Sei sulla pagina 1di 76

1

Il sostegno della Commissione europea alla produzione di questa pubblicazione non


costituisce un'approvazione del contenuto, che riflette esclusivamente il punto di vista degli
autori, e la Commissione non può essere ritenuta responsabile per l'uso che può essere fatto
delle informazioni ivi contenute.

Impaginazione e realizzazione:
Kernel di Tiziano Del Sorbo
Via G. De Falco,45 84084- Fisciano (Sa)
Tel 089.891868 - www.kernel.sa.it
ISBN: 978890396540
stampato nel Dicembre 2019

2
INDICE

Introduzione pag.5
Guzzo V.

1.
Formación para la cultura antidoping pag.10
Ojeda M.

2.
Normativa antidoping: storia, diritti e doveri dell’atleta pag.12
Petrucci M., Berti B., Pleimes R. M.

3.
La prevenzione del doping nei giovani: aspetti psicologici pag.22
Raffone G.

4.
Doping e aspetti nutrizionali pag.32
Gentile N.

5.
Sviluppo della prestazione senza il ricorso a sostanze
dopanti o all’abuso di integratori pag.36
Di Maio L.

6.
La corretta preparazione fisica come strumento di lotta
al doping pag.57
Maurino L.

7.
Infortunio e doping pag.61
Arena S.

8.
L’impatto dell’illecito sportivo sull’atleta pag.65
De Martino R.

Conclusioni pag.72

3
Introduzione
Guzzo V.
Presidente ASD Dojo Karate Pyros, Istruttore sportivo e atleta

“Positive to Health”, Positivo alla salute, è un progetto che nasce dalla


volontà, e dall’esigenza riscontrata, di diffondere il più possibile, al
fine di contrastare il fenomeno “doping” e tutto quello che gli gira
intorno, informazioni corrette, soprattutto tra le varie anime del
dilettantismo. Esso è stato possibile soprattutto grazie all’apporto
dell’Unione Europea, che ha creduto nell’idea approvandola come
progetto nel programma Erasmus+ Sport.
L’idea è stata partorita da una visione platonica del mondo di due
istruttori di arti marziali, i quali vedevano che tra il mondo delle idee
(i valori olimpici) e quello della terra (lo sport praticato in loco) vi
erano distanze siderali. Difatti nella loro ingenuità ritenevano il
doping come un problema relativo soltanto agli atleti di alto livello, i
professionisti; ma in realtà esso si annidava dietro l’angolo, in quel
settore che non viene neanche inteso come sport, ma come attività
motoria, il “muoversi”, il cercare di star bene, ovvero nel settore
amatoriale. Settore che è in continua crescita e in cui il doping prende
sempre più il sopravvento, dalla partita di calcetto alla partitella a
tennis, sino alla famigerata “prova costume”.
Tutto ciò potrebbe passare per una visione “provinciale”, ma i due
istruttori non riuscivano a dare senso a quello che accadeva intorno a
loro. E poi, se questo accadeva in una piccola realtà di periferia
estrema, dove “le notizie dalla città arrivavano sempre con ritardi
biblici”, figurarsi ciò che succedeva in realtà più grandi. Da lì
l’intuizione: trovare un metodo per aprire la mente di chi faceva uso o
di chi stava per cadere tra le grinfie di quel mostro chiamato doping.
Riportare non solo lo sport ma bensì l’attività fisica a quello che
dovrebbe essere il suo scopo primario, ovvero il far star bene le
persone. E fu così che fu presa la decisione di partecipare alla call per
il programma Erasmus+ Sport, che finanzia progetti con idee
innovative, atte a rendere migliori i cittadini del domani. Dopo
un’attenta analisi vengono buttate giù le prime basi di quello che
diventerà una “spina nel fianco” del doping: Positive to Health.
Le linee guida del progetto sono quelle di raggiungere gli attori
principali che ruotano attorno allo sport: l’atleta, il coach, le famiglie e
tutto il tessuto in cui si inserisce l’attività sportiva.

5
I partner, fondamentali per il supporto nella riuscita del progetto, sono
stati: la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti
Marziali), che, dovendo occuparsi di atleti agonisti di caratura
internazionale. sotto il profilo dell’antidoping ha un’esperienza ed
un’organizzazione eccezionali, ed ha fornito competenze e conoscenze
che si sono rivelate essenziali soprattutto per gli incontri formativi di
tipo convegni stico e seminariale; la Federació Catalana d’Esgrima,
che in Spagna collabora strettamente con la WADA per la promozione
dello sport pulito e che, vantando anch’essa campioni di calibro
internazionale, ha necessariamente dovuto portare il proprio settore
antidoping a standard elevati. Inoltre molta attenzione è riservata allo
sport giovanile, per cui anche i più giovani atleti vengono educati alla
correttezza e ai valori olimpici; l’Associazione della Croce Rossa
Italiana, che avendo per scopo l’assistenza sanitaria e sociale si
prodigata per aiutarci a diffondere sani stili di vita e a promuovere la
lotta alle dipendenze sia fisiche che psicologiche; l’associazione
“Italia – Sport Insieme”, che opera in Francia ed ha lo scopo di
rinforzare le relazioni tra i componenti della comunità italiana e i
cittadini francesi nella zona Sud-Ovest della Francia organizzando
eventi e tornei di calcio, pallavolo e pallacanestro, per ambo i sessi e
per tutte l’età, ma anche giornate ludiche per i bambini o gli eventi
come “Giochi senza frontiere” per tutte le famiglie, garantendo
opportunità di aggregazione ed integrazione; l’Associazione Sportiva
Dilettantistica Dojo Karate Pyros, che si impegna sul territorio della
provincia salernitana per diffondere buone pratiche per una vita sana e
per la crescita personale e culturale dei soggetti che entrano nella sua
sfera d’azione. Conoscendo profondamente i bisogni del territorio,
l’associazione nasce già con l’intenzione di migliorare la vita delle
persone attraverso il miglioramento della loro condizione fisica, e di
migliorare la vita sociale attraverso la pratica sportiva svolta in
gruppo, dando a chiunque voglia partecipare la possibilità di prendersi
cura di sé. Si incoraggia, inoltre, la pratica sportiva da parte di interi
nuclei familiari, in quanto si è notato che il rapporto tra i membri della
famiglia si fortifica, e lo stato di salute psico-fisica risulta migliorato.
Questi i cinque partners che si sono prodigati nella messa a punto di
questo nuovo modo di combattere il doping: la conoscenza.
La divisione dei compiti consisteva nel capire quale metodo potesse
funzionare al meglio nella lotta al doping, e ciascuno a suo modo, e
con le modalità più adatte al proprio contesto, ha posto in essere
6
azioni mirate alla sensibilizzazione e all’informazione soprattutto tra i
più giovani.
L’andamento del progetto ha visto vari punti chiave raggiunti con
successo e sinergia di lavoro da parte di tutti i partners. Primo step,
dopo un meeting iniziale, era quello di creare un corso ad hoc di modo
che si potessero creare degli ottimi “soldati”, ovvero un corso per gli
istruttori, coloro i quali sono lì a lottare con i ragazzi per cercare di
estrapolarne il meglio. Questo corso, denominato “Preparatore fisico-
atletico in ambito natural”, si prefiggeva lo scopo di dare il massimo
delle nozioni sia dal punto di vista pratico che teorico, andando a
toccare vari aspetti, da quello nutrizionale a quello psicologico,
portando come docenti tecnici nazionali di varie discipline sportive.
Alla fine del corso i corsisti hanno sostenuto un esame e discussione
della tesina. Da quel momento in poi, sono iniziate le azioni di
informazione che hanno avuto per protagonisti atleti, tecnici, famiglie
ed istituzioni. Un percorso lungo due anni che ha consentito di
instaurare rapporti che, di fatto, proseguiranno anche dopo la
conclusione del progetto stesso.
A questo punto, desidero esporre alcune considerazioni personali.
L’esperienza di andare in giro per l’Italia e per l’Europa alla scoperta
di un metodo atto ad allontanare i ragazzi dalle tentazioni mi ha fatto
maturare tanto su di un argomento sul quale non si finisce mai di
imparare. Molte le sfaccettature che mi hanno colpito, in primis il
fattore psicologico. Come la mente possa condizionare la vita di una
persona è surreale, i fattori sono molteplici, tra cui i più importanti
sono certamente l’autostima e la voglia di non sfigurare, che talvolta
possono portare ad imbrogliare se stessi pur di non venir meno alle
aspettative degli altri.
Ogni atleta aspira alla vittoria, ma alcune volte non vince più per sé
ma per gli altri, perché gli altri si aspettano che lui vinca, e ridare o
instillare il concetto che la vittoria si ottiene prima con se stessi e poi
con gli altri non è stato facile.
Altro aspetto che mi ha profondamente colpito è relativo alla voglia di
farsi accettare dagli altri anche esteticamente: il doping estetico dilaga
tantissimo ed è diretto alla famigerata “prova costume”, al mettersi in
mostra come un pesciolino nell’acquario per essere osservato ed
ammirato; quel doping che poi ti rende ossessionato dal fisico, dalla
considerazione di quello che gli altri pensano e di quello che vedi
davanti allo specchio tutte le mattine e col quale ti devi confrontare.
7
Tra le tante componenti del fenomeno doping che sono emerse in
questi due anni la più spaventosa è l’omertà. Ti potranno ammettere
tutte le colpe del mondo, ma non quella di aver barato con se stessi,
quello mai, sarebbe un’infamia troppo grande da poter reggere.
E l’ignoranza, la tanta ignoranza in materia. Quasi nessuno, nel
mondo del dilettantismo, sapeva come gestire il proprio atleta o il
proprio figlio, e tanti atleti prendevano sotto gamba questo aspetto.
Molti istruttori si rifiutavano di parlarne, anzi si prendevano gioco di
noi perché queste cose non fanno parte delle realtà piccole.
Purtroppo, il danno maggiore nello sport è provocato proprio da
queste persone, che non si informano e vanno allo sbaraglio,
mandando allo sbaraglio anche i propri ragazzi, i quali alla prima
difficoltà “casualmente” incontreranno “il gatto e la volpe” di
collodiana memoria, che sapranno dare il supporto “giusto” avviandoli
ad una pratica scorretta non solo per gli altri ma, soprattutto, per sé
stessi, perché non dimentichiamolo ma… di doping si muore.
Anche questo aspetto è molto contorto nella mente delle persone,
difatti anche se essi sanno di giocare alla roulette russa continuano a
dire che a loro non succederà nulla, perché poi loro sanno quando
smettere e come ed anche in che modo doparsi di modo che tutto resti
invariato nel proprio organismo.
Pura follia questo senso di onnipotenza che cerchi di spiegare
portando risultati scientifici, testimonianze ma che non bastano, ed
allora fai notare di come si sono assoggettati a un farmaco, peggio di
chi usa la stessa maglietta portafortuna o la stessa penna o quel
determinato oggetto portatore di buoni auspici senza il quale la vita
non può proseguire e quindi affidi la tua vita ad un amuleto o farmaco
in questo caso, dove il doping diventa oltre a portatore di morte, di
insoddisfazione, frustrazione, appagamento sociale anche fonte
scaramantica, dove vedremo nel farmacista di turno lo sciamano che
ci darà la pozione magica del villaggio gallico di Asterix, che come
l’anello di Tolkien ci darà poteri per la vittoria. Purtroppo, ad ogni
azione corrisponde una reazione, ed è questo il verbo che si è portato
agli occhi di atleti, istruttori, genitori ed a tutti quelli che ruotano
intorno al mondo dello sport, andando ad “evangelizzare” ogni attore
facente parte del mondo sportivo, sia esso agonistico che (soprattutto)
amatoriale.
Non vi è scusante sul doping, cominciare ad accettare qualsiasi tipo di
scusa sarebbe come sdoganare che il doping non è sleale, un “che c’è
8
di male, tanto lo fanno tutti”, ed è proprio quel “tutti” che ci
prefiggiamo di riportare come il figliuol prodigo verso la retta via, di
modo che si torni a poter combattere ad armi pari.
Utopia? Spero di no, anzi, il nostro “no” al doping dopo questi due
anni ha preso sempre più voce, dopo i vari convegni, le varie
partecipazioni agli eventi sportivi, siamo riusciti a dare una scossa a
questo sottobosco, portando luce ed alla luce tante realtà che ad alcuni
sembravano normali ma che per il codice etico e per la salute in primis
non lo sono.
Molto c’è da fare, ma un sasso lanciato nello stagno crea onde che si
propagano a trecentosessanta gradi.
Se mi dovessi dare una definizione, mi definirei cosi, sassolino
lanciato nello stagno che per due anni ha creato onde che si andavano,
sì, ad infrangere verso riva, ma che la anche bagnavano.

9
1.
Formación para la cultura antidoping
Ojeda M.
Presidente della Federació Catalana d'Esgrima

Mi relación con el mundo del doping y la cultura antidoping siempre


había sido la de un deportista que de vez en cuando tiene que pasar
algún control, o la de un directivo que ha de contratar estos controles
para algunas de las competiciones que organizamos. Siempre me
había parecido algo un poco lejano, sin mucha relación con la práctica
diaria ni con la formación de atletas o entrenadores. Mi deporte, la
esgrima, no es un deporte tan popular como otros y tampoco ha tenido
muchos casos públicos de doping. Tampoco me parecía evidente que
un esgrimista pudiera mejorar sus resultados mediante la toma de
determinadas substancias.
Cuando hace dos años decidimos participar en el proyecto europeo
“Positive ToHealth” lo primero que sentía era mucha curiosidad por
conocer mejor esta cultura y sobre todo por descubrir si este
conocimiento podía traducirse en algo útil para las personas
implicadas en nuestro deporte: deportistas, entrenadores, familias.
Afortunadamente en este período he podido conocer a personas y
organismos para quienes la difusión de la cultura del deporte sano
forma parte de su rutina diaria. Con su ayuda hemos hecho por
primera vez sesiones de formación sobre doping que me han
provocado muchas reflexiones, y estoy seguro que también las han
provocado a la mayoría de jóvenes asistentes. También con su ayuda
hemos podido saber mediante un sencillo cuestionario cuál es el grado
de conocimiento que tienen nuestros atletas sobre el doping y sus
efectos.
Me alegro de poder decir que dos años más tarde mi percepción sobre
la cultura antidoping y del deporte saludable es bastante distinta y
mucho más cercana. Ya no veo el doping como algo de lo que sólo
hay que ocuparse para pasar un control o contratar unos análisis. La
formación sobre el doping puede ser algo tan importante y a la vez tan
sencillo como la formación básica sobre anatomía y fisiología, o sobre
nutrición, que cada vez vemos más naturales para alguien que se
dedica al deporte. Al fin y al cabo se trata de conocer mejor nuestro
propio cuerpo y saber el efecto que tiene sobre él la práctica del

10
deporte, la alimentación o muchos otros de nuestros hábitos.
El cuestionario PEAS que hicimos cumplimentar a muchos de
nuestros atletas indicaba curiosamente que es en las edades tempranas
cuando hay una percepción menos negativa sobre el doping y sus
efectos. Es un resultado que nos hace reflexionar doblemente. Por un
lado parece evidente que a medida que un deportista está más formado
gana conciencia de lo que el doping significa. Pero por otro también
nos indica que podemos hacer más para que los jóvenes tengan un
mejor conocimiento desde que se inician en la práctica deportiva.
Como responsable de una federación deportiva ahora veo como algo
sencillo y casi obvio que nuestros atletas y entrenadores reciban un
poco más de información y formación sobre doping y hábitos
saludables. Añadir anualmente una sesión formativa en los centros de
entrenamiento es una tarea fácil que podemos hacer como una parte
más de la formación deportiva integral. Y añadir también este
contenido en nuestros cursos de entrenadores nos parece otra
conclusión evidente y que llevaremos a la práctica a partir del
próximo verano.
En este caso, como en tantos otros, no nos corresponde tomar grandes
y costosas medidas, sino simplemente ir trabajando para mejorar la
formación, y en definitiva la cultura deportiva de los que se dedican a
él de alguna manera.

11
2.

Normativa antidoping: storia, diritti e doveri dell’atleta


Petrucci M. 1, Berti B. 2, Pleimes R. M. 3
1 Medico dello Sport, fino al 2018 responsabile Centro Medico Federale FIJLKAM
2 Medico Specializzando Medicina dello Sport, Università degli Studi di Siena
3 Responsabile Ufficio Antidoping FIJLKAM

Durante il corso di formazione “Preparatore fisico atletico in ambito


natural” organizzato a Policastro Bussentino (SA) nell’ambito del
progetto “Positive to health”, cofinanziato dall’Unione Europea
nell’ambito del programma Erasmus+, nella lezione del 24 marzo
2018 sono state affrontate le problematiche medico sportive legate al
doping e le sue conseguenze.
Recenti casi di doping in alcuni sport hanno aumentato la
consapevolezza pubblica delle sostanze dopanti nel mondo sportivo.
Per questo, la FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti
Marziali) adotta strategie preventive per la lotta al doping che si
basano sulla formazione di tecnici, atleti, personale medico,
paramedico. Unico fine: la tutela della salute dell’atleta.
Nella società odierna sempre più il farmaco è usato in maniera
impropria in ambiti che sono al di fuori di precise e giustificate
indicazioni mediche. Pertanto, il trattamento farmacologico in ambito
sportivo ha preso sempre più piede negli anni. Con il termine doping,
oggigiorno, si intende l’utilizzo di farmaci, combinazioni
farmacologiche o pratiche mediche usate a scopo non terapeutico, che
hanno il fine di migliorare la performance sportiva (Lippi et al, 2008).
Sono varie e controverse le possibili origini della parola doping. Una
di queste è la parola dop, bevanda alcolica usata come eccitante nelle
danze cerimoniali nel XVIII secolo del sud dell'Africa. Il termine poi
si diffuse in Europa, utilizzato per designare bevande stimolanti e
durante gli anni Novanta del XIX secolo allargò il proprio significato
ad indicare qualsiasi sostanza narcotico-stupefacente. In epoca
romana, il termine doping veniva utilizzato per indicare una mistura
che veniva somministrata ai cavalli nelle corse coi cocchi per esaltarne
la vigoria, pratica punita con la morte (Verroken, 2000); oggigiorno,
esiste un ferreo regolamento antidoping per i cavalli impegnati nelle
competizioni agonistiche (www.feicleansport.org).
La letteratura sull’utilizzo di sostanze dopanti in ambito sportivo è

