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fg.RÎVÎSÎa‘
t. letteraria» i

‘diretta da ERCOLE
a-i-n-uu-în-u
REGGIO
. . '

.SER|E PRIMA: VOLUME SECGNDO


i N D i c r:
-
f

0. A. Borgese - Avvertenza .

.
-
. pag. 4

Federigo Tozzi:
Ricordi di un impiegato (diario) . . pag. 5

Oriovergaiii « Fedcrigo Tozzi . . . o 56 .

PRETESTI
Nicola Moaeariieiii -- Breve storia iii un lungo travaglio pag. 65

I
LAMBICCATURE
Filippo Anfuso Lippariiii.- . . pag. 77
. . . a 7‘)
Alberto Pincherie jahier . . .
_.-a.-

- B AMMINISTRAZIONE
ROMA -DIRWONE
Corso Uiiiberio l. 456 - ROMA
Ogni numero L. 2 per l'Italia - L. 3 per l'Estero
Ogni serie iii i2 numeri L. 20 per l'Italia
L. 30 per i' Estero
9
Qlcîiu numero esce con ritardo eaiiu Fostruzioiiioixin poiiaie che ha impedito
I’ invio regolare dei uiaiioicriiii.

Nel numero prossimo ai iiiiziera iiiiaiiimva rubrica 4 Li


bri Nostri a nella quale si reeemiiraiino i libri ricevuti.
I manoscritti non ti restituiscono.

Proprietà letteraria. Vietata ogni riproduzione e traduzione.


La

Rivista
letteraria
\
//hC‘/i*\.
iìfjfl/
T 7S7r
N?

La Rivista letteraria, che in sè svolge integralmente ciò che

forma la comune rivista, per solito contenente alcune navelie, po


chi versi, frammenti brevi di letterature straniere, oltre a saggi
critici ed articoli di varia curiosità letteraria, trasforma la co
miule rivista in libro, presentando in ogni suo singolo fascicolo
un"opera completa di un autore noto, italiano o straniero.
Ogni suo numero è così un tutto in sè compiuto: che pero,
al teazpo stesso, è parte costitutiva della intera rivista, la quale,
appunto, è compiuta in ognuna delle serie di dodici numeri 0nd')
formata.
Poi che la materia letteraria, vagliata in quanto ha di più
sincero e di più vitale, e però sempre per sè stessa eclettica e

ilisparata, è coordinata nella organicità di un costante indirizzo


critica che la unifiira,‘ ed ogni opera letteraria è difatti accom

pagnata da una studio critico dell'opera complessiva della


stesso autore: oltre che da studi interpretativi delle tendenze

più caratteristiche delfiattuale letteratura e da saggi brevi sulle


opere di più comune interesse. Così pure le letterature straniere
sono presentate nel/e pagine più significative e negli autori più
rappresentativi non quale oggetto di oziosa curiosità, ma nella
pienezza del loro valore artistico in relazione alla nostra lettera
tura, della quale illuminano in {tal .modo, determinandoli più
chiaramente, gli atteggiamenti che la distinguono.
E per meglio aderire ad ogni rnovinlento di idee, per meglio

riflettere ogni manifestazione spirituale, la Rivista accoglie pure


quelle opere di giovani scrittori che arricchiscono di un nuovo
valore la individualità drlia letteratura italiana.


LA DIREZIONE
FEDERIGO TOZZI

RICORDI DI UN IMPIEGATO
AVVERTENZA.

Questi Ricordi di un impiegato sono l'ultima ope


ra di Tozzi. La concluse pochi giorni prima di amma
larsi, la cedette egli stesso a questa Rivista, e non
ebbe poi altro tempo che di scrivere un breve articolo
di critica (apparso nell'ldea Nazionale il giorno dopo
la morte).
Uesperienza autobiografica a cui si accenna nel
prima capitolo del Podere è qui interamente svolta.
Ijarte vi è spesso, come ognuno vedrà, all'altezza del
Tozzi migliore, sebbene egli rimanesse insoddisfatto
di molte cose e si proponesse dl rimettere le mani nel
manoscritto e di travagllare, com'era suo costume, le
bozze.
Non ho potuto, "naturalmente, sostituirmi a lui
in questa revisione. Mi sono limitato a scegliere fra
una prima redazione dei Ricordi ed una seconda al
lungata con l' inserzione di pagine tolte ad un altro
libro inedito di Tozzi e che vi rimanevano estrinseche.
Ho adottato la prima, valendomi, a ragion veduta,
dell'autorità che mi diede il Tozzi morente nell' inca
ricarmi di dirigere la pubblicazione dei suoi scritti. A
questa decisione sono stato incoraggiato dal consiglio
e dal consenso della vedova, clfera a parte di tutte le
intenzioni artistiche dello scrittore.
Milano, maggio 1920.
G. A. BORGESE
RICORDI D1 UN IMPIEGATO

3 GENNAIO. - Strapparmi dalle ubriacature di


ozio e di
vagabondaggio, a cui sono liberamente
abbandonato dai quindici ai vent'anni, mi pare una
crudeltà raffinata. E mi offendo se qualcuno tenta di
convincermi che anche io devo pigliare una strada
meno comoda ma più seria. Un giovane intelligente
e innamorato non ha il diritto di lare il proprio co
modo? L'amore, mi occupa tutto quanto l'anim0; e
mi pare l'unico mestiere che si conlaccia alla mia
coscienza e alla mia superbia. Non sembri strano che
io mi senta anche molto ambizioso; anzi, per questo
motivo, non voglio lavorare come tutti gli altri; e
persisto nel proponimento di attendere, di giorno in
giorno, una sorte privilegiata quale me la figuro.
E non ammetto transazioni.

5 GENNAIO. -
Alla fine, sono messo tra I'uscio
il muro da mio padre, che, mostrandomi
e la sfilata


s
dei fratelli e delle sorelle, mi convince di concorrere
alle Ferrovie dello Stato. Un'occhiata, tra timida e
dispettosa, a mia madre incinta e ancora giovane, mi
fa chinare la testa e piangere.

9 FEBBRAIO. -
Più di tutto, quando so che
gli esami sono andati bene, mi dispiace lasciare la
fidanzata. L'amo da vero la mia Attilia; e, ad andar
mene da Firenze, per essere mandato chi sa in quale
stazione, mi sento colpevole come di un delitto.
Prendo la fotografia di Attilia; e, bagnandola volen
tieri di lagrime, le giuro, come se avessi dinanzi lei
stessa, che non è colpa mia. Mangio e bevo le mie
lagrime con un' ingordigia che mi fa disperare anche
di più.
Mia madre mi sorprende; e con un viso, dove
mi par di leggere una contrarietà assoluta e immu

-
tabile, quasi un'ostilità egoistica, mi dice:
Vorresti portarti la moglie in casa nostra?

Forse, che siamo pochi senza di lei?


ti pare
lo non ho il coraggio di risponderle; ma, con
un tremito fin dentro i nervi del cervello, le faccio
capire che non sono disposto a cedere. E, al
punto
lora, mi meraviglio di riuscire, per la prima volta, a
non ubbidire a mia madre. La guardo meglio, quasi
spaventato di me stesso; ed ella, senza più curarsi
di me, apre i cassetti del canterano per ricontare la
biancheria che dovrò portare con me. Le camicie
sono tre soltanto, le mutande giubbettini di
due, i

lana mancano, i fazzoletti devonocifrati per


essere
che la lavandaia non li mescoli con quelli di altri o
li perdapi solini non reggono più l'amido. Quando

-
-
ha finito, mi dice:
La tua lidarzata dovrebbe pensare a rifarti il
corredo, se tu sei certo che pensa a tel
lo, esaltato dalla gioia di difendere Attilia, tolgo
dal fondo del tavolino che mi fa da nascondiglio,
dove credo che non lrughi nessuno, un involto ben

-
chiuso; e riesco ad aprirlo con sveltezza delicata:
Guarda: m'ha regalato già questa cravatta!
Mi pare cosi bella che mi si bagnano un'altra
volta gli occhi.
Mia madre, vedendomi a quel modo, non la osa
toccare per rigirarla dalla parte della costura; ma la

-
dlspregia.
Non ti durerà nè meno un mese. Èseta poco
buona.

-
-
lo, allora, mentisco:
Mi comprerà anche un paio di scarpe.

-
Mia madre diviene pallida:
E tu non ti vergogni a farti rivestire da lei?
Sto per confessare che ho mentito; e sento che
il respiro mi gonfia il petto come se scoppiasse. E

-
le rispondo:
Tu non la conosci, e non puoi pensare male
di lei.

7
-lo le donne le conosco meglio di te.

.. -- le chiedo:
'l‘remando,
Quando l' hai veduta?
Dalla fotografia non mi piace. Perché si pet
tina a quel modo?
Provo, più volentieri di prima, un'altra menzogna.

-
--«
Glielhro detto io.
Non ci credo. Tu non dirai mai a una donna

-
come si deve pettinare. È lei che comanderà sempre te.
Credi, se le voglio bene, che io la obbedisca?
Intanto, esamina di sbieco la fotografia stesa sul
tavolino: con gli occhi di donna incinta, scintillanti
e le palpebre abbassate: sembra agitata e che pensi
perfino la bocca. La sua vicinanza è più forte del
pensiero di Attilia: è necessario che anche mia ma
dre le voglia bene.

-
lo le chiedo:
Mi prometti di parlarle una volta sola,prima
i
-
che io vada via?
Lo dirò a tuo padre.
Arrossisco e mi sento avvilire, benchè con un
senso di piacere stravolto.
inaspettatamente, dall'uscic restato aperto, en
trano le mie tre sorelle, tutte dai sette ai dodici
anni. Ho appeno il tempo di rivoltare sottosopra la
fotografia, e mia madre, accostatele insieme, passando

-
loro una mano sui capelli, mi dice sorridendo:
Ti vergogni perfino di te stesso!

8
lo, restato solo, cerco di raccapezzarmi se mi
'
sono vergognato di me stesso o di loro.

2 FEBBRAIO. - lerl sera, a, tavola, avevano


una gran voglia di ridere di me, percliè mia madre
‘deve aver detto a tutti della fidanzata.
Soltanto gli occhi della sorellina più piccola
sembravano incapaci di fissarmi ironicamente; per
quanto ella, guardando attorno, cercasse come di ob
.bedire agli altri; credendo di far bene. Mio padre

-
.
mi disse:
i Tu ci scriverai "almeno due volte per setti
mana. Prima di qualunque altra persona, tu penserai
‘ai "tuol genitori.
Volevo rispondergli che egli alludeva alla mia
fidanzata, ma mi lo non
mancò la forza. osavo nè
«meno
-- di dire che amavo. Invece chiesi:
Quando partirò? - i

Ti chiameranno, credo, per la fine del mese.


l miei sgranarono gli occhi, e diven
due fratelli

-
;.nero serî. ll minore di me e dell'altro disse:
Ti manderemo qualche cartolina illustrata.

-
. Ma mia madre non fu contenta.

Metterete i saluti con il vostro nome quando


«gli scriveremo noi.

‘-MioAll' dopo aver finito una pietanza


padre, disse:
impiego, metterai giudizio, e non pense
.rai a nessuna grullagine. Se ti lascerai divagare, il

, 9
tuo stipendio resterà sempre lo stesso. E prima di la
sciarti pigliare la testa dalle cose che spettano agli
uomini già indipendenti, ti sarà molto utile farti gui
dare da me. Tu mi scrivi, e io ti rispondo.
l miei fratelli risero, ma smisero subito. Il padre

-
contniuò: .
Uobbedienza ai genitori non fa vergogna a
nessuno. 'l‘utti hanno obbedito. E se tu volessi prendere
moglie quando ancora sei troppo giovane, io non ti

darò il mio consenso. .

