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SOCIOLOGIA

ECONOMICA
Sociologia economica
La sociologia economica
La sociologia economica è una disciplina a taglio empirico, osserva eventi che ricorrono, regolarità e le
definisce. Questo metodo è detto metodo induttivo che si contraddistingue dal metodo deduttivo che
invece parte da regole e teoremi dati.
L’oggetto della sociologia à insieme di fenomeni socio-economici rilevanti.
I fenomeni socio-economici rilevanti non sono altro che fenomeni che impattano con un determinato
contesto e possono a loro volta modificare o mantenere la natura del fenomeno.

Prospettiva preliminare
A volte l’aspetto deduttivo e induttivo non dialogano tra loro (processo ortodosso-deduttivo), non
scendono a compromessiàIn questo caso non avendo interdisciplinarità.
Nelle scienze induttive ed empiriche ci sono due tipologie di approccio:
• Approccio macro (strutturalista): per analizzare i fenomeni rilevanti cerco di trovare correlazioni,
collegamenti tra livello macro e livello macro del fenomeno da indagare.
Es: scelte dei consumatori a livello aggregato

• Approccio micro (individualista): per analizzare i fenomeni rilevanti dobbiamo partire dal basso,
dalle aggregazioni dei comportamenti, dalle azioni individuali cioè dai modi con cui gli
attori/soggetti interagiscono.
Es: consumatori di un certo bene.

I modi possono essere molto vari, le aggregazioni possono essere lineari (semplici) o non lineari
(complesse) con una serie di variabili che non si riescono a spiegare.

Quando il fenomeno socio-economico rilevante è esito di un processo non lineare viene


detto fenomeno emergente.

Si parla di conseguenze inattese quando a livello micro i soggetti prendono decisioni a livello individuale
perché si prefiggono un determinato obiettivo. A livello macro, invece, gli esiti sono differenti dagli obiettivi
prefissati.
Spesso è difficile trovare un punto di incontro tra i due approcci micro e macro, per decenni si ha avuto a
che fare più con un approccio macro.

L’individualismo metodologico
Questo approccio parte dai funzionamenti di base per descrivere i fenomeni socio-economici rilevanti in
un’ottica di tipo generativo. Tali funzionamenti sono radicati nei rispettivi contesti sociali.
La scelta del punto da cui partire per l’indagine è figlia del taglio della ricerca che predilige certi aspetti
piuttosto che altri.

Rule following (conformità a regole): la routine


Molte delle nostre scelte quotidiane anche di tipo economico sono mosse da una sorta di automatismo.
L’importanza della routine sta in un meccanismo di stimolo-risposta.
Il nostro cervello riesce a meccanizzare in una determinata situazione un determinato comportamento che
nella stessa situazione si ripeterà. Il nostro cervello così riesce ad alleggerire il sovraccarico cognitivo
(information overloading) e riesce a trovare il punto di rottura del legame-stimolo risposta tramite
l’attenzione selettiva.

Sequenza di eventià script


Esempio di script à entro al ristorante, mi siedo, mangio, pago ed esco.

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Sono comportamenti che adotto sempre in quella data situazione.
Altro esempio di script: devo attraversare la strada, controllo il semaforo, guardo che non arrivino
macchine e attraverso.

L’aspetto chiave di questo tipo di comportamento non è tanto la valutazione del risultato ma il successo o
l’insuccesso, il soddisfacimento dell’obietto che mi ero prefissato.
La routine è un comportamento “se…allora..” quindi è importante la fase di riconoscimento della situazione
per adottare il comportamento più adatto. In questo modo evitiamo il sovraccarico cognitivo non
necessario. La routine quindi, coinvolge una serie di processi cognitivi complessi ma automatici.
Nel nostro caso ci interessiamo a routine esperienziali e spesso abbiamo bisogno di routine in condizioni
non statiche.
La logica che sostiene l’applicazione di routine è di tipo condizionale “se…allora…” à rule following
(conformità a regole)

La logica dell’appropriazione
à fattispecie tipiche nelle quali ritroviamo la regola condizionale “se..allora..” :

• Condizioni elementari/quotidiane
• Norma sociale
• Regola giuridica
• Contesti a scelta immediata

La norma sociale
La norma sociale è una prescrizione non consequenziale ed eventualmente condizionale volta ad ottenere
un comportamento la cui inosservanza prevede generalmente forme di biasimo di tipo informale. La norma
sociale deve esser quindi condivisa da più persone.
Requisiti norme sociali
- Prescrizione
- Eventualmente condizionale
- Non consequenzialista (non strumentale)

La norma sociale si distingue da:


1. Norma civilistica/giuridica (sanzione formale)à esempio: non guidare ubriachi, non rubare, ecc…
2. Norma morale (deriva dalla coscienza individuale, può non esser condivisa dalla collettività)
àesempio via quotidiana: chiamare il 112
3. Norma razionale (strumentale)

Una norma morale può diventare norma sociale se viene condivisa da più persone.
La routine segue una logica di tipo condizionale, tale termine è legato alla regola di comportamento che
identifica il passaggio chiave del se…allora e al riconoscimento di tale situazione. Per semplificare si dice che
l’atteggiamento condizionale, ovvero il se è riferito al passato, ovvero rimanda ad una serie di comportamenti
codificati. L’azione razionale è rivolta al futuro. Modello condizionale diverso. La norma sociale, che è un tipo
di comportamento e di scelta routinario ha una serie di caratteristiche che lo differenziano dagli altri tre
grandi funzionamenti.

Il concetto di comportamento ha due accezioni:


Ø Fase di chiusura (non è un calcolo mentale), ovvero l’atto o la scelta. Usiamo il termine overt action,
ovvero azione rivolta all’esterno.
Ø Quasi sempre è un riferimento alla logica dell’appropriatezza. La routine è un comportamento.
Parliamo di covert action. Logica dell’appropriatezza à individuo in una data situazione, la codifico e
applico il comportamento adeguato.

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Questa terminologia è dovuta allo studioso Schultz. Economia comportamentale nasce per porsi fra la
sociologia e l’economia politica. Si distingue dal comportamentismo, che studia invece i comportamenti. La
sociologia è una scienza empirica, parte dal basso per generalizzare. Economia pura invece è una scienza
deduttiva.

Ma, se il contesto è il punto di partenza, come lo definiamo e operazionalizziamo?


È il contesto che muove il primo modello di comportamento che stiamo studiando. Quando parliamo di
contesto, ci riferiamo a qualcosa non di oggettivo, ma alla rappresentazione che i soggetti hanno di questo
contesto. Il comportamentismo sostiene che per comprendere risultati diversi sia necessario modificare lo
stimolo (individui reattivi). Noi seguiamo un’idea diversa, ovvero che anche ad uno stesso stimolo gli individui
possano rispondere in modo diverso (approccio proattivo).
Quando classifichiamo un contesto come altamente statico o altamente dinamico non ci riferiamo a variabili
oggettive, ma a variabili che sono percepite/elaborate/rappresentate dai soggetti.
Il primo concetto che utilizziamo per operazionalizzare è il livello temporale (contesti che cambiano molto
velocemente e contesti che cambiano molto lentamente). Quando il livello di incertezza è basso, il contesto
è statico. Un altro elemento per capire se un contesto è statico, è capire quanto il mondo esterno cambi à
es. potremmo valutare una serie di alternative nell’ottica di compiere una decisione, quello che conta è che
quando l’ambiente è altamente statico (il mondo non cambia mentre prendo la mia decisione) è che posso
produrre una serie di considerazioni riguardo alle varie alternative e poi decidere. Queste condizioni sono
rare. In letteratura potremmo trovare il termine offline, che si riferisce ai contesti altamente statici, e il
termine online che si riferisce a quelli altamente dinamici.
Termine satisficing à soddisfacente (satisfising) + sufficing à significa soddisfacente rispetto ad un certo
livello di aspirazione.
Ci viene da dire che contesti altamente statici e altamente dinamici, sono contraddistinti per il livello
temporale ed emergeranno relativi comportamenti. Per considerare questi due contesti non basta la
temporalità, ma serve anche il concetto di complessità e di maggiore manipolabilità del contesto. Possiamo
trovarci in contesti statici, ma necessitiamo di una decisione altamente performante (massimizzante).
In contesti altamente statici (offline) abbiamo a che fare con routine esperienziali dove abbiamo bassa
incertezza e bassa perdita di significatività delle valutazioni con lo scorrere del tempo. In queste condizioni,
con la ripetizione di processi di categorizzazione possiamo affermare due processi coniugati tra loro:
-Deficit attentivo verso il possibile elemento di rottura nella definizione del problema
-Slack = inerzia ovvero la predisposizione ad applicare la routine anche quando si potrebbe ricorre ad
alternative.
Quando invece siamo in un contesto altamente dinamico abbiamo a che fare con routine strategiche perché
a volte con lo scorrere del tempo siamo portati ad utilizzare comunque routine senza una valutazione
correttiva. In questo caso abbiamo alta perdita di significatività delle valutazioni e alta incertezza.

Ma è sufficiente utilizzare solo il criterio temporale?


Alcuni autori suggeriscono di utilizzare anche un criterio molto più intuitivo, cioè la struttura del problema
(task environment), ovvero quanto è difficile o facile la considerazione. Ci sono tre grandi fasi e possibili
classificazioni del task environment:
asse x
- Contesto molto ben strutturato (well structured) àes. attraversamento della strada
- Contesto debolmente strutturato
- Contesto mal strutturato à elevata difficoltà cognitivo dell’attore nello strutturare e codificare
le variabili dell’ambiente, per esempio se le variabili sono tante.

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Per arrivare ad una scelta soddisfacente le logiche strumentali si rifanno ad un qualche principio di
razionalità.

Approccio delle scienze economiche à vede il grafico come un modello, ovvero qualcosa di teorico
Posizione neo-classica ortodossa: Funziona bene dal punto di vista teorico fino a che non diciamo che questo
modello teorico può essere anche prescrittivo, iniziano i problemi, perché gli individui non sono macchine.
Ambiente statico, posso avere situazioni ad elevata strutturazione. Le cose cambiano nei contesti di tipo
dinamico, siamo interessati alla fase 2 e 3.

Partiamo dal contesto


La logica dell’appropriatezza à routine (problem solving di tipo ordinario)
Questo schema è visto per il rapporto fra sociologia e scienze dell’organizzazione.
Nella parte superiore abbiamo la logica consequenzialista.
Il ruolo dell’attore individuale o dell’attore collettivo: nel caso della logica dell’appropriatezza gioca un ruolo
fondamentale la categorizzazione se l’individuo ha un bagaglio esperienziale di casistiche che sia sufficiente.
Capacità di riconoscere grazie al caso à il passato è importante per l’applicazione di routine, ma la scelta
ottimizzante non può avvenire senza considerare il passato, perché nella scelta di tipo soddisfacente un
momento fondamentale è quello di fissazione delle aspirazioni.

Un qualche principio di razionalità à approccio delle scienze economiche standard


Non c’è legame fra vincolo esterno e preferenze. Se noi vogliamo considerare l’aspetto prescrittivo della
teoria razionale, dobbiamo essere consapevoli che non sempre gli uomini sono tutti uguali (vedi come spesso
desideriamo ciò che non possiamo avere). I vincoli non sono solo esterni, ma anche interni cognitivi. Jon
Elstern “Uva acerba: versioni non ortodosse della razionalità” e “Ulisse e le sirene” à non considero più
appetibile ciò che non posso avere.

Sintesi della versione standard della razionalità assoluta


Ø Gli individui ordinano le loro preferenze (sono in grado di dire se preferiscono tre arance a quattro
mele) ed è possibile convertire tale ordinamento in una funzione di utilità.
Ø Il decisore ha di fronte un ben definito gruppo di alternative fra cui effettuare la scelta.
Ø Il processo di massimizzazioneà ottimizzante, il decisore giunge alla miglior soluzione possibile.
Ø Il presupposto di questa logica è che i valori stimati non cambiano nel corso del tempo.
Ø Il decisore dovrebbe stabilire una relazione di preferenze sull’insieme degli esiti.

Critiche al modello della razionalità assoluta


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Critica non al modello teorico, ma alla sua considerazione come modello prescrittivo
- Incompleta capacità di calcolo
- Inconsistenza dei requisiti sulle preferenze
- Interdipendenza preferenze/vincoli

Versione procedurale
Supponendo una traduzione procedurale del principio di razionalità assoluta, gli attori dovrebbero essere in
grado di passare in rassegna le alternative misurabili e definite senza che questi mutino nel tempo per
scegliere quella con valore atteso più alto.

àquesto modello è compensatorio e statico, il tempo diventa una costante.

Il processo è ottimizzante sul piano procedurale e prevede l’attribuzione di un peso ad ogni criterio.
-Nel piano cartesiano c’è sempre t1 perché la valutazione è statica.
-Quando utilizziamo almeno due criteri, il processo effettua una compensazione. Questo tipo di modello
decisionale viene definito compensatorio (significa che potremmo rinunciare ad un appartamento molto
luminoso, se un altro è molto vicino al centro).

Sintesi del modello della razionalità limitata


ü Capacità di calcolo umane limitate (anche in condizioni di perfetta informazione: esempio del gioco
degli scacchi)
ü Varietà dei processi cognitivi, che nel modello razionale non vengono considerati.
Ad esempio: la capacità dell’individuo di immaginare, la creatività e la memoria.
ü Non disponibilità sinottica e gratuita di tutte le alternative (onerosità delle informazioni necessarie).
I soggetti umani sono in grado di ragionare in parallelo. Costi per ottenere delle informazioni
ü La ricerca viene interrotta al primo risultato soddisfacente.

Euristica à viene fissato un livello di aspirazione, esaminiamo in serie le possibilità e scegliamo la prima che
soddisfa il livello.

… ma le aspirazioni sono dinamiche/adattive, per cui si adattano alla complessità dell’ambiente


Posso effettuare anche l’eliminazione per aspetti, in questo caso il processo non è più compensatorio à
fissato un primo criterio ne fisso poi un altro (guardo tutti gli appartamenti vicini al centro, poi guardo altri
criteri).
Dal punto di vista empirico, Elbert Simon fu uno dei primi a provare il percorso inverso.
Versione ortodossa ed eterodossa. Dialogando le scienze danno vita ad una serie di argomentazioni, dunque
è importante avere un punto di riferimento.
Quando parliamo di razionalità limitata la prima cosa con cui dobbiamo avere a che fare è che noi abbiamo
una rappresentazione del mondo esterno, non ne abbiamo una conoscenza oggettiva. Abbiamo
rappresentazioni sociali di tutte le cose. La rappresentazione è impattata anche da molti altri fattori, dunque
interviene l’attenzione selettiva.
Meccanismo di riduzione della dissonanza cognitiva à passaggio essenziale per capire come individui e
gruppi fissano i propri obiettivi. Accade non soltanto che gli attori economici e sociali sono limitati dalla
propria attenzione selettiva, ma dal fatto anche che l’attenzione selettiva tende a prediligere determinate
informazioni (sottostimiamo le visioni in contrasto con la nostra visione del mondo e sovrastimiamo quelle
in accordo). Gli esseri umani hanno diverse capacità di percepire e valutare il rischio e soprattutto di
assumerlo. Quando usiamo il termine razionalità limitata, introduciamo una serie di fattori che erano esclusi
dalla razionalità assoluta.

Modello soddisfacente

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• Valutazione preliminare
Aspirazione à livello minimo che ritengo soddisfacente. Il livello soddisfacente è posto nel nucleo del
procedimento decisionale

Percezione di bisogno o desiderio à riconosco che non può essere soddisfatta con le routine

Nucleo decisionale (ricerca e fissazione delle aspirazioni)

• Valutazione post-decisionale
Esitoà valutazioneàcodificaàimmagazzinamento

Il modello soddisfacente di base adattivo


Prima complicazione: le aspirazioni non sono statiche. Quando le cose vanno bene tendo ad alzare le
aspirazioni, quando vanno male le abbasso. Quando la ricerca tende ad intercettare alternative che tendono
a superare le aspirazioni, allora tendo ad alzare il livello; quando la ricerca tende ad intercettare alternative
molto al di sotto del livello delle aspettative, tendono a soddisfarle.
Il livello di aspirazione non è l’unico fattore, c’è anche la tensione della ricerca (ovvero quanto mi impegno
nella ricerca). Se è molto facile trovare alternative soddisfacenti, allora alzo le aspettative e cerco di meno.
Se vado avanti a cercare vuol dire essere più propensi al rischio (es. parcheggio).

Il modello di scelta soddisfacente di base adattato (razionalità ex-ante).


Framing and encoding à inquadrare la situazione
Ciò che immagazziniamo in memoria è l’interpretazione, ovvero lo scarto fra le aspirazioni iniziali e il risultato.
Soddisfazione se lo scarto è positivo, insoddisfazione se lo scarto è negativo.

Come si modificano e come si formano i livelli di aspirazione?


Fast and frugal à veloci e frugali.
Il primo e più semplice meccanismo di confronto fra aspirazioni e risultati lega le aspirazioni alle performance.
Oppure fra valutazioni e performance
Oppure fra i vari livelli di aspirazione
Se la soddisfazione dipendesse solo dallo scarto, sarebbero avvantaggiati quelli che fissano basse aspirazioni;
AD: attinment discrepancy, (scarto) àcruciale per la fissazione delle aspirazioni future.

Il modello soddisfacente esteso (valutazione post-decisionale)


Cosa accade quando dobbiamo fissare aspirazioni dall’inizio? Abbiamo detto che un po’ dipende dall’
esperienza à modello esteso à quando in passato ho ottenuto risultati (non performance, ma valutazione
del risultato) ampiamente positivi tenderò a fissare aspirazioni più alte. Si dice che i livelli di aspirazione sono
adattivi.

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Replico la logica del modello di base però di fronte ad una situazione problematica (scarto tra lo stato attuale
e lo stato desiderato) il decisore ragiona secondo analogia e cerca di collegare la situazione attuale ad una
con dominio simile che ha affrontato in passato.
Feedback inferenziale à quello che mi porta a dire “fisso queste aspirazioni” perché ho il confronto con i
risultati passati. Devo riconoscere la situazione corrente e attribuirle un dominio rispetto a quelli passati. La
personalità è costituita da domini (aree decisionali delle persone). Se il dominio simile è caratterizzato da
livelli di soddisfazione elevati allora posso fissare un livello di aspirazione elevato anche per la situazione
attualeàfeedback valutativo.

LDA correnti e attainment discrepancy passate


Ø Affrontare i due tipi di feedback (inferenziale e valutativo) è cruciale per prendere scelte future
Ø AD negative possono ridurre le aspirazioni futureà aspiration deflacting
Ø Questo vale anche per i gruppi e organizzazioni
Ø Riducendo le aspirazioni per le scelte future gli agenti accettano un livello di rischio inferiore rispetto
a quello che sarebbero disposti a fissare.

Se consideriamo questo modello agli estremi, non funziona così à ad esempio se le cose vanno molto male,
alzo tantissimo le mie aspettative, perché non ci posso perdere niente
Aspirations deflecting à riduzione del livello di rischio

Modello ad inclinazione costante


Quando i livelli di successo aumentano, aumentano le aspirazioni. Lo zero è un punto di passaggio

Modello a risposta categorica


Lo zero rappresenta un punto di chiara separazione, a destra successo a sinistra insuccesso, si vede il salto
tra questi due risultati.

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Modello ad inclinazione variabile
I soggetti percepiscono diversamente successo e insuccesso, lo zero è un punto di cambiamento di sensibilità.
Prospect theory à tendiamo ad essere più propensi al rischio quando le cose vanno male.

Modello a risposta categorica ed inclinazione variabile


Mix tra il modello 2 e 3; diamo attenzione alle perdite passate e percepiamo una frattura netta tra successo
e insuccesso (costanti diverse)

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Il modello agli estremi
In tutti questi modelli abbiamo una valutazione sullo spazio delle alternative abbastanza indefinita. Questi
modelli spiegano bene cosa succede vicino allo zero o molto lontano. Situazioni molto critiche o molto
positive.
Quando siamo agli estremi succede che le aspirazioni tendono ad impennare perché mosse dall’assunzione
di rischio (a causa della disperazione).
Ci sono delle rare molto interessanti in cui questo modello di adattamento lineare funzionale non funziona
più. Molto spesso in letteratura per agevolare la ricerca e focalizzarsi sulla scelta ci si concentra
sull’assunzione di rischio.

Risk-seeking behaviour à assunzione del rischio


Self serving effectà modo in cui ci riteniamo responsabili di risultati positivi, di successo e assolutamente
irresponsabili di risultati negativi.
Large-cushionà consapevolezza di contare su un’ampia casistica di risultati positivi passati. Questo large
cushion funziona anche da paracadute psicologico, da cuscino dato che ampi risultati positivi in passato mi
spingono a rischiare di più ed eventualmente, questo large-cushion dovrebbe proteggermi in caso di ‘caduta’.
Euphoria effectà Shiller la chiama euforia irrazionale, genera benessere con un’ottica ottimista che ci porta
a rischiare di più e a vedere i fattori manipolabili dell’ambito di scelta in modo non oggettivo.

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Shiller è un’economista che si concentra sull’effetto euforia in cui gli operatori continuano a rischiare sempre
di più. L’euforia spinge i soggetti ad assumersi rischi sempre più elevanti.
Ragione per cui i soggetti e le aziende tendono ad ampliare i risultati quando questi sono positivi.
Noi partiamo sempre da un livello individuale ma il comportamento individuale non è il risultato di un vuoto
sociale dato che il soggetto si trova in un’azienda.

Passando al versante degli insuccessi, è importante comprendere quanto le aspirazioni correnti siano
influenzate non solo dai risultati immediatamente precedenti, ma dalla storia di quei risultati.
Per quanto ci sia una simmetria tra questi due casi, successi e insuccessi, questa simmetria non è perfetta.
Sul fronte del fallimento, l’ostacolo metodologico più serio affrontato dall’elaborazione di dati empirici è che
tali dati non sempre sono in grado di discriminare tra situazioni gravemente compromesse e situazioni
fortemente negative. In sintesi, dove si colloca il tipping point?
Questo punto è soggettivo, dove si colloca non è oggettivo è una percezione che il soggetto ha di quanto è
insoddisfatto/soddisfatto rispetto allo scarto tra aspirazioni e performance negative/risultati.
Sulla base degli studi di psicologia comportamentale di Kurman, l’idea di “fallimento” sembra essere
percepita da un particolare punto di riferimento rappresentato da un evento molto negativo o dall’evento
culminante ad una serie di eventi negativi.
La parte relativa alla risposta categoriale alle condizioni di grave fallimento (zona scura nel grafico in slide) è
interessante perché può chiarire il ruolo di una serie di meccanismi esplicativi. Potrebbe aiutare a spiegare,
ad esempio, se e come cambia la relazione tra feedback inferenziale e feedback valutativo, dal momento che
la frattura registrata dai soggetti li potrebbe spingere a vari comportamenti:

• Rivedere la procedura d’inquadramento del task (learning)


àrivedere la situazione, l’inquadratura in cui posso aver fissato aspirazioni sbagliate.

• Conservatorismo cognitivo: tendenza dei soggetti a continuare a perseguire delle strategie che si
sono dimostrate perdenti o poco avvincenti, mi rifiuto di considerare già persi costi che ho sostenuto
per arrivare a quel determinato risultato, che ora si è dimostrato perdente à effetto costi sommersi.
Ciò risale al ruolo svolto dalla teoria della dissonanza cognitiva, cioè non vediamo la realtà in maniera
oggettiva.

