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CARLO CATTANEO

A CURA D I

ALBERTO BERTOLINO

VOLUME SECONDO

FIRENZE
FELICE L E MONNIER
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

642.55 - Tipografie Enrico Ariani » e « L’Arte della Stampa» - Firenze ,


SCRITTI ECONOMICI
ll

1. . CATTANEO. Scritti economici. ll.


I.

Nota sulle angustie attuali del commercio.*

Alcuni profeti di sciagure si compiacciono di


predire a t u t t a l’Europa e più specialmente al-
l’Italia, quella stessa calamità che afflisse il com-
mercio inglese circa dieci anni sono. Ma le circo-
stanze sono affatto diverse. L a speculazione di
quel tempo versava principalmente nelle miniere
d’oro e d’argento che o non esistevano o non
si potevano escavare ; insomma sopra ricchezze
imaginarie. Alcune carte furono allora acquistate
al 400 per 100 del loro valor nominale, mentre il
valore effettivo si trovò poi eguale a zero. Così
molte ricche famiglie ebbero cangiati i loro pa-
trimonii in cartocci da accendere la pipa. Nè ciò
basta, perchè i capitali disalveati da1 commer-
cio delle cose reali, e sospinti a rotta di collo
nel commercio delle idealità, lasciarono in secco
i proprietarj di merci, le quali si trovarono ad
un tratto rifiutate e disprezzate.
Nel momento presente i capitali non sono in-
vestiti in aria, ma in reali derrate, anzi derrate
di certo e annuale consumo. La seta, il cotone, il
ferro non sono cose che siano salite a l 400 per 100
del prezzo di ricerca, nè che possano risolversi

* « Bollettino », LI, febbraio 1837, pp. 201-203.


CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
in zero. I1 male sta in questo, che alcuni mossi
da spirito d’imitazione e di falsa gara, e non
già, di ragionata speculazione, hanno spinto i
prezzi oltre il punto segnato dal reale equilibrio
tre la produzione e il consumo, I1 primo impulso
è venuto dagli Americani, conosciuti nel mondo
mercantile per temerità di speculazione, e pro-
clivi pur troppo a d abusare della larghezza del
credito e dell’affluenza delle cedole di banco. Col
loro giuoco essi hanno esagerato l’aumento na-
turale dei prezzi che accompagna il graduale au-
mento dei consumi ; e hanno provocato un arena-
mento artificiale dei consumi stessi. Così hanno
prodotto il doppio inconveniente di accrescere i
prezzi artificialmente all’istante della compera e
di diminuirli artificialinente all’istante della ri-
vendita. Ma questo disordine è nato dalla irrego-
larità delle operazioni mercantili e non da in-
trinseco avvilimento della
denza delle banche america
alla brusca prudenza della banca inglese ; cosicchè
il numerario circolante cangiò effettivamente di
valore in pochi mesi. L’incarimento del numera-
rio sembrò avvilimento della merce, e si attribuì
falsamente a ingorgo di derrate per mancato con-
sumo.
La fabbricazione serica con una prudenza che
dovrebbe servir d’esempio al commercio, persiste
nel proposito di non ingolfarsi in rischi, e proce-
dere con lentissime compere settimanali. Con
tutto ciò l a merce, quando si paragonino i prezzi
medj degli anni scorsi, è ben lontana ancora dal-
l’essere realmente avvilita. I prezzi degli organ-
zini di seconda finezza (da 22 a 24 denari) si mar-
cano ancora da 30.10 a 31.10; e i più grossolani
sorpassano tuttora le 24 lire. Questi prezzi che
NOTA NELLE ANGUSTIE ATTUALI DEL COMMERCIO 5

ci riescono una disgrazia quest’anno ci sarebbero


sembrati una benedizione pochi anni sono ; tanto
più che una parte delle sete f u strapazzata nel
lavoro per la confusione e il ritardo prodotto dal-
le circostanze sanitarie. Finchè le cose sono in
questi termini, il venditore può ben pentirsi
d’aver comperato troppo caro, ma non può certa-
mente lagnarsi di vendere troppo basso. I1 20
per 100 che il commercio può aver perduto sul
prezzo di compera in questi ultimi mesi, è una
dolorosa anticipazione ch’esso ha fatto ai possi-
denti, e che può farsi compensare dai possidenti
nell’entrante stagione. Questo sarà il cimento a l
quale si vedrà se il commercio sia guidato da vera
speculazione o da capriccio inconsiderato. Ma
l’esempio datoci due anni sono e riprodotto que-
st’anno ci fa temere tuttavia che allo spavento
eccessivo nell’inverno succederà un eccessivo gra-
do di fidanza nell’estate; e che il favore che il
consumo promette tuttora alle sete, sarà di bel
nuovo una materia di abuso e un fomite di teme-
rità. Frattanto noi crediamo di aver diritto di
ripetere ciò che avevamo il coraggio di dire du-
rante il pànico della primavera del 1834: « Le
fluttuazioni rapide e pericolose sì nei consumi che
nei prezzi non tolgono il fatto grande e costante
che la ricerca della seta va crescendo in t u t t e le
parti del globo e in nessuna di esse va diminuen-
do .... Non è perciò che si debba adulare la verità
dei possidenti e provocare i trafficanti a temerarie
speranze)). Le nostre parole furono inutili, dai
timori di quell’anno siamo pur troppo trascorsi
precipitosamente alla detta avidità da un lato ed
alla detta temerità dall’altro. E non sarà questa
l’ultima volta, perchè sembra che la memoria
mercantile non duri più di sei mesi. Frattanto
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
bisogna far coraggio ; il timor presente è in gran
parte artificiale com’era artificiale le passate fidu-
cia. Bisogna riconoscere che il male venne da
abuso della prosperità; e ricordarci che le città,
manufatturiere hanno quasi tanta necessità di
comperare quanta, le città mercantili ne hanno
di vendere : perchè le popolazioni tessitrici hanno
bisogno di pane. E i possidenti si rammentino
che dando le corda ai negozianti, produrranno
un danno che da ultimo ricadrà sopra loro stessi ;
si rammentino che la prosperità. del ceto mercan-
tile è l’anima dell’agricoltura. Guardino le stime
e le memorie di compera dei loro poderi, dove il
prezzo dei bozzoli è segnato tutt’al più a cin-
quanta soldi; e per quanto sia grande e patente
l’accrescimento dei consumi e il favor delle sete,
non pretendano di assorbirne soli tutto quanto
il vantaggio netto e di insaccare come fecero
l’anno scorso un soprappiù di centocinquanta per
c e n t o ; perchè chi troppo vuole nulla stringe, e
chi abusa della fortuna si procura il pentimento.
ll.
Alcune ricerche sul progetto di un Monte delle Sete.”

Nota al cortese lettore


Queste ricerche erano in prova di stampa fin
dal principio dello scorso luglio. Ma il repentino
sfavore che tenne dietro alla momentanea ricerca
delle azioni del Monte-Sete, ci rattenne dal pub-
blicarle ; giacchè alcuni non avrebbero tralasciato
di attribuire quello spontaneo discredito all’effetto
della discussione da noi promossa, e ci avrebbero
forse fatti segno a l risentimento dei danneggiati.
Ora le cose d a molto tempo sono a tale punto che
col risvegliare il discorso si può far piuttosto ag-
gradimento che dispiacere. Chi non convenisse in
questi poveri nostri pensieri, è pregato a dire al
publico anche i suoi; perchè, come disse un va-
lentuomo, dal conflitto delle opinioni sorge la ve-
rità. Noi non miriano appunto che a d intavolare
un dialogo con la speranza d’indurre più d’uno a
pigliarvi parte. Nelle cose di qualche momento
giova prima parlare e poi fare, piuttosto che
impegnarsi prima e intendersi poi.

* ((Bollettino », LIV, fasc. di novembre 1837, pp. 177-


236, e in estratto in 8°, pp. 62, Milano, Lampato, 1837.
8 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll

1.

I1 Nonte-Sete è un instituto che prendendo


in pegno le setegiacenti
rario una parte
sovverrà in pronto nume-
loro valore, cosicchè il pro-
prietariodiesse possa attender più comodamente
il tempoopportuno alla loro vendita, e frattanto
possa continuare ogni altro suo traffico come se
realmente messe g i à v e n d u t a una parte corri-
spondente delle sue sete.
Codesta sovvenzione con pegno non è cosa
nuova, giacchè vien fatta a l presente dalle più
ricche case dal paese e dell'estero in modi più o
meno complicati, i quali si dicono involger poi
t u t t i un assai gravoso interesse. L'intento mani-
festato dai fondatori del Monte sarebbe di fare
il pegno alla bassa ragione del 4 per cento, di con-
centrar l'operazione in paese e di assicurarlo con-
t r o l'infedeltà dei commissionarj. Si mirerebbe
dunque ad escludere i banchierj e commissionarj
esteri, e frenarecon una poderosa concorrenza i
banchierinazionali, a vantaggio dei minuti traf-
ficasti;dei filatori e soprattutto della possidenza.
Contutto ciò s'intende che il banco non viene
instituito da una confraternita solo intenta a l
sollievo del prossimo, ma bensì da una società
intraprendente la quale nel sussidio che vorrebbe
far aggradire ai filatori, principalmente vagheggia
una fonte di lucro a sè medesima. Non si
dunque di abolire l'industria bancaria, ma di
trarla dagli altri a sè, offrendo al ricorrente più
accettabili con dizioni.
Perlochèc o d e s t oprestito cavalleresco al te-
nue interesse deI 4 per cento deve essere fatto con
t a l e tattica e disinvoltura che alla fine del giuoco
i 9 milioni realmente contribuiti dei socj non
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 9

solo fruttino il 4 per cento, ma rechino un so-


prappiù d’interesse sotto nome di dividendo ; poi
un’altra porzione di dividendo si debba distri-
buire a certi altri azionisti detti ipotecari, i quali
veramente non prestano denaro, ma danno sicur-
tà che tre altri milioni prontamente si trovino in
ogni caso di necessità. Poi finalmente i più ricchi
e riputati t r a i socj debbano aver comodi onorarj
e dividendi in mercede di loro cure; e propor-
zionate somme debbono erogassi in salarj d’impie-
gati e inservienti, in locali, mobili, spese di can-
celleria, ili posta, di bollo, di tasse e finalmente
in compenso di perdite casuali e di probabili
avarie.
2.

Quando i 9 milioni siano versati per intero


nelle casse del Monte-Sete, l’interesse del 4 per
cento dovuto ai contribuenti importerà 360.000 lire
all’anno. È poi nell’ordine delle cose e nelle giu-
ste aspettative che codesto impiego per lo meno
non riesca inferiore a l legale impiego mercantile,
il quale è stabilito al 6 per cento, Non si dirà
dunque che il Monte prosperi e che gli azionisti
debbano essere soddisfatti, finchè il dividendo
non rechi f r a un anno e l’altro l’aggiunta del
2 per cento a queste azioni. E siccome un tal divi-
dendo, oltre agli azionisti paganti; deve darsi an-
che agli ipotecarj: così si dovranno trovare
180.000 lire ai primi e 60.000 ai secondi. È inoltre
una delle regole fondamentali che un decimo del
dividendo formi un residuo di sicurezza, e un
altro decimo si ripartisca fra gli amministratori.
I quali 2 decimi presi entro il complesso impor-
terebbero 60.000 lire. Finalmente una somma da
120 a 140.000 lire per lo meno sembra necessaria
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
alle perdite per capitali temporariamente infrut-
tiferi, agli onorarj, agli stipendj, alle assicura-
zioni, alla cancelleria, ai vasti locali, ai conside-
revoli mobili e adattamenti, i quali oltre all’in-
teresse del capita1 morto e quindi sottratto alle
operazioni lucrative, importeranno qualche di-
- spendio di conservazione. Raccogliendo questi ca-
pitali, troveremo che i 9 milioni debbano per lo-
meno produrre annue lire 800.000,. che riportate
ai 9 milioni di denaro militante s’avvicinano al
9 per cento. E con tutto ciò può tuttavia dirsi che
non si h a vero fondo di riserva; giacche in
un’azienda che artificialmente si estende dai 12
ai 20 milioni, questo nome non può giustamente
applicarsi ad una debol somma la quale nel nostro
supposto è di 30 mila lire; e si ridurrebbe alla
metà, se il dividendo, com’è probabile, non giun-
gesse che all’1 per cento ; e svanirebbe affatto se,
com’è possibile, non vi fosse dividendo alcuno.
ll 10 per cento di ricevo ossia la somma di 900.000
lire dunque di assoluta necessità a sostenere
una lodevole amministrazione.

3.
Se per sè il pegno delle sete deve rendere so-
lamente il 4 per cento eil corso regolare delle
cose desidera il 10: è chiaro che il pegno delle
sete astrattamente eisolatamente preso e r aope-
razione insufficiente e passiva. F u dunque neces-
. .
s p i o divisare a l t ~ eque- .-
ste tanta estese e lucrose da sperarne compenso e
,biiancio all’operazione principale; cosicchè se
s o n o sussidiarie nell’istituto primitivo del Monte,
sono di gran lunga principali nelle liste del lu-
cro, e soprattutto sono necessarie alla esistenza,
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 11
della impresa. Su queste adunque deve versare
l’esame di chi s’interessa all’utile pubblico, giac-
chè sicuri di queste, non abbiamo più dubbio sul
buon successo dell’operazione che ne deve ritrar
sussidio e nutrimento.
Quali sono adunque le operazioni s u s s i d i a r i e
finora proposte nei Capitoli
fondamentali
del
Monte? Sono cinque:
1) L’emissione dei boni di cassa; 2) lo sconto
delle cambiali 3 ) l’investimento in fondipubli-
c i ; 4) il deposito
. d e l l e sete; 5 ) la
-
Sono queste operazioni che rispondano allo
scopo? Sono elleno le più promettenti e oppor-
tune? Se interroghiamo la maggioranza dei pra-
tici, e alcuni eziandio dei più interessati, trove-
remo prevalere il dubbio o la negativa. Ma è que-
sta loro sentenza il risultamento di una ragionata
persuasione o solo il docile eco della rivalità e
dell’interesse? I n questa alternativa ci sia dun-
que permesso di instituire qualche ricerca su di
un argomento che tocca tanto davvicino la co-
mune nostra utilità. Mentre alcuni o si pasturano
di vane speranze e di parole malintese, o vanno
crollando il capo e ripetendo senza ragionamento
un ruvido non può andare: non sarebbe meglio
porre qualche attenzione a studiare il modo per
cui il paese fatto entrare omai nel difficile cimen-
t o , potesse rimanervi con onore e con frutto?

4.
La più facile e seducente operazione per impin-
guare il reddito dei 9 milioni sonanti si è quella
dell’emissione di cedole o boni d i cassa. Consiste
questa neldistribuire invece di denaro certi Vi-
-. ...
12 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
glietti che a richiesta di qualunque presentatore
la cassadel Monte si obbliga a cambiar tosto
buone monete d’ora e d’argento. Si vuole c h e la
sola. certezza di poterle cambiare ad “ogni istante
in moneta debba far sì che ognuno li accetti to-
sto come moneta, e anzi li preferisca come assai
più comodi a recarsi attorno in considerevol som-
ma. E difatti l’uso delle cedole di banco, ora per
imitazione ora per necessità, ora per abuso di
prosperità ora per rappiglio di miseria, si è pro-
pagato immensamente in tutto il settentrione
d’Europa e d’America e perfino nella Nuova Olan-
da. I fondatori del Monte-Sete si proporrebbero
di emettere fino a 8 milioni di lire in codeste ce-
dole, e di ricavarne lo stesso interesse che ne ri-
caverebbero prestando altrettanto denaro sonante.
La potenza di benedire un quartino di carta,
e infondergli ipso facto la virtù di passar per oro
di zecca contante e sonante, e farsi ricevere dalla
gente all’interesse del 4 per cento ed anche più
se capita il caso, è una delle cose più capace di
affascinare la mente. Quindi alcuni lo hanno chia-
mato crear valori. M a se si potesse davvero creare
con così poco discomodo, saremmo t u t t i storditi
e scemi noi che non abbiamo finora pensato a
crearci di botto una dozzina di milioni per cia-
scuno. Codeste cedole sono dunque una creazione
o che cosa sono?

-
5.

