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La Shoah

IPerTesTo
POTERI

nell’Europa dell’Est
E CONFLITTI

Eccidi ed esecuzioni di massa


Nella loro azione in urss, esercito ed Einsatzgruppen furono assistiti da varie altre forze te- Riferimento
desche, tra cui reparti ss della Polizia di sicurezza e undici battaglioni (circa 5500 uomini) del- storiografico 1
la cosiddetta Ordnungpolizei, (Polizia d’ordine) costituiti sia da elementi richiamati, ma trop- pag. 14
po anziani per il servizio in prima linea, sia da giovani volontari. Molti di questi reparti si mac-
chiarono di violenze efferate contro la popolazione civile sovietica e nei confronti degli ebrei.
Tra il 24 e il 27 giugno 1941, un reparto della Polizia di sicurezza di Tilsit (l’attuale sovetsk,
in russia) attraversò il confine con la Lituania e uccise 526 ebrei (comprese 2 donne) nelle
città di Garsden (Gargzdi), Krottingen (Kretinga) e Polangen (Palanga). si trattò di uno dei
primi crimini compiuti dai nazisti in territorio sovietico. L’azione non fu ordinata dall’alto,
ma nacque spontaneamente – dopo che si era sparsa la voce che in quella zona opera-
vano dei partigiani comunisti – e fu approvata a tutti i livelli: dapprima dal comandante

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dell’Einsatzgruppe A (Franz stahlecker) e poi (il 30 giugno) da Himmler e Heydrich.
A partire dal 29 giugno, si verificò una terribile serie di violenze anche a Leopoli (Lwów), ➔Violenze nella
nella porzione di Polonia aggregata all’ucraina. Prima di fuggire in tutta fretta, la poli- Polonia orientale
zia politica comunista aveva ucciso circa 5000 elementi controrivoluzionari detenuti nel-
le carceri della città. All’arrivo dei tedeschi, questo massacro compiuto dai sovietici ven-
ne reso pubblico; per vendicare le vittime, in nome della consueta equiparazione tra ebrei
israeliti e comunisti, una milizia nazionalista ucraina rapidamente costituitasi cominciò 1
a dar la caccia agli ebrei per le strade, uccidendone 4000 in tre giorni.

La Shoah nell’Europa dell’Est


Il 27 giugno 1941, un altro eccidio particolarmente spietato fu compiuto dalla polizia, a
Bialystock, città situata nella porzione di Polonia occupata dai sovietici. Il reparto uccise
circa 2000 ebrei; 700 di essi furono ammassati in una delle sinagoghe della città, che ven-

Soldati tedeschi
osservano un villaggio
sovietico devastato
dalle fiamme,
fotografia del 1941.

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


ne incendiata. Chi tentava di fuggire era colpito con raffiche di mitra e bombe a mano. L’a-
zione di Bialystock vide l’assassinio anche di numerose donne e bambini, che altri reparti,
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invece, per il momento risparmiavano. si trattò di un’iniziativa personale di un subordinato,


che agì senza ordini precisi, ma dettato da un preciso convincimento ideologico.
Azione spontanea, dettata dall’iniziativa individuale o dal fanatismo ideologico, e impulso
➔Iniziative dal Centro, in questa prima fase caotica della Shoah non sono sempre facilmente distin-
individuali e guibili. In effetti è possibile che Himmler, in questo caso, non solo abbia a posteriori ap-
impulso dal centro provato l’azione, ma ne abbia addirittura tratto un insegnamento. Infatti, si rese conto
che gli uomini ai suoi ordini (o per lo meno alcuni di essi) erano disponibili ad azioni sem-
pre più radicali. Pertanto l’8 luglio, mentre era personalmente a Bialystock, ordinò l’uc-
cisione di alcune migliaia di ebrei sia in quella città sia a Brest-Litovsk (situata più a sud).
Le paludi del fiume Pripjat si trovano a est di Lublino e a sud-est di Brest-Litovsk, ai con-
fini tra la Bielorussia e l’ucraina. Fin dalle prime settimane di guerra, questi acquitrini,
molto difficili da attraversare con veicoli motorizzati, divennero un rifugio privilegiato
per i partigiani e per tutti coloro (soldati che non volevano cadere prigionieri, ebrei in
fuga, civili terrorizzati ecc.) che cercavano di sfuggire agli occupanti tedeschi. Il 19 luglio
1941, Himmler ordinò il trasferimento in quella regione di due reggimenti di cavalleria
delle ss per rastrellarla a tappeto. Gli ordini iniziali prevedevano la fucilazione di tutti i
maschi adulti e la deportazione delle donne e dei bambini; il 29 luglio, però, Himmler
ordinò la deportazione nelle paludi delle ebree rastrellate. Ancora una volta, era una for-
mula vaga, che tuttavia, di fatto, apriva la strada a un’importante escalation, cioè all’uc-
cisione anche delle donne ebree.
L’azione di rastrellamento (guidata sul campo dagli Sturmbannführer Gunther Lombard e
UNITÀ IX

➔Donne e bambini Bruno Magill) ebbe inizio il 30 luglio e durò fino all’11 agosto. Col pretesto che si tratta-
va comunque di partigiani pericolosi e che la zona andava pacificata definitivamente, si pro-
cedette in modo drastico, uccidendo anche moltissime donne e numerosi bambini. secondo
il rapporto steso dallo Standartenführer Hermann Fegelein (comandante in capo della Bri-
2 gata di Cavalleria ss), vennero uccisi 1001 partigiani, 699 soldati dell’Armata rossa e 14 718
saccheggiatori (cioè, di fatto, ebrei).
LO STERMINIO DEGLI EBREI

La Shoah in Ucraina
ormai la politica di sterminio totale era iniziata: infatti, il 29-30 settembre, fu eseguita
l’operazione più massiccia della prima fase della shoah: 33 771 ebrei furono uccisi a
Babij Jar, vicino a Kiev.
La maggior parte dei reparti operativi degli Einsatzgruppen compiva le sue azioni in zone
che dipendevano dall’esercito tedesco. Alcuni distaccamenti dei gruppi C e D, impegnati
in Ucraina e nella russia meridionale agivano però nei settori assegnati a ungheresi e ru-
meni, che dunque si trovarono ad affrontare un problema inatteso. Mentre gli unghere-
si non collaborarono volentieri, i rumeni, al contrario, furono disponibili e intraprendenti.
➔Odessa Gli eccidi più gravi si verificarono a odessa, dove viveva la più importante comunità ebrai-
ca dell’unione sovietica. La città fu conquistata dalla quarta armata romena il 16 otto-
bre 1941, dopo un lungo assedio.
La sera del 22 ottobre, dei partigiani fecero saltare in aria il quartier generale rumeno in
via engels, uccidendo una quarantina di militari, tra cui il generale Glogojanu, coman-
dante della ventesima divisione, e tutto il suo stato maggiore. Per rappresaglia, i rumeni
fucilarono e impiccarono subito migliaia di ebrei e comunisti. Ma da Bucarest, il mare-
sciallo Ion Antonescu, dittatore della romania, ordinò di giustiziare 200 comunisti per
ogni ufficiale, rumeno o tedesco, vittima dell’esplosione, e 100 per ogni soldato.
Il 24 ottobre, 30-40 000 ebrei furono condotti alla fattoria collettiva di Dalnik, situata a una
quindicina di chilometri a ovest della città, per essere fucilati ai bordi dei fossati anticarro.
Inizialmente, l’operazione fu condotta per gruppi di 40-50 vittime. un numero imprecisa-
to di persone, però, venne ammassato in quattro fienili di grandi dimensioni: dapprima fu-
rono mitragliate attraverso le feritoie dei muri; infine, gli edifici vennero dati alle fiamme.
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DOCUMENTI

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L’eccidio di Babij Jar, in una
ricostruzione tedesca
In qualità di membro del Sonderkommando 4a (speciali gruppi di deportati costretti a collaborare
con le autorità naziste nei campi di sterminio), dell’Einsatzgruppe C, Kurt Werner testimoniò dopo la guer-
ra e descrisse in modo particolareggiato le modalità con cui fu condotto il massacro dei 33 771 ebrei
a Babij Jar (vicino a Kiev, in Ucraina) il 29-30 settembre 1941.
L’intero commando, ad eccezione di una sentinella, si mise in marcia quel giorno verso
le 6 di mattina, diretto al luogo di queste esecuzioni. Io ero su un camion. Si doveva portar
via tutto quello che era disponibile. Proseguimmo per venti minuti in direzione nord e ci fer-
mammo su una strada lastricata fino in aperta campagna, dove terminava. Là era riunito un
grandissimo numero di ebrei ed era stato anche disposto un luogo dove gli ebrei dovevano
depositare gli abiti e il bagaglio. Dopo un chilometro vidi una grande voragine naturale. Il ter-
reno era sabbioso. La voragine era profonda circa 10 metri, lunga circa 400, larga in alto
circa 80 metri e in basso 10.
Subito dopo il mio arrivo sul terreno delle esecuzioni dovetti scendere con altri camerati
in questa conca. Non passò molto tempo che già i primi ebrei ci vennero condotti giù per
le pareti della voragine lungo le quali dovettero sdraiarsi faccia a terra. Nella conca si tro-
vavano tre gruppi di tiratori, in tutto 12. Gli ebrei venivano condotti di corsa, tutti assieme,
dall’alto verso questi tiratori. Gli ebrei che seguivano dovevano sdraiarsi sui cadaveri di quelli
precedentemente fucilati. I tiratori stavano di volta in volta dietro gli ebrei e li uccidevano con
colpi alla nuca. Mi ricordo ancora oggi in quale stato di terrore cadevano gli ebrei che di lassù,