Le sorelle e i fratelli si misero a gridare, riden


do e battendo le posate sopra i piatti. Mio padre
disse:
-- Voi fate silenzio, e qualcuno vada a prendere
il dolce che mangeremo per salutare la prossima par
tenza di Leopoldo. .

Ora mi domando perchè ho mangiato il dolce


e perchè m'ero dimenticato di Attilia.

2 MARZO, mattina. - Alla stazione c'era tutta


la mia famiglia. Mio padre era nervoso e ha tenuto
sempre le mani in ‘tasca; ma la soddisfazione che io
abbia trovato un impiego lo faceva essere perfino sgar
bato con le persone che urtava. Mia madre aveva
uwaccigliatura feroce; e io ho avuto sempre paura
che indovinasse dove s'era nascosta, per salutarmi,
la mia fidanzata.
l fratelli sbadigliavano e parlavano della scuola;
.
r.
‘I
i
le sorelle s'erano vestite a festa, e le due

=I
grandi

‘E.
cercavano di farsi notare.
‘Quando il treno s'è mosso, io mi son sentito sol
levare l'animo, ma non sono riuscito a rivedere la
mia fidanzata.
Scrivo in treno, su un libretto appoggiato al gi
nocchio, e ho voglia di togliere dalla tasca della giub
ba la bella rosa, chiusa e dura, che m'aveva dato
Attilia; e, a toccarla, credo che mi porti fortuna.

MARZO, mezzodì. - disaccordo per

la
2.

ll

fi
danzata, lasciato tra me la mia famiglia, mi scon

e
certa. Che, forse,
è
necessario ch'io diventi cattivo;
per non rinunciare rispetto del mio animo? Sarei,
al
forse, per acoostarmi quella cattiveria che dicono
a

indispensabile imparare? lo, fin qui, credo di poterne


fare meno; per sempre. cosi difficile, dunque,
È
a

essere buoni? Quando mi riesce, tutte cose sem

le
brano belle, Nessuno capisce come io amo Attilia.
Vicino lei, un'estasi meravigliosa prende mia vo

la
a

Iontà miei sensi. ,


e
i

tempo non esiste più, ma soltanto uno spazio


Il

infinito.‘ Quando ella . mi parla, stringo mani;


le

le
per ringraziarla.
Sono tre ore che viaggio, ho sempre pensato
e

lei; che ella sia sempre fuori del va


mi sembra
a

gone, correndo come treno; per non lasciarmi.


il

II
MARZO.
2 -
Arrivo a Pontedera. dopo le venti.
Prendo la valigia pesante e incomoda, e mi presento
al capostazione. Quando entro nella sua stanza, non si
alza da sedere. È un uomo anziano, con la barba gri
gia;ha il berretto rosso e fumaa pipa. La lampadina
elettrica, che pende sopra la scrivania, fa pochissima
luce; distinguo male gli altri impiegati, che stanno
e
li guardarmi.
a

-
ll capo stazione mi domanda:
È pratico del servizio?

-
lo arrossisco e rispondo:
No; è la‘ prima volta che entro in una sta
zione. Ho fatto gli esami un mese fa.
- Egli
guarda gli altri, che sembrano adirati e
scontenti.
-
Poi, rassegnato, mi ordina:
Domattina, alle sette si trovi qui.
Uscendo, odo che impreca contro la Direzione
compartimentale di avergli mandato un impiegato
inetto e non uno già pratico. .

lo mi sento subito offeso ed esasperato; ma, per
abituarmi subito alla contrarietà, do lamia valigia
ad un facchino, che sento chiamare Drago; e gli dico
che mi porti ad una trattoria dovi ci sia anche da
dormire.
'
Per la strada, mi cammina alquanto f indietro; e
mi osserva senza smettere mai. lo mi stizzisco e af

fretto il passo; lo pago e mi siedo ad una tavola della


trattoria. .

12
Drago sarebbe rimasto volentieri a bevere un
bicchiere di vino con me, e offeso che io non lo
inviti, mi sogguarda con un'ironia provocante e

maligna.
La padrona dell'albergo, prima di avvicinarsi,
mi studia. lungamente; appuntellandosi con ambedue
le mani agli stipiti della porta. ‘Allora, abbasso gli
occhi io. Quando li rialzo vedo che non c'è più. La
sento, invece sbraitare con Drago; che approva mu
golando dentro la gola rauca. Non me ne vado, per
chè il. peso del mio’ corpo è più forte di me.
Un macchinista mangia una coppia d'uova, dà
un'occhiata al giornale aperto e una a me. Divengo
impaziente; e batto con le nocche il piatto vuoto
che ho dinanzi. Odo un rumore ‘di sedie mosse, un
vocio sommesso: e una donna, alla e imponente,

--
viene a domandare quel che voglio. È la cameriera.
Mangiare, rispondo.

Allora, mando la padrona.


- Questa che aspettava dietro la porta, soprag
giunge; e ambedue mi guardano tacendo. Il macchi
nista mi fissa cosi intensamente che io debbo voltarmi
dall'altra parte. Con una voce che cerco di rendere

-
'
grata, domando:
Che cosa c'è?
Ma la padrona è anche più scorbutica, e vuol
farmi intendere ch'io non debbo essere tanto esi

gente.

13
- Vuole una minestra, una coppia d'uova, una

-
bistecca...
Una bistecca.

---
i
Ella non mi nasconde la sua aria di offesa:
Non vuole la minestra?
No.
Ma c'è un brodo eccellente!
E guarda il macchinista perchè mi metta con lei.'

-
Tuttavia tengo duro:
lo voglio una bistecca.
Allora, con uno sdegno ' che non perdona, mi

-
risponde:
Sissignore. .
Mi
ci vuol poco a capire che sono molto anti
patico; e il macchinista me lo dimostra in un modo
lampante con i suoi sguardi.
Mangio e vado a letto; e, prima, devo confer
mare a quanti si trovano nella trattoria che io sono
il nuovo impiegato.
E, ora, dovrei scrivere ad Attilia: ma, per la prima
volta, sento che il mio animo èingombro di quel che
ho fatto e veduto durante la giornata. Posso scrivere
a lei di queste cose? E il mio sentimento somiglia a
un topolino sorpreso in una stanza che si è empita
di gente prima di avere avuto il tempo di ritrovare il
suo buco. Perciò, quantunque i miei occhi la cerchino
al buio, non posso scriverle.
Però, ridiscendo dal letto; per togliere di tasca

14
la sua rosa e infilarla nella cornice dello spec
chio.
3MARZO. -
Mi alzo prestissimo. Odo due o
.

tre sirene, e apro la finestra. L'Arno e tutto il paese,


sono coperti di nebbia; ma, sopra un fabbricato, di
stinguo il piccolo pennacchio di fumo che esce da
una delle sirene. Un treno arriva. Su l'argine del
fiume, camminano a fila, in senso contrario al treno
tre gìovinette.
Mi vesto e vado all'ufficio. l miei colleghi fanno
colazione con il pane e una fetta di rigatino.
Sono molto impacciato; ed evito di parlare. Frat
tanto, entra il gestore. Se non avesse gli occhiali e
il berretto nero con le righe d'oro, lo prenderei per
un contadino basso e tarchiato che ha i baffi biondi
e gli occhi di un celeste chiarissimo e freddo. lo mi
tolgo il cappello, ed egli mi chiede con un'aria tra

-
indagatrice e maliziosa:
Perchè ieri sera non venne a cenare con noi?
Le avevamo fatto preparare il posto.
. -.-Non sapevo dove fossero.

-
Egli non mi crede e mi rimprovera:
Eh; non ci vuole mica tantol È
li,

guardi.
mi una piccola fianco
di

accenna osteria, al
E

piazzale della stazione.


g

miei colleghi stanno attenti quel che gli


ri
a
.l

sponde.
- Verrò oggi.

15
---
Ma il gestore non ha finito:
Ha trovato la camera?
-
No.
Ci abbiamo pensato noi. La prenderà da Ago
stino, il corriere che va a Pisa.
lo lo ringrazio; ed egli, garantitosi che non mi
sono ‘già inteso, come ho saputo dopo, con il vice
gestore, suo nemico,‘,si dà una fregatina alle mani ;.
e dice
- con una bonarietà
lnsegnategli
affettata:
quel che deve fare.
Ed esce. Ma, mentre io sto per domandarmi se
ho commesso qualcosa di male, i miei colleghi fanno
una risata. Uno prende un seggiolone, e lo attraventa
contro quello del bigliettaio; il quale comincia a be
stemmiare. Quelle bestemmie m'impacciano, e me ne sto
ai vetri della porta esterna, guardando che gente ca
pita nel piazzale: pochi facchini, molti barrocci cari
chi, con sopra un impermeabile o una coperta rossa.
Drago, che passeggia ll fuori dei vetri, appena
mi scorge, sputa. lo racconto tutto al bigliettaio, ed

-

egli mi dice:
Se non gli paghi da bere, non smetterà mai.
Dopo mezz'ora, posso lavorare. Ma i registri so
no cosi pieni di correzioni e di scarabocchi che io

non so quel che devo scrivere.

3 MARZO, ore quattordici. - Dopo aver man


giato, sono stato a vedere la camera. E dentro il

16
paese; e dcpo una scala strettissima e oscura, devo
attraversare una stanza piena di pacchi. ln una stam
berga, che non ha nè finestra, nè uscio, un uomo
russa. Una donna mi spiega che è un facchino, a ri
posarsi del servizio notturno.
La camera mia ha la finestra con un'inferriata
enorme; e sento un puzzo opprimente: l'aria entra da
un cortiletto che appartiene alle carceri del paese; e
sembra che il cilindro di una macchina elettrica deb
ba smuovere tutti ifondamentl della casa.
Mi verrebbe da piangere; ma, non avendo tempo
per scegliere meglio, fisso il- prezzo.
Per le vie, sono guardato da tutti. Le ragazze,
che tornano a lavorare negli stabilimenti industriali,

-
ridono di me. Qualcuna dice forte:
Com'è brutto! Pare un prete.
lo mi fermo e la guardo. Quella abbassa il capo
con le compagne, e si sforza di non ridere. Ma dopo
pochi passi, il vento mi butta il cappello sotto le
ruote del tramvai elettrico, che giunge da Pisa con
molto fracasso. Sièsporcato dl fango, e la tesa recisa.
Le ragazze, fermatesì tutte insieme si torcono dal ridere.
Certamente io devo imparare ad abituarmi a
tutto; e devo mostrare di non prendermela. Ma come
mi sento offeso!
Prima di rientrare in stazione, mi verrebbe vo
glia di passeggiare lungo l'Arno; ma non c'è più
tempo. Sono molto triste. .