12
molto fantasiosa, già dagli atleti greci ai giochi Olimpici e dai
gladiatori pare fossero in uso vari stimolanti per migliorare prestazioni
in ogni modo.
Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, piccole dosi
di stricnina erano usate in medicina come stimolanti, diffondendo
questa sostanza come mezzo per migliorare le prestazioni sportive):
quando nel 1904 Thomas Hicks passó il traguardo della maratona di
St. Louis, mentre la folla applaudiva, lui si accasciò a terra, stroncato
dalla fatica e da due dosi di un micidiale cocktail a base di stricnina
(De Maleissye, 2008).
Dorando Pietri, maratoneta italiano durante le Olimpiadi di Londra nel
1908, assunse atropina e stricnina durante la corsa, arrivò primo, ma
poco prima del traguardo collassò a terra. Fu squalificato perché fu
alzato e aiutato da un megafonista per tagliare il traguardo. Questa fu
una delle pagine più epiche della storia delle Olimpiadi e, in un certo
senso, della nascita dello sport moderno: spettacolarizzato,
schiavizzato dai regolamenti, dopato.
Negli anni Trenta, ebbero grande diffusione le amfetamine e i loro
derivati, quando in particolare gli aviatori della seconda guerra
mondiale le usavano per resistere più giorni senza riposare. Furono
sviluppate da un medico tedesco, Fritz Hauschild, strabiliato dagli
effetti delle benzedrine sugli atleti americani arrivati a Berlino nel
1936, per le Olimpiadi del Führer (De Maleissye, 2008).
Il primo passo per la lotta al doping fu mosso nel 1960, quando
durante le Olimpiadi di Roma il ciclista Knut Enemark Jensen morì
durante la 100 km a squadre a causa dell’assunzione di amfetamine.
Lo stesso anno un Concilio Europeo comprendente più di 20 nazioni
emanò una risoluzione contraria all’utilizzo di sostanze dopanti nello
sport.
Le fasi più recenti della lotta al doping sono state precedute da una
lenta evoluzione durante la quale sono stati emanati regolamenti
sempre più precisi.
Nel 1999 a Losanna, in occasione della conferenza mondiale sul
doping, nasce l’Agenzia Mondiale Antidoping (in inglese World Anti-
Doping Agency, WADA), creata per volontà del Comitato Olimpico
Internazionale (CIO). L’Agenzia divenne operativa nel 2000, in
occasione delle Olimpiadi di Sydney. La Wada, cui spetta il compito
di emanare e aggiornare l’elenco delle sostanze proibite, rilasciò la
prima lista nel giugno 2001, con validità dal 1° settembre 2001 al 31
13
dicembre 2002. Oggi Il Codice Mondiale Anti-doping WADA è un
documento redatto al fine di conformare i regolamenti anti-doping in
tutti gli sport e in tutte le nazioni. All'interno dello stesso, la lista
WADA viene aggiornata ogni anno.
Dopo le accuse nell’agosto 1998 dell’allora allenatore della Roma
Zeman, circa il problema del doping nel calcio, che determinarono
un’inchiesta conoscitiva da parte del CONI, l’allora ministro della
salute Rosy Bindi fece emanare nel 2000 la legge 14 del dicembre
2000 n.376 “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e
della lotta contro il doping”. In base a tale normativa sono considerati
reati penali equiparabili al doping "la somministrazione o l'assunzione
di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e
l'adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da
condizioni patologiche e idonee a modificare le condizioni
psicofisiche o biologiche dell'organismo al fine di alterare le
prestazioni agonistiche degli atleti".
Il Doping in Italia è un reato per l’atleta (Legge 376/2000). Una
sanzione emessa da una Federazione sportiva è valida per tutto
l’ordinamento sportivo (Registro delle Sanzioni Disciplinari
dell’Ordinamento Sportivo). Una squalifica superiore ad un anno vieta
a vita la possibilità di ricoprire incarichi dirigenziali nel CONI ed in
tutte le sue Federazioni.
NADO Italia è l’Organizzazione Nazionale Antidoping (NADO),
derivazione funzionale della Agenzia Mondiale Antidoping (World
Anti-Doping Agency WADA). L’intera attività operativa di NADO
Italia è svolta in condizioni di piena autonomia e indipendenza, ma
sottoposta a puntuale vigilanza e verifica da parte di WADA. Per
un’adeguata azione di contrasto alla pratica del doping, NADO Italia
esegue controlli antidoping, in competizione e fuori competizione,
avvalendosi di ispettori medici qualificati della Federazione Medico
Sportiva Italiana (FMSI) nonché, per le analisi dei campioni, del
laboratorio antidoping di Roma, unico accreditato WADA sul
territorio nazionale (Codice Sportivo Antidoping, versione 1/2018).
Qualsiasi atleta ancora in attività agonistica può essere sottoposto a
controllo antidoping in qualsiasi momento della sua carriera, compresi
quelli che stanno scontando un periodo di squalifica.
All’atleta potrà essere richiesto dal personale incaricato del prelievo,
di fornire un proprio campione biologico in qualsiasi momento ed in
qualsiasi luogo, nei termini e nelle modalità previste nel disciplinare
14
dei controlli e delle investigazioni. Eludere, rifiutarsi o omettere di
sottoporsi al prelievo dei campioni costituisce violazione delle norme
antidoping.
A seguito di riscontro di un esito avverso relativamente a qualsiasi
sostanza vietata non specificata o di ricorso a metodo proibito
contenuti nella lista, si procederà a sospensione cautelare dell’atleta.
Pertanto, l’atleta ed il suo staff hanno il dovere controllare tutti i
farmaci e tutti gli integratori assunti, vietando l’assunzione di farmaci,
integratori, bevande o cibi di cui non conoscano la provenienza.
Entrando nello specifico della strutturazione della lista WADA entrata
in vigore dal 1° gennaio 2018 possiamo raggrupparne il contenuto in
tre grandi categorie:

1. Sostanze e metodi sempre proibiti (in e fuori competizione)


2. Sostanze e metodi proibiti in competizione
3. Sostanze proibite in particolari sport

Le sostanze proibite dei tre i gruppi sono a loro volta raggruppate in


classi farmacologiche omogenee (si rimanda alla consultazione della
lista WADA per i singoli farmaci).
Sostanze sempre proibite:
- Agenti anabolizzanti. Comprendono gli steroidi anabolizzanti
androgeni (ad esempio testosterone e nandrolone) e altri anabolizzanti
(tra cui clenbuterolo, modulatori selettivi del recettore degli
androgeni, tibolone, zeranolo e zilpaterolo). Tutti gli agenti
anabolizzanti aumentano forza e massa muscolare e riducono la massa
magra con effetti dose dipendenti (Birzinece V, 2015). Gli effetti
collaterali della loro somministrazione sono molteplici: virilizzazione
e sterilità nelle donne, impotenza e cancro alla prostata negli uomini,
aumento dell’aggressività e modificazioni cardiache (ipertrofia
concentrica, cardiomiopatia, fibrosi, aritmie) anche mortali (Fineschi
V et al, 2007).
- Ormoni peptidici, fattori di crescita, sostanze correlate e mimetici.
Rappresentanti di questa categoria di farmaci sono, ad esempio,
l’ormone della crescita (Growth Hormone, GH) e l’Eritropoietina
(EPO). Tra i maggiori ormoni anabolizzanti, il GH aumenta la massa e
funzione muscolare attraverso l’incremento della sintesi proteica e
limitandone l’uso durante l’esercizio, inoltre aumenta la performance
fisica e la tolleranza all’esercizio intenso (Yarasheski et al, 1992; Liu
15
et al, 2008). I rischi correlati all’assunzione comprendono:
malformazioni scheletriche, diabete, patologie tumorali (Goodman &
Gilman, 2012). L’EPO è un agente stimolante l’eritropoiesi, efficace
farmaco in numerosi tipi di anemia o come terapia antitumorale.
Vietata negli atleti perché incrementa il numero di globuli rossi nel
sangue portando a un aumento del trasporto di ossigeno, con
conseguente miglioramento della performance del muscolo scheletrico
(Dhar et al, 2005). Tra gli effetti collaterali maggiori annoveriamo
l’eritrocitosi, che causa aumento della viscosità del sangue e della
reattività piastrinica quindi rischio di trombosi, infarto e stroke (Dhar
et al, 2005; Birzniece V, 2015).
- Beta-2 agonisti. Sono una classe di farmaci impiegati nel trattamento
dell'asma e di altre malattie polmonari caratterizzate da
broncocostrizione (Goodman & Gilman, 2012). Esplicano la loro
funzione stimolando i recettori Beta-2 adrenergici presenti nella
muscolatura liscia bronchiale con la funzione broncodilatatoria sul
sistema respiratorio che può comportare il miglioramento degli scambi
di ossigeno. La selettività per i recettori Beta-2 non è assoluta e viene
persa ad alte concentrazioni di assunzione, con effetti collaterali
cardiaci tachicardizzanti e effetti sul sistema nervoso centrale (cefalee,
tremore, irritabilità). Se assunti per bocca, alcuni Beta-2 agonisti
hanno anche funzione anabolizzante sul muscolo scheletrico, riducono
la massa grassa e l’utilizzo di proteine (Davis et al, 2008; Reardon and
Creado , 2014). I Beta-2 agonisti sono tutti proibiti dalla lista Wada ad
eccezione della via di somministrazione inalatoria di salbutamolo,
formoterolo e salmeterolo la cui presenza nelle urine non deve
superare le dosi consentite (si rimanda alla consultazione della lista
WADA 2018).
- Modulatori ormonali e metabolici. Tra questi l’insulina, ormone
secreto dal pancreas con effetti ipoglicemici. Riducendo la
concentrazione di glucosio nel sangue, ne favorisce il trasporto alle
cellule del muscolo e del tessuto adiposo. La sua azione favorisce
l'aumento dell'assorbimento del glucosio e la gluconeogenesi
(formazione di depositi di zucchero nei muscoli e nel fegato), con
conseguente aumento delle riserve di energia per l’attività muscolare.
I rischi dell’uso di insulina come agente dopante, può consistere
nell’ipoglicemia che, se non trattata prontamente può causare coma,
danno cerebrale e morte (McArdle et al, 2009; Goodman & Gilman,
2012)
16
- Diuretici e agenti mascheranti. Sono farmaci normalmente indicati
nel trattamento dell’ipertensione, aumentano la funzionalità renale e
favoriscono la diuresi (Goodman & Gilman, 2012). Come agente
dopante vengono utilizzati come agente mascherante per la
somministrazione di altre sostanze dopanti che vengono eliminate
attraverso le urine, oltre che essere assunti per ottenere un rapido calo
di peso nelle discipline che prevedono un calo ponderale. La
pericolosità dell’uso di questi farmaci in atleti che si sottopongono a
sforzi prolungati è legata a effetti ipotensivi esacerbati da stati di forte
disidratazione che possono portare a shock ipovolemico e alterazioni
del bilancio idrosalino (Goodman & Gilman, 2012).

Metodi sempre proibiti:


- Manipolazione del sangue e dei componenti del sangue. Oltre a
questi anche l’impiego di sostituti artificiali del sangue quali
emulsioni di perfluorocarburi. Sono tutti proibiti perché migliorano
l’apporto di ossigeno dell‘organismo con conseguente impatto
positivo sulla performance.
- Manipolazione fisica e chimica. Comprende l’infusione o iniezione
di più di 100ml per un periodo di 12 ore ad eccezione di quelle
legittimamente ricevute nel corso di trattamenti in ospedale, interventi,
o indagini diagnostiche cliniche.
- Doping genetico. Si intende il trasferimento di materiale genetico
implicato nel migliorare la performance atletica (forza e potenza
muscolare, resistenza alla fatica, tolleranza al dolore, motivazione,
recupero post infortunio) (Van Der Gronde et al, 2013). Questo può
avvenire ad esempio attraverso l’iniezione diretta di materiale
genetico nel muscolo oppure attraverso l’iniezione intravenosa o
intramuscolare di un virus contenente il gene di interesse (Birzniece
V, 2015).
Sostanze proibite in competizione
- Stimolanti. Tra questi l’amfetamina è considerata il più potente
farmaco ad azione stimolante il Sistema Nervoso Centrale (SNC).
Previene l’insorgenza del sonno, riduce l’affaticamento, aumenta
l’attenzione e potenzia l’effetto analgesico degli oppioidi (Goodman
& Gilman, 2012). Tra gli effetti collaterali maggiori troviamo: effetti
anoressizzanti, psicosi, ipotensione e collasso cardiocircolatorio,
dipendenza, aritmie e infarto miocardico fino alla morte (Dhar et al
2005). La cocaina è un attivante con effetto sul SNC simile
17
all’amfetamina. Ad alti dosaggi porta tremori, ansia, paranoia,
tachicardia, palpitazioni, in caso di overdose può portare a
convulsioni, blocco respiratorio, infarto (Gil et al, 2016). L’efedrina è
un farmaco simpatico mimetico che induce il rilascio di noradrenalina
dai neuroni simpatici con effetto ipertensivo, broncodilatatore e
attivante il SNC. Viene usata principalmente come vasocostrittore
locali per la mucosa nasale e occhio, trovandosi facilmente in molti
prodotti da banco per il trattamento della congestione nasale
(Goodman & Gilman, 2012). Particolare attenzione poniamo alla
nicotina e alla caffeina. Sono entrambe utilizzate per il loro effetto
stimolante il SNC per ridurre la percezione della fatica; secondo la
normativa in vigore, non sono considerate sostanze proibite, ma sono
entrambe incluse nel programma di monitoraggio 2018 (lista WADA
2018).
- Narcotici. Fanno parte il fentanil, la morfina, Ossicodone e
metadone. Sono farmaci oppioidi, derivati dalla resina del papavero da
oppio (attenzione all’eccessivo utilizzo dei semi di papavero nei cibi!)
che vengono utilizzati per attenuare il dolore acuto e cronico e nelle
sedazioni. Tra i vari effetti avversi, causano: euforia, tranquillità e
gratificazione, dipendenza e astinenza, sono pertanto vietati nello
sport. Tutti gli oppioidi hanno un effetto sedativo della tosse,
attraverso un’azione di inibizione centrale. Ci sono farmaci come la
codeina e la paracodina che sono contenuti in comuni sciroppi
antitussigeni e in antidolorifici, che non sono considerate sostanze
proibite di per sé, ma che contengono gli stessi metaboliti della
morfina (Goodman & Gilman, 2012).
- Cannabinoidi. Proibiti sia i cannabinoidi naturali che di sintesi sono
vietati. Riducono l’ansia e inducono rilassamento muscolare, senza
effetto sulla performance sportiva (Bergamaschi & Crippa, 2013; Gil
et al, 2016). A lungo termine manifestano sintomi da astinenza,
disturbi del sonno e irritabilità.
- Glucocorticosteroidi. Sono un gruppo di ormoni naturali e sostanze
di sintesi con effetto antinfiammatorio e immunosoppressivo. Sono
una categoria di farmaci ampiamente usati in medicina nel trattamento
di disordini acuti e cronici (asma, allergie, artriti, tumori, edema
cerebrale ecc..). Oltre a questi effetti terapeutici i glucocorticoidi
migliorano la prestazione sportiva perché aumentano la disponibilità
di substrati metabolici per il muscolo (effetto ergogenico),
impediscono il rilascio di citochine pro-infiammatorie nel danno
18
muscolare indotto dall’esercizio e aumentano il rilascio di dopamina
dal SNC con effetti benefici sull’umore (Pigozzi et al, 2012). Dalla
vigente normativa antidoping sono proibiti tutti i glucocorticosteroidi
quando somministrati per via orale, endovenosa, intramuscolare o
rettale.

Sostanze proibite in particolari sport (consultare la lista per le


federazioni sportive)
- Beta bloccanti. Efficaci farmaci utilizzati per il trattamento
dell’ipertensione, della cardiopatia ischemica e di alcune aritmie. Fra
gli altri effetti, risultano efficaci nel bloccare il tremore muscolare
indotto dalle catecolamine (prodotte ad esempio in condizione di
stress) (Goodman & Gilman, 2012). Risulta facile capire, pertanto,
che l’utilizzo di tale sostanza è proibita solo in particolari sport dove
la stabilità della prestazione motoria risulta fondamentale per la
competizione (per la Federazione Tiro con l’arco e per la Federazione
Tiro sono proibiti anche fuori competizione).

Bisogna porre particolare attenzione all’utilizzo degli integratori


(vitamine, minerali ecc..), la cui purezza non può essere garantita. Ci
sono studi che evidenziano come molti integratori alimentari possano
essere contaminati da sostanze anabolizzanti non approvate dal
Ministero della Salute (Reardon and Creado , 2014). Sono stati
evidenziati inoltre casi di positività per carne contaminata con
clenbuterolo (anabolizzante) in Cina e Messico per cui è consigliabile
il divieto agli atleti di consumare carne di qualsiasi genere nei paesi
citati.
Molti dei farmaci sopra descritti, sono noti per il loro effetto
terapeutico in molte e comuni malattie. Come citato dall’Articolo 14
delle Norme Sportive Antidoping in vigore dal 1° gennaio 2018,
qualora gli atleti si trovino in condizioni di salute tali che richiedano
l’uso di particolari farmaci o trattamenti compresi nella lista Wada,
dovranno attivare la procedura per l’ottenimento di una TUE
(Esenzione a Fini Terapeutici). A tal fine deve essere presentata
domanda di TUE al comitato di appartenenza tempestivamente
(documentazione al sito www.nadoitalia.it)
Sulla base di quanto detto possiamo concludere dicendo che i farmaci
sono un presidio terapeutico spesso essenziale nel trattamento di molti
disordini. Ma lo sport si basa sulla lealtà competitiva e tale principio
19
viene meno quando si ricorre all’eccessiva medicalizzazione con il
fine voler mettere l’avversario nelle condizioni di inferiorità. Il solo
sospetto che il farmaco possa falsare un risultato di una competizione
ci pone davanti una “mentalità dopante” che rende l’uso dei farmaci
inammissibile.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- Bergamaschi, M.M. & Crippa. Why should cannabis be considered doping in
sports? Frontiers in Psychiatry. Front Psychiatry. 2013 May 15; 4:32. Crit Rev Clin
Lab Sci. 2006;43(4):349-91.
- Birzniece V. Doping in sport: effects, harm and misconceptions. Intern Med J.
2015 Mar; 45(3):239-48.
- Davis E, Loiacono R, Summers RJ. The rush to adrenaline: drugs in sport acting on
the beta-adrenergic system. Br J Pharmacol. 2008 Jun;154(3):584-97.
- De Maleissye J. Storia dei veleni. Da Socrate ai giorni nostri. Bologna Odoya,
2008.
- Dhar R, Stout CW, Link MS, Homoud MK, Weinstock J, Estes NA.
Cardiovascular Toxicities of Performance-Enhancing Substances in Sports. Mayo
Clin Proc. 2005 Oct;80(10):1307-15.
- Dvorak J1, Saugy M, Pitsiladis YP. Challenges and threats to implementing the
fight against doping in sport. Br J Sports Med. 2014 May;48(10):807-9.
- Fineschi V, Riezzo I, Centini F, Silingardi E, Licata M, Beduschi G, Karch SB.
Sudden cardiac death during anabolic steroid abuse: morphologic and toxicologic
findings in two fatal cases of bodybuilders. 2007 Int J Legal Med. Jan;121(1):48-53
- Gazzetta Ufficiale n.376 del 14 dicembre 2000. Disciplina della tutela sanitaria
delle attività sportive e della lotta contro il doping.
- Gil F, de Andrade AG Castaldelli-Maia JM. Discussing prevalence, impacts, and
treatment of substance use disorders in athletes. Int Rev Psychiatry. 2016
Dec;28(6):572-578.
- Goodman & Gilman. Le basi farmacologiche della terapia. Il manual. Mc Graw
Hill, 2012
- Judkins C, Prock P. Supplements and inadvertent doping - how big is the risk to
athletes. Med Sport Sci. 2012; 59():143-52.
- Lippi G, Franchini M, Salvagno GL, Guidi GC. Biochemistry, Physiology, and
Complications of Blood Doping: Facts and Speculation. Crit Rev Clin Lab Sci.
2006;43(4):349-91.
- Liu H, Bravata DM, Olkin I, Friedlander A, Liu V, Roberts B, Bendavid E,
Saynina O, Salpeter SR, Garber AM, Hoffman AR. Systematic review: the effects of
growth hormone on athletic performance. Ann Intern Med. 2008 May
20;148(10):747-58.
- McArdle, Frank I. Katch, Victor L. Katch, G. Fano, G. Miserocchi. Fisiologia
applicata allo sport. Aspetti energetici, nutrimenti e performance. William D. Casa
editrice Ambrosiana, 2009
- Norme sportive antidoping. Documento tecnico-attuativo del Codice Mondiale
Antidoping WADA e dei relativi Standard internazionali. NADO ITALIA, Gennaio
2018

20
- Pigozzi F, Di Gianfrancesco A, Zorzo M, Bach N, Mc Donag D, Cummiske J, Di
Luigi I, Pitsiladi Y and Borrione P. Why glucocorticosteroids should remain in the
list of prohibited substances: a sports medicine viewpoint. International Journal of
Immunopathologyand pharmacology, 2012
- Reardon C and Creado S. Drug abuse in athletes. Subst Abuse Rehabil. 2014; 5:
95–105.
- The world anti-doping code international standard prohibited list, WADA January
2018
- Van der Gronde T, de Hon O, Haisma HJ, Pieters T. Gene doping: an overview
and current implications for athletes Br J Sports Med. 2013 Jul;47(11):670-8.
- Verroken M, Drug use and abuse in sport., in Baillieres. Best Pract Res Clin
Endocrinol Metab, vol. 14, nº 1, Mar 2000.
- www.feicleansport.org
- www.nadoitalia.it
- Yarasheski KE, Campbell JA, Smith K, Rennie MJ, Holloszy JO, Bier DM. Effect
of growth hormone and resistance exercise on muscle growth in young men. Am J
Physiol. 1992 Mar;262(3 Pt 1): E261-7

21
3.