• Alzare comunque in modo repentino l’assunzione di rischio. Le ragioni di questo atteggiamento


possono essere spiegabili con un meccanismo del “giocarsi il tutto per tutto”, come ultima spiaggia
per recuperare i fallimenti.

Altre scoperte possono esser ricondotte alla “prospect theory” che si rifà a due personaggi quali Tverky e
Kahaneman.
La prospect theory si basa su persone che valutano guadagni e perdite in modo diverso ad esempio perché le
perdite hanno un impatto emotivo più forte dei guadagni, anche in condizioni di valore atteso uguale.

Componenti della soddisfazione


Le valutazioni delle prestazioni dipendono tipicamente dal confronto con due tipi di livelli di aspirazione: uno
storico e uno sociale. I livelli di aspirazione storici riflettono le performance passate dell’azienda e possono
servire come previsione delle prestazioni future.
Può accadere che i soggetti aspirino a determinati livelli osservando quello che fanno gli altri, osservando
quelli che sono obiettivi di altre aziende, infatti i livelli di aspirazione sociale implicano confronti con
organizzazioni paritarie simili e forniscono un buon indicatore di confronto tra concorrenti.
Una buona ricerca dovrebbe prendersi cura sia dell’aspirazione di tipo storico che di tipo sociale.

Dominio di personalità
Ogni dominio della personalità è caratterizzato da:
-un grado di salienza o di rilevanza, una sorta di valore intrinseco che lo contraddistingue.

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-uno stile decisionale ossia un modo di comportarsi, da un’azione caratteristica.
-un grado di soddisfazione che può essere costante oppure una qualche combinazione della soddisfazione
sociale e di quella personale.
La soddisfazione personale ha due dimensioni, quella di risultato e quella di processo.
La soddisfazione di risultato è: “sono soddisfatto perché ho ottenuto x..”
La soddisfazione di processo è: “sono soddisfatto perché ho fatto x..”

Differenza tra rischio e incertezze

Il momento di partenza è l’esito di evento futuro ignoto e ci troviamo in due possibili situazioni, una di rischio
e una di incertezza. Nel caso di rischio quando è possibile formulare oggettivamente la probabilità dell’evento
futuro.
Versione originaleà probabilità ex-ante (es: lancio del dado)
Versione frequentistaàprobabilità basate su esperienze passateàeventi non correlati, ripetuti e avvenuti
in contesti stabili.
In caso di incertezza non è possibile formulare oggettivamente la probabilità dell’evento futuro a causa di
eventi passati interconnessi e decisioni unicheàcredenza fattuale (binaria o modulata).
Si ricorre a valutazioni soggettive per stimare la probabilità di un evento futuro che non ricada nella
fattispecie del caso dell’oggettività. Il grado di credenza è un altro modo di chiamare una valutazione
soggettiva.
Due tipi di prospettive che si uniscono nella versione Bayesiana.

L’incertezza parametrica
Decidiamo in situazioni di incertezza parametrica quando non siamo in grado di stimare sulla base
dell’esperienza passata una qualche distribuzione di probabilità degli elementi rilevanti ai fini della scelta.
Condizioniàdecisioni interconnesse, uniche, insolite o prese in contesti instabili.
Es: scelta del lavoro o del percorso di studi.

L’incertezza strategica
Prendiamo l’individuo in un determinato contesto.
Decidiamo in situazioni di incertezza strategica quando la nostra scelta dipende dalla scelta di un altro
soggetto, il quale a sua volta per decidere razionalmente deve tener conto della nostra scelta. Si tratta
pertanto di circostanze di interdipendenza tra i comportamenti e i soggetti.
Condizioniàdecisioni interdipendentiàinterdipendenza strategica.
Esempio: scelta di investimento e decisioni strategiche militari

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Schema complessivo del ruolo di rischio ed incertezza
L’interdipendenza può essere debole o forte, debole in cui si fa riferimento a un livello di gradualità senza
riflessività e forte dove i soggetti pensano e si aspettano cosa faccia la controparte e quindi con riflessività.

Livello zeroà non abbiamo nessuna interazione e interdipendenza o le due cose sono appaiate oppure tutto
ciò che avviene è considerato routinario, segue una determinata sequenza e viene dato per scontato.
Abbiamo persone che interagiscono ma senza dare origine a incertezza parametrica, non c’è interdipendenza
tra i soggetti. In questi casi useremo Ego e Alter come agenti. È un mondo zero dato che è un mondo base.
Livello alfa o 1à gradino successivo al livello zero, abbiamo interazione ma non abbiamo interdipendenza,
la nostra azione può ricadere sull’utilità collettiva senza che ci sia necessariamente interdipendenza con gli
altri soggetti. In questi casi possiamo parlare di effetto di composizione, ego fa qualcosa alter fa qualcos’altro.
Concetto di interazione diverso da quello che siamo abituati a pensare, è un’interazione come fattispecie
nelle quali delle azioni hanno ricaduta sugli altri.
Livello beta o 2à livello più articolato, livello in cui abbiamo interazione e interdipendenza che può essere
debole o forte. E’ quando gli attori hanno un comportamento individuale che è legato al comportamento di
un’altra persona o di un evento (es: natura). Qui iniziamo a parlare di incertezza strategica. Ci può poi essere
un grado più elevato di interdipendenza nel quale poi troviamo un effetto di combinazione tra
comportamento di Ego e comportamento di Alter (interdipendenza forte)àquello che sarà il livello 3, livello
gamma dove c’è interazione, interdipedenza forte e quindi riflessività.
Livello 4, livello deltaà livello più alto in cui ci sarà interazione, interdipedenza con riflessività e
comunicazione linguistica.

Parliamo di meccanismi quando iniziamo


ad avere un’interdipendenza che non sia
solo strumentale, quando si combinano i
comportamenti di alter e di ego.

Il gioco
sistema che in condizioni controllate e semplici riproduce situazioni di interdipendenza tra soggetti.

Requisiti dei giochi


ü Devono partecipare almeno due giocatori con interessi in conflitto.
ü Ogni giocatore ha a disposizione diverse scelte o strategie possibili.
ü Una partita consiste in una singola scelta simultanea.
ü Quando ciascun giocatore ha scelto la strategia l’esito del gioco è determinato.
ü Ogni esito è associato ad un insieme di utilità per ciascun giocatore.

v I giochi “contro natura” prima forma embrionale di interazione


Siamo in un caso di interdipendenza senza riflessività, non c’è simmetria.

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Ego in questo caso, basa la sua scelta
su ciò che presume farà alter (la
natura) e non viceversa.

v Giochi di coordinamento semplice;


Interazione non linguistica con interdipendenza e riflessività.
Siamo nel caso di giochi simultanei non cooperativi, dove i due soggetti non possono comunicare tra loro.
Parliamo di due soggetti e di interdipendenza forte.

àil problema risiede al livello sotto il quale i soggetti vogliono stare.


Dilemma di regresso infinito ovviamente essendo un gioco simultaneo di coordinamento e quindi è del tutto
evidente che i soggetti potrebbero pensare di avere un livello di aspirazione basso e scegliere soluzione che
porterebbe meno danni ad entrambe. Soluzione che porterebbe comunque in questo caso a camminare di
meno anche se poi uno può essere più o meno danneggiato.

v Gioco di coordinamento puro


Esempio in slideàgioco con completa simmetria, interazione con interdipendenza e riflessività.

Bisogna capire se ci sono strategie


dominantià non ci sono né per A né
per B. (44 non si va a sbattere, 11 si va a sbattere)
In questo gioco sarebbe bene trovare
una situazione che si mantenga nel
corso del tempo.

v Gioco del polloàgioco simultaneo eventualmente ripetuto, sono disposto a rischiare tanto perchè penso
che questo mi possa portare ad una soluzione, in questo gioco si introducono elementi cognitivi. Devo
cercare una strategia dominante per me, e se questa vale anche per l’altro giocatore allora abbiamo una
strategia dominante nel complesso.

v Gioco della battaglia dei sessià asimmetria nelle parti, alter ed ego pensano a cosa fa l’altro perché
preferiscono stare con la controparte piuttosto che da soli. Non c’è una strategia dominante per nessun
giocatore.

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v Gioco dell’assicurazioneà due cacciatori che possono uccidere il cervo insieme, uno si stufa e decide di
uccider la lepre à uno ha un’utilità minore l’altro zero.
Non c’è nessuna strategia dominante ma c’è bisogno di coordinarsi, situazione tipica che rivolge
l’attenzione collettiva che garantisce un risultato migliore impiegando più tempo o un risultato con utilità
minore ma a minor costi.

v Gioco del dilemma del prigionieroà la strategia dominante sarebbe quella per entrambe di confessare.
Il problema è che il confessare, strategia razionale ha un esito collettivamente peggiore. Quindi il non
confessare viene definito come cooperare e il confessare come defezionare.
L’equilibrio migliore è quello paretiano ma in questo caso si vede l’equilibrio di Nashà equilibrio che
migliora la situazione della collettivitàà non confessare, quindi cooperare.
Dilemma perché sembra non esserci una via d’uscita, un risultato.
Si può ripetere il gioco per capire le diverse strategie e mosse dell’avversario.

Giochi sequenziali (ripetuti) à vedono un soggetto che sceglie per primo e un altro che decide di
conseguenza.

v Gioco dell’ultimatumà abbiamo due attori, A e B che non comunicano tra loro.
A detiene 10 e può passare una cifra a B che a sua volta può accettare o rifiutare, se rifiuta nessuno avrà
nulla. A pensa all’indietro, pensa a cosa farà B se gli da tot, se A da 1 a B pensa che B accetti perché 1 è
meglio che nienteà ragionamento sulla base di quello che farà Bàbackward induction
Ma in genere vediamo che A da il 40% della somma a B e B rifiuta sotto il 20%, perché?
Perché sono mossi da altruismo, senso di equità e timore di rifiuto.
Per capire se si è davvero mossi da altruismo à gioco del dittatore

v Il gioco del dittatore vede ancora A che detiene una cifra ma B stavolta non ha potere di veto, non può
decidere se accettare o rifiutare e cosi la quota si riduce del 20% e quella che rimane è il timore del
rifiuto).

v Gioco della fiduciaà riproduce il rapporto tra fiduciario e investitore.


Simile al gioco dell’ultimatum ma in questo caso siamo in uno scenario simmetrico, A e B hanno entrambe
10. A da una somma a B che a sua volta moltiplica la cifra x3 e può decidere quanto restituire ad A,
sottraendola. Secondo l’equilibrio di Nash converrebbe non scambiare e rimanere entrambe a somma 10 ma
cosi non cambierebbe nulla quindi, se B restituisse anche solo 1 in più di quello che A gli ha dato ci sarebbe
un aumento di ricchezza e quindi un esito pareto-efficiente.
La situazione pareto-efficienteà A da tutto e B restituisce 20. (20 e 20)
Esempio di dilemma sociale dove il perseguimento dell’auto-interesse potrebbe portare ad esiti collettivi non
desiderabili.
à A dilemma se accettare il rischio o no
àB comportamento interessante perché deve scegliere quanto tornare ad A, si possono vedere i meccanismi
di fiducia e rispondenza fiduciaria.

Nel mercato fiducia e reputazione sono una leva importante.


B in quel caso vince la tentazione di defezionareà free riding

Varianti al gioco della fiducia e fattori socio-cognitivi nelle scelte sequenziali


àla prima variante del gioco della fiducia introduce la possibilità che A esprima un giudizio sul giocatore B
alla fine di ogni turno in questo caso se ho le condizioni per esprimere un giudizio quando B si è comportato
ridandomi una certa somma o meno io posso dare un giudizio che può essere positivo, negativo o neutrale.
Inizia cosi a circolare l’informazione su come si è comportato B nel gioco precedenteàreputazione
Viene cosi a circolare un’informazione come etichetta ma viene data da soggetti che hanno interagito
direttamente con quell’attore e in questo caso si parla di reputazione.

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Quando invece a veicolare l’informazione è un soggetto che non è responsabile dell’informazione e quindi
non è frutto di esperienza diretta siamo nel caso del gossip.

Il comportamento di B può essere valutato da un terzo soggetto e in questo casoàreputazione


Se il terzo soggetto osservatore il quale decide di passare l’info o meno che è stata creata da un altro soggetto
àgossiper

Verifiche sul comportamento di Aà possiamo farci delle ipotesi sul perché A da di più, ad esempio:

Investimenti e ritorni (confronto C1 e Cinf)


à anche nel caso in cui la valutazione del giocatore B sia positivo succede nella maggior parte dei casi che
viene comunque trasmessa ma non sempreà diventa sempre più articolato il caso.
L’informer nella maggior parte dei casi trasmette l’informazione negativa ma può anche non farlo perché
quando non si è artefici della formazione di un giudizio, se questo è negativo si è frenati nel trasmetterlo
perché si pensa possa esser formulato non oggettivamente ma soltanto come atto punitivo.

Trattamento 2àIntroduzione della valutazione di A da parte di B

Giocatore B ha una cifra che deve custodire e far fruttareà fiduciario


Giocatore Aà investitore
Giocatore Cà valutatore

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Il gioco non è simmetrico perché B ha due fonti informative:
1.che cosa gli ha passato? (fattuale)
2. Un giudizio da parte di un precedente giocatore B su quello che ha effettuato. (Non fattuale)
Quelli che hanno una reputazione neutrale hanno un certo tipo di trasferimento e il ritorno di B va di pari
passo con questo trasferimento, in questo caso le fonti informative di B (1,2) sono consonanti, cioè dicono
le stesse cose.
Le cose cambiano quanto le fonti sono dissonanti, questo a volte da fastidio perché bisogno investire risorse
e quindi diventa costoso.
Anche quando ho delle informazioni certe ricorro a informazioni di tipo non fattuale.

Riflessioni
Bisogna tener conto della propensione al rischio

v Interiorizzazione: i riferimenti valoriali potrebbero esser tali perché i soggetti hanno interiorizzato i
giudizi degli altri soggetti. La comunicazione fa circolare una rete di informazioni sempre maggiore.
Importanza del linguaggio per quanto riguarda l’allargamento delle cerchie sociali e delle capacità neurali
del nostro cervello in modo da elaborare le informazioni in maniera sempre diversa.
v Fattori evolutivi: legati anche a quelli di interiorizzazione.
v Responsabilità del giudizio: sorta di assunzione di ruolo, quanto poi questa assunzione sia efficace
rispetto ad un incentivo economico c’è qualche dubbio. Chi trasferisce l’info non è responsabile del
giudizio ma solo del trasferimentoàgossip: informatore che si impegna a comunicare una valutazione
esercitata da altri.

àdifferenza tra gossip e reputazione (chiede all’esame)

Queste considerazioni possono avere un rilievo anche in natura applicativa rispetto alle finalità dei policy
maker e di chi progetta sistemi reputazionali.
La reputazione come meccanismo sociale può avere numerose varianti che possono innescare
comportamenti ed esiti più o meno prevedibili.

Effetti emergenti inattesi in scenari ad interdipendenza debole (agenti reattivi)

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Il modello di Shelling sulla segregazioneà per segregazione ci riferiamo a qualcosa che emerge nelle
interazioni in maniera inattesa.

Ci sono degli attori, X e 0, hanno una visione locale e sono soggetti a un movimento casuale ed inoltre un
agente è soddisfatto se circondato da una certa percentuale di agenti simili (omofilia, voglio i miei simili)

Quando un agente non è soddisfatto può esser spostato in qualsiasi posto casualmente oppure nella
posizione disponibile più vicina.

à alcune configurazioni emergenti, troviamo il sito delle simulazioni nel linkà


http://nifty.stanford.edu/2014/mccown-schelling-model-segregation/

Io sono soddisfatto se quelli intorno a me almeno al 50% sono come me, ma si creano delle
autosegregazioni, automatiche ma si creano. à inattese e involontarie
Pur con livelli bassi, tendono a generarsi delle segregazioni involontarie.

Come dimostra Shelling il fenomeno della segregazione può emergere sotto diverse forme e può derivare
da atteggiamenti più o meno intenzionali o anche da norme (in questo caso è organizzata)
Basta uno spostamento all’interno del sistema per cambiare l’equilibrio e determinare un cambiamento
rispetto allo stato iniziale, anche un piccolo cambiamento può impattare a livello sistemico.

Il comportamento è l’esito di un modello mentale.


Quando abbiamo usato il modello base di Shelling abbiamo parlato di reattività.
Un’analisi di tipo strutturale potrebbe partire dal macro e arrivare al macro senza necessariamente passare
dal livello micro.
àEQUILIBRIOàPROCESSO DI CAMBIAMENTOàEQUILIBRIO
Attraverso la comprensione di come i soggetti agiscono e si comportano in relazione ad un determinato
contesto sociale studiamo i vari livelli.

Effetti emergenti in scenari ad interdipendenza forte


Evoluzione della generazione/produzione di un bene pubblico.

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Ci si chiede se è davvero un gesto di altruismo o meno… su questo si concentrano i filosofi.
I kantiani sono consapevoli che sarebbe bene che tutti cooperassero per la produzione di un bene pubblico
anche se sanno che non tutti lo fanno.
L’evoluzione di questo bene pubblico parte con i kantiani che decidono di cooperare anche se hanno dei
costi perché mossi da un imperativo kantianoàcooperare, successivamente si inserisce anche la figura
dell’utilitarista, attore mosso da interessi individuali e che partecipa se e solo se il suo contributo serve.
Se il rapporto costi benefici è tale per cui si riesce ad avere benefici.
La terza figura che si inserisce nel moto del bene pubblico à gli imparziali, coloro che fanno quello che fa la
maggioranzaàin questo caso dato che la maggioranza collabora, collaborano alla produzione del bene.
Successivamente nel processo si ritrovano gli utilitaristi che smettono di cooperare perché non più utili dato
che tanti ora cooperano e di conseguenza gli imparziali seguono la maggioranza e smettono di cooperare.
Rimangono così solo i kantiani a contribuire per il medesimo motivo per cui hanno iniziato a cooperare.

Abbiamo ragionato in termini di riflessività e ragione e l’unico modo che gli agenti hanno per comunicare è
il comportarsi, l’agire come anello conclusivo di un processo decisionale (overt action).
Scenari ad interazione fino all’avvicinarsi ad uno scenario in cui gli attori possono comunicare verbalmente
tra di loro. Il tema della comunicazione verbale/non verbale è un tema molto importante in varie discipline
e noi riteniamo rilevante l’esaminazione di alcuni aspetti nell’area decisionale ai fine della scelta che viene
compiuta all’interno della collettività.

Azione razionale collettiva in senso forte


àriflessività con interazione e comunicazione linguistica
In quasi tutte le arene decisionali anche quelle più semplici, noi ci troviamo in condizioni in cui necessitiamo
di superare una situazione di conflitto, divergenza di opinioni/rappresentazioni e sappiamo di avere diversi
modi per superare queste divergenze:
-LOTTA: forma primordiale e costosa che comporta l’eliminazione della relazione.
-AUTORITÁ: giudizio insindacabile e discrezionale con la possibilità di mantenere o sviluppare la relazione.
-REGOLE E NORME GIURIDICHE: impersonalità e appropriatezza.
-ARGOMENTARE E NEGOZIAREàstruttura di interazione più completa, c’è comunicazione.
La comunicazione può rappresentare lo strumento per arrivare a prendere decisioni a partire da scenari in
cui le nostre opinioni non necessariamente coincidono con quelle degli altri attori.
In tutti i modelli, anche di tutti i giorni, c’è un attore che può essere usato come modello di interpretazioneà
agente rappresentativo (consumatori, parlamento…)
In ogni area c’è un rappresentante di quella collettività, a volte anche più di uno e ora valutiamo i meccanismi
di interazione.

La negoziazione
ü C’è interdipendenza
ü Risorse scarse
ü C’è diversificazione (preferenze diverse e attori diversi)

La negoziazione è un processo decisionale congiunto, costituito da offerte e controfferte (non


necessariamente trasmesse attraverso ad un atto linguisticoà es: aste online).

Zona contrattualeà zona entro il quale avviene l’accordo.

Prospettiva su due dimensioni


Punto di resistenzaà punto sotto il quale il compratore non è disposto a negoziare. Questo punto dipende
da alcuni fattori ad esempio dal bisogno che ho di negoziare, best alternative to the negotiation agreement
(BATTNA).
Viene spesso indicato un punto di utilità massima del venditore, punto massimo di soddisfazione.
Sulle ordinate troviamo il secondo contraente, la controparte che avrà, come l’attore sulle ascisse, un punto
di resistenza, un’utilità minima.

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Il punto di intersezione tra i due punti di disaccordo dei due contraentiàpunto di disaccordo

Il punto di resistenza sarà più elevato se avremo molte risorse esterne e più basso se ne avremo meno.
La letteratura dell’economia standard dice che a destra dal punto in cui siamo partiti ci sono combinazioni
che potrebbero essere maggiormente soddisfacenti per entrambe fino ad arrivare alla frontiera pareto-
efficiente.
I negoziatori sono dotati di perfetta razionalità per ipotizzare sul comportamento degli altri agenti, entrambe
cercheranno di negoziare fino ad arrivare al punto di equilibrio (E) senza oltrepassare la frontieraàquindi il
negoziato si conclude sempre con una soluzione.

Gli scenari della teoria economica ortodossa


Se i contraenti dovessero giungere a un punto che non sta sulla frontiera vuol dire che non hanno utilizzato
le risorse correttamente.
Come con l’azione razionale vediamo di capire se ci sono dei margini di dialogo tra queste due prospettive:
Durante i negoziati reali, i negoziatori generalmente possono anche occuparsi e trovare risorse aggiuntive
migliorià non si parla di un mondo chiuso e in questo caso si modifica il MAAN (miglior alternativa
dell’accordo negoziale).
Gli attori possono bleffare, attuare un comportamento che cerca di alterare le percezioni della controparte
sul punto di resistenzaàanche in questo caso vedremo una modifica del MAAN.
I negoziati reali possono creare valore e possono integrare delle poste accessorie per bilanciare le poste
inizialiàprocesso composito
Aggiungere poste è costoso.
L’offerta è un’informazione fattuale.

I presupposti del modello economico di contrattazione

1. Le parti nel negoziato sono soggetti singoli, anche nel caso di gruppi vengono intesi come parte
unitaria.
2. La posta in gioco è semplice, omogena e divisibile.

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3. La transazione è unica
4. Le utilità sono date e le parti hanno piena consapevolezza della propria utilità.
5. La zona contrattuale è definita sin dall’inizio.
6. Il processo contrattuale serve unicamente a comunicare i relativi punti di resistenza e la zona
contrattuale.

Una possibile definizione di negoziato


àprocesso comunicativo/interattivo nel quale due o più parti interessati in parte comuni e in parte
confliggenti cercano di trovare una soluzione che sia soddisfacente per tutti per ottenere risultati migliori.

Unità di misura del negoziato


Distinguiamo tra:
v Interessi
v Posizioni
àMentre le posizioni sono sempre esplicitate gli interessi possono non esserlo.

La grande abilità del negoziatore è di comprendere gli interessi e le posizioni e vedere se c’è coincidenza tra
queste nella controparte.

La negoziazione integrativa e distributiva


Si parla di accordo integrativo quando la somma dell’accordo è >0.
Per trovare un accordo siamo disposti ad aggiungere poste per aggiungere/creare valore anche se questo
risulta costoso nella ricerca ma anche a livello reputazionale.
Importante e necessario nella negoziazione è capire quanto sia costoso e se lo è l’aggiunta o l’aumento della
posta in gioco. Nel negoziato integrativo a somma maggiore di zero si ritrova uno stile
collaborativo/empatico.
Nel caso di un accordo distributivo invece, la somma del gioco/accordo è 0 e avremo uno stile
competitivo/avversativo. Nel negoziato distributivo invece prevalgono strategie rivendicative.

