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L’età giolittiana

1. Il decollo industriale

Abbiamo già fatto cenno ai caratteri generali dell’economia italiana nell’ultimo scorcio del secolo, al delinearsi, negli
anni Settanta ed Ottanta, d’uno sviluppo industriale «modesto ma solido» che si affermò nel triangolo ligure-
piemontese-lombardo. Si è anche osservato come tale sviluppo si fosse intrecciato con la crisi e come, nello Stato
unitario, vecchio e nuovo si fossero giustapposti e quasi confusi: «uno Stato moderno era sorto in una società quasi
esclusivamente agricola» (vol. II, cap. XVIII, par. 1). Nei due decenni a cavallo del Novecento – tra il 1896 e il 1913 – la
penisola appare ancora inserita nel processo generale di crescita dell’economia mondiale. L’indice demografico è
balzato da 32 a 36 milioni di abitanti; e se la fisionomia del paese è rimasta sostanzialmente agricola, è da notare,
però, che nel 1913 le attività industriali contribuiscono per almeno il 25% alla formazione del prodotto interno lordo
(P.n.T.). Mentre l’agricoltura conserva – con l’eccezione di alcune aree ben delimitate – il suo carattere tradizionale ed
arretrato («un’agricoltura a grano e pecore»), l’apparato industriale nasce con un impianto moderno e, seguendo le
sollecitazioni del mercato, rivela una tendenza costante allo sviluppo quantitativo e qualitativo: «nel primo decennio
del secolo l’industria decolla disegnando la struttura che si consoliderà durante la guerra mondiale» (Cordova). Gli
indici della produzione metallurgica, meccanica, chimica, alimentare si impennano: gli investimenti finanziari
raggiungono cifre vertiginose; basti qui ricordare che i capitali concentrati nell’industria metallurgica ammontavano
nel 1896 a 18 milioni di lire, mentre nel 1913 sfiorarono i 300 milioni. Per quanto riguarda la produzione sono da
considerare esemplari i progressi conseguiti dall’industria idroelettrica. Questa, negli stessi anni, riuscì a passare da
un’erogazione di cento milioni a quattromila milioni di chilowattora. L’energia idroelettrica sollevò l’industria italiana
dalla costosa importazione del carbone e del petrolio e consentì la progettazione e l’impianto di moderne strutture di
produzione. L’industria pesante – fornitrice di macchine e di strumenti alle altre industrie – aveva le sue punte
avanzate nel settore siderurgico; in questo ai noti impianti di Terni, Savona, Piombino, si era aggiunta, nel 1905, la Ilva
di Bagnoli (Napoli); nell’industria leggera – produttrice di beni di consumo – al tradizionale settore tessile si era
affiancato, intorno all’inizio del secolo, quello automobilistico e meccanico, con gli impianti di Torino, Milano (FIAT,
Alfa Romeo) e Ivrea (Olivetti). Si è a suo tempo osservato (vol. II, cap. XVIII, par. 5, lett. 15) come il mondo industriale
italiano rivelasse «due anime», due diverse «filosofie» della produzione. Molti produttori, soprattutto i «capitani»
dell’industria pesante, avevano trovato il loro centro ideale ed economico in Genova, «roccaforte del protezionismo
cantieristico, armatoriale e poi siderurgico e zuccheriero»: erano interessati agli appalti e alle commesse statali, alla
politica di spese militari, ai progetti d’espansione. Altri «padroni d’industria», invece, si rivelano maggiormente legati
al mercato, vedono nella concorrenza, nel libero gioco della domanda e dell’offerta, il presupposto dello sviluppo
dell’impresa moderna. «Il loro centro e il loro simbolo è in Milano, fiorente per il suo commercio, per le sue banche,
per le sue mille piccole industrie». L’esistenza di questi due contrapposti modelli industriali impedì che in Italia si
formasse un’ideologia dell’industrializzazione orientata unicamente nella direzione dello statalismo (P.n.T.) e
dell’imperialismo – come avveniva nella Germania guglielmina (Carocci) – e consentì che, contro la linea protezionista,
si affermasse quella tendenza liberista e liberale alla quale, dopo la crisi di fine secolo, appoggiò la sua politica
Giovanni Giolitti.

