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Richard Rohr - Andreas Ebert


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Alla ricerca dei nove volti



dell'anima
Richard Rohr - Andreas Ebert

SCOPRIRE
L'ENNEAGRAMMA
Alla ricerca dei nove volti dell'anima

~
SAN PAOLO
Titolo originale dell'opera:
Das Enneagramm. Diè 9 Gesichter der Seele
© Claudius Verlag, Mi\nchen 1989

Traduzione dal tedesco


di Michele Gialdroni

Prima edizione giugno 1993


Seconda edizione settembre 1993

©EDIZIONI SAN PAOLO s.r.l., 1993


Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo (Milano)
Distribuzione: Commerciale Edizioni Paoline s.r.l.
Corso Regina Margherita, 2 - 10153 Torino
PRESENTAZIONE

Far presentare un libro come questo da uno psicologo for-


se non è un'idea commercialmente conveniente, ma è sicu-
ramente un atto di lealtà. Il realismo clinico lascia poco spazio
a ciò che non è scientificamente dimostrabile e a ciò che non
è direttamente utile al benessere psicofisico della persona.
Questa è la prospettiva critica con la quale intendo pre-
sentare al pubblico italiano il volume di Richard Rohr e An-
dreas Ebert, Scoprire l'enneagramma, il cui uso in Italia è nuovo
e originale, mentre per le popolazioni anglofone e germano-
fone è disponibile sull'argomento un'ampia letteratura (Ennea-
gram Educator, A Quarterly Publication of Frasor Associa-
tes Ruth Creighton, Editor - 2045 W. Morse Avenue -
Chicago Illinois 60645 - Usa).
L' enneagramma è un modo per conoscere se stessi e le no-
vità che propone rispetto ali' antichissimo gnothi se autòn so-
no le indicazioni pratiche che trasformano queste> imperativo
in processo evolutivo: la conoscenza di sé diventa un pre-
supposto per un'evoluzione personale.
Anche la psicoanalisi e tutte le varie forme di psicoterapia
fanno (o si prefiggono di fare) altrettanto, tuttavia l' ennea-
gramma avrebbe una marcia in più rispetto a esse: offrire la
possibilità di conoscersi per un'evoluzione «anche» di tipo
spirituale, oltre che psicologica.
A questo punto si potrebbe già concludere che l' enneagram-
ma è la vera panacea, perché riuscirebbe a ottenere tutto ciò
che ogni psicoterapia e ogni religione si prefiggono di fare.
Ma neanche il suo più entusiasta sostenitore farebbe una si-
mile affermazione. L' enneagramma, infatti, è valido solo per
chi lo ritiene tale. Finora non esiste una sola impostazione
sistematica, psicologica e religiosa, che possa essere condivi-
.sa da tutti e nella quale ognuno possa riconoscersi.
L' enneagramma è uno dei tanti modi per far cadere alcu-

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ne maschere e far aprire i nostri occhi sul proprio futuro e
destino attraverso un processo che schematicamente può es-
sere tracciato in cinque tappe:
1) conoscere, i tre centri di base (pancia, testa e cuore) e
individuare in uno di questi la propria tendenza o prevalenza;
2) conoscere i tre tipi che si differenziano per ognuno dei
centri e riconoscere la propria prevalenza in uno dei nove
tipi enumerati;
3) fare i primi tentativi provvisori per verificare le simili-
tudini di massima e le differenze, anche minime, tra sé e il
proprio tipo;
4) confrontarsi con« le ali», ossia con i tipi confinanti con
i quali si hanno, in alcuni tratti, delle similitudini comporta-
mentali;
5) identificare le linee che collegano la propria tipologia
con altre tipologie; infatti, l'equilibrio o l'armonia non sta
nel modo di essere limitato e ristretto di un solo tipo, ma
nel rapporto con altre tipologie complementari. ,
In questo modo, l'agire non sarà più un reagire ma una
risposta libera e cosciente.
Come si potrà notare, la procedura e gli intenti dell' en-
neagramma sono da ammirare, ma dal punto di vista psico-
logico è necessario chiedersi se sia realmente efficace. Se lo
è per tutti è come una medicina, se lo è per alcuni è come
un placebo.
Domande di questo tipo non trovano risposta né in una
farmacoterapia né in una psicoterapia; tuttavia, simili inter-
rogativi rimangono legittimi nonostante, e questo bisogna ri-
conoscerlo, le testimonianze di efficacia psicologica e religiosa
dell' enneagramma siano innumerevoli.
Le grandi variabili del successo terapeutico sono: l'opera-
tore, il metodo e il paziente. Credo che l' enneagramma pos-
sa aver successo quando chi lo applica lo sa gestire in modo
adeguato al soggetto.
E proprio da qui nasce un quesito: chi può applicare l'en-
neagramma? Uno psicologo, anche senza una competenza spi-
rituale, o una guida spirituale, anche senza una competenza
psicologica? Oppure sono necessarie una qualifica professio-
nale e un'esperienza in entrambe le competenze? Quest'ul-
tima ipotesi sarebbe l'optimum, ma il più delle volte
incontriamo medici o psicologi con la pretesa di essere delle

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guide spirituali o religiosi con la pretesa di sostituirsi ai cli-
nici. L'enneagramma potrebbe dare adito a questa confusione
di ruoli e competenze; sebbene, di fatto, esso possa essere
usato efficacemente sia dagli uni sia dagli altri, ma a delle con-
dizioni ben precise. Ritengo sia importantissimo che chiun-
que usi uno strumento come l' enneagramma abbia l'umiltà
di riconoscere e restare nel proprio ambito e la lealtà d'in-
tenti nei confronti dei destinatari, fedeli o pazienti che siano.
Resta chiaro che la persona umana è un tutt'uno senza com-
partimenti stagni; le distinzioni hanno senso solo in vista di
una migliore strategia d'intervento, ossia per meglio raggiun-
gere il benessere reale e completo della persona.
Il peggior uso dell' enneagramma sarà quello fatto da per-
sone non qualificate né religiosamente né clinicamente.
Forse questa prospettiva critica può sembrare eccessiva,
ma ritengo importante sottolineare che chi presenta un ap-
proccio come quello dell' enneagramma, quando parla di « vo-
ci» che si sentono nell'intimo, debba essere ben certo che
l'interlocutore non sia schizofrenico o predisposto a delle sin-
dromi dissociative di tipo allucinatorio. Se non si sa diffe-
renziare uno psicotico da i.iii nevrotico, uno stato confusionale
da una situazione di borderline, una crisi prepsicotica da una
crisi mistica, i danni che ne derivano possono essere gravi.
Penso, inoltre, che il concetto di« energia», ricorrente in que-
sto testo, dovrebbe essere meglio esplicitato; le interpreta-
zioni di tale termine vanno da quella psicologica a quella
parapsicologica. Credo che nel contesto dell'enneagramma,
esso sia da intendere come sinonimo di «risorsa personale»,
ma anche questo dovrebbe essere ulteriormente specificato,
come anche le nozioni a esso complementari quali « trappo-
la», «meccanismo di difesa» e «peccato radicale».
Altro concetto molto importante è quello di « dono » che
ognuno ha a disposizione per il proprio progresso personale;
esso è simile alla «medicina»; infatti, è qui che il concetto
di «guida spirituale» si avvicina al concetto di «terapia».
Nel testo viene evidenziato molto bene che nell'enneagram-
ma, diversamente da ciò che, accade in una terapia, non vi
è una « prescrizione » del professionista al paziente, ma è il
soggetto stesso che deve scoprire e applicare il proprio « dono-
medicina ».Altrettanto avviene per l'identificazione del pro-
prio tipo tra i nove proposti dall' enneagramma: non si tratta

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infatti di una diagnosi del terapeuta, quanto di un personale
autoriconoscersi, almeno nelle linee generali, in una delle nove
tipologie. E anche qui ci sarebbe da considerare criticamen-
te - dal punto di vista della psicologia clinica - la validità
di questo autoriconoscimento. L'enneagramma potrebbe es-
sere come un test proiettivo nel quale ognuno intravede ciò
che la sua particolare struttura psichica permette, ma sareb-
be necessario verificare se un soggetto appartiene veramen-
te a una determinata tipologia o se sta semplicemente
indicando «come vorrebbe essere». Non tutti sono capaci
di differenziare la propria realtà dalle proprie proiezioni e
dalle aspettative degli altri nei propri confronti: una cosa è
come si vorrebbe essere, altra è come si vorrebbe apparire
agli altri (o come gli altri vogliono che si sia o si appaia) e
altra ancora è come si è· in realtà.
Queste difficoltà sono previste e adeguatamente affron-
tate nel testo; alla base di tutto c'è un'ottimistica fiducia nelle
capacità evolutive di ogni persona; perciò la migliore predi-
sposizione ad affrontare lo studio e l'applicazione dell'ennea-
gramma è la sincerità, la lealtà e lonestà verso se stessi.
In questa chiave critica, non certo demolitiva ma leale, ul-
teriori osservazioni possono esse.re fatte sull'utilità e sull' at-
tendibilità dei colori e degli animali associati a ognuno dei
nove tipi. Tali associazioni sono fondate sull'analisi statisti-
ca di un'adeguata campionatura o sull'intuizione? Per cono-,
scersi, accettarsi e migliorarsi (finalità dell' enneagramma) qual
è la funzione del colore? Gli studi di Lusher (cfr. Il Test dei
colorii Edizioni Astrolabio, Roma 1976) e altre ricerche sul-
la cromoterapia coincidono o divergono da queste intuizio-
ni? Inoltre, anche il calendario cinese prevede la correlazione
di ogni essere umano con un animale, se si tratta di metafo-
re per meglio comunicare un'idea non solo sono d'accordo
su tali accostamenti, ma propugnerei un simile linguaggio me-
taforico che ritengo uno dei più adeguati. Resta comunque
il problema dell'adeguatezza o solo soggettività di tali me-
tafore.
Altro aspetto critico che potrebbe essere preso in consi-
derazione quando ci si accosta ali' enneagramma è quello del
pericolo di incasellare e di etichettare tutti gli esseri umani
in schemi limitati. Da tempi immemorabili lo ha fatto I' a-
strologia con i dodici segni zodiacali; Ippocrate con i quat-

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tro temperamenti; E. Kretschmer, C. G. Jung, K. Horney,
F. Rieman e tantissimi altri. Perché dunque un altro tentati-
vo di questo genere? La mia risposta a questa obiezione è
che se viene rispettata l'unicità e l'irripetibilità di ogni per-
sona umana e se una catalogazione serve a meglio conoscer-
si, comunicare e migliorarsi, allora anche questa può essere
accettata.
Altre obiezioni ali' enneagramma sono oggi poco consistenti
almeno dal punto di vista strettamente psicologico. Infatti,
più nessuno o pochi temono ormai di avvicinarsi all'ennea-
gramma solo per la sua origine sufica, dunque islamica: il pe-
ricolo di eresia o di allontanamento dalla propria posizione
religiosa o ideologica non può assolutamente venire dall' en-
neagramma. Inoltre è caduto il sospetto, nutrito in passato,
di presunte influenze occulte sull' enneagramma, dal momento
che esso si occupava di conoscenze nascoste, ossia della na-
tura specifica del proprio essere interiore. Infatti, oggi biso-
gna dire che uno dei più grandi valori di tale metodo è proprio
quello di permettere lemersione a livello conscio delle moti~
vazioni inconsce dei nostri atteggiamenti. Questa consape-
volezza è alla base dell'evoluzione personale.
Altre osservazioni mosse ali' enneagramma, alle quali però
personalmente non darei molto peso, sono quella dell' appar-
tenenza alla cosiddetta cultura del« New Age »,oppure del-
1'essere una nuova moda. Ancora una volta, dal punto di vista
psicologico-clinico il primo e assoluto criterio di valutazione
non è l'antichità o la modernità di un sistema psicoterapico,
né la sua episodicità e popolarità maggiore, uguale o minore
di una moda. Un sistema di conoscenze e di trattamento che
aiuta a riacquistare o a rinsaldare la salute mentale e/o fisica
è buono in quanto tale, a prescindere dal contesto nel quale
è sorto, dalla sua correlazione a voghe più o meno altalenanti.
L' enneagramma è valido nella misura in cui aiuta a cam-
biare il modo di pensare e di comportarsi in vista di un mi-
gliore equilibrio e di una buona armonia psicofisica. Di-
versamente da molte impostazioni psicoterapiche esso non
si dilunga in analisi eziologiche e modalità di sviluppi pato-
logici. Per I' enneagramma non è importante analizzare le cause
di un determinato comportamento e come si è sviluppato in
direzione disarmonica. Si presuppone che molti nell'infan-
zia abbiano iniziato ad adottare maggiormente uno dei nove

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tipi per esprimere se stessi e per interagire con l'ambiente.
In seguito, quel tipo è diventato per ognuno di noi un piode
sempre più automatico per reagire alle varie situazioni. E pos-
sibile che nel tempo questo nostro modo di essere, inizi.al-
mente funzionale, sia diventato pian piano sempre più
frequentemente disfunzionale, ovvero non propriamente utile
allo sviluppo e al reale benessere. Tuttavia, l'interesse prin-
cipale dell' enneagramma resta la situazione hic et nunc della
persona e il suo processo evolutivo verso un maggiore benese
sere psicofisico.
Vorrei concludere con una prospettiva che mi è più fami-
liare e che allo stesso tempo ritengo tra le più adeguate al-
·l' enneagramma: la prevenzione.
Al di là degli aspetti critici che qui ho osservato circa l' en-
neagramma, vorrei anche indicare la sua validità psicologica
dal punto di vista preventivo, con particolare riguardo agli
adolescenti e a tutti gli adulti che vogliono dare una risposta
alle domande: «Chi sono io? »; « Se io sono ciò che sto di-
ventando, come e in che direzione sto camminando?»;« Se
non so come e perché finora mi sono evoluto fino ad avere
questi miei attuali atteggiamenti, come continuerà la mia evo-
luzione con una maggiore conoscenza di me?».
Come si sa, il processo d'identità è di estrema importanza
per l'adolesèente in ordine al suo diventare adulto, ma l'i-
dentità si evolve parallelamente alla maturità ed è per que-
sto che in tutti i disturbi della personalità esiste sempre un
problema d'identità personale. Se non incentiviamo la pre-
venzione ci troveremo con l'acqua alla gola. Un metodo che
permette una più autentica conoscenza di se stessi è sicura-
mente, dal punto di vista psicologico, ottimo per la preven-
zione e per l'igiene mentale. L' enneagramma non potrà avere
gli stessi lusinghieri risultati terapeutici e spirituali su tutti,
ma di certo offre a tutti coloro che vogliono avere il corag-
gio di essere onesti con se stessi delle ottime opportunità pre-
ventive.

Prof. AURELIANO PACCIOLLA


Psicologo e teologo

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Alle nostre madri
Eleonore Dreilin-Rohr
Renate Apfelgriin-Mayr
PREFAZIONE

Uno specchio dell'anima

Questo libro ha un antefatto insolito. Allorché quattro anni


or sono visitai Richard Rohr, che allora era ancora a capo
della comunità di famiglie «New Jerusalem » a Cincinnati,
Ohio (Usa), egli mi introdusse per la prima volta all'ennea-
gramma, uno strumento antichissimo per la conoscenza di
se stessi e per la conduzione spirituale 'degli altri, scoperto
in Occidente solo in tempi recenti.
Nell'estate del 1988 ho avuto l'opportunità di prendere
parte a un workshop di vari giorni sull' enneagramma nella
nuova sede di Richard Rohr, il« Centro per l'Azione e la Con-
templazione» ad Albuquerque, New Mexico. Nel frattem-
po la situazione negli Stati Uniti era completamente mutata.
A partire dalla metà degli anni ottanta è comparsa tutta una
serie di libri sull' enneagramma; molti psicologi e teologi so-
no dell'opinione che l'enneagramma sia un ottimo strumen-
to per aiutare gli uomini nel loro cammino verso la crescita
intellettuale e spirituale.
Al mio ritorno daglì Stati Uniti ero indeciso se tradurre
uno dei libri già pubblicati da Richard Rohr oppure se riela-
borare i suoi workshop tenuti a braccio e registrati su nastro.
Molteplici ragioni mi hanno spinto a decidere per la seconda
strada. Per comunicare l'enneagramma, che per tanto tem-
po è stato tramandato solo oralmente, l'esposizione di Rohr,
non sempre sistematica e cosl vivace quanto disordinata, è
forse più appropriata che una descrizione con ambizioni stret-
tamente scientifiche.
Inoltre ho cercato di integrare qui la letteratura pubblica-
ta sino a oggi sull'argomento. Questo riguarda la prima e la
terza parte di questo libro. Oltre a ciò, ho avuto nel frat-
tempo l'opportunità di raccogliere una serie di esperienze per-

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sonali con I' enneagramma. Anch'esse sono confluite nel la-
voro, cosicché ne è risultato un« prodotto misto». Contri-
buti personali, cambiamenti e integrazioni sono stati
concordati con Richard Rohr per lettera o per telefono, un'im-
presa costosa, ma stimolante. Cosl questo libro è anche, quasi
incidentalmente, una testimonianza della collaborazione ecu-
menica tra un francescano statunitense e un pastore lutera-
no bavarese. Tre regole approssimative permettono di
distinguere il contributo di Richard Rohr dalle mie aggiunte:
1) L' «io» narrante - salvo diversa segnalazione - pro-
viene sempre da Richard Rohr.
2) Tutti i paragrafi stampati in piccolo della prima e della
seconda parte - salvo diversa segnalazione - e tutte le no-
te provengono da me.
3) La terza parte del libro è stata redatta da me solo.

Auguro a questo libro lettori disposti a percorrere un cam-


mino di conoscenza di sé e di conversione emozioriante, ma
anche faticoso. Riconosco chiaramente il pericolo che si possa
fare di un modello tipologico appassionante come I' ennea-
gramma un uso indebito per inquadrare se stessi e gli altri
in maniera piatta e semplicistica in uno schema e quindi non
utilizzarlo per crescere, bensl per irrigidirsi. Una reale cono-
. scenza di sé ha qualcosa a che vedere con il lavoro interiore
che è faticoso e doloroso; il cambiamento reale suppone il
dolore di un parto. Ci vuole coraggio per percorrere questo
cammino.
Molti temono il cammino della conoscenza di sé perché
hanno paura di essere risucchiati dai loro stessi abissi. I cri-
stiani sanno - anche se spesso solo teoricamente - che Cri-
sto ha vissuto tutti gli abissi dell'essere uomo e che cammina
al nostro fianco se rischiamo il confronto sincero con noi stes-
si. Poiché Dio ci ama incondizionatamente - con i nostri
abissi e i nostri lati oscuri - non dobbiamo evitare noi stes-
si. Alla luce di questo amore, il dolore della conoscenza di
sé può essere anche l'inizio della nostra guarigione e del com-
pletamento. Dio ci ama anche se non percorriamo questa stra-
da, ma noi ci priviamo in tal modo di molti frutti dell'amore
divino.
I maestri e le guide dell'anima di tutte le tradizioni spiri-
tuali dell'Ovest e dell'Est sapevano che la reale conoscenza

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di sé è la premessa del reale« viaggio interiore». Teresa d' A-
vila, la grande mistica cristiana, scrive nel suo capolavoro Il
castello interiore:
« È causa di non poca pena e vergogna il fatto che, per nostra
colpa, non riusciamo a capire noi stessi né a sapere chi siamo.
Non sarebbe forse segno di grande ignoranza, se qualcuno, ri-
chiesto della sua identità, non sapesse rispondere né potesse di-
re chi è suo padre, sua madre e quale il suo paese? 'se, dunque,
ciò denuncia un'enorme ignoranza, la nostra, quando non cer-
chiamo di sapere chi siamo e ci fermiamo solo alla considerazio-
ne del nostro corpo, è senza confronto maggiore. Sl, a un dipresso
sappiamo di avere un'anima, perché lo abbiamo udito dire e per-
ché ce lo insegna la fede, ma i beni che può racchiudere quest' a-
nima o chi abita in essa, o il suo inestimabile pregio, son cose
che consideriamo raramente. Di conseguenza, ci si preoccupa
poco di adoperarsi con ogni cura a conservarne la bellezza » 1 •

L' enneagramma è un modello della psiche originariamen-


te non cristiano, bensì proveniente dalla tradizione di sag-
gezza orientale dei sufi. Nelle Chiese cristiane si discute
attualmente come fronteggiare le correnti spirituali origina-
rie dell'Oriente, che sotto la denominazione di New Age in-
fluenzano sempre più la coscienza del mondo occidentale. Non
esistono ricette per stabilire quali elementi di esperienze e
conoscenze non cristiane possano essere integrati e quali deb-
bano essere respinti. Il« discernimento degli spiriti» (lGv
4,1) è necessario, ma non sempre facile:« Esaminate ogni cosa,
ritenete ciò che è buono » (1Ts 5 ,21). Paolo crede che la sua
comunità sia in ogni caso capace di decidere cosa può adot-
tare criticamente e cosa no. Tutto il mondo e tutto ciò che
di buono, di vero e di bello, si trova in esso, è a disposizione
dei cristiani in linea di principio: «Tutto è vostro ... Ma voi
siete di Cristo!» (lCor 3,2).
Paolo e l'evangelista Giovanni nei loro scritti hanno adot-
tato e «battezzato» 2 senza esitare idee e immagini della fi-

1 Teresa d'Avila, Cammino di perf~zione, Castello interiore, traduzione di L, Fai-


zone, Edizioni Paoline, Roma 19822 , p. 263.
2 Per « battesimo » intendo che qualcuno o qualcosa viene liberato dal suo con-
testo originario, offerto a Cristo e messo a sua disposizione. Il cristianesimo non
ha una lingua propria. Tutti i tentativi di crearla portano a un'orribile e spesso ca-

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losofia della religione greca corrente. Cosl Giovanni descri-
ve Cristo quale logos incarnato (Gv 1). La nozione di logos
implica l'esistenza di una sorta di intelligenza del mondo che
si trova dietro ogni cosa visibile e in tutto agisce. Logos defi-
nisce abbastanza esattamente ciò che gli esoterici oggi chia-
mano «coscienza superiore». Giovanni non esita ad adottare
questo termine esotericamente «compromesso ». Lo ridefi-
nisce e spiega cosl ai suoi contemporanei il vangelo nella lo-
ro lingua.

Balza agli occhi quanto l'analisi della «vita interiore» del-


l'uomo si somigli nei grandi mistici di tutte le religioni, che
siano essi di stampo ebraico, buddistico e zen, sufi o cristia-
no. In maniera semplificata essa si lascia rappresentare così:
l'uomo costruisce nella prima metà della sua esistenza il suo
«io empirico», che può anche essere inteso quale somma delle
sue disposizioni e dei suoi meccanismi di comportamento.
L'eccessiva identifica.zione in tali ruoli, abitudini e caratte-
ristiche è il maggiore ostacolo nell'umana ricerca del vero« io»
(Dio, redenzione).
Tutte le strade mistiche offrono metodi per smascherare
questo io Jalso e illusorio e per liberarsi da lui, attraverso la
conoscenza, l'ascesi, le opere buone o la meditazione. Un te-
sto del mistico tedesco Johannes T auler centra il punto della
questione:
«Finché l'uomo dura in questo esercizio (del raccoglimento
interiore), la natura resta tanto povera e arida: essa non vi ha
nulla di suo ... Essa desidererebbe avere qualcosa, sapere qual-
cosa e volere qualcosa. Sarà molto duro per la natura prima che
questi tre qualcosa muoiano in essa. Ciò non si può fare in un
giorno né in breve tempo, ma bisogna spezzare se stessi in tale
esercizio e abituarvicisi con assidua diligenza » 3 •

ricaturizzata «lingua di Cana », che ai non credenti risulta ripugnante. Il cristiane-


simo non ha un proprio « materiale ». Un quadro diventa, ad esempio, « cristia-
no », non perché il pittore adoperi dei colori diversi, ma attraverso ciò che con i
colori ha rappresentato. Allo stesso modo, molte conoscenze scientifiche o espe-
rienze religiose non sono « in sé » cristiane o meno, lo diventano grazie al modo
in cui noi le trattiamo.
3 G. Tauler, Opere, traduzione di B. de Blasio, Edizioni Paoline, Roma 1977,
p. 523.

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La redenzione dal falso io viene intesa nel cristianesimo
quale dono della grazia; viene discusso in quale misura l'uo-
mo possa prepararsi, disporsi, aprirsi od orientarsi verso questa
grazia. Questo problema viene risolto di solito dicendo: l'uo-
mo deve agire come se tutto dipendesse da lui. Con il senno
di poi capirà che era lo Spirito di Dio - e non lui stesso -
a motivarlo e a permettergli di cercare, di lottare, di prega-
re. Già Paolo ha formulato questo paradosso irresolvibile dellà
propria lotta e della grazia di_Dio: «Con timore e tremore
lavorate alla vostra salvezza. E Dio infatti colui che suscita
tra voi il volere e l'agire in vista dei suoi amabili disegni »
(Fil 2, 12ss).
Nelle religioni orientali, per quanto l'aspetto della grazia
- ad esempio in parti del buddismo - sia cértamente pre-
sente, la partecipazione dell'uomo alla sua redenzione viene
sottolineata con più forza. L'opinione generica di molti cri-
stiani, che le strade orientali non siano altro che autore-
denzione, non può essere sostenuta. Vero è che nelle diver-
se religioni esiste una maggiore concordanza a proposito
dell'analisi della situazione umana piuttosto che sulla tèra-
pia. Ma il testo di Tauler dimostra che anche la prassi misti-
ca si somiglia molto, malgrado le idee di grazia siano di-
verse.
Noi cristiani tendiamo a riempirci la bocca di discorsi sul-
la grazia che « sola giova », ma rimaniamo senza risposte verso
coloro che la cercano, quando chiedono le strade per potere
conoscere questa grazia che cambia la vita e redime. Oggi
molti raccontano di essere stati aiutati da percorsi orientali
a riscoprire la loro fede perduta, oppure ad approfondire la
loro vita di preghiera. La diatriba sulla «legittimità» di tut-
to ciò non può essere riportata qui. Io stesso del resto sono
della convinzione che le strade che Dio percorre con gli uo-
mini non corrispondano sempre alle norme e alle leggi del
suo «personale di terra».

Nel nostro secolo i padri spirituali cristiani hanno « bat-


tezzato» soprattutto le scoperte delle scienze umane, poiché
queste si sono rivelate d'aiuto per la comprensione dei feno-
meni psichici (e sociali). Già nel 1927 il teologo norvegese
conservatore Ole Hallesby ha ripreso la concezione dei quattro
distinti temperamenti del medico e filosofo greco Ippocrate

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e l'ha resa fertile per la pastorale cristiana4• Negli ultimi de-
cenni sono state accolte dalla cura spirituale cristiana le « for-
me basilari di paura» di Fritz Riemann, per quanto Riemann
abbia fatto confluire nella sua descrizione dei quattro tipi
di paura considerazioni astrologiche. Malgrado la loro origi-
ne non cristiana, tali modelli si sono rivelati utili strumenti
e spero che l' enneagramma abbia lo stesso destino.
Alla fine della Bibbia il veggente Giovanni traccia il qua-
dro della nuova Gerusalemme, la futura città di Dio. In questo
contesto descrive come i popoli della terra portano i loro do-
ni in questa città (Ap 21,26). Quest'immagine implica che
tutto ciò che nei pensieri e nelle esperienze dei popoli e del-
le religioni è di valore, appartiene a un unico Dio. Possiamo
accogliere grati questi doni, guardare ai doni altrui ci impe-
disce anche di assolutizzare le nostre proprie conoscenze cri-
stiane e di utilizzarle in modo imperialistico contro tutte le
altre. C'è molto da imparare dai saggi orientali. Se li ascol-
tiamo con modestia e umiltà, invece di avere la pretesa di
sapere tutto e meglio in partenza, saranno forse anche di-
sposti a considerare più seriamente la nostra testimonianza
di Cristo.
Io credo che l' enneagramma ci possa aiutare a trovare una
relazione più ptofonda e sincera con Dio, malgrado non sia
stato inventato dai cristiani! Chi ha occhi può scoprire in es-
so contemporaneamente il proprio volto, il volto di Dio e -
come in una icona - il volto di Cristo. Paolo scrive: «Il Si-
gnore èlo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è liber-
tà. Noi, dunque, riflettendo senza veli sul volto la gloria del
Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine,
di gloria in gloria, conforme all'azione del Signore che è Spi-
rito» (2Cor 3,17ss).
Come specchio dell'anima l' enneagramma resta uno stru-
mento-che prima o poi può essere messo da parte. L'ennea-
gramma non è la risposta, bensl un segnavia tra molti. I
segnavia indicano il cammino: dobbiamo percorrerlo però da
soli. Spero perciò che nessuno stilizzi l' enneagramma quale
nuova assoluta dottrina della salvezza. Ogni forma della co-

4 Q, Hallesby, Dein Typ ist gefragt. Unsere Veranlagungen und was wir daraus
machen Kiinnen, Wuppertal 1986.

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noscenza di sé, che sia« solo» psicologica oppure« anche»
spirituale come l' enneagramma, appartiene a quell'ambito che
Dietrich Bonhoeffer ha chiamato « il penultimo » nella sua
etica. La nostra conoscenza, come dice Paolo, resta « imper-
fetta». Ma finché Dio non perfeziona noi e il mondo è me-
glio riconoscere il lavoro parziale e agire, piuttosto che restare
completamente ciechi e paralizzati.

ANDREAS EBERT

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PARTE PRIMA

IL GIGANTE ADDORMENTATO
UNA TIPOLOGIA DINAMICA

L' enneagramma è una dottrina dei tipi psicologici mol-


to antica, che descrive nove diversi caratteri. Ha in comu-
ne con molte altre tipologie la grossolana riduzione del com-
portamento umano a un numero limitato di tipi di carat-
tere.
L'astrologia descrive dodici tipi di uomo secondo il segno zo-.
diacale. Il medico greco Ippocrate (morto nel 377 a.C.) ricon-
dusse i · suoi quattro temperamenti (sanguigno, melanconico,
collerico, flemmatico) a diversi« umori» (sangue, atrabile, bile,
linfa). Ernest Kretschmer (1888-1964) studiò il rapporto tra la
costituzione fisica e la tendenza a determinate malattie menta-
li. Egli distinse tre tipi fisici: 1. tipo picnico (tarchiato) 2. tipo
leptosomico (magro) e 3. tipo atletico e attribul loro altrettanti
tratti di carattere: 1. ciclotimici (tendenza alla malattia maniaco-
depressiva), 2. schizotimici (tendenza alla schizofrenia) e 3. vi-
scosi (tendenza all'epilessia). Carl Gustav Jung (1875-1961) partl
dall'idea che esistono tre paia di funzioni, sviluppate in ogni uo-
mo in maniera differente: estroversione-introversione; sensazio-
ne-intuizione; pensiero-sentimento. Ogni individuo privilegia di
volta in volta una delle due possibilità; di qui si sviluppano otto
combinazioni o tipi, ad esempio il pensatore estroverso e intuiti-
vo oppure l'appercettore introverso e sensibile. L'americana Isa-
bel Briggs Myers ha scoperto un ulteriore paio di funzioni,
(judging-perceiving: tendenza a giudizi rapidi e chiari e a decisio-
ni in contrapposizione a ricettività per· molte influenze e infor-
mazioni) e ha sviluppato in base a Jung il Myers-Briggs Type
Indicator, un test che distingue sedici tipi ed è molto diffuso ne-
gli Stati Uniti tanto nell'industria quanto in ambienti ecclesia-
stici. Karen Horney (1885-1952) distingueva originariamente tre

23
modi differenti in cui gli uomini tentano di superare la loro paura
esistenziale: sottomissione (apertura agli altri); ostilità (aggres-
sione contro gli altri); ritiro (isolamento dagli altri). In seguito
sviluppò un modello nel quale mostrava quattro modi principali
attraverso i quali gli uomini cercano di proteggersi dalla loro pau-
ra di fondo: amore, servilismo, potere e distacco. Quest'ultimo
modello corrisponde in una certa misura allo schema sviluppato
dallo psicanalista e astrologo Fritz Riemann (1902-1979). Egli
prendendo le mosse da quattro paure di fondo dell'uomo: 1. pau-
ra della vicinanza, 2. paura della distanza, 3. paura del cambia-
mento, 4. paura dell'invariabilità, dimostrò che di qui si
producono quattro tipi umani di fondo: lo schizoide, il depres-
sivo, il compulsivo e l'isterico 1 •
Tutti questi modelli cercano - con presupposti differenti -
di tener conto del fatto che, per quanto gli uomini siano diffe-
renti tra loro, esistono anche individui che si somigliano vistosa-
mente. Ognuna di queste tipologie può essere confrontata con
una mappa che ha lo scopo di facilitare la visione del regno del-
1' anima umana. Come esistono mappe geologiche, politiche o
stradali, cosl ognuna delle tipologie nominate segue un interes-
se specifico e ha quindi i suoi specifici punti di forza e di debo-
lezza. Nessuna di loro è onnicomprensiva; nessuna di loro è la
cosa in sé. In astrologia, la più amata delle tipologie, è necessa-
rio chiedersi seriamente se la premessa assiomatica, che esista
cioè una corrispondenza tra le traiettorie delle costellazioni e
l'orientamento dei destini umani, sia sostenibile. In ogni caso:
lo studio di una mappa non sostituisce mai l'« esperienza » del
territorio stesso.

Tutte le tipologie hanno il difetto di trascurare l'unicità,


l'originalità e la particolarità dell'individuo. Per questo mol-
ti psicologi le affrontano con notevoli e comprensibili pre-

1 Bibliografia: E. Kretschmer, Korperbau und Charakter. Untersuchung von Kon-


stitutionsproblemen und zur Lehre von den Temperamenten, Berlin 1921; C. G. Jung,
Tipi psicologici, in Opere, voi. VI, Bollati Boringhieri, Torino 1969; I. Briggs Myers,
Introduction to Type, Gainsville 1976; id., Gifts Differing, Palo Alto 1980; K. Hor-
ney, I nostri conflitti interni, Martinelli, Firenze 1975; id., La personalità nevrotica
nel nostro tempo, Newton Compton, Roma 1976; id., Nevrosi e sviluppo della perso-
nalità. La lotta per l'autoreali:r.:r.a:r.ione, Astrolabio, Roma 1988; E Riemann, Grund-
formen der Angst, Miinchen 197914 . ·

24
venzioni. Non si può trascurare ad esempio il pericolo dico-
stringere se stessi e gli altri nella casella di un determinato
segno zodiacale e di fissarsi cosl una volta per tutte. La sco-
perta di una «regolarità» nel comportamento umano ha un
senso solo quando contempla anche la possibilità del cam-
biamento e della liberazione dalla pressione della determi-
nazione. L'enneagramma offre questa possibilità.
L' enneagramma è una mappa molto antica. Come altre ti-
pologie descrive diversi tipi di carattere. Ma questo è solo
l'inizio. Oltre alla descrizione minuziosa delle varie situazioni,
l' enneagramma possiede una dinamica interna, che mira al
cambiamento. Esige molto ed è estenuante, almeno quando
viene insegnato e appreso nella maniera in cui originariamente
era inteso. L' enneagramma è più di un divertente gioco per
la conoscenza di sé. Si tratta di cambiamento e di inversione,
di ciò che le tradizioni religiose chiamano conversione ed espia-
zione. Ci mette a confronto con le compulsioni e le leggi se-
condo le quali - di solito inconsciamente - viviamo, per
invitarci al loro superamento e a dirigere il passo verso la
libertà.
Il punto di partenza dell' enneagramma sono i vicoli ciechi
nei quali finiamo noi uomini nel tentativo di difendere la no-
stra vita da minacce interne ed esterne. L'uomo, cosl come
.l'ha creato Dio, è molto buono secondo la concezione biblica
(Gn 1,31). Questa sua essenza (il suo «vero se stesso») è in
balla di forze minacciose già durante la gravidanza, al più
tardi nell'attimo della sua nascita. La dottrina cristiana del
peccato originale rimanda a questo dato di fatto psicologico,
quando sottolinea che l'uomo privo di peccato, libero e mol-
to buono non sussiste realmente in nessun momento della· sua
esistenza. Fin dall'inizio siamo esposti a forze distruttive e
per questo bisognosi di redenzione. Lo stesso materiale ge-
netico che ci compone contiene già programmazioni che con-
dizionano il nostro modo di essere sin dall'istante del
concepimento.
Il bambino incontra il mondo esterno innanzitutto attra-
verso le sembianze dei suoi genitori e dei fratelli, quindi at-
traverso i compagni, gli insegnanti, i valori e le norme del
gruppo e della religione e le « condizioni atmosferiche gene-
rali» della società. Molti fattori distinti si uniscono, forma-
no il nostro intimo e si condensano in ciò che in questo libro

25
chiamiamo «voci». Queste voci si lasciano sintetizzare soli-
tamente in frasibrevi e pregnanti, ci accompagnano - spesso
inconsciamente - per tutta la vita e agiscono in maniera de-
terminante sul nostro comportamento e sul nostro caratte-
re. A volte queste voci ci sono state inculcate verbalmente
(«Di' sempre grazie!»); a volte si sono formate come reazio-
ne al comportamento generale, non espresso verbalmente, del-
1' ainbiente («Non avvicinarti troppo a me!»).
L'uomo che cresce reagisce a queste voci interiorizzando
certi ideali («lo sono buono se ... »), sviluppando strategie di
omissione per sfuggire a punizioni o ad altre conseguenze sgra-
devoli del« comportamento errato», e creandosi specifici mec-
canismi di difesa. Emergono sempre sensi di colpa quando non
viene raggiunto o realizzato il proprio ideale. La condotta
errata vera e propria, che nell' enneagramma si manifesta in
nove peccati radicali, resta invece nascosta. Ciò che noi con-
sideriamo « peccati » appartiene infatti ai mezzi che impie-
ghiamo nell'inseguimento dei nostri falsi ideali. L'ennea-
gramma scopre questi ideali illusori e i falsi sensi di colpa,
permettendoci di guardare negli occhi il nostro dilemma
reale.
Partiamo dall'assunto che siamo segnati sia da indoli« ere-
ditate» sia da influenze dell'ambiente. Più importante della
ricerca delle cause (la domanda« da dove?») è la domanda
circa la mèta della nostra vita(« verso dove?»). Quando Ge-
sù e i suoi discepoli incontrarono un cieco dalla nascita, essi
chiesero al Maestro: «"Chi ha peccato, lui o i suoi genitori,
perché egli nascesse cieco?". Rispose Gesù: "Né lui ha pec~
cato né i suoi genitori, ma (è nato cieco) perché si manife-
stassero in lui le opere di Dio"» (Gv 9,lss). L'enneagramma
può aiutarci ad aprire gli occhi sul nostro futuro e sul nostro
destino, sul volto che ancora non abbiamo.

SAPERE ANTICHISSIMO, OGGI RISCOPERTO

Don Richard Riso chiama l' enneagramma un «gigante ad-


dormentato ». La storia della genesi dell' enneagramma è in
gran parte ignota e invita quindi facilmente a speculazioni.
Probabilmente esso è stato utilizzato per secoli da maestri

26
e guide spirituali. Le radici p~ù antiche risalgono, come so-
stengono alcuni, a più di 2000 anni or sono. E relativamen-
te sicuro che venne sviluppato ulteriormente sul finire del
Medioevo da alcune confraternite di sufi.
'
Già a circa cento anni dalla morte di Maometto musulmani
devoti - influenzati tra laltro dal monachesimo cristiano -
avevano deciso di condurre una vita semplice. Rinunciavano
spesso a ogni possesso e portavano come segno dell'ascesi grez-
ze vesti di lana (in arabo: su/). Alcuni di loro viaggiavano come
predicatori nomadi; altri vivevano in confraternite e comunità
spirituali. Molto, nel loro modo di vivere, ricordava i futuri fran-
cescani, che forse subirono essi stessi l'influenza dei sufi2. Co-
me nella mistica cristiana del Medioevo anche nel movimento
del sufismo era coinvolto un numero sorprendentemente alto di
donne.
I sufi volevano accertarsi dell'amore di Dio attraverso la pre-
ghiera e la meditazione. L'amore di Dio era il tema centrale del
movimento, come mostra la preghiera della maestra sufi Rabia
al-Adawiyya dell'VIII secolo:
« O Dio, se ti prego nel timore dell'Inferno, allora brucia-
mi nell'Inferno, e se ti prego nella speranza del Paradiso, non
concedermelo, ma se Ti prego per Te stesso, non nasconder-
mi la tua eterna bellezza! >>3.
I sufi furono duramente combattuti da parte dell'Islam uffi-
ciale. Dal popolo semplice però vennero presto adorati come san-
ti. A molti di loro si attribuirono poteri miracolosi e si accumu-
laro~o leggende sulla vita e le opere dei grandi maestri.
Agli « ordini » di sufi appartengono anche i dervisci e il movi-
mento dei fachiri (/aqir = povero). Molti di loro esistono a tut-
t'oggi (soprattutto nel Nordafrica) 4 •

Presso i sufi vigeva una tradizione di guida delle anime che


aveva lo scopo di aiutare gli uomini nel loro cammino verso
Dio. Nei molti anni in cui i maestri sufi hanno sviluppato
2 Cfr. I. Shah, I Sufi, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, pp. 2l'lss.
3 A. Schimmel, Giirten der Erkenntnis - Das Buch der vierzig Sufi-Meister, Diis-
seldorf und Koln 1982, p. 21.
4 L'opera standard sui sufi è di A. Schimmel, Mystical Dimension of Islam, Cha-
pel Hill 1975. Per una introduzione all'argomento cfr. I. Shah, I Sufi, op. cit.; W.
Stoddart, Il sufismo. Dottrina metafisica e via mistica all'Islam, Atanòr, Roma 1985.

27
la loro metodologia, hanno scoperto nove modelli per i quali
certi uomini non trovano mai Dio, scontrandosi sempre nuo-
vamente con se stessi, con le loro barriere e i loro blocchi in-
teriori.
Nel XV secolo, matematici islamici scoprirono il signifi-
cato del numero zero e svilupparono il sistema decimale. Spe-
rimentarono inoltre che se l' 1 viene diviso per 3 o per 7, ne
scaturisce un nuovo tipo di numero (frazioni decimali perio-
diche). Queste scoperte e il sapere sulla dinamica dell'anima
umana, accumulato con l'esperienza, confluirono infine nel
simbolo sufico dell' enneagramma, che venne chiamato il « vol-
to di Dio», poiché nei nove punti di energia, che l'ennea-
gramma descrive, i sufi vedevano nove rifrazioni di un unico
amore divino. La parola enneagramma, dall'unione dei ter-
mini greci ennea (nove) e gramma (lettera, punto), è un'in-
venzione posteriore.
9

7 2

Figura 1: L'enneagramma

L' enneagramma consta di un cerchio la cui circonferenza


è articolata da nove punti, numerati da 1 a 9 in senso orario.
I punti 3, 6 e 9 sono uniti da segmenti che formano un trian-
golo equilatero, mentre i segmenti che toccano i punti 1, 4,
2, 8, 5, 7 - la sequenza periodica che compare ogni qual
volta si divide un qualsiasi numero cardinale per 7 (escluso
il 7 stesso) - formano un esagono.

28
La scienza dell'enneagramma è stata evidentemente traman-
data in linea strettamente orale, trasmessa per secoli da mae-
stro a discepoli. Reminiscenze della speculazione matematica
della cabala ebraica e della dottrina cabalistica dell'albero della
vita non sono un caso; anche la dottrina cristiana degli otto ov-
vero dei sette peccati capitali o «vizi» (IV secolo) ha chiara-
mente lasciato le sue tracce: i sette peccati capitali classici della
tradizione ecclesiastica si trovano anche tra i nove peccati radi-
cali dell' enneagramma. I nove frutti dello Spirito dell' enneagram-
ma sono quasi identici alla lista dei nove « frutti dello Spirito »
che Paolo elenca nella lettera ai Galati 5,22.
Il caucaso Georg Ivanovich Gurdjieff (circa 1870-1949) ave-
va studiato in gioventù, come avventuriero e cercatore, la mi-
stica dei sufi, quelle tibetana, indiana e cristiana e aveva operato
poi in Occidente - molto contestato - quale guru e guida spi-
rituale. Secondo le sue indicazioni aveva conosciuto I'enneagram-
ma in Afghanistan e lo aveva descritto come un perpetuum
mobile. Una parte delle forme di danza e di movimento che svi-
luppò erano basate sulla dinamica dell' enneagramma. Gurdjieff
comparò l'enneagramma con la leggendaria « pietra filosofale »
e sottolineò che nella letteratura segreta non lo si trovava in nes-
sun luogo. Gli veniva inoltre attribuita una tale importanza dai
sapienti, che pareva loro necessario mantenerne segreta la
conoscenza 5 • Come tipologia psicologica I' enneagramma ha
svolto un ruolo secondario in Gurdjieff. Egli non ha mai redat-
to una descrizione dei nove tipi di personalità.
La forma oggi più nota dell' enneagramma quale « specchio del-
!' anima» va ricondotta principalmente a Oscar Ichazo. Egli so-
stenne di aver appreso questo sistema da maestri sufi nel Pamir
(Afghanistan), prima di imbattersi negli scritti di Gurdjieff. Negli
anni cinquanta e sessanta, Ichazo insegnò a La Paz (Bolivia) e
ad Arica (Cile). Nel 1971 giunse negli Stati Uniti 6 • Lo psichia-
tra Claudio Naranjo dell'Esale-Institut a Big Sur, California, si
è dedicato al modello di Ichazo e l'ha sviluppato. Alcuni gesuiti
statunitensi, in particolare padre Robert Ochs, si sono imbat-
tuti nel modello che Naranjo aveva fatto progredire. Dopo anni
di sperimentazione e di esame teologico, la Compagnia di Gesù
5 Citato in P. D. Ouspenskij, Coscienza. La ricerca della verità, Edizioni Medi-
terranee, Roma 1982.
6 La rappresentazione del metodo di Oscar Ichazo si trova in S. Keen, Oscar
Ichazo and the Arica Institute, in Psychology Today, luglio 1973, pp. 66-72.

29
si è decisa a fare proprio I' enneagramma come mezzo di dire-
zione spirituale e come modello per lo svolgimento degli esercizi.
Dalla metà degli anni ottanta sono comparsi numerosi libri
sull'enneagramma, che da un lato sono nati dalla pratica del me-
todo da parte di ordini religiosi americani e dall'altro provengo-
no dalla psicanalisi o dalla psicologia umanistica.

L' enneagramma ha mostrato di accordarsi con la tradizio~


ne religiosa (e cristiana) della conduzione spirituale e della
guida degli uomini. Allo stesso tempo pare «compatibile»
con molte scoperte ed esperienze delle moderne scienze uma-
ne. Per questo potrebbe fare da tramite tra spiritualità e psi-
cologia. L' enneagramma allo stato attuale non pretende di
essere rafforzato« scientificamente»; analisi cliniche, già in
corso negli Stati Uniti, sono ancora agli inizi. Finché non ci
sarà del materiale statistico, che poggi sui metodi diricerca
riconosciuti, vogliamo accontentarci di considerare l' ennea-
gramma come un accesso «saggio» al mondo interiore. La
forma nella quale lo comunichiamo al momento attuale rap-
presenta una sintesi di convinzioni e di conoscenze assai dif-
ferenti. Esso lavora con associazioni soggettive e riprende
una serie di elementi simbolici, la cui « giustezza » non può
essere riscontrata con metodi scientifici e può' essere prova-
ta solo nella frequentazione pratica. .
La commistione di psicologia, spiritualità e teologia infa-
stidirà coloro che insistono su una separazione « metodolo-
gicamente pura » di questi approcci alla realtà, apparen-
temente cosl differenti. Le tradizioni orientali e occidentali
di saggezza e di guida delle anime, cui questo libro è debito-
re, hanno invece sempre sottolineato l'interdipendenza tra
la maturazione dell'anima e del carattere e quella religiosa
e spirituale. In queste tradizioni sarebbe impensabile ciò che
da noi è usuale: persone, analiticamente dotate e psicologi-
camente« integrate», che però deperiscono spiritualmente,
oppure religiosi, la cui mancanza di carattere e instabilità psi-
chica può essere toccata con mano 7•
7 Andreas Ebert. Allorché, durante il mio anno sabbatico, entrai nel coro di una
chiesa cattolica a Monaco e mi presentai al direttore del coro come teologo, la sua pri-
ma reazione fu: « Con i teologi ho fatto brutte esperienze. Chi si occupa cosl tanto del-
la sua devozione, di solito non ha più tempo per occuparsi dello sviluppo di un
carattere normale e decente ». Questo « saluto »mi ha colpito molto e reso pensieroso.

30
UNA BRECCIA SUL TOTALMENTE ALTRO

Semplificando, con l' enneagramma la questione è la seguen-


te: perché noi uomini, nel confronto con la vita, ci scontria-
mo sempre nuovamente con noi stessi, invece di elevarci verso
Dio, verso il Totalmente Altro? Nell'egocentrica società odier-
na, tendiamo in maniera particolare a rimanere fissati ai no-
stri pensieri e ai nostri sentimenti. Per' tale motivo oggi, per
molti occidentali, Dio non è null'altro che una proiezione di
se stessi, se non l'hanno addirittura cancellato; è un Dio se-
condo le esigenze, volontà e gradimento che ci sono propri.
L'incontro con il Totalmente Altro, con il non-io non ha luogo.
I vecchi maestri e guide spirituali volevano che gli uomini
riconoscessero le loro inibizioni e i loro pregiudizi, ovvero
la loro maniera di percepire, cioè la loro abitudine di osserva-
re e organizzare la vita da un punto di vista irrigidito. Nel
Medioevo queste pulsioni venivano chiamate passioni. Esse
inducono a ritenere quella parte della vita, che ho conosciu-
to e che attualmente domino, come il tutto. Si tratta di su-
perare le passioni e di imparare piuttosto a percepire la realtà
più grande in maniera obiettiva. Si tratta di farsi largo fino
a Dio, l'essere Totalmente Oggettivo, che per i cristiani è an-
che quello Totalmente Soggettivo, poiché si è dedicato alla no-
stra terra e ne è diventato parte. Si tratta di diventare capaci
di incontrare qualcosa d'altro, che non sia noi stessi.
lo lavoro da anni a contatto con diversi movimenti all'in-
terno della Chiesa e sono giunto alla convinzione che abbia-
mo urgente bisogno di questo. Molti uomini di Chiesa si
presentano con leggerezza nel nome di Dio e credono di averlo
compreso. Si può capire subito, allora, che in realtà danno
voce solo al loro temperamento e ai loro preconcetti oppure
a ciò che comunque già sanno. Questo è uno dei motivi per
cui la religione cristiana sta perdendo credibilità. Molti con-
temporanei .non possono più prenderli sul serio, infatti in-
contrano religiosi che non sono autentici e che inoltre risultano
egocentrici, poiché inseguono evidentemente i loro fini pe-
culiari, pur curando il linguaggio della devozione come se Dio
e il regno di Dio fossero l'unica loro preoccupazione.
L' enneagramma può aiutarci a purificare la percezione di
noi stessi, a diventare spietatamente sincerì verso di noi, a
discernere sempre meglio i casi in cui percepiamo solo le no-

31
stre voci e impressioni interiori e siamo prigionieri dei no-
stri pregiudizi dai casi in cui siamo in grado di aprirci a qual-
cosa di nuovo.
Ignazio di Loyola (1491-1556), il fondatore della Compa-
gnia di Gesù, sviluppò una metodologia per la conduzione
spirituale molto sensibile alla spiritualità e alla psicologia del-
l'uomo. I suoi Esercizi spirituali conducono attraverso un cam-
mino di pratiche. Scoprono le trappole nelle quali l'anima
è imprigionata e portano al« discernimento degli spiriti», di
quelle voci e impulsi interiori ed esteriori che ci influenzano
continuativamente. La distinzione si compie in tre passi: si
tratta di: 1) «sentire i diversi stimoli, che vengono causati
nell'anima»; 2) «riconoscerli», cioè comprendere la loro ori-
gine e la loro direzione ed esprimere un giudizio, se mi gui-
dano costruttivamente al senso~mèta della mia vita o se me
ne allontanano distruttivamente; 3) prendere una posizione
nei confronti di questi stimoli, cioè accettarli o rifiutarli 8 •
Scopo degli esercizi spirituali è di trovare strade per la liber-
tà cristiana. Questa viene resa possibile da una relazione per-
sonale con Gesù, attraverso la quale siamo tesi capaci di
sentire il richiamo di Cristo alla nostra vita, disponendoci
a entrare al suo servizio.
L'enneagramma è uno strumento connesso a tali esercizi
e in qualche misura ancora più mirato ilio scopo. Ecco per-
. ché molti maestri di esercizi spirituali hanno iniziato a in-
trodurre anche l' enneagramma accanto alle tradizionali
pratiche di Ignazio.

UN CARDINALE SI SVEGLIA

Io sono stato « iniziato » a questo sistema da un gesuita


nel 1970, anno della mia ordinazione sacerdotale. Allora ci
veniva raccomandato di non divulgarlo per iscritto e di non
fare sapere a nessuno da dove lo avessimo appreso. Devo ri-
conoscere che più tardi mi sono sentito piuttosto sleale met-

8 Cfr. C. Wulf, Lebensentscheidung. Entscheidung zum Leben. Exerzitien des Ig-


natius als Heraus/orderung und Weg, in Korrespondenz zur Spiritualitiit der Exerzi-
tien, quaderno 53, anno 38 1988, pp.' 84ss.

32
tendo in pratica queste raccomandazioni. Diverse volte è ac-
caduto che qualcuno venisse da me per consigli spirituali e
io dopo un po' - grazie all' enpeagramma - potessi coglie-
re con una certa precisione la sua energia o il suo «modo di
percepire». Mentre applicavo le mie« conoscenze segrete»,
colui che mi stava di fronte pensava: « Richard Rohr legge
nella mia anima come in un libro aperto e coglie il mio pro-
blema proprio nel segno! Dove può aver imparato questo?».
Cosl ad alcuni sono apparso quasi come un veggente o come
se avessi il dono della« visione del cuore», che viene attri-
buita ad alcuni santi della Chiesa orientale.
In questo modo è stato adoperato l' enneagramma origina-
riamente. Si trattava di un sapere esoterico, che i padri spiri-
tuali trasmettevano solo all'interno del proprio gruppo. Non
l'hanno mai fissato per iscritto, ma l'hanno usato per aiuta-
re gli altri. Quando noi statunitensi l'abbiamo avuto tra le
mani, è successo ciò che doveva succedere: abbiamo iniziato
a trascriverlo. Da qualche tempo compare un libro dietro l' al-
tro e ciò, soprattutto in ambito cattolico, ha assunto l' aspet-
to di una vera e propria marcia trionfale. Forse è dovuto al
fatto che noi membri di un ordine cattolico abbiamo tempo
e case di ritiro per occuparci intensivamente di tali cose. Da
qui l' enneagramma viene trasmesso a uomini delle classi più
diverse che sono alla ricerca e che sono interessati. Ora che
l' enneagramma non è più un segreto, vorrei contribuire a de-
scriverlo in maniera da risultare il più possibile autentico e
utile. Forse oggi i tempi sono maturati perché questo « gi-
gante addormentato» si svegli. Questo sapere evidentemen-
te non è stato «inventato» da nessuno, bensl colto intuitiva-
mente e « scoperto » nel corso dei secoli da cercatori e
amanti.
Io non ho mai trasmesso l' enneagramma a un gruppo che
- per qualche motivo __,..;. non lo trovasse interessante. Ciò
è sorprendente, poiché il suo approccio è negativo. L'ennea-
gramma non ha intenzione di lusingare o di accarezzare l' « io
empirico». Vuole piuttosto aiutare a liberare e a rendere inu-
tile ciò che Thomas Merton 9 ha chiamato il «falso io ».
Non conosco nessun altro strumento di ausilio che possa

9 Thomas Merton (1915-1968), monaco trappista e poeta, è ritenuto il più im-


portante mistico ed autore spirituale degli Stati Uniti nel nostro secolo.

33
svolgere questo compito in maniera più diretta dell' ennea-
gramma. ·
Recentemente ho tenuto esercizi spirituali a venti vescovi
nel Michigan. Il primo giorno parlai della preghiera contem-
plativa. I vescovi sedevano e stavano a sentire, in fin dei conti
erano vescovi e per educazione dovevano pur stare attenti
quando si trattava della preghiera. Si poteva notare che, per
quanto fossero presenti, non erano veramente « messi in mo-
to» dall'argomento. Non so più cosa raccontai il secondo gior-
no, in ogni caso prestarono un po' più attenzione. Il terzo
giorno mi presero da parte due vescovi e mi dissero: «Dove-
te insegnare l' enneagramma a questo gruppo! ». In fondo non
avevo quest'intenzione, ma i due vescovi insistettero: « Sl!
Ne hanno bisogno!». Cosl il mattino seguente iniziai con que-
sto argomento. Potei notare come alcuni partecipanti, com-
preso un cardinale fresco di nomina, improvvisamente si
svegliarono e furono tutt'orecchi. Da quel momento fino al-
la fine degli esercizi spirituali rimasero pienamente partecipi.
L' enneagramma coglie nel segno la verità sostanziale del-
la nostra vita spirituale e lo fa in un modo che la maggior
parte di noi non ha mai sperimentato o solo raramente. Io
l'ho esposto a molti gruppi di sacerdoti, tra i quali si trova-
vano numerosi parroci tradizionalisti e conservatori. Ma non
ne ho trovato neìnmeno uno convinto che nell' enneagram-
ma non vi fosse qualcosa di vero. Esso è di una saggezza av-
vincente, per questo non ho bisogno di lodarlo né di pub-
blicizzarlo.

UN'ESPERIENZA CHE DISINCANTA

Quando io stesso venni a conoscenza dell' enneagramma


nel 1970, fu una delle tre grandi esperienze di conversione
della mia vita. Potevo letteralmente sentire che un velo sta-
va cadendo, e in un sol colpo mi diveniva chiaro come avessi
agito fino a quel momento: avevo sempre fatto cose giuste
(che per noi tipi uno è un'esigenza!), ma per motivi sbagliati.
E abbastanza imbarazzante riconoscerlo e ammetterlo! Per
questo vale la seguente regola generale: chi non si sente umi-
liato, non ha ancora trovato il suo «numero»! Infatti quan-

34
to più ci si sente um,iliati da esso, tanto più ci si avvicina alla
verità. Chi dice: «E meraviglioso essere un tipo tre» - o
non è un tre oppure non ha capito realmente cosa dico sul
tipo tre. Ricordo ancora una volta che è mia intenzione sma-
scherare l'ego e segnalare le sue parti oscure; l' enneagramma
svela i giochi nei quali siamo coinvolti.
Io credo che questo strumento e le impressioni che provo-
ca mi consentano di procedere cosl. Se ad esempio durante
quegli esercizi spirituali per vescovi mi fossi alzato e avessi
detto a uno dei vescovi: «Lei è prepotente e dogmatico!»,
l'uomo si sarebbe probabilmente infuriato. Nessuno si lascia
chiamare «prepotente e dogmatico» volentieri. Se affermo:
«Gli uno, come me, sono spesso prepotenti e dogmatici»,
coinvolgo me stesso per primo e posso invitare quindi il pub-
blico a fare altrettanto. In questa maniera è molto più facile.
Io seguo questo approccio perché è molto efficace e spero
che l'enneagramma accresca l'arricchimento spirituale e con-
duca alla forma più alta della consapevolezza spirituale, cui
Dio ci invita tutti: liberarci del nostro falso io perché non
ne abbiamo più bisogno. Io spero che tutti coloro che guar-
dano negli occhi il loro «lato oscuro» o il loro «peccato ra-
dicale», provino una parte della libertà che io ho provato
allorché cominciai a rendermi conto di essere un tipo uno.
Anche se non ce la farò mai completamente in questa vita,
sento tuttavia che da allora essa è divenuta molto più tran-
quilla. Poiché devo essere io per primo a prendere posiZione
· nei confronti della mia menzogna di vita, della mia assurdi-
tà, del mio ridicolo, posso pretendere lo stesso anche dagli
altri: se altri mi sopportano, allora anche io non ho alcun mo-
tivo per non sopportarli. Io ho il mio «lato oscuro », come
lo si chiama volentieri oggi, e gli altri hanno il loro. Io so,
in ogni caso, che da allora non formulo più tanti giudizi af-
frettati sugli altri.
Molti uominitemono che questi sistemi inducano a inca-
sellarsi e fissarsi reciprocamente. Per essere sinceri con l' en-
neagramma, almeno all'inizio, avverrà esattamente questo,
ma si tratta dell'unica via per impararlo. Chi si è impadroni-
to dell'enneagramma, per un certo periodo, andrà per il mon-
do cogliendo tutto sotto l'aspetto dell'uno, due, tre, quattro,
cinque, sei, sette, otto, nove. In tre quarti dei casi tuttavia
al principio non si coglierà nel segno, poiché all'inizio salta-

35
no agli occhi solo gli indizi esteriori di un tipo. Bisogna vi-
vere per un certo periodo con I' enneagramma e frequentar-
lo, fino a giungere ali' energia superando i tratti esteriori. Un
ausilio in questa fase è lumorismo: poter ridere di se stessi
può essere liberatorio, esattamente come piangere su se stessi.
Lavorando con I' enneagramma ho sperimentato le due cose.
Una volta giunti a questa profondità della conoscenza di sé,
allora possiamo mettere da parte I' enneagramma.
Io spero soprattutto che esso ci aiuti a diventare più ric-
chi d'amore. Se ciò avviene, è raggiunto lo scopo per il quale
siamo stati creati. Io spero che ci renda più capaci di amare
altre persone, di amare noi stessi e di amare Dio. Questa è
stata un'esperienza che allora mi ha disincantato, ma che,
allo stesso tempo, mi è apparsa molto bella: Dio sapeva tut-
to ciò da tempo! Sapeva che io sono un tipo uno. Sapeva che
faccio sempre la cosa giusta con moventi sbagliati <:> almeno
per motivi assai contrastanti. Sapeva che ero diventato sa-
cerdote, mi ero votato al celibato, avevo fondato la comuni-
tà di« New-Jerusalem »ed ero andato ad Albuquerque per
motivi assai contraddittori, ma ciò è normale! E umiliante
e allo stesso tempo liberatorio sapere che Dio sa e che Dio
utilizza persino il nostro peccato per i suoi fini. Chi scopre
la forza e la verità dell' enneagramma, giunge inevitabilmen-
te a questo punto: Dio utilizza il nostro peccato! (Utilizzo
deliberatamente il termine peccato per quanto sappia che a
molte orecchie questa parola suoni come una valutazione qi
carattere morale! In seguito tornerò su quest'argomento). E
infatti un'esperienza di amore incondizionato, come proba-
bilmente non ne abbiamo mai vissute prima. Soprattutto per
dei tipi uno perfezionisti come me è un'esperienza sconvol-
gente quando si comprende che Dio ama qualcosa di imper-
fetto: cioè me! Se Dio è capace di amare e di utilizzare qualcosa
di impetfetto - non potrebbe fare altro in nessun caso, poi-
ché non c'è niente di perfetto su questa terra - allora ciò
apre un immenso spazio di libertà.
Utilizzare l' enneagramma significa intraprendere quel la-
voro interiore, che può dare sincerità al nostro cammino spi-
rituale. Molti dei nostri assunti non esaminati e delle nostre
soluzioni superficiali non funzioneranno più come hanno fun-
zionato fino a ora. L' enneagramma ci mostra infatti il lato
oscuro dei nostri doni.

36
PECCATORI DOTATI

I sufi erano dell'opinione - per quanto ciò non suoni molto


evidente - che gli uomini vengono distrutti dalle loro qua-
lità o «doni», perché si identificano eccessivamente con ciò
che sanno fare bene. Ci è stato insegnato che saremmo stati
distrutti dal nostro peccato, e ciò è vero, ma la cosa è un po-
co più sottile. Nel linguaggio religioso dell'epoca del mio no-
viziato si sarebbe detto: siamo fissati sui nostri doni! Siamo
troppo fissati su ciò che per natura ci tocca in sorte. Abbia-
mo pregiudizi naturali e un naturale modello di comportamen-
to, un punto di vista naturale e una passione naturale. Tutto
ciò lo sviluppiamo soprattutto nei primi trent'anni della no-
stra vita. Ce lo godiamo e magari ne raccogliamo anche il
plauso.
Perciò non è molto sensato occuparsi dell' enneagramma
già a quest'età. In gioventù si partecipa al grande gioco, co-
sa giusta e importante. L'enneagramma potrebbe rovinare
il gioco troppo presto. Gesù disse una volta a Pietro, senza
alcun rimprovero: «Quando eri più giovane ti annodavi da
te la cintura, e andavi dove volevi» (Gv 21,18). In gioventù
l'io dev'essere formato e rafforzato, bisogna lasciarsi guida-
re da quell'energia che sembra essere naturale.
Ma durante i trent'anni prima o poi, al più tardi quando
si hanno quarant'anni, questo gioco diventa sempre più in-
sipido. Finora aveva funzionato così bene, si poteva impres-
sionare la gente, si era « il disinvolto » o «lo spiritoso » oppure
«lo studente serio e riflessivo». Ci si è fissati e ci si è lasciati
fissare su quest'immagine di sé. Era un aiuto per delimitare
il proprio io rispetto all'ambiente. Ma quanto più si irrigidi-
scono le frontiere dell'io e quanto più qualcuno si identifica
con una tale immagine di sé e vuole mantenerla in piedi a
qualsiasi prezzo, tanto più chiara si mostra anche laltra fac-
cia della medaglia. Se qualcuno è occupato fino al quarante-
simo anno d'età a coltivare questa immagine, gli sarà molto
difficile cambiare. Allo stesso tempo diventa sempre più chiaro
tutto ciò che non va più bene. Ciò che era un piacere diven-
ta un peso. Questo momento nel mezzo della vita cela quin-
di in sé la grande opportunità - per quanto difficile -:- di
riflettere criticamente su ciò che si è raggiunto e cambiare,
diventare più maturo, saggio e profondo. Ora si addice il se-

37
guito delle parole di Gesù a Pietro: «Ma quando sarai vec-
chio stenderai le tue mani, e un altro ti annoderà la cintura
e ti condurrà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).
Dopo molti anni spesi in attività pastorali sono convinto
che non c'è niente su cui gli uomini siano tanto fissati come
sulla propria immagine di sé. Tutti siamo letteralmente pron-
ti ad attraversare l'inferno, pur di non doverla lasciare. Essa
determina la maggior parte di ciò che facciamo e che abban-
doniamo, diciamo o taciamo, di chi ci occupiamo e di chi no.
Ci riguarda tutti. La domanda suona in questi termini: sono
libero di essere qualcosa di diverso da questo ruolo e da que-
sta immagine?
Quando abbiamo a che fare con Dio, il Grande Amante,
allora dobbiamo cambiare. Il Grande Amante infatti ci apre
gli occhi, nella sua maniera fantasiosa, su quahto la nostra
vita è e potrebbe essere ricca e varia, cosicché il nostro gio-
co, durato fino a quel momento, improvvisamente diventa
noioso. Infatti tali giochi limitano le possibilità dell'amore.
Impediscono che il Grande Amore ci raggiunga. L'enneagram-
ma può aiutare gli uomini - secondo le mie esperienze nella
pastorale e nella consulenza - a liberarsi della loro immagi-
ne di sé.« Lascia perdere! non ne hai bisogno! Non devi rin-
chiuderti nell'immagine limitata che hai di te stesso. Non
importa se sei questo o quello. Sei il caro figlio di Dio, la
cara figlia di Dio: questo è determinante». La nostra identi-
tà è fondata in primo luogo su una relazione e non è qualcosa
che dobbiamo isolare, proteggere, definire e difendere 10 ,
L'enneagramma può aiutarci a disarmarci interiormente, ari-
nunciare alla difesa di quella immagine di noi stessi che ci
siamo creati da soli.
In questo senso proprio i nostri doni possono divenire fa-

10 Dietrich Bonhoe/fer, il teologo e combattente della resistenza contro Hitler,


ha scritto nel 1944 nella sua cella nella prigione di Tegel la poesia Chi sono io?,
nella quale si chiede: sono quello che gli altri vedono in me, « disteso, lieto e risolu-
to, ... libero, affabile e chiaro, ... imperturbabile, sorridente e fiero» o piuttosto so-
no quello che io sento quando sono da solo, « inquieto, pieno di nostalgia, malato,
come un uccello in gabbia, bramoso di aria, ... affamato di colori, di fiori, di voci
di uccelli, assetato di parole buone, di compagnia, tremante, ... impotente, ... stan-
co e vuoto .. .? ». Egli infine giunge alla conclusione che né altri né lui stesso posso-
no definire la sua identità, bensl solo Iddio: « Chi sono? Questo porre domande
da soli è derisione. Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo son io, o ])io! » (Tratta
da O. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1988, pp.
425s).

38
tali. Ci identifichiamo eccessivamente con ciò che sappiamo
fare bene. Due anni fa mi sono concesso un anno sabbatico.
Dovevo smettere, almeno per un anno, di tenere conferen-
ze. Alcuni dei miei amici mi scherniscono asserendo che non
c'è alcun mio pensiero che non sia registrato su nastro. Ed
è vero! Mi sono detto allora:« Questo è troppo! Non sei né
un retore né un predicatore. Tu sei Richard, lo sai ancora
chi è questo Richard? In fondo conosci ancora questo figlio
di Dio, questa persona, quest'uomo Richard, senza le ma-
schere e i ruoli che assumi? La gente li conferma e tu danzi
con essi. Puoi vivere senza?». Questo vale per noi tutti: pos-
siamo vivere senza i nomi che ci siamo dati? Quanto più di-
ventano ufficiali, tanto più diventa difficile. Noi tutti re-
citiamo questi ruoli; possiamo difenderli in modo perfet-
tamente uguale sia a casa, nel nostro piccolo mondo, sia sul-
la scena pubblica, come faccio io.
Cosl ogni dono sul quale ci fissiamo eccessivamente diventa
paradossalmente il nostro peccato. Il nostro dono e il nostro
peccato sono le due facce della stessa medaglia. Per ottenere
il tuo dono devi, .per cosl dire, masticare, mangiare, incorpo-
rare il tuo peccato. Mangialo, assaporalo, sentilo, lasciati umi-
liare da lui! Questa è dottrina ecclesiastica molto tradizionale.
Ogni funzione religiosa inizia chiamando per nome il pecca-
to. Nella liturgia questo si chiama Confiteor (confessione dei
peccati) o confessione di colpa generale (atto di penitenza) e
viene eseguito in maniera piuttosto asettica. Prometto che
in relazione all' enneagramma non andrà a finire in maniera
asettica! Vogliamo sentire, riconoscere e vedere quanto tutto
ciò sia esagerato, eccessivo e assurdo. Se assaporiamo e ma-
stichiamo la nostra oscurità, se sentiamo come ha ferito noi
e altre persone, come ci ha permesso di non amare e di non
. lasciarci amare veramente, se facciamo questo, prometto che
renderemo conto dell'altro lato, del nostro talento più gran-
de, o meglio, della vera profondità del nostro dono.
Perché ciò sia possibile dobbiamo essere purificati e puri.
Il nostro vecchio io, il nostro vecchio Adamo, la nostra vec-
chia Eva devono morire, ci sembrerà realmente di sentire la
morte. Non ci sarà niente da abbellire romanticamente, niente
di cui divertirsi. Farà male. Ci si sentirà come se si venisse
derisi da tutti gli altri. Si avrà la sensazione di avere rovina-
to e danneggiato molte relazioni quando divente,rà chiaro

39
quante persone sono state utilizzate esclusivamente per co-
struire e mantenere in piedi la propria immagine di sé (di so-
lito le persone che non sono state al nostro gioco le abbiamo
già escluse dal giro di amicizie).
Questo è il motivo per cui nella vita spirituale i nostri ne-
mici sono i nostri migliori amici. Per questo è cosl importan-
te il comandamento di Gesù: «Amate i vostri nemici! ». Se
noi non permettiamo al nemico davanti alla porta, a questo
non-io, di entrare nel nostro mondo, non saremo mai capaci
di guardare in faccia il nostro peccato o il nostro lato oscuro.
Persone che non sopporto, che mi minacciano e mi fanno pau-
ra, non devono per forza diventare i miei amici del cuore,
ma hanno un messaggio importante per me. Io spero che l'en- ,
neagramma ci aiuti a diventare più sensibili a questo mes-
saggio.
Vedremo che esistono alcuni tipi, che possono essere per
natura pericolosi per noi, poiché scoprono il nostro gioco o
perché non hanno bisogno del nostro gioco: non hanno biso-
gno di nessuno che abbia sempre ragione, come me. C'è gente
che non può soffrire le mie cassette, poiché vi trovano all' o-
pera troppi richiami morali che puntano il dito accusatore
contro di loro. E poi viene Richard Rohr e racconta come
si può diventare migliori e più perfetti! C'è gente che dice:
«Questo è ciò che mia madre ha fatto costantemente con me.
Non lo ammetto più!». Quindi non mi può soffrire e ha bi-
sogno di qualcun altro. Questo è il motivo per cui intendia-
mo la Chiesa come « Corpo di Cristo ». Significa tra l'altro
che sopportiamo la verità di certa gente solo in certi periodi.
Per alcuni io, con il mio modo di fare, sono addirittura vele-
no nella loro situazione contingente.

LA VERITÀ È SEMPLICE E BELLA

Ho visto recentemente una videocassetta sulla nascita del-


l'universo. Vi si affermava, tra laltro, come Einstein fosse
costantemente alla ricerca di una teoria sull'energia univer-
sale. Era convinto che la spiegazione del mondo e delle sue
cause dovesse essere alla fine semplice e bella. Era inoltre del-
1' opinione che una « formula del mondo » che non fosse sem-
40
plice e bella non potesse essere nemmeno vera. Questo è, in
certo qual modo, il Credo di uno scienziato! E può essere ap-
plicato all' enneagramma, il quale comunica un'esperienza che
ci spaventa e ci sfida, che però è allo stesso tempo anche sem-
plice e bella. L'enneagramma è bello, perché ci mo~tra come
siamo realmente: uomini piccoli, parziali e divisi. E bello fi-
nalmente non dover agire come se fossimo più di questo ed
è altrettanto bello se ci accorgiamo di essere tutti sulla stes-
sa barca. Tutti giochiamo i nostri giochi, coltiviamo i nostri
pregiudizi e la nostra irrisolta visione del mondo.
Per questo dobbiamo accettare il nostro dono per vedere
il nostro peccato e dobbiamo accettare il nostro peccato per
riconoscere di quanti doni siamo stati dotati. Dobbiamo li-
mitare il nostro dono, altrimenti il nostro peccato diventa una
trappola, mentre lo definiamo «virtù ». Anche questa è dot-
trina ecclesiastica tradizionale. Tommaso d'Aquino e molti
scolastici hanno affermato che tutti gli uomini scelgono qual-
cosa che ha un bell' aspetto. Nessuno fa volontariamente il
male. Ognuno di noi si è costruito il proprio sistema, grazie
al quale spiegare perché ciò che facciamo è giusto o sbaglia-
to. Per questo è necessario «discernere gli spiriti», come sta
scritto nella Bibbia. Abbiamo bisogno di un aiuto per sma-
scherare il nostro falso io e per prendere le distanze dalle no-
stre illusioni. A tal fine è necessario installare in noi una sorta
di osservatore interno, alcuni parlano anche di un« testimone
leale ». Sulle prime ciò suona piuttosto complicato; ma dopo
un po' diventa del tutto naturale. Si tratta in fondo di una
parte di noi stessi che è sincera, non solo nel senso negativo,
ma anche in quello positivo. Ci dice ad esempio: «Ami vera-
mente Dio e lo desideri ardentemente. Sei buono. Smettila
di distruggerti da solo in maniera cosl brutale. Sei una figlia
di bio. Puoi provare compassione!». Ci aiuta a distinguere
il moralismo dalla vera morale, i sensi di colpa dalla vera col-
pa; il falso orgoglio dalla vera forza. Nella conoscenza di sé
che l' enneagramma procura, non si tratta solo dell' ammis-
sione dei peccati. Si tratta anche, e in fin dei conti soprat-
tutto, di abbandonare tutto ciò che è «buono» solo
apparentemente, per scoprire in noi quanto è molto meglio,
quanto è veramente buono.
Occorrerà un certo periodo prima di poter sentire queste
voci positive, soprattutto per quelli che sono cresciuti in un

41
ambiente religioso. Le voci negative interiori danno conti-
nuamente giudizi: «Bene, meglio, ottimo, giusto, sbagliato,
santo, peccato mortale, peccato veniale, meritevole, indegno,
esecrabile», con tutti i passaggi intermedi. In un certo mo-
do non c'è niente di più difficile che lavorare con religiosi.
Essi hanno una tale tendenza a moralizzare, da essere inca-
paci di accettare la realtà e affrontarla per quel che è. Per
questo possiamo imparare tanto dalla spiritualità della crea-
zione, dalla spiritualità degli indiani americani e dalla spiri-
tualità francescana (nei loro momenti migliori). Esse lasciano
che il creato, la natura, la terra - cioè tutto ciò che è -
ci parlino. Noi religiosi invece tendiamo a utilizzare soprat-
tutto le nostre conclusioni precostituite, le citazioni della Bib-
bia e i dogmi, cosicché non abbiamo nemmeno bisogno di 1

percepire la realtà e l'attimo presente. Lo dico in questo con-


testo perché spero che l'enneagramma ci possa aiutare a cam-
biare atteggiamento. Esso ci aiuta a liberare la strada da questi
giudizi di carattere moralistico, perché ci mostra quanto sia-
mo esagerati. L' enneagramma rende manifesti i pregiudizi
che ci impediscono di vivere appieno la realtà.

L'UOMO È UN ANIMALE ABITUDINARIO

Il nostro peccato e la nostra irredenta percezione del mon-


do rappresentano paradossalmente anche il metodo che ci aiu-
ta a giungere alla nostra forza motrice. Quando commettiamo
il nostro «peccato preferito» siamo «pienamente partecipi».
Per questo non lo possiamo semplicemente « abbandonare».
Appartiene infatti al modo in cui diamo un obiettivo e una
direzione alla nostra vita. Appartiene alla strategia di soprav-
vivenza che abbiamo acquisito da bambini, appartiene allo
spazio in cui ci sentiamo a casa. Per questo, Il dov'è il nostro
peccato si trova anche il nostro dono.
Comincio di nuovo da me stesso. Noi tipi uno siamo idea-
listi e perfezionisti. Vogliamo rendere perfetto il mondo e
ci arrabbiamo - di solito di nascosto - perché il mondo
non lo è. Allo stesso tempo siamo geni della percezione: in
maniera più precisa di altri vediamo cosa in effetti non è a

.42
posto. Vivere cosl può essere però l'inferno. Se ci abbando-
niamo a noi stessi, diventiamo dei brontoloni ipercritici, gente
la cui presenza con il tempo dà fastidio agli altri. Il troppo
bene diventa infatti automaticamente qualcosa di male. Que-
sto vale per tutti i nove tipi: il troppo rende tutti i doni una
maledizione. Per questo si tratta di domandarsi: come pos-
siamo liberare volta per volta la nostra energia in maniera
da servire la vita e la verità? Come tipo uno giungo alla mia
personale energia solo arrabbiandomi per la stupidità e l' as-
surdità di questo mondo. Attraverso la collera (il mio pecca-
to mortale!) spillo in effetti dalla fonte la mia migliore energia.
Ma subito dopo essermi adirato, devo avere abbastanza li-
bertà per dirmi: «Adesso basta di nuovo, Richard! ». Devo
potermi liberare da me stesso: « Sì, però ... Sl, tutto ciò è ve-
ro, ma tu esageri! Sei nel giusto, ma sei anche nel torto».
Questa è la funzione dell' «osservatore oggettivo», del «te-
stimone leale»: io posso accogliere qualcosa, ma anche lasciarlo
nuovamente. Legame e libertà in tal modo lavorano costrut-
tivamente insieme.
Credo che esistano solo pochi uomini in possesso di que-
sta libertà. Soprattutto in ambienti religiosi incontro spesso
ideologi: di destra, di sinistra, liberali, conservatori. Osser-
vano la vita da una torre di avorio immaginaria, che si trova
nella loro testa, ma prima o poi questo atteggiamento diven-
ta stancante e si incomincia a domandarsi se è possibile una
vera comunione tra uomini, se tutti sono cosl attaccati ai lo-
ro pregiudizi e si identificano a tal punto con le loro opinio-
ni preconcette e con i loro sentimenti. Proprio questo è
divenuto nel frattempo un dogma in ambienti «progressisti »:
«Ho il diritto assoluto sui miei sentimenti! ». L' enneagram-
ma dice: «No! I tuoi sentimenti sono troppo numerosi e pre-
ponderanti. Devi arrivare al punto in cui puoi liberarti anche
di loro, altrimenti alla fine non possiedi più dei sentimenti,
bensl i sentimenti possiedono te »• Ho vissuto questa situa-
zione in molti dei gruppi religiosi con i quali ho lavorato: co-
munità monastiche, vescovi, membri di ordini, membri di
consigli parrocchiali, carismatici, tutta gente che pensa di pos-
sedere, essa sola, tutta la verità. Se si osserva la cosa più da
vicino si nota soprattutto che c'è troppo ego, mentre manca
la capacità di separarsi dal proprio io (e dal proprio« piccolo
talento») e di relativizzarlo. Ma a volte si incontrano degli

43
uomini che hanno questo libero spazio interiore, che sono
liberi da se stessi, sono consci di ciò che li muove e possono
quindi, per cosl dire, retrocedere di un passo. Essi intrapren-
dono le cose con entusiasmo, ma si nota che non ritengono
di essere depositari della verità. Senza questo tipo di « lavo-
ro interiore», che consiste nel potersi impegnare e relativiz-
zare contemporaneamente, non è possibile una vera co-
munione. Quante comunità di fedeli falliscono ad esem-
pio a causa dell'incapacità dei loro superiori e dei consiglieri
ecclesiastici di trattarsi l'un l'altro in questa maniera! Impa-
rare ciò è un lavoro molto duro! Esige qualcosa da noi ed
è più di un divertente gioco di società.

OSSESSIONI

Se, con I' aiuto dell' enneagramma, scopriamo la trappola o


il peccato che ci è proprio, noteremo che essa «funziona»
in maniera simile a un'ossessione sessuale. Gli uomini giova-
ni hanno, a quanto pare, pensieri e sensazioni sessuali ogni
dieci minuti. Lo stesso avviene con I' energia dell' enneagram-
ma che ci condiziona per lo meno ogni dieci minuti. Forse
per questo viene chiamata passione. lo sono un tipo uno ogni
dieci minuti, probabilmente addirittura ogni cinque o ogni
tre minuti. L'uno è nei miei arti, nelle mie ossa, nel mio san-
gue, nella mia pelle, nel mio respiro, nel mio modo di pensa-
re, nella mia mimica, nella mia gestualità. Per esempio non
so parlare senza agitare continuamente l'indice. Questo è l'u-
no~ Non posso non essere cosl. Rimarrò sempre un tipo uno.
·Alcuni vogliono evitare una reale conversione dicendo: «lo
sono un tipo un po' quattro, un po' sei e un po' due». Ciò
è vero naturalmente. Noi tutti abbiamo un po' di tutto in
noi. Noi tutti prendiamo parte ai giochi di società correnti
e commettiamo ognuno dei nove peccati capitali. Ma si trat-
ta di vedere il nostro grande peccato unico. e' è un dilemma
fondamentale, una radice principale del male, un vizio pre-
diletto in ognuno di noi, che dà colore e sapore a tutte le
sfere della nostra vita. Questa trappola è talmente onnipre-
sente nella nostra vita che noi stessi non la riconosciamo. Sia-
mo sempre stati cosl. Per questo dobbiamo tentare di

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catturarla quasi con astuzia. Ciò di solito, quando avviene,
è collegato con un'esperienza sbalorditiva. In un sol colpo
diventa chiaro perché si è agito come si è sempre agito, si
comprende come, fin da ragazzi, si sia seguito lo stesso sche-
ma comportamentale, che è stato il filo conduttore dell'inte-
ra vita .e si spiega tutto: perché si sono scelti certi amici, perché
si sono praticati certi sport ecc. Riconoscere e ammettere ciò
è effettivamente molto duro.
Se ci troviamo nella trappola del nostro « numero » e della
nostra energia, non siamo liberi, questo è evidente, allora per-
mettiamo ad avvenimenti esterni e ad altre persone di de-
terminare la nostra energia. Sono essi a decidere se premiarci
o punirci per il nostro comportamento e noi, in tal modo,
non viviamo realmente dal profondo di noi stessi.