La prevenzione del doping nei giovani: aspetti


psicologici1
Raffone G.
Psicologo dello sport

Il problema del doping non è più circoscritto al mondo dello sport di


alto livello, ma è ormai diffuso a largo spettro anche fra coloro che
praticano lo sport per tutti: in tale ottica, il doping degli atleti di
vertice rappresenta soltanto la punta dell’iceberg, mentre il volume
imponente e in costante aumento del commercio di farmaci a effetto
dopante conferma che il vero problema è rappresentato dal doping
praticato dalla vasta popolazione degli sportivi amatoriali e dei
frequentatori di palestre, anche in età giovanile, inficiando la relazione
tra doping e raggiungimento dei massimi livelli di preparazione fisica,
tecnica e psicologica.
Per contrastare la diffusione del “fenomeno doping” è necessaria una
costante azione di prevenzione, individuando prima di tutto i fattori di
rischio che facilitano l’instaurarsi di una mentalità propensa al doping
e, quindi, impostando interventi in grado di contrastarla.
La base su cui il doping si poggia è certamente una cultura dominante
orientata al successo e sulla medicalizzazione della società, che
rischiano di vanificare gli interventi pedagogici preventivi. Perciò, per
riuscire ad attuare una prevenzione efficace occorre creare una vera e
propria cultura in controtendenza, cioè una cultura antidoping, già a
partire dalla pre-adolescenza, prima che il problema del doping
assuma dimensioni macroscopiche.
Dato che l’ambiente privilegiato per creare cultura è la scuola, la
cultura antidoping rientra in primo luogo nell’ambito dell’educazione
fisica, raccordandosi trasversalmente anche con programmi educativi
di educazione alla salute e di educazione alla legalità.
È importante affrontare con cautela il tema delle sostanze dopanti con
i giovanissimi, perché richiamare troppo fortemente la loro attenzione
sulle sostanze dopanti potrebbe scatenare una maggiore curiosità a

1
Tratto da Pesce C., Aspetti psicologici della prevenzione del doping nei giovani, in
Prevenire il doping tra gli studenti. Manuale per gli insegnanti, Ministero della
Pubblica Istruzione, Roma, 2001.

22
provarne gli effetti.
Singler e Treutlein (2000) suggeriscono di limitare l’informazione
preventiva che si rivolge ai bambini sotto ai 10 anni a ciò che
concerne i rischi dell’assunzione autonoma di medicinali, per passare,
solo in età pre-adolescenziale e adolescenziale, ad affrontare la
tematica del doping e della tossicodipendenza.
Ma la ragione principale per cui la prevenzione non va attuata solo
attraverso l’informazione è che esistono una serie di fattori individuali
e sociali su cui si può fare leva con interventi formativi affinché si
riduca la probabilità che un giovane, entrando a diretto contatto con il
problema, ne venga contagiato.
Per individuare questi fattori, la prima domanda che ci si pone è:
perché un giovane sportivo sceglie di doparsi?
I presunti benefici derivanti dall’assunzione di sostanze dopanti
vengono suggeriti dall’esempio negativo di grandi campioni dopati,
assicurati da persone significative e autorevoli come l’allenatore o il
medico sportivo o da amici che ne fanno già uso e, forse, la scelta di
doparsi viene facilitata anche dal fatto che si è già radicata, in
precedenza, l’abitudine ad assumere integratori alimentari di vario
genere, ampiamente pubblicizzati dai media. Anche l’utilizzo delle
nuove tecnologie ha permesso il proliferare di canali video e forum
dedicati in cui le sostanze dopanti sono spiegate, sempre in maniera
parziale, e che costituiscono una forte lusinga per i più giovani.
L’incapacità, da parte dei ragazzi, di comprendere l’effettiva portata di
una pratica dopante è dovuta innanzitutto alla mancanza un’adeguata
informazione sui reali effetti organici, a breve e a lungo termine, delle
sostanze dopanti e sull’appropriatezza o meno dell’uso di determinati
integratori alimentari; in secondo luogo, sin troppo spesso manca
l’educazione a finalizzare l’attività sportiva alla costruzione a lungo
termine della prestazione; infine, non si è ancora avuto un sufficiente
sviluppo di quelle caratteristiche psicologiche che possono contrastare
suggerimenti o proposte provenienti da persone ritenute qualificate o
di fiducia.
Il processo di persuasione all’uso di sostanze dopanti ha inizio con
l’invio, da parte del soggetto offerente, di un messaggio che riesca a
modificare l’atteggiamento del ragazzo nei confronti di ciò che è
nocivo alla salute e di ciò che non lo è, di ciò che è vietato e di ciò che
è lecito e, più in generale, di ciò che è prioritario e di ciò che è
secondario. Ma la riuscita del processo di persuasione non dipende
23
soltanto dalla validità del messaggio, in quanto spesso le persone
concordano con i messaggi persuasivi dopo aver prestato
un’attenzione soltanto superficiale a un certo numero di indizi
informativi (Chaiken, 1980), ma da tre distinte variabili implicate
nella comunicazione: le caratteristiche del comunicatore, del
messaggio e del destinatario (e.g. Jaspars, 1978).
Il proponente, per convincere il ragazzo, può avvalersi di quattro tipi
di potere sociale: il potere di legittimità, quello d’esempio, quello di
competenza e quello di ricompensa. Ammettiamo che a voler
convincere un giovane atleta a doparsi sia un allenatore che, per
ambizione personale o per semplice ignoranza professionale, punti
solo al risultato a breve termine e che, perciò, lo alleni precocemente
in modo specialistico: in questo caso, per convincere il ragazzo potrà
avvalersi dell’autorità che gli deriva dal ruolo che riveste (potere di
legittimità) e, se è stato a sua volta un atleta di ottimo livello, potrà
contare anche sul desiderio del ragazzo di assomigliargli e
identificarsi con lui (potere d’esempio). Inoltre, il ragazzo, avendo
iniziato precocemente la specializzazione sportiva, tenderà ad
ottenere, inizialmente, buoni risultati in gara e, conseguentemente,
sarà portato a spiegare tali risultati con la bravura dell’allenatore,
attribuendogli grandi competenze (potere di competenza). A questo
punto l’allenatore, avendo bruciato le tappe e non riuscendo più a far
crescere adeguatamente la prestazione del ragazzo, sia perché sono
state saturate le possibilità di allenarne i punti forti, sia perché sono
state irreparabilmente trascurate le possibilità di colmarne i punti
deboli attraverso un adeguato allenamento multilaterale, gli proporrà il
doping con la promessa di ulteriori successi (potere di ricompensa).
Altrettanto importanti sono le caratteristiche del messaggio del
persuasore. Affinché un messaggio sia convincente, in primo luogo il
suo contenuto deve essere comprensibile per il ragazzo e deve poter
essere collegato a concetti a lui già noti, strutturati in concetti ripetitivi
e semplici, accompagnati da espressioni rassicuranti per fugare la
eventuale paura di rischi.
Infine, la possibilità di colui che riceve il messaggio di resistere al
persuasore dipende principalmente dalla sua capacità di decidere
autonomamente e dalla sua fiducia in sé stesso: quanto più il ragazzo
avrà sviluppato negli anni, soprattutto nell’ambiente familiare, una
buona capacità decisionale e una solida autostima, tanto meno si
lascerà convincere a cambiare atteggiamento nei confronti del doping.
24
In questo senso, sono fondamentali le caratteristiche psicologiche del
ragazzo, quali il suo livello di sviluppo morale e l’orientamento al
compito e all’impegno.
Nella prevenzione del doping, perciò, non è sufficiente cercare di
impedire, con varie forme di controllo e di restrizione, solo
l’assunzione di sostanze dopanti,
Nell’educazione dei giovani rispetto al problema del doping sembra
che serva ben poco fornire loro soltanto una lunga lista dei rischi a cui
andrebbero incontro se si servissero di sostanze nocive per la salute
(Anshel, & Russell, 1997). Ben più importante è favorire lo sviluppo
di quelle caratteristiche psicologiche che li rendono consapevoli di
non aver bisogno di potenziare artificialmente la loro prestazione, ma
di poter contare sulle proprie capacità e abilità fisiche, cognitive,
emotive e sociali per gestire i successi e gli insuccessi che
accompagnano il perseguimento dei loro obiettivi. Si tratta, cioè, di
favorire lo sviluppo dell’autostima, intesa come un sistema di
riferimento che la persona usa per stabilire mete adeguate alle proprie
possibilità attuali. In sostanza è il giudizio di valore che una persona
dà di se stessa. Essa si sviluppa fin dalla primissima infanzia
attraverso l’interazione prima con i genitori e poi con gli educatori e i
coetanei. Mentre nell’infanzia e nella fanciullezza si sviluppa
prevalentemente la componente più "emotiva" dell’autostima, sulla
base dell’attribuzione di valore da parte di altri significativi, adulti o
coetanei, più avanti si sviluppa maggiormente la componente più
"cognitiva", sulla base dei successi e degli insuccessi vissuti nel
perseguimento di obiettivi autonomamente definiti.
Anche se nella preadolescenza, alla fase principale della costruzione
dell’autostima sulla base del giudizio di altri significativi, sta già
subentrando quella in cui il ragazzo "aggiorna" la propria autostima
valutando autonomamente i propri successi e insuccessi, vale la pena
di analizzare gli effetti dei rinforzi e dei giudizi emessi dalle persone
significative, che se eccessivamente positivi possono portare ad una
sovrastima delle proprie capacità e ad avere aspettative superiori alle
reali possibilità, che verranno in gran parte disilluse dai fatti, mentre
se eccessivamente negativi avranno effetti deleteri sull’autostima degli
allievi e a discapito dell’apprendimento, determinando un circolo
vizioso per cui l’allievo renderà meno e, a sua volta, ciò andrà a
sfavore della sua autostima.
L’autostima non si mantiene costante nel corso dello sviluppo, ma
25
decresce a partire dalla tarda fanciullezza fino a raggiungere un
minimo all’età di circa 13 anni, tornando poi ad aumentare nel corso
dell’adolescenza: di ciò va tenuto conto per evitare che il
relativamente basso livello di autostima nella preadolescenza e
all’inizio dell’adolescenza causi, da parte dell’allievo, un’errata
interpretazione dei propri successi e insuccessi scolastici e sportivi e
vada a discapito del suo benessere.
Altro fattore fondamentale nella prevenzione del doping è la
motivazione che spinge i ragazzi a praticare attività motoria e sportiva
e, particolarmente, se lo fanno per primeggiare sugli altri ("orientati
all’ego") o se lo fanno perché vogliono impegnarsi a migliorare la
propria maestria ("orientati al compito") (Duda, 1992).
A partire dall’età di 12 anni i bambini iniziano a differire fra loro per
quanto riguarda queste motivazioni, perché inizia a differenziarsi il
loro modo di concepire la capacità: infatti, possono considerarla
associata all’impegno, o considerarla indipendente dall’impegno. Se
ritengono che la capacità dipenda dall’impegno, saranno motivati a
dimostrarla impegnandosi a fare del proprio meglio e a migliorare nel
tempo; se, invece, ritengono che la capacità non sia associata
all’impegno, la loro motivazione sarà piuttosto quella di dimostrare la
propria superiorità con il minor impegno possibile, cercando di
primeggiare sugli altri e di nascondere la propria eventuale
incompetenza.
L’orientamento al compito o all’ego ha importanti implicazioni per la
prevenzione del doping in quanto, soprattutto negli adolescenti, il tipo
di orientamento è strettamente connesso con l’autostima, con il
comportamento morale e con lo stile di vita, ivi compresi l’abitudine
al movimento, l’alimentazione e l’uso di droghe (Balaguer et al.,
1997; Duda, 2000; Roberts, 2000). È facile comprendere che i ragazzi
che praticano attività fisica perché sono orientati al compito, e cioè
vogliono impegnarsi per migliorare, sono quelli che hanno una solida
stima di sé e non hanno bisogno di cercare conferme del proprio
valore confrontandosi con gli altri; inoltre hanno meno timore delle
sconfitte in competizione, perché per loro il successo consiste
principalmente nel fare progressi personali grazie all’impegno
protratto nel tempo, e sono meno propensi a violare le regole del fair
play. Invece i ragazzi orientati all’ego, e cioè quelli che vogliono
soprattutto primeggiare sugli altri, sono quelli che hanno una bassa
stima di sé e tendono perciò a cercare conferme del proprio valore
26
confrontandosi con gli altri; sopportano male le sconfitte, poiché a
ogni insuccesso mettono in discussione il valore della propria persona
in toto, e saranno perciò più propensi a infrangere le regole o a
ricorrere al doping pur di non perdere e di non ricevere disconferme
del proprio valore.
In particolare, per quanto riguarda le connessioni tra l’alimentazione e
l’assunzione di sostanze nocive alla salute da parte di chi pratica sport,
è stata documentata l’esistenza di un rapporto fra tipo di motivazione
alla pratica sportiva e disordini alimentari o abuso di sostanze dopanti
da cui si evince che le persone che fanno ricorso a sostanze esogene
per migliorare la propria prestazione sono più frequentemente quelle
stesse che vogliono primeggiare sugli altri (alto orientamento all’ego)
con il minore impegno possibile (basso orientamento al compito).
Nell’età della scuola media inferiore tende ad aumentare
progressivamente l’orientamento all’ego e a diminuire l’orientamento
al compito, per cui la strategia da adottare dovrebbe mirare a frenare
l’eccessivo orientamento a primeggiare tipico del mondo adulto, che
risulta essere un fattore di rischio soprattutto nei maschi, stimolando
invece il consolidamento della tendenza ad impegnarsi a migliorare se
stessi e la propria maestria, la cui carenza risulta essere un fattore di
rischio soprattutto nelle femmine.
Per quanto riguarda le patologie alimentari, risulta che una delle
concause di tale patologia nelle ginnaste sia la motivazione a
primeggiare nel confronto agonistico (Duda, 1999). Se invece le
ginnaste percepiscono in palestra un clima motivazionale che dà
importanza ai progressi personali più che al risultato in competizione,
esse mostrano di avere maggiore autostima, un’immagine del proprio
corpo più positiva e di andare meno frequentemente soggette a
disordini alimentari. Per ciò che concerne il doping, studi fatti sull’uso
di anabolizzanti nelle palestre di body building mostrano che chi ne fa
uso è marcatamente più orientato all’ego e meno orientato al compito
di chi non ne fa uso, e ha la percezione che la motivazione dominante
nel contesto della palestra sia quella di cercare di primeggiare
(Troutman & Duda, 1999).
Da quanto detto fin qui appare chiaro che è preferibile potenziare un
tipo di motivazione al compito, che porta i ragazzi a impegnarsi e a
ricercare il progresso individuale (Ames, 1992). Tuttavia, da quanto
detto non si deve dedurre che l’orientamento all’ego e al successo sia
una componente motivazionale esclusivamente negativa, che va
27
inibita e scoraggiata: soprattutto per i ragazzi che praticano attività
sportiva agonistica l’orientamento al successo rappresenta una
motivazione essenziale per il conseguimento di risultati sportivi
proporzionati alle loro potenzialità. Si pone, così, la necessità di
affiancare l’orientamento all’ego ad un orientamento almeno
altrettanto forte al compito, in modo che il successo venga perseguito
impegnandosi anziché ricorrendo ad altri mezzi. Tale precisazione si
rende necessaria in quanto l’orientamento al compito tende a
diminuire al crescere dell’età, col rischio che si crei uno
sbilanciamento a vantaggio della ricerca del risultato, soprattutto nei
maschi, aumentando il rischio di predisporre i giovani al doping e ad
altri comportamenti deleteri.
Tenendo presente ciò che sin qui è stato illustrato, per contribuire
realmente alla prevenzione del doping occorre lavorare “su più fronti”,
impostando vari interventi, atti a formare la cultura antidoping a cui si
è già accennato, e cioè:
1. informare i giovani sugli effetti dannosi del doping sull’organismo
(aspetto medico-biologico della formazione antidoping);
2. informarli su che cosa è un’alimentazione equilibrata e su quello
che è da considerarsi un uso proprio o improprio degli integratori
alimentari (aspetto alimentare della formazione antidoping);
3. creare offerte di pratica sportiva giovanile orientate alla
multilateralità e che, essendo finalizzate alla costruzione a lungo
termine della prestazione anziché all’ottenimento di risultati agonistici
a breve termine, contrastano il doping in quanto ne vanificano la
finalità (aspetto tecnico-metodologico della formazione antidoping);
4. aiutare i giovani a sviluppare e potenziare quelle caratteristiche
psicologiche e motivazionali che li rendono resistenti alle pressioni
sociali e alla diffusa filosofia del "risultato a tutti i costi e per la via
più breve" (aspetto psicologico della formazione antidoping).
Si comprende agevolmente come la sensibilizzazione dei giovani sul
tema del doping non possa essere solo informativa, ma anche
formativa, e che la formazione a livello psicologico deve essere
intrapresa ben prima che i giovani entrino direttamente in contatto con
il problema.
Io credo che i giovani abbiano bisogno di alternative valide, di esempi
positivi, anziché divieti e rimproveri.
Tutti gli adulti di riferimento si dovrebbero fare un esame di coscienza
e sentirsi un pochettino responsabile delle condotte devianti dei
28
giovani. Bisognerebbe insistere molto sui “valori” sani che una
corretta attività sportiva può portare alla vita delle persone.
Gli adulti di riferimento dovrebbero trasmettere ai giovani che
attraverso lo sport si impara ad essere coraggiosi, a fare sacrifici, a
tollerare la fatica, a condividere le prestazioni con i compagni, a
gestire le emozioni, ad accettare le sconfitte, puntando sul
miglioramento e non sulla vittoria. Lo sport “vero” ti regala
un’identità da spendere nella rete sociale, insegnandoti a credere
solamente nelle tue forze, ad essere orgoglioso di quello che sei, ad
ottenere i tuoi miglioramenti con lealtà e fair-play, anche se le tue
capacità attuali ti portano ad essere il secondo, il quinto oppure
l’ultimo. La cosa fondamentale è dare il massimo delle proprie
possibilità, essendo orientati al compito ed al miglioramento piuttosto
che ai trofei e medaglie d’oro a tutti i costi.
Se un giovane è motivato intrinsecamente, si allena sempre con
piacere, perché ama quello che fa, sopportando le fatiche, le difficoltà
e gli ostacoli che trova lungo il suo lungo percorso.
E se viene gratificato e supportato dai suoi adulti di riferimento, si
sentirà sempre di più motivato, e si impegnerà maggiormente,
accrescendo l’autostima, l’autoefficacia e ponendosi degli obiettivi
“realmente raggiungibili”, passo dopo passo. In questo modo si crea
quel prezioso “circolo virtuoso” che porta ad un incremento
dell’apprendimento a lungo termine.
Soprattutto i veri “uomini” di sport insegnano ai giovani la
fondamentale importanza di credere nella propria fantasia e creatività,
andando ad alimentare la voglia di coltivare i propri “sogni”. Infatti i
sogni non hanno fatto mai male a nessuno e sono necessari per dare
nuova linfa alle proprie motivazioni. Sono piuttosto le “illusioni” che
fanno molto male e che puntualmente portano ad avere scottanti
“delusioni”.
La frase “coltivare i propri sogni” mi porta ad un parallelismo con
l’agricoltura e mi riportano al mio passato. Le mie origini sono legate
ad un piccolo paese di campagna e non dimentico mai gli
insegnamenti dei miei nonni e genitori.
I miei nonni contadini coltivavano il terreno con pazienza, rispettando
i giusti tempi di riposo, prima di coltivarlo di nuovo, usando solo
prodotti naturali, con l’obiettivo di ottenere un prodotto da vendere al
mercato. Ovviamente si otteneva un quantitativo limitato di prodotti e
l’aspetto non era sempre dei migliori, ma si trattava di un prodotto di
29
qualità e soprattutto genuino, ottenuto con le proprie risorse a
disposizione.
Invece, oggi anche il terreno coltivabile e “dopato” da sostanze
chimiche, perché la società al supermercato richiede e sceglie un
prodotto “bello da vedere”, in qualsiasi periodo dell’anno e spendendo
poco possibilmente. Insomma è la società del “tutto e subito”,
dell’apparenza che vince sull’essenza.
Ed ecco allora che ci ritroviamo sui banchi quei prodotti alimentari
“poco genuini”, frutto di una coltivazione “dopata”, perché non c’è il
tempo a disposizione e soprattutto la pazienza di aspettare, facendo
sacrifici e scegliendo la strada più lunga e faticosa.
Spero che questo parallelismo possa dare un contributo maggiore a
quella che dovrebbe essere la strada verso uno sport sano e legittimo,
che porta a rispettare la propria vita e quella degli altri, arrivando
laddove si può arrivare, con umiltà e soprattutto divertimento.
In conclusione, al giovane si può dire solamente una cosa:
“Sei ancora in tempo… ama la tua vita”.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

