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Wilbur Smith

Figli Del Nilo


Warlock © 2001

Al mio nuovo amore,


Mokhiniso,
spirito di Gengis Khan e
di Omar Khayyam
reincarnato in una luna lucente
come una perla perfetta

COME un serpente che distende sinuoso le sue spire, una fila di carri da
combattimento correva lungo la pista tortuosa, scendendo verso il
fondovalle. Il ragazzo, aggrappato alla sponda anteriore del carro di testa,
alzò gli occhi sulle pareti di roccia che sembravano serrarsi su di loro in
una morsa. La pietra scabra era crivellata di fori d'accesso alle tombe
antiche, fitte come le celle di un'arnia. Quei pozzi di tenebre lo fissavano
come gli occhi implacabili di una legione di jinn. Il principe Nefer
Memnone rabbrividì e, con un furtivo segno di scongiuro della mano
sinistra, distolse lo sguardo.
Lanciando un'occhiata alle proprie spalle, lungo la colonna, vide che
Taita si trovava sul carro immediatamente dietro il suo e, circondato da
vortici di polvere, lo stava osservando. Il vecchio e il suo carro erano
coperti da un velo di polvere chiara, ma un raggio di sole, l'unico che
riuscisse a penetrare in quella valle stretta e profonda, scintillò sulle
particelle di mica e colpì Taita, facendolo brillare come se fosse
l'incarnazione di un dio. Nefer abbassò la testa di scatto, provando un
senso di vergogna, quasi di colpa, al pensiero che il vecchio si fosse
accorto di quel fuggevole timore superstizioso. Nessun principe della casa
di Tamose avrebbe mostrato una simile debolezza, soprattutto se, come lui,
si fosse trovato alle soglie della virilità. D'altronde Taita lo conosceva
meglio di chiunque altro, perché era il suo tutore fin dall'infanzia e gli era
stato più vicino dei genitori o dei fratelli. L'espressione di Taita sembrava
distaccata, eppure, anche a quella distanza, i suoi occhi sembravano
penetrare sino in fondo all'animo di Nefer, vedere tutto e comprendere

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tutto.
Nefer tornò a guardare in avanti, ergendosi in tutta la sua altezza al
fianco del padre, che tirò le redini, incitando i cavalli con uno schiocco
della lunga frusta. E d'un tratto la valle si allargò di fronte a loro, formando
il grande anfiteatro che accoglieva le rovine della città di Gallala. Nel
vedere per la prima volta quel famoso campo di battaglia, Nefer venne
quasi travolto dall'emozione. Taita aveva combattuto in quel luogo, a
fianco del semidio Tanus Harrab, colui che aveva annientato le forze
oscure incombenti sul loro stesso Paese, l'Egitto. Tutto ciò era avvenuto
oltre sessant'anni prima, ma Taita aveva raccontato la battaglia a Nefer in
ogni minimo dettaglio, e il suo racconto era stato così vivido che il giovane
aveva avuto l'impressione di trovarsi lì, di essere stato spettatore di quel
giorno fatale.
Il padre di Nefer, il dio e Faraone Tamose, eseguì la manovra per
condurre il carro a ridosso della porta ormai in rovina, poi tirò le redini per
fermare i cavalli. Alle sue spalle, cento carri, l'uno dopo l'altro, eseguirono
la stessa manovra, tutti alla perfezione, e i conducenti scesero a frotte per
abbeverare i cavalli. Quando il Faraone parlò, lo strato di polvere che si
era formato sulle guance prese a sgretolarsi, facendogli cadere una
cascatella di sabbia sul petto. «Dobbiamo ripartire prima che il sole sfiori
la cima delle colline», esclamò, rivolto al Gran Leone d'Egitto, il nobile
Naja, comandante dell'esercito e suo compagno prediletto. «Desidero
attraversare di notte le dune che ci separano da El Gabar.» Poi il Faraone
Tamose guardò Nefer. La corona azzurra di guerra, costellata di pagliuzze
di mica, scintillava sulla sua testa e gli occhi iniettati di sangue erano
segnati agli angoli da minuscoli grumi di terriccio umido di lacrime
quando disse al figlio: «È da qui che ti lascerò proseguire con Taita».
Nefer aprì la bocca come per protestare, ma già sapeva che ogni
tentativo di opporsi sarebbe stato inutile. Lo squadrone doveva proseguire
per affrontare il nemico. Il piano di battaglia del Faraone Tamose era stato
tracciato: le truppe avrebbero descritto un cerchio in direzione sud,
superando le Grandi Dune e passando tra i laghi amari di natron per
sorprendere il nemico alle spalle. Poi avrebbero aperto un varco proprio al
centro dello schieramento avversario: attraverso quel varco si sarebbero
riversate le truppe egizie, ammassate in attesa sulla riva del Nilo, di fronte
ad Abnub. Tamose avrebbe così riunito i due eserciti e, prima che il
nemico potesse riprendersi dal colpo subito, avrebbe proseguito oltre Tell

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el Daba per conquistare la fortezza nemica di Avaris.
Era un piano brillante e audace che, se fosse riuscito, avrebbe posto fine
alla guerra con gli hyksos che infuriava già da due generazioni. A Nefer
avevano insegnato che due erano i motivi della sua esistenza sulla terra, il
combattimento e la gloria; eppure, sebbene avesse già quattordici anni, non
gli era stato ancora consentito di dar prova del suo valore. Desiderava con
tutta l'anima cavalcare incontro alla vittoria e all'immortalità a fianco del
padre, ma, prima ancora che le proteste potessero uscirgli di bocca, il
Faraone gli chiese: «Qual è il primo dovere di un guerriero?»
Nefer abbassò gli occhi. «E' l'obbedienza, maestà», mormorò, con
riluttanza.
«Non dimenticarlo mai.» Il Faraone annuì e distolse lo sguardo.
Il ragazzo si sentì disprezzato e respinto. Aveva gli occhi che bruciavano
e il labbro superiore che gli tremava, ma lo sguardo di Taita lo spinse a
ricomporsi. Allora sbatté le palpebre e, dopo aver bevuto dall'otre appeso
alla sponda laterale del carro, si rivolse al vecchio mago, scuotendo con
aria spavalda i riccioli incrostati di polvere. «Mostrami il monumento,
Tata», gli ordinò.
Quella coppia singolare passò attraverso la folla di carri, uomini e
cavalli che si ammassava nell'angusta strada della città in rovina. Venti
soldati, nudi per sopportare meglio il caldo torrido, si erano calati nei
profondi pozzi scavati nel terreno, formando una catena di secchi per
portare in superficie l'acqua, scarsa e amara. Un tempo, quei pozzi erano
stati tanto generosi da alimentare la vita di una città ricca e popolosa,
situata sulla strada commerciale tra il Nilo e il mar Rosso. Poi, alcuni
secoli prima, un terremoto aveva sconvolto la falda acquifera, bloccando la
corrente sotterranea, e la città di Gallala era morta di sete. Ormai l'acqua
era appena sufficiente a placare la sete di duecento cavalli e riempire gli
otri prima che i pozzi si prosciugassero.
Taita condusse Nefer attraverso i vicoli, passando davanti a templi e
palazzi ormai abitati soltanto da lucertole e scorpioni, fino a raggiungere la
piazza centrale. Al centro sorgeva il monumento eretto in onore del nobile
Tanus e del suo trionfo sulle schiere di banditi che avevano quasi messo in
ginocchio la nazione più ricca e potente della terra. Il monumento era una
bizzarra piramide di teschi umani, saldati insieme e protetti da alcune
lastre di roccia rossa. Mille e più teschi fissavano sogghignando il ragazzo,
mentre lui leggeva a voce alta l'iscrizione sul portico di pietra.

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LE NOSTRE TESTE RECISE RAMMENTANO
LA BATTAGLIA AVVENUTA IN QUESTO LUOGO,
DOVE SIAMO PERITI SOTTO LA SPADA DI TANUS HARRAB.
GRAZIE ALLE IMPRESE DI QUEL NOBILE GLORIOSO,
POSSANO LE GENERAZIONI FUTURE COMPRENDERE
LA GLORIA DEGLI DEI E IL POTERE DEI GIUSTI.
COSÌ FU DECRETATO
NEL QUATTORDICESIMO ANNO DI REGNO
DEL DIVINO FARAONE MAMOSE

Accovacciato all'ombra del monumento, Taita osservò il principe che


girava intorno al singolare monumento, soffermandosi a intervalli di pochi
passi, coi pugni piantati sui fianchi, per studiarlo da tutte le angolazioni.
Sebbene l'espressione di Taita fosse distaccata, i suoi occhi erano pieni di
affetto. Il suo amore per Nefer veniva da lontano, sgorgava dalla vita di
altre due persone. Anzitutto da quella di Lostris, regina d'Egitto. Taita era
un eunuco, ma era stato castrato dopo la pubertà, e quindi sapeva bene che
cosa voleva dire amare una donna. A causa della mutilazione subita, però,
l'amore di Taita era puro, e lui lo aveva riversato interamente su Lostris, la
nonna di Nefer. Si trattava di un amore così totale che, persino in quel
momento, a vent'anni dalla morte di Lostris, la regina costituiva ancora il
centro dell'esistenza di Taita.
L'altra persona era il nobile Tanus Harrab, l'uomo in onore del quale era
stato eretto quel monumento. Per Taita era stato più di un fratello. Ormai
Lostris e Tanus erano morti, ma il loro sangue era unito nelle vene del
ragazzo. Da quell'unione illecita di tanto tempo prima era infatti nato il
bambino che, crescendo, era diventato il Faraone Tamose, e ora guidava lo
squadrone di carri che li aveva portati fin lì: il padre del principe Nefer.
«Tata, fammi vedere dove hai catturato il capo di quei banditi.» La voce
di Nefer era incrinata dall'eccitazione e dalle avvisaglie della pubertà. «E'
stato qui, vero?» Il ragazzo corse verso il muro diroccato sul lato
meridionale della piazza. «Raccontami di nuovo la storia.»
«No, è successo qui. Da questa parte.» Taita si alzò, avviandosi con le
gambe lunghe da cicogna verso il muro orientale e levando lo sguardo
verso la sommità diroccata. «Il bandito si chiamava Shufti, ed era guercio
e brutto come il dio Seth. Cercava di sfuggire al combattimento

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arrampicandosi su quel muro, lassù...» Si chinò a raccogliere tra le rovine
un mezzo mattone di fango, cotto nella fornace, e all'improvviso lo lanciò
oltre la sommità del muro imponente. «Gli spaccai il cranio e lo trascinai
giù con un colpo solo.»
Sebbene Nefer conoscesse per esperienza la forza del mago e sapesse
che la sua capacità di resistenza era leggendaria, rimase sbalordito da quel
lancio. È vecchio come le montagne, più vecchio di mia nonna, giacché
l'ha allevata come ha fatto con me, rifletté, meravigliato. Si dice che abbia
assistito a duecento inondazioni del Nilo e abbia costruito le piramidi con
le sue stesse mani. Poi, a voce alta, domandò: «Gli hai staccato la testa,
Tata, e l'hai messa su quella pila laggiù?» E indicò il macabro monumento.
«Conosci bene questa storia... Devo avertela raccontata almeno cento
volte», si schermì Taita.
Ma il ragazzo sapeva che quella riluttanza, in apparenza dettata dalla
modestia, non era sincera. «Racconta di nuovo!» gli ordinò allora.
E Taita si sedette su un blocco di pietra, mentre il ragazzo si
accovacciava ai suoi piedi, felice di ascoltare per l'ennesima volta quel
racconto e bevendo avidamente le parole dell'eunuco finché i corni d'ariete
dello squadrone non lanciarono un richiamo, con uno squillo che s'infranse
in echi sempre più fiochi lungo le pareti di roccia nera. «Il Faraone ci
chiama», disse Taita, alzandosi per ricondurre il ragazzo oltre la porta.
Fuori delle mura c'era un gran trambusto: lo squadrone si stava
preparando al percorso che lo attendeva in mezzo alle dune. Gli otri erano
nuovamente gonfi d'acqua, mentre i soldati controllavano e stringevano le
cinghie degli equipaggi prima di risalire sui carri.
Quando i due uscirono dalla porta della città in rovina, il Faraone
Tamose guardò al di sopra dei suoi uomini e, con un cenno, chiamò Taita.
Insieme, i due si allontanarono per non farsi sentire dagli ufficiali. Il nobile
Naja si mosse per raggiungerli, ma Taita sussurrò una parola all'orecchio
del Faraone e Tamose si voltò, congedando il comandante dell'esercito con
poche, brusche parole. Il nobile arrossì, mortificato, poi lanciò a Taita
un'occhiata feroce e pungente come una freccia da guerra.
«Hai offeso Naja. Un giorno potrei non essere abbastanza vicino da
riuscire a proteggerti», mormorò il Faraone all'eunuco.
«Non possiamo fidarci di nessuno», borbottò Taita. «Almeno finché non
avremo schiacciato la testa al serpente del tradimento che serra le sue spire
intorno alle colonne del tuo palazzo. Finché non tornerai da questa

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campagna al nord, soltanto noi due dobbiamo sapere dove porterò il
principe.»
«E neanche Naja dovrà saperlo?» Il Faraone scoppiò a ridere, come per
liquidare le ansie del vecchio. Naja per lui era come un fratello: avevano
percorso insieme la Via Rossa.
«Neanche Naja», ribadì Taita. I suoi sospetti si andavano facendo
sempre più concreti, ma non aveva ancora raccolto tutte le prove di cui
aveva bisogno per convincere Tamose.
«Il principe sa per quale motivo vi addentrerete nella desolazione del
deserto?» domandò il Faraone.
«Sa soltanto che andremo a completare la sua istruzione e a catturare il
falco sacro.»
«Ah, mio buon Taita!» esclamò il Faraone. «Tu sei sempre stato molto
misterioso, eppure mai bugiardo. Non c'è altro da dire, visto che abbiamo
già detto tutto. Ora va', e possa Horus stendere le sue ali su te e Nefer.»
«Guardati le spalle, maestà, perché, in questi giorni, i nemici sono dietro
di te, oltre che di fronte.»
Il Faraone posò la mano sul braccio del mago, stringendo con forza.
Sotto le sue dita, il braccio era sottile, ma duro e vigoroso come un ramo
secco di acacia. Poi Tamose tornò verso Nefer, che lo attendeva accanto
alle ruote del carro reale.
Il ragazzo aveva l'aria offesa di un cucciolo al quale è stata negata la
possibilità di giocare. «Divina maestà», disse, «nello squadrone ci sono
uomini più giovani di me...» Fece un ultimo, disperato tentativo per
convincere il padre che era suo dovere accompagnare i carri.
Il Faraone naturalmente sapeva che il ragazzo aveva ragione. Meren,
nipote dell'illustre generale Kratas, era nato tre giorni dopo Nefer, eppure
già cavalcava insieme col padre, come portatore di lancia in uno dei carri
della retroguardia.
«Quando mi consentirai di venire in battaglia con te, padre?»
«Forse quando avrai percorso la Via Rossa. A quel punto, nemmeno io
potrò impedirtelo.»
Era una promessa vana, e lo sapevano entrambi. Percorrere la Via Rossa
era la prova di abilità più ardua che si potesse affrontare coi cavalli e con
le armi, e pochi guerrieri l'avevano superata. Si trattava di una prova
durissima, che fiaccava, sfiniva e a volte uccideva persino un uomo nel
fiore degli anni e addestrato alla perfezione. Quel giorno era molto lontano

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per Nefer.
Poi l'espressione temibile del Faraone si raddolcì. Serrò il braccio del
figlio nell'unico segno di affetto che poteva permettersi davanti alle truppe.
«Ora ti ordino di andare con Taita nel deserto per catturare il falco sacro e
dimostrare così che nelle tue vene scorre sangue reale e che avrai il diritto
di portare, un giorno, la corona doppia.»

Nefer e il vecchio rimasero immobili presso le mura diroccate di Gallala,


osservando la colonna che sfilava davanti a loro. La guidava il Faraone,
con le redini avvolte intorno ai polsi e proteso all'indietro per resistere alla
spinta dei cavalli: era a torso nudo, col gonnellino di lino che schioccava al
vento intorno alle gambe muscolose e, sul capo, la corona azzurra di
guerra che lo rendeva simile a un dio.
Subito dietro di lui veniva il nobile Naja, col grande arco ricurvo appeso
alla spalla. Aveva un portamento fiero e orgoglioso ed era alto e bello
quasi quanto il Faraone. Inoltre era uno dei guerrieri più temibili dell'intero
Egitto: quel nome, Naja, gli era stato infatti conferito come titolo d'onore,
giacché così si chiamava il cobra che campeggiava sull'ureo, la corona
reale. Il Faraone Tamose gli aveva dato quel titolo il giorno stesso in cui
avevano superato insieme la prova della Via Rossa.
Naja non si degnò di lanciare neanche un'occhiata in direzione di Nefer.
Il carro del Faraone era già sparito nella bocca della gola oscura prima che
l'ultimo veicolo della colonna passasse oltre il punto in cui era fermo il
giovane principe. Meren, suo amico e compagno di tante avventure
proibite dell'infanzia, gli rivolse una risata di scherno e un gesto osceno,
poi, gridando per farsi sentire al di sopra del cigolio e del frastuono delle
ruote, gli disse: «Ti porterò la testa di Apepi come giocattolo!»
Mentre l'amico si allontanava, sfrecciando sul carro, Nefer ebbe un moto
di stizza. Apepi era il re degli hyksos, e lui, Nefer, non aveva bisogno di
giocattoli; era un uomo, ormai, anche se il padre si rifiutava di
riconoscerlo.
Taita e il ragazzo rimasero in silenzio a lungo dopo che il carro di Meren
fu scomparso e la polvere si fu posata. Poi l'eunuco si voltò per tornare
verso il punto in cui erano legati i cavalli. Strinse la sopraccinghia intorno
al petto della sua cavalcatura, poi sollevò le gonne e salì col movimento
agile di un uomo assai più giovane. Una volta in groppa alla giumenta,
parve diventare tutt'uno con l'animale. Nefer rammentò la leggenda

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secondo la quale era stato proprio lui, Taita, il primo egizio a
padroneggiare le arti equestri. E infatti portava ancora il titolo di Maestro
dei Mille Carri, che gli era stato concesso insieme con l'Oro del Valore da
due Faraoni, in due regni diversi.
Senza dubbio era uno dei pochi uomini che osassero cavalcare. La
maggior parte degli egizi aborriva quella pratica, considerandola poco
dignitosa, se non oscena, per non parlare poi dei rischi che comportava.
Nefer non si faceva tanti scrupoli e, mentre saliva con un balzo in groppa
al suo puledro preferito, Guardastella, sentì che il malumore cominciava a
svanire. Quando ebbero raggiunto la cima delle colline che sovrastavano la
città in rovina era quasi tornato se stesso, vivace come al solito. Lanciò
un'ultima occhiata di rimpianto al minuscolo pennacchio di polvere
sollevato all'orizzonte settentrionale dalla marcia dello squadrone, poi
voltò risolutamente le spalle. «Dove andiamo, Tata?» domandò. «Hai
promesso di dirmelo, una volta in viaggio.»
Taita era sempre stato misterioso e reticente, eppure mai tanto quanto si
era mostrato a proposito della meta di quel viaggio. «Andiamo a Gebel
Nagara», gli rispose.
Nefer non aveva mai sentito quel nome prima di allora, e lo ripeté a
bassa voce, come se fosse magico, incantato. Si sentì percorrere da un
brivido di eccitazione e d'ansia e fissò il deserto che si stendeva davanti a
lui. Una miriade di colline aspre e frastagliate si protendeva verso
l'orizzonte azzurrino, velato dalla calura e dalla distanza. I colori di quelle
rocce nude, luminose come il cristallo, lasciavano sbalorditi, svariando dal
blu cupo delle nubi temporalesche a quel particolare giallo che spicca sul
piumaggio degli uccelli e al rosso intenso delle carni ferite. Il caldo le
faceva fremere e danzare, rendendole simili a miraggi.
Taita fece scorrere lo sguardo all'intorno con un empito di nostalgia,
come se tornasse a casa. Proprio lì, in quella zona selvaggia, si era ritirato
dopo la morte della diletta regina Lostris. All'inizio aveva cercato
unicamente la solitudine, rintanandosi proprio come avrebbe fatto un
animale ferito. Ma il passare del tempo e l'attenuarsi del dolore lo avevano
spinto ad approfondire i misteri del grande dio Horus, a percorrerne la
strada. Si era rifugiato nel deserto quand'era medico e chirurgo, maestro
nelle scienze note agli uomini. Ma lì, da solo, in quella landa desolata,
aveva scoperto la chiave per aprire le porte dello spirito e della mente,
porte oltre le quali ben pochi uomini osavano spingersi. Vi era andato da

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uomo, e ne era tornato da servo del grande dio Horus, da adepto di misteri
strani e arcani, quasi impossibili anche soltanto da immaginare.
E aveva deciso di tornare nel mondo degli uomini solo quando la regina
Lostris gli aveva fatto visita in sogno, mentre lui dormiva nella sua
caverna di Gebel Nagara. Era ridiventata una fanciulla di quindici anni,
fresca e ancora intatta, una rosa del deserto in boccio, coi petali cosparsi di
rugiada. Persino nel sonno Taita si era sentito gonfiare il cuore d'amore, al
punto che quell'emozione minacciava di squarciargli il petto.
«Caro Taita», aveva sussurrato Lostris, sfiorandogli la guancia per
ridestarlo, «tu sei stato uno dei due uomini che ho amato nella mia vita.
Ora Tanus è con me, tuttavia, prima che anche tu possa raggiungermi, c'è
ancora un incarico che devo ordinarti di portare a termine. Non mi hai mai
deluso e so che non mi deluderai neanche stavolta, vero, Taita?»
«Sono ai tuoi ordini, padrona.» La sua stessa voce echeggiò in modo
strano.
«A Tebe, la mia città dalle cento porte, stanotte è nato un bambino. È il
figlio di mio figlio e lo chiameranno Nefer, che significa 'puro e perfetto
nel corpo e nello spirito'. È mio desiderio che porti il mio sangue e quello
di Tanus sul trono dell'Alto Egitto. Eppure grandi pericoli già si addensano
sul capo di quel neonato. Senza il tuo aiuto non potrà riuscire nelle sue
imprese. Soltanto tu potrai proteggerlo e guidarlo. Questi anni che hai
trascorso in solitudine nel deserto, le arti e le conoscenze che hai acquisito
serviranno unicamente a quello scopo. Raggiungi Nefer. Va', ora, presto, e
rimani con lui finché non avrai portato a termine il tuo compito. Poi vieni
da me, caro Taita. Ti aspetterò, e allora ti sarà restituita anche la tua povera
virilità mutilata. Sarai integro e completo, di nuovo al mio fianco, con la
tua mano nella mia. Non deludermi, Taita.»
«Mai!» aveva gridato lui in sogno. «Finché eri in vita non l'ho mai fatto,
e non lo farò certo ora che sei morta.»
«Lo so.» Lostris gli aveva rivolto quel sorriso dolce che lo ossessionava
ancora, e la sua immagine era svanita, dissolvendosi nella notte del
deserto. Taita si era svegliato col viso rigato di lacrime e aveva raccolto i
pochi oggetti che possedeva. Si era fermato all'entrata della caverna
soltanto per orientarsi in base alle stelle, guardando l'astro luminoso della
dea. Settanta giorni dopo la morte della regina, la notte stessa in cui era
stato completato il lungo rito dell'imbalsamazione, quella stella era apparsa
all'improvviso nel cielo: una grande stella rossa che splendeva là dove

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prima non c'era nulla. Su di essa, Taita aveva pronunciato il suo
giuramento di obbedienza. Poi si era incamminato nel deserto, verso
occidente, in direzione del Nilo e della città di Tebe, la splendida Tebe
dalle cento porte.
Tutto ciò era accaduto quattordici anni prima e, in quel momento, Taita
guardava quei luoghi silenziosi con la consapevolezza che soltanto lì i suoi
poteri potevano dispiegarsi in tutta la loro pienezza, consentendogli di
assolvere l'incarico che Lostris gli aveva affidato. Soltanto così avrebbe
potuto trasmettere almeno una parte di quella forza al principe, perché
sapeva che i poteri oscuri contro i quali lo aveva messo in guardia la regina
si stavano addensando intorno a loro.
«Vieni!» disse al ragazzo. «Andiamo a catturare il tuo falco sacro.»

La terza notte dopo la partenza da Gallala, quando la costellazione degli


Onagri raggiunse lo zenit nel cielo settentrionale, il Faraone ordinò ai
soldati di fermarsi per abbeverare i cavalli e consumare un rapido pasto a
base di carne seccata al sole, datteri e gallette di dhurra. Poi richiamò gli
uomini perché salissero di nuovo sui carri. Ormai non si poteva più far
ricorso ai segnali coi corni d'ariete, giacché erano già entrati nel territorio
che veniva pattugliato spesso dai carri degli hyksos.
Tutti ripresero il cammino, procedendo al trotto. Mentre avanzavano, il
paesaggio cambiò bruscamente. Erano infatti usciti dalle terre aride,
tornando alle pendici delle colline che sorgevano nella valle del fiume. Ai
loro piedi, scura e lontana al chiaro di luna, scorgevano la striscia di fitta
vegetazione che contrassegnava il corso del grande Nilo. Avevano dunque
completato l'ampio circuito che aveva permesso loro di aggirare Abnub, e
si trovavano alle spalle del nucleo principale delle forze di Apepi, disposto
sul fiume. Al confronto degli hyksos, il drappello egizio era davvero
esiguo, ma vantava i migliori conducenti di carri dell'esercito di Tamose, e
quindi i migliori al mondo. Inoltre poteva contare sul vantaggio della
sorpresa.
Quando il Faraone aveva proposto quella strategia, annunciando che
avrebbe guidato di persona la spedizione, il consiglio di guerra si era
opposto con tutta la veemenza che poteva manifestare contro la parola di
un dio. Persino il vecchio Kratas, che era stato il guerriero più crudele di
tutti gli eserciti d'Egitto, si era ribellato a quel piano. «In nome dello scroto
fetido e putrefatto di Seth, non ti ho cambiato i pannolini sporchi per farti

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finire tra le braccia di Apepi!» aveva urlato, rivolgendosi al Faraone con
un linguaggio che soltanto a lui era consentito usare. «Manda un altro»,
aveva poi aggiunto, strappandosi la folta barba bianca in segno di
sconforto. «Puoi guidare l'irruzione attraverso le colonne nemiche, se ti
diverte, ma non voglio che tu ti perda nel deserto e ti faccia divorare dagli
spettri e dai jinn. Tu sei l'Egitto. Se Apepi cattura te, cattura tutti noi.»
Di tutti i componenti del consiglio, soltanto Naja aveva appoggiato
Tamose: del resto, aveva riflettuto il Faraone, Naja gli era sempre stato
leale e fedele...
Avevano ormai superato il deserto e si trovavano già alle spalle del
nemico. All'alba dell'indomani avrebbero lanciato la carica intesa a
spezzare in due l'esercito di Apepi, consentendo così ad altri cinque
squadroni del Faraone - mille carri in tutto - di raggiungerli attraverso quel
varco. A Tamose pareva già di sentire il gusto di miele della vittoria.
Prima del prossimo plenilunio avrebbe cenato ad Avaris, nei saloni del
palazzo di Apepi. In quel momento, i regni dell'Alto e del Basso Egitto,
separati da quasi due secoli, sarebbero stati uniti e Tamose, ormai
dominatore anche sul regno del nord - fino ad allora nelle mani di un
usurpatore egizio o di un invasore straniero -, avrebbe portato a pieno
titolo la corona doppia, con l'approvazione di tutti gli dei.
L'aria notturna gli soffiava sul volto, tanto fresca da intorpidire le
guance. Il suo portatore di lancia si accovacciò dietro la sponda anteriore
del carro, per ripararsi. Gli unici suoni erano il crepitio delle ruote dei carri
sul terreno, il lieve tintinnio delle lance nel fodero e, ogni tanto,
l'ammonimento sommesso: «Attenzione! Buca!» che veniva passato lungo
la colonna.
Quando, all'improvviso, si aprì davanti a loro l'ampio uadi di Gebel
Wadun, il Faraone arrestò la squadra di carri. Lo uadi, il letto di un fiume
in secca, formava una strada liscia e ampia che li avrebbe portati fino alla
pianura alluvionale del fiume. Tamose gettò le redini al suo portatore di
lancia e scese a terra con un balzo. Si stirò, per sciogliere le giunture
irrigidite e doloranti, e, senza neanche voltare la testa, riconobbe il suono
del carro di Naja che si avvicinava. Sentì un ordine impartito a bassa voce,
le ruote che cigolavano, poi i passi leggeri e sicuri di Naja.
«Da qui in poi il rischio di essere scoperti sarà maggiore», disse il
comandante dell'esercito non appena fu dietro il Faraone. «Guarda laggiù.»
Tendendo il braccio lungo e muscoloso, indicò un punto oltre la spalla di

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Tamose. Là dove lo uadi sboccava nella pianura, ai loro piedi, si scorgeva
una luce, il lieve bagliore giallo di una lampada a olio. «Quello è il
villaggio di El Wadun. È là che le nostre spie ci aspettano per guidarci
oltre le sentinelle hyksos. Io ti precederò fino al punto stabilito per
l'incontro, così da assicurarmi che la via sia libera. Aspettami qui, maestà.
Tornerò subito.»
«Vengo con te.»
«No, ti prego. Potrebbe esserci un traditore, Mem», ribatté Naja,
chiamando il Faraone col nome che aveva portato da bambino. «Tu sei
l'Egitto. Sei troppo prezioso per rischiare la vita.»
Il Faraone si voltò per guardare quel viso amato, asciutto e attraente. La
bocca di Naja si aprì in un sorriso e i denti parvero scintillare alla luce
delle stelle. Tamose gli sfiorò la spalla con un gesto leggero di fiducia e di
affetto e lo esortò: «Va' in fretta, e ritorna altrettanto in fretta».
Naja si portò la mano al cuore prima di tornare di corsa verso il suo
carro. Poi, mentre superava il punto in cui si era fermato il sovrano, salutò
di nuovo Tamose e questi sorrise, ricambiando il saluto e seguendo con lo
sguardo l'amico che scendeva lungo il fianco dello uadi. Quando arrivò sul
fondo duro e sabbioso, Naja sferzò i cavalli, che sfrecciarono verso il
villaggio di El Wadun. Lasciando una traccia scura sulle sabbie d'argento,
il carro scomparve oltre la prima curva dello uadi. Allora il Faraone tornò
verso la colonna in attesa e cominciò a parlare sottovoce ai soldati,
chiamandone molti per nome, ridendo piano con loro, incoraggiandoli e
rassicurandoli. Non c'era da stupirsi se lo amavano, e lo seguivano così
volentieri ovunque li guidasse.

Il nobile Naja proseguì con prudenza, tenendosi sulla riva destra dello
uadi e lanciando, di tanto in tanto, un'occhiata verso la sommità delle
colline. Infine vide quello che cercava: una torre di pietra, lievemente
inclinata e spazzata dal vento, che si stagliava contro il cielo. Si lasciò
sfuggire un grugnito di soddisfazione. Poco più avanti raggiunse il punto
in cui, dal fondo dello uadi, si staccava un sentiero appena tracciato, che
risaliva tortuoso il ripido pendio fino ai piedi dell'antica torre di guardia.
Con un cenno brusco al portatore di lancia, scese dal carro, sistemandosi
in spalla il pesante arco della cavalleria. Poi staccò dalla balaustra del
carro il recipiente d'argilla che conteneva i tizzoni ardenti e si avviò lungo
il sentiero. Era così ben nascosto che, se non avesse conosciuto a memoria

Wilbur Smith 12 2001 - Figli Del Nilo


ogni svolta e ogni deviazione del cammino, si sarebbe perso una decina di
volte.
Finalmente si ritrovò sul bastione superiore della torre, costruita molti
secoli prima e ormai semidiroccata. Non si avvicinò all'orlo, perché la
parete scendeva a picco verso la valle. Cercò invece la fascina di legna
secca che aveva nascosto in una nicchia del muro e la trascinò all'aperto.
Costruì in fretta una minuscola piramide di ramoscelli, poi soffiò sui pezzi
di carbone custoditi nel recipiente d'argilla e, quando cominciarono a
ravvivarsi, sparse sui carboni una manciata di erba secca, che prese fuoco.
Il piccolo faro di segnalazione era così acceso. Naja non tentò affatto di
nascondersi, anzi si mise in vista, in modo che chiunque guardasse dal
basso potesse vederlo stagliarsi contro le fiamme, in cima alla torre. Non
appena i ramoscelli furono consumati, le fiamme si spensero, e Naja si
sedette ad aspettare nelle tenebre.
Improvvisamente sentì un sassolino cadere sul sentiero di pietra sotto le
mura e lanciò un fischio acuto. Il segnale fu ricambiato e lui si alzò.
Allentò la lama di bronzo della spada a forma di falce che portava nel
fodero e incoccò una freccia sull'arco. Pochi istanti dopo, una voce aspra
gli rivolse la parola nella lingua degli hyksos. Lui rispose nella stessa
lingua e, sulla rampa di pietra, risuonarono i passi di almeno due uomini.
Neppure il Faraone sapeva che la madre di Naja era stata una hyksos.
Nei decenni dell'occupazione, gli invasori avevano adottato molte
abitudini degli egizi. Con una gran quantità di donne tra cui scegliere,
molti hyksos avevano preso mogli egizie e, nel corso delle generazioni, il
sangue si era mescolato.
Sul baluardo c'era un uomo alto, che indossava un elmo di bronzo
aderente al cranio e portava, legati alla folta barba, vari nastri multicolori.
Gli hyksos amavano i colori vivaci. Spalancò le braccia. «Che il favore di
Seueth scenda su di te, cugino!» esclamò con voce roca, mentre Naja
avanzava per abbracciarlo.
«E possa scendere anche su di te, cugino Trok», replicò Naja. «Ma
dobbiamo fare in fretta: abbiamo poco tempo», aggiunse subito, indicando
le prime dita di luce dell'alba che accarezzavano il cielo a oriente con la
delicatezza di un amante.
«Hai ragione, cugino.» Il generale degli hyksos si sciolse dall'abbraccio,
voltandosi per prendere un involto di lino dalle mani del luogotenente
fermo alle sue spalle. Lo porse a Naja, che, dopo aver ravvivato il fuoco, lo

Wilbur Smith 13 2001 - Figli Del Nilo


aprì, ispezionando alla luce delle fiamme la faretra che vi era contenuta.
Era ricavata da un legno leggero e resistente, ricoperto di cuoio lavorato
con finezza e cucito con maestria: un oggetto degno di un alto ufficiale.
Naja l'aprì, facendo ruotare il cappuccio che la chiudeva, e ne estrasse una
delle frecce, rigirandone tra le dita l'asta per controllarne l'equilibrio e la
simmetria.
Le frecce degli hyksos erano inconfondibili. Le piume dell'impennatura
erano tinte coi colori vivaci della compagnia degli arcieri, mentre l'asta era
marchiata a fuoco col suo sigillo personale. Anche se il primo colpo non
fosse stato letale, la punta di selce era seghettata e unita allo stelo in modo
tale che, se un chirurgo tentava di estrarre la freccia dalle carni della
vittima, l'estremità si staccava, restando conficcata nella ferita, dove
s'infettava, causando un'agonia lunga e dolorosa. La selce era molto più
resistente del bronzo, per cui non s'inclinava né si schiacciava neanche se
colpiva un osso.
Naja fece scivolare nuovamente la freccia nella faretra, richiudendola.
Non aveva voluto correre il rischio di portare con sé sul carro armi tanto
singolari; se fossero state scoperte in mezzo al suo armamentario da un
servo o dal portatore di lancia, questi si sarebbero ricordati della loro
presenza, e sarebbe stato difficile giustificarla.
«C'è ancora molto da discutere.» Si accovacciò, facendo segno a Trok
d'imitarlo, e i due confabularono per qualche tempo. Alla fine, Naja si
alzò. «Per ora basta. Sappiamo entrambi che cosa dobbiamo fare. È
arrivato finalmente il momento di agire.»
«Che gli dei arridano alla nostra impresa.» Trok e Naja si abbracciarono
di nuovo, poi, senza neppure una parola di commiato, Naja si allontanò e
scese con agilità dalla torre, imboccando il sentiero che scendeva dalla
collina.
Prima di arrivare in fondo al pendio, però, trovò un luogo in cui
nascondere la faretra: una nicchia formatasi allorché la roccia era stata
spaccata dalle radici di un albero spinoso. Sopra la faretra sistemò una
pietra che aveva più o meno le dimensioni di una testa di cavallo. I rami
superiori dell'albero, contorti, formavano una croce perfettamente
riconoscibile sullo sfondo del cielo notturno. Avrebbe ritrovato quel luogo
senza difficoltà.
Infine ridiscese il sentiero fino al punto in cui era fermo il carro, in
fondo allo uadi.

Wilbur Smith 14 2001 - Figli Del Nilo


Il Faraone Tamose vide tornare il carro e, dal modo impetuoso in cui
Naja lo guidava, capì che c'era qualcosa di nuovo. Con un cenno, ordinò
agli uomini di salire sui carri e di attendere con le armi pronte, preparati ad
affrontare qualsiasi eventualità.
Il carro di Naja risalì fragorosamente il sentiero dal fondo dello uadi e,
nel preciso momento in cui raggiunse il Faraone, il suo conducente balzò a
terra.
«Che c'è?» domandò Tamose.
«Un dono degli dei», esclamò Naja, non riuscendo a nascondere
l'eccitazione che gli faceva tremare la voce. «Hanno lasciato Apepi
indifeso in nostro potere.»
«Com'è possibile?»
«Le spie mi hanno condotto verso il luogo in cui è accampato il re
nemico, a breve distanza dal punto in cui ci troviamo adesso. Le sue tende
si trovano poco oltre la prima linea di colline, laggiù.» Puntò all'indietro la
spada sguainata.
«Come puoi essere certo che si tratti di Apepi?» Anche Tamose riusciva
a stento a controllare l'eccitazione.
«L'ho visto bene in faccia, alla luce del fuoco da campo: il grande naso a
becco, la barba striata d'argento che scintillava alle fiamme... Un uomo di
alta statura come lui è inconfondibile. Domina tutti quelli che gli stanno
intorno e porta sulla testa la corona con l'avvoltoio.»
«Quali forze ha con sé?» domandò il Faraone.
«Con l'arroganza che gli è propria, si circonda di una guardia che conta
meno di cinquanta uomini. Li ho contati. Sono mezzi addormentati, con le
lance accatastate. Non nutre il minimo sospetto, tanto che i fuochi di
guardia brillano vivaci. Una rapida carica nel buio e lo avremo in pugno.»
«Portami dove si trova Apepi», ordinò Tamose, balzando sul carro.
Naja li guidò, e le morbide sabbie argentee dello uadi attutirono il suono
delle ruote, cosicché lo squadrone superò l'ultima curva in un silenzio
spettrale. Allora Naja alzò la mano serrata a pugno per ordinare di
fermarsi.
Il Faraone gli si affiancò, proteso in avanti per parlargli. «Dove si trova
il campo di Apepi?»
«Oltre la sommità delle colline. Ho lasciato di guardia le spie.» Naja
indicò il sentiero che saliva verso la torre di guardia. «Dalla parte opposta

Wilbur Smith 15 2001 - Figli Del Nilo


c'è un'oasi nascosta, con un pozzo d'acqua dolce e un boschetto di palme
da datteri. Le sue tende sono piantate in mezzo agli alberi.»
«Porteremo con noi una piccola pattuglia per sorvegliare il campo.
Soltanto allora potremo pianificare l'attacco.»
Naja, che aveva previsto quell'ordine, con pochi comandi bruschi scelse
una pattuglia di cinque soldati, legati a lui da un giuramento di sangue: gli
appartenevano anima e corpo, e lui ne era ben consapevole. «Rivestite di
stoffa il fodero delle spade in modo che non faccia rumore», ordinò. «Non
dovete farvi sentire.» Poi, con la spada ricurva stretta nella mano sinistra,
si avviò sul sentiero, seguito dal Faraone. Salirono in fretta, finché Naja
non vide i rami incrociati dell'albero spinoso profilarsi contro il cielo.
Allora si fermò di colpo, alzando la destra per imporre il silenzio.
«Che cosa c'è?» sussurrò Tamose alle sue spalle.
«Mi è sembrato di sentire alcune voci sulla cima... Voci che parlano
nella lingua degli hyksos», rispose Naja. «Aspetta qui, maestà, mentre
sgombero il sentiero davanti a noi.»
Il Faraone e i cinque soldati si misero al riparo, accovacciandosi di lato
al sentiero, mentre il nobile Naja proseguiva con andatura furtiva. Aggirò
un macigno e la sua figura snella scomparve alla vista. Il tempo passava
lentamente e Tamose cominciava a spazientirsi. Stava per sorgere l'alba:
ben presto il re degli hyksos avrebbe lasciato il campo, allontanandosi e
uscendo dalla loro portata. Balzò in piedi con ansia non appena gli giunse
un fischio sommesso. Era l'abile imitazione del richiamo mattutino di un
usignolo.
Il Faraone brandì la leggendaria spada azzurra. «La via è Ubera»,
mormorò. «Venite, seguitemi.»
Ripresero a salire, e Tamose raggiunse il masso che sbarrava la strada.
Vi girò intorno, poi si fermò bruscamente, trovandosi di fronte il nobile
Naja, ad appena venti passi di distanza. Erano soli, nascosti dal masso alla
vista degli uomini che lo seguivano. L'arco di Naja era teso, con la freccia
puntata contro il petto nudo del Faraone. Prima ancora che Tamose potesse
muoversi, nella sua mente si delineò, con nettezza assoluta, la verità: era
quello il tradimento odioso che Taita, coi suoi poteri di chiaroveggente,
aveva fiutato nell'aria.
La luce era ormai sufficiente per consentirgli di distinguere i tratti di
quel nemico che aveva amato come un amico. La corda dell'arco, tesa
contro le labbra di Naja, le torceva in un ghigno spaventoso; gli occhi

Wilbur Smith 16 2001 - Figli Del Nilo


color miele erano feroci come quelli del leopardo, mentre fissava il
Faraone. L'impennatura della freccia era fatta di piume rosse e verdi,
mentre la punta era di selce, affilata come una lama di rasoio alla maniera
degli hyksos, fatta per penetrare attraverso il bronzo di un elmo e di una
corazza nemica.
Possa tu vivere per sempre! Naja formulò quelle parole dentro di sé,
come una maledizione, mentre scoccava la freccia, che volò via dall'arco
con un ronzio sordo. Sembrava che si muovesse lentamente, come un
insetto velenoso. Le piume facevano roteare l'asta, che compì un giro
completo mentre superava i venti passi che separavano i due uomini.
Sebbene avesse una vista acuta e gli altri sensi affinati dal pericolo mortale
in cui si trovava, il Faraone reagì con estrema lentezza: la lentezza di un
incubo. Non riuscì quindi a evitare la freccia, che lo colpì al centro del
torace, là dove il cuore batteva nella gabbia delle costole. Lo colpì col
suono di un masso che piomba nel letto del Nilo ricoperto di limo. L'asta
penetrò nel torace per metà della lunghezza. E la violenza dell'impatto fece
roteare Tamose su se stesso, scagliandolo contro la roccia rossa del
macigno che sbarrava la strada. Per qualche istante, il Faraone si aggrappò
a quella superficie scabra, artigliandola con le dita. La punta di selce lo
aveva trafitto, trapassandolo da parte a parte. Le piume impregnate di
sangue sporgevano dal cordone di muscoli che correva sulla destra della
spina dorsale.
La spada azzurra gli cadde di mano e dalla bocca aperta gli sfuggì un
grido sommesso, soffocato da un fiotto di sangue rosso vivo che sgorgava
dai polmoni. A mano a mano che le gambe cedevano sotto il peso del
corpo, il Faraone cominciò a scivolare sulle ginocchia, lasciando graffi
leggeri con le unghie sulla roccia rossa.
Naja scattò in avanti, lanciando un grido selvaggio: «Imboscata!
Attenti!» E passò un braccio intorno alle spalle di Tamose, al di sotto della
freccia sporgente. Poi, sostenendo il re agonizzante, gridò di nuovo:
«Guardie! A me!» Due robusti soldati apparvero subito oltre la roccia,
rispondendo al suo richiamo. Videro subito che il Faraone era stato colpito
e notarono il fascio di piume alla base della freccia.
«Hyksos!» gridò uno di loro, mentre prendevano il Faraone dalle braccia
di Naja, e lo trascinavano al riparo della roccia.
«Riportate il Faraone sul carro, mentre io tengo a bada il nemico»,
ordinò Naja. Si girò su se stesso, estraendo un'altra freccia dalla faretra per

Wilbur Smith 17 2001 - Figli Del Nilo


scagliarla verso la sommità del sentiero e la cima deserta, lanciando un
grido di sfida. Poi rispose a se stesso con un altro grido di sfida soffocato,
in lingua hyksos. Infine raccolse la spada azzurra che Tamose aveva
lasciato cadere e tornò lungo il sentiero per raggiungere il gruppetto di
soldati che stava portando il re verso i carri in attesa nello uadi.
«Era una trappola», spiegò in tono concitato. «La cima della collina
brulica di nemici. Dobbiamo portare in salvo il Faraone.» Ma, dal modo in
cui la testa di Tamose ciondolava sulle spalle, capì che ormai non c'era più
nulla da fare, e il suo petto si gonfiò di trionfo. Poi la corona azzurra di
guerra cadde dalla fronte del sovrano, rimbalzando sul sentiero e Naja la
raccolse mentre correva oltre, lottando contro la tentazione di posarla sulla
propria testa. Pazienza. Il tempo non è ancora maturo per questo, si
rimproverò in silenzio. Ma l'Egitto è già mio, con tutte le sue corone, lo
sfarzo e il potere. Ora l'Egitto sono io. Sono diventato parte della divinità.
Tenne stretta la corona sotto il braccio, con un gesto protettivo, mentre
gridava: «Presto! Il nemico c'insegue da vicino! Fate presto! Il re non deve
cadere nelle loro mani!»
Le truppe in basso avevano sentito le grida nel silenzio dell'alba, e un
medico si trovava già in attesa vicino alla ruota del carro del Faraone. Era
stato addestrato da Taita e, sebbene gli mancassero i poteri magici del
vecchio, era un medico abile e avrebbe potuto tamponare anche una ferita
terribile come quella che squarciava il petto del Faraone. Il nobile Naja,
tuttavia, non intendeva correre il rischio di vedere Tamose ritornare
dall'aldilà, così ordinò bruscamente al medico di allontanarsi. «Il nemico ci
è già addosso, ora non c'è tempo per le tue stregonerie. Dobbiamo riportare
il Faraone al sicuro dietro le nostre linee, prima che ci raggiungano.»
Sollevò con delicatezza il re dalle braccia degli uomini che lo
trasportavano, per deporlo sul fondo del proprio carro, poi estrasse l'asta
della freccia che sporgeva dal petto del re e la tenne sollevata, in modo che
tutti gli uomini potessero vederla bene. «Questo strumento malefico ha
colpito il Faraone, nostro dio e nostro re. Possa Seth dannare il porco
hyksos che l'ha lanciata, e possa egli bruciare tra le fiamme eterne per
mille anni.» I suoi uomini assentirono, lanciando un grido di guerra. Naja
avvolse con cura la freccia in un panno di lino, sistemandola nel
contenitore addossato alla sponda laterale del carro. Doveva consegnarla al
consiglio di guerra, a Tebe, perché confermasse il suo rapporto sulla morte
di Tamose.

Wilbur Smith 18 2001 - Figli Del Nilo


«Un brav'uomo qui, per sostenere il Faraone», chiamò. «E trattatelo con
grande precauzione...»
Mentre il portatore di lancia del Faraone si faceva avanti, Naja sganciò
la cintura che Tamose portava alla vita per sorreggere la spada azzurra,
sistemandola con cura nel proprio contenitore delle armi.
Il portatore di lancia balzò sul carro, cullando la testa di Tamose, ma il
sangue continuava a sgorgare gorgogliando dall'angolo della bocca, mentre
il carro percorreva un cerchio e ripartiva per tornare, a tutta velocità, lungo
il letto asciutto del fiume, col resto dello squadrone che faticava a stargli
dietro. Per quanto fosse sorretto dalle braccia forti del suo portatore di
lancia, il corpo inerte del Faraone subiva scosse brutali.
Rivolto in avanti, in modo che nessuno potesse vedere la sua
espressione, Naja rise piano, e il suono di quella risata venne coperto dallo
stridore delle ruote e dagli schianti del telaio contro i sassi che lui non
faceva il minimo sforzo per evitare. Lasciato lo uadi, proseguirono di gran
carriera verso le dune e i laghi di natron.
Era giorno pieno e il sole di un biancore abbagliante aveva già raggiunto
il centro del cielo, quando Naja permise alla colonna di fermarsi e al
medico di avvicinarsi per esaminare il re. Ma non c'era bisogno di
possedere doti straordinarie per decretare che lo spirito del Faraone aveva
lasciato da tempo il corpo per cominciare il viaggio verso l'aldilà.
«Il Faraone è morto!» annunciò il medico a bassa voce, rialzandosi con
le mani coperte di sangue fino ai polsi. Un grido terribile di lutto si levò in
testa alla colonna, percorrendola poi per tutta la sua lunghezza. Naja lasciò
i soldati liberi di esprimere il loro dolore, poi mandò a chiamare i
comandanti delle truppe.
«Lo Stato è privo di una guida», annunciò loro. «L'Egitto è in grave
pericolo. Dieci dei carri più veloci devono riportare in tutta fretta il corpo
del Faraone a Tebe. Devo guidarli io, perché può darsi che il consiglio
voglia affidarmi il compito di reggente per conto del principe Nefer.»
Stava gettando i primi semi del suo dominio e, dall'espressione di
rispetto dei comandanti, capì che quei semi avevano messo radici quasi
subito. Allora, assumendo un'espressione grave, intonata alle tragiche
circostanze che li avevano travolti, proseguì: «Il medico deve avvolgere il
cadavere del re nelle bende prima che io possa riportarlo a casa, al tempio
dove si svolgeranno i riti funebri, ma, nel frattempo, dobbiamo trovare il
principe Nefer per informarlo della morte del padre e della sua

Wilbur Smith 19 2001 - Figli Del Nilo


successione. Questo è il problema più urgente dello Stato e del mio
compito di reggente». Aveva già assunto quel titolo con disinvoltura, e
nessuno lo contestò né s'insospettì. Naja svolse un rotolo di papiro, con la
mappa del territorio da Tebe fino a Menfi, e la distese sulla sponda
anteriore del carro, esaminandola con attenzione. «Dovete dividervi per
esplorare il Paese in cerca del principe. Credo che il Faraone lo abbia
inviato nel deserto insieme con l'eunuco perché compisse i riti della
virilità, quindi concentreremo la nostra ricerca qui, da Gallala, dove lo
abbiamo visto per l'ultima volta, verso il sud e l'est.» Con l'occhio abile del
comandante di eserciti, Naja delimitò l'area della ricerca e ordinò di
disporre sul territorio una rete di carri con l'incarico d'individuare il
principe.

Lo squadrone tornò a Gallala sotto la guida del nobile Naja, seguito dal
carro che trasportava il corpo parzialmente imbalsamato del Faraone. In
riva al lago di natron, Waifra, il chirurgo, aveva praticato sul cadavere del
re il tradizionale taglio sul fianco sinistro, attraverso il quale aveva rimosso
le viscere e gli organi interni. Il contenuto dello stomaco e dell'intestino
era stato lavato nell'acqua viscosa e salmastra del lago, poi tutti gli organi
erano stati immersi nei cristalli bianchi di natron, raccolti sulle rive del
lago, e chiusi negli otri di argilla che si usavano per il vino. Anche l'interno
del cadavere era stato cosparso di sali di natron, dopodiché il corpo era
stato avvolto in fasce di Uno inumidite e immerse nei sali. Una volta
raggiunta Tebe, Tamose sarebbe stato trasportato nel tempio funebre e
affidato ai sacerdoti e agli imbalsamatori per i settanta giorni rituali di
preparazione alla sepoltura.
Paventando che la notizia della morte del re giungesse a Tebe prima di
lui, Naja s'irritava per ogni minuto perso nel corso del viaggio. Eppure,
arrivato alla porta di Gallala, perse altro tempo prezioso per dare istruzioni
ai comandanti delle truppe che dovevano intraprendere le ricerche del
principe.
«Controllate tutte le strade dirette a oriente. L'eunuco è un vecchio abile
e scaltro. Avrà coperto le sue tracce, ma voi dovete scovarlo», ordinò agli
uomini. «Ci sono alcuni villaggi nelle oasi di Satam e Lakara. Interrogate
la popolazione. Vi autorizzo a usare la frusta e i ferri roventi per
assicurarvi che non nascondano nulla. Frugate in tutti i luoghi segreti del
deserto. Trovate il principe e l'eunuco. Se mi deluderete, lo farete a vostro

Wilbur Smith 20 2001 - Figli Del Nilo


rischio e pericolo.»
Quando finalmente i comandanti ebbero riempito d'acqua gli otri e
furono pronti a guidare le loro divisioni nel deserto, Naja impartì l'ordine
finale. Dal tono della voce e dal balenio degli occhi feroci, tutti
compresero che quello era l'ordine più importante in assoluto: disobbedire
avrebbe significato la morte. «Trovate il principe Nefer e portatelo a me.
Non dovete consegnarlo ad altri che a me.»
Alle compagnie di carri da combattimento erano stati aggregati alcuni
esploratori nubiani, schiavi neri delle terre del sud, abilissimi nell'arte di
seguire le tracce di uomini e animali. E furono quegli esploratori che si
avviarono al trotto, precedendo i carri che si allargavano a ventaglio sulla
sabbia del deserto. Il nobile Naja perse altri minuti preziosi per seguirli
con gli occhi. La sua esultanza, infatti, era venata di disagio. Sapeva che il
vecchio eunuco, Taita, era un adepto dei misteri e aveva virtù
straordinarie. Se c'è un uomo che può fermarmi, ora, è soltanto lui, rifletté.
Vorrei poterli cercare di persona, l'eunuco e il moccioso, anziché
mandare i miei emissari a battersi contro le trappole e le arti insidiose
dello stregone. Ma il destino mi chiama a Tebe, e non oso attendere oltre.
Tornò di corsa verso il carro, afferrando le redini. «Avanti!» Col pugno
serrato ordinò di avanzare. «In marcia, verso Tebe!»
Spronarono i cavalli con tanta foga che, quando discesero il ripido
versante delle colline orientali per raggiungere l'ampia pianura alluvionale
del fiume, la schiuma si era asciugata sui fianchi ansimanti delle bestie,
che avevano gli occhi arrossati e stravolti.
Naja aveva ritirato un'intera compagnia di guardie Phat dall'esercito
accampato davanti ad Abnub, dando a intendere al Faraone che quelle
sarebbero state le riserve strategiche da lanciare nel varco per impedire una
riscossa degli hyksos, in caso l'attacco fosse fallito. In realtà, la guardia
Phat era la sua divisione speciale, guidata da comandanti legati a lui da un
giuramento. Allontanandosi da Abnub avevano obbedito ai suoi ordini
segreti e dunque lo attendevano all'oasi di Boss, che distava soltanto due
leghe da Tebe.
I picchetti di guardia videro la polvere dei carri che si avvicinavano e si
prepararono ad affrontarli. Il comandante, Asmor, e i suoi ufficiali
andarono incontro al nobile Naja armati di tutto punto e seguiti dalle
legioni in armi.
«Nobile Asmor!» gridò Naja dal carro. «Ho una notizia terribile da

Wilbur Smith 21 2001 - Figli Del Nilo


annunciare al consiglio di Tebe. Il Faraone è stato ucciso da una freccia
hyksos.»
«Nobile Naja, sono pronto a eseguire i tuoi ordini.»
«L'Egitto è come un bimbo senza padre.» Naja fermò il carro di fronte
alla fila di uomini piumati e scintillanti e alzò la voce in modo che
arrivasse anche ai soldati sul fondo. «Il principe Nefer è ancora un
bambino, non è pronto a regnare. L'Egitto ha un disperato bisogno di un
reggente che lo guidi, per evitare che gli hyksos approfittino del suo
sgomento.» Facendo una pausa, lanciò un'occhiata significativa al
colonnello Asmor, che alzò leggermente il mento in segno di
riconoscimento della fiducia che Naja riponeva in lui. Gli era stata
promessa una ricompensa che superava ogni suo desiderio.
Naja alzò la voce finché essa non si trasformò in un grido. «Se il
Faraone cade in battaglia, l'esercito ha il diritto di nominare per
acclamazione un reggente sul campo.» Poi tacque, restando con un pugno
chiuso sul petto e la lancia stretta nell'altra mano.
Asmor fece un passo in avanti, voltandosi a guardare le file di guardie
armate per la battaglia prima di togliersi l'elmo con un gesto teatrale,
scoprendo il viso scuro e severo. Una cicatrice chiara, lasciata da un colpo
di spada, gli torceva il naso di lato, e la testa calva era coperta da una
parrucca di crini di cavallo intrecciati. Puntando verso il cielo la spada
sguainata, gridò con voce tonante, addestrata a superare il frastuono della
battaglia: «Nobile Naja! Gloria al reggente dell'Egitto! Gloria al nobile
Naja!»
Seguì un lungo istante di silenzio attonito, poi la legione eruppe in un
boato, simile a quello di un branco di leoni a caccia. «Gloria al nobile
Naja, reggente dell'Egitto!» Gli applausi e il ruggito durarono finché il
nobile Naja non alzò di nuovo il pugno e, nel silenzio che seguì, si udì
chiaramente la sua voce: «Mi fate un grande onore! Accetto la carica che
mi conferite».
«Bak-her!» gridarono i soldati, battendo sugli scudi con la spada e la
lancia e provocando un'eco che si frantumò in un tuono lontano sulle
colline della valle.
In mezzo a quel frastuono, Naja convocò Asmor. «Disponi sentinelle su
tutte le strade. Nessuno dovrà andarsene di qui prima di me. Non una
parola di tutto questo deve arrivare a Tebe prima di me.»

Wilbur Smith 22 2001 - Figli Del Nilo


Il viaggio da Gallala aveva richiesto tre giorni di tragitto a ritmo
sostenuto. I cavalli erano sfiniti e persino Naja si sentiva esausto, tuttavia
si concesse soltanto un'ora di riposo per lavarsi di dosso la polvere del
viaggio e cambiare abito. Poi, col volto rasato e i capelli cosparsi di
unguento e ben pettinati, salì sul carro cerimoniale che Asmor gli aveva
preparato e che era in attesa davanti all'ingresso della tenda. L'oro in foglia
che decorava la parte anteriore del carro scintillava alla luce del sole.
Naja indossava un gonnellino di lino bianco, con un pettorale d'oro e di
pietre semipreziose sul torso nudo e muscoloso. Al fianco portava la
leggendaria spada azzurra col fodero d'oro che aveva sottratto al cadavere
del Faraone. La lama, affilatissima, era ricavata da un metallo
straordinario, più pesante e duro del bronzo: in tutto l'Egitto non ne
esisteva un'altra uguale. Un tempo era appartenuta al nobile Tanus Harrab,
che l'aveva lasciata in eredità al Faraone.
Di tutto il suo abbigliamento, però, il particolare più significativo era
quello meno vistoso. Sul braccio destro, fissato con una semplice fascia
d'oro sopra il gomito, c'era il Sigillo del Falco Azzurro, che Naja aveva
tolto, come la spada, al corpo esanime di Tamose. Come reggente
dell'Egitto, aveva infatti diritto di portare quel segno inconfondibile del
potere regale.
La sua guardia del corpo si schierò intorno a lui, mentre la legione al
gran completo si metteva in moto alle sue spalle. Seguito da cinquemila
uomini, il nuovo reggente dell'Egitto marciò su Tebe.
Asmor gli faceva da portatore di lancia. Era giovane per comandare una
legione intera, tuttavia aveva già dato prova di sé in battaglia contro gli
hyksos ed era, per Naja, un compagno fraterno. Entrambi avevano sangue
hyksos nelle vene. C'era stato un tempo in cui Asmor aveva creduto che il
comando di una legione fosse il vertice di tutte le sue ambizioni, ma,
essendo ormai giunto alla vetta e vedendosi insignito di un ufficio
importante, di un potere quasi senza limiti, non osava neppure pensare a
quale sarebbe stata la meta successiva: forse l'elevazione ai ranghi più alti
della nobiltà? Non c'era nulla che non fosse disposto a fare: nessuna
azione, per lui, era troppo vile o spietata, se affrettava l'ascesa del suo
patrono, il nobile Naja, al trono d'Egitto.
«Che cosa può ostacolarci, ora, mio vecchio compagno?» Si sarebbe
detto che Naja gli leggesse nel pensiero, tanto quella domanda era
appropriata.

Wilbur Smith 23 2001 - Figli Del Nilo


«I Fiori Gialli hanno eliminato dalla tua strada tutti i principi della casa
di Tamose, tutti tranne uno», rispose Asmor, indicando con la lancia le
acque del Nilo, grigie e cariche di limo, che scorrevano in direzione delle
colline a occidente. «Giacciono laggiù nelle loro tombe, nella Valle dei
Nobili.»
Tre anni prima, l'epidemia dei Fiori Gialli si era abbattuta sui due regni.
La malattia prendeva il nome dalle terribili eruzioni cutanee di colore
giallo che coprivano il volto e il corpo degli ammalati, i quali
soccombevano alla febbre ardente scatenata dal morbo. Non rispettava
nessuno, scegliendo le sue vittime in ogni livello sociale, senza risparmiare
né egizi né hyksos, né uomini né donne né bambini, né contadini né
principi; li aveva falciati come campi di dhurra nella stagione della
mietitura.
Ben otto principesse e sei principi della casa di Tamose erano morti: di
tutti i figli del Faraone, si erano salvati soltanto due femmine e il principe
Nefer Memnone. Era come se gli dei avessero deciso di sgombrare il
percorso verso il trono d'Egitto per il nobile Naja.
C'era chi giurava che anche Nefer e le sue sorelle sarebbero morti, se
non fosse stato per le magie operate dal vecchissimo mago Taita. I tre
fanciulli portavano ancora minuscole cicatrici sulla parte superiore del
braccio sinistro, là dove lui aveva praticato un taglio, infondendo nel loro
sangue il suo magico incantesimo contro i Fiori Gialli.
Naja si accigliò. Anche in quel momento di trionfo non smetteva di
pensare agli strani poteri del mago. Quell'eunuco aveva scoperto il segreto
della vita, era un fatto innegabile. Era vissuto così a lungo che nessuno
conosceva la sua vera età, anche se qualcuno sosteneva che avesse
cent'anni, e altri addirittura duecento. Eppure camminava ancora, correva e
guidava il carro come un uomo nel fiore degli anni; nessuno era più abile
di lui nelle discussioni, nessuno lo superava in sapienza. Di certo gli dei lo
amavano, e gli avevano concesso il segreto della vita eterna.
Una volta diventato Faraone, sarebbe stata quella l'unica cosa che
mancava a Naja: la vita eterna. Sarebbe riuscito a estorcerne il segreto a
Taita, il mago? Prima però doveva catturarlo e portarlo alla corte insieme
col principe Nefer, ma senza fargli del male. Era troppo prezioso. I carri
che Naja aveva mandato nel deserto orientale gli avrebbero riportato un
trono, sotto forma del principe Nefer, e la vita eterna, nella persona
dell'eunuco Taita.

Wilbur Smith 24 2001 - Figli Del Nilo


Asmor interruppe le sue riflessioni. «Noi della fedele guardia Phat siamo
le uniche truppe a sud di Abnub. Il resto dell'esercito è schierato contro gli
hyksos, a nord. Tebe è difesa da una manciata di ragazzi e di vecchi
invalidi. Non ci sono ostacoli che possano sbarrarci la strada, reggente.»
Qualunque timore che le legioni in armi si vedessero negare l'accesso
alla città si rivelò infondato. Non appena le sentinelle riconobbero lo
stendardo azzurro, le porte si spalancarono e i cittadini si riversarono fuori
per correre incontro ai soldati, reggendo fronde di palma e ghirlande di
ninfee. In città si era infatti sparsa la voce che il nobile Naja portava
l'annuncio di una grande vittoria su Apepi, re degli hyksos.
Ma le grida gioiose di benvenuto cedettero ben presto il posto a selvagge
grida di lutto, quando i cittadini videro il cadavere del re disteso a bordo
del secondo carro e udirono le grida dei due conducenti di testa: «Il
Faraone è morto! È stato ucciso dagli hyksos! Possa egli vivere per
sempre!»
La folla ululante seguì il carro che trasportava il cadavere del Faraone al
tempio funebre, intasando le strade e, nella confusione, nessuno parve
notare che il gruppo capeggiato da Asmor aveva sopraffatto le guardie di
sentinella alle porte principali, affrettandosi a disporre picchetti a tutti gli
angoli e in tutte le piazze.
Il carro che portava il corpo di Tamose aveva attirato la folla. Il resto
della città, di solito brulicante di persone, era semideserto, e Naja guidò al
galoppo la sua squadra di carri attraverso le strade strette e tortuose fino al
palazzo sul fiume. Sapeva che tutti i membri del consiglio, apprendendo la
terribile notizia, si sarebbero affrettati a raggiungere la sala dell'assemblea.
Lasciati i carri all'entrata dei giardini, Asmor e i cinquanta uomini della
guardia del corpo si schierarono intorno a Naja: attraversarono il cortile
interno marciando in formazione serrata tra gli stagni del giardino d'acqua,
pieni di giacinti e pesci che giungevano fin lì dal fiume, scintillanti come
gioielli sotto la superficie dell'acqua limpida.
L'arrivo di quel gruppo di uomini armati colse alla sprovvista i quattro
membri del consiglio che avevano raggiunto la sala prima degli altri. Dalla
porta, che non era sorvegliata, Naja li scrutò. Menset e Tal erano vecchi e
ormai avevano perso i loro poteri, un tempo temibili; Cinka era sempre
stato debole e incerto. Quindi c'era un unico uomo in quella sala col quale
doveva confrontarsi.
Kratas era il più vecchio di tutti loro, ma era vecchio come può esserlo

Wilbur Smith 25 2001 - Figli Del Nilo


un vulcano indomabile. Aveva le vesti in disordine ed era chiaro che si era
appena alzato dal letto, ma non vi era andato certo per dormire. Si diceva
che fosse ancora in grado di tenere occupate le due giovani mogli e tutte le
sue cinque concubine. Naja non ne dubitava, perché la fama delle sue
imprese di soldato e di amatore era leggendaria. Le macchie ancora fresche
di umidità sul gonnellino di lino bianco che indossava e la dolce fragranza
della sensualità femminile che lo circondava erano evidenti anche dal
punto in cui si trovava Naja. Le cicatrici che Kratas aveva sulle braccia e
sul torace scoperto erano la testimonianza delle cento battaglie combattute
e vinte nel corso degli anni. Il vecchio non si curava più nemmeno di
portare le numerose catene dell'Oro del Valore e dell'Oro della Lode alle
quali aveva diritto. Del resto, quella massa di metallo prezioso lo avrebbe
appesantito come il basto di un bue.
«Nobili signori», esclamò Naja, salutando i membri del consiglio,
«vengo a portarvi un annuncio luttuoso.» Entrò a lunghe falcate nella sala,
mentre Menset e Tal si ritraevano, fissandolo come due conigli che
osservano l'avanzare sinuoso del cobra. «Il Faraone è morto. È stato
abbattuto da una freccia hyksos mentre assaltava la fortezza nemica sopra
El Wadun.»
I membri del consiglio lo fissarono in silenzio, tutti tranne Kratas, che fu
il primo a riprendersi dallo sbalordimento della notizia. Il suo dolore era
uguagliato soltanto dalla collera. Si alzò con lentezza ponderata, lanciando
uno sguardo di fuoco a Naja e alla sua guardia del corpo, come un vecchio
bufalo maschio sorpreso da un branco di leoni ancora giovani mentre si
rotola nel fango. «Con quale impudenza osi portare al braccio il Sigillo del
Falco? Naja, figlio di Timlat, uscito dal ventre di una sgualdrina hyksos,
non sei degno di rotolarti nella polvere sotto i piedi dell'uomo al quale hai
sottratto quel talismano! La spada che porti alla cintola è stata impugnata
da mani ben più nobili delle tue.» La cupola calva della testa di Kratas era
diventata violacea e i lineamenti rudi del vecchio fremevano
d'indignazione.
Naja fu colto alla sprovvista. Come poteva sapere, quel vecchio mostro,
che sua madre aveva sangue hyksos nelle vene? Era un segreto ben
custodito. Quell'uomo, rifletté Naja, era l'unico, a parte Taita, con forza e
capacità sufficienti a strappargli di mano la corona doppia. Suo malgrado,
indietreggiò. «Io sono il reggente per conto del principe reale Nefer. Porto
di diritto il Sigillo del Falco Azzurro», rispose.

Wilbur Smith 26 2001 - Figli Del Nilo


«No!» tuonò Kratas. «Tu non ne hai il diritto. Soltanto uomini grandi e
nobili hanno il diritto di portare il Sigillo del Falco. Il Faraone Tamose lo
aveva. Il nobile Tanus Harrab lo aveva, e prima di loro una dinastia di re
possenti. Tu, subdolo arrivista, non hai questo diritto.»
«Sono stato acclamato dalle legioni sul campo e sono il reggente per
conto del principe Nefer.»
Kratas gli si avvicinò, attraversando la sala a lunghe falcate. «Tu non sei
un soldato. Sei stato sconfitto a Lastra e a Siva dai tuoi parenti sciacalli, gli
hyksos. Non sei uno statista, né un filosofo. Se hai ottenuto qualche
privilegio è stato solo per la mancanza di giudizio del Faraone. L'ho messo
in guardia contro di te almeno cento volte.»
«Indietro, vecchio idiota!» lo ammonì Naja. «Io faccio le veci del
Faraone. Se mi tocchi, offendi la corona e la dignità dell'Egitto.»
«Ti strapperò di dosso il sigillo e la spada», sibilò Kratas. «E, una volta
finito, potrei anche concedermi il piacere di fustigarti.»
Alla destra di Naja, Asmor sussurrò: «La pena per il delitto di lesa
maestà è la morte».
Naja colse al volo l'occasione che gli si offriva. Sollevando il mento,
guardò gli occhi ancora vivaci del vecchio. «Sei un sacco pieno di vento e
di escrementi», lo sfidò. «Il tuo tempo ormai è passato, Kratas, idiota
balbettante. Non azzardarti a toccare il reggente dell'Egitto neanche con un
dito.»
Quell'insulto mandò su tutte le furie Kratas, che si lasciò sfuggire un
ruggito e, con rapidità e forza sorprendenti per un uomo della sua età,
afferrò Naja e lo sollevò, cercando di strappargli dal braccio il Sigillo del
Falco. «Tu non sei degno...»
Senza neanche girarsi, Naja, che aveva previsto quell'aggressione, si
rivolse ad Asmor, pronto a un passo da lui, con la spada a forma di falce
già sguainata nella destra. «Colpisci!» gli ordinò sottovoce. «E colpisci a
fondo!»
Asmor si spostò di lato, squarciando il fianco di Kratas al di sopra della
cintura. Il colpo della sua mano allenata fu preciso e potente. La lama di
bronzo penetrò, silenziosa, con la facilità di un ago che trapassa un lembo
di seta, affondando sino all'impugnatura. Poi Asmor torse la spada nelle
carni per allargare la ferita.
Kratas s'irrigidì, spalancò gli occhi e poi allentò la presa, lasciando
ricadere a terra Naja. Asmor allora estrasse la lama, che uscì a fatica,

Wilbur Smith 27 2001 - Figli Del Nilo


trattenuta dal risucchio delle carni. Il bronzo lucente era macchiato di
sangue scuro e un rivolo rosso corse sul gonnellino di lino bianco di
Kratas. Asmor colpì ancora, stavolta più in alto, puntando la lama verso la
gabbia toracica.
Il vecchio corrugò la fronte e scosse la grossa testa leonina, come se
fosse seccato da qualche bazzecola puerile, poi si voltò, dirigendosi verso
la porta della sala. Asmor lo rincorse, colpendolo ancora alla schiena, ma
Kratas continuò ad avanzare.
«Mio signore, aiutami a uccidere questo cane», disse Asmor, e Naja
sguainò la spada azzurra, raggiungendolo. Quando inferse il colpo, la lama
penetrò più in profondità del bronzo. Kratas, barcollando, varcò la soglia
della sala e uscì in cortile, mentre il sangue sprizzava ormai da una mezza
dozzina di ferite. Alle sue spalle, gli altri membri del consiglio gridavano:
«Assassinio! Risparmiate il nobile Kratas!»
Ma Asmor gridò con pari energia: «Traditore! Ha osato aggredire il
reggente dell'Egitto!» E colpì di nuovo, cercando di raggiungerlo al cuore.
Kratas si aggrappò al bordo in rilievo che circondava la vasca dei pesci,
nel tentativo di trovare un appiglio, ma, con le mani scivolose di sangue,
non riuscì a fare presa sul marmo levigato. Accasciandosi sull'argine
basso, scomparve sott'acqua con un tonfo pesante.
I due uomini armati si fermarono, appoggiandosi al muro per riprendere
fiato, mentre le acque venivano arrossate dal sangue del vecchio. Poi,
all'improvviso, la testa calva sbucò dalle acque dello stagno e Kratas tirò
un respiro gorgogliante.
«In nome di tutti gli dei, questo bastardo non vuole saperne di morire!»
La voce di Asmor era carica di stupore e di esasperazione.
Naja superò con un balzo il bordo della vasca, entrando nell'acqua fino
alla cintola e dominando il corpo pesante che galleggiava. Posando un
piede sulla gola di Kratas, spinse la testa sotto la superficie: ma Kratas si
dibatté e sussultò sotto di lui, mentre le acque s'intorbidivano ancora di più
per via del sangue e del limo fluviale smosso. Naja cercava di gravare con
tutto il suo peso sul corpo del vecchio per tenerlo sott'acqua. «È come
cavalcare un ippopotamo», esclamò, ridendo. Asmor e i soldati lo
raggiunsero e si affollarono intorno allo stagno, ridendo fragorosamente e
lanciando grida di scherno: «Bevi per l'ultima volta, Kratas, vecchio
bastardo!» «Ti presenterai a Seth lavato e profumato come un neonato.
Neppure il dio ti riconoscerà.»

Wilbur Smith 28 2001 - Figli Del Nilo


I movimenti dell'uomo divennero sempre più deboli. Una scia di bolle
salì in superficie, dopodiché Kratas rimase immobile. Mentre Naja
raggiungeva a guado il bordo dello stagno per uscire dall'acqua, il corpo di
Kratas risalì lentamente in superficie, galleggiando a faccia in giù.
«Ripescatelo!» ordinò Naja. «Non fatelo imbalsamare, ma tagliate il
corpo a pezzi e seppellitelo nella Valle dello Sciacallo insieme con gli altri
banditi, gli stupratori e i traditori, senza lasciare segni di riconoscimento
sulla tomba.» Questo significava, per Kratas, la condanna a vagare nelle
tenebre per l'eternità.
Grondando acqua dalla cintola in giù, Naja rientrò nella sala del
consiglio. Ormai erano arrivati anche gli altri consiglieri. Erano stati
testimoni della sorte di Kratas, quindi si rannicchiarono, pallidi e scossi,
sulle panche, fissando Naja con terrore quando egli, brandendo la spada
azzurra, li apostrofò: «Miei nobili signori, la morte ha già punito il
tradimento e la lesa maestà. Qualcuno di voi intende discutere la giustizia
di questa esecuzione?» Li guardò, l'uno dopo l'altro, e tutti abbassarono gli
occhi, perché le guardie Phat erano schierate lungo le pareti della sala e,
scomparso Kratas, non c'era nessuno che impartisse ordini. «Mio nobile
Menset», esclamò allora Naja, rivolgendosi al capo dell'assemblea,
«sostieni la mia azione nel giustiziare il traditore Kratas?»
Per un lungo istante, si ebbe l'impressione che Menset volesse sfidarlo,
ma poi il vecchio sospirò, abbassando gli occhi sulle mani che teneva in
grembo. «La punizione è stata giusta», mormorò. «Il consiglio approva le
azioni del nobile Naja.»
«Il consiglio ratifica anche la nomina del nobile Naja a reggente
dell'Egitto?» Naja rivolse la domanda a bassa voce, ma riuscì comunque a
farsi sentire in ogni angolo della sala, nella quale regnavano terrore e
silenzio.
Menset alzò la testa per guardare gli altri membri del consiglio, tuttavia
nessuno di loro osò incontrare il suo sguardo. «Tutti i membri
dell'assemblea riconoscono il nuovo reggente dell'Egitto.» Finalmente
Menset guardò negli occhi Naja, ma il suo volto, di solito gioviale,
appariva incupito, carico di un disprezzo tale da far presagire che, prima
del plenilunio successivo, lo avrebbero trovato morto nel suo letto. Per il
momento, Naja si limitò ad annuire.
«Accetto il dovere e la pesante responsabilità che mi avete imposto.»
Rinfoderò la spada e salì sul palco del trono. «Come primo compito

Wilbur Smith 29 2001 - Figli Del Nilo


ufficiale nella mia veste di reggente, desidero descrivere al consiglio la
morte valorosa del divino Faraone Tamose.» Fece una pausa significativa,
poi dedicò un'ora intera a riferire la sua versione della campagna fatale e
dell'attacco sulle alture di El Wadun. «Così è caduto uno dei sovrani più
valorosi d'Egitto. Le sue ultime parole mentre lo trasportavo giù dalla
collina sono state: 'Proteggi il mio unico figlio; veglia su mio figlio Nefer
finché non sarà grande abbastanza da portare la corona doppia. Prendi
sotto le tue ali le mie figliolette, e bada che nessuno faccia loro del male'.»
Il nobile Naja non si sforzava troppo di nascondere la terribile sofferenza,
e ci volle qualche istante perché riuscisse a dominare le emozioni e ad
aggiungere, in tono fermo: «Non deluderò le aspettative del dio che è stato
mio amico e mio Faraone. Ho già inviato i carri nel deserto alla ricerca del
principe Nefer per riportarlo a Tebe. Non appena arriverà, lo metteremo
sul trono, e gli porremo tra le mani il flagello e lo scettro».
Quelle parole furono accolte dal primo mormorio di approvazione che si
levasse dai consiglieri. Naja proseguì in tono grave: «Ora mandate a
chiamare le principesse e fatele portare subito qui, nella sala».
Poco dopo, le due principesse entrarono, esitanti. Heseret, la maggiore,
teneva per mano la sorellina Merykara, che fino a poco prima stava
giocando a nascondino con le amiche. Era ancora congestionata dallo
sforzo, col corpo snello imperlato di sudore. Era evidente che non aveva
ancora raggiunto la piena femminilità: infatti aveva le gambe lunghe come
un puledro e il torace piatto come un ragazzo. Portava i lunghi capelli neri
raccolti in una treccia laterale che le pendeva sulla spalla sinistra, e il
perizoma di lino era così minuscolo da lasciare scoperta la parte inferiore
delle piccole natiche rotonde. Aggrappata alla mano della sorella
maggiore, rivolse un timido sorriso a quella formidabile assemblea di
uomini potenti.
Heseret aveva già visto la prima luna rossa, e quindi indossava le vesti di
lino e la parrucca delle donne in età da marito. Persino i vecchi la
guardarono con avidità, perché aveva ereditato la favolosa bellezza della
nonna, la regina Lostris. La pelle era candida come il latte, le braccia e le
gambe apparivano levigate e ben tornite e i seni nudi sembravano lune
celestiali. L'espressione era serena, ma gli angoli della bocca erano
sollevati in un sorriso scaltro e negli enormi occhi verde scuro brillavano
lampi di malizia.
«Venite avanti, miei piccoli tesori», disse loro Naja.

Wilbur Smith 30 2001 - Figli Del Nilo


Soltanto allora le due giovanette riconobbero l'uomo che era l'amico
prediletto del padre. Allora sorrisero, avvicinandosi con aria fiduciosa. Lui
si alzò dal trono, scendendo dal palco per avvicinarsi e posare le mani sulle
loro spalle, con una voce e un'espressione drammatiche. «Ora dovete
essere coraggiose, e ricordare che siete principesse di sangue reale, perché
devo darvi una notizia dolorosa: il Faraone vostro padre è morto.»
Per un lungo istante, le due principesse non riuscirono a capire, poi
Heseret si lasciò sfuggire il gemito alto e acuto del lutto, subito imitata da
Merykara.
Naja le circondò con le braccia, conducendole ai piedi del trono, dove
caddero in ginocchio, stringendosi l'una all'altra e piangendo in modo
inconsolabile.
«L'angoscia delle principesse reali appare evidente agli occhi di tutti»,
disse Naja all'assemblea. «La fiducia e l'incarico che il Faraone mi ha
affidato sono altrettanto chiari. Come ho preso sotto la mia protezione il
principe Nefer Memnone, così ora prendo sotto la mia protezione le due
principesse, Heseret e Merykara.»
«E così tiene in pugno tutta la covata reale», bisbigliò Tal al suo vicino.
«Per quanto il principe Nefer si trovi nel deserto, e sebbene possa
sembrare forte e valoroso, ho l'impressione che sia già destinato alla morte.
Il nuovo reggente dell'Egitto ha messo bene in chiaro in quale modo
intende governare.»

Nefer era seduto all'ombra della parete di roccia che dominava Gebel
Nagara. Da quando il sole si era affacciato al di sopra dei monti che
cingevano il lato opposto della valle, non si era mai mosso. Dapprima lo
sforzo di rimanere immobile gli aveva irritato le giunture e causato un
formicolio in tutto il corpo, come se file d'insetti velenosi gli strisciassero
sopra e dentro la pelle; Nefer però sapeva che Taita lo stava osservando, e
così a poco a poco aveva sottomesso alla forza di volontà il corpo restio,
superando le sue piccole esigenze egoistiche. E ormai si trovava in uno
stato di consapevolezza acuta, con tutti i sensi affinati e in sintonia col
deserto che lo circondava.
Era così aperto a ogni percezione da riuscire a fiutare l'odore dell'acqua
che sgorgava dalla sorgente nascosta nella fenditura della roccia che
solcava la parete. Secreta dalla fonte con la lentezza di una lacrima,
gocciolava in un bacino di roccia non più grande del cavo delle mani unite,

Wilbur Smith 31 2001 - Figli Del Nilo


dal quale traboccava poi nel bacino inferiore, verde di alghe viscide, e di lì
scorreva in basso prima di scomparire per sempre nelle sabbie rossastre in
fondo alla valle. Eppure quanta vita riusciva ad alimentare, quel minuscolo
rivolo d'acqua! Farfalle e scarabei, serpenti e lucertole, la piccola gazzella
piena di grazia che danzava come uno sbuffo di polvere color zafferano
sulle pianure tremolanti per la calura, i piccioni screziati con la gorgiera di
piume color vino che facevano il nido sulle cenge alla sommità delle pareti
di roccia, tutti venivano a bere laggiù. Era per via di quelle preziose pozze
d'acqua che Taita lo aveva condotto fin lì ad aspettare il falco sacro.
Avevano cominciato a preparare la rete il giorno stesso dell'arrivo a
Gebel Nagara. Taita aveva acquistato la seta da un mercante di Tebe, e
quel solo rocchetto di filo era costato quanto uno stallone superbo, perché
era giunto da una terra remota, a oriente del fiume Indo, con un viaggio
che aveva richiesto anni e anni. Taita aveva mostrato a Nefer in che modo
si doveva intessere la rete con quel filo sottile, creando una trama più
resistente dei fili spessi del lino o dei lacci di cuoio, ma quasi invisibile
all'occhio.
Quando la rete era stata pronta, Taita aveva insistito perché fosse il
ragazzo a catturare gli animali che dovevano servire da esca. «È il tuo dio,
e devi prenderlo da solo», gli aveva spiegato. «Soltanto così la tua
rivendicazione sarà giustificata agli occhi del grande dio Horus.»
E così, sotto la luce abbagliante che inondava il fondovalle, Nefer e
Taita avevano studiato il percorso che risaliva lungo la parete rocciosa. Al
calar della sera, Taita si era seduto accanto al piccolo fuoco, acceso alla
base della roccia, per intonare con voce sommessa i suoi incantesimi,
gettando a intervalli una manciata di erbe sul fuoco. Quando una sottile
falce di luna si era levata a mitigare il buio totale della mezzanotte, Nefer
aveva intrapreso la rischiosa scalata fino alla cengia dove si posavano i
piccioni. Aveva catturato due di quei grandi uccelli frementi mentre erano
ancora confusi e disorientati dall'oscurità e dall'incantesimo che Taita
aveva gettato su di loro, riportandoli a valle dentro la sacca di cuoio che
portava sulle spalle.
Seguendo le istruzioni di Taita, aveva strappato le piume da un'ala di
ciascun piccione, in modo che non potessero più volare. Poi, insieme,
avevano scelto un punto vicino alla base della parete e alla sorgente, ma
abbastanza allo scoperto perché i piccioni da richiamo fossero ben visibili
dal cielo.

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Avevano quindi legato i due uccelli per la zampa, usando un crine di
cavallo passato intorno a un cavicchio di legno conficcato nel terreno
compatto. Poi avevano steso su di loro la rete impalpabile, tenendola
sollevata con steli secchi di erba degli elefanti, steli che avrebbero ceduto,
spezzandosi, sotto il peso del falco sacro.
«Tendi la rete con delicatezza», gli aveva insegnato Taita. «Non
dev'essere troppo tesa, ma neanche troppo lenta. Va disposta in modo tale
che il falco s'impigli nelle maglie col becco e con gli artigli, e che non
possa dibattersi e lottare, procurandosi ferite prima che riusciamo a
liberarlo.»
Quando tutto era stato pronto in modo soddisfacente per Taita, era
cominciata la lunga attesa. Ben presto i piccioni si erano abituati alla
cattività, cominciando a beccare avidamente i chicchi di dhurra che Nefer
sparpagliava davanti a loro, dopodiché si pavoneggiavano al sole,
cospargendosi di polvere e scrollandosi soddisfatti sotto la rete di seta. I
giorni si susseguivano tutti uguali, sotto il sole cocente. E i due uomini
continuavano ad aspettare.
Quando calava il fresco della sera, mettevano al riparo i piccioni,
ripiegavano la rete e andavano a caccia per procurarsi il cibo. Taita scalava
la parete rocciosa, sedendosi a gambe incrociate sul ciglio del precipizio
per scrutare la lunga valle, mentre Nefer attendeva in basso, pronto
all'agguato, mai nello stesso punto, in modo che le prede fossero colte di
sorpresa se venivano ad abbeverarsi alla sorgente. Dal suo punto di
osservazione, Taita lanciava un sortilegio che quasi sempre riusciva ad
attirare una delicata gazzella. E Nefer era lì, pronto, con la freccia già
incoccata e l'arco teso. Così, ogni sera, arrostivano carne di gazzella sul
fuoco acceso all'ingresso della caverna.
Quella grotta era stata il rifugio di Taita durante gli anni successivi alla
morte di Lostris, quand'era vissuto come un eremita. Era la sede del suo
potere. Pur essendo un novizio, ancora incapace di comprendere le doti
mistiche del vecchio, Nefer non aveva dubbi sulla loro esistenza, perché ne
riceveva la dimostrazione ogni giorno.
Solo dopo aver trascorso molti giorni a Gebel Nagara il ragazzo intuì
che non erano venuti lì unicamente per catturare il falco sacro: quello non
era che un aspetto dell'addestramento e dell'istruzione che Taita gli aveva
impartito fin dalla sua prima infanzia. Anche le lunghe ore di
appostamento vicino ai richiami costituivano una lezione: Taita gli stava

Wilbur Smith 33 2001 - Figli Del Nilo


insegnando a controllare il proprio corpo e la propria natura; voleva
indicargli come aprire le porte della mente, come guardare dentro di sé,
come ascoltare il silenzio per udire bisbigli ai quali gli altri erano sordi.
Una volta compreso ciò, Nefer era divenuto più ricettivo alla saggezza di
Taita e agli insegnamenti che il mago aveva da impartirgli. I due restavano
seduti nel deserto buio, sotto le stelle che compivano evoluzioni nel cielo,
eterne ma effimere come le correnti dell'oceano, e Taita gli spiegava
prodigi che parevano inspiegabili, ma che invece si potevano percepire
estendendo la mente. Nefer intuiva di trovarsi appena ai margini di quella
conoscenza, di essere ancora avvolto nell'ombra, ma sentiva anche
crescere dentro di sé l'ansia di sapere di più.
Una mattina, uscendo dalla caverna nel grigiore che precedeva l'alba,
vide un crocchio di figure scure e silenziose, accovacciate nel deserto oltre
la sorgente di Gebel Nagara. Andò a informare Taita, che si limitò a
commentare: «È tutta la notte che aspettano». Poi si gettò sulle spalle uno
scialle di lana e uscì.
Quando riconobbero la figura scarna di Taita alla luce fioca dell'alba, le
figure proruppero in gemiti supplichevoli. Erano gli abitanti del deserto,
venuti a portargli alcuni bimbi, piccole creature colpite dai Fiori Gialli,
con la febbre alta e il corpo straziato dalle piaghe terribili della malattia. Si
accamparono intorno al pozzo e, per vari giorni, Taita li assistette.
Nessuno dei bambini morì e, dopo dieci giorni, la tribù gli portò in dono
sale, pelli conciate e dhurra, lasciandoli all'ingresso della caverna prima di
dileguarsi nel deserto. Ma dopo di loro ne vennero altri, che soffrivano di
malattie e di ferite inflitte dagli uomini e dalle bestie. Taita accoglieva
tutti, senza respingere nessuno. Lavorando al suo fianco, Nefer imparò
molto.
Tuttavia, per quanto ci fossero beduini malati e sofferenti da curare, o
cibo da procacciarsi, o istruzioni e addestramento da impartire, ogni
mattina sistemavano i richiami sotto la rete di seta, disponendosi all'attesa.
Forse erano caduti sotto l'influsso rasserenante di Taita, ma in ogni caso
i piccioni, un tempo selvatici, erano divenuti docili e obbedienti come
galline. Si lasciavano maneggiare senza paura, emettendo un tubare
sommesso, mentre venivano assicurati con la zampa ai cavicchi,
dopodiché si accovacciavano, soddisfatti, gonfiando il piumaggio.
La mattina del ventesimo giorno dal loro arrivo, Nefer occupò la sua
solita posizione sulla sommità della parete, al di sopra dei piccioni. Come

Wilbur Smith 34 2001 - Figli Del Nilo


sempre, anche senza vederlo direttamente, era ben consapevole della
presenza di Taita. Il vecchio teneva gli occhi chiusi e sembrava
sonnecchiare al sole, come i piccioni. Aveva la pelle solcata da una rete di
rughe sottili e punteggiata da chiazze di vecchiaia; pareva tanto delicata da
rischiare di lacerarsi con la stessa facilità della carta finissima di papiro. Il
viso era del tutto privo di peli, senza tracce di barba o sopracciglia; persino
le ciglia erano sottili e incolori come il cristallo. Nefer aveva sentito dire
dal padre che era stata la castrazione a rendere il viso di Taita così glabro,
ma era convinto che la longevità dell'eunuco, la sua forza e la sua
irrefrenabile energia vitale fossero imputabili a ragioni più misteriose. In
contrasto col resto del suo aspetto, però, i capelli di Taita erano folti e
vigorosi come quelli di una donna giovane e sana, anche se avevano il
colore dell'argento lucente. L'eunuco ne andava fiero e li curava molto,
lavandoli spesso e portandoli raccolti in una folta treccia che gli scendeva
sulla schiena. Nonostante la saggezza e l'età avanzata, il vecchio mago non
era immune dalla vanità.
Quella caratteristica, però, non faceva che accrescere l'affetto di Nefer
per lui, al punto che il giovane avvertiva quel sentimento con un'intensità
quasi dolorosa; avrebbe voluto che esistesse un modo per esprimerlo, ma
del resto sapeva che Taita lo capiva, giacché sapeva tutto.
Tese furtivamente la mano per sfiorargli il braccio mentre dormiva, ma
gli occhi del vecchio si aprirono all'istante, lucidi e coscienti. Nefer sapeva
che non stava dormendo affatto, ma aveva concentrato tutti i suoi poteri
per attirare il falco sacro verso i richiami, e capì che, in qualche modo, i
suoi pensieri vaganti e il suo movimento avevano compromesso il risultato
degli sforzi del vecchio. Taita non disse nulla, ma Nefer intuì chiaramente
la sua disapprovazione.
Mortificato, si ricompose, riportando sotto controllo la mente e il corpo
come gli aveva insegnato Taita: era come superare una soglia segreta per
entrare nel luogo del potere. Il tempo passò in fretta. Il sole raggiunse lo
zenit, restando sospeso nel cielo, in apparenza a lungo. D'un tratto, Nefer si
sentì invadere da una straordinaria sensazione di preveggenza. Era come se
fosse sospeso al di sopra del mondo, come il sole di mezzogiorno, e
vedesse tutto ciò che avveniva sotto di lui. Vedeva Taita e se stesso
appostati vicino al pozzo di Gebel Nagara e il deserto che si stendeva
tutt'intorno a loro; vedeva il fiume che cingeva il deserto come una
possente barriera, segnando i confini dell'Egitto stesso. Vedeva le città e i

Wilbur Smith 35 2001 - Figli Del Nilo


regni, le terre divise sotto la corona doppia; vedeva i grandi eserciti
schierati, le trame dei malvagi e le lotte e i sacrifici dei giusti. In quel
momento fu così acutamente consapevole del proprio destino che quella
sensazione rischiò quasi di sopraffare e schiacciare il suo coraggio.
In quello stesso istante seppe che il falco sacro sarebbe venuto quel
giorno, perché lui finalmente era pronto ad accoglierlo.
«È qui!»
Le parole erano così chiare che Nefer si convinse che Taita aveva
parlato. Subito dopo, però, si accorse che le labbra del mago erano rimaste
serrate. Gli aveva posto quel pensiero nella mente, in un modo misterioso
che Nefer non riusciva né a intuire né a spiegare. Non aveva dubbi che
fosse così, ma, un istante dopo, ne ebbe la conferma dal fremito
terrorizzato dei piccioni, presaghi della minaccia che incombeva su di loro.
Nefer non diede segno di aver udito e compreso. Non volse la testa e
non sollevò gli occhi al cielo. Non osava guardare in alto per non allarmare
l'uccello o incorrere nella collera di Taita, ma era all'erta con ogni fibra del
suo essere.
Il falco reale era una creatura così rara che pochissimi uomini lo
avevano visto allo stato selvaggio. Già da mille anni i cacciatori di tutti i
Faraoni lo inseguivano, lo intrappolavano e lo catturavano con le reti e, per
popolare gli allevamenti reali, sottraevano persino dal nido i piccoli ancora
implumi. Il possesso di quegli uccelli era la prova che il Faraone aveva
l'approvazione del dio Horus per regnare sull'Egitto.
Il falco era l'animale associato al dio, che infatti veniva rappresentato
con la testa di falco nelle statue e nelle immagini dipinte. Il Faraone stesso
era un dio e quindi poteva catturare, possedere e cacciare il falco, ma
chiunque altro lo facesse incorreva nella pena di morte.
Ormai il falco era lì, era nelle sue mani. Nefer aveva quasi l'impressione
che Taita lo avesse evocato dal cielo. Si sentiva il cuore stretto in una
morsa soffocante di eccitazione, e rimase senza fiato, come se il petto
stesse per scoppiargli. Eppure ancora non osava alzare la testa verso il
cielo.
Poi udì il falco. Il suo richiamo era un lamento fioco, che rischiava di
perdersi nell'immensità del cielo e del deserto, eppure eccitava Nefer fino
nell'intimo del suo essere, come se il dio avesse parlato direttamente a lui.
Pochi istanti dopo, il falco lanciò un altro grido, proprio sopra di lui, con
un tono più acuto e selvaggio.

Wilbur Smith 36 2001 - Figli Del Nilo


Ormai i piccioni sembravano impazziti di terrore e spiccavano balzi
frenetici per liberarsi dai lacci che li assicuravano ai cavicchi, sbattendo le
ali con tanta violenza che le piume si staccavano e il vortice d'aria
sollevava una nube di polvere chiara intorno a loro.
Poi Nefer sentì il falco cominciare la discesa verso i richiami, col vento
che cantava tra le sue ali con una nota sempre più acuta. Ormai poteva
alzare la testa, perché tutta l'attenzione del falco era concentrata sulla
preda. Guardando in alto, lo vide scendere in picchiata sullo sfondo
azzurro del cielo del deserto, così abbacinante da far dolere gli occhi. Era
una creatura dalla bellezza divina. Le ali erano ripiegate all'indietro, come
lame chiuse per metà nel fodero, mentre la testa era protesa in avanti. La
forza e la potenza che si sprigionavano da quella creatura strapparono un
gemito a Nefer. Aveva visto altri falchi negli allevamenti della reggia
paterna; mai prima d'ora, però, li aveva ammirati in tutta la loro grazia e
maestà selvaggia. Mentre scendeva verso di lui, come per incanto, il falco
sembrò ingigantire e i suoi colori divennero più intensi.
Il becco adunco era di uno splendido giallo carico, con la punta aguzza e
nera come l'ossidiana. Gli occhi spietati erano d'oro, con un segno nero a
forma di lacrima all'angolo interno; la gola color crema era screziata di
scuro, le ali erano color ruggine e nero. Quella creatura alata era così
perfetta che Nefer non poté dubitare che fosse un'incarnazione del dio. Lo
desiderava con un'intensità che non avrebbe mai creduto di poter provare.
Si fece forza per il momento dell'impatto, quando il falco avrebbe urtato
contro la rete di seta, restando intrappolato nelle sue pieghe, e sentì Taita
al suo fianco fare altrettanto. Si sarebbero slanciati insieme.
Poi accadde qualcosa che sembrava impossibile. Il falco era tutto preso
dalla discesa, con una velocità di picchiata tale che nulla avrebbe potuto
fermarlo se non l'impatto violento col soffice corpo piumato dei piccioni.
Non poteva che andare sino in fondo. Eppure, contro ogni previsione,
rinunciò alla preda. Le ali cambiarono profilo e, per un istante, la
resistenza dell'aria minacciò di lacerare le penne remiganti nel punto di
attacco. L'aria sprigionò un suono stridulo contro le piume allargate, e il
falco cambiò direzione, risalendo di colpo e sfruttando la forza d'inerzia
per descrivere un arco nel cielo. Pochi secondi dopo era già un puntino
nero sullo sfondo azzurro. Il suo richiamo risuonò ancora una volta
nell'aria, distante e lamentoso, prima di svanire.
«Ha rifiutato!» sussurrò Nefer, incredulo. «Ma perché, Tata, perché?»