Una banco-cedola data a d un trafficante non


è per sè un capitalemabensì un mezzo per atte-,
n e r e un c a p i t a l e . Essa si risolve in una sicurtà.
LaBanca chericevendo un pegno emette la cedo-
la sicurtà mobiIissima con la cessione
dellaquale il possessore ottiene denaro od altro
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 13
valore da qualsiasi incognito e a d ogni caso dalla
Banca stessa. Quanto maggiore e più riconosciu-
ta è la potenza del banco, tanto più la sicurtà di-
viene autorevole, e quindi a t t a a. procurar l’intero
valore che ella garantisce.
Da qui si vede: 1) che creando cedole non si
crea valore ; perchè, facendo sicurtà, s’induce
bensì il possessor di un valore a cederlo, riceven-
do in ricambio la sicurtà stessa, ma non si crea
un valore ch’egli già non abbia: 2 ) si vede che la
quantità. delle cedole deve limitarsi e giusta le
forze della sicurtà, e giusta le forze dei sovventori
ossia giusta, la quantità dei valori disponibli in
paese.
Se si oltrepassano le forze della sicurtà, la si-
curtà a l primo bisogno si scopre insufficiente e
illusoria, e le cedole vengono spregiate e respinte.
Se si oltrepassa la quantità dei capitali disponi-
bili e si affollano cedole su una piazza che non ha
capitali bastevoli a contraccambiarle tutte, le ce-
dole venendo offerte con più frequenza che non
vengano cercate, decadono di prezzo come ogni
altra mercanzia troppo abbondante. Allora nasce
la convenienza di andare a l Banco a cangiarle in
metallo. Se il metallo c’è, il cangiamento conti-
nua fino a che crescendo da una parte il giro del
metallo e scemando dall’altra l’affluenza della car-
ta, questa siasi ridotta. a l giusto limite. Se poi
il metallo non c’è, la sicurtà si scopre invalida, e
da quel momento, come sopra si è detto, non v’è
più sicurtà, ma bancarotta. E il caso delle Banca
d’Inghilterra nel 1797; è il caso di centinaia di
quelle Banche Provinciali nel 1825; è il caso di
tutte quante le ottocento o novecento banche
Americane nella decorsa primavera.
E’ egualmente vano il tentativo di oltrepassare
14 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
le forze dei sovventori. Se un paese avesse per
modo di dire solo dieci milioni di capitale dispo-
nibile, sarebbe affatto inutile che una Banca fa-
cesse venti milioni di sicurtà. I venti milioni di
cedole non giungerebbero che a mobilizzare e
rappresentare i dieci milioni realmente disponi-
bili. Se i venti milioni si volessero ad ogni costo
investire, ognuno d’essi non potrebbe alla fine
ottenere che il 50 per cento del suo valor nomi-
nale. Se non che, assai prima di giungere al t a l
punto i possessori delle cedole correrebbero a l
Banco a cangiarle in denaro per approfittare del-
l’agio. I1 che si risolverebbe nel rimettere in corpo
al Banco tutte le cedole che egli avesse emesso al
di là del limite razionale. I1 valor delle carte nu-
merarie può dunque dirsi in date circostanze si-
mile a l valor d’una frazione, il quale rimane il
medesimo, qualunque sia il numero per cui ne
vengano moltiplicati i due termini. Anche il de-
naro col divenir abbondante oltre la proporzione
delle altre derrate scema di pregio. Esso però ha
la proprietà di non poter discendere di prezzo
sotto a l valor del metallo di cui è coniato; per lo
che se cessa di valer come denaro, continua tut-
tavia a valer come cosa. Ma che val mai la carta
quando sia ridotta a valer come cosa?
Vi sono alcuni che riguardano come supremo
beneficio al paese un aumento qualunque dei mez-
zi di circolazione. Questi hanno a considerare
che la isolata moltiplicazione del rappresentativo
ne deprime il valore e quindi dà un rialzo artifi-
ciale a l valor delle derrate, Perlochè impoverisce
in proporzione t u t t i quelli che hanno redditi fissi
in denaro a vantaggio di coloro che percepiscono
redditi in n a t u r a ; e per un modo di dire spoglia
il direttario a vantaggio dell’utilista, il possi-
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 16
dente a vantaggio del fittajuolo, spoglia t u t t i
quelli che hanno a ricevere a vantaggio di quelli
che hanno a dare, c o n uno sconvolgimento gene-
rale di t u t t i i contratti, i quali cambiano senso
benchè la lettera rimanga la stessa.
Ciò avviene perchè il corso della carta sup-
plisce in parte a l corso del metallo, una porzione
del quale diviene per così dire superflua all’uso ;
e quindi la massa metallica essendo meno ricer-
cata deve decadere di prezzo. A questo disordine
non si rimedia se non con un altro, cioè con una
proporzionata esportazione di metallo ; la quale
comincia subito, e continua fino a che si stabilisca
l’equilibrio fra il numerario rappresentativo e
i capitali da lui rappresentati. Cosi la circolazio-
ne momentaneamente accresciuta, dopo aver mes-
so in confusione ogni cosa, torna poi a restrin-
gersi come prima. Nasce allora la tentazione ad
emettere altre carte, perchè il corso delle già
emesse si vede prospero e sostenuto, Ora quanto
più l’operazione si inoltra, tanto più il paese ten-
de a vuotarsi di contante e a tradurre tutto il suo
rappresentativo dal metallo alla carta. I1 che
naturalmente avverrebbe sempre, quando in certi
paesi non vi fossero altre forze raffrenanti, come
verremo accennando.
Si è osservato da molti che una monetazione
d’oro e d’argento, a l confronto di una monetazio-
ne di carta, è un istrumento di circolazione assai
costoso e signorile, e che non solo il frutto del”
valor del metallo ma anche l’annuo consumo dei
pezzi è una spesa di più che il paese deve sostene-
re. Rispondo che questa spesa è una tasse d’assi.
curazione, pagando la quale il assicura
dalle molte crisi sovvertitrici della , a e pri-
vata fortuna. Epperò la questione in paese
16 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
convenga adottare le carte numerarie si riduce
allo studio di due dati,cioè: 1) se il paese sia
ricco abbastanza dapoter procacciarsi il metallo
e sopportarne l’interesse cessante e l’annuo logo-
ramento; 2) se i-rischj da Cui vuol preservarsi
siano tali che convengapagarne una siffatta assi-
curazione. Ognuno vedeche questi dati sono cose
di “circostanza che possono variare in diverse parti
anche d’uno stesso regno e che sono sempre diffi-
cilissime a discutersi e determinarsi, tanto più
che l’una a prima giunta sembra contradire al-
l’altra.
Queste operazioni di alta economia, applicate
senza criterio, riescono simili a certi rimedj che
talora cagionano indirettamente mali maggiori
di quelli ch’erano direttamente intesi a correg-
gere.
Ma se le cedole non accrescono la massa dei
capitali qual è dunque l’effetto che producono?

6.

Le cedole producono sui capitali accumulati


lo stesso effetto che il commercio in generale pro-
duca sulle derrate giacenti, cioè l’effetto di porli
in moto e ajutarli a recarsi dove riescono più uti-
,, li, moltiplicando così le fruttifere transazioni. l l
capitale dei privati vien collocato a frutto col mi-
nistero del banco publico, senza che il proprie-
tario si accorge d’averlo prestato. La cedola emes-
sa dal banco si cambia con una derrata ; chi riceve
la cedola in ricambio di una merce è interessato
a dar la cedola ad altri e ricevere in cambio un
altro valore ‘fruttifero ; perchè la cedola finchè
giace in sua mano, non gli reca alcun interesse o
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 17
servigio. La cedola scorre dunque di mano in
mano. I possessori della cedola si succedono ra-
pidamente facendo una momentanea sovvenzione
a l loro antecessore, e viceversa ricevendo una mo-
mentanea sovvenzione dal loro successore, finchè
arriva quel tale che reca la cedola al Banco e
dimanda l’ultimo rimborso. Per compiere a que-
sta c h i a m a t a , la Bancadeve tener in pronto un
valore sonante o rendere il pegno sul quale ella
ha avventurata la sua sicurtà. Tanto il valor so-
nante quanto il pegno in aspettazione di ciò giac-
ciono infruttiferi.
Però dall’altra parte il Banco riceve in com-
penso la mercede su tutte la sicurtà che emette, il
che forma un lauto interesse a l minor fondo gia-
cente. I privati poi traggono vantaggio dalla age-
volata contrattazione e i guadagni che ricavano
dagli affari che hanno conchiuso collo strumento, ’
delle cedole, li compensano del tempo che si ten-
nero giacenti in mano quelle infruttifere carte.
Ma la condizione necessaria di tutto questo si i?
che le cedole corrano continuamente da mano a
mano; il che suppone che in t u t t i sia la pratica
persuasione che esse valgano come denaro e l’ef-
fettive abitudine d i trattarle come tali.

7.

Ora perchè le cedole vengano trattate come


denaro, non basta la certezza che presentandole
in un dato luogo d i u n a data città, come si fa-
rebbe di una cambiale, si possa a piecimento
cangiarle in denaro. E’ necessaria la ferma fiducia
che elle possano venir accettate come denaro in
ogni luogo, in ogni tempo, da ogni persona e
2 . CATTANEO. S c r i t t i economici. ll.
- SCRlTTI ECONOMICI
CATTANEO - ll
alcunadecimazione di valore. Ebbene, noi
mo sperare che col tempociò avvenga anche
fra noi come altrove ; ma frattanto le cose stanno
altrimenti.
Le caIamitose esperienze fatte tra le vicende
si dei passati secoli che del presente hanno in-
fuso nelle nostre popolazioni un grave abborri-
mento alle carte monetarie, ead ogni valor circo-
lante che vi porti la menoma somiglianza. La
carta monetata è lo spauracchio che s’affaccia ai
nostri in ogni caso di contratto e di istrumento.
ll notajo in tutte le sue formule contempla sem-
pre tre grandi nemici: la morte, la discordia e la
carta monetata; e le buone valute d’oro e d’ar-
gento sono nei nostri archivj notarili i l simbolo
unico della fede pubblica e privata. Per introdur
dunque a primo slancio la circolazione d’una carta
qualunque siasi, bisogna prescindere da t u t t e la
contrattazione territoriale, bisogna distessere
t u t t a quanta la nostra tele economica. Nessuna
seduzione di lucro potrebbe adescare a questo la
massa possidente, la quale confitta nei suolo come
una pianta, vecchia non ad altro aspira che ad
una agiata immobilità, e si rassegnerebbe più
presto ad una tranquilla miseria che a d una ri-
schiosa opulenza,
L’influsso di questo spirito immobiliare, per
effetto della gran divisione e universalità della
possidenza, s’insinua e compenetra anche in tutto
il nostro ordine mercantile; giacchè da noi ogni
mediocre trafficante vuol essere ad ogni costo
eziandio possidente, e i n qualche parte ne assume
i pensieri e le maniere. Questo per l’agricoltura
è un vantaggio e non si può dire che nemmeno
pel commercio sia tutto male, senza dubbio dà
fermezza e gravità alle operazioni della nostra
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 19
piazza, alla quale ne ridonda un credito, direi
quasi, canonicale. Ma se è vero che chi va piano
va sano, è vero altresì che chi va piano non corre.
Ora le cedole d i banco sono cose per gente che
vuol camminare in fretta e a d ogni modo, sono
come i cavalli di corsa, sono talora come le mac-
chine a vapore, e talvolta da sera a mattina diven-
tano veri palloni aeronautici abbandonati a l do-
minio dei venti ed alla guardia di Dio.
L’intrepido speculatore che altrove sarebbe
forse l’idolo della piazza aprendo nuove sorgenti
di fortuna per sè e per altri, da noi è il più vivo
oggetto di diffidenza e d’avversione; la sua atti-
vità riesce umiliante e molesta agli osservatori ;
la sua caduta vien predetta (per non dire desi-
derata) dieci anni prima che ella possa avvenire ;
una oculata e pertinace persecuzione gli intralcia
ogni passo ; gli si sbarra a poco a poco ogni buona
strada, finchè la vanità e l’intraprendenza com-
pressa d’ogni parte, si irrita, si disargina, si ro-
vescia nelle operazioni puntigliose e false e giunge
finalmente a trovarsi un precipizio. Allora non
manca il giornale che emetta un sospiro di sod-
disfazione. Se presso di noi un crocchio di mer-
canti fossero capitati a parlar fra loro una sera
del progetto di formare la Compagnia delle Indie
e conquistare il commercio dell’Oriente e i regni
del Mogol, la mattina seguente si sarebbero ver-
gognati di ricordarsene per non essere creduti
pazzi. Anche il nostro modo di pensare ha i suoi
vantaggi; ma intanto chi vuol fondare stabili-
menti fra noi, deve riconoscerlo, subirlo e ras-
segnarsi, perchè è l’effetto di cause remote, pro-
fonde, intangibili,
20 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - ll
8.
I n quasi t u t t i i paesi ove il corso delle cedole
è pareggiato a quello della moneta metallica, la
cedola costituisce un valsente obbligatorio e le-
gale. Da noi a l contrario se si riguarda la mag-
gioranza delle grandi contrattazioni, essa può
piuttosto dirsi proscritta e illegale. L’affitto, il
livello, il vitalizio, l’interesse, l’anniversario fu-
nebre, la pensione, l’imposta, la sovraimposta,
le tasse, le dogane, sono tutti esborsi ingiunti
o stipulati in moneta sonante. 11 possidente che
inoltre deve pagar giornalieri e filandiere, divi-
dere il prezzo dei bozzoli col colono, saldar conti
con capimastri, fabbri, calderei, pizzicagnoli, ma-
cellai, sarti, mercanti ; provveder ferramenta,
provveder bestiami ; vivere in fondo a provincie in
cui non vi sono banche locali o almeno officj su-
balterni che a guisa. di vene riassorbano le carte
e le rifondano al banco centrale, mantenendo viva
la circolazione fino alle estremità del regno; vi-
vere a poche miglia da una frontiera a l di là della
quale le nostre combinazioni provinciali non sono
più riconosciute: prima di caricarsi di boni di
cassa, comunque coraggioso, comunque culto e
capace di riconoscere la. solidità di quel valore,
bisogna che sia ben certo che tutte quelle persone
per pagar le quali egli mette la seta a l pegno,
veggano le cose sotto lo stesso aspetto. Altrimenti
egli, dopo un conflitto inutile, si troverà. costretto
a rimandare a l Banco i boni per avere il denaro.
E in tal caso a che avrebbero servito codesti boni?
Essi non sarebbero infine che un mandato al cas-
siere di eseguire un pagamento a vista.
Si dirà, che col tempo l’abitudine si verrà pro-
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 21
pagando anche nei distretti meno mercantili e fra
le più rozze classi. Ma se dobbiamo aspettare il
tempo, con che cosa sosterremo frattanto la pas-
sività del pegno delle sete e pagheremo i salarj e
gli interessi?

9.