Il modello tipico di un’interazione strategica


à consideriamo in parte il dilemma del prigioniero
Attori disposti a cooperare siamo disposti a cedere la possibilità di guadagnare di più per avere un risultato
in parte soddisfacente per evitare la decisone disastrosa àstrategia cooperativa, strategia che crea valore
per entrambe le parte, trovo forme di compensazione per trovare un accordo.

Se entrambe tengono duroàmodello tradizionale dell’economia standard, i negoziatori possono fallire.

Stile collaborativo/empatico e competitivo/avversativo

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à nel caso dell’accordo stile competitivo ci sono due particolari mosse condizionate che si adottano:
1. la minaccia
2. la promessa

1.La minaccia
La mossa della minaccia è un atto linguistico che ha come oggetto l’esecuzione di una regola di risposta volta
a punire la mancata osservazione di una data richiesta.
Distinzione tipi di minaccia, facce della stessa medaglia:
-Minaccia deterrente: impedisce un’azione
-Minaccia coercitiva: spinge ad una particolare azione desiderata

N.bàIn entrambi i casi, ciò che si minaccia è l’adozione di una condotta che conduce a un esito pessimo o
mediocre per entrambi ed inoltre rappresenta un costo, sia per il trasgressore sia per chi la deve mettere in
atto.

Anatomia della minaccia: la logica condizionale


-La controparte può collaborare quindi è inutile adottare la punizione, la minaccia ha funzionato.
-La controparte non ottempera, la minaccia è fallitaànon ho ottenuto quello che volevo quindi posso dal
corso alla minaccia e adottare la regola di risposta e da cui deriva un danno (faccio quello che ho detto avrei
fatto se ..)àquesto generalmente ha due effetti: aumento in reputazione, crescita di credibilità (mantengo
la parola, ho polso) e deterioramento dei rapporti interpersonali.
-Cosa accade se la controparte ottempera e non do passo al corso della minacciaàperdo di credibilità e
reputazione e rimangono saldi i rapporti interpersonali.

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Requisitiàplausibilità
Credibilitààefficacia della minaccia

Minaccia come attributo principaleàefficacia; se manca l’attributoà minaccia vuota o inefficace.


Minaccia come presupposto e requisitoà plausibilità; se manca il presuppostoà la minaccia è irrealistica.

La controparte può rendere palese l’impraticabilità dell’antecedente o l’implausibilità del conseguente quindi
agire per plausibilità oppure per efficacia cercando di affievolire il commitment o mettere in atto una contro
minacciaàsituazione più gravosa che può portare al fenomeno dell’escalation del conflitto.

Avvertimentoà azione senza costi, è una minaccia senza conseguenze e senza costi, è un’azione che
permette di richiamare l’attenzione del partner sulle conseguenze del suo comportamento.

2.La promessa
Atto linguistico (commissivo) con cui si premia chi coopera.
Il premio riguarda un risultato positivo per il soggetto e anche in questo caso la promessa può essere:
coercitiva o deterrente.

La logica della promessa:


collaboroàmessa in atto della promessaà aumento della credibilità e dei rapporti interpersonali
collaboro ma non viene messa in atto la promessaàperdo di credibilità e lesiono i rapporti
non collaboroà inutilità della messa in atto della promessaàinsuccesso della promessa.

Stile collaborativo: 4 punti


v PERSONA: separare il problema dalle persone
v INTERESSI: concentrarsi sugli interessi più che sulle posizioni
v OPZIONI: generare una gamma di opzioni prima di decidere
v CRITERI: puntare su criteri oggettivi quali equità, valore di mercato, costi..

àtenere conto della comunicazione, delle emozioni e della percezione delle persone.

Si raggiunge un accordo, una soluzione quando entrambe le parti reputano l’esito soddisfacente.
La soluzione deve essere sempre sociale e la soluzione è tale se e solo se è stabile.

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Fasi del negoziato
1. Preparazione: ricerca e messa a punto della MAAN.
2. Svolgimento: definizione agenda e fase tattica
3. Fase di chiusura o perfezionamento: soluzione

Credenze opportunità e desideri

CREDENZE (fattuali o valutative)

OPPORTUNITÀàINTENZIONALITÀàAZIONE

DESIDERI

Tra opportunità e desiderio ci sono delle relazioni che si tende a non considerareà es: Ulisse e le sirene
Credenze e opportunità sono interdipendenti invece che indipendentià es: uva acerba
Le opportunità vengono elaborate da un punto di vista cognitivo e ci sono dei comportamenti per cui
riduciamo gli spazi d’azione perché questo è razionalmente utile per lo sviluppo dell’azione.
All’interno dei desideri c’è il ragionamento della razionalità e fissazione del livello di aspirazione.
Per noi intenzionalità e volontà sono concetti sovrapponibili.
L’intenzionalità è il concetto che racchiude opportunità, credenze e desideri.
C’è una di queste tre che farà da leva all’azione, quindi possiamo avere un’azione spinta dal desiderio
piuttosto che dalle opportunità o dalle credenze.

Processi di aggregazione
Con aggregazione indichiamo i metodi che permettono di derivare un valore collettivo da un insieme di valori
individuali senza alcun processo correttivo.

Abbiamo un fattore prevalente (dove prevale desiderio o credenze od opportunità) che porta al
comportamento di ego che avrà una certa soddisfazioneà un effetto primario (soddisfazione nell’aver
mangiato qualcosa ad esempio) o un effetto primario collegato anche ad uno secondario che può solo
aggiungersi oppure può sovrastare quello primario (sono soddisfatto di aver mangiato quel gelato ma ora ho
un mal di pancia che mi fa passare il piacere che ho provato nel mangiarlo).
Il tutto diventa più delicato quando la scelta è una scelta di gruppo, una scelta collettiva e in questo caso si
parla anche di contro finalità.
Per controfinalità si intende una scelta collettiva spesso coordinata, cioè preceduta da confronto, negoziato
dove i risultati si trovano in contrasto con gli obiettivi ovvero con il fattore prevalente così da annullare
l’effetto primario.
Parliamo di effetto di composizione quando abbiamo la possibilità di ottenere un effetto di aggregazione
degli effetti primari individuali, risulta non solo da regole di aggregazione ma anche dalla coincidenza di
preferenze o risultati di un’azione individualeàserie di comportamenti macro che derivano dalla sommatoria
di comportamenti individuali.
La combinazione macro di effetti primari porta ad un effetto collettivo che è compatibile/in linea con il fattore
prevalente.

Processi di aggregazione successivi tramite conformità a regole


Comportamenti dettati da scelte razionali e non.
Prima di far entrare una persona in un gruppo, socializzo una norma.
Primo punto per socializzare nel gruppoàintroiettare una norma

Processi di aggregazione successivi

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Simmelàstudioso dei piccoli gruppi, in cui cercava di comprendere le forme di certe norme sociali a seconda
della numerosità del gruppoà densità di una rete.
Sociologia analitica o dei meccanismià di fronte ad un evento macro noi cerchiamo di descriverlo e a ritroso
andare a testare le relazioni tra le diverse variabili che possono spiegare il perché di questo evento macro.
Quando l’effetto macro è lineare ciò che spiega l’aggregato è la sommatoria di comportamenti individuali,
ma dobbiamo andare a vedere cosa succede sotto, a fondo quando non è semplice collegare questi due
aspetti.
àgli aggregati possono essere capiti solo dai loro elementi e che il tutto può essere spiegato solo per mezzo
delle sue parti.

Quando abbiamo degli effetti lineari che portano a risultati macro e sappiamo che la spiegazione di
quell’effetto macro è riconducibile senza particolari interventi interpretativi non c’è particolare problema e
non occorre l’intervento delle scienze sociali ma ci sono alcuni casi in cui è difficile spiegare l’effetto macro e
in questo caso diventa utile l’intervento delle scienze socialià possibile risposta: effetto aggregato di
motivazioni non problematicheà es Weber.

Schema livello macro/micro

Possiamo avere diversi livelli di spiegazione e di correlazione tra variabili ad esempio livello di prodotto
nazionale bassoàalta mortalità infantile (livello macro)
La sommatoria di bassi livelli di redditi individuali impattano sulla capacità di nutrimento e quindi sulla salute
Stiamo entrando in uno spazio delicato di argomentazione (livello micro)
Noi ogni volta che tentiamo questa spiegazione del tipoà evento1 causa evento2
Noi usiamo un concetto di causalità tale per cui verificare questo(evento1àevento2) significa falsificare
qualsiasi altra ipotesi (es: evento3,4).
Lo scienziato politico non si mette a fare falsificazione su eventi alternativi cosa che invece fa lo statistico.
Quello che accade tra l’interazione di meccanismi è importante e dipende dall’approccio metodologico.

Processi di aggregazione con potenziali effetti macro inattesi


Esempio sondaggio elettori

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à sondaggi pre-elettoraliàscelta elettoraleàeffetto banwagon (salire sul carro del vincitore)
àsondaggi pre-elettoraliàscelta elettoraleàeffetto underdog (contrario all’effetto banwagon, parteggiare
per lo sconfitto, premio chi è dalla parte meno preferita, più debole)

Processi di aggregazione con potenziali effetti macro indesiderati


La scelta razionale al livello individuale procede attraverso l’aggregazione dei comportamenti individuali e da
conseguenze inattese che peggiorano la situazione di tutti.
Es: alzarsi in piedi alla partita, se mi alzo per guardare meglio una partita e tutti quelli dietro fanno
cosìàrisultato disastroso e cosi anche per l’esempio del taglio dei salari per superare la recessione.

Profezie che si auto adempionoàcoincidenze di preferenze, ad esempio se io dichiaro che c’è il rischio di
banca rotta di un istituto bancario anche se non è vero, tutti andranno a ritirare i propri soldi e quindi la
banca diventa insolvente davvero. (Merton)

Interazione simile a quella del dilemma del prigioniero, uno può guadagnare solo se si defeziona.
àbeni collettivi per la competitività (local collective competition goods)

Le esternalità
A fronte di un comportamento di ego con effetto primario e anche secondario noi possiamo dire in termini
economici che quando l’effetto secondario è riferito a quello primario abbiamo esternalità, il
comportamento di ego impatta negativamente o positivamente su alter quindi avrò esternalità negativa o
positiva.

Effetti perversi e mutamento sociale


Carattere emergenteàparliamo di carattere emergente di un fattore di aggregazione il carattere che si rivela
a livello collettivo tramite la manifestazione di fenomeni che non sono perseguiti direttamente dall’attore
ma rappresenta un comportamento che mira ad altri obiettivi.

àstrutture di interdipendenzaàShelling e segregazioni e omofiliaàaggregazione di comportamenti mossi


da micromotivi genera spesso macrofenomeni emergenti, del tutto estranei alle motivazioni dell’attore.

Fiducia e cooperazione
Nella situazione di scambio generalizzato tutti i membri di una comunità offrono liberamente doni e servizi
a un qualsiasi altro membro senza aspettarsi di essere da lui ricambiati, in quanto sanno che riceveranno a
loro volta doni e servizi liberamente offerti da altre persone appartenenti al gruppo senza doversi sentire a
loro volta obbligati a contraccambiare in alcun modo
Ciò significa che la liberta offerta di favori tra i membri della comunità è un comportamento socialmente
atteso.

Stiamo parlando della teoria dello scambio sociale, i cui pilastri sono appunto fiducia e cooperazione.

Un modo per inquadrare le società sono queste tre forme dello scambio:
- Forma economica
- Forma di redistribuzione
- Forma di reciprocità

Karl Polanyi “la grande trasformazione”

Capitale sociale

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Capitale sociale e fiducia sono i collanti del sistema economico nel suo percorso. Fiducia, così come capitale
sociale sono concetti che in alcuni momenti storici dell’economia sono stati completamente ignorati. Fiducia
è un concetto in continua via di definizione. Nei giochi non abbiamo mai definito il concetto di fiducia, ma di
comportamento fiduciario. La fiducia concessa da parte dell’investitore e ottenuta da chi investe, ha a che
fare con un’attitudine di tipo cognitivo.

Definizione neutrale del capitale sociale: non orientata rispetto al grado di utilità sociale.
Ci sono due legami: esclusivo e inclusivo, quello esclusivo di bounding ties àorientata all’utilità
particolaristica. L’altro legame, inclusivo bridging tiesàpermette al gruppo di utilizzare le risorse per avere
benessere sociale da cui derivano le due accezioni del capitale sociale: hardware e software.
Ø Accezione materiale (hardware) (dimensione formale nella slide) à cap. sociale = tutti gli attori,
strutturati formalmente, che segnalano in un territorio la coesione sociale del territorio stesso. Tra
questi attori e gli altri elementi di un sistema sociale, intercorrono delle relazioni che
rappresentano la parte software del capitale sociale.
Es: Organizzazioni: (legalmente riconosciute e non)
Ø Accezione informale (software) à relazioni, linfa del capitale sociale, elementi chiave:
- Fiducia e meritevolezza di fiducia
- Senso civico (civicness) (autore H. Putnamàtendono a far coincidere il civicness con il capitale
sociale)
- Disponibilità a cooperare per produrre il bene pubblico à presenza di Kantiani
- Fiducia nelle istituzioni (pubbliche)

Qualcuno semplifica dicendo che il capitale sociale non è altro che la quantità e qualità delle reazioni che gli
attori hanno (ovvero che intercorrono all’interno di un reticolo sociale)

Concetto arricchito à «l’insieme delle risorse, materiali e/o immateriali, che ciascun individuo o gruppo
sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di
reciprocità e mutuo riconoscimento»

Il capitale sociale non è necessariamente un concetto positivo.


Due considerazioni:
1. Il capitale sociale ha spesso una correlazione con lo sviluppo economico
2. Troviamo una distribuzione irregolare sul territorio di capitale sociale (alcuni territori hanno elevato
capitale sociale altri invece ridotto).

Arrow parla di capitale sociale come collante sociale.

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Beni relazionali
L’importanza della fiducia e del capitale sociale ci conduce allo studio di un importante concetto, ossia i beni
relazionali

I beni relazionali sono quei beni che non possono essere né prodotti né consumati da un solo individuo,
perché dipendono dalle modalità delle interazioni con gli altri e possono essere goduti solo se condivisi. Sono
beni che possono essere prodotti e consumati solo in maniera congiunta.
Generalmente dividiamo fra beni escludibili e rivali:
- Beni privati (alta rivalità e alta escludibilità)
- Beni di club (bassa rivalità e alta escludibilità)
- Beni comuni (alta rivalità nel consumo, bassa escludibilità) à es. beni ambientali (acqua)
- Beni pubblici (bassa escludibilità e bassa rivalità)

Dove collochiamo un bene relazionale à sicuramente ha una bassissima rivalità nel consumo à bene anti-
rivale à più ne consumo io e più ne beneficiate voi.

Smith e Putnam dicevano che questi beni relazionali possono essere agevolati e maggiormente utilizzati alla
presenza di:
- Cultura, esperienze, vissuto à fellow-feeling à comune sentire

Per consumo di bene privato à condizioni necessarie e sufficienti sono disponibilità economica e volontà
d’acquisto

Aspetto importante è che consumo, investimento (di risorse) e produzione coincidono nel bene relazionale.

Due definizioni di capitale sociale

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Due grandi definizioni del
capitale sociale:
Può creare ponti (bridging=
getta ponti)à effetti positivi

- Supporto famigliare
- Spinta in alto delle norme

Può creare confini (bonding=


limita)àeffetti negativi

- Limitazione libertà
- Spinta in basso delle norme
- Limitazione opportunità

Natura del capitale sociale


Secondo Pizzorno bisogna partire dal differenziare il capitale sociale dalle relazioni sociali che non riguardano
il capitale sociale come ad esempio le relazioni d’incontro, di ostilità/conflitto o le relazioni di scambio.
Sono relazioni sociali portatrici di capitale sociale quelle relazioni più o meno durature dove è possibile
riconoscere l’identità dei partecipanti. Per Pizzorno sono quindi relazioni che riguardano il capitale sociale
quelle relazioni di cooperazione che si instaurano tra due o più persone, relazioni sociali dove un individuo
dona un bene/servizio ad un altro aspettandosi un ricambio per il principio di reciprocità o ancora, quelle
relazioni di mobilitazione di capitale sociale dove un individuo aiuta un altro perché questo può aumentare
il suo prestigio in quella data collettività/gruppo.
Un altro esempio di relazioni sociali portatrici di capitale sociale sono quelle relazioni mosse da alcun tipo di
interesse ma mosse da coscienzaàuniversalismoàkantismo generalizzato.

Forme “pure”di regolazione


Il Bridging ci introduce alla forma di scambio come reciprocità.
Intendiamo la reciprocità come forma di regolazione dei rapporti di determinati gruppi sociali.
La forma di scambio come reciprocità è la terza forma dopo lo stato e il mercato:

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àStato come centro di potere che regola la redistribuzione e lo scambio;
àMercato come scambio impersonale regolato dalla moneta.

Il creare ponti ci riporta all’idea che noi possiamo individuare una forma di reciprocità all’interno di quel
gruppo e possiamo far riferimento al modello delle tre forme di scambio.
Tre forme di regolazione di un sistema socio-economico: reciprocità, redistribuzione e scambio.

“Le tre forme dello scambio”

v Reciprocità: forma simmetrica in cui avviene uno scambio di bene e servizi su linee orizzontali ovvero io
dono un bene ad un altro basandomi sulle aspettative reciproche e sulla base fiduciaria di un futuro
ritorno, una restituzione dello stesso servizio.
v Redistribuzione: forma più complessa in cui si necessita della presenza di un centro di potere che regoli
la redistribuzione delle risorse dalla periferia agli attori.
v Scambio di mercato: forma di scambio asimmetrica; è un sistema di integrazione che ha la possibilità di
esprimersi grazie alla moneta, al prezzo.

Reticoli sociali
Per leggere le situazioni sociali occorre guardare oltre i connettori sociali più evidenti- i rapporti sociali, i
gruppi, le organizzazioni.
Tiesàlegami, connessioni tra due o più parti.
Con bridging ties abbiamo legami con l’esterno.
Spesso gli individui sono connessi tra logo in modi più indiretti, attraverso intermediari e terze parti.
Per questo motivo i sociologi prestano attenzione alle reti sociali che consistono in un insieme di legami e di
scambi di relazioni tra persone che si conoscono reciprocamente. L’individuo è quindi immerso in una rete
di rapporti sociali multidimensionali (questi rapporti hanno una serie di connotazioni).
Embeddednessà radicamento.

Per individuare le reti sociali è necessario identificare due elementi:


ü Gli attori sociali che sono connessi attraverso una rete (denominati talvolta come nodi della rete)
ü I legami sociali che stabiliscono dei collegamenti tra coppie di attori

Potete raffigurare una rete come una di quelle figure dei giochi enigmistici in cui dovete connettere i diversi
punti tra loro. Ciascun punto rappresenta un attore sociale e le linee che connettono i punti sono legami
socialiàabbiamo bisogno di una visione complessiva (teoria della Gestalt).

Il signor A entra in interazione più o meno stabile con decine, centinaia di persone in quanto fa parte di alcuni
gruppi e occupa determinati ruoli, le persone che incontra a loro volta sono in contatto con altre persone,
alcune di esse possono essere conosciute anche da A ma molte sono per lui sconosciute.
Se tra A e B c’è una interazione non episodica, e cosi tra B e C, D, E, F allora si viene a creare una rete.
Naturalmente A e C e E potrebbero anche non conoscersi e non entrare mai in rapporto, ciò nonostante essi,
proprio per la presenza di questi intermediari, hanno alte possibilità di sviluppare una relazione concreta.
Una ricerca americana ha mostrato come raggiungere una persona che non si conosce tramite catene di
persone che si conoscono tra di loro è molto più rapido di quanto si pensi.
E’ proprio la pluricollocazione di ciascuno che facilita la connessione con molte altre persone.
Una volta che cominciate a intravedere i legami sociali che connettono gli attori e che danno forma a una
rete, voi potete esplorare la struttura e il carattere di quella rete.
Ecco un elemento da osservare nelle reti:
-Grado di densità della rete: una rete è tanto più densa quanto più i nodi che la compongono sono tra loro
collegati. Ci possono essere gradi di alta (maglie strette) o bassa densità (maglie larghe).

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L: numero di legami, linee presenti
n: numero di nodi, punti presenti

In una rete possiamo rintracciare la presenza di alcuni legami che sono più rilevanti di altri.
Le caratteristiche che rivelano l’importanza di un legame sono date da questi principali indicatori:
1. Numero dei legami
2. Natura/tipo dei legami
3. La frequenza dei legami: quanto spesso venga utilizzato
4. La durata dei legami: quanto a lungo un legame è stato utilizzato
5. La portata dei legami: quanto intensamente sono utilizzati, ad esempio quanta informazione fluisce
attraverso il canale.
6. Le posizioni degli attori (nodi) nella rete

Due importanti misure di centralità che riguardano i singoli attori sono:


1. Degree Centrality (grado di centralità): numero totale di connessioni attivate per il singolo attore.
2. Betweeness Centrality (centralità intermedia): indica quanto spesso un attore si trova nel percorso
più breve per raggiungere gli attori, senza tener conto della direzione della relazione; si tratta della
probabilità che un attore ha di trovarsi lungo tutti i possibili percorsi che collegano gli attori della
rete.

L’attore con maggiore betweenessàcollega due parti che altrimenti non comunicherebberoàfunzione
strategica; non necessariamente chi ha una funzione strategica è interessato ad avere una posizione centrale.
Esistono dunque attori sociali che, per la posizione che occupano hanno un ruolo molto importante nella
rete.

In una rete centralizzata (hub network) ogni attore deve passare attraverso
l’attore centrale (attore con maggior betweeness) per connettersi a qualsiasi
altro attore (nodo) della rete.

La centralità intermedia mette a disposizione di un attore sociale un rilevante ammontare di potere dal
momento che gli altri attori devono passare per il rapporto con lui per potersi connettere ad altri nodi del
reticolo.

Esiste anche un’altra misura di centralità di un attore(nodo) che è utile ricordare:

3. Closeness Centrality (centralità di vicinanza): è un indice che misura la distanza che, nel complesso,
separa un attore (nodo) dagli altri attori della rete.

Sovente nell’analizzare una rete sociale noi focalizziamo la nostra attenzione sui legami sociali che
connettono le persone, anche l’assenza dei legami può essere molto importante. Dove si collocano i buchi
strutturali tra gli attori sociali?
I buchi strutturali sono aree dove non ci sono legamiàassenza di legami. Questi buchi strutturali creano
delle opportunità per gli attori sociali che si collocano strategicamente in quella posizione. I buchi strutturali
possono connettere due reti altrimenti distaccate tra loroàgettano ponti.
Una configurazione di rete simile si osserva anche in riferimento a una fase del ciclo di vita:

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i ragazzi che crescono tendono a tenere separate la rete famigliare e la rete delle nuove esperienze anche se
poi con il tempo si tende a collegarle.

Perché le reti sono cosi importanti nella nostra vita?


