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Φ

ALFIA
Associazione dei laureati della Facoltà di Ingegneria di Ancona

In collaborazione con
C.T.A. – Collegio dei Tecnici dell’Acciaio
Istituto di Scienza e Tecnica delle Costruzioni – Univ. Politecnica delle Marche
PROCAM – Dip. di Progettazione e Costruzione dell’Ambiente- Univ. Camerino

Con il patrocinio di
Ordine degli Ingegneri della provincia di Ancona
Ordine degli Architetti della provincia di Ancona

Corso di aggiornamento

ASPETTI INNOVATIVI NELLA PROGETTAZIONE


DELLE COSTRUZIONI IN ACCIAIO

La valutazione della resistenza nelle norme


italiane ed europee
Ing. Graziano Leoni
Definizione dei limiti di resistenza dell’acciaio
La prova più conosciuta e diffusa per definire i limiti di resistenza degli acciai è la prova di
trazione diretta. Essa consiste nel misurare le tensioni di reazione conseguenti ad allungamenti
imposti a provini di dimensioni standard ricavati da lamiere o da profilati (Fig.1).

Fig.1 - Provini per prove complete di trazione (UNI 556)

fu

εu

Fig.2 - Curva sforzo-deformazione per acciai dolci: definizione delle caratteristiche meccaniche

Per gli acciai dolci, il diagramma σ-ε che si ottiene ha il tipico andamento in figura 2. Esso è
caratterizzato da un primo tratto OP con andamento lineare: il valore fo è detto limite di
proporzionalità. Superato il punto P, si ha un ramo di comportamento elastico non lineare PE
seguito da un tratto di comportamento anelastico ES (scaricando si hanno deformazioni residue del
provino) che culmina con lo snervamento del materiale per il valore di tensione fy. Raggiunto il
punto S, si ha un ramo a rigidezza nulla dove il materiale subisce gli allungamenti imposti dalla
pressa senza incrementare lo stato tensionale. Terminato il tratto di snervamento inizia
l’incrudimento, ovvero un tratto in cui il materiale recupera una certa rigidezza. Il punto con
ordinata massima del diagramma definisce il limite di resistenza del materiale fu. A questo punto
inizia la strizione del provino ed il diagramma decresce fino a raggiungere la deformazione di
rottura εu.
In effetti, come è possibile vedere dalle curve riportate in figura 3, il limite di proporzionalità e
quello elastico coincidono praticamente con il limite di snervamento fy che di solito viene assunto
come vero e proprio limite elastico. Si osservi che il modulo di elasticità è praticamente lo stesso
per tutti i tipi di acciaio (Es ≅ 210000 N/mm2). Inoltre, le deformazioni in gioco in campo post-
elastico sono molto elevate e, per gli acciai più dolci, possono raggiungere valori superiori al 20%.

Fig.3 - Curva sforzo-deformazione tipiche di diversi acciai extra-dolci e semi-duri

La stessa prova eseguita su acciai extra-duri o trattati termicamente, fornisce risultati diversi in
quanto il ramo di snervamento è assente. In questo caso il limite di snervamento viene definito
convenzionalmente come la tensione alla quale corrisponde una deformazione residua dello 0.1% o
0.2% (Fig.4).

fu

εu

Fig.4 - Curva sforzo-deformazione per acciai extra-duri: definizione delle caratteristiche meccaniche
Nelle analisi strutturali e nei calcoli di verifica, il comportamento dell’acciaio viene
schematizzato con diagrammi a bilatera come quelli riportati in figura 5. Il primo legame è di tipo
elastico perfettamente plastico e può essere sostituito dal secondo per evitare problemi di
convergenza delle procedure numeriche. Dal momento che la deformazione a rottura può
raggiungere valori molto elevati, di solito non si fissano limiti di deformabilità (il materiale è
considerato teoricamente come infinitamente duttile).

Fig.5 - Legami convenzionali per analisi strutturale

Tab.1 - Valori nominali della resistenza di snervamento fy e della resistenza a rottura per trazione fu
per acciaio strutturali conformi alla EN 10025 o prEN 10113

Le costruzioni in acciaio dispongono di un’ampia gamma di materiali con diverse caratteristiche


di resistenza. Gli acciai al carbonio unificati sono gli Fe360, Fe430 ed Fe510 ma le norme tecniche
sono applicabili anche ad altri tipi di acciaio purché un’adeguata documentazione teorica e
sperimentale garantisca almeno gli stessi livelli di sicurezza attestati per gli acciai esplicitamente
considerati dai codici. I valori di resistenza attribuiti dalle norme ai diversi tipi di acciaio (per
esempio vedi Tab.1) hanno il significato di valori caratteristici, ovvero valori che hanno una limitata
probabilità di essere minorati (tipicamente il 5%).
Anche se in questa nota si fa riferimento alla sola resistenza, gli acciai hanno molte altre
caratteristiche meccaniche che influenzano la sicurezza della struttura come la capacità di essere
lavorati senza subire rotture locali (formazione di cricche) attestata da prove di piegamento a
freddo, la danneggiabilità dovuta all’azione ciclica dei carichi determinabile dalle prove di fatica, la
capacità di resistere agli urti (tenacità) misurata con le prove di resilienza.
Inoltre gli elementi in acciaio sono sempre caratterizzati da stati di autotensione indotti dalle
lavorazioni a caldo ed a freddo, nonché da processi di taglio e saldatura. Anche se tali tensioni
residue non hanno alcuna importanza per quanto riguarda la definizione della resistenza delle
membrature (a causa della duttilità pressoché illimitata del materiale) esse hanno un’influenza
fondamentale sui fenomeni di instabilità locali e globali (imperfezioni meccaniche).