- Ames, C. (1992). Achievement goals, motivational climate, and


motivational processes. In G. Roberts (Ed.), Motivation in sport and exercise (pp.
161-176). Champaign, IL: Human Kinetics.
- Anshel, M.H., & Russell, K.G. (1997). Examining athletes. attitudes toward
using anabolic steroids and their knowledge of the possible effects. Journal of Drug
Education, 27, 121-145.
- Balaguer, I., Castillo, I., Tomas, I., & Duda, J.L. (1997). Las oreintaciones
de metas de logro como predictoras de las conductas de salud en los adolescentes.
Iber Psicologia, 2, 1-16.
- Chaiken, S. (1980). Heuristic versus systematic information processing and
the use of souce versus message cues in persuasion. Journal of personality and
Social Psychology, 39, 752-766.
- Duda, J.L. (1992). Motivation in sport settings; a goal perspective
approach. In G. Roberts (Ed.), Motivation in sport and exercise (pp. 57-91).
Champaign, IL: Human Kinetics.
- Duda, J.L. (2000). Goal perspectives and athletes’ psychological and
physical welfare. Proceedings of Sport Psychology Conference in the New
Millennium (pp. 30-42), Halmstad, Sweden, 24-27 May 2000.
- Jaspars, J.M.F. (1978). Determinanti degli atteggiamenti e cambiamento di
atteggiamento. In H. Tajfel, & C. Fraser (Eds.), Introduzione alla psicologia sociale.

30
Bologna: Il Mulino.
- Roberts, G.C. (2000). Cheating in sport: an achievement goal perspective.
Proceedings of Sport Psychology Conference in the New Millennium (pp. 62-66),
Halmstad, Sweden, 24-27 May 2000.
- Singer, A., & Treutlein, G. (2000). Doping. von der Analyse zur
Praevention. Vorbeugung gegen abweichendes Verhalten in soziologischem und
paedagogischem Zugang. Aachen, Germany: Meyer & Meyer Verlag.
- Troutman, J., & Duda, J.L. (1999). Psychological predictors of current and
intended future use of legal and illegal ergogenic supplements among competitive
bodybuilders. Journal of Sport and Exercise Psychology, 21 (suppl.), 113-123.

31
4.

Doping e aspetti nutrizionali


Gentile N.
Nutrizionista

Il doping è una pratica antichissima, già gli antichi lottatori greci


assumevano una sostanza estratta da un fungo per aumentare
l’aggressività, mentre gli atleti dell’antica Roma ricorrevano a qualità
diverse di carni a seconda della specialità praticata.
L’introduzione di questo termine in ambito sportivo sembra risalire
alla fine del XIX secolo quando era usato per indicare una miscela a
base di oppio e tabacco che veniva somministrata ai cavalli da corsa in
Nord America.
Attualmente nella sua accezione più comune si definisce doping l’uso
di sostanze o di procedimenti destinati ad aumentare artificialmente il
rendimento psicofisico in occasione di una gara sportiva.
Purtroppo, con l’uso del doping nello sport si è subito assistito a casi
di morte, che si sono moltiplicati nel corso dei decenni.
Negli anni 70’ in piena guerra fredda l’ex Germania dell’Est avviò un
vero e proprio piano nazionale di doping in modo da sfruttare a scopo
propagandistico le vittorie sportive; l’età di inizio dell’assunzione di
steroidi variava in base all’attività sportiva praticata: 16-17 anni per il
sollevamento pesi, 14 anni per le nuotatrici e ginnaste e 15 anni per il
canottaggio. La DDR risultò seconda nel medagliere olimpico nel
76’,80’ e 88’. A Montreal 76’ la DDR di nuoto femminile vinse 11 su
13 gare in programma.
Purtroppo anche la cronaca recente testimonia che il doping non sia
solo confinato all’ambito professionistico ma largamente diffuso
anche agli ambiti amatoriali configurando un preoccupante
allargamento del rischio sanitario.
Esistono diversi motivi per cui si ricorre al doping in rapporto ai
diversi periodi dell’attività agonistica. Nel periodo pre gara sono
assunte sostanze dopanti per tentare di aumentare le masse muscolari,
la forza fisica e la resistenza, nel periodo post gara per riacquistare il
più velocemente possibile le energie e per ridurre il senso di fatica.
Tutte le sostanze che vengono usate nel doping rappresentano un
importante presidio farmaco terapeutico per cui, nel rispetto del diritto

32
alla terapia per l’atleta ammalato, la legge prevede che, sotto stretto
controllo medico, i farmaci appartenenti alle classi vietate possono
essere utilizzate a scopo terapeutico nel dosaggio indicato per il
trattamento della patologia di riferimento.
L’assunzione di farmaci allo scopo di ottenere un miglioramento delle
prestazioni agonistiche, oltre ad essere un atto illecito penalmente
perseguibile secondo l’articolo 9 della legge del 14 dicembre del 2000
n.376, è molto dannosa per la salute dell’atleta che ne fa uso.
Ma se per curare una patologia è giustificato avere degli effetti
collaterali, quando questi farmaci vengono usati per le persone sane,
come gli atleti, non abbiamo benefici ma solo danni per salute.
Ogni inizio anno la Wada, la World Anti Doping Agency, pubblica la
lista delle classi di sostanze proibite. Una parte rilevante di tale lista è
occupata dagli steroidi anabolizzanti.
Tali farmaci hanno usi clinici in particolari patologie, come
ipogonadismo, infertilità, impotenza, osteoporosi ed anemia.
Assunti a scopo dopante, tali sostanze permettono di aumentare la
forza e la massa muscolare, di aumentare l’aggressività in allenamento
ed il recupero dopo carichi di lavoro intensi. Inoltre, viene riportato
che esse hanno un effetto anabolico ed uno anticabolico.
Le reazioni avverse secondarie all’uso/abuso di tali sostanze dopanti
interessano tutti gli organi:
- fegato: soprattutto gli steroidi anabolizzanti assunti per via
orale (i 17 alfa alchilati) hanno un elevato potere epatotossico.
- Coagulazione: effetto pro-trombotico.
- Conseguenze ematologiche: l’over produzione dei globuli rossi
si riflette in aumento dell’ematocrito e del rischio trombotico.
- Conseguenze immunologiche: viene alterato il sistema
immunitario con una maggiore incidenza delle infezioni.
- Conseguenze renali: insorgenza di alcune forme neoplastiche
rare a carico del rene, come il nefroblastoma.
- Conseguenze cardiovascolari: maggiore incidenza di infarto
del miocardio e cardiomiopatie.
- Conseguenze a carico del sistema riproduttivo: infertilità,
disfunzioni sessuali, carcinoma ed ipertrofia prostatica.

A seconda del periodo di preparazione sono utilizzati diversi steroidi


anabolizzanti, da soli o in combinazione tra loro.
Altre classi di farmaci proibiti dalla WADA sono rappresentate dai
33
diuretici, dagli stimolanti, dall’insulina e dall’ormone della crescita.
Quest’ultima sostanza viene utilizzata per promuovere in alcuni sport
la crescita lineare, negli sport di potenza per aumentare l’anabolismo e
negli sport con categorie di peso per ridurre la massa grassa.
Le reazioni avverse legate all’abuso di tale sostanza sono
l’acromegalia, artropatie, cardiomiopatie ed insorgenza di diabete.
Un’altra sostanza proibita di largo consumo specialmente negli sport
di endurance, ciclismo in primis, è l’eritropoietina. La
somministrazione esogena di tale sostanza stimola la produzione di
globuli rossi con aumento della capacità di trasporto dell’ossigeno. A
fronte di ciò notevoli sono le conseguenze per la salute di tutti coloro
che abusano di tale farmaco con un aumento dell’incidenza
dell’infarto del miocardio, ictus, trombosi.
L’ultima frontiera del doping è quello genetico, che utilizzando le
stesse tecniche di terapia genica permette il trasferimento di materiale
genetico nelle cellule somatiche allo scopo di aumentare la
prestazione fisica.
Esistono diverse classificazioni delle attività sportive, alcune delle
quali basate sulle caratteristiche fisiologiche ed energetiche.
A seconda della tipologia di sport esistono diverse richieste caloriche
e dei macronutrienti (carboidrati, proteine e grassi).
Ad esempio, per gli sport di forza-potenza gli introiti glucidici e
proteici consigliati si aggirano rispettivamente tra 4 e 7 g/kg BM e1,2-
2,0 g/Kg BM a differenza degli sport misti (prevalentemente quelli di
squadra) in cui la richiesta proteica è inferiore ed esiste una
periodizzazione dei carboidrati in base al timing rispetto all’evento
agonistico.
Da considerare come nutriente anche l’acqua in quanto essere
disidratati influenza negativamente la prestazione fisica.
L’utilizzo di un integratore risponde alla esigenza di compensare una
carenza od un aumentato fabbisogno, a differenza del supplemento
utilizzato, invece, per aumentare la prestazione fisica.
Una eventuale integrazione e/o supplementazione deve essere sempre
personalizzata e periodizzata armonizzandola con i carichi di lavoro.
L’industria della supplementazione sportiva produce ogni anno un
fatturato di molti bilioni di euro con centinaia di prodotti che
promettono di migliorare la forma muscolare, la potenza, la velocità,
la capacità di endurance o di influire sul recupero o prevenire/favorire
il recupero da patologie od infortuni.
34
L’international Sport Science Nutrition nel 2010 ha elaborato una
revisione critica dei supplementi dividendoli in fasce a seconda della
loro efficacia e del loro campo prevalente di utilizzo.
Nella presentazione sono presi in considerazione quelli che sono i
supplementi efficaci e sicuri per le diverse tipologie di sport, in
particolare per gli sport di forza-potenza e per gli sport misti (sport di
squadra).
Esiste una vasta letteratura a supporto dell’utilizzo della creatina sia a
fini energetici sia plastici.
Le recenti evidenze ha rivisto negativamente l’utilizzo dei BCAA,
mentre le proteine in polvere possono essere considerate come una
alternativa prontamente disponibile e trasportabile per aggiungere una
componente proteica al pasto o in caso di aumentato fabbisogno
proteico.
Essenziale risulta l’uso, invece, l’introduzione di omega3 per la loro
capacità di riequilibrare una dieta che mediamente è spesso ricca di
fonti ad effetto pro-infiammatorio.
Altri integratori presi in considerazione nella presentazione sono
rappresentati dagli integratori energetici, glutammina, carnitina,
caffeina e beta alanina.
Fondamentale è anche il ruolo della vitamina D, il cui livello negli
sportivi e negli atleti va dosato e, in caso di deficienza, oltre che ad
aumentare l’esposizione ai raggi solari, è consigliata una
supplementazione.

35
5.

Sviluppo della prestazione senza il ricorso a sostanze


dopanti o all’abuso di integratori
Di Maio L.
Docente Scuola Nazionale di Formazione FIKBMS

Il tema affidatomi, mi ha posto dinanzi a delle problematiche di cui si


è dovuto tener conto, sia nello stilare le slide esplicative, sia nel
messaggio verbale, poi realizzato, in data 21.04.2018. Infatti, da una
parte, si è dovuto non farsi prendere la mano, dall’entrare in sfere già
di competenza di altri e, senza uscire fuori tema e soprattutto, senza
eccedere nel messaggio che si voleva proporre alla platea. Altra
considerazione, proveniva dalla base e si focalizzava sull’incoscienza
o “ignoranza” di genere, che portava, nella maggior parte dei casi
segnalati, ad un incosciente “sostegno chimico” a valorizzazione di un
risultato di “facciata”, anziché di sostanza. Anche in questo campo, la
globalizzazione non strutturata, impone modelli estetici asettici, a cui
si è spesso portati a riferirsi, tralasciando, la costruzione dell’Io, essere
umano. Tutto questo, cercando di essere chiari e facilmente compresi
dai discenti presenti. Inoltre e non da sottovalutare, l’orario in cui si
proponeva l’intervento, lo spessore degli argomenti e forse, scusatemi,
la stanchezza, comunque accumulata durante la giornata, sia dal
sottoscritto, sia dai partecipanti a vario titolo. Erano tutte incognite,
che hanno avuto tempi maggiori di sedimentazione. Bisogna però
aggiungere che, un numero così considerevole di presenze, in un
luogo comunque periferico, rispetto all’accentramento di Tecnici,
nelle grandi città e così disabituato in questo periodo, dalla calca
estiva di cui è meta annualmente la location, non si aspettava e, lascia
ben sperare, in funzione della fame di conoscenza registrata in corso
d’intervento ed in ogni caso, preannunciato, aggiungo, doveroso (alla
luce soprattutto, delle domande poste, in corso d’opera).
Platea dunque, annunciata (tramite le adesioni), variegata nel genere
(discipline sportive) e nelle competenze (vari livelli di competenza e
conoscenza (istruttori sportivi, tecnici, docenti, formatori, educatori,
atleti, operatori in ambienti giovanili, appassionati), da questo, la
scelta di usare linguaggio e terminologie, il più aderenti possibile al
tessuto sociale presente; di sperare, in step successivi di intervento e

36
verifica, partendo quindi, dalle nozioni elementari e/o imprimatur
iniziali, di didattica dell’allenamento generico e giovanile. Tutto
questo, sempre con occhio puntato al benessere psicofisico, in genere
e, alla prevenzione medica, attraverso l’attività o pratica sportiva.
I casi riscontrati in loco, avevano dato “tema” al corso e l’Unione
Europea, ritenendo valido il progetto, “certificava” la necessità di
intervenire in tal senso e direzione. Bisognava quindi parlare della
necessità e del valore aggiunto, di un sano percorso di vita, attraverso
la pratica sportiva (che, resta, comunque la realtà dei fatti, l’unica
certezza sociale) che, non passa necessariamente, per strade
secondarie o di comodo, pur dovendo considerare che, nulla, ha facile
risultato, oppure scontato nel futuro operandi.
Le slide presentate, sono riportate nella presente relazione, quasi
integralmente, ovviamente, correlate di quanto, in parte, esposto in
loco.
Sono quindi partito, nel mio incipit esplicativo, da una definizione di
G. Schnabel - D. Harre - A. Borde in “Scienza dell’allenamento” che,
definiscono la capacità di “prestazione fisica”:
“la personalità dell’atleta, nella sua interezza indipendentemente da
una interpretazione in senso lato e ristretto della personalità, è
indubbiamente di importanza cruciale per la sua capacità di
prestazione: ogni prestazione viene determinata dalla personalità nel
suo insieme.
E infatti essa in senso stretto non dovrebbe essere considerata un
fattore come gli altri.
L’insieme dei presupposti personali che mettono in grado di
rispondere a determinate richieste di prestazione, cioè la loro
espressione e la loro struttura costituiscono la capacità di
prestazione.
Rispetto alla capacità di prestazione, i presupposti che si riferiscono
agli impulsi all’azione, cioè agli atteggiamenti e alle motivazioni,
all’emotività, alla volontà, debbono essere enucleati e inseriti tra quei
presupposti che riguardano l’orientamento, l’esecuzione e il controllo
dell’azione, definiti disponibilità di prestazione, per cui si può parlare
di unità tra capacità e disponibilità alla prestazione. La capacità di
prestazione può essere anche definita come quella forma di
svolgimento, in gran parte generalizzata e abitualmente stabilizzata
entro un certo limite, dei processi psicofisici che determinano la
prestazione possibile, intesa come realizzazione dell’azione.”

