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“FILOSOFIA AGONISTICA E

ANTIFRAGILITÀ”

PROF. ARMANDO FLORIS


Università Telematica Pegaso Filosofia agonistica e antifragilità

Indice

1 TUTTA LA VITA È ALLENAMENTO ----------------------------------------------------------------------------------- 3


2 PERSEVERARE È UMANO? ---------------------------------------------------------------------------------------------- 10
3 FRAGILITÀ, RESILIENZA, ANTIFRAGILITÀ ---------------------------------------------------------------------- 13

Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
(L. 22.04.1941/n. 633)

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1 Tutta la vita è allenamento

Il coaching è un metodo di sviluppo delle potenzialità personali, un processo di allenamento

che si svolge sempre in un contesto. Nel cercare una definizione che sia sorretta da un’analisi

approfondita del nuovo orizzonte nel quale si situa la vita dell'uomo e le sfide che lo attendono,

dobbiamo riferirci a un filosofo le cui considerazioni hanno trovato vasta eco nel panorama del

pensiero europeo contemporaneo. Peter Sloterdijk è una delle grandi figure più affascinanti del

pensiero contemporaneo: è professore di estetica e filosofia dell'Università di Karlsruhe e con il suo

testo “Devi cambiare la tua vita” delinea lo scenario di una filosofia acrobatica che costituisce

certamente una base forte per una concezione del Coaching moderno da porre in combinato

disposto con il metodo socratico.

“Devi cambiare la tua vita” è infatti un libro sulla scala cioè un libro che presenta qualunque

tipo di opera significativa come un processo di arrampicata e di elevazione. Sloterdijk intuisce che

l'uomo vive in un tentativo costante di migliorarsi, di innalzarsi attraverso la propria azione, le

proprie pratiche: esse possono essere di carattere economico, religioso, politico, sportivo, artistico.

Da questo punto di vista gli sforzi di un campione olimpico e quelli di un maestro elementare che

cerca di dare il meglio ai suoi piccoli discenti o quelli di un grande oratore, hanno in comune

innanzitutto il contesto: un mondo in cui l'attività delle persone, singola o collettiva, costruisce

l'uomo, torna cioè ad agire su colui che la mette in pratica e a renderlo ogni volta diverso pur

essendo lo stesso.

Sloterdijk vede tutte le culture come dei sistemi che allenano o meglio “addestrano” a

trasferire alle generazioni successive i contenuti della propria evoluzione: abituano quindi

all’elevazione. Il filosofo tedesco costruisce e propone una metafora cruciale, quella del Monte

improbabile, rappresentando nei suoi testi una scalata che si dovrà compiere dentro e fuori di

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ognuno di noi verso costanti e continue elevazioni da una cima all'altra. Tutta la storia dell’uomo è

storia di elevazioni e scalate.

Interpreta in questo modo la filosofia di Heidegger, quella di Nietzsche, la selezione

naturale, le imprese sportive ed imprenditoriali. Il monte improbabile è quello però che offre la

possibilità, una volta raggiunta la cima, di rivedere il panorama di ciò che le persone fanno

veramente per sviluppare la propria natura umana.

Sloterdijk decide di assumere il ruolo di un vero e proprio allenatore che sollecita gli uomini

ad esercitarsi, che guarda il mondo come pianeta dei praticanti e rappresenta al centro di questo

mondo la autoformazione. Richiama un aforisma di Nietzsche particolarmente significativo da

questo punto di vista: “alcune ore di alpinismo fanno di una canaglia e di un santo due creature

abbastanza simili. La stanchezza è la via più breve verso l'uguaglianza e la fratellanza”.

È possibile operare un collegamento forte con il metodo del Coaching attraverso il concetto

di cura di sé inteso come “messa alla prova” e non solo come cura dell'anima.

Ci imbattiamo inoltre nei testi di Sloterdijk, nel termine “antropotecnica”: l’insieme di

pratiche di miglioramento ancor più importanti in un mondo ipertecnologico come il nostro che

consente all’uomo di intendere in modo diverso la scuola, l'arte, la religione, la cultura, la vita in

società.

Ognuno di questi campi di sfida può essere vissuto come una palestra per esercitarsi e

migliorare, mettere in atto, nuove antropotecniche.

“Devi cambiare la tua vita” costituisce un testo essenziale per una nuova “filosofia

acrobatica”: propone l’immagine della vita esercitata da non intendersi come puro movimento ma

come tentativo di ascesi. Presenta, insomma, un nuovo modo di concepire la filosofia e la vita

stessa.