Plasticizzazione sotto stati di tensione pluriassiali: il criterio di Von Mises


Nel caso di tensione monoassiale, la condizione che individua gli stati di tensione elasto-plastici
è data dalla relazione

σ ≤ fy (1)

Purtroppo la condizione (1), correlata direttamente alla prova monoassiale di resistenza, non è in
grado di descrivere la plasticizzazione in casi di tensione pluriassiali. Nella definizione della
resistenza del materiale, è fondamentale definire criteri capaci di estrapolare le informazioni
ottenute dalle semplici prove monoassiali agli effettivi stati di tensione pluriassiali. Ciò equivale ad
interpretare qualitativamente quali sono le cause del raggiungimento dei limiti di resistenza del
materiale. Il più semplice criterio di plasticità per solidi isotropi incompressibili è dovuto a Von
Mises e consiste nel limitare il secondo invariante del deviatore della tensione, ovvero

1 D D
S ⋅S ≤ k2 (2)
2
dove
1
S D = S − tr (S )I *
(3)
3

Poiché il secondo invariante del deviatore delle tensioni è proporzionale all’energia elastica di
deformazione legata alla perdita di forma del solido, è immediata l’interpretazione secondo cui un
solido si plasticizza nel momento in cui subisce perdite di forma eccessive. In altri termini si ritiene
che le deformazioni volumetriche non possano in alcun modo condurre a stati plastici.
Esplicitando le componenti del deviatore della tensione, la (2) può riscriversi come

3
(
1 2
)
σ x + σ 2y + σ 2z − σ x σ y − σ y σ z − σ z σ x + τ 2xy + τ 2yz + τ 2zx ≤ k 2 (4)

Considerando uno stato di tensione monoassiale, dovendo valere anche la (1), si può determinare la
costante

1 2
k2 = fy (5)
3

In questo modo, la condizione (4) può porsi nella forma

* In termini di componenti, i tensori di stress sono

 σ x τ xy τ xz  σ m 0 0  σ x − σ m τ xy τ xz 
1
S = τ yx σ y τ yz  tr ( S )I =  0 σ m 0  S =
D  τ yx σ y − σm τ yz 
  3 0 0 σ   
 τ zx τ zy σ z   m  τ zx τ zy σ z − σ m 

dove σm = (σx + σy + σz)/3


σ id ≤ f y (6)

dove
(
σ id = σ 2x + σ 2y + σ 2z − σ x σ y − σ y σ z − σ z σ x + 3 τ 2xy + τ 2yz + τ 2zx ) (7)

è detta tensione ideale. Nel caso della trave, con riferimento alla sezione trasversale, gli stati di
tensione sono caratterizzati dalle componenti di tensione normale σ e tangenziale τ, per cui la
tensione ideale risulta

σ id = σ 2 + 3τ 2 (8)

Alcune considerazioni sui concetti di resistenza e sicurezza della struttura


Nella concezione classica della resistenza dei materiali, una struttura è per definizione fuori
servizio quando, in un sol punto, la sollecitazione raggiunge il limite di elasticità dell’acciaio.
Questa concezione, che permette di ricercare il carico massimo ammissibile di servizio mediante la
teoria dell’elasticità, è stata sviluppata sin dalla prima metà dell’800 ed ha permesso alla tecnica di
compiere enormi progressi.
D’altra parte, il perfezionamento teorico e sperimentale, hanno condotto a riconoscere che
l’ipotesi di elasticità è troppo semplicistica. Attualmente si sa che in una comune struttura metallica
i carichi di servizio inducono in diversi punti deformazioni che superano il limite elastico e
conducono a plasticizzazioni localizzate.
In effetti, il collasso della struttura può avvenire in modi diversi. Nel caso in cui non
intervengano fenomeni di instabilità, l’elevatissima capacità di assorbire deformazioni molto
maggiori di quelle al limite elastico è tale che l’effettivo collasso della struttura può avvenire per
formazione di un meccanismo (Fig.6) in seguito alla plasticizzazione di ampie zone nelle quali si
concentrano curvature molto elevate (cerniere plastiche).

1/r

Fig.6 - Meccanismo di collasso di una trave semplicemente appoggiata


Ma Mb

Fig.7 - Meccanismo di collasso di una trave doppiamente incastrata

La formazione dei meccanismi di collasso con molte cerniere plastiche è subordinata alla limitata
capacità rotazionale delle stesse che dipende dalla effettiva duttilità del materiale. Nell’esempio di
Fig.7, la cerniera centrale potrà prodursi solo se le cerniere che si formano per prime agli incastri
hanno sufficiente capacità rotazionale.
I meccanismi di cui sopra possono innescarsi fintanto che le sezioni siano in grado di
plasticizzarsi completamente. In molte situazioni ciò non è possibile in quanto per effetto di
fenomeni di instabilità locale (Fig.8), la plasticizzazione della sezione è consentita solo in parte o
non lo è affatto. In tali situazioni, il collasso avviene quando il materiale è ancora in gran parte allo
stato elastico. Nei casi più estremi, la resistenza della membratura è raggiunta in fase post-critica
nella quale il meccanismo resistente non è più di tipo sezionale.

Fig.8 - Fenomeni di instabilità locale


Da quanto detto emerge, quantomeno, che da un punto di vista concettuale non è giusto associare
in modo biunivoco il concetto di resistenza del materiale e quello di resistenza della struttura.
Dal punto di vista pratico, i meccanismi di collasso elementari appena descritti possono
presentarsi combinati tra loro conducendo ad un meccanismo effettivo complesso: la crisi può
avvenire localmente o globalmente ed in parti diverse della stessa struttura si possono avere
problemi di raggiungimento della resistenza ultima con modalità differenti.
Un'altra questione molto delicata concerne la misura della sicurezza della struttura, vale a dire la
valutazione della sua probabilità di collasso. Infatti, atteso che tutte le variabili in gioco hanno
carattere aleatorio, non ha senso parlare di determinazione della resistenza della struttura; dall’altro
lato, la valutazione teorica della probabilità di collasso di una struttura sarebbe possibile solo
conoscendo la statistica delle grandezze di resistenza e di sollecitazione come variabili dipendenti.
Da un punto di vista pratico, si riesce al massimo ad elaborare statistiche separate per azioni e
resistenze per le quali possono condursi opportune sperimentazioni. Nello spirito del metodo semi-
probabilistico degli stati limite, anziché valutare la probabilità di collasso ci si accontenta quindi di
confrontare in modo deterministico i valori di sollecitazione e di resistenza di progetto per i quali
sono attese, rispettivamente, assegnate probabilità di essere maggiorati e minorati (Fig.9).
Limitando queste probabilità si ha di fatto una limitazione della probabilità di collasso della
struttura.