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Quale tipo di disagio
sull’orlo della voragine, potevano per la prima volta scorgere i cadaveri sul fondo: molti gri-
davano forte per lo spavento.
Non ci si può nemmeno immaginare quale forza nervosa richiedesse eseguire laggiù indica l’espressione
quella sporca attività. Era una cosa raccapricciante... Dovetti rimanere tutta la mattina giù «Non ci si può
nemmeno
nella voragine. Lì dovetti continuare a sparare per un certo tempo, poi fui impegnato a riem-
immaginare quale
pire di munizioni i caricatori della pistola mitragliatrice. Durante questo tempo furono impiegati forza nervosa
altri camerati come tiratori. Verso mezzogiorno fummo fatti uscire dalla conca e nel pome- richiedesse eseguire 3
riggio io, con altri, dovetti condurre gli ebrei fino alla conca. In questo tempo altri camerati laggiù quella sporca
sparavano giù nella conca. Gli ebrei venivano condotti da noi fino all’orlo della conca e da attività»?
In che modo le

La Shoah nell’Europa dell’Est


lì correvano giù da soli lungo il pendio. Tutte le fucilazioni di quel giorno possono essere du-
rate all’incirca fino... alle 5 o alle 6 di sera. In seguito fummo riportati nel nostro alloggiamento.
autorità cercano
Quella sera fu nuovamente distribuito del liquore (grappa). di attenuare nei
e. KLee, W. DresseN, V. rIess, «Bei tempi». Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi l’ha eseguito poliziotti il «disagio
e da chi stava a guardare, La Giuntina, Firenze 1990, pp. 56-57, trad. it. P. BusCAGLIoNe CANDeLA di uccidere»?

19 settembre 1941:
la città di Kiev cade
in mano alle truppe
tedesche.

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La Shoah nei Paesi Baltici
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Al momento dell’attacco tedesco, la Lituania contava circa 2 milioni di lituani e 250 000
➔Il trauma ebrei. In Lettonia, invece, abitavano circa 1 600 000 lettoni e 95 000 israeliti. Lituani e
del 1939 lettoni avevano vissuto come un vero trauma l’invasione russa del 1939 e l’annessione al-
l’urss dell’anno seguente, accompagnate da massicce deportazioni in siberia di intellet-
tuali ed elementi giudicati nemici del nuovo regime. Lituani e lettoni, pertanto, accol-
sero i tedeschi come dei liberatori e collaborarono apertamente con loro nell’eliminazio-
ne di tutti i comunisti. sollecitati dagli ufficiali degli Einsatzgruppen, nazionalisti lituani
e lettoni organizzarono anche dei grandi massacri di ebrei. stando ai rapporti inviati a Ber-
lino, nella sola Kaunas (in Lituania), nella prima settimana di occupazione tedesca ven-
nero uccisi 3800 ebrei; nei giorni seguenti, una sorte simile toccò ad altre 1200 persone
in varie cittadine o villaggi del Paese, prima ancora che i nazisti si assumessero personal-
mente su vasta scala il ruolo di carnefici.
A fine estate, i nazisti istituirono ghetti a Kaunas, a Vilnius, a Riga e in altre città. In
➔Fosse comuni apparenza, la procedura assomigliava a quella adottata in Polonia due anni prima. In
realtà, in Lituania e in Lettonia, i nazisti decisero precocemente di eliminare tutti co-
loro che non ritenevano utili per lo sforzo bellico. Pertanto, fin dall’ottobre 1941 i ghet-
ti furono oggetto di alcune brutali epurazioni. Gli inabili al lavoro di Vilnius furono
condotti in una foresta, a una decina di chilometri dalla città, nei pressi di una loca-
lità per villeggiatura chiamata in vari modi – Paneriai (in lituano) o Ponary (in tede-
sco) – e fucilati in grandi fosse comuni. Gli ebrei di Kau-
nas, invece, furono uccisi in massa nei pressi del Forte IX,
UNITÀ IX

una delle strutture militari che l’esercito zarista aveva co-


struito a difesa della città, prima della Grande Guerra.
All’inizio di novembre, il comandante dell’Einsatzgruppen
C Friedrich Jeckeln fu convocato a Berlino, ove Himmler
4 gli comunicò che riga era stata scelta come meta per un
elevato numero di ebrei, che sarebbero stati deportati dal
reich; quindi, occorreva svuotare il ghetto della capitale
LO STERMINIO DEGLI EBREI

lettone. Giunto a riga il 13 novembre, Jeckeln si affrettò


a trovare un luogo adatto alle fucilazioni e scelse la fore-
sta di Rumbula, a sedici chilometri dalla capitale letto-
ne. Il 30 novembre, 13 000 ebrei fecero a piedi, a grup-
pi di cinquanta, il tragitto che separava il ghetto dalla fo-
resta. Qui erano state predisposte, da 300 prigionieri rus-
si, sei grandi fosse, lunghe dieci metri e profonde tre me-
tri circa. Le vittime furono costrette a stendersi prone sui
cadaveri dei morti o degli agonizzanti, prima di essere
uccise con un colpo alla nuca. Con modalità simili, in
un’ulteriore violentissima azione compiuta tra l’8 e il 9
dicembre, furono uccisi a rumbula altri 25 000 ebrei
di riga.
Jeckeln aveva già diretto numerose stragi in ucraina oc-
cidentale: comandava uno speciale reparto di Waffen
ss [ss combattenti, dotati di armi pesanti, n.d.r.] che
rispondeva del suo operato direttamente a Himmler e
Manifesto antisemita che operò con particolare brutalità. si ha l’impressione che Jeckeln sia stato utilizza-
nazista del 1941 diretto to da Himmler come una specie di apripista, di sperimentatore di modalità sempre
a ottenere il sostegno
della popolazione più estreme di intervento contro gli ebrei. Per questo motivo, probabilmente, fu scel-
lituana. Le scritte più to proprio lui quando si trattò di condurre la grande azione contro il ghetto di riga.
visibili recitano: Tra il 15 e il 17 dicembre, circa 3000 ebrei furono uccisi anche a Liepaja, in Letto-
«Gli ebrei – Il tuo nia, sulla costa del Mar Baltico. stranamente, di questo episodio della Shoah si è con-
eterno nemico» e
«Stalin e gli ebrei – servata un’ampia documentazione fotografica, che ritrae soprattutto donne, anziani
unica banda criminale». e bambini.
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La ricerca di nuove tecniche per lo sterminio

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Arthur Nebe era il comandante dell’Einsatzgruppe B, che operò in Bielorussia. Nel set- Riferimento
tembre 1941, ormai consapevole del crescente disagio psicologico delle sue truppe, quan- storiografico 2
do ricevette l’ordine di eliminare i malati dell’ospedale psichiatrico di Minsk, fece rin- pag. 16
chiudere 25 pazienti in due bunker predisposti nella foresta e ne ordinò la distruzio-
ne con l’esplosivo. L’esperimento fallì clamorosamente, in quanto solo una parte dei
malati morì immediatamente; una seconda più massiccia dose di esplosivo, invece, pro-
vocò un orribile spargimento di resti umani sull’intera area. Nebe era assistito in que-
sti esperimenti dal dottor Albert Widman, chimico delle ss in servizio presso la poli-
zia criminale.
Pare sia stata sua l’idea di usare il gas di scarico di un veicolo a motore (cioè, il mo- ➔Monossido
nossido di carbonio) come strumento omicida, nell’esecuzione dei malati di mente del ma- di carbonio
nicomio di Mogilev (città che si trova nell’attuale Bielorussia) che ebbe luogo, sempre nel
settembre 1941, qualche giorno dopo il fallito esperimento di Minsk.
A Mogilev, un gruppo di malati fu collocato in una stanza sigillata. Dall’esterno fu im-
messo il gas di due automobili e poi anche di un autocarro. I pazienti morirono nel
giro di dieci minuti circa; quella di Mogilev può essere considerata la prima camera
a gas, funzionante secondo le stesse modalità che saranno poi attivate nei grandi cen-
tri di sterminio di Belzec, sobibor e Treblinka.