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Se la vita umana è costellata da rituali e ripetizioni, l'aspetto cruciale della filosofia di

Sloterdijk è riscontrabile nella creatività ed in particolar modo nella ripetizione della creatività.

L'acrobatica non è tanto o solo un esercizio fisico ma è soprattutto il modo in cui l'uomo,

esercitandosi, riesce ad ampliare la visione del mondo: riesce quindi ad operare un allenamento

muscolare dell'anima creando effetti formativi durevoli nelle comunità e negli individui che le

abitano.

Il testo “Devi cambiare la tua vita” costituisce una risposta pronta e scardinante alla

domanda “come l'uomo crea l'uomo?”

L’uomo crea sé stesso, incessantemente, attraverso l'esercizio e le acrobazie che

quotidianamente compie per innalzarsi da un livello di mediocrità. La filosofia di Sloterdijk è una

sferzata contro l'abitudine, è un richiamo forte ad un programma impegnativo ad un'etica acrobatica

che viene proposta da un filosofo allenatore che spinge a sfidare i propri limiti come momento

formativo primo è più efficace.

Costituisce anche un programma di azione più vasto che non mira al miglioramento del

mondo ma al miglioramento di sé stessi e che rappresenta tutta la vita come oggetto di ripetizione e

cambiamento. Ciò che ha provocato grande interesse e anche qualche critica rivolta al pensiero del

filosofo tedesco, è proprio questa sollecitazione all’individuo di sperimentare quanto e come può

essere migliore di quello che è, nell'allenamento svolto nelle più svariate discipline fino alla vetta

del proprio Monte improbabile.

L'appello di Sloterdijk ad una tensione verticale richiama anche un carattere elitario nella

risposta alla crisi perché non tutti possono farsi trovare pronti nel momento in cui si presentano le

sfide. Ma la filosofia di Sloterdijk si riconnette al compito precipuo del metodo del Coaching perché

anche quando sembra rivolto ad un processo di autoformazione molto incentrato sull’individuo e

meno su un’opera collettiva, esso pone sempre dinanzi alle pratiche di allenamento la

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consapevolezza che il futuro del pianeta riguarda, innanzitutto, la risposta corretta a questa

domanda: “Che cosa è veramente importante nella mia vita?”

L’antropotecnica non costituisce però solo un invito a svegliarsi e adoperarsi in una pratica

di esercizio che deve essere prima pensata e poi costruita con un piano d'azione, ma costituisce un

invito ad alzare il capo, ad osservare la cima e ad operare una sorta di rivoluzione personale

sfidando innanzitutto la pigrizia e l'abitudine.

La visione di Sloterdijk può e deve essere integrata, nel metodo del Coaching umanistico,

con il concetto di bene. Non ogni esercizio è positivo anche se ogni esercizio in qualche modo

agisce nel formare l’uomo. È necessaria quindi una scelta. Quella scelta riguarda cosa vediamo

quando volgiamo lo sguardo ad una nuova vetta. Se nella vetta c’è un concetto di bene che riguarda

noi e gli altri, se la pratica di allenamento è collegata a potenzialità e valori, si può parlare di vera

crescita ed evoluzione.

In un certo senso il Coach, vero allenatore a sostegno del tentativo di scalata dei singoli e dei

team, può intendersi quindi come un Antropotecnico Aretologico (Stanchieri 2017) vale a dire un

professionista che sostiene l’obiettivo dell’auto miglioramento tramite il lavoro sui valori e con i

valori.

Dinanzi all’incertezza del futuro, all’appiattimento del desiderio, all’irrilevanza riconosciuta

all’opera dell’uomo nel generare gratificazione, il Coach ha il compito primario di sollecitare un

pensiero capace di proiezione verso il futuro, di far coincidere l’amore per un lavoro con la

possibilità di identificarsi con lo stesso cioè individuare la possibilità di trovare felicità grazie al

lavoro e non dopo il lavoro o malgrado il lavoro.1

1
Paolo Iacci, Cultura del non lavoro e fiducia, rivista Direzione del Personale, Febbraio 2019

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Il Coach aiuta a comprendere che il desiderio tende ad appiattirsi quando non trova un

oggetto all’altezza delle più alte esigenze, si alimenta di coraggio, fiducia, persistenza, speranza,

sviluppa le competenze, dona vivacità e vitalità.