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«Non spetta a noi sondare le vie del dio.» Sebbene fosse rimasto
immobile per tante ore, Taita si alzò con un movimento agile e sciolto da
atleta ben allenato.
«Tornerà?» domandò Nefer. «Era mio, l'ho sentito nel cuore. Era mio.
Deve tornare.»
«Fa parte della divinità», replicò Taita sottovoce. «Non rientra
nell'ordine naturale delle cose.»
«Ma perché ha rifiutato? Ci dev'essere una ragione», insistette Nefer.
Senza ribattere, Taita andò a liberare i piccioni. Ormai le piume delle ali
erano cresciute nuovamente, ma, anche quando liberò le zampe, i piccioni
non tentarono affatto di fuggire: anzi uno di loro gli svolazzò sulla spalla.
Con delicatezza, Taita lo prese, lanciandolo verso l'alto. Soltanto allora il
piccione volò verso la parete di roccia per posarsi sulla sommità della
cengia.
Taita seguì con gli occhi il suo volo, prima di voltarsi per rientrare nella
caverna. Nefer lo seguì lentamente: si sentiva il cuore e le gambe pesanti
come il piombo per la delusione. Nella penombra della caverna, il vecchio
sedette sulla cengia di pietra sotto la parete di fondo, proteso in avanti per
attizzare il fuoco fumoso alimentato da rami spinosi e sterco di cavallo
finché non si levarono le fiamme. Nefer, oppresso da un presagio, prese
posto di fronte a lui, come al solito.
Rimasero a lungo in silenzio, ma il ragazzo si astenne dal fare domande,
anche se la delusione per la perdita del falco era un tormento intenso, come
se avesse posto una mano tra le fiamme. Sapeva che Taita avrebbe parlato
soltanto quando fosse stato pronto. Infine il vecchio sospirò, dicendo
sottovoce, quasi con tristezza: «Dovrò ricorrere ai Labirinti di Ammon-
Ra».
Nefer rimase sbigottito. Non se lo aspettava, perché, in tutto il tempo
che avevano trascorso insieme, aveva visto il vecchio ricorrere a quella
divinazione soltanto due volte. Sapeva che la trance autoindotta necessaria
per percorrere i Labirinti era simile a una piccola morte e lasciava il mago
svuotato ed esausto. Taita ricorreva a quel temibile viaggio nel
soprannaturale soltanto se non gli restava altra via da percorrere.
Rimase in silenzio, osservando con rispetto venato di timore Taita che
eseguiva il rituale di preparazione ai Labirinti. Per prima cosa macinò le
erbe col pestello nel mortaio di alabastro scolpito, misurando le dosi in un
recipiente di terracotta, dove poi versò, dal paiolo di rame, un po' di acqua

Wilbur Smith 38 2001 - Figli Del Nilo


bollente. La nube di vapore che si sprigionò era così pungente da far
lacrimare gli occhi di Nefer.
Mentre la mistura si raffreddava lentamente, Taita prese il sacchetto di
cuoio che conteneva i Labirinti dal nascondiglio in fondo alla caverna.
Accovacciato vicino al fuoco, fece scivolare in una mano i dischi d'avorio,
sfregandoli delicatamente mentre intonava l'incantesimo ad Ammon-Ra.
I Labirinti comprendevano dieci dischi d'avorio, che Taita aveva inciso
con le sue mani. Dieci era il numero mistico del potere supremo: ogni
incisione rappresentava uno dei dieci simboli del potere, ed era un'opera
d'arte in miniatura. Mentre cantava, Taita accarezzava i dischi, che
tintinnavano tra le sue mani. Tra un verso e l'altro dell'invocazione,
soffiava sui dischi d'avorio per infondervi la propria forza vitale. Quando
ebbero assorbito il calore del suo corpo, li passò a Nefer.
«Tienili in mano e alita su di essi», gli ordinò e, mentre il ragazzo
obbediva, Taita prese a oscillare al ritmo dei versi magici che recitava. A
poco a poco i suoi occhi parvero coprirsi di un velo vitreo, mentre si
ritirava nei recessi segreti della sua mente. Era già sprofondato nella trance
quando Nefer dispose i Labirinti davanti a lui, divisi in due pile.
Poi, con un dito, saggiò la temperatura dell'infuso nel recipiente di
terracotta, come gli aveva insegnato Taita e, quando si fu raffreddato
abbastanza da non scottare la bocca, s'inginocchiò davanti al vecchio per
porgergli il recipiente con entrambe le mani.
Taita lo bevve fino all'ultima goccia. Al riverbero delle fiamme, il suo
viso divenne bianco come la calce della cava di Assuan. Il canto continuò
ancora a lungo, ma si ridusse gradualmente a un mormorio, prima di
spegnersi nel silenzio. L'unico suono che si udiva, mentre Taita si
arrendeva alla droga e alla trance, era il suo respiro roco. Scivolò sul
pavimento della caverna, raggomitolandosi accanto al fuoco come un gatto
addormentato.
Nefer lo coprì con lo scialle di lana, restando al suo fianco finché Taita
non cominciò a torcersi e a gemere, col viso che grondava sudore. Gli
occhi si aprirono, roteando nelle orbite fino a mostrare soltanto il bianco,
che spiccava nell'ombra fitta della caverna.
Nefer sapeva che ormai non c'era nulla che potesse fare. Taita si era
spinto lontano nel suo viaggio tra le ombre, troppo lontano perché lui
potesse raggiungerlo; inoltre non riusciva a sopportare oltre la terribile
angoscia e l'intensa sofferenza che i Labirinti infliggevano al mago. Si alzò

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per andare a prendere l'arco e la faretra in fondo alla caverna, curvandosi
per uscire all'aperto. Oltre le colline, il sole era basso e giallo nella foschia
polverosa. Salì sulle dune a ponente e, quando raggiunse la sommità per
guardare verso le valli, avvertì con tanta intensità la delusione per la
perdita del falco, l'ansia per Taita in preda al tormento della divinazione e
l'angoscia per quello che avrebbe potuto scoprire nella trance, che si sentì
assalire dall'impulso di correre, di fuggire come se fosse inseguito da un
temibile predatore. Scese a lunghi balzi il pendio della duna, con la sabbia
che precipitava come una cascata sotto i suoi piedi, sibilando. Sentì gli
occhi gonfiarsi di lacrime, che presero poi a scorrergli sulle guance sotto le
folate di vento, e corse finché il sudore non gli colò dai fianchi e il petto
cominciò ad ansimare, mentre il sole sfiorava l'orizzonte. Infine tornò
verso Gebel Nagara, percorrendo l'ultimo tratto nel buio della notte.
Taita era ancora rannicchiato sotto lo scialle, accanto al fuoco, ma ora
dormiva più serenamente. Nefer si stese accanto a lui, e di lì a poco scivolò
a sua volta nel sonno, tormentato da sogni e ossessionato da incubi.
Quando si destò, l'alba splendeva all'ingresso della caverna e Taita era
seduto accanto al fuoco, intento ad arrostire sulla brace carne di gazzella.
Appariva ancora pallido e sofferente. Infilzò un pezzo di carne sulla punta
del pugnale di bronzo per offrirlo a Nefer e il ragazzo, assalito
all'improvviso da una fame vorace, si sedette per addentare la carne,
spolpandola fino all'osso. Parlò soltanto dopo aver divorato la terza
porzione di carne tenera e gustosa. «Che cos'hai visto, Tata?» chiese al
vecchio. «Perché il falco ha rifiutato la preda?»
«Era oscuro», rispose Taita. Nefer capì che il presagio era stato nefasto e
che il mago cercava, in qualche modo, di proteggerlo da quella realtà.
Continuarono a mangiare in silenzio, ma ormai non riusciva più a gustare
il cibo, e infine disse sottovoce: «Hai liberato i richiami. E ora come
faremo a tendere la rete, domani?»
«Il falco sacro non verrà più a Gebel Nagara», rispose Taita.
«Allora non sarò mai Faraone al posto di mio padre?» domandò Nefer.
La profonda sofferenza nella sua voce indusse il vecchio saggio a
mitigare la risposta. «Dovremo andare a catturarlo nel nido.»
«Ma non sappiamo dove si trova il nido del falco sacro.» Nefer aveva
smesso di mangiare e lo fissava con aria supplichevole.
«Io so dov'è», mormorò Taita. «Mi è stato rivelato nei Labirinti. Però
devi mangiare per tenerti in forze. Partiremo domani, prima dell'alba, e il

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viaggio fino al prossimo luogo di sosta sarà lungo.»
«Nel nido ci saranno i piccoli?»
«Sì. I falchi hanno figliato, e i piccoli sono quasi pronti a volare.
Troveremo laggiù il tuo falco.» E aggiunse dentro di sé: oppure il dio ci
rivelerà altri misteri.

Nel buio fitto che precedeva l'alba, caricarono sui cavalli gli otri di cuoio
pieni d'acqua e le sacche, poi salirono in sella. Era Taita a guidare la
marcia, costeggiando la parete rocciosa per imboccare la facile pista che
risaliva le colline. Quando il sole fu alto nel cielo, si erano già lasciati alle
spalle da tempo Gebel Nagara. Scrutando l'orizzonte, Nefer sussultò di
sorpresa, perché davanti a loro si scorgeva il profilo delle montagne,
azzurrine sullo sfondo blu del cielo, ancora così lontane da apparire
inconsistenti ed eteree: un miraggio fatto di nebbia e d'aria, anziché di terra
e roccia. Improvvisamente Nefer fu assalito dalla sensazione di avere già
visto tutto quello. Per un istante, non seppe come spiegarselo, poi gli tornò
alla mente e, alzando un dito, mormorò: «Quella montagna... È lassù che
andiamo, vero, Tata?»
Aveva parlato con tale sicurezza che il vecchio si girò a guardarlo.
«Come fai a saperlo?»
«L'ho sognata, ieri notte.»
Taita distolse il volto, per evitare che il ragazzo vedesse la sua
espressione. Finalmente gli occhi della sua mente cominciano ad aprirsi,
come i fiori del deserto che sbocciano all'alba, pensò. Sta imparando a
scrutare oltre la cortina scura che ci nasconde il futuro... Siano lodati i
cento nomi di Horus. Non tutto è stato vano. E provò un intimo senso di
soddisfazione.
«È là che stiamo andando, lo so», ripeté Nefer con estrema sicurezza.
«Sì», convenne infine Taita. «Stiamo andando a Bir Umm Masara.»
Prima che arrivassero le ore più calde del giorno, raggiunsero un gruppo
di acacie spinose dall'aria stenta che crescevano in fondo a un dirupo,
attingendo acqua con le radici da una sorgente sotterranea. Dopo aver
scaricato i cavalli e averli abbeverati, Nefer aveva controllato il boschetto
e, in breve tempo, aveva scoperto le tracce di altri passaggi. Tutto eccitato,
chiamò Taita per mostrargli i segni delle ruote lasciati da una piccola
compagnia di carri - dieci in tutto, secondo i suoi calcoli -, le ceneri del
fuoco acceso per cucinare e la terra schiacciata là dove gli uomini si erano

Wilbur Smith 41 2001 - Figli Del Nilo


stesi a dormire, lasciando i cavalli legati alle acacie vicine.
«Hyksos?» chiese in tono ansioso. Gli escrementi dei cavalli
sembravano ancora freschi; aprendo uno dei grumi con un bastoncello,
Nefer si convinse che risalivano a pochi giorni prima, giacché erano secchi
all'esterno, ma ancora umidi all'interno.
«Nostri», ribatté Taita scuotendo la testa, perché aveva riconosciuto le
tracce dei carri. Dopotutto era stato lui a progettare, molti decenni prima,
le ruote dotate di raggi. Si chinò a raccogliere una minuscola rosetta di
bronzo caduta dalla sponda di un carro, e rimasta sepolta per metà nel
terriccio. «Una delle nostre compagnie di cavalleria leggera,
probabilmente della guardia Phat, al comando del nobile Naja.»
«Che cosa ci fanno quaggiù, così lontano dalle linee nemiche?» chiese
Nefer, perplesso, e Taita alzò le spalle, allontanandosi per mascherare il
disagio.
Abbreviò la pausa di riposo, riprendendo la marcia mentre il sole era
ancora alto. A poco a poco, il profilo di Bir Umm Masara si delineò, dando
l'impressione di riempire per metà il cielo davanti a loro. Riuscirono
gradualmente a distinguere le incisioni e le scarnificazioni lasciate sulla
roccia da gole, abissi e pareti che scendevano a precipizio. Quando
raggiunsero la sommità della prima serie di colline, Taita trattenne il
cavallo e si voltò per guardare indietro. La sua attenzione fu colpita da un
movimento lontano, che lo costrinse ad alzare la mano per ombreggiare gli
occhi. A molte leghe di distanza, nel deserto, scorse un minuscolo
pennacchio di polvere chiara. Osservandolo, vide che si spostava in
direzione orientale, verso il mar Rosso: poteva essere il segno del
passaggio di un branco di orici, oppure di una colonna di carri da
combattimento... Non lo fece notare a Nefer; del resto, il ragazzo era così
preso dalla caccia al falco reale che non riusciva a distogliere lo sguardo
dal profilo delle montagne davanti a loro. Taita piantò i talloni nei fianchi
del cavallo per affiancarlo.
Quella sera, quando si accamparono a metà del pendio di Bir Umm
Masara, Taita disse sottovoce: «Stasera non accenderemo il fuoco».
«Ma fa tanto freddo», protestò Nefer.
«E qui siamo tanto esposti che un fuoco si vedrebbe a dieci leghe, nel
deserto.»
«Ci sono nemici, laggiù?» L'espressione di Nefer cambiò, mentre
scrutava trepidante il paesaggio sempre più cupo. «Banditi? Beduini in

Wilbur Smith 42 2001 - Figli Del Nilo


cerca di carovane da depredare?»
«Ci sono sempre nemici», tagliò corto Taita. «Meglio il freddo che la
morte.»
Dopo mezzanotte, il vento gelido svegliò Nefer e probabilmente anche il
suo puledro, Guardastella, che cominciò a pestare il terreno e a nitrire
piano. Allora il ragazzo si liberò dalla coperta di pelle di pecora per andare
a tranquillizzarlo. Trovò Taita già sveglio, seduto poco lontano.
«Guarda!» disse l'eunuco, puntando il dito verso la pianura, dove
scintillava in lontananza un bagliore luminoso. «Un fuoco da campo.»
«Potrebbe essere una delle nostre compagnie, quella che ha lasciato le
tracce di ieri.»
«Può darsi...» riconobbe Taita. «Ma potrebbe anche essere qualcun
altro.»
Dopo una lunga pausa di riflessione, Nefer disse: «Ho dormito
abbastanza, e poi fa troppo freddo. È meglio risalire in sella e riprendere il
cammino. L'alba non ci deve sorprendere qui, sul fianco nudo della
montagna».
Caricarono i cavalli e, al chiaro di luna, trovarono un sentiero tracciato
dalle capre selvatiche. Superarono così il versante orientale di Bir Umm
Masara, cosicché, quando la luce cominciò ad aumentare, erano già lontani
dalla visuale di qualunque osservatore di guardia nell'accampamento
lontano.
Il carro di Ammon-Ra, il dio-sole, si slanciò allo scoperto a oriente, e la
montagna si ammantò di una soffusa luce dorata. Le gole erano ancora
scure di ombre, rese più cupe dal contrasto, e, più in basso, il deserto era
immenso e desolato.
Nefer rovesciò la testa all'indietro per gridare, esultante: «Guarda! Oh,
guarda!» Indicava un punto oltre la cima rocciosa e Taita, seguendo la
direzione del suo sguardo, scorse due puntini scuri che roteavano,
descrivendo un ampio cerchio nel cielo. La luce del sole ne investì uno,
che splendette per un istante come una stella cadente.
«Falchi reali», mormorò Taita sorridendo. «Una coppia.»
Scaricarono i cavalli, trovando un punto da cui osservare i falchi che
volavano in cerchio. Anche a quella distanza apparivano regali e maestosi,
belli in modo quasi indicibile. D'un tratto, il più piccolo dei due, il
maschio, ruppe lo schema del volo e puntò verso l'alto controvento, col
battito pacato delle ali che assumeva improvvisamente un'intensità feroce.

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«Ha avvistato la preda», gridò Nefer, con l'eccitazione e la gioia del vero
falconiere. «Guardalo, adesso.»
Quando cominciò, la picchiata fu così rapida che distogliere lo sguardo
anche solo per un attimo avrebbe significato lasciarsi sfuggire il momento
culminante. Il maschio piombò dal cielo come un giavellotto. C'era un
piccione isolato che si aggirava, ignaro, lungo la base della parete rocciosa.
Nefer colse il momento in cui il grasso piccione si accorse del pericolo e
tentò di sfuggire al falco che gli piombava addosso: si slanciò con tanta
foga verso la salvezza, rappresentata dalla roccia, che, nella frenesia della
fuga, rotolò sul dorso, lasciando per un attimo il ventre allo scoperto. Il
falco lo squarciò con gli artigli di entrambe le zampe, e il piccione parve
dissolversi in una nuvoletta di fumo ocra e azzurrino. Le piume si sparsero
nell'aria, lasciando una scia nel vento mattutino, e il falco risalì in cielo,
serrando gli artigli nel ventre della preda, per tuffarsi poi nella gola
rocciosa. Il minuscolo assassino si posò con la sua vittima sul pendio
ricoperto di ghiaia, a breve distanza dal punto in cui si trovava Nefer. Il
tonfo sordo che produsse atterrando echeggiò sulla parete di roccia,
risuonando nella gola.
A quel punto, Nefer ballava per l'eccitazione, e persino Taita, che era
sempre stato un appassionato della caccia col falco, gridò: «Bak-her!» Il
falco completò il rito dell'uccisione coprendo la preda: allargando le ali dal
disegno splendido sul corpo del piccione ormai morto, lo coprì per
proclamare i suoi diritti sulla preda catturata.
Con una serie di spirali aggraziate, la femmina scese a raggiungerlo,
posandosi sulla roccia vicino al compagno. Il maschio ripiegò le ali per
lasciarle la possibilità di dividere con lui la preda, e insieme smembrarono
e divorarono il piccione, dilaniandolo col becco affilato come un rasoio e
facendo una pausa tra una beccata e l'altra per sollevare la testa e fulminare
Nefer con quegli occhi feroci, mentre inghiottivano i frammenti
sanguinolenti di carne, ossa e piume. Erano perfettamente consapevoli
della presenza degli uomini e dei cavalli, ma li tolleravano, a patto che
mantenessero le distanze.
Poi, quando del piccione non rimasero altro che una macchia di sangue
sulla roccia e poche penne sparse, e il ventre di solito snello dei falchi fu
gonfio di cibo, la coppia si lanciò di nuovo in volo e, battendo le ali, si
levò verso la parete di roccia.
«Seguili!» Taita sollevò l'orlo della veste per arrampicarsi sul terreno

Wilbur Smith 44 2001 - Figli Del Nilo


insidioso del ghiaione. «Non devi perderli.»
Nefer, più veloce e più agile, corse lungo il fianco della montagna,
sorvegliando i falchi che si alzavano in volo. Al di sotto della vetta la
montagna si spaccava, formando due guglie, possenti pinnacoli di pietra
scura, temibili a vedersi anche dal basso. Il giovane e Taita osservarono i
falchi che s'innalzavano al di sopra di quel possente monumento naturale,
finché Nefer non scoprì dov'erano diretti: nel punto in cui la roccia
sporgeva in fuori, cioè a metà della torre di roccia orientale. Nella parete
c'era una fenditura nella quale era incuneata una piattaforma di rami e
ramoscelli secchi.
«Il nido!» gridò Nefer, eccitato. «C'è il nido!»
Rimasero immobili, con la testa rovesciata all'indietro, osservando i
falchi che si posavano sull'orlo del nido, cominciando a rigurgitare le carni
del piccione. Poi si udì un altro suono fioco, portato dal vento che sfiorava
sussurrando la parete rocciosa: era il coro di strida moleste dei piccoli che
pretendevano di essere sfamati. Da quell'angolazione, neanche Taita
riusciva a scorgere i piccoli di falco, e Nefer saltellava in preda alla
frustrazione. «Se scalassimo la cima occidentale, laggiù», disse, puntando
il dito, «potremmo guardare nel nido.»
«Prima aiutami coi cavalli», ordinò Taita, e, dopo averli impastoiati, i
due li lasciarono pascolare tra gli steli radi dell'erba di montagna,
alimentati dalla rugiada trasportata dalla brezza che spirava dal lontano
mar Rosso.
La scalata della cima occidentale richiese il resto della mattinata, ma, per
quanto Taita scegliesse senza esitare la via più facile per aggirare la vetta,
il precipizio ai loro piedi spingeva talvolta Nefer a trattenere bruscamente
il fiato e a distogliere lo sguardo. Sbucarono infine su una cengia stretta
poco al di sotto della cima, restando accovacciati lì qualche istante, per
riprendersi e ammirare la grandiosità della terra e del mare lontano.
Sembrava che l'intera creazione fosse distesa ai loro piedi e il vento
gemeva, tendendo la veste pieghettata di Nefer e arruffando i suoi capelli
ricci.
«Dov'è il nido?» domandò. Persino in quella posizione elevata e
precaria, sulla vetta del mondo, la sua mente era concentrata su un unico
obiettivo.
«Vieni!» Taita si alzò, spostandosi lateralmente sulla cengia, con la
punta dei sandali che sporgeva sul precipizio. Una volta superato lo

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spigolo della parete, videro la cima orientale che entrava a poco a poco
nella loro visuale. Guardarono oltre lo spazio che li separava dalla roccia:
si trovavano a cento cubiti appena, ma erano divisi da un abisso così
profondo che Nefer si sentì assalire dalle vertigini.
Su quel lato del precipizio, potevano guardare dall'alto il nido, anche se
la femmina, appollaiata sull'orlo della cengia, ne nascondeva il contenuto.
Voltando il capo, l'uccello fissò con uno sguardo implacabile i due uomini
che superavano lo spigolo della parete, poi arruffò le penne sul dorso,
come un leone infuriato che solleva la criniera in segno di minaccia.
Quindi emise un richiamo selvaggio e si lanciò nell'abisso, restando quasi
immobile mentre si librava nell'aria e li osservava con uno sguardo
intenso. La femmina era così vicina che i due scorgevano chiaramente ogni
singola piuma delle ali.
Il movimento aveva messo allo scoperto l'interno della fenditura che
conteneva il nido. C'era un paio di piccoli rannicchiati nella coppa di
ramoscelli e rami, rivestita di piume e lanugine di capre selvatiche.
Avevano già il piumaggio completo, e sembravano grandi quasi quanto la
madre. Quando Nefer li fissò con rispetto, uno di loro si alzò, spiegando le
ali, poi cominciò a batterle freneticamente.
«È bellissimo», gemette Nefer con bramosia. «È la creatura più bella che
abbia mai visto.»
«Si prepara al momento del volo», gli spiegò sottovoce Taita. «Vedi
com'è diventato forte? Tra pochi giorni se ne andrà.»
«Salirò a prenderli oggi stesso», si ripromise Nefer, e fece per tornare
indietro lungo la cengia, ma Taita, posandogli una mano sulla spalla, lo
fermò.
«Non è un'impresa da prendere alla leggera. Dobbiamo dedicare un po'
di tempo a progettare con cura la scalata. Vieni a sederti accanto a me.»
Nefer obbedì, e Taita prese a illustrargli le caratteristiche della roccia di
fronte a loro. «Sotto il nido, la roccia è levigata come il vetro. Per un tratto
di cinquanta cubiti, lassù, non ci sono appigli per le mani, né ripiani sui
quali poggiare i piedi.»
Il ragazzo distolse lo sguardo dal piccolo di falco per scrutare in basso.
Si sentì torcere lo stomaco, ma s'impose d'ignorare quella reazione. Era
come aveva detto Taita: neppure un coniglio di roccia - quelle creature
pelose dal passo sicuro, simili a conigli selvatici, che scorrazzavano nei
luoghi elevati - sarebbe riuscito a trovare un appiglio su quella parete.

Wilbur Smith 46 2001 - Figli Del Nilo


«Come posso arrivare al nido, Tata? Voglio quei piccoli, li desidero
tanto.»
«Guarda più su», gli suggerì l'altro, puntando il dito. «Vedi come la
fenditura prosegue verso l'alto, arrivando alla sommità della parete?»
Nefer annuì, restando senza parole mentre fissava il rischioso percorso
che Taita gli stava indicando.
«Troveremo un modo per raggiungere la vetta al di sopra del nido,
portando con noi un'imbracatura fatta di corda, poi ti calerò dall'alto nella
fenditura. Se punterai i piedi nudi e i pugni serrati contro le pareti laterali,
riuscirai a tenerti in equilibrio, mentre io ti sorreggerò dall'alto con la
corda.»
Nefer non riusciva ancora a parlare, tanto era sopraffatto dall'orrore
suscitato dallo stratagemma suggerito da Taita. Nessun essere vivente
poteva compiere quella scalata e sopravvivere, quello era certo. Taita intuì
quello che provava il giovane, e non insistette per avere una risposta.
«Io penso...» Nefer esordì con voce incerta, poi tacque, fissando la
coppia di giovani uccelli nel nido. Sapeva che quello era il suo destino:
uno di loro era il suo falco sacro, e quello era l'unico modo per conquistare
la corona dei suoi antenati. Rinunciare avrebbe significato rinnegare tutto
ciò per cui gli dei lo avevano prescelto. Doveva andare.
Taita captò il momento in cui il ragazzo al suo fianco si risolse ad
accettare il compito che lo attendeva, diventando uomo, e gioì dentro di sé,
perché decideva anche del suo destino.
«Tenterò», rispose Nefer semplicemente, alzandosi. «Scendiamo a
prepararci.»

Il giorno dopo, il cielo era ancora buio quando lasciarono il loro


accampamento per cominciare l'ascesa. Chissà come, Taita riusciva a
trovare appigli che neppure gli occhi giovani e acuti di Nefer potevano
distinguere. Ciascuno di loro portava un pesante rotolo di corda, ottenuta
intrecciando fili di lino e crini di cavallo, che in genere veniva usata per
legare i cavalli. Avevano preso con loro anche uno degli otri d'acqua: Taita
sapeva che, in cima al pinnacolo di roccia, il caldo sarebbe stato torrido,
una volta che il sole avesse raggiunto lo zenit.
Quando arrivarono al lato opposto del pinnacolo orientale, la luce era
aumentata e riuscirono a scorgere la parete sopra di loro. Taita dedicò
un'ora a esaminare la via per l'ascesa, prima di dichiararsi soddisfatto. «In

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nome del grande Horus, l'onnipotente, cominciamo», ordinò, facendo il
segno che alludeva all'occhio ferito del dio. Poi guidò Nefer nel punto che
aveva scelto per cominciare la salita.
«Vado io per primo», disse al ragazzo, annodandosi intorno alla vita un
capo della corda. «Molla la corda a mano a mano che procedo. Guarda
come faccio e poi, quando ti chiamo, legati e seguimi. Se scivolerai, ti
sosterrò io.»
Nefer cominciò ad arrampicarsi con cautela, seguendo la via aperta da
Taita. Era serio in volto, con le nocche sbiancate dalla tensione mentre si
aggrappava a ogni appiglio. Taita mormorava incoraggiamenti dall'alto, e
la fiducia del giovane crebbe a ogni movimento. Giunto al fianco del
vecchio, gli rivolse un largo sorriso. «È stato facile.»
«Diventerà più difficile», gli garantì Taita in tono asciutto, guidandolo
verso il successivo tratto di roccia. Stavolta Nefer lo seguì senza fatica,
con l'agilità di una scimmia, chiacchierando allegro ed eccitato. Si
trovarono così ai piedi di un camino scavato nella parete rocciosa, che a
breve distanza dalla vetta si restringeva, sino a diventare una fessura.
«Questo percorso assomiglia alla discesa che dovrai fare per prendere il
nido, quando saremo arrivati in cima. Guarda come si fa a incuneare mani
e piedi nella fenditura.» Taita avanzò nel camino, salendo lentamente, ma
senza soste. Quando il camino si restrinse, lui proseguì con disinvoltura,
come se salisse una scala. Le gonne gli fluttuavano intorno alle vecchie
gambe ossute e, sotto gli strati di lino, Nefer poteva risalire con lo sguardo
fino alla cicatrice grottesca rimasta nel punto in cui era stato privato della
virilità. L'aveva già vista altre volte, tanto da abituarsi a quella spaventosa
mutilazione, che non lo atterriva più.
Taita lo chiamò dall'alto e stavolta Nefer parve danzare sulla roccia,
assumendo con naturalezza il ritmo dell'ascesa.
E perché mai non dovrebbe essere così? pensò Taita, cercando di
contenere il proprio orgoglio entro limiti ragionevoli. Nelle sue vene
scorre il sangue di guerrieri e grandi atleti. Poi sorrise, e i suoi occhi
scintillarono come se anche lui fosse di nuovo giovane. E poi ci sono io a
fargli da maestro... si disse. È naturale che si dimostri eccellente in tutto.
Il sole era ancora a metà del suo cammino nel cielo, quando finalmente
si trovarono insieme sulla sommità della vetta orientale. «Qui faremo una
breve sosta.» Taita depose l'otre di cuoio pieno d'acqua che portava in
spalla, prima di lasciarsi cadere al suolo.

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«Io non sono stanco», protestò Nefer.
«Riposeremo lo stesso.» Taita gli passò l'otre, osservandolo mentre
beveva una dozzina di sorsate. «La discesa verso il nido sarà più difficile»,
lo ammonì, quando Nefer si fermò a riprendere fiato. «Non ci sarà nessuno
a indicarti la strada, e c'è un punto in cui non potrai vedere nemmeno i tuoi
piedi, perché la parete di roccia rientra bruscamente verso l'interno.»
«Andrà tutto bene, Tata.»
«Se gli dei lo consentiranno», convenne l'altro prima di voltare la testa,
come per ammirare la magnificenza delle montagne, del mare e del deserto
che si dispiegava ai loro piedi, ma, in realtà, per evitare che il ragazzo
vedesse le sue labbra muoversi in una preghiera sommessa: «Spiega le tue
ali su di lui, possente Horus, perché questi è colui che hai prescelto.
Concedigli la tua grazia, mia signora Lostris, che sei diventata dea, perché
questo è il frutto del tuo grembo e il sangue del tuo sangue. Allontana la
mano da lui, sudicio Seth, e non toccarlo, poiché non puoi prevalere su
coloro che proteggono questo ragazzo». Sospirò, meditando
sull'opportunità di sfidare così il dio dell'oscurità e del caos, e allora
raddolcì l'ammonimento con una piccola adulazione: «Risparmialo, mio
buon Seth, e sacrificherò un bue in tuo onore nel tempio di Abido, la prima
volta che passerò da quelle parti». Infine si alzò. «È ora di tentare.»
Precedendo Nefer, lo guidò sulla vetta e si fermò sull'orlo del precipizio,
fissando il loro accampamento e i cavalli al pascolo, che, dall'alto della
parete, apparivano minuscoli come topolini. La femmina del falco volava
in alto, descrivendo un cerchio al di sopra della gola. Taita pensò che nel
suo comportamento c'era qualcosa di singolare, specie quando la sentì
lanciare un grido strano e desolato, che prima di allora non aveva mai
udito da un falco reale. Inoltre, per quanto scrutasse il cielo, non vide
traccia del suo compagno.
Poi abbassò gli occhi oltre l'abisso, verso la vetta principale della
montagna e la cengia che avevano raggiunto il giorno prima. Questo gli
permise di orientarsi, perché la sporgenza della parete di roccia ai suoi
piedi nascondeva il nido alla sua vista. Spostandosi lentamente di lato
sull'orlo del precipizio, trovò l'inizio della fenditura, che riconobbe subito:
era la stessa che, prolungandosi in basso, si allargava sino a formare la
spaccatura della parete dove i falchi avevano fatto il nido.
Raccolse un ciottolo e lo lasciò cadere nel vuoto. Il ciottolo rimbalzò
lungo la parete, tintinnando, poi sparì. Taita sperava che allarmasse il

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maschio, inducendolo ad allontanarsi dal nido: ciò avrebbe consentito a lui
e a Nefer d'individuarne la posizione esatta. Ma non ci fu nessuna reazione
da parte del falco. La femmina continuava a volare in cerchio da sola,
lanciando quelle strane strida disperate.
Allora Taita chiamò Nefer, gli legò intorno alla vita l'estremità della
corda, poi controllò con cura il nodo e, un palmo alla volta, fece scorrere la
fune tra le dita, in cerca di segni di logorio o sfilacciature. «Avrai la sacca
della sella per portare con te i piccoli», gli spiegò, controllando il nodo col
quale Nefer se l'era fissata a tracolla, in modo che non gli intralciasse i
movimenti durante la discesa.
«Smettila di preoccuparti tanto, Tata. Mio padre dice che a volte sembri
una vecchia.»
«Tuo padre dovrebbe dimostrarmi maggiore rispetto. Gli ho pulito il
sedere quand'era un lattante piagnucoloso, proprio come ho fatto con te»,
ribatté piccato Taita, prima di ricontrollare il nodo alla cintola del ragazzo,
cercando così di rimandare il momento fatale. Ma, quando si avvicinò
all'orlo del precipizio, con le spalle rivolte all'abisso, Nefer non mostrò il
minimo segno di esitazione.
«Sei pronto?» Il ragazzo guardò indietro, sorridendo con un lampo dei
denti bianchi e degli occhi scintillanti color verde cupo. Quegli occhi
rammentarono con intensità a Taita la regina Lostris e, con una fitta
dolorosa, lo indussero a pensare che Nefer sembrava ancora più attraente
di suo padre alla stessa età.
«Non possiamo restare qui tutto il giorno», esclamò il ragazzo, ripetendo
una delle espressioni favorite del padre e scimmiottando alla perfezione
l'atteggiamento del sovrano.
Taita si sedette, dimenandosi leggermente sul terreno in modo da
incuneare i piedi nella fessura, proteso all'indietro per fare forza contro la
corda che gli passava sulla spalla. Rivolse un cenno di assenso a Nefer, e il
sorriso spavaldo scomparve dal volto del ragazzo mentre questi si calava
oltre il bordo della roccia, e lui faceva scorrere la corda.
Nefer raggiunse il tratto di parete sporgente e dovette restare sospeso
con le mani, contraendo il viso in una smorfia, mentre lasciava penzolare
le gambe oltre la sporgenza, in cerca di un appiglio. Tastando la fessura
con le dita dei piedi, v'infilò un piede nudo, torcendo la caviglia per
rinsaldare la presa, poi si lasciò andare, scivolando. Lanciò un'occhiata in
alto, verso Taita, tentando di sorridere, ma gli riuscì soltanto un ghigno

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sofferente. Poi scomparve, oscillando oltre la sporgenza. Prima di riuscire
a trovare un altro appiglio, sentì il piede scivolare nella fessura e prese a
ruotare su se stesso, appena sorretto dalla corda. Se avesse perso la presa,
si sarebbe ritrovato a girare come una trottola, sospeso nel vuoto senza
poter fare nulla. Dubitava che il vecchio avesse la forza di farlo risalire a
braccia, tirando la corda.
Si aggrappò alla fenditura nella roccia, agganciandosi alla sporgenza con
la forza della disperazione, e le dita ressero. Con l'altra mano si protese
verso l'appiglio successivo. Aveva superato il tetto di roccia, ma il cuore
gli batteva all'impazzata e aveva il fiato in gola.
«Stai bene?» La voce di Taita gli giunse dall'alto.
«Benissimo!» riuscì a rispondere, ansimando. Guardando in basso, tra le
ginocchia, scorse la fenditura nella roccia allargarsi per formare il camino
che sovrastava il nido. Cominciava ad avvertire la stanchezza nelle
braccia, che già tremavano. Protese la gamba destra, trovando un altro
appiglio.
Taita aveva ragione: scendere era più difficile che arrampicarsi. Quando
spostò in basso la mano destra, si avvide che la nocca era già sbucciata e
lasciava sulla roccia una piccola macchia di sangue. Calandosi con estrema
lentezza, raggiunse il punto in cui la fenditura si allargava, formando
quella principale, ma fu costretto di nuovo a sporgersi oltre il bordo della
roccia per trovare un appiglio nascosto.
Il giorno prima, discutendone con Taita, seduto insieme con lui dalla
parte opposta del precipizio, quel passaggio gli era sembrato così facile! In
quel momento, invece, aveva i piedi penzoloni oltre l'orlo e aveva
l'impressione che l'abisso lo risucchiasse, come la bocca gigantesca di un
mostro. Con un gemito, rimase appeso alle mani, immobilizzandosi a poco
a poco sulla parete di roccia come se fosse congelato dal freddo. Ormai
aveva paura e le ultime stille di coraggio evaporarono sotto le torride folate
di vento che lo investivano, minacciando di strapparlo dalla parete di
roccia. Quando guardò in basso, le lacrime, scorrendo sulle sue guance, si
mescolarono al sudore. Il vuoto sembrava attirarlo, chiamandolo a sé con
artigli di terrore e torcendogli le viscere.
«Muoviti!» gli intimò dall'alto la voce di Taita, fioca ma pressante.
«Devi continuare a muoverti.»
Con uno sforzo enorme, Nefer si accinse a fare un altro tentativo,
tastando la roccia sotto di sé con le dita dei piedi nudi, e finalmente trovò

Wilbur Smith 51 2001 - Figli Del Nilo


una cengia che sembrava abbastanza grande da offrirgli una presa. Si
abbassò lentamente, coi muscoli delle braccia indolenziti e tremanti per la
fatica, ma d'un tratto il piede scivolò sul ripiano di roccia, e le braccia si
rivelarono troppo stanche per sostenere il suo peso. Precipitò, lanciando un
grido.
Cadde soltanto per una distanza pari a due braccia, poi la corda prese a
segargli dolorosamente le carni, serrandosi sotto le costole sino a lasciarlo
senza fiato, e lui risalì un pochino, penzolando nel vuoto, sorretto soltanto
dalla corda e dal vecchio in cima alla parete.
«Nefer, riesci a sentirmi?» La voce di Taita era arrochita dallo sforzo di
sorreggerlo, e lui riuscì a rispondere soltanto con un uggiolio da cucciolo.
«Devi trovare un appiglio, non puoi restare così sospeso.» La voce del
vecchio lo rassicurò e Nefer, battendo le palpebre per respingere le
lacrime, vide la parete di roccia a pochi palmi dal suo viso.
«Trova una presa!» gli gridò Taita, pungolandolo, e Nefer si accorse di
essere sospeso proprio di fronte alla fenditura. L'apertura era abbastanza
ampia da accoglierlo, la cengia in declivio sufficientemente larga da
consentirgli di posarvi i piedi, se solo fosse riuscito a raggiungerla.
Allungando una mano tremante, sfiorò la parete con la punta delle dita e
cominciò a dondolarsi per raggiungerla.
Ebbe l'impressione che trascorresse un'eternità, punteggiata da faticosi
tentativi e sforzi logoranti, ma alla fine riuscì a raggiungere l'apertura e a
posare i piedi nudi sulla cengia, accovacciandosi nell'apertura. S'incuneò
tra le pareti, ansimando nello sforzo di riprendere fiato.
In alto, Taita sentì allentarsi la pressione sulla corda e gli gridò altri
incoraggiamenti. «Bak-her, Nefer, bak-her! Dove sei?»
«Sono nella fenditura, al di sopra del nido.»
«Che cosa riesci a vedere?» Taita voleva che il ragazzo si concentrasse
su qualcos'altro, in modo da non indugiare nel pensiero del terribile vuoto
che aveva sotto di sé.
Col dorso della mano, Nefer si asciugò il sudore che gli colava negli
occhi, sbirciando in basso. «Vedo l'orlo del nido.»
«Quanto dista?»
«E' vicino.»
«Ce la fai a raggiungerlo?»
«Tenterò.» Nefer spinse la schiena arcuata contro la parte superiore di
quella fenditura stretta, spostandosi lentamente in basso, sul fondo in

Wilbur Smith 52 2001 - Figli Del Nilo


pendenza. Sotto di sé, distingueva i ramoscelli secchi che sporgevano dal
ripiano del nido. Scendendo, a poco a poco cominciò ad avere una visuale
più ampia del nido.
Quando chiamò di nuovo Taita, la sua voce era più forte ed eccitata.
«Riesco a vedere il maschio. È ancora nel nido.»
«Che cosa fa?» gridò Taita di rimando.
«È accovacciato, pare che stia dormendo.» La voce di Nefer era
perplessa. «Riesco a scorgere soltanto il dorso.»
Il maschio era immobile, adagiato sul lato più alto del nido irregolare,
ma Nefer si chiedeva come potesse dormire col trambusto che c'era sopra
di lui. Nell'eccitazione di avere il falco tanto vicino e il nido quasi a portata
di mano, dimenticò il proprio timore.
Si mosse più in fretta, con maggiore sicurezza, a mano a mano che il
fondo della fenditura di roccia diventava pianeggiante e lo spazio in alto
gli consentiva di rimanere in piedi.
«Ora posso vedere la testa.» Il maschio teneva le ali spiegate, come se
coprisse una preda. È bellissimo, pensò Nefer. E io sono tanto vicino che
posso quasi toccarlo, eppure non mostra ancora nessuna paura... Di colpo
si rese conto che poteva afferrare con le mani nude il falco immerso nel
sonno. Si fece forza per prepararsi all'attacco, incuneando la spalla nella
fenditura e trovando una posizione stabile per i piedi nudi, poi si protese
verso l'uccello, ma si fermò di colpo, con la mano sospesa sopra quella
magnifica creatura.
Sulle piume rossicce del dorso, lucenti come rubini levigati, c'erano
alcune gocce minuscole di sangue che scintillavano al sole.
Travolto dall'angoscia, Nefer comprese che il falco era morto. Si sentì
invadere da una terribile sensazione di perdita, come se qualcosa che per
lui aveva un grande valore gli fosse stato sottratto per sempre. Quel falco
reale era il simbolo di un dio e di un re. La carogna del falco parve
trasformarsi sotto i suoi occhi nel cadavere del Faraone stesso. Nefer si
sentì serrare la gola, e ritrasse la mano di scatto.
Fece appena in tempo, perché si udì un lieve suono raschiante, seguito
da un sibilo esplosivo, e poi qualcosa di enorme, nero e lucente saettò nel
punto in cui, un istante prima, c'era la sua mano, abbattendosi sui
ramoscelli secchi con tanta violenza che tutto il nido tremò.
Nefer si ritrasse per quanto gli consentiva lo spazio angusto, fissando la
creatura orribile che oscillava sinuosamente davanti a lui. Gli sembrava di

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vedere tutto ingigantito, più nitido del solito, mentre il tempo scorreva con
la terribile lentezza degli incubi. Vide i piccoli che giacevano morti,
rannicchiati nell'incavo del nido oltre il corpo del maschio: intorno a loro
si avvolgevano le spire lucenti di un gigantesco cobra nero, con la testa
eretta. Il cappuccio, nel cui interno si scorgeva un disegno bianco e nero,
era allargato.
La lingua viscida saettava tra le labbra sottili, tese in un ghigno; gli
occhi erano di un nero insondabile, ciascuno con una stella di luce riflessa
al centro, e tenevano inchiodato Nefer, come per ipnotizzarlo.
Tentò di lanciare un avvertimento a Taita, ma dalla bocca non gli uscì
nessun suono. Non riusciva a distogliere lo sguardo dagli occhi terribili del
cobra. La testa oscillava leggermente, ma le spire massicce che riempivano
fino all'orlo il nido del falco pulsavano in modo regolare e ogni scaglia
levigata luccicava come un gioiello, raschiando contro i ramoscelli del
nido. Ogni spira era grossa quanto il braccio di Nefer e si muoveva
lentamente, avvolgendosi su se stessa.
Il cobra spostò la testa all'indietro, spalancando la bocca al punto che
Nefer riuscì a scorgere la membrana chiara che rivestiva l'interno della
gola, e le zanne quasi trasparenti si drizzarono nelle morbide pieghe delle
fauci. Sulla punta di ciascuno di quegli aghi era sospesa una goccia
minuscola di veleno incolore.
Poi la testa saettò in avanti, mentre il cobra si avventava verso il viso di
Nefer.
Lui lanciò un grido, spostandosi di lato per evitare l'attacco e, così
facendo, perse l'equilibrio, ruzzolando all'indietro. Anche se era preparato
ad affrontare qualunque sbalzo di tensione della corda, quando il peso di
Nefer gravò tutto sulla fune, anche Taita rischiò di perdere l'equilibrio. Un
tratto della corda gli passò veloce tra le dita, bruciando le carni, ma lui
resistette. Udiva il ragazzo lanciare grida incoerenti dal basso e lo sentiva
oscillare, appeso alla corda.
Nefer dondolò in fuori, poi, sempre oscillando, tornò verso il nido del
falco. Il cobra si era ripreso dal tentativo fallito, ed era di nuovo eretto,
pronto a colpire ancora. Teneva lo sguardo fisso sul ragazzo appeso alla
corda, e voltò la testa per fronteggiarlo, emettendo un sibilo aspro.
Nefer gridò ancora, scalciando freneticamente contro il serpente mentre
tornava verso di lui, quasi volando. Taita udì il terrore racchiuso in quel
grido e fece forza sulla corda per tirarlo su, finché non sentì i vecchi

Wilbur Smith 54 2001 - Figli Del Nilo


muscoli crepitare per la tensione.
Il cobra si avventò istintivamente verso gli occhi di Nefer non appena lui
arrivò alla sua portata, ma, in quell'istante, Taita ritirò un tratto di corda,
allontanando il ragazzo. Le mascelle spalancate del serpente gli sfiorarono
l'orecchio, poi il corpo pesante del rettile si abbatté sulla sua spalla con la
stessa violenza della sferza di un carrettiere, e Nefer lanciò un altro grido,
sapendo di avere ricevuto un morso fatale.
Oscillando di nuovo lontano dalla parete, abbassò gli occhi sul punto
della spalla in cui il serpente aveva affondato i denti, e vide il veleno giallo
chiaro sparso sulle pieghe di cuoio spesso della sacca che aveva portato
con sé per riporvi i piccoli del falco. Con un impeto selvaggio di sollievo,
si sfilò la sacca dalla spalla e, oscillando come un pendolo verso il ripiano
di roccia sul quale il cobra stava ancora immobile e minaccioso, la tenne
sollevata come uno scudo davanti a sé.
Non appena fu di nuovo alla sua portata, il serpente colpì ancora, ma
Nefer ricevette il colpo sul cuoio spesso della sacca, e i denti del cobra
rimasero impigliati nel cuoio in cui erano affondati. Quando Nefer tornò
indietro, il cobra fu trascinato nel vuoto con lui: si staccò dal nido del
falco, formando una palla fremente di spire e scaglie lucenti che si
dibatteva contro le gambe di Nefer, sferzandolo con la coda pesante,
sibilando in modo agghiacciante e spargendo, dalle fauci spalancate, nubi
di veleno che colavano sulla sacca. Il suo peso era tale che tutto il corpo
del ragazzo era squassato dai suoi contorcimenti.
Quasi senza riflettere, Nefer scagliò lontano la sacca, coi denti del cobra
ancora affondati nel cuoio. La sacca e il serpente precipitarono insieme,
col corpo sinuoso del rettile che ancora si attorceva, si avvolgeva e
sferrava violenti colpi di frusta. I sibili penetranti che lanciava si attutirono
a mano a mano che si allontanava dalla parete di roccia: agli occhi di
Nefer, la caduta parve interminabile, ma infine il serpente urtò contro le
rocce ai piedi della vetta. L'impatto col suolo non lo uccise né lo stordì: il
rettile continuò a contorcersi, rotolando lungo il pendio ghiaioso e
rimbalzando sulle rocce come un'enorme palla nera, finché non scomparve
tra i massi grigiastri.
Attraverso la cortina di terrore che gli annebbiava la mente, Nefer sentì
la voce di Taita, roca per lo sforzo e l'ansia. «Parlami! Puoi sentirmi?»
«Sono qui, Tata.» La voce di Nefer era debole e tremula.
«Ora ti sollevo.»

Wilbur Smith 55 2001 - Figli Del Nilo


Lentamente, uno strappo alla volta, Nefer si sentì sollevare e, nonostante
l'angoscia, non poté fare a meno di stupirsi della forza del vecchio. Quando
la parete fu alla sua portata, riuscì ad alleviare la fatica del mago, e l'ascesa
divenne più rapida. Infine si aggrappò con la punta delle dita al tetto
sporgente di roccia e, con immenso sollievo, vide Taita che lo fissava dalla
vetta, col volto simile a quello di una sfinge, solcato da rughe profonde
scavate dallo sforzo esercitato per issare la corda.
Con uno strappo finale, Nefer riuscì a superare il ciglio del precipizio,
cadendo tra le braccia di Taita, dove rimase a lungo, affannato e
singhiozzante, senza riuscire a parlare in modo coerente. Taita lo strinse a
sé, tremando anche lui per l'emozione e la stanchezza. A poco a poco i due
si calmarono, riprendendo fiato, e il vecchio accostò l'otre dell'acqua alle
labbra di Nefer, che bevve avidamente, rischiando quasi di soffocare, e poi
bevve ancora. Soltanto allora riuscì a guardare negli occhi Taita, ma con
un'espressione così avvilita che l'altro se lo strinse di nuovo al petto.
«È stato orribile.» Le parole di Nefer si udivano a stento. «Era nel nido.
Ha ucciso i falchi, tutti quanti. Oh, Tata, era terribile.»
«Che cos'era?» chiese il vecchio in tono pacato.
«Ha ucciso i piccoli, e anche il falco maschio.»
«Piano, ragazzo. Bevi ancora un po'.» Gli porse l'otre.
Nefer bevve con tanta avidità che fu assalito da un accesso di tosse. Ma,
non appena fu in grado di parlare di nuovo, sussurrò, ansimando: «Ha
tentato di uccidere anche me. Era enorme, e così nero!»
«Che cos'era? Dimmelo con chiarezza.»
«Era un cobra, un enorme cobra nero. Si trovava nel nido, ad aspettarmi.
Aveva ucciso i piccoli e il maschio col suo morso letale e, non appena mi
ha visto, ha tentato di aggredirmi. Non avrei mai creduto che un cobra
potesse diventare così grande.»
«Ti ha colpito?» chiese Taita, assalito da un terrore improvviso. Si alzò,
costrinse Nefer a fare altrettanto e poi cominciò a esaminare il ragazzo.
«No, Tata. Ho usato la borsa di cuoio come scudo, così non è riuscito
a...» disse Nefer, ma Taita lo zittì, spogliandolo completamente e
costringendolo a rimanere immobile mentre esaminava tutto il corpo in
cerca di tracce dei denti del serpente. Nefer aveva una nocca sbucciata e le
ginocchia graffiate, ma, a parte quello, il suo corpo giovane e forte era
segnato soltanto dal cartiglio del Faraone, tatuato sulla pelle morbida
all'interno della coscia. Era stato Taita in persona a eseguire il tatuaggio, e

Wilbur Smith 56 2001 - Figli Del Nilo


quel minuscolo capolavoro avrebbe avvalorato per sempre il diritto di
Nefer a portare la corona doppia.
«Sia lodato il grande dio che ti ha protetto», mormorò Taita. «Con
l'apparizione del cobra, Horus ti ha inviato un avvertimento che
preannuncia eventi terribili, minacce e portenti.» Il suo viso era grave,
sofferente. «Quello non era un vero serpente.»
«Ma sì, Tata, l'ho visto da vicino. Era enorme, però era un serpente
autentico.»
«Allora come ha fatto a raggiungere il nido? I cobra non possono volare,
e non esiste altro modo per scalare la parete di roccia.»
Nefer lo fissò, inorridito. «Ha ucciso il mio falco sacro», ripeté con un
filo di voce.
«E il maschio del falco reale, il corrispettivo del Faraone», convenne
Taita in tono cupo, con la pena ancora visibile negli occhi. «Ecco la
rivelazione dei misteri. Nella visione ne avevo intravisto soltanto le ombre,
ma ora esse sono confermate da ciò che ti è accaduto oggi. Questo è un
fenomeno al di fuori dell'ordine naturale.»
«Spiegami, Tata», insistette Nefer.
Taita gli rese la veste. «Dobbiamo scendere da questa montagna,
sottrarci ai grandi pericoli che c'insidiano, prima che si possa pensare agli
auspici.» Guardò il cielo, come se fosse immerso in profonde riflessioni,
poi abbassò gli occhi su Nefer. «Vestiti», fu tutto ciò che gli disse.
Non appena fu pronto, Taita lo ricondusse al versante opposto della
cima, dove iniziarono la discesa. Ormai la via era stata aperta e i due
procedevano in fretta; inoltre, in ogni movimento di Taita, affiorava un
senso di urgenza che si rivelò contagioso. Ritrovarono i cavalli là dove li
avevano lasciati, tuttavia, prima di montare in sella, Nefer disse: «Il punto
in cui il cobra è caduto sulle rocce è poco distante da qui». E indicò la
sommità del ghiaione, ai piedi della parete sulla quale era ancora visibile il
nido del falco. «Andiamo a cercarne i resti. Forse, trovandoli, potresti
operare qualche incantesimo per distruggere i suoi poteri...»
«Sarebbe tempo sprecato e, a questo punto, il tempo è prezioso. Non ci
saranno resti.» Taita risalì in groppa alla sua giumenta. «Monta, Nefer. Il
cobra è tornato nel regno delle ombre dal quale era venuto.»
Nefer rabbrividì di timore superstizioso, poi salì in groppa al suo
puledro. Nessuno dei due parlò fino a quando non si trovarono tra le
colline a est, dunque lontani dalle pendici dei monti. Nefer sapeva bene

Wilbur Smith 57 2001 - Figli Del Nilo


che, quando Taita era di quell'umore, rivolgergli la parola era fiato
sprecato; ciò nonostante spinse il cavallo in modo da affiancarlo. «Tata,
questa non è la strada per tornare a Gebel Nagara», disse in tono
rispettoso.
«Non torniamo laggiù.»
«Perché no?»
«I beduini sanno che siamo stati alla sorgente, e lo diranno a quelli che
ci stanno cercando.»
Nefer non capiva. «Chi è che ci sta cercando?»
Il vecchio voltò la testa e lanciò al ragazzo uno sguardo così
compassionevole e straziato da farlo ammutolire. «Te lo spiegherò quando
saremo lontani da questa montagna maledetta, in un luogo sicuro.»
Proseguì il viaggio, evitando la cresta delle colline, dove sarebbero stati
visibili sullo sfondo dell'orizzonte, per scegliere un percorso tortuoso tra
gole e valli, sempre puntando a oriente, lontano dall'Egitto e dal Nilo: a
oriente, verso il mare.
Il sole volgeva al tramonto, quando Taita tirò le redini della giumenta e
disse: «La strada carovaniera si trova oltre la prossima fila di colline.
Dobbiamo attraversarla, ma potrebbero esserci dei nemici in agguato,
laggiù».
Lasciarono i cavalli impastoiati in uno uadi nascosto, con qualche
manciata di tritello di dhurra nel sacco di cuoio appeso al muso per tenerli
tranquilli, poi salirono cautamente in cima alle colline, trovando un punto
d'osservazione dietro un affioramento di scisto violaceo, da cui potevano
tenere d'occhio la strada carovaniera ai loro piedi.
«Resteremo qui finché non farà buio», spiegò Taita. «Poi attraverseremo
la pista.»
«Non capisco quello che stai facendo, Tata. Per quale motivo andiamo a
oriente? Perché non torniamo a Tebe, per metterci sotto la protezione del
Faraone mio padre?»
L'altro si lasciò sfuggire un sospiro, chiudendo per un istante gli occhi.
Come dirglielo? Non posso tenerglielo nascosto ancora a lungo. Eppure è
ancora un bambino, e dovrei proteggerlo...
Fu come se Nefer gli leggesse nel pensiero, perché posò la mano sul
braccio di Taita mormorando: «Oggi, sulla montagna, ho dimostrato di
essere un uomo. Trattami come tale».
Il vecchio annuì. «È vero, lo hai dimostrato.» Prima di proseguire il

Wilbur Smith 58 2001 - Figli Del Nilo


discorso, lanciò un'altra occhiata furtiva alla pista battuta che correva ai
piedi della collina, abbassando di scatto la testa. «Arriva qualcuno!» sibilò.
Nefer si appiattì al suolo dietro l'affioramento di scisto, e insieme
spiarono il rapido avvicinarsi della colonna di polvere lungo la strada
carovaniera che veniva da occidente. Ormai la valle era immersa
nell'ombra, mentre il cielo era screziato dalle splendide sfumature di
porpora del tramonto.
«Si muovono in fretta. Non sono mercanti, quelli, sono carri da
combattimento», disse Nefer. «Sì, ora li vedo.» I suoi occhi giovani e acuti
avevano individuato la forma del carro di testa, coi cavalli appaiati davanti
al conducente. «Non sono hyksos», aggiunse, quando le sagome
acquistarono consistenza, avvicinandosi. «Sono dei nostri. Un gruppo di
dieci carri. Sì! Vedi lo stendardo sul primo carro?» La bandierina fissata
alla lunga asta di canna flessibile garriva al vento al di sopra della nube di
polvere. «Una compagnia di guardie Phat! Siamo salvi, Tata!»
Balzò in piedi, agitando le mani. «Qui!» gridò. «Qui, azzurri! Sono qui!
Sono il principe Nefer!»
Taita allungò una mano ossuta e lo buttò a terra con violenza. «Giù,
piccolo idiota! Quelli sono i servi del cobra.»
Lanciò un'altra rapida occhiata oltre la sommità, e si accorse che il
conducente del carro di testa doveva aver avvistato la sagoma del ragazzo
che si stagliava all'orizzonte, perché aveva spinto i cavalli al piccolo
galoppo e avanzava rapidamente verso di loro.
«Vieni», disse Taita a Nefer. «Presto! Non devono prenderci.»
Trascinando giù il ragazzo dalla cresta dell'altura, cominciò la discesa.
Dopo una breve resistenza iniziale, Nefer fu contagiato dall'urgenza di
Taita e cominciò a correre, saltando da una roccia all'altra. Eppure non
riuscì a raggiungere il vecchio, che pareva volare sulle lunghe gambe
ossute, con la chioma d'argento che ondeggiava, e che infatti arrivò per
primo ai cavalli, balzando in groppa alla giumenta.
«Non capisco perché dobbiamo fuggire dalla nostra gente», protestò
Nefer, ansimando. «Che cosa sta succedendo, Tata?»
«Monta in sella! Ora non c'è tempo per parlare, dobbiamo andarcene.»
Mentre uscivano al galoppo dall'imboccatura dello uadi, Nefer lanciò
all'indietro un'occhiata carica di rimpianto. Il carro di testa superò la
sommità dell'altura, e il conducente lanciò un grido, ma la distanza e il
rombo delle ruote attutirono la sua voce.

Wilbur Smith 59 2001 - Figli Del Nilo


Poco prima, Taita aveva attraversato una zona di rocce vulcaniche
attraverso le quali nessun carro poteva passare. Puntò da quella parte, coi
cavalli perfettamente appaiati.
«Se riusciamo a raggiungere quelle rocce, durante la notte potremo
seminarli. Ormai resta solo un barlume di luce.» Taita alzò gli occhi verso
l'ultimo riverbero del sole, che era già tramontato oltre le colline.
«Un solo cavaliere riesce sempre a distanziare un carro», sentenziò
Nefer, con una sicurezza che in realtà non provava. Tuttavia, quando si
voltò, scoprì che era vero: si stavano allontanando dal gruppo di carri che
procedevano sussultando sulla pista.
Prima che Nefer e Taita raggiungessero il tratto di terreno scosceso, i
carri erano rimasti così indietro da risultare quasi nascosti dalla polvere
che sollevavano e dalla penombra azzurrina del crepuscolo. Quando infine
arrivarono ai margini del deserto di sassi, dovettero ridurre l'andatura a un
trotto prudente, ma il terreno era così pericoloso e la luce così fioca che
ben presto furono costretti a proseguire al passo. Sfruttando l'ultimo, tenue
riverbero di luce, Taita si voltò e scorse la sagoma scura del carro di testa
dello squadrone fermarsi al limite di quel terreno proibitivo. Riconobbe la
voce del conducente che li chiamava, anche se le sue parole giungevano
fioche.
«Principe Nefer, perché fuggi? Non devi temerci. Siamo le guardie Phat,
venute a scortarti fino a casa, a Tebe.»
Nefer accennò a girare il cavallo. «Quello è Hilto. Conosco bene la sua
voce. È un brav'uomo, e mi sta chiamando per nome.»
Hilto era un guerriero famoso, che poteva fregiarsi dell'Oro del Valore,
ma Taita, in tono severo, ordinò a Nefer di proseguire. «Non lasciarti
ingannare! Non devi fidarti di nessuno.»
Nefer, docile, proseguì sul terreno accidentato e, a poco a poco, le grida
alle loro spalle tacquero, inghiottite dal silenzio del deserto. Prima che
riuscissero ad avanzare ancora, l'oscurità li costrinse a smontare,
procedendo a piedi per superare i punti difficili dove il sentiero tortuoso si
restringeva e i pilastri aguzzi di pietra nera potevano azzoppare un cavallo
avventato o fracassare le ruote di qualsiasi veicolo che tentasse di seguirli.
Alla fine dovettero fermarsi per abbeverare i cavalli e farli riposare. Si
sedettero vicini e Taita, col pugnale, affettò una forma di pane di dhurra,
che mangiarono, parlando sottovoce.
«Parlami della tua visione, Tata. Di quello che hai visto davvero quando

Wilbur Smith 60 2001 - Figli Del Nilo


hai evocato i Labirinti di Ammon-Ra.»
«Te l'ho detto, erano immersi nell'ombra.»
«So che non è vero», ribatté Nefer, scuotendo la testa. «Lo hai detto per
proteggermi.» Rabbrividì per il gelo della notte, ma anche per il senso di
terrore che lo accompagnava da quando gli era apparsa quella visione del
male, lassù, nel nido del falco. «Hai visto qualcosa di terribile, lo so. È per
questo che siamo costretti a fuggire. Devi dirmi tutto ciò che hai visto.
Devo comprendere quello che ci sta accadendo.»
«Sì, hai ragione», ammise infine Taita. «È ora che tu sappia.»
Allungando un braccio sottile, attirò a sé Nefer sotto lo scialle.
Il ragazzo fu sorpreso dal calore che emanava dal corpo fragile del
vecchio. Taita parve raccogliere i pensieri, poi finalmente parlò.
«Nella mia visione c'era un grande albero che cresceva sulle rive del
padre Nilo. Era un albero possente, carico di fiori azzurri come giacinti, e
su di esso era posata la corona doppia dell'Alto e del Basso Egitto. Alla sua
ombra si riparava l'intera popolazione dell'Egitto: uomini e donne, bambini
e vecchi, mercanti, contadini, scribi, sacerdoti e guerrieri. L'albero offriva
protezione a tutti, e tutti prosperavano ed erano felici.»
«È una buona visione.» Impaziente, Nefer ne tradusse il significato
come gli aveva insegnato Taita: «L'albero dev'essere il Faraone mio padre.
Il colore della casa di Tamose è l'azzurro, e mio padre porta la corona
doppia».
«È così che ho interpretato anch'io la visione.»
«E poi che cos'hai visto, Tata?»
«Ho visto un serpente che, avanzando nelle acque fangose del fiume,
nuotava verso l'albero. Era un serpente grande e forte.»
«Un cobra?» intuì Nefer, parlando con un filo di voce.
«Sì», confermò Taita. «Era un grande cobra, che usciva strisciando dal
Nilo e si arrampicava sull'albero, attorcigliandosi intorno al tronco e ai
rami finché non sembrava diventare parte dell'albero stesso, sostenendolo e
dandogli forza.»
«Questo non lo capisco», sussurrò Nefer.
«Poi il cobra si è drizzato sopra i rami più alti dell'albero e d'un tratto ha
colpito, affondando le zanne nel tronco.»
«Oh, dolce Horus!» mormorò Nefer con un brivido. «Era lo stesso
serpente che ha tentato di mordere me, non credi?» Senza attendere la
risposta, aggiunse in fretta: «E poi, che altro hai visto, Tata?»

Wilbur Smith 61 2001 - Figli Del Nilo


«Ho visto l'albero deperire e cadere al suolo, schiantandosi. Ho visto il
cobra ancora drizzato in segno di trionfo, ma ora portava sulla testa
crudele la corona doppia. Dall'albero ormai morto sono spuntati germogli
verdi; tuttavia, non appena apparivano, il serpente li colpiva, e anch'essi
morivano avvelenati.»
Nefer rimase in silenzio. Per quanto il significato della visione apparisse
evidente, non era ancora in grado di dare la sua interpretazione. «E tutti i
germogli dell'albero sono stati distrutti?» domandò infine.
«Ce n'era uno che cresceva in segreto, sotto la superficie della terra, in
attesa di diventare forte. Poi è uscito allo scoperto sotto forma di tralcio
possente, e si è avviluppato al cobra, attaccandolo. Per quanto il cobra lo
colpisse con tutte le sue forze e il suo veleno, è riuscito a sopravvivere, ad
avere una vita propria.»
«Qual è stato l'esito della lotta, Tata? Quale dei due ha trionfato? Quale
portava la corona doppia, alla fine?»
«Non ho visto la fine della lotta, perché era circondata dal fumo e dalla
polvere della guerra.»
Nefer rimase in silenzio così a lungo che Taita lo credette addormentato,
ma poi il suo corpo cominciò a tremare e lui si rese conto che piangeva.
Alla fine parlò di nuovo, con una sicurezza agghiacciante. «Il Faraone è
morto. Mio padre è morto, ecco il messaggio della tua visione. L'albero
avvelenato è il Faraone. Era lo stesso messaggio che abbiamo avuto al
nido del falco. Il falco ucciso era il Faraone. Mio padre è morto, ucciso dal
cobra.»
Taita non riuscì a rispondergli. Non poté fare altro che serrare ancor più
la presa intorno alle sue spalle, cercando d'infondergli forza e conforto.
«E io sono il germoglio verde dell'albero», riprese Nefer. «Tu lo hai
visto. Sai che il cobra è in attesa di distruggere anche me, come ha fatto
con mio padre. È per questo che non hai voluto che i soldati mi
riportassero a Tebe. Sai che il cobra mi attende laggiù.»
«Hai ragione, Nefer. Non potremo tornare a Tebe finché non sarai forte
abbastanza per difenderti. Dobbiamo fuggire anche dall'Egitto. A oriente ci
sono terre e sovrani potenti. E' mia intenzione rivolgermi a loro e cercare
laggiù un alleato che ci aiuti a distruggere il cobra.»
«Ma chi è il cobra? Non hai scorto il suo volto, nella visione?»
«Sappiamo che è vicino al trono di tuo padre, perché nella visione era
intrecciato all'albero e gli forniva sostegno.» Fece una pausa, poi, quasi

Wilbur Smith 62 2001 - Figli Del Nilo


avesse preso una decisione, aggiunse: «Il nome del cobra è Naja».
Nefer lo fissò, scuotendo la testa. «Naja!» sussurrò. «Naja! Ora capisco
perché non possiamo tornare a Tebe.» Dopo qualche istante di silenzio,
aggiunse: «Vagando nelle terre a oriente ci ridurremo a essere due
mendicanti».
«La visione mi ha mostrato che crescerai e che diventerai forte.
Dobbiamo riporre la nostra fiducia nei Labirinti di Ammonita.»
Nonostante il dolore, Nefer alla fine si addormentò, ma Taita lo svegliò
prima dell'alba, quando il cielo era ancora buio. Risalirono in sella,
proseguendo verso est, lasciandosi alle spalle le rocce e il terreno
accidentato. D'un tratto, a Nefer parve di avvertire l'odore della salsedine
nel vento dell'alba.
«Nel porto di Seged troveremo una nave che ci porterà fino alla terra
degli hurriti.» Taita sembrava leggergli nel pensiero. «Sargon, il sovrano
che regna su Babilonia e Assiria, i due potenti regni compresi tra il Tigri e
l'Eufrate, è un satrapo di tuo padre. È vincolato a lui da un trattato di
alleanza contro gli hyksos e tutti i nostri nemici comuni. Io credo che
Sargon rispetterà quel trattato, perché è un uomo d'onore. Dobbiamo
confidare in lui perché ci accolga e sostenga la tua rivendicazione al trono
dell'Egitto unito.»
Davanti a loro il sole si levò col bagliore accecante di una fornace e, una
volta in cima al pendio successivo, videro ai loro piedi il mare, lucido
come uno scudo di bronzo da guerra appena forgiato. Taita valutò la
distanza e commentò: «Raggiungeremo la costa prima del tramonto». Poi,
socchiudendo gli occhi, si voltò, restando comunque in sella. E s'irrigidì
subito, vedendo non una, bensì quattro colonne distinte di polvere gialla
che s'innalzavano sulla pianura alle loro spalle. «Ancora Hilto», esclamò.
«Avrei dovuto saperlo che un veterano come lui non si sarebbe dato per
vinto così facilmente.» Con un balzo, si mise in piedi sul dorso del cavallo
per ottenere una visuale migliore: un vecchio trucco da cavallerizzo.
«Durante la notte deve aver fatto il giro del terreno roccioso, e ora ha
disposto i carri in linea, formando un cerchio molto ampio, per trovare le
nostre tracce. Non c'è bisogno di un indovino per capire che siamo diretti a
oriente, verso la costa.»
Si affrettò a guardarsi intorno, alla ricerca di un posto che offrisse riparo.
Anche se la pianura rocciosa che stavano attraversando sembrava priva di
qualunque rifugio, scorse una piega del terreno che avrebbe potuto

Wilbur Smith 63 2001 - Figli Del Nilo


nasconderli, se fossero riusciti a raggiungerla in tempo.
«Smonta!» ordinò a Nefer. «Dobbiamo restare il più possibile vicino al
terreno, senza alzare polvere, se non vogliamo essere avvistati.» Dentro di
sé, si rimproverò per non avere preso maggiori precauzioni durante la
notte. Mentre deviava per condurre i cavalli verso la piega del terreno, si
preoccupò di evitare i tratti di terreno molle, restando sul fondo roccioso,
in modo da non lasciare impronte; tuttavia, quando raggiunse il tratto
riparato, scoprì che non era profondo abbastanza per nascondere un
cavallo.
Nefer guardò indietro con ansia. La colonna di polvere più vicina distava
meno di mezza lega e si avvicinava in fretta. Le altre si stavano allargando,
disponendosi in un ampio semicerchio.
«Qui non ci sono posti per nascondersi. Ormai è troppo tardi per fuggire.
Ci hanno già circondato.» Taita scivolò a terra dal dorso della sua
giumenta, parlandole con dolcezza e chinandosi per accarezzarne le zampe
anteriori. La giumenta batté gli zoccoli sul terreno, sbuffando, ma quando
lui insistette si abbassò, sia pure di malavoglia, e si stese sul fianco,
continuando a sbuffare piano, in segno di protesta, ma quasi rassegnata.
Taita si tolse la cintura, usandola per bendare gli occhi dell'animale perché
non tentasse di alzarsi.
Poi si avvicinò al puledro di Nefer, ripetendo lo stesso trucco. Quando i
cavalli furono stesi a terra, ordinò in tono brusco al ragazzo: «Stenditi
vicino alla testa del cavallo e tienilo giù, se cerca di alzarsi».
Nefer rise per la prima volta da quando aveva saputo della morte del
padre. L'abilità di Taita con gli animali non mancava mai d'incantarlo.
«Ma come hai fatto a convincerlo, Tata?»
«Se parli loro in modo che ti capiscano, faranno tutto ciò che dici. Ora
stenditi vicino a lui e tienilo calmo.»
Entrambi si stesero dietro i cavalli, osservando le colonne di polvere che
avanzavano nella pianura, circondandoli. «Su questo terreno sassoso non
potranno individuare le nostre tracce, vero, Tata?» disse Nefer in tono
speranzoso.
Il vecchio grugnì. Stava osservando l'approssimarsi del carro più vicino
a loro. L'onda della calura lo faceva sembrare privo di consistenza,
ondulato e distorto come un'immagine filtrata da un velo d'acqua.
Avanzava lentamente, deviando da una parte all'altra, come se cercasse
una traccia. D'un tratto, però, cominciò ad avanzare con maggiore

Wilbur Smith 64 2001 - Figli Del Nilo


determinazione e velocità, e Taita capì che il conducente del carro aveva
individuato la loro pista e la stava seguendo.
Il carro continuò ad avanzare finché Taita e Nefer non riuscirono a
distinguere chiaramente gli uomini a bordo. Erano protesi oltre la sponda
anteriore del carro per esaminare il terreno. All'improvviso, Taita mormorò
in tono sconsolato: «Per l'alito immondo di Seth, hanno con loro un
esploratore nubiano».
Il nero alto sembrava ancora più alto grazie al suo copricapo di piume
d'airone. Balzò improvvisamente a terra dal veicolo in movimento e
cominciò a correre, precedendo i cavalli. Ormai si trovava a cinquecento
cubiti dal punto in cui erano distesi.
«Sono nel punto in cui abbiamo deviato», sussurrò Taita. «Che Horus
nasconda la nostra pista a quel selvaggio...» Si diceva che gli esploratori
nubiani riuscissero a seguire persino la pista lasciata da una rondine che
volava nel cielo.
Con un cenno perentorio, il nubiano fece arrestare il carro. Aveva perso
le tracce nel punto in cui i fuggiaschi avevano deviato sul terreno sassoso.
Quasi piegato in due, esaminò il terreno spoglio. A quella distanza
sembrava un uccello scriba, in cerca di serpenti e roditori.
«Non puoi gettare un incantesimo che ci nasconda, Tata?» bisbigliò
Nefer, a disagio. Spesso Taita aveva operato quella magia per loro, quando
andavano a caccia di gazzelle sulle pianure prive di ripari, e il più delle
volte era riuscito ad attirare quei piccoli animali aggraziati a un tiro di
freccia, senza che si accorgessero della presenza dei cacciatori. Taita non
replicò, ma, quando Nefer gli lanciò un'occhiata, si accorse che il vecchio
aveva già in mano il suo talismano più potente, una stella d'oro a cinque
punte di fattura straordinariamente raffinata. Sapeva che, dentro quella
stella, vi era sigillata una ciocca di capelli che Taita aveva tagliato di
nascosto dalla chioma della regina Lostris, mentre lei giaceva sul tavolo
degli imbalsamatori. La stella era l'amuleto di Lostris e Taita se la portò
alle labbra, recitando in silenzio il Canto per nascondersi agli occhi di un
nemico.
Laggiù, nella pianura, il nubiano si raddrizzò e, con aria decisa, volse lo
sguardo proprio nella loro direzione.
«Ha scoperto la deviazione nelle nostre tracce», disse Nefer.
Il carro si accodò al nubiano che si stava incamminando verso di loro sul
terreno roccioso.

Wilbur Smith 65 2001 - Figli Del Nilo


«Conosco bene quel demone», mormorò Taita. «Si chiama Bay, ed è
uno sciamano della tribù usbak.»
Nefer rimase a guardare, trepidante, mentre il carro e l'esploratore
avanzavano con andatura regolare. Il conducente del carro era in piedi e
senza dubbio poteva vederli dall'alto, ma non dava segno di averli
individuati.
Quando si avvicinarono ancora, Nefer riconobbe il conducente: era
Hilto. Ne scorse addirittura la cicatrice bianca - ricordo di uno scontro -
sulla sua guancia destra. Per un istante, Hilto fissò Nefer con occhi
penetranti, da falco, poi il suo sguardo scivolò lontano.
«Non muoverti», disse la voce di Taita, tenue come la brezza che
soffiava sulla pianura assolata.
Bay, il nubiano, era ormai così vicino che Nefer riusciva a distinguere
tutti i ciondoli della collana che penzolavano sull'ampio torace nudo. Bay
si fermò di colpo e il suo viso, coperto di cicatrici rituali, si raggrinzì in
una smorfia orribile. Voltò lentamente la testa per indagare tutt'intorno,
come un cane da caccia che sente l'usta della selvaggina.
«Fermo!» bisbigliò Taita. «Percepisce la nostra presenza.»
Bay avanzò lentamente di qualche passo, poi si fermò di nuovo, alzando
la mano, e il carro si fermò dietro di lui. I cavalli erano irrequieti e nervosi.
Hilto sfiorò la piastra anteriore del carro con l'asta della lancia che teneva
in mano, e quel lieve suono raschiante sembrò ingigantito dal silenzio.
Il nubiano fissò Nefer direttamente negli occhi. Il ragazzo cercò di
sostenere quello sguardo cupo e implacabile senza battere le palpebre, ma i
suoi occhi presero a lacrimare per lo sforzo. Bay alzò una mano,
stringendo uno dei talismani che pendevano dalla collana, e Nefer
riconobbe l'osso dello sterno di un leone divoratore di uomini. Anche Taita
aveva uno di quegli ossi nel suo armamentario di talismani e oggetti
magici.
Bay cominciò a cantare piano, con una voce profonda e melodiosa, poi
batté un piede nudo sul terreno compatto e sputò in direzione di Nefer.
«Sta penetrando oltre la mia barriera», osservò Taita con voce atona. Di
colpo, Bay sogghignò, indicandoli con l'osso di leone che teneva stretto nel
pugno. Alle sue spalle, Hilto lanciò un grido di stupore, fissando il punto
in cui, all'improvviso, era apparso quel gruppetto di uomini e cavalli,
distesi sul terreno aperto. Si trovava ad appena cento cubiti da lui.
«Principe Nefer! Sono già trenta giorni che ti cerchiamo. Grazie al

Wilbur Smith 66 2001 - Figli Del Nilo


grande Horus e a Osiride, finalmente ti abbiamo trovato.»
Nefer si alzò con un sospiro, e Hilto si avvicinò col carro, ne scese e
posò un ginocchio a terra davanti a lui. Si tolse poi l'elmo di bronzo,
gridando con voce tonante, abituata a lanciare ordini sul campo di
battaglia: «Il Faraone Tamose è morto! Lode al Faraone Nefer Seti. Possa
egli vivere per sempre».
Seti era il nome divino del principe, uno dei cinque nomi di potere che
gli erano stati assegnati alla nascita, molto tempo prima che la sua salita al
trono fosse certa. Nessuno poteva usare quel nome divino fino al momento
in cui veniva proclamato Faraone.
«Faraone! Toro possente! Siamo venuti per portarti alla Città Santa,
affinché tu possa essere esaltato a Tebe nella tua immagine divina, come
Horus d'Oro.»
«E se io decidessi di non venire con te, comandante Hilto?» chiese
Nefer.
Hilto assunse un'espressione turbata. «Con tutto l'affetto e la lealtà che ti
devo, Faraone, il reggente dell'Egitto ha impartito l'ordine che tu sia
condotto a Tebe. E io devo obbedire a quell'ordine, anche a rischio di
dispiacerti.»
Nefer lanciò un'occhiata in tralice a Taita, chiedendogli in un sussurro:
«Che cosa devo fare?»
«Dobbiamo andare con loro.»

Così intrapresero il viaggio di ritorno a Tebe con la scorta di cinquanta


carri da combattimento guidati dal nobile Hilto. La colonna, obbedendo a
ordini rigorosi, si diresse prima di tutto verso l'oasi di Boss. Cavalieri
veloci erano stati inviati a Tebe per preannunciare il loro arrivo, e il nobile
Naja, reggente dell'Egitto, era uscito dalla città per raggiungere l'oasi e
andare incontro al giovane Faraone Nefer Seti.
Al quinto giorno di viaggio, lo squadrone di carri, impolverati e
malridotti dai mesi trascorsi nel deserto, entrò al trotto nell'oasi. Non
appena giunsero all'ombra del folto gruppo di palme, una divisione
completa di guardie Phat si schierò per accoglierli. I soldati avevano
rinfoderato le armi e tenevano in mano una fronda di palma, che agitavano
cantando un inno al loro sovrano.

Seti, toro possente,

Wilbur Smith 67 2001 - Figli Del Nilo


beniamino della verità,
prediletto dalle due signore, Nekhbet e Wadjet.
Serpente fiero, grande di potenza,
Horus d'Oro, che fa vivere i cuori,
Signore del carice e dell'ape,
Seti, figlio di Ra, dio-sole, che vive per sempre, in eterno.

Nefer era ritto sul carro di testa, affiancato da Hilto e Taita. Indossava
abiti laceri e impolverati, e la folta chioma era incrostata di polvere,
mentre il viso e le braccia apparivano scuriti dal sole. Hilto guidò il carro
per il lungo viale formato da due schiere di soldati, e Nefer sorrise con aria
timida agli uomini che riconosceva tra le file, e che lo acclamavano.
Avevano amato suo padre, e ora amavano lui.
Al centro dell'oasi, accanto al pozzo, sorgeva un gruppo di tende
multicolori. Di fronte alla tenda reale, il nobile Naja, circondato da un
gruppo di cortigiani, nobili e sacerdoti, attendeva di ricevere il re,
irradiando il potere e la grazia della reggenza, lucente e bello, adorno d'oro
e di pietre preziose, profumato di unguenti dolci e lozioni fragranti.
Ai suoi lati c'erano Heseret e Merykara, le principesse della casa reale di
Tamose, col volto perlaceo per il trucco e gli occhi enormi enfatizzati dal
kohl. Persino i capezzoli dei seni scoperti erano stati truccati col belletto
rosso, così da sembrare ciliegie mature. Le parrucche di crine di cavallo
erano però troppo grandi per quelle testoline graziose e i vestiti erano così
appesantiti da perle e fili d'oro da farle apparire rigide come bambole di
legno.
Quando Hilto arrestò il carro davanti a lui, il nobile Naja si fece avanti
per deporre a terra il ragazzo sporco. Nefer non aveva avuto occasione di
fare un bagno da quando aveva lasciato Gebel Nagara, e puzzava come un
caprone.
«Come reggente ti saluto, Faraone. Sono il tuo servo e il tuo fedele
compagno. Possa tu vivere mille anni.» Intonò quel canto in modo che gli
uomini delle file più vicine potessero udire ogni parola. Poi condusse
Nefer per mano verso il palco del consiglio, scolpito nel prezioso legno
nero che proveniva dal cuore del continente e intarsiato d'avorio e
madreperla. Lo collocò sul trono, poi s'inginocchiò per baciare i piedi
graffiati e sudici di Nefer senza tradire il minimo segno di ripugnanza,
sebbene le unghie dei piedi fossero spezzate e incrostate di sudiciume.

Wilbur Smith 68 2001 - Figli Del Nilo


Quindi si alzò e fece alzare anche Nefer, strappandogli di dosso la veste
logora per mettere allo scoperto il tatuaggio sulla coscia, quello col
cartiglio del Faraone. Poi fece girare lentamente il ragazzo su se stesso, in
modo che tutti i presenti potessero vederlo bene.
«Salve, Faraone Seti, dio e figlio degli dei. Osserva il tuo segno.
Guardate questo segno: tutti i popoli del mondo tremano di fronte al potere
del sovrano. Inchinatevi alla potenza del Faraone.»
Un grido si levò dai soldati e dai cortigiani intorno al palco: «Salve, o
Faraone! Possa egli vivere per sempre nella potenza e nella maestà!»
Naja sospinse in avanti le principesse, che s'inginocchiarono davanti al
fratello per pronunciare il giuramento di fedeltà. Le loro voci erano quasi
impercettibili, finché Merykara, la minore, incapace di trattenersi, non
balzò sul palco, in un turbine di gonne ingioiellate, e si precipitò verso il
fratello, strillando: «Nefer! Mi sei mancato tanto. Credevo che fossi
morto...» Lui ricambiò goffamente l'abbraccio, poi la sorella si ritrasse e,
con una risatina, bisbigliò: «Puzzi terribilmente...»
Il nobile Naja fece segno a una delle ancelle di portare via la bambina,
dopodiché, uno alla volta, tutti i potenti signori dell'Egitto, preceduti dai
membri del consiglio reale, si fecero avanti per prestare giuramento di
fedeltà. Ci fu un unico momento di disagio, quando il Faraone, osservando
l'assemblea, domandò con voce limpida e penetrante: «Dov'è mio zio, il
buon Kratas? Lui dovrebbe essere il primo ad accogliermi».
Tal mormorò una spiegazione conciliante: «Il nobile Kratas non poteva
partecipare. A tempo debito tutto verrà spiegato a vostra maestà». Tal,
vecchio e debole, era ormai alla guida del consiglio di Stato ed era
diventato una creatura di Naja.
La cerimonia ebbe termine quando il nobile Naja batté le mani. «Il
Faraone ha appena compiuto un lungo viaggio. Deve riposarsi, prima di
guidare la processione verso la città.»
Prese per mano Nefer con un gesto autoritario, conducendolo nella tenda
reale, così grande da poter ospitare un intero corpo di guardia. Là erano in
attesa il responsabile del guardaroba, i profumieri e i parrucchieri, il
custode del tesoro reale, i valletti, la massaggiatrice e le ancelle addette al
bagno.
Taita, ben deciso a restare a fianco del ragazzo, tentò d'insinuarsi nel
gruppo di cortigiani senza farsi notare, ma la corporatura alta e snella e la
chioma d'argento lo rendevano inconfondibile; inoltre la reputazione di cui

Wilbur Smith 69 2001 - Figli Del Nilo


godeva era tale per cui non poteva davvero sperare di passare inosservato
in nessun angolo del Paese. Quasi subito gli si parò davanti uno degli
ufficiali della guardia. «Salve, nobile Taita. Possano gli dei arriderti
sempre.» Sebbene il Faraone Tamose lo avesse elevato alla nobiltà lo
stesso giorno in cui aveva apposto il sigillo all'atto che lo rendeva libero,
Taita si sentiva ancora a disagio nel sentirsi apostrofare con quel titolo. «Il
reggente dell'Egitto ti ha mandato a chiamare», spiegò l'ufficiale,
guardando con disprezzo l'abbigliamento sudicio del mago e i sandali
vecchi e impolverati che portava ai piedi. «Ma non è bene che ti presenti
con questo abbigliamento. Il nobile Naja detesta gli odori molesti e gli
abiti non lavati.»

La tenda del nobile Naja era più grande e più lussuosa di quella del
Faraone, e lui sedeva su un trono di avorio e d'ebano decorato con le
rappresentazioni di tutti i grandi dei egizi in oro e in argento, un metallo
ancora più raro e prezioso. Il pavimento di sabbia era coperto da tappeti di
lana, provenienti dal Paese degli hurriti, intessuti di colori splendidi, tra i
quali il verde luminoso che simboleggiava i campi verdeggianti sulle rive
del Nilo. Dopo l'elevazione allo stato di reggente, Naja aveva adottato il
verde come colore della sua casa.
Era convinto che gli aromi gradevoli attirassero gli dei, quindi bruciava
l'incenso nei contenitori d'argento sospesi alle catene che pendevano dal
palo centrale della tenda e aveva disposto vasetti pieni di profumi sul
tavolo basso di fronte al trono. Il reggente si era tolto la parrucca e uno
schiavo gli teneva sospeso un cono di cera profumata sulla testa rasata. A
mano a mano che si scioglieva, la cera scendeva sulle guance e sul collo,
rinfrescandolo e rasserenandolo.
L'interno della tenda profumava come un giardino. Persino i cortigiani,
gli ambasciatori e i postulanti che sedevano di fronte al trono erano stati
convinti - o costretti - a fare il bagno e a profumarsi prima di essere
ammessi alla presenza del reggente. Anche Taita, quindi, aveva seguito il
consiglio dell'ufficiale. Aveva i capelli lavati e pettinati che scendevano
sulle spalle in una cascata d'argento, e il suo abito di lino era stato lavato
fino a diventare di un bianco purissimo. All'ingresso della tenda
s'inginocchiò, in segno di omaggio, e, nel rialzarsi, sentì intorno a sé un
brusio di commenti e congetture. Gli ambasciatori stranieri lo fissarono
incuriositi, e udì pronunciare a bassa voce il suo nome. Anche i guerrieri e

Wilbur Smith 70 2001 - Figli Del Nilo


i sacerdoti lo salutarono con un cenno, scambiandosi commenti.
«È il mago.»
«È Taita, l'adepto dei Labirinti.»
«È Taita, l'occhio ferito di Horus.»
Il nobile Naja alzò la testa dal papiro che stava scorrendo e sorrise
rivolto all'estremità opposta della tenda. Era davvero un uomo attraente,
col volto dai lineamenti ben cesellati e le labbra sensuali. Il naso era stretto
e dritto, gli occhi apparivano luminosi e intelligenti. Il torace nudo non
mostrava neanche un filo di grasso, le braccia erano snelle e muscolose.
Taita squadrò in fretta le file di uomini che sedevano più vicino al trono.
Nel breve tempo trascorso dalla morte del Faraone Tamose, c'era già stata
una ridistribuzione dei poteri e dei favori tra nobili e cortigiani.
Mancavano molti volti familiari, mentre altri erano usciti dall'ombra,
passando dall'oscurità al sole della benevolenza del reggente. E, tra questi,
c'era Asmor, comandante delle guardie Phat.
«Vieni avanti, nobile Taita.» Naja aveva una voce bassa e gradevole.
L'eunuco si avvicinò al trono e alle file di cortigiani che si aprirono per
lasciarlo passare. Il reggente gli sorrise. «Sappi che occupi un posto molto
elevato nel nostro favore. Hai assolto con grande merito il compito che il
Faraone Tamose ti aveva imposto, impartendo al principe Nefer Memnone
un'istruzione e un addestramento impareggiabili.» Taita era stupito dal
calore di quel saluto, ma non lo lasciò trasparire. «Ora che il principe è
diventato il Faraone Seti, avrà ancora più bisogno della tua guida.»
«Possa egli vivere per sempre», rispose Taita, e l'assemblea fece eco alle
sue parole.
«Possa egli vivere per sempre!»
«Prendi posto qui, all'ombra del mio trono», disse il nobile Naja con un
ampio cenno della mano. «Anch'io avrò molto bisogno della tua esperienza
e saggezza, quando si tratterà di mettere ordine negli affari del Faraone.»
«Il reggente del re mi rende più onore di quanto io non meriti.» Taita lo
guardò con un'espressione mite e benevola. Non permettere che il tuo
nemico segreto conosca l'intensità della tua avversione, rammentò a se
stesso. Quindi accettò il posto che gli veniva offerto, rifiutando però il
cuscino di seta e sedendosi sul tappeto di lana, con la schiena dritta e le
spalle ben erette.
Gli affari della reggenza prosperavano. In quel momento, si stavano
spartendo le proprietà del generale Kratas: poiché era stato condannato per

Wilbur Smith 71 2001 - Figli Del Nilo


alto tradimento, tutto ciò che possedeva era stato confiscato dalla corona.
«Dal traditore Kratas, al tempio di Hapi e ai sacerdoti dei misteri», disse
Naja, leggendo dal papiro. «Tutte le sue terre e le costruzioni sulla riva
orientale del fiume tra Dendera e Abnub.» Ascoltando, Taita pianse in
silenzio il vecchio amico, ma senza permettere che neppure un'ombra di
dolore apparisse sul suo volto. Durante il lungo viaggio dal deserto Hilto
gli aveva riferito della morte di Kratas, aggiungendo: «Tutti gli uomini,
anche i nobili e i giusti, camminano in punta di piedi alla presenza del
nuovo reggente dell'Egitto. È morto anche Menset, che era alla guida del
consiglio di Stato. È mancato nel sonno, ma c'è chi dice che qualcuno lo
abbia aiutato a cominciare il viaggio verso l'oltretomba. Cinka è morto,
giustiziato per alto tradimento, sebbene non avesse più la forza neanche di
tradire la vecchia moglie, e le sue proprietà sono state confiscate dal
reggente. Ormai sono più di cinquanta, a tenere compagnia al buon Kratas
nell'aldilà. E i membri del nuovo consiglio sono tutti al servizio di Naja».
Kratas era l'ultimo legame di Taita con l'epoca in cui Tanus, Lostris e lui
erano giovani: Taita gli aveva voluto bene.
«Dal traditore Kratas, al reggente dell'Egitto, tutto il carico di dhurra
custodito a suo nome nei granai di Athribis», continuò a leggere il
reggente.
Equivaleva al carico di cinquanta chiatte, calcolò Taita, perché Kratas
era stato abile nell'investire le sue ricchezze nel traffico di granaglie. Il
nobile Naja si era accaparrato una generosa ricompensa per il gravoso
compito di assassinare il Faraone.
«Questo deposito verrà usato per il bene comune.» Così veniva
nobilitata l'espropriazione: Taita, sempre impassibile, si domandò chi
sarebbe stato a decidere quale fosse il bene comune.
I sacerdoti e gli scribi erano affaccendati a registrare la divisione sulle
tavolette d'argilla destinate a essere depositate negli archivi del tempio.
Guardando e ascoltando, Taita tenne ben nascoste la collera e la pena in
fondo al cuore.
«Ora passiamo a un'altra questione importante per la corona», disse
infine il nobile Naja, quando tutti gli eredi di Kratas furono privati della
loro eredità e lui si ritrovò più ricco di tre lakh d'oro. «Prendiamo in
considerazione il benessere e la condizione delle principesse reali, Heseret
e Merykara. Mi sono consultato coi membri del consiglio di Stato, e tutti si
sono detti concordi sul fatto che, per il loro bene, io debba prendere in

Wilbur Smith 72 2001 - Figli Del Nilo


moglie le due principesse. In quanto mie consorti, verranno a trovarsi sotto
la mia piena protezione. La dea Iside è la patrona di entrambe le fanciulle
di sangue reale, quindi ho incaricato le sacerdotesse della dea di consultare
gli auspici, ed esse hanno accertato che questi matrimoni sono approvati
dalla dea. Pertanto la cerimonia delle nozze avrà luogo nel tempio di Iside
a Luxor, il giorno del primo plenilunio successivo alla sepoltura del
Faraone Tamose e all'incoronazione del suo erede, il principe Nefer Seti.»
Taita rimase immobile, col volto impassibile, ma tutt'intorno a lui si
sollevò un'ondata di mormorii. Le conseguenze politiche di un doppio
matrimonio di quel genere avevano un peso straordinario. Tutti i presenti
compresero che, con quelle nozze, il nobile Naja era deciso a diventare
membro della casa reale di Tamose, e quindi prossimo nella linea di
successione.
Taita si sentì gelare le ossa, come se avesse appena udito la condanna a
morte del Faraone Nefer Seti proclamata a gran voce dalla Torre Bianca
nel centro di Tebe. Mancavano soltanto dodici giorni a compiere i settanta
richiesti per l'imbalsamazione del Faraone defunto. Subito dopo la
sepoltura di Tamose nella Valle dei Re, sulla riva occidentale del Nilo, si
sarebbero celebrati l'incoronazione del successore e il matrimonio delle
figlie superstiti.
E poi il cobra colpirà ancora. Taita ne era più che sicuro. A riscuoterlo
dalle riflessioni sui pericoli che si addensavano intorno al principe fu un
gran trambusto che si levò nell'assemblea. Senza che lui se ne fosse
accorto, il reggente aveva appena dichiarato conclusa l'udienza e si stava
alzando per ritirarsi, passando attraverso una cortina alle spalle del trono.
Allora Taita si alzò per andarsene.
Con un sorriso e un inchino cortese, Asmor si fece avanti. «Il nobile
Naja, reggente dell'Egitto, ti chiede di non uscire. T'invita a un'udienza
privata.»
Asmor era ormai comandante delle guardie del corpo del reggente, col
rango di Migliore dei Diecimila. In pochissimo tempo era diventato un
uomo potente. Rifiutare la convocazione era inutile, oltre che impossibile,
e Taita annuì. «Sono al servizio del Faraone e del suo reggente. Possano
entrambi vivere mille anni.»
Asmor lo condusse sul retro della tenda, tenendo sollevata la cortina per
lasciarlo passare. Taita si ritrovò all'esterno, nel bosco di palme, e l'altro lo
guidò, attraverso gli alberi, verso un'altra tenda, assai più piccola e isolata.

