Sei sulla pagina 1di 47

Continuità aziendale, bilanci e crisi da pandemia

SOMMARIO: 1. Pandemia e legislazione di emergenza anche in materia societaria. — 2. L’intervento


in materia di bilanci e continuità aziendale: profili oggettivi, soggettivi e ambito temporale di
applicazione. — 3. La portata interpretativa della cd. “deroga facoltativa”. — 4. Gli obblighi
informativi e di comportamento, nonostante la “deroga”. – 5. L’art. 38-quater del “decreto rilancio” e
la conferma dell’impostazione seguita.

1. Pandemia e legislazione di emergenza anche in materia societaria. — Nel


corso della recente pandemia che ha investito in maniera violenta la salute e
l’economia del nostro Paese, come anche di gran parte del mondo, è stata adottata una
legislazione di emergenza dal più vario contenuto che si è tradotta in una “emergenza
interpretativa”, dovuta spesso alla sibillina formulazione di alcune norme e alla
distonia fra obiettivi dichiarati e tecniche redazionali applicate. Ne sono un esempio il
gruppo di disposizioni incidenti sul diritto societario, riconducibili agli artt. 6, 7 e 8
del cd. “decreto liquidità” (d.l. 8 aprile 2020, n. 23, convertito in legge 5 giugno 2020,
n. 40 con modifiche per altre disposizioni ma non per quelle qui indicate) (1).
Complessivamente considerate, tali disposizioni sembrano voler congelare, nel
prevedibile periodo in cui si dovessero manifestare i più disastrosi effetti economici
della pandemia da Covid 19, la normativa che potrebbe imporre agli amministratori di
dover prendere atto del verificarsi di una causa di scioglimento della società da essi
governata e costringerli a chiudere i battenti o indurre i soci a far venir meno il
proprio sostegno finanziario alla loro società o da essi diretta e coordinata per effetto
delle regole sulla postergazione.
1
( ) Ma v. anche art. 5, con il posticipo al 1° settembre 2021 della entrata in vigore dell’intero
1

Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza; art. 9, in tema di concordato preventivo e accordi di
ristrutturazione dei debiti; e art. 19, in tema di ricorsi e richieste per la dichiarazione di fallimento e di stato
di insolvenza. Su tali disposizioni si sono già sviluppate molteplici riflessioni. Fra i tanti contributi cfr.
quelli raccolti in Il diritto dell’emergenza: profili societari, concorsuali, bancari e contrattuali, a cura di
Irrera, Quaderni di RES, 3, Torino, 2020 (e in particolare IRRERA - FREGONARA, La crisi d’impresa e la
continuità aziendale ai tempi del Coronavirus, 18 ss.; SPIOTTA, La (presunzione di) continuità aziendale al
tempo del Covid-19, 37 ss.; DI SARLI, Redazione del bilancio e dintorni ai tempi del Coronavirus: prime
riflessioni, 46 ss.; IRRERA, Le assemblee (e gli altri organi collegiali) delle società ai tempi del
Coronavirus (con una postilla in tema di associazioni e fondazioni), 62 ss.; POLLASTRO, La tutela delle
imprese italiane: tra misure adottate (golden power) e misure suggerite (voto maggiorato), 80 ss.;
SCARABELLI, Nuove disposizioni in tema di obblighi di trasparenza in materia di partecipazioni rilevanti e
di “dichiarazioni di intenzioni”, 89 ss.); nonché VENTORUZZO, Continuità aziendale, perdite sul capitale e
finanziamenti soci nella legislazione emergenziale da Covid-19, in Società, 2020, 525 ss.; BUSANI, Il 2020
come anno “di grazia” per le perdite da Covid-19, ivi, 538 ss.; MORARA, Svolgimento delle assemblee
cooperative e distanziamento sociale, con specifico riferimento al rappresentante designato, ivi, 544 ss.;
FABIANI, Prove di riflessioni sistematiche per le crisi da emergenza Covid-19, in Fallimento, 2020, 589 ss.;
D’ATTORRE, Disposizioni temporanee in materia di riduzione del capitale ed obblighi degli amministratori
di società in crisi, ivi, 597 ss.; GUIOTTO, La temporanea sospensione del giudizio sulla continuità aziendale
nel bilancio d’esercizio, ivi, 603 ss.; DE SANTIS, La giustizia concorsuale ai tempi della pandemia, ivi, 609
ss.; TISCINI, La continuità aziendale non si può “sospendere”, in www.judicium.it, 24 marzo 2020; DI
CECCO, Spunti per una riflessione collettiva sulle misure adottate ed adottabili per il contrasto alla crisi
economica “da pandemia”, in www.ilcaso.it, 3 maggio 2020; AMBROSINI-GIANNELLI, L’impatto del
“decreto liquidità” sulla continuità aziendale delle imprese e sulle procedure concorsuali pendenti, in Il
dir. fall., 2020, I, 519 ss. (ove in particolare le pp. 519-522 sono dedicate alle ragioni del rinvio dell’entrata
in vigore del Codice della crisi); Fondazione Nazionale Commercialisti-SIDREA, L’impatto dell’emergenza
sanitaria sulla continuità aziendale e sull’applicazione dei principi contabili nazionali, 20 aprile 2020. Ho
potuto consultare anche il dattiloscritto di CATERINO, Covid-19 e diritto commerciale: misure
emergenziali, provvedimenti strutturali e ricostruzione della visione dell’impresa in tempo di pandemia,
destinato ad un’opera collettanea di prossima pubblicazione per i tipi Adapt. Ivi anche ulteriori indicazioni;
da ultimo v. anche STRAMPELLI, La preservazione (?) della continuità aziendale nella crisi da Covid-19:
capitale sociale e bilanci nei decreti “Liquidità” e “Rilancio”, in Riv. soc., 2020, 365 ss.; TOLA, Le
società di capitali nell’emergenza, in BBTC, 2020, I, 527 ss.; e CAPODAGLIO-STOILOVA
DANGARSKA- A. RICCI- G. RICCI-SEMPRINI-SOLDATI-TOGNACCI-TOZZI, Gli interventi
normativi e di prassi sulla crisi Covid rappresentano un temporaneo cambiamento delle regole generali di
formazione del bilancio. Un bilancio redatto secondo le “deroghe Covid” può essere chiaro, veritiero e
corretto?, in Blog.ilcaso.it, 26.09.2020.
L’art. 6 sospende l’applicazione di due dispositivi disomogenei sul piano degli
effetti: (i) il primo è quello che imporrebbe di convocare l’assemblea dopo l’anno dal
precedente accertamento di perdite di capitale per oltre un terzo, ma non al di sotto del
limite legale, al fine di verificarne la diminuzione o altrimenti provvedere alla relativa
riduzione: il che dovrebbe tradursi in una mera riconduzione del dato formale al dato
reale, senza che ne derivino conseguenze sul piano di ulteriori decisioni organizzative,
salvo che nel frattempo le perdite si siano ulteriormente aggravate portando il capitale
al disotto del minimo legale; (ii) il secondo è quello che imporrebbe la convocazione
dell’assemblea nel caso di perdite di capitale per oltre un terzo e che perciò lo abbiano
fatto scendere al di sotto del limite legale, dovendosi in tal caso procedere o alla
ricapitalizzazione o alla trasformazione o alla liquidazione per il verificarsi di una
causa di scioglimento della società. Se può apparire logica l’applicazione della
sospensione (che resta pur sempre una facoltà per la società) del secondo dispositivo
nell’ottica di evitare uno sforzo di ricapitalizzazione in un momento di forte crisi di
liquidità o alternativamente la stessa liquidazione della società, sfugge tuttavia
l’esigenza di allargarla altresì all’ipotesi in cui ricorra il primo dispositivo, ove gli
adempimenti hanno mero carattere formale e sostanzialmente informativo (2).
L’art. 7, a sua volta, particolare oggetto di queste riflessioni, andrebbe ad
incidere sulla valutazione del principio di continuità aziendale quale presupposto per
l’applicazione dei criteri valutativi nella redazione del bilancio d’esercizio, anche qui
attribuendo la “facoltà” agli amministratori, ma evidentemente e di conseguenza a
sindaci/organi di controllo e revisori, di commisurare la continuità aziendale sulla
base della valutazione compiuta per il bilancio precedente al manifestarsi
dell’emergenza sanitaria (fissata convenzionalmente al 23 febbraio 2020) piuttosto
che nella prospettiva futura fortemente pregiudicata dalle incertezze innescate dalla
pandemia sul piano economico. E tuttavia, come si dirà fra breve, a me pare che
questa disposizione sia sostanzialmente inutile se non addirittura potenzialmente
dannosa sul piano delle responsabilità gestorie e informative degli organi societari e
dei revisori (3).
L’art. 8, infine, potrebbe anche sortire un concreto effetto incentivante nella
disapplicazione delle regole di postergazione ai prestiti/finanziamenti dei soci sotto
ogni forma effettuati in favore della propria società o di società dirette e coordinate,
eseguiti nel periodo che corre dalla data di entrata in vigore del decreto liquidità (9
aprile 2020) sino al 31 dicembre 2020 (4).
Sul piano formale v’è la tendenza a considerare tutte e tre le disposizioni come
“deroghe” temporanee alla disciplina codicistica vigente, sorrette dalla medesima
2
( ) Peraltro, come giustamente osservato da D’ATTORRE, (nt. 1), 601, “l’esame dell’insieme delle
2

norme e delle regole che disciplinano i doveri degli amministratori di società in crisi delinea un quadro
complesso, nel quale la sospensione dell’applicazione dell’art. 2486 c.c. non si traduce nella
disapplicazione o superamento dei doveri che incombono sugli amministratori (e sui componenti degli
organi di controllo) nella situazione di crisi e delle conseguenti responsabilità”. Analogamente
VENTORUZZO, (nt. 1), 533, pur ritenendo non obbligatoria una gestione conservativa ex art. 2486 c.c. in
presenza della sospensione degli obblighi di riduzione del capitale, ritiene che comunque “gli
amministratori dovranno adottare particolari cautele” poiché “i rischi possono aumentare e [...] azioni
successive potrebbero mettere in dubbio la diligenza di quegli amministratori che abbiano aggravato o non
risolto il dissesto”. Sulla problematica v. anche DI CECCO, (nt. 1), 4 s., ove ulteriori riferimenti, specie a
nota 6, sulla tematica relativa alla eventuale sospensione del dovere di gestione conservativa ex art. 2486
c.c. unitamente alla sospensione delle regole sulla riduzione del capitale sociale; AMBROSINI-GIANNELLI,
(nt. 1), 524 s.; e TOLA, (nt. 1), 528-532. Cfr. anche ASSONIME, Le regole societarie per salvaguardare
la continuità
3
operativa delle imprese nei decreti Liquidità e Rilancio, Circ. n. 16 del 28 luglio 2020, 25-46.
( ) Ritengono, invece, opportuna la disposizione DI SARLI, (nt. 1), 33; e AMBROSINI-GIANNELLI,
3