Al contrario la visione di un futuro tutto pieno di insidie non fa che alimentare l’aggressività

sociale e la negazione della competenza, abitua a “rimanere al campo base” per usare la metafora di

Sloterdijk.

L’appello del filosofo tedesco deve essere messo in relazione con la necessità di affrontare il

primo elemento di blocco: la paura.

Ciò in un duplice senso. Da una parte essa costituisce un sistema di allarme necessario ed

utile ed ha un potenziale di azione quando, proiettandosi su un rischio futuro, consente di osare

proteggendosi grazie a prudenza e lungimiranza.

Dall’altra può essere un freno generalizzato ad ogni iniziativa ambiziosa e fonte di un

pessimismo di fondo che allena solo il falso sé, il cinismo, la rinuncia, il disprezzo e la svalutazione

dei risultati altrui.

Per trasformare la paura in un’alleata bisogna “dare la parola ai timori”2, riconoscerli,

prestare ascolto. Basta questo, a volte, per abbassare il potere frenante della paura e renderla

alleata del miglioramento.

È molto più pericolosa la negazione delle paure o l’indeterminatezza delle stesse. Mai come

in questo periodo si avverte un senso di insicurezza diffusa, timore verso l’altro e verso il futuro;

eppure se è innegabile che anche l’epoca attuale presenti potenziali pericoli, è altresì vero che “la

terra non è mai stata così sicura”: “Nell’anno 2000 le guerre hanno causato la morte di 310.000

individui e i crimini violenti altri 520.000…Tuttavia, da un punto di vista macro, queste 830.000

vittime hanno rappresentato solo l’1,5% dei 56 milioni di individui che sono deceduti nel 2000. In

2
Maria Emanuela Salati, L’educazione alla paura, Rivista direzione del Personale, Dicembre 2018

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quell’anno 1.200.000 persone sono morte di incidente automobilistico (il 2,25% della mortalità

totale) e 815.000 hanno commesso suicidio (1,45%).

Le cifre del 2002 sono ancora più sorprendenti”.3

Alla fine, si tratta forse della stessa paura, quella di morire4. Di morire fisicamente e

psicologicamente cioè di perdersi come persone, smarrire l’identità, non veder riconosciuto alcun

valore.

Piccinino fa un elenco delle paure reali degli esseri umani:

 Paura delle malattie, della morte, della miseria;

 Paura di non essere amati, ben voluti;

 Paura di non essere capaci e all’altezza dei compiti;

 Paura di non realizzare la nostra identità e i nostri talenti, di vivere senza uno scopo.

Insomma, secondo Piccinino, “abbiamo una sorta di paura di essere insufficienti”5, tanto

più dinanzi ad un’asticella delle prestazioni che si alza di continuo.

Le paure non devono essere negate ma non si tratta di trovare un antidoto alle stesse; “si

tratta di essere adultamente degli esseri umani”6 condividendo, alleandoci, costruendo, anche sul

lavoro e dinanzi alle peggiori difficoltà la forza del gruppo, guardando all’opera come al proprio

contributo per il progresso della comunità, impedendo insomma a quella paura di essere solitaria e

godendo delle gioie della vita. La paura può essere una valida alleata quando suggerisce il valore di

quello che siamo e abbiamo e potremmo rischiare di considerare scontato.

Non a caso Pietro Trabucchi sostiene che la paura è un’emozione positiva perché segnala

alla coscienza l’esistenza di un problema: un problema che ha un rapporto stretto con il contesto.

3
Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dei, Bompiani, 2017.
4
Giorgio Piccinino, Elogio della paura, Direzione del personale, dicembre 2018.
5
Ibid. pag. 09
6
Ibid. pag 10

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Il sociologo polacco Zygmunt Bauman inquadra il tema nel concetto di società liquida: un

ambiente nel quale i riferimenti solidi appaiono svaniti e l’incertezza regna sovrana a livello

collettivo e individuale senza nulla di certo all’orizzonte.

La paura del cambiamento, sostiene Trabucchi, può trovare risposta nell’allenamento delle

risorse motivazionali. Il timore del cambiamento non è di per sé un male e, piaccia o non piaccia,

abbiamo solo possibilità di trasformare la necessità di cambiare da la maledizione in opportunità. Il

problema del rapporto con la paura e il grande tema del cambiamento dipendono molto dagli

atteggiamenti con cui li affrontiamo e dalle risorse interne che mettiamo in gioco.

