, paratavtteçqai.
V, 1 Mevllwn dev ge tou' polevmou katavrcein, tw'n
ajmfΔ aujto;n uJpaçpiçtw'n tw'n te tetimhmevnwn fivlwn
tou;ç ejgkrivtouç ei[ç tina tw'n aujtoi'ç nenomiçmevnwn
iJerw'n çunekavlei tovpwn. a[lçoç dΔ h\n ejpivrruton kai; ajm-
filafevç, pantoi'a dΔ ejn touvtw/ glufai'ç livqwn ajgavlma-
ta w|n hJgei'to qew'n i{druto. oi|ç khrou;ç ejxavyaç kai; ta;
çunhvqh quçavmenoç, toiovnde lovgon ajpodou'nai levgetai:
V, 2 ãã“Andreç fivloi kai; çuvmmacoi, pavtrioi me;n oi{de
qeoiv, ou}ç ejk progovnwn tw'n ajnevkaqen pareilhfovteç çev-
bein timw'men, oJ de; th'ç ejnantivaç hJmi'n ejxavrcwn para-
tavxewç ta; pavtria paraçpondhvçaç th;n a[qeon ei{leto
dovxan, oujk oi\dΔ oJpovqen xevnon tina; peplanhmevnwç pe-
rievpwn qeovn, aijçcrw'/ te touvtou çhmeivw/ to;n oijkei'on
kataiçcuvnei çtratovn: w|/ pepoiqw;ç oJrma'tai ouj pro;ç hJ-
ma'ç, polu; provteron de; pro;ç ãaujtou;ç ou}ç parevbh
qeou;ç ajravmenoç ta; o{pla. V, 3 oJ dh; ou\n parw;n ejlevgxei

8
Il discorso pronunciato da Licinio è funzionale a sottolineare an-
cora una volta che lo scontro che sta per aver luogo non è determinato
da ragioni meramente politiche ma dall’inevitabile conflitto tra la vera
religione e i falsi dei, e probabilmente riflette in qualche misura lo sgo-
mento dei pagani che si sentivano minacciati dal dilagare di una reli-
gione che percepivano come profondamente estranea alle antiche tra-
dizioni. Su Costantino e Licinio si può vedere T.D. Barnes, Constantine
LIBRO SECONDO 169

ziani, di stregoni e maghi, di sacerdoti e profeti di quelle


che riteneva divinità e, cercando di ingraziarsi con i sa-
crifici quelli che credeva dei, continuava a domandare
quale sarebbe stato per lui l’esito della guerra. IV, 3 Co-
storo, mediante vaticini verbosi ed eleganti nel linguag-
gio, formulati ovunque da tutti gli oracoli, gli promette-
vano senza alcuna esitazione e all’unanimità che avreb-
be vinto i nemici; pure gli àuguri gli preannunciavano
che l’interpretazione del volo degli uccelli lasciava pre-
vedere eventi fortunati e i sacerdoti rivelavano che il
movimento delle viscere alludeva a un esito analogo.
IV, 4 Insuperbito così da queste notizie ingannevoli
avanzava con molta audacia per disporsi come meglio
poteva contro gli schieramenti dell’esercito imperiale.
V, 1 Nell’apprestarsi a ingaggiare la battaglia, chiamò
a raccolta un gruppo scelto tra i suoi armigeri e tra suoi
amici più stimati in un luogo che essi consideravano sa-
cro. Era un bosco irriguo e folto dove sorgevano svaria-
te statue di pietra che recavano scolpite le sembianze di
quelli che credeva dei. Dopo aver acceso ceri in loro
onore e dopo avere compiuto i sacrifici consueti, si dice
che abbia pronunciato questo discorso:8 V, 2 «Amici e
compagni di battaglia, questi sono gli dei patrii che noi
stimiamo giusto venerare per averli ricevuti dai nostri
più antichi antenati, mentre chi guida lo schieramento
contro di noi, rinnegando le tradizioni avite, ha scelto
la dottrina dell’empietà e tenendo, a torto, nella più
alta considerazione il culto di un dio straniero che non
so neppure da dove venga, disonora il suo esercito con
una turpe insegna. Confidando in esso avanza levando
le armi non tanto contro di noi, quanto piuttosto con-
tro quegli dei che ha offeso. V, 3 Questo momento cru-

and Eusebius, Cambridge Mass.1981, in particolare pp. 62-77 e S. Cor-


coran, Hidden from History: The Legislation of Licinius, in J. Harries e
J. Wood (edd.), The Theodosian Code, Londra 1993, pp. 97-119.
170 LOGOÇ B

kairo;ç to;n th'/ dovxh/ peplanhmevnon, qeoi'ç toi'ç parΔ hJ-


mi'n kai; toi'ç para; qatevrw/ ãmevrei timwmevnoiç bra-
beuvwn. h] ga;r hJma'ç ajpodeivxaç nikhta;ç dikaiovtata
tou;ç hJmetevrouç qeou;ç çwth'raç ajlhqei'ç kai; bohqou;ç ej-
pideivxei, h] eij krathvçeie tw'n hJmetevrwn, pleivçtwn ge
o[ntwn kai; tevwç tw'/ plhvqei pleonektouvntwn, ei|ç tiç
ou|toç oujk oi\dΔ oJpoi'oç oujdΔ oJpovqen wJrmhmevnoç oJ Kwnç-
tantivnou qeovç, mhdei;ç loipo;n ejn ajmfibovlw/ tiqevçqw tiv-
na devoi qeo;n çevbein, proçcwrei'n devon tw'/ kratou'nti
kai; touvtw/ th'ç nivkhç ajnatiqevnai ta; brabei'a. V, 4 kai;
eij me;n oJ xevnoç kai; nu'n gelwvmenoç hJmi'n kreivttwn fa-
neivh, mhde;n ejmpodw;n ¢ginevçqwÜ tou' kai; hJma'ç aujto;n
gnwrivzein te kai; tima'n, makra; caivrein touvtoiç eij-
povntaç oi|ç mavthn tou;ç khrou;ç ejxavptomen, eij dΔ oiJ hJ-
mevteroi krathvçeian, o} dh; oujk ajmfibavlletai, meta; th;n
ejntauqoi' nivkhn ejpi; to;n kata; tw'n ajqevwn povlemon
oJrmw'menÃÃ. V, 5 oJ me;n dh; toi'ç parou'çi tau'ta proç-
dieivlekto, hJmi'n de; toi'ç tauvthn poioumevnoiç th;n
grafh;n oiJ tw'n lovgwn aujthvkooi th'ç touvtwn çmikro;n
u{çteron metedivdoçan gnwvçewç. kai; dh; toiouvtouç
diexelqw;n lovgouç hJgei'çqai th'ç çumbolh'ç ta; çtratiw-
tika; parhvggelle.
VI, 1 Touvtwn de; prattomevnwn favçma ti lovgou
krei'tton ajmfi; ta;ç uJphkovouç tw'/ turavnnw/ povleiç
w\fqaiv façin: oJplitw'n ga;r tw'n uJpo; Kwnçtanti'non ej-
dovkoun oJra'n diavfora tavgmata ejn aujtai'ç mevçaiç hJmev-
raiç diercovmena ta;ç povleiç wJçanei; kekrathkovta th'ç
mavchç: kai; tau'tΔ ejblevpeto mhdenovç pou th'/ ajlhqeiva/
mhdamou' fainomevnou, qeiotevra/ de; kai; kreivttoni dunav-
mei th'ç faneivçhç o[yewç to; mevllon e[çeçqai profai-
nouvçhç.
VI, 2 ΔEpei; de; ta; çtratiwtika; çumbolh'ç h{pteto,
prokath'rce tou' polevmou oJ ta;ç filika;ç diarrhvxaç
LIBRO SECONDO 171

ciale rivelerà chi si trova in errore riguardo alla dottrina


e sancirà la supremazia degli dei venerati da noi o di
quelli della controparte. Infatti o ci proclamerà vincitori
e mostrerà senza alcuna incertezza i nostri dei quali au-
tentici salvatori e soccorritori, oppure se questo Dio di
Costantino, che ignoro quale sia e da dove venga, avrà
ragione delle nostre divinità, che sono moltissime e che
sono superiori finora anche nel numero, in tal caso nes-
suno abbia più dubbi su quale Dio occorra venerare,
poiché sarà necessario farsi da parte di fronte al vincito-
re e attribuire a esso la palma della vittoria. V, 4 Se il
Dio straniero, che ora irridiamo, si rivelasse più forte di
noi, che nulla ci impedisca di riconoscerlo e di venerarlo
e di lasciar perdere questi dei ai quali accendiamo ceri
inutilmente, ma se prevalessero i nostri, cosa di cui non
c’è da dubitare, dopo la vittoria in questo luogo, che ci si
muova a battaglia contro gli empi.» Licinio pronunciò
queste parole di fronte agli astanti e a noi che siamo gli
estensori di questa opera ne diedero notizia poco tempo
dopo coloro che le avevano udite di persona. Dopo aver
tenuto tale discorso, diede ordine alla sua armata di ini-
ziare il combattimento.
VI, 1 Mentre stava accadendo questo, si dice che nelle
città soggette al tiranno apparve una visione che difficil-
mente si può descrivere a parole; infatti alcuni credette-
ro di vedere diverse schiere di soldati al servizio di Co-
stantino, in pieno giorno, attraversare le città come se
avessero vinto la battaglia; e ciò si vedeva nonostante in
nessun luogo, in realtà, fosse apparso alcunché, poiché la
visione che si era mostrata prefigurava ciò che stava per
avvenire in virtù di una forza divina e superiore.
VI, 2 Quando gli eserciti furono sul punto di affron-
tarsi, fu proprio colui che aveva infranto i patti d’amici-
172 LOGOÇ B

çunqhvkaç. ejntau'qa dh; Kwnçtanti'noç qeo;n çwth'ra to;n


ejpi; pavntwn ejpikaleçavmenoç, çuvnqhmav te tou'to dou;ç
toi'ç ajmfΔ aujto;n oJplivtaiç, prwvthç ejkravtei para-
tavxewç, ei\tΔ oujk eijç makro;n deutevraç çumbolh'ç
kreivttwn h\n kai; kreittovnwn h[dh nikhthrivwn ejtuvgca-
ne, tou' çwthrivou tropaivou propompeuvontoç th'ç ajmfΔ
aujto;n favlaggoç.
VII “Enqa dΔ ou\n ajnefavnh tou'to, fugh; me;n tw'n
ejnantivwn ejgivneto, divwxiç de; tw'n kratouvntwn. o} dh;
çunidw;n baçileuvç, tou' oijkeivou çtratou' ei[ pou ti
tavgma kekmhko;ç eJwvra, oi|ovn ti nikhtiko;n ajlexifavr-
makon ejntauqoi' to; çwthvrion trovpaion parei'nai
diekeleuveto, w|/ parautivka çunevfainen hJ nivkh, ajlkh'ç
kai; rJwm
v hç çu;n qeiva/ tini; moivra/ dunamouvçhç tou;ç ajgw-
nizomevnouç. VIII, 1 dio; dh; tw'n ajmfΔ aujto;n uJpaç-
piçtw'n tou;ç kai; çwvmatoç ijçcuvi kai; yuch'ç ajreth'/ kai;
qeoçebeivaç trovpoiç ejgkrivtouç movnh/ th'/ tou' çhmeivou
diakoniva/ proçkarterei'n ejkevleuçen: h\çan dΔ a[ndreç to;n
ajriqmo;n oujc h{ttouç penthvkonta, oi|ç oujde;n e{teron h\n
mevlon h] kuklou'n kai; perievpein doruforiva/ to; çhmei'on,
ajmoibaivwç eJkavçtou fevrontoç aujto; ejpi; tw'n w[mwn.
VIII, 2 tau'ta baçileu;ç aujto;ç toi'ç th;n grafh;n poiou-
mevnoiç hJmi'n ejpi; kairou' çcolh'ç makrw'/ tw'n pragmavtwn
u{çteron uJfhgei'to, proçtiqei;ç qau'ma mnhmoneuqh'nai
a[xion tw'/ dihghvmati. IX, 1 e[fh gavr potΔ ejn mevçh/ tou'
polevmou çumbolh'/, ktuvpou kai; tarach'ç ajqrovaç diala-
bouvçhç to; çtratiwtikovn, to;n ejpi; tw'n w[mwn fevronta
to; çhmei'on uJpo; deilivaç ejn ajgw'ni genevçqai ka[peita
metaparadou'nai aujto; eJtevrw/, wJç a]n diafuvgoi to;n pov-

9
La battaglia di Adrianopoli del 324.
10
Si tratta probabilmente della vittoria navale conseguita sull’Elle-
sponto da Crispo, il figlio di Costantino messo a morte dal padre nel
326. Nella Storia Ecclesiastica (X, 9, 4-7) il nome di Crispo compare,
mentre qui è prudentemente omesso.
11
Cfr. infra, 10 e 17.
LIBRO SECONDO 173

zia a dare inizio al combattimento. Allora Costantino,


invocando il Dio salvatore che presiede a tutto, dato ta-
le segnale ai suoi soldati, fu vincitore della prima batta-
glia9 e poi, di lì a poco, ebbe la meglio anche in un se-
condo combattimento10 e riportò in seguito vittorie an-
cora più schiaccianti,11 sempre ponendo alla testa delle
sue schiere il segno salvifico.
VII Certo, ovunque esso apparisse, provocava la fuga
dei nemici e il loro inseguimento da parte dei vincitori.
E l’imperatore, che ne era consapevole, quando vedeva
da qualche parte un reparto in difficoltà, dava ordine
che in quel luogo il trofeo salvifico fosse presente come
un talismano per la vittoria, con la comparsa del quale
essa si realizzava immediatamente, poiché il coraggio e
il vigore, in virtù qualche disegno divino, infondevano
subito forza ai combattenti. VIII, 1 Per questo diede di-
sposizione che la cura costante dell’insegna fosse affida-
ta, come unico incarico, a uomini scelti tra le sue guar-
die personali per la forza fisica, il senso morale e i costu-
mi pii. Il loro numero non era inferiore a cinquanta e
non avevano altro compito se non quello di circondare
l’insegna e sorvegliarla con le armi, portandola ciascuno
a turno sulle spalle. VIII, 2 L’imperatore in persona, in
un momento di tranquillità, molto tempo dopo quegli
avvenimenti, riferì questi fatti a noi che ci troviamo a re-
digere quest’opera, e aggiunse anche il racconto di un
prodigio che vale la pena di ricordare in questa narra-
zione. IX, 1 Disse infatti che nel pieno dello scontro,
mentre il fragore e la confusione totale regnavano nel-
l’esercito, quello che portava l’insegna sulle spalle du-
rante la battaglia fu preso da viltà e la passò a un altro
per fuggire dal combattimento. Come costui la ricevet-
174 LOGOÇ B

lemon. wJç dΔ oJ me;n uJpodevdekto, oJ dΔ uJpoba;ç ejkto;ç ej-


gevneto th'ç tou' çhmeivou fulakh'ç, bevloç ajkontiçqe;n auj-
tou' kata; th'ç nhduvoç phvgnutai kai; th;n zwh;n ajfairei'-
tai aujtou'. IX, 2 ajllΔ aujto;ç me;n deilivaç kai; ajpiçtivaç
divkhn ejktivçaç ejntauqoi' nekro;ç e[keito, tou' de; to; çwthv-
rion trovpaion aijwrou'ntoç zwh'ç ejgivneto fulakthvrion,
wJç pollavkiç belw'n katΔ aujtou' pempomevnwn to;n me;n
fevronta diaçwvz/ eçqai, to; de; tou' tropaivou dovru devceç-
qai ta; ballovmena. kai; h\n ge tou'to panto;ç ejpevkeina
qauvmatoç, wJç ejn bracutavth/ perifereiva/ tou' dovratoç
iJknouvmena ta; tw'n polemivwn bevlh ejn aujtw'/ me;n phgnuv-
mena katepeivreto, hjleuqevrou de; qanavtou to;n fevronta,
wJç mhde;n a{pteçqai tw'n tauvthn poioumevnwn th;n diako-
nivan pwvpote. IX, 3 oujc hJmevteroç dΔ oJ lovgoç ajllΔ auj-
tou' pavlin baçilevwç eijç hJmetevraç ajkoa;ç pro;ç eJtevroiç
kai; tou'ton ajpomnhmoneuvçantoç: IX, 4 o}ç ejpeidh; qeou'
dunavmei ta;ç prwvtaç h[rato nivkaç, ejpi; ta; provçw loi-
po;n h[laune, to; çtratiwtiko;n ejn tavxei kinhvçaç.
X, 1 Touvtwn de; th;n prwvthn oJrmh;n oiJ th'ç ejnantivaç
prokatavrconteç lhvxewç oujc uJpoçtavnteç, toi'n ceroi'n
rJivyanteç ta; o{pla proçecwvroun toi'ç baçilevwç poçivn,
oJ de; tou;ç pavntaç çwvouç uJpedevceto th'/ tw'n ajndrw'n
ajçmenivzwn çwthriva./ X, 2 a[lloi dΔ ejpi; toi'ç o{ploiç meiv-
nanteç ejneceivroun th'/ tou' polevmou çumbolh'/: oi|ç ej-
peidh; proklhvçeiç filika;ç proi>çcovmenoç baçileu;ç ouj
peiqomevnouç e[gnw, to;n çtrato;n hjfivei. oiJ dΔ aujtivka
nw'ta dovnteç eijç fugh;n ejtravponto. ei\qΔ oiJ me;n aujtw'n
novmw/ polevmou ejkteivnonto katalambanovmenoi, a[lloi dΔ
ejpΔ ajllhvloiç pivptonteç toi'ç oijkeivoiç katebavllonto
xivfeçin.
XI, 1 ΔEkplagei;ç dΔ ejpi; touvtoiç oJ touvtwn ejxavrcwn,
ejpeidh; th'ç para; tw'n ¢oijkeivwnÜ bohqeivaç gumnwqevnta
çunei'den eJautovn, frou'dovn tΔ h\n aujtw'/ to; polu; plh'qoç

12
Scil. quelle appena menzionate di Adrianopoli e dell’Ellesponto
(supra 6).
LIBRO SECONDO 175

te, il soldato che era fuggito e aveva abbandonato la cu-


stodia dell’insegna venne colpito da un dardo che si con-
ficcò nel suo ventre e lo privò della vita. IX, 2 Così, pa-
gando il fio della sua codardia e mancanza di fede, co-
stui giacque in quel luogo cadavere, mentre colui che te-
neva sollevato il vessillo salvifico divenne un baluardo
di salvezza e benché verso di lui fossero scagliati fitti
dardi, egli, tenendo alta l’insegna, ne era risparmiato,
perché l’asta del trofeo attirava quanto veniva lanciato.
E si trattava di un prodigio davvero straordinario, per-
ché le frecce scagliate dai nemici restavano confitte nel-
la porzione di spazio assai angusta della superficie del-
l’asta, mentre colui che la reggeva non veniva sfiorato
dalla morte, e peraltro coloro che svolgevano tale man-
sione non ne furono mai toccati. IX, 3 Questo racconto
non è nostro, ma giunse alle nostre orecchie perché l’im-
peratore stesso ce ne fece menzione, in aggiunta ad altri
episodi. IX, 4 Una volta che, grazie alla potenza divina,
ebbe riportato le prime vittorie12 si spinse ancora oltre,
muovendo l’esercito in ordine di battaglia.
X, 1 I combattenti delle prime file dello schieramento
avversario, non reggendo il primo assalto gettarono via
le armi dalle mani e si prosternarono ai piedi dell’impe-
ratore, il quale li risparmiò tutti, poiché si rallegrava
sempre della salvezza degli uomini. X, 2 Gli altri che re-
stavano in armi, nel frattempo si accingevano a combat-
tere; l’imperatore, dopo aver fatto loro delle profferte di
pace, comprese che non si sarebbero persuasi e allora
lanciò l’esercito contro di loro. Essi volsero subito le
spalle e si diedero alla fuga. E mentre alcuni di loro fu-
rono catturati e uccisi secondo la legge della guerra, i re-
stanti, cadendo gli uni sugli altri, si uccisero con le loro
stesse spade.
XI, 1 Il loro comandante, in preda allo sgomento a
causa di questi eventi, quando realizzò che era rimasto
sprovvisto del sostegno dei propri uomini, che la gran
176 LOGOÇ B

th'ç çuneilegmevnhç aujtw'/ çtratia'ç te kai; çummacivaç,


h{ te w|n w[/eto qew'n ejlpi;ç to; mhqe;n ou\ça peivra/ dih-
levgceto, thnikau'ta draçmo;n ai[çciçton uJpomevnei:
feuvgwn dh'ta çu;n bracevçin ejpi; ta; ei[çw th'ç uJphkovou
dievbainen ejn ajçfalei' tΔ ejgivgneto, tou' qeofilou'ç mh;
kata; povdaç diwvkein toi'ç oijkeivoiç ejgkeleuomevnou, wJç
a]n tuvcoi çwthrivaç oJ feuvgwn. h[lpize gavr pote aujtovn,
çunaiçqovmenon oi| kakw'n ¢i[oiÜ, lh'xai me;n th'ç maniwv-
douç qraçuvthtoç, ejpi; to;n kreivttona de; logiçmo;n me-
tabalei'çqai th;n gnwvmhn. XI, 2 ajllΔ oJ me;n filanqrw-
pivaç uJperbolh'/ tau'ta dienoei'to ajnexikakei'n tΔ h[qelen
kai; nevmein tw'/ mh; ajxivw/ çuggnwvmhn, oJ dΔ oujk ajpeivceto
mocqhrivaç, kaka; dΔ ejpi; kakoi'ç çwreuvwn ceirovnwn
h{pteto tolmhmavtwn, kai; dh; pavlin gohvtwn kakotevc-
noiç ejpithdeuvmaçin ejgceirw'n ejqraçuvneto: h\n de; kai;
ejpΔ aujtw',/ wJç a[ra ÃÃoJ qeo;ç ejçklhvrune th;n kardivan auj-
tou'ãã palaiw'/ turavnnw/ paraplhçivwç, favnai.
XII, 1 ΔAllΔ oJ me;n toiouvtoiç ejmplevkwn eJauto;n ka-
ta; baravqrwn ajpwleivaç w[qei, baçileu;ç dΔ ejpei; eJwvra
deutevraç aujtw'/ dei'çqai polevmou paratavxewç, tw'/ auj-
tou' çwth'ri th;n çcolh;n ajnetivqei, tou' me;n çtratou' th;n
çkhnh;n ejkto;ç kai; porrwtavtw phxavmenoç, aJgnh'/ dΔ ejn-
tauqoi' crwvmenoç kai; kaqara'/ diaivth/ tw'/ te qew'/ ta;ç
eujca;ç ajpodidouvç, katΔ aujto;n ejkei'non to;n palaio;n tou'
qeou' profhvthn, o}n th'ç parembolh'ç ejkto;ç phvxaçqai
th;n çkhnh;n ta; qei'a piçtou'ntai lovgia. proçekartevroun
dΔ aujtw'/ bracei'ç oiJ pivçtei kai; qeoçebeivaç eujnoiva/ parΔ
aujtw'/ dedokimaçmevnoi. tou'to dΔ aujtw'/ çuvnhqeç h\n pravt-
tein kai; ei[pote a[llote paratavxei polevmwn wJrma'to
çumbalei'n. bradu;ç me;n ga;r h\n diΔ ajçfavleian, qeou' de;
13
Dopo la sconfitta di Adrianopoli Licinio si rifugiò a Bisanzio e di
lì si ritirò all’interno del territorio asiatico.
14
Ossia il faraone (cfr. Esodo, 9, 12a). Il paragone con Mosè è ri-
preso ancora nei paragrafi successivi.
15
Scil. Mosè.
16
Si tratta di un richiamo esplicito alla tenda dove Mosè era solito
recarsi perché Dio gli si rivelasse (Esodo, 33, 7a).
LIBRO SECONDO 177

massa di soldati e di alleati che aveva raccolto si era di-


leguata, e che la speranza in quelli che aveva ritenuto
dei, alla prova dei fatti, si era rivelata del tutto inconsi-
stente, si abbassò a una ritirata vergognosissima. Presa
la fuga insieme a pochi, giunse all’interno dei territori13
sottoposti alla sua giurisdizione e si mise al sicuro, e
questo solo perché nel frattempo l’imperatore caro a
Dio aveva dato ordine ai suoi di non lanciarsi al suo in-
seguimento, in modo che il fuggiasco trovasse scampo.
Sperava infatti che quello comprendendo una buona
volta verso quali disgrazie si stava spingendo, deponesse
la sua insana tracotanza e mutasse le sue posizioni pren-
dendo risoluzioni più assennate. XI, 2 Ma l’uno formu-
lava tali pensieri in un eccesso di umanità e desiderava
essere clemente e concedere la sua indulgenza a chi non
ne era degno, mentre l’altro non desisteva dalla sua mal-
vagità e, accumulando nefandezze su nefandezze, osava
azioni sempre peggiori e prendeva nuovamente corag-
gio mettendo mano alle pratiche malefiche dei maghi.
Si potrebbe dire anche di lui che “Dio induriva il suo
cuore”, proprio come si disse dell’antico tiranno.14
XII, 1 Ma, mentre costui, avviluppato in tali turpitu-
dini, spingeva se stesso nel baratro della rovina, l’impe-
ratore, come vide che occorreva sferrare un secondo at-
tacco, si dedicò al proprio salvatore con impegno: fece
piantare la sua tenda in una zona appartata e assai lon-
tana dall’accampamento, e conducendo in quel luogo
una vita sobria e pura pregava il Signore come quell’an-
tico profeta di Dio,15 a proposito del quale le Sacre
Scritture testimoniano che avesse posto la tenda fuori
dal campo.16 Gli stavano costantemente accanto poche
persone di cui aveva sperimentato la fede e la devozio-
ne. Era solito comportarsi in questo modo ogni volta
che si accingeva ad attaccare battaglia. Si muoveva len-
tamente per ragioni di sicurezza e riteneva opportuno
178 LOGOÇ B

boulh'/ pavnta pravttein hjxivou. XII, 2 ejpi; çcolh'ç de; tw'/


aujtou' qew'/ ta;ç iJkethrivaç poiouvmenoç pavntwç pou kai;
qeofaneivaç ejtuvgcanen, ei\qΔ w{çper qeiotevra/ kinhqei;ç
ejmpneuvçei, th'ç çkhnh'ç ajnaphdhvçaç ejxaivfnhç, kinei'n
aujtivka ta; çtratiwtika; kai; mh; mevllein ajlla; kai;
aujth'ç w{raç xifw'n a{pteçqai parekeleuveto. oiJ dΔ ajq-
rovwç ejpiqevmenoi hJbhdo;n e[kopton, e[çtΔ a]n th;n nivkhn
ejn w{raç ajkarei' rJoph'/ ajpolabovnteç trovpaia katΔ ejc-
qrw'n ajnivçtwn ejpinivkia.
XIII, 1 Ou{tw me;n dh; baçileu;ç a[gein eJautovn te kai;
to;n aujtou' çtrato;n ejn tai'ç tw'n polevmwn paratavxeçi
kai; pavlai provteron eijwqv ei, to;n eJautou' qeo;n pro; th'ç
yuch'ç ajei; tiqevmenoç kai; pavnta tai'ç aujtou' boulai'ç
pravttein dianoouvmenoç ejn eujlabeiva/ te tiqevmenoç to;n
tw'n pollw'n qavnaton. XIII, 2 e[nqen ouj ma'llon th'ç
tw'n oijkeivwn h] tw'n ejcqrw'n proujnovei çwthrivaç. dio; kai;
krathvçaçin ejn mavch/ toi'ç oijkeivoiç tw'n aJlovntwn feidw;
poiei'çqai parhv/nei mhdΔ ajnqrwvpouç o[ntaç th'ç oJmoge-
nou'ç fuvçewç ejn lhvqh/ givgneçqai. eij de; kaiv pote tw'n
oJplitw'n tou;ç qumou;ç ajkratei'ç eJwvra, cruçou' dovçei
touvtouç ejcalivnou, to;n zwgrou'ntav tina tw'n polemivwn
wJriçmevnh/ cruçou' tima'çqai proçtavttwn oJlkh'./ kai; tou'-
to devlear ajnqrwvpwn çwthrivaç hJ baçilevwç eu{rato çuv-
neçiç, w{çtΔ h[dh murivoi kai; aujtw'n ejçwvz/ onto barbavrwn,
cruçw'/ baçilevwç th;n zwh;n aujtoi'ç ejxwnoumevnou.
XIV, 1 Tau'ta me;n ou\n kai; touvtoiç ajdelfa; muriva
fivla h\n pravttein baçilei' ka[llote. kajpi; tou' parovn-
toç de; çunhvqwç pro; th'ç mavchç ejfΔ eJautw'/ çkhno-
poiouvmenoç tai'ç pro;ç to;n qeo;n eujcai'ç th;n çcolh;n aj-

17
Le affermazioni di Eusebio sulla la clemenza di Costantino nei
confronti dei nemici appaiono poco credibili e dettate da un intento
celebrativo se confrontate con quanto riferisce Zosimo (II, 22, 7) a
proposito della battaglia di Crisopoli, dove, secondo lo storico pagano,
LIBRO SECONDO 179

fare ogni cosa secondo il consiglio divino. XII, 2 Quan-


do si impegnava a formulare le preghiere al proprio
Dio, otteneva sempre anche il dono di una visione cele-
ste, e allora usciva fuori dalla tenda all’improvviso, co-
me spinto da un’ispirazione divina e ordinava subito di
muovere l’esercito senza indugiare e di metter mano al-
le spade proprio in quel momento. I soldati lanciandosi
tutti insieme sferravano un attacco massiccio, finché,
conquistata la vittoria in un breve lasso di tempo, innal-
zavano trofei vittoriosi sui nemici.
XIII, 1 Già molto tempo innanzi, l’imperatore aveva
preso l’abitudine di condurre se stesso e il proprio eser-
cito negli schieramenti di guerra, custodendo sempre
Dio nella propria anima, nella preoccupazione di com-
portarsi in ogni cosa secondo la sua volontà e cercando
altresì di evitare la morte di molti uomini. XIII, 2 Per
questa ragione si adoperava per la salvezza dei propri
uomini non meno che per quella dei nemici, così, quan-
do i suoi avevano la meglio in battaglia, li esortava a ri-
sparmiare i prigionieri e a non dimenticare che si tratta-
va di esseri umani partecipi della loro stessa natura. E
se talvolta vedeva che gli animi dei soldati erano intem-
peranti, li teneva a freno con elargizioni d’oro, dando
ordine che chi avesse catturato qualche nemico fosse ri-
compensato con una determinata quantità di danaro. La
saggezza dell’imperatore aveva escogitato questo siste-
ma al fine di risparmiare vite umane, al punto che mol-
tissimi, anche tra i barbari, si salvarono poiché egli stes-
so riscattava con l’oro la loro vita.17
XIV, 1 L’imperatore, anche in altre occasioni, amava
compiere infiniti gesti di questo tenore. E pure in que-
sto frangente, come era solito fare, posta la sua tenda in
un luogo appartato, prima della battaglia si impegnò con

avvenne una vera e propria strage e morirono circa 34.000 dei soldati
messi in campo da Licinio.
180 LOGOÇ B

netivqei, rJa/çtwvnhç me;n aJpavçhç kai; trufhlh'ç diaivthç


ajllotriouvmenoç, ajçitivaiç de; kai; kakwvçei tou' çwvmatoç
pievzwn eJautovn, tauvth/ te to;n qeo;n iJkethrivoiç litai'ç
iJleouvmenoç, wJç a]n dexio;n aujto;n kai; bohqo;n e[coi pravt-
toi te tau'ta a{per aujtw'/ qeo;ç ejmbavlloi th'/ dianoiva/.
XIV, 2 ajllΔ oJ me;n a[upnon ejpoiei'to th;n uJpe;r tw'n
koinw'n frontivda, ouj ma'llon tw'n oijkeivwn h] th'ç tw'n
polemivwn uJpereucovmenoç çwthrivaç.
XV ΔEpei; dΔ oJ mikrw'/ provçqen fuga;ç eijrwneiva/ ka-
qupekrivneto filika;ç au\qiç ajntibolw'n çpeivçaçqai
dexiavç, kai; tauvtaç aujtw'/ parevcein hjxivou, ejpi; çun-
qhkw'n o{roiç biwfelw'ç kai; tw'/ panti; luçitelw'ç pro-
teinomevnaç. tai'ç me;n ou\n çunqhvkaiç proquvmwç uJ-
pakouvein oJ dhlwqei;ç uJpekrivneto o{rkoiç bebaiw'n th;n
pivçtin, laqraivan dΔ au\qiç oJplitw'n çunh'ge paraçkeuh;n
kai; pavlin polevmou kai; mavchç kath'rce barbavrouç tΔ
a[ndraç ajnekalei'to çummavcouç, qeouvç te zhtw'n pe-
rihve/ i eJtevrouç, wJç a]n ejpi; toi'ç protevroiç hjpathmevnoç.
kai; tw'n aujtw'/ pro; mikrou' peri; qew'n oJmilhqevntwn ouj-
demivan ejn nw'/ katebavleto mnhvmhn, oujde; to;n uJpevrma-
con Kwnçtantivnou gnwrivzein qeo;n h[qele, pleivouç dΔ
aujtw'/ kai; kainovteroi geloivwç ajnezhtou'nto.
XVI, 1 Ei\tΔ e[rgw/ maqw;n oJpovçh tiç h\n qei>kh; kai; aj-
povrrhtoç ejn tw'/ çwthrivw/ tropaivw/ duvnamiç, diΔ h|ç oJ
Kwnçtantivnou kratei'n e[maqe çtratovç, toi'ç ajmfΔ auj-
to;n oJplivtaiç parhv/nei mhdamw'ç ejx ejnantivaç ijevnai
touvtw/ mhdΔ wJç e[tucen ajperiblevptwç oJra'n ejpΔ aujtw'/:
deino;n ga;r ei\nai ijçcuvi aujtw'/ te ejcqro;n kai; polevmion,
dio; crh'nai fulavtteçqai th;n pro;ç aujto; çumbolhvn. kai;
dh; tau'ta çuntaxavmenoç, tw'/ dia; filanqrwpivan ojknou'n-
ti kai; to;n katΔ aujtou' qavnaton ajnaballomevnw/ mavch/
çumbalei'n wJrma'to. XVI, 2 oi{de me;n ou\n poluplhqeiva/

18
Scil. Licinio.
19
Cfr. supra II, 5, 2-4.
LIBRO SECONDO 181

dedizione a pregare Dio, allontanando da sé da ogni


agio e ogni abitudine voluttuosa e costringendosi a di-
giuni e a mortificazioni corporali, così si propiziava Dio,
con suppliche e preghiere, per ottenere il suo favore e il
suo soccorso e poter compiere ciò che Dio stesso gli
avesse ispirato. XIV, 2 La sollecitudine con cui si dedi-
cava al bene della collettività non conosceva sonno e lo
spingeva a pregare tanto per la salvezza dei suoi uomini
quanto per quella dei nemici.
XV Dal momento che colui che si era appena dato alla
fuga18 simulava, nella sua doppiezza, di voler ancora for-
mulare promesse di amicizia, Costantino ritenne giusto
concedergli anche questa opportunità, proponendogli ac-
cordi che miravano all’utilità e all’interesse di tutti; quel-
lo, facendo mostra di accogliere favorevolmente i patti,
assicurava con giuramenti la propria lealtà, ma ancora
una volta radunava in segreto contingenti di soldati, di
nuovo si preparava alla battaglia e alla guerra e chiamava
a raccolta barbari come alleati e andava in giro a cercare
altri dei, poiché sui precedenti si era ingannato. Non ser-
bava nella sua mente alcuna memoria di quanto, poco
tempo prima, aveva ammesso riguardo agli dei,19 né volle
riconoscere come Dio il difensore di Costantino, ma si ac-
caniva in modo ridicolo nella ricerca di nuove divinità.
XVI, 1 D’altra parte, avendo appreso per sua stessa
esperienza quale potenza divina e arcana fosse racchiu-
sa nel trofeo salvifico tramite il quale l’esercito Costan-
tino aveva imparato a vincere, esortava i suoi soldati a
non scagliarsi contro di esso per nessun motivo e a non
dedicargli neppure un’occhiata distratta: infatti la sua
forza era tremenda e gli era nemica e ostile, perciò era
necessario astenersi da qualunque attacco contro di es-
so. E date disposizioni in tal senso, si affrettò a scontrar-
si in battaglia con l’avversario, che, per via della sua
umanità, indugiava e differiva il momento della sua
morte. XVI, 2 Mentre i suoi, confidando in una gran
182 LOGOÇ B

qew'n qarrou'nteç çu;n pollh'/ dunavmei ceiro;ç çtratiw-


tikh'ç ejphv/eçan, nekrw'n ei[dwla kamovntwn ejn ajyuvcoiç
ajgavlmaçi probeblhmevnoi: oJ dΔ eujçebeivaç qwvraki peri-
pefragmevnoç, to; çwthvrion kai; zwopoio;n çhmei'on
w{çper ti fovbhtron kai; kakw'n ajmunthvrion tw'/ plhvqei
tw'n ejnantivwn parevtatte. kai; tevwç me;n ejpei'ce feidoi'
crwvmenoç ta; prw'ta, wJç a]n mh; provteroç katavrcoi tou'
polevmou w|n XVII pepoivhto çunqhkw'n ei{neka, wJç dΔ ej-
pimovnwç e[contaç tou;ç uJpenantivouç, h[dh de; xifw'n aJp-
tomevnouç eJwvra, thnikau'ta diaganakthvçaç baçileu;ç
mia'/ rJoph'/ pa'çan th;n tw'n ejnantivwn ejtropou'to duvnamin
oJmou' te ta;ç katΔ ejcqrw'n kai; kata; daimovnwn ajpefev-
reto nivkaç. XVIII ei\tΔ aujto;n to;n qeomiçh' ka[peita
tou;ç ajmfΔ aujto;n novmw/ polevmou diakrivnaç th'/ pre-
pouvçh/ paredivdou timwriva,/ ajphvgontov tΔ aujtw'/ turavnnw/
kai; ajpwvllunto th;n proçhvkouçan uJpevconteç divkhn oiJ
th'ç qeomacivaç çuvmbouloi, oi{ te çmikro;n e[mproçqen th'/
tw'n mavntewn ejlpivdi metewriçqevnteç e[rgw/ to;n Kwnç-
tantivnou qeo;n o{çtiç h\n parelavmbanon kai; tou'ton
¢a[raÜ qeo;n ajlhqh' kai; movnon gnwrivzein wJmolovgoun.
XIX, 1 Kai; dh; tw'n duççebw'n ajndrw'n ejkpodw;n hjr-
mevnwn kaqarai; loipo;n h\çan hJlivou aujgai; turannikh'ç
dunaçteivaç, çunhvptetov te pa'ça o{çh tiç uJpo; ÔRwmaiv-
ouç ejtuvgcane moi'ra, tw'n kata; th;n eJwa /v n ejqnw'n eJnou-
mevnwn qatevrw/ mevrei, mia'/ te th'/ tou' panto;ç ajrch'/
w{çper tini; kefalh'/ to; pa'n katekoçmei'to çw'ma monar-
cikh'ç ejxouçivaç dia; pavntwn hJkouvçhç, lampraiv te fw-

20
Paolo, Efesini, 6,14.
21
Lo scontro decisivo ebbe luogo a Crisopoli nel 324.
22
In realtà Licinio, dopo la sconfitta di Crisopoli, fu confinato a Tes-
salonica e condannato a morte solo qualche tempo dopo, nel 325, per
aver tentato nuovamente di muovere guerra contro Costantino. Zosi-
mo (II, 28) riferisce che Costantino gli garantì che lo avrebbe risparmia-
to, ma “come era suo costume” ruppe la promessa e lo fece impiccare.
23
Nella prospettiva di Eusebio, l’impero è concepito come un uni-
LIBRO SECONDO 183

moltitudine di divinità, avanzavano con un vasto e forte


contingente, mettendo innanzi a se stessi morti fantasmi
di dei rappresentati da statue prive di vita, Costantino,
difeso dalla corazza della religione,20 schierava di fronte
alla moltitudine dei nemici il segno salvifico e dispensa-
tore di vita, come strumento atto a incutere timore e ba-
luardo contro il male. Sulle prime si comportò con cau-
tela, per non dare inizio alla guerra per primo, a causa
dei trattati che aveva stipulato, XVII quando però si
avvide che i nemici erano irriducibili e che già metteva-
no mano alle spade, allora l’imperatore, indignato, in un
istante volse in fuga tutte le forze nemiche e, nello stes-
so tempo, riportò la vittoria sia sugli avversari sia sui de-
moni pagani.21 XVIII Quindi giudicò il nemico di Dio,22
e poi i suoi accoliti, secondo la legge marziale, infliggen-
do loro il giusto castigo, e i promotori della guerra con-
tro Dio furono arrestati insieme al tiranno e furono giu-
stiziati, subendo la giusta condanna, e quanti fino a poco
prima si erano insuperbiti nella fiducia riposta negli in-
dovini, alla luce dei fatti accettarono il Dio di Costanti-
no, quale egli era, e acconsentirono a riconoscerlo come
l’unico e vero Dio.
XIX, 1 Una volta che questi scellerati furono tolti di
mezzo, i raggi del sole finalmente brillarono come puri-
ficati dal dominio del tiranno e tutti i territori che si tro-
vavano sottoposti a Roma vennero riuniti: i popoli del-
l’Oriente divennero una sola cosa con quelli della parte
occidentale e, sotto un’unica autorità comune a tutti,
l’intero corpo dello Stato fu regolato dal potere monar-
chico, che giungeva ovunque, come da una testa;23 i rag-
gi splendidi della luce della fede dispensavano giorni lu-

co organismo a capo del quale l’imperatore rappresenta una sorta di


autorità parallela a quella divina, e che in essa trova la propria legitti-
mazione. Si tratta di una visione radicalmente diversa rispetto a quella
che ebbe come esito il sistema tetrarchico ideato da Diocleziano.
184 LOGOÇ B

to;ç eujçebeivaç marmarugai; toi'ç pri;n kaqhmevnoiç ejn


çkovtw/ kai; çkia'/ qanavtou faidra;ç parei'con hJmevraç.
oujdΔ h\n tiç e[ti protevrwn mnhvmh kakw'n, aJpantacou'
pavntwn to;n nikhth;n ajnumnouvntwn movnon te to;n touv-
tou çwth'ra qeo;n oJmologouvntwn gnwrivzein. XIX, 2 oJ
dΔ ajreth'/ qeoçebeivaç pavçh/ ejmprevpwn nikhth;ç baçileuvç
(tauvthn ga;r aujto;ç aujtw'/ th;n ejpwvnumon kuriwtavthn
ejphgorivan eu{rato th'ç ejk qeou' dedomevnhç aujtw'/ kata;
pavntwn ejcqrw'n te kai; polemivwn nivkhç ei{neka) th;n
eJwa/v n ajpelavmbane, kai; mivan çunhmmevnhn kata; to; pa-
laio;n th;n ÔRwmaivwn ajrch;n uJfΔ eJauto;n ejpoiei'to, mo-
narcivaç me;n ejxavrcwn qeou' khruvgmatoç toi'ç pa'çi, mo-
narciva/ de; kai; aujto;ç tou' ÔRwmaivwn kravtouç to;n çuvm-
panta phdalioucw'n bivon. XIX, 3 ajfhvr/ htov te pa'n dev-
oç tw'n pri;n piezovntwn tou;ç pavntaç kakw'n, lampra;ç
dΔ ejpetevloun eJorta;ç oiJ kata; pavçaç ejparcivaç kai; pov-
leiç dh'moi, meidiw'çiv te proçwvpoiç o[mmaçiv te faidroi'ç
oiJ pri;n kathfei'ç ajllhvloiç ejnevblepon, coroi; dΔ aujtoi'ç
kai; u{mnoi to;n pambaçileva qeo;n prwvtiçta pavntwn
Êo[nta dh; tou'ton ejdivdaçkonÊ, ka[peita to;n kallivnikon
pai'davç tΔ aujtou' koçmiwtavtouç kai; qeofilei'ç kaivçaraç
fwnai'ç ajçcevtoiç ejgevrairon, kakw'n tΔ ajmnhçtiva pa-
laiw'n h\n kai; duççebeivaç aJpavçhç lhvqh, parovntwn dΔ aj-
gaqw'n ajpovlauçiç kai; proçevti mellovntwn proçdokiva.
XX, 1 ÔHplou'nto de; kai; parΔ hJmi'n, w{çper ou\n kai;
provteron para; toi'ç qavteron mevroç th'ç oijkoumevnhç
lacou'çi, baçilevwç filanqrwpivaç e[mpleoi diatavxeiç,
novmoi te th'ç pro;ç to;n qeo;n oJçivaç pnevonteç pantoivaç
parei'con ajgaqw'n ejpaggelivaç, toi'ç me;n katΔ e[qnoç ej-
parciwvtaiç ta; provçfora kai; luçitelh' dwrouvmenoi,

24
Luca 1, 79a.
25
L’epiteto compare in quasi tutti i documenti contenuti nella Vita
di Costantino e trova corrispondenza nelle testimonianze epigrafiche.
26
In questo punto Winkelmann ha individuato un guasto nella tra-
dizione manoscritta.
LIBRO SECONDO 185

minosi a coloro che prima giacevano nella tenebra e nel-


l’ombra della morte.24 Non c’era più neppure il ricordo
delle disgrazie di un tempo, mentre ovunque tutti in-
neggiavano al vincitore e affermavano di riconoscere
come unico Dio quello che aveva gli portato soccorso.
XIX, 2 Splendido nell’integrità della sua fede l’impera-
tore vittorioso (egli stesso infatti coniò per sé questo ap-
pellativo, il più appropriato accanto al suo nome per via
della vittoria concessagli da Dio su tutti gli avversari e i
nemici)25 recuperò la parte orientale, accentrò sotto di sé
un’unica autorità, salda come ai tempi dell’antica Roma,
e iniziò ad annunciare a tutti il regno di Dio, governando
egli stesso con il potere assoluto della signoria di Roma
ogni aspetto della vita. XIX, 3 Si dissolse così ogni timo-
re dei mali che prima opprimevano tutti, e le popolazio-
ni di ogni provincia e di ogni città celebravano splendidi
festeggiamenti: mentre prima erano afflitte, ora si guar-
davano a vicendevolmente con volti sereni e sguardi
raggianti. Ora danze e canti † facevano conoscere †,26
prima di tutto, Dio, signore di ogni cosa e rendevano ono-
re al vincitore e ai suoi figli, i virtuosissimi cesari anch’es-
si cari a Dio, con acclamazioni di gioia sfrenata, e soprav-
venne allora l’oblio degli antichi mali e tutte le empietà
furono dimenticate nel godimento dei beni presenti e
nell’attesa di quelli che sarebbero venuti.
XX, 1 Furono promulgati anche presso di noi,27 come
già prima presso coloro che avevano avuto in sorte di
abitare nell’altra metà dell’impero, ordinamenti che ri-
specchiavano l’umanità dell’imperatore, e leggi ispirate
al rispetto di Dio promettevano ora ogni bene, offriva-
no agli abitanti di ciascuna provincia tutto ciò che è van-
taggioso e utile28 e, d’altra parte, stabilivano analoghi

27
Ossia presso gli abitanti della Palestina, dove viveva Eusebio.
28
Eusebio allude qui al documento riportato infra, II, 24-42.
186 LOGOÇ B

tai'ç dΔ ejkklhçivaiç tou' qeou' ta; katavllhla diagoreuv-


onteç. XX, 2 ajnekalou'nto gou'n ejkeivnouç prwvtiçta
pavntwn, o{çoi tou' mh; eijdwlolatrh'çai cavrin uJpo; tw'n
katΔ e[qnoç hJgoumevnwn, ejxorivaç kai; metoikivaç uJpevmei-
nan, ka[peita tou;ç bouleuthrivoiç ejgkriqevntaç th'ç
aujth'ç e{neken aijtivaç hjleuqevroun tw'n leitourghmavtwn,
kai; toi'ç ajfh/rhmevnoiç de; ta;ç oujçivaç ajnalambavnein
tauvtaç ejgkeleuovmenoi. XX, 3 oi{ tΔ ejn kairw'/ tou' ajgw'-
noç karteriva/ yuch'ç dia; qeo;n lamprunovmenoi metavl-
loiç te kakopaqei'n paradoqevnteç h] nhvçouç oijkei'n kri-
qevnteç h] dhmoçivoiç e[rgoiç douleuvein kathnagkaçmevnoi
touvtwn ajqrovwç aJpavntwn ejleuqerivaç ajphvlauon. XX, 4
kai; tou;ç çtratiwtikh'ç dΔ ajxivaç diΔ e[nçtaçin qeoçebeiv-
aç ajpoblhvtouç genomevnouç ajnekalei'to th'ç u{brewç hJ
baçilikh; dwreav, ejpΔ ejxouçivaç ai{reçin parevcouça h] ta;ç
oijkeivaç ajpolambavnein kai; diaprevpein toi'ç protevroiç
aujtw'n ajxiwvmaçin, h] ajgapw'ntaç to;n eujçtalh' bivon
pavntwn leitourghmavtwn ajnephreavçtouç diatelei'n.
XX, 5 kai; tou;ç gunaikeivoiç dΔ e[rgoiç ejfΔ u{brei kai; aj-
timiva/ douleuvein kriqevntaç oJmoivwç toi'ç loipoi'ç hjleu-
qevroun.
XXI Kai; tau'ta me;n peri; tw'n tau'qΔ uJpomeinavntwn hJ
baçilevwç ejnomoqevtei grafhv. peri; de; th'ç uJpavrxewç tw'n
aujtw'n ejntelw'ç dihgovreuen oJ novmoç. tw'n te ga;r aJgivwn
tou' qeou' martuvrwn tw'n ejn oJmologiva/ th;n teleuth;n aj-
poqemevnwn tou' bivou ta;ç oujçivaç ejkevleue tou;ç tw'/ gevnei
proçhvkontaç ajpolambavnein, eij de; mh; touvtwn tiç ei[h,
ta;ç ejkklhçivaç uJpodevceçqai tou;ç klhvrouç. kai; ta; ejk

29
I curiali, o decurioni, erano i possidenti membri dei consigli (or-
dines) delle singole comunità urbane (municipia) già in età repubbli-
cana. All’inizio dell’età imperiale formavano un organismo delibe-
rante i cui membri gestivano le finanze della città ed erano tenuti a
LIBRO SECONDO 187

provvedimenti per le Chiese di Dio. XX, 2 Innanzitutto


furono richiamati tutti coloro che, per non aver accon-
sentito ad adorare gli idoli di fronte ai governatori delle
province, avevano sopportato l’esilio ed erano stati co-
stretti a emigrare, poi furono esonerati dall’obbligo di
adempire ai pubblici servizi coloro che per le stesse ra-
gioni erano stati inclusi nelle liste curiali29 e inoltre fu
dato ordine che fossero restituiti i patrimoni di quanti
avevano subito confische XX, 3 Coloro che nel momen-
to della lotta brillarono per la forza d’animo che viene
da Dio e furono relegati a soffrire nelle miniere o con-
dannati all’esilio nelle isole o costretti a svolgere lavori
pubblici in una condizione di schiavitù, furono liberati
da tutte queste vessazioni. XX, 4 La generosità dell’im-
peratore risarcì dal sopruso che avevano subito coloro
che per la perseveranza nella fede erano stati rimossi
dalle cariche militari, permettendo loro di decidere in
tutta libertà se riprendere le proprie funzioni ed essere
insigniti della dignità di prima o se optare per un’esi-
stenza tranquilla e vivere liberi da incombenze. XX, 5
Anche coloro che erano stati condannati, per sfregio e
disonore, a prestare servizio svolgendo mansioni fem-
minili vennero liberati allo stesso modo degli altri.
XXI Tali furono le disposizioni che la legislazione im-
periale stabiliva riguardo a quanti avevano subito que-
ste ingiustizie. La legge dava inoltre indicazioni esausti-
ve in merito al patrimonio di costoro. Stabiliva infatti
che i beni dei santi martiri di Dio che avevano trovato la
morte a causa della confessione della fede fossero con-
segnati ai membri delle loro famiglie, e, qualora non vi
fosse nessun erede, fossero devoluti alle Chiese. Questa
generosa legislazione imponeva che quanto era stato

versare una summa honoraria che veniva devoluta in opere pubbli-


che. Dal IV secolo in avanti furono soggetti a oneri finanziari sempre
più pesanti.
188 LOGOÇ B

tameivou de; provteron eJtevroiç h] kata; pra'çin h] kata;


dwrea;n ejkpoihqevnta tav tΔ ejn aujtw'/ katalhfqevnta eijç
toujpivçw proçhvkein toi'ç deçpovtaiç ajpodivdoçqai to; th'ç
dwrea'ç gravmma diekeleuveto. toçau'ta me;n th'/ ejkklhçiva/
tou' qeou' aiJ katapemfqei'çai dwreai; parei'con.
XXII Dhvmoiç ¢de;Ü toi'ç ejkto;ç kai; pa'çin e[qneçi
touvtwn e{tera uJperbavllonta tw'/ plhvqei hJ baçilevwç
ejdwrei'to megaloyuciva, ejfΔ oi|ç a{panteç oiJ kaqΔ hJma'ç,
o{ça to; pri;n ajkoh'/ punqanovmenoi ejn qatevrw/ mevrei th'ç
ÔRwmaivwn ajrch'ç gignovmena tou;ç eu\ pavçcontaç ejmakav-
rizon, eujch;n tiqevmenoi tw'n i[çwn ajpolau'çai kai; aujtoiv
pote, tau'qΔ uJpΔ o[yeçin oJrw'nteç, h[dh kai; çfa'ç eujdai-
monivzein hjxivoun, xevnon ti crh'ma kai; oi|on oJ pa'ç aijwn;
uJfΔ hJlivou aujgai'ç oujdevpoqΔ iJçtovrhçen ejpilavmyai tw'/
qnhtw'/ gevnei to;n toçou'ton oJmologou'nteç baçileva. ajllΔ
oiJ me;n w|de ejfrovnoun.
XXIII, 1 ΔEpei; de; pavnqΔ uJpotevtakto baçilei' qeou'
çwth'roç dunavmei, to;n tw'n ajgaqw'n aujtw'/ pavrocon toi'ç
pa'çi fanero;n ejpoivei, kajkei'non tw'n nikhthrivwn ai[tion
ajlla; mh; aujto;n nomivzein diemartuvreto, tou'tov tΔ aujto;
ajnekhvrutte dia; carakthvrwn ÔRwmaivaç te kai; ÔEllhniv-
doç fwnh'ç eijç e{kaçton e[qnoç ejn grafh'/ ¢diapemfqeivçh/Ü.
XXIII, 2 mavqoiç dΔ a]n tou' lovgou th;n ajreth;n aujtoi'ç
proçbalw;n toi'ç gravmmaçi: duvo dΔ h\n tau'ta, to; me;n
tai'ç ejkklhçivaiç tou' qeou', to; de; toi'ç ejkto;ç kata; pov-
lin dhvmoiç diapemfqevn, o} th'/ parouvçh/ proçh'kon uJpo-
qevçei e[moige dokei' parenqei'nai, wJç a]n dia; th'ç iJçtoriv-
aç mevnoi kai; fulavttoito toi'ç meqΔ hJma'ç kai; hJ tou'de
tou' gravmmatoç e[kqeçiç provç tΔ ajlhqeivaç kai; tw'n hJ-
metevrwn dihghmavtwn pivçtwçin. XXIII, 3 ei[lhptai dΔ

30
Eusebio menziona due lettere: il testo della prima, che riguarda-
va esclusivamente le Chiese, non è riportato, la seconda, di carattere
più generale e indirizzata ai provinciali di Palestina, è citata per intero
nei capitoli che seguono (24 ss.).
LIBRO SECONDO 189

precedentemente sottratto all’erario ed era passato ad


altri o mediante vendita o mediante donazione, e anche
quanto era rimasto al fisco, fosse restituito ai legittimi
proprietari. I doni, che per legge vennero dispensati,
portarono tali benefici alla chiesa di Dio.
XXII La magnanimità dell’imperatore concesse alle
popolazioni che non facevano parte della Chiesa e a tut-
te le province altri benefici anche in quantità superiore
e, a proposito di essi, gli abitanti delle nostre regioni che
avevano avuto notizia in passato di quanto avveniva
nell’altra parte dell’impero romano e stimavano felici
quelli che ne godevano e formulavano preghiere perché
potessero un giorno anch’essi giovarsi degli stessi privi-
legi, nel vederli ora sotto i loro occhi, pensavano che fos-
se il caso di rallegrarsene ed erano tutti d’accordo che si
trattasse di una fortuna inusitata, quale mai nessun tem-
po aveva conosciuto sotto i raggi del sole, che un tale
imperatore rifulgesse per il genere umano. Tali erano i
loro sentimenti.
XXIII, 1 Quando ogni cosa fu sottoposta all’autorità
dell’imperatore, grazie alla potenza del Dio salvatore,
egli rese manifesto a tutti chi gli avesse procurato tali
benefici e testimoniò che riteneva il Signore, e non se
stesso, la causa delle vittorie, e ne diede l’annuncio per
iscritto, in documenti redatti in lingua greca e latina che
furono diffusi in ogni provincia. XXIII, 2 Si può com-
prendere la nobiltà delle sue parole prendendo visione
delle sue lettere: erano due, l’una indirizzata alle Chiese
di Dio, l’altra diretta alle popolazioni cittadine al di fuo-
ri alla Chiesa.30 Mi sembra doveroso includere nella mia
opera anche questa testimonianza, che è attinente all’ar-
gomento trattato, affinché la memoria della pubblica-
zione della lettera sopravviva nella storia e sia conser-
vata per i posteri e anche perché essa confermi la veridi-
cità della nostra trattazione. XXIII, 3 È stata tratta dal
190 LOGOÇ B

ejx aujqentikou' tou' parΔ hJmi'n fulattomevnou baçilikou'


novmou, w|/ kai; th'ç aujtou' dexia'ç e[ggrafoç uJpoçhmeivwçiç
th'ç tw'n lovgwn piçtwvçewç oi|av tini çfragi'di kataçh-
maivnei th;n marturivan.

XXIV, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç ej-


parciwvtaiç Palaiçtivnhç. «Hn me;n a[nwqevn te kai; pav-
lai para; toi'ç ojrqw'ç kai; çwfrovnwç peri; tou' kreivtto-
noç doxavzouçin e[kdhloç hJ diafora; kai; pa'çan ajneivr-
gouça povrrwqen ajmfibolivan, o{çw/ tw'/ mevçw/ dihvllatten
hJ peri; th;n çebaçmiwtavthn tou' criçtianiçmou' qera-
peivan ajkribh;ç parathvrhçiç para; tou;ç pro;ç aujth;n ejk-
pepolemwmevnouç te kai; katafronhtikw'ç e[cein ejqevlon-
taç. XXIV, 2 nuni; de; kai; ma'llon ejpifaneçtevraiç
pravxeçi kai; katorqwvmaçi lamprotevroiç tov te th'ç ajm-
fibolivaç a[logon ajpodevdeiktai kai; oJpovçh tiç hJ tou'
megavlou qeou' duvnamiç, hJnivka toi'ç me;n piçtw'ç to;n
çemnovtaton çevbouçi novmon kai; mhde;n tw'n paraggel-
mavtwn paraluvein tolmw'çin a[fqona ta; ajgaqa; kai; pro;ç
ta;ç ejgceirhvçeiç ijçcu;ç ajrivçth kai; metΔ ejlpivdwn ajga-
qw'n ajpantw'ça, toi'ç de; th;n ajçebh' labou'çi gnwvmhn
pro;ç ta;ç proairevçeiç ajkovlouqa kai; ta; ajpobaivnonta
h\n. XXIV, 3 tivç ga;r a]n ajgaqou' tuvcoi tinovç, to;n tw'n

31
Questa lettera, databile al 324, rappresenta il primo della serie di
documenti costantiniani che Eusebio cita per esteso nella Vita di Co-
stantino, seguendo una prassi già adottata nella Storia Ecclesiastica.
Benché l’autenticità di tali testimonianze sia stata messa in dubbio in
passato da diversi studiosi, essa è oggi generalmente accettata, soprat-
tutto dopo che è stato dimostrato che un papiro conservato a Londra
(P. Lond. III 878 verso, pubblicato da T.C. Skeat in «Antike und Orient»,
Festschr. W. Schubart, 1950, pp. 126-133), e databile al 320, contiene un
ampio frammento del documento qui riportato, che è proprio quello
la cui autenticità era stata con più insistenza messa in discussione, cfr.
A.H.M. Jones-T.C. Skeat, Notes on the genuineness of the Constanti-
nian Documents in Eusebius’ Life of Constantine, in «Journal of Ec-
clesiastical History», 5 (1954), pp. 196-200 e C. Pietri, Constantin en
324. Propagande et théologie imperiale d’après les documents de la Vita
Constantini, in Actes du colloque de Strasbourg (Décembre 1981) Stra-
LIBRO SECONDO 191

testo originale della legge imperiale, che noi stessi cu-


stodiamo, nel quale la firma dell’imperatore, scritta di
suo pugno, testimonia chiaramente l’autenticità del do-
cumento come un sigillo.