I7
5 MARZO. - Passo i giorni in una angoscia
che non ha rimedio. Sono irritabilissimo. anche.
Non bene {quel
imparo che devo fare. Anch'io
prendo colazione con il pane e il maiale salato; be
vendo, poi, un bicchiere di vino rosso al buffet della
stazione. Ma non partecipo mai ai giuochi chiassosi
dei miei ‘colleghi; e non chiacchiere. alvolta, coloro

’l‘
che vengono per spedizioni, domandano al bi

le
gliettaio:
-- Quello
è
l' impiegato nuovo?
f

Si.
Mi con un'aria di compatimento
guardano bur
lesco
-
dicono:
e

Com'è buffo!
collega, per difendermi da un'ostilità che mi
ll

-
ferisce, risponde:
Ma buono!
è

Credo che questa parola faccia nel loro cuore


lo stesso effetto che nel mio, ma, invece, non ci
credono; se ne-vanno senza mai finire di riguar
e

darmi. Se c'è Drago fuori dell'atrio, tornano perfino


in due tre; insieme con lui. stanno
in

par
E

li
a
e

lare di me, sottovoce. l'ultima occhiata è‘ sempre


E

cattiva. Perché mi giudicano cosi male? lo guardo


naso tenero rosso di Drago.
il

Ma sono riuscito scrivere una lettera lunga ad


a

Attilia. Essi non sanno che io amo che non sa


e

rebbero capaci di farmi lasciare da lei. Tutti di


i

18
spetti e tutte le insolenze mi possono fare, ma que
sta nol l suoi occhi, buoni e sereni, .non si
cambiereb-bero mai.

5 MARZO, sera. - Vado a mangiare insieme


con il gestore, Dante Brilli, e con un giovinotto di
Firenze, aiuto applicato, come me, che si chiama
Marcello Capri. Il padrone della nostra osteria la
vora ad una fabbrica di mattoni, e torna soltanto
nelle ore che anche noi abbiamo riposo; ma non
aiuta la moglie, che deve cucinare e servire a tavola,
tenendo quasi sempre in collo uno dei suoi due
figli. .

I nostri compagni di mensa appartengono al per


sonale viaggiante; e noi ordiniamo le pietanze due
ore prima, perchè Postessa ha un. numero così ri

22a
stretto di buoni clienti che fa la spesa seconda
dei loro gusti. Senza questo sistema, troveremmo
soltanto uova sode insalata.
e

Oggi vi ho trovato Drago; che ha salutatosol


tanto gestore, con una voce che per farmi capire
il

rancore piglia una specie di lucidità‘ tagliente.


il

Perchè non gli pago da bere, cosi facciamo pace?


e

Non glielo pago, perchè so che mette tutti con.tro di


me. arrivato tal punto che anche capostazione
È

il
a

non mi ha più quella bontà dei primi giorni. M'hanno


detto che se riuscirà ad avere dalla sua vicege
il

store, può darsi anche che mi mandino in qualche

IS
stazione di montagna, lontano da Firenze. È molte
benvisto perfino dal sindaco di Pontedera perchè.
quando deve fare le spedizioni del suo vino, Drago
sta attento che non gliene portino ‘via nè meno un
fiasco.
Sedendosi voltato ‘verso di me, si fa portare un
litro; e ne offre un bicchiere al gestore. E

io,

in
vece, lo perdono. Ha una gran voglia d'attaccare
briga con me, cerca tutti
e pretesti per trascinarmi

i
-
in discorso. Prima d'andarmene, dice:
lo gli uomini senza baffi non posso sop

li
portare.

- Brilli mi domanda:
E
il

Perchè non se lascia crescere? Sa che lei


li

un bel tipo? perchè vuole stare sbaffato? Qua


O
è

Pontedera lo prenderanno tutti in uggia.


a

-
lo rispondo:
Me ne sono accorto; ma non voglio cedere.

- gestore, allora, mi compate:


ll

lei se ne pentirà.
E

Capri, invece, vuol mettere la cosa


in bur
ll

letta; racconta che anche vicegestore mi vuol


il
e

consigliare di non rasarmi altro che la barba. Allora,

-
Brilli risponde:
il

Quegli deve pensare piuttosto alle sue ma


gagne. Non so come facciano tenerlo in una pub
a

blica amministrazione.
'

bisogno di sentirci affezionati lui,


ci

per
E

a
il

20 .
paga mezzo litro in due. Non m'è possibile rifiutare
e nè meno stare lontano da quel dissidio. Per di

-
più, l'ostessa mi chiede:
Perchè la prima sera, non ha voluto man
giare da me? Perchè, forse, la mia bottega le pare
troppo modesta? Si vede subito che lei è abituato
male; mabisogna che si adatti anche lei. Il signor
Brilli mangia più volentieri qui che in qualunque
altra locanda; e lei è da meno di lui.

-
'
Il gestore dice, ridendo: .

Forse, dentro di sè, si tiene da più di me!

-
E Marcello Capri soggiunge:
Me ne sono avvisto anche io. Tu non sai
trattarci da pari a pari. Perchè? Qui, siamo tutti
uguali.

-
lo domando:
Perchè vi mettete in testa queste cose?

-
Allora il Brilli mi redarguisce senza riguardo:
È la verità; e lei non si permetta di parlare
cosi con i suoi superiori.
Mi sento disgustato, e capisco che è meglio ta
cere; e appena mi riesce di masticare gli ultimi boc
coni. Ma siccome la mattina non avrei tempo e la
sera mi addormento subito, tutti i giorni, prima di
alzarmi da tavola, scrivo una lettera ad Attilia. La
lettera è quasi sempre lunga e non discorro più con
i miei due commensali. ll gestore, irritato, mi
chiede:
i

21
- Ma che cosa scrive?

-
L'ostessa dice:
Non si può saperci

lo, cercando di rendermelo più benigno, gli ri


spondo:
- Sono fidanzato a Firenze.

-
L'ostessa, gli occhieil viso, rincalza:
aguzzando
Mi pare impossibile che lei possa voler bene
a una‘ donna. È cosi cupo!
Credo che si tratti di uno. scherzo confidenziale;
ma il Brilli e Marcello Capri l'approvano.
intanto, il figlio maggiore dell'ostessa inciampa
in un fiasco; cade e piange. Ed el-la mi guarda in

modo come se ne avessi colpa io. .

6 MARZO. -
Attilia si è ammalata; e mi ha
fatto scrivere da una sua amica; ma non ho notizie

molto esatte.
Sparagio, un facchino che non se ladice con
Drago, mi avverte che nella mia camera, ogni mer
coledi ci sta un dentista a cavare i denti. lo lo fac
cio sapere al capostazione, che mi accorda il per
messo di andare a sorprenderlo.
Infatti, l'uscio è aperto; e c'è sopra un cartello
con questa scritta:

Giulio Boschetti, dentista di Empoli, estrae e


cura i denti dalle dieci alle dodici.

22
lo ‘entro; quegli mi crede un cliente e mi fa un

-
inchino, dicendo giulivamente;
Si accomodi.
Vedo che imiei libri e le mie camicie sono state
messe in terra, e sul tavolino è aperta una cassetta
piena di strumenti lucenti, con qualche goccia di

-
sangue. lo gli grido:
Ma questa è la mia camera!

--

ll dentista si turba.
È la mia camera, le dico. Esca di qui.
lo non ne so niente. Vada dal padrone di
casa.
lo vado, ma c'è soltanto la moglie. Sono incol

-
lerito da vero.
Perchè si permette... È una cosa vergognosa.
Mi renderà i danari, e me ne andrò subito.
La moglie, aggiustandosi in fretta il vestito, si

-
scusa:
Che cosa c'è di male? Abbiamo fatto sem

-
pre cosi.
Doveva avvertirmi. E io non avrei preso la

-
camera.
I denari glieli renderà il mio marito.

--
lo grido anche più forte.
Dov'è?

Non lo so.

-
Ritorno dal dentista e gli dico:
In tanto, se ne vada.

23
I miei colleghi, quando lo sanno, si divertono;
e mi trovano ll per un'altra camera.

Il,
Quando torno mia roba,

la
prendere pa

il
e
a
drone mi rende denari, manca che non

ci
poco

i
chieda scusa io lui. Questo incidente mi fa pen

a
tire d'essere via da casa senza che mio pa
venuto
dre abbia approvato mio desiderio di ammo

il
gliarmi.


mi dico che non devo fare di testa mia le
E

cose più importanti.



Devo sempre evitare che mi accadano cose spia
cevoli, io, poi, non so reggere.

le
perclrè
.Nello sterso tempo, ho quasi desiderio di tro

il
varmi cose simili; per avvezzannlPerchè tutto.
a

a
magari, non sono stato derubato? Andrei dai carbi
nieri, mi farei restituire roba; lo scriverei.
la

a
casa. Ne sono esaltato, farei amicizia volentieri con
e

cavadenti. Come mi sono divertito gridarea quel


il

modo con del padrone! Ormai non temo


la

moglie
più di nulla; spero che mi trovi nella ciamera
io
e

nuova qualche avventura; che m' invidierà tutto


il
a

paese. Non potrebbe darsi che qui mi dovessi di


fendere da qualcuno che tenterà di entrarmi in ca
mera di notte? Non può darsi che io faccia ammi
rare mio coraggio alla padrona? mi ripeto
E
il

il

suo nome, che m'hanno detto proprio ora. Dina‘ Ca


lamai. Anche Sparaglo vedrà chi sono io. Dovranno
dire tutti: come siamo contenti che Leopoldo Gradi

24
è venuto a Pontederal Se, poi, porterò la moglie
qua, le faranno tutti festa. E, per poco, non mi par

di vedere la stazione infiorata.
Pontedera è il miglior paese che ci sia; e Drago
ha ragione che io gli paghi da bere.

7 MARZO. -
Il capostazione è traslocato; e per
due giorni funzionano gli applicati.
La moglie di lui, malata al- cuore da parecchi
anni, viene portata in poltrona dentro uno scom
partimento. Egli ci bacia tutti, ad uno per volta, dai
superiori al più inferiore; e i facchini stanno un
quarto d'ora con il cappello in mano.
Il nuovo capostazione ha sei figlie e un ra
'
gazzo.
È molto anziano, magro e nervosissimo. Intro
duce subito alcune modificazioni: tutti rimpiangono
l'altro; e specialmente gli addetti alla gestione aiz
zano lo scontento.
Egli se ne accorge; e si decide, per puntiglio, z:
continuare il suo metodo.
Ma preferisco parlare di me. È strano come io
legga volentieri le lettere che Attilia, sempre malata,
mi fa scrivere dalla sua amical
Quando su la busta vedo quella calligrafia allun
gata e grossa,.somigliante un poco alle mandorle, le
apro più in fretta; come se lo facessi per deferenza
e per rispetto a lei. E ho notato che la terza lettera,
.

25
benchè io non la conosca, e lei non conosca me,
non sembra dettata da Altilia come la prima; si sente
che ha comevun'amicizia per me. E. perchè so che
anche lei legge le lettere mie, mi vengono scritte per
fino meglio; come se avessi di più da dire.
Non la vorrei questa mescolanza di sentimenti!
Ma, oggi, ne ho saputa una bella. Ho saputo
che la Calamai è l'amante del vicegestore. Il Brilli,
quando gli hanno detto che ora è la mia padrona di

-
casa, fattomi un visaccio, mi tenta:
Scopra, senza destare sospetti, a che ora
stanno insieme, riferisca. Ne è capace? lo,
e me lo
con due o tre persone influenti del paese, càpito
lo costringiamo un'altra residenza.
li,

chiedere
e

Basta che lei sappia fare, in quanto allo scan


e

dalo io. Con uno scandalo simile,

le
ci

penso
garantisco che Pontedera non ci potrà restare né
a

meno un'ora. Anche per lei, caro signor Gradi,


non bello reggere moccolol Se la padrona di
il
è

casa, dove sto io, non fosse una donna più che illi
bata onesta, non mi terrebbero nemmeno legato
ci
e

catena!
a

E,

‘poi, lasciandosi prendere dalla bramosla ‘del

-
Pinimicizia, dopo due boccate di sigaro, prosegue:
Non lo capisce che anche lei compromette,
si

se tollera questa tresca? Invece, può trarne un vanto,


se lei primo toglierla di mezzo. Può essere la
il

a
è

sua fortuna. Dia retta mel Del resto, prima glielo


a

26
dico con le buone, e, poi, le garantisco che non le
permetto più di rivolgermi la parola.
lo, invece, ho mezza voglia di avvertire la pa
drona; perchè si guardi dal pericolo di ogni sopresa.
Se non faccio cosi è perchè non si creda che anche
io la corteggio. Ma, dianzi, mentre uscivo di camera
mia, ho visto Drago uscire da quella della padrona.
Il ‘suo viso allegro e il suo camminare in punta
di piedi m'hanno scoperto ogni cosa: Drago se la
intende con lei, di soppiatto, quando il vice gestore

è certamente in ufficio.
Con il cuore in sussulto, e indeciso se lo dico
al Brilli, il facchino mi ferma appena ho sceso le
scale:
- Se lei non dice ad anima viva che mi ha
visto su in casa, io le prometto la mia amicizia. Sono

-

sincero. .