Wilbur Smith 73 2001 - Figli Del Nilo


Tutt'intorno a quel padiglione c'era una dozzina di guardie, poiché quello
era un luogo destinato a riunioni segrete, al quale nessuno poteva
avvicinarsi senza essere convocato dal reggente. A un ordine di Asmor, le
guardie si fecero da parte, e il comandante invitò Taita ad avanzare
nell'interno in penombra.
Naja alzò la testa dal bacile di bronzo nel quale si stava lavando le mani.
«Sei il benvenuto, mago.» Sorrise con calore, indicando la pila di cuscini
al centro del pavimento coperto di tappeti. Mentre Taita si sedeva, il
reggente fece un cenno ad Asmor, che andò a mettersi di guardia
all'apertura della tenda, sguainando la spada a falce. Nella tenda non c'era
nessun altro, ed era impossibile che qualcuno origliasse la conversazione.
Naja, che si era tolto i gioielli e le insegne della carica, si mostrò affabile
e cordiale mentre prendeva posto su uno dei cuscini di fronte a Taita,
indicando i dolci e le bevande alla frutta contenute nelle coppe d'oro
disposte in mezzo a loro. «Prego, serviti pure.»
L'istinto avrebbe spinto Taita a rifiutare, ma quello sarebbe stato
interpretato come segno di ostilità, e avrebbe rivelato a Naja che si trovava
davanti a un nemico. Fino a quel momento, nulla lo aveva messo in
sospetto: non poteva sapere che Taita conosceva le sue intenzioni nei
confronti del nuovo Faraone, o che era al corrente dei crimini commessi
dal reggente nonché delle sue ambizioni. Allora, chinando la testa in segno
di ringraziamento, Taita scelse la coppa d'oro più lontana dalla sua mano,
poi attese che Naja prendesse l'altra coppa. Il reggente la prese e bevve
senza esitare.
Taita si portò la coppa alle labbra, sorseggiando la bevanda e tenendola
in bocca prima d'inghiottire. C'era chi si vantava di possedere veleni che
non avevano sapore e non si potevano scoprire, ma lui aveva studiato tutti
gli elementi corrosivi, e neppure il sapore acido della frutta sarebbe
riuscito a mascherarli alla sua sensibilità. La bevanda comunque era del
tutto naturale, e la bevve con piacere.
«Grazie per la fiducia», disse Naja in tono grave.
Taita capì che non si riferiva al gesto di accettare il rinfresco. «Io sono il
servitore del re, e quindi del suo reggente», replicò.
«Sei una persona di valore inestimabile per la corona», ribatté Naja.
«Hai servito fedelmente tre Faraoni, e tutti e tre si sono affidati al tuo
consiglio senza metterlo in discussione.»
«Tu sopravvaluti il mio valore, mio signore. Io sono un uomo vecchio e

Wilbur Smith 74 2001 - Figli Del Nilo


debole.»
Naja sorrise. «Vecchio? Sì, è vero, sei vecchio. Ho sentito dire che
avresti più di duecento anni.» Taita chinò la testa, senza confermare né
smentire. «Ma debole? No! Sei vecchio e imponente come una montagna.
Tutti sanno che la tua saggezza è sconfinata. Possiedi persino il segreto
della vita eterna!»
L'adulazione era evidente e sfacciata, e Taita cercò d'indagarne i motivi
e i significati riposti. Naja rimase in silenzio, guardandolo con aria di
attesa. Quale risposta si aspettava di ricevere? Il mago lo guardò negli
occhi, affinando la mente, tentando di captare i pensieri dell'altro. Erano
fuggevoli ed evanescenti come le sagome saettanti dei pipistrelli nel cielo
che s'incupiva al tramonto. Infine catturò per intero uno dei pensieri, e
improvvisamente capì che cosa voleva da lui. Quella consapevolezza gli
conferì potere, e la strada si aprì davanti a lui come le porte di una città
conquistata. «Da mille anni, tutti i re e gli uomini colti cercano il segreto
della vita eterna», mormorò.
«Forse un uomo lo ha già trovato?» Naja si protese in avanti,
impaziente, puntando i gomiti sulle ginocchia.
«Mio signore, le tue domande sono troppo profonde per un vecchio
come me. Duecento anni non sono la vita eterna.» Taita allargò le mani in
un gesto di umiltà, ma distolse lo sguardo, consentendo a Naja di leggere,
in quella mezza smentita, esattamente quello che voleva. Cioè la corona
doppia dell'Egitto e la vita eterna. Taita sorrise dentro di sé, pur
mantenendo un'espressione solenne. I desideri del reggente sono pochi e
semplici, pensò.
Naja si raddrizzò. «Di questi argomenti seri parleremo un'altra volta.»
Nei suoi occhi color miele scintillava una luce di trionfo. «Ora c'è un'altra
domanda che vorrei farti. Sarebbe un modo per dimostrarmi che la buona
opinione che ho di te è pienamente giustificata... Inoltre troveresti la mia
gratitudine senza limiti.»
È sgusciante come un'anguilla, pensò Taita. E dire che un tempo lo
ritenevo soltanto un abile soldato. È riuscito a tenere celata la luce della
sua lampada a tutti noi. «Se è nei miei poteri, non c'è nulla che io possa
negare al reggente del Faraone», rispose.
«Tu sei un adepto dei Labirinti di Ammon-Ra», disse Naja, con un tono
che non ammetteva dinieghi.
Ancora una volta, Taita riuscì a scorgere ciò che si annidava nei recessi

Wilbur Smith 75 2001 - Figli Del Nilo


oscuri dell'ambizione di quell'uomo. Non vuole soltanto la corona e la vita
eterna, ma anche la rivelazione del suo futuro, commentò dentro di sé, poi
annuì con umiltà. «Mio nobile Naja, ho studiato i misteri per tutta la vita, e
forse qualcosa ho appreso.»
«Per tutta la tua lunghissima vita», ribatté Naja con enfasi. «E hai
appreso molto.»
Taita chinò la testa, restando in silenzio. Come ho potuto pensare che
volesse uccidermi? si domandò. Mi proteggerà a prezzo della sua stessa
vita, in virtù di quello che crede in mio possesso: il segreto
dell'immortalità.
«Taita, prediletto degli dei e dei re, desidero che tu consulti per me i
Labirinti di Ammon-Ra.»
«Mio signore, non ho mai interrogato i Labirinti per qualcuno che non
fosse regina o Faraone, o comunque fosse destinato a sedere sul trono
dell'Egitto.»
«È possibile che sia una persona del genere a chiedertelo, ora», rispose il
nobile Naja, caricando d'intenzione il tono della voce.
Il grande Horus me lo ha consegnato, e ora lo tengo in pugno, pensò
Taita, mentre rispondeva: «M'inchino ai desideri del reggente».
«Interrogherai i Labirinti per me oggi stesso. Sono estremamente
ansioso di conoscere il volere degli dei.» Il viso di Naja era animato da
eccitazione e da avidità.
«Nessun uomo può avventurarsi nei Labirinti alla leggera», replicò
Taita, prendendo tempo. «Comporta grandi pericoli non soltanto per me,
ma anche per colui che richiede la divinazione. Ci vorrà del tempo per
preparare il viaggio nel futuro.»
«Quanto tempo?» La delusione di Naja era evidente.
Taita serrò le mani sulla fronte, fingendo di riflettere. Lasciamogli
annusare l'esca per un po', pensò. Questo lo renderà anche più ansioso
d'ingoiare l'amo. Infine alzò la testa. «Fino al primo giorno della festa del
Toro di Api.»

La mattina dopo, quando uscì dalla grande tenda, il Faraone Seti era
completamente trasformato rispetto al ragazzino sporco e maleodorante
che era entrato nell'oasi di Boss il giorno prima.
Con orgoglio regale e veemenza tali da lasciare sconcertato il suo
seguito, aveva resistito ai tentativi dei barbieri di rasargli la testa. Al

Wilbur Smith 76 2001 - Figli Del Nilo


contrario, si era fatto lavare e pettinare i capelli scuri e ricci, fino a quando
non avevano raggiunto una lucentezza che, sotto i raggi del primo sole, si
arricchiva di sfumature rossastre. Sui capelli portava l'ureo, il cerchio d'oro
con le effigi affiancate di Nekhbet, la dea-avvoltoio, e di Naja, il cobra, i
simboli dei due regni, con un occhio blu e uno rosso. Sul mento portava la
barba posticcia che era l'insegna della regalità. Il trucco era stato applicato
con arte per esaltare la sua bellezza, al punto che la folla in attesa davanti
alla tenda levò un sospiro di sincera ammirazione e rispetto, gettandosi a
terra per adorarlo. Le unghie finte erano d'oro martellato, e ai piedi
indossava sandali d'oro. Sul petto aveva uno dei gioielli più preziosi della
corona d'Egitto, il medaglione del pettorale di Tamose, un ritratto di
Horus, il dio-falco, tempestato di pietre preziose. Camminava con un passo
sicuro per essere così giovane, portando incrociati sul petto il flagello e lo
scettro a uncino. Teneva lo sguardo fisso in avanti con aria solenne,
almeno finché non scorse con la coda dell'occhio Taita in prima fila tra la
folla, e allora roteò gli occhi, accennando una smorfia beffarda di
rassegnazione.
Il nobile Naja, avvolto in una nuvola di profumo, camminava un passo
dietro di lui, scintillante di gioielli, e con un atteggiamento di consapevole
superiorità. Sul fianco gli pendeva la spada azzurra, e al braccio destro
portava il Sigillo del Falco.
Subito dopo venivano le principesse. Sul loro capo spiccavano le piume
d'oro della dea Iside, mentre, alle dita delle mani e dei piedi, avevano
numerosi anelli d'oro. Tuttavia non indossavano più le gonne rigide del
giorno precedente, bensì lunghi abiti che le coprivano dal collo alle
caviglie, sebbene il lino fosse così sottile da apparire trasparente, simile
alla caligine che aleggiava sul fiume all'alba. Quell'abbigliamento rivelava
come il corpo di Merykara fosse ancora acerbo, mentre quello di Heseret
appariva già modellato in curve voluttuose: attraverso le pieghe diafane del
vestito si potevano scorgere le punte rosee dei seni e, alla base del ventre,
il triangolo scuro della femminilità.
Il Faraone salì sul carro cerimoniale, prendendo posto sul trono
sopraelevato. Il nobile Naja rimase in piedi alla sua destra, mentre le
principesse si sedettero ai suoi piedi. Le compagnie dei sacerdoti di tutti i
cinquanta templi di Tebe si avviarono davanti a loro, traendo note
melodiose dalla lira, battendo il tamburo, agitando il sistro, suonando il
corno, cantando e gemendo per lodare e supplicare gli dei.

Wilbur Smith 77 2001 - Figli Del Nilo


Subito dopo, si dispose la guardia del corpo di Asmor, seguita dallo
squadrone di carri di Hilto, tutti lustrati di fresco e ornati di stendardi e
fiori. I cavalli erano stati spazzolati sino a far risplendere il manto come un
metallo prezioso, e alle criniere erano stati intrecciati alcuni nastri. I torelli
ai quali era aggiogato il carro reale apparivano tutti di un candore
immacolato, col dorso massiccio e gibboso decorato da mazzolini di gigli e
giacinti d'acqua. Le corna larghe e persino gli zoccoli erano ricoperti d'oro
in foglia.
I conducenti erano schiavi nubiani nudi, col corpo perfettamente
depilato in modo da mettere in risalto le misure dei genitali. Con la pelle
unta d'olio dalla testa ai piedi, scintillavano al sole, neri come l'occhio di
Seth, in splendido contrasto col manto bianchissimo dei torelli.
Pungolarono l'equipaggio del carro, e i torelli presero ad avanzare in
mezzo a un turbine di polvere, seguiti da mille guerrieri delle guardie Phat
che intonavano a una sola voce l'inno di lode. Il popolo di Tebe aveva
aperto i cancelli principali della città per accogliere il corteo, assiepandosi
sulla sommità delle mura. A partire da una lega di distanza, avevano
ricoperto la superficie polverosa della strada con fronde di palma, paglia e
fiori.
Tutte le mura, le torri e gli edifici di Tebe erano di mattoni seccati al
sole, poiché i blocchi di pietra erano riservati alla costruzione delle tombe
e dei templi. Giacché nella valle del Nilo non pioveva quasi mai, quelle
costruzioni non si deterioravano, ed erano state tutte imbiancate di fresco e
adornate di bandiere azzurro cielo, il colore della casa reale di Tamose. La
processione varcò le porte della città mentre la folla danzava, cantava e
piangeva di gioia, affollando le strade strette al punto che il passo del carro
reale sembrava quello di una tartaruga gigante. Di fronte a ogni tempio che
sorgeva lungo la strada il carro reale si fermava con un sussulto poderoso,
e il Faraone scendeva con solenne dignità per compiere sacrifici al dio che
vi dimorava.
Era già tardo pomeriggio quando giunsero alle banchine sul fiume, dove
la chiatta reale attendeva di trasportare il seguito del re al palazzo di
Memnone, sulla riva occidentale. Una volta salito a bordo il corteo,
duecento rematori affondarono nell'acqua le pagaie, che si alzavano e si
abbassavano all'unisono al ritmo del tamburo, umide e scintillanti come le
ali di una gigantesca egretta. Circondati da una flotta di navi, feluche e
altre piccole imbarcazioni, attraversarono il fiume alla luce del tramonto.

Wilbur Smith 78 2001 - Figli Del Nilo


Ma i compiti che il Faraone doveva assolvere nel primo giorno di regno
non erano ancora finiti. Quando raggiunsero la riva occidentale, un altro
carro regale lo portò, attraverso la folla, sino al tempio funebre del padre, il
Faraone Tamose. Era buio quando imboccarono la strada rialzata,
rischiarata ai lati da due file di falò. Il popolino aveva festeggiato tutto il
giorno, grazie alla birra e al vino che il tesoro regale aveva distribuito con
generosità. Dalla folla si alzò un rombo assordante quando il Faraone
smontò dal carro di fronte al tempio di Tamose per salire la scala
fiancheggiata da statue di granito del padre e del suo dio protettore Horus,
in tutte le cento fogge divine che poteva assumere: Horus sotto forma del
piccolo Arpocrate, coi riccioli e con un dito in bocca, che succhiava il latte
dal petto di Iside; Horus accovacciato su un fiore di loto; Horus con la
testa di falco; Horus sotto forma di disco solare alato... Sembrava che il re
e il dio fossero divenuti una sola cosa.
Il nobile Naja e i sacerdoti condussero il giovane Faraone oltre l'alto
cancello di legno fino alla Sala del Cordoglio, il luogo sacro in cui si
trovava la mummia di Tamose, distesa sulla lastra d'imbalsamazione fatta
di diorite nera. In un sacrario separato, posto nella parete laterale e
sorvegliato da una statua nera di Anubi, il dio-sciacallo della
mummificazione, erano custoditi i canopi di alabastro perlaceo che
contenevano le viscere del re, il cuore e i polmoni.
In un secondo sacrario, lungo la parete di fronte, era disposto il
sarcofago rivestito d'oro massiccio pronto per ricevere il corpo del re. Il
coperchio d'oro del sarcofago era un ritratto di Tamose e sembrava così
realistico che Nefer si sentì trafiggere dal dolore. Gli occhi gli si
riempirono di lacrime, ma lui le ricacciò indietro, battendo le palpebre. Poi
seguì i sacerdoti verso il corpo del padre, disteso al centro della sala.
Il nobile Naja prese posto dall'altra parte della lastra di diorite, di fronte
a Nefer e al Gran Sacerdote che stava vicino alla testa del re defunto.
Quando tutto fu pronto per il rito dell'«apertura della bocca», due sacerdoti
scostarono il telo di lino che copriva il cadavere, e Nefer si ritrasse
involontariamente nel vedere il padre.
Durante le settimane successive alla morte, mentre Nefer e Taita si
trovavano nel deserto, gli imbalsamatori avevano lavorato sul corpo del re.
Anzitutto avevano infilato un lungo ferro ricurvo in una narice e, senza
lasciare segni visibili, avevano estratto la poltiglia giallastra del cervello.
Poi avevano asportato le pupille, che erano soggette a un rapido

Wilbur Smith 79 2001 - Figli Del Nilo


deterioramento, provvedendo a riempire le cavità delle orbite e del cranio
con sali di natron ed erbe aromatiche. Quindi avevano immerso il corpo in
un bagno di sali di natron fortemente concentrati, lasciando scoperta
soltanto la testa, e ve lo avevano lasciato per trenta giorni, cambiando ogni
giorno i fluidi dall'elevato contenuto alcalino. In questo modo i grassi si
erano dissolti e l'epidermide si era consumata, lasciando intatti soltanto la
pelle e i peli della testa.
Quando finalmente il corpo era stato estratto dal bagno di natron, lo
avevano disteso sulla lastra di diorite e ricoperto di unguenti e tinture
ricavate dalle erbe. La cavità del ventre era stata riempita con cuscinetti di
lino impregnati di resine e cera. La ferita lasciata nel petto dalla freccia era
stata ricucita, collocandovi sopra amuleti d'oro e pietre preziose. La freccia
con l'impennatura e l'asta spezzata che aveva ucciso il re era stata rimossa
dal corpo del Faraone dalle mani degli imbalsamatori e, dopo che il
consiglio di Stato l'aveva esaminata, era stata sigillata in una cassetta d'oro
che sarebbe stata sepolta insieme col re, come potente talismano per
proteggerlo da ogni male che potesse colpirlo nel suo viaggio ultraterreno.
Poi, nei rimanenti quaranta giorni necessari al processo
d'imbalsamazione, il corpo era rimasto ad asciugare, esposto al vento caldo
del deserto che entrava dalle porte spalancate.
Una volta secco come legna da ardere, era stato avvolto nelle bende,
strisce di lino avvolte intorno al corpo per formare un disegno intricato,
mentre i sacerdoti pronunciavano gli incantesimi rivolti agli dei. Sotto le
bende erano stati disposti altri talismani preziosi e amuleti. Ogni strato di
bende era stato dipinto con resine che, asciugandosi, diventavano dure e
lucide. Soltanto la testa era rimasta scoperta e poi, per la settimana
precedente al rito dell'«apertura della bocca», quattro degli artigiani più
abili nel trucco - che appartenevano alla corporazione degli imbalsamatori
- avevano riportato i lineamenti del re a una bellezza quasi naturale,
usando cera e cosmetici.
Gli occhi del re erano stati sostituiti con riproduzioni perfette in cristallo
di rocca e ossidiana. Il bianco era trasparente, mentre il colore dell'iride e
della pupilla rispecchiava con assoluta fedeltà quello naturale. Le orbite di
vetro sembravano dotate di vita e intelligenza, tanto che Nefer le guardò
con rispetto, quasi aspettandosi che le palpebre battessero e le pupille del
padre si dilatassero nel riconoscerlo. Le labbra erano state modellate e
dipinte di rosso al punto che sembravano aprirsi in un sorriso, e la pelle

Wilbur Smith 80 2001 - Figli Del Nilo


appariva calda e vellutata, come se sotto vi scorresse ancora il sangue. I
capelli scuri e ricci erano stati lavati e acconciati nel modo che Nefer
ricordava così bene.
E mentre Nefer fissava il volto del padre, il nobile Naja, il Gran
Sacerdote e il coro intonarono l'incantesimo destinato a impedire che il
Faraone morisse per la seconda volta.

Egli è l'immagine riflessa e non lo specchio.


Egli è la musica e non la lira.
Egli è la pietra e non lo scalpello.
Egli vivrà per sempre.

Il Gran Sacerdote si affiancò a Nefer, mettendogli in mano il cucchiaio


d'oro. Nefer era stato istruito a eseguire il rituale, ma la mano gli tremò
mentre posava il cucchiaio sulle labbra del padre e recitava la formula di
rito: «Io apro le tue labbra affinché tu abbia il potere di parlare ancora una
volta». Poi toccò il naso del padre col cucchiaio, recitando: «Io apro le tue
narici affinché tu possa respirare ancora una volta». Sfiorò l'uno dopo
l'altro gli occhi splendidi. «Io apro i tuoi occhi affinché tu possa
contemplare ancora una volta lo splendore di questo mondo e lo splendore
del mondo a venire.»
Quando tutto fu compiuto, il seguito reale rimase in attesa, mentre gli
imbalsamatori avvolgevano la testa nelle bende, dipingendola con resine
aromatiche. Infine deposero la maschera d'oro sul volto, che parve
risplendere di vita ancora una volta. Contrariamente all'usanza, per il
Faraone Tamose era stata preparata un'unica maschera funebre, e anche il
sarcofago d'oro era uno soltanto. Suo padre era sceso nella tomba coperto
da sette maschere e sette sarcofagi, uno dentro l'altro, ognuno più grande e
più ricco del precedente.
Per tutta la notte, Nefer rimase accanto al sarcofago d'oro, pregando e
bruciando incenso, supplicando gli dei di accogliere il padre e di farlo
sedere al centro del loro consesso. All'alba uscì coi sacerdoti sul terrazzo
del tempio, là dove lo attendeva il capo dei falconieri del re, che teneva un
falco reale sul pugno guantato.
«Nefertem!» disse Nefer, sussurrando il nome del falco. «'Fiore di loto.'»
Prendendo lo splendido rapace dalle mani del falconiere, lo tenne alto
sul pugno, in modo che il popolo riunito ai piedi della terrazza potesse

Wilbur Smith 81 2001 - Figli Del Nilo


vederlo chiaramente. Intorno alla caviglia destra il falco portava una
catenella d'oro con una targhetta sulla quale era inciso il cartiglio reale di
suo padre.
«Questo è il falco sacro del Faraone Tamose Marnose. È lo spirito di
mio padre.» Fece una pausa per ritrovare l'autocontrollo, perché era
sull'orlo del pianto, poi aggiunse: «Io rendo la libertà allo spirito di mio
padre». Fece scivolare il cappuccio di cuoio dalla testa del falco, e gli
occhi fieri scintillarono alla luce dell'alba, mentre l'uccello arruffava le
penne. Nefer sciolse i geti di cuoio che portava alla zampa e il falco
allargò le ali. «Vola, spirito divino!» gridò il ragazzo. «Vola alto per me e
per mio padre!»
Lanciò il falco, che trovò subito la corrente del vento e s'innalzò. Per due
volte descrisse un cerchio nel cielo, poi, con uno strido selvaggio, si lanciò
verso il Nilo.
«Il dio vola verso ovest!» gridò il Gran Sacerdote. Tutti i membri della
congregazione riunita sui gradini del tempio sapevano che quello era un
presagio estremamente sfavorevole.
Il principe era così esausto, fisicamente ed emotivamente, che, mentre
guardava il falco volare via, barcollò, rischiando di svenire. Taita lo
sorresse con prontezza e lo guidò lontano dalla folla.
Raggiunta la camera da letto nel palazzo di Memnone, Taita preparò a
Nefer una pozione e s'inginocchiò accanto a lui per offrirgliela. Il giovane
ne bevve una lunga sorsata, poi domandò: «Come mai mio padre ha
soltanto una piccola bara, quando tu stesso mi hai detto che il nonno è
stato sepolto in sette sarcofagi d'oro massiccio e ci sono voluti venti buoi
robusti per trainare il suo carro funebre?»
«Sì, tuo nonno ha avuto il funerale più ricco che si conosca in tutta la
storia del Paese, e ha portato con sé nell'aldilà una gran quantità di beni,
Nefer», ammise Taita. «Ma quelle sette bare sono costate trenta lakh d'oro
puro e hanno ridotto quasi sul lastrico la nazione.»
Nefer guardò pensieroso il fondo della coppa, prima di bere le ultime
gocce della pozione. «Mio padre merita un funerale altrettanto ricco,
perché era un uomo potente.»
«Tuo nonno pensava molto alla vita nell'oltretomba», gli spiegò con
pazienza Taita. «Tuo padre invece pensava molto al popolo e al benessere
dell'Egitto.»
Il ragazzo rifletté per qualche istante, poi sospirò, stendendosi sul

Wilbur Smith 82 2001 - Figli Del Nilo


materasso di pelle di pecora e chiudendo gli occhi. Quindi li riaprì. «Sono
fiero di mio padre», disse con semplicità.
Taita gli posò la mano sulla fronte in un gesto benaugurante. «E io so
che un giorno tuo padre avrà motivo di essere fiero di te, Nefer.»

Taita non aveva avuto bisogno del cattivo presagio del volo a occidente
di Nefertem per capire che stava per aprirsi uno dei periodi più terribili
nella lunga storia dell'Egitto. Quando lasciò la camera da letto del principe
per inoltrarsi nel deserto, alzò gli occhi al cielo e gli parve che le stelle
fossero rimaste immobili nel loro percorso e tutti gli antichi dei si fossero
ritirati, abbandonando l'intera popolazione di quel grande Paese proprio
nell'ora più gravida di pericoli.
«Grande Horus», pregò allora, «in questo momento abbiamo bisogno
della tua guida. Tu tieni tra le mani Ta-meri, questa terra preziosa. Non
fartela sfuggire, lasciandola finire in pezzi come un cristallo. Non voltarci
le spalle, ora che siamo in agonia. Aiutami, possente falco. Dammi
istruzioni. Rendi manifesti i tuoi desideri, in modo che io possa compiere il
tuo volere.»
Sempre pregando, salì sulle colline ai margini del grande deserto, e i
colpi leggeri del suo lungo bastone sulle rocce allarmarono uno sciacallo,
inducendolo a fuggire lungo il pendio illuminato dalla luna. Quando fu
certo di non essere più osservato, Taita s'incamminò in direzione parallela
al fiume, accelerando il passo. «Horus, tu sai bene che siamo in equilibrio
tra guerra e sconfitta. Il Faraone Tamose è stato abbattuto, e non c'è un
guerriero che possa guidarci. Apepi e i suoi hyksos al nord sono diventati
così potenti da essere quasi invincibili. Raccolgono le forze contro di noi, e
noi non saremo in grado di resistere. La corona doppia dei due regni è
insidiata dal verme del tradimento e non potrà sopravvivere alla nuova
tirannia. Apri i miei occhi, o dio possente, e mostrami la strada per
trionfare sulle orde degli hyksos invasori a nord e sul veleno che inquina il
nostro sangue.»
Per un giorno intero, Taita continuò a camminare tra le colline sassose e
i luoghi silenziosi, pregando e cercando di scoprire una via per procedere.
A tarda sera si diresse di nuovo verso il fiume, arrivando infine alla meta.
Avrebbe potuto raggiungerla direttamente, a bordo di una feluca, ma troppi
occhi avrebbero seguito il suo passaggio. Inoltre quel tempo trascorso da
solo nel deserto gli era stato di gran conforto.

Wilbur Smith 83 2001 - Figli Del Nilo


Nell'oscurità profonda della notte, mentre quasi tutti gli uomini
dormivano, raggiunse il tempio di Bes, in riva al fiume. Una torcia ormai
sul punto di spegnersi ardeva nella nicchia sopra la porta, illuminando la
statua del dio di guardia all'entrata. Bes era il dio nano e deforme
dell'ebbrezza e della giovialità, con la lingua che pendeva tra le labbra
socchiuse nel torpore indotto dall'ubriachezza. E infatti, nella luce
ondeggiante della torcia, sembrò rivolgere un sorriso sghembo a Taita che
gli passava accanto.
Uno degli accoliti del tempio era sveglio, in attesa di ricevere il mago.
Lo guidò verso una cella di pietra nei sotterranei, dove lo attendevano,
posati su un tavolo, un orcio di pietra pieno di latte di capra, un piatto di
pane di dhurra e miele ancora nel favo, posati sul tavolo. Gli accoliti
sapevano bene che una delle debolezze del mago era il miele ricavato dal
polline dei fiori di mimosa.
«Ci sono tre uomini che attendono il tuo arrivo, mio signore», gli disse il
giovane sacerdote.
«Fai entrare per primo Bastet», ordinò Taita.
Bastet era il capo degli scribi del nomarca di Menfi, e una delle più
preziose fonti d'informazioni per Taita. Non era ricco, e doveva sostenere
il peso di due mogli graziose e spendaccione, oltre a una nidiata di
mocciosi. Taita aveva salvato i suoi figli nel periodo in cui la piaga dei
Fiori Gialli devastava l'Egitto. Pur avendo un ruolo secondario, Bastet
sedeva accanto al seggio del potere e usava bene le sue orecchie e la sua
memoria eccezionale. Aveva molto da riferire a Taita su quello che era
accaduto nel nomo di Menfi dopo l'ascesa al trono del nuovo reggente, e
ricevette il pagamento con sincera gratitudine. «Una tua parola di
protezione sarebbe stata sufficiente, potente mago.»
«I bambini non ingrassano con le parole», ribatté Taita, congedandolo.
Subito dopo, fu la volta di Obos, Gran Sacerdote del tempio di Horus a
Tebe. Doveva la nomina a Taita, che aveva interceduto in suo favore
presso Tamose. Quasi tutti i nobili si recavano al tempio di Horus per
rendergli omaggio e compiere sacrifici, e tutti si confidavano col Gran
Sacerdote. Il terzo uomo che doveva fare rapporto a Taita era Nolro,
segretario dell'esercito del nord. Era un eunuco anche lui e, tra coloro che
avevano subito quella terribile mutilazione, esisteva un forte legame di
solidarietà.
Fin dalla sua gioventù, allorché si era trovato a dirigere gli affari di Stato

Wilbur Smith 84 2001 - Figli Del Nilo


restando nell'ombra del trono, Taita si era reso conto dell'assoluta necessità
di avere informazioni esaurienti sulle quali basare le sue decisioni. Per il
resto della notte, e per gran parte del giorno seguente, ascoltò quegli
uomini, interrogandoli con attenzione, in modo che, quando fosse stato
pronto a tornare al palazzo di Memnone, sarebbe stato al corrente di tutti
gli avvenimenti importanti, delle correnti significative che si agitavano
sotto la superficie e dei gorghi politici che si erano creati mentre lui era
lontano, nel deserto di Gebel Nagara.
Soltanto poco prima di sera si rimise in cammino per tornare verso il
palazzo, percorrendo la via diretta lungo la riva del fiume. I contadini che
rientravano dal lavoro nei campi lo riconobbero, gli rivolsero il segno che
augurava buona fortuna e lunga vita e gridarono: «Prega Horus per noi,
mago!» poiché sapevano tutti che era un devoto del dio. Molti di loro gli
portarono piccoli doni, e un aratore lo chiamò a dividere con lui la cena di
frittelle di dhurra e locuste arrostite, accompagnate da latte tiepido di
capra appena munto.

Al calar della notte, Taita ringraziò il contadino ospitale e si congedò,


lasciandolo seduto accanto al fuoco. Poi si affrettò a riprendere il cammino
nell'oscurità, ansioso di non perdere la cerimonia della levata del re.
Tuttavia era già l'alba quando raggiunse il palazzo. Ebbe appena il tempo
di fare il bagno e cambiarsi prima di raggiungere la camera da letto del
Faraone. Sulla porta, però, si trovò la strada sbarrata da due guardie, che,
al suo apparire, incrociarono le lance.
Taita rimase sbalordito. Un fatto simile non era mai accaduto prima,
perché lui era il tutore del re, nominato quattordici anni prima dal Faraone
Tamose. Lanciò un'occhiata piena di collera al capo delle guardie, che
abbassò gli occhi, ma non cedette. «Non intendo offenderti, potente mago.
È per ordine esplicito del comandante della guardia del corpo, Asmor.
Nessuno può essere ammesso alla presenza del sovrano senza
l'approvazione del reggente.»
L'ufficiale fu irremovibile, così Taita si allontanò, attraversando la
terrazza a lunghe falcate per raggiungere Naja, che stava facendo colazione
in mezzo a una piccola cerchia di favoriti e adulatori. «Nobile Naja, sai
bene che è stato il padre dell'attuale Faraone a nominarmi suo tutore e
mentore. Ho avuto il diritto di avvicinarlo a qualunque ora del giorno e
della notte.»

Wilbur Smith 85 2001 - Figli Del Nilo


«Questo accadeva molti anni fa, mio buon mago», replicò Naja in tono
tranquillo, accettando un chicco d'uva sbucciato dallo schiavo che stava in
piedi dietro il suo sgabello e glielo metteva in bocca. «Allora era giusto,
ma ora il Faraone Seti non è più un bambino e non ha più bisogno di una
bambinaia.» Il tono era distratto, ma non per questo l'insulto risultò meno
sarcastico. «Io sono il reggente, e in futuro si rivolgerà a me per ottenere
consigli e guida.»
«Riconosco il tuo diritto e dovere nei confronti del re, ma tenermi
lontano da Nefer non è necessario, oltre a essere crudele.» Taita avrebbe
voluto protestare oltre, ma Naja lo ridusse al silenzio con un cenno
autoritario.
«La sicurezza del re viene prima di ogni altra cosa», ribatté. Poi si alzò,
per indicare che il pasto e il colloquio erano finiti. Le sue guardie del
corpo lo circondarono, costringendo Taita a indietreggiare.
Seguì con gli occhi il corteo di Naja, che si avviava attraverso il cortile
per raggiungere la sala del consiglio, ma, invece d'imitarlo, si sedette sul
bordo di una delle vasche per i pesci a meditare su quel nuovo sviluppo
degli avvenimenti.
Naja aveva isolato Nefer, ormai prigioniero nel suo stesso palazzo. Al
momento giusto, il Faraone sarebbe stato solo, circondato soltanto da
nemici. Cercò di escogitare un sistema per proteggerlo. Ancora una volta
prese in considerazione l'idea di fuggire dall'Egitto, di rapire Nefer per
portarlo oltre il deserto e metterlo sotto la protezione di una potenza
straniera finché non fosse diventato adulto e abbastanza forte per
reclamare quello che gli spettava di diritto. Tuttavia era certo che Naja gli
aveva sbarrato non solo la porta dell'appartamento reale, ma anche ogni via
di fuga da Tebe e dall'Egitto.
Non esisteva una soluzione facile, a quanto pareva, e, dopo un'ora di
profonde riflessioni, Taita si alzò con un sospiro. Le guardie che
sorvegliavano la porta della sala del consiglio si scostarono per farlo
passare e lui percorse il corridoio di centro per occupare il suo posto
abituale, sulla prima panca.
Nefer era seduto sul palco, vicino al reggente. Portava l'hedjet, la corona
bianca simbolo dell'Alto Egitto, e aveva un'aria pallida e nervosa. Per un
istante, Taita ebbe paura che fosse oggetto di un lento avvelenamento, ma
non percepì un'aura di morte intorno al ragazzo. Si concentrò per inviargli
una corrente di forza e di coraggio, ma Nefer gli lanciò un'occhiata gelida

Wilbur Smith 86 2001 - Figli Del Nilo


e accusatrice, quasi per punirlo di essere mancato alla cerimonia mattutina.
Allora Taita dedicò la sua attenzione alle discussioni in corso. Si stavano
prendendo in esame gli ultimi rapporti dal fronte settentrionale, dove il re
Apepi aveva riconquistato Abnub dopo un assedio durato tre anni. Quella
sventurata città aveva cambiato di mano otto volte dopo la prima invasione
degli hyksos, avvenuta durante il regno del Faraone Marnose, padre
putativo di Tamose.
Se Tamose non fosse stato stroncato dalla freccia degli hyksos, forse la
sua audace strategia avrebbe impedito quel tragico rovescio militare.
Invece di prepararsi per il prossimo attacco degli hyksos contro Tebe, forse
le armate egizie sarebbero state lanciate verso la capitale nemica, Avaris...
Taita si accorse che il consiglio era diviso in due fazioni in netto
contrasto su ogni aspetto della crisi. Cercavano qualcuno cui attribuire la
colpa della recente sconfitta, anche se era evidente agli occhi di tutti che la
morte del Faraone ne era stata la causa principale, perché aveva lasciato
l'esercito senza testa e senza cuore. E Apepi si era prontamente
avvantaggiato di quella mancanza.
Ascoltando le discussioni, Taita si convinse più che mai che quella
guerra era come un ascesso nel corpo dell'Egitto stesso. Esasperato, si alzò
e, in silenzio, lasciò il consiglio. Non c'era nulla che potesse fare, restando
lì: si stavano ancora azzuffando per decidere a chi affidare il comando
dell'esercito del nord per sostituire il defunto Faraone Tamose. «Ora che se
n'è andato lui, non c'è nessuno dei nostri comandanti che sia all'altezza di
Apepi, né Asmor né Teron né lo stesso Naja», mormorò Taita,
allontanandosi. «Dopo sessant'anni di guerra, il Paese e l'esercito sono
dissanguati. Dobbiamo avere il tempo per recuperare le forze e dare la
possibilità a un grande comandante di emergere dai ranghi dell'esercito.»
Pensava a Nefer, ma sarebbero trascorsi anni prima che il ragazzo fosse in
grado di assumere il ruolo che il destino gli riservava, come Taita sapeva
dallo studio dei Labirinti di Ammon-Ra. «Devo concedergli il tempo
necessario e tenerlo al sicuro finché non sarà pronto...»
Si diresse verso il gineceo del palazzo. Essendo un eunuco, poteva
varcare anche le porte che agli altri uomini erano sbarrate. Erano passati
tre giorni da quando le principesse avevano saputo che tra poco sarebbero
andate spose, e Taita sapeva che sarebbe dovuto andare a trovarle già da
tempo. Dovevano essere confuse e turbate, bisognose del suo conforto e
del suo consiglio.

Wilbur Smith 87 2001 - Figli Del Nilo


Quando entrò nel cortile, Merykara fu la prima a vederlo. Balzò subito
in piedi, piantando in asso la sacerdotessa di Iside, che le stava impartendo
una lezione con la tavoletta per scrivere e la spatola, per corrergli incontro
coi riccioli che le saltellavano sulle spalle. Gli cinse la vita, abbracciandolo
con tutte le sue forze. «Oh, Taita, dove sei stato? Sono tanti giorni che ti
cerco...» Alzò la testa per guardarlo e lui si accorse che aveva pianto: gli
occhi erano orlati di rosso e segnati da occhiaie scure. E, in quel momento,
ricominciò a piangere, con le spalle scosse dai singhiozzi. Taita la prese in
braccio, tenendola stretta finché non si fu calmata un po'. «Che c'è,
scimmietta? Che cosa ti ha reso così infelice?»
«Il nobile Naja mi porterà in un posto segreto e mi farà cose orribili. Mi
metterà dentro qualcosa di enorme e aguzzo, che farà soffrire e
sanguinare.»
«Chi te lo ha detto?» Taita stentava a dominare la collera.
«Magara e Saak», singhiozzò Merykara. «Oh, Taita, non puoi impedirgli
di farmi queste cose? Ti prego, oh, ti prego.»
Taita avrebbe dovuto capire subito che il terrore di Merykara era stato
causato dalle due schiave nubiane. Di solito parlavano di mostri e spettri,
ma, in quel caso, avevano trovato un altro espediente per tormentare le
fanciulle che erano loro affidate. Taita giurò con aria truce di punire le due
piccole chiacchierone come meritavano, poi si dedicò a calmare i timori
della principessa, ma dovette ricorrere a tutto il tatto e la gentilezza di cui
era capace, perché Merykara era terrorizzata. La condusse verso un angolo
tranquillo del giardino e, non appena fu seduto, lei gli si arrampicò sulle
ginocchia, appoggiandogli la guancia contro il petto.
Naturalmente i suoi timori erano infondati. Anche dopo il matrimonio
era contrario alla natura, alla legge e alle usanze che Naja si accostasse al
suo letto prima che Merykara avesse visto la prima luna rossa e, a quel
momento, mancava ancora qualche anno. Finalmente Taita riuscì a
tranquillizzarla, poi la guidò verso le scuderie reali per farle ammirare e
accarezzare il puledrino nato quella mattina.
Quando Merykara riprese a sorridere e chiacchierare, Taita la riportò
nell'harem, facendo qualche piccolo gioco di prestigio per divertirla:
intingendo il dito in una brocca, trasformò l'acqua del Nilo in una deliziosa
bevanda alla frutta, che bevvero insieme, poi lanciò in aria un sasso che si
trasformò in un canarino, volando in cima a un albero di fico. Lassù
l'uccellino continuò a saltellare e cinguettare, mentre la bambina ballava e

Wilbur Smith 88 2001 - Figli Del Nilo


strillava di gioia ai piedi dell'albero.
Taita la lasciò per andare in cerca delle due schiave, Magara e Saak, e le
rimproverò con tanta violenza che ben presto le due si abbracciarono,
piangendo disperate. Lui sapeva che in quei casi era sempre Magara a
prendere l'iniziativa, quindi le tirò fuori dell'orecchio uno scorpione vivo e
lo tenne vicinissimo al suo viso, provocando nella piccola schiava un tale
parossismo di terrore che lei se la fece addosso per la paura.
Soddisfatto, Taita andò in cerca di Heseret. Come aveva previsto, era
scesa in riva al fiume con la sua lira e, quando lo vide, gli rivolse un
sorriso mesto, continuando a suonare. Si sedette accanto a lei, sul pendio
erboso sotto i rami del salice che scendevano fino a terra. La melodia che
Heseret stava suonando era stata la preferita della nonna, Lostris. Ed era
stato proprio Taita a insegnargliela.

Il mio cuore freme come una quaglia ferita


quando vedo il viso del mio diletto.
Le mie guance fioriscono come il cielo all'aurora
di fronte al sole del suo sorriso.

La sua voce era dolce e intonata, al punto che Taita si sentì gli occhi
pieni di lacrime: era come ascoltare di nuovo Lostris. Si unì al canto con
una voce ancora limpida e ferma, senza il tremolio della vecchiaia. Sul
fiume, i rematori di una nave di passaggio sollevarono i remi per ascoltare
con espressione rapita, mentre la corrente trascinava l'imbarcazione.
Quando la canzone finì, Heseret posò la lira, voltandosi verso di lui.
«Caro Taita, sono così felice che tu sia venuto...»
«Mi spiace di averti fatto aspettare, luna di tutte le mie notti.» Lei
accennò un sorriso perché quel vezzeggiativo le piaceva molto. «Quale
servigio desideri da me?»
«Devi andare dal nobile Naja e presentargli le mie scuse più sincere, ma
dirgli che non posso sposarlo.»
Somigliava davvero tanto alla nonna. Proprio quando aveva l'età di
Heseret, anche Lostris gli aveva affidato un compito impossibile con la
stessa sicurezza, la medesima fiducia assoluta nella sua capacità di
compierlo. La ragazza lo fissò con gli enormi occhi verdi. «Vedi, ho già
promesso a Meren che sarei diventata sua moglie.» Meren era il nipote di
Kratas, amico d'infanzia del principe Nefer.

Wilbur Smith 89 2001 - Figli Del Nilo


Taita aveva notato che Meren guardava spesso Heseret con occhi
adoranti, ma non aveva mai sospettato che lei ricambiasse i suoi
sentimenti. Si chiese fino a che punto i due si fossero spinti per consumare
la loro passione, ma poi accantonò quell'idea. «Heseret, ti ho già spiegato
tante volte che tu non sei una ragazza come le altre», le disse con un
sospiro. «Sei una principessa reale, e il tuo matrimonio non può dipendere
da un'infatuazione giovanile: è un atto che ha gravi conseguenze
politiche.»
«Tu non capisci, Taita», ribatté Heseret a bassa voce, ma con la pacata
ostinazione che lui temeva. «Io amo Meren, lo amo fin da quand'ero
bambina. Voglio sposare lui, non il nobile Naja.»
«Ma io non posso contraddire il reggente...»
Però lei scosse la testa, sorridendo. «Tu sei così saggio, Taita.
Escogiterai certamente qualcosa, come fai sempre», mormorò.
E lui ebbe l'impressione che gli si spezzasse il cuore.

«Nobile Taita, rifiuto di discutere il tuo diritto di accesso al Faraone e il


mio imminente matrimonio con le principesse reali. Ho già preso una
decisione su entrambe le questioni.» Per sottolineare che l'argomento era
chiuso, Naja riportò la sua attenzione al rotolo che teneva aperto davanti a
sé. Passò un lasso di tempo sufficiente perché uno stormo di oche
selvatiche si levasse dalla palude sulla riva orientale, attraversando le
acque grigie del Nilo con pesanti battiti delle ali e sorvolasse il parco del
palazzo in cui i due si trovavano. Infine Taita distolse gli occhi dal cielo e
si alzò per congedarsi. Mentre s'inchinava al reggente e cominciava a
indietreggiare, Naja alzò gli occhi su di lui. «Non ti ho ancora dato il
permesso di andartene.» «Mio signore, credevo che non avessi più bisogno
di me.» «Al contrario, ho bisogno di te con estrema urgenza.» Gli lanciò
un'occhiata collerica, facendogli cenno di sedersi di nuovo. «Stai mettendo
a dura prova la mia mitezza e il mio favore. So che eri abituato a
consultare i Labirinti per il Faraone Tamose ogni volta che lui te lo
chiedeva. Perché con me rimandi tanto a lungo? In qualità di reggente di
questo Paese, non intendo ammettere ulteriori rinvii. Te lo chiedo non nel
mio interesse, ma per la sopravvivenza stessa della nostra nazione in
questa guerra col nord. Ho bisogno della guida di tutti gli dei, e tu sei
l'unico che può fornirmela.» Naja si alzò con un movimento così brusco
che il tavolo di fronte a lui si rovesciò: rotoli di papiro, pennelli e

Wilbur Smith 90 2001 - Figli Del Nilo


inchiostro caddero sulle piastrelle di terracotta. Lui non ci badò, ma la sua
voce crebbe di volume fino a diventare un grido. «Io ti ordino, con tutta
l'autorità del Sigillo del Falco...» tuonò, toccando l'amuleto che portava al
braccio destro, «... ti ordino di percorrere i Labirinti di Ammon-Ra per mio
conto!»
Taita chinò la testa in un gesto teatrale di rassegnazione. Erano
settimane che si preparava a quell'ultimatum, e aveva rimandato soltanto
per prolungare al massimo il periodo di tregua durante il quale Nefer
sarebbe stato relativamente al sicuro dalle ambizioni del reggente.
Continuava a ritenere che il nobile Naja non avrebbe fatto mosse decisive
nei suoi confronti finché non avesse ottenuto la sanzione dei Labirinti. «Il
plenilunio è il periodo più propizio per i Labirinti», gli disse infine. «Ho
già completato i preparativi.»
Naja si lasciò cadere di nuovo sui cuscini. «Lo farai qui, nel mio
alloggio.»
«No, reggente, non è l'ideale.» Taita sapeva che, se voleva assicurarsi un
ascendente su Naja, doveva tenerlo sempre sul chi vive. «Più saremo vicini
all'influenza degli dei, più precise saranno le predizioni. Ho preso accordi
coi sacerdoti del tempio di Osiride, a Busiris. È là che consulterò i
Labirinti, a mezzanotte del plenilunio. Celebrerò il mistero nel santuario
più interno del tempio, dove si conserva la spina dorsale del dio
smembrato dal fratello Seth, la colonna djed, che esalterà la forza delle
nostre deliberazioni.» La voce di Taita era carica di significati arcani. «Nel
santuario ci saremo soltanto tu e io. Nessun altro mortale deve udire quello
che gli dei hanno da dirti. Una delle compagnie di Asmor sorveglierà gli
accessi al santuario.»
Naja, che era un fedele di Osiride, assunse un'espressione solenne. Come
Taita aveva previsto, era rimasto colpito dall'ora e dal luogo prescelti.
«Sarà fatto come dici», mormorò.
Il viaggio verso Busiris a bordo della nave reale richiese due giorni, con
la compagnia di Asmor che li seguiva a bordo di altre quattro navi.
Approdarono sulla spiaggia gialla sotto le mura del tempio, dove i
sacerdoti aspettavano di accogliere Naja con canti e offerte di gomma
arabica e mirra. Il fatto che il reggente apprezzasse le sostanze profumate
era già noto in tutto il Paese.
Furono condotti negli alloggi preparati per loro. Mentre Naja faceva il
bagno e si profumava, ristorandosi, Taita visitò il santuario in compagnia

Wilbur Smith 91 2001 - Figli Del Nilo


del Gran Sacerdote e compì sacrifici in onore del grande dio Osiride.
Subito dopo, seguendo i discreti suggerimenti di Taita, il Gran Sacerdote si
ritirò, lasciandolo ai preparativi per quella sera.
Il nobile Naja non aveva mai presenziato alla cerimonia dei Labirinti, e
del resto ben pochi lo avevano fatto. Taita voleva organizzare per lui uno
spettacolo impressionante, ma non aveva la minima intenzione di
sottoporsi alla prova estenuante del rituale autentico.
Dopo il tramonto, il Gran Sacerdote offrì un banchetto al reggente,
facendo servire in suo onore il celebre vino dei vigneti che circondavano il
tempio. Era stato a Busiris che il grande dio Osiride aveva introdotto l'uva
in Egitto. Quando il vino raffinato ebbe addolcito il reggente e il resto
della compagnia, i sacerdoti misero in scena una serie di rappresentazioni
imperniate sulla vita del grande dio. Ognuna raffigurava Osiride con un
colore diverso: bianco come le bende di una mummia; nero per indicare il
regno dei morti; rosso come il dio della giustizia. Comunque reggeva
sempre lo scettro e il flagello, in segno di sovranità, e teneva i piedi uniti
come quelli di un cadavere. Nella scena finale, aveva il viso dipinto di
verde per simboleggiare l'aspetto vegetale e, come i grani di dhurra, che
simboleggiavano la vita e l'esistenza materiale, veniva sepolto nella terra,
simbolo della morte. Nel buio del mondo sotterraneo avrebbe germogliato,
proprio come i semi di dhurra, per sbucare di nuovo alla luce del giorno
nel ciclo glorioso della vita eterna.
Mentre venivano eseguite quelle pantomime, il Gran Sacerdote recitava i
nomi del potere assegnati al dio: «Occhio della notte», «Creatura benigna
eterna», «Figlio di Jeb» e «Wennefer, perfetto nella maestà».
Poi, in mezzo al fumo degli incensieri, al rullo del tamburo e al suono
del sistro, i sacerdoti intonarono il poema epico della lotta tra bene e male.
La leggenda narrava che Seth, invidioso del fratello buono, aveva
rinchiuso Osiride in una cassa, gettandola poi nel Nilo per farlo annegare.
Quando il suo corpo era stato riportato a riva dalle acque del fiume, Seth lo
aveva tagliato a pezzi, sparpagliando per l'Egitto le varie parti, e lì a
Busiris aveva seppellito la colonna djed, la spina dorsale. Iside, la sorella-
sposa di Osiride, aveva cercato e ritrovato tutte le parti del corpo,
rimettendole insieme. Aveva poi tentato ogni cosa per farlo tornare in vita,
trasformandosi addirittura in falco e battendo le ah sopra Osiride nel
tentativo d'infondergli il respiro della vita.
Molto prima di mezzanotte il reggente dell'Egitto aveva già consumato

Wilbur Smith 92 2001 - Figli Del Nilo


un'intera bottiglia di quel vino potente e si sentiva irrequieto e
suggestionabile; inoltre le rappresentazioni dei sacerdoti, in un certo senso,
avevano esaltato le sue superstizioni religiose. Quando il raggio argenteo
della luna piena penetrò attraverso l'apertura praticata, con estrema
precisione, nel tetto del tempio, spostandosi poi in modo impercettibile
verso la porta chiusa del santuario, il Gran Sacerdote diede il segnale, e
tutti gli altri sacerdoti si alzarono e uscirono in processione, lasciando soli
il nobile Naja e Taita.
A poco a poco il canto dei sacerdoti che si allontanavano si spense,
lasciando il posto a un silenzio greve. Taita prese per mano il reggente,
guidandolo attraverso il tempio illuminato dalla luna fino alla porta del
santuario interno. Non appena vi furono vicini, la grande porta di bronzo si
aprì da sé e il nobile Naja sussultò, mentre la sua mano tremava in quella
di Taita. Si sarebbe ritirato, se il mago non lo avesse guidato oltre.
Il santuario era illuminato da quattro bracieri, uno in ogni angolo della
piccola cella di pietra. Al centro del pavimento ricoperto di piastrelle c'era
uno sgabello basso, verso il quale Taita portò Naja, facendogli cenno di
sedersi. Mentre il reggente obbediva, la porta si chiuse alle loro spalle, e
lui si guardò intorno, spaventato. Si sarebbe alzato per allontanarsi, ma
Taita gli posò una mano sulla spalla per trattenerlo. «Qualunque cosa tu
veda e oda, non muoverti. Non parlare. Se ci tieni alla vita, non fare niente
e non dire niente.»
Poi si diresse con passo solenne verso la statua del dio. Alzò le mani e
improvvisamente, tra le sue dita, comparve un calice d'oro. Tenendolo per
lo stelo, Taita lo protese verso l'alto, invocando Osiride perché ne
consacrasse il contenuto, poi portò il calice a Naja, invitandolo a bere. Il
liquido viscoso, simile per consistenza al miele, aveva un sapore di petali
di rose e funghi. Taita batté le mani, e il calice svanì nell'aria.
Il mago si mise allora di fronte a Naja e allargò le braccia,
incominciando a muoversi secondo un rituale mistico. D'un tratto nelle sue
mani apparvero alcuni dischi di avorio: i Labirinti di Ammon-Ra. Almeno
quelli, Naja li riconobbe, grazie ai racconti fantasiosi che gli erano stati
fatti sul rituale.
Taita lo invitò a coprire con le mani i dischi d'avorio, recitando
un'invocazione ad Ammon-Ra e alla schiera degli dei.
Maestoso nella luce e nel fuoco, focoso nella divina maestà, avvicinati e
accogli le nostre preghiere.

Wilbur Smith 93 2001 - Figli Del Nilo


Naja si dimenò sullo sgabello, sentendo i dischi dei Labirinti diventare
caldi come il fuoco nelle sue mani, e fu con sollievo che li restituì a Taita.
Sudava a profusione, mentre osservava il vecchio mago che li portava
verso la parte opposta del tempio, disponendoli ai piedi della gigantesca
statua di Osiride. E là il mago s'inginocchiò, curvo sui Labirinti. Per
qualche istante non si udì nessun suono all'interno della cella, se non il
sibilo delle fiamme, non si vide nessun movimento tranne quello delle
ombre proiettate dalla luce tremolante dei bracieri, che danzava sulle pareti
di pietra.
Poi, all'improvviso, un grido terribile, disumano, risuonò nel santuario.
Fu come se il dio si fosse appropriato nuovamente delle parti vitali
strappate al suo corpo dal fratello malvagio. Naja si lasciò sfuggire un
gemito sommesso, coprendosi la testa con lo scialle.
Tornò a regnare il silenzio, ma d'un tratto le fiamme dei brarieri si
levarono sino al soffitto, passando dal giallo a sfumature di verde, viola,
cremisi e azzurro, e dalle fiamme si sprigionarono grandi nubi di fumo che
riempirono il locale. Naja tossì, soffocato dal fumo. Aveva l'impressione di
non riuscire a respirare e gli girava la testa. Sentiva il suono del suo stesso
respiro echeggiargli nella testa.
Taita si girò lentamente a guardarlo e Naja rabbrividì di orrore, perché il
mago si era trasformato. Il suo volto era illuminato da una luce verde,
come quello del dio risorto. Dalla bocca aperta gli usciva una schiuma
verdastra che colava sul petto, mentre gli occhi erano orbite cieche da cui
sprizzavano raggi d'argento. Senza muovere i piedi, scivolò verso il luogo
in cui sedeva Naja, mentre dalla sua bocca schiumante uscivano le voci di
un'orda selvaggia di demoni e jinn, un coro terribile di grida, gemiti, sibili,
grugniti, conati di vomito e risate folli.
Il nobile Naja tentò di alzarsi, ma era come se i suoni e il fumo gli
avessero invaso il cervello. Venne sopraffatto dall'oscurità. Le gambe
cedettero e si accasciò in avanti, cadendo dallo sgabello, in deliquio.

Quando il reggente dell'Egitto riprese i sensi, il sole era alto e scintillava


sulle acque del fiume. Si ritrovò disteso sul giaciglio di seta posto sul
ponte di poppa della barca reale, sotto la tenda gialla che lo proteggeva dal
sole.
Si guardò intorno con occhi annebbiati, e scorse le vele delle navi di
scorta bianche come ali di egretta sullo sfondo del verde lussureggiante

Wilbur Smith 94 2001 - Figli Del Nilo


delle rive del fiume. Il sole pareva accecarlo. Chiuse di nuovo gli occhi.
Aveva una sete incredibile, gli pareva di aver inghiottito una manciata di
ghiaia e la testa gli martellava come se tutti i demoni della sua visione vi
fossero intrappolati dentro. Rabbrividì con un gemito, poi vomitò nel
secchio che uno schiavo gli porgeva.
Taita accorse al suo fianco, gli tenne sollevata la testa e gli fece
inghiottire una sorsata di una bevanda miracolosa che attenuò all'istante il
pulsare della testa, concedendo libero sfogo ai gas intrappolati nel ventre
gonfio e lasciandoli eruttare dall'orifizio posteriore con folate di aria
maleodorante. Quando si fu ripreso abbastanza da parlare, sussurrò:
«Dimmi tutto, Taita. Non ricordo niente. Che cos'hanno rivelato i
Labirinti?»
Prima di rispondere, Taita allontanò tutti i membri dell'equipaggio e gli
schiavi in modo che non potessero sentire. Poi s'inginocchiò accanto a
Naja.
Il reggente gli posò sul braccio una mano tremante, sussurrando: «Non
ricordo niente dopo...» Esitò, mentre i terrori della notte prima tornavano
ad assalirlo, e fu scosso da un brivido.
«Siamo quasi arrivati a Sebennytos, maestà», gli disse Taita. «Saremo di
ritorno a Tebe prima di notte.»
«Che cos'è successo?» insistette Naja, scrollando il braccio di Taita.
«Che cosa ti hanno rivelato i Labirinti?»
«Grandi portenti, maestà.» La voce di Taita tremava di emozione.
«Portenti?» L'interesse di Naja si accese e lui si sforzò di stare seduto.
«Perché mi chiami così? Io non sono il Faraone.»
«Fa parte di ciò che è stato rivelato.»
«Dimmelo, dimmi tutto.»
«Non ricordi come il tetto del tempio si è aperto, simile ai petali del
fiore di loto, e la grande strada è scesa verso di noi dal cielo notturno?»
Naja scosse la testa, poi annuì con aria incerta. «Sì, mi pare di ricordare.
La strada non era forse una scala dorata?»
«Vedi che ricordi», lo elogiò Taita.
«Siamo saliti sulla scala dorata.» Naja lo guardò per ottenere conferma.
«E siamo stati trasportati sul dorso di due leoni alati...» gli suggerì Taita.
«Sì, rammento i leoni, ma tutto quello che viene dopo è ombra e
incertezza.»
«Questi misteri ottundono la mente e offuscano gli occhi che non vi

Wilbur Smith 95 2001 - Figli Del Nilo


sono abituati. Persino io, che sono un adepto del settimo e ultimo grado,
sono rimasto turbato dall'esperienza che abbiamo condiviso», gli spiegò
Taita con gentilezza. «Ma non disperare, perché gli dei mi hanno ordinato
di spiegarteli.»
«Parla, buon mago, e non risparmiarmi i dettagli.»
«Sul dorso dei leoni alati siamo saliti attraverso l'oceano scuro,
superando i picchi delle montagne bianche, e tutti i regni della terra e del
cielo erano dispiegati sotto di noi.»
«Sì, vai avanti!» lo spronò Naja.
«Infine siamo giunti nella cittadella dove dimorano gli dei. Le
fondamenta giungevano fino agli abissi del mondo dell'aldilà, mentre le
colonne sostenevano il cielo e tutte le stelle. Ammon-Ra ci è apparso in
tutto il suo splendore, e tutti gli altri dei erano seduti su troni d'argento e
oro, di fuoco, di cristallo e di zaffiro.»
Naja lo guardò, battendo le palpebre; gli risultava ancora difficile
mettere a fuoco le cose. «Sì, ora che me lo dici, lo rammento. I troni di
zaffiri e diamanti...» Il disperato bisogno di credere in quelle parole ardeva
in lui come un fuoco. «E poi il dio ha parlato?» azzardò. «Mi ha parlato,
vero?»
«Sì. Con voce tonante come il crollo di una montagna, il grande dio
Osiride ha detto: 'Diletto Naja, sei sempre stato fedele nella tua devozione
verso di me e sarai ricompensato'.»
«Qual era il significato di queste parole? Lo ha spiegato, Taita?»
L'altro annuì con aria solenne. «Sì, maestà.»
«Hai usato di nuovo quel titolo. Spiegami perché.»
«Sia fatto come tu vuoi, maestà. Ti ripeterò tutto, parola per parola. Il
grande Osiride si è mostrato in tutta la sua terribile gloria, sollevandoti dal
dorso del leone alato per collocarti accanto a sé sul trono di fuoco e d'oro.
Ti ha toccato la bocca e il cuore, e ti ha salutato col titolo di fratello
divino.»
«Mi ha chiamato 'fratello divino'? Che cosa intendeva?»
Taita represse un fremito d'irritazione. Naja era sempre stato un uomo
intelligente, acuto e percettivo; di solito non c'era bisogno di spiegargli
ogni cosa per filo e per segno. Era chiaro che gli effetti del fungo magico
che Taita gli aveva somministrato la sera prima e delle esalazioni drogate
dei bracieri non si erano ancora dissipati. Forse ci sarebbero voluti giorni
prima che riuscisse a riflettere di nuovo lucidamente. Dovrò calcare la

Wilbur Smith 96 2001 - Figli Del Nilo


mano, decise il mago. «Sono rimasto perplesso anch'io nell'udire le sue
parole. Il significato non mi era chiaro, ma poi il grande dio ha parlato di
nuovo: 'Ti accolgo nel consesso del cielo, fratello divino'.»
Il viso di Naja s'illuminò, assumendo un'espressione orgogliosa e
trionfante. «Mi stava forse deificando, Taita? Di certo il significato non
può essere che questo.»
«Se mai ci fosse stato un dubbio, è stato dissipato immediatamente.
Infatti Osiride ha preso la corona doppia dell'Alto e del Basso Egitto e te
l'ha posta sulla testa, pronunciando queste parole: 'Salve, fratello divino!
Salve, futuro Faraone'.» Naja era rimasto in silenzio, ma lo fissava con
occhi scintillanti. Dopo una lunga pausa, il vecchio proseguì: «Con
l'incoronazione, la tua deificazione è divenuta manifesta. Mi sono
inginocchiato di fronte a te e ti ho adorato insieme con gli altri dei».
Naja non fece il minimo sforzo per mascherare le emozioni che provava.
Si sentiva in estasi, era vulnerabile come dopo un orgasmo. Taita
approfittò di quel momento. «Poi Osiride ha aggiunto: 'In questi prodigi, la
tua guida sarà il mago Taita, poiché egli è un adepto di tutti i misteri e
maestro dei Labirinti. Segui fedelmente le sue istruzioni, e tutte le
ricompense che ti ho promesso saranno tue'.»
Tacque, spiando la reazione di Naja. Forse sono stato troppo esplicito,
pensò.
Invece il reggente parve accettare quella condizione senza difficoltà.
«Che altro, Taita? Che altro ha detto il grande dio?»
«A te nient'altro, mio signore, ma a quel punto si è rivolto direttamente a
me. Le sue parole mi hanno colpito fin nel profondo dell'animo, perché mi
ha imposto un pesante fardello. Queste sono le sue esatte parole, incise a
fuoco nel mio cuore: 'Taita, maestro dei Labirinti, d'ora in poi non avrai
altro amore né lealtà né dovere. Tu sei il servo del mio fratello divino,
Naja. La tua unica preoccupazione dev'essere aiutarlo a compiere il suo
destino. Non cesserai di farlo finché non vedrai la corona doppia dell'Alto
e del Basso Egitto posata sul suo capo'.»
«'Non avrai altro amore né lealtà'», ripeté Naja a bassa voce. Pareva che
si fosse già liberato di gran parte degli effetti negativi della prova subita.
Stava riacquistando le forze e nei suoi occhi color miele tornava a
scintillare la luce dell'astuzia. «E hai accettato l'incarico che il grande
Osiride ti ha affidato, mago? Rispondi in modo franco e leale: sei il mio
uomo, adesso, o intendi rinnegare la parola del grande padre?»

Wilbur Smith 97 2001 - Figli Del Nilo


«Come potrei negare qualcosa al grande dio?» replicò Taita con
semplicità, chinando la testa fino a sfiorare le assi del ponte. Poi prese tra
le mani il piede destro di Naja e vi posò la fronte. «Accetto l'incarico che
gli dei mi hanno affidato. Sono il tuo uomo, divina maestà. Appartengo a
te, testa, cuore e animo.»
«E gli altri tuoi doveri? Che ne è del giuramento di fedeltà che hai
pronunciato verso il Faraone Nefer Seti al momento della nascita?»
«Maestà, il grande dio Osiride mi ha assolto da tutti gli impegni
precedenti. Ora nessun giuramento conta per me, a parte quello che ora
faccio a te.»
Naja lo fece alzare, fissandolo negli occhi in cerca di tracce d'inganno o
di malizia. Taita ricambiò lo sguardo con serenità. Sentiva i dubbi, le
speranze e i sospetti del reggente brulicare come un cesto pieno di topi vivi
in attesa di essere portati ai falchi del re.
Il desiderio è padre dell'azione, pensò Taita. Vorrà credere, perché
desidera che sia così. Osservò gli occhi color miele e vide i dubbi svanire
lentamente.
«Ti credo», disse Naja, abbracciandolo. «Quando porterò la corona
doppia, tu riceverai ricompense superiori alle tue aspettative. Superiori a
ciò che puoi anche solo immaginare...»

Nei giorni seguenti, Naja lo tenne sempre accanto a sé, e Taita sfruttò
quella nuova posizione di fiducia per modificare alcune delle intenzioni
inespresse del reggente. Su invito di Naja, studiò di nuovo gli auspici,
sacrificando una pecora per esaminarne le viscere e lasciando libero un
falco dell'allevamento reale per osservarne l'andamento in volo. In base a
questi elementi fu in grado di stabilire che il dio non avrebbe approvato il
matrimonio di Naja con le principesse sinché non fosse cominciata almeno
la successiva inondazione del Nilo, altrimenti l'esito dell'inondazione
sarebbe stato senz'altro negativo: e quello era un disastro che neppure Naja
poteva permettersi. La vita stessa dell'Egitto dipendeva dall'inondazione
del grande fiume. Con quella profezia, Taita aveva rinviato il pericolo per
Nefer, oltre a stornare la sofferenza dalle due principesse.
Naja protestò e sollevò obiezioni, ma, dopo quella terribile notte a
Busiris, trovava quasi impossibile resistere alle predizioni di Taita. In
questo senso fu reso più docile anche dalle notizie negative che
giungevano dal fronte di guerra a nord. Per suo ordine, e contro il

Wilbur Smith 98 2001 - Figli Del Nilo


consiglio di Taita, gli egizi avevano lanciato un disperato contrattacco per
tentare di riconquistare Abnub, e avevano fallito, perdendo trecento carri e
quasi un reggimento di fanteria nei terribili combattimenti che avevano
avuto luogo intorno alla città. Apepi sembrava ormai deciso a infliggere un
colpo mortale alle truppe avversarie demoralizzate e indebolite,
dirigendosi verso Tebe a capo di un grande esercito. Non era certo il
momento adatto per un matrimonio: persino Naja fu costretto ad
ammetterlo. Così la sicurezza di Nefer fu garantita ancora per qualche
tempo.
C'era già un flusso costante di profughi che, da Tebe, fuggivano via terra
e lungo il fiume in direzione del sud. Il numero delle carovane in arrivo da
oriente diminuì in modo allarmante, perché i mercanti rimanevano in
attesa di vedere l'esito dell'imminente offensiva degli hyksos. Tutte le
scorte si ridussero ben presto al minimo, mentre i prezzi salirono alle
stelle.
«L'unico modo per evitare una sconfitta terribile per mano di Apepi è
negoziare una tregua», suggerì Taita al reggente.
Stava per aggiungere che la tregua non doveva assolutamente tramutarsi
in una resa: dovevano semplicemente approfittare di quella pausa per
rafforzare le loro posizioni militari. Comunque Naja non gli lasciò il tempo
di esporre le sue idee. «Lo credo anch'io, mago», si affrettò a replicare.
«Più volte ho tentato di convincere il mio diletto amico, il Faraone
Tamose, della saggezza di questa linea di condotta, ma lui non ha mai
voluto darmi ascolto.»
«Abbiamo bisogno di tempo...» riprese Taita.
Ma il reggente lo interruppe con un cenno imperioso, riducendolo al
silenzio. «Ma certo, hai ragione», commentò. Pareva eccitato da
quell'inatteso appoggio. Aveva tentato senza successo di convincere i
membri del consiglio ad accettare la pace con gli hyksos, ma nessuno lo
aveva sostenuto. Persino il leale Asmor aveva rischiato d'incorrere nella
sua ira, giurando che preferiva gettarsi sulla spada piuttosto che arrendersi
ad Apepi. Scoprire che l'onore fioriva anche su un terreno così improbabile
era stata una rivelazione che lo aveva indotto a più miti consigli. Inoltre
quella particolare circostanza gli aveva fatto capire che anche il reggente
aveva dei limiti in ciò che poteva imporre ai consiglieri di Stato.
La pace con gli hyksos costituiva la pietra angolare della visione di
Naja, che mirava a vedere i due regni riuniti sotto un unico Faraone.

Wilbur Smith 99 2001 - Figli Del Nilo


Soltanto un Faraone che fosse in parte egizio e in parte hyksos poteva
sperare di riuscire in un'impresa del genere, e lui ormai sapeva, con
assoluta, cristallina chiarezza, che era proprio quello il traguardo che gli
dei, attraverso i Labirinti, gli avevano promesso.
In tono grave, proseguì: «Avrei dovuto saperlo che tu, Taita, eri il solo
che non si sarebbe lasciato accecare dai pregiudizi. Tutti gli altri non fanno
che gridare: 'No alla resa!' oppure: 'Meglio la morte che il disonore! '»
Scosse la testa. «Tu e io ci rendiamo conto che, se qualcosa non si può
conquistare con la forza delle armi, forse si può raggiungere in modo più
pacifico. Dopo sessant'anni trascorsi nella valle del Nilo, gli hyksos ormai
si stanno avvicinando molto a noi egizi. Sono stati sedotti dai nostri dei,
dalla nostra filosofia e dalle nostre donne. Il loro sangue selvaggio è stato
ammansito e ingentilito dal nostro, le loro usanze sfrenate sono state
mitigate dai nostri modi nobili.»
La reazione del reggente a quel consiglio era stata così entusiastica che
Taita, sul momento, ne rimase assai sconcertato. Poi intuì che
quell'atteggiamento nascondeva qualcosa. Per guadagnare tempo, in modo
da poter riflettere e intuire le vere intenzioni di Naja, assentì, mormorando:
«Le tue sono parole di saggezza. Come possiamo sperare di ottenere
questa tregua, nobile reggente?»
«So che anche tra gli hyksos ci sono molti che condividono questi nostri
sentimenti», si precipitò a spiegare Naja. «Basterebbe poco per ottenere
che si unissero a noi, e allora potremmo portare pace e unità nei due
regni.»
I veli cominciavano a squarciarsi. Taita rammentò all'improvviso un
sospetto che, una volta, aveva sentito esprimere, ma che all'epoca aveva
respinto. «Chi sono questi simpatizzanti hyksos?» domandò. «Occupano
una posizione elevata? Sono per caso vicini ad Apepi?»
«Sono nobili, certo, e uno di loro siede addirittura nel consiglio di guerra
di Apepi.» Naja sembrava pronto a diffondersi sull'argomento, ma poi, con
uno sforzo evidente, si trattenne.
Ma per Taita quelle parole erano più che sufficienti. Le voci - fino a quel
momento piuttosto vaghe - sui contatti che Naja aveva avuto con gli
hyksos in passato erano dunque attendibili. Dunque, se quei contatti
c'erano stati, allora anche il resto tornava. Restò colpito ancora una volta
dall'ampiezza delle ambizioni del reggente. «Sarà possibile incontrare
questi nobili e parlare con loro?» s'informò con cautela.

Wilbur Smith 100 2001 - Figli Del Nilo


«Sì», confermò Naja. «Potremmo raggiungerli nel giro di pochi giorni.»
Per Taita le implicazioni di quella semplice affermazione erano enormi:
il reggente dell'Egitto aveva alleati segreti tra le file del suo nemico
tradizionale. Quali altri segreti nascondeva? Fin dove si era spinto con le
sue dita avide? Taita sentì correre un brivido lungo la spina dorsale. E
questo sarebbe l'amico amorevole che era al fianco del Faraone quand'è
stato colpito! pensò, con una fitta al cuore. Questo è l'unico testimone
della morte del Faraone! Questa creatura dall'ambizione sconfinata e
dalle mire crudeli ammette di essere amico intimo e confidente dei nobili
hyksos, ed è stata proprio una freccia hyksos a uccidere il Faraone. Fin
dove arriva il complotto?
Si guardò bene dal far trapelare dal proprio volto quelle riflessioni,
limitandosi ad annuire con aria pensierosa.
A quel punto, Naja si premurò di aggiungere: «Sono certo che è
possibile raggiungere un accordo con gli hyksos, e prevedere una co-
reggenza tra Apepi e me, con un consiglio di Stato riunito. Tuttavia poi
sarà necessaria la tua influenza per indurre i nostri consiglieri a ratificarlo.
Forse potresti consultare di nuovo i Labirinti, e rendere noto il volere degli
dei...»
Dunque Naja gli stava suggerendo di porre in atto una falsa divinazione.
Aveva forse il sospetto che a Busiris fosse accaduto qualcosa del genere?
Taita pensava di no, ma doveva soffocare quell'idea sul nascere. Assunse
un'espressione severa. «In qualunque faccenda riguardi i Labirinti, citare
invano il nome o la parola del dio Ammon-Ra, o travisare il suo oracolo,
significherebbe attirare su di sé una punizione terribile.»
Naja fu pronto a ritrattare. «Non intendevo suggerire una simile
empietà... Però, attraverso i Labirinti, gli dei mi hanno già dato la loro
sanzione.»
Taita si lasciò sfuggire un grugnito. «Prima dobbiamo stabilire se questo
trattato è fattibile. Apepi potrebbe essere convinto che la sua posizione
militare sia inattaccabile e rifiutare d'incontrarci. Nonostante le proposte di
pace da parte nostra, potrebbe decidere di proseguire la guerra a oltranza.»
«Non credo che questo accadrà. Ti darò i nomi dei nostri alleati dall'altra
parte. Devi avvicinarli in segreto, Taita. Tu sei noto e rispettato anche tra
gli hyksos, e io ti darò un talismano per dimostrare che agisci con il mio
benestare. Sei l'emissario migliore della nostra causa. A te daranno
ascolto.»

Wilbur Smith 101 2001 - Figli Del Nilo


Taita rimase immobile a lungo, assorto nei suoi pensieri. Tentava di
capire se era possibile ricavare qualche altro vantaggio per Nefer e le
principesse da quella situazione, ma non riusciva a trovarne. Qualunque
cosa accadesse, Nefer si sarebbe trovato in pericolo di vita.
Se voleva assicurare la sopravvivenza al principe, c'era un'unica via
praticabile: far uscire Nefer dall'Egitto mentre Naja era ancora al potere.
Sarebbe stato possibile farlo in quella occasione? Naja gli stava offrendo
un salvacondotto per la frontiera. Poteva sfruttarlo per portare Nefer con
sé? Non gli ci volle molto tempo per rendersi conto che si sarebbe trattato
di un'azione troppo rischiosa. Per ordine di Naja, inoltre, i suoi contatti col
Faraone adolescente erano ancora alquanto limitati. Non aveva mai il
permesso di rimanere solo con lui, non poteva neanche sedergli accanto
nelle sedute del consiglio, né scambiare con lui anche i messaggi più
innocenti. L'unica occasione in cui gli era stato concesso di avvicinarlo,
nelle ultime settimane, era stata quando Nefer aveva accusato un'infezione
alla gola. Taita era potuto entrare nella camera per assisterlo, ma, anche in
quell'occasione, Naja e Asmor erano presenti e osservavano tutto ciò che
accadeva, ascoltando ogni parola che veniva pronunciata. A causa del male
che lo aveva colpito, Nefer riusciva a parlare soltanto in un bisbiglio, ma
non aveva mai distolto lo sguardo dal viso di Taita e, al momento della
separazione, si era aggrappato alla sua mano per trattenerlo. Tutto ciò era
accaduto quasi dieci giorni prima.
Alcuni tutori erano stati incaricati da Naja di sostituire Taita, e Asmor
aveva messo a disposizione vari istruttori scelti tra le Guardie Azzurre
perché Nefer continuasse a esercitarsi nell'arte di cavalcare e guidare il
carro, nel combattimento con la spada e nel tiro con l'arco. Nessuno dei
vecchi compagni poteva fargli visita, neppure il suo amico più intimo,
Meren, al quale era stato esplicitamente ordinato di tenersi alla larga
dall'alloggio del Faraone.
Se avesse fatto un tentativo per portare via Nefer, e se quel tentativo
fosse fallito, non soltanto avrebbe perso la fiducia di Naja, ma avrebbe
anche esposto il Faraone a un pericolo terribile. No, quella sortita oltre le
linee, per raggiungere il territorio degli hyksos, poteva essere utile
unicamente in vista di un accordo che salvaguardasse il giovane sovrano, o
quantomeno non lo mettesse in pericolo di vita.
«È mio dovere, un dovere che mi è stato affidato dagli dei, aiutarti in
ogni modo. Intraprenderò questa missione», disse Taita. «Qual è la via più

Wilbur Smith 102 2001 - Figli Del Nilo


sicura per passare attraverso le linee hyksos? Tu dici che sono ben noto tra
loro, e che sarò riconosciuto.»
Era evidente che Naja aveva previsto la domanda. «Devi usare la
vecchia strada dei carri, che attraversa le dune e passa lungo lo uadi di
Gebel Wadun. I miei amici dall'altra parte terranno sotto sorveglianza la
strada.»
Taita annuì. «Quella è la strada lungo la quale ha trovato la morte il
Faraone Tamose. Io non mi sono mai spinto oltre Gallala. Avrò bisogno di
una guida che mi mostri il resto del percorso.»
«Ti manderò il mio portatore di lancia e uno squadrone di Guardie
Azzurre per aiutarti a superare il confine», promise Naja. «Ma la strada è
lunga e difficile. Devi partire subito. Anche un giorno può essere decisivo.
Anche un'ora può esserlo...»

Taita aveva guidato il carro lungo tutta la strada dalla città abbandonata
di Gallala a Gebel Wadun, concedendosi soltanto quattro soste. Avevano
coperto il percorso impiegando mezza giornata in meno rispetto a Naja e
Tamose, e per giunta affaticando di meno gli animali.
I soldati a bordo dei nove carri che lo seguivano erano intimoriti dalla
fama del mago. Sapevano che poteva essere considerato il padre del corpo
di cavalleria del Faraone, poiché era stato il primo, in Egitto, a costruire un
carro e ad aggiogarvi i cavalli. La sua corsa da Tebe a Elefantina per
portare la notizia della vittoria riportata dal Faraone Tamose sugli hyksos
era entrata ormai nella leggenda e in quel momento, seguendo il suo carro
tra le dune, i soldati scoprivano che quella leggenda era fondata. La
resistenza del vecchio era impressionante, la sua capacità di
concentrazione non conosceva incrinature. Le mani gentili ma ferme che
stringevano le redini non si stancavano mai: per ore e ore riusciva a
blandire i cavalli per indurli a dare il meglio. Aveva impressionato tutti gli
uomini dello squadrone, e soprattutto quello che viaggiava accanto a lui, a
bordo del carro.
Gil, il portatore di lancia di Naja, era un uomo dal volto cotto dal sole e
segnato da una fitta rete di rughe. Era leggero di corporatura, il che
costituiva un vantaggio per un conducente di carri, ma dotato anche di una
notevole forza di resistenza nonché di un buon carattere. Del resto, se era
stato prescelto per il carro del comandante doveva necessariamente essere
uno dei migliori.

Wilbur Smith 103 2001 - Figli Del Nilo


Dato che la luna era in fase calante e la stagione era torrida, avevano
viaggiato di notte, per godere della frescura. All'alba si fermarono a
riposare. Dopo aver abbeverato i cavalli, Gil si avvicinò a Taita, seduto su
un masso che sovrastava lo uadi di Gebel Wadun, per offrirgli l'orcio di
terracotta pieno d'acqua. Taita bevve una lunga sorsata dal beccuccio,
mandando giù senza tradire la minima ripugnanza l'acqua amara che
avevano portato da Gallala. Era la prima bevanda che prendeva da quando
si erano fermati per l'ultima sosta, a mezzanotte.
Questo vecchio demonio è resistente come un predone beduino, pensò
Gil con ammirazione, accovacciandosi a rispettosa distanza in attesa di
qualunque ordine che Taita potesse impartire.
«Dov'è il punto in cui è stato colpito il Faraone?» gli chiese infine il
mago.
Gil si schermò gli occhi per difendersi dal riverbero del sole nascente,
indicando lo uadi nel punto in cui il letto del fiume in secca sboccava nella
pianura. «Laggiù, mio signore. Vicino a quella fila distante di colline.»
La prima volta che Taita aveva interrogato Gil era stato durante il
consiglio, quando il portatore di lancia aveva testimoniato sulle circostanze
relative alla morte del Faraone. Il consiglio aveva convocato tutti coloro
che potevano essere al corrente della vicenda perché testimoniassero, e
Taita ricordava che il resoconto di Gil era stato coerente e credibile. Non si
era lasciato impressionare dallo sfarzo del consiglio e dei suoi illustri
componenti, ma aveva parlato chiaro, da quel soldato semplice e onesto
che era. Quando gli era stata mostrata, aveva riconosciuto senza esitazioni
la freccia hyksos che aveva colpito il Faraone Tamose: l'asta era divisa in
due parti, perché il nobile Naja l'aveva spezzata per alleviare il dolore della
ferita.
Quella era stata la prima volta che si erano incontrati. Dopo la partenza
da Tebe avevano scambiato qualche parola un paio di volte, ma prima di
allora non c'era stata l'occasione per fare una vera conversazione.
«Ci sono altri uomini che erano con te quel giorno?» chiese Taita.
«Soltanto Samos, ma, quando siamo stati attaccati, lui ci aspettava coi
carri nello uadi», rispose Gil.
«Voglio che m'indichi il punto esatto e mi accompagni sul campo di
battaglia», gli disse Taita.
Gil scrollò le spalle. «Non c'è stata nessuna battaglia, solo una
scaramuccia. Ci sarà ben poco da vedere, perché è un posto arido.

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Comunque sarà fatto come il potente mago comanda.»
I soldati risalirono sui carri, scendendo in fila lungo il ripido versante
dello uadi. Non pioveva da cento anni, e neppure il vento del deserto era
riuscito a cancellare le tracce dei carri del Faraone, ancora incise
profondamente nel terreno e facili da leggere. Quando arrivarono in fondo
allo uadi, Taita continuò a seguirle, facendo passare le proprie ruote nei
solchi profondi che avevano lasciato.
Rimasero all'erta, nel timore di un'imboscata degli hyksos, sorvegliando
tutt'e due le rive dello uadi, ma, anche se la roccia spoglia danzava nella
calura, simile a un miraggio, non videro nessuna traccia del nemico.
«Ecco la torre di guardia.» Gil puntò il dito in avanti, e Taita scorse il
profilo irregolare che pendeva, come ubriaco, sullo sfondo azzurro del
cielo sereno.
Superarono un'altra curva nel letto del fiume. Persino a duecento passi di
distanza Taita scorse, sulla sabbia soffice che copriva il fondo dello uadi,
la zona fitta di tracce confuse dove i carri dello squadrone di Tamose si
erano fermati per invertire la direzione, e molti uomini erano scesi prima
di risalire a bordo. Taita segnalò al suo piccolo drappello di rallentare,
dopodiché proseguirono a passo d'uomo.
«È qui che il Faraone è smontato, e noi siamo andati avanti col nobile
Naja per ispezionare il campo di Apepi», spiegò Gil, indicando un punto
oltre la sponda del carro.
Taita si fermò, ordinando agli altri di fare altrettanto. «Aspettatemi qui»,
disse all'ufficiale che comandava il carro successivo, poi si girò verso Gil.
«Vieni con me. Fammi vedere il campo di battaglia.»
Gil lo precedette lungo il sentiero ripido. Da principio camminava
lentamente, per deferenza verso il vecchio, ma ben presto si accorse che
Taita gli teneva testa senza sforzo e accelerò l'andatura. La pendenza
aumentava e la superficie diventava sempre più irregolare a mano a mano
che salivano. Persino Gil ansimava, quando raggiunsero finalmente la
massa di macigni, ammonticchiati a metà del pendio, che quasi sbarravano
il sentiero. «Io mi sono fermato qui», mormorò.
«Allora è qui che è caduto il Faraone.» Taita si guardò intorno,
osservando il pendio della collina, ripido ma aperto allo sguardo.
«Dov'erano nascoste le truppe degli hyksos? Da quale direzione è partita la
freccia fatale?»
«Non so dirtelo, signore.» Gil scosse la testa. «Il resto degli uomini e io

Wilbur Smith 105 2001 - Figli Del Nilo


abbiamo ricevuto l'ordine di aspettare qui, mentre il nobile Naja avanzava
oltre quei massi.»
«Dov'era il Faraone? È andato avanti anche lui con Naja?»
«No, non subito. Il sovrano ha aspettato insieme con noi. Il nobile Naja
ha sentito un rumore più avanti. È andato a controllare, ed è scomparso
alla nostra vista.»
«Non capisco... Allora quand'è che siete stati attaccati?»
«Noi aspettavamo qui, e mi sono accorto che il Faraone cominciava a
spazientirsi. Poco dopo, il nobile Naja ha fischiato, da un punto oltre le
rocce. Il Faraone è scattato in piedi. 'Venite, seguitemi', ci ha detto,
incamminandosi verso il sentiero.»
«Eravate vicini?»
«No, io ero verso il fondo della fila.»
«Hai visto che cos'è successo subito dopo?»
«Il Faraone è scomparso dietro le rocce. Poi si sono sentite alcune grida
e il rumore di un combattimento. Ho sentito voci di hyksos, frecce e lance
che colpivano le rocce. Sono corso in avanti, ma il sentiero era affollato
dagli uomini che cercavano di superare i massi per raggiungere il luogo del
combattimento.»
Gil corse per mostrargli il punto in cui il sentiero si restringeva, girando
intorno al masso più alto. «Sono riuscito ad arrivare soltanto fin qui. Poi il
nobile Naja ha gridato che il Faraone era stato colpito. Gli uomini intorno
a me hanno incominciato ad agitarsi e, d'un tratto, hanno trascinato il re
giù per il sentiero, verso il punto in cui mi trovavo. Penso che ormai fosse
già morto.»
«Quanto erano vicini gli hyksos? Quanti erano? Si trattava di soldati di
cavalleria o di fanteria? Hai riconosciuto le insegne delle compagnie?»
domandò Taita. Tutti gli hyksos portavano insegne caratteristiche, che le
truppe egizie avevano imparato a conoscere bene.
«Erano molto vicini», rispose Gil. «Ed erano in tanti. Almeno uno
squadrone.»
«Di quale corpo?» insistette Taita. «Sei riuscito a distinguere le piume?»
Per la prima volta, Gil assunse un'espressione incerta e un po'
vergognosa. «Mio signore, non ho visto i nemici coi miei occhi. Erano
dietro le rocce lassù, capisci?»
«Allora come fai a sapere quanti erano?» Taita lo fissò, aggrottando la
fronte.

Wilbur Smith 106 2001 - Figli Del Nilo


«Il nobile Naja gridava...» mormorò Gil, poi s'interruppe, abbassando gli
occhi.
«Qualcuno degli altri ha visto i nemici, a parte Naja?»
«Non lo so, onorevole mago. Vedi, il nobile Naja ci ha ordinato di
tornare indietro lungo il sentiero, verso i carri. Ci siamo accorti che il
Faraone era ferito a morte, anzi forse già morto, e ci siamo persi d'animo
tutti.»
«Dopo, però, devi averne discusso coi tuoi compagni. Nessuno di loro
ha detto di aver ingaggiato battaglia con un nemico? Di aver colpito uno
degli hyksos con una freccia o la lancia?»
Gil scosse la testa con aria dubbiosa. «Non ricordo. No, credo di no.»
«A parte il Faraone, ci sono stati altri feriti?»
«No, nessuno.»
«Perché non lo hai riferito al consiglio? Perché non hai detto che non
avete visto i nemici coi vostri occhi?» Taita era furioso.
«Il nobile Naja ci ha dato istruzioni precise, ordinandoci di rispondere in
modo semplice, senza far perdere tempo al consiglio con vuote vanterie e
lunghi resoconti della parte che avevamo avito nel combattimento.» Gil
curvò le spalle, con aria imbarazzata. «Immagino che nessuno di noi
volesse ammettere che siamo scappati senza combattere.»
«Non prendertela, Gil. Hai semplicemente eseguito gli ordini», gli disse
Taita in tono più cordiale. «Ora sali su quelle rocce lassù e tieni gli occhi
bene aperti. Siamo ancora nel cuore del territorio degli hyksos. Non ti farò
aspettare a lungo.»
Procedette lentamente, aggirando il macigno che bloccava il sentiero.
Poi si soffermò a osservare il terreno davanti a sé. Da quel punto riusciva
appena a distinguere la sommità della torre di guardia in rovina. Il sentiero
saliva in quella direzione, descrivendo una serie di curve a tornante, prima
di sparire oltre la cresta della collina. Il pendio era piuttosto aperto, senza
ripari che potessero nascondere i soldati hyksos in agguato; c'erano
soltanto alcuni affioramenti di roccia e qualche albero spinoso, riarso dal
sole, sparso qua e là. Taita rammentò che la morte del Faraone era
avvenuta di notte: eppure qualcosa continuava a turbarlo. Avvertiva una
sensazione negativa, come se fosse spiato da una forza potente e maligna.
Quella sensazione aumentò al punto che lui rimase immobile sotto il
sole, chiudendo gli occhi. Aprì le vie della mente e dell'animo, diventando
una spugna secca, pronta ad assorbire ogni influenza che provenisse

Wilbur Smith 107 2001 - Figli Del Nilo


dall'aria intorno a lui. E quasi subito la sensazione crebbe d'intensità. C'era
qualcosa di terribile, in quel luogo, ma il punto focale della presenza
maligna si sprigionava da un luogo non lontano da lui, proprio di fronte.
Aprì gli occhi, avviandosi in quella direzione. Non si vedeva niente,
nient'altro che roccia arroventata dal sole e alberi spinosi, ma Taita sentiva
nell'aria torrida l'odore del male, un odore lieve ma rancido, come l'alito di
un avvoltoio intento a divorare la carogna di un animale selvatico.
Si fermò ad annusare l'aria come un cane da caccia, e avvertì un odore di
polvere, asciutto ma pulito. Per lui, quella era la prova che quell'odore
elusivo non rientrava nelle leggi della natura. Stava percependo l'eco
flebile di un male che era stato perpetrato in quel luogo, ma, quando tentò
d'individuarla, essa si dileguò. Fece un passo in avanti, poi un altro ancora,
e l'odore nauseante aleggiò di nuovo intorno a lui. Un altro passo. Quella
volta l'odore fu accompagnato da una sensazione di grande sofferenza,
come se Taita avesse perduto qualcosa d'inestimabile, qualcosa che non
avrebbe mai potuto rimpiazzare.
Dovette farsi forza per avanzare di un altro passo sul sentiero sassoso e,
in quell'istante, qualcosa lo investì con forza tale da svuotargli i polmoni di
tutta l'aria. Lanciò un grido straziato e cadde in ginocchio, con le mani
strette sul petto, incapace di respirare. Si sentiva dilaniato da un dolore
spaventoso, il dolore della morte, e lottò per respingerlo, come se fosse un
serpente che gli aveva avvolto le spire intorno al corpo. Poi riuscì a gettarsi
all'indietro sul sentiero, e il dolore svanì all'istante.
Gil, che lo aveva sentito gridare, arrivò di corsa lungo il sentiero e lo
afferrò di peso, rimettendolo in piedi. «Che cosa c'è?» disse ansimando.
«Che cosa ti fa soffrire, mio signore?»
Taita lo respinse. «Vattene! Lasciami! Se resti qui, sei in pericolo.
Questa non è opera di uomini, bensì di dei e demoni. Va'! Aspettami ai
piedi della collina.»
Gil esitò, poi vide lo sguardo di quegli occhi scintillanti e si ritrasse,
come se si trovasse di fronte a uno spettro.
«Va'!» ripeté Taita, con una voce che Gil si augurò di non sentire mai
più. Dopodiché il portatore di lancia fuggì.
Per molto tempo, dopo che Gil si fu allontanato, Taita si sforzò di
ritrovare il controllo del corpo e della mente, perché gli consentissero di
sfidare le forze schierate contro di lui. Infilando la mano nel piccolo
sacchetto di cuoio che portava appeso alla cintura, ne estrasse la stella di

Wilbur Smith 108 2001 - Figli Del Nilo


Lostris, la strinse nella mano destra e riprese ad avanzare.
Quando raggiunse quel punto esatto sul sentiero, il dolore lo colpì
ancora una volta, con intensità anche maggiore, come se una freccia dalla
punta di selce gli si fosse conficcata nel petto. Riuscì a stento a trattenere
un grido, indietreggiando sotto l'effetto del colpo. Non appena si allontanò,
il dolore svanì, com'era accaduto la prima volta.
Ansimando, fissò il terreno sassoso, che a prima vista sembrava del tutto
uguale a ogni altro punto del sentiero accidentato già percorso. Poi
comparve ai suoi piedi una piccola ombra eterea e, sotto i suoi occhi,
quell'ombra cambiò, trasformandosi in una pozza lucente di un cupo colore
scarlatto. Allora Taita cadde lentamente in ginocchio. «Il sangue sgorgato
dal cuore di un re e di un dio», sussurrò. «Qui! È in questo punto esatto
che è morto il Faraone Tamose.»
Si fece forza, recitando con voce sommessa ma ferma l'invocazione a
Horus, un incantesimo così potente che soltanto un adepto del settimo
grado osava pronunciare. Giunto alla settima ripetizione, udì un fruscio di
ali invisibili che smuovevano l'aria del deserto intorno a lui. «Il dio è qui»,
sussurrò ancora, ricominciando a pregare. Pregava per il Faraone e l'amico,
supplicando Horus di dare sollievo alla sua sofferenza e liberarlo dalla
tortura. «Consentigli di allontanarsi da questo luogo di terrore», disse,
rivolto al dio. «Dev'essere stato un omicidio, se la sua anima è intrappolata
qui.»
Pregando, compiva i segni necessari per esorcizzare il male e, sotto i
suoi occhi, la pozza di sangue cominciò a ritirarsi, come se fosse
inghiottita dalla terra arida. Quando anche l'ultima goccia fu scomparsa,
Taita udì un suono sommesso e indistinto, simile al grido di un neonato
che si sveglia all'improvviso. E finalmente si sentì alleggerito dal peso
terribile della perdita e della sofferenza che lo aveva oppresso.
Alzandosi, provò un grande senso di sollievo e poté avanzare verso il
luogo in cui prima era apparsa la pozza di sangue. Persino quando i suoi
piedi calzati di sandali furono saldamente piantati in quel punto fatale, non
provò il minimo dolore: il senso di benessere rimase intatto.
«Va' in pace, amico mio e mio re. Possa tu vivere in eterno», recitò a
voce alta, facendo il segno per augurare lunga vita e felicità.
Si voltò, e stava per ridiscendere il pendio della collina verso i carri in
attesa quando qualcosa lo trattenne, costringendolo a fermarsi. Alzò la
testa per fiutare di nuovo l'aria. Sì, sentiva ancora aleggiare quell'odore

Wilbur Smith 109 2001 - Figli Del Nilo


maligno, sebbene si trattasse soltanto di una vaga traccia. Risalì con
cautela il pendio, superando il punto in cui era morto il Faraone, poi
proseguì. A ogni passo, il lezzo terribile del male diventava più intenso,
finché non gli serrò la gola, provocandogli un conato di vomito. Ancora
una volta si rese conto che quello era un fenomeno estraneo all'ordine
naturale delle cose. Proseguì per una ventina di passi, poi l'odore cominciò
a svanire. Allora si fermò, tornando indietro, e subito l'odore ridivenne più
intenso. Continuò a spostarsi avanti e indietro fino a raggiungere il punto
in cui l'odore aveva la massima forza, poi si allontanò dal sentiero e lo
sentì ancora di più: era quasi soffocante.
Si trovava sotto i rami contorti di un albero spinoso che cresceva vicino
al sentiero. Alzando gli occhi, vide che i rami avevano una forma
singolare, come se fossero stati intrecciati da mano umana per formare una
croce ben riconoscibile, che spiccava contro l'azzurro del cielo. Allora
abbassò gli occhi, e la sua attenzione fu attirata da una roccia delle
dimensioni e della forma di una testa di cavallo. Era stata spostata da poco,
prima di essere riportata nella posizione originale. Taita la sollevò dalla
depressione in cui si trovava, e scoprì che nascondeva una piccola nicchia,
scavata tra le radici dell'albero spinoso. Posando a terra la roccia, sbirciò in
fondo alla nicchia. Là dentro c'era qualcosa. Allungò la mano con cautela,
perché quello era il tipo di nascondiglio che poteva ospitare un serpente o
uno scorpione.
Ne estrasse invece un oggetto intagliato e decorato con eccezionale
maestria, e dovette fissarlo per qualche istante prima di rendersi conto che
si trattava di una faretra piena di frecce. Quanto alle sue origini, non c'era
possibilità di sbagliarsi, perché la fattura era nello stile degli hyksos e
l'immagine impressa sulla copertura di cuoio era quella di Seueth, il dio
della guerra dalle fattezze di coccodrillo venerato dai guerrieri hyksos.
Taita tolse il coperchio della faretra e scoprì che conteneva cinque frecce
da guerra, con l'impennatura verde e rossa. Ne estrasse una, e il suo cuore
cominciò a battere all'impazzata. Non c'erano dubbi: aveva esaminato con
attenzione l'originale, spezzato e incrostato di sangue, che Naja aveva
presentato al consiglio. La freccia che aveva tra le mani era identica a
quella che aveva ucciso Tamose.
Tenendo la freccia sollevata alla luce, scrutò con attenzione il simbolo
impresso sull'asta dipinta: era una testa di leopardo stilizzata, che teneva
tra le mascelle la lettera ieratica T. Era lo stesso simbolo che aveva visto

Wilbur Smith 110 2001 - Figli Del Nilo


sulla freccia responsabile della morte del Faraone. Questa era la sua
gemella. Taita la girò e rigirò tra le mani, come se cercasse di estrarne fino
all'ultima stilla d'informazione, poi l'accostò al naso, fiutandola. Si sentiva
soltanto l'odore del legno, della vernice e delle piume. Il fetore che lo
aveva guidato fino al nascondiglio era svanito.
Perché mai l'assassino del Faraone avrebbe dovuto nascondere la
faretra? Dopo il combattimento gli hyksos erano rimasti padroni del campo
e avrebbero avuto tutto il tempo necessario per recuperare le armi. Questo
è un oggetto bellissimo, di grande valore. Nessun guerriero lo
abbandonerebbe, a meno che non vi fosse costretto, pensò Taita.
Continuò a frugare il pendio della collina per un'ora, ma senza trovare
altri oggetti interessanti e senza sentire di nuovo quell'odore
soprannaturale di putrefazione e di male. Quando scese verso il punto in
cui i carri lo aspettavano, nello uadi, portava con sé la faretra, nascosta
sotto la veste.