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Un soldato
tedesco durante
un’operazione di
rastrellamento in
un villaggio russo.

La Shoah nell’Europa dell’Est

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Nel 1940, in Prussia orientale e in Pomerania (in quello che, prima della guerra, era chia-
mato il corridoio di Danzica) per uccidere i malati di mente era già stato utilizzato un fur-
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gone che, di fatto, era una camera a gas mobile. Il camion era mascherato da una scritta
commerciale (Kaisers-Kaffee); in realtà, all’interno del cassone, era immesso del monos-
sido di carbonio, prelevato da apposite bombole.
L’esperimento di Mogilev dimostrò che il gas poteva essere introdotto direttamente dal
tubo di scappamento del veicolo, risparmiando gli ingombranti contenitori. Nacquero
così i cosiddetti Gaswagen (dei grandi autocarri) che vennero prodotti in vari mo-
delli, adattati e migliorati sulla base dell’esperienza e delle esigenze.
I camion-camera a gas (ufficialmente denominati Spezialwagen, cioè veicoli speciali, o S-
Wagen) furono impiegati in ucraina, in Bielorussia e in serbia (per eliminare 5-6000 ebrei
a Belgrado, marzo-maggio 1942). L’impiego più sistematico, tuttavia, si ebbe nel

Esperimenti: verso le camere a gas DOCUMENTI


Le uccisioni di Mogilev: la prima camera a gas
I primi esperimenti con il monossido di carbonio furono compiuti a Mogilev (Bielorussia) da Arthur
Nebe, comandante dell’Einsatzgruppe B, desideroso di trovare una tecnica omicida meno traumatica
della fucilazione di massa. La testimonianza seguente fu rilasciata nel dopoguerra da Albert Widmann,
un chimico della polizia criminale che fornì supporto tecnico a Nebe, nel settembre 1941. Le vittime, in
UNITÀ IX

questo caso, erano dei malati di mente ricoverati nell’ospedale di Mogilev.


Nebe ordinò di murare la finestra di un locale destinato a essere riempito di persone
da eliminare, e di lasciarvi solo due aperture per l’introduzione dei gas di scarico…
Quando arrivammo sul posto, uno dei tubi che avevo sulla mia vettura fu collegato al tubo
6 di scarico di un’automobile. Lo stesso fu fatto su un’altra vettura. Dai buchi lasciati aperti
nella finestra murata sporgevano tubi metallici sui quali si poterono infilare comodamente
le altre estremità dei tubi di gomma…
LO STERMINIO DEGLI EBREI

Dopo 5 minuti Nebe uscì dicendo che


non si vedeva ancora alcun effetto.
Nemmeno dopo 8 minuti era successo
niente, tant’è vero che Nebe cominciò
ad avere dei dubbi. Fu a quel punto
che a lui e a me venne contempora-
neamente l’idea che i motori delle au-
tomobili potessero essere troppo de-
boli. Allora Nebe fece attaccare un
secondo tubo allo scarico di un auto-
carro per il trasporto delle squadre di
polizia. E a quel punto ci vollero solo
pochi minuti perché la gente rinchiusa
nel locale svenisse. Per completare l’o-
pera, lasciammo accesi i motori dei
due veicoli per un’altra decina di minuti
circa.
G. KNoPP, Olocausto,
Corbaccio, Milano 2003,
p. 111, trad. it. u. GANDINI

Arthur Nebe in una fotografia degli anni


Quaranta del Novecento.

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Chelmno: testimonianza di un autista di Gaswagen
Walter Burmeister prese servizio a Chelmno (qui chiamata con il suo nome tedesco, Kulmhof) nel
tardo autunno del 1941 e fu uno degli autisti dei veicoli speciali che provocarono la morte, in quel luo-
go, di circa 150 000 persone. Processato dopo la guerra, fu condannato a 13 anni di carcere. La testi-
monianza seguente fu resa il 24 gennaio 1961.
Dopo che il castello fu provvisto della rampa arrivavano a Kulmhof, su camion, persone
da Litzmannstadt [nome tedesco di Lodz, n.d.r.]. […] Gli veniva spiegato che dovevano fare
il bagno e che i loro vestiti andavano disinfestati, prima però dovevano depositare gli oggetti
di valore che venivano registrati. Per ordine del capo del commando Lange [Herbert Lange,
primo comandante di Chelmno, sostituito nel marzo/aprile 1942 da Hans Bothmann, n.d.r.]
anche io qualche volta – non saprei dire quante – ho tenuto questo discorso alle persone che
erano in attesa nel castello. In questo modo si doveva nascondergli quel che li aspettava.
Quando si erano spogliati venivano condotti nella cantina del ca-
stello e da qui, attraverso un corridoio, fino alla rampa e poi ai Ga-
swagen. Nel castello c’erano dei cartelli con la scritta: «Ai bagni». I Ga-
swagen erano dei grandi autocarri con un cassone lungo 4 o 5 metri,
largo circa 2 metri e 20 e alto 2 metri, rivestito all’interno di lamiera.
Sul pavimento c’era una grata di legno. Nel fondo del cassone c’era
un’apertura che poteva venir collegata allo scappamento con un

IPERTESTO B
tubo metallico mobile. Quando i camion erano al completo i battenti
delle porte posteriori venivano chiusi e si stabiliva il collegamento tra
lo scappamento e l’interno del camion…
I membri del commando impiegati come autisti dei Gaswagen
mettevano poi in moto il motore, cosicché le persone che si tro-
vavano all’interno morivano soffocate dai gas di scarico, poi veniva
tolto il tubo di collegamento e il camion si dirigeva al Waldlager [il Un Gaswagen,
7
campo nel bosco, dove si trovavano le fosse comuni, n.d.r.]. Qui venivano scaricati i cada- il camion per le

La Shoah nell’Europa dell’Est


veri che in un primo tempo venivano sepolti in fosse comuni, più tardi invece bruciati… Poi gassazioni utilizzato
riportavo il camion al castello e lo lasciavo lì. Qui veniva ripulito dalle deiezioni delle persone dai nazisti prima
morte lì dentro. In seguito veniva nuovamente utilizzato per le gassazioni… della costruzione
delle camere a gas.
Che cosa io abbia pensato allora o se addirittura io abbia pensato qualcosa, oggi non
potrei dirlo. Non posso neanche dire se il motivo per cui non mi sono mai opposto agli or-
dini che mi venivano impartiti è che ero troppo influenzato dalla propaganda di allora.
e. KLee, W. DresseN, V. rIess, «Bei tempi». Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi l’ha eseguito
e da chi stava a guardare, La Giuntina, Firenze 1990, p. 172, trad. it. P. BusCAGLIoNe CANDeLA

Che cosa hanno in comune le procedure descritte nei due brani?


Come veniva risolto il problema dei cadaveri?
Che ruolo ebbe, sugli assassini, la propaganda di regime?