XXIV, 1 Il Vincitore Costantino Massimo Augusto ai


provinciali di Palestina.31
Già da lungo tempo, a quanti ragionano in modo giu-
sto e saggio sull’Onnipotente, era evidente, e non c’era
spazio per dubbio alcuno, quale grande differenza ci sia
tra la scrupolosa osservanza della venerabilissima reli-
gione dei cristiani e l’atteggiamento di coloro che l’hanno
osteggiata e hanno scelto di comportarsi in modo sprez-
zante verso di essa. XXIV, 2 Ora, alla luce di fatti ancora
più evidenti e di splendidi successi, risulta chiaro quanto
il dubbio sia insensato e quanto grande sia la potenza del
sommo Dio, dal momento che a coloro che venerano con
fede la legge santissima e non osano scostarsi da quanto
è prescritto si sono offerti copiosi benefici e una forza su-
periore li ha favoriti nelle loro imprese portando con sé
buone speranze mentre, al contrario, per quelli che ab-
bracciano il partito dell’empietà 32 i risultati sono stati
corrispondenti alle loro stesse scelte. XXIV, 3 Infatti co-

sburgo 1983, in particolare pp. 67-68. Sui documenti citati nella Vita di
Costantino si veda lo studio fondamentale di H. Dörries, Das Selbst-
zeugnis Kaiser Konstantins («Abhandlungen der Akademie der Wis-
senschaften in Göttingen», Philol.-Hist. Klasse III 34) Göttingen 1954.
In particolare pp. 43-46.
32
Scil. i persecutori pagani. Nelle parole dell’imperatore è eviden-
te una concezione della storia di tipo provvidenziale: Costantino è
strumento della divinità e si assume il compito di realizzarne il dise-
gno e di ristabilire la giustizia nel mondo dopo le aberrazioni delle
persecuzioni anticristiane. Pertanto è Dio stesso che gli consente di ri-
sultare vincitore sui nemici, la cui colpevolezza è dimostrata inoppu-
gnabilmente dal castigo divino che si abbatte su di loro. Su questo con-
cetto si insiste anche nei paragrafi successivi dove si ribadisce che i
persecutori dei cristiani andarono incontro a tremende sciagure e a
morti orribili.
192 LOGOÇ B

ajgaqw'n ai[tion qeo;n ou[te gnwrivzwn ou[te ta; proçhvkon-


ta çevbein ejqevlwn… pivçtin de; tw'/ rJhqevnti kai; ta; e[rga
divdwçin.
XXV Eij gΔ ou\n tiç eijç tou;ç a[nwqen eijç deu'ro pa-
rateivnontaç crovnouç ajnadravmoi tw'/ nw'/ kai; ta;ç pwvpo-
te genomevnaç pravxeiç kativdoi tw'/ logiçmw',/ pavntaç a]n
eu{roi tou;ç me;n o{çoi dikaivan kai; ajgaqh;n prokatebav-
lonto tw'n pragmavtwn krhpi'da eijç ajgaqo;n kai; proa-
gagovntaç ta;ç ejgceirhvçeiç pevraç, kai; oi|on ajpo; rJizv hç
tino;ç hJdeivaç komiçamevnouç kai; to;n karpo;n glukuvn,
tou;ç de; ajdivkoiç ejpiceirhvçantaç tovlmaiç kai; h] pro;ç
to; krei'tton ajnohvtwç ejkmanevntaç h] pro;ç to; ajnqrwvpi-
non gevnoç logiçmo;n o{çion mhdevna labovntaç, ajlla; fu-
ga;ç ajtimivaç dhmeuvçeiç çfaga;ç toiau'ta polla;
tolmhvçantaç, kai; oujde; metamelhqevntaç pote; oujde; to;n
nou'n ejpiçtrevyantaç pro;ç ta; kallivw, i[çwn kai; tw'n aj-
moibaivwn tucovntaç. kai; tau'tav ge oujk a]n ajpeikovtwç
oujdΔ a]n ajpo; lovgou çumbaivnoi.
XXVI, 1 ”Oçoi me;n ga;r meta; dikaivaç gnwvmhç ejpiv
tinaç e[rcontai pravxeiç kai; to;n tou' kreivttonoç fov-
bon dihnekw'ç e[couçin ejn nw',/ bebaivan th;n peri; aujto;n
fulavttonteç pivçtin, kai; tou;ç parovntaç fovbouç te kai;
kinduvnouç oujk a[gouçin tw'n mellouçw'n ejkeivnwn ejlpivdwn
protimotevrouç, ka]n eij pro;ç kairo;n duçcerw'n tinwn
peiraqei'en, tw'/ meivzonaç eJautoi'ç ajpokei'çqai piçteuvein
tima;ç h[negkan oujde; ta; proçpeçovnta barevwç, ajlla;
toçouvtw/ lamprotevraç e[tucon eujkleivaç, o{çw/ kai; baru-
tevrwn tw'n calepw'n ejpeiravqhçan. XXVI, 2 o{çoi de; h]
to; divkaion ajtivmwç parei'don h] to; krei'tton oujk
e[gnwçan, kai; tou;ç tou'to piçtw'ç metiovntaç u{breçi kai;
kolavçeçin ajnhkevçtoiç uJpobalei'n ejtovlmhçan, kai; oujc
eJautou;ç me;n ajqlivouç ejfΔ oi|ç dia; ta;ç toiauvtaç ejkovla-
zon profavçeiç e[krinan, eujdaivmonaç de; kai; makariç-
tou;ç tou;ç kai; mevcri tw'n toiouvtwn th;n pro;ç to; krei't-
ton diaçw/zomevnouç eujçevbeian, touvtwn pollai; me;n
LIBRO SECONDO 193

me potrebbe ottenere alcun vantaggio chi non riconosce


Dio quale causa di ogni bene e chi neppure vuole vene-
rarlo come è doveroso? I fatti stessi conferiscono credibi-
lità alle nostre affermazioni.
XXV Se infatti si ripercorresse con la mente lo svol-
gersi del tempo dall’antichità fino a ora e se si riconside-
rasse col pensiero quanti eventi siano mai accaduti, si
constaterebbe che tutti coloro che impostarono il loro
agire su basi giuste e buone portarono anche a buon fine
ciò che intrapresero, come raccogliendo da una buona
radice un dolce frutto, invece quelli che osarono compie-
re azioni ingiuste o infuriarono dissennatamente contro
l’Onnipotente o non ebbero alcun sentimento di pietà nei
confronti del genere umano, ma ebbero l’ardire di com-
mettere ogni nefandezza: esili, privazioni di diritti, confi-
sche e stragi, e non si pentirono mai, né volsero al bene la
loro mente, ottennero l’adeguata ricompensa della loro
malvagità. E questo non potrebbe accadere senza ragio-
ne né senza una causa.
XXVI, 1 Quanti si dedicano a qualche impresa spinti
da una giusta ragione e serbano costantemente nei loro
pensieri il timore del Dio supremo, conservando salda la
fede in esso, non considerano le paure e i pericoli del
momento più importanti delle loro speranze per il futu-
ro, se pure all’occorrenza dovettero affrontare qualche
disgrazia, non sopportarono con troppa fatica le avver-
sità, grazie alla fiducia che beni più grandi fossero tenuti
in serbo per loro, e anzi, quanto più gravi furono le diffi-
coltà che affrontarono tanto più splendida fu la gloria
che ottennero. XXVI, 2 Quanti invece trascurarono
ignobilmente la giustizia o non riconobbero l’Onnipo-
tente ed ebbero l’ardire di sottoporre a violenze e puni-
zioni implacabili chi lo seguiva fedelmente, non fecero
tanto apparire se stessi miseri per via delle pene che in-
fliggevano con quei pretesti, quanto piuttosto beati e be-
nedetti coloro che, conservarono fino all’ultimo la fede in
194 LOGOÇ B

e[peçon çtratiaiv, pollai; de; pro;ç fugh;n ejtravphçan,


pa'ça de; touvtwn polevmwn paravtaxiç eijç aijçcivçthn
e[lhxen h|ttan.
XXVII, 1 ΔEk tw'n toiouvtwn ajnafuvontai povlemoi
barei'ç, ejk tw'n toiouvtwn porqhvçeiç panwvleqroi, ejnteu'-
qen ejlattwvçeiç me;n tw'n pro;ç ta;ç creivaç ajnagkaivwn,
plh'qoç de; tw'n ejphrthmevnwn deinw'n, ejnteu'qen oiJ th'ç
toçauvthç ajrchgoi; duççebeivaç h] ajnatlavnteç ta; e[çca-
ta qavnaton panwvleqron ejduçtuvchçan, h] zwh;n aijç-
civçthn diavgonteç qanavtou tauvthn barutevran ejpev-
gnwçan, kai; oi|on ijçomevtrouç tai'ç ajdikivaiç ta;ç timw-
rivaç ejkomivçanto. XXVII, 2 toçou'ton ga;r e{kaçtoç
eu{rato çumforw'n, o{çon tiç kai; katapolemh'çai to;n
qei'on wJç w[/eto novmon uJpΔ ajlogivaç prohvcqh, w{çtΔ auj-
toi'ç mh; para; th;n zwh;n ei\nai bareva movnon, ajlla; kai;
tw'n uJpo; gh'ç kolaçthrivwn calepwvteron proçdoka'çqai
to;n fovbon.
XXVIII, 1 Toiauvthç dh; kai; ou{tw bareivaç duççebeiv-
aç ta; ajnqrwvpeia katecouvçhç, kai; tw'n koinw'n oi|on uJ-
po; novçou loimwvdouç tino;ç a[rdhn diafqarh'nai kindu-
neuovntwn kai; qerapeivaç çwthrivou pollh'ç crh/zovntwn,
tivna to; qei'on ejpinoei' koufiçmovn, tivna tw'n deinw'n aj-
pallaghvn… ejkei'no de; pavntwç nohtevon qei'on, o} movnon
te kai; wJç o[ntwç e[çti kai; diarkh' kata; panto;ç e[cei
tou' crovnou th;n duvnamin. pavntwç de; ouj kovmpoç to;
th;n para; tou' kreivttonoç eujpoiivan oJmologou'nta çem-
nologei'çqai. XXVIII, 2 th;n ejmh;n uJphreçivan pro;ç th;n
eJautou' bouvlhçin ejpithdeivan ejzhvthçevn te kai; e[krinen,
o}ç ajpo; th'ç pro;ç Brettanoi'ç ejkeivnhç qalavççhç ajrxav-
menoç kai; tw'n merw'n, e[nqa duveçqai to;n h{lion aj-
navgkh/ tini; tevtaktai kreivttoni, ajpwqouvmenoç kai;
diaçkedannu;ç ta; katevconta pavnta deinav, i{nΔ a{ma
me;n ajnakaloi'to to; ajnqrwvpeion gevnoç th;n peri; to;n
çemnovtaton novmon qerapeivan th'/ parΔ ejmou' paideuovme-
non uJpourgiva,/ a{ma de; hJ makariçth; pivçtiç au[xoito uJpo;
LIBRO SECONDO 195

Dio; del resto, tanti dei loro eserciti caddero, tanti furono
volti in fuga e tutti i loro schieramenti di guerra finirono
nella sconfitta più vergognosa.
XXVII, 1 È da tali misfatti che si sviluppano guerre
terribili, da essi derivano rovinose devastazioni, di qui la
perdita dei beni di prima necessità e una gran quantità di
paure incombenti, e pertanto gli autori di tale empietà o
furono colpiti dalla sorte, subendo una morte infame do-
po aver sopportato mali estremi, oppure condussero una
vita vergognosissima, che trovarono anche più insoppor-
tabile della morte, e meritarono castighi commisurati alle
ingiustizie commesse. XXVII, 2 Infatti ciascuno andò
incontro a una quantità di sventure proporzionale alla
misura in cui si era adoperato, per dissennatezza, a rove-
sciare intenzionalmente la legge divina, così che per essi
non solo fu insopportabile l’esistenza terrena ma conob-
bero il timore, ben più opprimente, dei castighi che li at-
tendevano sottoterra.
XXVIII, 1 Dal momento che l’empietà era tanto grave
e profonda e che lo Stato correva il rischio di essere com-
pletamente devastato da un morbo pestilenziale e aveva
un estremo bisogno di una salutare terapia, a quale rime-
dio pensò la divinità per far cessare mali così tremendi?
E senza dubbio bisogna credere che quella divinità sia
davvero l’unica e detenga il potere che dura in eterno.
XXVIII, 2 Non è affatto per millanteria che chi riconosce
i benefici di Dio ne parla con enfasi. Egli stesso ha ricer-
cato i miei servigi e li ha giudicati conformi alla sua vo-
lontà; infatti, cominciando dal mare che giace dalla parte
dei Britanni e da quelle regioni sulle quali per una legge
necessaria e superiore è stabilito che il sole tramonti, io
ho scacciato e dissipato tutti i mali incombenti, perché il
genere umano fosse chiamato alla venerazione della leg-
ge più santa, anche grazie all’esempio della mia stessa
sottomissione e, al tempo stesso, perché la fede più bene-
detta potesse crescere sotto la guida dell’Onnipotente
196 LOGOÇ B

ceiragwgw'/ tw'/ kreivttoni XXIX, 1 (oujdevpote ga;r a]n aj-


gnwvmwn peri; th;n ojfeilomevnhn genoivmhn cavrin, tauvthn
ajrivçthn diakonivan, tou'to kecariçmevnon ejmautw'/ dw'ron
piçteuvçaç), mevcri kai; tw'n eJww/v n proveimi cwrivwn, a} ba-
rutevraiç katecovmena çumforai'ç meivzona kai; th;n parΔ
hJmw'n qerapeivan ejpeboa'to. pavntwç de; kai; yuch;n o{lhn
kai; pa'n o{ tiv per ajnapnevw, kai; o{lwç ei[ ti th'ç dia-
noivaç ejndotavtw çtrevfetai, tou'to tw'/ megivçtw/ qew'/ oj-
feivleçqai parΔ hJmw'n o{lon ajçfalw'ç pepivçteuka.
XXIX, 2 Oi\da me;n ou\n ajkribw'ç, wJç oujde;n th'ç parΔ
ajnqrwvpwn eujnoivaç crhvz/ oien a]n oiJ th;n oujravnion ojrqw'ç
metadiwvxanteç ejlpivda kai; tauvthn ejxaivretovn te kai;
ajçfalw'ç ejpi; tw'n qeivwn kaqidruçavmenoi tovpwn
toçouvtw/ te timw'n ajpolauvonteç meizovnwn, o{çw/ per
çfa'ç aujtou;ç tw'n ghivnwn ejlattwmavtwn te kai; deinw'n
ejcwvriçan. XXIX, 3 ta;ç ajnavgkaç de; o{mwç ta;ç pro;ç
kairo;n ejpenecqeivçaç aujtoi'ç kai; ta;ç ouj proçhkouvçaç
baçavnouç ajpo; tw'n oujde;n aijtivwn oujde; uJpeuquvnwn wJç
porrwtavtw ajneivrgein hJma'ç oi\mai proçhvkein: h] gevnoitΔ
a]n ajtopwvteron, uJpo; me;n toi'ç diw'xai tou;ç a[ndraç pro-
qumhqei'çin th'ç peri; to; qei'on e{neka qerapeivaç to; kar-
teriko;n kai; çterro;n th'ç yuch'ç aujtw'n iJkanw'ç dia-
gnwçqh'nai, uJpo; de; tw'/ qeravponti tou' qeou' mh; oujk eijç
lamprovteron kai; makariçtovteron çch'ma th;n dovxan ajr-
qh'nai.
XXX, 1 ”Apanteç toivnun, ei[te tine;ç metoikivan ajn-
ti; th'ç ejnegkouvçhç hjllavxanto, o{ti mh; th;n pro;ç to;
qei'on parei'don pivçtin, h|/per o{laiç yucai'ç çfa'ç auj-
tou;ç kaqievrwçan, gnwvçeçin dikaçtw'n ajphnevçin uJpoblh-
qevnteç, kaqΔ ou}ç e[tucon e{kaçtoi crovnouç, ei[te tine;ç
bouleutikoi'ç çugkathriqmhvqhçan katalovgoiç, to;n
touvtwn provteron ajriqmo;n ouj plhrou'nteç, cwrivoiç te
patrwv/oiç ajpokataçtavnteç kai; çcolh'/ th'/ çunhvqei tw'/

33
Cfr. supra, n. 29, p. 186.
LIBRO SECONDO 197

XXIX, 1 (mai, infatti, potrei essere inconsapevole del mio


debito di gratitudine per questo compito altissimo, che
sono persuaso mi sia stato concesso come un dono) e mi
sono spinto fino alle regioni orientali, sulle quali grava-
vano sventure ancora più gravi, ed era richiesta da parte
nostra una cura anche maggiore. Sono convinto nel mo-
do più fermo e assoluto di essere debitore al Dio supre-
mo di tutta la mia anima, di ogni mio respiro e di ogni
pensiero che mi sorge nel profondo della mente.
XXIX, 2 Io so con esattezza che quanti perseguono
rettamente la speranza nella vita celeste e la collocano
precipuamente e saldamente nell’ambito del divino, non
hanno bisogno della benevolenza degli esseri umani, e
che godranno di onori tanto maggiori quanto più si sono
tenuti lontani dalle manchevolezze e dalla cattiveria ter-
rena. XXIX, 3 Tuttavia ritengo che sia nostro compito
respingere il più lontano possibile da quanti non hanno
alcuna colpa né responsabilità le sofferenze e i tormenti
immeritati che a suo tempo furono loro inflitti. In caso
contrario, si verificherebbe il paradosso che durante il go-
verno di coloro che si accanivano a perseguitare gli uo-
mini a causa del loro fervore religioso fosse adeguata-
mente riconosciuta la loro forza e saldezza d’animo e che
ora invece, sotto l’autorità del servitore di Dio, la loro
gloria non sia esaltata nel modo più luminoso e felice.
XXX, 1 Dunque tutti costoro, sia quelli che si allonta-
narono dalla patria, esiliati in terra straniera perché non
sconfessarono la fede in Dio alla quale si erano consacra-
ti con tutta l’anima e furono sottoposti a crudeli condanne
da parte dei giudici, in qualunque tempo a ciascuno sia
capitato sia quelli che furono iscritti nelle liste curiali33 e
che prima non erano inclusi nel numero, tutti costoro sia-
no reintegrati nei luoghi d’origine e nelle consuete occu-
pazioni e rendano preghiere di ringraziamento a Dio no-
198 LOGOÇ B

pavntwn ejleuqerwth'/ qew'/ cariçthvria ferovntwn: XXX,


2 ei[te tine;ç tw'n o[ntwn ejçtevronto kai; pavçhç th'ç uJ-
parcouvçhç oujçivaç ajpobolh'/ katapeplhgovteç kathfevç-
taton eijç deu'ro dih'gon bivon, oijkhvçeçin te tai'ç ajrcaiv-
aiç kai; gevneçin kai; periouçivaiç ajpodoqevnteç th'ç pa-
ra; tou' kreivttonoç eujpoiivaç caivronteç ajpolauvoien.
XXXI, 1 Ouj mh;n ajlla; kai; o{çouç ouj boulomevnouç
nh'çoi katevcouçin, th'ç promhqeivaç tauvthç ajpolau'çai
proçtavttomen, o{pwç ojrw'n te duçcwrivaiç kai; perir-
ruvtw/ perikekleiçmevnoi qalavççh/ th'ç çkuqrwph'ç te kai;
ajpanqrwvpou ejrhmivaç ejleuqerwqevnteç toi'ç filtavtoiç
çfa'ç aujtou;ç ajpodoi'en, to;n eujktai'on povqon plhrwvçan-
teç: XXXI, 2 oi} penicra;n ejpi; polu;n crovnon zwh;n me-
tav tinoç proçtropaivou rJuvpou dih'gon, oi|on a{rpagmav
ti th;n ejpavnodon poihçavmenoi, kai; tw'n frontivdwn eijç
to; loipo;n ajphllagmevnoi. meta; fovbou ga;r uJfΔ hJmi'n
biou'n, oi} qeou' qeravponteç ei\nai aujcou'mevn te kai; piç-
teuvomen, kai; eijç ajkoh;n ejlqei'n movnon ei[h tw'n ajtopw-
tavtwn a[n, mhvti ge dh; kai; piçteu'çai: oi} kai; ta;ç ajl-
lotrivaç aJmartivaç diorqou'n pefuvkamen.
XXXII, 1 ”Oçoi ge mh;n h] mocqhrai'ç metalleivaiç
ejmponei'n kategnwvçqhçan h] ta;ç pro;ç toi'ç dhmoçivoiç
e[rgoiç uJphreçivaç plhrou'n, tw'n diarkw'n movcqwn th;n
glukei'an çcolh;n ajmeiyavmenoi koufovteron kai; to;n
metΔ ejxouçivaç h[dh biouvntwn bivon, ta;ç ajmevtrouç tw'n
povnwn ajhdivaç eijç praei'an a[neçin kataluvçanteç.
XXXII, 2 eij de; kai; th'ç koinh'ç parrhçivaç ajpopeçovn-
teç uJpavrcoievn tineç kai; duçtuchvçanteç ajtimivan, metΔ
eujfroçuvnhç th'ç proçhkouvçhç, oi|on ajpodhmiva/ tini; cro-
nivw/ ejcwrivçqhçan, th;n protevran ajxivan ajnalabovnteç ej-
pi; ta;ç aujtw'n ejpeigevçqwçan patrivdaç.
XXXIII Ouj mh;n ajlla; kai; toi'ç ejxetaçqei'çi me;n ejn
çtratiwtikai'ç ajxivaiç potev, touvtwn de; dia; th;n ajphnh'
te kai; a[dikon provfaçin ejkpeçou'çin, o{ti to; ginwvçkein
LIBRO SECONDO 199

stro comune redentore. XXX, 2 Così pure, quanti sono


stati privati delle loro sostanze e, colpiti dalla perdita di
ogni avere, hanno trascorso fino a ora una vita di stenti,
che costoro rientrino in possesso delle antiche abitazioni,
dei privilegi di nascita, dei loro possessi e che si rallegrino
nel godere i benefici che vengono dal Dio supremo.
XXXI, 1 Stabiliamo inoltre che quanti abitano nelle
isole contro la loro volontà si avvalgano di questa nostra
disposizione, affinché, dopo essere stati reclusi tra monti
impervi, circondati tutto intorno dal mare, liberati final-
mente da una solitudine triste e disumana, siano restitui-
ti ai loro cari, esaudendo il voto a lungo invocato.
XXXI, 2 Costoro, che condussero per molto tempo un’e-
sistenza miserabile in uno squallore scandaloso, abbia-
no ora l’opportunità di fare ritorno in patria, sollevati
per il futuro da ogni preoccupazione. Che si viva nel ter-
rore proprio sotto la nostra autorità, dato che crediamo
di essere i servitori del Signore e ne siamo orgogliosi, sa-
rebbe la cosa più assurda anche solo da ascoltare né sa-
rebbe possibile prestarvi fede: siamo stati generati, infat-
ti, per emendare gli errori altrui.
XXXII, 1 Quanti erano stati condannati a lavorare in
condizioni penose nelle miniere o a svolgere mansioni
servili nelle opere pubbliche siano risarciti delle lunghe
fatiche con un gradevole riposo e possano vivere una vi-
ta più facile, in piena libertà, finalmente sollevati dagli
smisurati patimenti delle fatiche in una dolce requie.
XXXII, 2 E anche coloro che si trovino defraudati della
libertà di cui tutti godono e che siano stati privati dei loro
diritti di cittadini, si affrettino a recuperare, nelle loro pa-
trie, la dignità di prima con la dovuta letizia, come se se
ne fossero separati a causa di un lungo viaggio.
XXXIII E allo stesso modo, anche a quanti un tempo
occupavano cariche nell’esercito e ne furono estromessi
con un pretesto ingiusto e vergognoso, come il fatto che ri-
200 LOGOÇ B

to; krei'tton oJmologou'nteç protimovteron h|ç ei\con ajxiv-


aç h\gon, e[çtw pro;ç bouvlhçin h] ta; çtratiwtika; çtevr-
gouçin ejfΔ ou|per h\çan çchvmatoç mevnein, h] meta; aj-
fevçewç ejntivmou ejleuqevran a[gein çcolhvn: prevpon ga;r
a]n ei[h kai; ajkovlouqon to;n toçauvthn megaloyucivan kai;
karterivan pro;ç tou;ç ejpenecqevntaç kinduvnouç ejpi-
deixavmenon kai; çcolh'ç, eij bouvloito, kai; timh'ç pro;ç
th;n ai{reçin ajpolauvein.
XXXIV, 1 Kai; mh;n kai; o{çoi th'ç eujgeneivaç pro;ç
bivan çterovmenoi toioutovtropovn tina gnw'çin dikaçtw'n
uJpevçthçan, w{çte h] gunaikeivoiç h] linou>fivoiç ejmblhqevn-
teç ¢ajhqv hÜ kai; a[qlion uJpomevnein povnon h] oijkevtai no-
mivzeçqai tou' tamieivou, oujde;n aujtoi'ç th'ç protevraç ej-
parkeçavçhç genevçewç, ou|toi timw'n te w|n ajpevlauon
provçqen kai; toi'ç th'ç ejleuqerivaç kaloi'ç ejneufrainov-
menoi, ajnakaleçavmenoi ta;ç çunhvqeiç ajxivaç, meta;
pavçhç loipo;n eujfroçuvnhç biouvtwçan. XXXIV, 2 kai; oJ
douleivan me;n ejleuqerivaç ajllaxavmenoç ajqemivtw/ tini;
kai; ajpanqrwvpw/ dhvpou ajponoiva/, pollavkiç te ta;ç ajhv-
qeiç diakonivaç ajpoduravmenoç, kai; oi|on aijfnivdion
oijkevthn eJauto;n ajntΔ ejleuqevrou gnouvç, ejleuqerivaç th'ç
provçqen kaqΔ hJmevteron labovmenoç provçtagma, ajpodi-
dovtw te toi'ç gennhvtorçin eJauto;n kai; povnouç tou;ç ej-
leuqevrw/ prevpontaç metivtw, a}ç proemovcqhçen oujk
oijkeivaç diakonivaç ejkbalw;n th'ç mnhvmhç.
XXXV, 1 Pareatevon de; oujde; to; tw'n oujçiw'n, w|n
e{kaçtoi kata; diafovrouç ejçterhvqhçan profavçeiç. ajllΔ
ei[te tine;ç to;n a[riçtovn te kai; qei'on uJpoçtavnteç ajgw'-
na tou' marturivou ajfovbw/ te kai; qarraleva/ th'/ gnwvmh/
tw'n o[ntwn ejçterhvqhçan, ei[te tine;ç oJmologhtai; kataç-
tavnteç th;n aijwnv ion ejlpivda pareçkeuvaçan eJautoi'ç, o{çoi
te metoikh'çai katanagkaçqevnteç, o{ti mh; toi'ç diwvxaçin
ei\xan paridovnteç th;n pivçtin, tw'n o[ntwn ejçtevronto kai;
aujtoiv, h] ei[ gev tineç oujde; katagnwçqevnteç qavnaton
LIBRO SECONDO 201

tenevano più importante della dignità che essi ricopriva-


no la professione di fede nell’Onnipotente, abbiano fa-
coltà di decidere di rimanere nella condizione in cui si tro-
vavano prima, se preferiscono la vita militare, oppure di
vivere liberamente la loro esistenza con un congedo ono-
rato. Infatti reputo sia giusto e coerente che chi ha mostra-
to un tale coraggio e una tale forza d’animo nell’affronta-
re i pericoli che incombevano su di lui, goda del riposo, se
lo desidera o, a sua discrezione, della carica di un tempo.
XXXIV, 1 E quanti furono privati con la forza dei loro
privilegi di nascita e, in modo analogo, furono condanna-
ti dai tribunali a essere relegati nei ginecei o nei linifici e a
sopportare una fatica crudele e per essi inconsueta o a es-
sere reclutati nell’erario a svolgere lavori servili, senza che
l’antica nobiltà li soccorresse in alcun modo, costoro tor-
nino a gioire degli onori di cui godevano un tempo e dei
benefici della libertà e, recuperate le cariche abituali, viva-
no d’ora innanzi nella più completa felicità. XXXIV, 2
Anche chi, per una follia davvero ingiusta e disumana, è
passato dalla libertà a una condizione di schiavitù, spesso
affliggendosi a causa dei compiti cui non era avvezzo e
vedendosi all’improvviso servo, da libero che era, recupe-
rata la libertà di prima, secondo il nostro decreto, faccia
ritorno dai propri genitori e si dedichi a occupazioni adat-
te a un uomo libero, scacciando dalla memoria i lavori
servili che in passato sopportò con fatica.
XXXV, 1 Non si deve trascurare nulla neppure riguar-
do alle proprietà di cui i singoli individui, con pretesti di-
versi, sono stati privati. Ma per quanto riguarda quelli
che affrontarono con animo impavido e coraggioso il su-
premo e divino agone del martirio e furono privati delle
loro sostanze o quelli che facendo la professione di fede
si guadagnarono la speranza della vita eterna, e quanti
furono costretti all’esilio perché non vollero cedere ai
persecutori rinnegando la fede e furono espropriati essi
pure dei beni, o se alcuni, pur non essendo stati condan-
202 LOGOÇ B

çtevrhçin ejduçtuvchçan tw'n o[ntwn, touvtwn toi'ç pro;ç


gevnouç proçnevmeçqai tou;ç klhvrouç proçtavttomen.
XXXV, 2 pavntwç de; diagoreuovntwn tw'n novmwn tw'n
ajgciçtevwn toi'ç ejggutevrw, rJav/dion diaginwvçkein oi|ç
proçhvkouçin oiJ klh'roi, kai; o{ti ou|toi kata; lovgon ejpi;
th;n diadoch;n e[lqoien a[n, oi{per h\çan oijkeiovteroi kai;
XXXVI aujtomavtw/ crhçamevnwn ejkeivnwn tw'/ tevlei. eij
de; tw'n ajgciçtevwn mhdei;ç uJpoleivpoito mhdeno;ç tw'n
proeirhmevnwn kata; lovgon a]n genovmenoç klhronovmoç,
mhvte tw'n martuvrwn fhmiv, mhvte tw'n oJmologhçavntwn,
mhvte tw'n metoivkwn mevntoi tw'n ejpi; toiauvth/ metaç-
tavntwn profavçei, hJ kaqΔ eJkavçtouç ajei; tou;ç tovpouç
ejkklhçiva diadevceçqai tetavcqw to;n klh'ron: oujk e[çtai
de; tou'to pavntwç oujde; toi'ç ajpelqou'çi baruv, ei[per h|ç
e{neka pavntaç uJpevçthçan povnouç klhronovmon eujtu-
coi'en tauvthn. proçkei'çqaiv ge mh;n ajnagkai'on kai; tov-
de, wJç eij tw'n proeirhmevnwn tine;ç ejdwrhvçantov ti tw'n
o[ntwn oi|ç ejbouvlonto, touvtoiç th;n deçpoteivan eu[logon
kurivan mevnein.
XXXVII, 1 ”Opwç de; mhde; plavnh tiç ejmfaivnoito
tw'/ proçtavgmati, ajllΔ e{toimon h\/ to; divkaion a{paçi
ginwvçkein, eijdevtwçan a{panteç, ei[te cwrivon ei[te oijkiv-
an ei[te kh'pon ei[te e{terovn ti tw'n proeirhmevnwn ka-
tevcoien, kalo;n kai; luçitelou'n aujtoi'ç ei\nai kai; oJmo-
logei'n ¢aujtou;çÜ kai; ajpokaqiçtavnai çu;n aJpavçh/ ta-
cuth'ti. XXXVII, 2 eij ga;r kai; ta; mavliçta fanei'en
ejx aujtw'n tineç ajpo; th'ç ouj dikaivaç deçpoteivaç polla;
karpwçavmenoi, kai; givneçqai touvtwn th;n ajpaivthçin hJ-
mei'ç ouj dikaivan krivnomen, o{mwç ge mh;n aujtoi; oJpovça
te kai; oJpovqen çunevlexan ejpignovnteç, tw'/ aJmarthvmati
touvtw/ çugcwvrhçin genevçqai parΔ hJmw'n dehqhvtwçan,

34
Confessor (in greco oJmologhthv") è l’appellativo di coloro che fu-
rono incarcerati o torturati per non aver acconsentito ad abiurare la
fede cristiana, ma che non subirono il martirio.
LIBRO SECONDO 203

nati a morte subirono però la confisca delle loro sostan-


ze, ordiniamo che le proprietà di tutti costoro siano di-
stribuite ai parenti. XXXV, 2 Poiché le leggi prescrivono
in modo del tutto chiaro che l’eredità spetta ai parenti più
stretti è semplice stabilire a chi vadano assegnate le pro-
prietà e che, secondo la legge, subentrino alla successione
quelli che risultino i parenti più prossimi anche nel caso
di quanti siano morti per cause naturali. XXXVI Però
nell’eventualità in cui tra i parenti più vicini non sia so-
pravvissuto nessuno che secondo la legge possa divenire
erede di quanti abbiamo testé menzionato, mi riferisco ai
martiri, ai confessori 34 e agli esuli che dovettero emigrare
per questo motivo, allora siano le chiese locali a ricevere
l’eredità; certo non risulterà sgradito a quelli che se ne so-
no andati se proprio la Chiesa per la quale hanno sop-
portato ogni sofferenza si trovi a ereditare le loro sostan-
ze. È necessario tuttavia aggiungere anche che se qualcu-
na delle persone sopra menzionate ha fatto dono di qual-
che suo bene a qualcuno di sua scelta è giusto che a co-
storo rimanga la piena proprietà.
XXXVII, 1 Affinché in questo decreto non compaia al-
cuna ambiguità, ma sia agevole per tutti sapere ciò che è
stabilito dalla legge, tutti coloro che posseggono o un ap-
pezzamento di terreno o una casa o un orto o qualsiasi al-
tro bene delle persone sopra menzionate, sappiano che è
giusto ed è nel loro stesso interesse sia denunciarli sia re-
stituirli al più presto. XXXVII, 2 Se risultasse infatti con
tutta evidenza che alcuni di essi si sono molto arricchiti
grazie a un possesso illegittimo, anche se non giudichia-
mo equo esigere la restituzione di questi beni, tuttavia co-
storo ammettano la provenienza e l’entità di quanto han-
no ricavato e ci facciano domanda di grazia per questo
reato, affinché da una parte con tale correttivo possano
204 LOGOÇ B

o{pwç a{ma me;n th'/ toiauvth/ diorqwvçei hJ fqavçaça ijaqh'/


pleonexiva, a{ma de; oJ mevgiçtoç qeovç, oi|on ajnti; meta-
meleivaç tino;ç tou'to proçievmenoç, eujmenh;ç ejpi; toi'ç aJ-
marthqei'çi gevnoito. XXXVIII ejrou'çi me;n ga;r i[çwç
ajntΔ ajpologivaç proi>çcovmenoi oiJ tw'n toiouvtwn oujçiw'n
kataçtavnteç deçpovtai, ei[ ge tou'to kratei'n ejpΔ aujtw'n
a[xion h] dunato;n to; provçrhma, wJç oujk h\n oi|onv te aj-
poqevçqai to; thnikau'ta, hJnivka poluvtropoç aJpavntwn
tw'n deinw'n h\n qeva, wjmw'ç ajpelaunovmenoi, ajfeidw'ç aj-
polluvmenoi, ajmelw'ç ejrrimmevnoi, dhmeuvçeiç tw'n oujde;n
aijtivwn çucnaiv, diwvxeiç ajkovreçtoi, tw'n o[ntwn dia-
pravçeiç: eij de; toi'ç toiouvtoiç diiçcurivzointo lovgoiç
tine;ç kai; tai'ç ajplhvçtoiç ejpimevnoien proairevçeçin,
oujk ajtimwvrhton eJautoi'ç to; toiou'ton aijçqhvçontai, kai;
mavliçta oJpovte ou{tw ta; parΔ hJmw'n tw'/ megivçtw/ diako-
nei'tai qew'/. o{ça provteron hJ ojlevqrioç ajnavgkh çunh-
navgkaze lambavnein, nu'n katevcein ejpiçfale;ç uJpavrcei:
a[llwç te panti; trovpw/ ta;ç ajplhçtivaç logiçmoi'ç kai;
paradeivgmaçin ejlattou'n ajnagkai'on.
XXXIX Oujde; to; tamiei'on, ei[ ti katevcoi tw'n
proeirhmevnwn, bebaivwç katevcein çugcwrhqhvçetai, ajllΔ
oi|on oujde; ajntifqevgxaçqai pro;ç ta;ç iJera;ç ejkklhçivaç
tolmh'çan, w|n ejpi; crovnon ouj dikaivwç katevçcen, touvtwn
ejkçthvçetai dikaivwç tai'ç ejkklhçivaiç ª***º a{panta dΔ
o{ça tai'ç ejkklhçivaiç proçhvkein ojrqw'ç a]n faneivh, ei[te
oijkivai to; kth'ma tugcavnoien ei[te ajgroiv tineç kai; kh'-
poi ei[te oJpoi'a dhv pote e{terav tina, oujdeno;ç tw'n eijç
th;n deçpoteivan ejlattoumevnou dikaivou ajllΔ ajkeraivwn
pavntwn menovntwn, ajpokaqivçtaçqai proçtavttomen.
XL Kai; mh;n kai; tou;ç tovpouç aujtouvç, oi} toi'ç çwv-
maçi tw'n martuvrwn tetivmhntai kai; th'ç ajnacwrhvçewç

35
Winkelmann ha segnalato in questo punto una lacuna di una o
due parole.
LIBRO SECONDO 205

emendare l’avidità di cui furono preda e al contempo il


Dio supremo, considerando un tale atto come una sorta
di pentimento, possa diventare benevolo verso i peccatori.
XXXVIII Coloro che si trovano in possesso – sempre che
sia ammissibile e possibile servirsi riguardo a essi di que-
sto termine – di tali beni, addurranno forse come scusa che
a quell’epoca non era possibile opporsi, quando lo spetta-
colo dei crimini perpetrati prendeva gli aspetti più svariati
e i Cristiani erano crudelmente esiliati, uccisi senza pietà,
sconsideratamente banditi e le confische ai danni degli in-
nocenti erano incessanti, insaziabili le persecuzioni e i sac-
cheggi dei patrimoni; se dunque alcuni dovessero insistere
su siffatti argomenti e persistere nei loro avidi propositi, si
renderanno conto che questo loro comportamento non re-
sterà impunito, soprattutto perché il nostro operato è volto
al servizio del Dio supremo. Tutto ciò che in passato una
necessità funesta fece in modo che ci si sentisse quasi ob-
bligati a fare proprio, ora è rischioso possederlo; d’altron-
de è necessario ridurre con ogni mezzo, sia con le parole
sia con gli esempi, la brama insaziabile di ricchezze.
XXXIX Non sarà neppure consentito che l’erario,
qualora si trovi in possesso di qualche bene degli indivi-
dui menzionati, ne mantenga stabilmente il possesso, ma
senza nemmeno permettersi di contestare le sante Chiese,
rinuncerà, come è giusto, a quanto ha posseduto illegitti-
mamente nel tempo (…)35 proprio in favore delle Chiese;
tutto quanto appaia a buon diritto spettare alle Chiese,
che si tratti del possesso di case, campi, orti e quant’altro,
noi ordiniamo che sia restituito, senza che sia inficiato in
alcun modo il diritto di proprietà, ma anzi restando esso
del tutto integro.
XL E per quanto concerne quei luoghi che sono resi
sacri dai corpi dei martiri e che conservano la memoria
206 LOGOÇ B

th'ç ejndovxou uJpomnhvmata kaqeçta'çin, tivç a]n ajmfibav-


loi mh; oujci; tai'ç ejkklhçivaiç proçhvkein, h] oujci; kai;
proçtavxeien a[n… hJnivka mhvte dw'ron a[meinon mhvte kav-
matoç carievçteroç kai; pollh;n e[cwn th;n wjfevleian
e{teroç a]n gevnoito, h] tou' qeivou protrevpontoç neuvma-
toç th;n peri; tw'n toiouvtwn poiei'çqai çpoudhvn, kai; a}
meta; ponhrw'n ejxh/revqh profavçewn tw'n ajdivkwn kai;
mocqhrotavtwn ajndrw'n, ajpokataçtaqevnta dikaivwç tai'ç
eujagevçin au\qiç ejkklhçivaiç ajpoçwqh'nai.
XLI ΔEpeidh; de; oJloklhvrou pronoivaç a]n ei[h mhde;
touvtouç çiwph'/ parelqei'n, o{çoiper h] wjnh'ç dikaivw/ ej-
privantov ti para; tou' tamieivou h] kata; dwrea;n katevç-
con çugcwrhqevn, mavthn kai; ejpi; ta; toiau'ta ta;ç aj-
plhvçtouç ejpiqumivaç ejkteivnonteç, ginwçkevtwçan, wJç oiJ
toiou'toi, eij kai; o{ti mavliçta oi|ç ejtovlmhçan privaçqai
ajllotrivan th;n parΔ hJmw'n eijç aujtou;ç ejpeiravqhçan ka-
taçth'çai filanqrwpivan, o{mwç tauvthç eijç to;n dunato;n
kai; prevponta trovpon oujk ajtuchvçouçin. tau'ta me;n ou\n
eijç toçou'ton ajnhvcqw.
XLII ΔEpeidh; de; ajpodeivxeçin ejnargeçtavtaiç kai;
çafeçtavtaiç ejxefavnh ajreth'/ te tou' pavnta dunatou'
qeou' kai; parainevçeçin a{ma kai; bohqeivaiç, a}ç uJpe;r ej-
mou' çucna;ç ajxioi' poiei'çqai, th;n provteron katev-
couçan pavnta ta; ajnqrwvpeia duçcevreian ejk pavçhç
ejlhlavçqai th'ç uJfΔ hJlivw/, oiJ kaqΔ e{na te kai; çuvmpan-
teç ejçpoudaçmevnaiç kaqora'te frontivçin, tivç ejkeivnh
kaqevçthken ejxouçiva, tivç cavriç, h} tw'n me;n ponhro-
tavtwn kai; mocqhrotavtwn to; wJç eijpei'n çpevrma hjfav-
niçevn te kai; dievfqeiren, tw'n de; ajgaqw'n th;n euj-
froçuvnhn ajnaklhqei'çan ejpi; pavçaç ejkteivnei ta;ç cwv-
raç ajfqovnwç, kai; au\qiç aujtovn te to;n qei'on novmon
ta; eijkovta meta; panto;ç çebavçmatoç qerapeuveçqai,
touvç te touvtw/ çfa'ç aujtou;ç kaqierwvçantaç ta;
proçhvkonta çevbein, ejxouçivan divdwçin a{paçan. oi} ka-
qavper e[k tinoç çkovtouç baqutavtou ajnakuvyanteç kai;
LIBRO SECONDO 207

della loro morte gloriosa, chi potrebbe dubitare che que-


sti spettino alle Chiese e che ciò vada stabilito per legge?
Dal momento che non ci potrebbe essere dono più bello
né impegno più gradito e più utile che occuparsi con sol-
lecitudine di tali luoghi, come esorta a fare la volontà di-
vina, e sforzarsi di restaurare quegli edifici che erano
stati distrutti dai disegni malvagi dei più ingiusti e mise-
rabili tra gli uomini e che ora sono giustamente restituiti
alle sante Chiese.
XLI Poiché la più perfetta lungimiranza richiederebbe
non passare sotto silenzio il caso di quanti acquistarono
qualche bene dall’erario con una regolare compravendi-
ta oppure la ricevettero in dono per concessione, cercan-
do senza successo di estendere anche su questi beni i loro
desideri smodati, costoro sappiano che, benché a causa di
ciò che ebbero l’ardire di acquistare si siano adoperati
per alienarsi al massimo grado la nostra benevolenza,
tuttavia, nella misura in cui ciò è possibile e conveniente,
non ne saranno privati. E riguardo a questi argomenti
tanto basti.
XLII Dato che, con prove chiarissime e della massima
evidenza è risultato manifesto che grazie all’opera del
Dio onnipotente e ai suoi incoraggiamenti oltre che al
soccorso che egli si degna di prestare incessantemente a
mio vantaggio, la malvagità che un tempo pervadeva tut-
ta l’umanità è stata eliminata da ogni terra che vede la lu-
ce del sole, tutti voi, sia singolarmente che insieme, facen-
do uno sforzo di riflessione, considerate quale è la forza
e quale la grazia che ha fatto sparire e ha distrutto il se-
me, per così dire, degli uomini più malvagi e perversi e
che invece diffonde generosamente su tutta la terra la
gioia del bene, finalmente ripristinata, e di nuovo dà am-
pia licenza di servire la legge divina con tutto l’onore che
le si addice e che coloro che vi si sono consacrati le ren-
dano il culto che le spetta. Costoro, quasi emergendo da
una tenebra profondissima e prendendo chiara coscien-
208 LOGOÇ B

lampra;n tw'n pragmavtwn labovnteç gnw'çin, qerapeiv-


an te th;n proçhvkouçan tou' loipou' peri; aujto;n kai;
timh;n çuvmfwnon ejpideivxontai.
Proteqhvtw ejn toi'ç hJmetevroiç ajnatolikoi'ç mevreçin.

XLIII To; me;n dh; prw'ton wJç hJma'ç katapemfqe;n baçi-


levwç gravmma tau'ta dietavtteto. aujtivka de; diΔ e[rgwn
ejcwvrei ta; pro;ç tou' novmou dihgoreumevna, kai; pavntΔ ej-
pravtteto tajnantiva toi'ç mikro;n e[mproçqen uJpo; th'ç
turannikh'ç wjmovthtoç tetolmhmevnoiç, ajphvlauovn te
baçilikw'n dwrew'n oi|ç tau'ta nenomoqevthto.
XLIV Metaba;ç dΔ ejk touvtwn baçileu;ç pragmavtwn
ejnergw'n h{pteto. kai; prw'ta me;n toi'ç katΔ ejparcivaç
dih/rhmevnoiç e[qneçin hJgemovnaç katevpempe, th'/ çwthrivw/
pivçtei kaqwçiwmevnouç tou;ç pleivouç, o{çoi dΔ eJllhniv-
zein ejdovkoun, touvtoiç quvein ajpeivrhto. oJ dΔ aujto;ç h\n
novmoç kai; ejpi; tw'n uJperkeimevnwn ta;ç hJgemonika;ç ajr-
ca;ç ajxiwmavtwn, ejpiv te tw'n ajnwtavtw kai; th;n e[par-
con dieilhfovtwn ejxouçivan. h] ga;r Criçtianoi'ç ou\çin
ejmprevpein ejdivdou th'/ proçhgoriva,/ h] diakeimevnoiç eJtev-
rwç to; mh; eijdwlolatrei'n parhvggellen.
XLV, 1 Ei\qΔ eJxh'ç duvo kata; to; aujto; ejpevmponto nov-
moi, oJ me;n ei[rgwn ta; muçara; th'ç kata; povleiç kai;
cwvraç to; palaio;n çunteloumevnhç eijdwlolatrivaç, wJç
mhvtΔ ejgevrçeiç xoavnwn poiei'çqai tolma'n, mhvte man-

36
Benché questo documento sia redatto in forma di lettera, l’ordi-
ne, che compare nella parte finale, di darne pubblicazione nelle pro-
vince orientali, suggerisce che esso avesse l’autorità di un editto vero
e proprio.
37
Non resta alcuna testimonianza della legge con la quale Costan-
tino avrebbe proibito l’idolatria e vietato la celebrazione dei sacrifici
pagani. Il figlio Costanzo, in un provvedimento del 341 che proibiva
ogni forma di sacrificio (Codex Theodosianus, XVI, 10, 2), citava espli-
citamente una legge del padre in cui si formulava lo stesso divieto, ma
non resta traccia di alcun provvedimento così radicale: Costantino si
era limitato a vietare l’uso privato degli aruspici e la magia nera (Co-
dex Theodosianus, IX, 16, 1-3). Eusebio tende ancora una volta a enfa-
LIBRO SECONDO 209

za dei fatti, d’ora in avanti manifesteranno nei suoi con-


fronti l’ossequio che le spetta e l’onore che le viene con-
cordemente attribuito.
Sia pubblicato nelle nostre regioni orientali.36

XLIII La prima lettera dell’imperatore a noi inviata


conteneva tali disposizioni. Quanto era stabilito per leg-
ge fu immediatamente messo in pratica, così ogni cosa
prese a svolgersi in modo opposto rispetto a ciò che si
osava commettere fino a poco tempo prima sotto la cru-
dele tirannide e coloro in favore dei quali tali provvedi-
menti furono deliberati iniziavano a godere dei benefici
imperiali.
XLIV Quindi l’imperatore, spingendosi oltre, prese
anche iniziative concrete. Prima di tutto inviò alle popo-
lazioni di ogni singola provincia governatori che per la
maggior parte erano devoti alla fede salvifica, e a quanti
sembravano invece inclini al paganesimo impedì di
compiere i sacrifici. Vigeva la stessa legge anche per chi
ricopriva le cariche superiori all’ufficio di governatore,
ossia per coloro che si trovavano ai livelli più alti e che
esercitavano l’autorità di prefetto. La legge infatti per-
metteva a quanti erano cristiani di distinguersi per tale
appellativo e prescriveva invece a quanti la pensavano
diversamente di non adorare gli dei pagani.
XLV, 1 Di lì a poco furono promulgate due leggi con-
temporaneamente: la prima vietava gli abomini del’ido-
latria37 che si celebravano anticamente nelle campagne
e nelle città, così che nessuno potesse più avere l’ardire,

tizzare l’ostilità dell’imperatore nei confronti dei pagani, come confer-


ma Libanio (Or. 30, 5-6) nell’orazione in cui afferma che, nonostante
le spoliazioni dei templi, la celebrazione dei culti era comunque con-
sentita dalla legge. In realtà Costantino si limitò a emanare nel 319 un
provvedimento con cui si proibiva l’aruspicina privata e uno immedia-
tamente successivo che consentiva però di esercitarla nei templi (cfr.
De Giovanni, cit., pp. 23 ss.).
210 LOGOÇ B

teivaiç kai; tai'ç a[llaiç periergivaiç ejpiceirei'n, mhvte


mh;n quvein kaqovlou mhdevna, oJ de; tw'n eujkthrivwn oi[kwn
ta;ç oijkodoma;ç uJyou'n au[xein te eijç plavtoç kai; mh'koç
ta;ç ejkklhçivaç tou' qeou' diagoreuvwn, wJçanei; mel-
lovntwn tw'/ qew'/ çcedo;n eijpei'n aJpavntwn ajnqrwvpwn tou'
loipou' proçoikeiou'çqai th'ç poluqevou manivaç ejkpodw;n
hjrmevnhç. XLV, 2 toiau'ta ga;r fronei'n te kai; gravfein
toi'ç kata; tovpon a[rcouçi baçileva hJ aujtou' peri; to;n
qeo;n ejnh'gen oJçiva, crhmavtwn de; mh; feivdeçqai dovçewç,
ajllΔ ejx aujtw'n tw'n baçilikw'n qhçaurw'n ta;ç ejpiçkeua;ç
poiei'çqai periei'cen oJ novmoç. ejgravfeto de; kai; toi'ç
kata; pavnta tovpon tw'n ejkklhçiw'n proevdroiç toiau'ta,
oJpoi'a kai; hJmi'n ejpiçtevllein hjxivou, prwvthn tauvthn eijç
hJmevteron provçwpon grafh;n diapemyavmenoç.

XLVI, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


Eujçebivw./
”Ewç tou' parovntoç crovnou th'ç ajnoçivou boulhvçewç
kai; turannivdoç tou;ç uJphrevtaç tou' çwth'roç qeou'
diwkouvçhç, pepivçteuka kai; ajkribw'ç ejmauto;n pevpeika
paçw'n tw'n ejkklhçiw'n ta; e[rga h] uJpo; ajmeleivaç dief-
qavrqai h] fovbw/ th'ç ejpikeimevnhç ajdikivaç ejlavttona th'ç
ajxivaç gegenh'çqai, ajdelfe; proçfilevçtate. XLVI, 2 nu-
ni; de; th'ç ejleuqerivaç ajpodoqeivçhç kai; tou' dravkontoç
ejkeivnou ajpo; th'ç tw'n koinw'n dioikhvçewç qeou' tou' me-
givçtou pronoiva/ hJmetevra/ dΔ uJphreçiva/ diwcqevntoç, hJ-
gou'mai kai; pa'çi fanera;n gegenh'çqai th;n qeivan duv-
namin, kai; tou;ç h] fovbw/ h] ajpiçtiva/ aJmarthvmaçiv tiçi
peripeçovntaç ejpignovntaç te to; o[ntwç o]n h{xein ejpi;
th;n ajlhqh' kai; ojrqh;n tou' bivou katavçtaçin. XLVI, 3
o{çwn toivnun h] aujto;ç proivçtaçai ejkklhçiw'n h] a[llouç
tou;ç kata; tovpon proiçtamevnouç ejpiçkovpouç preçbu-

38
La lettera è databile al 324.
39
Cfr. infra III, 3 dove Licinio è descritto come un serpente che
LIBRO SECONDO 211

nel modo più categorico, di costruire statue, né di for-


mulare oracoli o ricorrere ad altre simili pratiche; l’altra
legge stabiliva di innalzare nuovi oratori e di accrescere
sia in larghezza che in lunghezza le chiese di Dio, quasi
che, tolta di mezzo la follia del politeismo, l’umanità in-
tera, per così dire, fosse sul punto di ricongiungersi con
Dio per l’avvenire XLV, 2 Fu la venerazione per la divi-
nità, infatti, a spingere l’imperatore a elaborare tali de-
creti e a notificarli alle autorità locali, e la legge preve-
deva altresì che non si lesinassero sovvenzioni in dana-
ro, ma che si provvedesse alla ricostruzione attingendo
allo stesso tesoro imperiale. Comunicò per iscritto tali
disposizioni a tutti i vescovi delle Chiese locali e nello
stesso modo si degnò di renderle note anche a noi, in-
viando alla nostra persona questa prima lettera.

XLVI, 1 Il vincitore Costantino Massimo Augusto a Eu-


sebio.38
Poiché fino a oggi l’empia politica del tiranno perse-
guitava i servi del Dio salvatore, io credo e ne sono fer-
mamente convinto, fratello amatissimo, che gli edifici di
tutte le chiese o sono andati distrutti per trascuratezza o
sono divenuti inadeguati rispetto alla loro dignità per il
timore dell’ingiustizia incombente. XLVI, 2 Ora che è
stata restituita la libertà e che, grazie alla provvidenza del
sommo Dio e al nostro servizio, quel serpente39 è stato
scacciato dalla gestione della cosa pubblica, io ritengo
che la potenza divina sia evidente a tutti e che coloro che
sono caduti in errore per paura o per mancanza di fede,
riconosciuto Colui che è veramente, si avvicineranno alla
giusta e retta condotta di vita. XLVI, 3 Pertanto, come
nel caso delle chiese delle quali sarai alla guida, ricorda
anche a quanti, vescovi, presbiteri o diaconi, ti risulta ab-

giace sotto i piedi dell’imperatore e dei suoi figli trafitto da un


dardo.
212 LOGOÇ B

tevrouç te h] diakovnouç oi\çqa, uJpovmnhçon çpoudavzein


peri; ta; e[rga tw'n ejkklhçiw'n, h] ejpanorqou'çqai ta;
o[nta h] eijç meivzona au[xein h] e[nqa a]n creiva ajpaith'/
kaina; poiei'n. aijthvçeiç de; kai; aujto;ç kai; dia; çou' oiJ
loipoi; ta; ajnagkai'a parav te tw'n hJgemoneuovntwn kai;
th'ç ejparcikh'ç tavxewç. touvtoiç ga;r ejpeçtavlh pavçh/
proqumiva/ ejxuphrethvçaçqai toi'ç uJpo; th'ç çh'ç oJçiovth-
toç legomevnoiç.
ÔO qeovç çe diafulavxoi, ajdelfe; ajgaphtev.

XLVI, 4 Tau'ta me;n ou\n kaqΔ e{kaçton e[qnoç ejgravfeto


toi'ç tw'n ejkklhçiw'n proeçtw'çi, ta; ajkovlouqav te touv-
toiç pravttein oiJ tw'n ejqnw'n hJgemovneç ejkeleuvonto, çu;n
pollw'/ te tavcei diΔ e[rgwn ejcwvrei ta; nenomoqethmevna.
XLVII, 1 ΔEpiteivnaç dΔ e[ti ma'llon øoJØ baçileu;ç th;n
pro;ç to;n qeo;n oJçivan didaçkalivan ajpelegktikh;n th'ç
eijdwlolavtrou plavnhç tw'n pro; aujtou' kekrathkovtwn toi'ç
kata; pa'n e[qnoç ejparciwvtaiç katevpempe, logiwvteron
tou;ç ajrcomevnouç protrevpwn to;n ejpi; pavntwn qeo;n gnw-
rivzein aujtovn te to;n Criçto;n aujtou' diarrhvdhn ejpigrav-
feçqai çwth'ra. XLVII, 2 kai; tauvthn de; th;n grafhvn,
aujtovgrafon ou\çan aujtou' metalhfqei'çan dΔ ejk th'ç ÔRw-
maivwn fwnh'ç, ajpolabei'n ajnagkai'on tw'/ parovnti lovgw/,
wJç a]n dokoi'men aujtou' baçilevwç ejpakouvein tai'ç pavntwn
ajnqrwvpwn ajkoai'ç tou'ton ejkbow'ntoç to;n trovpon.

XLVIII, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


ejparciwvtaiç ajnatolikoi'ç. Pavnta me;n o{ça toi'ç kuriw-
tavtoiç th'ç fuvçewç perievcetai novmoiç, th'ç kata; th;n

40
Anche questo editto, come quello citato precedentemente (supra
24-42), è redatto in forma di lettera ai sudditi delle province orientali.
È da notare che, nonostante la religione pagana sia esplicitamente ese-
crata, il documento non contiene alcun divieto di celebrarne i culti,
ma soltanto l’auspicio, espresso in una preghiera a Dio, che i cittadini
LIBRO SECONDO 213

biano autorità in ciascuna località, di impegnarsi con ze-


lo intorno agli edifici delle chiese, o per restaurare quelli
esistenti o per ampliarli rendendoli più grandi o per co-
struirne di nuovi là dove la necessità lo richieda. Tu stes-
so, e gli altri tramite te, richiederai il danaro necessario ai
governatori e all’ufficio del pretorio. A essi infatti è stato
ordinato di cooperare con ogni sollecitudine a quanto
sarà richiesto dalla tua santità.
Che Dio ti conservi amato fratello.