LA STRADA VERSO LA PROPRIA DIGNITÀ

L'incondizionato amore di Dio permette all'uomo di sen-


tirsi« veramente forte». Utilizzo «forza» in questo conte-
sto nel significato intellettuale e spirituale della parola. Una
trascrizione biblica dello Spirito Santo è dynamis che signi-
fica «forza» é «robustezza». Si tratta di quella forza che
ci dona la consapevolezza che Dio ci chiama a sé, che siamo
accomunati a lui. Il male, o colui che è malvagio, è interessa-
to a sottrarci lesperienza dei nostri pieni poteri e della no-
stra dignità. Forse dovremmo parlare solo di dignità, perché
si è spesso abusato di tutto ciò che ha a che vedere con pote-
re, robustezza e forza e che quindi può risultare equivoco.
L' enbeagramma può condurci a questa esperienza interio-
re di forza e di dignità. Sì, ci mostra spietatamente i nostri
errori! Troppo spesso facciamo ciò che è giusto per motivi
sbagliati! Ma se ci « spingiamo attraverso» la nostra trappo-
la ed emergiamo ali' altra parte, allora siamo di fronte alla pro-
fondità del nostro io. Lì troviamo una passione pura, una forza
depurata, il nostro io migliore, il più vero. La tradizione ha
chiamato questo luogo l' « anima», quel punto in cui l'uomo
e Dio si incontrano, in cui è possibile l'unione e in cui la re-
ligione non consta solo di parole, appelli, norme, dogmi, ri-
tuali e frequenza delle funzioni religiose, bensì diventa una

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vera esperienza d'incontro. lo comunico volentieri l'ennea-
gramma, perché appartiene a quelle poche cose in cui ho vi-
sto con i miei occhi come gli uomini riescono a cambiare in
questo senso.

STRADE SBAGLIATE E VIE D'USCITA

L' enneagramma definisce i suoi nove tipi di uomini a par-


tire da nove «trappole», «passioni» o «peccati mortali».
Questi peccati possono essere intesi quali meccanismi di di-
fesa appresi e rafforzati durante l'evoluzione infantile per
giungere a patti con l'ambiente 11 • Accanto a essi anche i do-
ni« innati» hanno un ruolo importante. Né gli uni né gli al-
tri danno carta bianca per danneggiare se stessi o il prossimo.
E sorprendente, a proposito dei nove peccati dell' enneagram-
ma, che in primo luogo si tratti dei sette peccati capitali della
tradizione scolastica (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia,
smoderatezza ovvero« gola», lussuria) e che in secondo luogo
si aggiungono due ulteriori« peccati» (menzogna e timore) che
mancano nella dottrina ecclesiastica tradizionale. Tornerò
nuovamente su questo evidente errore di segnalazione e sui
suoi retroscena più tardi.
Le più antiche liste di « peccati radicali », dai quali i pec-
cati e i vizi « attuali» sorgono come i rami da un albero, ri-
salgono al V secolo. Giovanni Cassiano cita otto «peccati
radicali »: smoderatezza, lussuria, avarizia, ira, tristezza, ama-
rezza, vanità, superbia. Gregorio Magno vede la superbia co-
me vero e proprio peccato originale, che s'irradia su sette altri
peccati: ambizione, invidia, ira, avarizia, lussuria, smodera-
tezza e accidia. Infine però il numero « sacro » sette divenne
vincolante.
Nella letteratura e nella pittura medievale i sette peccati
mortali avevano un ruolo importante (il Purgatorio nella Di-

11 Il teologo statunitense di pastorale, Iionald Capps, ha collegato l'insegna-


mento cattolico tradizionale dei sette peccati capitali con la teoria psicologica del-
!' evoli.izione di Erik H. Erikson ed è giunto alla conclusione che in ogni stadio di
sviluppo dell'uomo si può fortificare un determinato comportamento sbagliato o
un certo blocco. D'altro canto in ogni stjldio si può sviluppare una determinata
«virtù» (D. Capps, Deadly Sins and Saving Virtues, Philadelphia 1987).

46
vina Commedia di Dante; il Racconto del parroco nei Racconti
di Canterbury di Chaucer; la rappresentazione allegorica di
Hieronymus Bosch).
Interessante è il cambiamento di termini da «peccato radica-
le » a «peccato mortale ». La locuzione originale « peccato radi-
cale» prende le mosse dall'idea che l' «albero del peccato» ha
delle radici principali dalle quali si dipartono tutti gli altri pec-
cati. La concezione scolastica dei « peccati mortali » si occupa
invece più delle conseguenze del peccato. Già Paolo definisce
la morte quale« ricompensa del peccato» (Rm 6,23). Nella let-
tera di Giacomo viene seguito il cammino della tentazione at-
traverso il peccato e verso la morte: .
«Nessuno, mentre è tentato dica: "Vengo tentato da Dio".
Dio infatti è immune dal male ed egli non tenta nessuno; Cia-
scuno invece è tentato, adescato e sedotto dalla sua concupi-
scenza. E allora la concupiscenza concepisce e dà alla luce il
peccato, e il peccato, giunto alla sua pienezza, genera la mor-
te» (Gc 1,13-15).
Nella prima lettera di Giovanni infine si distingue tra i pec-
cati che portano alla morte e quelli che non vi conducono:
« Se uno vede il suo fratello commettere un peccato che non
conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita (come) a co-
loro che commettono un peccato che non conduce alla mor-
te ... » (lGv 5,16).

Questa distinzione rende ragione del. fatto che esistono pic-


cole mancanze di carattere ed errori che sono tollerabili e for-
me pesanti di comportamento sbagliato, ovvero di travisamento
della vita, che sono altamente distruttive per l'anima di un uo-
mo e per la convivenza interpersonale.
Il pericolo di questa dottrina del peccato è che solo infrazioni
attestabili della norma possono essere chiamate «peccato », men-
tre. la dimensione profonda del peccato resta in larga misura inos-
servata. I riformatori rinunciano quindi alla distinzione tra
peccati «veniali» e «mortali». Il problema secondo loro non
sono i singoli peccati, ma lo stesso uomo che pecca. Il peccato
radicale è la miscredenza. I peccati attuali sono i suoi frutti. Ciò
giustifica la critica della concezione cattolica del peccato e le spia-
cevoli conseguenze nella pratica protestante: i protestanti si re-

47
putavano infatti in generale «peccatori », ma questo termine ave-
va perso ogni contenuto concreto. La confessione personale an-
dava quasi totalmente persa. Ma non è solo il fatto che siamo
peccatori ad essere «mortale». Nei comportamenti sbagliati di
oggi la morte diventa concreta: essi distruggono la nostra psi-
che, la nostra relazione con Dio, le nostre relazioni interperso-
nali, la natura e il mondo. Che il peccato «generi la morte»,
come si dice nella lettera di Giacomo, è più di un'immagine.
La nostra intemperanza uccide boschi e animali, la nostra aggres-
sività e il nostro timore hanno portato a enormi arsenali di armi,
l'invidia e l'avarizia dei paesi industrializzati sono stati pagati
dai poveri con la vita. Nella nostra generale accidia permettia-
mo tutto ciò, come se non ci riguardasse affatto. Noi utilizzia-
mo in questo libro il vecchio termine « peccato radicale » per
sottolineare che abbiamo bisogno di un radicale rinnovamento
(radicale viene dal latino radix = radice).

Il termine « peccato » è diventato di difficile comprensio-


ne oggi per molti uomini; la sola parola già mette sulla difen-
siva. La dottrina ecclesiastica del peccato è stata spesso
utilizzata per intimorire la gente. In particolare la morale ses-
suale ecclesiastica per secoli è stata esposta in una maniera
che portava a mille paure, inibizioni e sensi di colpa. Tutto
ciò potrebbe indurre a rinunciare completamente a questo
termine, ma così si produrrebbe un vuoto che non può esse-
re riempito altrimenti. Più sensato ci sembra imparare a in-
tendere il termine in una maniera nuova. La parola «peccato »
significa la nostra separazione da Dio, ma anche dai nostri
simili e da noi stessi. I peccati sono irrigidimenti e fissazioni
autoiniposti, che impediscono all'energia della vita, all'amo-
re di Dio, di scorrere liberi. Ciò si lascia illustrare in partico-
lare attraverso il timore, il «peccato radicale» del tipo sei.
Il timore non è una categoria morale; ma può mettersi tra
noi e Dio e impedire cosl l'amore e la vita. Con «peccato »
noi intendiamo in questo libro quegli ostacoli e inibizioni au-
toprodotti che ci separano da Dio e quindi dalla pienezza della
vita e dalle nostre stesse potenzialità positive. Per quanto il
nostro peccato sia in parte una reazione a una colpa estra-
nea, l'abbiamo « scelto », ci atteniamo ostinatamente a lui e
siamo in questo senso responsabili per lui.
Da molto tempo, oltre agli elenchi di peccati capitali esi-

48
stono « cataloghi di virtù » alcuni dei quali già nella Bibbia.
Appartengono a questi l'elenco dei sette doni dello Spirito,
che si rifà a Isaia 11,2 (timore del Signore, devozione, cono-
scenza, fortezza, consiglio, intelligenza, sapienza) 12 , e la li-
sta dei nove frutti dello Spirito in Paolo (Gal 5,22: amore,
gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza,
dominio di sé). La più nota e « classica » lista di virtù è la
combinazione delle quattro « virtù cardinali » di Aristotele
(giustizia, prudenza, temperanza e fortezza) con le tre virtù
«teologali» tratte dalla prima lettera ai Corinzi, 13,13 (fede
speranza e carità). Queste sono le «sette virtù» che nell' ar-
te sono state spesso rappresentate allegoricamente (ad esem-
pio nella Fontana delle virtù davanti alla chiesa di San Lorenzo
di Norimberga). Geoffrey Chaucer (circa 1340-1400), il più
grande poeta inglese prima di Shakespeare, offre, nel Rac-
conto del pat't'oco dai suoi Racconti di Canterbury, una lista
particolarmente interessante: egli parte dall'idea che esista
almeno una virtù specifica quale antidoto contro ogni pecca-
to mortale. Con questo ci troviamo nelle iriimediate vicinanze
dell'enneagramma, tanto più che le rispettive coppie di cor-
rispondenza, in Chaucer e nell' enneagramma, sono presso-
ché identiche.
Il Racconto del parroco, nei Racconti di Canterbury di Chau-
cer, è una sorta di specchio della confessione~ Dio vuole che tut-
ti gli uomini siano salvi, ma ci sono molte strade per la città
celeste. Una di queste è il pentimento, la confessione dei propri
peccati e il proposito di non peccare più. Esistono peccati ve-
niali e peccati mortali. Il peccato mortale consiste nell'amare una
creatura più di Dio. Per ognuno di questi peccati mortali esiste
un rimedio, una virtù salutare. Contro la superbia aiuta l' umi!-

12 Per i« sette doni dello Spirito» cfr.]. Splett, Zur Antwort berufen, Franlc-
furt 1984, pp. 94-110. Splett, rifacendosi a Bonaventura, attribuisce i sette tradi-
zionali doni dello Spirito ai sette peccati capitali, in tal modo si ottengono le sette
virtù tradizionali. Ogni singolo versetto del Padre Nostro serve a questo processo.
Inoltre viene attribuita ad ogni gruppo una delle beatitudini di Gesù tratte da Mt
5. Così sorgono le seguenti sette serie di cinque: timore del Signore, superbia, tem-
peranza, sia santificato il tuo nome, povertà; devozione, invidia, giustizia, venga
il tuo regno, mansuetudine; sapienza, ira, intelligenza, sia fatta la tua volontà, cor-
doglio; fortezza, accidia, coraggio, il nostro pane quotidiano, fame e sete; consi-
glio, avidità, speranza, rimetti a noi i nostri peccati, pietà; ragione, intemperanza,
fede, non ci indurre in tentazione, purezza di cuore; saggezza, lussuria, amore, li-
beraci dal male, volontà di pace.

49
tà, contro l'invidia il vero amore di Dio, il rimedio contro l'ira
si chiama pàzienza, l'accidia viene superata con l'operosità, l'a-
varizia con la misericordia, la gola con lastinenza e con la tempe-
ranza la lussuria con la castità 13 • La confessione e la riparazione
della colpa attraverso le elemosine, il digiuno e il dolore fisico
portano a eterne gioie celesti. Qui di seguito parliamo di « frut-
ti dello Spirito » quando descriviamo i doni specifici o « virtù »
deLnove tipi dell'enneagramma. Questo termine biblico (Gal
5,22) si riallaccia come il termine peccato radicale all'immagine
del!' albero della vita. Gesù dice: « Ogni albero buono dà frutti
buoni » (Mt 7, 17).

I TRE CENTRI: PANCIA - CUORE - TESTA

I nove tipi dell' enneagramma vengono segnati sulla circòn-


ferenza in senso orario e sono riuniti in gruppi di tre.
9

7 2

Cuore
(sociale,
premuroso)

Figura 2: L'enneagramma e i tre centri

l3 La dottrina ecclesiastica medievale riflette ciò con molta forza. Allo stesso
tempo si trovano però nei racconti di Chaucer chiare reminiscenze di testi dei sufi.,
in particolare della Logica degli uccelli del maestro sufi Attar. Cfr. I. Shah, I Sufz,
op. cit., p. 107.

50
Il gruppo che comprende i tipi otto, nove e uno, si chiama
gruppo dell'uomo di pancia. Il suo centro gravitazionale è nel
basso ventre, dove è situata la« materia prima» della nostra
esistenza: l'istinto di potenza, la nostra sessualità, gli istinti
in generale. In questo senso si parla anche del gruppo dei
tipi sessuali. Essi reagiscono in maniera immediata e sponta-
nea a ciò che incontrano e non utilizzano precedentemente
il cervello per filtrare la realtà. I tipi due, tre e quattro fanno
parte del gruppo dell'uomo di cuore o tipo sociale. I tipi cin-
que, sei e sette formano infine il gruppo degli uomini di testa
ovvero del tipo di autoconservazione.
La psicoanalista tedesco-americana Karen Horney è par-
tita originariamente dall'idea che esistono tre tipi di uomi-
ni, ovvero tre « soluzioni neurotiche » ai conflitti della vita:
un gruppo si separa dagli altri uomini, il secondo gruppo svi-
luppa uti atteggiamento ostile contro gli uomini, il terzo grup-
po si rivolge agli altri uomini 14 • Gurdjieff distingueva tre
parti del corpo: testa, èuore e pancia, e vi attribuiva tipi di-
stinti di «intelligenza»: il centro mentale alla testa, il cen-
tro emozionale al cuore, quello sessuale, istintivo e motorio
alla pancia 15 • In ogni uomo prevale una delle tre parti del
corpo.
Segue una prima sommaria visione d'insieme dei tre cen-
tri. Già a questo punto si chiarisce che gli appartenenti a que-
sti distinti gruppi di uomini necessitano di impulsi differenti
per il loro perfezionamento. Diamo perciò fin d'ora brevi pro-
poste della forma di spiritualità che può aiutare i vari gruppi
a superare la rispettiva unilateralità.

La pancia come centro

I tipi di pancia 16 corrispondono ai « tipi ostili » della Hor-


ney. Il centro del corpo, che preferibilmente li guida, è l'ap-
14 K. Horney, I nostri conflitti, op. cit. Nel suo libro Nevrosi e sviluppo della
personalità, op. cit., l'autrice parla di« soluzioni espansive» (pancia), «soluzioni
di abnegazione» (cuore) e «rassegnazione» (testa).
15 Cfr. H. Palmer, The Enneagram: Understanding Yourself and thç Others in
Your Li/e, San Francisco 1988, p. 48. . ·
16 Per le parti riguardanti i « tre centri » mi sono avvalso, in parte, di una re-
lazione non pubblicata di Hildegard Ehrtmann (dicembre 1988), che utilizzo per
gentile concessione dell'autrice.

51
parato digerente e il plesso solare. Gli uomini di pancia rea-
giscono istintivamente. L'orecchio e il naso sono i loro organi
di senso più sviluppati. In una situazione nuova dicono co-
me prima cosa: «Qui sono io, occupatevi di me», oppure chie-
dono: «Come mai io sono qui? ». La vita per loro è una sorta
di campo di battaglia. Spesso, inconsciamente, si occupano
di potere e di giustizia. Devono sapere chi comanda, solita-
mente sono diretti, apertamente o segretamente aggressivi e
pretendono il proprio« territorio». Gli uomini di pancia vi-
vono nel presente, ricordano il passato e sperano nel futuro.
Hanno difficoltà però nel seguire un piano chiaro e rimaner-
vi fedeli. Se le cose vanno male, di solito danno la colpa a
loro stessi: «Ho sbagliato tutto. Sono cattivo». Gli uomini
di pancia, consapevolmente o inconsapevolmente, vengono
dominati dall'aggressione. Di contro hanno scarso accesso al
loro timore e paura, che vengono nascosti dietro una faccia-
ta di affermazione di sé. Esteriormente risultano di solito si-
curidi sé e forti, mentre interiormente possono essere afflitti
da dubbi morali su di sé.
Il loro primo accesso a Dio è spesso il Padre. Riescono fa-
cilmente nelle pratiche di meditazione, con le quali sono com-
pletamente immersi in sé e nel proprio corpo (ad esempio zen).
Siccome seguono molti impulsi «istintivi », parte del loro com-
pito nella vita è di trasformare i « diversi amori » in amore.

Il cuore come centro


L'energia dell'uomo di cuore (i « tipi diretti» della Hor-
ney) va incontro agli altri. Il mondo dei sentimenti soggetti-
vi è il loro campo; il loro tema sono le relazioni interpersonali.
Il cuore e i sistemi circolatori sono il loro centro del corpo.
In loro sono particolarmente sviluppati il tatto e il gusto. Co-
sl come negli uomini di pancia tutto gira attorno al potere,
per costoro gira attorno all'essere per gli altri. Risulta loro dif-
ficile rimanere soli con se stessi. In una nuova situazione chie-
dono in primo luogo: «Vi piacerò?» oppure: «Con chi sto
insieme? ». Vedono la vita come un compito da svolgere. Si
preoccupano quindi (spesso inconsapevolmente) del prestigio
e dell'immagine;l'aspetto positivo di ciò è che spesso hanno
un senso di responsabilità sviluppato. Tendono ad adeguarsi,

52
a reclamare attenzione e spazio e a essere saccenti. Vengono
dominati da ciò che gli altri pensano di loro e ritengono spesso
di sapere ciò che è bene per gli altri. Mentre vivono esagera-
tamente la loro preoccupazione, sopprimono le loro aggres-
sioni e si nascondono dietro la facciata di bontà e di attività.
Esteriormente risultano sicuri di sé, allegri e armonici, inte-
riormente. però si sentono
.
spesso vuoti, incapaci, tristi e ver-
gognosi.
Forme di devozione legate a calore sociale e sicurezza (ad
esempio comunità di preghiera), attirano gli uomini di cuore
in modo particolare. Essi devono però imparare soprattutto
a stare da soli e a pregare in una maniera che non viene né
notata né premiata dai loro simili. La parola di Gesù: « Ma
tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera e, serratone
l'uscio, prega il Padre che sta nel segreto» (Mt 6,6) si addice
a loro in maniera particolare.
Il loro approccio a Dio avviene spesso attraverso un' espe-
rienza di gruppo (Spirito Santo). Prima o poi deve però se-
guire il passo nel silenzio e nella solitudine perché la vita di
preghiera non divenga un'illusione. Dietrich Bonhoeffer di-
ce: « Chi non sa rimanere solo tema la comunità » 17 • Poiché
gli uomini di cuore ritengono di saper fare tutto da soli, ri-
sulta difficile per loro accettare la redenzione come puro re-
galo. Il loro compito di vita consiste nel trasformare in vera
speranza tutto ciò che costantemente si aspettano.

La testa come centro

Il gruppo che comprende i tipi cinque, sei e sette è « cere-


brale». Si tratta dei« tipi da conversione» della Horney. L'e-
nergia della testa è secondo la Horney un'energia che si ritira
dagli altri. Gli appartenenti a questo gruppo fanno in ogni
situazione per prima cosa un passo indietro per riflettere. Ven-
gono guidati dal sistema nervoso centrale e sono il) primo
luogo uomini di occhi. In una nuova situazione per prima
cosa vogliono orientarsi: «Dove sono?» ovvero: «Come si
combina tutto ciò?». Vedono la vita prima di tutto come un
enigma e un mistero. Hanno il senso dell'ordine e del dove-

17 D. Bonhoeffer, La vita comune, Queriniana, Brescia 19702 , p. 120.

53
re. Il loro atteggiamento è di solito piuttosto impassibile e
concreto(« E cosl! »). Sembrano avere poche esigenze e san-
no lasciare spazio ad altri. Gli uomini di testa si chiedono
spesso: « Sono dipendente? Sono indipendente?». Agiscono
solo dopo che hanno riflettuto e proseguono metodicamen-
te. In situazioni di necessità si rinfacciano la propria stupi-
dità e indegnità. Mentre il loro timore è esagerato, celano
in particolare i loro sentimenti teneri, spesso dietro una fac-
ciata di concretezza e di impassibilità. Ali' esterno risultano
spesso chiari, convinti e capaci, interiormente però si sento-
no spesso isolati, confusi e privi di senso 18 •
Il loro approccio a Dio parte spesso dal Figlio, nel quale
Dio si è rivelato ed è divenuto visibile. La loro vita di pre-
ghiera può sembrare arida, astratta e semplice adempimento
di un dovere, ma gli uomini di testa possono poi, seguendo
il tortuoso percorso di pensieri lucidi, sviluppare sentimenti
caldi. Anche forme oggettive della meditazione (ad esempio
la contemplazione di immagini), nelle quali possono appren-
dere qualcosa, si addicono a questi uomini. Gli uomini di te-
sta devono soprattutto riuscire a compiere il passo dal pensare
al fare e il passo dall'isolamento alla comunità. Per loro vale
la seconda parte della già citata massima di Bonhoeffer: « Chi
non sa vivere nella comunità si guardi dal restare solo» 19 •
Il loro compito consiste nel trasformare i molti dubbi e par-
ziali verità in fede, che non resti nella testa ma sia un confi-
dare in se stessi dell'intera persona.

I NOVE VOLTI DELL'ANIMA

La parte principale di questo libro è costituita dai profili


dei nove tipi dell' enneagramma. Si tratta qui di schizzi som-
mari e a volte di caricature. L'esagerazione serve a mettere
in rilievo i contorni come in una xilografia. Non tutte le ca-
ratteristiche 1?_i addicono a tutti i rappresentanti di un deter-
minato tipo. E un modo per esaminare se stessi allo specchio

18 Cfr. alla nota 10 la poesia di D. Bonhoeffer Chi sono io?. Egli era un« uo·
mo di testa ».
19 D. Bonhoeffer, La vita comune, op. cit., p. 120.

54
di queste descrizioni. Anche la constatazione: « Cosl non so-
no!» appartiene alla vera conoscenza di se stessi!
Lo stesso obiettivo viene perseguito attraverso la rappre-
sentazione di determinati simboli: a ogni tipo viene attribuita
tradizionalmente una serie di animali, i cui tratti caratteri-
stici, reali oppure universalmente riconosciuti,· trovano cor-
rispondenza nella natura del tipo in questione. Anche
determinate nazioni rappresentano alcune peculiarità dei ti-
pi. In questo modo non si vogliono fomentare pregiudizi et-
nici; si tratta piuttosto di un avvicinamento scherzoso
all'energia in questione e dovrebbe essere quindi accolto con
un pizzico di umorismo. Vengono anche presi in considera-
zione colori simbolici, figure bibliche, santi e personalità della
storia, della letteratura e della scena mondiale, perché l'imma-
gine divenga più colorita e sostanziosa. Questi esempi rispon-
dono in parte all'opinione soggettiva degli autori e non
pretendono nessuna qbbligatorietà: vorremmo stimolare la
fantasia dei lettori ad affrontare dei viaggi di esplorazione
autonomi nel regno dei simboli dai molti significati e a trov~e
del materiale didattico appropriato per ogni energia. Sareb-
be, ad esempio, interessante denominare le forze che agisco-
no nelle fiabe con l'aiuto dell' enneagramma oppure attribuire
alle nove energie determinati stili musicali e tipi di danza.
Inizieremo dal tipo uno - si potrebbe anche cominciare
da qualche altro punto - e ci muoveremo lungo tutto il cer-
chio, notando come i caratteri e le loro qualità peculiari mu-
tino in un/lusso continuo. Ciò comporta che ogni tipo abbia
in sé anche caratteristiche dei suoi due vicini, le cosiddette
«ali». Sfioreremo occasionalmente questo importante feno-
meno; torneremo a parlarne più per esteso nella descrizione
dei nove tipi.
Fino a ora non esiste nessun test sperimentato a fondo per
riconoscere il proprio tipo. Per questo è sensato in primo luogo
leggere le nove descrizioni. Ad alcuni apparirà subito chiaro
dove collocarsi. Altri avranno bisogno di un po' di tempo.
Un buon criterio è il seguente: se durante la descrizione di
un tipo provo una «sensazione spiacevole», può darsi che
mi trovi sul mio terreno. La vera conoscenza è spesso colle-
gata con un'esperienza chiaramente illuminante, che però si
manifesta a volte solo dopo settimane e mesi e dopo discorsi
con altre persone. '

55
Ognuno dei nove tipi comprende una fascia assai ampia,
che possiamo immaginarci come una scala continua, che si
estende tra i poli estremi« irredento» (immaturo, malsano)
e« redento» (maturo, sano). Una persona irredenta - indi-
pendentemente dal tipo cui appartenga - è imprigionata in
se stessa. Lutero parlò dell'homo incurvatus in se ipsum,
dell' «uomo ripiegato su se stesso ». Persone di questo tipo
si prendono troppo sul serio e ritengono che il loro punto
di vista sia tutto. I sufi chiamavano l' enneagramma il« volto
di Dio ». Essi immaginavano che nel cammino di redenzione
l'uomo divenga sempre più capace di abbandonare la propria
posizione per osservare la vita da un altro punto di vista di-
verso dal proprio ristretto, imparato e fissato. Il passo oltre
Ja. propria posizione verso le « ali » o numeri vicini può esse-
re operato con relativa facilità. Quanto più ci si allontana
però dal proprio numero, tanto più diventa difficile. Le ener-
gie situate sull'altro lato del circolo ci appaiono in prima istan-
za molto estranee e distanti. Ma quale arricchimento potrebbe
essere per noi se interiormente vi potessimo giungere! Se fos-
simo capaci di indossare tutte le nove paia di scarpe e osser-
vare la realtà da ognuno dei nove punti, allora osserveremmo
il mondo quasi come con gli occhi di Dio. La persona rin-
chiusa in se stessa non ne è capace. .
Sulla riva opposta troviamo la personalità redenta. Nes-
suno di noi vi è ancora giunto. Ci troviamo tutti da qual-
che parte tra i due poli. Quanto più anziani e maturi dive-
niamo, e quanto più ci avviciniamo a Dio, il centro al quale
tendiamo, tanto più ci muoviamo verso la parte redenta.
Per ottenere ciò del resto non è necessario conoscere l' en-
neagramma e chi lo utilizza per scopi diversi è un nuovo su-
peruomo. L' enneagramma articola qualcosa che gli uomini
maturi hanno sempre capito intuitivamente e di conseguen-
za praticato.
Nella mi~ vita ho già incontrato molte persone che si tro-
vano su una strada interiore credibile. Iri particolare, ho tro-
vato molte religiose che avevano realmente eseguito i loro
« compiti per casa » spirituali. Si comprende immediatamen-
te quando si incontra una persona liberata e intera di tal fat-
ta. Noi tutti ne siamo capaci e siamo chiamati a compiere
questo cammino. Un grande aiuto in questo senso è la co-
munità. Un combattente solitario quasi non potrà essere ve-

56
ramente convertito, poiché si isola dalle altre voci e verità
che sfidano e completano le proprie percezioni.
La redenzione è opera della grazia di Dio, avviene senza
il nostro contributo, quando lasciamo la presa e ci abbando-
niamo a una verità più grande, quando ci lasciamo cadere
nel centro: in Dio. E se abbiamo fatto questo, ci accorgere-
mo che anche il lasciare la presa e l'aprirsi a Dio non è stato
opera nostra, ma è dovuto all'amore divino nei nostri con-
fronti.
Diversamente da altri autori, noi rinunciamo a dare ai no-
ve tipi oltre alle cifre anche nomi determinati. La classifica-
zione per mezzo di numeri evidenzia che non si .tratta di
giudizi di valore. In tutti i nove tipi ci sono« uomini cadu-
ti» che hanno bisogno di redenzione per diventare sempre
più quello che davanti a Dio già sono. Nessun tipo è miglio-
re o peggiore degli altri. Ognuno dei nove tipi ha bisogno
di redenzione e ognuno di essi ha doni unici che, solo, può
pattare nella comunità.
E stato già detto che noi riteniamo sensato il confronto
con l' enneagramma soprattutto negli anni di mezzo della no-
stra vita e in quelli successivi. In quel periodo alcuni hanno
già alle spalle tanto «lavoro interiore», che molto di ciò che
viene detto nella descrizione dei tipi non si addice più pie-
namente a loro. Nell'età attorno ai vent'anni viviamo di so-
lito della nostra energia principale in maniera più immediata.
Per questo è consigliabile chiedersi ogni tanto durante la let-
tura delle descrizioni: «Com'ero io quando avevo
vent'anni?». ·
Ognuna delle descrizioni è articolata in quattro paragrafi:
dopo un dettagliato profilo del tipo in questione, rappresen-
tiamo il suo dilemma specifico, che comprende la sua tenta-
zione specifica nell'affrontare i conflitti della vita in un modo
ben determinato. Di volta in volta vengono poi descritti i
«peccati radicali», «ciò che si deve evitare» e i «meccani-
smi di difesa». Si trovano in questa parte anche i primi indi-
zi sul «dono » o «frutto dello Spirito », che del resto
rappresenta l'altra faccia del peccato radicale. Infine viene
spiegata la « trappola » o fissazione del tipo in questione. Con
ciò si intende il suo radicato modello di percezione e di com-
portamento, il programma di vita inconscio. Seguono i sim-
boli (animali, paesi, colori) e gli «esempi» tratti dalla let-

57
teratura, dalla storia e dalla Bibbia. Alla fine si trovano in-
dicazioni su cosa può aiutare di volta in volta alla conversio-
ne e alla redenzione: « vocazione specifica » o « invito al
cambiamento», particolari «compiti di vita» e consigli per
il rapporto con se stessi. La rappresentazione di un « santo »
o di una« santa», ovvero di una persona che, senza rinnega-
re il proprio tipo, abbia posto il suo dono costruttivamente
al servizio della vita, rifinisce di volta in volta quest'ultima
parte.
Al termine del volume troverete su poche pagine tutti i
termini riuniti in una tabella. Potrete separare queste pagi-
ne e, piegate come un piccolo quaderno di appunti, utiliz-
zarle quale strumento di aiuto sia nella lettura del libro sia
in eventuali gruppi di discussione sull' enneagramma.

58
PARTE SECONDA

I NOVE TIPI
TIPI «UNO»

Profilo 1
I tipi uno sono idealisti, spronati da un profondo deside-
rio di un mondo di verità, giustizia e ordine morale. Sono
sinceri e corretti e sanno stimolare altri a lavorare su se stes-
si per crescere ulteriormente. Sono spesso insegnanti e gui-
de dotate, impegnati a dare il buon esempio. Riesce loro
difficile accettare l'imperfezione propria e altrui. Solo se so-
no completamente in sé possono imparare lentamente a es-
sere di casa in un ambiente imperfetto e a confidare nella
lenta crescita del bene (del regno di Dio).
Io stesso sono un tipo uno. Fin da piccoli noi uno abbia-
mo tentato generalmente di essere bambini modello. Già in
giovane età abbiamo interiorizzato quelle voci espresse e ine-
spresse che hanno preteso: «Sii bravo! Comportati bene! Sfor-
zati! Non essere infantile! Fallo meglio!». Allora ci siamo
decisi a guadagnarci l'amore del nostro ambiente, soddisfa-
cendo le attese ed essendo «buoni». Abbiamo cercato di tro-
vare, sviluppare e mantenere, dei metri secondo i quali si può
giudicare cos'è «buono» e «cattivo», «giusto» e «sbaglia-
to ». Questa voce esigente in noi non tace mai. In me viene
chiaramente dalla madre. Spesso uno dei genitori di un tipo
uno è moralista, perfezionista o eternamente insoddisfatto;
si è avidi di elogi, prestazioni al di sopra della media vengo-

1 Parti del « profilo » si basano di volta in volta su materiali inediti dell' « In-
stitute for Spiritual Leadership» di Chicago (1984) elaborati da Hildegard Ehrt-
mann (cfr. parte prima nota 16).

61
no date per sc.ontate. Noi uno abbiamo ottenuto queste pre-
stazioni, perché non volevamo perdere l'amore della perso-
na più importante per noi.
Alice Miller ha descritto il « dramma del bambino dotato »
nel suo omonimo libro 2 • Molti genitori compensano le loro
esperienze mancanti e i loro sogni di vita inespressi, cercando
di recuperare e di realizzare ciò che manca loro nei propri figli.
Per non perdere lamore dei genitori, il bambino impara a esau-
dire le esigenze e le aspettative di padre e madre, perdendo pe-
rò frattanto sempre più laccesso ai propri sentimenti ed esigenze
e al proprio vero io. Molti uno sono stati « bambini dotati » di
questo tipo.
Secondo la concezione di Sigmund Freud in questo contesto
ha un ruolo importante leducazione alla pulizia. Il bambino mo-
dello è precocemente «pulito ». Riso, che ha cercato di conci-
liare i tipi dell'enneagramma con le categorie di Freud, descrive
l'uno come ritentivo-anale. Con ciò s'intende a livello psicologi-
co il rifiuto di produrre evacuazione. Questo rifiuto segnala un
blocco contro la produzione di sporcizia. Il giovane Lutero, un
classico tipo uno, ha sofferto continuamente di stitichezza fino
alla sua « esperienza della torre » 3 •

Io stesso sono stato il cocco di mia madre. Non volevo per-


dere questa posizione preferenziale. Per guadagnarmi la sua
attenzione ho appagato le sue attese. Prima o poi noi uno
facciamo di necessità virtù. Il nostro autocontrollo e la no-
stra supposta superiorità morale diventano un «piacere sus-
sidiario » per la rinuncia a «piaceri inferiori » che ci neghiamo.
Mi ricordo che mia madre un giorno ha detto:« Non sareb-
be stupendo avere un figlio prete?». Eccomi qua! Poiché so-
no un bravo ragazzo, ho fatto ciò che la mamma si è augurata.
Il massimo che si potesse fate nel cattolicesimo preconcilia-
re degli anni cinquanta per dimostrare che si « seguiva tutto
il cammino» con serietà e coerenza era diventare prete.
Noi uno cerchiamo di essere buoni per non essere puniti.
Vogliamo evitare a ogni costo che le nostre voci interiori ci

A. Miller, Il dramma del bambino dotato, Bollati-Boringhieri, Torino 1985 4 •


2
Cfr. R. Riso, Personality Types: Using the Enneagram /or Self-Discovery, Bo-
3
ston 1987, p. 326.

62
condannino. Nel frattempo non fu più mia madre «realmente
esistente » che prese questo ruolo. Io ho piuttosto interio-
rizzato le richieste di mia madre; lei è diventata io e sta in
me. Sono le mie personali voci punitive che mi accusano ora,
se non sono abbastanza «pronto al sacrificio», «buono» o
«generoso». E non si tratta per forza di disposizione al sa-
crificio, bontà e generosità oggettive, ma di ciò che io neri-
tengo. Queste voci non tacciono mai e mi tediano giorno e
notte con la domanda:« Sei abbastanza buono?». All'inter-
no di noi tipo uno si svolge costantemente un processo; noi
siamo i nostri avvocati e contemporaneamente sediamo sul
banco degli imputati. Queste voci contrastanti ci assillano
permanentemente, si interrompono reciprocamente, si con-
traddicono, si correggono. Chi non è un uno, non può nem-·
meno immaginarsi quanto sia faticoso sopportare questi
infiniti processi penali interiori.
Qui deve intervenire il mio« testimone a discarico», il mio
« osservatore del processo obiettivo » oppure il mio « avvo-
cato» e dire: «Smettila, Richard! Non lasciarti confondere
dai tuoi metri esagerati e da! prindpi morali. E pensa che
queste sono le tue opinioni soggettive e non la verità og-
gettiva! ».
Il bambino uno ha rinunciato allo sviluppo del suo vero
io per piacere agli altri e guadagnarsi l'amore di coloro che
gli hanno segnalato: «Sei a posto solo se sei perfetto!». Il.,
bambino uno è stato privato della propria infanzia; ha dovu-
to comportarsi troppo presto come un adulto. Spesso ha do-
vuto assumere assai presto la responsabilità di una famiglia
cui è venuto a mancare per qualche motivo un genitore op-
pure assumere quale figlio maggiore un ruolo di esempio per
i fratelli minori.
Lo scrittore Erich Kastner (1899-1974), figlio di una ma-
dre che lo doveva allevare da sola, «ragazzo modello », « idea-
lista» e «moralista», come egli stesso si definiva, era un
. «bambino dotato» di questo tipo. Non si è mai sposato e
ha scritto quotidianamente(!) alla madre almeno una carto-
lina. I suoi libri per l'infanzia sono diventati famosi in tutto
il mondo. Kastner incita i suoi giovani lettori dicendo:« Non
lasciatevi privare della vostra gioventù! »; contemporaneamen-
te però gli eroi dei suoi libri per l'infanzia (Emilio e i detecti-
ves, La classe volante, Punktchen e Anton) agiscono come

63
piccoli adulti e sono enormemente maturi, moralmente su-
periori e razionali.
Nella poesia di Kastner Sulla fotografia di un cresimante si
nota l'afflizione per una giovinezza perduta:
Eccolo fi, travestito da uomo
e non si sente a suo agio.
Sembra quasi che soffra.
Forse ha un presentimento di ciò che ha perduto.

Porta i primi pantaloni lunghi.


Sente la prima camicia rigida.
Fa la prima posa falsa.
Per la prima volta si è estraneo.

Sente battere il suo cuore in maniera martellante.


Sta fi e sente éhe nulla va bene.
Il futuro è nelle sue ossa.
Ha un aspetto come se ci fosse stato un lampo.

Forse si può spiegare


ancora meglio cosa tormenta il ragazzo:
L'infanzia è morta; ora si affligge
e ha scelto il vestito nero.

Sta in mezzo e accanto.


Nòn è grande. Non è piccolo.
Ciò che comincia ora, viene chiamato vita.
E domani mattina vi fa ingresso 4 •

Ciò che è stato descritto fino ad ora riguarda molti uomi-


ni. Almeno un poco di questo idealismo, moràlismo e perfe-
zionismo è quasi in tutti, ma soprattutto negli uomini educati
religiosamente ..Attraverso un'educazione espressamente re-
ligiosa vengono spesso interiorizzate e rafforzate voci mora-
lizzatrici:
Io ad esempio ancora oggi ritaglio con passione dai gior-

4 E. Kastner, Gesammelte Schriften fiir Erwachsene, Atrium Verlag, Ziirich


1969, t. I, pp. 283s.

64
nali i buoni di acquisto per offerte speciali perché anche mia
madre faceva così. Sono costantemente alla ricerca di sconti
e mentirei se dovessi sostenere che ciò mi fa sentire male.
È una buona sensazione risparmiare denaro! Ma quali misu-
re di valore sono alla base di questo comportamento? Tutto
ciò avrebbe un certo senso, se dessi il denaro risparmiato ai
poveri. Ma io, il francescano, lo porto in banca. Cos'è buo-
no allora? Tuttavia io mi sento meglio se posso risparmiare.
L'impronta infantile della mia coscienza mi dice che sareb-
be migliore, più giusto e più santo, risparmiare denaro piut-
tosto che spenderlo.
Mia madre era una buona casalinga tedesca. La pulizia ve-
niva per lei subito dopo la santità. Nella mia attuale casa si
riflette questa dispo$izione: da me è pulitissimo, dall'ingres-
so fino alla porta di servizio e persino nei cantucci e negli
angoli nascosti. In casa di Richard Rohr si può mangiare sul
pavimento. Pulisco ogni volta prima di lasciare la città. Nel
caso in cui muoia in viaggio e qualcuno debba· entrare in ca-
sa, tutti devono sapere che ero pulito e ordinato! Natural-
mente potrei dire: «Ma fa lo stesso! ». Tuttavia mi sento
meglio se tutto è in ordine e pulito. Le voci in me sono con-
vinte che la pulizia è buona mentre la sporcizia è cattiva.
Sono un fanatico dell'ordine, vedo subito se qualcosa sta
nel posto sbagliato e mi sento meglio se tutto è al posto giu-
sto. I collaboratori del «Centro per l'azione e la contempla-
zione » possono testimoniare che rassetto continuamente e
lavo i piatti sporchi. In fin dei conti oggi ne so ridere; se al-
tri non vuotano il portacenere, non recito più un sermone
morale, perché oramai so che in questo campo sono eccen-
trico e ho delle idee esagerate.

Dilemma

La ricerca della perfezione domina la nostra vita ed è la no-


stra« tentazione». Nella lotta contro l'imperfezione un tipo
uno può diventare un Don Chisciotte che combatte contro
mulini a vento e sogna l' «impossibile». Se vediamo qualco-
sa che risponde al nostro ideale di perfezione, possiamo im-
pazzire di gioia e siamo per un attimo gli uomini più felici
della terra. Si può trattare di un evento della natura o del-

65
l'arte (un tramonto perfetto, un quadro perfetto, un pezzo
musicale perfetto) oppure dell'incontro con un uomo che per
un attimo consideriamo «perfetto». Qualcosa di questo ge-
nere ci esalta. Non appena però riconosciamo che anche que-
st'uomo ha lacune e punti deboli, ne siamo delusi. I tipi uno
sono frequentemente frustrati, perché la vita e gli uomini non
sono cosl come dovrebbero essere. In particolare gli uno so-
no delusi dalla propria imperfezione. Per questo il cammino
religioso è cosl attraente per loro: almeno Dio è perfetto!
Gli uno sono consapevoli delle responsabilità e dei dove-
ri. Io ho l'orologio in testa e non ho bisogno di alcuna sve-
glia. Se mi do l'ordine: « Richard, svegliati alle tre e un
quarto! », allora mi sveglio al più presto alle 15 .14, al più tardi
alle 15.16. Di solito abbiamo fretta, redigiamo un calenda-
rio preciso degli appuntamenti e spesso un diario esattò. Il
tempo scorre, e io a 46 anni non sono ancora perfetto!
Noi uno siamo persone serie. Io non racconto mai barzel-
lette; se cerco· di ricordarmi una barzelletta, ne dimentico la
battuta finale. Ci concediamo rilassamento e ristoro solo quan-
do abbiamo sbrigato tutti i nostri compiti a fondo e com-
pletamente, ma ciò accade raramente. C'è sempre qualcosa
dìe può essere migliorato. Nell'impegno per raggiungere il
meglio non ci sono vacanze! Se abbiamo un hobby, allora di
solito è qualcosa di pratico, che serve agli altri oppure li ren-
de felici. Io ad esempio preparo con enorme piacere delle tor-
te; cosl ho sempre qualcosa a casa da poter offrire ai miei
ospiti. · ·
I tipi uno hanno la tendenza a rinnegare se stessi e a pu-
nirsi e sanno reprimere o addirittura sopprimere i loro senti-
menti e le loro esigenze. Per natura siamo asceti e puritani
e speriamo in fin dei conti che cercando per lo meno di rag-
giungere l'ideale possiamo redimere noi stessi.« Chi anelan-
te eternamente si sforza, quello lo possiamo redimere »
(Goethe), ciò è lampante per un tipo uno. Per questo ci rie-
sce tremendamente difficile lasciar correre e goderci la vita.
Noi abbiamo subito la coscienza sporca. Un tempo i purita-
ni americani avevano dichiarato peccato il ballo e il gioco.
Calvino, il padre del puritanesimo, era un tipo uno. La mag-
gior parte degli uno hanno una sbandata puritana. Ciò non
significa che io sia infelice, posso addirittura gioire se gli al-
tri sono sfrenati, si divertono e fanno stupidaggini, ma rie-

66
sco a partecipare solo difficilmente: una parte di me si rifiu-
ta decisamente di essere cosl poco seria.
Senza l'aiuto della meditazione e della preghiera io stesso
non sarei diventato altro che un riprovevole brontolone. Io
ho bisogno della preghiera per essere felice in questo mondo
imperfetto. I tipi uno devono inoltre superare alcuni ostaco-
li, per giungere alla pace. Se infatti tentiamo di calmarci, tanto
più forte cominciano a parlare le voci interiori. Helen Pal-
mer cita una donna del tipo uno, che descrive cosa le avvie-
ne durante la meditazione:
. .

«Io siedo Il e medito e mi accorgo subito di quant'è alta la


voce critica in me. Non ho nemmeno scoperto un piccolo lembo
di pace interiore che la sento: "Non è abbastanza profondo!"
oppure: "L'ultima volta è stato più profondo!". Allora comin-
cio a litigare con la voce interiore "Siedi dritta!" dice, oppure:
"Non ti sforzi abbastanza" e io: "Ma io mi sforzo!'; » 5 •

Per quanto all'inizio non sia semplice, noi uno dobbiamo


imparare a raggiungere la calma per percepire (questo non ci
riesce difficile) e per accettare (questo è il vero «compito di
vita») il mondo.
Io ho visto molte parti del mondo nei miei viaggi per con-
ferenze e tutta la sofferenza, tutta la stupidità, tutto l'in-
ganno, tutta la superficialità. Questo mi rende forse furente?
Sl! ma ancora più aggressivo mi rende tutto ciò che io trovo
in me stesso. Noi uno siamo adirati con noi stessi. L'ira è
il« peccato radicale» del tipo uno. Se qualcuno mi avesse chie-
sto in gioventù il mio peccato preferito, avrei puntato, come
tutti i giovani, sulla lussuria, ma avrei avuto torto. Allora non
mi sarebbe venuto in mente nemmeno in sogno di pensare
all'ira, anzi probabilmente sarebbe stata addirittura l'ultimo
dei sette peccati capita,li classici a passarmi per il capo 6 •

5 H. Palmer, The Enneagram, op. cit., p. 91.


6 Andreas Ebert. Una donna che ho conosciuto, che si è riconosciuta come tipo
uno - mentre suo marito è un tipo due (il peccato radicale del due è lorgoglio)
- mi ha raccontato che per molti anni del matrimonio in caso di discussioni è ac-
caduto spesso quanto segue: lei rinfacciava a' lui la sua ira; lui rinfacciava a lei il
suo orgoglio. Questo esempio mostra quant'è difficile ammettere il peccato che ci
è proprio, mentre riusciamo subito a scoprirlo nell'altro. Ragionamenti assai utili
sul rapporto con la propria ira si trovano in Matthew e Dennis Linn sj, Come guari-
re le ferite della vita, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1992. ·

67
Noi uno ci vergogniamo infatti della nostra ira! Il nostro
peccato e «ciò che evitiamo» sono un'unica cosa. Noi evi-
tiamo di accettare la rabbia che ci motiva e ci sprona e non
sappiamo ammettere né di fronte a noi né di fronte agli altri
di essere aggressivi. Anche la rabbia infatti è per noi qualco-
sa di imperfetto. I bambini modello non sono furiosi. Que-
sto è il nostro dilemma principale. Interiormente ribolliamo
di furia, perché la terra è cosl maledettamente imperfetta,
ma non consideriamo le nostre aggressioni come tali, non le
possiamo nemmeno percepire e men che mai accettare. Mi
ricordo di aver litigato in passato con persone che sostene-
vano:« Ammettilo, sei furibondo!». Ma io rispondevo:« No,
io no di certo ». Solo il sospetto che io potessi essere aggres-
sivo mi colpiva profondamente. Ma chi ci circonda ricono-
sce il nostro peccato solitamente molto prima di noi. Anche
questo è un motivo per cui abbiamo bisogno di una comuni-
tà che ci leghi ad altri uomini. Se siamo soli, possiamo cede-
re facilmente all'illusione di essere santi. Dio ci ha messo
accanto altri uomini perché ci riportino sempre con i piedi
per terra. Noi uno ci vergogniamo della nostra furia. Ci co-
stringiamo a restare « èoncreti » e a esporre i nostri argomenti,
anche se internamente ribolliamo: «lo non sono irritato con
te, ma in fondo avrei una ragione, per questo motivo e que-
st'altro ».
Il « meccanismo di difesa » che i tipi uno sviluppano per
non dover mostrare la loro rabbia si chiama controllo delle
reazioni. Invece di agire subito e direttamente, ha luogo al
nostro interno, in poche frazioni di secondo, un processo di
censura, che decide cosa essere e sotto quale forma.
Il fatto che non possiamo ammettere le nostre aggressio-
ni, a volte produce in noi uno un'enorme pressione. Possia-
mo diventare delle pentole a pressione ambulanti. In noi
ribolle l'astio represso, che si condensa sempre di nuovo e
si lancia contro le voci, che ci martellano: «Tu sei un bravo
ragazzo, una brava ragazza. Un bravo bambino non è aggres-
sivo». La furia lavorativa degli uno è una valvola di sfogo
e uno dei tentativi di consumare energia.
La spinta a compiere «opere buone», che infine ha porta-
to il tipo uno Martin Lutero alla disperazione, è presente in
tutti gli uno. Personalmente mi ha portato a diventare un
«notorio miglioratore del mondo ». Come se non fosse ba-

68
stato fondare a Cincinnati una mia comunità (la Chiesa co-
mune non era abbastanza buona!), ho dovuto anche chiamarla
«New Jerusalem »,la Nuova Gerusalemme! Questo è come
dire, la perfezione della perfezione. Dove si trova la nuova
Gerusalemme? A Cincinnati, nell'Ohio, naturalmente! Questa
è la conseguenza del nostro ideale di perfezione. Cionono-
stante non siamo mai soddisfatti di ciò che abbiamo già po-
tuto migliorare. La nostra voce interna indaga costantemente
sui nostri motivi: «Cosa c'è dietro le tue opere buone? Tu
lo fai solo per poter ben figurare di fronte a te, agli altri
e a Dio!». Lutero è l'esempio più noto del meccanismo
che si muove nel tipo uno. Torneremo più avanti su di
lui.
Ci sono anche tipi uno assai indecisi, che cercano di risol-
vere altrimenti il loro dilemma. Possono giungere addirittu-
ra a condurre una doppia vita. Nell'ufficialità e laddove sono
noti e osservati si comportano sempre in maniera corretta,
morale e inappuntabile. Ma se si sentono inosservati o in un
ambiente estraneo, può avvenire che sperimentino segreta-
mente tutto ciò che altrimenti negano a sé e agli altri. Ciò
vale tra I' altro per i loro desideri sessuali repressi. I tipi uno
neurotici possono predicare la morale e vivere in maniera im-
morale, come ha dimostrato lo scandalo dei predicatori tele-
visivi puritani negli Stati Uniti. Uno malsani sono farisei
e ipocriti. Ai farisei che vogliono lapidare una « peccatri-
ce» adultera colta sul fatto, Gesù dice:. «Quello di voi che
è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei »
(Gv 8, 7).
Il dono particolare o «frutto dello Spirito », che contr~d­
distingue i rappresentanti maturi del tipo, è di volta in volta
I'« altra faccia dello specifico peccato radicale». Il frutto dello
Spirito del tipo uno è la serena tranquillità. Come sono giun-
to io dal mio peccato radicale a questo dono? Io ho vissuto
fin da piccolo con una rabbia sconosciuta e repressa. Quan-
do l'ho scoperta, ne sono diventato così stufo, che infine ho
imparato ad affrontare la mia aggressività in maniera migliore
e più costruttiva di tutti gli altri tipi. Essa è ancora presente
in me e sempre ci sarà, ma non la prendo più tanto sul serio.
Mi aiutano tre cose per giungere a questa mèta: la preghiera,
l'amore e la natura. Se prego, posso liberarmi sempre più delle
voci del dovere e della responsabilità e lasciarmi andare in

69
Dio, il Grande Amante. Ciò mi conduce immediatamente al-
1'amore, che è il vero «vincolo della perfezione», come dice
Paolo (Col 3,14). Per questo devo preoccuparmi ogni giorno
di innamorarmi di qualcosa o di qualcuno, che sia solo un
albero o lo splendido cielo turchese sul New Mexico. Se non
amo, le voci negative prendono immediatamente il soprav-
vento. Infine mi aiuta la natura: Dio, l'amore e la natura so-
no perfetti. Per tale ragione quasi tutti i tipi uno sono amici
della natura. Raramente ho incontrato un uno che non colti-
vi volentieri fiori, lavori in giardino e passeggi nei boschi.
Molti degli uno si sentono a loro agio nel movimento ecolo-
gista. L'uno ha un debole per tutto ciò che verdeggia, cresce
e fiorisce. Senza la natura, senza l'amore e senza Dio, noi
uno non raggiungiamo nemmeno lo spazio della serena tran-
quillità e pazienza, ma restiamo piuttosto idealisti e ideologi
aggressivi, pieni di pregiudizi sugli altri, dai quali pretendia-
mo miglioramento e « perfezione » secondo la nostra con-
cezione.
Oltre alla tranquillità dell'uno redento, i tipi uno hanno
anche altri doni, se hanno raggiunto un certo grado di matu-
razione interiore. Sono razionali, giusti ed equilibrati. Per que-
sto siamo buoni insegnanti. Gli uno diventano volentieri
insegnanti o parroci, se non realizzano il loro amore per l' or-
dine in mestieri quale il ragioniere 7 • Abbiamo la capacità di
essere equilibrati per forza. A «New Jerusalem » si è mor-
morato che ognuna delle mie prediche sembra sia costituita
da due colonne: da una parte e dall'altra. Noi tipi uno infatti
non amiamo essere corretti e perciò guardiamo sempre an-
che all'altro lato. Ciò è contemporaneamente dannazione e
grazia e si può spiegare con le tante voci differenti che si tro-
vano nel continuo processo del nostro tribunale interiore. Tipi
uno piuttosto maturi danno quasi sempre risposte pensate
e razionali. La loro opinione ha già attraversato il fuoco del-
la critica interna, ogni« se» e «ma» è stato già chiarito, pri-

7 Andreas Ebert. Mia nonna, un tipo uno, era ragioniera. Si realizzava piena-
mente nel suo lavoro. Pulizia, decenza e ordine erano la sua vita. Il disordine che
noi bambini causavamo era un'atrocità per lei. Poco prima della sua morte diceva:
« Ho fatto sempre tutto bene e non ho avuto mai debiti! ». Questa donna, appa-
rentemente cosl conformista, durante il terzo Reich, ha nascosto una conoscente
a rischio della propria vita. Il suo sistema di valori ed il suo senso di « decenza »
erano stati colpiti al punto da essere capace di un'azione valorosa.

70
ma di dichiarare qualsiasi cosa. Per questo è difficile con-
traddire gli uno 8 •
Gli uno poco sviluppati sono leggermente pedanti, parla-
no sempre con l'indice alzato e criticano tutto. Si ritengono
identici ai propri ideali e possono risultare assai arroganti e
pieni di sé. Tutti gli uno vivono sempre al limite dell'arro-
ganza. Le persone che ci sono vicine ce lo devono ricordare
ogni tanto.
Per i tipi uno è difficile prendere delle decisioni impor-
tanti, perché potrebbero fare un errore, quindi tendono a esi-
tare e a titubare. Spesso anche per questo non riescono a
procedere, perché sono occupati a sviscerare ancora vecchi
errori. Se il passato non è stato sistemato, non riescono a
concentrarsi sull'ordine del giorno. Così diventano la coscien-
za sporca di una famiglia o di un popolo, mantengono desta
la memoria della colpa passata e sono profeti della conver-
sione e del rinnovamento. Questa è una delle loro forze mag-
giori e può risultare anche penetrante. Riso chiama il tipo
uno il riformatore.
La «trappola», dalla quale devono essere liberati gli uno
irredenti, è la sensibilità. Essi devono imparare ad accettare
sé e gli altri, invece di esprimere giudizi su tutto e tutti. De-
vono imparare a riconoscere la trave nel proprio occhio pri-
ma di occuparsi della pagliuzza nell'occhio altrui, che si palesa
loro immediatamente (cfr. Mt 7,3-5). Tipi uno immaturi e
frustrati risultano repellenti. Gli altri si sentono continua-
mente criticati da loro, anche quando l'uno non profferisce
motto. Gli altri infatti percepiscono il flusso di energia ne-
gativa che emanano. Nella mia attività pastorale a volte mi
è capitato di sentirmi dire da qualcuno: «Io ho difficoltà ad
aprirmi di fronte a te, poiché ho paura che tu in segreto mi
giudichi». Malgrado io non lo voglia, pare che questa ener-
gia a volte mi sfugga. Come posso liberarmene? Interamen-
te non ci riuscirò mai, probabilmente. Ma posso tentare di
costruire una relazione di fiducia con la persona in questio-
ne, di ~odo che proprio la mia capacità di critica serva all'il-

8 Andreas Ebert. Un mio amico, un tipo sette, sposato con una donna uno, si
è lamentato recentemente in questo modo : « Se litighiamo, il problema maggiore
è che lei ha sempre ragione. Ciò che lei dice è a prova di bomba, mentre le mie
argomentazioni sono impulsive e spesso stanno in piedi a fatica. Questo lo so da
solo. Ma vorrei avere ragione almeno una volta ».

71
luminazione, alla liberazione e alla gioia dell'altro, invece di
opprimerlo e di denigrarlo. Senza"una relazione di questo ge-
nere i miei giudizi non sono di aiuto e possono risultare in
fin dei conti distruttivi.
Il tipo uno tende a considerarsi un Cavaliere Bianco, che
va nel mondo per salvarlo. Gli uno conoscono il piacere se-
greto di estirpare il male radicalmente. San Giorgio o l' ar-
cangelo Michele, gli uccisori di draghi nella tradizione
cristiana, sono patroni di questa caratteristica del tipo uno.
Nelle relazioni, l'energia dell'uno può comportare grandi
complicazioni. Un uno si innamora volentieri di una persona
che ai suoi occhi è completa. Non appena si mostrano i pri-
mi lati deboli e la lacca comincia a screpolarsi, I' uno comin-
cia a criticare l'altro in modo -da cambiarlo. L'uno non ha
comprensione se I' altro non si sforza seriamente di diventare
«migliore». Se questa persona però ammette sinceramente
i propri errori, chiede perdono, promette un miglioramento
e prova attraverso i fatti ché vuole cambiare, gli uno sono
pronti a perdonare generosamente e a dimenticare, sebbene
la remissione di un tipo uno è raramente senza condizioni.
Gli uno possono redigere una lista degli errori altrui ed
essere permalosi, possono perdonare, ma difficilmente dimen-
ticano. Ciò dipende dal fatto che la nostra rabbia è la nostra
vera fonte di energia e ci aiuta a percepire noi stessi. Il po-
tenziale critico che ne deriva è il nostro contributo alla co-
munità, ma non è tutta la verità. Se mi identifico ecces-
sivamente con la mia ira e rimango imbronciato, pensan-
do che il mio punto di vista sia il contributo decisivo, gli al-
tri smetteranno prima o poi di prendermi sul serio.

Simboli ed esempi

L' «animale» che si attribuisce al tipo uno irredento è il ter-


rier, che abbaia ed è sempre aggressivo. Le formiche e le api, sem-
pre impegnate a costruire lo stato ideale, invece, simbolizzano
la diligenza dell'uno. Le api provano tutti i fiori e trattengono
di tutti solo il meglio, il miele. Restano fedeli alla loro arnia e
lavorano per la crescita della loro comunità.
La« nazione» simbolica dell'uno è l'ex Unione Sovietica. Gli
utopisti russi, rivoluzionari e scrittori come Dostoevskij e Tol-

72
stoj incarnano il sogno di un mondo più perfetto e di una socie-
tà più umana. Anche Michail Gorbaciov rappresenta questo idea-
le riformatore. Gli uno vogliono abbattere il sistema vigente non
con la forza, bensl gradualmente.
Il« colore» del tipo uno è l'argento, che è un colore freddo,
sobrio e chiaro. Rappresenta la luce lunare che prende 10 splen-
dore dal sole (l'ideale supremo). L'uno redento sta per crescita
e cambiamento come il mite splendore argenteo della luce lunare.
Lucy van Pelt, la controparte di Charlie Brown nella serie di
fumetti Peanuts, è la caricatura di un uno redento. È continua-
mente occupata a cambiare il mondo intero (e in particolare l'e-
terno perdente Charlie Brown) e si rifiuta di accettare un mondo
che non sia perfetto. In una delle strisce vediamo che l'amore
incondizionato è l'unica forza che possa redimere un uno come
Lucy. Lucy si lamenta di quanto il mondo sia cattivo e quanto
infelice si senta. Suo fratello Linus la invita allora a pensare per
una volta a tutto ciò per cui lei può essere grata. Questo la fa
arrabbiare definitivamente! Non c'è niente per cui valga la pe-
na di ringraziare! Allora Linus dice: «Almeno hai un fratellino
che ti vuole bene! ». Lei lo guarda per un momento, poi gli get-
ta le braccia al collo singhiozzando forte. E Linus commenta:
«Ogni tanto però la dico la cosa giusta! » 9 ;
Il monaco Martin Lutero (1483-1546) era, nel fondo della sua
anima, un giovane uomo iracondo che anelava all'amore incon-
dizionato di Dio: « Come posso raggiungere un Dio misericor-
dioso? » era la sua domanda di vita. Giustamente la sua ira si
dirigeva contro la Chiesa cattolica di allora, che affermava ci
si sarebbe guadagnato quest'amore attraverso indulgenze, fun-
zioni rituali e opere buone. L'uno desidera che qualcuno ponga
fine a questo gioco sfiancante. Lutero aveva un padre severo
in terra e un Dio.iracondo in cielo e anche la madre Chiesa era
austera ed esigente. Era ricolmo delle voci dei genitori. Dal punto
di vista strettamente psicologico la Riforma è stata prodotta dal-
l'intreccio delle costrizioni di un tipo uno. Lutero anelava a una
grazia, a un amore e a una accettazione incondizionati.
Erik H. Erikson ha evinto alcune delle sue più importanti in-
tuizioni psicoanalitiche dal confronto con la storia della vita del
giovane Lutero. La relazione ambivalente del riformatore con

9 Riprodotto tra l'altro in R. L. Short, The Gospel according to Peanuts, New


York 1964, pp. 15s.

73
suo padre è secondo Erikson la causa principale delle costrizio-
ni e delle lotte cui Lutero fu sottoposto per tutta la sua vita.
Il padre « dà la prova della più grande furia nei suoi tentativi
di impedire alla furia dei figli di esprimersi » 10 • La conseguen-
za fu, secondo le parole dello stesso Lutero, che « fuggii da lui
e divenni tristemente risentito nei suoi confronti fintanto che
egli non mi riabituò gradualmente a sé ». Erikson nota a questo
proposito:
«Anche quando [Lutero] era mortalmente spaventato, non
poteva realmente odiare il padre ... ; e Hans [il padre], sebbene
non potesse lasciare che il ragazzo gli si avvicinasse e talvolta
fosse invaso da un'ira criminale nei suoi confronti, non pote-
va lasciarlo andar via a lungo » 11 •
Quando Lutero più tardi riferisce in retrospettiva i propri scru-
poli di un tempo nella confessione, denomina la libido (appetito
sessuale), l'ira e l'impatientia «sorgenti della tentazione» 12 •
Istruttivo a livello di psicologia del profondo è anche il fatto
che il giovane Lutero, come già detto, soffriva di stitichezza e
di ritenzione idrica. Molte cose sembrano indicare che «la rive-
lazione nella torre» in realtà ha avuto luogo in bagno. Erikson
nota laconicamente a tale proposito: «Gli studiosi preferireb-
bero che tali esperienze accadessero nelle stesse condizioni in
cui essi ottengono le proprie rivelazioni riflesse, cioè a tavoli-
no » e segnala la predilezione del tardo Lutero per un linguag-
gio di volgarità anale e la sua capacità di scagliare sporcizia
quando era adirato 13 • È come se con l'intuizione riformatrice
fossero state liberate anche tutta laggressività e la « sporçizia »
represse, che erano state le cause principali delle paure patolo-
giche del giovane Lutero.
Ringraziando Dio, Lutero si rivolse a Paolo e in lui trovò quello
che cercava, poiché anche Paolo è un tipo uno. Non risveglia
forse a volte l'apostolo Paolo l'impressione di essere un poco
arrogante e autoritario? Era un fariseo; gli uno sono farisei nati.
Dio ha mutato il suo peccato radicale e ne ha fatto un dono.
Aveva bisogno di un fariseo ardente di fede che potesse trasmet-
tere con fervore il vangelo. Questo è laspetto amabile di Paolo,
10 E. H. Erikson, Il giovane Lutero, Armando, Roma 19792 , p. 67.
11 Ibid., p. 74.
12 Ibid., pp. 163s.
13 Ibid., pp. 207-208.

74
grande Cavaliere Bianco di Cristo, che per il suo Signore fa tut-
to. Ma ogni tanto ne abbiamo abbastanza e gli diremmo volen-
tieri:« Calmati Paolo! Stai esagerando!». In particolare quando
egli viene attaccato e criticato, può reagire in maniera amara,
arrogante e prepotente e distruggere i suoi avversari sarcasti-
camente.
Indicativo è l'evento, riportato da Paolo stesso nella lettera
ai Galati, in cui racconta come si oppose « a viso aperto » a Pie-
tro (un tipo sei), la burrascosa ma fondamentalmente timorosa
guida degli apostoli, « perché si era messo dalla parte del torto »
(Gal 2,11). Pietro aveva già oltrepassato i limiti nella comunità
di Antiochia mangiando con pagani battezzati, cosa che, quale
ebreo strettamente osservante, non gli era concessa. Ma quan-
do da Gerusalemme giungono le « spie » del « cognato » Giacob-
be, strettamente giudeo-cristiano, si separa, non resta fedele alla
libertà appena dimostrata e comincia a «fingere». La cosa che
a Paolo più stava a cuore era di sottolineare che la vecchia fron-
tiera tra giudei e pagani era stata eliminata da Cristo. Per que-
sto mette pubblicamente in discussione il «primo uomo » della
Chiesa. Se un tipo uno è convinto di qualcosa, non vacilla nean-
che davanti ai troni dei principi: « Qui sto io, non posso fare
altrimenti! ». Questo avrebbe potuto dire Paolo già 1500 anni
prima di Lutero. In entrambi vediamo quanto strettamente sia-
no legati «peccato radicale » e « frutto dello Spirito » e come
Dio possa trasformare le nostre ossessioni e utilizzarle per i suoi
fini.

Conversione e redenzione

I tipi uno devono imparare che non esiste una sola via giu-
sta, ma che molte sono le « strade che portano a Roma». Per
. questo devono scendere a patti con la loro ira e riconoscerla,
prima di esprimere dei giudizi su di sé e sugli altri. Gli uno
irredenti cercano continuamente qualcuno o qualcosa su cui
proiettare i sentimenti e gli umori negativi; nella norma si
tratta della prima persona a loro vicina. Se un uno non rico-
nosce la sua ira e « si adatta », la sfogherà sui propri figli,
sul proprio coniuge o sulla casa in disordine.
Noi uno siamo persone affabili fin quando non ci pren-
diamo troppo sul serio. La soluzione si trova sempre nel re-

75
lativizzarsi e.nel liberarsi dal falso io. La libertà più grande
consiste nel poter· ridere di se stessi, perché si riconosce che
la propria percezione è solo una parte del quadro d'insieme.
Nel profondo dell'uno vive l'ideale del bene, del vero e
del bello. Io non mi sarei ammazzato di lavoro, non avrei
fondato nessuna comunità e non sarei stato presente sette
giorni alla settimana per gli altri, se non avessi questa ener-
gia diuno. Io non mi scuserò o mi punirò nemmeno a poste-
riori, perché so che Dio ha pur sempre fatto qualcosa di buono
dei miei motivi ambigui. Io so di non aver compiuto le mie
prestazioni solo perché amo il Signore Gesù. Una parte di
me che agiva era semplicemente Richard che viveva il suo
ruolo. Io ho pensato di fare tutto per amore di Gesù, e «in
qualche modo e per un certo periodo » - come si dice vo-
lentieri oggi - ho amato Gesù in tutto ciò. In questo punto
si mostra ancora una volta l'umile realismo di Dio. Egli sa
di ricevere da noi tutti al massimo un poco di vera devozio-
ne. Facciamo la maggior parte delle cose nella vita soprat-
tutto per noi e combattiamo per la nostra sopravvivenza, ma
non appena abbiamo l'umiltà di ammetterlo, la grazia e l'a-
more di Dio possono diventare potenti. Si può costruire so-
lo sulla verità! Bugie e illusioni prima o poi si smascherano
da sole. Nell'enneagramma si tratta di chiamare per nome
le nostre illusioni e di smascherarle, per fare posto alla gra-
zia di Dio che può aiutarci a costruire sulla vera vita piutto-
sto che sull'illusione.
Noi tipi uno dobbiamo smettere di volere tutto o niente.
Abbiamo bisogno di quella completezza che si può trovare
solo in Dio. Non possiamo creare da soli la perfezione: da
quando lo so sono più felice e capace di amare· gli altri. Io
sono e resto un uno. Le mie caratteristiche mi restano fedeli
per tutta la vita e daranno sui nervi agli altri. Per questo mi
devo affidare alla pazienza delle persone che mi sono vicine
e di Dio.
L' «invito » specifico che noi tipi uno sentiamo e dobbia-
mo accettare è nascosto nella parola crescita. Il nostro amore
per la natura è già un indizio di quanto ci fa bene veder cre-
scere le cose. Ciò che cresce non è ancora perfetto. Ma è in
viaggio. Gesù ha raccontato molte parabole, in cui la semina
e la raccolta, e l'attesa paziente che c'è nel mezzo, indicano
l'avvento del regno di Dio. Tali parabole sono raccolte nel

76
vangelo di Marco, al capitolo 4 e fra le altre possiamo ricor-
dare ad esempio questa:
« Cosl è il regno di Dio: come un uomo che abbia gettato il
seme in terra, e poi dorme e veglia, di notte e di giorno, mentre
il seme germina e si sviluppa, senza che egli sappia come. La
terra da sé produce prima l'erba, poi la spiga e poi nella spiga
il grano pieno. Quando, infine, il frutto lo permette, subito si
mette mano alla falce, poiché è giunta la mietitura» (Mc 4,26-29).

Lo stesso Dio perfetto ha pazienza e d lascia tempo per


crescere. Un tipo uno, che ammette la crescita, prende parte
alla tranquillità divina.
In questo processo anche l'ira in fin dei conti distruttiva
dell'uno può trasformarsi in «ira divina». La Bibbia parla
spesso dell'ira di Dio di fronte all'ingiustizia della terra. I
profeti dell'Antico Testamento e lo stesso Gesù vennero colti
da quest'ira santa (purificazione del tempio). Paolo soffrl una
ribellione interiore, quando vide ad Atene i molti idoli, e Lu-
tero si adirò a causa delle indulgenze. L'ira santa è espres-
sione dell'amore e non deve mai essere opposta all'amore.
Essa non vuole mai distruggere, bensl restaurare la giustizia
originaria.

Ignazio di Loyola (1491-1556), fondatore e primo superiore


generale della Compagnia di Gesù, appartiene ai santi che era-
no tipi uno. Il trentenne cavaliere basco, costretto a letto dopo
esser stato gravemente ferito nella difesa di Pamplona, visse una
completa conversione attraverso la lettura della vita dei santi.
Infine consacrò le sue armi alla Madonna, che da allora in poi
volle servire quale cavaliere spirituale. Curò malati, andò in pel-
legrinaggio in Palestina e compl studi approfonditi. Per condi-
videre le sue esperienze con altri, sviluppò i suoi Esercizi spirituali
(Exercitia spiritualia), che furono assai osteggiati dall'Inquisizione.
Nel 1534 con i suoi amici giurò di operare per la Chiesa in Pale-
stina o di mettersi a disposizione del papa per qualsiasi altro com-
pito. Nel 1540 la Compagnia di Gesù venne riconosciuta. Ogni
gesuita compiva una volta ali' anno per quattro settimane gli eser-
cizi spirituali, che servivano alla purificazione attraverso l'osser-
vazione della propria peccaminosità, della vita e della sofferenza
di Cristo e del «discernimento degli spiriti», che agiscono al-

77
l'interno dell'uomo. L'energia del tipo uno non può essere igno-
rata nella spiritualità ignaziana: la distinzione delle voci per di-
ventare più perfetti; trenta giorni di duri esercizi per diventare
più completi. Come tutti i sistemi unilaterali, questa forma di
devozione ha in sé la sua forza e debolezza. La sua forza mag-
giore è la profondità e la coscienziosità della ricerca su se stessi,
e la disponibilità a sottoporsi al faticoso lavoro su di sé e all'esa-
- me delle proprie motivazioni. Ciò però non avviene in uno spa-
zio vuoto: Cristo, che si è sacrificato per la nostra redenzione,
è la controparte costante e la sorgente del rinnovamentò e della
conversione.

Tra i «compiti di vita» del tipo uno ci sono lo studio, il


dovere, l'ordine, il lasciare per una volta da parte il miglio-
ramento del mondo e piuttosto giocare, festeggiare e godere
_la vita. Se l'uno· smantella la sua sensibiltà e la sua iracondia
e ritira le loro proiezioni, diventa possibile la misericordia.
La serena letizia della vita la può imparare se va a scuola dal
gioioso sette 14 •
Karl Barth, il teologo svizzero e riformatore della teolo-
gia protestante dopo la prima guerra mondiale, era un tipo
uno. La sua interpretazione della lettera ai Romani era un' im-
pietoso regolamento di conti con la «teologia liberale », pre-
ponderante fino ad allora, che era molto ottimista per quanto
riguardava le possibilità dell'uomo. Barth protestava perché
gli uomini approfittavano di Dio per i loro-scopi. Per questo
predicava un Dio che fosse il Totalmente Altro e che avesse
piani e fini _diversi dai nostri. La Dogmatica ecclesiastica in
più volumi di Barth è l'opera teologica più completa e ampia
di questo secolo. Il combattivo teologo era un ammiratore
pressoché fanatico di Mozart (tipico tipo sette!). Thomas Mer-
ton descrive, senza conoscere l'enneagramma, come Karl
Barth abbia tratto la propria creatività inconsciamente dalla
« sorgente di forza» di Mozart, proprio da quel tipo che ap-
parentemente era cosl diverso da lui.

14 Ad ognuno dei nove tipi appartiene un'« energia integrativa » e una « ener-
gia di regressione ». Questi collegamenti sono segnalati dalle linee, ovvero dalle frecce
che collegano tra loro i numeri dell'enneagramma. L'energia integrativa del tipo
uno è il sette, la sua energia di regressione è il quattro. Questa« teoria della frec-
cia » viene spiegata dettagliatamente nella terza parte del presente volume.

78
Una notte Karl Barth sognò Mozart.
Era sempre stata una sua idea fissa il cattolicesimo di Mozart
e il suo abba11dono del protestantesimo. Mozart soleva dire che
il «protestantesimo è roba per il cervello soltanto » e che «i pro-
testanti non capiscono che cosa vuol dire Agnus Dei qui tollis
peccata mundi ».
Nel sogno, Barth era stato nominato esaminatore di Mozart
in teologia, e voleva esaminarlo con la massima indulgenza. Per
questo volle deliberatamente limitare le sue domande alla mes-
sa che Mozart aveva composto.
Ma Mozart non gli diede risposta.
Profondamente commosso dal racconto che Barth fa di que-
sto suo sogno, fui quasi sul punto di scrivergli una lettera. Il
contenuto del sogno era l'idea della sua salvezza personale, e
forse Barth sta sforzandosi di riconoscere che si salverà più per
il Mozart che è in lui che per la sua teologia. Ogni giorno, per
anni, Barth suonava ogni mattina Mozart prima di mettersi a
lavorare intorno al suo dogma: forse, inconsciamente, egli cer-
cava di risvegliare il Mozart che si nascondeva in lui, la sapien-
za centrale che si intona con la musica divina e cosmica ed è
salvata dall'amore, anzi dall'eros.L'altra parte del suo io, inve-
ce, quella teologica, apparentemente più interessata all'amore,
si aggrappa a un'agape più austera e celebrale: un amore che,
dopo tutto, non è nel nostro cuore ma solamente in Dio ed è
rivelato solo alla nostra intelligenza.
Barth dice - e anche questo è significativo - che « nella mu-
sica di Mozart è un bambino, anzi un "divino bambino" che
ci parla». Alcuni, egli dice, ritenevano Mozart un bambino in
tutte le cose pratiche (ma Burckhardt « sollevava serie obiezioni »
contro questo modo di vedere). È però vero che all' en/ant prodi-
ge Mozart «non fu mai permesso essere un bambino nel senso
letterale della parola». A sei anni dava già il suo primo concerto.
Ma « nel senso più elevato della parola » egli fu sempre un
bambino.
Non avere timore, Karl Barth! Confida nella misericordia di-
vina. Anche se sei diventato un grande teologo, dentro di te Cri-
sto è sempre un bambino. I tuoi libri (e i miei) hanno meno
importanza di quanto pensiamo noi! Ma c'è in noi un Mozart
che ci salverà 15 •

15 T. Merton, Diario di un testimone colpevole, Garzanti, Milano 1968.

79
TIPI «DUE»

Profilo
Gli appartenenti a questo tipo mettono i loro doni al ser-
vizio degli altri e si curano della loro salute, alimentazione,
educazione e benessere. Comunicano una quantità di appro-
vazione e di stima tali da aiutare altri a credere nel proprio
valore. I tipi due sanno dividere generosamente e dare «la
loro ultima camicia » per gli altri. Sanno essere accanto agli
altri quando questi devono sopportare dolore, sofferenza o
conflitti, e comunicano loro la sensazione che c'è qualcuno
lì per loro che li accetta. L'amore per il prossimo e la presen-
za dei tipi due ha tuttavia anche aspetti negativi, che a pri-
ma vista non è facile individuare.
I tipi due sono civettuoli e hanno eccessivamente bisogno
di riconoscenza. Molti due hanno avuto un'infanzia che sem-
brava loro grigia e triste; mancavano di una vera sicurezza
e della sensazione di avere una casa. Altri riferiscono di aver
vissuto solo un amore condizionato. L'amore di persone che
ritenevano importanti doveva essere acquisito attraverso un
buon comportamento. Quando avevano soddisfatto le con-
dizioni, potevano in qualche caso ottenere molto amore e si-
curezza. L'infanzia« bella» che hanno avuto questi tipi due
impedisce loro di essere irati o tristi sul fatto che sono stati
sempre spinti a un comportamento eccessivamente corretto.
Alcuni di loro ricordano anche di aver avuto ben presto la
sensazione di dover essere una stampella per le esigenze eh10-
tive di altri componenti della famiglia. Avevano la sensazio-
ne di doversi rendere utili per venire notati e amati. Il
messaggio che hanno preso per sé suona più o meno: « Io ven-
go amato se sono tenero, comprensivo e servizievole e met-
to da parte le mie esigenze». «Essere buono» non è per i
tipi due - diversamente dai tipi uno - una categoria mora-
le. Essi hanno piuttosto la pretesa di essere «cari» e servi-
zievoli e sono convinti di esserlo nella norma. Ciò d'altra parte
non corrisponde sempre alla realtà obiettiva e alla percezio-
ne delle persone che li circondano. La classica immagine di
un tipo due è la caricatura della madre ebrea che protegge i
suoi piccoli come una chioccia e fa in modò di essere utilfz-

80
zata da loro 1 • Ma guai se non ne consegue un ringraziamen-
to: « Come potete farmi questo, dopo tutto quello che ho fatto
per voi!». Innanzi tutto un tipo due irredento vizia e riem-
pie di cure le altre persone senza che ciò sia richiesto né de-
siderato. Se gli altri invece di contraccambiare questo
« amore » prendono le distanze, perché il comportamento dei
tipi due è diventato troppo pesante e intimo, allora essi si
sentono ingannati e usati.
Ci sono molte barzellette sui sacerdoti e sulle loro gover-
nanti. La « classica » cuoca del parroco appartiene a questo
tipo di persone. C'erano una volta molte parrocchie nelle quali
la governante «indossava i pantaloni». Io stesso avevo a
«New Jerusalem »una segretaria che era un classico tipo due
e dominava me e l'intera comunità attraverso la sua compe-
tenza; sapeva tutto e per questo era indispensabile. Io ap-
partengo a quegli uomini che dimenticano immediatamente
le piccolezze. Ella ricordava tutti i particolari. Se io dovevo
andare a una riunione, mi informava in anticipo sugli aspet-
ti sostanziali. Infine lo sapevano tutti: chi aveva bisogno di
informazioni non doveva venire da me, bensl da lei. Si cura-
va di me in maniera toccante, mi serviva con anima e corpo.
In questo modo però mi controllava e dirigeva anche la mia
vita.
I tipi due tengono continuamente il termometro in aria per
misurare la temperatura sociale e la direzione del vento, per-
ché costruiscono la loro identità sull'opinione che gli altri han-
no su di loro e su come vengono loro incontro. Il livello
dell'umore dei tipi due sale e scende a seconda di quanta sim-
patia o rifiuto incontrano.
Recentemente mi ha fatto visita una nipotina che è un ti-
po due. Da mattina a sera si è presentata come se il mondo
fosse stato un palcoscenico. Si è preoccupata di essere nota-
ta da noi. Se non veniva notata, era come se fossa stata tolta
la benzina a un'automobile. Ha messo in moto l'intero uni-
verso per attirare la nostra attenzione su di sé. I« tipi di cuo-
re» due, tre e quattro sono« persone dirette all'esterno», il

1 Cfr. D. Greenburg, How to be a Jewish Mother, Los Angeles 1964. L'autore


sottolinea che « una madre ebrea non deve essere per forza né ebrea né madre. An-
che una cameriera irlandese o un parrucchiere italiano possono essere una madre
ebrea».