(nt. 1), 526. In termini fortemente critici invece SPIOTTA, (nt. 1), 44 per la quale “la continuità aziendale si
può interrompere (per effetto della paralisi generata dal lockdown Covid-19), ma purtroppo non può essere
(magicamente) ripristinata per decreto, né ‘sospesa’”; altrettanto critico STRAMPELLI. (nt. 1), 397 proprio
sul piano
4
delle possibili responsabilità di amministratori, sindaci e revisori.
( ) Dunque non sono ricompresi finanziamenti precedentemente effettuati; quanto a quelli compiuti
4

durante il periodo pandemico, la restituzione potrà avvenire anche dopo il 31 dicembre 2020 senza il
vincolo della postergazione. Cfr. sul punto D’ATTORRE, (nt. 1), 602; e VENTORUZZO, (nt. 1), 535. Cfr.
anche ASSONIME, (nt. 2), 46-48.
finalità di contrasto agli effetti economici potenzialmente deleteri derivanti dalla
emergenza sanitaria. E tuttavia, se per un verso gli artt. 6 e 8 sono formulati in termini
derogatori e comportano effettivamente la disapplicazione di regole vigenti, dubito
che alle medesime conclusioni si possa giungere con riguardo alla regola concernente
il principio della continuità aziendale (5).

2. L’intervento in materia di bilanci e continuità aziendale: profili oggettivi,


soggettivi e ambito temporale di applicazione. — Soffermandoci sull’art. 7, la prima
osservazione da fare è che la sua rubrica (“Disposizioni temporanee sui principi di
redazione del bilancio”) dice molto di più del contenuto della norma, in quanto fra “i
principi di redazione del bilancio” si occupa esclusivamente del principio di
continuità aziendale, che è in verità il presupposto fattuale di applicazione di ogni
altro principio di redazione del bilancio di funzionamento (6). Sul piano del contenuto
la disposizione si divide in due commi: il primo diretto a consentire ad amministratori
(e ovviamente ad organi di controllo e revisori) di continuare ad operare “la
valutazione delle voci nella prospettiva della continuazione dell’attività di cui
all’articolo 2423-bis, comma primo, n. 1), del codice civile” nella redazione del
bilancio di esercizio “in corso al 31 dicembre 2020”, ove tale presupposto fosse già
“sussistente nell’ultimo bilancio di esercizio chiuso in data anteriore al 23 febbraio
2020”, con l’obbligo peraltro di illustrare specificamente “il criterio di valutazione”
nella “nota informativa” anche mediante “il richiamo delle risultanze del bilancio
precedente”; il secondo diretto ad applicare il comma 1 anche ai “bilanci chiusi entro
il 23 febbraio 2020 e non ancora approvati”.
La formulazione letterale ha già sollevato numerosi problemi interpretativi (7), in
particolare sull’ambito oggettivo e soggettivo di applicazione della disposizione e sui
relativi limiti temporali. Sul piano oggettivo ci si è chiesto se la norma investa i soli
bilanci d’esercizio o se debba estendersi a qualsiasi altra situazione patrimoniale o
bilancio intermedio (relazione semestrale, bilancio di accertamento delle perdite etc.),
nonché ai bilanci consolidati, in cui trovino applicazione, in via di principio, criteri
valutativi di funzionamento. A mio avviso non par dubbio che l’espressione “bilancio
5
( ) Parla, ad es., di “facoltà di deroga” al disposto dell’art. 2423-bis, comma 1, n. 1) c.c. OIC,
5

Documento Interpretativo 6. Decreto Legge 8 aprile 2020, n.23 “Disposizioni temporanee sui principi di
redazione del bilancio”, giugno 2020, par. 5. Critico – condivisibilmente – sul collegamento fra art. 6 e art.
7 STRAMPELLI, (nt. 1), 385 s. secondo cui la sospensione della regola “ricapitalizza o liquida” non deve
confondersi con l’eventuale stravolgimento delle regole contabili tese a cammuffare la perdita di capitale,
tanto più che ciò può “incidere negativamente sull'affidabilità dei conti annuali percepita dai terzi con il
potenziale effetto di rendere più difficoltosa ed onerosa la provvista di capitali che non provenga
direttamente
6
dallo Stato o sia assistita da garanzia statale” (p. 390).
( ) Per un analogo rilievo GUIOTTO, (nt. 1), 603 s. Peraltro ci si interroga sulla corretta
6

interpretazione da dare al secondo periodo del comma 1 art. 7, secondo cui “Il criterio di valutazione è
specificamente illustrato nella nota informativa”, laddove sembra improprio parlare di “criterio di
valutazione” con riguardo al principio di continuità aziendale e, ove ci si voglia riferire alla necessità di
enunciare i criteri valutativi applicati, l’inciso sarebbe inutile alla luce dell’art. 2427, comma 1, c.c. che già
lo dispone (in questo senso DI SARLI, (nt. 1), 53). Nel contempo molti si interrogano sulle conseguenze
della pandemia anche su altri principi di redazione o criteri valutativi, benchè non precisati nel disposto
dell’art. 7: GUIOTTO, (nt. 1), 607 sottolinea la valenza del “principio di prudenza”, che non può ritenersi
sospeso dal citato art. 7, con i riflessi in tema di valutazione dell’effettiva recuperabilità dei crediti e
dell’applicazione dell’impairment test sul valore recuperabile dell’avviamento e delle principali
partecipazioni; conforme L.A. BIANCHI, COVID-19 Update. Informativa di bilancio, 20 marzo 2020,
disponibile su https://www.gpblex.it/covid-19-update/; DI SARLI, (nt. 1), 49 (ove si sostiene che la deroga
introdotta dall’art. 7 non valga anche ad esonerare le società “dall’effettuare rettifiche di bilancio necessarie
per evidenziare le perdite che hanno assunto già un ragionevole grado di certezza” né ad escludere
l’applicazione dei normali criteri in tema di capitalizzazione dei costi, delle perdite se “durevoli” delle
immobilizzazioni, nonché dell’attivo circolante e dei crediti: 58 ss.). Sulle questioni poste dall’ impairment
test dalla emergenza sanitaria v. BINI, Una guida all’impairment test in tempi di Covid-19, in Società, 2020,
604 ss. Va tuttavia anticipato che l’art. 38-quater decreto rilancio sembra chiarire che la “valutazione delle
voci”, oltre che “la prospettiva della continuazione dell’attività”, non tiene conto delle incertezze e degli
effetti7derivanti dai fatti successivi alla data di chiusura del bilancio (v. le precisazioni in seguito al par. 5).
( ) GUIDOTTI, Misure urgenti in materia fallimentare e societaria di contrasto al Covid-19, in
7

www.ilcaso.it, 6 maggio 2020, osserva che “per interpretare in modo logico l’art. 7 del d.l. “Liquidità”
dettato in tema di bilancio di esercizio, bisogna davvero fare molti equilibrismi”.
di esercizio” possa e debba estensivamente intendersi nel secondo senso indicato,
ricorrendovi la medesima ratio conservativa dei valori di funzionamento che la
temporaneità dell’emergenza sanitaria ed economica ha suggerito al legislatore (8).
D’altronde, quanto al bilancio consolidato, non avrebbe senso che la capogruppo
redigesse il bilancio d’esercizio separato nel presupposto della continuità aziendale,
finendo invece e “incoerentemente” per disapplicare quel principio nella redazione del
bilancio consolidato (9).
Sotto il profilo dei limiti temporali di applicazione della norma occorre partire
dalla considerazione che il 23 febbraio 2020 è la data convenzionale assunta
legislativamente quale momento di manifestazione ufficiale dell’emergenza sanitaria,
accompagnata dalle restrizioni dirette al contenimento della pandemia (si tratta della
data di entrata in vigore del decreto-legge n. 6 del 23 febbraio 2020 con la
conseguente maturazione degli effetti di crisi economica).
Ovviamente i bilanci redatti e già definitivamente approvati (dall’assemblea o
dal consiglio di sorveglianza nelle società che abbiano optato per il sistema dualistico
e la devoluzione a tale organo dell’approvazione del bilancio) prima di quella data,
pur se riferiti all’esercizio chiuso al 31.12.2019 o chiuso anche successivamente entro
il 23 febbraio 2020, avranno seguìto le regole proprie, a prescindere dall’intervento —
non ancora espresso — dell’art. 7 d.l. n. 23 dell’8 aprile 2020. Per questi bilanci
l’evento pandemico deve intendersi come evento successivo alla chiusura
dell’esercizio, i cui effetti per competenza devono essere riflessi nel bilancio relativo
all’esercizio che si dovesse chiudere dopo il 23 febbraio 2020 (10). Ove il bilancio
riferibile ad esercizi “chiusi” entro il 23 febbraio 2020 non sia stato ancora
definitivamente approvato dall’organo competente al momento di entrata in vigore del
d.l. n. 23/2020, esso può eventualmente essere riformulato tenendo conto della nuova
disposizione (è questo il senso da attribuire, a mio avviso, al comma 2 dell’art. 7), ma
ben inteso l’evento pandemico si prospetta pur sempre come un evento successivo alla
chiusura dell’esercizio e dei cui effetti per competenza si dovrà tener conto nella
redazione del bilancio dell’esercizio successivo. Di esso occorrerà comunque tener
conto nella nota integrativa o nella “nota informativa” del bilancio non ancora
approvato, per quanto si dirà fra breve. Insomma a me pare che il comma 2 dell’art. 7
debba essere inteso come integrativo del comma 1, nel senso che il possibile
riferimento retrospettivo al bilancio in continuità potrà compiersi ai bilanci di esercizi
chiusi entro il 23 febbraio 2020, anche se non definitivamente approvati. Ma ciò
significa che questi bilanci di riferimento devono essere pur sempre in “effettiva” e
non presunta continuità aziendale, posto che la manifestazione dell’evento pandemico
è successivo per competenza alla chiusura dell’esercizio (11).