Lo psicologo dello sport Trabucchi ritiene che diversi fattori sociali e tecnologici siano alla

base di una tendenza sempre maggiore alla demotivazione e all’attesa che la soluzione alle difficoltà

arrivi dall’esterno. Occorre invece sviluppare una forma di automotivazione ed imparare ad

allenarla trasformando la spinta che fornisce energia nel nostro alleato più importante. Dinanzi ad

un tempo caratterizzato da elevata competizione, senso di precarietà, modificazioni continue del

sapere imposte dalla rivoluzione industriale 4.0, minore tutela degli stati nazionali7 verso gli

individui è necessario aumentare la motivazione la resilienza nei singoli e nelle organizzazioni.

7
Pietro Trabucchi, Paura del cambiamento, Direzione del Personale, dicembre 2018.

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2 Perseverare è umano?

L’uomo per natura non è un centometrista; è piuttosto un maratoneta allenato da milioni di

anni di adattamento all’ambiente circostante e dall’evoluzione umana a persistere negli sforzi. La

velocità non gli consente di raggiungere un’antilope ma ha capacità di resistenza e motivazione

sufficienti per farlo. Occorre naturalmente che sia capace di mantenere nel tempo queste due

caratteristiche in un contesto in cui la natura più intima è condizionata da elementi fuorvianti. Pietro

Trabucchi, psicologo e Coach di atleti di discipline sportive caratterizzate da alti livelli di resistenze

richiesti, individua questa potenzialità come tratto plasmato dall’evoluzione ma sottolinea anche tre

ostacoli che tornano con una certa frequenza a condizionare in negativo la forza motivazionale del

singolo e delle collettività.

Secondo Trabucchi perseverare non solo non è diabolico, quindi, ma è profondamente

umano, tuttavia spesso intervengono elementi estranei e fuorvianti che possono incidere

negativamente sulla forza d’animo e sulla tenuta motivazionale.

Il primo fattore capace di incidere negativamente sulla capacità di mantenere la motivazione

nel tempo e quindi sulla resilienza è il “mito del talento”8: gli uomini tendono a credere di poter

avere successo in un campo sono se naturalmente portati per quel settore e cioè dotati di un talento

già esistente.

Trabocchi spiega che la resilienza è stata l’arma segreta dell’Homo sapiens e che

contrariamente a quanto afferma un noto proverbio popolare perseverare non è diabolico ma

profondamente umano. Diabolica anzi è la tendenza a rinunciare o a mettersi ad aspettare che la

motivazione arrivi dall’esterno. E questo deve essere riaffermato soprattutto in una società che ha

8
Pietro Trabucchi, Perseverare è umano, Corbaccio, 2012.

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smarrito il senso dell’impegno della volontà individuale sostituendo i con il culto della fortuna, del

talento e della scorciatoia magica.

Secondo lo psicologo il fattore trainante dell’evoluzione non è il caso ma la capacità di

essere e rimanere motivati. Questa caratteristica non rappresenta una circostanza eccezionale ma la

normalità. Per essere ancora più espliciti, l’evoluzione umana dipende dalla capacità di

automotivarsi e di mantenere questa motivazione nel tempo. In effetti anche nelle biografie delle

figure più importanti ed autorevoli la questione di fondo non è mai stata la presenza di motivazione

ma la capacità di farla durare nel tempo.

La resilienza e la capacità di persistere nello sforzo motivato sono per Trabucchi sinonimi.

La resilienza dipende da come l’uomo si rapporta con la realtà ed elabora le informazioni. La

ricerca di scorciatoie o la tendenza a scaricare la responsabilità del successo sul dono del talento o

sulla fortuna dipendono dall’esigenza di proteggersi dalla fatica dell’impegno. Il tratto di forza della

nostra specie non è costituito dalla ricerca di scorciatoie o dalla forza fisica o dalla velocità ma dalla

competenza, tipica della specie umana, a tenere una bassa velocità per un tempo molto lungo e

vincere così la sfida dell’evoluzione. La caccia persistente, quella che ha plasmato le caratteristiche

dell’uomo, nella maggior parte della sua storia è caratterizzata da un altissimo livello di forza di

volontà, di concentrazione, di resistenza.

Mantenere la motivazione è una disciplina che comporta la necessità di sopportare il disagio.