81
cui benessere dipende in primo luogo dalla reazione del loro
ambiente.
In un bambino è comprensibile e perdonabile. Si può pas-
sare in questa maniera tutta la propria giovinezza. I proble-
mi cominciano se ci si comporta ancora cosl da adulti. Prima
o poi questo gioco comincia a irritare gli altri o addirittura
a innervosire. Se si passa un certo periodo con un due imma-
turo, si nota che da lui emana una sottile energia molto par-
ticolare. Si ha l'impressione di venir avvinghiati dal due:
«Notami! Accarezzami! ». Ma la vera formula magica suo-
na: «Abbi bisogno di me! ».
A questo punto i due possono essere manipolati. Essi han-
no bisogno di essere usati. A un due bisogna solo dire: «Io
ho bisogno di te! » e ogni resistenza svanisce. Si chinano su
di te per esserti utili e aiutarti, anche se non hanno né ener-
gia né tempo per questo. Non appena sentono la parolina« bi-
sogno», raccolgono l'ultimo resto di energia per correrti in
aiuto. Più tardi poi vanno a casa e potrebbero schiaffeggiar-
si per essersi lasciati convincere ancora: « Perché mi sono fatto
usare ancora una volta? Perché- mi sono unito a questo grup-
po di lavoro idiota? Perché ho promesso di fare una torta?
Tutto ciò in realtà non lo trovo affatto divertente!». Ma in
quel momento è stato cosl bello essere usati, che il due sem-
plicemente non ha potuto resistere e ha detto di sl!
I tipi due sono piagnucolosi perché sono sentimentali e sen-
sibili. Sono degli orsacchiotti; amoreggiano e fanno le coc-
cole volentieri; parlano volentieri delle relazioni interpersonali
e dell'amore. Desiderano ardentemente essere amati e ama-
re secondo i dettami del cuore e poter vivere per la persona
amata. La nostra struttura sociale crollerebbe senza tutti i
tipi due che si sacrificano per il benessere degli altri. Sono
benefattori, donario se stessi e aiutano. Questo è il loro mag-
giore dono. Ma devono opporsi alla loro inclinazione, per in-
nalzarsi a santi e martiri. W olfgang Schmidbauer ha ·
rappresentato questo tipo di persone già anni fa, senza.. co-
noscere l'enneagramma, nel suo libro Die hilflosen Hel/er. Uber
die seelische Problematik der helfenden Berufe (Gli aiutanti ab-
bandonati. Sulla problematica spirituale dei lavori che aiutano),
coniando il termine della « sindrome dell'aiutante » 2 •

2 Reinbek 1977.

82
Il tipo due imprigionato in se stesso lotta con problemi di
identità. Cambia continuamente, per adeguarsi di volta in
volta all'esigenza del suo interlocutore; sorge cosl un« io mul-
tiplo» (Palmer). Perciò i due stanno spesso più volentieri in-
sieme a una sola persona. Se più persone, che gli sono vicine,
sono presenti contemporaneamente, il due a volte non sa più
quale «io» deve attivare. A parte queste situazioni-limite così
sconcertanti, il due non sente questi diversi stadi dell'io co-
me un problema, bensì come un arricchimento: «Ognuno dei
miei amici porta alla luce un mio aspetto differente. Per questo
non vorrei perdere nessuno di loro ».
I due hanno spesso un largo giro di amicizie e tendono a
definire assai presto le persone loro «amiche». Proteggono
gelosamente le loro relazioni e vogliono, per quanto è possi-
bile, essere particolarmente importanti per tutti i loro ami-
ci. Sono orgogliosi che così tante persone aprano loro il cuore
e sanno provare quasi fisicamente il bisogno altrui. In que-
sto hanno però la tendenza a dare dei buoni consigli e offri-
re troppo presto delle soluzioni promettenti.

Dilemma

. La grande« tentazione» del tipo due consiste nell'aiutare


continuamente gli altri e in questo modo sfuggire a se stes-
so. L'identità del due sta, per così dire, nei desideri e nelle
esigenze altrui, cioè al di fuori di se stesso. Questo compor-
ta che la sua vita sentimentale è spesso abbastanza caotica.
I due immaturi hanno difficoltà a trovare il proprio centro.
Se sono da soli, non sanno più cosa fare. Una lunga medita-
zione e preghiera « nella cameretta silenziosa » fa loro paura,
perché non c'è nessuno che li accoglie e sia loro vicino e per-
ché temono di non trovare nient'altro in se stessi che un bu-
co nero o una paurosa inquietudine.
I due hanno la tendenza a sedurre gli altri. In casi total-
mente neurotici ciò può portare fino al maltrattamento dei
bambini. Infatti proprio il bisogno di aiuto e le necessità ti-
piche dei bambini possono risultare attraenti per un due. Non
si tratta per forza di abuso sessuale spesso infatti i due r.en-
dono il bambino che chiede aiuto oggetto sostitutivo di esi-
genze proprie. A questo punto, dirigono verso questo oggetto

83
tutto lamore. che si augurano per sé, ma che per qualche mo-
tivo non possono ottenere. In questo modo amano in fondo
solo se stessi. Il loro altruismo apparente è la maniera «le-
gittima» di vivere il proprio egoismo. I du,e hanno un cuore
per orfani abbandonati bisognosi d'aiuto. E così bello essere
usati! Questo è il loro dono e allo stesso tempo il loro dilem-
ma: danno agli altri esattamente ciò che si augurano per se
stessi. Siccome in loro si cela un bambino senza patria, i bi-
sogni dei bambini abbandonati li toccano profondamente. Per-
sone che sembrano essere ancora più bisognose e deboli di
loro danno loro un senso di forza. Chi può aiutare ha potere!
I tipi due anelano, almeno superficialmente, all'unione, che
a volte vivono più al di fuori di se stessi che nella propria
vita: si preoccupano continuamente di chi potrebbe stare bene
con chi e accoppiano altre persone tra loro. Non appena nel
loro cerchio di conoscenze qualcuno sviluppa sentimenti ro-
mantici, i due entrano in azione per stabilire o promuovere
una relazione, tuttavia possono anche intraprendere tentati-
vi sottili per impedire dei rapporti, in particolare se loro stessi
temono la perdita di una delle persone coinvolte. Molti due ·
leggono volentieri romanzi rosa, perché la vita senza roman-
ticismo non sarebbe così bella.
I tipi due redenti hanno imparato ad.amare incondiziona-
tamente senza secondi fini e resa dei conti. La strada tra il
disinteressato amore per il prossimo e il complesso dell' aiu-
tante manipolato si snoda del resto sulla cresta di un monte.
L'invito a negare se stessi e a servire gli altri spesso ha gene-
rato maltrattamenti, soprattutto nella Chiesa. Ad esempio,
il motto che il parroco bavarese Wilhelm Lohe ha. diffuso
tra le sue diaconesse luterane: «Cosa voglio? Voglio servire.
Chi voglio servire? Il Signore nei suoi poveri e miserabili.
E qual è la mia ricompensa? Non servo né per la ricompensa
né pèr il ringraziamento, ma per rendere grazie e amore: la
mia ricompensa è che io posso!.. » 3, ha pur certo reso alcu-
ne di queste donne veramente « sante»; molte di esse però
sono state piegate e sfruttate dal giogo di tali pretese.
Nel rapporto di coppia i tipi due possono essere molto pos-
sessivi. A volte si cercano partner deboli e dipendenti. Una
costellazione classica è il rapporto tra un due (solitamente fem-

3 Citato secondo l'edizione bavarese del Libro di Chiesa evangelico, p. 469.

84
minile) e un tossicomane. Il fenomeno della codipendenza
(dipendenza dalla mania del partner) è stato chiarito negli
ultimi anni: lei lo aiuta, sopporta tutto, perdona, gli offre
sempre una nuova possibilità. E lei nemmeno si accorge che
questo è veleno per lui, perché gli permette di continuare a
(are come sempre. Inconsciamente è proprio questo il loro
scopo, anche se non lo ammetterebbero né a sé né agli altri.
Se il partner divenisse sano e indipendente, infatti, potreb-
be anche non avere più bisogno di lei e potrebbe lasciarla.
Se un due immaturo è ferito, può smettere improvvisamente
di essere caro e affettuoso e mostrare le unghie. In questi
momenti è in grado di ferire terribilmente proprio le perso-
ne che suppostamente ama al di sopra di tutto. Il concetto
di amore del due irredento è caldo, morbido e delicato. Se
un altro non sta al gioco e fa cadere questa concezione, per
il tipo due non c'è via d'uscita. Allora può accadere che di-
venga lui stesso una furia e non abbia più riguardi per nessuno .
. I tipi due si interessano ardentemente dei problemi degli
altri e si aspettano che ci si affidi a loro senza remore. D' al-
tro canto ai due riesce difficile abbandonare se stessi. Sono
sl i «bidoni della spazzatura» del mondo, ma si guardano
bene dall'affidare se stessi agli altri. Dietro questo compor-
tamento si cela la vergogna di mostrare i propri bisogni, la
paura di non venire capiti o di essere rifiutati e anche la sen-
sazione: «Comunque nessuno mi può sopportare!». Quin-
di, per loro, la soglia di paura prima di una confessione, di
un colloquio pastorale o di una psicoterapia è alta. Sul letti-
no dovrebbero ammettere i loro immensi bisogni. Contem-
poraneamente anelano a un posto dove possono fare ciò senza
essere rifiutati. Un tipo due si lascia andare solo se è sicuro
che l'altro lo accetti; per questo i due hanno bisogno almeno
di una persona in cui ripongono una fiducia tale da poterle
dire tutto, augurandosi soprattutto approvazione e compren-
sione per il loro modo di agire. Una critica acuta oppure di-
retta può togliere loro praticamente il terreno sotto i piedi.
Per consigliare un due nella cura dell'anima, bisogna proce-
dere molto cautamente e soprattutto non bisogna mai pri-
varlo della sensazione di essere accettato e amato malgrado
tutto. Il due ha bisogno in primo luogo di molta approvazio-
ne e di amore «morbido », prima di essere pronto a lasciarsi
sfidare dall' «amore duro».

85
Non è un.caso che nel gruppo dei tipi due si possano tro-
vare più donne che uomini. La società ha incoraggiato e per-
messo alle donne di essere dei due, ad esettipio idealizzando
«l'intuizione e la devozione femminili». E stato detto alle
donne che la loro possibilità specifica di guadagnare potere
e influenza sia costituita dal fatto che« amano». Un paio di
donne sono diventate in questo modo sante. Ma molte altre
sono diventate manipolatrici, appiccicose, possessive, distrut-
tive e infelici. Il successo del libro di Robin Norwood Don-
ne che amano troppo 4 sembra confermare la tesi che molte
donne facciano parte del gruppo dei tipi due. Molte donne
si distruggono fino alla rinuncia a se stesse per un uomo, ri-
tengono amore quest'ossessione, si ammalano fisicamente e
spiritualmente, riuscendo tuttavia a non lasciare la presa.
I tipi due abbondano anche in ambienti cristiani. Nell'am-
bito della Chiesa è particolarmente difficile per loro uscire
dal ruolo giocato. Il vangelo è stato spesso divulgato come
se nel cristianesimo si trattasse di far diventare tutti gli uo-
mini dei tipi due. I sufi ritenevano Gesù stesso un« due re-
dento». L'interpretazione cristiana dell'enneagramma è però
giunta a un altro giudizio, secondo il quale Gesù Cristo non
si lascia inquadrare per niente nell' enneagramma, perché in
lui si ~rovano i tratti centrali di ognuno dei nove tipi 5 • Ma
è significativo che l'energia del due venga attribuita dai non
cristiani al cristianesimo - al contrario dell'Islam ad esem-
pio - e, nonostante la gerarchia nella Chiesa sia maschile
la cristianità occidentale è più marcatamente una religione di
donne. Due terzi di coloro che frequentano le messe sono don-
ne. Se qualcuno tende naturalmente a determinati meccani-
smi appartenenti al tipo due e finisce in circoli cristiani, qui
la sua indole viene continuamente approvata. I due devono
avere il permesso e venire incoraggiati a riconoscere le loro
legittime esigenze, che spesso essi stessi non conoscono. I due
non riescono altrimenti a uscire dal loro ruolo, che del resto
porta con sé anche una serie di vantaggi per il loro ambiente ..
Il «peccato radicale» del tipo due è l'orgoglio. A questo
punto vediamo quale sottile psicologia del peccato è nasco-
4 R.Norwo~d, Donne.che amano troppo, Lyra Libri, Como 19,87.
5Cfr. R.]. Nogosek, Nine Portraits of Jesus, Cenville-New Jersey 1987. Nella
terza parte di questo libro un'intera sezione è dedicata al rapporto tra Gesù e l'en-
neagramma.

86
sta nell' enneagramma. Ci porta dietro le quinte. L'orgoglio
è qualcosa di diverso dalla presunzione o dal narcisismo. L' or-
goglio è lespressione di un «io gonfiato », di un «ego infla-
zionato». La percezione di sé del due irredento può acquistare
addirittura tratti messianici: «Io sono più buono d_i voi tut-
ti; tutto il mio amore salverà il mondo. Io mi occuperò di sal-
varvi con il mio amore. Io renderò il mio amore tanto
indispensabile per la vostra vita e il vostro sistema, che voi
non potrete fare a meno di me». I due immaturi con il loro
amore si accattivano le simpatie altrui. La parte problemati-
ca di questo atteggiamento è costituita dal fatto che, pro-
prio grazie alla loro dedizione e attenzione, essi finiscono per
manipolare gli altri e renderli dipendenti.
L'orgoglio rende difficile a un due trovare un accesso in-
condizionato a se stesso e a Dio. Un vero riconoscimento dei
peccati è più difficile per loro che per altri; significherebbe
infatti ammettere il proprio orgoglio, che a sua volta impe-
disce questa percezione. Un pentimento sobrio è soprattutto
una questione di percezione « oggettiva » di se stessi. I tipi
due devono lavorare duramente all'installazione di un« os-
servatore interno » che possa tener testa al loro soggettivi-
smo naturale.
I due hanno anche difficoltà a costruire una relazione ac-
corata con Dio. In fondo non hanno bisogno di Dio, perché
essi stessi sono forti e dinamici. Sono piuttosto convinti che
Dio ha bisogno di loro. Come può infatti salvare il mondo
senza di loro? L'orgoglio dei due imprigionati in se stessi non
si dirige solo contro le persone che sono loro vicine, ma an-
che contro Dio.
Un giovane teologo, che è un tipo due, si esprime così: «Noi
due siamo atei pratici. Solo se siamo malati, stremati e gia-
ciamo a letto con un collasso, possiamo pregare di cuore "Si-
gnore, abbi pietà.di me!". Una volta mi sono ritrovato a
pregare: Signore, io ho pietà di te! »..
I due si aspettano gratitudine da tutti gli altri, compreso
Dio. Poiché nel loro orgoglio si sentono anche creatori e reg-
gitori della vita, spesso riesce loro difficile la gratitudine verso
lesistenza. Così si ostacolano da soli l'accesso alla vera gioia
di vita.
L'aspetto oscuro del due irredento è il falso amore; il loro
orgoglio consiste nel considerarlo vero e nell'offendersi se altri

87
lo rifiutano. Il due redento è invece capace di vero amore,
che non è più artificialmente « disinteressato », ma gioca piut-
tosto a carte scoperte, segnala le proprie esigenze e i limiti
e libera quelli altrui.
Ciò che il tipo due deve « evitare » è reprimere le proprie
esigenze e proiettarle su altri. I due non hanno accesso alle
loro vere esigenze, perché per tutta la vita sono presenti alle
esigenze degli altri. La parola di Gesù: «Quanto dunque de-
siderate che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi ad essi»
(Mt 7, 12) è, se intesa superficialmente in ogni caso, veleno
per il due, che in un certo qual modo la fa continuamente
propria. La pressione che dirige verso se stesso si comunica
all'ambiente e si esplicita in quella sottile pressione sugli al-
tri, che si lascia cogliere con tanta difficoltà. Gli uno nascon-
dono la loro rabbia, i due nascondono il fatto che hanno dei
bisogni. Hanno paura di ciò che potrebbe accadere, se la lo-
ro enorme esigenza di calore, amore e vicinanza dovesse ren-
dersi autonoma e finire fuori controllo.
Le esigenze di un due sono generalmente di natura emoti-
va: tenerezza, sesso, devozione. Altre esigenze sensibili quali
mangiare, comprare fino allo stordimento possono divenire
con facilità un sostituto alle prime. Alcuni tipi due sono
«cioccolato-dipendenti». Dopo aver soddisfatto le esigenze
altrui e aver represso le proprie per tutto il giorno, alla sera
i due dicono:« Questo però ora me lo sono guadagnato. De-
vo premiarmi per aver fatto un mucchio di cose da mattina
a sera che in fondo non volevo affatto». Vistosamente molti
due hanno problemi di peso. Si tratta spesso di« grasso del
dispiacere» provocato da amore non corrisposto.
Il «meccanismo di difesa» del due si chiama repressione.
I due reprimono - un po' come gli uno - gli impulsi e i
sentimenti negativi, soprattutto nel campo dell'aggressività
e della sessualità. Ammettere chiaro e tondo: «Tu mi rendi
furioso!» oppure:« Tu mi piaci!» riesce loro difficile. Le due
cose potrebbero infatti avere come conseguenza il ritiro del-
1' amore o il rifiuto. Ciononostante di solito si percepisce senza
fatica ciò che avviene nei tipi due. Essi non vogliono né na-
scondere né mostrare chiaramente i propri sentimenti, cosl
esprimono gli umori in maniera indiretta e si preoccupano
che ciò venga notato senza che loro debbano accollarsene la
responsabilità. Un due offeso, senza dire una sola parola cat-

88
tiva, può avvelenare latmosfera di un intero gruppo, eppu-
re rispondere su richiesta con espressione innocente: «Cosa
dovrebbe esserci che non va con me? Non c'è niente!».
La « trappola » del tipo due è la compiacenza o I'adulazio-
ne. Nega se stesso per« piacere» agli altri. Si vergogna tan-
to dei propri bisogni, da dover rendere gli altri dipendenti
da sé, per sviluppare un poco di sicurezza di sé. Ciò compor-
ta che i due sviluppano una parte molto indipendente che può
allibire il loro ambiente. Un bel giorno dispiace loro di di-
pendere dall'amore, dall'elogio e dalla tenerezza altrui, e ca-
dono immediatamente nell'estremo opposto. Vogliono dimo-
strare a tutti quanto sono indipendenti, si ritirano, fanno im-
provvisamente ciò che vogliono e lottano per la loro «li-
bertà» con i denti e con le unghie. Questo fenomeno può
assumere forme grottesche. Ma io non ho ancora mai visto
un due nel quale ciò non sia comparso prima o poi come ful-
mine a ciel sereno.
Molti problemi sorgono per i tipi due dal non saper dire
di no e per questo promettono più di quanto riescano a man-
tenere. A posteriori si arrabbiano per la loro accondiscen-
denza e si sentono inoltre colpevoli per non aver realizzato
i loro programmi.
Il tipo due irredento è costretto a essere utilizzato, sia dai
« poveri » di questo mondo sia anche da persone importanti,
che esso può servire e riverire. I due possono essere buone
guide, se riescono a limitare il loro partitismo e il loro sog-
gettivismo e a non attorniarsi solo dei preferiti. I due tendo-
no a riunire intorno a sé un gruppo di « giovani » che essi
«capiscono». Persone critiche hanno poche possibilità di en-
trare a far parte di questi circoli interni. Se i « giovani » vo-
gliono liberarsi. dall'influenza del due, si può giungere a
complicati processi di separazione. Le paure di perdita del
tipo due fanno in modo che le persone che gli sono vicine
siano sospese a un« filo» inyisibile. Nella norma però il ruo-
lo di guida infastidisce i due, perché comporta molta respon-
sabilità. Per questo sono più volentieri « numeri due »,
leminenza grigia dietro le quinte con molto potere e poche
responsabilità. Temano le posizioni esposte e solitarie nelle
quali si sentono isolati e alla portata di attacchi altrui. Un solo
critico, che non «sta al gioco » o «capisce», basta a un due
per avere una simile sensazione: « Sono tutti contro di me! ».

89
Il« frutto dello Spirito» o dono deldue è l'umiltà, l'altra
faccia dell'orgoglio. Se un due arriva al punto in cui ricono-
sce le sue vere motivazioni(« Do per ricevere»), è la disillu-
sione più profonda che si possa immaginare. Se un due si
arrischia a tollerare questa scoperta, masticarla, assaporarla
e digerirla, allora è possibile il cambiamento e la guarigione.
Mi ricordo di cos'è successo a una' donna di« New Jerusa-
lem » quando le cadde la maschera e le divenne improvvisa-
mente chiaro a quale gioco avesse giocato per una vita intera.
Si presentò per tre giorni di seguito durante il mio orario di
ricevimento e non riuscl a far altro che piangere sfrenata-
mente. Fu una vera conversione. Piangeva sul suo orgoglio
e sul fatto che aveva sempre ritenuto se stessa la persona più
amabile del mondo. Aveva riconosciuto improvvisamente la
spaventosa discrepanza tra l'ambizione e la realtà.
Nella letteratura agiografica si parla spesso di santi che pian-
gono i loro peccati. Nelle Chiese ortodosse orientali le lacri-
me di vero pentimento sono ritenute un segno infallibile
dell'intervento dello Spirito Santo. Da un bagno di lacrime
può riemergere un uomo purificato. Le lacrime del tipo due
sono normalmente lacrime di autocommiserazione. Se però
un due riesce finalmente a piangere lacrime di conoscenza di
sé, allora la redenzione è vicina! I due riconoscono in questi
momenti di aver nociuto agli altri e di averli feriti, mentre
credevano di volere «il meglio per loro». Ciò è umiliante.
I due vengono redenti da se stessi quanto più sentono Dio
come il Grande Amante e realizzano che il nostro amore può
consistere solo nel prendere parte all'amore di Dio. Questa
scoperta porta, attraverso un momento di vergogna e umi-
liazione profonde, alla vera umiltà.
Il falso orgoglio e la falsa umiltà sono fratelli. La vera umiltà
è basata su una realistica concezione di sé e su un sano senso
del proprio valore. L'umiltà non è in fondo altro che orgo-
glio sanato e «santificato». Un tipo due redento conosce il
proprio valore e non ha bisogno quindi di essere continua-
mente confortato. La sua autonomia ora non è più una rea-
zione di stizza, bensl l'espressione dell'identità raggiunta in
sé (e in Dio).

90
Simboli ed esempi

Gli «animali» simbolici del tipo due sono il gatto, l'asino e


il cucciolo suggente. Il gatto simbolizza lambivalenza del due tra
la distanza e la vicinanza. I gatti sono affettuosi e si procurano
le loro coccole se ne hanno voglia. Quando li si vuole manipola-
re, si dimostrano improvvisamente liberi e indipendenti. Un gat-
to non può essere addestrato 6 •
L'asino è l'animale da soma apparentemente cosl paziente, che
trasporta ciò di cui gli altri lo caricano. È anche il simbolo del-
l'umiltà. Gesù non entra a Gerusalemme su un cavallo orgoglio-
so, bensl sull'asino disprezzato. Prima o poi però è troppo anche
per l'asino: può diventare improvvisamente cocciuto e ostico,
ma se gli va tutto troppo bene finisce sicuramente in pericolo.
Il cucciolo suggente simbolizza le insistenti dimostrazioni d'a-
more dei tipi due immaturi. Dopo un certo tempo risultano ap-
piccicosi, disgustosi e repellenti, perché sono cosl esagerati.
Il «paese» del tipo due è l'Italia. La caricatura della grassa
mamma italiana, che dirige il clan familiare, non ha bisogno di
alcuna spiegazione. Lo sforzo degli uomini per apparire caldi, ama-
bili e affascinanti, lo si incontra in Italia a ogni passo. Se si chiede
la strada a qualcuno in Inghilterra, i gentili inglesi fanno di tut-
to perché si raggiunga la mèta. In caso di necessità essi stessi
fanno la strada insieme a te. In Italia, invece, ti prendono per
il braccio (il contatto fisico è importante!), indicano con un am-
pio gesto una direzione e dicono: «Di là!». Se segui le loro in-.
dicazioni e i consigli ti accorgi di perderti irrimediabilmente.
Presentano un'immagine di dedizione e di disponibilità. L'im-
magine è più importante dei fatti.
Il «colore» del tipo due è il rosso. Segnala la vita, la forza
e la passione ed è tradizionalmente un colore maschile! Nell'e-
braico le parole sangue (dam), terra (adamah), rosso (adom) e uo-
mo (adam) derivano dalla stessa radice. Rosso· è il colore
dell'amore e del martirio. «Il colore rosso della rosa è come il
sangue di Cristo ... Simbolo dell'abbandono assoluto alla vita e
alla volontà del Padre » 7 • I martiri vennero spesso rappresen-
6 Andreas Ebert. Una donna della mia cerchia di conoscenti, che è evidentemen-
te un tipo due, nel suo tempo libero modella sempre nuovamente l'immagine di
un gatto rannicchiato su se stesso. Ella sa di rappresentare se stessa in questo modo.
7 R E. Benedikt, Die Kabbala als jiidisch-christliche Einweihungsweg, voi. 1: Farbe
Zahl, Ton und Wort als Tore zu Seele und Geist, Freiburg im Breisgau 1985, p. 98.

91
tati in vesti rosse; come colore del fuoco il rosso rappresenta
lo Spirito Santo e, quindi, la Chiesa che è nata dal battesimo
dello Spirito nella Pentecoste. Il colore rosso ha anche tratti ag-
gressivi: viene abbinato al dio della guerra; Marte, e alla passio-
ne. I toreri mostrano il drappo rosso; la bandiera rossa sventolava
in varie rivoluzioni. Il rosso rappresenta anche la parentela del
tipo due « devoto » con il tipo otto aggressivo 8 •
Maria Maddalena, Marta e Giovanni 9 (il discepolo predilet-
to) sono le «figure bibliche» che simboleggiano il tipo due.
Maria Maddalena, l'ex prostituta, è stata la donna più vicina
a Cristo. Forse è lei quella peccatrice che ha lavato i suoi piedi
con le lacrime e li ha asciugati con i capelli: una donna che ha
spesso amato nella vita, nella speranza di venir amata almeno
una volta. Il Cristo risorto le appare per prima. Maria Maddale-
na lo vuole abbracciare, ma lui la trattiene: «Non mi trattene-
re!» (Gv 20,17). L'epoca della vicinanza fisica è passata. L'amore
di Maria deve liberare la sua stretta per raggiungere una dimen-
sione più profonda e «spirituale».
Marta è una delle due sorelle che Gesù visitava regolarmen-
te. Mentre Gesù, ancora una volta, è ospite da loro, Maria sie-
de vicino a lui, lo ascolta e gli parla: cose inconcepibili per una
donna nell'Oriente di allora. Marta invece si adatta al tipico ruolo
della donna e serve a tavola, per quanto non le piaccia. La irrita
che Maria si arrenda alla sua esigenza «egoistica », sieda n, ascolti
e parli. Infine Marta si rivolge al suo ospite Gesù, dicendo: «Si-
gnore non vedi che mia sorella mi ha lasciata da sola a servire?
Dille dunque di aiutarmi! ». Ma Gesù si rifiuta di approvare il
ruolo che si è scelta: « Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi
di troppe cose. Invece una sola è la cosa necessaria. Maria ha
scelto la parte migliore, che nessuno le toglierà» (Le 10,38-42).

È indicativo che per il tipo due ci vengano in mente so-


prattutto figure femminili. Per la maggior parte degli altri
tipi è difficile trovare nella Bibbia rappresentanti caratteri-
stiche. La Bibbia rispecchia una cultura patriarcale; i suoi scrit-
tori maschi rappresentano le donne spesso in maniera scialba

8Cfr. la « teoria delle frecce » nella terza parte del volume


9Sul discepolo preferito Giovanni come figura simbolica di « virilità morbida »
cfr. R. Rohr, Der wi!de Mann -geistliche Reden zur Miinnerbefreiung, Miinchen 1986,
pp. 38-41.

92
e poco delineata. Per il tipo due è il contrario. Tuttavia esi-
ste nella Bibbia un uomo che è un classico due: Giovanni.
Giovanni era il discepolo prediletto di Gesù (non è noto se
lo fosse stato veramente o se lo sarebbe stato volentieri. In ogni
caso viene indicato come tale nel vangelo di Giovanni, e solo
Il). È lui che nell'ultima cena è vicino al petto di Gesù e mostra
apertamente i suoi sentimenti per il maestro. È anche l'unico
uomo che rimane sotto la croce con le donne, mentre tutti gli
altri «uomini forti» si sono dileguati. Uno dei temi principali
degli scritti di Giovanni è l'amore 10 : «Dio è amore» (lGv
4,16). Le ultime parole del vecchio Giovanni prima della sua
morte sarebbero state:« Bambini, amatevi l'un l'altro!». Il suo
secondo tema principale è l'incarnazione, il Dio che è diventato
carne. Giovanni descrive Gesù nella sua sensibilità (lavanda dei
piedi) ed è interessato in generale all'esperibilità fisica della sal-
vezza: « Colui che abbiamo veduto e sentito, lo annunziamo a
voi» (lGv 1,3). D'altro canto il suo messaggio è spiritualizzato
e mistico in vari punti. Per un tipo due sensibilità e spiritualità
non sono contrapposte.
L' « amore »di Giovanni ha il tipico sentore di due che si ignora
facilmente. Ma diviene chiaramente percepibile nei tre vangeli
non suoi: ègli si candida ad esempio (insieme a suo fratello Gia-
como) per il miglior posto in cielo, alla «destra del Maestro»,
che del resto occupa anche nell'ultima cena (la posizione prefe-
rita dell'ambizioso due! cfr. Mc 10,37). Se il suo amore non vie-
ne corrisposto, diventa estremamente aggressivo. Infatti dopo
che Gesù e i suoi discepoli erano stati cacciati da un paese, lui
e Giacomo chiedono al Maestro: «Vuoi che diciamo che scenda
un fuoco dal cielo e li distrugga?» (Le 9,54).
L'evangelista Giovanni parla sl più degli altri dell'amore, ma,
se si legge con attenzione, si nota che quest'amore è esclusivo
e vale solo per i «fratelli». «Fratelli» non sono più per lui i

IO La discussione sulla questione della reale paternità del vangelo di Giovanni


non può essere affrontata in questa sede. Anche se l'autore del vangelo non è stato
Giovanni, si suppone comunemente che esso sia da ricondurre ai suoi discepoli,
che hanno visto Gesù con gli occhi di Giovanni. Il procedimento di schizzare dei
profili di personalità a partire dalle poche informazioni su determinati personaggi
biblici naturalmente non è sostenibile dal punto di vista storico. Questi schizzi dei
caratteri non hanno quindi la pretesa di tracciare in modo esaustivo le figure« sto-
riche ». Si tratta piuttosto di dimostrare quei tratti dell'animo che gli autori della
Bibbia hanno fissato in determinate figure. Cfr ..a questo proposito anche la nota 8.

93
compagni del popolo ebreo, bensl solo coloro che credono in Cri-
sto. Egli tràccia un netto confine tra dentro e fuori. Il termine
« amore del nemico » non esiste per lui. Persone che pensano
in un'altra maniera vengono presto bollate come anticristiane.
In particolare comincia a màledire il popolo degli ebrei, al quàle
egli stesso appartiene, che però non ha accettato Cristo. Qui do-
vrebbe essere reperibile una delle radici dell'antisemitismo cri-
stiano. Giovanni fa dire una volta a Gesù che si rivolgeva agli
ebrei: «Il diavolo è il padre da cui voi siete» (Gv 8,44), parole
.che sicuramente Gesù non ha pronunciato cosl. Di Il non è mol-
ta la distanza fino a quelle terribili frasi di Hitler: «L'ebreo ...
non può àffatto essere uomo nel senso della somiglianza a Dio.
L'ebreo è l'immagine del demonio» 11 •

Conversione e redenzione

L' «invito » che redime un tipo due è il richiamo della li-


bertà. La vera libertà alla quale egli anela profondamente, che
pone fine alla manipolazione e al falso amore, alla dipenden-
za e ai tentativi violenti di liberazione di sé. Un due trova
la strada verso la sua libertà solo se può fare e accettare I' e-
sperienza dell'amore incondizionato, che nelle tradizioni re-
ligiose viene chiamato grazia. Un segno che indica l'arrivo
della grazia è la vera riconoscenza. Il due redento non aspet-
ta più che Dio e il mondo gli siano grati, perché fa cosl tanto
per loro; sa gioire di piccoli segni di attenzione. Un due libe-
rato può anche lasciare libere le altre persone ed essere grato
per quel tanto di intimità e di attenzione che è possibile nel-
le relazioni interpersonali. Un due redento gioisce se perso-
ne delle quali si è occupato una volta vanno in libertà per
la propria strada.
Uno dei« compiti di vita» del tipo due consta nel raggiun~
gere un certo grado di concretezza e liberarsi dalla chiacchie-
ra, dalle adulazioni, dalla falsa vicinanza, dallo stordimento
dei sentimenti e dalla ricerca continua di conforto. Il tipo
due deve esercitarsi pazientemente nel servire con discrezio-
ne: «Posso fare qualcosa per gli altri che non dia nell'occhio
e non venga premiato?». Quando Gesù disse: «Mentre fai

11 Dal discorsq di Hitler del 30.1.1939, citato nel Die Zeitdel 27.1.1989, p. 41.

94
l'elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la tua de-
stra» (Mt 6,3), parlava probabilmente a dei tipi due. È qui
che si manifesta se qualcuno fa qualcosa veramente « per Dio »
oppure solo per essere apprezzato quale altruista e ricco di
spirito di sacrificio. I tipi due di solito fanno in modo che
gli altri vengano informati delle loro «buone azioni». Per
superare la dipendenza dall'approvazione, essi devono pro-
vare - e sopravvivere a - profonde e dolorose esperienze
di perdita. Il lavoro dell'afflizione, con lo scopo di sciogliere
relazioni simbiotiche, può divenire la porta che conduce a
una percezione di sé più chiara e alla libertà. Solo dopo l' ab-
bandono i tipi due si accorgono di poter stare sulle proprie
gambe e di poterne essere addirittura felici.
I due, come tutti i tipi di cuore, hanno bisogno di un luo-
go di silenzio e di« oggettività», dove, soli, possano fare ami-
cizia con se stessi e riflettere seriamente, ovvero con la testa!
I due infatti tendono a pensare con il cuore. Nelle loro fasi
aggressive possono addirittura perdere completamente il ben
dell'intelletto. In tali situazioni non vogliono saperne niente
di logica: «Non snervarmi continuamente con i fatti! Io ora
mi sento così e ne ho il diritto!». Un tipo due redento sa es-
sere concreto e sa lasciar parlare i fatti e non sempre e solo
le emozioni.
La sensibilità dei tipi due per umori e sensazioni ha un
aspetto molto positivo: i due possono leggere esattamente qual
è l' « atmosfera » da come la loro controparte solleva i soprac-
cigli. Ciò può diventare un peso per loro, perché sono subito
feriti oppure precipitano in uno stato ansioso appena nota-
no un accenno di rifiuto. Devono imparare a vivere con questa
ipersensibilità emotiva. Perciò hanno bisogno del loro. am-
biente. Altrimenti i due devono essere sempre pregati: «Non
confondete sempre i vostri sentimenti con la verità og-
gettiva! ».
I tipi due devono fare attenzione a due moniti: la vergogna
e il bisogno di scaricare le colpe. Se si vergognano delle pro-
prie esigenze, i due sono emotivamente in pericolo. Lo stes-
so vale se cominciano ad accusare gli altri uomini oppure Dio.
Non appena hanno la sensazione di avere la peggio, hanno
bisogno di un capro espiatorio. Può essere l'inferno attirare
su di sé l'odio di un tipo due. I due possono odiare esatta-
mente con la stessa intensità con cui possono amare. Quindi

95
diventano terribilmente crudeli e brutali contro sé e contro
chi sta loro accanto. Questa è la peggiore deformazione del
due, che in fondo è così amabile e cordiale.
I tipi due devono imparare a dire di no e a formulare chia-
re e tonde le proprie esigenze. Peter Schellenbaum ha ana-
lizzato i meccanismi delle relazioni simbiotiche e ha
dimostrato come esse possono fallire quando non riservano
spazio alla limitazione 12 • All'inizio, se un tipo due pronun-
cerà un «no», la limitazione e la formulazione di esigenze
proprie, sembrerà maldestro e artificioso. Per cominciare esa-
gererà. Così come noi uno dobbiamo imparare faticosamen-
te a mostrare aggressività, così i due devono esercitarsi a
esprimere i loro desideri. Per questo all'inizio si presentano
così combattivi che anche questo può dare sui nervi. In que-
sto stadio gli altri devono essere pazienti con loro; dopo un
po' ne saranno capaci!
I tipi due si trovano evidentemente « al meglio » se possono
effettivamente amare e servire. Nel servizio e nella dedizione
vengono alla luce il loro lato manipolativo e il loro lato miglio-
re. Per questo hanno bisogno proprio in questo campo di aiuto
e di supervisione, per sviluppare il loro « osservatore gentile »,
che chiede: «Perché sei veramente qui? Per gli altri?». Ogni
tanto devono chiudere il rubinetto, negarsi alla gente e resi-
stere soli con se stessi. Se si esercitano a fare il bene, senza
attendersi né riconoscenza né ricompensa, noteranno in primo
luogo che ciò pregiudica notevolmente le loro ambizioni.
Sindrome dell'aiutante, complesso del messia, fantasie di mar-
tire, mania di relazione, tutti questi tipici giochi del tipo due
portano prima o poi alla sensazione di essersi «bruciato », espe-
rienza di cui parlano tanti «professionisti dell'aiuto ».
Le autrici svedesi Barbro Bronsberg e Nina Vestlund chiari-
scono nel loro libro Ausgebrannt (Bruciato) la situazione di don-
ne lavoratrici che crollano sotto le pretese proprie e alt~ui.
Indicano tra l'altro diffusi sintomi fisici di questa tipica « ma-
lattia dell'aiutante» e forniscono una serie di sollecitazioni, ad
esempio come può essere esercitata la «negazione » 13 • Il bru-

12 P. Schellenbaum, Das nein in der Liebe. Abgrenzung und Hingabe in der ero-
tischen Beziehung, Stuttgart 1985.
13 B. Bronsberg - N. Vestlund, Ausgebrannt: die egoistische Aufopferung, Miin-
chen 1988.

96
dare è un indizio della vendetta delle false motivazioni. Per que-
sto i tipi due devono sempre riesaminare le loro vere motivazio-
ni e liberarsi dalle loro costrizioni.

Un due redento è capace di amore. Chi ha la fortuna di


essere amato da un due maturo e integrato, ha un amante
eccezionale, un amante stupendo, un amico per il quale lui
o lei sono da invidiare. Questa persona prova i tuoi dolori
con te e si occupa di te, perché sa cosa si sente quando l' ani-
ma duole. I due vogliono a tutti i costi che nessuno si trovi
a dover attraversare tutto ciò. Questa è la forza e la bellezza
di un due redento ...
Un esempio di un due redento è Madre Teresa Calcutta, nata
nel 1910 da una famiglia di Skopje, nella quale da sempre veni-
vano apprezzati amore per il prossimo e disponibilità. A 18 an-
ni Agnes Gonxha Bojaxhiu, suo nome di nascita, entrò nelle
« Signorine inglesi », un ordine scolastico. Dalla casa madre du-
blinese venne mandata in un ginnasio a Calcutta, nel quale in-
segnava geografia a «figlie di buona famiglia ». Alle spalle della
scuola si trovavano i bassifondi della città, completamente in
rovina. Con alcune scolare, Teresa, che nel frattempo era di-
ventata direttrice e superiora del convento, cominciò ad andare
in quei poveri quartieri portando assistenza ai sofferenti.
Presto le si chiarl che non bastava aiutare i poveri e poi riti-
rarsi al chiuso delle proprie mura. Nell'anno 1946 decise:« De-
vo lasciare il convento e aiutare i poveri vivendo tra loro » 14 •
Infine riuscì a scambiare il vestito da suora portato fino ad allo-
ra con il sari dei poveri e a trasferirsi in una baracca negli slum.
Ll insegnò lalfabeto e le più elementari norme igieniche ai bam-
bini. Ex scolare la seguirono. Cosl sorsero le Missionaries o/ Cha-
rity, un ordine cui oggi appartengono oltre duemila suore e
trecento frati.
Sin dall'inizio Teresa era pazza per i bambini, nati e nascitu-
ri. L'affermazione che ci sono troppi bambini è secondo lei cosl
assurda quanto laffermazione che ci sono troppe stelle in cielo.
Le suore di Teresa raccolgono neonati abbandonati e li nutro-
no. La cosa peggiore al mondo, secondo Madre Teresa, è la sen-

14 C. Feldman.n, Triiume beginnen zu Jeben. Grosse christen unseres Jahrhunderts,


Freiburg-Basel-Wien 1983, p. 76.

97
sazione di essere indesiderati. Per questo insiste sul diritto a vi-
vere dei nàscituri e protesta contro l'aborto:« Non solo si ucci-
de la vita, ma si mette anche il proprio io al di sopra di Dio.
A me sembra che si possa sentire il grido di quei bambini che
sono stati uccisi prima di essere nati al mondo » 15 • In occasio-
ne dell'attribuzione del premio Nobel per la pace a Oslo nel
1979, invitò gli ospiti ad ascoltare il suo appello: «Per me le
nazioni che hanno legalizzato l'aborto sono i paesi più poveri.
Temono i piccoli, hanno paura della vita che non è ancora
nata» 16 •
Ben presto le suore cominciarono ad allestire in Calcutta ospizi
della morte, in modo che i più poveri fra i poveri, che morivano
nelle strade della città, potessero avere almeno una morte de-
gna: « Hanno vissut~ èome animali. Devono almeno morire co-
me uomini» 17 • Tentativi di evangelizzare le persone attraverso
le parole, le suote non ne fanno: «L'unica cosa che converte
realmente è l'amore ».
Nel 1982 Madre Teresa criticò la politica d'asilo politico del-
la ex Germania Federale e invitò pubblicamente il primo mini-
stro del Bade-Wiirttemberg Lothar Spath ad aprire le porte:
« Dio la benedirà! ». Il vero amore secondo lei deve far male e
richiede sacrificio. Nei reietti incontriamo Cristo: «Nella San-
ta Comunione abbiamo Cristo sotto forma di pane. Nel nostro
lavoro lo troviamo sotto forma di carne e di sangue. È lo stesso
Cristo » 18 •
Oggi « suore » e « frati dell~ Misericordia » operano in tutto
il mondo. Le strutture della società non interessano a Madre
Teresa, per quanto riconosca che altri potrebbero avere la voca-
zione di combattere per cambiamenti strutturali: « Quello che
ci interessa è il singolo » 19 • Il motto che comunica alle sue suo-
re suona:« Non chiedete quali siano i costi!». Questo è il dono
del tipo due redento: io posso dare qualcosa senza chiedere di
ottenere nulla in cambio.
Le suore ricevano la loro forza dal silenzio: la meditazione,
la preghiera e la festa dell'eucaristia appartengono alla quoti-

15 Ibid., pp. 78s.


16 Ibid., p. 81.
17 Ibid., p. 86.
18 Ibid., p. 89.
19 Ibid., p. 94.

98
dianità. Ai tipi due I' azione riesce più facilmente della medita-
zione. Ma solo I' equilibrio di azione e contemplazione li redime
dal lato pericoloso del loro dono. In Teresa e nelle sue suore
i due poli si sono riuniti.

TIPI «TRE»

Profilo

Le particolari attitudini del tipo tre Io conducono a ema-


nare spesso una sicura tranquillità che ispira fiducia e gli per-
mette di diffondere una buona atmosfera. Gli riesce facile
assolvere dei compiti in maniera efficiente e competente, porsi
·delle mete personali e raggiungerle, come anche entusiasma-
re altre persone, motivarle e renderle capaci di procedere al-
lo stesso modo.
I tre hanno un « sesto senso» per la valutazione dei com-
piti e per la dinamica dei gruppi di lavoro. Si identificano
con l'azienda (la società, l'organizzazione) per cui agiscono
e hanno il dono di creare un buon clima di lavoro e di coor-
dinare gli sforzi. Il collegamento e il « reticolato » dei mem-
bri del gruppo gli stanno a cuore. I tipi tre possono diventare
molto influenti e portare al successo progetti in cui credono,
attraverso la forza dei loro argomenti.
Il tre è il tipo centrale del« gruppo di cuore» (due, tre, quat-
tro). Ma questo per l'appunto non significa che i tre siano
uomini capaci di gestire al meglio la loro sfera sentimentale.
Al contrario: il tipo tre è, fra tutti i tipi dell' enneagramma,
quello con le maggiori difficoltà a percepire i propri sentimenti.
In maniera analoga al tipo due, anche il tre tiene sempre un
termometro immaginario in aria per controllare l'atmosfera.
Facendo ciò non chiede come il due: «Mi volete bene? », ma
piuttosto: «Ho successo? Vengo notato? ».
Da bambini i tipi tre spesso non sono stati amati per se
stessi, bensl elogiati e ricompensati se avevano successo eri-
portavano prestazioni particolari. Se tornavano a casa con
buoni voti o se avevano vinto a calcio, il padre o la madre
hanno detto: « Tu sei un bravo ragazzo. Siamo orgogliosi di

99
te», e sempre di più hanno idealizzato il successo e svilup-
pato il motto: « Sono bravo se vinco».
Il tipo tre ricava le sue energie vitali dai suoi successi. I
tre sono esibizionisti, uomini di grandi prestazioni, carrieri-
sti, arrampicatori sociali e di volta in volta si trovano meglio
nel ruolo giocato che nel vero io, che nemmeno conoscono.
Possono indossare quasi ogni maschera e rappresentarla alla
perfezione. Il ruolo li protègge e li motiva.
La vita del tre è una lotta di concorrenza; si tratta di vincere
o di perdere. I tre vogliono essere vincitori e per questo spesso
vanno veramente molto lontano. Una donna di successo nel la-
voro e in famiglia, che si è riconosciuta nel tre, si descrive cosl:
« Mi ricordo che adoravo quando mio padre giocava con noi
al "serpente·mentale di conti" (addizionare e sottrarre mental-
mente molte cifre di seguito), perché di solito vincevo io. Non
è che amassi i conti mentali, amavo vincere. Mia sorella trova-
va sempre orribile questo gioco. A scuola tutte le materie mi
hanno divertito finché avevo dei buoni voti. Noiose da morire
trovavo materie come la musica, nelle quali non avevo alcuna
speranza di appartenere un giorno ai migliori, poiché avevamo
alcune persone molto dotate in classe. Gli insegnanti di religio-
ne, che davano sempre solo dei dieci e dei nove, li trovavo ter-
ribili, perché il sistema del controllo delle prestazioni mi serviva
per l'autodefinizione. Non mi sono mai vista come una in con-
correnza con gli altri, piuttosto come una che emerge volentieri
nel gruppo, progredire è importante. Trovo difficile rimanere
ferma e aspettare pazientemente i ritardatari. Spesso allora la-
voro piuttosto da sola, con un ritmo mio, prima di dover trasci-
nare con me altri che non si lasciano motivare ».

I tre sanno lavorare veramente duro e lasciar confluire tutte


le proprie energie in un progetto. Nel loro campo sono spes-
so assai competenti e visti da fuori risultano ancor più com-
petenti. Si crede che dominino il loro mestiere e che siano
convinti delle loro capacità.
Molti tipi tre sono anche estremamente attraenti 1• Non
1 Sembra esserci un collegamento tra costituzione fisica e tipo caratteriale, co-
me Ernst Kretschmer aveva già affermato negli anni venti. Varrebbe la pena di
seguire metodicamente e sistematicamente questo sospetto sulla scorta dell' ennea-
gramma, cosa che non è ancora avvenuta.

100
è raro il caso in cui sin da bambini siano stati di beli' aspetto
e « tipi in gamba » e che si siano sentiti sempre dire: « Tu
puoi farlo! Ce la fai!». Questa è divenuta in molti casi una
«profezia che si realizza da sola». La maggior parte dei tre
risulta ottimista, giovanile, intelligente; dinamica e produttiva.
Mestieri in cui i tre fanno strada sono il rappresentante,
il venditore, il manager, il designer e tutto ciò che ha a che
vedere con i mass media. e con la pubblicità. Se un tipo tre
è « solo » casalinga e madre, allora è una supercasalinga e una
supermadre. Nelle relazioni intime tendono ad adempiere sa-
pientemente al ruolo dell'amante o dell'amata: essere roman-
tici, quando è consigliatò il romanticismo ed essere sensuali,
quando è consigliata la sensualità.. Hanno la tendenza a di-
venire di volta in volta il prototipo del loro gruppo di rela-
zioni e a incarnarne le aspettative e i valori. Uomini e donne
tre tendono quindi ad assumere la rispettiva definizione so-
ciale di «virilità» e di «femminilità». Se lo spirito dei tem-
pi permette ad esempio che l'uomo sia« casalingo », morbido
e tenero, questi tratti si troveranno quanto prima nel tre. Se
sono richieste donne sportive e naturaliste, le tre guideran-
no presto la squadra di donne sportive e naturaliste.
Quelli con cui il tre si identifica non devono essere per forza
valori sociali« correnti». Un tre che si unisce a una comuni-
tà cristiana o a un gruppo di critica radicale alla società non
incarna i valori e l'immagine riconosciuta della società, ben-
sì del suo nuovo gruppo di relazione primario. I problemi sor-
gono solo quando il tre appartiene a diversi gruppi di relazione
con stili di vita differenti. Può accadere in questo caso che
muti rapidissimamente immagine e ruolo nel varcare la so-
glia tra un ambito di vita e l'altro.
Un mio buon amico di Cincinnati, che è un tipo tre, ha
il nomignolo di Mister Per/ect. Tutto ciò che intraprende sem-
bra riuscirgli e trasformarsi in oro come in una favola. Que-
sto amico dice: ·

« Se entro in una sala in cui si trovano molte persone, so in


una frazione di secondo come devo comportarmi, come devo ap-
parire e come devo parlare per essere notato dai presenti. Gli
altri potrebbero sentire questi cambiamenti del comportamen-
to solo come sfumature: io so immediatamente quale sfumatura
è richiesta. Se lascio la stanza e attraverso un'altra porta, posso

101
giocare lo stesso gioco ed essere un uomo comp1etamente dif-
ferente». ·

I tipi tre sono uomini di successo e di beli' aspetto, che gi-


rano il mondo sorridendo, ai quali sembra venire incontro
tutto ciò che vogliono ottenere. In verità niente capita loro
per caso. Lavorano duro per il loro successo e fanno in modo
che i loro progetti si realizzino, applicandovi tutta la loro ener-
gia. Ma vogliono che tutto appaia facile e senza fatica, e non
permettono che i loro sforzi vengano notati.
I tre hanno la tendenza a sentire in maniera eccessivamen-
te positiva ciò con cui si identificano, escludendo gli aspetti
problematici di un progetto. Se ritengono che qualcosa sia
loro riuscito, possono trasmettere «messaggi pubblicitari»
per se stessi, per raccogliere lode, riconoscimento e ammira-
zione. Parlano volentieri dei loro successi, elencano persone
influenti, progetti che hanno realizzato, riconoscimenti che
hanno ottenuto. I tre non possono mai essere lodati abba-
stanza; assorbono riconoscimenti come delle spugne. Spesso
purtroppo questa lode non giunge, perché i tre danno un' im-
pressione tanto sicura di sé e forte che di solito agli altri non
passa nemmeno per la testa che questa persona di successo
dipenda dai complimenti. Cosl come un tipo due fa di tutto
quando viene usato, un tipo tre fa di tutto per una lode. La
lode è la benzina che mette in moto il suo motore. I tipi tre
sono ancora più dipendenti dalle reazioni degli altri che i ti-
pi due, per quanto lo lascino trasparire raramente.

Dilemma

La bravura (efficienza) è la grande «tentazione» del tipo


tre. Il sistema capitalista, che domina l'economia mondiale,
si basa sul dogma del tre: « Chi si sforza abbastanza, può ar-
rivare in alto». Il tipo di società degli Stati Uniti, lo stato
simbolo del tre (vedi sotto), è l'espressione di questa attitu-
dine. Quello che dico sul tre riguarda tutti gli statunitensi,
l'intera società statunitense si identifica infatti con questo
pensiero: vi si ammirano i vincitori e si disprezzano i per-
denti. Questo lo si nota già da come viene trattato lo stuolo
di milioni di poveri. Chi non ce la fa a raggiungere la corren-

102
te della classe media statunitense, viene trattato come un ap-
pestato, viene visto come un essere. inferiore e moralmente
basso. I poveri non meritano di essere notati né considerati.
In fin dei conti sono loro i colpevoli del loro stato. Il credo
della società statunitense suona più o meno cosl. Il« vangelo
·statunitense» dell'affermazione, del benessere e del succes-
so è talmente dominante e universalmente riconosciuto, che
negli Stati Uniti anche una gran parte di coloro che per tut-
ta la vita hanno frequentato la Chiesa non possiede un siste-
ma di valori significativamente divergente. Al contrario:
questo atteggiamento si traduce all'ambito spirituale; la reli-
gione si trasforma sempre più in consumo spirituale. Ciò si
rispecchia nelle storie di successo « spirituale » di predicato-
ri televisivi americani: uomini raggianti, riempiti di vitami-
ne, ricolmi di felicità e di ottimismo e con Gesù nel cuore.
Gesù viene venduto quale ricetta per il successo. Non im-
porta più la croce. Quando il simbolo della croce trova anco-
ra utilizzo, viene « agghindato » con gemme, lustrini e neon.
La stessa morte di Cristo viene tramutata nella storia di una
vittoria, ma non c'è alcuna possibilità di fare del« messag-
gio della croce» la storia di un successo. La croce significa
che Cristo assapora pienamente la sconfitta della morte e be-
ve l'amaro calice fino in fondo. Il calice non passa davanti
a Cristo; lui deve assaporare la morte! Ciò non può essere in-
.teso da una società del successo. La cultura della classe me-
dia riesce bene senza sconfitte. Noi siamo probabilmente la
prima generazione nella storia del mondo che con l'aiuto del
benessere ha ottenuto una via di uscita dall'esperienza del
fallimento.
Il « meccanismo di difesa » del tipo· tre si chiama identi/ic
cazione. Il tre si protegge dalle minacce immergendosi piena-
mente nel suo lavoro, nel suo ruolo o nei suoi progetti,
accettando solo malvolentieri la critica al suo gruppo o alla
sua azienda. Nei primi anni di« New Jerusalem »io e un al-
tro francescano, che lavorava lì con me, dovevamo riferire
a un consiglio della diocesi cosa avenisse all'interno di que-
sta pazza comunità. Dovevamo rendere conto della legitti-
mità di ogni cosa, della sua affidabilità eccetera. Il mio
compagno era un tipo tre. Mise« New: Jerusalem »in una lu-
ce tanto buona da mozzare il fiato! Suonava come se« New
Jerusalem »fosse il regno di Dio in terra. Un sacerdote mal-

103
to acuto, che apparteneva a questo consiglio, opinò quindi:
«Padre, lei si sforza troppo! Non può essere cosl bello». Se
un tipo tre crede in qualcosa, lo fa senza mezzi termini, riu-
scendo a gettare luce persino sulle parti in ombra, poiché
l' «ombra» significa infatti «fallimento ».
Fallimento è il termine che descrive ciò che il tipo tre« evi-
ta». Non c'è niente di più tragico di un tre senza successo,
perché per lui è traumatico dover fare i conti con la sconfit-
ta, il fallimento e la perdita 2 • I tipi tre irredenti evitano, te-
mono e odiano le sconfitte come la peste. Se però avvengono,
essi hanno almeno tre metodi standard per districarsi: a vol-
te ripuliscono le sconfitte reinterpretandole come «vittorie
parziali »; spesso scaricano la colpa su altri; frequentemente
abbandonano i cocci rotti quanto prima per gettarsi-anima
e corpo in un nuovo promettente progetto. Il tre irredento
è capace di immensa sopravvalutazione di sé. Il suo io spes-
so è tanto viziato dai successi, che finisce per credere che
tutto ciò che fa sia giusto.
La pressione del successo, della quale soffrono i tipi tre (e
le società di tre) conduce al loro «peccato radicale»: la bugia
o linganno. Per vincere i tre tendono a rendere più attraente
la verità: costituiscono un'immagine che ha un buon aspet-
to, si lascia vendere e finirà per vincere. Raramente si tratta
di grosse bugie; sono piuttosto sottili abbellimenti, la can-
cellazione di problematici aspetti in ombra, la sottolineatura
eccessiva dei vantaggi.
L'inganno ovvero la menzagna, cosl come il« peccato» del ti-
po sei, il timore, mancano nel catalogo « classico » dei sette pec-
cati capitali. La loro classificazione come « peccato » deriva dalla
tradizione dei sufi. È indicativo come nella tradizione occiden-
tale non abbiamo mai riconosciuto e nominato come tali pro-
prio questi due peccati. Si tratta dei veri peccati mortali della
nostra società, che sono tanto più pericolosi perché non li ve-
diamo. I sufi sottolineano che non si può riconoscere il proprio
peccato.

2 Il prototipo del tre che non ha successo è Paperino. Il suo sistema di valori
è orientato alla fama e al successo, ma qualcosa gli impedisce sempre di raggiunger-
li: o è il cugino Gastone, il fortunello che ha ottimi risultati senza sforzarsi; oppure
i tre nipoti Qui Quo e Qua, giovani tre competenti e di successo, che devono aiu-
tarlo ad uscire dai guai.

104
Un'eccezione in Oceidente è costituita da Dante, che nella
Divina commedia attraversa prima l'inferno, poi il purgatorio pu-
rificatore e infine il paradiso. Sebbene durante il suo viaggio
incontri i rappresentanti dei quattro peccati capitali, già all'en-
trata dell'inferno si imbatte negli« ignavi» (canto III) e nel punto
più profondo dell'inferno trova i« falsari» e i« traditori» (can-
ti dal XXIX al XXXIV). Questi ultimi, tra cui Giuda, il tradi-
tore di Gesù, Bruto e Cassio, gli uccisori di Cesare, bruciano
nell'ultimo dei gironi infernali (il nono) 3 •

Il tipo tre irredento inganna in primo luogo se stesso. Per


questo neanche lui riesc~ a riconoscere facilmente le proprie
bugie. All'inizio il tre si convince che la bugia è verità. Ecco
come, ad esempio un politico statunitense può apparire franco
e raggiante davanti ai microfoni della stampa, spiegare che
tutto è in ordine e crederci veramente!
I tipi tre irredenti non desiderano un approfondimento.
Perché approfondire quando la superficialità funziona e ven-
gono acquistate confezioni senza contenuto? Il tre che si af-
fida a se stesso è estremamente pragmatico: è vero ciò che
funziona. La verità oggettiva non è nemmeno lontanamente
argomento di discussione.
M. Scott Peck ha tracciato nel suo libro People of the Lie (Gen-
te della bugia) una psicologia del male dal punto di vista della
bugia. « Uomini cattivi» o « gente della bugia » per lui sono co-
loro che attaccano gli altri invece di guardare negli occhi il pro-
prio fallimento. Basandosi sullo studio di casi tratti dalla sua
esperienza di psicoterapeuta e sulla scorta del massacro di May
Lai in Vietnam (1968), descrive in maniera impressionante co-

3 Dante Alighieri era influenzato dall'opera del maestro sufi Ibn Al-Arabi. Se-
condo Miguel As!n Palacios, nel suo Islam and the Divine Comedy (New York 1926),
egli «prese il lavoro letterario di Ibn Al-Arabi e Io cristallizzò all'interno di una
cornice allora possibile. Nel fare questo egli privò il messaggio di Ibn Al-Arabi del-
la sua validità sufica e lasciò ... un esempio imbalsamato di quello che alla mente
appare quasi come pirateria» (citato da I. Shah, I Sufi, pp. 135-136). Comunque
stiano le cose, dà nell'occhio in ogni caso che Inferno, Purgatorio e Paradiso in Dan-
te siano articolati ognuno in nove (!) tappe. Dante stesso interpreta la sua opera
come la penosa via di un'anima persa verso la salvezza. La questione, se la Divina
Commedia in fin dei conti non rappresenti altro che una versione letteraria dell' en-
neagramma, meriterebbe un'analisi, dalla quale potrebbe riflettersi anche una nuo-
va luce sull'origine di questo strumento per la conoscenza di se stessi e degli altri.

105
me la repressione della propria colpa e l'attribuzione della colpa
ad altri finiscano per distruggere gli stessi agenti. Un tipo tre
caduto in basso, che non riesce più a liberarsi dall'intrico delle
menzogne, appartiene alle personalità più deformate che
esistano 4 •

La cosa grave è che spesso noi stessi riponiamo cieca fidu-


cia in un tipo tre veramente disonesto. Il tre appare cosl sicu-
ro di sé; sembra sapére cosa dice e fa. Solo per questo bisogna
avere fiducia in lui. I tipi tre sono i proverbiali « venditori
di auto usate»: tutto è lucidato e luccica. Parlano come un
libro e cosl in fretta che non si fa in tempo a seguirli. Per
questo spesso non si possono rifiutare le loro offerte e si fi-
nisce per credere che quella che si acquista sia la migliore
automobile usata di tutta la città. Possono venderti di tutto,
perché prima di tutto ti vendono se stessi. Possono venderti
quanto sono capaci e competenti e noi lo compriamo perché
è inscenato cosl perfettamente.
La « trappola » nella quale cade il tipo tre irredento si chiama
vanità. Per vanità intendo quando aspetti esteriori di secon-
do piano (confezione, vestiario, effetto esterno) sono più im-
portanti dell' «essenziale» (sostanza, persona, contenuto).
Finché il tipo tre è imprigionato in sé, quasi non vive nel pro-
prio corpo e nella propria anima, ma si trova accanto a se
stesso e si vede agire. I tre sono attori nati: molti diventano
buoni attori, ma solo pochi diventano ottimi. Non c'è da me-
ravigliarsi se lattore Ronald Reagan è potuto diventare pre-
sidente degli Stati Uniti. Io ritengo che papa Giovanni Paolo
II sia un tipo tre. I tipi tre sanno come servire le masse, molti
di essi si trovano volentieri di fronte a moltitudini di uomi-
ni, a loro piace il« bagno di folla». Nel discorso personale
a quattr' occhi di contro molti tipi tre si sentono piuttosto
insicuri. Qui, infatti, si richiede sincerità, sensibilità e pro-
fondità.

4 M. S. Peck, People of the Lie. The Hope /or Healing Human Evi!, New York
1983. Il riassunto di importanti tesi di Peck si trova in R. Rohr, Der nackte Gott.
Pliidoyers fiir ein Christentum aus Fleisch und Blut, Milnchen 1987, pp. 140-150.
Il suicidio di alcuni uomini di successo, per i quali tutto è stato lecito pur di conser-
vare la propria situazione privilegiata, interviene nel momento in cui essi si accor-
gono di non avere via di uscita per riuscire a mantenere il suceesso.

106
Anche il dono, il «frutto dello Spirito» del tipo tre è l' al-
tra faccia del peccato radicale: veracità o sincerità. Un tre re-
dento ha trovato la strada della verità. Queste persone sono
rare negli Stati Uniti, in particolare nel mondo del lavoro.
Mister Perfect, che ho nominato prima, mi chiese una volta
in un colloquio personale: « Richard, ti prego di non permet-
termi mai più di truffare! Io so truffare me e il mondo in
una maniera cosl grandiosa. So ingannare chiunque». Egli
sapeva di cosà era capace, sapeva di poter dare a intendere
agli altri una cosa per un'altra e anelava alla verità. I tipi tre
trovano la strada del proprio dono solo quando guardano negli
occhi le proprie menzogne, grandi o piccole, non cercando
più di coprirle, ma seguendo il doloroso cammino della co-
noscenza di sé. Ai tipi tre riesce tanto difficile, perché que-
sta scoperta rivela il fallimento. Un tre che ha raggiunto la
strada della verità può impegnare i suoi grandiosi doni per
aiutare altre persone in maniera competente ed efficace, e
motivarle a scoprire i propri potenziali (aiuto altrui e pro-
prio). I tipi tre redenti ottengono che un gruppo o una co-
munità si organizzi in maniera sensata, che le bugie della
società vengano chiamate per nome e che la verità venga pro-
pagata « in maniera professionale e secondo lo stile del
tempo».

Simboli ed esempi

Il primo« animale simbolico» del tipo tre è il camaleonte. I


tre infatti sanno adattarsi sapie'ntemente alle attese del loro am-
biente, ma in tal modo corrono il pericolo di sostituire il pro-
prio io, cui non hanno accesso, con molteplici ruoli e maschere.
Un tipo tre irredento, cui si tolgono ruoli e maschere, può finire
nel panico, potrebbe letteralmente dissolversi nel nulla. Una don-
na tre riferisce che ha spesso pensato, quando era innamorata,
quale tipo di donna avrebbe dovuto interpretare al prossimo ap-
puntamento per «avere successo».
Il secondo animale simbolico è il pavone. Alcuni specialisti del-
1' enneagramma attribuiscono il pavone anche ai tipi due e quat-
tro. Tutti i tipi del «gruppo di cuore» hanno qualcosa di
«pavoneggiante », perché con il loro comportamento mirano a
una reazione dell'ambiente e si rappresentano: il tipo due si pro-

107
pone amorevole e servizievole, il tipo tre recita la parte che ha
più « successo », il tipo quattro si presenta come qualcosa di par-
ticolare. Il pavone si mette in mostra. La sua vanitosa toletta
attira I' attenzione su di sé. La mèta a lungo termine che la cura
delle anime dei « tipi di cuore » deve raggiungere è la cattura
del pavone e il taglio della coda, perché divenga chiaro che sen-
za la sua toletta è un pollo brutto esattamente come tutti gli altri.
Animale simbolico del tipo tre redento è I'aquila. Del «re del-
l'aria » si dice che sia l'unico animale a saper guardare diretta-
mente nel sole. È il simbolo della velocità, della forza, della
resistenza e del rinnovamento: «Ma quelli che sperano nel Si-
gnore rinnovano le loro forze, mettono ali come aquile, corrono
senza affaticarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31). ·

Il «paese» del tipo tre sono gli Stati Uniti; Io, Richard
Rohr, come appartenente a questo popolo, vorrei prenderne
in esame più approfonditamente la mentalità. Negli Usa non
ci sono motivazioni per non essere un tipo tre. Chi negli Usa
domina il gioco dei tre; riesce a scalare la vetta del sistema.
Da noi i tre diventano manager cl' azienda, vescovi e presi-
denti. Questo è uno dei motivi per cui cosl spesso siamo de-
lusi dàlle nostre guide. Prima o poi ci appare chiaro quanto
superficialmente vengano gestite le cose in alto. Questi uo-
mini sono stati cosl impegnati per tutta la vita a scalare il
successo, che questo è divenuto l'essenza stessa della loro vita.
Il tipo tre è il prototipo dell'uomo bianco statunitense. Cosl
vengono educati i giovani, che diventano dapprima rappre-
sentanti di classe e poi vincono tutte le altre elezioni. Tutti
coloro che non corrispondono all'ideale del tipo tre si sento-
no inferiori e insicuri di fronte a loro, come se essi stessi non
fossero a posto.
Noi statunitensi abbiamo grandi difficoltà a capire le men-
zogne del nostro sistema. Dopo labbattimento dell'aereo ci-
vile iraniano a opera della flotta di guerra statunitense, da
noi circolava la voce che l'Iran avesse fatto mutilare dei ca-
daveri e li avesse fatti gettare nel Golfo Persico per dimo-
strare al mondo che noi avevamo abbattuto un velivolo civile.
Gli Stati Uniti, il «regno del bene», sono superiori a ogni
motivazione sleale e non avrebbero mai potuto fare un erro-
re di questo genere! Questo tipo di inganno è parte dello sti-
le di vita e del sistema statunitense. Il resto del mondo ha

108
un'immagine« brutta», superficiale e vuota degli Stati Uni-
ti, l'immagine di un mondo di plastica e di confezioni, senza
contenuto sostanziale. Ma noi stessi non possiamo né vogliamo
vederci cosl.
A questo punto non posso fare a meno di spendere un paio
di parole retrospettive sull'era reaganiana. Reagan, come molti
altri presidenti americani, è un tipo tre. Era prevedibile che
venisse votato e rivotato. Se fosse stato possibile un terzo
-mandato, sarebbe divenuto presidente un'altra volta. Egli in-
carnava lo spirito collettivo degli Stati Uniti pressoché alla
perfezione. Reagan era lo statunitense pragmatico, di suc-
cesso, di bell' aspetto e privo di profondità. Questo risponde
alla vanità e alla superficialità del tipo tre irredento. Si grat-
ta via un po' di vernice, e sotto non c'è niente.
Il tre è un tipo del benessere. Sono certo che in paesi del
Terzo Mondo non si trovi questa percentuale di tre. I poveri
devono infatti guardare negli occhi fin dal primo anno di vi-
ta la privazione, il fallimento e la sconfitta. Sperimentano
che raramente si ottiene ciò che si vuole, che non ci si può
liberare dal dolore e dalla sofferenza. Gli Stati Uniti devono
percorrere una lunga strada per incontrare il loro falso io col-
lettivo, opporsi a lui e riconoscere la loro inclinazione alle
menzogne, agli inganni e alle illusioni.
Il« colore» del tre è il giallo del semaforo. Il giallo cattura I' oc-
chio, risulta penetrante e dinamico, eccentrico ed è radioso (lu-
ce): tutto ciò descrive il tipo tre redento. ·
« Come colore più brillante rende trasparente il senso e lo
scopo del Creato; si lascia attraversare dalla luce e così illu-
mina gli oggetti. Il giallo diventa quindi lelemento che indi-
ca una direzione tra i colori. Indaga, rende visibile e risponde.
Conduce e guida la nostra strada e l'illumina con conoscen-
za, senso e intuizione » 5 •
Il giallo è anche il più vulnerabile tra i colori. La minima spor-
cizia o il minimo offuscamento lo fanno apparire brutto o ve-
lenoso.
« Come esiste una sola verità, esiste un solo giallo. La veri-
tà offuscata è malata, è il contrario della verità. Il giallo offu-

5 H. E. Benedikt, Kabbala, op. cit., p. 101.

109
scato suscita l'idea dell'invidia, del tradimento, della falsità,
del dubbfo, della diffidenza e della demenza. Nell'Arresto di
Cristo di Giotto e nell'Ultima Cena di Holbein, la figura di
Giuda è dipinta in un giallo fosco» 6 •
L' « antenato biblico » del tipo tre è Giacobbe il truffatore. Già
nel ventre materno lottò con il suo fratello gem~llo Esaù, che
venne per prinio al mondo. Giacobbe era il prediletto di sua ma-
dre Rebecca, un «uomo costumato », mentre il padre Isacco pre-
diligeva il rozzo guerriero Esaù. Una sera Giacobbe sfruttò la
stanchezza e la fame di suo fratello per comprargli, per un piat-
to di lenticchie, il diritto di primogenitura, dal quale nell'Oriente
di allora dipendeva tutto. Quando poi suo padre, divenuto cie-
co, fu sul letto di morte, Giacobbe, in effetti, con l'imbroglio
e con l'aiuto della madre Rebecca, si procurò la sua bene-
dizione 7 fingendosi Esaù. Quando il fratello tornò a casa, la
benedizione era già stata data. Giacobbe dovette fuggire dall'i-
ra di Esaù presso lo zio Làbano a Carran. Durante la fuga ebbe
un sogno nel quale vide apparire nel cielo una rampa e gli angeli
di Dio salire e scendere (la scala come simbolo della salita e del-
la discesa dice qualcosa a tutti i tipi tre!).
A Carran si innamorò di sua cugina Rachele, che era « bella
di forma e bella di aspetto». Servì suo zio per sette anni per
averla in sposa. Questa volta fu lui a essereingannato: al matti-
no dopo la notte di nozze si accorse che gli era stata messa nel
letto la donna sbagliata, ovvero la più anziana Lia, i cui occhi
erano « smorti ». Servì suo zio per altri sette anni e ottenne in-
fine Rachele.
Làbano nel frattempo grazie all'aiuto di Giacobbe era dive-
nuto un uomo ricco. Ma Giacobbe voleva tornare a casa. Mal-
grado tutti i timori voleva tornare per rappacificarsi con suo
fratello (è un segno positivo se il tipo tre affronta il suo passato
ed è pronto a sopportare le conseguenze dei suoi errori). Come
ricompensa per la lunga servitù ebbe il permesso di prendere
con sé una parte delle greggi. Attraverso un altro raffinato truc-
co « si arricchì in modo strabocchevole e possedette un gregge
numeroso, schiave e schiavi, cammelli e asini».

6 J.
Itten, Arte del colore, Il Saggiatore, Milano 19812 , p. 132.
7 La benedizione è secondo la concezione dell'Antico Testamento forza vitale
che comunica lo schalom: salute, vita lunga, benessere, fortuna, successo, quindi
tutto ciò cui anela il cuore di un tre.

110
Inviò poi davanti a sé messaggeri con abbondanti regali che
dovevano favorire una buona atmosfera con Esaù. Giacobbe tra-
scorse la notte prima dell'incontro da solo sul fiume Iabbok men-
tre i suoi avevano già superato il guado. Giunse uno sconosciuto
e lottò con lui. Ma Giacobbe non si lasciò battere. Solo dopo
un colpo scorretto sull'anca, lo sconosciuto riuscl a dargli scac-
co matto. Ma Giacobbe benché colpito non si diede completa-
mente per vinto. Quando lestraneo all'alba cercò di dileguarsi,
lui lo trattenne e disse: «Non ti lascerò partire se non mi avrai
benedetto». L'estraneo diede a Giacobbe (truffatore) un nuo-
vo nome: Israele (combattente di Dio).« Perché» dice« hai com-
battuto con Dio e con gli uomini e hai vinto ». Alla fine si giunge
veramente alla rappacificazione tra i due fratelli (Gen 25-33) 8 •

Quasi nessuna altra figura biblica può essere associata in


maniera cosl inequivocabile a un tipo dell' enneagramma co-
me Giacobbe. Egli lotta con Dio e con gli uomini, usando
tutti i trucchi possibili. Sorprendentemente Dio non rifiuta
la benedizione a questa figura contraddittoria. Il popolo d'I-
sraele si è identificato fino a oggi in questa lotta tra l'uomo
e Dio.
A prima vista risultano piuttosto antipatici due altri tipi tre
della Bibbia: Giuda e Pilato. Essi incarnano il dilemma delle am-
bizioni irredente. Secondo una teoria diffusa, Giuda ha tradito
Gesù per spingerlo ad agire e costringerlo a prendere finalmen-
te il potere come Messia. Quando si accorse che i conti non tor-
navano, non vide altra soluzione che il suicidio. Anche la sua

8 La storia di Giacobbe si è formata nel corso del tempo con molti elementi,
in parte assai antichi. Prendo spunto dalla forma finale che poi divenne canonica.
Walter Hollenweger ha tracciato il processo di formazione della storia della lotta
di Giacobbe sullo labbok in maniera molto pertinente nel suo libro Geist und Mate-
rie (Miinchen 1988, pp. 226-232) e ha mostrato come, già all'interno della Bibbia,
questa storia è stata sempre compresa e interpretata in una maniera nuova. Walter
Wink sottolinea a ragione: « Sarebbe come fare della psicologia inutile, se in base
alla storia di Giacobbe ... si volesse tracciare un profilo della personalità dell'uomo
Giacobbe. E semplicemente proprio perché non possiamo dire fino a che punto
la tradizione è stata abbellita dalla leggenda e dalla credenza popolare òppure se
sorge addirittura dal nulla. D'altro canto è legittimo cercare di elaborare i processi
psicodinamici della storia cosl come ce la troviamo davanti: come secondo la sua
intenzione gli ascoltatori capiscono questa storia e quanto devono essere scossi da
questa storia», in Trans/orming Bible Study: A Leader's Guide, Nashville 1980, p. 163.

111
avidità (il denaro come simbolo del successo) combina in questo
quadro.
Il politico di carriera Pilato era convinto dell'innocenza di Ge-
sù. Un giudizio giusto, però, avrebbe potuto essere dannoso per
il suo futuro professionale. Durante l'interrogatorio pone la do-
manda da tipo tre:« Che cos'è la verità?» (Gv 18,38). Egli capi-
sce esattamente il gioco, ma non vi partecipa, perché non riesce
ad aprire una breccia tra la menzogna e la verità che ha incontra-
to in Gesù di N azaret.

Conversione e redenzione

L'« invito» al tipo tre è il richiamo della speranza. Solo una


speranza che oltrepassa i successi superficiali può aiutare un
tre a divenire più profondo e a sopportare il fallimento mo-
mentaneo. Paolo scrive: «Poiché il minimo di sofferenza at-
tuale ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria,
giacché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su
quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle
invisibili eterne» (2Cor 4,17--18). Speranza significa anche
non fondare la vita sui propri obiettivi, bensl basarsi sulla
volontà di Dio e sugli ampi obiettivi del regno di Dio. Think
Big! Gesù dice: « Cercate prima il regno di Dio e la sua giu-
stizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù»
(Mt 6,33).
I tipi tre devono veramente lavorare per acquisire profon-
dità. Hanno la tendenza a lasciare atrofizzare i loro senti-
menti. Mentre i due talvolta si dibattono in una palude di
sentimenti, può accadere di chiedere a un tipo tre come si
senta ed egli stesso non lo sa. I sentimenti impediscono l'ef-
ficienza e l'organizzazione, per questo il tre sospende le sue
emozioni quando deve svolgere un compito. Poiché però il
classico tre persegue sempre qualche progetto (a volte tre o
quattro contemporaneamente), il mondo interiore viene trop-
po spesso dimenticato.
Per essere risanati e redenti, i tipi tre come i due, devono
imparare a stare da soli. Ambedue hanno bisogno di un luo-
go di silenzio e di isolamento, dove non esiste feedback, né
applauso, né ammirazione. I «farmaci» appropriati fono la
preghiera contemplativa e la meditazione silenziosa. Quan-

112
do un tre comincia a scoprire il proprio mondo interiore, al-
l'inizio di solito ne fa anche un progetto: vuole meditare con
successo. Ciò dura un certo periodo, finché si accorge che si
tratta proprio di non fare niente, di non provare niente, sem-
plicemente esserci. Non appena il tipo tre perviene a questa
consapevolezza si sforzerà di « esserci semplicemente » e di
«non provare niente», possibilmente con successo. Il profi-
cuo cammino verso la profondità esige dal tipo tre molta pa-
zienza e la disponibilità a non provare niente per un bel pezzo.
Nel silenzio il tipo tre deve anche affrontare autocritica-
mente la propria insincerità e I' anelito al successo. I tre de-
vono soprattutto masticare e digerire i propri lati d'ombra,
il loro fallimento e le loro sconfitte, invece di sfuggirle. L' am-
missione: «lo ho fallito! Ero nel torto! Ho mentito!» costa
al tipo tre grossi sforzi di volontà.
In più si aggiunga che, come tipo, il tre non viene messo
in discussione in nessun luogo nella civiltà occidentale. I no-
stri criteri per la« salute» sono: capacità di lavoro, di amore
e di piacere. Le riviste per donne e per uomini e le pubblica-
zioni popolari confermano questa sensazione vitale. Ma un
tipo tre imprigionato in se stesso ha bisogno di redenzione
esattamente come tutti gli altri. Solo che è difficile ricono-
scere una malattia come tale, se da tutti gli altri viene chia-
mata« salute». A volte la redenzione di un tre significa anche,
nella nostra società, I' addio alla comprensione e all'approva-
zione dell'ambiente circostante.

Isaak B. Singer, il grande scrittore e premio Nobel ebreo-


americano, ha tracciato nel suo romanzo Il penitente la confes-
sione fittizia della vita di un tipo tre. La figura principale, un
ebreo polacco di nascita, è riuscito a sfuggire all'olocausto. Emi-
gra negli Usa e fa carriera come commerciante. Tutto gli riesce,
guadagna molti soldi, sposa una donna attraente. Infine si pro-
cura un'amante .che.lascia mantenere sé e le sue figlie da lui.
Quando il protagonista viene a sapere di non essere il solo aman-
te, interrompe il rapporto e in tutta fretta si reca a casa, dove
coglie anche sua moglie in flagrante. Nel suo disgusto radicale
della vita vede solo due possibilità: suicidarsi oppure tentare un
nuovo inizio radicale. Malgrado tutti i dubbi di fede, decide di
diventare un ebreo ortodosso e di attenersi ai comandamenti.
La sua strada lo porta a Mea Schearim, dove gli ebrei stretta-

113
mente ortodossi vivono secondo gli antichi costumi. Dopo la se-
parazione sposa una semplice ragazza ebrea. Attraverso il nuo-
vo modo di vivere anche la fede comincia a crescere in lui. Una
vita priva di pretese e ligia alle leggi gli permette infine di tro-
var pace.
· Isaac Singer dice a proposito del suo « penitente » che i rime-
di che consiglia non possono curare le ferite di chiunque, ma,
in tal modo, il tipo di malattia verrà riconosciuto 9 • Nel suo li-
bro Singer attacca il contemporaneo superficiale uomo di suc-
cesso, che ha una vita familiare in pericolo, e ne depreca lavidità
di lusso e di cianfrusaglie tecniche, il disprezzo del vecchio, i
salamelecchi di fronte al nuovo, la fede cieca nella psichiatria,
la progressiva tolleranza del crimine 10 •

I' tipi tre anelano inoltre, talora senza rendersene conto,


non solo alla lode e al riconoscimento, ma anche al vero amore.
Ricevono tanti applausi per i loro successi, che alla fine si
convincono che ciò sia tutto quello che desiderano, e questa
convinzione dura a lungo, finché capiscono che esiste qual-
cosa di più della riconoscenza guadagnata: l'amore incondi-
zionato, immeritato.
Una religiosa che, prima di venire a« New Jerusalem »,era
direttrice di un ginnasio, era un tipo tre stupendo e altamen-
te competente. Probabilmente solo pochi uomini hanno co-
nosciuto il suo punto debole. Io l'ho vista qualche rara volta
sciolta in lacrime che diceva:
«Viene voglia di fuggire, Richard! Tutti mi votano per tutte
le posizioni, perché sanno che so fare tutto. Piaècio a chiunque
perché faccio tutto cosl bene. Vorrei provare almeno una volta
che qualcuno mi amasse per ciò che sono. Ma so di contribuire
io stessa affinché non sia cosl. Io do una sensazione di forza e
di indipendenza cosl grande e rendo cosl tanto, che la gente rea-
gisce sempre solo a quello che io faccio».

I tipi tre piangono raramente, ma ogni tanto possono scop-


piare in pianti sfrenati, cosa che solitamente stupisce com-

9 I. B. Singer, Il penitente, Longanesi, Milano 1988.


10 Ibid.

114
pletamente gli altri. Il loro poco sviluppato lato sentimenta-
le attraverso le lacrime finalmente emerge. «Dopo il pianto
sto veramente bene», dice un tre.
« Prima di solito ho la sensazione che nessuno mi conosca e
mi comprenda. Ma dopo il pianto l'afflizione è scomparsa. Tro-
vo che nello stesso pianto vi sia una consolazione e che solo al-
lora sono consolato da Dio. Cosl tanta consolazione quanta ne
necessita un tre, comunque non la può dare nessun altro! ».