Rd

Ad

Fig.9 – Confronto tra azione di progetto e resistenza di progetto

Il processo di misura di sicurezza della struttura, nello spirito del metodo semi-probabilistico,
prevede l’elaborazione di un certo valore della capacità resistente della struttura a partire dai dati
sperimentali della resistenza dei materiali; dall’altro lato, a partire dai dati sulle condizioni di carico,
si elabora un valore di sollecitazione inteso come effetto delle azioni. Per le elaborazioni si devono
definire opportuni modelli di calcolo che rappresentino in modo idealizzato il reale comportamento
della struttura.
In figura 10 è riportato uno schema con i possibili percorsi di analisi. Nel primo caso,
l’elaborazione avviene a partire dalle azioni che, grazie all’analisi strutturale, conduce alla
determinazione delle sollecitazioni di progetto dalle quali, attraverso la successiva analisi sezionale,
si giunge a grandezze locali (ad esempio le tensioni). La verifica è fatta a livello puntuale
confrontando la tensione ottenuta con un valore limite fissato sulla base dalla statistica delle
resistenze. In modo del tutto duale, il terzo percorso prevede l’elaborazione a partire dalla statistica
delle resistenze, giungendo alla valutazione della capacità portante dell’intera struttura attraverso la
valutazione delle resistenze a livello sezionale. Il secondo percorso si pone in via intermedia
prevedendo sia l’elaborazione delle azioni attraverso l’analisi strutturale, sia l’elaborazione delle
resistenze attraverso l’analisi sezionale; le verifiche sono condotte a livello di caratteristiche di
sollecitazione.
Fig.10 – Possibili percorsi di analisi e verifica

I diversi modi di operare sono equivalenti solo nell’ipotesi di comportamento elastico lineare del
materiale ed escludendo gli effetti del secondo ordine. Di fatto, il primo percorso di analisi si presta
per effettuare la misura di sicurezza nei casi in cui la sezione non sia in grado di plasticizzarsi; i
modelli di analisi strutturale possono essere sia elastici lineari che elastici con non linearità
geometriche. Il terzo percorso, invece, si segue nei casi in cui si vuol valutare la sicurezza della
struttura nella sua globalità (formazione di un meccanismo plastico o instabilità globale); i modelli
di calcolo possono essere di tipo rigido-plastico o elasto-plastico o elastico con non linearità
geometriche. Nel secondo caso, l’analisi sezionale per la determinazione delle caratteristiche
resistenti è in genere di tipo non lineare mentre l’analisi strutturale, finalizzata alla determinazione
delle sollecitazioni, può essere di qualsiasi tipo (in genere si impiega l’analisi lineare).
A questo punto, vale la pena aggiungere qualche riflessione sul modello strutturale. Anzitutto è
chiaro che esso è una schematizzazione della struttura reale ed, in quanto tale, non può che
riprodurne in modo semplificato il comportamento. Ovviamente è necessario aver chiaro se i
risultati forniti dal modello sono conservativi o non conservativi. Purtroppo la risposta non è
semplice ma nei casi in cui non si abbiano problemi di instabilità (ovvero nei casi in cui gli effetti
del secondo ordine non sono importanti) vale il cosiddetto teorema statico del calcolo plastico che
può essere enunciato come segue: in una struttura costituita da materiale perfettamente duttile e
soggetta a un sistema di forze esterne F, se λu è il moltiplicatore limite delle forze per il quale si
ha la formazione del meccanismo di collasso e se λ è un moltiplicatore statico, ovvero un
moltiplicatore per il quale sia possibile determinare uno stato di sollecitazione elasto-plastico in
equilibrio con le azioni λF, si ha che ogni moltiplicatore statico è inferiore o uguale al
moltiplicatore limite. In altri termini, nei casi in cui non si presentino problemi di instabilità, le
sollecitazioni fornite da un qualsiasi modello (le quali ovviamente sono in equilibrio con i carichi
esterni) possono essere considerate in modo conservativo nelle verifiche di resistenza.
In questo spirito, l’analisi elastica può essere impiegata in tutti i casi mentre l’analisi plastica
globale, basata sull’individuazione di un meccanismo di collasso che si forma a seguito
dell’accensione di un certo numero di cerniere plastiche, può essere usata solo quando le
membrature, le sezioni delle membrature ed il materiale abbiano tutti i requisiti necessari per
garantire una sufficiente capacità rotazionale delle zone sede di cerniera plastica. Le analisi del
primo ordine (cioè quelle classiche) sono ammissibili solo nei casi in cui le strutture siano
controventate o a nodi fissi per le quali l’effetto delle deformazioni sul calcolo delle sollecitazioni
(effetti del secondo ordine) non è importante. In tutti gli altri casi o si procede alla verifica con
metodi che tengono indirettamente conto degli effetti del secondo ordine (es. amplificando i
momenti per effetto della forza assiale) o si eseguono analisi strutturali in cui gli effetti del secondo
ordine sono esplicitamente considerati (effetto P-∆).
Il problema della verifica di resistenza della struttura in acciaio è quindi molto delicato.
L’effettiva impossibilità della valutazione globale delle capacità portanti viene risolta con una serie
di verifiche di carattere convenzionale soddisfatte le quali si può asserire che la struttura è
sufficientemente sicura. Le normative tecniche, definendo azioni, resistenze e modelli di progetto,
hanno il compito di garantire uno standard di sicurezza della struttura, ovvero che con probabilità
accettabile essa rimarrà idonea all’uso al quale è destinata tenendo conto della sua durata prevista
e del suo costo, e che essa sopporterà, con adeguato grado di affidabilità, tutte le azioni e tutti gli
eventi che hanno probabilità di intervenire durante l’esecuzione e l’esercizio ed avrà una durata
adeguata in relazione ai costi di manutenzione.

Le normative italiane (CNR10011) ed europee (EC3-1-1)


Le Norme Tecniche Italiane sono attualmente costituite dal D.M. 9/01/1996 (Norme tecniche per
il calcolo, l’esecuzione ed il collaudo delle strutture in cemento armato, normale e precompresso e
per le strutture metalliche) che recepisce globalmente la Norma CNR 10011 (Costruzioni di
Acciaio). A livello Comunitario si ha l’Eurocodice 3, che si presenta con una struttura articolata con
l’obiettivo di coprire il campo delle strutture in acciaio in tutte le sue possibili applicazioni
ingegneristiche. Nel seguito si farà riferimento alla prima parte del codice (EC3-1-1) in cui sono
contenute le regole generali e le regole per gli edifici.
Le due normative sono concepite in modo profondamente diverso. Nella Normativa Italiana
convivono il metodo delle tensioni ammissibili ed il metodo semi-probabilistico agli stati limite
anche se la loro distinzione appare puramente formale. In particolare le verifiche di resistenza sono
condotte sulla base di un’analisi di tipo lineare e l’interazione tra le varie caratteristiche di
sollecitazione si coglie attraverso il calcolo della tensione ideale in accordo al criterio di Von Mises
(stato limite elastico). Il controllo dell’instabilità locale per le travi caratterizzate da rapporti di
snellezza locali elevati viene svolto separatamente.
Nell’EC3, le verifiche diventano molto articolate e sono concepite in modo da coprire le diverse
modalità di collasso nel pieno spirito del metodo degli stati limite. Entrando un poco più nel
dettaglio, con riferimento ai telai, sono previste le seguenti verifiche:
− resistenza delle sezioni trasversali (resistenza e stabilità locale)
− resistenza delle membrature (stabilità)
− resistenza dei collegamenti
− stabilità del telaio (stabilità globale)
− equilibrio statico (corpo rigido)
Vengono inoltre specificate le verifiche da compiere per le membrature in base al loro stato di
sollecitazione
Membrature tese
− Resistenza delle sezioni trasversali
Membrature compresse
− Resistenza delle sezioni trasversali
− Resistenza all’instabilità
Travi
− Resistenza delle sezioni trasversali
− Resistenza all’instabilità flesso torsionale
− Resistenza all’imbozzamento per taglio
− Resistenza all’imbozzamento dell’anima indotto dalle ali
− Resistenza all’imbozzamento dell’anima
Elementi presso e tenso-inflessi
− Resistenza delle sezioni trasversali per gli effetti della sollecitazione composta
− Resistenza delle membrature per sollecitazione composta
− Criteri per le travi e per elementi tesi o compressi (vedi sopra)