Capisco, invece, che vi volete garantire di me


e seguitare a sparlare di me con tuttil Ora che po

-
trei farvi del male, avete paura.
Che Dio mi tolga gli occhi in questo istante,
mentre io pronuncio queste parole, se ‘ho un'inten
zione simile! Venga con me a bere un bicchiere di
vino, che le pago io; e non se ne parli jpiù. Santa‘
Lucia benedetta, che mi protegge la vista, mi gasti
ghi come vuole, se ne sono meritevole!
E, presomi per mano, mi porta nella strada. Dopo
aver bevuto insieme, egli va in paese e io alla sta

27
zione. Ma ho il cuore troppo grosso, e informo su
bito il gestore, benchè sia un poco difficile, quando
si vuol parlare di nascosto, non dare nell'occhio agli
altri. ll gestore resta ‘imuto e il suo viso si conge
stiona gradatamente fino a doventare irriconoscibile.

la,
Per riflettere a come deve prendere cosa, stringe
labbro sotto tra
di pollice l'indice, ma capisco

il
il

e
che gli molto difficile. Alla fine, lascia andare una
è

risata; che fa volgere quanti trovano sotto tet

la
si
toia della stazione. lo ho paura che sia per farmi
compromettere, ma egli, accarezzandomi viso, mi

il
dice:
-
Non potrei essere più contento! Bravo Gradil
comporti all'ufficio,- farà carriera
Si

bene anche

e
prima degli altri.
Intanto, ‘
la padrona, convinta che sarebbe im

le
possibile trovare un altro inqulino meno pettegolo

e
meno curioso di me, tutte volte che mi vede mi
le

fa più festa che se fosse mia madre.


,

.
ln camera non mi manca nulla mi tiene due
e

brocche d'acqua invece che una. Ha cambiato la ca


tìnella vecchia scortecciata cou una quasi nuova
e

rigata di rosso dentro fuora; trovo tutto in or


e

e
'

dine.
Confesso che, perciò, quando sto solo in camera,
mi sento meno triste.
La finestra risponde in una vigna trasandata; di
fianco, sono due binari che vanno da Empoli Pisa.
vi

a
i

28
Accanto alla vigna, molti orti divisi da muriccioli.
Dinanzi all'uscio di casa un pozzo; e vi prendono
l'acqua per mezzo di una lunga stanga, messa in
bilico sopra un sostegno verticale. Sotto la mia ca
mera, dorme la donna addetta alle latrine della sta
zione; suppongo che uno dei due deviatori sia il
e
suoamante.
E, oggi, contento che posso non aver più pau
ra di Drago, mi son messo per la prima volta la
cravatta regalatami da Attilia.


IO MARZO. -
Dico all'ostessa che il brodo non
è buono. Ella fa gli occhi rossi e il gestore sostiene
che la rimprovero troppo rudemente. Perciò, in un
momento che ho meno da fare, vado a trovarla, con
il pretesto di
bere.
Sta cucendo un grande lenzuolo; ed isuoi bam

-
bini si trastullano con una sedia.
Signora Marianna, non credevo d'offenderia
'
dianzi.
Mi con i suoi occhi troppo dolci e ar
guarda

-
rossisce.E, dopo un respiro, mi risponde:
E lei si è preso a male che io non abbia po

--
'
tuto nascondere il mio animo?
No.
Dunque, facciamo la pace. Beva questo vino
bianco; molto migliore di quello che beve tuttii
giorni.

29
E mi versa in un bicchiere un vino che scintilla.
Per farla più contenta, schioccando la
lo sorseggio
lingua; poi, la saluto anche da fuori, dopo aver chiu
solla porta a vetri.
È poverissima, e mi farà credito per un mese
intero; e non sapendo scrivere, si fida di quel che
appunto da me in un mio libretto.
Dopo cena ho dovuto terminare il conteggio
quindicinale, che‘ sarà spedito al Controllo di Torino.
li capostazione non c'era, l'applicato dormiva in un
sofà, con il berretto fin sopra la bocca. Verso la mez
zanotte, esco sotto la tettoia. La pianuraè nebbiosa, e
accendo una :sigaretta. Mi par di sentire un brulichio
indistinto per tutta la pianura: forse, la nebbia sgoc
cioia sopra il fogliame e sopra ieampi erbosi; forse,
il vento umido trascorre. Anche le stelle debbono es
sere bagnate. Ma quella solitudine mi stringe e nras
sorda; e mi fermo a guardare le due verghe del bi
nario, come se cercassi di comprendere quel che mi
vogliono dire. Le guardo e non posso comprendere.
Ad un tratto, una massa fragorosa mi rasenta;
un fischio, correndo, è rotto dall'aria.
il direttissitnol‘ Ho saputo che travolse un guar
diano portandogli via la testa infissa al gancio d'un
fanale. .

il MARZO. - Se ieri sera fossi morto! Invece,


nell'aria c'è già la lucentezza della primavera, e io

30
desidero tanto di vivere. Perchè non è possibile ch'io
muoia? La stazione, dov'io debbo stare a catena co
me un cane dentro il casotto di legno, è piccola; ma
la campagna si stende liberamente. Non è possibile
che un giorno io me ne vada di qui?
Povera rosa d'Attilia, siamo rimasti io e tu soli.
io e'tu come in una realtà deserta e in solitudine; e
nessuno pensa a noi. Ma noi due non ci possiamo
dimenticare.
Tu tra le pagine dellibro, che di quando in
quando apro per rivederti, ti sforzi di conservare il
tuo colore che adesso pare sangue raggrumato.
Ma non bisogna raccontare a nessuno, nè di noi
nè della nostra storia cosi semplice che la credereb
bero idiota. La nostra storia consiste del resto nel
l'averti avuta e nell'averti amata sempre di più.
I viottoli dei campi spariscono tra l'erba di un
verde quasi nero, che tiabocca dalle siepi dei bian
cospini. Mentre le ombre sono turchine proprio co
me il cielo. Forse anche lo stecconato vecchio e aper
to dalle spaccature, è per mettere fuori le sue gemme
e i suoi fiori.
Oggi ho bisticciato con il gestore, che non mi
parla più quantunque mangiamo sempre accanto. Non
crede che io non abbia mai parlato, fuori d'ufficio,
al vicegestore.

Lavoro anche la domenica; ma, ‘stasera, esco tre
ore prima.

3I
Avrei voglia di fare una gita in barca, fino al pon
te sottile,che si vede laggiù dove il fiume fa gomi
io e scompare. Ma non trovo un barcaiolo.
Allora, m'incammino verso la parte opposta.
Gli argini sono verdi; l'Arno un poco lutolento;
incontro una famiglia e poi due amanti. Giungo fino
a Calcinaia, un paesello che si riflette dentro l'acqua.
intanto si fa sera. Un traghettatore, dall'altra sponda,
mi domanda se voglio passare; ma mi sembra trop
po tardi. Cammino un poco sul letto asciutto del fiu
me, dove sono molte orme.
ll sole va giù prestissimo. Le montagne sembra
no d'oro un istante, e il fiume luccica; poi, i riflessi
si spengono. .

Mi soffermo chitarra:
per ascoltare i suoni d'una
una voce di donna canta. È una canzone ilare. Poi
tace ogni cosa. Soltanto l'acqua del fiume fa un bru
sio monotono, urtando in un macigno bianco come
la luna.
lo sto fermo ancora, finchè tutta la campagna
non è illuminata. Poi sbaglio la strada, e un cane mi
s'avventa. Urlo; ma nessuno risponde. Torno in die
tro a corsa, ritrovo il sentiero stretto sopra l'argine;
li.

e cammino
Sono annoiato; ma chiaro di luna mi piace
il

molto. Guardo lungamente dove qualche


le

pianure,
lume casalingo acceso. Aspetto che fragore d'un
il
é

treno passi.

32
Quando entro nell'osteria, non ci sono più pie
tanze. Restano le acciughe sotto la salsa di zenzeri
e un piatto di lattuga, dove io trovo un ciuffo di

capelli. E questa volta mi taccio.
Il gestore mi osserva.

16 MARZO. - il servizio non va bene; sbaglio


facilmente le cifre e non mi riesce a tare le somme
lunghe nei registri. Almeno,se imparassi a telegrafa
re! Mi annoierei meno edurerei meno fatica; ma non
riesco a leggere in tempo la strisciolina di carta dove
sono segnate le trasmissioni; e mentre sto li con
la testa che mi doventa legata, entra un appli
cato con un telegramma da fare; mi da un urtone
e piglia il mio posto. Le prime volte, restavo cosi
mortificato, che non mi sarei fatto mai più vedere in
stazione; poi mi veniva l'idea di rispondere con lo
stesso garbo e restavo vicino agli apparecchi, sempre
sul punto di provocare; mentre l'applicato, telegrafando,
mi occhiava come avessi voluto fare l'ozioso. Mi sen
tivo mortificato anche di più, e restavo due o tre ore
senza parlare a nessuno; cosi turbato nel viso, che
tutti se n'avvedevano. Ma, proprio allora, scrivevo ad
Attilia; e le mie lettere erano belle. Èsempre malata:
pare che abbia la pleurite. E credo che guarirà per
che le voglio bene. in quanto. alle lettere che mi
scrive la sua amica, ora sono imbarazzato di
riceverle e peggio a leggerle. Ed evito, con fer

33

mezza, di pensare anche a lei mentre scrivo
io.
Mi dimenticavo di dire che, ormai, quasi tutti i
giorni, torno dalla signora Marianna; a bere quel vi
no bianco. Oggi vi trovo una bella ragazza, che si
chiama Némora. ll cognome non lo so. È vestita di
nero perché le è morta la mamma.

17 MARZO. --
Marcello Capri amoreggia con la
figlia d'un ingegnere.Lei si mette a una finestra che
risponde sul piazzale della stazione, e si può veder
la anche dal nostro ufficio. Credo che non abbia an
cora sedici anni; bionda e rosea; ma grassa come
una donna matura.
Hanno trovato il mezzo per scriversi di nascosto,
e lei s'è innamorata da vero. E siccome le sue lette
re sono sgrammaticate, il Capri storce sempre la boc

ca e gli viene da ridere. Mi domanda:
-- Come mi consigli tu? Devo lasciarla? Dio mio,
non sa né meno mettere una parola su la carta senza
fare qualche sbaglio! Senti com'è scritta questa frase!
lo, che prendo tutto sul serio, gli rispondo; per

---
chè non la lasci:
imparerà. Non va sempre a scuola?
Fa la prima tecnica.
Anche il Capri é biondo e roseo; e dà un'oc
chiata agli spropositi e una alla finestra.
Dopo aver lavorato un quarto d'ora, mi domanda:

34
--- Mi scrivi tu una lettera per lei?
Volentieri; purchè tu mi ripassi le somme.
Accetto. .
.
Prendo un foglio di carta pulita, e fingo di ri
flettere. il Capri è contento e soddisfatto; ma, quan
do vede che non rifletto più, si raccomanda:
-- Meglio che tu puoi.