Per risponder a tali interrogativi è necessario ispezionare quanto avviene in una rete:

o Diffusione: le reti possono facilitare la diffusione delle idee e cosi influenzare le persone. Es: dicerie,
voci.
o Scambi: attraverso le reti le persone possono operare scambi tra loroàscambi per raggiungere ciò
di cui si necessita, per questo è importante vedere in una rete dove si collocano le risorse.
Se le risorse strategiche sono concentrate solo in pochi punti di una rete, allora gli appartenenti ad
essa dipenderanno da quegli attori sociali che possiedono le risorse.
Il caso estremo è rappresentato da reti monopolistiche dove un unico attore sociale controlla una
risorsa importante in cui gli altri appartenenti alla rete necessitano.
o Sostegno sociale: legami che in caso di necessità danno supporto assistenza e informazione.
Le reti di sostegno, ad esempio, possono essere molto importanti:
-per i disoccupati, nel trovar lavoro
-per colore che si trovano in difficolta nel trovare accoglienza
àsi tratta di persone che sono sconosciute perché, salvo eccezioni fanno parte di gruppi o cerchie
sociali differenti ma, nonostante ciò si possono trovare punti di contatto ad esempio si può
appartenere a una stessa categoria sociale, collettività o gruppo sociale.
Questo incontro tra apparenti sconosciuti può diventare un’occasione per:
-allargare i reticoli (collegare reti prima staccate)
-allungare i reticoli (nuove conoscenze)
-rendere più dense le reti esistenti (far conoscere appartenenti ad una stessa rete.
o Esclusione: ci sono possono essere reti che aprono porte o reti che escludono come ad esempio club
privati. In questo caso ci chiediamo perché esistono delle reti che escludono, i motivi principali sono:
-presupposti che inducono a formare legami con i nostri simili, con chi condivide questo presupposto.
-per proteggere un qualcosa che si dispone.

àsconnessioni.

SECONDA PARTE

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SECONDA PARTE SOCIOLOGIA ECONOMICA

Coleman boat à partire da un contesto andare ad esaminare i funzionamenti (combinazioni di meccanismi)


e ci interessiamo agli esiti emergenti della collettività. Le scienze sociali sono interessate agli esiti emergenti
che sfuggono alla dinamica lineare. Per cercare di dare conto a questo approccio abbiamo segmentato i
funzionamenti: siamo partiti dalla routine, abbiamo visto il modello razionale, interazione e interdipendenza.
L’esito nella maggior parte dei casi è dato dal processo di aggregazione.
Ci sono poi attori collettivi formalizzati.

Approfondimento nella lezione 19: rapporto fra fenomeno macro e micro


1. Una sequenza di eventi casualmente connessi è una catena causale e le catene causali possono
essere lunghe o corte. In alcuni casi, si danno meccanismi complessi (catene lunghe), come ad
esempio, i meccanismi che presiedono ai fenomeni di path dependency nello sviluppo delle
istituzioni o, più in generale, alle condizioni di persistenza e cambiamento di sistemi consolidati di
relazioni sociali. In altre circostanze, si danno meccanismi più semplici (catene corte), come, ad
esempio, nel caso dei cambiamenti di atteggiamenti indotti negli individui dalla dissonanza
cognitiva.
2. I meccanismi possono essere sociali, psicologici o misti.
3. Anche la spiegazione tramite meccanismi può essere semplice o complessa: può utilizzare un solo
meccanismo o combinare più meccanismi. È plausibile, ad esempio, che quando si tratti di indagare
su macrofenomeni una spiegazione soddisfacente debba necessariamente ricorrere a una batteria
di meccanismi.

- La spiegazione tramite meccanismi può applicarsi a un fenomeno unico. Il punto è che però nessun
fenomeno può esser spiegato senza ricorrere a meccanismi ricorrenti.
- Le regolarità empiriche entrano in due modi diversi nella spiegazione tramite meccanismi,
svolgendo un duplice ruolo: esterno e interno. Le regolarità empiriche hanno da svolgere, in molti
casi un ruolo esterno.
- La scoperta di correlazioni statistiche, e quindi di regolarità empiriche, serve ad avviare la ricerca
esplicativa.
- Correlazioni statistiche e generalizzazioni empiriche non spiegano il fenomeno. Servono tuttavia a
individuare i fatti e rappresentano il punto di partenza del processo intellettuale.
- Il rapporto fra spiegazione tramite meccanismi e spiegazione tramite leggi non è di opposizione ma
di compenetrazione.
- Le regolarità empiriche non sono sufficienti ma fondamentali.
- L’obiezione più seria che sia stata rivolta all’idea della microfondazione della spiegazione è la
seguente: anche se è vero che, quando si può, conviene scendere a livello delle azioni individuali
per spiegare i fenomeni sociali, è purtuttavia un fatto che vi siano ambiti in cui non è possibile farlo.
- C’è sicuramente del vero in questa tesi. Ci sono casi in cui, effettivamente, il Coleman boat risulta
inapplicabile per mancanza di dati e se si salta il livello micro rimarranno sempre dubbi sulla solidità
delle conclusioni prese.

1
- Coleman ha osservato correttamente che nelle scienze sociali la parte più esplorata della catena
causale è quella macro-micro.

Riconosciamo che ognuno di noi è radicato in un contesto sociale, ma siamo altrettanto consapevoli del
fatto che questo radicamento non è di tipo assoluto (influenza le nostre scelte, ma non in modo assoluto).
Posso togliere i singoli elementi, ma il significato che do alla figura nel complesso è diversa a quello che do
ai singoli elementi. Possiamo fare qualche considerazione su come si possa passare da un’interazione ad un
fenomeno macro. Il significato che diamo al macro non è riducibile a quello che diamo al micro.

L’aggregato sociale, le categorie e la collettività


Il soggetto che la mattina esce di casa, prende l’autobus, raggiunge la facoltà, ritrova il suo corso, si siede e
prende appunti è certo una persona unica. Con personalità, storia e progetti tutti suoi. Tuttavia, sul piano
sociale è uno dei tanti.
L’aggregato sociale è costituito da individui che vengono a trovarsi in prossimità per il fatto da compiere, in
modo indipendente (o interdipendente) e per scopi distinti, quand’anche identici, una scelta di
comportamento simile. È tale ad esempio, l’insieme delle persone che attendono al binario il medesimo
treno, gli studenti iscritti allo stesso appello d'esame. Dato il suo carattere situazionale, l’aggregato sociale è
virtualmente privo di una propria vita interna, così come di ogni capacità d’azione che non sia puramente
reattiva. La richiesta di sfollare il supermercato a seguito di una segnalazione terroristica spingerà ciascuno
verso una via di fuga, a rischio di generare panico. Sono esempi che indicano che cosa manchi agli aggregati
per essere considerati dei veri e propri raggruppamenti sociali, ovvero, un ethos comune e una somiglianza
di status. Senza posizione sociale (dimensione neutrale legata alla posizione che uno ha in un aggregato
sociale) e ruolo sociale (è invece legato ad una funzione) non possiamo parlare di status. In ragione di ciò
l’aggregato può considerarsi il grado zero della vita associata.
Lo status sociale è quel riconoscimento che consiste in un insieme di risorse sociali - il prestigio, il potere e
il reddito - che sono distribuite in modo differenziato fra le categorie sociali e agli individui per il fatto di
2
occupare specifiche posizioni sociali. Dato che nel nostro tipo di società le posizioni sociali considerate
prioritariamente sono quelle relative all’economia, gli status sociali saranno riferiti alle posizioni
occupazionali e professionali.
Quando gli individui sono accomunati da uno stesso status allora faranno parte di una specifica categoria
sociale (i dirigenti, i tecnici, gli operai o ancora giovani e vecchi). Tali raggruppamenti sono privi di un ethos
comune poiché al di là dalle inevitabili differenze interne, non vi è in essi alcun nucleo di valori e di norme
comuni che possano essere considerati propri rispettivamente dei manager, delle donne, dei vecchi o dei
figli in quanto tali. Per lo più di grandi dimensioni, le categorie sociali sono anche prive di un estesa rete
interazionale. Seppure ciascun componente comunica e coopera con diversi altri, l’insieme delle piccole reti
così formate non può dare origine a un’unica rete in cui tutti interagiscono con tutti.
Quando i membri condividono un ethos, cioè un nucleo significativo di valori e regole, il raggruppamento è
una collettività (gruppi nazionali, religiosi, ideologici e politici). In questi casi gli individui hanno sia status
diversi sia reti di interazioni limitate ma la condivisone dell’ethos è un elemento molto forte data
l’identificazione e il senso di obbligazione reciproca che essa tende a generare.
A essere caratterizzati dall’interazione sono i “gruppi sociali” (intesi in senso stretto), gruppi caratterizzati
da status somiglianti, nucleo di valori simile e da una struttura di interazione densa che collega ciascuno
con tutti. Un gruppo sociale è un insieme di persone che:
• Interagiscono con continuità;
• Interagiscono secondo schemi relativamente stabili;
• Interagiscono sulla base di qualche caratteristica comune e di obiettivi condivisi: condividere lo stesso
mestiere (es. operaio), la stessa condizione (es. immigrato) o estrazione sociale, le stesse caratteristiche
anagrafiche (es. giovane, donna) etc.
• Rispettano norme comuni di comportamento;
• Avvertono e sviluppano un’identità comune che fa sorgere in loro un senso di appartenenza. Tutto ciò
produce una interazione stabile (diretta o indiretta) tra i membri del gruppo.

Secondo alcuni autori questi cinque requisiti non bastano, per poter dire che un gruppo sociale abbia il
requisito di riconoscibilità ci deve essere un collegamento con l’esterno (le due cose non si escludono).
All’interno dei gruppi abbiamo imparato a riconoscere i meccanismi.

I gruppi sociali diventano organizzazioni quando operano con un certo grado di formalismo.

Fotografia di quello che succede


all’interno dei gruppi sociali.

Embeddedness (radicamento) e la presenza di istituzioni sono due fattori che influenzano i comportamenti
degli attori. La norma sociale è elemento costitutivo dell’istituzione (sul piano linguistico sono diversi, ma
concettualmente norme sociali e istituzioni sono la stessa cosa). Le istituzioni sono le regole del gioco, le
organizzazioni sono i giocatori (cit. Douglas North). Il Parlamento in questa accezione non è un’istituzione,
ma un’organizzazione. Tutta la letteratura di sociologia economica che ha a che fare con le tre forme di

3
regolazione tende ad individuare, a seconda del tipo di economia nel quale operano, due livelli di
embeddedness. Quanto più guardiamo l’impatto delle istituzioni, tanto più ci avviciniamo alle teorie
istituzionaliste. Le istituzioni possono avere varie distinzioni ma ci concentriamo principalmente sulle
istituzioni sociali che si analizzano per durata temporale e dinamicità. L’istituzione è il modello generale, è
l’insieme delle norme che poi possono trovare forma empirica sulle organizzazioni che operano nel territorio.
Quanto più un sistema si complica tanto più avremo il passaggio a forme ibride.
Quando ci troviamo nelle condizioni in cui il capitalismo diventa sempre più complesso ed è difficile darne
una spiegazione, ricorriamo alle tre forme pure dello scambio per poter inquadrare il funzionamento di un
sistema economico in maniera generale.

Polanyi vede che ogni volta che ci sono distribuzione, redistribuzione e reciprocità la dinamicità è molto
bassa infatti, nel caso di un’economia basata sulla redistribuzione si avverte la presenza di strutture con un
centro di potere (Stato) che regola lo scambio e la distribuzione delle risorse. Tuttavia, questo modello non
è funzionale alla dinamica di crescita, caratteristica del capitalismo.
La seconda forma dello scambio caratterizzante è la reciprocità, meccanismo di regolazione dello scambio
tipico di gruppi sociali molto coesi e di dimensioni non ampie in cui vivono principi di aspettative su
comportamenti futuri. Si avrà uno schema simmetricoà baratto/dono ma, ancora una volta, il risultato di
questo modo di distribuire ciò che è stato prodotto non porterà a un’economia dinamica.
L’unico modo di distribuire che porta ad un’economia dinamica è lo scambio di mercato, economia sempre
in crescita perché non guidata solo dall’interesse umano per il consumo ma anche dall’interesse per il
profitto. Lo scambio è caratterizzante della produzione capitalistica e possiamo dire che la stessa
complessità del capitalismo moderno è un fattore importante per comprendere la dinamicità dato che più
profitto viene reinvestito nella produzione, più dinamica sarà l’economia. I due aspetti chiave
dell’economica capitalista sono lo scambio organizzato e il ciclo di feedback del profitto della produzione.
Questi due driver permettono al capitalismo di essere talmente efficace da trasformare la realtà
economica. La complessità dell’economia capitalista deriva dal fatto che essa contiene anche diversi settori
basati sulla reciprocità e sulla redistribuzione in una logica in cui i tre processi (produzione, distribuzione e
consumo) sono interdipendenti e parti di un sistema dinamicoà parliamo di varietà.
Questo ragionamento è figlio di una prospettiva che possiamo definire pluralità dei modelli del
capitalismo.
Esiste un’importante condizione preliminare affinchè lo scambio avvenga, ovvero la proprietà privata.
La proprietà privata fa appello all’individuo ed è, da un punto di vista sociologico, una forma specifica di
relazione sociale chiusa. La proprietà collettiva, invece, è facilmente soggetta a free rider.
La forza trainante di uno scambio è che entrambe le parti staranno meglio scambiando tra loro piuttosto
che a non farlo.
Abbiamo per forza bisogno di un’ottimizzazione di Pareto? No.
Ciò che è necessario è che entrambe le parti stiano meglio con X senza che una terza parte peggiori più di X
secondo il concetto di efficienza di Kaldor-Hicks.
Economisti e sociologi si occupano di due prospettive ai mercati e al ruolo che questi svolgono, non
coincidenti: per gli economisti i mercati sono principalmente processi di formazione dei prezzi, i quali
aiutano ad allocare le risorse scarse in modo efficiente. Invece, i sociologi tendono a enfatizzare il ruolo
delle relazioni sociali e delle istituzioni nei mercatià i mercati non consistono solo in ripetuti atti di

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scambio, ma anche di concorrenza tra attori e ci si scambia non solo beni e servizi, ma anche reputazione e
potere.

Linea del tempo:

Linea del tempo in cui vediamo gli eventi cardine per dar conto della relazione tra sfera pubblica e privata.
È importante concentrarsi sul passaggio dalla forma di capitalismo liberale fino alla grande depressione e
dalla fine della grande depressione alla crisi degli anni ’70.
Alcuni di questi punti cardine vengono utilizzati per spiegare meglio eventi futuri e come alcuni tipi di
capitalismo abbiano reagito rispetto ad altri.

Catena causale
CASUAL CHAIN/ PROCESS TRACINGà serie di eventi tra loro collegati da un legame di tipo causa-effetto,
legami che sfuggono alle analisi. Non rappresenta l’unica catena di eventi, ma è quella più probabile.

Si parte da variabili di tipo macro che vengono date per scontato e il cui risultato è l’affermazione del diritto
di proprietà privata. A questo punto la terra passa da essere un fattore naturale a merce, oggetto di
vendita.

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Si individua un effetto causale su un processo mentale/cognitivo o su percezioni e questo va poi a
determinare una particolare mentalità. Scambi commerciali, la terra come bene privato e l’affermazione
della proprietà privata, come vediamo, determinano una particolare mentalità mercantile che ora,
considera la terra oggetto da cui trarre un profitto. Un ragionamento macro di correlazione si potrebbe
metter dove troviamo lo spirito del capitalismo. Approccio macro/dinamico e quello micro sono due modi
di vedere la realtà empirica in maniera diversa ma non necessariamente in conflitto.

Enclosers: recinzione dei terreni.


Nello schema vediamo una correlazione tra due eventi macro, ENCLOSERSàPROLETARIATO RURALE
Il primo anello della catena vede legare le enclosers con la contrazione dei consumi. Il lavoratore è sempre
più dipendente dal mercato e volto a cercare di soddisfare i bisogni primari. Vediamo poi come ultimi due
anelli la trasformazione dell’identità comunitaria e il posizionamento nel mercato del lavoro. Inizia ad
essere importante il posizionamento nel mercato del lavoro e la figura del lavoratore si trasforma da
agricolo a manifatturiero. C’è una razionalizzazione dei processi produttivi di tipo agricolo. Polanyi vede in
questa fase un cambiamento del rapporto tra economica e societàà i rapporti sociali cominciano ad essere
assorbiti dal sistema economico e non più viceversa.

Le tre merci fittizie


Il mercato, nell’economia occidentale, diventa un sistema che si autoregola.
Questo tipo di autoregolazione del mercato, secondo Polanyi, troverà una destabilizzazione nel momento
in cui trova difficoltà con la sfera collettiva, o meglio, quando vengono applicate a tre merci fittizie le regole

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di mercato. Le merci che Polanyi chiama fittizie sono merci che non rappresentano correttamente il
metodo dello scambio e sono:
1. Terraà perché non è un prodotto dell’attività umana ma una risorsa naturale.
Secondo Polany l’utilizzo della terra come una merce vera e propria produce squilibri nel
godimento dei beni che la terra produce.
2. Monetaà traduzione formale del potere. Anche qui, l’utilizzo della moneta come merce crea degli
squilibri.
3. Lavoro à merce fittizia perché è legato alla vita umana e la vita umana non è prodotta per esser
venduta. L’idea che il lavoro può essere utilizzato come una merce qualsiasi crea squilibri dal punto
di vista economico ma anche etico. Secondo Polany utilizzare il lavoro come una merce qualsiasi
mette il destino della persona in mano all’economia, al lavoro.

Secondo Polanyi l’autoregolazione del mercato avviene proprio grazie all’omologazione di queste tre merci
all’interno del paniere, oggetto di domanda e offerta. Questa piena affermazione del mercato non è
emersa in maniera spontanea ma ci sono state delle regolazioni volte a favorire questo tipo di affermazione
di beni, merci come se fossero altre merci. Non si parla solo di aspetti economici, ma anche di tipo
organizzativo, socio-culturale e regolativo.
Con l’affermazione del mercato autodiretto si va incontro a rischi sociali e raggiunto un certo livello di
autoregolazione, si ha un “doppio movimento” ovvero, una reazione oppositiva da parte della società alla
pervasività della logica mercantile. Questa risposta porterà a una serie di processi fino alla crisi del ’29.
Polanyi, con una certa retorica, chiama questa reazione una reazione di autodifesa della societàà es:
barriere tariffarie nell’agricoltura, controllo e regolazione credito e moneta e leggi protezionistiche del
lavoro.

Capitalismo liberale autoregolatoà forma prototipica di capitalismo che da sé regola il proprio


funzionamento. L’idea è che sia un modello applicabile in maniera indistinta e atemporale a tutte le forme
di capitalismo che si sono susseguite nell’economia occidentale. Polanyi critica questa evoluzione del
mercato per cui ad un certo punto ci sarà un blocco, un’implosione che decreta la crisi da lui sostenuta.
Modello con cui possiamo interpretare la varietà del capitalismo.

Secondo l’istituzionalista Douglas North, il ‘doppio movimento’ dipende dalla natura delle istituzioni e dal
processo di elaborazione di significato che i soggetti attribuiscono loro.

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Secondo North le istituzioni sono analizzabili nel momento in cui riusciamo a capire il processo che porta gli
attori ad interpretare e introiettare il significato e il senso dell’istituzione stessa e in questo caso possiamo
avere un buon approccio al cambiamento.

Il sistema di Polanyi è molto utile se utilizziamo le tre forme pure di regolazione che lui ritiene
caratterizzanti ovvero reciprocità, redistribuzione e scambio di mercato. Quello che preoccupa è la
combinazione tra queste tre forme di mercato.
Rischio che questa prospettiva potrebbe sollecitareà da un lato che si contrasti l’idea che si debba usare
solo la cornice per spiegare i fenomeni ma dall’altro il rischio è quello di dare una visione troppo
dettagliata, visione troppo particolare e analitica.
Dobbiamo trovare degli strumenti etici e operativi per restare nel mezzo tra queste due visioni e giustificare
il come.

L’istituzionalismo
Douglas North è il principale esponente dell’istituzionalismo e combina l’importanza dell’istituzione con i
processi cognitivi. L’istituzionalismo si concentra su quelle che sono le regole o le norme sociali e aderisce
ad una prospettiva diversa rispetto a quella del modello di mercato completamente autoregolato.
Importante è la distinzione tra istituzioni e organizzazioni.
Una sociologia economica dei mercati dovrebbe studiare quali cambiamenti nel meccanismo di scambio
rendano il sistema più veloce e quali lo rallentano.
I prezzi guidano molti cambiamenti economici nel capitalismo, ma lo fanno attraverso una struttura sociale
in cui sono incorporati gli stessi.
Teoria dei costi di transazioneà i bassi costi per gli accordi di mercato sono un segno di un meccanismo di
cambio più efficiente. In questo contesto, i costi di transazione più bassi sono generalmente realizzati
attraverso cambiamenti nelle relazioni sociali e nei meccanismi sociali.
È possibile differenziare due correnti dell’istituzionalismo:
• Istituzionalismo debole: in questa corrente, c’è una stretta relazione tra sistemi di credenze e
architettura istituzionale. I sistemi di credenza incorporano la rappresentazione interna
dell’ambiente umano e le istituzioni (non solo formali) sono la struttura che gli esseri umani
impongono su quell’ambiente per raggiungere i propri scopi. In virtù di ciò, la struttura di
un’economia di mercato rifletterà le credenze di coloro che si trovano nella condizione di decidere
le regole del gioco. Le istituzioni sono dei pilastri che fanno funzionare il sistema socio-economico
ma non sono vincolanti e vengono elaborate cognitivamente dai soggetti. Simbolicamente noi
condividiamo una certa regola di funzionamento perché apparteniamo ad un gruppo. Per questo si
separano organizzazioni e istituzioni.

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La forte connessione tra idee e istituzioni visibile nelle regole formali di una società, è alimentata anche e
soprattutto dalle istituzioni informali come ad esempio le norme sociali o le convenzioni. Mentre le
istituzioni formali possono essere modificate anche “per decreto”, le istituzioni informali si evolvono spesso
secondo modalità di non facile comprensione e spesso non per manipolazione umana.

• Istituzionalismo forte: l’istituzione nella sua forma estrema e strutturalista è il motore del sistema.
L’istituzione è come qualcosa che rimane all’esterno, qualcosa di formale che ne condiziona la vita
sociale. Economisti forti: Williams e altri che cercano di mettere insieme le istituzioni con le reti, le
relazioni. Secondo alcuni l’approccio delle reti tiene conto dell’aspetto formale e riconduce
all’aspetto generale ma c’è da concentrarsi anche sull’aspetto soggettivo, non solo sui nessi ma
anche sulla loro natura e i loro significati.

Quella di North è una prospettiva più rilassata rispetto a quella dell’istituzionalismo forte.

Approccio ontologico -à per gli istituzionalisti forti le istituzioni hanno una propria ontologia, ossia una
propria struttura con cui si presentano indipendentemente dagli attori. Ciò diventa complicato quando si
passa da istituzioni formali a quelle sociali, perché diventa complicato capire cosa s’intende per ontologia.
Ci stiamo muovendo più sul versante della capacità delle collettività di agire rispetto ad istituzioni che non
necessariamente hanno un grado di formalismo tale da renderle empiricamente fondate.

Istituzioni e cambiamento sociale


Le interazioni sociali non avvengono nel vuoto ma in ambienti saturi di istituzioni. Le istituzioni sorgono per
effetto dell’aggregazione di azioni individuali, ma una volta formate e consolidate, condizionano le azioni
successive. La definizione di “istituzione” più comunemente accettata è la seguente:
È una norma o un insieme di norme, formali e/o informali che dà luogo a regolarità di comportamenti
fondate sull’osservanza della norma o delle norme e che è dotata di un meccanismo sanzionatorio.
L’esistenza di norme o di insiemi di norme non basta a costituire un’istituzione, occorre anche che le norme
siano osservate dai più dando così luogo a regolarità di comportamento. L’istituzione ha quindi una doppia
dimensione: normativa e comportamentale.
Le sanzioni in caso di violazione possono essere sociali (riprovazione) o di altro tipo (fisico, pecuniario).