Si dirà che per indurre il sovvenuto a rice-


vere coraggiosamente i boni e mettersi nella ne-
cessità di propagarne l’uso e il credito, si potrà
fargli facilità sul pegno delle sete o sullo sconto
delle cambiali, purchè egli riceva i boni per de-
naro. Ciò è vero; ma questa stessa facilitazione
condizionata non sarebbe una differenza posta
fra il pagamento in cedole e il pagamento in de
naro? I n commercio ogni agio, ogni differenza si
traduce in denaro. Se col pagamento in boni ri-
cevo una agevolezza valutabile al 2 per 100 più
che non riceverei col pagamento in denaro so-
nante; e se nel medesimo tempo il Monte professa
di cambiare i boni in denaro al p a r i : io certa-
mente non rifiuterò mai di ricevere 102 in boni,
ma prima di tornare a casa a far battaglia con
tutti gli idioti del circondario, anderò o manderò a
barattare a l pari il 102 dei boni nel 102 sonante.
Col che si appianerà la differenza; e la facilita-
zione fattami verrà svincolata dalla condizione
che vi si volle ingiungere. Ma infine del conto i
boni non potranno mai scorrere a distanza dal
banco, se non quando la sfera della persuasione
e dell’abitudine non siasi proporzionalmente al-
largata. Ciò avviene tuttora in Francia dove le
note del banco appena giungono poche leghe lon-
tano di Parigi. A vincere l’inveterata opinione, a
22 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
riformare le espresse stipulazioni d’innumerevoli
contratti, e infine a introdurre l’abitudine, non
varrà certamente il corso di un anno o di due
per quanto possano riescire tranquilli. L’opera-
zione dovrà dunque svilupparsi in seno al tempo ;
e frattanto la quantità delle cedole dovrà misu-
rarsi sul numero delle persone in cui si sarà resa
abituale la consuetudine di riguardar la carta
come denaro. Anzi dovrà tenersi più ristretta;
perchè le stesse persone più persuase della soli-
dità delle cedole non potranno accettarle indif-
ferentemente, finchè tutto il circolo d’uomini e
di donne con cui hanno faccende non se ne mostri
egualmente persuaso.
Perlochè se l’instituto del Monte è di emettere
in tutto 8 milioni di cedole, nei primi anni appena
forse ne potrà tenere efficacemente in giro più di
due o tre. I n ciò può valerci l’esempio della
Banca Belgica la quale con un capitale effettivo
maggiore del qui proposto, ottenne soltanto una
circolazione media di t r e milioni con un «bene-
ficio quasi nullo )) come vien detto nell’ultimo
rendiconto. Ma supponendo che il beneficio sia
quale si spera, quei due o tre milioni impiegati
senza interruzione nel pegno delle sete e nello
sconto delle cambiali, cioè dal 4 al 6 per 100,
potranno rendere un lucro che ripartito sui 9
milioni del capitale effettivo si ridurrebbe tut-
t’al più ad innalzare il frutto dal 4 al 6 ; mentre,
come abbiamo veduto, il corso delle cose dimanda
che rapportato ai 9 milioni si approssimi ai 10
per 100. E’ vero che l’opera del tempo forse ravvi-
cinerà questi estremi ; ma dunque bisogna pen-
sare a tener in piedi il Monte fino a tanto che
codesto tempo arrivi.
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 23

10.
Però anche questo debole e lento lucro non è
liquido e scevro di passività.
Se la soverchia grandezza del valor delle ce-
dole le rende incomode e malagevoli a combaciare
colla varia estensione dei contratti, la soverchia
piccolezza moltiplica di troppo il numero dei
bolli e produce una spesa che rode il lucro del
giro. Vuolsi notare che la maggior parte delle
grandi Banche essendo instituti nazionali o go-
vernativi, godono esenzioni e franchigie. La
Banca di Londra fece una transazione in forza
di cui paga sulla circolazione effettiva lire 3,500
per ogni milione di valore, non avuto riguardo
al suo riparto in cedole. Con tuttociò questo
punto si riguarda con tutt’altro che con indiffe-
renza. I n varj degli Stati Uniti sono vietate le
cedole minori di cinque dollari; in Inghilterra
le cedole minori di cinque sterline rimasero vie-
tate dal 1766 al 1797 e lo vennero di nuovo dopo
il 1829, e vi sono scrittori e uomini di Stato che
dal divieto o permesso di queste minute cedole
vogliono far dipendere la prosperità della na-
zione e la sicurezza del regno. Nel nostro pro-
getto non si fa la menoma allusione a questo
astruso argomento, che del resto qui si accenna
solo per rammentare un’annua non dispregevole
passività che va annessa a l corso delle cedole.
Ma un’altra ve n’ha smisuratamente maggiore.

11.
Ogni giro di cedole in piazza suppone u n d e -
posito vivo di numerario al Monte. Si dirà, chea
questo devono sopperire i t r e milioni ipotecari.
24 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
Machi ben considera tosto vedrà, che qualunque
massa d'ipoteche non può dispensare dalla neces-
s i t à di tenere un ragguardevole fondo di denaro
sonante.
Le ipoteche formano veramente un fondo di
salvezza il quale suppone l'evento di straordina-
rio bisogno. Ora le cedole devono andare e venire
ogni" giorno dell'anno ; devono in certe settimana
e in certi mesi rifluire in maggior copia; e anche
senza una crisi che involga un discredito delle
carte monetate, possono pel giro naturale del
commercio, oppure per l'influenza di un giuoco
di banchieri, andar soggette a un inaspettato
ritorno. I1 metter mano alle ipoteche in simili
casi, oltrechè darebbe troppo divertimento agli
autori del giuoco, i quali tornerebbero volentieri
da capo, potrebbe eziandio dar la levata al pu-
blico, potrebbe fargli supporre anche ciò che non
è; vale a dire, dar principio a un discredito delle
cedole, che coll'adoperare altri mezzi di far fronte
a quei primi ritorni, si sarebbe potuto evitare.
Per quanto piccolo sia questo capita1 giacente,
ne rimarrà tanto meno da adoperarsi nel pegno
e nello sconto; e l'interesse perduto dovrà dedursi
dall'interesse lucrato sulle cedole, il cui giro si
renderà per ciò men fruttuoso dell'aspettazione.

12

Ma dacchè siamo a queste azioni ipotecarie


conviene pur dirne qualche cosa ; conviene esami-
nare se in esse si riscontri ilprincipiofondamen-
tale che le Banche devono seguire nel procurarsi
d e n a r o : c i o è di averlo in abbondanza, a debole
interesse, e prontissimo al bisogno.
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 25

Le azioniipotecarie, come fondo d i riserva,


non devono regolarmente a d o p e r a r s i se nona
rari intervalli, e quando la necessità, veramente
il richiede.. Se si adoperassero con troppa ‘faci-
lità-diverrebbero un mero fondo ordinario ; quindi
il campo delle operazioni giornaliere verrebbe a
trovarsi proporzionalmente dilatato ; e non si
avrebbero poi i mezzi di tener fronte alle urgenze
straordinarie ; cosicchè la prima crisi porterebbe
la ruina del Monte. Supponiamo dunque che du-
rante un triennio non vengano adoperate che per
l’intervallo di sei mesi. L’interesse a l sovventore
sull’ipoteca si pagherà soltanto per i sei mesi del
mutuo effettivo ; ma il dividendo all’ipotecato si
deve pagare per l’intero triennio. Supponiamo
che il dividendo sia un meschino due per cento
all’anno; e che l’interesse a l sovventore fosse in
ragione del 4. Ne conseguirebbe che l’azienda so-
ciale, per ottenere la detta sovvenzione di un
semestre, verrebbe a pagai 2 al sovventore pel
semestre del denaro sonante e 6 per cento all’ipo-
tecato pel triennio del dividendo; il qual 6 per
cento sarebbe in gran parte anticipato. Cosic-
chè per aver pronta al bisogno una sovvenzione
di 6 mesi, la si pagherebbe in ragione di oltre 16
per cento all’anno anche senza tener conto delle
spese notarili e d’altre gravezze tutte proprie dei
valori prediali. E codesto denaro che costa il 16
per 100 dovrebbe poi servire a fare i pegni a l 4
per 100! I1 che sarebbe far le cose a rovescio.
Se poi il dividendo fosse maggiore, e come av-
viene di altre banche, fosse del 3 o del 4 od anche
del 6 per 100 all’anno: il dividendo di un trien-
nio riferito al semestre dell’effettiva sovvenzione,
e congiunto all’interesse del denaro, formerebbe
il 20, il 28, il 36 per 100. Ora egli è certo che of-
26 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
frendo la metà o il terzo o il quarto di questi mo-
struosi interessi, si potrebbe sempre trovar la
stessa quantità di denaro od anche una assai
maggiore. Questo modo di ottenere i capitali per
servire al pegno delle sete, ripugna dunque alla
massima fondamentale di procurar cioè il denaro
a tenue interesse e in abbondanza.

13.
Si dirà che gli ipotecarj sono azionisti an-
ch’essi, e devono partecipare ai lucri dell’opera-
zione. E’ vero; ma il titolo e l'intento dell’im-
presa è di sussidiare il commercio delle sete, e
non di procurar lucro gratuito a sovventori di
mera apparenza, dai quali all’impresa non de-
rivi alcun proporzionato vantaggio.

14.
Del resto nemmen la situazione medesima de-
gli azionisti ipotecarj può dirsi molto favorevole.
Supposto il caso non impossibile che il Monte su-
bisse gravi perdite e non rendesse nemmeno i
frutti necessarj a fornire l’interesse alle azioni
in contante, il regolamento vuole che il 4 per 100
su di esse si paghi egualmente ; il che porterà un
intacco di capitale. Sul capitale già intaccato
bisognerà nel seguente anno pagar di bel nuovo
il 4, ossia più del 4 per 100 perchè il capitale è
disceso sotto al pari. L’intacco si accresce d’anno
in anno, e con esso la ragione dell’interesse sul
capitale residuo si dilata sempre più. Finchè la
perdita manifesta non sia giunta al quinto del
capitale, gli azionisti ipotecarj non hanno di-
ritto a fermare le operazioni del Monte.
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 27

M a credon essi con ciò d’aver posto le loro


azioni al sicuro d’ogni perdita ulteriore? E se
nel corso del tempo ai buoni amministratori ve-
nissero a succedere altri di minor merito, come
è nelle condizione delle cose umane che talora
accada, e se questi per avventura non avessero
ben valutato la perdita effettiva? E se si fossero
studiati di coprirla colla speranza di potersi ri-
pigliare nel corso delle successive operazioni? E
se, ciò che nel momento potrà, può ben dirsi
impossibile, ma che altrove è nullameno pur tal-
volta avvenuto, se, dico, alcuno si lasciasse se-
durre dall’impazienza di metter la mano su un
apparente dividendo, e dalla lusinga talora irre-
sistibile di potersi ritirare in tempo e salvare la
propria riputazione, lasciando che i colpi della
mala fortuna ricadessero addosso agli incauti
successori? Credono forse i socj che le loro azioni
non dovrebbero sottostare a t u t t a l’estensione
della perdita reale? E se l’attuale perdita appa-
rente del quinto, nell’intervallo necessario a dar
termine alle operazioni incominciate e a liqui-
dare e realizzare i valori attribuiti alle appar-
tenenze del Monte, avesse a dilatarsi e divenire
un quarto, un terzo, una metà: su chi dovrebbe
ricadere t u t t a quanta la perdita se non sulle
azioni? La certezza fatta publica ed autentica,
che le cose del Monte fossero in disordine e che
si camminasse ad uno scioglimento, dovrebbe
portare il discredito, diminuir la confidenza del
pegno e l’autorità delle publiche vendite, pro-
durre il rifiuto generale delle cedole ; le quali cir-
costanze tutte non possono che dilatare in breve
tempo la ferita. I proprietarj delle azioni mo-
biliari potrebbero più facilmente disfarsene in
tempo, mandarle all’estero, rovesciarle sugli altri.
28 CATTANEO - SCRITTI E C O N O M I C I - ll
Si vedrebbero i più accorti, i più intrinseci ai
secreti del Monte, appena subodorato lo stato
delle cose, por mano ad alcuno dei soliti artificj,
unirsi a far qualche clamorosa ricerca e qualche
ostentata compere oggi, per adescare i più sem-
plici e far domani una vendita generale. Ma gli
azionisti ipotecarj, specie di cavalleria greve del
medio evo, destinata e far la parte buffa tra le
rapide scaramucce del commercio, come potreb-
bero trovar pronta ritirata? Qual notaio potreb-
be pescar loro i trecento successori? Essi a con-
fronto degli altri azionisti sarebbero come le ar-
tiglierie grosse che quando si arrende una €or-
tezza restano al nemico insieme coi fossi e coi
bastioni. Le altre cartelle potrebbero girare da
une mano all’altra, dagli scaltri ai malaccorti,
dai malaccorti ai coraggiosi, dai coraggiosi a
quei temerarj che pigliano gusto a navigare quan-
do il tempo si annera, a quegli speculatori che
comperano i fondi quando sono al 50 colla grossa
speranza di rivenderli al 100. I n questo conti-
nuato giro le perdite si ripartirebbero sopra mol-
te classi, formando una specie di publica assicu-
razione. Ma i poveri ipotecarj, fermi al loro po-
sto, come un viandante in una palude, si senti-
rebbero mancar sotto il terreno, affondarsi ognor
più, senza sperare una mano che li traesse d’im-
paccio.
15.
Si potrà, dire eziandio che l’azione ipotecaria
è un fondo di sicurezza, nel quale l’amministra-
tore non debba riguardare tanto il costo quanto
la certezza di averlo prontissimo all’istante del
bisogno. Anche su questo punto non bisogna farsi
illusione.
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 29
Nei paesi meno soggetti a pericoli di guerre,
d’invasioni e di rapine, come l’Inghilterra, la
Svezia e gli Stati Uniti, i quali sono inoltre da
lungo tempo addomesticati al corso delle cedole
monetarie, insorgono tuttavia frequenti periodi
di crisi in cui le cedole rifiuiscono rapidamente e
pertinacemente ed esauriscono il tesoro delle
Banche. La Banca d’Inghilterra le cui note sono
pure moneta legale e publica, è nondimeno co-
stretta a tenere grosso ammasso di metallo che
sorpassò talora anche in tempi tranquilli i 300 mi-
lioni di franchi; e nondimeno in tempo di crisi
fu obbligata più d’una volta a sospendere i pa-
gamenti. I Direttori di quella Banca dichiarano
ch’essi non si credono bastevolmente sicuri anche
in tempi tranquilli se non hanno sempre in cassa
l’equivalente al terzo almeno della somma totale
delle cedole ed altre loro obbligazioni.
I1 riflusso delle cedole essendo per lo più l’ef-
fetto di terror comune e d’imaginazione riscal-
data, è generalmente rapido e direi quasi istan-
taneo ; cosicchè ove non vi sia metallo in pronto,
la violenza della ricerca appena darà tempo di
ritirarsi sul fondo ipotecario.
I ripieghi talora abbracciati di pagare in ar-
gento o eziandio in rame, affine di stiracchiare i
ricorrenti e stancarli e guadagnar la giornata,
sono turpi, discreditevoli, malsicuri ; e certamente
non sono da mettersi in conto di norme fonda-
mentali quando si fonda un instituto di pubblica
utilità. Bisogna dunque prevedere e pensare ad
aver riserve realmente pronte ed efficaci,.
Codeste riserve vengono chiamate nei momenti
di angustia generale, i n cui non solo il riflusso
delle cedole esaurisce il contante del banco, ma il
commercio in generale si arena, il denaro si rin-
30 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI ll

tana, i contratti sisospendono,enonsi fanno


che coi denaro alla mano e a termini brevi ‘e^pe- ‘
rentorj.Insiffattimomenti si tratta d’approfit-
tare dell’ipoteca per trovare da sera a mattina
una massa metallica di t r e milioni. E io suppongo
il caso in cui si abbia bisogno dei t r e milioni per
intero, perchè questo caso può avverarsi più fa-
cilmente che non sembra.
Chi potrà dire esagerate queste previsioni
quando pensi al disastro ch’ebbe o r ora la pode-
rosa Banca degli Stati Uniti, nella quale poco
prima l’attività superava di duecento e più mi-
lioni di franchi la passività e adesso sono sospesi
i pagamenti.
Non bisogna prender la misura del futuro dalle
crisi che abbiamo visto finora t r a di noi; perchè
quando la nostra circolazione fosse voltata dal
metallo alla carta, esse sarebbero assai più vio-
lente e profonde.

16.

Nei casi di violenta e subitanea ricerca di de-


naro, difficilmente lo può ottenere anche chi può
d a r n e le p i ù ferme malleverìe; perchè tutti i traf-
ficanti mirano a farsi fondo di cassa o per trarsi
d’impaccio, o per approfittare degli impacci al-
trui. E r a il caso nostro nella decorsa primavera.
Può dunque dubitarsi : i) che dall’oggi al domani,
si possano trovare gli oblatori di tre milioni ;
2) che si accontentino dell’interesse al 4, giacchè
in siffatti momenti il denaro di breve impiego
può valere assai più e valeva pocanzi in America
oltre la misura del 30 per 100. Ne avverrebbe al-
lora che l’interesse dell’intera annata o almeno
del semestre, verrebbe misurato sul corso altera-
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 31
tissimo dell’istante ; il quale potrebbe ribassare
dopo pochi giorni.
La sovvenzione dovrebbe dunque cercarsi a ter-
mine assai breve; giacchè passato il momento
dell’incaglio e vinta le difficoltà che forse sarà
stata più minacciosa che vera, il fondo di riserva
diviene inutile; e non potendosi rivolgere a di-
latare le operazioni ordinarie, massime in vici-
nanza del pericolo, giacerebbe ozioso e mangerebbe
l’interesse a tradimento. Un imprestito a breve
termine, comunque solido, non conviene a t u t t i ,
perchè può far perdere l’occasione di un impiego
più lungo; e perciò molti si negheranno a muo-
v e r e ild e n a r o per averlo poi di nuovo sulle brac-
cia fra due mesi o tre. I1 denaro pupillare da cui
molti si ripromettono meraviglie, non si può toc-
care senza un certo apparato di forme che richie-
dono tempo. Del resto la nostra piazza non è così
vasta che in tempo di crisi i capitali facili a d
accettare ogni impiego, vi rimangano oziosi. E i
capitati che per pusillanimità ed esitanza rima-
sero inerti in tempi tranquilli. sono ben malage-
voli a carpirsi in tempi agitati. Quando si tratta
di collocar denari non si può credere quante siano
le pretese, le velleità, i capricci, i raffinati terrori
dell’idiota e dell’avaro. Per uno che saprà inten-
dere lo stato delIe cose e si fisserà nell’idea del-
l’ipoteca, molti e molti vi saranno che s’invol-
gano f r a mille considerazioni inconcludenti in-
torno a l Monte, al commercio, al prezzo della seta,
a i fallimenti, ai pericoli che sono e che non sono:
e dimanderanno schiarimenti, e dimanderanno
tempo per dimandar pareri, e poi fare a loro
modo, e non venirne mai ad una. Intanto le scarse
ore della giornata mercantile trascorrono, e le
cedole romoreggiano alle porte dei Monte. Quan-
32 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
t o a i grandi capitali ammassati in mano di gente
scaltra, quale assegnamento vi si può mai fare?
Non potrebbe divenire un vistoso progetto il ne-
garli, e brigare perchè vengano negati d’ogni
parte, affine di accrescere appunto le angustie del
Monte e della Piazza? Quante sono queste casse
forti le quali siano saldamente interessate e vin-
colate alla prosperità del Monte, e non si mo-
strino piuttosto bramose di movergli concorrenza
e inalzargli insuperabili difficoltà?