XLVI, 4 Questa lettera fu indirizzata in ciascuna provin-


cia ai capi delle Chiese. Ai governatori delle province fu
ordinato di agire di conseguenza a tali disposizioni, e
quanto era stato stabilito veniva messo in atto con gran-
de celerità.
XLVII, 1 L’imperatore, spingendo sempre più in là il
proprio fervore religioso, inviò agli abitanti di tutte le
province un documento di carattere didascalico che con-
futava gli errori dell’idolatria nei quali erano incorsi gli
imperatori che avevano regnato prima di lui, esortando i
sudditi, come è ragionevole, a riconoscere il Dio onnipo-
tente e a accettare apertamente come salvatore Cristo
suo figlio. XLVII, 2 È doveroso riportare nella nostra
opera anche questo scritto, che è autografo e che viene
qui tradotto dalla lingua latina, così che si possa avere
l’impressione di ascoltare la voce dell’imperatore stesso
che in questo modo si fa sentire alle orecchie dell’uma-
nità intera:

XLVIII, 1 Il Vincitore Costantino Massimo Augusto ai


provinciali d’Oriente.40
Quanto è racchiuso nelle leggi sovrane della natura
fornisce a tutti una prova sufficiente dell’esistenza di una

romani decidano spontaneamente di fare la scelta migliore e di ab-


bracciare la fede cristiana.
214 LOGOÇ B

qeivan diavtaxin pronoivaç te kai; qewrivaç iJkanh;n


ai[çqhçin toi'ç pa'çi parevcei, oujde; e[çti tiç ajmfiboliva
oi|ç katΔ eujqei'an gnwvçewç oJdo;n hJ diavnoia ejpΔ ejkei'non
a[getai to;n çkopovn, wJç hJ tou' uJgiou'ç logiçmou' kai;
th'ç o[yewç aujth'ç hJ ajkribh;ç katavlhyiç mia'/ rJoph'/ th'ç
ajlhqou'ç ajreth'ç ejpi; th;n gnw'çin ajnafevrei tou' qeou'.
diovper pa'ç çuneto;ç ajnh;r oujk a[n pote taracqeivh tou;ç
pollou;ç oJrw'n ejnantivaiç proairevçeçi feromevnouç.
XLVIII, 2 ajnovhtoç ga;r a]n hJ th'ç ajreth'ç ejlavnqane cav-
riç, eij mh; katantikru; to;n th'ç dieçtrammevnhç ajponoiv-
aç bivon hJ kakiva proujbevblhto. dio; th'/ me;n ajreth'/ çtev-
fanoç provkeitai, th'ç de; krivçewç aujqentei' oJ u{yiçtoç
qeovç. ejgw; dΔ wJç e[ni mavliçta fanerw'ç peri; tw'n katΔ
ejmauto;n ejlpivdwn pa'çin uJmi'n oJmologh'çai peiravçomai.
XLIX, 1 “Eçcon e[gwge tou;ç pro; touvtou genomevnouç
aujtokravtoraç dia; to; tw'n trovpwn a[grion ajpoçklhvrouç,
movnoç dΔ oJ path;r oJ ejmo;ç hJmerovthtoç e[rga meteceiriv-
zeto, meta; qaumaçth'ç eujlabeivaç ejn pavçaiç tai'ç eJau-
tou' pravxeçi to;n çwth'ra qeo;n ejpikalouvmenoç. XLIX, 2
o{çoi de; loipoiv, oujc uJgiaivnonteç ta;ç frevnaç ajgriovth-
toç ma'llon h] praovthtoç ejpemevlonto, kai; tauvthn
e[trefon ajfqovnwç, ejpi; tw'n ijdivwn kairw'n to;n ajlhqh' lov-
gon diaçtrevfonteç, th'ç de; ponhrivaç aujtoi'ç hJ deinovthç
eijç toçou'ton ejxhvpteto, wJç pavntwn oJmou' tw'n qeivwn te
kai; ajnqrwpivnwn pragmavtwn eijrhneuomevnwn ejmfulivouç
uJpΔ ejkeivnwn polevmouç ajnarripivzeçqai.
L To;n ΔApovllw to; thnikau'ta e[façan ejx a[ntrou
tino;ç kai; çkotivou mucou' oujci; dΔ ejx oujranou' crh'çai,
wJç a[ra oiJ ejpi; th'ç gh'ç divkaioi ejmpovdion ei\en tou'
ajlhqeuvein aujtovn, kai; dia; tou'to yeudei'ç tw'n tripovdwn
ta;ç manteivaç poiei'çqai. tou'to gavr toi hJ iJevreia auj-
tou', kathfei'ç tou;ç plokavmouç ajnei'ça uJpo; manivaç tΔ
ejlaunomevnh, to; ejn ajnqrwvpoiç kako;n ajpwduvreto. ajllΔ

41
Scil. Costanzo Cloro.
LIBRO SECONDO 215

provvidenza e di un progetto conformi a un ordinamen-


to divino, né può sussistere alcun dubbio, per quanti per-
corrono la retta via della conoscenza e la cui ragione
conduce a appunto a quello scopo, che un’attenta perce-
zione, che è tipica di una sana capacità di riflessione e
della vista stessa, conduca alla conoscenza di Dio con il
solo stimolo dell’autentica virtù. Per questo nessun uo-
mo dotato di intelletto dovrebbe mai lasciarsi turbare
dalla vista di molti che sono portati verso scelte contra-
rie. XLVIII, 2 La grazia della virtù infatti resterebbe na-
scosta e incomprensibile se, di contro, la malvagità non
proponesse un tipo di vita traviato dalla follia. Pertanto
alla virtù spetta la corona della gloria, ma è il Dio eccel-
so che detiene l’autorità assoluta nel giudizio. Io, da par-
te mia, cercherò nel modo più chiaro possibile di rende-
re partecipi tutti voi delle mie speranze.
XLIX, 1 Io stesso ho considerato gli imperatori che mi
hanno preceduto crudeli oltre misura per la ferocia dei lo-
ro comportamenti; solo mio padre 41 si è comportato con
la più grande mitezza, invocando in ogni sua azione il
Dio salvatore, con ammirevole devozione. XLIX, 2 Tutti
gli altri, invece, che non erano davvero sani di mente, col-
tivarono la crudeltà piuttosto che la mitezza e la incenti-
varono abbondantemente, stravolgendo, nella loro epoca,
il verbo della verità, e l’ardire della loro malvagità giunse
a tal punto che, anche nei periodi in cui le questioni civili e
religiose si trovavano in una condizione di pace, furono
proprio essi a rinfocolate le guerre intestine.
L A quel tempo si diceva che Apollo avesse vaticinato,
certo non dal cielo, ma dai recessi di qualche antro tene-
broso, che i giusti che si trovavano sulla terra fossero di
ostacolo a che egli profetizzasse il vero e per tale ragione
gli oracoli formulati dai tripodi si rivelavano falsi. Infatti
la sua sacerdotessa, con i capelli sciolti in segno di lutto e
in preda al furore profetico, si addolorava di questa scia-
gura per l’umanità. Ma vediamo a quale esito portò tutto
216 LOGOÇ B

i[dwmen tau'ta eijç oJpoi'on tevloç ejxwvkeile. LI, 1 çe; nu'n


to;n u{yiçton qeo;n kalw': hjkrowvmhn tovte komidh' pai'ç
e[ti uJpavrcwn, pw'ç oJ katΔ ejkei'no kairou' para; toi'ç
ÔRwmaivwn aujtokravtorçin e[cwn ta; prwtei'a, deivlaioç,
ajlhqw'ç deivlaioç, plavnh/ th;n yuch;n hjpathmevnoç, para;
tw'n doruforouvntwn aujtovn, tivneç a[ra ei\en oiJ pro;ç th'/
gh'/ divkaioi, polupragmonw'n ejpunqavneto, kaiv tiç tw'n
peri; aujto;n quhpovlwn ajpokriqeivç, Criçtianoi; dhvpouqen,
e[fh. LI, 2 oJ de; th;n ajpovkriçin w{çper ti katabroc-
qivçaç mevli ta; kata; tw'n ajdikhmavtwn euJreqevnta xivfh
kata; th'ç ajnepilhvptou oJçiovthtoç ejxevteinen. aujtivka
dh; ou\n diatavgmata luvqrwn miaifovnoiç wJç eijpei'n
ajkwkai'ç çunevtatte, toi'ç te dikaçtai'ç th;n kata; fuvçin
ajgcivnoian eijç eu{reçin kolaçthrivwn kainotevrwn ejkteiv-
nein parekeleuveto.
LII «Hn tovte, h\n ijdei'n, meqΔ o{çhç ejxouçivaç hJ çem-
novthç ejkeivnh th'ç qeoçebeivaç th'/ th'ç wjmovthtoç çune-
ceiva/ ouj ta;ç tucouvçaç ejfΔ eJkavçthç hJmevraç u{breiç uJ-
fivçtato, çwfroçuvnh dΔ, h}n tw'n polemivwn oujdei;ç hj-
divkhçe pwvpote, ojrgivlwn politw'n paroinivaç pavrergon
ejgivgneto. poi'on pu'r poi'ai bavçanoi poi'on çtreblwth-
rivwn ei\doç oujci; panti; çwvmati kai; hJlikiva/ pavçh/ ajdia-
krivtwç proçhvgeto… to; thnikau'ta ejdavkrue me;n ajnamfi-
bovlwç hJ gh', oJ de; ta; çuvmpanta perievcwn kovçmoç tw'/
luvqrw/ crainovmenoç ajpeklaveto, h{ ge mh;n hJmevra aujth;
tw'/ pevnqei tou' qeavmatoç ejnekaluvpteto.
LIII ΔAlla; tiv tau'ta… aujcou'çi nu'n ejpΔ ejkeivnoiç oiJ
bavrbaroi oiJ tou;ç katΔ ejkei'no kairou' ejx hJmw'n feuvgon-
taç uJpodedegmevnoi kai; filanqrwvpw/ thrhvçanteç aijc-
malwçiva,/ o{ti ouj movnon th;n çwthrivan ajlla; kai; ta; th'ç

42
L’affermazione che Costantino sarebbe stato un ragazzo al tem-
po della persecuzione di Diocleziano (303) è solo apparentemente in
contraddizione con la cronologia. Benché il futuro imperatore si tro-
vasse all’epoca intorno ai trent’anni, è altresì vero che pai'ı, al pari
del latino iuvenis, puer o adulescens, può essere usato in modo al-
LIBRO SECONDO 217

questo. LI, 1 Sei tu che ora invoco, o Dio altissimo: un


tempo, quando ero ancora un ragazzo42 udii chiaramente
in che modo colui che a quell’epoca deteneva la massima
autorità tra gli imperatori romani,43 essere misero, davve-
ro misero, l’animo ottenebrato dall’errore, si informasse
indagando accuratamente presso gli uomini del suo se-
guito su chi fossero i giusti che si trovavano sulla terra e
uno dei sacerdoti preposti ai sacrifici rispose affermando
che senz’altro si trattava dei cristiani. LI, 2 Quello, in-
ghiottendo la risposta come fosse miele, impugnò contro
l’irreprensibile religione la spada che si usa contro i cri-
mini. Subito dispose editti sanguinari, concepiti, per così
dire, come pugnali omicidi, e diede ordine ai giudici di
impiegare tutto l’acume del loro intelletto per escogitare i
supplizi più inusitati.
LII Allora si vide, e si vide davvero, con quale forza e
con quale dignità, grazie alla fede, i cristiani affrontasse-
ro ogni giorno violenze non da poco in una serie ininter-
rotta di crudeltà, mentre la moderazione, che mai nessun
nemico aveva osato oltraggiare, era come ridotta a un
mero accessorio dall’ubriachezza molesta di cittadini in-
furiati. Quale fuoco, quali supplizi, quale genere di tortu-
ra non colpì indistintamente tutti gli uomini, di qualun-
que età? È fuori di dubbio che a quei tempi la terra pian-
se, il cosmo nel suo intero assetto gemette, macchiato di
sangue, e la luce stessa del giorno fu oscurata da quello
spettacolo luttuoso.
LIII Che aggiungere? Ora, proprio per via di quelle
vicende, i barbari si inorgogliscono perché in quel fran-
gente accolsero coloro che fuggivano dalle nostre terre e,
custodendoli in una condizione di umana prigionia, assi-
curarono ai cristiani non solo l’incolumità, ma anche la

quanto elastico e nel caso specifico il termine è utilizzato con una cer-
ta enfasi retorica.
43
Scil. Diocleziano.
218 LOGOÇ B

çemnovthtoç aujtoi'ç katevçthçan ejn ajçfaleiva/ e[cein. kai;


nu'n to; ÔRwmaivwn gevnoç khli'da tauvthn dihnekh' fevrei,
h}n oiJ katΔ ejkei'no kairou' th'ç ÔRwmai>kh'ç oijkoumevnhç ej-
launovmenoi Criçtianoi; kai; barbavroiç proçfeuvgonteç
proçetrivyanto.
LIV ΔAlla; tiv tw'n qrhvnwn ejkeivnwn kai; tou' koinou'
th'ç oijkoumevnhç pevnqouç ejpi; plevon memnh'çqaiv me dei'…
oi[contai loipo;n kai; ejkei'noi oiJ tou' muvçouç aujqevntai,
pro;ç dihnekh' kovlaçin toi'ç ΔAcevrontoç baravqroiç ejk-
doqevnteç, çu;n aijçcrw'/ tevlei. polevmoiç ga;r ejmfulivoiç
katamigevnteç ou[tΔ o[noma ou[te gevnoç aujtw'n katale-
loivpaçin. o} dh; oujk a]n aujtoi'ç çumbebhvkei, eij mh; hJ
ajçebh;ç ejkeivnh tw'n tou' Puqivou crhçthrivwn manteiva
kivbdhlon duvnamin ejçchvkei.
LV, 1 Çe; nu'n to;n mevgiçton qeo;n parakalw': ei[hç
pra'oçv te kai; eujmenh;ç toi'ç çoi'ç ajnatolikoi'ç, ei[hç pa'çi
toi'ç çoi'ç ejparciwvtaiç uJpo; cronivou çumfora'ç çuntri-
bei'çi, diΔ ejmou' tou' çou' qeravpontoç ojrevgwn i[açin. kai;
tau'tav ge aijtw' oujk ajpeikovtwç, w\ devçpota tw'n o{lwn,
a{gie qeev: tai'ç çai'ç ga;r uJfhghvçeçin ejneçthçavmhn
çwthriwvdh pravgmata kai; dihvnuça, th;n çh;n çfragi'da
pantacou' proballovmenoç kallinivkou hJghçavmhn çtra-
tou': ka[n pouv tiç tw'n dhmoçivwn kalh'/ creiva, toi'ç auj-
toi'ç th'ç çh'ç ajreth'ç eJpovmenoç çunqhvmaçin ejpi; tou;ç
polemivouç proveimi. LV, 2 dia; tau'tav toi ajnevqhkav çoi
th;n ejmautou' yuch;n e[rwti kai; fovbw/ kaqarw'ç ajnakra-
qei'çan: to; me;n ga;r o[nomav çou gnhçivwç ajgapw', th;n
de; duvnamin eujlabou'mai, h}n polloi'ç tekmhrivoiç e[deixaç
kai; th;n ejmh;n pivçtin bebaiotevran eijrgavçw. ejpeivgomai
gou'n kai; tou;ç w[mouç aujto;ç uJpoçcw;n tou;ç ejmou;ç to;n
aJgiwvtatovn çou oi\kon ajnanewvçaçqai, o}n oiJ muçaroi;
ejkei'noi kai; ajçebevçtatoi tw'/ ajtophvmati th'ç kaqai-
revçewç ejlumhvnanto. LVI, 1 Eijrhneuvein çou to;n lao;n
kai; ajçtaçivaçton mevnein ejpiqumw' uJpe;r tou' koinou' th'ç

44
Scil. il labaro.
LIBRO SECONDO 219

possibilità di celebrare il loro culto in tutta sicurezza. E


adesso il popolo romano porta su di sé una macchia che
non si cancella, che gli hanno procurato i cristiani che in
quei tempi, cacciati dai confini dell’impero romano, si ri-
fugiarono presso i barbari.
LIV Ma occorre forse che mi soffermi a ricordare quei
lamenti e il lutto generale di tutta l’ecumene? Alla fine
però, anche i responsabili di tanto orrore, gettati nelle
profondità dell’Acheronte e destinati a una punizione
senza fine, sono morti di una morte vergognosa. Si lascia-
rono avviluppare in guerre intestine, senza lasciare dietro
di sé né il nome né la discendenza. E questo non sarebbe
loro accaduto se gli empi oracoli pitici non avessero avu-
to un potere illusorio.
LV, 1 Ora, Dio grandissimo, ti supplico: sii mite e be-
nevolo con il tuo popolo d’Oriente, siilo con tutti i tuoi
provinciali tormentati da una lunga sventura e ponivi ri-
medio attraverso di me che sono il tuo servitore. E ti chie-
do ciò non senza ragione, o signore dell’universo, Dio
santo: infatti grazie alla tua guida ho intrapreso e portato
a termine opere salutari e, portando innanzi il tuo sigil-
lo,44 ovunque, ho condotto l’esercito alla vittoria. Se qual-
che necessità pubblica mi chiama, avanzo contro i nemici
seguendo i vessilli della tua virtù. LV, 2 Per questo ti ho
consacrato la mia anima, che, nel modo più puro, mesco-
la insieme amore e timore: infatti io amo sinceramente il
tuo nome, ma temo la tua potenza, che hai reso manifesta
attraverso molti segni e che ha fatto diventare più salda la
mia fede. Io aspiro, senza dubbio, a prendere sulle mie
spalle il compito di restaurare la tua santissima casa, che
quegli uomini, abominevoli e quanto mai empi, offesero
con un’oltraggiosa distruzione.
LVI, 1 Ora desidero che il tuo popolo viva in pace e
non sia turbato da lotte intestine, per il bene comune del-
220 LOGOÇ B

oijkoumevnhç kai; tou' pavntwn ajnqrwvpwn crhçivmou. oJ-


moivan toi'ç piçteuvouçin oiJ planwvmenoi caivronteç lam-
banevtwçan eijrhvnhç te kai; hJçucivaç ajpovlauçin. au{th
ga;r hJ th'ç koinwnivaç glukuvthç kajkeivnouç ejpanor-
qwvçaçqai kai; pro;ç th;n eujqei'an ajgagei'n oJdo;n ijçcuvçei.
mhdei;ç to;n e{teron parenocleivtw: e{kaçtoç o{per hJ yu-
ch; bouvletai katecevtw, touvtw/ katakecrhvçqw. LVI, 2
tou;ç dΔ eu\ fronou'ntaç pepei'çqai crhv, wJç ou|toi mov-
noi aJgivwç kai; kaqarw'ç biwvçontai, ou}ç aujto;ç kalei'ç
ejpanapauveçqai toi'ç çoi'ç aJgivoiç novmoiç. oiJ dΔ eJau-
tou;ç ajfevlkonteç ejcovntwn boulovmenoi ta; th'ç yeudo-
logivaç temevnh: hJmei'ç e[comen to;n faidrovtaton th'ç
çh'ç ajlhqeivaç oi\kon, o{nper kata; fuvçin devdwkaç. tou'-
to kajkeivnoiç eujcovmeqa, i{na dhladh; dia; th'ç koinh'ç oJ-
monoivaç kai; aujtoi; th;n qumhdivan ajpofevrwntai. LVII
oujde; gavr ejçti kaino;n oujdev ti newvteron to; kaqΔ hJ-
ma'ç, ajllΔ ejx ou|per th;n tw'n o{lwn diakovçmhçin pa-
givwç gegenh'çqai pepiçteuvkamen, meta; tou' prevpontovç
çoi çebavçmatoç tou'to parekeleuvçw, ejçfavlh de; to; ajn-
qrwvpinon gevnoç plavnaiç pantoivaiç parhgmevnon: ajlla;
çuv ge dia; tou' çou' uiJou', i{na mh; to; kako;n ejpi; plevon
ejpibrivçh/, kaqaro;n fw'ç ajnaçcw;n uJpevmnhçaç peri; çeau-
tou' tou;ç pavntaç.
LVIII, 1 AiJ çai; pravxeiç tau'ta piçtou'ntai: to; ço;n
kravtoç ajqwv/ouç hJma'ç kai; piçtou;ç ejrgavzetai, h{lioç
kai; çelhvnh e[nnomon e[couçi th;n poreivan, oujde; ta;
a[çtra a[takton e[cei th;n tou' koçmikou' kuvklou pe-
riforavn: aiJ tw'n kairw'n ajmoibai; nomivmwç ajnakuklou'n-
tai, hJ th'ç gh'ç eJdraiva çtavçiç tw'/ çw'/ lovgw/ çunevçthke,
kai; to; pneu'ma kata; to;n ejpitacqevnta qeçmo;n poiei'-
tai th;n kivnhçin, h{ te tw'n uJdavtwn fora; qevouça prov-
eiçin ajplevtou rJeuvmatoç mevtrw/, hJ qavlaçça o{roiç ejm-
perievcetai pephgovçi, kai; o{ ti a]n th'/ gh'/ kai; tw'/

45
Paolo, Romani, 2, 17.
LIBRO SECONDO 221

l’intera ecumene e di tutti gli uomini. E anche coloro che


persistono nell’errore traggano pari giovamento dalla pa-
ce e dalla tranquillità, allo stesso modo dei fedeli. Infatti
questa dolce armonia nella comunità avrà la forza di cor-
reggere anch’essi e di condurli sulla retta via. Nessuno re-
chi molestia all’altro; ciascuno abbia ciò che la sua anima
desidera e ne sia appagato. LVI, 2 Occorre che chi ha la
facoltà di ragionare correttamente si persuada che solo
coloro che tu chiami a ‘fare affidamento sulle tue sante
leggi ’45 vivranno in modo santo e puro. Coloro che in-
vece si fanno da parte, si tengano pure, se credono, i san-
tuari della falsità: noi invece abbiamo la dimora lumi-
nosissima della tua verità, che tu ci hai donato secondo
natura. E tuttavia preghiamo anche per loro, affinché,
grazie alla comune concordia essi pure ottengano la
gioia. LVII L’assetto del mondo infatti non è nuovo né
recente, ma tu hai disposto che fosse tale, insieme con la
venerazione che ti è dovuta, fin da quando noi crediamo
che fu saldamente fondato l’ordine dell’universo. Il gene-
re umano, fuorviato da ogni sorta di errori si ingannò,
ma tu, attraverso tuo figlio, affinché il male non aumen-
tasse ulteriormente, levando una luce pura, hai ricordato
a tutti la tua esistenza.
LVIII, 1 Le tue opere testimoniano tutto ciò: la tua po-
tenza ci rende innocenti e fedeli, il sole e la luna compio-
no il loro percorso secondo leggi stabilite e gli astri non
attuano il loro movimento nella volta celeste in modo ca-
suale, l’alternanza delle stagioni è regolata da leggi cicli-
che, la stabile immobilità della terra si è costituita per tua
volontà, il vento effettua il suo movimento secondo una
legge prestabilita, il corso delle acque correnti procede
secondo il ritmo di un flusso che non ha fine, il mare è
circoscritto entro rigidi confini e tutto ciò che trova spa-
222 LOGOÇ B

wjkeanw'/ çumparekteivnhtai, tou'to pa'n qaumaçtai'ç tiçi


kai; crhçivmoiç tecnavzetai poluteleivaiç. LVIII, 2 o{per
eij mh; kata; krivçin th'ç çh'ç boulhvçewç ejpravtteto, ajn-
amfibovlwç a]n hJ toçauvth diafora; kai; hJ pollh; th'ç
ejxouçivaç diavkriçiç panti; tw'/ bivw/ kai; toi'ç pravgmaçin
ejlumhvnato. oiJ ga;r pro;ç eJautou;ç maceçqevnteç ca-
lepwvteron a]n to; ajnqrwvpinon katevblayan gevnoç: o{per
kai; mh; oJrwvmenoi pravttouçin.
LIX ΔAlla; cavriç çoi pleivçth, devçpota tw'n aJ-
pavntwn, mevgiçte qeev: o{çon ga;r diafovroiç çpoudavç-
maçin hJ ajnqrwpovthç gnwrivzetai, toçouvtw/ ma'llon toi'ç
ojrqovteron fronou'çi kai; gnhçivaç ejpimelomevnoiç ajreth'ç
ta; tou' qeivou lovgou maqhvmata çunivçtatai. plh;n o{çtiç
aujto;n qerapeuveçqai kwluvei, a[llw/ tou'to mh; logizevçqw:
hJ ga;r ijatrikh; tw'n ijamavtwn prokaqevzetai a{paçin eijç
toujmfane;ç prokeimevnh. movnon mhv tiç katablaptevtw
tou'qΔ, o{per a[cranton ei\nai ta; pravgmata pareggua'/.
crhçwvmeqa toivnun a{panteç a[nqrwpoi th'/ tou' doqevntoç
ajgaqou' çugklhriva,/ toutevçti tw'/ th'ç eijrhvnhç kalw',/ cw-
rivzonteç dhladh; th;n çuneivdhçin ajpo; panto;ç ejnantivou.
LX, 1 plh;n e{kaçtoç o{per peivçaç eJauto;n ajnadevdektai,
touvtw/ to;n e{teron mh; katablaptevtw: o{per qavteroç
ei\devn te kai; ejnenovhçen, touvtw/ to;n plhçivon eij me;n
genevçqai dunato;n wjfeleivtw, eij dΔ ajduvnaton parapem-
pevçqw. a[llo gavr ejçti to;n uJpe;r ajqanaçivaç a\qlon
eJkouçivwç ejpanairei'çqai, a[llo to; meta; timwrivaç ejpa-
nagkavzein. LX, 2 tau'ta ei\pon, tau'ta diexh'lqon makrov-
teron h] oJ th'ç ejmh'ç ejpieikeivaç ajpaitei' çkopovç, ejpeidh;
th;n th'ç ajlhqeivaç ajpokruvyaçqai pivçtin oujk ejboulovmhn,
mavliçqΔ o{ti tine;ç wJç ajkouvw façi; tw'n naw'n perih/rh'çqai

46
Il significato di questa frase è piuttosto oscuro. Potrebbe tanto ri-
ferirsi all’azione occulta delle forze demoniache quanto, in un senso
più filosofico, agli elementi potenzialmente in conflitto tra loro.
47
Scil. la fede cristiana.
48
Luca, 22, 53.
LIBRO SECONDO 223

zio sulla terra e nell’oceano è costruito con meravigliosa


e utile generosità. LVIII, 2 Se tutto ciò che non fosse sta-
to creato secondo i criteri della tua volontà, senza dubbio
una tanto grande difformità e una tale divergenza di
energie sarebbero state nocive per ogni essere vivente e
per ogni cosa. Gli elementi in lotta tra loro avrebbero
danneggiato anche più gravemente il genere umano, e pe-
raltro è proprio questo che fanno senza che ce ne avve-
diamo.46
LIX Grandissima è la gratitudine verso di te, signore
dell’universo, Dio supremo; infatti nella misura in cui l’u-
manità si riconosce nella pluralità delle sue pulsioni, tan-
to più gli insegnamenti del verbo divino si rinsaldano in
coloro che sono nel giusto e praticano l’autentica virtù. E
chiunque si vieti di essere curato, non ne attribuisca la re-
sponsabilità ad altri che a se stesso: la medicina che pro-
cura la guarigione infatti è bene in vista e a disposizione
di tutti.47 Alla sola condizione che nessuno oltraggi ciò
che i fatti stessi attestano essere intemerato. Dunque, che
l’umanità intera goda del bene che abbiamo ricevuto in
sorte, ossia il dono della pace, tenendo ovviamente lonta-
na la nostra coscienza da tutto ciò che è a essa avverso.
LX, 1 E, peraltro, le convinzioni che ciascuno nutre e del-
le quali è persuaso, non siano il mezzo per recare offesa
ad altri: ciò che ognuno sa e di cui è convinto, se è possi-
bile, sia di giovamento al prossimo, e se ciò invece non è
possibile, allora è meglio lasciar perdere. Infatti una cosa
è impegnarsi volontariamente nella lotta per l’immorta-
lità e un’altra è l’esservi costretti dal timore della punizio-
ne. LX, 2 Ho detto questo, e lo ho spiegato più dettaglia-
tamente di quanto richiedesse l’intento della mia clemen-
za, perché non volevo che la vera fede restasse nascosta,
soprattutto dal momento che, a quanto sento dire, alcuni
affermano che i riti dei templi e la potenza delle tenebre,48
224 LOGOÇ B

ta; e[qh kai; tou' çkovtouç th;n ejxouçivan: o{per çunebouv-


leuça a]n pa'çin ajnqrwvpoiç, eij mh; th'ç mocqhra'ç plavnhç
hJ bivaioç ejpanavçtaçiç ejpi; blavbh/ th'ç koinh'ç çwthrivaç
ajmevtrwç tai'ç ejnivwn yucai'ç ejmpephvgei.

LXI, 1 Toiau'ta baçileu;ç wJçanei; qeou' megalofwnovta-


toç khvrux toi'ç ejparciwvtaiç a{paçi diΔ oijkeivou
proçefwvnei gravmmatoç, daimonikh'ç me;n ajpeivrgwn tou;ç
ajrcomevnouç plavnhç, th;n dΔ ajlhqh' metievnai qeoçevbeian
ejgkeleuovmenoç. LXI, 2 faidrunomevnw/ dΔ aujtw'/ ejpi; touv-
toiç fhvmh tiç diaggevlletai ajmfi; tarach'ç ouj çmik-
ra'ç ta;ç ejkklhçivaç dialabouvçhç, ejfΔ h|/ th;n ajkoh;n plh-
gei;ç i[açin tw'/ kakw'/ perienovei. to; dΔ h\n a[ra toiovnde.
LXI, 3 ejçemnuvneto me;n oJ tou' qeou' lew;ç tai'ç baçi-
levwç kallwpizovmenoç pravxeçin, oujdΔ h\n tiç e[xwqen
fovboç taravttwn, wJç kai; prwvhn lampra'ç kai; baqu-
tavthç eijrhvnhç aJpantacovqen th;n ejkklhçivan qeou' cavri-
ti perifrattouvçhç: fqovnoç dΔ a[ra kai; toi'ç hJmetevroiç
ejfhvdreue kaloi'ç, ei[çw me;n eijçduovmenoç, mevçoç dΔ ejn
aujtoi'ç coreuvwn toi'ç tw'n aJgivwn oJmivloiç. LXI, 4 çum-
bavllei dh'ta tou;ç ejpiçkovpouç, çtavçin ejmbalw;n ejreçce-
livaç qeivwn profavçei dogmavtwn, ka[peiqΔ wJç ajpo; mik-
rou' çpinqh'roç mevga pu'r ejxekaveto, a[kraç me;n w{çper
ajpo; korufh'ç ajrxavmenon th'ç ΔAlexandrevwn ejkklhçivaç,
diadramo;n de; th;n çuvmpaçan Ai[guptovn te kai; Libuvhn
49
Eusebio si riferisce qui alla controversia ariana, che ebbe inizio
ad Alessandria a causa del conflitto tra il vescovo della città, Alessan-
dro e il sacerdote Ario. L’oggetto della disputa era il dogma trinitario.
Secondo Ario il Figlio è generato dal Padre e pertanto vi fu un tempo
in cui non esisteva. Ne consegue che esso non è veramente Dio, se non
in quanto partecipa alla grazia, e dunque non è della stessa sostanza
del Padre. Ario, a causa dell’opposizione incontrata da parte del ve-
scovo Alessandro, si rifugiò in Palestina, insieme ad altri dissidenti,
prima a Cesarea, presso Eusebio, poi a Nicomedia, dove si svolse un
concilio che decretò la riammissione degli ariani in seno alla Chiesa.
Alessandro però si rifiutò di obbedire e fu necessario riconvocare un
secondo concilio a Cesarea, in seguito al quale i fuorusciti poterono
rientrare ad Alessandria (intorno al 324), provocando gravi disordini.
LIBRO SECONDO 225

sono stati tolti di mezzo. Io stesso avrei potuto suggerire


questo all’umanità intera, se la violenta sollevazione del-
l’errore perverso non fosse consolidata oltre misura negli
animi di alcuni a detrimento della salvezza comune.

LXI, 1 L’imperatore, simile a un araldo di Dio, dalla vo-


ce potente, indirizzò a tutti i sudditi delle province que-
sto proclama con una lettera autografa, cercando di al-
lontanare i sudditi dagli inganni dei demoni e di spro-
narli a seguire la vera religione. LXI, 2 Ma proprio
mentre si rallegrava di questi fatti, gli fu riferita la voce
che la Chiesa era lacerata da un turbamento non da
poco,49 e come il suo orecchio fu colpito dalla notizia,
egli si mise a pensare a una cura contro questo male.
Che era il seguente: LXI, 3 il popolo di Dio era onora-
to e si fregiava dell’operato dell’imperatore e non c’era
alcun pericolo esterno che lo minacciasse, dal momento
che di recente una splendida e solidissima pace aveva
circondato da ogni parte la Chiesa per grazia di Dio; ma
l’invidia prese a insidiare anche questi nostri beni e, do-
po essersi insinuata all’interno, si mise addirittura a im-
perversare tra le schiere degli uomini santi. LXI, 4 Mise
i vescovi gli uni contro gli altri, suscitando la contesa con
il pretesto della discussione sui dogmi divini e, come da
una piccola scintilla attizzò un gran fuoco, che, scaturito
dai sommi vertici della Chiesa di Alessandria, e diffuso-
si poi per tutto l’Egitto, la Libia e la vicina Tebaide,

Nel 325 il concilio di Nicea, voluto da Costantino, respinse tutte le for-


mulazioni ariane, affermando la consustanzialità di Padre e Figlio e di
conseguenza Ario fu esiliato, ma l’arianesimo continuò a trovare mol-
ti sostenitori tra i quali lo stesso Eusebio. Sotto la guida di un altro
Eusebio, vescovo di Nicomedia (cfr. infra, n. 30, p. 389 e n. 54, p. 414),
le dottrine ariane conobbero un’ulteriore diffusione e dopo la morte
di Ario, nel 336, godettero dell’appoggio di Costanzo II. In seguito al-
l’editto di Teodosio, che sanciva l’ortodossia di Stato, l’arianesimo
andò perdendo consensi entro i confini dell’impero romano e si diffu-
se invece presso i popoli germanici.
226 LOGOÇ B

thvn tΔ ejpevkeina Qhbai?da, LXI, 5 h[dh de; kai; ta;ç loi-


pa;ç ejpenevmeto ejparcivaç te kai; povleiç, w{çtΔ ouj mov-
nouç h\n ijdei'n tou;ç tw'n ejkklhçiw'n proevdrouç lovgoiç
diaplhktizomevnouç, ajlla; kai; ta; plhvqh katatemnovme-
na, tw'n me;n wJç touvçde tw'n de; qatevroiç ejpiklino-
mevnwn. toçou'ton de; dihvlaunen ajtopivaç hJ tw'n gino-
mevnwn qeva, w{çtΔ h[dh ejn aujtoi'ç mevçoiç toi'ç tw'n aj-
pivçtwn qeavtroiç ta; çemna; th'ç ejnqevou didaçkalivaç
th;n aijçcivçthn uJpomevnein cleuvhn.
LXII OiJ me;n ou\n katΔ aujth;n th;n ΔAlexavndreian
neanikw'ç peri; tw'n ajnwtavtw dieplhktivzonto, oiJ dΔ ajm-
fi; pa'çan th;n Ai[gupton kai; th;n a[nw Qhbai?da
prou>pokeimevnhç palaiotevraç uJpoqevçewç cavrin dieç-
taçivazon, wJç pantacou' dih/rh'çqai ta;ç ejkklhçivaç. touv-
toiç dΔ w{çper çwvmatoç kekakwmevnou çuvmpaça Libuvh
çunevkamne, çunenovçei de; kai; ta; loipa; mevrh tw'n ejk-
to;ç ejparciw'n. oiJ me;n ga;r ajpo; th'ç ΔAlexandreivaç die-
preçbeuvonto pro;ç tou;ç katΔ ejparcivan ejpiçkovpouç, oiJ
dΔ eijç qavteron temnovmenoi mevroç th'ç oJmoivaç ejkoinwv-
noun çtavçewç.
LXIII Tau'ta de; puqovmenoç baçileu;ç kai; th;n yu-
ch;n uJperalghvçaç çumforavn te oijkeivan to; pra'gma qev-
menoç, paracrh'ma tw'n ajmfΔ aujto;n qeoçebw'n o}n eu\ hj-
pivçtato bivw/ çwvfroni pivçtewç tΔ ajreth'/ dedokimaçmev-
non, a[ndra lamprunovmenon eu\ mavla tai'ç uJpe;r eujçe-
beivaç oJmologivaiç kata; tou;ç e[mproçqen crovnouç, bra-
beuth;n eijrhvnhç toi'ç kata; th;n ΔAlexavndreian
dieçtw'çin ejkpevmpei, gravmma tΔ ajnagkaiovtaton diΔ auj-

50
L’avverbio neanikw§ı può anche voler dire puerilmente.
51
Scil. i dogmi trinitari.
52
L’altro movimento scismatico cui Eusebio allude in questo passo
è quello meleziano, che prese il nome da Melezio, vescovo di Licopoli,
nell’Alto Egitto e che si sviluppò subito dopo la fine delle persecuzio-
ni nel 311. I Meleziani, analogamente ai Donatisti nel Nord Africa
(cfr. supra, n. 69, pp. 140-141), erano assai rigorosi sulla questione dei
LIBRO SECONDO 227

LXI, 5 ormai consumava anche le altre province e città,


cosicché non solo si potevano vedere i capi delle chiese
contendere tra loro a parole ma anche la massa dei cri-
stiani, altrettanto divisa, appoggiare gli uni una fazione
gli altri un’altra. Lo spettacolo di questi avvenimenti si
spinse a un tale livello di indecenza che ormai la solen-
nità dei dogmi della religione era diventata oggetto di
scherno addirittura nei teatri degli infedeli.
LXII Alcuni nella stessa Alessandria disputavano
violentemente50 a proposito degli argomenti più eccel-
si,51 altri in tutto l’Egitto e l’alta Tebaide dissentivano su
un’annosa questione che già da tempo si era presenta-
ta,52 e così le Chiese si trovavano ovunque divise. E pro-
prio come accade in un corpo afflitto da un morbo, in-
sieme a esse tutta la Libia fu contagiata e furono afflitte
dalla stessa malattia anche le restanti parti delle provin-
ce più lontane. Da Alessandria gli uni mandavano am-
basciatori ai vescovi delle singole province e pure gli al-
tri, prendendo partito per una delle due fazioni, restava-
no coinvolti nella medesima disputa.
LXIII Informato della situazione e afflittosi nell’ani-
mo, l’imperatore, considerando la vicenda alla stregua
di una sua personale disgrazia, subito inviò alle fazioni
di Alessandria, come giudice di pace uno tra i santi uo-
mini che facevano parte del suo seguito, e che egli cono-
sceva bene perché era molto stimato per il suo saggio
stile di vita e per la sua virtù ed era un uomo illustre per
come nel passato aveva reso testimonianza alla fede.53
Attraverso di lui fece pervenire ai responsabili della di-

lapsi e il loro movimento riguardò il territorio egiziano, in particolare


la Tebaide dove era più radicato il monachesimo copto, e la Siria.
53
Questo personaggio è generalmente identificato con Osio (o Os-
sio) vescovo di Cordova, che fu uno dei più stretti collaboratori di Co-
stantino, fin dai primi anni del suo regno e che ebbe un ruolo fonda-
mentale nell’ambito della controversia ariana.
228 LOGOÇ B

tou' toi'ç th'ç ejreçcelivaç aijtivoiç ejpitivqhçin, o} dh; kai;


aujto; gnwvriçma perievcon th'ç baçilevwç ajmfi; to;n lao;n
tou' qeou' khdemonivaç th'/ peri; aujtou' fevreçqai dihghvçei
kalovn, e[con tou'ton to;n trovpon.

LXIV Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


ΔAlexavndrw/ kai; ΔAreivw./
Diplh'n moi gegenh'çqai provfaçin touvtwn, w|n e[rgw/
th;n creivan uJpevçthn, aujto;n wJç eijko;ç to;n tw'n ejmw'n
ejgceirhmavtwn bohqo;n kai; çwth'ra tw'n o{lwn qeo;n
poiou'mai mavrtura.
LXV, 1 Prw'ton me;n ga;r th;n aJpavntwn tw'n ejqnw'n
peri; to; qei'on provqeçin ¢eijçÜ mivan e{xewç çuvçtaçin
eJnw'çai, deuvteron de; to; th'ç koinh'ç oijkoumevnhç çw'ma
kaqavper calepw'/ tini trauvmati peponhko;ç ajnakthvçaç-
qai kai; çunarmovçai proujqumhvqhn. LXV, 2 a} dh;
proçkopw'n e{teron me;n ajporrhvtw/ th'ç dianoivaç ojf-
qalmw'/ çunelogizovmhn, e{teron de; th'/ th'ç çtratiwtikh'ç
ceiro;ç ejxouçiva/ katorqou'n ejpeirwvmhn, eijdw;ç wJç eij
koinh;n a{paçi toi'ç tou' qeou' qeravpouçin ejpΔ eujcai'ç
tai'ç ejmai'ç oJmovnoian kataçthvçaimi, kai; hJ tw'n dh-
moçivwn pragmavtwn creiva çuvndromon tai'ç aJpavntwn
eujçebevçi gnwvmaiç th;n metabolh;n karpwvçetai. LXVI
manivaç ga;r dhvpouqen oujk ajnekth'ç a{paçan th;n
ΔAfrikh;n ejpilabouvçhç økai;Ø dia; tou;ç ajbouvlw/ koufovth-
ti th;n tw'n dhvmwn qrhçkeivan eijç diafovrouç aiJrevçeiç
çcivçai tetolmhkovtaç, tauvthn ejgw; th;n novçon kataç-
tei'lai boulhqeivç, oujdemivan eJtevran ajrkou'çan tw'/ pravg-

54
La lettera è databile al 324, cfr. Dörries, cit., pp. 51-62. Costantino
chiarisce che la sua funzione di garante dell’ordine dell’impero si tra-
duce necessariamente in un impegno sia militare che religioso: in uno
Stato dilaniato dalle controversie religiose non è infatti possibile assi-
curare quella prosperità che si verifica solo in condizioni di equilibrio
politico e di pace. L’imperatore cerca quindi di usare la sua influenza
per mitigare la violenza delle polemiche religiose, affermando reitera-
LIBRO SECONDO 229

sputa una lettera di importanza fondamentale che reca


in sé il segno della sollecitudine dell’imperatore nei ri-
guardi del popolo di Dio ed è giusto che in un’opera che
lo riguarda ciò sia riferito. Il testo è quello che segue:

LXIV Il vincitore Costantino Massimo Augusto ad Ales-


sandro e ad Ario.54
Una duplice motivazione mi indusse a intraprendere
queste azioni nelle quali ho profuso il mio impegno e, co-
me è naturale, chiamo a testimone Dio che ha prestato
soccorso alle mie imprese ed è il salvatore di tutti.
LXV, 1 Per prima cosa infatti avevo desiderio di uni-
ficare nella coerenza di un unico punto di vista le con-
vinzioni religiose di tutte le province, in secondo luogo
di restaurare e riequilibrare nel suo complesso il corpo
dello Stato, che era afflitto da una sorta di grave ferita.
LXV, 2 Considerando questi problemi, l’uno lo valutavo
con il segreto occhio del pensiero, l’altro cercavo di risol-
verlo con la forza delle armi dell’esercito, sapendo che se
avessi istituito una comune concordia tra i servi di Dio,55
in modo conforme ai miei voti, anche le esigenze della
cosa pubblica avrebbero tratto giovamento da un muta-
mento conforme alle pie aspirazioni di tutti. LXVI In-
fatti, quando si diffuse per tutta l’Africa una inaccettabile
follia56 a causa di quanti avevano osato, con leggerezza
sconsiderata, scindere in sette diverse i culti religiosi dei
popoli, io, volendo arginare questa malattia, non riuscivo

tamente che esse sono originate da questioni scarsa importanza. Que-


sto non significa che l’imperatore sottovalutasse l’entità del problema
sollevato dal movimento ariano, tant’è che di lì a poco avrebbe convo-
cato il concilio di Nicea, ma appare piuttosto un tentativo di risolvere
la questione per vie diplomatiche. È inoltre notevole il fatto che Euse-
bio sia l’unico autore a riportare questa lettera, pur essendo coinvolto
in prima persona nella disputa ariana.
55
Scil. all’interno del clero.
56
Si allude qui allo scisma donatista.
230 LOGOÇ B

mati qerapeivan hu{riçkon, h] eij to;n koino;n th'ç oijkou-


mevnhç ejcqro;n ejxelwvn, o}ç tai'ç iJerai'ç uJmw'n çunovdoiç
th;n ajqevmiton eJautou' gnwvmhn ajntevçthçen, ejnivouç uJmw'n
pro;ç th;n tw'n pro;ç ajllhvlouç diconoouvntwn oJmovnoian
bohqou;ç ajpoçteivlaimi.
LXVII ΔEpeidh; ga;r hJ tou' fwto;ç duvnamiç kai; oJ
th'ç iJera'ç qrhçkeivaç novmoç, uJpo; th'ç tou' kreivttonoç
eujergeçivaç oi|on e[k tinwn th'ç ajnatolh'ç kovlpwn ejkdo-
qeivç, a{paçan oJmou' th;n oijkoumevnhn iJerw'/ lampth'ri
kathvçtrayen, eijkovtwç uJma'ç, w{çper tina;ç ajrchgou;ç
th'ç tw'n ejqnw'n çwthrivaç uJpavrxein piçteuvwn, oJmou' kai;
yuch'ç neuvmati kai; ojfqalmw'n ejnergeiva/ zhtei'n ej-
peirwvmhn. a{ma gou'n th'/ megavlh/ nivkh/ kai; th'/ kata; tw'n
ejcqrw'n ajlhqei' qriambeiva/ tou'to prw'ton eiJlovmhn ejreu-
na'n, o} dh; prw'tovn moi kai; timiwv- taton aJpavntwn uJ-
pavrcein hJgouvmhn.
LXVIII, 1 ΔAllΔ, w\ kallivçth kai; qeiva provnoia, oi|onv
mou th'ç ajkoh'ç ma'llon de; th'ç kardivaç aujth'ç trau'ma
kaivrion h{yato, pollw'/ calepwtevran tw'n ejkei' kata-
leifqevntwn th;n ejn uJmi'n gignomevnhn dicoçtaçivan çh-
mai'non, wJç pleivonoç h[dh ta; kaqΔ uJma'ç mevrh qerapeiv-
aç dei'çqai, parΔ w|n toi'ç a[lloiç th;n i[açin uJpavrxein
h[lpiça. LXVIII, 2 dialogizomevnw/ dhv moi th;n ajrch;n
kai; th;n uJpovqeçin touvtwn a[gan eujtelh;ç kai; oujdamw'ç
ajxiva th'ç toçauvthç filoneikivaç hJ provfaçiç ejfwravqh.
diovper ejpi; th;n th'ç ejpiçtolh'ç tauvthç ajnavgkhn ejpeic-
qeivç, kai; pro;ç th;n oJmovyucon uJmw'n ajgcivnoian gravfwn,
thvn te qeivan provnoian kalevçaç ajrwgo;n tw'/ pravgmati,
mevçon th'ç pro;ç ajllhvlouç uJmw'n ajmfiçbhthvçewç oi|on
eijrhvnhç pruvtanin ejmauto;n eijkovtwç proçavgw. LXVIII,
3 o{per ga;r dh; çunairomevnou tou' kreivttonoç, eij kai;
meivzwn h\n tiç ajformh; diconoivaç, ouj calepw'ç a]n hj-
dunhvqhn, oJçivaiç tw'n ajkouovntwn gnwvmaiç ejgceirivzwn

57
In Africa: è sempre un riferimento allo scisma dei donatisti.
LIBRO SECONDO 231

a trovare altro rimedio adatto alla circostanza, se non


una volta distrutto il nemico comune dell’impero, che
aveva opposto ai vostri santi sinodi la sua empia dottri-
na, inviare alcuni di voi in soccorso per ristabilire la con-
cordia tra le opposte fazioni.
LXVII Poiché infatti la potenza della luce e la legge
della santa religione furono elargite dalla benevolenza
dell’Onnipotente, si potrebbe quasi dire dal grembo stesso
dell’Oriente, e hanno assoggettato con il loro santo splen-
dore praticamente tutta l’ecumene, era comprensibile che
io, in pari misura, con lo sforzo dei miei occhi e la volontà
della mia anima tentassi di rintracciarvi, nella persuasione
che sareste stati gli artefici della salvezza dei popoli. E in-
sieme alla grande vittoria e al vero trionfo sui nemici, scel-
si di seguire per primo questo obiettivo, che giudicavo fos-
se per me il primario e più importante tra tutti.
LXVIII, 1 Ma, o meravigliosa e divina provvidenza,
quale ferita letale ha offeso il mio orecchio, anzi il mio
cuore, nell’apprendere che il dissenso nato tra voi era
molto più grave di quelli che laggiù 57 ancora non aveva-
no trovato soluzione, al punto che ora proprio le vostre
regioni, da parte delle quali io avevo sperato giungesse la
guarigione per gli altri, hanno bisogno di cure molto più
radicali. LXVIII, 2 Ponderando tra me e me quale fosse
l’origine e quali le cause dei conflitti, il pretesto da cui so-
no scaturiti mi è apparso assai insignificante e niente af-
fatto degno di una tale contesa. Pertanto, incalzato dalla
necessità di questa lettera, nello scrivere alla vostra con-
corde sensibilità, dopo aver invocato la divina provviden-
za a soccorrermi in questo frangente, come è giusto, mi in-
trometto nella vostra reciproca contesa in qualità di giudi-
ce di pace. LXVIII, 3 Infatti, se pure il motivo della di-
vergenza fosse stato più grave io, con l’aiuto dell’Onnipo-
tente, senza difficoltà, avrei potuto indirizzare ciascuno
verso la soluzione più vantaggiosa, infondendo ragione-
volezza nelle pie menti di chi mi avesse prestato ascolto;
232 LOGOÇ B

to;n lovgon, eijç to; crhçimwvteron e{kaçton metaçth'çai,


tou'to, mikra'ç kai; livan eujtelou'ç ajformh'ç uJparcouvçhç,
h} pro;ç to; o{lon ejmpodw;n i{çtatai, pw'ç oujk eujcereçtev-
ran kai; pollw'/ rJad/ iwtevran moi tou' pravgmatoç th;n ej-
panovrqwçin mnhçteuvçei…
LXIX, 1 Manqavnw toivnun ejkei'qen uJph'rcqai tou' pa-
rovntoç zhthvmatoç th;n katabolhvn. o{te ga;r çuv, w\
ΔAlevxandre, para; tw'n preçbutevrwn ejzhvteiç, tiv dhvpote
aujtw'n e{kaçtoç uJpevr tinoç tovpou tw'n ejn tw'/ novmw/ ge-
grammevnwn, ma'llon dΔ uJpe;r mataivou tino;ç zhthvçewç
mevrouç hjç/ qavneto, çuv øteØ, w\ “Areie, tou'qΔ, o{per h] mhde;
th;n ajrch;n ejnqumhqh'nai h] ejnqumhqevnta çiwph'/ paradou'-
nai proçh'kon h\n, ajproovptwç ajntevqhkaç, o{qen th'ç ejn uJ-
mi'n diconoivaç ejgerqeivçhç hJ me;n çuvnodoç hjrnhvqh, oJ de;
aJgiwvtatoç lao;ç eijç ajmfotevrouç çciçqei;ç ejk th'ç tou'
koinou' çwvmatoç aJrmonivaç ejcwrivçqh. LXIX, 2 oujkou'n
eJkavteroç uJmw'n, ejx i[çou th;n çuggnwvmhn paraçcwvn,
o{per a]n uJmi'n oJ çunqeravpwn uJmw'n dikaivwç parainh'/
dexavçqw. tiv de; tou'tov ejçtin… ou[te ejrwta'n uJpe;r tw'n
toiouvtwn ejx ajrch'ç proçh'kon h\n, ou[te ejrwtwvmenon aj-
pokrivnaçqai. ta;ç ga;r toiauvtaç zhthvçeiç, oJpovçaç mh;
novmou tino;ç ajnavgkh proçtavttei ajllΔ ajnwfelou'ç ajrgiv-
aç ejreçceliva protivqhçin, eij kai; fuçikh'ç tinoç gum-
naçivaç e{neka givgnoito, o{mwç ojfeivlomen ei[çw th'ç dia-
noivaç ejgkleivein kai; mh; proceivrwç eijç dhmoçivaç çunov-
douç ejkfevrein, mhde; tai'ç tw'n dhvmwn ajkoai'ç ajpro-
nohvtwç piçteuvein. LXIX, 3 povçoç gavr ejçtin e{kaçtoç,
wJç pragmavtwn ou{tw megavlwn kai; livan duçcerw'n duvna-
min h] pro;ç to; ajkribe;ç çunidei'n h] katΔ ajxivan eJrmh-
neu'çai… eij de; kai; tou'tov tiç eujcerw'ç poiei'n nomiçqeivh,
povçon dhvpou mevroç tou' dhvmou peivçei… h] tivç tai'ç tw'n
toiouvtwn zhthmavtwn ajkribeivaiç e[xw th'ç ejpikinduvnou

58
Il riferimento è al versetto dal quale ebbe origine la disputa
(Proverbi 8, 22-23), in cui compare l’espressione “il Signore mi creò”
LIBRO SECONDO 233

ma dal momento che ciò che costituisce l’ostacolo princi-


pale è qualcosa di insignificante e del tutto trascurabile,
come potrebbe questo non farmi ambire a una risoluzio-
ne della questione ancora più agevole e più semplice?
LXIX, 1 Apprendo dunque che l’origine della presen-
te controversia è la seguente. Quando tu, Alessandro, hai
domandato ai vescovi cosa pensasse ciascuno di loro di
un passo contenuto nella Legge,58 o piuttosto su un pun-
to irrilevante di un certo problema, e tu Ario hai sconsi-
deratamente ribattuto con un argomento che sarebbe sta-
to opportuno non concepire da tutto principio o passare
sotto silenzio qualora lo si fosse pensato e, sorta di qui la
vostra contesa, l’unanimità fu rinnegata, il santissimo po-
polo cristiano, scisso in due, fu disgiunto dall’armonia del
comune corpo della Chiesa. LXIX, 2 Dunque ciascuno
di voi, su un piano di parità, conceda all’altro il perdono
e accolga le giuste esortazioni del servo del vostro stesso
Dio. E in che cosa consistono? Sarebbe stato opportuno
fin da principio non fare domande su tali argomenti, e
sarebbe stato meglio se quelli che erano stati interrogati
non avessero risposto. Non è certo l’imperativo di una
legge a prescrivere indagini siffatte, ma sono le ciarle di
un ozio inutile a sollecitarle, e se anche esse siano com-
piute per una sorta di esercizio intellettuale, tuttavia sia-
mo tenuti a tenerle chiuse nella nostra mente e a non
esternarle temerariamente nelle riunioni ufficiali, né ad
affidarle sconsideratamente alle orecchie del popolo.
LXIX, 3 Infatti chi potrebbe mai essere in grado di com-
prendere con esattezza o di interpretare adeguatamente
la potenza di dogmi così grandi e difficili? E se anche
qualcuno fosse ritenuto capace di fare ciò con facilità,
quanti potrebbe convincere? E chi potrebbe mai affron-
tare le sottigliezze di tali investigazioni senza correre il

(kuvrioı e[ktisevn me), che gli Ariani interpretavano come riferita alla
creazione del Figlio da parte del Padre.
234 LOGOÇ B

paroliçqhvçewç ajntiçtaivh… oujkou'n ejfektevon ejçti;n ejn


toi'ç toiouvtoiç th;n polulogivan, i{na mhvpwç, h] hJmw'n ajç-
qeneiva/ fuvçewç to; protaqe;n eJrmhneu'çai mh; dunhqevntwn,
h] tw'n ajkroatw'n bradutevra/ çunevçei pro;ç ajkribh' tou'
rJhqevntoç katavlhyin ejlqei'n mh; cwrhçavntwn, ejx oJpotev-
rou touvtwn h] blaçfhmivaç h] çcivçmatoç eijç ajnavgkhn oJ
dh'moç periçtaivh.
LXX Diovper kai; ejrwvthçiç ajprofuvlaktoç kai; aj-
povkriçiç ajpronovhtoç i[çhn ajllhvlaiç ajntidovtwçan ejfΔ
eJkavtera çuggnwvmhn. oujde; ga;r uJpe;r tou' korufaivou
tw'n ejn tw'/ novmw/ paraggelmavtwn uJmi'n hJ th'ç filo-
neikivaç ejxhvfqh provfaçiç, oujde; kainhv tiç uJmi'n uJpe;r
th'ç tou' qeou' qrhçkeivaç ai{reçiç ajnteiçhvcqh, ajllΔ e{na
kai; to;n aujto;n e[cete logiçmovn, wJç pro;ç to; th'ç koinw-
nivaç çuvnqhma duvnaçqai çunelqei'n. LXXI, 1 uJmw'n ga;r
ejn ajllhvloiç uJpe;r mikrw'n kai; livan ejlacivçtwn filo-
neikouvntwn, toçou'ton tou' qeou' laovn, o}n uJpo; tai'ç uJ-
metevraiç freçi;n eujquvneçqai proçhvkei, diconoei'n ou[te
prevpon ou[qΔ o{lwç qemito;n ei\nai piçteuvetai. LXXI, 2
i{na de; mikrw'/ paradeivgmati th;n uJmetevran çuvneçin uJ-
pomnhvçaimi, i[çte dhvpou kai; tou;ç filoçovfouç aujtou;ç
wJç eJni; me;n a{panteç dovgmati çuntivqentai, pollavkiç de;
ejpeida;n e[n tini tw'n ajpofavçewn mevrei diafwnw'çin, eij
kai; th'/ th'ç ejpiçthvmhç ajreth'/ cwrivzontai, th'/ mevntoi
tou' dovgmatoç eJnwvçei pavlin eijç ajllhvlouç çumpnevouçin.
eij dh; tou'tov ejçti, pw'ç ouj pollw'/ dikaiovteron hJma'ç
tou;ç tou' megavlou qeou' qeravpontaç kaqeçtw'taç ejn
toiauvth/ proairevçei qrhçkeivaç oJmoyuvcouç ajllhvloiç
ei\nai… LXXI, 3 ejpiçkeywvmeqa dh; logiçmw'/ meivzoni kai;
pleivoni çunevçei to; rJhqevn, ei[per ojrqw'ç e[cei diΔ ojlivgaç
kai; mataivaç rJhmavtwn ejn uJmi'n filoneikivaç ajdelfou;ç
ajdelfoi'ç ajntikei'çqai kai; to; th'ç çunovdou tivmion ajçe-

59
Scil. Alessandro.
60
Scil. Ario.
LIBRO SECONDO 235

rischio di commettere qualche pericoloso errore? Certo


in questioni siffatte bisogna tenere a freno l’eccesso di pa-
role per due ragioni: sia perché per via della debolezza
della nostra stessa natura potremmo non essere in grado
di spiegare il problema sia perché a causa di una medio-
cre intelligenza gli ascoltatori potrebbero non riuscire a
raggiungere l’esatta comprensione di quanto si fosse loro
detto, e in entrambi i casi il popolo si volgerebbe necessa-
riamente verso l’eresia e lo scisma.
LXX Pertanto, sia chi ha incautamente posto la doman-
da59 sia chi ha risposto sconsideratamente,60 entrambi si
concedano, su un piano di parità, reciproco perdono. In-
fatti la vostra contesa non entra nel merito dei principali
precetti della Legge, né una nuova eresia si è introdotta nel
culto divino, ma continuate a nutrire un’unica e identica
convinzione, ed è quindi possibile che vi ricongiungiate
nell’unità della concordia. LXXI, 1 Crediamo infatti che
non sia né decoroso né giusto che il popolo di Dio, che è
tanto vasto, e che le vostre menti hanno il compito di gui-
dare, si trovi nell’incertezza, mentre litigate tra voi su que-
stioni meschine e di poco conto. LXXI, 2 Ma, per facilita-
re con un piccolo esempio la vostra comprensione, voi cer-
to sapete che i filosofi stessi si trovano tutti a far parte di
un’unica disciplina, e sebbene spesso si trovino in disac-
cordo su qualche aspetto delle loro dottrine, se anche sono
divisi nella definizione della scienza, qualora si metta in
discussione l’unità della loro disciplina, essi si trovano
nuovamente d’accordo gli uni con gli altri. E se le cose
stanno così, a maggior ragione, noi, che siamo servi del
sommo Dio, non dovremmo forse essere concordi sui
principi regolatori della nostra religione? LXXI, 3 Riflet-
tiamo dunque su quanto è stato detto con maggior atten-
zione e con più acuta comprensione: se cioè sia opportuno
che una contesa verbale banale e di poca importanza spin-
ga i fratelli a opporsi ai fratelli e che a causa di un’empia
236 LOGOÇ B

bei' diconoiva/ cwrivzeçqai diΔ hJmw'n, oi} pro;ç ajllhvlouç


uJpe;r mikrw'n ou{tw kai; mhdamw'ç ajnagkaivwn filo-
neikou'men. dhmwvdh tau'tav ejçti kai; paidikai'ç ajnoivaiç
aJrmovttonta ma'llon h] th'/ tw'n iJerevwn kai; fronivmwn
ajndrw'n çunevçei proçhvkonta. ajpoçtw'men eJkovnteç tw'n
diabolikw'n peiraçmw'n. LXXI, 4 oJ mevgaç hJmw'n qeovç, oJ
çwth;r aJpavntwn, koino;n a{paçi to; fw'ç ejxevteinen: uJfΔ
ou| th'/ pronoiva/ tauvthn ejmoi; tw'/ qerapeuth'/ tou' kreivt-
tonoç th;n çpoudh;n eijç tevloç ejnegkei'n çugcwrhvçate,
o{pwç aujtou;ç tou;ç ejkeivnou dhvmouç ejmh'/ proçfwnhvçei
kai; uJphreçiva/ kai; nouqeçivaç ejnçtavçei pro;ç th;n th'ç
çunovdou koinwnivan ejpanagavgoimi. LXXI, 5 ejpeidh; gavr,
wJç e[fhn, miva tivç ejçtin ejn hJmi'n pivçtiç kai; miva th'ç
kaqΔ hJma'ç aiJrevçewç çuvneçiç, tov te tou' novmou paravg-
gelma toi'ç diΔ eJautou' mevreçin eijç mivan yuch'ç prov-
qeçin to; o{lon çugkleivei, tou'to o{per ojlivghn ejn uJmi'n
ajllhvloiç filoneikivan h[geiren, ejpeidh; mh; pro;ç th;n
tou' panto;ç novmou duvnamin ajnhvkei, cwriçmovn tina kai;
çtavçin uJmi'n mhdamw'ç ejmpoieivtw. LXXI, 6 kai; levgw
tau'ta, oujc wJç ajnagkavzwn uJma'ç ejx a{pantoç th'/ livan
eujhvqei, kai; oi{a dhvpotev ejçtin ejkeivnh, zhthvçei çuntiv-
qeçqai. duvnatai ga;r kai; to; th'ç çunovdou tivmion uJmi'n
ajkeraivwç çwvz/ eçqai kai; miva kai; hJ aujth; kata; pavntwn
koinwniva threi'çqai, ka]n ta; mavliçtav tiç ejn mevrei pro;ç
ajllhvlouç uJmi'n uJpe;r ejlacivçtou diafwniva gevnhtai, ej-
peidh; mhde; pavn- teç ejn a{paçi taujto;n boulovmeqa, mh-
de; miva tiç ejn hJmi'n fuvçiç h] gnwvmh politeuvetai.
LXXI, 7 peri; me;n ou\n th'ç qeivaç pronoivaç miva tiç ejn
uJmi'n e[çtw pivçtiç miva çuvneçiç miva çunqhvkh tou' kreivt-
tonoç, a} dΔ uJpe;r tw'n ejlacivçtwn touvtwn zhthvçewn ejn
ajllhvloiç ajkribologei'çqe, ka]n mh; pro;ç mivan gnwvmhn
çumfevrhçqe, mevnein ei[çw logiçmou' proçhvkei, tw'/ th'ç
dianoivaç ajporrhvtw/ throuvmena. LXXI, 8 to; mevntoi th'ç
LIBRO SECONDO 237

discordia si divida la preziosa unità del sinodo, per colpa


nostra, che litighiamo tra noi su questioni trascurabili e
niente affatto necessarie. Un tale atteggiamento, oltre tutto,
risulta volgare e si addice a menti infantili piuttosto che es-
sere adeguato all’intelligenza di sacerdoti e di uomini sag-
gi. LXXI, 4 Scostiamoci con consapevolezza dalle tenta-
zioni diaboliche. Il nostro sommo Dio, il salvatore di tutti,
ha diffuso la luce sull’intero genere umano. Nel segno del-
la sua provvidenza consentitemi, in qualità di servo del-
l’Onnipotente, di condurre a termine il mio impegno, af-
finché io possa riportare alla concordia generale il suo po-
polo con la mia voce, il mio ministero e con i miei costanti
ammonimenti. LXXI, 5 Poiché infatti, come ho detto, la
fede per noi è una sola e una sola è l’interpretazione del-
la nostra dottrina, e poiché inoltre, gli enunciati della
Legge, in ogni parte di essa, contengono l’idea dell’inte-
grità del tutto in un’unica disposizione dell’animo, la cau-
sa che ha provocato tra voi questa disputa meschina, dal
momento che non riguarda l’autorità della legge nel suo
complesso, non susciti tra voi alcuna divisione o ribellio-
ne. LXXI, 6 E non parlo così per costringervi a perveni-
re a una risoluzione riguardo a tutti gli aspetti di un argo-
mento che, comunque lo si voglia vedere, è fin troppo irri-
levante. Vi è comunque possibile preservare integralmente
il valore dell’unità e custodire una sola e comune concor-
dia tra tutti anche se tra voi sussista qualche disaccordo su
questioni di poca importanza, dal momento che noi tutti
non abbiamo certamente un identico punto di vista su ogni
questione, né ci governa un’unica natura o un unico giudi-
zio. LXXI, 7 Così, riguardo alla divina provvidenza, ci sia
per voi una sola fede, un unico credo, un unico accordo
sull’Onnipotente, e quanto agli argomenti che discutete mi-
nutamente tra voi in merito a questi problemi di scarsa im-
portanza, se pure non vi accordate su un giudizio unani-
me, conviene che restino dentro i vostri pensieri, custoditi
nel segreto della mente. LXXI, 8 Resti salda in voi l’eccel-
238 LOGOÇ B

koinh'ç filivaç ejxaivreton kai; hJ th'ç ajlhqeivaç pivçtiç h{


te peri; to;n qeo;n kai; th;n tou' novmou qrhçkeivan timh;
menevtw parΔ uJmi'n ajçavleutoç: ejpanevlqete dh; pro;ç th;n
ajllhvlwn filivan te kai; cavrin, ajpovdote tw'/ law'/ xuvm-
panti ta;ç oijkeivaç periplokavç, uJmei'ç te aujtoi; kaqav-
per ta;ç eJautw'n yuca;ç ejkkaqhvranteç au\qiç ajllhvlouç
ejpivgnwte. hJdivwn ga;r pollavkiç filiva givnetai meta;
th;n th'ç e[cqraç ¢ajpovqeçinÜ au\qiç eijç katallagh;n ejpa-
nelqou'ça.
LXXII, 1 ΔApovdote ou\n moi galhna;ç me;n hJmevraç
nuvktaç dΔ ajmerivmnouç, i{na kajmoiv tiç hJdonh; kaqarou'
fwto;ç kai; bivou loipo;n hJçuvcou eujfroçuvnh çwvz/ htai: eij
de; mhv, çtevnein ajnavgkh kai; dakruvoiç diΔ o{lou çugcei'ç-
qai kai; mhde; to;n tou' zh'n aijw'na pravwç uJfivçtaçqai.
tw'n gavr toi tou' qeou' law'n, tw'n çunqerapovntwn levgw
tw'n ejmw'n, ou{twç ajdivkw/ kai; blabera'/ pro;ç ajllhvlouç fi-
loneikiva/ kecwriçmevnwn, ejme; pw'ç ejgcwrei' tw'/ logiçmw'/
çuneçtavnai loipovn… LXXII, 2 i{na de; th'ç ejpi; touvtw/
luvphç th;n uJperbolh;n ai[çqhçqe: prwvhn ejpiçta;ç th'/
Nikomhdevwn povlei paracrh'ma pro;ç th;n eJwv/an hjpei-
govmhn th'/ gnwvmh/. çpeuvdonti dhv moi h[dh pro;ç uJma'ç kai;
tw'/ pleivoni mevrei çu;n uJmi'n o[nti hJ tou'de tou' ¢pravgma-
toçÜ ajggeliva pro;ç to; e[mpalin to;n logiçmo;n ajnecaiv-
tiçen, i{na mh; toi'ç ojfqalmoi'ç oJra'n ajnagkaçqeivhn, a}
mhde; tai'ç ajkoai'ç proaiçqevçqai dunato;n hJgouvmhn.
LXXII, 3 ajnoivxate dhv moi loipo;n ejn th'/ kaqΔ uJma'ç oJ-
monoiva/ th'ç eJwa
/v ç th;n oJdovn, h}n tai'ç pro;ç ajllhvlouç fi-
loneikivaiç ajpekleivçate, kai; çugcwrhvçate qa'tton uJma'ç
te oJmou' kai; tou;ç a[llouç a{pantaç dhvmouç ejpidei'n caiv-
ronta, kai; th;n uJpe;r th'ç koinh'ç aJpavn- twn oJmonoivaç
kai; ejleuqerivaç ojfeilomevnhn cavrin ejpΔ eujfhvmoiç lovgwn
çunqhvmaçin oJmologh'çai tw'/ kreivttoni.

LXXIII ÔO me;n dh; qeofilh;ç w|de ta; pro;ç eijrhvnhn th'ç


ejkklhçivaç tou' qeou' dia; th'ç katapemfqeivçhç proujnovei
LIBRO SECONDO 239

lenza dell’amicizia comune, la fede nella verità, il rispetto


verso Dio e il culto della legge; ritornate all’amicizia e al-
l’affetto reciproco, restituite a tutto il popolo di Dio i suoi
abbracci, e voi stessi, come se aveste purificato le vostre
anime, riconoscetevi di nuovo gli uni con gli altri. Spesso
infatti l’amicizia risulta ancora più piacevole quando ritor-
na alla riconciliazione una volta messo da parte il rancore.
LXXII, 1 Restituitemi giorni sereni e notti tranquille,
affinché anche a me sia riservato il piacere della luce pu-
ra e la felicità di una vita tranquilla. Altrimenti dovrei ne-
cessariamente gemere e lasciarmi andare del tutto alle la-
crime e non potrei trascorrere il resto della mia vita nella
pace. Infatti se quanti fanno parte del popolo di Dio, in-
tendo coloro che, al pari mio, sono suoi servi, sono divisi
tra loro da una contesa così ingiusta e rovinosa, come po-
trei io restare saldo nel mio pensiero? Affinché compren-
diate l’entità del mio dolore per via di questa vicenda,
LXXII, 2 di recente trovandomi nella città di Nicomedia,
all’improvviso fui preso dall’idea di recarmi in Oriente.
Mentre mi affrettavo verso di voi, e già la maggior parte
di me era con voi, l’annuncio di questo avvenimento mi
fece mi fece desistere e cambiare idea, e questo perché
non fossi costretto a vedere con i miei occhi ciò che cre-
devo non potesse neppure essere riferito alle mie orec-
chie. LXXII, 3 Apritemi dunque, con la vostra riconci-
liazione, la via dell’Oriente che mi avete preclusa con le
vostre reciproche contese e concedetemi quanto prima la
possibilità rallegrarmi alla vista vostra e di tutti gli altri
popoli e di rendere all’Onnipotente, con inni unanimi, il
dovuto ringraziamento per la concordia e la libertà co-
mune a tutti.