Attesero, nascosti nello uadi, fino al calar della notte, e soltanto allora,
dopo aver lubrificato il mozzo delle ruote con grasso di montone per
evitare che cigolasse, e ricoperto accuratamente con foderi di cuoio gli
zoccoli dei cavalli e tutte le armi libere e gli oggetti che potessero fare
rumore, per impedire che tradissero la loro presenza, si addentrarono nel
territorio degli hyksos sotto la guida di Gil.
Era evidente che il portatore di lancia conosceva bene la zona, e Taita,
pur senza fare commenti, si chiese quante altre volte avesse percorso
quella strada col suo padrone, e quanti altri incontri ci fossero stati coi
nemici.
Ormai erano scesi nella pianura alluvionale del Nilo. Per due volte
dovettero allontanarsi dalla strada e attendere, mentre gruppi di uomini
armati, nel buio, passavano accanto al loro nascondiglio. Dopo
mezzanotte, raggiunsero il tempio in rovina di qualche dio ormai
dimenticato, un tempio ipogeo scavato nel fianco di una bassa collina di
argilla. La cavità era abbastanza grande da offrire riparo all'intero
squadrone, vetture, cavalli e uomini. Fu subito evidente che era stato già
usato a quello scopo: alcune lampade e un'anfora d'olio erano nascoste
dietro l'altare semidistrutto, mentre, nella cella del tempio, erano
accatastate balle di foraggio per i cavalli.
Tolsero i finimenti ai cavalli e li sfamarono, poi i soldati mangiarono a

Wilbur Smith 111 2001 - Figli Del Nilo


loro volta, si stesero sui pagliericci e ben presto cominciarono a russare.
Nel frattempo, Gil si era cambiato, indossando le vesti anonime di un
contadino. «Non posso usare un cavallo», spiegò a Taita, «perché
attirerebbe troppo l'attenzione. A piedi ci vorrà mezza giornata per arrivare
al campo di Bubasti. Non sarò di ritorno prima di domani sera.» E scivolò
fuori della caverna, dileguandosi nella notte.
Il buon Gil non è un sempliciotto come potrebbe sembrare, pensò Taita,
mentre si metteva tranquillo ad aspettare che gli alleati del nobile Naja
rispondessero al messaggio portato loro dal soldato.
Non appena si fece giorno, mise di guardia una sentinella in cima alla
collina, nel punto in cui sbucava in superficie il pozzo di ventilazione del
tempio sotterraneo. Poco prima di mezzogiorno un fischio sommesso
lungo il condotto li ammonì del pericolo, e Taita si arrampicò fino in cima
per raggiungere la sentinella. Da oriente, una carovana di asini carichi si
dirigeva direttamente verso l'ingresso del tempio, e lui intuì che erano quei
mercanti a usarlo come caravanserraglio improvvisato; erano stati
senz'altro loro a lasciare la riserva di foraggio. Scese di corsa la collina,
tenendosi lontano dalla vista della carovana in arrivo, e, in mezzo alla
strada, sistemò alcuni ciottoli di quarzo bianco disposti secondo un
disegno particolare, recitando al contempo tre versetti tratti dal Libro
assiro della Montagna del Male. Poi si ritirò, aspettando l'arrivo della
carovana.
L'asino di testa precedeva il resto della colonna di circa cinquanta cubiti.
Era chiaro che l'animale sapeva dell'esistenza del tempio e delle delizie che
conteneva, perché non aveva bisogno d'incoraggiamenti da parte del
conducente, ma procedeva al trotto. Quando però raggiunse il mucchietto
di pietre di quarzo bianco sul sentiero, il piccolo animale scartò con tanta
violenza che il basto gli scivolò sotto il ventre, restando sospeso. L'asino
prima s'impennò, poi partì al galoppo, dirigendosi verso i campi, lontano
dal tempio, con gli zoccoli che parevano volare in tutte le direzioni. Il suo
roco ragliare contagiò il resto degli animali della colonna, che ben presto
cominciarono a impuntarsi e resistere alle redini, sferrando calci ai
conducenti e correndo in cerchio come se fossero attaccati da uno sciame
di api.
I conducenti della carovana impiegarono metà del pomeriggio per
catturare i fuggiaschi, calmare gli animali terrorizzati e riportarli
nuovamente sulla strada del tempio. Stavolta la carovana era preceduta

Wilbur Smith 112 2001 - Figli Del Nilo


dalla figura corpulenta del capo carovana, vestito in modo sfarzoso, che
trascinava dietro di sé l'asino riluttante, tenendolo per la briglia. Tuttavia,
quando vide le pietre al centro della pista, si fermò. La colonna si affollò
alle sue spalle e gli altri conducenti, facendo ampi gesti con le braccia,
vennero avanti per tenere una riunione improvvisata nel bel mezzo della
strada. Le loro voci alterate arrivarono fino a Taita, nascosto tra gli ulivi
sul pendio della collina.
Alla fine, il capo carovana, lasciando indietro gli altri, avanzò. I suoi
passi erano audaci e sicuri, ma ben presto rallentarono, facendosi incerti.
Alla fine l'uomo si fermò, avvilito, studiando da lontano il disegno formato
dalle pietre di quarzo. Poi sputò verso le pietre, tirandosi subito indietro,
neanche si aspettasse che ricambiassero l'insulto. Infine fece il segno di
scongiuro contro il malocchio prima di allontanarsi in tutta fretta per
raggiungere i compagni, gridando e gesticolando per ordinare loro di
tornare indietro. Non ci volle molto per convincerli. In breve tempo,
l'intera carovana si ritirò, riportandosi lungo la strada da cui era venuta.
Allora Taita scese la collina, sparpagliando le pietre sul margine della
strada e lasciando disperdere gli influssi che racchiudevano: i visitatori che
lui attendeva dovevano trovare aperta la strada.
Arrivarono mentre si approssimava il breve crepuscolo estivo: venti
uomini armati che cavalcavano a tutta velocità. Erano guidati da Gil, in
sella a uno stallone evidentemente preso in prestito. Superarono le pietre
sparpagliate fino a raggiungere l'ingresso del tempio, dove smontarono con
un gran tintinnio di armi. Il capo era un uomo alto, con le spalle larghe, le
sopracciglia folte e corrucciate e il naso carnoso e adunco. I folti baffi neri
erano così lunghi da ricadergli sul petto, e portava nastri colorati intrecciati
alla barba.
«Tu sei lo stregone, sì?» domandò con un forte accento. Taita non
ritenne opportuno fargli capire che parlava hyksos come uno di loro,
quindi rispose con modestia nella propria lingua, guardandosi bene dal
confermare o dallo smentire i poteri magici che possedeva. «Mi chiamo
Taita e sono un servo del grande dio Horus. Invoco il suo favore su di te.
Vedo che sei un uomo potente, ma non conosco il tuo nome.»
«Il mio nome è Trok, capo supremo del clan del Leopardo e comandante
dell'esercito del nord del re Apepi. Hai un pegno per me, stregone?»
Taita aprì la mano destra per mostrargli una minuscola scheggia di
porcellana smaltata di azzurro, la metà superiore di una piccola statua

Wilbur Smith 113 2001 - Figli Del Nilo


votiva del dio Seueth. Trok la esaminò, poi estrasse un altro frammento di
ceramica dal sacchetto che portava legato alla cintura, facendo combaciare
i due pezzi. Gli orli frastagliati corrispondevano alla perfezione. Si lasciò
sfuggire un grugnito soddisfatto e disse: «Vieni con me, stregone».
Trok si allontanò nell'oscurità sempre più fitta, accompagnato da Taita.
In silenzio salirono il pendio della collina, sedendosi poi l'uno di fronte
all'altro alla luce delle stelle. Il soldato hyksos tenne fra le ginocchia il
fodero della spada, con la mano posata sull'elsa della pesante arma a forma
di falce. Di certo lo faceva più per abitudine che per diffidenza, pensò
Taita, ben consapevole, tuttavia, che quello era un uomo da tenere
d'occhio.
«Tu mi porti notizie del sud», disse Trok. Era una affermazione, non una
domanda.
«Mio signore, hai saputo della morte del Faraone Tamose?»
«Sì, sappiamo della morte del pretendente tebano grazie ai prigionieri
che sono stati catturati quando abbiamo conquistato la città di Abnub.»
Trok stava bene attento a non riconoscere né con le parole né col tono
l'autorità del Faraone egizio. Per gli hyksos, l'unico sovrano dei due regni
era Apepi. «Abbiamo sentito anche dire che un bambino aspira al trono
dell'Alto Egitto.»
«Il Faraone Nefer Seti ha soltanto quattordici anni», confermò Taita,
mettendo altrettanta cura nell'insistere sul titolo di Faraone quando parlava
di lui. «Gli manca qualche anno per raggiungere la maggiore età e, nel
frattempo, il nobile Naja funge da reggente.»
Trok si protese in avanti, rivelando un interesse tanto improvviso quanto
intenso. Taita sorrise dentro di sé. Se neppure la notizia di quel fatto così
eclatante era giunta agli hyksos, allora le loro spie erano davvero inette...
Poi rammentò che, poco prima della morte del re, il Faraone Tamose e lui
stesso si erano impegnati in una lotta senza quartiere contro le spie e gli
informatori presenti a Tebe: ne avevano scovato e arrestato più di
cinquanta, giustiziandoli poi tutti, dopo averli sottoposti a un interrogatorio
e averli torturati. Taita provò una cupa soddisfazione al pensiero di essere
riuscito a interrompere il flusso d'informazioni che arrivava al nemico.
«Quindi vieni da noi in base all'autorità del reggente del sud...» borbottò
Trok e poi, con una strana aria di trionfo, chiese: «Qual è il messaggio che
porti da parte di Naja?»
«Il nobile Naja desidera che io presenti la proposta direttamente ad

Wilbur Smith 114 2001 - Figli Del Nilo


Apepi», disse Taita, prendendo tempo. Non voleva fornire a Trok neanche
una sola informazione in più di quanto non fosse strettamente necessario.
L'altro si adombrò subito. «Naja è mio cugino», ribatté in tono gelido.
«Di certo vuole che io ascolti fino all'ultima parola il messaggio che ha
mandato.»
Taita esercitava un tale controllo sulle proprie emozioni che riuscì a non
tradire la sorpresa, anche se, da parte di Trok, quella era una grave
indiscrezione. Tutti i sospetti di Taita sui precedenti del reggente erano
confermati, ma la sua voce rimase misurata mentre replicava: «Sì, mio
signore, lo so. Tuttavia, quello che devo dire ad Apepi è di tale
importanza...»
«Tu mi sottovaluti, stregone. Godo della completa fiducia del tuo
reggente.» La voce di Trok era arrochita dall'esasperazione. «So benissimo
che sei venuto a offrire ad Apepi una tregua e a negoziare con lui una pace
duratura.»
«Non posso dirti altro, mio signore.» Questo Trok può ben essere un
guerriero, ma certo non è un cospiratore, pensò Taita, senza lasciar
trapelare i suoi pensieri né dalla voce né dai modi. «Posso rivolgere il
messaggio soltanto al capo dei pastori, Apepi.» Era quello il titolo
riservato al sovrano hyksos nell'Alto Egitto. «Puoi portarmi da lui?»
«Come preferisci, stregone. Tieni pure la bocca chiusa, se vuoi. Anche
se non vedo a che scopo.» Trok si alzò, furioso. «Il re Apepi è a Bubasti.
Andremo subito laggiù.»
Chiusi in un silenzio gelido, tornarono verso il tempio sotterraneo, dove
Taita chiamò a sé Gil e il comandante delle guardie del corpo. «Avete
svolto bene il vostro compito», disse loro, «ma ora dovete tornare a Tebe
con la stessa segretezza con cui siete venuti.»
«Non tornerai con noi?» gli chiese con ansia Gil, che evidentemente si
sentiva responsabile dell'incolumità del vecchio.
«No», rispose Taita, scuotendo la testa. «Io rimango qui. Quando farai
rapporto al reggente, digli che sono andato a incontrare Apepi.»
Alla luce fioca delle lampade a olio, i cavalli vennero aggiogati ai carri e
in breve tempo furono pronti a partire. Gil prese dal carro la sella di cuoio
di Taita e gliela consegnò, prima di salutarlo con rispetto. «È stato un
grande onore viaggiare con te, mio signore. Quand'ero bambino, mio padre
mi ha raccontato molte delle tue avventure. Ha cavalcato con le tue truppe
ad Assyut. Era al comando dell'ala sinistra.» «Come si chiamava?» chiese

Wilbur Smith 115 2001 - Figli Del Nilo


Taita. «Lasro, mio signore.»
«Ah, sì», confermò Taita con un cenno del capo. «Lo ricordo bene. Ha
perso l'occhio sinistro in quella battaglia.»
Gil lo fissò con aria di rispetto e di meraviglia. «È accaduto quarant'anni
fa, e tu lo ricordi ancora.»
«Trentasette», lo corresse Taita. «Va' in pace, giovane Gil. Ieri sera ho
tracciato il tuo oroscopo. Godrai di una lunga vita e otterrai grandi onori.»
Rimasto senza parole per l'orgoglio e la soddisfazione, il portatore di
lancia tirò le redini per allontanarsi nella notte.
Ormai anche le truppe del nobile Trok erano salite in sella, pronte a
partire. Avevano assegnato a Taita lo stesso cavallo sul quale Gil era
tornato al tempio. Taita gli gettò sul dorso la sacca, prima di salire in sella
con un balzo: sapeva bene che gli hyksos non condividevano le remore
degli egizi riguardo al cavalcare.
Così uscirono dalla caverna puntando a occidente, nella direzione
opposta a quella presa dalla colonna di carri.
Taita cavalcava al centro del gruppo di hyksos armati, preceduti da
Trok, che non lo invitò ad affiancarglisi. Da quando il mago si era rifiutato
di trasmettergli direttamente il messaggio di Naja, si mostrava altero e
sprezzante. Taita era ben contento di essere ignorato, perché aveva molto
su cui riflettere. In particolare la rivelazione che Naja era di sangue misto
schiudeva un'infinità di prospettive interessanti.
Proseguirono per tutta la notte, sempre diretti a occidente, verso il fiume
e la base principale del nemico, a Bubasti. Anche se era ancora notte,
incontrarono sempre più movimento: c'erano lunghe file di carretti e carri
di rifornimento, tutti carichi di provviste militari, che viaggiavano nella
stessa direzione. E, di ritorno verso Avaris e Menfi, c'erano altrettanti carri
vuoti.
A mano a mano che si avvicinavano al fiume, Taita poté identificare le
truppe hyksos accampate intorno a Bubasti. Era un campo costellato di luci
tremolanti che si estendeva per molte leghe lungo la riva del fiume in
entrambe le direzioni: un enorme agglomerato di uomini e animali,
pressoché invisibili nell'oscurità.
Nulla, sulla terra, somiglia all'odore di un esercito accampato, e
quell'odore divenne sempre più intenso mentre si avvicinavano, fino a
rischiare di soffocarli. Era un misto di molti odori diversi, dal puzzo acre
delle schiere di cavalli, del letame e del fumo dei fuochi alimentati con gli

Wilbur Smith 116 2001 - Figli Del Nilo


escrementi degli animali, al sentore del cuoio e del grano intaccato dalla
muffa. E poi c'era il fetore prodotto dagli uomini, che cucinavano e
distillavano birra, dai corpi non lavati e dalle ferite infette, dai rifiuti e dal
sudiciume sparso, dalle viscere degli animali, dalle latrine. Su tutto, però,
dominava il lezzo dei cadaveri rimasti insepolti.
Mentre analizzava quella miscela soffocante di odori, Taita afferrò
nell'aria un'altra sfumatura malsana. Gli parve di riconoscerla, ma fu
soltanto quando uno dei malati, barcollando, si fece incontro al suo
cavallo, costringendolo a tirare bruscamente le redini, che vide le chiazze
rosa sul volto pallido dell'uomo. Allora ne ebbe la certezza, e capì per
quale motivo Apepi non aveva potuto sfruttare la vittoria ottenuta ad
Abnub, perché non aveva ancora mandato i carri a sud, verso Tebe, dove
l'esercito egizio era ormai allo sbando, alla mercé del nemico. Spinse il
cavallo per affiancarlo a quello di Trok e gli chiese, sottovoce: «Mio
signore, da quanto tempo l'epidemia ha colpito le vostre truppe?»
Trok tirò le redini in modo così improvviso che il cavallo danzò,
descrivendo un cerchio sotto di lui. «Chi te lo ha detto, stregone?»
domandò. «Forse questa dannata malattia è frutto di uno dei tuoi
incantesimi? Sei stato tu ad attirare sul nostro capo la pestilenza?» Spronò
rabbiosamente il cavallo per allontanarsi, senza attendere una risposta.
Taita lo seguì a distanza di sicurezza, ma premurandosi di osservare ogni
dettaglio di quello che accadeva intorno a lui.
A quell'ora, la luce cominciava ad aumentare, anche se il sole appariva
fiacco e velato oltre la fitta coltre di nebbia e fumo di legna che avvolgeva
la terra e oscurava il cielo dell'alba. Quella luce conferiva alla scena un
aspetto spettrale, facendola sembrare una visione dell'aldilà. Uomini e
animali diventavano figure cupe, come di demoni, e il fango della recente
inondazione appariva nero e vischioso sotto gli zoccoli dei cavalli.
Superarono il primo dei carri diretti alla sepoltura. Gli uomini che
circondavano Taita sollevarono il mantello per coprirsi la bocca e il naso
contro l'odore e gli umori maligni che trasudavano dal mucchio di corpi
nudi e gonfi ammucchiati sul retro del carro. Trok spronò il cavallo per
superare in fretta il carro, ma dietro ce n'erano molti altri, e quasi
bloccavano il passaggio.
Più avanti superarono uno dei campi destinati alla cremazione, dove
molti carri stavano scaricando il loro macabro contenuto. In quella regione
la legna da ardere scarseggiava e le fiamme non erano abbastanza intense

Wilbur Smith 117 2001 - Figli Del Nilo


da consumare quei mucchi di corpi. Le fiamme tremolavano e si
affievolivano, a mano a mano che il grasso trasudava dalle carni in
decomposizione, inviando verso il cielo nuvole untuose di fumo nero che
rivestivano di uno strato oleoso la bocca e la gola dei vivi che lo
respiravano.
Quanti dei morti sono vittime della peste e quanti degli scontri col
nostro esercito? si chiedeva Taita.
La pestilenza era una sorta di spettro che marciava al passo con
qualunque esercito. Apepi era accampato da molti anni a Bubasti, e il sito
brulicava di ratti, avvoltoi e marabù, tutti animali che si cibavano di
carogne. I suoi uomini si affollavano, in mezzo a quel sudiciume, coi corpi
infestati da pulci e pidocchi, mangiando cibo marcio e bevendo l'acqua dei
canali d'irrigazione in cui tracimavano fosse comuni e letamai. Erano le
condizioni ideali per far prosperare la pestilenza.
Più vicino a Bubasti, gli accampamenti divennero ancora più numerosi:
un mare di tende, capanne e tuguri sorti a ridosso delle mura e dei fossati
che circondavano la guarnigione. Le più fortunate tra le vittime della peste
stavano sotto tettoie di fronde di palma, una ben misera protezione dal sole
torrido della mattina. Gli altri giacevano nel fango dei campi, in balia della
sete e degli elementi. I morti si mescolavano ai morenti; i soldati rimasti
feriti in combattimento giacevano accanto a quelli devastati dalla
dissenteria.
Anche se il suo istinto era quello di guarire, Taita non intendeva fare
nulla per soccorrerli. Era il loro stesso numero a condannarli: com'era
possibile aiutare tanti uomini? Quello che più contava, erano nemici del
suo Egitto, e per lui era chiaro che quella pestilenza era una punizione
degli dei. Se pure avesse guarito anche un solo hyksos, sarebbe stato un
uomo in più in grado di marciare contro Tebe per mettere a ferro e fuoco la
città che gli era cara.
Entrando nella fortezza, scoprì che, all'interno delle mura, la situazione
non era migliore. Le vittime della peste giacevano nel punto in cui erano
state colpite dalla malattia, mentre topi e cani randagi dilaniavano i loro
corpi, persino di quelli ancora vivi, ma troppo deboli per difendersi.
Il quartier generale di Apepi era l'edificio principale di Bubasti, un vasto
palazzo di mattoni e paglia che sorgeva al centro della città. Alla porta, gli
stallieri presero in consegna i loro cavalli, ma uno di loro s'incaricò di
portare le sacche di Taita. Il nobile Trok lo condusse attraverso i cortili e le

Wilbur Smith 118 2001 - Figli Del Nilo


sale buie, oscurate dalle imposte chiuse, dove incenso e sandalo
bruciavano nei bracieri di bronzo, mascherando l'odore della pestilenza che
aleggiava dalla città e dagli accampamenti circostanti, ma rendendo quasi
insopportabile l'aria torrida con le loro fiamme languenti. Anche lì, nel
quartier generale del re, i gemiti delle vittime risuonavano da una sala
all'altra, e figure rannicchiate giacevano negli angoli scuri.
Le sentinelle sbarrarono il passo al gruppo davanti a una porta di bronzo
che si apriva nei recessi più profondi dell'edificio, ma, non appena
riconobbero la figura curva di Trok, si fecero da parte, lasciandoli passare.
Evidentemente quello era l'alloggio privato di Apepi. Le pareti erano
decorate con splendidi tappeti e i mobili erano di legno prezioso, avorio e
madreperla, in gran parte frutto di razzie nei palazzi e nei templi
dell'Egitto.
Trok guidò Taita in un'anticamera piccola, ma arredata lussuosamente, e
lo lasciò da solo. Alcune schiave gli portarono una bevanda alla frutta in
una brocca e un piatto di datteri maturi e melograni. Taita bevve qualche
sorso e mangiò soltanto una piccola parte della frutta. Era sempre stato
frugale.
L'attesa fu lunga. Un raggio di sole che passava attraverso l'unica
finestra posta in alto nel muro si spostò lentamente sulla parete opposta,
misurando il passaggio del tempo. Disteso su uno dei tappeti, Taita usò le
sacche come cuscino, sonnecchiando, ma senza mai scivolare in un sonno
profondo e svegliandosi all'istante a ogni rumore. Ogni tanto udiva il
suono lontano di donne che piangevano, e i lamenti acuti del lutto che
provenivano da un punto oltre le mura massicce.
Infine udì uno scalpiccio di passi pesanti lungo il corridoio esterno e le
cortine che chiudevano la porta furono scostate. Sulla soglia comparve una
figura massiccia. Indossava soltanto un gonnellino di lino scarlatto, con la
cintura formata da una catena d'oro. Il torace era coperto da una fitta
peluria ruvida. Ai piedi portava sandali pesanti e le gambe erano coperte
da gambali di cuoio rigido e levigato, ma non aveva con sé né la spada né
altre armi. Le braccia e le gambe erano massicce come le colonne di un
tempio e il corpo era costellato di cicatrici per le ferite riportate in
battaglia, alcune bianche e seriche, ormai vecchie, altre, più recenti, ancora
violacee e infiammate. Anche la barba e la folta capigliatura erano
brizzolate, ma senza i nastri o le trecce tipici degli hyksos. Non erano né
unte d'olio né pettinate, anzi apparivano in gran disordine. Gli occhi scuri

Wilbur Smith 119 2001 - Figli Del Nilo


mandavano lampi d'inquietudine e le labbra tumide sotto il grande naso a
becco erano contratte in una smorfia di sofferenza.
«Tu sei Taita, il medico.» La sua voce era potente, ma priva di accento,
perché era nato ad Avaris e aveva adottato in gran parte la cultura e il
modo di vivere degli egizi.
Taita lo conosceva bene: per lui Apepi era l'invasore, un uomo rozzo e
sanguinario, nemico mortale del suo Paese e del suo Faraone. Dovette
esercitare tutto il proprio autocontrollo per mantenere un'espressione
neutra e una voce calma mentre rispondeva: «Sì, sono Taita».
«Ho sentito parlare delle tue arti», proseguì Apepi. «Ora ne ho bisogno.
Vieni con me.»
Taita si mise in spalla le sacche prima di uscire con Apepi nel portico
esterno. Il nobile Trok li aspettava con una scorta di uomini armati, che
circondarono Taita mentre seguiva il re degli hyksos all'interno del
palazzo. A mano a mano che procedevano, il suono dei pianti divenne più
forte. A un tratto, Apepi scostò le pesanti tende che coprivano la soglia di
un'altra stanza, prendendo il mago per il braccio e spingendolo in avanti.
Nella stanza c'era un folto gruppo di sacerdoti del tempio di Iside ad
Avaris. Taita arricciò le labbra, riconoscendoli dal copricapo di piume di
egretta. Cantavano e scuotevano il sistro, curvi sopra un braciere, acceso in
un angolo della stanza, sul quale erano disposte alcune pinze per
cauterizzare, ormai incandescenti. La sua rivalità con quei ciarlatani
risaliva a due generazioni addietro.
A parte i guaritori, c'era una ventina di persone riunite intorno al
capezzale al centro della stanza: cortigiani e ufficiali, scribi e funzionari,
tutti con un'espressione solenne e funerea. Le donne stavano quasi tutte in
ginocchio sul pavimento, gemendo e lamentandosi. Una sola cercava di
assistere il ragazzo disteso sul letto. Non sembrava molto più vecchia del
suo paziente: probabilmente aveva solo tredici o quattordici anni. Gli
tergeva il sudore con una spugna impregnata di acqua calda profumata
attinta da un catino di rame.
Bastò un'unica occhiata a Taita per vedere che si trattava di una ragazza
di straordinaria bellezza, dal viso intelligente e risoluto. La sua ansia per il
paziente era evidente, l'espressione affettuosa, mentre le mani si
muovevano con agilità e competenza.
Il mago rivolse la sua attenzione al ragazzo. Il corpo nudo era altrettanto
bello, ma devastato dalla pestilenza. La pelle appariva chiazzata dai segni

Wilbur Smith 120 2001 - Figli Del Nilo


caratteristici del male e coperta di goccioline di sudore. Sul petto
spiccavano le cicatrici rosse e infiammate nei punti in cui era stato
salassato e cauterizzato dai sacerdoti di Iside. Taita si accorse subito che il
giovane si trovava nello stadio finale della malattia: i capelli scuri,
impregnati di sudore, gli pendevano sugli occhi, infossati nelle orbite
violacee, aperti e lucenti di febbre, ma ormai incapaci di vedere.
«Questo è Khyan, il mio figlio minore», spiegò Apepi mentre si
avvicinava al letto, guardando il ragazzo con un'espressione di angoscia
impotente. «E la peste si porterà via anche lui, se non riesci a salvarlo tu,
mago.»
Khyan gemette, rotolandosi sul fianco con le ginocchia raccolte verso il
petto, squassato dalla sofferenza. Dalle natiche smagrite sprizzò un getto di
feci liquide, miste a sangue vivo, che finì sulle lenzuola già sporche. La
ragazza che lo assisteva lo ripulì subito con una salvietta, poi asciugò le
lenzuola senza tradire il minimo ribrezzo. Mentre i sacerdoti nell'angolo
intensificavano i canti, il Gran Sacerdote prese una delle pinze ardenti dal
braciere, avvicinandosi al letto.
Taita si fece avanti, sbarrandogli la strada col lungo bastone. «Fuori!»
sibilò. «Tu e i tuoi macellai avete già fatto abbastanza danni, qui.»
«Devo bruciare il corpo per scacciare la febbre», protestò il Gran
Sacerdote.
«Fuori!» ripeté Taita con espressione cupa, e poi, rivolto agli altri che
affollavano la stanza: «Fuori, tutti fuori».
«Ti conosco bene, Taita. Sei un uomo blasfemo, amico dei demoni e
degli spiriti maligni.» Il Gran Sacerdote non si lasciò intimorire,
brandendo con aria minacciosa lo strumento di bronzo incandescente.
«Non temo la tua magia. Qui non hai nessuna autorità. Il principe è
affidato a me.»
Il mago indietreggiò, lanciando il bastone sui piedi di un sacerdote, che
lanciò un grido e arretrò di scatto quando la verga di legno tambootie
cominciò a serpeggiare, sibilando e avanzando verso di lui sul pavimento
di piastrelle. All'improvviso drizzò la testa, la lingua biforcuta saettante
attraverso le labbra tese in un ghigno, mentre gli occhi lucenti scintillavano
come perline nere.
Tutti i presenti si precipitarono verso la porta. In preda al panico,
cortigiani, sacerdoti, soldati e funzionari si fecero largo, graffiando e
lavorando di gomiti tra la folla per essere i primi a uscire.

Wilbur Smith 121 2001 - Figli Del Nilo


Nella fretta, il Gran Sacerdote rovesciò un braciere e poi lanciò un grido,
danzando a piedi nudi sui carboni ardenti.
In pochi secondi la stanza rimase vuota, a parte Apepi, che non si era
mosso, e la ragazza al capezzale del malato. Taita si chinò a raccogliere
per la coda il serpente che si divincolava e, all'istante, esso ridivenne
dritto, rigido e ligneo. Poi puntò il bastone verso la ragazza accanto al
letto. «Chi sei?» le domandò.
«Io sono Mintaka, e questo è mio fratello.» Posò la mano con aria
protettiva sulla testa del giovane sofferente, poi alzò il mento con aria di
sfida. «Fa' quello che vuoi, mago, ma io non lo lascerò.» Eppure aveva le
labbra tremanti e gli occhi scuri ingigantiti dal terrore. Era chiaro che
aveva paura della sua reputazione e del serpente trasformato in bastone che
Taita le puntava contro. «Non ho paura di te», gli disse tuttavia, aggirando
il letto fino a trovarsi di fronte al mago.
«Bene», disse brusco Taita. «Così mi sarai più utile. Quando ha bevuto
per l'ultima volta, il ragazzo?»
Lei impiegò un momento per riprendersi, poi mormorò: «Non beve da
questa mattina...»
«Come fanno quei ciarlatani a non vedere che sta morendo di sete, oltre
che per la malattia? Ha perso quasi tutti i liquidi del corpo, a furia di
sudare ed evacuare.» Si lasciò sfuggire un grugnito, raccogliendo la brocca
di rame vicino al letto e annusandone il contenuto.
«Questa è inquinata dal veleno dei sacerdoti e dagli umori
dell'epidemia.» La scagliò contro la parete. «Va' nelle cucine a prendere
un'altra brocca, ma controlla che sia pulita. Riempila
d'acqua attinta al pozzo, non al fiume. Presto, ragazza mia.»
Mentre lei si allontanava di corsa, Taita aprì il sacco che portava con sé.
Mintaka tornò quasi subito con una brocca piena d'acqua fino all'orlo, e il
mago preparò una pozione a base di erbe, mettendola a scaldare su un
braciere. «Aiutami a fargliela bere», ordinò poi alla ragazza, quando la
pozione fu pronta. Le mostrò in che modo sostenere la testa del fratello e
accarezzargli la gola, mentre lui faceva gocciolare l'acqua nella bocca del
ragazzo. Ben presto Khyan riuscì a deglutire spontaneamente. «Che cosa
posso fare per aiutarti?» chiese il re. «Mio signore, qui non c'è niente da
fare per te. Sei più abile nel distruggere che nel risanare.» Taita lo congedò
senza neanche distogliere lo sguardo dal paziente. Ci fu un lungo silenzio,
seguito dallo scalpiccio dei sandali di Apepi, tempestati di borchie di

Wilbur Smith 122 2001 - Figli Del Nilo


bronzo, che uscivano dalla camera.
Mintaka si liberò ben presto dal terrore che provava nei confronti del
mago, rivelandosi un'assistente sveglia e volenterosa. Sembrava in grado
di anticipare i desideri di Taita, costringendo il fratello a bere mentre il
mago preparava sul braciere un'altra coppa di medicina, ricorrendo di
nuovo al contenuto della sua borsa. In due riuscirono a fargliela bere senza
perderne una goccia. Poi Mintaka lo aiutò a stendere un linimento sulle
ustioni che coprivano il petto del fratello e infine i due riuscirono ad
avvolgere Khyan nelle lenzuola di lino e a inzupparle con l'acqua del
pozzo per far calare la temperatura del corpo che ardeva di febbre.
Quando Mintaka si sedette accanto a lui per riposare un poco, Taita le
prese la mano, voltandola col palmo in su. Esaminò i gonfiori rossi
all'interno del polso, ma la ragazza tentò di ritrarre la mano. «Queste non
sono le macchie della peste», spiegò con imbarazzo. «Sono soltanto morsi
di pulci. Tutto il palazzo brulica di pulci.»
«Dove ci sono le pulci, non può mancare la peste», le spiegò Taita.
«Togliti la tunica.»
Lei si alzò senza esitare, lasciandola cadere intorno alle caviglie. Il suo
corpo di vergine, per quanto snello, era forte e atletico. I seni apparivano in
boccio, coi capezzoli che sporgevano, simili a more non ancora mature;
inoltre, tra le gambe lunghe e ben modellate, si annidava un triangolo di
peli scuri e soffici.
Una pulce spiccò un balzo dal ventre chiaro, e Taita la catturò al volo
con abilità, schiacciandola tra le dita. L'insetto aveva lasciato una catena di
puntini rosei intorno all'ombelico ben disegnato.
«Voltati», ordinò a Mintaka, e lei obbedì docilmente. Un altro di quegli
odiosi insetti le correva sul dorso, diretto verso l'incavo profondo tra le
natiche sode e rotonde. Taita prese la pulce tra le dita, schiacciando la
lucente corazza nera, da cui sprizzò una goccia di sangue. «Tu sarai la mia
prossima paziente, se non ti liberi di queste piccole compagne», borbottò,
prima di mandarla a prendere una bacinella d'acqua in cucina. Poi fece
bollire sul braciere i fiori violacei e secchi della pianta di piretro, lavandola
da capo a piedi col liquido così ottenuto e schiacciando altre quattro o
cinque pulci che tentavano di sfuggire a quella doccia pungente saltando
via dalla pelle bagnata.
Quindi Mintaka sedette al suo fianco, aspettando che il corpo le si
asciugasse, e i due conversarono senza imbarazzo mentre esaminavano i

Wilbur Smith 123 2001 - Figli Del Nilo


suoi abiti, eliminando le ultime pulci, insieme con le uova che avevano
deposto nelle cuciture e nella pieghettatura. Stavano rapidamente
diventando amici.
Prima di sera, Khyan evacuò ancora una volta, ma in misura moderata, e
senza perdere sangue. Taita annusò le feci, notando che l'odore malsano
degli umori della malattia si era attenuato. Preparò allora una pozione di
erbe più forte e, con l'aiuto della ragazza, costrinse Khyan a bere un'altra
brocca d'acqua attinta al pozzo. La mattina dopo, la febbre era calata e il
giovane paziente riposava meglio. Finalmente urinò, e Taita dichiarò che
era buon segno, anche se l'urina era di un colore giallo scuro e aveva un
odore acre; un'ora dopo, si liberò di un'acqua di colore più chiaro e meno
maleodorante.
«Guarda, mio signore», esclamò Mintaka, accarezzando il fratello sulla
guancia. «Le chiazze rosse cominciano a sbiadire, e la pelle sembra più
fresca.»
«Tu possiedi il raro dono di un tocco risanatore», le disse Taita,
sorridendo. «Però non dimenticare la brocca dell'acqua.
È vuota.»
Lei corse via verso la cucina del palazzo, tornando quasi subito con una
brocca piena fino all'orlo. Mentre dava da bere al malato, cominciò a
cantare. Era una ninna-nanna hyksos, e Taita fu deliziato dalla dolcezza e
dalla tonalità limpida della sua voce.

Ascolta il vento che soffia nell'erba, piccolo caro,


dormi, dormi, dormi.
Ascolta il suono del fiume, mio bambino,
sogna, sogna, sogna.

Taita studiò il viso della ragazza. Era un po' troppo largo, com'era tipico
degli hyksos, e aveva gli zigomi eccessivamente sporgenti. La bocca era
grande, le labbra tumide e il naso forte. Non uno dei suoi lineamenti era
perfetto, di per sé, eppure tutti insieme formavano un equilibrio mirabile, e
il collo appariva lungo e aggraziato. Gli occhi erano davvero splendidi,
sotto le sopracciglia nere e arcuate, l'espressione era viva e intelligente. È
una bellezza diversa, pensò, ma pur sempre bellezza.
«Guarda!» esclamò d'un tratto Mintaka, ridendo. «È sveglio.»
Khyan aveva aperto gli occhi e la fissava. «Sei tornato tra noi,

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bestiolina», lo salutò la sorella. Quando Mintaka rideva, la luce della
lampada faceva scintillare i denti bianchi e squadrati. «Eravamo così
preoccupati! Non devi farlo mai più.» Abbracciò il fratello, per nascondere
le lacrime di gioia e di sollievo che le facevano risplendere gli occhi.
Guardando oltre i due, abbracciati sul letto, Taita scorse la figura
massiccia di Apepi, fermo sulla soglia. Non sapeva da quanto tempo fosse
lì: il re gli rivolse un cenno senza sorridere, poi voltò le spalle e si
allontanò.
Prima di sera, con l'aiuto della sorella, Khyan riuscì a mettersi seduto e
bevve la ciotola di minestra che lei gli accostava alle labbra. Due giorni
dopo, l'eruzione cutanea era scomparsa.
Apepi veniva a trovarlo tre o quattro volte al giorno. Khyan era ancora
troppo debole per alzarsi, ma, non appena vedeva comparire il padre, si
sfiorava il cuore e le labbra con le dita, in un gesto di rispetto.
Il quinto giorno si alzò barcollando dal letto per tentare di prostrarsi
davanti al padre, ma Apepi glielo impedì, spingendolo indietro sui cuscini.
Anche se i suoi sentimenti per il ragazzo erano evidenti, Apepi non aveva
molto da dire e se ne andò quasi subito. Tuttavia, una volta giunto sulla
soglia, si voltò a guardare Taita e, con un cenno brusco del capo, gli ordinò
di seguirlo.

Si trovavano in cima alla torre più alta del palazzo. Avevano dovuto
salire duecento scalini per arrivare fin lassù, da dove si poteva osservare il
corso del fiume sino alla fortezza conquistata di Abnub, che sorgeva dieci
leghe più a monte. Tebe distava meno di cento leghe.
Apepi aveva ordinato alle sentinelle di scendere, lasciandoli soli in quel
luogo elevato, per evitare che qualcuno li spiasse oppure origliasse i loro
discorsi. Rimase immobile, contemplando il grande fiume grigio che
scorreva verso sud. Era in completo assetto di guerra, coi gambali e il
pettorale di cuoio rigido, la cintura della spada tempestata di rosette d'oro e
la barba intrecciata di nastri rossi. Sulla testa, posata sui fitti riccioli grigi,
portava l'ureo d'oro, la corona con l'avvoltoio e il cobra. Taita si sentì
invadere dalla collera nel vedere che quell'invasore e razziatore si
considerava Faraone di tutto l'Egitto e indossava le sacre insegne regali,
ma riuscì a mantenere un'espressione impassibile. Anzi affinò i poteri della
sua mente per afferrare i pensieri di Apepi. Erano intricati come una
ragnatela, così profondi e tortuosi che persino Taita non riusciva a

Wilbur Smith 125 2001 - Figli Del Nilo


distinguerli chiaramente, sebbene intuisse la forza interiore che rendeva il
re degli hyksos un avversario così temibile.
«Almeno qualcosa di quello che dicono di te è vero, mago», disse il re,
interrompendo il lungo silenzio. «Sei un medico di grande abilità.»
Taita non replicò.
«Puoi operare un incantesimo per guarire l'epidemia nel mio esercito
come hai fatto con mio figlio?» gli chiese Apepi. «Ti pagherei un lakh
d'oro. Tanto oro quanto possono trasportarne dieci cavalli robusti.»
L'altro sorrise con aria imbarazzata. «Mio signore, se fossi capace di un
incantesimo del genere, potrei anche far scaturire dal nulla cento lakh,
senza prendermi la briga di curare i tuoi banditi.»
Apepi voltò la testa, ricambiando il suo sorriso, ma senza ombra di
umorismo o di benevolenza. «Quanti anni hai, mago? Trok sostiene che ne
hai più di duecento. È vero?»
Lui non diede segno di averlo sentito, e Apepi insistette: «Qual è il tuo
prezzo, stregone? Se non è l'oro, che cosa posso offrirti?» Era una
domanda retorica, e infatti lui non attese la risposta, ma si allontanò per
raggiungere il parapetto della torre che guardava a nord, restando poi
immobile, coi pugni piantati sui fianchi. Guardava dall'alto
l'accampamento del suo esercito e, più oltre, i campi dove venivano
cremati i cadaveri. I roghi ardevano ancora, e il fumo si spandeva sulle
acque verdi del fiume e sul deserto della riva opposta.
«Tu hai riportato una vittoria, mio signore», gli disse Taita a bassa voce.
«Ma non puoi fare altro che contemplare le pire funebri dei tuoi uomini. Il
Faraone riuscirà a rafforzare e radunare le sue forze prima che l'epidemia
si estingua e i tuoi soldati siano di nuovo pronti a combattere.»
Apepi scrollò la testa con aria contrariata, come un leone che cerca di
scacciare un nugolo di mosche. «La tua insolenza m'irrita, mago.»
«No, mio signore, non sono io a irritarti. Sono la verità e la logica.»
«Nefer Seti è un bambino. L'ho sconfitto una volta, e posso farlo
ancora.»
«Il fatto decisivo è che il suo esercito non è falcidiato dall'epidemia. Le
tue spie ti avranno riferito che il Faraone ha cinque divisioni ad Assuan e
altre due ad Assyut. Sono già sul fiume e si dirigono verso nord, con la
corrente. Saranno qui prima della luna nuova.»
Apepi si lasciò sfuggire un ringhio sommesso, senza rispondere. Taita
proseguì: «Sessant'anni di guerra hanno dissanguato entrambi i regni. Vuoi

Wilbur Smith 126 2001 - Figli Del Nilo


trasmettere ai tuoi discendenti la stessa eredità di Salitis, tuo padre, e cioè
sessant'anni di carneficine? È questo che i tuoi figli erediteranno da te?»
Apepi si girò, fissandolo con aria corrucciata. «Non esagerare, vecchio.
Non insultare mio padre, il divino Salitis.» Dopo un lungo silenzio, carico
di disapprovazione, Apepi riprese il discorso. «Quanto tempo ti occorre
per predisporre un colloquio con il cosiddetto reggente dell'Alto Egitto,
con questo Naja?»
«Se mi concederai un salvacondotto per superare le tue linee e una nave
veloce che mi trasporti, posso arrivare a Tebe in tre giorni. Il ritorno,
seguendo la corrente, sarà ancora più veloce.»
«Ti farò accompagnare da Trok, perché ti aiuti a superare tutte le
difficoltà. Puoi dire a Naja che lo incontrerò presso il tempio di Hathor, a
Perra, sulla riva occidentale, oltre Abnub. Lo conosci?»
«Lo conosco bene, mio signore.»
«Là potremo parlare», mormorò Apepi. «Però digli di non aspettarsi
troppe concessioni da me. Io sono il vincitore e lui lo sconfitto. Ora puoi
andare.»
Taita rimase immobile.
«Puoi andare, mago.» Apepi lo congedò per la seconda volta.
«Il Faraone Nefer Seti è quasi coetaneo di tua figlia Mintaka», disse
Taita, ostinato. «Forse vorrai portarla con te a Perra.»
«A che scopo?» Il re lo fissò con aria sospettosa.
«Un'alleanza tra la tua dinastia e quella dei Faraoni Tamose potrebbe
suggellare una pace duratura tra i due regni.»
Apepi si sfregò i nastri intrecciati alla barba per mascherare il sorriso.
«Per Seueth, sei abile negli intrighi quanto nel mescolare le pozioni,
stregone. Ora vattene, prima che perda la pazienza.»

Il tempio di Hathor era stato scavato nel fianco roccioso della collina che
sovrastava il fiume durante il regno del Faraone Antef Sehertawy,
centinaia di anni prima, ma da allora ogni Faraone vi aveva aggiunto
qualcosa. Le sacerdotesse costituivano una congregazione ricca e potente
che era riuscita a sopravvivere, in un modo o nell'altro, alle lunghe guerre
civili tra i due regni e a prosperare anche nei momenti più difficili.
Vestite con l'abito giallo del loro ordine, erano riunite nel cortile del
tempio, tra le due imponenti statue della dea. Una di esse rappresentava
Hathor come una vacca pezzata dalle corna d'oro, mentre l'altra era la sua

Wilbur Smith 127 2001 - Figli Del Nilo


manifestazione umana, una donna alta e bella che portava sulla testa la
corona di corna col disco solare d'oro.
Le sacerdotesse intonarono un canto, scuotendo i sistri, mentre il seguito
del Faraone Nefer Seti cominciava a sfilare nel cortile dall'ala orientale e i
cortigiani del re Apepi entravano dal colonnato occidentale. L'ordine di
arrivo alla conferenza di pace era stato oggetto di accanite discussioni, al
punto che i negoziati avevano rischiato di fallire prima ancora di
cominciare. Chi arrivava per primo avrebbe goduto di una posizione di
maggior potere, e quindi l'altro avrebbe dato l'impressione di essere il
supplice che invocava la pace. Nessuno dei due era ovviamente disposto a
rinunciare a quel vantaggio.
Era stato Taita a suggerire l'espediente di un arrivo contemporaneo, oltre
a risolvere con tatto la questione, altrettanto esasperante, delle insegne che
i due sovrani avrebbero portato. Tutti e due avrebbero rinunciato alla
corona doppia: Apepi avrebbe portato la corona rossa del Basso Egitto,
deshret, mentre Nefer Seti si sarebbe limitato a portare la corona bianca
dell'Alto Egitto, hedjet.
Il seguito dei due sovrani si affollò nell'ampio cortile, schierandosi per
formare due gruppi che si fronteggiavano con aria truce. Li separavano
appena pochi passi, eppure l'amarezza e l'odio accumulati in sessant'anni di
lotte formavano una barriera potente.
Il silenzio ostile fu infranto da una reboante fanfara di corni d'ariete e dal
suono tonante dei gong di bronzo. Era il segnale per i due cortei, che, a
quel punto, potevano uscire dalle ali opposte del tempio.
Il nobile Naja e il Faraone Nefer Seti avanzarono con aria solenne,
prendendo posto su troni dalla spalliera alta, mentre le due principesse,
Heseret e Merykara, li seguivano docilmente. Prima di sedersi, però, si
prostrarono ai piedi del trono di Naja, poiché erano le sue spose promesse.
Le due ragazze erano truccate in modo così pesante da mostrare un volto
inespressivo come quello della statua di Hathor, alla cui ombra si
accomodarono.
Contemporaneamente la famiglia reale degli hyksos uscì dall'ala opposta
del tempio. La guidava Apepi, che, imponente e fiero nella sua tenuta da
battaglia, fulminò con lo sguardo il giovanissimo Faraone all'altro capo del
cortile. Lo seguivano otto dei suoi figli; soltanto Khyan, il minore, non si
era ripreso a sufficienza dalla malattia per compiere il viaggio a monte del
fiume. Come il padre, anche i figli erano armati e indossavano l'armatura,

Wilbur Smith 128 2001 - Figli Del Nilo


cosicché avanzarono fino al loro posto pavoneggiandosi con spavalderia.
Sono uno schieramento formidabile di banditi assetati di sangue, pensò
Taita, osservandoli dal punto in cui si trovava, vicino al trono di Nefer.
Apepi aveva portato con sé soltanto una delle sue numerose figlie. Come
una rosa del deserto in mezzo a un folto di cactus spinosi, il contrasto coi
fratelli faceva risaltare ancora di più la bellezza di Mintaka. Nella folla di
fronte a lei, la fanciulla scorse la figura alta e snella di Taita, e il suo volto
fu illuminato da un sorriso così radioso che, per un istante, si ebbe
l'impressione che il sole splendesse attraverso le tende disposte sopra il
cortile. Nessuno degli egizi l'aveva mai vista prima di allora e, tra le file
degli uomini, corse un brusio sommesso di ammirazione. Non erano
preparati a uno spettacolo del genere. La tradizione voleva che tutte le
donne hyksos fossero massicce come i loro uomini e brutte il doppio.
Il Faraone Nefer Seti si protese leggermente in avanti e, nonostante la
solennità dell'occasione, si stuzzicò il lobo dell'orecchio sotto la corona
bianca. Era un'abitudine che Taita aveva cercato di fargli perdere, quindi
Nefer vi ricadeva soltanto quand'era estremamente interessato a qualcosa
oppure era turbato. Il vecchio tutore non lo vedeva da due mesi, perché
Naja li aveva tenuti separati anche dopo il ritorno di Taita dal quartier
generale di Apepi a Bubasti; eppure il mago aveva una tale familiarità col
ragazzo, era tanto in sintonia con la sua mente, che riusciva ancora a
leggere facilmente nei suoi pensieri. Intuì che era in preda a un fremito di
eccitazione e di esultanza, come se avesse appena visto una gazzella
muoversi alla portata della sua freccia, o stesse per montare un puledro
non ancora domato, o avesse lanciato un falco contro un airone e
attendesse di vederlo scendere in picchiata.
Taita non lo aveva mai visto reagire così alla presenza di un'esponente
del sesso opposto. Nefer aveva sempre guardato con regale disprezzo tutte
le donne, comprese le sorelle. Tuttavia era passato meno di un anno da
quando aveva dovuto affrontare le acque tumultuose della pubertà e, per la
maggior parte di quel periodo, era rimasto isolato nel deserto di Gebel
Nagara, dove non c'era nulla che potesse attirare la sua attenzione come
stava facendo Mintaka.
Taita era molto soddisfatto di quello che era riuscito a ottenere con un
minimo sforzo. Se Nefer avesse concepito una violenta avversione per la
ragazza hyksos, tutti i suoi piani sarebbero stati vanificati, e il pericolo nel
quale si trovavano sarebbe aumentato. Se fosse invece riuscito a farli

Wilbur Smith 129 2001 - Figli Del Nilo


sposare, Nefer sarebbe divenuto il genero di Apepi, entrando quindi sotto
la sua protezione, e persino Naja ci avrebbe pensato due volte prima di
offendere un uomo così potente e pericoloso. Senza saperlo, Mintaka
poteva salvare Nefer dalle macchinazioni e dalle ambizioni di Naja; o
almeno, quella era l'intenzione di Taita nel favorire l'unione.
Nel breve periodo che avevano trascorso insieme, curando e assistendo
il fratello di lei, Mintaka e Taita avevano fatto amicizia. E infatti lui annuì
in modo quasi impercettibile, ricambiando il suo sorriso. Lo sguardo della
fanciulla si spinse più avanti, fissandosi con interesse sulle nobili donne
egizie sedute di fronte a lei; ne aveva sentito parlare, ma quelle erano le
prime che vedeva. Individuò subito Heseret e, con la sicurezza dell'istinto
femminile, riconobbe una giovane attraente come lei, e una possibile rivale
in futuro. L'altra reagì esattamente allo stesso modo, cosicché le due
ragazze si scambiarono un rapido sguardo ostile e altezzoso. Poi Mintaka
alzò gli occhi verso la figura imponente del nobile Naja, fissandolo come
affascinata.
Era davvero una visione splendida e, soprattutto, appariva
straordinariamente diverso dal padre e dai fratelli di lei. Risplendeva d'oro
e di pietre preziose ed era abbigliato con un gonnellino dal candore
abbagliante. Sebbene fossero lontani, lei poteva sentire il suo profumo,
forte come se provenisse da un campo di fiori selvatici. Il viso del reggente
era stato trasformato dal trucco in una maschera, con la pelle luminosa e
gli occhi delineati ed esaltati dal kohl, eppure lei intuì che quella era la
bellezza fatale di un serpente o di un insetto velenoso. Fu scossa da un
brivido, e volse lo sguardo verso la figura seduta sul trono accanto al
reggente.
Il Faraone Nefer Seti la fissava con tale intensità che lei trattenne il
respiro. Aveva gli occhi verdi: quello fu il primo particolare che la colpì.
Avrebbe voluto distogliere lo sguardo, ma scoprì che le riusciva
impossibile, e si ritrovò ad arrossire. Cercò tuttavia di esaminare quel
sovrano con la barba posticcia e l'atteggiamento orgoglioso e ieratico e,
sulle prime, ne rimase vagamente perplessa. Poi, d'un tratto, il Faraone le
rivolse un sorriso pieno di calore e di complicità: il suo viso divenne di
colpo infantile e attraente. Mintaka, senza sapere perché, sentì che il
proprio respiro accelerava e arrossì ancora di più. Allora distolse gli occhi
con uno sforzo, fingendo si studiare con grande attenzione la statua di
vacca che raffigurava la dea Hathor.

Wilbur Smith 130 2001 - Figli Del Nilo


Ci volle qualche tempo perché riuscisse a controllarsi di nuovo, e ormai
il nobile Naja, il reggente dell'Alto Egitto, stava già parlando. Accoglieva
Apepi con parole misurate, definendolo con diplomazia re degli hyksos,
ma evitando ogni allusione alle sue pretese sull'Egitto. Mintaka pendeva
dalle sue labbra, consapevole dello sguardo di Nefer fisso su di lei, ma
decisa a non ricambiarlo.
La voce del nobile Naja era sonora e monotona, e infine lei non riuscì
più a resistere. Scoccò una rapida occhiata in tralice a Nefer, decisa a
distogliere subito lo sguardo, ma scoprì che gli occhi del Faraone erano
ancora fissi su di lei e scintillavano di una risata silenziosa che l'affascinò.
Mintaka non era certo timida, ma, in quel momento, il suo sorriso fu
cauto ed esitante. Si accorse di avere di nuovo le guance in fiamme.
Abbassando gli occhi, fissò le mani che teneva in grembo, torcendosi le
dita, prima di accorgersi che si stava comportando in modo goffo. Allora
smise, irritata con Nefer per averla messa in un tale stato di agitazione. È
soltanto un damerino egizio, e uno qualsiasi dei miei fratelli è più uomo di
lui, e attraente almeno il doppio. Sta solo cercando di farmi sembrare
un'idiota, fissandomi con tanta boria. Non ho nessuna intenzione di
guardarlo di nuovo. Voglio ignorarlo del tutto, decise, e la sua risolutezza
durò finché il nobile Naja non smise di parlare e suo padre si alzò per
rispondergli.
Allora lanciò a Nefer un'altra rapida occhiata sotto le ciglia folte e scure.
Lui stava fissando Apepi, ma, nell'istante in cui lo sguardo di Mintaka gli
sfiorò il viso, i suoi occhi puntarono subito su di lei. La principessa tentò
di assumere un'espressione severa, tuttavia, non appena lui le sorrise, le
sue labbra fremettero, quasi in risposta. È bello almeno quanto alcuni dei
miei fratelli, ammise lei con se stessa, poi gli scoccò un'altra rapida
occhiata. O forse quanto uno qualsiasi di loro. Abbassò di nuovo lo
sguardo sulle ginocchia, riflettendo. Lo sbirciò ancora. Forse ancora più
bello di qualcuno di loro, persino di Ruga... Ebbe subito l'impressione di
aver tradito il fratello maggiore e si affrettò a correggere la sua opinione....
però in modo diverso, naturalmente.
Guardò Ruga, con la barba adorna di nastri e la fronte cupa: era il ritratto
del guerriero. Sì, Ruga è davvero un bell'uomo, pensò, orgogliosa.
Di fronte a lei, Taita sembrava ignorarla, e invece non perdeva neppure
una sfumatura di quel furtivo scambio di occhiate tra lei e Nefer.
D'altronde non era l'unica cosa che attirasse la sua attenzione. Il nobile

Wilbur Smith 131 2001 - Figli Del Nilo


Trok, cugino di Naja, si trovava vicino al trono di Apepi, alle sue spalle, a
poca distanza da Mintaka. Teneva le braccia incrociate sul petto, coi polsi
adorni di bracciali d'oro massiccio. Su una spalla portava un arco pesante,
ricurvo; sull'altra una faretra ricoperta d'oro in foglia. Al collo aveva le
catene d'oro che erano segni del valore e della lode che gli erano stati
riconosciuti. Gli hyksos avevano adottato le onorificenze militari e le
decorazioni degli egizi, insieme con le loro usanze. Trok stava fissando
Mintaka con un'espressione indecifrabile.
Ci fu un altro rapido scambio di occhiate tra Mintaka e Nefer, che Trok
seguì con un'espressione cupa e intenta. In quello sguardo, Taita lesse
collera e gelosia: era come se la nube torrida e opprimente del khamsin, la
terribile tempesta di sabbia del deserto, si stesse addensando all'orizzonte.
Questo non lo avevo previsto, rifletté. L'interesse di Trok per Mintaka è
amoroso o politico? La desidera, oppure la vede semplicemente come un
mezzo per raggiungere il potere? In ogni caso è un fattore pericoloso, un
altro di cui tenere conto.
I discorsi di apertura si stavano concludendo, senza che fosse stato detto
qualcosa di significativo: i negoziati per la tregua sarebbero cominciati
soltanto il giorno dopo, nel corso della riunione segreta. Le due parti si
stavano alzando dai rispettivi troni, scambiandosi inchini e saluti e, mentre
le due corti si ritiravano, i gong ricominciarono a suonare insieme coi
corni d'ariete.
Taita sbirciò ancora una volta il gruppo degli hyksos. Apepi e i suoi figli
varcarono la soglia fiancheggiata dagli alti pilastri di granito sormontati
dalle teste gemelle di vacca della dea. Con un ultimo sguardo all'indietro,
Mintaka seguì fratelli e sorelle. Il nobile Trok la scortò, voltandosi anche
lui per scoccare un'altra occhiata al Faraone Nefer Seti, prima di avviarsi
tra i cancelli per seguire gli altri. Con quel movimento fece tintinnare le
frecce nella faretra che portava in spalla, e la loro impennatura colorata
attirò l'attenzione di Taita. A differenza della normale faretra da guerra di
cuoio, dotata di coperchio per impedire alle frecce di riversarsi all'esterno,
quella cerimoniale era coperta d'oro in foglia e aveva l'estremità superiore
aperta, per cui la parte finale delle frecce sporgeva al di sopra della spalla.
Le piume che le ornavano erano verdi e rosse e ridestarono nella memoria
di Taita un ricordo terribile. Trok si allontanò, varcando la soglia, mentre il
mago continuava a fissarlo.

Wilbur Smith 132 2001 - Figli Del Nilo


Taita tornò nell'edificio annesso al tempio, nella cella di pietra che gli
era stata assegnata come alloggio per l'intera durata della conferenza di
pace. Bevve qualche sorsata d'acqua, perché il caldo nel cortile era stato
torrido, poi si avvicinò alla finestra che si apriva nel muro massiccio di
pietra. Sul davanzale saltellava, cinguettando, un gruppo di uccellini dai
colori vivaci, tessitori e cince, che si posavano sul lastricato del terrazzo
sottostante. Mentre offriva loro qualche granello di dhurra, attirandoli in
modo che si posassero sulle sue spalle o becchettassero dalle sue mani,
Taita ripensò agli avvenimenti di quella mattina, cominciando a collegare
le impressioni che aveva raccolto durante la cerimonia.
Dimenticò ben presto il divertimento e il piacere per l'intesa che si era
creata tra Mintaka e Nefer quando passò a riflettere su Trok, meditando sui
rapporti di quell'uomo con la principessa hyksos e sulle complicazioni che
potevano derivarne, soprattutto se lui, Taita, avesse tentato di portare a
compimento i suoi piani per la giovane coppia.
Le sue riflessioni vennero interrotte da un'ombra furtiva che avanzava
lungo il bordo della terrazza. Era uno dei gatti del tempio, macilento, pieno
di cicatrici e chiazze di rogna, che faceva la posta agli uccellini intenti a
saltellare sulle lastre di pietra, beccando i granelli di dhurra.
Gli occhi chiari di Taita si restrinsero fino a diventare due fessure
mentre lui si concentrava sul gatto. Il vecchio maschio si fermò,
guardandosi intorno con diffidenza, poi all'improvviso inarcò la schiena e
tutti i peli del corpo gli si rizzarono, mentre fissava un punto sul lastricato
davanti a sé, dove non c'era nulla di visibile. Il gatto lanciò un miagolio
stridulo e si girò di scatto su se stesso, sfrecciando lungo la terrazza finché
non raggiunse una delle palme e si arrampicò, rapido come un fulmine, sul
tronco per raggiungere la chioma di fronde, dove rimase sospeso in
precario equilibrio. Taita lanciò un'altra manciata di dhurra agli uccellini,
riprendendo il filo dei suoi pensieri.
Anche durante il lungo viaggio che avevano compiuto insieme, Trok
aveva tenuto ben chiusa la faretra da guerra, e lui non aveva mai avuto
l'occasione di confrontare una delle sue frecce con quelle che aveva
trovato sul luogo in cui era stato ucciso il Faraone. Non poteva sapere con
precisione quanti altri ufficiali hyksos usassero frecce con l'impennatura
rossa e verde, ma probabilmente erano molti, anche se ognuno aveva il
proprio simbolo. C'era un solo modo per collegare Trok alla morte del
Faraone Tamose e, attraverso di lui, coinvolgere il cugino Naja: rubare una

Wilbur Smith 133 2001 - Figli Del Nilo


delle frecce. Taita si chiese come fare per riuscirci senza destare sospetti.
Fu distratto ancora una volta dai suoi pensieri quando udì alcune voci
nel corridoio davanti alla porta della sua cella. Una era giovane e chiara, e
lui la riconobbe subito, mentre le altre, che pregavano e protestavano,
erano più rudi.
«Il nobile Asmor ha impartito ordini precisi...»
«Non sono forse io il Faraone? Non avete il dovere di obbedirmi?
Desidero far visita al mago, e voi non oserete impedirmelo. Fatevi da
parte.» La voce di Nefer era forte e autorevole. Il timbro incerto della
pubertà era svanito: ormai parlava col tono di un uomo adulto.
Il giovane falco comincia ad allargare le ali e a mostrare gli artigli,
pensò Taita, voltando le spalle alla finestra e sfregando le mani per
liberarsi dei granelli di dhurra così da poter salutare il suo re.
Nefer scostò con un gesto brusco la tenda che chiudeva la soglia,
entrando nella cella. Le due guardie del corpo armate lo seguirono,
impotenti, sbarrando l'accesso alle sue spalle, ma Nefer li ignorò,
affrontando Taita coi pugni piantati sui fianchi. «Taita, sono molto seccato
con te.»
«Ne sono turbato e afflitto», rispose Taita con un profondo inchino. «In
che modo ti ho offeso?»
«Mi stai evitando. Ogni volta che ti mando a chiamare, mi rispondono
che sei partito per compiere una missione segreta tra gli hyksos o sei
tornato nel deserto... oppure qualche altra fandonia del genere.» Nefer
parlava con espressione accigliata per mascherare la gioia di ritrovarsi
insieme col vecchio. «Poi all'improvviso salti fuori, come se non fossi mai
andato via, ma continui a ignorarmi. Durante la cerimonia non hai neanche
guardato nella mia direzione. Dove sei stato?»
«Maestà, in giro ci sono orecchie lunghe.» Taita lanciò un'occhiata alle
guardie in attesa.
Nefer si girò verso di loro. «Vi ho ordinato più di una volta di
allontanarvi», disse in tono irato. «Se non ve ne andate immediatamente, vi
farò strangolare tutti e due.»
Con aria affranta, i soldati indietreggiarono verso il corridoio, oltre la
tenda. Ma Taita sentiva ancora i bisbigli che si scambiavano e il tintinnare
delle loro armi. Allora fece un cenno col capo verso la finestra,
mormorando: «Ho un barchino ormeggiato al molo. Sua maestà gradirebbe
andare a pesca?» E, senza attendere la risposta, sollevò l'orlo della veste

Wilbur Smith 134 2001 - Figli Del Nilo


per scavalcare il davanzale. Poi si voltò a guardare Nefer, e il ragazzo,
ormai non più in collera, sorrise felice, raggiungendolo. Taita si lasciò
cadere sul terrazzo sottostante, imitato da Nefer, che si muoveva con
agilità. Come bimbi fuggiti al controllo dei genitori, attraversarono
furtivamente il terrazzo, passando tra le palme da datteri per raggiungere il
fiume.
Le guardie che si trovavano sul molo non avevano evidentemente
ricevuto nessun ordine riguardo alle possibilità di movimento del giovane
Faraone. E infatti si limitarono a salutarlo facendosi poi rispettosamente da
parte mentre i due salivano sul barchino da pesca. Prendendo un remo a
testa, si allontanarono dalla riva. Taita si addentrò in uno degli stretti
passaggi che si aprivano tra le file di piante di papiro che oscillavano al
vento e, pochi minuti dopo, si ritrovarono soli sulle acque della palude,
invisibili dalle rive in quel labirinto di vie fluviali segrete.
«Dove sei stato, Taita?» Nefer abbandonò l'atteggiamento regale. «Mi
sei mancato tanto.»
«Ti spiegherò ogni cosa», gli assicurò l'altro. «Ma prima devi
raccontarmi tutto quello che ti è successo.»
Trovarono un approdo tranquillo in una minuscola laguna circondata dai
papiri, e Nefer riferì tutto ciò che gli era successo dall'ultima volta che
aveva potuto parlare in privato col suo tutore. Per ordine di Naja, era stato
rinchiuso in una prigione dorata, senza poter vedere nessuno dei vecchi
amici, Meren compreso, o le sorelle. Le sue uniche distrazioni erano lo
studio dei papiri presi in prestito dalla biblioteca del palazzo e le
esercitazioni alla guida del carro e all'uso delle armi, sotto la guida
dell'anziano guerriero Hilto.
«Naja non mi permette neppure di andare a caccia col falco o a pesca
senza che Asmor mi faccia da balia», si lamentò, amareggiato. Non sapeva
neppure che Taita avrebbe partecipato alla cerimonia nel cortile del
tempio: credeva infatti che si trovasse a Gebel Nagara. Così, alla prima
occasione, mentre Naja e Asmor erano chiusi in consiglio con Apepi, Trok
e gli altri signori della guerra hyksos, intenti a concordare la tregua, si era
imposto alle guardie per uscire dall'alloggio in cui era confinato e far visita
a Taita.
«La vita è così monotona senza di te! Penso che potrei morire di noia.
Naja deve permetterci di tornare insieme. Dovresti lanciargli un
incantesimo.»

Wilbur Smith 135 2001 - Figli Del Nilo


«È un'idea da prendere in considerazione», replicò Taita, eludendo con
abilità il suggerimento. «Ora però abbiamo poco tempo. Non appena
scoprirà che siamo scomparsi dal tempio, Naja manderà tutto l'esercito a
cercarci... Devo raccontarti le mie novità.» Rapidamente, per sommi capi,
spiegò a Nefer quello che era accaduto dopo il loro ultimo incontro.
Illustrò quali rapporti esistevano tra Naja e Trok e descrisse la visita sul
luogo della morte del Faraone Tamose nonché la scoperta che aveva fatto.
Nefer lo ascoltò senza interrompere, ma, quando Taita gli parlò della
morte del padre, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Distolse lo sguardo,
tossì e si asciugò gli occhi col dorso della mano.
«Adesso puoi capire in quale pericolo ti trovi», gli disse il vecchio.
«Sono ormai certo che Naja ha avuto una parte determinante
nell'assassinio del Faraone tuo padre e, più ci avvicineremo alla possibilità
di provare questo suo ruolo, maggiore diventerà il pericolo.»
«Un giorno vendicherò mio padre», giurò Nefer, con voce fredda e dura.
«E io ti aiuterò a farlo», promise Taita. «Per ora, comunque, dobbiamo
proteggerti dalla malvagità di Naja.»
«Come pensi di farlo, Taita? Possiamo fuggire dall'Egitto come
avevamo progettato?»
«No.» Il vecchio scosse la testa. «Naturalmente ci ho pensato, ma Naja
ci tiene prigionieri qui troppo saldamente. Se tentassimo di raggiungere di
nuovo la frontiera, avremmo mille carri alle calcagna.»
«Che possiamo fare, allora? Sei in pericolo anche tu.»
«No, ho convinto Naja che, senza il mio aiuto, non potrà riuscire.»
Descrisse la falsa cerimonia divinatoria al tempio di Bes, e spiegò come
Naja fosse convinto che lui potesse trasmettergli il segreto della vita
eterna.
Nefer sorrise dell'astuzia del mago. «Allora, qual è il tuo piano?»
«Dobbiamo attendere il momento giusto per fuggire oppure per liberare
il mondo dalla maligna presenza di Naja. Nel frattempo ti proteggerò
meglio che posso.»
«E come farai?»
«Naja mi ha mandato da Apepi per organizzare questa conferenza di
pace...»
«Sì, so che sei andato ad Avaris. Me lo hanno spiegato quando ho
chiesto di vederti.»
«Non ad Avaris, bensì al quartier generale dell'esercito di Apepi, a

Wilbur Smith 136 2001 - Figli Del Nilo


Bubasti. Quando il re degli hyksos ha accettato d'incontrare Naja, sono
riuscito a convincerlo che dovrebbero suggellare il trattato con un
matrimonio fra sua figlia e te. Quando sarai sotto la protezione del re degli
hyksos, Naja si accorgerà di avere in mano un coltello spuntato. Non
potrebbe correre il rischio di far ripiombare il Paese nella guerra civile,
violando il trattato.»
«Apepi vuole darmi in moglie la figlia?» Nefer lo fissò, stupito. «Quella
col vestito rosso che ho visto stamattina durante la cerimonia?»
«Sì. Mintaka. Si chiama così.»
«So come si chiama», ribatté Nefer con veemenza. «Porta il nome di una
stella minuscola nella cintura della costellazione del Cacciatore.»
«Già, è lei.» Taita annuì. «Mintaka, quella ragazza brutta, col naso
grosso e la bocca strana.»
«Non è brutta!» Nefer lo aggredì, saltando in piedi a rischio di
rovesciare il barchino e finire nel fango della laguna. «È la più bella...»
Poi vide l'espressione sul viso del vecchio tutore e si calmò. «Voglio
dire... è molto attraente», aggiunse con un sorriso contrito. «Mi prendi
sempre alla sprovvista. Comunque devi ammettere che è bellissima,
Taita.»
«Se ti piacciono i nasi grossi e le bocche strane.»
Nefer raccolse un pesce morto dal fondo del barchino per lanciarglielo
addosso, ma Taita lo schivò. «Quando potrò parlarle?» chiese il ragazzo,
cercando di far credere che quella richiesta non avesse importanza. «Parla
la nostra lingua, vero?»
«Bene quanto te», gli assicurò Taita.
«Allora, quando potrò vederla? Puoi organizzare un incontro?»
Taita aveva previsto quella richiesta. «Potresti invitare la principessa e il
suo seguito a una partita di caccia qui, nelle paludi, magari seguita da un
banchetto all'aperto.»
«Manderò Asmor a invitarla questo pomeriggio stesso», decise Nefer.
«Lui consulterebbe prima il reggente, e Naja comprenderebbe subito il
pericolo», obiettò Taita, scuotendo la testa. «Non lo permetterebbe mai e,
una volta messo in guardia, farebbe tutto ciò che è in suo potere per
impedire il vostro incontro.»
«Allora che cosa facciamo?» Nefer sembrava inquieto.
«Andrò io stesso da lei», promise Taita. In quel momento si udirono
grida fioche provenire da varie direzioni nelle paludi di papiro e lo

Wilbur Smith 137 2001 - Figli Del Nilo


scroscio di alcuni remi. «Asmor ha scoperto che sei scomparso e ha
sguinzagliato i suoi cani per ritrovarti», osservò. «Ciò dimostra quanto sarà
difficile sfuggirgli. Ora ascoltami bene: abbiamo poco tempo prima che ci
separino di nuovo.»
Parlarono in fretta, prendendo accordi per scambiarsi messaggi in caso
di emergenza e formulare altri piani, ma, nel frattempo, le grida e gli
scrosci diventavano sempre più intensi, avvicinandosi. Pochi minuti dopo,
una nave leggera da combattimento carica di uomini armati superò la
fragile barriera di papiri, sospinta in avanti da venti remi. Dal ponte di
comando si levò un grido: «Ecco il Faraone! Puntate sul barchino!»

Gli hyksos avevano creato un campo di addestramento nella pianura


alluvionale che sovrastava la palude di papiri sul fiume. Quando Taita
scese dal tempio, due battaglioni delle guardie di Apepi si stavano
esercitando sotto il cielo sereno reso quasi bianco da un sole implacabile.
Duecento uomini armati di tutto punto procedevano attraverso la palude in
una corsa a staffetta, immersi nel fango sino alla cintola, mentre, nella
pianura, squadroni di carri eseguivano complicate evoluzioni, passando da
formazioni in colonna per quattro a una fila per uno e poi disponendosi in
linea orizzontale. Nella corsa, le ruote sollevavano turbini di polvere, le
punte delle lance riflettevano la luce del sole e gli stendardi dai colori
vivaci danzavano al vento.
Taita si fermò a guardare, restando per qualche tempo al riparo, una fila
di cinquanta arcieri che si esercitava al tiro con una fila di bersagli posti a
cento cubiti di distanza, lanciando ciascuno una sequenza di cinque frecce
in rapida successione. Alla fine di una serie, gli uomini correvano verso i
bersagli di paglia, a forma di uomo, recuperavano le frecce e le lanciavano
di nuovo contro la fila successiva di bersagli, distante altri duecento cubiti.
La sferza degli istruttori si abbatteva con violenza sulla schiena di
chiunque fosse troppo lento ad attraversare il terreno aperto, oppure
mancasse il bersaglio, e le borchie di bronzo sulle cinghie di cuoio
lasciavano chiazze di sangue, trapassando il tessuto di Uno delle tuniche.
Dopo qualche tempo, Taita riprese a camminare. Al suo passaggio, le
coppie di soldati armati di lancia, che si stavano esercitando negli assalti e
nelle parate regolamentari, lanciando grida stentoree, s'interrompevano,
restando in silenzio. Lo seguivano con uno sguardo rispettoso, perché la
sua reputazione era temibile. Soltanto dopo il suo passaggio riprendevano

Wilbur Smith 138 2001 - Figli Del Nilo


a esercitarsi.
In fondo al campo, sul breve tratto di terreno erboso che costeggiava la
palude, c'era un carro solo, che eseguiva un percorso complesso, in mezzo
a una serie di cippi e di bersagli. Era un carro leggero, da esploratore, con
le ruote a raggi e l'abitacolo di canne intrecciate, molto veloce e
abbastanza maneggevole perché due uomini potessero sollevarlo in modo
da superare un ostacolo.
Era tirato da una pariglia di splendide giumente baie che appartenevano
all'allevamento personale del re Apepi. I loro zoccoli sollevavano zolle di
terriccio nel descrivere la stretta curva intorno ai cippi all'estremità del
percorso prima di tornare indietro al galoppo, trainando il carro leggero
che sussultava e sobbalzava.
Alla guida di quel carro c'era il nobile Trok. Proteso in avanti, con le
redini avvolte intorno ai polsi, spronava i cavalli, lanciando grida selvagge,
mentre la barba ornata da nastri colorati e i baffi svolazzavano. Taita fu
costretto a riconoscere la perizia di Trok: anche a quella velocità, riusciva
a tenere perfettamente sotto controllo i cavalli, correndo in linea retta da
un cippo all'altro e offrendo all'arciere che si trovava al suo fianco le
migliori opportunità di colpire i bersagli disposti lungo il passaggio.
Taita, appoggiandosi al bastone, si mise a osservare proprio l'arciere,
riconoscendolo all'istante. In effetti era impossibile sbagliarsi: quella
figurina snella ed eretta, dal portamento regale, poteva appartenere
soltanto a Mintaka. La ragazza indossava una gonna pieghettata di colore
scarlatto che lasciava scoperte le ginocchia, coi lacci dei sandali intrecciati
intorno ai polpacci ben torniti. Portava una protezione di cuoio sul polso
sinistro e una corazza di cuoio rigido modellata sulla forma dei seni piccoli
e rotondi. Il cuoio era destinato a proteggere i delicati capezzoli dalla
sferzata della corda dell'arco, ogni volta che si scagliava la freccia contro
un bersaglio.
Anche Mintaka riconobbe Taita e lo salutò, facendo ondeggiare l'arco
sopra la testa. I capelli scuri, coperti da una reticella, sobbalzavano sulle
spalle a ogni scossone del carro. Non portava trucco, ma il vento e
l'esercizio fisico le avevano colorito le guance, esaltando lo scintillio degli
occhi. Taita non poteva neanche immaginare Heseret che saliva su un
carro da guerra per fare da portatore di lancia, ma sapeva bene che
l'atteggiamento degli hyksos nei confronti delle donne era ben diverso
rispetto a quello della sua gente.

Wilbur Smith 139 2001 - Figli Del Nilo


«Che Hathor ti sorrida, mago!» Mintaka scoppiò in una risata, mentre
Trok arrestava il carro davanti a Taita, sbandando per la velocità. Il mago
sapeva che la ragazza aveva adottato come patrona la benigna dea egizia,
preferendola a una delle mostruose divinità hyksos.
«Possa Horus amarti per sempre, principessa Mintaka», ribatté Taita,
ricambiando l'augurio. Il fatto che le accordasse quel titolo, sebbene non
riconoscesse il padre come re, era un segno del suo affetto.
Lei balzò a terra in una nuvola di polvere, correndo ad abbracciarlo e
sollevandosi in punta di piedi per gettargli le braccia al collo. Così
facendo, lo colpì alle costole con l'estremità dura della corazza e,
accorgendosi della sua smorfia, fece un passo indietro. «Ho appena messo
a segno cinque centri», si vantò.
«Le tue abilità guerresche sono superate soltanto dalla tua bellezza»,
replicò lui, sorridendo.
«Tu non mi credi», ribatté Mintaka in tono di sfida. «Pensi che non
sappia tirare con l'arco solo perché sono una ragazza!» Senza attendere una
smentita, corse di nuovo verso il carro, saltando a bordo. «Lancia i cavalli,
Trok», ordinò. «Un altro giro, a tutta velocità.»
Trok scrollò le redini ed eseguì una curva così netta che la ruota interna
del carro rimase ferma, poi, non appena sulla linea di partenza, gridò: «Ah!
Ah!» e sfrecciarono via lungo il percorso.
I bersagli erano fissati in cima a pali situati all'altezza dell'occhio
dell'arciere. Erano ricavati da blocchi di legno scolpiti a forma di testa
umana. E ogni testa rappresentava la caricatura di un guerriero egizio, con
tanto di elmo e insegne della divisione. L'effetto era davvero grottesco,
anche a causa dei lineamenti dipinti che sembravano deformare il viso.
Non c'è dubbio: gli artisti hyksos hanno proprio una scarsa opinione di
noi, pensò Taita con malizia.
Mintaka estrasse una freccia dal contenitore fissato alla sponda del carro,
incoccandola e tendendo la corda. Prese la mira, con l'impennatura di un
giallo vivo che sfiorava le labbra serrate, come in un bacio. Trok guidò il
carro verso il primo bersaglio, tentando di offrirle una mira perfetta, ma il
terreno era irregolare e, per quanto flettesse le ginocchia per assorbire i
sobbalzi, Mintaka non poteva evitare di sussultare.
Quando il bersaglio le passò accanto, Mintaka lanciò la freccia, e Taita
si accorse di trattenere il fiato; ma non avrebbe dovuto preoccuparsi,
perché quella ragazza maneggiava l'arco leggero con disinvoltura perfetta.

Wilbur Smith 140 2001 - Figli Del Nilo


La freccia colpì il bersaglio nell'occhio sinistro e vi rimase conficcata, con
l'impennatura gialla che splendeva al sole.
«Bak-her!» plaudì Taita, e lei scoppiò a ridere, mentre il carro
proseguiva la corsa. Lanciò ancora due frecce, mettendone a segno una
nella fronte e l'altra nella bocca del bersaglio. Erano tiri eccellenti anche
per un veterano, per non parlare di una ragazzina.
Trok voltò il carro, girando intorno al cippo più lontano, poi tornarono
indietro. I cavalli tenevano le orecchie abbassate, con le criniere al vento.
Mintaka tirò un'altra freccia, centrando di nuovo il bersaglio proprio sulla
punta del grosso naso.
Per Horus! si disse Taita, sorpreso. Tira come un jinn!
L'ultimo bersaglio le si parò davanti e Mintaka si bilanciò con grazia, le
guance arrossate e i denti bianchi e scintillanti. Scoccò la freccia, che volò
in alto, mancando la testa del bersaglio di un soffio. «Trok, goffo bestione!
Sei finito dritto in quella buca proprio mentre tiravo!» lo rimproverò. Poi
balzò a terra dal carro ancora in movimento, fulminando con gli occhi il
guidatore. «Lo hai fatto di proposito, per mettermi in ridicolo davanti al
mago!»
«Altezza, sono mortificato per la mia incompetenza.» Il potente Trok era
in imbarazzo come un bambino di fronte a quell'accesso di collera. Fu in
quel momento che Taita comprese la vera natura del sentimento che Trok
provava per Mintaka: si trattava proprio di amore, come del resto aveva
sospettato.
«Non ti concedo il perdono. Non ti concederò più il privilegio di guidare
il mio carro. Mai più.»
Taita non l'aveva mai vista mostrare un piglio così deciso e questo,
insieme con l'esibizione di abilità nel tiro con l'arco, la fece salire ancor
più nella sua stima. Questa è una moglie adatta per chiunque, anche per
un Faraone della dinastia di Tamose, decise, facendo bene attenzione a
non mostrarsi divertito per evitare che Mintaka sfogasse la sua ira su di lui.
Tuttavia non avrebbe dovuto preoccuparsi perché, non appena si girò verso
di lui, il sorriso tornò a sbocciare sulle labbra della ragazza.
«Quattro centri su cinque sono sufficienti anche per un guerriero sulla
Via Rossa, altezza», le assicurò Taita. «Inoltre quella era davvero una buca
insidiosa.»
«Devi avere sete, Taita. Io ne ho di sicuro.» Lo prese per mano con un
gesto spontaneo, guidandolo in riva al fiume, dove le sue ancelle avevano

Wilbur Smith 141 2001 - Figli Del Nilo


steso un tappeto di lana, disponendovi sopra vassoi di dolciumi e brocche
per le bevande.
«Ci sono tante cose che devo chiederti, Taita», gli disse, mentre si
sedeva su una pelle di pecora, vicino a lui. «Non ti vedo da quando hai
lasciato Bubasti.»
«Come sta tuo fratello Khyan?» chiese Taita per eludere le sue
domande.
«È tornato il solito», rispose lei, ridendo. «Anzi forse è anche più cattivo
di prima. Mio padre gli ha ordinato di raggiungerci qui non appena si sarà
ripreso del tutto. Vuole tutta la sua famiglia intorno a sé, quando sarà
firmata la tregua.» Continuarono a parlare di varie cose, ma Mintaka
sembrava distratta. Taita rimase in attesa che la ragazza si decidesse ad
affrontare l'argomento cruciale.
Invece Mintaka lo sorprese, rivolgendosi d'improvviso a Trok, che si
aggirava nei dintorni con l'aria di un cane bastonato. «Ora puoi lasciarci,
mio signore», gli disse in tono freddo.
«Domattina verrai ancora sul mio carro, principessa?» le chiese Trok in
tono supplichevole.
«Probabilmente domani avrò altro da fare.»
«Allora dopodomani?» Persino i baffi davano l'impressione di
afflosciarsi in modo pietoso.
«Portami l'arco e la faretra, prima di andartene», ordinò lei, ignorando la
domanda, e lui obbedì con l'umiltà di un servitore, posandole accanto le
armi.
«Addio, mio signore», lo congedò Mintaka, tornando a rivolgersi al
mago. Trok indugiò ancora per qualche minuto, poi si allontanò, avvilito,
per risalire sul carro.
Mentre se ne andava, Taita mormorò: «Da quanto tempo Trok è
innamorato di te?»
Lei parve sorpresa, poi rise. «Trok innamorato di me? Ma è ridicolo!
Trok è vecchio quanto le piramidi di Giza. Deve avere quasi trent'anni, ha
tre mogli e solo Hathor sa quante concubine!»
Taita prese una delle frecce dalla faretra splendidamente decorata,
ispezionandola con aria distratta. L'impennatura era gialla e azzurra, e lui
sfiorò il minuscolo sigillo inciso sull'asta. «Le tre stelle della cintura del
Cacciatore... di cui Mintaka è la più luminosa», osservò.
«Il giallo e l'azzurro sono i miei colori preferiti», confermò lei con un

Wilbur Smith 142 2001 - Figli Del Nilo


cenno. «Le mie frecce sono tutte opera di Grippa, l'artigiano più famoso di
Avaris. Tutte le frecce realizzate da lui sono perfettamente dritte e
bilanciate, in modo da raggiungere il bersaglio. La decorazione e il sigillo
sono vere opere d'arte. Guarda come ha inciso e dipinto la mia stella.»
Taita rigirò tra le dita la freccia, ammirandola a lungo, prima di riporla
nella faretra. «Qual è il sigillo sulla freccia di Trok?» chiese in tono
distratto.
Lei rispose con un gesto irritato. «Non lo so. Per quel che me ne
importa, probabilmente è un cinghiale selvatico, oppure un bue. Ne ho
abbastanza di Trok, per oggi e per molti giorni a venire.» Prese una brocca
e versò un po' di liquido nella coppa del mago. «So quanto ti piace il
miele...» Aveva cambiato argomento, e Taita attese che fosse lei a
scegliere quello successivo.
«Dunque, ho alcune questioni delicate da discutere con te», ammise lei
timidamente. Colse un fiore selvatico dal prato sul quale erano seduti,
cominciando a intrecciarlo in una ghirlanda, sempre senza guardarlo; ma le
guance, che avevano perso il rossore dell'esercizio fisico, si colorirono di
nuovo.
«Il Faraone Nefer Seti ha quattordici anni e cinque mesi, quasi un anno
più di te. È nato sotto il segno dello Stambecco, che si accorda bene col
tuo, il Gatto.»
Taita l'aveva anticipata, e lei lo guardò, sbalordita. «Come facevi a
sapere che cosa volevo chiederti?» Poi batté le mani. «Ma certo! Tu sei un
mago.»
«A proposito del Faraone, sono venuto per consegnarti un messaggio da
parte di sua maestà», le disse Taita.
Ottenne subito tutta la sua attenzione. «Un messaggio? Sa che esisto?»
«Lo sa benissimo.» Taita bevve un sorso dalla coppa. «Ci vuole ancora
un po' di miele...» E ne versò dell'altro, prima di mescolare.
«Non farmi sospirare, mago», scattò lei. «Riferiscimi il messaggio.»
«Il Faraone invita te e il tuo seguito a una battuta di caccia alle anatre
nelle paludi, domani all'alba, seguita da un banchetto sull'isola della
Piccola Colomba.»

Il cielo all'alba aveva assunto il colore incandescente di una lama appena


estratta dai carboni della fucina. La sommità delle piante di papiro formava
un fregio nero, disegnato in controluce. A quell'ora, appena prima del levar

Wilbur Smith 143 2001 - Figli Del Nilo


del sole, non c'era un alito di vento che le facesse oscillare, né un suono
che turbasse il silenzio.
I due barchini impegnati nella battuta di caccia erano ormeggiati alle
estremità opposte di una piccola laguna, addossati alla parete di canne che
circondava le acque aperte, separati da meno di cinquanta cubiti. I battitori
reali avevano piegato gli steli alti del papiro in modo da formare una
tettoia che riparava i cacciatori.
La superficie immobile della laguna rifletteva il cielo come uno specchio
di bronzo levigato. La luce era appena sufficiente per consentire a Nefer di
distinguere la figurina aggraziata di Mintaka, seduta a bordo dell'altra
imbarcazione con l'arco sulle ginocchia, immobile come una statuetta della
dea Hathor. Qualunque altra ragazza di sua conoscenza, in particolare le
sorelle Heseret e Merykara, non avrebbero fatto altro che saltellare come
canarini sul posatoio, cinguettando a voce alta.
Rievocò il loro breve incontro di quella mattina. Era ancora buio, senza
che il minimo barlume di aurora offuscasse lo splendore della panoplia di
stelle sospesa sul mondo: gli astri apparivano così turgidi e luminosi che
gli sembrava di poterli cogliere allungando la mano, come fichi maturi
dall'albero. Mintaka aveva disceso il sentiero che veniva dal tempio,
preceduta dai portatori di torcia, che illuminavano il cammino, e seguita
dalle ancelle. Aveva in testa un cappuccio di lana per ripararsi dal freddo
del fiume; quindi, per quanto lui si sforzasse di aguzzare lo sguardo, il suo
volto restava in ombra.
«Possa il Faraone vivere mille anni.»
Erano le prime parole che le sentiva pronunciare. La sua voce era più
dolce della musica di qualunque liuto. Era come se dita incorporee gli
accarezzassero la nuca, e stentò a ritrovare la voce. «Possa Hathor
sorriderti per l'eternità.» Aveva consultato Taita per sapere quale forma di
saluto impiegare, e aveva fatto le prove fino a imparare a memoria quelle
parole. Gli parve di vedere scintillare i suoi denti mentre lei sorrideva
all'ombra del cappuccio, e si sentì incoraggiato ad aggiungere qualcosa che
non gli aveva suggerito Taita. Fu come un'ispirazione improvvisa. Indicò il
cielo stellato. «Guarda! Ecco la tua stella.» Lei alzò la testa per guardare la
costellazione del Cacciatore e il riflesso delle stelle le rischiarò il viso,
cosicché la vide per la prima volta da quando aveva imboccato il sentiero.
Trattenne il fiato per qualche istante. Mintaka aveva un'espressione
solenne, e lui pensò che non aveva mai visto niente di più incantevole.

Wilbur Smith 144 2001 - Figli Del Nilo


«Gli dei l'hanno messa lassù apposta per te.» Quel complimento gli salì
alle labbra senza che sapesse come.
Subito lei s'illuminò in volto, diventando ancora più bella. «Il Faraone è
tanto galante quanto garbato.» Gli rivolse un lieve inchino - forse un po'
beffardo -, poi salì sul barchino in attesa, mentre i battitori del re
sospingevano l'imbarcazione verso la palude.
Nefer ripeté quelle parole tra sé, come una preghiera: «Il Faraone è tanto
galante quanto garbato».
Nella palude, un airone si alzò in volo ad ali spiegate e, come se quello
fosse un segnale, l'aria sembrò riempirsi di fruscii. Nefer aveva quasi
dimenticato il motivo di quella spedizione sull'acqua, e ciò dava la misura
del suo turbamento, poiché aveva una passione straordinaria per la caccia.
Distolse gli occhi dalla figura aggraziata nell'imbarcazione all'altro capo
della laguna per tendere la mano verso i bastoncini da lancio.
Aveva deciso di usare i bastoncini anziché l'arco, perché era certo che lei
non avesse la forza né l'abilità di maneggiare armi più pesanti, e questo gli
avrebbe assicurato un netto vantaggio. Quando veniva lanciato con abilità,
il bastoncino, roteando su se stesso, percorreva un arco molto più ampio di
una freccia; il suo peso, inoltre, dava maggiori garanzie di abbattere
un'anatra rispetto a una freccia con la punta smussata, che poteva essere
deviata dal fitto piumaggio dell'uccello acquatico. Nefer era insomma
deciso a impressionare Mintaka con la sua abilità di cacciatore.
Il primo stormo di anatre si levò in volo, restando basso sulle acque, al
chiarore dell'aurora. Erano bianche e nere, con le piume lucenti, e ciascuna
aveva una sporgenza caratteristica sulla parte superiore del becco. Il capo
dello stormo deviò, guidando le altre anatre fuori della portata dei
cacciatori, ma, in quel momento, gli uccelli da richiamo cominciarono a
lanciare il loro verso seducente. Erano anatre catturate e addomesticate,
che i battitori del Faraone avevano disposto sulle acque aperte della
laguna, trattenendole con un filo passato intorno alle zampe e ancorato a
una pietra sul fondo fangoso.
Le anatre selvatiche tornarono indietro descrivendo un cerchio ampio
prima di cominciare ad abbassarsi, posandosi una alla volta sulle acque
libere, vicino agli uccelli da richiamo. Tennero le ali ferme, librandosi
nell'aria e perdendo quota rapidamente, proprio al di sopra del barchino di
Nefer. Il Faraone calcolò accuratamente i tempi. Si alzò con l'arma pronta
al lancio, aspettò che l'anatra di testa allargasse le ali per scendere e lanciò

Wilbur Smith 145 2001 - Figli Del Nilo


il bastoncino, facendolo roteare su se stesso. L'anatra vide arrivare il
proiettile e abbassò un'ala per evitarlo. Per qualche istante si ebbe
l'impressione che potesse riuscirci, poi si sentì un tonfo sordo e l'anatra
cominciò a cadere, trascinandosi dietro un'ala spezzata. Finì nella laguna
con uno scroscio, ma si riprese quasi subito, tuffandosi sott'acqua.
«Presto! Prendetela!» gridò Nefer. Quattro piccoli schiavi nudi erano in
attesa nell'acqua. Tenevano fuori soltanto la testa, aggrappati alla fiancata
del barchino con le dita intorpidite, battendo i denti per il freddo.
Due di loro s'immersero per recuperare l'anatra caduta, ma Nefer sapeva
che era inutile. L'anatra, ferita soltanto a un'ala, poteva restare sott'acqua e
sottrarsi senza troppe difficoltà a coloro che cercavano di catturarla.
Questa è perduta, pensò con amarezza. E, prima che fosse pronto a
lanciare il secondo bastoncino, lo stormo di anatre aveva già deviato verso
l'altro capo della laguna, direttamente sul barchino di Mintaka. Restavano
ancora a bassa quota, a differenza di certi uccelli che si sarebbero alzati
quasi in verticale, tuttavia erano molto veloci, con le ali a forma di lama
che fischiavano nell'aria.
Nefer aveva quasi trascurato la presenza della cacciatrice sull'altra barca:
a quell'altezza, e a quella velocità, i bersagli erano troppo difficili per
chiunque non fosse un arciere estremamente abile. Eppure, in quel preciso
istante, due frecce in rapida successione saettarono verso lo stormo di
anatre. Il suono del duplice impatto si ripercosse, nitido, sulle acque della
laguna. Subito dopo, due anatre caddero dal cielo con le ali abbandonate e
la testa ciondolante: erano state ferite nello stesso istante, morendo sul
colpo. Finirono in acqua e galleggiarono sulla superficie, immobili. I
ragazzi le raggiunsero facilmente a nuoto e, stringendole tra i denti, le
riportarono fino al barchino di Mintaka.
«Due tiri fortunati», commentò Nefer.
Taita, a prua del barchino, aggiunse senza sorridere: «Due anatre
sfortunate».
Ormai il cielo sembrava pieno di anatre, che si alzavano in volo,
formando nubi scure, mentre i primi raggi del sole colpivano le acque. Gli
stormi erano così fitti che, da lontano, si aveva l'impressione che i canneti
in fiamme sprigionassero nubi di fumo scuro.
Nefer aveva ordinato che venti navi leggere e altrettante barche, più
piccole, pattugliassero le acque aperte nel raggio di tre leghe dal tempio di
Hathor, in modo da dare la caccia a tutti gli uccelli che si fossero posati

Wilbur Smith 146 2001 - Figli Del Nilo


sulle acque. Le moltitudini alate non accennavano a diradarsi. In volo non
c'erano soltanto una dozzina di varietà di anatre e oche, ma ibis, aironi,
egrette, pellicani e altri volatili, che s'incrociavano dall'alto del cielo fino
alle cime ondeggianti dei papiri, roteando in schiere scure e compatte o
volando basse in formazioni ad angolo acuto con rapidi battiti d'ali,
lanciando squittii, versi e lamenti di ogni sorta.
A intervalli, in quella cacofonia aerea, risuonava il trillo di una risata
argentina, alternato a squittii di gioia infantile: erano le ancelle di Mintaka
che la incoraggiavano.
L'arco leggero che la ragazza imbracciava era ideale per quel compito,
rapido da puntare e non troppo faticoso da tendere. Non usava le
tradizionali frecce a punta smussata, ma altre, speciali, con la parte finale
di metallo acuminato, forgiate apposta per lei da Grippa, il celebre
artigiano hyksos, cosicché la punta, sottile come un ago, penetrava nel fitto
piumaggio delle anatre, conficcandosi in profondità. Senza che i due si
scambiassero una sola parola, lei aveva compreso che Nefer intendeva
trasformare la caccia in un gesto di omaggio, e voleva dimostrargli che il
proprio istinto competitivo era pari al suo.
Nefer era rimasto scosso dal fallimento iniziale, e soprattutto
dall'inattesa abilità di Mintaka con l'arco, quindi, invece di concentrarsi sul
proprio compito, si lasciava distrarre da quello che avveniva nell'altra
barca. Ogni volta che guardava in quella direzione aveva l'impressione che
piovessero dal cielo anatre colpite a morte, e questo contribuì a fargli
perdere la testa. Gli venne meno la capacità di valutazione, e cominciò a
lanciare il bastoncino o troppo presto o troppo tardi. E, per tentare di
compensare l'errore, si tese, cominciando a torcere il braccio nel lancio,
anziché usare tutta la spinta del corpo. Il braccio destro si stancò in fretta,
così, istintivamente, lui accorciò l'arco del movimento, piegando il gomito
e rischiando di lussarsi il polso.
In genere, il ragazzo metteva a segno sei tiri su dieci; in quell'occasione,
invece, mancava il bersaglio più della metà delle volte, e la sua
frustrazione s'ingigantiva. Molte delle prede che colpiva, inoltre, erano
soltanto stordite o mutilate, e riuscivano a sfuggire ai piccoli schiavi
immergendosi nella laguna per raggiungere il folto dei papiri, dove
restavano sott'acqua, protette dall'intrico di radici e di steli. Per contrasto,
le grida di esultanza che si levavano dall'altro barchino continuavano quasi
senza interruzione.