Warthegau, per eliminare gli ebrei del ghetto di Lodz (ai quali vanno aggiunti 19 827 ebrei
tedeschi, deportati dal reich tra il 15 ottobre e il 4 novembre 1941, con 25 trasporti).
Per le esecuzioni di massa, tre S-Wagen furono inviati presso un castello disabitato lun-
go il fiume Ner, in una località distante 56 chilometri da Lodz, chiamata Chelmno (in ➔Chelmno
polacco, mentre il nome tedesco era Kulmhof ). Chelmno – con le sue 150 000 vitti-
me – può essere considerato il primo vero centro di sterminio nazista. A partire
dall’8 dicembre 1941, gli ebrei vennero portati da Lodz con il treno; condotti al ca-
stello e obbligati a spogliarsi, dovevano salire sui Gaswagen, che li conducevano all’a-
rea delle fosse comuni, dopo un breve tragitto di circa 5 chilometri. La morte dei pri-
gionieri avveniva in circa 15 minuti. Per il guidatore, lo stress psicologico era eleva-
tissimo: le urla degli agonizzanti e lo spettacolo dei cadaveri estratti dal cassone (80,
100, 130, a seconda dei modelli) erano pesantissimi da sopportare.
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010
La conferenza di Wannsee
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Il 31 luglio 1941, Hermann Göring firmò un breve documento, in virtù del quale Hey-
drich venne incaricato di predisporre tutte le misure che ritenesse necessarie al fine di rag-
➔Un progetto giungere la soluzione finale (o totale) della questione ebraica. Il documento in questione
globale è senza dubbio importantissimo, nella storia del processo di distruzione degli ebrei d’euro-
pa: basti pensare che, per la prima volta, non ci si riferisce solo agli Ostjuden, cioè agli ebrei
orientali, della Polonia o dell’urss, ma a tutta «la zona d’influenza tedesca in europa».
Alla data del 31 luglio 1941, non era affatto scontato che l’espressione soluzione finale fos-
se già un eufemismo coniato al fine di mascherare lo sterminio. In questa fase, pur essendo
già iniziati massacri su vasta scala in urss, pare più ragionevole ipotizzare che i vertici na-
zisti – ancora convinti dell’imminente successo della campagna militare contro l’urss –
progettassero un’imponente deportazione di tutti gli ebrei in siberia o in qualche altra re-
gione orientale o nordica della russia, eletta a riserva territoriale per l’ebraismo europeo.
Non si deve mai dimenticare il clima di accesa rivalità esistente all’interno dei quadri più
Un gruppo di bambini elevati del regime nazista. Grazie al documento del 31 luglio 1941, le ss (cioè Heydrich
ebrei tedeschi fuggiti e, tramite lui, Himmler, suo diretto superiore) riuscirono a ottenere il controllo di una
dalla Germania e vasta operazione destinata a portare enormi vantaggi economici, insieme a prestigio e po-
sbarcati nel porto di tere, all’istituzione che ne avesse ottenuto la direzione.
Harwich,
nel Sud-Est Il 20 gennaio 1942, a Wannsee, un sobborgo elegante di Berlino, si tenne un’importan-
dell’Inghilterra. In un te conferenza interministeriale, convocata e presieduta da Heydrich, a cui presero parte 14
primo momento funzionari che a vario titolo rappresentavano i principali organismi del Terzo reich.
la politica antisemita Insieme alla lettera di convocazione, i soggetti invitati ricevettero anche copia del docu-
UNITÀ IX

del Reich si proponeva


l’emigrazione degli mento firmato da Göring il 31 luglio. era chiaro fin dall’inizio, dunque, che sarebbe sta-
ebrei dalla terra to un incontro puramente operativo. Le decisioni veramente importanti erano già sta-
tedesca: solo te prese (da Hitler e da Himmler, probabil-
in seguito si deciderà di
procedere con lo
mente in ottobre), mentre Heydrich possedeva
8 sterminio. una delega di poteri che ne rendeva praticamente
assoluta e incontrastabile l’autorità nel campo spe-
cifico della soluzione della questione ebraica.
LO STERMINIO DEGLI EBREI

Heydrich si attendeva opposizioni, contrasti o re-


sistenze, che però non ci furono per nulla. La con-
ferenza procedette spedita e una vera discussio-
ne ci fu solo su alcune questioni marginali. Il ver-
bale della seduta, pur essendo riservatissimo, fu
redatto in trenta copie e spedito sia ai partecipanti
sia ad altri soggetti di spicco del regime nazista.
Il protocollo di Wannsee (così, a volte, viene chia-
mato il verbale della conferenza dei sottosegretari,
tenutasi il 20 gennaio 1942) inizia sintetizzando
il lungo discorso di Heydrich, che ricostruì per
sommi capi le tappe della politica antisemita del
Terzo reich: in un primo tempo, lo scopo era sta-
to l’emigrazione degli ebrei dalla Germania e
dai territori annessi (Austria, Boemia e Moravia).
Tale politica, secondo Heydrich, aveva provoca-
to la partenza di 537 000 ebrei, tra il 30 gennaio
1933 e il 31 ottobre 1941. Al momento attuale,
però, l’emigrazione aveva ormai lasciato il po-
sto all’evacuazione verso est. Heydrich ricordò
che il nuovo orientamento – per raggiungere una
soluzione veramente definitiva – avrebbe dovu-
to coinvolgere più di 11 milioni di ebrei, cifra nel-
la quale vennero contati anche gli israeliti residenti
in Inghilterra, in Irlanda, in svezia e in Portogallo.
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010
È chiaro dunque che, a quell’epoca, i vertici nazisti pensavano ancora di poter vincere la guer-
ra e di imporre all’intera europa i loro progetti di riorganizzazione razziale.

IPerTesTo
Nel gennaio 1942, una formula come evacuazione verso est era già sinonimo di stermi-
nio. Probabilmente, tutti i partecipanti alla riunione erano informati dell’escalation su-
bita dai massacri in urss e del fatto che, in Polonia, si stavano preparando dei nuovi cam-
pi di sterminio, specificamente destinati all’uccisione degli ebrei. A questi eventi, però,
Heydrich non fece alcun esplicito riferimento, limitandosi a disegnare un quadro molto
generico. Nella sua descrizione, gli ebrei abili al lavoro sarebbero stati adibiti alla costru- ➔Un nuovo
zione di strade. Nulla fu detto circa la sorte degli individui inidonei; anzi, siamo di fron- linguaggio
te a un linguaggio che, almeno in parte, cercava di nascondere la gravità di quanto ve- per mascherare
il crimine
niva organizzato. secondo lo storico americano r. Hilberg, si tratta del primo dei nu-
merosi sforzi compiuti dai burocrati, ai vari livelli, per mascherare (a se stessi, prima che
all’opinione pubblica o a chiunque altro) la reale natura dei loro atti: di qui l’uso di espres-
sioni generiche o neutre come «azioni», «trattamento speciale», «reinsediamento», «atti-
vità di esecuzione degli ordini» ecc. Comunque, si lasciò intendere che l’attività lavora-
tiva avrebbe comportato un elevatissimo numero di vittime e che gli eventuali supersti-
ti sarebbero stati eliminati.

L’Aktion T-4
Dal punto di vista operativo, lo sterminio degli ebrei poté giovarsi dell’esperienza accu-

IPERTESTO B
mulata in un’altra campagna omicida, che i nazisti avevano appena concluso, e che era
stata denominata Aktion T-4: un vasto programma di eutanasia nei confronti dei di-
sabili ricoverati nei manicomi tedeschi, avviato dal principio della guerra.
Hitler concesse a Philip Bouhler (Capo della Cancelleria del Führer) e Karl Brandt (me-
dico della scorta, incaricato di accompagnare Hitler nei suoi spostamenti) l’incarico di or-
ganizzare questa campagna nell’autunno del 1939. sicuramente, Hitler firmò questa au-
torizzazione/investitura in ottobre; il documento scritto, tuttavia, reca la data del 1o set- 9
tembre, data di inizio della guerra e, nell’ottica di Hitler, di un nuovo modo di affronta-

La Shoah nell’Europa dell’Est


re i problemi sociali, politici e morali.
L’inizio della seconda guerra mondiale aveva segnato l’apertura di una nuova era. Hitler ➔Guerra:
concepì il nuovo conflitto come una specie di apocalittico scontro finale, da cui sarebbe una nuova era
uscito un mondo rigenerato, caratterizzato da una differente civiltà e da valori morali as-
solutamente diversi da quelli tradizionali. Dunque, diveniva lecito e possibile – in tem-
po di guerra – compiere azioni che la logica etica del passato avrebbe respinto, ma
che erano invece indispensabili per raggiungere la meta ultima del Reich dei mille anni, cioè
la duratura prosperità del popolo tedesco e della razza ariana, a spese delle razze inferiori.
La gestione pratica del programma fu assunta ben presto da Viktor Brack, stretto colla-
boratore di Bouhler. Innanzi tutto, vennero individuati alcuni ospedali psichiatrici:
Grafeneck (nel Württemberg, vicino a ulm), Bernburg (a sud di Magdeburgo), sonnenstein
(presso Dresda), Hadamar (a ovest di Coblenza), Brandenburgo (a ovest di Berlino)
e Hartheim (in Austria, nei dintorni di Linz). Questi luoghi vennero trasformati in
centri di eliminazione che, tra l’inizio del 1940 e l’agosto 1941, uccisero almeno 70 000 ➔70 000 malati
malati di mente. di mente
Per evitare equivoci linguistici e confusione, è bene chiarire che non si trattava di indivi-
dui affetti da malattie incurabili allo stadio terminale; i nazisti non si proponevano affat-

le parole
Eutanasia
Il termine è di origine greca e significa, alla lettera, buona morte. L’ordine di eliminare i malati
di mente tedeschi (ariani ed ebrei) venne firmato personamente da Hitler nell’ottobre 1939. Per
attuare il programma di eutanasia, venne fondata un’Associazione degli ospedali psichiatrici del
Reich, che aveva la propria sede a Berlino in Tiergartenstrasse 4. Per questo motivo, l’opera-
zione fu poi chiamata in codice Aktion T-4.