2. Giovanni Giolitti indica i nuovi compiti dello Stato liberale

Giovanni Giolitti (1842-1928), nato da una famiglia di contadini della collina piemontese (Mondovì), compì solidi studi
di diritto e si impiegò nell’amministrazione statale giungendo ai gradi più alti della dirigenza. Fu per mezzo secolo
deputato di Dronero (Cuneo); alla Camera sedette tra i gruppi della Sinistra costituzionale. Ministro dell’Interno nel
gabinetto Zanardelli (1901; vol. II, cap. XIX, par. 9), divenne da allora l’arbitro della politica italiana; nel 1903 assunse la
carica di presidente del Consiglio e – fatta eccezione per due brevi parentesi (1905-1906; 1910-1911) – rimase alla
guida del governo fino al marzo del 1914. Rompendo con la tradizione crispina, volle garantire al paese un periodo di
pace; «annacquò» gli impegni con la Triplice (vol. II, cap. XVIII, par. 9); si riavvicinò alla Francia ed all’Inghilterra. «Al
riparo di questa politica di distensione, Giolitti, nel primo decennio del secolo, poté attendere con relativa tranquillità
a quell’esperimento di rinnovamento liberale che gli Italiani, dopo le oscure giornate del ’98, da lui si attendevano»
(Procacci). Nella crisi di fine secolo era stato sconfitto un pericoloso tentativo reazionario (vol. II, cap. XIX, paragrafi 8 e
9), ma la vittoria del fronte liberale non aveva significato la pace sociale. Il paese rimaneva diviso: agli antichi scontri
politici che avevano interessato solo gli strati superiori della società si aggiungeva ora una spaccatura profonda che
contrapponeva i proprietari vecchi e nuovi (i padroni della terra e gli imprenditori industriali) ai contadini e agli operai.
I lavoratori delle fabbriche impararono la lezione molto prima di quanto non avessero fatto i contadini, e seppero,
comunque, dare l’esempio: si cominciarono a praticare gli scioperi su larga scala, con entusiasmo e non senza rischio.
Si calcola che soltanto nel 1901 nelle campagne e nelle officine si siano contati ben 1400 scioperi. I ceti padronali, e in
genere l’opinione media, invocavano l’intervento dello Stato in difesa dell’ordine. Ma lo Stato, quale lo concepiva il
nuovo ministro dell’Interno, non era il «gendarme armato» posto a tutela degli interessi dei proprietari. In una delle
sue prime dichiarazioni programmatiche Giolitti aveva affermato che «mantenere l’ordine significa applicare
costantemente la legge, avere un programma preciso, attuarlo con fermezza senza cadere mai nella violenza; [...] per
riuscire a possedere questa forza è necessario lasciare pieno agio a tutte le classi, soprattutto a quelle più numerose,
consentire che esse facciano conoscere e valere le proprie aspirazioni e difendano, nell’ambito della legge, i propri
interessi». In occasione dei temuti scioperi generali, Giolitti rifiutò recisamente il ricorso alla repressione: gli scioperi
dovevano «sfogarsi» ed esaurirsi naturalmente; al governo spettava solo garantire l’ordine pubblico. Avrebbero, in
ogni caso, pensato i cittadini, nel segreto delle urne, a punire i «sovversivi». È stato osservato che «il solo fatto di non
fare intervenire l’esercito e di non far sparare sui dimostranti può essere considerato un appoggio concreto alla causa
del proletariato» (Saitta). È necessario, tuttavia, ricordare che la solenne dichiarazione di neutralità del governo nei
conflitti tra capitale e lavoro fu accompagnata da qualche sporadica deroga imposta (così si disse) dalle circostanze
eccezionali e dallo stato di necessità. Tanto avvenne, ad esempio, nel 1903, quando le forze dell’ordine in Sicilia, in
Puglia e in Sardegna aprirono il fuoco sugli scioperanti e provocarono morti e feriti. Nonostante tutto, in quegli anni, si
cominciò ad instaurare un rapporto «diverso» tra i cittadini e lo Stato. La nuova politica proposta dal deputato di
Dronero tendeva a superare la chiusura di classe che aveva reso incompiuta la rivoluzione unitaria (vol. II, cap. XIII,
par. 10, letture 24 e 25). Giolitti, facendo propria la lezione della democrazia risorgimentale, si proponeva di rinnovare
dal basso la società italiana; era, però, consapevole di doversi muovere in un paese trasformato dal decollo industriale
e della necessità di tenere conto delle nuove forze che erano venute alla ribalta: gli imprenditori, gli operai di fabbrica,
il Partito socialista, le associazioni cattoliche. Pensava che allargare le basi dello Stato significasse soprattutto trovare
un’intesa tra vecchie e nuove classi di governo, tra liberali e socialisti: perciò cercava di realizzare un’alleanza che
avrebbe dovuto raccogliere, intorno ad un progetto di ben dosate riforme, tutte le forze interessate all’ordine ed
insieme al progresso.

3. Legislazione sociale, opere pubbliche, riforme

Nei primi anni del secolo il Parlamento italiano dovette occuparsi di legislazione sociale e di problemi del lavoro.
Mentre l’industrializzazione trasformava la società in senso moderno, Giolitti si proponeva di rendere le strutture dello
Stato più adeguate alle nuove esigenze civili. Il momento era propizio perché la borghesia industriale del Nord, quella