Terminata la lettera‘, gliela consegno. Egli la leg


ge e la ricopia subito; cambiando certe parole che
non ha mai adoprato.
A cena, come per compensarmi, ha voluto che
il Brilli riconciliasse con me; giurandogli che io
‘si
non me la intendo con il vicegestore. Il Brilli non s'è
convinto, ma per timore d'esiger troppo da me, non
s'è fatto pregare molto.
Da quando gli ho scritto Capri mi
la lettera, il
prende a braccetto; e cerca di farmi essere allegro.
Alla fine, però, si perde d'animo; e per non annoiar
si più con me, finge che abbia bisogno di lasciarmi.
Allora, io mi sento proprio abbandonatoda tutti.
Dianzi, quando il gestore s'è riconciliato, ho ten
tato di confidarmi con lui, parlandogli anche della
mia famiglia, ma ho capito subito che non gli facevo
piacere e che giudicava quasi male. invece non
mi
vorrei confidarmi con il Capri perchè ha due anni
meno di me ed è d'animo troppo leggero. Quando
mi racconta che a Firenze era amico anche di qualche
canzonettista, io mi stacco subito da lui e gli dico

35
che mi parli daltro. il Capri mi guarda ridendo, a
qualche passo di distanza; poi si avvicina un'altra
volta; e ricominciaa parlare anche peggio di prima;
divertendosi specialmente con le parole oscene. lo gli

--
-
chiedo:
Perchè tu sei cosi?

--'
E tu perchè vuoi codesta castità?
Mi sei antipatico.
E tu a me. Anzi, non capisco perchè non ti
piacciano le canzonettiste e perchè tu voglia subito
fare all'amore sul serio! Già, non ci credo, Tu
devi essere più astuto di quel che non pare. Hai
fatto il prete prima d'impiegarti alle ferrovie?

-lo mi mettoa ridere: e il Capri mi dice:


allora, non bestemmi anche tu? Senti
Perchè,
quanto è bella questa parola che ti pare sporca!
Provati a dirla; vedrai che ci pigli gusto anche tu.
E perchè non andiamo tutti e due dalla tua padrona
di casa, per doventare suoi amanti anche noi?
lo nfallontano da lui; ma egli mi riprende a

-
braccetto e continua: -

Se tu non vuoi, significa che agli amici non


vuoi bene. Se tu mi fossi amico, mi daresti
retta.

--
lo, per tagliar corto, gli rispondo:
Non mi piace: è troppo vecchia.
Vecchia? Si vede che non tene intendi. Se io
fossi nel tuo posto, vorrei mangiare e dormire senza

36
spendere nulla. Ci dovrebbe pensare leil E perchè,
invece, vuoi prendere moglie?
lo non so come rispondergli, e giro la testa- da
un'altra convincerlo da vero, non
parte. Se dovessi
mi riuscirebbe. È bene che non mi dica più una pa
roia su questa cosa, perchè cosi non farò una parte
troppo da poco,; una parte che mi spiace più di
qualunque altra.
Perchè, dunque, ci sarebbe tra me e la mia fa
miglia questa specie di lite silenziosa se io non
amassi da vero Attilia? .
Tuttociò che Attilia scrive mi piace. Ella è un
essere vivente anche per me. Ogni sua parola, si
muove dentro la mia stanza, e la sento respirare.
Invece, quando parlo io,. sento che il mio silenzio si
fa più grande. E allora, tornato a casa, posso capire
se mi sono comportato come dovevo.
Come sarà dolce stare vicino a una chiesa di
campagna, con quel poco di verde delle siepi e con
i cipressi alti! Come sarà dolce confessarsi sul punto
di morte e sentire l'anima!
E rivedere a un tratto, qualche viso che non smet
terà di guardarmi! -

19 MARZO. - Un'operaia di una manifattura


viene tutti i giorni nell'osteria alle tredici precise;
quando ci ‘siamo noi.
Mangia, senza sedersi, la minestra e basta; poi

37
si mette dietro i vetri della porta. E brutta e magra.

Quando passa la diligenza, che porta dal paese i

pacchi postali, comincia a piangere; ma non si sente.


i suoi occhi si aprono, seguendo tutti i movimenti
del vetturino; che, saltato a terra, cammina con le
gambe piegate a roncola.
Poi, quando la diligenza torna in paese, la ra
gazza saluta la signora Marianna; e va al lavoro
dietro la sfilata delle compagne. ,

-
ll marito dell'ostessa mi dice:
Quel vetturino, che è addetto al servizio po
stale, le ha fatto fare un figlio. E ora non-la guarda
né menol
lo prendo le sue parti ;.ma il gestore, che non

-
la può soffrire, risponde:
Troppo tardi se ne pente.
Non oso contraddirlo, anche perchè non saprei

--
come, ma domando:
E non c'è possibilità che sposi? ,
‘la

Come fare? Ha già fatto cosi con


dovrebbe
altre due.‘ questa stupida che viene nella mia bot
E

tega lo sapeva bene come mel Ma gli volle dar retta


lo stesso.

-
La signora Marianna aggiunge:
-

lo l'ho brontolata tante volte, perchè viene


qui disturbare mie avventori; ma spera di fargli
a

pietà.
- proprio stupida. .
È

Non parla nè meno?


le

38
- Quando gli vien l'estro di farla andare di na

-
scosto,
,
in casa sua. E poi la rimanda via subito.
Ma troverà qualcuna che si vendicherà!
Dice il mattonaio.

26 MARZO. - Ho riveduto Nèmora; e le ho parla


to. Perchè le ho parlato se non avevo niente da dir
le‘? E perchè, dai vetri dell'ufficio, sto sempre atten
to che non entri nessuno nell'osteria? Quando, dianzi,
l'ho vista parlare con un carbonaio mi son sentito
ingelosire; e stringevo in mano il croccino della por
ta; perchè, se mi veniva un pretesto qualunque, sa
rei andato dalla signora Marianna; e le sarei passato
vicino. Nèmora le cuce un vestito; e sta, dalla mattina
alla sera, con lei; meno quando noi andiamo a
mangiare.
Perchè non mi sono staccato un bottone dalla
giubba e non sono andato a farmelo riattaccare?
Perchè mi batteva troppo il cuore, e non volevo che
Nèmora fosse certa che mi piace. Perchè ha parlato
con quel carbonaio se qui a Pontedera una ragazza
non deve parlare con nessuno, quando non vuole
che se ne parli subito male? E, poi, io stesso ho per
lei come un risentimento, perchè mi fa comportare
male con Attilia. Che mi piaccia, non c'è dubbio; e
vorrei che mi amasse. Ma vorrei che fosse lei la pri
ma a dirmelo; per sentirmi scusato di più.
Qualcuno mi dice:

39
- Perchè non sta volentieri a Pontedera? Po
trebbe sposare la figlia del vicegestore, che è ric
chissimo, o una di quelle del capostazione; vivendo
sene tranquillo! i

lo non ho il coraggio di dire a tutti che sono


fidanzato a Firenze e che, qua a Pontedera, avrei
scelto Némora.
Invece, quando scrivo ad Attilia, mi dimentico
d'ogni cosa; sono sincerissimo e senza nessun rimor
so, benchè abbia deliberato di nasconderie di Nèmo
ra. Non glielo dirò mai. Ne sono sicuro. Non perchè
sia capace di mentirle; ma perchè se per Nèmora io
la lasciassi, smetterei piuttosto di scriverle e glielo
farei sapere. Non devo, anzi, vantarmi di questa lealtà?
Stasera, intanto, l'osteria era piena di gente al
legra che cantava; e io mi sentivo anche più irritato
del solito e stavo con la testa bassa tra le mani.
i Avevo visto‘ Némora escire mentre io entravo; e
lo struggimento, che mi piglia ripensando a lei, mi
faceva tenere gli occhi chiusi. Un'altra oscurità era
nel mio animo; più tetra e molesta. Non dovevo di
meniicare Attilial Sentivo, su la faccia, le mie mani
fredde e incapaci a muoversi. Ma di tra il vocio, ho

-
udito chiedere con antipatia:
Perchè è sempre così taciturno?
Non potevano alludere altro che a me, e il cuore
mi s'è chiuso anche di più. Ma sono restato fermo,
aspettando quello che qualcuno avrebbe risposto.

40
È passato, forse, mezzo minuto; e un altro ha
detto:
- Lo sveglierò io! Gli romperò la chitarra su
la testa! ..
Sono restato fermo lo stesso; con tutta la mia
volontà. Non volevonè meno parare il colpo, ma

-
una voce energica m'ha difeso:
Ognuno è padrone di contenersi come vuole.
Lascialo fare.
E io non mi sono mosso finchè non se ne sono
andati tutti. Non mi sono nè meno curato di vedere
chi era quello con la chitarra. .

Quando ho rialzato la testa, ho guardato su


bito il lume nel mezzo della stanza e, allora, Drago,


-
con una dolcezza inesprimibile, m'ha detto:
Quando ci sono io, non abbia paura.
Ma io ero cosipreso da quel che pensavo, che
non'l'ho nè meno ringraziato. Anzi, forse, non' l'ho
voluto ringraziare.
Dopo, ho saputo che la signora Marianna vuol
farmi dire dal gestore che io nella sua bottega devo
esser lieto come tutti gli altri; perchè ha paura di
perdere gli avventori che vogliono divertirsi e ridere.

27 MARZO. -
È quasi mezzanotte, e accompa
gno fino a casa sua, una donna che ha il marito in pri
gione da quindieianni. Ha paura che il vetturino
.della posta le si avventi addosso come ieri sera.

'41
O devo smettere di parlare a Nèmora o sono
deciso a sposarla. Me l' ha detto ‘la signora Ma
rianna. E io stesso riconosco che ha ragione; ma
non so quel che decidere, benché proprio ora abbia
impostato una lettera ad Attilia. Anzi, le ho scritto
con passione; perchè sta sempre peggio.
Marcello Capri, tra qualche giorno, sarà traslo
cato a Firenze; e, perciò, non lavora quasi più. .ll
suo lavoro lo debbo fare io, ed egli non fa altro che
occhieggiare la figlia dell'ingegnere. Si guardano per
mezz'ore intere, senza più ritegno. l facchini e i ba
rocciai, accoccolati dove batte il sole, ci si divertono
e ridono a crepapelle. Qualcuno carica la pipa e va
a fumaria li; per godersi ambedue gli innamorati.
Tutto il paese lo sa, e noi ci aspettiamo che capiti
l' ingegnere in stazione.
Ad un tratto, un donnone robusto e muscoloso
piglia per le spalle la ragazza, la tira verso la tenda
e le dà due schiaffi.
i facchini e i barocciai si alzano; e, andando
fin sotto la finestra, bestemmiano e gridano giocon
damente. ll Capri resta male; ma, per il meglio, si
deve rassegnare. E, accesa una sigaretta, va sul piazzale.
Ogni domenica, una figlia del capostazione viene.
a passeggiare sotto la tettoia; un suo fratello, molto
più giovane di lei, la tiene per la vita.
Tutti me la indicano; e mi spronanoa guardarla:
almeno un poco.

42
E come ho fatto il viso rosso, quando uscendo
su la porta, ho incontrato Nèmora che ‘attraversava
i binari per andare a una casa fuori del paese!