Condividendo l’affermazione, ritengo che, l’aspetto motivazionale,

37
emozionale ed intellettuale è sempre fondamentalmente e
costantemente presente con le azioni svolte per ottenere un risultato e,
non può prescindere, dalla valutazione dei comportamenti psichici e
intellettuali dell’individuo, essendo, la prestazione fisica “umana”,
come un connubio, non solo ed unicamente, della capacità funzionale
dell’organismo ma, la sua correlazione, con le azioni svolte per
ottenere il risultato stesso e, non può prescindere, dalla valutazione dei
comportamenti psichici e intellettuali dell’individuo. La mancata
valutazione dei parametri, sia fisico che, intellettuale, dell’individuo,
potrebbe diversamente apparire, come una svalutazione sostanziale,
della capacità fisica di prestazione e dei suoi risultati (anche relativi).
La capacità fisica, quindi, non può essere considerata, come la sola
variante, su cui poter agire, in funzione di una ricercata prestazione
fisica, circoscrivendola nel ristretto ambito di una sola scienza come
possono essere la fisiologia, la biologia o la fisica, deve essa, essere
correlata, concependola e valutandola, ad una pluridimensionalità
delle singole componenti delle diverse capacità di prestazione
parziale, ponendo poi in essere e successivamente, numerose
specializzazioni (personalizzate).
Un individuo è selettivamente adatto verso una determinata richiesta e
questa determinata spiccata prestazione nasce dall’accoppiamento di
elementi diversi, che unitamente esaltano la capacità fisica di
prestazione finale.
Per ottenere, percorso motivazionale, a tutto questo, devono essere
aggiunti:
- serenità di approccio, di location, mentale, correlazione fra le
parti;
- ottimismo, nella ricerca dell’obiettivo predefinito e nella
metodologia applicativa per raggiungere fine prefissato;
- disponibilità al nuovo, perché ogni variante, porta adattamento,
come il cambiare percorso (allenante), se si proviene da
diversa tipologia di protocollo;
- fiducia, reciproca nel mettere in atto percorsi e/o esperienze
collaudate che possano portare a risultato (questo, sia
nell’idealizzazione del progetto, sia nel predisporsi al
riceverlo);
- malleabilità, ovvero disponibilità al mettersi in discussione,
umilmente, e pronti, a farsi plasmare in funzione di un
obiettivo prefissato. Se io Atleta, mi pongo nelle mani di un
38
Tecnico, devo aver coscienza ed essere pronto, a mettermi in
discussione, creando possibilità di cambiamento, dando
fiducia. La precisione e puntualità restano alla base di qualsiasi
rapporto posto in essere, fra le parti ed in entrambi i sensi di
visione e correlazione.

La funzionalità organica ed il suo miglioramento sono influenzate


anche dall’attività motoria, così come la dimensione e funzionalità
cardiaca, il sistema capillare, il peso dei reni e del fegato.
L’espressione di caratteristiche fisiche è determinata da speciali
capacità di prestazione ed estremamente variabili nel rapporto con
esse (vedi lavoro di resistenza).
Gli adattamenti fisici, la loro costruzione e funzione, non sono
individualmente costanti ma, variabili, col trascorrere del tempo e
dell’attività o protocollo di allenamento somministrato.
Tutte le modificazioni che avvengono sono in qualche modo
misurabili (capacità polmonare, frequenza cardiaca..). L’anamnesi del
soggetto, iniziale, ci porterà, successivamente, alla registrazione del
work in progress o work in relegation, in evoluzione o involuzione.
Una determinata funzione, sottoposta a “carico di lavoro”, reagisca
“adattandosi” e, riposizionandosi con un ripristino, superiore
all’iniziale. È il cosiddetto concetto della super-compensazione.
In questa maniera, si attua un miglioramento generalizzato, non
specifico, che migliora, la stabilità della salute sia a riposo che in
condizioni di carico sub-massimale.
In questo “quadro” entrano in gioco le “teorie” (teorie, già applicate
da tempo in campo sportivo) sul recupero e riposo degli Atleti;
migliorando la capacità di prestazione, in correlazione con la migliore
adattabilità di ripristino, utilizzando, un’aumentata capacità di carico e
compatibilità con esso e, contemporaneamente, “dosando” i giusti
tempi di recupero, in funzione della capacità che si sta allenando.
Ad esempio, nei lavori di “resistenza”, l’adattamento cardio-
circolatorio non avviene in maniera lineare. Infatti, i parametri, quali
la frequenza cardiaca, il VO2 max, non evidenziano continua
proporzionalità dei valori nell’intero campo di possibilità. Lo
“scambio” sulla proporzionalità avviene intorno al valore di 950 ml di
volume cardiaco; mentre, valori più alti di carico, portano ad un
appiattimento della curva. In definitiva, qualsiasi ulteriore aumento
funzionale, può essere acquisito, attraverso una spesa sproporzionata.
39
Ma in tale funzione e/o protocollo, si può e si deve, anche gettare le
basi per un miglioramento generalizzato “pro salute” o meglio, di
prevenzione medico/sanitario.
Altri, sono poi i parametri di cui tener conto, nella “progettazione” di
un protocollo di allenamento e questi, sono riportabili al sesso ed
all’età dell’individuo, soprattutto, nel momento della specificità di
metodo di preparazione.
In riferimento al sesso dell’individuo, variano i parametri adattatori in
funzione di metodiche di preparazione specifica. La donna, da questo
punto di vista, ha maggiori capacità di adattamento, rispetto al
riferimento maschile in funzione dell’età biologica.
Le capacità fisiche sono allenabili in ciascuna età della vita, differente,
l’adattamento della potenza organica che varia, con il crescere
dell’età.
Fanciulli e giovani, da questo punto di vista, posseggono valide
premesse per l’incremento costante delle loro prestazioni.
Come dimostrato nello sport di prestazione, resta, il miglior periodo
per il raggiungimento della più elevata capacità di prestazione fisica, il
periodo compreso tra la fine del secondo e l’inizio del quarto decennio
di vita.
Con l’aumento dell’età, diminuisce, la potenzialità di adattamento
dell’organo, mentre, potrà essere mantenuta, per i singoli organi ed in
un certo grado, anche nelle persone “mature” tramite, adeguata
specializzazione di carichi (salute).
Se la capacità di prestazione umana può progredire in base alla
potenza di adattamento dell’organismo, anche la salute, può parimenti
progredire e questo, è facilmente pensabile anche all’opposto
dell’affermazione.
La capacità ottimale di prestazione fisica, si sviluppa attraverso singoli
interventi successivi. Può quindi, l’organismo, auto-migliorarsi e auto-
strutturarsi, come pure, “auto-peggiorarsi”. Ha capacità quindi di
adattamento, attraverso rapporti col mondo esterno e con le
sollecitazioni (programma di lavoro) ricevute.
La prestazione fisica è il risultato di uno stile di vita relazionato
all’ambiente di riferimento in cui si è partecipi di eventuale
cambiamento. In definitiva, lo sport, non è solo, un modo di vivere e
concepire la vita, una filosofia, ma è anche socializzazione;
prevenzione sanitaria; rispetto di regole; conoscenza di etica e morale;
rispetto di se stessi e del prossimo; abolizione dell’emarginazione;
40
conoscere azione, prevenendo violenza; e tanto altro ancora.
Per raggiungere quindi l’obiettivo di partecipare alla costruzione di un
futuro migliore, non resta che “lavorare”, in prima battuta, sulle nuove
leve giovanili, attraverso la pratica sportiva, in un tempo in cui sono
venuti meno i valori sociali ed etici (la mancanza di Educazione
Civica nelle scuole); in cui non vi sono più riferimenti e valori da cui
prendere spunto o iniziare un cammino (la famiglia non riesce a
reggere passo e delega ad altri i compiti di cui dovrebbe farsi carico);
in cui la stessa scuola non riesce a trovare spazio e tempo per l’attività
fisica almeno di base, dove regole e regolamentazioni sono stati
rivoluzionati in un “sistema educativo” discutibile, spogliando maestri
e professori del loro ruolo di supporto (alla famiglia ed alla società).
Resta, solo l’Educatore Sportivo, come ultimo baluardo a salvaguardia
delle future generazioni ed anche qui, spesso, egli viene relegato a
“babysitteraggio di comodo”, magari “sotto casa”, dove “Maestro” o
Tecnico è solo un titolo acquisito, in percorso formativo (Laurea in
Scienze Motorie e/o ISEF, FSN o semplice, EPS), senza tener conto
invece, di quanto importante sia la sua conoscenza della materia; la
sua capacità empatica ed emotiva, con il prossimo; il suo essere
esempio di vita e da emulare (conoscendo bene la pericolosità del
termine e la sua applicabilità al negativo); la sua capacità di forgiare
uomini e donne del domani, che abbiano coscienza delle proprie
capacità fisiche, intellettuali, morali. Nella maggior parte dei casi,
“IL” Tecnico Federale, “IL” Maestro, ha effettuato un percorso
formativo (frontale e studio) che varia dai 10 ai 25/30 anni e continua,
ininterrottamente, ad aggiornarsi nella normalità dei casi.
È necessario quindi (tornando al tema), stimolare le capacità fisiche
dell’Atleta e le sue abilità motorie durante la fase di crescita per
ottimizzare e ricercare, in età adulta, la performance atletica.
“Il bambino non è un adulto in miniatura”. Ha esigenze diverse.
Considerando le loro esigenze, potremmo portare giovani Atleti,
all’Alta prestazione e/o quantomeno, ad un salutare tenore di vita.
C. Vittori enuncia che “… l’allenamento sportivo è un processo
pedagogico-educativo complesso, che si concretizza con
l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità
tali da produrre carichi progressivamente crescenti, che stimolino i
processi fisiologici di supercompensazione e migliorino le capacità
fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta al fine di esaltarne e
consolidarne il rendimento in gara”.
41
Quindi, l’allenamento, è influenzato da una parte “condizionale” posta
all’incremento delle capacità condizionali (F, V, R); da una parte
“tattica”, posta in essere e proiettata all’ottimizzazione delle proprie
prestazioni di gara; da quella “psicologica”, in funzione del controllo
emozionale e “tecnica”, posta in essere e proveniente,
specificatamente, dalla disciplina praticata (specializzante e/o di
direzione e/o di prestazione).

CONDIZIONALE
comprende
l’incremento delle
principali capacità
condizionali (F, V, R)

PSICOLOGICO
ricerca un ideale TATTICO tende ad
stato di forma atto a ottimizzare le
vincere, o meglio, a Allenamento proprie prestazioni
controllare e attraverso una
sfruttare appropriata
positivamente i vari condotta di gara
stati emozionali

TECNICO
perfeziona i gesti
specifici della
disciplina

Il successo sportivo, che è dato dalla prestazione sportiva


resa/effettuata, è condizionato dalle condizioni personali e dalle
condizioni impersonali (esterne). Le condizioni personali si dividono,
a loro volta, da quelle osservabili direttamente e da quelle indirette.
La prestazione è condizionata dai componenti dei fattori della
prestazione (capacità, abilità motorie, qualità del carattere e del
comportamento del soggetto) e la prestazione sportiva, presta la sua
attenzione, subendone eventuale ascendente, dallo sviluppo dei
componenti dei fattori della prestazione in primis, che portano alla
capacità e disponibilità di prestazione, alla situazione gara attraverso il
condizionamento specifico in allenamento.

42
La prestazione nel suo complesso

Ed i fattori che la determinano (prestazione), fondano radici sullo


sviluppo delle capacità motorie (condizionali e coordinative).

43
La pubertà è la fase della vita nella quale maturano i caratteri sessuali
e avviene la massima accelerazione della crescita. Essa inizia a:
8 - 13 anni nelle femmine
9 - 14 anni nei maschi
La pubertà dura 2 - 4 anni
La taglia corporea è il più semplice indicatore della fase allenabile nel
periodo puberale.
L’allenamento dei sistemi metabolici resta infatti modesta, fin quando,
altezza e massa corporea, restano lontani dai valori dell’età adulta.
La velocità di picco dell'altezza (PEAK HIGHT VELOCITY - è
spesso associata al peso (PEAK WEIGHT VELOCITY) - è il
momento in cui l’adolescente cresce più velocemente (tra i 10 e i 16
anni: donne, intorno ai 12; fino a 14 gli uomini). Da considerare,
nell’attuale stato sociale, il fattore obesità, che spesso squilibra i due
fattori di osservazione e, dal punto di vista psicologico, inibisce la
motivazione.
L’età anagrafica quindi, non resta indicatore, per la definizione della
maturità dell’Atleta e della programmazione di allenamento a lungo
termine. Lo sviluppo organico non avviene in modo lineare.

44
La fase di crescita è caratterizzata da continue modificazioni fisiche,
emotive, psichiche e cognitive. Queste, possono influenzare la
performance del giovane, in modo positivo o negativo.

PEAK HIGHT VELOCITY (velocità di picco dell'altezza)

45
COSTRUZIONE A LUNGO TERMINE DELL’ALLENAMENTO

età attività ludiche, Ampliamento del bagaglio


prescolare destrutturate, motorio, delle capacità
multilaterali motorie generali
(apprendimento, controllo e
trasformazione motoria e
degli schemi motori di base

allenamento prima età attività ludiche, giochi Sviluppo e consolidamento


generale di scolare sportivi, esercitazioni, delle capacità coordinative
base allenamento (ritmo, equilibrio,
neuromuscolare differenziazione,
orientamento),
socializzazione

allenamento di base formazione generale di Abilità tecniche di base e


giovanile base multilaterale e varie
indirizzata verso uno
sport (da 3 a 5 ore
settimanali)

di specializzazione dei Presupposti per il passaggio


costruzione contenuti, aumento del all’alto livello
carico di allenamento
(9-14 ore settimanali)

di ulteriore aumento della Scelta dello sviluppo dei


transizione capacità di carico, risultati sportivi
aumento dell’impegno
agonistico, avvicinarsi
alle metodiche di
allenamento (all. in
quota) e alla valutazione
funzionale (test, match
analysis) (fino a 16 ore
settimanali)

allenamento massimizzazione del Raggiungimento delle


di alto livello carico di allenamento, massime prestazioni e
ulteriore mantenimento del livello
specializzazione
sportiva (da 16 a 25 ore
settimanali)

È possibile evidenziare, in base al PHV, delle fasi sensibili, «windows


of opportunity», per lo sviluppo di determinate capacità motorie, che
contribuiscono alla formazione dell’Atleta (Balyi 2003)
In particolare, il periodo del picco di crescita è caratterizzato:

46
- dal completamento del processo di mielinizzazione (maturazione
ultima del sistema nervoso centrale per una più veloce ed
efficiente veicolazione dell'informazione. La mielina è una
sostanza lipidica che isola elettricamente l'assione del neurone)
delle fibre nervose che determina un aumento della coordinazione
intermuscolare e intramuscolare e del controllo motorio (Viru et
al. 1999).
- dall’incremento della concentrazione di androgeni (ormone
steroideo), dalla differenziazione delle fibre muscolare e dalla
stabilizzazione dei livelli di fosfocreatina (molecola organica
formata dall'unione della creatina con un gruppo fosfato, agisce
come accumulatore di energia - Myer et al.2011).
- dallo sviluppo della massa muscolare, sotto la spinta ormonale.

Balyi (2003) distingue in early specilization e late specilization


(distinzione nella specializzazione iniziale e nella specializzazione
tardiva).
La prima, riferita a quelle discipline che richiedono una precoce
specializzazione, in funzione dell’età, in cui è possibile e necessario,
raggiungere la massima prestazione (tipica, generalmente, degli sport
tecnico coordinativi quali ginnastica artistica, ritmica, pattinaggio di
figura, etc).
La seconda, è riferita a tutti gli sport, in cui l’età, delle massime
prestazioni, è posticipata successivamente alla fase di crescita (18 - 31
anni), in questi sport, prevale la componente condizionale (corsa,
ciclismo, canottaggio, etc).
In funzione dei processi di sviluppo e accrescimento fisiologico (Viru
et al. 1999) si evidenzia che:
- La velocità si sviluppa maggiormente negli anni precedenti al
PHV (velocità di picco dell'altezza).
- La resistenza si sviluppa durante il PHV.
- La forza si sviluppa negli anni successivi al PHV.
- Mentre, nelle donne, questi periodi, si anticipano rispetto ai
maschi, di uno o due anni.

47
MODELLO DI SVILUPPO FISICO DELLA GIOVENTÙ YOUTH
PHYSICAL DEVELOPMENT MODEL (Lloyd et al. 2012)

Fundamental 6-9 Apprendimento sviluppo velocità Attività


stage - anni schemi motori di – Forza e multisportiva in
Fase base: ABC’s resistenza in forma ludica, non
Fondamentale dello sviluppo forma ludica, c’è
atletica = agility, evidenziando la periodizzazione,
balance, qualità del gesto ma razionalità
coordination e motorio d’intervento
speed

Learning to 9-12 Apprendimento sviluppo della Attività ludica


train stage - anni delle abilità coordinazione e strutturata;
insegnamo ad motorie e del controllo rapporto 70:30 tra
allenare sportive motorio preparazione e
competizione

Training to 12-15 Consolidamento sviluppo della Programmazione


training stage - anni delle abilità resistenza e della dell’allenamento;
addestramento tecnico-tattiche forza rapporto 60:40 tra
sportive preparazione e
specifiche competizione

Training to 16-18 Ottimizzare la Aumento del Preparazione


compete - anni performance volume e tecnico- tattica-
Allenarsi per dell’intensità di condizionale e
competere allenamento psicologica sport
specifica; 50:50
tra preparazione e
competizione

Training to win Dai Performance Massimizzazione Mantenimento del


- 17/18 del carico di livello; 25:75 tra
allenarsi per anni allenamento, preparazione e
vincere ulteriore competizione.
specializzazione Raggiungimento
sportiva (da 16 a delle massime
25 ore prestazioni e
settimanali) mantenimento del
livello

Ritiro Fine Mantenimento Attività in forma


carriera dell’attività socioludica
sportiva fisica, in
funzione sociale
e di benessere
psico-fisico

48
Tutte le capacità motorie, in fase di accrescimento, devono essere
allenate in maniera continuata.
- Ponendo maggiore attenzione, in fase pre-puberale, allo sviluppo
della forza, degli schemi motori di base e della velocità, si otterrà,
maggiore stimolazione neurale (Lloyd et al. 2012).
- In fase post-puberale, si otterrà, risposta adattativa strutturale ed
ormonale. In tale periodo è opportuno aggiungere altre
stimolazioni fondamentali quali, potenza, abilità tecnica,
ipertrofia (Lloyd et al. 2012).
- In ogni caso, diversi sono gli autori che, hanno evidenziato che un
allenamento di forza, può essere proposto anche ai bambini
(Stratton et al. 2004; Pierce et al. 2008; Faigenbaum et al. 2009;
Lloyd et al. 2015).