8
( ) Così pure VENTORUZZO, (nt. 1), 530, secondo cui la norma “si deve intendere applicabile anche
8

(o, in certo senso, riflessa nei) bilanci consolidati e negli altri conti infra-annuali che dovessero essere
preparati”; OIC, (nt. 5), par. 9 che fa riferimento ai soli “bilanci consolidati”; ASSONIME, (nt. 2), 17 s.,
che richiama
9
a sostegno la coerenza con l’art. 35 d.lgs. n. 127/1991.
( ) OIC, (nt. 5), par. M7 osserva: “Sarebbe infatti illogico che una società rediga il bilancio
9

d’esercizio in continuità, avvalendosi della deroga prevista dalla norma, e nel contempo dichiari nel proprio
bilancio
10
consolidato l’assenza di continuità aziendale”.
( ) A dire il vero, gli eventi successivi alla chiusura di un esercizio sono classificati dall’ OIC 29,
10

par. 59, secondo una tripartizione che tiene conto della loro rilevanza per competenza o meno rispetto
all’esercizio chiuso: (i) fatti successivi che devono essere recepiti nei valori di bilancio (cd. adjusting
event), come per es. gli esiti di un giudizio in corso la cui sentenza definitiva viene depositata dopo la
chiusura dell’esercizio ma per questioni ricadenti per competenza nei precedenti esercizi; (ii) fatti
successivi che non devono essere recepiti nei valori di bilancio (cd. non-adjusting event), come per es. un
incendio di immobilizzazioni verificatosi dopo la chiusura dell’esercizio e dunque di competenza
dell’esercizio nel corso del quale l’incendio si è verificato; e (iii) fatti successivi che possono incidere sulla
continuità aziendale, punto sul quale si tornerà più avanti. Sulla cennata tripartizione v. anche le
osservazioni di DI SARLI, (nt. 1), 48 ss., la quale ricorda che l’attuale emergenza sanitaria è da qualificarsi
“fatto di rilevo intervenuto dopo la chiusura dell’esercizio, la cui rappresentazione in bilancio è
espressamente regolata dall’art. 2427, comma 1, numero 22-quater, c.c. e dal principio contabile OIC 29
per le società che utilizzano gli Italian gaap e dallo IAS 10 per le società Ias adopter”. Cfr. altresì L.A.
BIANCHI, (nt. 6).
Per i bilanci i cui esercizi sono in corso al 23 febbraio 2020 o ancora al 31
dicembre 2020 ( e v. comma 1 art. 7 cit.), la disposizione in questione trova piena
applicazione. Si tratterà allora dei bilanci riferibili, per esempio, ad esercizi che
chiudono al 30 giugno 2020 o al 31.12.2020 o ancora al 30.06.2021, sui quali gli
effetti economici della pandemia si riflettono per competenza. Ma che significa in
concreto che l’art. 7 in oggetto troverà ad essi piena applicazione?
Prima di affrontare questo aspetto essenziale, cerchiamo di rispondere all’altro
quesito interpretativo di un certo rilievo che si è posto sul piano dell’ambito
soggettivo di applicazione della disposizione. Al riguardo è sorto il problema se
l’indicazione proveniente dall’art. 7 cit. abbia portata normativa nei confronti dei soli
soggetti non-IAS compliant, cui si applica la disciplina del codice civile (o del d.lgs.
n. 127/1991 — come modificato dal d.lgs. n. 139/2015 — per il bilancio consolidato),
insomma i cd. local Gaap, oppure anche nei confronti dei soggetti che applicano gli
IAS-IFRS. La diatriba vede contrapposti da un lato coloro che ritengono inapplicabile
la disposizione nazionale ai soggetti che adottano (tanto in via obbligatoria quanto in
via facoltativa) i principi contabili internazionali, IAS/IFRS, sia perché l’art. 7 fa
letteralmente riferimento all’art. 2423-bis c.c., dettato per i soli bilanci “civilistici”,
sia e soprattutto perché al legislatore nazionale non è consentito invadere una sfera di
competenza delle istituzioni comunitarie (la Commissione europea e lo IASB, i cui
principi vengono omologati con Regolamento comunitario) (12); dall’altro lato coloro
che invece ritengono ingiustificata una disparità di trattamento rispetto alle società
quotate e/o agli intermediari finanziari, potendosi interpretare il riferimento alla
norma codicistica, più che per la sua collocazione all’interno del sistema non-IAS
compliant, per il contenuto sostanziale relativo al principio di continuità aziendale in
quanto tale, senza trascurare la possibilità di una interpretazione estensiva o analogica
(13). Né, in definitiva, la disposizione nazionale appare incompatibile con le fonti
sopranazionali del diritto comunitario, in quanto — più che intervenire sul concetto di
continuità aziendale (del tutto simile sia per le fonti nazionali che per quelle
sovranazionali) — si limita a specificare l’applicazione di un metodo retrospettivo di
stima della continuità non sconosciuto ai bilanci IAS/IFRS compliant (14).
A me pare che, sul piano logico, le argomentazioni prospettate dalla seconda tesi
dottrinaria siano abbastanza convincenti. Ma il vero problema da superare, come pure
viene riconosciuto, è costituito dalla gerarchia delle fonti, nel senso che occorre
definire se sia consentito ad una disposizione nazionale derogare o specificare una
disposizione di fonte comunitaria, ove tali debbano intendersi i principi contabili
internazionali per il semplice fatto di essere “omologati” da un Regolamento
comunitario (15). E al di là dei profili di compatibilità dell’art. 7 con la nozione di
continuità aziendale fatta propria dagli IAS/IFRS, vorrei ricordare che l’applicazione
dei principi contabili internazionali ai bilanci di esercizio individuali è
nell’ordinamento italiano — e più in generale nei pochi ordinamenti nazionali che lo
hanno consentito — conseguenza di una opzione legislativa nazionale. Infatti, l’art. 4
del Reg. CE n. 1606/2002 limita l’obbligo di redigere secondo gli IAS/IFRS
omologati ai soli “conti consolidati” delle società i cui titoli siano quotati in un
mercato regolamentato di uno Stato membro, mentre l’estensione degli IAS/IFRS,
oggettiva ai “conti annuali” individuali e soggettiva a “società diverse” da quelle
quotate (anche per i conti consolidati), è prevista dal successivo art. 5 per effetto della
mediazione di una specifica disposizione dei singoli Stati membri. Dunque la fonte
normativa diretta che legittima l’applicazione dei principi contabili internazionali
all’interno del nostro ordinamento ai bilanci d’esercizio individuali è da rinvenirsi
nelle disposizioni nazionali che ciò hanno prescritto o consentito. Sul piano formale
della gerarchia delle fonti, allora, non mi pare che sussista uno stravolgimento, ove la
disposizione nazionale finisca per incidere sul sistema IAS/IFRS in senso limitativo
quanto alla disciplina dei bilanci d’esercizio separati.
È vero che i principi IAS/IFRS pretendono di essere integralmente applicati (16),
ma è parimenti vero che lo stesso Regolamento comunitario ne limita l’applicazione
ai sensi dell’art. 3.2 tutte le volte che essi dovessero considerarsi contrari alla clausola
generale della “true and fair vue” e ove non dovessero contribuire “all’interesse
pubblico europeo” o non dovessero rispondere “ai criteri di comprensibilità,
pertinenza, affidabilità e comparabilità richiesti dall’informazione finanziaria
necessaria per adottare le decisioni economiche e valutare l’idoneità della gestione”
(secondo il duplice obiettivo tipico dell’informativa di bilancio delle direttive
contabili europee). E sono ben noti i “carve out” che in alcune circostanze il
recepimento degli IAS/IFRS ha subìto nello stesso ordinamento comunitario in virtù
delle dette limitazioni (17).
Insomma, pur con la cautela del caso, il quadro normativo che ne deriva, laddove
si discuta di principi contabili internazionali applicati nel nostro ordinamento ai
bilanci d’esercizio individuali, non sembra soffrire di una insuperabile limitazione per
una pretesa fonte sovraordinata alla disposizione legislativa nazionale.