Nei suoi momenti migliori ogni tipo tre sa che in verità


ha un senso del proprio valore poco sviluppato, se gli vengo-
no tolti i suoi prodotti. Per questo parecchie situazioni a molti
di loro paiono minacciose, come la vecchiaia e la malattia,
quando non possono offrire più niente, e il loro motto «Pro-
duco quindi sono »crolla. « Sopporto con difficoltà la malat-
tia, come il vero far niente. Mio padre ha,addirittura sbrigato
delle pratiche a let~o dopo un infarto. E sorprendente che
io riconoscessi già allora a quindici anni che si trattava di
un falso dovere. Ma ora io reagisco in maniera analoga, se
sono malato ». ,
Appartiene ai « compiti di vita » del tipo tre sentire la ma-
lattia come segnale e opportunità di cambiamento.
Il tipo tre deve imparare a rimanere fermo ogni tanto e
a interrompere la continua caccia a nuovi successi e proget-
ti. Spesso un tre non può rispondere alla domanda: «Come
mi sento veramente?». Un ponte verso l'anima può essere
costituito da una mirata percezione del proprio corpo come
anche dall'occuparsi delle proprie immagini oniriche. Un al-
tro dei «compiti di vita» del tre è quello di sentire sempre
più spesso e in maniera sempre più precisa la voce dei propri
sentimenti, invece di fare ciò che permette il riconoscimen-
to esterno.
I tre devono soprattutto aguzzare la loro coscienza e non
si devono concedere nemmeno« irrilevanti» deviazioni dal-
la verità. Nel« viaggio interiore» il tre deve superare la pau-
ra, profonda ma infondata, che dietro ai propri ruoli · e
maschere magari non ci sia alcun «vero io».
Il tre dovrebbe guardarsi anche da una fantasia iperattiva,
occupata continuamente in nuovi progetti e imporsi piutto-
sto dei compiti per cui sia necessario un lavoro paziente e

115
minuzioso e non ci si possa aspettare risultati rapidi; simil-
mente al due e al quattro, corre il pericolo di immunizzarsi
contro la critica, mentre dovrebbe piuttosto imparare a cer-
care la briciola di verità presente in ogni critica. ·
Il tipo tre deve affrontare il mistero della croce, che è il
mistero del fallimento: Dio fa delle nostre sconfitte le sue
- non le nostre! - vittorie. Il tre non lo capisce, ciò non
funziona e non può essere integrato in nessuno schema di
ascesa. Il tre si libera dalla sua vanità lungo la strada della
redenzione e comincia a sperare nell'operato superiore e non
manipolabile di Dio. Affronta onestamente il proprio vuoto
interiore e il desiderio di amore. Rinuncia alla sicurezza at-
traverso lo status, il denaro e il potere. Rinuncia a costruire
il proprio regno, perché spera nella venuta del regno di Dio.
Tipico esempio di un tre red~nto èDorothy Day (1897-1980),
la« Santa» statunitense di questo secolo. Nata a Brooklyn, fi-
glia di un giornalista sportivo venne educata in maniera total-
mente areligiosa. Ben presto la famiglia si trasferl a Chicago,
dove l'interesse sociale di Dorothy si risvegliò, spingendola ad
entrare a 16 anni nel partito socialista.
Dopo aver interrotto gli studi, lavorò come giornalista nella
· testata socialista The Cali e, in seguito a un'intervista a Trot-
sky, divenne anarchica. La mera teoria non riusd ad avvincere
Dorothy, che voleva annunciare pubblicamente la verità una vol-
ta riconosciuta, mobilitare le masse e aiutarle praticamente.
Venne arrestata per la prima volta durante una dimostrazio-
ne (in totale fu messa in carcere sei volte), e in cella si risveglia-
rono il suo interesse religioso e la sua autocritica. Scoprl quanto
desiderio di affermazione si celava dietro il suo impegno per gli
oppressi. Dopo la liberazione cominciò a frequentare regolar-
mente la messa cattolica, mentre viveva di lavoretti come gior-
nalista giudiziaria e come modella di nudo.
Dopo il fallimento del suo matrimonio, allacciò una relazione
con un ateo, col quale giunse alla rottura perché lei aveva insi-
stito per battezzare la figliaTamara. Il suo partner era« geloso
di Cristo » 11 •
Il desiderio di comunione spirituale la portò anche al proprio
battesimo: « Proprio la mia esperienza di radicale e tutto il mio

11 C. Fddmann, Triiume, op. cit:, p. 138.

116
passato politico mi portano ... a volermi unire alle masse per ama-
re e lodare Iddio » 12 •
La fede restò per lei, anche in quel momento, qualcosa di fa-
ticoso, una fedele resistenza senza coinvolgimento emozionale.
Nell'anno della depressione, 1933, fondò insieme a Peter Mau-
rin la rivista The Catholic W orker. Il foglio di estrema sinistra,
di tendenze anarchiche, pacifista, cattolico venne venduto (an-
cora oggi) al costo di un cent. Già nel primo anno la tiratura
sall a centomila copie.
Allo stesso tempo Dorothy Day cominciò a fondare nelle me-
tropoli degli Stati Uniti mense e case per i senzatetto e a orga-
nizzare scioperi. Divenne sempre più «la coscienza della Chiesa
cattolica americana e ... di tutta la cristianità americana... Il van-
gelo prese fuoco in questa donna e diede luogo a una esplosione
di amore » 13 • Dorothy non si limitava alle elemosine, bensl
combatteva, al contrario di Madre Teresa, per effettivi cambia-
menti strutturali. « Questo lo si sarebbe potuto leggere anche
nelle encicliche sociali del papa, ma qui veniva praticato, e que-
sto appariva pericoloso » 14 •
Anche durante la seconda guerra mondiale restò pacifista. Do-
po la guerra l'arcivescovo di New York tentò di vietare alla ri-
vista l'uso dell'aggettivo « cattolico » nel titolo. Dorothy
combatté il divieto sottolineando che esisteva persino un' asso-
ciazione di «Reduci di Guerra Cattolici ». Il cardinale Spell-
mann, il sostenitore entusiasta della guerra in Vietnam, la definl
comunista, perché aveva appoggiato lo sciopero salariale dei ne-
crofori della Chiesa.
L'amore cristiano era la prassi per Dorothy Day. Per lungo
tempo ebbe delle difficoltà con il lato contemplativo della fede:
la lotta per i poveri è stata molto a lungo il suo tipo di preghie-
ra. Solo nella natura, come molti tipi tre, trovava la pace: lana-
tura non esige e non giudica, non premia alcuna immagine.
Nei suoi ultimi anni, però, si dedicò sempre più alla preghie-
ra silenziosa e soffrl del fatto che tanti giovani impegnati so-
cialmente, che lavoravano nel movimento « Catholic W orker »,
erano così «poco devoti » a causa della delusione ricevuta dalla
Chiesa ufficiale. Quando Dorothy Day morì di un colpo apo-

12 Ibid., p. 139.
13 J. Willis, Wiederbelebung. Meine Pilgerreise, Moers 1984, pp. 142; 146.
14 C. Feldmann, Triiume, op. cit., p. 144.

117
plettico, masse di poveri vennero « al suo funerale mescolando-
si ai grandi della Chiesa e della società: sapevano che Dorothy
in fondo apparteneva a loro» 15 • Secondo il Newsweek, al fu-
nerale non ci furono «lacrime, solo alleluia per la sua vita lunga
e fulgente » 16 •

TIPI « QUATTRO »

Profilo

I tipi quattro impegnano i loro doni per risvegliare nell' am-


biente che li circonda il senso della bellezza e dell'armonia.
Sono altamenté sensibili e quasi sempre artisticamente do-
tati, cosl da poter esprimere le loro sensazioni nella danza,
nella musica, nella pittura, nella recitazione o nella lettera-
tura. Tutto ciò che possiede energia vitale li attira; colgono
gli umori e le sensazioni di altre persone e l'atmosfera di luoghi
e di avvenimenti con una precisione da sismografo,
I tipi quattro sono orientati per natura all' « ecumenismo »;
rifiutano la divisione del mondo in «sacro » e «profano»;
si trovano più a loro agio nel mondo dell'inconscio, dei sim-
boli e del sogno, che in quello del reale. I simboli li aiutano
a restare in sé e a esprimersi, inoltre appartiene loro anche
il dono di aiutare gli altri a sviluppare un occhio per il bello
e per il mondo dei sogni e dei simboli.
Anche il tipo quattro trae la sua energia vitale dagli altri.
La sua domanda di vita suona: « Cosa pensate di me? Mi no-
tate? Colpisco?». Il quattro cerca di essere esteticamente at-
traente, di essere qualcosa di particolare e di creativo oppure
in alcuni casi addirittura di apparire esoterico, eccentrico,
stravagante o esotico. .
Ma lo stile e la « spontaneità » di un tipo quattro irredento
hanno qualcosa di artificioso. Un quattro esce dalla sua stan-
za e dice: «Mi sono messo al volo un paio di stracci». In

15 ]. Wallis, Wiederbelebung, op. cit., p. 143.


16 C. Feldmann, Trliume, op. cit., p. 151.

118
verità si tratta di effetti accuratamente selezionati. Ha crea-
to la combinazione (o non-combinazione!) di vestiti e dico-
lori in maniera mirata per risaltare rispetto agli altri.
La vita del tipo quattro viene regolata in primo luogo dal
desiderio struggente: è il desiderio di bellezza e di unione del
mondo e della vita in un tutto armonico. Dostoevskij ha detto
una volta: «Il mondo verrà salvato dalla bellezza! ». Il tipo
quattro crede a questa frase.
I quattro hanno spesso provato nella loro infanzia che il
presente è insopportabile e insensato. Molto spesso hanno
fatto i conti con un'esperienza di perdita molto dolorosa, per-
dita che può essere stata reale (morte di uno dei genitori; na-
scita illegittima; trasferimento e sradicamento; uno dei
genitori va e viene; un altro figlio nasce o viene preferito ecc.)
oppure « solo » sentita emotivamente. In parte sono loro man-
cati modelli positivi, cosl il bambino, in cerca di un'identi-
tà, si è rivolto al proprio mondo interiore. Poiché la sorgente
di amore originaria è mancata oppure è stata troppo debole,
si sono creati nuove sorgenti di amore nella fantasia. La no-
stalgia del tipo quattro è rivolta a quell'amore perduto ed è
contemporaneamente nostalgia di casa e desiderio di fuga:
attende il giorno in cui il grande amore torni e lo convinca
che esso lo redimerà.
Se l'ira per la perdita subita diventa cosl profonda da non
essere tollerata, il quattro la dirige contro se stesso. Si con-
vince di essere l'unico colpevole se ha provato il rifiuto e l'in-
digenza e si ritiene quindi «cattivo». Molti quattro riferisc;ono
di essere retti da una vergogna nascosta. I tipi quattro impri-
gionati in se stessi sfogheranno ripetutamente la loro « catti-
veria » e attraverso ciò creeranno sempre nuove situazioni
in cui verranno rifiutati o abbandonati. Un comportamento
scandaloso esercita un fascino particolare su di loro; ciò che
è oscuro e proibito ha una forza di attrazione particolare.
La maggior parte dei tipi quattro è dell'opinione che le nor-
me della società non valgono per loro. In base alla loro sof-
ferenza fuori dal comune~ si sentono degli estranei e degli
outsider e come tali accampano il diritto di stabilirsi delle nor-
me personali. Molti quattro hanno una coscienza elitaria, cer-
cano di raggiungere livelli particolari e quando ripetutamente
non ci riescono percepiscono ciò come una mancanza.
È facile riconoscere i tipi quattro. In primo luogo essi hanno

119
una predilezione per un vestiario insolito. Quasi tutti i quat-
tro mostrano il loro lato melanconico preferendo colori quali
il nero e il viola. Alcuni tendono a vestirsi.in maniera disor-
dinata e «pazza ». Molti sono vegetariani, ambientalisti, fem-
ministe e seguaci di eccentriche dottrine della salute.
Possedere qualcosa rende poco felici i quattro: desiderare è
più importante di avere. Non appena infine posseggono l' og-
getto dei loro desideri, di solito si sentono delusi. Per que-
sto possono essere dei partner assai complicati in amore. Un
quattro mi ha raccontato la sua storia: da ragazza anelava ani-
ma e corpo al suo futuro marito. Per ottenerlo aveva mosso
cielo e terra. Ma il giorno del suo matrimonio i suoi senti-
menti romantici si dissolsero nell'aria. Non passò molto tempo
che il marito la lasciò. In quel momento si innamorò nuova-
mente di lui. Quando egli tornò, avvenne quanto segue: «Non
appena fu davanti alla porta, il mio amore morl. Gli mossi
dei rimproveri per tutto il dolore che mi aveva arrecato. Non
appena fu stufo del mio piagnisteo e fece per andarsene, il
mio amore si destò nuovamente ». Questo suona grottesco
e quasi ridicolo agli estranei, ma è una parte del terribile di-
lemma nel quale versa il tipo quattro irredento, che non sa
vivere nel presente, sempre pieno di pecche e di mancanze.
Quando il suo desiderio si realizza, vi trova tuttavia qualco-
sa di criticabile.
I tipi quattro venerano grandi personaggi: poeti famosi, mu-
sicisti, guru, padri spirituali, che hanno qualcosa di « profon-
do» o rappresentano qualcosa di particolare. Solo questa
« autorità interiore » conta. Personaggi autorevoli che non
hanno alle spalle una propria personalità, non producono al-
cuna impressione sul tipo quattro. Il loro senso per I'« auten-
tico» è infallibile.
Tutti i tipi di questo gruppo per natura hanno gusto este-
tico, per questo molti di loro divengono artisti, musicisti, poeti
e attori. In ambito ecclesiastico sono patrocinatori e ideato-
ri di cerimonie religiose creative. Hanno il senso della litur-
gia, del rituale e dell'architettura d'interni. Il loro senso dello
stile ci fa impallidire dall'invidia. La maggior parte dei tipi
quattro ha un gusto ricercato. Non comprano i loro quadri
in gallerie famose e preferiscono acquistare il loro vestiario
in« negozi dell'usato» o in boutique piuttosto che comprare
abiti confezionati. Morirebbero piuttosto che accontentarsi

120
di articoli dozzinali, ma, come noi tutti, anch'essi tendono
a esagerare il loro talento e a far notare agli altri la loro « su-
periorità estetica » con una certa arroganza. I tipi quattro odia-
no tutto ciò che è ordinario, tradizionale, casalingo, mediocre,
privo di stile e « normale ». Allo stesso tempo sbirciano con
segreta invidia noi consumatori senza pretese, che non sap-
piamo brillare con altrettanta classe e stile .
. I quattro hanno la tendenza a idealizzare le « masse sudi-
cie» giungendo, ad esempio, a scrivere lunghi romanzi ro-
mantici sui nobili poveri (Victor Hugo!). Lo fanno dall'alto
di una torre d'avorio e sicuramente non riuscirebbero a vi-
vere nella reale sporcizia e nella vera miseria.
Il programma di vita del tipo quattro potrebbe essere descrit-
to come eterna ricerca del sacro Gral. Il Gral apparve nella poe-
sia provenzale e francese antica alla fine del XII secolo. Secondo
la tradizione si trattava del calice in cui bevve Gesù nell'ultima
cena, con il quale Giuseppe di Arimatea avrebbe anche raccolto
il sangue di Cristo.
Il Gral dona al suo proprietario felicità terrena e celeste, ma
solo il« puro» destinato a questo compito può trovarlo. Nel Par-
sifal di Wolframvon Eschenbach (1200 circa) il Gfal è una pie-
tra con poteri eccezionali, protetta dagli angeli e poi conservata
nel castello di Munsalvaesche, un misto di « abracadabra » e di
feticcio magico sacrale (il Gral riceve la sua forza da un'ostia
che gli viene portata da una colomba ogni venerdl santo). Ri-
chard W agiler ha utilizzato la leggenda del Gral in una bizzarra
trasformazione nei suoi « spettacoli di consacrazione teatrale » 1
Parsifal e Lohengrin 2 •
Un motivo analogo è la ricerca di un determinato fiore, che
compare per la prima volta nel Romanzo della rosa, il contribu-
to francese all'allegoria dell' «amor cortese», redatto nella so-
st~nza da Guillaume de Lorris (inizi XIII secolo). Questo
romanzo (come i Racconti di Canterbury di Chaucer e la Divina
commedia di Dante) è probabilmente influenzato dal sufismo (Uc-
celli e fiori e la Logica degli uccelli di Fariduddin Attar sembra-

1 Si tratta della definizione che lo stesso W agner usava riferendosi alle proprie
opere: Biihnenweihefestspielen (n.d.t.). .
2 Per il Gral dr. E. Jung - M. Louise von Franz, Die Gralslegende in psycholo-
gischer Sicht, Ziirich 1960; Gerhard Wehr, Wiirterbuch der Esoterik, Freihurg im
Breisgau 1989, pp. 62s.

121
no esserne i padrini) 3 • Descrive il cammino dell'eroe attraver-
so un paesaggio ideale fino al giardino dell'amore, i cui muri so-
no affrescati con allegorie dell'odio, del tradimento, dell'avidità,
dell'invidia, della melanconia ecc. Anche quando l'eroe ottiene
finalmente il bacio con l'aiuto di Venere, risuonano nuovamen-
te le voci dell'invidia, della vergogna, del timore e dell'ira. Ma
Donna Compassione e Donna' Bellezza vengono in aiuto del
poeta 4 • .
Lo stesso motivo ritorna nello struggente desiderio romanti-
co del misterioso fiore azzurro di Novalis, che simboleggia I' a-
nelito dell'animo umano al compimento e al completamento:

« Si trovò su un molle prato, alla sponda di una sorgente,


che sorgeva nell'aria e sembrava struggersi. Rocce turchine
con vene versicolori si levavano a una certa distanza; la luce
diurna che lo avvolgeva era più chiara e più dolce del solito,
il cielo era turchino e tutto terso. Ma ciò che soprattutto lo
attrasse fu un alto fiore azzurro chiaro, che stava presso la
. fonte e lo sfiorava con le sue larghe foglie lucenti. .. Lui non
vedeva che il fiore azzurro, e a lungo lo contemplò con inef-
fabile tenerezza » 5 •

Dilemma

. I tipi quattro si trovano esposti alla « tentazione » di sfor-


zarsi terribilmente di essere autentici. I bambini, la natura
e tutto ciò che emana un'originalità primitiva, risveglia in
loro la nostalgia di quella semplicità e naturalezza che un tem-
po hanno perso. Quanto più un tipo quattro irredento si sforza
di essere autentico, tanto più appare manierato ali' ambiente
circostante.
Il « meccanismo di difesa » specifico del tipo quattro è la
sublimazione artistica. I sentimenti non vengono manifestati

3 Cfr. I. Shah, I Sufi, op. cit., pp. 107s.


4 Cfr. Il romanzo della rosa, traduzione e cura di G. D'Angelo Matassa, Nove-
cento, Palermo 198412 •
5 Novalis, Enrico di Ofterdingen, Guanda, Milano 1978, p. 27. Novalis ha in-
teriorizzato la ricerca dell'adempimento nella vita affermando che la via misteriosa
si dipana all'interno dell'animo. L'eternità con i suoi mondi, il passato ed il futuro,
sono in noi o in nessun luogo.

122
direttamente, bensl espressi indirettamente attraverso sim-
boli, rituali e raffigurazione drammatica. In tal modo il tipo
quattro suppone di attenuare il dolore della vera afflizione
e la paura del rifiuto. Il quattro irredento è convinto che: « Chi
vedesse me direttamente per quello che sono, non potrebbe
resistere alla visione».
Questo fa sl che molti quattro si trovano a proprio agio
più nella loro arte che in mezzo agli altri. Per questo devono
imparare esattamente la vera capacità di amare. L' entusia-
smo per altri uomini può andare e venire. E c'è il pericolo
che gli altri vengano utilizzati solo come dispositivi di ac-
censione di determinati desideri, ricordi o sogni .•
I tipi quattro strutturano la propria vita come un'opera d' ar-
te. Il vestiario, l'architettura d'interni, gli hobby, il giro di
amicizie e le abitudini sono organizzati l'uno in relazione al-
1' altro in un modo che spesso pare casuale, ma in realtà è be-
ne inscenato. Punti di vista estetici, che gli altri spesso possono
comprendere solo con difficoltà, hanno grande importanza.
Espressione classica di questo atteggiamento è ciò che si chia-
ma bohème o ambiente di artisti: musica melanconica, fiori
mezzo appassiti, ad esempio rose e lillà (sull'affinità del tipo
quattro con la morte e la caducità si dovrà ancora parlare),
bastoncini di incenso, candele, il diario accanto al letto. Molti
quattro amano lunghe discussioni notturne davanti a un tè
o a un vino rosso.
Il «peccato radicale» del tipo quattro è l'invidia. Imme-
diatamente riconoscono chi ha più stile, più classe, più gu-
. sto, più talento, più idee eccentriche, più genio di loro.
Vedono chi è più semplice, più naturale, più normale e «più
sano» di loro. Non c'è niente di cui un quattro non possa
essere invidioso. Helen Palmer cita un quattro: «Come mai
altre persone sanno sempre porgere la mano e sorridere? Co-
s'hanno in comune, che io non ho? Tu vai in cerca del sacro
Gral. Vuoi trovare quello che ti manca. Ti preoccupi di quello
che rende felici i tuoi amici e sfugge a te» 6 •
L'invidia, non appena si tratta di relazioni, può manife-
starsi anche come gelosia. I tipi quattro vivono spesso nel ti-
more che qualcun altro possa essere più attraente, originale
e interessante di loro. Per quanto essi appaiano sicuri di sé,

6 H. Palmer, The Enneagram, ~p. cit., p. 191.

123
in loro lotta ancora un bambino con i suoi sensi di inferiori-
tà: «Non mèrito di essere amato. Devo risaltare per non es-
sere ulteriormente negletto e abbandonato». Per questo molti
quattro percepiscono la sfera delle relazioni intime come cam-
po di battaglia per la lotta e la concorrenza.
I tipi quattro« evitano» l'ordinarietà: tutto ciò che è co-
mune, convenzionale e normale. La pretesa di essere come
tutti gli altri può provocare in loro una paura quasi panica.
Per questo rifiutano il cambiamento in maniera ancor più osti-
nata di tutti gli altri tipi. Il quattro dice: « Mi diverto a esse-
re differente! Non voglio adattarmi come tutti gli altri!».
Attraverso il comportamento stravagante i quattro conqui-
stano il loro status, il loro giro di amici, il loro ruolo, il loro
fascino e l'ammirazione di molte persone. I tipi quattro irre-
denti non vogliono farsi rovinare questo gioco. A meno che
un bel giorno non ne provino il lato oscuro. Allora si accor-
gono che tutto ciò impedisce loro di amare veramente; ve-
dono quanto sono egocentrici, ma di solito questo processo
dura molto a lungo, finché sono pronti a rinunciare alla pro-
pria immagine di sé. I tipi quattro possono essere ostinati in
questo senso. Sanno sì fare gli spiritosi in maniera ironica
o sarcastica sulle loro fissazioni e particolarità, sulle loro sman-
cerie elitarie e sul loro snobismo, ma il passo verso l' autenti-
ca autocritica è molto più difficile.
Spesso in passato molti tipi quattro sono stati respinti dal-
le comunità (religiose) perché non si sono adattati. I conventi,
fino a poco tempo addietro, davano grande importanza al-
l'uniformità, tutti dovevano portare la stessa tonaca.
Quando tenni un seminario sull' enneagramma dai france-
scani in California, uno di loro mi apparve subito come « quat-
tro ardente». Alla fine dei giorni di meditazione ci siamo
incontrati vestendo il nostro abito francescano per conclu-
dere la riunione con una concelebrazione eucaristica. Ho pen-
sato subito che quest'uomo avrebbe fatto qualcosa di vistoso.
Ed effettivamente: si era fissatq_ al petto una grande rosa rossa!
I tipi quattro devono risaltare. E come se pensassero: «Io non
mi riconosco se appaio come tutti gli altri. Devo risaltare e
ad ogni costo essere diverso».
La «trappola» del tipo quattro è la sua melanconia o de-
pressione, la sua« dolce tristezza», che giace come una neb-
bia su tutta la loro vita. I quattro per essere felici ogni tanto

124
devono sentirsi depressi e soffrire. Helen Palmer li chiama
i« romantici tragici». Citazioni del periodo romantico lo pro-
vano:« La melanconia ti prende, perché non c'è un mondo
in cui tu possa agire » (Bettina von Arnim); « La melanconia
è la felicità di essere tristi» (Victor Hugo). Quanto maggiori
sono i dolori e la depressione, tanto più creativi possono di-
venire i tipi quattro. Il piacere che essi provano soffrendo
viene evocato e descritto in innumerevoli riflessioni di lette-
rati « romantici » di tutti i tempi. Francesco Petrarca
(1304-1374) affermava di provare una falsa dolcezza in tut-
to ciò per cui soffriva. Il triste stato d'animo in cui versava
gli procurava un forte dolore, gettandolo nella miseria, nello
sgomento e nella disperazione. Ma il culmine di tutto lo strazio
era il provare un certo piacere per quelle lacrime e quel dolo-
re, dai quali si distaccava malvolentieri.
Un'espressione tipica dell'epoca tragico-romantica dello
« Sturm und Drang » tedesco è lopera di Goethe I dolori del
giovane Werther (1774), il cui protagonista influenzò un cosl
grande numero di giovani che si giunse a un'ondata di suicidi.
I tipi quattro sono spesso attratti dalla morte, forse per-
ché è l'ultimo lamento e il desiderio definitivo, oppure per-
ché solo la morte può eternare la bellezza. Le grandi storie
d'amore devono concludersi quasi obbligatoriamente per mo-
tivi drammatici con la morte. L'idea che Romeo e Giulietta
si sposino, abbiano dei figli e conducano un matrimonio in
tutto e per tutto «normale », sarebbe troppo banale e limi-
terebbe il valore generale e la grandezza del loro amore.
Un altro francescano mio amico, che è un tipo quattro, mi
ha raccontato che quando era giovane usava fantasticare det-
tagliatamente sulla sua dipartita. Il. giorno della sua morte
avrebbe dovuto essere esteticamente perfetto. Voleva aspet-
tare finché alcune persone che lui amava lo avessero ferito
profondamente. In questo modo li avrebbe potuti punire de-
finitivamente. Doveva assolutamente essere primavera! Quin-
di si sarebbe messo sotto un ciliegio in fiore e avrebbe bevuto
· un calice di veleno. Si sarebbe ripiegato su se stesso e i fiori
di ciliegio sarebbero piovuti mollemente sul suo corpo. Al
mio amico non sarebbe nemmeno venuto in mente di realiz-
zare questo sogno, ma certi morbosi giochi di fantasia non
sono per niente inusuali ai tipi quattro.
Le poesie romantiche si riconoscono perché trattano di

125
amore, bellezza e morte. Tutti gli altri temi non sono abba-
stanza «nobili»:

TRISTANO

Chi ha visto la bellezza con gli occhi,


È già rimesso alla morte,
Non sarà abile ad alcun servizio terreno,
Eppure tremerà di fronte alla morte,
Chi ha visto la bellezza con gli occhi.
Il dolore dell'amore dura per lui in eterno,
Perché solo un pazzo può sperare in terra
Di soddisfare un tale istinto:
Per chi è stato colpito una volta dalla freccia del bello,
Il dolore dell'amore dura per lui in eterno.

Ah, vorrebbe esaurirsi come una sorgente,


Suggere un veleno a ogni alito di vento,
Sentire l'odore della morte in ogni fiore:
Chi ha visto la bellezza con gli occhi,
Ah, vorrebbe esaurirsi come una sorgente.
(August Graf von Platen, 1796-1835)7.

Poiché i tipi quattro di solito dirigono la loro aggressività


contro se stessi, avviene frequentemente che provino repul-
sione per se stessi e per il proprio corpo. Per quanto di solito
siano molto snelli e attraenti, tendono a trovarsi troppo grassi
e brutti. Sperimentano diete sempre nuove; la tendenza al-
i' anoressia si presenta con una certa frequenza nelle donne
quattro.
I tipi quattro hanno bisogno di amici e di partner che resi-
stano accanto a loro, senza lasciarsi coinvolgere dai cambia-
menti d'umore; hanno bisogno di sperimentare una fedeltà
che non si lasci tradire. Una relazione con un tipo quattro
irredento d'altra parte è irritante e necessita di tolleranza.
Poiché il presente è privo di attrattiva, può capitare che an-

7 Il poeta è stato per tutta la vita in cerca della « redenzione. attraverso la for-
ma » e quindi sulla strada dal romanticismo al classicismo. La famosa poesia Trista-
no (1825) stilisticamente è un esempio di perfetto classicismo; in questo modo viene
rafforzato il tema « romantico » del desiderio irrealizzato.

126
che il partner attuàle venga sottoposto a una critica corrosi-
va, perché è qui ed è quindi facile da possedere. Questo può
portare il quattro a diventare impotente oppure a evitare la
sessualità. Il partner di un quattro irredento è esposto· a un
alternarsi di seduzione e repulsione. Se si dilegua, viene allet-
tato a ritornare con tutti i mezzi. In situazioni estreme ciò
può generare azioni drammatiche, che giungono persino alle
minacce di morte. Se il partner è disponibile, i suoi errori
e le sue mancanze finiscono di nuovo in piena luce. È come
una ·danza studiata: « Se fai un passo in avanti, io faccio un
passo indietro! Se tu fai un passo indietro, io faccio un pas-
so verso di te!».
Il caso amoroso tra il filosofo danese S~ren Kierkegaard
(1813-1855) e Regine Olsen rispecchia la natura tragica di que-
sta « attitudine ». Dopo un anno egli sciolse il fidanzamento, per-
ché pensava di non dover gravare su Regine con la sua
melanconia. L'elaborazione di questa situazione lo portò alle pri-
me opere letterarie 8 •
La felicità tranquilla e «normale », come evidentemente
è assaporata da molti altri, appare a un quattro contempora-
neamente ricca di attrattiva e ripugnante. Potrebbe infatti
essere la fine di una dolce afflizione, di cui il tipo quattro
4a bisogno per essere se stesso. La ricchezza di sentimenti
che la melanconia porta con sé sembra essere più attraente
di ciò che gli altri chiamano semplicemente« felicità». Rai-
ner Maria Rilke ad esempio - un tipo quattro - si rifiuta-
va ostinatamente di iniziare una terapia malgrado i pesanti
disturbi psichici. Temeva che il suo vero io potesse essere
distrutto attraverso il trattamento e che assieme ai demoni
potessero abbandonarlo anche gli angeli 9 •
Molti tipi quattro alternano fasi di attività esagerata ad altre
in cui si ritirano e sono come paralizzati. Questa struttura
di fondo «maniaco-depressiva» può diventare nell'insieme
depressiva in alcuni soggetti molto introversi (influsso più
forte dell'ala cinque); i quattro in cui prevale il lato estrover-
so e orientato al successo dell'ala tre, sono invece spesso ipe-

8 Particolarmente istruttivo è il suo Diario del seduttore, Rizzali, Milano 1990.


9 Cfr. H. Palmer, The Enneagram, op. cit., p. 177.

127
rattivi. Questi due « sottotipi » del quattro a prima vista non
si somigliano molto 10 •
La depressione di un tipo quattro irredento è qualcosa di
diverso dalla normale afflizione provata dagli altri. E colle-
gata con il senso dell'unicità e della grandezza della propria
sofferenza e con il rifiuto di lasciarsi aiutare. Dietro il prete-
sto che comunque non si può venire capiti da nessuno, si na-
sconde il rifiuto di affliggersi 11 • I tipi quattro dunque si
aggrappano disperatamente proprio a ciò che stanno per
perdere.
Molti di essi prendono molto sul serio i propri sentimenti
e si sentono profondamente offesi, quando vengono « feri-
ti». La critica delle loro espressioni artistiche può colpirli nel
più profondo e spingerli alla ritirata. Di contro hanno però
spesso la tendenza a buttarsi giù da soli, ad esempio, il qua-
dro di un quattro pittore, può essere criticato solo dall'auto-
re stesso.
Hollywood è un Eldorado per i tipi quattro. Il teatro e il
cinema sono il loro campo d'azione prediletto, poiché spes-
so vedono l'intera vita come un grande palcoscenico. Infatti
dividono gli Oscar con un paio di tre di successo. Tra le star .
del grande schermo sono famosi quattro Marilyn Monroe,
Marlon Brando e James Dean.
La biografia diJames Dean (1931-1955), che ha impersonato
giovani ribelli, è quasi paradigmatica: a otto anni «Jimmy »perde
sua madre, che gli aveva fatto impartire lezioni di danza e di
violino. Da giovane fa una rapida carriera teatrale e cinemato-
grafica. Dal punto di vista umano diventa un enfant terrible. Sa-
rebbe stato capace di sedersi in pieno giorno su una poltrona
nel bel mezzo della strada e assaporare il concerto dei clacson
degli automobilisti. Esistono fotografie che lo mostrano seduto
in una bara nella camera mortuaria di un'impresa di pompe fu-

10 Ibid., p. 178.
11 E. Kiibler·Ross ha sviluppato in Domande e risposte sulla morte e il morire,
Red-Studio Redazionale, Como 19812 , e La morte e il morire, Cittadella, Assisi
1980, cinque fasi del morire: il rifiuto, la collera, il patteggiamento, la depressione
e l'accettazione. Il processo necessario per la guarigione dalle perdite della prima
infanzia può essere descritto nelle stesse cinque fasi, come hanno mostrato bene
i gesuiti americani Matthew e Dennis Linn nel loro libro Come guarire le ferite della
vita, op. cit. Il lasciar morire drammatici ricordi può portate alla guarigione interiore.

128
nebri. Sempre e dovunque ha con sé i suoi bongos, il cui rumore
attira l'attenzione circostante.
Usa la sua mancanza di chiarezza, misteriosità e impondera-
bilità, per creare il proprio mito: « Siamo pesci e affoghiamo.
Rimaniamo nel nostro mondo e ci meravigliamo. Alle persone
,felici viene insegnato di chiedere perché nessuno conosca una
risposta ».
Leggerezza e amore del pericolo - un altro tratto comune
a ·molti quattro - si manifestava in lui nella sua predilezione
per le motociclette e le macchine veloci. Egli stesso partecipa
a gare automobilistiche: «Questo è l'unico momento in cui per-
cepisco me stesso completamente ». A 24 anni muore in un in-
cidente automobilistico provocato dalla velocità esagerata. ·Per
quanto abbia girato solo tre film, dopo la sua morte è nato in-
torno a lui un culto che persiste ancora 12 •

Figure rilucenti come quella di James Dean invitano altri


a proiettare in esse i propri sogni. La loro mancanza di chia-
rezza attira magneticamente le esigenze e i desideri inespressi
di altri. La capacità di interpretare molti caratteri, pur rima-
nendo nella nebbia, rende molti tipi quattro attraenti e peri-
colosi. Se li si vuole afferrare e toccare personalmente, può
accadere di afferrare il nulla.
Marilyn Monroe (1926-1962) crebbe orfana, venne violenta-
ta a nove anni e a sedici anni per la prima volta, quando era
commessa, si voleva togliere la vita. Ernesto Cardenal, il sacer-
dote dei poeti, spiritualmente imparentato con lei (anch'egli un
quattro), descrive nella sua Preghiera per Marilyn Monroe come
la ragazza abbia sognato da bambina « di stare nuda in chiesa ...
di fronte a una massa in ginocchio, che aveva le teste ripiegate
fino a terra, e dover andare in punta di piedi, per non calpestar-
le». Cardenal prega:

« Signore, in questo mondo inquinato dal peccato e dalla


radioattività, non giudicare colpevole una piccola commessa
che sogna di diventare una star del cinema ... Era affamata
di amore e noi le offrimmo tranquillanti. Contro la tristezza
di non essere santi, le si consigliò la psicoanalisi... Le sue av-

12 Cfr. D. Dalton, James Dean: the Mutant King, New York 1974.

129
venture sentimentali erano un bacio a occhi chiusi - e se li
si apre, ci si accorge che era solo il bacio di un film» 13 •

Il dono o «frutto dello Spirito» del quattro redento si chia-


ma equilibrio. Verso i venticinque anni i tipi quattro hanno
già vissuto tutte le sfere emotive e le esperienze dall'agonia
fino ali' estasi. Conoscono tutte le sfumature del sentimento
e capiscono l'animo umano e i suoi abissi meglio di chiunque
altro. Se fanno appello alla disciplina per riportare in equili-
brio la lorç vita sentimentale, possono diventare personalità
notevoli. E la disciplina che fa la differenza tra un « genio
misconosciuto » di seconda categoria e un vero artista. Un
grande quattro concentra e disciplina le proprie emozioni, si
sa distanziare da loro e interpretarle in modo equilibrato. L'e-
quilibrio indica questa emotività profonda, misurata e sfu-
mata. Un quattro redento sa gestire in maniera sensibile la
vita reale 14 , e non solo con drammi immaginati nella fanta-
sia. Non deve più immergersi nei suoi sentimenti e provarli
fino all'ultimo.
I tipi quattro sani sono capaci di una profondità sentimen-
tale alla quale la maggior parte di noi non ha nessun accesso.
Se riescono a rendere fruttuosa questa vera emotività, se rie-
scono a esprimere in maniera concentrata il loro senso del
bello e della vera sofferenza, allora nascono vere opere d' ar-
te, che non servono più alla rappresentazione di sé, bensì
esprimono cose di portata universale. William Shakespeare
e T. S. Eliot sono esempi di poeti che hanno dato forma alle
grandi emozioni in maniera così purificata e disciplinata da
rimanere « valida » per tutti i tempi.
I tipi quattro redenti sanno capire e condurre coloro che
hanno necessità spirituali meglio della maggior parte delle altre
. persone. Non hanno paura dei sentimenti difficili, compli-
cati e oscuri degli altri, poiché essi stessi hanno vissuto tutto
ciò.

13 E. Cardenal - D. Solle, Gebetfiir Marilyn: Meditationen, Wuppertal 1984.


14 Andreas Ebert. Una quattro mi ha raccontato che da bambina, durante i bom-
bardamenti, nel rifugio antiaereo era completamente tranquilla, mentre tutti gli
altri avevano paura. Sapeva fuggire dal pericolo reale in un mondo di sogno bello
e sicuro.

130
Simboli ed esempi

Uno degli « animali simbolici » del tipo quattro è la colomba del


mattino, con il suo lamentarsi e tubare. Se esiste uno stile di lin-
guaggio dal quale si possono riconoscere i quattro, questo è la
« lagna » nostalgica o il lamento 15 • Un altro animale è il basse!
hound, quel cane da caccia francese dalle gambe corte con le orec-
chie pendenti e i tristi occhi cisposi. Gli occhi della maggior parte
dei quattro riflettono una tristezza indefinibile, che essi stessi
solitamente nemmeno notano più. Anche se sorridono, si tratta
spesso di un« sorridere sotto le lacrime». Il cavallo di razza no-
bile e nero simboleggia la fredda estetica del tipo quattro.
I tipi quattro redenti vengono confrontati con lostrica, eh.e
fin dall'antichità è simbolo della melanconia. L'ostrica trasfor-
ma la sporcizia in perle; allo stesso modo un quattro purificato
è in grado di trasformare ciò che è negativo e le esperienze di
perdita della vita in qualcosa di bello e di universalmente vali-
do. Lo scrittore Robert Musil lo esprime cosi: «Lo scrivere è
come la perla di una malattia ».
I quattro sono spesso francofili. La Francia è il loro «paese-
simbolo ». Da sempre si rifiuta di essere un paese come tutti gli
altri. I francesi sono sempre qualcosa di particolare. La menta-
lità francese dà agli stranieri l'impressione di essere raffinata,
colta ed elitaria. I francesi hanno sviluppato una haute cuisine
e una haute couture. Tutto deve essere« alto» ed eccentrico. Si-
curamente esistono dei tipi quattro che parlano con un maniera-
to accento francese (o magari anche britannico). .
Il « colore » del quattro è il viola chiaro della malva. Il suo to-
no non è perfettamente definito, brillante e insolito, melanco-
. nico e misticamente discordante. Il viola è il colore liturgico della
passione, del tempo del digiuno e della penitenza, dell'attraver-
samento del dolore e della morte. Ad esso Goethe, nella sua dot-
trina dei colori, collegava addirittura lo spavento per la fine del
mondo:« Il viola è anche il simbolo dell'estasi più alta dell'ani-
ma ... come anche dei suoi momenti più scuri e dolorosi ... Nelle
sue oscillazioni si sfiorano la passione e il rapimento, la libera-
zione e il deperimento, la visione mistica e la follia » 16 •

l5 In italiano nel testo.


16 H. E. Benedikt, Kabbala, op. cit., pp. 123; 126.

131
Il viola è il colore androgino; media tra il rosso (maschile) e
il blu (femnìinile). Il tipo quattro redento ne incarna la sintesi,
la mediazione e l'equilibrio.
Nella Bibbia incontriamo l'energia del tipo quattro in conte-
sti assai differenti: la leggendaria amante del re nel Cantico dei
cantici di Salomone rappresenta con efficacia il nostalgico ro-
manticismo dell'amore del quattro:
Baciami con i baci della tua bocca:
le tue carezze sono migliori del vino (Ct 1,2).
Un sacchetto di mirra è per me il mio Diletto
pernotta fra i miei seni.
Un grappolo di cipro è per me il mio Diletto
nelle vigne di Engaddi (Ct 1,13-14).
Ecco, sei bello, mio Diletto, anzi, incantevole.
Ma anche il nostro letto è florido:
cedri, le travi della nostra casa,
cipressi, il nostro soffitto! (Ct 1,16-17).
Sul mio letto nelle notti,
ho cercato colui che il mio cuore ama;
l'ho cercato e non l'ho trovato (Ct 3,1).
Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,
se troverete il mio Diletto
che cosa gli direte?
Che son malata d'amore, io! (Ct 5,8).
In che cosa il tuo Diletto
è migliore di ogni altro diletto? (Ct 5,9).
Il suo capo è oro, oro puro
i suoi riccioli sono palme,
neri come il corvo.
I suoi occhi sono colombe
su rivoli d'acqua (Ct 5,11-12).
Le sue labbra sono gigli,
stillano mirra liquida (Ct 5,13).
Il suo ventre un blocco d'avorio
incrostato di zaffiri.
Le sue gambe sono colonne d'alabastro
che poggiano su basi d'oro puro (Ct 5,14-15).

132
Il suo palato è la stessa dolcezza
ed egli è tutto una delizia.
Questo è il mio Diletto
e questo è il mio amico,
o figlie di Gerusalemme (Ct 5,16).
La sua mano sinistra è sotto il mio capo
e la sua destra mi abbraccia (Ct 2,6).
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
insaziabile come morte è amore
insaziato come sceol è ardore.
Le molte acque
non possono spegnere l'amore (Ct 8,6-7).
È evidente che nessun uomo realmente esistente, nemmeno
il re Salomone, può corrispondere a questo quadro ideale!
Giuseppe era il penultimo figlio di Giacobbe e il suo predi-
letto; per questo il padre gli fece cucire un abito colorato. Cosl
fin dall'inizio egli fu «particolare». I suoi fratelli lo invidiava-
no per la sua speciale posizione. Un giorno Giuseppe sognò che
i suoi dodici fratelli erano nei campi e legavano i covoni. Ma
solo il covone di Giuseppe restò in piedi, mentre quelli dei fra-
telli si piegarono davanti a lui. Un'altra volta sognò che undici
stelle, il sole e la luna, si prostrarono ai suoi piedi. Raccontò
1 suoi sogni e si rese ancor più impopolare presso i suoi fratelli,
tanto che essi decisero di liberarsi di lui. In un primo tempo
decisero di ucciderlo, poi decisero di mandarlo in Egitto come
schiavo. Stracciarono il suo vestito colorato e ne immersero i
brandelli in sangue animale. Al padre raccontarono che una fie-
ra aveva sbranato Giuseppe.
In Egitto Giuseppe finl in casa di Potifar, un alto funzionario.
Si sottrasse alle avance amorose della padrona di casa ed ella lo fe-
ce mettere in carcere. Anche qui ben presto riuscl agodere di un
trattamento privilegiato. Quando due impiegati di corte, incar-
cerati anch'essi, ebbero sogni inquietanti, egli li interpretò 17 •

17 Il quattro appartiene li quei tipi che hanno una particolare disposizione in-
tuitiva. Nel mondo delle immagini e dei simboli onitici i quattro si muovono spesso
in maniera più sicura. che nel mondo reale. Sul tema sogni ed interpretazione dei so-
gni cfr. R. Rohr, Triiume: Gottes ungebetene Boten, in Der nackte Gott, op. cit., pp.
76ss.

133
po di un sano realismo e la direzione del proprio desiderio
verso mète raggiungibili. I quattro devono lavorare perché
la loro attenzione si fissi sul presente e non sfugga perenne-
mente al passato o al futuro. Il tipo quattro deve trovare la
sua energia senza cadere sempre da un estremo all'altro, senz13.
essere alternativamente esultante di gioia e afflitto a morte,
non deve permettere che tutto sia sempre euforia oppure de-
pressione. Il suo« osservatore obiettivo» ha il compito di chie-
dere:« Non basta un poco di gioia e un poco di tristezza, per
lo meno ogni tanto? ».
I tipi quattro irredenti amano più i rituali che la realtà. Tra-
sfigurano i loro ricordi, che diventano più belli di quanto fosse
stato l'evento che li 4,a prodotti. Per questo è necessario che
affrontino la realtà. E consigliata l'incarnazione, ossia il vi-
vere e l'accettare la realtà, anche quando è brutta e sporca.
Qui il quattro troverà veramente se stesso. Per questo ai quattro
giova l'impegno sociale e l'impegno per la pace e la giustizia.
Così facendo devono infatti occuparsi della sporcizia del mon-
do, che non si lascia abbellire.
Per la redenzione è necessario che il tipo quattro affronti
le reali esperienze di perdita della propria vita, che ammetta
di essere adirato con chi ha perso e smetta di incensarlo a
posteriori. L' «incapacità di affliggersi» (Alexander Mitscher-
lich) impedisce la vera liberazione. Paolo si rivolge in parti-
colare ai melanconici tipi quattro nel versetto che dice: «La
tristezza sec.ondo Dio genera ravvedimento che porta a sal-
vezza, ... ma la tristezza del mondo genera la morte » (2Cor
7,10).
I tipi quattro che vogliono cambiare rotta, non possono fare
a meno di analizzare criticamente il loro snobismo e la loro
(nascosta) coscienza elitaria. Invece di confrontarsi con gli
altri, dovrebbero prendere coscienza con gratitudine dei pro-
pri tesori interiori e dividerli con gli altri. Dovendo fare pra-
tica di ciò, i quattro hanno bisogno di persone che non si
lascino manipolare da loro, bensì restino «obiettive» e pre-
tendano comunicazioni «sincere».
Senza i tipi quattro il mondo sarebbe privato della mag-
gior parte della sua arte e della sua poesia. Se imparano a
servire gli altri con i loro doni, allora forniranno un contri-
buto significativo, affinché questo mondo venga «redento
dalla bellezza». ·

135
Daniel Berrigan e Thomas Merton sono i nostri «santi»,
i «patroni» del tipo quattro redento.
Il sacerdote gesuita Daniel Berrigan ha ispirato il movimento
cristiano per la pace negli Stati Uniti come nessun altro. Le sue
azioni erano impostate in maniera tale da dare nell'occhio. Era-
no sempre simboliche, illegali e pacifiche. Durante la guerra del
Vietnam, Berrigan inscenò il rogo pubblico di cartoline di pre-
cetto. Un'altra volta il suo gruppo irruppe nel Pentagono:
« Alcuni distribuirono volantini e parlarono con gli impie-
gati del Pentagono. Altri si travestirono e recitarono il ruolo
di fantasmi dei morti. Attraversarono le sale di riunione del
Pentagono, i negozi, i ristoranti e le stanze delle banche che
si trovano tra gli uffici militari. Cantavano: Morte-Morte-
Morte; la Bomba-la Bomba-la Bomba! Altri ancora versaro-
no del sangue, il nostro stesso sangue, che ci era stato tolto
prima in maniera competente da una infermiera del nostro
gruppo. Il sangue venne spruzzato sulle colonne, sui muri, sugli
ingressi, sul pavimento, un't>rribile quantità di sangue, che
gocciolava dappertutto. Spargemmo anche della cenere: la cre-
mazione dei viventi. Alcuni caddero come morti nel sangue e
nella cenere. Portammo una croce sulla quale erano scritti i
nomi di diverse armi, come Trident, missile Cruise, bomba ai
neutroni, Napalm, tutto questo macchinario di. morte » 19 •
. /

Berrigan ha utilizzato l'energia del tipo quattro per servire l'u-


manità. A nessun altro sarebbe venuta l'idea di articolare la pro-
.testa in maniera altrettanto drastica e creativa. Berrigan mette
a servizio della pace e della giustizia il suo desiderio di pace e
il suo piacere per la messa in scena a servizio della pace e della
giustizia, invece di mettere in mostra il proprio io creativo.

Il poeta e scrittore Thomas Merton (1915-1968), che diven-


ne monaco trappista, veniva da una famiglia di artisti e nacque
a Prades (Francia). A sei anni perse la madre e cominciò a con-
durre una irrequieta vita di vagabondaggi con il padre: Bermu-
da, Usa, Francia, Inghilterra. A 16 anni perse anche il padre:
« Così divenni un uomo del XX secolo completo » 20 •

19 D. Berrigan, Zebn Gebote Jur den langen Marscb zum Frieden, Stuttgart
1983d pp. 9s.
2 C. Feldmann, Triiume, op. cit., p. 277.

136
Dopo la maturità, Merton cominciò a studiare a Cambridge
e ben presto divenne noto per la sua frequentazione di locali,
le sue caricature irriverenti e le sue« storie di donne» (un figlio
illegittimo nato a quei tempi morirà più tardi in un bombarda-
mento a Londra).
Allo stesso tempo lo investl un disgusto crescente per la pro-
pria persona. Nel 1934 si trasferl negli Stati Uniti, nelle vici-
nanze di Harlem, si unl al partito comunista e cominciò anche
a occuparsi di temi religiosi. Un compagno di studi induista gli
·consigliò di leggere Agostino e Tommaso da Kempis.
Nel 1938 Merton ricevette il battesimo cattolico, ai suoi amici
sembrò che questa fosse una sua ulteriore stravaganza, ma faceva
sul serio e voleva diventare francescano. Quando raccontò ai
francescani la storia della sua vita senza abbellirla, venne rifiu-
tato, cosa che lo ferl profondamente. Ma non-rinunciò al suo
progetto. Visse come un monaco, smise di fumare, fece gli eser-
cizi nel convento più rigido del paese, labbazia trappista Geth-
semani nel Kentucky, in cui, oltre agli altri voti, viene osservato
il massimo silenzio.
In questo convento nel 1941 venne accettato come novizio.
Cinque anni più tardi comparve la sua autobiografia. La montagna
dalle sette balze 21 che divenne un best seller. L'opera rispecchia-
va il radicale disprezzo del mondo di un giovane (e all'inizio assai
fanatico) frate e venne confrontata con le Confessioni di Agosti-
no. Nei trent'anni successivi seguirono circa altri sessanta libri.
La vita di convento divenne sempre più difficile per Merton. Il
suo abate riteneva che il giovane prendesse troppo sul serio i pro-
pri sentimenti; infine lordine gli impedl addirittura di scrivere.
Divenne comunque maestro dei novizi. I suoi libri hanno spinto
centinaia di giovani a provare questa vita radicale di lavoro e di
preghiera. Essi amavano e veneravano l'uomo che rifiutava di
trasmettere una testarda fedeltà alle regole e incoraggiava la per-
sonalità individuale con calore e amore. Ernesto Cardenal è uno
dei suoi seguaci.
Merton intendeva i frati come uomini che cercano Dio e vo-
gliono superare il « falso io », rinunciando alle menzogne e alle
sicurezze artificiali: « Dovremmo lasciarci condurre nudi e inermi
nel mezzo di quella paura in cui affrontiamo Dio da soli nella
nostra nullità» 22 •
21 T. Merton, La montagna dalle sette balze, Garzanti, Milano 1990.
22 C. Feldmann, Triiume, op. cit., p. 294.

137
Allo stesso tempo divenne sempre più «politico », scrisse saggi
contro la dottrina ecclesiastica della «guerra giusta » e contro
il militarismo americano. Quando attaccò la guerra del Vietnam,
fu oggetto di un attentato mortale cui sfuggl solo per un soffio.
Dopo una lunga lotta col proprio abate riuscl a farsi concede-
re la possibilità di costruirsi un eremo (piuttosto confortevole)
nel bosco. Cominciò a leggere, a scrivere, a ricevere visite. In
occasione di una permanenza in ospedale ebbe una relazione amo-
rosa profondamente vissuta con un'infermiera. Ma egli ancora
non era soddisfatto. Sognava di un romitaggio ancora più soli-
tario in Alaska e alla fine venne attirato dai paesi orientali, per-
ché la visione della sintesi tra cristianesimo e buddismo non lo
abbandonava.
Nel 1968 ebbe il permesso di recarsi a Bangkok per una con-
ferenza dell'ordine; durante questo viaggio incontrò dei mae-
stri sufi, buddisti zen e il Dalai Lama, dal quale venne
impressionato e che, a sua volta, aveva colpito. Nella stanza del-
1' albergo nel quale risiedeva, Merton rimase fulminato da una
scossa elettrica provocata da un calorifero difettoso. L'ironia del
destino volle che proprio un veivolo militare americano ripor-
tasse i suoi resti mortali negli Stati Uniti.

TIPI« CINQUE»

Profilo

I tipi cinque, sei e sette sono uomini di testa. Pensano pri-


ma di agire e posseggono - apparentemente - una certa
obiettività. Il talento speciale del tipo cinque consiste nel-
1' essere aperto e ricettivo per nuovi fatti e impressioni. I cin-
que sono scopritori di nuove idee, investigatori e inventori,
oggettivi, curiosi e interessati a sondare le cose nel dettaglio.
Possono essere delle menti originali, provocanti, sorprendenti,
non ortodosse e profonde. Sono buoni ascoltatori, perché pre-
stano attenzione. Possono aiutare cosl gli altri a percepire
la verità in maniera più sobria e obiettiva. Esistono cinque
che posseggono forti doni contemplativi. I cinque redenti col-
legano il loro sapere con la ricerca della saggezza e della com-

138
prensione e si sforzano di raggiungere una misericordiosa co-
noscenza del cuore. Posseggono una tranquilla forza interio-
re e sono sensibili, amabili, cortesi e teneri.
L'esperienza primaria di molti cinque è stata una sorta di
vuoto. Per questo essi anelano alfa realizzazione. Alcuni hanno
«saputo» fin da quando si trovavano nel ventre materno:
«Io non sono desiderato». Ci sono cinque che hanno avuto
dei genitori psichicamente o fisicamente invadenti o che so-
no cresciuti in ambienti molto ristretti. Il loro mondo inte-
riore era l'unico luogo libero nel quale si potevano muovere
indisturbati. Alcuni hanno vissuto ciò che apparentemente
è il contrario: hanno ricevuto poca tenerezza e accoglienza
da piccoli. Cosl le loro stesse capacità di esprimere sentimenti
o di manifestarli fisicamente sono rimaste poco sviluppate.
Sentono in sé un vuoto abissale. La mancanza di sicurezza,
la sensazione di essere senza patria e la solitudine possono
condurre il tipo cinque a rintanarsi in se stesso come un ani-
male che in pericolo di vita si finge morto.
Molti tipi cinque attraversano la vita raccogliendo ciò che
possono, nella speranza di riempire il vuoto interiore. In que-
sto modo i cinque diventano recettivi e sensibili. Se il tipo
due soffre di una sorta di costrizione a dare, il cinque irre-
dento è_ posseduto allo stesso modo dal prendere.
La passione collezionistica del cinque si dirige spesso su
pensieri, idee, sapere, silenzio e spazio. Ma ci sono anche
dei cinque la cui mania di possesso si è realizzata e che pos-
sone. accatastare le cose più curiose: libri, francobolli, tappi
di bottiglia, vecchi giornali, resti di stoffa, tappi di tubetti
di dentifricio, confezioni del latte.
I tipi cinque hanno bisogno di una sfera privata protetta
e chiusa. Anelano a un castello in cui vivere inosservati e poter
pensare: «La mia casa è il mio castello!». La maggior parte
dei tipi cinque è introversa; le eccezioni confermano la rego-
la. Di natura sono frati, eremiti, eruditi da tavolino, biblio-
tecari e cavillosi tecnici.
I tipi cinque portano spesso gli occhiali. I loro occhi mo-
strano segni di usura prima di giungere ai vent'anni. Tutta
la loro energia è infatti concentrata nel vedere tutto e nel
cogliere tutto. I loro occhi sono come degli aspirapolvere. I
tipi cinque vedono tutto, sentono tutto e trattengono tutto.
Tutte le attività nelle quali si può guardare attraverso vetri,

139
come microscopi o telescopi, per osservare, li attirano. Mol-
ti di essi scattano volentieri delle fotografie. A loro piace tutto
ciò che permette loro di assumere il ruolo dell'osservatore.
Molti inventori, scopritori e scienziati geniali sono dei cin-
que. Dobbiamo ringraziare Iddio che esistano.
I tipi cinque cercano di non lasciarsi trasportare nel vorti-
ce dei sentimenti e degli avvenimenti-1 ma di sviluppare piut-
tosto qualcosa come lobiettività. E importante per loro
mantenere la calma, almeno esteriormente, e tenere sotto con-
trollo le proprie emozioni. Nessuno deve notare che sono fu-
riosi, che si sono innamorati o che competono con qualcuno,
odiano tutte le « smancerie » ostentate. Spesso giungono ad
avere difficoltà a mostrare i sentimenti, anche se lo vorreb-
bero. Ali' esterno allora spesso pare che siano presuntuosi e
freddi, che non abbiano bisogno di nessuno e che si seritano
superiori alle persone che sono loro vicine.
In realtà la maggior parte dei tipi cinque ha una vita emo-
zionale intensa. Ma nell'istante in cui capita loro qualcosa
è come se i sentimenti fossero bloccati e danno l'impressio-
ne di rimanere sempre indietro rispetto a quell' avvenimen-
to. Per prima cosa il tipo cinque registra laccaduto con gli
occhi, le orecchie e il cervello, atteggiamento che gli consen-
te di affrontarlo, per cosl dire, obiettivamente. Non appena
è solo con se stesso comincia a valutarlo, e in effetti, di nuo-
vo a partire dalla testa, ordina e « mette in fila » i sentimen-
ti. Questo è il metodo attraverso il quale i tipi cinque trovano
gradualmente l'accesso alle emozioni. Qualcuno ha detto mol-
to giustamente che la pianta simbolo del tipo cinque è l'insa-
lata verde, la piarita che ha il cuore in testa.
I tipi cinque - in maniera simile ai quattro - si sentono
spesso più vicini agli assenti che ai presenti. Il cinque può
nutrire sentimenti molto caldi per persone lontane. Poiché
però solo raramente esprime queste emozioni in maniera di-
retta ma le annuncia piuttosto con piccoli gesti, gli amici o
i partner dei tipi cinque possono avere facilmente la sensa-
zione che il cinque stesso non nutra per loro un grande inte-
resse. Un cinque che per la sua sensibiltà soggettiva esce
completamente da sé, si mostra pur tuttavia relativamente
controllato a chi lo circonda.
L'amicizia con un tipo cinque può allora arricchire se non
ci si aspettano tre cose: iniziativa, continua vicinanza fisica

140
e dedizione totale. Il cinque ha paura di dare il dito mignolo,
perché teme che si possa poi desiderare da lui l'intera mano
o anche di più. Chi però si accontenta del dito mignolo o
di meno, troverà in un amico cinque un fedele compagno di
cammino, un ascoltatore paziente e silenzioso e un consigliere
corretto.
Molti grandi filosofi erano tipi cinque: Plotino, Tommaso
d'Aquino, Cartesio, Spinoza, Feuerbach, Heidegger, Popper.
Essi hanno vissuto per lo più ritirati, analizzando il mondo
dalla proverbiale «torre d'avorio».
Il discepolo del filosofo neoplatonico Plotino (ca. 205-270),
Porfirio, comincia la biografia del suo maestro con la frase: « Plo-
tino ... era come un uomo che si vergogna di amare» 1• Tutta
la filosofia di Plotino è un confronto con il suo disgusto del corpo.
Tommaso d'Aquino (1225-1274) veniva chiamato il« bue mu-
to » dai suoi discepoli. Stava zitto perché non voleva richiama-
re l'attenzione. Solo casualmente si scoprl che in lui c'era un
grande filosofo 2 •
Un rappresentante particolarmente tipico del tipo cinque fi-
losofeggiante è René Descartes (1596-1650), il« padre della mo-
dernità». Da giovane viaggiò molto e diventò ufficiale; non gli
importava per cosa combatteva. Non voleva essere un acteur ben-
sl uno spectateur; a lui interessava come le persone si ammazza-
vano e come erano costruite le macchine che servivano a questo
scopo 3 . Dopo aver studiato il «libro del mondo », si ritirò nel
silenzio. Scelse come luogo di residenza l'Olanda, perché 11 avreb-
be potuto passare tutta la sua vita, senza che nessuno lo
notasse 4 • La pubblicazione dei suoi pensieri non lo interessa-
va; al contrario, voleva rimanere nascosto.La famosa frase cen-
trale della sua filosofia: « Cogito quindi sono; penso quindi sono »
probabilmente può essere formulata e compresa pienamente so-
lo da ~n tipo cinque.

1 W. Weischedel, Die philosophische Hintertreppe, Miinchen 1975, p. 70. La


maggior parte delle informazioni sui filosofi nominati e citati nel corso di questo
capitolo sono tratte da questo libro squisito, che introduce in maniera divertente,
eppure riflessiva, la vita e il pensiero di trentaquattro grandi filosofi. A mio giudi-
zio da un terzo alla metà di loro può essere inserita nel tipo cinque.
2 Ibid., pp. 90ss.
3 Ibid., p. 116.
4 Ibid., p. 117.

141
Ludwig Feuerbach (1804-1872), il fondatore dell'ateismo mo-
derno, descri~se il suo periodo di studente povero a Erlangen, in
un appartamento tranquillo e circondato dalla natura, bevendo di
mattina un bicchiere d'acqua, consumando a mezzogiorno un
pranzo moderato e di sera un boccale di birra e al massimo ancora
un ravanello, affermando che se avesse avuto sempre tutto ciò
insieme, non si sarebbe augurato mai di più dalla e sulla terra 5 •
Martin Heidegger (1889-1976) possedeva un rifugio nella Fo-
resta Nera, arredato poveramente con panche di legno di spar-
tana semplicità ... Qui, su una panca, Heidegger sedeva spesso
molto a: lungo e osservava i monti in lontananza e il lento movi-
mento delle nuvole, mentre in lui maturavano i pensieri. La sua
caratteristica spirituale è contrassegnata dal «pensare pesante
e assennato, dalla riflessione almanaccatrice, dalla solitudine che
lo circonda, dalla melanconia silenziosa che si spande da lui » 6 •
Dopo la filosofia, il tipo cinque si sente attratto per natura
soprattutto dalla mistica religiosa. Tutte le religioni hanno svi-
luppato un ramo mistko. Ci sono correnti mistiche nell'indui-
smo e nel buddismo e nelle religioni degli indiani d'America;
nell'islam è il sufismo, nell'ebraismo è il chassidismo, nel cristia-
nesimo la mistica medievale di Maestro Eckhart e dei suoi disce-
poli; correnti mistiche si trovano nelle Chiese ortodosse d'O-
riente lfilocalià; mistica esicastica dei monaci del Monte Athos) e
addirittura nel protestantesimo (ad esempio, Gerhard Terstee-
gen). Il Dizionario delle religioni definisce la mistica una« consa-
crazione dell'uomo a Dio o al divino, o forse a qualcosa che è
. ancora dietro a Dio, un "vuoto" o un "non essere"» 7• Gerhard
Wehr indica« l'esperienza di un contatto intuitivo, immediato,
con Dio, ovvero con l'assoluto e l'incondizionato» 8 • Infine, ma
non meno importante, esiste un numero notevolmente grande di
figure femminili che hanno segnato in particolare la mistica isla~
mica e cristiana. È proprio la « visione » interiore, l' « occhio inte-
riore», al quale i tipi cinque hanno più facilmente di altri accesso.

5 Ibid., p. 238
6 Ibid., p. 274.
7 Wiirterbuch der Religionen, edizione tascabile di Kréiner, p. 125, 19763 •
8 G. Wehr, Worterbuch der Esoterik, op. cit., p. 100. Il rapporto tra movimen-
ti mistici e grandi religioni, dalle quali sono stati spesso giudicati eretici, e le comu-
nanze e le differenze tra le diverse « mistiche », non può venire discusso in questa
sede. Un'ottima introduzione alla problematica inJoseph Sudbrack, Mistica, Piem-
me, Casale Monferrato 1992.

142
Conosco molti religiosi che sono dei tipi cinque. Alcuni
·di essi sono più anziani di me, eppure non hanno ancora fi-
nito la loro formazione per un qualche servizio. Ci si chiede:
quando cominceranno mai queste persone a fare qualcosa per
gli altri e a trasformare il loro sapere in prassi? Devono anda-
re prima a Chicago e terminare i loro studi di filosofia. Do-
po devono andare a Roma per scrivere un lavoro sulla liturgia.
Quindi passano un anno a Gerusalemme e conducono studi
biblici e archeologici. Hanno bisogno della sicurezza di aver
veramente colto il quadro d'insieme, prima di sentirsi matu-
ri per un qualsiasi compito. Ma ciò non avviene mai; e cosl
la loro carne non sfiora mai quella del mondo.
Il filosofo viennese Ludwig Wittgenstein (1889-1951), ad
esempio, studiò prima ingegneria a Berlino, dopo che da bam-
bino aveva già schizzato un nuovo tipo di macchina per cucire.
Quindi si recò a Manchester e si dedicò ali' aeronautica che sta-
va appena sorgendo. Notò allora che in fondo era la matematica
a interessarlo. Cosl andò a Cambridge da Bertrand Russell. Ma
anche 11 non si trattenne a lungo. Venne attratto da un solitario
casale di campagna in Norvegia, finché nel 1914 entrò nell' e-
sercito austro-ungarico come volontario. In guerra e nella pri-
gionia italiana completò il suo Tractatus logico-philosophicus.
Dopo la guerra s'imbatté in Tolstoj e si dedicò quindi al vange-
lo e a una vita misera come paesano nella Bassa Austria. Ma an-
che questa attività non lo trattenne a lungo. Giocava con l'idea
di diventare frate e divenne aiuto giardiniere di un convento.
Improvvisamente l'interessò l'architettura. Progettò case, fin-
ché infine decise di affrontare ancora il dottorato ... 9 •

Mentre il tipo quattro tende a fare di tutto pur di emerge-


re, il cinque cerca solitamente di evitare tutto ciò che potrebbe
attirare l'attenzione su di sé. Anche un cinque può avere una
sorta di comportamento « studiato». Segue l'adattamento:
«Come mi posso comportare, affinché meno persone possi-
bile si accorgano della mia presenza o pretendano qualcosa
da me?». Se il teina nella discussione diventa troppo perso-
nale, i tipi cinque sviluppano solitamente una grande abilità

9 Cfr. W. Weischedel, Die philosophische Hintertreppe, op. cit., pp. 291ss; Joa-
chim Schulte, Wittgenstein. Bine Einfiihrung, Stuttgart 1989, in particolare le pp. 9-56.

143
nell'allontanare la discussione da sé. Non appena hanno la
sensazione che qualcuno li voglia« auscultare», si ritraggono.
Molti cinque odiano parole come dividere o condividere. Non
appena nel gruppo si verifica l'esortazione. a « scambiarsi »
le proprie sensazioni, la maggior parte dei cinque abbassa le
serrande e riflette sul modo di cavarsi d'impiccio in maniera
elegante e discreta. I tipi cinque non vogliono esporsi e met-
tere in mostra il loro aspetto più intimo. Se non è possibile
evitare di essere «coinvolti», di solito aspettano fino alla fi-
ne e allora comunicano il meno possibile. Ma ascoltano bene
ciò che dicono gli altri: niente sfugge alla loro attenzione.
Molti tipi cinque hanno difficoltà a condurre il ruolo di
genitori. Il concetto corrente di « maternità » non è stato certo
inventato dai tipi cinque. Ricordo una cinque che venne da
me per un consiglio. Io la vedevo come una donna stupenda
e una madre eccezionale, ma lei stessa riteneva l'educazione
dei bambini un inferno. Essi pretendono contin~amente tem-
po, spazio ed energia dai loro genitori, mentre i cinque han-
no bisogno di un loro spazio privato. Questo è uno dei motivi
per cui vistosamente molti tipi cinque indietreggiano di fronte
alla prospettiva di sposarsi e di mettere al mondo dei bambi-
ni. Hanno paura che prima o poi questi piccoli « mostriciat-
toli » corrano per casa e possano pretendere in continuazione
qualcosa da loro.
Nelle comunità conventuali, i tipi cinque vogliono di soli-
to una mansardina, possibilmente in fondo a un corridoio,
dove il pericolo che qualcuno penetri nella loro sfera è mino-
re. I tipi cinque odiano l'insistenza e gli invadenti. Se si vuo-
le vedere il cinque, normalmente così contegnoso, andare su
tutte le furie, basta entrare e uscire di corsa dalla sua stanza
senza bussare. Egli protegge la sua sfera privata come la pu-
pilla dei propri occhi. I tipi cinque che vivono in comunità
devono regolarmente isolarsi per rifornirsi di« carburante ».
La maggior parte di loro trova faticose e sfiancanti troppe
persone e troppa vicinanza. Hanno bisogno di tempo per se
stessi, per ordinare i loro pensieri e i loro sentimenti e per
prepararsi interiormente a nuovi incontri.
Ultimamente ho condotto per una settimana nell'abbazia
trappista di Gethsemani nel Kentucky, l'ex convento di Tho-
mas Merton, esercizi spirituali per i monaci e ho fatto cono-
scere loro l' enneagramma. Dopo tre giorni mi era chiaro che

144
la metà di questi monaci faceva parte del gruppo dei tipi cin-
que. Per provocarli un poco, ho detto loro:
« Vi ho sempre ammirato e guardato dal basso. Ho visto co-
me riuscite a sedere immobili per tre ore davanti al Santissimo.
Ho pensato che aveste già raggiunto lo stadio più alto della con-
templazione, perché io non resisterei mai a sedere fermo per tre
ore e non fare niente. Ma ora so che la maggior parte di voi non
è altro che cinque».

I monaci sono quasi morti dalle risa. Hanno avuto la li-


bertà di ammetterlo. Molti tipi cinque non conoscono nien-
te di più bello al mondo che stare seduti per tre ore e fissare
qualcosa, oppure niente. Se stanno Il seduti cosl, hanno la
loro calma, nessuno vuole qualcosa da loro, non devono da-
re niente.
Ciò che è stato detto fino a ora potrebbe indurre al malin-
teso che tutti i cinque siano monaci intellettuali, profondi
e saggi o per lo meno persone particolarmente intelligenti.
Purtroppo va detto che esistono anche dei cinque completa-
mente stupidi, ma anche per loro la torre di controllo è la
testa, la loro poca comprensione, la loro «logica», qualun-
que essa sia, e la concezione che hanno del mondo. Non si
impegolano in ciò che non capiscono. I tipi cinque irredenti
possono assumere dei tratti schizofrenici, sviluppare forme
di autismo o finire nel nichilismo, tutte queste sarebbero con-
seguenze finali del« puro pensare» senza corporeità, emoti-
vità, decisioni di valorè e azioni.
Il film Rain Man, che nel 1989 è stato coperto di Oscar, trat-
ta di un tipico tre giovane statunitense, dinamico e rampante,
che, dopo la morte del padre, scopre di avere un fratello mag-
giore autistico (Dustin Hoffman). Questo fratello è un genio della
matematica, ma per il resto un prigioniero di rituali immutabili.
La relazione con il mondo esterno è meccanizzata. Il film de-
scrive gli accenni di una« conversione» che l'estroverso tre vi-
ve attraverso l'incontro con il fratello patologicamente
introverso. Dall'altra parte l'improvvisa attenzione e la provo-
cazione hanno un effetto terapeutico sull'autistico Raimond. In-
dimenticabile è la scena in cui egli appoggia teneramente la testa
alla spalla del fratello, esprimendo cosl, forse per la prima vol-
ta, qualcosa simile all'intimità.

145
Dilemma

La «tentazione» del tipo cinque è il sapere. Per il cinque


il sapere è potere. Il tipo cinque irredento ritiene di poter
proteggere la propria vita essendo informato su tutto in ma-
niera possibilmente dettagliata. Le informazioni che prende
dal mondo esterno e immagazzina non bastano mai. I tipi
cinque hanno sempre bisogno di un altro corso, di un altro
seminario, di ancora un semestre, ancora un libro, ancora un
ritiro in silenzio. Nei workshop sull' enneagramma sono pre-
senti in quantità sproporzionata. I sistemi spirituali, che spie-
gano l'universo o l'anima umana, li affascinano: i modelli
psicoanalitici, le tipologie, la teoria della relatività di Ein-
stein, i salti dei quanti, la teoria del big bang, la dottrina evo-
luzionistica, le leggi dell'ereditarietà. Per questo ci sono molti
tipi cinque fanatici dell'enneagramma. Ne conosco però an-
che alcuni che lo rifiutano radicalmente, perché lo ritengo-
no come uno sconvolgimento dei loro piani, .in grado di
scoprire il loro programma di vita. Per l'intera esistenza il
tipo cinque potrebbe brillare per superiorità intellettuale: « Io
so più di altri. Io capisco il mondo meglio di altri. Io sono
superiore al rimbambimento sentimentale· e alle smancerie
emotive degli altri! ». Improvvisamente risulta che non è al-
tro che un cinque e che la sua forza è anche il suo peccato!
La maggior parte dei cinque viaggia volentieri per acquisi-
re impressioni e sapere; viaggiare infatti è formativo. Li di-
verte studiare inosservati e sconosciuti culture, tradizioni e
costumi stranieri. Nel corso di tali viaggi in alcuni casi pos-
sono anche vivere «limitate avventure», perché sanno che
sono situazioni poco impegnative e possono sempre venire
interrotte dalla partenza. L'evento vero e proprio ha luogo
più tardi a casa, quando possono incorniciare le fotografie.
Piccoli souvenir e ricordi li aiutano come sostegno per la me-
moria e possono servire più tardi per innescare il ricordo del-
1' intero evento nella fantasia. Alcuni tipi cinque hanno una
collezione di« totem» che copre tutte le fasi e gli eventi im-
portanti della loro vita.
Uno dei « meccanismi di difesa » che i tipi cinque pratica-
no con predilezione si chiama ritirata. I cinque non temono
nulla quanto l'impegno-emotivo. Quanto più sono irredenti,
tanto più rifuggono i sentimenti, il sesso, le relazioni che pro-

146
ducono dipendenza. Se si tocca un cinque, di solito si spa-
venta oppure fa un gran balzo. Per questo molti di loro han-
no un'indole celibataria. Per falsi motivi possono scegliere
il celibato, diventare degli scapoli stravaganti oppure vecchie
zitelle con gli occhiali.
La grande attrice Greta Garbo (nata nel 1905) era una tipica
cinque. La sua misantropia era già quasi proverbiale all'epoca
del suo splendore. Per non dare nell'occhio, in pubblico si dava
degli pseudonimi e si travestiva. Sulla porta della sua casa non
si trovava alcuna targhetta con un nome. Odiava vedere i pro-
pri film e a posteriori si sentiva sgradevolmente toccata da una
tale messa a nudo di sé. Se compariva in ricevimenti pubblici,
preferiva parlare di temi astratti e di politica, perché detestava
parlare di sé. Non si è mai sposata. Le sue storie d'amore erano
di breve durata. In privato preferiva un abbigliamento sempli-
ce, quasi monacale; lasciò alcune stanze della sua casa comple-
tamente vuote. Dal 1941 si ritirò definitivamente dal mondo
del cinema per vivere come un eremita. Nascondeva il suo fa-
moso volto dietro un cappello e degli occhiali da sole 10 •

Il tipo cinque irredento teme il vincolo concreto. l cinque


restano volentieri nel mondo astratto della teoria e delle idee;
spiegano il mondo, ma raramente fanno qualcosa per miglio-
rarlo. Karl Marx ha mosso ai filosofi in generale il rimprove-
ro di interpretare il mondo, invece di cambiarlo. Abraham
Maslow ha indicato i pericoli della « cognizione dell'essere »,
espressione con la quale intendeva un atteggiamento di vita,
che non vuole altro che scorgere in modo più verace la natu-
ra dell'oggetto in se stesso:
«La cognizione dell'essere è priva di giudizio, priva di con-
fronto o condanna o valutazione. È inoltre priva di decisione,
poiché decisione significa esser pronti all'agire ... Finché si con-
templano il cancro o i batteri assorbendo passivamente, pieni
di reverenza, ammirati, meravigliati il piacere di un ricco intendi-
mento, non vi è nulla di male. La paura, l'ira, il desiderio di mi-
gliorare la situazione, di distruggere o uccidere ... sono tutti sospe-
si ... È un non-essere-nel-mondo nel senso esistenzialista » 11 •
IOCfr. A. Walker, Greta Garbo. Ein Portriit, Miinchen 1981.
11A. H. Maslow, Verso una psicologia dell'essere, Ubaldini, Roma 1971, pp.
122-123.

147
Cosl il cinque tende al conservativismo. La spinta alla ri-
cerca suppostamente priva di valori ha comportato che mol-
te scoperte di geniali cinque sono diventate una maledizione
dell'umanità. Molti scienziati si sono rifiutati di considerare
le implicazioni etiche delle loro scoperte 12 •
Friedrich Diirrenmatt ha ripreso questo tema nella sua tragi-
commedia I fisici (1962). Il fisico atomico Mobius fa il pazzo
perché sa che le sue idee possono distruggere il mondo. Nel ma-
nicomio incontra due altri fisici, una spia sovietica e una ameri-
cana, che vogliono ambedue sequestrarlo. Mobius distrugge le
sue formule e convince i due a rimanere cori lui in manicomio
per il bene dell'umanità. Ma la dottoressa che dirige l'istituto
di cura ha copiato segretamente le formule e ha fondato un grup-
po industriale per il loro sfruttamento. Lo shock che ne conse-
gue conduce i tre fisici all'effettiva follia.

Se, in giorni di ritiro, lavoro con dei tipi cinque, uso dir
loro: «Ogni volta che andate a confessarvi, non dimenticate
di ammettere "Sono uno snob intellettuale!"». In conferen-
ze e seminari i cinque siedono di solito nell'ultima fila, per
non farsi notare. Se sedessero davanti, potrei infatti porre
loro improvvisamente una domanda oppure pregarli di alzarsi,
ma essi non vogliono finire in nessuna situazione emotiva-
mente imbarazzante. La loro vita somiglia a una guerra nella
giungla: vogliono vedere, ma non essere visti. Sono come il
detective del supermercato dietro al falso specchio che ha la
visione d'insieme, ma nessun cliente si accorge di essere os-,
servato.
Helen Palmer ha chiamato il tipo cinque irredento il « Bud-
dha non illuminato » 13 • Il « Buddha illuminato » è capace di
staccarsi dal mondo e dalle sue passioni, dopo averle vissute
e sofferte. Il« Buddha non illuminato» rinuncia alle sue emo-
. zioni, perché non può né vuole impelagarvisi. Giunge a delle
precoci soluzioni spirituali e sdegna gli « amari frutti del mon-
do » per i motivi sbagliati. Per questi uomini ad esempio la
prassi della meditazione zen può essere pericolosa e servire
all'immunizzazione contro il «mondo» e la «carne».

12 F. Diirenmatt, I fisici, Einaudi, Torino 1972.


13 H. Palmer, The Enneagram, op. cit., p. 227.

148
Il secondo « meccanismo di difesa » del tipo cinque si chiama
segmentazione. Molti tipi cinque dividono la loro vita in una
quantità di segmenti o di scomparti, eh~ in pratica esistono in
maniera indipendente l'uno dall'altro. E possibile ad esempio
che in ognuno di questi ambiti loro abbiano amici e cono-
scenti, che non vengono a sapere mai nulla l'uno dell'altro.
Fino a quando coloro che sono stati implicati dal tipo cinque
in questa rete di «relazioni parziali» si limitano alla sfera
loro assegnata e non si immischiano nella vita complessiva
del cinque, possono stare certi di ricevere attenzione e segni
di stima nei limiti stabiliti.
Limitazione è un'altra voce che, in questo contesto, aiuta
a capire la psiche di un tipo cinque. Poiché essi hanno paura
del coinvolgimento e della pretesa emotiva eccessiva, molti
si sentono sicuri solo se la cornice temporale e spaziale di una
relazione è tracciata con precisione. Vorrebbero sapere, quan-
to dura una manifestazione o un appuntamento, per poter-
visi preparare internamente e hanno bisogno di tempo per
poter essere pronti ad incontri estenuanti. E facile che si sen-
tano minacciati da visite a sorpresa e attacchi inattesi, che
li provocano personalmente e rimangono sgradevolmente col-
piti quando percepiscono le attese emotive del prossimo. Da
un tipo cinque dunque si riceve qualcosa (se lo si riceve) solo
quando non lo si attende né pretende. Nel conflitto aperto
non hanno a disposizione alcun meccanismo di difesa a par-
te la ritirata e gli argomenti intellettuali.
Il «peccato radicale» del cinque si chiama avidità. I cin-
que non sono donatori. Tendono piuttosto a tesaurizzare il
loro possesso spirituale, ma spesso anche materiale. Questo
è il momento in cui tra l'altro hanno bisogno di un provoca-
torio calcio nel «posteriore »: «Adesso è tempo che tu, per
una volta, tiri finalmente fuori qualcosa dai tuoi tesori! ».
La «trappola» del tipo cinque si chiama avarizia. In parti-
colare sono avari con se stessi. Spesso hanno paura di poter-
si perdere, se dovessero comunicare e si isolano. Ciò che
posseggono dà loro sicurezza. I cinque possono diventare spi-
lorci come l'Ebeneezer Scrooge del racconto Un canto di Na-
tale di Charles Dickens 14 • I tipi cinque avari non si godono ,

14 C. Dickens, Un canto di Natale, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 19874 •


Dickens ·descrive la conversione del ricco spilorcio Ebeneezer Scrooge. Scrooge è

149
la vita, sono taccagni affinché i beni di loro proprietà possa-
no garantire anche in futuro pace e tranquillità. In alcuni sog-
getti ciò può assumere aspetti patologici: i miliardari Howard
Huges e J. Paul Getty sono entrambi famosi per essere ric-
chissimi e perché non concedono niente a se stessi. La mag-
gior parte dei tipi cinque in effetti è assai parca nelle proprie
pretese e ha una tendenza naturale all'ascesi. I cinque hanno
bisogno sempre e solo di un poco di tutto; alcuni calcolano
anche la carta igienica per non sprecare niente. Sono orgo-
gliosi di essere cosl modesti. La loro prima esperienza di vita
infatti spesso è consistita nel non avere ricevuto ciò di cui
in effetti avevano bisogno. Si sono dovuti abituare presto
ad accontentarsi di poco. Viste cosl, l'avarizia e la sobrietà
del tipo cinque non sono dei veri opposti ..
I maggiori doni del cinque sono come sempre l'altra faccia
della loro ossessione: sono portati per la contemplazione, ca-
piscono le relazioni, inventano magnifici sistemi spirituali.
Il tipo cinque« evita» il vuoto. Mentre gli estranei lo ri-
tengono spesso misterioso e profondo, il tipo cinque teme di
solito di valere poco e di avere poca ricchezza reale in sé.
La paura del vuoto (horror vacui) è il vero impulso che spin-
ge all'azione il cinque irredento.
Il dono o «frutto dello Spirito » del cinque redento è l' o-
biettività. Vediamo nuovamente come uno stesso tratto del
carattere possa contenere la benedizione e la maledizione.
Il cinque irredento si deve distanziare; il cinque redento si
può distanziare.
Questo dono del cinque è di grande valore per ogni comu-
nità. I tipi cinque possono essere ottimi padri spirituali. Sanno
seguire i monologhi di altri per ore. Puoi parlare e parlare:
e il cinque sembra avere una capacità illimitata di ascoltare
e di accettare tutto. La sua capacità di ritirarsi emotivamen-
te può aiutare chi cerca un consiglio a valutare la propria si-
tuazione in una maniera più chiara, più sobria e più realistica.
I cinque sanno anche osservare molto obiettivamente una si-
tuazione emotiva molto tesa in base al loro particolare talen-
to, e dire:« Ora, io penso, la cosa può essere vista da questo
o da quel lato! ».
diventato per antonomasia, nel mondo anglosassone, la quintessenza dell'avarizia.
Anche Zio Paperone, l'« uomo più ricco del mondo» nella serie di fumetti di Walt
Disney, si chiama, nell'originale statunitense, Uncle Scrooge.