Per quanto riguarda il calcolo delle sollecitazioni, il codice prevede in alternativa un’analisi
elastica globale o un’analisi plastica globale anche se il secondo tipo di analisi è applicabile solo a
strutture molto semplici aventi i massimi requisiti di duttilità. Viceversa, l’analisi elastica può
essere impiegata in tutti i casi. A causa degli effetti del secondo ordine, ai quali le strutture in
acciaio sono molto sensibili, sono ammesse le analisi classiche (che tengono conto cioè dei soli
effetti del primo ordine) solo nei casi in cui le strutture siano controventate, a nodi fissi o verificate
con metodi che tengono indirettamente conto degli effetti del secondo ordine. In alternativa devono
applicarsi analisi in cui gli effetti del secondo ordine sono esplicitamente considerati.
Per cogliere la varietà delle possibilità di collasso di una membratura in acciaio, le sezioni
trasversali delle travi vengono suddivise in 4 classi

Classe 1 – sezioni trasversali in grado di sviluppare una cerniera plastica avente la capacità
rotazionale richiesta per l’analisi plastica
Classe 2 – sezioni trasversali in grado di sviluppare il proprio momento resistente plastico con
limitata capacità rotazionale
Classe 3 – sezioni trasversali nelle quali le tensioni calcolate nelle fibre esterne compresse
possono raggiungere la resistenza allo snervamento ma l’instabilità può impedire lo
sviluppo del momento resistente plastico
Classe 4 – sezioni trasversali per le quali è necessario mettere esplicitamente in conto gli effetti
dell'instabilità locale nel determinare il loro momento resistente e la loro resistenza a
compressione

La classificazione di una sezione trasversale dipende dai rapporti dimensionali di ciascuno dei
suoi elementi compressi (snellezza locale) e viene fatta in base agli abachi riportati successivamente
confrontando il parametro di snellezza locale con valori di riferimento del tipo k 235 / f y dove k è
una costante dipendente dalla parte della sezione e dallo stato di sollecitazione della stessa. Per
quanto concerne le sezioni in classe 4, i fenomeni dell’instabilità locale nelle parti compresse
possono essere considerati riducendo la sezione alle sole parti efficaci determinate
convenzionalmente. È da notare che la classificazione dipende non solo dalla geometria della
sezione ma anche dal suo stato di sollecitazione; è pertanto chiaro l’intento della normativa di
fornire un metodo semplificato in grado di coniugare la semplicità della verifica e la complessità del
comportamento dell’elemento.
Nel seguito si riporta una tavola sinottica delle verifiche previste dalla Normativa Italiana ed un
estratto dell’EC3-1-1 con lo scopo di fornire ulteriori dettagli che, per ragione di sintesi, non sono
approfonditi in questa sede. Si segnala, altresì, che gli estratti riportati non sono sufficienti per le
pratiche applicazioni per le quali si rimanda alla lettura del testo integrale delle norme.
NTI - Metodo semi-probabilistico

Azioni di progetto
Fd = γ g Gk + γ p Pk + γ q1Q1k + ∑ (γ qi ψ 0i Qik )
n
SLU
i =2
n
SLE Fd = Gk + Pk + Q1k + ∑ (ψ 0iQik ) combinazione rara
i=2
n
Fd = Gk + Pk + ψ11Q1k + ∑ (ψ 2iQik ) combinazione frequente
i=2
n
Fd = Gk + Pk + ∑ (ψ 2iQik ) combinazione quasi permanente
i =1
dove

Gk il valore caratteristico delle azioni permanenti;


Pk il valore caratteristico di presollecitazione;
Q1k il valore caratteristico dell’azione di base di ogni combinazione;
Qik i valori caratteristici delle azioni variabili tra loro indipendenti;
γg = 1.4 (1.0 se il suo contributo aumenta la sicurezza);
γp = 1.2 (0.9 se il suo contributo aumenta la sicurezza);
γq = 1.5 (0 se il suo contributo aumenta la sicurezza)
ψ0i = coefficiente di combinazione allo stato limite ultimo da determinarsi sulla base di considerazioni statistiche.

Azione ψ0 ψ1 ψ2
Carichi variabili nei fabbricati per:
Abitazioni 0.7 0.5 0.2
Uffici, negozo, scuole, ecc. 0.7 0.6 0.3
Autorimesse 0.7 0.7 0.6
Vento, neve 0.7 0.2 0

Resistenze di progetto
fy
fd = fy valore nominale di progetto
γm
γm = 1 coefficiente di sicurezza agli SLU e SLE

NTI - Metodo delle tensioni ammissibili


Azioni di progetto

Combinazione I Cumula in modo più sfavorevole azioni permanenti ed accidentali ad eccezione del vento (o
del sisma) a meno che quest’ultimo non provochi tensioni maggiori di quelle ingenerate dagli
altri carichi permanenti e accidentali

Combinazione II Cumula in modo più sfavorevole azioni permanenti ed accidentali compresi vento o sisma

Tensione ammissibile
fy
σ adm = fy valore nominale di progetto
ν
ν = 1.5 coefficiente di sicurezza per combinazione I
ν = 1.5/1.125 coefficiente di sicurezza per combinazione II
EC3

Stati Limite Ultimi

p.to 2.3.2.2 (estratti)

p.to 2.3.3.1 (estratti)


p.to 5.1.1 (estratti)
Stati Limite di Esercizio
Prospetto 5.3.1 - Rapporti massimi larghezza-spessore per elementi compressi (foglio 1)
Prospetto 5.3.1 - Rapporti massimi larghezza-spessore per elementi compressi (foglio 2)
Prospetto 5.3.1 - Rapporti massimi larghezza-spessore per elementi compressi (foglio 3)
Prospetto 5.3.1 - Rapporti massimi larghezza-spessore per elementi compressi (foglio 4)
Prospetto 5.3.2 - Definizione delle larghezze efficaci per le sezioni in Classe 4
Elementi compressi interni
Prospetto 5.3.3 - Definizione delle larghezze efficaci per le sezioni in Classe 4
Elementi compressi sporgenti
Forze centrate di trazione e compressione
Nel caso in cui sulla membratura agisca una forza di trazione o di compressione centrata (anche
se quest’ultimo caso non si presenta quasi mai a causa dell’influenza degli effetti del secondo
ordine) lo stato tensionale è uniforme sulla sezione e si determina con la ben nota relazione