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


DOCUMENTI
IPerTesTo

La prima ipotesi di applicazione agli


ebrei dei metodi collaudati nell’Aktion T-4
Il 25 ottobre 1941, il dottor Ehrard Wetzel, del ministero dell’Est, scrisse una lettera a Heinrich
Lohse, Reichskommissar a Riga. Wetzel comunicava che Viktor Brack, responsabile operativo dell’ope-
razione di eutanasia, aveva offerto la collaborazione del suo personale, ormai esperto in uccisioni col gas,
per l’eliminazione degli ebrei in Lituania e in Lettonia. Anche se l’ipotesi di costruire dei centri di ster-
minio attrezzati nei Paesi Baltici non si realizzò mai, questo documento rappresenta il più importante anel-
lo di congiunzione tra l’Aktion T-4 e l’Aktion Reinhard, che avrebbe fatto tesoro della lezione dell’euta-
nasia. Dopo la guerra, Wetzel è scomparso e non è mai stato processato.
Il Signor Viktor Brack, Oberdienstleiter [capo dei gruppi di lavoro, n.d.r.] nella Cancelleria
del Führer, è pronto a collaborare all’installazione degli impianti e delle apparecchiature per
l’erogazione del gas che saranno necessari.
Attualmente le apparecchiature in questione non sono disponibili in quantità sufficienti e
debbono essere fabbricate. Poiché, secondo il Signor Brack, la fabbricazione crea problemi
più complessi nel Reich che non sul posto, egli ritiene senz’altro preferibile inviare a Riga il
suo personale specializzato, e in particolare il suo chimico, dott. Kallmeyer, che provvederà
a tutto. L’Oberdienstleiter Brack fa osservare… che il procedimento non è senza pericoli co-
sicché saranno necessarie particolari misure protettive.
Stando così le cose, La prego di mettersi in collegamento con l’Oberdienstleiter Brack…
tramite il Suo Comandante in capo delle SS e della Polizia e di chiedergli di inviare il suo chi-
mico e relativi aiutanti.
UNITÀ IX

Mi permetto di notare che lo Sturmbannführer Eichmann, referendario [referente, n.d.r.]


per i problemi ebraici del RSHA [l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, diretto da Hey-
drich, n.d.r.], […] è d’accordo. Secondo comunicazioni di Eichmann […] a Minsk e a Riga sa-
ranno creati dei campi per ebrei, nei quali po-
tranno eventualmente essere ammessi anche
10 ebrei provenienti dal territorio del Vecchio Reich.
Attualmente, da tale territorio si stanno evacuando
degli ebrei, che dovrebbero essere trasferiti a Litz-
LO STERMINIO DEGLI EBREI

mannstadt (Lodz) ed in altri campi per essere


poi, a seconda della loro idoneità al lavoro, im-
piegati nei territori orientali.
Allo stato delle cose, non è il caso di farsi ec-
cessivi scrupoli se gli ebrei non idonei al lavoro
dovranno essere eliminati con i metodi del Signor
Brack. In tal modo si dovrebbe evitare il ripetersi
di fatti come quelli verificatisi a Vilna […], durante
le fucilazioni di ebrei; fucilazioni che, anche per
il fatto di essere state compiute in pubblico,
non possono essere approvate. Invece gli ebrei
idonei al lavoro saranno trasportati all’Est per
essere immessi nelle organizzazioni di lavoro.
Naturalmente, fra questi ultimi, si dovrà aver
cura che gli uomini siano separati dalle donne.
G. reITLINGer, La soluzione finale. Il tentativo
di sterminio degli ebrei d’Europa 1939-1945,
Il saggiatore, Milano 1962, p. 162,
trad. it. Q. MAFFI

Quali problemi erano stati riscontrati nelle


procedure di fucilazione attuate a Vilna
(Vilnius), in Lituania?
A tuo parere, in questo documento, è già
prevista l’eliminazione di tutti gli ebrei,
senza eccezioni?

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


to di alleviare le sofferenze di soggetti cui re- I CAMPI DI STERMINIO IN POLONIA
stava poco da vivere, in preda a insoppor-

IPerTesTo
Direttrici della deportazione
tabili dolori. Il loro obiettivo era di libera- Mar Baltico
re dei posti letto d’ospedale, da destina- Kaunas
re ai giovani soldati feriti al fronte; i mala-
ti mentali e gli handicappati, invece, erano
considerati una zavorra inutile, scarti razziali
Minsk
di cui era possibile disfarsi, approfittando del
nuovo clima creato dal conflitto mondiale. Bialystok
Dalla sede berlinese dell’Aktion T-4, tut-
ti gli ospedali psichiatrici tedeschi rice- Kulmhof Treblinka
(Chelmno)
vettero degli appositi moduli (uno per pa- Posen
Varsavia
ziente) da compilare e rispedire in Tier-
gartenstrasse. Dopo aver ricevuto in tal Kalisch Lodz Sobibor
modo informazioni su ogni singolo malato Radom
mentale del reich, il centro operativo cen- Breslau Lublino
trale del programma di eutanasia (sulla
Belzec UCRAINA
base solo dei formulari, cioè senza proce- Katovice Cracovia
dere a ulteriori verifiche) selezionava i casi
G OV E R N ATO R ATO
che giudicava irrecuperabili. Con veicoli GENERALE Leopoli
simili a furgoni postali, i pazienti a quel
punto erano trasferiti nei centri di elimi-

IPERTESTO B
SLOVACCHIA
nazione e lì uccisi in camere a gas. Per
Bratislava
quanto si facesse ampio uso di espressio-
ni come eutanasia o morte pietosa, il decesso UNGHERIA
ROMANIA
dei malati selezionati non risultò affatto
indolore.
una lettera standard di conforto informava la famiglia che il soggetto era morto per cau- ➔Errori e sbavature 11
se naturali (polmonite o appendicite, ad esempio), e che il pericolo di epidemie aveva ob- amministrative
bligato la struttura ospedaliera all’immediata cremazione del corpo. L’intera operazione

La Shoah nell’Europa dell’Est


avrebbe dovuto restare segretissima. Tuttavia, una serie di errori grossolani compiuti dal
personale (per alcuni soggetti già operati da tempo, ad esempio, si indicò l’appendicite
come causa del decesso), insieme al fumo e alle fiamme che uscivano incessantemente dai
camini dei crematori dei centri, destò crescenti sospetti, dicerie e timori tra la popolazione.
Infine, il 3 agosto 1941, il vescovo cattolico di Münster, cardinale Clemens August von
Galen, denunciò apertamente dal pulpito l’intera operazione.

Il trasferimento a Est delle tecniche omicide


Il 24 agosto 1941, Hitler ordinò la fine ufficiale del programma di eutanasia (che tuttavia
proseguì nei campi di concentramento, col nome in codice di Aktion 14 f 13). Nel momento
in cui la campagna sul fronte orientale contro l’unione sovietica si faceva più impegnati-
va, il Führer, dopo la denuncia del vescovo di Münster, temette di perdere il consenso del-
la popolazione e non ritenne opportuno intraprendere una battaglia contro la Chiesa.
Il personale impiegato nell’Aktion T-4, però, poteva essere utilizzato diversamente visto ➔Personale esperto
che era esperto, politicamente affidabile e ormai assuefatto all’idea dell’uccisione di e fedele
massa. Probabilmente, già nell’ottobre 1941, proprio nel momento in cui il disagio di
uccidere degli uomini degli Einsatzgruppen si faceva più marcato, Viktor Brack propose
di utilizzare i suoi uomini e le sue tecniche all’est, per eliminare gli ebrei. Pare che la sua
offerta, in un primo tempo, abbia riguardato riga e il territorio denominato Ostland. Ma
dal momento che, in queste regioni dell’urss occupata, la costruzione di centri di sterminio
dotati di camere a gas fisse, alimentate da monossido di carbonio, non risultò praticabi-
le, l’idea venne allora recepita da Himmler per il Governatorato generale di Polonia.
Quando i nazisti iniziarono l’eliminazione di massa degli ebrei polacchi (chiamata in
codice Aktion Reinhard ), procedettero per prove ed errori, in quanto non esisteva al-
F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010
cun precedente per l’operazione che stavano intraprendendo. Gli unici dati certi ri-
guardavano le caratteristiche dei luoghi (che dovevano essere vicini a una ferrovia, ma
IPerTesTo