3. La portata interpretativa della cd. “deroga facoltativa”. — Ma la questione


fondamentale è comprendere la portata normativa sostanziale che la presunta deroga
al principio della continuità aziendale, recata dall’art. 7 del decreto liquidità,
introdurrebbe nel nostro ordinamento.
E intanto cominciamo col rilevare che si tratta di una “deroga” sui generis, in
quanto non impone senz’altro di redigere sempre e comunque i bilanci in continuità
aziendale, ma ne attribuisce la facoltà innanzitutto agli amministratori, il che richiama
l’esercizio di una discrezionalità gestoria su cui occorrerà domandarsi entro che limiti
sia possibile un sindacato.
In secondo luogo, la facoltà ha ad oggetto — come pure è stato correttamente
evidenziato — non tanto l’applicazione del principio del going concern quale
presupposto di adozione dei criteri valutativi di funzionamento, quanto l’applicazione
della metodologia di accertamento della sua sussistenza che, piuttosto che fondarsi su
elementi prospettici, può limitarsi ad una stima basata su elementi retrospettivi, nel
senso che la valutazione fondata sul presupposto della continuità aziendale “può
comunque essere operata se risulta sussistente nell’ultimo bilancio di esercizio chiuso
in data anteriore al 23 febbraio 2020”. La giustificazione di una tale facoltà è
intuitiva: la crisi economica indotta dalla pandemia dovrebbe avere carattere
“temporaneo” e potrebbe essere controbilanciata da interventi pubblici di sostegno
non ancora chiaramente definiti al momento della redazione del bilancio nel periodo
di prevedibile crisi, tali che non consentono di escludere automaticamente la
sussistenza della continuità aziendale.
Si è al riguardo parlato di una fictio iuris, come se — pur in difetto del
presupposto della continuità aziendale secondo una stima prospettica — la norma
introduca una “presunzione legale” di continuità per il sol fatto che il bilancio
d’esercizio chiuso definitivamente precedentemente al 23 febbraio 2020 è stato
redatto in continuità aziendale. Secondo alcune impostazioni ciò potrebbe portare
anche ad una eventuale doppia fictio: ad esempio, nell’ipotesi in cui l’ultimo bilancio
definitivamente approvato in continuità aziendale prima del 23 febbraio 2020 sia, per
esempio, quello dell’esercizio chiuso al 31.12.2018, ne conseguirebbe che il bilancio
al 31.12.2019 non ancora approvato potrebbe essere redatto in continuità in forza
dell’art. 7 e quello che si dovesse chiudere al 31.12.2020 verrebbe redatto pur sempre
in continuità sulla base di quanto effettuato secondo la presunzione legale per il
bilancio al 31.12.2019. O ancora, si pensi al caso di un esercizio che chiude dopo il 23
febbraio 2020, ad esempio al 30.06.2020, che utilizzi la presunzione di continuità
derivante dal bilancio precedente chiuso al 30.06.2019, e quindi al successivo bilancio
al 30.06.2021 per un esercizio da considerarsi “in corso” al 31.12.2020 secondo il
disposto dell’art. 7, entrambi redatti allora in forza della cd. fictio iuris (18).
A mio avviso le due esemplificazioni qui prospettate non paiono equivalenti.
Come già rilevato nel precedente paragrafo, il 23 febbraio 2020 costituisce il
discrimine fra il periodo pre-crisi e quello post-crisi: l’emergenza sanitaria e i suoi
effetti economici non riguardano per competenza il periodo pre-crisi, con la
conseguenza che per i relativi esercizi la sussistenza della continuità aziendale deve
essere effettiva e non puramente presunta, il che a mio avviso fa escludere che il
punto di riferimento per la retrospettiva valutazione della continuità aziendale possa
essere, ad es., il bilancio chiuso al 31.12.2018. Di contro il problema potrebbe doversi
porre nel caso della seconda esemplificazione.
Ma è corretto parlare di fictio iuris?
L’opinione prevalente sostiene che la stima della continuità aziendale fondata
retrospettivamente sul bilancio d’esercizio chiuso prima del 23 febbraio 2020 non può
considerarsi corretta se è riferita al mero dato contabile che dovesse invece contrastare
con il dato reale: in altre parole, se il bilancio precedente sia stato erroneamente
redatto in continuità aziendale, benché il presupposto fattuale già difettasse (19). Se
così è, la norma si limiterebbe a legittimare la prosecuzione di una effettiva continuità
aziendale in considerazione di una eccezionalità generalizzata e temporanea della crisi
economica da pandemia, che è certo in grado di pregiudicare e comunque provocare
“incertezze significative” sulla sussistenza prospettica di quel presupposto fattuale ma
che non l’ha in concreto fatto venir meno definitivamente. Il che spiega perché la
stima della continuità (che è sempre proiettata verso il futuro) può anche fondarsi su
elementi retrospettivi costituendo una facoltà e non certo un obbligo per gli
amministratori. È poi da dubitare che quella facoltà possa esercitarsi a fronte di eventi
che comunque impongano la cessazione dell’attività, benché manifestatisi post-crisi
Covid-19, come una decisione dei soci di sciogliere la società o il venir meno
duraturo di forniture o di credito essenziali alla prosecuzione dell’attività nell’assenza
di capitali propri sufficientemente adeguati, o la cessazione di attività dell’unico
cliente o fornitore o la soccombenza in un giudizio vitale per l’impresa (20).
Del resto, se l’esercizio pre-crisi si è potuto svolgere in condizioni di continuità
aziendale, il relativo bilancio consuntivo non potrà che riflettere un presupposto già
realizzato. È quanto emerge dalla corretta applicazione del principio di continuità
aziendale sul piano valutativo, così come dispongono tanto i principi contabili
nazionali quanto quelli internazionali. Lo IAS 1, par. 26, dispone che “nel determinare
se il presupposto della prospettiva della continuazione dell’attività è applicabile, la
direzione aziendale tiene conto di tutte le informazioni disponibili sul futuro, che è
relativo ad almeno, ma non limitato a, dodici mesi dopo la data di chiusura
dell’esercizio”, così facendo emergere l’esigenza di una stima fondata su elementi
prospettici. Nel contempo, tuttavia, prevede che “se l’entità ha un pregresso di attività
redditizia e dispone di facile accesso alle risorse finanziarie, si può raggiungere la
conclusione che il presupposto della continuità aziendale sia appropriato senza
effettuare analisi dettagliate”, in tal modo legittimando altresì l’adozione di un metodo
retrospettivo rispetto alla stima della continuità che è pur sempre proiettata verso il
prevedibile futuro. In effetti, l’OIC 11 sembra orientato verso una “valutazione
prospettica” della capacità dell’azienda di costituire un complesso funzionante per il
prevedibile futuro e non fa cenno ad elementi pregressi su cui fondare tale valutazione
(21). Ma non ritengo che l’espressione “valutazione prospettica” rinvii
necessariamente alla esclusiva adozione di un metodo fondato su elementi futuri
piuttosto che su elementi anche pregressi. Pur nel caso dello IAS 1 la valutazione da
compiere è sempre di tipo prospettico, ma quella prospettiva può fondarsi anche e
solo su elementi pregressi.
Si tratta di una “deroga”, di una “sospensione del giudizio” sulla continuità
aziendale o, semmai, di una interpretazione per così dire “autentica” che il legislatore
ha inteso fornire in merito ad un evento generalizzato e — sperabilmente —
transitorio, per tirare fuori dalle castagne amministratori e soprattutto controllori e
revisori? La mia impressione è che al medesimo risultato si possa pervenire, appunto,
in via interpretativa. D’altro canto la crisi economica da pandemia ha introdotto
“incertezze significative” sulla continuità aziendale, ma le incertezze non impongono
di abbandonare il presupposto fattuale della continuità ai fini valutativi se non quando
esse si trasformino in certezza di cessazione dell’attività o di mancanza di ogni
realistica alternativa alla cessazione medesima (22). Le “incertezze significative”,
semmai, esigono chiarezza e completezza informativa.
4. Gli obblighi informativi e di comportamento, nonostante la “deroga”. — Il
principio di continuità aziendale, infatti, è polivalente (23): da un canto può produrre
effetti sul piano valutativo, e dunque sull’applicazione dei criteri di valutazione dei
cespiti, a seconda che sussista la prospettiva del complesso produttivo funzionante per
un prevedibile futuro oppure la stessa non solo venga meno ma si traduca in
cessazione effettiva; d’altro canto produce senz’altro effetti sul piano informativo,
anche e solo quando il going concern sia pregiudicato o attinto da “incertezze
significative”.
Sotto questo profilo non sono possibili sconti, né l’art. 7 del decreto liquidità fa
ad essi riferimento. I rischi, le incertezze devono essere segnalati sempre e comunque:
nella relazione sulla gestione, nella nota integrativa al bilancio o in quella che l’art. 7
definisce “nota informativa”. Anche in questo caso con formulazione non del tutto
perspicua, il legislatore ribadisce che “il criterio di valutazione è specificamente
illustrato nella nota informativa anche mediante il richiamo delle risultanze del
bilancio precedente”, intendendosi riferire alla illustrazione del metodo retrospettivo
di stima della continuità aziendale e alle sue conseguenze sui criteri valutativi
applicati al bilancio post-crisi. Certo, il “richiamo delle risultanze del bilancio
precedente” potrebbe indurre ad una semplificazione eccessiva: ma esso merita una
interpretazione restrittiva limitata alla sussistenza del presupposto fattuale della
continuità senza una ulteriore specifica analisi. Anzi, secondo il Documento
interpretativo OIC, “la società che si avvale della deroga prevista dalla norma fornisce
informazioni della scelta fatta nelle politiche contabili ai sensi del punto 1)
dell’articolo 2427 del codice civile”, e “restano ferme tutte le altre disposizioni
relative alle informazioni da fornire nella nota Integrativa (nonché, in base a quanto
richiesto dalla normativa applicabile, nella Relazione sulla gestione), ivi comprese le
informazioni relative agli effetti derivanti dalla pandemia Covid-19” (24).
L’esposizione dei rischi conseguenti alle turbolenze economiche provocate dalla
pandemia non potrà essere taciuta e quei rischi dovranno a mio avviso doverosamente
essere evidenziati tanto nella nota integrativa quanto nella relazione sulla gestione (25).
Sempre secondo l’OIC, “nella nota integrativa dovranno essere fornite le informazioni
relative ai fattori di rischio, alle assunzioni effettuate e alle incertezze identificate,
nonché ai piani aziendali futuri per far fronte a tali rischi ed incertezze. Inoltre, nei
casi in cui, nell’arco temporale futuro di riferimento, non si ritenga sussistano
ragionevoli alternative alla cessazione dell’attività, nella nota integrativa sono
descritte tali circostanze e, per quanto possibile e attendibile, i prevedibili effetti che
esse potrebbero produrre sulla situazione patrimoniale ed economica della società” (
26
).
Ciò vale per tutte le imprese per le quali quei documenti sono doverosa
componente o corredo del bilancio d’esercizio, ma vale altresì per tutte le
microimprese in cui la documentazione di bilancio è semplificata al massimo. Per
esse la “nota informativa” prende posto di nota integrativa e di relazione gestoria (27);
né sarebbe consentito un mero richiamo alle “risultanze del bilancio precedente”, che
essendone privo a sua volta, se redatto in condizione di microimpresa, non avrebbe
già di per sé fornito spiegazione alcuna sull’applicazione del principio del going
concern e delle relative conseguenze.
Sul profilo informativo, del resto, hanno insistito tutte le Autorità di controllo e
regolazione dei mercati finanziari, dalla Consob (28) all’ESMA (29) alla SEC (30).
D’altro canto, è stato sottolineato che l’art. 7 nulla dice in merito al dovere di
monitoraggio continuo che il novellato art. 2086 c.c. impone tramite gli adeguati
assetti organizzativi anche sulla tempestiva rilevazione della crisi d’impresa e della
perdita della continuità aziendale e sulla conseguente necessità di adottare e attuare
uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il
recupero della continuità aziendale (31).
Insomma doveri informativi e doveri di comportamento a fronte dei reali rischi e
pregiudizi per la continuità aziendale, nonostante il più volte citato art. 7, restano
integri in capo ad amministratori, sindaci e revisori. E allora oltre che inutile
(ribadisco che in sede interpretativa la possibilità di una valutazione retrospettiva
della continuità aziendale è implicita nel sistema, a fronte di prospettive future incerte
ma di durata temporanea; ove sussista effettivo pregiudizio alla continuità aziendale,
esso con comporta necessariamente l’abbandono dei criteri valutativi di
funzionamento, salvo che di fatto venga cessata l’attività né sussistano alternative
praticabili), la disposizione può risultare pericolosa sul piano delle responsabilità
degli organi gestori e di controllo, creando l’illusione di un salvacondotto in realtà
inesistente (32).