17.
Ad ogni modo sarebbe egli giovevole al credito
del Monte l’andar per t u t t e le parti della città
in un momento d’angustia a cercar denaro? Non
sarebbe questo il modo di coltivare i timori, e
provocare il concorso delle cedole, e attirarsi una
liquidazione che, quando si ha un valore fittizio
e un pegno non alienabile, diviene un fallimento?
L’instituto fondato per dar fermezza e sicurezza
al commercio dovrebbe dunque dare il segno del-
l’allarme? L’instituto fondato per assicurare l’ab-
bondanza del numerario, dovrà cominciare col-
l’andarlo cercando, coll’incarirlo, col ritrarlo
dalla circolazione? ll sovventore universale do-
vrebbe limosinar sovvenzioni?
Se si aspettasse l’ultimo istante del bisogno
a f a r la chiamata, si arrischierebbe di non giun-
gere in tempo nè a trovare i sovventori nè a con-
chiudere i contratti i i quali dovrebbero forse es-
ser più che non siano le azioni ipotecarie, e sa-
ranno forse tanti quanti sarebbero i sovventori.
Alcuni sovventori potrebbero non offrire la som-
ma precisa per coprire una o più azioni di li-
r e 10.000, e avrebbero forse il capriccio di non vo-

4
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE) 33

lere accordarsi a parteciparla con altri. L’azione


ipotecaria non garantisce gli interessi in caso
d’incaglio agli affari del Monte e ad un lungo ri-
tardo alla restituzione ; il margine che si lasciasse
all’uopo formerebbe intanto un vuoto. Tutte que-
ste circostanze farebbero che si dovesse accettar
talora su un’azione una somma minore dell’azione
stessa ; e in ogni modo a cercare, a trovare, a di-
scutere, a trattare, a persuadere si spenderebbe
sempre un tempo prezioso. Colla ricerca delle ri-
serve l’allarme si spargerebbe certamente e rapi-
damente, mentre il denaro arriverebbe con t u t t e
lentezza e incertezza e giungerebbe forse dopo che
il bisogno fosse passato.
Se poi non si aspettasse il pericolo ma si mi-
rasse a prevenirlo; forse lo si farebbe nascere,
giacchè la voce sparsa che il Monte mette mano
alle riserve, turberebbe quella serenità mercan-
tile che codesta instituzione dovrebbe appunto
proteggere, e molte volte il denaro raccolto riesci-
rebbe inutile e ozioso perchè il bisogno non ver-
rebbe ad avverarsi; il che porterebbe una passi-
vità.
18.
Che se nel lungo corso dei tempi a cui si de-
stina’ un instituto di perpetua durata, il terrore
momentaneo delle fantasie venisse realmente pro-
mosso da gravi sventi-e anche gli uomini più ani-
mosi cominciassero a persuadersi del vicino peri-
colo, i l credito delle cedole comincerebbe a -va-
cillare. . I possessori vedendosi le cedole male
accoltein piazza dovrebbero per necessità pre-
sentarsiimmantinente al banco per cambiarle e
far moneta. Come mai t r e milioni di riserva di
lento e difficile incasso potrebbero far fronte a
3 . . CATTANEO. Scritti economici. 11.
34 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
otto milioni di cedole? Bisognerebbe che contem-
poraneamente avesse luogo anche il generale di-
simpegno delle sete, e quindi il generale ritorno
de’ fondi sovvenuti. Altrimenti il Monte non
a v r e b b e forze di eseguire nemmen la metà del ri-
cambio. Ora nel ristringimento della circolazione
il disimpegno delle sete non verrà abbracciato dai
depositanti, finchè il pericolo non sia reale e
presente: mentre al ribasso delle cedole, e quindi
al loro ritorno basterà che il pericolo sia in
qualche modo probabile. A far rientrare le cedole
basterà una ciancia di Borsa ; a far richiamare i
pegni si richiederà l’aspettazione d’una immi-
nente violenza. Vorreste voi dunque in mezzo alle
urgenze forzare i proprietarj delle sete a disim-
pegnarle forzosamente, a recarvi i fondi con cui
affrontare il giuoco delle cedole? Ove mai trove-
rebbero i capitali? Non sarebbe precipitarli in
una certa ruina?
Bisogna pur riconoscere che nel sistema delle
azioni ipotecarie, l’operazione di sussidiare il
commercio in tempi difficili comincia con un ri-
chiamo di denaro e con un ristringimento ulte-
riore e subitaneo della circolazione già per sè
angustiata. Non si può emettere il denaro se non
dopo averlo incettato e assorbito e dopo aver ri-
gonfiate le pretese dei possessori di denaro e
averli persuasi che sia giunto il tempo di farle
valere. L’operazione torna dunque a rovescio.
Al contrario il denaro g i à p r o n t o in cassa il
più delle volte dissipa il pànico al primo suo
sorgere ; le prime cedole che rifluiscono al Monte
fanno sgorgare sulla piazza il denaro delle riserve.
E se il male s’inoltra, quanto più continua il
regresso delle cedole, tanto più continua il rigur-
gito del denaro. Se l’agitazione richiede accresci-
. --
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 35
mento di numerario metallico le riserve del Mon-
te raccolte in tempo tranquillo, e riversate sulla
Piazza in proporzione del bisogno, formano ap-
punto questo proporzionato accrescimento,
A torto dunque noi inesperti affatto di queste
gigantesche ed ardue operazioni vogliamo dipar-
tirci dalla consuetudine universale di tutte le
banche di far fronte al ritorno delle cedole col
denaro sonante tesoreggiato nelle casse.
Il difetto radicale delle azioni ipotecarie si
è ch’esse nella sovvenzione flssano i possidenti
che devono garantirla, m a non fissano i capita-
listichedevonoprestarla; fissano un accessorio
e lasciano incerto il principale. Ora quando si vo-
lesse veramente stabilire per i casi di subita ur-
genzaun sussidio esterno alla gestione ordinaria
del Monte,gioverebbepiuttosto stabilire il sov-
ventore che-l’assicuratore, quindi vincolare apre-
ferenza chi potesse aver pronto il denaro ; il che
acquisterebbe inoltre all’azienda alleati e patroni
interessati a prevenire e combattere nella prima
sua origine il discredito e il ritorno delle cedole.

19.
Nè la condizione speciale del Monte delle Sete
minora la necessità delle pronte riserve, ma piut-
tosto le accresce. Una banca di mero sconto può
prevedere l’epoca precisa in cui la scadenza delle
cambiali precedentemente comperate potrà re-
staurare il fondo contante. Per esempio la Banca
di Francia sconta le cambiali, credo, a due mesi :
cautela questa assai provida perchè non lascia
tempo di svolgersi a quelle gravi rivoluzioni com-
merciali che immutano gravemente il valor delle
firme, la lista delle quali si sottopone a sindacato
36 CATTANEO - S C R I T T I ECONOMICI - ll

ogni mese. Ma il Monte nell’operazione princi-


pale, cioè nel pegno, non può prevedere l’epoca
del richiamo dei pegni e del rimborso delle sov-
venzioni. Se i prezzi volgono in basso, le sete
ristagneranno al Monte, il quale deve dare ai
proprietarj la forza appunto di reggere al rista-
gno. Epperò il disimborso durerà molti mesi.
Nel qual frattempo di pegni accumulati e di
casse esauste, le cedole potranno andare ondeg-
giando sotto l’influenza di ben altre leggi.

20.

Non è però che si consigli per questo di tenere


i milioni inerti in tesoro. L’instituto che stiamo
per erigere deve durare a perpetuità; e nella du-
rata del tempo si comprende tanto il prospero
quanto il procelloso. Ora una massa di numera-
rio giacente in tempi di pubbliche sventure sa-
rebbe un troppo irresistibile incentivo all’avidità.
Se non avessimo una trista dovizia di esempj
domestici, basterebbe la memoria della spoglia-
zione del Banco d’Amburgo che macchia il nome
di Davoust.
Perlochè codeste riserve ipotecarie sono inette
nelle urgenze men gravi, i n quantochè le accre-
scono ; e sono insufficienti nelle urgenze più gravi,
inquantochè non bastano a far fronte. Le riserve
metalliche poi se sono meschine, non servono al-
l’intento ; se sono grandiose, portano pericolo di
rapina.
Se non accresciamo il tesoro in modo propor-
zionato, il riflusso delle cedole porterà falli-
mento ; se asccresciamo il tesoro, prepariamo esca
alla violenza. Nel secondo caso il Monte potrà soc-
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 37

combere al pericolo; e nel primo, anche il timor


del pericolo basterà per trarlo in ruina.
La conseguenza si è che tanto le cedole quanto
il tesoro si debbono tenere in Iimiti assaicirco-
scritti. Perlochè, mettendo a fronte l’interesse
perduto del ‘tesoro giacente coll’interesse ricavato
dall’uso delle cedole, si vedrà che il vantaggio di
questa creazione sarà più scarso assai che la fan-
tasia non lo dipinga, e che chi lo promove non
sembra por mente alle circostanze geografiche
del paese, all’esperienza, alla tenacità delle abi-
tudini, alla mancanza di una sanzione legale,
e sembra lasciarsi sedurre da una, immatura imi-
tazione di ciò che ben si potrà fare altrove, ma non
conviene a farsi egualmente in ogni tempo e in
ogni luogo.
La carta, si ripete, non crea valori; essa
soltanto ne agevola il cambio ed il giro. Ora a .
mettere in più rapido giro i capitali e animare
l’industria si possono prima tentare artificj assai
meno pericolosi d i questi, e più adatti alle nostre
circostanze.
21.

Non è solo dalla violenza di tempi sinistri che


si debbono premunire gli Instituti di perpetua
durata; giacchè talora fu più onesta la seduzione
di una lunga tranquillità. I direttori del Banco
d’Amsterdam, che essendo una Cassa comune
dei Negozianti con giro reciproco di partite, do-
veva tener sempre una masse di metallo equiva-
lente alle emissioni, si lasciarono adescare a pre-
star clandestinamente agli Stati d’Olanda e Fri-
sia quasi 11 milioni di fiorini. La quale infedeltà
scoperta nella congiuntura dell’invasione fran-
38 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
cese del 1794 cagionò il discredito e la ruina del
Banco. Del pari la Banca di Londra per aver
collocato il suo fondo sociale in sovvenzioni di
guerra, si mise in balìa degli eventi politici.
Quindi fu presso a cadere nell’invasione scoz-
zese del 1745, nelle sedizioni del 1780 e t r a le
minaccie d’invasione francese nel 1797. Perlo-
chè dopo aver contribuito ad alterare tutti i
rapporti delle cose, esagerando il valor delle
derrate e deprimendo il valore dei salarj, degli
affitti, e di t u t t i i redditi fissi in denaro, finì col
dover sospendere i pagamenti, tradire la fede
publica con un turpe ricorso alla forza. e preci-
pitar centinaia di onesti trafficanti nell’estrema
disperazione. Le stesse seduzioni prevalsero sugli
amministratori delle banche di Francia, di Svezia,
di Danimarca. Perciò a dar credito alla Banca di
Pietroburgo il governo le diede il privilegio di
non poter mai essere chiamata a sussidiare il go-
verno stesso; i l qual privilegio è però sempre
esposto all’arbitrio di straordinarie vicende.

22.
Parrà strano l’assunto che le cedole le quali
hanno corso in tanti paesi non possano averlo
solamente nel nostro. Si noti però che altro è
continuare una cosa, altro è cominciarla. La
maggior parte delle grandi banche è surta dalla
dura necessità, in mezzo agli effetti di profonde
rivoluzioni o di guerre lunghe e calamitose. Tali
furono i principj delle banche di Londra, di
Edimburgo, di Filadelfia, di Parigi, di Napoli e
così discorrendo, come si può rilevare facilmente
della data stessa della loro fondazione. I1 corso
dei biglietti, delle cedole, degli assegnati era
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 39
cominciato assai prima ; non si trattava di sosti-
tuire la carta al denaro, giacchè il denaro era
già sparito; le banche non avevano introdotto
esse la circolazione delle carte; esse non fecero
che dar forme mercantili a i prodotti incònditi e
tumultuarj della violenza e della miseria. I n se-
guito poi sembrarono le creatrici di quella pro-
sperità la quale era rinata quand’esse nascevano,
e non avrebbe potuto risorgere senza il loro brac-
cio regolatore che riordinava in mezzo alla pu-
blica povertà le utili transazioni. Allora nessuno
pensò a disciogliere riò che il tempo e il bisogno
e l’abitudine avevano già consacrato, e la, cui
necessità, durava forse ancore. Allora il credito
s’impadronì d’uno strumento trovato dal discre-
dito, e il male passato si cangiò in una fonte di
bene. L’abitudine e l’imitazione propagarono
l’utile ritrovato. Ma se risaliamo all’origine ve-
diamo quasi sempre che le cedole erano venute
in campo sotto l’impero della necessità, colla
sanzione dei legislatori e coll’autorità dei più
possenti banchieri. Eppure benchè quelle institu-
zioni avessero la forza necessaria e domare gli
oppositori, nondimeno corsero sempre una, strada
piena di disastri.
I1 fatto che le note di certi banchi, per esem-
pio di quello d’Olanda, ebbero talora un corso
superiore a quello della moneta sonante, non
deve farci troppe illusione. F u avvertito da Smith
che siffatto agio non proveniva da rialzo nel valor
della carta, ma da ribasso nel valor della mo-
neta, prodotto dalla scadente sua qualità. E d
appunto la disordinata promiscuità delle basse
monete d’ogni nazione astrinse gli Olandesi a
convenire nell’istituzione di un banco ove girar de-
biti e crediti senza intricarsi ad ogni istante nello
40 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
spinaio delle valute. Ma ciò non valeva ancora
a d operar la magia del credito; poichè fu neces-
sità mettervi a giunta una brava legge che obli-
gava a pagare in note del banco tutte le cambiali
che importassero più di 600 fiorini ; e di soprap-
più il banco aveva obligo di tenere un tesoro
equivalente alla somma precise delle note emesse ;
e infine il Comune di Amsterdam si fece malle-
vadore di tutti i crediti inscritti sul banco. Po-
nete da un lato una legge forzosa, dall‘altro un
tesoro equivalente alla massa del giro; aggiun-
gete la garanzia del più ricco ed inaccessibile em-
porio del globo, com’era a quei tempi Amster-
dam ; aggiungete l’indole t u t t a mercantile e spe-
culativa di quel popolo; e poi potete contare su
qualche centesimo d’agio dal denaro alle note.
Ma altri tempi ed altri luoghi vogliono altro
discorso. Notiamo però che con tutto questo il
banco d’Olanda, per funesto effetto del secreto
d’officio, fece alla fine anch’esso la sua trista
figura.
I fondatori del nostro Monte non erano nè
legislatori nè banchieri arbitri d’un vasto com-
mercio; la querela ch’essi mossero contro il
monopolio è una confessione della resistenza che
attendevano. Ora con quali mezzi imporre a un
commercio ostile e ad una possidenza diffidente
determinazioni prive d’ogni sanzione obbligato-
ria, e tanto al disotto della carta publica quanto
la carta publica è al disotto del metallo?

23.
L’emissione cedole è il fondamento su
delle
cui riposerebbe l’altra operazione sussidiaria dello
sconto. L o sconto delle cambiali e d’altri simili
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 41
valori offre un’ottima vena di guadagno; ma se
nei nostro Monte si facesse in angusto limite, pro-
durrebbe piccolo vantaggio; Se si facesse con
molta parte di capitale, usurperebbe il campo alla
sovvenzione delle sete. I1 pensamento di formare
un emporio delle più nobili sete, dove concorrano
a periodiche vendite gli esteri tessitori, suppone
che collo stesso capitale si raduni una tanto mi-
nor massa di merce quanto più sarà preziosa, e
che a d ogni periodo di vendita si trovi raccolta
in considerevole quantità, affinchè si presentino
assortimenti perfetti e copiosi. Altrimenti le ven-
dite rimarrebbero nelle mani che le tennero fino-
ra; e nelle provigioni di vendita verrebbe a man-
care quella parte di lucro che non occupando
capitale, riesce la più vantaggiosa. Finchè dun-
que il capitale del Monte non venga a dilatarsi
molto a l di là della presente misura, sembra che
in via ordinaria poco margine resterà per lo sconto
delle cambiali, seppure non si voglia riformare
il fine e l’impianto dell’instituzione.