150
L'essere distaccati in effetti è allo stesso tempo il dono e
il peccato del cinque. Il cinque è l'unico tipo per il quale pos-
.siamo adoperare gli stessi termini per descrivere la sua mag-
giore forza e la sua maggiore debolezza.

Simboli ed esempi

«Animali simbolici » del cinque sono la civetta, la volpe e il


criceto.
Gli occhi immobili della civetta puntano in avanti, l'udito è
molto sviluppato. In Egitto e in India la civetta era un simbolo
di morte; in Grecia era sacra ad Atena ed era la protettrice del-
la città di Atene(« portare nottole ad Atene») e di tutte le scien-
ze. Le civette vedono tutto, ma sono di difficile localizzazione.
La volpe in quanto rapace è solitaria e ha pupille che si re-
stringono a mandorla. Il suo olfatto e il suo udito sono egregia-
mente sviluppati. Nella mitologia ·cinese la volpe ha un significato
centrale. A 100 anni divenne capace di trasformarsi in qualsiasi
aspetto; a 1000 anni il suo vello divenne bianco, aveva nove co-
de ed era onnisciente. Nelle favole e nella poesia la volpe è con-
siderata furba e astuta; nella simbologia cristiana indica tra l'altro
malvagità, avidità e disperazione. In molte fiabe invece compa-
re come aiuto nella situazione di bisogno.
Il criceto con le sue gote rigonfie rappresenta la passione del
tipo cinque per il collezionismo e la sua avidità, l'immagazzina-
mento di « cibo » per tempi peggiori.
Il « paese simbolico » che utilizziamo per il tipo cinque è la
Gran Bretagna. Per prima cosa rivive nel cinque l'archetipo del
gentleman inglese conservatore, cortese, riservato e distaccato.
Inoltre, un altro aspetto del tipo cinque si ritrova nella figura
dello scozzese avaro, bersaglio di infinite caricature.
Il« colore» simbolo del cinque è il blu. Il blu è il colore del-
l'introversione, della calma e del distacco, che riceve più di quan-
to emani. Il blu nella tradizione incarna ciò che è femminile;
· il manto di stelle dal fondo blu della Madre di Dio simboleggia
la sensibilità umana per il mistero dell'universo. Il cielo e il ma-
re, gli spazi più profondi accessibili alla vista, sono blu. Nelle
sue sfumature scure simboleggia passività, osservazione silen-
ziosa e immobilità. Secondo Kandinsky il blu conduce via dagli

151
altri e ci dirige verso il nostro centro: « Quanto più profondo,
tanto più chiama l'uomo all'infinito, risveglia in lui la nostalgia
della purezza e infine del soprasensibile » 15 •
I due« patroni biblici» del tipo cinque sono Maria, la Madre
di Gesù, e l'apostolo Tommaso.
Maria incarna la passività e la sensibilità, laspetto mistico con-
templativo del tipo cinque. Ella è in grado di ricevere prima di
dare. Alla fine della storia del Natale viene detto che i pastori
le raccontano tutto ciò che era stato detto loro. Di Maria 'si dice
quindi: « Conservava tutte queste cose meditandole in cuor suo »
(Le 2,19). I tipi cinque sono capaci di mantenere le cose per sé;
la confidenza riposa nel loro cuore; sanno tacere. Maria è dive-
nuta spesso nel corso della storia della Chiesa un simbolo idea-
lizzato di una verginità « senza carne né sangue », spiritualizzata,
asettica, illesa e intoccabile. Contro questa immagine si scaglia
tra laltro la teologia della liberazione latinoamericana legata al-
la terra, che scopre proprio nel Magnificat (Le 1,46-55) una Ma-
ria combattiva, nient' affatto «innocua » (la recitazione pubblica
del Magnificat è stata vietata per un certo periodo in Argenti-
na). Nel linguaggio dell'enneagramma si potrebbe dire: la teolo-
gia della liberazione ha scoperto il lato da otto di Maria (otto
- lenergia dell' «azione» - è il punto d'integrazione del
cinque) 16 •
L'apostolo Tommaso è entrato nella coscienza della cristiani-
tà soprattutto come « dubitatore » postpasquale. Ma già prima
di Pasqua compare una volta. Gesù racconta ai suoi discepoli
che Lazzaro è morto e che lui vuole andare al sepolcro. Allora
Tommaso dice agli altri discepoli:« Andiamo anche noi a mori-
re con lui!» (Gv 11,16). Rassegnazione nichilista e indifferenza
sono un pericolo costante per il tipo cinque! Tommaso non è
con gli altri discepoli quando il Cristo risorto compare loro.
Quando loro glielo raccontano, resta scettico. Crede solo a ciò
che ha visto con i propri occhi. Quando Gesù compare un'altra
volta ai suoi discepoli, anche Tommaso è con loro. Gesù lo invi-
ta: « Metti il tuo dito qui e guarda le mie mani; porgi la tua ma-
no, e mettila nel mio fianco» (Gv 20,27). Lo stesso Gesù che
aveva detto a Maria Maddalena, il tipo due: «Non mi tocca-

15 Citato in I. Riedel, Farben in Religion, Gesellscha/t, Kunst und Psychothera-


pie, Stuttgart 1983, p. 53.
16 Cfr. R. Rohr, Betrachtungen iiber Maria: « Let it Be! - Maria und die Prote-
stanten », in Der nackte Gott, op. cit., pp. 37-44.

152
re!», invita il razionalista Tommaso ad affrontare il contatto
fisico! Mentre il due deve liberarsi dalla simbiosi e sviluppare
la sua capacità di vero distacco, il cinque deve arrivare dalla te-
sta al corpo, dal pensiero ali' azione. Più tardi secondo la leg-
genda Tommaso è diventato molto attivo. A quanto pare si recò
in India e vi fondò la Chiesa locale .

. Conversione e redenzione

L'« invito» al tipo cinque si chiama saggezza. La saggezza


è un sapere profondo delle relazioni del mondo e della vita,
che deve essere evinto non solo dal pensiero ma anche dalle
reali esperienze. La saggezza è esperienza riflettuta. I cinque
tendono alla « preflessione » cioè pensano prima o invece di
agire, mentre la riflessione è lelaborazione spirituale succes-
siva della vita vissuta. Alla saggezza cui il tipo cinque è chia-
mato appartiene anche la fiducia nel volere di Dio. Significa
credere Dio capace di cose più grandi di quanto lerudizione
scolastica lasci sognare. Significa lasciare i misteri per quello
che sono, invece di sezionare tutto con il bisturi della razio-
nalità.
Uno dei« compiti di vita» dei tipo cinque è imparare l'im-
pegno e l'azione. I cinque si devono innamorare appassionata-
mente. L'amore è un dramma per alcuni di loro, perché nella
relazione erotica il desiderio di prossimità si scontra con quello
altrettanto forte di distanza 17 • Può accadere che un cinque
sia perdutamente innamorato, ma che durante l'incontro con
la persona amata s'irrigidisca e non sappia come comportar-
si. La «vera» sensazione la vive infatti spesso solo successi-
vamente. «Imparare ad amare» è, da questo punto di vista,
una delle sue grandi sfide 18 • Un tipo cinque che non ammet-
te alcuna passione, che non si permette di essere« scapestra-
to » in questo almeno una volta, è una persona molto
incompleta.
La meditazione e la preghiera sono sorgenti di forza enor-
memente importanti per il cinque. Un cinque deve coltivare

17 Cfr. sul tema « distanza e vicinanza », che, da poli opposti, interessa in par-
ticolare i tipi due e cinque, W. Schmidbauer, Die Angst vor Niihe, Reinbek 1985.
18 M. Kelsey, Lieben lemen, Metzingen 1986.

153
la propria vita interiore, per trovare il coraggio di dedicarsi
al mondo estèrno. Ciò è possibile solo se il mondo interno
viene vissuto in maniera meno minacciosa, se il tipo cinque
ha trovato pace e sicurezza in Dio e anche in se stesso.
Io incito tutti i cinque a meditare sull'incarnazione, ovve-
ro sull'impegno e sugli atteggiamenti di Cristo: la sua pas-
sione per gli uomini, la sua disponibilità a« sporcarsi le mani».
Il cristianesimo non si lascia realizzare sedendo da soli con
i propri libri in una stanza, anche se questo è ciò che il cin-
que irredento farebbe più volentieri. In Cristo prende corpo
. il Dio tangibile, che cura gli uomini per l'appunto con il
contatto.
Una mia buona conoscente, che è un tipo cinque, ha tro-
vato una via quasi geniale per arrivare a una maggiore com-
pletezza: è diventata massaggiatrice (medica), perché ha
sentito inconsciamente di dover toccare i corpi di altre per-
sone e di dover essere pr,esente per gli altri. Cosl si libera
dalla gabbia dell'egocentrismo e dell'isolamento ed entra in
contatto con la corporeità propria e altrui. Tempo fa ha af-
fermato: « Se faccio il mio lavoro e mi occupo in questo mo-
do dei corpi degli-altri, questa è una parte o la continuazione
della mia vita di preghiera». Normalmente un tipo cinque
mantiene la sua energia per se stesso; questa donna però fa
fino a nove massaggi al giorno,. compiendo ogni volta un passo
verso l'integrazione con se stessa.
Ella resta un tipo cinque, noi tutti restiamo ciò che siamo,
ma lungo la strada della guarigione e della liberazione dob-
biamo fare ciò che i latini chiamavano agere contra: dobbia-
mo agire contro le nostre costrizioni «naturali». Ciò non
avviene da sé, esige decisioni chiare ed è in un certo modo
« contronatura » o «soprannaturale». I tipi çinque ogni tan-
to devono semplicemente agire d'impulso e commettere de-
gli errori. Non è un errore fare degli errori! Ma di questo
i cinque, come anche altri tipi, hanno paura. Essi temono di
fare qualcosa di irrazionale, e in ciò si capisce quanto i tipi
cinque e sei siano vicini. La paura, peccato radicale del sei,
non è estranea nemmeno al cinque.
Per questo il tipo cinque deve osare la strada verso l' ester-
no. La terapia della Gestalt o il lavoro fisico possono essere
di aiuto in ciò. Ma anche qualsiasi altra «esternazione» del
mondo interiore è buona, ad esempio nel creativo lavoro ar-

154
tistico (suonare, dipingere) - anche se altri possono in que- ·
sto caso spiare le nostre« carte spirituali» - oppure nell'im-
pegno pratico, politico e sociale.
Per quanto il tipo cinque appaia tanto autosufficiente, ha
comunque bisogno dell'esperienza dell'amore sicuro sia nel
mondo interiore (esperienza di Dio) sia nel mondo esterno
(amore del prossimo). Alimento psichico per lui è ogni paro-
la d'incoraggiamento, che risvegli messaggi interiori come:
« Tu puoi sentirti sicuro qui. Ci rallegriamo che sei qui. Hai
dirittò di stare qui. Sei bene accetto. Appartieni a noi».
Il tipo cinque deve guardarsi dall'arroganza e dalla presun-
zione, sia nei confronti degli uomini sia nei confronti di Dio
(«Se Dio vuole qualcosa da me, si dovrà pure fare vivo»).
Raggiunge il suo più profondo dono di vera saggezza, rinun-
ciando al lavorio segreto e alla mistificazione artificiale, e af-
frontando il confronto con il mistero di altre persone, donando
aria al proprio mistero e mettendo in libertà i propri tesori.
Il tipo cinque deve esercitarsi a esprimere le emozioni diret-
tamente invece di conservarle per la «cameretta silenziosa».
Se dovessero seguire la loro indole, i cinque sarebbero più
volentieri buddisti che cristiani, ma per loro proprio la via
orientale del rifiuto del mondo e dell'interiorizzazione può
essere una trappola, che impedisce di scoprire e di condivi-
dere il mistero dell'incarnazione e il mistero della croce nel-
la propria vita.

Una figura rappresentativa fra i « santi contemplativi» è Il-


degarda di Bingen (1098-1179). Ella era di un'erudizione uni-
versale, pratica di musica, esperta di teologia e medicina e grande
viaggiatrice. Divenne famosa però per ildono della visione, che
le causava sofferenze e la fece ammalare. Guarl solo quando scris-
se tutto e lo comunicò(!). Molti mistici trovano solo dopo pe-
santi battaglie quel contatto con il mondo, che dalla patologica
introspezione li conduce ali' azione. Come tutti i tipi cinque de-
vono compiere il passo dal vedere al fare. In questo caso posso-
no diventare dei visionari addirittura preveggenti in campo
spirituale e politico, riuscendo a riconoscere chiàramente e in-
terpretare le connessioni fra le cose.

Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) ha percorso il cammino del


tipo cinque redento dal pensiero all'azione. Nacque a Breslavia

155
come sesto di otto fratelli; il nonno e il bisnonno da parte di
·madre erano famosi professori di teologia, il padre uno dei più
importanti psichiatri del suo tempo. Nella famiglia alto borghe-
se -Bonhoeffer « autocontrollo » e « obiettività » venivano pre-
tesi sin da piccoli. La madre istruiva i bambini da sola, il che
consentl loro di saltare varie classi scolastiche.
Il giovane Dietrich era un topo di biblioteca e un giocatore
entusiasta di scacchi. A 18 anni fece un viaggio a Roma, dopo
aver imparato a memoria la guida turistica già prima della par-
tenza(!). Dietrich divenne uno studente diligente che frequen-
tava le lezioni di molte materie. Già a 19 anni cominciò la sua
tesi dottorale sulla Chiesa, nota ancora oggi con il titolo Sancto-
rum communio e si laureò nel 1927 «summa cum laude».
A 22 anni iniziò un periodo di vicariato a Barcellona. In segui-
to trascorse un anno di studio negli Stati Uniti, dove rimase pro-
fondamente impressionato dal razzismo ad Harlem. A 25 anni di-
venne docente privato. Nel 1933 i nazisti presero il potere; Bon-
hoeffer aveva riconosciuto perspicacemente fin dall'inizio il peri-
colo del culto del Fiihrer (egli stesso considerava ripugnante la
possibilità di avere potere sulle anime di altre persone); in tale oc-
casione vide e affermò,che la Chiesa avrebbe dovuto affrontare la
questione ebrea, destinata a diventare decisiva negli anni a ve-
nire. Poco più tardi Bonhoeffer si trasferl a Londra come parroco.
Compiuti 29 anni,· venne nominato direttore del seminario
di preghiera (illegale) della« Chiesa confessante». Nel 1936 i
nazisti gli imposero il divieto d'insegnamento. Da un ulteriore
viaggio negli Stati Uniti tornò con l'ultima nave utile prima del-
lo scoppio della guerra, per quanto già avesse presagito che il
lavoro in Germania gli sarebbe potuto costare la vita.
Nel 1942 si unl a quel circolo che progettava l'omicidio di
Hitler; l'intellettuale diventa cospiratore politico! Nell'aprile del
1943 venne arrestato. Trascorse due anni nel carcere di Tegel
e progettò il suicidio per evitare, in seguito alle torture fisiche,
delle quali aveva una paura immane, di tradire gli altri cospira-
tori. Poco prima della fine della guerra venne imprigionato nel
campo di concentramento di Buchenwald, quindi a Flossenburg,
dove il 9 aprile morl sulla forca.
In carcere ha scritto:

«Fare ed osare non sono cosa qualsiasi, ma il giusto/ non


ondeggiare nelle possibilità, ma afferrare coraggiosamente il

156
reale/ non nella fuga dei pensieri, solo nell'azione è la libertà.
Lascia il pavido esitare ed entra nella tempesta degli eventi
/ sostenuto solo dal comandamento di Dio e dalla tua fede
/ e la libertà accoglierà giubilando il tuo spirito » 19 •

TIPI« SEI»

Profilo

Chi appartiene al tipo sei ha grandi doni: è cooperativo,


ha spirito di gruppo ed è affidabile. Nelle relazioni ci si può
fidare della sua fedeltà. Le amicizie dei tipi sei sono segnate
da sentimenti calorosi e profondi. Spesso sono molto origi-
nali e spiritosi, a volte hanno un umorismo scurrile e si im-
pegnano anima e cuore per le persone che amano.
I sei redenti sanno collegare la fedeltà a tradizioni speri-
mentate conia disponibilità a percorrere nuovi cammini. Han-
no un senso per ciò che è possibile e ciò che non lo è. Scoprono
ben presto i punti deboli di un progetto: difatti hanno un
sesto senso per tutti i pericoli incombenti. Sanno essere pre-
videnti e coraggiosi se si tratta di aprire nuove strade e di
tracciare nuovi confini.
I tipi tre e sei rivestono per noi una particolare importan-
za, i loro peccati radicali - il timore 1 (tipo sei) e la menzo-
gna (tipo tre) - infatti non sono stati riconosciuti come tali
nel cristianesimo occidentale. Finché questi due peccati non
verranno ammessi, essi rappresenteranno un grande perico-
lo per la nostra società.
Molte persone che lavorano con l' enneagramma già da mol-
to tempo sono convinte che nella società occidentale il tipo
sei sia di gran lunga il tipo più comune. Io ho fatto la stessa

19 D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, op. cit., p. 448. Una biografia di Bonhoef-


fer breve, ma competente, si trova in E. Bethge, Dietricb Bonboe/fer. Teologo, cri-
stiano, contemporaneo, Queriniana, Brescia 1975.
1 I termini « paura » e « timore » vengono utilizzati nel linguaggio comune quasi
come sinonimi. Si è più precisi se si definisce la paura come sentimento indetermi-
nato causato da una minaccia sulla vita, mentre il timore si riferisce all'oggetto. .
Nel presente contesto tuttavia utilizziamo i termini paura e timore come sinonimi.

157
esperienza e penso che esistano molte ragioni perché si veri-
fichi ciò. ·
Il tipo sei è facilmente preda dei dubbi su se stesso. Que-
sto lo rende attento, timoroso e diffidente. Fiuta continua-
mente il pericolo. Nella sua forma psicopatica cade vittima
della sua mania di persecuzione. Se si pensa a quante paure
e pericoli è esposto un bimbo sin dalla nascita e quindi nelle
sue prime settimane e mesi di vita, si può capire che ci sono
molte persone che sviluppano il motto: «Il mondo è perico-
loso. Bisogna stare in guardia. lo non ho abbastanza autori-
tà interiore per affrontare tutto ciò. Per questo devo cercare
sicurezza da qualche parte fuori di me».
Richard Riso ha descritto come segue il dissidio dei tipi sei:
« Sono emotivi e dipendenti dagli altri, ma evidentemente non
cosl tanto da se stessi. Vorrebbero essere vicini agli altri, ma
prima li mettono allà prova, per vedere se si può avere fiducia
in loro. Venerano l'autorità e contemporaneamente la temono.
Sono ubbidienti e anche disubbidienti. Temono le aggressioni
altrui eppure a volte sono essi stessi molto aggressivi. Cercano
la sicurezza eppure si sentono insicuri. Sono amabili e adeguati
ma possono diventare all'improvviso perfidi e malvagi. Credo-
no nei valori tradizionali eppure li sanno fuggire improvvisamen-
te. Vogliono sottrarsi alla punizione e magari lattirano su di
sé» 2 •

Alcuni sei riferiscono di non aver potuto sviluppare una


fiducia originaria, perché avevano dei genitori incontrollati,
imprevedibili, violenti oppure sentimentalmente freddi. Molti
sono stati puniti o picchiati senza un motivo tangibile, per-
ché i genitori hanno sfogato in questo modo i loro conflitti.
Ciò può aver avuto varie possibili conseguenze: questi bam-
bini o dovevano cercare un difensore in cui riporre fiducia;
oppure dovevano ,imparare a fiutare i benché minimi segnali
di pericolo, per cercare protezione quanto prima; oppure do-
vevano prevenire aggressivamente il pericolo incombente.
Nel primo caso la mancanza di vera fiducia in se stessi in-
duce il tipo sei a guardarsi intorno in cerca di autorità, di
qualcuno che offra sicurezza, sia famoso oppure abbia una

2 R. Riso, Personality Types, op. cit., p. 163.

158
posizione di potere e gli possa indicare la direzione giusta.
Il tipo sei in questo caso ha bisogno di un'istituzione (ad esem-
pio la Chiesa, il Partito, lo Stato, la scienza) oppure un libro
(ad esempio la Bibbia, il Codice di diritto ecclesiastico o pe-
nale, il Corano, Mein Kampf, Il capitale) con risposte infalli-
bili. I sei anelano alla sicurezza. Non vogliono affrontare
ombre scure e toni grigi; vogliono un mondo suddiviso in bian-
co e nero e una verità da portare a casa nero su bianco. Nel
peggiore dei casi l'energia del sei produce il tipo nazista, co-
lui che pretende in maniera totalitaria e piena di sé che la
realtà sia cosl come ne ha bisogno e che è pronto a eseguire
qualsiasi ordine gli giunga «dall'alto». Adolf Eichmann nel
suo interrogatorio in Israele disse, in linea con tale posizio-
ne: «Appartenevo a quegli uomini che non si formavano un
proprio giudizio. Le parole del Fiihrer avevano la forza di
leggi. Io ho ubbidito. Qualsiasi cosa mi avessero ordinato,
io avrei ubbidito, perché il giuramento è giuramento ».
Molti tipi sei raccontano di fratture nella storia della loro
vita e di non essere riusciti a condurre a termine gli studi
o la formazione. Spesso vengono colpiti poco prima di un
esame da una paralizzante paura di fallire oppure non proce-
dono nell'apprendimento, perché controllano esattamente
ogni dettaglio e devono eliminare tutte le contraddizioni. Met-
tono in dubbio la propria posizione piuttosto che sostenerla
con sicurezza interiore. Il «lavoro di Sisifo», che eseguono
per rendere impermeabile la propria opinione, può condurli
alla fine al vero fallimento.
Molti tipi sei creano situazioni in cui alla fine perdono.
Sono pessimisti e hanno paura del successo e se non lo ot-
tengono, allora il pericolo che diventino invidiosi e competi-
tivi non è poi cosl grande. Per questo i sei «sfuggono» i
successi, li passano ad altri oppure si pongono mète cosl ir-
raggiungibili ed esagerate che il fallimento è inevitabile. I ti-
pi sei combattono per la loro sopravvivenza, mai per il
successo, che comporta infatti solo nuovi pericoli. Nel caso
in cui però esso, a un certo punto, giunga non richiesto ugual-
mente, di solito lo dimenticano subito. Ogni situazione nuova
è cosl minacciosa per loro che il ricordo di successi passati
è inutile 3 •

3 H. Palmer, The Enneagram, op. cit., pp. 255-257.

159
Se i tipi tre sono notoriamente dei vincenti, i tipi sei sono
dei noti perdenti. Questo «piacere della sconfitta » può as-
sumere tratti masochistici. W oody Allen ha impersonato in
molti dei suoi film il tipo del laser (perdente).
La maggior parte dei sei sa accettare le lodi solo con diffi-
coltà. Vi sospettano un trucco attraverso il quale possono es-
sere adescati. Chi vuole essere accolto favorevolmente da un
sei dovrebbe aggiungere alla lode un minimo di critica co-
struttiva, cosl da renderla più credibile.
Per capire il tipo sei, bisogna saper distinguere tra sei fobi-
ci (timorosi) e contro/obici. Entrambi hanno aspetti cosl dif-
ferenti da rendere assai importante questa distinzione.
Il sei fobico è attento, tentennante e sospettoso per natu-
ra. Ha difficoltà a fidarsi di se stesso e dei propri «istinti».
Normalmente evita il pericolo. Uomini di questo tipo sono
in un certo qual modo assai « facili da guidare », infatti se
s'imbattono in un padre spirituale o in un terapeuta fidato;
sono disposti a lasciarsi condurre passo per passo e a guarda-
re lentamente negli occhi le proprie paure, in modo da avere
buone possibilità di diventare sempre più sciolti, autonomi
e liberi.
I sei contro/obici, invece, possono causare grossi danni a
sé e agli altri. Nei casi più estremi possono diventare soste-
nitori del Ku-Klux-Klan, estremisti di destra, neonazisti, o
membri di bande di motociclisti e skinheads. I tipi sei con-
trofobici cercano situazioni rischiose e si impegnano in di-
scipline sportive pericolose come l'alpinismo o lauto-
mobilismo, perché preferiscono la «fuga in avanti», in-
vece di tormentarsi con le loro paure 4• Eliminano il timo-
re, che è il vero motore centrale delle loro azioni, e lo com-
pensano con durezza, forza e ardimento imposti. I
controfobici non hanno alcun accesso al timore che li domina.

4 K. Ledergerber ha descritto tre modi di fuga dalla paura: 1) fuga in avanti op-
pure aggressione (propone come esempio il senatore statunitense McCarthy, che negli
anni Cinquanta « diffuse un'atmosfera di paura, vedendo nella metà dei politici,
degli intellettuali, dei diplomatici e degli impiegati, comunisti fedeli a Mosca ma-
scherati »); 2) fuga all'indietro oppure rinuncia alla vita (ad es. animali in pericolo
che si fingono morti; in questo contesto Ledergerber parla di regressione e repres-
sione« volontari»); 3) fuga all'esterno oppure operazioni sostitutive (azioni coatte,
manie, paura dello scopo). Tutte queste forme di fuga dall~ paura si ritrovano nel
tipo sei. K. Ledergerber, Keine Angst vor der Angst. Ihre Uberwindung durch Ein-
sicht und Vertrauen, Freiburg im Breisgau 1976, pp. 102-115.

160
Uomini cosl quasi non hanno bisogno di un motivo per an-
dare su tutte le furie; nel peggiore dei casi possono gridare,
imprecare, mentire o diventare maneschi. Sopportano poco
la critica o le divergenze da ciò che ritengono giusto e difen-
dono accanitamente e con ogni mezzo i loro interessi.
La famosa storia del martello di Watzlawick rappresenta in
maniera evidente il meccanismo che si mette in moto nei tipi
sei controfobici: un uomo vuole appendere un quadro, ma non
ha un martello. Vuole andare dal vicino per prenderne uno in
prestito. Ma gli sorgono dei dubbi: forse il vicino non gli pre-
sterà il martello. Già ieri l'ha salutato solo di sfuggita. « Proba-
bilmente - pensa - ha qualcosa contro di me! Ma io non gli
ho fatto niente! ». L'uomo aumenta sempre più la propria colle"
ra nei confronti del vicino ripugnante. Alla fine si precipita dal-
1' altro, suona e grida al vicino: « Se lo tenga pure, il suo stupido
martello! » 5 •

Dilemma

La « tentazione » del tipo sei è il suo continuo tendere alla


sicurezza. Per questo i sei amano i sistemi ortodqssi e chiusi.
Hanno una tendenza al fondamentalismo che sia di stampo
islamico, cristiano, scientifico, verde, rosso o nero. Le con-
seguenze del fondamentalismo islamico hanno segnato l'era
di Khomeini. I fondamentalisti cristiani combattono negli Sta-
ti Uniti per Dio e la patria brandendo la Bibbia, che è per
loro infallibile. Tutti i fondamentalisti hanno bisogno di una
sorgente infallibile di verità. Negli Stati Uniti si sono costi-
tuiti recentemente gruppi autogestiti di « fondamentalisti ano-
nimi », che si sono organizzati in maniera simile agli « alcolisti
anonimi» per liberarsi dalla prigionia spirituale dell'imma-
gine fondam_entalista del mondo.
Due secoli fa il fondamentalismo della ragione illuminista era-
zionalista cominciò la sua marcia trionfale: la scienza divenne
la fonte di conoscenza infallibile. Oggi viviamo e soffriamo le
catastrofiche conseguenze della mania di progresso. Horst-
Eberhard Richter ha mostrato in un saggio che il mito moderno

5 Cfr. P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano 199120 .

161
del progresso è conseguenza della paura della morte e del mon-
do. Quand~ la fede in un Dio che ama perse forza, si verificò
il « ribaltamento dalla paura disperata alla furiosa spinta al pos-
sesso », dai sensi di impotenza nacquero fantasie di onnipotenza
(«complesso di Dio»). Sentimenti e affetti vennero sacrificati
alla « ragione » onnipotente.
<<Invece di essere la sorgente della conoscenza più profon-
da, divennero un fattore irritante. Compito dell'intelletto ma-
tematico divenne di ridurre completamente sotto controllo
i movimenti emotivi ».
Un'ulteriore conseguenza fu: «Invece di accettare l'inevita-
bile idea della morte, la nostra cultura ha inventato come sosti-
tuto il fenomeno di un nemico assoluto del mondo» 6 •

Thomas Meyer intende i molti fondamentalismi del nostro


tempo come reazione alla « perdita della consolazione » grazie
a una modernità scettica e secolarizzata. Gli uomini si sentono
lasciati soli, perché con la liberazione dai tabù religiosi è andato
perso anche il freno che essi un tempo offrivano. Meyer esige
il superamento delle necessità economiche ed ecologiche, affin-
ché nessun fondamentalismo di marca verde o neonazista possa
imporre pretese di egemonia culturale 7•

I tipi sei cercano gerarchie, autorità ~ sicurezza. Per que-


sto ad esempio ci sono tra loro più militaristi esaltati che ne-
gli altri tipi. Nelle forze armate c'è un ordine gerarchico ben
strutturato, con persone che ti dicono «cosa è cosa». Si sa
cosa bisogna fare e cosa bisogna lasciare, a chi bisogna pre-
stare ascolto e a chi si possono impartire degli ordini.
La legge e tutto ciò che la riguarda affascina la maggior
parte dei sei. Molti di loro si cercano delle occupazioni nelle
quali hanno a che fare con essa: sia che la proteggano o che
la infrangano. Giudici, pubblici ministeri, avvocati, investi-
gatori, commissari, poliziotti, scrittori di gialli e criminali par-
tecipano al gioco del sei.
Helen Palmer chiama il sei «l'avvocato del diavolo». Nel

6 H.-E. Richter, Fortschrittsmythos. Aufstand gegen die Moderne, Reinbek 1989.


7 T. Meyer, Fundamentalismus. Aufstand gegen die Moderne, Reinbek 1989.

162
procedimento di canonizzazione della Chiesa romana, l'ad-
vocatus diaboli deve scovare tutto ciò che sia contrario alla
canonizzazione. I tipi sei hanno un «sesto senso» per le que- ·
stioni insolute e gli elementi sospetti.
Il « meccanismo di difesa » primario del tipo sei è la proie-
zione. I sei hanno spesso una fervida fantasia per apocalittici
scenari dell'orrore e spesso pensano al peggio. La loro diffi-
denza li conduce tra l'altro a tendere, a proiettare nelle altre
persone inimicizia, odio e pensieri negativi, anche se esisto-
no solo minimi indizi per questo. Tale atteggiamento porta
al classico meccanismo del capro espiatorio. Le immagini del
nemico nella guerra fredda ad esempio, che speriamo appar-
tengano al passato, si lasciano intendere come espressione di
una globale sindrome del sei 8 •
Il« peccato radicale» del tipo sei è il timore. La Bibbia in-
coraggia già nell'Antico Testamento, ma soprattutto in ma-
niera incessante nel messaggio di Gesù di Nazaret, a superare
la.paura:« Non temete!». Tuttavia non abbiamo riconosciuto
quanto il timore possa essere quasi demoniaco. Per quanto
la Bibbia ci inciti continuamente a pronunciarci contro la voce·
del timore, noi la rinneghiamo, assegnando a tale voce altri
nomi quali diplomazia, prudenza e ragionevolezza.
In particolare le persone in posizioni di potere, che vogliono
controllare gli altri con i mezzi della paura, troveranno sem-
pre nuovi« nomi in codice»: ad esempio lealtà, oppure ubbi-
dienza. A molti di noi la «virtù» dell'ubbidienza è stata
inculcata sin dall'infanzia; in verità si trattava di doversi pie-
gare al volere dei nostri genitori, degli insegnanti, dei supe-
riori, dei parroci o di altri potenti. Il timore era nascosto dalla
virtù dell'ubbidienza o addirittura da un voto religioso, men-
tre ciò che avveniva non aveva niente a che vedere con la
vera ubbidienza. La vera ubbidienza scaturisce dalla libertà
di ascoltare, prendere una decisione di coscienza e magari di-
re anche di« no!». La falsa ubbidienza è il frutto marcio della
paura.

8 Walter Wink ha studiato l'interazione tra« proiezione» e« introieziòne », che


conduce alla nascita di immagini di nemici. Da una parte proiettiamo le nostre stesse
« ombre » misconosciute e non accettate sugli altri; allo stesso tempo però ricevia-
mo nel confronto diretto anche!' energia negativa dell'altro. « Senza accorgercene,
ci trasformiamo in ciò che combattiamo, diventiamo ciò che odiamo». W. Wink,
Violence and Nonviolence in South Africa: Jesus' Third Way, Philadelphia 1987, p. 64.

163
A questo punto vorrei ricordare ancora una volta che ci
troviamo nell'ambito della testa. Non è forse sorprendente
che la paura si trovi in testa e non magari nello stomaco o
nel cuore? Non appena silavora con persone possedute dalla
paura, ci si accorge che sono veramente le idee cervellotiche
ciò da cui vengono perseguitate. Nella loro mente scorrono
continuamente scenari apocalittici su tutto quello che potreb-
be andare storto. Ciò si ripercuote alla fine sui sentimenti
e sullo stomaco, ma il punto di partenza è il cervello.
I sufi hanno definito, a quanto pare, la Chiesa cattolica
come una Chiesa formata da tipi sei. Essi avevano l'impres-
sione che il sistema romano fosse ampiamente fondato sul
timore e avesse condotto molti uomini ad avere paura di Dio,
del clero, dei peccati mortali, di se stessi, del loro corpo. Que-
st'ultimo fatto può essere toccato con mano, se si prende in
considerazione I' atteggiamento cattolico, non ancora supe-
rato, nei confronti della sessualità. Non ci è stata lasciata la
libertà di affrontare dei rischi. Gli errori non erano ammessi
in questo sistema.
Nel romanzo di Fjodor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, il
« grande inquisitore » lascia imprigionare Cristo che è tornato
sulla terra e guarisce e predica come aveva fatto un tempo. Ac-
cusa il suo Prigioniero di pretendere troppo dagli uomini con
la libertà di cui li riveste. La Chiesa di contro avrebbe tolto nuo-
vamente questa libertà agli uomini per vero amore dell'umanità:
« Per quindici secoli ci sìamo tormentati con questa famo-
sa libertà, ma ora è finita ... oggi questi uomini sono convinti
più che mai di essere completamente liberi, e hanno recato
a noi la propria libertà e l'hanno deposta umilmente ai nostri
piedi... Tu respingesti l'unica via per la quale era possibile
rendere felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, ri-
mettesti la faccenda nelle nostre mani » 9 •
Nel bestseller di Umberto Eco, Il nome della rosa, in un mona-
stero medioevale si discute se Gesù abbia mai riso. Il vecchio
cieco Jorge sacrifica la vita di diversi monaci e infine l'intero
monastero, perché un libro di Aristotele sulla commedia non di-
venga di dominio pubblico.

9 F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Edizioni Paoline, 1977, pp. 322-323.

164
«Il riso è la debolezza, la corruzione, l'insipidità della no-
stra carne ... è cosa bassa e vile ... Il riso libera il villano dalla
paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il dia-
volo appare povero e stolto ... Ma questo libro potrebbe inse-
gnare che liberarsi dalla paura del diavolo è sapienza » 10 •
Paura e umorismo, libertà e timore non si sopportano. Per
questo gli ideologi non possono ridere e lasciar ridere nemmeno
su se stessi.

Prima del· concilio Vaticano II la Chiesa cattolica si mo-


strava come un luogo molto attraente per le persone insicu-
re. Era un baluardo di verità e di sicurezza assolute e
infallibili. Grazie a Dio abbiamo lasciato cadere de facto que-
st'illusione. Il cattolicesimo odierno comprende tutto il campo
da Daniel Berrigan fino a Lefevbre'. Per quanto l'ultimo sia
stato scomunicato. Ma molti uomini anelano a un tradizio-
nalismo come quello che Lefevbre esige e pratica.
Poiché esistono cosl tanti uomini che hanno bisogno del-
!' illusione della sicurezza, oso prevedere che il tradizionali-
smo e il fondamentalismo cresceranno ulteriormente. Questo
accadrà soprattutto se noi non aiutiamo le persone a vedere
il loro « caso da sei » e a superare il loro timore.
Tutto ciò non riguarda solo la Chiesa cattolica, bensl l'in-
tero cristianesimo occidentale. Il protestantesimo è un fi-
glio del cattolicesimo e ha spesso fatto lo stesso con i suoi
fedeli: si è fatto in modo che le persone avessero paura di
Dio, invece di innamorarsi di Dio. L'ambiguo termine bi-
blico del « timore di Dio » ha dato il suo contributo a
questa evoluzione devastante. Nella classica lista dei «set-
te doni », che si rifà a Isaia 11, 1, compare anche il timor (Do-
mini), la paura (del Signore). La seconda parte («Domini»
ovvero «del Signore») venne spesso negletta (per semplici-
tà?), cosicché il timore stesso venne definito «dono dello
Spirito». .
Le possibili conseguenze di una educazione che fa di Dio con-
temporaneamente l'oggetto dell'amore(« il caro Signore») e l'og-
getto del timore sono riflesse nella resa dei conti che lo

10 U. Eco, Il nome della rosa, Milano 1980, pp. 477ss.

165
psicoterapeuta Tilman Moser fa con la fede in Dio (protestan-
te) della sua infanzia, formulata come una sorta di antipreghiera:
« "Noi dobbiamo temere e amare Dio ... ", mi è stato im-
posto, come se il primo non rendesse quasi impossibile il se-
condo. E poiché la tua folle condizione esistenziale, di uno
che bisogna temere e amare, ha prodotto anche odio, biso-
gnava avere ancor più paura, essere tanto più umili, tanto più
grati della proroga per non essere ancora rinnegati ... Mi hai
privato in maniera cosl totale della certezza di potermi un gior-
no sentire in ordine, potermi rappacificare con me stesso, po-
termi sentire ok ... Nella nostra famiglia non si parlava dei
processi spirituali, né delle paure. Cosl ero esposto alla tua
ira in me ... Tu prosperi negli spazi vuoti di impotenza sociale
e di insicurezza ... Da giorni ora l'unica cosa che scorre in me
è lodio. ·Stamane, durante una pausa nella scrittura, mi sono
strozzato di colpo e ho vomitato ... » 11 •

I tipi sei irredenti« evitano» i comportamenti sbagliati, le


devianze. Si attengono scrupolosamente a norme, leggi e re-
gole e fanno attenzione a che nessuno rompa i patti stabiliti.
La «trappola» del tipo sei fobico è la codardia; la « trap-
pola» del tipo sei controfobico è la temerarietà. Tutti i sei so-
pravvalutano le autorità e contemporaneamente diffidano di
loro. Nel più profondo del loro io si sentono deboli e indife-
si. Ciò può avere come conseguenza che si pieghino e si sot-
tomettano in una sorta di ubbidienza passiva e può anche
condurre a unirsi ad altri diseredati, per essere forti insie-
me. I controfobici tendono a diventare scapestrati prima che
le loro idee cervellotiche piene di paura prendano il soprav-
vento su di loro. Si gettano in imprese rischiose oppure si
ribellano con il coraggio della disperazione.
Anche il «peccato radicale » del tipo sei ha un aspetto po-
sitivo; i sei hanno doni eccezionali: ogni comunità o gruppo
che ha dei sei nelle sue file può contare sulla loro lealtà, de-
dizione e disponibilità a prendersi delle responsabilià. Del
resto i sei si aspettano dai loro superiori e dai colleghi la stessa
lealtà e affidabilità, per la quale si adoperano essi stessi. La
dedizione può trasformarsi però in ribellione, se la condu-

11 T. Moser, Gottesvergiftung, Frankfurt 1976, pp. 15-38.

166
zione ammirata e «infallibile» fallisce evidentemente e non
realizza le attese 12 • A questo si aggiunge che i tipi sei, poi-
ché spesso si sentono essi stessi calpestati e svantaggiati, pos-
sono diventare combattenti appassionati e coraggiosi nel nome
degli oppressi.
Il vero« frutto dello Spirito» del tipo sei è il suo coraggio.
· Nel momento della crisi il sei a volte può superare la sua paura
più facilmente di chiunque altro. I sei hanno combattuto per
l'intera vita con la paura; prima o poi dispiace loro di essere
gli eterni conigli e giungono a comportarsi in.maniera eroica.
Un esempio convincente del superamento della paura l'ho
vissuto a« New Jerusalem ». Un giorno con un gruppo di don-
ne del nostro centro stavo sul ciglio della strada, dove gioca-
vano anche alcuni ragazzi. C'era anche una donna che
potrebbe essere descritta comunemente come un tipo remis-
sivo e timorato. Pareva sempre insicura e non affrontava i
rischi. Quel giorno uno dei bambini corse improvvisamente
sulla strada, proprio davanti a una macchina che veniva da
dietro I' angolo a una certa velocità. Prima che chiunque di
noi altri reagisse, lei saltò in strada: tra la macchina e il bam-
bino! Grazie a Dio nessuno rimase ferito.
Un ulteriore dono di molti tipi sei è il loro senso ben svi-
luppato per intuire ciò che è «nell'aria». La grande speciali-
sta dell'enneagramma Helen Palmer è un tipo sei. Mi ha
raccontato che non avrebbe mai raggiunto il suo talento te-
J rapeutico e la sua capacità di immedesimazione se non fosse
stata un sei. Per l'intera vita si è chiesta perché si sentisse
continuamente minacciata e cercava di dare una spiegazione
alle sue paure. «Questa spinta - diceva - mi conduce a
entrare in me e ad analizzare tutte queste energie che mi mi-
nacciano». Helen Palmer è una delle persone con la più ap-
profondita conoscenza dell'anima che io conosca. Ella coglie
le energie che si sprigionano da altre persone in una maniera

12 Raymond Franz, ex componente del corpo dirigente dei Testimoni di Geo-


va a New York, ha abbandonato l' « organizzazione teocratica », perché non riusci-
va più a comprendere le irregolarità della leadership dell'organizzazione, operazioni
dubbie che erano in contraddizione con la sua esigenza di infallibilità. Con una
cura ed una acribia che sono a disposizione solo di un tipo sei, ha riunito il materia-
le incrin:llnante e l'ha documentato in maniera giuridicamente inoppugnabile. Il suo
libro ha l'indicativo titolo di Crisi di coscienza. Fedeltà a Dio o fedeltà alla propria
religione?, Edizioni Dehoniane, Bologna 19872 .

167
cosl immediata e per cosl dire inquietante, che in passato sareb-
be stata definita probabilmente una veggente, sa semplicemente
cosa avviene nell'intimo della sua controparte.« In effetti ho
sviluppato questa facoltà - mi diceva - perché avevo paura».

Simboli ed esempi

«Animali» assai differenti tra loro simboleggiano i molti aspet-


ti del tipo sei. Il sei fobico viene rappresentato volentieri come
lepre fuggiasca e sgusciante, come topo grigio e pauroso o come
timido capriolo. Le lepri sono fedeli alla propria posizione. La
loro proverbiale paura è piuttosto una vigilanza altamente svi-
luppata, che permette di reagire immediatamente a ogni cam-
biamento o pericolo nel loro territorio. Essendo minacciate da
molti nemici naturali, hanno sviluppato misure di difesa impor-
tanti per la sopravvivenza: il colore mimetico del loro vello mar-
rone, la fuga rapidissima e sgusciante 'in caso di pericolo.
Simboli del tipo sei controfobico sono il lupo, che ha bisogno
della protezione del branco, e il fedele e ubbidiente pastore te-
desco; il ratto sta per il piacere dell'attacco che il sei controfobi-
co può sviluppare, se viene messo alle corde.
Il« paese» del tipo sei è la Germania. L'immagine stereotipa-
ta dei tedeschi corrisponde a questa energia. Se gli statunitensi
imitano i tedeschi, allora uniscono i talloni e gridano: « Ach-
tung! ». Questo comportamento ostinato e preciso simbolizza
il modo di reagire controfobico, l'artificiale sicurezza di sé, die-
tro la quale si cela in realtà l'insicurezza. Questa repressione della
paura è costata cara più di una volta nel corso della storia tede-
sca. I tedeschi ancora oggi hanno difficoltà a guardare negli oc-
chi ciò che hanno combinato nelle due guerre mondiali, solo
perché facevano « semplicemente il proprio dovere » nel nome
della Germania e dietro ordini precisi. Tutto ciò incute troppa
paura ed è troppo minaccioso, dev'essere quindi represso. Se i
tedeschi non percepiscono e non accettano veramente la loro
storia (questo è ciò che nella Bibbia s'intende con« conversio-
ne»), allora sono destinati a ripeterla 13 •

13 R. Rohr descrive ampiamente le sue impressioni sulla Germania nella rela-


zione di viaggio Impressionen aus Deutschland, in Der nackte Gott, op. cit., pp.
124-139.

168
Luise Rinser, la scrittrice tedesca che da più di trent'anni vi-
ve in Italia, riprende la distinzione di Erich Fromm tra persone
« biofile » (innamorate della vita) e « necrofile » (innamorate della
morte) e attribuisce la mentalità italiana al primo gruppo, quella
tedesca al secondo:
« La Germania è un paese di uomini, un paese di padri, nel
quale ciò che è maschile, e l'uomo stesso, hanno la suprema-
zia. La Germania è ciò che si può chiamare un paese dell' ani-
mus, al contrario dell'Italia che è un paese dell'anima, un paese
di qualità femminili, il paese della Madonna, della Madre di
Dio cristiana. La Germania è la mia patria, ma l'Italia è di-
ventata la mia "madrepatria" ... Ciò che è tedesco ha la sua
grandezza. Ascoltando l'Anello dei Nibelunghi di Wagner si
può capire ciò che intendo ... Quando io ... udii che Hitler era
un fervente wagneriano, compresi il mio rifiuto intuitivo ...
Quando Hitler finl con il veleno e il fuoco, voleva trascinare
tutta la Germania con sé nel nulla ... Che la necrofilia di Hi-
tler si sia trasmessa così facilmente ai tedeschi, dimostra che
era presente in essi in maniera latente » 14 •
Il colore simbolico del tipo sei è il marron-beige. Non dà nel-
1' occhio, non riluce di luce propria e si adatta al suo ambiente.
È il colore della corteccia che protegge lalbero dai pericoli. Il
marron-beige è l'unione di rosso e verde, nella quale il dinami-
co rosso si rinnega. È il colore del sacrificio di sé 15 • Come I' o-
ro e l'argento, anch'esso non appartiene al gruppo classico di
colori. Eppure è uno dei colori più espressivi e più ricchi di sfu-
mature e comunica attaccamento alla terra e sicurezza. Humus
(terra) e humilitas (umiltà) hanno la stessa radice in latino. Per
questo gli ordini medievali di frati mendicanti - e prima di lo-
ro i sufi - portavano tonache marroni.
Il « rappresentante biblico » del tipo sei fobico è il discepolo
di Paolo, Timoteo. Patrono del tipo sei controfobico è l'aposto-
lo Pietro.
Timoteo viene nominato spesso negli Atti degli apostoli e nelle
lettere di Paolo. Ancora piuttosto giovane, ottenne da Paolo l'in-
carico di dirigere la comunità di Efeso. È dubbio se le due lette-

14 Dal contributo di L. Rinser, in Reden Uber das eigene Land: Deutschland, t.


V, Miinchen 1987, pp. 90s.
15 Cfr. H. E. Benedikt, Kabbala, op. cit., p. 146.

169
re a Timoteo del Nuovo Testamento derivino da Paolo stesso
oppure se si~no state redatte facendo ricorso al suo nome. In
esse si trovano in ogni caso i primi accenni di un ordine eccle-
siastico strutturato gerarchicamente. Lunghi brani si leggono co-
me consigli di un superiore a un sottoposto. Mentre le prime
comunità di Paolo erano organizzate in maniera evidentemente
molto più « carismatica » e « democratica », con Timoteo com-
pare per la prima volta una sorta di« pastore» o di funzionario.
Il nome Timoteo significa « timorato di. Dio », egli aveva otte-
nuto la conduzione della comunità attraverso l'imposizione del-
le mani (lTm 4,14) e doveva provvedere che la dottrina fosse
pura (1 Tm 1,3-7). Frequentemente viene esortato a una gestio-
ne irreprensibile (1 Tm 1, 18-20). Per la prima volta qui si accen-
na. alla carica di vescovo (1T m 3, 1-7). A ragione i teologi
affermano che queste « lettere pastorali » rispecchiano lantica
Chiesa, che si andava trasformando sempre più da movimento
ad istituzione.

Pietro è il tipo sei controfobico. Egli è devoto al suo Maestro


e disposto a morire per lui. Nei momenti di pericolo entra in
azione la «fuga in avanti »: alla cattura di Gesù tira fuori la spada
e tronca un orecchio a un servo c;lel sommo sacerdote (Mt 26,51).
Ma poco dopo fallisce miseramente, rinnegando Cristo per paura
della derisione (Mt 26,69-75). Abbiamo già citato trattando del
tipo uno il confronto tra Pietro e Paolo, che viene descritto in
Galati 2, 11-21. È il tipico scontro tra un riformatore e una perso-
na strutturata in maniera piuttosto autoritaria, quale si ripre-
senta spesso nel corso della storia (Lutero-cattolicismo; Gorba-
ciov-dogmatici interni al partito). Il fatto notevole è che, nei
primi anni della Chiesa, ambedue le fazioni si mostravano capa-
ci di un compromesso(« concilio di Gerusalemme», At 15,1-35).
Pietro non è stato sempre vigliacco. Esistono molteplici indi-
zi che lo mostrano capace di molto valore - come la maggior ·
parte dei tipi sei - in situazioni assai pericolose, nelle quali egli
ha avuto una parte molto coraggiosa. Quando il sommo consi-
glio lo esorta a non parlare più nel nome di Gesù, egli dice: « Vi
pare giusto davanti a Dio ascoltare voi piuttosto che Dio? Giu-
dicatene voi! Noi infatti non possiamo non parlare di ciò che
abbiamo visto e sentito» (At 4,19-20). Più tardi ripete: « Biso-
gna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini!» (At 5,29). Infi-
ne Pietro subisce il martirio per la sua fede.

170
Conversione e redenzione

Purtroppo esistono solo pochi uomini che hanno una sana


fiducia in sé. L' «invito» al tipo sei si chiama fede. La fede
in senso biblico in primo luogo non è la creduloneria in certe
asserzioni; si tratta piuttosto di una relazione di fiducia tra
l'uomo e Dio e tra Dio e l'uomo. Dio crede in noi! Questa
è la base sulla quale crediamo in Dio, senza perdere cosl la
nostra dignità di uomini. Dio ha fiducia in noi e spera che
noi ricambiamo le« cortesie». Poiché Dio ha fiducia in noi,
possiamo sviluppare una sana fiducia in noi stessi.
Solo a pochi uomini è stato consentito da figure autorevo-
li di avere fiducia in se stessi. Molto più spesso e con molta
più prepotenza è stato loro gridato: «Abbi fiducia in noi!
Ubbidiscici! Noi sappiamo cos'è bene per te». Io ricordo an-
cora il giorno in cui un sacerdote mi ha autorizzato per la
prima volta a essere padrone di me stesso e il mio stesso « guru
interiore», dicendomi queste parole: «Promettimi, Richard,
che riporrai sempre la tua fiducia in te stesso ». Questa fu
per me da giovane una benevola iniezione di vera energia
virile 16 •
Uno dei «compiti di vita» del tipo sei è quello di impara-
re a liberarsi dall'essere continuamente influenzato da per-
sone autorevoli e di rimettere a sé la responsabilità della
propria vita e dei propri sentimenti. In primo luogo i tipi
sei non devono avere il timore di guardare negli occhi la loro
paura e chiamarla per nome. Se chiamiamo il demonio per
nome, abbiamo potere su di lui e lo possiamo sconfiggere.
Gesù ha chiesto ai demoni il loro nome, non appena il nome
fu pronunciato, l'incantesimo si ruppe 17 • I tipi sei devono
imparare a liberarsi di quelle idee cervellotiche che dominano
la loro esistenza.
I tipi sei preferiranno per natura una forma di spiritualità
e di devozione che sia strutturata, ordinata e un poco cer-
vellotica: « Recito le preghiere giuste? Le recito nella manie-
ra giusta? ».
La Chiesa cattolica preconciliare era fissata sull'esattezza
16 Sul concetto di « energia virile »di R. Rohr dr. il suo libro Der wilde Mann,
op. cit.
17 Cfr. la fiaba dei Fratelli Grimm, Strepitolino. Non appena la figlia del re viene
a conoscenza del nome del folletto, egli non può più distruggere la sua vita.

171
delle parole da pronunciare e sulla correttezza nello svolgi-
mento liturgicÒ della messa. Si trattava sempre di parole: leg-
gere il Breviario, recitare correttamente le formule latine du-
rante il rito. Tutto ciò era troppo verboso, troppo centrato
sulla metà sinistra del cervello 18 • Soprattutto da quando
sempre più donne caratterizzano la Chiesa e comunicano a
noi maschi il loro modo di percepire, si sviluppano forme di
preghiera più orientate alla metà destra del cervello, che pro-
vengono più dall'intuizione che dal corpo, che hanno più
«cuore». Il maschio della società occidentale finora si è sen-
tito a proprio agio sfruttando l'energia del sei. Non sostengo
che non esistano anche donne che si comportano in questo
modo, ma sono stati gli uomini ad aver inventato questo gioco,
che a tutt'oggi determina molte delle nostre istituzioni e ne
stabilisce le regole. Per questo sarebbe d'aiuto ai tipi sei eman-
ciparsi da forme di devozione stereotipate, anche rischiando
di commettere «errori».
Una vita spirituale che aiuti i tipi sei a liberarsi dalle loro
costrizioni dovrebbe essere condotta in maniera da rafforza-
re la fiducia personale in Dio e in se stessi. Si tratta di svi-
luppare una relazione di cuore intima e calda con un Dio
personale, al quale ci si possa abbandonare. Per raggiungere
ciò è utile cercare una comunità, nella quale gli uomini si apra-
no non solo praticando un astratto scambio di idee, ma co-
municando anche le loro paure e i loro sentimenti concreti.
Poiché le paure del tipo sei in genere sono esagerate, ha
senso chiedere frequentemente agli amici di controllarne la
plausibilità. Al sei, infatti, bisogna ricordare spesso che mol-
ti sospetti sui motivi o sulle intenzioni altrui sono proiezioni
facilmente riconducibili a proporzioni realistiche.
I tipi sei devono esercitarsi a prendere decisioni, senza chie-
dere il «permesso » a chi rappresenta l'autorità. Dovrebbe-
ro anche allenarsi a ricordare i propri successi, e a puntare

18 Studi sul cervello hanno dimostrato che la metà sinistra dell'emisfero cere-
brale dirige la parte destra del corpo ed è responsabile per il pensiero sezionante,
analitico e astratto, mentre la metà destra « pensa » piuttosto per immagini e sim-
boli ed è orientata « sinteticamente». La società occidentale stimola - ad esem-
pio nelle scuole - molto più la metà sinistra del cervello, cosicché la metà destra
- altrettanto importante - non venendo stimolata è molto deperita! Una buona
introduzione a questa « teoria della divisione del cervello » e alle sue conseguenze
per l'interpretazione della Bibbia sì trova in W. Wink, Trans/orming Bible Study,
op. cit.

172
a successi personali. Le arti marziali come il taek won do e
lo iudo possono essere utili per imparare a reagire sponta·
neamente e « a partire dallo stomaco », senza avere il tempo
di scandagliare mentalmente in anticipo la situazione. Tutti
gli esercizi fisici che sostengono una sana fiducia in sé pos-
sono venire consigliati. La cosa più importante è, anche qui,
che il sei scopra da solo cos'è bene per lui.
Anche l'umorismo e la capacità di ridere delle proprie paure
eccessive possono aiutare ad allontanare il timore. Dove si
ride di cuore, la paura non può resistere a lungo. Per questo
le dittature e tutti i sistemi che operano attraverso la paura
non temono niente più dello smascheramento attraverso l'i-
larità, l'ironia e la satira.
In un convegno sull'enneagramma, tenuto a Craheim, una sera
ebbe luogo una sorta di cabaret, nel quale i rappresentanti dei
singoli tipi interpretavano se stessi. Il contributo apportato dai
due tipi sei testimonia da solo, attraverso la capacità di ironiz·
zare su se stessi, quanto « redenti » essi già siano:

La Germania deve restare tedesca!


Diffida dello straniero, diffida di te stesso!
Non dire troppo presto quello che pensi,
se pensi...
Ascolta prima, ciò che dicono gli altri ...
Chiedi consiglio come Timoteo a Paolo,
attieniti a_ ciò che persone più grandi ti insegnano,
tu infatti non sei in grado di essere autonomo.
Sii leale!
Lealtà e Loyola ...
I cattolici sono sempre benaccetti!
Per questo il ratto resta maschile,
una ratta non esisterà mai!
Germania, Germania, su tutto cresce lerba ...
Chi nuota nella corrente, va avanti. ..
Chi nuota nella corrente, ne muore ...
Chi nuota nella corrente, vi perde ciò
che potrebbe essere,
se nuotasse controcorrente.

173
I tipi sei hanno bisogno di spazi sicuri privi di paura, nei
quali non debbano difendersi, nei quali possano sentirsi ac-
cettati per ciò che sono. Hanno bisogno di un Dio·che non
sia insieme «buono » e «cattivo», che conceda loro errori
e debolezze. L'esperienza dell'amore incondizionato è l'uni-
ca cosa che ~a lunga può essere più forte della paura: «Nel-
l'amore non vi è timore, anzi il perfetto amore scaccia il
timore» (lGv 4,17-18) .
. Nei workshop 'dedicati all' enneagrammà si dimostra fre-
quentemente che solo poche persone sono disposte a identi-
ficarsi nel tipo sei, per quanto presumibilmente compaia
particolarmente spesso (a Craheim ad esempio si riconobbe-
ro come sei solo due dei settanta partecipanti; quindici furo-
no invece coloro che ritennero di appartenere al tipo cinqzte).
Per questo è necessario sottolineare ancora una volta qui che
nessun tipo è« migliore» o« peggiore» degli altri. In ciascu-
no ci sono delle possibilità orribili e meravigliose.
Ci sono degli esempi che illustrano ciò che può accadere,
se un tipo sei trova il suo vero dono:

Oscar Romero (1917-1980), arcivescovo di El Salvador, è il


«santo» del tipo sei. Romero era un classico sei, un topo di bi-
blioteca, misantropo, sensibile e conservatore, un tentennato-
re, un uomo del sistema, che per tutta la vita aveva seguito la
linea del partito cattolico. Il giorno in cui venne nominato pri-
mate di El Salvador nell'anno 1977, i conservatori gioirono, men-
tre le aspettative dei progressisti furono· frustrate; addirittura
questi ultimi discussero fra loro la possibilità di partecipare al-
!' eucaristia o meno. Romero stesso ammise più tardi che da Ro-
ma gli era stato affidato l'incarico di« sgombrare» il campo dai
progressisti, visto che il Vaticano si sforzava all'epoca di instau-
rare un accordo con il regime salvadoregno.
Nel giro di tre mesi la questione fu totalmente capovolta. A
provocare ciò furono gli omicidi di un padre gesuita, di un vec-
chio contadino e di un chierico uccisi da un cecchino e un at-
tentato militare contro il villaggìo di Aguilares, la parrocchia del
sacerdote ucciso. I soldati profanarono la Chiesa e impedirono
l'ingresso a Romero che tentò di salvare le ostie benedette. Più
tardi egli definl questo evento come la sua vera« conversione».
Gli divenne chiaro che: «Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che
agli uomini» (At 5,29).

174
Da allora questa fedeltà ultima e vera prese il sopravvento
nelle sue considerazioni politiche ed ecclesiastiche. Romero di-
venne un profeta per obbedienza. Dopo 60 anni si schiuse im-
provvisamente l'io migliore di quest'uomo. Il suo stile di vita
mutò: invece di prendere delle decisioni solitarie, cominciò a
discutere con i suoi collaboratori sulle questioni importanti. Vi-
de la sofferenza del popolo salvadoregno e divenne enormemente
coraggioso. I cristiani, diceva lui, dovevano essere « uomini
arditi».
Nei tre anni in cui fu primate di El Salvador, non fu necessa-
rio andare a messa la domenica per sentire parlare Romero: quan-
do predicava, ògni apparecchio radiofonico del paese trasmetteva
a tutto volume, finché lemittente della Chiesa non venne fatta
saltare in aria. Romero sviluppò una grossa fiducia nelle capaci-
tà del suo popolo di essere costruttore di una propria società
e stimolava i credenti a diventare attivi e a «non aspettare ciò
che il vescovo avrebbe detto la domenica » 19 • La ricca oligar-
chia, che egli attaccò costantemente, cercò di farlo passare per
«psicopatico »; molti vescovi e prelati presero le distanze da lui.
Infine Romero esortò pubblicamente gli appartenenti alle forze
armate a tradire gli ordini e porre fine alla sottomissione del pro-
prio popolo. Da quel momento in poi avrebbe dovuto fare i conti
con il suo assassinio .. Poco prima della morte disse in una inter-
vista: « Come cristiano non credo alla morte senza resurrezio-
ne ... Come pastore sono impegnato dal contratto con Dio a dare
la mia vita per coloro che amo, e questi sono tutti i salvadore-
gni, anche quelli che hanno intenzione di uccidermi... Un ve-
scovo può anche morire, ma la Chiesa di Dio, cioè il popolo,
non andrà mai in rovina » 20 •
Il 24 marzo 1980 venne ucciso con una fucilata durante l'o-
melia. Al funerale, cui erano accorse ottantamila persone, i mi-
litari fecero un massacro, nel quale caddero vittime trentanove
persone. L'atteggiamento ufficiale della Chiesa cattolica nei con-
fronti di quest'uomo è ancora contraddittorio, ma il «popolo
povero dei paesi e delle montagne ha già da tempo dichiarato
santo il suo pastore » 21 • ··

19 C. Feldmann, Triiume, op. cit,, p. 29.


20 Ibid., p. 35.
21 Ibid., p. 39.

175
TIPI « SETTE »

Profilo

I tipi sette sono persone che emanano gioia e ottimismo.


Sono pronte alle piacevolezze di ogni attimo, sanno meravi-
gliarsi in maniera infantile e sentono la vita come un regalo.
Trasmettono intorno a loro l'impressione che ci sia abbastanza
di tutto ciò che è bello e buono e che non ci sia niente di
superfluo. Sono piene di idealismo, piene di piani per il fu-
turo e sanno entusiasmare tutti per questo. Aiutano gli altri
a vedere e ad assaporare gli aspetti belli 'della vita. I sette so-
no dei compagni allegri, hanno un umorismo contagioso e
sanno ridere di sé. Dove compare un sette i bambini lo at-
torniano.
Il gioioso sette a prima vista non h~ un aspetto « cerebra-
le». I sette sono sciolti, ironici, fantasiosi, solari, giocosi e
dal fascino disarmante, finché un bel giorno si accorgono che
tutto ciò serve anche a proteggersi dagli attacchi, dalle paure
e dai dolori.
Molti tipi sette hanno fatto esperienze traumatiche nel corso
del loro sviluppo, per le quali non si sentivano maturi. Per
evitare in futuro la ripetizione di questo dolore, hanno svi-
luppato una doppia strategia: per prima cosa hanno represso
o coperto le loro esperienze negative e dolorose. Molti sette
descrivono la storia della loro vita con colori positivi, anche
se lo scenario obiettivamente è tutt'altro che bello: « Natu-
ralmente ci sono anche delle difficoltà da noi. Dove non ci
sono? Ma da questo non ci si può lasciare abbattere». Per
seconda cosa hanno agito nella loro testa pianificando la loro
vita, in modo che ogni giorno promettesse quanta più gioia
e quanto meno dolore possibili. Poiché inoltre sanno colle-
gare bene l'utile al dilettevole, molti sette raggiungono un evi-
dente benessere,. Nella nostra società è questa la strada più
comoda per proteggersi dal dolore e dalle difficoltà.
Ci sono tipi sette che sorridono permanentemente. Que-
sto con il tempo può diventare troppo per gli altri. Il sette
è il tipo alla Mary Poppins: tutto è meraviglioso. La vita è
una Disneyland piena di meraviglie e di sorprese stupende.

176
Per lo meno i sette statunitensi vorrebbero lasciarsi seppelli-
re preferibilmente a Disneyland.
Il sette è l' «eterno bambino ». Il suo patrono potrebbe es-
sere Peter Pan 1 o il messaggero degli dèi greci Mercurio con
i suoi calzari alati, con i quali svanisce in un meraviglioso
regno di fantasia. Ad alcuni sette si vorrebbe quasi gridare:
«Torna con i piedi per terra! Non tutto nella vita è diver-
tente, spiritoso e facile! ». Molti sette utilizzano volentieri
espressioni come: «Meraviglioso! Eccezionale! .Super! Che
classe! Da impazzire! Non vedo l'ora!».
I tip! sette sono avidi di novità nel vero senso dell' espres-
sione. E come se ciò che sanno o che hanno non fosse mai
abbastanza. Hanno bisogno di cambiamenti, stimoli, nuo-
ve esperienze. Devono provare sempre nuove possibilità
di ottimizzare la loro joie de vivre. Nel loro calendario è
previsto il maggior numero possibile di appuntamenti belli
ed eccitanti. Compiti spiacevoli invece vengono procrastinati,
rimandati o ignorati volentieri. Se non è possibile evitarli,
vengono «imbottiti» preferibilmente con eventi belli o, al
limite, con un po' di felicità di contorno: una musicasset-
ta particolarmente bella lungo il viaggio per un appuntamento
balordo, una piccola sortita in un negozio di dischi quale
zuccherino durante un noioso viaggio d'affari. I tipi sette so-
no «maniaci dell'adrenalina» e hanno champagne nel san-
gue (Palmer). Spesso essi stessi non notano che molto di
ciò che fanno è una fuga dagli abissi dolorosi della propria
anima.
I sette non sono specialisti, bensl tendono a essere « gene-
rici» (Riso). Presso di loro ci sono sempre molte cose in bal-
lo, perché vogliono sempre lasciarsi aperte tutte le possibilità
e sfuggono inconsciamente al compito di concedersi troppo
profondamente a una cosa o a una persona. Nella profondità
per loro cova sempre anche il dolore. Inoltre se ci si dedicas-
se totalmente a qualcosa potrebbero emergere i propri limi-
ti, e anche questo sarebbe doloroso. Cosl molti tipi sette sono
abili nell' « arte del bleffare »: pur essendo dilettanti a tutto
tondo, danno l'impressione di essere dotati per più cose e
di sapere di tutto e di chiunque. In realtà a loro bastano tal-

1 Il rifiuto di molti uomini di diventare « adulti » è stato preso di mira da D.


Kiley nel suo libro The Peter Pan Syndrome, New York 1984.

177
volta pochi indizi, che combinano tra loro con talento in modo
da far sorgere un quadro apparentemente completo.
Spesso hanno difficoltà a decidere per una determinata car-
riera professionale. Non importa loro di svolgere contempo-
raneamente più lavoretti interessanti e l'uno accanto all'altro.
Preferiscono svolgere un'attività come liberi professionisti,
oppure in un gruppo che funzioni bene, perché sono antiau-
toritari per natura e soffrono se le loro possibilità e le loro
libertà vengono limitate dai superiori. Solitamente non ve-
dono di buon occhio nemmeno i sottomessi; la pressione del-
1' esercizio del potere potrebbe portare a conflitti dolorosi.

Dilemma

La «tentazione » del tipo sette si chiama idealismo e ha mol-


teplici aspetti. Il sette deve essere sicuro di impegnarsi per
una cosa buona, che renda felice lui e altre persone. Questo
porta come conseguenza il rinnegare e il rimuovere quegli
aspetti della sua attività che potrebbero magari nuocere agli
altri. Ciò avviene soprattutto quando si arriva a una collisio-
ne tra la propria esigenza di felicità e la felicità altrui. Ad
esempio il pensiero che esistano dei peccati strutturali, che
noi occidentali commettiamo perché il nostro benessere è fi-
nanziato a spese del Terzo Mondo, può suscitare una forte
smentita da parte di un tipo sette.
Uno dei suoi «meccanismi di difesa» più frequenti è la
razionalizzazione. I pensieri sulle citate ingiustizie del siste-
ma economico mondiale possono essere rimossi da un tipo
sette, con l'aiuto dell'idea che in fondo i poveri non sarebbe-
ro più felici se noi rinunciassimo al nostro denaro e alle no-
stre possibilità. Il dolore di una separazione può essere
mitigato dal sette, cercando e trovando motivi razionali per
il fallimento di una relazione e adeguandosi rapidamente agli
aspetti positivi della nuova situazione: «La libertà è anche
qualcosa di bello!». La morte di un congiunto può diventare
più sopportabile se ci si dice che si è trattato di una « reden-
zione » e che il defunto ha comunque ottenuto molte cose
belle nella vita. I sette religiosi possono procurarsi un sollie-
vo immaginando che chi è morto ora è trattato bene da Dio.
Di solito comunque il dolore non viene provato, bensl trasfe-

178
rito. Proprio il meccanismo di razionalizzazione dimostra che
i tipi sette sono uomini di testa. Questa è una delle molte
sentenze sorprendenti dell' enneagramma: la felicità e la gioia
del sette vengono prodotte nella testa èsattamente come la
paura del sei. · .
I tipi sette possono vivere a volte per anni in modo da non
prendere in considerazione la parte oscura della vita e del
mondo e da bollare come brontoloni o «pessimisti cultura-
li » coloro che mettono il dito sulla piaga. I sette hanno biso-
gno comunemente di molto tempo per percepire la parte in
ombra di una relazione interpersonale, oppure la propria parte
in ombra. Poiché vogliono che tutto sia bello e buono, can-
cellano volentieri altri aspetti della realtà. In modo simile ai
tre, corrono il pericolo di un'inflazione dell' «ego», di una
visione eccessivamente positiva della propria persona. Il ti-
po tre può rifiutarsi di vedere il fallimento, il tipo sette può
rifiutarsi di percepire il dolore. Molti sette da bambini ave-
vano letteralmente paura del buio e avevano bisogno di una
lampada per la notte.
Durante gli esercizi spirituali, che io dirigo come sacerdo-
te, spesso ho notato quanto segue: quando la prima metà della
settimana di ritiro è passata e io comincio a usare maniere
più forti e ad andare in profondità, posso pronosticare come
reagirà la maggior parte dei sacerdoti di origine irlandese (so-
litamente sono gli irlandesi; l'Irlanda è il paese del sette!).
Non appena comincio a dire che devono affrontare il loro
lato oscuro e curare la loro ombra, mettono in funzione un
paio di tipici meccanismi di difesa. In questo momento alcu-
ni di loro si volgono ostentatamente da un'altra parte e smet-
tono di guardarmi. Oppure cominciano a fare scemenze e a
raccontare spiritosaggini nelle ultime file. Sono sempre gli
irlandesi! Sicuramente non vogliono irritarmi e probabilmente
non si accorgono nemmeno di quello che fanno. Fanno bat-
tute per non essere costretti ad ascoltare cose sgradevoli. Uno
dei metodi più efficaci per evitare il dolore consiste nel fare
delle battute. «Ridere nervosamente» lo chiamano gli psi-
cologi.
I tipi sette « evitano » il dolore. Il loro metodo per ottene-
re ciò è sorprendentemente semplice: «Voglio essere felice
piuttosto che triste! Voglio gioire della vita!». I sette sono
notori ottimisti, per quanto siano localizzati proprio accanto

179
ai pessimisti di professione. L'ottimismo e il pessimismo sor-
prendentemente non sono distanti l'uno dall'altro: ambedue
sono meccanismispirituali·per venire a capo degli abissi e dei
pericoli della vita.
A un tipo sette riesce difficile occuparsi di problemi emo-
tivi propri o altrui. Un sette ha abbandonato la sua carriera
di parroco anche perché aveva difficoltà al capezzale dei
malati:
«Io volevo rendere felici i malati, mostrare loro nuove possi-
bilità, raccontare del mondo fuori. Questo mi sarei augurato io
stesso da un padre spirituale. Allo stesso tempo è stato terribile
l'incontro con la sofferenza, con i dolori altrui. Io sedevo vici-
no a uno che soffriva e mi dicevo internàmente: "lo sono sano,
io sto bene". Grave era anche la preoccupazione di essere scac-
ciato dalla persona visitata. Ciò infatti avrebbe ferito me».

I tipi sette sono infelici se gli altri sono infelici. Hanno bi-
sogno di persone simpatiche e di good vibrations intorno a
sé. Sanno rallegrare gli altri. Ma a volte cercano anche di «rag-
girare» le persone che soffrono, proprio perché non riesco-
no a sopportarne la sofferenza. Quando il discorso diventa
troppo« scottante», troppo triste oppure troppo profondo,
sanno dirigerlo sapientemente su binari innocui, oppure sof~
focarlo con frasi fatte « tanto tutto si rimette a posto » op-
pure «non è poi tanto grave». ·
Mi ricordo di una donna il cui bambino era appena entra-
to in ospedale; suo marito aveva perso il giorno stesso il la-
voro. Mentre lei mi raccontava tutto ciò, sorrideva! E quando
le vennero le laèrime agli occhi, divenpe chiaro a lei stessa:
« Richard, guardami, sorrido ancora. E che proprio non ho
il coraggio di provare dolore, e sorrido!».
Quest'ultimo esempio dimostra che la gioia e la spensie-
ratezza palesemente dimostrate dai tipi sette spesso sono so-
lo una copertura assai ingannevole. A volte è lo stesso sette
a sapere che dietro al suo sorriso si cela una grande tristez-
za, della quale ha paura. Desidera ardentemente che qualcu-
no smascheri la sua gioiosità ostentata e prenda sul serio il
suo dolore. I suoi disperati tentativi di comunicare agli altri
anche questo aspetto spesso falliscono, perché non vengono
presi sul serio. Infatti chi ci circonda è abituato al nostro « ca-

180
rattere » e, di conseguenza, si aspetta da noi dei comporta-
menti ben precisi.
Le persone più prossime, spesso, semplicemente non cre-
dono che un tipo sette possa essere capace di gridare inte-
riormente. La conseguenza è che il sette cade ancora una volta
nel suo vecchio gioco: «,Sempre e soltanto sorridere, ma che
cosa succede dentro non riguarda nessuno », oppure con molta
autoironia: « Don't worry, be happy! ». In situazioni come que-
sta può accadere che il sette ricada nello studiato ruolo del
clown e soffra del fatto che gli altri si divertano a sue spese:
«Ridi, pagliaccio!-».
Spesso però il tipo sette ha già interiorizzato il suo ottimi-
smo, al punto di avere comunque difficoltà a percepire ciò
che è scuro e pesante.
Il« peccato» dei sette è l'ingordigia oppure~ come si di-
ceva un tempo - I'« intemperanza». Il loro motto è: «Di
più è sempre meglio». La nostra società del benessere ali-
menta in pratica questo motto di vita del sette irredento! Qui
non si tratta solo di mangiare e di bere. I sette possono esa-
gerare in tutto: mangiare di più, bere di più, lavorare di più,
intraprendere più progetti, cercare più riconoscimenti, abi-
tare in case sempre migliori, comprare di più, possedere di
più. I sette però hanno soprattutto un'esigenza eccessiva di
divertimento, di gioia e di piacere.
Quando alcuni anni fa giunsi ad Albuquerque, abitavo, al-
l'inizio, insieme a due francescani, che erano entrambi sette.
Una sera ricevettero la visita di un francescano della città:
un altro sette. Ecco che io, povero serio uno, sedevo con questi
tre bonaccioni! Cominciarono a raccontarsi storielle comiche,
esperienze e aneddoti, contorcendosi dalle risa e io, che se-
devo Il accanto, fui colto letteralmente dai crampi allo sto-
maco. Mi chiedevo come potessero accadere a un uomo, in
un sol giorno, tante cose grottesche e comiche. Uno dei fra-
telli raccontò quindi tutto quello che gli era successo la mat-
tina nel supermercato. Io dissi: «Anch'io oggi ero nel
supermercato. A me non succede mai niente di tutto que-
sto! Tu devi solo attraversare il negozio, e già avvengono le
storie più pazzesche! ». «Beh, sl - disse lui - è pur vero
che io le adorno un poco! ». I tipi sette hanno il dono di gon-
fiare un evento divertente come un palloncino. Vedono pri-
ma degli altri l'aspetto comico di una situazione. A me ciò

181
sfugge, perché rappresento il tipo opposto. Io sono troppo
serio, loro sorio troppo spiritosi. Hanno un sesto senso per
il posto in cui ci si può divertire, dove c'è qualcosa da ride-
re, dove si spendono bene i propri quattrini.
Molti tipi sette parlano troppo, così come tendono anche
a fare tutto «troppo ». Devono lavorare da ogni lato per di-
ventare più sobri e« ascetici». I sette devono tentare consa-
pevolmente di superare la loro intemperanza. Se si potesse
dare un consiglio da pastore a un sette, esso dovrebbe suona-
re: « Se pensi che devi parlare un tanto, la metà basta! Se
pensi che devi bere un tanto, la metà è fin troppo! Se pensi
di aver bisogno di tutte queste attività nel tempo libero, eli-
minane una su due! ». Di meno è sempre di più, se un sette
irredento vuole essere liberato da se stesso 2 •
Vivevo con un tipo sette quando era in programmazio-
ne nelle sale cinematografiche il film Incontri ravvicinati
del terzo tipo; ebbene, quest'uomo si è visto il film undici
volte! I sette amano la fantascienza, il futurismo, la fanta-
sy e in genere tutto ciò che li può tirare fuori dal presente
che è spesso sgradevole. Per questo sono anche buoni viag-
giatori. Sperano che altrove si possa trovare ancor più gioia
di vita.
Come il tipo due anche il sette deve combattere spesso con
problemi di peso. I sette sono spesso in dieta: cosa che odia-
no, perché collegata alla rinuncia e alla« sofferenza». Il sette
ama il buon cibo e spesso ha un debole per i dolci con i quali
ci si può «addolcire» la vita. Il due immagazzina amore, il
sette immagazzina gioia e felicità. Il sette e il nove inoltre so-
no in pericolo di dipendenza. Il sette beve oppure prende delle
droghe per lenire il dolore. Il« bevitore» che il« piccolo prin-
cipe» di Saint Exupéry incontra, potrebbe essere un sette.
Il piccolo principe gli chiede perché beva tanto ed egli rispon-
de che beve per dimenticare; il protagonista incalza doman-

2 Richard Rohr, in contrasto critico con la civiltà del consumo occidentale e ri-
collegandosi alla tradizione francescana, ha progettato una « spiritualità della sot-
trazione », In una cultura che equipara una« vita buona » con I'« ottenere sempre
di più », l'invito a « lasciare andare » è una sfida necessaria. Rohr invita le sue ascol-
tatrici e i suoi ascoltatori a « sottrarre », cioè a privarci di tutto ciò che ci trattiene
dall'affiancarci a Cristo in un mondo affamato e sofferente. Cosi dicendo, intende
sia il nostro « mondo interiore » sia il nostro benessere materiale (Letting Go: A
Spirituality of Substraction, 8 audiocassette; St. Anthony Messenger's Press, 1615
Republic Street, Cincinnati, Ohio, 45210, Usa).

182
dandogli che cosa vuole dimenticare e l'altro risponde la ver-
gogna che nasce dall'essere un ubriacone! 3 •
I tipi sette sono epicurei. I nemici del filosofo Epicuro (341-271
a.C.) lo accusavano di essere goloso, ubriacone e dissoluto (cosl
il suo collega filosofo Epitteto). I suoi amici invece lodavano la
sua temperanza, virtù e modestia. La filosofia di Epicuro am-
metteva entrambe le possibili interpretazioni. Per lui la mèta
più alta della vita era la felicità. Parte di questa erano l'assenza
di dolore e l'assenza di piacere. Con «piacere » intendeva co-
munque non tanto i piaceri semplicemente sensuali, ma piutto-
sto i raffinati conforti spirituali come l'amicizia e lo scambio
filosofico di vedute. Seppure non avesse nulla da ridire per prin-
cipio contro i piaceri sensuali, riteneva però che il loro eccesso
potesse essere controproducente: èhi mangia e beve troppo si
ammala 4 • L'ideale di Epicuro era l'anima apatica e priva di do-
lore. Essa deve lasciare dietro di sé i desideri più grossolani e
procedere verso il piacere più alto, ovvero verso la ragione. Per
Epicuro non è possibile vivere in maniera piacevole senza vive-
re in maniera ragionevole, bella e giusta, né è possibile vivere
in maniera ragionevole, bella e giusta, senza che sia piacevole 5 •
Infine resta ancora il problema della paura della morte. Epicuro
la supera, spiegando che la morte è uno stato in cui non si sente
niente, e quindi anche niente di minaccioso; infatti se ci siamo
noi, non c'è la morte, e se c'è la morte, non ci siamo noi. È con-
vinto che, il fatto di sapere che la morte è un niente, rende squi-
sita la vita 6 • La filosofia di Epicuro è un esempio illustrato di
come i sette tentino di accantonare paura e dolore in modo ra-
zionale e con buoni argomenti.

Alcuni movimenti religiosi influenti del nostro tempo so-


no segnati in maniera determinante dalle energie del sette sia
all'interno della Chiesa cattolica sia fuori di essa. Vi si pre-
dica spesso una teologia della resurrezione e della beatitudine,
\

3 A. de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Bompiani, Milano 1984 11 .


4 «Io smetto sempre solo quando è troppo. Mangiando sono veramente soddi-
sfatto solo quando sono satollo; e in fondo insoddisfatto di questo senso di pienez-
za ». Un tipo sette. ,
5 Quinta regola del suo «catechismo » in Epicuro, Sul superamento della pau-
ra. Cfr. su Epicuro nell'insieme W. Weischedel, Hintertreppe, op, cit., pp. 60-66.
6 Citato in W. Weischedel, Hintertreppe, op. cit., p. 64.

183
ma si vuole sentire poco della teologia della croce, non si vor-
rebbe guardare sempre Cristo come uomo di dolore. Si cer-
ca spesso una redenzione che lasci possibilmente da parte il
passaggio attraverso la sofferenza e la morte.
Anche il «peccato radicale» del tipo sette, l'intemperanza,
contraddistingue molte di queste manifestazioni.
In alcuni movimenti cattolici è diffuso un certo modo di tratta-
re la sofferenza e il dolore. Si tratta di una varietà cristianizzata
del «pensiero positivo» 7 : i crecienti non devono piangere le
perdite e il dolore, bensl «ringraziare Dio » anche nei momenti
difficili, anche se non capiscono il suo operato. Poiché Dio ha
permesso questo o quello, ciò avrà pure un senso; i suoi pensieri
stanno più in alto dei nostri. La teologia della beatitudine, che ha
molti sostenitori, soprattutto negli Stati Uniti e in Scandinavia,
giunge in parte a promettere ai cristiani di avere la priorità, in
quanto figli di Dio, diessere ricchi, felici e pieni di successo. Il
metodo dell'esaltazione continua porta a « pregare con succes-
so » 8 • Viene anche consigliato di immaginarsi in maniera pos-
sibilmente viva («visualizzare») ciò che si desidera e quindi
co&lierlo « nella fede ».
E pur vero che nella Bibbia troviamo frequentemente gente
che nei periodi difficili si aggrappa alle promesse di Dio(« il po-
sitivo»); ma ciò non significa mai che vengano rimossi la soffe-
renza, il dolore e l'offesa. Nei salmi gli uomini portano il loro
dolore a Dio piangendo; combattono con lui; osano addirittura
sfidare e accusare Dio. Gesù ha combattuto e sofferto il dolore
della morte nell'orto del Gethsemani e sulla croce, e non l'ha
alleviato con gioiosa esaltazione e con l'aiuto del pensiero posi-
tivo. Egli ha rifiutato la spugna con fiele e aceto, l'anestetico
allora in uso. Proprio i tipi sette non dovrebbero «visualizzare
positivamente » troppo presto, bensl per prima cosa imparare
ad ammettere ed esprimere il dolore.