N
σ= (9)
A

dove A è l’area della sezione. Se si assume per il materiale un legame costitutivo di tipo elasto-
plastico non incrudente, l’asta soggetta alla forza N di trazione si allungherebbe della quantità

N
∆L = L (10)
EA

fino al raggiungimento della tensione di snervamento fy che avviene contemporaneamente in tutti i


punti della sezione. Da questo punto in poi non è possibile incrementare N ma, grazie al
comportamento plastico dell’acciaio, è ancora possibile incrementare gli allungamenti dell’asta.
Sostanzialmente, il comportamento della membratura ricalcherebbe il legame costitutivo del
materiale e la forza limite elastica coincide con il valore di resistenza plastica della sezione

N pl = A f y (11)

In effetti, la tensione σ si sovrappone al regime di autotensione presente nel profilato cosicché le


tensioni risultanti non sono distribuite uniformemente e il limite di snervamento verrà raggiunto in
alcune porzioni della sezione prima che in altre. Ciò si riflette su un comportamento macroscopico
della membratura per la quale si ha un limite elastico della forza N inferiore del valore teorico
(l’entità delle autotensioni è tale che il reale limite elastico è molto minore del valore teorico).
Superato il valore elastico effettivo, per la duttilità del materiale sarà possibile comunque ottenere la
completa plasticizzazione del profilato. In altri termini, la resistenza del profilato non è penalizzata
dalla presenza delle autotensioni.

Fig.11 – Definizione delle aree resistenti negli elementi forati


Da un punto di vista tecnico, la forza di trazione (o di compressione) è trasmessa alle aste
attraverso un qualche sistema di collegamento con le altre membrature. Nel caso in cui si usino
unioni bullonate a taglio, la presenza dei fori rappresenta un evidente indebolimento della sezione.
Inoltre i collegamenti sono spesso eccentrici ed interessano solamente le ali o l’anima dei profilati
(per esempio gli angolari collegati ad una sola ala). Nella zona interessata dall’unione viene meno il
comportamento a trave (zona di estinzione o di diffusione): la presenza delle forature, induce una
concentrazione di tensione ai bordi dei fori che comporta una plasticizzazione locale anche per bassi
livelli di forza applicata. Inoltre i fori possono essere sfalsati cosicché nella zona interessata dalla
foratura si generano anche tensioni tangenziali di una certa entità. Il comportamento ultimo della
membratura risulta evidentemente legato al comportamento del collegamento di estremità o anche
dagli indebolimenti dovuti a forature lungo l’asta stessa.
Operativamente, i codici permettono di verificare le membrature considerando un’area resistente
efficace Aeff anziché l’area lorda; la conservatività delle formule proposte è testata
sperimentalmente.
Nel seguito si riportano le formule proposte dalle due normative. Si osservi l’introduzione dei
coefficienti parziali di sicurezza grazie ai quali le formule precedentemente viste vengono
impiegate per eseguire le verifiche nello spirito del metodo semi-probabilistico degli stati limite.

CNR 10011 N
Trazione e σN = ≤ fd stati limite
Aeff
compressione
N
σN = ≤ σ adm tensioni ammissibili
Aeff

EC3-1 N Sd ≤ N t ,Rd
trazione
dove Nt,Rd è il minore dei valori

N pl ,Rd = Af y / γ M 0 resistenza sezione lorda

N u ,Rd = 0.9 Anet f u / γ M 2 resistenza sezione forata

Per avere elementi duttili N u ,Rd ≥ N pl ,Rd

EC3-1-1 N Sd ≤ N c ,Rd
compressione
N c ,Rd = Af y / γ M 0 sezioni classi 1, 2 e 3

N c ,Rd = Aeff f y / γ M 1 sezioni classi 4

Flessione
Si consideri un elemento soggetto ad uno stato di flessione semplice e si immagini di seguirne il
comportamento sotto valori crescenti del momento flettente. Inizialmente il materiale si trova in
regime elastico lineare e l’applicazione del momento flettente induce una curvatura dell’asse della
trave proporzionale al momento applicato. Assumendo un sistema di riferimento ortogonale
levogiro con asse z coincidente con la retta passante per i baricentri delle sezioni della trave e con
assi x ed y paralleli agli assi principali di inerzia della sezione, si ha che, sotto l’ipotesi di
mantenimento delle sezioni trasversali piane, le deformazioni sono espresse dalla relazione

Fig.12 - Elemento inflesso ed evoluzione dello stato tensionale


ε = ε0 + y (12)
ds

dϕ 1
dove ε0 è la deformazione misurata in corrispondenza dell’asse z e = è la curvatura della trave
ds r
sul piano yz. Per l’ipotesi di comportamento elastico lineare del materiale, si possono calcolare le
tensioni. Integrando sulla sezione si hanno le risultanti

dϕ dϕ
N = ∫ σda = EAε 0 + ES x M = ∫ σyda = ES x ε 0 + EI x (13)
A
ds A
ds

dove Sx e Ix sono rispettivamente il momento statico ed il momento di inerzia della sezione calcolati
rispetto all’asse x. Poiché il sistema di riferimento è baricentrico e che N = 0 si ottiene che ε 0 = 0 e
che il momento flettente è legato alla curvatura della trave attraverso la


M = EI x (14)
ds

Sostituendo la (14) nella (12) e moltiplicando ambo i membri per il modulo di elasticità del
materiale si ottiene la ben nota formula di Navier