stessa che aveva avversato Crispi e si era opposta ai tentativi autoritari, era disponibile, in ragione della favorevole
congiuntura economica, all’accoglimento di alcune riforme, ed inoltre mostrava un atteggiamento nuovo e più duttile
nei confronti del movimento operaio. Furono perciò varate, senza incontrare troppa resistenza, varie leggi sociali
riguardanti la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, le pensioni in
favore dei vecchi lavoratori, la tutela del riposo festivo, la creazione di un Commissariato per l’emigrazione (1901) e di
un Consiglio superiore del lavoro (1902), con il compito, quest’ultimo, di coadiuvare il governo nella soluzione dei
conflitti che insorgevano nelle fabbriche e nelle campagne. La legge regolamentò anche la sanità pubblica, le Opere
Pie, la costruzione delle case popolari, le società cooperative. Nel 1903 furono municipalizzati i servizi pubblici e fu
affidata ai comuni la gestione delle acque, del gas, dell’elettricità, dei trasporti urbani. Tra il 1901 e il 1904 furono
disposti interventi speciali per il Mezzogiorno e approvate leggi per la Basilicata e per Napoli. Nel 1905, con la
nazionalizzazione delle ferrovie (cui seguì l’assunzione statale della rete telefonica), fu risolto un annoso problema
(vol. II, cap. XVIII, par. 2, lett. 1) e finalmente quello che era ormai diventato il principale mezzo di comunicazione fu
strappato al particolarismo della gestione privata e lo Stato poté dotarsi di una rete di trasporti adeguata alle esigenze
di tutta la comunità nazionale. Furono intraprese opere di grande rilievo per la vita economica del paese, come il
traforo del Sempione che metteva in comunicazione i mercati centro-europei con il porto di Genova. Altrettanto
importanti i lavori dell’Acquedotto pugliese, segno di un’attenzione per il Mezzogiorno che, tuttavia, nel contesto
dell’opera riformatrice giolittiana fu considerata limitata se non deludente. Il 1906 mise alla prova la fiducia dei
risparmiatori: il governo annunziò la conversione della rendita nazionale (P.n.T.) dal tasso d’interesse del 5% al 3,75%,
ciò che consentì al fisco un forte risparmio sugli interessi da pagare annualmente ai sottoscrittori. Chi non era disposto
ad accettare le nuove misure della rendita avrebbe avuto l’integrale rimborso delle somme sottoscritte, ma pochi lo
richiesero: tale era la fiducia nella solidità finanziaria dello Stato e nella stabilità della lira, sì che l’operazione si risolse
in un autentico successo per il governo. La lira arrivò al punto di fare aggio sull’oro, cioè di essere quotata sul mercato
internazionale al di sopra dell’oro stesso e di essere preferita alla sterlina. La solidità della moneta portò beneficio
anche alle classi lavoratrici, perché non rese effimeri gli aumenti salariali. La prosperità del «decennio felice» fu
interrotta nel 1907 da un intreccio recessivo: la crisi paralizzò la siderurgia, il settore automobilistico e quello tessile; il
1908 fu funestato dalla carestia, dal terribile terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria e dagli scioperi agrari
che infierirono nelle campagne del Parmense provocando misure repressive. In tale contesto le opposizioni al governo
trovarono un terreno propizio. Il Partito socialista era diviso tra la corrente rivoluzionaria, aspramente antigiolittiana,
ed una minoranza riformista che stentava a prendere quota; l’anti giolittismo di destra trovò invece nell’Associazione
Nazionalista Italiana (ANI) il suo centro di raccolta (par. 7). Giolitti, che dal 1909 era rimasto lontano dal governo, nel
marzo 1911 assunse il suo quarto ministero, «deciso a giocare grosso» e a battere le opposizioni orientando il suo
programma in una direzione decisamente riformatrice. Decollò in tal modo la «seconda fase» giolittiana, quella delle
grandi riforme. Nel giro di pochi mesi il Ministero riuscì a fare approvare una legge che, aumentando gli stanziamenti
pubblici ed elevando gli stipendi dei maestri, rafforzava la scuola elementare di Stato e poneva le basi dell’istruzione
popolare libera e laica. Nell’aprile del 1912, superando l’opposizione dei liberisti e dei conservatori, Giolitti ottenne il
consenso del Parlamento alla legge istitutiva del monopolio di Stato sulle assicurazioni: strappò – si disse allora – i
problemi dell’assistenza sociale alle speculazioni del capitale privato. Nel giugno dello stesso anno 1912, la Camera
approvò la legge elettorale che imponeva il suffragio universale maschile, portando il corpo elettorale da tre milioni e
mezzo a circa otto milioni di cittadini aventi diritto. Queste tre leggi, soprattutto l’ultima, soddisfacevano le esigenze
dei socialisti e di tutta l’opposizione democratica. Tuttavia anche le opposizioni di destra, il fronte conservatore
nazionalista, avevano ottenuto dal recente operato del governo ampia materia di risarcimento. La «sterzata a sinistra»
delle leggi riformatrici aveva già trovato, negli ultimi mesi, il suo «contrappeso» a destra. Nel settembre del 1911
erano salpati dai porti italiani i primi convogli militari destinati alla Libia, e dal 5 ottobre di quell’anno il tricolore
sventolava su Tripoli.