Per un milione e mezzo di anni gli antenati dell’uomo moderno hanno cacciato le prede adattandosi

fisicamente e sviluppando una forma di cervello motivazionale, messo alla prova oggi da un

contesto culturale che allena tutt’altro che la resistenza.

Il mito del talento e cioè la credenza che il nostro destino sia determinato da qualche

predisposizione naturale o dai geni, è il principale fattore demotivante, frutto del contesto culturale.

Conduce a passività e rassegnazione, nel non vedere che le più importanti realizzazioni nello sport,

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nel lavoro, nel mondo universitario, nell’impresa, possono essere spiegate solo parzialmente da

un’attitudine iniziale.

Altra leggenda contrastata da Trabucchi, sulla quale è opportuno soffermare l’attenzione in

un lavoro accademico relativo al Coaching, è quella dei “motivatori magici”: la motivazione non è

un elemento che passa da una persona all’altra ma un processo che si costruisce con fatica nel

tempo e che sorge da dentro. Ciò non significa che il lavoro, nei più diversi settori, sia ininfluente

ma significa che quel lavoro non può basarsi sulla persuasione verbale. Trabocchi è un Coach e

conosce bene la potenza del metodo. Sa però anche distinguerlo da cose che con il Coaching hanno

poco a che fare.

Esiste poi il rischio di ridurre la motivazione ai famosi incentivi esterni. Essi funzionano

solo se l’obiettivo non è troppo impegnativo in termini di fatica e di disagio. Trabucchi avverte che

l’incentivo, a lungo termine, produce un paradossale effetto demotivante e quello basato su un forte

autoritarismo, il famoso bastone che si usa in combinato disposto all’altrettanto famosa carota, non

allena certo la capacità di autoregolarsi e la creatività e non sollecita alcuna forma di autodisciplina.

Dinanzi a questi rischi occorre sollecitare la motivazione intrinseca o automotivazione e cioè

quella legata al piacere di sentirsi competenti. L’uomo è l’animale meno specializzato alla nascita.

La sua forza evolutiva dipende da una grandissima capacità di adattamento dovuta al fatto che più

capaci di imparare ad imparare. La spinta motivazionale delle persone che apprendono e tirano fuori

le migliori risorse trasforma gli ostacoli in sfide.

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3 Fragilità, resilienza, antifragilità

Nell’ambito dei filoni di ricerca teorica fondamentali per una pratica attenta del Coaching è

necessario considerare il concetto di antifragilità presentato dal filosofo-broker Nassim Nicolas

Taleb.

Antifragile è ciò che prospera nell’incertezza e nel rischio. Antifragili sono le cose che

traggono vantaggio quando vengono esposte a fattori di stress9. L’antifragilità è una caratteristica

che oltrepassa la resilienza e la robustezza e naturalmente corrisponde all’opposto rispetto alla

fragilità. È la caratteristica tipica di ciò che è capace di mutare nel tempo divenendo più forte o

comunque diverso. Quando pensiamo all’evoluzione e all’innovazione tecnologica o alle idee, al

successo culturale ed economico, alla vita della nostra specie, non possiamo non far riferimento

all’antifragilità.

L’antifragilità è una caratteristica che consente di operare affrontando l’ignoto, potendo

permettersi di sbagliare o almeno di compiere certi di errori.

Ciò che trae vantaggio dalla volatilità è antifragile, ciò che diviene più forte grazie agli

eventi casuali, è antifragile.

È opportuno tuttavia considerare che l’attenzione naturale dell’uomo non va verso la

costruzione di un atteggiamento o di una motivazione antifragile ma verso l’illusoria volontà di

prevedere e controllare ciò che non è totalmente prevedibile e soggetto al nostro controllo.

Taleb offre al dibattito pubblico un altro concetto illuminante, diventato di moda dopo la

crisi dei mercati sub prime nel 2008, ed è quello del cosiddetto “cigno nero”.

9
Nassim Nicolas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore, 2012

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Il problema del cigno nero è dato dalla impossibilità di prevedere e calcolare il rischio che si

verifichino eventi rari di grande impatto: essa tra l’altro si sposa sovente con l’illusione di poterli

considerare in dettaglio in anticipo o alla tentazione di voler costruire strutture e organizzazioni o

forme di motivazione, capaci di resistere all’urto avendo avuto la pretesa di valutare

anticipatamente l’entità dello stesso.

Taleb definisce illusioni “Sovietico-Harvardiane” le millantate conoscenze scientifiche o

tecniche, di modelli che prevedono ciò che non si può prevedere, il cigno nero.