24.
Una seconda ragione che deve minorare su
questo punto le aspettative dei fondatori si è che
sia per effetto dei meschino nostro giro commer-
ciale, il quale massime nell’inverno permette lun-
ghi sonni a l denaro dei negozianti, sia per effetto
di antico pregiudizio, lo sconto delle cambiali
non è pratica ricevuta franoi;edicambiali è
forse men difficile trovar compratori che vendi-
tori. Molti riguardano lo sconto come operazione
di necessità che fa supporre un imprevisto disor-
dine di operazioni; e quindi quelle case indu-
striose che ne trarrebbero maggior sussidio sono
42 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
costrette a d astenersene, o giovarsene con molto
riserbo, per non chiamare a d ogni istante sui
loro mezzi e sul merito delle loro firme i l sinda-
cato sprezzante degli scrutatori delle casse. Per-
lochè il negoziante di modeste fortune i! costretto
talora a rinunciare a buoni affari per non dar
sospetto di speculazioni condotte sul falso. E’ que-
sto un principio erroneo ; giacchè se il negoziante
ricava dalla cambiale scontata un centesimo di
più che dalla cambiale dormiente: il suo dovere
vorrebbe che guadagnasse il centesimo e si facesse
scontar la cambiale. L’inoperosa giacenza del de-
naro è inoltre un danno generale. Le poche cam-
biali che si scontano sono quasi tutte d’altra
piazza. Così il denaro negato a i nostri promove
il coraggio e l’attività, dello straniero. Ma tali
puerili etichette sono rese assolutamente neces-
sarie dallo spirito di maldicenza e di pettegolezzo
che nella mancanza di una Borse e nel badiale
isolamento in cui si compiacciono i nostri nego-
zianti, diventa l’arbitro del credito e delle ripu-
tazioni.
Questo nostro radicatissimo pregiudizio è da
collocarsi coll’altro il quale esige che ogni buona
case mercantile abbia larghi possessi di terre e
di case ; vale a dire, tenga in inerzia perpetua la
metà delle sue forze per. avere il permesso di ado-
perare in commercio l’altra metà. Tenere il pro-
prio denaro in terra a l 3 per 100 per avere il
credito, cioè il privilegio di maneggiare in com-
mercio precariamente un po’ di denaro altrui a l 5,
al 6 ed anche assai peggio ; e così strascinarsi pe-
nosamente con un pensiero allo scrittoio ed un
altro al granaio, facendo con ampie risorse affari
stentati, prolungando del doppio la strada delle
fortuna e rendendosi più facile quella della di-
PROGETTO DI U N MONTE PELLE SETE 43
sgrazia. La fallace sicurtà che la Piazza dimanda
sulle possidenza dei negozianti, si riduce poi a
questo che in caso di rovescio il più avido dei
creditori ed anco un confidente dello stesso obe-
rato con un colpo d’ipoteca può usurparsi tutto,
eludere la legge, render vano anche l’ultimo e
tristo rifugio di un concorso di buona fede, e
ruinar tutti gli altri. I quali però ad onta che i
giri falsi e i grandi fallimenti andarono fra noi
sempre congiunti a un’ampia possidenza, di terre
e d’acque, restano sempre impassibili e inconver-
tibili nella idolatria della crosta a l Sole e delle
ipoteche. Una città dove moltissimi dei commer-
cianti stessi non hanno quasi stima pel commer-
ciante se non in quanto egli non sia commerciante,
non può aspirare ad acquistarsi una vasta in-
fluenza mercantile; e il volerne fare un emporio
universale di sete o di checchessia, sotto a l fuoco
pertinace di questi pregiudizj può essere facil-
mente un sogno.

Una terza, cagione da considerarsi a proposito


degli sconti a l Monte Sete è la concorrenza. Lo
sconto assomiglia, ad un prestito d i brevedurata
alla fine del quale il prestatore riscuotendo il
valordella cambiale si paga del prestito i? del-
l’interesse. L’interesse è fondato su due elementi:
il frutto del capitale ed il rischio. I q u a l i due
elementi essendo variabili secondole circostanze,
rendono variabile anche la misura degli sconti.
I grossi sconti suppongono il grosso rischio;ep-
però non sono operazioni per una banca publica,
tanto più che la legge riprova tuttora queste ar-
rischiate operazioni sotto il titolo di usure, Gli
44 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
sconti fatti su carte non rischiose sono piccoli; e
s o n o talora anche minori del frutto consueto del
denaro ; cosicchè non costituiscono che un’opera-
zione di ripiego e di riempitivo negli intervalli di
più lucrose operazioni. Talora si confondono colla
semplice compera delle cambiali, fatta come stru-
mento di qualche estesa speculazione, e allora
non sono che una parte di un’operazione più
complicata i cui lucri compensano le sterilità,
dello sconto. Ora queste venturose operazioni non
sono opportune al Monte, il quale ha un giro
cambiario limitato, e non può lecitamente invol-
gersi in grandi ardimenti di banca. Quindi le
case private che avranno tratto l’occasione di
farli, potranno negli sconti oppor concorrenza al
Monte, offrendosi a più facili patti. Queste fre-
quenti incursioni dei privati costringeranno il
Monte a stabilire i suoi limiti normali a basso
interesse ;giacchè gli instituti publici devono ope-
rare con una certa costanza e uniformità per non
disappuntare il privato che confida in loro.
Una quarta ragione che tende a diminuire il
lucro degli sconti è l’obbligo generale che il Monte
s’impone di non accogliere cambiali che non siano
garantite da un certo numero di buone firme. Per
ottener queste firme quando non siano spontanea-
mente portate dalla cambiale bisogna dare ai ban-
chieri firmantiun premioil quale ai vuole aggiun-
gere a l l ’ i n t e r e s s e dello
sconto.
Ai contrario gli
sconti fatti dai banchieri stessi n o n portano que-
sto vincolo nè questo premio. Chi i? disposto a
firmare una cambiale non può avere alcuna dif-
ficoltà a scontarla, quando abbia i fondi e vi sia
lucro convenevole, giacchè il rischio è lo stesso
ed egli non è vincolato da regole generali e da
rigidi riguardi.
PROGETTO DI UN M O N T E DELLE SETE 45

Considerando dunque che il capitale per gli


sconti è sottratto al pegno delle sete: che la ri-
cerca degli sconti è limitata per ora dalle nostre
abitudini mercantili e non può svolgersi che col
tempo; e finalmente che le case emule del Monte
e le associazioni rivali che si vanno formando per
esercitare lo sconto e la sovvenzione, essendo più
libere e svariate nei loro movimenti, manterran-
no una continua concorrenza: v‘ha luogo a te-
mere che lo sconto per sè non possa convenevol-
mente estendersi tosto nel nostro Monte, come
lo può in altri instituti di publico giro. E così
sarà forse una operazione affatto secondaria e
riempitiva nelle stagioni di emporio vuoto e di
cassa piena. Lo s c o n t o i n grandepotrebbe av-
viarsi quando il Monte-Sete ed i banchieri invece
di farsi una, cieca ostilità si dessero scambievol-
mente la mano, Con la scorta del denaro, desso
qua e là disperso e allora adunato a l Monte, po-
trebbero all’opportunità intavolare operazioni
sulle vicine piazze. E se è vero che ciò promo-
verebbe l’industria piuttosto altrove che fra noi,
ad ogni modo sarebbe tanto di guadagnato, sa-
rebbe un ramo di traffico utile tanto a l banchiere
quanto al Monte-Sete ed a l privato capitalista,
mentre il denaro inoperoso non fruttifica a nes-
suno.
Intanto se, come pare, la fondazione del Monte
eccitando l’emulazione avesse già promosso a que-
st’ora le speculazioni nel ramo degli sconti, sa-
rebbe questo il caso in cui un semplice progetto
avrebbe già partorito a l nostro commercio una .
ragguardevole utilità, e un grande sollievo alla
abilità scarsa di capitali. Ma noi dobbiamo cer-
care il modo con cui i l Monte riesca utile anche
a sè stesso.
26.

che il in fondi publici


Ancheilcapitaleimpiegatoinfondipubblicinelsuppostodeifondatorièsottrattoalpegno
delle setenonchèallosconto. Quindi, produrrebbe
il l u c r o cessante e il dannoemergente di renrendere
più
piccolo
l’emporio e quindi mmeno adatto ad
esserevero emporio ; e dall'altra parte di restrin-
gerelacircolazione fruttifera che deve bilanciare
le passività dei- pegno.
Questoimpiego per sè non riesce poi molto
Ifondi
pingue. publici in quattro o cinque anni
sono saliti dall’80 sin oltre al 111. Chi comperò
all'80 prese un impiego al 6 ¼ e in caso di ven-
dita ha il 30 per 100 di beneficio. Ma il Banco che
deve comperare adesso, impiega al 4½ e quindi
non fa operazione che compensi le passività in-
contrate col pegno. Come operazione di ripiego è
poi da preferirsi lo sconto; primamente perchè
ajuta più direttamente il commercio, e seconda-
riamente perchè Ie cambiali formano quantità in-
variabili e non involgono pericolo di ribassi.
Alcuni riguardano questo investimento come
una permanente riserva simile al fondo ipoteca-
rio. Ma essi non osservano che nel corso ordina-
rio delle cose commerciali sarebbe un impiego
troppo debole e insufficiente a comporre quel 10
per 100 sul fondo attiro che è necessario al pro-
cedimento dell'azienda.
Nella irruzione poi di subite angustie com-
merciali sarebbe un genere di riserva esposto a
gravi perdite, e che si dovrebbe alienare appunto
nel momento men favorevole. L'accresciuta ri-
cerca del denaro diminuisce la ricerca e accresce
I'offerta delle carte : e la stessa grandiosa vendita
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 47

milionaria che si aspetterebbe dal Monte-Sete,


e che verrebbe studiosamente preconizzata dagli
speculatosi, tenderebbe a far dichiarare il ribasso.
Data dunque la reale necessità di vendere in
massa, si decimerebbe o si perderebbe facilmente
il magro frutto dell’annata. La qual necessità
non tocca a i privati i quali non hanno vincolo
di vendere a circostanze notoriamente prefisse e
non vendono masse così ingenti. L’impiego in
fondi publici ha questo poi di comune con le
azioni ipotecarie, che comincia l’opera di sussi-
diare la circolazione con una chiamata di denaro
che momentaneamente la restringe e dà slancio
alla ricerca. I1 che avverrebbe anche quando per
attender miglior tempo alla, vendita, si cercasse
sussidio col pegno delle cartelle, facendo fare al
Monte sovventore la figura di sovvenuto.
La Banca di Francia investe in fondi pubblici
parte dei dividendi ritenuti in riserva, i quali co-
stituiscono un fondo di sovrabbondanza, a cui
non occorre metter mano.
Ma è assai più commendevole l‘operazione
ch’essa fa ai comperare cogli avanzi giacenti le
proprie azioni ; vantaggio doppio, perchè accre-
sce il valore intrinseco e reale di t u t t e le altre
azioni, sulle quali viene a spargersi il reddito
delle azioni in certo modo estinte; e perchè ras-
soda le fondamenta dell’instituzione a comodo
universale.
In certitempi sembra più convenevole prestare
ai privati contro pegno di carte publiche checom-
perarle per conto del banco. I1 ricavo immediato
sminuisce; ma il margine che rimane assicura
da ogni perdita, che possa sopravenire o per eventi
politici o per difficoltà commerciali o per nuovi
Prestiti od anche per l’effetto stesso di una pro-
CATTANEO - SCRITPI ECONOMICI - I1
1
sperità, che consigliasse a conversioni di rendite
e ribassi d'interesse. Le banche più timorate, af-
fine di diminÙEe la grandezza del rischio, soglio-
no eziandio ripartire destramente l'impiego in
più generi di carte.
Tutti questi particolari vengono nei Capitoli
fondamentali lasciati in assolute incertezza ;
mentre però fra tante strade non sarebbe facile
additare assolutamente qual sarebbe la più adatta
-I -a l nostro caso. ~.
k : 27.3
:!I,
,. &.
~
t i 4
fia quarta operazione sussidiaria cioè -v

siio,nZeliesete per conto di terzi senza alcuna sov-


venzione di ZenLtro, si riduce ad una custodia pa-
gata, o -vogiiam dire u n rnagaxxinagyiò,"e
cGtamente aiparagone di qualsiasi case privata
la custodia nel Monte dev'esswe preferita e lo
sa&. 3 4 questi depositi paganti non- pousono
farsi che %-brevissimi termini ; giacchè altrimenti
convSrrèE%e al dèponeBte IeWr qualche sovven-
zione e cangiare il deposito infruttifero ed one-
roxo in utile pegno. I piccoli commercianti non
sono certamente in grado di far molti gepositi
paganti. 1 grandi negozianti hanno mezzi proprj
di cnstodia, e dinicilmente si ridurranno a lasciarsi
vedere dttia Piazza nell'atto equivoco di mandar
seta al Monte i n mero deposito e ciò senza averne
un lucro. La cosa si ristrignerà dunque a piccole
partite controverse ovvero oppignorate da terzi e
rimesse per sicurezza scambievole delle parti a
una publica e fida custodia. Xa in somma il depo-
s i t o pagante è un'operazione diremo quasi'"ànti-
mercantile;.wlochè forse non si estender& molto
n$produrr& molto frutto. Tanto più che l'am-
masso di tanta e tanto preziosa merce, render&
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 49
quasi impossibile o almeno gravissimo un con-
tratto d'assicurazione, il quale sarebbe assai fa-
cile e lieve ed anche non necessario quando le
sete fossero ripartite presso più case..

Laquinta operazione sussidiaria


cioè la ven-
dita della seta. c e,, comebens’intende,deve es-
sere costantemente e rigorosamente publica, reca
un lucro di provigione: Però altro è che la seta
deposta alM o n t e si venda; altro è che si venda
dal Monte. Noi abbiamo un centinaio di case che
commerciano in s e t a , e molte sono fortemente
sussidiate da piazze straniere o tengono commis-
sione da quelle. Chi suppone che le sete impegnate
debbano alienarsi in massima parte nelle publiche
vendite del Monte, suppone che l'opera di queste
cento case debba rimanere a un dipresso annul-
lata. I1 che non è possibile ; perchè trattandosi di
una causa non solo di grave interesse, ma direm
quasi d'esistenza, le più potenti saranno spinte
ad adescare i venditori con offerte speciose, e a
f a r concorrenza al Monte non solo rastremando i
proprj lucri, ma eziandio sottoponendosi a vi-
stose perdite, almeno dapprincipio e finchè du-
rerà la speranza di affaticare e soprafare la nuova
intrapresa. Ma sia che le compere si facciano d a
queste sia che si facciano direttamente da
viaggiatori stranieri, come sembra Iusinga dei .-
fondatori del Monte, sarà interesse delle parti di
eludere il pagamento della provigione, conchiu-
dendo i contratti col proprietario e quindi riti-
rendo per suo ordine il pegno senza tirare in
campo la fatta vendita.
11 Monte non sovviene che due terzi del va-

4. - CATTANEO. Scritti economici. ll.


50 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
lore ; ma con ciò si vuol intendere un valore assai
moderato anzi basso ; poichè potendo i pegni du- ,
rare a lungo, massime in tempi difficili, non si
può prevedere a quale estremità potrebbe discen-
dere il possibile ribasso. Se al contrario le sete
verranno in favore, nel qual caso, la provigione
di vendita ch’è un’aliquota del prezzo si farà più
pingue, si potrà senza rischio accrescere la sov-
venzione. Ora il Monte per instituto suo non può
oltrepassare la rigida linea prestabilita ; mentre
le case private possono operare a piacere ed an-
che a tutto rischio. Esse dunque potranno fare
offerta di ulterior sovvenzione a l proprietario ; il
quale per le stesse ragioni per le quali avrà accet-
tato la prima, accetterà anche la seconda; e al-
lora le sete impegnate al Monte passeranno a
nuovo pegno in mano de’ suoi rivali.