Wilbur Smith 147 2001 - Figli Del Nilo


Disperato, Nefer abbandonò i bastoncini ricurvi per ricorrere al pesante
arco da guerra, ma era troppo tardi: il braccio destro era affaticato dagli
sforzi compiuti fino a quel momento, per cui gli riusciva difficile tendere
l'arco. Le sue frecce arrivavano in ritardo sugli uccelli più veloci e in
anticipo su quelli più lenti. Taita lo osservava annaspare, ormai incapace di
sottrarsi a quella trappola che si era preparato da solo. Una piccola
umiliazione non gli farà male, si disse.
Con pochi consigli avrebbe potuto correggere gli errori di Nefer, visto
che, quasi cinquant'anni prima, aveva scritto i manuali classici non soltanto
sulla guida del carro da combattimento e sulle tattiche militari, ma anche
sul tiro con l'arco. Una volta tanto, però, la sua simpatia non andava tutta
al ragazzo, e sorrise dentro di sé quando vide Nefer mancare di nuovo il
bersaglio, mentre Mintaka abbatteva due uccelli dello stesso stormo che
passavano sulla sua testa.
Fu allora che uno degli schiavi di Mintaka attraversò a nuoto la laguna,
si aggrappò alla fiancata del barchino di Nefer e disse: «Sua altezza reale,
la principessa Mintaka, spera che il potente Faraone possa godere di giorni
allietati dalla fragranza del gelsomino e di notti stellate in cui risuona il
canto dell'usignolo. Tuttavia il suo barchino sta per affondare sotto il peso
della preda, e lei è ansiosa di sedersi al banchetto che doveva cominciare
qualche ora fa».
Una manifestazione di spirito intempestiva, pensò Taita, dispiaciuto per
Nefer.
Furioso per quella impertinenza, Nefer sibilò: «Schiavo, puoi rendere
grazie al dio delle scimmie o dei cani randagi che adori, qualunque esso
sia, per il fatto che sono un uomo misericordioso, altrimenti ti taglierei con
le mie mani quella brutta testa e la manderei alla tua padrona in risposta a
questa battuta».
Era il momento per Taita d'intervenire in tono conciliante: «Il Faraone si
scusa per la sua distrazione, ma si divertiva tanto che non ha badato al
trascorrere del tempo. Riferisci per favore alla tua padrona che ci
dirigeremo subito al banchetto».
Nefer lo fulminò con lo sguardo, ma ripose l'arco senza contestare quella
decisione. Le due piccole imbarcazioni tornarono verso l'isola affiancate,
cosicché fu facile confrontare le pile di anatre sul fondo di ciascuna.
Nessuno a bordo parlava, ma tutti erano ben consapevoli dei risultati di
quella caccia.

Wilbur Smith 148 2001 - Figli Del Nilo


«Maestà», esclamò Mintaka rivolta a Nefer, «devo ringraziarti per
questa mattinata davvero entusiasmante. Non ricordo di essermi mai
divertita tanto.» La voce era argentina, il sorriso angelico.
«Sei troppo gentile e generosa», rispose Nefer senza sorridere, con un
gesto regale di noncuranza. «A me non è sembrato granché.»
Voltandosi per metà, fissò con aria pensierosa l'orizzonte di
(canne e d'acqua. Mintaka non si lasciò impressionare da
quell'atteggiamento scontroso, e si rivolse alle ancelle, dicendo: «Su,
intoniamo in onore del Faraone alcune strofe della Scimmia e l'asino». Una
delle ancelle le porse il liuto, e lei suonò l'accordo iniziale prima di
attaccare quella filastrocca infantile, mentre le schiave si univano al canto
nel ritornello, che prevedeva stridule imitazioni di versi animali, e fu
inevitabilmente accompagnato da esplosioni d'ilarità.
Le labbra di Nefer fremettero e stavano quasi per schiudersi in un
sorriso, ma l'atteggiamento di dignità offesa che il giovane aveva assunto
non si poteva certo abbandonare con disinvoltura. Taita si accorse che
Nefer moriva dalla voglia di unirsi al canto, ma ancora una volta si era
cacciato in trappola da solo.
Il primo amore è una tale gioia... pensò Taita con un moto di simpatia,
e, tra l'entusiasmo delle ragazze a bordo dell'altra barca, improvvisò una
nuova versione di quello che la scimmia diceva all'asino, molto più
spiritosa di tutte le precedenti. Le fanciulle squittirono nuovamente di
gioia, battendo le mani, mentre Nefer si sentì ancora più escluso e reagì
con un broncio ostentato.
Cantavano ancora quando raggiunsero l'approdo sull'isola. In quel punto,
la riva era stata scavata, creando un pendio ripido sotto il quale si stendeva
un tratto di fango nero e vischioso. I barcaioli saltarono a terra,
sprofondando fino al ginocchio, e tennero fermo il primo barchino mentre
gli schiavi trasportavano a braccia la principessa e le sue ancelle fino al
terreno asciutto sulla sommità della riva.
Una volta che le ragazze furono a terra, anche il barchino del Faraone
accostò, e gli schiavi si prepararono a trasportare di peso Nefer, ma lui li
respinse con un gesto imperioso. Per quel giorno aveva già subito
umiliazioni sufficienti, e non intendeva infliggere altre ferite al suo
orgoglio aggrappandosi a un paio di schiavi seminudi e bagnati. Si alzò in
piedi agilmente, restando in equilibrio sullo specchio di poppa, e tutti lo
guardarono con rispetto, perché offriva uno spettacolo di rara bellezza.

Wilbur Smith 149 2001 - Figli Del Nilo


Mintaka tentò di non lasciar trasparire le sue emozioni, ma si convinse
ancora di più che Nefer era il giovane più bello che avesse mai visto,
snello e agile, col corpo adolescente che cominciava ad assumere i
contorni rudi della virilità. Persino la sua espressione imbronciata e
altezzosa le sembrava affascinante.
È fatto della stoffa degli eroi e dei grandi Faraoni, pensò con slancio.
Vorrei non averlo irritato tanto. Sono stata poco cortese, ma, prima che
finisca il giorno, lo farò ridere di nuovo, Hathor mi è testimone.
Nefer spiccò un balzo per superare il varco che separava il barchino
dalla terraferma, come un giovane leopardo che si slancia da un ramo di
acacia, atterrando con grazia sulla sommità della riva, a poca distanza da
Mintaka, poi rimase immobile, consapevole del fatto che tutti tenevano gli
occhi puntati su di lui.
Poi la riva gli franò sotto i piedi. Il tratto di argilla asciutta e friabile sul
quale si trovava si sgretolò. Per un attimo, il giovane si tenne in equilibrio,
mulinando le braccia, poi cadde all'indietro nella palude.
Tutti lo fissarono, inorriditi di fronte allo spettacolo del Faraone
immerso fino alla cintola nel fango nero e vischioso del Nilo, con
un'espressione sbalordita sul volto.
Per alcuni lunghissimi istanti nessuno parlò né si mosse. Poi Mintaka
scoppiò a ridere. Non avrebbe voluto farlo, ma la tentazione era troppo
forte e, una volta cominciato, non riuscì più a fermarsi. Era una risata
allegra e contagiosa, alla quale nessuna delle ancelle seppe resistere.
Scoppiarono in una serie di risatine e strilli allegri che fecero perdere il
controllo ai battitori e ai barcaioli. Persino Taita si unì a loro, ridacchiando
in modo irrefrenabile.
Nefer diede l'impressione di essere sul punto di scoppiare in lacrime, ma
poi la collera repressa così a lungo esplose. Afferrata una manciata di
fango nero, la scagliò verso la principessa che rideva. L'umiliazione subita
conferì forza al braccio e migliorò la mira, senza contare che Mintaka era
così presa da quell'accesso di riso convulso che non pensò neppure di
spostarsi o di schivare il colpo. Il fango la colse in pieno viso. La risata si
spense e lei fissò Nefer con gli occhi spalancati, enormi nella maschera di
fango nero che le colava dal viso.
Ora toccava a lui ridere. Sempre seduto nel fango della palude, rovesciò
la testa all'indietro e, con una risata beffarda, diede sfogo alla frustrazione
e all'umiliazione. E giacché quando il Faraone rideva, tutti dovevano ridere

Wilbur Smith 150 2001 - Figli Del Nilo


con lui, gli schiavi, i barcaioli e i battitori raddoppiarono le grida e gli
schiamazzi divertiti.
Mintaka si riprese in fretta e, senza preavviso, si lanciò all'attacco,
piombando addosso a Nefer con tutto il suo peso e cogliendolo alla
sprovvista, tanto che il ragazzo non riuscì neanche a riprendere fiato prima
di trovarsela seduta sulla testa.
Si dibatté sotto la superficie, tentando di fare presa sul fondo fangoso,
ma il peso di Mintaka lo teneva inchiodato, e lei gli aveva stretto le braccia
intorno al collo. Nefer tentò di liberarsi, però Mintaka era agile e, col
corpo coperto da un velo di fango, gli sgusciava tra le mani come
un'anguilla. Con uno sforzo enorme, Nefer la sollevò quanto bastava per
mettere la testa fuori e prendere fiato, poi lei lo schiacciò di nuovo. Riuscì
a rovesciarla sotto di sé, ma era pressoché impossibile tenerla ferma,
giacché si divincolava e scalciava con forza sorprendente. La tunica le era
risalita fino alla cintola, lasciando scoperte le gambe lisce, e Mintaka riuscì
ad agganciare il corpo di Nefer con una gamba, restandogli aggrappata.
Ormai si trovavano a faccia a faccia, e lui sentiva il calore del corpo di lei
oltre la patina vischiosa di fango.
Tra i loro volti imbrattati non c'era che una spanna: Nefer aveva
addirittura i capelli di lei negli occhi e si accorse con sorpresa che, sotto la
maschera di fango, Mintaka stava sorridendo. Le sorrise a sua volta, poi
scoppiarono a ridere nello stesso istante, sebbene nessuno dei due volesse
ammettere la sconfitta.
Lui era a torso nudo, e la veste di lei era così impalpabile e fradicia da
sembrare inesistente. Mintaka teneva ancora le gambe nude strette intorno
al corpo di Nefer, e lui protese una mano verso il basso per liberarsi di
quella presa tenace. Così, involontariamente, la sua mano destra si chiuse
su una natica soda e rotonda che si dimenava con grande energia.
Allora lui si accorse che una sensazione strana e piacevole si stava
diffondendo in tutto il suo corpo, e perse ogni interesse alla lotta. Si
accontentò di tenerla stretta, lasciando che si dibattesse, mentre lui
assaporava quella sensazione nuova e straordinaria.
Di colpo, Mintaka smise di ridere, facendo a sua volta una scoperta
incredibile. Tra i loro due corpi era spuntata una protuberanza che, fino a
pochi istanti prima, non esisteva. Era così grande ed elastica che non
avrebbe potuto ignorarne la presenza, se ci fosse stata. Spinse in fuori il
bacino per metterne alla prova la natura, ma, a ogni spinta, diventava più

Wilbur Smith 151 2001 - Figli Del Nilo


dura e più grande. Si trattava di un fenomeno al di fuori della sua
esperienza, tanto che la ragazza si sentì indotta a ripetere il movimento, per
pura curiosità.
Si accorse a malapena che lui aveva smesso di lottare per liberarsi dalla
sua stretta, e le teneva il braccio sinistro intorno al corpo, mentre la mano
destra era serrata intorno alla sua natica. Anzi, quando spostò di nuovo il
bacino in avanti per esaminare quella sporgenza, lui imitò il movimento,
spingendosi contro di lei e attirandola più vicino. La protuberanza si
mosse, premendo contro di lei come se fosse un animaletto dotato di vita
propria.
Non aveva mai immaginato la sensazione che la invase in quel
momento. D'un tratto quella creatura misteriosa assunse un'importanza di
gran lunga superiore a qualunque altra: tutto il suo essere fu pervaso da un
calore piacevole, come in un sogno. Senza rendersene conto, allungò una
mano per tenerla stretta, per catturarla, come se fosse un gattino o un
cucciolo.
Fu allora che rammentò, con una scossa simile a un colpo allo stomaco,
le storie assurde che le avevano raccontato le schiave su quella cosa, e
sull'uso che ne facevano gli uomini. Più di una volta glielo avevano
descritto con dettagli sorprendenti. Fino a quel momento aveva liquidato le
descrizioni come frutto di fantasia, perché non avevano nulla a che vedere
con le piccole appendici penzolanti che i fratelli minori avevano in quella
zona.
Ricordava soprattutto quello che le aveva detto Saak, la schiava numida:
«Non sprecherai più preghiere a Hathor, una volta che avrai visto il dio
con un solo occhio quand'è in collera».
Si tirò indietro, liberandosi dalla stretta di Nefer e sedendosi sul fango
per fissarlo, costernata. Anche Nefer si mise a sedere faticosamente,
ricambiando il suo sguardo con aria divertita. Ansimavano entrambi come
se avessero appena disputato una gara di corsa.
Le risate e gli strilli provenienti dall'alto della riva si spensero
lentamente, mentre gli spettatori cominciavano a intuire che era accaduto
qualcosa di disdicevole, e il silenzio divenne imbarazzante. Taita si affrettò
a mascherare quel momento di disagio: «Maestà, se continuerai a nuotare,
offrirai una bella colazione a qualche coccodrillo di passaggio».
Nefer si alzò di scatto, raggiungendo Mintaka, ancora seduta nel fango, e
la rimise in piedi con delicatezza, come se fosse una fragile statuetta di

Wilbur Smith 152 2001 - Figli Del Nilo


vetro hurrita.
Gocciolando fango e acqua del Nilo, coi capelli grondanti che le
spiovevano sul viso e sulle spalle, la principessa fu condotta dalle ancelle
verso una pozza di acque chiare, schermata dalle canne. Quando
ricomparve, qualche tempo dopo, non recava nessuna traccia di limo o di
fanghiglia. Le ancelle avevano portato con loro un cambio d'abito, quindi
Mintaka splendeva in tutto il suo fulgore, con un abito asciutto ricamato di
seta e perle di fiume, le braccia ricoperte di braccialetti d'oro e una collana
di turchesi e vetro colorato al collo. I capelli, benché umidi, erano pettinati
e intrecciati con arte.
Nefer si affrettò ad andarle incontro, guidandola verso un gigantesco
albero di kigelia sotto il quale era stato disposto un banchetto. Da principio
i due giovani si mostrarono timidi e riservati, ancora intimoriti
dall'esperienza che avevano vissuto insieme, ma ben presto la loro naturale
allegria prevalse, e si unirono alle risate e alla conversazione, anche se i
loro occhi continuavano a incontrarsi e quasi tutte le parole che
pronunciavano erano rivolte all'altro.
Mintaka, che adorava gli enigmi, lo sfidò a una gara, resa più difficile
per Nefer dal fatto che gli illustrava gli indizi nella lingua hyksos.
«Ho un solo occhio e il naso appuntito. Trafiggo la mia vittima, ma
senza far scorrere sangue. Che cosa sono?»
«Questo è facile!» Nefer rise trionfante. «Sei un ago da cucito», e
Mintaka alzò le mani, arrendendosi.
«Penitenza!» esclamarono le ancelle. «Il Faraone ha indovinato.
Penitenza!»
«Una canzone!» decise Nefer. «Ma non La scimmia. Per oggi ne ho
abbastanza.»
«Eseguirò Il canto del Nilo», rispose Mintaka, e, dopo che ebbe finito,
lui la pregò di cantarne un'altra. «Soltanto se mi aiuterai, maestà», fu la
replica della ragazza.
Nefer aveva una robusta voce da tenore, ma, ogni volta che stonava, lei
mascherava i suoi errori, facendolo apparire molto più bravo di quanto non
fosse.
Naturalmente Nefer aveva portato con sé la tavola e le pedine per
giocare a bao. Glielo aveva insegnato Taita, ed era diventato un esperto.
Quando si stancò di cantare, propose a Mintaka di fare una partita.
«Dovrai essere paziente con me, perché sono una novellina», lo avvertì

Wilbur Smith 153 2001 - Figli Del Nilo


lei, mentre il ragazzo disponeva la scacchiera. Il bao era un gioco egizio, e
Nefer era certo di batterla.
«Non prendertela troppo», la consolò. «Ti farò da maestro.»
Taita sorrise, perché Mintaka e lui avevano trascorso alcune ore
giocando a bao nel palazzo di Bubasti, mentre assistevano il fratello
minore della giovane. In meno di diciotto mosse, le pedine rosse della
principessa hyksos dominavano il castello occidentale, minacciando il
centro.
«Ho fatto bene?» chiese lei in tono soave.
Nefer fu salvato da un grido proveniente dalla sponda del fiume: alzando
gli occhi, vide una nave coi colori del reggente che si avvicinava veloce
lungo il canale. «Che peccato, proprio quando la partita cominciava a
diventare interessante!» Cominciò a riporre la scacchiera con alacrità.
«Non possiamo nasconderci?» chiese Mintaka.
Nefer scosse la testa. «Ci hanno già visti.» Si aspettava quella visita fin
dall'inizio della mattina. Prima o poi il reggente sarebbe stato informato di
quell'uscita clandestina, e avrebbe mandato Asmor in cerca del suo
indisciplinato protetto.
La nave puntò verso la riva, nei pressi del punto in cui erano seduti, e
Asmor scese a terra con un balzo, raggiungendo a lunghe falcate l'albero
sotto il quale la comitiva aveva consumato il banchetto. «Il reggente è
molto seccato per la tua assenza», esordì. «T'invita a tornare subito al
tempio, dove urgenti questioni di Stato richiedono la tua attenzione.»
«E io, nobile Asmor, sono molto irritato dai tuoi modi scortesi», ribatté
Nefer, cercando di salvare almeno in parte la sua dignità. «Non sono né
uno stalliere né un servo, per essere apostrofato in questo modo. Inoltre
non hai mostrato il dovuto rispetto alla principessa Mintaka.» Tuttavia, per
quanti sforzi facesse, non c'era modo di mascherare il fatto che veniva
trattato come un bambino irrequieto che aveva commesso una marachella.
Cercò comunque di fare buon viso a cattivo gioco, invitando Mintaka a
tornare indietro con lui a bordo del suo barchino, mentre le ancelle
l'avrebbero seguita con l'altro. Taita rimase a prua, offrendo loro la prima
occasione di conversare in privato. Non sapendo bene che cosa aspettarsi
da lei, Nefer restò sorpreso quando, anziché intrattenere cortesi
convenevoli, Mintaka si lanciò subito in una discussione sulle probabilità
di successo della conferenza di pace tra le due parti in causa. Lo colpì con
l'acume delle sue opinioni politiche e la forza delle sue convinzioni. «Se

Wilbur Smith 154 2001 - Figli Del Nilo


solo noi donne avessimo la possibilità di governare il mondo, non ci
sarebbe stata neanche una guerra», concluse la ragazza, riassumendo il suo
punto di vista, e lui non poté fare a meno di raccogliere la sfida.
Continuarono a discutere animatamente per tutto il viaggio di ritorno fino
al tempio. Il tragitto fu troppo breve per i gusti di Nefer, che, una volta
arrivato all'approdo, prese per mano Mintaka e le sussurrò: «Mi piacerebbe
rivederti».
«Piacerebbe anche a me», ammise lei, senza sottrarre la mano.
«Presto», insistette lui.
«Abbastanza presto.» Mintaka sorrise, ritirando la mano con gentilezza,
e lui si sentì stranamente deluso mentre la guardava allontanarsi in
direzione del tempio.

«Mio signore, tu eri presente alla divinazione dei Labirinti di Ammon-


Ra. Sai quale terribile compito gli dei mi abbiano affidato. Sai che non
posso eludere i loro desideri espliciti, e quindi sono impegnato ad agire nel
tuo interesse. Avevo i miei buoni motivi per assistere il ragazzo in quella
che, dopotutto, è stata solo una scappatella innocente.»
Naja non si lasciò ammansire facilmente. Era ancora furioso perché
Nefer era sfuggito alla sorveglianza di Asmor per trascorrere la mattinata
nelle paludi insieme con la principessa hyksos.
«Come posso crederlo, dal momento che hai aiutato Nefer? Anzi, in
realtà, sei stato proprio tu a istigare questa follia...»
«Mio signore, devi comprendere come sia essenziale per la nostra
impresa che io continui ad avere la piena fiducia del giovane Faraone.
Dando l'impressione di eludere i tuoi ordini e la tua autorità, il ragazzo
sarebbe indotto a credere che sono ancora dalla sua parte. In questo modo
il difficile compito che mi è stato imposto dai Labirinti sarà più facile da
realizzare.»
Taita continuò a respingere con diplomazia le accuse del reggente,
finché lui non smise di sbraitare, limitandosi a grugnire, amareggiato:
«Non deve accadere mai più, mago. Naturalmente confido nella tua lealtà:
saresti un idiota a opporti agli ordini espliciti degli dei. Tuttavia, ogni volta
che lascerà il suo alloggio, Nefer dovrà essere accompagnato da Asmor e
da una scorta dei suoi uomini. Non posso correre il rischio che scompaia».
«Mio signore, come procedono i negoziati col capo dei pastori? C'è
qualcosa che posso fare per contribuire a un esito positivo in questo

Wilbur Smith 155 2001 - Figli Del Nilo


campo?» Taita sviò con accortezza il discorso, e Naja lo assecondò.
«Apepi è sofferente. Questa mattina è stato colpito da un accesso di
tosse così forte che ha sputato sangue ed è stato costretto a lasciare la sala.
Se non può partecipare di persona, non consente a nessun altro di parlare
per lui, neppure al nobile Trok, che di solito gode della sua fiducia.
Soltanto gli dei sanno quanto tempo ci vorrà prima che quel bestione
prenda di nuovo parte alla conferenza. Forse saremo costretti a sprecare
giorni o addirittura settimane.»
«Di che cosa soffre Apepi?» chiese Taita.
«Non lo so.» Naja s'interruppe, colpito da un'idea. «Come ho fatto a non
pensarci prima? Tu, con la tua abilità, sarai in grado di curare qualunque
malanno lo affligga. Va' subito da lui, mago, e fa' del tuo meglio.»
Avvicinandosi all'appartamento del re, Taita sentì Apepi fin dall'altro
lato del cortile. Sembrava un leone dalla criniera nera caduto in trappola, e
i suoi ruggiti aumentarono d'intensità proprio mentre il mago entrava nella
stanza. Varcando la soglia, Taita rischiò di essere travolto da tre sacerdoti
di Osiride che fuggivano, terrorizzati, e schivò di misura un pesante catino
di bronzo lanciato dal re degli hyksos, che giaceva nudo al centro della
stanza, su un groviglio di pellicce e coltri in disordine.
«Dove sei stato, mago?» ruggì Apepi non appena vide Taita. «Ho
mandato Trok a cercarti prima dell'alba. Perché vieni solo adesso, in pieno
pomeriggio, a salvarmi da quei sacerdoti infernali, coi loro veleni
puzzolenti e le loro pinze arroventate?»
«Non ho neppure visto Trok», spiegò Taita. «Sono venuto appena il mio
signore, Naja, mi ha detto che eri indisposto.»
«Indisposto? Io non sono indisposto, mago. Sono in punto di morte.»
«Fammi vedere che cosa si può fare per salvarti.»
Apepi si girò sul ventre peloso, e Taita vide il gonfiore grottesco e
violaceo che aveva sul dorso, grande quanto due pugni del re accostati.
Non appena lo sfiorò delicatamente, Apepi lanciò un altro grido tonante,
coprendosi di un velo di sudore. «Piano, Taita. Sei maldestro come tutti i
sacerdoti egizi messi insieme.»
«Come si è sviluppato?» chiese Taita, indietreggiando. «Che cos'hai
sentito?»
«È cominciato con un dolore intenso nel petto», spiegò Apepi,
sfiorandosi il torace. «Poi ho preso a tossire, e il dolore è diventato più
forte. Ho sentito qualcosa muoversi qui dentro, poi ho avuto l'impressione

Wilbur Smith 156 2001 - Figli Del Nilo


che si spostasse verso la schiena, ed ecco che è spuntato questo gonfiore.»
Allungò una mano verso la spalla per toccarlo, e gemette di nuovo.
Prima di proseguire l'esame, Taita gli somministrò una pozione ricavata
dallo shepenn rosso, il fiore del sonno. Era una pozione così forte da
mettere fuori combattimento un cucciolo di elefante, ma Apepi rimase
lucido, benché avesse lo sguardo sfocato e la voce impastata. Taita palpò
di nuovo il gonfiore, e il re gemette, ma senza protestare oltre.
«C'è un corpo estraneo conficcato nelle tue carni, mio signore»,
sentenziò infine Taita.
«Questa per me non è una grande sorpresa, mago. Ci sono uomini
malvagi, per lo più egizi, che mi conficcano corpi estranei nelle carni da
quando ho smesso di poppare il latte della balia.»
«Direi che è una punta di freccia o una lama, ma non c'è nessun foro di
entrata», rifletté a voce alta il mago.
«Usa gli occhi, amico. Ne ho dappertutto, di fori.» In effetti il corpo
irsuto del re era costellato di vecchie ferite ricevute in combattimento.
«Dovrò incidere», lo avvertì Taita.
«Fallo, mago, e smettila di frignare», ringhiò Apepi.
Mentre Taita sceglieva un bisturi di bronzo dalla cassetta degli
strumenti, il sovrano raccolse dal pavimento la cintura di cuoio spesso,
piegandola in due prima di stringerla tra i denti per prepararsi ad affrontare
il coltello.
«Venite qui!» gridò Taita, rivolto alle guardie sulla porta. «Venite a
tenere fermo il re.»
«Fuori, idioti!» tuonò Apepi. «Non ho bisogno che qualcuno mi tenga
fermo.»
Taita lo studiò dall'alto, per calcolare l'angolazione e la profondità del
taglio, quindi eseguì rapidamente un'incisione profonda. Apepi si lasciò
sfuggire un lamento, ma non si mosse. Quindi il mago si tirò indietro,
mentre un getto di sangue scuro e pus denso e giallo sgorgava dalla ferita e
la stanza si riempiva di un odore nauseabondo. Posando il bisturi, infilò
l'indice nell'incisione. Il sangue scorreva gorgogliando dalla ferita, ma, sul
fondo, Taita sentì qualcosa di duro e acuminato. Allora prese il forcipe
d'avorio che aveva tenuto a portata di mano e sondò l'apertura finché non
incontrò con la punta un ostacolo.
Apepi aveva smesso di gridare e giaceva immobile, a parte qualche
fremito involontario dei muscoli della schiena. Respirava dal naso,

Wilbur Smith 157 2001 - Figli Del Nilo


grufolando come un maiale. Al terzo tentativo, Taita riuscì ad afferrare
l'oggetto col forcipe, tirando finché non lo sentì cedere. Finalmente uscì,
insieme con un getto di pus, e Taita lo tenne sollevato alla luce della
finestra.
«Una punta di freccia», annunciò, «ed è qui da parecchio tempo. Mi
sorprende che non ti abbia dato fastidio già da qualche anno...»
Apepi sputò la cintura e si mise a sedere, ridacchiando con voce un po'
incerta. «Per Seueth, riconosco quel grazioso gingillo. Uno dei tuoi banditi
me l'ha cacciato in corpo ad Abnub, dieci anni fa. A quel tempo i miei
chirurghi dissero che era troppo vicino al cuore per raggiungerlo, così
l'hanno lasciato dov'era, e da allora me lo sono portato dentro.»
Prendendo quel triangolo di selce acuminato dalle dita insanguinate di
Taita, lo guardò con una sorta di orgoglio possessivo. «Mi sento come una
madre col suo primogenito. La farò trasformare in un talismano da portare
al collo, appeso a una collana d'oro. Potresti farci sopra un incantesimo, in
modo che respinga altri proiettili... Che ne dici, mago?»
«Sono certo che si rivelerà estremamente efficace, mio signore.» Taita
gli riempì la bocca di vino caldo e miele che aveva preparato in una coppa;
poi usò una siringa di bronzo per lavare il pus e il sangue dalla ferita.
«Che spreco di buon vino», esclamò Apepi, sollevando la coppa con
entrambe le mani e vuotandone il contenuto, prima di scagliarla contro la
parete opposta, ruttando. «Ora, come ricompensa per i tuoi servigi, ti
racconterò una storiella divertente, mago. Una storiella che si riferisce alla
nostra ultima conversazione in cima alla torre di Bubasti.»
«Ascolterò con estrema attenzione ogni tua parola, mio signore.» Taita
si chinò su di lui, cominciando a bendare la ferita con strisce di lino, e
mormorando nel frattempo l'incantesimo per la guarigione delle ferite: «Io
ti lego, creatura di Seth... Ti chiudo la bocca rossa, creatura immonda...»
Apepi lo interruppe bruscamente. «Trok ha offerto un lakh d'oro come
prezzo per sposare Mintaka.»
Taita rimase immobile, lasciando la benda avvolta solo a metà intorno al
massiccio torace di Apepi.
«E tu che cos'hai risposto, maestà?»
Era così turbato che il titolo gli sfuggì di bocca prima che potesse
trattenersi. Si trattava di uno sviluppo pericoloso e imprevisto. «Gli ho
detto che il prezzo era di cinque lakh», spiegò Apepi sogghignando. «Quel
cane è così invaghito della mia cagnetta che non ci vede più, ma,

Wilbur Smith 158 2001 - Figli Del Nilo


nonostante il bottino che mi ha rubato in tutti questi anni, non riuscirà mai
a mettere insieme cinque lakh.» Si lasciò sfuggire un altro rutto. «Non
preoccuparti, mago, Mintaka è troppo preziosa per sprecarla con uno come
Trok, quando posso usarla per incatenare il tuo piccolo Faraone al mio
regno.»
Alzandosi, sollevò un braccio muscoloso, tentando di sbirciare al di
sotto verso la schiena bendata: pareva un vecchio gallo con la testa sotto
l'ala. «Mi hai trasformato in una mummia prima del tempo!» commentò,
ridendo. «Eppure mi sembra un lavoro ben fatto. Va' ad avvertire il tuo
reggente che sono pronto ad affrontare un'altra zaffata del suo profumo. Lo
incontrerò di nuovo nella sala delle conferenze tra un'ora.»

Naja fu ammansito dal successo ottenuto da Taita e dal messaggio di


Apepi. Qualunque sospetto potesse aver nutrito in passato si era ormai
dissolto. «Ho messo alle strette quel vecchio furfante di Apepi», si vantò il
reggente. «Sta per fare concessioni maggiori di quanto pensi, ed è per
questo che sono andato su tutte le furie quando ha interrotto la riunione per
andarsene a letto.» Era tanto soddisfatto di sé che non riusciva a restare
seduto. Balzò in piedi, cominciando a camminare avanti e indietro sul
pavimento di pietra. «Come sta, mago? Gli hai somministrato qualche
pozione che possa offuscargli la mente?»
«Gli ho ficcato in gola una dose capace di stendere un bufalo», gli
assicurò Taita.
Naja sorrise. Dirigendosi verso la cassetta dei cosmetici, si spruzzò nel
cavo della mano il profumo contenuto in una fiala di vetro verde,
frizionandosi poi la nuca. «Bene, vedrò di sfruttare sino in fondo questo
vantaggio.» Si avviò verso la porta, poi parve esitare. «Vieni con me»,
ordinò a Taita. «Prima che abbia concluso le trattative con Apepi, i tuoi
poteri potrebbero farmi comodo.»
Indurre il re degli hyksos a stipulare il trattato non era però un'impresa
facile come Naja aveva dato a intendere. Apepi non risentiva affatto né
della ferita né della pozione che gli era stata somministrata, e continuò a
inveire, gridare e battere i pugni sul tavolo molto tempo dopo che il
guardiano del tempio aveva annunciato lo scadere della mezzanotte.
Nessuno dei compromessi offerti dal reggente gli sembrava accettabile e
persino Taita apparve sfinito dalla sua intransigenza. Naja aggiornò la
seduta e, al canto del gallo, si ritirò barcollando per andare a letto.

Wilbur Smith 159 2001 - Figli Del Nilo


Il giorno dopo, quando si riunirono nuovamente a mezzogiorno, Apepi
non si mostrò più docile, anzi i negoziati divennero ancora più tempestosi.
Taita ricorse a tutta la sua influenza per calmarlo, ma Apepi si lasciò
indurre a più miti pretese solo con estenuante lentezza. Quindi soltanto al
quinto giorno di trattative fu possibile dare inizio alla stesura del trattato,
che gli scribi trascrissero sulle tavolette d'argilla tanto in scrittura ieratica
quanto in geroglifici, traducendo il testo nella lingua degli hyksos e degli
egizi. Il lavoro proseguì fino a tarda notte.
Fino a quel momento, Naja aveva escluso dalle sedute il Faraone Nefer
Seti, tenendolo occupato con incarichi privi d'importanza, lezioni coi tutori
ed esercitazioni militari, oppure incontri con ambasciatori e delegazioni di
mercanti e sacerdoti, tutti in cerca di concessioni o donativi. Alla fine,
però, Nefer si era ribellato, e Naja lo aveva mandato a caccia col falco
insieme coi figli minori di Apepi. Quelle battute di caccia non erano un
passatempo tra i più gradevoli; già il primo giorno era scoppiata un'accesa
disputa sulla preda, che per poco non era sfociata in una rissa.
Il secondo giorno, dietro suggerimento di Taita, la principessa Mintaka
si era unita alla battuta di caccia per mettere pace tra le due fazioni. Anche
i fratelli maggiori nutrivano un notevole rispetto per la ragazza e si
rimettevano a lei, mentre in ogni altra occasione avrebbero sguainato le
armi, lanciandosi sul gruppo degli egizi per fare una strage. Allo stesso
modo, quando Mintaka si trovava al suo fianco nel carro da caccia, Nefer
sentiva assopirsi gli istinti bellicosi e badava poco al comportamento
minaccioso e arrogante dei rozzi fratelli della principessa, godendosi lo
spirito e l'erudizione della ragazza, per non parlare della sua vicinanza
fisica. Nello spazio ristretto del carro accadeva spesso che venissero
scaraventati l'uno contro l'altra per via del terreno accidentato; allora
Mintaka si aggrappava a lui e continuava a tenerlo stretto anche quando il
pericolo era passato.
Allorché Nefer tornò al tempio dopo la prima spedizione di caccia,
mandò a chiamare Taita; in apparenza voleva descrivere gli svaghi della
giornata, ma in realtà era assai distratto e non mostrò un grande
entusiasmo neppure quando il vecchio tutore gli chiese come si era
comportato il suo falco preferito. Poi, all'improvviso, osservò, con aria
trasognata: «Non ti stupisce, Taita, il fatto che le ragazze siano tanto
morbide e calde?»
La mattina del sesto giorno gli scribi avevano completato il lavoro e le

Wilbur Smith 160 2001 - Figli Del Nilo


cinquanta tavolette del trattato erano pronte. Allora finalmente Naja invitò
il Faraone a partecipare alla cerimonia, che vedeva schierati anche i figli di
Apepi, Mintaka compresa.
Ancora una volta il cortile del tempio fu invaso da una schiera
sfavillante di nobili e personaggi di sangue reale, mentre l'araldo del
Faraone cominciava a leggere con voce stentorea il testo del trattato. Nefer
era tutto preso dal contenuto delle clausole. Mintaka e lui ne avevano
discusso a fondo durante i giorni trascorsi insieme, e si scambiavano
occhiate significative ogni volta che credevano di aver individuato un
difetto o una svista nei termini del patto. Comunque si trattava di poche
eccezioni, e Nefer era sicuro di riconoscere l'influenza indiretta di Taita in
molti aspetti di quel lungo documento.
Venne il momento di applicare i sigilli. Accompagnato dal suono dei
corni d'ariete, Nefer impresse il suo cartiglio sull'argilla umida, imitato da
Apepi. Tuttavia il giovane s'irritò alquanto nel vedere che il re degli
hyksos aveva adottato il cartiglio sacro dei Faraoni egizi.
Sotto gli occhi di Naja, al quale il trucco pesante conferiva
un'espressione enigmatica, i nuovi co-regnanti si abbracciarono. Apepi
strinse la figura snella di Nefer in un abbraccio che quasi lo stritolò, e i
presenti proruppero in grida sonore: «Bak-her! Bak-her!» mentre gli
uomini battevano le armi contro gli scudi o picchiavano la parte inferiore
di lance e aste contro il pavimento di pietra.
Nefer si sentì quasi sopraffare dai pesanti effluvi del corpo di Apepi.
Una delle usanze egizie che gli hyksos non avevano adottato era la cura
dell'igiene personale. Il ragazzo si consolò col pensiero che, se lui trovava
quell'odore ripugnante, Naja avrebbe subito un autentico colpo nel
momento in cui il re gli avesse manifestato il suo affetto. Tentò di liberarsi
con delicatezza dall'abbraccio del nuovo Faraone co-regnante, ma Apepi
gli sorrise con aria paterna, posandogli una mano pelosa sulla spalla, prima
di girarsi verso il cortile affollato. «Cittadini di questa terra possente, che
oggi è nuovamente riunita, desidero esprimervi il mio senso del dovere e il
mio affetto. In pegno di questi sentimenti, offro la mano di mia figlia, la
principessa Mintaka, al Faraone Nefer Seti, che è il co-regnante dell'Egitto
unito. Il Faraone Nefer Seti, che divide con me la corona doppia dell'Alto e
del Basso Egitto, diventerà mio figlio, cosicché i suoi figli saranno i miei
nipoti!»
Nel cortile regnò un lungo istante di silenzio assoluto, mentre

Wilbur Smith 161 2001 - Figli Del Nilo


l'assemblea recepiva la portata di quell'annuncio sorprendente: poi tutti
esplosero in esclamazioni ancora più entusiaste. Il tamburellare delle armi
e il battito dei sandali sul pavimento raggiunsero livelli assordanti.
Il Faraone Nefer Seti aveva sul viso un'espressione che in qualunque
altro mortale sarebbe stata definita un sorrisetto ebete. Teneva lo sguardo
fisso su Mintaka, immobile all'altro capo del cortile, con una mano sulla
bocca, come per impedirsi di strillare, e guardava il padre a occhi
spalancati. Rossa in viso, volse con timidezza lo sguardo verso Nefer. I
due si fissarono come se nel cortile affollato non ci fosse nessun altro.
Taita, seduto ai piedi del trono del Faraone, osservava la scena. Si rese
conto che Apepi aveva scelto il momento dell'annuncio con abilità
magistrale. Ormai nessuno poteva opporsi al matrimonio: né Naja né Trok
né altri.
Naja, nonostante il trucco pesante, appariva chiaramente in preda a una
profonda costernazione. Si rendeva conto di trovarsi in una situazione
critica: se Nefer avesse sposato la principessa, sarebbe uscito dal suo
raggio d'azione, e, in quel caso, la corona doppia sarebbe stata sottratta a
lui, al reggente. Dovette sentire su di sé lo sguardo che gli stava rivolgendo
Taita, perché lanciò un'occhiata nella sua direzione. Per un istante, il mago
vide la sua anima, e fu come se avesse guardato in un pozzo arido pieno di
cobra vivi, quei cobra di cui il reggente portava il nome. Poi Naja abbassò
un velo sugli occhi feroci, sorridendo con calma e assentendo, mentre
Taita sapeva che in realtà stava riflettendo furiosamente; quei pensieri,
tuttavia, erano così fulminei e complessi che non riusciva a seguirli.
Voltando la testa, cercò la figura massiccia del nobile Trok tra le file
degli hyksos schierati di fronte a lui. Trok non tentava nemmeno di
mascherare ciò che provava: era in preda a un'ira furibonda. Si aveva
l'impressione che la sua barba fremesse sul viso gonfio. Aprì la bocca
come per lanciare un insulto o una protesta, poi la richiuse, posando una
mano sull'elsa della spada. Le nocche sbiancarono per la pressione della
stretta. Taita pensò addirittura che volesse sguainare la spada e attraversare
di slancio il cortile per abbatterla sulla figura snella di Nefer. Invece, con
uno sforzo enorme, riuscì a dominarsi, si lisciò la barba prima e poi si
voltò di scatto, abbandonando il cortile. Il trambusto era tale che quasi
nessuno si accorse della sua uscita, tranne Apepi, che lo guardò con un
sorriso cinico.
Quando Trok scomparve dietro le alte colonne di granito del tempio di

Wilbur Smith 162 2001 - Figli Del Nilo


Hathor, il re degli hyksos tolse la mano dalla spalla di Nefer per dirigersi
verso il trono di Naja, sollevò senza sforzo il reggente dai cuscini e lo
abbracciò con energia ancora maggiore di quanto non avesse fatto col
Faraone. Poi, accostandogli le labbra all'orecchio, sussurrò: «Ora basta coi
trucchetti egizi, mio caro fiorellino odoroso, altrimenti te li ficco nel culo
fin dove riesco ad arrivare col braccio».
Lasciò quindi ricadere Naja sui cuscini, andando a occupare il trono
preparato per lui al suo fianco. Naja impallidì e accostò al naso un
tampone di lino imbevuto di profumo per avere il tempo di riprendersi. Nel
cortile risuonavano ondate su ondate di applausi. Non appena accennavano
a spegnersi, Apepi batteva le mani enormi sui braccioli del trono per
incoraggiare nuove manifestazioni di entusiasmo, e gli applausi
ricominciavano da capo. Il nuovo Faraone si divertiva enormemente, e
continuò sinché non furono tutti esausti.
Con la corona deshret del Basso Egitto sulla testa, era lui a dominare la
scena. Al suo fianco Nefer, nonostante l'autorità conferitagli dall'alta
corona hedjet, sembrava quasi un bambino. Infine, dopo un ultimo
scroscio di applausi, Naja si alzò, sollevando le braccia. Nel cortile cadde
il silenzio.
«Si avanzi la vergine sacra!» Condotta in processione dalle sue accolite,
la Gran Sacerdotessa del tempio uscì dal battente scolpito del portale per
avanzare verso i due troni. Davanti a lei, due sacerdotesse portavano le
corone pshent del regno doppio. Mentre il coro del tempio intonava lodi
alla dea, la vecchia venerabile tolse dal capo dei co-regnanti le corone
semplici per sostituirle con quelle doppie, suggellando in modo simbolico
la riunificazione dell'Egitto. Quindi pronunciò con voce tremante la
formula di consacrazione dei due Faraoni e del nuovo regno, prima di
ritirarsi nei recessi del tempio. Seguì una breve pausa d'incertezza, perché,
nella lunga storia dell'Egitto, quella era la prima volta che si celebrava una
cerimonia di riunificazione, e non esisteva un protocollo consolidato da
seguire.
Naja fu pronto a cogliere quell'opportunità, alzandosi ancora una volta
per mettersi di fronte ad Apepi. «In questo giorno fausto e lieto», disse,
«non ci rallegriamo soltanto dell'unione tra i due regni, ma anche del
fidanzamento tra il Faraone Nefer Seti e la bella principessa Mintaka.
Pertanto, sia reso noto nei due regni che le nozze avverranno in questo
stesso tempio il giorno in cui il Faraone Nefer Seti raggiungerà la

Wilbur Smith 163 2001 - Figli Del Nilo


maggiore età, o adempirà una delle condizioni che ratificano il suo diritto
alla corona, e potrà governare di pieno diritto senza la protezione e il
consiglio di un reggente.»
Apepi si accigliò e Nefer accennò un gesto di delusione, ma ormai era
tardi. L'annuncio era stato dato in forma solenne di fronte a tutta
l'assemblea e Naja, in veste di reggente, parlava con l'autorità che gli era
conferita da entrambi i regnanti. A meno che Nefer non catturasse il falco
sacro o riuscisse a percorrere la Via Rossa, suggellando così il proprio
diritto al trono, Naja era riuscito a rinviare di alcuni anni la celebrazione
del matrimonio.
Che colpo da maestro! pensò Taita con amarezza, costretto ad ammirare
l'acume politico di Naja, che era riuscito a stornare il disastro che lo
minacciava grazie a una rapida riflessione e a un intervento tempestivo.
Avendo ormai sbilanciato l'opposizione, Naja rincarò la dose. «Per
continuare su una nota altrettanto felice, invito il Faraone Apepi e il
Faraone Nefer Seti alla celebrazione delle mie nozze con le principesse
Heseret e Merykara. Questa cerimonia avrà luogo tra dieci giorni, il primo
giorno della festa per l'ascesa di Iside al tempio, nella città di Tebe.»
E così, di qui a dieci giorni, il nobile Naja entrerà a far parte della
famiglia reale di Tamose, diventando il primo in linea di successione dopo
il Faraone Nefer Seti, pensò Taita, rabbuiandosi. Se ancora ce ne fosse
bisogno, ormai abbiamo la conferma del fatto che il cobra nel nido del
falco reale, sulle rocce di Bir Umm Masara, era proprio Naja.
In base al trattato di Hathor, il trono di Apepi sarebbe rimasto ad Avaris
e quello di Nefer Seti a Tebe. Ciascuno dei due avrebbe governato il suo
regno, ma due volte l'anno, all'inizio e alla fine dell'inondazione del Nilo, i
due sovrani avrebbero tenuto un'assise reale a Menfi, nella quale sarebbero
state discusse tutte le questioni che riguardavano entrambi i regni,
decretate le nuove leggi e prese in esame le cause legali.
Tuttavia, prima che i due Faraoni si separassero per occupare ciascuno il
proprio seggio nelle rispettive capitali, Apepi avrebbe risalito il fiume, col
suo seguito e in compagnia di Nefer Seti, per recarsi a Tebe, dove avrebbe
presenziato alle duplici nozze del nobile Naja.
Imbarcare al contempo i due cortei sul molo sottostante il tempio fu
un'impresa che richiese una mattinata intera. Persino Taita, che si era
mescolato alla folla di barcaioli e scaricatori, schiavi e passeggeri
importanti, rimase stupito per le montagne di bagagli e armamentari che si

Wilbur Smith 164 2001 - Figli Del Nilo


erano ammucchiate sulla riva, in attesa di essere caricate sulle chiatte, sulle
feluche e sulle navi. A ciò si aggiungeva il fatto che le truppe di Tebe e di
Avaris, anziché percorrere la lunga strada accidentata che costeggiava il
Nilo, avevano preferito smontare i carri per trasportarli insieme coi cavalli
a bordo delle chiatte, e questo non contribuiva certo a diminuire la
confusione che regnava sulla sponda del fiume.
Una volta tanto, Taita non era al centro dell'attenzione: c'era lavoro
sufficiente a tenere tutti occupati. Di tanto in tanto, un uomo alzava gli
occhi da quello che stava facendo, lo riconosceva e chiedeva la sua
protezione, oppure una donna gli portava un bambino malato da curare.
Comunque il mago riuscì a poco a poco a spostarsi lungo la riva,
curiosando, in cerca dei carri e dell'equipaggiamento dei soldati del nobile
Trok. Li riconobbe dagli stendardi verdi e rossi e, avvicinandosi, scorse la
figura inconfondibile del nobile hyksos, circondato dai suoi uomini.
Avvicinandosi, lo vide in piedi su una pila di attrezzature e di armi, intento
ad apostrofare il suo portatore di lancia: «Babbuino scervellato, in che
razza di modo hai riposto la mia roba? Quello laggiù è il mio arco
preferito, che è rimasto senza protezione. Sicuramente qualche idiota ci
farà passare sopra i cavalli!» Il suo umore non era migliorato affatto dal
giorno prima: si allontanò lungo il molo, sferzando con la frusta tutti gli
sfortunati che si trovavano sulla sua strada. Taita lo vide fermarsi a parlare
con un altro dei suoi uomini, prima di avviarsi sul sentiero che saliva verso
il tempio.
Non appena fu scomparso alla vista, Taita si avvicinò al portatore di
lancia. Il soldato indossava soltanto il perizoma e i sandali e, mentre si
chinava su una delle casse che contenevano l'equipaggiamento di Trok per
trasportarla verso la chiatta in attesa, il vecchio vide sulla sua schiena nuda
la tipica eruzione cutanea di forma circolare causata dalla tricofizia. Il
soldato consegnò la cassa a un battelliere a bordo della chiatta prima di
tornare indietro. Fu allora che notò Taita e si sfiorò il petto col pugno
serrato, in un saluto rispettoso.
«Vieni qui, soldato», gli disse Taita. «Da quanto tempo hai quel prurito
alla schiena?»
L'uomo torse istintivamente il braccio all'indietro per grattarsi tra le
scapole, con tanta forza da graffiare la pelle a sangue. «Questa
maledizione mi tormenta da quando abbiamo conquistato Abnub.
Dev'essere un regalo di una di quelle sporche sgualdrine egizie.»

Wilbur Smith 165 2001 - Figli Del Nilo


S'interruppe con aria colpevole. Taita aveva capito che si riferiva a una
delle donne che aveva violentato durante l'assalto alla città. «Perdonami,
mago. Ora siamo alleati e apparteniamo alla stessa nazione...»
«È per questo che curerò la tua malattia, soldato. Sali al tempio e chiedi
in cucina che ti diano un vasetto di lardo, poi portalo qui. Ti preparerò un
unguento», gli promise Taita. Poi, mentre il portatore di lancia si
allontanava in fretta, sedette sulla pila di bagagli e armi di Trok, vedendo
anzitutto che c'erano tre archi da guerra, e che le accuse di Trok erano
infondate, perché tutti gli archi avevano la corda allentata ed erano avvolti
con cura nella protezione di cuoio.
Ma la scelta di Taita di sedersi proprio su quelle casse non era stata
casuale: aveva infatti notato che la cassa in cima portava il simbolo di
Grippa, l'artigiano di Avaris celebre per le bellissime frecce che realizzava
per tutti gli alti ufficiali dell'esercito hyksos. Taita ricordava di averne
parlato con Mintaka. Estraendo furtivamente il suo piccolo pugnale dal
fodero sotto la veste, tagliò la cordicella che assicurava il coperchio e lo
sollevò. Le frecce erano protette da uno strato di paglia secca, sotto il
quale erano disposte a strati alternati in direzioni opposte, da un lato la
punta di selce e dall'altro le piume vivaci, verdi e rosse. Taita ne prese una,
rigirandola tra le dita. Gli balzò subito agli occhi il sigillo stilizzato, la
testa di leopardo che stringeva tra le mascelle la lettera ieratica T. La
freccia era identica a quelle della faretra che aveva portato via dal luogo
della morte di Tamose e poi nascosto in un posto sicuro. Era l'ultimo filo
di quella trama di tradimento e slealtà: un filo che univa in modo
inestricabile Naja e Trok in un complotto sanguinoso.
Fece scivolare tra le pieghe della veste la freccia incriminante,
richiudendo la cassetta. Riuscì a legare nuovamente la cordicella,
dopodiché attese il ritorno del portatore di lancia e lo medicò.
Il vecchio soldato fu prodigo nel rendere lode a Taita per le sue cure, e si
azzardò a chiedere un altro favore. «Uno dei miei amici soffre del morbo
egizio, mago. Che cosa si può fare?» Aveva sempre divertito Taita il fatto
che gli hyksos chiamassero la sifilide «morbo egizio» e, dall'altra parte, gli
egizi ricambiassero il complimento. Si sarebbe detto che nessuno ne fosse
contagiato, ma tutti avevano qualche amico che ne soffriva.

La cerimonia nuziale e i festeggiamenti per l'unione del nobile Naja con


le due principesse della casa di Tamose furono i più sontuosi mai visti.

Wilbur Smith 166 2001 - Figli Del Nilo


Secondo Taita, superarono in splendore anche quelli organizzati per il
Faraone Tamose o per il padre Marnose, entrambi figli divini di Ra, che
potessero vivere in eterno.
Ai cittadini di Tebe, Naja fece distribuire cinquecento bovini scelti, due
chiatte cariche di dhurra proveniente dai depositi statali e cinquecento
giare di terracotta piene di birra della migliore qualità. I festeggiamenti si
prolungarono per una settimana, ma neppure le bocche affamate di Tebe
erano in grado di divorare simili quantità di cibo in così poco tempo. Gli
avanzi di dhurra e di carne, che venne affumicata per poterla conservare,
furono sufficienti a sfamare la città per mesi. Per la birra, la faccenda era
diversa: se la scolarono tutta nella prima settimana.
La cerimonia nuziale fu celebrata nel tempio di Iside alla presenza dei
due Faraoni, di seicento sacerdoti e di quattromila invitati. All'ingresso nel
tempio, ogni invitato ricevette un gioiello commemorativo, fatto d'avorio,
ametista, corallo o qualche altra sostanza preziosa, col proprio nome inciso
sotto quelli del reggente e delle spose.
Le due fanciulle giunsero al tempio a bordo di uno dei carri di Stato,
trainato dai sacri buoi bianchi col dorso gibboso, guidati da schiavi nubiani
nudi. La strada era cosparsa di fronde di palma e fiori, e il carro che
precedeva quello nuziale era carico di anelli d'argento e di rame che furono
gettati alla folla in delirio assiepata lungo il percorso. L'entusiasmo
popolare doveva non poco alla generosa elargizione di birra decisa dal
nobile Naja.
Le spose indossavano abiti di lino candido e finissimo, sottile come una
garza, e la piccola Merykara temeva di svenire sotto il peso dell'oro e dei
gioielli ammassati sul suo corpo ancora infantile. Le lacrime avevano
inciso solchi nel trucco eseguito col kohl e con l'antimonio. Heseret le
stringeva forte la mano, tentando di consolarla.
Quando raggiunsero il tempio, scesero dall'imponente carro di Stato e
furono accolte dai due Faraoni. Guidando la piccola Merykara, Nefer le
bisbigliò all'orecchio: «Non piangere, micina. Nessuno ti farà del male.
Prima che venga l'ora di andare a letto, tornerai nelle stanze dei bambini».
Per manifestare la sua protesta per le nozze delle sorelle, Nefer aveva
tentato di sottrarsi al dovere di accompagnare la sorellina nel santuario
interno, ma Taita lo aveva indotto a riflettere. «Non possiamo impedire le
nozze, anche se sai bene quanto ci abbiamo provato. Naja è fermamente
deciso. Quindi sarebbe crudele da parte tua non essere presente per

Wilbur Smith 167 2001 - Figli Del Nilo


confortarla in questo che lei vede come il momento peggiore della sua
ancor breve vita.» Sia pure a malincuore, Nefer si era lasciato convincere.
Alle spalle di Apepi, incedeva Heseret, bellissima nella veste candida
come la neve e scintillante di gioielli. Già da alcuni mesi era venuta a patti
col destino che gli dei le avevano assegnato. Lo sgomento e l'orrore
iniziale avevano ceduto lentamente il posto alla curiosità e a un'ansia
sottile. Il nobile Naja era un uomo straordinariamente attraente, e tutte le
bambinaie, le ancelle e le compagne di giochi avevano parlato di lui
discutendo con avidità ogni dettaglio, mettendo in risalto le sue doti più
evidenti e, tra mille risolini ansimanti, facendo congetture salaci sui suoi
attributi nascosti.
Forse proprio in seguito a quelle discussioni, Heseret aveva vissuto di
recente l'esperienza di alcuni sogni conturbanti. In uno di essi correva nuda
attraverso un giardino lussureggiante in riva al fiume, inseguita dal
reggente. Voltandosi a guardarlo, si accorgeva che era nudo anche lui, ma
aveva forma umana soltanto fino alla cintola; dalla vita in giù era un
cavallo, identico allo stallone preferito di Nefer, Guardastella. Spesso,
quando Guardastella stava con le giumente, Heseret lo aveva visto nella
stessa sorprendente condizione in cui si trovava il reggente nel sogno, e si
era sempre sentita stranamente interessata a quella vista. Tuttavia, quando
il reggente l'aveva raggiunta e aveva proteso una mano ingioiellata per
afferrarla, il sogno si era interrotto bruscamente, e lei si era ritrovata seduta
sul letto. Senza rendersi conto di quello che faceva, aveva allungato la
mano per toccarsi, scoprendo, nel ritirarla, che le dita erano umide e
vischiose. Ne era rimasta così turbata che, per quanto tentasse, non era
riuscita a riaddormentarsi per riprendere il sogno dal punto in cui si era
interrotto. Avrebbe voluto sapere come si concludeva quell'esperienza
affascinante. Il giorno seguente si era sentita irrequieta e irritabile,
sfogando il suo malumore su tutti coloro che le stavano intorno. Da quel
momento l'interesse infantile che aveva provato per Meren aveva
cominciato a svanire. Ormai lo vedeva di rado: dopo la morte del nonno
del giovane per mano del nobile Naja, le sue sorti erano in declino, e la
famiglia era caduta in disgrazia. Heseret aveva capito che si trattava di un
ragazzo povero, di un soldato qualsiasi, senza onori né prospettive. Invece
il nobile Naja aveva un rango sociale quasi pari al suo e un patrimonio di
gran lunga superiore.
In quel momento, Heseret, con Apepi al suo fianco, camminava nella

Wilbur Smith 168 2001 - Figli Del Nilo


lunga galleria fiancheggiata da colonne che conduceva al santuario interno
del tempio. Là il nobile Naja attendeva il corteo delle spose, e, sebbene
fosse circondato da cortigiani e dignitari vestiti con splendidi abiti e
magnifiche uniformi, Heseret aveva occhi soltanto per lui, anche se
cercava di mantenere un contegno umile e pieno di dignità.
Naja portava un copricapo adorno di piume di struzzo per emulare il dio
Osiride, tanto che dominava dall'alto persino Asmor e il nobile Trok, che
lo affiancavano. Avvicinandosi, Heseret percepì il suo profumo, una
miscela di essenze di fiori che provenivano da una terra oltre l'Indo e
contenevano anche la preziosa ambra grigia, che si trovava soltanto in riva
al mare - e anche lì assai di rado -, ed era considerata un dono degli dei che
regnavano sugli abissi marini. Quell'aroma la eccitò, per cui prese senza
esitare la mano che Naja le porgeva, guardando quegli affascinanti occhi
color miele.
Quando Naja tese l'altra mano a Merykara, lei scoppiò in singhiozzi e
continuò a farlo, a intervalli irregolari, durante tutta la lunga cerimonia,
mentre Nefer cercava di consolarla.
Infine il nobile Naja infranse le giare piene di acqua del Nilo per
indicare il momento culminante della cerimonia, e la folla rimase a bocca
aperta per lo stupore: le acque del grande fiume, in riva al quale sorgeva il
tempio, erano diventate di un azzurro intenso. Oltre la prima curva del
Nilo, Naja aveva fatto disporre una fila di chiatte che andava da una
sponda all'altra e, a un segnale lanciato dal tetto del tempio, ciascuna di
esse aveva scaricato nell'acqua numerose giare di tintura azzurra. L'effetto
era tale da mozzare il fiato, perché l'azzurro era il colore della dinastia di
Tamose. In questo modo Naja proclamava al mondo intero la sua entrata
nella famiglia del Faraone.
Taita, che assisteva dal tetto del recinto occidentale, vide il fiume
cambiare colore e fu scosso dal brivido di una premonizione. Per un
istante, gli parve che il sole si oscurasse e che le acque azzurre
assumessero il colore del sangue; tuttavia, alzando la testa verso il sole,
non vide neanche una nuvola, neanche uno stormo di uccelli di passaggio
che ne offuscassero i raggi. Poi, abbassando di nuovo lo sguardo, vide che
le acque erano tornate di un azzurro intenso.
Ora Naja è di sangue reale, e Nefer è privo anche di quella protezione,
pensò amaramente. Io sono l'unico scudo di cui dispone, ma sono un uomo
solo, e per giunta vecchio. I miei poteri saranno sufficienti per stornare il

Wilbur Smith 169 2001 - Figli Del Nilo


cobra dal giovane falco? Infondimi la tua forza, divino Horus. Tu sei stato
il mio scudo e la mia lancia per tutti questi anni. Non abbandonarmi
proprio ora, o dio possente.

Il nobile Naja e le due spose ripercorsero il viale sacro, sorvegliato da


file di leoni di granito, che portava all'ingresso del palazzo.
Lì smontarono dal carro per dirigersi in corteo verso la sala del
banchetto, attraversando i giardini. Quasi tutti gli invitati li avevano
preceduti e stavano già assaggiando il vino ricavato dalle vigne del tempio
di Osiride. Quando il corteo nuziale entrò, il chiasso era assordante. Nefer
teneva per mano le giovani spose, una per parte. Il terzetto avanzò con
dignità in mezzo alla folla, ispezionando per qualche istante le montagne
di doni accumulati al centro della sala, doni tutti adeguati a un'occasione
tanto solenne. Apepi aveva inviato un carro coperto d'oro in foglia, così
brillante che persino nella sala in penombra era difficile fissarlo
direttamente. Da Babilonia, il re Sargon aveva mandato cento schiavi,
ognuno dei quali portava una cassetta in legno di sandalo piena di gioielli,
pietre preziose o vasellame d'oro. Gli schiavi s'inginocchiarono davanti al
reggente per offrirgli il loro carico, e Naja li sfiorò l'uno dopo l'altro in
segno di accettazione. Il Faraone Nefer Seti, accogliendo il suggerimento
di Naja, aveva donato al cognato acquisito cinque preziose tenute in riva al
fiume. Gli scribi avevano calcolato che il loro valore era superiore a quello
di tre lakh d'oro puro.
Quando il trio di sposi si sedette, i cuochi del palazzo presentarono a
loro e agli ospiti un banchetto che comprendeva quaranta portate diverse,
servite da mille schiavi. C'erano zanne di elefante, lingue di bufalo e filetti
di capra di montagna della Nubia, carne di cinghiale e di facocero, di
gazzella e di stambecco nubiano, di lucertola e di pitone, di coccodrillo e
d'ippopotamo, di manzo e di montone. Fu servito ogni genere di pesce del
Nilo, dal pesce gatto, coi lunghi baffi e la carne ricca di grasso giallo, al
pesce persico dalle carni bianche e all'abramide. Dal mare settentrionale
provenivano le portate di tonno, squalo e cernia, i gamberi e i granchi,
trasportati da navi veloci che avevano risalito il delta del Nilo. Tra i
volatili erano compresi il cigno muto e tre varietà di oche, numerose altre
di anatre, più allodole, ottarde, pernici e quaglie, che erano state arrostite,
cucinate al forno o alla griglia, marinate nel vino o nel miele selvatico,
oppure farcite con erbe e spezie provenienti dalle terre a oriente. Il fumo

Wilbur Smith 170 2001 - Figli Del Nilo


aromatico dei fuochi e l'odore del cibo che cuoceva deliziavano le folle di
mendicanti e cittadini che si assiepavano alle porte del palazzo, lungo la
riva opposta o a bordo delle feluche sul fiume, tutti protesi per cogliere
almeno qualche immagine della festa.
Per intrattenere gli ospiti erano stati ingaggiati musici e giocolieri,
acrobati e ammaestratori di animali. Un animale esotico, un enorme orso
bruno, impazzito per il frastuono, riuscì a spezzare la catena e a fuggire; un
gruppo di nobili hyksos, capitanati dal nobile Trok, gli diede la caccia nel
parco, lanciando grida stridule, e infine uccise l'animale, che si era
rifugiato in riva al fiume.
Il re Apepi fu solleticato dalla flessuosità e dall'agilità atletica di due
acrobate assire e, sollevandole di peso, una per parte, le portò via dalla
sala, urlanti e scalcianti, fino al suo alloggio nel palazzo reale. Al suo
ritorno, confidò a Taita: «Una delle due, quella graziosa coi lunghi ricci,
era un ragazzo. Quando ho scoperto quello che aveva tra le gambe, sono
rimasto così sorpreso che per poco non me lo lasciavo scappare». Scoppiò
in una risata fragorosa. «Per fortuna non l'ho fatto, perché era di gran lunga
il bocconcino più succulento.»
Al calar della sera, quasi tutti gli ospiti erano così ubriachi o così pieni
di cibo da riuscire a stento a reggersi in piedi. Fu allora che il nobile Naja e
le sue spose si ritirarono. Non appena furono nel loro appartamento
privato, Naja mandò a chiamare le bambinaie perché portassero Merykara
nelle sue stanze. «Trattatela con delicatezza», raccomandò. «La povera
piccola dorme in piedi.»
Poi prese per mano Heseret e la condusse nel suo sontuoso
appartamento, che si affacciava sul fiume. Le acque scure del Nilo erano
tempestate di pagliuzze dorate, riflesse dalle stelle.
Non appena entrarono nella stanza, le ancelle di Heseret
l'accompagnarono dietro il paravento di canne per spogliarla della veste
nuziale e dei gioielli.
Il letto nuziale era coperto da una pelle di pecora bianchissima. Il nobile
Naja la esaminò con attenzione e, quando fu sicuro che era perfetta, uscì
sul terrazzo per respirare profondamente l'aria fresca del fiume. Uno
schiavo gli servì una coppa di vino speziato, che lui bevve con gusto: era
la prima che si concedeva in tutta la serata. Naja sapeva che uno dei segreti
essenziali per la sopravvivenza era mantenere la lucidità coi nemici. Aveva
osservato tutti gli altri ospiti bere fino a ridursi in uno stato pietoso.

Wilbur Smith 171 2001 - Figli Del Nilo


Persino Trok, nel quale riponeva tanta fiducia, aveva ceduto ai più bassi
istinti. L'ultima volta che Naja lo aveva visto, stava vomitando in un catino
sorretto da una graziosa schiava nubiana; non appena finito, Trok si era
asciugato le labbra sulla gonna della schiava, poi gliel'aveva sollevata
sopra la testa e aveva spinto la ragazza a terra, sull'erba, montandola da
dietro. La natura schifiltosa di Naja era rimasta assai urtata da quello
spettacolo.
Rientrò nella stanza mentre due schiavi stavano arrivando con un
pesante calderone pieno di acqua calda, nella quale galleggiavano fiori di
loto. Naja posò la coppa di vino per fare il bagno. Uno degli schiavi lo
asciugò e l'altro gli diede una veste bianca pulita. Il reggente li congedò
prima di avvicinarsi di nuovo al letto, sul quale si stese, allungando le
membra snelle ed eleganti, e appoggiando il capo rasato sul poggiatesta
d'avorio con intagli in oro.
Dall'estremità opposta della stanza gli giunsero un fruscio di abiti e una
serie di bisbigli femminili. A un certo punto, riconobbe la risatina di
Heseret, e quel suono lo eccitò. Appoggiandosi su un gomito, si protese
verso il paravento di canne intrecciate, nel quale si aprivano varchi
abbastanza ampi da fargli intravedere squarci invitanti di pelle chiara e
vellutata.
Il potere e le ambizioni politiche erano le ragioni principali di quel
matrimonio, ma non le uniche. Pur essendo un soldato professionista e un
avventuriero per inclinazione, Naja aveva anche una natura molto
sensuale, ed erano anni che, senza farsi notare, teneva d'occhio Heseret. Il
suo interesse era aumentato a ogni stadio del percorso verso la
femminilità: dai primi anni dell'infanzia all'adolescenza, piena di
goffaggine, e poi a quel periodo esasperante in cui i boccioli dei seni si
erano inturgiditi e il grasso infantile era scomparso, regalando a Heseret un
corpo delicato e pieno di grazia. Persino il suo odore era cambiato: ogni
volta che gli era vicina, Naja percepiva il lieve odore muschiato della sua
femminilità, e andava in estasi.
Un giorno, andando a caccia col falco lungo il fiume, si era imbattuto in
lei mentre, insieme con due amiche, coglieva fiori di loto per intrecciare
ghirlande. Heseret aveva alzato gli occhi verso la sommità della riva, per
guardarlo, con le vesti umide che aderivano alle gambe in modo tale che la
pelle risplendeva attraverso il lino sottile. Poi lei si era scostata i capelli dal
viso, con un gesto innocente che tuttavia racchiudeva una forte carica

Wilbur Smith 172 2001 - Figli Del Nilo


erotica. Anche se la sua espressione era rimasta seria e innocente, nello
sguardo si era accesa una scintilla maliziosa che lo aveva affascinato.
Quella sensazione non era durata che pochi istanti, fino a quando lei,
richiamando le amiche, non era tornata sguazzando a riva per raggiungere
di corsa il palazzo. Naja aveva ammirato le lunghe gambe bagnate che
luccicavano e le natiche rotonde che ondeggiavano sotto la veste di lino, e
d'un tratto il respiro gli era diventato affannoso.
A quel ricordo, si sentì fremere i lombi. Non vedeva l'ora che lei uscisse
dal paravento e, contemporaneamente, provava il desiderio perverso di
rinviare quel momento per poterne assaporare appieno l'attesa. Infine il
momento tanto sospirato arrivò. Due delle ancelle condussero Heseret oltre
il paravento e si allontanarono in silenzio, lasciandola sola al centro della
stanza.
La camicia da notte la copriva dal collo alle caviglie ed era fatta di una
seta rara e preziosa che veniva dalle terre a oriente, color crema, così
impalpabile che sembrava fluttuare sul suo corpo come la caligine sul
fiume, muovendosi a ogni respiro. Nell'angolo alle sue spalle si trovava
una lampada a olio, posta su un tripode, e la morbida luce gialla traspariva
attraverso la seta, mettendo in rilievo le curve dei fianchi e delle spalle e
facendole splendere come avorio levigato. Heseret aveva i piedi e le mani
tinti con l'henné. Il viso era stato ripulito dal trucco, cosicché il sangue
giovane le coloriva delicatamente le guance, mentre le labbra tremavano
come se fosse sul punto di piangere. Se ne stava a testa bassa, con un
atteggiamento infantile e accattivante al contempo, guardandolo di sotto in
su tra le ciglia abbassate. Lui si sentì ribollire il sangue, scorgendovi quella
stessa scintilla maliziosa che lo aveva incuriosito e affascinato.
«Gira su te stessa», le disse in tono gentile. Ma aveva la gola arida come
se avesse succhiato la polpa di un loto ancora verde. Lei gli obbedì, però
con un movimento lento, come in sogno, facendo ondeggiare i fianchi,
mentre il ventre traluceva dalla seta diafana e le natiche dondolavano,
rotonde e lucenti. Le ciocche di capelli lucidi oscillavano al ritmo dei suoi
movimenti.
«Sei bellissima.» La voce gli si spezzò in gola.
Gli angoli delle labbra di Heseret si sollevarono in un'ombra di sorriso, e
lei le umettò con la punta della lingua rosea come quella di un gattino.
«Sono lieta che il reggente mi giudichi bella.»
Naja si alzò per andarle incontro, prendendole la mano, che era asciutta

Wilbur Smith 173 2001 - Figli Del Nilo


e morbida. La condusse verso il letto, e lei lo seguì senza esitare,
inginocchiandosi sulla candida pelle di pecora e chinando il capo in modo
che i capelli le scivolarono sul viso, nascondendolo come un velo. Lui
rimase in piedi, e si protese in avanti sino a sfiorarle i capelli con le labbra.
Heseret trasudava la fragranza inafferrabile di una donna giovane e sana
nel pieno dell'eccitazione fisica. Mentre lei alzava la testa per guardarlo
attraverso la cortina scura, Naja le accarezzò i capelli, poi li divise per
prenderle il mento e costringerla a sollevare il viso, con lentezza estrema,
voluttuosa.
«Hai gli stessi occhi di Ikona», sussurrò lei. Ikona era il leopardo
addomesticato di Naja, una bestia che l'aveva sempre spaventata e
affascinata al contempo. E, in quell'istante, erano proprio quelle le
emozioni che provava. Naja era snello e sinuoso come il grande felino, e
aveva uno sguardo altrettanto implacabile. Col suo istinto femminile,
Heseret avvertiva la crudeltà spietata di quelle due creature, una crudeltà
che evocava in lei sensazioni mai sperimentate prima di allora. «Anche tu
sei bello», mormorò. Era vero: in quel momento le pareva di avere di
fronte la creatura più bella del mondo intero.
Lui la baciò, e la sua bocca la sorprese. Aveva il sapore di un frutto
maturo che lei non aveva mai mangiato prima di allora. Schiuse le labbra
per assaporarlo. La lingua di lui ne approfittò per guizzare nella sua,
fulminea come quella di un serpente, ma questo non la disgustò. Chiuse gli
occhi, sfiorandola a sua volta con la propria lingua. Poi Naja le mise una
mano sulla nuca, premendo la bocca sulla sua con veemenza. Lei era così
presa dal bacio che, quando l'altra mano di Naja si chiuse sul suo seno,
quel gesto la colse del tutto impreparata. Spalancò gli occhi, ansimando e
tentando di ritrarsi, ma lui la teneva stretta, e ora l'accarezzava con un
tocco gentile ma abile, che placava i suoi timori. Le stuzzicò il capezzolo e
la sensazione che la pervase si ripercosse lungo le braccia, fino alla punta
delle dita. E provò un'acuta delusione quando lui allontanò la mano,
mettendola in piedi sulla pelle di pecora, coi seni all'altezza del suo volto.
Con un unico movimento le tolse la tunica di seta, lasciandola ricadere
sul pavimento. Poi, quando le succhiò il capezzolo turgido, lei lanciò un
grido. Al contempo, lui insinuò la mano tra le sue cosce, stringendo il
soffice nido di peli scuri.
Heseret non aveva la minima intenzione di opporre resistenza, anzi si
arrese completamente. Ascoltando le confidenze delle schiave aveva

Wilbur Smith 174 2001 - Figli Del Nilo


temuto che potesse farle del male, invece le sue mani, per quanto rapide e
forti, erano anche gentili. Pareva che conoscesse il suo corpo meglio di lei,
e vi giocava con tanta abilità che la ragazza si sentiva sprofondare, sempre
più in fretta, in quel mare di sensazioni nuove.
Ne riemerse soltanto quando aprì improvvisamente gli occhi e scoprì che
anche la sua veste era sparita, e lui le stava di fronte, nudo. Si rammentò
del sogno in cui aveva la stessa appendice dello stallone, Guardastella.
Abbassò gli occhi, trepidante, ma non era affatto come nel sogno: era rosea
e liscia, eppure dura come osso, perfetta e nitida nella forma come la
colonna di un tempio. I suoi timori svanirono, e lei si arrese ancora una
volta alle mani e alla bocca di Naja. Ci fu solo un attimo di dolore
bruciante, ma molto tempo dopo, e comunque fuggevole, rimpiazzato
quasi subito da una sensazione insolita e meravigliosa di pienezza. Ancora
più tardi, lo sentì lanciare un grido sopra di lei, e quel suono fece scattare
qualcosa nel suo corpo, trasformando il piacere quasi intollerabile in una
sorta di dolore, e allora lo strinse con tutta la forza che aveva nelle braccia
e nelle gambe, lanciando un grido anche lei.
Nel corso di quella notte incantata, e fin troppo breve, lui la indusse
ancora due volte a gridare in preda a quella stessa frenesia di piacere e,
quando l'alba s'insinuò nella stanza con la sua luce rosa e argento, lei era
ancora immobile tra le sue braccia. Aveva l'impressione che la vita fosse
defluita dal suo corpo, che le ossa fossero diventate molli e flessibili come
argilla di fiume, e provava un lieve indolenzimento al ventre, che
assaporava come un piacere.
Naja scivolò via dalle sue braccia, e lei ebbe appena la forza di
protestare: «Non andartene. Oh, ti prego, non andare, mio signore. Mio
splendido signore».
«Solo per poco», sussurrò lui di rimando, sfilando delicatamente la pelle
di pecora dal letto. Lei vide le macchie sul candore del vello, il sangue
rosso vivo. Aveva provato solo un istante di sofferenza nel perdere la
verginità.
Lui portò il vello sul terrazzo e, attraverso la porta, lei lo vide esporlo
dal muro del parapetto. Dal basso giunse attutito il suono degli applausi
dei cittadini, in attesa che venisse esibita quella prova della sua verginità.
Non si curava affatto dell'approvazione di quelle orde di contadini, ma
ammirò il dorso nudo del marito e si sentì fremere d'amore per lui fino al
ventre indolenzito. Quando tornò da lei, gli tese le braccia.

Wilbur Smith 175 2001 - Figli Del Nilo


«Sei magnifico», sussurrò, addormentandosi tra le sue braccia. Molto
tempo dopo, si svegliò lentamente, scoprendo che tutto il suo essere era
pervaso da una leggerezza e da una sensazione di gioia che non aveva mai
conosciuto prima di allora. Sulle prime non capì quale fosse la fonte di
quel benessere, poi sentì, accanto a sé, il corpo caldo e muscoloso del
marito: anche lui si stava ridestando.
Aprendo gli occhi, scoprì che la guardava con quegli strani occhi color
miele, sorridendole. «Che splendida regina saresti», le disse a bassa voce.
Era sincero. Durante la notte aveva scoperto in lei qualità di cui prima non
aveva neanche sospettato l'esistenza. Intuiva di aver trovato una donna i
cui desideri e istinti erano in perfetta sintonia coi suoi.
«E che splendido Faraone saresti tu per l'Egitto.» Lei gli sorrise di
rimando, stiracchiandosi in modo voluttuoso. Poi rise dolcemente,
allungando la mano per sfiorargli la guancia. «Ma questo potrebbe non
accadere mai.» Smise di colpo di sorridere, per aggiungere in tono serio:
«Oppure sì?»
«C'è un unico ostacolo sulla nostra strada», rispose lui. Non dovette
aggiungere altro, perché ciò che vide affiorare negli occhi di lei lo
convinse che la sua sposa aveva capito benissimo l'allusione.
«Tu sei il pugnale, e io sarò il fodero», mormorò Heseret. «Qualunque
cosa tu mi chieda, non ti deluderò mai, mio signore.»
Lui le posò un dito sulle labbra, infiammate dai suoi baci. «Vedo bene
che tra noi non c'è bisogno di molte parole, perché i nostri cuori battono
all'unisono.»

Il seguito del re Apepi prolungò di quasi un mese il suo soggiorno a


Tebe dopo le nozze. Erano tutti ospiti del Faraone Nefer Seti e del
reggente, e venivano intrattenuti con sfarzo regale. Taita li incoraggiò a
rimanere, perché era certo che Naja non avrebbe preso iniziative contro
Nefer finché Apepi e sua figlia si trovavano a Tebe.
Gli ospiti del re trascorrevano le loro giornate dedicandosi alla caccia,
con o senza il falco, alla visita dei numerosi templi che sorgevano sulle
rive del fiume in onore di tutti gli dei egizi, o ai tornei tra le varie divisioni
del regno del nord e del sud. Si organizzavano competizioni coi carri, gare
di tiro con l'arco e di corsa. Si tenevano persino gare di nuoto, nelle quali i
campioni prescelti attraversavano il Nilo, ricevendo in premio una statuetta
d'oro di Horus.

Wilbur Smith 176 2001 - Figli Del Nilo


Addentrandosi nel deserto, andavano a caccia di gazzelle e orici a bordo
di carri veloci, oppure cacciavano le grandi ottarde coi veloci falchi Saker,
giacché non c'erano più falchi reali negli allevamenti del palazzo: erano
stati liberati tutti durante i riti funebri del padre di Nefer. In riva al fiume
gli ospiti andavano in cerca di aironi e anatre, o infilzavano con la lancia
gli enormi pesci-gatto nelle acque basse delle secche. Braccavano il
«cavallo di fiume», il possente ippopotamo, dal ponte delle navi della
flotta militare, mentre Nefer fungeva da nocchiero a bordo della sua nave
personale, chiamata L'occhio di Horus. La principessa Mintaka era al suo
fianco e strillava eccitata quando i bestioni emergevano in superficie col
dorso irto di lance e le acque si arrossavano del loro sangue.
In quei giorni Mintaka era spesso al fianco di Nefer. Viaggiava sul suo
carro quando andavano a caccia e gli porgeva la lancia se affiancavano un
orice lanciato al galoppo. Quando battevano i canneti a caccia di aironi,
portava sul braccio il suo falco. Durante le soste delle battute di caccia nel
deserto, sedeva al suo fianco per offrirgli i bocconi migliori. Sceglieva per
lui i chicchi d'uva più dolci, sbucciandoli con le lunghe dita affusolate per
metterglieli poi in bocca.
Ogni sera a palazzo si tenevano banchetti, e anche allora lei sedeva alla
sua sinistra, il posto tradizionale della donna, in modo da non intralciare la
mano dell'uomo che doveva impugnare la spada. Lo faceva ridere con le
sue facezie, ed era imbattibile nelle pantomime e nelle imitazioni: sapeva
scimmiottare alla perfezione Heseret, che, da quand'era sposata, inseriva
spesso nei suoi discorsi la frase: «mio marito, il reggente dell'Egitto...»
pronunciandola con studiata affettazione.
Per quanto tentassero, però, Nefer e Mintaka non riuscivano mai a
rimanere soli. A questo provvedevano Naja e Apepi. Il ragazzo si rivolse a
Taita per chiedergli aiuto, ma neppure lui riuscì a organizzare un incontro
segreto. Non gli passò neanche per la testa che Taita non si fosse sforzato
troppo per riuscirci, o che fosse altrettanto deciso degli altri a preservare la
loro innocenza. Molto tempo prima aveva coperto la tresca fra Tanus e la
sua diletta Lostris, e le conseguenze continuavano a ripercuotersi sul Paese
a distanza di anni. Quando Nefer e Mintaka giocavano a bao, avevano
sempre un pubblico di schiave e cortigiani e, nei dintorni, si aggirava
l'onnipresente Asmor. Nefer aveva imparato bene la lezione, e non
sottovalutava più l'abilità di Mintaka, anzi giocava con la stessa attenzione
che riservava alle partite con Taita. Imparò a riconoscere i punti di forza e

Wilbur Smith 177 2001 - Figli Del Nilo


le poche debolezze della sua avversaria: Mintaka, per esempio, tendeva a
essere troppo protettiva nei confronti del proprio castello e talvolta, se
veniva incalzata a sufficienza in quel settore, lasciava aperto un varco sulle
ali. Ben due volte Nefer sfruttò questa scoperta per abbattere le sue difese,
ma la terza volta si accorse in ritardo che lei aveva previsto la sua tattica e
gli aveva teso una trappola. Quando ormai aveva già esposto il castello
occidentale, lei si avventò con una falange in quel varco e, vedendolo
costretto a capitolare, scoppiò in una risata così deliziosa che lui riuscì
quasi a perdonarla. I loro scontri divennero sempre più accaniti,
assumendo proporzioni epiche, tanto che persino Taita restava a osservarli
per ore, e ogni tanto annuiva in segno di approvazione, o si lasciava
sfuggire uno di quei lievi sorrisi che racchiudevano la saggezza di secoli.
Il loro amore così evidente si rifletteva su tutti coloro che li
circondavano: ovunque andassero, regnavano sorrisi e risate. Quando il
carro di Nefer passava sfrecciando per le vie di Tebe con Mintaka a bordo
che impugnava la lancia, i capelli scuri sciolti al vento come un vessillo, le
donne uscivano di casa e gli uomini smettevano di lavorare per gridare
loro saluti e auguri. Persino Naja sorrideva con aria benigna, e nessuno
avrebbe potuto intuire che era furioso perché l'attenzione del popolo
veniva distolta dalle sue nozze e dalle sue spose regali. Il nobile Trok era
l'unico a ostentare sempre un'espressione truce sia nelle battute di caccia
sia durante i banchetti in campagna o a palazzo.
Il tempo che passavano insieme correva troppo veloce.
«Ci sono sempre tante persone intorno a noi», sussurrò Nefer mentre
giocavano a bao. «Desidero ardentemente restare solo con te, fosse anche
per pochi minuti. Ci restano soltanto tre giorni, prima che tu debba tornare
ad Avaris con tuo padre. Potrebbero passare mesi, persino anni, prima che
potessimo incontrarci di nuovo, e ci sono tante cose che vorrei dirti! Ma
non posso farlo con tutti questi occhi e queste orecchie puntati verso di noi
come frecce pronte a scoccare.»
Mintaka annuì, prima di allungare una mano per muovere una pedina
che lui, nella foga del discorso, aveva trascurato. Abbassando gli occhi,
Nefer si rese conto che il suo castello occidentale era ormai soggetto a un
attacco su due fronti. La sua costernazione fu inutile. Tre mosse più tardi,
lei aveva già spezzato il suo fronte. Il giovane tirò in lungo ancora per
qualche minuto quella battaglia perduta, ma le sue truppe erano in rotta e
l'esito finale era inevitabile. «Mi hai colto di sorpresa mentre ero distratto

Wilbur Smith 178 2001 - Figli Del Nilo


da altri pensieri», brontolò. «Tipicamente femminile.»
«Maestà, non pretendo di essere altro che una donna.» Usava quel titolo
con un'ironia tagliente come il pugnale tempestato di gemme che portava
alla cintura. Poi si protese in avanti per sussurrare: «Se restassi sola con te,
prometteresti di rispettare la mia castità?»
«Giuro sull'occhio ferito del grande dio Horus che mai, finché avrò vita,
ti procurerò disonore», dichiarò lui con serietà.
Mintaka sorrise. «I miei fratelli non ne saranno troppo entusiasti. Non
vedono l'ora di avere una scusa per tagliarti la gola.» Puntò su di lui gli
splendidi occhi scuri. «Comunque, se dovessero fallire il colpo alla gola,
potrebbero accontentarsi di qualche altra... parte.»
L'occasione si presentò il giorno dopo. Uno dei battitori reali scese dalle
colline che sovrastavano il villaggio di Dabba per riferire che, dal deserto a
oriente, era giunto un leone, il quale, durante la notte, aveva razziato i
recinti del bestiame. Aveva superato con un balzo lo steccato, uccidendo
otto bestie terrorizzate. All'alba, un'orda di abitanti del villaggio,
brandendo torce ardenti, soffiando nei corni, suonando i tamburi e
lanciando urla selvagge, era riuscita a scacciarlo.
«Quand'è successo?» chiese Naja.
«Tre notti fa, nobile reggente.» L'uomo era prostrato davanti al trono.
«Ho risalito il fiume appena possibile, ma la corrente era forte e i venti si
sono dimostrati volubili.»
«E del leone che ne è stato?» domandò Apepi, impaziente.
«È tornato tra le colline, ma ho mandato sulle sue tracce due dei miei
schiavi nubiani più abili nel fiutare la pista.»
«Qualcuno lo ha visto? Che dimensioni ha? E' maschio o femmina?»
«Gli abitanti del villaggio dicono che è un maschio molto grande, con
una folta criniera nera.»
Da quasi sessant'anni non si aveva notizia di leoni che si avventurassero
nelle terre lungo il fiume. Erano una preda riservata al re, e avevano subito
la caccia spietata d'innumerevoli Faraoni, non soltanto per i danni che
infliggevano al bestiame dei contadini locali, ma anche perché
rappresentavano il trofeo più prestigioso che un sovrano potesse esibire.
Durante il lungo e difficile periodo delle guerre con gli hyksos, i Faraoni
di entrambi i regni erano troppo occupati per dare la caccia ai leoni, senza
contare che i cadaveri abbandonati sui campi di battaglia avevano
assicurato ai branchi una fonte di cibo sempre disponibile. Negli ultimi

Wilbur Smith 179 2001 - Figli Del Nilo


decenni i branchi erano aumentati e il numero dei leoni era cresciuto a
dismisura, insieme con la loro audacia.
«Farò caricare subito i carri sulle barche», decise Apepi. «Date le
condizioni del fiume, potremo raggiungere Dabba domattina presto.»
Sorrise compiaciuto, picchiando il pugno sul palmo calloso della mano
destra. «Per Seueth, quanto mi piacerebbe tentare di abbattere quel vecchio
leone con la criniera nera. Da quando ho smesso di sterminare egizi, non
riesco più a trovare un modo per passare il tempo.»
Nel sentire quella battuta, Naja si accigliò. «Maestà, la tua partenza per
Avaris è prevista per dopodomani.»
«Hai ragione, reggente. Tuttavia gran parte dei nostri bagagli è già stata
caricata a bordo e la flotta è pronta a partire. Inoltre Dabba si trova sulla
strada di casa. Posso permettermi di rinviare la partenza di un paio di
giorni per unirmi alla caccia.»
Naja esitò. Non era appassionato di caccia al punto di trascurare i
numerosi affari di Stato che richiedevano la sua attenzione. Aveva atteso
con impazienza la partenza di Apepi, la cui volgare e chiassosa presenza a
Tebe aveva perso da tempo ogni attrattiva ai suoi occhi. C'erano in corso
altri progetti che lui poteva completare soltanto dopo la partenza del
Faraone hyksos. D'altronde, però, non poteva permettere ad Apepi di
andarsene a caccia da solo nell'Alto Egitto. Oltre a essere scortese, sarebbe
stato inopportuno dal punto di vista politico lasciarlo libero di scorrazzare
nel regno meridionale come se avesse il diritto di farlo.
«Maestà», intervenne Nefer, prima che Naja riuscisse a formulare un
rifiuto accettabile, «ci uniremo alla caccia col massimo piacere.» Aveva
intravisto una splendida occasione di svago, perché non aveva mai avuto
occasione d'inseguire un leone a bordo del suo carro e di mettere alla prova
il proprio coraggio; ma cento volte più importante di quella sfida era la
possibilità di rinviare la temuta partenza di Mintaka. Quella circostanza
propizia poteva persino fornire loro l'occasione che finora avevano cercato
invano per trascorrere qualche tempo insieme da soli. Anticipando
l'opposizione di Naja, Nefer si rivolse al battitore, che era ancora prostrato
al suolo, con la fronte sul pavimento di piastrelle, e gli disse: «Ben fatto,
buon uomo. Sarai ricompensato con un anello d'oro per il disturbo. Torna
subito a Dabba con la feluca più veloce della nostra flotta e preparati ad
accoglierci. Daremo la caccia a questa bestia con tutto l'armamentario
opportuno».

Wilbur Smith 180 2001 - Figli Del Nilo


L'unico motivo di rammarico per Nefer fu che Taita non potesse
accompagnarlo nella sua prima caccia al leone per dargli consigli e
suggerimenti: infatti il vecchio era andato nel deserto per una delle sue
periodiche spedizioni misteriose, e nessuno sapeva quando sarebbe
tornato.