LXXIII L’imperatore caro a Dio con questa lettera prov-


vedeva alla pace nella Chiesa di Dio. E chi lo serviva,61 lo

61
Scil. Osio di Cordova.
240 LOGOÇ B

grafh'ç. dihkonei'to de; ouj th'/ grafh'/ movnon çum-


pravttwn, ajlla; kai; tw'/ tou' katapevmyantoç neuvmati
kalw'ç kajgaqw'ç, kai; h\n ta; pavnta qeoçebh;ç ajnhvr, wJç
ei[rhtai. to; dΔ h\n a[ra krei'tton h] kata; th;n tou' gravm-
matoç diakonivan, wJç aujxhqh'nai me;n ejpi; mei'zon th;n
tw'n diamacomevnwn e[rin, cwrh'çai dΔ eijç aJpavçaç ta;ç
ajnatolika;ç ejparcivaç tou' kakou' th;n nomhvn. tau'ta
me;n ou\n fqovnoç tiç kai; ponhro;ç daivmwn toi'ç th'ç
ejkklhçivaç baçkaivnwn ajgaqoi'ç kateirgavzeto.
LIBRO SECONDO 241

fece nel modo migliore: non solo comportandosi secondo


le prescrizioni della lettera ma anche secondo la volontà
di chi l’aveva inviato, ed era un uomo, come si è già detto,
sommamente pio. Il problema però richiedeva un impe-
gno maggiore rispetto all’effetto che potesse sortire una
lettera, così la discordia aumentò sempre di più tra i con-
tendenti e la diffusione del male si estese a tutte le pro-
vince orientali. Tutti questi danni erano provocati dall’in-
vidia e da un demone maligno, geloso della prosperità
della Chiesa.
LOGOÇ G

I, 1 ÔO me;n dh; miçovkaloç fqovnoç w|dev ph/ toi'ç th'ç


ejkklhçivaç baçkaivnwn kaloi'ç ceimw'naç aujth'/ kai; tarav-
couç ejmfulivouç eijrhvnhç ejn kairw'/ kai; qumhdivaç eijrgav-
zeto. ouj mh;n baçileu;ç oJ tw'/ qew'/ fivloç tw'n aujtw'/ pre-
povntwn katwligwvrei, pavnta de; pravttwn tajnantiva
toi'ç mikro;n e[mproçqen uJpo; th'ç turannikh'ç wjmovthtoç
tetolmhmevnoiç panto;ç h\n ejcqrou' kai; polemivou
kreivttwn. I, 2 aujtivka dΔ ou\n oiJ me;n qeou;ç tou;ç mh;
o[ntaç pantoivaiç ajnavgkaiç ejbiavzonto çevbein tou' o[ntoç
ajfeçtw'teç, oJ de; tou;ç mh; o[ntaç o{ti mh; eijçi;n e[rgoiç
kai; lovgoiç ajpelevgcwn to;n movnon o[nta parekavlei gnw-
rivzein. ei\qΔ oiJ me;n blaçfhvmoiç to;n Criçto;n tou' qeou'
diecleuvazon fwnai'ç, oJ de; ejfΔ w|/ mavliçta oiJ a[qeoi ta;ç
blaçfhmivaç ejkivnoun tou'tΔ aujto; nikhtiko;n ejpegravfeto
fulakthvrion, tw'/ tou' pavqouç çemnunovmenoç tropaivw/.
oiJ me;n h[launon ajoivkouç kai; ajneçtivouç kaqiçtw'nteç
tou;ç qeravpontaç tou' qeou', oJ de; ajnekalei'to tou;ç pavn-
taç kai; tai'ç oijkeivaiç ajpedivdou eJçtivaiç. I, 3 oiJ me;n aj-

1
Ancora una volta Eusebio attribuisce all’invidia la responsabilità
delle divisioni all’interno della Chiesa: lo scisma dei donatisti sarebbe
stato causato dall’“influsso di qualche demone malvagio, che, invi-
diando l’abbondanza dei beni esistenti, spinse gli uomini ad azioni dis-
sennate” (cfr. supra I, 45, 2). Anche i crimini di Licinio avrebbero avu-
to origine dall’“invidia nemica del bene” (cfr. supra I, 49, 2).
2
Eusebio riprende un espediente retorico già utilizzato nella parte
iniziale dell’opera, dove la grandezza di Costantino era messa a con-
LIBRO TERZO

I, 1 Fu proprio in tempo di pace e di gioia che l’invidia,1


che ha in odio il bene, per gelosia della prosperità della
Chiesa, le procurò tempeste e turbamenti intestini. E
certo, l’imperatore amato da Dio non trascurava i suoi
doveri, ma, al contrario, poiché agiva in modo del tutto
opposto rispetto alle azioni che si era osato commettere
fino a poco tempo prima sotto la crudele tirannide, ri-
sultò vincitore su tutti i nemici e gli avversari. I, 2 Quel-
li, per esempio, astenendosi dal venerare il vero Dio, im-
ponevano di venerare i falsi dei mediante ogni genere di
coercizioni, mentre egli, dimostrando con le parole e con
i fatti che i falsi dei non esistono, esortava a riconoscere
l’unico vero Dio.2 Se infatti gli uni schernivano con paro-
le blasfeme Cristo, figlio di Dio, egli invece istituiva co-
me baluardo di vittoria3 proprio ciò contro cui maggior-
mente gli empi indirizzavano le loro bestemmie e si glo-
riava del trofeo della passione. Se quelli cacciavano i ser-
vi di Dio allontanandoli dalle loro dimore e riducendoli
all’esilio, egli li richiamava tutti e li restituiva ai loro fo-
colari. I, 3 Costoro li coprivano di disonore, egli, dal can-

fronto con quella di altri sovrani del passato (cfr. supra I, 7), ma lo rie-
labora diversamente, enumerando qui una lunga serie di paragoni tra
la religiosità dell’imperatore e i provvedimenti da lui presi per favori-
re i cristiani e le efferatezze commesse dai suoi predecessori che inve-
ce li perseguitarono.
3
Scil. l’emblema della croce.
244 LOGOÇ G

timivaiç perievballon, oJ de; ejntivmouç kai; zhlwtou;ç ka-


qivçth toi'ç a{paçin. oiJ me;n ejdhvmeuon ajdivkwç tw'n
qeoçebw'n ajfarpavzonteç tou;ç bivouç, oJ de; ajpedivdou
pleivçtoiç ejpidayileuovmenoç carivçmaçin. oiJ me;n dia-
tavgmaçin ejggravfoiç ¢ta;çÜ kata; tw'n proevdrwn ejdh-
moçiveuon ¢çukofantivaçÜ, oJ de; e[mpalin ejpaivrwn kai; aj-
nuyw'n th'/ parΔ aujtw'/ timh'/ tou;ç a[ndraç progravmmaçi
kai; novmoiç diafaneçtevrouç ejpoivei. I, 4 oiJ me;n ejk bav-
qrwn tou;ç eujkthrivouç oi[kouç kaqhv/roun, a[nwqen ejx
u{youç kataçtrwnnuvnteç eijç e[dafoç, oJ de; ta;ç ou[çaç
uJyou'çqai kainotevraç tΔ ajnivçtaçqai megaloprepw'ç ejx
aujtw'n tw'n baçilikw'n qhçaurw'n ejnomoqevtei. oiJ me;n ta;
qeovpneuçta lovgia ajfanh' poiei'çqai puri; flecqevnta
proçevtatton, oJ de; kai; tau'ta plhquvnein ejk baçilikw'n
qhçaurw'n megaloprepei' kataçkeuh'/ poluplaçiazovmena
diekeleuveto. I, 5 oiJ me;n çunovdouç ejpiçkovpwn mhdamh'
mhdamw'ç tolma'n proçevtatton poiei'çqai, oJ de; tou;ç ejx
aJpavntwn tw'n ejqnw'n parΔ eJautw'/ çunekrovtei, baçileivwn
tΔ ei[çw parei'nai kai; mevcri tw'n ejndotavtw cwrei'n eJç-
tivaç ¢teÜ kai; trapevzhç baçilikh'ç koinwnou;ç genevçqai
hjxivou. oiJ me;n ejtivmwn ajnaqhvmaçi tou;ç daivmonaç, oJ de;
ajpeguvmnou th;n plavnhn, th;n a[crhçton tw'n ajnaqh-
mavtwn u{lhn toi'ç crh'çqai dunatoi'ç dihnekw'ç nevmwn.
oiJ me;n tou;ç new;ç filotivmwç koçmei'n ejkevleuon, oJ de;
ejk bavqrwn kaqhv/rei touvtwn aujtw'n ta; mavliçta para;
toi'ç deiçidaivmoçi pollou' a[xia. I, 6 oiJ me;n tou;ç tou'
qeou' mavrturaç aijçcivçtaiç uJpevballon timwrivaiç, oJ de;
aujtou;ç me;n tou;ç tau'ta dedrakovtaç methv/ei çwfro-
nivzwn th'/ prepouvçh/ tou' qeou' kolavçei, tw'n dΔ aJgivwn
martuvrwn tou' qeou' ta;ç mnhvmaç timw'n ouj dielivmpa-
nen. oiJ me;n tw'n baçilikw'n h[launon oi[kwn tou;ç qeoçe-

4
Cfr. infra, III, 54, 6.
LIBRO TERZO 245

to suo, li metteva nella condizione di essere stimati e in-


vidiati da tutti. Quelli mettevano in atto ingiuste confi-
sche depredando le sostanze dei cristiani mentre egli le
restituiva, somministrando con generosità ricchezze an-
cora maggiori. Quelli, con editti scritti diffondevano ca-
lunnie contro i vescovi, egli invece, celebrandoli ed esal-
tandoli anche con l’onore che egli stesso attribuiva loro,
rendeva quegli uomini ancora più insigni con editti e leg-
gi. I, 4 Quelli distruggevano fin dalle fondamenta i luo-
ghi di preghiera, demolendoli da cima a fondo, mentre
egli decretava di rendere più imponenti gli edifici già esi-
stenti e di innalzarne di nuovi con grande magnificenza
attingendo allo stesso tesoro imperiale. Quelli prescrive-
vano di distruggere i testi sacri dandoli alle fiamme, egli
ordinava di moltiplicarne il numero e di produrne nume-
rose copie sontuosamente decorate a spese dell’erario.
I, 5 Quelli decretavano che i vescovi non osassero nel
modo più assoluto riunirsi a concilio, egli invece li chia-
mava a raccolta presso di sé, da tutte le province, e li sti-
mava degni di essere accolti nel palazzo imperiale, di ad-
dentrarsi persino nelle stanze più interne e di essere suoi
commensali alla tavola imperiale. Quelli onoravano i de-
moni con offerte votive ed egli svelava l’inganno, distri-
buendo incessantemente a quanti potevano servirsene i
materiali che erano stati inutilmente sprecati per gli ex
voto.4 Quelli ordinavano di adornare i templi in modo
magnifico, mentre egli distruggeva dalle fondamenta so-
prattutto gli edifici che erano tenuti nella più alta consi-
derazione dai superstiziosi. I, 6 Quelli infliggevano ai
martiri di Dio le pene più obbrobriose, mentre egli per-
seguiva coloro che avevano perpetrato tali misfatti, pu-
nendoli con il giusto castigo di Dio, e non trascurava di
onorare i sepolcri dei santi martiri di Dio. Quelli scaccia-
vano dai palazzi imperiali gli uomini devoti a Dio, egli
246 LOGOÇ G

bei'ç a[ndraç, oJ dΔ aujtoi'ç mavliçta touvtoiç dietevlei


qarrw'n, øtou;çØ eu[nouç aujtw'/ kai; piçtou;ç aJpavntwn ma'l-
lon touvtouç ei\nai ginwvçkwn. I, 7 oiJ me;n crhmavtwn
h{ttouç uJph'rcon Tantaleivw/ pavqei th;n yuch;n dedoulw-
mevnoi, oJ de; baçilikh'/ megaloprepeiva/ pavntaç ajnape-
tavçaç qhçaurou;ç plouçiva/ kai; megaloyuvcw/ dexia'/ ta;ç
metadovçeiç ejpoiei'to. oiJ me;n murivouç kateirgavzonto fov-
nouç ejfΔ aJrpagh'/ kai; dhmeuvçei th'ç tw'n ajnairoumevnwn
oujçivaç, Kwnçtantivnou dΔ ejpi; pavçh/ th'/ baçileiva/ pa'n
xivfoç ¢wJçÜ a[crhçton toi'ç dikaçtai'ç ajph/wvrhto, tw'n
katΔ e[qnoç dhvmwn te kai; politeutw'n ajndrw'n patrono-
moumevnwn ma'llon h] ejpΔ ajnavgkaiç ajrcomevnwn. I, 8 eijç a}
dh; ajpoblevyaç ei\pen a[n tiç eijkovtwç nearovn tina kai;
neopagh' bivon a[rti tovte fanh'nai dokei'n, xevnou fwto;ç
ajqrovou ejk çkovtouç tw'/ qnhtw'/ katalavmyantoç gevnei,
qeou' te to; pa'n e[rgon ei\nai oJmologei'n, th'ç tw'n ajqevwn
plhquvoç ajntivpalon to;n qeofilh' baçileva probeblhmev-
nou. II, 1 ejpeidh; ga;r oiJ me;n oi|oi mhdevneç a[lloi pwv-
potΔ w[fqhçan kai; oi|a mhdΔ ejx aijwn' oç ajkoh'/ pareivlhp-
tai kata; th'ç ejkklhçivaç tetolmhvkaçin, eijkovtwç oJ qeo;ç
aujto;ç xevnon ti crh'ma proçthçavmenoç ta; mhvtΔ ajkoh'/
gnwçqevnta mhvtΔ o[yei paradoqevnta diΔ aujtou' kateirgav-
zeto. II, 2 kai; tiv newvteron ¢h]Ü to; qau'ma th'ç baçilevwç
ajreth'ç ejk qeou' çofivaç tw'/ qnhtw'/ gevnei dedwrhmev-
non… toigavrtoi to;n Criçto;n tou' qeou' çu;n parrhçiva/ th'/
pavçh/ preçbeuvwn eijç pavntaç dietevlei, mhdãe;nà ejgka-
luptovmenoç th;n çwthvrion ejphgorivan, çemnologouvmenoç
dΔ ejpi; tw'/ pravgmati: fanero;n eJauto;n kaqivçth, nu'n me;n
to; provçwpon tw'/ çwthrivw/ III, 1 kataçfragizovmenoç çh-

5
Ossia facendo raffigurare il suo volto sul labaro. L’espressione
però potrebbe anche prestarsi a un’interpretazione diversa ed essere
letta come un riferimento all’abitudine dei cristiani di farsi il segno
della croce, in questo caso si dovrebbe tradurre “imprimendo sul pro-
prio volto l’emblema della salvezza”.
LIBRO TERZO 247

invece continuava a riporre la sua fiducia soprattutto in


costoro, rendendosi conto che gli erano devoti e fedeli
più di chiunque altro. I, 7 Quelli erano sopraffatti dalla
brama di ricchezze e schiavi nell’anima di una sorta di
supplizio di Tantalo, lui invece con munificenza regale,
dischiudeva tutte le casse dello Stato e offriva donativi
con magnanima e larga generosità. Quelli perpetravano
infinite stragi per sottrarre e confiscare i beni di coloro
che venivano uccisi, mentre durante tutto il regno di Co-
stantino ogni spada restava come sospesa e inutilizzata
dai giudici, e i popoli e gli amministratori delle città era-
no governati da un’autorità paterna piuttosto che re-
pressi con la coercizione. I, 8 Considerando tutto ciò, si
potrebbe affermare, a ragione, che proprio in quell’epo-
ca si sia mostrata finalmente una vita nuova e rigogliosa,
poiché una luce stupefacente, sorta da una densa tene-
bra, illuminò il genere umano e si dovrebbe ammettere
che fu tutta opera di Dio, il quale contrappose come an-
tagonista l’imperatore a sé caro alle orde degli infedeli.
II, 1 Costoro si comportarono come mai nessun altro pri-
ma di allora e osarono commettere contro la Chiesa ef-
feratezze di cui mai in nessuna epoca si era venuti a co-
noscenza, e dunque giustamente Dio stesso operò un
prodigioso miracolo, attraverso il quale mise in atto ciò
che non si era mai visto né udito in passato. II, 2 Cosa
poteva essere più straordinario della meravigliosa virtù
dell’imperatore, elargita dalla sapienza divina al genere
umano? Di conseguenza egli perseverava nell’annuncia-
re a tutti con tutta la sua autorevolezza il Cristo figlio di
Dio, e non teneva affatto nascosto il nome salvifico, ma
piuttosto era orgoglioso di quanto andava compiendo. Si
rese chiaramente riconoscibile sia imprimendo il proprio
volto sull’emblema della salvezza5 III, 1 sia mostrandosi
248 LOGOÇ G

meivw,/ nu'n dΔ ejnabrunovmenoç tw'/ nikhtikw'/ tropaivw,/ ¢o}Ü


øme;nØ dh; kai; ejn øgrafh'çØ uJyhlotavtw/ pivnaki pro; tw'n
baçilikw'n proquvrwn ajnakeimevnw/ toi'ç pavntwn ojfqal-
moi'ç oJra'çqai proujtivqei, to; me;n çwthvrion ãçhmei'onÃ
uJperkeivmenon th'ç auJtou' kefalh'ç th'/ grafh'/ paradouvç,
to;n dΔ ejcqro;n kai; polevmion qh'ra to;n th;n ejkklhçivan
tou' qeou' dia; th'ç tw'n ajqevwn poliorkhvçanta turanniv-
doç kata; buqou' ferovmenon poihvçaç ejn dravkontoç
morfh'/. dravkonta ga;r aujto;n kai; çkolio;n o[fin ejn
profhtw'n qeou' bivbloiç ajnhgovreue ta; lovgia. III, 2 dio;
kai; baçileu;ç uJpo; toi'ç aujtou' te kai; tw'n aujtou'
paivdwn poçi; bevlei peparmevnon kata; mevçou tou' kuv-
touç buqoi'ç te qalavtthç ajperrimmevnon dia; th'ç khro-
cuvtou grafh'ç ejdeivknu toi'ç pa'çi to;n dravkonta, w|dev
ph/ to;n ajfanh' tou' tw'n ajnqrwvpwn gevnouç polevmion aij-
nittovmenoç, o}n kai; dunavmei tou' uJpe;r kefalh'ç ajnakei-
mevnou çwthrivou tropaivou kata; buqw'n ajpwleivaç
kecwrhkevnai ejdhvlou. III, 3 ajlla; tau'ta me;n a[nqh crw-
mavtwn hj/nivtteto dia; th'ç eijkovnoç: ejme; de; qau'ma th'ç
baçilevwç katei'ce megalonoivaç, wJç ejmpneuvçei qeiva/
tau'ta dietuvpou, a} dh; fwnai; profhtw'n w|dev pou peri;
tou'de tou' qhro;ç ejbovwn, ÃÃejpavxein to;n qeovnãã levgouçai
ÃÃth;n mavcairan th;n megavlhn kai; fobera;n ejpi; to;n
dravkonta o[fin to;n çkoliovn, ejpi; to;n dravkonta o[fin
to;n feuvgonta, kai; ajnelei'n to;n dravkonta to;n ejn th'/
qalavççh/.ãã eijkovnaç dh; touvtwn dietuvpou baçileuvç, ajlh-
qw'ç ejntiqei;ç mimhvmata th'/ çkiagrafiva./
IV Tau'ta me;n ou\n aujtw'/ kataqumivwç çunetelei'to,
ta; dev ge th'ç tou' fqovnou baçkanivaç deinw'ç ta;ç kata;
th;n ΔAlexavndreian ejkklhçivaç tou' qeou' çuntaravttonta
kai; to; Qhbaivwn te kai; Aijguptivwn çciçmatiko;n kako;n

6
Possibile riferimento all’entrata principale del palazzo imperiale
di Costantinopoli, più tardi chiamata Chalkè (di bronzo).
7
Nel libro precedente (cfr. supra II, 46, 2) Licinio è definito “serpen-
LIBRO TERZO 249

fiero del trofeo della vittoria, che fece riprodurre anche


in un quadro esposto in alto davanti all’ingresso del pa-
lazzo imperiale6 perché fosse ben visibile a tutti e nel
quale, sopra il capo dell’imperatore, era rappresentato il
segno salvifico mentre la fiera nemica e ostile che aveva
perseguitato la chiesa di Dio era stata raffigurata in bas-
so con l’aspetto di un drago. Infatti le Scritture nei libri
dei profeti di Dio la chiamavano drago e sinuoso serpen-
te.7 III, 2 Pertanto anche l’imperatore la volle mostrare,
in questo dipinto a encausto, sotto i piedi suoi e dei suoi
figli, trafitta da un dardo proprio nel mezzo del corpo e
gettata negli abissi del mare, e in questo modo rappre-
sentava allegoricamente il nemico invisibile del genere
umano, ritrattosi nei gorghi della rovina in virtù della po-
tenza divina del trofeo salvifico, sospeso sopra il suo ca-
po. A questo alludeva la varietà dei colori del quadro.
III, 3 Quanto a me, fui preso da stupore per la grande sa-
pienza dell’imperatore, ché per ispirazione divina rap-
presentava ciò che le voci dei profeti proclamarono ri-
guardo a questa bestia, affermando che ‘Dio abbatterà la
sua grande e terribile spada sul drago, tortuoso serpente,
sul drago, serpente che fugge e distruggerà il serpente
nel mare’.8 Così l’imperatore faceva raffigurare le imma-
gini di queste profezie, fornendone una rappresentazio-
ne veritiera attraverso la pittura.
IV Ma, benché tutto ciò fosse portato a compimento
secondo i suoi desideri, tuttavia gli effetti dell’invidia e
della gelosia che sconvolgevano le chiese di Dio ad
Alessandria9 e il rovinoso scisma della Tebaide10 e del-

te”. Il drago che giace trafitto ai piedi dell’imperatore simboleggia tanto


Licinio quanto le forze del male che ne avevano ispirato le azioni.
8
Isaia, 27,1.
9
Si allude qui alla controversia ariana. Cfr. supra II, 61 e n. 49, pp.
224-225.
10
È un riferimento al movimento scismatico dei meleziani (cfr. su-
pra II, 62 e n. 52, pp. 226-227).
250 LOGOÇ G

ouj çmikrw'ç aujto;n ejkivnei, proçrhgnumevnwn kaqΔ


eJkavçthn povlin ejpiçkovpwn ejpiçkovpoiç, dhvmwn te dhv-
moiç ejpaniçtamevnwn kai; movnon oujci; çumplhgavçi ka-
takoptovntwn ajllhvlouç, w{çtΔ h[dh frenw'n ejkçtavçei
tou;ç ajpegnwçmevnouç ajnoçivoiç ejgceirei'n kai; tai'ç baçi-
levwç tolma'n ejnubrivzein eijkovçin, ouj mh;n w{çtΔ eijç ojr-
gh;n ejgeivrein to;n baçileva ma'llon h] pro;ç povnon yu-
ch'ç, uJperalgou'nta th'ç tw'n freno- blabw'n ajponoivaç.
V, 1 Prou>ph'rce dΔ a[ra kai; a[llh tiç touvtwn protev-
ra novçoç ajrgalewtavth ta;ç ejkklhçivaç ejk makrou' die-
noclou'ça, hJ th'ç çwthrivou eJorth'ç diafwniva, tw'n me;n
e{peçqai dei'n th'/ ΔIoudaivwn çunhqeiva/ façkovntwn, tw'n de;
proçhvkein th;n ajkribh' tou' kairou' parafulavttein w{ran
mhde; planwmevnouç e{peçqai toi'ç th'ç eujaggelikh'ç ajl-
lotrivoiç cavritoç. V, 2 kajn touvtw/ toigarou'n makroi'ç
h[dh crovnoiç tw'n aJpantacou' law'n dienhnegmevnwn
qeçmw'n te qeivwn çugceomevnwn, wJç ejpi; mia'ç kai; th'ç
aujth'ç eJorth'ç th;n tou' kairou' paratroph;n megivçthn
diavçtaçin ejmpoiei'n toi'ç th;n eJorth;n a[gouçi, tw'n me;n
ajçitivaiç kai; kakopaqeivaiç ejnaçkoumevnwn, tw'n dΔ ajnevçei
th;n çcolh;n ajnatiqevntwn, oujdei;ç oi|oçv tΔ h\n ajnqrwvpwn
qerapeivan eu{raçqai tou' kakou', ijçoçtaçivou th'ç e[ridoç
toi'ç dieçtw'çin uJparcouvçhç, movnw/ dΔ a[ra tw'/ pantodu-
navmw/ qew'/ kai; tau'tΔ ijaç' qai rJad/v ion h\n, ajgaqw'n dΔ uJph-

11
All’epoca del concilio di Nicea l’annoso problema del criterio da
applicare nel calcolo della data della Pasqua costituiva motivo di serie
divergenze all’interno della Chiesa, pertanto anche tale questione fu
oggetto di discussione nel corso del sinodo. Occorreva stabilire se se-
guire la tradizione ebraica che faceva coincidere la data con il 14/15
nisan, ossia il plenilunio del primo mese di un calendario lunare che
poteva essere costituito da dodici o anche tredici mesi, e quindi forni-
va una data approssimativa, o se invece determinare di anno in anno
la data precisa della festività. La Chiesa orientale (in particolare in Si-
ria, Mesopotamia e parte della Cilicia) aveva adottato il metodo ebrai-
co mentre la Chiesa di Alessandria aveva stabilito che la ricorrenza
dovesse cadere dopo la prima luna piena a partire dall’equinozio del
21 marzo. Eusebio presenta qui la questione come se la scelta fosse
LIBRO TERZO 251

l’Egitto lo preoccupavano non poco: in ogni città i ve-


scovi si scagliavano contro i vescovi e i popoli insorge-
vano contro i popoli e per poco, nel conflitto, non si
massacrarono a vicenda; al punto che, in preda al delirio
delle loro menti, quei disperati commisero ogni sorta di
empietà e osarono addirittura oltraggiare le immagini
dell’imperatore, senza peraltro che ciò suscitasse la sua
ira, ma piuttosto una pena nell’anima poiché si affligge-
va per la follia di quei pazzi.
V, 1 Inoltre un’altra gravissima malattia, preesistente
a tali dissidi, da lungo tempo turbava le Chiese, ossia il
disaccordo sulla festività del Salvatore:11 alcuni12 infatti
sostenevano che bisognasse seguire la consuetudine de-
gli Ebrei, altri13 invece che si dovesse calcolare con at-
tenzione il momento preciso dell’evento e non lasciarsi
fuorviare seguendo coloro che sono estranei alla grazia
del Vangelo. V, 2 E per questo, già da lungo tempo i po-
poli si trovavano ovunque in disaccordo e i sacri riti ver-
savano nella più totale confusione, dal momento che la
discrepanza nella data di una stessa e unica festa provo-
cava enormi divergenze tra quelli che la celebravano:
mentre gli uni si affaticavano in digiuni e penitenze, gli
altri passavano il tempo nelle mollezze; non esisteva al-
cun essere umano in grado di trovare una cura per que-
sto male, la contesa era infatti ugualmente violenta in
entrambe le fazioni; solo Dio onnipotente poteva sana-
re questo contrasto con facilità e su tutta la terra solo

stata limitata a queste due sole alternative, in realtà il problema era


ancora più complesso poiché la Chiesa di Roma, dove l’equinozio ve-
niva fissato al 25 marzo, si trovava a sua volta in disaccordo con gli
alessandrini. Il concilio di Nicea stabilì che la festa si celebrasse se-
guendo l’uso alessandrino, ma probabilmente alla Chiesa di Roma
non fu imposto un obbligo categorico, visto che, alcuni anni dopo il si-
nodo, Alessandria e Roma fissarono la Pasqua in date diverse.
12
Scil. gli Orientali.
13
Scil. le Chiese di Alessandria a di Roma.
252 LOGOÇ G

revthç aujtw'/ movnoç tw'n ejpi; gh'ç katefaivneto Kwnçtan-


ti'noç. V, 3 o}ç ejpeidh; th;n tw'n lecqevntwn dievgnw ajkoh;n
tov te katapemfqe;n aujtw'/ gravmma toi'ç kata; th;n
ΔAlexavndreian a[prakton eJwrv a, tovte th;n aujto;ç eJautou'
diavnoian ajnakinhvçaç, a[llon toutoni; katagwniei'çqai
dei'n e[fh to;n kata; tou' taravttontoç th;n ejkklhçivan aj-
fanou'ç ejcqrou' povlemon.
VI, 1 Ei\qΔ w{çper ejpiçtrateuvwn aujtw'/ favlagga qeou'
çuvnodon oijkoumenikh;n çunekrovtei, çpeuvdein aJpantacov-
qen tou;ç ejpiçkovpouç gravmmaçi timhtikoi'ç prokalouv-
menoç. oujk h\n ¢dΔÜ aJplou'n to; ejpivtagma, çunhvrgei de;
kai; aujth'/ pravxei to; baçilevwç neu'ma, oi|ç me;n ejxouçivan
dhmoçivou parevcon drovmou, oi|ç de; nwtofovrwn uJphreçiv-
aç ajfqovnouç. w{riçto de; kai; povliç ejmprevpouça th'/ çu-
novdw/, nivkhç ejpwvnumoç, kata; to; Biqunw'n e[qnoç hJ
Nivkaia. VI, 2 wJç ou\n ejfoivta pantacou' to; paravggel-
ma, oi|av tinoç ajpo; nuvççhç oiJ pavnteç e[qeon çu;n proqu-
miva/ th'/ pavçh/. ei|lke ga;r aujtou;ç ajgaqw'n ejlpivç, h{ te
th'ç eijrhvnhç metouçiva, tou' te xevnou qauvmatoç th'ç tou'

14
La lettera ad Alessandro e Ario, cfr. supra, II, 64-72.
15
Il racconto contenuto nella Vita di Costantino rappresenta l’uni-
ca testimonianza diretta in merito al concilio tenutosi a Nicea nel 325.
Altre opere che contengono riferimenti ad esso appartengono a epo-
che successive e si basano comunque sul resoconto eusebiano, poiché
gli atti del concilio non sono sopravvissuti. Eusebio, che si era aperta-
mente schierato a favore delle dottrine ariane, non si trovava certa-
mente nella posizione ideale per redigere una cronaca obiettiva dello
svolgimento del concilio che decretò proprio la condanna dell’ariane-
simo. Nella sua descrizione degli avvenimenti che portarono alla con-
vocazione del sinodo niceno non compare alcun accenno al concilio di
Antiochia, che si era svolto pochi mesi prima e aveva portato alla sua
stessa condanna per via delle sue posizioni filo-ariane. Inoltre Euse-
bio, nel riferire quali furono i problemi discussi dall’assemblea, prefe-
risce soffermarsi sulla questione della celebrazione della Pasqua (cfr.
supra, n. 11, pp. 250-251) piuttosto che lasciar troppo spazio alla de-
scrizione delle polemiche relative al dogma trinitario nelle quali egli
stesso si era trovato coinvolto in prima persona. Il sinodo del 325 è il
LIBRO TERZO 253

Costantino sembrava pronto a servirlo nella realizzazio-


ne del bene. V, 3 Appena venne a conoscenza di quanto
si è detto e come si rese conto che la lettera da lui invia-
ta agli abitanti di Alessandria14 era stata inefficace, dopo
aver valutato il problema con tutta la sua attenzione, af-
fermò che occorreva intraprendere una guerra per bat-
tere il subdolo nemico che turbava la Chiesa.
VI, 1 Fu così che, come ponendosi alla testa di un eser-
cito divino per attaccarlo, convocò un concilio ecumeni-
co,15 invitando, con lettere ossequiose, i vescovi ad affret-
tarsi a darsi convegno da ogni luogo della terra. Non era
una richiesta semplice da soddisfare, ma la volontà del-
l’imperatore contribuiva alla realizzazione pratica dell’e-
vento, concedendo ad alcuni l’uso della posta pubblica16 e
fornendo ad altri generose quantità di bestie da soma. Fu
anche designata una città che si ben adattasse al concilio
e che prendeva il suo nome dalla “vittoria”,17 ossia Nicea,
nella provincia della Bitinia. VI, 2 Non appena l’annun-
cio si fu diffuso dovunque, tutti si precipitarono col mas-
simo zelo, quasi che scattassero da una linea di partenza.
Li spronava infatti la speranza del bene, l’opportunità di
prendere parte alla realizzazione della pace, la prospetti-
va di assistere al prodigio inusitato della vista di un impe-

primo ad essere definito “ecumenico” perché si distinse, rispetto ai


molti altri concili precedenti, per la partecipazione massiccia del clero
orientale e la presenza di diversi rappresentanti di quello occidentale.
Benché altre fonti (Filostorgio, Historia Ecclesiastica I, 7-9) attribui-
scano l’idea del concilio ad Alessandro vescovo di Alessandria, è inne-
gabile che fu Costantino a convocare i vescovi e a farsi carico dell’at-
tuazione concreta dell’evento.
16
L’imperatore concesse ai vescovi che si recavano al concilio il
privilegio di usufruire del cursus publicus, ossia della rete di cui si ser-
vivano normalmente solo i corrieri autorizzati e che consentiva la cir-
colazione della posta in tutto l’impero, tale struttura era costituita da
una serie di stazioni collegate tra loro dove era possibile effettuare il
cambio dei cavalli.
17
Nivkaia, da nika'n “vincere”.
254 LOGOÇ G

toçouvtou baçilevwç o[yewç hJ qeva. ejpeidh; ou\n çunh'lqon


oiJ pavnteç, e[rgon h[dh qeou' to; prattovmenon ejqewrei'-
to. oiJ ga;r mh; movnon yucai'ç ajlla; kai; çwvmaçi kai; cwv-
raiç kai; tovpoiç kai; e[qneçi porrwtavtw dieçtw'teç ajl-
lhvlwn oJmou' çunhvgonto, kai; miva tou;ç pavntaç uJpedevce-
to povliç: h\n ou\n oJra'n mevgiçton iJerevwn çtevfanon oi|onv
tina ejx wJraivwn ajnqevwn katapepoikilmevnon.
VII, 1 Tw'n gou'n ejkklhçiw'n aJpaçw'n, ai} th;n
Eujrwvphn a{paçan Libuvhn te kai; th;n ΔAçivan ejplhvroun,
oJmou' çunh'kto tw'n tou' qeou' leitourgw'n ta; ajkroqivnia,
ei|ç tΔ oi\koç eujkthvrioç w{çper ejk qeou' platunovmenoç
e[ndon ejcwvrei kata; to; aujto; Çuvrouç a{ma kai; Kivlikaç,
Foivnikavç te kai; ΔArabivouç kai; Palaiçtinouvç, ejpi; touv-
toiç Aijguptivouç, Qhbaivouç, Livbuaç, touvç tΔ ejk mevçhç
tw'n potamw'n oJrmwmevnouç: h[dh kai; Pevrçhç ejpivçkopoç
th'/ çunovdw/ parh'n, oujde; Çkuvqhç ajpelimpavneto th'ç co-
reivaç, Povntoç te kai; Galativa, Kappadokiva te kai;
ΔAçiva, Frugiva te kai; Pamfuliva tou;ç parΔ aujtoi'ç pa-
rei'con ejkkrivtouç: ajlla; kai; Qra'/keç kai; Makedovneç,
ΔAcaioiv te kai; ΔHpeirw'tai, touvtwn qΔ oiJ e[ti proçw-
tavtw oijkou'nteç ajphvntwn, aujtw'n te Çpavnwn oJ pavnu
bowvmenoç ei|ç h\n toi'ç polloi'ç a{ma çunedreuvwn. VII, 2
th'ç dev ge baçileuouvçhç povlewç oJ me;n pro- eçtw;ç dia;
gh'raç uJçtevrei, preçbuvteroi dΔ aujtou' parovnteç th;n
aujtou' tavxin ejplhvroun. toiou'ton movnoç ejx aijw'noç ei|ç
baçileu;ç Kwnçtanti'noç Criçtw'/ çtevfanon deçmw'/ çu-
navyaç eijrhvnhç, tw'/ aujtou' çwth'ri th'ç katΔ ejcqrw'n
kai; polemivwn nivkhç qeoprepe;ç ajnetivqei cariçthvrion,
eijkovna coreivaç ajpoçtolikh'ç tauvthn kaqΔ hJma'ç
çuçthçavmenoç.

18
Scil. Osio (o Ossio) di Cordova.
19
Scil. il vescovo di Roma, Silvestro.
20
L’analogia tra il ruolo dell’imperatore nella diffusione del cri-
stianesimo e la missione degli apostoli è un tema costante della propa-
ganda costantiniana. Tra i vari titoli assunti da Costantino ci fu anche
LIBRO TERZO 255

ratore così grande. Quando tutti furono riuniti, ciò che


accadde si rivelò davvero un’opera di Dio. Infatti, si era-
no raccolte in un solo luogo persone lontanissime tra loro
non solo nello spirito, ma anche diverse fisicamente, per
luogo d’origine e per provincia; un’unica città accolse tut-
ti costoro e a vedersi erano come un’immensa ghirlanda
di sacerdoti, ornata dei fiori più belli.
VII, 1 Si riunì in insieme il fiore dei ministri di Dio di
tutte le Chiese che si trovavano nell’Europa intera, in
Libia e in Asia. Un unico luogo di preghiera, come am-
pliatosi per opera divina accoglieva al suo interno e in
una medesima sede i Siri e i Cilici, i Fenici, gli Arabi e i
Palestinesi, e oltre a costoro anche gli Egiziani, i Tebani,
i Libici e quanti si erano messi in viaggio dalla Mesopo-
tamia. Partecipava al sinodo un vescovo persiano, né
mancava all’appello quello della Scizia; anche il Ponto e
la Galazia, la Cappadocia e l’Asia, la Frigia e la Panfilia
inviarono i loro uomini più illustri. Si presentarono an-
che i Traci e i Macedoni, i Greci e gli Epiroti, e tra questi
pure coloro che abitavano più lontano; tra gli Spagnoli,
anche quel tanto celebrato personaggio18 prendeva par-
te al concilio insieme agli altri. VII, 2 Il vescovo della
città imperiale19 era assente per via della sua vecchiaia,
ma erano presenti i suoi sacerdoti che supplivano alla
sua mancanza. Costantino fu il solo e l’unico imperatore
di tutti i tempi che, intrecciata per Cristo una corona con
i vincoli della pace, la offriva al suo Salvatore come un
dono di ringraziamento davvero degno di Dio, realiz-
zando nella nostra epoca un’immagine analoga a quella
del consesso apostolico.20

quello di ijsapovstoloı (uguale agli apostoli) e la scelta compiuta dal


sovrano (cfr. infra, IV, 60 e n. 51, p. 412) di far collocare il proprio sar-
cofago nella Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, esattamente
nel mezzo dei dodici cenotafi a essi dedicati, fu compiuta a sua volta
in questa prospettiva.
256 LOGOÇ G

VIII ΔEpei; kai; katΔ ejkeivnouç çunh'cqai lovgoç ããajpo;


panto;ç e[qnouç tw'n uJpo; to;n oujrano;nÃÃ ããa[ndraç eujla-
bei'çÃà ejn oi|ç ejtuvgcanon ããPavrqoi kai; Mh'doi kai; ΔEla-
mi'tai, kai; oiJ katoikou'nteç th;n Meçopotamivan ΔIou-
daivan te kai; Kappadokivan, Povnton kai; th;n ΔAçivan,
Frugivan te kai; Pamfulivan, Ai[gupton kai; ta; mevrh
th'ç Libuvhç th'ç kata; Kurhvnhn, oi{ tΔ ejpidhmou'nteç
ÔRwmai'oi, ΔIoudai'oiv te kai; proçhvlutoi, Krh'teç kai;
“ArabeçÃÃ, plh;n o{çon ejkeivnoiç uJçtevrei to; mh; ejk qeou'
leitourgw'n çuneçtavnai tou;ç pavntaç: ejpi; de; th'ç pa-
rouvçhç coreivaç ejpiçkovpwn me;n plhqu;ç h\n penthvkonta
kai; diakoçivwn ajriqmo;n uJperakontivzouça, eJpomevnwn de;
touvtoiç preçbutevrwn kai; diakovnwn ajkolouvqwn ¢teÜ
pleivçtwn o{çwn eJtevrwn oujdΔ h\n ajriqmo;ç eijç katavlhyin.
IX Tw'n de; tou' qeou' leitourgw'n oiJ me;n dievprepon
çofivaç lovgw/, oiJ de; bivou çterrovthti kai; karterivaç
uJpomonh'/, oiJ de; tw'/ mevçw/ trovpw/ katekoçmou'nto. h\çan
de; touvtwn oiJ me;n crovnou mhvkei tetimhmevnoi, oiJ de;
neovthti kai; yuch'ç ajkmh'/ dialavmponteç, oiJ dΔ a[rti pa-
relqovnteç ejpi; to;n th'ç leitourgivaç drovmon: oi|ç dh;
pa'çi baçileu;ç ejfΔ eJkavçthç hJmevraç ta; çithrevçia
dayilw'ç corhgei'çqai dietevtakto.
X, 1 ΔEpei; dΔ hJmevraç oJriçqeivçhç th'/ çunovdw/, kaqΔ
h}n ejcrh'n luvçin ejpiqei'nai toi'ç ajmfiçbhtoumevnoiç,
parh'n e{kaçtoç tauvthn a[gwn, ejn aujtw'/ dh; tw'/ meçai-
tavtw/ oi[kw/ tw'n baçileivwn, o}ç dh; kai; uJperfevrein ej-
dovkei megevqei tou;ç pavntaç, bavqrwn tΔ ejn tavxei
pleiovnwn ejfΔ eJkatevraiç tou' oi[kou pleurai'ç diate-
qevntwn, ei[çw parhv/eçan oiJ keklhmevnoi kai; th;n

21
Atti, 2, 5b.
22
Atti, 2, 9-11.
23
Riguardo al numero dei convenuti le fonti forniscono dati con-
traddittori. Viene generalmente accettato il numero 318, che è quello
dei servi di Abramo (Genesi, 14,14) ed è dunque una cifra simbolica.
LIBRO TERZO 257

VIII Anche ai loro tempi, infatti, si racconta che si ra-


dunarono insieme uomini pii ‘provenienti da tutti i po-
poli che vivono sotto la volta del cielo’21 tra i quali si tro-
vavano ‘i Parti, e i Medi, gli Elamiti e gli abitanti della
Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del
Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egit-
to e delle regioni della Libia che stanno intorno a Cire-
ne, i pellegrini giunti da Roma, sia Ebrei che proseliti,
Cretesi e Arabi.’22 Una sola caratteristica però aveva
fatto difetto a costoro, ossia il fatto che non tutti erano
ministri di Dio. In questo consesso il numero complessi-
vo di vescovi superava le duecentocinquanta persone,23
alle quali si aggiungevano i presbiteri e i diaconi e molti
altri di cui non era possibile determinare il numero.
IX Tra i ministri di Dio gli uni si distinguevano per la
loro sapienza teologica,24 gli altri per il rigore dei loro
costumi e la solidità della loro costanza, altri ancora era-
no contraddistinti dalla virtù della moderazione. Tra essi
alcuni erano degni di venerazione per l’età molto avan-
zata, mentre altri si distinguevano per la gioventù e il vi-
gore dello spirito, altri ancora avevano appena intrapre-
so il cammino del sacerdozio; l’imperatore aveva dato
disposizione che ogni giorno fosse fornito cibo in ab-
bondanza a tutti costoro.
X, 1 Nel giorno stabilito per l’apertura del concilio
nel quale bisognava trovare una soluzione alle contro-
versie, ciascuno dei partecipanti si presentò proprio nel-
la sala centrale del palazzo imperiale,25 che sembrava
superare in grandezza tutte le altre; su entrambi i lati
della stanza erano stati distribuiti in ordine moltissimi
scanni, nei quali presero posto i convenuti, che occupa-

24
Letteralmente “parola di saggezza” (Corinzi I, 12, 8), significa
qui conoscenza teologica.
25
Il concilio ebbe luogo nel palazzo imperiale di Nicea, che Co-
stantino aveva messo a disposizione perché la chiesa locale non sareb-
be stata sufficientemente spaziosa.
258 LOGOÇ G

proçhvkouçan e{dran oiJ pavnteç ajpelavmbanon. X, 2 ajllΔ


o{te dh; çu;n kovçmw/ tw'/ prevponti hJ pa'ça kaqh'çto çuvn-
odoç, çigh; me;n tou;ç pavntaç ei\ce proçdokiva/ th'ç baçi-
levwç parovdou, eijçhv/ei dev tiç prw'toç ka[peita deuvte-
roç kai; trivtoç tw'n ajmfi; baçileva. hJgou'nto de; kai;
a[lloi ouj tw'n çunhvqwn oJplitw'n te kai; dorufovrwn,
movnwn de; tw'n piçtw'n fivlwn. X, 3 pavntwn dΔ ejxanaç-
tavntwn ejpi; çunqhvmati, o} th;n baçilevwç ei[çodon ejdhv-
lou, aujto;ç dh; loipo;n dievbaine mevçoç oi|a qeou' tiç ouj-
ravnioç a[ggeloç, lampra;n me;n w{çper fwto;ç marmaru-
gai'ç ejxaçtravptwn peribolhvn, aJlourgivdoç de; purwpoi'ç
katalampovmenoç ajkti'çi, cruçou' te kai; livqwn polu-
telw'n diaugevçi fevggeçi koçmouvmenoç. X, 4 tau'ta me;n
ou\n ajmfi; to; çw'ma. th;n de; yuch;n qeou' fovbw/ kai; euj-
labeiva/ dh'loç h\n kekallwpiçmevnoç: uJpevfainon de; kai;
tau'tΔ ojfqalmoi; kavtw neuvonteç, ejruvqhma proçwvpou,
peripavtou kivnhçiç, tov tΔ a[llo ei\doç, to; mevgeqovç te
uJperbavllon me;n tou;ç ajmfΔ aujto;n a{pantaç ã***Ã tw'/
te kavllei th'ç w{raç kai; tw'/ megaloprepei' th'ç tou'
çwvmatoç eujprepeivaç ajlkh'/ te rJwvmhç ajmavcou, a} dh;
trovpwn ejpieikeiva/ praovthtiv te baçilikh'ç hJmerovthtoç
ejgkekramevna to; th'ç dianoivaç uJperfue;ç panto;ç krei't-
ton ajpevfainon lovgou. X, 5 ejpei; de; parelqw;n ejpi; th;n
prwvthn tw'n tagmavtwn ajrch;n mevçoç e[çth, çmikrou' ti-
noç aujtw'/ kaqivçmatoç u{lhç cruçou' pepoihmevnou pro-
teqevntoç, ouj provteron h] tou;ç ejpiçkovpouç ejpineu'çai
ejkavqize. taujto;n dΔ e[pratton oiJ pavnteç meta; baçi-
levwç.

26
Eusebio sottolinea che l’imperatore, contrariamente alle sue abi-
tudini, fece il suo ingresso senza scorta.
27
Probabilmente fu proprio in occasione del sinodo che Eusebio
vide per la prima volta l’imperatore di persona.
28
La lacuna, accolta da Winkelmann, era stata individuata da
Heikel.
LIBRO TERZO 259

rono tutti il seggio loro assegnato. X, 2 Quando l’intero


concilio ebbe preso posto, come previsto dal cerimonia-
le, si creò un generale silenzio nell’attesa dell’ingresso
dell’imperatore; ed entrò un primo personaggio, poi un
secondo e infine un terzo del suo seguito. Altri ancora lo
precedettero ma non erano, come di consueto, gli opliti
e i dorifori26, ma solo i suoi amici fidati. X, 3 A un se-
gnale si alzarono tutti e l’imperatore fece il suo ingres-
so, egli in persona passò nel mezzo come un celeste an-
gelo del Signore:27 indossava una veste splendente di ba-
gliori di luce e rifulgeva dei raggi fiammeggianti della
porpora, adorno delle luci fulgide dell’oro e delle pietre
preziose. X, 4 Questo era il suo aspetto fisico. Ma era
chiaro che era ornato nell’anima dal timore di Dio e dal-
la devozione. Lo rivelavano gli occhi che guardavano in
basso, il rossore del volto, il modo di incedere e tutto
quanto il suo aspetto, la statura che superava quella di
tutti coloro che lo circondavano <***>28 per la bellezza
della sua persona, per la splendida armonia del corpo e
per il vigore della sua forza invincibile, caratteristiche
che, unite alla mitezza del carattere e alla gentilezza del-
l’imperatore, mettevano in luce, meglio di qualsiasi di-
scorso, l’eccellenza della sua anima. X, 5 Quando fu
avanzato verso la prima fila dei seggi, si fermò nel mez-
zo, si mise a sedere su un piccolo seggio d’oro massiccio
che gli era stato posto accanto, non prima di aver fatto
cenno ai vescovi di fare altrettanto.29 Tutti quanti, allora,
si sedettero insieme all’imperatore.

29
Il cerimoniale seguito da Costantino sembra attentamente stu-
diato per sottolineare con garbo la sua posizione di potere senza però
risultare irrispettoso nei confronti del clero: il suo seggio è d’oro, ma è
piccolo, e l’imperatore non si siede prima che i vescovi abbiano preso
posto.
260 LOGOÇ G

XI Tw'n dΔ ejpiçkovpwn oJ tou' dexiou' tavgmatoç prw-


teuvwn dianaçta;ç memetrhmevnon ajpedivdou lovgon,
proçfwnw'n tw'/ baçilei' tw'/ te pantokravtori qew'/ ca-
riçthvrion ejpΔ aujtw'/ poiouvmenoç u{mnon. ejpeidh; de; kai;
aujto;ç kaqh'çto, çigh; me;n ejgivgneto pavntwn ajtene;ç eijç
baçileva blepovntwn, oJ de; faidroi'ç o[mmaçi toi'ç pa'çi
galhno;n ejmblevyaç ka[peita çunagagw;n aujto;ç pro;ç eJau-
to;n th;n diavnoian hJçuvcw/ kai; praeiva/ fwnh'/ toi'on aj-
pevdwke lovgon:
XII, 1 ããEujch'ç me;n ejmoi; tevloç h\n, w\ fivloi, th'ç uJme-
tevraç ajpolau'çai coreivaç, touvtou de; tucw;n eijdevnai tw'/
baçilei' tw'n o{lwn th;n cavrin oJmologw', o{ti moi pro;ç
toi'ç a[lloiç a{paçi kai; tou'to krei'tton ajgaqou' panto;ç
ijdei'n ejdwrhvçato, fhmi; dh; to; çunhgmevnouç oJmou' pavntaç
ajpolabei'n mivan te koinh;n aJpavntwn oJmovfrona gnwvmhn
qeavçaçqai. XII, 2 mh; dh; ou\n bavçkanovç tiç ejcqro;ç toi'ç
hJmetevroiç lumainevçqw kaloi'ç, mhde; th'ç tw'n turavnnwn
qeomacivaç ejkpodw;n ajrqeivçhç qeou' çwth'roç dunavmei eJ-
tevrwç oJ filopovnhroç daivmwn to;n qei'on novmon blaçfh-
mivaiç periballevtw: wJç e[moige panto;ç polevmou kai; mav-
chç ¢deinh'çÜ kai; calepwtevra hJ th'ç ejkklhçivaç tou' qeou'
ejmfuvlioç nenovmiçtai çtavçiç kai; ma'llon tau'ta tw'n
e[xwqen luphra; katafaivnetai. XII, 3 o{te gou'n ta;ç ka-
ta; tw'n polemivwn nivkaç neuvmati kai; çunergiva/ tou'
kreivttonoç hjravmhn, oujdevn ¢geÜ leivpein ejnovmizon h] qew'/
me;n ginwvçkein th;n cavrin, çugcaivrein de; kai; toi'ç ¢uJpΔÜ
aujtou' diΔ hJmw'n hjleuqerwmevnoiç. ejpeidh; de; th;n uJmetev-
ran diavçtaçin parΔ ejlpivda pa'çan ejpuqovmhn, oujk ejn deu-
tevrw/ th;n ajkoh;n ejqevmhn, tucei'n de; kai; tou'to qerapeiv-
aç diΔ ejmh'ç eujxavmenoç uJphreçivaç tou;ç pavntaç ajmel-

30
L’identità di questo eminente personaggio è assai incerta. È stato
ipotizzato che fosse lo stesso Eusebio, o Eusebio di Nicomedia (come
suggerisce il titolo del capitolo 11, pp. 62-63), ma è stato identificato
anche con Ossio di Cordova, Alessandro di Alessandria e Eustazio di
Antiochia.
LIBRO TERZO 261

XI Il vescovo30 che sedeva alla testa dello schiera-


mento di destra, levatosi in piedi pronunciò un discorso
ben costruito, rivolgendosi all’imperatore e innalzando
in suo onore un inno di ringraziamento a Dio onnipo-
tente. Una volta che questi si fu seduto si fece silenzio,
mentre tutti fissavano intensamente il sovrano, che con
occhi lieti guardò tutti serenamente e, dopo aver raccol-
to le idee, con voce calma e benevola pronunciò tale di-
scorso:
XII, 1 «Ciò che mi stava più a cuore, amici, era di ave-
re la gioia di assistere a questo vostro raduno, e avendo-
la ottenuta, sono pienamente consapevole di dover ma-
nifestare la mia gratitudine al Signore dell’universo, poi-
ché, oltre a tutto il resto, mi ha anche concesso di assi-
stere a questo evento, che è più importante di qualsiasi
altro beneficio, ossia vedervi tutti qui riuniti a condivi-
dere tutti una sola e unanime opinione. XII, 2 Che un
nemico invidioso non danneggi i nostri beni e che il de-
monio, amico del male, non copra di bestemmie la legge
di Dio con altri mezzi, adesso che, grazie alla potenza di-
vina, è stata completamente debellata la guerra suscita-
ta dai tiranni contro la religione. Io considero le sedizio-
ni intestine nella Chiesa di Dio più penose di qualsiasi
guerra o spaventosa battaglia e questi avvenimenti mi
appaiono molto più dolorosi di tutto ciò che si può veri-
ficare all’esterno della Chiesa. XII, 3 Quando infatti,
grazie all’approvazione e all’aiuto dell’Onnipotente, ri-
portai le vittorie sui nemici, credevo che non restasse al-
tro da fare se non rendere grazie a Dio ed esultare insie-
me a quanti erano stati resi liberi da lui attraverso la no-
stra opera. Nel momento in cui fui però informato, in
modo del tutto inaspettato, del vostro dissidio, non con-
siderai la notizia un fatto di secondaria importanza e,
augurandomi che anche questo problema potesse esse-
re oggetto delle mie cure, senza alcun indugio mandai a
262 LOGOÇ G

lhvtwç meteçteilavmhn. XII, 4 kai; caivrw me;n oJrw'n th;n


uJmetevran oJmhvgurin, tovte de; mavliçta krivnw katΔ eujca;ç
ejmauto;n pravxein, ejpeida;n tai'ç yucai'ç ajnakraqevntaç
i[doimi tou;ç pavntaç mivan te koinh;n brabeuvouçan toi'ç
pa'çin eijrhnikh;n çumfwnivan, h}n kai; eJtevroiç uJma'ç prev-
pon a]n ei[h preçbeuvein tou;ç tw'/ qew'/ kaqierwmevnouç.
XII, 5 mh; dh; ou\n mevllete, w\ fivloi dh; leitourgoi; qeou'
kai; tou' koinou' pavntwn hJmw'n deçpovtou te kai; çwth'roç
ajgaqoi; qeravponteç, ta; th'ç ejn uJmi'n diaçtavçewç ai[tia
ejnteu'qen h[dh fevrein eijç mevçon ajrxavmenoi, pavnta çuvn-
deçmon ajmfilogivaç novmoiç eijrhvnhç ejpiluvçaçqai. ou{tw
ga;r kai; tw'/ ejpi; pavntwn qew'/ ta; ajreçta; diapepragmev-
noi ei[hte a[n, kajmoi; tw'/ uJmetevrw/ çunqeravponti uJperbavl-
louçan dwvçete th;n cavrin.ÃÃ
XIII, 1 ÔO me;n dh; tau'tΔ eijpw;n ÔRwmaiva/ glwvtth/, uJ-
fermhneuvontoç eJtevrou, paredivdou to;n lovgon toi'ç th'ç
çunovdou proevdroiç. ejnteu'qen dΔ oiJ me;n ajrxavmenoi
kath/tiw'nto tou;ç pevlaç, oiJ dΔ ajpelogou'ntov te kai; ajn-
temevmfonto. pleivçtwn ¢dh'taÜ uJfΔ eJkatevrou tavgmatoç
proteinomevnwn pollh'ç tΔ ajmfilogivaç ta; prw'ta çuniç-
tamevnhç, ajnexikavkwç ejphkroa'to baçileu;ç tw'n pavntwn
çcolh'/ tΔ eujtovnw/ ta;ç protavçeiç uJpedevceto, ejn mevrei
tΔ ajntilambanovmenoç tw'n parΔ eJkatevrou tavgmatoç le-
gomevnwn, hjrevma çunhvgage tou;ç filoneivkwç ejniçtamev-
nouç. XIII, 2 pravwç te poiouvmenoç ta;ç pro;ç e{kaçton
oJmilivaç eJllhnivzwn te th'/ fwnh',/ o{ti mhde; tauvthç ajma-
qw'ç ei\ce, glukerovç tiç h\n kai; hJduvç, tou;ç me;n ¢çum-
peivqwnÜ, tou;ç de; kataduçwpw'n tw'/ lovgw/, tou;ç dΔ eu\
levgontaç ejpainw'n, pavntaç tΔ eijç oJmovnoian ejlauvnwn,
eijçovqΔ oJmognwvmonaç kai; oJmodovxouç aujtou;ç ejpi; toi'ç
XIV ajmfiçbhtoumevnoiç a{paçi kateçthvçato, wJç oJ-
31
Fu il concilio di Nicea, dietro pressione di Costantino, a sancire il
dogma della consustanzialità (oJmousiva) di Padre e Figlio, che tutti i ve-
scovi, incluso Eusebio, furono tenuti a sottoscrivere. Solo Ario, insie-
me ad alcuni dei suoi sostenitori, si rifiutò di accettare le decisioni con-
ciliari e fu pertanto esiliato insieme agli altri dissidenti.
LIBRO TERZO 263

chiamare voi tutti. XII, 4 E certo mi rallegro nel vedere


questa vostra riunione, ma ritengo che avrò agito in mo-
do del tutto consono ai miei voti solo allorché vi vedrò
tutti accomunati nelle vostre anime da un’unica, comu-
ne e pacifica concordia che sovrintenda su tutti e che sa-
rebbe opportuno che proprio voi, che siete consacrati a
Dio, diffondeste anche tra gli altri. XII, 5 Dunque, cari
ministri di Dio e buoni servitori del Signore e salvatore
di tutti noi, non indugiate a entrare nel merito della di-
scussione sui motivi dei vostri dissensi e a sciogliere ogni
nodo della disputa secondo le leggi della pace. In questo
modo infatti, potrete fare cosa gradita a Dio onnipoten-
te e farete un immenso favore anche a me, che, come
voi, sono suo servo».
XIII, 1 Dopo che ebbe pronunciato in lingua latina
questo discorso, che fu tradotto da un interprete, l’impe-
ratore diede la parola ai personaggi più rappresentativi
del concilio. Da quel momento in avanti alcuni iniziaro-
no ad accusare i vicini, i quali, presero a difendersi, muo-
vendo rimproveri a loro volta. Sulle prime si levò dun-
que una vivace polemica e furono sollevate molte que-
stioni da parte di entrambi gli schieramenti; l’imperato-
re ascoltava tutti pazientemente e valutava le diverse te-
si con impegno e attenzione, muovendo obiezioni, di
volta in volta, rispetto a quanto affermavano le due fa-
zioni, e così riuscì con tranquillità a riconciliare i con-
tendenti. XIII, 2 Si rivolgeva a ciascuno con mitezza e
si esprimeva in greco, poiché non ignorava affatto que-
sta lingua, e in tal modo risultava amabile e gradevole,
ora persuadendo alcuni e redarguendo altri con le sue
parole, ora elogiando chi parlava in modo appropriato,
e conducendo tutti verso il generale consenso, finché li
rese unanimi e concordi riguardo a ogni divergenza,
XIV così che prevalse una sola31 fede e fu riconosciuta
264 LOGOÇ G

movfwnon me;n krath'çai th;n pivçtin, th'ç çwthrivou dΔ


eJorth'ç to;n aujto;n para; toi'ç pa'çin oJmologhqh'nai kai-
rovn. ejkurou'to dΔ h[dh kai; ejn grafh'/ diΔ uJpoçhmeiwvçewç
eJkavçtou ta; koinh'/ dedogmevna. w|n dh; pracqevntwn, deu-
tevran tauvthn nivkhn a[raçqai eijpw;n baçileu;ç kata; tou'
th'ç ejkklhçivaç ejcqrou' ejpinivkion eJorth;n tw'/ qew'/ çune-
tevlei.
XV, 1 Kata; to; aujto; de; aujtw'/ kai; th'ç baçileivaç
eijkoçaeth;ç ejplhrou'to crovnoç. ejfΔ w|/ pavndhmoi me;n
h[gonto panhguvreiç toi'ç loipoi'ç e[qneçi, toi'ç dev ge
tou' qeou' leitourgoi'ç eujwcivaç aujto;ç ejxh'rce baçi-
leuvç, çumpoçiavzwn eijrhneuvçaçi kai; oiJonei; quçivan
tauvthn ajpodidou;ç ejmprevpouçan tw'/ qew'/ diΔ aujtw'n:
oujdΔ ajpeleivpetov tiç ejpiçkovpwn baçilikh'ç eJçtiavçewç.
XV, 2 krei'tton dΔ h\n panto;ç lovgou to; gignovmenon:
dorufovroi me;n ga;r kai; oJpli'tai gumnai'ç tai'ç tw'n
xifw'n ajkmai'ç ejn kuvklw/ ta; provqura tw'n baçileivwn ej-
frouvroun, mevçoi de; touvtwn ajdeei'ç oiJ tou' qeou' dievbai-
non a[nqrwpoi ejndotavtw tΔ ajnaktovrwn ejcwvroun. ei\qΔ oiJ
me;n ¢aujtw'Ü/ çunaneklivnonto, oiJ dΔ ajmfi; ta;ç eJkatevrwn
proçanepauvonto klinavdaç. Criçtou' baçileivaç e[doxen
a[n tiç fantaçiou'çqai eijkovna, o[nar tΔ ei\nai ajllΔ oujc
u{par to; gignovmenon.
XVI ΔEpei; de; lamprw'ç ta; th'ç eujwcivaç proujcwvrei,
e[ti kai; tou'to baçileu;ç dexiouvmenoç tou;ç parovntaç
proçetivqei, megaloyuvcwç e{kaçton kata; th;n prev-
pouçan ajxivan toi'ç parΔ aujtou' timw'n xenivoiç. th'ç de;

32
Il concilio decretò anche che la data della Pasqua dovesse essere
calcolata seguendo l’uso di Alessandria e non secondo la consuetudi-
ne ebraica (cfr. A. Di Berardino, L’imperatore Costantino e la celebra-
zione della Pasqua, pp. 362-384, in Costantino il grande, dall’antichità
all’umanesimo, a cura di G. Bonamente e F. Fusco, Macerata 1990).
33
Eusebio dà una descrizione alquanto sommaria della conclusio-
ne del concilio, probabilmente perché, dati i suoi trascorsi, sceglie pru-
dentemente di non addentrarsi troppo nel merito delle polemiche re-
ligiose. In realtà i problemi sollevati dalle controversie cristologiche e
LIBRO TERZO 265

da tutti la medesima data per la celebrazione della festa


del Salvatore.32 Le deliberazioni comuni furono sancite
per iscritto con la firma di ciascuno. Fatto ciò, l’impera-
tore indisse una celebrazione trionfale per ringraziare
Dio, dichiarando di aver conseguito una seconda vitto-
ria contro il nemico della Chiesa.33
In quello stesso periodo si concludeva il ventesimo
anno del suo regno. XV, 1 Per questo motivo si svolge-
vano festeggiamenti pubblici in tutte le altre province e
l’imperatore stesso offrì un banchetto ai ministri di Dio,
ed era come se, sedendo insieme ad essi, che si erano or-
mai riappacificati, celebrasse attraverso di loro una
splendida cerimonia sacra in onore di Dio. Nessuno dei
vescovi fu escluso dal banchetto imperiale. XV, 2 Qual-
siasi racconto non renderebbe giustizia alla portata del-
l’avvenimento: dorifori e opliti disposti in circolo con le
spade sguainate presidiavano l’ingresso del palazzo im-
periale, in mezzo a loro passavano senza timore gli uo-
mini di Dio e procedevano fino nella parte più interna
della reggia. Poi alcuni si sedettero alla sua mensa, men-
tre altri si accomodavano su divani disposti sui due lati
della sala. Si sarebbe potuto credere di vedere l’immagi-
ne del regno di Cristo e che quella scena fosse un sogno
e non la realtà.34
XVI Mentre il banchetto si protraeva in modo splen-
dido, l’imperatore si accostò a salutare tutti i partecipan-
ti e concesse magnanimamente a ciascuno di essi l’ono-
re di ricevere da lui doni adeguati alla propria carica.

dai movimenti scismatici non si esaurirono affatto dopo la conclusio-


ne del sinodo, che decretò, oltre alla condanna e all’esilio di Ario e dei
suoi sostenitori, anche la deposizione di alcuni rappresentanti del cle-
ro tra cui Teognide di Nicea e di Eusebio di Nicomedia (cfr. infra, n.
54, p. 414).
34
Cfr. Omero, Odissea 19, 547 e 20, 90.
266 LOGOÇ G

çunovdou tauvthç kai; toi'ç mh; parou'çi th;n mnhvmhn diΔ


oijkeivou paredivdou gravmmatoç, o} dh; kai; aujto; w{çper
ejn çthvlh/ th'/de th'/ peri; aujtou' çunavyw dihghvçei, tou'-
ton e[con to;n trovpon.

XVII, 1 Kwnçtanti'noç Çebaçto;ç tai'ç ejkklhçivaiç.