Tali modelli, costruiti con affascinante maestria, spesso scaricano gli effetti nefasti di quelle

previsioni sugli altri che avevano dato credito alle fantasie di controllo del futuro.

I cigni neri sono eventi anomali, imprevedibili, che costruiscono la storia costituendone una

costante e sono tanto più devastanti quanto più l’uomo, in nome del progresso, pretende di poterli

calcolare e gestire in modo lineare. “Madre natura è antifragile perché è la massima esperta di

eventi rari e sa come gestire i cigni neri”10, l’uomo invece a volte pretende di prevedere le

conseguenze di ogni ipotetico accadimento e questo lo porta a diventare molto più fragile.

Dinanzi a tutto ciò la proposta del filosofo non è quella di rinunciare a capacità conoscitive

tipiche dell’uomo, ma innanzitutto di imparare a distinguere ciò che appare robusto da ciò che è

antifragile: le cose robuste spesso non sono robuste abbastanza o almeno tanto da resistere al cigno

nero. L’antidoto è non fermarsi alla robustezza come caratteristica fondamentale. Neppure le

cosiddette illusioni sovietico-harvardiane devono farci pensare alla volontà di abbandonare

l’importanza del pensiero scientifico: quelle di Taleb sono riflessioni che aiutano a sottrarci al

rischio di privare l’uomo di un sentimento di timore o prudenza legittima nei confronti della

variabilità del caso.

10
Nassim Nicolas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore, 2012 pag. 52

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Chi è fragile in economia, in medicina, nell’organizzare un piano di azione personale o del

team, vede i piccoli e visibili vantaggi delle azioni progettate e sottovaluta i possibili effetti

collaterali potenzialmente devastanti ed invisibili.

Molte delle attività di pianificazione, da quelle mediche a quelle finanziarie, rendono più

fragili come un televisore che non cade ma si rompe alla prima caduta.

Ai fini dell’applicazione al metodo del Coaching del concetto di antifragilità, risulta

fondamentale tenere a mente che lo stesso oltrepassa, da un punto di vista concettuale e pratico,

quello di resilienza. Ciò che è resiliente resiste agli urti e, dopo lo scontro con un corpo o oggetto

estraneo, rimane o torna alla condizione di partenza.

Ciò che è antifragile trae vantaggio dall’evento sfavorevole e ne esce modificato in meglio.

Taleb propone, in estrema sintesi, di non concentrarsi sulla probabilità di eventi futuri e sulla

pretesa di controllarne la portata ma concentrarsi sulla fragilità sapendo innanzitutto vedere questa,

per poter trovare un antidoto alla stessa.

Chi investe una cifra consistente, magari sulla base di un business plan più che efficace sulla

carta, in un’attività che non ha testato seppur in forma di prototipo, è molto più fragile di colui che,

prima di aprire un ristorante investendo centinaia di migliaia di euro, sperimenta la sua efficacia in

quel campo e poi procede allargando l’attività.

L’antifragile gode dei cigni neri positivi, ama la ridondanza, ama gli errori purché siano

piccoli, sbaglia in modo intelligente, vive di sperimentazioni, lavora sulla esposizione agli eventi

sapendo che studiarli non toglie dai rischi ma allena a gestirli.

L’esercizio all’antifragilità sollecita la virtù non fidandosi delle sole regole; preferisce la vita

vera alle teorie delle aule pur avendo una teoria su come affrontare la vita, lavora sulla crescita post

traumatica, ritiene che “le risse da strada” possono essere più formative degli sport organizzati o

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delle attività molto strutturate e predisposte da parte di quelle che Taleb chiama le “Supermamme di

figli super impegnati.

Taleb cita il biologo E. O. Wilson il quale individua la super mamma come principale figura

di ostacolo allo sviluppo dei bambini:

“…c’è quella che in totale buonafede tende a cancellare il metodo per tentativi

profondamente antifragile dalla vita del bimbo trasformandolo in una sorta di secchione che opera

su mappe della realtà precostituite ed impreparato a gestire la naturale ambiguità della vita… in

effetti le cose che rendono la vita degna di essere vissuta sono ricche di causalità, confusione

incertezza scoperta di sé e scarsamente strutturate mentre le attività iper strutturate tolgono la

capacità di gestire ciò che non hai previsto e di gestirsi nell’imprevisto”11. È anche per questo che

ciò che si apprende in classe rimane confinato alla classe.