4. Le difficoltà della politica riformatrice

La lotta ingaggiata da Giolitti per ottenere il consenso del Parlamento alle leggi di riforma assume, dunque, l’aspetto di
una partita nella quale solo il ricorso al complesso gioco dei «pesi e contrappesi» consente la momentanea
convergenza di socialisti, nazionalisti e cattolici con le proposte avanzate dal Ministero. Tutto ciò rivela la carenza di
fondo di un disegno riformatore che non poté appoggiarsi ad un’organica maggioranza parlamentare e ad un vasto e
solido movimento d’opinione; sappiamo che il contesto generale della politica italiana non consentiva tanto. Furono
queste le ragioni per le quali il progetto giolittiano si realizzò solo in parte e fu perseguito tra difficoltà sempre più
gravi. È stato più volte osservato che per attuare la sua politica Giolitti cercò di allargare le basi della maggioranza
«aprendo», di volta in volta, tanto verso il Centro-sinistra dei socialisti quanto verso il Centro-destra ove, accanto ai
conservatori, si cominciavano ad organizzare i gruppi cattolici e nazionalisti; è stato posto in evidenza con quanta
abilità il politico di Dronero abbia tentato di trasformare i tradizionali avversari dello Stato liberale in preziosi
collaboratori di un programma di ordinato rinnovamento. Il primo segno importante ed esplicito di questa strategia
può essere colto nel settembre 1903, quando durante le trattative per la formazione del suo secondo ministero Giolitti
offrì a Filippo Turati, socialista riformatore (vol. II, cap. XIX, par. 4, lett. 16), la possibilità di entrare nella compagine
governativa. Turati rifiutò, pensando alle conseguenze negative che la partecipazione al Ministero avrebbe potuto
avere nell’interno del suo partito che allora attraversava un momento difficile (par. 6). Il rifiuto di Turati e
l’orientamento radicale di molti gruppi socialisti spinsero Giolitti ad un esemplare ribaltamento del fronte. Già nel
1904 il presidente del Consiglio fece giungere alle autorità ecclesiastiche e ai circoli cattolici più influenti dei messaggi
rassicuranti, e, grazie al loro appoggio, riuscì a vincere le elezioni generali politiche di quell’anno e ad imporre una
battuta d’arresto a tutto il movimento della Sinistra (lett. 21). In realtà, più che il leader di una maggioranza
riformatrice, Giolitti fu il punto di raccordo di spinte e di interessi diversi: riuscì ad attrarre in alcuni momenti le forze
più dinamiche del paese, ma dovette sempre tenere conto delle esigenze «dell’altra parte», alla quale non poté non
continuare ad elargire compensi e deroghe. Da ciò derivarono tanto l’aspirazione coraggiosamente pragmatica della
sua politica, quanto il ricorso ai sistemi di manipolazione di una maggioranza parlamentare tenuta in piedi con la
concessione di favori a persone o a clientele: una prassi che ha fatto paragonare il sistema di Giolitti al trasformismo
che aveva caratterizzato l’età di Depretis (vol. II, cap. XVIII, paragrafi 2 e 3, lett. 11). Il «gioco» di Giolitti, tuttavia – ha
osservato uno storico contemporaneo –, non era soltanto «un gioco rischioso», ma doveva rivelarsi, alla fine, «un
gioco che non riuscì». Abbiamo sopra accennato a come la «sterzata a sinistra» imposta dalle grandi riforme del 1911
dovette trovare il suo «contrappeso a destra» con la spedizione militare in Libia, un’impresa che, se irrigidì
irrimediabilmente contro Giolitti i socialisti riformatori, non impedì che i nazionalisti rimanessero suoi implacabili
avversari; tra questi ultimi avanzeranno, tra il 1914 e il 1915, le forze destinate a porre fine all’età e agli ideali dello
Stato liberale. Anche la più incisiva delle riforme giolittiane – il suffragio universale maschile – fu ottenuta con quella
apertura verso i cattolici che, dopo le elezioni generali del 1913 (lett. 22), finiranno per «disarcionare» lo stratega
politico di Dronero (par. 9).
La politica estera nell’età giolittiana rimase ancorata alla Triplice, pur se del trattato si tornò a dare, in contrasto con
l’età crispina, un’interpretazione rigorosamente difensiva. Adua (vol. II, cap. XIX, par. 7) era stata, prima che una
sconfitta militare, una sconfitta diplomatica, per il fatto che si era preteso di condurre una politica imperialistica in
Africa senza il preventivo accordo con la Francia e con l’Inghilterra. Fu perciò cura di Giolitti rivendicare all’Italia di
fronte agli Imperi centrali una certa libertà di movimento, stringendo intese con le potenze occidentali e perfino con la
Russia. In grazia di tali accordi Francia e Inghilterra riconobbero all’Italia libertà di azione in Tripolitania e in Cirenaica,
in cambio del riconoscimento italiano dei diritti francesi in Marocco e di quelli inglesi in Egitto. La Germania accolse a
malincuore queste nostre iniziative e il cancelliere tedesco von Bülow parlò dei giri di valzer che una moglie, pur fedele
al marito, concede ad un altro uomo. In realtà questi giri di valzer avviarono il distacco dell’Italia dalla Triplice e il suo
avvicinamento all’Intesa franco-inglese, come avremo presto occasione di vedere (cap. II, par. 6). Assicuratosi
dell’assenso della Francia e dell’Inghilterra, Giolitti nel settembre 1911 ritenne giunto il momento di agire e dopo un
«brutale» ultimatum al sovrano turco, signore di quelle terre, ordinò alle truppe di sbarcare sulle coste tripoline e
cirenaiche. Il premier italiano cercò di giustificare diplomaticamente la spedizione sostenendo la necessità di impedire
che la Libia fosse occupata da altre potenze e che gli equilibri mediterranei fossero in tal modo alterati. Abbiamo già
accennato all’impresa africana ponendo in evidenza come essa sia stata al centro di una partita giocata tra il
Ministero, i nazionalisti, i socialisti ed i cattolici (par. 4); è ora il caso di ricordare che la spedizione significò anche una
sostanziale concessione all’alta finanza: già da anni il Banco di Roma aveva operato forti investimenti in Libia e in
Turchia. In Italia la guerra suscitò una ventata di entusiasmi nazionalistici, di retorica romano-imperiale, di bellicismo
estetizzante. Non mancò l’approvazione dei cattolici che celebrarono nell’impresa un ritorno alle Crociate contro
l’Islam. Larga parte dell’opinione pubblica moderata considerò con favore la guerra, immaginando a torto in Libia (che
si rivelò, a conquista avvenuta, «uno scatolone di sabbia») un Eldorado di ricchezze. Nell’ambito del Partito socialista,
mentre le correnti turatiana e radicale rimasero intransigentemente contrarie alla guerra, i sindacalisti rivoluzionari di
Arturo Labriola (1873-1954) ed i moderati di Leonida Bissolati (1857-1920) e di Ivanoe Bonomi (1873-1952)
assecondarono l’impresa, asserendo che la Libia avrebbe offerto uno sbocco all’emigrazione meridionale e sarebbe
stata «la terra promessa del lavoro italiano». L’andamento delle operazioni, l’imprevista opposizione delle popolazioni
libiche dell’interno raffreddarono presto gli entusiasmi italiani, mentre si cominciò a valutare l’alto costo dell’impresa,
appena ricomparve, dopo dieci anni di pareggio, un ingente passivo nel bilancio dello Stato. Per affrettare la
conclusione del conflitto lo Stato Maggiore sentì l’esigenza di avvicinare la guerra al territorio turco. Perciò, nella
primavera del 1912, fu attaccata Rodi e venne forzato lo Stretto dei Dardanelli. La Turchia fu così costretta ad
accettare la Pace di Losanna (18 ottobre 1912) con la quale riconobbe all’Italia, oltre alla sovranità sulla Libia, il diritto
di conservare il controllo di Rodi e delle isole del Dodecaneso a garanzia dell’evacuazione turca dei territori libici e
della cessazione della guerriglia da parte dell’indomabile resistenza araba. In effetti questa guerriglia si perpetuò fino
al 1927, anche in grazia degli aiuti turchi, e ciò fornì all’Italia l’alibi per mantenere stabilmente l’occupazione delle isole
egee. Il conflitto turco, innescando le due guerre balcaniche del 1912-1914 (vol. II, cap. XVII, par. 10), rese più precario
l’equilibrio politico internazionale negli anni che immediatamente precedono la prima guerra mondiale.