5. L’art. 38-quater del “decreto rilancio” e la conferma dell’impostazione


seguita. – Il presente contributo era già definitivamente composto quando, il 17
luglio, è intervenuta la conversione in legge n. 77/2020 del d.l. 19 maggio 2020, n. 34
(c.d. “decreto rilancio), nel corso della quale è stato introdotto l’art. 38-quater
contenente “disposizioni transitorie in materia di principi di redazione del bilancio”.
La nuova norma, intervenuta a poco più di tre mesi dal precedente art. 7 del
“decreto liquidità”, ne riprende sostanzialmente il contenuto migliorandone l’editing e
in qualche modo eliminando alcune criticità interpretative
33
.
Benchè non espressamente disposto, la norma abroga implicitamente - a far
data dalla sua entrata in vigore (19 luglio 2020) – l’art. 7 del decreto liquidità, poiché
ne disciplina integralmente ex novo l’intera materia; ma ovviamente l’art. 7 resta
applicabile ai bilanci che siano stati nel frattempo definitivamente approvati 34.
Nel contempo la norma evidenzia chiaramente lo spartiacque rappresentato dal
23 febbraio 2019, distinguendo – come nella interpretazione che se ne è data in questo
contributo – i bilanci il cui esercizio si chiude entro tale data da quelli il cui esercizio
è in corso alla medesima data o al 31 dicembre 2020.
A mio avviso emerge altresì in modo più evidente la portata interpretativa
dell’intervento legislativo quantomeno con riferimento al comma 1, secondo cui
“nella predisposizione dei bilanci il cui esercizio è stato chiuso entro il 23 febbraio
2020 e non ancora approvati, la valutazione delle voci e della prospettiva della
continuazione dell'attività di cui all'articolo 2423-bis, primo comma, numero 1), del
codice civile è effettuata non tenendo conto delle incertezze e degli effetti derivanti
dai fatti successivi alla data di chiusura del bilancio”. Che i “fatti successivi” alla
chiusura dell’esercizio possano avere portata di non-adjusting event discende dagli
ordinari principi contabili35. La disposizione in commento sembra voler applicare la
regola della irrilevanza dei fatti successivi a tutti gli eventi, senza la distinzione
tripartita di cui all’OIC 29; ma si tratterebbe di interpretazione assolutamente
inaccettabile, poiché non è pensabile che – per esempio – una eventuale sentenza di
condanna al risarcimento danni per eventi pregressi, risalenti per competenza ai
precedenti esercizi, non debba incidere sulla rappresentazione anche contabile del
bilancio d’esercizio chiuso al 23 febbraio 2019 ma non ancora approvato (si tratta a
tutta evidenza di adjusting event). Del resto, ad un esame più attento, ciò che viene
neutralizzato dalla disposizione sono le incertezze e gli effetti (direi meglio “gli
effetti provocati dalle incertezze”) derivanti dai fatti successivi. Mi sembra dunque
che il riferimento non possa investire sia gli adjusting event sia i non-adjusting
event, ma al limite i fatti successivi che possono incidere sulla continuità aziendale,
circostanza che appare confermata sia dallo stretto collegamento di quella irrilevanza
nella “valutazione… della prospettiva della continuazione dell’attività” sia dalla ratio
complessiva dell’intervento che si pone in continuità con l’abrogato art. 7 del decreto
liquidità. Dal che discende che anche il riferimento alla “valutazione delle voci” non
può che esser letto in concomitanza e alla luce del precetto di “neutralizzazione”
degli effetti provocati dalle incertezze dei fatti successivi sulla prospettiva di going
concern. Insomma l’obiettivo permane quello di trattare la pandemia, manifestatasi
ufficialmente il 23 febbraio 2019, pur sempre come un fatto successivo che determina
incertezza, ed effetti non agevolmente valutabili proprio per quella incertezza, sulla
capacità dell’impresa di proseguire come un complesso in funzionamento 36.
Ma anche questo aspetto è già contenuto nella corretta interpretazione dell’OIC
29, per un verso, e dell’OIC 11, per altro verso. Il par. 59, lett. c) dell’OIC 29, quando
discute dei fatti successivi che possono far venir meno la continuità aziendale, non
parla affatto di “incertezze” pur significative, ma di eventi “certi”, come la
manifestazione di volontà di “proporre la liquidazione della società o di cessare
l’attività operativa”, o ancora “un peggioramento nel risultato di gestione e nella
posizione finanziaria” che possono far sorgere “la necessità di considerare se, nella
redazione del bilancio d’esercizio, sia ancora appropriato basarsi sul presupposto della
continuità aziendale”. Le sole “incertezze” pur significative, precisa l’OIC 11, par. 22,
impongono non il mutamento dei criteri valutativi, ma una adeguata ed esaustiva
informativa in nota integrativa.
E infatti è proprio sul profilo informativo che l’art. 38-quater ribadisce la
necessità che nota integrativa e relazione sulla gestione continuino a fornire tutti gli
elementi che la disciplina vigente richiede, “comprese quelle relative ai rischi e alle
incertezze concernenti gli eventi successivi, nonché alla capacità dell'azienda di
continuare a costituire un complesso economico funzionante destinato alla
produzione di reddito”. Nel caso di “significative incertezze”, “nella nota integrativa
dovranno essere chiaramente fornite le informazioni relative ai fattori di rischio, alle
assunzioni effettuate e alle incertezze identificate, nonché ai piani aziendali futuri per
far fronte a tali rischi ed incertezze. Dovranno inoltre essere esplicitate le ragioni che
qualificano come significative le incertezze esposte e le ricadute che esse possono
avere sulla continuità aziendale” (par. 22 OIC 11).
Il comma 1 dell’art. 38-quater si rivela, dunque, pienamente in linea con il
sistema vigente ed è un falso problema quello di porsi il dilemma se per i bilanci
chiusi e non ancora approvati al 23 febbraio 2019 si debba parla di doverosità o di
facoltatività della cd. deroga37. Ribadisco: qui sono richiamati gli effetti delle
incertezze suscitate dalla crisi pandemica, fatto successivo e non di competenza che
certo non rileva ai fini valutativi, ma che non elimina ogni altra ragione che dovesse
imporre non una temporanea ma una definitiva volontaria o necessitata cessazione
dell’attività (o altra causa di scioglimento che non sia fra quelle congelate per legge).
Il precetto che introduce poi in termini facoltativi il metodo retrospettivo (o
secondo altri finzionistico) di valutazione del going concern si ritrova nel comma 2
dell’art. 38-quater, investendo i bilanci d’esercizio in corso al 23 febbraio 2019 e al
31 dicembre 2020, come già in precedenza sostenuto. Data la crisi pandemica in atto e
le incertezze che ne discendono, è data facoltà ad amministratori (sindaci e revisori
nelle loro funzioni) di fondare “la valutazione delle voci e della prospettiva della
continuazione dell’attività… sulla base delle risultanze dell’ultimo bilancio di
esercizio chiuso entro il 23 febbraio 2020”. Anche qui è evidente che il problema è
sempre quello del going concern, e non certamente di una riproposizione di “voci”
così come valutate nel precedente bilancio quasi che non potessero aver subìto
mutamenti. Il che trova conferma nel successivo inciso che precisa che “le
informazioni relative al presupposto della continuità aziendale sono fornite nelle
politiche contabili di cui all'articolo 2427, primo comma, numero 1), del codice civile
anche mediante il richiamo delle risultanze del bilancio precedente”.
Si consente, insomma, di considerare il prevedibile periodo della crisi pandemica
un evento temporaneo che può legittimare una valutazione del going concern in
continuità con la situazione pre-crisi della società. Ed è sintomatico che in questo caso
si faccia leva su una valutazione discrezionale degli amministratori che tuttavia –
proprio in quanto tale – non potrà sfuggire ad un sindacato di “ragionevolezza”. Se
dovessero sussistere situazioni di irreversibile crisi, lo sguardo retrospettivo potrebbe
giudicarsi assolutamente irragionevole e ingiustificato, nonostante l’apparente
lasciapassare normativo. Il “richiamo delle risultanze del bilancio precedente” da
inserire in nota integrativa fra le cd. “politiche contabili” a giustificazione del
presupposto della continuità aziendale non può esaurire l’informativa dovuta, tanto
che anche per “i bilanci della pandemia” il comma 2 mantiene “ferme tutte le altre
disposizioni relative alle informazioni da fornire nella nota integrativa e alla
relazione sulla gestione, comprese quelle relative ai rischi e alle incertezze derivanti
dagli eventi successivi, nonché alla capacità dell'azienda di continuare a costituire
un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito”38.
Del resto si deve richiamare ancora una volta l’attenzione sulla immodificata
vigenza del novellato art. 2086 c.c. e dei doveri di comportamento degli organi
societari in presenza di situazioni di crisi, cui non può certo offrire una salvaguardia la
legislazione contabile d’emergenza39.
SABINO FORTUNATO