29.
Del resto se il Monte volesse lucrare sulle ven-
dite il 2 per cento come si propone i n un certo
Proclama publicato all’estero, non si vede come
potrebbe vantarsi di esser venuto a redimere il
commercio delle così dette usure. Che importa
infatti sovvenire il denaro piuttosto a l 4 che al 5,
quando sulla vendita si riprende a più doppj ciò
che si rilascia sull’interesse? Se un deposito di
tre mesi a l 4 per 100 viene caricato d’una provi-
gione di vendita del 2 per 100 s u l totale del pe-
gno, chi non vede che il reale impiego del denaro
del Monte riesce in ragione del 16 per 100 all’an-
no, non in conseguenza di operazioni soccorri-
trici ma per diretto esborso del sovvenuto? Se
il pegno poi durasse qualche mese di meno, l’in-
teresse sarebbe più grave ; e più grave ancora se il

4
PROGETTO DI UN MONTE: DELLE SETE 51
prezzo della seta si alzasse e con ciò si’ dilatasse
il margine lasciato sul terzo del valore medio.
Ora non solo queste operazioni ripugnerebbero al-
l’instituto qualora si potessero fare; ma far cer-
tamente non si potrebbero a fronte di t a n t a e
così acre e oculata concorrenza.
La vendita in paese potrà farsi anche al Monte ;
ma la maggior parte della seta si vende all’estero ;
e se si vende al Monte, come si potrà spedire al-
l‘estero senza l’intervento delle case rivali? Certo
la spedizione è cosa d’indole troppo mercantile e
troppo rischiosa, perchè un instituto di passiva
fiducia vi si possa impegnare. Nella spedizione le
perdite potrebbero essere gigantesche e per infe-
deltà dei commissionarj e per loro disavventura.
E’ dunque a credersi che il Monte non seguirà mai
colla sua responsabilità le merci una volta che
abbiano varcato la sua soglia. Una condotta di-
versa snaturerebbe affatto l’instituzione e la in-
volgerebbe in tutte quelle difficoltà nell’esperienza
delle quali si trovò necessario interdire assolu-
tamente alla maggior parte delle Banche ogni
operazione di commercio. E se le case che inter-
vengono non lo faranno gratuitamente, un piccolo
sacrificio che aggiungono metterà in mano loro
t u t t a l’operazione.
Se il proprietario delle sete deve essere indotto
a preferire contro ogni seduzione dei privati la
vendita al Monte, bisogna che questo gli offra
agevolezze tali che nessun altro trafficantepossa
esibirgli, vale a dire che lo faccia a d un prezzo
minimo e quindi con minimo lucro.
E’ questa dunque una operazione i cui profitti
potrebbero venire in gran parte preclusi, mentre
la sola loro possibilità basta ad accendere l’odio
di tutto il ceto mercantile.
52 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
E supposto eziandio che al Monte si vendesse
pure una grandissima parte delle sete impegnate
e vogliam supporre 20 milioni, il prodotto della
vendita alla ragione del mezzo per 100, in termine
medio che è quanto può mai sperami a fronte d i
tanta emulazione, renderebbe centomila lire. Però
questa potendosi fare sarà la più fruttuosa di
tutte le operazioni perchè non implicherebbe im-
pegno di capitale.

30.

Vi sono nei Capitoli fondamentali altri punti


che si vorrebbero ventilare. La regola stabilita
nel 9 di pagare immantinente agli azionisti l’in-
teresse nella misura del 4 per 100, e sulle azioni
nominali pagarlo di semestre in semestre, reca
l’effetto che gli azionisti debbano dividersi fra
loro una certa misura di frutti anche quando i
frutti non si sono ancora raccolti. Sei mesi dopo
che si è fatto il versamento, e quando il concorso
dei setajuoli può avere appena preso le mosse,
già bisogna pagare un 2 per 100 sopra i 4 milioni
privilegiati; sei mesi dopo un altro 2 per 100 so-
p r a gli stessi 4 milioni; e di più il 4 per 100 sui
5 milioni anonimi. Se il capitale versato doveva
già rendere il 10 per 100 all’anno, decimato così
spietatamente dovrà fruttificare in una propor-
zione ancora più forzosa. Ma quando piantiamo
un gelso, corriamo noi sei mesi dopo a stracciar
giù la foglia? A t u t t e le cose ben fatte bisogna
dar tempo. Chi ha bisogno di mangiare il fru-
mento in erba non è l’uomo più adatto a far parte
d’una compagnia di sovventori. Può andare al
Monte a farsi aiutare e non pretendere d’aiutare
il Monte ed il commercio universale, I1 pagamento
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 53
immediato dell’interesse può solamente giustifi-
carsi in quelle imprese che da uno sborso imma-
turo non ricevono rallentamento alle operazioni,
o nelle quali bisogna una serie d’anni a produrre
un ricavo reale, come a cagione d’esempio le strade
ferrate. Convien poi distinguere le circostanze
d’una impresa nascente ed incertissima da quelle
d’una instituzione radicata e ferma ; le urgenze di
un’azienda privata dalle convenienze d’una fon-
dazione di publico credito e di generoso comune
interesse, la quale, in apparenza almeno, è quasi
confinante colla publica beneficenza, Nelle Banche
meglio regolate si fece dapprincipio proibizione
assoluta ai direttori di pagare in alcun tempo agli
azionisti alcuna somma che non provenisse da
« interesse, profitto e prodotto del capitale ».
Se si preleva l’interesse sul capitale, l’appa-
rente costanza e liquidità della rendita darà un
valore fittizio all‘azione, la quale verrà a valer
di più per la ragione appunto per cui dovrebbe
valer meno, cioè a proporzione che il capitale si
verrà, rastremando. Questo riescirà quasi un in-
ganno teso ai compratori i quali naturalmente
sogliono desumere il valor capitale dall’interesse
corrente. Ma se si viene ad una liquidazione, l’ul-
timo compratore si trova deluso.
E’ poca prudenza e providenza non solo mano-
mettere il capitale con prematuri sborsi, ma ezian-
dio disperdere immantinente tutti i frutti appena
raccolti, massime quando nel prospetto delle an-
nue passività non si comprende alcun deposito
di riserva e per formarlo si aspetta l’arrivo del
dividendo. Cosicchè nessuna riserva verrà a for-
marsi se non in caso di affari già, prosperi, ossia
quando meno sarà probabile che venga il bisogno
di adoperarla; e non si penserà, menomamente a
64 CATTANEO - SCRITTIECONOMlCI - ll
formarla finchè i lucri saranno deboli, le perdite
grandi, e probabile il caso di aver delle riserve
il più grave bisogno.
Non sembrano queste le regole con cui si ac-
quista il credito e si fondano gli instituti che
resistono alla malevolenza, alla sventura e a l
tempo.
O supponiamo che l’interesse lasciato in ri-
serva nelle casse del Monte si abbia a perdere
dipoi: e allora che gioverà l’averlo riscosso se
invece di esso perderemo altrettanto del capitale?
O supponiamo che l’interesse lasciato in riserva
sia sicuro: e allora che importa un lieve ritardo
di pochi mesi quando è fatto per rendere passi-
bile e solido l’avvenire?
Sarebbe dunque saviezza non essere così sol-
leciti a vendemmiare, almeno quanto più vicina
è l’origine e più grande la nudità d’ogni riserva.
Quando poi le cose si siano recate a d una certa
fermezza e maturanza, allora si può abbracciar la
massima di rendere equabili i riparti ; e nel caso
che i frutti dell‘annata siano scarsi, supplirvi
pure cogli avanzi giacenti; poichè una certa, co-
stanza nei frutti aggiunge pregio e comodità al-
l’azione. Laonde alcuni non a torto hanno per
eccessiva la cautela delle Banca di Francia, la
quale suol tenersi in pugno così grosse riserve
che nel 1820 potè distribuire ad un tratto 18 mi-
lioni, ossia il 20 per 100 delle azioni; e tre anni
dopo teneva già, un dividendo giacente di 9 e più
milioni.

speciale riguardo
contro l’infortunio
diun incendio il cumulo prezioso delIe sete gia-
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 55

centi; giacchè tutti rammentano i disastri di


Anversa e Nuova York. Le base delle assicurazio-
ni sta nella molteplicità dei contratti e nella cal-
colata probabilità, che fra le molte cose assicu-
rate in diversi luoghi solo un piccol numero può
soggiacere in un dato tempo al temuto infortunio.
Ma dove il valore di molti milioni sta condensato
in breve spazio, benchè la diligenza della custo-
dia sia somma e quindi la probabilità del disastro
sia minima, pure la vastità della contemplata
perdita deve incarire il premio del rischio, Con-
verrà dunque ripartire f r a più società, il carico
della sventura, perchè diventi più sopportabile a
ciascuna di esse? O non piuttosto gioverà che l’In-
stituto ritenga per sè il lucro ed il rischio e si
faccia assicuratore di sè stesso? Le spese medesime
ch’esso incontra per rendere gli edificj non acces-
sibili non solo alla sventura di un incendio, ma
eziandio alle avarie dell’intemperie, ai furti, alla
infedeltà, alla commissione dei varj depositi, non
sono già per sè una spesa di assicurazione? Forse
converrà all’Instituto nascente appoggiarsi dap- .
principio ad assicuratori e s t r a n e i , e quindi a
poco a poco venirsi confidando a sè medesimo e d
equilibrarecol progressivo aumento delle riserve
la progressiva diminuzione di. questoannualeag-
gravio. E’ questa una dimanda a cui non si po-
trebbe se non dopo diligenti calcoli trovar la ri-
sposta. M a fermo sta che l’argomento è stretta-
mente connesso al modo e al tempo del riparto
dei lucri.
32.
Molte cose sarebbero a dirsi sull’ordinamento
generale delle azioni. Le azioni sono di t r e or-
dini ; cioè nominali-ipotecariedi lire diecimila per
56 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
ciascuna : nominali-mobiliari di lire cinquemila ;
e mobiliari-anonime di lire cinquecento. Le prime
tre
s o m m a n o a milioni di lire; le seconde aquat-
tro milioni; le terze a cinque.
Quando nel seno d’una cittadinanza si forma
una associazione di comune interesse, la prima
regola dev’essere l’equità e parità del trattamento
a tutti gli interessati. E quando fosse pur neces-
sario lasciar qualche maggiore influenza ad al-
cuno, ciò dovrebb’essere i n ragione del maggiore
interesse e rischio ch’egli avesse nell’impresa.
Ore se guardiamo ai Capitoli fondamentali (§ 50)
vediamo che i possessori delle azioni nominali
sono -arbitri soli del destino della Società.E s s i
soli formano il Corpo deliberante, chiamato im-
propriamente Consiglio generale degli Azionisti.
Bisogna pur dire impropriamente, perchè non è
più generale dal momento che ne vengono esclusi
in massa i possessori di cinque duodecimi delle
azioni tutte o per meglio dire di più delle metà
delle azioni paganti.
Nell’ordine delle cose i tre milioni ipotecarj
non si chiamano se non quando siansi versati per
intero i quattro milioni nominali e i cinque mi-
lioni anonimi. Adunque tre milioni ipotecarj di
mera sicurtà escluderanno cinque milioni ano-
nimi di diretto sborso! I promettitori dei tre
milioni non versati disporranno a piacimento dei
cinque milioni altrui, versati per intero; e ciò
senza alcuna partecipazione dei possessori, e sen-
za alcun diritto in questi di vigilanza o di ricla-
mo ! I1 proprietario d’una sicurtà ipotecaria di
diecimila lire dovrà riguardarsi come più inte-
ressato ad aver buoni amministratori e buona
amministrazione che non lo sia il proprietario
d’un milione in azioni pagate!
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 57

Se poi riguardiamo al solo denaro versato, i


proprietarj dei quattro milioni nominali signo-
reggieranno anche sui cinque milioni anonimi ;
cioè la minorità sarà dispositrice assoluta degli
averi della maggioranza. E perchè questa dispa-
rità così offensiva al diritto, così ripugnante alla
buona convivenza, così pericolosa al comune in-
teresse? Possiamo esser certi che i fondatori non
ebbero alcuna siffatta intenzione e che nel riparto
del fondo sociale non vi posero mente. Ma il tempo
ad onta di tutto ciò non lascierà. di farne scatu-
rire pessimi effetti.
Gli amministratori saranno sempre eletti da
una sezione della società.; presi sempre nel suo
seno ; gli onorarj dell’amministrazione e della
vigilanza, i piaceri del comando, le occasioni di
vincolarsi la privata riconoscenza di tutto l’or-
dine mercantile del regno, apparterranno sempre
ad una sola classe degli interessati, la quale de-
ciderà sole se la Società. debba sciogliersi ; e an-
che dopo che per avventura si fossero male av-
viati gli affari, la potrà condannare a persistere
nell’impresa volendo o non volendo; giacchè i
proprietar j dei cinque milioni anonimi nemmeno
dopo la perdita del quinto o di qualunque altre
parte dell’azione hanno diritto a presentarsi e
difendere il residuo delle loro fortune.

33.
Qui si dimanda: qual è l’utile che deriva alla
Società dell’essere la maggior parte delsuo con-
tante ripartito in azioni anonime?
Si può dimandare eziandio se esista società
fra persone che non si conoscono, e non si sono
mai conosciute, e non si devono mai conoscere?
58 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
Società, senza rappresentanza, senza azione legale?
Che debbano essere anonime le bancocedole,
sivedebenissimo;perchèlacedola deve assomi-
gliare p i ù che sia possibile alla moneta,e non
potrebbecircolarfacilmente e continuamente se
non fosse svincolatada ogni formalità, Nulla im-
porta a1 Banco di sapere chi sia il presentatore
e per qual lungo giro la cedola aia giunta in sua
mano : giacchè la sua relazione col Banco è istan-
tanea, e consiste in una rapida permuta come tra
ignoti che s’incontrano sul mercato ; basta che il
Banco riconosca l’impronta della sua ‘carta: Ma
non è così di un’azione sociale, la quale soggiace
ad amministrazione e non vale se non come fondo
fruttifero e proporzionatamente alla buona am-
ministrazione, ed implica quindi un continuo rap-
porto attivo t r a il Banco ed il possessore, Vi sono
mille motivi per cui può essere comodo ed utile
all’amministrazione di conoscere i proprietarj
del suo f o n d o ,i quali d’altronde devono pur pre-
sentarsi a riscuotere i frutti. Non foss’altro, ciò
impedirebbe sempre la possibilità del furto e della
falsificazione; e quindi crescerebbe pregio e si-
curezza a questo impiego.
Le carte anonime ed i biglietti al presentatore
quando sono valori dello Stato sono terribilmente
protetti dalla legge al pari della pubblica moneta.
Ma la falsificazione di carte d’ordine privato non
vien frenata con una egual controspinta penale.
Quindi maggiore da un lato il pericolo del falso,
maggiore dall’altro l’incentivo a tentarlo. L’Eco-
nomia non ne guadagna; e la Morale ne geme.
Queste cose si vogliono trattare con molti riguar-
di, e bisogna voltarle e rivoltarle da t u t t i i lati.
Ora il buon senso mercantile non può arrivare
a tutto.
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 59

34.
Se riconosciuta la sconvenevolezza delle azioni
anonime, si richiama quanto già si disse sulla
inopportunità dei boni di cassa, e sulla inettitu-
dine delle azioni ipotecarie : si verrà facilmente
alla conseguenza che meglio s i a ridurre ad uni-
formità tutto questo riparto delle azioni ed ab-
bracciar l'esempio delle più potenti Banche, come
la Banca di Francia che ha 90.000 azioni, tutte di
mille franchi ; l'antica Banca dei Paesi Bassi che
venne stabilita in 10.000 azioni, tutte di mille
fiorini ; quella degli Stati Uniti che ne ha 350.000
tutte di cento dollari e così dicendo. Inoltre le
azioni di dieci ed anche solo di cinque mila lire
sono forse troppo grosse per le nostre fortune,
e per difetto di divisibilità sono meno atte ad
alienarsi e quindi soggette a valer meno di quel
che potrebbero valere, se si eccettuano quelle po-
che che serviranno per assicurare a l proprietario
l'ingerenza nell'azienda sociale.
E’ dunque desiderabile che t u t t a questa barocca
varietà si demolisca, e che ripartendo i dodici
milioni dei fondo sociale in tante azioni aritme-
ticamente e giuridicamente eguali, s i riducano
le cose a quella semplicità che il diritto, l'equità,
e il giusto bilancio delle influenze e degli interessi
richiede. Ed è debito di giustizia il dire che nel
progetto redatto nel 1825 dal sig. De Carli la sud-
divisione del capitale era in azioni tutte uniformi
in valore ed eguali in diritto.
35.
La parte più gelosa della ingerenza sociale è
il dirittodi vigilanza e d’inspezione esercitato
sotto norme ordinate, sagaci e s e v e r e .I I pericoli
60 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
delle gestioni secrete e riservate sono immensi.
Abbiamo già ’fatto cenno della clandestina sot-
trazione dei fondi dalla Banca d’Amsterdam. La
quale però potrebbe ancora chiamarsi una birbata
onesta e leale, se si paragona agli abusi scoperti
in molte banche americane. Poichè avendo i le-
gislatori del Massacciussetts ingiunto a quelle ban-
che di tener tanto denaro che equivalesse alla
metà del capitale, e avendole sottoposte a visita
d’officio, in alcune d’esse avveniva che nel giorno
pel quale prevedevasi la visita, si prendeva a clan-
destino prestito il contante, e i direttori giura-
vano poi ch’era il vero denaro conferito dagli
azionisti. Sono i molti abusi di questa enorme e
quasi incredibil natura che in soli 19 anni (dal
1811 a l 1830) fecero fallire negli Stati Uniti nien-
temeno di 165 banche, e prepararono poi in gran
parte quel generale fallimento di cui abbiamo spe-
rimentato la lontana ripercussione.