Mx
σ= y (15)
Ix

il limite di validità della quale è costituito dal raggiungimento della tensione di snervamento in un
punto della sezione (che evidentemente è il più lontano dal baricentro). Il valore del memento per il
quale si raggiunge il limite elastico è
M x ,el = Wx f y (16)

dove Wx è il modulo di resistenza elastico. Incrementando il momento flettente si ha il superamento


della deformazione di snervamento per le fibre più esterne della sezione le quali saranno soggette
alla tensione di snervamento del materiale. La parte più interna della sezione si comporta invece
ancora in campo elastico sicché le fibre subiscono un incremento di tensione (Fig.12b). In questa
fase, il legame tra il momento e la curvatura della trave non è più di tipo lineare. Rimuovendo la
sollecitazione, tutte le fibre si scaricano in campo elastico in accordo con il legame costitutivo
elasto-plastico. A trave scarica permarrà uno stato di deformazione residua. Ricaricando la trave, si
segue il percorso di scarico fino al livello raggiunto nella precedente fase di carico per reimmettersi
infine sul ramo momento curvatura vergine della trave. Ciò equivale ad un apparente estensione del
range elastico dovuto all’adattamento plastico della trave.
Proseguendo l’analisi sotto l’ipotesi di materiale perfettamente plastico non incrudente (con
duttilità infinita) si può pensare di indurre curvature via via crescenti fino alla plasticizzazione di
tutte le fibre della sezione (diagramma bi-rettangolare di Fig.12d) che teoricamente si raggiunge per
curvature infinite, ovvero per formazione di una cerniera plastica. A questo punto non sarà più
possibile incrementare il momento sulla sezione che ha raggiunto il valore massimo (momento
plastico) espresso dalla relazione

M x , pl = W pl ,x f y (17)

dove Wpl,x è il modulo di resistenza plastico. Il rapporto tra il momento plastico ed il momento
elastico, ovvero tra i relativi moduli di resistenza, rappresenta il guadagno di resistenza della
sezione e dipende esclusivamente dalla forma della stessa. Esso è tanto più elevato quanto meno la
sezione è centrifugata. In altri termini, le sezioni ad I (es. IPE), altamente specializzate per far
fronte a stati di sollecitazione di flessione, hanno un fattore di forma di poco superiore all’unità,
mentre sezioni rettangolari o circolari hanno incrementi significativi (Fig.13).

Fig.13 - Diagrammi momento curvatura per diverse sezioni

Per quanto riguarda le verifiche di resistenza, la normativa italiana prevede il solo stato limite
ultimo elastico introducendo un coefficiente che tiene conto del parziale adattamento plastico
mentre il codice europeo prevede verifiche allo stato limite plastico per le sezioni di classe 1 e 2
mentre per le sezioni di classe 3 e 4 verifiche allo stato limite elastico.
Il coefficiente di adattamento plastico ψ previsto dalla normativa italiana viene calcolato sulla
base del seguente criterio (Fig.14): la freccia residua vr in mezzeria di una trave in semplice
appoggio soggetta a flessione uniforme non deve superare il valore limite di L/1000 quando viene
scaricata dopo aver sopportato un momento flettente pari a ψ Mel. L’intento della normativa è
chiaramente quello di permettere al progettista di sfruttare l’estensione del limite elastico dovuto
alla capacità di adattamento plastico della trave a patto che le deformazioni residue in gioco siano
basse.
Come nel caso della forza assiale, si riportano le formule proposte dalla CNR 10011 e dall’EC3-
1-1.

Fig.14 - Coefficiente di adattamento plastico

CNR 10011 M
σM = ≤ fd stati limite
ψW
M
σM = ≤ σ adm tensioni ammissibili
ψW

EC3-1-1 M Sd ≤ M c ,Rd

M c ,Rd = W pl f y / γ M 0 sezioni classi 1 e 2

M c ,Rd = Wel f y / γ M 0 sezioni classi 3

M c ,Rd = Weff f y / γ M 1 sezioni classi 4

Taglio
Il problema del taglio è governato rigorosamente da equazioni molto complesse che, in quanto
tali, non sono impiegate nelle verifiche strutturali. In campo elastico lineare, si fa riferimento alla
teoria approssimata del taglio grazie alla quale le tensioni tangenziali sono calcolate dalla
condizione di equilibrio alla traslazione longitudinale di una porzione di un concio elementare di
trave soggetto ad azione flettente variabile. Sotto l’ipotesi che la tensione tangenziale sia distribuita
uniformemente sulla secante passante per il punto per il quale si vuol conoscere la tensione ed
orientata in modo opportuno, si ha che
~
Vy S x
τ=− (18)
I xb

V
V

Fig.15 - Tensioni tangenziali elastiche per alcuni tipi di sezione

In figura 15 sono riportate le distribuzioni di tensioni tangenziali determinate attraverso la (18)


per alcune sezioni tipiche. Si osservi che per le sezioni ad I ed a C, nel caso di sollecitazione
tagliante parallela all’anima della trave, le tensioni interessano in modo particolare l’anima stessa
della trave. In questi casi una stima veloce della tensione può ottenersi considerando una
distribuzione uniforme di tensione sull’anima
Vy
τ= (19)
Aw

Superato il comportamento elastico della trave si entra in fase elasto-plastica in cui, in modo
simile al caso precedentemente visto, la zona plasticizzata della sezione tende ad estendersi. In
effetti il meccanismo è molto complesso in quanto la sollecitazione di taglio è legata alla
sollecitazione di flessione e si può parlare di resistenza plastica a taglio solo per le sezioni della
membratura in cui si annullano le altre caratteristiche di sollecitazione. Pur supponendo che allo
stato plastico in tutti i punti della sezione si abbia una tensione con valore τ y = f y / 3 ,
l’orientamento della stessa è tale che

fy
V pl < A (20)
3

Operativamente, il taglio plastico viene definito individuando la sezione efficace a taglio Av < A in
modo che

fy
V pl = Av (21)
3

Secondo l’EC3-1-1, l’area resistente a taglio è da determinarsi in accordo al seguente prospetto

1. Profilati laminati ad I ed H, A − 2bt f + (t w + 2r )t f


carico parallelo all’anima
2. Profilati laminati a C, carico A − 2bt f + (t w + r )t f
parallelo all’anima
3. Sezioni saldate ad I, H ed a ∑ (dt )w
cassone, carico parallelo
all’anima
4. Sezioni saldate ad I, H, C ed A − ∑ (dt w )
a cassone, carico parallelo
alle ali
5. Profilati cavi rettangolari Carico parallelo all’altezza Ah / (b + h )
laminati di spessore Carico parallelo alla larghezza Ab / (b + h )
uniforme
6. Sezioni cave circolari e tubi 2A / π
di spessore uniforme

7. Piatti e barre piene A

dove A è l’area della sezione trasversale;


b è la larghezza totale;
d è l’altezza dell’anima;
h è l’altezza totale;
r è il raggio di raccordo;
tf è lo spessore dell’ala;
tw è lo spessore dell’anima.
Per semplicità il valore di Av per un profilato laminato ad I, H o a C, con carico parallelo all’anima
può essere assunto pari a 1.04 h tw.
In maniera simile a quanto visto per le altre caratteristiche di sollecitazione si devono detrarre
dall’area determinata come sopra, le aree dei fori per i dispositivi di giunzione ottenendo l’area
netta a taglio Av,net. Atteso l’incrudimento del materiale, si può ancora considerare l’area Av nel caso
in cui Av ,net f u ≥ Av f y . Negli altri casi si può assumere come area efficace a taglio Av ,net ( f u / f y ) .