nel contempo isolati, per mantenere la segretezza dell’azione) e la scelta del gas come
strumento di uccisione. Per il resto, la prima struttura che venne attivata – Belzec –
➔Belzec, Sobibor, fu una specie di centro sperimentale: Sobibor e Treblinka sarebbero stati costruiti, in
Treblinka seguito, tenendo conto di quella iniziale esperienza.
La costruzione di Belzec iniziò il 1o novembre 1941; Christian Wirth, un commissa-
rio della polizia criminale che aveva già lavorato all’Aktion T-4, arrivò intorno a Na-
tale. Il regolare rifornimento di bombole di monossido di carbonio, in un luogo così
lontano e isolato, avrebbe potuto costituire un grave problema logistico. Wirth per-
tanto, in questo dettaglio, non seguì più la procedura usata nei centri per l’eutanasia,
ma piuttosto recepì la lezione dei Gaswagen, applicandola a una camera fissa. A Bel-
zec, dunque, sarebbe stato un motore diesel a produrre il gas omicida.
Belzec iniziò ad accogliere trasporti di notevole entità verso la metà di marzo del 1942.
In luglio, la sua capacità omicida fu raddoppiata e le camere a gas passarono a sei (per
un totale di 2000 vittime potenziali al giorno). L’esperienza mostrò che, per la riuscita
dell’operazione, erano essenziali due elementi: l’inganno e la rapidità. Di qui lo stra-
tagemma di mascherare da bagni le camere a gas, e i comandi concitati, che insieme
alle percosse impedivano alle persone di riflettere, cioè di rendersi conto della vera na-
tura del luogo in cui erano state portate. Il personale di guardia era composto da mi-
liti ucraini (in uniforme nera), prelevati tra i prigionieri di guerra sovietici catturati
dall’esercito e addestrati al campo di Trawniki. In un primo momento, fu assegnato
agli ucraini anche il lavoro di estrazione dei cadaveri dalle camere; col tempo, ci si ac-
UNITÀ IX

corse che era più efficace utilizzare prigionieri ebrei, periodicamente eliminati e sostituiti
da nuovi deportati.
La costruzione di sobibor iniziò nel marzo 1942; potendo contare sull’esperienza ac-
quisita a Belzec, i nazisti la completarono in tempi brevissimi: dopo un mese, inizia-
12 rono le prime uccisioni sperimentali; alla fine di aprile, il campo era pienamente ope-
rativo. A Belzec furono condotti ebrei provenienti soprattutto dai distretti di Lubli-
no e di Cracovia; a sobibor, invece, arrivarono ebrei anche dalla slovacchia, dalla Fran-
LO STERMINIO DEGLI EBREI

cia e da altri paesi europei. Il campo di Treblinka, infine, fu completato in luglio, e


avrebbe provveduto, in primo luogo, alla liquidazione del ghetto di Varsavia.

Il campo di Treblinka
come appare oggi:
numerose pietre di vari
formati e colori
riportano i nomi delle
comunità ebraiche
decimate nel lager.

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


DOCUMENTI

IPerTesTo
Il primo convoglio da Varsavia
Il primo treno di ebrei provenienti da Varsavia arrivò a Treblinka il 23 luglio 1942. Il ferroviere po-
lacco Franciszek Zabecki, capo-movimento alla stazione, lo vide arrivare. Da quel momento, tenne il con-
to preciso di tutti i convogli diretti al campo di sterminio. Secondo i suoi calcoli, le vittime di Treblinka
potrebbero essere addirittura 1 200 000.
Molti ucraini avevano degli amici, qui, nel villaggio più vicino a Treblinka, una frazioncina
di duecento abitanti chiamata Wolga-Oknaglik. È un posto molto piccolo, non c’è nemmeno
la scuola e la chiesa – i bambini devono andare a scuola a Kossov, a sei chilometri di di-
stanza. Ma fu lì che cominciarono ad arrivare delle voci. Udimmo che una vasta zona di ter-
reno boscoso era stata recintata, e una parte veniva disboscata; stavano costruendo una
baracca, ci dissero, per la guarnigione tedesca, e un’altra per i lavoratori. Ed era anche stato
scavato un pozzo per l’acqua. Entro pochissimo tempo venimmo a sapere che non soltanto
il campo era stato costruito, ma vedemmo anche che stavano costruendo un binario che
dalla nostra linea principale portava nella zona recintata. […]
Il 23 luglio 1942 era di servizio il mio collega Josef Pogonzelski. Il giorno prima era arrivato
un telegramma che annunciava l’arrivo di alcuni locali [treni regionali, che percorrono brevi di-
stanze, n.d.r.] provenienti da Varsavia, con degli ebrei da reinsediare. Questo telegramma era
stato seguito da un telegramma-lettera che comunicava l’orario giornaliero di arrivo di questi
treni locali a partire dal giorno 23 luglio. Li stavamo aspettando fin dal mattino presto, chie-
dendoci di che si trattasse. A un certo momento, arrivarono due SS – dal campo, immagino –

IPERTESTO B
e domandarono: «Dov’è il treno?». Da Varsavia erano stati informati che doveva essere già
arrivato, ma in realtà non c’era ancora. Poi arrivò un tender – di quel tipo che chiamavano taxi
ferroviario – con due macchinisti tedeschi, uno si chiamava Blechschmied, e l’altro, il suo aiu-
tante, Teufel. Erano stati mandati avanti per guidare i primi treni sul nuovo tronco che entrava
nel campo.
Quando arrivò il primo treno – erano le nove e mezzo del mattino – lo udimmo quando
era ancora a notevole distanza. Non già per il rumore del treno, ma per via delle grida della 13
gente e delle sparatorie. C’erano delle guardie sedute sul tetto dei vagoni, con le maniche
rimboccate, e col fucile in mano. Avevano l’aria di chi ha ucciso; come se avessero immerso

La Shoah nell’Europa dell’Est


le mani nel sangue, e poi se le fossero lavate prima dell’arrivo. Il treno era stipato – in ma-
niera incredibile. Era una giornata calda, ma, con nostro sbalordimento, la differenza di tem-
peratura tra l’esterno e l’interno dei carri era evidentemente tale che dal treno emanava una
specie di nebbia che lo avvolgeva tutto.
Su ogni vagone erano segnate delle cifre col gesso – sa come sono metodici i tede-
schi – è per questo che so esattamente quante persone furono uccise a Treblinka. Le ci-
fre su ogni vagone variavano tra i centocinquanta e i centottanta. Noi non sapevamo che
cosa stesse succedendo, ma cominciammo ad annotare le cifre fin da quel primo giorno,
e continuammo per un intero anno senza mai interromperci, finché non fu tutto finito. Il treno
era partito da Varsavia la notte prima – aveva viaggiato per quasi dodici ore… o almeno,
erano dodici ore che la gente stava dentro il treno – il viaggio, normalmente, dura soltanto
un paio d’ore.
La gente, dal treno, gridava che li stavano portando a lavorare nelle fattorie o nelle fab-
briche, ma noi non lo credevamo. Traemmo le nostre conclusioni; un trasporto sorvegliato
con tanta attenzione, con tutti quegli spari…
Ci avevano detto che il binario che portava al campo poteva sopportare soltanto venti
vagoni alla volta. Un treno, normalmente, aveva almeno venti vagoni, e a volte, nelle setti-
mane e nei mesi successivi, arrivavano tre treni contemporaneamente. Così, tutto quanto
superava i venti vagoni rimaneva in attesa nella nostra stazione, finché ogni gruppo di venti
vagoni avviato nel tronco del campo non era tutto finito.
G. sereNy, In quelle tenebre, Adelphi, Milano 1999, pp. 202-204, trad. it. A. BIANCHI

A quale estrema speranza si attaccavano gli ebrei diretti a Treblinka?


Per quanto tempo potevano rimanere in treno coloro che, da Varsavia, erano condotti a
Treblinka?

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


Riferimenti storiografici
IPerTesTo

1 Le unità mobili in URSS: procedure e problemi


In URSS, furono uccisi circa 3 600 000 ebrei. La maggior parte fu eliminata da unità mobili delle SS
denominate Einsatzgruppen. Moltissimi uomini di questi reparti operativi, tuttavia, dopo aver fucilato
decine o centinaia di persone, cadevano in preda a fortissimi crolli nervosi, superabili solo con il ricor-
so a massicce dosi di alcol. Dopo la prime azioni, quasi tutti i poliziotti nazisti operavano in perenne sta-
to di ubriachezza.
Se i tedeschi portarono a termine il loro compito rapidamente e con efficacia, fu anche
perché i massacri erano standardizzati. In ogni città, le unità mobili ripetevano la stessa pro-
cedura, con poche varianti minori. Sceglievano un luogo per l’esecuzione, generalmente lon-
tano dalle città, e preparavano una fossa comune. Spesso, ampliavano e rendevano più
profondo un fossato anticarro o una voragine di granata; alcune volte dovevano scavare una
nuova fossa collettiva. Poi, a partire dal luogo di raccolta, le vittime venivano condotte alla
fossa per infornate successive, cominciando dagli uomini. Il luogo, all’inizio, era vietato a tutte
le persone estranee all’operazione, ma a volte fu impossibile rispettare la regola, e vedremo
come ne seguirono gravi difficoltà. Prima di morire, i prigionieri consegnavano gli oggetti di
qualche valore al capo dei loro uccisori. D’inverno si toglievano i cappotti; nelle stagioni calde
dovevano consegnare tutti i vestiti, a volte anche gli indumenti intimi.
A partire da questo modello, i metodi di esecuzione potevano variare. Taluni Ein-
satzkommandos allineavano i condannati sul bordo della fossa e li uccidevano con la mi-
tragliatrice o altre armi leggere, sparando loro alla nuca; gli ebrei colpiti a morte cadevano
UNITÀ IX