Il giorno dopo, di buon'ora, la spedizione di caccia sbarcò sulla riva del


fiume ai piedi del villaggio di Dabba. Fu necessario scaricare venti carri,
coi relativi cavalli, dal piccolo convoglio di chiatte e di navi. Nel
frattempo, i portatori di lancia affilarono le lame, sistemarono la corda
degli archi da caccia e controllarono che le frecce fossero dritte e ben
bilanciate. Mentre i cavalli venivano abbeverati e strigliati, i cacciatori
consumarono la robusta colazione preparata dagli abitanti del villaggio.
L'atmosfera che regnava nel gruppo era effervescente, e Apepi mandò a
chiamare il cercatore di tracce, ormai tornato dalle colline. «È un grosso
leone, il più grande che abbia mai visto a oriente del fiume», disse l'uomo,
accrescendo l'eccitazione dei cacciatori.
«Lo hai visto coi tuoi occhi o hai soltanto letto le sue tracce?» gli
domandò Nefer.
«L'ho visto chiaramente, ma solo in lontananza. È alto come un cavallo e
cammina col passo dignitoso di un sovrano. La sua criniera ondeggia al
vento come un mannello di spighe di dhurra.»
«In nome di Seth, quest'uomo è un poeta», commentò Naja con un
sogghigno. «Attieniti ai fatti e lascia stare le belle parole, servo.»
Il cacciatore si sfiorò il cuore col pugno per mostrare la propria
contrizione, poi continuò a raccontare in tono più pacato. «Ieri si era
rintanato in uno uadi boscoso a due leghe da qui, ma, al calar della sera, si
è allontanato per andare a caccia. Ormai sono passati quattro giorni
dall'ultima volta che si è nutrito, quindi è affamato e di nuovo in cerca di
preda. Durante la notte ha tentato di abbattere un orice, ma quello si è
liberato scalciando ed è riuscito a fuggire.»
«E oggi dove speri di trovarlo?» domandò Nefer, in tono più gentile di
Naja. «Se è andato a caccia, sarà assetato, oltre che affamato. Dove
potrebbe andare a bere?»
Il cacciatore lo guardò con rispetto, non soltanto per il suo rango regale,
ma anche per la conoscenza degli animali selvatici che dimostrava di
avere. «Dopo il tentativo di abbattere l'orice, si è addentrato in un terreno

Wilbur Smith 181 2001 - Figli Del Nilo


sassoso dove non sono più riuscito a leggere le sue tracce.» Apepi accennò
un gesto irritato, e l'uomo si affrettò ad aggiungere: «Ma immagino che
questa mattina avrà bevuto in una piccola oasi, un luogo ignoto a tutti,
tranne che ai beduini».
«Quanto ci vuole per raggiungerla?» chiese Nefer, e l'uomo accennò un
movimento ad arco, indicando il percorso del sole corrispondente a circa
tre ore.
«Allora non c'è tempo da perdere», ribatté Nefer con un sorriso, prima di
voltarsi per gridare al comandante dei carri: «Quanto manca ancora,
soldato?»
«È tutto pronto, maestà.»
«Lancia il segnale di salire a bordo», ordinò, e subito risuonarono i
corni, mentre i cacciatori si affrettavano a raggiungere i carri in attesa.
Mintaka si avviò al fianco di Nefer. In quelle circostanze gettavano al
vento ogni dignità regale, ed erano semplicemente un ragazzo e una
ragazza in procinto di vivere un'avventura emozionante. Ma il nobile Trok
provvide subito a infrangere la loro illusione. Rivolto al re Apepi, esclamò,
proprio mentre balzava nel suo carro raccogliendo le redini: «Maestà, non
è saggio lasciare che la principessa vada a caccia in compagnia di un
ragazzo inesperto. La preda di oggi non è una gazzella».
Nefer si fermò di colpo, fissando Trok con aria offesa. Mintaka gli posò
una mano sul braccio nudo. «Non provocarlo. È un lottatore temibile, con
un pessimo carattere, e, se lo sfiderai, neppure il rango potrà proteggerti
dalla sua ira.»
«L'onore non mi consente d'ignorare un insulto del genere», replicò
Nefer, liberandosi bruscamente dalla stretta.
«Ti prego, tesoro, fallo per me. Ignora l'offesa.» Era la prima volta che si
rivolgeva a lui usando un vezzeggiativo del genere, e lo fece di proposito,
ben sapendo quale effetto avrebbe avuto su di lui: stava già imparando a
domare il suo umore irascibile con l'istinto amorevole di una donna molto
più matura di quanto facessero supporre l'età e l'esperienza. Nefer
dimenticò all'istante Trok e l'offesa al suo onore. «Come mi hai
chiamato?» domandò con voce roca.
«Non sei sordo, mio caro.» Lui batté le palpebre nel sentire quel nuovo
vezzeggiativo. «Hai sentito benissimo.» E gli sorrise.
Nel silenzio, Apepi gridò con voce stentorea: «Non temere, Trok.
Mando mia figlia col Faraone perché si prenda cura di lui. Sarà

Wilbur Smith 182 2001 - Figli Del Nilo


perfettamente al sicuro». Con una risata scrosciante, diede uno strattone
alle redini e, mentre i suoi cavalli balzavano in avanti, aggiunse:
«Abbiamo perso metà della mattinata restando qui. Che si dia inizio alla
caccia!»
Nefer guidò il suo carro in modo che si accodasse a quello di Apepi,
tagliando la strada ai cavalli del nobile Trok. Passando, gli lanciò
un'occhiata gelida e un avvertimento: «Sei stato impudente. Sta' pur certo
che non finisce qui. Ne riparleremo, nobile Trok».
«Temo che ora ti sia nemico», mormorò Mintaka. «Trok ha una pessima
reputazione e un carattere ancora peggiore.»
Guidata dal battitore del re, che montava un cavallo piccolo e irsuto ma
resistente, la colonna dei cacciatori salì verso le colline spoglie e sassose.
Procedevano al trotto per non affaticare i cavalli, lasciandoli liberi di
riprendere fiato dopo ogni tratto ripido. In meno di un'ora raggiunsero uno
dei cercatori di tracce nubiani che li attendeva in cima a una collina, e
l'uomo scese di corsa a fare rapporto al battitore. Si scambiarono poche
parole con aria seria, poi il battitore tornò indietro al trotto per riferire le
novità alla spedizione reale. «I nubiani hanno perlustrato le colline senza
ritrovare la pista. Sono certi che andrà a bere alla pozza d'acqua, ma, non
volendo disturbare il leone, hanno aspettato che noi li raggiungessimo.»
«Guidaci verso l'acqua», ordinò Apepi, riprendendo il cammino.
Poco prima di mezzogiorno, scesero in una valle poco profonda. Non
erano lontani dal fiume, eppure avevano già l'impressione di trovarsi nel
cuore del deserto, tanto quella regione era arida e proibitiva. Il battitore
trottava al fianco di Apepi, al quale disse: «La pozza d'acqua è in cima alla
valle. Probabilmente l'animale sta riposando nei paraggi».
L'anziano guerriero prese naturalmente il comando della spedizione, e
Nefer non glielo contese. «Ci divideremo in tre gruppi per circondare
l'oasi. Se la preda romperà l'accerchiamento, lo avremo in pugno. Nobile
reggente, a te toccherà l'ala sinistra. Faraone Nefer Seti, tu occupa il
centro, mentre io coprirò il fianco destro.» Brandì il pesante arco da
guerra, tenendolo sopra la testa. «Chi farà scorrere il primo sangue si
aggiudicherà il trofeo.»
Erano tutti esperti nella guida dei carri, e la nuova formazione si dispose
rapidamente e senza intoppi, gettando un'ampia rete intorno alla pozza
d'acqua che fungeva da abbeveratoio. Nefer teneva l'arco in spalla e le
redini lente, anziché avvolte intorno ai polsi, in modo da poterle lasciare

Wilbur Smith 183 2001 - Figli Del Nilo


all'istante, per avere le mani libere di tendere l'arco. Mintaka gli si strinse
al fianco, tenendo la lancia pronta. Nel corso delle settimane precedenti
avevano perfezionato quel cambio di arma, e lui sapeva di poter contare su
di lei perché gli mettesse in mano la lancia al momento giusto.
Si avvicinarono all'oasi procedendo a passo d'uomo e accorciando
rapidamente le distanze. I cavalli avvertivano la tensione dei conducenti, e
forse avevano già fiutato l'usta del leone, perché chinavano la testa in
avanti e roteavano gli occhi, sbuffando e scalpitando nervosamente.
La fila di carri si strinse a poco a poco intorno a quella macchia di
cespugli bassi e di erba rigogliosa che mascherava la pozza d'acqua.
Quando l'accerchiamento fu completo, Apepi alzò la mano per segnalare
l'alt. Il battitore del re scese per proseguire a piedi, tenendo per la cavezza
la sua cavalcatura, mentre si avvicinava con cautela alla rada copertura di
vegetazione.
«Se il leone fosse qui, a quest'ora lo avremmo visto senz'altro, dato che è
così grande.» La voce di Mintaka tremava, e Nefer l'amò ancora di più per
aver lasciato trapelare un accenno del terrore che di certo stava provando.
«Un leone può appiattirsi fino a diventare parte del terreno, al punto che
puoi passargli tanto vicino da toccarlo senza neanche sospettare la sua
presenza», le spiegò.
Il battitore avanzava di pochi passi alla volta, fermandosi per tendere
l'orecchio e frugare in ogni cespuglio e in ogni ciuffo d'erba lussureggiante
che incontrava sul suo cammino. Giunto ai margini della boscaglia, si
chinò a raccogliere una manciata di sassolini, cominciando a lanciarli
sistematicamente in ogni possibile nascondiglio.
«Che cosa sta facendo?» bisbigliò Mintaka.
«Il leone ringhia, prima di caricare. Lui sta cercando di provocarlo, per
indurlo a rivelare il suo nascondiglio.»
Il silenzio era rotto soltanto dal lieve tonfo dei sassolini, dallo sbuffare
nervoso dei cavalli e dallo scalpiccio dei loro zoccoli. Tutti i cacciatori
tenevano la freccia già incoccata sull'arco, pronti a scagliarla in qualunque
momento. D'un tratto, in mezzo all'erba, si udirono un verso d'animale e un
trepestio. Gli archi si sollevarono all'istante e i portatori di lancia tesero le
armi, ma, subito dopo, tutti si rilassarono, con un'espressione leggermente
imbarazzata. Si trattava infatti soltanto di un uccello martello, che si levò
in volo, planando sulla valle in direzione del fiume.
Il battitore impiegò qualche istante a riacquistare la calma, poi

Wilbur Smith 184 2001 - Figli Del Nilo


ricominciò a addentrarsi nel folto della vegetazione, fino a raggiungere
l'abbeveratoio. L'acqua salmastra trasudava dalla falda sottostante con
lentezza torpida, una goccia alla volta, e riempiva un bacino poco
profondo nel terreno roccioso, appena sufficiente a soddisfare la sete di un
grande predatore come un leone. Il battitore posò un ginocchio a terra per
osservare l'orlo del bacino in cerca di tracce, poi scosse la testa e si rialzò.
Tornò indietro più in fretta, risalendo finalmente in groppa al suo cavallino
per accostarsi di nuovo al carro di Apepi. Gli altri cacciatori si
avvicinarono per ascoltare le sue parole, ma l'uomo era mortificato.
«Maestà, ho commesso un errore di giudizio», spiegò ad Apepi. «Il leone
non è venuto da questa parte.»
«E adesso?» Apepi non tentò neppure di mascherare il disappunto e
l'irritazione.
«Questo era il luogo più promettente in cui cercare, ma ce ne sono altri.
Dal punto in cui è stato avvistato, la volta scorsa, può aver attraversato la
valle, oppure potrebbe essere nei dintorni, ma attendere l'oscurità per
abbeverarsi. Ci sono altri ripari, laggiù...» Indicò le pendici sassose alle
loro spalle.
«E poi?» lo incalzò Apepi.
«C'è un altro abbeveratoio, nella valle vicina, ma laggiù sono accampati
dei beduini che potrebbero averlo indotto ad allontanarsi. E ce n'è un altro
ancora, un piccolo affioramento d'acqua, ai piedi di quelle colline a
occidente.» Indicò una linea bassa di alture violacee che si scorgeva
all'orizzonte. «Il leone potrebbe essere in uno qualsiasi di quei luoghi...
oppure in nessuno di essi», ammise l'uomo. «Inoltre potrebbe essere
tornato indietro e trovarsi adesso ai margini della pianura, dove l'acqua
abbonda. Forse è stato attirato dall'odore del bestiame e delle capre, oltre
che dalla sete.»
«Insomma non hai la minima idea di dove sia nascosto, vero?» concluse
il nobile Naja. «Tanto vale rinunciare alla caccia e tornare alle barche.»
«No!» esclamò Nefer. «Abbiamo appena cominciato. Perché darci per
vinti così presto?»
«Il ragazzo ha ragione», disse Apepi. «Dobbiamo continuare, ma il
terreno da coprire è vasto.» Dopo qualche istante di riflessione, decise.
«Dovremo dividerci, per esaminare ogni area separatamente.» Lanciò
un'occhiata a Naja. «Nobile reggente, tu porterai la tua squadra
all'accampamento dei beduini: se hanno visto la preda, ti daranno

Wilbur Smith 185 2001 - Figli Del Nilo


indicazioni. Io mi dirigerò verso l'affioramento d'acqua ai piedi delle
colline.» Si rivolse a Trok. «Tu porterai tre carri in fondo alla valle, e uno
dei cercatori di tracce verrà con te alla ricerca di qualche segnale.» Ad
Asmor ordinò: «Prendi altri tre carri e torna a Dabba, passando lungo i
margini della pianura, nel caso che sia tornato nel luogo dove ha ucciso
l'ultima volta». Infine guardò Nefer. «Faraone, tu procederai nella
direzione opposta, a nord, verso Achmim.»
Nefer si rese conto che gli veniva assegnato il terreno meno promettente,
ma non protestò, perché quel nuovo piano offriva a lui e a Mintaka la
prima occasione di allontanarsi dalla sorveglianza diretta dei loro
guardiani. Naja, Asmor e Trok venivano inviati in altre direzioni. Aspettò
che qualcuno lo facesse notare, ma erano tutti così presi dalla caccia che
nessuno parve rendersi conto del significato di quella mossa. Nessuno,
tranne Naja.
Guardò con ostilità Nefer, forse soppesando la possibilità di opporsi agli
ordini di Apepi; alla fine, però, dovette capire che sarebbe stata una mossa
poco saggia, senza contare che il deserto costituiva un deterrente efficace
quanto Asmor: non c'era nessun luogo nel quale Nefer potesse fuggire e, se
avesse portato con sé Mintaka in qualche folle avventura, si sarebbe
ritrovato alle calcagna l'intero esercito di entrambi i regni, come uno
sciame di api inferocite.
Naja distolse lo sguardo, mentre Apepi proseguiva, indicando un punto
di raccolta, e impartiva gli ordini finali. I corni d'ariete lanciarono il
segnale di salire a bordo e mettersi in marcia, e le cinque colonne uscirono
dalla valle sul terreno pianeggiante, prima di dividersi in squadre separate
e di partire in direzioni divergenti.
Mentre l'ultima delle altre squadre scompariva tra le colline brulle,
Mintaka si avvicinò ancora di più a Nefer, mormorando: «Finalmente
Hathor ci ha mostrato la sua misericordia».
«Io credo che sia stato Horus a concederci la sua benevolenza», replicò
lui con un sorriso. «Comunque accetterò di buon grado questa grazia, da
chiunque provenga.»
Della squadra di Nefer facevano parte altri due carri, al comando del
vecchio Hilto, il soldato che aveva raggiunto Taita e il ragazzo allorché
avevano tentato di fuggire dall'Egitto. Aveva servito agli ordini del
Faraone suo padre e gli era leale fino alla morte: Nefer sapeva di potersi
fidare di lui senza riserve.

Wilbur Smith 186 2001 - Figli Del Nilo


Nefer li guidò ad andatura sostenuta, deciso a sfruttare al massimo le ore
di luce che restavano e, in meno di un'ora, si aprì dinanzi a loro l'immenso
panorama della pianura fluviale. Tirò le redini per fermarsi un istante ad
ammirarlo: il fiume sembrava uno smeraldo incastonato nel verde
sontuoso dei campi e delle piantagioni.
«Com'è bello», mormorò Mintaka, in tono quasi trasognato. «Anche
quando saremo sposati, dovremo ricordare sempre che è questa terra a
possedere noi, e non viceversa.»
A volte Nefer dimenticava che Mintaka era nata ad Avaris e, proprio
come lui, aveva dei diritti su quella terra. Si sentì gonfiare il cuore
d'orgoglio al pensiero che l'amava quanto lui, e condivideva il suo senso
del dovere verso il proprio Paese.
«Non lo dimenticherò mai, finché sarai al mio fianco.» La ragazza
sollevò il viso verso di lui, con le labbra socchiuse. Lui sentì la dolcezza
del suo alito, e la tentazione di chinarsi a baciare quelle labbra divenne
quasi irresistibile; poi sentì su di sé lo sguardo di Hilto e degli altri uomini
e, con la coda dell'occhio, li vide sorridere maliziosamente. Allora si
scostò, lanciando a Hilto un'occhiata gelida e dicendogli, in un tono che
aveva mentalmente provato e riprovato fin da quando avevano lasciato il
resto della spedizione: «Comandante, se il leone è qui, probabilmente sarà
da qualche parte sul pendio delle colline ai nostri piedi». Indicò la zona
con un ampio gesto del braccio. «Desidero che i carri si dispongano in
linea, in modo che il fianco sinistro venga a trovarsi all'estremità della
pianura, e noi quassù, in cima alle colline. Ci dirigeremo a nord.» Fece un
gesto vago, e Hilto assunse un'espressione perplessa, grattandosi la
cicatrice sulla guancia.
«È un fronte vasto, maestà. La distanza da qui al fondovalle dev'essere
di quasi mezza lega. Ci saranno momenti in cui ci perderemo di vista.»
Nefer comprese che era contrario al suo istinto di militare estendere
troppo la linea del fronte, e si affrettò ad ammansirlo. «Se dovessimo
restare separati, ci ricongiungeremo sulla terza altura di fronte a noi, ai
piedi di quella collinetta laggiù, che può costituire un buon punto di
riferimento.» Indicò un ammasso roccioso dalla forma caratteristica che si
trovava circa quattro leghe più avanti. «Se qualcuno dovesse tardare a
raggiungere il punto d'incontro, gli altri dovranno attendere finché il sole
non sarà in quella posizione, prima di tornare indietro a cercare il carro
mancante.»

Wilbur Smith 187 2001 - Figli Del Nilo


In quel modo si era concesso qualche ora di margine prima che
cominciassero a cercare Mintaka e lui. Ma Hilto esitava ancora. «Chiedo
venia, maestà, ma il nobile Naja mi ha affidato espressamente l'incarico...»
Nefer lo interruppe con un tono brusco e un'espressione gelida. «Ne
devo dedurre che discuti gli ordini del tuo Faraone?»
«Giammai, maestà!» Hilto era scosso da quell'accusa.
«Allora fa' il tuo dovere, soldato.»
Hilto lo salutò con profondo rispetto, poi si affrettò a tornare verso il suo
carro, lanciando ordini imperiosi agli uomini. Quando lo squadrone si
allontanò lungo il pendio, in una formazione a ventaglio, Mintaka diede di
gomito a Nefer, sorridendo, e, imitando alla perfezione il tono altezzoso
del ragazzo, ripeté: «'Fa' il tuo dovere, soldato!'» E scoppiò a ridere. «Ti
prego di non guardarmi mai in quel modo e di non usare mai quel tono con
me, maestà. Sono certa che morirei di paura.»
«Abbiamo poco tempo», replicò lui. «Dobbiamo sfruttarlo al massimo, e
trovare un posto dove poter stare soli.»
Girò il carro, tornando indietro, oltre la linea dell'orizzonte, in modo che
non fossero più visibili dalla valle o dai carri che procedevano sul pendio.
Mentre proseguivano al trotto cominciarono a guardarsi intorno con
impazienza.
«Guarda, laggiù!» esclamò Mintaka, indicando un punto sulla destra.
C'era un boschetto di alberi spinosi, seminascosto da una piega del terreno,
cosicché si vedevano soltanto le cime verdi. Quando Nefer puntò in quella
direzione, scoprirono una gola stretta, scavata nel corso dei millenni dal
vento e dalle intemperie, oltre che dai rari temporali. Doveva esistere una
vena d'acqua sotterranea, perché gli alberi erano rigogliosi. Il fogliame
folto offriva riparo e discrezione nella calura meridiana. Nefer spinse il
carro lungo il pendio, verso l'ombra degli alberi, e, non appena si fermò,
Mintaka scese a terra con un balzo.
«Libera i cavalli e lasciali riposare», suggerì lei.
Nefer esitò, poi scosse la testa. Sarebbe stato contrario all'addestramento
che aveva ricevuto: in una posizione isolata e inospitale come quella,
doveva lasciare il carro pronto per ogni evenienza, che si trattasse di un
allarme o di uno spostamento improvviso. Balzò a terra per riempire il
secchio, attingendo all'otre dell'acqua per abbeverare i cavalli. Mintaka si
precipitò ad aiutarlo e i due lavorarono a fianco a fianco in silenzio.
Il momento tanto sospirato era finalmente giunto, ma Nefer e Mintaka

Wilbur Smith 188 2001 - Figli Del Nilo


scoprirono di sentirsi timidi e impacciati. D'un tratto si voltarono l'uno
verso l'altra, nello stesso istante, e parlarono all'unisono.
«Volevo dirti...» disse Nefer.
E Mintaka: «Penso che dovremmo...»
S'interruppero per ridere timidamente, restando vicini all'ombra degli
alberi. Mintaka arrossì, abbassando gli occhi, e Nefer accarezzò la testa del
suo stallone. «Che cosa volevi dire?» chiese poi.
«Nulla... Niente d'importante.» Lei scosse la testa e lui si accorse che
arrossiva. Gli piaceva tanto vedere quel rossore che fioriva sulle sue gote.
Mintaka continuava a non guardarlo, mentre parlava con una voce tanto
sommessa che si udiva appena, chiedendogli: «E tu, che cosa volevi dire?»
«Quando penso che tra pochi giorni dovrai partire, mi sembra che mi
abbiano tagliato il braccio destro, e vorrei morire.»
«Oh, Nefer!» Lei lo guardò con gli occhi enormi e liquidi che
rispecchiavano il tumulto e l'estasi del primo amore. «Ti amo, ti amo
tanto.»
Si gettarono l'uno nelle braccia dell'altra, con tanta foga che i loro denti
si scontrarono. Il labbro inferiore di Nefer rimase preso nel mezzo, e dal
taglio sgorgò una goccia di sangue. L'abbraccio era goffo e inesperto,
impacciato e frenetico, ma suscitò in entrambi emozioni sfrenate e
incontrollabili. Si strinsero, gemendo per la violenza di quelle sensazioni
nuove. Anche se era già schiacciata contro di lui, Nefer tentò di stringerla
ancora di più, mentre lei gli si aggrappava come per fondere i loro corpi in
una sola massa, come avrebbe fatto un vasaio con l'argilla. Mintaka si
sollevò in punta di piedi per infilare le dita tra i folti riccioli carichi di
polvere, mormorando: «Oh, oh!»
«Non voglio perderti», disse lui, interrompendo il bacio. «Non voglio
perderti mai più.»
«Neanch'io, mai, mai!» rispose lei, ansimando, e si baciarono di nuovo,
se possibile con maggiore foga di prima. Da quel momento in poi fu come
se vagassero nei regni inesplorati della mente e del corpo. Correvano
insieme su un carro sfuggito al loro controllo, trascinato soltanto dai
cavalli ribelli dell'amore e del desiderio.
Sempre restando stretti, si lasciarono cadere sulla sabbia soffice e bianca
dello uadi, avvinghiati come nemici. I loro occhi allucinati parevano
diventati ciechi, il respiro era spezzato e irregolare. Il lino della veste di
Mintaka si sbriciolò tra le mani di Nefer come un foglio di papiro,

Wilbur Smith 189 2001 - Figli Del Nilo


lasciandogli insinuare la mano nell'apertura. Lei gemette come se fosse in
agonia, ma schiuse le gambe, diventando docile e flessibile. Nessuno dei
due aveva idea di come sarebbe finita. Nefer non desiderava altro che
sentire la pelle vellutata di lei contro la propria, senza ostacoli che
separassero le loro carni. Era un'esigenza profonda, dalla quale pareva che
dipendesse la sua stessa vita. Si strappò di dosso la veste, poi si strinsero
l'uno all'altra, totalmente assorti nella sensazione estatica dei loro due corpi
caldi e giovani che si fondevano. Senza rendersene conto, Nefer cominciò
a muoversi, oscillando in modo ritmico contro di lei, che assecondava i
suoi movimenti come se fosse a bordo di un carro lanciato a tutta velocità
su un terreno irregolare.
D'improvviso, Mintaka sentì qualcosa di duro che premeva
imperiosamente contro di lei, e provò l'impulso quasi irresistibile di
rispondere colpo su colpo, di aiutarlo a infrangere le difese, di accoglierlo
nel suo nido morbido e segreto.
Poi si sentì riportare bruscamente alla realtà e scalciò, inarcando il dorso
e lottando con rinnovata energia, come una gazzella nelle fauci di un
ghepardo. Si sottrasse con violenza al bacio per gridare: «No, Nefer! Lo
hai promesso! Hai giurato sull'occhio ferito di Horus!»
Lui si allontanò di scatto, come se avesse ricevuto in pieno un colpo
della frusta usata per guidare i carri. La fissò con gli occhi sbarrati, quasi
terrorizzato. La sua voce era roca e ansimante come se avesse corso per un
lungo tratto. «Mintaka, amore, tesoro mio. Non so che cosa mi è successo.
È stata una follia. Non volevo...» Accennò un gesto disperato. «Preferirei
morire piuttosto che violare il giuramento e disonorarti.»
Mintaka aveva il respiro così affannoso che non poté rispondere subito.
Distolse lo sguardo dal corpo nudo di lui, mentre Nefer continuava, in tono
supplichevole: «Ti prego, non odiarmi. Non sapevo che cosa facevo».
«Non ti odio, Nefer. Non potrei mai odiarti.» L'angoscia di Nefer era
insopportabile, tanto che avrebbe voluto - gettarsi di nuovo tra le sue
braccia per consolarlo, ma ora sapeva quanto poteva essere pericoloso. Si
aggrappò alla ruota del carro per alzarsi. «E' colpa tanto mia quanto tua.
Non avrei dovuto permettere che accadesse.» Le tremavano le gambe,
mentre tentava di ravviarsi i capelli, scostandoli dal viso con entrambe le
mani.
Lui si alzò a sua volta con aria colpevole, fece un passo verso di lei, ma
poi, vedendola indietreggiare, si fermò subito. «Ti ho strappato la veste!»

Wilbur Smith 190 2001 - Figli Del Nilo


mormorò. «L'ho fatto senza volerlo.»
Abbassando gli occhi, lei si accorse di essere seminuda. Si affrettò ad
accostare i lembi strappati, allontanandosi ancora di più. «Devi vestirti»,
mormorò poi, fissandolo suo malgrado. Era così bello che sentì riaffiorare
il desiderio, e s'impose di guardare altrove. Lui si chinò in fretta per
raccogliere il gonnellino che aveva lasciato cadere a terra e allacciarsi la
cintura alla vita.
Rimasero immobili, in un silenzio colpevole e imbarazzato. Mintaka
cercava disperatamente qualche parola capace di distrarre entrambi da quel
momento terribile. Le venne in aiuto il suo corpo, perché si accorse di
avere la vescica piena in modo insopportabile. «Devo andare!»
«No», la supplicò Nefer. «Non era nelle mie intenzioni. Perdonami, non
si ripeterà più. Resta con me. Non lasciarmi.»
Lei sorrise, ancora scossa. «No, non capisci. Resterò via solo per poco.»
Fece un gesto inequivocabile con le mani che tenevano chiusa la gonna
strappata. «Non ci metterò molto.»
Il sollievo di Nefer fu quasi patetico. «Oh, capisco. Terrò pronto il
carro.» Si diresse verso i cavalli, mentre lei si allontanava, addentrandosi
nel boschetto di alberi spinosi.

Il leone la spiò attraverso gli alberi, mentre si avvicinava al punto


dov'era in agguato, e appiattì le orecchie contro il cranio, schiacciandosi
ancor più sul terreno sassoso.
Era vecchio, ormai aveva superato da tempo l'età dello splendore. Nel
folto pelame della criniera si scorgevano alcuni fili grigi; un tempo il dorso
era stato lucente, con una lieve sfumatura bluastra, ma ormai era
leggermente brinato dalla vecchiaia. I denti erano logori e macchiati, senza
contare che una delle lunghe zanne si era spezzata vicino alla gengiva.
Anche se poteva ancora abbattere un torello adulto e ucciderlo con un solo
colpo di una delle zampe enormi, gli artigli erano così fragili e smussati
che gli riusciva difficile catturare una preda più agile. La notte precedente
si era lasciato sfuggire un orice, e ormai la fame era diventata un dolore
insistente e ottuso che gli covava nel ventre.
Osservava la creatura umana con gli occhi gialli, il labbro superiore
sollevato in un ringhio silenzioso. Quand'era cucciolo, la madre gli aveva
insegnato a nutrirsi delle carni dei morti abbandonati sui campi di
battaglia, e quindi non provava la ripugnanza istintiva di altri carnivori per

Wilbur Smith 191 2001 - Figli Del Nilo


il gusto della carne umana. Nel corso degli anni aveva ucciso e divorato
qualunque genere di preda gli si presentasse, quindi la creatura che gli
veniva incontro attraverso i cespugli della boscaglia era per lui una preda
naturale.
Mintaka si fermò a una cinquantina di passi dal punto in cui si trovava la
belva, guardandosi intorno. Durante la caccia, l'istinto suggeriva al leone
di evitare lo sguardo diretto della preda, quindi abbassò la testa verso il
terreno, socchiudendo gli occhi. Quello non era il momento di attaccare,
perciò mantenne la coda rigida e bassa.
La ragazza si fermò dietro il tronco di uno degli alberi, accovacciandosi
per liberare la vescica. Il leone arricciò il muso in pieghe profonde,
fiutando l'odore acre dell'urina, che ridestò il suo interesse. Mintaka si
alzò, lasciando ricadere la gonna sulle cosce, e si allontanò dal leone per
tornare verso il punto in cui l'attendeva Nefer.
Il leone cominciò a sferzare il terreno con la coda, avanti e indietro, nel
preludio all'attacco. Alzò la testa, battendosi i fianchi con la coda che
terminava in un ciuffo nero.
Mintaka udì il fruscio ritmico e il tonfo della coda e si fermò, voltandosi
a guardare, perplessa. In quel momento si trovò davanti gli occhi gialli
della bestia e urlò, con un timbro acuto che colpì al cuore Nefer. Girandosi
di scatto, lui afferrò al volo la situazione: la ragazza e la bestia
accovacciata di fronte a lei.
«Non fuggire!» gridò. Sapeva che, se lei avesse cominciato a correre,
avrebbe scatenato il riflesso felino della caccia nel leone. «Arrivo!»
Afferrò l'arco e la faretra fissati alla sponda del carro e corse verso di lei,
incoccando una freccia.
«Non correre!» ripeté, disperato, ma in quel momento il leone ruggì. Era
un suono terribile, che parve vibrare nelle ossa di Mintaka, facendole
tremare il terreno sotto i piedi. Lei non riuscì a dominare il terrore che la
sopraffaceva: si girò di scatto e corse alla cieca verso Nefer, singhiozzando
a ogni passo.
La criniera del leone si sollevò all'istante, formando come un'aureola
scura intorno alla testa, e l'animale si lanciò alla carica, sfrecciando tra gli
alberi con la velocità di un lampo bruno. La raggiunse con grande facilità,
come se lei fosse immobile, radicata al suolo.
Nefer si fermò di colpo, lasciando cadere la faretra per avere le mani
libere, e tese la corda dell'arco. L'impennatura della freccia gli sfiorò le

Wilbur Smith 192 2001 - Figli Del Nilo


labbra, mentre prendeva la mira, puntando al petto massiccio e ansimante
del leone. Anche se la distanza era ridotta, si trattava di un tiro difficile. La
bestia arrivava in direzione trasversale, quindi l'angolazione era essenziale,
e Mintaka si trovava proprio sulla linea di tiro. Inoltre lui sapeva che una
semplice ferita non sarebbe bastata a salvarla. Doveva mettere a segno la
freccia negli organi vitali della bestia, per riuscire a bloccarla e offrire a lei
la possibilità di fuggire, ma non c'era il tempo di fare calcoli precisi,
perché il leone le era quasi addosso.
Arrivava lanciando grugniti a ogni balzo, mentre ciottoli e zolle di fango
schizzavano sotto l'impatto delle grosse zampe. Gli occhi gialli erano
davvero terribili. Nefer aggiustò il tiro per precederlo leggermente,
calcolando un margine pari alla larghezza di una mano per la deviazione
della freccia durante il volo, poi gridò con tutte le sue forze: «Mintaka,
giù! Lascia campo libero alla freccia!»
Durante le settimane che avevano trascorso insieme a caccia si era creato
tra loro un accordo reciproco, e lei aveva imparato ad avere fiducia in lui.
Nonostante il terrore, Nefer riuscì a farsi sentire. E lei obbedì senza esitare.
Rinunciando alla fuga, si gettò a terra, schiacciandosi sul terreno sassoso
quasi sotto le fauci del leone lanciato all'attacco.
Nello stesso istante in cui lei si lasciò cadere, Nefer scoccò la freccia
che, ai suoi occhi atterriti, si spostò nello spazio che la separava dal
bersaglio con la lentezza sonnolenta di un predatore ormai sazio. Quando
passò oltre il punto in cui giaceva Mintaka, cominciava già ad abbassarsi:
un'arma minuscola, lenta e inefficace contro un animale così massiccio.
Poi raggiunse il bersaglio. Nefer si aspettava quasi che l'asta sottile si
spezzasse con uno schiocco, spazzata via con disprezzo dall'animale che
grugniva e correva.
Proprio mentre il leone spalancava la bocca, mostrando la schiera di
zanne irregolari e macchiate, la punta di selce scomparve nel fitto strato di
peli scuri che gli coprivano il petto. L'impatto non produsse nessun suono,
ma l'asta sottile e dritta della freccia scivolò nel pelame, cosicché rimasero
all'esterno soltanto un breve tratto dell'asta e le piume di colore vivace
dell'impennatura.
Nefer pensò di averlo colpito al cuore. E la bestia, assalita da una
potente convulsione, spiccò un balzo, mentre il suo grugnito si trasformava
in una serie di ruggiti continui che scrollarono le foglie secche, facendole
cadere dai rami spinosi. Poi il leone girò su se stesso, percuotendosi il

Wilbur Smith 193 2001 - Figli Del Nilo


petto e masticando la punta sporgente della freccia. Mintaka giaceva quasi
sotto le sue zampe, che si dibattevano furiosamente.
«Allontanati da lui!» gridò Nefer. «Scappa!»
Si chinò per prendere un'altra freccia dalla faretra ai suoi piedi e prese a
correre, incoccandola mentre si avvicinava. Mintaka balzò in piedi. Si era
ripresa quanto bastava per non ostacolargli la mira correndo verso di lui in
cerca di protezione; si rifugiò invece dietro il tronco dell'albero più vicino,
ma quel movimento fu sufficiente per attirare di nuovo su di lei
l'attenzione del leone ferito. Ormai in preda alla sofferenza e al furore,
anziché alla fame, si scagliò contro di lei. Gli artigli curvi e gialli
strapparono una striscia di corteccia umida dal tronco dietro il quale
Mintaka era rannicchiata.
«Vieni! Io sono qui! Vieni da me!» gridò Nefer in tono selvaggio,
tentando di distrarre il leone. L'animale volse nella sua direzione la testa
enorme dalla criniera ispida, e Nefer tirò, con un gesto disperato; ma gli
tremavano le braccia, e la mira era stata frettolosa e approssimativa. La
punta di selce della freccia raggiunse la bestia in un punto che non era
vitale, affondando nel ventre. Il leone, avvertendo la puntura, prese a
tossire e lasciò perdere Mintaka per scagliarsi contro Nefer.
Per quanto la bestia fosse ferita a morte e cominciasse già a rallentare,
Nefer non riuscì a schivare quel nuovo attacco. Aveva scagliato l'ultima
freccia e la faretra era sul terreno, lontana dalla sua portata. Si abbassò per
estrarre il pugnale dal fodero che portava alla cintola. Era un'arma ridicola
contro quel leone inferocito: la lama di bronzo era infatti troppo corta per
penetrare fino al cuore. Però Nefer aveva sentito dire dai battitori di corte
che a volte era possibile scampare miracolosamente alla morte anche in
una situazione così disperata. Quando il leone spiccò l'ultimo balzo, il
giovane ricadde all'indietro, senza tentare di resistere al peso e all'impeto
dell'animale. Rimase disteso a terra tra le sue zampe anteriori, mentre il
leone spalancava le fauci e gettava la testa all'indietro, preparandosi a
schiacciargli il cranio con le zanne terribili. Aveva un alito nauseabondo,
che sapeva di carne marcia e tombe scoperte, tanto che Nefer si sentì
assalire da un conato di vomito. Poi si fece forza, ficcando la mano destra
armata di pugnale in fondo alle mascelle aperte, e il leone le chiuse
istintivamente.
Nefer teneva saldamente in pugno l'arma, con la lama rivolta in alto, e,
quando le mascelle del leone si chiusero, la punta di bronzo penetrò nel

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palato. Il ragazzo allora ritirò la mano di scatto prima che le zanne
potessero spezzargli le ossa del polso, e le fauci del leone rimasero
bloccate in posizione aperta dal pugnale.
L'animale cercò di strapparsi la lama di bocca con le zampe anteriori,
sguainando gli artigli. Nefer intanto si divincolava sotto il corpo poderoso,
cercando di sfuggire ai colpi degli artigli, ma la veste che portava si
squarciò, e lui sentì quegli uncini d'osso lacerargli le carni. Capì di non
poter resistere ancora a lungo. Senza quasi rendersene conto, gridò al leone
che lo sovrastava: «Lasciami, sudicia creatura! Vattene! Vattene!»
Il leone continuava a ruggire, e il sangue che scorreva dal palato ferito,
mescolato alla saliva ardente, sprizzò fuori in una nuvola color cremisi che
ricadde sul viso di Nefer.
Le grida del giovane riscossero Mintaka, ma, quando la ragazza fece
capolino dal tronco dell'albero spinoso, si trovò davanti uno spettacolo
orribile: Nefer ricoperto di sangue e schiacciato sotto la mole del leone.
Convinta che la bestia lo stesse maciullando, lei dimenticò ogni timore per
se stessa.
L'arco di Nefer era rimasto intrappolato sotto il suo corpo e senza di esso
la faretra piena di frecce era inutile. Scattando sul terreno aperto, Mintaka
corse verso il carro. Le grida e i ruggiti alle sue spalle la pungolavano,
spingendola a correre così veloce che temeva di sentirsi scoppiare il cuore.
I cavalli, rimasti poco lontano, erano terrorizzati dall'odore della bestia e
dai suoi ruggiti. S'impennavano e scuotevano la testa, scalciando per
liberarsi dalle tirelle. Sarebbero fuggiti già da tempo, se Nefer non avesse
assicurato il fermo della ruota, cosicché potevano soltanto girare in
cerchio. Mintaka corse a perdifiato, schivando gli zoccoli scalpitanti per
saltare a bordo del carro. Poi afferrò le redini allentate, chiamando per
nome i cavalli: «Forza, Guardastella! Tieni duro, Maglio!» Più di una
volta, nelle loro spedizioni di caccia, Nefer le aveva permesso di guidare il
carro, quindi i cavalli riconobbero la sua voce e il suo tocco sulle redini.
Riuscì ben presto a riportarli sotto controllo, ma a lei pareva che fosse
trascorsa un'eternità, perché nel frattempo continuava a sentire le grida di
Nefer e i ruggiti assordanti del leone. Non appena riuscì a controllare di
nuovo la pariglia, si protese oltre il fianco del carro per togliere il freno.
Poi guidò i cavalli in una brusca svolta a sinistra, sferzandoli in avanti,
verso il leone e la sua vittima.
Maglio s'impuntò, ma Guardastella le obbedì. Lei afferrò la frusta, che

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Nefer non aveva mai usato su di loro, e assestò sui fianchi lucenti di
Maglio un colpo che lasciò un solco in rilievo spesso come il suo pollice.
«Via!» gridò. «Forza, Maglio, accidenti a te!»
Stupito, Maglio balzò in avanti, e i cavalli puntarono a tutta velocità
verso il leone. L'attenzione del predatore era rivolta alla vittima che
gridava e si dibatteva tra le sue zampe, quindi non alzò neanche la testa
quando il carro gli piombò addosso.
Mintaka lasciò cadere la frusta, raccogliendo la lunga lancia sistemata
nel contenitore delle armi. L'aveva portata per Nefer durante le loro ore di
caccia, quindi ora la sentiva leggera e familiare nella mano destra.
Guidando i cavalli con le redini strette nella sinistra, si protese oltre la
sponda laterale, sollevando la lancia. Quando gli passò accanto, il leone
era accovacciato, con la testa bassa e la nuca scoperta. Il punto esatto di
congiunzione tra la spina dorsale e il cranio era coperto dal folto cespuglio
nero della criniera, eppure lei riuscì a individuarlo e vi conficcò la lancia
con tutta la forza conferitale dalla paura e dall'amore per Nefer.
La mano che spingeva la lancia aveva anche dalla sua l'impeto del carro
lanciato a tutta velocità. Con grande stupore di Mintaka, la lama penetrò
facilmente, conficcandosi nella pelle spessa e affondando nella nuca
dell'animale. Sentì il leggero scatto nel polso quando la punta della lancia
trovò la giuntura tra le vertebre e proseguì, recidendo il midollo spinale.
Quando il carro proseguì la corsa, l'asta della lancia le sfuggì di mano,
ma il leone si accasciò sul corpo di Nefer. Non fremette neppure una volta:
era morto sul colpo.
Ci vollero almeno cinquanta cubiti per arrestare la corsa sfrenata dei due
cavalli. Mintaka li riportò indietro e li costrinse a tornare nel punto in cui
Nefer giaceva sotto l'enorme carogna del leone. Ed ebbe addirittura la
presenza di spirito d'inserire il freno della ruota prima di balzare a terra.
Era evidente che le ferite di Nefer erano gravi. A giudicare dal sangue di
cui era coperto, lei pensò che poteva addirittura essere morto. Cadde in
ginocchio accanto a lui. «Nefer, parlami. Puoi sentirmi?»
Con suo immenso sollievo, lui girò la testa verso di lei e aprì gli occhi.
«Sei tornata», mormorò. «Bak-her, Mintaka, bak-her!»
«Ora te lo tolgo di dosso.»
Accorgendosi che l'enorme peso dell'animale morto gli toglieva il
respiro, balzò in piedi, cercando di afferrarlo per la testa.
«La coda», bisbigliò Nefer, sofferente, col viso ridotto a una maschera di

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sangue. «Fallo rotolare tirandolo per la coda.»
Lei fu pronta a obbedirgli, e afferrò la lunga coda che terminava con un
ciuffo, tirando con tutte le sue forze. A poco a poco i quarti posteriori della
bestia cominciarono a spostarsi e tutto il corpo ricadde di lato, liberando
Nefer.
Mintaka s'inginocchiò accanto a lui, mettendolo a sedere, ma il ragazzo
barcollò come ubriaco e fu costretto ad aggrapparsi a lei.
«Che Hathor mi aiuti!» pregò la giovane. «Sei ferito gravemente... C'è
tanto sangue...»
«Non è tutto mio», proruppe lui, ma dalla coscia destra, nel punto in cui
gli artigli del leone avevano lacerato un vaso sanguigno, si levò uno
zampillo scarlatto. Taita lo aveva istruito a lungo nella cura delle ferite di
guerra, e lui premette il pollice sulla lacerazione, schiacciandola finché il
getto di sangue non si ridusse.
«Va' a prendere l'otre dell'acqua», le ordinò, e Mintaka corse verso il
carro. Lo sostenne mentre beveva avidamente, poi con tenerezza gli lavò
dal viso il sangue e lo sporco, scoprendo, con enorme sollievo, che non era
ferito. Tuttavia, quando ispezionò le altre ferite, fece fatica a nascondere
l'angoscia, accorgendosi di quanto fossero gravi.
«Il pagliericcio che uso di notte è sul carro.» Nefer parlava con voce
sempre più fioca. Lei glielo portò, e il ragazzo la pregò di svolgere il
rotolo, dove trovò anche il necessario per cucire, un ago e un filo di seta.
Le mostrò come legare il vaso sanguigno che gettava sangue. Era un
lavoro che le riusciva facile, e Mintaka non mostrò né esitazioni né
remore. Le sue mani si coprirono di sangue fino ai polsi, mentre con dita
agili faceva passare un filo intorno all'arteria aperta e chiudeva le
lacerazioni più profonde con rapidi tocchi dell'ago. Sempre seguendo le
sue istruzioni, utilizzò alcune strisce strappate dalla veste lacerata per
fasciare le ferite. Era un intervento rozzo e approssimativo, ma sufficiente
ad arrestare l'emorragia.
«Per ora è tutto quello che possiamo fare. Devo aiutarti a salire sul carro
per portarti dove un chirurgo farà il resto. Oh, se solo ci fosse Taita.»
Corse verso Guardastella, prendendolo per le briglie in modo da
condurre il carro nel punto in cui giaceva Nefer, appoggiato su un gomito a
fissare con intensità la grossa massa del leone che giaceva accanto a lui.
«Il mio primo leone», mormorò con malinconia. «Se non lo scuoiamo
subito, il trofeo si rovinerà. I peli cadranno.»

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Nell'impeto della terribile ansia che provava per lui, Mintaka perse la
calma. «Questa è la più grossa idiozia che io abbia mai sentito. Rischieresti
la vita per un pezzo di pelliccia puzzolente?» Furiosa, lo aiutò a rimettersi
in piedi. Per sollevarlo fu necessario uno sforzo colossale. Lui si appoggiò
a Mintaka con tutto il suo peso; zoppicando, raggiunse il carro e si lasciò
cadere sul fondo.
Lei usò la pelle di pecora del suo giaciglio per sistemarlo nella posizione
più comoda possibile, poi salì a sua volta, restando immobile, con le redini
tra le mani.
«Da che parte?» gli domandò.
«A quest'ora il resto della squadra sarà lontano, nella valle, e andrà
troppo veloce perché possiamo raggiungerlo. Inoltre è lanciato nella
direzione sbagliata», le disse Nefer. «Gli altri cacciatori sono sparsi qua e
là nel deserto. Potremmo cercarli tutto il giorno senza trovare nessuno.»
«Dobbiamo tornare verso la flotta, che è all'ancora a Dabba. Sulle navi
c'è un chirurgo.» Era l'unica conclusione realistica, e lui non poté che
annuire. Mintaka mise i cavalli al passo per uscire dal boschetto e ritornare
verso sud.
«Per raggiungere Dabba ci vogliono tre ore e più», gli fece notare.
«No, se tagliamo l'ansa del fiume», replicò Nefer. «Così potremo
abbreviare il percorso di almeno quattro leghe.»
Mintaka esitò, guardando a oriente, verso il deserto che lui voleva farle
attraversare. «Potrei smarrire la strada», mormorò, spaventata.
«Ti guiderò io», insistette Nefer, confidando nelle istruzioni che Taita
gli aveva impartito, viaggiando nel deserto.
Lei ordinò ai cavalli di girare a sinistra, prendendo mentalmente nota
della presenza di una collinetta di scisto azzurrino nella direzione che
Nefer le aveva indicato.
Quand'erano forti e in piena salute, godevano entrambi del movimento
del carro che sobbalzava sul terreno irregolare, bilanciando il rollio con le
gambe giovani e agili. Ma in quel momento, anche se teneva i cavalli al
passo o al trotto, l'impatto con ogni sasso e ogni gobba del percorso si
ripercuoteva sul corpo dilaniato di Nefer. Lui sudava, facendo smorfie di
dolore, ma tentava di mascherare la sofferenza e il disagio che provava per
evitare che Mintaka se ne accorgesse. Tuttavia, col passare delle ore, le
ferite s'irrigidirono e il tormento divenne intollerabile. Dopo un impatto
particolarmente violento, lanciò un gemito e scivolò nell'incoscienza.

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Mintaka arrestò subito la pariglia, tentando di rianimarlo. Dopo aver
inzuppato nell'acqua un tampone di lino, lo spremette per fargli cadere tra
le labbra alcune gocce, poi gli tamponò il viso pallido e sudato. Tentò di
bendare di nuovo le ferite, ma scoprì che lo squarcio sulla coscia aveva
ripreso a sanguinare. Allora fece di tutto per stagnare il sangue, ma riuscì
soltanto a ridurre l'emorragia. «Ti riprenderai, mio caro», gli disse con una
fiducia che non sentiva. Poi lo abbracciò dolcemente, dandogli un bacio
sulla fronte prima di riprendere le redini.
Un'ora dopo diede a Nefer e ai cavalli l'ultima acqua che restava. Lei
non bevve affatto. Poi si alzò il più possibile sul carro per guardarsi
intorno, scrutando le colline di ghiaia e di scisto che danzavano, oscillando
nel miraggio prodotto dalla calura. Sapeva di essersi smarrita.
Mi sono spinta troppo a oriente? si domandò, cercando di fissare il sole
per calcolarne l'angolazione. Ai suoi piedi, Nefer si agitò, gemendo, e lei
abbassò gli occhi, sorridendo con aria coraggiosa. «Ormai non manca
molto, tesoro. Oltre la prossima collina dovremmo vedere il fiume.»
Sistemò meglio la pelle di pecora presa dal suo giaciglio sotto la testa di
Nefer, poi si alzò, raccolse le redini e si fece forza. All'improvviso si
accorse di quanto fosse esausta: tutti i muscoli del corpo le dolevano,
mentre gli occhi erano infiammati e arrossati dal riverbero del sole e dalla
polvere. Dovette farsi forza per riprendere a guidare il carro.
Ben presto anche i cavalli cominciarono a mostrare segni di stanchezza.
Avevano smesso di sudare, e sul loro dorso si formò uno strato di polvere
bianca. Quando tentò di spingerli al trotto, non reagirono, e allora lei scese
per prendere tra le mani la testa dello stallone e condurli al passo. Ormai
barcollava anche lei, ma alla fine, in fondo a una valle sabbiosa, trovò le
tracce di un carro e si sentì risollevata.
«Sono diretti a oriente», mormorò con le labbra che cominciavano a
gonfiarsi e a screpolarsi. «Ci condurranno di nuovo al fiume.» Continuò a
muoversi, seguendo i solchi delle ruote, ma qualche tempo dopo si fermò
all'improvviso, confusa, scoprendo le proprie impronte vicino alle tracce.
Impiegò qualche tempo per rendersi conto che doveva aver camminato in
circolo: seguiva le sue stesse tracce.
Allora fu sopraffatta dalla disperazione e si accasciò in ginocchio,
impotente e smarrita, sussurrando a Nefer: «Mi dispiace, tesoro. Ti ho
deluso». Ma il ragazzo non poteva rispondere: era svenuto.
Accarezzandogli i capelli incrostati di sangue, li scostò dal viso. Poi alzò la

Wilbur Smith 199 2001 - Figli Del Nilo


testa verso la sommità della bassa collina che sorgeva a oriente e batté le
palpebre. Scrollò la testa per schiarirsi la vista, distolse lo sguardo per far
riposare gli occhi che bruciavano, poi tornò a guardare in quella direzione.
Sentì di nuovo lo spirito risollevarsi, ma ancora non poteva credere che
quanto vedeva fosse realtà e non un'illusione.
In cima alle colline, sopra di loro, c'era una figura scarna che si stagliava
sulla linea dell'orizzonte, appoggiata a un lungo bastone. I capelli d'argento
splendevano come una nuvola e la brezza ardente del deserto faceva
sventolare la veste sulle gambe sottili come quelle di un airone.
«Oh, per Hathor e per tutte le dee, non è possibile.» Accanto a lei, Nefer
aprì gli occhi. «Taita è vicino», mormorò. «Lo sento vicino.»
«Sì, Taita è qui.» Lei parlava con un filo di voce, tenendosi le mani sulla
gola per la sorpresa. «Ma come ha fatto a sapere dove poteva trovarci?»
«Lui sa. Taita sa», rispose Nefer, chiudendo gli occhi e ricadendo
nell'incoscienza.
Il vecchio scese a lunghe falcate il pendio per raggiungerli, e Mintaka si
alzò per andargli incontro, a passi incerti. Ben presto sentì svanire la fatica
e cominciò a salutarlo, agitando le mani e gridando, quasi in delirio per la
gioia.

Taita guidò il carro lungo il pendio scosceso, dirigendosi verso il fiume


e il villaggio di Dabba. I cavalli risposero al suo tocco, procedendo a
un'andatura tranquilla che risparmiava le scosse peggiori al ragazzo ferito
sul carro. Grazie a chissà quale istinto, pareva che sapesse di quali
medicine e fasciature avrebbe avuto bisogno Nefer, e le aveva portate con
sé. Dopo aver cambiato le bende al ragazzo, aveva condotto i cavalli verso
una sorgente d'acqua nascosta nei pressi, dove l'acqua amara aveva
rianimato gli animali. Poi aveva fatto salire di nuovo Mintaka sul carro,
puntando senza esitare in direzione di Dabba e del fiume.
Mintaka, che viaggiava al suo fianco, lo aveva pregato, quasi in lacrime,
di spiegarle come aveva fatto a sapere che avevano bisogno di lui e dove li
avrebbe trovati. Taita si era limitato a sorridere con dolcezza, gridando ai
cavalli: «Piano, ora, Maglio! Calma, Guardastella!»
Nefer, disteso sul fondo, era immerso nel sonno profondo indotto dalla
droga ricavata dallo shepenn rosso, e le ferite erano state medicate, pulite e
fasciate con bende di lino.
Un tramonto rosso si stava smorzando sul Nilo come un fuoco morente

Wilbur Smith 200 2001 - Figli Del Nilo


nella boscaglia. Le imbarcazioni della flotta erano all'ancora sul fiume,
simili a giocattoli nella luce sempre più fioca del crepuscolo.
Apepi e Naja vennero loro incontro dal villaggio di Dabba. Il reggente
era molto agitato, e Apepi cominciò a sgridare la figlia non appena lei fu
alla portata della sua voce tonante: «Dove sei stata, sciocca ragazzina?
Mezzo esercito ti sta cercando!»
L'agitazione del nobile Naja si placò non appena fu abbastanza vicino
per vedere Nefer bendato e svenuto sul fondo del carro. E il reggente
divenne quasi allegro allorché Taita gli spiegò fino a che punto fossero
gravi le ferite del Faraone.
Semisvenuto, Nefer fu trasportato in riva al fiume su una lettiga e issato
delicatamente a bordo di una delle navi da un gruppo di battellieri.
«Voglio che il Faraone sia trasportato a Tebe il più presto possibile», disse
Taita a Naja, «anche se questo significa viaggiare di notte. Esiste il
concreto pericolo di un'infezione. Accade, se si viene feriti da un leone... E
come se le zanne e gli artigli fossero immersi in un veleno molto efficace.»
«Puoi ordinare alle navi di salpare subito», rispose Naja di fronte alla
compagnia riunita, ma poi prese per il braccio Taita, tirandolo in disparte
lungo la riva del fiume perché nessuno potesse ascoltare i loro discorsi.
«Ricorda sempre, mago, il compito che ti è stato affidato dagli dei. In
questa situazione imprevista scorgo chiaramente l'intervento divino. Se il
Faraone dovesse morire in seguito alle ferite, nessuno nei due regni
potrebbe interpretarlo come un evento innaturale.» Non aggiunse altro,
fissando Taita con uno sguardo penetrante.
«Il volere degli dei prevarrà su ogni altra considerazione», convenne
Taita, in tono tranquillo ma enigmatico.
Naja lesse nella sua risposta quello che voleva sentire. «Siamo
d'accordo, Taita. Ripongo la mia fiducia in te. Va' in pace. Ti seguirò a
Tebe dopo che avremo provveduto ad Apepi.» Il modo in cui era formulata
quell'ultima osservazione colpì il mago, perché gli parve insolita, ma lui
era troppo turbato per riflettervi. Naja accennò un sorriso misterioso, e
aggiunse: «Chissà, forse al nostro prossimo incontro ci scambieremo
notizie di grande importanza».
Affrettandosi a salire a bordo della nave, Taita entrò nella piccola cabina
sul ponte dove giaceva Nefer, e trovò Mintaka in ginocchio vicino alla
lettiga, in lacrime.
«Che c'è, mia cara?» le chiese in tono gentile. «Sei stata coraggiosa

Wilbur Smith 201 2001 - Figli Del Nilo


come una leonessa. Ti sei battuta col coraggio di un guerriero della guardia
reale. Come puoi scioglierti in lacrime proprio adesso?»
«Mio padre ha deciso di riportarmi ad Avaris domattina, mentre dovrei
restare con Nefer. Sono la sua promessa sposa, e lui ha bisogno di me.
Abbiamo bisogno l'uno dell'altra.» Alzò gli occhi per guardarlo e lui ebbe
un moto di compassione: quella fanciulla era davvero esausta tanto
fisicamente quanto emotivamente.
Lei gli afferrò le mani. «Oh, mago! Non vuoi andare da mio padre a
chiedergli di lasciarmi tornare a Tebe per aiutarti a curare Nefer? A te mio
padre darà ascolto.»
Invece Apepi rispose con una risata sarcastica, quando Taita tentò di
persuaderlo. «E dovrei mettere il mio agnellino nel recinto di Naja?»
Scosse la testa, divertito. «Ho tanta fiducia in Naja quanta ne avrei in uno
scorpione. Chi può sapere quali trucchi tenterebbe, se gli lasciassi questa
moneta con cui mercanteggiare? Quanto al tuo giovane cucciolo, Nefer,
s'infilerebbe sotto le sue gonne come il falco piomba su una gallinella,
ammesso che non si sia già spinto su quella strada.» Rise di nuovo. «Non
voglio che il valore di mia figlia venga svalutato. No, mago, Mintaka torna
sotto le mie ali, e resterà ad Avaris fino al giorno delle nozze. E nessuno
dei tuoi incantesimi mi farà cambiare idea su questo punto.»
In preda alla malinconia, Mintaka andò a prendere congedo da Nefer.
Lui era cosciente solo a metà, indebolito dal sangue che aveva perso, ma,
quando lei lo baciò, aprì gli occhi. Gli parlò sottovoce, riconfermandogli il
suo amore, mentre Nefer la guardava negli occhi. Prima di alzarsi per
andarsene, lei prese il medaglione d'oro che portava appeso al collo.
«Questo contiene una ciocca dei miei capelli. È la mia anima, e la dono a
te.» Gli mise il medaglione tra le mani, e lui lo strinse tra le dita.
Così Mintaka rimase sola in riva al Nilo, mentre la nave veloce che
portava via Nefer e Taita affrontava la corrente. Con venti rematori per
lato e un ricciolo bianco di schiuma sotto la prua, navigava sul fiume
controcorrente, in direzione di Tebe. Mintaka non salutò con la mano la
figura alta di Taita sulla poppa, ma lo seguì con uno sguardo smarrito.

La mattina dopo Apepi e il reggente, il nobile Naja, tennero una riunione


finale a bordo della chiatta reale degli hyksos. Erano presenti tutti i nove
figli maschi del re, e Mintaka era seduta accanto al padre. Apepi la teneva
sotto stretta sorveglianza fin dalla sera prima, quand'era partita la nave che

Wilbur Smith 202 2001 - Figli Del Nilo


trasportava il Faraone Nefer Seti. Sapeva per esperienza che la figlia era
troppo volitiva perché lui potesse fidarsi del suo giudizio, del suo senso del
dovere filiale e della sua obbedienza.
La cerimonia di congedo si svolse sul ponte della nave di Apepi, con
attestazioni di reciproca fiducia e devozione alla causa della pace.
«Possa durare mille anni!» intonò Naja, consegnando ad Apepi l'Oro
dell'Eternità, un'onorificenza creata proprio per quella fausta occasione.
«Mille volte mille», replicò Apepi con altrettanta gravità, mentre il
reggente gli sistemava sulle spalle la catena dell'onorificenza, tempestata
di gemme preziose e pietre dure. Si abbracciarono con affetto fraterno,
prima che Naja tornasse verso la sua nave a bordo di una barca a remi.
Quando le due flotte si separarono, una per tornare a Tebe e l'altra per
discendere la corrente, percorrendo centinaia di leghe verso Menfi e
Avaris, gli equipaggi si salutarono con reciproci applausi. Ghirlande e
corone intrecciate di fronde di palma e fiori furono lanciate da
un'imbarcazione verso l'altra, costellando la superficie del grande fiume.
Il viaggio del re Apepi non aveva un tale carattere di urgenza da
costringere la flotta a proseguire la navigazione anche nell'oscurità di una
notte senza luna, così, per quella sera, gettarono l'ancora a Balasfura, di
fronte al tempio di Hapi, il dio ermafrodito del Nilo. Il re e la sua famiglia
sbarcarono per sacrificare un bue candido sull'altare del santuario. Il Gran
Sacerdote sventrò la bestia che muggiva, estraendo le viscere mentre essa
era ancora viva per interpretare gli auspici che riguardavano il re. Scoprì
atterrito che il ventre dell'animale era infestato di vermi bianchi, che si
riversarono sul pavimento del tempio formando una massa fremente. Con
prontezza, tentò di nascondere al re quel fenomeno disgustoso, gettandovi
sopra il mantello e cominciando a inventare qualche frottola, ma Apepi lo
scostò con un gesto brusco, trovandosi di fronte a quello spettacolo
orribile. Rimase anche lui visibilmente scosso e, una volta tanto,
abbandonò in silenzio il tempio per scendere verso la riva del fiume, dove
Trok e gli ufficiali al suo comando avevano organizzato un banchetto per
intrattenerlo.
Persino i galletti sacri del tempio, di colore nero, si rifiutarono di
beccare le viscere infette dell'animale sacrificato. I sacerdoti gettarono
quella massa disgustosa sul fuoco del tempio, ma, invece di ridurle in
cenere, quelle fiamme che ardevano ininterrottamente fin dai tempi antichi
si spensero. Gli auspici non potevano essere peggiori, ma il Gran

Wilbur Smith 203 2001 - Figli Del Nilo


Sacerdote ordinò di seppellire le viscere dell'animale sacrificato e di
riaccendere il fuoco. «Non ho mai visto un presagio così infausto»,
confidò ai suoi accoliti. «Un segno del genere da parte del dio Hapi può far
presagire soltanto qualche evento terribile, come la guerra o la morte del
Faraone. Dovremo pregare tutta la notte perché il Faraone Nefer Seti
guarisca dalle ferite riportate.»
In riva al fiume, il nobile Trok aveva fatto montare alcune tende adorne
di cortine rosso vivo, giallo e verde per ricevere la famiglia reale. Buoi
interi arrostivano sulle fosse piene di brace ardente, mentre anfore dei vini
più scelti venivano tenute in fresco nelle acque del fiume. Gli schiavi
risalirono barcollando la riva sotto il peso delle anfore, a mano a mano che
venivano vuotate dalla compagnia e Apepi tuonava di portarne altre.
L'umore tetro del re migliorava a ogni coppa, e ben presto incoraggiò i
figli a cantare in coro con lui le marce salaci in uso nel suo esercito.
Alcune erano tanto scurrili che Mintaka addusse come pretesto la
stanchezza e il mal di testa per ritirarsi insieme con le sue ancelle a bordo
della chiatta reale, ancorata al largo. Tentò di portare con sé il fratello
minore, Khyan, ma Apepi si oppose. Ormai il buon vino l'aveva aiutato a
gettarsi alle spalle i presentimenti funesti suscitati dalla divinazione nel
tempio. «Lascia il ragazzo dov'è. Bisogna che impari ad apprezzare la
buona musica.» In uno slancio di affetto, abbracciò il ragazzo,
accostandogli alle labbra la coppa. «Bevi un sorso. Ti farà cantare ancora
meglio, principino.»
Khyan adorava il padre, e quella pubblica manifestazione di
attaccamento suscitò in lui un empito di orgoglio e adorazione. Finalmente
il padre lo trattava come un uomo e un guerriero: anche se provava la
tentazione di vomitare, riuscì a vuotare la coppa, e la compagnia, guidata
dal nobile Trok, lo applaudì come se avesse appena ucciso in battaglia il
suo primo nemico.
Mintaka esitò. Provava un senso quasi materno di protezione per il
fratello minore, ma si rese conto che il padre non avrebbe sentito ragioni.
Con tutta la dignità che le riuscì di conservare, guidò le ancelle fino alla
riva del fiume e, tra le grida ironiche ed ebbre della compagnia, salì a
bordo della chiatta.
Rimase distesa sul suo giaciglio ad ascoltare i suoni del banchetto. Tentò
di dormire, ma Nefer era sempre in cima ai suoi pensieri. Il senso di
perdita che aveva tenuto a bada per tutto il giorno e l'ansia per le ferite

Wilbur Smith 204 2001 - Figli Del Nilo


dell'amato tornarono a sopraffarla e, per quanto tentasse d'impedirselo, fu
assalita dalle lacrime e dovette soffocare i singhiozzi nel cuscino.
Infine scivolò in un sonno nero e senza sogni, da cui si svegliò a fatica.
Aveva bevuto soltanto qualche sorso di vino, ma si sentiva come drogata,
con la testa dolorante. Si domandò che cosa l'avesse ridestata, poi sentì
alcune voci stridule e la chiatta oscillò sotto di lei, mentre un gruppo di
uomini saliva a bordo. Si udirono risa e voci di ubriachi, e passi pesanti sul
ponte sopra di lei. A giudicare dai commenti, sembrava che il padre e i
fratelli venissero trasportati di peso a bordo. Non era insolito che gli
uomini della sua famiglia bevessero fino a ridursi in quelle condizioni, ma
lei era preoccupata per il piccolo Khyan.
Si alzò a fatica dal letto e cominciò a vestirsi, sentendosi stranamente
intorpidita e confusa, poi, barcollando, salì sul ponte.
La prima persona che vide fu il nobile Trok: stava impartendo istruzioni
agli uomini che trasportavano il padre. Ce ne volevano sei per sostenere la
sua mole enorme e inerte. I suoi fratelli maggiori non erano in condizioni
migliori. Lei provò un impeto di collera e di vergogna.
Poi vide Khyan trasportato a braccia da un barcaiolo e corse verso di lui.
Ecco, hanno ridotto in questo stato anche Khyan, pensò con amarezza.
Non avranno pace finché non avranno trasformato pure lui in un beone.
Diede istruzioni al barcaiolo di portare il ragazzino sottocoperta, nella
cabina del padre, dove lo spogliò e lo costrinse a bere una tisana di erbe
per rianimarlo. Quella pozione era una panacea che Taita aveva preparato
per lei, e parve fare effetto. Finalmente Khyan mormorò qualcosa, aprendo
gli occhi, poi ricadde in un sonno profondo ma naturale.
Spero che impari la lezione, si disse Mintaka. Non poteva fare altro che
lasciarlo dormire. Inoltre si sentiva intorpidita anche lei, con un mal di
testa insopportabile. Tornò nella sua cabina e, senza neanche spogliarsi, si
lasciò cadere sul materasso, scivolando quasi subito nel sonno.
La volta successiva, quando si svegliò, ebbe l'impressione di avere un
incubo, perché udì delle grida e si sentì soffocare da nubi di fumo denso
che le bruciavano la gola. Ancor prima di capire bene che cosa stava
accadendo, si sentì sollevare di peso dal letto, avvolgere in una coperta di
pelliccia e trasportare sul ponte. Cercò di lottare, ma era inerme come un
bambino nella presa di un gigante.
Sul ponte, la notte senza luna era rischiarata da fiamme danzanti che
uscivano ruggendo dal boccaporto di prua della chiatta reale, rimasto

Wilbur Smith 205 2001 - Figli Del Nilo


aperto, e salivano verso gli alberi e il sartiame in un torrente di luce color
arancio. Non aveva mai visto bruciare una nave di legno, e l'intensità delle
fiamme l'atterrì.
Non poté fissarla a lungo, comunque, perché si sentì trasportare
rapidamente attraverso il ponte e calare oltre la murata, a bordo di una
feluca in attesa. Recuperò di colpo la lucidità, e cominciò a dibattersi, e a
gridare: «Mio padre! I miei fratelli! Khyan! Dove sono?»
La feluca si spinse al largo nella corrente, e lei dovette lottare con tutte
le sue forze per liberarsi dalle braccia che la tenevano inchiodata,
togliendole il respiro. Riuscì a torcere la testa quanto bastava per vedere il
volto dell'uomo che la teneva ferma.
«Trok!» Rimase indignata dalla sua presunzione, dal modo in cui la
teneva stretta ignorando le sue grida. «Lasciami andare! Te lo ordino!»
Lui non rispose. La teneva immobilizzata con facilità, fissando la nave
in fiamme con un'espressione calma e distaccata.
«Torna indietro!» gli ordinò. «La mia famiglia! Torna indietro a
prenderli!»
L'unica reazione di Trok fu lanciare un ordine ai rematori: «Fuori i
remi!» Gli uomini sollevarono i remi dall'acqua, lasciando oscillare la
feluca in balia della corrente. L'equipaggio osservava, affascinato, la massa
della nave avvolta dalle fiamme. Si udivano le grida strazianti lanciate dai
passeggeri rimasti intrappolati sottocoperta.
D'un tratto una parte del ponte di poppa crollò, sollevando una colonna
di fiamme e scintille. Le cime di ormeggio bruciarono e la nave girò
lentamente su se stessa, trascinata dalla corrente, scendendo a valle.
«Ti prego!» disse Mintaka, cambiando tono. «Ti prego, nobile Trok, è la
mia famiglia! Non puoi lasciarli bruciare vivi!»
Ormai le grida dall'interno della chiglia si stavano spegnendo, sostituite
dal basso rumoreggiare delle fiamme. Le lacrime scorrevano sulle guance
di Mintaka, ma lei, serrata nella stretta di Trok, era del tutto impotente.
Di colpo il portello principale sul ponte in fiamme si spalancò, e gli
uomini della feluca ansimarono inorriditi nel vederne uscire una figura
umana. Le braccia del nobile Trok si strinsero intorno a Mintaka al punto
che lei si sentì quasi stritolare le costole.
«Non è possibile!» esclamò Trok con voce stridula.
In mezzo al fiume e alle fiamme, Apepi sembrava un'apparizione
dell'oltretomba. Nudo e coperto di peli, col grande ventre sporgente, si

Wilbur Smith 206 2001 - Figli Del Nilo


diresse barcollando verso la fiancata della chiatta, tenendo tra le braccia il
corpo del figlio minore, a bocca spalancata, ansimando in cerca d'aria in
quel mare di fiamme.
«Il mostro è difficile da uccidere.» La collera di Trok era venata di
paura. Persino nello stato di angoscia in cui si trovava, Mintaka intuì il
significato delle sue parole.
«Sei stato tu, Trok!» sussurrò. «Sei stato tu a fare questo!»
Trok ignorò l'accusa.
I peli sul corpo di Apepi furono inceneriti dalle fiamme e sparirono in
una vampata, lasciandolo per un istante nudo e annerito dal fumo. Poi la
pelle cominciò a coprirsi di vesciche, gonfiandosi prima di staccarsi a
brandelli. La barba e i capelli presero fuoco, trasformandolo in una torcia
umana. Non si muoveva più, ma rimase a gambe divaricate sul ponte,
sollevando Khyan. Il ragazzo era ustionato come lui, e si vedeva la carne
viva nei punti in cui la pelle era bruciata. Forse Apepi intendeva scagliarlo
oltre la murata della nave, nelle acque del fiume, per sottrarlo al fuoco, ma
le forze lo tradirono e rimase immobile, come un colosso con la testa in
fiamme, incapace di fare appello alle sue ultime riserve di energia per
lanciare il figlio in salvo nelle acque del Nilo.
Mintaka non riusciva a muoversi, ammutolita per l'orrore di quello
spettacolo. Le parve che durasse un'eternità, poi all'improvviso il ponte
cedette sotto i piedi di Apepi. Il sovrano e il figlio scomparvero nel ventre
della nave in mezzo a una colonna di fiamme, scintille e fumo.
«È finita.» La voce di Trok era distaccata, inespressiva. Lasciò andare
Mintaka in modo così brusco che lei cadde sul fondo della feluca. Poi
guardò l'equipaggio inorridito. «Portatemi alla nave», ordinò.
«Sei stato tu a fare questo alla mia famiglia», ripeté Mintaka, distesa ai
suoi piedi. «La pagherai, te lo giuro. Te la farò pagare.»
Ma si sentiva anchilosata e dolente, come se fosse stata sferzata con un
gatto a nove code. Il padre, quella figura imponente che aveva dominato la
sua esistenza, quell'uomo che lei aveva un po' odiato e molto amato, era
morto. Tutta la sua famiglia era scomparsa: tutti i nove fratelli, persino il
piccolo Khyan, che per lei era stato più un figlio che un fratello. Lo aveva
visto bruciare vivo, e sapeva che l'orrore di quello spettacolo l'avrebbe
accompagnata per tutta la vita.
La feluca accostò alla nave del nobile Trok e lei non protestò quando la
raccolse, come se fosse una bambola, per portarla a bordo, depositandola

Wilbur Smith 207 2001 - Figli Del Nilo


nella cabina principale, dove la sistemò sul pagliericcio con insolita
gentilezza. «Le tue ancelle sono sane e salve. Le manderò da te», le disse,
e uscì.
Mintaka sentì che il chiavistello veniva spostato per sbarrare la porta,
poi udì il suono dei passi che salivano la scaletta e passavano sul ponte
sopra di lei. «Allora sono prigioniera?» sussurrò, ma anche quel particolare
le sembrava di scarsa importanza, alla luce di ciò che aveva appena visto.
Affondò il viso nei cuscini, impregnati del sudore rancido di Trok, e pianse
tutte le sue lacrime prima di scivolare nel sonno.

Il relitto in fiamme della chiatta reale di Apepi andò alla deriva sul
fiume, verso la riva opposta, dove sorgeva il tempio di Hapi. All'alba, il
fumo si levò nell'aria immobile, contaminata dal lezzo delle carni bruciate.
Quando Mintaka si svegliò, l'odore era penetrato anche nella cabina,
scatenando la sua nausea. E quel fumo sembrava fungere anche da
richiamo, perché, subito dopo il sorgere del sole, la flotta del nobile Naja,
superando la svolta del fiume, sopraggiunse sul luogo dell'incendio.
Le ancelle portarono la notizia a Mintaka. «Il reggente è arrivato in
pompa magna», le riferirono, eccitate. «Era partito appena ieri per tornare
a Tebe. Non è strano che sia riuscito ad arrivare qui così presto, mentre
dovrebbe trovarsi venti leghe più a monte?»
«Sì, è terribilmente strano», riconobbe Mintaka con aria truce. «Devo
vestirmi e prepararmi alle nuove atrocità che mi attendono.»
I suoi bagagli erano andati perduti nelle fiamme che avevano divorato la
chiatta reale, ma le ancelle presero in prestito alcuni vestiti dalle altre
nobili dame della flotta. Le lavarono i capelli e li arricciarono, poi la
vestirono con una semplice tunica di lino, una cintura d'oro e sandali
dorati.
Prima di mezzogiorno una scorta armata salì a bordo della nave, e lei la
seguì sul ponte. I suoi occhi si fissarono anzitutto sulle assi annerite della
chiatta reale, arenata lungo la riva opposta e carbonizzata fino alla linea di
galleggiamento. Non avevano neanche tentato di recuperare i corpi dal
relitto, che sarebbe diventato la pira funebre della sua famiglia. La
tradizione hyksos richiedeva la cremazione, non l'imbalsamazione e gli
elaborati procedimenti e cerimoniali dei funerali egizi.
Mintaka sapeva che il padre avrebbe approvato quel modo di andarsene,
e questo le diede un po' di conforto. Poi pensò a Khyan e distolse lo

Wilbur Smith 208 2001 - Figli Del Nilo


sguardo. Trattenne a fatica le lacrime, scendendo nella feluca che la
condusse a riva, ai piedi del tempio di Hapi.
Il nobile Naja era in attesa con tutto il suo seguito per accoglierla, ma lei
rimase pallida e distaccata quando lui l'abbracciò. «Questo è un momento
doloroso per tutti noi, principessa», le disse. «Tuo padre, il re Apepi, era
un potente guerriero e un grande uomo di Stato. Tenuto conto del recente
trattato tra i due regni e della fusione dell'Egitto in una sola unità sacra e
storica, lascia un vuoto pericoloso che, per il bene di tutti, dev'essere
colmato immediatamente.»
Prendendola per mano, la guidò verso il padiglione che, la sera
precedente, era stato il teatro dei festeggiamenti, ma dove quel giorno
erano riuniti in solenne assemblea molti nobili e funzionari dei due regni.
In prima fila vide Trok: indossava tutte le sue insegne militari, con la
spada appesa a una cintura tempestata d'oro e l'arco da guerra in spalla.
Dietro di lui erano schierati, in file serrate, i suoi ufficiali, tutti con
un'espressione truce e gli occhi gelidi e minacciosi, nonostante i nastri
vivaci intrecciati alla barba. La fissarono senza sorridere. In quel preciso
istante, Mintaka si rese conto che lei era l'ultima rappresentante della
dinastia di Apepi, ormai abbandonata e priva di protezione.
Si domandò a chi si sarebbe appoggiata, sulla lealtà di chi avrebbe
potuto fare affidamento. Cercò nella folla un volto familiare e amico.
C'erano tutti, i consiglieri e gli amici del padre, i suoi generali e i
compagni sul campo di battaglia. Poi vide che distoglievano lo sguardo:
nessuno le sorrideva oppure osava fissarla negli occhi. Non si era mai
sentita così sola in tutta la sua vita.
Il reggente dell'Egitto la condusse verso uno sgabello coperto da un
cuscino su un lato del padiglione. Quando si sedette, Naja e i suoi
formarono uno schermo intorno a lei, nascondendola alla vista. Era certa
che quella fosse una scelta deliberata.
Il nobile Naja aprì l'assemblea con un lamento per la tragica fine del re
Apepi e dei suoi figli, poi si lanciò in un elogio del Faraone defunto.
Rievocò gli innumerevoli trofei militari e le imprese di statista, culminate
nella partecipazione al trattato di Hathor, che aveva riportato la pace tra
due regni dilaniati da decenni di guerre intestine.
«Senza il re Apepi, o senza un Faraone forte che possa guidare la
politica del Basso Egitto e governare in accordo col Faraone Nefer Seti e il
suo reggente di Tebe, il trattato di Hathor è in pericolo. È inconcepibile un

Wilbur Smith 209 2001 - Figli Del Nilo


ritorno agli orrori e alle guerre degli ultimi sessant'anni.»
Trok batté il fodero della spada contro i gambali di bronzo, gridando:
«Bak-her! Bak-her!» L'applauso fu ripreso e imitato da tutti i comandanti
dell'esercito alle sue spalle, e gradualmente si estese a tutta l'assemblea
fino a creare un rombo assordante.
Naja lo lasciò proseguire per qualche minuto prima di alzare le braccia.
Quando tornò a regnare il silenzio, riprese: «Date le tragiche circostanze
della sua morte, il re Apepi non lascia nessun erede maschio al trono».
Non citò neppure di sfuggita Mintaka. «Trattandosi di una situazione
densa di rischi, ho consultato i consiglieri anziani e i governatori dei nomi
di entrambi i regni, e la scelta del nuovo Faraone è stata unanime. Tutti
hanno chiesto all'unisono che sia il nobile Trok di Menfi a prendere le
redini del potere e a guidare la nazione secondo la nobile tradizione
instaurata dal re Apepi.»
Il silenzio che seguì quell'annuncio fu profondo e prolungato. I presenti
si scambiarono occhiate stupite, e soltanto allora si accorsero che, mentre
erano intenti ad ascoltare il discorso del nobile Naja, due divisioni
dell'esercito del nord, comandate da Trok e a lui fedeli, erano uscite in
silenzio dal folto delle palme, circondando l'assemblea. I soldati tenevano
la spada nel fodero, ma avevano la mano guantata già sull'elsa. Sarebbe
bastato un istante per estrarre le lame di bronzo. Tutti rimasero costernati.
Mintaka approfittò di quel momento, alzandosi di scatto dallo sgabello
dov'era stata relegata e gridando: «Miei nobili signori, leali cittadini
dell'Egitto...»
Non poté continuare. Quattro dei guerrieri hyksos più alti si affollarono
intorno a lei, nascondendola. Battevano le spade sguainate contro lo scudo,
gridando in coro: «Lunga vita al Faraone Trok Uruk». Il grido fu ripreso
dal resto delle truppe. Nel frastuono gioioso che seguì, mani forti
sollevarono Mintaka, trascinandola via, in mezzo alla folla. Lei si dibatté
inutilmente, urlando, ma la sua voce venne soffocata dalla tempesta di
applausi. Una volta sul fiume, non poté fare altro che dimenarsi tra le
braccia degli uomini che la tenevano prigioniera, cercando di guardare
indietro. Al di sopra della folla, scorse il nobile Naja che posava la corona
sulla testa del nuovo Faraone.
Poi fu trascinata lungo la riva, sino alla feluca in attesa, e riportata nella
cabina a bordo della nave del nobile Trok, dove fu chiusa a chiave, sotto
sorveglianza.

Wilbur Smith 210 2001 - Figli Del Nilo


Mintaka rimase con le ancelle nella piccola cabina sovraffollata, in
attesa di apprendere quale sarebbe stato il suo destino, una volta che il
nuovo Faraone fosse salito a bordo. Le ragazze erano atterrite e confuse
quanto lei, tuttavia Mintaka cercò di confortarle. Quando si furono calmate
un po', le invitò a dedicarsi ai loro giochi preferiti. Ma ben presto si
stancarono, così chiese un fiuto. Il suo era andato perduto sulla chiatta del
padre, ma riuscirono a prenderne uno in prestito da una guardia. Mintaka
organizzò una gara, invitando ognuna delle ancelle a danzare nello spazio
ristretto della piccola cabina. Allorché sentirono il nuovo Faraone tornare a
bordo, stavano ridendo e applaudendo. Le ragazze ammutolirono, ma lei le
spinse a continuare e, in poco tempo, fecero chiasso come prima.
Mintaka non si unì alla loro allegria. In precedenza aveva esplorato con
attenzione l'ambiente nel quale si trovava. Adiacente alla cabina principale
ce n'era una molto più piccola, poco più che un ripostiglio, che serviva da
latrina: conteneva un grosso vaso di ceramica col coperchio e, accanto, una
brocca d'acqua per le abluzioni. La paratia che la divideva dalla cabina
attigua era sottile e fragile, perché i costruttori della barca si erano
preoccupati di non appesantire troppo l'imbarcazione. Mintaka era già stata
a bordo di quella nave in epoche più felici, quando lei e il padre erano
ospiti del nobile Trok, e sapeva che, dalla parte opposta della paratia, si
trovava la cabina principale.
Sgattaiolò nel piccolo spazio e, al di sopra del chiasso prodotto dalle sue
ancelle, sentì alcune voci maschili provenire dalla parte opposta.
Riconobbe la voce limpida e imperiosa di Naja e le risposte brusche di
Trok. Appoggiò con attenzione l'orecchio alle assi della paratia, e subito le
voci divennero più chiare e le parole più distinte.
Naja stava congedando le guardie che li avevano accompagnati a bordo.
Mintaka le sentì allontanarsi, poi ci fu un lungo silenzio, al punto che si
convinse che Naja fosse solo nella cabina. Sentì il gorgoglio del vino
versato in una coppa, poi la voce di Naja, carica di sarcasmo. «Maestà, non
ti sei già ristorato abbastanza?» Udì la risata inconfondibile di Trok e,
dalla sua voce impastata, capì che aveva già bevuto, quando rispose alla
provocazione dell'altro: «Suvvia, cugino, non essere così severo. Bevi
qualcosa con me. Brindiamo al risultato di tutti i nostri sforzi. Brinda alla
corona che porto sulla testa, e a quella che ben presto coronerà la tua».
Il tono di Naja si raddolcì un po'. «Un anno fa, quando abbiamo

Wilbur Smith 211 2001 - Figli Del Nilo


cominciato a progettare tutto questo, sembrava un piano così impossibile,
così lontano dalla realtà. Allora eravamo disprezzati e negletti, lontani dal
trono quanto la luna lo è dal sole. E invece ora siamo qui, due Faraoni che
tengono in mano le sorti dell'Egitto.»
«E due Faraoni ci hanno già preceduti», convenne Trok. «Tamose con la
tua freccia nel cuore e Apepi, quel grosso porco, fritto nel suo stesso lardo
con tutti i suoi porcelli.» Scoppiò a ridere in tono trionfante.
«Per favore, non così forte. Sei indiscreto, anche se siamo soli», lo
rimproverò bonariamente Naja. «Sarebbe meglio se non ripetessimo mai
queste parole. Lasciamo che i nostri piccoli segreti finiscano con Tamose
nella sua tomba, nella Valle dei Re, e con Apepi in fondo al fiume.»
«Forza!» insistette Trok. «Brinda con me a tutto quello che abbiamo
realizzato.»
«A quello che abbiamo realizzato!» ripeté Naja. «Ma anche a quello che
deve ancora venire.»
«Oggi l'Egitto, e domani i tesori e le ricchezze dell'Assiria, di Babilonia
e del resto del mondo. Ormai nulla può ostacolarci.»
Mintaka sentì Trok bere rumorosamente, poi udì uno schianto contro la
paratia all'altezza del suo orecchio. Restò così sorpresa da balzare indietro,
poi si rese conto che Trok aveva scaraventato la coppa vuota contro il
pannello, facendola a pezzi.
«Rimane un unico dettaglio da definire», riprese Trok, dopo un rutto
sonoro. «Il cucciolo di Tamose ha ancora la corona sulla testa.»
Mentre ascoltava, Mintaka era in preda a un turbine di emozioni che la
trascinavano in mille direzioni diverse, al punto di stordirla. Aveva
ascoltato inorridita i due discutere dell'omicidio di suo padre e dei suoi
fratelli, e del Faraone Tamose, ma non era preparata a quello che stavano
per dire di Nefer.
«Non per molto, ormai», ribatté Naja. «E anche quello sarà sistemato,
quando tornerò a Tebe. È già tutto organizzato.»
Mintaka si tappò la bocca con le mani per non gridare. Stavano per
uccidere Nefer con la stessa freddezza con cui avevano ucciso gli altri.
Ebbe l'impressione che il suo cuore si rimpicciolisse, e si sentì
disperatamente impotente. Era prigioniera, senza amici. Tentò di
escogitare un modo per inviare un avvertimento a Nefer. Le sembrava di
rendersi conto solo in quel momento di quanto profondo fosse l'amore che
la legava a lui. Avrebbe fatto qualunque cosa in suo potere per salvarlo.

Wilbur Smith 212 2001 - Figli Del Nilo


«È un peccato che il leone non abbia completato il lavoro per te invece
di fargli soltanto qualche graffio», osservò Trok.
«La belva ha interpretato il suo ruolo alla perfezione. A Nefer basta
soltanto una piccola spinta... e poi gli offrirò un funerale ancora più
splendido di quello che ho offerto al padre.»
«Sei sempre stato un uomo generoso.» Trok si abbandonò a una risata
ebete.
«Visto che stiamo parlando del moccioso di Tamose, parliamo anche di
quello che resta della covata di Apepi», suggerì Naja con voce melliflua.
«Non avevamo convenuto che la piccola principessa dovesse bruciare
insieme con gli altri?»
«Ho cambiato idea.» Trok assunse un tono risentito. Mintaka lo sentì
riempire un'altra coppa di vino.
«È pericoloso lasciare in giro il seme di Apepi», lo ammonì Naja. «Negli
anni a venire, Mintaka potrebbe facilmente diventare un punto di
riferimento, una bandiera per i ribelli. Devi liberarti di lei, cugino, e anche
presto.»
«Perché non hai fatto lo stesso con le figlie di Tamose? Come mai sono
ancora vive?» lo sfidò Trok, sulla difensiva.
«Le ho sposate», gli fece notare Naja. «Inoltre Heseret è pazza di me. Fa
qualunque cosa le chiedo. Condividiamo le stesse ambizioni. È ansiosa
quanto me di vedere sepolto il fratello Nefer e desidera la corona quasi
quanto il mio scettro reale.»
«Ebbene, sono certo che anche Mintaka farà lo stesso, allorché sentirà la
mia ape ronzare nel suo piccolo e roseo fiore di loto», dichiarò Trok.
Mintaka si sentì accapponare la pelle, ricadendo in un vortice di
emozioni. Era così atterrita dal quadro evocato dalla vanagloria di Trok
che per poco non si lasciò sfuggire l'osservazione successiva di Naja.
«E così ti tiene per i testicoli, cugino», commentò Naja, in tono tutt'altro
che divertito. «È troppo sfrenata e ribelle per i miei gusti, ma ti auguro di
ricavarne piacere. Comunque sta' attento, Trok: quella ragazza ha un lato
selvaggio, e potrebbe richiedere un polso più fermo di quanto tu non
creda.»
«La sposerò subito e la metterò incinta altrettanto presto», gli assicurò
Trok. «Così diventerà più trattabile. Ma sono troppi anni che mi ha acceso
un fuoco dentro, e non potrò spegnerlo se non immergendomi nel suo
succo dolce e fresco.»

Wilbur Smith 213 2001 - Figli Del Nilo


«Dovresti usare più la testa che la verga, cugino.» La voce di Naja era
rassegnata. «Speriamo almeno di non dover rimpiangere questa tua
passione.» Mintaka sentì il ponte cigolare sotto i suoi piedi mentre il
reggente si alzava. «Possano gli dei amarti e proteggerti, cugino», si
congedò Naja. «Abbiamo entrambi questioni serie da risolvere. Domani
dovremo separarci, ma incontriamoci come previsto a Menfi, alla fine
dell'inondazione del Nilo.»

Per il resto del viaggio, da Balasfura a valle del fiume, Mintaka rimase
confinata a bordo della nave di Trok. Durante la navigazione poteva salire
sul ponte, ma, quando gettavano l'ancora, o l'imbarcazione era
all'ormeggio, veniva rinchiusa nella cabina.
Questo avveniva spesso, perché Trok scendeva a terra a ogni tempio che
incontravano lungo la strada, per celebrare sacrifici e rendere grazie al dio
o alla dea per la sua elevazione al trono dell'Egitto. E, anche se nessun
altro lo sapeva, Trok comunicava anche agli dei che ben presto li avrebbe
raggiunti nel consesso divino, come loro pari.
A parte quelle restrizioni, Trok non risparmiò sforzi per ingraziarsi
Mintaka, compensando con la perseveranza quello che gli mancava in
tatto. Le offriva ogni giorno almeno un regalo meraviglioso: una volta si
trattò di una coppia di stalloni bianchi, che lei cedette al capitano della
nave; un'altra di un carro incrostato d'oro e di gioielli, che suo padre aveva
sottratto al re della Libia. Mintaka lo donò al comandante delle guardie di
palazzo, che era stato uno dei fedeli di Apepi. Un'altra volta ancora si
trattò di una pezza di seta splendida che proveniva dalle terre a oriente, e
poi vi fu una cassetta d'argento piena di gemme, che lei distribuì tra le
ancelle. Quando furono adorne di quei gioielli, Mintaka le fece sfilare
davanti a Trok. «Questi gioielli volgari fanno una certa figura indosso alle
schiave, ma sono inadatti a una principessa», commentò in tono
sprezzante.
Il nuovo Faraone non si lasciò scoraggiare, e allorché superarono
Assyut, nel Basso Egitto, le indicò una tenuta fertile e rigogliosa che si
stendeva per quasi una lega lungo la riva orientale. «Ora è tua, altezza, un
dono per te da parte mia. Ecco l'atto di proprietà.» Glielo consegnò con un
gesto studiato e un sogghigno soddisfatto.
Quel giorno stesso lei mandò a chiamare gli scribi e fece stendere un
documento per liberare tutti gli schiavi legati alla tenuta, e un secondo atto

Wilbur Smith 214 2001 - Figli Del Nilo


per trasferire la proprietà del terreno alle sacerdotesse del tempio di Hathor
a Menfi.
Quando Mintaka cercava di scrollarsi di dosso il dolore e la malinconia,
distraendosi con le ancelle sul ponte di poppa grazie alla danza e al canto,
al bao e agli enigmi, Trok tentava di unirsi al divertimento. Invitò due
delle ragazze a danzare con lui Il volo delle tre rondini, poi si rivolse a
Mintaka. «Proponi un indovinello, principessa», la pregò.
«Che cos'è che puzza come un bufalo, sembra un bufalo e quando danza
con le gazzelle lo fa con tutta la grazia di un bufalo?» chiese lei con voce
soave. Le ragazze ridacchiarono, mentre Trok si accigliò, rosso in viso.
«Perdonami, altezza, questo è troppo oscuro per me», replicò,
allontanandosi per raggiungere gli ufficiali.
Il giorno dopo aveva già perdonato l'insulto, anche se non lo aveva
dimenticato. Gettata l'ancora nel villaggio di Samalut, ordinò a un gruppo
di attori, acrobati e musici di salire a bordo della nave per intrattenere
Mintaka. Uno dei maghi era un uomo attraente, dalla conversazione
spiritosa; purtroppo il suo repertorio di trucchi era vecchio e l'esecuzione
mancava di finezza. Eppure, non appena Mintaka aveva appreso che la
compagnia intendeva approfittare della pace assicurata dal trattato di
Hathor per andare a Tebe, dove sperava di esibirsi alla corte del Faraone
del regno meridionale, si mostrò affascinata dalle loro esibizioni, in
particolare da quella del mago, che si chiamava Laso. Dopo lo spettacolo,
lo invitò a farle compagnia per gustare un rinfresco a base di datteri al
miele. Poi fece segno al mago di sedersi sui cuscini ai suoi piedi, e lui
riuscì ben presto a superare il timore reverenziale che provava nei suoi
confronti, raccontandole alcune storielle delle quali lei rise allegramente.
Poi, approfittando delle chiacchiere e delle risate delle ancelle, pregò
Laso di trasmettere, non appena giunto a Tebe, un messaggio al celebre
mago Taita. Quasi sopraffatto dalla generosità della principessa, Laso
accettò subito. Dopo avergli fatto comprendere la segretezza e la
delicatezza del suo compito, Mintaka gli fece scivolare in mano un piccolo
rotolo di papiro, che lui nascose sotto la veste.
Quando vide i musici scendere a terra, lei provò una grande ondata di
sollievo, perché da tempo cercava un sistema per trasmettere un
avvertimento a Taita e Nefer. Il papiro conteneva la sua dichiarazione
d'amore a quest'ultimo, oltre a un monito sulle intenzioni omicide di Naja:
lo avvertiva che non poteva più fidarsi della sorella Heseret, perché si era

Wilbur Smith 215 2001 - Figli Del Nilo


alleata coi suoi nemici; continuava narrando le vere circostanze della
morte del padre e dei fratelli, e infine spiegava come Trok progettasse di
prenderla in moglie, sebbene lei fosse promessa a Nefer, e pregava il
Faraone d'intervenire con tutta la sua autorità per impedirlo.
Calcolò che gli artisti itineranti avrebbero impiegato almeno dieci giorni
per raggiungere Tebe, e si prostrò nel tempio per invocare Hathor, nella
speranza che l'avvertimento non arrivasse troppo tardi. Quella notte dormì
meglio di quanto avesse mai fatto dopo i terribili avvenimenti di Balasfura.
La mattina dopo era quasi allegra, e le ancelle osservarono che sembrava
più bella del solito.
Trok insistette perché lo raggiungesse sul ponte, dove i suoi cuochi
avevano preparato uno splendido banchetto. C'erano altri venti invitati:
Trok si sedette vicino a Mintaka, ma lei decise che non si sarebbe lasciata
umiliare da quell'imposizione. Lo ignorò volutamente, ricorrendo a tutto il
suo fascino e il suo spirito per incantare gli ufficiali dell'esercito che
formavano il resto della compagnia.
Alla fine del pasto, Trok batté le mani per ottenere l'attenzione di tutti e
fu ricompensato da un silenzio ossequioso. «Ho un regalo da offrire alla
principessa Mintaka.»
«Oh, no!» Mintaka alzò le spalle. «E che dovrei farne?»
«Credo che sua maestà lo troverà più di suo gusto di qualsiasi altro dei
miei modesti omaggi.» Trok gongolava, al punto che lei cominciò a
sentirsi a disagio.
«La tua generosità è mal riposta, mio signore», ribatté. Non intendeva
rivolgersi a lui con nessun altro dei suoi numerosi titoli regali. «Migliaia di
sudditi muoiono di fame, vittime della guerra e dell'epidemia, e hanno più
bisogno di me del tuo aiuto.»
«Questo è un dono speciale, che solo tu puoi apprezzare», le assicurò.
Lei alzò le spalle, rassegnata. «Sono soltanto una dei tuoi leali sudditi»,
disse, senza fare il minimo sforzo per nascondere il sarcasmo. «Se insisti,
lungi da me l'intenzione di negarti qualcosa.»
Trok batté di nuovo le mani e due guardie scesero sul ponte, portando un
grosso sacco di cuoio non conciato da cui emanava un odore forte e
sgradevole. Alcune delle ancelle lanciarono esclamazioni di disgusto, però
Mintaka rimase impassibile, mentre i due soldati si fermavano di fronte a
lei.
Trok li guardò, e i due allentarono il laccio che chiudeva l'imboccatura

Wilbur Smith 216 2001 - Figli Del Nilo


del sacco, rovesciandone il contenuto sul ponte. Le ancelle lanciarono
grida di orrore, e persino alcuni degli uomini si alzarono di scatto,
sbottando in esclamazioni disgustate.
La testa umana recisa rotolò sulle assi del ponte fino ai piedi di Mintaka,
restando a fissarla con gli occhi spalancati. I lunghi riccioli scuri erano
irrigiditi dal sangue nero coagulato.
«Laso!» Mintaka sussurrò il nome del mago al quale aveva affidato il
suo messaggio per Tebe.
«Ah, rammenti il suo nome.» Trok sorrise. «I suoi trucchi devono averti
colpito, almeno quanto hanno colpito me.»
Nel caldo estivo, la testa aveva già cominciato a decomporsi, emanando
un odore pungente. Le mosche si affollarono sulle pupille aperte. Mintaka
si sentì assalire da un conato di vomito e deglutì a fatica. Notò che, tra le
labbra purpuree di Laso, sporgeva un lembo di papiro.
«Ah, a quanto pare il suo ultimo trucco era il più divertente.» Trok si
protese per togliergli di bocca il papiro macchiato di sangue. Lo tenne in
modo che Mintaka potesse accertarsi che era proprio il suo sigillo a
chiudere il messaggio, poi lasciò cadere il papiro sul braciere acceso, dove
stava cuocendo la carne. Il rotolo di papiro bruciò rapidamente e ben
presto rimase soltanto un mucchietto di polvere grigia.
Con un gesto, Trok ordinò che la testa fosse portata via. Uno dei soldati
la raccolse per i capelli, gettandola di nuovo nel sacco prima di portarla
via. Gli invitati rimasero a lungo in silenzio, scossi da quello spettacolo,
mentre una delle ancelle non smetteva di singhiozzare.
«Altezza reale, il tuo divino padre doveva avere qualche premonizione
del destino che lo attendeva», le disse Trok in tono grave. Mintaka era
troppo turbata per rispondere. «Prima della sua tragica morte volle
parlarmi per affidarti alla mia tutela. Io gli ho prestato giuramento,
accettando questo incarico sacro. Non dovrai mai rivolgerti a nessun altro
per ottenere protezione. Sarò io, il Faraone Trok Uruk, a proteggerti.» Le
sollevò la testa china con la mano destra, mentre nell'altra teneva un altro
rotolo di papiro.
«Questo è il mio proclama reale col quale si annulla il fidanzamento
della principessa Mintaka della casa di Apepi col Faraone Nefer Seti della
casa di Tamose. Inoltre contiene il proclama delle nozze tra la principessa
Mintaka e il Faraone Trok Uruk. Il proclama è stato ratificato col sigillo
del nobile Naja, che lo accetta e lo conferma a nome del Faraone Nefer

Wilbur Smith 217 2001 - Figli Del Nilo


Seti.» Porse il rotolo a uno dei suoi funzionari, con un ordine brusco:
«Devi realizzare cento copie di questo proclama e farle affiggere in tutte le
città di tutti i nomi dell'Egitto».
Poi, con entrambe le mani, mise in piedi Mintaka. «Non resterai sola
ancora per molto. Tu e io saremo marito e moglie prima che sorga la luna
di Osiride.»

Tre giorni dopo, il Faraone Trok Uruk raggiunse Avaris, la capitale


militare del Basso Egitto, e si dedicò con energia infaticabile a risolvere
personalmente gli affari di Stato, appropriandosi di tutte le insegne del
potere.
Il popolo fu assalito da un delirio di gioia nell'apprendere la notizia del
trattato di Hathor, che schiudeva una prospettiva di pace e prosperità per
gli anni a venire. Fu quindi accolta con stupore e smarrimento la notizia
che uno dei primi atti del nuovo Faraone riguardava un notevole
rafforzamento dei ranghi dell'esercito. Fu subito chiaro che Trok era deciso
a raddoppiare le dimensioni delle divisioni di fanteria e a costruire altri
duemila carri da combattimento.
La gente comune e i nobili si chiesero dove Trok si aspettasse di trovare
un nuovo nemico, ora che l'Egitto era di nuovo unito e in pace. Sottrarre i
lavoratori ai campi e ai pascoli per arruolarli nell'esercito era infatti una
mossa destinata a provocare un brusco aumento dei prezzi al mercato e
probabilmente una carestia. Inoltre le spese per i nuovi carri, le armi e
l'equipaggiamento militare richiedevano un aumento delle tasse. E di lì a
poco si cominciò a mormorare che Apepi, nonostante il suo temperamento
bellicoso, le tasse e il disprezzo che mostrava nei confronti degli dei, non
era stato un sovrano così cattivo com'era giudicato quand'era in vita.
Nel giro di poche settimane, Trok ordinò che si desse inizio ai lavori per
ampliare e rinnovare il palazzo di Avaris, nel quale intendeva trasferirsi
con la futura sposa, la principessa Mintaka. Gli architetti calcolarono che
quei lavori sarebbero costati più di due lakh d'oro. I mormorii
aumentarono.
Pur consapevole dello scontento che aumentava nel Paese, Trok decise
di proclamare la propria elevazione nel consesso degli dei. Entro una
settimana sarebbe cominciata la costruzione del suo tempio nel luogo
prescelto, a fianco del magnifico tempio di Seueth ad Avaris. Trok era
deciso a fare in modo che il suo tempio superasse in splendore quello del

Wilbur Smith 218 2001 - Figli Del Nilo


fratello divino, e gli architetti calcolarono che il completamento del tempio
avrebbe richiesto come minimo cinquemila operai, cinque anni di lavoro e
altri due lakh d'oro.
La rivolta scoppiò nel delta, dove una compagnia di soldati, rimasti
senza paga per oltre un anno, assassinò gli ufficiali, marciando su Avaris e
invitando la popolazione a sollevarsi e unirsi a loro contro il tiranno. Trok
e trecento carri andarono loro incontro nei pressi di Manashi e li
annientarono al primo assalto.
Il Faraone evirò e impalò cinquecento ribelli, arrivando così a creare una
macabra foresta che fiancheggiava per un tratto di mezza lega la strada
principale intorno al villaggio di Manashi. I capi della rivolta furono legati
dietro i carri e trascinati fino ad Avaris. «Così potranno esporre i loro
motivi di lagnanza», dichiarò Trok con un sogghigno. Ovviamente
nessuno dei prigionieri sopravvisse a quel viaggio: quando arrivarono ad
Avaris era difficile persino riconoscere in loro degli esseri umani, dato che
lo sfregamento con il terreno accidentato aveva levato loro la pelle e buona
parte delle carni. Lungo la strada, per una ventina di leghe, giacevano
brandelli di carne e frammenti di osso, su cui si gettarono i cani randagi,
gli sciacalli e i corvi.
Qualche centinaio di ribelli riuscì a sfuggire al massacro, scomparendo
nel deserto. Trok non si preoccupò d'inseguirli oltre i confini orientali,
ritenendo che quella meschina questione gli avesse già rubato troppo
tempo, costringendolo a rinviare le nozze di alcuni mesi. Tornò quindi ad
Avaris, sfiancando tre pariglie di cavalli per l'impazienza.
Durante la sua assenza, Mintaka aveva tentato per ben due volte
d'inviare un messaggio a Taita, a Tebe. Il primo messaggero era stato uno
degli eunuchi del suo harem, un nero gentile che conosceva da quand'era
nata. Tra gli eunuchi di entrambi i regni esisteva un legame speciale, che
trascendeva le differenze di razza o di nazionalità. Anche negli anni in cui
i due regni erano separati, Soth - questo era il suo nome - aveva onorato
quel legame speciale con Taita ed era stato suo amico e confidente.
Tuttavia le spie di Trok erano onnipresenti e infaticabili. Soth non aveva
mai raggiunto Assyut ed era stato riportato ad Avaris moribondo, in un
sacco di cuoio. Era morto con la testa immersa in un calderone di acqua
bollente e il suo teschio, sbiancato e levigato, con le orbite riempite di
lapislazzuli, era stato offerto a Mintaka come dono speciale del Faraone
Trok.