6. Socialisti e cattolici nell’età giolittiana

Nelle pagine precedenti abbiamo inquadrato l’opera di Giolitti nel contesto dei rapporti che egli ebbe con i socialisti,
con i cattolici, con i nazionalisti: crediamo ora opportuno far seguire poche essenziali informazioni sulle vicende di
questi movimenti nei decenni a cavallo del secolo. I problemi del socialismo europeo nell’età della Seconda
Internazionale sono stati affrontati nel secondo volume (cap. XV, par. 10, letture 20 e 21); in quella occasione si sono
presentate le correnti dei riformisti, dei rivoluzionari e degli anarco-sindacalisti che, in Francia, in Germania, in
Inghilterra promossero la dialettica interna del partito. Anche le vicende del socialismo italiano nell’età crispina sono
state esposte nel secondo volume (cap. XVIII, par. 7, letture 8, 20 e 21; cap. XIX, par. 4, letture 5 e 16); abbiamo fatto
cenno ai dibattiti che segnarono, sin dalle origini, la storia del socialismo italiano e si è detto del prevalere, all’inizio del
secolo, della corrente riformista turatiana che si colloca al centro di due gruppi: l’uno di destra, che fa capo a Bissolati
e Bonomi, ispirato alle istanze revisioniste di Bernstein, l’altro di sinistra che raccoglie i socialisti rivoluzionari guidati
da Arturo Labriola (da non confondersi con il teorico del materialismo storico Antonio Labriola), ostile a qualsiasi
partecipazione a governi borghesi e teorizzante, sulla scia di Sorel, lo sciopero generale in funzione rivoluzionaria. La
storia del socialismo italiano è la storia del prevalere dell’una o dell’altra di queste correnti, che si dettero battaglia
negli annuali congressi fino a determinare profonde lacerazioni. Il Congresso di Bologna del 1904 vide la prevalenza
dei socialisti rivoluzionari intransigenti e ciò condusse allo sciopero generale dello stesso anno. Nel Congresso di
Firenze del 1908 furono i riformisti turatiani ad avere la maggioranza, per cui riuscirono a far espellere dal partito i
sindacalisti rivoluzionari, responsabili di aver promosso un grande sciopero bracciantile nel Parmense e nel Ferrarese.
Nell’attacco portato agli intransigenti i turatiani ebbero il sostegno della Confederazione Generale del Lavoro (CGL),
nata nel 1906, con una forte caratterizzazione riformista. La sinistra del partito prevalse, tuttavia, di nuovo nel
Congresso di Reggio Emilia del 1912, capeggiata da un giovane tribuno romagnolo, Benito Mussolini, e ottenne
l’espulsione del gruppo dei riformisti di destra guidati da Bissolati, Bonomi, Cabrini, assai vicini alle posizioni di Giolitti,
accusati di avere approvato, contro la tradizione pacifista e internazionalista del partito, la guerra di Libia. L’espulsione
provocò la costituzione di un nuovo partito socialista (Partito socialista riformista), che trovò tuttavia scarso seguito
tra i militanti di base, mentre il Partito socialista originario, anche per l’azione svolta da Mussolini, divenuto direttore
dell’«Avanti!», assunse posizioni sempre più intransigenti, dichiaratamente rivoluzionarie e antiparlamentari. Per
quanto riguarda i cattolici, nel secondo volume (cap. XV, par. 11, letture 27 e 28) abbiamo ricordato la moderata
apertura verso il mondo moderno segnata dal pontificato di Leone XIII; ad essa seguì, con la salita al soglio pontificio di
Pio X (1903-1914), un periodo di intransigenza dottrinale e di rifiuto delle nuove tendenze che lievitavano nella società
cattolica. Non solo fu condannato nel 1907 con l’enciclica «Pascendi» il movimento «modernista» (letture 8 e 9), ma
furono emarginati e spinti all’opposizione anche quei gruppi di cattolici che con Romolo Murri (1870-1944), Filippo
Meda (18691939), Luigi Sturzo (1871-1959) avanzavano un programma di «democrazia cristiana», proponendo un
aperto e civile confronto con lo Stato laico. Trovarono, invece, appoggio presso la gerarchia ecclesiastica le esigenze
dei cattolici conservatori che, superando le vecchie distinzioni di «transigenti» e «intransigenti» (vol. II, cap. XV, lett.
27), cercavano la collaborazione con la classe dirigente in nome di una comune difesa contro l’avanzata radicale e
socialista. Questo orientamento, che fu detto «clerico-moderato», portò all’indiretta partecipazione dei cattolici alle
elezioni politiche. Dal 1904 in poi (lett. 21) furono appoggiati, ovunque fosse possibile, i candidati liberali o
notoriamente cattolici o, in ogni modo, disposti a contrastare i disegni di legge contrari agli interessi religiosi. L’intesa
culminò con il cosiddetto «Patto Gentiloni» (lett. 22) grazie al quale i «cattolici deputati» ottennero un rilevante
successo elettorale, sicché la loro presenza in Parlamento trasformò profondamente il carattere della maggioranza e
fini col mettere definitivamente in crisi il sistema giolittiano (par. 9). L’inserimento dei clerico-moderati nella vita
politica trovò riscontro nell’accentuata penetrazione dei cattolici nell’industria, nella banca, nelle cooperative, nella
scuola, nella stampa; negli anni che precedono il conflitto mondiale essi si rivelano come una forza profondamente
radicata e largamente diffusa nella società italiana.

7. Il nazionalismo italiano si organizza in movimento politico (1910)

Nel corso della trattazione dei problemi centrali della storia europea dell’Ottocento abbiamo colto il processo di
svuotamento della rousseauiana e democratica idea di nazione, la sua degradazione nei miti del territorio, del sangue
e della razza, il suo capovolgimento nelle teorie della conquista e dello Stato autoritario. Si è fatto anche cenno alla
diffusione delle ideologie nazionaliste, ai metodi con i quali, grazie ad un’accorta regia dell’emotività collettiva, si
seppe organizzare intorno all’idea della grandezza nazionale un consenso di massa. Abbiamo infine indicato
nell’irruzione delle folle «nazional-patriottiche» sulla scena della storia, le premesse dell’instaurazione dei moderni
regimi reazionari, del fascismo e del nazismo (vol. II, cap. XV, par. 7, letture 13, 14, 25 e 26; cap. XVI, par. 1, lett. 8; cap.
XVII, par. 6, letture 1, 2, 4, 6, 7, 8, 9, 10, 18, 20 e 21). In Italia le prime testimonianze d’un programma nazionalistico,
ancora incerto tra letteratura e politica, possono cogliersi nelle riviste d’avanguardia che mescolavano temi
decadentistici, messaggi futuristici, propositi autoritari, entusiasmi guerrieri, rancori antipopolari. Nell’età crispina, ma
soprattutto nei primi anni del Novecento, gli intellettuali nazionalisti cercarono di trasferire i loro programmi dalla
letteratura e dalla teoria alla realizzazione politica. Nel 1908 l’annessione austriaca della Bosnia e della Erzegovina
provocò in Italia la delusione per la politica delle «mani nette» e suscitò, con una fiammata di passioni irredentistiche,
un forte movimento di opinione nazionalistica. È del 1910 quel primo congresso nazionalista di Firenze, nel corso del
quale la guerra fu salutata come «sola igiene del mondo» e fu condannata «l’immonda genia dei pacifisti». A
conclusione del congresso fu fondata l’Associazione Nazionalista Italiana (ANI). In questa, la sparuta minoranza
democratica fu ben presto emarginata ed emersero le componenti di fondo del nazionalismo italiano. Postosi
all’estrema destra dello schieramento politico, il movimento rivelò sempre più chiaramente la sua ispirazione
reazionaria, formulando progetti insieme antiliberali e antisocialisti e avanzando le prime tesi imperialistiche e
corporativistiche. Già al Congresso di Firenze del 1910, il nazionalista Luigi Federzoni (1878-1967) aveva sollecitato il
governo italiano a riprendere con l’intervento militare in Libia il programma di conquiste africane che era stato
crispino (vol. II, cap. XIX, par. 7). I nazionalisti «fecero della impresa oltremare la loro guerra», il preludio della
«irresistibile espansione italiana». Gli storici hanno, comunque, rilevato che, al di sotto degli entusiasmi nazionalistici,
premevano interessi ben concreti e che «gli esteti inneggianti alla guerra come a un lavacro di sangue» erano legati a
filo doppio con l’alta finanza e con la classe industriale, le cui esigenze di commesse militari e di protezionismo
doganale essi giustificavano con gli espedienti di un’abile retorica che utilizzava il linguaggio delle avanguardie
letterarie per rendere accettabili, non certo a tutti ma almeno a molti, le scelte supreme (letture 11, 12, 13 e 14).