Quale domanda aiuta a capire se una cosa è antifragile?

La seguente: “questa cosa rimarrebbe integra nel peggiore dei casi?”

Se la risposta è no significa che stiamo correndo un rischio che, per quanto raro e

difficilmente prevedibile, può essere pericoloso.

Teniamo presente che lo stesso apparato biologico dell’uomo è frutto della tendenza opposta

alla fragilità: vive, infatti, di un irrobustimento graduale che inizia con piccoli danni e con forme di

compensazione a piccoli fattori di stress.

La fragilità è invece caratteristica di sistemi che abituati ad un notevole benessere,

cominciano a voler evitare ogni rischio: vogliono prevedere tutto per evitare di far correre rischi a

sé stessi e ai propri figli, alle proprie imprese. In questo modo riescono ad incorrere meno

frequentemente in errori ma quando capita quello non prevedibile esso rischia di abbatterli.

11
Nassim Nicolas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore, 2012 pag. 265

Attenzione! Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da copyright. Ne è severamente
vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore
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I sistemi che invece riescono a strutturare risposte antifragili sanno, innanzitutto, trarre

giovamento della cosiddetta ridondanza. La natura è piena di ridondanze perché è capace di

assicurarsi dinanzi al rischio in modo più completo rispetto a come farebbe un singolo uomo o una

società di consulenza: non ha paura dei doppioni, delle ripetizioni, di ciò che può sembrare

superfluo ad una mente improntata al paradigma dell’efficienza ed efficacia.

Taleb osserva che gli uomini hanno pezzi di ricambio e capacità aggiuntive in moltissimi

organi e sistemi, a differenza dei progetti umani dove si cerca di ridurre le duplicazioni viste come

sprechi.

La natura sa che l’analisi del passato, per cercare lo scenario peggiore cercando di prevedere

ciò che succederà in futuro, porta a trascurare la possibilità che si verifichi qualcosa di peggiore e di

mai previsto.

L’impostazione fino ad ora proposta porta a qualificare i fattori di stress come informazioni,

a valutarli addirittura come positivi per gli esseri umani quando non si tratta di stress cronico.

La natura è un sistema ed un insieme di sistemi: riesce a divenire antifragile perché ha le

caratteristiche dei sistemi Antifragili.

Prendendo un esempio tratto dal mondo dell’economia: “I ristoranti sono fragili se si fanno

concorrenza, ma l’insieme dei ristoranti di una località è antifragile per lo stesso motivo. Se

fossero individualmente robusti, e quindi eterni, il settore sarebbe stagnante o debole e si

limiterebbe ad offrire cibo da caffetteria” 12.

Per questo motivo, con un approccio che è stato da alcuni definito darwinistico, Taleb

sottolinea che può essere necessario il sacrificio gli elementi fragili di un sistema per il benessere

dell’insieme: il danno che porta il singolo elemento a perire, produce indirettamente benefici sugli

altri che sopravvivono.

12
Nassim Nicolas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore, 2012 pag. 85

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La teoria di Taleb viene vissuta con difficoltà dal suo stesso promotore da umanista

convinto, perché può far diventare l’essere umano, inteso in termini singoli ed individuali, come

irrilevante. Il filosofo libanese intuisce il rischio che la visione impressa dall’illuminismo che pone

le esigenze dell’individuo in primo piano e la ricerca della felicità come obiettivo irrinunciabile sia

messa in discussione; eppure egli non può fare a meno di guardare la realtà come si presenta

veramente e brutalmente.

Offre così, però, degli elementi di grande valore quando ci ricorda che la tentazione naturale

di evitare piccoli errori rende più gravi quelli grandi. Ricorda inoltre che è meglio imparare

sbagliando in piccolo che evitare sempre di sbagliare ma puoi compiere un solo grande e distruttivo

errore. Suona un campanello di allarme verso la stabilità, un concetto un po’ più raffinato rispetto

alla spesso citata zona di comfort, verso la fede incondizionata nella capacità di previsione della

scienza, verso la tentazione diffusa di un interventismo dei sistemi talmente presente da far venire

meno la capacità di vigilanza del singolo che pensa di poter agire senza sforzo, senza rischi e

mettere da parte la capacità tipicamente umana di stare allerta.