Abstract

11
( ) OIC, (nt. 5), dopo aver affermato al par. 7 che la “deroga” si applica, fra l’altro, “ai bilanci d’esercizio chiusi e non approvati
11

dall’organo assembleare in data anteriore al 23 febbraio 2020”, precisa però al par. 10 che “nei bilanci degli esercizi chiusi in data anteriore al 23
febbraio 2020 (ad esempio i bilanci chiusi al 31 dicembre 2019) e non ancora approvati a tale data la società può avvalersi della deroga se sulla base
delle informazioni disponibili alla data di chiusura dell’esercizio (ad esempio il 31 dicembre 2019) sussisteva la prospettiva della continuità aziendale
in applicazione del paragrafo 21 oppure del paragrafo 22 dell’OIC 11. Non è invece possibile attivare la deroga se alla data di chiusura dell’esercizio
(ad esempio il 31 dicembre 2019) la società si trovava nelle condizioni descritte dal paragrafo 23 oppure dal paragrafo 24 dell’OIC 11”.
L’esemplificazione compiuta dall’OIC di fatto rinvia, per i bilanci i cui esercizi chiudono nel periodo pre-crisi, alla normale valutazione prospettica
della effettiva sussistenza della continuità aziendale secondo i par. 21 e 22 dell’OIC 11 (21. L’articolo 2423- bis, comma 1, n. 1, del codice civile,
prevede che la valutazione delle voci di bilancio sia fatta nella prospettiva della continuazione dell’attività e quindi tenendo conto del fatto che
l’azienda costituisce un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito. 22. Nella fase di preparazione del bilancio, la
direzione aziendale deve effettuare una valutazione prospettica della capacità dell’azienda di continuare a costituire un complesso economico
funzionante destinato alla produzione di reddito per un prevedibile arco temporale futuro, relativo a un periodo di almeno dodici mesi dalla data di
riferimento del bilancio. Nei casi in cui, a seguito di tale valutazione prospettica, siano identificate significative incertezze in merito a tale capacità,
nella nota integrativa dovranno essere chiaramente fornite le informazioni relative ai fattori di rischio, alle assunzioni effettuate e alle incertezze
identificate, nonché ai piani aziendali futuri per far fronte a tali rischi ed incertezze. Dovranno inoltre essere esplicitate le ragioni che qualificano
come significative le incertezze esposte e le ricadute che esse possono avere sulla continuità aziendale). Ove sussistano le condizioni di cui ai par. 23
e 24 la presunta deroga non troverà applicazione, risultato che diventa del tutto prossimo a quanto sostenuto nel testo (23. Ove la valutazione
prospettica della capacità dell’azienda di continuare a costituire un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito porti la
direzione aziendale a concludere che, nell’arco temporale futuro di riferimento, non vi sono ragionevoli alternative alla cessazione dell’attività, ma
non si siano ancora accertate ai sensi dell’art. 2485 del codice civile cause di scioglimento di cui all’art. 2484 del codice civile, la valutazione delle
voci di bilancio è pur sempre fatta nella prospettiva della continuazione dell’attività, tenendo peraltro conto, nell’applicazione dei principi di volta in
volta rilevanti, del limitato orizzonte temporale residuo. La nota integrativa dovrà descrivere adeguatamente tali circostanze e gli effetti delle stesse
sulla situazione patrimoniale ed economica della società[...] 24. Quando, ai sensi dell’articolo 2485 del codice civile, viene accertata dagli
amministratori una delle cause di scioglimento di cui all’articolo 2484 del codice civile, il bilancio d’esercizio è redatto senza la prospettiva della
continuazione dell’attività, e si applicano i criteri di funzionamento, così come previsti al paragrafo 23, tenendo conto dell’ancor più ristretto
orizzonte temporale. Ciò vale anche quando tale accertamento avviene tra la data di chiusura dell’esercizio e quella di redazione del bilancio)”.
Sembra concordare con la circostanza che per i bilanci al 31.12.2019 l’emergenza sanitaria costituisce evento successivo anche Fondazione
Nazionale Commercialisti-SIDREA, (nt. 1), 9 s. (“Diviene, quindi, rilevante la sola parte descrittiva, da argomentare nell’ambito dei “fatti di rilievo
avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio” da riportare nella nota integrativa e nella “evoluzione prevedibile della gestione” da riportare nella relazione
sulla gestione. A questo proposito, va osservato come le informazioni da inserire nella nota integrativa siano collegate, quanto a quantità e analiticità,
alla data di approvazione del bilancio; il differimento dell’approvazione del bilancio accresce le informazioni disponibili e potrebbe contribuire a
meglio definire il quadro”; “La soluzione individuata per l’esercizio 2019 potrebbe essere estesa anche alle imprese, con esercizio difforme dall’anno
solare,12che chiudono il bilancio entro il 23 febbraio del 2020”). Conforme alle indicazioni del testo ASSONIME, (nt. 2), 18 s.
( ) È la posizione assunta soprattutto da DI SARLI, (nt. 1), 52 e 58 (ove si limita a sostenere che “per un simile provvedimento a favore dei
12

soggetti IAS adopter occorrerebbe un intervento analogo da parte dello standard setter internazionale e della Commissione europea” e che “il
legislatore italiano non ha competenza in materia di IAS/IFRS”) e ribadita, sia pure con qualche attenuazione di sostanza, in ID., L’applicazione della
presunzione di continuità nella redazione dei bilanci IAS/IFRS: è davvero ammissibile (opportuna)?, in www.ilcaso.it, 9 maggio 2020; nonché
STRAMPELLI, (nt. 1), 391-396. Nello stesso senso OIC, (nt. 5), par. 6 e M6 desumendolo dal richiamo al solo art. 2423-bis, comma 1, n. 1, c.c.;
Fondazione Nazionale Commercialisti-SIDREA, (nt. 1), 3; ASSONIME, Impatto della pandemia da Covid-19 sui bilanci delle imprese relativi
all’esercizio 2019, Caso n. 5/2020, par. 3 e 4, benchè ritenendo che le indicazioni dell’art. 7 citato siano utili anche per i bilanci delle società che
applicano
13
i principi contabili internazionali e mutando radicalmente opinione nella Cicolare n. 16/2020, di cui alla nt. 2.
14
( ) È quanto argomenta VENTORUZZO, (nt. 1), 527 s.
13