La norma sociale che funziona diventa istituzione


- le norme possono essere informali (es. bon ton), formali o una combinazione di entrambe.
- perché l’istituzione sia vitale occorre che norme formali e norme informali siano fra loro coerenti o,
quanto meno, compatibili. Quando questo non accade si creano tensioni istituzionali che possono
condurre alla “deistituzionalizzazione” (alla perdita di forza, di vitalità).
- poiché le istituzioni sono norme o insiemi di norme, ne consegue che l’agire in conformità a norme
è quello che più interessa, almeno in prima istanza.
- le regolarità di comportamento associate alle istituzioni sono, per un verso, l’effetto di azioni in
conformità a norme della maggioranza degli attori coinvolti e, per un altro verso, della
trasformazione di una parte almeno di tali azioni in comportamenti di routine.

Le istituzioni sorgono/esistono per ridurre l’incertezza, sono la soluzione al problema dello stato di natura.
Questa risposta è però soddisfacente fino ad un certo punto.
Le istituzioni devono risolvere semplici problemi di coordinamento e in altri devono fronteggiare più
complessi e difficili problemi di cooperazione. Ci sono forme di incertezza risolvibili tramite convenzioni che
stabilizzando le aspettative consentono agli individui di coordinarsi. L’esempio più citato riguarda la genesi
della convenzione che prescrive agli automobilisti di guidare tenendo la destra.
Ci sono, però, altre forme di incertezza non risolvibili in questo modo come ad esempio quelle che mettono
in gioco problemi di cooperazione come nel caso di questioni legate alla appropriazione di risorse scarse.
Come non bastano quando la cooperazione è necessaria per il raggiungimento di qualche scopo collettivo.

Approcci istituzionalisti

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Le diverse teorie istituzionaliste danno risposte differenti ai dilemmi connessi alla diversità delle fonti
d’incertezza.
Istituzionalismo forte (o anche rational choice): le norme istituzioni sono le regole del gioco e il gioco
consiste nell'interazione strategica fra attori volti alla massimizzazione della propria utilità. Le istituzioni,
qui, sono sistemi esterni di vincoli e di opportunità che hanno una propria ontologia.
L’istituzionalismo forte fa uso della TSR (teoria della scelta razionale) dove, l’osservanza delle regole
istituzionali è il frutto di calcoli costi/benefici. È meno convincente quando si tratta di spiegare la genesi delle
istituzioni o il loro cambiamento. Nelle forme più estreme questa forma rischia di trasformare gli attori in
‘pupazzi istituzionali’ eliminando in loro l’azione razionale e la cognizione.
L’istituzionalismo debole, invece, si presenta in una grande varietà di forme, in alcune versioni viene
enfatizzata la componente normativa: le istituzioni sono sistemi di norme che gli attori interiorizzano. In altre
versioni ci si concentra sulle componenti cognitive: le istituzioni sono mappe, script, abiti mentali, che danno
significato alle azioni e le trasformano in routine.
Punto di forzaà è in grado di spiegare l’origine delle preferenze individuali, dal momento che le
“endogenizza” (sono in parte plasmate dalle istituzioni).
Le istituzioni sorgono attraverso un lento processo evolutivo durante il quale si verifica la progressiva
convergenza dei modelli mentali individuali, delle mappe cognitive mediante le quali gli individui danno un
senso al mondo circostante (North).
La formazione di modelli mentali condivisi porta, per tentativi ed errori, all’insorgenza di regole sociali
(istituzioni) mediante le quali viene ridotta l’incertezza e si risolvono i problemi di coordinamento
interindividuale. Meccanismi di self-enforcing garantiscono poi la stabilità e la durata delle istituzioni. In una
logica di complessità, le istituzioni plasmano le mappe cognitive individuali à possono cambiare le istituzioni.
Il giudizio è l’apice del processo del modello mentale condiviso, infatti, se ritengo il profe poco preparato si
diffonderà l’idea collettiva che i professori dell’Unibs siano impreparati.

L’istituzionalizzazione
La nozione chiave è quella dell’istituzionalizzazione, intesa come il processo mediante il quale si forma
un’istituzione. L’istituzionalizzazione è un processo semplice, nel caso di certe istituzioni, ad esempio perché
si dia istituzionalizzazione di una convenzione sociale è sufficiente che essa sia accettata e rispettata. Nel
caso delle organizzazioni, invece, il processo di istituzionalizzazione è più complessoàl’organizzazione viene
fondata per ragioni strumentali, per uno scopo preciso.
Secondo Selznick, con il passare del tempo, l’organizzazione diventa un’istituzione quando sperimenta un
“infusione” di valori”, ovvero quando per i membri dell’organizzazione non conta più solo lo scopo, la “causa”,
ma anche l’organizzazione per sé stessa. L’infusione di valori da forza alle norme istituzionali e facilita la
routinizzazione dei comportamenti.
In una prospettiva convergente l’istituzionalizzazione è “il processo tramite il quale organizzazioni e
procedure acquistano validità e stabilità” (Huntington).
Nella proposta di Huntington gli indicatori che misurano il livello di istituzionalizzazione raggiunto da
un’organizzazione sono: il grado di flessibilità, di complessità, di autonomia e di coerenza organizzativa.
L’istituzionalizzazione crea abitudini, routine e dà vita ad un sistema di carriere che permette ai membri di
investire sul futuroàaspettative di miglioramento.
Comportamenti di routine, razionalità assiologica (l’istituzione diventa un valore e fornisce identità) e
razionalità strumentale (connessa all’interesse per i vantaggi di carriera) coesistono negli attori per effetto di
un’istituzionalizzazione riuscita.
L’istituzionalizzazione, inoltre, fa emergere e stabilizza asimmetrie di potere connesse al sistema di autorità
e divisione dei ruoli che, in genere, creano conflitti tra individui/fazioni. Le organizzazioni-istituzioni sono
anche arene dove avviene il confronto tra individui in lotta. Successivamente, quando l’istituzionalizzazione
si consolida sorgono le regolarità di comportamento.

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Quando parliamo di istituzioni ci riferiamo alla norma, al meccanismo, alla regola che è alla base del
funzionamento di un gruppo di persone e quando questa istituzione nasce per risolvere problemi di semplice
coordinamento allora quasi sempre istituzione e norma sono due concetti che si sovrappongono.
Le cose si articolano di più quando la norma perdura nel tempo ed è sorretta da riprovazione sociale in quanto
tendiamo ad usare il termine istituzione e molto spesso viene identificata con l’organizzazione che la
persegue. Dobbiamo avere chiaro che l’istituzionalismo tende invece a separare le organizzazioni dalle
istituzioni.
La sopravvivenza dell’istituzione non è una caratteristica di per sé sufficiente per dire che l’istituzione anche
attraverso il self enforcing sia efficace.
Agency = organizzazione
Ci sono istituzioni che pur sopravvivendo e mantenendo un elevato grado di resilienza non sono efficienti.
Inerzia à concetto correlato ad un’incapacità dell’organizzazione stessa di essere aperta al mondo esterno
(istituzioni chiuse che non riescono ad essere adattive).

Istituzioni e norme sociali


Come già evidenziato da Schelling, in alcuni casi ordine e/o disordine a livello aggregato possono essere
generati a prescindere dalla razionalità degli individui che agiscono nel mercato stesso.
In effetti una delle lezioni più importanti dei primi esperimenti sui mercati condotti da Smith è che “le
istituzioni sono importanti”. Data l’importanza delle istituzioni e delle norme, in alcune circostanze si parte
proprio da esse per comprendere l’agire individuale.
Le istituzioni sociali che influenzano il comportamento individuale sono di vario tipo e alcune di esse sono
molto esplicite e locali. Ad esempio, le istituzioni che governano lo scambio al NY Stock Exchange.
Mercati diversi sono governati da altrettante regole, codificate a svariati livelli di precisione, talvolta non
scritte ma rispettate da tutti per comune accordo o tradizione.
All’estremità opposto dello spettro troviamo norme generali che non si applicano a situazioni definite in
modo esatto, ma possono influenzare il comportamento individuale in modo significativo. Prendiamo come
esempio norme quali mantenere la parola data, non approfittare delle disgrazie altrui, dividere equamente
ciò che si è guadagnato in gruppo, punire chi non coopera e così via.
Queste norme appartengono al codice morale di molte società e solitamente non sono codificate per mezzo
di un sistema preciso di definizioni e sanzioni, ma non per questo di minor importanza.

KISS à keep it simple smart à gli agenti stupidi (reattivi) à non sempre hai bisogno di agenti smart per
dimostrare che ci sono effetti emergenti.

L’approccio istituzionalista ha anche dei limiti. Ad esempio, se l’istituzionalismo forte (rational choice) fatica
a spiegare comportamenti di routine (li tratta come azioni strumentali ripetute in giochi in equilibrio) e i

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comportamenti guidati dalla razionalità assiologica (ad esempio, identitari), l’istituzionalismo sociologico e
quello evoluzionista, enfatizzando il ruolo dell’agire in conformità a norme e dell’agire di routine, finiscono
spesso per lasciare troppo in ombra la razionalità strumentale e, per essa, l’agire consequenzialista, in vista
di determinati scopi. Per uscire da questa situazione conviene ragionare sull’origine dell’istituzione.
Fu Carl Menger a proporre per primo la distinzione fra le istituzioni di origine spontanea (organiche) e le
istituzioni nate da un disegno deliberato (pragmatiche). Secondo Menger, molte importanti istituzioni, dalla
moneta alla famiglia, allo Stato devono la loro origine e processi spontanei (a mano invisibile) mentre altre,
invece, sono il prodotto di scelte consapevoli e altre ancora “miste”.
Sulla scia di Menger, Hayek distingue fra “ordine spontaneo” e “ordine costruito”, fra cosmos e taxis. Per
Hayek, il mercato è un caso di cosmos, l’organizzazione di governo è invece un esempio di taxis. Cosmos e
taxis funzionano secondo regole diverse, rispettivamente, regole di giusta condotta e regole di
organizzazione o leggi-comandi.
Come sappiamo dalla sociologia dell’organizzazione, alcune istituzioni pragmatiche con il passare del tempo
si mettono a operare in modi diversi da come era stato deciso e sviluppano spontaneamente nuove modalità
di funzionamento. A questo punto, è necessario distinguere le istituzioni costruite in:
- istituzioni che nascono da un accordo fra pari (persone con scopi comuni e con il compito di produrre
beni pubblici).
- istituzioni che sono il prodotto di un contratto fra attori con differenti risorse di potere.

Importante è considerare l’incertezza che sta all’origine dell’istituzione: se l’incertezza è legata a problemi di
coordinamento sorgeranno ordini spontanei o accordi deliberati fra pari. Se, invece, l’incertezza è legata a
problemi del tipo dilemma del prigioniero (problemi che mettono in gioco la scarsità delle risorse e/o
esigenze di azione collettiva) la soluzione sarà affidata al contratto à in quest’ultimo caso, i problemi per
esser risolti necessitano della presenza di imprenditori istituzionali (capi politici, militari, economici, religiosi
oppure un attore collettivo legittimato come il Parlamento).
Una posizione spontaneista tenderà a prediligere una politica di mercato non regolatrice. Posizioni non
spontaneiste riterranno invece che le istituzioni debbano intervenire.

Vanberg osservò come lo Stato essendo un’organizzazione del governo non avesse un’origine spontanea.
Sono possibili due osservazioni:
1. Nonostante le diverse origini delle istituzioni, tutte, per diventare vitali richiedono la formazione
attraverso l’esperienza e l’apprendimento di shared mental models.
2. Il vero problema dell’analisi istituzionalista è quello di esplorare i rapporti fra i diversi tipi di
istituzioni.

A tal proposito, Lachmann distingue:


• Istituzioni interne di origine spontaneaà mercato
• Istituzioni esterne (istituzioni deliberatamente costruite che permettono il funzionamento delle
istituzioni di origine spontanea).

Si tende a pensare che ci sia un rapporto diretto tra noi individui e le istituzioni, ma non è cosi. Noi
interagiamo con altri individui e non con le istituzioni. Le istituzioni si manifestano sotto forma di norme,
complessi normativi, vincoli ed opportunità ma noi interagiamo solo con altre personeà richiamo
all’istituzionalismo debole.
I reticoli (network), i gruppi informali, i rapporti diadici faccia a faccia svolgono tutte il cruciale ruolo di
mediazione tra noi e le istituzioni.
Schutz à l’interazione faccia a faccia con il “mondo ambiente” rappresenta il fondamento dei rapporti fra
l’individuo e la realtà sociale che li circonda.
Le interazioni faccia a faccia mediano fra individui ed istituzioni in almeno due sensi. In primo luogo, sono
queste interazioni a consentire l’enforcement dei meccanismi sanzionatori delle istituzioni.
Ad esempio, la riprovazione sociale che scatta in caso di violazione di una convenzione generalmente
rispettata è per lo più una sanzione attivata da coloro che direttamente interagiscono con il violatore della
norma. Ci sono anche molti altri meccanismi sanzionatori, ad esempio quelli propri delle organizzazioni

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formali che risultano efficaci se e solo se i sottogruppi che fanno parte dell’organizzazione (ad esempio, gli
appartenenti alla filiale locale di una grande azienda), concordano sulla necessità che le violazioni delle
norme siano sanzionateà il monitoraggio sulle azioni e l’enforcing delle sanzioni passa attraverso la
mediazione dei gruppi locali, ove si verifica l’interazione faccia a faccia.
Esempio: differenza fra una regola che viene fatta rispettare solo sulla base di un principio gerarchico e una
su un esercizio del potere. Quanto più la regola è percepita come legittima tanto più sarà concepita come
una regola da adottare da parte del gruppo.
Sembrerebbe questa l’unica strada per risolvere il dilemma dei beni pubblici di secondo grado: imporre
sanzioni a chi viola una norma è un bene pubblico che comporta costi per chi lo produce e quindi il rischio
della defezione, del free riding, è sempre in agguato.
Perché le norme siano efficaci, occorre che qualcuno si incarichi di imporre sanzioni ai violatori ma perché
questo accada è necessario che esistano rapporti sociali diretti tra i beneficiari della norma. L’enforcement
delle norme sembra possibile nelle situazioni in cui esiste una reale interdipendenza fra gli attori, i quali
traggono benefici delle loro relazioni.
La soluzione, in certi casi, dipende dal fatto che alcuni attori coinvolti nell’istituzioni sono anche beneficiari
privati generati da una rete sociale collegata a sua volta a un’istituzione. L’interesse a non perdere la fruizione
di quel bene porta l’individuo a sostenere i costi dell’enforcement in modo da garantire una continuità
istituzionale. Le interazioni locali, in secondo luogo, svolgono sovente un ruolo strategico nella stessa genesi
delle macro-istituzioni. Spesso, l’ordine istituzionale è il frutto di aggregazioni/federazioni di una pluralità di
ordini locali.

Hechter, Friedman e Kanazawa osservano che in prima istanza, in società eterogenee, si possono formare
solo ordini locali, attraverso interazioni dirette fra pochi individui i quali scoprono che coordinando le loro
azioni possono soddisfare i loro fini privati. Ne derivano norme sociali il cui enforcement è affidato al
controllo reciproco fra i partecipanti. Solo in seguito, alcuni di questi ordini locali potranno essere aggregati
da imprenditori istituzionali, in ordini più ampi.
Buona parte delle norme sociali si forma localmente. Alla loro origine ci sono processi di apprendimento che
avvengono nel quadro di interazioni di piccoli gruppi. Ciò si spiega con il fatto che la norma è un equilibrio
sorretto da un insieme di aspettative che si autoconfermano. Tale equilibrio si può formare se e solo se i
partecipanti hanno appreso dai loro rapporti reciproci la virtù della collaborazioneà gli individui imparano a
cooperare solo nell’ambito di interazioni diadiche o di piccoli gruppi. Quindi comportamenti conformi nei
grandi gruppi si realizzano solo per diffusione.

È possibile attribuire alle interazioni faccia a faccia anche la diffusione di rapporti di fiducia, necessari alla
cooperazione sociale. Mentre nei piccoli gruppi si possono formare norme sociali la cui efficacia è monitorata

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dal controllo altrui, la fiducia si afferma, per lo più in reti di interazione lunghe. Una possibile caratteristica
su questi tipi di fenomeni è l’istitutional trust.
Mi fido dell’altro se e solo se io so che l’altro, nel suo agire, tiene conto del mio interesseà il mio interesse
deve essere incastonato entro il suoà Hardin spiega in questo modo come non ci possa essere una fiducia
generalizzata, ad esempio, nei confronti del governo.
Hardin tramite lo studio della curva di contribuzione per la creazione del bene comune spiega le interazioni
faccia a faccia ed inoltre, vide che quanto più ci fu fiducia nei rapporti e contribuzione tanto più la creazione
del bene funzionava.
Nei reticoli sociali circola fiducia perché se essa viene tradita può scattare una sanzione che riguarda
l’esclusione dal reticolo e la perdita dei vantaggi ad esso connessi.
La forza della fiducia in questo caso dipende dall’interdipendenza.
L’osservanza delle norme è frutto di attività collaterali, come ad esempio dalla formazione del capitale sociale
che gli individui utilizzano nei rapporti sociali. Ed è proprio in queste interazioni che si forma e circola la
fiducia:

La fiducia è un driver anche in contesti più estesi à trust game tra persone che non si conoscono.
La fiducia si manifesta e si afferma anche in legami deboli e potrebbe essere un driver strategico che può
coprire rischi attivati dall’incompetenza dell’informazione.
Il rischio della rete poco densa ma con legami di betweenes è che ci sia una propagazione della defezione.
Nei piccoli gruppi la propagazione si vede, nei gruppi con bassa densità ma con elevata numerosità dei
nodi, c’è propagazione ma molto meno visibile. Quando il gruppo è molto vasto c’è necessità di molti
kantiani.

Le istituzioni sono il prodotto dell’aggregazione di ordini locali che hanno generato norme sociali connesse
a regolarità di comportamento o, ancora possono avere un ruolo di mediazione fra gli ordini locali e la
collettività. Lo studio delle istituzioni e organizzazione e i processi micro e macro deve tenere conto dei
reticoli sociali di cui gli individui fanno parte. Non si può studiare l’istituzione senza considerare il processo
con cui si consolidano le istituzioni nel gruppo. È proprio l’attività che si svolge all’interno dei gruppi che
determina la coerenza o incoerenza fra le regole formali e informali; talvolta molti fallimenti sono provocati
proprio dall’incompatibilità tra queste regole.
L’istituzione ha caratteristiche legate alla resilienza rispetto al corso degli eventi e ad esse, di solito, si
attribuiscono due caratteri fra loro antitetici: rigidità e flessibilità. Da un lato la rigidità deve render stabili
le aspettative per opporsi alle incertezze e ridurle; d’altro canto l’istituzione deve essere anche flessibile
per adattarsi ai cambiamenti e durare nel tempo. Il dilemma rigidità/flessibilità è irrisolvibile perché questa
doppia esigenza implica che le istituzioni siano perennemente sottoposte a tensioni continue e a pressioni
contrastanti. L’istituzionalizzazione è il processo che conferisce stabilità e durata a una istituzione.

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La stabilità dell’istituzione è dovuta da un insieme di fattori:
- Gli individui coinvolti adottano comportamenti di routine e sviluppano lealtà istituzionali e interessi
al mantenimento;
- Attori dotati di maggiori risorse di potere che avvantaggiano alla stabilità dell’istituzione sono in
grado di difendere lo status quo istituzionale;
- Come la teoria del prospetto aiuta a comprendere le propensioni a favore dello status quo, queste
sembrano esser più forti delle propensioni al cambiamento;
- Le istituzioni sono connesse ad altre istituzioni e alla più generale impalcatura istituzionale della
società e i loro potenziali cambiamenti sono frenati dal sistema istituzionale al quale appartengono.

Questa viscosità e questa resistenza al cambiamento proprio delle istituzioni spiegano l’interesse degli
istituzionalisti per i meccanismi riproduttivi. Il meccanismo riproduttivo più celebre è la path dependence
ovvero, la dipendenza dal percorso che indica percorsi di macrosviluppo istituzionale generalmente
condizionati da piccoli ma cruciali eventi.
Mahoney intende la path dependence come una sequenza storica nella quale eventi contingenti mettono in
moto regolarità istituzionali o catene di eventi che hanno proprietà deterministiche.

Per path dependence


intendiamo questo tipo
di sviluppo/andamento.

Mahoney individua due grandi tipi di processi distinti di path dependence:


a) Le sequenze autorinforzantesi sono connesse alla presenza di rendimenti crescenti: una volta
adottato un certo schema istituzionale esso comporta crescenti benefici in cui man mano che passa
il tempo diventa più difficile trasformare lo schema istituzionale originariamente adottato.
b) Le sequenze reattive, invece, sono catene di eventi casualmente connesse e temporalmente
ordinate nelle quali ogni evento è inserito nella catena avviene per reazione agli eventi precedenti.
La sequenza è messa in moto da eventi storici contingenti e fortuiti.