7 Cfr. N. V. Peale, The Power of Positive Thinking, s.I., s.d. Questa imposta-
zione prevede un'influenza sostanziale del nostro pensiero sulla nostra condizione.
Attraverso il pensare cosciente di « pensieri positivi », ho la possibilità di diventa-
re felice, contento e pieno di successo. Un'ondata di testi debitori di questa impo-
stazione ha sommerso il mercato librario negli ultimi anni.
8 Il caso più estremo è C. Ponder, Bete und werde Reich, Miinchen 1981. L'au-
trice parla nel suo libro di una « preghiera dinamica » e promette: « La Sua divina
forza universale è alla tua portata! ». Un « angelo del benessere e della beatitudi-
ne» è a nostra disposizione, se preghiamo secondo il suo metodo. E: «Dopo la
preghiera viene immancabilmente la luce! ».

184
La « cura cognitiva delle anime » 9 persegue una mèta simi-
le. Si rinuncia ad approfondire le cause di un problema (ad esem-
pio a scavare nell'infanzia di una persona), ma si suppone
piuttosto che un « cambiamento del pensiero » renda possibile
un nuovo condizionamento. Invece di pensare continuamente
« sono un fallito », bisogna adattarsi a nuove abitudini di pen-
siero, ripetendosi ad esempio frequentemente la frase: « Gesù
mi ama ». Cosl come questo metodo può essere utile quale prov-
vedimento di accompagnamento, può diventare pericoloso seri-
mane l'unica impostazione della terapia, e il passato non viene
superato veramente. Allora c'è il pericolo che si tratti di una
sorta di lavaggio del cervello religioso, che fa della persona in
terapia una marionetta della «giusta» verità del vangelo. In que-
sto caso il vangelo diventa un'ideologia ottimistica che domina
la mente dell'uomo, mentre gli strati più profondi restano« non
battezzati ». Soprattutto per i tipi sette questo modo di curare
lanimo è quasi un veleno: rafforza in loro una tendenza che co-
munque è eccessivamente dominante 10 •

Osservazioni simili si possono fare su molti aspetti del mo-


vimento New Age 11 • Un grandissimo numero di libri e di
corsi promettono, a caro prezzo, l'armonia, l'illuminazione
e la felicità nella vita. Molti degli stessi «guru» sono moti-
vati da un enorme desiderio di possesso e di piacere; le due-
cento e passa Rolls Royce che il tipo sette Baghwan si è lasciato
regalare sono solo un esempio del motto: «Di più è meglio! ».
Un cristianesimo dall'aspetto infelice ha contribuito del re-
sto a spingere alcuni alla ricerca di un senso alternativo della
vita, inclini alle care promesse di armonia e di felici.tà del
mercato psicologico pseudoreligioso. L' «era dell'acquario»,
il cui avvento viene festeggiato nei circoli New Age, dovreb-
be essere contraddistinta da completa bontà e armonia.

9 Cfr. W. Backus - M. Schapian, Die befreiende Wahrheit, Praxis kognitiverSeel-


sorge Hocheim 1983. ·
!Ò Un contributo rilevante su questo tema è di A. Griin con il suo piccolo li-
bro Einreden. Der Umgang mit den Gedanken, Miinsterschwarzach 1983. Egli non
si piega alla tentazione di nominare il controllo dei pensieri metodo unico o più
importante di relazione con se stessi, mostra invece quanto sia importante per la
nostra crescita spirituale il confronto con ciò che pensiamo.
11 Per un'introduzione esaustiva e oggettiva alle dottrine del New Age cfr. J.
Vernette, New Age. All'alba dell'era dell'Acquario, Edizioni Paoline, Cinisello Bal-
samo 1992 (n.d.r.).

185
Helen Palmer traccia una linea che dalla rivoluzione dei figli
dei fiori negÌi anni sessanta - i quali di fronte alla guerra e al-
l'infelice vita lavorativa sono passati a un felice mondo appa-
rente di « amore » - porta direttamente al narcisismo
postmoderno. La scoperta della propria realtà profonda da par-
te dell'individuo, degna di plauso in sé, è finita poi per molti
«cercatori di senso» con egocentrici viaggi nell'io e una tera-
peutica contemplazione narcisistica 12 •

Un sintomo di ciò è I' attuale furia di «consumo » spiri-


tuale. Dopo che la consumistica civiltà occidentale ha sfrut-
tato materialmente la terra, ci si appropria dell'eredità
spirituale dell'Oriente, di solito senza pagare il prezzo di un
serio viaggio interiore. Se si abusa in questo senso dell' en-
neagramma, viene tradita la sua intenzione originale: chia-
marci al cammino duro e sassoso della conversione. Questo
cammino interiore non lo si ottiene né a buon mercato né
per direttissima.
Non è semplice criticare o attaccare un tipo sette. Esso su-
birà tutto sfoderando un sorriso affascinante oppure archi-
vierà l'appunto con un paio di notazioni spiritose. In genere
il sette non dà l'impressione che la critica lo« tocchi» vera-
mente. Il tipo sette sfugge gli attacchi perché li teme, perché
«fallire» fa male. In questo somiglia al tre.
Il dono o «frutto dello Spirito» del tipo sette è la sobrietà.
Con ciò non si intende che sulla strada dell'integrazione debba
diventare un« musone». Il tema della vita del sette è la gioia
e può anche restare gioioso. Si tratta di non favorire la gioia
a spese del lato oscuro della vita e di non rimuovere la realtà
con alcun falso idealismo. La gioia sobria è la gioia di fronte
a tutte le difficoltà dell'esistenza e malgrado esse; è il« tut-
tavia», che ad esempio chi recita i salmi dell'Antico Testa-
mento offre a Dio anche in situazioni di necessità: «Eppure
io sono sem12re con te: tu mi hai preso per la mia destra»
(Sal 73,23). E la sobrietà a fare la differenza tra l'ottimismo
superficiale e la speranza profonda.

12 H. Palmer, The Enneagram, op. cit., p. 276.

186
Simboli ed esempi

Gli« animali-simbolo» del tipo sette sono la scimmia e la far-


falla. Come la scimmia, che salta di albero in albero, cosl il sette
è continuamente in cerca di nuove avventure e di nuovi piaceri.
Inoltre il gusto dei sette per la celia, il chiasso e lo scherzo ci
ricordano il nostro parente più prossimo nel mondo animale. La
faifalla rappresenta la bellezza e la leggerezza del tipo sette re-
dento. In molte religioni la metamorfosi del bruco dalla pupa
alla farfalla è un vecchio simbolo dei processi di cambiamento
spirituale; dall'epoca dei profeti simboleggia anche la via della
salvezza cristiana, della trasformazione dalla morte alla
resurrezione 13 •
I « paesi » del tipo sette sono l'Irlanda e il Brasile. La sua ener-
gia, infatti, è rappresentata soprattutto dall'uomo irlandese. Ogni
quattro case in Irlanda c'è un pub. L'immagine della veglia fune-
bre irlandese consiste nel cantare e ballare in presenza della mor-
te. Se l'uomo irlandese è arrivato alla fine, comincia a cantare,
a ballare e a bere. Ti batte sulla spalla e racconta ancora una
barzelletta. L'Irlanda è l'unico paese in cui il whisky viene of-
fèrto già di mattina alle nove. È come se si dovesse fare di tut-
to, perché la giornata sia felice.
Il Brasile è l'esempio di quanto un paese possa essere con-
temporaneamente molto ricco e molto povero. La povertà e la
ricchezza sono unite nel carnevale, in cui vengono dimenticate
tutte le necessità e le preoccupazioni. L'abbattimento della fo-
resta vergine brasiliana è un buon esempio di ciò che succede
se lintemperanza prende il sopravvento. Aumenta per poco tempo
il benessere di quei pochi che comunque sono tra i possidenti.
Alla fine però questo breve « incremento della vita » fa sl che
essa di fatto non sia più possibile.
Il «colore» del tipo sette è il verde. Il verde simboleggia la
vitalità e la gioia di vivere, la salute e il benessere. Ildegarda
di Bingen parlò della «forza del verde» o viriditas, dalla quale

13 Il pregevole libro illustrato per bambini di E. Carles, The very Hungry Ca-
terpillar, sembra descrivere il processo del tipo sette dalla sua insaziabilità irredenta
fino alla «leggerezza dell'essere » effettivamente raggiunta. Per sette (!) giorni il
bruco ingurgita quantità enormi di leccornie, senza sfamarsi. Ogni giorno deve avere
di più e i dolori di stomaco ne sono la conseguenza. Solo dopo un periodo di assolu-
ta calma nell'orribile bozzolo si trasforma in una bellissima farfalla.

187
scaturisce tutta la vita. Nel linguaggio colloquiale il verde sta per
comportamento ingenuo, immaturo e infantile. Le persone imma-
ture vengono chiamate anche« novellini » {come le primizie della
verdura). Anche i frutti immaturi sono verdi. Il verde ricorda al
tipo sette che deve affrontare un duro lavoro di maturazione per
raccogliere il suo frutto di vita. Nell'arte cristiana il verde è il co-
lore del paradiso e il colore della croce. Mare Chagall ha rappre-
sentato sulle vetrate della cattedrale carolingia Fraumiinster di
Zurigo, nel mezzo di un albero della vita verde, un Cristo croci-
fisso verde-oro, circondato da una raggiante aureola verde.
W olfgang Amadeus Mozart è I'« esempio » di un tipo sette con
i suoi tratti raggianti e oscuri. Milos Forman ha evidenziato chia-
ramente nel suo film Amadeus il lato « scimmiesco » del « favo-
rito degli dèi » Mozart: il suo piacere per pagliacciate e burle
e le sue scappatelle erotiche.
Mozart aveva dovuto quasi sempre lottare contro le avversi-
tà: la sua prodigalità lo portava a essere in « bolletta»; molti dei
suoi contemporanei non lo capivano; i suoi committenti gli ren-
devano la vita un inferno. Eppure era raro che quest'uomo esau-
risse il suo umorismo grossolano e sciocco, come dimostrano le
sue molte lettere alla sua « Basle » 14 •
Mozart coìne quasi tutti i tipi sette era un gran lavoratore.
Ma sapeva anche festeggiare:
« Lei sa che ora è carnevale ... e io vorrei volentieri... tra-
vestirmi da Arlecchino ... La settimana passata ho dato un ballo
nel mio appartamento ... Abbiamo cominciato di sera alle 6
e smesso alle 7. - Cosa, solo un'ora? - No, no! Alle 7 di
mattina! » 15 •
Mozart cercava degli amici per stare in allegria e riusciva ad
affrontare relazioni più profonde.
Nei periodi più difficili nacque la musica più bella e« più leg-
gera », mentre le sue opere più serie nacquero in periodi di gioia:
«Nei tempi più felici a Vienna ha ... scritto pezzi totalmen-
te cupi e privi di speranza ... quando gli va proprio molto ma-

14 Citato da S. Siegart - N. Frédéric Hoffmann, Mozart. Die einzige Bi!derbio-


graphie, Hamburg 1988, p. 48. Questa biografia, con gli stupendi aneddoti e le
caricature mozartiane, è un must per ogni sette che si vuole informare sul proprio
patrono musicale. Gli stessi autori devono essere dei sette!
15 Cfr. ibid., p. 103, la lettera che risulta intraducibile in italiano, ma che rap-
presenta il perfetto esempio di quanto affermato (n.d.t.).

188
le, scrive anche musica in cui non si sente minimamente l'i-
nopia di quegli anni... La sua tendenza allo scherzo e alla fol-
lia non àccenna a diminuire .. » 16 •
Questa apparente contraddizione ha a che vedere con un ti-
pico fenomeno dei tipi sette; se le condizioni esterne trasmetto-
no abbastanza sicurezza, copertura e accettazione, anche un sette
osa a volte affrontare la parte oscura della vita.
I « patroni biblici » del sette sono re Salomone e il giovane ricco.
Salomone (che regnò dal 965 al 926 a.C.) era figlio di Betsa-
bea, che suo padre David aveva condotto nel proprio harem con
un complotto mortale ai danni del primo marito di lei, Uria. Ben
presto lo splendore della vita di corte di Salomone eclissò tutto
ciò che il paese aveva vissuto in precedenza. La forza e la ma-
gnificenza di Salomone erano proverbiali:
«La pro_vvista di viveri di Salomone per ciascun giorno era
di trenta kor di fior di farina e sessanta kor di farina comu-
ne, dieci buoi grassi, venti buoi da pascolo e cento capi di
bestiame minuto, senza contare i cervi, le gazzelle, le antilo-
pi e i volatili grassi» (lRe 5,2ss).
Sembra che Salomone riscuotesse trecentotrentatré quintali
d'oro all'anno e un trono d'avorio dorato adornasse il suo pa-
lazzo. Nel suo harem aveva settecento mogli e trecento con-
cubine.
Salomone seppe pacificare il paese e creare così la premessa
per una fioritura spirituale, culturale e religiosa unica. Con la
costruzione del tempio creò un centro religioso per la fede di
Israele. Inoltre divenne famoso come poeta, un talento che ave-
va ereditato probabilmente dal suo poetico padre, ])avide.
La sua saggezza era nota quanto la sua ricchezza. La stessa
regina di Saba venne per« metterlo alla prova con enigmi» (lRe
10,1) e ad ammirare la sua ricchezza e aumentarla con regali.
(Secondo la leggenda l'incontro non finì con la soluzione degli
enigmi, tant'è vero che la casa imperiale etiope ha disegnato fi-
no al nostro secolo il suo albero genealogico facendolo risalire
direttamente a quell'incontro fra le due teste coronate).
L'intemperanza di Salomone infine gli fu fatale: le donne del
suo harem internazionale lo spinsero a innalzare templi alle loro

16 Ibid., p. 152.

189
divinità. Infine egli stesso cadde nel sincretismo religioso: «Sa-
lomone segui Astarte, dea dei Sidoni e Milcom, obbrobrio degli
Ammoniti» (lRe 11,5). Dopo la sua morte, il grande impero
di Davide decadde; venne diviso e non trovò mai più l'antica
grandezza e il primitivo splendore.
Diversi libri dell'Antico Testamento vengono attribuiti - pro-
babilmente a torto - a Salomone: i Proverbi, il Qohèlet e il Can-
tico dei cantici. È interessante che parti del Qohèlet rispecchino
una sorta di visione epicurea del mondo, che si lascia riassume-
re più o meno cosl: la vita in fin dei conti è insensata; invece
di sbranarsi da soli con fantasticherie, avidità di guadagno e fu-
ria lavorativa, bisognerebbe cercare di trarne il meglio:
« E allora, via, mangia nella gioia il tuo pane,
e bevi di buon animo il tuo vino,
ché con questo Dio ti è già stato benigno.
In ogni tempo siano candide le tue vesti
né manchi l'olio sopra il tuo capo.
Godi la vita con la donna che ami,
giorno per giorno, durante la vita vana
che ti è stata data sotto il sole» (Qo 9, 7-9).

La storia del «giovane ricco » nel Nuovo Testamento (Mc


10,17-31; Mt 19,16-30 e Le 18,18-30) «può essere letta quasi
come summa del vangelo » 17 •
Un uomo si avvicinò a Gesù, cadde ai suoi piedi e gli chiese:
«Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù indicò i dieci comandamenti. L'uomo però sostenne: « Tut-
te queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza». Gesù
lo guardò, lo amò e gli disse quindi: « Ti manèa una cosa: va',
vendi ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo;
poi vieni e seguimi». L'uomo« se ne andò rattristato» per que-
ste pretese «poiché aveva molti beni».
Il « giovane ricco » sa immaginarsi ciò che gli « manca » solo
come addizione ai suoi beni già presenti e alla ricchezza religio-
sa. Gesù invece gli indica una sorgente di vita che si schiude
solo laddove si rinunci al proprio progetto di vita e si diventi
povero per Dio.

17 K. Barth, Der reiche Jiingling, edito ed introdotto da Peter Eicher, Miinchen


1986, p. 13.

190
«Non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorel-
le o madre o padre o figli o campi a causa mia è del vangelo,
il quale non riceva ora, nel tempo presente, il centuplo in ca-
se, fratelli, sorelle, madri, figli e campi, insieme alle persecu-
zioni, e la vita eterna nel secolo futuro» (Mc 10,29ss).

La storia del « giovane ricco » possiede una particolare forza


d'urto oggi che una società e una Chiesa occidentale ricche af-
frontano l'ingiustizia della diseguale distribuzione dei beni nel
mondo, come il cammello la cruna dell'ago. Il vangelo «placa
la spinta al possesso materiale e religioso senza promettere ulte-
riore possesso, ma attraverso una ricchezza che è più del pos-
sesso». Non« aggiunge valori celesti ai possedimenti interni al
mondo », bensl istituisce « una nuova giustizia nel rapporto tra
ricchi e poveri » 18 • La storia del « giovane ricco » ci sfida tutti
materialmente e spiritualmente, non solo i sette. Tutti i tentati-
vi di spiritualizzarla (e quindi di disinnescarla) anzitempo, de-
vono fallire. Resta 111 nostra «spina nel fianco», finché
dedichiamo il nostro c~ore al denaro, al possesso spirituale o ma-
teriale oppure a qualsiasi altra cosa che non sia Dio 19 •

Conversione e redenzione

L' «invito» al tipo sette si chiama cooperazione con Dio.


Il sette irredento ritiene di poter forgiare il proprio destino
e progetta quindi continuamente nuove forme di ottimizza-
zione della vita. Se collabora con Dio, ciò comporta diverse
cose: affronta la realtà del mondo, che è sempre un misto
di gioia e di dolore, e accetta ambedue gli aspetti della vita.
Segue l~ strada di Dio, che conduce dalla morte alla resurre-
zione. E capace di portare gioia e speranza dove regna l' af-
flizione. Da ciò consegue che il tipo sette naturalmente tende

18 Ibid., pp. 17s. Questa storia della Bibbia, importante non solo per i sette,
non può essere interpretata per esteso nell'ambito di questo libro. Il cattolico Pe-
ter Eicher ha riunito ciò che più conta nella sua estesa introduzione alle osservazio-
ni di Karl Barth. Cfr. anche l'interpretazione di D. Bonhoeffer, in Sequela,
Queriniana, Brescia 19712 , pp. 50-59.
19 Un'analisi biblico-teologica delle questioni economiche con una serie di pro-
poste pratiche per uno stile di vita semplice è stata redatta da R. Sider, Der Weg
durchs Nade!Ohr. Reiche Christen und Welthunger, Wuppertal 1978.

191
a percorre:i:e realmente questa strada e non sfugge a questo
richiamo. E il passo dall'idealismo a un desto realismo.
Il dono del tipo sette redento è la gioia sobria. Questa gioia
può diventare sincera e profonda se non si perde in mania
di divertimento superficiale. Chi vuole organizzare-una fe-
sta veramente bella, dovrebbe affidarne la responsabilità a
dei sette. Chi vuole celebrare una cerimonia religiosa che renda
felici le persone, dovrebbe lasciare l'impostazione della liturgia
a dei sette.
Tra i« compiti di vita» del tipo sette c'è quello di scoprire
il segreto delle loro premature razionalizzazioni. I sette pos-
sono arrivare al punto di non potere più gioire spontanea-
mente e di cuore a causa di tanta gioia progettata e
organizzata .. A volte sono particolarmente rigidi e tesi nel ten-
tativo di evitare il dolore.
Non bisogna dimenticare che il tipo sette ha un lato del
sei, e quindi può essere sorprendentemente dogmatico. In-
fatti coloro che, poco prima, erano tanto felici possono ap-
parire a loro modo molto meschini, assolutistici e autoritari,
in particolare se qualcuno vuole rovinare loro l'umore. La
gioiosità del sette irredento è la conseguenza del timore e uno
strumento dell'istinto di conservazione. L'energia di testa si
tira sempre indietro di fronte alla vera realtà. Gli stessi sette
in un primo tempo si sorprendono, quando scoprono che la
loro energia in fondo è spesso una ritirata di fronte alla real-
tà e non un vero impegno. A prima vista sembrano tanto im-
pegnati, perché fanno continuamente confusione.
Per i tipi sette è importante raggiungere una profonda ac-
cettazione di sé, per scoprire che vengono accettati da Dio
e magari da un paio di persone che sono loro vicine, e non
solo per il loro lato raggiante. Allora possono vivere realisti-
camente nel presente bello e doloroso, invece di sfuggire in
sogni a occhi aperti nel futuro o nel passato.
Nel mezzo della caccia alle possibilità, i tipi sette hanno
ogni tanto il desiderio di una gioia senza soccorso: semplice-
mente stare in spiaggia e assaporare il sole. Dovrebbero osarlo,
piuttosto che portare di nuovo con sé un paio di libri, il walk-
man, il blocco notes e magari anche un computer portatile,
per lasciare aperte tutte le possibilità.
I tipi sette devono imparare a superare la paura eccessiva
del dolore fisico e spirituale. Forme di meditazione, in cui

192
affrontano il proprio lato oscuro, possono essere di grande
aiuto in questo. Un'epoca di malattia o di limitazione, scelta
liberamente, può essere l'accesso alla gioia profonda, cui il
sette in fondo anela.
Chi ama un tipo sette deve aiutarlo a mangiare il suo dolo-
re, masticarlo, ingoiarlo, digerirlo! Il sette deve percepire il suo
lato oscuro, rallentare la vita, interrompere il chiacchierio con-
tinuò e accettarne anche la parte brutta e difficile.
William James parla di « credenti nati una volta » e «nati
due volte »:
« I credenti nati due volte confidano e sperano ancora, per
quanto abbiano provato il dolore e la delusione nella loro vita.
I credenti nati una volta mantengono in piedi un ottimismo in-
fantile, ma non hanno vissuto molto dolore » 20 '.
Forse il compito di vita di qualche sette irredento può con-
sistere nel venire al mondo una seconda volta e ... diventare
adulto.
Il« santo» del tipo sette è Francesco d'Assisi (1182-1226). Al-
l'inizio della sua vita era stato il re delle feste vorace di diverti-
mento. Però a mano a mano si accorse di essere in fuga da se
stesso, si ritirò sempre di più e si ammalò.
L'incontro con un malato di lebbra divenne una svolta nella
sua vita. Nel suo Testamento Francesco scrive: «Essendo io nei
peccati, mi pareva troppo amaro vedere i lebbrosi ». I tipi sette
hanno un'avversione.naturale contro tutto ciò che puzza, è spor-
co o è brutto.
« E il Signore stesso mi condusse tra loro, e io usai miseri-
cordia con essi. E nel partire da essi, quello che mi pareva
amaro, mi fu cambiato in dolcezza dell'anima e del
corpo » 21 •
Qui si vede come Francesco superasse l'avversione contro il
suo lato doloroso e oscuro accettando il brutto: doveva abbrac-
ciare il dolore. Questo è il contrario di ciò che Francesco sareb-

20 Riassunto secondo]. P. Wagner, A Descriptive, Reliability and Validity Stu-


dy of the Enneagram Personality Typology, tesi di laurea, Loyola University of Chi-.
cago 1981, p. 97.
21 San Francesco d'Assisi, Gli scritti, a cura di M. D'Alatri, Edizioni Paoline,
Roma 1982, p. 146.

193
be stato per natura: un ricco mattacchione, burlone e un gallo
nel pollaio. ·
Ovviamente egli si muoveva nella direzione opposta. Ciò lo
portò alla sua« immensa» povertà. Di meno è di più! Egli volle
essere il più povero, mentre tutti gli altri volevano diventare ric-
chi. Ciononostante restò il santo e il mendicante gioioso. Conti-
nuò ad avere un occhio di riguardo per tutto ciò· che era bello
(basti solo guardare i luoghi in cui ha predicato in Italia). Fran-
cesco, come Mozart, aveva bisogno di un ambiente bello per af-
frontare le proprie paure e le ferite interiori.
Molti racconti testimoniano che fino alla fine il tema della
sua vita restò la ricerca della « perfetta letizia » 22 • Sapeva gioi-
re dei fiori e degli uccelli, sapeva usare un bastone come violino
e ballare alla sua supposta melodia. Alla fine della sua vita ricca
di rinunce, sapeva addirittura salutare la morte come « sorella »
e amica. Poco prima di morire venne stimmatizzato; le ferite
di Cristo apparvero sul suo corpo e lo resero tale da poter con-
fessare insieme a Paolo:

« Portiamo sempre e dovunque la morte di Gesù nel no-


stro corpo, perché anche la vita di Gesù sia manifestata nel
nostro corpo» (2Cor 4,10).

TIPI « OTTO »

Profilo

I tipi otto danno l'impressione di essere forti e potenti e


sono in grado di comunicare anche ad altri una sensazione
di forza. Hanno il senso della giustizia e della verità, perce-
piscono istintivamente quando qualche cosa« puzza» e quan-
do lingiustizia e la disonestà sono all'opera, affrontando
queste situazioni in maniera diretta. Possono essere un so-
stegno affidabile per gli altri e sviluppare un notevole senso
di responsabilità e di assistenza. Quando si impegnano per

22 Cfr. R. Rohr,. Die unverbundenen Wunden: ein Franziskaner iiber Franz von
Assisi, in Der nackte Gott; op. cit., pp. 62-75.

194
qualcosa, possono investirvi immense energie: ci si può fida-
re della parola di un otto.
Con il tipo otto torniamo nell'ambito «del gruppo di pan-
cia», che comprende l'otto, il nove e l'uno. Così come noi
uno vogliamo essere bravi ragazzi e brave ragazze, gli otto
vogliono essere piuttosto cattivi ragazzi e cattive ragazze.
Hanno avuto prematuramente l'impressione che il mondo pu- ·
nisca le tendenze tenere e hanno puntato quindi sulla durez-
za. Molti otto hanno fatto da bambini lesperienza di
sottomissione e di maltrattamento; non hanno potuto fidar-
si di nessuno se non di se stessi. I figli dell'olocausto e i figli
dei quartieri poveri, dove non ci si può permettere di mo-
strare delle debolezze o di piangere, sono diventati e diven-
tano spesso degli otto. Nelle loro comitive e bande devono
superare prove di coraggio, per mostrare quanto sono in gam-
ba, temerari e intrepidi. Alcuni otto raccontano che anche
i loro genitori premiavano la forza:« Non abbozzàre! Colpi-
sci anche tu! Mostra all'altro chi è il capo!». Gli otto hanno
sviluppato la sensazione che i forti regnano sul mondo e che
i deboli hanno la peggio; per questo hanno deciso di non es-
sere bravi, di non adattarsi, bensì di sviluppare la forza, op-
porre resistenza, rompere le regole e dare ordini piuttosto ·
che riceverli. Alcuni tipi otto hanno sviluppato il loro atteg- ,
giamento ançhe come reazione a genitori troppo teneri, «li-
berali» e accondiscendenti. Vogliono provare e vedere quanto
riescono ad andare lontano prima di affrontare finalmente
un confronto.
Dagli altri vengono spesso scambiati per uno, perché en-
trambi i'tipi dimostrano di essere guidati dall'aggressività.
Una delle differenze tra i due tipi consiste nel fatto che gli
otto non si scusano· né si« rimangiano» alcunché, avendo dif-
ficoltà ad ammettere gli errori, perché ciò potrebbe apparire
come una debolezza.
Mio nipote e figlioccio di appena quattro anni è già am-
piamente identificabile come tipo otto. Mio fratello dice:
« Non sono riuscito a convincerlo nemmeno una volta a scu-
sarsi per qualcosa! ». Gli otto non sono disposti a chiedere
perdono così facilmente:

« Io lo posso punire o addirittura sculacciare, ma ciò lo rende


solo più ostinato. Una volta l'ho spedito in punizione per due

195
ore nella sua stanza, dove doveva restare al buio. E lui vi rima-
se, semplicemente ».

A parte i dubbi metodi pedagogici di mio fratello, I' esem-


pio dimostra l'intransigenza dell'otto: «Ve la farò vedere! Non
riuscirete a piegarmi! ».
D'altro canto gli otto possono trattare se stessi con molta
fermezza e punirsi con molta durezza, senza che il mondo
esterno lo noti.
I tipi otto vengono spesso scambiati anche per tipi sei con-
trofobici, in effetti visti da fuori i due tipi sono difficili da
distinguere. Le aggressioni del sei vengono dalla testa e sono
l'espressione della paura che vogliono anticipare. L'aggressi-
vità dell'otto proviene dalla pancia e si dirige contro tutto
ciò che lotto sente come ipocrisia e ingiustizia.
L'esperienza di base del tipo otto è che la vita è minaccio-
sa oppure ostile e che non ci si può fidare cosl facilmente
degli altri, finché non è dimostrato il contrario. Gli otto cer-
cano i conflitti o, addirittura, li creano. Giocano duro e
sono noti « avvocati del diavolo »: se dici di sl, loro dicono
di no. Provano piacere nell'essere contro. Anche se non sem-
pre lo danno a vedere subito, la loro prima reazione a pen-
sieri, persone e situazioni nuove è spesso la difesa e la ne-
gazione.
Fortunatamente prendono volentieri partito per i deboli.
I tipi otto non sopportano alcuna falsa autorità e gerarchia.
La loro passione per la giustizia e la verità li conduce a met-
tersi spesso· dalla parte degli oppressi e degli indifesi. Que-
sto deriva dal fatto che inconsapevolmente sanno che nel più
profondo di se stessi, dietro una facciata di durezza, invul-
nerabilità, imprecazioni o addirittura brutalità, si cela un pic-
colo ragazzo o una piccola ragazza. Questo bambino interiore
è l'esatto contrario della forza e della potenza che ostenta-
no. I sentimenti di tenerezza e di vulnerabilità sono però pro-
fondamente radicati nell'otto. La maggior parte di loro lascia
vedere questa parte di sé al massimo a due o tre persone nel-
la vita, se va bene, il consorte potrebbe esserne una, ma nem-
meno questo è garantito. Il tipo otto è insicuro nei confronti
del bambino che cela in sé, ma lo scopre a volte in altri e
lo vuole proteggere.

196
L'immagine di sé del tipo otto è: «lo ho potere! Io sono
più forte di voi! ». Gli otto maschi sono spesso «taurini» o
per lo meno di costituzione atletica, molti sono propensi a
espressioni di forza, con le quali possono dimostrare potere.
Si può trovare questa energia nella cultura degli slum neri
delle metropoli statunitensi. Tra i giovani che vi abitano lo
stesso aggettivo bad, «cattivo», significa «buono». Atteg-
giamenti simili sono osservabili nei movimenti di liberazio-
ne e nel movimento femminista. Chi è stato maltrattato e
sottomesso, sviluppa spesso un'energia da otto. La teologia
della liberazione in America Latina è una teologia ampiamente
da otto. Una parte di questa energia è sempre la presa di po~
sizione in favore dei piccoli e dei poveri; lotto è disposto
a combattere le potenze regnanti con ogni mezzo in nome
della giustizia.
Se un tipo otto però è al potere, i suoi sottoposti si sento-
no spesso oppressi e maltrattati, mentre lotto stesso di soli-
to nemmeno si accorge che il proprio comportamento incute
timore. Di solito esprime immediatamente e in maniera di-
retta la sua rabbia, che diventa all'ordine del giorno, mentre
coloro che ne sono le vittime in genere non si riprendono
cosl in fretta.
Gli otto combattono per stabilire un contatto e spesso non
capiscono perché questo tipo di approccio_faccia paura. Poi-
ché la lotta, il conflitto e il confronto li fanno divertire, ri-
tengono che anche per gli altri debba essere cosl. In tal modo
non notano che i loro colpi finiscono sotto la cintura e spes-
so sono difficili da sopportare. Il piacere per lattacco, che
sentono in parte come qualcosa di «ludico», spesso suscita
negli altri un comportamento aggressivo, ma l' atteggiamen-
to degli otto non vuol essere altro che un modo per instaura-
re un contatto.
Se i tipi otto attaccano, spesso lo fanno per demolire la
facciata artificiale della loro controparte. Odiano i messaggi
confusi e vogliono vedere cosa« c'è» veramente e di cosa si
tratta. Devono anche sapere chi è il nemico e chi lamico,
contro chi devono combattere e chi invece copre loro le spalle.
Per un degno nemico provano un grande rispetto. Don Ca-
milla e Peppone, i protagonisti dei romanzi di Giovanni Gua-
reschi, sono due tipi otto che combattono per due sistemi di
valori opposti: entrambi in maniera brutale e con mezzi gros-

197
solani, ma allo stesso tempo con grande rispetto per l'av-
versario 1 •
Gli otto sono spesso giocatori di carte eccezionali oppure
atleti con un forte senso agonistico, perché notano subito le
debolezze altrui e sfruttano il vantaggio senza rimorsi di co-
scienza.
La capacità del tipo otto di smascherare immediatamente
il comportamento insincero e la falsa forza ha reso. molti di
loro terapeuti e padri spirituali influenti, che riescono a de-
molire la falsa immagine che gli altri hanno di se stessi, con-
tribuendo cosi al sorgere della luce della verità.
Il famoso e famigerato caucaso G. I. Gurdjieff, che nella sua
scuola utilizzò tra laltro parti dell' enneagramina, era un tipo
otto. I suoi due metodi preferiti erano: «Pestare i calli agli al-
tri» e «Fare un brindisi all'idiota». Si accaniva sui punti più
sensibili del carattere dei suoi alunni e vi insisteva fin quando
essi non avessero messo a punto dei meccanismi di difesa e a ma-
no a mano potessero essere smascherati i camuffamenti e i tra-
vestimenti del «falso io». La parola «idiota» veniva utilizzata
nel circolo di Gurdjieff nel significato originale del termine, che
indicava un principiante. Al pranzo di benvenuto ai nuovi allie-
vi si beveva brandy o vodka in grandi quantità. L'alcol aveva
la funzione di demolire più rapidamente i meccanismi di difesa.
Questo era il genere di brindisi che Gurdjieff rivolgeva ai nuovi
arrivati, mimando alcuni tratti caratteristici che trovava in loro:
«"Tu sei un tacchino'', disse a uno la prima sera. "Un tac- ·
chino che sarebbe volentieri un pavone". A ciò si aggiunge-
vano un paio di magistrali movimenti della testa di G. oppure
un paio di suoni gutturali e già appariva al tavolo un tacchino
arrogante che si rizzava di fronte a una immaginaria
tacchina » 2 •
Il grande terapeuta della Gestalt, Fritz Perls, esigeva che i suoi
clienti percepissero ed esprimessero cos'è qui e ora, invece di
fuggire nel passato o nel futuro. «Qui e ora divenne il punto
spazio-temporale più piccolo possibile dell'esperienza di una vi-

1 G. Guareschi, Il compagno don Camillo, Rizzoli, Milano 1979; lo stesso


in Don Camillo e il suo gregge, Rizzoli, Milano 1981.
2 K. Walker, citata in H. Palmer, The Enneagram, op. cit., p. 14. Cfr. su.
Gurdjieff, ibid., pp. 10-24.

198
sione interna/esterna». Questo «punto di intersezione tra pas-
sato e futuro è l'unico attimo nella vita nel quale posso agire».
Perls si accorgeva subito se laffermazione dei suoi clienti non
coincideva con la gestualità o la mimica e rafforzava queste di-
scordanze, per renderle consapevoli. Le voci interiori discordi
le chiamava topdog (la voce autoritaria) ed underdog (la voce su-
bordinata). Come terapeuta assumeva preferibilmente il ruolo
dell' «opposizione». Incitava gli altri a vivere pienamente i pro-
pri sentimenti. Con «precisione .,..... quasi - matematica » egli
riusciva a farsi largo fino alle « faccende irrisolte » di vitale im-
portanza dei suoi pazienti. Cosl li conduceva a quella difficoltà
« che aveva bloccato la strada a una sorgente sostanziale delle
possibilità di vita » 3 •
Chuck Dederich, anch'egli un otto, il fondatore di Synanon,
un gruppo di terapia per tossicomani, sviluppò dei metodi im-
parentati con quelli di Gurdjieff e Perls: durante le sedute, il
gruppo confronta uno dei componenti e il suo comportamento.
Si trae dalla «vita reale» uno spunto insignificante oppure si-
gnificativo. Forse la persona in questione è comparsa con dieci
minuti di ritardo alla seduta di gruppo.
«Colui che lancia l'accusa lo fa in modo prepotente e of-
fensivo, con particolari terribilmente esagerati. Immediata-
mente gli altri intervengono e raccontano eventi simili che
hanno osservato. Cosl intrecciano una sorta di rete intorno
all'accusato per inchiodarlo ai suoi atteggiamenti, abitudini
e tratti di carattere completamente incoscienti. Non appena
I' acèusato tenta di giustificarsi o di difendersi, il gruppo at-
tacca anche il suo modo di difendersi » 4 •
Questo metodo, di montare drammaticamente pretesti inesi-
stenti, può essere molto comico, ma può anche diventare molto
serio ed esige un gruppo solido, in cui esista fiducia reciproca.
Allora aiuta le persone a sfogare le loro tensioni« ludicamente,
a buttare fuori le loro contraddizioni e le lotte di potere, a sca-
ricare la pressione e a scoprire ed esprimere nuove e maggiori
potenzialità » 5 •

3 Cfr. R. C. Cohn - A. Fahrau, Gelebte Geschichte der Psychotherapie, Stutt-


gart 1984, pp. 299-322. Citazioni: pp. 300-304.
4 M. Frings Keyes, Uses of Deptession, Anxiety and Anger in the Enneagram,
Muir Beach 1988, p. 65.
5 Ibid. ·

199
I tipi otto sviluppati hanno il dono di condurre altre per-
sone ai loro reali potenziali come nessun altro.,
Tra gli otto si trovano grandi figure di condottieri e rivo-
luzionari: Martin Luther King, Fide! Castro, Che Guevara,
Saul Alinsky (il grande organizzatore statunitense di prote-
ste civili) erano e sono persone che esaltano gli altri con for-
za carismatica, motivandoli all'impegno. I tipi otto sanno
suscitare negli altri la disponibilità ad affidarsi alla loro con-
duzione e a seguirli dovunque, infatti si percepisce che riu-
sciranno a realizzare ciò che sì sono proposti.
Mentre i tipi uno riformano il sistema dall'interno, gli ot-
to tendono a uscirne, lanciando i loro attacchi da fuori. An-
che questo atteggiamento incute timore. Vengono facilmente
intimoriti da un tipo otto soprattutto coloro che hanno dif-
ficoltà ad ammettere la propria aggressività. L'aggressività
dell'otto suscita nella controparte una reazione di uguale vio-
lenza, per questo è semplice temere e odiare gli otto.
Gli otto a volte sembrano addirittura assaporare il piacere
di essere odiati e rifiutati. Questo li scalda per davvero. Non
si vergognano di muoversi come un elefante fra le porcella-
ne. Quando io, bravo uno, dissi «merda» in una delle mie
prime cassette pubblicate, provai.subito sensi di·colpa. I bravi
ragazzi non dicono «merda». Mia madre mi telefonò subito
dopo aver sentito il nastro e mi disse che non avrei dovuto
mai pronunciare certe parole. Se invece un tipo otto dice
«merda», allora lo dice convinto! Una cosa del genere piace
agli otto. Essi godono se il pubblico si contorce sulle sedie,
non sono diplomatici!
Il tipo otto «evita» la disperazione, la debolezza e la sot-
tomissione. Per questo gli otto tendono ad esempio a consi-
derare la propria opinione come assolutamente giusta e a
essere completamente chiusi ad altre argomentazioni. Ten-
dono alla presunzione e alla prepotenza, non volendo dimo-
strarsi «deboli ». Spesso trattano i collaboratori come zerbini
e a volte giungono addirittura a far passare i loro avversari
per cattivi o ritardati. Poiché il tipo otto conosce le proprie
forze e distingue immediatamente i punti deboli altrui, si eleva
sulle altre persone e crea spesso infondate e false gerarchie.
Ordina il prossimo in uno schema di amico-nemico che non
è per nulla appropriato agli altri.
Guai se un tipo otto incontra qualcuno che si presenta trop-

200
po sicuro di sé! Nel seminario per diventare sacerdoti aveva-
mo un professore che umiliava chiunque fra noi sembrasse
sicuro di sé oppure sostenesse un'opinione divergente. Se a
qualcuno però andava veramente male, se qualcuno aveva fal-
lito oppure fatto un grave errore, questo stesso insegnante
diventava semplicemente magnifico. Ciò è tipico dell'otto:
se sei veramente povero, disperato e debole, scatta il suo istin-
to di protezione e fa di tutto per starti accanto, ma non ap-
pena esprimi in qualche modo una certa forza, l'otto
dimostrerà che ha più potere. Non si può vincere una lite
con un otto. Se tu usi le tue armi, lui ne usa di più forti.
La vera energia dell'otto non è l'ira o l'irascibilità. Si trat-
ta piuttosto di una passione e di un totale impegno per la ve-
rità, la vita e la giustizia: è una vera e propria passione per
ciò in cui credono o per le persone per le quali si sentono
responsabili.
L'errore più grande che si può fare con un tipo otto consi-
ste nel lasciarsi intimorire e tornare sui propri passi, quando
esercita una pressione in maniera più o meno rumorosa. Al-
cuni otto cominciano a imprecare e a battere i pugni sul ta-
volo. Si dovrebbe acconsentire o a un combattimento oppure
tentare di rivolgere la parola al bambino che si cela nell'otto,
ciò li può disarmare. Essi sono abituati a vedere gli altri ab-
bassare la cresta. Gli otto proteggono il debole; ma disprez-
zano codardia e arrendevolezza. In questi casi possono colpire
duro in ogni senso. Questo è il loro lato oscuro. Non appena
ritengono che la loro controparte sia stupida o incapace, le
danno il colpo di grazia, anche se è già a terra.
A molti otto piacciono discipline sportive dure come il rugby
o il calcio. A volte anche le macchine veloci possono « sti-
molarli». Io ho sentito di un giocatore di football americano
le cui rotule erano mezze distrutte, ma egli continuava a cor-
rere sul campo di gioco e sembrava quasi celebrare la cosa.
Avrebbe anche potuto perdere sangue nel « santo » nome del
football americano! Gli otto riescono a godere addirittura del
dolore e a sopportarlo meglio di chiunque altro.
I tipi otto mostrano raramente di aver paura. Per la mag-
gior parte sono temerari e coraggiosi e accettano volentieri
sfide pericolose e vivono spesso sull'orlo della catastrofe, que-
sto li eccita, Il si trovano nel loro elemento. ·
Gli otto sono affascinanti. Volenti o nolenti si rimane col-

201
piti. Quando s.i incontra un tipo otto, maschio o femmina,
non lo si dimentica tanto facilmente.

Dilemma

La lotta per la giustizia non è solo la forza, ma anche la


«tentazione» del tipo otto. Ciò può condurlo ad autonomi-
narsi vendicatore e giustiziere, perché la sua idea di giusti-
zia è il «bilanciamento». L'otto presuppone che il cattivo
debba essere punito, anche se poi si tratta di se stesso. Non
appena gli otto si ripiegano su se stessi, corrono il pericolo
di dirigere laggressività, che altrimenti rivolgerebbero ali' e-
sterno, contro se stessi. Gli otto cercano sempre un colpevo-
le da poter punire. La vendetta e la ritorsione (la« trappola»
dell'otto), infatti, rappresentano dei modi di risistemare la
bilancia della giustizia. Poiché per il tipo otto si tratta spesso
del tutto per tutto e il mondo viene diviso in bianco e nero,
amico e nemico, può accadere che paradossalmente scopra
di essere il peggior nemico di se stesso -e, quando giunge al
confronto con la propria colpa, di non potersi più fidare di sé.
Il fenomeno mondiale del terrorismo prende le mosse dal-
1' energia della «giustizia vendicatrice ». Gli autoeletti « Tri-
bunali del popolo » emettono sentenze di morte ai danni di
ràppresentanti del «_regime dell'ingiustizia» o del «capita-
le». Non si può infliggere peggiore tortura a un tipo otto di
quella di isolarlo e tagliarlo fuori da tutte le possibilità di agire
sull'esterno, infatti diversi terroristi tedeschi della Raf si so-
no suicidati in carcere a causa della forzata inattività e altri
sono pronti a farlo.
Il « meccanismo di difesa » del tipo otto si chiama negazio-
ne. Un otto può negare a volte tutto ciò che non rientra nella
sua idea di verità e di giustizia. Può soprattutto negare eri-
muovere le proprie debolezze e i limiti del suo potere.
Il «peccato radicale» dell'otto è limpudicizia. Noi defi-
niamo cosl ciò che nel catalogo classico dei peccati capitali
veniva chiamato lussuria. Gli otto sono dei «purosangue»:
con tutto ciò che questo termine comporta. Ancora una vol-
ta vediamo quale grandiosa psicologia del peccato si celi nel-
1' enneagramma. Esso ci aiuta a capire meglio cosa s'intenda
veramente con lussuria: si tratta della violenza su un'altra per-

202
sona per piacere o per passione; l'altro viene usato impudi-
camente, fatto proprio oppure oppresso. Impudicizia signi-
fica che io sfrutto un'altra persona e non rispetto la sua
dignità. Questo peccato si può manifestare nel!' otto in tutti
i campi della vita: un otto irredento non ha rispetto per la
vulnerabilità o la dignità di un altro.
I tipi otto irredenti possono esigere una moralità molto pro-
fonda dagli altri, senza tuttavia sentirsi in obbligo di rispet-
tarla. Oscillano quindi tra il rigido moralismo e il magnanimo
laissezfaire. Come il tipo sette, anch'essi tendono a un'ecces-
siva soddisfazione degli istinti. Nel!' otto inoltre questo at-
teggiamento assume raramente forme particolarmente
«coltivate»: essi possono godersi il cibo, lalcol e il sesso senza
provare sensi di colpa, dai quali, peraltro, vengono attana-
gliati soprattutto quando hanno l'impressione di essere stati
ingiusti e insinceri. Nelle feste gli otto sono tra quelli che
« restano fino alla fine » e vanno a· letto per ultimi. Se i tipi
sette godono per evitare il dolore, gli otto festeggiano, per-
ché ciò appartiene alla pienezza e alla completezza della vita.
I tipi otto sanno assaporare veramente il loro potere e hanno
il bisogno di rivendicarlo e magari di allargarlo. Vogliono sa-
pere ed essere informati di tutto e s'inviperiscono se vengo-
no raggirati o «ingannati». Se si ha un otto come superiore,~
è meglio, quando si sbaglia, ammettere subito lerrore, an-
che se ci si dovrà aspettare una grande esplosione di collera.
Se l'otto capisce che qualcosa è stato fatto passare sotto si-
lenzio, può reagire in maniera molto violenta, infatti, aven-
do lesigenza di amministrare il controllo di tutto, se solo lo
sfiora il pensiero che si siano lasciati perdere particolari an-
che insignificanti, percepisce ciò come il possibile inizio del-
la perdita di controllo generale! Per questo gli otto possono
essere enormemente pedanti e insistere in modo che tutto
sia sempre in ordine anche nel dettaglio.
Essi hanno bisogno del controllo sulla loro proprietà e su
altre persone, vogliono decidere in che direzione procedere,
, senza dover dipendere da nessuno. Per questo sorgono pro-
blemi quando si innamorano. In una relazione sentimentale
è necessario un minimo di adattamento; si deve giungere a
dei compromessi e bisogna sacrificare parte dei propri inte-
ressi. Un partner che si sottomette risolve solo apparente-
mente questo problema; in verità non rende felice lotto.

203
Perché in fondo il tipo otto osserva e rispetta solo persone
che oppongono resistenza e rivendicano una propria posizione.
Nella relazione d'amore poi si giunge al conflitto tra i moti
di tenerezza e la durezza studiata. Inoltre l'otto ha bisogno
di molto spazio per sé solo. Molti otto vanno volentieri a cac-
cia, a pesca o a fare dell'alpinismo. Sono i tipici uomini della
pubblicità della Marlboro, che non hanno apparentemente
bisogno di nessun altro che di se stessi e della natura. John
Wayne è un classico tipo otto. Per la relazione d'amore ciò
può significare:« Voglio venire a letto con te, ma non voglio
stare per sempre con te». Ciò può condurre a conflitti per-
manenti soprattutto quando uomini otto stanno insieme a don-
ne particolarmente possessive.
L'altra faccia della medaglia è, come sempre, il dono del
tipo otto redento: gli otto sono amanti appassionati della vi-
ta. Passione è la parola latina che definisce al meglio l'animo
dell'otto, in cui si agitano sia la forza vitale sia la disponibili-
tà al dolore.
Il «frutto dello Spirito» del tipo otto è l'innocenza, che
contrassegna il bambino che si cela in lui, indifeso e fiducio-
so. Gli otto devono imparare a non vedere e occuparsi solo
del bambino vulnerabile e bisognoso di protezione èhe, ve-
dono negli altri, bensl essere benevolenti anche con il bam-
bino indifeso nella propria anima. Questo per l'otto è un
compito collegato a molte paure. Ciò significa infatti rico-
noscere la propria debolezza. La premessa per compiere questa
operazione è la sincerità. Proprio l'otto, che richiede al pro-
prio ambiente l'onestà e smaschera immediatamente il com-
portamento insincero, deve imparare a esigere lo stesso da sé.
I tipi otto, di solito, guardano malvolentieri dentro di sé
per scoprire i loro lati teneri. Il tenero lo vedono negli altri:
in un bambino piccolo, in un'anima, in una donna delicata
e bella. Si può studiare questa caratteristica su Obelix 6 ,
classica caricatura del tipo otto: «scorza dura e nocciolo te-
nero». Il suo cagnolino Idefix oppure una ragazza dolce e de-
licata sono in grado di far perdere totalmente- il controllo
all'uomo grande e selvaggio, che altrimenti abbatte cinghiali
a mani nude e sconfigge intere legioni di romani.

6 L'inseparabile compagno di avventure di Asterix nella serie di fumetti fran-


cesi di René Goscinny e Albert Uderzo.

204
Nikos Kazantzakis (1883-1957) ha rappresentato in molti dei
suoi romanzi un tipo otto, in cui la« virilità» sciovinistica si ab-
bina con la gioia di vivere e l'amore dell'uomo (Zorba il greco).
La lotta per il superamento e la «spiritualizzazione» dell'istin-
to domina i suoi romanzi religiosi Il poverello di Dio e L'ultima
tentazione 7•
Ernest Hemingway (1899-1961) ha dato la forma letteraria
più chiara all'energia dell'otto. I suoi uomini e donne sono for-
ti, egocentrici, combattivi, avventurosi e brutali.
Egli stesso cercò per tutta la vita di presentare al mondo un'im-
magine da «ragazzo duro». Sin da giovane a quanto pare rac-
colse un arsenale di imprecazioni oscene, che in seguito allargò;
fin da piccolo disprezzava le lacrime e il dolore. Come autista
di ambulanza della Croce Rossa Italiana nella prima guerra mon-
diale venne ferito gravemente: duecentotrentasette schegge di
metallo, cosl almeno secondo la leggenda che egli stesso ha di-
vulgata, erano entrate nella sua gamba. Lenl il dolore, come disse,
con il brandy e di notte si estrasse da solo le schegge dalla carne.
La sua esaltazione per la Spagna (il paese dell'otto) e per la
corrida (il toro è uno degli animali-simbolo dell'otto) non l'ha
mai abbandonato ed è lo sfondo di molti suoi racconti e
romanzi 8 • Per anni accarezzò l'idea di diventare torero; una
volta pare che fosse riuscito a superare la prova di coraggio di
saltare sulla schiena di un toro, piegarlo e soffiargli fumo di si-
garo negli occhi, per essere più tardi quasi incornato dallo stes-
so toro 9 •
Le sue passioni erano la boxe, i party, la caccia e la pesca (in
particolare la pesca di pesci spada che possono pesare fino a 400
kg e vengono attaccati dagli squali; egli ha elaborato questa os-
sessione nel suo romanzo Il vecchio e il mare).
Come capitano dello yacht che si era progettato da sé, pre-
tendeva da tutti coloro che viaggiavano con lui ubbidienza as-
soluta. I suoi scoppi d'ira erano temuti. In particolare quando
venivano attaccate la sua virilità o la sua attività di scrittore,

7 N. Kazantzakis, Zorba il greco, Mondadori, Milano 1971; id., Il poverello di


Dio, Piemme, Casale Monferrato 1990; id., L'ultima tentazione, Frassinelli, Mila-
no 1987. · ·
8 Ad esempio: Morte nel pomeriggio, Mondadori, Milano 1991 o Un'estate peri-
colosa, Mondadori, Milano 1988.
9 Cfr. W. H. Nelson, Ernest Hemingway: 100 Blitzlichter aus seinem Leben,
Miinchen und Esslingen 1971, p. 23.

205
pensava alla vendetta. Un suo amico, il fotografo Robert Capa,
ne disse: «Papà (Hemingway) può essere più iracondo di Dio in
una brutta giornata, se tutta l'umanità si comporta male» 10 •
D'altro canto sapeva essere assai generoso quando gli altri si cac-
ciavano inconsapevolmente nei guai: « Per essere un uomo civiliz~
zato hai bisogno di due qualità: la compassione e la capacità di pa-
rare i colpi » 11 • Hemingway si è sposato quattro volte, inoltre
ebbe, secondo le sue stesse asserzioni, una serie di ulteriori rela-
zioni. Verso la fine della sua vita cadde in una sorta di ottene-
bramento spirituale: veniva colto da inspiegabili attacchi d'ansia
e non riusciva più a scrivere. Dopo molteplici tentativi di suicidio
falliti, nel giugno del 1961 gli riuscl di spararsi con un fucile.
Con questa morte, per un'ultima volta, ha« negato alla sconfit-
ta il suo trionfo ... assegnato il loro cammino agli eventi e fatto
propria l'ultima decisione», come afferma Walter H. Nelson 12 •
Questo, per quanto concerne il mito, che Kenneth S. Lynn
· ha cercato di sfatare nella sua recente biografia 13 • Ella dimo-
stra ad esempio che Hemingway ha sempre gonfiato a posterio-
ri i suoi « atti eroici » della prima guerra mondiale e descrive
l'autore come «macho patologico, un cocco di mamma, cosl con-
fuso nel suo ruolo sessuale sin dalla più tenera infanzia, da do-
versi costruire per tutta la vita un super-ego virile » 14 • Da
piccolo per un lungo periodo venne vestito da bambina, come
sua sorella maggiore, che egli odiò per tutta la vita. Suo padre,
sottomesso alla madre dominante, si suicidò. Kenneth S. Lynn
sospetta che Hemingway abbia temuto per tutta la vita di non
essere un vero uomo. Uomini forti non potevano restare al suo
fianco. Spesso sfidava i « rivali » a uno scontro pugilistico e po-
teva colpire brutalmente.
Secondo Margaret Frings Keyes, il tipo otto viene dominato
da voci interiori che dicono: «Non essere te stesso! Non senti-
re ciò che senti! » 15 • Se lanalisi della Lynn coglie nel segno,
Hemingway sarebbe un esempio di quali conseguenze distrutti-
ve possa avere la negazione infantile dell'identità sessuale.

10 Ibid., p. 56.
11 Ibid., p. 78.
12 Ibid., p. 109.
13 K. S. Lynn, Hemingway, New York 1988.
14 S. Lliffler, Kein ganzer Kerl. Bine neue Hemingway - Biographie verset:(t den
Mythos vom Macho den Todesstoss, in Der Zeit del 3.3.1989, p. 108.
15 M. Frings Keyes, Uses o/ Depression, op. cit., p. 64.

206
Simboli ed esempi

Gli« animali-simbolo» del tipo otto sono il rinoceronte, il ser-


pente a sonagli, la tigre e il toro. Tutti questi animali sono aggres-
sivi e simboleggiano la forza, l'energia fallica e la vitalità. Nella
corrida il macho spagnolo incontra, cosl per dire, il suo ritratto,
si tratta di un duello di vita o di morte, deve scorrere del san-
gue e solo uno sopravvive. L'immagine della corrida, che He-
mingway ha utilizzato frequentemente, comprende uno dei
grandi temi di vita dell'otto.
Il «paese » classico del tipo otto è la Spagna. La comprensione
dell'energia dell'otto aiuta a capire il fatale machismo dei paesi
di lingua spagnola. Le donne di questi paesi sanno che tutto ciò
è solo superficiale e che dietro la scorza dura dei loro uomini
si cela un ragazzino. La maschera della forza nasconde insicu-
rezza e sensi di inferiorità. Ma anche capendo questo meccani-
smo, esso può avere conseguenze estremamente distruttive: i
bambini hanno paura del padre, che non possono avvicinare,
la donna viene sottomessa, umiliata, picchiata. L'uomo macho
deve essere il capo 16 •
Nella devozione popolare spagnola si trova una appariscente
truculenza, in particolare nelle rappresentazioni della crocifis-
sione. L'otto vuole vedere il sangue.
In società e paesi oppressi(« Non siate voi stessi!»), l'energia
del tipo otto può intensificarsi sempre più, fino a esplodere in
maniera rivoluzionaria.
I« colori» dell'otto sono il nero e il bianco. Gli otto vogliono
chiarezza. Rifiutano le sfumature e i compromessi, perché san-
no di debolezza. Per loro esiste sempre solo un aut-aut: amico
o nemico, bene o male, forte o debole. Il nero sta per il niente
assoluto, per la morte, la fine e l'abisso. Viene anche attribuito
però all'eros e al caos primordiale. Bianca è la luce assoluta e
accecante, quale la vide Mosè nel cespuglio in fiamme. Allo stesso
tempo simboleggia l'insieme delle forze creative. Nella Bibbia
è il colore dell'innocenza, dei beati e degli angeli (ad es. Mt 17,2;
28,3). Gli otto sono uomini che polarizzano: «Chi non è con

16 Una serie cli teologi della liberazione latinoamericani ha ripreso ~ltimamen­


te il tema machismo ed ha cominciato a svilupparlo a livello psicologico e teologico.
E. Tamez (a cura cli), Against Machismo, Bloomington 1987.

207
me, è contro di me! ». Lo stesso numero «otto » è costituito da
due cerchi o poli, che si toccano in un solo punto. Tradizional-
mente sta per l'unione degli opposti.
Nella Bibbia si riconoscono degli otto in una serie di figure
femminili dell'Antico Testamento cosl come tra i giudici (San-
sone) e tra i re (Saul e Davide).
L'evoluzione letteraria della Bibbia dà « abbondante testimo-
nianza di quanto il ruolo storico delle donne fosse stato coper-
to, mascherato e falsato» 17 • Tuttavia nella Bibbia si trovano
tracce di un'epoca in cui le donne avevano una forza tale da im-
primere il loro marchio sulla storia, in particolare nei canti di
donne che si celano nelle storie dell'Antico Testamento. Cosl
si trovano, ad esempio, tracce di Maria, una donna che nella fu-
ga dall'Egitto era una condottiera alla pari di Mosè e di Aron-
ne. Dopo l'attraversamento del Mar Rosso intona quel canto di
liberazione, che passa per la più antica parte tramandata della
storia dell'esodo:« Cantate al Signore poiché si è fatto grande:
cavallo e cavaliere ha gettato in mare» (Es 15,21).
Nell'epoca preanfizionica di Israele esistevano delle figure di
condottieri dotati di carisma e scelti da Dio, che in situazioni
di necessità guidarono l'esercito contro il nemico. Tra loro c'e-
ra Debora, della quale si dice: «Mancavano i capi valorosi in
Israele, mancavano, finché non sei sorta tu, o Debora, non sei
sorta tu, madre in Israele» (Gdc 5, 7).
Quando Anna, che non aveva figli, dà infine alla luce un bam-
bino, Samuele, intona un canto di liberazione:« L'arco dei pro-
di è spezzato, mentre i deboli si cingono di forza» (lSam 2,4).
Simile suona più tardi il Magnificat di Maria (Luca 1,46-55).
Il linguaggio delle donne bibliche diventa pieno di forza e po-
litico, se si tratta del futuro dei loro figli. Per proteggere qual-
cosa di debole, diventano combattive e forti.
Il «giudice» Sansone, circondato di leggenda 18 , viene de-
scritto nell'Antico Testamento come prototipo dell'eroe forzu-
to e sfugge allo schema dei devoti uomini di Dio.

17 I pensieri che seguono si basano su un articolo di J. Haberer, Befreiung


braucht Poesie. Auf den Spuren der Sprachgewalt biblischer Frauen, in Sonntagsblatt
der ev. luth. Kirche in Bayern del 26.3.1989, pp. 16s; di qui le citazioni.
18 « Giudici » vengono definite dall'Antico Testamento quelle figure che nel-
1' epoca anfizionica di Israele in situazioni di bisogno erano chiamate da Jhwh per
guidare il popolo nella lotta. Dopo la vittoria, che risultava grazie all'intervento
divino, tornavano solitamente alla vita quotidiana.

208
« ... Chi viene dall'aver letto la devota storia della (sua) vo-
cazione ... non può fare a meno di meravigliarsi del turbine
di avventure a carattere tutt'altro che religioso in cui si perde
Sansone. Sansone corre soprattutto dietro alle donne ... » 19 •
Fin da piccolo, come segno della sua consacrazione a Dio, non
si tagliò i capelli. Da giovane fece a pezzi un leone a mani nude.
In occasione delle sue nozze con una ragazza del popolo (ostile)
dei filistei, ne uccise trenta a causa di un inganno. Quando infi-
ne i filistei lo ridussero in catene, Sansone se ne liberò facendo-
le saltare come se fossero «stoppini bruciacchiati dal fuoco».
Poco dopo abbatté mille filistei con il soggolo di un asino. Quan-
do a Gaza si recò da una prostituta, gli abitanti della città cir-
condarono la casa e gli tesero un'imboscata alle porte della città.
Sansone però divelse i battenti, gli stipiti e il chiavistello e an-
dò a portarli su un monte.
Infine leroe si innamorò di una ragazza chiamata Dalila che
venne corrotta dai prlncipi dei filistei per scoprire il segreto della
sua forza. In un primo tempo Sansone cercò di fuorviare la gio-
vane e sfuggl in tal modo ai tentativi dei filistei di dargli scacco
· matto. Infine però rivelò a Dalila che avrebbe perso la sua forza
nel momento in cui i suoi capelli fossero stati tagliati. Nel son-
no i filistei gli tagliarono i capelli ... e la «forza di Jhwh » lo ab-
bandonò. I nemici lo accecarono, lo incatenarono e lo gettarono
in carcere, dove i suoi capelli ricominciarono a crescere. In oc-
casione di una festa in onore del dio Dagon, i filistei condusse"
ro Sansone in una grande sala, dove doveva divertire il popolo.
Qui Sansone invocò ancora una volta Dio, affinché gli rendesse
la forza perduta, poi abbracciò le colonne portanti dell'edificio
e si seppelll tra le macerie insieme a tremila filistei. La lotta di
potere traJhwh, il Dio d'Israele, e Dagon, il dio dei filistei (Gdc
13-16), si decise in questo modo a favore di Jhwh.
Anche il re Saul giunse al potere attraverso una vocazione di-
vina: il « veggente »Samuele lo unse segretamente salvatore del
popolo contro i nemici di Israele. Quando gli ammoniti si ap-
propriarono dei territori d'Israele, si manifestò la forza divina
latente in Saul. Saul stava tornando con i suoi buoi dal campo,
quando apprese la notizia dell'invasione nemica:

19 G. von Rad, Teologia dell'Antico Testamento, voi. 1: Teologia delle tradi:do-


ni storiche d'Israele, op. cit., p. 379. ·

209
« Allora irruppe lo spirito di Dio su Saul, appena questi udl
tali cose e fa sua ira si accese furente, prese un paio di buoi
e li fece a pezzi; poi li spedl in tutto il territorio di Israele
per mezzo di messaggeri dicendo: "Chiunque non esce die-
tro Saul e dietro Samuele, riceverà un tale trattamento per
il suo bestiame"» (lSam 11,6-7).

Dopo la vittoria il popolo fece di Saul il primo re d'Israele.


Egli riuscl a scacciare il pericolo, ma ben presto cadde nella me-
lanconia, collegata ad attacchi di furore. Il giovane pastore Da-
vide venne a corte, per allietare lo spirito del re suonando l'arpa.
Davide strinse amicizia con il figlio di Saul, Gionata e sposò
la figlia del re, Mikal. Ma Saul grazie al suo istinto da uomo
di potere riconobbe in Davide il rivale e cercò di infilzare il mu-
sico al muro con un lancia. Davide riuscl a fuggire e, dopo aver
raccolto intorno a sé un gruppo di dubbi personaggi, divenne
capo della guerriglia contro Saul, al soldo dei nemici filistei. Nella
battaglia decisiva, però, nella quale i filistei uccisero Saul e Gio-
nata, egli non era presente.
In seguito Davide riuscl, con abilità nella politica di pote-
re e finezza nella politica dei matrimoni, a escludere un altro
dei figli di Saul e gradatamente a raggiungere il potere rega-
le su tutto Israele. Durante il suo regno (1000-965 a.C.)
sottomise tutte le popolazioni limitrofe, compresi i filistei, e
fece di Israele un grande regno. Lasciò portare a Gerusalem-
me l' « arca santa » con le tavole dei comandamenti e rese la sua
capitale il centro religioso del regno. Davide voleva creare una
« sua » dinastia e rimanere «vero » re di Israele, sostituendo
il criterio elettivo esistito fino ad allora, secondo il quale Jhwh
consacrava re colui che egli stesso aveva scelto fra i capipo-
polo.
Amnon, primogenito di Davide, si impelagò in una relazione
semiincestuosa con la sorellastra Tamara; Assalonne, secondo-
genito e fratello di Tamara, lo fece uccidere e intraprese lari-
volta aperta contro il padre. Assalonne, dopo alterne vicende,
venne catturato e ucciso dai servi di Davide, fu allora Salomo-
ne, nato dall'ambigua relazione di Davide con la bella Betsa-
bea, a giungere al potere.
La storia d'amore tra Davide e Betsabea getta una luce parti-
colarmente chiara sul carattere di questo re. I tipi otto come Da-
vide « non lasciano che il proprio senso della giustizia intralci

210
i loro interessi privati» 20 • Davide, infatti, mandò Uria, marito
di Betsabea, al fronte in prima linea, dove Uria avrebbe trovato la
morte. Sbarazzatosi del rivale, condusse la bella donna nel proprio
harem. Giunse un giorno il prof~ta Natan e raccontò a Davide:
« "C'erano due uomini in una stessa città, uno ricco e uno
povero: il ricco possedeva greggi e armenti in grande abbon-
danza; il povero non aveva che un' agnella, piccolina, che aveva
comprato; laveva nutrita ed era cresciuta insieme con lui e
con i suoi figli; mangiava dal suo piatto, beveva dal suo bic-
chiere e dormiva sul suo seno: era per lui come una figlia. Un
viandante giunse dall'uomo ricco; questi però non andò a pren-
dere del suo gregge e del suo armento per preparare all'ospite
venuto da lui, ma prese I' agnella di quel povero e la preparò
per l'uomo venuto da lui".
Davide arse d'ira contro quell'uomo e disse a Natan: "Per
la vita del Signore, l'uomo che ha fatto questo è certamente
degno di morte! Pagherà quattro volte l' agnella per aver com-
piuto un tale misfatto e per non aver avuto compassione".
Natan rispose a Davide: "Sei tu quell'uomo!"» (2Sam 12,1-7).
Questa è una tipica reazione da otto. I tipi otto infatti tendo-
no ... a diventare aggressivi contro coloro che mostrano caratte-
ristiche negative, simili a quelle che lotto inconsciamente nega.
Il profeta Natan nella nostra storia rappresenta la vera coscien-
za di Davide e« smaschera in un sol colpo l'inganno e la giusti-
ficazione di se stesso» 21 •

Conversione e redenzione

L' «invito » al tipo otto si chiama misericordia. Gli otto ir-


redenti sono privi di misericordia nei confronti propri e de-
gli altri. Solo l'incontro con la verità li può liberare. La verità
li rende liberi di vedere e accettare la propria debolezza. A
partire da questa esperienza possono imparare a sopportare
e ad accettare la debolezza altrui.

20 M. Frings Keyes, Uses o/Depression, op. cit., p. 67. Cfr. ibid., le interpreta-
zioni di re Davide come tipo otto. Due grandi romanzi su Davide illustrano la sua
energia da otto e la politica di potere del suo governo: S. Heym, Der Kèìnig David
Bericht, Frankfurt 1987 10 ; J. Heller, Weiss Gott, Miinchen 1985.
21 M. Frings Keyes, Uses o/ Depression, op. cit., p. 67.

211
Poiché i tipi otto hanno paura del proprio « nocciolo tene-
ro », raramentè sono disposti a fare una terapia, a lavorare
sulla loro vita spirituale o a meditare regolarmente, in bre-
ve, ad affrontare il «viaggio interiore». A peggiorare la si-
tuazione si aggiunge il fatto che gli otto hanno paura di essere
controllati e manipolati da un terapeuta o da un insegnante.
Ma ci sono anche esperienze contrarie. Una nota terapeuta,
una otto, scrive:« Non era mai troppo presto per cominciare
a lavorare su di me. Il mio essere otto mi ha vista e colpita.
Questo lavoro su di sé è privo di compromessi e porta frutti
meravigliosi. Spesso ricevo la conferma che ora sono spietata
nella mia accettazione incondizionata dell'uomo ... »
Tra i« compiti di vita» del tipo otto c'è quello di confron-
tarsi con la questione del potere. Il potere non è nulla di ma-
le in sé: può diventare però una benedizione o una
maledizione. Gli otto devono stare attenti a non opprimere,
umiliare o intimorire gli altri. Devono imparare a rispet-
tare gli altrui punti di vista, a non narcotizzare i propri sen-
timenti attraverso I' alcol o le feste chiassose, a cercare dei
compromessi e ad attenersi essi stessi alle regole, il cui ri-
spetto si aspettano dagli altri. Un tipo otto redento può pro-
teggere gli altri con la sua forza e la sua vitalità, invece di
dominarli.
Senza gli otto questo mondo starebbe forse ancora peggio.
Grazie a Dio ci sono uomini che sfondano e buttano giù le
mendaci facciate di istituzioni e società. Noi ne abbiamo bi-
sogno, ma bisogna aiutarli a fidarsi del loro« nocciolo tene-
ro ». Anche i tipi otto devono riuscire, quando hanno torto,
ad ammetterlo e a chiedere perdono. Solo così capiranno che
non si tratta di una debolezza, bensì della forza reale.
La vita è particolarmente dura per i tipi otto femminili.
La nostra società « permette » agli uòmini di· essere dei ma-
cho. Ma se una donna si presenta sicura di sé, viene bollata
come «femminista» o «virago». Le donne otto hanno diffi-
coltà a volte ad accettare il loro essere donne, oppure tutto
ciò che è «materno » in loro, e ad ammettere immagini «te-
nere» (come ad esempio il bimbo che viene allattato).
Gli uomini otto hanno invece bisogno di trovare un acces-
so alla loro parte femminile, invece di« delegare» il calore
e la tenerezza alla sola donna.

212
Martin Luther King (1929-1968) è il «santo» e l'esempio
di otto redento. Aveva imparato da Gandhi a fidarsi della vio-
lenza della non violenza e della potenza dell'impotenza: «La non
violenza è potere: ma è l'impiego giusto e buono del pote-
re! »22.
Nel 1955-1956 il pastore battista organizzò un boicottaggio
degli autobus a Montgomery, in Alabama, che portò alla rimo-
zione della segregazione razziale. Più di trenta volte venne ar-
restato e condannato per azioni di disobbedienza civile. Dopo
una di queste sentenze disse: « So di essere stato un criminale
condannato, ma ero orgoglioso del mio crimine ... Il mio crimi-
ne consisteva nel cercare di inculcare al mio popolo un senso
di dignità e di rispetto per se stesso » 23 •
Nonostante innumerevoli attentati alla sua vita, non deviò
dalla sua strada. L'Fbi lo spingeva in una lettera a togliersi la
vita: «Lei è finito, e lo. sa! Lei ha una sola via di uscita, e sa
qual è! » 24 •
Martin Luther King aveva comprensione per quei neri che
vogliono vendicare la violenza con la violenza. Ma lo rendeva
triste che questi uomini ripetessero la ricetta dei razzisti bianchi.
Quando divenne un nemico deciso della guerra in Vietnam,
molti dei suoi amici «liberali »bianchi lo abbandonarono. ·Ven-
ne sospettato di comunismo, come Dorothy Day, Oscar Rome-
ro e molti altri cristiani che hanno inteso il vangelo anche
politicamente. Nel 1968 King cadde vittima di un attentato mor-
tale a Memphis, in Tennessee 25 •
Questo impavido combattente per la giustizia aveva una par-
te sensibile e tenera e per tutta la vita venne tormentato da dubbi
su se stesso. Da giovane aveva tentato per due volte il suicidio.
Non veniva a capo della sua sessualità, «storie di donne» gra-
varono sul suo matrimonio. È consolante sapere che anche i« san-
ti » e le figure bibliche hanno i loro irrisolti lati d'ombra e, come
tutti noi, sono imperfetti, ma «sulla strada».

22 Citato da C. Feldmann, Trà'ume, p. 110.


23 Ibid., p. 115.
24 Ibid,, p. 119.
25 A proposito della teoria e della prassi dell'opposizione non violenta nel sen-
so di Martin Luther King, cfr. W. Wink, Violence and Nonviolence in South Afri-
ca, op. cit.

213
TIPI «NOVE»

Profilo

I tipi nove sono costruttori di pace. La loro capacità di ac-


cettare le prevenzioni degli altri, conduce molte persone a
sentirsi comprese e approvate da loro. I tipi nove sanno esse-
re arbitri imparziali, perché vedono e possono valutare gli
aspetti positivi dei contendenti. Il loro senso della corret- ·
tezza a volte li rende dei combattenti impegnati per la pa-
ce e la giustizia. Sanno esprimere verità dure con una cal-
ma e una naturalezza tali da renderle facilmente « ingoiabi-
li ». In presenza di un nove a molti riesce facile raggiungere
la calma.
Non è un caso che il nove stia al vertice dell'enneagram-
ma, il nove infatti descrive in un certo qual modo lanimo
umano primitivo e sano. Saremmo probabilmente tutti dei
tipi nove, se non fossimo cresciuti in un mondo tecnologica-
mente «civilizzato». Ho maturato questa convinzione quando
sono stato in Africa, nelle Filippine e in altri paesi del Terzo
Mondo. Infatti, un conoscitore dell' enneagramma che vi si
rechi e incontri nei villaggi i cosiddetti.« indigeni» - quel-
l'umanità originaria che ha popolato il nostro pianetafin dalla
notte dei tempi - comprenderà immediatamente che, per
la maggior parte, questi uomini sono tipi nove.
·Si può comprendere cos'è successo agli africani, che per
natura erano dei nove e sono stati trascinati come schiavi nella
società di tre statunitense. lo capisco bene perché nella so-
cietà occidentale orientata al successo essi risultino dei « fal-
liti»: il nostro gioco non è il loro gioco. Il nostro affanno,
la nostra lotta concorrenziale, il nostro carrierismo, non cor-
rispondono a ciò che loro intendono con vita.

I discorsi (fittizi) del capo dei mari del sud Tuiavii di Tiavea,
pubblicati nel popolare libricino Papa/agi, comparso per la pri-
ma volta nel 1920, descrivono la società industriale occidentale
dal punto di vista di un isolano dei mari del sud. Il « Papalagi »
è l'uomo bianco, la cui vita e attività l' «uomo primitivo » noti
capisce. Ad esempio gli è assolutamente estranea la maniera di
trascorrere il tempo degli occidentali:

214
« Se anche il bianco ha voglia di. .. stare al sole o andarsene
sul fiume in barca, oppure amare la sua ragazza, guasta quasi
sempre il suo piacere fissandosi sul pensiero: "Non mi rima-
ne tempo per essere contento" ... Parla di mille cose che gli
rubano il tempo, si piega imbronciato e scontento su un lavo-
ro che non ha voglia di fare, che non gli dà nessuna gioia e
al quale non lo obbliga nessuno tranne lui stesso. Se però im-
provvisamente si accorge di avere tempo, che ne ha a dispo-
sizione, o se un altro gli dà del tempo ... allora gli manca di
nuovo la voglia, o è stanco per il lavoro fatto senza gioia .. .
Ci sono Papalagi che sostengono di non avere mai tempo .. .
Per questo la maggior parte di loro corrono attraverso la vita
come un sasso che sia stato lanciato ... » 1 •

Le cosiddette nazioni « civilizzate » hanno bollato come pec-


cato questa condotta di vita primitiva e l'hanno chiamata ac-
cidia oppure pigrizia. Ma con questa povertà di stimoli si indica
piuttosto una sorta di mancanza di chiarezza interiore. I no-
ve provano difficoltà a capire la propria anima. Devono pri-
ma scoprire cosa vogliono veramente e acquisire
consapevolezza di ciò che sono. La conseguenza è che sono,
per cosl dire, «dovunque e in nessun luogo». Sanno un po-
co di tutto, ma non sono maestri in niente. Dominano di tutto
qualcosa, ma niente per davvero. Un giovane teologo, tipo
nove, racconta:
«Io sono una persona versatile. So sciare un poco, andare un
poco sul surf, guidare un poco la motocicletta, conosco un paio
di accordi della chitarra, so cantare discretamente, ballare piut-
tosto bene, predicare non male, ascoltare piuttosto bene, occu-
parmi un poco dei bambini, capire discretamente l'inglese, anche
il francese può passare, so addirittura qualche parola di italia-
no, eredità delle vacanze; nuotare quanto basta per qualche va-
sca, immergermi, fare del trekking, imitare dialetti, fare del
cabaret (se mi faccio forza); anche in teologia sono bravo, ma
sono stato "solo" secondo all'esame. Nella scuola elementare
ho avuto una volta una pagella in cui c'erano solo due, questo
sl che aveva un aspetto curioso! Ho anche un po' di destrezza

1 Papa/agi. Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle isole Samoa, Stampa Alter-
nativa, Roma 1992, pp. 29-30.

215
manuale; un poco mi intendo di computer, di motori, di lavori
con il legno, t~tto per uso domestico. Ah sl, dimenticavo la pe-
sca e la cura degli acquari ».

A volte ai tipi nove manca semplicemente il coraggio op-


pure non si prendono abbastanza sul serio, per mostrare i
loro talenti di fronte agli altri. Così possono entrare e uscire
da tutto senza che lo si noti molto. Se qualcun altro tocca
un tema, loro lo affrontano, anche se non necessariamente
con grande passione. Se il loro compagno cambia tema, af-
frontano anche questo. I nove si lasciano volentieri traspor-
tare dalla corrente.
Molti nove raccontano di essere stati trascurati nell'infan-
zia oppure di essere stati «sommersi» in qualche modo. So-
no stati ignorati oppure rifiutati quando esprimevano
un'opinione. Gli interessi dei genitori o dei fratelli sembra-
vano avere la meglio, nemmeno i loro scoppi d'ira venivano
registrati. Per questo hanno deciso di tenere per sé la loro
rabbia. Altri nove si sono trovati da bambini in situazioni
così difficili e apparentemente irresolvibili, che hanno do-
vuto barcamenarsi tra due fronti, cercando di « capirli » en-
trambi, per non finire schiacciati. Così essi hanno sviluppato
un sesto senso per le esigenze e gli interessi altrui e con il
tempo sono stati in grado di percepirli meglio dei propri. Su
questo punto il nove somiglia al due. Altri ancora hanno vis-
suto un'armonia priva di tensioni e senza picchi, punti bassi
e sfide, oppure sono stati così viziati, da diventare già pre-
cocemente indolenti. A scuola hanno sviluppato raramente
una grande energia. Il giovane parroco appena citato racconta:
« In prima facevamo gare di calcoli mentali. Chi arrivava per
primo alla soluzione poteva dichiararlo. Io ero più lento: resta-
vo fra gli ultimi. Per questo mi reputavo un cattivo calcolatore
e la mia carriera di matematico terminò fi. Mi ricordo di orribili
lezioni di matematica al ginnasio. Restava tutto sull'appena suf
/iciente! Mi rifiutavo di impegnarmi. Applicavo la mia energia
piuttosto a non dover imparare niente e fare tanta attenzione
· quanta bastasse appena. In altre materie era lo stesso. Esterior-
mente sembrava come se avessi dormito per tutto il tempo della
scuola, ma oggi mi sembra che in ciò si sia celata un'enorme ener- ·
gia nell'evitare il vero lavoro ».

216
I tipi nove sono cari; è semplicemente obbligatorio voler
loro del bene! A volte però risultano cosl piacevoli e dolci,
quasi da non essere nemmeno tangibili come persone. La mag-
gior parte di loro non cambierà il mondo, perché prediligo-
no la strada della minore opposizione e hanno paura delle
decisioni che possano legarli. Amano rimandare compiti im-
portanti ed evitano tutto ciò che sia troppo complesso e co-
sti troppa energia. Essi stessi si ritengono spesso poco
complicati e semplici e si mostrano come tali; ciò rende faci-
le agli altri frequentare un nove. I tipi nove sono sinceri; in
loro non ci sono motivi nascosti. Dicono ciò che provano,
anche se lo devono scoprire faticosamente in se stessi. Ma
ciò che poi dicono è veramente ciò che intendono. Alcuni
nove raccontano di soffrire a volte di una sorta di costrizio-
ne interna a rispondere con sincerità alle domande. A poste-
riori a volte possono arrabbiarsi per aver riposto fiducia in
qualcuno che in fondo non ne era degno.

