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Leonardo Giovannini III A

Israele e Palestina, popoli uniti sotto la bandiera della musica

La questione israelo-palestinese è al centro dei dibattiti attuali, vera sfida e banco di


prova per le organizzazioni internazionali e umanitarie. Questo problema rimane a
tutt’oggi una delle ferite aperte della situazione politica, sociale e culturale moderna.
Analizzarne le ragioni e l’evoluzione è arduo compito, e ancora lontano appare una
soluzione pacifica, anche se segnali importanti sono già stati dati. Prima di addentrarci
nel trattare le possibili soluzioni di questo dilaniante conflitto non solo militare ma
culturale, che vede fronteggiarsi due popoli da sempre in astio tra loro è necessario
delineare le coordinate storiche di questo fenomeno, macchia indelebile nella storia
moderna.
 Nei decenni tra Ottocento e Novecento, periodo nel quale le potenze europee
decidevano le sorti palestinesi e incoraggiavano il movimento sionista , la Palestina non
era un deserto. Era, al contrario, un paese dove viveva una comunità politica e civile
composta di oltre seicentomila persone, che dava nome al territorio ed in cui viveva da
millenni. I palestinesi parlavano l'arabo ed erano in gran parte mussulmani sunniti, con la
presenza di minoranze cristiane, druse e sciite, che usavano anch'esse la lingua araba.
Grazie al suo elevato grado di istruzione, la borghesia palestinese costituiva una élite
della regione mediorientale: intellettuali, imprenditori e banchieri palestinesi
occupavamo posti chiave nel mondo politico arabo, nella burocrazia e nelle industrie
petrolifere del Golfo Persico. Questa era la situazione sociale e demografica della
Palestina nei primi decenni del Novecento e tale sarebbe rimasta fino a qualche
settimana prima della proclamazione dello Stato d'Israele nella primavera del 1948: in
quel momento in Palestina era presente una popolazione autoctona di circa un milione e
mezzo di persone (mentre gli ebrei, nonostante l'imponente flusso migratorio del
dopoguerra, superavano di poco il mezzo milione). Nelle dichiarazioni dei maggiori
leader sionisti - da Theodor Herzl a Moses Hess, a Menachem Begin, a Chaim Weizman
- la popolazione nativa, quando non totalmente ignorata, viene qualificata come barbara,
indolente, venale, dissoluta. A questo diffusissimo pregiudizio di stampo colonialista è
strettamente associata l'idea che il compito degli ebrei sarebbe stato quello di occupare
un territorio arretrato e semideserto per ricostruirlo dalle fondamenta e «modernizzarlo».
E secondo un’ interpretazione radicale della «missione civilizzatrice» dell'Europa e del
suo «colonialismo ricostruttivo», la nuova organizzazione politica ed economica
israeliana avrebbe dovuto escludere ogni cooperazione, se non di carattere subordinato e
servile, della popolazione autoctona (mentre lo Stato israeliano sarebbe rimasto aperto
all'ingresso di tutti gli ebrei del mondo e soltanto degli ebrei).

Non a caso, la prima grande battaglia che i palestinesi sono stati costretti a combattere
per risalire la china dopo la costituzione dello Stato d'Israele è stata quella di opporsi alla
loro vera e propria cancellazione storica. Il loro obiettivo primario è stato di affermare-
non solo contro Israele, ma anche contro paesi arabi come l'Egitto, la Giordania, la Siria
- la loro identità collettiva e il loro diritto all'autodeterminazione. Soltanto molto tardi,
non prima del 1974, le Nazioni Unite prenderanno formalmente atto dell'esistenza di un
soggetto internazionale chiamato Palestina e riconosceranno in Yasser Arafat il suo
legittimo rappresentante.

 La negazione dell'esistenza di un popolo nella terra dove si intendeva installare lo Stato
ebraico è lo stigma coloniale che caratterizza sin dalle sue origini il movimento sionista:
un movimento del resto strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse
sostenuto in varie forme. Dopo aver a lungo progettato di costituire in Argentina, in
Sudafrica o a Cipro la sede dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cade
sulla Palestina non solo e non tanto per ragioni religiose, quanto perché si sostiene,
assieme a Israel Zangwill, che la Palestina è «una terra senza popolo per un popolo senza
terra».
E' in nome di questa logica coloniale che inizia l'esodo forzato di grandi masse di
palestinesi - non meno di settecentomila - grazie soprattutto al terrorismo praticato da
organizzazioni sioniste come la Banda Stern, guidata da Yitzhak Shamir, e come l'Irgun
Zwai Leumi, comandata da Menahem Beghin. Poi, a conclusione della prima guerra
arabo-israeliana, l'area occupata dagli israeliani si espande ulteriormente, passando dal
56 % dei territori della Palestina mandataria, assegnati dalla raccomandazione della
Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al 78 %, includendo fra l'altro l'intera Galilea e
buona parte di Gerusalemmme. Infine, a conclusione dalla guerra dei sei giorni, nel
1967, come è noto, Israele si impadronisce anche del restante 22 %, si annette
illegalmente Gerusalemme-est e impone un duro regime di occupazione militare agli
oltre due milioni di abitanti della striscia di Gaza e della Cisgiordania. Il tutto
accompagnato dalla sistematica espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia
di case palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall'intrusione di imponenti
strutture urbane nell'area di Gerusalemme araba, oltre che in quella di Nazaret.
Ma, fra tutte, è la vicenda degli insediamenti coloniali nei territori occupati della striscia
di Gaza e della Cisgiordania a fornire la prova più persuasiva del buon fondamento
dell'interpretazione «colonialista». Come spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver
conquistato il 78 % del territorio della Palestina, dopo aver annesso Gerusalemme-est ed
avervi insediato non meno di 180 mila cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato
in una progressiva colonizzazione anche di quell'esiguo 22 % rimanente ai palestinesi, e
già sotto occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei
governi sia laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del territorio della
Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e
poverissima striscia di Gaza ha confiscato il 32 % del territorio, istallandovi circa 30
colonie. Avendo ora brevemente delineato la critica situazione storica di questo conflitto
e le fallimentari politiche di coesistenza un barlume di speranza si staglia all’orizzonte,
flebile, ma foriero di un nuovo e duraturo senso di tolleranza reciproca.