8. I problemi del Mezzogiorno nell’età giolittiana

I contemporanei non rimasero indifferenti di fronte alla scelta «settentrionalista» di Giolitti: questi fu accusato di
avere instaurato un’era di prosperità a spese del Mezzogiorno. Personalità di grande rilievo, economisti ed uomini
politici di diverso orientamento (da Giustino Fortunato a Gaetano Salvemini, a Luigi Sturzo, a Francesco Saverio Nitti,
ad Antonio De Viti De Marco, a Vilfredo Pareto, a Luigi Albertini, a Luigi Einaudi) ribadirono, con varie argomentazioni,
due fondamentali capi d’accusa: lo sviluppo industriale sorretto e favorito dagli interventi statali aveva trasformato
esclusivamente l’Italia settentrionale, mentre il Mezzogiorno aveva conservato – come sappiamo – la sua arretrata
struttura agraria; la politica protezionista voluta da Crispi, da Giolitti e dagli industriali aveva premiato il Nord ligure e
padano sacrificando la produzione e le esportazioni (agrumi, olio, vini) delle province meridionali. L’economista lucano
Francesco Saverio Nitti (1868-1953) dimostrò come nel primo mezzo secolo di vita unitaria il prelievo fiscale si fosse
trasformato in un gigantesco trasferimento di capitali dal Sud al Nord. I contribuenti meridionali erano quelli che
avevano pagato i costi dell’industrializzazione; il protezionismo e la Tariffa (vol. II, cap. XVIII, par. 5) avevano fatto delle
regioni del Sud il mercato privilegiato per lo smercio dei prodotti della Padania. L’insigne storico Gaetano Salvemini
(1873-1957) denunciò, invece, in Giovanni Giolitti il responsabile d’un’opera di sistematica corruzione elettorale: le
pressioni dei prefetti, le intimidazioni dei «mazzieri», i favori elargiti alle clientele avevano trasformato la
rappresentanza meridionale in un docile strumento del governo, nel quale non si rifletteva più la volontà degli elettori.
Di almeno alcune di queste accuse lo stesso Giolitti parve consapevole quando, nel giustificare la propria opera di
governo, ricorse alla cruda immagine del sarto che, volendo tagliare l’abito per un gobbo deve necessariamente «fare
la gobba all’abito». «È doveroso riconoscere – conclude uno storico contemporaneo – che Giolitti o i Gabinetti da lui
manovrati non mancarono di prendere notevoli provvidenze a favore del Mezzogiorno [...] ma la situazione pressoché
feudale di molte di quelle province avrebbe richiesto l’opera del piccone eversivo e d’una politica francamente
rivoluzionaria, non le paternalistiche provvidenze dello statista di Dronero. Per mutare l’assetto del Sud si sarebbe
dovuta invertire la politica economica del paese, procedere alla distribuzione della grande proprietà parassitaria,
incentivare il credito agrario, aprire il paese al mercato mediterraneo. Poiché questo non avvenne (e non poteva
avvenire), alle plebi del Sud non rimase, per sopravvivere, altra via che l’emigrazione».