nella tomba. Ma altri comandanti non gradivano questo procedimento, pensando, forse, che
evocasse troppo l’NKVD (Narodnyj Kommissariat Vniutrennich Djel – Commissariato del po-
polo per gli Affari interni) sovietico. Blobel, comandante dell’Einsatzkommando 4a, dopo la
guerra dichiarò che, personalmente, si era rifiutato di far uso di specialisti del tiro alla nuca
(Genickschusspezialisten). Anche Ohlendorf scartò questa tecnica, poiché non voleva im-
14 porre ai suoi uomini «responsabilità personali». Come lui, Blobel e Haensch hanno dichia-
rato di aver preferito il tiro di squadra a distanza. Un terzo metodo consentiva di combinare
LO STERMINIO DEGLI EBREI

l’efficacia e il carattere impersonale delle esecuzioni. Conosciuto come sistema delle sar-
dine (Ölsardinenmanier), consisteva nel far distendere la prima infornata di vittime sul fondo

Unità mobili delle SS


fucilano alcuni
prigionieri appena
catturati.

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


della fossa, poi nel fucilarle dall’alto con tiri incrociati; dopo di che la seconda infornata si
distendeva a sua volta, con la testa dalla parte dei piedi dei morti. Alla quinta o alla sesta

IPerTesTo
tornata si chiudeva la fossa. A Rovno, gli ebrei vennero fucilati in una gola con mitragliatrici
e poi le sponde furono fatte saltare per coprire i corpi con i blocchi di terra staccatisi dalle
pareti. In seguito dei cani dissotterrarono i cadaveri dalle fosse.
È significativo il fatto che gli ebrei si siano lasciati uccidere senza resistenza. Tra tutti i
rapporti degli Einsatzgruppen, ben pochi menzionano incidenti. Le esecuzioni non costa-
rono una sola vittima agli uomini delle unità di massacro; essi subirono perdite solo a causa
di malattie o incidenti, e in occasione di conflitti con i partigiani o di loro avvicinamenti al
fronte. In uno dei rapporti dell’Einsatzgruppe C si legge: «È stupefacente la calma con la
quale i delinquenti si lasciano uccidere, che siano ebrei o non ebrei. La paura della morte
sembra essere rimossa da una sorta di usura (Abstumpfung) risultante dai vent’anni di re-
gime sovietico». Questa annotazione è del settembre 1941. Gli anni seguenti avrebbero di-
mostrato che, in fin dei conti, i delinquenti non ebrei non erano poi così facili da eliminare;
ma dopo essere stati sfiorati per la prima volta dalla morte, conoscendo in anticipo il loro
destino, gli ebrei rimasero paralizzati.
Anche uccidendo gli ebrei con poco clamore, i capi degli Einsatzgruppen si preoccu-
parono delle eventuali ripercussioni sulla popolazione, sull’esercito e sui loro uomini; riper-
cussioni e problemi che nascevano dalla loro azione – come per una pietra gettata in ac-
que tranquille che, a partire dal suo punto di caduta, genera onde che si propagano molto
lontano. […] Accadde, infatti, che taluni ebrei venissero uccisi da soldati che agivano senza
ordini né direttive. Alcuni offrivano il loro aiuto alle unità mobili di massacro e partecipavano
alle esecuzioni; se ne videro altri immischiarsi nei pogrom, o anche organizzare esecuzioni
di propria iniziativa. Abbiamo già sottolineato come l’esercito avesse prestato un’assi-

IPERTESTO B
stenza considerevole alle unità mobili; in che cosa allora, nelle condizioni indicate, quegli atti,
generalmente individuali, potevano inquietare i comandi?
C’erano in proposito diverse ragioni di ordine amministrativo. Dal punto di vista sta-
tutario, era poco gradito lasciare che dei soldati svolgessero funzioni di polizia. Quanto ai
pogrom, erano un vero incubo per gli esperti del governo di occupazione; i massacri im-
provvisati sulle strade o nei villaggi costituivano un pericolo, e non solo per via dei rischi
di errori o di incidenti. Ma al di là di queste considerazioni di circostanza, si trattava di una
reazione complessiva nella quale trovava espressione tutta la psicologia del processo di 15
distruzione.
Poiché l’assassinio degli ebrei era ammesso come una necessità storica, il soldato do-

La Shoah nell’Europa dell’Est


veva capire; e se per un qualsiasi motivo gli veniva ordinato di aiutare le SS e la Polizia nel
loro lavoro, si supponeva che obbedisse. Ma se un soldato uccideva spontaneamente un
ebreo, di sua personale iniziativa, senza un ordine preciso e mosso solo dalla sua voglia di
uccidere, allora commetteva un atto fuori dalla norma, degno forse di un europeo orientale
– d’un rumeno, per fare un esempio – ma che comprometteva la disciplina e il prestigio del-
l’esercito tedesco. Qui veniva posta la differenza cruciale tra l’uomo che si dominava, an-
che per uccidere, e quello che si rendeva colpevole di atrocità gratuite. Il primo veniva giu-
dicato un buon soldato e un nazista convinto, il secondo non sapeva essere padrone di se
stesso e, dopo la guerra, di ritorno in patria, avrebbe rappresentato un pericolo per la co-

rono a questa morale. Il capo del XXX Corpo, associato all’11a Armata, il 2 agosto 1941, dif- Che vantaggi
munità tedesca. Tutti gli ordini che mirarono a risolvere il problema degli eccessi, si ispira-

fuse il seguente ordine, fino al livello delle compagnie: provocava, agli


«Partecipazione dei soldati ad azioni contro gli ebrei e i comunisti. assassini, la
La volontà fanatica dei membri del Partito comunista e degli ebrei di fermare a ogni co- procedura
sto l’avanzata dell’esercito tedesco deve essere spezzata in ogni circostanza. Al fine di as- denominata «tiro di
squadra a distanza»?
adottare provvedimenti draconiani [dass scharf durchgegriffen wird]. Questo compito viene Quale resistenza
sicurare condizioni di sicurezza nelle retrovie dell’esercito, si rende dunque necessario

affidato ai Sonderkommandos. Tuttavia, membri delle forze armate hanno partecipato in opposero gli ebrei
modo increscioso [in unerfreulicher Weise beteiligt] a un’azione di questo tipo in una loca- sovietici all’azione
dei reparti operativi
lità. Per cui, per il futuro, ordino quanto segue:
nazisti?
dine formale. Inoltre, faccio divieto a tutti gli uomini sottoposti ai miei ordini di parteciparvi Com’era giudicato un
Possono prendere parte a queste azioni soltanto quei soldati che ne hanno ricevuto l’or-

anche come spettatori. Ogniqualvolta i membri delle forze armate vengano destinati a tali soldato dell’esercito
azioni [Aktionen], dovranno essere comandati da un ufficiale. L’ufficiale dovrà vigilare per- che uccideva
spontaneamente un
ché non si producano eccessi non graditi da parte delle truppe [dass jede unerfreuliche Aus-
ebreo di sua
schreitung seitens der Truppe unterbleibt]». personale iniziativa?
r. HILBerG, La distruzione degli ebrei d’Europa, einaudi, Torino 1999, pp. 335-337, 342-343, Quale punizione
trad. it. F. sessI, G. GuAsTALLA subiva?