E allora dinanzi alla decisione dell’imprenditore o del libero professionista o dinanzi alla

decisione riguardante la costruzione di un nuovo reattore nucleare, piuttosto che cercare di

prevedere un possibile disastro, per escludere totalmente la verificabilità dello stesso, bisognerebbe

chiedersi: se dovesse verificarsi l’ipotesi peggiore cosa accadrebbe?

Il suggerimento è quindi quello di lavorare per identificare le fragilità, perché chiunque fa

previsioni sarà fragile rispetto a quelle previsioni e di diffidare da teorie che pretendono di

prevedere tutto. Cita a proposito un efficace paradosso del tacchino:

“Un tacchino viene nutrito da un macellaio per mille giorni; ogni giorno conferma al suo

staff di analisti che i macellai amano i tacchini << con crescente certezza statistica>>. Il

macellaio continuerà a dar da mangiare al tacchino fino a qualche giorno prima del

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ringraziamento. Poi arriverà il momento in cui essere un tacchino non sarà affatto bello. Perciò,

dato che il macellaio lo coglierà di sorpresa, il tacchino dovrà rivedere le sue convinzioni, proprio

quando la sua fiducia nell’affermazione << i macellai amano i tacchini>> è massima e la vita del

tacchino è << molto sicura>> e piacevolmente prevedibile”13.

È meglio imparare dagli errori cercando di farne di piccoli e mettersi nella condizione di

avere più da guadagnare che da perdere in ogni singolo passo, con una strategia che Taleb chiama

“a bilanciere”: la proposta del filosofo elimina alla radice la possibilità di andare in rovina cercando

di addomesticare l’incertezza lasciando sempre una quantità di rischio ma non lasciando mai che

nelle nostre scelte la quantità di rischio rispetto a ciò che pensiamo di poter controllare veramente,

sia superiore al 10%. Chi cerca di essere antifragile, quindi, non evita ogni rischio ma prova ad

utilizzare delle “regole del pollice” che suggeriscono di relegare a componente minima di rischio la

parte della strategia, lasciando la più grande fetta della stessa a ciò che ricade sotto il nostro

controllo.

È molto interessante e molto valida anche per l’attività di coaching un’altra considerazione:

“… il vostro lavoro, le vostre idee, che si tratti di politica, arte o di altri campi, sono

Antifragili se, invece di avere il 100% di persone che reputa accettabile o moderatamente

encomiabile ciò che fate, avete un’alta percentuale di persone che detesta (anche con forza) voi e il

vostro messaggio, unita a una bassa percentuale di sostenitori estremamente leali ed entusiasti”14.

Taleb consiglia di prendere posizioni anche forti, di proporre idee strutturate e scardinanti, di

non rimanere nella media, di prendere posizione, ma di evitare il gioco d’azzardo (non solo inteso in

senso stretto).

In definitiva distingue tra le certezze costruite su teorie, tanto più pericolose quanto forbite,

e l’esposizione intelligente ai rischi: arriva a sostenere che non è la conoscenza intesa in senso

13
Ibid. pag. 114.
14
Ibid. pag.202.

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strettamente accademico che porta allo sviluppo e all’incremento della ricchezza ma “l’assunzione

antifragile dei rischi”: questa aiuta veramente l’innovazione.

Dopo aver vissuto sulla sua pelle l’esposizione ad un cigno nero, trovandosi a vivere in

condizioni molto diverse da quelle agiate della famiglia di origine a causa di un rivolgimento

politico in Libano, Taleb arriva a formulare una riflessione da tenere nella debita considerazione:

“un cigno nero non può distruggere un uomo che ha un’idea della sua destinazione finale”15.

Richiamando l’Amor fati di Seneca, il grande maestro della filosofia stoica, cerca modalità

efficaci per superare la naturale avversione degli uomini alla perdita trovandoli nel pensiero e nella

vita del filosofo stoico. Seneca era uno degli uomini più ricchi del suo tempo ma, consapevole della

necessità di dover comunque perdere tutto con la morte, reagì imperturbato alla sorte che gli impose

il suicidio perché accusato di una cospirazione contro l’imperatore Nerone. Taleb richiama la

formula “Omnia bona mea mecum sunt”, tutti i miei beni sono con me, e quella di saluto, vale, sii

forte e valoroso, per indicare un atteggiamento nei confronti della vita e della inevitabile fine della

stessa. Non è l’unico atteggiamento possibile ma è utile tenerlo presente dinanzi ai capricci della

sorte.

15
Nassim Nicholas Taleb, robustezza e fragilità, Il Saggiatore, 2010.

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