( ) VENTORUZZO, (nt. 1), 528, secondo cui l’art. 7 non altera “il concetto di continuità” ma “specifica su quali basi, quali dati di fatto, si può
14

riscontarla”. Sulla circostanza che l’art. 7 si limiti a consentire il metodo retrospettivo di rilevazione della continuità aziendale sembra concordare
anche DI SARLI, (nt. 12), 5 s. Come anticipato nella nt. 12 che precede, ASSONIME, (nt. 2), 14-17, si pronuncia in favore dell’applicabilità dell’art. 7
decreto liquidità e dell’art. 38-quater decreto rilancio anche ai soggetti IAS adopter sia per ragioni di pari trattamento di una situazione che investe in
via generalizzata tutte le imprese sia per ragioni di interpretazione dello stesso sistema IAS-IFRS anche alla luce della clausola generale della true
and fair view, comune ai sistemi di local Gaap e degli IAS-IFRS. In senso adesivo v. CAPODAGLIO-STOILOVA DANGARSKA- A. RICCI- G.
RICCI-SEMPRINI-SOLDATI-TOGNACCI-TOZZI,
15
(nt. 1), 6-7.
( ) Sul problema delle fonti e della natura dei principi contabili internazionali mi permetto rinviare a S. FORTUNATO, I principi contabili
15

internazionali e le fonti del diritto (pluralismo giuridico, diritto riflessivo e “governance” nel modello europeo , in Giur. comm., 2010, I, 5 ss.;
CARATOZZOLO, Principi contabili internazionali (dir. comm. e trib.), in Enc. dir., Annali I, Giuffrè, Milano, 2007, 909 ss.; G. SCOGNAMIGLIO, La
ricezione dei principi contabili internazionali IAS/IFRS ed il sistema delle fonti del diritto contabile, in AA.VV., IAS/IFRS. La modernizzazione del
diritto16
contabile in Italia, Giuffrè, Milano, 2007, 30 ss.
( ) Lo IAS 1, par. 16 stabilisce, infatti, che “un’entità non deve descrivere il bilancio come conforme agli IFRS a meno che non sia
16

conforme a tutte le disposizioni degli IFRS”, punto su cui sembra far leva STRAMPELLI, (nt. 1), 391 ss. Ma ciò non ha impedito alla Commissione
europea,
17
per es., di effettuare all’occorrenza il “carve out” di alcuni principi contabili, come precisato nel testo.
18
( ) E v. anche S. FORTUNATO, Conceptual Framework e principi di redazione nel bilancio d’esercizio, in Riv. dir. soc., 2012, I, 464 ss.
17

( ) Cfr. VENTORUZZO, (nt. 1), 529 s.; ma già GUIDOTTI, (nt. 7), 10; GALLETTI, Il diritto della crisi sospeso e la legislazione concorsuale in
18

tempo di guerra, in Il fallimentarista, 14 aprile 2020; IRRERA - FREGONARA, (nt. 1), 34, peraltro più in forma dubitativa; e AMBROSINI-GIANNELLI,
(nt. 1), 527. Perplessa SPIOTTA, (nt. 1), 42; ma parrebbe anche BOZZA, Valutazione della continuità aziendale “al netto” dell’effetto Covid-19, in
Eutekne.Info, 8 aprile 2020; e GUIOTTO, (nt. 1), 606. Contra ABRIANI-CAVALLUZZO, OIC: la continuità aziendale va verificata al 31 dicembre 2019,
in Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2020, 27. In verità la posizione dell’OIC, (nt. 5), par. 11 appare alquanto sibillina: per un verso riconosce che ci si può
avvalere della “deroga” “nei bilanci degli esercizi chiusi in data successiva al 23 febbraio 2020 e prima del 31 dicembre 2020 (ad esempio al 30
giugno 2020) e nei bilanci degli esercizi in corso al 31 dicembre 2020 (ad esempio al 31 dicembre 2020, ovvero al 30 giugno 2021)” se nell’ultimo
bilancio approvato la valutazione delle voci è stata compiuta nel presupposto di una effettiva continuità (il richiamo è ai par. 21 e 22 OIC 11, poiché,
The economic crisis, resulting from the Covid 19 pandemic, has resulted in significant uncertainties on the ability of
companies to continue operating as a functioning complex in the near future. Hence the possible repercussions in the
preparation of the financial statements closed on 31 December 2019 and those relating to subsequent years of
foreseeable duration of the pandemic. Moreover, the pandemic has been formalized as an event subsequent to the
close of the financial years that expire before 23 February 2020 and the emergency legislation has attempted to
neutralize the assessments related to the significant uncertainties induced by the relative crisis for the purpose of
continuing business continuity (the going concern principle). The essay critically examines these interventions, warning
administrators, auditors and auditors not to seek easy safeharbors in them with respect to the information and
behavioral duties that remain intact.

se invece sono stati applicati i par. 23 e 24 — difetto di continuità — a quell’ultimo bilancio approvato, il successivo non potrà redigersi in continuità;
ma a tale affermazione segue l’inciso “salvo che — ricorrendone i presupposti — nel predisporre il bilancio dell’esercizio precedente la società si sia
avvalsa della facoltà di deroga prevista dall’art. 7 del D.L n. 23/2020”. Il che a me pare apra la strada alla possibilità della cd. doppia fictio. Ritengo
preferibile la tesi che si limita alla retrodatazione ai bilanci chiusi entro il 23 febbraio 2019, senza che possa risalirsi addirittura al bilancio d’esercizio
chiuso al 31.12.2018. Il che trova conferma nel comma 1 art. 38-quater decreto rilancio. Conforme STRAMPELLI, (nt. 1), 399 s. Non mi sembra
chiara,19sotto questo profilo, la posizione di ASSONIME, (nt. 2), 20 s.
20
( ) Cfr. VENTORUZZO, (nt. 1), 528 s.; DI SARLI, (nt. 1), 52.
19

( ) In questo senso v. anche GUIOTTO, (nt. 1), 605 (pur esprimendo la difficoltà di distinguere fra le cause effettive della perdita di
20

continuità aziendale, sottolinea che la “presunzione di continuità aziendale” introdotta dall’art. 7 cit. non è da ritenersi “assoluta”); GUIDOTTI, (nt. 7),
11 afferma che “se gli amministratori considerano il going concern definitivamente compromesso, a mio parere non è corretto né che si avvalgano di
questa disposizione né che approfittino di quella di cui all’art. 6 sulla riduzione del capitale; e ciò a maggior ragione se la continuità sia venuta meno
per fatti indipendenti dalla pandemia (anche l’impresa può continuare ad “ammalarsi” per motivi diversi dal virus)”. Analogamente CAPODAGLIO-
STOILOVA DANGARSKA- A. RICCI- G. RICCI-SEMPRINI-SOLDATI-TOGNACCI-TOZZI, (nt. 1), 13 In senso opposto parrebbe VENTORUZZO,
(nt. 1), 531, benchè tenda poi a ritenere “opportuno” che “il bilancio rifletta questa informazione nella valutazione delle voci nonostante la libertà
conc.essa dall’art. 7 Decreto liquidità” (529). Ma v. quanto precisato in seguito nel testo sulla continuazione dell’applicazione di criteri valutativi di
funzionamento,
21
pur reinterpretati nell’ottica di una minor durata prevedibile del going concern.
22
( ) Lo sottolinea DI SARLI, (nt. 12), 6 nota 14.
21

( ) Sotto questo profilo lo IAS 1, par. 26, e l’OIC 11, par. 24, sembrano del tutto assimilabili. Tanto che è stato giustamente osservato che
22

“secondo i principi contabili interni e internazionali quindi i meri sintomi di una perdita di continuità potenzialmente riassorbibile (come potrebbe
essere quella associata all’epidemia da Covid-19) non determinano l’immediata inidoneità dei criteri di funzionamento a rappresentare fedelmente la
situazione patrimoniale, reddituale e finanziaria della società”, con la conseguenza che “il ricorso alla presunzione di continuità di cui all’art. 7, D.L.
23/2020 nella generalità dei casi appare del tutto superflua, in quanto finché la prospettiva dello scioglimento non si fa concreta i principi contabili
non consentono di abbandonare i criteri di funzionamento nella redazione del bilancio” (così DI SARLI, (nt. 12), 8). Mi sembra conforme anche il
rilievo di STRAMPELLI, (nt. 1), 388 secondo cui “il principio del going concern deve essere abbandonato soltanto qualora gli amministratori
ritengano
23
che non vi sono alternative alla cessazione dell'attività”.
( ) E v. S. FORTUNATO, Insolvenza, crisi e continuità aziendale nella riforma delle procedure concorsuali: ovvero la commedia degli
23

equivoci, di prossima pubblicazione nel Quaderno di Giur. Comm. dedicato a Vincenzo Buonocore, relazione aggiornata tenuta al Convegno su “La
riforma delle procedure concorsuali”, in Salerno il 29-30 novembre 2019. Sulla nozione di continuità aziendale v. le monografie di PACILEO,
Continuità e solvenza nella crisi di impresa, Giuffrè, Milano, 2017; SPIOTTA, Continuità aziendale e doveri degli organi sociali, Giuffrè, Milano,
2017; 24
DI SARLI, La continuità dei bilanci, Egea, Milano, 2018.
25
( ) OIC, (nt. 5), par. 12 e 13.
24

( ) Varrà la pena rammentare che il par. 61 OIC 29 prevede che se è vero che “i fatti del tipo (b) non sono rilevati nei prospetti quantitativi
25

del bilancio”, trattandosi di eventi successivi alla chiusura dell’esercizio di riferimento (come la crisi da Covid-19 rispetto al bilancio d’esercizio
chiuso al 31.12.2019), “tuttavia, se rilevanti sono illustrati nella nota integrativa perchè rappresentano avvenimenti la cui mancata comunicazione
potrebbe compromettere la possibilità dei destinatari dell’informazione societaria di fare corrette valutazioni e prendere appropriate decisioni”.
Parimenti
26
la relazione sulla gestione deve illustrare i rischi aziendali e l’evoluzione prevedibile della gestione, ai sensi dell’art. 2428 c.c.
27
( ) Analoga è la previsione dettata dallo IAS 10, par. 21.
26