Pei'ran labw;n ejk th'ç tw'n koinw'n eujpraxivaç, o{çh
th'ç qeivaç dunavmewç pevfuke cavriç, tou'tovn ãgeà pro;
øgeØ pavntwn e[krina ei\naiv moi proçhvkein çkopovn, o{pwç
para; toi'ç makariwtavtoiç th'ç kaqolikh'ç ejkklhçivaç
plhvqeçi pivçtiç miva kai; eijlikrinh;ç ajgavph oJmognwvmwn
te peri; to;n pagkrath' qeo;n eujçevbeia thrh'tai. XVII, 2
ajllΔ ejpeidh; tou'to oujc oi|onv tΔ h\n ajklinh' kai; bebaivan
tavxin labei'n, eij mhv, eijç taujto;n pavntwn oJmou' h] tw'n
gou'n pleiovnwn ejpiçkovpwn çunelqovntwn, eJkavçtou tw'n
proçhkovntwn th'/ aJgiwtavth/ qrhçkeiva/ diavkriçiç gevnoito,
touvtou e{neken pleivçtwn o{çwn çunaqroiçqevntwn (kai; auj-
to;ç de; kaqavper ei|ç ejx uJmw'n ejtuvgcanon çumparwvn: ouj
ga;r ajrnhçaivmhn a[n, ejfΔ w|/ mavliçta caivrw, çunqeravpwn
uJmevteroç pefukevnai), a[cri toçouvtou a{panta th'ç
proçhkouvçhç tetuvchken ejxetavçewç, a[criç ou| hJ tw'/
pavntwn ejfovrw/ qew'/ ajrevçkouça gnwvmh pro;ç th;n th'ç eJ-
novthtoç çumfwnivan eijç fw'ç prohvcqh, wJç mhde;n e[ti
pro;ç dicovnoian h] pivçtewç ajmfiçbhvthçin uJpoleivpeçqai.
XVIII, 1 “Enqa kai; peri; th'ç tou' pavçca aJgiwtavthç
hJmevraç genomevnhç zhthvçewç, e[doxe koinh'/ gnwvmh/ kalw'ç
e[cein ejpi; mia'ç hJmevraç pavntaç tou;ç aJpantacou' ejpite-
lei'n. tiv ga;r hJmi'n kavllion, tiv de; çemnovteron uJpavrxai
dunhvçetai tou' th;n eJorth;n tauvthn, parΔ h|ç th;n th'ç aj-
qanaçivaç eijlhvfamen ejlpivda, mia'/ tavxei kai; fanerw'/
lovgw/ para; pa'çin ajdiaptwvtwç fulavtteçqai… XVIII, 2

35
La lettera è databile al 325 e verte essenzialmente sulla questio-
ne della Pasqua, che viene qui presentata come l’argomento principa-
le delle discussioni conciliari.
LIBRO TERZO 267

Poi con una lettera di suo pugno diede notizia di questo


sinodo anche a coloro che non vi avevano preso parte, e
desidero inserire anch’essa nella mia opera, come una
stele votiva a lui dedicata. Il documento è il seguente:

XVII, 1 Costantino Augusto alle Chiese 35


Avuta conferma dal buon esito degli avvenimenti pub-
blici di quanto grande sia la grazia a me concessa dalla
della potenza divina, ho ritenuto opportuno che il mio
primo obbiettivo fosse quello di adoperarmi affinché la
santissima moltitudine dei fedeli della Chiesa cattolica
preservasse una sola fede, un amore puro e un culto una-
nime riguardo a Dio onnipotente. XVII, 2 Ma questo
mio desiderio non poteva assumere una configurazione
stabile e solida a meno che tutti i vescovi, o almeno la
maggior parte, non si fossero dati convegno in un solo
luogo e non fosse avvenuta un’attenta disamina di cia-
scun problema relativo ai santissimi culti della religione,
ed è proprio per questo che essi si sono riuniti insieme in
gran numero (anch’io mi trovavo a essere presente tra
voi, e, non potrei negarlo, mi rallegro soprattutto di que-
sto, ossia di essere, come voi, un servo di Dio). Ogni
aspetto del culto è stato sottoposto a un’indagine adegua-
ta, finché non è stata portata alla luce la conclusione gra-
dita al Dio che tutto presiede, nella direzione di un accor-
do unitario, a tal punto che non è rimasto più alcun mar-
gine per le divergenze di opinione e le dispute sulla fede.
XVIII, 1 Anche quando fu affrontata la questione ine-
rente alla data della santissima Pasqua, con decisione
unanime, sembrò opportuno che tutti in ogni luogo la ce-
lebrassero nello stesso giorno. Infatti, cosa potrà essere
più bello per noi, cosa più degno d’onore del fatto che
questa festività, dalla quale abbiamo ricevuto la speranza
dell’immortalità, sia osservata da tutti, senza possibilità
di errore, secondo un unico ordinamento e secondo un
computo chiaro? XVIII, 2 In primo luogo parve inop-
268 LOGOÇ G

kai; prw'ton me;n ajnavxion e[doxen ei\nai th;n aJgiwtavthn


ejkeivnhn eJorth;n th'/ tw'n ΔIoudaivwn eJpomevnouç çunhqeiva/
plhrou'n, oi} ta;ç eJautw'n cei'raç ajqemivtw/ plhmmelhvmati
cravnanteç eijkovtwç ta;ç yuca;ç oiJ miaroi; tuflwvttouçin.
e[xeçti ga;r tou' ejkeivnwn e[qnouç ajpoblhqevntoç ajlhqeçtev-
ra/ tavxei, h}n ejk prwvthç tou' pavqouç hJmevraç a[cri tou'
parovntoç ejfulavxamen, kai; ejpi; tou;ç mevllontaç aijwn' aç
th;n th'ç ejpithrhvçewç tauvthç çumplhvrwçin ejkteivneçqai.
mhde;n toivnun e[çtw uJmi'n koino;n meta; tou' ejcqivçtou tw'n
ΔIoudaivwn o[clou. XVIII, 3 eijlhvfamen ga;r para; tou'
çwth'roç eJtevran oJdovn, provkeitai drovmoç th'/ iJerwtavth/
hJmw'n qrhçkeiva/ kai; novmimoç kai; prevpwn. touvtou
çumfwvnwç ajntilambanovmenoi th'ç aijçcra'ç ejkeivnhç eJau-
tou;ç çuneidhvçewç ajpoçpavçwmen, ajdelfoi; timiwvtatoi.
e[çti ga;r wJç ajlhqw'ç ajtopwvtaton ejkeivnouç aujcei'n, wJç
a[ra parekto;ç th'ç aujtw'n didaçkalivaç tau'ta fulavttein
oujk ei[hmen iJkanoiv. XVIII, 4 tiv de; fronei'n ojrqo;n ejkei'-
noi dunhvçontai, oi} meta; th;n kurioktonivan te kai; pa-
troktonivan ejkeivnhn ejkçtavnteç tw'n frenw'n a[gontai ouj
logiçmw'/ tini ajllΔ oJrmh'/ ajkataçcevtw/, o{ph/ dΔ a]n aujtou;ç
hJ e[mfutoç aujtw'n ajgavgh/ maniva… ejkei'qen toivnun kajn
touvtw/ tw'/ mevrei th;n ajlhvqeian oujc oJrw'çin, wJç ajei; kata;
to; plei'çton aujtou;ç planwmevnouç ajnti; th'ç proçhkouvçhç
ejpanorqwvçewç ejn tw'/ aujtw'/ e[tei deuvteron to; pavçca ejpi-
telei'n. tivnoç ou\n cavrin touvtoiç eJpovmeqa, ou}ç deinh;n
plavnhn noçei'n wJmolovghtai… deuvteron ga;r to; pavçca ejn
eJni; ejniautw'/ oujk a[n pote poiei'n ajnexovmeqa. ajllΔ eij kai;
tau'ta mh; prou[keito, th;n uJmetevran ajgcivnoian ejcrh'n
kai; dia; çpoudh'ç kai; diΔ eujch'ç e[cein pavntote, ejn mh-
deno;ç oJmoiovthti to; kaqaro;n th'ç uJmetevraç yuch'ç koinw-
nei'n dokei'n ajnqrwvpwn e[qeçi pagkavkwn.

36
La spiegazione più probabile di questa affermazione è che qua-
lora la Pasqua sia celebrata dopo l’equinozio in un anno, e prima del-
l’equinozio nell’anno successivo, ne consegue che essa cada due volte
nel medesimo anno solare.
LIBRO TERZO 269

portuno celebrare quella santissima festività seguendo la


consuetudine dei Giudei: gli scellerati che contaminaro-
no le proprie mani con un empio delitto e di conseguen-
za resero cieche le loro menti. Rifiutando quel popolo,
sarà infatti possibile far durare anche nei secoli futuri il
rispetto di questa tradizione secondo la norma più giu-
sta, che abbiamo osservato dal primo giorno della Pas-
sione fino a oggi. Pertanto, che nulla vi sia in comune tra
voi e la folla detestabile dei Giudei. XVIII, 3 Abbiamo
ricevuto un’altra strada dal Salvatore, e di fronte alla no-
stra religione si apre un percorso giusto quanto conve-
niente. Imboccando questa via in modo unanime, stima-
tissimi fratelli, allontaniamoci da quella turpe complicità
nei loro confronti. È infatti davvero paradossale che
quelli si vantino perché noi non siamo in grado di cele-
brare questa festività senza ricorrere al loro insegnamen-
to. XVIII, 4 Ma cosa potranno mai pensare di giusto
quelli che, dopo l’assassinio del nostro Signore e il Padre,
fuori di senno, si lasciano guidare non dalla ragione ma
da un impulso ingovernabile, là dove li spinge la loro con-
genita follia? Ne consegue che essi non vedono la verità
neppure in merito a questo aspetto, al punto che, trovan-
dosi per lo più in errore, invece che correggersi come sa-
rebbe auspicabile, arrivano persino a celebrare la Pasqua
due volte nello stesso anno. Per quale ragione dovremmo
dunque seguire costoro a proposito dei quali è universal-
mente riconosciuto che siano vittime di un tremendo erro-
re? Noi infatti non potremmo mai accettare di celebrare
la Pasqua due volte nello stesso anno.36 E anche se ciò non
fosse ancora del tutto chiaro, sarebbe comunque necessa-
rio che il vostro buon senso aspirasse sempre, con ogni
sforzo e con strenua determinazione, a far vedere che la
purezza della vostra anima non ha nulla in comune con i
costumi di uomini del tutto spregevoli.
270 LOGOÇ G

XVIII, 5 ãPro;çà touvtoiç kajkei'no pavreçti çunora'n,


wJç ejn thlikouvtw/ pravgmati kai; toiauvth/ qrhçkeivaç
eJorth'/ diafwnivan uJpavrcein ejçti;n ajqevmiton. mivan ga;r
hJmi'n th;n th'ç hJmetevraç ejleuqerivaç hJmevran, toutevçtin
th;n tou' aJgiwtavtou pavqouç, oJ hJmevteroç parevdwke
çwthvr, kai; mivan ei\nai th;n kaqolikh;n aujtou' ejkklhçivan
bebouvlhtai, h|ç eij kai; ta; mavliçta eijç pollou;ç kai;
diafovrouç tovpouç ta; mevrh dihv/rhtai, ajllΔ o{mwç ¢eJni;Ü
pneuvmati, toutevçti tw'/ qeivw/ boulhvmati, qavlpetai.
XVIII, 6 logiçavçqw dΔ hJ th'ç uJmetevraç oJçiovthtoç ajg-
civnoia, o{pwç ejçti; deinovn te kai; ajprepe;ç kata; ta;ç
aujta;ç hJmevraç eJtevrouç me;n tai'ç nhçteivaiç çcolavzein,
eJtevrouç de; çumpovçia çuntelei'n, kai; meta; ta;ç tou'
pavçca hJmevraç a[llouç me;n ejn eJortai'ç kai; ajnevçeçin
ejxetavzeçqai, a[llouç de; tai'ç wJriçmevnaiç ejkdedovçqai
nhçteivaiç. dia; tou'to gou'n th'ç proçhkouvçhç ejpanor-
qwvçewç tucei'n kai; pro;ç mivan diatuvpwçin a[geçqai
tou'to hJ qeiva provnoia bouvletai, wJç e[gwge a{pantaç
hJgou'mai çunora'n.
XIX, 1 ”Oqen ejpeidh; tou'to ou{twç ejpanorqou'çqai
proçh'ken, wJç mhde;n meta; tou' tw'n patroktovnwn te
kai; kurioktovnwn ejkeivnwn e[qnouç ei\nai koinovn, e[çti de;
tavxiç eujprephvç, h}n pa'çai aiJ tw'n dutikw'n te kai;
meçhmbrinw'n kai; ajrktwv/wn th'ç oijkoumevnhç merw'n pa-
rafulavttouçin ejkklhçivai kaiv tineç tw'n kata; th;n
eJwa
/v n tovpwn, ou| e{neken ejpi; tou' parovntoç kalw'ç e[cein
a{panteç hJghvçanto, kai; aujto;ç de; th'/ uJmetevra/ ajgci-
noiva/ ajrevçein uJpeçcovmhn, i{nΔ o{per dΔ a]n kata; th;n ÔRw-
maivwn povlin ΔItalivan te kai; ΔAfrikh;n a{paçan, Ai[gup-
ton, Çpanivaç, Gallivaç, Brettanivaç, Libuvaç, o{lhn ÔEl-
lavda, ΔAçianhvn te dioivkhçin kai; Pontikh;n kai; Kilikiv-
an mia'/ kai; çumfwvnw/ fulavttetai gnwvmh/, ajçmevnwç tou'-

37
Non è qui menzionatala divergenza tra la chiesa di Roma e quel-
la di Alessandria né la questione della data dell’equinozio (cfr. supra
n. 11, pp. 250-251).
LIBRO TERZO 271

XVIII, 5 Oltre a questo si deve anche considerare un


altro problema, ossia che, in merito a una questione di ta-
le entità e a una festività così importante per il nostro cul-
to, sarebbe scellerato mantenere una divergenza di opi-
nioni. Infatti uno solo è il giorno della nostra liberazione,
e segnatamente quello della santissima Passione, di cui il
nostro Salvatore ci ha fatto dono, così come ha voluto che
una sola fosse la sua chiesa cattolica, che, benché sia divi-
sa nelle sue membra in molti luoghi differenti, tuttavia è
nutrita da un unico spirito, ossia la volontà divina.
XVIII, 6 La vostra santissima saggezza consideri inoltre
che è intollerabile e sconveniente che, nei medesimi gior-
ni, alcuni siano dediti al digiuno mentre altri sono impe-
gnati in banchetti e che dopo i giorni della Pasqua alcuni
si dedichino alle feste e al riposo e altri invece osservino i
digiuni prescritti. Perciò senza dubbio la divina provvi-
denza vuole che si provveda a una doverosa rettifica e
che questa situazione sia ricondotta a un unico ordina-
mento, cosa di cui credo siate tutti convinti.
XIX, 1 Pertanto, dal momento che era opportuno che
la questione fosse ridefinita in modo tale che non esistesse
più nessuna consuetudine in comune con coloro che han-
no ucciso il nostro Padre e Signore, e visto che l’ordina-
mento più conveniente è quello che già osservano tutte le
Chiese delle regioni occidentali, meridionali e settentrio-
nali dell’impero e anche alcune Chiese delle province
orientali, per questo motivo tutti hanno ritenuto che nelle
attuali circostanze questa fosse la soluzione migliore, e io
stesso l’ho sottoposta alla vostra attenzione perché la ap-
provaste e perché anche il vostro giudizio accogliesse di
buon grado la regola che è rispettata con unica e concor-
de disposizione d’animo nella città di Roma e in Italia, in
tutta l’Africa, in Egitto,37 in Spagna, in Gallia, in Britan-
nia, in Libia, in tutta la Grecia, nella diocesi asiatica, pon-
272 LOGOÇ G

to kai; hJ uJmetevra proçdevxhtai çuvneçiç, logizomevnh


wJç ouj movnon pleivwn ejçti;n oJ tw'n kata; tou;ç proeirh-
mevnouç tovpouç ejkklhçiw'n ajriqmovç, ajlla; kai; wJç tou'to
mavliçta koinh'/ pavntaç oJçiwvtatovn ejçti bouvleçqai, o{per
kai; oJ ajkribh;ç lovgoç ajpaitei'n dokei' kai; oujdemivan me-
ta; th'ç ΔIoudaivwn ejpiorkivaç e[cein koinwnivan.
XIX, 2 ”Ina de; to; kefalaiwdevçtaton çuntovmwç ei[pw,
koinh'/ pavntwn h[reçe krivçei th;n aJgiwtavthn tou' pavçca
eJorth;n mia'/ kai; th'/ aujth'/ hJmevra/ çuntelei'çqai. oujde; ga;r
prevpei ejn toçauvth/ aJgiovthti ei\naiv tina diaforavn, kai;
kavllion e{peçqai th'/ gnwvmh/ tauvth/, ejn h|/ oujdemiva e[çtai
ajllotrivaç plavnhç kai; aJmarthvmatoç ejpimixiva.
XX, 1 Touvtwn ou\n ou{twç ejcovntwn, ajçmevnwç devceçqe
th;n oujranivan cavrin kai; qeivan wJç ajlhqw'ç ejntolhvn: pa'n
ga;r ¢o{Üti dΔ a]n ejn toi'ç aJgivoiç tw'n ejpiçkovpwn çunedriv-
oiç pravtthtai, tou'to pro;ç th;n qeivan bouvlhçin e[cei
th;n ajnaforavn. XX, 2 dio; pa'çi toi'ç ajpaghtoi'ç hJmw'n aj-
delfoi'ç ejmfanivçanteç ta; progegrammevna, h[dh kai; to;n
proeirhmevnon lovgon kai; th;n parathvrhçin th'ç aJgiw-
tavthç hJmevraç uJpodevceçqaiv te kai; diatavttein ojfeivlete,
i{na ejpeida;n pro;ç th;n pavlai moi poqoumevnhn th'ç uJme-
tevraç diaqevçewç o[yin ajfivkwmai, ejn mia'/ kai; th'/ aujth'/ hJ-
mevra/ th;n aJgivan meqΔ uJmw'n eJorth;n ejpitelevçai dunhqw'
kai; pavntwn e{neken meqΔ uJmw'n eujdokhvçw, çunorw'n th;n
diabo- likh;n wjmovthta uJpo; th'ç qeivaç dunavmewç dia; tw'n
¢hJmetevrwnÜ pravxewn ajnh/rhmevnhn, ajkmazouvçhç pantacou'
th'ç hJmetevraç pivçtewç kai; eijrhvnhç kai; oJmonoivaç.
ÔO qeo;ç uJma'ç diafulavxoi, ajdelfoi; ajgaphtoiv.

XX, 3 Tauvthç baçileu;ç th'ç ejpiçtolh'ç ijçodunamou'çan


grafh;n ejfΔ eJkavçthç ejparcivaç diepevmpeto, ejnoptriv-
zeçqai th'ç aujtou' dianoivaç to; kaqarwvtaton th'ç pro;ç
to; qei'on oJçivaç parevcwn toi'ç ejntugcavnouçin.

38
Allusione al regime di Licinio, che probabilmente al momento
della stesura della lettera era appena stato condannato a morte.
LIBRO TERZO 273

tica e in Cilicia. Considerate anche che non solo il numero


delle chiese nei luoghi sopra menzionati è superiore, ma
anche che la risoluzione più santa che tutti potreste deli-
berare in comune è proprio quella che un attento ragiona-
mento sembra richiedere, oltre al fatto che non debba sus-
sistere nessuna comunanza col lo spergiuro dei Giudei.
XIX, 2 Per esporre in breve il punto essenziale della
questione, è stata presa la comune risoluzione di celebra-
re la santissima festività della Pasqua in un unico e mede-
simo giorno. Non è infatti opportuno che su una questio-
ne così santa esistano delle divergenze, e la cosa migliore
è seguire quella opinione nella quale non vi sarà spazio
per alcuna commistione con l’errore e la colpa altrui.
XX, 1 Stando così la cose, accogliete con gioia la gra-
zia celeste e questo precetto veramente divino: infatti
tutto ciò che si delibera nei santi concili dei vescovi è da
attribuirsi alla volontà divina. XX, 2 Perciò rendete no-
to a tutti i nostri amati fratelli il contenuto di questo
scritto, e sentitevi tenuti ad accettare l’osservanza del
giorno santissimo e a istituirlo secondo il computo testé
menzionato, così che quando mi recherò a prendere vi-
sione della vostra circoscrizione, come desidero fare da
tempo, potrò celebrare con voi la santa ricorrenza in un
unico e medesimo giorno, e mi rallegrerò di tutto ciò in-
sieme a voi, nel vedere la crudeltà del demonio distrutta
dalla potenza divina attraverso il nostro operato,38 e nel
vedere fiorire ovunque la pace e la concordia della no-
stra fede.
Che Dio vi custodisca, amati fratelli

XX, 3 L’imperatore inviò in tutte le province un’identi-


ca versione di questa lettera, dando così la possibilità a
quanti la avessero letta di vedere come in uno specchio
l’onestà del suo animo rispetto al culto divino.
274 LOGOÇ G

XXI, 1 ΔEpeidh; de; loipo;n hJ çuvnodoç ajnaluvein h[mel-


le, çuntaktikh;n me;n toi'ç ejpiçkovpoiç parei'cen oJmiliv-
an, oJmou' me;n a{pantaç uJpo; mivan çugkalevçaç hJmevran,
parou'çi de; th;n pro;ç ajllhvlouç uJpoqevmenoç eijrhvnhn
periçpouvdaçton poiei'çqai, ta;ç de; filoneivkouç e[ridaç
ejktrevpeçqai, mhde; baçkaivnein, ei[ tiç eujdokimw'n ejn
ejpiçkovpoiç faivnoito çofivaç ejn lovgw/, koino;n dΔ hJgei'ç-
qai tajgaqo;n th'ç eJno;ç ajreth'ç, mhde; mh;n tw'n metriw-
tevrwn katepaivreçqai tou;ç kreivttouç, qeou' ga;r ei\nai
to; krithvrion tw'n ajlhqei' lovgw/ kreittovnwn, kai; toi'ç
ajçqeneçtevroiç de; dei'n uJpokataklivneçqai lovgw/ çug-
gnwvmhç, tw'/ to; tevleion aJpantacou' çpavnion tugcavnein.
XXI, 2 dio; kai; ajllhvloiç dei'n ta; çmikra; ptaivouçi çug-
gnwvmhn nevmein carivzeçqaiv te kai; çugcwrei'n o{ça ajn-
qrwvpina, pavntwn peri; pollou' timwmevnwn th;n çuvmfw-
non aJrmonivan, wJç a]n mh; pro;ç ajllhvlouç çtaçiazovntwn
cleuvhç aijtiva parevchtai toi'ç to;n qei'on blaçfhmei'n
novmon pareçkeuaçmevnoiç, w|n mavliçta khvdeçqai dei'n
ta; pavnta, çwqh'nai dunamevnwn, eij ta; kaqΔ hJma'ç auj-
toi'ç zhlwta; faivnoito, kajkei'no de; mh; ajmfignoei'n wJç
ouj toi'ç pa'çin hJ ejk lovgwn wjfevleia çuntelei'. XXI, 3
oiJ me;n ga;r ta; pro;ç trofh;n caivrouçin ejpikourouvmenoi,
oiJ de; ta;ç proçtaçivaç uJpotrevcein eijwqv açin, a[lloi tou;ç
dexiwvçeçi filofronoumevnouç ajçpavzontai, kai; xenivoiç
timwvmenoi ajgapw'çin e{teroi, bracei'ç dΔ oiJ lovgwn ajlh-
qw'n ejraçtaiv, kai; çpavnioç au\ oJ th'ç ajlhqeivaç fivloç.
dio; pro;ç pavntaç aJrmovtteçqai dei'n, ijatrou' divkhn
eJkavçtw/ ta; luçitelh' pro;ç çwthrivan porizomevnouç, w{çtΔ
ejx a{pantoç th;n çwthvrion para; toi'ç pa'çi doxavzeçqai
didaçkalivan.
LIBRO TERZO 275

XXI, 1 Quando il sinodo era sul punto di sciogliersi


egli tenne un discorso di addio al cospetto dei vescovi,
che aveva chiamato a raccolta tutti nel medesimo gior-
no; consigliò ai presenti di adoperarsi senza risparmio
per mantenere la pace reciproca e di evitare i dissidi e le
discordie e di non essere invidiosi se qualcuno tra i ve-
scovi si fosse distinto per la propria sapienza, ma piutto-
sto di considerare la virtù di uno solo come un patrimo-
nio comune, e ancora, suggerì ai più potenti di non com-
portarsi da arroganti nei confronti dei più umili, infatti
soltanto Dio possiede la facoltà di giudicare chi vera-
mente sia migliore, ed è inoltre necessario adattarsi alle
esigenze dei più deboli con un atteggiamento compren-
sivo, poiché raramente si raggiunge la perfezione in ogni
cosa. XXI, 2 Per questo bisogna che ci si conceda reci-
procamente perdono quando si commettano errori di
poco conto, e che ci si accosti con indulgenza alla debo-
lezza propria della natura umana, e che tutti tengano
nella più alta considerazione l’armonia e la concordia, in
modo tale da non offrire motivo di derisione, litigando
gli uni con gli altri, a quanti sono pronti a bestemmiare
la legge divina, che sono proprio coloro di cui bisogna
occuparsi con maggiore impegno, in quanto possono es-
sere salvati, a condizione che i nostri comportamenti ap-
paiono loro degni di emulazione. Non bisogna infine
avere dubbi sul fatto che non tutti si giovano dei vantag-
gi che provengono dai discorsi. XXI, 3 Alcuni infatti si
accontentano di ricevere aiuto nel sostentamento quoti-
diano, altri sono soliti procurarsi protezione e tutela, altri
apprezzano chi li tratta con bontà e li accoglie amichevol-
mente, altri ancora amano essere onorati con doni ospita-
li, sono pochi invece coloro che amano i discorsi veritieri
ed è raro chi va in cerca della verità. Occorre pertanto
adattarsi a tutti, a guisa del medico che somministra a cia-
scuno ciò che giova alla salute, in modo che la dottrina
salvifica sia celebrata da tutti in ogni suo aspetto.
276 LOGOÇ G

XXI, 4 Toiau'ta me;n ejn prwvtoiç parhvn/ ei, tevloç dΔ


ejpetivqei ta;ç uJpe;r aujtou' pro;ç to;n qeo;n iJkethrivaç ejç-
poudaçmevnwç poiei'çqai. ou{tw dh; çuntaxavmenoç ejpi; ta;
çfw'n oijkei'a tou;ç pavntaç ejpanievnai hjfivei: oiJ dΔ ejp-
anhve/ çan çu;n eujfroçuvnh/, ejkravtei te loipo;n para; toi'ç
pa'çi miva gnwvmh parΔ aujtw'/ baçilei' çumfwnhqei'ça, çu-
naptomevnwn w{çper uJfΔ eJni; çwvmati tw'n ejk makrou'
dih/rhmevnwn.
XXII Caivrwn dh'ta baçileu;ç ejpi; tw'/ katorqwvmati
toi'ç mh; paratucou'çi th'/ çunovdw/ karpo;n eujqalh' dedwv-
rhto diΔ ejpiçtolw'n, laoi'ç qΔ a{paçi toi'ç te katΔ aj-
grou;ç kai; toi'ç ajmfi; ta;ç povleiç crhmavtwn ajfqovnouç
diadovçeiç poiei'çqai parekeleuveto, w|dev ph geraivrwn
th;n eJorth;n th'ç eijkoçaetou'ç baçileivaç.
XXIII ΔAlla; ga;r aJpavntwn eijrhneuomevnwn movnoiç
Aijguptivoiç a[miktoç h\n hJ pro;ç ajllhvlouç filoneikiva,
wJç kai; au\qiç ejnoclei'n baçileva, ouj mh;n kai; pro;ç ojr-
gh;n ejgeivrein. oi|a gou'n patevraç h] kai; ma'llon profhv-
taç qeou' pavçh/ perievpwn timh'/ kai; deuvteron ejkavlei
kai; pavlin ejmeçivteue toi'ç aujtoi'ç ajnexikavkwç, kai; dwv-
roiç ejtivma pavlin, ejdhvlou te th;n divaitan diΔ ejpiç-
tolh'ç, kai; ta; th'ç çunovdou dovgmata kurw'n ejpeçfragiv-
zeto, parekavlei te çumfwnivaç e[ceçqai mhde; diaçpa'n
kai; katatevmnein th;n ejkklhçivan, th'ç de; tou' qeou'
krivçewç ejn nw'/ th;n mnhvmhn lambavnein. kai; tau'ta de;
baçileu;ç diΔ oijkeivaç ejpevçtelle grafh'ç.
XXIV, 1 Kai; a[lla de; touvtoiç e[grafen ajdelfa; mu-
riva pleivçtaç qΔ o{çaç ejpiçtola;ç dietuvpou, ejn mevrei
me;n ejpiçkovpoiç uJpe;r tw'n ejkklhçiw'n tou' qeou' ta;

39
I vicennalia furono celebrati nel 325.
40
Eusebio si riferisce qui al movimento dei meleziani, la cui so-
pravvivenza continuava a costituire un motivo di tensione in Egitto.
41
Nonostante le reiterate affermazioni di Eusebio in tal senso, il
concilio di Nicea non aveva risolto radicalmente le controversie, al
punto che fu necessario convocarne un’ulteriore sessione che si tenne,
LIBRO TERZO 277

XXI, 4 Nella parte iniziale del discorso l’imperatore


fece queste raccomandazioni e in quella conclusiva li
esortò a rivolgere a Dio fervide preghiere per la sua per-
sona. Così dopo avere dato tali disposizioni, lasciò che
tutti ritornassero nelle proprie sedi; ed essi vi ritornava-
no con gioia, e da quel momento in avanti prevalse in
tutti una sola disposizione d’animo, secondo quanto si
era stabilito di comune accordo al cospetto dell’impera-
tore, e coloro che per lungo tempo erano stati divisi tor-
narono a congiungersi come in un solo corpo.
XXII L’imperatore, rallegratosi molto per il buon esito
della vicenda, mise a parte coloro che non avevano parte-
cipato al sinodo del suo frutto generoso tramite lettere e
ordinò che a tutti i popoli, nelle campagne come nelle città,
fossero fatti abbondanti donativi, celebrando in questo
modo la ricorrenza del ventesimo anno del suo regno.39
XXIII Mentre tutti erano tornati in pace, tra gli Egi-
ziani soltanto persisteva una fiera contesa reciproca,40 ta-
le da turbare nuovamente l’imperatore, senza tuttavia
giungere a suscitarne l’ira. Così, ricoprendoli di ogni ono-
re, come padri, o meglio come profeti di Dio, li convocò
una seconda volta41 e di nuovo con pazienza si assunse il
compito di fare da intermediario tra loro, li onorò nuova-
mente con l’offerta di doni; poi rese noto l’esito del suo
arbitrato mediante una lettera, suggellò le deliberazioni
del concilio con la sua convalida, invitandoli a preservare
la concordia, a non dilaniare e dividere la Chiesa e a ser-
bare memoria del giudizio di Dio. L’imperatore rese note
con una lettera di suo pugno anche queste esortazioni.
XXIV, 1 Oltre a questi, scrisse moltissimi altri docu-
menti dello stesso genere e redasse una gran quantità di
lettere, rivolte ai vescovi per disciplinare le oblazioni in

sempre a Nicea, nel 327. In questa occasione Ario e i suoi seguaci che
erano stati richiamati dall’esilio, furono riammessi nella Chiesa, poiché
si dichiararono disposti ad accettare le deliberazioni del sinodo niceno.
278 LOGOÇ G

provçfora diatattovmenoç, h[dh de; kai; aujtoi'ç proçefwv-


nei toi'ç plhvqeçin, ajdelfou;ç ajpokalw'n kai; çunqerav-
pontaç eJautou' tou;ç th'ç ejkklhçivaç laou;ç oJ triçmakav-
rioç. XXIV, 2 çcolh'ç dΔ a]n gevnoito tau'ta ejpΔ oijkeivaç
uJpoqevçewç çunagagei'n, wJç a]n mh; to; çw'ma th'ç pa-
rouvçhç hJmi'n diakovptoito iJçtorivaç.
XXV Touvtwn dΔ w|dΔ ejcovntwn, mnhvmhç ãa[xionà a[llo
ti mevgiçton ejpi; tou' Palaistinw'n e[qnouç oJ qeofilh;ç
eijrgavzeto. tiv dΔ h\n tou'to… to;n ejn toi'ç ÔIeroçoluvmoiç
th'ç çwthrivou ajnaçtavçewç makariçtovtaton tovpon ej-
dovkei dei'n aujtw'/ profanh' kai; çepto;n ajpofh'nai toi'ç
pa'çin. aujtivka gou'n oi\kon eujkthvrion çuçthvçaçqai dieke-
leuveto, oujk ajqeei; tou'tΔ ejn dianoiva/ balw;n ajllΔ uJpΔ auj-
tou' tou' çwth'roç ajnakinhqei;ç tw'/ pneuvmati. XXVI, 1
a[ndreç me;n gavr pote duççebei'ç, ma'llon de; pa'n to;
daimovnwn dia; touvtwn gevnoç, çpoudh;n e[qento çkovtw/ kai;
lhvqh/ paradou'nai to; qeçpevçion ejkei'no th'ç ajqanaçivaç
mnh'ma, parΔ w|/ fw'ç ejxaçtravptwn oJ kataba;ç oujranovqen
a[ggeloç ajpekuvliçe to;n livqon tw'n ta;ç dianoivaç leli-
qwmevnwn kai; to;n zw'nta meta; tw'n nekrw'n e[qΔ uJpavr-
cein uJpeilhfovtwn, ta;ç gunai'kaç eujaggelizovmenoç tovn
te th'ç ajpiçtivaç livqon th'ç aujtw'n dianoivaç ejpi; dovxh/
th'ç tou' zhtoumevnou zwh'ç ajfairouvmenoç. XXVI, 2 tou'-
to me;n ou\n to; çwthvrion a[ntron a[qeoiv tineç kai; duççe-
bei'ç ajfane;ç ejx ajnqrwvpwn poihvçaçqai dianenovhnto,
a[froni logiçmw'/ th;n ajlhvqeian tauvth/ ph kruvyai lo-
giçavmenoi. kai; dh; polu;n eijçenegkavmenoi movcqon, gh'n
e[xwqevn poqen eijçforhvçanteç to;n pavnta kaluvptouçi
tovpon, ka[peitΔ eijç u{yoç aijwrhvçanteç livqw/ te kataç-
trwvçanteç kavtw pou to; qei'on a[ntron uJpo; pollw'/ tw'/

42
Scil. il Santo Sepolcro.
43
Scil. gli dei pagani.
44
Matteo, 28, 2-3.
45
Luca, 24, 5b.
LIBRO TERZO 279

favore delle Chiese di Dio oppure indirizzate alle molti-


tudini dei fedeli che l’imperatore tre volte benedetto
chiamava fratelli e servi della Chiesa al pari di lui.
XXIV, 2 Si dovrebbe forse provvedere a riunire tali do-
cumenti in un’opera a sé, perché l’assetto di questa nar-
razione non risulti frammentario.
XXV Vale la pena di ricordare un’altra grandissima
impresa che, in queste circostanze, l’imperatore caro a
Dio realizzò in Palestina. Di cosa si trattava? Gli sem-
brò necessario che il luogo sommamente benedetto del-
la resurrezione del Salvatore42 a Gerusalemme apparis-
se a tutti illustre e venerando. Così diede subito disposi-
zione che vi si costruisse un luogo di preghiera e questa
idea non gli si presentò alla mente senza un ausilio divi-
no ma gli fu suscitata per ispirazione dello stesso Salva-
tore. XXVI, 1 Un tempo infatti uomini empi, o piutto-
sto l’intera stirpe dei demoni43 attraverso costoro, si mi-
sero d’impegno per consegnare all’oblio e alla tenebra
quel divino monumento dell’immortalità, presso il qua-
le ‘un angelo disceso dal cielo come fulgida luce fece ro-
tolare via la pietra’44 dall’animo di quanti erano come
pietrificati nelle menti, nella presunzione che il ‘Vivo si
trovasse ancora insieme ai morti’45 e annunciò la buona
novella alle donne, rimuovendo la pietra dell’incredu-
lità dalla loro mente, con la notizia che colui di cui anda-
vano in cerca era tornato alla vita. XXVI, 2 Alcuni scel-
lerati miscredenti però pensarono di sottrarre dalla vi-
sta degli uomini questa grotta salvifica, ritenendo, con
un ragionamento insensato, che si potesse in questo mo-
do nascondere la verità. E, dopo aver impiegato tutti i
loro sforzi per trasportare un ammasso di terra che ave-
vano recuperato altrove, con essa occultarono l’intero
luogo, e innalzato così il livello del suolo e copertolo di
pietre, celarono quella grotta divina sotto un gran terra-
280 LOGOÇ G

cwvmati katakruvptouçin. XXVI, 3 ei\qΔ wJç oujdeno;ç auj-


toi'ç leipomevnou, th'ç gh'ç u{perqe deino;n wJç ajlhqw'ç
tafew'na yucw'n ejpiçkeuavzouçi nekrw'n eijdwvlwn, çkov-
tion ΔAfrodivthç ajkolavçtw/ daivmoni muco;n oijko-
domhçavmenoi, ka[peita muçara;ç ejntauqoi' quçivaç ejpi;
bebhvlwn kai; ejnagw'n bwmw'n ejpiçpevndonteç: tauvth/
ga;r movnwç kai; oujk a[llwç to; çpoudaçqe;n eijç e[rgon
a[xein ejnovmizon, eij dia; toiouvtwn ejnagw'n muçagmavtwn
to; çwthvrion a[ntron katakruvyeian. XXVI, 4 ouj ga;r
oi|oiv tΔ h\çan çunievnai oiJ deivlaioi, wJç oujk ei\ce fuvçin
to;n kata; tou' qanavtou brabei'a ajnadhçavmenon kruvfion
katalipei'n to; katovrqwma, oujde; th;n çuvmpaçan tw'n
ajnqrwvpwn oijkoumevnhn laqei'n lavmpwn uJpe;r gh'ç genov-
menoç oJ h{lioç kai; to;n oijkei'on ejn oujranw'/ diippeuvwn
drovmon: touvtou ga;r kreittovnwç yuca;ç ajnqrwvpwn ajllΔ
ouj çwvmata hJ çwthvrioç kataugavzouça duvnamiç tw'n
oijkeivwn tou' fwto;ç marmarugw'n to;n çuvmpanta kate-
plhvrou kovçmon.
XXVI, 5 Plh;n ajlla; tw'n ajqevwn kai; duççebw'n ajn-
drw'n ta; kata; th'ç ajlhqeivaç mhcanhvmata makroi'ç pa-
reteivneto crovnoiç, oujdeivç te tw'n pwvpote, oujc hJgou-
mevnwn, ouj çtrathgw'n, oujk aujtw'n baçilevwn, ejpi; ka-
qairevçei tw'n tetolmhmevnwn eu{rhtai ejpithvdeioç h] mov-
noç ei|ç oJ tw'/ pambaçilei' qew'/ fivloç. XXVI, 6 pneuv-
mati gou'n kavtocoç qeivw/ cw'ron aujto;n ejkei'non to;n
dedhlwmevnon pavçaiç ouj kaqarai'ç u{laiç ejcqrw'n ejpi-
boulai' ç katakekruv f qai lhv q h/ te kai; aj g noiv a / para-
dedomevnon ouj paridwvn, oujde; th'/ tw'n aijtivwn para-

46
Eusebio ricorda qui un tempio di Afrodite e Girolamo fa riferi-
mento alla presenza di una statua di Giove nel luogo della resurrezio-
ne e di una di Venere nel luogo della crocifissione (Epistola, 58, 3).
47
Il ritrovamento del sepolcro di Cristo è interpretato come un se-
gno evidente del favore di Dio nei confronti di Costantino e l’opera-
zione voluta dall’imperatore è presentata come un vero e proprio mi-
racolo e come prova inconfutabile della verità della religione cristia-
LIBRO TERZO 281

pieno. XXVI, 3 In seguito, per non trascurare proprio


nulla, sopra quel cumulo di terra, approntarono un se-
polcro veramente orribile in onore delle anime dei loro
morti idoli, costruendo un oscuro recesso dedicato alla
lussuriosa divinità di Afrodite46 e in quel luogo presero
poi a celebrare sacrifici impuri su altari profani e sacri-
leghi. In questo modo soltanto, e non altrimenti, ritene-
vano che avrebbero realizzato il loro intento, ossia se
avessero tenuto nascosta la grotta salvifica attraverso
tali sacrileghe sozzure. XXVI, 4 Quei miserabili infatti
non erano in grado di capire che era impossibile che Co-
lui che aveva ottenuto il premio della vittoria sulla mor-
te lasciasse occulto il suo successo, così come il sole, le-
vandosi sopra la terra e compiendo il proprio corso nel
cielo non passa certo inosservato, nel suo splendore, alla
vista degli uomini che abitano l’intera l’ecumene. La po-
tenza salvifica infatti illuminando ancor più del sole le
anime, e non i corpi degli uomini, riempiva il cosmo in-
tero con i raggi della sua luce.
XXVI, 5 Nonostante ciò, le manovre di quegli uomini
miscredenti e scellerati contro la verità si protrassero per
lungo tempo, e non si trovava nessuno a quell’epoca, né
tra i governatori né tra i comandanti e neppure tra gli
stessi imperatori, che fosse in grado di porre fine a quan-
to si era osato commettere, a eccezione del solo Costan-
tino, amato dal Dio signore dell’universo. XXVI, 6 Egli,
infatti, colto da ispirazione divina,47 non trascurò il luo-
go testé menzionato e non lasciò che esso fosse conse-
gnato all’oblio e all’ignoranza, occultato, secondo i di-
segni dei nemici, sotto tutto quel materiale impuro, né
cedette alla malvagità dei responsabili, ma, invocato

na. In questa prospettiva il sepolcro di Cristo che riemerge dalle tene-


bre e torna alla luce dopo l’oblio simboleggia la morte e la resurrezio-
ne del Salvatore.
282 LOGOÇ G

cwrhvçaç kakiva/, qeo;n to;n aujtou' çunergo;n ejpikaleçav-


menoç kaqaivreçqai proçtavttei, aujth;n dh; mavliçta
th;n uJpo; tw'n ejcqrw'n memiaçmevnhn ajpolau'çai dei'n
oijovmenoç th'ç tou' panagavqou diΔ aujtou' megalourgiv-
aç. XXVI, 7 a{ma de; proçtavgmati ta; th'ç ajpavthç mh-
canhvmata eijç e[dafoç a[nwqen ajfΔ uJyhlou' katerrivpte-
to, ejluvetov te kai; kaqh/rei'to aujtoi'ç xoavnoiç kai; daiv-
moçi ta; th'ç plavnhç oijkodomhvmata. XXVII ouj mh;n dΔ
ejn touvtoiç ta; th'ç çpoudh'ç i{çtato, ajlla; pavlin baçi-
leu;ç ai[reçqai kai; porrwtavtw th'ç cwvraç ajporrivpteç-
qai tw'n kaqairoumevnwn th;n ejn livqoiç kai; xuvloiç u{lhn
proçtavttei. e[rgon de; kai; tw'/de parhkolouvqei tw'/
lovgw/. ajllΔ oujdΔ ejpi; tou'to movnon proelqei'n ajphvrkei,
pavlin dΔ ejpiqeiavçaç baçileu;ç tou[dafoç aujtov, polu;
tou' cwvrou bavqoç ajnoruvxantaç, aujtw'/ coi÷ povrrw pou
kai; ejxwtavtw luvqroiç a{te daimonikoi'ç ejrrupwmevnon
ejkforei'çqai parakeleuvetai. XXVIII paracrh'ma dΔ ej-
petelei'to kai; tou'to. wJç dΔ e{teron ajnqΔ eJtevrou çtoi-
cei'on oJ kata; bavqouç th'ç gh'ç ajnefavnh cw'roç, aujto;
dh; loipo;n to; çemno;n kai; panavgion th'ç çwthrivou ajna-
çtavçewç martuvrion parΔ ejlpivda pa'çan ajnefaivneto,
kai; tov ¢geÜ a{gion tw'n aJgivwn a[ntron th;n oJmoivan th'ç
tou' çwth'roç ajnabiwvçewç ajpelavmbanen eijkovna. dio; me-
ta; th;n ejn çkovtw/ katavduçin au\qiç ejpi; to; fw'ç prohv/ei
kai; toi'ç ejpi; qevan ajfiknoumevnoiç ejnargh' parei'cen oJ-
ra'n tw'n aujtovqi pepragmevnwn qaumavtwn th;n iJçtoriv-
an, e[rgoiç aJpavçhç gegwnotevroiç fwnh'ç th;n tou'
çwth'roç ajnavçtaçin ¢marturovmenonÜ.
XXIX, 1 Touvtwn dΔ w|de pracqevntwn, aujtivka baçi-
leu;ç novmwn eujçebw'n diatavxeçi corhgivaiç te ajfqovnoiç
oi\kon eujkthvrion qeopreph' ajmfi; to; çwthvrion a[ntron
ejgkeleuvetai plouçiva/ kai; baçilikh'/ deivmaçqai polute-
LIBRO TERZO 283

Dio in suo aiuto, diede ordine che fosse ripulito, nella


persuasione che quella terra contaminata dovesse go-
dere della magnificenza del Dio perfettamente buono,
attraverso la sua opera. XXVI, 7 Non appena venne
dato l’ordine, tutti quegli ingannevoli artifici furono ab-
battuti da cima a fondo e gli edifici della perdizione con
le loro statue e i loro dei furono eliminati e distrutti. XX-
VII Ma il suo impegno non si limitò a questo, e l’impe-
ratore ordinò che fosse rimosso e gettato quanto più di-
stante possibile dal luogo anche il cumulo di pietre e le-
gno che si era creato per effetto della demolizione.
XXVIII Tale disposizione fu tempestivamente realiz-
zata. Ma l’imperatore non si accontentò nemmeno di es-
sere giunto a questo punto, e ispirato da Dio ancora
una volta, fatte scavare le fondamenta stesse fino a una
grande profondità, ordinò che quanto era stato conta-
minato dal sangue dei diabolici sacrifici, insieme alla
terra ammonticchiata, fosse portato fuori, il più lontano
possibile. Anche questa operazione trovò esecuzione
immediata. Come comparve, pietra dopo pietra, lo stra-
to di terra più profondo e finalmente, contro ogni
aspettativa, si mostrò il venerando e santissimo santua-
rio della resurrezione del Salvatore, anche la grotta più
santa tra tutti i luoghi santi riacquistò lo stesso aspetto
che aveva nel momento della Resurrezione. E pertanto,
dopo essere sprofondato nelle tenebre, tornava di nuo-
vo alla luce e permetteva a coloro che vi si approssima-
vano di vedere chiaramente la testimonianza degli
eventi prodigiosi che erano avvenuti in quel luogo, at-
testando con l’evidenza dei fatti più che con qualsiasi
parola la resurrezione del Salvatore.
XXIX, 1 Così si svolsero gli eventi e subito l’impera-
tore ordinò, mediante la promulgazione di leggi pie e at-
traverso generose sovvenzioni, che nei pressi della grot-
ta salvifica fosse edificato un luogo di culto degno di
284 LOGOÇ G

leiva/, wJç a]n ejk makrou' tou'to proteqeimevnoç kai; to;


mevllon e[çeçqai kreivttoni promhqeiva/ teqeamevnoç.
XXIX, 2 toi'ç me;n dh; tw'n ejqnw'n tw'n ejpi; th'ç eJwv/aç
a[rcouçin ajfqovnoiç kai; dayilevçi corhgivaiç uJperfuevç
te kai; mevga kai; plouvçion ajpodeiknuvnai to; e[rgon
diekeleuveto, tw'/ de; th'ç ejkklhçivaç ejpiçkovpw/ tw'/ th-
nikau'ta th'ç ejn ÔIeroçoluvmoiç proeçtw'ti toiavnde ka-
tevpempe grafhvn, diΔ h|ç to; filovqeon th'ç aujtou' yuch'ç
tov te kaqaro;n th'ç eijç to;n çwthvrion lovgon pivçtewç
ejnargevçi fwnai'ç parivçth, tou'ton gravfwn to;n trovpon.

XXX, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


Makarivw./
Toçauvth tou' çwth'roç hJmw'n ejçtin hJ cavriç, wJç mh-
demivan lovgwn corhgivan tou' parovntoç qauvmatoç ajxivan
ei\nai dokei'n: to; ga;r gnwvriçma tou' aJgiwtavtou ejkeivnou
pavqouç uJpo; th'/ gh'/ pavlai kruptovmenon toçauvtaiç ejtw'n
periovdoiç laqei'n, a[criç ou| dia; th'ç tou' koinou' pavntwn
ejcqrou' ajnairevçewç ejleuqerwqei'çi toi'ç eJautou' qerav-
pouçin ajnalavmpein e[melle, pa'çan e[kplhxin wJç ajlh-

48
L’unica descrizione del Santo Sepolcro coeva all’epoca in cui es-
so fu costruito, se si esclude il resoconto del pellegrino di Bordeaux
che visitò il sito nel 333, è quella della Vita di Costantino. Tale testimo-
nianza è stata oggetto di interpretazioni diverse da parte degli studio-
si poiché i vari edifici furono modificati più volte nel corso dei secoli e
oggi non è facile ricostruire quale fosse il suo aspetto originario. Pe-
raltro il racconto di Eusebio non ha la pretesa di essere esaustivo, co-
me egli stesso dichiara quando fa riferimento ai monumenti votivi che
furono collocati all’interno del santuario “il cui aspetto non è possibi-
le descrivere dettagliatamente in questa opera” (infra, p. 295). Questo
può in parte spiegare perché egli non fa menzione della roccia detta
“del Golgota”, citata dal pellegrino di Bordeaux come monticulus
Golgotha e ubicata nei pressi del sepolcro, né delle reliquie della Cro-
ce, il cui ritrovamento è peraltro attribuito alla madre dell’imperatore
da fonti più tarde. Il silenzio riguardo alle reliquie della croce e al Gol-
gota però può anche essere determinato dal fatto che Eusebio, che era
stato influenzato dal pensiero di Origene, non attribuiva grande valo-
re a oggetti fisici quali i luoghi dei Vangeli o le reliquie. L’intero pro-
LIBRO TERZO 285

Dio48 con ricca munificenza imperiale, cosa che peraltro


si riprometteva di fare da lungo tempo, avendo intuito
con straordinaria preveggenza ciò che effettivamente
sarebbe accaduto. XXIX, 2 Diede disposizione ai go-
vernatori delle popolazioni orientali di rendere l’opera
mirabile, imponente e sontuosa, anche con gran dispen-
dio di danaro, e inviò una lettera al vescovo che a quel-
l’epoca presiedeva la Chiesa di Gerusalemme nella qua-
le esprimeva chiaramente la devozione della sua anima
e la schiettezza della sua fede nella parola salvifica, for-
mulandola in questo modo:

XXX Il Vincitore Costantino Massimo Augusto a Ma-


cario49
Tale è la grazia del nostro Salvatore che nessuna prolu-
sione di parole sarebbe all’altezza di illustrare l’evento
prodigioso che si è verificato. Infatti, che il segno della
santissima passione di Cristo sia rimasto nascosto per un
gran numero di anni, celato sotto terra da lungo tempo, fi-
no a quando, grazie alla distruzione del nemico comune a
tutti noi,50 ha potuto risplendere di fronte ai suoi servi or-
mai liberi, è un fatto che davvero supera qualsiasi stupore.

getto della costruzione del santuario, che fu consacrato nel 335 alla
presenza dell’imperatore, è presentato anzitutto come una celebrazio-
ne della resurrezione di Cristo ed è questo aspetto ad essere enfatiz-
zato piuttosto che quello della passione e della morte.
49
Macario era il vescovo di Gerusalemme. La lettera inviatagli da
Costantino contiene alcuni indizi su come l’imperatore rendesse ope-
rative le sue decisioni in merito alla costruzione degli edifici destinati
al culto cristiano: larga parte dei lavori era finanziata dal fisco mentre
i fondi per l’acquisto dei materiali più pregiati provenivano dal suo
patrimonio personale (cfr. R. Krautheimer, The Ecclesiastical Buil-
ding Policy of Constantine, in Costantino il grande dall’antichità all’u-
manesimo, a cura di G. Bonamente e F. Fusco, Macerata 1993, in parti-
colare pp. 514-518).
50
Scil. Licinio.
286 LOGOÇ G

qw'ç uJperbaivnei. XXX, 2 eij ga;r pavnteç oiJ dia; pavçhç


th'ç oijkoumevnhç ei\nai dokou'nteç çofoi; eijç e}n kai; to;
aujto; çunelqovnteç a[xiovn ti tou' pravgmatoç ejqevlwçin
eijpei'n, oujdΔ a]n pro;ç to; bracuvtaton aJmillhqh'nai
dunhvçontai. ejpi; toçouvtw/ pa'çan ajnqrwpivnou logiçmou'
cwrhtikh;n fuvçin hJ tou' qauvmatoç touvtou pivçtiç uJper-
baivnei, o{çw/ tw'n ajnqrwpivnwn ta; oujravnia çunevçthken
ei\nai dunatwvtera. XXX, 3 dia; tou'to gou'n ou|toç ajei;
kai; prw'toç kai; movnoç moi çkopovç, i{nΔ w{çper eJauth;n
oJçhmevrai kainotevroiç qauvmaçin hJ th'ç ajlhqeivaç pivçtiç
ejpideivknuçin, ou{tw kai; aiJ yucai; pavntwn hJmw'n peri;
to;n a{gion novmon çwfroçuvnh/ pavçh/ kai; oJmognwvmoni
proqumiva/ çpoudaiovterai givgnwntai. XXX, 4 o{per dΔ
ou\n pa'çin ei\nai nomivzw fanerovn, ejkei'no mavliçtav ãçeÃ
pepei'çqai bouvlomai, wJç a[ra pavntwn moi ma'llon mev-
lei, o{pwç to;n iJero;n ejkei'non tovpon, o}n qeou' proçtavg-
mati ¢aijçcivçthçÜ eijdwvlou ¢proçqhvkhçÜ w{çper tino;ç ej-
pikeimevnou bavrouç ejkouvfiça, a{gion me;n ejx ajrch'ç qeou'
krivçei gegenhmevnon, aJgiwvteron dΔ ajpofanqevnta ajfΔ ou|
th;n tou' çwthrivou pavqouç pivçtin eijç fw'ç prohvgagen,
oijkodomhmavtwn kavllei koçmhvçwmen.
XXXI, 1 Proçhvkei toivnun th;n çh;n ajgcivnoian ou{tw
diatavxai te kai; eJkavçtou tw'n ajnagkaivwn poihvçaçqai
provnoian, wJç ouj movnon baçilikh;n tw'n aJpantacou' bel-
tivona ajlla; kai; ta; loipa; toiau'ta givneçqai, wJç pavn-
ta ta; ejfΔ eJkavçthç kalliçteuvonta povlewç uJpo; tou'
ktivçmatoç touvtou nika'çqai. XXXI, 2 kai; peri; me;n
th'ç tw'n toivcwn ejgevrçewvç te kai; kalliergivaç Drakil-
lianw'/ tw'/ hJmetevrw/ fivlw/, tw'/ dievponti ta; tw'n lam-
protavtwn ¢ejpavrcwnÜ mevrh, kai; tw'/ th'ç ejparcivaç
a[rconti parΔ hJmw'n ejgkeceirivçqai th;n frontivda
givnwçke. kekevleuçtai ga;r uJpo; th'ç ejmh'ç eujçebeivaç
kai; tecnivtaç kai; ejrgavtaç kai; pavnqΔ, o{ça per eijç
th;n oijkodomh;n ajnagkai'a tugcavnein para; th'ç çh'ç ka-
LIBRO TERZO 287

XXX, 2 Se infatti tutti coloro che nell’intera ecumene han-


no fama di essere saggi, riuniti in un solo luogo, deside-
rassero dire qualcosa di degno di ciò che è avvenuto, non
sarebbero in grado di misurarsi neppure con una minima
parte di esso. La fede in questo miracolo sovrasta le fa-
coltà naturali del pensiero umano, tanto quanto si ricono-
sce che il divino sia superiore all’umano. XXX, 3 Per
questo dunque mi sono proposto un unico e prioritario
obiettivo, ossia che nello stesso modo in cui la vera fede
dà prova di sé ogni giorno con nuovi miracoli, così anche
le anime di noi tutti divengano sempre più sollecite nei
confronti della santa legge con la più grande serietà e con
unanime impegno. XXX, 4 Desidero persuaderti soprat-
tutto di ciò che mi sembra sia evidente a tutti, e che è in ci-
ma ai miei pensieri, ossia della necessità di ornare con bel-
le costruzioni quel luogo santo che, per ordine divino, io
ho liberato della vergognosissima appendice di un idolo,
che incombeva su di esso come una sorta di fardello, e che
fin dal principio era santo per volontà divina ma si è rive-
lato ancora più santo dal momento in cui ha portato alla
luce la testimonianza della passione del Salvatore.
XXXI, 1 Conviene pertanto che la tua perspicacia si
preoccupi di dare disposizioni in tal senso e che tu prov-
veda a compiere tutto ciò che è necessario, in modo che,
non solo la basilica ma anche gli edifici annessi siano più
belli di qualsiasi costruzione in qualunque altro luogo e
che tutti i più splendidi santuari in qualsiasi città siano
superati da tale opera. XXXI, 2 Sappi anche che la cura
e il buon esito della ricostruzione delle mura sono state
da me affidate al nostro amico Dracilliano 51 che ricopre
la carica di prefetto illustrissimo e al governatore della
provincia. La mia pia devozione ha predisposto infatti
che essi inviino subito con sollecitudine gli artigiani, gli
operai e tutto quanto, a tua discrezione, sia necessario al-

51
Dracilliano era prefetto del pretorio in Oriente nel 326.
288 LOGOÇ G

tamavqoien ajgcinoivaç, paracrh'ma dia; th'ç ejkeivnwn


pronoivaç ajpoçtalh'nai. XXXI, 3 peri; de; tw'n kiovnwn
ei[tΔ ou\n marmavrwn, a} dΔ a]n nomivçeiaç ei\nai timiwvte-
rav te kai; crhçimwvtera, aujto;ç çunovyewç genomevnhç
pro;ç hJma'ç gravyai çpouvdaçon, i{nΔ o{çwn dΔ a]n kai; oJ-
poivwn creivan ei\nai dia; tou' çou' gravmmatoç ejpignw'-
men, tau'ta pantacovqen metenecqh'nai dunhqh'/: to;n
ga;r tou' kovçmou qaumaçiwvteron tovpon katΔ ajxivan fai-
druvneçqai divkaion. XXXII, 1 th;n de; th'ç baçilikh'ç
kamavran povteron lakwnarivan h] diΔ eJtevraç tino;ç ejr-
gaçivaç genevçqai çoi dokei', para; çou' gnw'nai bouvlo-
mai. eij ga;r lakwnariva mevlloi ei\nai, dunhvçetai kai;
cruçw'/ kallwpiçqh'nai. XXXII, 2 to; leipovmenon, i{nΔ hJ
çh; oJçiovthç toi'ç proeirhmevnoiç dikaçtai'ç h|/ tavcoç
gnwriçqh'nai poihvçh/, o{çwn tΔ ejrgatw'n kai; tecnitw'n
kai; ajnalwmavtwn creiva, kai; pro;ç ejme; eujqevwç ajne-
negkei'n çpoudavçh/ ouj movnon peri; tw'n marmavrwn te
kai; kiovnwn, ajlla; kai; peri; tw'n lakwnariw'n, ei[ge tou'-
to kavllion ejpikrivneien.
ÔO qeovç çe diafulavxoi, ajdelfe; ajgaphtev.

XXXIII, 1 Tau'ta me;n e[grafe baçileuvç: a{ma de; lovgw/


diΔ e[rgwn ejcwvrei ta; proçtetagmevna, kai; dh; katΔ auj-
to; to; çwthvrion martuvrion hJ neva kateçkeuavzeto ΔIe-
rouçalhvm, ajntiprovçwpoç th'/ pavlai bowmevnh/, h} meta;
th;n kurioktovnon miaifonivan ejrhmivaç ejpΔ e[çcata peri-
trapei'ça divkhn e[tiçe duççebw'n oijkhtovrwn. XXXIII, 2
tauvthç dΔ ou\n a[ntikruç baçileu;ç th;n kata; tou' qanav-
tou çwthvrion nivkhn plouçivaiç kai; dayilevçin ajnuvyou

52
In questo passo compare un concetto che sarà assai ricorrente
nel contesto della polemica antigiudaica, ossia che una “nuova” Geru-
salemme cristiana viene costruita in contrapposizione all’antica. L’ag-
gettivo ajntiprovswpoı (contrapposta) e poco più avanti l’avverbio
a[ntikruı (di fronte) non si riferiscono solo alla posizione geografica
degli edifici sacri fatti costruire dall’imperatore di fronte alle rovine
LIBRO TERZO 289

la costruzione, non appena ne siano stati informati.


XXXI, 3 Per quanto riguarda le colonne e i marmi, dopo
averne preso visione tu stesso, abbi cura di comunicarci
per iscritto ciò che consideri più pregiato e più adatto, in
modo che, quando avremo appreso dalla tua missiva di
quali materiali ci sia bisogno e in che quantità, noi li si
possa far arrivare da qualsiasi parte. XXXII, 1 È giusto
infatti che il luogo più meraviglioso del mondo sia ador-
nato degnamente. XXXII, 2 Voglio inoltre sapere da te
se ritieni che la volta della basilica debba essere costruita
a lacunari o con qualche altra tecnica. Se infatti sarà a la-
cunari potrà anche essere rivestita d’oro. Quanto al resto
la tua santità farà sapere quanto prima ai suddetti fun-
zionari quale sia la quantità di artigiani e di operai e
l’ammontare delle spese necessarie e avrà cura di infor-
marmi quanto prima non solo per ciò che riguarda i mar-
mi e le colonne, ma anche i lacunari, se questa appaia la
soluzione più bella.
Che Dio ti custodisca, amato fratello.