9. Le elezioni generali dell’ottobre 1913; la «settimana rossa» del giugno 1914; la fine dell’età giolittiana

Le elezioni generali politiche si tennero, con doppio turno di ballottaggio, nell’ottobre e nel novembre 1913. La lista
governativa riscosse in quella prima prova del suffragio universale maschile una maggioranza rassicurante: oltre 300
deputati contro i 160 delle Sinistre, 29 cattolici «dichiarati tali», 3 nazionalisti. Fu ben presto evidente che si trattava di
una maggioranza più apparente che reale. Molto incautamente il conte Gentiloni dichiarò alla Camera che il governo
non era stato sommerso dai voti socialisti solo grazie all’appoggio dell’elettorato cattolico. Quando vennero divulgati i
termini del Patto Gentiloni (par. 6, lett. 22) – sino allora tenuti segreti – ci si rese conto che oltre 220 deputati della
lista governativa erano stati eletti «in seguito agli accordi con la sacrestia». Nella Camera divampò la protesta delle
Sinistre. I radicali che sino allora avevano appoggiato Giolitti rifiutarono di collaborare con forze cattoliche che non
erano – come i gruppi di Romolo Murri e di Filippo Meda – aperti ai problemi della società presente (par. 6), ma legati,
invece, tramite le gerarchie ecclesiastiche, agli ideali e agli interessi della conservazione. Giolitti, «posto di fronte ad un
ritorno di fiamma dell’anticlericalismo, ricorse alla sua vecchia abitudine di passare la mano», di lasciare, cioè, il
potere ad una personalità non di primo piano, della quale si potesse facilmente sbarazzare appena avesse giudicato
opportuno riprendere il controllo della situazione. Così, nel marzo 1914, il Ministero fu assunto dal pugliese Antonio
Salandra (1853-1931), liberale conservatore gradito agli agrari. La «nomina» di Salandra fu interpretata dal paese
come una soluzione di destra alla crisi del giolittismo; si inasprì la protesta e si riaccese la lotta sociale guidata dai
socialisti rivoluzionari, usciti vittoriosi dal recente Congresso di Reggio Emilia. Il socialista Benito Mussolini, l’allora
repubblicano Pietro Nenni e l’anarchico Errico Malatesta tentarono lo sfruttamento rivoluzionario d’uno sciopero
generale proclamato dalla Confederazione generale del lavoro: nel giugno 1914 nelle Marche e in Romagna
divamparono disordini che si estesero anche in altre località della penisola, sino a prendere l’aspetto di
un’insurrezione generalizzata. Si trattava, peraltro, d’un moto più anarchico che proletario; secondo alcuni la
«settimana rossa» (questo il nome che fu dato alla sommossa) fu soltanto la «caricatura d’una rivoluzione» e venne,
comunque, facilmente soffocata dalla concorde reazione di Salandra – che non esitò a mobilitare l’esercito – e della
turatiana Confederazione generale del lavoro, che espresse la sua alta condanna. Ben altri problemi dovevano imporsi
all’attenzione degli Italiani in quella estate del 1914; il 28 giugno a Sarajevo l’erede al trono asburgico cadeva vittima di
un attentato; pochi giorni dopo l’Austria inviava il suo ultimatum al regno di Serbia e il 3 agosto «le luci si spegnevano
in tutta l’Europa»: era la prima notte della guerra mondiale (cap. II, par. 2).

La politica di Giolitti suscitò fra i contemporanei, come vedremo più avanti (lett. 35), entusiastici consensi e aspre
polemiche. Implacabili avversari ne furono i meridionalisti – da G. Salvemini ad A. De Viti De Marco, da F. S. Nitti a G.
Fortunato –, concordi nel denunciare, anche se da prospettive diverse, il «malgoverno» che pur caratterizzò
negativamente quegli anni. Nella pagina che presentiamo G. Salvemini (ma sull’anti giolittismo di quest’ultimo vedi
anche le letture 6 e 35) traccia un quadro assai fosco della politica dello statista piemontese: «nessuno è stato mai così
brutale, così cinico, così spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica sull’asservimento, sul
pervertimento, sul disprezzo del Mezzogiorno d’Italia; nessuno ha fatto un uso più sistematico e più sfacciato, nelle
elezioni del Mezzogiorno, di ogni sorta di violenze e di reati»; una politica che gli guadagnò l’epiteto di «ministro della
malavita». Questo aspro giudizio fu sostanzialmente corretto quando Salvemini, tornato in Italia dopo il suo lungo
esilio politico, nel 1949 scrisse: «Debbo riconoscere che la conoscenza degli uomini che vennero dopo Giolitti in Italia e
la esperienza dei paesi in cui sono vissuto in questi ultimi vent’anni mi hanno persuaso che Giolitti non fu migliore, ma
non fu neanche peggiore di molti politicanti non italiani, e fu certo migliore dei politicanti italiani che gli
succedettero».