( ) Così pure DI SARLI, (nt. 1), 53, secondo cui “la dicitura «nota informativa» anziché quella di «nota integrativa»” è usata “per chiarire
27

che si tratta di informazioni che devono essere rese da tutte le società, anche quelle non obbligate alla redazione della nota integrativa”; anche
SPIOTTA, (nt. 1), 41 propende per una interpretazione estensiva, con la precisazione che l’informativa, quanto alle microimprese, potrà essere data in
calce allo
28
stato patrimoniale.
( ) V. al riguardo CONSOB, Richiamo di attenzione n. 6/20 sull’informativa finanziaria del 9.04.2020; nonché per il compito spettante agli
28

auditor il documento dello Staff dello IAASB (International Auditing and Assurance Standards Board), Audit Considerations in Respect of Going
Concern29
in the Current Economic Environment, consultabile sul sito www.ifac.org .
( ) Cfr. la sintesi aggiornata al 12 giugno 2020 (accesso del 31 luglio 2020) degli interventi ESMA sull’impatto della pandemia Covid-19
29

sul relativo sito www.esma.europa.eu, in particolare le “Recommendations to Financial Market Participants” dell’11 marzo 2020 (a proposito del
Financial Reporting si legge: “issuers should provide transparency on the actual and potential impacts of COVID-19, to the extent possible based on
both a qualitative and quantitative assessment on their business activities, financial situation and economic performance in their 2019 year-end
financial report if these have not yet been finalised or otherwise in their interim financial reporting disclosures”) , “ESMA issues guidance on
accounting implications of COVID-19” del 24 marzo 2020 (ove l’attenzione è portata sull’applicazione dell’IFRS 9-Financial Instruments e del
calcolo delle expected credit losses”; analogo Statement è stato emanato da EBA, “Statement on the application of the prudential framework regarding
Default, Forbearance and IFRS9 in light of COVID- 19 measures” del 25 marzo 2020) , “ESMA issues guidance on financial reporting deadlines in
light of COVID-19” del 27 marzo 2020, “ESMA issues new Q&A on alternative performance measures in the context of COVID-19” del 17 aprile
2020, “ESMA calls for transparency on COVID-19 effects in half-yearly financial reports” del 20 maggio 2020 (ove si sottolinea “the importance of
updating the information included in the latest annual accounts to adequately inform stakeholders of the impacts of COVID-19, in particular in
relation to significant uncertainties and risks, going concern, impairment of non-financial assets and presentation in the statement of profit or loss”).
Cfr. anche CEAOB 2020-008, del 24 marzo 2020 che “emphasises the following areas that are of high importance in view of Covid-19 impact on
audits30of financial statements”.
( ) SEC, Chief Accountant Sagar Teotia’s Statement on the Importance of High-Quality Financial Reporting in Light of the Significant
30

Impacts of COVID-19 (April 3, 2020), disponibile a https://www.sec.gov/news/public-statement/statement-teotia-financial-reporting-covid-19-2020-


04-03; SEC, Chief Accountant Sagar Teotia’s Statement on the Continued Importance of High-Quality Financial Reporting for Investors in Light of
COVID-19 (June 23, 2020) disponibile a https://www.sec.gov/news/public-statement/teotia-financial-reporting-covid-19-2020-06-23; SEC,
Coronavirus (COVID-19), Division of Corporation Finance, CF Disclosure Guidance: Topic No. 9, March 25, 2020; SEC, Coronavirus (COVID-19)
— Disclosure Considerations Regarding Operations, Liquidity, and Capital Resources, Division of Corporation Finance, CF Disclosure Guidance:
Topic No. 9A, June 23, 2020 (ove particolare attenzione è recata all’impatto degli aiuti di Stato disposti con il cd. CARES Act 2020-Coronavirus Aid,
Relief, and Economic Security Act disponibile https://www.congress.gov/116/bills/hr748/BILLS-116hr748enr.pdf, e ove un particolare richiamo alla
verifica31
da parte del management dell’insorgere di “substantial doubt” del going concern dell’impresa anche in base a FASB ASC Topic 205-40-50).
( ) Conforme DI SARLI, (nt. 12), 10. Sulla formulazione del novellato art. 2086 c.c., con la parziale entrata in vigore di alcune disposizioni
31

del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, e sulla discussa estensione ad ogni tipologia societaria mi permetto rinviare a S. FORTUNATO,
Codice della crisi e codice civile: impresa, assetti organizzativi e responsabilità, in Riv. soc., 2019, 952 ss. ove ulteriori riferimenti. Per un cenno ai
problemi di coordinamento fra art. 2086 c.c. e art. 7 Decreto liquidità v. GUIOTTO, (nt. 1), 608; e GALLETTI, (nt. 17). Anche SPIOTTA, (nt. 1), 44
osserva che gli “artt. 3 c.c.i. e 2086 c.c., in vigore da metà marzo 2019, [...] non constano essere stati ‘sospesi’”. Mi sembra che fra gli strumenti
attivabili ai sensi dell’art. 2086 c.c. “per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale” possa collocarsi anche il concordato in
continuità aziendale, a prescindere dal tipo di bilancio approvato nel periodo di vigenza dell’art. 7 decreto liquidità. La continuità aziendale
programmata con la domanda di concordato preventivo può essere, com’è noto, anche di tipo indiretta, nel senso che si attua attraverso un
fitto/cessione d’azienda, purchè evidentemente le ipotesi delineate siano affidabili e credibili. In questo caso la continuità aziendale “è recuperata” a
prescindere dalle valutazioni che hanno interessato il pregresso bilancio d’esercizio del debitore proponente, bilancio che semmai costituirà elemento
significativo
32
- fra altri - per la stima di fattibilità della programmata continuità aziendale.
( ) “Anche qui mi piacerebbe veder scritto però — afferma GUIDOTTI, (nt. 7), 9 s. — che, se utilizzano questa possibilità, nessuno
32

contesterà domani loro (agli amministratori) detto comportamento e nessuno contesterà la validità del bilancio di esercizio sia in sede civile (sia in
sede penale), se è possibile ipotizzare con una valutazione ex ante la “ripresa” dell’attività”.
33
A dire il vero nel dossier del Servizio del bilancio del Senato, dedicato all’A.S. 1874 quale testo già approvato dalla Camera (Nota di lettura n. 161 –
Volume I – articoli da 1 a 118-quinquies) si legge a commento dell’art. 38-quater: “si segnala che nella Nota del 7 luglio la RGS [Ragioneria Generale
dello Stato] ha evidenziato le criticità rilevate tanto dal Dipartimento del Tesoro quanto dal Dipartimento delle Finanze, che avrebbero sconsigliato
l’approvazione dell’articolo, in quanto rischia di ingenerare ulteriori dubbi interpretativi e difficoltà applicative per le imprese, anche collegate
all’esigenza di tenere una doppia contabilità, civilistica e fiscale”.
34
E’ anche questa l’opinione di STRAMPELLI, (nt. 1), 403; e ASSONIME, (nt. 2), 7, che invoca il principio di successione delle leggi nel tempo e parla
di abrogazione implicita. Nello stesso senso anche la OIC, Bozza Documento interpretativo n. 8, Nov. 2020, M12, ancora in fase di consultazione al
momento di queste note. Peraltro la nuova norma – secondo Assonime – “si muove, a livello sostanziale, in continuità con il predetto art. 7,
limitandosi ad apportare qualche significativo chiarimento e a prevedere una maggiore articolazione del profilo informativo”, con la conseguenza
che mantengono la loro validità interpretativa – nei limiti di compatibilità – tanto la Relazione di accompagnamento all’art. 7 quanto il documento
n. 6 dell’OIC”. Nella stessa direzione anche Strampelli. Va precisato che l’appena citata Bozza del documento interpretativo dell’OIC limita il
commento al solo comma 2 dell’art. 38-quater, assumendo che alla data di pubblicazione di tale Bozza i bilanci di cui al comma 1 “dovrebbero
essere stati approvati e pertanto si è deciso di concentrarsi sul comma della norma che interessa i bilanci in corso di approvazione” (M4). Nel
contempo ribadisce, in linea con il Documento interpretativo n. 6, l’applicazione alle sole società che adottano i local Gaap e l’estensione ai bilanci
consolidati (par. 2, 5 e 7; M7 e M8). Ma in proposito mantengo fermi i rilievi di cui al par. 2 del testo.
35
Si rinvia alla tripartizione segnalata supra nella nt. 10 recata dall’OIC 29, par. 59.
36
Anche OIC, (nt. 34), M11 interpreta l’art. 38-quater nel senso di cui nel testo, osservando per un verso che “la norma richiama esclusivamente
l’articolo 2423-bis del codice civile primo comma numero 1), che tratta appunto della continuità aziendale” e per altro verso che “il riferimento alla
valutazione delle voci sembra trarre origine dall’esigenza di dare risalto all’aspetto valutativo che potrebbe essere compromesso da problemi di
continuità dovuti all’emergenza in corso piuttosto che estendere la portata della norma. Tale interpretazione inoltre è coerente con la struttura
della norma stessa che nella prima parte del comma 2 fa riferimento agli aspetti valutativi connessi al tema della continuità aziendale , mentre nella
seconda parte si focalizza sugli aspetti prettamente informativi riconducibili alla continuità aziendale”.
37
ASSONIME, (nt. 2), 20 sembra ritenere, per esempio, che mentre per i bilanci chiusi entro il 23 febbraio 2020 la deroga è vincolante, per quelli
successivi è facoltativa; di contro CAPODAGLIO-STOILOVA DANGARSKA- A. RICCI- G. RICCI-SEMPRINI-SOLDATI-TOGNACCI-TOZZI, (nt. 1), 8 affermano
che non vi sono valide ragioni per sostenere una valutazione differenziata della continuità aziendale, richiamando all’uopo la conforme opinione
dell’OIC espressa nel documento interpretativo n. 6 peraltro con riferimento all’art. 7 decreto liquidità.
38
Insistono sulla completezza del corredo informativo anche STRAMPELLI, (nt. 1), 347; e ASSONIME, (nt. 2), 23. Analogamente OIC, (nt. 34), par. 9 e
10, e M13.
39
In senso analogo ancora una volta STRAMPELLI, (nt. 1), 377 ss.; e ASSONIME, (nt. 2), 23-25.

Potrebbero piacerti anche