Wilbur Smith 219 2001 - Figli Del Nilo


Dopo quell'episodio, Mintaka non aveva avuto animo di reclutare un
altro messaggero, temendo di condannarlo a una morte terribile. Tuttavia
una delle sue ancelle libiche, Thana, ben consapevole di quanto fosse
profondo l'amore della sua padrona, si era offerta volontaria per portare il
messaggio. Non era troppo graziosa, perché aveva gli occhi strabici e il
naso grosso, però era leale, affettuosa e sincera. Dietro suo suggerimento,
Mintaka l'aveva venduta a un mercante che, il giorno seguente, doveva
partire per Tebe. Lui l'aveva portata con sé, ma, tre giorni dopo, Thana si
trovava di nuovo ad Avaris, legata per i polsi e le caviglie alla sponda di
un carro delle guardie di confine.
Trok si occupò di lei al ritorno da Manashi, condannandola a «morire
d'amore»: fu consegnata alla divisione che aveva guidato la carica contro i
ribelli. Oltre quattrocento uomini si presero il loro piacere con lei, finché,
al tramonto del terzo giorno, Thana morì di emorragia.
Mintaka la pianse per tre giorni ininterrottamente.

Il matrimonio del Faraone Trok Uruk e della principessa Mintaka Apepi


fu celebrato secondo l'antica tradizione hyksos, che aveva origini
millenarie e si era consolidata mille leghe a oriente di Avaris, sull'immensa
steppa priva di alberi che si stendeva oltre i monti dell'Assiria, il luogo da
cui i loro antenati erano partiti alla conquista dell'Egitto.
All'alba del giorno delle nozze, un gruppo di duecento parenti che
appartenevano al clan della principessa Mintaka fece irruzione
nell'appartamento reale dov'era tenuta prigioniera dopo il suo ritorno ad
Avaris. Non incontrarono la minima resistenza da parte delle guardie, che
si aspettavano l'incursione. Quella folla scomposta portò via Mintaka,
cavalcando verso oriente in formazione serrata, con la principessa al
centro, lanciando grida di sfida e brandendo mazze e bastoni. Durante i
festeggiamenti, infatti, erano proibite le armi da taglio.
Quando la comitiva della sposa ebbe raggiunto un certo vantaggio, lo
sposo si mise a sua volta alla testa di un gruppo del suo clan, il Leopardo,
lanciandosi all'inseguimento. I fuggiaschi non avevano mostrato la minima
urgenza, anzi, non appena gli inseguitori li raggiunsero, si voltarono
indietro, lanciandosi allegramente nella mischia. Anche se non erano
consentite spade e pugnali, non furono poche le fratture e le contusioni.
Neppure lo sposo riuscì a cavarsela senza tagli e lividi, ma, alla fine,
reclamò la sua preda. Riuscì a catturare Mintaka, passandole un braccio

Wilbur Smith 220 2001 - Figli Del Nilo


intorno alla vita e issandola a bordo del suo carro.
La resistenza di Mintaka era tutt'altro che fittizia, visto che la giovane
riuscì a scavare con le unghie un graffio profondo sulla guancia destra di
Trok, mancando di poco l'occhio e sciupando la meravigliosa tunica
multicolore dell'uomo col sangue che fece sprizzare.
«Ti darà molti figli guerrieri!» gridarono i sostenitori dello sposo,
ammirando la ferocia della resistenza di Mintaka.
Sorridendo entusiasta per lo spirito bellicoso della sposa, Trok la riportò
trionfante nel proprio tempio, dove i sacerdoti del suo nuovo ordine,
appena nominati, erano in attesa di compiere i riti conclusivi.
Il tempio era ancora all'inizio dei lavori, e comprendeva soltanto lo
scavo per le fondamenta e alti cumuli di blocchi di pietra, ma questo non
sminuì affatto il piacere degli invitati. Né smorzò l'entusiasmo dello sposo,
mentre si preparava alle nozze sotto una tettoia di canne intrecciate e il
Gran Sacerdote gli conduceva Mintaka, legandola a lui con una fune.
Al culmine della cerimonia, Trok tagliò la gola del suo cavallo da guerra
preferito, uno splendido stallone sauro, indicando così che attribuiva
maggior valore alla sposa rispetto a tutti i suoi possedimenti più preziosi.
L'animale cadde a terra, scalciando e perdendo sangue dalla carotide
squarciata, e i presenti lanciarono grida di entusiasmo, issando la coppia a
bordo del carro decorato di fiori.
Trok tornò a palazzo stringendo saldamente il braccio della sposa, per
non correre il rischio che fuggisse una seconda volta. Lungo la strada
erano disposti gli uomini dell'esercito, che si affollarono intorno al carro,
lanciando amuleti e talismani. Altri offrivano a Trok coppe di vino, che lui
tracannava, rovesciandone gran parte sulla tunica, dove si mescolava al
sangue perduto dalla ferita al volto.
Quando arrivarono a palazzo, Trok era bagnato di sangue e di vino
rosso, sudato e impolverato per la corsa e la lotta per recuperare la sposa,
esaltato dal vino e dal desiderio.
Fendendo la folla, portò Mintaka nel loro nuovo alloggio, e le guardie
alla porta respinsero gli invitati con le spade sguainate. Tuttavia gli ospiti
non si allontanarono: invece circondarono il palazzo, cantando
incoraggiamenti allo sposo e consigli lascivi alla sposa.
Una volta in camera da letto, Trok scaraventò Mintaka sulla pelle di
pecora bianca che copriva il materasso, usando entrambe le mani per
togliersi la cintura della spada, tentando affannosamente di slacciare la

Wilbur Smith 221 2001 - Figli Del Nilo


fibbia e imprecando perché non voleva saperne di aprirsi. Lei si rialzò di
scatto, come una lepre sorpresa nella sua tana da un furetto, e si precipitò
verso la porta che dava sul terrazzo, tentando di aprirla, ma scoprì che era
stata sbarrata dall'esterno per ordine di Trok. Disperata, tentò allora di
aprire un pannello con le unghie, ma i battenti erano solidi e spessi, tanto
che non tremarono neppure di fronte al suo assalto.
Alle sue spalle, Trok si era finalmente liberato della cintura, lasciando
cadere con gran fracasso il fodero della spada sul pavimento. Poi si
avvicinò alla giovane. «Lotta quanto vuoi, bella mia», le disse con la voce
impastata dall'ubriachezza. «La mia verga diventa di fuoco, quando
cominci a scalciare e gridare.»
Le passò un braccio intorno alla vita, allungando l'altra mano per
stringere uno dei seni. «Che frutto maturo e succoso, per Seueth!» Serrò
con forza le dita, callose per via del lungo maneggio della spada e delle
redini del carro. Il dolore trafisse Mintaka come una lancia, spingendola a
gridare e dibattersi nel tentativo di graffiargli di nuovo la faccia. Stavolta,
però, lui l'afferrò per il polso. «Non farai due volte quel trucchetto»,
ringhiò, sollevandola di peso e riportandola sul letto.
«Scimmione!» gridò lei. «Puzzi come un babbuino, sudicio animale.»
«Per le mie orecchie questa è una dolce canzone d'amore, piccola mia. Il
mio cuore e la mia verga si gonfiano, quando sento che mi desideri tanto.»
La scaraventò di nuovo sul letto, e stavolta la immobilizzò,
schiacciandola con un braccio muscoloso ed enorme. Teneva il viso a una
spanna dal suo, solleticandole con la barba le guance e alitandole in faccia
l'odore rancido del vino. Lei distolse il viso, ma lui rise, infilando un dito
nello scollo della veste di seta e strappandola fin sotto la vita.
Mise i seni allo scoperto, strizzandoli con tanta violenza da lasciare sulle
carni tenere i segni rossi delle dita. Poi le pizzicò i capezzoli, tirandoli
finché non assunsero un colore scuro, e le passò la mano destra sul ventre,
prima ficcando per gioco un dito nell'incavo dell'ombelico e poi tentando
d'infilargliela tra le cosce. Mintaka serrò le gambe, accavallandole.
Di colpo lui si raddrizzò, montando a cavalcioni del suo corpo e
gravandole addosso con tutto il peso, in modo che non potesse dibattersi.
Si strappò di dosso la tunica, restando nudo. Il suo corpo, addestrato alla
guerra e alla caccia, era forte e muscoloso: sebbene avesse la vista
offuscata dalle lacrime, Mintaka intravide le spalle ampie e i muscoli
sporgenti, le membra solide e vigorose come i rami di un cedro del Libano.

Wilbur Smith 222 2001 - Figli Del Nilo


Sempre continuando a tenerla inchiodata al letto, Trok si contorse in
modo da schiacciarla col ventre, e i peli ispidi del torace le graffiarono i
seni. Con terrore crescente, lei sentì la pressione del pene massiccio.
Non doveva battersi soltanto per salvare la dignità e l'innocenza, ma per
la sua stessa vita. Tentò di mordergli il viso, ma i denti piccoli e aguzzi
restavano impigliati nella barba. Gli graffiò la schiena, e sentì lembi di
pelle staccarsi sotto le sue unghie, ma lui restava indifferente.
Stava tentando di forzarla ad aprire le gambe con un ginocchio, ma lei le
teneva accavallate, e tutti i muscoli del suo corpo erano irrigiditi in un tale
blocco di terrore e repulsione da renderlo impenetrabile, come una statua
di granito della dea.
Erano entrambi sudati, ma Trok grondava letteralmente per lo sforzo, al
punto che il membro enorme scivolò sul ventre di lei, premendo con
insistenza nel punto di congiunzione tra le cosce.
D'improvviso si sollevò col torso e le sferrò un colpo violento al viso,
come un manrovescio, che le fece stridere i denti, schiacciando le labbra e
il naso. Si sentì scorrere in gola il sangue, mentre la vista si oscurava.
«Apri le gambe, sgualdrina!» ringhiò lui, ansimando. «Apri quella
piccola fessura rovente e lasciami entrare.» Spingeva il bacino in avanti
con assalti violenti, e lei sentiva scivolare su di sé quell'appendice
ripugnante. Nonostante il dolore e l'oscurità provocati dal colpo, riuscì a
negargli l'ingresso, ma sapeva di non poter resistere ancora per molto.
Trok era troppo forte e pesante.
Hathor, aiutami! pregò, chiudendo gli occhi. Dolce dea, non permettere
che accada!
Poi lo udì gemere e spalancò gli occhi. Aveva il viso gonfio e paonazzo,
congestionato dallo sforzo. Lo sentì inarcare il dorso e lanciare un gemito,
con gli occhi aperti, ciechi e iniettati di sangue, la bocca aperta in una
smorfia orribile.
Mintaka non capiva che cosa stava accadendo. Per qualche istante pensò
che la dea avesse esaudito la sua preghiera, trafiggendogli il cuore con un
dardo divino; poi sentì un liquido tiepido sprizzarle sul ventre. Tentò di
contorcersi per evitarlo, ma Trok era troppo pesante. Quel getto disgustoso
cessò. Di colpo lui gemette ancora, accasciandosi sopra di lei. Rimase
immobile, e lei non osò muoversi, per non incitarlo a ulteriori sforzi.
Rimasero distesi a lungo, finché non cominciarono a echeggiare nella
stanza silenziosa le grida lascive della folla in attesa fuori delle mura del

Wilbur Smith 223 2001 - Figli Del Nilo


palazzo. Trok si riscosse, guardandola. «Mi hai coperto di vergogna,
piccola sgualdrina. Mi hai fatto versare invano il mio seme.»
Prima che lei riuscisse a raccapezzarsi, l'afferrò per la nuca, spingendola
a faccia in giù sul vello bianco.
«Non temere. Se non posso avere il sangue del tuo vasetto di miele,
dovrò accontentarmi di quello del tuo naso.»
Facendola rotolare di lato, ispezionò con truce soddisfazione la macchia
scarlatta lasciata dal suo viso sanguinante sulla candida pelle di pecora. Poi
balzò in piedi e si diresse, nudo come un verme, verso le imposte,
aprendole con un calcio e fracassandole rumorosamente. Poi scomparve
all'esterno, alla luce del sole.
Con un lembo del lenzuolo, Mintaka si ripulì da quel liquido vischioso
che si stava coagulando sul suo ventre liscio come l'avorio. I segni violacei
che le aveva lasciato sui seni e sulle gambe trasformarono la paura in
collera furiosa.
La cintura della spada era rimasta sul pavimento, dove lui l'aveva
lasciata. Senza fare rumore, lei scese dal letto ed estrasse dal fodero la
lama di bronzo lucente, poi si avvicinò furtiva alla porta della terrazza,
appiattendosi contro lo stipite.
Fuori, Trok raccoglieva l'applauso della folla, sventolando la pelle
macchiata perché tutti potessero vederla. «Le è piaciuto!» gridò in risposta
a qualche commento. «Quando ho finito con lei, era bagnata e aperta come
le paludi del delta, e calda come il deserto!»
Mintaka serrò la presa sull'elsa della spada pesante, facendosi forza.
«Addio, amici miei», gridò Trok. «Torno dentro, per dare un altro morso
a quel frutto succoso.»
Si udì il risucchio prodotto dai piedi nudi sulle piastrelle mentre l'uomo
tornava indietro, poi la sua ombra si proiettò sulla soglia. Mintaka tirò
indietro la spada con entrambe le mani, puntandola in avanti, all'altezza del
ventre.
Quando lui entrò nella stanza, s'irrigidì per sferrargli un colpo con tutte
le sue forze, mirando a un punto a metà tra l'ombelico e il folto cespuglio
nero da cui pendevano i genitali massicci.
Una volta, tanto tempo prima, andando a caccia col padre, lo aveva visto
mirare a un mostruoso maschio di leopardo, ignaro della presenza del
cacciatore. Il felino era stato messo sull'avviso dal ronzio della corda
dell'arco ed era balzato di lato prima che la freccia raggiungesse il

Wilbur Smith 224 2001 - Figli Del Nilo


bersaglio. Trok possedeva lo stesso istinto ferino di sopravvivenza, che gli
permetteva di fiutare il pericolo e di schivarlo.
La spada era ancora a mezz'aria, quando lui scansò la punta acuminata di
bronzo. Gli passò a meno di un dito dal ventre peloso, senza incidere la
pelle o far scorrere una goccia di sangue. Poi Trok serrò i polsi di Mintaka
in una delle mani enormi, stringendo finché lei non sentì scricchiolare le
ossa del polso e dovette lasciar cadere l'arma sul pavimento.
Trok rideva, mentre trascinava la ragazza attraverso la stanza, ma il suo
era un riso agghiacciante. La gettò di nuovo sul letto gualcito e impregnato
di sudore. «Ora sei mia moglie», le disse, guardandola dall'alto.
«Appartieni a me, come una giumenta o una cagna. Devi imparare a
obbedirmi e a rispettarmi.»
Lei rimase bocconi, col viso affondato nel lenzuolo sporco, rifiutandosi
di guardarlo. Lui raccolse il fodero della spada, rimasto accanto al letto.
«Questa lezione di obbedienza è per il tuo bene. Un po' di dolore adesso
risparmierà a entrambi molte sofferenze in futuro.»
Soppesò il fodero nella mano destra. Era di cuoio levigato, legato da
bande d'oro e tempestato di rosette metalliche. Lui lo calò sulla parte
posteriore delle gambe nude di Mintaka, sferzando le carni bianche e
lasciando un solco nel quale risaltava in rilievo il disegno delle rosette,
impresso in rosso sulla pelle. Lei fu colta alla sprovvista e, suo malgrado,
gridò forte.
Trok rise del suo dolore, sollevando di nuovo il fodero. Lei tentò di
rotolare lontano, ma il colpo successivo la raggiunse al braccio destro, che
teneva sollevato, e quello seguente alla spalla. Mintaka smise di gridare,
tentando di nascondergli l'angoscia che provava, e s'impose di reagire con
un sorriso crudele, sputandogli in faccia. Questo lo mandò su tutte le furie,
spingendolo a colpire con maggiore crudeltà.
La fece cadere dal letto, inseguendola mentre strisciava sul pavimento.
La colpì sul dorso e, quando lei si arrotolò a palla per sfuggirgli, la sferzò
sulla schiena, sulle spalle e sulle natiche. Mentre la colpiva a ritmo
costante, le parlava, punteggiando il suo discorso di esclamazioni ogni
volta che sferrava un colpo. «Non alzerai più la mano su di me!... Ha!... La
prossima volta che verrò da te... Ha!... ti comporterai da moglie
amorevole... Ha!... Oppure ti farò tenere ferma da quattro dei miei
uomini... Ha!... mentre ti monto... Ha!... e quando avrò finito... Ha!... ti
picchierò ancora... Ha!... come adesso... Ha!»

Wilbur Smith 225 2001 - Figli Del Nilo


Lei digrignò i denti per non gridare, mentre i colpi si susseguivano. A un
certo punto, però, non ebbe più la forza di reagire. Per fortuna, lui si
allontanò, ansimando per la fatica.
S'infilò la tunica macchiata e impolverata, si allacciò la cintura alla vita
e infilò la spada nel fodero macchiato del sangue di Mintaka, avviandosi a
lunghe falcate verso la porta della stanza. Poi si voltò a guardarla.
«Ricordati una cosa, moglie: le mie giumente, o riesco a domarle, oppure,
per Seueth, muoiono sotto di me.» E uscì.
Mintaka alzò lentamente la testa per seguirlo con lo sguardo. Non poteva
parlare, ma si riempì la bocca di saliva e sputò verso la porta. Lo sputo finì
sulle piastrelle, striato dal sangue che le usciva dalla bocca gonfia.

La luna di Iside era già tramontata da tempo quando le croste caddero


dalle ferite di Mintaka e i lividi sulla pelle liscia e vellutata sbiadirono,
trasformandosi in lievi chiazze di un giallo verdognolo. Per fortuna, o
forse deliberatamente, Trok non le aveva spezzato i denti né fratturato le
ossa né lasciato cicatrici sul viso.
Dopo quella terribile notte di nozze l'aveva lasciata in pace. Trascorreva
la maggior parte del suo tempo al sud, impegnato nelle campagne militari
e, anche se tornava per brevi periodi ad Avaris, la evitava. Forse era
disgustato dal suo aspetto, segnato dalle percosse, oppure si vergognava di
non essere riuscito a consumare il matrimonio. Mintaka non si soffermò a
riflettere troppo sul motivo di quella lontananza, ma si rallegrò di essere
libera per qualche tempo dalle sue attenzioni brutali.
Nelle regioni meridionali del regno era scoppiata un'altra violenta
sommossa, che Trok aveva domato con crudele ferocia, piombando sugli
insorti e massacrando tutti coloro che gli si opponevano, confiscando le
loro proprietà e vendendo in schiavitù i loro familiari. Il nobile Naja aveva
inviato due compagnie per assisterlo in quelle operazioni contro i ribelli,
appoggiando il Faraone suo cugino e ovviamente dividendo con lui il
bottino.
Mintaka sapeva che Trok era tornato in trionfo ad Avaris già da tre
giorni, ma non lo aveva ancora visto. Ne rese grazie alla dea, ma la
gratitudine era prematura. Al quarto giorno le giunse una convocazione:
doveva presenziare a una seduta straordinaria del consiglio di Stato. Si
trattava di una questione così urgente che le fu concessa soltanto un'ora per
prepararsi. Il messaggio l'ammoniva che, se avesse deciso d'ignorare la

Wilbur Smith 226 2001 - Figli Del Nilo


convocazione, Trok avrebbe mandato le sue guardie del corpo per
trascinarla nella sala dell'assemblea. Non aveva alternative.
Era la prima volta che Mintaka compariva in pubblico dopo le nozze.
Grazie al trucco, applicato con cura dalle ancelle, era bella come sempre
quando prese posto sul trono della regina, poco più in basso di quello del
Faraone, nella sala del palazzo destinata alle sedute del consiglio e arredata
a nuovo con grande sfarzo. Tentò di mantenere un'espressione distaccata,
astraendosi dai lavori del consiglio, ma il suo atteggiamento di riserva si
dissolse nel riconoscere l'araldo reale che entrò, andando a prostrarsi
davanti ai troni gemelli. Allora si protese in avanti con interesse.
Trok salutò il messaggero, invitandolo ad alzarsi per riferire al consiglio
le notizie che portava. L'uomo obbedì e Mintaka si accorse che era in
preda a un'emozione profonda: dovette schiarirsi la gola più volte prima di
riuscire a pronunciare qualche parola e, quando alla fine ci riuscì, parlò
con voce così tremante che lei, da principio, non riuscì a capire che cosa
stava dicendo. Sentiva le parole, ma non riusciva ad accettarle.
«Sacra maestà, Faraone Trok Uruk, regina Mintaka Apepi Uruk, nobili
membri del consiglio di Stato, cittadini di Avaris, fratelli e compatrioti
dell'Egitto riunito, vi porto notizie terribili dal regno del sud. Preferirei
dovermi battere da solo contro cento nemici in battaglia, piuttosto che
darvi questo annuncio.» Fece una pausa per schiarirsi di nuovo la gola, poi
la sua voce si levò, più forte e limpida. «Sono venuto fin qui da Tebe
viaggiando a bordo di una nave veloce. Viaggiando giorno e notte, e
fermandomi soltanto per cambiare i rematori, ho impiegato dodici giorni
per raggiungere Avaris.» Si fermò di nuovo, allargando le braccia in un
gesto di disperazione. Riprese: «Il mese scorso, alla vigilia della festa di
Hapi, il giovane Faraone Nefer Seti, che tutti abbiamo amato, e nel quale
abbiamo riposto tanta fiducia e speranza, è morto in seguito alle gravi
ferite ricevute a Dabba, mentre dava la caccia a un leone che razziava il
bestiame». Si udì un coro di sospiri di disperazione. Uno dei consiglieri si
coprì gli occhi, cominciando a piangere sommessamente.
Nel silenzio generale, l'araldo proseguì: «Il reggente dell'Alto Egitto, il
nobile Naja, che appartiene per matrimonio alla famiglia reale di Tamose
ed è il primo nella linea di successione, è stato innalzato al trono al posto
del Faraone defunto. Egli purifica la terra col nome di Kiafan, vive per
l'eternità col nome di Naja, incute soggezione a tutto il mondo col nome di
Faraone Naja Kiafan».

Wilbur Smith 227 2001 - Figli Del Nilo


La sala si riempì di un clamore assordante, che esprimeva insieme il
lutto per il Faraone defunto e la gioia per il successore.
In mezzo a quel tumulto, Mintaka continuò a fissare il messaggero.
Sotto il trucco era diventata pallida come il gesso, e i suoi occhi non
avrebbero avuto bisogno del kohl per apparire enormi. Vacillò sullo
sgabello, perché il mondo parve oscurarsi intorno a lei. Anche se aveva
sentito tramare e complottare la morte di Nefer, si era convinta che non
sarebbe mai accaduta. Aveva creduto che, anche senza i suoi
ammonimenti, Nefer, con l'aiuto di Taita, sarebbe riuscito in qualche modo
a sfuggire alla ragnatela maligna intessuta da Naja e Trok.
Il marito la fissava con un sorriso subdolo e trionfante, e lei capì che
godeva del suo dolore. Ma non aveva più importanza: Nefer se n'era
andato e, con lui, si erano dissolte ogni volontà e ogni ragione per resistere
e continuare a vivere. Alzandosi dal trono, uscì dalla sala come una
sonnambula. Si aspettava che il marito ordinasse di riportarla indietro,
invece non fu così. Nella costernazione e nel lutto generale, pochi ospiti si
accorsero della sua uscita, e quelli che la notarono sapevano della sua
terribile sofferenza. Ricordavano che un tempo era stata promessa in sposa
al Faraone defunto, quindi perdonarono quell'infrazione al decoro e al
protocollo.
Mintaka rimase segregata nella sua stanza per tre giorni e tre notti, senza
mangiare, bevendo soltanto un po' di vino mescolato con acqua. Ordinò a
tutti di lasciarla sola, anche alle sue ancelle. Non volle vedere nessuno,
neanche il medico che Trok le aveva mandato.
Il quarto giorno mandò a chiamare la Gran Sacerdotessa del tempio di
Hathor. Rimasero sole per tutta la mattina, e la vecchia, uscendo dal
palazzo, si coprì la testa rasata con lo scialle bianco, in segno di lutto.
Il giorno dopo la sacerdotessa tornò, in compagnia di due accolite che
portavano una grossa cesta di fronde di palma intrecciate. Le due accolite
posarono il cesto davanti a Mintaka, poi si coprirono il capo e si ritirarono.
La sacerdotessa s'inginocchiò accanto alla ragazza, chiedendole a bassa
voce: «Sei certa di voler percorrere la via della dea, figlia mia?»
«Non ho più un motivo per vivere», rispose Mintaka con semplicità.
Il giorno prima, la sacerdotessa aveva cercato per ore di dissuaderla, e
fece un ultimo tentativo. «Sei ancora giovane...»
Mintaka tese verso di lei la mano sottile. «Madre, non ho vissuto a
lungo, ma, in questo breve tempo, ho sperimentato più dolore di quanto la

Wilbur Smith 228 2001 - Figli Del Nilo


maggior parte degli esseri umani conosca in tutta una lunga esistenza.»
La sacerdotessa chinò la testa, dicendo: «Preghiamo la dea». Mintaka
chiuse gli occhi, mentre lei continuava: «Signora benevola, possente dea
del cielo, patrona della musica e dell'amore, tu, che tutto vedi e tutto puoi,
ascolta le preghiere delle tue figlie amorevoli».
Qualcosa si mosse nella cesta davanti a loro, mentre si udiva un lieve
fruscio, simile alla brezza del fiume tra gli steli di papiro. Mintaka avvertì
un senso di gelo, e capì che erano le avvisaglie del gelo della morte.
Ascoltava la preghiera, ma i suoi pensieri erano con Nefer. Ricordava
intensamente le ore trascorse insieme, rivedeva la sua immagine come se
fosse ancora vivo, rievocando il suo sorriso e il modo in cui teneva la testa
in equilibrio perfetto sul collo forte e dritto. Si domandò quale tappa
avesse raggiunto, nel terribile viaggio attraverso il mondo dell'aldilà, e
pregò per la sua salvezza. Pregò anche per potersi riunire in fretta a lui. Ti
seguirò presto, cuore mio, gli promise.
«La tua diletta figlia, Mintaka, moglie del divino Faraone Trok Uruk, ti
chiede la grazia che hai promesso a coloro che in questo mondo hanno
sofferto troppo. Consentile d'incontrare il tuo messaggero oscuro e di
trovare grazie a lui la pace nel tuo seno, possente Hathor.»
La sacerdotessa completò la preghiera, restando in attesa. Il passo
successivo toccava a Mintaka. Lei aprì gli occhi, osservando la cesta come
se la vedesse per la prima volta, poi tese lentamente le mani per sollevare
il coperchio. L'interno era scuro, ma dentro s'intuiva un movimento, un
lieve snodarsi di spire languide, uno scintillio nero che somigliava a olio
versato sull'acqua in un pozzo profondo.
La ragazza si protese in avanti per sbirciare all'interno e, a poco a poco,
una testa coperta di scaglie si drizzò sotto i suoi occhi. A mano a mano che
emergeva alla luce, il cappuccio si allargò, fino a diventare ampio come un
ventaglio da donna, decorato da un disegno nero e avorio. Gli occhi erano
lucenti come perline di vetro, le labbra sottili apparivano tese in un ghigno
sardonico e la lingua nera e sottile saettava, fiutando l'aria e la fanciulla
seduta di fronte a lui.
Immobili, continuarono a fissarsi, la fanciulla e il cobra, finché i battiti
lenti del cuore di Mintaka non presero ad accelerare. Una volta il serpente
oscillò all'indietro, quasi per prepararsi a colpire, poi si drizzò di nuovo,
delicatamente, come un fiore letale dal lungo stelo.
«Come mai non vuole compiere il suo lavoro?» chiese Mintaka, con le

Wilbur Smith 229 2001 - Figli Del Nilo


labbra così vicine a quelle del cobra che i due, la donna e l'animale,
avrebbero potuto scambiarsi un bacio. Tese la mano, e il serpente volse la
testa per osservare le sue dita che si avvicinavano. Mintaka non mostrava
la minima paura. Accarezzò delicatamente la parte posteriore del
cappuccio del cobra, ma il serpente, invece di attaccarla, si volse per metà,
quasi fosse un gatto che offriva la testa alle sue carezze.
«Fa' in modo che compia la sua missione», disse Mintaka, pregando la
sacerdotessa, ma la vecchia scosse la testa, perplessa.
«Non ho mai visto una cosa del genere prima d'ora», sussurrò. «Devi
colpire il messaggero con la mano. Questo lo indurrà senz'altro a
consegnare il dono della dea.»
Mintaka tirò indietro la mano, col palmo aperto e con le dita allargate.
Mirò alla testa schiacciata del serpente e stava per colpirlo, quando
sussultò, sorpresa, abbassando la mano. Perplessa, si guardò intorno nella
camera buia, scrutando gli angoli in ombra, poi fissò la sacerdotessa. «Hai
parlato di nuovo?» chiese.
«Non ho detto niente.»
La ragazza alzò di nuovo la mano, ma, in quel momento, la voce risuonò
più vicina e nitida. La riconobbe e si sentì assalire da un brivido di paura
superstiziosa.
«Taita?» sussurrò, guardandosi intorno. Si aspettava di vederlo in piedi
nella sua stanza, ma la camera era vuota, a parte loro due, inginocchiate
davanti alla cesta. «Sì!» mormorò poi, quasi in risposta a una domanda o a
un ordine. Rimase in ascolto nel silenzio, annuendo due volte, poi ripeté a
bassa voce: «Sì! Oh, sì!»
La sacerdotessa non udiva nulla, ma capì che era in atto qualche
intervento misterioso, e dunque non fu sorpresa quando il cobra scivolò
lentamente sul fondo della cesta. Richiuse il coperchio e si alzò.
«Perdonami, madre», le disse Mintaka con dolcezza, «ma non percorrerò
la via della dea. Ho ancora molto da fare, in questo mondo.»
La sacerdotessa raccolse la cesta, replicando: «Possa la dea darti il suo
favore e concederti la vita eterna». Poi indietreggiò fino alla porta della
stanza, lasciando Mintaka seduta nella penombra. Sembrava intenta ad
ascoltare una voce che la vecchia non poteva udire.

Taita riportò Nefer da Tebe a Dabba immerso nel sonno profondo dello
shepenn rosso. Non appena la nave che li trasportava fu ormeggiata al

Wilbur Smith 230 2001 - Figli Del Nilo


molo di pietra ai piedi del palazzo, Taita fece trasportare il giovane a terra
su una lettiga, riparata da spesse cortine che lo nascondevano agli occhi
del popolo. Sarebbe stato poco saggio che tutti, in città, capissero quanto
erano critiche le condizioni del Faraone. A volte, in passato, era accaduto
che la morte di un sovrano facesse piombare la città e lo Stato intero nella
disperazione, scatenando speculazioni dannose per il commercio,
sommosse, saccheggi e il sovvertimento di tutte le usanze e le convenzioni
sociali.
Quando Nefer fu al sicuro negli appartamenti reali, Taita riuscì a
lavorare su di lui in condizioni di tranquillità e d'isolamento. Il suo primo
pensiero fu esaminare ancora una volta le terribili lacerazioni che
squarciavano la parte anteriore delle gambe e dell'addome del ragazzo, per
valutare se ci fosse stato un peggioramento nelle sue condizioni.
Il suo timore più grande riguardava l'eventualità di una perforazione
degli intestini. Se il loro contenuto si fosse riversato nella cavità dello
stomaco, tutte le sue arti mediche sarebbero infatti servite a ben poco.
Dopo aver asportato le bende, sondò delicatamente le ferite, annusando gli
umori che ne sgorgavano, e, non scoprendo tracce di contaminazione, fu
molto sollevato. Cercò di ripulire gli squarci più profondi con una miscela
di aceto e spezie orientali, poi li richiuse con una cucitura eseguita con filo
di minugia e bendò le ferite con tutta la sua abilità, sfiorandole con
l'amuleto d'oro di Lostris e raccomandando il nipote alla dea a ogni giro
della fascia di lino.
Nei giorni seguenti, ridusse a poco a poco il dosaggio dello shepenn
rosso e ne fu ricompensato quando Nefer riprese i sensi e gli sorrise.
«Taita, sapevo che eri con me.» Poi si guardò intorno, ancora ottenebrato
dalla droga. «Dov'è Mintaka?»
Taita gli rivelò che non si trovava lì, e la delusione di Nefer fu quasi
palpabile; del resto era troppo debole per mascherarla. Il vecchio cercò di
consolarlo, spiegandogli che la separazione era solo temporanea, che ben
presto sarebbe stato abbastanza bene da viaggiare verso il nord per visitare
Avaris. «Troveremo una buona scusa perché Naja ti consenta di fare
questo viaggio», gli assicurò.
Per qualche tempo, la convalescenza di Nefer fu incoraggiante. Il giorno
seguente era già seduto sul letto e consumava un pasto sostanzioso a base
di pane di dhurra e minestra di ceci. Il giorno successivo ancora fece
qualche passo, appoggiandosi alle stampelle che Taita aveva intagliato nel

Wilbur Smith 231 2001 - Figli Del Nilo


legno per lui, e chiese di mangiare un po' di carne. Per evitare un
riscaldamento del sangue, Taita gli proibì di mangiare carni rosse,
permettendogli soltanto pesce e pollame.
Il terzo giorno Merykara andò a trovare il fratello e rimase molto a lungo
con lui, rallegrandolo con le sue risate allegre e il suo chiacchiericcio
infantile. Quando Nefer chiese di Heseret e volle sapere come mai non era
venuta anche lei, Merykara gli rispose in modo evasivo, invitandolo a
giocare un'altra partita di bao. E lui aprì di proposito il castello centrale per
lasciarla vincere.
Fu nel corso del quarto giorno che a Tebe giunse la terribile notizia della
tragedia di Balasfura. I primi rapporti riferivano che Apepi e tutta la sua
famiglia, compresa Mintaka, erano periti tra le fiamme. Nefer peggiorò
all'istante, ricadendo nella prostrazione. Taita dovette somministrargli
un'altra dose di shepenn rosso; poi, nel giro di poche ore, le ferite alla
gamba s'infettarono. Nei giorni seguenti continuò a peggiorare, e ben
presto fu in punto di morte. Taita restò seduto al suo fianco, osservandolo
mentre si dibatteva in preda al delirio e le linee livide della cancrena
correvano come fiumi di fuoco sulle gambe fino al ventre.
Finalmente giunse dal Basso Egitto la notizia che Mintaka era
sopravvissuta alla tragedia che aveva distrutto il resto della famiglia.
Quando gli sussurrò all'orecchio quella splendida notizia, Taita ebbe
l'impressione che Nefer fosse in grado di capire e reagire. Il giorno dopo
era debole, ma lucido, e tentò di convincere il mago che si sentiva
abbastanza in forze per compiere il lungo viaggio e stare a fianco di
Mintaka, per consolarla del suo lutto. Taita riuscì a dissuaderlo, ma gli
promise che, non appena si fosse ripreso, avrebbe sfruttato tutta la sua
influenza per convincere il nobile Naja a dargli il permesso di partire. Con
quella meta da raggiungere, Nefer si riprese ancora una volta. Il mago lo
vide domare le febbri e gli umori maligni nel sangue grazie alla pura forza
di volontà.
Il nobile Naja tornò dal nord e, poche ore dopo, Heseret andò a trovare
Nefer, per la prima volta da quand'era stato aggredito dal leone. Gli portò
in dono alcuni dolci, un vasetto di miele selvatico e una splendida tavola
per giocare a bao, fatta di agata, con le pedine di avorio intagliato e corallo
nero. Fu dolce, straordinariamente gentile e sollecita nei confronti delle
sue sofferenze, e si scusò per averlo trascurato.
«Il mio diletto consorte, il reggente dell'Alto Egitto, l'illustre nobile

Wilbur Smith 232 2001 - Figli Del Nilo


Naja, è stato lontano per tutte queste settimane», spiegò, «e io languivo in
attesa del suo ritorno, al punto che non sarei stata di buona compagnia per
una persona malata come te. Ho avuto paura che la mia infelicità potesse
contagiarti, mio caro Nefer.» Si trattenne un'ora, cantando per lui e
raccontandogli pettegolezzi sulla corte, quasi tutti scandalosi. Alla fine si
congedò, spiegando: «Mio marito, il reggente dell'Alto Egitto, non
gradisce che resti lontana da lui così a lungo. Siamo così innamorati,
Nefer. È un uomo meraviglioso, pieno di attenzioni e devoto a te e
all'Egitto. Devi imparare a fidarti completamente di lui, come faccio io».
Si alzò, e poi, quasi per un ripensamento, aggiunse in tono frivolo: «Sarai
sollevato di apprendere che il Faraone Trok Uruk e il mio diletto consorte,
il reggente dell'Alto Egitto, hanno convenuto per motivi di Stato di
annullare il tuo fidanzamento con quella piccola rozza hyksos, Mintaka.
Ero così dispiaciuta per te, quando ho saputo che ti veniva imposto un
matrimonio così disdicevole. Mio marito, il reggente dell'Alto Egitto, era
contrario fin dall'inizio, come me, del resto».
Una volta che Heseret se ne fu andata, Nefer si accasciò sui cuscini, a
occhi chiusi, e Taita, che sopraggiunse a visitarlo poco dopo, rimase
sconcertato dalla sua ricaduta. Togliendo le bende, scoprì che l'infezione si
era rinfocolata, e il pus maleodorante che usciva dalla ferita più profonda
era denso e giallo. Quella notte lo vegliò, ricorrendo a tutta la sua abilità e
ai suoi poteri per disperdere le ombre del male che si addensavano intorno
al giovane Faraone.
All'alba, Nefer era in coma. Taita era davvero allarmato dalle sue
condizioni, che non si potevano giustificare unicamente con la sofferenza
del ragazzo. All'improvviso fu riscosso da un gran trambusto alla porta.
Indignato, stava per invocare il silenzio, quando sentì la voce imperiosa
del nobile Naja, che ordinava alle guardie di farsi da parte. Il reggente
entrò nella camera e, senza neanche salutare il mago, si chinò sulla figura
immobile di Nefer, fissandone il volto pallido e tirato. Dopo un lungo
istante, si raddrizzò, facendo segno a Taita di seguirlo sul terrazzo.
Quando Taita uscì, Naja stava guardando il fiume. Sulla riva opposta,
uno squadrone di carri si esercitava in evoluzioni, cambiando formazione
al galoppo. Stranamente, dopo la firma del trattato di Hathor, non si
facevano che preparativi di guerra. «Desideravi parlarmi, mio signore?»
chiese Taita.
Naja si girò verso di lui. «Mi hai deluso, vecchio», ribatté con aria cupa,

Wilbur Smith 233 2001 - Figli Del Nilo


e l'altro chinò la testa senza rispondere. «Avevo sperato che la mia strada
verso il destino che mi è stato predetto dagli dei fosse ormai Ubera da ogni
impedimento.» Fissò Taita con durezza. «Eppure si direbbe che, invece di
lasciare che quella strada seguisse il suo corso, tu abbia fatto tutto ciò che
è in tuo potere per disseminarla di ostacoli.»
«È tutta una finzione. Ho dovuto fare mostra di assistere il mio paziente,
mentre in realtà curavo i tuoi interessi. Come puoi vedere anche tu, il
Faraone è sospeso sull'orlo dell'abisso.» Taita fece un gesto verso la
camera del malato. «Senza dubbio puoi percepire le ombre che
s'infittiscono intorno a lui. Mio signore, abbiamo quasi raggiunto la meta.
Entro pochi giorni la via sarà spianata per te.»
Naja non si lasciò convincere. «Sto per esaurire la pazienza», lo
ammonì, allontanandosi a lunghe falcate per rientrare e passando
attraverso la camera senza degnare di uno sguardo la forma immobile sul
letto.
Quel giorno, le condizioni di Nefer fluttuarono tra il coma profondo e
vari accessi di delirio. Quando apparve chiaro che la gamba lo faceva
soffrire, Taita tolse le bende di lino e scoprì che tutta la coscia era
enormemente gonfia: i punti che tenevano chiusa la ferita erano tesi e
affondavano nelle carni violacee, ardenti di febbre. Il mago sapeva che non
poteva azzardarsi a muovere il ragazzo finché la sua vita era appesa a un
filo. Tutti i piani che aveva preparato con cura nelle settimane precedenti
non potevano essere attuati, a meno che non prendesse una misura
drastica. Intervenire ancora sulla ferita mentre Nefer era in quelle
condizioni significava rischiare un avvelenamento del sangue che poteva
essergli fatale, ma non gli restava altra scelta. Preparò gli strumenti,
immergendo tutta la gamba in una soluzione di aceto, poi costrinse Nefer a
bere un'altra dose massiccia di shepenn rosso e, mentre aspettava che la
droga facesse effetto, pregò Horus e la dea Lostris affinché gli
concedessero la loro protezione. Poi afferrò il bisturi e tagliò uno dei punti
che tenevano accostati i lembi della ferita.
Rimase sorpreso dalla facilità con la quale le carni si aprirono, lasciando
sgorgare un fiotto di pus giallo. Usò un cucchiaio d'oro per ripulire la ferita
e, quando sentì il metallo colpire un ostacolo resistente in fondo allo
squarcio, v'inserì il forcipe d'avorio per afferrare l'oggetto. Alla fine riuscì
a liberarlo dalle carni di Nefer, lo portò alla luce per osservarlo, e scoprì
che si trattava di una scheggia irregolare dell'artiglio del leone, lunga circa

Wilbur Smith 234 2001 - Figli Del Nilo


la metà di un mignolo, che doveva essersi spezzata mentre la bestia
colpiva Nefer.
Inserì un tubicino d'oro nella ferita per consentire il drenaggio, poi la
bendò di nuovo. A sera, la ripresa di Nefer appariva miracolosa. La
mattina dopo, il ragazzo era molto debole, ma la febbre era calata. Taita gli
somministrò un tonico, posando sulla gamba il talismano di Lostris. A
mezzogiorno, mentre sedeva al suo capezzale, raccogliendo le forze per
decidersi, sentì raschiare leggermente sulle imposte. Quando le aprì di uno
spiraglio, Merykara sgattaiolò nella stanza. Era sconvolta e si vedeva che
aveva pianto. Si gettò ai piedi di Taita, stringendogli le gambe.
«Loro mi hanno proibito di venire qui», sussurrò, e non ci fu bisogno di
spiegare chi fossero «loro». «Per fortuna conosco gli uomini di guardia sul
terrazzo, che mi hanno lasciato passare.»
«Piano, piccola mia.» Taita le accarezzò i capelli. «Non devi agitarti
tanto.»
«Taita, stanno per ucciderlo.»
«Chi?»
«Tutti e due.» Merykara riprese a singhiozzare, balbettando spiegazioni
incoerenti. «Pensavano che dormissi, o non capissi di che cosa stavano
discutendo. Non hanno mai pronunciato il suo nome, ma ho capito che
parlavano di Nefer.»
«Che cos'hanno detto?»
«Che ti manderanno a chiamare. Non appena lascerai solo Nefer, dicono
che non ci vorrà molto... E' così orribile, Taita! Nostra sorella, e
quell'uomo disgustoso, quel mostro!»
«Quando?» Taita la scrollò leggermente per indurla a dominarsi.
«Presto, molto presto», rispose Merykara con voce più salda.
«Hanno detto in che modo, principessa?»
«Usando Noom, il chirurgo di Babilonia. Naja dice che spingerà un ago
sottile attraverso una narice di Nefer, fino al cervello. Non ci saranno né
sangue né altri segni.»
Taita conosceva bene Noom. In passato si erano scontrati nella
biblioteca di Tebe, discutendo sul trattamento più corretto per le fratture.
Noom si era allontanato, furioso per la sconfitta subita grazie all'eloquenza
e all'esperienza di Taita, e da allora era molto geloso della sua fama e dei
suoi poteri di mago: era un rivale, un acerrimo nemico.
«Gli dei ti ricompenseranno, Merykara, per aver avuto il coraggio di

Wilbur Smith 235 2001 - Figli Del Nilo


venire ad avvertirci. Ma ora devi andare, prima che scoprano che sei stata
qui. Se hanno sospetti su di te, ti riserveranno lo stesso trattamento che
progettano d'infliggere a Nefer.»
Quando lei se ne fu andata, Taita restò seduto per qualche tempo a
raccogliere i pensieri, riesaminando i suoi piani. Da solo non poteva
farcela, e avrebbe dovuto affidarsi ad altri, ma aveva scelto i migliori e i
più fidati. Erano pronti ad agire, e attendevano soltanto una parola da lui.
Non poteva più rimandare.

Ordinò agli schiavi di portare un po' di acqua calda e lavò con cura
Nefer dalla testa ai piedi prima di fasciare di nuovo le ferite, applicando
una striscia di pelle d'agnello sullo squarcio nella coscia, che continuava a
trasudare umori.
Poi ammonì le guardie di non far passare nessuno e sbarrò tutte le
entrate alla stanza. Dopo aver pregato a lungo, gettò dell'incenso sul
braciere e, quando vide levarsi un fumo azzurrino e aromatico, recitò un
antico e potente incantesimo rivolto ad Anubi, dio della morte e dei
cimiteri.
Soltanto allora si dedicò a preparare l'elisir di Anubi. Prese una lampada
a olio mai usata in precedenza e scaldò la miscela sul braciere finché non
raggiunse la stessa temperatura del sangue, poi la portò verso il letto sul
quale Nefer dormiva tranquillo. Gli voltò la testa di lato, con delicatezza, e
applicò il beccuccio della lampada all'orecchio. Versò l'elisir nell'orecchio,
facendo cadere a una a una le gocce viscide e pesanti e asciugando con
cura l'eccesso, sempre attento a evitare che toccassero la pelle. Quindi
infilò nell'orecchio di Nefer una pallottolina di lana, spingendola in fondo
al passaggio sinché non fu sicuro che nessuno potesse scoprirla se non con
un esame molto attento.
Vuotò quello che restava dell'elisir sul braciere, dove avvampò,
sollevando uno sbuffo di vapore acre, poi riempì la lampada di olio e
accese lo stoppino, sistemandola con le altre in un angolo della stanza.
Tornato verso il letto, si accovacciò vicino al capezzale per osservare il
petto di Nefer che si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro. Ogni
inspirazione era più lenta della precedente, e gli intervalli divennero
sempre più lunghi, finché il respiro non cessò del tutto. Taita posò due dita
sulla gola di Nefer, sotto l'orecchio, per sentire il pulsare lento e deliberato
della forza vitale dentro di lui. A poco a poco anche quello svanì,

Wilbur Smith 236 2001 - Figli Del Nilo


lasciando dietro di sé appena un fremito lieve, simile al frullo dell'ala di un
insetto minuscolo, che soltanto la sua abilità ed esperienza erano in grado
di scoprire. Con le dita della mano sinistra confrontò i battiti nel proprio
collo con quelli di Nefer.
Alla fine giunse a contare trecento dei suoi battiti contro uno soltanto, e
quasi impercettibile, nel collo di Nefer. Allora chiuse delicatamente gli
occhi del ragazzo, posandogli un amuleto sulle palpebre come si usava fare
nella preparazione dei cadaveri. Legò una striscia di lino sopra di essi e
un'altra sotto la mascella, per impedire che la bocca si aprisse. Lavorava in
fretta, perché ogni minuto in cui Nefer restava sotto l'influsso dell'elisir
rappresentava un rischio. E infine si diresse alla porta, togliendo la sbarra
che la sprangava.
«Mandate a chiamare il reggente dell'Alto Egitto. Deve venire
immediatamente per apprendere una terribile notizia che riguarda il
Faraone.»
Il nobile Naja arrivò con sorprendente alacrità, accompagnato dalla
principessa Heseret e seguito da una folla di persone, tra le quali il nobile
Asmor, il medico assiro Noom e gran parte dei membri del consiglio.
Naja ordinò agli altri di attendere nel corridoio fuori dell'alloggio reale,
mentre Heseret e lui entravano nella stanza, dove Taita si alzò per
accoglierli.
Heseret piangeva ostentatamente, coprendosi gli occhi con uno scialle di
lino ricamato. Naja guardò il corpo bendato che giaceva rigido sul letto,
poi fissò Taita con uno sguardo interrogativo. Il vecchio annuì di rimando,
e Naja mascherò la scintilla di trionfo negli occhi, inginocchiandosi vicino
al letto. Quando posò la mano sul petto di Nefer, sentì che il calore stava
defluendo lentamente, rimpiazzato da un gelo che si estendeva sempre più,
e intonò una preghiera a Horus, divino patrono del Faraone defunto.
Rialzandosi, strinse il braccio di Taita in una presa tenace.
«Consolati, mago, hai fatto tutto quello che potevamo chiederti. Non ti
mancheranno le ricompense.» Batté le mani e, quando le guardie si
affrettarono a entrare, ordinò: «Convocate i membri del consiglio».
Entrarono nella stanza, sfilando in processione e disponendosi su tre file
intorno al letto.
«Che si faccia avanti il buon Noom», ordinò Naja. «Desidero che
confermi l'annuncio della morte del Faraone dato dal mago.»
Le file di dignitari si aprirono per consentire al medico assiro di

Wilbur Smith 237 2001 - Figli Del Nilo


avvicinarsi al letto. I capelli lunghi, arricciati con le pinze roventi, gli
scendevano sulle spalle, e anche la barba era arricciata secondo la moda
babilonese. La sua veste, ricamata con simboli di strani dei e disegni
magici, era tanto lunga da sfiorare il pavimento. S'inginocchiò vicino al
capezzale, cominciando a esaminare il corpo. Annusò le labbra di Nefer
con l'enorme naso a becco, dalle cui narici sporgevano ciuffi di peli neri.
Poi accostò l'orecchio al petto del Faraone, auscultandolo per un tempo
pari a cento battiti del cuore ansioso di Taita, che aveva riposto molta
fiducia nell'inettitudine di quel medico.
Noom prese quindi un lungo spillo d'argento dall'orlo della veste,
aprendo la mano inerte di Nefer e conficcandone profondamente la punta
sotto l'unghia, in attesa di una reazione muscolare o del formarsi di una
goccia di sangue.
Infine si rialzò lentamente, e a Taita parve di scorgere una traccia di
profonda delusione nel labbro arricciato e nell'espressione lugubre del
medico, quando scosse la testa. Indubbiamente gli avevano promesso
ricompense enormi perché usasse quello spillo d'argento in tutt'altro
modo, pensò Taita.
«Il Faraone è morto», annunciò Noom, e tutti coloro che circondavano il
letto fecero il gesto di scongiuro contro il malocchio e l'ira degli dei.
Il nobile Naja rovesciò la testa all'indietro per dare il via ai lamenti
funebri, e Heseret, in piedi alle sue spalle, riprese quel grido con la sua
bella voce sonora.
Taita dovette mascherare l'impazienza, mentre aspettava che tutti
sfilassero vicino al letto di morte del Faraone prima di lasciare la camera.
Quando rimasero soltanto Naja e Heseret, Noom e i nomarchi dell'Alto
Egitto, si fece di nuovo avanti.
«Nobile Naja, ti chiedo una grazia. Tu sai che sono stato il tutore e il
servo del Faraone Nefer Seti fin dalla sua nascita. Gli devo rispetto e
obbedienza anche nella morte. Ti chiedo di concedermi un favore. Vuoi
consentirmi di trasportare personalmente il suo corpo nella Sala del
Cordoglio e compiere l'incisione necessaria per rimuovere il cuore e le
viscere? Lo considero il più grande onore che tu possa concedermi.»
Il nobile Naja rifletté per qualche istante prima di annuire. «Ti sei
guadagnato questo onore. Ti affido il compito di trasportare il sacro corpo
del Faraone nel tempio funerario e di dare inizio al processo
d'imbalsamazione praticando l'incisione.»

Wilbur Smith 238 2001 - Figli Del Nilo


Hilto, che era in attesa nel corpo di guardia, alle porte del palazzo,
accorse subito alla convocazione di Taita, portando con sé lo sciamano
nubiano, Bay, e quattro dei suoi uomini più fidati. Uno di loro era Meren,
amico e compagno d'infanzia di Nefer, che ormai era diventato un bel
giovane, alfiere delle guardie, alto di statura e con lo sguardo limpido.
Taita aveva richiesto lui in particolare per affidargli quel compito.
Portavano a braccia la lunga cesta nella quale gli imbalsamatori erano
soliti trasportare i cadaveri fino al tempio funebre. La cesta vuota appariva
più pesante di quanto ci si potesse aspettare.
Taita li introdusse nella camera ardente, bisbigliando a Hilto: «Presto,
adesso! Ogni secondo è prezioso».
Aveva già avvolto Nefer in un lungo lenzuolo bianco, col volto coperto
da una piega del telo di lino. I portatori deposero la cesta vicino al letto e,
con gesti pieni di reverenza, vi trasferirono Nefer. Taita infilò alcuni
cuscini intorno al corpo per proteggerlo durante il viaggio, poi abbassò il
coperchio e annuì. «Al tempio», ordinò. «Tutto è pronto.»
Affidò la sua borsa a Meren, percorrendo in fretta insieme con lui i
corridoi e i cortili del palazzo, seguito da un coro di gemiti e lamenti. Le
guardie abbassarono la punta delle armi, inginocchiandosi al passaggio del
Faraone defunto. Le donne si coprirono il volto, lanciando strida lugubri.
Tutte le lampade erano state spente e i fuochi in cucina erano stati coperti,
in modo che, dai comignoli, non si levasse neanche un filo di fumo.
Nel cortile d'ingresso era già in attesa una squadra di carri di Hilto, coi
cavalli aggiogati. I portatori sistemarono la lunga cassa a bordo del carro
di testa, fissandola con cinghie di cuoio. Meren sistemò sul fondo la borsa
di cuoio con gli strumenti di Taita e il vecchio salì, prendendo in mano le
redini. I corni d'ariete intonarono un inno funebre, e la colonna uscì dalle
porte del palazzo a passo d'uomo.
La notizia della morte del Faraone, che si era sparsa nella città come
un'epidemia, aveva spinto i cittadini ad affollarsi intorno alle porte,
piangendo e ululando al passaggio della colonna. La folla era schierata ai
lati della via che portava al fiume. Le donne, lanciando grida lugubri,
gettavano sulla cesta i sacri fiori di loto.
Taita incitò i cavalli, spronandoli prima al trotto, poi al piccolo galoppo,
attanagliato dall'ansia di far arrivare al più presto la cesta nel santuario. Il
tempio del padre di Nefer non era stato ancora demolito, anche se il

Wilbur Smith 239 2001 - Figli Del Nilo


Faraone Tamose era stato già trasportato da alcuni mesi nella sua tomba,
tra le colline desolate a occidente della città. Per Nefer non ne era stato
ancora costruito uno, perché era così giovane che le sue aspettative di vita
erano lunghissime. Quella fine prematura non lasciava altre possibilità che
usare l'edificio costruito per il padre.
Le alte mura e il portico del tempio di granito rosa sorgevano su una
bassa altura che sovrastava le acque verdi del fiume. Convocati in tutta
fretta, i sacerdoti, con la testa rasata di fresco e unta di olio, erano già in
attesa di accogliere la colonna di carri. I tamburi e i sistri scandivano un
ritmo lento, mentre Taita imboccava l'ampio viale in salita, fermando il
carro ai piedi della scala che saliva verso la Sala del Cordoglio.
Hilto e i suoi guerrieri sollevarono la cesta, salendo la scala con quel
fardello in equilibrio sulle spalle, e i sacerdoti si accodarono, intonando un
canto funebre. Di fronte ai battenti di legno della porta della sala, i
portatori si fermarono e Taita si voltò a guardare i sacerdoti.
«In nome della grazia e dell'autorità del reggente dell'Egitto, io, Taita,
sono stato incaricato di prelevare le viscere del Faraone.» Fissò il Gran
Sacerdote con uno sguardo ipnotico. «Tutti gli altri dovranno attendere
mentre io adempirò a questo compito sacro.»
Tra i sacerdoti di Anubi si sparse un brusio costernato, poiché si trattava
di un fatto contrario alla tradizione e alla loro autorità, ma Taita sostenne
con fermezza lo sguardo del Gran Sacerdote, alzando lentamente la mano
destra, nella quale stringeva il talismano di Lostris. Il sacerdote conosceva,
grazie alla sua temibile reputazione, il potere di quell'oggetto. «Sia fatto
come il reggente dell'Egitto ha decretato», dichiarò, arrendendosi. «Noi
pregheremo all'esterno, mentre il mago compirà il suo dovere.»
Taita condusse Hilto e i portatori oltre la soglia, e gli uomini deposero
solennemente la cesta sul pavimento accanto alla lastra di diorite nera, al
centro della Sala del Cordoglio. Il mago lanciò un'occhiata a Hilto, e
l'anziano comandante dai capelli brizzolati si diresse verso la porta con
grande dignità, chiudendola in faccia ai sacerdoti riuniti. Poi si affrettò a
tornare da Taita. Insieme aprirono la cesta e sollevarono il corpo di Nefer,
avvolto nel lenzuolo, deponendolo sulla lastra di pietra nera.
Il mago scostò il lembo di tessuto che copriva il volto di Nefer, pallido e
bellissimo come una statua d'avorio del dio Horus da giovane. Gli girò
delicatamente il capo di lato, rivolgendo un cenno a Bay, che gli posò
vicino la borsa con gli strumenti e l'aprì. Taita scelse il forcipe d'avorio,

Wilbur Smith 240 2001 - Figli Del Nilo


inserendone con precauzione le punte nell'orecchio di Nefer per estrarre la
pallottolina di lana. Poi si riempì la bocca col liquido color rubino preso da
un'ampolla di vetro e, mediante un tubicino d'oro, lo versò nell'orecchio di
Nefer, per liberare il timpano dai residui dell'elisir di Anubi. Quando
guardò in fondo al passaggio, vide, con sollievo, che non c'era nessuna
infiammazione. Subito dopo, introdusse nell'orecchio un linimento,
provvedendo a richiuderlo con un altro tampone di lana. Intanto Bay aveva
preso l'antidoto all'elisir, contenuto in un'altra fiala. Quando tolse il tappo,
nell'aria si diffuse un odore acuto di canfora e di zolfo. Hilto li aiutò a
mettere seduto Nefer, mentre Taita gli faceva bere tutto il contenuto della
fiala.
Meren e gli altri erano rimasti a guardare, senza capire. D'un tratto Nefer
fu scosso da un colpo di tosse violento e loro, assaliti da un terrore
superstizioso, balzarono all'indietro, allontanandosi dalla lastra e facendo
segni di scongiuro. Il mago massaggiò il petto nudo di Nefer, che tossì di
nuovo, vomitando un po' di bile gialla. Mentre Taita continuava a lavorare,
tutto assorto nel compito di rianimare il giovane, Hilto ordinò ai suoi
uomini d'inginocchiarsi e pronunciare un giuramento sacro: avrebbero
dovuto mantenere il più assoluto segreto su tutto quello che stavano
vedendo. Pallidi e scossi, i soldati giurarono di non rivelare nulla, a costo
della vita.
Taita accostò l'orecchio al petto di Nefer, auscultandolo per qualche
minuto prima di annuire. Poi riprese a massaggiarlo e si fermò di nuovo ad
auscultare. Fece un segno a Bay, che prese dalla borsa una treccia di erbe
secche, accostandone l'estremità a una delle lampade del tempio prima di
metterla sotto il naso di Nefer. Il ragazzo starnutì e tentò di voltare la testa.
Finalmente soddisfatto, Taita lo riavvolse nel sudario di lino, facendo un
altro segnale a Bay e Hilto.
In tre, si diressero verso la cesta, e gli altri guardarono a bocca aperta
Taita quando egli sollevò il doppio fondo ben celato, portando allo
scoperto un cadavere disposto nello scomparto sottostante. Anche quel
corpo era avvolto in un sudario di lino bianco.
«Avanti!» ordinò Hilto. «Tiratelo fuori!»
Sotto gli occhi acuti di Taita e seguendo le severe istruzioni di Hilto, gli
uomini scambiarono i due corpi, deponendo Nefer nello scomparto
nascosto in fondo alla cesta, ma senza chiudere il doppio fondo. Bay si
accovacciò vicino alla cesta per tenere d'occhio Nefer e controllare le sue

Wilbur Smith 241 2001 - Figli Del Nilo


condizioni, mentre gli altri depositavano sulla lastra di diorite il corpo
dello sconosciuto.
Taita scostò il sudario, rivelando il corpo di un giovane che aveva la
stessa età e la medesima costituzione fisica di Nefer, oltre agli stessi
capelli scuri e folti. Il compito di procurarsi il cadavere era toccato a Hilto;
del resto, nelle condizioni in cui versava il Paese in quel periodo, non era
stato troppo difficile. L'epidemia imperversava ancora nelle regioni più
povere ai confini del nomo di Tebe e, ogni sera, si raccoglievano nelle
strade e nei vicoli della città i corpi delle vittime di omicidi o banditi.
Hilto aveva preso in esame tutte quelle possibili fonti, ma alla fine aveva
trovato il sostituto del giovane Faraone in circostanze così ideali che era
impossibile considerarle una pura coincidenza. I responsabili della
sicurezza cittadina avevano colto in flagrante quel ragazzo nell'atto di
tagliare la borsa di uno dei più influenti mercanti di grano di Tebe, e i
magistrati non avevano avuto esitazioni a condannarlo a morte per
strangolamento. Il ragazzo condannato era tanto simile a Nefer per
corporatura e colorito che lo si sarebbe potuto scambiare per suo fratello;
per giunta era sano e robusto, a differenza delle vittime dell'inedia o
dell'epidemia. Hilto aveva parlato col comandante delle guardie cittadine
che era stato incaricato dell'esecuzione e, durante quel colloquio cordiale,
tre anelli d'oro avevano trovato la via della borsa di quel brav'uomo. Era
stato convenuto che lo strangolamento avrebbe subito un rinvio fino a che
Hilto non avesse dato l'ordine di eseguirlo, e sarebbe stato compiuto
infliggendo alla vittima il minimo dei danni, compatibilmente con l'abilità
del carnefice. Il prigioniero era stato giustiziato quella mattina, e infatti il
suo corpo non era ancora freddo.
I canopi erano disposti nel piccolo santuario in fondo alla sala. Taita
ordinò a Meren di prenderli e di aprirli, preparandoli a ricevere il
contenuto. Nel frattempo, Taita rovesciò il corpo di lato, praticando una
profonda incisione lungo il lato sinistro. Non c'era tempo per le finezze,
così infilò la mano nell'apertura per estrarne le viscere, poi, lavorando con
entrambe le mani, affondò il bisturi all'interno del cadavere. Per prima
cosa incise il diaframma per raggiungere la cavità toracica, poi insinuò una
mano oltre i polmoni, il fegato e la milza, per recidere la trachea al di
sopra del punto di congiunzione coi polmoni. Infine girò il corpo,
mettendolo in posizione prona, e ordinando a Meren di divaricare le
natiche, mentre lui, con pochi colpi sicuri di bisturi, liberava i muscoli

Wilbur Smith 242 2001 - Figli Del Nilo


dello sfintere anale. Ormai tutto il contenuto del torace e dell'addome era
privo di legamenti, e Taita poté rovesciarlo in una sola volta sulla lastra di
diorite. Meren impallidì, vacillando e portandosi una mano alla bocca.
«Non sul pavimento! Nel catino!» ordinò brusco Taita. Meren aveva
combattuto contro i ribelli del nord agli ordini del Faraone Trok, aveva
ucciso ed era rimasto impassibile di fronte al carnaio del campo di
battaglia, eppure corse come un lampo verso il catino di pietra nell'angolo,
vomitando rumorosamente.
Con le braccia insanguinate fino ai gomiti, Taita cominciò a separare il
fegato, i polmoni, lo stomaco e l'intestino. Fatto questo, portò l'intestino e
lo stomaco verso il catino nel quale Meren aveva vomitato, vi fece scorrere
sopra dell'acqua e li depositò nelle rispettive giare. Poi riempì ogni giara
coi sali di natron e ne sigillò il coperchio, prima di lavarsi le mani e le
braccia nei bacili di bronzo che erano stati riempiti d'acqua a quello scopo.
Lanciò un'occhiata interrogativa a Bay, che annuì con la testa rasata e
scarificata, poi, rassicurato sulle condizioni di Nefer, si dedicò a richiudere
l'incisione addominale, che ricucì, lavorando con fretta controllata. Quindi
bendò la testa in modo da nascondere del tutto i lineamenti del volto. Fatto
questo, Hilto e lui trasferirono il corpo nella grande vasca piena di sali di
natron, calandolo nella miscela fortemente alcalina e lasciando scoperta
soltanto la testa bendata. Il cadavere doveva restare immerso, con la testa
bendata, per sessanta giorni, alla fine dei quali i sacerdoti avrebbero tolto
le bende e scoperto la sostituzione. Ma a quel punto Taita e Nefer
sarebbero stati già lontani.
Ci volle ancora qualche tempo per sciacquare la lastra coi secchi di
cuoio pieni d'acqua e riporre gli strumenti prima di allontanarsi. Il mago
s'inginocchiò vicino alla cesta nella quale riposava Nefer, posandogli una
mano sul torace nudo per sentire il calore della pelle e controllare la
respirazione, che era lenta e regolare. Sollevando una palpebra, osservò la
reazione della pupilla alla luce, poi, soddisfatto, si alzò, facendo segno a
Hilto e Bay di chiudere il doppio fondo. Una volta fatto questo, stavano
per rimettere il coperchio sulla cesta, quando Taita li fermò, ordinando:
«Lasciatela aperta. I sacerdoti devono vedere che è vuota».
I portatori sollevarono la cesta tenendola per le maniglie, e Taita li
precedette, dirigendosi verso la porta. Hilto aprì i battenti e i sacerdoti
riuniti allungarono il collo per sbirciare; ma degnarono appena di
un'occhiata la cesta vuota che veniva condotta fuori, precipitandosi invece

Wilbur Smith 243 2001 - Figli Del Nilo


nella sala, con fretta quasi indecente, neanche volessero riaffermare quelle
loro prerogative che Taita aveva usurpato.
Tra l'indifferenza della folla che si era riunita all'esterno del tempio, gli
uomini di Taita caricarono la cesta sul carro di testa, tornando in città nella
stessa formazione di prima.
Quando entrarono dalla porta principale, trovarono semideserte le
stradine della città. Il popolo era affluito verso il tempio funerario, a
pregare per il giovane Faraone, oppure si era affrettato a raggiungere il
palazzo in attesa dell'annuncio del successore, anche se non c'erano dubbi
su chi sarebbe stato il prossimo Faraone dell'Alto Egitto.
Hilto ricondusse il carro nelle caserme della guardia, presso la porta
orientale, e, attraverso un ingresso sul retro, la cesta fu trasportata nel suo
alloggio privato, dove tutto era pronto per accogliere Nefer. Lo estrassero
dallo scomparto sul fondo e Taita, con l'assistenza di Bay, si rimise al
lavoro per riportarlo alla piena coscienza. Poche ore dopo, stava già
abbastanza bene da mangiare un po' di pane di dhurra e bere qualche
goccia di latte di giumenta caldo, misto a miele.
Finalmente Taita giudicò che fosse sicuro lasciare per qualche tempo il
ragazzo alle cure di Bay, e si avviò per le vie strette e deserte. D'un tratto
udì il fragore di un coro esultante e, giunto nei dintorni del palazzo, si
ritrovò circondato da una folla di cittadini che festeggiavano l'ascesa al
trono del nuovo Faraone. «Vita eterna a sua maestà, il divino Faraone Naja
Kiafan!» urlavano con fervore patriottico, passandosi di mano in mano la
brocca del vino.
La folla era così fitta che Taita fu costretto a lasciare il carro a Meren per
proseguire a piedi. All'ingresso del palazzo le guardie lo riconobbero e
usarono l'estremità delle lance per aprirgli un varco tra la calca. Una volta
entrato, il mago si affrettò a raggiungere il salone principale, dove trovò
un'altra folla di personaggi ossequiosi. Tutti gli ufficiali, i cortigiani e i
dignitari di Stato erano in attesa di prestare giuramento di lealtà e fedeltà al
nuovo Faraone. Taita dovette ricorrere al suo sguardo inquietante per
indurre quella massa compatta a fargli largo, arrivando così davanti al
gabinetto privato del Faraone Naja Kiafan, in cui si trovavano il neoeletto
sovrano e la regina.
L'attesa di Taita fu breve: poco dopo fu ammesso alla presenza dei
sovrani. Scoprì sbigottito che Naja portava già sulla testa la corona doppia
e teneva incrociati sul petto il flagello e lo scettro a uncino. La regina

Wilbur Smith 244 2001 - Figli Del Nilo


Heseret, al suo fianco, sembrava sbocciata come una rosa del deserto alla
carezza della pioggia. Era più bella di quanto Taita l'avesse mai vista,
pallida e serena sotto il trucco, con gli occhi resi enormi dal kohl applicato
con abilità.
Vedendo entrare Taita, Naja congedò tutti i presenti, cosicché rimasero
soltanto in tre. Questo, di per sé, era già un segno di grande favore, ma
Naja depose addirittura il flagello e lo scettro per andare ad abbracciarlo.
«Non avrei mai dovuto dubitare di te, mago», gli disse con voce ancora più
sonora e autorevole di prima. «Ti sei guadagnato la mia gratitudine.» Si
sfilò dalla mano destra uno splendido anello d'oro con rubini, infilandolo
all'indice della mano destra di Taita. «Questo non è che un piccolo segno
del mio favore.» Il mago si domandò come mai gli avesse messo tra le
mani un talismano così potente: soltanto una ciocca dei suoi capelli o i
ritagli delle sue unghie avrebbero costituito un pegno più efficace.
Heseret si fece avanti per baciarlo. «Carissimo Taita, tu sei sempre stato
fedele alla mia famiglia. Avrai oro, terre e un'influenza maggiore di quanto
tu abbia mai desiderato.»
Dopo tanti anni, mi conosce davvero poco, rifletté amaramente il mago.
«La tua generosità è superata soltanto dalla tua bellezza», le rispose,
mentre lei si lasciava sfuggire una risatina sciocca. Poi Taita tornò a
rivolgersi a Naja. «Ho fatto ciò che gli dei mi chiedevano, maestà, però mi
è costato molto. Non è stata un'impresa facile, né di poco conto, andare
contro il mio senso del dovere e i dettami del mio cuore. Tu sai che amavo
Nefer. Ora devo a te lo stesso dovere e affetto, ma ho bisogno di piangere
per qualche tempo Nefer e rappacificarmi con la sua ombra.»
«Sarebbe davvero strano se non provassi questi sentimenti per il Faraone
defunto», ammise Naja. «Che cosa desideri da me, mago? Non devi dire
che una parola.»
«Maestà, ti chiedo il permesso di ritirarmi nel deserto per restare qualche
tempo in solitudine.»
«Quanto tempo?» chiese Naja.
Taita comprese che era allarmato al pensiero di perdere il segreto della
vita eterna che credeva davvero fosse nelle sue mani. «Non troppo,
maestà», gli assicurò.
Naja rifletté, perché non era uomo da prendere decisioni affrettate. Alla
fine sospirò, dirigendosi verso il tavolo basso ingombro di fogli di papiro.
Scrisse in fretta un salvacondotto, sigillandolo poi col cartiglio imperiale:

Wilbur Smith 245 2001 - Figli Del Nilo


era evidente che aveva fatto incidere da tempo il sigillo, in vista della
successione. Mentre attendeva che l'inchiostro si asciugasse, disse a Taita:
«Puoi restare lontano fino all'inizio della prossima inondazione del Nilo,
ma poi devi tornare da me. Questo salvacondotto ti consentirà di viaggiare
in lungo e in largo, procurandoti tutti i viveri e l'equipaggiamento di cui
avrai bisogno nei magazzini reali di tutto il mio regno».
Taita si prosternò ai suoi piedi in segno di gratitudine, ma Naja lo
sollevò, con un altro atto straordinario di generosità. «Va' pure, mago, però
torna da noi nel giorno fissato per ricevere le ricompense che hai
ampiamente meritato.»
Stringendo in pugno il rotolo di papiro, Taita arretrò verso la porta,
rivolgendo all'indirizzo del sovrano ampi segni benauguranti.

Partirono da Tebe nelle prime ore del giorno seguente, quando la città
era ancora addormentata e persino le guardie della porta orientale
sbadigliavano, con le palpebre appesantite dal sonno. Nefer era steso sul
retro di un carro per le merci, trainato da un equipaggio di quattro cavalli.
Le bestie da soma erano state scelte da Hilto con cura estrema, perché
erano forti e sane, ma senza avere nulla di eccezionale che potesse
suscitare invidie o commenti. Il carro trasportava le provviste essenziali e
l'equipaggiamento di cui potevano avere bisogno una volta lasciata la valle
del fiume. Hilto era travestito da contadino facoltoso, Meren si faceva
passare per suo figlio e Bay per uno schiavo.
Nefer era disteso sul fondo del carro sopra un pagliericcio, riparato da
uno schermo di cuoio conciato. Ormai era perfettamente lucido e in grado
di capire tutto quello che Taita doveva dirgli. Nonostante il salvacondotto
regale, il capo delle guardie fu scrupoloso. Non riconoscendo Taita sotto il
cappuccio, salì sul retro del carro per ispezionarne il contenuto, ma,
quando scostò lo schermo di cuoio e Nefer lo guardò col volto pallido e
scavato, costellato dalle inconfondibili eruzioni scarlatte dell'epidemia,
imitate alla perfezione dal mago, si lasciò sfuggire un'esclamazione
inorridita e balzò giù dal carro, ripetendo con tale frenesia i gesti di
scongiuro che la lampada gli cadde di mano, infrangendosi ai suoi piedi.
«Vattene!» gridò furioso a Hilto, che guidava il carro. «Porta via dalla
città questo sudicio impestato.»
Nei giorni di viaggio necessari per attraversare la pianura in riva al
fiume e raggiungere le colline che segnavano il confine tra le terre

Wilbur Smith 246 2001 - Figli Del Nilo


coltivate e il deserto, vennero fermati altre due volte da pattuglie militari,
ma ogni volta il rotolo del Faraone e la vista del malato consentirono loro
di riprendere il viaggio senza ulteriori ritardi.
Dall'atteggiamento delle pattuglie appariva evidente che a Tebe nessuno
aveva ancora scoperto lo scambio di cadaveri, e quindi non era stato
lanciato l'allarme. Taita si sentì comunque sollevato quando salirono sulle
colline per raggiungere il deserto e seguire l'antica strada carovaniera che
procedeva verso il mar Rosso.
Ormai Nefer poteva alzarsi dal suo giaciglio e, per brevi tratti, procedere
a fianco del carro, sia pure zoppicando. Da principio era chiaro che,
nonostante le sue smentite, la gamba lo faceva soffrire, ma ben presto fu in
grado di camminare con maggiore facilità e più a lungo.
Presso l'antica città in rovina di Gallala si fermarono a riposare tre
giorni. Riempirono d'acqua gli otri di cuoio, attingendo alla povera
sorgente salmastra, e lasciarono ai cavalli il tempo di riprendersi dalle
fatiche della strada sassosa e impervia. Bay e Taita controllarono i garretti
e gli zoccoli degli animali e, non appena videro che erano abbastanza in
forze per riprendere il viaggio, deviarono dalla strada nota. Approfittando
della frescura notturna, imboccarono il sentiero noto soltanto a Taita per
raggiungere Gebel Nagara. Bay e Hilto rimasero in retroguardia,
cancellando ogni traccia del loro passaggio.
Raggiunsero la caverna nel cuore di una notte stellata. Nella minuscola
pozza che trasudava dal sottosuolo non c'era acqua sufficiente per dissetare
tanti uomini e cavalli, quindi, una volta scaricato il carro, Hilto e Bay
tornarono indietro, lasciando soltanto Meren al servizio di Taita e Nefer.
Hilto si era congedato dall'esercito col pretesto della cattiva salute, quindi
era libero di tornare a ogni plenilunio, in compagnia di Bay, per portare
provviste, medicine e notizie da Tebe.
Il primo mese a Gebel Nagara trascorse in fretta. Nell'aria pura e asciutta
del deserto le ferite di Nefer si rimarginarono senza altri problemi, e ben
presto il giovane fu in grado di avventurarsi zoppicando nel deserto per
andare a caccia con Meren. Stanavano le lepri del deserto, abbattendole coi
bastoncini da lancio, oppure Taita si sedeva sul dirupo sopra la sorgente,
evocando un incantesimo per nascondere i cacciatori e attirare branchi di
gazzelle alla portata delle loro frecce.
Alla fine del mese, Hilto ritornò da Tebe in compagnia di Bay.
Portarono la notizia che il sotterfugio di Taita non era stato ancora

Wilbur Smith 247 2001 - Figli Del Nilo


scoperto e il Faraone Naja Kiafan, insieme con tutto il popolo, era tuttora
convinto che il cadavere di Nefer fosse a bagno nel natron e chiuso nella
sala del tempio.
Portarono anche la notizia delle sommosse nel Basso Egitto e della
terribile rappresaglia del Faraone Trok a Manashi. L'irrequietezza
serpeggiava anche nell'Alto Egitto, dove Naja, come Trok, aveva
aumentato le tasse e ordinato un ulteriore rafforzamento dell'esercito. «Il
popolo è furioso per questo aumento delle truppe proprio adesso che nel
Paese regna la pace», riferì Hilto. «Sono convinto che ben presto
l'insurrezione armata si estenderà anche all'Alto Egitto, dove Naja
l'accoglierà con clemenza pari a quella di Trok. Coloro che hanno plaudito
all'ascesa al trono di questi due Faraoni avranno presto di che pentirsi.»
«Quali altre novità ci porti dal Basso Egitto?» chiese Nefer con ansia.
Hilto si lanciò in un lungo rapporto a base di notizie commerciali,
descrivendo la visita del messo speciale degli assiri alla corte del Faraone
Trok. Nefer lo ascoltò sino in fondo, poi domandò, spazientito: «Che
notizie ci sono della principessa Mintaka?»
Hilto parve perplesso. «Nessuna, che io sappia. Credo che si trovi ancora
ad Avaris, ma non lo so con certezza.»
Nell'ultima tappa del viaggio, Hilto aveva avvistato le tracce di un
grande branco di orici, e chiese a Taita il permesso di seguirli per
cacciarne qualcuno. La carne secca delle loro provviste stava per finire,
quindi Taita accettò senz'altro, aggiungendo però che Nefer non era ancora
abbastanza forte per unirsi alla spedizione di caccia. Stranamente, quel
divieto non afflisse troppo il ragazzo, che invece suggerì al mago di unirsi
alla spedizione di caccia e usare i suoi poteri per trovare la preda e
nascondere i cacciatori al momento dell'agguato finale.
Non appena rimase solo nella caverna, Nefer aprì la cassetta in legno di
cedro piena di rotoli di papiro nuovi e materiale per scrivere che Hilto
aveva portato con sé, e cominciò a comporre una lettera per Mintaka.
Sapeva con certezza che ormai la notizia della sua morte doveva essere
giunta ad Avaris. Ricordava la terribile sofferenza che aveva provato
quando aveva appreso la falsa notizia della morte di Mintaka insieme con
la sua famiglia, a Balasfura, e avrebbe voluto risparmiarle quella
sofferenza. Inoltre voleva spiegarle che erano stati Naja e Trok ad
annullare il loro fidanzamento, ma, per quanto riguardava lui, Nefer,
l'amava ancor più di quanto sperasse nella vita eterna, e non avrebbe avuto

Wilbur Smith 248 2001 - Figli Del Nilo


pace finché lei non fosse diventata sua moglie.
Tutto questo doveva essere espresso in un linguaggio che soltanto
Mintaka potesse capire. Così, se il rotolo fosse finito nelle mani sbagliate,
sarebbe stato privo di significato per chiunque.
Nel preambolo la definiva «Prima Stella», per ricordarle quella volta in
cui avevano parlato dell'origine del suo nome e lei gli aveva detto: «Ho
ricevuto il nome della terza stella nella cintura del Cacciatore celeste».
E lui aveva replicato: «No, non la terza. La prima di tutto il
firmamento».
Poiché era sempre stato abile nell'arte della scrittura, tracciò con grande
cura i simboli della grafia ieratica, firmandosi «L'idiota di Dabba», nella
certezza che lei avrebbe riconosciuto l'allusione al suo grossolano errore di
comportamento quand'erano rimasti soli nel deserto.
Quella sera, quando i cacciatori furono tornati e tutti li festeggiarono,
divorando carne fresca di orice, Nefer attese l'occasione propizia per
parlare con Hilto in privato, e la trovò allorché Taita si allontanò dal
cerchio riunito intorno al fuoco da campo per avventurarsi da solo nel
deserto notturno. Hilto aveva portato con sé da Tebe, tra le altre provviste,
parecchie giare di birra: Taita ne aveva bevuto solo un paio di coppe, ma
uno dei pochi segni che tradivano la sua età era la frequenza con la quale
doveva svuotare la vescica.
Non appena fu lontano, Nefer si protese verso Hilto per bisbigliare: «Ho
un incarico speciale da affidarti».
«Ne sarò molto onorato, maestà.»
Nefer gli consegnò il minuscolo rotolo di papiro. «Custodiscilo a costo
della vita», gli ordinò e, quando Hilto lo ebbe nascosto su di sé, gli spiegò
che doveva consegnarlo alla principessa Mintaka, ad Avaris. Concluse con
un'ultima raccomandazione: «Non dirlo a nessuno, neanche al mago. Che
il tuo sia un giuramento sacro!»
Hilto e Bay lasciarono Gebel Nagara al tramonto della sera seguente,
quando l'aria cominciò a rinfrescare. Pronunciarono il solenne giuramento
di obbedienza a Nefer e chiesero a Taita la sua protezione e un talismano
che li difendesse, prima di avventurarsi nel deserto sotto il cielo stellato. I
cavalli risalirono faticosamente il primo pendio delle colline sabbiose,
avanzando nell'intrico di rocce inargentate dalla luna, che sembravano
crepitare al freddo della notte.
Bay, che precedeva i cavalli, si ritrasse all'improvviso, lanciando

Wilbur Smith 249 2001 - Figli Del Nilo


un'esclamazione sorpresa nella sua lingua selvaggia e stringendo l'amuleto
con l'osso di leone che portava al collo. Poi indicò la strana figura che era
emersa dall'ombra tra le rocce.
Hilto si agitò ancora più di lui. «Indietro, ombra maligna», gridò,
facendo schioccare la frusta, eseguendo gesti di scongiuro e farfugliando
un incantesimo che avrebbe dovuto respingere spettri di ogni genere.
«Pace, Hilto!» disse infine l'apparizione. La luna era così luminosa da
proiettare una lunga ombra sullo strato compatto di scisto del terreno,
facendo risplendere la testa di quella creatura come se fosse argento fuso
in un crogiolo. «Sono io, Taita, il mago.»
«Non è possibile», esclamò Hilto. «Ho lasciato Taita a Gebel Nagara al
tramonto. Ti conosco, tu sei qualche ombra spaventosa dell'aldilà che finge
di essere il mago.»
Taita avanzò fino ad afferrare il braccio di Hilto che stringeva la frusta.
«Senti il calore del mio braccio», gli disse, poi si portò la mano del soldato
sul viso. «Tasta la mia faccia, e ascolta la mia voce.»
Tuttavia, soltanto dopo che Bay ebbe sfiorato il petto di Taita con l'osso
di leone, fiutandogli l'alito per sentire se puzzava di tomba, e dichiarò che
era proprio quello che sosteneva di essere, l'anziano guerriero si lasciò
convincere, seppure con riluttanza. «Ma come hai fatto ad arrivare qui
prima di noi?» domandò.
«Questi sono i segreti degli iniziati», gli rispose Bay in tono enigmatico.
«È meglio non ripetere la domanda.»
«Hilto, tu porti addosso qualcosa che ci mette tutti in pericolo mortale»,
dichiarò Taita, tagliando corto. «Trasuda odore di morte e confusione.»
«Non riesco a immaginare che cosa sia», replicò Hilto, a disagio.
«È qualcosa che ti è stato affidato dall'Egitto stesso», insistette il mago.
«E tu sai benissimo che cos'è.»
«Dall'Egitto stesso?» ripeté Hilto, grattandosi la barba e scuotendo la
testa.
Taita tese la mano e Hilto sospirò, capitolando senza ulteriori resistenze.
Infilando la mano nel sacchetto di cuoio che portava appeso alla cintura,
estrasse il minuscolo rotolo di papiro.
«Non dire una sola parola di tutto questo», lo ammonì Taita, prendendo
il papiro. «A nessuno, neanche al Faraone. Mi senti, Hilto?»
«Ti sento, mago.»
Stringendo il rotolo nella mano destra, Taita lo fissò intensamente. Pochi

Wilbur Smith 250 2001 - Figli Del Nilo


secondi dopo, sul rotolo apparve un minuscolo puntino ardente. Nell'aria
notturna si levò un filo di fumo, e d'improvviso il papiro fu avvolto dalle
fiamme. Taita lo lasciò bruciare tra le sue dita senza neanche un fremito,
nonostante il calore, poi ne sbriciolò le ceneri.
«Questa è magia», sussurrò Hilto.
«Una sciocchezza», borbottò Bay. «Persino un apprendista potrebbe
farlo.»
Taita alzò la mano destra in un segno benaugurante. «Possano gli dei
proteggervi durante il viaggio», esclamò, seguendo con gli occhi il carro
che si allontanava, scomparendo nelle tenebre.

Quando Taita si ritrovò nella caverna di Gebel Nagara, scaldandosi al


calore del fuocherello le vecchie ossa intirizzite dal gelo del deserto, studiò
Nefer che dormiva sotto una pelle di pecora, addossato alla parete di
fondo.
Non era in collera per il patetico tentativo del ragazzo di batterlo in
astuzia. L'età non aveva intaccato la sua umanità, né offuscato il ricordo
dei tormenti della passione, quindi simpatizzava col desiderio di Nefer di
placare i timori e la sofferenza dell'amata. A questo si aggiungeva il
profondo affetto, che quasi sconfinava nell'amore, che aveva concepito lui
stesso per Mintaka.
Non avrebbe mai rinfacciato a Nefer le possibili conseguenze di quel
gesto di compassione, ma gli avrebbe concesso di credere che ben presto
Mintaka avrebbe saputo che era ancora vivo.
Accovacciandosi vicino a Nefer, ma senza toccarlo, s'insinuò
delicatamente nell'intimo del ragazzo. Grazie al fatto che esercitava da
tempo quel potere sul ragazzo, vi riuscì senza fatica. Nefer si agitò,
gemendo e farfugliando parole senza senso. Nonostante il sonno profondo,
il potere di Taita, gettato su di lui come una ragnatela, lo aveva toccato,
riportandolo alle soglie della lucidità.
Il suo corpo ha già fatto molta strada sull'itinerario che lo porterà alla
ripresa completa, rifletté Taita, penetrando ancora più a fondo in lui. Lo
spirito è forte, e non ha risentito della difficile prova superata. Non
passerà ancora molto, prima che possiamo accingerci alla prossima
impresa.
Tornò verso il fuoco, gettandovi sopra qualche altro ramo di acacia. Poi
tornò a stendersi, non per dormire, poiché alla sua età aveva bisogno

Wilbur Smith 251 2001 - Figli Del Nilo


soltanto di poche ore di riposo ogni notte, ma per aprire la mente alle
correnti generate dagli eventi, alcuni distanti e altri molto più vicini. Li
lasciò scorrere mulinando intorno a sé, come se fosse una roccia nella
corrente dell'esistenza.

La luna successiva passò più in fretta della precedente, mentre Nefer


diventava sempre più forte e irrequieto. Ogni giorno la sua andatura
diventava meno claudicante, e alla fine ridiventò normale; ben presto,
sfidò Meren a correre dal fondovalle sino alla cima delle colline. Quelle
gare divennero un aspetto regolare della loro vita nell'oasi. Da principio
Meren vinceva facilmente, ma in poco tempo le cose cambiarono.
All'alba del ventesimo giorno dalla partenza di Hilto, iniziarono
dall'imboccatura della caverna e volarono sul fondo sassoso della valle
restando appaiati, ma, quando attaccarono la salita del pendio sul fianco
della duna, Nefer cominciò a distanziare l'amico. Arrivato a metà strada,
scattò improvvisamente in avanti con un balzo possente, lasciandosi alle
spalle Meren. Giunto in cima alla duna, si voltò a guardarlo dall'alto,
ridendo, coi pugni puntati sui fianchi in un gesto di trionfo. Le lunghe
ciocche di capelli, agitate dal vento dell'alba, gli scendevano sulle spalle. Il
sole sorgeva dietro di lui e i raggi dorati proiettavano un'aureola di luce
intorno alla sua testa.
Taita aveva assistito alla gara, e stava per rientrare nella caverna, quando
un suono insolito nel silenzio del deserto lo indusse a fermarsi. Alzando il
viso verso il cielo, vide un puntino scuro che descriveva un cerchio nel
cielo azzurro, e sentì vicino a sé la presenza del dio. Quel grido risuonò
ancora, fioco e debole, ma penetrante, fino a toccargli il cuore: era il
richiamo inconfondibile di un falco reale.
Anche Nefer lo udì, dall'alto della duna, e subito si voltò in cerca del
falco. Scorgendo quella forma minuscola, tese le mani e, come se quel
gesto fosse un ordine, il falco scese in picchiata, diventando sempre più
grande alla vista. Il vento sospirò tra le sue ali, mentre puntava
direttamente verso Nefer. Se lo avesse colpito a quella velocità, gli
avrebbe lacerato le carni e spezzato le ossa, ma Nefer non mostrò la
minima paura. E il falco puntò direttamente verso il suo viso, rivolto in
alto.
All'ultimo momento il falco uscì dalla picchiata, librandosi per un istante
sulla testa del ragazzo. Nefer si protese, dando quasi l'impressione di poter

Wilbur Smith 252 2001 - Figli Del Nilo


toccare il suo splendido piumaggio. Per un attimo Taita pensò che il falco
si sarebbe lasciato catturare, ma poi l'animale accelerò il battito delle ali e
s'innalzò di nuovo nel cielo. Lanciando ancora quel grido disperato e
bellissimo, sfrecciò via verso il sole, scomparendo nel suo cerchio
fiammeggiante.

Nell'ultima visita che aveva compiuto a Gebel Nagara, Hilto aveva


portato con sé un pesante arco da guerra. Seguendo le istruzioni di Taita,
Nefer si esercitava tutti i giorni, rafforzando i muscoli del dorso e delle
spalle finché non riuscì a tendere l'arco fino alla sua massima estensione e
a prendere la mira senza che le braccia si stancassero e cominciassero a
tremare. Poi, a un ordine di Taita, scagliava in alto la freccia, centrando il
bersaglio alla distanza di duecento cubiti.
Nefer intagliò un bastone, ricavandolo dal legno pesante dell'acacia di
un bosco nascosto ai piedi delle colline, poi lo lavorò, levigandolo finché
non ottenne un equilibrio perfetto e una lunghezza ideale. Nella frescura
dell'alba, Taita e lui lottavano alla maniera tradizionale. Da principio Nefer
non s'impegnava a fondo, per rispetto verso l'età di Taita, ma il mago lo
colpì a sangue sugli stinchi e gli procurò un bernoccolo sulla testa. Furioso
e umiliato, Nefer cominciò ad attaccare sul serio, ma il vecchio era agile e
scattante. Balzava fuori della portata del bastone di Nefer, poi sfrecciava in
avanti per affibbiargli un colpo doloroso su un gomito o su un ginocchio
indifeso.
Taita non aveva perso nulla della sua abilità neppure con la lama. Hilto
aveva portato loro un intero assortimento di pesanti spade a forma di falce
e Taita, quando decise che l'addestramento coi bastoni da combattimento
era sufficiente, tirò fuori le spade per istruire Nefer e Meren in tutto il
repertorio di tagli, affondi e parate. Li costrinse a ripetere ogni mossa
cinquanta volte, per poi ricominciare da capo. Quando dichiarò che era il
momento di fare una sosta per la cena, tanto Nefer quanto Meren erano
congestionati e sudati come se si fossero immersi in una pozza nelle acque
del Nilo, mentre la pelle di Taita era fresca e asciutta. Meren glielo fece
notare e lui ribatté, ridacchiando: «L'ultima volta che ho sudato, voi due
non eravate ancora nati».
Le altre sere, Nefer e Meren si spogliavano e, dopo essersi unti il corpo
d'olio, lottavano tra loro, mentre Taita arbitrava gli scontri, gridando
consigli e istruzioni. Anche se Meren era più alto di un palmo e più

Wilbur Smith 253 2001 - Figli Del Nilo


robusto di spalle e di corporatura, Nefer era dotato di un equilibrio
naturale; inoltre Taita gli aveva insegnato a usare il peso dell'avversario
contro di lui, quindi in genere i loro incontri di lotta finivano alla pari.
Di sera e fino a tarda notte Taita e Nefer sedevano accanto al fuoco
discutendo di ogni argomento, dalla medicina alla politica, dalla guerra
alla religione. Spesso Taita cominciava con l'esporre una teoria, chiedendo
poi a Nefer di scoprire qualche difetto negli assunti e nelle argomentazioni.
In quelle lezioni inseriva trappole nascoste e salti logici, che sempre più
spesso Nefer riusciva a scoprire, discutendoli poi con accanimento. Poi
c'era sempre la tavola del bao, sulla quale meditare nel tentativo di scoprire
le leggi e le infinite possibilità implicite nei movimenti e negli schemi
delle pedine.
«Se tu riuscissi a comprendere tutto quello che c'è da sapere sulle pedine
del bao, sapresti tutto quello che c'è da sapere sulla vita», lo ammoniva
Taita. «Le sottigliezze e le sfumature di questo gioco affinano la mente,
consentendole di accostarsi ai misteri più grandi.»
Il mese passò così in fretta che Nefer restò scosso quando, mentre
correva nel deserto all'inseguimento di una gazzella ferita a morte, scorse
all'improvviso all'orizzonte, distorta dal miraggio, una minuscola nube di
polvere gialla, sotto la quale s'intravedeva la sagoma lontana del carro che
tornava dalla valle del fiume. Il ragazzo dimenticò all'istante la gazzella
alla quale stava dando la caccia per correre incontro a Hilto. Pur essendo
abituato alle prodezze atletiche dei suoi uomini, l'anziano guerriero rimase
colpito dalla velocità con la quale Nefer coprì la distanza in quel caldo
torrido.
«Hilto!» gridò da lontano, senza il minimo segno di affanno. «Possano
gli dei amarti e garantirti la vita eterna. Che novità ci sono? Quali
notizie?»
Hilto finse di fraintendere il significato della domanda e, mentre Nefer
camminava a fianco del carro, cominciò una lunga descrizione degli
avvenimenti politici e sociali nei due regni. «Nel nord è scoppiata un'altra
ribellione, e stavolta Trok ha avuto maggiori difficoltà a soffocarla. Ha
perso quattrocento uomini in tre giorni di combattimenti accaniti e, per
giunta, metà dei ribelli si è sottratta alla sua ira.»
«Hilto, sai bene che non è questo che voglio sentire da te.»
L'altro indicò Bay con un cenno della testa. «Forse non è il momento di
toccare certi argomenti», suggerì con tatto. «Maestà, non sarebbe meglio

Wilbur Smith 254 2001 - Figli Del Nilo


parlarne più tardi, in privato?»
Nefer fu costretto a tenere a freno l'impazienza.
Quella sera, seduti intorno al fuoco nella caverna, fu per lui una
sofferenza dover ascoltare Hilto che faceva a Taita un altro lungo e
dettagliato rapporto, in cui l'elemento più importante era la scoperta della
sostituzione dei corpi, avvenuta allorché i sacerdoti di Anubi avevano
liberato dalle bende la testa del cadavere nella Sala del Cordoglio. Il
Faraone Naja Kiafan aveva fatto del suo meglio per evitare che quella
notizia diventasse di pubblico dominio. Le fondamenta del suo trono
sarebbero state minate, se il popolo avesse sospettato che Nefer era ancora
vivo. Tuttavia era impossibile tenere segreto un fatto così straordinario
quando c'erano tante persone, sacerdoti e cortigiani, che ne erano al
corrente. Hilto riferiva che la voce si era sparsa nelle strade e nei mercati
della città di Tebe, e anche nelle cittadine e nei villaggi circostanti.
In parte per effetto di quella voce, lo scontento si era esteso in entrambi i
regni ed era diventato più organizzato. I ribelli si facevano chiamare
«Azzurri», perché l'azzurro era il colore della dinastia di Tamose, mentre
Naja aveva scelto come colore il verde e Trok il rosso.
Inoltre c'erano problemi a oriente. I Faraoni egizi avevano rinviato
l'ambasciatore hurrita dal suo sovrano Sargon, re di Babilonia, quel potente
regno che si stendeva fra il Tigri e l'Eufrate, chiedendo che il tributo
annuale di Sargon fosse aumentato di venti lakh d'oro. Era una somma
spaventosa, che Sargon non avrebbe mai accettato di versare.
«Questo giustifica l'incremento degli eserciti nei due regni», osservò
Taita, non appena Hilto fece una pausa. «Finalmente è chiaro che i due
Faraoni desiderano le ricchezze della Mesopotamia e sono decisi a
conquistarle. Dopo Babilonia, verrà il turno della Libia e della Caldea.
Non avranno pace finché tutto il mondo non sarà sotto il loro dominio.»
Hilto parve stupito. «Non ci avevo pensato, ma devi avere ragione.»
«Sono astuti come due vecchi babbuini che fanno razzie nei campi in
riva al fiume. Sanno che la guerra è un fattore di unificazione e, se
marceranno sulla Mesopotamia, il popolo li seguirà compatto, in preda a
una frenesia patriottica. L'esercito ama la prospettiva del bottino e della
gloria, i mercanti amano la prospettiva dell'aumento del commercio e dei
profitti. È uno stratagemma ideale per distrarre il popolo dai motivi di
scontento.»
«Sì», convenne Hilto, annuendo. «Ora lo capisco.»