36.

Giova osservare che ilConsiglio Generale si


compone di quei cento socj che hanno maggior
valore d’azioni inscritte al loro nome. Due terzi
di essi, ossia 67, formano il numero legale per
deliberare ; e una pluralità dei deliberanti, cioè 34
in tutto, basta a decidere. E forse non saranno
interessati che per una decima o una ventesima
parte del capita1 sociale ; forse saranno t u t t i del-
la classe ipotecaria e non avran messo un cente-
simo nelle casse del Monte. Nella perpetuità e
varietà dei tempi qual malleverìa potrà porgere
contro gli abusi un circolo così ristretto di per-
sone, fra le quali saranno probabilmente presi
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 61
gli otto delegati al governo del Monte, e fors’an-
che gli altri principali agenti? Un siffatto modo
di deliberare se non genera gli abusi, può almeno
destarne il sospetto; il quale potrebbe esser fu-
nesto a l credito più ancora degli abusi stessi.
Che se le azioni nominali si avessero a diramare
ampiamente nelle diverse classi e nelle diverse
provincie ed anche all’estero, per cui pochi si
trovassero di averne più d’una nelle mani, si vede
che quei pochi diverrebbero una perpetua oligar-
chia. A ciò converge anche quella disposizione
(§ 30) la quale ordina che « in parità di numero
delle azioni si preferisca quello ch’è anteriore in
ordine d’iscrizione nei registri della Società ».
I1 che riescirà all’effetto che i primi venuti non
debbano uscir mai, finchè non si risolvano di ven-
dere le azioni, Ora nessuna cosa fa tanta guerra
agli abusi quanto la promiscuità delle persone.

37

A veder quali possano essere gli effetti di que-


sto predominio non fa bisogno aspettare il tempo,
perchè appaiono di già negli stessi Capitoli fon-
damentali. Gli interessi delle azioni anonime « non
si pagano che ad anno scaduto », quelli devoluti
alle cartelle nominali « s i pagano alle scadenze
semestrali» (vedi § 9). Qual conseguenza ne vie-
ne? L’interesse semestrale delle azioni anonime
al 4 per 100 ammonta a 100.000 lire. Se il Monte
ritiene per 6 mesi questo frutto agli azionisti ano-
nimi, essi perdendo il godimento semestrale delle
lire 100.000 vengono a scapitare di lire 2000 al-
l’anno in confronto delle azioni nominali. Per-
lochè al complessivo valor fruttifero delle azioni
62 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11
anonime vengono a diffalcarsi lire 50.000 di ca-
pitale, ossia cinque lire p e r ogni azione d i lire
cinquecento (i per 100). Dato il caso poi che al
pagamento dell’interesse andasse congiunto an-
che quello del dividendo, l’ingiusta disparità ver-
rebbe a raddoppiarsi. Questo è un lieve saggio
delle tacite ingiustizie che possono insensibilmente
e involontariamente introdursi in un’azienda dove
una parte sola possiede la dettatura del regola-
mento, l’amministrazione, la vigilanza e l’elezio-
ne, mentre l’altra non ha nemmeno un avvocato
dei poveri e deve mettersi colla più gran sempli-
cità nella situazione d i perder tutto, senza il
diritto di vedere o mandar a vedere i conti e i
magazzini e i portafogli delle cambiali e le casse
di contanti. Certamente nessuno pensa a queste
cose; anzi al contrario le azioni da lire 500 per
la facilità dello spaccio hanno qualche agio mag-
giore. E invero è una minuzia ; ma comunque ella
siasi e senza colpa di nessuno vi si vedono spun-
t a r le unghie d’una società ineguale e leonina.
I1 corso del tempo e la forza stessa delle cose non
mancherebbe di svilupparne più largamente le
conseguenze. Frattanto prudenza vuole che fin
dai principj si tronchi il male alla radice.
Codesta oligarchia perpetua potrebbe poi di-
venire ben altramente disastrosa al commercio se-
rico e a t u t t a la nostra industria, qualora una
gran parte delle azioni del Monte passasse in
mano di Banchieri esteri, come avvenne in altre
imprese per nostra soverchia pusillanimità,. E que-
sto avverrà, per poco che si diffonda fra noi il
dannoso esempio di chi pago di un facile guada-
gno si ritira da una impresa publica pochi giorni
dopo averla accreditata col proprio nome agli oc-
chi del volgo.
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 63
38.
E’ manifesto che nelle grandi aziende la troppo
frequente mutazione di t u t t i i capi deve rendere
il procedimento delle cose debole e fluttuante, e
aggiungere indebita influenza agli agenti subal-
terni, i quali stando fermi nella loro posizione,
e dominando le catena delle operazioni e la con-
tinuità dei secreti di officio, cercano di rendere
stranieri all’intima cognizione delle cose i nuovi
capi. Dall’opposto lato poi chi si vede avanti la
certezza di molti anni di non interrotta, autorità
può talora inclinare a farsi meno officioso e deli-
rato ne’ suoi riguardi al giusto voto dei commit-
tenti ; e può inoltre a poco a poco indursi a con-
trarre troppo intimi e misteriosi vincoli coi su-
balterni. Fra i due mali si divisò il rimedio della
frequente elezione dei capi congiunta alla libertà
di una i n d e f i n i t a rielezione.Se la Societàcono-
sce e apprezza il proprio vantaggio rielegge i mi-
gliori, i quali mentre si perpetuano nell’ammini-
strazionee si agguerriscono coll’esperienza, non
possono rallentarsi nella diligenza o indurirsi ne-
gli abusi. I1 Banco di Londra elegge i suoi capi
ad ogni primavera; nelle fondazione del Banco
dei Paesi Bassi si spinse una saggia diffidenza
fino a stabilir nuove elezioni ad ogni semestre.
l l Banco di Londra esiste ben da, un secolo e
mezzo ; il tempo, che fa prova della capacità degli
uomini, avrà fatto conoscere chi poteva essere
degno d’una confidenza, anche perpetua, della
società.. I n quell’emporio universale del globo ter-
racqueo sono numerosi gli uomini d’una vasta
esperienza, d’una intera illibatezza, d’una opu-
lenza principesca. Eppure si reputò sempre neces-
sario di tener continua la soggezione e l’incer-
tezza, e annuale il sindacato della rielezione.
64 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
Del resto se la rielezione può essere molto
utile nel caso degli amministratori, perchè ri-
sparmia unasuperflua interruzionenel corso de-
gli affari e un'occasione d'inutili cangiamenti,
non lo è forse egualmente nel caso dei censori in-
caricatidellavigilanza. Giova chequesti si m u -
t i n o di frequente en o n sir i e l e g g a n o che a con-
siderevoli intervalli : 1) perchè plus vident oculi
quam oculus; 2) perchè sidà soddisfazione alla
curiosità e-alla vanagloria di molte persone e si
dileguano senzam fatica i sospetti e le calunnie;
3) perchè si rende difficilissima la connivenza co-
gli amministratori. M a se sono pochi e rimangono
i n carica per molti anni, i loro interessi vengono
a consoIidarsi con quelli dei direttori e degli
agenti.
V’è poi in questo anche una parte d'ingiusti-
zia, Oli amministratori per la prima volta sono
eletti dal corpo dei socj fondatori. Questi fonda-
tori compiuta la fatica della fondazione che nel
maggior numero si ridusse all'apposizione d'una
firma senza reale impegno e rischio, non tengono
verun obbligo a rimanere ed abitar la casa che
avranno edificato. Alcuni possono esserne già
andati con Dio; altri possono avere scaricato la
massima parte delle loro azioni su persone nuo-
ve; chi non l'ha fatto può accingersi a farlo; la
maggioranza delle azioni è forse già uscita di
mano ai fondatori; fra un anno, fra due la so-
cietà potrà dirsi affatto nuova: e allora come
contendere ai proprietarj il diritto di sindacare,
di rieleggere, di decidere a chi amino lasciare il
governo dei loro milioni? Senza una rielezione o
vogliam dire una riconferma, qual'è il vincolo di
benevolenza e di fede che unisce i proprietarj coi
loro agenti? Non è questo dare ai socj usciti un
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 65

dominio sui socj entrati, dar loro il diritto di


comandar nella casa che non è più la casa loro
ma la casa altrui? Non è questo dare il comando
del reggimento a chi ne ha desertato? I n molte
parti dei Capitoli fondamentali bisognerebbe stu-
diosamente diffondere quei delicati riguardi a i
diritti delle proprietà, ed alla volontà dei socj
senza i quali un’associazione degenera facilmente
in vassallaggio.

39.

A tenore d‘un articolo addizionale la Società,


si riserva di aumentare d’altri 12 milioni il fondo
sociale, emettendo altrettante azioni divise nella
proporzione già stabilita pel fondo primitivo.
Tutte le ragioni che dimostrano vizioso l’ordina-
mento del fondo primitivo, tendono a dissuaderci
dal fare il medesimo fallo in doppia scala. Però
se questo raddoppiamento si riservasse pel caso
in cui l‘amministrazione del fondo primitivo aves-
se avuto prospero successo, sarebbe commendevole
consiglio il farlo colle stesse norme, giustificate
come sarebbero dall’esperienza. Ma l’aumento non
condizionato al caso di esito felice ; esso si farà
a norma dello sviluppo che potranno prendere le
operazioni. Sviluppo è parola che non significa
nè bene nè male ; e qui significa. soltanto estensione
graduale. Il caso dello sviluppo potrebbe anche
essere il caso d’un incaglio; a cagion d’esempio
la difficoltà del giro delle cedole e il loro perti-
nace ritorno, per cui a sostenere la pienezza del-
l’emporio fosse necessario chiamare altri milioni
di contante. Ma se l’esperienza avesse dimostrato
l’inopportunità della base su cui si fossero avven-
turate le prime operazioni, potrebbe forse la fal-
5 . - CATTANEO.Scritti economaci. II.
66 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
sità, del principio correggersi col dilatarne l’ap-
plicazione aumentando il capitale? O non si fa-
rebbe altro che aggravare il danno?
Se col raddoppiamento del fondo non si du-
plicasse anche il numero dei boni di carta, come
si potrebbe formare un proporzionato dividendo
alle novelle azioni? E se il numero delle cedole si
raddoppiasse, è certo per questo che si potrebbe
conseguirne l’attivo giro? Supposto eziandio che
fossimo pervenuti a metterne in corso otto mi-
lioni siamo certi per questo che potremo tenerne
fuori una doppia massa e conservarne il valore
al pari? Frattanto chiameremmo a partecipar del
dividendo un numero doppio d’azionisti senza
essere certi che il dividendo fosse per trovarsi
cresciuto in proporzione. Ciò sarebbe per gli azio-
nisti, se non una perdita, almeno un rischio. Ma
se coll’aumentare il numero delle azioni si do-
vesse pur conseguire un proporzionale aumento
delle entrate, non si gioverebbe per nulla a i pos-
sessori delle azioni primitive ; giacchè le nuove
azioni porterebbero via con sè l’aumento di lucro
da esse recato. Non resterebbe dunque loro altro
a sperarsi che il transitorio lucro di un agio sulla
prenotazione e vendita delle nuove azioni ; sep-
pure l’oligarchia che formerebbe il Consiglio Ge-
nerale non regolasse le vendite in modo che que-
sto guadagno invece di ripartirsi equamente SU-
gli interessati, avesse a cadere in poche mani, O
direttamente o per l’indiretto mezzo di una ap-
parente publicità.
Pare adunque che converrebbe piuttosto stu-
diare il non dificil modo di accrescere gradata-
mente il fondo dell’azienda in maniera che i nuo-
vi capitali non avessero a lucrar più che un inte-
resse; e il dividendo col suo probabile aumento,
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 67
restasse per intero agli azionisti primitivi. Per-
lochè se mai col raddoppiarsi del capitale venisse
a raddoppiarsi anche il dividendo, avrebbe a cre-
scere in proporzione i l valore fruttifero e venale
delle azioni. E sarebbe assai meglio diminuirne
progressivamente l’ammonto che moltiplicarle cie-
camente a vantaggio di incettatori stranieri, met-
tendo in mano loro la chiave del nostro commer-
cio, per un meschino piatto di lenticchie guada-
gnato sull’agio della prenotazione.

40.
I limiti importuni dei luogo non concedono di
andare esaminando ad uno a d uno gli articoli del
regolamento;veramente il mio proposito f u sol-
tanto di mostrar la necessita di sottometterlo a
discussione severa, prima di avventurarvi sopra
non solo i 12 milioni della soscrizione, ma il cre-
dito del paese e i destini del commercio, dell’in-
dustria e della possidenza. A questo intento ba-
stava dunqueprovare che la base delle operazioni
è p e r lo m e n o incerta e che l’i
azionisti non è d e b i t a m e n t e
I Capitoli fondamentali possono meritar lode
in molte parti, come prima proposta da cui pren-
dere le mosse ; ma non sembro urgente assumerli
come base di un patto sociale, prima di esporli a d
un formale esame d’uomini di matura esperienza
e di nota sagacità realmente scelti dalle varie
classi interessate e dalle varie parti del paese.
Bisogna uscire dal circolo dei meri soscrittori ;
giacchè i più gravemente e stabilmente interes-
sati sono a cercarsi altrove, f r a le modeste classi
che non accorrono a queste teatrali transazioni.
L’impianto delle operazioni attive, la tariffa dei
CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - II
lucri parziali, il loro equilibrio colle passività, la
proporzione dei dividenti colle riserve, il giro delle
partite, il modo e il tempo delle vendite, l’ordina-
mento dei locali e del personale, l’esercizio dei di-
ritti sociali, sono tutte cose sulle quali il legale,
il ragioniere, il banchiere, il filatore, il tessitore,
il negoziante, lo speditore, il sensale possono con-
tribuire preziosi consigli ; i quali armonicamente
ordinati e fusi, per bilanciare le pretese, i pregiu-
dizj e gli interessi, possono assicurarci la prospe-
rità. dell’impresa, per quanto assicurar si possono
le cose collocate i n grembo all’avvenire e sotto
l’arbitrio della fortuna. Ognuno di questi metterà
innanzi il suo interesse; prima charitas ab ego,
diceva quel tale con poca grammatica e molta
schiettezza. Ma questo è necessario, perchè se
uno solo per modestia si lascia dimenticare, man-
ca una pietra all’arco, e il punto d’equilibrio
non può stabilirsi. Questo è ciò che Tocqueville
chiama estrarre dall’egoismo individuale il bene
d i tutti. Romagnosi più decorosamente lo diceva
contemperare g l i interessi. È quell’operazione
preparatoria che in Inghilterra si chiama fare
un’inchiesta, e che si fa preceder sempre ad ogni
risoluzione che smuove gli interessi delle fami-
glie.
Giova adunarsi intorno quanti lumi il paese
può fornire perchè è meglio corregger prima che
pentirsi pagando. E forse il Monte arrecherà più
servigio al commercio in generale che a quello
delle sete in particolare, si per effetto degli sconti
che dei reciproci conti correnti di deposito e
sovvenzione. Giova rispettare la, proprietà di t u t t i
è la mutabile volontà di tutti, perchè l’ordine so-
ciale e il comune interesse lo impone.
Bisogna instituire rigidi regolamenti per l’in-
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 69

terna gestione perchè l’uomo onesto su un ter-


reno fermo cammina allegramente, e si compiace
del sospetto stabile della legge tanto quanto si
offende del sospetto improvviso dell’individuo non
tutelato. Bisogna adottare infine la massima pu-
blicità ; perchè il credito è una persuasione ; e la
persuasione a fronte dei rivali non si acquista che
coi fatti manifesti.