CNR 10011 fd
τ≤ stati limite
3
σ adm
τ≤ tensioni ammissibili
3

EC3-1-1 VSd ≤ V pl ,Rd

( )
V pl ,Rd = Av f y / 3 / γ M 0

Effetto combinato di forza assiale e momento flettente


Le situazioni elementari sin qui esaminate non si presentano quasi mai. In genere si ha l’azione
concomitante di più caratteristiche di sollecitazione. In un’analisi elastica, ciò non crea particolari
problemi poiché, grazie al principio di sovrapposizione degli effetti, è possibile derivare le formule
di verifica sommando i contributi delle singole caratteristiche di sollecitazione. Con riferimento ad
una sezione generica, se x ed y sono gli assi centrali principali d’inerzia (Fig.16), vale la ben nota
formula di Navier

Mx N
σ
x
My

Fig.16 - Sezione soggetta a flessione composta (campo elastico)

N Mx My
σ= + y− x (22)
A Ix Iy

grazie alla quale è possibile determinare la tensione normale nel punto individuato dalle coordinate
(x, y). Definiti i raggi giratori di inerzia ρx e ρy, l’asse neutro (ovvero l’asse lungo il quale si annulla
lo stato di tensione) è rappresentato dalla retta
N 2 M y ρ 2x
y=− ρx + x (23)
Mx M x ρ 2y

che può essere secante o esterna alla sezione. Nel caso di forza assiale centrata l’asse neutro si trova
all’infinito mentre nei casi di flessione retta semplice l’asse neutro coincide con uno degli assi di
riferimento. Nel caso di flessione deviata l’asse neutro è baricentrico.
Il comportamento elasto-plastico della sezione è simile a quello della flessione: incrementando le
sollecitazioni, le fibre estreme della sezione raggiungono lo snervamento; conseguentemente, si ha
una ridistribuzione tensionale attraverso la sezione, ovvero gli incrementi di sollecitazione sono
bilanciati dall’incremento tensionale delle fibre non plasticizzate.

Mx N
-fy x
My

y
fy

Fig.17 - Sezione soggetta a flessione composta (campo plastico)

Il comportamento plastico della sezione si ottiene quando tutte le fibre si trovano alla tensione di
snervamento fy. In tal caso il diagramma delle tensioni è di tipo bi-rettangolare (Fig.17). Integrando
le tensioni si ottengono i valori della forza assiale e dei momenti flettenti

N= ∫f y da − ∫f y (
da = f y A+ − A− )
A+ A−

M Nx = ∫f y yda − ∫f y (
yda = f y S x+ − S x− ) (24)
+ −
A A

M Ny = − ∫ f y xda + ∫f y (
xda = f y S y− − S y+ )
A+ A−

dove A+ ed A- sono le aree delle porzioni di sezione soggette a snervamento positivo e negativo,
mentre Sx+, Sx-, Sy+ e Sy- sono i loro momenti statici rispetto agli assi x e y. Si osservi che, a parte i
casi di forza assiale centrata, l’asse neutro passa sempre all’interno della sezione. Poiché le aree ed i
momenti statici precedentemente definiti sono funzioni dei due parametri che definiscono la
posizione dell’asse neutro (ad esempio la coordinata del punto di passaggio sull’asse a ed il
coefficiente angolare m), le (24) costituiscono le equazioni parametriche del luogo dei punti nello
spazio N-Mx-My per i quali si ha la completa plasticizzazione della sezione. Tale superficie, che può
essere scritta nella forma

 N Mx My 
I N M xM y  , ,  =1 (25)
N M 
 pl pl ,x M pl , y 
assume il significato di superficie di interazione. Essa definisce un criterio di plasticizzazione della
sezione nel caso di azione concomitante di più caratteristiche di sollecitazione. Tale superficie di
plasticizzazione risulta convessa, ovvero presi due punti sulla superficie, qualsiasi altro punto che si
trovi sul segmento che li congiunge si trova all’interno della superficie stessa. I punti all’interno
della superficie caratterizzati dalla relazione

 N Mx My 
I N M xM y  , ,  <1 (26)
N M 
 pl pl ,x M pl , y 

sono rappresentativi di tutti gli stati elasto-plastici della sezione. I punti all’esterno della superficie
non sono ammissibili per la sezione a meno di incrudimento del materiale. La superficie di
interazione ottenuta delimita quindi il dominio di resistenza elasto-plastico della sezione.

N
Npl

Mpl,x
Mpl,y

Mx My

Fig.18 - Superficie di interazione

Nel caso di sezione con un asse di simmetria soggetta a sollecitazioni di forza assiale e flessione
sul piano di simmetria (supposto perpendicolare all’asse x), gli stati plastici sono descritti da un
unico parametro che fissa la posizione dell’asse neutro ed il dominio può essere rappresentato sul
piano N-Mx (o N-My). Ad esempio, con riferimento ad una sezione rettangolare, la curva di
interazione assume l’espressione

BH 2 1
M Nx = fy − N2 (27)
4 4 Bf y

dalla quale dividendo ambo i membri per Mpl,x = (BH2/4)fy si ottiene la

2
M Nx  N 
1= + (28)
M pl ,x  N pl 
Tale curva di interazione è riportata in figura 19 assieme alle curve ottenute per sezioni a doppio T
per diversi rapporti dimensionali.
In genere l’espressione della 25 risulta piuttosto complicata anche in casi semplici per cui si
approssima il dominio plastico interpolando opportunamente i domini per stati di sollecitazione di
flessione retta composta con espressioni del tipo

α β
 Mx   My 
  +  ≤1 (29)
 M Nx   M Ny 

in cui α e β sono esponenti maggiori di 1 ed MNx e MNy sono i valori limite di momento nel caso di
flessione retta per il valore di forza assiale assegnato ottenuti con i due domini validi nei casi di
flessione retta composta (vedi interpretazione geometrica di Fig.20).

Fig. 19 - Curve di interazione adimensionalizzate per flessione composta retta

Npl

N
-Mpl,y -Mpl,x
MNx
MNy

Mpl,x Mpl,y

Mx My

-Npl

Fig. 20 - Approssimazione della curva di interazione


La normativa CNR 10011 considera lo stato limite elastico e quindi impiega l’equazione (22)
correggendo i denominatori dei termini flessionale con il coefficiente di adattamento plastico. La
norma EC3-1-1, invece, adotta praticamente il criterio delle curve di interazione per le sezioni in
classe 1 e 2. Adotta invece lo stato limite elastico per le sezioni in classe 3 e 4.