L’onorevole Giolitti [...] approfitta delle miserevoli condizioni del Mezzogiorno per legare a sé la massa dei deputati
meridionali; dà a costoro carta bianca nelle amministrazioni locali; mette nelle elezioni a loro servizio la malavita e la
questura; assicura ad essi ed ai loro clienti la più incondizionata impunità; lascia che cadano in prescrizione i processi
elettorali e interviene con amnistie al momento opportuno; mantiene in ufficio i sindaci condannati per reati elettorali;
premia i colpevoli con decorazioni, non punisce mai i delegati delinquenti; approfondisce e consolida la violenza e la
corruzione dove rampollano spontanee dalle miserie locali; le introduce ufficialmente nei paesi dove erano prima
ignorate. L’onorevole Giolitti non è certo il primo uomo di governo dell’Italia una che abbia considerato il Mezzogiorno
come terra di conquista aperta ad ogni attentato malvagio. Ma nessuno è stato mai così brutale, così cinico, così
spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica sull’asservimento, sul pervertimento, sul disprezzo del
Mezzogiorno d’Italia; nessuno ha fatto un uso più sistematico e più sfacciato, nelle elezioni del Mezzogiorno, di ogni
sorta di violenze e di reati [...]. La tattica dell’onorevole Giolitti è stata sempre quella di far la politica conservatrice per
mezzo dei condottieri dei partiti democratici: sia lusingandoli e addomesticandoli per via di attenzioni individuali
(siamo arrivati già alle nomine senatoriali) sia, quando si tratti di uomini personalmente disinteressati, come Turati e
Bissolati1, conquistandoli con riforme le quali non intacchino seriamente gli interessi economici e politici dei gruppi
dominanti nel governo (esempio: certe leggine sociali misurate col contagocce), oppure tali che l’onorevole Giolitti
s’illuda di poterne ridurre l’attuazione pratica ad una turlupinatura (esempio: il suffragio quasi universale) [...]. Giolitti
ebbe il buon senso di capire che occorreva cambiare strada e non continuare, nelle nuove condizioni sociali e
psicologiche del popolo italiano, la politica del mulo bendato. Sarebbe stolto negare quel buon senso. Ma deve
rimanere ben chiaro che quando Giolitti sopravvenne a largire quella «concessione», gli operai italiani quella
concessione se l’erano già presa da sé, grazie ai loro sacrifici, e di loro volontà. Per dargli tutto quanto gli spetta,
bisogna dire che non appena Giolitti diventò ministro degli Interni nel 1901 e abbandonò la politica di compressione
contro le organizzazioni operaie, si scatenò per due anni in Italia, e specialmente nelle campagne, un ciclone di
scioperi senza precedenti. Innanzi a quella tempesta un uomo che fosse stato dotato di un sistema nervoso meno
solido avrebbe perduto la testa e sarebbe ritornato ai metodi animaleschi degli anni passati, provocando chi sa quali
più violente complicazioni. L’uomo non perdé la testa. Rimase saldo in arcioni. Fu questo il suo contributo personale, e
fu grande, al superamento di quella crisi. In quegli anni i poveri diavoli in Italia facevano valere le loro ragioni. Mettersi
contro quei poveri diavoli sarebbe stato per Giolitti non solo andare contro ai suoi sentimenti personali, ma anche
adottare la politica di quei conservatori la cui avversione egli aveva provato negli anni precedenti e provava tuttora. O
l’uomo superava la prova o la sua carriera politica era troncata per sempre. La coincidenza fra la pressione del
movimento operaio, le predisposizioni personali e gli interessi politici dell’uomo fecero di lui in quel momento un
uomo di Stato. Ma quando avremo dato a Giolitti il merito che gli tocca per aver accettato e non frastornato le nuove
correnti benefiche della vita italiana, stiamo bene attenti a non perdere noi quella testa che egli non perdette nel 1901
e 1902, attribuendogli meriti che non ebbe e, peggio ancora, facendo la cospirazione del silenzio sul bene che non fece
e sul male che pur fece. I bilanci si fanno mettendo insieme le partite del dare ed avere, e non una partita sola [...].
Giolitti era quel che nel secolo XVIII sarebbe stato definito come un sostenitore del dispotismo illuminato: cioè un
conservatore paternalista, che riconosceva ai poveri diavoli il diritto di mangiare un po’ di più, vestire un po’ meglio, e
fare il possibile per raggiungere risultati; ma non pensò mai che i poveri diavoli potessero cambiare le basi della
società, in cui erano nati, o dovessero ardire di cambiarle [...]. Giolitti aveva invocato come deputato un largo
decentramento. Ma sotto di lui l’accentramento diventò sempre più invadente e più rigido, e raggiunse la
sistemazione giuridica definitiva colla legge del 1908 sullo stato giuridico dei pubblici funzionari, la quale abbandonò
senza difesa i cittadini al dispotismo dei funzionari e questi al dispotismo dei direttori generali. Quando non era al
governo, Giolitti aveva spesso deplorato che il sistema tributario italiano fosse progressivo alla rovescia. Ma in quel
decennio in cui fu al governo, quando le condizioni economiche e finanziarie italiane sarebbero state favorevoli ad una
riforma a fondo, e lui ebbe ai suoi ordini una vasta e sicura maggioranza parlamentare, e una solida burocrazia, Giolitti
non trovò mai la volontà che per qualche ritocco secondario, al quale spesso del resto fu trascinato da iniziative
dell’opposizione parlamentare [...]. Giolitti non inventò i costumi elettorali dell’Italia meridionale, come non inventò la
prosperità economica e gli avanzi di bilancio. Ma mentre per la prosperità economica e per gli avanzi di bilancio si
deve dire che lasciò fare la vismedicatrix naturae, non si può dire lo stesso per i costumi elettorali dell’Italia
meridionale. Ne approfittò con freddo metodo, con totale mancanza di scrupoli e con profondo disprezzo per chi si
prestava al suo gioco [...]. Un uomo di governo non può raddrizzare tutti gli uomini moralmente gobbi che trova nel
suo paese3. Ma almeno deve operare in modo da non aumentarne il numero [...]. Giolitti migliorò o peggiorò i costumi
elettorali in Italia? La risposta non è dubbia per chi voglia giudicare senza le traveggole dell’amicizia. Li trovò e li lasciò
nell’Italia settentrionale quali si andavano via via migliorando. Li trovò cattivi e li lasciò peggiori nell’Italia meridionale.

La linea riformista portata avanti da Filippo Turati nel Partito socialista italiano, in sintonia con analoghe prese di
posizione all’interno della socialdemocrazia europea (lett. 24), sembrò rendere possibile, nei primissimi anni del
secolo, un’intesa tra i socialisti e il governo. Era allora vivo il ricordo della battaglia parlamentare che aveva visto
zanardelliani e giolittiani fedeli al liberalismo schierati insieme ai repubblicani, ai radicali, ai socialisti contro il tentativo
liberticida di Pelloux (vol. II, cap. XIX, par. 9). Sarebbe stata, comunque, quella che si presentò a Turati nell’autunno
1903, un’occasione difficilmente ripetibile: sperimentare la collaborazione dei socialisti ad un governo liberale e
borghese. Turati declinò l’invito per non mettere in pericolo l’unità del partito, e l’occasione andò perduta. Eppure
Turati era allora convinto che fosse possibile e auspicabile «un’alleanza in funzione modernizzatrice tra il proletariato
organizzato e la frazione progressista della borghesia, in vista del superamento dell’arretratezza e dei residui feudali
ancora largamente presenti nel tessuto economico e sociale del paese». L’occasione non si presenterà più nel corso di
quegli anni. L’opposizione di Turati alla guerra di Libia, vista dal leader socialista come una svolta a destra e una
conferma del trasformismo giolittiano, spezzò la possibilità di quell’alleanza. Testimonianza della linea riformista di
Turati è il discorso qui proposto, che egli tenne alla Camera il 22 maggio 1907, in occasione di un disegno di legge sulla
coltura del riso. Dopo aver ribadito la necessità di proteggere le mondine con un’adeguata legislazione sociale, egli
passò a sottolineare la differenza tra il socialismo riformista e quello rivoluzionario. Erano queste le due anime del
socialismo italiano, e non soltanto italiano. Lo sciopero, che per i socialisti rivoluzionari era l’arma miracolosa, capace
di risolvere ogni problema, aveva invece per i riformisti solo una funzione pedagogico-dimostrativa, perché doveva
servire da una parte a risvegliare una massa «che dorme ancora del sonno medioevale», dandole coscienza di sé,
dall’altra ad ammonire imprenditori e proprietari forzandoli a ridurre i loro profitti entro limiti più ragionevoli,
«costringendoli», sono ancora parole di Turati, «a cercare per altre vie, con un migliore sfruttamento delle fonti
produttive, con una maggiore applicazione dei mezzi chimici e meccanici alle loro industrie, con una più ampia
conoscenza del mercato ecc., quei lucri che prima spremevano unicamente dalla pelle dei lavoratori».

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