XXXIII, 1 Questo è quanto scriveva l’imperatore, e non


appena egli dava disposizioni i suoi ordini trovavano im-
mediata realizzazione; così proprio presso il sepolcro
del Salvatore fu fondata la nuova Gerusalemme,52 con-
trapposta a quella antica e celebrata che, dopo la san-
guinaria uccisione di Cristo, abbattuta fino alla rovina
più estrema, espiò la colpa dei suoi empi abitanti.
XXXIII, 2 Di fronte a essa l’imperatore esaltò con ricca
e generosa munificenza la salvifica vittoria sulla morte,
che in un certo senso era già stata preannunciata dagli

del Tempio di Gerusalemme, ma anche a una contrapposizione ideale


rispetto a esse. In questa prospettiva si può forse spiegare la scelta di
Costantino e dei suoi successori cristiani di lasciare intatte le rovine,
perché restassero a monito, senza ricostruire nulla al di sopra di esse.
290 LOGOÇ G

filotimivaiç, tavca pou tauvthn ou\çan th;n dia; profh-


tikw'n qeçpiçmavtwn kekhrugmevnhn kainh;n kai; nevan ΔIe-
rouçalhvm, h|ç pevri makroi; lovgoi muriva diΔ ejnqevou
pneuvmatoç qeçpivzonteç ajnumnou'çi: XXXIII, 3 kai; dh;
tou' panto;ç w{çper tina; kefalh;n prw'ton aJpavntwn to;
iJero;n a[ntron ejkovçmei: mnh'ma dΔ h\n aijwnivou mnhvmhç
gevmon, tou' megavlou çwth'roç ta; kata; tou' qanavtou
perievcon trovpaia, mnh'ma qeçpevçion, parΔ w|/ fw'ç ejxaç-
travptwn potΔ a[ggeloç th;n dia; tou' çwth'roç ejndeiknu-
mevnhn paliggeneçivan toi'ç pa'çin eujhggelivzeto.
XXXIV Tou'to me;n ou\n prw'ton wJçanei; tou' panto;ç
kefalh;n ejxairevtoiç kivoçi kovçmw/ te pleivçtw/ kate-
poivkillen hJ baçilevwç filotimiva, pantoivoiç kallwpivç-
maçi to; çemno;n a[ntron faidruvnouça. XXXV dievbaine
dΔ eJxh'ç ejpi; pammegevqh cw'ron eijç kaqaro;n ¢aijqevraÜ
ajnapeptamevnon, o}n dh; livqoç lampro;ç kateçtrwmevnoç
ejpΔ ejdavfouç ejkovçmei, makroi'ç peridrovmoiç çtow'n ejk
tripleuvrou periecovmenon. XXXVI, 1 tw'/ ga;r katanti-
kru; pleurw'/ tou' a[ntrou, o} dh; pro;ç ajnivçconta h{lion eJw-v
ra, oJ baçivleioç çunh'pto newvç, e[rgon ejxaivçion eijç u{yoç
a[peiron hjrmevnon mhvkouç te kai; plavtouç ejpi; plei'çton
eujrunovmenon: ou| ta; me;n ei[çw øth'ç oijkodomivaçØ u{lhç
marmavrou poikivlhç diekavlupton plakwvçeiç, hJ dΔ ejkto;ç
tw'n toivcwn o[yiç xeçtw'/ livqw/ tai'ç pro;ç e{kaçton aJrmo-
gai'ç çunhmmevnw/ lamprunomevnh uJperfuevç ti crh'ma kavl-
louç th'ç ejk marmavrou proçovyewç oujde;n ajpodevon pa-
rei'cen. XXXVI, 2 a[nw de; pro;ç aujtoi'ç ojrovfoiç ta; me;n
ejkto;ç dwvmata molivbou perievfratten u{lh, o[mbrwn ajç-
fale;ç e[ruma ceimerivwn, ta; de; th'ç ei[çw çtevghç glu-
53
Apocalisse, 3, 12b; 21, 2a.
54
Il punto focale dell’intero complesso fatto costruire da Costanti-
no era il luogo del sepolcro di Cristo, che fu circondato da colonne e
sormontato da un’edicola. Più tardi, probabilmente dopo la consacra-
zione della basilica, e comunque non all’epoca in cui Eusebio redasse
la Vita di Costantino, sopra la tomba fu costruita una rotonda, chiama-
ta dell’Anastasi, (Resurrezione). Altre fonti (il pellegrino di Bor-
deaux, Cirillo di Gerusalemme e la Peregrinatio Aegeriae) menziona-
LIBRO TERZO 291

oracoli dei profeti quale una nuova e seconda Gerusa-


lemme, a lungo esaltata negli elogi, innumerevoli e ispi-
rati da Dio, che la preconizzano.53 XXXIII, 3 Adornò
prima di tutto la santa grotta, che era il punto più im-
portante dell’intero luogo: era infatti il sepolcro carico
di eterna memoria, che recava in sé il trofeo della vitto-
ria del grande Salvatore sulla morte, il sepolcro divino
presso il quale un tempo l’angelo splendente di luce die-
de a tutti il lieto annuncio della resurrezione rivelatasi
attraverso il Salvatore.
XXXIV Così dunque la munificenza dell’imperatore
abbellì prima di tutto questo luogo,54 che era appunto il
centro principale, adornandolo con colonne di gran pre-
gio e con la massima eleganza, facendo risplendere la
santa grotta di ogni sorta di ornamenti. XXXV Poi pas-
sò a occuparsi dell’immenso spazio che si estendeva a
cielo aperto, che adornò di una splendida pietra con cui
fece lastricare il pavimento; sui tre lati l’area fu circonda-
ta da lunghi porticati.55 XXXVI, 1 La basilica era colle-
gata al lato opposto alla grotta, quello che guardava a le-
vante, ed era un’opera straordinaria che svettava verso
l’alto a perdita d’occhio e si estendeva enormemente sia
in larghezza che in lunghezza; lastre di marmo policromo
ne rivestivano l’interno, mentre l’aspetto delle mura
esterne, che risplendevano di una pietra levigata e unifor-
me in tutte le sue giunture, offriva uno spettacolo porten-
toso, in nulla inferiore alla vista della bellezza del marmo.
XXXVI, 2 In alto, verso il soffitto, la parte esterna del tet-
to era ricoperta di piombo, sicuro riparo dalle piogge in-
vernali, all’interno invece la copertura di lacunari inta-

no un battistero che probabilmente sorgeva nei pressi della rotonda


dell’Anastasi (cfr. J.Patrich, The Early Church of the Holy Sepulchre
in the Light of Excavations and Restoration, p. 212, in Y. Tsafir, Ancient
Churches Revealed, Gerusalemme 1993).
55
Si tratta dei porticati che delimitavano la corte che collegava il
sito della tomba di Cristo alla basilica vera e propria.
292 LOGOÇ G

fai'ç fatnwmavtwn ajphrtiçmevna kai; w{çper ti mevga pev-


lagoç kaqΔ o{lou tou' baçileivou oi[kou çunecevçi tai'ç
pro;ç ajllhvlaç çumplokai'ç ajneurunovmena, cruçw'/ te
diaugei' diΔ o{lou kekallummevna, fwto;ç oi|a marmaru-
gai'ç to;n pavnta new;n ejxaçtravptein ejpoivei.
XXXVII ΔAmfi; dΔ eJkavtera ta; pleura; dittw'n
çtow'n, ajnageivwn te kai; katageivwn, divdumoi paraçtav-
deç tw'/ mhvkei tou' new; çunexeteivnonto, cruçw'/ kai; au|tai
tou;ç ojrovfouç pepoikilmevnai: w|n aiJ me;n ejpi; proçwvpou
tou' oi[kou kivoçi pammegevqeçin ejphreivdonto, aiJ dΔ ei[çw
tw'n e[mproçqen uJpo; peççoi'ç ajnhgeivronto polu;n to;n
e[xwqen peribeblhmevnoiç kovçmon. puvlai de; trei'ç pro;ç
aujto;n ajnivçconta h{lion eu\ diakeivmenai ta; plhvqh tw'n
ei[çw feromevnwn uJpedevconto. XXXVIII touvtwn dΔ
a[ntikruç to; kefavlaion tou' panto;ç hJmiçfaivrion h\n ejpΔ
a[krou tou' baçileivou oi[kou tetagmevnon, o} dh; duokaiv-
deka kivoneç ejçtefavnoun, toi'ç tou' çwth'roç ajpoçtovloiç
ijçavriqmoi, krath'rçi megivçtoiç ejx ajrguvrou pepoihmev-
noiç ta;ç korufa;ç koçmouvmenoi, ou}ç dh; baçileu;ç aujto;ç
ajnavqhma kavlliçton ejdwrei'to tw'/ aujtou' qew'/. XXXIX
e[nqen de; proi>ovntwn ejpi; ta;ç pro; tou' new; keimevnaç
eijçovdouç ai[qrion dielavmbanen a[llo. ejxevdrai dΔ h\çan
ejntauqoi' parΔ eJkavtera, kai; aujlh; prwvth çtoaiv tΔ ejpi;
tauvth/, kai; ejpi; pa'çin aiJ au[leioi puvlai, meqΔ a}ç ejpΔ
aujth'ç mevçhç plateivaç øajgora'çØ ta; tou' panto;ç propuv-
laia filokavlwç hjçkhmevna toi'ç th;n ejkto;ç poreivan
poioumevnoiç kataplhktikh;n parei'con th;n tw'n e[ndon
¢oJrwmevnwnÜ qevan.

56
Il soffitto a cassettoni è un elemento tipico delle prime chiese
cristiane. Eusebio descrive poi la struttura della basilica che era com-
posta da cinque navate, delimitate da un doppio ordine di colonne e
aveva tre porte d’ingresso sul lato orientale, mentre il lato occidenta-
le, dalla parte della corte menzionata in questo stesso paragrafo, era
chiuso da un abside, o “emisfero” (cfr. infra, n. 57).
57
L’“emisfero” doveva essere il fulcro della basilica, ma su come si
LIBRO TERZO 293

gliati era stata eseguita alla perfezione e si espandeva in


fitti intrecci come un immenso mare lungo l’intero corpo
della basilica e, ornata com’era di limpido oro, faceva ri-
splendere tutto il tempio di bagliori di luce.56
XXXVII Su entrambi i lati, per tutta la lunghezza del
tempio, si estendeva un porticato doppio con due ordini
di colonne uno inferiore e uno superiore, anch’esso con
la volta ornata d’oro. Il porticato sulla fronte della basi-
lica poggiava su colonne di proporzioni gigantesche,
quello corrispondente all’interno si ergeva sotto piloni
rivestiti in superficie da sontuosi ornamenti. Tre porte
ben orientate a levante accoglievano la moltitudine di
quanti si recavano all’interno. XXXVIII Di fronte a es-
se si trovava l’emisfero,57 ossia il punto focale dell’intera
costruzione, posto alla sommità della basilica, lo cinge-
vano dodici colonne, in numero corrispondente a quello
degli apostoli del Salvatore, che erano ornate, alla loro
sommità da enormi crateri d’argento che l’imperatore
stesso dedicò al proprio Dio come splendida offerta vo-
tiva. XXXIX Di lì, proseguendo verso gli ingressi posti
innanzi al tempio si distaccava un altro atrio.58 Su en-
trambi i suoi lati si trovava un’esedra, e prima c’era un
cortile con dei porticati e, oltre questo complesso archi-
tettonico, erano collocate le porte dell’atrio, al di là del-
le quali, proprio nel mezzo dell’ampia piazza, i propilei
foggiati con eleganza offrivano a chi procedeva verso
l’uscita lo spettacolo sbalorditivo di quanto si poteva ve-
dere all’interno.

presentasse e su quale fosse la sua funzione architettonica e simbolica


esistono interpretazioni assai controverse, si trattava probabilmente
dell’abside (cfr. Patrich, cit., p. 111), ma è stato anche sostenuto che
fosse una cupola sovrastante la basilica o un ciborio.
58
Davanti all’ingresso della basilica si apriva lo spazio riservato ai
catecumeni.
294 LOGOÇ G

XL Tovnde me;n ou\n to;n new;n çwthrivou ajnaçtavçewç


ejnarge;ç ajnivçth martuvrion baçileuvç, plouçiva/ kai; baçi-
likh'/ kataçkeuh'/ to;n çuvmpanta katafaidruvnaç, ejkovçmei
dΔ aujto;n ajdihghvtoiç kavlleçi pleivçtwn o{çwn ajnaqh-
mavtwn, cruçou' kai; ajrguvrou kai; livqwn polutelw'n ejn
diallattouvçaiç u{laiç, w|n th;n kata; mevroç ejpiçkeuh;n
filotevcnwç eijrgaçmevnhn megevqei te kai; plhvqei kai;
poikilivaiç ouj çcolh; nu'n ejpexievnai tw'/ lovgw/.
XLI, 1 ΔApolabw;n dΔ ejntauqoi' cwvraç eJtevraç duçi;n
a[ntroiç muçtikoi'ç tetimhmevnaç, plouçivaiç kai; tau'ta
filotimivaiç ejkovçmei: tw'/ me;n th'ç prwvthç tou' çwth'roç
qeofaneivaç a[ntrw/, e[nqa dh; kai; ta; th'ç ejnçavrkou ge-
nevçewç uJpevçth, ta;ç katallhvlouç nevmwn timavç, tw'/ de;
th'ç eijç oujranou;ç ajnalhvyewç th;n ejpi; th'ç ajkrwreivaç
mnhvmhn çemnuvnwn. XLI, 2 kai; tau'ta de; filokavlwç ej-
tivma, th'ç aujtou' mhtrovç, h} toçou'ton ajgaqo;n tw'/ tw'n
ajnqrwvpwn dihkonhvçato bivw/, diaiwnivzwn XLII, 1 th;n
mnhvmhn. ejpeidh; ga;r au{th tw'/ pambaçilei' qew'/ to; th'ç
eujçebou'ç diaqevçewç ajpodou'nai crevoç e[rgon ejpoihvçato,
ejfΔ uiJw/' te baçilei' toçouvtw/ paiçiv te aujtou' kaivçarçi
qeofileçtavtoiç, eJauth'ç ejkgovnoiç, ta; cariçthvria dei'n

59
Scil. la grotta di Betlemme. Benché la Chiesa della Natività che
sorge in questo luogo risalga, nel suo aspetto attuale, all’epoca giusti-
nianea, è stato possibile ricostruire il suo assetto originario, che corri-
sponde a una più antica struttura del IV secolo, fatta edificare da Co-
stantino, probabilmente dietro richiesta della madre. Era una basilica
chiusa da una sorta di abside ottagonale, eretto esattamente sul sito
della grotta della Natività e coperto da un tetto conico di legno (cfr.
Tsafir, The development of Ecclesiastical Achitecture in Palestine, p. 8
in Tsafir, cit.). L’edificio, coevo alla chiesa del Santo Sepolcro, fu con-
sacrato nel 339.
60
Scil. il monte degli Ulivi. Anche la chiesa che sorgeva in corri-
spondenza del luogo in cui Cristo si sedette con i discepoli fu costruita
per volontà di Costantino ed Elena e fu chiamata Eleona dal nome
greco del sito (ΔElaiwvn). Benché ne sopravvivano solo le fondamenta
è stato possibile ricostruire in qualche misura il suo aspetto originario
(cfr. Tsafir, cit., pp. 7-8) che doveva corrispondere a quello di una basi-
LIBRO TERZO 295

XL L’imperatore fece costruire il santuario come te-


stimonianza evidente della resurrezione del Salvatore,
rendendo splendido il tutto con ricchi arredi imperiali e
lo ornò anche di un gran numero di doni votivi di bel-
lezza indicibile, d’oro, d’argento e di pietre preziose, ese-
guiti nei materiali più diversi e impeccabilmente foggia-
ti sia nelle proporzioni sia nella quantità sia nella va-
rietà, l’aspetto dei quali non è possibile descrivere det-
tagliatamente in questa opera.
XLI, 1 Quando venne a sapere che esistevano nella
zona altri luoghi venerati dove si trovavano due grotte
sacre, adornò anche queste con ricca prodigalità. Attri-
buì gli onori adeguati all’antro in cui il Salvatore si mo-
strò per la prima volta,59 là dove egli nacque e si fece
uomo, e nell’altro luogo sacro intese celebrare il ricor-
do dell’ascensione al cielo che avvenne sulla cima del
monte.60 XLI, 2 Volle onorare adeguatamente questi
siti per perpetuare la memoria della propria madre,61
che aveva procurato grandi benefici al genere umano.
XLII, 1 Infatti quando questa si apprestò a pagare a
Dio signore dell’universo il debito della sua pietà reli-
giosa, ritenne che fosse suo dovere ringraziarlo con pre-
ghiere perché le aveva dato come figlio un imperatore
tanto grande e come nipoti i suoi figli, cesari carissimi a

lica a tre navate, preceduta da un atrio circondato con porticati, e chiu-


sa da un abside esterno.
61
Eusebio dedica ampio spazio alla celebrazione di Elena, madre di
Costantino. Elena fu la prima moglie, o forse la concubina di Costanzo,
fino al momento in cui egli la ripudiò in favore di Teodora, figlia di
Massimiano. Più tardi essa assunse un ruolo pubblico a fianco del fi-
glio, in particolare dopo il 326, quando ebbe inizio il suo pellegrinaggio
in Terra Santa, che durò due o tre anni. Il viaggio di Elena è probabil-
mente da mettere in relazione con la condanna a morte di Crispo, figlio
di Costantino, decretata dal sovrano stesso, e con l’uccisione (o il suici-
dio) di Fausta, moglie dell’imperatore, ed ebbe pertanto una funzione
implicitamente espiatoria. Naturalmente Eusebio non menziona né
Crispo né Fausta, e sottolinea invece lo zelo religioso della sovrana e la
devozione filiale mostrata da Costantino nei suoi confronti.
296 LOGOÇ G

w[/eto diΔ eujcw'n ajpoplhrw'çai, h|ke dh; çpeuvdouça nea-


nikw'ç hJ prevçbuç, uJperballouvçh/ fronhvçei th;n ajxiav-
gaçton ajniçtorhvçouça gh'n e[qnh te ta; eJw'/a kai; dhv-
mouç oJmou' kai; laou;ç baçilikh'/ promhqeiva/ ejpoyomevnh.
XLII, 2 wJç de; toi'ç bhvmaçi toi'ç çwthrivoiç th;n prev-
pouçan ajpedivdou proçkuvnhçin, ajkolouvqwç profhtikw'/
lovgw/, favnti ÃÃproçkunhvçwmen eijç to;n tovpon, ou|
e[çthçan oiJ povdeç aujtou'ãã, th'ç oijkeivaç eujçebeivaç kar-
po;n kai; toi'ç metevpeita paracrh'ma katelivmpanen.
XLIII, 1 Aujtivka dΔ ou\n tw'/ proçkunhqevnti qew'/ duvo
new;ç ajfievrou, to;n me;n pro;ç tw'/ th'ç gennhvçewç
a[ntrw/, to;n dΔ ejpi; tou' th'ç ajnalhvyewç o[rouç. kai;
ga;r kai; gevnnhçin uJpomei'nai oJ meqΔ hJmw'n qeo;ç diΔ hJ-
ma'ç hjnevçceto, kai; tovpoç aujtou' th'ç ejnçavrkou
gennhvçewç ojnomaçti; parΔ ÔEbraivoiç hJ Bhqlee;m ejkh-
ruvtteto. XLIII, 2 dio; dh; baçili;ç hJ qeoçebeçtavth th'ç
qeotovkou th;n kuvhçin mnhvmaçi qaumaçtoi'ç katekovç-
mei, pantoivwç to; th'/de iJero;n a[ntron faidruvnouça,
baçileu; ç de; mikro; n u{ ç teron baçilikoi' ç aj n aqhv m açi
kai; tauv t hn ej t iv m a, toi' ç ej x aj r guv r ou kai; cruçou'
keimhlivoiç peripetavçmaçiv te poikivloiç ta;ç th'ç mhtro;ç
ejpauvxwn filokalivaç. XLIII, 3 pavlin dΔ hJ me;n baçi-
levwç mhvthr th'ç eijç oujranou;ç poreivaç tou' tw'n o{lwn
çwth'roç ejpi; tou' tw'n ejlaiw'n o[rouç th;n mnhvmhn
ejphrmevnaiç oijkodomivaiç ajnuvyou, a[nw pro;ç tai'ç ajkrw-
reivaiç para; th;n tou' panto;ç o[rouç korufh;n iJero;n
oi\kon ejkklhçivaç ajnegeivraça, newvn te kajntau'qa
proçeukthvrion tw'/ ta;ç aujtovqi diatriba;ç eJlomevnw/
çwth'ri çuçthçamevnh, ejpei; kajntau'qa lovgoç ajlhqh;ç
katevcei ejn aujtw'/ a[ntrw/ tou;ç aujtou' qiaçwvtaç muei'n
ta;ç ajporrhvtouç teleta;ç to;n tw'n o{lwn çwth'ra.
XLIII, 4 baçileu;ç de; kajntau'qa pantoivoiç ajnaqhvmaçiv
te kai; kovçmoiç to;n mevgan ejgevraire baçileva.

62
Salmi, 131, 7b.
63
Il riferimento è al discorso apocalittico di Gesù in Matteo, 24, 4-25.
LIBRO TERZO 297

Dio, e l’anziana donna giunse con entusiasmo giovani-


le, nella sua straordinaria saggezza a conoscere quella
terra mirabile e a visitare le province e le popolazioni
orientali con premura regale. XLII, 2 Come ebbe reso
il dovuto omaggio alle vestigia del Salvatore, in modo
conforme al detto dei Profeti ‘prostriamoci nel luogo in
cui si posarono i suoi piedi’,62 lasciò dietro di sé, per le
generazioni a venire, il frutto della sua pietà religiosa.
XLIII, 1 Subito consacrò al Dio da lei venerato due
templi, l’uno nei pressi della grotta che vide la nascita di
Cristo, l’altro sul monte dell’ascensione. Infatti il Dio
che è con noi, a causa nostra accettò di farsi uomo, e il
luogo dove avvenne la sua nascita nella carne in ebraico
si chiama Betlemme. XLIII, 2 Così la piissima impera-
trice intese onorare con meravigliosi monumenti il par-
to della madre di Dio, rendendo splendida con ogni
mezzo la grotta sacra che si trovava in quel luogo, e do-
po poco tempo, anche l’imperatore rese onore a questo
sito con offerte votive imperiali, aggiungendo ai genero-
si donativi della madre suppellettili d’oro e d’argento e
arazzi variopinti. XLIII, 3 E ancora, la madre dell’im-
peratore esaltò la memoria dell’ascesa al cielo del Sal-
vatore dell’universo sul Monte degli Ulivi, facendovi co-
struire edifici superbi e innalzando, quasi sulla cima del
monte, nella costa più alta, il sacro edificio di una chiesa
e, sempre nel medesimo luogo, edificò un santuario di
preghiera in onore del Salvatore che fece sosta proprio
in quel luogo, poiché, secondo quanto attesta un raccon-
to veritiero63 lì, in quella stessa grotta, il Salvatore del-
l’universo iniziò i suoi discepoli ai misteri ineffabili.
XLIII, 4 Anche qui l’imperatore celebrò il sommo So-
vrano con ogni sorta di offerte votive.
298 LOGOÇ G

Kai; dh; duvo tau'ta mnhvmhç ejpavxia aijwnivou çemna;


kai; perikallh' kaqierwvmata ejpi; duvo muçtikw'n a[ntrwn
ÔElevnh aujgouvçta qew'/ tw'/ aujth'ç çwth'ri, qeofilou'ç
baçilevwç qeofilh;ç mhvthr, eujçebou'ç tekmhvria dia-
qevçewç i{druto, dexia;n aujth'/ baçilikh'ç ejxouçivaç tou'
paido;ç paraçcomevnou. XLIII, 5 karpo;n dΔ ejpavxion hJ
prevçbuç oujk eijç makro;n ajpelavmbanen, ajgaqoi'ç me;n
a{paçi to;n pavnta th'ç zwh'ç crovnon ejpΔ aujtw'/ ghvraoç
oujdw'/ diaperanamevnh, lovgoiç de; kai; e[rgoiç tw'n çwth-
rivwn paraggelmavtwn eujqalei'ç paraçcomevnh blaçtouvç,
ka[peiqΔ ou{tw bivon eujçtalh' kai; a[lupon çwvmatoç oJmou'
kai; yuch'ç ejn ejrrwmevnw/ fronhvmati dianuvçaça, ejfΔ oi|ç
kai; tevloç eujçebeivaç ejpavxion ajgaqhvn te para; qeou' aj-
moibh;n kajpi; tou' parovntoç eu{rato bivou.
XLIV Th;n gavr toi çuvmpaçan eJwa /v n megaloprepeiva/
baçilikh'ç ejxouçivaç ejmperielqou'ça, muriva me;n ajqrovwç
toi'ç kata; povlin ejdwrei'to dhvmoiç ijdiva/ te tw'n
proçiovntwn eJkavçtw/, muriva de; kai; toi'ç çtratiwtikoi'ç
tavgmaçi dexia'/ megaloprepei' dievneme, plei'çtav qΔ o{ça
pevnhçi gumnoi'ç kai; ajperiçtavtoiç ejdivdou, toi'ç me;n
crhmavtwn dovçeiç poioumevnh, toi'ç de; ta; pro;ç th;n tou'
çwvmatoç çkevphn dayilw'ç ejparkou'ça, eJtevrouç ajphvl-
latte deçmw'n metavllwn te kakopaqeiva/ talaipwroumev-
nouç, hjleuqevrou te pleonektoumevnouç, kai; pavlin
a[llouç ejxorivaç ajnekalei'to. XLV toiouvtoiç dh'ta lam-
prunomevnh oujde; th'ç a[llhç pro;ç to;n qeo;n oJçivaç katw-
ligwvrei, foitw'çan me;n aujth;n ejn th'/ ejkklhçiva/ tou' qeou'
dia; panto;ç oJra'çqai parevcouça, lamproi'ç de; katakoç-
mou'ça keimhlivoiç tou;ç eujkthrivouç oi[kouç, mhde; tou;ç
ejn tai'ç bracutavtaiç povleçi parorw'ça naouvç. h\n gou'n

64
Espressione omerica, cfr. Iliade 22. 60. Elena, secondo quanto af-
ferma Eusebio (cfr. infra, 46, 1 e n. 66, p. 300), aveva circa ottant’anni
quando morì.
65
Il soggiorno di Elena in Terra Santa ebbe un carattere ufficiale:
la sovrana (che era stata già insignita del titolo di Augusta Imperatrix
in occasione del ventennale del regno) nel corso della sua visita distri-
LIBRO TERZO 299

L’imperatrice Elena, pia madre di un pio imperatore,


fondò così, in onore del suo Dio Salvatore questi due
magnifici e splendidi santuari degni di eterna memoria
presso le due grotte sante, a testimonianza del suo fer-
vore religioso e in questo frangente il figlio le offrì il so-
stegno dell’autorità imperiale. XLIII, 5 Non molto tem-
po più tardi, l’anziana imperatrice raccolse il frutto dei
suoi sforzi: dopo aver trascorso l’intero corso della sua
vita fino al limite estremo della vecchiaia64 circondata
da ogni bene, e dopo aver diffuso, sia con le parole che
con i fatti, i rigogliosi germogli dei precetti del Salvato-
re, al termine di una vita serena e senza affanni, con no-
tevole forza del corpo e dello spirito, per questi motivi,
ottenne da Dio anche una morte degna del suo ardore
religioso ed ebbe la giusta ricompensa già nella sua vita
terrena.
XLIV Visitò infatti tutto l’Oriente nella magnificen-
za della sua dignità imperiale65 e beneficò con innume-
revoli donativi sia le popolazioni nel loro insieme, città
per città, sia i singoli individui che si rivolgevano a lei;
distribuì elargizioni anche agli eserciti con mano muni-
fica, e fece moltissime offerte ai poveri ignudi e inermi,
rifornendo alcuni di danaro e offrendo con generosità
ad altri le vesti per riparare il corpo, liberò altri ancora
che erano oppressi dalle sofferenze del carcere e delle
miniere, affrancò quanti erano vittime di abusi, altri, in-
fine, li richiamò dall’esilio. XLV Benché rivelasse la sua
munificenza attraverso queste iniziative, non trascurò
certamente gli altri aspetti della devozione divina, mo-
strandosi un’assidua frequentatrice della chiesa di Dio e
ornando con splendidi arredi i luoghi di preghiera, sen-
za tralasciare i templi delle città più piccole. Si poteva

buì donativi ai soldati, alla popolazione e alle Chiese. Eusebio ricorda


che in questa occasione Costantino le diede piena facoltà di disporre
del tesoro imperiale (cfr. infra, 47, 3).
300 LOGOÇ G

oJra'n th;n qaumaçivan ejn çemnh'/ kai; eujçtalei' peribolh'/


tw'/ plhvqei çunagelazomevnhn thvn te pro;ç to; qei'on euj-
lavbeian dia; pavçhç qeofilou'ç pravxewç ejpideiknumevnhn.
XLVI, 1 ΔEpei; de; loipo;n ta; th'ç aujtavrkouç dia-
nuvçaça zwh'ç ejpi; th;n kreivttona lh'xin ejkalei'to, çce-
dovn pou th'ç hJlikivaç ajmfi; tou;ç ojgdohvkonta ejniautou;ç
diarkevçaça, pro;ç aujtw'/ genomevnh tw'/ tevlei çunetavtte-
to kai; dietivqeto, ejpi; monogenei' uiJw/' baçilei' monavrcw/
koçmokravtori paiçiv te touvtou kaivçarçin, eJauth'ç ejk-
govnoiç, th;n uJçtavthn boulh;n diorizomevnh, dianevmouçav
te tw'n ejkgovnwn eJkavçtw/ th'ç oijkeivaç uJpavrxewç, o{çh
tiç aujth'/ kaqΔ o{lhç uJph'rxe th'ç oijkoumevnhç. XLVI, 2
kai; dh; tou'ton diaqemevnh to;n trovpon, loipo;n th;n tou'
bivou katevlue teleuthvn, parovntoç aujth'/ kai; pareçtw'-
toç uiJou' toçouvtou qerapeuvontovç te kai; tw'n ceirw'n ej-
faptomevnou, wJç mh; teqnavnai eijkovtwç th;n triçmakariv-
an toi'ç eu\ fronou'çi dokei'n, metabolh;n de; kai; metav-
qeçin ajlhqei' lovgw/ th'ç gewvdouç zwh'ç ejpi; th;n oujrav-
nion uJpomei'nai. ajneçtoiceiou'to gou'n aujth'/ yuch'/ ejpi;
th;n a[fqarton kai; ajggelikh;n oujçivan, pro;ç to;n aujth'ç
ajnalambanomevnh çwth'ra.
XLVII, 1 Kai; to; çkh'noç de; th'ç makarivaç ouj th'ç
tucouvçhç hjxiou'to çpoudh'ç: pleivçth/ gou'n doruforiva/
timwvmenon ejpi; th;n baçileuvouçan povlin ajnekomivzeto,
ejntauqoi' te hjrivoiç baçilikoi'ç ajpetivqeto.
»Wde me;n ou\n hJ baçilevwç ejteleiou'to mhvthr, ajxiva
ge mnhvmhç ajlhvçtou tw'n te aujth'ç ei{neka qeofilw'n
pravxewn tou' tΔ ejx aujth'ç fuvntoç uJperfuou'ç kai;
XLVII, 2 paradovxou futou', o}n pro;ç toi'ç a{paçi kai;
th'ç eijç th;n geinamevnhn oJçivaç makarivzein a[xion, ou{tw

66
Elena morì poco dopo la conclusione del pellegrinaggio in Terra
Santa, intorno al 330.
67
Le spoglie di Elena furono poste in un sarcofago di porpora e se-
polte a Roma, in un mausoleo a fianco della chiesa di via Labicana,
noto anche come Tor Pignattara, che Costantino aveva probabilmente
LIBRO TERZO 301

vedere quella sovrana straordinaria accompagnarsi con


il popolo, in vesti semplici e sobrie, e manifestare il suo
fervore religioso in ogni sua opera di devozione.
XLVI, 1 Alla fine, dopo aver trascorso una lunga vita,
fu chiamata a un superiore destino e, raggiunti circa gli
ottant’anni di età, trovandosi al termine della sua esi-
stenza, fissò le sue disposizioni testamentarie in favore
dell’unico figlio, imperatore e sovrano assoluto del mon-
do e dei cesari figli di lui e suoi nipoti, definendo così le
sue ultime volontà e distribuendo tra ciascuno dei di-
scendenti i suoi averi, quanti ne possedeva in tutto l’im-
pero. XLVI, 2 Una volta date tali disposizioni, giunse
alla fine della propria vita,66 al cospetto di un figlio tan-
to grande che restò presso di lei assistendola e tenendo-
le le mani, così che, a un’attenta riflessione, sembrava
che quella donna tre volte beata non fosse morta, ma
che davvero avesse subito un mutamento e compiuto il
passaggio dalla vita terrena a quella celeste. La sua ani-
ma si rigenerava nell’incorruttibile essenza degli angeli
ed ella veniva accolta dal suo Salvatore.
XLVII, 1 La salma della beata fu ritenuta degna di
ogni cura: onorata da una scorta numerosissima, fu ac-
compagnata nella città imperiale, e lì fu deposta in una
tomba regale.67
Così dunque moriva la madre dell’imperatore, degna
di imperitura memoria, sia per le sue opere pie sia per
quelle dello straordinario e illustre frutto del suo grembo.
XLVII, 2 Egli merita di essere definito beato, oltre che
per le sue virtù, anche per la devozione nei confronti

fatto costruire per sé prima della fondazione di Costantinopoli. Anche


il sarcofago dell’imperatrice era stato inizialmente costruito per Co-
stantino, come sembrerebbe denunciare il carattere militare delle de-
corazioni, e solo in un secondo tempo vi fu aggiunto il ritratto della
madre. (cfr. J.W. Drijvers, Helena Augusta, Leiden 1992, pp. 74-76).
302 LOGOÇ G

me;n aujth;n qeoçebh' kataçthvçanta oujk ou\çan provte-


ron, wJç aujtw'/ dokei'n ejk prwvthç tw'/ koinw'/ çwth'ri me-
maqhteu'çqai, ou{tw de; ajxiwvmati baçilikw'/ tetimhkovta,
wJç ejn a{paçin e[qneçi parΔ aujtoi'ç te toi'ç çtratiw-
tikoi'ç tavgmaçin aujgouvçtan baçilivda ajnagoreuveçqai,
cruçoi'ç te nomivçmaçi kai; th;n aujth'ç ejktupou'çqai eijkov-
na. XLVII, 3 h[dh de; kai; baçilikw'n qhçaurw'n parei'ce
th;n ejxouçivan, wJç crh'çqai kata; proaivreçin kai;
dioikei'n kata; gnwvmhn, o{pwç a]n ejqevloi kai; wJç a]n eu\
e[cein aujth'/ nomivzoito e{kaçta, tou' paido;ç aujth;n kajn
touvtoiç diapreph' kai; ajxiozhvlwton pepoihmevnou. dio;
tw'n eijç aujtou' mnhvmhn ajnaferomevnwn kai; tau'tΔ
eijkovtwç hJmi'n ajneivlhptai, a} diΔ eujçebeivaç uJperbolh;n
mhtevra timw'n qeçmou;ç ajpeplhvrou qeivouç ajmfi; gonevwn
timh'ç ta; prevponta diatattomevnouç.
XLVII, 4 Ta;ç me;n ou\n lecqeivçaç filokalivaç baçi-
leu;ç pro;ç tw'/ Palaiçtinw'n e[qnei tovnde çunivçth to;n
trovpon, kai; kata; pavçaç de; ta;ç ejparcivaç neopagei'ç
ejkklhçivaç ejpiçkeuavzwn makrw'/ tw'n protevrwn timiwtev-
raç ajpevfaine. XLVIII, 1 th;n dev gΔ ejpwvnumon aujtou'
povlin ejxovcw/ timh'/ geraivrwn eujkthrivoiç pleivoçin ejfaiv-
drune marturivoiç te megivçtoiç kai; perifaneçtavtoiç
oi[koiç, toi'ç me;n pro; tou' a[çteoç toi'ç dΔ ejn aujtw'/ tug-
cavnouçi, diΔ w|n oJmou' kai; ta;ç tw'n martuvrwn mnhvmaç
ejtivma kai; th;n aujtou' povlin tw'/ tw'n martuvrwn kaqiev-
rou qew'./ XLVIII, 2 o{lwç dΔ ejmpnevwn qeou' çofivaç, h}n
th'ç ejphgorivaç th'ç aujtou' povlin ejpwvnumon ajpofh'nai
e[krine, kaqareuvein eijdwlolatrivaç aJpavçhç ejdikaivou, wJç

68
Fonti posteriori affermano che fu invece Elena a trasmettere al
figlio gli insegnamenti della religione cristiana (Teodoreto, Historia
Ecclesiastica 1. 18).
69
La data proposta da P. Bruun per l’acclamazione di Elena al ran-
go di augusta è l’8 novembre 324. Cfr. C.H.V. Sutherland e R.A.G.
Carson, The Roman Imperial Coinage, vol. 7, London 1966, p. 69.
70
Costantinopoli fu il nome assunto da Bisanzio l’11 maggio del
LIBRO TERZO 303

della sua genitrice: fu lui che la rese devota, mentre pri-


ma non lo era,68 e in modo tale che sembrava fosse stata
istruita fin dall’inizio dal comune Salvatore in persona,
e fu lo stesso Costantino che la onorò della dignità im-
periale, così che in tutte le province e negli eserciti stes-
si fu proclamata augusta e imperatrice e il suo ritratto fu
riprodotto sulle monete d’oro.69 XLVII, 3 Le diede an-
che facoltà di disporre del tesoro imperiale perché lo
utilizzasse a sua discrezione e lo amministrasse a suo
giudizio, in qualunque modo desiderasse e ritenesse op-
portuno sistemare ogni singola questione, e anche per
questo il figlio rese la madre oggetto di ammirazione e
di invidia. Pertanto, tra le opere che illustrano la memo-
ria dell’imperatore, ci è parso opportuno ricordare an-
che quanto compì per devozione filiale verso quella ma-
dre straordinaria, nel rispetto delle leggi divine che im-
pongono il dovuto ossequio nei confronti dei genitori.
XLVII, 4 Così dunque l’imperatore fece costruire
nella regione della Palestina gli splendidi edifici di cui
si è detto, ma fece apparire molto più illustri che in pas-
sato anche tutte le altre province edificando nuove
chiese. XLVIII, 1 Volle inoltre celebrare con onori su-
perbi la città che prendeva il nome da lui70 e la rese
splendida con molti oratorî, con grandissimi santuari di
martiri e altre costruzioni stupende, alcune nelle zone
periferiche, altre all’interno della città; con esse inten-
deva onorare le tombe dei martiri e al contempo con-
sacrare al Dio di quegli stessi martiri la propria città.
XLVIII, 2 Del tutto ispirato dalla sapienza divina, riten-
ne giusto purificare da ogni forma di idolatria la città
che aveva deciso di chiamare con il proprio nome, così

330, quando diventò ufficialmente la capitale dell’impero, ma l’impe-


ratore l’aveva eletta come propria residenza già tempo prima.
304 LOGOÇ G

mhdamou' faivneçqai ejn aujth'/ tw'n dh; nomizomevnwn qew'n


ajgavlmata ejn iJeroi'ç qrhçkeuovmena, ajllΔ oujde; bwmou;ç
luvqroiç aiJmavtwn miainomevnouç, ouj quçivaç oJlokautou-
mevnaç puriv, ouj daimonika;ç eJortavç, oujdΔ e{terovn ti tw'n
çunhvqwn toi'ç deiçidaivmoçin.
XLIX Ei\deç dΔ a]n ejpi; ¢mevçonÜ ajgorw'n keimevnaiç
krhvnaiç ta; tou' kalou' poimevnoç çuvmbola, toi'ç ajpo; tw'n
qeivwn logivwn oJrmwmevnoiç gnwvrima, tovn te Danih;l çu;n
aujtoi'ç levouçin ejn calkw'/ peplaçmevnon cruçou' te pe-
tavloiç ejklavmponta. toçou'toç de; qei'oç e[rwç th;n baçi-
levwç kateilhvfei yuchvn, wJç ejn aujtoi'ç toi'ç ajnaktovroiç
tw'n baçileivwn, kata; to;n pavntwn ejxocwvtaton oi\kon
th'ç pro;ç tw'/ ojrovfw/ kecruçwmevnhç fatnwvçewç kata; to;
meçaivtaton, megivçtou pivnakoç ajnhplwmevnou mevçon ejm-
peph'cqai to; tou' çwthrivou pavqouç çuvmbolon ejk
poikivlwn çugkeivmenon kai; polutelw'n livqwn ejn cruçw'/
pollw'/ kateirgaçmevnwn. fulakthvrion de; dokei' tou'to
aujth'ç baçileivaç tw'/ qeofilei' pepoih'çqai.
L, 1 Touvtoiç me;n ou\n th;n aujtou' povlin ejkallwvpize.
th;n de; Biqunw'n a[rcouçan oJmoivwç ajnaqhvmati megivçthç
kai; uJperfuou'ç ejkklhçivaç ejtivma, ejx oijkeivwn qhçaurw'n
kajntau'qa tw'/ aujtou' çwth'ri katΔ ejcqrw'n kai; qeomavcwn
ajnuyw'n nikhthvria. L, 2 kai; tw'n loipw'n dΔ ejqnw'n ta;ç
mavliçta kratiçteuouvçaç povleiç tai'ç tw'n eujkthrivwn
filokalivaiç ejkprevpein ejpoivei, w{çper ou\n kai; øth;nØ ejpi;
th'ç ajnatolikh'ç mhtropovlewç, h} th;n ejpwvnumon ei[lhcen
ΔAntiovcou proçhgorivan: ejfΔ h|ç wJç ejpi; kefalh'ç tw'n
th'/de ejqnw'n monogenevç ti crh'ma ejkklhçivaç megevqouç

71
Benché Eusebio e altri autori cristiani presentino Costantinopoli
come una città del tutto cristianizzata, le testimonianze degli autori pa-
gani attestano invece che l’antica religione non era affatto scomparsa.
Zosimo (II, 31) ricorda che l’imperatore fece costruire due templi a
Rea e alla Fortuna di Roma e Libanio (Or. 30, 5-6) afferma che i tem-
pli esistevano ancora, seppure in numero minore rispetto al passato.
72
Cfr. Giovanni, 10. 11 e Daniele, 6, 17-24.
LIBRO TERZO 305

che non vi si scorgevano più, nel modo più assoluto, le


statue delle cosiddette divinità che erano venerate nei
templi, né altari insozzati di macchie di sangue, né vitti-
me sacrificali immolate con il fuoco, né feste demonia-
che, né le altre consuete manifestazioni della supersti-
zione pagana.71
XLIX Avresti potuto vedere invece nelle fontane po-
ste nel mezzo delle piazze le raffigurazioni del Buon pa-
store, familiari a quanti riconoscono come punto di rife-
rimento l’autorità delle Sacre Scritture, e Daniele pla-
smato nel bronzo insieme ai leoni,72 splendente di lami-
ne d’oro. L’anima del sovrano era pervasa da un tale
amore per Dio che nello stesso palazzo imperiale, nella
sala più importante di tutte, proprio nel mezzo del soffit-
to a lacunari dorati, era saldamente collocato, al centro
di un ampio pannello, il simbolo della passione del Sal-
vatore realizzato in magnifiche pietre preziose di colori
diversi, lavorate con gran profusione d’oro. E, a quanto
pare, nelle intenzioni dell’imperatore caro a Dio, esso fu
costruito perché fosse presidio dell’impero stesso.
L, 1 Con tali opere dunque il sovrano abbellì la pro-
pria città. Rese onore altresì alla capitale della Bitinia
con l’offerta votiva di una chiesa grandissima e straordi-
naria,73 e anche qui, attingendo al proprio patrimonio
personale, innalzò monumenti al suo Salvatore per rin-
graziarlo delle vittorie contro i nemici e gli infedeli. L, 2
E ancora, insignì le città più importanti delle restanti
province di splendidi oratori, come fece nella metropoli
orientale che prendeva il nome da Antioco; in essa, qua-
si fosse stata la capitale di tutte le province del luogo,
consacrò una chiesa74 unica nel suo genere per le pro-

73
La chiesa di Nicomedia, capitale della Bitinia, era stata rasa al
suolo per ordine di Diocleziano all’inizio della persecuzione del 303.
74
La basilica di Antiochia, che non è sopravvissuta, fu consacrata
in realtà solo nel 341, qualche anno dopo la morte di Costantino.
306 LOGOÇ G

e{neka kai; kavllouç ajfievrou, makroi'ç me;n e[xwqen peri-


bovloiç to;n pavnta new;n perilabwvn, ei[çw de; to;n eujkthv-
rion oi\kon eijç ajmhvcanon ejpavraç u{yoç, ejn ojktaevdrou
øme;nØ çuneçtw'ta çchvmati, ejn kuvklw/ uJperwv/wn te kai;
katageivwn cwrhmavtwn aJpantacovqen perieçtoiciçmevnon,
o}n kai; cruçou' pleivonoç ajfqoniva/ calkou' te kai; th'ç
loiph'ç polutelou'ç u{lhç ejçtefavnou kavlleçin.
LI, 1 Tavde me;n ou\n ta; ejxocwvtata tw'n baçilevwç ej-
tuvgcanen ajfierwvmata. puqovmenoç ¢devÜ toi e{na kai; to;
aujto;n çwth'ra to;n øteØ e[nagcoç ejpifanevnta tw'/ bivw/
kai; provpalai qeofaneivaç pepoih'çqai filoqevoiç ajndravçi
th'ç Palaiçtivnhç ajmfi; th;n kaloumevnhn dru'n Mambrh',
kajntau'qa oi\kon eujkthvrion ajnegei'rai tw'/ ojfqevnti qew'/
diakeleuvetai. LI, 2 toi'ç me;n ou\n tw'n ejqnw'n a[rcouçin
aujqentiva baçilikh; dia; tw'n pro;ç e{kaçton ejpiçtal-
qevntwn grammavtwn ejpefoivta, eijç pevraç ajgagei'n to;
proçtacqe;n diakeleuomevnh, hJmi'n de; toi'ç thvnde
gravfouçi th;n iJçtorivan logikwtevran katevpempe di-
daçkalivan, h|ç e[moige dokei' to; i[çon gravmma tw'/ pa-
rovnti çunavyai lovgw/ eijç ajkribh' diavgnwçin th'ç tou'
qeofilou'ç ejpimeleivaç. katamemyavmenoç gou'n hJmi'n ejfΔ
oi|ç ejpuvqeto prattomevnoiç aujtovqi tavde kata; levxin
e[grafe.

LII Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç Maka-


rivw/ kai; loipoi'ç ejpiçkovpoiç Palaiçtivnhç.
’En kai; tou'to mevgiçton th'ç oJçiwtavthç mou khdeç-
trivaç gevgonen eijç hJma'ç eujergevthma to; lanqavnouçan
mevcri nu'n parΔ uJmi'n ejnagw'n ajnqrwvpwn ajpovnoian dia;
tw'n pro;ç hJma'ç gnwrivçai grammavtwn, wJç th'ç pre-

75
La quercia di Mamré, vicino a Hebron è il sito di una teofania. In
questo luogo, secondo l’Antico Testamento, Dio si mostrò ad Abramo
(Genesi 12, 6 ss.; 18, 1-8). Tale passo delle Scritture era generalmente
interpretato dalla Chiesa come un’apparizione del Logos.
76
La lettera è indirizzata a Macario (cfr. supra 30-31) e agli altri ve-
LIBRO TERZO 307

porzioni e la bellezza, all’esterno fece costruire intorno


all’intero tempio una grande cinta, e all’interno fece eri-
gere l’edificio vero e proprio, di altezza straordinaria,
costruito su pianta ottagonale, circondato tutto intorno
da edicole disposte su due ordini, superiore e inferiore,
che fece generosamente rivestire con ornamenti d’oro
massiccio, bronzo e altri materiali preziosi.
LI, 1 Tali furono le superbe offerte votive dell’impe-
ratore. Quando venne a sapere che il nostro Salvatore,
che si è mostrato in questa vita in epoca piuttosto recen-
te, in un tempo molto più antico si era già palesato come
una divina apparizione ad alcuni uomini pii della Pale-
stina, nei pressi di una quercia chiamata Mamré,75 or-
dinò che anche lì si innalzasse un santuario dedicato al
Dio che si era mostrato. LI, 2 Così una disposizione im-
periale scritta di suo pugno fu diffusa attraverso lettere,
inviate ai governatori delle province, che recavano l’or-
dine di portare a termine quanto stabilito, mentre a noi
che scriviamo questa storia inviò precise istruzioni, la
cui copia mi sembra opportuno includere in questa se-
zione dell’opera perché offra una testimonianza precisa
della sollecitudine di quel sovrano caro a Dio. Rimpro-
verandoci di quanto aveva appreso andava avvenendo
in quel luogo, scrisse così, testualmente:

LII Il Vincitore Costantino Massimo Augusto a Macario


e agli altri vescovi di Palestina76
Un beneficio unico e immenso ci è giunto da parte del-
la mia piissima suocera,77 dacché, grazie alle lettere che ci
ha inviato, siamo venuti a conoscenza della follia, che fi-
nora era rimasta nascosta, di uomini esecrabili che si tro-

scovi della Palestina, tra cui Eusebio ed è databile tra il 326 e il 330.
Cfr. Dörries, cit., pp. 86-88.
77
La suocera di Costantino era Eutropia, madre di Massenzio e
Fausta.
308 LOGOÇ G

pouvçhç ejpanorqwvçewç kai; qerapeivaç eij kai; bradevwç


ajllΔ o{mwç ajnagkaivwç diΔ hJmw'n to; parofqe;n aJmavrth-
ma tucei'n. kai; gavr ejçtin wJç ajlhqw'ç duççevbhma pam-
mevgeqeç tou;ç aJgivouç tovpouç uJpo; tw'n ajnoçivwn craiv-
neçqai miaçmavtwn. tiv ou\n ejçtin, ajdelfoi; proçfilevçta-
toi, o} th;n uJmetevran parelqo;n ajgcivnoian hJ proeirh-
mevnh dia; th;n pro;ç to; qei'on eujlavbeian oujc oi{a te gev-
gonen ajpoçiwph'çai… LIII, 1 to; cwrivon, o{per para; th;n
dru'n th;n Mambrh' proçagoreuvetai, ejn w|/ to;n ΔAbraa;m
th;n eJçtivan ejçchkevnai manqavnomen, pantoivwç uJpov
tinwn deiçidaimovnwn miaivneçqaiv fhçin: ei[dwlav te ga;r
pavçhç ejxwleivaç a[xia parΔ aujth;n iJdru'çqai kai; bwmo;n
ejdhvlwçen plhçivon eJçtavnai kai; quçivaç ajkaqavrtouç çu-
necw'ç ejpitelei'çqai. LIII, 2 o{qen ejpeidh; kai; tw'n
kairw'n tw'n hJmetevrwn ajllovtrion kai; th'ç tou' tovpou aJ-
giovthtoç ajnavxion katafaivnetai, ginwvçkein uJmw'n th;n
çemnovthta bouvlomai dedhlw'çqai parΔ hJmw'n pro;ç
ΔAkavkion to;n diaçhmovtaton kovmhta kai; fivlon hJmevte-
ron gravmma, i{nΔ a[neu tino;ç uJperqevçewç kai; ta; ei[dwla
o{ça dΔ a]n ejpi; tou' proeirhmevnou euJrivçkoito tovpou pu-
ri; paradoqh'/, kai; oJ bwmo;ç ejk bavqrwn ajnatraph'/, kai;
aJplw'ç eijpei'n, pavntwn tw'n toiouvtwn ejkei'qen a[rdhn aj-
faniçqevntwn, panti; çqevnei kai; trovpw/ to; perievcon
o{lon ejkkaqa'rai çpoudavçh/, kai; meta; tau'ta, kaqw;ç a]n
aujtoi; diatupwvçhte, ajxivan th'ç kaqolikh'ç kai; ajpoçto-
likh'ç ejkklhçivaç baçilikh;n ajnoikodomhqh'nai ejpi; tou'
aujtou' poih'çai cwrivou. loipo;n e[çtai th'ç uJmetevraç çu-
nevçewvç te kai; eujlabeivaç, ejpeida;n pavnta ejkei'qen ta;
muçara; pantelw'ç ajnh/rh'çqai mavqhte, eijç taujto; çunel-
qei'n a{ma toi'ç ejk Foinivkhç ejpiçkovpoiç, ou}ç proçka-
levçaçqai ejx aujqentivaç tou' gravmmatoç touvtou dunhvçeç-
qe, kai; diagravyai baçilikh;n th'ç ejmh'ç filotimivaç ajxiv-
an, o{pwç toi'ç proçtacqei'çin ajkolouvqwç meta; pavçhç

78
Acacio fu comes in Palestina tra il 326 e il 330.
LIBRO TERZO 309

vano presso di voi, cosicché la loro colpa, ancorché pas-


sata inosservata fino a questo momento, trovi per opera
nostra l’opportuna correzione e il rimedio adeguato, co-
me è necessario, ancorché in ritardo. E il fatto che i luo-
ghi santi siano insudiciati dagli empi sacrifici di costoro è
davvero un sacrilegio che eccede ogni misura. O fratelli
amatissimi, cosa dunque è sfuggito alla vostra perspica-
cia, che colei che ho menzionato non ha invece potuto ta-
cere per via del suo timore di Dio? LIII, 1 Costei affer-
ma che il luogo presso la quercia chiamata Mamré, dove
sappiamo che Abramo stabilì la sua dimora, è stato del
tutto profanato da alcuni superstiziosi; ella ha infatti ri-
velato che proprio accanto alla quercia sono stati costrui-
ti simulacri che meritano solo la completa distruzione e
anche che lì vicino si trova un altare e che vi si celebrano
ininterrottamente sacrifici impuri. LIII, 2 Pertanto, poi-
ché ciò non appare in sintonia con i nostri tempi, e sem-
bra altresì indegno della santità del luogo, intendo mette-
re le dignità vostre a conoscenza del fatto che abbiamo
fatto pervenire al nostro illustrissimo amico e comes Aca-
cio78 una lettera con cui si dispone che gli idoli che siano
trovati nel luogo sopra menzionato siano dati alle fiam-
me senza nessuna esitazione, che l’altare sia raso al suolo
e, per dirlo in sintesi, che quando tutti gli oggetti di quel
tipo saranno completamente scomparsi di lì, egli avrà cu-
ra di purificare con il maggiore impegno e con ogni mez-
zo tutta la zona circostante, e dopo aver fatto questo, se-
guendo i vostri suggerimenti, egli farà in modo che in
quel luogo sia edificata una basilica degna della chiesa
cattolica e apostolica. Sarà poi compito della vostra sag-
gezza e coscienza, non appena apprenderete che tutti
quegli abomini siano stati completamente tolti di mezzo,
darvi convegno con i vescovi della Fenicia, che potrete
convocare in virtù dell’autorità di questa lettera, e proget-
tare una basilica degna della mia magnificenza, affinché,
conformemente alle vostre disposizioni, questa splendida
310 LOGOÇ G

tacuth'toç hJ tou' e[rgou faidrovthç katΔ ajxivan th'ç tou'


tovpou ajrcaiovthtovç te kai; çemnovthtoç pronoiva/ tou'
proeirhmevnou hJmw'n kovmhtoç teleçiourghqh'nai dunhqh'./
ejkei'no de; prov ge aJpavntwn parafulavxai uJma'ç bouvlo-
mai, o{pwç mhdei;ç pro;ç toujpio;n tw'n ejnagw'n ejkeivnwn
kai; muçarw'n ajnqrwvpwn tw'/ tovpw/ plhçiavçai tolmhvçh/:
e[çti ga;r wJç ajlhqw'ç hJmi'n ajfovrhton kai; pa'çi toi'ç
tolmw'çi timwrivaç a[xion meta; th;n hJmetevran kevleuçin
ajçebevç ti ejn tw'/ toiouvtw/ tovpw/ pracqh'nai, o}n kaqarw'/
baçilikh'ç oijkodomhvmati koçmei'çqai dietavxamen, o{pwç
aJgivwn ajnqrwvpwn a[xion çunevdrion ajpodeicqh'./ eij dev ti
para; to; proçtacqe;n genevçqai çumbaivh, cwrivç tinoç
mellhvçewç th'/ hJmetevra/ hJmerovthti diΔ uJmetevrwn dh-
ladh; grammavtwn gnwriçqh'nai prevpei, i{na to;n aJliçkov-
menon wJç paranomhvçanta th;n ajnwtavtw kovlaçin uJ-
poçth'nai proçtavxwmen. LIII, 3 ouj ga;r ajgnoei'te ejkei'
prw'ton to;n tw'n o{lwn deçpovthn qeo;n kai; w\fqai tw'/
ΔAbraa;m kai; dieilevcqai. ejkei' me;n ou\n prw'ton hJ tou'
aJgivou novmou qrhçkeiva th;n katarch;n ei[lhfen, ejkei'
prw'ton oJ çwth;r aujto;ç meta; tw'n duvo ajggevlwn th;n
eJautou' ejpifavneian tw'/ ΔAbraa;m ejpedayileuvçato, ejkei'
toi'ç ajnqrwvpoiç oJ qeo;ç h[rxato faivneçqai, ejkei' tw'/
ΔAbraa;m peri; tou' mevllontoç aujtw'/ çpevrmatoç proh-
govreuçen kai; paracrh'mav ge th;n ejpaggelivan ejplhv-
rwçen, ejkei' pleivçtwn o{çwn ejqnw'n e[çeçqai aujto;n pa-
tevra proekhvruxen.
LIII, 4 »Wn ou{twç ejcovntwn a[xiovn ejçtin, w{ç gev moi
katafaivnetai, dia; th'ç hJmetevraç frontivdoç kai; kaqa-
ro;n ajpo; panto;ç miavçmatoç to;n tovpon tou'ton fulavt-
teçqai kai; pro;ç th;n ajrcaivan aJgiovthta ajnakalevçaç-
qai, wJç mhde;n e{teron ejpΔ aujtou' pravtteçqai, h] th;n
prevpouçan tw'/ pantokravtori kai; çwth'ri hJmw'n kai; tw'n
o{lwn deçpovth/ qew'/ telei'çqai qrhçkeivan: o{per meta;
th'ç deouvçhç proçh'ken fulavttein uJma'ç frontivdoç, ei[

79
Genesi, 18, 1-20.
LIBRO TERZO 311

opera possa essere portata a compimento al più presto,


grazie alla sollecitudine del sopra citato nostro comes, in
modo degno dell’antichità e della santità del luogo. Pri-
ma di tutto desidero che voi vi preoccupiate che in futuro
nessuno di quegli uomini sacrileghi e abominevoli osi
avvicinarsi al luogo. Sarebbe infatti intollerabile – e
chiunque osi fare ciò merita di essere punito – che dopo
il nostro ordine sia commesso qualche gesto empio pro-
prio nel luogo che abbiamo stabilito di ornare con la
costruzione un’intemerata basilica, destinata ad acco-
gliere un degno consesso di uomini santi. Se dunque av-
venisse qualche violazione di quanto è stato stabilito,
conviene che senza alcun indugio ciò sia portato con
chiarezza a conoscenza della nostra clemenza tramite
vostre lettere, affinché diamo disposizione che chi ven-
ga colto in flagrante a violare la legge subisca la pena
capitale. LIII, 3 Infatti voi non ignorate che proprio in
quel luogo per la prima volta il Signore dell’universo fu
visto da Abramo e parlò con lui. Lì per la prima volta eb-
be inizio l’osservanza della santa legge, lì per la prima
volta il Salvatore in persona accordò con generosità ad
Abramo il dono della propria apparizione insieme ai due
angeli, lì Dio cominciò a mostrarsi agli uomini, lì prean-
nunciò ad Abramo la sua discendenza futura, e subito
concretizzò la profezia, lì preconizzò che sarebbe stato
padre di numerosissimi popoli.79
LIII, 4 Date le premesse è giusto, a mio giudizio, che ci
si preoccupi di preservare questo luogo da ogni contami-
nazione e di restituirlo all’antica santità, così che in esso
non si pratichi null’altro se non la dovuta osservanza del
culto dell’onnipotente nostro Salvatore, signore dell’uni-
verso. È opportuno che voi sorvegliate tutto ciò con la
dovuta sollecitudine, se le vostre eminenze desiderano,
312 LOGOÇ G

gev moi ta; kataquvmia th'ç qeoçebeivaç ejxairevtwç hjrth-


mevna, w{çper ou\n pevpeiçmai, hJ uJmetevra çemnovthç plh-
rou'çqai bouvletai.
ÔO qeo;ç uJma'ç diafulavxoi, ajdelfoi; ajgaphtoiv.

LIV, 1 Pavnta me;n dh; tau'ta çuntelw'n eijç dovxan th'ç


çwthrivou dunavmewç baçileu;ç diepravtteto. kai; to;n
me;n aujtou' çwth'ra qeo;n w|dev ph dietevlei geraivrwn,
th;n dev ge tw'n ejqnw'n deiçidaivmona plavnhn pantoivoiç
ejxhvlegce trovpoiç. LIV, 2 e[nqen eijkovtwç ejgumnou'to me;n
aujtoi'ç tw'n kata; povleiç new'n ta; propuvlaia qurw'n e[rh-
ma ginovmena baçilevwç proçtavgmati, eJtevrwn dΔ hJ ejpi;
toi'ç ojrovfoiç çtevgh tw'n kalupthvrwn ajfairoumevnwn ejf-
qeivreto, a[llwn ta; çemna; calkourghvmata, ejfΔ oi|ç hJ
tw'n palaiw'n ajpavth makroi'ç ejçemnuvneto crovnoiç, e[kdh-
la toi'ç pa'çin ejn ajgorai'ç pavçaiç th'ç baçilevwç pov-
lewç proujtivqeto, wJç eijç ajçchvmona qevan prokei'çqai
toi'ç oJrw'çin w|de me;n to;n Puvqion, eJtevrwqi de; to;n Çmivn-
qion, ejn aujtw'/ dΔ iJppodromivw/ tou;ç ejn Delfoi'ç trivpo-
daç, ta;ç dΔ ÔElikwnivdaç Mouvçaç ejn palativw./ LIV, 3 ej-
plhrou'to de; diΔ o{lou pa'ça hJ baçilevwç ejpwvnumoç pov-
liç tw'n kata; pa'n e[qnoç ejntevcnoiç calkou' filokaliv-
aiç ajfierwmevnwn, oi|ç qew'n ojnovmati pleivçtaç o{çaç
eJkatovmbaç oJlokauvtouç te quçivaç eijç mavtaion ajpodovn-
teç makroi'ç aijw'çin oiJ th;n plavnhn nenoçhkovteç ojyev
pote fronei'n e[gnwçan, touvtoiç aujtoi'ç ajquvrmaçin ejpi;
gevlwti kai; paidia'/ tw'n oJrwvntwn baçilevwç kecrhmevnou.

80
La notizia della spoliazione dei templi a Costantinopoli trova ri-
scontro anche in altre testimonianze: Libanio (Or. 30, 5-6) ne dà con-
ferma, ma aggiunge che i culti erano comunque tollerati. Girolamo
(chron. ad a. 331) e Orosio (Adversus paganos, VII, 28, 28) ricordano
un editto con cui l’imperatore avrebbe ordinato la chiusura e la di-
struzione dei templi. Questi provvedimenti erano spesso determinati,
più che da motivi religiosi, da necessità economiche, al fine di reperire
LIBRO TERZO 313

come credo, che si compia la mia volontà, che è ispirata


esclusivamente dalla devozione al Signore.
Che Dio vi custodisca, amati fratelli

LIV, 1 Nel portare a termine tali opere, l’imperatore agi-


va per la gloria della potenza del Salvatore. Da una par-
te continuava così a onorare Dio, dall’altra si adoperava
in tutti i modi per smascherare l’errore e la superstizio-
ne dei pagani. LIV, 2 Pertanto, come è giusto, in ogni
città fece spogliare i vestiboli dei templi di costoro, le
cui porte venivano abbattute per ordine dell’imperato-
re, in alcuni, una volta rimosse le tegole, la copertura del
tetto finiva per deteriorarsi e in altri ancora i magnifici
bronzi, di cui a torto gli antichi per lungo tempo erano
andati fieri, erano esposti bene in vista in tutte le piazze
della città imperiale80 e giacevano così abbandonati allo
guardo indiscreto dei curiosi: qui il Pizio, altrove lo
Sminteo, nell’ippodromo stesso i tripodi di Delfi e nel
palazzo reale le Muse dell’Elicona.81 LIV, 3 Tutta la
città che prende il nome dall’imperatore si riempiva
completamente delle preziose opere d’arte in bronzo che
erano state dedicate agli dei in ogni provincia, e alle qua-
li i pagani, nel loro insano errore, per lungo tempo aveva-
no vanamente tributato, nel nome degli dei, numerosissi-
me ecatombi, olocausti e sacrifici e, ora, seppure tardi,
imparavano a ragionare assennatamente grazie all’impe-
ratore, che trattava questi oggetti alla stregua di trastulli
per il riso e il divertimento degli spettatori. Delle statue

materiali preziosi per battere moneta e si trattava peraltro di misure


adottate nel passato anche dai sovrani pagani.
81
Tra le statue che l’imperatore fece rimuovere dai templi c’erano
quelle dell’Apollo Pitico e Sminteo, i tripodi e la colonna serpentina
provenienti da Delfi e il gruppo statuario delle Muse. Quest’ultimo fu
collocato nel palazzo imperiale, mentre le altre statue furono sistema-
te nell’Ippodromo, dove restarono fino al 1204. Qui ancora oggi sono
visibili i resti della colonna serpentina.
314 LOGOÇ G

ta; dev ge cruvçea tw'n ajgalmavtwn a[llh/ ph methvrceto.