Il caso delle sequenze autorinforzantesi è quello considerato più importante dato che la riproduzione è
dovuta al fatto che i rendimenti crescenti distribuiscono benefici differenziati fra i vari attori istituzionali e
gli attori dotati di più risorse di potere hanno un interesse alla riproduzione.
Spesso nella realtà empirica troveremo casi in cui questi due aspetti (a e b) si combinano.
Secondo Mahoney, collegare la prospettiva delle asimmetrie di potere al processo di path dependence
serve a introdurre qualche elemento di indeterminismo in un processo altrimenti deterministico.
I cambiamenti istituzionali vincolati dalla sequenza storica pregressa sono possibili ma dipendono da
variazioni nella distribuzione del potere fra gli attori. Ci sono dei fattori che possono agevolare o ritardare
questa convergenza verso un punto di locking del sistema.
Nonostante le cautele prese dagli autori, le analisi dei meccanismi di riproduzione in chiave di path
dependence rischiano di enfatizzare troppo il carattere deterministico di tali processi e ciò può essere
evitato soltanto se si riesce a connettere il processo alle azioni intenzionali degli individui coinvolti.
I processi di riproduzione del tipo path dependence sono generati da azioni e interazioni locali che
coinvolgono gli individui. Ricostruendo quanto accade nelle interazioni locali riusciamo a render conto degli
effetti macro di riproduzione istituzionale.
Anche quando le istituzioni durano nel tempo sperimentano continui e piccoli cambiamenti.
La modalità più diffusa di cambiamento istituzionale sembra essere quella incrementale.
Krasner propone la teoria del punctuated equilibrium in cui le istituzioni sperimentano due tipi di
cambiamenti: piccoli, continui cambiamenti incrementali (spesso endogeni) che non ne alterano la

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struttura fondamentale per lunghi periodi e traumatici, vasti e quasi istantanei cambiamenti indotti da
fattori che riscostruiscono su basi nuove l’equilibrio spezzato (spesso esogeni). È però possibile che le cose
non siano cosi semplici, infatti, secondo Boudon, anche i mutamenti cumulativi possono essere di vario
tipo. Un importante sottotipo è dato dai processi oscillatori e un caso è quello delle profezie che si auto-
falsificano: ad esempio, se io oggi penso che il domani sia uguale, mi comporto affinchè il domani sia
diverso. Se continuo secondo questa prospettiva avrò una profezia che si autofalsifica. Allo stesso modo
delle profezie che si autoadempiono, le profezie che si autofalsificano anticipano un evento. Il fatto che ci
dicono che le cose saranno come sono oggi generano un atteggiamento, anche non intenzionale, che
spinge a cambiare le cose.
In altri casi, si hanno veri processi di trasformazione che possono esser provocati da cause esogene oppure
da cause esclusivamente endogene. Il problema è l’interpretazione dei fattori esogeni trasformandoli in
fattori endogeni. I cambiamenti frequenti sembrano essere esogeni-endogeni: cambiamenti esogeni
provocano cascate di conseguenze incontrandosi con spinte al mutamento di origine endogena.
Secondo Boudon, bisogna accettare l’idea che il cambiamento sociale possa avere una molteplicità di cause
come ad esempio la tecnologia, i conflitti tra gruppi antagonisti, i cambiamenti nella struttura della
personalità, situazioni di squilibrio generati da sistemi di interazioni e interdipendenza o ancora, la
trasformazione dell’ethos di un gruppo. È però importante sottolineare che nessuno di questi meccanismi
può esser ritenuto generale o più importante degli altri.
Il cambiamento istituzionale è quasi sempre favorito da mutamenti ambientali (socioeconomici, politici e
tecnologici) e tali mutamenti possono accrescere l’importanza di un’istituzione in precedenza debole,
creare una situazione nella quale l’istituzione viene posta al servizio di nuovi scopi o ancora, si possono
presentare sotto forma di repentini shock esogeni che ridefiniscono gli obiettivi.
Questi mutamenti ambientali non bastano però a provocare cambiamenti istituzionali ma occorre che il
cambiamento ambientale si accompagni a una crisi istituzionale, attraverso un processo di
deistituzionalizzazione, spesso causato da fattori endogeni. In una variante della teoria evoluzionista
dell’azione gli individui sono soggetti a due tipi di regole: regole cognitive individuali formate attraverso le
esperienze e l’apprendimento e regole istituzionali o interindividuali. Queste due regole devono essere in
armonia perché un’istituzione si formi e si stabilizzi. Le due regole possono entrare in conflitto (disarmonia)
quando nuove esperienze portano l’individuo a ristrutturare le regole cognitive o quando, le regole
istituzionali cominciano a essere percepite come errate o difettose. Le regole istituzionali saranno percepite
ingiuste o sbagliate alla luce delle regole cognitive individuali. Le istituzioni perderanno legittimità agli occhi
dell’individuo e inizierà un processo di deistituzionalizzazione. Non necessariamente questo processo
porterà cambiamenti istituzionali ma l’istituzione via via diventerà più fragile.
Uno shock di tipo esogeno potrà innescare mutamenti istituzionali.
Per riuscire a comprendere come avviene il cambiamento istituzionale dobbiamo cercare di risolvere come
si raccordano rigidità e flessibilità istituzionale e come si conciliano continuità e diversità e persistenza e
innovazione. Una possibile risposta consiste nell’esaminare il rapporto fra la path dependence e
l’innovazione. Se applicata rigidamente la path dependence rischia di escludere l’innovazione, ma le
istituzioni sono dei sistemi più o meno aperti e permeabili alle influenze esterne e quindi consentono
l’innovazione. Come la path dependency anche l’innovazione deve essere micro-fondata.
Pre-condizioni del cambiamento:
- sfide esterne
- deistituzionalizzazione
- conflitti tra norme informali e formali
Ma, nonostante ciò, il cambiamento passa solo attraverso le azioni degli attoriàoccorrono imprenditori
istituzionali a introdurre cambiamenti e innovazioni.
Questo ci aiuta a capire come è difficile creare nuove istituzioni o cambiamenti istituzionali. Anche quando
ci sono istituzioni percepite come inefficaci troviamo problemi di complessità politica e cognitiva a impedire
il cambiamento. Essendo le istituzioni sistemi di norme, l’agire in conformità di esse è il fondamento.
Invece, nel caso delle istituzioni-organizzazioni contano anche le asimmetrie di potere. Le istituzioni-
organizzazioni sono caratterizzate da una continua e inarrestabile competizione per il potere dove, per
potere, intendiamo la capacità di influenzare il comportamento altrui per fini propri.

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Nei contesti organizzati ove gioca l’interdipendenza delle scelte, il potere si manifesta in rapporti di
scambio asimmetrici. L’asimmetria dipende dal fatto che i diversi attori hanno accesso ineguale alle risorse
di cui si servono per influenzare il comportamento altrui. In questi contesti, inoltre, gli attori si impegnano
in giochi di potere con un doppio scopo: (1) accrescere la propria influenza e rendere lo scambio più
favorevole a sé stessi e (2) accrescere contestualmente la propria autonomia al fine di resistere alle
pressioni altrui. L’accesso ineguale alle risorse è una classica interpretazione di fonti di incertezzaà chi le
controlla ha un fondamentale strumento che può valere a proprio vantaggio. A tal proposito, le risorse del
potere possono essere tra le più varie: posizioni di autorità entro l’organizzazione, controllo delle
informazioni, rapporti privilegiati con attori esterni e potenti ecc.

Le norme sono quasi sempre ambigue e soggette a una pluralità di interpretazioni. L’ambiguità, da un lato,
assicura margini di manovra ampi agli attori impegnati nelle negoziazioni e dall’altro, lascia sempre aperta
la porta a tentativi di forzarne l’interpretazione in una direzione o nell’altra a seconda della convenienza.
Le norme, come abbiamo visto, sono rese vischiose e di difficile trasformazione dai meccanismi della path
dependence e questo condiziona e vincola la competizione/negoziazione.
La dimensione strumentale inerente ai giochi di potere non cancella le componenti affettive e assiologiche
visibili nei reticoli. Attraverso le gerarchie formali contano i raggruppamenti informali che gli attori formano
e da cui traggono capitale sociale sotto forma di risorse spendibili nei giochi. In questi raggruppamenti,
spesso omofili, si formano durevoli legami affettivi e identitari che sostengono i singoli nella competizione
con gli altri attori e non sono altro che la base da cui si innestano le fazioni e i gruppi. La presenza di reticoli
sociali nelle istituzioni è una risorsa di potere sia per gli individui che occupano una posizione centrale sia
per quelli che riescono a posizionarsi in buchi strutturali.

Un primo sguardo alla linea del tempo del capitalismo occidentale:

Il liberalismo come aspetto caratterizzante nell’Ottocento si distingue da interventi e micro-passaggi che


contribuiscono alla definizione del quadro nel quale prospera il primo capitalismo. Quando ci riferiamo a
questo termine e parliamo di stato liberale, parliamo di uno stato dove c’è una suddivisione e un equilibrio
tra i poteri. Ciò che possiamo affermare è che l’organizzazione tra Stato e privato aveva bisogno di
istituzioni e regolamentazioni che fornissero pilastri formativi per spiegare i vari aspetti.
Natura spontanea delle istituzioni del capitalismo: c’è posizione liberale che si identifica nei pilastri del
capitalismo moderno con fattori di tipo spontaneo (scambio, utilizzo della moneta etc.)àsecondo Polanyi
ciò era la mano invisibile della società politica (es. interventi di eliminazione dei dazi).
Queste istituzioni esterne hanno contribuito alla nascita del mercato.
Ma qual è il passaggio per cui si è giunti all’autoregolazione secondo Polanyi ed Hirsch?
Ad un certo punto il mercato trova all’interno dei propri confini forme regolative, inizia dunque ad
autoregolarsi e le istituzioni diventano interne à autonomia graduale e poi piena della sfera economica

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rispetto alla sfera sociale. Queste norme/ istituzioni sono dette autopoietiche. Spesso questa caratteristica
di autoregolazione è costitutiva anche nell’epoca contemporanea.

Fordismoà catena di montaggio


I trenta gloriosià trentennio dove troviamo diversi eventi come la triplicazione del Pil, il piano Marshall il
GATT ecc. Polany chiama questo trentennio “grande trasformazione” perché vede un importante
intervento dello Stato à Stato come attore interessato alla promozione del benessere sociale.
In questo momento si inizia a parlare di Stato Socialeà Stato Keynesiano.
La grande trasformazione è in primis una trasformazione delle istituzioni economiche liberali e viene
chiamata cosi perché viene opposta alla grande depressione del ’29 (fallimento dell’ottimismo liberale e
dell’autoregolazione).
Durante questi trent’anni gloriosi i vari eventi contribuiscono alla prosperità, alla ovvia necessità di
ricostruzione post-bellica e a una stabilizzazione economica. Un aspetto importante è che in questa fase
diventa fondamentale la regolamentazione pubblicistica del lavoroà condizioni del lavoro nella fabbrica,
ore di lavoro, modalità contrattuali, salari, licenziamenti, ecc. È la fase in cui il lavoro viene tutelato
attraverso la piena affermazione di organizzazioni di tutela dei diritti dei lavoratori. La logica di tipo Fordista
è una logica di programmazione (pianificata).

Dinamiche Fordiste-Tayloriste
• Miglioramento delle condizioni economiche per la popolazione attiva: salari, stipendi, sussidi,
pensioni e riconoscimento di ferie retribuite ai lavoratori dipendenti.
• Trasformazione dei trasporti e uso dell’automobile
• La dimensione simbolicaà i ritmi del tempo lavoro e tempo non lavoro seguono quelli della grande
fabbrica. Vacanze estive (ceto operaio) vacanze fine settimane (ceto impiegatizio).
• Sovrapposizione tra mobilità verticale e mobilità spaziale (orizzontale): le mete delle vacanze del
ceto medio si differenziano in modo crescente da quelle del ceto operaio.
• Urbanizzazione policentrica: il pendolarismo àla città assume i tempi della fabbrica. Pendolarismo
dovuto alla conurbazione e regolato dai ritmi giornalieri dell’industria.

Il mondo Fordista è un mondo sociale ed economico in movimento.


Si inizia a parlare di “consumo vistoso”à segnale di appartenenza al gruppo, alla classe sociale di
appartenenza. Ci sono diverse indagini sociologiche in questi anni come la sociologia dei consumi.
Grazie a questo impulso, negli Stati Uniti troviamo diverse ricerche che tendono a prendere in
considerazione la dimensione attiva/proattiva del consumo, dimensione in cui si segnala l’appartenenza e il
desiderio di cambiamento socialeàlogica simbolica.

Fordismo maturo e Keynesismo (30 gloriosi) à cresce il PIL pro-capite


àil rapporto debito/PIL è stabile

Il PIL continua a crescere nei Paesi occidentali ed è in questo momento che alcuni macroeconomisti iniziano
a chiedersi se davvero il benessere sociale possa esser misurato solo attraverso il PIL e soprattutto iniziano
a chiedersi se il benessere sociale ci fornisce un proxy della felicita adeguato.
Si diffondono alcuni modelli:

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La felicità ha un
andamento a
campana, cresce fino
ad un certo punto
per poi cominciare a
decrescere.

àHedonic treadmill: l’aumento del reddito/consumo ha effetti sulla felicità solo transitori perché
consumiamo il reddito in beni che portano presto alla noia. Una più attenta analisi potrebbe dire che si
sottovaluta l’aspetto del significato dell’oggetto. Ci sono oggetti che consumiamo in cui il valore intrinseco
è superiore o non necessariamente legato all’utilità e al benessere sociale che ne deriva dall’utilizzo.
àAspiration treadmill: l’aumento del reddito/consumo impatta sulle aspirazioni e quindi aumenta la
qualità oggettiva del bene ma il benessere rimane costante. Intendiamo sottostimare il valore di un bene
che consumiamo perché in maniera più o meno consapevole le nostre aspirazioni si sono alzate.
àPositional treadmill: introduzione di un elemento di interazione. La felicità che deriva dal consumo di un
bene è correlata negativamente con il consumo/reddito che gli altri hanno dello stesso bene quindi il
reddito di ego può crescere ma se cresce di più quello di alter allora la felicità di ego sarà decrescente. Si ha
a che fare con la percezione di un’appartenenza di un individuo ad un gruppo/collettività/ceto nel quale
l’individuo formula dei termini di paragone.

Bene posizionale e relazionale


Parliamo di stratificazione sociale nel modello fordista e al suo interno presenta dei segmenti in cui
abbiamo una tipizzazione di comportamenti e delle mansioni.
Questo modello organizzativo si riflette nella società civile con una stratificazione à classe sociale.
All’interno di questa logica acquista importanza il bene posizionale, quel bene che attraverso il suo
consumo segnala l’appartenenza ad una certa classe sociale.
Ø Bene relazionaleà bene anti-rivale, a consumo congiunto. Ottengo più benessere quanto più
utilizzo quel bene.
Ø Bene posizionaleà bene scarso socialmente a rendimenti decrescenti ed è anche un bene a
consumo congiunto come i beni relazionali.
Questi beni, detti posizionali acquisiscono valore nella società moderna e si caratterizzano per un livello di
utilità e di benessere legati al proprio consumo. Con l’affermarsi del Fordismo, Hirsch dice che questi beni,
proprio perché la società inizia ad essere stratificata, assumono un’importanza sempre più rilevante.
La mancata fruizione del bene posizionale da parte di un individuo con reddito basso genera frustazione
sociale perché l’individuo in quel modo non riesce più a rappresentare l’appartenenza al proprio gruppo
sociale. Un’altra faccia della medaglia dei beni posizionali, secondo Hirsch, è che la rincorsa a questi beni
toglie spazio alla ricerca dei beni relazionali (più ottieni beni posizionali meno avrai beni relazionali).
Il valore dei beni posizionali deriva dalla scarsità.

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L’economia mista
Il modello fordista ha visto il connubio tra capitalismo di mercato e intervento dello Stato, producendo un
sistema politico-economico ibrido (o misto) con l’elasticità necessaria alla sopravvivenza. Questo sistema
misto ha avuto come suo massimo teorico Keynes.
Un fine fondamentale dell’intervento statale in un ordinamento liberale è stato quello di creare le
condizioni che hanno consentito al calcolo individualistico di poter continuare a funzionare in un modo
socialmente compatibile. Lo stato keynesiano si incarica di:
ü Mitigare l’impatto esercitato dalle forze di mercato sugli individui e i gruppi sociali che hanno un
minore potere e controllare la disoccupazione e gli interventi previdenziali.
ü Rendere efficiente il funzionamento del mercato facendo sì che le scelte di mercato riflettano per
quanto possibile i benefici e i costi sociali (internalizzare le esternalità).
ü Rafforzare per via istituzionale le condizioni necessarie al funzionamento stesso del mercato: a
fronte del passaggio “dallo status al contratto” è lo Stato che si incarica di sanzionare i
comportamenti incompatibili.

La colonna in marcia
Metafora per indicare che i lavoratori fordisti, pur andando lenti, arriveranno ad un determinato obiettivo.
Questa metafora dice che se la colonna avanza anche l’ultima fila finisce con superare la posizione
precedente nonostante la distanza tra la prima e l’ultima fila non cambia.
Dal punto di vista del consenso politico, l’intervento dello Stato keynesiano fa nascere uno scambio politico
tra le classi dirigenti economiche e i lavoratori dell’industria:
- Le prime accettano che l’intervento dello Stato garantisca piena occupazione, pari opportunità di
partenza, garanzie previdenziali e miglioramenti individuali continui (crescita economica e mobilità
sociale);
- I secondi rinunciano al loro potere negoziale, alle rivendicazioni sindacali e politiche radicali
soprattutto nei momenti alti del ciclo economico.

Il sovraccarico dell’economia mista


Ma quando l’economia materiale cresce, i bisogni da soddisfare tramite il consumo di beni posizionali e
relazionali diventano cruciali perché:
ü Quanto più i beni posizionali si diffondono tanto più si sviliscono (es. se tutti hanno la porsche,
allora indica meno il mio status sociale esclusivo): la sensibilità si sposta così dal confronto tra valori
assoluti a quello tra valori relativi e il mito della colonna in marcia vacilla.
ü Il bisogno di beni relazionali non trova una risposta adeguata attraverso i meccanismi di mercato e
cresce lo scarto tra aspettative alimentate dal mito della crescita e la risposta che l’economia di
mercato è in grado di offrire.
ü La risposta difensiva dello Stato in termini di beni pubblici (welfare) cresce a dismisura (stato
ipertrofico).

Due ragionamenti:
linea del tempo del ‘900 come linea guida, punto di riferimento per spiegare i tre passaggi:

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Il passaggio chiave dalla società preindustriale al capitalismo di prima e seconda industrializzazioneà
autonomia progressiva del capitalismo come meccanismo di autoregolazioneà autoregolazione del
mercato. Prima fase del capitalismo regolata dall’esterno ma con processi spontanei, mano invisibile.
Il termine “valore” viene usato quotidianamente per indicare una qualità di un oggetto al centro dello
scambio. Questa idea di valore la riconduciamo ad un senso intrinseco del bene, nel rispetto che questo
bene ha nei confronti di chi scambia e utilizza il medesimo bene.
Abbiamo anche un’idea di valore che ci riconduce all’etica della personaà proxy, concetto legato
all’individuo. La commercializzazione, in questo senso, degrada il concetto di valore, lo riduce ad un oggetto
di scambio non connaturato alla nostra idea di valore ricondotto all’etica.
Il passaggio dalla società preindustriale a quella industriale segna una rottura tra questi due significati.
Nella società preindustriale lo scambio viene regolato da principi universali all’interno della società stessa e
la vita economica è uno dei tanti aspetti che la contraddistinguono. Gli scambi economici e le transazioni,
nella società preindustriale, sono veicolati secondo regole prefissate, regole di giustizia e controllate da una
fitta rete di relazioniànon sono lasciate alla spontaneità della domanda e dell’offerta.
All’interno di questa logica preindustriale non è ammesso che la ricchezza individuale sia data da
comportamenti non leciti. Il valore del bene deve corrispondere al suo valore intrinsecoà è un valore
socialmente costruito, stima considerata corretta, non è lasciato al libero arbitrio e all’autonoma
determinazione del prezzo all’interno del sistema economico. Questo prezzo, socialmente costruito, si
applica al lavoro, ai salari, ai beni di scambio e ai beni mobilià è una sorta di regolazione nella fase
precapitalistica. Si parla di una comunità con tratti di equità e fortemente stagnante, ovvero incapace di
evolversi ai mutamenti esterni (chiusa in sé stessa).
Il capitalismo di prima e seconda industrializzazione fa leva proprio sull’autonomia nello scambio di
mercato. La rivoluzione industriale vede proprio il mercato autoregolato à sfera autonoma (manodopera,
lavoro prestato, salario imposto). Viene quindi sostituita la regolazione dei mercati medievali con la
concorrenza. Importante è ricordare che è ben presente che una certa forma di autoregolazione ci sia
sempre stata, però è necessario fissare un punto in cui questa forma diventa fondamentale per lo sviluppo
della società. In questa fase si apre lo spazio per l’economia anche come disciplina autonoma. Lo sviluppo
grazie alla monetizzazione e all’ampiamento del mercato non è altro che un rafforzamento di questo
principio.
Questa fase di autoregolazione dei mercati si esprime lungo tutto la fine del ‘700 e tutto l’800.
Questo diventa un fattore chiave dello sviluppo dell’economia classica.
Quando cambia questo tipo di assetto e questa forma di autoregolazione?
Lo vediamo soprattutto nei 30 gloriosi (trentennio dal dopo guerra agli anni ’70) à in questa fase la sfera
del mercato che si autoregola e la sfera sociale (che si occupa di produrre norme e istituzioni per la società
civile) assumono una connotazione diversa.

Fordismo, Taylorismo e Keynesismo

Questi tre pezzi del sistema permettono l’equilibrio.

Solamente in questo trentennio anche la scienza economica contribuisce con la sua modellistica a cercare
di interpretare i cicli economici e i vari effetti. Tutto ciò è possibile perché c’è un passaggio molto delicato
in cui noi possiamo associare Fordismo, Taylorismo e Keynesismo.
Questi equilibri possono avere questi contrappesi soltanto in un periodo storico ben definito. È proprio in
questo periodo storico che noi possiamo osservare nella grande impresa la programmazione e
l’organizzazione del lavoro. In questa fase passiamo da una forma classica di autoregolazione del mercato,
dei salari ecc a una fase pubblicistica in cui i salari vengono regolati tramite una sorta di regolazione di

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istituzioni e cambia completamente la logica di partecipazione a quel valore che nella fase precedente era
lasciato all’autonoma determinazione.
Con l’aumento del reddito:
• cresce l’accessibilità ai beni privati materiali;
• si saturano i bisogni di base;
• cresce la domanda di bene a consumo congiunto, beni immateriali in particolare beni posizionali e
relazionali. Questi due beni sono, secondo Hirsch in competizione tra loroà trade-off.

Quando non siamo in condizioni di scarsità, la piramide di Maslow ha qualche falla dato che diventa difficile
classificare i beni. Il consumo a volte è espressione della soddisfazione di un bisogno individuale che non
per forza vuole essere espressione di qualcosa.

Nel caso dei beni posizionali, l’ampliarsi delle possibilità di consumo riduce l’utilità che se ne ricava ed
inoltre cresce l’importanza che questo ha nei confronti del mercato e della società civile. Questo tipo di
analisi fa alcune considerazioni:
• non è sufficiente possedere un reddito in assoluto più elevato per accedere a beni
posizionali ma dipende dal reddito e dal consumo relativo degli altri soggetti della stessa
classe sociale. Il gioco competitivo è a somma negativa.
• Nel caso di beni relazionali l’ampliarsi delle possibilità di consumo genera effetti positivi
sull’utilità più che proporzionali al valore assoluto del bene stesso. La crescita del reddito
complessivo innesca un gioco a somma positiva.

Crescita materiale e concorrenza posizionale


1. La crescita materiale intensifica la concorrenza posizionale, ovvero la concorrenza per occupare
posizioni più elevate all’interno di qualche gerarchia esplicita o implicita.
2. Nel settore dei beni posizionali si determinano anche effetti negativi conseguenti al meccanismo di
filtro che serve a equilibrare domanda eccessiva a offerta disponibile. Comporta l’utilizzo di risorse
addizionali che possono annullare i benefici positivi. Il bene posizionale è importante fino ad un
certo punto e quando questo diventa comune perde la sua logica.
3. La scelta che si presenta ad un individuo, in un contesto posizionale, è più interessante di quanto si
riveli dopo che anche gli altri abbiano fatto la loro scelta. Capire quali siano le intenzioni di
consumo di una cerchia sociale quando queste non sono ancora diffuse diventa un fattore chiave
competitivo-strategico.

Stratificazione
Un aspetto che caratterizza in maniera costante tutto lo sviluppo del Fordismo è la stratificazione.
• La stratificazione è legata a due aspetti chiave come la dotazione di risorse (materiali, immateriali,
cognitive, etc.) e un qualche forma di divisione del lavoro. Ci sono stratificazioni nel lavoro come
nella società, specchio tra fordismo e società. Divisione del lavoro, dotazione di risorse e
stratificazione sono concetti presenti in tutte le società con forme che variano nello spazio e nel
tempo.
• La disuguaglianza è un fenomeno pervasivo nelle società e diminuisce man mano dalle società di
raccoglitori a quelle agricole per poi diminuire nelle società industriali.
I livelli di disuguaglianza nelle società umane: criterio ascrittivo (identifica il passaggio di risorse
sulla base di eredità) e criterio acquisitivo ovvero un criterio di merito.

Esempio di criterio ascrittivo.