Wilbur Smith 255 2001 - Figli Del Nilo


«Naturalmente, questo torna a nostro vantaggio», osservò Taita. «Ero
alla ricerca di un Paese che potesse offrirci asilo. Se sarà in guerra con
Trok e Naja, Sargon ci accoglierà con benevolenza.»
«E dovremo lasciare l'Egitto?» ribatté Hilto.
«Ora che Naja e Trok sanno che Nefer è ancora vivo, verranno a
cercarci», mormorò Taita. «La strada verso oriente è l'unica che sia rimasta
ancora aperta. Dovremo avere una base di forza e qualche sostegno nei due
regni nonché procurarci alleati potenti. Poi torneremo a reclamare quello
che appartiene a Nefer per diritto di nascita».
Lo fissarono tutti in silenzio, tentando di assimilare i possibili sviluppi di
quella prospettiva. Non avevano mai riflettuto sul futuro, non avevano mai
pensato che sarebbero stati costretti a lasciare il loro Paese natio.
Fu Nefer a rompere il silenzio. «Non possiamo farlo», dichiarò. «Non
posso lasciare l'Egitto.»
Taita lanciò un'occhiata agli altri, congedandoli con un cenno. Hilto,
Bay e Meren si alzarono docilmente, uscendo in fila dalla caverna.
Il mago aveva previsto quella situazione e capì che ci sarebbe voluta
tutta la sua abilità per superarla, perché Nefer aveva assunto un'espressione
risoluta, dichiarando le sue intenzioni con un tono ostinato che lui
conosceva bene. Sapeva che sarebbe stato difficile smuoverlo da quella
posizione. Il ragazzo fissava il fuoco, e lui si rese conto che doveva indurlo
a rompere spontaneamente il silenzio, perché in questo modo la sua
posizione si sarebbe rafforzata.
«Avresti dovuto discutere questo progetto con me», disse infine Nefer.
«Non sono più un bambino, Taita. Sono un uomo, e sono il Faraone.»
«Io ti ho esposto le mie intenzioni», replicò il vecchio con calma.
Rimasero in silenzio, fissando le fiamme, e Taita avvertì le prime crepe
che cominciavano a incrinare la fermezza di Nefer.
Infine il ragazzo parlò di nuovo. «Vedi, c'è Mintaka...»
Taita continuò a tacere. Capiva istintivamente che stavano per arrivare a
un momento critico dei loro rapporti. Doveva succedere, prima o poi,
quindi non si sforzò neppure di evitarlo.
«Ho mandato un messaggio a Mintaka», aggiunse Nefer. «Le ho detto
che l'amavo, e le ho giurato sulla mia vita e sul mio spirito eterno che non
l'avrei abbandonata.»
Finalmente Taita parlò. «E sei certo che Mintaka abbia ricevuto questo
tuo avventato giuramento che ha messo in pericolo di vita te, lei e tutti

Wilbur Smith 256 2001 - Figli Del Nilo


coloro che ti sono vicini?»
«Sì, certo. Hilto...» Nefer s'interruppe, e la sua espressione cambiò
mentre fissava Taita, al di là del fuoco. Di colpo balzò in piedi, dirigendosi
verso l'ingresso della caverna. Non si muoveva più come un ragazzo, ma
come un uomo, e un uomo in collera.
In quei pochi mesi era cambiato completamente. Taita provò una
profonda soddisfazione. Il cammino che li aspettava sarebbe stato difficile,
e Nefer avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza e la determinazione che
aveva appena trovato in se stesso.
«Hilto!» gridò Nefer nell'oscurità. «Vieni!» Forse Hilto colse la novità
di quel tono così autorevole nella voce del ragazzo, perché si affrettò ad
accorrere, posando un ginocchio a terra di fronte a Nefer.
«Maestà?» domandò.
«Hai consegnato il messaggio che ti avevo affidato?»
Hilto lanciò un'occhiata a Taita, accanto al fuoco.
«Non guardare lui», scattò Nefer. «Lo sto chiedendo a te. Rispondimi.»
«No, non l'ho consegnato. Vuoi sapere per quale motivo non l'ho fatto?»
«Conosco bene la ragione», replicò Nefer in tono sinistro. «Ma
ascoltami: se mai in futuro dovessi disobbedirmi volontariamente in
qualche occasione, ne pagherai il prezzo per intero.»
«Capisco», mormorò Hilto.
«Se mai dovessi scegliere di nuovo tra il Faraone e un vecchio
ficcanaso, sceglierai il Faraone, è chiaro?»
«È chiaro come il sole di mezzogiorno.» Hilto abbassò la testa con aria
contrita, ma sorrise sotto i baffi.
«Hai eluso le mie domande, Hilto. Dunque, che notizie hai della
principessa?»
L'altro smise di sorridere, poi aprì la bocca e la richiuse, cercando di
trovare il coraggio per dargli quella terribile notizia.
«Parla! Hai dimenticato così presto qual è il tuo dovere?»
«Maestà, le notizie non ti piaceranno. Sei settimane fa, la principessa
Mintaka ha sposato il Faraone Trok Uruk ad Avaris.»
Nefer rimase immobile, come se fosse diventato una statua di granito.
Per lungo tempo l'unico suono che si udì nella caverna fu il crepitio dei
ceppi di acacia tra le fiamme. Poi, senza aggiungere una parola, Nefer
passò accanto a Hilto e uscì nel deserto immerso nell'oscurità.
Quando tornò, l'alba era una vaga promessa rossa nel cielo a oriente.

Wilbur Smith 257 2001 - Figli Del Nilo


Hilto e Meren dormivano avvolti nelle loro pelli, in fondo alla caverna,
mentre Taita era seduto nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato. Per
un istante, Nefer pensò che anche il vecchio fosse addormentato, poi vide
che alzava la testa e lo guardava con occhi vigili e lucenti al riflesso delle
fiamme.
«Io avevo torto e tu avevi ragione. Ora ho bisogno di te più che mai,
vecchio amico», disse Nefer. «Non mi abbandonerai, vero?»
«Non devi neanche chiederlo», rispose Taita sottovoce.
«Non posso lasciarla con Trok.»
«No.»
Nefer tornò a occupare il posto di fronte a Taita, mentre il mago tirava
un respiro lento e profondo. La tempesta era passata ed erano ancora
insieme.
Il giovane scelse un ceppo carbonizzato di legna e lo spinse in mezzo
alle fiamme, poi alzò di nuovo gli occhi su Taita. «Tu hai cercato
d'insegnarmi a osservare di lontano, con gli occhi della mente», disse.
«Non ho mai acquisito quel dono, fino a stanotte. Laggiù, nel buio e nel
silenzio infinito, ho cercato di nuovo di guardare in direzione di Mintaka.
Stavolta ho visto qualcosa, Taita, ma in modo molto oscuro, e non l'ho
capito.»
«L'amore per lei ti ha reso sensibile alla sua aura», spiegò il mago. «Che
cos'hai visto?»
«Ho visto soltanto ombre, ma ho percepito la devastazione prodotta
dalla sofferenza e dalla solitudine. Ho sentito una disperazione così
insopportabile da farmi desiderare la morte. Sapevo che erano le emozioni
di Mintaka, e non le mie.»
Taita fissò il fuoco con aria inespressiva, e Nefer aggiunse: «Devi farlo
tu per me. C'è qualcosa che non va, ed è terribile. Soltanto tu puoi aiutarla,
adesso».
«Hai qualcosa che appartiene a Mintaka?» domandò Taita. «Qualche
dono, oppure un pegno d'amore che ti abbia dato lei?»
Nefer alzò la mano verso la collana che portava, sfiorando il minuscolo
medaglione d'oro appeso al centro della catenella. «È l'oggetto più
prezioso che possiedo.»
Taita tese la mano al di sopra del fuoco. «Dammelo.» Nefer esitò, poi
aprì il fermaglio e tenne l'amuleto nel pugno chiuso.
«A parte le mie, le sue dita sono state le ultime a toccarlo. Contiene una

Wilbur Smith 258 2001 - Figli Del Nilo


ciocca dei suoi capelli.»
«Allora è estremamente potente. Contiene la sua essenza. Dammelo, se
vuoi che l'aiuti.» Nefer glielo consegnò. «Aspetta qui», proseguì Taita,
alzandosi. Benché fosse rimasto seduto con le gambe incrociate per tutte
quelle ore di oscurità, non c'era la minima traccia d'impaccio nei suoi
movimenti, che erano quelli di un uomo giovane, nel pieno delle forze.
Uscì nella luce dell'alba per salire in cima alle dune, poi raccolse la veste
intorno alle gambe ossute e si accovacciò sulla sabbia, col viso rivolto
verso l'alba.
Premette l'amuleto di Mintaka sulla fronte, chiudendo gli occhi, poi
cominciò a oscillare leggermente. Il sole salì sull'orizzonte, investendolo
coi suoi raggi.
L'amuleto che teneva nella mano destra sembrava dotato di vita propria.
Taita lo sentì pulsare leggermente al ritmo del suo cuore. Aprì la mente per
lasciare che le correnti dell'esistenza vi penetrassero, scorrendo intorno a
lui come le acque di un grande fiume. Il suo spirito si liberò dal corpo per
librarsi in alto. Come se viaggiasse sulle ali di un uccello gigantesco, vide
immagini fuggevoli e confuse di terre e città, foreste, pianure e deserti
distanti ai suoi piedi. Vide eserciti in marcia, squadroni che sollevavano
nubi temporalesche di polvere gialla in mezzo alla quale scintillavano le
lance. Vide le navi in alto mare, squassate dalle onde e dal vento. Vide le
città ardere in preda al saccheggio e sentì nella testa strane voci, voci che
provenivano dal passato e dal futuro. Vide volti di persone morte da tempo
e di altre non ancora nate.
Proseguì, spaziando col pensiero, sempre con l'amuleto come guida. Con
la voce della mente la chiamava: «Mintaka!» e sentiva l'amuleto diventare
sempre più caldo nella sua mano.
A poco a poco le immagini svanirono, mentre sentiva la sua voce dolce
rispondere: «Sono qui. Chi mi chiama?»
«Mintaka, sono io, Taita», rispose lui, ma si accorse che qualcosa di
maligno era intervenuto a interrompere il contatto mentale tra loro.
Mintaka non c'era più, mentre al suo posto si era insediata una presenza
malevola. Concentrò su di essa tutti i suoi poteri, nel tentativo di
disperdere le nubi scure. Queste si addensarono, assumendo la forma di un
cobra pronto ad attaccare: era lo stesso potere maligno col quale lui e
Nefer si erano scontrati nel nido del falco reale a Bir Umm Masara.
Dentro di sé lottò contro il cobra, espandendo i suoi poteri per

Wilbur Smith 259 2001 - Figli Del Nilo


respingerlo, ma, anziché soccombere, l'immagine del serpente divenne più
nitida e minacciosa. Di colpo capì che quella non era una manifestazione
fisica, bensì una minaccia diretta e mortale contro Mintaka. Raddoppiò gli
sforzi per penetrare oltre quella cortina di male e raggiungerla, ma il
dolore e la sofferenza che si frapponevano tra loro costituivano una
barriera impenetrabile.
Poi, all'improvviso, scorse una mano snella e affusolata tendersi verso il
capo ricoperto di squame. Capì che era la mano di Mintaka perché,
sull'anello di lapislazzuli che portava all'indice, era inciso il suo cartiglio.
Tenne a bada il serpente velenoso con tutta la sua forza vitale, per
impedirgli di avventarsi sulla mano di Mintaka che accarezzava il
cappuccio allargato. Il cobra si volse a metà, quasi fosse un gatto che
offriva la testa alle sue carezze.
«Fa' in modo che compia la sua missione», sentì dire dalla voce di
Mintaka, e un'altra voce che conosceva rispose: «Non ho mai visto una
cosa del genere prima d'ora. Devi colpire il messaggero con la mano.
Questo lo indurrà senz'altro a consegnare il dono della dea». Era la voce
della Gran Sacerdotessa del tempio di Hathor ad Avaris, e allora Taita
comprese: Mintaka, sopraffatta dal dolore, intendeva seguire la via della
dea.
«Mintaka!» Si sforzò di raggiungerla, e finalmente fu ricompensato.
«Taita?» sussurrò lei, e, poiché finalmente era consapevole della sua
presenza, la visuale di Taita si allargò, consentendogli di vedere tutto con
chiarezza.
Mintaka si trovava in una camera da letto con le pareti di pietra, in
ginocchio di fronte a una cesta. Al suo fianco c'era la sacerdotessa e, di
fronte a lei, il serpente letale, pronto ad attaccare.
«Tu non devi seguire questa via», le ordinò Taita. «Non è per te. Gli dei
ti hanno preparato un destino diverso. Mi senti?»
«Sì!» Mintaka volse la testa verso di lui, come se potesse vedere il suo
viso.
«Nefer è vivo. Nefer vive, mi senti?»
«Sì! Oh, sì!»
«Sii forte, Mintaka. Verremo a prenderti. Nefer e io verremo a
prenderti.»
La sua concentrazione era tale che si conficcò le unghie nel palmo delle
mani sino a far scorrere il sangue, ma non riuscì a trattenerla oltre.

Wilbur Smith 260 2001 - Figli Del Nilo


Cominciò a scivolare lontano da lui, come un'immagine confusa, ma,
prima che scomparisse, lui vide il suo sorriso, un sorriso pieno d'amore e
di speranza.
«Sii forte!» la incitò. «Sii forte, Mintaka!» L'eco della sua stessa voce gli
tornò indietro come se arrivasse da una lunga distanza.

Nefer lo attendeva ai piedi delle dune. Quando Taita fu a metà strada, si


accorse che era accaduto qualcosa di portentoso. «L'hai vista!» gridò, e la
sua non era una domanda. «Che cosa le è successo?» gridò ancora,
correndo incontro al mago.
«Ha bisogno di noi», gli rispose Taita, posando una mano sulla spalla
del ragazzo. Non avrebbe mai potuto rivelargli in quale stato di profonda
sofferenza e disperazione avesse trovato Mintaka, né quale destino fosse
stata sul punto di scegliere. Nefer non avrebbe potuto sopportarlo: quella
scoperta rischiava d'indurlo a compiere un gesto avventato che avrebbe
significato la fine per lui e per lei. «Avevi ragione», continuò Taita. «Tutti
i miei progetti per andarcene di qui e trovare asilo nelle terre a oriente
dovranno essere accantonati. Dobbiamo andare da Mintaka. Gliel'ho
promesso.»
«Sì!» esclamò Nefer. «Quando possiamo partire per Avaris?»
«È una questione molto urgente. Partiremo subito.»

Ci vollero quindici giorni di viaggio a tappe forzate per raggiungere la


minuscola guarnigione e la stazione di posta di Thane, a una giornata da
Avaris, verso sud. Lungo la strada avevano cambiato i cavalli quattro
volte. Nelle guarnigioni e negli accampamenti militari che avevano
incontrato sul loro cammino, Taita aveva sfruttato l'ordine di requisizione
che gli aveva concesso Naja per rimpiazzare gli animali sfiancati e
procurarsi nuove provviste.
Da quando avevano lasciato Gebel Nagara non facevano che discutere e
ridiscutere i loro piani, sapendo di doversi misurare con la potenza del
Faraone Trok Uruk. Gli ufficiali delle guarnigioni coi quali avevano
parlato calcolavano che Trok avesse ormai a disposizione ventisette
compagnie ben addestrate ed equipaggiate, con quasi tremila carri. Per
opporsi a un esercito del genere, loro avevano soltanto un vecchio carro
per il trasporto delle merci, un carro che mostrava i segni di un lungo e
faticoso servizio, con una delle ruote posteriori che aveva la tendenza a

Wilbur Smith 261 2001 - Figli Del Nilo


staccarsi nei momenti meno opportuni e le assi tenute insieme con corde e
strisce di cuoio. Erano soltanto in quattro: Nefer e Meren, Hilto e Bay. Ma
c'era anche Taita.
«Il mago vale come minimo ventisette compagnie», fece notare Hilto.
«Quindi siamo ad armi pari.» Lui conosceva bene il capitano che
comandava la guarnigione di Thane, un vecchio soldato brizzolato e carico
di cicatrici che si chiamava Socco. Molto tempo prima avevano percorso
insieme la Via Rossa; insieme avevano combattuto, fatto baldoria ed erano
andati a donne. Dopo un'ora di ricordi e un boccale di birra acida, Hilto gli
porse il rotolo con l'ordine di requisizione, ma Socco lo tenne capovolto, a
braccio teso, lanciandogli un'occhiata smaliziata.
«Vedi il cartiglio del Faraone?» disse Hilto, sfiorando il sigillo.
«Se ti conosco, Hilto, e per Horus ti conosco bene, probabilmente quel
bel disegnino lo hai fatto tu stesso.» Socco gli restituì il rotolo. «Allora,
che cosa ti serve, vecchio furfante?»
Scelsero cavalli freschi nel branco che veniva tenuto di riserva alla
guarnigione e che contava parecchie centinaia di capi. Poi Taita esaminò i
carri da guerra disposti in fila nel recinto, appena inviati dai fabbricanti di
Avaris; ne scelse tre, ai quali fece aggiogare i cavalli.
Quando lasciarono Thane, Taita era alla guida del carro per il trasporto
delle merci. Meren, Hilto e Nefer guidavano ciascuno un carro da guerra,
mentre Bay chiudeva la marcia, conducendo una ventina di cavalli
destinati al cambio. Non puntarono direttamente verso Avaris, ma
preferirono fare una deviazione a est della città, dove, ai margini del
deserto, sorgeva una piccola oasi, usata dai beduini e dalle carovane di
mercanti che commerciavano con le terre a oriente.
Mentre gli altri scaricavano il foraggio che avevano portato da Thane sul
carro, impastoiavano i cavalli e lubrificavano i mozzi delle ruote dei carri
nuovi, Taita andò a concludere un baratto col capo della carovana di assiri
accampata poco lontano, procurandosi una bracciata di abiti sporchi e
sbrindellati, più venti tappeti di lana tessuti nella terra che si stendeva
lungo il Mare Esterno. Erano di qualità e di fattura scadenti, ma, per averli,
Taita fu costretto a pagare un prezzo sproporzionato. «Quello scimmione
assiro è un ladro e un tagliagole», borbottò, mentre caricavano i tappeti sul
carro.
«A che cosa ci serviranno?» volle sapere Nefer, ma lui finse di non
sentire la domanda.

Wilbur Smith 262 2001 - Figli Del Nilo


Quella sera, Taita passò sui capelli d'argento un estratto della corteccia
di mimosa, cambiando completamente aspetto. Nella fitta oscurità che
precedeva l'alba, lasciarono Bay a guardia del branco di cavalli e dei carri
nuovi per salire sul vecchio carro malandato per le merci, e, appollaiati su
una pila di tappeti polverosi, puntarono a occidente, verso Avaris. Erano
vestiti con gli stracci e gli abiti smessi che Taita si era procurato, mentre
lui indossava una tunica lunga stretta in vita da una fusciacca, con la parte
inferiore del viso avvolta da un velo alla maniera dei cittadini di Ur, i
caldei. Coi capelli tinti di scuro, era irriconoscibile.
Era sera quando raggiunsero la capitale del regno del nord. Intorno alle
mura era sorto un accampamento permanente che contava alcune migliaia
di anime, per lo più accattoni, saltimbanchi, mercanti stranieri e furfanti di
ogni sorta. Si accamparono in mezzo a loro e la mattina dopo, di buon'ora,
lasciarono Meren a guardia del carro per unirsi alla folla che aspettava
l'apertura delle porte cittadine, al levar del sole.
Una volta superato il posto di guardia, Hilto andò a fare un giro delle
taverne e dei bordelli che si aprivano sulle vie strette della città vecchia,
dove sperava di trovare qualche vecchio amico e compagno d'armi e
apprendere così le ultime notizie. Taita prese con sé Nefer, passando per le
vie affollate della città che si stava svegliando, diretto verso le porte del
palazzo. Lì si unirono ai mendicanti, ai mercanti e ai supplici che si
affollavano all'ingresso, ma Taita non tentò neppure di farsi ricevere a
palazzo: trascorse invece la mattina ascoltando le chiacchiere di chi stava
intorno e scambiando pettegolezzi con altri sfaccendati.
Alla fine il mago attaccò discorso con un mercante di Babilonia, vestito
come lui, che si presentò col nome di Nintura. Taita parlava l'accadico
come un nativo della Mesopotamia, ed era per questo che aveva scelto un
travestimento del genere. I due si divisero un boccale di caffè, preparato
coi chicchi rari e costosi importati dall'Etiopia, e Taita ricorse a tutto il suo
fascino per accattivarsi Nintura, che bighellonava da dieci giorni intorno al
palazzo, in attesa che venisse il suo turno di mostrare le merci alla sposa di
Trok. Aveva già pagato l'esorbitante bakshish richiesto dal capo degli
eunuchi per essere ammesso alla presenza della consorte, ma prima di lui
c'erano molti altri.
«Si dice che Trok sia stato trattato crudelmente dalla giovane moglie,
che non lo lascia entrare nel suo letto.» Nintura ridacchiò. «È pazzo di lei,
come un cervo in calore, ma la moglie tiene le gambe strette e la porta

Wilbur Smith 263 2001 - Figli Del Nilo


della stanza da letto è sempre sprangata. Trok cerca di conquistarsi i suoi
favori offrendole regali costosi. Dicono che non sappia negarle niente, ma
lei compra tutto quello che le viene offerto e poi, in segno di spregio, lo
rivende subito per una minima parte del prezzo che Trok ha dovuto pagare,
e distribuisce il ricavato tra i poveri della città.» Si assestò una manata sul
ginocchio, scoppiando in una risata fragorosa. «Si dice che compri più di
una volta gli stessi oggetti, e Trok continua a pagare.»
«Dov'è Trok?» chiese Taita.
«Sta conducendo una campagna militare nel sud. Lui soffoca le fiamme
della rivolta, ma, non appena gira le spalle, quelle si riaccendono.»
«A chi devo rivolgermi, per essere ammesso alla presenza di questa
regina Mintaka?»
«Al capo degli eunuchi del palazzo. Soleth, si chiama, quel grasso
cappone.» Evidentemente Nintura non si era reso conto della condizione
fisica del suo interlocutore.
Taita, che conosceva di fama Soleth, sapeva invece benissimo che
apparteneva anche lui alla confraternita segreta degli eunuchi. «Dove
posso trovarlo?» domandò.
«Soltanto per essere ammesso alla sua presenza dovrai sborsare un
anello d'oro», lo avvertì Nintura.
Soleth era seduto accanto alla vasca dei fiori di loto, nel suo giardino
recintato, e non si alzò quando uno dei custodi dell'harem gli presentò
Taita.
Gli hyksos avevano ripudiato molte delle loro usanze per adottare quelle
degli egizi, al punto che non tenevano più le mogli segregate nell'harem.
Gli eunuchi continuavano a esercitare gran parte dei loro antichi poteri
sulle donne della corte, ma le loro protette godevano di grande libertà, a
patto di avere con sé una scorta adeguata. Avevano la possibilità di
camminare all'aperto, di navigare sul fiume a bordo delle loro
imbarcazioni da diporto, di ricevere i mercanti per farsi mostrare la merce,
oppure di cenare, cantare, danzare e giocare con le amiche.
Taita rivolse a Soleth un saluto pieno di dignità, presentandosi sotto un
nome fittizio, ma al saluto fece seguire subito il segno di riconoscimento
della confraternita, coi mignoli piegati a uncino e accostati tra loro. Soleth
batté le palpebre, facendo scorrere lo sguardo sulla figura snella di Taita,
che non aveva di certo l'aspetto fisico di un eunuco. Ciò nonostante, lo
invitò a prendere posto sui cuscini di fronte a lui. Taita accettò la coppa

Wilbur Smith 264 2001 - Figli Del Nilo


offerta da uno schiavo, poi i due parlarono per qualche minuto di
argomenti in apparenza banali, ma che in realtà servirono a confermare le
credenziali di Taita e le conoscenze che avevano in comune nell'ambito
della confraternita. Senza darlo a vedere, Soleth scrutava con attenzione i
lineamenti del suo interlocutore, cercando di guardare oltre il velo e i
capelli tinti. A poco a poco, una scintilla di comprensione si accese nei
suoi occhi, finché non domandò a bassa voce: «Nel corso dei tuoi viaggi
non hai per caso incontrato il famoso mago noto nei due regni, e anche
altrove, col nome di Taita?»
«Lo conosco bene.»
«Forse bene come te stesso?» domandò Soleth.
«Posso affermare di conoscerlo bene almeno quanto conosco me
stesso», confermò Taita, e il viso paffuto di Soleth s'increspò in un sorriso.
«Non dire altro. Quale servigio posso renderti? Non hai che da
chiedere.»

Quella sera, mentre Nefer, Meren e Hilto erano nascosti in mezzo al


carico di tappeti, Taita guidò il carro cigolante, con la ruota posteriore che
oscillava come sempre, minacciando di staccarsi, verso uno degli ingressi
laterali del palazzo, dove una banda di monelli vestiti di stracci si aggirava
nel vicolo sudicio e stretto. Taita donò loro un anello di rame perché
facessero la guardia al carro, poi bussò alla porta con l'estremità inferiore
del bastone. Il battente si spalancò all'istante, ma furono accolti da una fila
di lance spianate. L'ingresso dell'harem era sotto stretta sorveglianza: Trok
teneva in grande conto la sua cerbiatta.
Soleth non era lì ad accoglierli: evidentemente preferiva non sporcarsi le
mani. Tuttavia aveva inviato uno dei suoi tirapiedi, un vecchio schiavo
nero, per scortare Taita oltre il posto di guardia e fargli da guida. Sebbene
Taita fosse munito del rotolo di papiro che gli aveva dato Soleth, il
comandante delle guardie pretese di perquisire tutti prima di farli passare,
ordinando a Hilto di svolgere i tappeti e punzecchiandone le pieghe con la
lancia. Soltanto allora si dichiarò soddisfatto e li lasciò proseguire.
Lo schiavo li precedeva con andatura incerta, guidandoli in un labirinto
di corridoi angusti. A mano a mano che procedevano, gli ambienti
diventavano più grandiosi, finché non dovettero fermarsi davanti a una
porta in legno di sandalo scolpita in modo elaborato e sorvegliata da due
eunuchi giganteschi. Ci fu uno scambio sommesso di parole tra loro e il

Wilbur Smith 265 2001 - Figli Del Nilo


vecchio schiavo, poi le sentinelle si scostarono, lasciandoli entrare in una
stanza spaziosa che odorava di fiori, di profumo e della fragranza tentatrice
di giovani donne. Oltre quella stanza si apriva una vasta terrazza, da cui
provenivano i suoni di un liuto e di voci femminili.
Il vecchio schiavo uscì sulla terrazza. «Maestà», disse con voce tremula,
«c'è un mercante di Samarcanda che è venuto fin qui carico di bei tappeti
di seta.»
«Ho visto robaccia sufficiente per un giorno», rispose una voce di
donna. Nefer fu così colpito da quel timbro familiare, che gli era tanto
caro, da restare senza fiato. «Manda via tutti.»
La loro guida fissò Taita con una smorfia, allargando le braccia in un
gesto impotente. Nefer lasciò cadere dalla spalla il tappeto arrotolato, che
si abbatté con un tonfo sulle lastre di pietra del pavimento, per dirigersi
verso l'ingresso della terrazza, fermandosi poi sulla soglia.
Era vestito di stracci e portava un telo sporco avvolto intorno alla testa
che gli copriva la parte inferiore del viso, lasciando scoperti soltanto gli
occhi.
Mintaka era seduta sul parapetto della terrazza, con due ancelle ai suoi
piedi. Senza neanche guardare nella sua direzione, riprese a cantare. Era la
canzone della scimmia e dell'asino, e Nefer ebbe l'impressione che ognuna
di quelle parole stupide gli trafiggesse il cuore, mentre studiava la curva
dolce della guancia e le ciocche di capelli folti e scuri che scendevano
sulle spalle.
Poi lei interruppe di colpo il canto, guardandolo con irritazione. «Non
restare lì impalato a fissarmi, bruto insolente», scattò. «Prendi la tua merce
e vattene.»
«Perdonami, maestà», replicò lui, allargando le braccia in un gesto di
supplica. «Non sono che un povero idiota di Dabba.»
Mintaka lanciò un grido, facendo cadere il liuto, poi si coprì la bocca
con le mani. Sulle sue guance apparvero due chiazze scarlatte, mentre
fissava gli occhi verdi di Nefer. Lo schiavo nero estrasse il pugnale,
avanzando cautamente, pronto ad attaccare il ragazzo, ma Mintaka si
riprese subito. «No, lascialo stare.» Alzò la mano destra per conferire
maggiore forza al comando. «Lasciaci soli. Voglio parlare con questo
idiota.» Lo schiavo, incerto, esitò, col pugnale sguainato che ancora
puntava al ventre di Nefer.
«Fa' come ti dico», ringhiò Mintaka, come una leonessa. «Vattene!»

Wilbur Smith 266 2001 - Figli Del Nilo


Confuso, il vecchio rinfoderò il pugnale e si allontanò. Mintaka fissava
ancora Nefer, con gli occhi spalancati. Le sue ancelle non riuscivano a
capire che cosa avesse la loro sovrana; capivano soltanto che stava
accadendo qualcosa di strano. La tenda che chiudeva l'entrata ricadde alle
spalle dello schiavo che si ritirava, mentre Nefer si toglieva il copricapo,
rivelando una cascata di capelli ricci.
Mintaka gridò di nuovo. «Oh, per la grazia di Hathor, sei tu. Sei proprio
tu! Credevo che non saresti mai venuto.» Volò verso di lui e Nefer le corse
incontro, stringendola a sé. Si abbracciarono, parlando
contemporaneamente e farfugliando parole incoerenti, ciascuno dei due
ansioso di rassicurare l'altro sul proprio amore e di spiegare quanto avesse
sentito la sua mancanza. Le ancelle si ripresero dallo stupore, cominciando
a danzare intorno a loro, battendo le mani e piangendo di gioia e di
eccitazione.
Allora intervenne Taita e mise a tacere le ragazze con pochi colpi di
bastone ben mirati. «Basta con questo stupido squittio. Ancora un po', e
farete accorrere qui tutte le sentinelle.» Dopo averle riportate sotto
controllo, si rivolse a Hilto e Meren, che, obbedendo alle sue istruzioni,
stesero sul pavimento il grande tappeto. «Mintaka, ascoltami!» disse poi.
«Per il resto ci sarà tempo in seguito.»
Continuando a tenere le braccia intorno al collo di Nefer, lei lo guardò.
«Sei stato tu a chiamarmi, vero, Taita? Ho sentito così chiaramente la tua
voce. Se non mi avessi fermato, avrei...»
«Ti credevo una ragazza intelligente e invece te ne stai qui a
chiacchierare quando la posta in gioco è così alta...» tagliò corto Taita.
«Per farti uscire dal palazzo dovremo nasconderti nel tappeto. Fa' presto,
adesso.»
«Ho il tempo di prendere il mio...»
«No», ribatté Taita. «Non c'è tempo per nient'altro che non sia
obbedirmi.»
Lei baciò ancora una volta Nefer, prolungando l'abbraccio, poi corse
nella stanza, gettandosi lunga distesa sul tappeto. Guardò le ancelle, che
erano rimaste ferme sulla soglia, sbalordite. «Fate tutto quello che vi dice
Taita.»
«Non puoi lasciarci, padrona», gemette la sua favorita, Tinia. «Senza di
te è come se non esistessimo.»
«Non sarà per molto. Ti prometto che ti manderò a chiamare, Tinia, ma,

Wilbur Smith 267 2001 - Figli Del Nilo


fino a quel momento, sii coraggiosa e non deludermi.»
Nefer aiutò Hilto e Meren ad arrotolare il tappeto a disegni rossi su
Mintaka, mettendole tra le labbra l'estremità di una lunga canna vuota;
l'altra estremità, che sporgeva di due dita dalle pesanti pieghe del tappeto,
le avrebbe consentito di respirare.
Nel frattempo Taita dava istruzioni alle schiave in lacrime: «Tinia, tu
devi andare in camera da letto e sbarrare la porta. Copriti con le coltri,
come se fossi la tua padrona. Le altre resteranno qui. Non dovete aprire la
porta a nessuno. A chiunque chieda della vostra padrona, dovete
rispondere che è costretta a letto dalla malattia della luna e non può vedere
nessuno. Capito?» Tinia annuì, col cuore spezzato, non avendo la forza di
parlare. «Tira in lungo più che puoi, ma, quando ti scopriranno, e non
potrai più fingere, di' pure tutto quello che vogliono sapere. Non cercare di
resistere alla tortura. Se tu morissi o restassi invalida non servirebbe a
niente, se non a far rimordere la coscienza alla tua padrona.»
«Non posso venire con la regina?» proruppe Tinia. «Senza di lei non so
vivere.»
«Hai sentito la promessa della tua padrona. Non appena sarà al sicuro, ti
manderà a chiamare. Ora noi usciamo e tu spranga la porta dietro di noi.»
E si avviarono, portando in spalla il tappeto arrotolato. Nel corridoio,
trovarono il vecchio schiavo ad attenderli. «Mi dispiace...» disse, senza
accorgersi di nulla. «Ho fatto del mio meglio per voi, come mi ha ordinato
Soleth. Una volta la regina Mintaka era una fanciulla gentile e felice, ma
ora non lo è più. Da quando si è sposata è diventata triste e irascibile...»
Invitandoli a seguirlo, li guidò di nuovo nel labirinto dell'harem finché non
raggiunsero la porticina laterale, dove si trovarono ancora una volta di
fronte al comandante delle guardie.
«Srotolate quei tappeti!» ordinò in tono brusco.
Taita gli si avvicinò, fissandolo negli occhi. L'espressione ostile
dell'ufficiale si dissolse quasi all'istante. «Vedo che ti senti felice e
soddisfatto», disse il mago a bassa voce e, sul volto grinzoso dell'uomo,
comparve lentamente un sorriso ebete. «Molto felice», ripeté Taita,
posando la mano sulla spalla della guardia.
«Molto felice», ripeté lui.
«Hai già frugato nei tappeti. Certo non vorrai sprecare il tuo tempo
prezioso, vero?»
«No, non voglio sprecare il mio tempo», dichiarò la guardia, come se

Wilbur Smith 268 2001 - Figli Del Nilo


fosse un'idea sua.
«Tu vuoi che passiamo.»
«Passate!» esclamò l'altro. «Sì, voglio farvi passare.» Si fece da parte, e
uno dei suoi uomini alzò la sbarra, facendoli uscire nel vicolo. L'ultima
volta che intravidero il comandante, mentre la porta si chiudeva, aveva
ancora un sorriso beato sulle labbra.
Il carro era rimasto dove lo avevano lasciato, sotto la sorveglianza dei
monelli. Caricarono con precauzione il tappeto e Nefer mormorò
all'interno del rotolo: «Mintaka, tesoro, stai bene?»
«Fa caldo e l'aria è viziata, ma è un piccolo prezzo da pagare per sapere
che sei vicino a me.» La sua voce era soffocata, e Nefer introdusse la mano
nel tubo formato dal rotolo per sfiorarle la testa.
«Sei coraggiosa come una leonessa», le disse. Poi si arrampicò sul carro
alle spalle di Taita, mentre il vecchio incitava i cavalli.
«Tra poco le porte della città saranno chiuse per la notte», mormorò
Taita, facendo schioccare la frusta. «Quando la fuga di Mintaka sarà
scoperta, la prima cosa che faranno sarà sigillare le uscite dalla città,
perquisire tutti gli edifici e i veicoli e interrogare gli stranieri che si
trovano entro le mura.»
Imboccarono a tutta velocità l'ampio viale che conduceva alla porta
orientale, ma, avvicinandosi, scoprirono che la strada era ingombra di altri
carri e carretti, disposti in fila per uscire. Quel giorno si era celebrata una
festa religiosa accompagnata da una processione, quindi c'erano molti
fedeli e curiosi che tornavano nei villaggi intorno ad Avaris. La fila
avanzava con lentezza esasperante.
Il sole era già sceso dietro le mura e la luce era ormai fioca, ma c'erano
ancora due carri davanti a loro, quando il capitano uscì dal posto di guardia
per gridare ai suoi uomini: «Basta così! Il sole è tramontato. Chiudete la
porta!»
Subito si levò un'ondata di proteste da parte dei viandanti che dovevano
ancora uscire.
«Io ho una bambina malata e devo portarla a casa.»
«Ho già pagato il pedaggio. Lasciatemi passare, altrimenti il carico di
pesce andrà a male.»
Uno dei carri più piccoli si spinse in avanti di proposito per impedire
alle guardie di chiudere i battenti, e scoppiò una piccola rissa, con le
guardie che gridavano, distribuendo bastonate, i cittadini indignati che

Wilbur Smith 269 2001 - Figli Del Nilo


gridavano a loro volta e i cavalli spaventati che s'impennavano e nitrivano.
D'un tratto si udì un altro trambusto all'esterno delle mura. Voci più sonore
sopraffecero le proteste di viandanti e guardie.
«Fate largo al Faraone! Liberate la strada per il Faraone Trok Uruk!» Il
rullo di un tamburo da guerra sottolineò l'urgenza dell'ordine. Le guardie
rinunciarono al tentativo di chiudere i battenti, anzi s'intralciarono a
vicenda nella fretta di spalancarli di nuovo per consentire il passaggio di
una fila di carri da guerra. Sul primo carro sventolava lo stendardo rosso
col leopardo. Sul carro troneggiava la figura del Faraone Trok Uruk, con
l'elmo di bronzo scintillante e la barba adorna di nastri sospinta dal vento
su una spalla, la frusta e le redini strette nelle mani protette dai guanti.
Non appena la porta si aprì, Trok lanciò il suo equipaggio, formato da
quattro cavalli, in mezzo alla massa di persone e di carri che occupavano la
strada, frustando senza discriminazioni chiunque ostacolasse il suo
cammino. I suoi uomini lo precedevano correndo a piedi, rovesciando
qualunque veicolo sbarrasse loro il passo e trascinandolo di lato, cosicché
finirono nelle cunette carichi interi di verdure e di pesce.
«Fate largo al Faraone!» gridavano, per sopraffare le urla di chi era
rimasto bloccato in mezzo alla confusione. Raggiunto il carro di Taita, i
soldati cominciarono a rovesciarlo per liberare la strada al carro di Trok. Il
vecchio si drizzò per colpirli con la frusta, ma i suoi colpi caddero su elmi
e corazze di bronzo, senza fare danno. I soldati risero, facendo forza tutti
insieme e rovesciando il carro. Il tappeto arrotolato scivolò dal pianale,
rischiando di essere schiacciato dal veicolo rovesciato.
«Aiutatemi!» gridò Nefer, saltando a terra per trattenere il rotolo e
attutirne la caduta. Hilto l'afferrò per un'estremità e Bay per l'altra. Mentre
il carro si abbatteva sul fianco con uno scricchiolio di legno spezzato, i due
riuscirono a mettere in salvo Mintaka, sempre protetta dal rotolo,
addossandola al muro dell'edificio più vicino.
Il Faraone Trok sospinse a forza il carro in mezzo ai rottami e alle merci
sparse a terra, facendo schioccare la frusta sulla testa dei suoi cavalli da
guerra e lanciando ordini tonanti: «Colpite! Colpite!» I cavalli, addestrati
al combattimento, obbedirono ai suoi ordini, drizzandosi sulle zampe
posteriori per colpire con gli zoccoli dai ferri di bronzo chiunque si parasse
loro davanti.
Nefer vide una vecchia finire proprio sotto gli zoccoli, uno dei quali la
colpì in pieno viso. La testa della vecchia si spaccò in due e i denti

Wilbur Smith 270 2001 - Figli Del Nilo


volarono via come una raffica di chicchi di grandine, piovendo sul selciato
mentre la donna finiva sotto il carro di Trok.
Le ruote di bronzo sussultarono, mentre lui passava sul corpo,
schiacciandolo, così vicino a Nefer, rannicchiato sul tappeto arrotolato per
proteggere Mintaka, che i due si guardarono negli occhi. Gli stracci che
indossava e il tessuto avvolto intorno alla testa impedirono a Trok di
riconoscerlo; comunque lui, con un gesto di crudeltà distratta, assestò al
giovane una frustata sulla spalla. I puntali di metallo della sferza
penetrarono nel tessuto, disegnandovi una fila di puntini rossi di sangue.
«Fammi largo, contadino!» ringhiò Trok. Nefer si raccolse su se stesso per
balzare a bordo del carro e afferrarlo per la barba, trascinandolo a terra.
Quello era il bruto che aveva umiliato Mintaka, e l'ira stendeva un velo
rosso davanti ai suoi occhi.
Taita lo afferrò vigorosamente per il braccio, trattenendolo. «Lascia
stare. Porta il tappeto fuori delle mura, idiota, altrimenti resteremo qui, in
trappola.» Nefer lottò per liberarsi, ma il vecchio lo scrollò con violenza
quasi brutale. «Vuoi perderla di nuovo così presto?»
Nefer riprese il controllo di sé, chinandosi per afferrare un'estremità del
rotolo, aiutato dagli altri. Portandolo in spalla, corsero verso la porta, ma la
squadra di carri era già passata e le guardie stavano chiudendo di nuovo i
pesanti battenti di bronzo. Taita li precedette, disperdendo le guardie a
colpi di bastone. Quando una di loro levò una mazza sopra la sua testa,
Taita si voltò a guardare l'uomo, fissandolo coi suoi occhi ipnotici, e quello
si ritrasse come se avesse di fronte un leone divoratore di uomini.
Riuscirono a sgusciare nel varco stretto tra i battenti, correndo verso
l'accampamento che era sorto sotto le mura della città. Nonostante le grida
furiose che li seguivano, fecero perdere le proprie tracce tra le tende di
cuoio e le baracche, nella penombra del crepuscolo. Dietro un recinto di
capre deposero a terra il loro fardello e svolsero il tappeto. Mintaka,
accaldata e scarmigliata, si sedette per terra, sorridendo nel vedere Nefer in
ginocchio davanti a sé. Si abbracciarono sotto gli occhi degli altri, ma
Taita li riportò alla realtà. «Trok è tornato inaspettatamente», fece notare a
Mintaka. «Non passerà molto prima che scopra la tua scomparsa.» La
rimise in piedi. «Abbiamo perso il nostro mezzo di trasporto, e ci attende
un lungo viaggio. Se non partiamo subito, non riusciremo a raggiungere
l'oasi dove abbiamo lasciato i carri se non domani, all'alba.»
Mintaka divenne seria. «Sono pronta», replicò.

Wilbur Smith 271 2001 - Figli Del Nilo


Taita abbassò gli occhi sui fragili sandali d'oro decorati con borchie di
turchesi che aveva ai piedi, e si allontanò tra le baracche, tornando pochi
minuti dopo con una vecchia trasandata. Teneva in mano un paio di
sandali da contadina, logorati dall'uso ma solidi, e annunciò: «Li ho
scambiati coi tuoi».
Mintaka si sfilò i deliziosi sandali senza esitare, consegnandoli alla
vecchia, che si affrettò ad allontanarsi prima che qualcuno potesse
portarglieli via.
Poi la ragazza si alzò, dicendo: «Sono pronta. Da che parte si va,
mago?»
Nefer la prese per mano e seguirono Taita che si addentrava nel deserto.

Trok entrò dalla porta del palazzo, tirando le redini dei cavalli, coperti di
polvere e di sudore, per arrestare il carro nel cortile che si apriva di fronte
al suo splendido appartamento. Due ufficiali della sua cavalleria, entrambi
membri del clan del Leopardo e suoi amici personali, lo seguirono,
entrando a passi pesanti nella sala del banchetto con un gran fragore di
armi e scudi. Gli schiavi avevano preparato un banchetto per festeggiare il
ritorno a casa del Faraone, e Trok tracannò una coppa di vino rosso dolce,
afferrando un cosciotto lesso di cinghiale.
«C'è qualcosa che desidero più del cibo o del vino», esclamò, strizzando
l'occhio ai compagni, e gli altri scoppiarono a ridere fragorosamente,
dandosi di gomito. Trok sapeva che i suoi problemi coniugali erano di
pubblico dominio e che il modo in cui lo trattava la moglie stava minando
la sua reputazione. Nonostante le vittorie ottenute sui ribelli del sud e la
crudele rappresaglia che aveva inflitto loro, il suo prestigio di uomo ne
risentiva, e lui era deciso a capovolgere la situazione quella notte stessa.
«C'è cibo in abbondanza, persino per due buoi come voi, e vino
sufficiente per affogarci un ippopotamo», esclamò Trok, indicando il
tavolo, che scricchiolava sotto il peso dei piatti da portata. «Fate del vostro
peggio, ma non aspettatevi che vi raggiunga prima di domani. Ho un
campo da arare e una puledra indomabile da piegare alla mia volontà.»
Usci dalla sala, spolpando l'osso che aveva in mano e ingoiando bocconi
di carne grassa. Due schiavi lo precedevano, correndo con la torcia accesa
in mano per illuminargli la strada lungo i corridoi immersi nell'ombra che
portavano all'harem. Gli eunuchi di guardia alla porta dell'appartamento di
Mintaka lo sentirono arrivare e sguainarono le armi con un gesto elaborato,

Wilbur Smith 272 2001 - Figli Del Nilo


incrociandole sul petto in segno di saluto.
«Aprite la porta!» ordinò Trok, gettando via l'osso.
«Maestà, la porta è sbarrata», disse una delle sentinelle, salutandolo di
nuovo con un gesto nervoso.
«Per ordine di chi?» domandò Trok furioso.
«Per ordine di sua maestà la regina Mintaka.»
«Non lo tollero più, in nome di Seueth! Quella piccola arrogante sa
benissimo che sono qui», sbraitò Trok, sguainando la spada e bussando
alla porta col pomo di bronzo. Non ottenendo risposta, ritentò. Il suono dei
colpi echeggiò nei corridoi silenziosi, senza che dalla parte opposta si
udissero segni di vita. Allora lui indietreggiò per caricare la porta con la
spalla, nell'intento di sfondarla. I battenti tremarono sotto quel colpo
d'ariete, ma senza cedere. Trok afferrò una picca dalle mani della guardia
più vicina e cominciò a sferrare colpi violenti contro il pannello della
porta.
Schegge di legno volarono via sotto la lama, finché Trok non riuscì ad
aprire un varco sufficiente per infilare il braccio all'interno e spostare il
pesante chiavistello che sbarrava la porta. Aprendo la porta con un calcio,
irruppe a passo di carica nella stanza. Le ancelle erano tutte rannicchiate
contro la parete opposta, terrorizzate.
«Dov'è la vostra padrona?» gridò Trok.
Le ragazze si lasciarono sfuggire un balbettio incoerente, ma senza
riuscire a evitare che i loro occhi corressero verso la porta della camera da
letto. Trok si diresse da quella parte, e subito dalle ancelle si levò un grido.
«Sta male.»
«Non può riceverti.»
«È arrivata la sua luna.»
Trok scoppiò a ridere. «Ha usato questa scusa troppo spesso.» Martellò
di pugni la porta. «Se c'è del sangue, allora sarà meglio che scorra a fiumi,
più di quanto ne ho versato sul campo di Manashi. Per Seueth, lo
attraverserò a guado, pur di raggiungere le porte della beatitudine.»
Prese a sferrare calci contro la porta della camera da letto. «Apri, piccola
ribelle! Tuo marito è venuto a mostrarti il suo doveroso rispetto.»
Al calcio successivo, il battente si aprì, staccandosi dai cardini di cuoio,
e Trok entrò, barcollando per il contraccolpo. Il letto era di ebano, con
intarsi in argento e madreperla. La figura femminile che vi era riversa
sopra era nascosta sotto le coltri ammucchiate alla rinfusa, da cui sporgeva

Wilbur Smith 273 2001 - Figli Del Nilo


soltanto un piedino. Trok lasciò cadere a terra la cintura con la spada,
esclamando: «Ti sono mancato, mio piccolo giglio? Hai spasimato al
pensiero delle mie braccia amorevoli?»
Afferrò il piede nudo per trascinare la ragazza fuori delle coltri. «Su,
dolce agnellino mio. Ho un altro regalo per te, tanto lungo e duro che non
potrai né venderlo né darlo via.» Poi s'interruppe, fissando a bocca aperta
l'ancella che frignava, terrorizzata. «Tinia, sporca sgualdrinella, che cosa ci
fai nel letto della tua padrona?» Senza attendere la risposta, la scaraventò
sul pavimento e cominciò ad aggirarsi per la stanza, strappando le tende e
le tappezzerie. «Dove sei?» Aprì a calci la porta dello stanzino da toeletta.
«Vieni fuori! Questo comportamento non ti servirà a niente.»
Gli bastò un minuto per accertarsi che Mintaka non era nascosta
nell'appartamento. Allora tornò da Tinia, afferrandola per i capelli e
trascinandola sul pavimento. «Dov'è?» sibilò, furioso. La prese a calci nel
ventre, mentre lei gridava, cercando di rotolare lontano dai suoi sandali di
metallo. «Ti batterò finché non parlerai. Strapperò fino l'ultimo lembo di
pelle da questo tuo corpo miserabile!»
«Non è qui», gridò Tinia. «Se n'è andata!»
«Dove?» Trok le sferrò un altro calcio, coi sandali da guerra tempestati
di chiodi di bronzo che affondavano nelle carni tenere dell'ancella come
lame di coltello. «Dove?»
«Non lo so», rispose lei, urlando di dolore. «Sono venuti degli uomini a
portarla via.»
«Quali uomini?»
Nonostante le istruzioni di Taita, la ragazza non voleva tradire la sua
padrona adorata. «Erano... sconosciuti. Non li ho mai visti. L'hanno
avvolta in un tappeto e l'hanno portata via.»
Trok le affibbiò un altro calcio brutale, poi si diresse verso la porta,
gridando agli eunuchi: «Trovate Soleth! Conducete subito qui il grassone».
Soleth si presentò, tremante di paura, torcendosi le mani lisce e paffute.
«Divino Faraone, massimo tra gli dei, gloria dell'Egitto!» Si gettò ai piedi
di Trok, che prese lo slancio per sferrargli un calcio col sandalo da guerra.
«Chi erano gli uomini che hai lasciato entrare nell'harem?»
«Obbedendo ai tuoi ordini, grazioso Faraone, ho fatto entrare tutti i
venditori di mercanzie fini, perché le mostrassero alla regina.»
«Chi era il venditore di tappeti? Chi era l'ultimo che è entrato in questo
alloggio?»

Wilbur Smith 274 2001 - Figli Del Nilo


«Il venditore di tappeti?» ripeté Soleth, come per riflettere sulla
domanda.
Trok gli assestò un altro calcio. «Sì, Soleth: tappeti! Come si
chiamava?»
«Ora ricordo, il mercante di tappeti di Ur. Ho dimenticato il suo nome.»
«Te la rinfresco io, la memoria.» Trok chiamò gli eunuchi di guardia.
«Tenetelo fermo sul letto.»
Le guardie trascinarono Soleth sul letto disfatto, immobilizzandolo a
faccia in giù. Trok raccolse la cintura che si era tolto, sguainando la spada.
«Sollevategli le vesti.» Uno degli eunuchi sollevò la veste di Soleth,
mettendo allo scoperto le natiche grassocce. «So che metà delle guardie
del palazzo è passata di qui», osservò, sfiorandogli l'ano con la punta della
spada. «Ma nessuno di loro era duro o affilato come questa spada. Ora
dimmi chi era il mercante di tappeti.»
«Giuro sul pane e sull'acqua del Nilo che non lo avevo mai visto prima.»
«Per te è un vero peccato», commentò Trok, infilandogli nel retto la
punta della spada per la lunghezza di un indice. Soleth lanciò un grido
acuto e tremolante.
«Quella era soltanto la punta», lo ammonì l'altro. «Visto che ti piace
tanto, posso infilarti dentro un altro cubito di bronzo, fino alla gola.»
«Era Taita», gridò Soleth, che ormai perdeva sangue in abbondanza.
«L'ha portata via Taita.»
«Taita!» esclamò Trok stupito, ritirando la lama. «Taita, il mago.» Nel
suo tono affiorava un terrore superstizioso. Poi rimase in silenzio a lungo.
Infine guardò gli eunuchi che tenevano fermo Soleth e mormorò:
«Lasciatelo andare».
L'eunuco si mise a sedere, gemendo di dolore, e, in seguito al
movimento, il gas fuoriuscì dalle sue viscere attraverso lo squarcio, con un
lungo peto gorgogliante.
«Dove l'ha portata?» Trok ignorò quel suono e l'odore disgustoso che
invase la stanza.
«Non me lo ha detto.» Soleth raccolse il lenzuolo di lino dal letto,
stringendolo tra le gambe per arrestare l'emorragia. Trok sollevò la punta
della spada, sfiorandogli una delle mammelle flaccide lasciate scoperte
dalla veste.
Soleth piagnucolò, lasciandosi sfuggire un altro peto. «Non me lo ha
detto, ma abbiamo parlato della terra che si stende tra i due fiumi, il Tigri e

Wilbur Smith 275 2001 - Figli Del Nilo


l'Eufrate. Forse è là che intende condurre la regina.»
Trok rifletté per qualche istante. Era logico. Ormai Taita doveva essere
al corrente della tensione che esisteva nei rapporti tra l'Egitto e i regni
orientali, e di certo sapeva che laggiù avrebbe potuto trovare asilo e
protezione, ammesso che riuscisse a raggiungere quelle terre.
Ma che motivo poteva avere per rapire Mintaka? Non certo per chiedere
un riscatto, visto che era ben noto il disprezzo che provava nei confronti
dell'oro e delle ricchezze. Non poteva trattarsi neppure di un desiderio
carnale. Quell'eunuco non era in grado di provare una passione fisica.
C'entrava forse l'amicizia nata tra il vecchio e la fanciulla? Lei gli aveva
forse rivolto un appello perché l'aiutasse a fuggire da Avaris e da un
matrimonio che le era insopportabile? Di certo l'aveva seguito
volontariamente, e forse con piacere. Lo dimostrava il modo in cui le
ancelle avevano tentato di coprire la sua fuga, ed era chiaro che non aveva
protestato, perché, se lo avesse fatto, le guardie l'avrebbero sentita.
Per il momento, comunque, accantonò quelle considerazioni. Il
problema principale era organizzare l'inseguimento per catturare lei e il
mago prima che raggiungessero le rive del mare nell'intento di passare nei
territori legati da un giuramento di fedeltà a Sargon di Babilonia. Sorrise a
Soleth. «Spero che i tuoi spasimanti trovino di loro gusto la modifica che
ho apportato alla tua porta della gioia. Me ne occuperò di nuovo al mio
ritorno. Ci sono iene affamate e avvoltoi da sfamare.»
I due ufficiali si trovavano ancora nella sala del banchetto, intenti a
rimpinzarsi di cibo e di vino, ma non avevano avuto il tempo sufficiente
per bere fino a istupidirsi.
«Quanti carri possiamo attrezzare e far partire verso oriente prima di
mezzanotte?» chiese loro Trok. I due rimasero sbalorditi, ma erano
veterani e reagirono subito, anche perché intuirono l'ira del loro sovrano.
Tolma sputò il sorso di vino che stava per inghiottire e balzò in piedi,
vacillando appena sulle gambe. «Posso farne partire cinquanta entro due
ore», rispose con un rutto.
«Voglio che siano cento», pretese Trok.
«Ne metterò al tuo comando cento prima di mezzanotte.»
Zander balzò in piedi a sua volta, non volendo restare indietro. «E altri
cento partiranno prima dell'alba.»

Taita li guidò nella notte, rischiarata da una luna quasi piena. La punta

Wilbur Smith 276 2001 - Figli Del Nilo


del suo bastone risuonava sul sentiero sassoso, mentre la sua ombra lo
precedeva, svolazzando come un mostruoso pipistrello nero. Gli altri
dovevano allungare il passo per non perderlo di vista.
D'un tratto, Mintaka cominciò a mostrare segni di cedimento. Zoppicava
vistosamente e rimaneva sempre più indietro, tanto che Nefer rallentò per
restarle a fianco. Non si era aspettato tanta debolezza, in lei: di solito non
era da meno dei ragazzi, e nella corsa poteva addirittura batterli. Le
mormorò qualche incoraggiamento sottovoce, per non farsi sentire da
Taita. Non voleva che il mago notasse quel suo indebolimento,
svergognandola agli occhi degli altri.
«Ormai non manca molto», le disse, prendendola per mano in modo da
guidarla. «Bay terrà i cavalli pronti per noi, e viaggeremo da re per il resto
del tragitto fino a Babilonia.» Lei rise, ma la sua era una risata stentata e
sofferente. Soltanto allora lui capì che c'era qualcosa che non andava.
«C'è qualcosa che ti fa soffrire?» le domandò.
«No, niente», rispose Mintaka. «Sono rimasta segregata nel palazzo
troppo a lungo, e le mie gambe si sono infiacchite.»
Ma Nefer non intendeva accettare quella spiegazione. Afferrandola per il
braccio, la costrinse a sedersi su una roccia di fianco al sentiero, sollevò
uno dei piedini e le slacciò il sandalo. Quando glielo tolse, si lasciò
sfuggire un'esclamazione sbalordita. «Dolce Horus, come hai potuto fare
anche un solo passo in queste condizioni?» Il sandalo grezzo e troppo
grande per il piede l'aveva ferita; il sangue appariva nero e lucente al
chiaro di luna. Nefer sollevò delicatamente l'altro piede per toglierle anche
il secondo sandalo e, insieme col cuoio, vennero via lembi di pelle e di
carne.
«Mi dispiace», sussurrò lei. «Ma non devi preoccuparti. Posso sempre
camminare a piedi nudi.»
Furioso, lui scagliò tra le rocce le calzature insanguinate. «Avresti
dovuto avvertirmi prima.» Si alzò, rimettendola in piedi, poi le rivolse il
dorso, preparandosi a sostenere il suo peso. «Passami le braccia intorno al
collo e salta su.» Trasportandola in questo modo, riprese il cammino per
raggiungere gli altri, che ormai erano poco più che un'ombra scura in
movimento sul deserto rischiarato dalla luna.
Lei gli teneva la bocca accostata all'orecchio, sussurrandogli parole dolci
nel tentativo di distrarlo e incoraggiarlo, mentre lui avanzava a fatica. Gli
spiegava quanto avesse sentito la sua mancanza e come, nel momento in

Wilbur Smith 277 2001 - Figli Del Nilo


cui aveva saputo della sua presunta morte, avesse deciso di non avere più
ragioni per vivere. «Volevo morire, per stare di nuovo con te.» Poi gli
parlò della sacerdotessa di Hathor, che le aveva portato il serpente.
Nefer rimase inorridito al punto di deporla a terra per rimproverarla con
ira. «È stata un'idiozia.» In preda all'agitazione, la scrollò rudemente.
«Non pensarlo mai più, qualunque cosa accada in futuro.»
«Non puoi sapere quanto ti amo, tesoro mio. Non puoi immaginare la
disperazione che ho provato al pensiero che tu non ci fossi più.»
«Dobbiamo fare un patto: d'ora in poi dobbiamo vivere l'uno per l'altra, e
non pensare alla morte finché non verrà a trovarci senza essere invitata.
Devi giurarmelo!»
«Te lo giuro. D'ora in poi vivrò soltanto per te», rispose Mintaka,
baciandolo per suggellare il patto. Lui la riprese in spalla e proseguirono.
Il peso sembrava aumentare a ogni passo. Se la strada era soffice e
sabbiosa, Nefer la deponeva a terra e lei gli si appoggiava, per camminare
zoppicando coi piedi sbucciati a sangue. Se invece la pista diventava
accidentata e sassosa, la riprendeva in spalla, per ricominciare a fatica la
marcia. Mintaka gli raccontò che Taita l'aveva vista a distanza e l'aveva
salvata dalla tentazione di morire. «È stata la sensazione più straordinaria
che abbia mai provato», gli confidò. «Pareva che fosse al mio fianco e mi
parlasse con voce forte e chiara. Mi ha detto che eri ancora vivo. Quanto
eravate distanti quando mi ha vista dall'alto?»
«Eravamo a Gebel Nagara, nel sud, a quindici giorni di viaggio da
Avaris.»
«Ed è riuscito a coprire una distanza simile?» chiese lei, incredula. «Non
esiste confine ai suoi poteri?»
Si fermarono per l'ennesima volta a riposare nel buio, e Mintaka si
appoggiò alla spalla di Nefer, sussurrando: «C'è una cosa che voglio dirti,
riguardo alla mia notte di nozze con Trok...»
«No!» esclamò lui con veemenza. «Non voglio sentire. Non credi che mi
sia già torturato abbastanza ogni giorno, con questo pensiero?»
«Invece devi ascoltarmi, amore mio. Non sono mai diventata sua
moglie. Anche se ha tentato di forzarmi, sono riuscita a resistere. Il mio
amore per te mi ha dato la forza di negarmi a lui.»
«Ho sentito dire che ha esposto sulle mura del palazzo il vello macchiato
di rosso.» Il semplice pronunciare quelle parole lo faceva soffrire, e
distolse il viso da lei.

Wilbur Smith 278 2001 - Figli Del Nilo


«Sì, era il mio sangue», confermò lei, e Nefer s'irrigidì, tentando di
liberarsi dal suo abbraccio, ma lei lo tenne fermo. «Ma non era il sangue
della mia verginità. Era quello che mi è uscito dal naso e dalla bocca
quando mi ha picchiato per costringermi a cedere. Ti giuro in nome
dell'amore che provo per la dea, e della speranza di darti un giorno dei
figli, che sono ancora vergine, e tale resterò finché non accetterai da me la
mia verginità come una prova d'amore.»
Lui la prese tra le braccia, baciandola e piangendo di sollievo e di gioia,
e lei pianse con lui.
Qualche tempo dopo si alzò per riprenderla sulle spalle. Era come se il
suo voto gli avesse infuso nuova forza, e proseguirono il cammino con
maggiore energia.
Era già mezzanotte passata allorché gli altri si accorsero che era
successo qualcosa e tornarono indietro a cercarli. Taita fasciò i piedi di
Mintaka, dopodiché Hilto e Meren la trasportarono a turno. In questo
modo riuscirono ad aumentare l'andatura, ma le stelle cominciavano già a
sbiadire e la luce dell'alba si stava intensificando quando raggiunsero l'oasi
in cui Bay li attendeva coi cavalli.
Erano tutti esausti, ma Taita non li lasciò riposare. Abbeverarono i
cavalli per l'ultima volta e riempirono gli otri d'acqua finché non divennero
tesi e lucenti, coperti da un velo di umidità.
Nel frattempo Taita riempì a metà un secchio con l'acqua del pozzo e,
usando un unguento schiumoso, si lavò la tintura dai capelli finché non
tornarono a risplendere come una massa d'argento.
«Perché perde tempo a lavarsi i capelli in un momento come questo?» si
domandò Meren.
«Forse questo gli restituisce una parte della forza che ha perduto
tingendoli», suggerì Mintaka, e nessuno trovò più da ridire.
Quando furono pronti a partire, Taita li costrinse a bere di nuovo dal
pozzo, incitandoli a riempirsi il ventre con tutta l'acqua che riuscivano a
mandar giù senza vomitare. Mentre obbedivano, lui si consultò sottovoce
con Bay. «Lo senti?»
Bay annuì con un'espressione torva. «È nell'aria, e lo sento ripercuotersi
attraverso le piante dei piedi. Stanno arrivando.»
Nonostante l'urgenza del momento e la minaccia del nemico che si
avvicinava, Taita colse ancora l'opportunità di medicare i piedi di Mintaka,
coprendo di unguento i punti in cui si vedeva la carne viva e fasciandoli

Wilbur Smith 279 2001 - Figli Del Nilo


nuovamente. Infine ordinò di salire a bordo dei carri.
Prese con sé Meren nel carro di testa come portatore di lancia, mentre
Nefer lo seguiva, con Mintaka aggrappata al pannello anteriore per
alleggerire il peso che gravava sui piedi. Hilto e Bay chiudevano la marcia
a bordo dell'ultimo carro.
Il mercante assiro che aveva venduto loro i tappeti stava controllando
servi e schiavi mentre caricavano i carri delle merci e gli animali da soma.
Quando gli passarono accanto, si voltò a seguirli con lo sguardo, salutando
Taita, ma il suo interesse si ridestò nel vedere la ragazza a bordo del
secondo carro. Neppure gli abiti impolverati e i capelli in disordine
riuscivano a celare la sua bellezza. Li stava ancora fissando allorché
superarono l'ultima duna e scomparvero nel deserto, diretti a oriente lungo
la strada carovaniera che li avrebbe condotti sulle rive del mar Rosso.

Mentre attendeva con impazienza che i suoi squadroni si radunassero


davanti alle porte della città, Trok ordinò a Tolma di mandare gli uomini a
perquisire l'accampamento di mendicanti e stranieri sotto le mura di
Avaris. «Butta all'aria ogni tugurio, e controlla che la regina Mintaka non
sia nascosta lì. Cerca Taita il mago. Portami qualunque uomo alto, vecchio
e magro che riuscirai a trovare. Lo interrogherò io stesso.»
Tra le capanne risuonarono grida e urla laceranti, miste allo schianto
delle porte sfondate e delle fragili pareti abbattute dagli uomini di Tolma
per eseguire gli ordini. Poco dopo, due soldati tornarono indietro,
trascinando una vecchia beduina sudicia verso il punto in cui Trok stava
vicino al suo carro. La donna lanciava grida isteriche contro gli uomini,
scalciando e dibattendosi tra le loro braccia.
«Che cosa c'è, soldato?» domandò Trok, mentre gettavano la donna ai
suoi piedi. Un soldato tenne sollevato un paio di fragili sandali d'oro,
decorati con borchie di turchesi, che scintillavano alla luce delle torce.
«Maestà, nella sua capanna abbiamo trovato questi.»
Il viso di Trok si rabbuiò per la collera quando li riconobbe.
Sferrò un calcio al ventre della donna. «Dove li hai rubati, sudicia
babbuina?»
«Non ho mai rubato niente, divino Faraone», rispose lei, piagnucolando.
«Me li ha dati lui.»
«Chi era lui? Rispondi subito, o ti farò annegare.»
«Il vecchio... è stato lui a darmeli.»

Wilbur Smith 280 2001 - Figli Del Nilo


«Descrivilo.»
«Era alto e ossuto.»
«Quanti anni aveva?»
«Era vecchio quanto le rocce del deserto. E' stato lui a darmeli.»
«C'era una ragazza con lui?»
«C'erano tre uomini e una graziosa sgualdrinella vestita di roba fine, con
la faccia dipinta e i nastri nei capelli.»
Trok la tirò in piedi di scatto, gridando: «Dove sono andati? Da che
parte?»
Con la mano tremante, la vecchia indicò la strada che portava tra le
colline, verso il deserto.
«Quando?» chiese Trok.
«Da un tempo pari a questo percorso della luna», rispose lei, indicando
un arco nel cielo che corrispondeva a quattro o cinque ore.
«Quanti cavalli avevano?» ringhiò Trok. «Avevano carri? Carretti per le
merci? In che modo viaggiavano?»
«Non avevano cavalli. Andavano a piedi, ma in gran fretta.»
Trok la spinse lontano da sé, sorridendo a Tolma che gli stava a fianco.
«A piedi non andranno lontano. Li prenderemo, non appena riuscirai a far
alzare i tuoi poltroni dal loro pagliericcio per salire a bordo dei carri.»

Il sole splendeva in mezzo al cielo quando Trok raggiunse la sommità


delle colline che sovrastavano l'oasi, alle porte del deserto. Lo seguivano
duecento carri, disposti in colonna per quattro. Cinque leghe più indietro
procedeva Zander, con altri duecento carri che sollevavano una nube di
polvere ben visibile alla luce del sole. Ogni veicolo trasportava due soldati
armati fino ai denti ed era carico di otri d'acqua, fasci di giavellotti e frecce
di riserva.
Ai loro piedi videro il mercante assiro, a capo della sua carovana, risalire
il pendio per allontanarsi dal pozzo. Trok gli andò incontro, salutandolo a
distanza. «Benvenuto, straniero. Da dove vieni, e qual è la tua attività?»
Il mercante guardò quell'esercito agguerrito con una certa trepidazione,
non sapendo che cosa aspettarsi né come rispondere. Il saluto cordiale di
Trok non significava granché: nel lungo viaggio dalla Mesopotamia aveva
incontrato ladri, banditi e signori della guerra.
Trok arrestò il carro davanti a lui. «Io sono sua maestà il divino Faraone
Trok Uruk. Benvenuto nel Basso Egitto. Non temere, sei sotto la mia

Wilbur Smith 281 2001 - Figli Del Nilo


protezione.»
Il mercante cadde in ginocchio, rendendogli omaggio. Una volta tanto,
Trok si mostrò spazientito da quei segni di rispetto e tagliò corto. «Alzati e
rispondi, brav'uomo. Se sarai onesto con me e mi dirai quello che voglio
sapere, ti concederò la licenza di commerciare in tutto il mio regno senza
pagare tasse, e manderò dieci carri a scortarti fino alla porta di Avaris.»
Il mercante si affrettò ad alzarsi per esprimere la sua profonda
gratitudine, pur sapendo per esperienza che, di solito, tanta generosità da
parte di un sovrano costava cara. Trok lo interruppe. «Sto inseguendo una
banda di criminali in fuga. Li hai visti?»
«Lungo la strada ho incontrato un gran numero di viandanti», rispose
con prudenza l'assiro. «Se la tua divina maestà si degna di descrivere
questi furfanti, farò del mio meglio per metterti sulle loro tracce.»
«Probabilmente sono cinque o sei e devono essere diretti a oriente. Con
loro c'è una giovane donna, ma tutti gli altri sono uomini. Il loro capo è un
vecchio furfante, alto e magro. Forse aveva i capelli tinti di nero o di
marrone...»
Trok non riuscì a continuare, perché l'assiro lo interruppe, tutto eccitato.
«Li conosco bene, maestà. Qualche giorno fa il vecchio coi capelli tinti ha
acquistato da me tappeti e abiti vecchi. In quel momento la donna non era
con lui. Ha lasciato i cavalli e tre carri laggiù nell'oasi, affidati a un nero
dalla faccia orribile. Dopo aver caricato gli altri su un vecchio carro per le
merci, insieme coi tappeti che gli avevo venduto, ha imboccato la strada
rialzata sulla quale siamo adesso, dirigendosi verso Avaris.»
Trok sorrise con aria trionfante. «È quello che sto cercando. Lo hai visto
da allora? È tornato a prendere i carri?»
«Lui e altri tre sono tornati stamattina, a piedi, dalla direzione di Avaris.
Con loro si trovava la giovane donna della quale hai parlato. Sembrava
ferita, perché la trasportavano di peso.»
«Dove sono andati, amico? Da che parte?» chiese Trok con ansia, ma
l'assiro non era disposto a farsi mettere fretta.
«La donna era giovane. Anche se era ferita e poteva camminare solo a
fatica, indossava abiti fini. Si vedeva che era di alto lignaggio e molto
bella, con lunghi capelli scuri.»
«Basta così. Conosco abbastanza bene la donna anche senza la tua
descrizione. Dopo aver lasciato l'oasi, da che parte sono andati?»
«Hanno aggiogato i cavalli ai tre carri e sono partiti subito.»

Wilbur Smith 282 2001 - Figli Del Nilo


«Da che parte, amico? Quale direzione hanno preso?»
«Si sono diretti a oriente lungo la via carovaniera.» L'uomo indicò la
pista tortuosa che saliva tra le colline basse verso le dune. «Ma il vecchio
non aveva più i capelli tinti. L'ultima volta che l'ho visto, splendevano
come una nube nel cielo estivo.»
«Quando sono partiti?»
«Un'ora dopo il sorgere del sole, maestà.»
«In che condizioni erano i cavalli?»
«Avevano bevuto e riposato bene. Erano in attesa all'oasi da tre giorni, e
loro si sono portati appresso un carico di foraggio. Stamattina, quando
sono partiti, avevano gli otri pieni d'acqua del pozzo e sembravano ben
provvisti per il lungo viaggio fino al mare.»
«Allora hanno soltanto qualche ora di vantaggio», tuonò Trok, esultante.
«Bene, amico, ti sei guadagnato la mia gratitudine. I miei scribi ti
rilasceranno la licenza di commerciare e il comandante Tolma ti assegnerà
una scorta per raggiungere Avaris. Allorché tornerò in città coi fuggiaschi
in catene, riceverai un'altra ricompensa. Avrai un buon posto in prima fila
alla loro esecuzione. Fino a quel momento ti auguro buon viaggio e grandi
profitti nel mio regno.»
Voltandogli le spalle, cominciò a impartire ordini a Tolma, che lo
seguiva da vicino nel secondo carro della colonna. «Concedi a quest'uomo
una licenza commerciale e una scorta per Avaris. Riempi gli otri con
l'acqua del pozzo e fa' bere i cavalli a sazietà, ma in fretta, Tolma. Tieniti
pronto a ripartire prima di mezzogiorno. Nel frattempo mandami i maghi e
i sacerdoti della compagnia.»
I soldati condussero i cavalli al pozzo, dividendoli in gruppi di venti. Gli
uomini che non erano impegnati con quel lavoro si stesero all'ombra dei
carri per riposarsi un poco e consumare un pasto frugale a base di pane di
dhurra e carne secca.
Trok trovò un tratto in ombra sotto la chioma di un nodoso albero di
tamarindo che cresceva vicino al pozzo. I maghi e i sacerdoti si
avvicinarono in risposta alla sua convocazione, accovacciandosi intorno a
lui. Erano in quattro: due sacerdoti di Seueth, con la testa rasata e la tunica
nera, uno sciamano della Nubia, carico di collane e braccialetti di talismani
e ossa, più un mago che veniva dalle terre a oriente e si faceva chiamare
Ishtar il medo. Ishtar aveva un occhio coperto da una patina biancastra e il
viso tatuato con spirali e cerchi di colore viola e rosso.

Wilbur Smith 283 2001 - Figli Del Nilo


«L'uomo che cerchiamo è un adepto delle arti occulte», li avvertì Trok,
«e sfrutterà tutti i suoi poteri per rendere vani i nostri sforzi. Si dice che
sappia gettare l'incantesimo che rende invisibili e possa evocare immagini
capaci di turbare le nostre truppe. Per avere ragione dei suoi poteri, dovrete
ricorrere ai vostri incantesimi.»
«Chi è questo ciarlatano?» chiese Ishtar il medo. «Puoi stare certo che
non riuscirà a prevalere contro le nostre forze combinate.»
«Si chiama Taita», rispose Trok.
Soltanto Ishtar non tradì lo sgomento nell'apprendere l'identità
dell'avversario. «Lo conosco solo di fama», commentò, «ma desideravo da
tempo misurarmi con lui.»
«Operate le vostre magie», ordinò seccamente Trok.
I sacerdoti di Seueth si allontanarono di un breve tratto per disporre sulla
sabbia i loro oggetti magici, cominciando a cantare sommessamente e a
scuotere i sonagli.
Il nubiano frugò tra le rocce intorno al pozzo, finché non trovò, sotto un
masso, una vipera cornuta dal veleno letale. Le mozzò il capo, lasciando
colare il sangue sulla propria testa. Mentre gli scorreva lungo le guance,
gocciolando dalla punta del naso, lui saltellava in cerchio come un grosso
rospo nero. Alla fine di ogni circolo sputava verso oriente, dove si trovava
Taita.
Ishtar invece accese un piccolo fuoco vicino al pozzo e si sedette a
gambe incrociate, dondolandosi e mormorando una litania rivolta a
Marduk, il più potente tra tutti i duemila e dieci dei della Mesopotamia.
Una volta che ebbe impartito gli ordini a Tolma, Trok si avvicinò per
osservare Ishtar al lavoro. «Che magia è la tua?» chiese quando l'altro si
incise una vena del polso e lasciò cadere alcune gocce del proprio sangue
sulle fiamme, dove sfrigolarono.
«È la magia del fuoco e del sangue. Sto collocando ostacoli e avversità
sul cammino di Taita.» Ishtar non alzò la testa. «Sto confondendo e
sviando la mente dei suoi seguaci.»
Trok rispose con un grugnito scettico, ma dentro di sé era impressionato,
anche perché aveva già visto Ishtar al lavoro. Si allontanò di un breve
tratto lungo la strada per fissare con ostilità il profilo delle colline a
oriente. Non vedeva l'ora di lanciarsi all'inseguimento ed era risentito per
quella sosta forzata. D'altronde era un generale troppo esperto per non
rendersi conto della necessità assoluta di riposare e abbeverare i cavalli

Wilbur Smith 284 2001 - Figli Del Nilo


dopo la lunga corsa notturna.
Conosceva bene la natura del terreno che dovevano attraversare.
Quand'era un giovane comandante di carri, l'aveva percorso più volte
durante il servizio di pattuglia. Aveva attraversato i tratti di scisto che
tagliavano garretti e zoccoli dei cavalli come lame di selce e aveva
sopportato la calura terribile e la sete delle dune.
Tornò nel punto in cui aveva lasciato il carro, ma dovette fermarsi e
voltare le spalle quando un'improvvisa tempesta di polvere arrivò
turbinando sulla distesa gialla della pianura, vorticando su se stessa e
salendo di alcune centinaia di cubiti nell'aria afosa. Il vortice lo avvolse.
L'aria era rovente come la vampata di una fornace, tanto che dovette
coprirsi il naso e gli occhi con un lembo del cappuccio e respirare
attraverso il tessuto per filtrare la sabbia trasportata dall'aria. Il turbine di
sabbia passò oltre, allontanandosi sul terreno ardente con la grazia di una
danzatrice dell'harem e lasciandolo lì a tossire e asciugarsi gli occhi.
Mancava poco a mezzogiorno, e avevano appena finito di abbeverare i
cavalli, quando li raggiunse la seconda colonna, che, al comando di
Zander, scese lungo il pendio fino al pozzo. I suoi avevano bisogno
d'acqua quanto la prima colonna, e l'oasi rischiava di essere troppo
affollata. L'acqua era già scarsa e torbida. Sarebbero stati costretti a
ricorrere ai preziosi otri, intaccando così le riserve.
Trok tenne una breve riunione con Zander e Tolma, spiegando il suo
piano d'azione e la formazione che voleva adottare per impedire a Taita di
sfuggire alla rete che gli stavano tendendo. «Avvertite i comandanti delle
compagnie di tenere gli occhi aperti per non cadere nelle trappole che
escogiterà con la sua magia per confonderci», concluse. «Ishtar il medo ha
lanciato un incantesimo potente. Ripongo grande fiducia in lui, perché
finora non mi ha mai deluso. Se staremo bene in guardia contro i trucchi
del mago, otterremo il successo. Dopotutto, come può prevalere contro un
simile schieramento?» Con un ampio gesto del braccio indicò la massa di
carri, cavalli e truppe scelte. «No! Per l'alito immondo di Seueth, domani a
quest'ora trascinerò Taita e Mintaka dietro il mio carro lungo la via del
ritorno ad Avaris.»
Ordinò alla colonna di testa di mettersi in marcia. In fila per quattro,
sgranandosi lungo mezza lega, intrapresero la marcia nel deserto. Davanti
a loro, le tracce della preda erano incise chiaramente sul soffice terreno
sabbioso.

Wilbur Smith 285 2001 - Figli Del Nilo


Taita segnalò di fermarsi ai due carri che lo seguivano. Arrestarono la
loro marcia nell'ombra violacea proiettata sulla sabbia da un'alta duna
concava, modellata come la curva elegante di una conchiglia gigantesca.
I cavalli davano già segni di stanchezza, e chinarono la testa sul petto
ansimante per riprendere fiato. Il sudore si era condensato sul manto pieno
di polvere, formando uno strato salmastro simile alla brina.
Versarono con cura una razione d'acqua dagli otri nei secchi di cuoio, e i
cavalli bevvero con avidità. Taita medicò i piedi di Mintaka, sollevato di
non trovare tracce d'infezione. Dopo averli fasciati di nuovo, tirò Bay in
disparte. «C'è qualcuno che ci spia a distanza», gli disse senza mezzi
termini. «Avverto un'influenza maligna che ci sta lentamente
circondando.»
«L'ho sentita anch'io, e ho cominciato a opporre resistenza, ma è
potente.»
«Riusciremo a sventarne meglio gli effetti combinando i nostri poteri.»
«È agli altri che dovremo prestare attenzione, perché sono più
vulnerabili.»
«Li avvertirò di stare in guardia.»
Taita tornò verso gli altri, che avevano quasi finito di abbeverare i
cavalli. «Salite a bordo dei carri e tenetevi pronti a partire», disse a Nefer.
«Bay e io andremo a perlustrare il terreno più avanti. Torneremo tra poco.»
I due iniziati s'incamminarono, scomparendo oltre la parete di sabbia
ricurva della duna, ma, non appena giunti fuori della visuale degli altri, si
fermarono. «Sai chi può aver lanciato un incantesimo così potente per
conto di Trok?»
«Tutte le sue compagnie sono scortate da sacerdoti e maghi, ma il più
potente di tutti è Ishtar il medo.»
«Ne ho sentito parlare», ammise Taita. «Lavora col fuoco e col sangue.
Dobbiamo cercare di ritorcere la sua influenza contro di lui.»
Bay accese un fuocherello alimentato da escrementi secchi di cavallo e,
quando esso cominciò a bruciare regolarmente, entrambi i maghi si
punsero il polpastrello del pollice, versando alcune gocce di sangue sulle
fiamme. Uno sbuffo di sangue bruciato si levò nell'aria, e i due si rivolsero
in modo da fronteggiare il nemico, poiché sentivano che la sua influenza
proveniva dal quadrante occidentale, cioè dalla direzione da cui erano
venuti.

Wilbur Smith 286 2001 - Figli Del Nilo


Esercitando i propri poteri combinati, si accorsero ben presto che
l'influenza maligna cominciava a diminuire d'intensità, e infine si
disperdeva come il fumo del fuoco morente.
Alla fine del rito, però, mentre coprivano di sabbia quel che restava del
fuoco, Bay disse piano: «La sento ancora».
«Sì», confermò Taita. «L'abbiamo indebolita, ma è ancora pericolosa,
specie per coloro che non hanno imparato a resistere.»
«I più giovani saranno più esposti ai suoi effetti», osservò Bay. «I due
ragazzi, il Faraone e Meren, e la fanciulla.»
Tornarono verso i carri in attesa, ma, prima di salire di nuovo a bordo,
Taita si rivolse ai compagni di viaggio. Sapeva che, se avesse accennato
alla vera origine della sua ansia, sarebbero entrati in allarme,
spaventandosi, quindi si limitò a dire: «Stiamo per entrare nella regione
più inospitale e pericolosa della terra delle dune. So che siete tutti stanchi e
assetati, sfiniti dalle traversie del viaggio, ma ogni distrazione potrebbe
esservi fatale. Tenete d'occhio i cavalli e il terreno davanti a voi. Non
lasciatevi turbare o distrarre da suoni strani o spettacoli insoliti, che si tratti
di uccelli o di altri animali». Fece una pausa, guardando negli occhi Nefer.
«Questo discorso vale soprattutto per te, maestà. Devi stare sempre in
guardia.»
Nefer annuì, una volta tanto senza discutere. Anche gli altri assunsero
un'espressione grave, rendendosi conto che Taita doveva avere un motivo
valido per rivolgere loro quell'avvertimento.
Mentre avanzavano, procedendo negli avvallamenti tra le dune alte,
ebbero l'impressione che il caldo aumentasse a ogni giro delle ruote dei
carri. Le pareti di sabbia cedevole che s'innalzavano ai lati mostravano un
guazzabuglio di colori vivaci, dal giallo limone all'oro, dal prugna al viola
e all'azzurro delle piume di airone, dal rosso della volpe all'ocra del manto
dei leoni. A tratti le dune erano venate da striature di talco, simili a un velo
di brina, o incise da linee di sabbia nera che somigliava alla fuliggine
prodotta da una lampada a olio.
Il cielo sopra di loro divenne incandescente, la qualità della luce cambiò,
assumendo una tonalità gialla e impalpabile. Le distanze divennero distorte
e sconcertanti. Nefer socchiuse gli occhi per proteggersi dal riverbero
abbacinante del cielo, che sembrava tanto vicino da poterlo toccare con
l'estremità della frusta. Al contempo la forma del carro di Taita, che lo
precedeva di cinquanta cubiti appena, sembrava allontanarsi verso un

Wilbur Smith 287 2001 - Figli Del Nilo


orizzonte lontano e indistinto.
Il calore scottava ogni lembo di pelle esposta, sul viso e sul corpo. Nefer
si sentì sopraffare da un terrore indefinito. Non aveva un'origine precisa,
eppure lui non riusciva a liberarsene.
Quando Mintaka gli si accostò, tremante, afferrando il braccio col quale
impugnava la frusta, comprese che lo aveva percepito anche lei. Nell'aria
aleggiava il male. Avrebbe voluto chiamare Taita per farsi consigliare e
rassicurare, ma aveva la gola chiusa dalla polvere e dal caldo: non riusciva
a emettere neppure un suono.
D'un tratto sentì Mintaka irrigidirsi al suo fianco e affondargli le dita nei
muscoli del braccio con intensità dolorosa. Abbassando gli occhi per
guardarla in viso, si accorse che era terrorizzata: con la mano libera,
indicava freneticamente la sommità della duna che sembrava incombere su
di loro.
Qualcosa di scuro e di enorme si staccò dall'alto, cominciando a rotolare
verso di loro. Nefer non aveva mai visto nulla di simile. Aveva lo stesso
aspetto massiccio e informe di un mostruoso otre per l'acqua, ma era tanto
grande da coprire tutto il fianco della duna, tanto grande da inghiottire e
schiacciare non soltanto i tre carri sottostanti, ma un'intera compagnia.
Mentre rotolava lungo il pendio quasi verticale, acquistò velocità,
spostandosi con uno strano movimento ondulatorio, sobbalzando e
rimbalzando, e piombando infine su di loro con una rapidità tale da
oscurare del tutto il cielo giallo del deserto. Nonostante il caldo, emanava
un gelo che li colpì come una mazzata, lasciandoli senza fiato, come se si
fossero tuffati nella pozza gelida creata da un torrente di montagna.
Anche i cavalli l'avevano visto, e si lanciarono in una corsa folle lontano
dalla pista sabbiosa, percorrendo il fondovalle nel tentativo di precedere
quell'apparizione terrificante, battendola in velocità. Proprio davanti a loro
si trovava un tratto di roccia lavica nera e frastagliata, sulla quale i cavalli
stavano per piombare al galoppo. Nefer intuì il pericolo e cercò di farli
deviare, ma ormai non rispondevano più al suo controllo. Mentre lottava
con le redini, al suo fianco Mintaka urlava di terrore.
Ormai certo che stavano per essere raggiunti da quella mostruosità
oscura, Nefer lanciò un'occhiata alle sue spalle. Si aspettava di vederla
incombere su di sé, perché gli pareva di sentirne sulla nuca l'esalazione
gelida. Invece non vide niente. Il pendio della duna era nudo, liscio e
silenzioso. Il cielo giallo sopra di loro era chiaro e vuoto. Gli altri due carri

Wilbur Smith 288 2001 - Figli Del Nilo


erano fermi ai piedi del pendio, coi cavalli tranquilli e sotto controllo.
Taita e gli altri li fissavano, sbigottiti.
«Alt!» gridò Nefer alla pariglia imbizzarrita, esercitando tutto il suo
peso sulle redini, ma i cavalli non rispondevano. Si lanciarono al galoppo
in mezzo alla distesa di roccia lavica, trascinandosi dietro il carro che
sussultava e sbandava. «Alt!» gridò ancora. «Fermi, maledizione, fermi!»
I cavalli erano impazziti dal terrore, ormai incapaci di fermarsi.
Inarcavano il collo per resistere alla tensione delle redini, lanciatissimi,
emettendo grugniti a ogni falcata.
«Reggiti forte, Mintaka!» gridò Nefer, passandole un braccio intorno
alle spalle per proteggerla. «Stiamo per schiantarci.»
Le rocce nere erano state erose e modellate dalla sabbia trasportata dal
vento fino ad assumere forme strane. Alcune erano grosse quanto la testa
di un uomo, altre quanto il loro carro. Nefer riuscì a evitare le prime, ma
poi si ritrovarono in uno stretto corridoio tra due dei massi più grandi, un
passaggio troppo angusto per il carro. La ruota esterna urtò contro la roccia
con uno schianto lacerante, disintegrandosi. I raggi spezzati e i frammenti
del cerchione vennero scagliati in aria, mentre l'abitacolo del carro
ricadeva sull'assale, trascinando in basso il cavallo corrispondente, che fu
proiettato contro il masso vicino. Nefer sentì le zampe anteriori spezzarsi
come ramoscelli secchi, mentre Mintaka e lui venivano scaraventati in
aria.
Finirono sulla sabbia soffice, evitando di stretta misura il masso che
aveva abbattuto il cavallo. Quando la loro corsa si arrestò, Nefer stringeva
ancora tra le braccia Mintaka. Aveva attutito la sua caduta, e le domandò,
senza fiato: «Stai bene? Sei ferita?»
«Sì, sto bene», rispose subito lei. «E tu?»
Nefer si mise in ginocchio, fissando inorridito i rottami del carro e i
cavalli azzoppati.
«Mio buon Horus», esclamò, «siamo rovinati!» Il carro era distrutto,
senza speranza di poterlo riparare. Uno dei cavalli era spacciato, con le
zampe anteriori fratturate. L'altro era ancora aggiogato all'asse del carro,
ma aveva una zampa che pendeva dall'articolazione lussata.
Nefer si alzò a fatica, aiutando anche Mintaka a risollevarsi, poi si
abbracciarono, mentre Taita si accostava col carro ai margini del campo di
lava, gettando le redini a Meren prima di scendere. Li raggiunse a lunghe
falcate. «Che è successo? Che cos'ha fatto imbizzarrire i cavalli?»

Wilbur Smith 289 2001 - Figli Del Nilo


«Non l'avete vista?» chiese Nefer, ancora scosso e frastornato.
«Spiegati!» insistette Taita.
«Era una cosa scura ed enorme, come una montagna, che rotolava dalla
duna verso di noi.» Nefer aveva difficoltà a trovare le parole adatte per
descrivere quello che avevano visto.
«Era grande quanto il tempio di Hathor», aggiunse Mintaka, accorrendo
in suo aiuto. «Era terrificante. Dovete averla vista anche voi.»
«No», rispose Taita. «Era un'aberrazione della vostra mente e del vostro
sguardo. Qualcosa che vi è stato messo davanti dai nostri nemici.»
«Stregoneria?» Nefer era perplesso. «Ma l'hanno vista anche i cavalli!»
Taita si allontanò per chiamare Hilto, che si stava avvicinando.
«Sopprimi quelle povere bestie», gli ordinò, indicando i cavalli azzoppati.
«Aiutalo, Nefer.» Il suo intento era distrarlo dal disastro e dalle sue
conseguenze.
Col cuore pesante, Nefer sostenne la testa del cavallo abbattuto,
accarezzandogli la fronte e coprendogli gli occhi con un lembo di tessuto
in modo che non vedesse avvicinarsi la morte.
Hilto era un soldato, e aveva già compiuto quel triste dovere su tanti
campi di battaglia, sparsi in tutto il Paese. Appoggiò la punta del pugnale
dietro l'orecchio del cavallo, conficcandola nel cervello con un colpo solo.
L'animale s'irrigidì per un istante, poi fu scosso da un brivido e si accasciò.
Quindi fu la volta del secondo cavallo, che, abbattuto all'istante dal
pugnale di Hilto, giacque immobile.
Taita e Bay rimasero vicini, assistendo a quel penoso atto di
misericordia, e Bay commentò a bassa voce: «Il medo è più potente di
quanto pensassi. Ha individuato i più vulnerabili tra noi, concentrando su
di loro i suoi poteri».
«Ci sono altri maghi al servizio di Trok che rafforzano la sua influenza.
D'ora in poi dovremo tenere d'occhio anche Hilto e Meren», replicò Taita.
«Finché non riuscirò a raccogliere le forze per oppormi a Ishtar, saremo in
grave pericolo.»
Si allontanò da Bay, perché gli altri si sarebbero preoccupati vedendoli
confabulare in segreto: tenere il morale alto era la cosa più importante.
«Portate gli otri», ordinò. Uno era scoppiato nell'urto, mentre gli altri
due erano pieni solo a metà, ma vennero assicurati ai carri restanti.
«D'ora in poi, Meren viaggerà sul carro di Hilto e Bay, mentre io
prenderò con me i sovrani.»

Wilbur Smith 290 2001 - Figli Del Nilo


Gravati dagli otri dell'acqua e dal peso dei nuovi passeggeri, i carri erano
sovraccarichi e i cavalli dovevano sforzarsi per avanzare nel caldo torrido,
col sole velato da quella strana atmosfera giallastra.
Taita stringeva nella mano destra la stella d'oro, l'amuleto di Lostris,
mormorando una cantilena per tenere a bada il male che si addensava
intorno a loro. Anche Bay, a bordo del carro che li seguiva, cantava una
nenia monotona e ripetitiva.
Raggiunsero un tratto di strada dove il vento aveva spazzato via le tracce
di altre carovane e viaggiatori. Non c'erano segni da seguire, tranne i
piccoli cumuli di pietre posti a intervalli lungo il percorso. Infine anche
quelli scomparvero, e loro dovettero proseguire sulla sabbia senza punti di
riferimento. Ormai si affidavano soltanto all'esperienza di Taita, alla sua
conoscenza del deserto e soprattutto al suo istinto.
Infine si ritrovarono su un terreno pianeggiante, compreso tra due file di
alte dune. La sabbia in quel punto era liscia e regolare, ma Taita si fermò
ai margini del terreno, studiandolo con attenzione. Scendendo dal carro,
fece segno a Bay di avvicinarsi; insieme esaminarono quella superficie in
apparenza innocua.
«Non mi piace affatto», decise Taita. «Dobbiamo cercare una deviazione
che ci permetta di aggirare questa pianura. Qui c'è qualcosa...»
Bay si spinse in avanti di qualche passo sul terreno solido, annusando
l'aria torrida. Sputò due volte, studiando il disegno formato dallo sputo
sulla sabbia, poi tornò da Taita. «Io non ci vedo niente di preoccupante. La
ricerca di una deviazione potrebbe costarci ore, persino giorni, e i nostri
inseguitori non sono lontani, quindi bisogna decidere qual è il rischio
maggiore.»
«Qui c'è qualcosa», ripeté Taita. «Provo anch'io, come te, l'impulso di
passare di qui, ma questa è una sensazione troppo forte e illogica. Questa
idea ci è stata inculcata dal medo.»
«Potente mago», ribatté Bay scuotendo la testa, «in questo caso non
sono d'accordo con te. Dobbiamo correre il rischio di attraversare questa
valle, altrimenti Trok potrebbe raggiungerci prima di sera.»
Taita lo prese per le spalle, fissandolo negli occhi neri, e vide che erano
leggermente sfocati, come se avesse fumato dell'erba bhang. «Il medo è
riuscito a penetrare nella tua armatura», sentenziò, posando l'amuleto di
Lostris sulla fronte di Bay, che batté le palpebre e spalancò gli occhi. Taita
lo vide lottare per liberarsi dall'influenza maligna, ed esercitò la propria

Wilbur Smith 291 2001 - Figli Del Nilo


volontà per aiutarlo.
Finalmente Bay rabbrividì e il suo sguardo tornò limpido. «Hai
ragione», mormorò. «Ishtar mi aveva sovrastato. Questo luogo racchiude
un grande pericolo.»
Scrutarono in tutta la sua lunghezza quella valle angusta, simile a un
fiume di sabbia gialla senza un principio né una fine visibili. L'altro
versante non pareva lontano - trecento cubiti di ampiezza nei punti più
vicini -, ma poteva anche trovarsi a duecento leghe da loro, con la
divisione di Trok nascosta dietro la cresta.
«Sud o nord?» domandò Bay. «Non riesco a vedere il modo di
aggirarla.»
Taita chiuse gli occhi, facendo appello a tutti i suoi poteri, e,
all'improvviso, in quel silenzio arcano, si udì un suono. Un grido
sommesso e acuto. Tutti alzarono gli occhi, e videro un puntino - un falco
reale - che volava in alto nel cielo di un giallo livido. Girò due volte in
circolo, poi sfrecciò a sud lungo la valle, scomparendo nella caligine.
«A sud», decise Taita. «Seguiremo il volo del falco.»
Erano così assorti nelle loro riflessioni, che nessuno dei due si era
accorto di Hilto. L'anziano guerriero si era avvicinato col carro, da cui si
sporgeva, con Meren, per ascoltare il loro scambio di opinioni, accigliato e
spazientito. D'un tratto esclamò: «Basta così! La strada è libera, e non
possiamo permetterci ritardi. Se Hilto apre la strada, avrete il coraggio di
seguirlo?»
Sferzò i cavalli, che balzarono in avanti, sorpresi. Meren fu colto alla
sprovvista, tanto che rischiò di essere catapultato all'indietro dal carro, ma
si aggrappò a un mancorrente e riuscì a restare a bordo del veicolo lanciato
a tutta velocità.
«Torna indietro! Sei stregato, non sai quello che fai!» gridò Taita a
Hilto.
Bay si slanciò per afferrare la bardatura del cavallo sul lato esterno, ma
arrivò in ritardo e il carro lo superò, lanciandosi sul terreno pianeggiante.
Acquistò velocità, mentre giungevano loro la risata di Hilto e il suo grido:
«La strada è aperta, piana e veloce!»
Nefer afferrò le redini del carro rimasto fermo, gridando: «Lo fermerò
io, oppure lo costringerò a tornare indietro».
«No!» Taita si girò verso di lui, alzando disperatamente la mano per
ordinargli di fermarsi. «Non avventurarti laggiù, c'è pericolo. Fermo,

Wilbur Smith 292 2001