La figlia del capostazione ha smesso subito di


'
passeggiare. g

29 MARZO. - Sono due notti che non dormo,


per terminare un lavoro affidato a me. Bevo il terzo
caffè; gli occhi non mi stanno più aperti. Quan
ma
tunque abbia presa la migliore lampadina, non riesco
a vederci bene. L'applicato è andato a casa; il tele
grafista dorme nella sua stanza.
lo sbaglio, perchè i facchini si sono riuniti fa
cendo un gran baccano insieme con la sorella di uno
- ‘
di loro.
Potrei farli tacere e mi arrabbio invece. Pare che
si travolgano tra le casse; poi ridono tutti insieme.
Anche la ragazza bestemmia.

30 MARZO. - Un barocciaio minaccia di accol


tellare un ‘mio collega, che deve applicare un rego
lamento rinnovato dal capostazione.
Adesso c'è una grani vendita di conigli, di gal
line e di oche. Tutti ivenerdi, la panchinaèingombra
di gabbie che attendono i treni diretti. Non ho nè
meno tempo per mangiare; e gli speditori vengono
a sollecitarmi fin dentro l'osteria.
Ma i facchini gironzano intorno alle gabbie delle

43
galline, e riescono a trarre fuori le uova, di tra le
stecche; aiutandosi con uno stecco lungo. ll più abile
è arrivato a beverne sette.
Ma io invidio tutta quella gente ricca ed ele
gante, che viaggia nei treni di lusso. _
quando un treno s'è rimesso in moto,
Stasera,
ho intraveduto due sposi che, ritti in .mezzo allo
scompartimento, si baciavano. ‘È il bacio più casta
mente appassionato che io potessi vedere. Tanto
l'uomo che la donna dovevano aver dimenticato tutto,
e con le bocche attaccate insieme pigliavano quella

felicità che è concessa soltanto poche volte.
Facendo la strada lungo lo stecconato dei binari,
incontro 1' innamorata del Capri. Non entra più in
paese; e pensando ch'io l'abbia visita schiaffeggiare,
fa quasi l'atto di tornare a dietro e pare ebbra di
vergogna. Ma quando siamo a pochi passi l'uno
dall'altra, mi fissa con gli occhi chiarissimi che
brillano; poi sparisce di corsa nel portone di
casa.
, lo non ho fatto amicizia con nessuna persona
dei paese; e ho già ‘chiesto ad un ispettore il mio
trasloco in qualche città; a Firenze, per esempio. È
-
impossibile che io viva qui. .
Oggi, in trattoria, ho trovato vicino al mio posto,
un collega processato per aver prese cinquecento lire
dalla cassetta della stazione. Ma la benevolenza e l'a
rnicizia dei testimoni lo hanno fatto assolvere; ed egli

44
spera che l'amministrazione‘ lo riprenda in servizio. È
solo e povero.
Noto con quanta disinvoltura parla con noi e
quanto riesce a farsi rispettare. Nessuno lo disprezza.
Passa, anzi, giornate intere dentro il nostro ufficio,
quantunque il capostazione glielo abbia vietato. _
Con me s'è voluto giustificare, dicendo che tutti
fanno cosi. E quando gli ho risposto che non è vero,
mi ha guardato con un sorriso disprezzante.
Esagera sempre il suo tono d'importanza; anche
con l'ostessa che deve avere da lui molti danari.
Desidera che lo mandino in qualche stazione so
litaria della maremma; e si capisce che tenta di riabi
litarsi ; e sta sempre in orecchio che non sparlino di lui.
Farò male, ma non mi sento a mio agio in com

-
pagnia di questo spostato; che mi dice, con rancore:
Perchè l'A|nministrazione ha voluto tenermi
qui? lo ho sempre chiesto di esser mandato in qualche
stazione, dove possa, nelle ore libere, passeggiare
solo tra boschi, dove io possa stare molte ore senza
i

parlare ad alcuno. Cosi io sarei felice.

5 APRILE. -
Dall'ufficio vedo la montagna luc
chese, che verdeggia tra case, ponti e strade.
Quando entro nell'osteria, la signora Marianna
allatta la sua bambina. il marito sta con le mani ap
poggiate al marmo del tavolino, dove tengono i fia
'
schi e le forme del cacio.

45
ll bambino più grande, con il moccio al naso,
spezza un piatto; ne busca e lo mettono a piangere
fuori dell'uscio.
g La signora Marianna ha dovuto lasciare a terra

la sua bambina, per servire me.

--
Mentre si riabbottona il vestito mi chiede: .
Che cosa mangia?
Che cosa c'è?
Non se ne ricorda subito, e sbaglia; ma non ci

--
azzecca:
Le paste al sugo.
Si spicci.

-
Ella sorride e dice:
Ha sempre fretta!
intanto dovento nervosissimo, quantunque il ge
store mi chieda: .

--
-- Vuol bevere l'acqua?
Si: non mi sento bene.
Beva il vino, Dio l...
E mi empie il bicchiere. È rosso più del solito;

-
e, dopo avermi guardato a lungo, mi domanda:
Perchè non vuole stare a Pontedera?
Dal tono della voce, capisco che non si è punto
affezionato a me; perciò non rispondo; ed ascolto gli
osti che cominciano un letigio. La signora Marianna

-
dice: f _

Perchè non tieni un poco la bambina in collo?


lo ho da cuocere questa carne.

46.
- Tienla tu; io ho sudato

fino ad ora, a conta
re imattoni.
Ella piange; ed egli s'incollerisce di più, dicendo
a
-
noi:
È la miseria nostra. Quandonon avevamo bi
sogno di stare qui ci volevamo più bene.
Ella si cheta; ma il gestore mi cozza il gomito,

-
'
e mi dice:
lo gli taglierei la gola con questo coltello.

6 APRILE. -
La malattia d'Attilia m'impensieri
sce; e le scrivo con un'apprensione che non mi la
scia più pace. Se potessi avere un giorno di permes
so e andare a Firenze!
Mentre rosicchio il pezzetto di pane della cola
zione, entra un ispettore seguito dal gestore: si fa
silenzio all'improvviso. L'ispettore dà un'occhiata trop
po indifferente ai miei registri, e si siede ad un altro
tavolino per trovare un errore di calcolo, per cui da tre
mesi sono in movimento cinque o sei personaggi del
l'Amministrazione.
È pallido e sembra sofferente. Il gestore lo guar
da; poi, chiede il permesso di andarsene. Allora entra
un altro ispettore con la faccia tutta torta da grinze
enormi, con la bocca tirata da una parte e gli occhi

a punta sotto gli occhiali cerchiati d'oro.
Il silenzio aumenta. Ma l'ispettore non guarda
nessuno; parla sorridendo con il suo collega,

47
che gli mostra una deferenza molto ‘palese. Poi,
chiede:
-
C'è l'impiegato che deve dare gli schiarimenti?
Un applicato, ch'era rimasto all'uscio, risponde

-
più disinvolto che può:
Sono

io.
.

contestazioni cominciano.
le
E

Suona mezzodì; essi ciarlano ancora, molti

il ed
il

plicano sommano. Ma conto non va bene stes

lo
e

so. L'ispettore, ch'è entrato per primo, sospira pa


recchie volte; secondo più che mai arcigno.
il

è
e

L'impiegato impallidisce, ‘ma sostiene con vivacità di


non essere colpevole.‘ Quelli non gli credono; e,
alla fine, alzano.
si

La conversazione tra noi impiegati riattacca im


mediatamente.

APRILE. - Marcello Capri parti ieri sera. Gli


7

fecero una cena di addio, alla quale non presi parte,


perchè ero troppo stanco. Mi promise di passare dal
mia famiglia.
la

Ho riveduto sua innamorata. Sembra che ab


la

bia pianto, ed ha una serietà ridicola.

APRILE. - Cîmincia l'in caldo.. lo ricopio


il
9

ventario della stazione; ma quasi subito,


mi stanco
mi debbo riposare quasi ogni quarto d'ora! miei
e

occhi s'attaccano alla campagna.

48
10 APRILE. -
Nemora non è più stata dalla si
gnora Marianna. E io non penso più a lei; per quan
to mi sembri impossibile.
Ma l'ho dimenticataida vero.

12 APRILE. - Un controllore, con la faccia enor


me e malaticcia, parla di propaganda socialista insie
me con un applicato, nella del telegrafo.
stanza
lo metto al protocollo alcune lettere; e su la pia
'
nura pisanail cielo si riempie di nuvoloni.
Un apparecchio si muove, e cominciaa battere
su la striscia di carta; simile ad uno scricchiolio noioso.
Uapplicato leva di bocca la pipa, smette di dar
retta al controllore e apre il movimento dell'apparec
chio. Allora si ode’ una serie di colpettini metallici,
che lasciano, rapidamente, su la striscia di cartai
loro segni azzurri. Poi, l'applicato risponde; e dà un
ordine nella stanza vicina.

16 APRILE. -- Ricevo due lettere. Una mi dice


che m'è nata una sorellina; un'altra che Attilia sta
molto male.
Allora, mostro la prima al capostazione; e ot
tengo il pernesso di stare due giorni a Firenze. So
no quasi presago di non tornare più a Pontedera, e
metto nella valigia tutta la mia roba. Saluto in fretta
i colleghi e parto. Il gestore appena mi rispnde; inve

49
ce il vicegestore mi da perfino la mano. Anche Dra
go non ha più voglia di essere mio amico; e vado a
salutare la signora Marianna proprio per convenienza.
Salendo in treno, avrei piacere che ci fosse qual
cuno a salutarmi; qualcuno che mi chiudesse lo spor
tello come si fa con le persone a cui si vuol bene.
E, invece, non c'è nessuno. L'applicato di servizio mi
dà un'occhiata di traverso, quasi malevola; e non ri
sponde all'ultimo cenno che gli mando con la mano.
Tuttavia, prima di sedermi a guardare chi c'è nello
scompartimento, m'affaccio. M'ero affezionato più di
quel che credevo a Pontedera; ma mi prometto di
non tornarci più; a costo di perdere l'impiego. Nè
mora dove sarà a quest'ora? Negli stabilimenti indu
striali, le vetrate sono già illuminate dalle lampadine
dentro; una donna si fa alla finestra e si ritrae pri
ma ch'io abbia potuto vedere se la riconosco. La sta
zione si nasconde. Allora, metto dentro la rete la va
ligia; e mi siedo. Tengo le mani in tasca e sono
molto triste.
Di questi due mesi, mi resta soltanto una vela
tura di fastidio e di tedio.

17 APRILE. - Sono arrivato a Firenze dopo la


mezzanotte. Cammino impacciato come se non ci fossi
mai stato. E siccome voglio vedere subito
domattina
Attilia, senza che se n'aceorgano quelli di casa, vado
a dormire in un albergo.