LIV, 4 ejpeidh; ga;r çunei'de mavthn deimaivnonta nhpivwn
divkhn ajfrovnwn ta; plhvqh th'ç plavnhç ta; mormoluvkeia
u{lh/ cruçou' kai; ajrguvrou peplaçmevna, kai; tau'ta ejk-
podw;n w[e/ to dei'n a[raçqai w{çper tina; livqwn ejgkovmma-
ta toi'ç ejn çkovtw/ badivzouçi pro; tw'n podw'n ejrrimmevna,
leivan te kai; oJmalh;n tou' loipou' th;n baçilikh;n toi'ç
pa'çin ajnapetavçai poreivan. LIV, 5 tau'ta dΔ ou\n dia-
nohqei;ç oujc oJplitw'n aujtw'/ kai; plhvqouç çtratopedeivaç
hJghvçato dei'n pro;ç to;n touvtwn e[legcon, ei|ç de; movnoç
aujtw'/ kai; deuvteroç tw'n aujtou' gnwrivmwn pro;ç th;n uJph-
reçivan ajphvrkoun, ou}ç eJni; neuvmati kata; pa'n e[qnoç die-
pevmpeto. LIV, 6 oiJ de; th'/ baçilevwç ejpiqarrou'nteç
eujçebeiva/ çfw'n te aujtw'n th'/ peri; to; qei'on eujlabeiva/,
muriavndrwn dhvmwn te kai; law'n mevçoi pariovnteç ajna;
pavçaç povleiç te kai; cwvraç polucronivou plavnhç ej-
poiou'nto fwravn, aujtou;ç tou;ç iJerwmevnouç çu;n pollw'/
gevlwti kai; çu;n aijçcuvnh/ paravgein eijç fw'ç ejk çkotivwn
mucw'n tou;ç aujtw'n qeou;ç ejgkeleuovmenoi, ka[peitΔ ajpo-
gumnou'nteç tou' favçmatoç kai; th;n ei[çw th'ç ejpike-
crwçmevnhç morfh'ç ajmorfivan toi'ç pavntwn ojfqalmoi'ç
ejndeiknuvmenoi. ei\tΔ ajpoxevonteç to; dokou'n crhvçimon
th'ç u{lhç, cwneiva/ te kai; puri; dokimavzonteç, to; me;n
luçitele;ç o{çon aujtoi'ç ajnagkai'on ejnomivzeto ejn ajçfa-
lei' tiqevmenoi çunei'con, to; dΔ a[llwç peritto;n kai;
a[crhçton eijç mnhvmhn aijçcuvnhç parecwvroun toi'ç deiçi-
daivmoçin. oi|on de; kai; tovdΔ e[rrexe baçileu;ç oJ qau-
mavçioç: LIV, 7 wJç ga;r tw'n nekrw'n eijdwvlwn ta; th'ç po-
lutelou'ç u{lhç to;n ajpodoqevnta trovpon ejçkuleuveto, ta;
loipa; methve/ i ajndreivkela calkou' pepoihmevna. devçmioi
dh'ta kai; oi{de muvqwn qeoi; geghrakovtwn tricw'n uJfavç-
maçin h[gonto periblhqevnteç.
LV, 1 ΔEpi; touvtoiç baçileu;ç w{çper tina; polufeggh'
purço;n ejxavyaç, mhv ph lanqavnoi kruvfiovn ti plavnhç
LIBRO TERZO 315

d’oro fece giustizia in altro modo. LIV, 4 Quando infat-


ti realizzò che in moltissimi, come bambini sciocchi, era-
no terrorizzati senza motivo dagli spauracchi dei paga-
ni, forgiati in oro e in argento, pensò che bisognasse le-
vare di mezzo anche questi, come fossero pietre finite
tra i piedi di chi cammina nell’oscurità, e di aprire così a
tutti, per l’avvenire, le vie imperiali spianandole e ren-
dendole agevoli. LIV, 5 Avendo deliberato in tal senso,
ritenne che per neutralizzarli non gli occorresse una
gran quantità di soldati e di forze militari: a quello sco-
po, gli bastarono due suoi amici intimi che, con un solo
cenno, inviò in ogni singola provincia. LIV, 6 Essi, con-
fidando nella religiosità dell’imperatore e nel loro stes-
so timore di Dio, si recavano in tutte le città e in tutte le
terre, e davanti a folle sterminate svelavano il lungo e
antico errore dei pagani, ordinavano che i sacerdoti
stessi portassero alla luce da oscuri recessi i loro dei, nel
dileggio e nello sprezzo generale, poi, dopo averli spo-
gliati del loro aspetto esteriore, rivelavano agli occhi di
tutti l’intrinseca bruttezza di quelle sembianze dipinte.
E ancora, raschiavano la quantità di metallo che sem-
brava loro utile e la destinavano a essere fusa nel fuoco:
in tal modo conservavano ciò da cui pensavano si potes-
se trarre vantaggio, ponendolo al sicuro, mentre lascia-
vano ai superstiziosi, a memoria della loro vergogna,
quanto era superfluo e inutile. Questo straordinario im-
peratore fece anche di più:82 LIV, 7 infatti dopo che
spogliò nel modo che si è descritto quei morti idoli,
andò poi alla ricerca delle statue bronzee. E allora que-
gli dei appartenenti a miti ormai invecchiati erano por-
tati via come schiavi in catene, avvolti in viluppi di crini.
LV, 1 Inoltre Costantino, come se tenesse accesa una
fiaccola luminosa, sorvegliava con il suo sguardo impe-

82
Espressione omerica: Odissea 4, 242.
316 LOGOÇ G

leivyanon, o[mmati baçilikw'/ perieçkovpei: oi|a dev tiç


oujranopeth;ç ajetw'n ojxuwpevçtatoç a[nwqen ajfΔ uJyhlou'
ta; porrwtavtw dieçtw'ta kata; gh'ç i[doi, w|de kai;
ou|toç th'ç aujtou' kallipovlewç th;n baçilikh;n ajmfipo-
leuvwn eJçtivan deinovn ti yucw'n qhvratron ejpi; tou' Foi-
nivkwn lanqavnon e[qnouç ejx ajpovptou çunei'den. LV, 2
a[lçoç de; tou'tΔ h\n kai; tevmenoç, oujk ejn mevçaiç pov-
leçin oujdΔ ejn ajgorai'ç kai; plateivaiç, oJpoi'a ta; polla;
kovçmou cavrin tai'ç povleçi filotimei'tai, to; dΔ h\n e[xw
pavtou triovdwn te kai; lewfovrwn ejkto;ç aijçcrw'/ daivmo-
ni ΔAfrodivthç ejn ajkrwreivaç mevrei tou' Libavnou th'ç
ejn ΔAfavkoiç iJdrumevnon. LV, 3 çcolhv tiç h\n au{th
kakoergivaç pa'çin ajkolavçtoiç pollh'/ te rJaç/ twvnh/ dief-
qorovçi ta; çwvmata. guvnnideç gou'n tineç a[ndreç oujk
a[ndreç to; çemno;n th'ç fuvçewç ajparnhçavmenoi qhleiva/
novçw/ th;n daivmona iJleou'nto, gunaikw'n tΔ au\ paravno-
moi oJmilivai kleyivgamoiv te fqoraiv, a[rrhtoiv te kai; ej-
pivrrhtoi pravxeiç wJç ejn ajnovmw/ kai; ¢ajproçtavth/Ü cwvrw/
kata; tovnde to;n new;n ejpeceirou'nto. fwvr tΔ oujdei;ç h\n
tw'n prattomevnwn tw'/ mhdevna çemnw'n ajndrw'n aujtovqi
tolma'n parievnai. LV, 4 ajllΔ oujci; kai; baçileva to;n mev-
gan oi|av tΔ h\n ta; th'/de drwvmena lanqavnein, auj-
topthvçaç de; kai; tau'ta baçilikh'/ promhqeiva/ oujk a[xion
ei\nai hJlivou aujgw'n to;n toiovnde new;n e[krinen, aujtoi'ç
dΔ ajfierwvmaçin ejk bavqrwn to; pa'n ajfaniçqh'nai keleuv-
ei: LV, 5 ejluveto dh; aujtivka baçilikw'/ neuvmati ta; th'ç
ajkolavçtou plavnhç mhcanhvmata, ceivr te çtratiwtikh;
th'/ tou' tovpou kaqavrçei dihkonei'to, çwfronei'n dΔ ej-
mavnqanon ajpeilh'/ baçilevwç oiJ mevcri tou'dΔ ajkovlaçtoi,

83
È il santuario di Afrodite presso Afaca, sul monte Libano, dove
si esercitava la prostituzione rituale.
LIBRO TERZO 317

riale che non si nascondessero ancora da qualche parte


occulte reliquie dell’antico errore; come un’aquila dalla
vista acutissima che piombando dal cielo vede da un’al-
tezza sublime ciò che si trova a immensa distanza sulla
terra, così anch’egli, mentre si occupava della dimora re-
gale della sua splendida città, scorse da lontano che nel-
la provincia della Fenicia si nascondeva una tremenda
trappola per le anime degli uomini. LV, 2 Si trattava di
un bosco e un santuario,83 non del tipo di quelli situati
nel mezzo delle città, nelle piazze e nelle strade, che per
lo più hanno lo scopo di ornare i centri abitati, questo
sorgeva defilato, distante dai trivi e dalle strade frequen-
tate, ed era stato fondato in onore della turpe divinità di
Afrodite sulla cima del monte Libano, che si trova pres-
so Afaca. LV, 3 Era una sorta di scuola del vizio per tut-
ti gli intemperanti che volessero corrompere i propri
corpi nell’agio più completo. Infatti alcuni effeminati,
uomini per modo di dire, rinunciando alla dignità pro-
pria della loro natura, si propiziavano la dea grazie alla
loro malsana effeminatezza, e, d’altra parte, in questo
stesso tempio, come in una terra senza legge né autorità,
si effettuavano commerci illegali di donne, adulteri e
dissolutezze, azioni irriferibili e infami. Non esisteva
nessuno in grado di carpire informazioni su quanto si
verificava laggiù, poiché nessun uomo rispettabile osava
entrare in quel luogo. LV, 4 Ma ciò che lì veniva com-
messo non poteva sfuggire al grande imperatore, il qua-
le, resosi conto anche di questo, nella sua imperiale pre-
videnza, ritenne che un tale tempio non fosse degno di
restare sotto i raggi del sole e ordinò che fosse intera-
mente cancellato, fin dalle fondamenta, con tutti gli og-
getti votivi: LV, 5 a un cenno dell’imperatore, subito,
quegli strumenti di sfrenata depravazione furono di-
strutti e la forza dell’esercito si impegnò nella purifica-
zione di quella zona; così coloro che fino a quel momen-
to erano stati dissoluti impararono a dominarsi sotto le
318 LOGOÇ G

w{çper ou\n kai; tw'n dokhçiçovfwn ÔEllhvnwn oiJ deiçidaiv-


moneç, oi} kai; aujtoi; th'ç çfw'n mataiovthtoç e[rgw/ th;n
pei'ran ejmavnqanon.
LVI, 1 ΔEpeidh; ga;r polu;ç h\n oJ tw'n dokhçiçovfwn
peri; to;n Kilivkwn daivmona plavnoç, murivwn ejptoh-
mevnwn ejpΔ aujtw'/ wJç a]n ejpi; çwth'ri kai; ijatrw'/, pote;
me;n ejpifainomevnw/ toi'ç ejgkaqeuvdouçi, pote; de; tw'n
ta; çwvmata kamnovntwn ijwmevnw/ ta;ç novçouç (yucw'n dΔ
h\n ojleth;r a[ntikruç ou|toç, tou' me;n ajlhqou'ç ajfevlkwn
çwth'roç, ejpi; de; th;n a[qeon plavnhn kataçpw'n tou;ç
pro;ç ajpavthn eujcerei'ç) eijkovta dh; pravttwn, qeo;n
zhlwth;n ajlhqw'ç çwth'ra probeblhmevnoç, kai; tou'ton
eijç e[dafoç fevreçqai to;n new;n ejkevleuçen. LVI, 2 eJni;
de; neuvmati kata; gh'ç hJplou'to dexia'/ katarriptovme-
non çtratiwtikh'/ to; tw'n gennaivwn filoçovfwn bowvme-
non qau'ma kai; oJ th'/de ejndomucw'n ouj daivmwn oujdev ge
qeovç, plavnoç dev tiç yucw'n makroi'ç kai; murivoiç ejxa-
pathvçaç crovnoiç. ei\qΔ oJ kakw'n eJtevrouç ajpallavxein
kai; çumfora'ç proi>çcovmenoç oujde;n aujto;ç eJautw'/ pro;ç
a[munan eu{rato favrmakon ma'llon h] o{te keraunw'/ blh-
qh'nai muqeuvetai. LVI, 3 ajllΔ oujk ejn muvqoiç h\n ta;
tou' hJmedapou' baçilevwç qew'/ kecariçmevna katorqwvma-
ta, diΔ ejnargou'ç dev gΔ ajreth'ç tou' aujtou' çwth'roç auj-
tovrrizoç kai; oJ th'/de new;ç ajnetrevpeto, wJç mhdΔ i[cnoç
aujtovqi th'ç e[mproçqen perilelei'fqai manivaç.
84
Scil. Asclepio. In Cilicia, ad Aigai esisteva un tempio di Asclepio
legato alla figura di Apollonio di Tiana. Questo santuario, al pari dei
due più famosi di Epidauro e Pergamo, oltre ad essere un luogo di cul-
to, era allo stesso tempo una sorta di sanatorio. Nonostante quanto af-
ferma Eusebio, è probabile che il tempio abbia continuato a essere at-
tivo almeno fino all’epoca dell’imperatore Giuliano (Zonara, Epitome
Historiarum, XIII, 12).
85
I malati che si recavano nei santuari di Asclepio in cerca della
guarigione ricorrevano frequentemente alla pratica dell’“incubazio-
ne”, che consisteva nell’addormentarsi nel tempio, o nei pressi di esso,
affinché la divinità si mostrasse loro in sogno e suggerisse una cura. Il
retore greco Elio Aristide (117-181) nei Discorsi Sacri, descrive detta-
gliatamente i suoi contatti onirici con il dio presso l’Asklepieion di
LIBRO TERZO 319

minacce del sovrano, al pari dei pagani supponenti e su-


perstiziosi che, anch’essi, fecero esperienza concreta
della propria vanità.
LVI, 1 Infatti, poiché l’errore di quei presuntuosi era
grande anche riguardo al demone della Cilicia,84 e in mi-
gliaia erano irretiti da esso, nella convinzione che fosse
un salvatore e un medico, e che talvolta si mostrasse in
sogno ai dormienti85 e talora curasse le malattie di colo-
ro che erano afflitti nel corpo (mentre costui era, al con-
trario, un distruttore di anime, che trascinava via dal ve-
ro Dio e attirava nell’errore del paganesimo quanti era-
no propensi a farsi trarre in inganno), Costantino prese
la risoluzione migliore e, facendosi forte del Dio ‘gelo-
so’,86 quale autentico Salvatore, ordinò che anche quel
tempio fosse distrutto fino alle fondamenta. LVI, 2 A un
suo cenno quella meraviglia celebrata dai nobili filosofi87
fu demolita, abbattuta dall’esercito, insieme a colui che
si nascondeva nei suoi recessi: né un demone né un dio,
ma un corruttore di anime che per moltissimi e lunghi
anni aveva messo in atto i suoi inganni. Così colui che si
offriva di allontanare dagli altri mali e sventure, non
trovò per se stesso alcun rimedio per difendersi, non di-
versamente da quando, a quanto racconta il mito, fu col-
pito dal fulmine.88 LVI, 3 I successi del nostro imperato-
re invece, che erano graditi a Dio, non restarono confi-
nati nel mito, al contrario, attraverso la manifesta poten-
za del suo Salvatore, anche quel tempio fu rovesciato con
tutte le radici, in modo tale che non restò neppure la
traccia della follia di un tempo.

Pergamo. Cfr. Elio Aristide, Discorsi sacri, a cura S. Nicosia, Milano


1984, in particolare pp. 16-25.
86
Esodo, 20, 5.
87
Possibile allusione ad Apollonio di Tiana e ai suoi discepoli.
88
Secondo il mito, quando Asclepio riuscì nell’impresa di resusci-
tare i morti, Zeus lo uccise col fulmine per impedire che le leggi della
natura fossero completamente sovvertite.
320 LOGOÇ G

LVII, 1 Pavnteç dΔ oiJ pri;n deiçidaivmoneç, to;n e[leg-


con th'ç aujtw'n plavnhç aujtai'ç o[yeçin oJrw'nteç tw'n qΔ
aJpantacou' new'n te kai; iJdrumavtwn e[rgw/ qewvmenoi th;n
ejrhmivan, oiJ me;n tw'/ çwthrivw/ proçevfeugon lovgw/, oiJ dΔ
eij kai; tou'to mh; e[pratton, th'ç gou'n patrwv/aç kate-
givnwçkon mataiovthtoç ejgevlwn te kai; kategevlwn tw'n
pavlai nomizomevnwn aujtoi'ç qew'n. LVII, 2 kai; pw'ç ga;r
oujk e[mellon ou{tw fronei'n, th'ç e[xwqen tw'n xoavnwn
fantaçivaç pleivçthn o{çhn miarivan ei[çw kekrummevnhn
oJrw'nteç… h] ga;r nekrw'n çwmavtwn uJph'n ojçteva xhrav te
kraniva gohvtwn periergaçivaiç ¢ejçkeuwrhmevnaÜ, h]
rJupw'nta rJavkh bdelurivaç aijçcra'ç e[mplea, h] covrtou
kai; kalavmhç forutovç. LVII, 3 a} dh; tw'n ajyuvcwn ejn-
to;ç çeçwreumevna qewvmenoi aujtoi'ç te kai; toi'ç aujtw'n
patravçi pollh;n logiçmou' katemevmfonto ajfroçuvnhn,
o{te mavliçtΔ ejnenovoun wJç oujdei;ç a[ra h\n ejn toi'ç ajduv-
toiç aujtw'n mucoi'ç oujdΔ ejn aujtoi'ç ajgavlmaçin e[noikoç
ouj daivmwn ouj crhçmw/do;ç ouj qeo;ç ouj mavntiç, oi|a dh;
to; pri;n uJpelavmbanon, ajllΔ oujdΔ ajmudrovn ti h] çkiw'deç
favntaçma. LVII, 4 dio; dh; proceivrwç toi'ç ejk baçilevwç
katapemfqei'çi pa'n çkoteino;n a[ntron kai; pa'ç ajpovrrh-
toç muco;ç bato;ç h\n, a[batav te kai; a[duta iJerw'n te
ta; ejndotavtw çtratiwtikoi'ç katepatei'to bhvmaçin,
w{çtΔ ejnargh' toi'ç pa'çin ejk tw'nde ãkai;Ã katavfwron ge-
gonevnai th;n ejx aijw'noç makrou' tw'n ejqnw'n aJpavntwn
katakrathvçaçan dianoivaç phvrwçin.
LVIII, 1 Kai; tau'ta dΔ a[n tiç toi'ç baçilevwç eijkovtwç
ajnaqeivh katorqwvmaçin, w{çper ou\n kai; ta; merikw'ç kaqΔ
e{kaçton e[qnoç aujtw'/ diatacqevnta: oi|on ejpi; th'ç Foi-
nivkwn ÔHlioupovlewç, ejfΔ h|ç oiJ me;n th;n ajkovlaçton hJ-
donh;n timw'nteç ΔAfrodivthç proçrhvmati gametai'ç kai;

89
Eliopoli (Balbeek), dove sorgeva un grande tempio di Zeus, ri-
mase a lungo un centro pagano.
LIBRO TERZO 321

LVII, 1 Tutti coloro che prima erano in preda alla su-


perstizione, quando constatarono con i loro stessi occhi
la dimostrazione del loro errore e osservarono nei fatti
l’abbandono in cui giacevano dappertutto i templi e le
statue, alcuni si rivolsero al verbo salvifico e altri, se pure
non fecero ciò, biasimarono quantomeno la stoltezza dei
loro progenitori e presero a deridere e sbeffeggiare quel-
li che un tempo avevano ritenuto divinità. LVII, 2 E co-
me avrebbero potuto non cominciare a pensarla in que-
sto modo, nel vedere una così ingente mole di scellera-
tezza celata sotto l’aspetto esteriore di quei simulacri?
Infatti sotto di essi giacevano ossa di cadaveri e crani
rinsecchiti, frutti delle frodi e delle magie degli stregoni
o cenci sudici, pieni di ripugnante immondizia, o ancora
ammassi di fieno e trucioli. LVII, 3 Nel contemplare ciò
che si accumulava all’interno di quegli oggetti inanima-
ti, rimproveravano se stessi e i loro padri per la grande
stoltezza del loro pensiero, soprattutto perché realizza-
vano che in quei recessi impenetrabili non c’era nessu-
no, e che neppure nelle statue dimorava alcun demone
né alcun profeta, né alcuna divinità, né alcun indovino,
come prima ritenevano, e nemmeno un fantasma oscuro
e tetro. LVII, 4 Pertanto ogni antro tenebroso e ogni se-
greto recesso si apriva ora con facilità innanzi agli invia-
ti dell’imperatore e luoghi che erano stati inviolabili e
inaccessibili, e persino i penetrali dei templi, erano cal-
pestati dai passi dei soldati, così che, da ciò, risultava
chiara ed evidente a ciascuno la cecità che per lungo
tempo aveva dominato la mente di tutti i pagani.
LVIII, 1 Tali avvenimenti si possono a buon diritto
ascrivere tra i successi dell’imperatore, come certamente
anche i provvedimenti che egli prese in particolare in
ogni singola provincia; come nel caso di Eliopoli in Feni-
cia,89 dove in passato coloro che in nome di Afrodite per-
seguivano il piacere sfrenato, consentivano alle mogli e
322 LOGOÇ G

qugatravçin ajnevdhn ejkporneuvein çunecwvroun provteron.


LVIII, 2 nuni; de; novmoç ejfoivta nevoç te kai; çwvfrwn pa-
ra; baçilevwç mhde;n tw'n pavlai çunhvqwn tolma'n diago-
reuvwn, kai; touvtoiç dΔ ejggravfouç pavlin parevqeto di-
daçkalivaç, wJç a]n ejpΔ aujtw'/ touvtw/ pro;ç tou' qeou' prohg-
mevnoç ejfΔ w|/ pavntaç ajnqrwvpouç novmoiç çwfroçuvnhç pai-
deuvein. dio; oujk ajphxivou kai; touvtoiç diΔ oijkeivou proço-
milei'n gravmmatoç, prou[trepev te çpeuvdein ejpi; th;n tou'
kreivttonoç gnw'çin. LVIII, 3 kajntau'qa de; ta; e[rga ejph'-
ge toi'ç lovgoiç ajdelfav, oi\kon eujkthvrion ejkklhçivaç mev-
giçton kai; para; toi'çde kataballovmenoç, wJç to; mh; ejk
tou' pantovç pw aijwn' oç ajkoh'/ gnwçqe;n nu'n tou'to prw'-
ton e[rgou tucei'n, kai; th;n tw'n deiçidaimovnwn povlin
ejkklhçivaç qeou' preçbutevrwn te kai; diakovnwn hjxiw'ç-
qai tw'/ tΔ ejpi; pavntwn qew'/ iJerwvmenon ejpivçkopon tw'n
th'/de prokaqevzeçqai. LVIII, 4 pronow'n de; kajntau'qa
baçileu;ç o{pwç a]n pleivouç proçivoien tw'/ lovgw/, ta; pro;ç
ejpikourivan tw'n penhvtwn e[kplea parei'ce, kai; tauvth/
protrevpwn ejpi; th;n çwthvrion çpeuvdein didaçkalivan, mov-
non oujci; tw'/ favnti paraplhçivwç eijpw;n a]n kai; aujtovç:
ÃÃei[te profavçei ei[tΔ ajlhqeiva/ Criçto;ç kataggellevçqw.ãã
LIX, 1 ΔAlla; ga;r ejpi; touvtoiç aJpavntwn ejn qumhdiv-
aiç th;n zwh;n diagovntwn th'ç tΔ ejkklhçivaç tou' qeou'
pantacou' kata; pavnta trovpon kai; para; pa'çin e[qneçin
uJyoumevnhç, au\qiç oJ toi'ç kaloi'ç ejfedreuvwn fqovnoç
ejphleivfeto th'/ tw'n toçouvtwn ajgaqw'n eujpragiva/, tavca
pote; kai; aujto;n ajlloi'on e[çeçqai baçileva peri; hJma'ç
ajpoknaivçanta tai'ç hJmetevraiç taracai'ç te kai; ajkoç-
mivaiç ejlpivçaç. LIX, 2 mevgiçton dΔ ou\n ejxavyaç purço;n
th;n ΔAntiocevwn ejkklhçivan tragikai'ç dielavmbane

90
Scil. i cittadini di Eliopoli.
91
Phil., 1, 18.
92
Come di consueto, Eusebio introduce il tema delle controversie
all’interno della Chiesa attribuendone la responsabilità all’invidia, cfr.
supra, n. 1, p. 242.
LIBRO TERZO 323

alle figlie di prostituirsi senza ritegno. LVIII, 2 Ora inve-


ce vigeva la nuova e saggia legge dell’imperatore che
proibiva a chiunque di commettere le turpitudini un
tempo consuete, e per costoro egli provvide nuovamente
a pubblicare alcune istruzioni scritte: si potrebbe dire
che agiva per conto di Dio con uno scopo preciso, ossia
educare tutti gli uomini secondo le leggi della temperan-
za. Pertanto non disdegnava di avvicinarsi ad essi90 attra-
verso un suo scritto con cui li esortava ad adoperarsi per
giungere alla conoscenza dell’Onnipotente; LVIII, 3 e
anche in questa sede fece seguire alle parole i fatti, get-
tando le fondamenta di una chiesa di mole gigantesca
pure in questa città, in modo tale da realizzare, concreta-
mente e per la prima volta, ciò di cui in nessun tempo
non si era mai avuta notizia: che una città di pagani su-
perstiziosi ricevesse l’onore di presbiteri e diaconi ap-
partenenti a una chiesa cristiana e che vi fosse insediato
un vescovo consacrato al Dio universale. LVIII, 4 E an-
che qui l’imperatore, preoccupandosi che quanti più pos-
sibile si accostassero al Verbo, offrì abbondanti donativi
per l’assistenza dei poveri, spingendoli anche in questo
modo a volgersi quanto prima alla dottrina salvifica,
quasi che anch’egli si esprimesse in modo simile a colui
che dice: ‘o con un pretesto o con sincerità, Cristo sia an-
nunciato’.91
LIX, 1 Ma proprio nel momento in cui per tali ragioni
tutti vivevano felicemente e la Chiesa di Dio era celebra-
ta ovunque, in ogni modo e da tutti i popoli, ancora una
volta l’invidia,92 che insidia sempre il bene, prese a con-
trastare la fortuna di una prosperità tanto grande, spe-
rando forse che l’imperatore, ormai esasperato dalla no-
stra indisciplina e dai nostri tumulti, avrebbe tenuto nei
nostri confronti un atteggiamento diverso. LIX, 2 Per-
tanto, appiccato un fuoco immenso, riuscì a dividere la
324 LOGOÇ G

çumforai'ç, wJç mikrou' th;n pa'çan ejk bavqrwn ajna-


traph'nai povlin, eijç duvo me;n tmhvmata diaireqevntwn
tw'n th'ç ejkklhçivaç law'n, tou' de; koinou' th'ç povlewç
aujtoi'ç a[rcouçi kai; çtratiwtikoi'ç polemivwn trovpon aj-
nakinhqevntwn, wJç kai; xifw'n mevllein a{pteçqai, eij mh;
qeou' tiç ejpiçkoph; o{ te para; baçilevwç LIX, 3 fovboç
ta;ç tou' plhvqouç ajnevçteilen oJrmavç, pavlin qΔ hJ baçi-
levwç ajnexikakiva divkhn çwth'roç kai; yucw'n ijatrou' ta;ç
dia; lovgwn qerapeivaç proçh'ge toi'ç nenoçhkovçi.
Diepreçbeuveto dh'ta toi'ç laoi'ç hJmerwtavtwç, tw'n
parΔ aujtw'/ dokivmwn kai; th'/ tw'n komhvtwn ajxiva/ tetimh-
mevnwn ajndrw'n to;n piçtovtaton ejkpevmyaç, fronei'n te
ta; pro;ç eijrhvnhn ejpallhvloiç parhv/nei gravmmaçin, ejdiv-
daçkev te pravttein qeoçebeiva/ prepovntwç, e[peiqev te kai;
ajpelogei'to diΔ w|n pro;ç aujtou;ç e[grafen, wJç tou' th'ç
çtavçewç aijtivou diakhkow;ç aujto;ç ei[h. LIX, 4 kai; tauvtaç
dΔ aujtou' ta;ç ejpiçtola;ç ouj th'ç tucouvçhç paideuvçewvç
te kai; wjfeleivaç plhvreiç pareqevmhn a]n ejpi; tou' parovn-
toç, eij mh; diabolh;n ejph'gon toi'ç kathgoroumevnoiç.
LIX, 5 dio; tauvtaç me;n ajnaqhvçomai, krivnaç mh; ajna-
neou'çqai kakw'n mnhvmhn, movnaç de; çunavyw tw'/ lovgw/ a}ç
ejpi; çunafeiva/ kai; eijrhvnh/ tw'n a[llwn eujqumouvmenoç çu-
nevgraye, diΔ w|n parhvn/ ei ajllotrivou me;n a[rcontoç, ejfΔ
w|/ th;n eijrhvnhn pepoivhnto, mhdamw'ç ejqevlein meta-
poiei'çqai, qeçmw'/ dΔ ejkklhçivaç tou'ton aiJrei'çqai poimev-
na, o}n aujto;ç ajnadeivxeien oJ koino;ç tw'n o{lwn çwthvr.
gravfei de; aujtw'/ te tw'/ law'/ kai; toi'ç ejpiçkovpoiç diafov-
rwç ta; uJpotetagmevna.

93
Ad Antiochia si era creata una situazione di tensione determina-
ta dai dissensi tra il vescovo Eustazio, convinto sostenitore dell’orto-
dossia nicena, e gli Ariani, che erano assai potenti in questa città e riu-
scirono a ottenere la sua destituzione e il suo esilio intorno al 328. Eu-
sebio era coinvolto nella questione, sia perché era stato attaccato da
Eustazio sia perché, dopo la destituzione di quest’ultimo, gli Ariani
chiesero proprio al vescovo di Cesarea di abbandonare la sua sede
LIBRO TERZO 325

Chiesa di Antiochia93 con gravissime sciagure, così che


per poco l’intera città non fu rovesciata dalle fondamen-
ta: i membri della chiesa si scissero infatti in due fazioni
e la comunità cittadina si sollevò, come se fosse in atto
una guerra, contro le autorità e l’esercito, e avrebbero
addirittura impugnato le armi, se la provvidenza divina e
il timore suscitato dall’imperatore non avessero arginato
l’impeto della folla; LIX, 3 ancora una volta l’imperato-
re, con la pazienza di un salvatore e medico delle anime
offrì agli ammalati la cura mediante le sue parole.
In tutta la sua bontà mandò dei legati sul luogo, in-
viando il più fidato tra i dignitari di corte insigniti del ti-
tolo di comes, e li esortava a preoccuparsi della pace con
continue lettere, insegnava loro ad agire in modo confor-
me alla fede, tentava di persuaderli e si scusava di ciò che
aveva scritto loro, quasi che avesse ascoltato di persona
il responsabile della sollevazione.94 LIX, 4 Avrei inserito
in questa mia opera anche quelle lettere, che sono ric-
che di insegnamenti utili e tutt’altro che approssimativi,
se non contenessero elementi di accusa contro i gli im-
putati. LIX, 5 Pertanto me ne asterrò, poiché non riten-
go opportuno rinnovare il ricordo delle disgrazie, e in-
vece includerò in questa esposizione solo quelle che il
sovrano scrisse rallegrandosi dell’armonia e della pace
dei suoi sudditi, attraverso le quali li esortava a non vo-
lersi appropriare del vescovo venuto da fuori95 grazie al
quale avevano concluso la pace, ma a ricevere, secondo
la legge della Chiesa, quel pastore che il comune Salva-
tore dell’umanità avesse indicato. Egli scrisse quanto se-
gue, alla popolazione e ai vescovi separatamente:

episcopale per assumere l’incarico ad Antiochia. Eusebio, prudente-


mente, preferì declinare l’invito, anche perché accettarlo avrebbe
comportato un’implicita ammissione della propria eterodossia.
94
Scil. Eustazio.
95
Si tratta di Eusebio stesso.
326 LOGOÇ G

LX Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç tw'/


law'/ ΔAntiocevwn.
ÔWç kecariçmevnh ge th'/ tou' kovçmou çunevçei te kai;
çofiva/ hJ parΔ uJmw'n oJmovnoia, kai; e[gwge uJma'ç, ajdelfoiv,
ajqavnaton filivan filei'n e[gnwka, proklhqei;ç tw'/ te
novmw/ kai; tw'/ bivw/ kai; tai'ç çpoudai'ç tai'ç uJmetevraiç.
tou'to ou\n ejçtin wJç ajlhqw'ç ojrqw'ç ta; kala; karpou'ç-
qai to; ojrqh'/ te kai; uJgiei' kecrh'çqai dianoiva./ LX, 2 tiv
ga;r a]n ou{twç uJmi'n aJrmovçeien… oujkou'n qaumavçaimi a[n,
eij th;n ajlhvqeian çwthrivaç ma'llon uJmi'n h] mivçouç aijtiv-
an fhvçaimi. ejn ou\n toi'ç ajdelfoi'ç, ou}ç miva te kai; hJ
aujth; diavqeçiç ojrqh'ç kai; dikaivaç ¢oJdoiporivaçÜ tw'/ qew'/
katepaggevlletai eijç aJgnhvn te kai; oJçivan eJçtivan ejg-
gravfein, tiv a]n timiwvteron gevnoito tou' metΔ eujtucivaç
toi'ç pavntwn kaloi'ç oJmognwmonei'n… mavliçta o{pou th;n
provqeçin uJmw'n hJ ejk tou' novmou paivdeuçiç eijç kallivw
diovrqwçin fevrei, kai; th;n hJmetevran krivçin bebaiou'çqai
toi'ç ajgaqoi'ç ejpiqumou'men dovgmaçi.
LX, 3 Qaumaçto;n tou'to i[çwç uJmi'n katafaivnetai, tiv
dhv pote to; prooivmiovn moi tou' lovgou bouvletai. ouj dh;
paraithvçomai oujdΔ ajrnhvçomai th;n aijtivan eijpei'n. oJmo-
logw' ga;r ajnegnwkevnai ta; uJpomnhvmata, ejn oi|ç lam-
prai'ç øtΔØ eujfhmivaiç te kai; marturivaiç, ai|ç eijç Eujçev-
bion eijçhnevgkaçqe ejpivçkopon h[dh Kaiçarevwn o[nta, o}n
kai; aujto;ç paideuvçewvç te kai; ejpieikeivaç e{neken kalw'ç
¢geÜ ejk pollou' ginwvçkw, eJwvrwn uJma'ç ejgkeimevnwç auj-
to;n çfeterizomevnouç. LX, 4 tiv ou\n hJgei'çqev me pro;ç
ajkribh' tou' kalw'ç e[contoç ejpizhvthçin ejpeigovmenon
dientequmh'çqai, tivna de; ejk th'ç uJmetevraç çpoudh'ç
ajneilhfevnai frontivda… w\ pivçtiç aJgiva, h} dia; tou' lov-
gou kai; th'ç gnwvmhç tou' çwth'roç hJmw'n eijkovna w{çper
hJmi'n tou' bivou divdwç, wJç duçcerw'ç a]n kai; aujth; toi'ç
aJmarthvmaçin ajntibaivhç, eij mh; th;n pro;ç kevrdoç uJph-

96
Questa lettera, come le due successive, è databile intorno al 328.
LIBRO TERZO 327

LX Il Vincitore Costantino Massimo Augusto al popolo


di Antiochia 96
Quanto la concordia tra di voi sia gradita all’armonia
e all’intelligenza del cosmo, anch’io, da parte mia, lo rico-
nosco e so, fratelli, di amarvi di affetto imperituro, susci-
tato anche dall’ammirazione per la vostra legge, il vostro
modo di vivere e il vostro impegno. Ed è davvero giusto e
corretto dire che i frutti migliori si raccolgono quando ci
si ispira a un pensiero retto e sano. LX, 2 Cosa, infatti, vi
si può adattare altrettanto bene? Mi stupirei senz’altro se
mi trovassi ad affermare che la verità sia per voi motivo
di salvezza piuttosto che di odio. Del resto, tra fratelli
consacrati a Dio da un’unica e medesima disposizione
verso il cammino retto e giusto, che li rende partecipi del-
la sua pura e santa dimora, cosa potrebbe essere più ap-
prezzato del vivere in concordia nel godimento dei beni
comuni? Soprattutto in quanto le istruzioni che proven-
gono dalla legge guidano le vostre inclinazioni verso la
più completa rettitudine, ed è nostra intenzione consoli-
dare il nostro giudizio mediante giusti decreti.
LX, 3 Forse vi interrogherete con stupore su cosa in-
tendesse significare l’inizio del mio discorso. Non elu-
derò la questione né rifiuterò di illustrarne le ragioni.
Ammetto di aver letto le relazioni dalle quali, con gli
splendidi elogi e attestati di stima che avete rivolto a Eu-
sebio, che è già vescovo di Cesarea e di cui io stesso cono-
sco da lungo tempo la cultura e l’integrità morale, ho
compreso che intendevate trattenerlo nella vostra città.
LX, 4 Dunque cosa credete che io avessi in mente nel ri-
cercare accuratamente la soluzione migliore? Di quale
preoccupazione mi sarei fatto carico a causa delle vostre
aspettative? O santa fede, che attraverso la parola e l’in-
segnamento del nostro Salvatore ci hai offerto una sorta
di immagine della vita, con quanta difficoltà tu stessa re-
sisteresti al peccato se non rifiutassi l’asservimento al
guadagno! Per parte mia, ritengo che chi si adopera più
328 LOGOÇ G

reçivan ajrnhvçaio… kai; ejmoiv ge dokei' aujth'ç th'ç nivkhç


perigenevçqai oJ th'ç eijrhvnhç ma'llon ajntipoiouvmenoç: wJç
o{pou gev toiv tini to; prevpon e[xeçtin, oujdei;ç a]n oJ mh;
terpovmenoç euJreqeivh. ajxiw' toivnun, ajdelfoiv: LX, 5 tou'
cavrin ou{tw diaginwvçkomen, w{çqΔ eJtevroiç u{brin diΔ w|n
aiJrouvmeqa proçtrivyaçqai… tou' cavrin tau'tΔ ejpiçpwvme-
qa, a} th;n pivçtin th'ç uJpolhvyewç hJmw'n kaqairhvçei…
ejgw; me;n ou\n ejpainw' to;n a[ndra, o}ç kai; uJmi'n timh'ç te
kai; diaqevçewç a[xioç dokimavzetai, ouj mh;n ou{tw gΔ
ejxhçqenhkevnai to; parΔ eJkavçtoiç kuv- riovn te kai; bev-
baion ojfei'lon mevnein crhv, wJç mh; tai'ç ijdivaiç gnwvmaiç
e{kaçton ajrkei'çqai kai; tw'n oijkeivwn pavntaç ajpolauvein
e[n te ejfamivllw/ diaçkevyei eijç th;n tou'de tou' ajndro;ç
çuvgkriçin oujc e{na movnon ajlla; kai; pleivouç ejkfh'nai.
LX, 6 dio; dh; oujde;n ou[tΔ ejkplhvxewç ou[te tracuvthtoç
ejnoclhvçei, eij ¢ta;çÜ peri; th;n ejkklhçivan tima;ç oJmoivaç
te kai; dia; pavntwn ejpΔ i[çhç ajgaphta;ç ei\nai çumbaiv-
nei. oujde; ga;r eu[logon eijç eJtevrwn pleonevkthma poiei'ç-
qai th;n peri; touvtwn ejpivçkeyin, th'ç pavntwn dianoivaç
ejpΔ i[çhç, a[n tΔ ejlavttouç a[n te meivzouç ei\nai dokoi'en,
ta; qei'a dovgmata uJpodecomevnhç te kai; fulattouvçhç,
wJç kata; mhde;n tou;ç eJtevrouç tw'n eJtevrwn eijç to;n koi-
no;n novmon ejlattou'çqai. LX, 7 eij dh; tajlhqe;ç loipo;n
gnwvrimon diarrhvdhn ajpofainovmeqa, øwJçØ ouj kavqexin
ajllΔ ajfaivreçin ma'llon a]n ei[poi tiç e[çeçqai tajndrovç,
kai; bivaç e[rga ouj dikaioçuvnhç genhvçeçqai to; ginovme-
non, a[n qΔ ou{twç a[n qΔ eJtevrwç ta; plhvqh fronh'/: wJç
e[gwge diarrhvdhn kai; eujtovlmwç ajpofaivnomai ejgklhvma-
toç uJpovqeçin ei\nai tou'to prokaloumevnhn ouj th'ç tu-
couvçhç çtavçewç tarachvn. ejpiçhmaivnouçi gou'n th;n tw'n
ojdovntwn fuvçin te kai; duvnamin kai; ajrneioiv, o{tan tou'
poimevnoç th'ç çunhqeivaç te kai; qerapeivaç uJpoliç-
LIBRO TERZO 329

per la pace risulti in ogni caso superiore rispetto alla stes-


sa vittoria: se infatti è possibile comportarsi secondo le
norme della convenienza, nessuno può fare a meno di
rallegrarsene. Suvvia, fratelli, per quale ragione dovrem-
mo deliberare in senso tale da recare oltraggio ad altri a
causa di quanto abbiamo deciso? LX, 5 Per quale moti-
vo aspiriamo a ciò che finirà per distruggere la credibilità
della nostra reputazione? Io, certo, elogio quell’uomo che
anche voi stimate degno di onore e considerazione, tutta-
via non bisogna indebolire una norma che deve rimanere
salda e valida per tutti, in modo tale che nessuno si ac-
contenti delle proprie convinzioni personali e che tutti
traggano vantaggio da quanto appartiene loro, e che, nel-
la ricerca di chi possa competere con quest’uomo, non un
solo candidato, ma molti appaiano adeguati. LX, 6 Non
potrà quindi più sussistere nessuna asprezza e nessun
turbamento, se accadrà che le cariche ecclesiastiche sa-
ranno considerate in ogni caso tutte sullo stesso piano e
di uguale valore. Non è infatti ragionevole che una ricer-
ca di questo tipo possa tradursi in un sopruso nei con-
fronti di altri, poiché la facoltà intellettiva comune a tutti,
a prescindere dal fatto che appaiano più o meno degni di
considerazione, accoglie e custodisce nella stessa misura i
precetti divini, in modo tale che in nulla gli uni sono da
meno degli altri riguardo alla Legge comune. LX, 7 Se
proprio volessimo dire con franchezza la pura verità, si
potrebbe definire l’episodio come una esautorazione
piuttosto che come il prolungamento dell’incarico di que-
st’uomo e considerarlo effetto della violenza e non della
giustizia, senza curarsi di quale sia il giudizio della mag-
gioranza; al punto che io stesso mi spingo ad affermare
chiaramente e senza alcun timore che questa vicenda rap-
presenta di per sé un vero e proprio un elemento di accu-
sa, poiché ha provocato uno sconvolgimento non indiffe-
rente. Persino gli agnelli manifestano la forza insita nei
loro denti se viene a mancare la cura abituale del pastore
330 LOGOÇ G

qouvçhç ejpi; ta; ceivrw th'ç pri;n diagwgh'ç ajpoçterh-


qw'çin. LX, 8 eij dh; tau'qΔ ou{twç e[cei kai; ouj çfallovme-
qa, tou'to prw'ton qeavçaçqe, ajdelfoiv (polla; ga;r uJmi'n
kai; megavla ejk prwvthç ajpanthvçetai), prw'ton aJpavntwn
hJ pro;ç ajllhvlouç gnhçiovthç te kai; diavqeçiç eij mhde;n
aujth'ç ejlattwqe;n aijçqhvçetai: ei\qΔ o{ti kai; oJ diΔ ojrqh;n
çumboulh;n ajfikovmenoç to; katΔ ajxivan ejk th'ç qeivaç
krivçewç karpou'tai, ouj th;n tucou'çan cavrin eijlhfwvç,
tw' / peri; auj t ou' toçauv t hn uJ m a' ç ej p ieikeiv a ç yh' f on
ejnevgkaçqai. ejpi; touvtoiç, o} th'ç uJmetevraç çunhqeivaç ejç-
tivn, ajgaqh'/ gnwvmh/ çpoudh;n th;n prevpouçan eijçenevgkaç-
qe eijç ejpizhvthçin ajndro;ç ou| crhv/zete, ajpokleivçanteç
pa'çan çtaçiwvdh kai; a[takton bohvn: ajei; ga;r a[dikoç hJ
toiauvth, kajk th'ç tw'n diafovrwn ¢çugkrouvçewçÜ çpinqh'-
revç te kai; flovgeç ejxanivçtantai. LX, 9 ou{twç ou\n tw'/
qew'/ tΔ ajrevçaimi kai; uJmi'n katΔ eujcavç te ta;ç uJmetev-
raç diazhvçaimi, wJç uJma'ç ajgapw' kai; to;n o{rmon th'ç uJ-
metevraç praovthtoç: ejx ou| to;n rJup v on ejkei'non ajpwçav-
menoi ajnteiçhnevgkate h[qei ajgaqw'/ th;n oJmovnoian, bev-
baion to; çhmei'on ejnqevmenoi, drovmon te oujravnion eijç
fw'ç dramovnteç, phdalivoiç qΔ wJç a]n ei[poi tiç çidh-
roi'ç. diovper kai; to;n a[fqarton ¢fovrtonÜ hJgei'çqe: pa'n
ga;r to; th;n nau'n lumainovmenon w{çper ejx ajntlivaç ajnav-
lwtai. dio; dh; nu'n pronohvçaçqe th;n ajpovlauçin touvtwn
aJpavntwn ou{twç e[cein, wJç a]n mh; deuvteron ajbouvlw/ kai;
ajluçitelei' çpoudh'/ h] kaqovlou ti phvxaçqai h] th;n ajr-
ch;n ejpiceirh'çai mh; çumfevron dokoivhmen.
ÔO qeo;ç uJma'ç diafulavxoi, ajdelfoi; ajgaphtoiv.

LXI, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


Eujçebivw./
ΔAnevgnwn ¢h{diçtaÜ th;n ejpiçtolh;n h}n hJ çh; çuvneçiç
ejpoihvçato, kai; to;n kanovna th'ç ejkklhçiaçtikh'ç ej-

97
Ossia i dissensi all’interno della Chiesa.
LIBRO TERZO 331

e restano privi delle attenzioni che ricevevano prima.


LX, 8 Se però le cose stanno così, e se non ci inganniamo,
prima di tutto, fratelli, osservate (e fin dall’inizio ne trar-
rete molti e grandi benefici) se la vostra reciproca lealtà e
stima non ne risultino in qualche misura sminuite. E con-
siderate inoltre che colui che è arrivato per portare un ret-
to consiglio riceverà la giusta ricompensa dal giudizio di-
vino, poiché che non ha ottenuto un beneficio fuori dal
comune, dato che la vostra bontà ha preso nei suoi ri-
guardi una deliberazione di tale importanza. Oltre a ciò,
come è nelle vostre abitudini, impegnatevi quanto è op-
portuno, e con tutto il vostro discernimento, nella ricerca
dell’uomo che vi occorre, mettendo fine a ogni grido di
rivolta e di insubordinazione: tale atteggiamento, infatti, è
sempre ingiusto e dall’urto di posizioni discordanti sca-
turiscono scintille e fiamme. LX, 9 Io spero così di riu-
scire gradito a Dio e a voi e di comportarmi secondo i vo-
stri voti, poiché vi amo e amo il porto della vostra bontà:
una volta che avrete rimosso da esso ogni sudiciume, co-
me è bene, vi introdurrete invece la concordia, vi collo-
cherete saldamente il Segno e percorrerete il cammino ce-
leste verso la luce, se così si può dire, con ferrei timoni.
Pertanto fate in modo di condurre con voi un carico in-
corrotto: ora infatti tutto ciò che è dannoso per la nave è
stato eliminato dalla sentina.97 Dunque adesso datevi
pensiero di trarre vantaggio da tutto ciò che è disponibi-
le, così che non dobbiamo, per la seconda volta, dare
l’impressione di aver portato a compimento, o di aver in-
trapreso, un’iniziativa inopportuna con zelo sconsiderato
e inutile.
Che dio vi custodisca amati fratelli.

LXI, 1 Il Vincitore Costantino Massimo Augusto a Eusebio


Ho letto con immenso piacere la lettera scritta dalla
tua saggezza e ho notato che il canone della dottrina ec-
332 LOGOÇ G

piçthvmhç eijç ajkrivbeian fulacqevnta katenovhça: ejmmev-


noiç gou'n touvtoiç a{per ajreçtav te tw'/ qew'/ kai; th'/
ajpoçtolikh'/ paradovçei çuvmfwna faivnetai. makavrion dh;
çauto;n kai; ejn aujtw'/ touvtw/ novmize, wJç th'/ tou' kovçmou
panto;ç wJç e[poç eijpei'n marturiva/ a[xioç ejkrivqhç pavçhç
ejkklhçivaç ejpivçkopoç ei\nai: eij ga;r poqou'çin a{panteç
ei\naiv çe parΔ aujtoi'ç, tauvthn çoi th;n eujdaimonivan aj-
namfiçbhthvtwç çunauvxouçin. LXI, 2 ajllΔ hJ çh; çuvneçiç,
h} tavç te ejntola;ç tou' qeou' kai; to;n ajpoçtoliko;n ka-
nov n a kai; ãto; n à th' ç ej k klhçiv a ç fulav t tein e[ g nwken,
uJpevreuge pepoivhke paraitoumevnh th;n ejpiçkopivan th'ç
kata; th;n ΔAntiovceian ejkklhçivaç, ejn tauvth/ de; diamei'-
nai çpoudavzouça, eijç h}n ejk prwvthç qeou' boulhvçei th;n
ejpiçkopivan uJpedevxato. LXI, 3 peri; dh; touvtou pro;ç
to;n lao;n ejpiçtolh;n ejpoihçavmhn, provç te tou;ç a[llouç
çou çulleitourgouvç, oi} kai; aujtoi; peri; touvtwn ejtuvg-
canovn moi gegrafovteç a{per hJ çh; kaqarovthç ajna-
gnou'ça rJa/divwç ejpignwvçetai, th'ç dikaioçuvnhç ajntif-
qeggomevnhç aujtoi'ç protroph'/ tou' qeivou øpro;ç aujtou;çØ
e[graya, w|n tw'/ çumboulivw/ kai; th;n çh;n çuvneçin parei'-
nai dehvçei, wJç a]n tou'to ejpi; th'ç ΔAntiocevwn ejkklhçiv-
aç tupwqeivh o} kai; aujtw'/ tw'/ qew'/ kai; th'/ ejkklhçiva/
prepwdevçtaton nomiçqeivh.
ÔO qeovç çe diafulavxoi, ajdelfe; ajgaphtev.

LXII, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


Qeodovtw/, Qeodwvrw/, Narkivççw/, ΔAetivw/, ΔAlfeiw'/ kai;
toi'ç loipoi'ç ejpiçkovpoiç toi'ç ou\çin ejn ΔAntioceiva./
ΔAnevgnwn ta; grafevnta para; th'ç uJmetevraç çu-
nevçewç, Eujçebivou te tou' a{ma uJmi'n iJerwmevnou th;n
e[mfrona provqeçin ajpedexavmhn, ejpignouvç te ta; pe-
pragmevna çuvmpanta tou'to me;n toi'ç uJmetevroiç gravm-

98
Teodoto, vescovo di Laodicea e Narciso di Neroniade, in Cilicia,
erano stati temporaneamente destituiti, insieme a Eusebio, dal conci-
lio che si era svolto ad Antiochia nel 325 per via delle loro posizioni
LIBRO TERZO 333

clesiastica è stato scrupolosamente rispettato; continua


dunque ad attenerti a quei comportamenti che appaiono
graditi a Dio e conformi alla tradizione apostolica. Devi
senz’altro ritenerti felice anche perché sei stato giudicato
degno, secondo la testimonianza, per così dire, del mon-
do intero, di essere vescovo di tutta la Chiesa; se infatti
tutti desiderano tenerti presso di loro, ciò ti dà indubita-
bilmente motivo di accrescere la tua gioia. LXI, 2 Il tuo
senno, tuttavia, ha saputo preservare sia i comandamenti
divini sia i precetti apostolici ed ecclesiastici e ha fatto
benissimo a rifiutare l’episcopato della chiesa di Antio-
chia, nel desiderio di rimanere in quella sede in cui fin
dall’inizio, per volontà divina, hai ricevuto tale incarico.
LXI, 3 A questo proposito ho scritto una lettera ai citta-
dini di Antiochia e agli altri tuoi colleghi vescovi, che a
loro volta mi avevano scritto riguardo a questo argomen-
to missive che facilmente la tua santità potrà valutare
quando ne abbia preso lettura; io, per parte mia, ho scrit-
to spinto da un impulso divino, affinché la giustizia desse
loro una risposta, e occorrerà che anche il tuo senno si
unisca al loro consiglio in modo tale che nella Chiesa di
Antiochia si venga a configurare la risoluzione che si giu-
dichi più decorosa per Dio stesso e per la chiesa.
Dio ti custodisca amato fratello

LXII, 1 Il Vincitore Costantino Massimo Augusto a Teo-


doto, Teodoro, Narciso, Aezio, Alfio, e agli altri vescovi
che si trovano ad Antiochia.98
Ho letto quanto è stato scritto dal vostro senno e ho
approvato il saggio proposito di Eusebio, che come voi è
consacrato alla Chiesa, dopo essere venuto a conoscen-
za di tutto ciò che è avvenuto, sia dai vostri stessi scritti

ariane. È dunque comprensibile che costoro caldeggiassero l’elezione


di Eusebio a vescovo di Antiochia.
334 LOGOÇ G

maçin tou'to de; toi'ç ΔAkakivou kai; Çtrathgivou tw'n


diaçhmotavtwn komhvtwn, diavçkeyivn te th;n devouçan
poihçavmenoç, pro;ç to;n ΔAntiocevwn lao;n e[graya o{per
aj r eçtov n te tw' / qew' / h\ n kai; aJ r mov z on th' / ej k klhçiv a / ,
ajntivgrafovn te th'ç ejpiçtolh'ç uJpotacqh'nai toi'ç gravm-
maçi touvtoiç ejneteilavmhn, wJç a]n kai; aujtoi; ginwvçkoi-
te o{ tiv pote tw'/ tou' dikaivou lovgw/ proklhqei;ç pro;ç
to;n lao;n gravyai proeilovmhn, ejpeidh; tou'to toi'ç gravm-
maçin uJmw'n perieivceto, w{çte katav ge th;n tou' laou'
kai; th;n th'ç uJmetevraç proairevçewç çuvneçivn te kai;
bouvlhçin Eujçevbion to;n iJerwvtaton ejpivçkopon th'ç
Kaiçarevwn ejkklhçivaç ejpi; th'ç ΔAntiocevwn prokaqevzeç-
qai kai; th;n uJpe;r tauvthç ajnadevxaçqai frontivda.
LXII, 2 tav ge mh;n Eujçebivou gravmmata, a} to;n qeçmo;n
th'ç ejkklhçivaç mavliçta fulavttonta ejfaivneto, th;n ej-
nantivan eijçhgei'to gnwvmhn, mhdamw'ç aujto;n th;n uJpo;
tou' qeou' ejmpiçteuqei'çan ejkklhçivan ajpolipei'n: e[doxen
ou\n th;n ou{tw dikaivan provqeçin kai; pa'çin uJmi'n fu-
laktevan kurivan ma'llon poihvçaçqai mhdΔ ajpoçpavçai auj-
to;n th'ç ijdivaç ejkklhçivaç.
ΔEcrh'n dΔ uJmw'n th'/ çunevçei kai; th;n ejmh;n gnwvmhn
ejmfanh' genevçqai. ajfi'ktai ga;r eijç ejme; Eujfrovniovn te
to;n preçbuvteron polivthn o[nta th'ç kata; Kappadokiv-
an Kaiçareivaç kai; Gewvrgion to;n ΔAreqouvçion preçbuv-
teron wJçauvtwç, o}n ejpi; th'ç tavxewç tauvthç ΔAlevxan-
droç ejn ΔAlexandreiva/ kateçthvçato, ei\nai th;n pivçtin
dokimwtavtouç. LXII, 3 kalw'ç ou\n ei\cen dhlw'çai th'/
çunevçei uJmw'n touvç te proceiriçamevnouç kai; eJtevrouç,
ou}ç a]n ajxivouç hJghvçhçqe pro;ç to; th'ç ejpiçkoph'ç ajxivw-
ma, oJrivçai tau'ta a} th'/ tw'n ajpoçtovlwn paradovçei
çuvmfwna a]n ei[h. tw'n ga;r toiouvtwn eujtrepiçqevntwn
dunhvçetai uJmw'n hJ çuvneçiç kata; to;n th'ç ejkklhçivaç
kanovna kai; th;n ajpoçtolikh;n paravdoçin ou{tw rJuqmivçai

99
Cfr. supra, 53, 2.
LIBRO TERZO 335

sia da quelli degli illustrissimi conti Acacio99 e Strategio100


e, dopo aver fatto le opportune valutazioni, ho illustrato
per iscritto ai cittadini di Antiochia la soluzione gradita
a Dio e conveniente per la Chiesa e ho dato ordine di al-
legare a questo mio scritto una copia di quella lettera,
così che anche voi possiate venire a conoscenza di ciò
che ho deciso di scrivere ai cittadini di Antiochia, chia-
mato in causa su un problema di giustizia, poiché nei vo-
stri scritti si auspicava che, secondo il giudizio e la deli-
berazione del popolo e secondo vostra stessa volontà,
Eusebio, il santissimo vescovo di Cesarea si insediasse
sul soglio episcopale in Antiochia e si prendesse cura di
essa. LXII, 2 La lettera di Eusebio, però, che sembrava
del tutto rispettosa della legge della Chiesa, conteneva un
giudizio opposto, ossia di non abbandonare per nessun
motivo la Chiesa che gli era stata affidata da Dio. Ed è
sembrato dunque opportuno che un parere tanto giusto
fosse tenuto in considerazione, o meglio appoggiato, an-
che da voi e che egli non fosse strappato alla sua Chiesa.
Occorreva altresì che anche il mio giudizio fosse ma-
nifesto alla vostra saggezza. Mi è giunta notizia, infatti
che il presbitero Eufronio, cittadino di Cesarea in Cap-
padocia, e Giorgio Aretusio, anch’egli presbitero, che ri-
cevette da Alessandro l’onore di questa carica in Ales-
sandria, sono uomini stimatissimi per la loro fede.
LXII, 3 Ci è dunque sembrato bene sottoporre al vostro
giudizio le persone sopra indicate e anche altri che po-
treste ritenere degni della carica episcopale e stabilire ciò
che sarebbe consono alla tradizione apostolica. Una vol-
ta che questi problemi saranno stati valutati, la vostra
saggezza, in conformità con il canone ecclesiastico e con
la tradizione apostolica, potrà regolare questa designa-

100
Strategio era un amico dell’imperatore, noto con l’appellativo di
Musoniano.
336 LOGOÇ G

th;n ceirotonivan, wJç a]n oJ th'ç ejkklhçiaçtikh'ç ej-


piçthvmhç uJfhgh'tai lovgoç.
ÔO qeo;ç uJma'ç diafulavxoi, ajdelfoi; ajgaphtoiv.

LXIII, 1 Toiau'ta toi'ç tw'n ejkklhçiw'n a[rcouçi diatat-


tovmenoç baçileu;ç pavnta pravttein ejpΔ eujfhmiva/ tou' qeiv-
ou lovgou parhv/nei. ejpei; de; ta;ç diaçtavçeiç ejkpodw;n
poihçavmenoç uJpo; çuvmfwnon aJrmonivan th;n ejkklhçivan tou'
qeou' kateçthvçato, e[nqen metaba;ç a[llo ti gevnoç ajqevwn
ajndrw'n wjh
/ qv h dei'n w{çper dhlhthvrion tou' tw'n ajnqrwvpwn
ajfane;ç kataçth'çai bivou. LXIII, 2 fqovroi dev tineç
uJph'rcon ou|toi, proçchvmati çemnw'/ lumainovmenoi ta;ç
povleiç: yeudoprofhvtaç aujtou;ç h] luvkouç a{rpagaç çwthv-
rioç ajpekavlei w|dev pou qeçpivzouça fwnhv: ÃÃproçevcete
ajpo; tw'n yeudoprofhtw'n, oi{tineç ejleuvçontai pro;ç uJma'ç
ejn ejnduvmaçi probavtwn, e[çwqen dev eijçi luvkoi a{rpageç:
ajpo; tw'n karpw'n aujtw'n ejpignwvçeçqe aujtouvç.ãã LXIII, 3
katapemfqe;n dev ti kevleuçma toi'ç katΔ e[qnoç hJgemovçi
pa'n to; tw'n toiouvtwn fu'lon h[laune, pro;ç de; tw'/ novmw/
kai; zwopoio;n didaçkalivan eijç aujtw'n provçwpon dietuv-
pou, çpeuvdein ejpi; metavnoian parormw'n tou;ç a[ndraç:
çwthrivaç ga;r o{rmon aujtoi'ç e[çeçqai th;n ejkklhçivan tou'
qeou'. ejpavkouçon dΔ o{pwç kai; touvtoiç dia; tou' pro;ç auj-
tou;ç wJmivlei gravmmatoç.