La dottrina scientifica, ha ampiamente dimostrato l’interazione tra


sviluppo degli schemi motori di base e la performance sportiva, il
controllo motorio, la salute ed il benessere (Okeli et al. 2001; Stodden
et al. 2008; Cliff et al. 2009; Faigenbaum et al. 2011; Lubans et al.
2010).
Queste, restano fondamentali per la costruzione della abilità specifiche
tecniche.
La stimolazione, deve iniziare dall’età scolare e continuare per tutta la
vita dell’essere umano.

FORZA E COORDINAZIONE
Salto in lungo da fermo Salto verticale (Malina et al., 2004)

È importante non eliminare gli stimoli, ma adattarli all’età. In tutte le

49
fasi dell’accrescimento è necessario stimolare lo sviluppo della forza
muscolare. L’incremento di forza muscolare è associato ad un
miglioramento (Weyand et al. 2000), della potenza (Wisloff et al.
2004; Stone et al. 2003), dei cambi di direzione, della resistenza.
Gli adattamenti neurali indotti da un allenamento di forza, sembra
migliorino il controllo motorio grazie all’incremento della
coordinazione inter ed intramuscolare.
Bassi livelli di forza sono associati ad un aumento del rischio di
infortuni (Clark, 2011); al contrario, integrare allenamenti di forza,
sembra ridurre tale rischio (Myer, 2011).
shuttle run = corsa a navetta • Mentre i bambini hanno maggior be-
running time = tempo di corsa, (Malina et al 2004)
nefici da un allenamento che stimoli
alti livelli di attivazione neurale per
esempio pliometria e aspetti qualitativi
degli sprint (Rumpf et al. 2015).

• Risposta adattativa a stimoli neurali e


strutturali, per esempio pliometria,
sprint training (Rumpf et al. 2015).

Quando si parla di velocità dei cambi di direzione, si fa riferimento a


tecnica, velocità di sprint, forza degli arti inferiori.
Nella fase pre-puberale lo sviluppo della tecnica dei cambi di
direzione è supportata da adattamenti neurali.
Nella fase post-puberale, l’allenamento è sport specifico con sviluppo
della velocità e del tasso di sviluppo della forza (Rate of force
development).
Riguardo alle funzioni cognitive, ed in particolare alla visione
periferica, alla capacità di leggere la situazione e alla capacità di
anticipazione (Sheppard et al. 2006), pochi sono gli studi specifici in
ambito sportivo.
La continua variazione degli stimoli, dell’ambiente e delle situazioni
può essere una componente dello sviluppo della destrezza nei bambini
e di adattabilità negli adulti.
Riguardo alla resistenza, nella fase di crescita non sono ancora
accertate le possibilità allenabili. Anche in questo caso, vi sono

50
contraddizioni in merito. Alcuni, sostengono adattamenti prima della
velocità di picco dell'altezza - PHV - (Rowland 1985), altri,
sostengono la possibilità allenabile durante la velocità di picco
dell'altezza - PHV - (Weber 1976).
Il miglioramento del VO2 max è generalmente associato al
miglioramento della performance in endurance. Durante l’adolescenza
e l’età giovanile, oltre al VO2 max, influenzano (ad es. nella
performance della corsa), anche i cambiamenti della taglia corporea,
in associazione alla normale crescita (sviluppo) e maturazione
dell’individuo, la lunghezza del passo (sviluppo arti inferiori), potenza
anaerobica ed economia di (nella) corsa (l’economia migliora con
l’esercizio).
Nell’ambito dell’allenamento da endurance, dal punto di vista
metabolico bambini ed adolescenti sono particolarmente adatti a
carichi di resistenza nella zona aerobica in quanto sono in grado di
usare in modo efficace il metabolismo degli zuccheri e, in misura
ancor maggiore, quello dei grassi.
La capacità anaerobica dei bambini è invece limitata. Anche se i
bambini riescono a raggiungere valori di lattato elevati, questi non
rappresentano carichi fisiologici in quanto, superate le intensità
aerobiche, fino al massimo sforzo (anaerobico) si giunge rapidamente
ad eccessi di sollecitazione psicofisica.
L’allenamento della resistenza in età giovanile deve tenere conto della
fascia di età.
- Età prescolare (fino a 7 anni): somministrazione di contenuti di
allenamento con variazioni diverse e a carattere ludico.
Possibilità e capacità di giocare per lungo tempo, inserendo
anche presupposti elementari, della rapidità. Ampliamento del
patrimonio motorio, con ripetizioni sufficienti, delle tecniche
di base. Meglio, iniziare presto, un allenamento della
resistenza aerobica.
- Prima e seconda età scolare (7-12 anni): in questa fase, si
registra un aumento della gittata sistolica ed una diminuzione
della FC (frequenza cardiaca). Si gettano le basi della
resistenza generale. Quando i bambini si divertono (vietata la
monotonia), il volume del “carico di lavoro”, a bassa intensità,
non viene limitato; questo però non significa, che venga
prolungato.
- Prima fase puberale (fino a 14-15 anni): resta il miglior
51
periodo per allenare la capacità di resistenza aerobica (12-13 F
e 13-14 M). I carichi possono avere maggiore intensità
(aumenta la capacità anaerobica). Importante momento anche
per la formazione del carattere. Si incrementano le capacità
aerobiche.

È la programmazione a lungo termine dell’allenamento che determina


il successo di un Atleta, non certamente i successi ottenuti nel breve
termine. Per questo motivo, anticipare l’aspetto competitivo non porta
nessun vantaggio.
Permettere, mostrare, valorizzare la motivazione sportiva ad un Atleta
determina, nella maggior parte dei casi, adire ad uno stile di vita sano,
che gli consentirà, seppur non da campione, di percorrere una vita
integra ed a lungo termine, prevenendo malattie degenerative.

Tappe Progressive della Preparazione

P.S. P.A. P.G.


PREPARZIONE AUSILIARIA

PREPARAZIONE GENERALE
PREPARAZIONE SPECIFICA

65%
60%
50% 50%
45%
40% 40%
35%
25% 25%
20%
15% 15%
10%
5%
0 0 0 0

1 2 3 4 5
Legenda: 1a Fase iniziale - 2a Fase Generale di base - 3a Fase Specializzazione di
base - 4a Fase Realizzazione del massimo potenziale - 5a Fase Mantenimento della
prestazione

Le sollecitazioni a cui si sottopone un organismo, determinano il


carico di lavoro.
Predeterminando stimolazioni ed esercizi nel carico di lavoro, si potrà
ottenere un adattamento generale o specifico.
Quando si parla di carico esterno si fa riferimento ad una
sollecitazione oggettiva, misura fisica delle esercitazioni (Kg.
sollevati, chilometri percorsi, ripetizioni effettuate ecc…). Con carico
interno, invece, ci si riferisce alla sollecitazione soggettiva, (effetto

52
determinato da carico di lavoro sull’organismo). Nel carico di lavoro
si identificano i seguenti parametri:
- Intensità
- Volume
- Frequenza o densità
- Specificità

L’impegno fisico e psichico dell’Atleta, espresso nella sua massima


espressione percentuale, determina l’intensità (massimale, sub-
massimale, medio ecc.).
La quantità di carico di lavoro somministrato (svolto) determinano il
Volume (distanza percorsa, numero di ripetizioni, peso totale dei
sovraccarichi spostati, ecc.).
Il rapporto tra lavoro svolto e recupero, determinato dai tempi di
lavoro applicati ed il recupero (pause) fra essi (ripetizioni, serie, set di
serie) portano alla definizione di Frequenza o Densità.
Gli esercizi somiglianti al gesto gara (esercizi generali, semi-
specifici, specifici), portano alla Specificità di carico. Quelli generali
rappresentano la base per l’inserimento di quelli specifici.
Durante ed immediatamente dopo l’applicazione del protocollo
allenante si produrranno degli effetti immediati del carico, che
consistono nelle variazioni fisiologiche e biochimiche nell’Atleta:
- Frequenza cardiaca
- Frequenza respiratoria
- Variazioni chimiche del sangue (acido lattico, glicogeno,
ormoni, ecc.).

Grazie ai meccanismi di adattamento, si otterranno, modificazioni


temporanee (semi-permanenti), che saranno definiti effetti duraturi del
carico.
L’accumulo degli effetti duraturi è l’insieme delle variazioni:
- Anaboliche (aumento strutturale)
- Metaboliche (potenziamento dei vari meccanismi di trasformazione
dell’energia)
- Ormonali
La formazione delle capacità specifiche di prestazione è la sintesi, in
gara, di tutti gli adattamenti preconfezionati:
- Fisici
- Psichici
53
- Tecnici
- Tattici
I fattori che condizionano la prestazione sportiva sono:
- Costituzione (Aspetti strutturali)
- Misure del corpo
- Rapporti tra segmenti corporei
- Rapporto massa magra/grassa
- Mobilità articolare
- Condizione (Disponibilità di energia)
- Metabolismo muscolare
- Funzionalità dei grandi apparati
- Coordinazione (Utilizzazione e controllo dell’energia)
- Funzionalità del sistema nervoso centrale
- Controllo dell’azione (Processi cognitivi, emotivi e motivazionali)
I sopra riportati fattori sono strettamente connessi fra loro.
Il miglioramento della prestazione avviene attraverso esercizi fisici
quali, essenziali strumenti applicativi. Questi, devono essere
disciplinati, in modo articolato ed ordinato, nel programma di
allenamento. Possiamo identificarli in tre macroaree:
1. esercizi di carattere generale: non hanno correlazione diretta
con la disciplina praticata ed hanno l’obiettivo di migliorare e
mantenere la condizione fisica ottimale;
2. esercizi speciali o specifici: buona correlazione con la
disciplina praticata. Hanno l’obiettivo di sviluppare abilità
tecniche specifiche;
3. esercizi specifici di gara: massima correlazione con la
situazione agonistica della disciplina. L’obiettivo è il
miglioramento della prestazione di gara.

Queste tre macroaree sono strettamente connesse fra loro. È compito


del Tecnico dare il giusto dosaggio applicativo nel programma
allenante ed in funzione della disciplina praticata, dell’età dell’Atleta e
delle caratteristiche individuali.

54
La Forza – Quadro riassuntivo
Tipo di Entità del N° di serie N° di Ritmo Tempo di
stimolo carico per ripetizioni esecutivo recupero tra
rispetto al gruppo in ogni le serie
massimale muscolare serie

Forza 65-80% 6-8 Ad Fluente e Completo


generale esaurimento controllato (mediamente
2.5-3 minuti)

Forza 85-95% 6-12 Ad Fluente e Completo


massima esaurimento controllato (mediamente
2.5-3 minuti)

Forza 40-50% 8-10 Massimo Massima Completo


rapida 50-65% 6-8 sotto i 6-8 velocità in (mediamente
65-75% 5-6 secondi fase 2.5-3 minuti)
concentrica

Forza 40-50% 4-5 Ad Fluente e Incompleto


resistente 50-60% 5-6 esaurimento controllato (1-2 minuti)

Intensità dell’esercizio e parametri vitali


Intensità Leggero Moderato Intenso Molto intenso
esercizio

Attività Cammino Correre Correre Corsa estrema


spedito velocemente (100 m piani)

FC (Frequenza < 60% 60-70% 75- 90% >90%


Cardiaca) VO2 max VO2 max V02 max VO2 max

Fonte Energia Grassi Grassi e Grassi e Zuccheri


Zuccheri Zuccheri

Metabolismo Aerobico Aerobico Aerobico Anaerobico


Anaerobico

Respirazione Normale Aumentata Molto Apnea


Si riesce a Si parla a fatica aumentata Non si riesce a
parlare E’ difficile parlare
parlare

55
“Spesa” energetica nelle attività sportive (indicativo)
Attività aerobiche Attività aerobiche Attività anaerobiche
anaerobiche

corsa di fondo, calcio, basket, pallavolo, corsa veloce, salti, lanci,


campestre, ciclismo, judo, rugby sollevamento pesi
nuoto, sci fondo,
canottaggio
Dispendio energetico Dispendio energetico Dispendio energetico
6-18 Kcal/Kg/h 5-15 Kcal/Kg/h 3-12 Kcal/Kg/h

L’energia spesa per l’attività muscolare dipende dal tipo di attività


(aerobica, aerobica-anaerobica, anaerobica) e dall’intensità della
attività (leggera, moderata, intensa).

In un quadro generale di preparazione e/o programmazione, è


necessario mettere in campo:
- Passione
- Desiderio di apprendere
- Voglia di eccellere e realizzarsi nello sport, mantenendo
integri, i principi etici.

Prima si identificheranno i potenziali Atleti, prima, potremo


implementare la programmazione ad personam.
Un razionale progetto competente deve basarsi sulle esigenze e sulle
caratteristiche degli Atleti e sulle caratterizzazioni dello Sport
(disciplina). È puntare sulla costruzione di un team, in termini di
collaborazione, tra Tecnici, Famiglia, Educatori e tutte quelle figure
che appartengono alla sfera diretta dell’Atleta, e in questa “rete”
l’Atleta deve potersi sentire al sicuro, protetto e sostenuto,
consentendogli così di esprimere il proprio potenziale senza essere
tentato di avvicinarsi a pratiche illecite, antisportive e dannose per la
salute.

56
6.

La corretta preparazione fisica come strumento di lotta


al doping
Maurino L.
Docente Scuola dello Sport CONI CAMPANIA

Una delle vicende più comuni nell’approccio alla preparazione fisica,


o semplicemente alla pratica sportiva in generale, è legata alla sommi-
nistrazione di esercizi che vengono consigliati senza aver effettuato
alcun tipo di esame motorio sul soggetto utente in questione. Non si
dà nessun peso al sapersi muovere, all'analisi dei programmi motori di
base. L'unica cosa che sembra essere veramente importante è quella di
inserire esercizi sempre nuovi, continuando poi ad aumentare i carichi
e i volumi di lavoro. Ecco perché, tante volte, si assiste a una stasi fi-
sica, o peggio ancora, si va incontro ad infortuni. Se non si esegue una
valutazione iniziale, come si può stabilire un punto di partenza e di
conseguenza un punto di arrivo? Come diventa possibile tracciare una
rotta di lavoro? Insomma, potremmo dire che "un allenamento senza
valutazione è come un viaggio senza mèta".
Osservare come una persona si muove, rappresenta la base d'inizio per
qualsiasi attività correlata al movimento. I pattern motori di base foca-
lizzati sullo sviluppo della neurologia infantile, infatti, non solo offro-
no un punto di partenza adeguato sul quale creare l'allenamento e il
percorso formativo del soggetto, ma anche, e soprattutto, la possibilità
di poter correggere, compensare e riprogrammare i pattern di movi-
mento che non risultano essere efficienti o sufficienti.
Tutto, dunque, parte da una corretta valutazione di base. Per essere ef-
ficace, la preparazione fisica deve essere preceduta da una corretta va-
lutazione: se non conosciamo il punto di partenza del soggetto non
possiamo indicare il punto di arrivo.
Oggi esistono diverse metodiche e scuole di valutazione utili alla pro-
filazione dei soggetti che decidono di affidarsi ad un buon preparatore
fisico-atletico. Una delle più attuali ed efficaci, riconosciute a livello
mondiale, risulta essere senza dubbio l’FMS (Functional Movement
Screen), ovvero una tecnica di valutazione che mira ad identificare di-
sfunzioni nella mobilità e stabilità del soggetto durante alcune prove
di movimenti ritenuti fondamentali. Questo strumento di valutazione è

57
stato studiato per individuare i movimenti disfunzionali, ossia indivi-
duare facilmente quei movimenti che possono condurre all'insuccesso
nel sistema di catene cinetiche e potrebbero così causare inefficienza e
quindi micro traumi durante l'attività fisica (McDougall et al., 2012).
(94) Questo sistema risulta ideale come test d'ingresso per determinare
la presenza di deficit che potrebbero essere sfuggiti in sede di visita
medica di base, risultando, quindi, un’eccellente “anamnesi motoria”.
Quando s'inizia un'attività motoria o sportiva, infatti, nessuno prescri-
ve un esame di analisi del movimento, per verificare se esistono restri-
zioni, traumi o semplicemente programmi motori che non funzionano.
Indipendentemente dalla metodica utilizzata quello che va ricercato
con uno screening del movimento è il corretto funzionamento dei pro-
grammi motori di base, quindi non la singola funzione del muscolo,
ma il pattern di movimento nel suo insieme che se non funziona non
permette al soggetto di allenarsi correttamente.