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


2Hartheim: funzionamento e strategie di difesa
IPerTesTo

psicologica del personale


Dal 1940 al 1941, in sei centri specializzati, i nazisti uccisero circa 70 000 malati di mente e han-
dicappati. Hartheim (in Austria, vicino a Linz) era uno di questi luoghi. Vi morirono 18 000 persone, e le
uccisioni proseguirono anche dopo la fine ufficiale della campagna di eutanasia. In questa struttura, in-
contriamo tecniche di omicidio e personale che poi sarebbero stati impiegati a Belzec, Sobibor e Tre-
blinka. Quanto alle infermiere o alle segretarie, alla fine della guerra cercarono di negare le loro responsabilità
affermando che svolgevano un lavoro di ordine puramente amministrativo.
Nel 1939 Vinzenz Nohel era solo un meccanico qualificato ma mal retribuito perché gua-
dagnava solo 100 marchi al mese, appena sufficienti per sostentare la famiglia. Spinto dalla
necessità di un lavoro con un migliore stipendio, egli si rivolse a suo fratello, un SA-Briga-
denführer, tornato di recente che riuscì ad organizzargli un colloquio con i dirigenti del par-
tito a Linz. Quando fu dinanzi a loro, questi sorrisero per quanto poco guadagnava. Lui e
alcuni altri, poi, furono informati che sarebbero stati mandati a Hartheim, facendoli giurare
di mantenere il segreto. Nohel cominciò a lavorare il 2 aprile 1940 e il suo salario aumentò
rapidamente a 170 marchi al mese più vitto e alloggio. Egli riceveva anche 35 marchi come
indennità per il servizio svolto come addetto al crematorio.
Nohel divenne un esperto nel campo della distruzione di esseri umani. Secondo la sua
testimonianza, la procedura era la seguente: le vittime, dopo essere state condotte all’in-
terno del locale accettazione, venivano ispezionate superficialmente dal dottore e da tre o
quattro assistenti. Ognuna veniva marcata con un numero di immatricolazione grande tre
centimetri, condotta in uno studio fotografico dove veniva ripresa e rimandata nel locale ac-
cettazione. Quando tutte erano state marcate, fotografate ed era stato tracciato sulla
UNITÀ IX

schiena un segno che indicava la presenza di denti d’oro, venivano condotte attraverso una
porta d’acciaio nella camera a gas che sorgeva a fianco del locale accettazione. La camera
conteneva tre getti per la doccia; il pavimento, precedentemente in legno, venne succes-
sivamente cementato. I muri e il soffitto erano rivestiti di pittura a olio e col tempo vennero
aggiunte delle piastrelle. Un’altra porta corazzata si trovava di fronte a un corridoio ed era
16 dotata di uno spioncino rotondo attraverso il quale gli osservatori potevano seguire quanto
accadeva all’interno. Una diversa porta di acciaio portava in una stanza dove si trovavano
i contenitori del monossido di carbonio collegati a una tubazione d’acciaio attraverso una
LO STERMINIO DEGLI EBREI

cannula di gomma. Quando un medico apriva il rubinetto del gas questo si diffondeva dal
contenitore alla camera attraverso un tubo di ferro del diametro di poco più di un centime-
tro. Il gas riempiva la stanza in breve tempo, sottolineava Nohel, ma per ventilarla comple-
tamente occorrevano da un’ora a un’ora e mezza.
A gruppi di quattro, con turni alternati di dodici ore, gli inservienti trascinavano via i morti
dalla camera a gas in una stanza accanto dove i corpi venivano accatastati in attesa di sba-
razzarsene nel forno a carbone. I cadaveri venivano sollevati dalla camera mortuaria e fatti
scivolare in un forno vicino, dove bruciavano da due a otto per volta. «Il lavoro continuava,
quando necessario, notte e giorno».
Dopo la guerra Nohel volle descrivere agli investigatori qual era la pavimentazione più
adatta per trascinare un corpo. Egli aveva scoperto, a questo proposito, che un pavimento
in cemento era migliore di uno in legno. Le piastrelle poi, se bagnate con l’acqua, erano la
migliore delle soluzioni. Aveva imparato che le donne bruciavano meglio degli uomini: lo sche-
letro più leggero e la più ampia massa di grasso favorivano l’incenerimento: sapeva come
si doveva mettere la mano nella cavità orale di un cadavere; macabro cercatore d’oro, son-
dava la cavità orale con un dito alla ricerca di otturazioni. Scoprì che l’estrazione delle ot-
turazioni si presentava estremamente difficoltosa per uno che, come lui, aveva perso sen-
sibilità a una mano, tanto che fu esonerato da tale compito. Tuttavia Nohel toccava i
cadaveri, conosceva la pesantezza dei corpi, sapeva quanto fosse duro districarli quando
erano stipati in più di centocinquanta per volta nella camera a gas. Una razione giornaliera
da un quarto di litro di grappa aiutava gli uomini a sopportare compiti che erano, come lui
stesso dice, «estremamente snervanti».
Dal maggio del 1940 fino al dicembre del 1944, per quattro anni e mezzo, Vinzenz
Nohel fu un uomo vivo tra i morti. Con le mani nude li aiutava a spogliarsi della propria
forma terrena: sue erano le mani con cui i cadaveri venivano separati, accatastati per l’im-
magazzinamento e poi spinti nel forno, carne bruciata fino a diventare cenere che egli va-
gliava alla ricerca dei pezzi di osso più grossi per sminuzzarli in un mulino elettrico. Oc-
cupati da migliaia di altre mansioni, gli altri collaboratori rimanevano incontaminati da resti
o sangue, liberi dal contatto con quella carne senza vita. Essi avevano semplicemente fatto

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010


sì che la morte passasse per altre mani, diverse dalle loro: quelle di Nohel e dei suoi sfor-
tunati compagni. […]

IPerTesTo
Gli addetti al castello [luogo dove si trovava il forno crematorio di Hartheim, n.d.r.] tro-
vavano una difesa comune nella linea immaginaria tracciata tra quelli che adempivano a
funzioni di routine e quelli che operavano nella camera a gas e nei forni. Era come se la
responsabilità fosse più diretta, più facilmente riconoscibile nel punto di transizione, dove
gli uomini diventavano cadaveri. In questo senso gli addetti del castello condividevano un’il-
lusione comune, cioè che le loro azioni individuali non fossero funzionali all’intero processo.
Perfino quelli che, regolarmente, ogni giorno, provvedevano a far giungere le vittime alla
loro destinazione ultima, evitavano di guardarle e toccarle nel momento della morte. Essi
credevano che questo stare alla larga potesse liberarli dalle responsabilità. La strage si lo-
calizzava così in un laboratorio di distruzione. Persino dentro il castello essa formava un
regno isolato le cui frontiere erano segnate dalle pesanti porte d’acciaio che conducevano
alla camera a gas e dalla bocca del forno dove le vittime diventavano cenere. Dopo che
ciascun gruppo di visitatori ne attraversava la soglia, l’odore della carne bruciata comin-
ciava a diffondersi per il castello. Tuttavia, ogni addetto era lasciato libero di negare che
il suo viaggio alla guida del pullman, l’istantanea scattata dalla macchina fotografica, o il
ticchettio della macchina da scrivere avessero qualcosa a che vedere con le sgradevoli
condizioni dell’atmosfera.
Essi rifiutavano di credere che quegli esseri viventi venissero trasformati in cadaveri e poi
in cenere, in parte perché loro li aiutavano nello svolgimento delle procedure. Tutti, dal ca-
pitano Wirth, e dai dottori Lonauer e Renno che organizzavano i trasporti, effettuavano i con-
trolli finali delle vittime, consegnandole alla camera a gas e sorvegliando l’immissione del gas
letale, fino ai custodi, agli autisti di pullman, alle infermiere e alle segretarie, si tenevano a
buona distanza dagli Stracci e dai fuochisti che maneggiavano quei corpi oltraggiati e senza

IPERTESTO B
vita. Il reale orrore dell’operazione era visibile solo alla fine; e il prodotto finale, che era la
morte, era nelle mani di un gruppo di uomini ubriachi, addetti alla distruzione delle vittime.
Solo lì, così almeno sembrava ai dipendenti del castello, era la vera contaminazione che cia-
scuno di loro aveva collaborato a rendere inevitabilmente evidente. Non c’è da sorprendersi,
quindi, che il solo membro dello staff del castello a venir giustiziato, appena dopo la con-
clusione della guerra, per la sua partecipazione alle operazioni di sterminio a Hartheim fosse
uno degli addetti al crematorio, Vinzenz Nohel.
A questo riguardo l’insistenza dell’addetto alla manutenzione Buchberger sul fatto di aver 17
rifiutato di assistere alle gassazioni dei pazienti e di prestare servizio come addetto alla cre-
mazione è molto significativa. La diretta responsabilità personale nell’uccisione sembrava

La Shoah nell’Europa dell’Est


riferirsi solo al momento in cui si veniva a contatto dei morti o dei moribondi. Questo era il
risultato logico e voluto di un sistema organizzato burocraticamente per lo sterminio di
massa, che si componeva di una sequenza d’operazioni coordinate, separate e divisibili,
compiute da individui con scarsa considerazione personale, per non dire indifferenti, verso
le vittime che essi contribuivano a creare.
G.J. HorWIz, All’ombra della morte. La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen,
Marsilio, Venezia 1994, pp. 89-91, 108-109, trad. it. G. GeNoVese

Quale grave difetto tecnico presentavano le camere a gas di Hartheim?


Qual era l’illusione comune, che aveva salda presa nella mentalità di chi lavorava a Hartheim?
Per quale motivo Vinzenz Nohel fu il solo membro dello staff del castello a venir giustiziato, dopo
la conclusione della guerra?

F.M. Feltri, Chiaroscuro © SEI, 2010