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• L’importanza che questo fenomeno acquisisce nel tempo è dovuta alla presenza di istituzioni che
da un lato sono inclusive (includono nel processo economico categorie sociali che risultano
particolarmente diseguali) o estrattive (creano legami che escludono)
• Tre dimensioni di stratificazione secondo Weber: (a) economica, (b) culturale, (c) politica.
Nella dimensione economica (a) possiamo parlare di classi sociali, nel secondo caso (b), facciamo
riferimento ai ceti sociali e nel terzo (c) ai partiti.

La stratificazione sociale permea la società fordista. L’aspetto che dobbiamo sempre tenere in
considerazione è quello di osservare i rapporti fra modello prevalente di organizzazione del lavoro e
caratteristiche della società civile. Nel fordismo è molto rilevante questa corrispondenza, interpreta infatti
una copia dell’organizzazione del lavoro nella società civile.
(trenta gloriosi, fine guerra fino anni ’70)

Abbiamo delineato due prospettive:


- Lungo periodo à grande cornice di riferimento. Attraverso indicatori quali PIL e disoccupazione si
cerca di delineare un prospetto di lungo termine. Interpretato sulla linea del tempo dalle fasi
cicliche.
- Quadro più analitico delle singole specificità. Assume una sua essenza soprattutto a partire dal
periodo che segue i trenta gloriosi. Questa seconda prospettiva, detta varietà dei capitalismi, ha
inizio dalla fine degli anni ’70 (fordismo maturo).
Un aspetto che accomuna l’insieme taylorismo-fordismo-keynesimo è la stratificazione sociale.

Stratificazione e mobilità sociale


o La misurazione delle risorse: centralità del lavoro nella società modernaà posizione sociale
correlata all’occupazione. Occupazione come proxy delle risorse distribuite.
Studio longitudinale (a lungo periodo).
o A seconda del modo in cui definiamo il lavoro in base al sistema di riferimento si hanno alcune
classificazioni:

Mobilità intergenerazionale e schema analitico di riferimento

Qual è la collocazione iniziale? La classe sociale a cui appartiene il gruppo che stiamo studiando.
Qual è il punto finale? La classe sociale finale a cui giunge il gruppo studiato in un lasso di tempo.

Tipicamente ci sono 2 famiglie di mobilità studiate nel panorama fordista:

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v Mobilità intergenerazionale (confronto genitori-figli) à parte dalla considerazione della classe sociale
della famiglia di origine per arrivare a valutare, a parità di istruzione raggiunta, la posizione famigliare
dell’individuo adulto.

v Mobilità infragenerazionale (all’interno della stessa generazione) à osserva in un tempo t un’unità


statistica e poi al tempo t+1, .., t+n.

Entrambi questi tipi di mobilità hanno una serie di strumentazioni e tecnicismi statistici complessi.
Lo schema di riferimento che possiamo utilizzare per avere un quadro dell’analisi lo deriviamo osservando
la mobilità intergenerazionale:

Confrontiamo la classe sociale dei genitori con classe sociale dei figli diventati adulti. Si possono avere due
tipi di effetti della fonte sulla destinazione:
- Effetto indiretto à perché mediato dall’istruzione. Si usa come proxy il titolo di studio conseguito.
Impatto della fonte sulla posizione di destinazione dell’unità di riferimento mediata dal titolo di
studio
- Effetto diretto à effetto che la posizione fonte ha sulla posizione di destinazione, a parità di livello
d’istruzione. Gli altri fattori possono essere: distribuzione risorse economiche, trasmissione
intergenerazionale delle attività economiche, accesso a reti sociali, aspirazioni occupazionali, etc.

L’effetto totale è dunque il risultato della somma fra effetto diretto ed effetto indiretto.
Il triangolo OID (origine-istruzione-destinazione) è caratterizzante nel periodo fordista.
Le ragioni per cui questi studi sono nati in questa fase storica sono il fatto che la grande industria fordista
fissa un’organizzazione del lavoro molto analitica e ci permette di osservare un’organizzazione gerarchica
compatta molto stabile nel tempo e permette una prospettiva al lavoratore altrettanto definita (assistiamo
in questo periodo alla traiettoria di lavoro, si entra in azienda con una mansione circoscritta e si ha una
mobilità orizzontale e si resta nell’impresa fino alla pensione. Se la mansione è intellettuale si può avere
mobilità verticale – internal labour market). È in questa fase storica che il sociologo può osservare una serie
di fenomeni di produzione legati ad un atteggiamento consumistico e ciò ha a che fare con l’identificazione
di una figura distintiva per il consumo rispetto ad ogni classe sociale.

Gli effetti della diffusione dei beni posizionali


Considerazioni di Hirsch e Polanyi:

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La concorrenza posizionale accresce la
necessità di denaro per procurarsi
quantità crescenti di beni sempre più
costosi e che tendono a perdere il loro
valore in misura della loro diffusione.

Ciò determina la necessità di dedicare La scarsità di tempo ha effetti


maggior tempo al lavoro e riduce il negativi sui beni relazionali, quali
tempo a disposizione e effort (cosumo amicizia e solidarietà
vistoso)

Il tempo che non viene dedicato al lavoro è tempo dedicato ai consumi e risente dell’impatto di mansioni di
tipo manuale. Qual è il meccanismo evidenziato da Hirsch? Maggiore reddito – minore tempo di non
lavoro. Il consumo vistoso diventa tale quando può essere segnalato (es. andare in vacanza con l’auto).
Come le classi sociali più elevate si differenziano? Es. tramite ferie di fine settimana.

Concorrenza posizionale e aiuto reciproco


- La crescente concorrenza posizionale, dunque, riduce la motivazione (e l’effort) a tessere relazioni
spontanee di reciprocità sociale
- Ciò è evidenziato dalla crescente mobilità geografica delle società moderne, che disincentiva
l’adozione di una prospettiva di lunga durata nei rapporti di amicizia e di buon vicinato.
- La necessità di mutua protezione è sempre meno garantita dalle relazioni di reciprocità privata e
acquisisce tratti di un bene pubblico che dovrebbe essere garantito dallo Stato

Alla fine del fordismo passeremo anche ad una nuova definizione di confine.
C’erano processi “dentro”, che se non venivano più considerati convenienti, venivano messi “fuori”.

Effetti di commercializzazione e mercificazione


- L’effetto di commercializzazione avviene sulle caratteristiche di una attività/ prodotto se questo
viene offerto esclusivamente o prevalentemente attraverso scambi di mercato a prescindere dagli
elementi sociali ad esso intrinseci;
- La mercificazione generalizzata della risposta ai bisogni sociali che hanno una componente
relazionale è pervasiva ma è espressione di una risposta sub-ottimale: il mercato è inefficiente
quando si tratta di allocare beni ad elevata componente relazionale o collettiva e tende piuttosto a
produrre in eccesso quei beni o servizi per i quali è efficiente (supply side).

Secondo Hirsch commercializzazione e mercificazione sono la deriva.


Principio di sussidiarietà à laddove lo Stato è riconosciuto portatore di un interesse pubblico, può, per
ragioni di efficienza organizzativa etc., delegare ad altri soggetti.

Il sovraccarico dell’economia mista e i limiti della risposta keynesiana


Lo stato quando interviene, mette in campo una risposta difensiva, producendo beni pubblici (welfare) e
crescendo a dismisura (stato ipertroficoà deficit spending à necessità di coprire le uscite à crisi fiscale)
senza riuscire a soddisfare in termini qualitativi i nuovi bisogni emergenti (crisi di legittimità)
Questa risposta, nel solco dell’intervento che garantisce stabilità e crescita economica infinita, pari
opportunità di mobilità sociale, aspettative individuali di miglioramenti continui, si scontra così con:
Ø Insoddisfazioni crescenti per le aspettative deluse dall’impossibilità di accedere a beni posizionali
(invidia) e dalla risposta individualistica alle esigenze relazionali (avidità)
Ø Scarto tra l’aumento dell’impegno dello Stato nel fornire beni pubblici e consenso individuale a tale
sforzo.

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Anzi, l’intervento pubblico dello Stato è esposto a richieste di prestazioni sempre maggiori da parte di una
“classe media” che cerca di raggiungere (o difendere) un target posizionale spesso irraggiungibile e ai rischi
del functional finance.

Stato ipertrofico à intervento statale legato spesso ad una spesa in deficit.

Fattori di crisi del modello fordista a partire dagli anni ‘70


- Saturazione del mercato dei beni di massa
- Accresciuta concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione
- Impennata dei prezzi del petrolio e delle materie prime à crisi petrolifera
- Fine del regime di cambi fissi à instabilità dei mercati internazionali
- La terza rivoluzione industrialeà rivoluzione tecnologica
- La rivoluzione del lavoro
- La rivoluzione sociale (‘68) + esplosione della conflittualità industriale (primi anni ’70)
- La rivoluzione finanziaria
- La stagflazione e il crollo della forza esplicativa della curva di Phillips: l’inefficacia delle politiche
keynesiane fondate sul deficit spending e aumento dei salari;

Un primo tentativo di risposta (seconda metà degli anni ’70) è quello neo-corporativo che cerca di
ristabilire l’agibilità economica per riavviare un ciclo positivo.
Il tentativo vincente sarà piuttosto il secondo, quello neo-liberista: il paternalismo insito nell’intervento
pubblico dello Stato del benessere ha fatto venir meno l’impegno e la responsabilità dei singoli individui
per cui è necessario ristabilire regole di mercato e ridurre lo Stato alle sue funzioni minime;
Ripresa della teoria classica rivisitata in chiave monetarista (la spiegazione della stagflazione costruita
sull’eccessiva presenza dello Stato).

Lungo e medio periodo

Lungo periodoà capitalismo come


invariante, utilizzo di proxy di
valutazione standard su cui costruire
ipotesi di onde lunghe e dei cicli.

Medio periodoà rilevanza delle


specificità delle forme di capitalismo e
classificazione in famiglie di
riferimentoàVoc.

Keynesismo
- Contrasta la legge degli sbocchi di Say
- I mercati possono spesso trovarsi nell’incapacità di generare, tramite le variazioni di tasso
d’interesse, un volume d’investimento sufficiente per assorbire il livello di risparmio
corrispondente alla produzione di piena occupazione.
- La domanda aggregata può essere inferiore all’offertaà equilibrio raggiunto con una diminuzione
dell’attività economica e dell’occupazione.
- L’offerta si riduce per coincidere con la domanda e il risparmio si adatta all’investimento.
- Il sistema raggiunge un equilibrio che si caratterizza per l’esistenza di disoccupazione volontaria.
- La spesa pubblica ha un impatto diretto sulla produzione.

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- Lo Stato può utilizzare la spesa pubblica per colmare il divario domanda privata e offerta di piena
occupazione, riassorbendo così l’eccesso di risparmio privato rispetto all’investimento.

Passaggi
• Per tre decenni, gli Stati hanno gestito con successo l’economia e, con fine tuning, i cicli economici,
allo scopo di attenuare la durata e l’ampiezza. Questo interventismo ha contribuito a un lungo
periodo di crescita sostenuta. Le politiche macroeconomiche non sono però le sole cause di questa
età dell’oro.
• Il trentennio glorioso è il risultato di politiche economiche illuminate, ma è anche l’esito di
combinazione di fattori: progresso tecnico, sviluppo del commercio internazionale, convergenza
economica, etc.
• Il lungo periodo di forte crescita, insieme alla supremazia intellettuale del paradigma keynesiano,
finiscono però con l’instaurare il mito del decisore politico onnipotente, capace di dirigere
l’economia a proprio piacimento.
• Questo approccio viene messo alla prova dalla crisi, così come, il modello neoclassico fu messo alla
prova dalla Grande Depressione à stagflazione: curva di Philips meccanismo efficace anche nel
lungo periodo.
• Le cause della recessione degli anni Settanta sono plurime: le due crisi petrolifere, l’instabilità dei
prezzi, l’aumento del tasso di disoccupazione, etc.
• Si tratta di shock molteplici che hanno in un comune il fatto di avere un effetto sui costi di
produzione e sulle disponibilità di merci. Il rallentamento della crescita non può esser attribuito a
un’insufficienza della domanda aggregata. Il riflesso delle autorità di politica economica è quasi
pavloviano (meccanico).
• Osservando il rallentamento della crescita la maggior parte dei governi reagisce agli shock di offerta
aumentando la domanda aggregata attraverso politiche fiscali e monetarie espansive.
• Ciò aumenta il divario tra la domanda aggregata e l’offerta aggregata, alimentando fenomeni
inflazionistici senza far uscire il sistema economico dalla crisi.
• La crisi della teoria keynesiana è all’origine di un nuovo cambiamento di paradigma. Il paradigma, in
quest’ottica, è un insieme di elementi che costituiscono un valore socialmente costruito.
• L’approccio keynesiano è criticato perché trascura il versante dell’offerta, e in particolare la
connessione tra politica macroeconomica e inflazioneàperché si ha l’idea che il rapporto tra questi
fosse flat, piatto.

Critica del monetarismo e supply-side economics

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Zoom:
1. riduzione della crescita del
debito pubblico
2. riduzione delle tasse sul
lavoro e sui redditi di capitale
3. riduzione della
regolamentazione dell’attività
economica
4. controllo dell’offerta
monetaria e riduzione
dell’inflazione

I monetaristi sostengono che, introducendo in modo appropriato le aspettative nel modello keynesiano, si
perviene a conseguenze inattese delle politiche di stabilizzazione. In effetti, nonostante fossero centrali per
giustificare sia la preferenza per la liquidità sia le scelte d’investimento, in Keynes, le aspettative restavano
esogene. La critica monetarista si sviluppa in relazione a un celebre dibattito, quello sulla pendenza della
curva di Phillips. Con il passare del tempo la curva di Phillips (che poteva essere usata anche per il breve
periodo) era stata progressivamente interpretata da parte dei governi influenzati dal keynesismo come un
menù di politica economica in virtù del quale sarebbe stato possibile scegliere, senza ulteriori vincoli o
conseguenze, tra mix diversi di disoccupazione e inflazione à questa è la vera chiave.
Mettendo in relazione una variabile di prezzo, l’inflazione, e una di quantità, la disoccupazione, la curva di
Phillips costituisce un campo di battaglia ideale per le controversie tra neoclassici e keynesiani.

Nel mondo dei primi, i neoclassici, gli aggiustamenti avvengono


principalmente attraverso variazioni di prezzi à la curva di Phillips
tenderebbe a esser verticale: la disoccupazione sarebbe intorno al suo
livello di equilibrio e il tasso ‘naturale’ e l’inflazione varierebbe a seconda
degli shock.

Secondo i keynesiani, invece, sono le quantità ad aggiustarsi à la


curva tende ad appiattirsi: a variazioni del tasso di disoccupazione
non corrisponderebbero variazioni di tasso d’interesse.

Phelps e Friedman sostengono che una volta introdotta la possibilità di variazioni delle aspettative nella
versione IS-LM del modello keynesiano, il sistema economica tende a convergere, nel lungo periodo, verso
l’equilibrio neoclassico.
Il governo può certo sorprendere i mercati e allontanare l’economia dal proprio equilibrio naturale, ma
questo avverrà al prezzo di un’inflazione in costante aumento e, con la certezza che, una volta incorporata
nelle aspettative l’informazione sul cambiamento di politica, i mercati reagiranno, tornando verso
l’equilibrio naturale. Alla lunga, in altre parole, il sistema economico convergerebbe sempre verso il proprio
tasso di disoccupazione naturale.
I monetaristi giungono dunque a conclusioni opposte a quelle prevalenti nel keynesismo: nel loro quadro
analitico, l’impatto della politica fiscale e monetaria sul sistema economico è nulla nel lungo periodo e

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incerta nel breve termine. La politica fiscale non potrebbe esser usata per la relazione congiunturale come
sostengono i keynesiani. Per i monetaristi, l’autorità di politica economica non è onnipotente.

- Contestazione della predittività


della curva di Phillips
- Proposta delle aspettative
razionalià curva di lungo periodo

La critica monetarista porta a concludere che i governi dovrebbero limitare il ricorso a politiche
economiche discrezionali, che sarebbero inefficaci nel lungo periodo e destabilizzanti per gli agenti che
cercano di formulare piani d’azione ottimali. I governi dovrebbero invece attenersi a regole di politica certe,
vincolanti e trasparentià cornice di riferimento.
Ciò che è importante è che, l’abbandono delle politiche discrezionali in favore dell’osservanza di regole
certe costituisce un cambiamento culturale enorme che possiamo chiamare ‘nuovo consenso’ e che
influenza ancora oggi il dibattito sulla politica macroeconomica. Per cui: ogni intervento rivolto a far
lievitare i salari nominali incontra una sorta di reazione ‘fisiologica’ da parte del mercato, che nel lungo
periodo tende a spostare l’equilibrio verso l’alto, dove l’inflazione alimenta la disoccupazione.
Lo Stato si trasforma da strumento tecnico di allocazione economica a regolatore politico. In questa
prospettiva, le funzioni dello Stato vanno ridotte al minimo per:
- evitare il paternalismo dello Stato sociale che risulta lesivo della libertà personale dei singoli e
deresponsalizzante;
- impedire che attraverso la mobilitazione collettiva si eserciti un potere disgregante che altera il
potere di acquisizione esercitato individualmente.

Attraverso la deregolamentazione del mercato dei capitali e l’apertura globale dei mercati del lavoro vanno
ricercate le condizioni di equilibrio tra lavoro e capitale necessario alla crescita.
Quando ci riferiamo al nuovo consenso ci riferiamo ad un quadro che non permette di sforare per cui
bisogna stare all’interno di questo. Il ‘nuovo consenso’ non fa che ricercare il rigoroso pareggio di bilancio e
il radicale contenimento della spesa pubblica.

Risultati
- fase di successo iniziale
- incapacità di prevedere il processo di finanziarizzazione dell’economia globale à liberalizzazione
dei movimenti di capitale à riduzione dei controlli (confidando nell’autoregolazione)
- visione naif del rapporto Stato-mercato
- riduzione carico fiscale che non ha portato a investimenti produttivi, quanto piuttosto a
investimenti finanziari e spesso speculativi
- privatizzazioni à affare per la finanza privata à processo di continua liquidazione dei beni
nazionali
- l’ottenuta indipendenza delle Banche centrali ha contribuito all’egemonia della finanza globale
- riduzione della spesa pubblica à contrazione domanda aggregata à scenari simili agli anni ’30,
bassissima inflazione e alta disoccupazione.

Commenti
Con la rimozione dell’obbligo di acquistare titoli di stato emessi sul mercato primario à viene meno lo
strumento della sovranità monetariaà l’Italia per finanziare la propria spesa deve iniziare ad attingere ai
mercati finanziari privati prima sul mercato interno poi su quello globale, con tassi di interesse di tutt’altra
entità.

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La crisi del neoliberismo politico
Sono soprattutto critiche socio-economiche:
ü la logica consequenzialista del mercato ha eroso definitivamente i pre-requisiti morali e istituzionali
necessari al suo funzionamento (falsi in bilancio, insider trading);
ü le imperfezioni del mercato (che non si autocorreggono) generano effetti sociali sotto-ottimali e
talvolta questi esiti possono permanere nel tempo. Non necessariamente un equilibrio che
permane e non è ottimale viene poi automaticamente corretto, anzi.
ü Crescono le disuguaglianze sociali e la domanda sembra insufficiente a soddisfare gli sbocchi di
mercato dell’economia reale. Siamo nella fase in cui lo stimolo di crescita del fordismo è venuto
meno e in parte è stato sostituito da una rincorsa ai beni finanziari a natura speculativa. Serie di
meccanismi che non vengono adeguatamente affrontati con le politiche neoliberiste.
ü La bolla motivazionale necessita di una finanza esasperata per esser alimentata attraverso i
consumi a debito. Secondo Polanyi ci sarebbe stato un senso di riprovazione sociale per chi non
raggiungesse i beni posizionali e l’accesso agevolato avrebbe avuto l’obiettivo di colmare questo
deficit. Questo accesso ha contribuito a generare false aspettative.
ü Il surplus prodotto non viene reinvestito in nuovo sviluppo ma genera crescenti rendite finanziarie.
Qui ci si scontra un po’ con l’idea calvinista. Nasce una forma di anticorpi non sempre giustificata.
ü L’individualismo esasperato riduce l’orizzonte delle scelte e impedisce di mettere in atto le azioni
politiche e sociali oggi pure necessarie.

Stagnazionismo e varietà dei capitalismi


C’è una letteratura che si oppone alla varietà dei capitalismi, la prospettiva stagnazionista.
Quella della varietà dei capitalismi è una prospettiva di medio periodo che cerca di circoscrivere le forme
regolative in modo da rendere efficace il modello. Il tentativo di capacità esplicativo si scontra con la
letteratura che considera le forme di lungo periodo come quella secondo cui noi dovremmo osservare lo
sviluppo del capitalismo. La letteratura con prospettiva di lungo periodo fa riferimento a tre approcci che
considerano la fase di sviluppo odierna del capitalismo. Queste tre posizioni sono tutte stagnazioniste.

Dall’accumulazione produttivista a quella finanziaria


Accumulazione finanziariaà per accumulazione intendiamo un processo di crescita del capitale esistente
entro un’impresa mediante l’adozione di nuove dosi di capitale derivante dall’eccedenza netta della
produzione sul consumo in un determinato periodo.
L’accumulazione produttivista, alla fine degli anni Settanta, entra in crisi per:
• Eccesso di capacità produttiva rispetto ai consumi
• Impossibilità di estendere ulteriormente i mercati interni di beni e servizi tradizionali
• Caduta dei profitti

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A tal proposito, gli attori finanziari e non, si moltiplicano e introducono innovazioni nella circolazione del
capitale. Massa di denaro viene così immessa nel sistema economico mediante il debito.
L’accumulazione finanziaria è stata la risposta dell’economia capitalistica alla stagnazione in cui stava
cadendo il regime produttivista dell’economia materiale.

Approccio stagnazionista
Crisi e stagnazione sono, nel sistema capitalistico, fattori endemici. L’approccio stagnazionista sposa l’idea
che il sistema capitalistico come modello unico di riferimento abbia in sé le contraddizioni che lo portano
ad avere diverse cadute (cicliche o di lungo periodo). Vi sono due posizioni quella ‘forte’ e quella ‘debole’.
In questo caso la crisi del 2007 sembra derivare dal guasto del motore ausiliario, la finanza e dalla
permanente debolezza del motore principale, l’investimento produttivo.
Lo stagnazionismo fa risalire le origini strutturali/endemiche della crisi al regime di accumulazione del
capitale che si è andato a sviluppare nei Paesi sviluppati a partire dagli anni Ottanta. Esso è contraddistinto
dal predominio acquisito dal sistema finanziario sull’intera economia come risposta alla crisi del regime di
accumulazione produttivista, fondata sul predominio del sistema manifatturiero. Un punto interessante da
cui si potrebbe partire è che comunque sia la posizione stagnazionista sia quella ciclica prendono in
considerazione una serie di indicatori piuttosto ricorrenti e quasi sempre piegati sul fronte economico-
finanziario del Paese.
L’accumulazione finanziaria ha accentuato un’asimmetria - già presente durante l’accumulazione
produttivista - tra la frazione della quota di capitale reinvestita in un nuovo ciclo produttivo e quella della
forza lavoro. L’accumulazione finanziaria vede dunque accrescere costantemente la frazione di capitale
investita in operazione distanti dalla gestione caratteristica che riducono sia quella investita in impianti e
mezzi di produzione sia quella investita in forza lavoro.
Secondo questa prospettiva, l’esito è l’economia capitalistica che rischia continuamente di entrare in un
periodo di sovrapproduzione perché la sua capacità di produrre beni e servizi finisce per superare la sua
possibilità di venderli. A sua volta, la sovrapproduzione e l’eccesso di capacità disincentivano gli
investimentià periodo di stagnazione dell’economia in attesta di stimoli dall’esterno per il rilancio.
La stagnazione è un fenomeno che si ripete nel lungo periodo.