In altre parole, quando si esegue uno scrutinio (screening), valutando


un movimento fondamentale come lo squat, ad esempio, si ricava una
notevole quantità d'informazioni: si riesce subito a valutare, dal punto
di vista chinesiologico, la mobilità della caviglia, la stabilità del
ginocchio, la mobilità dell'anca, la stabilità del tronco e, nel caso di
una posizione ovehead degli arti superiori, la mobilità del cingolo
scapolo-omerale. Inoltre, se si vuole approfondire di più l’analisi, si
può chiedere al soggetto di ripetere il gesto ad occhi chiusi per
valutare anche il livello di propriocezione corporea. La cosa più

58
interessante che emerge, e che spesso si sottovaluta, è che se non
funziona il pattern fondamentale di movimento dello squat, non posso
allenare in maniera adeguata il soggetto. Infatti, come faccio a creare
un programma di allenamento con sovraccarichi se non riesco
nemmeno ad eseguire un movimento di base con il mio corpo?
Ecco che allora entra in gioco la reale utilità dell’esercizio funzionale,
che ha lo scopo di ripristinare il programma motorio perduto. Perché
tale programma esiste, si è soltanto perso. È un po' come avere un
giardino dove alcune vie di accesso sono chiuse dalle erbacce. Lo
squat rappresenta un programma motorio fondamentale, di
conseguenza deve essere ripristinato. Scopo dell'allenamento in questa
fase è riaprire le vie e costruire una base solida e duratura su cui creare
la progressione degli allenamenti. Tutto ciò, che ci piaccia o no, può
essere fatto solo se si effettua uno screening funzionale dinamico del
movimento.
Una volta ripristinati i programmi di base, attraverso l'esercizio
funzionale mirato ed adattato, costruite le basi del movimento, si può
passare alla fase successiva, ovvero l'allenamento condizionale
(metabolico) che permetterà, successivamente, un approccio corretto
alla tecnica. Spesso, infatti, la causa di infortuni o la mancanza di
risultati, risiede in un errato bilanciamento degli elementi della
seguente piramide:

La piramide della prestazione di Gray Cook, 2010

Due piccole precisazioni:


1. L'allenamento funzionale nella sua filosofia, non serve a
condizionare la struttura (essa è una conseguenza), serve invece a
creare le basi del movimento. Per essere più chiari: prima di poter

59
effettuare un lavoro con i sovraccarichi, ad esempio nello squat,
bisogna essere in grado di padroneggiare tale movimento a corpo
libero. Addirittura, i massimi esperti di allenamento funzionale
esigono che il movimento sia padroneggiato anche su un piano
instabile;

2. La parola scrutinio (screening) ed analisi non sono sinonimi:


l'analisi è una valutazione critica di ciò che osservo e solitamente è
condotta scomponendo l'oggetto nelle sue parti. Lo scrutinio, invece, è
una tecnica attraverso cui si osserva senza intervenire in maniera
critica ed è molto utile per avere un'idea oggettiva del fenomeno
osservato che, nel nostro caso, è il movimento.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
1. Alberto Andorlini, Allenare il movimento: dall'allenamento funzionale
all'allenamento del movimento, Calzetti e Mariucci, Perugia, 2013
2. Davide Barbieri, Elementi di base per l'allenamento funzionale. Il gioco del ferro,
Calzetti e Mariucci, Perugia, 2011
3. Michael Boyle, Avanzamenti nell'allenamento funzionale. Manuale di tecniche
d'allenamento per allenatori, personal trainers e atleti, 2012
4. Luca Russo, Roberto Benis, Stefano Livi, Alberto Falcone, Nicolò Rogalmuto,
Paolo Bartolucci, Luca Barni, Esercizio Correttivo, Giacomo Catalani Editore, 2016
5. www.functionalmovement.com
6. Gray Cook, Lee Burton, Kyle Kiesel, Greg Rose, Milo F. Bryant, Movement:
Functional Movement Systems: Screening, Assessment, Corrective Strategies

60
7.

Infortunio e doping
Arena S.
Istruttore e atleta

Se un atleta che assume sostanze dopanti, come ad esempio gli


steroidi anabolizzanti, incorre in un aumento del rischio degli
infortuni, va preso in considerazione anche il caso opposto. Infatti,
l’atleta che non ha mai fatto uso di sostanze dopanti, incorrendo in un
infortunio, al fine di ritornare alle performance pre-infortunio, è
esposto maggiormente al rischio di ricorrere a sostanze proibite per le
quali non avrebbe diritto all’esenzione.
Il termine infortunio (dal latino infortunium, composto di in - e
fortuna, «sorte») nel senso comune, è usato per descrivere un evento
accidentale e traumatico che lede il corpo di una persona. Dal punto di
vista medico, l'infortunio è causa di danni fisici (come fratture,
contusioni, abrasioni, crampi, lussazioni, eccetera) che sono
temporanei o permanenti. Superando il dualismo corpo-mente, e
considerando l’atleta nella sua integrità psicofisica, l'incidente e il
relativo infortunio per uno sportivo acquistano particolare rilevanza
perché gli atleti (di qualsiasi livello), esprimono il proprio essere e si
relazionano nei propri contesti attraverso ciò che è definibile come
espressione corporea. Quindi il trauma non si può circoscrivere solo al
danno quantificabile, ma assume molteplici significati. L’atleta è
costretto a vivere tante forme di cambiamento, necessariamente vive
differenze, confronta ciò che era con ciò che è, immaginando quello
che sarà. Riflette sull'infortunio costruendo una gabbia in cui le sbarre
sono i “se”. Lo stile di vita, l’alimentazione, le relazioni cambiano e si
percepiscono forme di dolore che prendono il posto del solito e
familiare vigore.
Anche le persone meno affascinate dal tifo ciclistico sono a
conoscenza delle imprese, ad esempio, di Fausto Coppi, in quanto gli
atleti possono compiere gesta che donano loro una condizione di
immortalità, ma la loro carriera è considerabile “a tempo”. Gli
infortuni, invece, hanno altri tempi. Il recupero non ha conto delle
stagioni e delle fasi di allenamento, anzi solitamente prevede un
periodo di riposo. L'atleta infortunato vive tante condizioni e quella

61
predominante può non coincidere con i contesti sportivi. Bernd
Schuster, ex nazionale tedesco e attuale allenatore del Malaga, al
magazine Sport Bild Plus dichiarò, forse anche provocatoriamente,
che il doping è uno escamotage lecito per accorciare i tempi di
recupero: “'Finché si tratta esclusivamente di questo per me non
rappresenta un problema. Se un giocatore può tornare in forma con
due o tre settimane di anticipo a seguito di un infortunio allora ha un
senso. Non si tratta di portare un giocatore al 120, 150 o 180% delle
proprie possibilità, non si tratta di migliorare il rendimento ma di
riaverlo di nuovo al suo livello il più presto possibile”. Questa
dichiarazione squarcia il velo di ipocrisia che da sempre ammanta il
mondo sportivo.
La guarigione implica un processo delicato, nel quale si giunge a
recuperare performance mantenendo un’integrità mentale e
responsabilmente etica, ma ci si può anche ammalare di doping. La
storia di Stefan Fernholm, pesisita svedese, è costellata da numerosi
record, ma anche da molteplici sospetti per uso di doping nel
dettaglio, per uso massiccio di antidolorifici necessari ad alleviare il
dolore derivato dai numerosi infortuni. Dopo anni di abusi, morì a soli
37 anni, per un'overdose di farmaci.
Le mie considerazioni (e il mio impegno in questo progetto) nascono
da una vicenda personale estremamente delicata: durante i campionati
regionali campani di ciclismo su strada, a pochi km dall’arrivo, a
causa della strada dissestata sono finita fuori traiettoria e nella caduta
ho subito un violento urto che mi ha procurato la frattura di 16 ossa e
altri traumi. E così, il mio status da gran fondista più forte del sud
Italia si è trasformato in paziente ricoverata in ospedale. Purtroppo,
non sono mai svenuta e, accanto alle cicatrici sulla pelle, sono
impresse tutte le sensazioni, i ricordi di quel tempo, ancora così nitido.
Nelle prime ore dopo il trauma, nel dolore cercavo di capire il danno,
ma molte informazioni corporee erano inaccessibili e il personale
medico attendeva l’arrivo della mia famiglia (molto distante
dall’ospedale) per comunicarmi la diagnosi del radiologo. Poi,
complice la stanchezza delle ore di gara, quando l’ortopedico ha
ridotto manualmente le fratture, ho desiderato di ricevere molti
farmaci per dormire. Non lo dicevo ma ero molto spaventata, pensavo
a mia figlia e alla possibilità di non ritornare in bici. Ho vissuto dolori
umanamente non sopportabili e gli antidolorifici endovena era
necessari.
62
I primi giorni, accoglievo con piacere la solidarietà e l’affetto di tutti,
consapevole di aver rischiato la vita, ma poi ho iniziato a provare
vergogna della mia condizione ed anche a sentirmi in colpa. Abituata
a fare 200 km al giorno, oltre al dolore fisico la difficoltà maggiore da
dover accettare fu la necessità di avere bisogno del sostegno altrui per
mangiare, svolgere le più elementari funzioni fisiologhe, per tutto
quello che riguardava la mia “nuova” condizione, e si trattava di un
cambio troppo drastico nella mia personalità.
Inoltre, il dolore e la nostalgia della mia famiglia erano molto forti.
Così ho iniziato a “dar di matto” in reparto, e con la poco mobilità che
avevo, lanciavo i vassoi del cibo, e mi agitavo talmente tanto che il
personale medico era costretto a sedarmi. Io che fino a quel momento
avevo conosciuto solo aghi per donare il sangue, ho cominciato a
prendere dimestichezza con i farmaci, forse subendo il fascino delle
proprietà lenitive.
Dopo alcune operazioni in anestesia totale, venne a trovarmi un
medico, il quale mi disse che non c’era alcuna evidenza scientifica in
quello che mi stava per raccontare, c’era solo la sua esperienza
decennale di primario di reparto. Mi disse che i pazienti che
“accettano” la propria condizione di paziente guariscono prima e
meglio. Le parole del medico centrano il mio desiderio di tornare forte
come prima. Ma avevo dimenticato che “non ci si bagna due volte
nello stesso fiume”. Così, ho iniziato pazientemente a subire senza
accettare la mia nuova condizione e con il carattere dell’agonista ho
intrapreso un percorso riabilitativo molto intenso. Ancor prima di
camminare bene, ho ripreso la bici. Avevo bisogno di sapere di poterci
andare. Avevo bisogno di sentirmi quella che ero sempre stata e non
colei che ha un corpo spezzato. Avevo bisogno di unire ciò che si era
drasticamente e non volutamente separato. Per un po’ è andata bene,
ma ho avuto fortemente la voglia di accedere a quei farmaci che avevo
scoperto in ospedale. Non ne ho mai fatto una questione di “tono
muscolare”, quello con il tempo e gli allenamenti si riconquista, ma
ero spinta dalla voglia di andare in bici senza dolore. Tra l’altro, se il
dolore nella maggior parte dei casi è una protezione, un’esperienza
che corregge le azioni pericolose, nel mio caso il dolore ricorda la
paura, generativa di tensioni che impediscono la destrezza e la
flessibilità necessarie. Non si tratta solo di non oltrepassare la misura
del buon senso, ma è un ricordo continuo della mia misura attuale,
inconfrontabile con quella pre-incidente.
63
Sarebbe molto facile usare il doping per risolvere. Sarebbe facile usare
doping per respirare senza dolore. Sarebbe facile usarlo per controllare
nuovamente il peso sarebbe facile, ma dovrei compiere una ulteriore
separazione e un forte allontanamento dai miei valori. Così, nella
solitudine e nell’assenza di una rete di supporto federale, vado avanti e
dopo un anno e mezzo dall’incidente, ho detto addio alle competizioni
e continuo il lungo percorso riabilitativo.
Sono, quindi, stata anch’io tentata di rivolgermi al mondo del doping,
anche se solo per lenire un dolore costante e invalidante, ma ho scelto
di ricominciare ad essere me stessa, ho ripreso parte alle competizioni
per dimostrarmi che c’è ancora un forte spirito combattivo che
trascende i danni fisici. Ed ho deciso che, se ho avuto la forza di non
piegarmi, era giusto riproporre la mia esperienza e farmi ambasciatrice
di un messaggio diretto non solo a chi, come me, ha dovuto ripensarsi
e ricrearsi, ma soprattutto a chi si sta formando, cercando di
trasmettere un pensiero positivo e pulito che riesca a tenere gli sportivi
lontani da pratiche dannose e scorrette.
Lo sport serve alla società per trasmettere messaggi, serve a noi per
fornire un esempio, serve alle istituzioni per veicolare principi
improntati sulla correttezza e sulla meritocrazia. Se si può superare un
evento traumatico e continuare ad essere uno sportivo corretto, allora
è giusto che anche chi non ha vissuto questa esperienza guardi dentro
di se per trovare la forza e la motivazione che portano alla vittoria.
Alla fine, il primo avversario con cui ci scontriamo sono proprio le
nostre paure e le nostre insicurezze, e la vittoria più grande è quella
che ci porta a guardarci negli occhi ed essere orgogliosi del meglio
che abbiamo potuto fare.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- https://www.repubblica.it/sport/calcio/esteri/2013/08/19/news/schuster_provoc
azione_doping-64982378/
- https://www.dn.se/sport/fernholm-dog-av-tablettmissbruk

64
8.

L’impatto dell’illecito sportivo sull’atleta


De Martino R.
Psicologa, psicoterapeuta
Didatta IIPR Napoli
Membro del comitato tecnico della Scuola Regionale campana degli Sport
Rotellistici

In un periodo in cui in Campania c’è grande mobilitazione per i


concorsi indetti dall’Asl per i fantomatici posti da “psicologo
dirigente”, mi viene ironicamente da dire, in premessa del mio
intervento, che sogno un mondo in cui ci possano essere più concorsi
per psicologi “del dirigente”. Credo, infatti, che chiunque sia chiamato
a ricoprire un ruolo di responsabilità nella dirigenza di sistemi
relazionali complessi debba essere affiancato da uno psicologo; e lo
credo non perché noi psicologi siamo in grado di consigliare il
“dirigente”, non ne sappiamo assolutamente niente più di lui, ma
siamo consapevoli più di lui di quanto affermato dalla cibernetica del
secondo ordine, ossia che l’osservatore è nel campo di osservazione, e
dunque, allenati alla consapevolezza che una verità oggettiva non
esiste, siamo disposti a cambiare spesso punti di osservazione per
cogliere maggiori descrizioni della complessità relazionale che ci
circonda. Noi psicologi cerchiamo semplicemente con umiltà di
aiutare chi richiede il nostro intervento a pensare le proprie emozioni e
ad allargare i propri punti di vista, per avere una visione più
complessa dei sistemi di cui è parte.
Faccio questa premessa per farvi comprendere con quanta gioia abbia
accettato, da circa un mesetto, di essere parte del Comitato Tecnico
della Scuola Regionale degli sport rotellistici della FISR Campania e
quanto sia felice di essere presente qui, oggi, in qualità di membro del
Comitato, sollecitata da un tema tanto interessante.
Mi sono specializzata in psicoterapia sistemico relazionale all’IIPR
(Istituto Italiano Psicoterapia Relazionale) dove attualmente insegno
psicoterapia e per parlare dell’“impatto dell’illecito sportivo

65
sull’atleta” non posso non ricorrere a un prezioso punto di riferimento
della mia formazione: Gregory Bateson.
Presentare Gregory Bateson non è cosa semplice; è stato antropologo,
sociologo e psicologo britannico, il suo lavoro ha toccato anche molti
altri campi (semiotica, linguistica, cibernetica...). Bateson è stato un
po’ tutto questo anche perché convinto che la specificità dei campi del
sapere è una segmentazione arbitraria che compiamo noi esseri umani
per semplificazione: tutti i rami del sapere si occupano infatti di
vivente e sono interconnessi.
Nel bellissimo film–documentario dal titolo “An ecology of mind”,
diretto da Nora Bateson, la figlia di Gregory, sono contenute delle
immagini di una conferenza tenuta dal padre nella quale afferma “un
ruolo è solo una relazione a metà, e non potete studiare un’estremità
di una relazione e pensare che abbia senso. Quello che succede è un
disastro”. Alla luce di quanto appena esposto capirete che oggi
sarebbe molto incauto da parte mia parlarvi di un “allenato”, senza
parlarvi anche di un “allenatore” e senza dunque riflettere sulla loro
relazione.
“La relazione viene per prima, precede” (1), affermava Gregory
Bateson e per spiegarvi il senso di questa frase, parafraserò le parole
che Chiara Cicala, didatta dell’IIPR di Napoli, adoperò in una delle
mie prime giornate formative da specializzanda in psicoterapia. Se ci
fate caso sul nostro corpo c’è il segno della veridicità delle parole di
Bateson, un piccolo simbolo che vi invito a guardare con maggiore
attenzione da adesso in avanti per ricordarvi ciò che oggi intendo
sottolinearvi… sto parlando dell’ombelico. Qualsiasi essere umano,
anche quello abbandonato dalla propria madre, sa che è venuto alla
luce in una relazione, con un cordone era legato a qualcun altro;
nessuno nasce da solo, siamo da subito al mondo già in una
relazione… eppure quante volte lo dimentichiamo e crediamo
erroneamente che certe caratteristiche siano immanenti a noi,
dimenticando di essere sempre in relazione con qualcuno? Per farvi
comprendere meglio vi faccio un esempio molto semplice. Anni fa ho
fatto un viaggio in Giappone, beh signori miei lì ero una stangona,

66
altissima, in verità anche piuttosto in sovrappeso per i canoni delle
giapponesine della mia età, eppure in Italia avevo sempre avuto una
statura e una corporatura piuttosto normali… come si spiega questo
fenomeno? Facile, l’altezza e il peso non sono qualità immanenti in
me e hanno un significato e un valore in virtù dell’altro con cui mi sto
confrontando, dell’altro con cui sono in relazione …
Un aforisma ironico di Gianni Brera che ho trovato su internet, mentre
riflettevo per questa relazione, cita: “«Io sono il signore tecnico tuo,
non avrai altri tecnici all’infuori di me». Questa frase dopo averci
rubato un sorriso ci dà un po’ il senso del tipo di relazione che si può
instaurare tra allenatore e allenato. Sicuramente parliamo di una
relazione asimmetrica, complementare, in cui c’è chi ha un ruolo one-
up e chi ha un ruolo one-down. Ed è chiaro che nell’ambito di tale tipo
di relazione, in cui vi è una “distribuzione concordata…
esplicitamente delle aree di predominio o, preferibilmente, di
competenza” (2), agli atleti viene richiesta la disponibilità a farsi
guidare, apprendere, condividere i metodi e le decisioni per favorire la
coesione, la cooperazione e per conseguire gli obiettivi prefissati
mentre l’allenatore agisce «poteri di influenza» che risultano
funzionali alla gestione dei processi di formazione tecnica e
comportamentale dell’atleta e dello sviluppo del gruppo-squadra.
Potete immaginare in una relazione del genere quale importante
responsabilità abbia dunque l’allenatore.
Non so se sapete che diversi studi sperimentali hanno dimostrato che
in una psicoterapia ciò che conta non è l’orientamento teorico dello
psicoterapeuta (sistemico-relazionale, cognitivo-comportamentale,
gestaltico ecc.), l’unica cosa che rende davvero efficace un percorso
psicoterapeutico è l’istituzione di una buona relazione, di una
profonda alleanza terapeutica. Noi psicoterapeuti diciamo spesso,
parafrasando uno dei pionieri statunitensi della psicoterapia familiare,
Carl A. Whitaker, che la relazione funge da anestetico, solo se c’è un
clima di profonda fiducia possiamo effettuare degli interventi in
seduta senza che vengano recepiti troppo invasivi e “forti” dai
pazienti. Ciò, a mio avviso, nel bene o nel male non vale solo per la