50
Come sto meglioa Firenze! Quasi mi vien fatto
li baciare guanciali del letto! Ma vorrei essere su
i

rito da Attilia.
In treno ho domandato a un uomo anziano se
acevo bene o no ad andare prima dalla fidanzata;
gli ho raccontato delle due lettere. Quell'uomo non mi
la voluto dare il suo parere, e ha quasi {smesso di
‘arlarmi. Ma, ormai, anche se ho fatto male, son gia
‘entro l'albergo. Mi sveglierò prestissimo.

i8,APRILE. -
Attilia era già morta;non so per
hè, quando l'ho saputo a mezze scale, avendolo do
iandalo a una donnetta che scendeva piangendo, mi
on domandato tornare a dietro. Quel
se non dovessi
«della sua famiglia non mi conoscevanoe non sape
ano nulla. Mi pareva che Attilia mi volesse far pau
a e che io non la dovessi vedere; e anche non mi
areva vero che fosse morta.
Ma stando
li,

come se m'avessero- fermato, ho


ominciato piangere. ho pianto quasi una mez
E
a

‘ora. Quando sono stato sicuro che potevo non pian


ere più, mi son fatto alla portae ho bussato; stando
un piede rifare scale.
le

on pronto
a

venuta ad aprirmi la mamma; che avevo


io
È

isto parecchie volte insieme con Attilia. Senza dir


nulla, mi guarda. suoi occhi neri sono molli di
II

ianto. Prima ch'io possa aprir bocca, mi riviene da


iangere; ch'ella mi veda piangere.
mi‘fa piacere
e

5!
-
Allora, timidamente, mi chiede:
Vuol passare?
Faccio un passo innanzi, ma ella mi chiede anche
-- Chi è? -

Non voglio dire che io facevo all'amore con su


figlia; e balbetto, invece, il mio nome. Poi, senza bz
dare più a lei, finisco d'entrare; dò un'occhiata ail
casa e capisco qual'è la camera. Come se ne aves:
avuto il permesso, mi ci avvicino, in punta di piedi
mi volto alla mamma

li,
ma, prima di entrare anche
vedo accanto me, senza ch'io l'avessi sei
la

me
e

a
tifa camminare: mi guarda con una meraviglia pauros:
Allora, non ho nè coraggio di spiegarle

cl
il
sono nè meno di entrare nella camera. Singhiozz
e

forte nascondo la faccia muro.


al
e

Dalla camera, esce padre già vestito di ner<


il

Gli prendo mani glieli bagno di lacrime. Ba


le

-
betto un'altra volta:

'
La voglio vedere.
penso una cosa insensata: « Se Attilia
|
E

n
sentisse piangere cosi, ne avrebbe piacere. Ella

L:
che io l'amo. »

Ma senza spiegare chi sono, mi dico che no


posso entrare: mi sembra quasi una profanazione
.

pudore d'Attilia. non posso ritardare più, in ne


E

modo, momento vederla.


di

sun
il

Quando ho spiegato tutto, non mi rispondo:


nulla; soltanto la madre mi dice
:

52
,
- Entri. .

Ma io ho paura di vederla! Prima chiudo gli


IcchI; e, poi, soltanto per non urtare forse il letto,
i riapro guardando più alto di dove è stesa. Vedo
oltanto la punta di quattro candele accese sul co
nodino; e un rosario intrecciato ai ferri del letto.
)evo abbassare gli occhi! Incontro la faccia d'At
ilia. Fo per baciarla subite, tanto le sono vicino e
[nasi la tocco con il mento; ma le guardo le mani
ncrociate sul petto. Mi sento girare la testa. Le
nani sono diacce e la pelle del viso è bianca e un
)0c0 umida. Come se mi troncassero il collo con
:OIp0 solo, le bacio la bocca. Non piango più, ma
|uando' mi pare-che dentro gli occhi, simili a una
‘olla intorbidita, sia restato lo stesso sguardo
l'una volta, mi si piegano le gambe e vengo
neno.
Ripresi i sensi, cerco un'altra volta quello sguardo,
zhe dev'esser stato per me; e non c'è più nulla:
utta la faccia è lavata dalla morte.
Fino a sera fatta, non ho avuto anima d'andare
'
I casa. Anzi, non ci voleva andare.
Mia madre stava bene, tutti erano allegri. lo rie
:civo cosi a fingere, che mîhanno creduto soltanto
:lanco e un poco sperso.
La bambina stava cheta e teneva occhi
gli
tperti ; tutta fasciata sotto le lenzuola. Mio padre ha
tvvicinato la lampada elettrica al suo viso, dietro la

- 53
testa, perchè non le facesse male, e fio la potess
guardare.
La bambina, in quell' istante, quasi avesse sen
tito la luce, ha stirato la bocca; e le labbra le sonr.
come entrate dentro. Mi sono alzato in punta di
piedi, per vederle meglio gli occhi e ho voluto pen
sare allo sguardo d'Attilia.
Mia madre, come se fosse insospettita, m'ha
chiesto:
-
Perchè la fissi cosi?

-
.

19 APRILE. l genitori di Attilia non mi la


scerebbero mai andare. Sono stato una mezza gior
nata intera accanto ad Attilia; che verranno a , por
tare via stasera.Come passa il tempo!
Prima, son tornato un poco a casa mia; e ho

-
detto a mia madre:
Se non hai scelto già il nome, la devi chia

-
'
mare Attilia.
Non mi piace. E perchè hai pensatoaquesto

nome ?
La verità non gliela voglio dire, perchè sarei si
curo che non glielo metterebbe; ma, li per‘
li,

in
le

vento:
-L'ho pensato treno. Se vuoi che
in

le

voglia
più bene che all'altre sorelle, chiamata cosi. Non ho
anch'io diritto di scegliere nome una mia so
il

il

rella?

54
- Giacche
tu sei tornato a Firenze per vederla
appena nata, se mi prometti di non confonderti più
la testa con nessuna ragazza, la chiameremo cosi.
Ma potevi trovare un nome che mi piacesse di più!
E sono andato ad accompagnare la mia fidan
zata fino al cimitero di Trespiano, chiedendole per
dono per mia madre.

20 APRILE. - Dovrei già tornare a Pontedera,


ma mio padre mi promette di recarsi da un pezzo
grosso delle Ferrovie, suo amico, perchè mi diano il
posto a Firenze o in qualche altro paese più grande.

22 APRILE. - Resto a Firenze.

OPERE EDITE DI FEDERIGO TOZZI

LA CITTÀ DEI LA VERGINI} Versi (Formiggini, Genova ma)

BESTIE - Prose liriche (Treves, Milano, i918).

CON GLI OCCHI CHIUSI - Romanzo (Treves, Milano, i919)

TRE CROCI - Romanzo. (Treves, Milano, i920).

55
FEDERIGO TOZZI

GESTI, PAROLE, MOMENTI

La tristezza era al principio d'ogni sua sensazione: una


speranza di gioia al principio d'ogni azione.
Per questo si doveva, in certe ore, aver con lui un'alle
grezza violenta, che sconfinasse anche nella sguaiataggine
popolaresca: una comicità da personaggi del Pulci o di
Rabelais; grassa, quasi becera. Egli partecipava godendo
a queste nostre tenzoni d'ingiuric, a queste girandola d' inso
lenze a freddo: o se si faceva a chi le sballasse più grosse
se si minchlonava qualche malcapitato, se parlando di lui a
lui stesso, come a un terzo ignoto, lo si copriva di vituperì,
o si faceva la parodia delle lodi più sfacciate, fingendo poi
dl scoprir gli altarini.
, Dopo le passeggiate fuori di Roma si tornava a casa.
Avevamo la campagna tiepida ancora, affondata nelle
lasciata
luci viola del tramonto, fragrante pel dilagare di profumo dei
fienili e dei prati. Ci si ritrovava nelle vie della città come
lrasognati, spossati tra la gente nera e sotto i chiarori freddi
dell'elettricità.
zone del e cagnolino di Michele -
Non si poteva più urlare a perdifiato la can
bianco e turchino »: non
ci si poteva prendere per celia a cazzotti sulle spalle. Lasciar
la campagna gli dava ogni volta il dolore d'un distacco. il suo
gran faccione di frate, sotto il cappellaccio nero, gelava di tri
stezza. Erano i momenti in cui, anche se in noi era la
sua stessa tristezza, dovevamo vincerci: continuar a ridere,
a berciare. in certi istanti, però, quel suo stesso svagarsi gio

56
condo, dopo un ora di melanconia, ci faceva una pena im
mensa, come se Pavessimo visto rivivere tutta la sua vita,
latta di volontà e di rifiuti, sorretta dal desiderio della gioia.
Talvolta non si resisteva; non si trovavano più le parole,oci
sembravano troppo sccme, e si taceva. Anche la via si faceva
come deserta, silenziosa e buia. Egli allora ci prendeva sotto
braccio, e, forse perchè intuiva la ragione del nostro silenzio,
ci voleva un bene più doloroso.

t
. e e

Tutti sanno ch'egli cra tiglio d'un oste. Un giorno mo


strandomi le mani, disse: « Nelle giornate di mercato la trat
toria era affollata ore e ore, e non bastavano le donne: io
dovevo lasciar i libri, e lavare i piatti e i bicchieri». A Siena,
chi se lo rammenta, é solo come il figlio di Federigo del
Sasso: che, da giovane, non concludeva niente. ed era la di
sperazione del babbo. Tutta la sua bontà e il suo desiderio di
poesia, non potendo fiorire in quella famiglia e tra quella
gente, dove non trovava che incomprensione, disprezzo e osti
lità, aveva dovuto nasconderti come un peccato. Non potendo
vivere coi suoi pari, preferi l'amicizia degli umili: uomini al
meno senza ipocrisie, e che lo consideravano dei loro.
lo credo che pochi, anche nella vita avvenire, gli siano
stati cosi devoti come un macellaio, un violrnto dalla anda
tura scimmiesca, che i'aveva difeso in varie liti,-e che, incon
tratolo un giorno da ragazzo, sdegnato e timiliato per un di
verbio col padre, gli disse che, se proprio questi era cattivo
con lui, bastava un parola, e l'avrebbe scannato come un bove.
Quando, nella primavera dei 1919, fui a Siena col Tozzi,
andammo a trovarlo giù ai macello, a Fontebranda. Gli demmo
poi appuntamento innanzi alla posta per andar a bere un
litro. Era di media statura, nodoso, e contorto nelle ossa da

57
trent'anni di lavoro: aveva proprio finito allora d'ammazzare
le pecore, e, nelle unghie, c'era ancora il filo rosso del san
gue rappreso. Disse che, per star con noi, si sarebbe messa
la cravatta. Aveva tutto il viso grigio. e teneva la testa bassa,
come se si aspettasse una mazzata. All'appuntamento non ven

gio -
nc, perchèl- ci disse quando lo ritrovammo a metà pomerig
aveva dovuto restar giù per ammazzare un bue. Tozzi

-
gli chiese:

- Come fai per ucciderli?


Io’ li spillo: qui, dove hanno la vena sotto la pelle.
Danno un mugiio, ma stramazzano subito, tremando. Poi bi
sogna subito issarli sull'arpione, che sprizzano ancora sangue;
perchè, se si freddano, scuoiarli è un lavorare duro, e verreb
bero via le falde intere di grasso.
Parlava quasi senza voce: roco pel gran ciccare; e l'an

-
golo delle labbra era tutto nero, come bruciato.

- Cosa ti sei fatto alla bocca?


il,

Quando dormo la saliva mi ferma tutta li: dentro,


si

certe volte, mi vien come una piaga. Alloratmi abituo dor

a
mire sull'altro fianco: finchè son guarito.
Teneva lo sguardo sempre terra, fisso, come se insidiasse
a

palpito della vena, anche nel selciato: alzava gli occhi


il

solo per sorridere. Gli stringemmo lungo le mani prima di


a

lasciarlo. Fu l'unica persona che Tozzi andò cercare in quei


a

nostri quattro giorni senesi. Eppure lo conoscevano tutti: ma


passavano senza guardare in faccia, come distratti, per se
gulrlo poi con la coda dell'occhio, diffidenti insidiosi: co
e

vando ancora vecchia antipatia.


la

Quest'anno, la mattina dopo funerali, sono sceso Fon


a
i

tebranda. Come allora l'odor delle concerie riempiva tutte le


strade. Volli bere, come avevo fatto con lui, l'acqua della gran

-
fonte verde. Una vecchia, passando dietro un muretto, gridò:
a

L'acqua di Fonlebranda fa doventar pazzi!