Dilemma

La« tentazione» del tipo nove consiste nello screditare, so-


prattutto se stessi. I nove a prima vista danno l'impressione
di essere umili. In verità dietro questo atteggiamento si na-
sconde spesso falsa modestia e paura di rivelare se stessi. Poi-
ché spesso non sono sicuri, si tengono volentieri in disparte
e si convincono di non essere« niente di particolare». Pos-
sono entrare in una stanza e uscirne senza che nessuno si ac-
corga di loro. Non attraggono lattenzione su di sé e non fanno
nulla per risaltare. I tipi nove dipendono dal fatto che altri
li notino e vadano loro incontro. Se ciò avviene sono sorpre-
si(« Oh, tu hai notato me!») e riescono a uscire dal loro na-
scondiglio interiore.
Anche per questo esistono pochi nove autorevoli. Poiché
essi non si ritengono importanti, vengono spesso rifiutati dagli
altri. Il presidente statunitense Gerald Ford era un nove. Ci
si chiede subito: Gerald Ford, chi era costui? In qualche modo
non ci si ricorda di lui.
Il « meccanismo di difesa » del tipo nove è lo stordimento.
Poiché spesso non si sentono in grado di affrontare le molte
fatiche ed esigenze della vita, si rifugiano più spesso di altri

217
in qualche tipo di dipendenza. È difficile per loro mettersi
in movimento e per questo sono facilmente tentati dal pen-
siero: «Forse mi aiuta se bevo un bicchierino o se fumo un
piccolo spinello ». I nove cercano stimolatori e forti solleci-
tazioni all'esterno, perché loro stessi sanno stimolarsi solo
con difficoltà.
I nove a volte danno l'impressione di essere assenti di spi-
rito o leggermente annebbiati. Se attorno a loro non accade
niente, possono addormentarsi improvvisamente anche in pie-
no giorno. Il sonno può essere il rifugio ideale se la vita di-
venta troppo logorante. Di notte invece lottano spesso con
l'insonnia 2 •
In situazioni di necessità molti tipi nove si tirano indie-
tro; non vogliono essere di peso agli altri e contano sul fatto
che qualcuno li capisca e li possa aiutare o che qualcuno co-
munque, si interessi dei loro problemi. Se giungono al punto
morto in cui sono paralizzati e non riescono più a muoversi,
hanno assoluto bisogno di un aiuto esterno. L'amore e la di-
sponibilità sono vere panacee per rimettere in piedi un nove
sfiancato. D'altra parte questo amore può essere solo l'aiuto
di partenza.
Il «compito di vita» del tipo nove consiste nello scoprire
e risvegliare il proprio valore e lo stimolo a diventare indi-
pendente dai continui impulsi esterni.
Il« peccato radicale» del nove è la pigrizia. I monaci di tem-
pi lontani parlavano di accidia, il« demone del meridiano»:
« Il demone dell'accidia, che viene chiamato anche demone
meridiano, è il più mòlesto di tutti. Attacca il monaco all'ora
quarta e occupa lanima fino all'ora ottava. Per prima cosa ot-
tiene l'illusione che il sole si muova a rilento oppure per nulla
e che il giorno abbia cinquanta ore. Poi induce il monaco a guar-
dare continuamente dalla finestra e a uscire dalla cella per os-
servare se il sole è ancora distante dall'ora nona, e a guardarsi
intorno.se sta venendo un frate. Inoltre inculca l'avversione con-
tro il luogo nel quale si vive e contro lo stesso modo di vivere
, e il lavoro manuale; inculca anche l'idea che lamore tra i frati

2 Andreas Ebert. Un mio runico, tipo nove, descrive l'aspetto tragicomico di que-
sta situazione: «A volte ho bisogno di ore per addormentarmi di notte, perché lot-
to con il cuscino e con le coperte prima di trovare la posizione giusta. A volte poi
mi addormento per lo sfinimento ».

218
sia scomparso e che non vi sia nessuno che possa consolare ...
(Il demone) mostra ... quanto dura la vita, e gli rimprovera (al
monaco) le fatiche dell'ascesi... » 3 .

I tipi novè sono indolenti e hanno deboli pulsioni per na-


tura. Ciò può fare andare in collera! Hanno problemi a pren-
dere l'iniziativa, sviluppare progetti e prospettive, ad
affrontare e svolgere dei compiti. Per questo bisogna stipu-
lare dei« contratti» chiari con loro: «Per le 12 del 9 aprile
questo e questo devono essere stati sistemati! ». Allora ese-
guiranno i compiti e comunque non un solo giorno prima della
data stabilita, Non appena si lascia loro un ampio margine
. di autodeterminazione, sussiste il pericolo che non proceda
nulla .
. La « trappola » del nove è la pigrizia e lindolenza. L' impo-
stazione di molti nove è: «La cosa non vale mica lo sforzo!
È tutto cosl faticoso e complesso. Perché devo stare in piedi
se posso sedermi? E perché devo stare seduto, se posso stare
sdraiato? », e in qualche modo hanno ragione! lo conosco dei
nove che mi hanno detto: «Tu ti ammazzi di lavoro, Richard,
e io no! E alla fine si tratta della stessa cosa per noi due. Per-
ché voi altri siete cosl frenetici? ». A questa logica del nove
si può sfuggire solo difficilmente. Il loro motto è: «Prendila
alla leggera! Calmati! Riposati! In fin dei conti non fa nessu-
na differenza se ci si strapazza oppure no: e poi è più como-
do, quindi meglio, non strapazzarsi». Questa è la pigrizia del
nove.
Può accadere di essere amici di un tipo nove, dal quale per
sei mesi non è giunto nessun segno di vita. Se allora scrivi
o telefoni, sarà felice come una pasqua, perché hai pensato
a lui e perché gli vuoi parlare. Spesso un nove irredento non
viene sfiorato dal pensiero di instaurare dei contatti o di al-
lacciare una relazione. Pe,1<4uesto si potrebbe pensare di non
piacergli. Non appena però si prende l'iniziativa nei suoi con-
fronti, si nota che ne è felice e reagisce, anche se non neces-
sariamente subito. Se la reazione ad esempio è legata a un
dovere, come quello di scrivere delle lettere, allora può re-

3 E. Ponticus, Capita practica ad Anatolium, in Patrologia cursus completus. Se-


ries Graeca, t. XL, a cura di J.-P. Migrie, col. 1274.

219
stare in sospeso molto a lungo. È raro che ai nove venga in
mente di fare 'il primo passo.
I genitori che sono tipi nove, all'inizio a volte hanno pro-
blemi nel dedicarsi attivamente ai propri figli. Cosl può.sor-
gere facilmente nei bambini l'impressione completamente
sbagliata di essere indifferenti ai loro genitori. Ma non ap-
pena sono i bambini stessi a prendere l'iniziativa, i genitori
nove reagiscono e possono quindi diventare molto amorevoli
e teneri.
Spesso i tipi nove si ingannano da sé. Una giovane donna
racconta di essere entrata in una libreria e di esserle capitato
fra le mani un libro dall'indicativo titolo Esitazione. Dopo
aver ragionato a lungo sull'opportunità di acquistarlo, infi-
ne lascia il negozio con il libro in tasca, pur sapendo che non
lo leggerà mai. Questo è un nove!
Per anni ho avuto un padre spirituale che era un nove. Egli
sosteneva:
«Noi nove in fondo siamo dei grandi cinici ·verso noi stessi
e la natura dell'uomo. Crediamo di non valere niente, e che tut-
to in fondo sia privo di valore. Tendiamo alla rassegnazione.
Chi vuole aiutare un nove, deve cercare di agire contro questo
cinismo profondamente radicato».
La struttura della personalità del tipo nove viene chiama-
ta anche passivo-aggressiva. L'atteggiamento: «Noi non ci im-
pegniamo » contiene veramente un messaggio negativo. In
fondo dietro c'è una impostazione arrogante verso se stessi
e verso il mondo intero: «Voi non meritate che io impazzi-
sca per voi!». Non bisogna dimenticare che i nove, come an-
che gli altri uomini del « gruppo di pancia », appartengono
ai « tipi ostili » di Karen Horney e che portano in sé una pro-
fonda sfiducia nei confronti della vita. D'altro canto ciò è
veramente ben nascosto in loro. L'aggressività passiva si ma-
nifesta nel tipo nove in particolare con una certa rigidezza.
Se un nove non vuole, allora realmente non vuole. Nemme-
no dieci cavalli possono spingerlo a fare ciò che è troppo com-
plicato o faticoso per lui.
Il nove« evita» il conflitto. Oltre alla rigidezza e al sonno
ha almeno altre due possibilità di comunicare indirettamente
il suo disappunto, senza esporsi in prima persona a grossi colpi:
aspettare che finisca o allontanarsi. Un nove può rifiutarsi osti-
220
natamente di partecipare in qualche modo al cambiamento
di una situazione. Non si muove di un dito e spera che il pro-
blema si possa risolvere in qualche modo da solo. Oppure
si allontana, si ritira e testimonia in questo modo il suo di-
sappunto. Siccome un tipo nove percepisce esattamente ciò
che gli altri si aspettano da lui, può esprimere la sua rabbia
anche fingendo di non notare niente, semplicemente non sod-
disfacendo le attese. Questa è l'unica forma di simulazione
che ci si deve aspettare da un nove.
L'intervallo di tempo che un tipo nove impiega per giun-
gere a esprimere direttamente la propria ira dura molto a lun-
go. In questo periodo il nove si comporta in modo da
provocare l'altro con la sua passività, tanto da costringerlo
a esplodere, aprendo cosl la strada a un confronto diretto,
oppure« preparando» il proprio scoppio d'ira. All'inizio, cioè,
la posizione dell'altro sembra al tipo nove plausibile e accet-
tabile, solo in seguito, dopo un periodo di prova piuttosto
lungo, comprenderà di non essere d'accordo e la fase succes-
siva sarà quella di rassicurare se stesso che l'esternazione di
rabbia è giustificata. Allora, e solo allora, si potrà giungere
a un vulcanico scoppio d'ir~, che generalmente sorprende e
spaventa chi è vicino al nove, abituato al fatto che solitamente
sia cosl « semplice da curare » 4 •
I tipi nove non caricano la loro testa con un'inutile zavor-
ra. Desiderano ardentemente gettare via pesi vani e trovare
qualcosa di chiaro e di semplice, perché cercano il loro stes-
so centro semplice sebbene temono di non trovarvi nulla.
I tipi nove irredenti possono« evitare» tutto: la vita, il mon-
do, il male e il bene, addirittura se stessi. I nove non hanno
a disposizione nessuno dei meccanismi di difesa con i quali
gli altri otto tipi cercano di proteggere il loro interno dall' at-
tacco del mondo esterno. Come« figli del paradiso» vivono
in un mondo per i pericoli e tentazioni del quale non si sen-
tono maturi. Quest'essere indifesi ha come conseguenza che
quasi tutto ciò che dal mondo esterno giunge al nove sia fati-
coso e strapazzante. Egli consuma la sua energia per evitare
i conflitti interni ed esterni o per stordire e reprimere i sen-
timenti forti. Mentre all'esterno appare calmo e sortisce un
effetto calmante sugli altri, può accadere a volte che dentro .

4 Cfr. H. Palmer, The Enneagram, op. cii., p. 360.

221
gorgogli e ribolla, ma non sempre. I tipi nove, infatti, posso-
no anche provare una vera calma interiore. Qùesti sono gli
attimi più belli della loro vita.
Nella ricerca del partner ai nove capita spesso di oscillare
avanti e indietro tra forti desideri di fusione (simbiosi) e un
profondo desiderio di autonomia. La conseguenza è che il
passo verso l'impegno finale in una relazione diventa diffici-
le e può durare degli anni, finché tutte le riserve siano state
rimosse. Altrettanto difficile è rinunciare a una relazione esi-
stente e abbandonarla: « Se non riesco a vivere in questa per-
sona e attraverso questa persona, come dovrò mai vivere? ».
Il nove trova la strada del vero amore se ha trovato con mag-
giore precisione quella del proprio centro, a partire dal qua-
le può incontrare un partner senza fondersi con lui.
· I tipi nove particolarmente irredenti hanno una spiccata
paura di energie incontrollabili come la sessualità e l' aggres-
sività. Poiché entrambe sono legate a conflitti, il nove tende
a tenerle sotto controllo, in modo da non doverle utilizzare
come forze motrici. Il risultato è la completa pigrizia.
Molti nove sono altamente dotati, ma i loro doni spesso
non vengono alla luce, perché tralasciano di impiegarli. La
parabola delle mine, Gesù l'ha raccontata probabilmente a
dei nove:
«Un uomo di nobile famiglia se ne andò in un paese lontano
per ricevere il titolo di re e poi ritornare.
Chiamati dieci dei suoi servi, diede loro dieci mine 5 dicen-
do: "Fatele fruttificare fino a quando tornerò" ... Quell'uomo
divenne re e ritornò al suo paese e fece chiamare i servi ai quali
aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno ne avesse
ricavato. Si fece avanti il primo e disse: "Signore, la tua mina
ne ha fruttato dieci". Gli rispose: "Bene, servo buono; 'poiché
sei stato fedele nel poco, ricevi il governo sopra dieci città". Poi
venne il secondo e disse: "Signore, la tua mina ne ha fruttato
cinque". Anche a questo disse: "Anche tu avrai l'amministra-
zione di cinque città". Infine si fece avanti I' altro servo e disse:
''Signore, ecco la tua mina che ho nascosto in un fazzoletto. Ho
avuto paura di te, perché sei un uomo severo: pretendi quello
che non hai depositato e raccogli quello che non hai seminato".

5 Un~ mina corrisponde più o meno a 110.000 lire.

222
Gli rispose: "Dalle tue parole ti giudico, servo malvagio! Sape-
vi che ero un uomo severo, che pretendo quello che non ho de-
positato e raccolgo quello che non ho seminato: perché allora
non hai depositato il mio denaro alla banca? Al mio ritorno I' a-
vrei ritirato con l'interesse". Disse poi ai presenti: "Toglietegli
la mina e datela a colui che ne ha dieci?". Vi dico: "Chi ha rice-
verà ancora di più; invece a chi ha poco sarà tolto anche quello
che ha"-» (Le 19,12-26).

Nel nove due possibilità sono presenti, l'una accanto al-


i' altra: condurre una vita bella, interessante, sensibile, pie-
na, amorosa e veramente umana e « santa »; oppure non
iniziare nemmeno la vita e quindi restare senza il suo profit-
to. Gesù dipinge la seconda possibilità in maniera spavento-
samente drastica. Purtroppo non sono veri i proverbi: « Chi
non fa nulla, non fa nulla di sbagliato » e: « Chi dorme non
pecca». I nove tendono più di altri tipi a compiere dei pecca-
ti di omissione; Anche la pigrizia può essere mortale.
Se la Chiesa cattolica è un sistema da sei, è soprattutto
il protestantesimo liberale a ravvisare molti tratti del nove.
Esso evita chiare affermazioni dogmatiche, cerca di adeguarsi
a tutti e a essere aperto a tutto e a tutti.
Il dono o « frutto dello Spirito » del tipo nove è sorpren-
dentemente latto, cioè una forma di azione decisa. All'inizio
i nove esitano e tentennano e rimandano tutto. Se però pren-
dono una decisione, allora ciò avviene in un momento di as-
soluta chiarezza. Senza ulteriori riflessioni, senza revisioni
e senza il minimo dubbio, sanno subito a cosa «tocca», e
lo fanno senza che qualcuno li possa trattenere.
Il mio esempio principe è un giovane di« New Jerusalem ».
Io come parroco della comunità ero anche un forte interme-
diario: questo è il mio lato che tende al tipo due. Sapevo che
questo ragazzo con cui vivevo nella stessa casa era attratto
da una determinata ragazza. Spesso gli chiedevo: «Hai già
parlato con lei? ». Ma lui evitava sempre: «No, no, ancora
no: tutto a suo tempo ». Questo continuò quasi per un anno:
il ragazzo ne aveva allora 27! Una sera, improvvisamente,
venne e disse: « Richard, le ho parlato. Vogliamo uscire! ».
Dopo il primo appuntamento l'ho incoraggiato a vederla nuo-
vamente. Cosl si incontrarono varie volte, e anche questo

223
durò un paio d'anni. Io investigavo ogni tanto: «Le rivolge-
rai stasera la grande domanda?». Risposta:« No, no, ancora
no, non mettermi sotto pressione, Richard! ». E di nuovo una
sera sorprendentemente disse: «Gliel'ho chiesto! Ci sposia-
mo! ». A questo punto le sarà eternamente fedele, perché egli
sa cosa vuole, la cosa è stata decisa un,a volta per tutte.
La parte positiva del desiderio di armonia dei nove consi-
ste nell'esse~ ottimi mediatori e costruttori di pace. Si au-
gurano un rriondo in cui si possa vivere in pace e con pochi
conflitti. Augurano anche a tutti gli altri ciò che cercano per
se stessi, infatti non credono ai contrasti insuperabili.
Proprio perché lo stesso nove spesso non ha una posizione
molto chiara, è c311ace di assumerne e di accettarne una qual-
siasi. Attraverso tutto il suo atteggiamento comunica l'im-
pressione:'« Se io sono capace di capire entrambe le parti e
di metterle d'accordo, anche voi dovreste essere allora in grado
di farlo». Molte persone raccontano di raggiungere inspfo-
gabilmente la calma e di potersi distendere in presenza di un
nove. I nove stessi spesso non lo capiscono, perché interna-
mente si possono sentire dilaniati e disarmonici e quindi non
credere affatto che proprio loro diffondano calma.
I tipi nove sono un grande arricchimento per il movimen-
to pacifista e per i gruppi che combattono in nome della giu-
stizia. Non bisogna mai dimenticare che il nove ha ai suoi
lati due tipi ad alta tensione carichi di energia, l'otto e l'uno,
pieni di passione e di impegno per il diritto e la giustizia e
per un mondo migliore. I tipi nove sono profeti delicati. Il
senso di pace che irradiano è disarmante. Possono lavorare
molto concretamente proprio essendo indiretti. I tipi uno e
soprattutto otto spesso spaventano gli altri; la gente si sente
minacciata da loro. Il nove invece suscita fiducia. A lui se
ne lasciano «passare » molte di più.
Tra le figure classiche della letteratura mondiale si trova il
prototipo del nove in Oblomov di I van Goncarov. Il romanzo
è apparso nel 1859 6 • Oblomov, un latifondista che vive a Pie-
troburgo lontano dal suo appezzamento di Oblomovka, vege-
ta passivamente, pigramente e irresolutamente. Il letto e una
vestaglia orientale sono il suo mondo. Ci vogliono più di due-
6 I. A. Goncarov, Oblomov, Garzanti, Milano 19884 •

224
cento pagine perché l' « eroe » abbandoni finalmente il suo letto.
Sette persone compaiono nel corso della mattinata e cercano
di convincerlo ad alzarsi. « In analogia ai sette peccati mortali,
incarnano diverse tentazioni e debolezze terrene » 7 • Ma tutte
le loro allettanti offerte non riescono a motivare veramente Oblo-
mov. Egli sprofonda nel sogno del paradiso perduto e del mon-
do puro nell'Oblomovka della sua infanzia.
Infine compare l'amico tedesco di Oblomov, Stolz, che lo in-
duce a gettarsi nella vita di società. Ma qui a Oblomov viene
a mancare «il punto centrale attorno al quale tutto ruota», e
nota il vuoto, la noia e l'insensatezza della vita attiva.
Solo l'amore di Olga sveglia Oblomov, ne fa un «pazzo, uno
posseduto dalla passione». Olga sa cosa vuole. Oblomov si ab-
.bandona completamente al suo pensiero e alla sua volontà. Ma
non resiste. Questa donna alla distanza è troppo faticosa per lui.
Lei lo vuole sposare solo se promette di « resistere » per tutta
la vita. Lui invece insiste: «Prendimi come sono, ama la mia
parte buona! ». Olga non sa farlo.
Con la sua materna affittacamere Agafja («la buona!») l'idil-
lio della sua infanzia si risveglia per cosl dire a nuova vita. « Co-
me una volta a Oblomovka la vita di Oblomov scorre nel circolo
dei giorni di festa religiosi e civili e un giorno finisce silenziosa-
mente, senza dolore e senza clamore » 8 •
L'emigrante russo-ortodossa Tatjana Goriceva sottolinea che
Oblomov ha un'« anima nascosta e paradisiaca» e vuole vivere
« dal di dentro », ma ovviamente non riesce a compiere questo
passo 9 • Tuttavia il suo sogno del paradiso, la sua «utopia » è
importante. L'ideale di Oblomov è« più reale di tutte le sen-
tenze della quotidianità» per la cristiana Goriceva 10 •
Il drammaturgo di Monaco Franz Xaver Kroetz, che si occu-
pa da decenni di questo personaggio romanzesco, lascia aperta
nel suo pezzo Oblomov la questione se il « vizio » dell' « oblo-
movismo »non sia poi in effetti una virtù. Evidentemente ten-
de a questa opinione, infatti tratteggia il ruolo di Oblomov con

7 Ck R. Neuhauser nella postfazione all'edizione tedesca di I. A. Goncarov,


Oblomov, tradotto da J. Hann, Miinchen 1988, p. 665.
8 Ibid., p. 668.
9 T. Goriceva, Die Kraft christlicher Torheit. Meine Erfahrungen, Freiburg-Basel-
Wien 1985, p. 97.
10 Ibid., p. 98.

225
molta simpati!l, al contrario delle controparti del personaggio
Olga e Stolz 11 • ·

Simboli ed esempi

Gli «animali-simbolo» del tipo nove sono l'elefante; che sta


nello zoo senza fare molto, che non dà l'impressione di essere
particolarmente aggressivo, del quale però si sa che ha un ani- .
mo molto sensibile e può essere permaloso; naturalmente il bra-
dipo e tutti i cetacei, in particolare i delfini. Balene e delfini sono
gli animali patroni del tipo nove redento.
Si deve a Giinther Bruno Fuchs la bella poesia Bradipo nello
zoo:
Che si accoppino le marce e le colonne di cavalieri.
Chi vuole battere me incorre nel mio sbadiglio.
Ancora un terrore dei giocatori di birilli di ieri,
oggi e domani, io spingo la boccia più calma.
Oblomov
ha carezzato il mio manto,
io m'inchino a lui 12 •
Su balene e delfini è stato scritto molto negli ultimi anni. Il
mondo affascinante di questi animali merita una descrizione un
po' più ampia. Il libro splendidamente illustrato di Heathcote
Williams Kontinent der Wale 13 (Continente delle balene) è un in-
. no a questa specie animale che lautore definisce « extraterre-
stri già atterrati sul nostro pianeta».
Le balene impiegano il tempo nel gioco tre volte più che nella
ricerca di cibo. Posseggono un senso musicale e hanno un siste-
ma di comunicazione altamente sviluppato, che evidentemente
è sempre stato in continua evoluzione. Il loro orecchio è venti
volte più sensibile di quello dell'uomo e il cervello di grandezza

11 F. X. Kroetz, Oblomov, Miinchen 1989. Lo stanco consenso e i volti di molti.


ospiti del teatro appartenenti all'alta società di Monaco in occasione della prima
fanno sospettare che hanno riscoperto se stessi negli arrivisti « di successo » Stolz
ed Olga. · .
12 In: Brevier eines Degenschluckers, Hanser Verlag, Miinchen 1960.
13 H. Williams, Continent der Wale, Frankfurt 1988.

226
e complessità per lo meno paragonabili: il cervello della balenot-
tera comune è grande addirittura sei volte di più di quello umano.
Le balene mantengono lecologia del plancton. Senza di loro
esso aumenterebbe a dismisura privando il mare di ossigeno. Le
balene si riproducono solo nella misura in cui è disponibile cibo
per i successori. I maschi corteggiano la loro amata con canti
e temerarie acrobazie. Se un piccolo di balena muore prematu-
ramente, la madre lo porta sulla schiena finché il cadavere non
si decompone. .
È accaduto spesso che balene, e in particolare delfini, abbia-
no salvato la vita all'uomo. Per quanto se ne sappia, la balena
non ha mai attaccato l'uomo. Egli invece le ha preparato un « olo-
causto dei mari », per sfruttare il suo prezioso corpo. « Poiché
nel mare non ha nemici, la balena si rifiuta di credere a un at-
tacco, in maniera simile agli indiani di una volta e agli aborigeni
dell'Australia» 14 • Gli eschimesi dicono: «All'uomo fa bene
pensare alla balena » 15 •
Dalle balene possiamo imparare che gli esseri intelligenti so-
pravvivono anche senza sterminarsi reciprocamente e senza di-
struggere lambiente per i propri scopi. La mancanza di
aggressività è rara nell'uomo. Il tipo che l'incorpora più di ogni
altro è il nove redento.
Il« paese» del tipo nove è un qualsiasi paese prima della« ci-
vilizzazione». Un'immagine etnica che viene spesso utilizzata
è il Messico, o più precisamente il messicano con il sombrero,
che il pomeriggio fa la. sua siesta. Anche questa immagine serve
solo all'illustrazione e non ha l'intenzione di attizzare dei pre-
giudizi popolari!
Il « colore » del tipo nove è loro, il colore degli dèi, dei re e
dei santi. I monaci buddisti portano come simbolo dell'illumina-
zione vesti color oro-zafferano. Così come l'oro deve essere cer-
cato nel profondo della terra, i nove devono cercare i loro doni
e portarli alla luce. L'età dell'oro e la città d'oro sono immagini
· archetipe per la pace, la felicità, I' armonia e la realizzazione.
Il « patrono biblico » del tipo nove è il «profeta contro vo-
glia » Giona 16 • Egli ricevette da Dio il compito di andare nella

14 Ibid., 55.
15 Ibid., 50.
16 Il libro di Giona nell'Antico Testamento non è un racconto storico, bensl
una parabola teologica sul compito del popolo d'Israele, di annunciare a tutti i po-
poli la volontà di salvezza di Dio.

227
città biblica di Ninive, la quintessenza dell'irreligiosità, e an-
nunciarle il castigo divino. Giona volendo sfuggire a questo com-
pito scomodo sall su una nave diretta nel senso opposto, verso
Tarsis. Dio fece levare una tempesta. Il naufragio sembrava ine-
vitabile; tutti i marinai invocavano la salvezza dai loro dèi, solo
Giona continuava a dormire (!);il capitano in persona dovette
svegliarlo. I marinai tirarono a sorte per scoprire se uno dei pas-
seggeri fosse colpevole della disgrazia. La sorte cadde su Giona.
Egli stesso propose di essere gettato a mare; cosa che in un pri-
mo tempo i marinai rifiutarono di fare, ma che poi finirono ef-
fettivamente per fare.
Subito la tempesta si placò. Un grande pesce ingoiò il profe-
ta, che sopravvisse nella pancia dell'animale e dopo tre giorni
venne gettato sulla costa di Ninive. Qui assolse il suo compito
e proclamò la distruzione della città entro quaranta giorni. Sor-
prendentemente la gente credette alle sue parole. Il 're, l'intero
popolo e addirittura gli animali cominciarono a digiunare e a ve-
stirsi di sacchi.
Dio si pentl allora della sua decisione e risparmiò la città. Que-
sto non piacque a Giona, che chiese a Dio di morire. Abbando-
nata la città, si sedeite sotto una tettoia che si era costruita da
solo per vedere se la rovina infine fosse giunta. Dio fece cresce-
re un arbusto di ricino che offrl ombra a Giona, sotto al quale
poté schiacciare un pisolino. Questo trattamento speciale ralle-
grò il profeta, ma la mattina seguente un verme rosicchiò la ra-
dice del cespuglio, che morl. Il caldo vento dell'est tormentò
Giona, che ançora una volta si augurò la morte. Dio però gli
impartl una lezione di amore incondizionato:
« Tu hai compassione del ricino, per il quale non hai fati-
cato e che non hai fatto crescere, giacché in una notte è fini-
to! E io non dovevo aver pietà della grande città di Ninive,
nella quale ci sono più di centoventimila esseri umani che non
distinguono la destra dalla sinistra e tanto bestiame» (Gio
4,10-11).
La pigrizia di Giona in verità era rassegnazione e amore della
morte. Né la propria vita, né la vita della città di Ninive signifi-,
cavano qualcosa per lui. Il sonno e la morte sembravano dare ,
un termine a tutti i conflitti della vita. Dio spinge Giona all' at-
to d'amore, che può redimere ambedue: il profeta e la città.
Lo psicologo Abraham Maslow ha parlato di come molti te-

228
mano la propria persona e quindi rifuggano da una vita vissuta
pienamente. Egli chiamava questo atteggiamento di vita la sin-
drome di Giona:

«Noi temiamo il nostro potenziale maggiore (e anche quel-


lo minore). Normalmente abbiamo paura di diventare ciò che
nei nostri momenti più perfetti riusciamo a vedere solo di sfug-
gita. Noi assaporiamo, addirittura ci esaltiamo per i poten-
ziali simili a Dio che scopriamo in noi in queste cime. Tuttavia
allo stesso tempo tremiamo di debolezza, riverenza e timore
per questi potenzi~i ... Semplicemente non siamo abbastan-
za forti, per sopportare ancora di più! È troppo sconvolgen-
te, troppo faticoso. Per questo gli uomini dicono negli ... attimi
di estasi: "È troppo" oppure: "Non lo sopporto" oppure: "Po-
trei morire" ... Il nostro organismo infatt~ non è maturo per
un eccesso di grandezza ... Per alcune persone questo indie-
treggiamento di fronte al proprio potenziale di crescita, que-
sta retromarcia . dçlle proprie attese, questo timore di
rinunciare completalnente a se stessi, la mutilazione volonta-
ria di sé, la supposta stupidità, la falsa modestia, in verità non
sono che il timore della grandiosità... » 17 •

Conversione e redenzione

L' «invito» al tipo nove si chiama amore (incondizionato).


I nove hanno bisogno dell'esperienza di essere desiderati, di
essere importanti e di avere qualcosa da dare. Devono senti-
re che gli altri (Dio e le altre persone) credono in loro, per
poter credere in se stessi. I nove redenti possono amare in-
condizionatamente come nessun altro tipo. Già il comporta-
mento dei nove irredenti somiglia spesso a questo amore
totale: poiché condannare gli altri o litigare con loro signifi-
ca stress e conflitti, I' accettazione degli altri è a volte la stra-
da della minore opposizione. Vediamo di nuovo quanto sia
ambivalente ogni dono: in questo caso c'è il pericolo che i
tipi nove accolgano anche comportamenti totalmente inac-
cettabili, per risparmiarsi la fatica di un confronto.
I tipi nove sanno ciò che non vogliono, meglio di ciò che

17 A. H. Maslow, Neurosis as a Failure of Persona! Growth.

229
I

'vogliono. Per questo possono decidere senza tentennamenti


fra le diverse opzioni, possono esaminarle ed eliminare tutto
ciò che si scontra con una difesa interiore. La possibilità che
supera queste procedure di selezione dovrà poi essere messa
alla prova.
Tra i «compiti di vita» del nove c'è il superamento del
suo segreto cinismo. I nove devono imparare a credere che in
loro si celi un nocciolo d'oro e che posseggano un'energia in-
teriore. Devono agire coraggiosamente e temerariamente. Fin-
ché staranno fermi a riflettere, diventeranno sempre più
rassegnati e infine s'impantaneranno. La loro energia ha bi-
sogno di un punto di orientamento. Hanno bisogno di qual-
cosa su cui possano dirigere la loro intera forza. I tipi nove
raccontano di essere felici quando finalmente riescono a di-
stinguere per una volta ciò che è essenziale da dò che non
·10 è, quando sono in grado di porre delle priorità chiare e
di agire in maniera conseguente.
L'aspetto positivo della nostalgia a doppio taglio che i tipi
nove provano per l'armonia e la calma è il desiderio di trova-
re un senso a ciò che è complesso e irrisolto, di unire e inte-
grare gli opposti. Lo psicoanalista Cari Gustav Jung era un
tipo nove. Egli vedeva uno dei suoi compiti principali nel for-
nire un contributo all'integrazione dell'anima umana: il be-
ne e il male, il maschile e il femminile, cercava di unificare
tutto. Scoprl anche l' «inconscio collettivo », quell'ultimo stra-
to dell'anima in cui gli opposti sono unificati, perché qui tutti
gli uomini sono uguali e «uno». I nove si sentono profonda-
mente legati alla base primitiva dell'essere e possono aiutare
gli altri a ritrovarla.
Combattere coscientemente per trovare una propria posi-
zione, invece di orientarsi sugli altri, aiuta il tipo nove. Strut-
ture ordinate e una routine giornaliera sempre uguale
impediscono chela sua intera energia venga sprecata già nel-
la progettazione o che distrazioni sempre nuove rimandino
l' «essenziale». I tipi nove non si possono abbandonare sem-
pre al fatalismo passivo, né lasciarsi andare, rinchiudendosi
in se stessi o addirittura rinunciando a sé. Portare a termine ,
in maniera conseguente i progetti iniziati è un compito dif-
ficile, ma proficuo per un nove. Invece di volere e di proget-
tare molto, dovrebbero cercare di afferrare ciò che è più
prossimo e fare il primo passo.

230
Helen Palmer consiglia inoltre al tipo nove di vivere e di espri-
mere l'ira e l'aggressività lungamente nella fantasia finché si al-
lentino i freni 18 •
I tipi nove redenti sarebbero forse gli unici cui in buona
coscienza si potrebbe affidare il mondo, senza dover avere
paura che si arricchiscano, che sfruttino gli altri o cerchino
il proprio vantaggio. Potrebbero forse salvarlo; il problema
è solo che saranno gli ultimi a raccogliere le energie o ad am-
bire a posizioni influenti.
L'esèmpio principe di un tipo nove« redento» è papa Gio-
vanni XXIII (1881-1963), il Papa in cui nessuno aveva fiducia 19 •
Angelo Roncalli veniva da una grande famiglia contadina pove-
ra e ha mantenuto per tutta la vita la sobrietà del figlio di con-
tadini. Era legato di cuore alla situazione dei poveri; già nella
sua prima carica come segretario del vescovo a Bergamo appog-
giò lo sciopero degli operai metallurgici. Era totalmente privo
di ambizione ecclesiastica; avrebbe preferito diventate un par-
roco di campagna.
Ma accadde diversamente: nel 1925 venne mandato quale le-
gato pontificio in Bulgaria, poco dopo a Istanbul. In questi anni
dovette continuamente mediare tra gli interessi della Chiesa cat·
tolica e un ambiente di fede differente (ortodosso o islamico).
Veniva definito« Monsignore, il cui motto è: Lasciateci avere
comprensione l'uno per l'altro». Durante la guerra, contribul
alla salvezza di oltre duecentomila ebrei grazie all'emissione di
falsi certificati di battesimo.
A Roma nel frattempo pareva che ci si fosse dimenticati di
lui. Quindi tllt?ti furono sorpresi, ed egli più di tutti, quando
nel 1944 venne mandato a Parigi come nunzio apostolico. Si trat-
tava di nuovo di difficili compiti di mediazione. La Chiesa cat-
tolica era entrata in relazioni troppo strette con le forze di
occupazione tedesche e doveva essere per cosl dire « denazifica-
ta » per riconquistare la sua credibilità. Il nunzio assolse questo
incarico con grande maestria e fascino disarmante.
A 72 anni Roncalli divenne patriarca di Venezia. Finalmente
poteva di nuovo essere vicino agli uomini. Il suo palazzo vesco-
vile aveva sempre le porte aperte; il cardinale viaggiava con mezzi

18 H. Palmer, The Enneagram, op. cii., p. 377.


19 Questo il titolo in C. Feldmann, Traume, p. 186.

231
di trasporto pqbblici e cercava il contatto con la gente sempli-
ce. Nel 1958, dopo un lungo e combattuto conclave, venne
eletto «papa di transizione », evidentemente come candidato
di compromesso per l'età avanzata di 77 anni. Tale divenne
infatti, ma in. un senso completamente diverso da quello che
si sarebbe pensato. Egli fece. in modo che la Chiesa si rin-
novasse radicalmente e completasse il passaggio nel XX se-
colo.
Giovanni XXIII sapeva cosa voleva: apertura della Chiesa al
mondo, semplificazione e umanizzazione delle forme ecclesia-
stiche, cooperazione: « Semplificare ciò che è complicato e non
rendere complicato ciò che è semplice! » era il suo motto. Un
bel giorno sorprese i suoi cardinali con l'idea di celebrare un
concilio. Di Il in avanti segul quest~jspirazione in maniera osti-
nata e imperturbabile. Il suo scopo era di portare « aria fresca »
nella Chiesa. Attraverso il concilio essa ottenne nuovi impulsi,
si instaurò il dialogo con le religioni del mondo e con gli atei,
i vescovi ottennero più diritti di partecipazione, la posizione dei
laici nella Chiesa cattolica mutò radicalmente.
Soprattutto la « pace mondiale » impegnò il « Papa buono »,
come nel frattempo tutti lo chiamavano. Durante la crisi di Cu-
ba mediò segretamente tra Kruscev e Kennedy. La sua enciclica
di pace, Pacem in terris, contiene frasi come:
« Per cui giustizia, saggezza e umanità domandano che venga
arrestata la corsa agli armamenti; si riducano simultaneamente
e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al
bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo
integrato da controlli efficaci» 20 •

Affermazioni come le seguenti possono essere lette come con-
fessione di fede di un nove redento: « Pazienza e calma, queste
sono due belle qualità. Essere sempre operosi e non· soffrire del-
la fretta, questo è un pezzo di cielo in terra. Al di là della volon-
tà di Dio non c'è niente di interessante per me». E: «Angelo,
non prenderti cosl sul serio! » 21 .
Ciò ricorda santa Teresa d'Avila, che probabilmente era un
tipo nove e condivideva con Giovanni XXIII il senso dell' au-

°
2 Cfr. Pacem in terris, in Enchiridion Vaticanum, vol. 2, Edizioni Dehoniane,
Boloyna 198112, p. 73.
2 Ibid., pp. 197; 200.

232
toironia (una conseguenza del fatto che i nove non si ritengono
cosl importanti). Il motto di Teresa era: «Nulla ti turbi. Nulla
ti spaventi. Solo Dio basta! ».

233
PARTE TERZA

DIMENSIONI PROFONDE
CONVERSIONE E RIORIENTAMENTO

L' enneagramma distingue i tipi di pancia, di cuore e di te-


sta, rispettivamente i tipi sessuale, sociale, di autoconserva-
zione, a seconda di quale dei tre centri vitali determini
principalmente ogni singolo uomo. Allo stesso tempo ogni in-
dividuo è un microcosmo, nel quale sono situati tutti e tre
i centri, che « funzionano » in maniera specifica di volta in
volta: ognuno dei nove tipi pensa, sente e agisce, ha un istinto
sessuale, un istinto di autoconseroazione e impulsi sociali. Ognu-
no dei nove tipi compie erroridi testa ed errori di cuore. Noi
vogliamo dedicarci qui di seguito ai tre centri singolarmente
e mostrare quali specifici comportamenti errati e possibilità
di sviluppo sono presenti nei singoli tipi. Molto di ciò che
è stato già detto nella descrizione dei tipi viene suddiviso in
questo modo ancora una volta.

Trappole e inviti

Quando Gesù invitò l'uomo al pentimento, lo fece con le


parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto; con-
vertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). La parola greca
metanoéte, che si trova nel testo originale del Nuovo Testa-
mento, significa letteralmente: «Cambiate la vostra mente,
cambiate pensiero!». Gesù U:!vita gli uomini a vedere se stessi,
il mondo e Dio in maniera completamente nuova e diversa,
rispetto a come erano stati abituati fino ad allora. Egli li in-
cita a uscire dalle loro consolidate abitudini di pensiero e osare
un «pensiero nuovo », che tenga conto della lieta novella che
il regno dell'amore di Dio è vicino.

237
Pigrizia (Indolenza)
9

Adulazione
Pianificazione (Compiacenza)
7 2
TRAPPOLA
(vicolo cieco)
Codardia/ Vanità
Temerarietà (Esteriorità)
6 ~__,-+- _ _ _ _ __,___,_ _,, 3

Avarizia Depressione
(Melanconia)
Figura 3: Le 9 trappole

L' enneagramma denomina le nove « trappole » o vicoli cie-


chi del pensiero. Allo stesso tempo dirige un «invito» speci-
fico o vocazione alla conversione a ogni tipo. Questi inviti
vengono chiamati solitamente nella letteratura dell'ennea-
gramma «idee sante » oppure «idee del più alto centro spiri-
tuale». Il termine «invito», che noi scegliamo, sottolinea
rispetto agli altri il richiamo della libertà soprattutto come
un'offerta di Dio e non come un'opera propriamente nostra.
Interpretazioni e spiegazioni sulla « trappola » e l' « invito »
sp~cifici si trovano nelle descrizioni.
E cosa degna di attenzione che il triangolo che lega i tipi
centrali del centro di pancia, di cuore e di testa (9-3-6-9),
è costituito dalle tre« virtù teologali»,. che Paolo elenca nel-
la prima lettera ai Corinzi (13, 13): « Ora esistono queste tre
cose: la fede, la speranza e la carità; ma la più grande di esse
è la carità»! Anche nell' enneagramma è l'amore la« più gran-
de». Sta nel vertice che indica l'inizio e la fine del cerchio.

238
Amore
Misericordia 9
(Verità)

Realismo
Libertà
(Cooperazione
(Grazia)
con Dio) 7
2
INVITO
(Vocazione)
Fede
(Fiducia)

Saggezza 5 Originarietà
(Legge di Dio) (Unione con Dio)
Figura 4: Invito (Vocazione)

« Peccati radicali » e « frutti dello Spirito »


Come « peccati radicali » si intendono le costrizioni o gli
atteggiamenti sbagliati a livello emotivo. «Peccato» signifi-
ca separazione o mèta mancata. I nove peccati promettono un
incremento della vita, provocano però proprio ciò che vo-
gliono evitare: solitudine, insensatezza, vuoto. Ci separano
da Dio, dai nostri compagni, dal .creatò e soprattutto da noi
stessi. Ci impediscono di raggiungere lo scopo della nostra
vita: la conciliazione con noi stessi, con il nostro prossimo
e con Dio.
I nove «frutti dello Spirito » sono immagini della passio-
ne o del peccato redenti. Non si lasciano« produrre» ma pos-
sono solo «crescere». Sono doni della grazia divina. Questo
non ci condanna alla passività. Paolo incita i corinzi: «Aspi-
rate ai doni maggiori!» (lCor 12,31). Questo« aspirare» può
assumere diverse forme: possiamo chiedere a Dio i suoi do-
ni; possiamo anche cominciare a vivere « come se » avessimo
già questi doni. Questi frutti sono l'espressione del nostro
vero essere, che non è sfigurato dal potere del peccato.

239
Pigrizia (Indolenza)
9

Intemperanza
(Gola) Orgoglio
7 2
PECCATO
RADICALE
Timore Menzogna
(Paura) (Inganno)
6 V--.Ji...-4-------+-+~ 3

Avidità 5 4 Invidia

Figura 5: Peccato radicale

Azione
9
Serena tranquillità
.(Pazienza)
1

Sobrietà
(Gioia sobria) Umiltà
7 2
FRUTTO DELLO
SPIRITO
Veracità
(Sincerità)
3

Obiettività 4 Armonia
(Equilibrio)

Figura 6: Frutto dello Spirito

240
Sottotipi: sessuale sociale di autoconservazione

All'ambito della pancia sono attribuiti i tre istinti fonda-


mentali: istinto sessuale, istinto sociale e istinto di autoconser-
vazione. Questi istinti appartengono alla «materia prima»
del nostro essere; quindi non possono essere convertiti. I ten-
tativi di «soffocarli», propri degli asceti di tutte le epoche,
portano alla mutilazione dell'intera persona. La nostra im-
postazione parte dall'idea di« addomesticare» i nostri istin-
ti, perché non distruggano la vita bensì le siano utili. I nostri
istinti ci appaiono a volte come mostri cattivi, incontrolla-
bilmente appostati nel fondo dell'anima. Il simbolo del dra-
go è stato spesso utilizzato per descrivere l'essenza degli
istinti. Si può cercare di uccidere i draghi, come fanno san
Giorgio e l'arcangelo Michele. Ma ci sono anche altre possi-
bilità: nella Leggenda di Marta si narra come la santa addo-
mestichi un drago cosicché egli infine la segue
volontariamente. Di Francesco d'Assisi si narra come una vol-
ta abbia «fatto amicizia» con il lupo di Gubbio, di cui tutti
avevano paura. In questo senso consigliamo di addomestica-
re il drago e di «abbracciare» il lupo.
L'enneagramma parte dall'idea che ogni uomo viene do-
minato da uno dei tre istinti di base. Così sorgono, in ognu-
no dei nove tipi, tre sottotipi. La situazione divita determina
di volta in volta in maniera molto forte a quale sottotipo si
appartenga principalmente; bisogna supporre che nell' atti-
vità lavorativa si viva il proprio sottotipo sociale, nel rap-
porto di coppia quello sessuale e in momenti di solitudine
e di ritiro. quello di autoconservazione.
.

a) Sottotipi sessuali
Uno: Invidia. L'uno sessuale cerca di controllare il part-
ner. Lo osserva continuamente e teme che altri possano es-
sere più attraenti. Interiormente ribolle di gelosia e di paura
per una eventuale perdita, però è incapace di accettare e di
. esprimere questo sentimento« imperfetto». La gelosia deri-
va dalla paura che qualcun altro possa essere «più perfetto»
e quindi possa attrarre maggiormente. Gli uno sessuali pos-
sono trasmettere questo « fervore » anche alla loro « causa »
ed essere assai collerici, come Paolo che prima della sua con-

241
versione« spirava minacce e strage contro i discepoli del Si-
gnore» (At 9,1).
Due: Seduzione/Attacco. Il due sessuale si preoccupa con-
tinuamente di aggiudicarsi segnali di simpatia e di consenso
e fa di tutto per creare ad esempio un ambiente attraente
per un appuntamento. Cerca con tutte le forze di ignorare
e di superare gli ostacoli oggettivi. Come aiutanti questi sot-
totipi dominano, prendono gli altri per mano e sanno cos'è
meglio per i loro clienti.
Tre: Virilità/Femminilità. I tre sessuali cercano di corrispon-
dere all'immagine sessuale ideale del loro tempo e del loro
gruppo. Recitano perfettamente i ruoli dell'uomo e della don-
na che vengono premiati nel loro ambiente o nella società.
Conquiste sessuali sono importanti per la stima di sé, quali
simboli del successo.
Quattro: Competitività. Il quattro sessuale fa derivare la sti-
ma di sé dal confronto con gli altri. Per questo lo tenta l'i-
dea di battere le persone il cui favore cerca sul loro stesso
campo, per poterle cosl impressionare. L'aspetto distruttivo
di un quattro sessuale irredento viene alla luce quando sedu-
ce gli altri per poi lasciarli cadere. La seduzione riuscita ba-
sta come prova dell'essere « alla pari »·o superiore rispetto
alla persona desiderata.
Cinque: Fiducia. I cinque si fidano solo di poche persone.
Comunicano i loro segreti solo in relazioni molto importan-
ti. Invitano al loro « castello » solo la persona in cui ripongo-
no vera fiducia. La sessualità per loro è una forma di
comunicazione non verbale, che li solleva dal difficile com-
pito di dover esprimere a parole i propri sentimenti. Un cin-
que orientato sessualmente suscita un effetto «freddo» e
sicuro di sé sull'ambiente circostante, può apparire molto con-
vincente agli altri e conquistare cosl influenza.
Sei: Forza/Bellezza. La vulnerabilità di una relazione intensa
mette in moto la sfiducia del sei. L'uomo sei sessuale di soli-
to è orientato controfobicamente. Attraverso una certa fred-
dezza, durezza e forza artefatta può dimostrare di mantenere
il controllo. La donna sei sessuale può sfruttare il proprio po-
tere come arte della seduzione. Assume volentieri il ruolo del
capriolo timido e delicato che pare inavvicinabile. In questo
modo può attrarre e respingere contemporaneamente la con-
troparte.

242
Sette: Eccitabilità. Il sette sessuale sublima l'evento reale del-
la relazione con ampie fantasie che sono più importanti dei fat-
ti.. I sette sessuali sono feticisti: una« provocazione» può es-
sere più importante di una relazione sentita e vissuta. Nelle
relazioni sessuali sono aperti agli impulsi del partner, finché
non sono legati a dolore, troppa profondità o pretese faticose.

Unione
9
Desiderio di possesso/
Dedizione
8

Seduzione/
Eccitabilità Attacco
7 2
SOTIOTIPI
SESSUALI
Virilità/
Forza/Bellezza Femnùnilità

Fiducia · 4 Competitività
Figura 7: Sottotipi sessuali

Otto: Desiderio di possesso/Dedizione. Gli otto sessuali vo-


gliono controllare tutto e prenderne possesso, cosl accade an-
che per il loro partner. Si aspettano da lui dedizione spirituale,
fisica e intellettuale. Alla medesima dedizione sono pronti se
hanno la sensazione che il partner è degno di loro e non sfrut-
terà questa «posizione di potere ». Ci sono, e non solo nelle
caricature, uomini otto che sono forti all'esterno, ma ~he nel
rapporto di coppia si sottomettono alla loro donna. Agli otto
sessuali piacciono le «macchine veloci, una scorta inesauri-
bile di bevande, uomini e donne belli. Sono orgogliosi della
loro durezza e rappresentano il più ribelle di tutti i tipi» 1 •

1 ]. P. Wagner, A Descriptive, Reliability and Validity Study, op. cit., p. 104.

243
Nove: Unione. Ciò che più piacerebbe al nove sessuale è
di vivere in un altro o attraverso un altro, che sia un uomo
o che sia Dio. Percepisce i sentimenti dell'altro/a in maniera
più chiara rispetto ai propri sentimenti e sente addirittura
fisicamente cosa avviene dentro alla persona amata. Il nove
sessuale rende felice il partner e viene reso felice dal riflesso
di questa felicità. Comunque il partner non deve affaticarlo
troppo; la relazione non deve esigere un grande impegno da
parte sua.

b) Sottotipi sociali
Uno: Inadattabilità. Gli uno non sono disposti a identifi-
carsi incondizionatamente con una società imperfetta. A lo-
ro parrebbe di coprire in questo modo l'errore del sistema.
Vedono piuttosto il loro compito nel riformarlo continuamen-
te e hanno una tendenza moralizzatrice. Allo stesso tempo
hanno paura c~e i protettori del sistema possano rinfacciare
loro qualcosa. E la posizione della « solidarietà critica » e del
« sì, però ».
Due: Ambizione. I due sociali anelano all'influenza socia-
le. Come il discepolo Giovanni vogliono essere vicini al Mae-
stro e partecipare alla sua forza. Loro stessi non devono avere
successo, ma vogliono ricoprire un ruolo importante nella vita
di persone significative. I due sociali hanno un istinto infal-
libile per quelle che sono le « persone importanti » e cercano
la loro vicinanza.
Tre: Prestigio: I tre sociali vogliono fare una buona impres-
sione e avere un grande prestigio sociale. Sono creatori di
tendenze e formatori di opinioni e hanno del fiuto per quel-
lo «che è nell'aria». I tre sociali sanno formulare il consenso
del gruppo prima che il problema venga realmente discusso.
Sanno mutare in poco tempo, a mo' di camaleonte, i loro ruoli
e modi di comportarsi e mantenere in piedi una buona im-
magine pubblica. Il loro rapporto viene determinato dalle pos-
sibili reazioni degli altri, il cui consenso è di vitale importanza
per loro.
Quattro: Vergogna. I quattro sociali si vergognano senza sa-
perne la ragione precisa. I quattro sociali irredenti si sentono
incompresi; pensano di essere disprezzati dagli altri e hanno
paura che i propri pensieri e sentimenti possano essere deci-

244
frati e disapprovati. Temono anche che il loro aspetto possa
essere rifiutato. Il fatto di vivere al di sotto degli standard
che si sono proposti, li fa anche vergognare. Questi tipi im-
piegano il proprio fascino, spesso irresistibile, per mitigare
la pressione sociale che pesa su di loro.
· Cinque: Totem. Per i cinque sociali è importante apparte-
nere a un qualche «gruppo chiuso », che è unito dal sapere
esoterico o dallo stesso (astruso) hobby ed è in stretto rap-
porto con il «guru»., Cercano la prossimità di altri sapienti
o di altre persone interne al gruppo e sperano nel riconosci-
mento dei veri maestri della loro compagnia. Ai cinque so-
ciali piace lo scambio in un linguaggio in codice conosciuto
solo dagli iniziati. Questo sottotipo· anela a titoli, diplomi
e altri simboli di potere spirituale.
Sei: Dovere. I sei sociali fanno il loro dovere e si attengono
. alle leggi del loro gruppo, per raggiungere così il suo consen-
so. Sono sensibili anche a minime infrazioni delle regole, che
secondo loro minacciano il sistema. Le uniformi (anche civi-
li!) e un portamento corretto sono d'aiuto per tenere unito
il gruppo. Anche nel rapporto di coppia cercano di attenersi
alle regole, che secondo loro corrispondono al sistema di va-
lori dell'altro. I sei sociali sono conservatori e possono reagi-
re in maniera assai timorosa se vengono introdotti dei
«rinnovamenti».
Sette: Spirito di sacrificio. I sette sociali sanno rimb.occarsi
le maniche in caso di necessità e sacrificarsi notevolmente
per la propria famiglia, il proprio gruppo, la propria impresa
o il proprio popolo. L'·ottimismo dice loro che tutte le restri-
zioni sono temporanee e servono allo scopo di rendere ben
presto tutti nuovamente felici e di far trovare molte nuove
possibilità. Per una «buona causa» e il benessere dell'uma-
nità un sette può addirittura rinunciare alla vita. Allo stesso
tempo è consapevole che ogni « sacrificio » limita le sue stes-
se possibilità.
Otto: Amicizia. Gli otto sociali danno valore alle relazioni
armoniche e alla « felicità » per tutti senza che vi sia alcuna
occasione di farsi reciprocamente delle ingiustizie. Curano
le amicizie e sono pronti a dare anche la camicia per gli ami-
ci. Gli otto sociali possono essere eccezionali figure di con-
dottieri, che tengono unita la comunità e permettono ai deboli
di appoggiarsi a loro.

245
Partecipazione
9
Amicizia

Spirito
di sacrificio Ambizione
7 2
SOTIOTIPI
SOCIALI

Dovere Prestigio

Totem 5

Figura 8: Sottotipi sociali

Nove: Partecipazione. I nove sociali vogliono essere presenti _


e della partita. Se raccolgono le proprie forze per entrare in
una comunità, assaporano il fatto di poter continuamente pro-
fittare dell'altrui energia vitale e di non dover pensare essi
stessi a come dover impiegare il proprio tempo. Tendono a
investire solo una piccola parte di sé nella vita del gruppo
e devono imparare a partecipare in maniera sempre più atti-
va e «completa». .

c) Sottotipi di autoconservazione
Uno: Scrupolosità/Timore. Gli uno di autoconservazione te-
mono di non cavarsela. Un solo errore potrebbe rovinare tut-
to. In base alla loro imperfezione si sono comunque guadagnati
il fallimento, l'imperfezione infatti è male. Gli uno vivono
nel perenne timore di poter fare un errore che sia rovinoso.
Per questo tendono tra l'altro a interrompersi in continua-
zione e a migliorarsi quando parlano.
Due: Privilegio. I due di autoconservazione ritengono di
meritare particolari privilegi grazie alla loro bontà, santità

246
e disponibilità umana («lo ho un diritto su»). Partono dal-
l'idea che gli altri devono premiare la loro attenzione e dedi-
zione. I due di autoconservazione temono di rimetterci se non
si preoccupano essi stessi di stare davanti. Dietro la facciata
disinteressata del due si cela una persona che odia rinunciare.
Tre: Sicurezza. I tre di autoconservazione cercano di met-
tere al sicuro il proprio status, il proprio successo e la propria
immagine. Il denaro e la proprietà assicurano il futuro. Per
questa sicurezza i tre sono pronti a grandi sacrifici. Lavora-
no duro per mantenere o incrementare il loro stato sociale.
La caduta sociale e il fallimento professionale o finanziario
sono incubi, il cui avvento deve essere evitato con ogni mezzo.
Quattro: Resistenza. I quattro di autodifesa si rifiutano osti-
natamente di rinunciare all'immagine particolàre che hanno
di sé. Chiunque e qualsiasi cosa intralci loro la strada per cam-
biarli, si deve misurare con una dura opposizione. I quattro
di autoconservazione si sentono incompresi, si tirano indie-
tro e soffrono in silenzio. La loro fantasia viene dominata
dal lamento sulla tragedia della propria esistenza.
Cinque: Rifugio.« My home is my castle »:i cinque,di au-
toconservazione hanno bisogno, per la loro autoconservazione,
di una sfera privata nella quale potersi ritirare indisturbati
e non venire distratti dalle attese e dalla presenza di altre
persone. Nei momenti di ritiro ricaricano le loro batterie per
poter sopportare meglio lo stress dell'incontro con gli altri.
In questo territorio limitato possono nascondersi e inseguire
i loro pensieri spesso assai insoliti.
Sei: Calore. I sei di autoconservazione emanano calore e
gentilezza per disarmare gli attaccanti potenzali. Il compor-
tamento di un sei di autodifesa ha a che fare con la sua pro-
fonda sfiducia e somiglia a quello del due: « Se piaccio agli
altri, allora non mi attaccano ». A volte introducono un umo-
rismo scurrile per guadagnarsi la simpatia altrui.
Sette: Difesa. Per mantenere bassa la minaccia sul proprio
incontaminato territorio da parte di nemici e disturbatori po-
tenziali, il sette di autoconservazione si circonda volentieri
di persone che la pensano come lui, che difendono gli stessi
interessi e si lasciano entusiasmare dalle stesse mète. La fa-
miglia è particolarmente importante per questo sottotipo.
Questi sette sono maniaci delle associazioni: può trattarsi di
un circolo carnascialesco o bocciofilo, un'associazione di canto

247
o un circolo di preghiera carismatico dove si è felici insieme:
«Insieme siarrio imbattibili».
Otto: Sopravvivenza soddisfacente. L'otto di autoconserva-
zione trova ingiusto non ottenere ciò che si è «guadagnato».
Attraverso il controllo del proprio spazio vitale cerca di op-
porsi alle minacce al suo« stato di possesso». Non sopporta
se piccole cose non sono «a posto». Se qualcuno oggi ha nuo-
vamente dimenticato di comprare pasta dentifricia, già do-
mani potrà crollare tutto il sistema.
Nove: Appetito. I nove di autoconservazione mitigano le
minacce della vita narcotizzandosi, sia mangiando sia bevendo
o guardando la televisione. Se ad esempio sono impegnati
a «divorare» un romanzo interessante, possono dimentica-
re tutto il mondo intorno a loro e trascurare i loro veri com-
piti ed esigenze. Questi nove sono i «bambini trascurati»,
che hanno paura di rimetterci. Fanno delle provviste (man-
giare, bere, libri), che li «calmano» e raccolgono cose che
non utilizzano mai, ma che sono a disposizione «per ogni
evenienza». I nove di autoconservazione possono essere com-
pletamente esauriti anche solo dopo brevi fasi di attività op-
pure dopo lo svolgimento di compiti minori.

Appetito
Sopravvivenza 9
soddisfacente

Difesa Privilegio
7 2

Calore

Figura 9: Sottotipi d'autoconservazione

248
IMMAGINE DI SÉ IDEALIZZATA E SENSI DI COLPA

La premessa dell'enneagramma, che esistono nove tipi/on-


damentali di uomini, lascia aperta una serie di domande: co-
me mai esistono in ognuno di questi nove gruppi uomini cosl
di/ferenti malgrado tutto? Ogni persona non porta in sé trat-
ti di tutti i nove numeri dell' enneagramma? Come posso ri-
conoscere a quale gruppo appartengo? Cosa devo fare per
poter superare le mie compulsioni?
Alcune di queste domande le abbiamo già sfiorate. In que-
sta terza parte vogliamo cercare di approfondirle sistemati-
camente. Inoltre vengono qui aggiunti altri aspetti che, per
motivi di chiarezza, non sono stati compresi nelle preceden-
ti descrizioni dei tipi.
In base alle proprie disposizioni, alle voci dei genitori e
dell'ambiente circostante e a fattori sociali, ognuno di noi
sviluppa nel corso della propria esistenza determinati ideali,
al cui adempimento tendiamo. L'immagine che abbiamo di
noi viene determinata principalmente da essi e in base ad es-
si misuriamo anche gli altri.
Quando restiamo indietro rispetto ai nostri ideali, si svi-
luppano i sensi di colpa e, quando talvolta capita che gli altri
non li rispettino, giungiamo perfino a scagliarci contro il pros-
simo. Spesso purtroppo però gli ideali inculcati e accettati
sono falsi o almeno esagerati e, proprio tentando di realiz-
zarli, corriamo il pericolo di finire dritti nel vicolo cieco del-
la nostra« trappola» e del nostro« peccato radicale». Tuttavia
solitamente i sensi di colpa sorgono in noi non quando « ca-
diamo in trappola», ma solo quando «non raggiungiamo »
il nostro ideale.
Il tipo due, ad esempio, sviluppa sensi di colpa se ha la
sensazione di non fare abbastanza per gli altri: la sua identi-
ficazione con il ruolo dell'aiutante è però proprio il punto
nel quale cede facilmente al suo orgoglio.·
Le idealizzazioni si lasciano formulare facilmente cosl: « Io
sono bravo se ... ». I diagrammi 10 e 11 comprendono le no-
ve frasi di idealizzazione e le nove immagini di sé. Inoltte queste
« definizioni di sé » costituiscono per molti un buon aiuto per
trovare il proprio tipo nell' enneagramma.

249
Sono tranquillo,
armonico ed equilibrato
9

Sono ottimista, Sono affettuoso,


allegro altruista
e simpatico e servizievole
7 2

Sono fedele, Sono pieno


obbediente di successo,
e leale competente
e concreto

Sono saggio, 5 4 Sono originale,


avveduto e ricettivo sensibile e colto
Figura 10: Idealizzazione

Io sono soddisfatto
9

Io sono felice Io aiuto


7 2
IMMAGINE
DI SÉ
Io faccio
Io ho successo

Io riconosco

Figura 11: Immagini di sé

250
TENTAZIONE. CIÒ CHE sr DEVE EVITARE. DIFESA

Per motivi di chiarezza seguono qui, ancora una volta, le


«tentazioni», «ciò che si deve evitare» e i« meccanismi di
difesa » specifici di ciascuno dei nove tipi in forma di dia-
gramma:

Sminuirsi
9

Correre in aiuto
Idealismo agli altri
7 2
TENTAZIONE

Sicurezza Efficienza

Sapere Autenticità

Figura 12: Tentazione

251
Conflitto
9

Dolore Bisogno
7 2
CIÒ CHE
SI DEVE EVITARE
Comportamento
sbagliato Fallimento

Vuoto 4 Ordinarietà

Figura 13: Ciò che si deve evitare

Stordimento
9

Razionaliz- Repressione
zazione 7
2
MECCANISMO
DI DIFESA

Proiezione Identificazione
6 v-~...-+~~~~~~.--j,___,_~-'11

Ritirata 4 Sublimazione artistica


(Segmentazione)

Figura 14: « Meccanismo di difesa »

252
IL TRIPLICE CONTINUO

Irredento. «Normale». Redento

È stato già accennato che ognuno dei nove tipi rappresen-


ta un continuo, ciò vuol dire che all'interno di ogni tipo esi-
stono diversi gradi di maturazione che si muovono tra due
poli opposti: da un lato c'è la personalità immatura, irredenta
o malata, dall'altro lato la personalità matura, redenta o sana.
Tra i due poli si trova la strada della redenzione; i rappre-
sentanti« normali» o medi di ogni tipo si trovano da qual-
che parte tra i due estremi. Noi utilizziamo consapevolmente
la terminologia psicologica (maturazione) e il linguaggio reli-
gioso (redenzione) per descrivere uno stesso processo, perché
in un autentico cammino spirituale interiore non si possono
distinguere gli sviluppi psicologici da quelli spirituali, che si
condizionano e sorreggono vicendevolmente. Noi tutti attra-
versiamo un processo di integrazione; ma ci sono anche fasi
di vita di stagnazione o di ricaduta in uno stadio immaturo
(regressione, disintegrazione). Parti di personalità redente e ir-
redente si mescolano inoltre in ognuno di noi.

Fatalista, disorientato, rigido


9
Tirannico, posseduto dal potere, Prepotente, fariseo,
violento distruttivo

Eccessivo, Manipolativo,
dilettantesco, dominante,
prepotente simbiotico
7 2

Dipendente, Opportunista,
aggressivo, infamatore,
codardo carrierista

Isolato, nichilista, 5 Sentimentalista,


eccentrico decadente, necrofilo
Figura 15: Atteggiamento irredento

253
Adattato, ..pratico da amare..,
indeciso
Controllore, agonistico, 9 Perfezionista, esitante,
diretto ----.~ scrupoloso
8 1

Iperattivo,
gaudente, Materno,
superficiale devoto, attivo
7 2
Consapevole
del dovere, Pragmatico,
attento, classista,
Canti) autoritario socialmente
6 ~__;>o--+-~~~~~~1--..,_-..Jit
diversificato

Analitico, 5 Estetico, romantico,


distanziato, astratto elegante
Figura 16: Atteggiamento normale

Disponibile, pacifico,
deciso
Magnanimo, condottiero, 9 Criticamente sveglio, tranquillo,
protettivo ----.~ altamento etico
8

Felice, Premuroso,
versatile, gentile,
sobrio originale
7 2
ATIEGGIAMENTO
Fedele, REDENTO Competente,
coraggioso, veridico,
fiducioso affidabile

Inventivo, saggio, 5 Creativo, naturale,


attivo disciplinato
Figura 17: Atteggiamento redento

254
Le ali

Nei prossimi due paragrafi sfioreremo quella parte dell'en-


neagramma che non si lascia spiegare razionalmente. La ve-
rità delle prossime asserzioni può basarsi solo su esperienze:
si è visto che persone che lavorano su di sé con l'aiuto del-
1' enneagramma cambiano positivamente. Per questo molte
cose indicano che nessuno ha inventato o costruito I' ennea-
gramma, ma che si tratta della scoperta intuitiva di «leggi»
spirituali.
La circonferenza descritta dall' enneagramma è un.a sorta
di perpetuum mobile, un sistema ciclico che rinnova se stes-
so: mentre si percorre questo circolo nell'una o nell'altra di-
rezione, le «energie» cambiano gradualmente e conti-
nuamente. L' enneagramma non fa salti tra i singoli tipi. Ciò
ha come conseguenza che ogni tipo ha partecipazioni dei due
tipi vicini e viene condizionato ed equilibrato da loro. I tipi
a me immediatamente vicini sono le mie ali. Il cinque parte-
cipa di alcune caratteristiche delle sue ali quattro e sei, men-
tre viene principalmente determinato dalle energie, dai
complessi e dai doni del cinque, ci sono altri due « secondari
campi di battaglia». Anche le due energie laterali possono
essere efficaci, indipendentemente dal grado di sviluppo del-
1' energia principale, in forma irredenta (immatura), «norma-
le» oppure redenta (matura).
Il lavoro sulle ali è un primo importante passo verso l' inte-
grazione della personalità completa. Ad esempio, un uno che
non è altro che un uno, diventa facilmente arrogante, pieno
di sé e ipercritico e vuole spiegare a tutti cos'è giusto e cos'è
sbagliato. L'ala del due lo riequilibra, essa agisce in modo che
luno non dipenda solo dai propri ideali morali, ma cerchi
anche lamore e la simpatia delle altre persone e le voglia ser-
vire. L'ala del nove, dall'altro lato, equilibra la furia lavora-
tiva dell'uno. Come maniaco del lavoro possiede tuttavia un'ala
pigra che, se riesce a farsi sentire, si occupa della necessaria
distensione.
Di solito, nella prima metà della vita, si sviluppa una sola
delle due ali. Uno dei «compiti di vita» della seconda metà
dell'esistenza consiste nel dedicarsi alla seconda ala fino ad
allora sottosviluppata. Anche persone che non conoscono I' en-

255
neagramma spess() inconsapevolmente agiscono in tale modo.
Il fatto che ogni tipo abbia due ali è di aiuto nell'indivi-
duazione del .proprio numero dell'enneagramma. Spesso i
« neofiti » oscillano tra due o tre numeri che sono diretta-
mente l'uno vicino all'altro, se sono solo due numeri, allora
si tratta probabilmente del vero tipo e di una delle ali; se
sono tre numeri, spesso il vero tipo è quello centrale. Chi
oscilla tra due numeri divisi da un terzo, ad esempio tra il
nove e il due, dovrebbe occuparsi della cifra centrale (in que-
sto caso l'uno). Poiché spesso siamo ciechi al nostro «pecca-
to radicale», può accadere che all'inizio ci identifichiamo nei
«peccati secondari».
Il fatto che il circolo dell' enneagramma muti continuamente
ha un'altra conseguenza. Per arrivare a un punto di energia
che non è il mio diretto vicino, devo attraversare i punti che
si frappongono. Allorché io cominciai un anno sabbatico per
riprendermi da otto anni di ininterrotto lavoro pastorale, cer-
cai inconsciamente, io che sono un due, il punto nove. Per
arrivare al nove dovevo attraversare l'uno. Questo per me
significò praticamente« rassettare», «pagare i debiti» e« rior-
dinare le carte». Solo dopo aver creato l'ordine (uno), giunsi
alla pace (nove). Allo stesso tempo si sono intensificate le mie
relazioni con alcuni tipi nove.
Il predominio di una delle due ali può influenzare forte-
mente la personalità: un sette con un'ala del sei dominante
si distingue fortemente da un sette, sul quale l'ala dell'otto
è più efficace. Ci sono anche persone, che si sono lungamen-
te identificate con una delle loro ali in maniera tale da dover
essere « redente » prima di poter accettare la loro vera ener-
gia principale.
Nello schema seguente (figura 18), viene descritto di vol-
ta in volta con tre parole come un'ala dominante possa in-
fluenzare l'immagine della personalità; esse designano ogni
volta un tratto tipico di rappresentanti irredenti, «norma-
li» e redenti del tipo d'ala, pur non avendo pretesa di
completezza 2 •

2 Un'esposizione molto più ampia si trova in Riso, allegata di volta in volta al-
le sue descrizioni dei tipi. Riso però, al contrario di noi, parte dall'idea che ogni
tipo abbia una sola ala.

256
con ala del NOVE UNO con ala del DUE
intollerante irrederito ipocrita
impersonale normale . controllore
giusto redento misericordioso

con ala dell'UNO DUE con ala del TRE


giudicante irredento calcolatore
ambizioso normale adattato
incoraggiante redento gentile

con ala del DUE TRE con ala del QUATTRO


malizioso irredento presuntuoso
attraente normale esigente
sensitivo redento intuitivo

con ala del TRE QUATTRO con ala del CINQUE


maniaco irredento chiuso
dipendente· dal successo normale misterioso
vincente redento creativo

con ala del QUATTRO CINQUE con ala del SEI


sfiduciato irredento diffidente
sensibile normale bloccato
ispirato redento diligente

con ala del CINQUE SEI con ala del SETTE


arrogante irredento timoroso
regolare normale scontroso
competente redento caloroso

con ala del SEI SETTE con ala dell'OTTO


maniaco del riscontro irredento avido
difensivo normale uomo di mondo
lieto redento spirito di conduzione

con ala del SETTE OTTO con ala del NOVE


esplosivo irredento freddo
affaccendato normale lievemente dominante
magnanimo redento buono

con ala dell'OTTO NOVE con ala dell'UNO


vendicativo irredento arbitrario
sensuale normale soddisfatto di sé
delicato e forte redento puro

Figura 18: Le ali

Le frecce (falsa e vera consolazione)

L'enneagramma contiene un terzo (doppio) continuo. Viene


segnato con le linee di congiunzione (frecce), che collegano

257
in primo luogo i punti 9 - 6 - 3 - 9 e in secondo luogo i punti
1 - 4 - 2 - 8 - 5 - 7 - 1. .
La direzione della freccia indica la strada della regressione
e del disinteresse. In situazioni di stress gli uomini si muovo-
no nella direzione indicata dalla freccia in cerca di sollievo
e di consolazione verso un altro tipo dell' enneagramma, che
si definisce punto di stress. In questo punto però trovano so-
lo falsa consolazione che alla lunga risulta distruttiva. Il cam-
mino contrario alla direzione della freccia indica lintegrazione
della personalità completa. In momenti in cui si prova un po-
sitivo sentimento della vita, dopo soddisfacenti vette di espe-
rienza (peak experiences) e sulla strada della maturazione
spirituale, l'uomo trova la vera consolazione nelle qualità po-
sitive dell'energia che raggiunge se si muove nella direzione
contraria a quella della freccia verso il proprio punto di con-
solazione. Ad esempio: un due sotto pressione e sfinito ap-
.pare come l'immagine di un otto irredento (punta della
freccia): diventa autoritario, aggressivo e nel peggiore dei casi
violento. La sua falsa consolazione sta nell'idealizzazione del-
1' otto: «Io sono potente!». Lo stesso due giunge alla vera con-
solazione e all'integrazione se si dirige verso il quattro, il suo
lato creativo ed estetico, e scopre: «Io sono qualcosa di par-
ticolare, anche se per una volta non sono qui per gli altri!».
Il «discernimento degli spiriti», di cui hanno parlato Paolo
e Ignazio, significa sviluppare una «sicurezza dell'istinto»
spirituale per quegli impulsi che creano la vita e quelli che
la distruggono. La falsa consolazione secondo Ignazio si ma-
nifesta nella confusione, nella rivolta e nella oscurità spiritua-
li, nell'inquietudine e nel ribrezzo oppure nella disperazione
e nell'egoismo. La vera consolazione si manifesta invece at-
traverso l'esperienza di un fuoco spirituale, della gratitudine,
della pace e della forza 3 •
Le trattazioni che seguono presuppongono la conoscenza
delle descrizioni delle personalità e si rifanno a volte ad esempi
già interpretati in quella sede.

3 Cfr. M. Beesing - R. J. Nogosek - P. O'Leary, L'enneagramma: un itinerario


alla scoperta di sé, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1993, pp. 170ss.

258
Punto di consolazione: 3
Punto di stress: 6
Punto di consolazione: 2 9 Punto di consolazione: 7
Punto di stress: 5 ~---~ Punto di stress: 4
8 1

Punto di con- Punto di


solazione: 5 consolazione: 4
Punto di Punto
stress: 1 di stress: 8
7 2
LE FRECCE

Punto di Punto di consolazione: 1


consolazione: 8 Punto di stress: 2
Punto di stress: 7
Figura 19: Le frecce

Uno

Falsa consolazione: l'uno si dirige verso il quattro. I tipi uno


irredenti vogliono aver ragione a ogni costo e condannare gli
altri. Sono eccessivamente zelanti, impersonali e pieni d'ira
repressa. Se un uno è finito, dirige la propria aggressività con-
tro se stesso e assume i tratti soggettivi, melanconico-
depressivi e autodistruttivi di un quattro irredento (le auto-
mortificazioni di Lutero in convento!). L'immagine di sé del
quattro («Io sono qualcosa di particolare») può anche spin-
gere i tipi uno « stressati » a incensare se stessi. Paolo non
è sempre sfuggito a questo pericolo nel suo spiacevole scon-
tro con la comunità di Corinto:
«Nessuno, lo ripeto, mi consideri come insensato; o se no,
ritenetemi pure come insensato, affinché possa anch'io vantar-
mi un poco... .
E voi, sapienti come siete, sopportate facilmente gli insensa-
ti... Però in quello di cui altri ardiscè vantarsi, lo dico da stolto,
ardisco vantarmi anch'io.
Sono Ebrei? Anch'io! Sono Israeliti? Anch'io! Sono stirpe di

259
Abramo? Anch'io! Sono ministri di Cristo? Lo dico da stolto,
io più di loro! Molto di più per le fatiche, molto di più per la
prigionia, infinitamente di più per le percosse. Ho rasentato spes-
so la morte ... Tre volte passato alle verghe, una volta lapidato,
tre volte naufragato, ho trascorso un giorno e una notte sul-
1' abisso.
Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di ladri, peri-
coli dai connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pe-
ricoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli dai falsi fratelli; fatica
e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, digiuno frequen-
te, freddo e nudità» (2Cor 11,16-27).

Nel peggiore dei casi gli uno non integrati cadono nella
rassegnazione totale e non sono più disposti ad agire per il
miglioramento della loro situazione (o addirittura del mondo).

Vera consolazione: l'uno si dirige verso il sette. Il tipo uno


teso e controllato deve imparare a distendersi, a essere lieto,
a festeggiare e a «non andare troppo per il sottile ». L'uno
redento certamente continua ancora a lavorare duro, ma ha
raggiunto una sorta di leggerezza e di pace interiore che lo
rendono capace di accettare di essere in viaggio e non ancora
alla mèta. Si può notare la tranquilla gioia di vivere in Lute-
ro che, dopo la liberatoria esperienza della torre, diventa so-
cievole, ha volentieri degli ospiti alla sua tavola, fa musica
e festeggia. Famosa è la sua affermazione: «Io sto qui sedu-
to e bevo la mia birra di Wittenberg, mentre il regno di Dio
va avanti e cresce da solo, senza che lo si noti». Accenti di
gioia risuonano anche in Paolo, quando scrive alla comunità
di Filippi, che lo ha trattato, al contrario dei corinzi, sempre
con amore e con rispetto:
« Ringrazio il mio Dio ogni volta che vi ricordo, in ogni mia
supplica prego sempre con gioia per tutti voi... Siate sempre al-
legri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri... Non angustiatevi
in nulla, ma in ogni necessità, con la supplica e con la preghiera
di ringraziamento, manifestate le vostre richieste a Dio » (Fil
1,3-4; 4,4-6).

260
Due

Falsa consolazione: il due si dirige verso l'otto. I tipi due ir-


redenti si rendono « insostituibili » e vogliono che gli altri
si affidino a loro. In loro ribolle una forte rabbia miscono-
sciuta, perché gli altri esseri umani (e Dio) sono cosl ingrati.
Normalmente i due sono gentili per non dover soffrire nes-
suna perdita d'amore, ma se si sentono umiliati, rifiutati e
usati troppo a lungo, vanno al contrattacco e somigliano ai
tipi otto irredenti («Io sono potente!»). In questi periodi i
due vengono retti dall'oscurità, che spegne la loro capacità
di amare. L'odio e l'amarezza nei confronti degli uomini, che
non hanno ricambiato « adeguatamente» il loro amore, può
essere enorme. Si esprime solitamente .·in comportamenti
passivo-aggressivi, che in casi eccezionali possono anche di-
ventare violenti. Abbiamo già descritto in precedenza come
la premurosa Marta· attacca sua sorella Maria e anche il suo
ospite Gesù, perché ha la sensazione di venire usata e di ri-
metterci. Abbiamo già visto anche il lato aggressivo del di-
scepolo preferito Giovanni: a lui farebbe piacere distruggere
il villaggio dal quale Gesù e i suoi sono stati scacciati.
Vera consolazione: il due si dirige verso il quattro. Il due sulla
strada dell'integrazione rinuncia alla costrizione di fare del
bene a tutti e di dover salvare il mondo. Anche l'immagine
che ha di sé poco realistica - «Io sono l'amore in perso-
na! » - può venire alla fine relativizzata. Il quattro infatti
affronta la parte oscura della propria anima, invece di cerca-
re la colpa presso gli altri, come l'otto. La comprensione del
proprio dissidio e della propria peccaminosità spezza l' orgo-
glio del due e gli apre gli occhi sulla necessità della propria
redenzione e sul fatto di vivere per grazia di Dio. L' espe-
rienza dell'amore di Dio conduce alla vera accettazione di
sé («Io sono qualcosa di particolare!»), che si manifesta so-
prattutto quando il tipo due stringe amicizia con se stesso,
resiste alla solitudine e sviluppa i suoi lati creativi per se stes-
si, e non solo per fare del« bene» agli altri. Il tipo due che
giunge al punto quattro è capace di essere grato e gioire della
vita. L'amore di un due integrato non è più appiccicoso e in-
teressato, ma permette l'evoluzione alla persona amata. Un
due « consolato » sa gioire di piccoli segni di simpatia e non

261
esige troppo da sé e dagli altri con pretese esagerate. Se fa
del bene, allora ha in mente soprattutto la persona che ha
bisogno d'aiuto, e non il ringraziamento che può riceverne.
Io ho vissuto, circa dieci anni fa, un'esperienza che illu-
stra cosa può accadere a un due nel suo punto di consolazio-
ne quattro: mi trovavo in vacanza, ospite in casa dei genitori
di un mio amico norvegese, dove ero stato accolto molto ca-
lorosamente. Lo stress e le preoccupazioni quotidiane mi ave-
vano abbandonato. In questa situazione di tranquillità una
mattina mi sono seduto al pianoforte e ho composto nel giro
di un'ora il Kindermutmachlied (Canzone che fa coraggio ai
bambini):
Se qualcuno dice: « Tu mi piaci; ti trovo veramente in gam-
ba!», allora mi viene la pelle d'oca e anche un po' di coraggio.
Se qualcuno dice: « Ho bisogno di te; non ce la faccio da so-
lo », allora mi solletica lo stomaco, io non mi sento più piccolo.
Se qualcuno dice: « Vieni con me; insieme siamo qualcosa! »,
allora divento rosso, perché gioisco, allora la vita è divertente.
Dio ti dice:« Io ti amo. Sarei cosl volentieri tuo amico! E ciò
che non riesci a fare da solo, riusciamo a farlo insieme» 4•

Questa canzone è contenutisticamente il credo di un due.


Ma io ho avuto bisogno di una situazione di tranquillità per
ammettere, ridurre in parole e formare creativamente il mio
bisogno e per riconoscere e nominare Dio come sorgente, che
può appagare la mia sete d'amore.

Tre

Falsa consolazione: il tre si dirige verso il nove. I tipi tre hanno


per natura delle difficoltà a percepire i loro veri sentimenti
a causa dei molti ruoli che giocano. Al punto di stress nove
i tipi tre finiscono nel vortice della disperazione, perdono l'in-
teresse per se stessi e non possono più tenere in piedi l' image
che ha procurato loro un'identità. Questo avviene soprattutto
se manca un riconoscimento. I ruoli giocati non funzionano

4 In A. Ebert - K. Hannemann (a cura di), Feiert Gott in eurer Mitte. Lieder-


buch der Teestube Wiirzburg, Hanssler-Verlag, Neuhausen-Stuttgart 1979, n. 256.

262
più, ma non c'è nessuna forza né motivazione per occuparsi
del «vero io ». La vita di un tre non integrato appare vuota
e irisensata. Nel punto di stress nove, il tre dirige tutto l'odio
e lavversione che altrimenti può sviluppare contro i suoi con-
correnti, contro se stesso. Tipi tre particolarmente irredenti,
il cui gioco viene scoperto o non funziona più, corrono il pe-
ricolo di suicidarsi: la morte come« sonno definitivo» è l'u-
nico rifugio rimasto. Può anche accadere che un tre non
integrato si lasci andare, si trascuri o divenga tossicomane.
Ha bisogno di persone che lamino e laiutino a scoprire va-
lori e mète proficue e « veritiere » e a sviluppare nuove vi-
sioni della vita per trovare la strada d'uscita dal tunnel.

Vera consolazione: il tre si dirige verso il sei. I tipi tre hanno


difficoltà con fedeltà, dipendenza e fiducia. Fedeltà signifi-
ca infatti «passarne di tutti i colori» a causa di un'altra per-
sona. Nel matrimonio, ad esempio, fedeltà significa restare
insieme «nei tempi buoni e in quelli cattivi». I tre però ten-
dono a interrompere i progetti quando si sentono minacciati
di fallimento e hanno l'impressione di portare avanti un af-
fare in perdita. L'impegno comporta inoltre che un giorno
i ruoli e le maschere vengano scoperti e perdano cosl la loro
efficacia. La paura del tre; di non avere un proprio «io» al
di là di queste molteplici maschere, può manifestarsi come
paura di assumere degli obblighi. In vèrità l'impegno è l'u~
nica possibilità per un tipo tre di superare il suo fissarsi in
determinati ruoli e di crescere interiormente. Risulta parti-
colarmente utile se il partner o il gruppo consentono al tre
di mostrare il suo aspetto intimo poco sviluppato e bisogno-
so. Il punto sei(« Io sono leale») aiuta il tre inoltre a mettere
i propri doni a disposizione di una cosa che è più grande di
se stesso, invece di utilizzarli solo per la propria carriera.
«Attraverso il riconoscimento di valori che li superano, i tre
che si integrano sviluppano la loro coscienza. Riconoscono i pro-
pri limiti e i limiti di ciò che possono aspettarsi dagli altri, da
se stessi e dalla vita » 5 •
Senza legame e sottomissione, il tre corre il pericolo di di-
ventare vittima della propria ambizione.