CNR 10011 N Mx My
σ= + y− x ≤ fd ∀( x,y ) stati limite
A ψxIx ψyIy
N Mx My
σ= + y− x ≤ σ adm ∀(x,y ) tensioni ammissibili
A ψxIx ψyIy
EC3-1-1 α
 M y ,Sd 
β
 M z ,Sd 
Sez Cl.1 e 2   +  ≤1
 M Ny ,Rd  M
 Nz ,Rd 

dove α e β sono due costanti dipendenti dalla forma della sezione. A vantaggio
di statica possono essere assunte pari all’unità.
M Ny ,Rd e M Nz ,Rd sono le espressioni dei momenti plastici in funzione di NSd
(curve di interazione per pressoflessione retta (es. eq.30)).

A vantaggio di statica, si può considerare anche la

N Sd M y ,Sd M z ,Sd
+ + ≤1
N pl ,Rd M pl ,y ,Rd M pl ,z ,Rd
Sez Cl.3
N Sd M y ,Sd M z ,Sd
+ + ≤1 dove fyd=fy/γm0
Af yd Wel ,y f yd Wel ,z f yd
Sez Cl.4
N Sd M y ,Sd + N sd e Ny M z ,Sd + N sd e Nz
+ + ≤1 dove fyd=fy/γm1
Aeff f yd Weff ,y f yd Weff ,z f yd

Aeff è l’area efficace quando agisce solamente N


Weff è il modulo di resistenza efficace quando la sezione è soggetta a
flessione solamente attorno all’asse di interesse
eN è lo spostamento dell’asse neutro di interesse quando la sezione
trasversale è soggetta a compressione semplice.

Fig.21 - Spostamento asse neutro per sezioni in classe 4 soggette a forza di compressione
Effetto combinato di taglio e momento flettente
In genere la flessione è sempre accompagnata dal taglio salvo casi molto particolari di aste
soggette a momento costante. La presenza del taglio riduce la capacità portante flessionale della
sezione. In campo elastico, il principio di sovrapposizione degli effetti consente di calcolare
separatamente le distribuzioni di tensione normale di tensione tangenziale nella sezione con le
formule precedentemente viste. Il comportamento elastico lineare è garantito fintanto che la
tensione ideale σ id = σ 2 + 3τ 2 non sia uguale al limite di snervamento fy. L’individuazione del
punto di massima sollecitazione dipende dal tipo di sezione e dal rapporto tra le due caratteristiche
di sollecitazione.
Molto più insidioso è il concetto di interazione plastica tra il taglio ed il momento flettente.
Infatti, poiché M e V non sono tra loro indipendenti, non c’è alcuna ragione di credere che esista
unica una relazione di interazione del tipo

 M V 
I MV  ,  =1 (30)
M V 
 pl pl 

Ad oggi, le relazioni di tipo teorico sono ottenute da approcci al limite inferiore (ovvero basati
sull’applicazione dal teorema statico). Tuttavia non si riesce a formulare il problema in modo
pienamente consistente con le ipotesi del teorema statico e quindi in effetti non sarebbe lecito, in
assenza di validazioni di tipo sperimentale, adottare curve di interazione ottenute per questa via.
Le relazioni più affidabili sono di tipo empirico e sono ottenute nell’ipotesi che nella parte della
sezione impegnata a taglio, la tensione tangenziale sia distribuita uniformemente con un valore
V
f y / 3 mentre la tensione normale sia distribuita con legge bi-rettangolare con intensità pari a
V pl
ρ fl dove ρ è un coefficiente inferiore all’unità e dipendente dal rapporto V/Vpl che può essere tarato
empiricamente. Altrove, la sezione sarà soggetta alla sola tensione normale con valore massimo fy.
La riduzione della tensione normale in corrispondenza dell’area impegnata a taglio comporta una
riduzione del momento plastico ∆M proporzionale a ρ sicché la curva di interazione risulta dalla
relazione

V 
M V = M pl − ρ W pl ,v f y (31)
V 
 pl 

− fy

− ρf y
V
fy / 3
V pl
ρf y

fy

Fig.22 - Distribuzione delle tensioni normali e tangenziali


dove Wpl,v è il modulo di resistenza plastico della sezione impegnata a taglio. La (31) può anche
scriversi nella forma

 V  
M V = W pl − ρ W pl ,v  f y (32)
 V  
 pl 

Sperimentalmente si osserva che per valori del taglio inferiori alla metà del valore plastico, per
l’incrudimento dell’acciaio, non si ha riduzione del momento plastico. Ciò significa che la relazione
empirica deve prevedere ρ = 0 per V < 0.5Vpl e ρ = 1 per V =Vpl. Si osservi che la (31) sotto l’ultima
condizione non si annulla e fornisce il valore del momento residuo delle sole parti della trave non
impegnate a taglio.
L’EC3 propone, per sezioni ad I con flessione attorno all’asse forte, di adottare
ρ = (2V / V pl − 1) . In tal caso la (32) si può riscrivere nella forma
2

 ρA 2 
M V = W pl − v  f y (33)
 4t w 

Come nei casi precedenti si riportano le indicazioni delle CNR 10011 e dall’EC3-1-1.

CNR 10011 σ id = σ 2 + 3τ 2 ≤ f d ∀(x,y ) stati limite


σ id = σ 2 + 3τ 2 ≤ σ adm ∀(x,y ) tensioni ammissibili
EC3-1-1 M Sd ≤ M V ,Rd
 ρA 2 
M V ,Rd = W pl − v  f y / γ M 0 per sezioni ad ali uguali
 4t w 

dove ρ = (2VSd / V pl ,Rd − 1)


2

Effetto combinato di taglio, forza assiale e momento flettente


In questo caso valgono le osservazioni fatte al punto precedente. La verifica può condursi
definendo superfici di interazione empiriche in modo simile a quanto già detto, riducendo cioè la
resistenza a snervamento dell’area a taglio al valore (1-ρ)fy.

Riferimenti bibliografici

Angotti F., Selleri F. Elementi di plasticità. Tipografia Editrice Pisana (Pisa)


Baldacci R. Scienza delle costruzioni. UTET (Torino)
Ballio G., Mazzolani F.M. Strutture in acciaio. HOEPLI (Milano)
CNR 10011 Strutture di acciaio
EC3-1-1 Progettazione delle strutture di acciaio – Regole generali e regolo per gli edifici
Massonet C., Save M. Calcolo plastico a rottura delle costruzioni. CLUP (Milano)

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