67
psicoterapia ma anche per chi fa il mestiere dell’allenatore che,
dunque, dovrebbe essere consapevole e formato adeguatamente a
questa responsabilità. Per farvi comprendere la mia proposta vi
racconterò le osservazioni che Gregory Bateson ha fatto osservando
l’addestramento di una focena, presso l’Oceanic Institute delle
Hawaii, per studiare quella che poi chiamò “sindrome
transcontestuale”. “La focena venne addestrata a considerare come
«rinforzo secondario» il fischio del suo istruttore. Quando l’istruttore
fischiava, infatti, poteva aspettarsi di ricevere cibo e, se in seguito
avesse ripetuto ciò che stava facendo al momento del fischio, lo
avrebbe udito di nuovo e avrebbe ricevuto cibo. All’inizio della
sequenza sperimentale l’animale, come spesso accade alle focene,
sollevò la testa sopra il livello dell’acqua della vasca; a questo punto
udì il fischio e ricevette un pesce; sollevata nuovamente la testa, udì
nuovamente il fischio e ricevette un pesce. Tre ripetizioni di questa
sequenza furono sufficienti per considerare realizzato il
«condizionamento operante» e conclusa la prima sessione
sperimentale... La focena aveva appreso alcune semplici regole per
mettere insieme le varie informazioni, aveva cioè collegato in una
struttura contestuale le sue azioni, il fischio, la vasca e l’istruttore.
Nella seconda sessione, perché potesse mostrare nuovamente un
condizionamento operante, la focena dové attenersi a un diverso
modulo comportamentale. Quando entrò nella vasca e alzò la testa,
infatti, non udì alcun fischio e non ricevette alcun pesce. Mostrò un
colpo di coda, tipica espressione di contrarietà nella sua specie, e,
udito il fischio, ricevette un pesce. Anche questa sequenza fu ripetuta
tre volte prima che il condizionamento operante fosse considerato
realizzato e che la sessione potesse, a quel punto, essere ritenuta
conclusa. Nel corso di ciascuna delle sessioni successive, la focena
dovette produrre un nuovo modulo comportamentale per avere diritto
ai suoi pesci. Nel corso della prima sessione aveva realizzato che
quello in cui si trovava era un contesto in cui era bene (o le si
chiedeva di) sollevare la testa. Ma questa struttura contestuale si
attagliava soltanto a quella prima sessione. Esisteva un più vasto

68
contesto dei contesti, ovvero la classe delle varie sessioni cui veniva
sottoposta, in cui essa inizialmente sbagliò. Per essere in grado di
affrontare la classe delle sessioni, la focena dovette infrangere la
struttura contestuale e attraversare il confine che distingueva il primo
contesto - e ciascuno dei contesti successivi - dal contesto di ordine
superiore che comprendeva l’intera sequenza delle sessioni. Quello di
ordine superiore era un contesto in cui le si chiedeva di esibire, a ogni
nuova sessione, un diverso o nuovo modulo comportamentale…” (3)
Bateson, osservando tale tipo di addestramento, stava studiando la
genesi delle sindromi transcontestuali. A tale proposito va detto però
che, a giudizio dell’istruttore, “fu necessario infrangere ripetutamente
le regole dell’esperimento e concedere alla focena - ovviamente senza
fischio - molti pesci non meritati. Questo fu fatto per comunicare alla
focena che, nonostante le frustrazioni inflitte, quello in corso era un
rapporto in cui essa era amata, e per salvaguardare così la relazione
con l’istruttore” (4). Dunque potremmo dire che la focena non è
impazzita, come capita nelle sindromi transcontestuali, ma è diventata
creativa proprio per l’alleanza avvertita con l’addestratore, per la cura
della relazione. Pensate dunque alla potenza di una relazione e al ruolo
di grande importanza che ha un allenatore nelle vicende sportive, sia
per quanto riguarda l’effettiva opera che egli può svolgere per
perfezionare un atleta a lui affidato e migliorarne il rendimento, sia
per l’eco che la sua attività solleva nella vita dell’atleta e negli
ambienti collaterali allo sport, specie tra il pubblico e nella stampa.
Immaginiamo cosa significhi dunque se un allenatore si fa promotore
di un illecito sportivo (compravendite gare sportive) o del doping.
Mi sembra ovvio, come già anticipato dagli altri relatori, che tutto ciò
abbia un impatto sull’atleta da svariati punti di vista: fisico
(soprattutto per quanto riguarda il doping sappiamo bene che
conseguenze devastanti abbiano l’uso di certe sostanze chimiche),
psichico (producendo una forte dipendenza e aggressività nel caso del
doping, depressione e autosvalutazione ecc.), induce crisi nei sistemi
di convivenza degli atleti con gravi ripercussioni nella vita privata
dell’allenato, ma soprattutto mortifica il talento. Se il mio allenatore

69
mi induce a fare uso di sostanze dopanti o trucca una partita, a mio
vantaggio o meno, cosa mi sta dicendo? Che non sono abbastanza
come atleta, che valgo poco, che tutti i miei sacrifici non sono
sufficienti. Vanifica completamente il mio lavoro, il mio impegno.
Non è difficile immaginare ciò che vi sto raccontando anche in altre
“competizioni” professionali, anche in altri contesti lavorativi, non
strettamente legate al mondo dello sport, quando la mediocrità
mortifica il talento, quando le raccomandazioni rendono tutto ingiusto
e iniquo… ne abbiamo fatto tutti prima o poi esperienza diretta o
indiretta. Solo che la carriera di uno sportivo ha tempi molto brevi e
quindi se si “brucia” un pezzo di strada è molto complicato, se non
addirittura in certi casi impossibile, recuperare.
Il mondo dello sport dovrebbe essere una fucina di desideri e
dovrebbe nutrirsi di sogni. Certo, sappiamo bene che il sistema
dell’illecito è molto complesso e intricato, si regge su potenti e
“convincenti” ragioni politiche e di business, su sistemi valoriali
sempre più presenti nella nostra società a più livelli in cui per “essere”
occorre “vincere”, altrimenti si è un “signor nessuno” e in un sistema
sportivo in cui i target agonistici sono troppo elevati, da supereroi.
Di fronte a tutto questo rischiamo di sentirci inermi e “impotenti” ma
io credo che qualcosa possa essere messa “in” “potenza”, c’è qualcosa
da cui si può partire e la FISR Campania credo l’abbia fatto sia
collaborando a questo progetto che istituendo la Scuola Regionale
degli Sport Rotellistici, ripensando le pratiche di formazione in cui
esplorare la relazione allenatore allenato, facendo comprendere
all’allenatore che è sua responsabilità fungere da valido esempio per
l’allenato e aiutandolo a formarsi anche un punto di vista relazionale,
fornendogli strumenti conoscitivi che possano aiutarlo a leggere i
contesti in cui opera per contrastare le politiche dell’illecito sportivo,
magari prestando attenzione a chi è più vulnerabile e può cadere nella
trappola del doping. La stessa attenzione formativa va ovviamente di
pari passo rivolta agli atleti: è ormai tempo di superare l’errore di
Cartesio che separa la mente dal corpo, non dimenticando che siamo
in ogni istante un’unità biopsicofisica e che dunque la mente, come
diceva Gregory Bateson è qualcosa di molto più ampio di quanto
contenuto nella sola scatola cranica.

70
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
(1) Bateson G. (1979), Mente e Natura, Adelphi Milano p. 179.
(2) Camillo Loriedo, Angelo Picardi (2000) “Dalla Teoria generale dei sistemi
alla teoria dell’attaccamento”, Franco Angeli, Milano p. 62.
(3) Intervento di Giovanni Madonna al seminario del Circolo Bateson, Marzo
2011: “Doppio vincolo: il caso della focena”, reperibile all’url:
http://www.circolobateson.it/archiviobat/Madonna.htm
(4) Ibidem.

71
Conclusioni

La lotta al doping è certamente una strada in salita, ma come per le


ascensioni in montagna, anche in questo caso quando a salire sono più
entità, tra loro coordinate e collaborative, si riesce in genere a
raggiungere grandi altezze.
Il progetto, di cui questa pubblicazione costituisce solo una parte, ha
voluto cercare strade alternative per spiegare concetti semplici nella
loro complessità, proponendo nuove chiavi di lettura e affiancando
alla comunicazione meramente didattica altre attività in grado di
catturare l’interesse e associare al messaggio principale (il valore
negativo del doping nello sport) una serie di emozioni, esperienze e
informazioni che sono entrati a far parte del bagaglio culturale,
personale e sportivo dei partecipanti.
Partendo dal presupposto che gli atleti di alto livello sono già
informati circa i rischi a cui vanno incontro assumendo sostanze
vietate o ponendo in essere comportamenti sanzionabili, l’attenzione è
stata focalizzata su tutto quel mondo che dello sport è la base,
indirizzandosi ai bambini e ai ragazzi, alle loro famiglie, alle
associazioni sportive (colonna portante del sistema sportivo di un
Paese, in cui i bambini imparano a diventare prima di tutto degli adulti
consapevoli di se stessi), al mondo della scuola (che, generalmente, si
affianca a quello sportivo per fornire un valore aggiunto alla qualità
dell’istruzione attraverso la trasmissione di valori, saperi e
competenze che attraverso lo sport riescono a raggiungere tutti, perché
codificati attraverso il linguaggio del corpo e decodificati mediante
l’allegria, la soddisfazione di sé e la passione profusa nelle attività
svolte), al mondo delle Istituzioni.
Le collaborazioni instauratesi tra la partnership di progetto e la società
civile sono state tante ed importanti, soprattutto in Italia, dove la
cultura dell’antidoping ha trovato terreno fertile e sostegno.
La vicinanza di importanti organizzazioni internazionali ha consentito
di raggiungere in maniera “leggera” il mondo delle abilità diverse,
dove il fenomeno del doping sembra essere in crescita.
La collaborazione degli istituti scolastici del territorio ha consentito di
svolgere attività informative e di sensibilizzazione utilizzando lo
strumento della pratica sportiva, consentendo di sfruttare gli incontri
con i giovani allievi sia per parlare loro di doping, argomento

72
importante ma, per certi versi, difficile da comprendere per dei
ragazzi, che per promuovere uno stile di vita attivo, per comunicare le
basi di una sana alimentazione, per insegnare loro i cardini su cui si
fonda il concetto di prevenzione e, soprattutto, per indirizzare nel
modo giusto lo spirito competitivo e valorizzare adeguatamente le
peculiarità di ciascuno, aiutandoli a costruire il proprio Sé partendo
dal presupposto che i veri campioni sono quelli che hanno la
coscienza pulita e danno il massimo impegno in tutto ciò che fanno.
Tra le tante offerte, una particolare affermazione è stata oggetto di
discussione in quasi ogni incontro: “se ti dopi, vince la chimica, ma tu
hai perso lo stesso”. Letta attraverso i dati rilevati, questa
apparentemente innocua frase ha avuto il potere di provocare reazioni
diverse, talvolta contraddittorie, ed ha fatto emergere come in molti
dei più giovani, contrariamente a quanto dichiarato nei questionari
somministrati nelle fasi iniziali degli incontri, la voglia di emergere, di
vincere, possa essere più forte di qualsiasi altra cosa, anche a costo di
barare. Rispetto ai questionari, in cui si chiedeva agli intervistati di
parlare di sé, delle proprie aspettative e di quanto conoscessero a
proposito del doping, dopo aver ascoltato quanto i formatori avevano
da dire, sono nati interessanti dibattiti e spesso i giovani presenti
hanno avvertito la necessità di parlare ed approfondire alcuni aspetti.
In particolare, l’argomento relativo ai cannabinoidi ha consentito di
affrontare anche il tema delle dipendenze, e di conseguenza il disagio
giovanile. Pur coscienti di star esulando dall’argomento specifico, si è
cercato di dare risposte esaustive e non velate da facili paternalismi,
senza la presunzione di essere convincenti ma quantomeno con la
certezza di aver lasciato i ragazzi più consapevoli di ciò che ruota
attorno al mondo della chimica.
Tra i tanti sostenitori di questo progetto, una nota particolare è quella
rappresentata dall’Ordine degli Avvocati di Salerno, che ha ritenuto di
concedere ad un Convegno che vedeva l’apporto della Guardia di
Finanza, dei Carabinieri del NAS e della FISR, non solo il proprio
patrocinio, ma anche l’onore di essere elevato al rango di evento di
formazione per gli avvocati, in quanto l’argomento, trasversale tra il
diritto sportivo, quello penale e gli aspetti procedurali, si connotava
per l’originalità e la novità di approccio.
Oltre ai tanti eventi di natura convegnistica e seminariale, sono state
anche sperimentate modalità diverse per comunicare il messaggio
legato all’antidoping. Dopo diversi tentativi, si è giunti a comprendere
73
come l’esempio di atleti che hanno portato (ed indossato) la bandiera
di questo progetto abbia avuto l’effetto di attirare persone ai punti
informativi, consentendo un approccio naturale e un riscontro
immediato specialmente in sport come il ciclismo e l’atletica, in cui
sono state organizzate anche delle tavole rotonde, informali per quanto
riguarda la struttura ma estremamente proficue sul piano del
confronto. Proprio il ciclismo ha consentito l’emersione di un
interesse verso l’argomento da parte di molte atlete, e il contatto con
altre realtà che, negli anni, hanno proposto lo stesso tema, rinascendo
in seno a questo progetto con nuove prospettive di sviluppo futuro.
Con gli atleti più giovani si è scelto di strutturare gli incontri in
maniera periodica e continuata, giungendo a suggellare il termine del
percorso con una manifestazione che si è collocata nell’ambito della
Settimana Europea dello Sport 2019 e che ha connubiato la diffusione
della cultura antidoping e la sana pratica sportiva, con il sostegno
dell’Ordine dei Medici e di molte Federazioni Sportive e Associazioni
Benemerite.
Fondamentale importanza, in tutte le azioni compiute, sono stati i
“testimonial”: atleti di spicco hanno voluto collaborare con il progetto
portando in gara, in allenamento, nelle scuole il proprio esempio, uno
dei quali è contenuto proprio in questo volume, laddove un’atleta, una
giovane promessa del ciclismo, ha visto la sua vita cambiare a seguito
di un importante infortunio e, contestualmente al suo cambiamento di
stato, ha sperimentato le tentazioni del doping e, grazie alla sua forza
di volontà e alla sua integrità morale, è riuscita a vincerle, divenendo
ambasciatrice di un modo di intendere lo sport in cui ciascuno deve e
può sempre rimanere fedele a se stesso, nonostante le difficoltà. Si è
potuto osservare che proprio l’esempio rappresenta la strategia più
efficace,perché prescinde le forme comunicative: quando gli stessi
ragazzi sono stati informati con rinforzi sia positivi che negativi,
l’atteggiamento era quasi sempre lo stesso, in quanto le informazioni
erano comunque solo informazioni. Il vero cambiamento è avvenuto
quando a fornire le stesse informazioni, ma con modalità espressive
“libere” dalla cornice didattica, sono stati gli atleti, o gli esperti
qualificati. Dopo i primi approcci condotti utilizzando una linea guida,
si è scelto di essere affiancati da giovani campioni locali, da istruttori
con decenni di esperienza e solida reputazione, da persone che
avevano le competenze e la passione e che, per diverse ragioni,
riuscivano a trasmettere e ad incentivare il dibattito. Talvolta ad
74
affiancarci sono stati campioni olimpici, o membri di rappresentative
nazionali, e i commenti a posteriori dei ragazzi intervenuti hanno fatto
maturare l’idea che l’attenzione che essi hanno prestato alle parole dei
nostri “testimonial” è stata di gran lunga maggiore a quella che
avevano prestato ai nostri operatori.
Anche l’avvicinamento spontaneo agli infopoint organizzati in
occasione di particolari eventi è stato incoraggiato da piccole
strategie: abbiamo chiesto ad alcuni atleti che avrebbero partecipato
alle competizioni di utilizzare un abbigliamento recante il logo del
progetto, e di utilizzare abbigliamento da allenamento per gli ultimi
mesi di preparazione prima delle competizioni. In questo modo,
abbiamo avuto la possibilità di avere runner, ciclisti, marzialisti che
indossavano i propri valori e li mostravano durante gli allenamenti,
soprattutto in strada. Il risultato è stato che il logo è divenuto familiare
e quando è stato visto sull’allestimento dell’infopoint ha attirato un
inaspettato pubblico che ha chiesto informazioni, preso il materiale e
ascoltato ciò che avevamo da dire. Abbiamo dunque scoperto quanto
fossero vere le parole di Edmund Burke, secondo il quale “l’esempio è
la scuola del genere umano, e a questa sola noi possiamo
apprendere”.
Il percorso intrapreso ha consentito di affrontare i tanti temi che
ruotano intorno al fenomeno doping in maniera leggera, alternando
momenti di formazione e confronto a momenti di puro sport,
veicolando il messaggio che attraverso la pratica è possibile
comunque migliorare le proprie prestazioni e non necessariamente
l’aiuto esterno può essere determinante.
Dopo tanti incontri, tante collaborazioni e tanta informazione, la scelta
di iniziare il percorso progettuale da un corso riservato ai tecnici si è
rivelata la scelta più saggia, in quanto ha consentito di formare nuovi
latori di informazioni qualificate che hanno potuto moltiplicare i
destinatari raggiunti.
Confidando in una sempre maggiore sensibilità nei confronti di una
tematica fondamentale per la sopravvivenza di uno sport “pulito”,
leale e sano, ci si congeda da questo progetto con la consapevolezza
che, seppur ardua, questa strada può essere percorsa se, ed in quanto,
le diverse anime della società decidono di unire le forze e scendono
nelle strade, entrano nelle palestre e nelle scuole, scelgono di proporre
alternative basate sul miglioramento delle tecniche allenanti e tagliano
gli obiettivi a misura di atleta, di singolo atleta, portatore di punti di
75
forza e di debolezza, comunicando con umiltà e, soprattutto,
ascoltando, ascoltando sempre ciò che gli altri hanno da dire e
fornendo risposte sia sul piano tecnico e, soprattutto, sul piano umano.
Orientare i ragazzi agli obiettivi piuttosto che al risultato è l’unica
strada in grado di prevenire il rischio che, una volta cresciuti,
avvertano il bisogno di affidarsi ad altro, perché la fiducia in se stessi
sarà il miglior carburante che potranno mai desiderare.
In chiusura, si vogliono ringraziare i partners di progetto, sia la
Fijlkam che Croce Rossa Italiana, che hanno affiancato tutto il lavoro
fatto in Italia, che la Federazione Catalana di Scherma (la quale ha
organizzato importanti momenti formativi coinvolgendo giovani atleti
di talento, inserendoli in contesti formali che hanno dato risalto e forza
al messaggio antidoping) e l’Associazione Italia-Sport Insieme (che in
Francia ha dovuto attuare strategie alternative, coinvolgendo i ragazzi
nei luoghi di aggregazione e in quelli in cui praticano sport, riuscendo
a prescindere da distinzioni e settorializzazioni). Talvolta sono state
incontrate resistenze a causa del tema trattato, che in taluni ambienti è
vissuto come una forte, implicita accusa, ma il nostro ringraziamento
va a chi ci ha comunque creduto, mettendosi in gioco e aiutando il
progetto a formare e sensibilizzare gli adulti di domani, che oggi sono
tra i più fragili: i giovani.
Ci si augura che questo tipo di progetto possa continuare a vivere e a
produrre effetti, e che l’informazione, la formazione e la
sensibilizzazione possano essere cardini su cui ruota il meccanismo
del cambiamento, per non dover più sentire il peso del fallimento dello
sport quando a prevalere è la superficiale idea che basti una vittoria a
nobilitare un atleta, indipendentemente da come essa è ottenuta.

76