Approccio ciclico
Secondo Schumpeter, la storia economica è caratterizzata da cicli economici che si aprono sempre con
un’innovazione significativa in grado di creare una nuova combinazione produttiva. Le fasi sono:
1) Fase espansiva collegata all’introduzione e alla prima diffusione dell’innovazione.
2) Fase discendente del ciclo causata dalla crisi delle imprese rimaste fuori dal processo innovativo e
dalla saturazione dell’impulso generato dall’innovazione.

Schumpeter chiama le fasi: primavera, estate, autunno e inverno.

Ogni fase del ciclo è collegata all’inizio con un’innovazione tecnologica e seconda lui, sono gli imprenditori
che imprimono dinamicità all’economia introducendo nuove combinazioni di fattori produttivi capaci di
modificare l’organizzazione dell’economia. Schumpeter utilizzava serie storiche per proporre la tesi
secondo cui i cicli capitalistici di lunga durata si ripetessero in maniera meccanica ogni tot anni, conducendo
sempre a depressioni, che sono quindi da considerarsi strutturali.

Varietà dei capitalismi (VoC)


Mentre l’approccio macro-teorico si muove su una logica di lunghissimo periodo e ad un livello di
astrazione funzionale alle sue argomentazioni, il profilo empirico della VoC si propone di fornire supporto

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all’idea che le varietà in tre pilastri fondamentali (policy sul mkt del lavoro, contrattazione, walfare)
possano spiegare sia i diversi adattamenti sia l’evoluzione delle varie forme di capitalismo.
Se fino alla piena affermazione del modello fordista e dei tre F-T-K il rapporto è ancora omogeneo è però,
proprio con la crisi e con il declino del rapporto tra forma di produzione, organizzazione del lavoro e forma
di intervento dello Stato che si notano i diversi gradi di adattamento e di risposta dei Paesi occidentali.
Ad esempio, in alcuni paesi europei questa crisi dell’accumulazione produttivista fu fronteggiata da un
sistema di rappresentanza strutturato di tipo neocorporativo e di pratiche di concertazione. In ogni caso
anche in contesti di tipo neocorporativo si registrò una trasformazione del fordismo. La saturazione del
mercato per i beni di massa fu un dato di fondo con il quale le aziende si dovettero misurare. Nei paesi più
ricchi la domanda diversificata di beni di maggiore qualità non si arrestò grazie alla formazione di gruppi
sociali ad elevata istruzione e con nuovi stili di vita e modelli di consumo.
Tuttavia, si aprirono nuove possibilità per le imprese nel campo dell’offerta di beni più personalizzati e di
qualità grazie all’introduzione di nuove tecnologie. Ciò permise una riduzione dei costi della produzione
flessibile. Accanto a queste strategie che puntano a una produzione flessibile ve ne sono altre che cercano
di ridefinire il modello fordista con le produzioni flessibili di massa sia nei paesi più sviluppati che in quelli in
via di sviluppo.

Modelli per affrontare il post-fordismo


Produzioni flessibili di massaà strategie di adattamento “neofordiste” che mirano ad incrementare le
varianti di un prodotto senza abbandonare il modello che prevede la separazione tra la concezione,
l’esecuzione e un’organizzazione del lavoro rigida. Lo sviluppo dei prodotti resta centralizzato anche se si
cerca di accorciare i tempi grazie alle nuove tecnologie. L’innovazione principale si ha nella fase produttiva,
attraverso un processo di automazione programmabileà risparmio di lavoro, riqualificazione e
coinvolgimento più limitato della manodopera. Si parla di forme di ‘neoTaylorismo informatizzato’.
Attraverso la multinazionalizzazione si cerca una sorta di adattamento del modello fordista, un mercato in
crescita e dei bassi costi di lavoro, su un fronte, decentrando, sull’altro, concentrandosi
sull’informazionalizzazione.

Modelli produttivi flessibilià in questa prospettiva, dal contribuito di Piore e Sabel, si vede contrapporre
al modello della specializzazione flessibile (beni non standardizzati grazie a manodopera più qualificata e
macchine utilizzabili per modelli diversi) il modello fordista della produzione di massa (beni standardizzati
grazie a macchine specializzate e manodopera semiqualificata).
Le nuove tecnologie comprimono il costo della produzione flessibile e diversificata facendo emergere una
sorta di modello “neoartigianale” che permette al lavoratore di intervenire sul flusso grazie alla tecnologia
e alle nuove possibilità innovative. Si vede come la specializzazione flessibile coinvolge anche le grandi
imprese in trasformazione, come quella tedesca e giapponese.
Vi sono alcuni fattori istituzionali che facilitano il costruirsi di forme di cooperazione management-
lavoratori e tra le imprese, necessari per il funzionamento dei modelli flessibili a elevata capacità
innovativa. Non c’è più la grande impresa fordista che si adegua inserendo flessibilità ma abbiamo
un’impresa che per anticipare i bisogni degli individui permette alle unità che compongono la filiera di
cooperare a livello orizzontale à collaborazioni pragmatiche. Questa apertura della filiera è costosa dal
punto di vista dell’efficacia e spesso questa si basa sulla fiducia. Si sottolinea, però, che non sempre queste
collaborazioni sono esternalizzate.

Produzione e mercati internazionali à in questa prospettiva, la capacità dell’impresa di competere sul


mercato internazionale diventa decisiva per lo sviluppo economico e per l’occupazione. È in questo quadro
che l’analisi della VdC mette a fuoco la diversità di reazione dei capitalismi nazionali a queste nuove sfide.
La moderazione salariale e il controllo dell’inflazione, ottenuti attraverso accordi centralizzati non sono più
sufficienti a sostenere l’occupazione, ora il governo e le grandi organizzazioni degli interessi devono
concentrarsi su altre misure (neo-corporativismo).
L’occupazione dipende sempre di più dalla capacità delle imprese di innovare, mantenere e accrescere le
quote del mercato internazionale. Ciò richiede che il contesto istituzionale favorisca lo spostamento verso

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produzioni flessibili e di qualità, atte a ridurre la competizione di prezzo che viene dai paesi in via di
sviluppo, con bassi costi del lavoro.
Un conto è negoziare tra Stato e associazioni in tutela degli interessi (in primis quella dei lavoratori) ma qui
siamo nel caso in cui si inserisce un attore che con la propria supervisione controlla l’innovazioneà
iniziamo a parlare di sistema-paese.
Si modifica di conseguenza anche il quadro dei fattori causali -delle variabili indipendenti- e si estende dalle
istituzioni che influiscono sulle politiche macroeconomiche e sul controllo del costo aggregato del lavoro a
quelle che condizionano l’innovazione delle imprese a livello micro: la finanza, i meccanismi di governo
delle imprese, il ruolo del management, la regolazione dei rapporti di lavoro a livello dell’impresa, la
formazione della manodopera e i servizi dell’impresa.
È proprio la diversità dell’ambiente istituzionale che porta i modelli di capitalismo nazionale a rispondere
diversamente in termini di capacità di adattamento al mercato internazionale. Cambiano i pilastri che non
hanno più una funzione di contorno ma una funzione strategica.
Secondo lo studio sulla VoC la situazione dei paesi più sviluppati può essere ricondotta ad alcuni modelli
idealtipici.
Già Shonfield aveva individuato una tipologia di modelli di regolazione, distinguendo tra paesi liberali,
corporatisti e statalisti. Soskice e Hall, invece, fanno una distinzione tra economie coordinate di mercato
ed economie non coordinate di mercato. Le economie coordinate di mercato sono caratterizzate da un
sistema di regolazione in cui il ruolo del mercato è più limitato rispetto a quello dello Stato, delle
associazioni e delle forme di solidarietà a base comunitaria. I Paesi che si avvicinano a questo modello sono
più che altro quelli dell’Europa centrosettentrionale come la Germania, la Svizzera, l’Austria, l’Olanda, i
paesi scandinavi e anche il Giappone.
Il secondo modello nel quale, invece, il ruolo di regolazione del mercato resta ancora ampio comprende i
Paesi anglosassoni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada.
Questa differenziazione tra i due modelli è ripresa da altri lavori come quello di Albert che individua due
ideal-tipi di capitalismo: il modello anglosassone e quello germano-nipponico (renano)- utilizzando la
comparazione a fini descrittivi e interpretativi per mostrare i vantaggi e svantaggi dei due modelli. Albert
vede che nell’economia coordinata (tipo renano) viene offerto un’ambiente istituzionale più favorevole
all’innovazione e tramite questo, si cerca di chiarire le basi istituzionali del successo economico del
Giappone e della Germania negli anni Ottanta.

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Eco coordinate: un aspetto che influenza la
competizione dei lavoratori e la possibilità che questi
acquisiscano la polivalenza che li metta in grado di
svolgere compiti diversi e partecipare attivamente
alla produzione è la regolazione della formazione
professionale.

Le reti fiduciarie, di relazione sono rapporti


informali che diventano rilevanti nelle economie
non coordinate di mercato dal momento in cui
non vi sono sempre rapporti formali
istituzionalizzati e disciplinati a livello macro
(gioco della fiducia, trustgame).

VdC Modelli e trasformazioni del capitalismo contemporaneo


Nel corso degli anni Ottanta, lo scambio politico e la concertazione entrarono ovunque in una fase di
declino, anche sull’onda della de-regulation neo-liberista.
Alcuni governi (prima tra tutti quello britannico) privilegiarono le politiche monetariste e di de-regolazione,
anche a rischio di uno scontro frontale con i sindacati. Quanto più ci muoviamo nel modello più rischiamo la
frammentazione. A questa frammentazione corrisponde una diversa divisione delle forme di
organizzazione. Alla de regulation corrisponde una successiva regolazione. Inoltre, a seguito del profondo
rinnovamento del sistema produttivo, le imprese divennero le protagoniste del riaggiustamento
economico, pertanto il centro di gravità delle relazioni industriali si spostò inevitabilmente dall’arena
politica ai luoghi di lavoro. In questo processo il requisito chiave divenne quello della flessibilità (entrata e
uscita dal mondo del lavoro, tutela del lavoratore, etc.), che finì con il superare in importanza anche quello
del contenimento salariale.

A patire dagli anni Novanta, tuttavia, questa tendenza è sembrata rovesciarsi, per effetto di un crescente
ricorso a “patti sociali” centralizzati con l’obiettivo di far recuperare competitività alle economie nazionali.
Questo rovesciamento è stato particolarmente evidente in Italia, dove i governi hanno concluso con le parti
sociali importanti accordi triangolari* sulle politiche dei redditi e hanno negoziato con successo leggi di
riforma della sicurezza sociale e del pubblico impiego.

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Ma numerosi altri paesi europei hanno intrapreso esperienze di concertazione, in larga misura nel tentativo
di rispettare quei criteri di convergenza che, prima e dopo Maastricht, hanno guidato il processo di
unificazione economica europea, la regolazione concertata dell’economia acquisì nuova forza
particolarmente nei paesi che da quei criteri erano lontani. Si tratta di uno strumento relativamente
semplice da gestire e di effetto sicuro.

*accordi triangolari à es. lavoratori, impresa, stato

Negli anni ’70, il problema cruciale per i governi era quello di impedire che il potere dei sindacati venisse
utilizzato in modo eccessivamente dannoso per il sistema economico.
I loro obiettivi principali erano:
- il raggiungimento della pace sociale nei luoghi di produzione
- il contenimento dell’inflazione

In questa prospettiva, il coinvolgere i sindacati nella formazione delle politiche pubbliche appariva lo
strumento più adeguato, almeno sino all’affermarsi di approcci neo-liberisti.
I patti sociali degli anni Novanta hanno invece avuto luogo in un contesto profondamente mutato, in cui le
imprese avevano ormai riacquisito l’egemonia nelle relazioni industriali e le loro esigenze di contenimento
dei costi e di flessibilizzazione del lavoro sembravano coincidere con gli imperativi posti alle economie
europee dalla globalizzazione e dal processo di unificazione monetaria.

Due esempi di questi interventi: accordo interconfederale 23 luglio 1993 e pacchetto TREU 1997
(incentrato sulla flessibilità)

Nella seconda metà degli anni ‘90 e agli inizi del nuovo secolo, la situazione economica dei
principali paesi europei e le priorità dei rispettivi governi (anche di quelli che avevano fatto ampio
ricorso ai patti sociali) cambiano profondamente à peggiora la performance dei mercati del lavoro
europei afflitti da disoccupazione e rigidità.

Le priorità dei governi europei e, in modi differenti anche delle parti sociali, diventano comunque la
riforma del mercato del lavoro e dei sistemi di sicurezza sociale.
à questi due temi entrano nell’agenda della concertazione, dove sostituiscono gradualmente le
politiche dei redditi.

Tuttavia, riforma del mercato di lavoro e del welfare è obiettivo assai più complesso e difficile da
raggiungere per via concertata che non le tradizionali politiche dei redditi.

Spazio sociale in cui si affermano riforme e interventi à relazioni industriali


Che cos’è un sistema di relazioni industriali?

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Una rete di rapporti fra attori individuali (imprenditori, lavoratori), collettivi (associazioni di rappresentanza
degli interessi) e pubblici (istituzioni statali e/o di altra natura territoriale) attraverso cui si stabiliscono le
regole e la prassi che regolano le prestazioni lavorative dei dipendenti e la loro remunerazione.
- Nei paesi industriali avanzati si sono costituiti sistemi di relazioni industriali articolati e volti alla
tutela contrattuale dei rappresentanti di lavoro e la sua stabilizzazione.
- Se nella grande fabbrica l’organizzazione del lavoro era un sistema di regole relativamente
uniformi, i sistemi di relazioni industriali che le corrispondevano consistevano nella contrattazione
di queste regole secondo criteri altrettanto uniformi e standardizzati.

Attori individuali
Organizzazioni che ne
tutelano gli interessi

Il rapporto segnato dalle frecce verticali è un rapporto di rappresentanza fra attori individuali ed
organizzazioni che ne tutelano gli interessi (piano collettivo). Fino a qui le relazioni sono bilaterali.
Anche gli attori individuali, datori di lavoro e lavoratori interagiscono tra loro ma nella maggior parte dei
casi lo fanno tramite le associazioni che rappresentano il loro interesse, soprattutto nel caso dei secondi
che hanno minor potere contrattuale e quindi si uniscono in rappresentanze e sindacati per rafforzare la
loro tutelaà relazioni accentrate. Le grandi imprese possono far valere il loro potere contrattuale anche
mediante rapporti diretti con i sindacati o con le rappresentanze aziendali dei lavoratori e in questo caso
parliamo di relazioni industriali decentrante.
Parliamo di concertazioni quando interviene un terzo attore (es. stato a livello macro)

Tre tipi di rapporti industriali

Possiamo delineare tre tipi principali di relazioni industriali bilaterali (cioè di rapporti fra associazioni di
rappresentanza o fra sindacati e singole imprese:
1) Forme di sola rivendicazione o di sola imposizione (antagonista)
2) Compromesso e formazione congiunta delle decisioni (rapporti negoziali) à tutela dei lavoratori
da parte del sindacato
3) Forme di partecipazione alla gestione d’impresa

A un estremo rapporti conflittuali, all’altro, rapporti di cooperazione o forme di partecipazione dei


rappresentanti dei lavoratori alla gestione dell’impresa. I diversi sistemi di relazioni industriali sono
caratterizzati da un diverso tasso di conflitto e di cooperazione, ma né il primo né il secondo possono mai
essere completamente eliminati. Il conflitto trova infatti la sua fonte potenziale inesauribile nella
strutturale divergenza degli interessi distributivi fra datori e prestatori di lavoro, la cooperazione, dal canto

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suo, trova le sue radici nell’interesse comune de datori e dei prestatori di lavoro alla sopravvivenza
dell’impresa perché fonte di reddito per entrambi.
Nelle contrattazioni collettive si presenta un duplice vantaggio per gli attori delle relazioni industriali perché
questa da un lato, fornisce la possibilità di un compromesso fra le opposte esigenze delle parti e dall’altro,
rappresenta un metodo di formazione congiunta delle decisioni dove si coniuga efficienza e consenso.

Le relazioni triangolari vedono la partecipazione dei governi ad accordi con le associazioni di


rappresentanza degli interessi. In tal caso, tuttavia, che si parli di concertazione o di scambio politico o,
come più di recente, di patti sociali, il contenuto degli accordi va al di là della regolazione dei rapporti di
lavoro per investire aspetti significativi del governo dell’economia.
Il campo di studio delle relazioni industriali è multidisciplinare ed è in questo campo che si sono mossi i
sociologici dell’economia. Il loro contributo nell’analisi delle relazioni industriali è stato soprattutto quello
di spostare l’attenzione dalle variabili indipendenti di tipo economico a quelle di natura sociale, politica e
organizzativa.

Nell’asse verticale troviamo i tre tipi di soggetti che possono regolare il rapporto di lavoro.
Innanzitutto, gli attori individuali, quali i datori di lavoro nei rapporti diretti con i propri dipendenti. In
secondo luogo, gli attori collettivi: tipicamente, le associazioni di rappresentanza degli interessi che cercano
di far prevalere forme collettive di regolazione. Infine, gli attori istituzionali ovvero le diverse istituzioni
pubbliche che regolano il rapporto di lavoro direttamente o coinvolgendo le associazioni di rappresentanza.
Ciascuno di questi attori può utilizzare differenti modalità di regolazione (asse orizzontale), che vanno
dall’esercizio unilaterale del proprio potere alla ricerca di compromessi che tengano conto dei diversi
interessi e dei rapporti di forza, fino a una modalità cooperativa, nella quale l’attenzione agli obiettivi
condivisi prevale sulla massimizzazione degli interessi di parte.
Si può notare che i nove modelli di regolazione presentati sono solo tipi ideali, che hanno avuto gradi
diversi di diffusione nei diversi paesi e periodi storici, e che hanno conosciuto numerose varianti. Tuttavia,
queste tipologie ci servono per descrivere le tendenze di mutamento.
I modelli presenti nella prima colonna di sinistra hanno caratterizzato il periodo pre-fordista, la diffusione
del fordismo porta però al loro graduale abbandono e al generale predomino di contrattazioni collettive.
Ancora più residuale diventa la regolazione corporativa che rimase solo negli ordini professionali.
Infine, la regolazione legislativa si rivela uno strumento spesso generico per disciplinare la varietà dei
rapporti di lavoro, persino nell’epoca fordista venne limitata alla regolamentazione di aspetti generali quali
i diritti fondamentali dei lavoratori, la durata della settimana lavorativa etc.

La contrattazione collettiva diventa il metodo dominante di regolazione del lavoro, perché si rivela quello
più efficiente nell’epoca fordista-taylorista, caratterizzata da una forza lavoro omogenea, i cui interessi si
prestavano ad esser rappresentati e mediati collettivamente.

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A differenza della regolazione legislativa, la contrattazione può tener conto delle differenze fra settori, zone
geografiche, figure professionali e singole imprese.
Sull’altro versante, diverse forme di cooperazione rimangono in vita o sono create senza ostacolare il ruolo
della contrattazione collettiva e contribuendo anzi, a rafforzarlo.

Stile e rapporti regolativi

Contrattazione collettiva à l’insieme dei rapporti negoziali (più o meno formali) che intercorrono tra
sindacati ed imprese (e/o lo Stato come datore di lavoro) in ordine alla regolamentazione del rapporto di
lavoro. Configurazione/struttura fondamentale su cui si fondano i moderni sistemi di RI.
- rappresenta il principale strumento di azione per il sindacato industriale
Struttura contrattuale à rete relativamente stabile di rapporti di interdipendenza che intercorrono, in
senso orizzontale, fra i diversi soggetti della contrattazione (con diversi ruoli socio-economici) e, in senso
verticale, all’interno degli stessi soggetti (fra i livelli delle organizzazioni)

Se modello molto decentrato si va verso l’importanza a livello territoriale.


Il decentramento può essere coordinato dallo Stato o meno.
Modello cornice e modello default.
Quanto più introduciamo criteri di classificazione, più ampia sarà la varietà.

Due indicatori opposti per cercare di classificare:

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Famiglie di modelli

Classificazione più accettata:


Capitalismo nordico (della crescita inclusiva)à stato ruolo proattivo fondamentale,
mercato del lavoro flessibile (soprattutto in entrata), welfare state molto universalistico
Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia
Capitalismo continentale à forme di flessibilità affiancate da forte partecipazione al
mondo del lavoro. La flessibilità diventa molto selettiva. Selettività anche nel welfare
Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Austria
Capitalismo anglosassone (detto anche crescita con disuguaglianza), welfare selettivo ma
più ridotto, elevata flessibilità in uscita
Regno Unito, Irlanda + USA, Nuova Zelanda, Australia, Canada
Capitalismo mediterraneo (capitalismo dell’insicurezza senza?), flessibilità=precarietà
Italia, Spagna, Portogallo, Grecia

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Quando si cerca una descrizione dei passaggi causali che portano ad un fenomeno aggregato, si possono
usare anche questi indicatori:
- Centralità/decentralità industriali
- welfare

Differenza tra economie coordinate e non coordinate di mercato.


Hall e Soksice e successivamente Albert fanno una chiara distinzione tra economie coordinate di mercato
(modello renano) ed economie non coordinate di mercato (modello anglosassone).
Le economie coordinate di mercato sono caratterizzate da un sistema di regolazione in cui il ruolo del
mercato è più limitato rispetto a quello dello Stato e delle associazioni e i Paesi che si avvicinano a questo
modello sono principalmente il Giappone e la Germania. Il secondo modello nel quale, invece, il ruolo di
regolazione del mercato resta ancora ampio comprende i Paesi anglosassoni come gli Stati Uniti, Gran
Bretagna e l’Irlanda. Una principale distinzione si vede negli attori chiave, dove dal lato delle economie
coordinate hanno un peso preponderate gli stakeholder e dall’altro, gli shareholders.
Un’altra distinzione è fondata sul concetto d’impresa che, nelle economie coordinate è vista come una vera
e propria comunità d’interessi e nelle economie non coordinate come una rete di contratti volta alla max
del profitto a breve. Altre differenze risiedono nella formazione professionale che, da un lato è incentivata
e offerta come servizio al pubblico e da cui si hanno effetti positivi anche sulla regolamentazione dei
rapporti di lavoro, dall’altro lato è affidata all’impresa, è poco incentivata ed assume le connotazioni del
problema del bene pubblico, dove non si ha interesse nel produrlo ma è necessario per l’innovazione e il
benessere. Inoltre, nelle economie coordinate oltre lo stato che funge da regolatore dei rapporti di lavoro,
fondamentali sono anche le reti di cooperazione basate su rapporti informali, invece, nelle economie non
coordiante i sistemi di regolazione dei rapporti sono caratterizzati dalla debolezza dei sindacati e dalle
norme giuridiche che hanno bassi vincoli sulla licenziabilità della manodopera e sono poveri di rapporti
formali o informali e trovano cosi difficoltà nello sviluppare forme di cooperazione e coinvolgimento dei
lavoratori. Altra distinzione si vede nei sistemi di relazioni industriali che, nelle economie coordinate sono
forme di controllo centralizzato legate tra sindacati, organizzazioni imprenditoriali e governi e dall’altro
sono caratterizzate da un debole ruolo delle organizzazioni sindacali.

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