LXIV, 1 Nikhth;ç Kwnçtanti'noç Mevgiçtoç Çebaçto;ç


aiJretikoi'ç.
ΔEpivgnwte nu'n dia; th'ç nomoqeçivaç tauvthç, w\ Naua-
tianoiv, Oujalenti'noi, Markiwniçtaiv, Paulianoiv, oi{ te
kata; Fruvgaç ejpikeklhmevnoi, kai; pavnteç aJplw'ç eijpei'n

101
Il riferimento è a tutti gli eretici menzionati di seguito.
102
Matteo, 7, 15-16a.
103
Questo decreto è stato datato tra il 324 e il settembre del 326
(cfr. Dörries, cit., pp. 82-84), Eusebio lo colloca in ogni caso dopo il
concilio di Nicea e dopo la cessazione dei disordini di Antiochia.
104
Tra i gruppi dichiarati illegali non sono menzionati né gli Ariani,
LIBRO TERZO 337

zione, così come prescrivono i principi della dottrina ec-


clesiastica.
Che Dio vi custodisca amati fratelli

LXIII, 1 L’imperatore dando tali indicazioni ai capi delle


Chiese li esortava ad adoperarsi in ogni modo per la glo-
ria della parola divina. Una volta che, dopo aver tolto di
mezzo i dissidi, ebbe riportato la Chiesa di Dio a una
concorde armonia, si spinse oltre e ritenne necessario eli-
minare un’altra genia di uomini senza Dio101 perniciosa
per la vita stessa del genere umano. LXIII, 2 Costoro
erano una vera rovina e, a dispetto delle loro venerabili
vesti, corrompevano le città; la parola del Salvatore li de-
finì falsi profeti o lupi predaci, là dove ammonisce ‘guar-
datevi dai falsi profeti che verranno a voi sotto sembian-
ze di pecore, ma dentro sono lupi predaci: li riconoscere-
te dai loro frutti’.102 LXIII, 3 Inviò così un ordine ai go-
vernatori delle province con il quale si bandiva la loro in-
tera stirpe e oltre al decreto indirizzò anche una salutare
ammonizione alle loro persone, con cui li esortava ad af-
frettarsi a pentirsi: la Chiesa di Dio sarebbe stata per es-
si, infatti, un porto di salvezza. Ascolta come si rivolgeva
anche a costoro nella lettera a essi indirizzata:

LXIV, 1 Il Vincitore Costantino Massimo Augusto agli


eretici103
Apprendete ora, attraverso questo decreto, voi Nova-
ziani, Valentiniani, Marcioniti, Paulianisti e cosiddetti
Catafrigi,104 in breve, tutti voi che alimentate le eresie at-

né i Donatisti né i Meleziani. Una possibile spiegazione è che le sette


menzionate nella lettera di Costantino avevano avuto origine da movi-
menti nati molto tempo prima, e che Eusebio considerasse le divisioni
più recenti come dissidi temporanei che potevano ancora trovare una ri-
soluzione.
I Novaziani o “catari” (puri), furono così chiamati da Novaziano,
un sacerdote vissuto nella prima metà del III secolo. Essi non rifiuta-
338 LOGOÇ G

oiJ ta;ç aiJrevçeiç dia; tw'n oijkeivwn plhrou'nteç çuçth-


mavtwn, o{çoiç yeuvdeçin hJ parΔ uJmi'n mataiovthç ejmpev-
plektai, kai; o{pwç ijobovloiç tiçi; farmavkoiç hJ uJmetevra
çunevcetai didaçkaliva, wJç tou;ç me;n uJgiaivnontaç eijç
ajçqevneian tou;ç de; zw'ntaç eijç dihnekh' qavnaton ajpav-
geçqai diΔ uJmw'n. w\ th'ç me;n ajlhqeivaç ejcqroiv, th'ç de;
zwh'ç polevmioi kai; ajpwleivaç çuvmbouloi: LXIV, 2 pavnta
parΔ uJmi'n th'ç ajlhqeivaç ejçti;n ejnantiva, aijçcroi'ç ponh-
reuvmaçi çun- av/donta, ajtopivaiç kai; dravmaçi crhvçima,
diΔ w|n uJmei'ç ta; me;n yeudh' kataçkeuavzete, tou;ç dΔ
ajnamarthvtouç qlivbete, to; fw'ç toi'ç piçteuvouçin ajr-
nei'çqe. ejpi; proçchvmati gou'n qeiovthtoç ajei; plhmme-
lou'nteç pavnta miaivnete, ta;ç ajqwvo/ uç kai; kaqara;ç çu-
neidhvçeiç qanathfovroiç plhgai'ç traumativzete, aujth;n
de; çcedo;n eijpei'n th;n hJmevran tw'n ajnqrwpeivwn ojf-
qalmw'n kaqarpavzete. LXIV, 3 kai; tiv dei' kaqΔ e{kaç-
ton levgein, o{pou ge peri; tw'n uJmetevrwn kakw'n eijpei'n
ti katΔ ajxivan ou[te bracevoç ejçti; crovnou ou[te tw'n hJ-
metevrwn ajçcoliw'n. ou{tw gavr ejçti makra; kai; a[metra
ta; parΔ uJmi'n ajtophvmata, ou{twç eijdecqh' kai; pavçhç
ajphneivaç plhvrh, wJç mhdΔ oJlovklhron hJmevran pro;ç
e[kfraçin touvtwn ajrkei'n. a[llwç te kai; ejkklivnein tw'n
toiouvtwn proçhvkei ta;ç ajkoa;ç touvç tΔ ojfqalmou;ç
ajpoçtrevfein uJpe;r tou' mh; craivneçqai th'/ kaqΔ e{kaçton
dihghvçei th;n th'ç hJmetevraç pivçtewç eijlikrinh' kai; ka-
qara;n proqumivan. LXIV, 4 tiv ou\n ajnexovmeqa perai-
tevrw tw'n toiouvtwn kakw'n… ajllΔ hJ makra; parepi-

vano l’ortodossia, ma si allontanarono dalla Chiesa ufficiale, in modo


analogo ai Donatisti (cfr. supra, n. 69, pp. 140-141), per via della que-
stione dei lapsi che avevano rinnegato la fede cristiana durante la per-
secuzione di Decio (250-1); le regioni in cui il loro movimento ebbe
maggior seguito furono l’Africa, l’Asia Minore e Costantinopoli. I Va-
lentiniani, il cui nome deriva da quello del loro ispiratore Valentino,
attivo nella prima metà del II secolo, appartenevano all’antica setta
LIBRO TERZO 339

traverso le vostre confraternite, apprendete ora di quali


falsità sia intessuta la vanità vostra e come la vostra dot-
trina si sostenga su veleni mortiferi, tali che, per tramite
vostro, i sani sono portati alla malattia, i vivi alla morte
eterna. O avversari della verità, nemici della vita e consi-
glieri di perdizione! LXIV, 2 Tutto ciò che vi riguarda,
accordandosi ai vostri vergognosi pervertimenti, è con-
trario alla verità ed è funzionale alle vostre azioni ol-
traggiose, attraverso le quali ordite i vostri inganni, op-
primete gli innocenti e negate la luce ai credenti. Sotto
una parvenza di religiosità, profanate invece ogni cosa,
vivendo sempre nel peccato, infliggete ferite mortali alle
coscienze pure e incolpevoli e, si può arrivare a dire, de-
predate gli occhi degli uomini anche della luce del gior-
no. LXIV, 3 Ma perché mai entrare nei dettagli, quando
parlare in modo adeguato delle vostre nefandezze è im-
possibile sia per il tempo troppo breve sia per i nostri im-
pegni? Infatti le vostre scelleratezze sono talmente gran-
di e smisurate, talmente orrende e colme di ogni ferocia
che non basterebbe una intera giornata a descriverle. Pe-
raltro conviene tapparsi le orecchie e distogliere lo
sguardo di fronte a tali cattiverie, perché l’ardore puro e
sincero della nostra fede non sia insudiciato da tale de-
scrizione dettagliata. LXIV, 4 Perché dunque dovremo
tollerare oltre tali nefandezze? Una trascuratezza pro-
lungata fa sì che anche i sani siano contagiati da un mor-

degli gnostici. I Marcioniti, erano i seguaci di Marcione di Sinope, vis-


suto nel II secolo, che a sua volta fu influenzato dalla gnosi; essi con-
dannavano il matrimonio e attribuivano un’autorità assoluta alla dot-
trina paolina. I Paulianisti accoglievano invece le dottrine di Paolo di
Samosata, che fu condannato per eresia nel 268 poiché negava il dog-
ma della Trinità e dell’incarnazione e ammetteva l’esistenza del solo
Dio Padre. I Catafrigi o Montanisti erano seguaci di Montano, attivo
nel II secolo; il loro movimento ebbe origine in Frigia e si frazionò in
diversi gruppi che ricevettero denominazioni differenti.
340 LOGOÇ G

quvmhçiç w{çper loimikw'/ noçhvmati kai; tou;ç uJgiaivnon-


taç craivneçqai poiei'. tivnoç ou\n e{neken th;n tacivçthn
ta;ç rJizv aç wJç eijpei'n th'ç toçauvthç kakivaç ouj dia; dh-
moçivaç ejpiçtrefeivaç ejkkovptomen…
LXV, 1 Toigavrtoi ejpeidh; to;n o[leqron tou'ton th'ç
uJmetevraç ejxwleivaç ejpi; plei'on fevrein ou[k ejçtin oi|onv
te, dia; tou' novmou touvtou proagoreuvomen, mhv tiç
uJmw'n çunavgein ejk tou' loipou' tolmhvçh/. dio; kai; pavn-
taç uJmw'n tou;ç oi[kouç, ejn oi|ç ta; çunevdria tau'ta plh-
rou'te, ajfaireqh'nai proçetavxamen, mevcri toçouvtou th'ç
frontivdoç tauvthç procwrouvçhç, wJç mh; ejn tw'/ dhmoçivw/
movnon, ajlla; mhde; ejn oijkiva/ ijdiwtikh'/ h] tovpoiç tiçi;n ij-
diavzouçi ta; th'ç deiçidaivmonoç uJmw'n ajnoivaç çuçthvma-
ta çuntrevcein. LXV, 2 plh;n o{per e[çti kavllion, o{çoi
th'ç ajlhqinh'ç kai; kaqara'ç ejpimelei'çqe qrhçkeivaç, eijç
th;n kaqolikh;n ejkklhçivan e[lqete kai; th'/ tauvthç aJ-
giovthti koinwnei'te, diΔ h|ç kai; th'ç ajlhqeivaç ejfikevçqai
dunhvçeçqe: kecwrivçqw de; pantelw'ç th'ç tw'n hJmetevrwn
kairw'n eujklhrivaç hJ th'ç dieçtrammevnhç dianoivaç uJmw'n
ajpavth, levgw de; hJ tw'n aiJretikw'n kai; çciçmatikw'n ej-
naghvç te kai; ejxwvlhç dicovnoia. prevpei ga;r th'/ hJmetev-
ra/ makariovthti, h|ç ajpolauvomen çu;n qew',/ to; tou;ç ejpΔ
ejlpivçin ajgaqai'ç biou'ntaç ajpo; pavçhç ajtavktou plavnhç
eijç th;n eujqei'an oJdovn, ajpo; tou' çkovtouç ejpi; to; fw'ç,
ajpo; mataiovthtoç eijç th;n ajlhvqeian, ajpo; qanavtou pro;ç
çwthrivan a[geçqai. LXV, 3 uJpe;r de; tou' th'ç qerapeivaç
tauv- thç kai; ajnagkaivan genevçqai th;n ijçcu;n proçe-
tavxamen, kaqw;ç proeivrhtai, ¢a{pantaÜ ta; th'ç deiçi-
daimonivaç uJmw'n çunevdria, pavntwn fhmi; tw'n aiJretikw'n
tou;ç eujkthrivouç, ei[ ge eujkthrivouç ojnomavzein oi[kouç
proçhvkei, ajfaireqevntaç ajnantirrhvtwç th'/ kaqolikh'/
ejkklhçiva/ cwrivç tinoç uJperqevçewç paradoqh'nai, tou;ç
de; loipou;ç tovpouç toi'ç dhmoçivoiç proçkriqh'nai, kai;
mhdemivan uJmi'n eijç to; eJxh'ç tou' çunavgein eujmav-
reian perileifqh'nai, o{pwç ejk th'ç ejneçtwvçhç hJmevraç
LIBRO TERZO 341

bo letale. Dunque, per quale motivo non recidiamo al


più presto le radici, per così dire, di una tale sciagura con
misure di pubblica sicurezza?
LXV, 1 Ebbene, poiché non è più possibile sopportare
ancora il flagello della vostra rovinosa condotta, con
questa legge proibiamo che qualcuno di voi, d’ora in-
nanzi osi ancora organizzare riunioni. E per questo ab-
biamo dato ordine di requisire tutti i vostri edifici all’in-
terno dei quali vi riunite a consiglio e siamo giunti al
punto di darci pensiero che le riunioni della vostra folle
superstizione non solo non si tengano in pubblico ma
nemmeno in abitazioni private o in altri luoghi apparta-
ti. LXV, 2 A prescindere da ciò, e questa sarebbe la solu-
zione migliore, in quanti vi preoccupate della verità e
della purezza della religione, dovreste avvicinarvi alla
Chiesa cattolica e farvi partecipi della sua santità, attra-
verso la quale potrete raggiungere la verità. Che resti
però del tutto separato dalla buona sorte della nostra
epoca l’errore della vostra mente deviata, intendo il dis-
senso esecrabile e funesto degli eretici e degli scismatici.
È compito infatti della nostra beatitudine, della quale go-
diamo grazie a Dio, condurre coloro che confidano in
buone speranze, lontano da ogni errore e disordine, sulla
retta via, condurli dalla tenebra alla luce, dalla follia alla
verità, dalla morte alla salvezza. LXV, 3 E affinché que-
sto provvedimento acquisti anche un’efficacia coercitiva
abbiamo dato ordine, come si è già detto, che tutti i con-
sessi della vostra superstizione, mi riferisco agli oratori
degli eretici, se pure si possono definire oratori questi
edifici, siano confiscati e consegnati alla Chiesa cattolica,
senza contestazioni e senza alcuna dilazione, che gli altri
luoghi siano incamerati nelle proprietà dello Stato e che in
avvenire non vi sia lasciata alcuna facoltà di riunirvi, in
modo tale che, da oggi stesso, la vostra empia confrater-
342 LOGOÇ G

ejn mhdeni; tovpw/ mhvte dhmoçivw/ mhvtΔ ijdiwtikw'/ ta; ajqev-


mita uJmw'n çuçthvmata ajqroiçqh'nai tolmhvçh/.
Proteqhvtw.

LXVI, 1 Ou{tw me;n ta; tw'n eJterodovxwn ejgkruvmmata


baçilikw'/ proçtavgmati dieluveto, hjlauvnontov te oiJ qh'-
reç oiJ øteØ th'ç touvtwn duççebeivaç e[xarcoi. tw'n dΔ
uJpo; touvtwn hjpathmevnwn oiJ me;n novqw/ fronhvmati baçi-
likh'ç ajpeilh'ç fovbw/ th;n ejkklhçivan uJpeduvonto, to;n
kairo;n kateirwneuovmenoi, ejpei; kai; diereuna'çqai tw'n
ajndrw'n ta;ç bivblouç dihgovreuen oJ novmoç, hJlivçkontov tΔ
ajpeirhmevnaç kakotecnivaç metiovnteç, ou| dh; cavrin
pavntΔ e[pratton eijrwneiva/ th;n çwthrivan porizovmenoi,
oiJ de; kai; çu;n ajlhqei' tavca pou logiçmw'/ hujtomovloun
ejpi; th;n tou' kreivttonoç ejlpivda. LXVI, 2 touvtwn de;
th;n diavkriçin oiJ tw'n ejkklhçiw'n provedroi çu;n ajkri-
beiva/ poiouvmenoi, tou;ç me;n ejpiplavçtwç proçievnai
peirwmevnouç makra;n ei\rgon th'ç tou' qeou' poivmnhç oi|a
luvkouç kwdivoiç ejgkruptomevnouç probavtwn, tou;ç de; yu-
ch'/ kaqara'/ tou'to pravttontaç dokimavzonteç crovnw/ me-
ta; th;n aujtavrkh diavpeiran tw'/ plhvqei ãtw'nà eijçago-
mevnwn katevlegon. LXVI, 3 tau'ta me;n ou\n ejpi; tw'n
duçfhvmwn eJterodovxwn ejpravtteto. tou;ç dev ge mhde;n
duççebe;ç ejn dogmavtwn didaçkaliva/ fevrontaç, a[llwç de;
th'ç koinh'ç oJmhguvrewç ajndrw'n çciçmatikw'n aijtiva/
dieçtw'taç ajmellhvtwç eijçedevconto. oiJ dΔ ajgelhdo;n
w{çper ejx ajpoikivaç ejpaniovnteç th;n aujtw'n ajpelavmba-
non patrivda, kai; th;n mhtevra, th;n ejkklhçivan, ejpe-
givnwçkon, h|ç ajpoplanhqevnteç crovnioi çu;n eujfroçuvnh/
kai; cara'/ th;n eijç aujth;n ejpavnodon ejpoiou'nto, hJnou'tov
te ta; tou' koinou' çwvmatoç mevlh kai; aJrmoniva/ çunhvp-

105
Matteo, 7, 15b.
LIBRO TERZO 343

nita non osi più darsi convegno in nessun luogo né pub-


blico né privato.
Sia reso pubblico.

LXVI, 1 Così, per ordine dell’imperatore furono annien-


tate le cospirazioni degli eterodossi e venivano anche
cacciate via le belve che avevano dato inizio all’empietà
di costoro. Tra quelli che avevano subito il loro inganno,
alcuni, con un falso sentimento, fecero atto di sottomis-
sione alla Chiesa per timore delle minacce dell’impera-
tore, fingendo di adattarsi alla situazione, infatti la legge
prescriveva di perseguire anche i libri degli eretici, e
quelli che continuavano a seguire le pratiche perverse
che erano state proibite venivano arrestati, e a causa di
ciò essi si adoperavano in ogni modo per assicurarsi la
salvezza con la simulazione; altri invece, forse anche per
una sincera convinzione, passarono all’ortodossia confi-
dando in Dio onnipotente. LXVI, 2 I capi delle Chiese
si incaricavano della valutazione di costoro con grande
attenzione: quelli che cercavano di avvicinarsi all’orto-
dossia con spirito falso erano respinti lontano dal gregge
di Dio come ‘lupi nascosti sotto pelli di pecore’,105 quelli
che invece facevano ciò con animo puro venivano lunga-
mente esaminati e, dopo un adeguato periodo di prova,
erano ammessi nel novero dei cristiani. LXVI, 3 Ci si
comportava dunque in questo modo nei confronti degli
infami eterodossi. Quanti invece non avevano introdotto
nell’insegnamento dei dogmi alcuna empietà, ma si era-
no altrimenti scostati dalla comunità cristiana per colpa
di alcuni scismatici furono riaccolti senza indugio. Essi, a
frotte, come se fossero di ritorno da un esilio, riguada-
gnavano la loro patria e riconoscevano la madre, la Chie-
sa, lontano dalla quale avevano errato per lungo tempo,
e facevano ritorno a essa con gioia e letizia e le membra
del corpo comune si ricongiungevano e si riunivano in
344 LOGOÇ G

teto mia',/ movnh te hJ kaqolikh; tou' qeou' ejkklhçiva eijç


eJauth;n çuneçtrammevnh dievlampe, mhdamou' gh'ç aiJre-
tikou' çuçthvmatoç mhde; çciçmatikou' leipomevnou. kai;
touvtou de; ømovnouØ tou' megavlou katorqwvmatoç movnoç
tw'n pwvpote th;n aijtivan oJ tw'/ qew'/ memelhmevnoç baçi-
leu;ç ejpegravfeto.
LIBRO TERZO 345

un’unica armonia, e un’unica Chiesa cattolica risplende-


va della propria coesione, ora che in nessun luogo della
terra sopravviveva più alcuna setta di eretici e scismatici.
Il merito di questo grandioso successo va ascritto all’uni-
co imperatore caro a Dio, tra quanti vissero in ogni tem-
po, e a egli soltanto.
LOGOÇ D

I, 1 Toçau'ta pravttwn baçileu;ç ejpΔ oijkodomh'/ kai; euj-


doxiva/ th'ç ejkklhçivaç tou' qeou', pavnta te pro;ç eu[fh-
mon ajkoh;n th'ç tou' çwth'roç didaçkalivaç ejktelw'n, ouj-
de; tw'n ejkto;ç katwligwvrei pragmavtwn, kajn touvtoiç dΔ
ejpallhvlouç kai; çunecei'ç oJmou' pa'çi toi'ç katΔ e[qnoç
oijkou'çi pantoivaç dietevlei parevcwn eujergeçivaç, w|de
me;n koinh;n pro;ç a{pantaç ejndeiknuvmenoç patrikh;n kh-
demonivan, w|de de; tw'n aujtw'/ gnwrizomevnwn e{kaçton
diafovroiç timw'n ajxiwvmaçi, pavnta te toi'ç pa'çi mega-
loyuvcw/ dianoiva/ dwrouvmenoç, oujdΔ h\n çkopou' diamar-
tei'n to;n para; baçilevwç cavrin aijtou'nta, oujdev tiç ejl-
pivçaç ajgaqw'n tucei'n tou' proçdokhqevntoç hjçtovchçen,
I, 2 ajllΔ oiJ me;n crhmavtwn, oiJ de; kthmavtwn periouçiv-
aç ejtuvgcanon, a[lloi uJparcikw'n ajxiwmavtwn, oiJ de;
çugklhvtou timh'ç, oiJ de; th'ç tw'n uJpavtwn, pleivouç dΔ
hJgemovneç ejcrhmavtizon, komhvtwn dΔ oiJ me;n prwvtou
tavgmatoç hjxiou'nto, oiJ de; deutevrou, oiJ de; trivtou,
diaçhmotavtwn qΔ wJçauvtwç kai; eJtevrwn pleivçtwn a[llwn
ajxiwmavtwn murivoi a[lloi metei'con: eijç ga;r to; pleivo-
naç tima'n diafovrouç ejpenovei baçileu;ç ajxivaç.

1
Durante i primi secoli dell’impero il titolo di comes si attribuiva
genericamente a quanti facevano parte dell’entourage dell’imperato-
re, fu Costantino a formalizzare gli ordini dei comites e a dividerli in
tre ordini: primi, secundi e terti.
2
Sempre per iniziativa dell’imperatore, furono create nuove cari-
LIBRO QUARTO

I, 1 L’imperatore si adoperava così per la costruzione


della Chiesa di Dio e per la sua gloria, e portava a com-
pimento tutto ciò che contribuiva alla buona fama della
dottrina del Salvatore, ma non per questo trascurò gli
affari interni, e, anzi, anche in questo campo, continuava
parimenti a procurare benefici di ogni tipo, costanti e
generosi, agli abitanti di ciascuna provincia, sia mostran-
do pubblicamente a tutti la propria paterna sollecitudi-
ne sia gratificando quelli che conosceva con le cariche
più diverse. Con animo munifico offriva ogni sorta di
doni a tutti: era impossibile che chi chiedeva una grazia
all’imperatore non raggiungesse lo scopo, né era possi-
bile che chi nutriva la speranza di ottenere dei benefici
mancasse di veder realizzati i propri auspici, ma anzi: I,
2 alcuni ottenevano disponibilità di danaro, altri pro-
prietà terriere, altri cariche prefettizie, altri la dignità se-
natoria, altri ancora quella consolare, moltissimi erano
nominati governatori, e, tra i conti, alcuni erano insigniti
del titolo di primo grado, altri del secondo e altri ancora
del terzo;1 tantissimi altri ottenevano del pari molte di-
verse dignità altrettanto insigni: infatti l’imperatore ideò
nuove e diverse cariche per attribuirne l’onore a un
maggior numero di persone.2

che (tra cui il magister officiorum e il quaestor sacri palatii) e l’ordine


senatorio fu ampliato.
348 LOGOÇ D

II ”Opwç de; kai; to; koino;n tw'n ajnqrwvpwn eujqu-


mei'çqai pareçkeuvaze, çkophvçeien a[n tiç ejx eJno;ç biw-
felou'ç kai; dia; pavntwn ejlqovntoç eijçevti nu'n gnwrizo-
mevnou paradeivgmatoç. tw'n katΔ e[toç eijçforw'n tw'n
uJpe;r th'ç cwvraç çunteloumevnwn th;n tetavrthn ajfelw;n
moi'ran, toi'ç tw'n ajgrw'n deçpovtaiç ejdwrei'to tauvthn,
wJç tw'/ logizomevnw/ th;n katΔ e[toç ajfaivreçin dia; tet-
tavrwn çumbaivnein ejniautw'n ajneiçfovrouç givgneçqai
tou;ç tw'n ajgrw'n kthvtoraç. o} dh; novmw/ kurwqe;n
krath'çavn te kai; eijç to;n metevpeita crovnon ouj toi'ç
parou'çi movnoiç, kai; paiçi;n aujtw'n diadovcoiç te toi'ç
touvtwn a[lhçton kai; diaiwnivzouçan parei'ce th;n baçi-
levwç cavrin. III ejpei; dΔ e{teroi ta;ç tw'n provteron kra-
touvntwn th'ç gh'ç katametrhvçeiç katemevmfonto, be-
barh'çqai çfw'n th;n cwvran kataiti- wvmenoi, pavlin kajn-
tau'qa qeçmw'/ dikaioçuvnhç a[ndraç ejxiçwta;ç katevpempe
tou;ç to; ajzhvmion toi'ç dehqei'çi parevxontaç. IV a[lloiç
dikavçaç baçileuvç, wJç a]n mh; to; lhfqe;n parΔ aujtw'/ mev-
roç h|tton ajpallavttoito cai'ron tou' nenikhkovtoç, ejx
oijkeivwn ejdwrei'to toi'ç nenikhmevnoiç a[rti me;n kthvmata
a[rti de; crhvmata, tou' krathvçantoç divkhn ejx i[çou caiv-
rein to;n hJtthqevnta paraçkeuavzwn wJç a]n th'ç aujtou'
qevaç ajxiwqevnta: mh; ga;r ejxei'nai a[llwç toçouvtw/ baçi-
lei' paraçtavnta kathfh' tina kai; luphro;n ajpallavt-
teçqai. ou{tw dΔ ou\n a[mfw faidroi'ç kai; meidiw'çi
proçwvpoiç ajnevluon th'ç divkhç. qau'ma dΔ ejkravtei tou;ç
pavntaç th'ç baçilevwç megalonoivaç.

3
Nel descrivere i cambiamenti introdotti da Costantino nel siste-
ma fiscale, Eusebio non menziona l’istituzione del chrysarguron, o
auri lustrali collatio, una tassa quadriennale su ogni tipo di reddito
commerciale, e del follis senatorius, tributo a carico dei senatori, en-
trambe queste misure sono assai criticate dagli autori pagani (Zosi-
mo, II, 38). L’introduzione di sgravi fiscali a favore dei proprietari ter-
rieri è tuttavia confermata da altre fonti (Aurelio Vittore, Liber de
Caesaribus, XLI, 20).
LIBRO QUARTO 349

II Come egli provvedesse affinché il genere umano


vivesse nella felicità, lo si potrà desumere dall’esempio
di una sola misura di utilità, pubblica, che fu applicata
ovunque e che è ben nota ancora oggi. Egli infatti de-
trasse la quarta parte delle tasse annue da pagare sui
terreni e ne fece dono agli stessi proprietari delle terre,
e così, a conti fatti, questa detrazione annua sortiva l’ef-
fetto che ogni quattro anni i possessori di terre fossero
esenti dalle tasse.3 Questo provvedimento fu stabilito
per legge ed ebbe valore anche per il tempo a venire,
non solo per quanti erano allora proprietari, ma anche
per i loro figli e per i loro discendenti, e rese a costoro
indimenticabile e duratura la generosità dell’imperato-
re. III Inoltre, poiché altri contestavano i censimenti
delle terre avvenuti ai tempi dei precedenti imperatori,
accusandoli di aver reso più pesanti le imposte sulle lo-
ro terre, anche in questo caso, con un provvedimento
dettato da senso di giustizia, inviò nuovamente i funzio-
nari incaricati della ripartizione delle imposte per con-
cedere le esenzioni a chi le avesse richieste. IV Quando
l’imperatore dirimeva controversie giudiziarie, affinché
la parte che, a suo giudizio, era risultata perdente non si
ritirasse meno soddisfatta di quella vincente, era solito
beneficare gli sconfitti a proprie spese, ora con possedi-
menti ora con danaro, facendo in modo che il perdente
fosse altrettanto soddisfatto di chi aveva vinto la causa,
dal momento che gli era toccato l’onore di trovarsi al
suo cospetto, infatti gli sembrava che non fosse ammis-
sibile che chiunque si fosse trovato di fronte a un così
grande imperatore se ne congedasse rattristato e addo-
lorato. In tal modo dunque entrambi i contendenti ri-
solvevano la controversia con volti sereni e sorridenti,
e la magnanimità del sovrano suscitava l’ammirazione
di tutti.
350 LOGOÇ D

V, 1 Tiv dev me crh; lovgou pavrergon poiei'çqai, wJç


ta; bavrbara fu'la th'/ ÔRwmaivwn kaqupevtatten ajrch'/,
wJç ta; Çkuqw'n kai; Çauromatw'n gevnh mhvpw provteron
douleuvein memaqhkovta prw'toç aujto;ç uJpo; zugo;n h[ga-
ge, deçpovtaç hJgei'çqai ÔRwmaivouç kai; mh; qevlontaç ej-
panagkavçaç. Çkuvqaiç me;n ga;r kai; daçmou;ç oiJ provçqen
ejtevloun a[rconteç, ÔRwmai'oiv te barbavroiç ejdouvleuon
eijçforai'ç ejthçivoiç. V, 2 oujk h\n dΔ a[ra ou|toç baçilei'
forhto;ç oJ lovgoç, oujde; tw'/ nikhth'/ kalo;n ejnomivzeto ta;
i[ça toi'ç e[mproçqen proçfevrein, tw'/ dΔ aujtou' ejpi-
qarrw'n çwth'ri to; nikhtiko;n trovpaion kai; touvtoiç ej-
panateivnaç, ejn ojlivgw/ kairw'/ pavntaç pareçthvçato,
a[rti me;n tou;ç ajfhniw'ntaç çtratiwtikh'/ çwfronivçaç
ceiriv, a[rti de; logikai'ç preçbeivaiç tou;ç loipou;ç hJ-
merwvçaç, ejx ajnovmou te kai; qhriwvdouç bivou ejpi; to; lo-
giko;n kai; novmimon meqarmoçavmenoç. ou{tw dΔ ou\n Çkuv-
qai ÔRwmaivoiç e[gnwçavn pote douleuvein.
VI Çauromavtaç dΔ aujto;ç oJ qeo;ç uJpo; toi'ç Kwnç-
tantivnou poçi;n h[launen, w|dev ph tou;ç a[ndraç barba-
rikw'/ fronhvmati gauroumevnouç ceirwçavmenoç. Çkuqw'n
ga;r aujtoi'ç ejpanaçtavntwn tou;ç oijkevtaç w{plizon oiJ
deçpovtai pro;ç a[munan tw'n polemivwn. ejpei; dΔ ejkrav-
toun oiJ dou'loi, kata; tw'n deçpotw'n h[ranto ta;ç ajçpiv-
daç pavntaç tΔ h[launon th'ç oijkeivaç. oiJ de; limevna
çwthrivaç oujk a[llon h] movnon Kwnçtanti'non eu{ranto, oJ
dΔ oi|a çwvz/ ein eijdw;ç touvtouç pavntaç uJpo; th'/ ÔRwmaivwn
eijçedevceto cwvra/, ejn oijkeivoiç te katevlege çtratoi'ç

4
Con il nome di Sciti si indicavano in generale le popolazioni della
Russia meridionale. In questo caso si tratta dei Goti, che Costantino
sconfisse nel 323 e con i quali, una decina di anni dopo, concluse un
trattato che imponeva loro di seguire le prescrizioni del vincitore in
materia religiosa. I Sarmati erano invece stanziati nelle regioni danu-
biane e Costantino, che li aveva sottomessi nel 322, stipulò anche con
essi un trattato analogo a quello concluso con i Goti. Nel 335 l’impera-
tore presenterà i successi militari ottenuti contro i barbari delle regio-
LIBRO QUARTO 351

V, 1 E forse non c’è nemmeno bisogno che io aggiun-


ga altre notizie su come sottomise le tribù barbare al-
l’autorità di Roma, e su come proprio lui riuscì a soggio-
gare popolazioni come quelle degli Sciti o dei Sarmati,4
che mai prima di allora avevano imparato a sottomet-
tersi, costringendoli, contro la loro volontà, a riconosce-
re i Romani come padroni. Gli imperatori precedenti,
infatti, pagavano tributi agli Sciti, e i Romani erano così
asserviti ai barbari con il versamento di pagamenti an-
nuali. V, 2 Queste condizioni erano però intollerabili
per l’imperatore, né egli, il vincitore, riteneva opportuno
versare la stessa quantità di danaro dei suoi predecesso-
ri, e, confidando nel suo Salvatore, levò anche contro co-
storo il trofeo vittorioso e in poco tempo li sottomise
tutti, ora riconducendo alla ragione i riottosi con la for-
za delle armi, ora ammansendo gli altri con ambascerie
ragionevoli, e mutò in meglio le loro condizioni di vita,
facendole passare, da prive di leggi e selvagge che era-
no, alla civiltà e alla legalità. In tal modo dunque gli Sci-
ti riconobbero il dominio dei Romani.
VI Fu Dio stesso a far prostrare i Sarmati ai piedi di
Costantino, sottomettendo quegli uomini, superbi nella
loro barbarica arroganza, nel modo che segue: quando
gli Sciti mossero guerra contro di essi, i potenti, per di-
fendersi dai nemici, armarono i propri servi; però gli
schiavi, una volta che ebbero avuto la meglio, levarono
gli scudi contro i padroni e li scacciarono tutti dalle loro
proprietà. Essi non trovarono altro porto di salvezza se
non Costantino, il quale sapendo bene come salvarli, li
accolse tutti in territorio romano, e arruolò nei propri
eserciti gli idonei, mentre agli altri distribuì terre colti-

ni settentrionali come il risultato della sua missione religiosa, dichia-


rando che, grazie al timore che incuteva loro, essi avevano imparato a
venerare Dio (Atanasio, Apol. Contra Arianos 86, 10-11; Gelasio di
Cizico, Historia Ecclesiastica III, 18, 1-13).
352 LOGOÇ D

tou;ç ejpithdeivouç, toi'ç dΔ a[lloiç tw'n pro;ç th;n zwh;n


ei{neka cwvraç eijç gewrgivan dievnemen, wJç ejpi; kalw'/
th;n çumfora;n aujtoi'ç oJmologei'n gegenh'çqai ÔRwmai>kh'ç
ejleuqerivaç ajnti; barbavrou qhriwdivaç ajpolauvouçin.
ou{tw dh; qeo;ç aujtw'/ ta;ç kata; pavntwn ejqnw'n ejdwrei'to
nivkaç, wJç kai; eJkonti; ejqevlein uJpotavtteçqai aujtw'/ pan-
toi'a fu'la barbavrwn.
VII, 1 Çunecei'ç gou'n aJpantacovqen oiJ diapreçbeuov-
menoi dw'ra ta; parΔ aujtoi'ç polutelh' diekovmizon, wJç
kai; aujtouvç pote paratucovntaç hJma'ç pro; th'ç aujleivou
tw'n baçileivwn pulw'n çtoichdo;n ejn tavxei perivblepta
çchvmata barbavrwn eJçtw'ta qeavçaçqai, oi|ç e[xalloç me;n
hJ çtolhv, diallavttwn dΔ oJ tw'n çchmavtwn trovpoç, kovmh
te kefalh'ç kai; geneivou pavmpolu dieçtw'ça, bloçurw'n
te h\n proçwvpwn bavrbaroç kai; kataplhktikhv tiç o[yiç,
çwmavtwn qΔ hJlikivaç uJperbavllonta megevqh: kai; oi|ç me;n
ejruqraivneto ta; provçwpa, oi|ç de; leukovtera ciovnoç h\n,
oi|ç dΔ ejbevnou kai; pivtthç melavntera, oiJ de; mevçhç me-
tei'con kravçewç, ejpei; kai; Blemmuvwn gevnh ΔIndw'n te
kai; Aijqiovpwn, oi} dicqa; dedaivatai e[çcatoi ajndrw'n, th'/
tw'n eijrhmevnwn ejqewrei'to iJçtoriva/. VII, 2 ejn mevrei
de; touvtwn e{kaçtoi, w{çper ejn pivnakoç grafh',/ ta; parΔ
aujtoi'ç tivmia baçilei' proçekovmizon, oiJ me;n çtefavnouç
cruçou'ç, oiJ dΔ ejk livqwn diadhvmata timivwn, a[lloi xan-
qokovmouç pai'daç, oiJ de; cruçw'/ kai; a[nqeçi kaqufaçmev-
naç barbarika;ç çtolavç, oiJ dΔ i{ppouç, oiJ dΔ ajçpivdaç
kai; dovrata makra; kai; bevlh kai; tovxa, th;n dia; touvtwn
uJphreçivan te kai; çummacivan boulomevnw/ baçilei' parev-
cein ejndeiknuvmenoi. VII, 3 a} dh; para; tw'n komizovntwn

5
È possibile che Eusebio nel 336, in occasione del trentennale del
regno di Costantino, abbia assistito di persona alla cerimonia che si
tenne nell’Ippodromo di Costantinopoli dove l’imperatore ricevette
l’omaggio degli ambasciatori barbari. La descrizione dei capi stranieri
LIBRO QUARTO 353

vabili perché ne traessero sostentamento, in modo tale


che essi dovettero ammettere che la loro sventura si era
volta in bene poiché ora godevano della libertà romana
invece della brutalità barbarica. Così Dio gli fece dono
delle vittorie su tutti i popoli, al tal punto che le più sva-
riate tribù barbare erano addirittura desiderose di sot-
tomettersi spontaneamente a lui.
VII, 1 Pertanto gli ambasciatori portavano ininterrot-
tamente, da ogni parte dell’impero, i doni più sontuosi
delle loro terre e noi stessi ci trovammo davanti alle so-
glie del palazzo imperiale dove si potevano vedere, di-
sposte in fila, figure di barbari dagli abbigliamenti più
disparati,5 differenti nei tratti somatici e diversissimi
nell’acconciatura dei capelli e della barba, l’aspetto dei
loro volti truci era barbarico e terribile e l’altezza dei lo-
ro corpi era smisurata; alcuni avevano i volti di un colo-
re tendente al rosso, altri erano più bianchi della neve,
altri più scuri dell’ebano e della pece, altri ancora di una
sfumatura intermedia i due toni, poiché nel novero di
costoro si potevano vedere le popolazioni dei Blemmi,
degli Indiani e degli Etiopi che «ultimi fra gli uomini,
sono divisi alle due estremità della terra».6 VII, 2 Cia-
scuno di essi, quando arrivava il proprio turno, come
nella raffigurazione di un quadro, recava all’imperatore
quanto esisteva di più pregiato nella propria patria, chi
corone d’oro, chi diademi di pietre preziose, chi schiavi
dai capelli biondi, chi vesti barbariche intessute d’oro e
ricamate di fiori, chi cavalli, chi scudi e lunghe lance,
frecce e archi, per mostrare all’imperatore, attraverso
questi doni, che desideravano offrirgli la propria allean-
za e la propria sottomissione, se egli l’avesse desiderata.
VII, 3 L’imperatore, accettando e accogliendo queste of-

dall’aspetto esotico corrisponde comunque a un topos letterario e ha


qui la funzione di una breve e[kfrasiı.
6
Espressione omerica (Odissea, I, 23).
354 LOGOÇ D

uJpodecovmenoç kai; ejntavttwn, ajntedivdou toçau'ta baçi-


leuvç, wJç uJfΔ e{na kairo;n plouçiwtavtouç ajpofh'nai tou;ç
komizomevnouç, ejtivma de; kai; ÔRwmai>koi'ç ajxiwvmaçi tou;ç
ejn aujtoi'ç diafaneçtevrouç, w{çtΔ h[dh pleivouç th;n ejn-
tau'qa çtevrgein diatribhvn, ejpanovdou th'ç eijç ta; oijkei'a
lhvqhn pepoihmevnouç.
VIII ΔEpeidh; de; kai; oJ Perçw'n baçileu;ç Kwnçtan-
tivnw/ gnwrivzeçqai dia; preçbeivaç hjxivou dw'rav te kai;
ou|toç çpondw'n filikw'n diepevmpeto çuvmbola, e[pratte
øde;Ø ta;ç çunqhvkaç kajpi; touvtw/ baçileuvç, uJperbolh'/ fi-
lotivmw/ to;n th'ç timh'ç proarxavmenon nikw'n tai'ç ajnti-
dovçeçi. puqovmenoç gev toi para; tw'/ Perçw'n gevnei plh-
quvein ta;ç tou' qeou' ejkklhçivaç laouvç te muriavndrouç
tai'ç Criçtou' poivmnaiç ejnagelavzeçqai, caivrwn ejpi; th'/
touvtwn ajkoh'/ oi|av tiç koino;ç tw'n aJpantacou' khdemw;n
pavlin kajntau'qa th;n uJpe;r tw'n aJpavntwn ejpoiei'to prov-
noian. oijkeivaiç dΔ ou\n aujto;ç kai; tou'to paraçthvçei
fwnai'ç diΔ w|n pro;ç to;n Perçw'n baçileva diepevmyato
grammavtwn, çu;n ejmmeleiva/ th'/ pavçh/ kai; ejpiçtrefeiva/
tou;ç a[ndraç aujtw'/ paratiqevmenoç. fevretai me;n ou\n
ÔRwmaiva/ glwvtth/ parΔ aujtoi'ç hJmi'n kai; tou'to to; baçi-
levwç ijdiovgrafon gravmma, metablhqe;n dΔ ejpi; th;n ÔEl-
lhvnwn fwnh;n gnwrimwvteron gevnoitΔ a]n toi'ç ejntugcav-
nouçin, w|dev ph perievcon.

IX Th;n qeivan pivçtin fulavççwn tou' th'ç ajlhqeivaç fw-


to;ç metalagcavnw. tw'/ th'ç ajlhqeivaç fwti; oJdhgouvmenoç
th;n qeivan pivçtin ejpiginwvçkw. toigavrtoi touvtoiç, wJç
ta; pravgmata bebaioi', th;n aJgiwtavthn qrhçkeivan gnw-

7
Sapore II, della dinastia sassanide (309-380).
8
La data della lettera a Sapore II è incerta, e la sua autenticità è
stata messa in dubbio. Il sovrano sassanide sicuramente perseguitò i
cristiani in territorio persiano ma in epoca posteriore alla morte di
Costantino, il quale dal 335 stava pianificando l’invasione della Per-
sia. Ambasciatori persiani nell’anno successivo si recarono a Co-
LIBRO QUARTO 355

ferte da coloro che gliele recavano, contraccambiava


con doni talmente cospicui da rendere in un attimo ric-
chissimi quanti gli porgevano quelle offerte, e inoltre
onorava i più insigni tra essi con le cariche romane, al
punto tale che molti preferivano trattenersi lì, dimenti-
candosi di ritornare in patria.
VIII Poiché anche il re dei Persiani7 ritenne opportu-
no farsi conoscere attraverso un’ambasceria ed egli pu-
re inviò doni in segno di amicizia e di pace, l’imperatore
stipulò accordi anche con lui e, con i suoi doni straordi-
nariamente munifici, si mostrò superiore a colui che per
primo aveva intrapreso le trattative. Quando poi lo
informarono che le chiese di Dio presso i Persiani erano
moltissime e che i fedeli che si raccoglievano nel gregge
di Cristo erano numerosissimi, lieto di questa notizia, lui
che in ogni luogo della terra era il comune protettore
dei cristiani, si diede pensiero di esserlo anche in quelle
regioni per il bene di tutti. L’imperatore stesso renderà
testimonianza anche di questo con le sue stesse parole,
attraverso la lettera che inviò al re dei Persiani, nella
quale, con ogni cura e attenzione, gli raccomandava i cri-
stiani. Anche questo documento autografo dell’impera-
tore è a nostra disposizione e benché sia stato redatto in
lingua latina, risulterà più comprensibile ai lettori nella
traduzione greca; questo è il contenuto della lettera.8

IX In qualità di custode della fede divina sono partecipe


della vera luce. Guidato dalla luce della verità, conosco la
fede divina. Per tali motivi, come del resto i fatti confer-
mano, io riconosco la santissima religione. Dichiaro aper-

stantinopoli per tentare di evitare la guerra, ma l’imperatore rifiutò


le loro proposte. Sulla campagna contro i Persiani e sulla datazione
di questa lettera negli anni tra il 324 e il 337, si veda G. Fowden, The
last days of Constantine: oppositional versions and their influence, in
«Journal of Roman Studies» 84 (1994), pp. 146-170 e in particolare
p. 148.
356 LOGOÇ D

rivzw. didavçkalon th'ç ejpignwvçewç tou' aJgiwtavtou qeou'


tauvthn th;n latreivan e[cein oJmologw'. touvtou tou' qeou'
th;n duvnamin e[cwn çuvmmacon, ejk tw'n peravtwn tou'
ΔWkeanou' ajrxavmenoç pa'çan ejfexh'ç th;n oijkoumevnhn be-
baivoiç çwthrivaç ejlpivçi dihvgeira, wJç a{panta o{ça uJpo;
toçouvtoiç turavnnoiç dedoulwmevna tai'ç kaqhmerinai'ç
çumforai'ç ejndovnta ejxivthla ejgegovnei, tau'ta proçla-
bovnta th;n tw'n koinw'n ejkdikivan w{çper e[k tinoç qera-
peivaç ajnazwpurhqh'nai. tou'ton to;n qeo;n preçbeuvw, ou|
to; çhmei'on oJ tw'/ qew'/ ajnakeivmenovç mou çtrato;ç uJpe;r
tw'n w[mwn fevrei, kai; ejfΔ a{per a]n oJ tou' dikaivou lov-
goç parakalh'/ kateuquvnetai: ejx aujtw'n dΔ ejkeivnwn pe-
rifanevçi tropaivoiç aujtivka th;n cavrin ajntilambavnw.
tou'ton to;n qeo;n ajqanavtw/ mnhvmh/ tima'n oJmologw', tou'-
ton ajkraifnei' kai; kaqara'/ dianoiva/ ejn toi'ç ajnwtavtw
tugcavnein uJperaugavzomai: X, 1 tou'ton ejpikalou'mai
govnu klivnaç, feuvgwn me;n pa'n ai|ma bdelukto;n kai; ojç-
ma;ç ajhdei'ç kai; ajpotropaivouç, pa'çan de; gewvdh lamph-
dovna ejkklivnwn, oi|ç a{paçin hJ ajqevmitoç kai; a[rrhtoç
plavnh crainomevnh pollou;ç tw'n ejqnw'n kai; o{la gevnh
katevrriye toi'ç katwtavtw mevreçi paradou'ça. X, 2 a}
ga;r oJ tw'n o{lwn qeo;ç pronoiva/ tw'n ajnqrwvpwn dia; fi-
lanqrwpivan oijkeivan creivaç e{neka eijç toujmfane;ç parhv-
gage, tau'ta pro;ç th;n eJkavçtou ejpiqumivan e{lkeçqai ouj-
damw'ç ajnevcetai, kaqara;n de; movnhn diavnoian kai; yu-
ch;n ajkhlivdwton para; ajnqrwvpwn ajpaitei', ta;ç th'ç aj-
reth'ç kai; eujçebeivaç pravxeiç ejn touvtoiç çtaqmwvmenoç.
X, 3 ejpieikeivaç ga;r kai; hJmerovthtoç e[rgoiç ajrevçketai,
pravouç filw'n, miçw'n tou;ç taracwvdeiç, ajgapw'n pivç-
tin, ajpiçtivan kolavzwn, pa'çan meta; ajlazoneivaç dunaç-
teivan katarrhgnuvç, u{brin uJperhfavnwn timwrei'tai,
tou;ç uJpo; tuvfou ejpairomevnouç ejk bavqrwn ajnairei', ta-
peinovfroçi kai; ajnexikavkoiç ta; pro;ç ajxivan nevmwn.
X, 4 ou{tw kai; baçileivan dikaivan peri; pollou' poiouv-
menoç tai'ç parΔ eJautou' ejpikourivaiç kratuvnei, çuvneçivn
te baçilikh;n tw'/ galhnaivw/ th'ç eijrhvnhç diafulavttei.
LIBRO QUARTO 357

tamente di attenermi a questo culto in quanto maestro del-


la conoscenza del Dio santissimo. Grazie al sostegno del-
la potenza di tale Dio, muovendo dai confini dell’Oceano,
ho destato via via di seguito salde speranze di salvezza
nell’intera ecumene; così, tutte le terre che si trovavano ri-
dotte in schiavitù da terribili tiranni e si erano piegate, in-
debolite dalle quotidiane sventure, si rianimarono, come
per effetto di una cura, una volta che si furono prese la lo-
ro vendetta sui comuni oppressori. Questo è il Dio che io
venero, il cui emblema il mio esercito, che gli è consacrato,
porta sulle proprie spalle quando si dirige nei luoghi dove
lo chiama la voce della giustizia. Da esso ricevo subito la
grazia di splendide vittorie. Io professo di onorare questo
Dio con imperitura memoria, con mente pura e sincera e
io percepisco nitidamente che egli si trova nelle dimore ce-
lesti. X, 1 È lui che invoco inginocchiandomi, e aborro
tutto il sangue disgustoso e il fetore nauseante dei sacrifici
pagani, rifiuto ogni splendore terreno, tutte cose dalle qua-
li era contaminato l’errore scellerato e turpe dei Gentili,
che precipitò e consegnò agli Inferi molti pagani e popoli
interi. X, 2 Infatti il Dio dell’universo, nella sua previden-
za nei confronti dell’umanità e per via del suo amore ver-
so di essa, rivelò per la comune utilità dottrine che non ac-
cetta in alcun modo siano distorte secondo il capriccio di
ciascuno; egli esige dagli uomini solo una mente pura e
un’anima immacolata, e sulla base di ciò valuta le azioni
della virtù e della fede. X, 3 Gli sono infatti gradite le ope-
re ispirate dalla clemenza e dalla mitezza, apprezza i
mansueti, odia i turbolenti, ama la fedeltà e punisce l’infe-
deltà, abbatte ogni potere esercitato con prepotenza, casti-
ga la tracotanza dei superbi, distrugge dalle fondamenta
chi si inorgoglisce nella boria mentre assegna agli umili e
agli oppressi ciò che è giusto. X, 4 Pertanto tiene in gran
considerazione anche un governo che sia giusto, lo rende
forte del suo appoggio e preserva nella tranquillità della
pace la saggezza dell’imperatore.
358 LOGOÇ D

XI, 1 Ou[ moi dokw' plana'çqai, ajdelfev mou, tou'ton


e{na qeo;n oJmologw'n pavntwn ajrchgo;n kai; patevra, o}n
polloi; tw'n th'd/ e baçileuçavntwn maniwvdeçi plavnaiç uJ-
pacqevnteç ejpeceivrhçan ajrnhvçaçqai. ajllΔ ejkeivnouç me;n
a{pantaç toiou'ton timwro;n tevloç katanavlwçen, wJç
pa'n to; metΔ ejkeivnouç ajnqrwvpwn gevnoç ta;ç ejkeivnwn
çumfora;ç ajntΔ a[llou paradeivgmatoç toi'ç XI, 2 para;
touvtoiç ta; o{moia zhlou'çi tivqeçqai. touvtwn ejkei'non
e{na hJgou'mai gegonevnai, o}n w{çper tiç çkhpto;ç hJ qeiv-
a mh'niç tw'n th'/de ajpelavçaça toi'ç uJmetevroiç mevreçi
paradevdwken, th'ç ¢ejpΔ aujtw'/Ü aijçcuvnhç poluqruvlhton
to; parΔ uJmi'n trovpaion ajpofhvnanta.
XII ΔAlla; ga;r ¢e[oikenÜ eijç kalo;n prokecwrhkevnai
to; kai; ejn tw'/ kaqΔ hJma'ç aijw'ni th;n tw'n toiouvtwn
timwrivan perifanh' deicqh'nai. ejpei'don ga;r kai; aujto;ç
ejkeivnwn ta; tevlh tw'n e[nagcoç ajqemivtoiç proçtavgmaçi
to;n tw'/ qew'/ ajnakeivmenon lao;n ¢ejktaraxavntwnÜ. dio; dh;
kai; pollh; cavriç tw'/ qew'/, o{ti teleiva/ pronoiva/ pa'n to;
ajnqrwvpinon to; qerapeu'on to;n qei'on novmon, ajpodo-
qeivçhç aujtoi'ç th'ç eijrhvnhç, ajgavlletai kai; gauria'/. ejn-
teu'qen kai; hJmi'n aujtoi'ç pevpeiçmai wJç o{ti kavlliçta
kai; ajçfalevçtata e[cein a{panta, oJpovte dia; th'ç
ejkeivnwn kaqara'ç te kai; dokivmou qrhçkeivaç ejk th'ç
peri; to; qei'on çumfwnivaç pavntaç eijç eJauto;n ajgeivrein
ajxioi'.
XIII Touvtou tou' katalovgou tw'n ajnqrwvpwn, levgw
dh; tw'n Criçtianw'n (uJpe;r touvtwn oJ pa'ç moi lovgoç),
pw'ç oi[ei me h{deçqai ajkouvonta o{ti kai; th'ç Perçivdoç
ta; kravtiçta ejpi; plei'çton, w{çper e[çti moi boulomevnw/,
kekovçmhtai. çoiv tΔ ou\n wJç o{ti kavlliçta ejkeivnoiç qΔ
wJçauvtwç uJpavrcoi ta; kavlliçta, o{ti çoi; kajkei'noi. ou{tw

9
Si tratta di Valeriano, imperatore dal 253, che riprese la politica di
Decio, emanando due editti contro i cristiani. Fu sconfitto e preso pri-
gioniero da Sapore I a Edessa nel 260, e morì dopo aver subito ogni
sorta di umiliazione da parte dei Persiani, che infierirono persino sul
LIBRO QUARTO 359

XI, 1 Non credo di ingannarmi, o fratello mio, nell’af-


fermare che questo unico Dio è creatore e padre di tutti
gli uomini, proprio colui che molti di coloro che regnaro-
no qui cercarono di negare, obnubilati dalla follia del pa-
ganesimo. Ma una morte vendicatrice distrusse tutti co-
storo in modo tale che l’intera generazione a essi succes-
siva portava a esempio, prima di ogni altra cosa, le loro
disgrazie a quanti cercavano di emulare le loro imprese.
XI, 2 Tra questi, io credo, fu anche colui che l’ira divina,
come un fulmine, scacciò di qui e abbandonò nelle vostre
terre e costui, a sua vergogna, rese famosissimo il trionfo
che otteneste su di lui.9
XII Sembra però essersi rivelato del tutto positivo il
fatto che, anche nella nostra epoca, si sia mostrato con
evidenza il castigo che spetta a tali individui. Ho assistito
di persona alla rovina di coloro che, fino a poco tempo
fa, con ingiusti editti, hanno tormentato il popolo consa-
crato a Dio. Anche per questo deve essere grande la grati-
tudine verso Dio, poiché da quando con disegno perfetto
le è stata restituita la pace, tutta l’umanità che rispetta la
legge divina vive nell’esultanza ed è raggiante. Pertanto,
da parte mia, sono persuaso che tutto sarà migliore e più
sicuro quando, grazie alla religione pura e giusta di co-
storo, Dio deciderà di riunire a sé l’umanità intera nella
concordia della religione comune.
XIII Pensa quanto mi fa piacere udire che anche la
parte più importante della Persia è ornata da questa cate-
goria di uomini, ossia i cristiani (l’intero mio discorso in-
fatti si riferisce a essi), proprio come è nei miei auspici.
Dunque, che possa toccare la sorte migliore e ogni bene,
tanto a te quanto a quelli, ché sono anch’essi tuoi sudditi.

suo cadavere (cfr. Lattanzio, De mortibus persecutorum, V, 1-7). La let-


tera di Costantino rievoca una delle più brucianti sconfitte subite dai
Romani per sottolineare che quanto avvenne fu effetto dell’ira divina
suscitata dal persecutore dei cristiani.
360 LOGOÇ D

ga;r e{xeiç to;n tw'n o{lwn deçpovthn ¢pra'onÜ, i{lew kai;


eujmenh'. touvtouç toigarou'n, ejpeidh; toçou'toç ei\, çoi;
parativqemai, tou;ç aujtou;ç touvtouç, o{ti kai; eujçebeiva/
ejpivçhmoç ei\, ejgceirivzwn: touvtouç ajgavpa aJrmodivwç th'ç
çeautou' filanqrwpivaç: çautw'/ te ga;r kai; hJmi'n ajperiv-
grapton dwvçeiç dia; th'ç pivçtewç th;n cavrin.

XIV, 1 Ou{tw dh; loipo;n tw'n aJpantacou' th'ç oijkou-


mevnhç ejqnw'n w{çper uJfΔ eJni; kubernhvth/ dieuqunomevnwn
kai; th;n uJpo; tw'/ qeravponti tou' qeou' politeivan ajçpa-
zomevnwn, mhdeno;ç mhkevti parenoclou'ntoç th;n ÔRw-
maivwn ajrchvn, ejn eujçtaqei' kai; ajtaravcw/ bivw/ th;n zwh;n
dih'gon oiJ pavnteç. XIV, 2 baçileu;ç de; krivnaç aujtw'/
ta; megavla çunteivnein pro;ç th;n tw'n o{lwn fulakh;n
ta;ç tw'n qeoçebw'n eujcavç, tauvtaç ajnagkaivwç ejporivze-
to aujtovç qΔ iJkevthç gignovmenoç tou' qeou' toi'ç te tw'n
ejkklhçiw'n proevdroiç ta;ç uJpe;r aujtou' lita;ç poiei'çqai
ejgkeleuovmenoç.
XV, 1 ”Oçh dΔ aujtou' th'/ yuch'/ pivçtewç ejnqevou
uJpeçthvrikto duvnamiç, mavqoi a[n tiç kai; ejk tou'de logi-
zovmenoç, wJç ejn toi'ç cruçoi'ç nomivçmaçi th;n aujto;ç auj-
tou' eijkovna w|de gravfeçqai dietuvpou, wJç a[nw blevpein
dokei'n ajnatetamevnou pro;ç qeo;n trovpon eujcomevnou.
XV, 2 touvtou me;n ou\n ta; ejktupwvmata kaqΔ o{lhç th'ç
ÔRwmaivwn dievtrecen oijkoumevnhç. ejn aujtoi'ç de; baçileiv-
oiç katav tinaç povleiç ejn tai'ç eijç to; metevwron tw'n
propuvlwn ajnakeimevnaiç eijkovçin eJçtw;ç o[rqioç ejgravfe-
to, a[nw me;n eijç oujrano;n ejmblevpwn, tw; cei're dΔ ejkte-
tamevnoç eujcomevnou çchvmati. XVI w|de me;n ou\n aujto;ç
eJauto;n kajn tai'ç grafai'ç eujcovmenon ajnivçth. novmw/
dΔ ajpei'rgen eijkovnaç aujtou' eijdwvlwn ejn naoi'ç ajnativ-
qeçqai, wJç mhde; mevcri çkiagrafivaç th'/ plavnh/ tw'n
ajpeirhmevnwn moluvnoito øhJ grafhvØ.
XVII Çkevyaito dΔ a[n tiç ta; touvtwn çemnovtera,
diagnou;ç wJç ejn aujtoi'ç toi'ç baçileivoiç ejkklhçivaç qeou'
LIBRO QUARTO 361

In questo modo il Signore dell’universo sarà per te pro-


pizio e benevolo. E pertanto, visto che sei un sovrano tan-
to grande, ti affido costoro, ponendoli nelle tue mani, poi-
ché sei famoso anche per la tua pietà. Amali in modo
consono alla tua filantropia. Con questa promessa ren-
derai sia a te che a noi un beneficio incommensurabile.

XIV, 1 Finalmente in ogni luogo del mondo abitato i


popoli erano governati come da un solo timoniere sa-
lutando il governo del servo del Signore, e ora che nes-
suno minacciava più il potere dei Romani, tutti quanti
vivevano nella stabilità e nella pace. XIV, 2 L’impera-
tore riteneva inoltre che le preghiere dei pii gli giovas-
sero e contribuissero grandemente alla protezione del-
l’impero, così vi provvedeva quando era necessario, sia
rivolgendosi egli stesso come supplice a Dio sia ordi-
nando ai vescovi delle chiese di formulare preghiere in
suo favore.
XV, 1 Quale fosse forza della fede in Dio che soste-
neva la sua anima lo si può comprendere anche dal fatto
che sulle monete d’oro fece incidere la propria effigie
che appariva nell’atto di rivolgere lo sguardo al cielo,
nel modo in cui si prega Dio con le mani tese verso l’al-
to. XV, 2 Monete di questo genere circolavano in tutto
l’impero romano. Anche nelle residenze imperiali di al-
cune città, nelle immagini poste alla sommità delle por-
te di ingresso egli era raffigurato in piedi nell’atto di
guardare il cielo e con le mani tese, nell’atteggiamento
di chi prega. XVI E questo era il modo in cui era solito
farsi rappresentare anche nei ritratti. Però vietò per leg-
ge che nei templi pagani si dedicassero icone a sua im-
magine affinché neppure essa si macchiasse dell’errore
dei culti che erano stati ripudiati.
XVII Si potrebbe osservare la grande solennità di tut-
to ciò considerando che nello stesso palazzo imperiale
aveva regolato ogni cosa secondo le modalità di una chie-
362 LOGOÇ D

trovpon dievqeto, çpoudh'ç ejxavrcwn aujto;ç tw'n e[ndon


ejkklhçiazomevnwn: meta; cei'ravç gev toi lambavnwn ta;ç
bivblouç th'/ tw'n qeopneuvçtwn logivwn qewriva/ proçanei'-
ce to;n nou'n, ei\tΔ eujca;ç ejnqevçmouç çu;n toi'ç to;n baçiv-
leion oi\kon plhrou'çin ajpedivdou.
XVIII, 1 Kai; hJmevran dΔ eujcw'n hJgei'çqai katavllhlon
th;n kurivan ajlhqw'ç kai; prwvthn o[ntwç kuriakhvn te kai;
çwthvrion dietuvpou. diavkonoi dΔ aujtw'/ kai; uJphrevtai
qew'/ kaqierwmevnoi bivou te çemnovthti kai; ajreth'/ pavçh/
kovçmioi a[ndreç fuvlakeç tou' panto;ç oi[kou kaqivçtanto,
dorufovroi te piçtoiv, çwmatofuvlakeç, trovpoiç eujnoivaç
¢piçth'çÜ kaqwpliçmevnoi, baçileva didavçkalon eujçebw'n
ejpegravfonto trovpwn, timw'nteç oujc h|tton kai; aujtoi;
th;n çwthvrion kai; kuriakh;n hJmevran eujcavç te ejn aujth'/
çuntelou'nteç ta;ç baçilei' fivlaç. XVIII, 2 taujto;n de;
pravttein kai; pavntaç ejnh'gen ajnqrwvpouç oJ makavrioç,
w{çper eujch;n tauvthn pepoihmevnoç hjrevma çuvmpantaç
ajnqrwvpouç qeoçebei'ç ajpergavçaçqai. dio; toi'ç uJpo; th'/
ÔRwmaivwn ajrch'/ politeuomevnoiç a{paçi çcolh;n a[gein
tai'ç ejpwnuvmoiç tou' çwth'roç hJmevraiç ejnomoqevtei, oJ-
moivwç de; kai; ta;ç ãpro;Ã tou' çabbavtou tima'n, mnhvmhç
e{nekav moi dokei'n tw'n ejn tauvtaiç tw'/ koinw'/ çwth'ri
pepra'cqai mnhmoneuomevnwn. XVIII, 3 th;n dev ge çwthv-
rion hJmevran, h}n kai; fwto;ç ei\nai kai; hJlivou ejpwvnumon
çumbaivnei, ta; çtratiwtika; pavnta dia; çpoudh'ç tima'n

10
Nel 321 Costantino promulgò una legge che prescriveva il riposo
per tribunali e artigiani nel giorno del Sole e che consentiva invece ai
contadini di lavorare a seconda delle necessità stagionali. Si trattava
di una festa pagana che celebrava il culto del Sole, del quale l’impera-
tore stesso era un seguace, come attesta la presenza del Sol Invictus su
monete e monumenti almeno fino al 321. È Eusebio che interpreta il
provvedimento di Costantino come se si riferisse inequivocabilmente
alla festività cristiana della domenica.
11
Winkelmann, seguendo il Valesius, aggiunge pro;, e legge “prima
del Sabato”, basandosi sul fatto che Sozomeno (Historia Ecclesiastica
I, 8, 11-12) riadatta questo passo e lo mette in relazione con la sospen-
sione delle azioni legali il venerdì e il sabato, ma i manoscritti sono
LIBRO QUARTO 363

sa di Dio, esercitando egli stesso la funzione di una guida


per coloro che si davano convegno all’interno: prendeva
in mano i testi, rivolgeva la mente alla meditazione della
parola divina e recitava poi le preghiere prescritte dalla
legge insieme ai membri del palazzo imperiale.
XVIII, 1 Decretò inoltre che si dedicasse alla pre-
ghiera il giorno più importante della settimana, ossia
quello che veramente viene per primo e appartiene al
Signore e al Salvatore. Diaconi e ministri consacrati a
Dio, accanto a uomini probi per la nobiltà della loro vita
e per la loro grande virtù, erano incaricati della custodia
dell’intero palazzo imperiale, inoltre fedeli dorifori, con
la mansione di guardie del corpo, armati di una leale de-
vozione, consideravano l’imperatore maestro di fede e
anch’essi, non meno degli altri, onoravano il giorno sal-
vifico del Signore, pronunciando le preghiere che stava-
no a cuore all’imperatore. XVIII, 2 E questo benedetto
sovrano spingeva tutti quanti a comportarsi nello stesso
modo, quasi che avesse fatto il voto di indurre a poco a
poco l’umanità intera ad abbracciare la fede. Per questo
ordinò a tutti i cittadini dell’impero romano di riposare
nei giorni che prendono il nome del Salvatore10 e di
onorare ugualmente anche i giorni del sabato,11 io cre-
do, per ricordare le azioni che, secondo la tradizione, fu-
rono compiute proprio in quei giorni dal comune Salva-
tore. XVIII, 3 E inoltre, insegnando a tutto l’esercito a
onorare con sollecitudine il giorno del Salvatore, che si
chiama anche giorno della luce e del sole, concesse a co-

unanimi, e inoltre non esistono altre testimonianze in merito al riposo


del venerdì. È più probabile che la legge emanata da Costantino con-
sentisse agli Ebrei di astenersi dal lavoro il sabato e che Eusebio in-
terpreti questo provvedimento in senso cristiano, nello stesso modo in
cui considera la festività pagana del Sole come una festa cristiana (cfr.
S.G. Hall, Some Constantinian Documents in the Vita Costantini, pp.
101-103, in Constantine, a cura di S.N.C. Lieu e D. Monserrat, London
1998).
364 LOGOÇ D

didavçkwn, toi'ç me;n th'ç ejnqevou metevcouçi pivçtewç


ajkwluvtwç th'/ ejkklhçiva/ tou' qeou' proçkarterei'n mete-
divdou çcolh'ç, ejfΔ w|/ ta;ç eujca;ç mhdeno;ç aujtoi'ç ejm-
podw;n XIX ginomevnou çuntelei'n, toi'ç de; mhvpw tou'
qeivou lovgou metaçcou'çin ejn deutevrw/ novmw/ diekeleuv-
eto ãkata;Ã ta;ç kuriaka;ç hJmevraç ejn proaçteivoiç ejpi;
kaqarou' proievnai pedivou kajntau'qa memelethmevnhn
eujch;n ejx eJno;ç çunqhvmatoç oJmou' tou;ç pavntaç ajna-
pevmpein qew'/. mh; ga;r dovraçi crh'nai, mhde; panteuciv-
aiç, mhdΔ ajlkh'/ çwmavtwn ta;ç eJautw'n ejxavptein ejlpiv-
daç, to;n dΔ ejpi; pavntwn eijdevnai qeovn, panto;ç ajgaqou'
kai; dh; kai; aujth'