58
Ma io cercai se innanzi al fabbricato del macello, ne
sole che palpitava per tutta la valle, si vedesse la figura curva
e dinoccolata del vecchio macellaio. Perché gli sarei corso in
contro, mi sarei fatto riconoscere, e si sarebbe parlato del
nostro amico e della sua giovinezza.

l‘O
Bisognerebbe parlare a lungo della sua povertà, come di
quella dei santi.
Poichè, per il suo sogno d'arte, che non era certo mcno
alto e meno puro d'un sogno di fede, egli aveva dovuto e vo
luto rinunciare a tutto. Non aveva altro che la bicicletta, una
macchina che l'aveva portato su e giù per mezza Italia. Anche
per la carta da scrivere badava di tenersi buona una carto
lata, che, se ne comprava una dozzina. gli regalava il tredi
cesimo quintcrno. Andava per città sempre a piedi, infaticabile
camminatore, portando le scarpe da soldato, per non consu
marne un paio da trenta lire che s'era comprato quando usci
'
il primo romanzo.
Certe mattine, dopo aver passata la notte nella redazione
del giornale non potevamo lasciarci: tanto la nostra anima
ci pareva fresca e libera neli'alba: e si continuava a cammi
nare un pezzo, per le vie deserte che imbiancavano e s'az
zurravano nel mattino. Finiva talvolta ad accompagnarmi fino
a casa, e, poiché sulla soglia la stanchezza mi vinceva di col
po, se ne tornava solo a- piedi. Magari non aveva i soldi pel
tram: e non voleva ch'io glie li dessi. Diceva: « È meglio

ch'io ritardi un poco: sarò a casa alle otto: la mia moglie si


sarà alzata, e non dovrò svegliaria, povera donna ».
in quelle mattine, il suo spirito appariva come non mai,
illuminato e nitido come nell'apparizione della verità. La ten
sione dei nervi e la notte insonne rendevano più trasparente

59
la trama dei suo sogno: le sue parole, dette con la voce chiara
e trasognata con la quale, usciti dai chiarori artificiali della
tipografia, accoglievamo la rinnovata trasfigurazione del giorno,
avevano una estatica gracilita di meraviglia.
Non si poteva parlare che di cose sante, belle e pure.
Anche perché la vita dell'alba ci ripalesava in povertà del
mondo, dimenticata nel transito affannoso della giornata. S'in
contravano i poveri che, dopo aver dormito soglie dei
sulle
portoni, se ne andavano a disperdersi chi sa dove: gli scian
oati, i vecchi e gli storpi, che non si atten-tano a uscire nelle
ore del traffico, e prendono un po' d'aria e fanno un po'
di moto, per tempo, lungo i muri tranquilli e pel crocicchi
vuoti. Noi pure, pallidi e lenti, dovevamo sembrar due poveri.
llumidore fresco dell'aria, Cl prendeva pungendo negli occhi
brucianti per l'insonnia: fissavamo tutte le cose con la tre
mante chiarezza d'uno sguardo Iagrimato. In quella luce senza
ombre, piatta, squallida e spietatamente cruda, egli sembrava
vestito ancor peggio del solito: con quei calzoni stretti ecorti,
con le borse ai ginocchi, stiuti e lustri, tenuti intorno al ven
tre da una correggfia, e quelle vecchie giacche nelle quali le
sue spalle non entravano più. Ma non mai come in quegli
istanti egli avrebbe avuta la forza di rifiutare tutto, perché
egli poteva con la mano leggera del povero che nulla ha potuto
sfiorare, accarezzare finalmente la nuda bellezza del sogno
conquistato. Egli era veramente, intero e schietto, l'uomo poeta
delle sue pagine migliori: che non respingeva la sofferenza,
perchè questa era la purificatrice: e che attendeva sicuro.
Rileggeva sempre i classici latini: le Georgia/re e gli An
nali. Ne sapeva brani interi a memoria. Li diceva con la com
mozione di chi prega. E se il discorso ci portava a parlar di
Mncchiavclii, di Boccaccio o dei Novellino sembrava invasato,
e li per darein lamanie. Quelle prose antiche glidavano la ver
tigine della bellezza; godendole quasi con una sensualità fisi

60
ca. Si parlava cosi forte, si gridavano magari certe frasi, ani
mandoci tanto in viso, che, dai primi tram, carichi di operai‘
ci guardavano, credendo ci ai mettesse a litigare.
Era l'ora delle contemplazioni. lo l'ho visto, in una di
quelle mattine, dali'alio della scalinata
senza parole, guardare,
di Aracoeli, il sorgere del giorno. li mento gli sporgeva di
più, come gli mancasse il fiato. Con la punta della lingua
si bagnava il labbro superiore; come se l'avesse ari-do, febbri
citante: come faceva quando scriveva. La facciata della chiesa:
vista di sotto in su, prendeva la luce nuda sulla grana umida
di tutte le pietre, e sembrava paipitare e abbrividire come una
gran vela. La cupola di San Pietro, lontana, appariva e
spariva neli'illuminarsi delle nebbie, ed era solo una sagoma
sfumata di celeste sul cristallo appannato dell'orizzonte. Per
la strada in basso non c'era nessuno, non si sentiva proprio
una voce. Come chi abbia scoperto l'urna che racchiude il
volto d'una santa, ebbe paura che qualcosa potesse turbare
quella vitrea verginità immota del mondo disvelato. Disse:
« Ancliamocene prima che venga gente ».

tiI
La vita e gli uomini gli avevano giocato troppi brutti tiri
perchè egli non dovesse esser diffidente come un uomo di
scotta, condannato ormai daivesperienza a non reagire mai
contro la propria natura d'uomo chiuso e scontroso, aveva
scoperto che la propria essenza spirituale era quella d'un in
genuo e d'un buono, il quale domandava solo di ,poter avere
fiducia negli e nella vita, come ne aveva nell'arteenel
uomini
proprio ingegno. Egli non avrebbe chiesto di meglio che poter
allontanare da se ilsospetto del tradimento. Le malvagità degli
uomini e della sorte, che ritornavano implacabiii a scuoterlo
e a impacciargli il cammino, lo mortificavano.

‘si
Allora, appunto perchè egli non era capace di odiare e di
difendersi, si imponeva un desiderio e una volontà d'odio, al
quale però il suo ‘spirito mai non cedeva.
Fu appunto questo il dramma morale di tutta la sua vita.
Aver la sensazione di esser nato con la tempra del vinci
tore: e accorgersi di vivere per nonesserio che spiritualmente.
Perchè, al punto di compiere il gesto risolutivo, si avvedeva
che la forza della razza era stata logorata, sflnlta da qualcosa
winesplicabile: che non era debolezza, paura o viltà; ma forse
lo sforzo troppo grande adoperato per riuscir a spogliare dalla
propria scorza di uomo rude e rivoltoso, quest'altra cosa pura,

Tutti i suoi personaggi -


tremante, aperta, ch'era la sua sensibilità
Pietro di c Con
di scrittore.
gli occhi chiusi »
Giulio, Enrico e Nicolò di
per esempio, i tre amici
«
della
Tre croci
novella
1, quelli dei
« l giovani » -
racconti,
sono
tutti creature vinte: dalla sorte o dagli uomini. Gente che
soffre; che vien spezzata, o lentamente piegata; e che non rea
gisce, non può reagire, perchè il colpo viene all'improvviso,
o la stretta della vita e degli eventi è troppo molle e carezze
vole, perchè ci si convinca di dover stare in guardia.
Non avvengono mai, nella vita dei suoi personaggi, ribel
lioni a questo destino: o sono inutili e domate ai primo istante.
Ci si accascia nell'attesa della fine, e si procura di dimenti
carne l'approssimarsi: o si è talmente abbacinati dalla spe
ranza e tranquilli nella fiducia che la verità appare di strappo:
e ci si ribella fuggendo o uccidendosi.
Tozzi aveva, forse senza precisarselo, il senso continuo
di questa catena al piede, di questa stessa fatalità, grave e
grigia sul proprio orizzonte. La sua natura l'aveva messo in
guardia: ma inutilmente; solo per guardare il pericolo di lon
tano avvicinarsi, senza dargli la possibilità di difendersi, dl
ritrovare nel proprio intimo uno di quegli uomini che swggiusta
vano la vita con Paffllntura della loro spada, a cui aveva so

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gnato di assomigliare, quando, già duramente provato, aveva
visto le pietre sepolcrali distese lunghe su gli impiantiti delle
chiese; più distese dei morti che sotto vi si chiudevano.‘ quel
nwrti ch'erano vendicali talvolta prima che la lo-ro carne fosse
andata in dissoluzione.
Di questo senso del misterioso pericolo che sovrasta, e a
cui non ci. si può ribellare, ch'èra tutta la verità atroce e igno
rata dei suo destino, egli anlmò le sue creazioni: fogglando
uomini sofferenti della sua stessa sofferenza, incosci a volte
come la stessa incoscienza dei suoi momenti d'oblio, e trasci
nati, sbattuti qua e la, dal suvcchio e risucchio della vita, fin

chè il gorgo non li prenda e li inabissi.
Egli non s'era ingannato. La paura che qtialcosa potesse
tradirlo non era infondata. Era venuto forse il momento in
cui non avrebbe più nulla dovuto temere dagli uomini: ma
venne il tradimento della vita; più triste e cattivo d'una pu

gnalata alle spalle.

i‘
O

Diceva: " Scriverò ancora per dieci anni: poi me ne tor


nerò in campagna, e scriveròla storia di Siena ,,.
Aveva bisogno di verde e d'aria libera. La casetta che
gli era rimasta, fuori Siena, era fresca e silenziosa. Il podere
scende verso la valle; di faccia c'è l'altra collina, e, più in là,
si vede tutto il profilo della città.
Del suo podere conosceva tutte le piante, e con la mano
larga, cingendone i fusti e i tronchi, sentiva come con gli anni
crescevano e ingrossavano. Tra le siepi giù, verso il ruscello,
sapeva tutti i nidi degli usignoli. Dove il podere continua, di
là dalla strada vicinale, presso una pianta di ciliegio, c'era fin
dalla sua fanciullezza, una gran buca nel terreno incolto sotto
ciglio della via. Li, da ragazzo, si buttava in terra, per sen
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63
/
tir nascere nei primi tepori del Marzo, la primavera. Un altro
declivio di li incomincia: e si vedono altri colli, altre cam
pagne, e i verdi coitivi, e tutti i cipressi, quasi neri, innanzi
ai cancelli delle case, e dove i roveti, sulle strade, si aprono

per lasciar entrar nei campi.
Egli prendeva la terra a manate: vinto dalla dolcezza.
Gialla, un po‘ arida, giisfuggiva traie dita,e gli finiva sopra
le scarpe. Allora voigeva lo sguardo al ciliegio, che, nel muo
vere dell'aria, aveva, contro il pallore del cielo, un tremolar
verde di gemme. '

-
Si sentiva sano e giovane. ‘Rideva; e raccolto un sasso.
Vedi, contro quel palo là. Uno... due... trei -
-
lo
frombolava con tutto lo scatto
' del polso.

-
Non lo coglieva. ‘ -

Non è più il mio mestiere. La letteratura mi ha fregato...


E si metteva a cantare, lieto come un ragazzo. incerto nelle
acute, e battendo, col gran fiato, sulle note centrali, come
martellate.

Orio Vergani

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