Si chiama West‐Eastern Divan Orchestra ed è nata da una condivisione di ideali tra


Daniel Barenboim, noto direttore d’orchestra, nato in una famiglia ebrea, e Edward Said,
scrittore palestinese e professore di Inglese e Letteratura comparata alla Columbia
University.
Questi due uomini, che si sono incontrati per la prima volta nei primi anni Novanta, e
nonostante quelle che potessero essere le incompatibilità dovute all’appartenenza a due
popoli in guerra dal 1948, si trovarono a condividere la stessa visione di una futura
cooperazione tra Israeliani e Palestinesi. Il progetto era quello di organizzare un
workshop coinvolgendo giovani musicisti con un’età compresa tra i 14 e i 25 anni
provenienti da Egitto, Siria, Libano, Giordania, Tunisia e Israele. Questo progetto prende
il suo nome da una raccolta di poesie di Goethe, il primo europeo ad occuparsi in
maniera autentica alle altre culture, e si basa sulla necessaria condivisione di due idee
politiche:
‐ Non c’è una soluzione militare al conflitto Israeliano‐Palestinese;
‐ I destini del popolo israeliano e palestinese sono legati in modo inestricabile e la terra
che alcuni chiamano Israele e altri Palestina è una terra per due popoli.

L’esperimento è iniziato a Weimar nel 1999 e, sin dalle prime note suonate insieme, la
musica ha offerto a tutti i partecipanti una possibilità per esprimere se stessi e per
ascoltare l’altro. Nel suo libro “La musica sveglia il tempo” (Feltrinelli) Barenboim
descrive quanto fosse emozionante vedere un musicista arabo condividere il leggio con
un musicista israeliano e cercare di suonare la stessa nota, con la stessa dinamica, la
stessa arcata, lo stesso suono, la stessa espressione. In fondo indifferenza e musica non
possono coesistere.
Dopo Weimar, l’orchestra è stata ospitata a Chicago e dal 2002 ha trovato la sua sede a
Siviglia.
L’orchestra si è rivelata la situazione per provare a scrollarsi di dosso una serie di
pregiudizi, di tabù che circondano i popoli di appartenenza di questi giovani musicisti.
Un primo e importante passo è stato suonare Wagner, le cui opere arrivarono addirittura
ad essere ascoltate nei campi di concentramento, mentre gli ebrei venivano mandati nelle
camere a gas. Nonostante questa drammatica associazione solo pochissimi partecipanti si
opposero alla proposta di suonare Wagner. È nel 2005 che Mr. Barenboim riuscì ad
organizzare un evento di proporzioni storiche: un concerto nel cuore della Palestina, a
Ramallah. L’orchestra riuscì a ritrovarsi nonostante la legge israeliana proibisse ai propri
cittadini di addentrarsi in territorio palestinese e quella siriana e libanese di attraversare
il territorio israeliano (cosa però necessaria per arrivare a Ramallah). Le reazioni si
divisero tra chi comprese la profondità e l’importanza del messaggio che quella
orchestra dava in quel luogo e chi invece vide quell’esecuzione come una accettazione
dell’occupazione. Nonostante ciò, quel concerto ha messo delle piccole basi per favorire
lo sviluppo di un’idea di fratellanza e di condivisione, di comprensione senza cui
sarebbe impossibile parlare di pace.

Tirando le somme di questa breve riflessione, sarebbe sicuramente semplicistico


affermare un’imminente riappacificazione tra culture così diverse e tragicamente legate
tra loro da sentimenti di odio, ma si spera che questo si solo l’inizio di un più duraturo
rapporto tra israeliani e palestinesi, come lo stesso Barenboim scrive:
“E’ impossibile ignorare i cambiamenti demografici che stanno avvenendo in Israele;
adesso è più che mai necessario ascoltare i palestinesi, sia quelli dentro i confini di
Israele sia quelli fuori. Se si potesse tradurre il dialogo israeliano-palestinese in una
grande opera musicale, esso acquisterebbe lo status e la distanza necessari perché
entrambe le parti lo possano comprendere, valutare e percepire in maniera obiettiva.
[...] Il racconto israeliano e quello palestinese – la loro opera di costante revisione e
riscrittura della propria storia  – si trovano nel medesimo stato di interconnessione
permanente che esiste tra soggetto e controsoggetto in un fuga. Senza il controsoggetto
non c’è fuga.  Nè si può dire che il soggetto abbia potenza maggiore del controsoggetto,
poichè è una realtà obiettiva tale che senza l’altro nessuno dei due ha una collocazione
logica. E’ essenziale che entrambi i popoli, immaginati come soggetto e controsoggetto,
comprendano non solo il proprio racconto, ma anche l’esperienza umana dell’altro. [...]
Soggetto e controsoggetto si completano a vicenda e dipendono l’uno dall’altro per
esistere nel mondo sonoro. Se gli israeliani e i palestinesi potessero vedere il parallelo
fra il loro dialogo – o meglio, la sua mancanza – e la struttura della fuga, anch’essi
prenderebbero coscienza dell’urgenza di coesistere.”