5 R. Riso, Personality Types, op. cit., p. 101.

263
Quattro

Falsa consolazione: il quattro si dirige verso il due. Il quattro


irredento è melanconico, confuso e alienato e dubita di se
stesso. Se un quattro ha esaurito le risorse, può. accadere che
cerchi di riprendere il contatto con la realtà rendendosi in-
dispensabile agli altri («lo aiuto!»). Come la caricatura di
un due, cerca in questo modo di raggiungeré un'identità at-
traverso l'amore e la riconoscenza. Le difficoltà che i quat-
tro hanno per natura con le relazioni vincolanti si rafforzano
però quando sono desolati. In questo stato sono completa-
mente incapaci di interessarsi realmente di qualcuno e vo-
gliono essere solo compatiti e sorretti. Allo stesso tempo
cominciano a odiare la persona dalla quale dipendono. In que-
sto modo qualsiasi relazione, prima o poi, si interrompe.
Questa è la dinamica che riconosciamo nella relazione sen-
timentale che legò il ventiquattrenne S~ren Kierkegaard a
Regine Olsen, una quindicenne. Egli, essendo completamente
schiavo di questo amore, voleva sposarla, ma il pensiero che
il matrimonio lo costringesse a un'apertura completa lo spa-
ventava. Infine diede una cattiva immagine di sé, nella spe-
ranza che lei lo scacciasse, sciolse il fidanzamento e restò
comunque per tutta la vita prigioniero di questa relazione.
Il fatto che lei non rimanesse dipendente da lui, ma che si
legasse ulteriormente, lo molestava particolarmente. Il suo
intero comportamento risponde alla problematica della di-
stanza e della vicinanza del programma del due irredento.

Vera consolazione: il quattro si dirige verso l'uno. Il mondo


dell'uno fatto di valori, fiducia e coscienza, è un contropeso
salutare per il caos sentimentale, i dubbi su se stesso e il sog-
gettivismo del tipo quattro. L'idealizzazione dell'uno («Io ho
ragione!») aiuta il quattro a una sana accettazione di sé. Per
gli uno i valori sono più importanti dei sentimenti, la dili-
genza è più importante della genialità, la ragione più impor-
tante dell'ispirazione. La sobrietà dell'uno aiuta il quattro a
prendere le distanze da sé e a conquistare la capacità di met-
tere criticamente alla prova le proprie fantasie. Un artista
tipo quattro ha bisogno della diligenza e del perfezionismo
dell'uno, per poter esplicitare anche le sue geniali intuizio-
ni. La « materia prima » che l'anima del quattro produce con-

264
tinuamente ha bisogno della purificazione attraverso la« for-
ma» dell'uno. Dirigersi verso l'uno significa quindi per il quat-
tro ammettere la critica/ondata senza abbattersi come persona.
Il legame che il tipo uno ha con la natura aiuta il quattro a
instaurare un contatto con la propria naturalezza e spon-
taneità.
Per la crescita di un Thomas Merton è stato di vitale im-
portanza sottomettersi alla disciplina di un monastero seve-
ro. La lotta con il suo abate, che ha sempre tenuto a freno
il soggettivismo di questo monaco geniale, è stata una scuola
dura, ma necessaria. Probabilmente ha contribuito a purifi-
care e formare le esperienze soggettive di Merton in manie-
ra tale da raggiungere una portata generale ed essere fino a
oggi per molti una fonte di ispirazione.

Cinque

Falsa consolazione: il cinque si dirige verso il sette. Il tipo


cinque irredento assume dei tratti nichilisti, schizoidi e auti-
stici. Minaccia di perdere il contatto con la realtà e di vivere
in illusori giochi di pensiero. Per liberarsi il cinque irredento
diventa egoista, cerca distrazioni e divertimenti e si ritira in
quello dei suoi molti modelli di pensiero che dice: «Io sono
ok!». Invece di diventare miratamente attivo, il cinque stres-
sato si perde in un attivismo senza mèta oppure cova delle
stolte fissazioni. In questo stadio a volte cerca anche di tro-
vare « consolazione » nei piaceri dei sensi. In questo modo
il cinque tradisce la sua propria forza: profondità di rifles-
sione, contemplazione e sobria saggezza. Inoltre resta nel-
1' ambito della testa, invece di percepire le proprie emozioni
e osare il passo dal pensiero ali' azione. L'immagine del dandy
decadente inglese coglie più o meno questo stato del cinque.

Vera consolazione: il cinque si dirige verso l'otto. Il pensie-


ro del tipo cinque tende a impedire lazione. Un cinque che
si dirige verso l'otto è pronto a trasformare in pratica la sua
conoscenza, per quanto possa apparire incompleta e provvi-
soria. Ciò è espressione di una sana audacia. I cinque maturi
confidano nel fatto di non dover sempre solo prendere, ma
di avere qualcosa di originale e di irrinunciabile da dare, che

265
possa arricchire .e cambiare il mondo. Questo è il caso di Il-
degarda di Bingen, che ha comunicato le sue visioni al mon-
do esterno ed è intervenuta attivamente con le sue convinzioni
nella confusa politica ecclesiastica e temporale della sua epo-
ca. Questo ha potuto condurre un Dietrich Bonhoeffer a di-
ventare un cospiratore ed essere addirittura disposto a
sporcarsi le mani e a uccidere il tiranno di persona. Il rischio
dell'azione nel punto otto consiste nell'applicare le precedenti
conoscenze provvisorie e confidare nel fatto che dalle espe-
rienze possano essere evinte nuove conoscenze che non si pre-
sentano alla scrivania. Il passo verso I' azione significa che
il cinque ha intrapreso un contatto fisico con la realtà e che
testa e pancia si sono incontrati. ,

Sei

Falsa consolazione: il sei si dirige verso il tre. Il sei irredento


è autoritario e patologicamente diffidente. Poiché non pos-
siede alcun senso del proprio valore, si riduce alle dipenden-
ze di una qualche «potenza superiore». Il fascismo è
l'illustrazione storica di ciò che può accadere se un sistema
di sei si dirige verso il tre e giunge al successo. I tipi sei nel
punto tre non arrivano alla competenza e all'efficienza, sca-
dono piuttosto nella nascosta ostilità dei tre: da masochisti
diventano sadici che dirigono il loro odio addensato contro
gli altri e compensano i loro complessi di inferiorità con un
complesso di superiorità, trasformandosi da spaventati coni-
gli in lupi che spaventano. Nella Chiesa cattolica dei primi
tempi e del Medioevo si credeva che una ricompensa per la
rinuncia terrena consistesse J:,?.el potersi pascere in paradiso
delle sofferenze degli empi. E un esempio delle fantasie di
successo di persone che in fondo si sentono perdenti.
In questo stadio il tipo sei non fa più caso ai suoi segnali
d'allarme più intimi, è capace di menzogna, tradimento e in-
fedeltà per salvare la propria pelle ... e alla fine perdere. Il
momento in cui Pietro cade nel peccato del tre e rinnega il
suo Signore è il punto più basso della sua vita.

Vera consolazione: il sei si dirige verso il nove. La calma e


la tranquillità del tipo nove è il miglior rimedio contro la paura

266
del sei. Nel brano del vangelo in cui viene narrato come Ge-
sù placasse la tempesta, si racconta che egli stava dormendo
su un cuscino a prua della barca, mentre nel mare si alzava-
no grandi onde. I discepoli svegliarono il Maestro ed egli rim-
proverò il loro scetticismo e riportò la calma tra i flutti con
la sua parola (Mc 4,35-41). In un altro episodio Gesù stava
camminando sull'acqua quando invitò il pauroso Pietro a la-
sciare la barca e a dirigersi verso di lui. Finché Pietro guardò
Gesù tutto andò bene, ma non appena spostò lo sguardo sul-
le onde, realizzando la sua paura, affondò (Mt 14,22-33).
Oscar Romero è lesempio paradigmatico di come la fiducia
in Dio possa fare di un funzionario del sistema un uomo li-
bero e intrepido.

« I sei che si redimono raggiungono non solo la sicurezza, ma


anche la capacità di confidare negli altri » 6 •

Sette

Falsa consolazione: il sette si dirige verso l'uno. Il meccani-


smo di repressione di un tipo sette irredento non funziona
più; per questo si rafforza la paura di venire a contatto con
il dolore e l'oscurità. Il solo pensiero della cura spirituale o
di una terapia mette in moto orribili presentimenti. Tutto
ciò rafforza lo sfrenato attivismo del tipo sette e/o la sua ten-
denza al piacere eccessivo. Il passo verso il punto di stress
uno può essere la tentazione di riconquistare il controllo della
propria vita sentimentale. Nel punto uno il sette può assu-
mere un sistema ideologico «impermeabile », che lo difende
aggressivamente. I sette che non si integrano possono male-
dire tutto ciò che intralcia la loro esigenza di una visione del
mondo «positiva», fino a giungere all'intemperanza verso
chi non la pensa come loro.

Vera consolazione: il sette si dirige verso il cinque. L'ottimi-


smo del sette deriva dalla sua paura della profondità; infatti
nella profondità si può annidare il dolore. Il «viaggio nel-
l'intimo» significa rinunciare a una parte delle false conso-

6 Ibid., p. 185.

267
lazioni del mondo esterno. Francesco d'Assisi, dopo la sua
conversione si dtirò in solitudine e pregò incessantemente:
« Signore, chi sei tu, e chi sono io? ». Scelse luoghi di pre-
ghiera di particolare bellezza per affrontare ll la propria pro-
fondità. Sorprendentemente non scoprl in sé abissi orribili,
bensl la sorgente di vera e profonda gioia. Quando il sette
si dirige verso il cinque, smette di reprimere il dolore e con-
fida nel fatto che la sua fondamentale gioia e gratitudine per
l'esistenza è abbastanza stabile per un confronto completo
con l'intera vita. Nel punto cinque il tipo sette diventa più
raccolto e sobrio. Non consuma più il mondo, bensl impara
ad assumersi la responsabilità per il suo mantenimento.

Otto

Falsa consolazione: l'otto si dirige verso il cinque. L'energia


del tipo otto irredento è ostile e violenta. Nel punto cinque
(«Io sono saggio!») l'otto comincia a rimuginare, a dubitare
e a riflettere. Sorgono paure, soprattutto la paura di perdere
il potere. Solo pochi otto si ritirano volontariamente nel si-
lenzio. Spesso si tratta della conseguenza di una malattia o
di una debolezza fisica; nel caso di criminali violenti può es-
sere anche l'isolamento involontario di una cella di sicurez-.
za. In questo stadio l'otto può sentire per la prima volta una
profonda impotenza che non aveva mai provato. Il timore
che altri sfruttino la sua debolezza e si possano vendicare per
le umiliazioni subite fino ad allora prende il sopravvento. Sor-
gono sensi di colpa. Il senso della giustizia dell'otto gli lascia
riconoscere improvvisamente la propria ingiustizia, che esi-
ge punizione e vendetta. Infine l'otto rivolge la sua aggressi-
vità contro se stesso. Un tipo otto irredento, senza potere,
senza campo di azione, senza punti da attaccare e senza «sud-
diti» corre un forte pericolo di suicidio.

Vera consolazione: l'otto si dirige verso il due. Il punto due


placa l'istinto di potere dell'otto e stimola il suo lato «tene-
ro», che desidera aiutare, avvicinare e proteggere. Un otto
che si dirige verso il due non vuole più solo dominare, ma
anche sanare; lascia il suo volontario isolamento, diventa più
socievole, tenero e vulnerabile. Martin Luther King è l' esem-

268
pio di un otto integrato, che ha messo le sue capacità di con-
duzione al servizio della giustizia e contemporaneamente al
servizio dell'amore; King aveva appreso da Gesù la lezione
del saper rinunciare volontariamente al potere violento e del
saper essere tanto padrone quanto servitore. Essere debole,
vulnerabile e tenero è il maggiore atto eroico che un. otto possa
compiere.

Nove

Falsa consolazione: il nove si dirige verso il sei. Il tipo nove


irredento può perdere qualsiasi contatto con la vita. Si è im-
pegnato per l'intera esistenza a reprimere gli impulsi troppo
forti di tipo positivo e negativo. Ora crolla l'unico meccani-
smo di difesa che possegga: la ritirata. Tutte le paure del mon-
do lo sommergono; la mancanza di orientamento non è più
sopportabile. Anche la tendenza del tipo sei a punire se stes-
so può diventare efficace. Poiché il nove propriamente non
ha meccanismi di difesa, può prendere il sopravvento anche
la sua tendenza alla narcotizzazione o addirittura può venire
attratto dalla morte quale « sonno definitivo ». Abbiamo visto
che ogni qual volta il profeta Giona si è trovato in situazioni
di crisi ha chiesto a Dio di morire o almeno era disposto a
morire. Un'altra possibilità consiste nel fatto che il tipo no-
ve, come il sei irredento, divenga masochisticamente dipen-
dente da altre persone («autorità»), che vivono e decidono
al posto suo e che possono ristabilire la pace della sua anima.

Vera consolazione: il nove si dirige verso il tre. ìl tipo tre


comunica al nove che cosa deve imparare: lazione mirata e
costruttiva. Nel punto tre il nove supera la sua« sindrome
di Giona», smette di svendersi e comincia a scoprire e ad
adoperare i propri doni. Il tipo nove che si dirige verso il tre
diventa autonomo e sicuro di sé e non si definisce più a par-
tire dalle attese e dagli impulsi degli altri. Prende l'iniziativa
e prende atto con meraviglia che gli altri in questo modo si
sentono arricchiti. I tipi nove che si integrano possono cam-
biare il mondo. Gian.a ha fermato il declinq di Ninive quan-
do ha assunto il ruolo del profeta. Giovanni XXIII ha
rinnovato la Chiesa cattolica.

269
Ci si affida volentieri a un nove che si integra, perché si
nota che utilizzà i propri doni per amore e mai per servire
se stesso.
Io ho un amico e collega che è un tipo nove molto sano.
Ha solo una mezza carica di parroco, perché ha bisogno di
tempo «per vivere». Le sue poche ma mirate azioni sono im-
postate in modo da responsabilizzare molto i laici. Delegare
è una liberazione per lui. Recentemente, nell'ambito di una
serie di prediche sui sette peccati capitali, ha utilizzato il te-
ma « lussuria e pigrizia » per celebrare una funzione religiosa
sul tema « l' Aids e il peccato nella Chiesa».
Raramente ho sentito una predica più audace. Ma il mio
amico esponeva tutto ciò con un tono colloquiale così tran-
quillo che non risvegliava alcuna aggressività, bensì creava
riflessione. Dopo la predica ha preso la parola un malato di
Aids, che ha avuto l'opportunità di esporre la propria delu-
sione nei confronti della Chiesa. Anche fedeli assai conser-
vatori hanno ringraziato alla fine della funzione. Questo amico
non è molto intraprendente. Ma ciò che fa, riesce. Facendo
tutto ciò, egli trasmette una grande calma e tranquillità, che
egli stesso, come dice, spesso non nota nemmeno.
Da quanto detto deriva che il confronto con gli specifici
punti di regressione e di integrazione dà un importante con-
tributo alla crescita personale. Dobbiamo imparare a essere
sensibili tanto a ciò che ci edifica e consola veramente quan-
to a ciò che ci distrugge.
Helen Palmer ha messo in guardia giustamente dal proce-
dere precipitandosi sul proprio punto di consolazione e repri-
mendo il punto di stress.
In questo caso può accadere ad esempio che io come tipo
due mi identifichi con l'energia «positiva» del quattro e ten-
ti di diventare io stesso una sorta di quattro. Così facendo
però assumo inconsciamente anche i lati negativi di questo
tipo, diventando melanconico, narcisista e ipersensibile. Im-
provvisamente ritengo che come due avrei diritto, attraverso
il mio punto di consolazione quattro, a essere «qualcosa di
particolare », e mi avvicino così al mio peccato radicale, l' or-
goglio.
Se al contrario evito l'otto, allora la sua energia distrutti-
va può agire indisturbata nel mio inconscio e venire un gior-
no violentemente alla luce. Inoltre il dinamismo, la chiarezza

270
e la decisione dell'otto redento sono doni di cui proprio il
« molle » due ha bisogno (ad esempio per imparare a dire di
no).
« Coltivare le proprietà curative del cosiddetto punto di stress
è una parte delle tecniche, come la terapia della Gestalt, nelle
quali le emozioni negative vengono appositamente ... impiega-
te. Lo scopo di questo metodo è di portare le nostre passioni
a straripare in maniera mirata e redimere una cattiva abitudine
radicata, permettendo di viverla per una volta pienamente » 7 •

CRESCERE CON L'ENNEAGRAMMA

Con l' enneagramma si può lavorare a livelli assai differen-


ti e nei più disparati contesti. I prossimi suggerimenti sono
indicazioni sul modo in cui l' enneagramma è stato già im-
piegato con successo o su come sarebbe possibile utilizzarlo.

Studio individuale

Questo libro può essere di aiuto nel confronto con se stes-


si. L'enneagramma è innanzi tutto una chiave per la cono-
scenza di sé. Non che io debba determinare gli altri o che gli
altri debbano determinare me, bensl sono io a dovermi chie-
dere chi sono, quali pericoli e possibilità ci siano in me eco-
me possa trovare il «vero io» di cui Dio mi ha dotato. In
fin dei conti sono solo io a potermi identificare con un certo
tipo o programma di vita dell' enneagrama. Questa ricerca può
essere molto rapida oppure durare molto a lungo. Il ritmo
lo decido io. Anche chi non trova subito il proprio tipo può
vedere la storia della propria vita riflessa nello specchio del-
le descrizioni dei nove tipi e trarne vantaggio. Ad alcuni sa-
rà d'aiuto se, stimolati dall'enneagramma, metteranno per
iscritto gli eventi chiave della loro biografia, vi rifletteran-
no o ne parleranno con altri, ad esempio con un padre spi-
rituale.

7 H. Palmer, The Enneagram, op. cit., pp. 44s.

271
Rapporto di coppia

È uno svantaggio che questo libro sia stato scritto da due


scapoli. Dal nostro giro di amicizie sappiamo però che l' en-
neagramma può essere un eccezionale stimolo per la discus-
sione tra partner. Molti conflitti, che pesano su un rapporto.
di coppia, appaiono, a quanto dicono le coppie stesse, in una
nuova luce. L' enneagramma aiuta a osservare le particolari-
tà d~ll' altro con maggiore misericordia e le proprie in ma-
niera più critica. Una donna che recentemente si è occupata
più intensamente dell' enneagramma ha affermato: « Quan-
to più a lungo studio i nove tipi, tanto più me ne accorgo:
bisogna amarli tutti! ».
Il gioco del «chi sta bene con chi», che viene praticato
volentieri dai sostenitori dell'astrologia, non può essere ap-
plicato all'enneagramma. Non esistono« superpartner» che
stanno automaticamente bene insieme. L' enneagramma aiu-
ta però a capire meglio 1a dinamica specifica di una determi-
nata costellazione di relazioni. Esulerebbe dalla cornice di
questo libro e dal nostro attuale orizzonte delle esperienze,
se sviluppassimo questo argomento in ogni particolare e per
tutti i tipi. Per questo seguono qui solo alcune indicazioni
fondamentali.
Due tipi uguali si uniscono volentieri: l'esperienza si espri-
me contro l'esattezza di questa affermazione nel campo del
rapporto di coppia. Sono poche le persone che sposano lo stes-
so tipo dell' enneagramma. Un rapporto di questo genere na-
sconde tre pericoli specifici: 1. L'energia unilaterale del tipo
in questione viene raddoppiata e domina l'intero rapporto.
2. Poiché ambedue i partner« giocano lo stesso gioco», pos-
sono stimolarsi e integrarsi solo limitatamente. 3. Se scopro-
no i propri meccanismi nel partner, ciò li potrebbe mettere
in grande agitazione (proiezione-ombra). Quest'ultimo peri-
colo però contiene anche una possibilità specifica: i partner
dello stesso tipo si capiscono reciprocamente « in lungo e in
largo» e alla fine non possono fingersi diversi da ciò che sono.
I tipi d'ala come partner: i tipi vicini si intendono spesso
assai bene. Si sentono abbastanza differenti da non diventa-
re noiosi l'uno per l'altro, ma allo stesso tempo si sentono
anche abbastanza simili per comprendersi bene. Partner co-
sl possono aiutarsi reciprocamente a integrare la loro ala e

272
r

vivere in questo modo più pienamente il proprio potenziale.


I tipi della freccia come partner: i tipi che nell' enneagram-
ma sono collegati da frecce stanno in una dinamica partico-
lare. Il problema è che in queste relazioni il partner A
rappresenta il punto di stress del partner B, mentre il part-
ner B è il punto di consolazione del partner A. Un esempio
classico: un uomo otto e una donna due. Lei soffre per la sua
durezza, inavvicinabilità e irascibilità; lui trova calore e si-
curezza in lei. Per lei questo rapporto sarà causa di una mag-
giore sofferenza soggettiva rispetto a lui. Ma entrambi
possono essere arricchiti: lui scoprendo e ammettendo insie-
me a lei il suo lato morbido e tenero; lei venendo stimolata
da lui a confrontarsi con la propria aggressività e il proprio
desiderio di potere, a trovare una posizione chiara e a for-
mulare esigenze e limiti propri. ·
Gli opposti si attirano: molte persone si cercano inconscia-
mente partner« totalmente diversi» da sé. Relazioni di que-
sto tipo non sono mai noiose; entrambi i partner devono però
combattere a volte con la sensazione di vivere su due pianeti
differenti, di non capirsi immediatamente l'un l'altro e di re-
starsi estranei nel più profondo di sé. D'altro canto si sfida-
no reciprocamente alla tolleranza e all'importante compito
di vita di aprirsi al« completamente diverso», al non-io. Nella
dinamica dell' enneagramma tali persone si incontrano solo
indirettamente: attraverso le loro ali o frecce. Seguono due
esempi illustrativi:

I tipi due e nove non sono collegati tra loro direttamente, ma


indirettamente per ben tre volte: 1) L'uno è la loro ala comune;
possono incontrarsi ad esempio in occasione di azioni politiche
per il miglioramento del mondo o di riforme all'interno della
famiglia o di una comunità più grande e sono probabilmente en-
trambi orientati « progressisticamente ». 2) L'otto è il punto di
stress del due e allo stesso tempo un'ala del nove. Il nove può
capire e accettare immediatamente il due, se il due finisce nel
suo punto di stress. L'energia dell'otto non fa paura al nove; in
tali momenti può comunicare approvazione al due. 3) Il tre è il
punto di consolazione del nove e allo stesso tempo un'ala del
due. Il due può motivare il nove a lavorare in maniera mirata
e concentrata, puntando al successo. Un altro punto può agire
nella costellazione due/nove: il due vive spesso per gli altri, ma

273
anela all'accettazione incondizionata. Esso va incontro al nove,
che è forse l'unico tipo capace di comunicargli pienamente ap-
provazione; allo stesso tempo il due va incontro al desiderio del
nove di venire stimolato e motivato dall'esterno.
I tipi tre e sette: questi due tipi si incontrano in un solo punto
e indirettamente nel sei, che è ala del sette e punto di consola-
zione del tre. La ricerca di sicurezza da parte del tre e la tenden-
za del sette a difendere la famiglia si incontrano in questo punto.
Entrambi i tipi sono ottimisti, grandi lavoratori e « orientati al-
la crescita». Devono stare attenti a non rafforzare reciproca-
mente le tendenze alla superficialità e all'esteriorità presenti in
loro. Una buona possibiltà in questo senso la offre il cinque, che
sta tra i due tipi. Il sette trova nel cinque il suo punto di consola-
zione, si può raccogliere qui e limitarsi alle cose sostanziali. Il
tre arriva al cinque attraverso la sua ala quattro: armonia esterna
ed equilibrio interiore aiutano· il tre a « purificare » la sua vita
sentimentale. Il passo verso il cinque sfida la capacità di distan-
ziarsi del tre, ne frena l'iperattivismo e l'aiuta a confrontarsi cri-
ticamente con se stesso. Il sette e il tre in cinque possono osare
insieme uno sguardo in profondità. Una visione del mondo o
posizione di fede comune possono stabilizzare questo rapporto,
che può collegare creativamente inventiva e dinamismo.

Sarebbe certamente d'aiuto utilizzare I' enneagramma nel-


1' esercizio dell'attività pastorale con coniugi e per capire ed
elaborare i conflitti di coppia. Finora non ci è noto nessun
tentativo in questo campo.

Relazioni di autorità e famiglia

La dinamica delle relazioni che è all'opera, ad esempio,


tra superiori e sottoposti, ma anche tra genitori e figli o tra
alunni e insegnanti, si lascia capire ed elaborare anche me-
glio con l'aiuto dell' enneagramma. Prospettive interessanti
per terapie familiari nascono dall' enneagramma. Se si costrui-
sce un albero genealogico, si può stabilire che nelle famiglie
si accumulano certi tipi dell' enneagramma, mentre altri non
compaiono affatto oppure sono rari (si pensi solo a famiglie
di artisti come i Bach, famiglie di eruditi come i Bonhoeffer

274
oppure stirpi di commercianti come i Fugger). Cosl nell'en-
neagramma troviamo un ausilio importante nella soluzione
e nel superamento di conflitti familiari.

Esercizi e guida spirituale

L' enneagramma viene utilizzato da diversi anni nella pra-


tica degli esercizi spirituali. Gli esercizi spirituali sono « pe-
riodi di ritiro » di più giorni, nei quali viene offerta assistenza
spirituale attraverso letture, meditazioni, silenziose ore di so-
litudine, colloqui pastorali e funzioni religiose. Gli esercizi
spirituali spingono allora il singolo ad avvicinarsi a se stesso
e a Dio e a osare passi concreti sulla via dello spirito. La me-
ditazione e la preghiera ricoprono un ruolo centrale in que-
sto, dacché l' enneagramma non si lascia dominare
intellettualmente nemmeno da un cinque. Si tratta di una via
dell'esperienza, nella quale si scopre, attraverso una sorta di
«ascolto interno», quali «voci» sono all'opera nell'intimo.
Il «discernimento degli Spiriti» è quella «sicurezza dell'i-
stinto » spirituale che aiuta a riconoscere quali di queste vo-
ci liberano verso una «vita nell'abbondanza» (Gv 10, 10) e
quali conducano alla prigionia e alla morte. ·

Lavoro della comunità e crescita della comunità

Molti cristiani cercano di rendere l' enneagramma utile al


lavoro per la comunità. Le correnti e i raggruppamenti al-
i' interno della comunità si lasciano capire meglio con l'en-
neagramma. Se nel consiglio ecclesiastico, nel presbiterio o
nella comunità parrocchiale sorgono conflitti, ciò è dovuto
spesso ai temperamenti diversi dei componenti della comu-
nità e alle loro visioni della Chiesa. Qui l' enneagramma aiu-
ta ad allargare l'orizzonte e a richiamare l'attenzione su
parzialità e disavanzi. Mostra quali «energie» siano seppel-
lite in una comunità e dove per questo l'insieme manca di
forza e di efficacia.

275
Gruppi di discussione

Suggeriamo lorganizzazione di gruppi di discussione che


in un certo periodo studino I' enneagramma, ad esempio oc-
cupandosi di volta in volta ogp.i sera di uno dei nove tipi.
Circoli biblici e di preghiera potrebbero entrare nell' argomen-
to attraverso i nove volti di Gesù e i testi biblici corrispon-
denti, che esporremo nel capitolo Gesù e l'enneagramma.
Forse un giorno si realizzeranno anche gruppi di « autodife-
sa » di determinati tipi. Lo scambio con persone che hanno
problemi simili e trasmettono «sulla stessa lunghezza d' on-
da» può essere un'esperienza molto sollevante eliberatoria.

GESÙ E L'ENNEAGRAMMA

I sufi chiamavano I' enneagramma il «volto di Dio », per-


ché le nove energie, che si manifestano nei nove tipi di per-
sonalità, parevano le nove qualità di Dio (le nove rifrazioni
della luce divina). I cristiani riconoscono in Gesù Cristo il
volto di Dio, il Dio divenuto uomo, il rivelatore e la rivela-
zione dell'amore divino:
«Egli è l'immagine del Dio invisibile,
Primogenito di tutta la creazione;
poiché in lui sono stati creati
tutti gli esseri
nei cieli e sulla terra,
i visibili e gli invisibili:
Troni, Signorie, Prlncipi, Potenze.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui...
poiché piacque a tutta la pienezza
di risiedere in lui
e di riconciliarsi, per suo mezzo» (Col 1,15-7,19).

Cristo rappresenta Dio e quindi l'essenza del mondo, il vero


essere. Allo stesso tempo però è stato veramente uomo e ha
sopportato le condizioni dell'esistenza con le loro minacce,
tentazioni e abissi:

276
« Non abbiamo infatti un pontefice che non possa compatire
le nostre infermità, essendo stato tentato in tutto a nostra so-
miglianza, eccetto il peccato» (Eh 4,15).
Se qui di seguito rappresentiamo l' enneagramma come icona
del volto di Cristo, Io interpretiamo contemporaneamente come
«volto di Dio» e anche come «volto dell'uomo (vero)».
I sufi hanno definito Gesù un tipo « due redento » e inteso
il cristianesimo in primo luogo come religione del due. Sen-
za rinnegare·questo aspetto, vogliamo compiere il passo se-
guente e fare I'affermazione di fede: Gesù Cristo ha realizzato
il « vero uomo » in una maniera che fa saltare la determina-
zione di un tipo di personalità. Effettivamente nei racconti
del vangelo si trovano indicazioni sul fatto che ha affrontato
varie tentazioni e, in situazioni diverse, ha_ manifestato ognu-
no dei nove« frutti» dell'enneagramma. E l'immagine com-
pleta di un uomo che ha ascoltato gli « inviti » di Dio e ha
avuto la libertà di rispondere. Se fosse altrimenti, determina-
ti tipi non potrebbero orientarsi a Cristo nella loro situazio-
ne specifica 8 •
Nel seguito vogliamo rappresentare quanto i nove tipi del-
1' enneagramma possano essere di volta in volta attribuiti a
Gesù Cristo. La meditazione sui passi biblici indicati può es-
sere di aiuto per riconoscere le proprie tentazioni attraverso
lo specchio della Sua persona e la preghiera e per sviluppare
il senso per i doni che sono riposti in noi.

Uno: pedagogia, tolleranza, pazienza


Gesù era un ebreo praticante, che non voleva annullare
la legge ebraica (la Torah), bensl «compierla» (Mt 5,17). La
sua predicazione incita alla conversione dai vicoli ciechi in-
tellettuali e spirituali di questo mondo. Facendo ciò non mi-
ra al« riarmo morale». Vuole piuttosto che la legge non venga
rispettata solo esteriormente e formalmente, perché in tal mo-
do diventa facilmente la sovrastruttura religiosa del proprio
egoismo. Cosl nel discorso della montagna esige dai suoi una

8 R. J. Nogosek, csc, ha capito che con I' enneagramma possono essere scoperti
i vari aspetti di Gesù. Egli ha dedicato a questo argomento un intero libro: Nine
Portraits o/ ]esus, op. cit. Noi dobbiamo a questo libro una serie di intuizioni e di
prove bibliche.

277
«giustizia migliore» di quella dei farisei (Mt 5,20) e «opere
buone», che vengano da un cuore riconciliato e non siano
solo adempimento del dovere.
Nel discorso della montagna compare anche la frase assai
discussa: «Voi dunque sarete perfetti, come perfetto è il Pa-
dre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48). Gesù spinge alla perfe-
zione anche il discepolo ricco (Mt 19,21). Il cammino verso
la perfezione cristiana conduce sempre attraverso il,crollo dei
tentativi morali propri e degli ideali autoimposti. E solo l' e-
sperienza dell'incondizionato amore di Dio che conduce alla
cohoscenza del proprio peccato, suscita il pentimento e ren-
de possibile la conversione.
« Per gli uno un paradosso chiave del vangelo è il fatto che
diventiamo perfetti accettando la nostra imperfezione. Dobbia-
mo riconoscere che facciamo molti errori perché ciò appartiene
al processo di crescita » 9 •
Gesù non ha represso o nascosto dietro una facciata cor-
tese la sua ira. Nella storia della guarigione dell'uomo con
la mano atrofizzata (Mc 3,1-6) osserva con «rabbia e affli-
zione » i farisei e gli scribi, perché vogliono àttirarlo in una
trappola, celando i loro veri motivi. Allorché i suoi discepoli
non riescono a liberare un giovane posseduto dalle sue soffe-
renze, mostra chiari segni di impazienza: « Generazione in-
credula! Fino a quando dovrò sopportarvi?» (Mc 9,19).
Gesù non aveva una doppia morale. Ciò che predicava l' a-
veva vissuto e realizzato egli stesso. Non si è concesso nien-
te e, durante i suoi ultimi tre anni di vita terrena, si è prodotto
in un enorme sforzo fisico e psicologico.
Gesù era un insegnante dotato. Le parabole, le analogie e
non ultimo il suo esempio facevano del circolo di discepoli
raccolti intorno a sé una scuola di vita spirituale. Malgrado
la loro lentezza, non ha mai smesso di amarli e ha sempre
intrapreso nuovi tentativi per chiarire loro in maniera anco-
ra più didascalica il suo messaggio.
Diversamente dai farisei, egli non ha mai maledetto, ben-
sl accettato, i peccatori e quelli che erano «caduti». Gesù
collega l'accettazione incondizionata con una chiara sfida.
Non tollera la maledizione degli uomini da parte di altri uo-

9 Ibid. p. 39.

278
mini e non tollera nemmeno i comportamenti oggettivamen-
te distruttivi degli uomini. Il petdono e la riconciliazione so-
no le sue chiavi per la conversione e per un nuovo inizio:
avendo salvato dai suoi accusatori una donna che doveva es-
sere lapidata per adulterio, le disse: «Neppure io ti condan-
no; va' e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Le parabole sulla crescita di Gesù (Mc 4) sono un invito
a tutti i perfezionisti a non essere sempre in preda al panico,
ma a confidare nell'evoluzione del regno di Dio. Pazienza
con se stessi, pazienza con gli altri e pazienza con Dio, ren-
de gli stizzosi miglioratori del mondo, riformatori efficaci e
insegnanti visionari della verità e della giustizia.

Due: premura, misericordia, solidarietà


Il nome di Gesù significa: «Jhwh aiuta» oppure «Jhwh
salva». A tutti noi sono familiari le immagini del Redento-
re, che vede e rimuove il bisogno spirituale dell'uomo, che,
in quanto pastore, cerca la pecora smarrita e che « accarez-
za» e benedice i bambini. Non è un caso che Gesù possa es-
sere considerato un tipo due. Gesù si riteneva un servitore
degli uomini e sottolineava: «Il Figlio dell'uomo non è ve-
nuto ad essere servito, ma a servire» (Mt 20,28). La morte
sulla croce è l'ultimo atto della sua dedizione.
N~lla storia della guarigione di dieci lebbrosi (Le 17,11-18)
vediamo la sua delusione per il fatto che solo uno dei dieci
guariti, e per giunta un samaritano, torna a ringraziarlo. An-
che Gesù si aspettava il ringraziamento; era però in grado
di esprimere direttamente la sua delusione e cosl la cosa sem-
bra risolversi.
Gesù non era un « alutante disperato », malgrado la sua
premura e solidarietà. E evidente che il motivo principale
della sua donazione era la misericordia e l'amicizia e non l' e-
sigenza nascosta di manipolare gli altri o di «comprare » l' a-
more di Dio e l'umana riconoscenza.
Gesù ha percepito e vissuto le proprie esperienze. Se pri-
ma era stato tra la gente, si ritirava nel silenzio per racco-
,, gliere nuove forze nel dialogo con Dio. Gesù poteva non solo
dare amore, bensl anche riceverlo: prima di lavare i piedi ai
suoi discepoli (Gv 13,1), permise che una donna ungésse i
suoi piedi con un prezioso profumo e li asciugasse con i pro-

279
pri capelli. A questo punto rjfiutò seccamente l'argomenta-
zione da due, che si sarebbe dovuto vendere il profumo e da-
re il ricavato ai poveri.
Nel giardino del Gethsemani pretese dai suoi discepoli di
. vegliare con lui e di condividere le proprie lotte spirituali.
Aveva diviso con loro le paure ed era rattristato dal fatto
che si erano rifugiati nel sonno, quando lui avrebbe veramente
avuto bisogno di loro. ·
Gesù sapeva lasciare. Ha rimandato a casa delle persone
che si volevano legare a lui prematuramente e affrettatamente.
Dopo soli tre anni di vita in comune confidava nella conti-
nuazione della propria opera da parte dei discepoli pur sen-
za la sua presenza fisica.
L' «invito» al tipo due è il richiamo alla libertà: la libertà
di legarsi e di lasciare altre persone, la libertà di aiutare e
di lasciarsi aiutare, la libertà di esser da solo e in compagnia
di altri. I due trovano in Gesù il modello di una pèrsona che
ama senza perdere la libertà e senza limitare la libertà altrui.

Tre: ambizione, efficienza, visione


Gesù voleva raggiungere qualcosa. Aveva la visione del re-
gno di Dio e puntava tutto sull'annuncio di tale visione e
sul suo perseguimento a costo di impegnarvi tutta la vita.' Ave-
va accettato e si era identificato nel ruolo che ·Dio aveva pen-
sato per lui nel cammino della salvezza. Nella sua« preghiera
d'esordio» nella sinagoga della sua città natale, Nazaret di-
.chiara questo programma in maniera inequivocabile. Cita un
passo del libro di Isaia:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha consacrato
e mi ha inviato a portare ai poveri
il lieto annuncio,
ad annunciare ai prigionieri la liberazione
e il dono della vista ai ciechi;
per liberare coloro che sono oppressi
e inaugurare l'anno di grazia del Signore».

Poi inizia la sua predica con la frase: « Oggi si è adempiu-


ta questa scrittura per voi che mi" ascoltate» (Le 4,18-21).

280
Il discorso della montagna (Mt 5-7) può venire inteso quale
risoluzione di governo o Magna charta del regno di Dio.
La tentazione maggiore che minacciava Gesù era quella
di concentrarsi completamente sul proprio ruolo e sul pro-
prio compito, ed è l'unica tentazione di Gesù tramandata di-
rettamente dai vangeli. Dopo quaranta giorni di digiuno nel
deserto il « tentatore » lo sfidò a trasformare le pietre in pa-
ne, per placare la sua fame. Gesù lo scaccia con le parole:
«Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce
dalla bocca di Dio». Quindi il diavolo lo porta sulla cima del
tempio e pretende un miracolo dimostrativo. Deve saltare
giù per dimostrare di essere il figlio di Dio. Gesù risponde
nuovamente con una citazione dalla Bibbia: «Non tenterai
il Signore Dio tuo!». Infine il diavolo gli mostra tutti i regni
del mondo promettendogli il completo dominio, se cadrà in
ginocchio e lo venererà. Gesù risponde: «Vattene, Satana!
Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo presterai
culto» (Mt 4,1-11). Quando gli uomini vogliono nominare
re Gesù dopo la miracolosa moltiplicazione dei pani, egli si
ritira. Non è la sua strada. Gesù infatti si è opposto alla« ten-
tazione » del tipo tre: cercare il successo senza sconfitte né
fallimenti, il miracolo come spettacolo per le pubbliche rela-
zioni, la vittoria senza la croce, la vita senza la morte. An-
che per questo chiama Pietro « Satana», quando questi non
vuole ammettere che la strada del suo maestro conduce alla
croce (Mc 8,33).
Gesù era un'ottima guida. Cercava i suoi compagni e li
metteva in condizione di agire responsabilmente. Già in vi-
ta delegò lattività di preghiera e di guarigione ai suoi disce-
poli e comunicò foro attraverso il suo insegnamento e il suo
esempio quel know how del regno di Dio di cui più tardi
avrebbero avuto bisogno per continuare la sua opera. Gesù
d'altro canto non li fece nemmeno dubitare che un giorno
avrebbero compatito il suo destino: il rifiuto, larresto, I' o-
micidio. Gesù ha giocato a carte scoperte e non ha fatto pro-
messe che poi non avrebbe potuto mantenere.
Le sue capacità comunicative erano sorprendenti. Sapeva
raggiungere le masse e trovava in ogni situazione il giusto
linguaggio per portare il suo messaggio alla gente. Sapeva par-
lare con gli eruditi e toccare il cuore della gente semplice e
ignorante delle campagne. La mancanza di successo non lo

281
lasciava indifferente. Dopo l'ingresso in Gerusalemme, piange
sulla città che non era riuscita a capire come agire per la pa-
ce (Le 19,41). Egli accusa la città:
« Gerusalemme, Gerusalemme ... quante volte ho tentato di
raccogliere i tuoi figli, proprio come la gallina raduna i suoi pul-
cini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23,37).
Tuttavia Gesù sapeva che il successo che doveva raggiun-
gere era un successo attraverso il paradosso della sconfitta.
Scelse una strada che pareva un fallimento. Poteva fare ciò
perché la speranza in Dio Padre, che può trasformare la morte
in vita, era più grande della paura della sconfitta. Solo que-
sta speranza può trattenere il tipo tre dall'attaccarsi a suc-
cessi superficiali e alla sicurezza della posizione sociale e del
denaro, perdendo inevitabilmente le grandi possibilità del re-
gno di Dio.

Quattro: creatività, sensibilità, naturalezza


Gesù era sensibile all'ambiente che lo circondava e aveva
una ricca vita sentimentale. Poteva essere« esultante» (il suo
«grido di gioia» in Matteo 11,25-27), e «afflitto a morte»:
piangeva, tremava e sudava sangue, quando si preparava al-
la sua ultima lotta nel giardino dei Gethsemani (Le 22,39-46).
Più volte i vangeli riferiscono il suo pianto. Quando udl del-
la morte dell'amico Lazzaro,« scoppiò in pianto» (Gv 11,35);
«lamentava» la situazione disperata del suo popolo, come
ha tradotto Lutero (Mt 9,36; 15,32). Egli dimostrò questa
tristezza e non si vergognò delle lacrime.
Gesù aveva il senso della bellezza della natura. La flora
e la fauna lo ispiravano: i gigli sul campo, che sono vestiti
più sontuosamente di Salomone (Mt 6,28) oppure il passe-
ro, che, se Dio non vuole, nori precipita (Mt 10,29).
Non si può negare a Gesù nemmeno un particolare senso
per i simboli e gli effetti drammatici. L'acqua nella fontana,
la ricerca di una moneta persa da parte di una casalinga, scon-
tri sul compenso e lavori occasionali: tutto ciò che Gesù ve-
de gli risveglia discorsi ricchi di immagini e analogie, che
riprendono ciò che è semplice e casuale, per illustrare segre-
ti e verità divine universali. Tutto può diventare simbolo di
Dio. Il vangelo di Giovanni intende i miracoli di Gesù come

282
«segni» che trascendono se stessi. Gesti come quello di spal-
mare sugli occhi di un cieco una poltiglia di saliva e di terra,
risultano particolarmente drammatici (Gv 9,6). Quando Gesù
entra a dorso d'asino nella città santa, Gerusalemme, anche
questo spettacolo, apparentemente cosl casuale, dà l'impres-
sione di essere ben programmato (Mt 21,1-9). Ogni ebreo
infatti conosceva la profezia messianica secondo la quale il
re sarebbe venuto un giorno a dorso d'asino (Zc 9,9) e capl
subito il collegamento tra questo «ingresso »e l'antica Scrit-
tura. Poco dopo Gesù fa seccare un fico sul quale non trova
frutti (Mt 21,18-22). Ciò ricorda le azioni simboliche dei pro-
feti dell'Antico Testamento. In occasione dell'ultima cena
nella cerchia dei discepoli Gesù stabilisce infine un collega-
mento tra la sua futura presenza« mistica» e il pane e il vino.
Dopo la risurrezione Gesù attende i discepoli sul « mare »
di Tiberiade. Ha preparafo una colazione sulla riva; un fuo-
co di brace arde, come nella notte in cui Pietro lo ha rinne-
gato. Davanti a questo fuoco Gesù pone tre volte al discepolo
la domanda « Mi ami tu? » (Gv 21, 1-17). La scena sembra
una precognizione della moderna tecnica psicologica dello psi-
codramma.
Malgrado tutti gli effetti drammatici, la maniera di vivere
e di parlare di Gesù era spontanea e naturale. Come. tutti
i tipi quattro non ammetteva che si dividesse il mondo in set-
tori «profani» e «sacri». Tutto il mondo era sacro per lui
e stava sotto l'egida di Dio. La cosa più sacra del mondo era
allo stesso tempo la più naturale.
La chiamata di una cerchia di discepoli a prima vista dà
l'idea che Gesù avesse avuto dell'interesse a riunire intorno
a sé un gruppo elitario ed esoterico (la coscienza elitaria del
quattro!). Guardando meglio però salta agli occhi che egli era
ben lontano da questa idea. La formazione del gruppo di di-
scepoli esula da ogni criterio elitario. Per la maggior parte
erano semplici pescatori; mancavano uomini «particolari».
Quando i discepoli litigano tra loro per il loro rango, Gesù
chiama un bambino e dice: «Chi dunque si farà piccolo co-
me questo fanciullo, questi sarà il più grande nel regno dei
cieli» (Mt 18,4).
Malgrado il rifiuto da parte della sua famiglia, del suo vil-
laggio e dei gruppi di potere d'Israele, malgrado gli stessi di-
scepoli non lo capissero, Gesù non cede all'autocommisera-

283
zione melanconica. Nonostante tutte le paure di perdita, non
sfugge alla strada che deve percorrere. Mette le sue paure -
ed esigenze · soggettive · al servizio di Dio e degli uomini
e le eleva cosl a validità generale.

Cinque: distanza, sobrietà, saggezza


Gesù sapeva distanziarsi e ritirarsi come il tipo cinque, oc-
cupare uno spazio indisturbato e rifiutare eccessive pretese
da parte della sua famiglia e del suo ambiente.
La storia della visita del dodicenne Gesù al tempio descri-
ve il giovane come un erudito della nuova generazione dota-
to e precocemente autonomo. I suoi genitori lo portano per
la prima volta con sé a Gerusalemme per la festa della Pa-
squa. Sulla strada del ritorno notano che il figlio manca. Tor-
nano indietro e dopo tre giorni di ricerche lo trovano nel
tempio seduto « in mezzo ai dottori » che ascolta, pone do-
mande e fa meravigliare tutti per saggezza. Non comprende
i rimproveri di sua madre: «Perché mi cercavate? » chiese
lui. « Non sapevate che io mi devo occupare di quanto ri-
guarda il Padre mio?». L'evangelista Luca incornicia questa
storia con la doppia prova dell'inusuale saggezza di Gesù bam-
bino (Le 2,40-52).
Dalle richieste familiari si è tirato indietro ancor più spes-
so. Allorché un giorno Gesù predica alla gente, sua madre
e i suoi fratelli lasciano detto di essere Il e di volergli parla-
re. Egli li scaccia:
« Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? » e indica i disce-
poli: « Ecco mia madre e i miei fratelli; chiunque fa la volontà
del Padre mio che è nei cieli, questi mi è fratello, sorella e ma-
dre» (Mt 12,46-50).
Gesù ha fatto tornare a casa degli uomini che volevano
unirsi a lui con fanatica esaltazione (ad esempio Le 9,57).
Gesù pretende da tutti coloro che vogliono seguirlo di calco-
lare sobriamente i « costi » di questa impresa:
«Chi di voi, volendo costruire una torre, ·non siede prima a
calcolare la spesa, per vedere se possiede abbastanza denaro per
portarla a termine? Perché non càpiti che, se getta le fondamenta
e non è in grado di finire i lavori, la gente che vede comincia
a schernirlo» (Le 14,28-30).

284
Nel discorso della montagna Gesù ammonisce i suoi di-
scepoli a essere « saggi» e a non edificare la loro vita sulla
sabbia, ma su solida roccia in modo che resista alle catastro-
fi (Mt 7,24-27).
Il suo insegnamento era ben pensato ... e vissuto. Poteva
incantare le persone, perché si percepiva che sapeva di cosa
stava parlando. Alla fine del discorso della montagna, narra
Matteo:
« Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle rimasero
stupite dalla sua dottrina: insegnava infatti come uno che ha au-
torità, non come i loro scribi» (Mt 7,28). .
Gesù si è ritirato frequentemente nel silenzio per riordi-
nare le sue impressioni e ritrovare il proprio centro nella pre-
ghierà. Questo ritiro non era fine a se stesso. Serviva
all' «elaborazione» e alla «preparazione» del suo servizio at-
.tivo per gli uomini. Gesù non cedette alla tentazione di re-
stare uno spettatore o un osservatore disinteressato
dell'andamento del mondo. La dottrina cristiana dell'incar-
nazione di Dio in Cristo rivela un Dio che cerca il contatto
fisico con l'uomo e si lascia trascinare dentro alla sporcizia
e alle « bassezze » della storia. La « parola » non resta parola,
pensiero, spiegazione filosofica del mondo o idea metafisi-
ca, bensì «carne» e azione che cambia il mondo.
Cristo non è un esoterico! Egli rinuncia all'arroganza in-
tellettuale e non disdegna di spartire con gli altri le proprie
conoscenze, anche quando spesso non lo capiscono. Nei suoi
« discorsi di addio » promette ai suoi discepoli di mandare
il suo spirito che li «guiderà in tutta la verità» (Gv 16,13).

Sei: fedeltà, obbedienza, fiducia


Gesù aveva un'« autorità interiore» sorta da una fiducio-
sa relazione con il suo Padre celeste. Questa autorità inte-
riore lo liberava dalle autorità e dalle norme esterne: era libero
di attenersi a leggi, regole e tradizioni, finché queste non ve-
nivano reputate «sostanziali». Quindi frequentava regolar-
mente le funzioni religiose nella sinagoga (Le 4,16). Poteva
però anche infrangere le regole se non servivano agli uomi-
ni, ma li schiavizzavano. Ciò si manifesta soprattutto nella
sua concezione del sabato. Preferibilmente guariva i malati

285
nel santo giorno di riposo dell'ebraismo per dimostrare che
il sabato era stato introdotto da Dio perché il creato potesse
rigenerarsi e riposarsi. Le guarigioni servono a questo scopo
e sono segni che indicano che Dio vuole ristabilire l'integri-
tà originaria: «Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per
il sabato! » (Mc 2,27)
Mentre Gesù litigava con i padri della religione per la giu-
sta interpretazione della legge, non si curava molto delle strut-
ture di potere temporali. Chiama il re Erode una « volpe »
(Le 13,32); risponde in maniera enigmatica alla domanda a
trabocchetto se bisogna pagare le tasse: si lascia consegnare
una moneta con la raffigurazione dell'imperatore e dice:
« Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è
di Dio!» (Mc 12,17). Questa frase, che è stata cosl spesso
usata a sproposito per legittimare lo spirito di sudditanza
cristiano, contiene in verità un'enorme relativizzazione del-
l'autorità statale. La moneta, che porta l'immagine del-
l'imperatore, può appartenere all'imperatore. Ma l'uomo
porta ed è l'immagine di Dio. I suoi nemici l'hanno capito
molto bene. L'atteggiamento di Gesù nei confronti della que-
stione delle tasse conduce a una delle accuse nel suo proces-
so: «Costui proibiva di pagare tributi a Cesare» (Le 23,2).
Obbediente in senso proprio Gesù lo era solo a Dio e alla
sua stessa vocazione .. Nella lettera ai Filippesi, Paolo inter-
a
preta la vita di Gesù rifacendosi un inno a Cristo della co-
munità originaria come atto d'obbedienza:
« Cristo Gesù,
il quale, essendo per natura Dio,
non stimò un bene irrinunciabile
l'essere uguale a Dio,
ma annichilò se stesso
prendendo natura di servo,
diventando simile agli uomini;
ed essendo quale uomo,
si umiliò facendosi obbediente
fino alla morte
e alla morte in croce» (Fil 2,6-8).

Frequentemente Gesù ha invitato gli uomini a superare


il timore e a confidare in Dio:« Non temere, ma solamente

286
abbi fede!» (Mc 5,36) oppure:« In questo mondo avete da
soffrire: ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo!» (Gv
16,33). Egli ha superato anche la paura della morte nella fi-
ducia che la strada di Dio, per quanto appaia incomprensibi-
le, si riveli tuttavia giusta e buona:
« Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo
calice! Tuttavia non ciò che io voglio, ma quello che tu vuoi! »
(Mc 14,36).
Nella cerchia dei suoi discepoli Gesù non voleva alcuna
gerarchia:
«Voi sapete che i capi delle nazioni esercitano la loro signo-
rla su di esse, e i grandi sono quelli che fanno sentire su di esse
la loro potenza. Non sarà cosl fra voi; ma chi fra voi vuol diven-
tare grande sarà vostro servo, e chi fra voi vorrà essere al primo
posto si farà vostro schiavo» (Mt 20,25-27).

È quasi incomprensibile come la Chiesa, che vuole segui-


re Gesù Cristo, nel corso della storia abbia riposto tanta im-
portanza nel potere, nella gerarchia e nelle norme. Su questo
punto non può rifarsi al suo fondatore.

Sette: festosità, gioia di vivere, dolore


Gesù non era una persona triste; non era nemmeno un asce-
ta. Il suo movimento si distingueva tra l'altro dal circolo di
discepoli di Giovanni Battista per il fatto che con Gesù non
si digiunava. Quando i discepoli di Giovanni lo contestaro-
no per questo, egli disse: « Gli invitati a nozze possono esse-
re in lutto mentre lo sposo è con loro?» (Mt 9,15). La novella
dell'avvento del regno di Dio è una lieta novella; e Gesù pre-
ferisce descrivere questo regno attraverso l'immagine di una
festa di matrimonio.
La gioia di vita e di piacere di Gesù e dei suoi discepoli
era cosl evidente, che lo si accusava di essere un «mangione
e un beone» (Mt U,19). In effetti si lasciava invitare volen-
tieri a tavola e non faceva distinzione se l'invito veniva da
un ligio fariseo, da un lebbroso o da un pubblicano politica-
mente sospetto.
Alle nozze di Cana (Gv 2,1-11) rifornl una comunità in

287
festa con quantità enormi del miglior vino (circa 600 litri!).
La storia della miracolosa moltiplicazione dei pani (ad es. Gv
6,1-15) mostra che non gli stava a cuore solo il benessere spi-
rituale dell'uomo, ma anche quello fisico. ·
Si potrebbe riassumere il messaggio di Gesù nella frase:
Dio vuole che gli uomini siano felici. Già ali' atto della sua
nascita, l' angdo annuncia ai pastori «una grande gioia, per
tutto il popolo» (Le 2,10). Nei discorsi di addio augura ai
suoi discepoli che la loro « tristezza si cambi in gioia » e che
la loro «gioia sia piena» (Gv 16,20; 15,11).
Ma Gesù mette anche in guardia dalla gioia falsa e super-
ficiale. Nella versione originale delle «beatitudini», che si
rispecchia nel discorso della pianura del vangelo di Luca, si
trovano quattro frasi con «guai »:
« Guai a voi, che siete ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
Guai a voi che adesso siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete tristi e piangerete.
Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi;
allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i
· falsi profeti» (Le 6,24-26).

· È evidente a quale tipo di « gioia di vhzere » ci si riferisca:


il piacere sfrontato ai danni dei poveri. E la colpa che por-
tiamo noi ricchi cristiani occidentali di fronte al « povero Laz-
zaro» ai margini della nostra società e nel Terzo Mondo. La
gioia che Gesù promette attraversa la cruna dell'ago dell' a-
lienazione e della divisione tra fratelli.
La gioia pasquale, alla quale il mondo è destinato, non esiste
senza la croce. La morte di Gesù sulla croce non è una« sof-
ferenza sostitutiva» nel senso che noi siamo dispensati dal-
la croce e dalla sofferenza e giungiamo « in cielo » senza af-
frontare la « strada traversa » della paura, del dolore e della
perdita. Il teologo greco-ortodosso Kallistos W are lo espri-
me così:

288
« Gesù non ci mostra strade per evitare il dolore, bensl attra"
verso il dolore, ciò significa che non è una sofferenza sostituti-
va, ma un accompagnamento che salva » 10 •
Matteo racconta che Gesù si è rifiutato, ancora poco pri-
ma della morte; di bere l'anestetico allora in uso, un misto
di fiele e di aceto. Ha sopportato dolori fisici e spirituali re-
sistendo fino alla fine al profondo dolore causato dalla lon-
tananza da Dio: « Dio mio, perché mi hai abbandonato? » (Mt
27,34.46). Questa sofferenza è il punto più basso che Gesù
ha vissuto e sofferto, ma è l'accesso alla gioia pasquale.

Otto: confronto, chiarezza, autorevolezza


· Gesù sapeva ciò che voleva. Ha sostenuto la sua posizio-
ne senza compromessi e sopportato saldamente le conseguenze
del suo parlare e agire. Non ha mai parlato« a vanvera». Se
pretende dai suoi discepoli: « Sia il vostro linguaggio sì, sì;
no, no» (Mt 5,37), è perché si tratta di un comportamento
che egli stesso ha precedentemente seguito. Paolo l'ha espresso
così: «Il Figlio di Dio ... non fu sì e no, ma in lui c'è stato
il sì» (2Cor 1, 19).
La decisione di Gesù rappresentava una minaccia per i grup-
pi di potere. Trasmetteva al popolo la sua autorità interiore
·ed era seguito in massa soprattutto dalle persone semplici,
che soffrivano particolarmente delle ingiustizie sociali e reli-
giose. Spesso i suoi avversari cercavano di farlo cadere in trap-
pola con domande a trabocchetto. In tali situazioni egli
ribaltava le parti, così da smascherare e svergognare i suoi
stessi ipocriti inquisitori.
Gesù non concedeva nulla ai suoi nemici e li confrontava
con la richiesta di Dio priva di compromessi della tradizione
profetica dell'Antico Testamento. Poco prima del suo arre-
sto, le sue provocazioni si acuiscono. Entra in Gerusalemme
a dorso d'asino come il messia promesso. Si reca al tempio
con una frusta, scaccia i mercanti dalla Casa di Dio e lascia
libere le colombe sacrificali. Racconta una serie di parabole,
la cui morale offende le guide religiose d'Israele; pronuncia

°
1 K. Ware, Au/stieg zu Gott. Glaube und geistliches Leben nach ostkirchlicher
Uberlie/erung, Freiburg 1986.

289
parole pesanti quali: «I pubblicani e le meretrici vi passano
avanti nel regno di Dio» oppure: « Sarà tolto a voi il regno
di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare». A
proposito di scribi e i farisei dice tra l'altro: «Fanno tutto
per essere visti dagli uomini»; « Guai a voi, scribi e farisei
ipocriti, che chiudete il regno dei ·cieli davanti agli uomini;
infatti voi non entrate e trattenete coloro che vogliono en-
trarci»; «Guai a voi, guide cieche» (Mt 21-23). Non desta
meraviglia che Gesù venisse arrestato. La sua immagine di
salvatore tenero e « dolce» è comunque parziale. Sapeva es-
sere molto duro nel tono e nei fatti.
Ciò contraddice il fatto che Gesù nel discorso della mon-
tagna richiami apparentemente alla passività e alla rinuncia?
Egli sfida i suoi ascoltatori a porgere la guancia sinistra se
vengono colpiti sulla destra; a compiere un secondo miglio
se costretti da un soldato invasore a portare il suo bagaglio
per un miglio; a dare anche la camicia in giudizio se qualcu-
no ha preso loro il mantello (Mt 5,39"41). Walter Wink ha
provato che in queste sfide per lappunto non si ttatta di pas-
sività, bensl di forme altamente sovversive di opposizione
non violenta. Wink le confronta con le forme di azione che
ha sviluppato il difensore dei diritti civili americano Saul Alin-
sky. Attraverso tali azioni sorprendenti la« vittima» toglie
al colpevole la possibilità di determinare una forma dell' a-
zione, riconquista la propria dignità e offre al colpevole la
possibilità di cambiarsi senza perdere la faccia. Gesù stesso
per lo meno, non ha« porto laltra guancia» in silenzio, quan-
do venne colpito durante l'interrogatorio (Gv 18,23) 11 • Nel
discorso della montagna « benedice » quelli che « hanno fa-
me e sete della giustizia» (Mt 5,6).
Gesù è dalla parte dei deboli e difende la loro causa. Per
quanto possa trattare duramente i potenti, ai deboli e ai di-
seredati si rivolge in maniera tenera (cfr. La benedizione dei
bambini in Mc 10, 13; I'« adultera» in Gv 8,3).
Gesù era forte, ma non invulnerabile. Ha resistito alla ten-
tazione del potere, che avrebbe ottenuto se avesse voluto.
Ba rinunciato a ricorrere alle« legioni di angeli» (Mt 26,53)
per la sua difesa. La sua Chiesa ha ceduto spesso alla tenta-

11 Cfr. W. Wink, Violence and Nonviolence in South Africa, op. cit.; Saul D.
Alinsky, Anleitung zum Machtigsein, Bornheim-Merten 1984.

290
zione della violenza, della politica di potere e del militari-
smo. Gesù invece aveva scelto la potenza dell'impotenza, per
smascherare l'impotenza della potenza: «Egli, spogliati i Prln-
cipi e le Potenze, ne fece pubblico spettacolo» (Col 2,15).
Gli otto come Martin Luther King hanno seguito il suo esem-
pio fino alle estreme conseguenze.

Nove: tranquillità, indole pacifica, amore


Malgrado la sua instancabile forza creativa, Gesù trasmet-
teva calma e pace. Nel suo« richiamo del Salvatore», rivol-
ge agli uomini questo invito:
«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e stanchi, e io vi
darò sollievo. Portate su di voi il mio giogo e imparate da me
che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre
anime. Poiché il mio giogo è soave e leggero è il mio peso » (Mt
11,28-30).
Gesù nelle situazioni più difficili era « la calma in perso-
na». Nel mezzo della tempesta, riposa su un cuscino a prua
della barca di pescatori e dorme. Questa calma è espressione
di una profonda pace interiore e della sua fiducia in Dio. Chia-
ma « mancanza di fede » la paura provata dai suoi discepoli
(Mc 4,35-41).
Già nell'Antico Testamento il sonno viene visto come do-
no di Dio:
« In pace, appena mi corico, mi addormento,
poiché tu, o Signore, anche se solo,
in sicurezza mi fai riposare» (Sal 4,9)
recita il salmista; un altro aggiunge:
« È cosa vana alzarvi di buon mattino
e andare tardi a riposarvi, mangiando pane di sudore:
il Signore ne dà il doppio a chi egli ama» (Sal 127,2).

Ma anche l'altro aspetto del sonno è noto: il sonno viene


indicato a volte nella Bibbia come segno di ottusità o come
luogo di rifugio. I discepoli nell'orto del Gethsemani fuggo-
no nel sonno, perché non si sentono pronti ai conflitti (Mt
26,40-45). «Vegliate e pregate affinché non entriate in ten-

291
tazione »,pretende da loro Gesù. Una cosa simile sta scritta
in seguito nella lettera agli Efesini: « Svegliati, tu che dor-
mi, risorgi dai morti e Cristo su te risplenderà» (Ef 5,14).
La calma di Gesù era tutt'altro che inattività. L'amore lo met-
teva in azione. Agiva in maniera mirata e decisa. Gesù era
passivo nella misura in cui trasmetteva solamente ciò che prima
aveva ricevuto in dono dal Padre.
Il suo amore non giudicava e non escludeva nessuno. In
questo senso Gesù era un buon nove. Il suo compito di vita
era la conciliazione tra l'uomo e Dio e la conciliazione degli
uomini tra loro. Paolo centra la questione:
« Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato
a noi il ministero della riconciliazione ... Noi fungiamo quindi
da ambasciatori per Cristo ... Vi supplichiamo in nome di Cri-
sto: riconciliatevi con Dio» (2Cor 5,18-20);
« Egli infatti è la nostra pace, che ha fatto di due popoli (giu-
dei e non giudei) una sola unità ... per riconciliare entrambi con
Dio in un solo corpo mediante la croce, dopo aver ucciso in se
stesso l'inimicizia. E venne per annunciare pace a voi, i lontani,
e pace ai vicini» (Ef 2,15-17).

Tranquillità, indole pacifica,


amore
Confronto, chiarezza, 9 Pedagogia, tolleranza,
autorevolezza pazienza
1

Festosità, Premura,
gioia di vivere, misericordia,
dolore solidarietà
7 2

Fedeltà, Ambizione,
obbedienza, efficienza,
fiducia visione

Distanza, sobrietà, 5 4 Creatività, sensibilità,


saggezza naturalezza

Figura 20: L'enneagramina di Cristo

292
I nove amano la compagnia e necessitano di compagnia per
essere motivati e ispirati. Cristo ha vissuto in comunità e ha
creduto i suoi discepoli capaci di diventare attivi. Ogni uo-
mo era prezioso per lui; egli infatti notava anche i «nove»,
che passano cosl facilmente inosservati.

L'ENNEAGRAMMA E LA PREGHIERA

Tre maniere di pregare

In tutte le religioni del mondo ci sono tre tipi fondamen-


tali di preghiera e di meditazione:
1) Dall'esterno all'interno: Qualcosa dafuori mi viene in-
contro; un'immagine, un simbolo, un testo. In base aquesto
impulso che assimilo qualcosa avviene in me.
2) Dall'interno all'esterno: Io mi siedo e lascio emergere quel-
lo che è in me. Io permetto ai miei umori e immagini inte-
riori di espandersi e lo esprimo ad esempio attraverso il
linguaggio o la pittura.
· 3) Vuoto: La terza via è la via del vuoto, che comporta
il lasciare uscire gli impulsi esterni e interni per raggiungere
la calma completa. Anche l'astratta via zen è di questo tipo.
Queste tre vie possono essere attribuite ai tre centri
dell' enneagramma 12 • I tipi di cuore vogliono esprimersi, i ti-
pi di pancia cercano il vuoto, i tipi di testa cercano l'input dal-
l'esterno. L'approccio « naturale » alla meditazione e alla
preghiera viene determinato dal centro che esercita il con-
trollo principale sul tipo. Per questo è consigliabile comin-
ciare con ciò che riesce facile.
Alla lunga però ciò può trasformarsi in una trappola. I ti-
pi di cuore, che esprimono sempre solamente se stessi, devo-
no abbandonare questo territorio. se vogliono intraprendere
il cammino verso l'integrazione e la redenzione, dedicando-.
si ad altre esperienze più lontane (ad esempio forme di me-
ditazione che li aiutino a raccogliersi e a concentrarsi in
silenzio su se stessi).

12 Cfr. l'estesa descrizione di B. Metz - J. Burchill, Enneagram and Prayer, Den-


ville 1987.

293
Il Padre nostro dell'enneagramma

L'allievo di Gurdjieff, J. G. Bennett, ha inquadrato il Pa-


dre nostro nella dinamica dell'enneagramma 13 • .Questo, a
prima vista, può apparire un giochetto arbitrario. E però sor-
prendente la precisione con cui gli elementi di questa pre-
ghiera corrispondano ai singoli tipi.

Amen. Padre Nostro


'Perché tuo è il regno, la potenza 9
e la gloria nei secoli ----~
8

e.non ci indurre
in tentazione,
ma liberaci Sia santificato
dal male il tuo nome
7 2
PADRE NOSTRO

e rimetti a noi Venga


i nostri debiti il tuo regno
come noi 6 ...,.__.'P--+-------1-_,_~ 3
li rimettiamo
ai nostri
debitori

Dacci oggi il nostro Sia fatta la tua volontà,


pane quotidiano come in cielo, così in terra

Figura 21: Padre Nostro

Nove: Padre nostro. Il punto nove è l'inizio e la fine del-


1' enneagramma e rappresenta la somma di tutti i tipi. Dio,
Padre di tutti gli uomini, è il Creatore e la mèta dell'univer-
so. La speranza biblica parte dall'idea che Dio alla fine dei
tempi sia« tutto in tutti» (lCor 15 ,28). Dio non è solo« mio»
Padre, bensì il Padre di «tutti noi». Come il nove relativiz-
za se stessÒ e si vede come parte di un tutto, così noi non
possiamo esigere imperialisticamente Dio per noi o reclamarlo
per scopi privati, ma dobbiamo « dividerlo » con tutto e tutti.
Uno: Che sei nei cieli. Il cielo è il simbolo della completez-

13 Cfr. J. G. Bennett, Enneagram Studies, York Beach 1983, p. 132.

294
za e della perfezione che ancora deve realizzarsi. Allo stesso
tempo è, secondo l'insegnamento di Gesù, «tra noi» o «in
noi » (Le 17 ,21; ambedue le traduzioni sono possibili). Gesù
descrive il « regno di Dio » come qualcosa che procede inar-
restabilmente verso il suo compimento.
Due: Sia santificato il tuo nome. Il tipo due tende ad ado-
perare le sue « opere buone » per farsi un « nome » e per ri-
conoscersi nel nome di Dio (complesso del santo e del martire).
Questa preghiera del Padre nostro ricorda al due di mettere
sempre alla prova criticamente le proprie motivazioni e a non
abusare del nome diDio (dr. il secondo comandamento: «Non
pronunciare invano il nome del Dio tuo!»).
Tre: Venga il tuo regno. Il tipo tre è eccessivamente preoc-
cupato dalla costruzione del proprio regno e dalla ricerca
della propria fama. La preghiera del regno di Dio relati-
vizza tutti gli imperi umani e ci libera dalla legge del «fa-
re». Indica inoltre che questo regno è un evento e un re-
galo chè ci viene incontro e non può essere né forzato né ma-
novrato. La santificazione dei giorni di festa (terzo comanda-
mento) ricorda al tre che il senso della vita non consiste solo
nel fare.
Quattro: Sia fatta la tua volontà. Il suo soggettivismo in-
duce il tipo quattro ad avere delle pretese elitarie e a seguire
strade bizzarre. Il rinnovato collegamento con la volontà di
Dio aiuta il quattro a relativizzare le sue narcisistiche prete-
se e a sottomettede a una volontà superiore.
Cinque: Dacci oggi il nostro pane quotidiano. In questa pre-
ghiera si tratta di ottenere oggi ciò di cui abbiamo bisogno
oggi. Nel racconto veterotestamentario dell'attraversamen-
to del deserto da parte di Israele, Dio alimentava il popolo
giornalmente con la manna. Il cibo marciva se lo si voleva
conservare per una notte (Es 16). Questa preghiera mette
il tipo cinque in guardia dalla sua spinta a incamerare ciò che
ritiene di vitale importanza. Chi prega cosl, confida nella quo-
tidiana premura di Dio.
Sei: E rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo
ai nostri debitori. Il tipo sei tende al rispetto delle leggi e ad-
debita a sé e agli altri le infrazioni delle regole. Il perdono
libera dalla costrizione della legge:« Cristo è il culmine della
legge» (Rm 10,4). Questa preghiera indica che il perdono
non è una strada a senso unico. La riconciliazione con Dio

295
e la riconciliazione con gli uomini sono legate da una insolu-
bile relazione di effetti. ·
Sette: E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Il sette è minacciato più di ogni altro tipo dalle immediate
tentazioni dei sensi. Tende a cancellare lesperienza del do-
lore e del male attraverso il piacere e lottimismo. Il Padre
nostro invita il tipo sette a lasciare a Dio la liberazione dal
male, invece di cercare sempre soluzioni personali e illusorie.
Otto: Perché tuo è il regno e la potenza e la gloria nei secoli.
«Forza», «potere» e «gloria» sono argomenti vitali per il
tipo otto. L'ultima frase del Padre nostro relativizza quella
falsa sicurezza di sé, che si fonda solamente sulla propria for-
za, potenza e gloria. Così invita l'incorruttibile otto a pie-
garsi di fronte a qualcuno che è più potente e a considerare
le proprie forze come «prestito temporaneo ».
Nove: Amen (E così sia!). Con lamen torniamo all'inizio.
Il circolo si chiude, il ciclo si ripete. Il vecchio uso di ripete-
re più volte il-Padre nostro ha colto intuitivamente e applica-
to in pratica questa dinamica. ·

La fine della determinazione

L' enneagramma mostra come stanno le cose. Come« spec-


chio della confessione » richiama la nostra attenzione sui freni
e gli abissi che ci schiavizzano. Tutte le religioni sentono la
schiavitù e l'esigenza di redenzione dell'uomo. L'induismo
e il buddismo parlano del karman, che si estingue dopo mol-
te reincarnazioni, finché si possa giungere allo stadio dell' as-
senza del desiderio e della passione (nirvana). Addirittura
l'ateo marxismo parte dall'idea dell' «alienazione» economica-
mente determinata dell'uomo, che bisogna superare nel
processo della storia, perché alla fine si giunga al paradiso
in terra, alla «società senza classi». Il cristianesimo chia-
ma lo stato irredento il «dominio della legge ».
Paolo descrive l'uomo « sottoposto alla legge» in questo
modo:

«Non capisco quello che faccio: non eseguo ciò che voglio,
ma faccio quello che odio ... Infatti non faccio il bene che vo-
glio, bensl il male che non voglio, questo compio ... Mi compiaccio

296
della legge di Dio secondo l'uomo interiore, ma vedo una legge
diversa nelle mie membra che osteggia la legge della mia mente
e mi rende schiavo alla legge del peccato che sta nelle mie mem-
bra» (Rm 7, l5ss).

Alla fine Paolo sbotta al posto di tutti noi: «Uomo infeli-


ce che sono! Chi mi libererà ... ?».
Il Nuovo Testamento narra che Dio stesso si è fatto cari-
co di questo dilemma. In Gesù Cristo si è « sottoposto alla
legge» e si è esposto alle sue costrizioni, tentazioni e puni-
zioni, « ... affinché riscattasse coloro che erano sottoposti alla
legge» (Gal 4,5).
Cristo è il prototipo dell'uomo nuovo liberato. La« fede»
in lui, una relazione di amicizia vivace, personale e fiducio-
sa, ci conduce fuori dalle costrizioni della legge inflessibile.
Possiamo guardare sinceramente le nostre « trappole » e i no-
stri « meccanismi di difesa » e quindi rinunciarvi passo dopo
passo, perché la morte e la resurrezìone di Cristo ci dicono:
«La guerra è finita! Potete gettare le vostre arrni al parco
rottami! Dio non è vostro nemico, bensl vostro amico. Non
avete più bisogno di tutte queste attrezzature di difesa».
Se confidiamo in Cristo non dobbiamo più vederci come
schiavi della legge, prodotti dei nostri genitori, vittime del
nostro ambiente e rotelle determinate nel meccanismo del
mondo. Tutto ciò è anche vero, ma non è la verità ultima.
Non siamo più schiavi, bensì liberi: figli e figlie di Dio. Co-
me bambini possiamo chiamare Dio« Padre» (Gesù diceva
teneramente abbà, che è come dire papà o babbo), senza do-
ver avere paura che questa figura paterna ci diminuisca, ci
soggioghi, ci punisca o ci limiti. «Poiché siete figli, Dio in-
viò lo Spirito del Figlio suo che grida: Abbà, padre!» (Gal
4,6).
Nel vangelo di Giovanni si narra come un fariseo si recas-
se di notte da Gesù per parlare con lui:
« C'era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, un capo dei.
Giudei. Questi venne da lui di notte e gli disse: "Rabbl, noi
sappiamo che sei venuto da Dio come maestro. Nessuno infatti
può fare questi segni che tu fai se Dio non è con lui".
Rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato
dall'alto, non può vedere il regno di Dio".

297
Gli dice Nicodemo: "Come può un uomo nascere se è vec-
chio? Può forse èntrare una seconda volta nel grembo di sua ma-
dre e nascere?".
Gesù rispose: "In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato
dall'acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Il
nato dalla carne è carne e il nato dallo Spirito è spirito. Non
meravigliarti che ti abbia detto: voi dovete nascere dall'alto. Il
vento soffia dove vuole, senti il suo sibilo ma non sai donde viene
né dove va. Cosl è chiunque è nato dallo Spirito"» (Gv 3,1-8).

Nicodemo è in cerca. È un rappresentante della legge reli-


giosa e pubblica, un fariseo e un consigliere: Evidentemente
non gli basta più adempiere alle leggi e rispettare le norme.
Il suo segreto desiderio di qualcosa di più lo spinge « di not-
te » da Gesù. Comincia il discorso facendo complimenti al
Maestro (<rnoi sappiamo ... »), che la maggior part~ dei suoi
colleghi sicuramente non avrebbe sottoscritto. Ma Gesù viene
subito al dunque. Mostra una scappatoia alla prigionia im-
posta dalla legge alla libertà e chiama questa via« nascita dal-
1' alto». Esplicitamente non intende questa rinascita come
reincarnazione (ritorno nel grembo materno), ma come attivi-
tà dello Spirito, che è sempre possibile. Il battesimo con l'ac-
qua è il segno esterno della morte dell' « uomo vecchio »;
l'esperienza dello Spirito è la conferma interna e l'investitu-
ra dell'uomo nuovo liberato.
Gesù compara la vita di questo uomo nuovo con il soffio
del vento. La direzione del vento si lascia determinare sem-
pre solo approssimativamente e solo per un breve periodo;
dopo può cambiare improvvisamente:« Non sai di donde vie-
ne né dove va!». Fin quando siamo sotto il dominio della
legge, noi e gli altri, che hanno una anche minima conoscen-
za dell'uomo, sappiamo abbastanza in fretta «in che dire-
zione il vento soffia!» Viviamo come macchine (Gurdjieff)
e seguiamo costrizioni e programmi sui quali siamo stati fis-
sati, oppure ci siamo fissati. L'uomo pieno di Spirito invece
è pronto alle sorprese. Gli può capitare di essere capace di
fare delle cose che non ha imparato « succhiando il latte
materno».
L'uomo pieno di Spirito resta anche figlio del suo stampo.
L'uomo vecchio e l'uomo nuovo stanno in una continuità;

298
il rinnovamento è un processo lungo una vita, che conosce
momenti di stagnazione e di regressione. Lutero disse che
l'uomo è sempre peccatore e giusto allo stesso tempo (simul
iustus et peccator). Ma le vecchie leggi non dominano più la
mia identità. Il mio« vero io» è libero: «Il Signore è lo Spi-
rito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è la libertà» (2Cor
3,17).
Anche I' enneagramma appartiene all'ambito che la Bibbia
chiama« legge»; Scopre cosa c'è. Non è la libertà stessa, ma
può diventare un segnavia per la libertà. Tuttavia possiamo
dimenticare un segnavia se abbiamo davanti agli occhi la mèta
stessa che viene descritta nella Bibbia con molte immagini
e colori: come città di Dio, come splendida festa, come raccol-
to della vita.

299
INDICE

Presentazione, di Aureliano Pacciolla pag. 5


Prefazione, Uno specchio dell'anima » 13

Parte prima
IL GIGANTE ADDORMENTATO

Una tipologia dinamica » 23


Sapere antichissimo, oggi riscoperto » 26
Una breccia sul totalmente altro » 31
Un cardinale si sveglia » 32
Un'esperienza che disincanta » 34
Peccatori dotati » 37
La verità è semplice e bella » 40
L'uomo è un animale abitudinario » 42
Ossessioni » 44
La strada verso la propria dignità » 45
Strade sbagliate e vie d'uscita » 46
I tre centri: pancia - cuore - testa » 50
La pancia come centro » 51
Il cuore come centro » 52
· La testa come centro » 53
I nove volti dell'anima » 54

301
Parte seconda
I NOVE TIPI

Tipi «uno » pag. 61


Profilo » 61
Dilemma » 65
Simboli ed esempi » 72
Conversione e redenzione » 75
Tipi « due » » 80
Profilo » 80
Dilemma » 83
Simboli ed esempi » 91
Conversione e redenzione » 94
Tipi « tre » » 99
Profilo » 99
Dilemma » 102
Simboli ed esempi » 107
Conversione e redenzione » 112

Tipi « quattro » » 118


Profilo » 118
Dilemma » 122
Simboli ed esempi » 131
Conversione e redenzione » 134

Tipi « Cinque » » 138


Profilo » 138
Dilemma » 146
Simboli ed esempi » 151
Conversione e redenzione » 153
Tipi « sei » » 157
Profilo » 157
Dilemma » 161
Simboli ed esempi » 168
Conversione e redenzione » 171
Tipi « sette » » 176
Profilo » 176
Dilemma » 178

302
Simboli ed esempi pag. 187
Conversione e redenzione )) 191
Tipi « otto >> )) 194
Profilo )) 194
Dilemma )) 202
Simboli ed esempi )) 207
Conversione e redenzione )) 211
Tipi « nove » )) 214
Profilo )) 214
Dilemma )) 217
Simboli ed esempi )) 226
Conversione e redenzione )) 229

Parte terza
DIMENSIONI PROFONDE

Conversione e riorientamento )) 237


Trappole e inviti )) 237
« Peccati radicali » e « frutti dello Spirito » )) 239
Sottotipi: sessuale, sociale e autoconservazione » 241
a) sottotipi sessuali )) 241
b) sottotipi sociali )) 244
c) sottotipi di autoconservazione )) 246
Immagine di sé idealizzata e sensi di colpa )) 249
Tentazione. Ciò che si deve evitare. Difesa )) 251
Il triplice continuo )) 253
Irredento. «Normale». Redento )) 253
Le ali )) 255
Le frecce (falsa e vera consolazione) )) 257
Crescere con l' enneagramma )) 271
Studio individuale )) 271
Rapporto dì coppia )) 272
Relazioni di autorità e famiglia )) 274
Esercizi e guida spirituale )) 275
Lavoro della comunità. e crescita della comunità )) 275
Gruppi di discussione )) 276
Gesù e l' enneagramma )) 276

303
L' enneagramma e la preghiera pag. 293
Tre maniere di pregare » 293
Il Padre Nostro dell'enneagramma » 294
La fine della determinazione » 296

Stampa: 1993
Società San Paolo, Alba (Cuneo)
Printed in ltaly
\

Tutti possediamo qualche la to oscuro che ci condi-


ziona negativamente e che, in un certo senso, è una stra-
tegia di autodifesa scelta inconsciamente per ottenere
&

sicurezza e soddisfazioni ed evitare dolori e falliment i.


Riconoscere il segreto predominio di queste pulsioni ne-
gative è ìl primo passo verso la libertà interiore. L'en-
neagramma, dottrina antichissima oggi riscoperta e
apprezzata da teologi e psicologi, può rappresentare un
mezzo efficace per acquisire la necessaria capacità di
autocritica in vista di una più armonic~:i'crescita psicolo-
gica e spirituale. · ,
'
E questo il viaggio o.~Jl 'i o che Richard Rohr e Andreas
Ebert propongono con Scoprire l 'enneagramma. Alla ri-
cerca dei nove volti dell'anima.
... Un cammino di cono-
scenza di sé e di conversione , faticoso ma emozionante,
~ ~\<), •

che , se percorso onestamente e lealmente fino in fon-


do , consentirà di conoscere la verità su se stessi e con-
durr.à a una visione completamente nuova del mondo,
" '
di Dio e degli altri .

I SBN 88 -21 5-2654 - 2

9 788 821 526541


--=-
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~/A
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~
1. M. Fedeli, Temperamenti, caratteri~ personalità
2. M. Beesing, R. J. Nogosek, P. H. O'Leary, L'ennea-
gramma. Un itinerario alla scoperta di sé, 3' ed.
3. J-F. Catalan, Esperienza spirituale e psicologia
4. R. Rohr, A. Ebert, Scoprire l'enneagramma. Alla ricer-
ca dei nove volti dell'anima, 2' ed.
5. F. Del Casale, Da zero a sedici anni. Sviluppo motiva-
zionale secondo lanalisi transazionale e la terapia rifo-
calizzante
6. A. Pacchiolla, Ipnosi. Benessere psicofisico e risorse
mentali
8. M. Rouet, Relax psicosomatico estetico, medico, sporti-
vo, 2' ed.
17. L. Boggio Gilot, Uomo moderno e nevrosi. Autoanalisi
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20. J. Muriel, D. Jongeward, Nati per vincere. Arialisi
transazionale con esercizi di Gestalt, 11' ed.
22. J. N uttin, Psicoanalisi e personalità, 8' ed.
23. L. Pinkus, Psicologia del malato, 2' ed.
25. M. -J. Chalvin, Analisi transazionale e insegnamento sco-
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