41.
I1 progetto primitivo immaginato dal Sig. Pa-
squale De Carli fin dal 1823 e fondato anch’esso
sul supposto di una improvisa riuscita delle ce-
dole, abbandonato per molti anni alla perseve-
ranza di un solo, poi sussidiato improvvisamente
dal voto di cento e più commercianti e possidenti,
tornò da poi a l cospetto del pubblico con un
quinto appena de’ suoi patrocinatori, molti dei
quali hanno già smerciato i l loro posto senza pro-
fitto alcuno di chi ve li condusse a sedere. Un
senso confuso di utile comune sospinge i privati
a prender parte alla impresa; un senso confuso
di dubbiezza e di disapprovazione gli sospinge
poco a poco a ritirarsi. È tempo che questo andi-
rivieni abbia fine; che si getti lo scandaglio in
acqua; che si riduca il dubbio a ricerca e a solu-
bili termini il quesito ; perchè il credito del paese
non si vada inutilmente sciupando in un giuoco
di borsa.
Nella redazione del progetto bisogna prescin-
dere per ora dal rischioso artificio delle cedole e
adattarsi all’usanza vecchia del paese che vuol
sentire sulla contiera il tintinnio del metallo, o
almeno giova studiarsi di dare ai crediti del
Monte una tal forma che a tenerli in pregio non
70 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
sia loro necessario un corso così rapido, giorna-
liero e incessante attraverso t u t t a la popolazione.
Bisogna prescindere dalla magnanima idea di
voltar l a testa alla moltitudine, perchè questo ge-
nere di speculazioni tira fortemente al passivo ; e
può ben servire di divertimento a chi ha danari
da spendere, ma non di punto di mira a chi ne
vuol guadagnare. Bisogna prescindere dalle spe-
culazioni troppo difficili come quella di traslocar
i l mercato delle sete, o di dettar la legge a chi
dà legge al commercio universale ; operazioni co-
lossali, dubbie, superiori alle nostre forze e al
nostro ardimento. Bisogna fare qualche accorta
e savia provisione perchè l’emporio delle più no-
bili sete non divenga il fondaco degli scarti e dei
rifiuti. Bisogna prescindere dalla guerra al mo-
nopolio; sotto il qual nome non è giustizia com-
prendere i liberi guadagni mercantili ; perchè chi
vuol camminare ad occhi chiusi, lo può fare; ma
non può lagnarsi del monòcolo che adopera il
suo occhio buono e fa bene i fatti suoi.

42.
Come pretendere di far la guerra all’alto com-
mercio quando i regolamenti del Monte diman-
dano l’intervento di questo alto commercio ad as-
sicurar colla sua firma le cambiali da scontarsi?
Come pretendere che i banchieri, invece di far
sovvenzione a pingue interesse, debbano condurre
per mano i ricorrenti a l Monte delle Sete, racco-
mandandoli perchè vengano inscritti sul Libro
d’Oro, e col loro ajuto vengano posti in grado
di non aver più bisogno di loro?
Se il paese scarseggia di capitali mercantili
e preferisce un esiguo impiego immobiliare al
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 71
comodo interesse offerto d a l commercio ; se i n
conseguenza l’interesse del denaro sovvenuto a l
traffico ed a l l ’ i n d u s t r i a assai greve;non
riesce
giova declamare contro i sovventori iquali d a n n o
il loro denaro a l prezzo della Piazza ; ma bisogna
trovar modo di trarre da’ suoi ripostigli il denaro
giacente. Allora il prezzo della Piazza gradata-
mente si renderà più trattabile, nel tempo stesso
che la massa generale dei capitali render8 un
frutto maggiore per la sua maggiore e continuata
attivita. Ma bisogna trarnelo per quelle strade
per le quali il paese; ha già notoriamente mostrato
di esser disposto a d a r l o a buon mercato e con
facilità, e non per le strade che gli bono odiose
o almeno inusitate. Si guardi al f a t t o , e su quello
si avventuri la presunzione dell’avvenire, e la
base dell’impresa. Si guardi alle Casse di Ri-
sparmio che han dovuto respingere con un ri-
basso d’interesse l’importuna, affluenza dei capi-
tali delle famiglie più facoltose.
Se poi il denaro a conti finiti costa a l sovve-
nuto un prezzo d’usura, non si deve per questo
correr subito all’opposto estremo e mettersi in
capo di forniglierlo a un prezzo perdente. Se il
trafficante viene già, a voi spinto dal bisogno, che
necessita avete di corrergli incontro ed adescarlo
con sacrificj inutili? Se egli non viene, è inutile
gridare all’usura ; perchè sarebbe questo un se-
gno che ella non esistesse. Va intanto, finchè si
può fare una transazione utile ed equa, non con-
viene cominciare a farne una passive per andar
poi vanamente in cerca d’altre operazioni super-
lative che riempiano mirabilmente il vuoto la-
sciato della principale. Le Banche di paesi ove
l’interesse mercantile corre più basso che da noi,
hanno stabilito il pegno al 5 per 100. Proviamoci
72 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
a farlo, e se la cosa non riesce, bisogna conchiu-
dere che il bisogno di sovvenzioni non sia grande.
M a ad ogni modo non è bello promettere al fila-
tore il denaro a interesse apparentemente basso,
per inalzarglielo poi cogli accessorj della, vendita
a un prezzo strabocchebole
‘Non conviene darsi attitudine ostile al com-
mercio; perchè chi la fa l’aspetta; ed il Monte
ha più bisogno dei banchieri, che i banchieri del
Monte. Nel medesimo tempo bisogna, rendersi in-
endenti d a chi per interesse o per pregiudizio
vo esse apparir rivale ; e perciò non bisogna colla
emissione delle cedole mettere in balìa dei nemici
la propria esistenza. Gli stabilimenti che hanno
cominciato colle cedole non erano instituiti con
apparenze nimichevoli, ma fondati o dai governi
o da potenti leghe dei più potenti banchieri. Per
uscire de queste. pericolose triche, converrebbe
inaugurare l’impresa con quelle operazioni che
sono superiori alle forze ed al credito dei privati,
e nelle quali non si può temer competitori; per-
chè allora la guerra potrà divenire alleanza. Tale
è la stagionatura delle sete.

43.
Molti dimandano se il nostro commercio s’in-
durrà veramente a mandar le sue sete al pegno
ed alla vendita del Monte. Come vincere il falso
orologio dei negozianti ricchi e la falsa vergogna
o i giusti riguardi dei meno ricchi? Come avviare
in paese questa pratica dei pegni, la quale non
sarà velata d a un’apparente ricerca o da un’ap-
parente spedizione come i pegni fatti all’estero?
I pregiudizj cedono solo al tempo e tramontano
colle generazioni
Forse l’ovo di Colombo sarebbe adunque la
stagionatura, operazione della quale non si f a
menzione nei Capitoli fondamentali, benche da
lungo tempo ne sia vivo il desiderio. La stagiona-
tura fiducia publica; e tale che
la concorrenzaprivatanon le
Colla stagionatura la, seta comi
porte del Monte sotto un pretesto a cui non si .
oppone nè l’orgoglio, nè la vergogna. Una volta
che la seta sia giunta nel recinto, vi può rima-
nere sotto titolo di continuata garanzia o di
aspettate vendita solenne. Nell‘intervallo l’opp-
razione del pegno s’insinua senza strepito, ed i:
pregiudizio può cedere a l peso morto del senso
comune. M a l’aperto favore non verrà se non
quando le case più potenti, riconosciuto il van-

Giova ricordarsi che le banche publiche con-


sistono in una azienda per imprestar all’uno il
denaro dell’altro, guadagnando la differenza del-
l’interesse. Quindi non si vogliono mai accettar
capitali a tal prezzo che non si possano collocare
a prezzo maggiore ; quindi non bisogna farsi pre-
74 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
statore in tempi tranquilli a basso interesse in
modo tale che vi sia probabilità di doversene far
cercatore in tempi difficili a interesse esorbitante.
È mestieri prescindere dal bastardo sussidio
delle ipoteche, giacchè il commercio vuol pron-
tezza e mobilità; e se la terra è divenuta mobile
per gli astronomi è ancora immobilissima pei ne-
gozianti. Piuttosto si può rovesciar l’operazione
e portare gli avanzi del commercio sulle terre,
massime nelle provincie più appartate, come ap-
punto è il corso naturale delle ricchezze mercan-
tili. Ma per sussidiare il commercio bisogna por-
tare attività e capitale vivo. Quindi è vano il
pensiero di riescirvi senza avere nè questo nè
quella. Quindi f u i n qualche modo chimerica
l’idea di prescindere dalla primo, progettando
un mercato in paese e disimpegnandosi così da
ogni impaccio di spedizioni e di cambj; e pre-
scindere dal secondo coll’offrire invece di contante
t r e milioni di terre e otto milioni di carta, con
riserva di raddoppiar la dose ; coi quali due ritro-
vati t r a r nella azienda gli iloti da cinquecento
lire : dichiarandoli intanto per auticipazione in-
degni di radunarsi e di deliberare sulle loro
proprietà.
Bisognava studiarsi invece di accrescere il
capitale fin dove si può, senza accrescere i par-
tecipanti a l dividendo.

45.
Per riordinare quanto si è disposto, possiamo
direche le operazioni proposte nei Capitoli fon-
damentali s’aggirano principalmente sulsuppo-
stodella immediatariuscita delle cedole. pri-
marta base dell’attività consiste nelle. propor-
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 75

zione t r a i l p r o d o t t o d e l l e sovversioni f at
fondometallico realmente conferito dai socj e
il prodotto delle ulteriori sovvenzioni fatte col
mezzo delle cedole. Lamisura di questa atti-
vità, risulta se la somma delle cedole tenute in
corso continuo si divide per la somma del denaro .
versato. Sia che manchi il corso delle cedole, sia
che cresca l a chiamata del denaro, purchè il quo-
ziente non giunga a d un certo punto, l’edificio
soccumbe.
Le azioni ipotecarie son dirette a promuovere
questo corso ma non valgono all’intento ; perchè
si riducono ad una remota e vaga assicurazione e
non ajutano a tener fronte al reale ritorno delle
cedole e quindi al loro avvilimento Divengono
adunque un parasita oneroso che preleva il pre-
mio promesso alle azioni contanti. Esso accresce
il divisore senza accrescere il dividendo. Come la
pianta della parabola, spossa la radice e non fa
fichi. F u questo un sacrificio offerto all‘opinione
del paese che adora l’ipoteca e sconosce il credito.
F u una prova per accomodare due modi di pensare
affatto opposti, cioè quello di credere e quello
di non credere. Chi crede, accetta la cedola; chi
non crede, cerca l’ipoteca chi stabilisce una.
reciproca contestura di cedole e d’ipoteche, di-
manda a l pubblico una perpetua contradizione.
I1 Monte potrà forse col tempo acquistar forza
di introdurre f r a noi l’uso delle carte, ma vice-
versa le carte non hanno per ora la forza di sta-
bilire il Monte. Se t u t t a l’Europa adottò questo
strumento economico colle transazioni della vita
sociale, il tempo lo trapianterà forse anche f r a
noi, ma non saprei dir come; e questa frattanto
non mi pare la porta più agevole per cui possano
entrare.
76 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
46.

Non potendosi tener c e r t o il corso delle ce-


dole, bisognerebbe trovar dunque un’altra base.
Sarebbe a studiarsi il moto di trovar denaro a
interesse più basso di quello a cui si deve pre-
starlo. La Base primaria dell’attività dovrebbe
consistere in questa differenza; e la misura del-
l’attività, deve risultare se la differenza si divide
per la somma del denaro realmente sborsata dagli
azionisti. E questo riguarda il loro interesse pri-
voto.
Per ciò che riguarda l’utile publico, nei paesi
in cui l’uso delle cedole è appoggiato ad un te-
soro che corrisponde a un terza della somma,
poco altro denaro sonante sparso nel commercio
basta pei bisogni di una attiva circolazione. Co-
sicchè colla metà, del contante metallico o poco
più si riesce a condurre la medesima quantità
d’affari. Da ciò scaturisce un gran risparmio
all’intera comunanza. Poichè le carte sono mera-
mente un segno, mentre il denaro è segno e merce.
Ma se un paese esige l’uso esclusivo del denaro
sonante, deve consacrare al mero servigio della
circolazione un immenso valore di metalli, sui
quali perde l’interesse cessante del capitale in-
vestitovi ed il consumo giornaliero delle specie.
Dato adunque che le nostre circostanze e le
nostre abitudini e giustissime mire di prudenza
non ci concedono di fare il risparmio dell’intiero,
che sale certamente a parecchi annui milioni;
dato che non si possa abbracciare l’uso delle carte
affine di sprigionare il valore inchiodato nella‘
monetazione e adoperarlo a qualche uso ripro-
duttivo, ci resta a cercare il modo di ridurre alla
..
.
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE’, 77
minor quantità possibile la massa metallica ne-
c e s s a r i a allenostre transazioni, per alleviare in
qualche parte questa immensa passività. Egli è
manifesto che un milionedicontante disperso
in mille mani a mille lire per mano serve con
grave stento a fare operazioni da venti o trenta-
mila lire; mentre al contrario se venga raccolto
in un sol corpo con facilità di giro, basta ad
accompagnare il movimento commerciale di pa-
recchi milioni.
Questo- bisogno di alleggerire l’enorme copia
di metalli che giace disseminata e oziosa fra noi
e ch’è assolutamente sproporzionata alla mo-
dica estensione del nostro commercio, diviene
tanto più stringente, in quanto molte cause che
qui sarebbe lungo riferire, sembrano render pro-
babile un progressivo rialzo nel valor dei metalli
ad onta che da secoli esso vada scemando. Mag-
giore diverrebbe allora il danno di trattenerne
una superflua massa.

47.

Se adunque non ci conviene abbracciare il


principio delle banconote su cui si fonda il banco
di L o n d r a quello d i P a r i g i oq u e l l i dell’America
prendiamo a studiare le banche- di Scozia che
hanno duratoinconcussea tutte le tempeste po-
litiche e commerciali. Adottiamo il giro intro-
dotto dal padre di t u t t i i banchi, il banco di Ve-
nezia; adottiamo il giro del banco d’Olanda,
sempre inteso che Dio ci salvi dal suo secreto,
e ci conservi la paterna tutela della publicità.
Molte cose adatte a l nostro bisogno ci può
porgere anche la nuova banca Belgica; molte l a
78 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11
banca Lafitte ; ma ho già, privatamente suggerito
ed ora publicamente amo ripetere che le banche
di Scozia sulle quali sono modellate in piccolo
le Casse di Risparmio, saranno per noi fonte di
utili divisamenti, anche escluso il punto per noi
inopportuno delle banconote. I loro c o n t i cor-
renti devono con una a v v e d u t avarietà atteg-
giarsi a i bisogni più consueti della nostra eco-
nomia. Sarà questa una ricerca spinosa e difficile.
A cagion d’esempio non vorrei che nell’acco-
gliere questo consiglio si peccasse di troppa te-
nerezza per l’ipoteca. Se un possidente miliona-
rio viene un giorno al Monte a cercare un mi-
gliaio di scudi per un istantaneo bisogno, che
serve mai trarre in campo il discorso d’un’ipo-
teca, la quale basta a fargli volgere le spalle? Se
nello sconto delle cambiali si accorda credito alla
firma di u n banchiere, perchè respingere le altre
forme più sostanziali sotto cui si può presentare
una proporzionata responsabilità?

48.

Una delle più-gravi difficoltà del nostro com-


mercio si è quella che mentre nell’estate il ca-
pital circolante appena basta a i bisogni dell’indu-
stria scarica,epperò oleggio sale ad una
enorme ricerca e prezzo che
il vulgo chiama usura; nell’inverno poi soprav-
viene il contrario male.Le spedizioni affollate
a
sulle piazze straniere ciobbligano cercare un’as-
sicuranza del fido, cangiandolo in pegno, e Ti-
traendone sovvenzione ; e allora i capitali rigor-
e~per giacervi inerti. I1 possidente
vien pagato momentaneamente col
PROGETTO DI UN MONTE DELLE SETE 79

d e n a r o del nostro commercio me tosto dipoi con


danaro s t r a n i e r o ottenutoa gravi condizionie
non senza rischio. Intanto il nostro capitale nelle
ristrettasfera del commercio municipale non trova
facile un altro investimento. Così ai pochi mesi
dell’usura succedono i mesi dell’ozio infruttifero. _-
L’industria sembra oppressa dal capitalista senza
che questi in fine d’anno ricavi un lucro che eor-
risponda alle apparenze. Il pegno fatto al nostro
Monte rallentando la furia delle spedizioni, e ri-
chiamandole a d una certa proporzione colla ef- .-
fettiva dimanda, potrà dar campo al nostro ca-
pitalista di continuare l’impiego più lungamente
e di distenderlo sull’annata intera ; cangiando
l’usura e s t i v a i n un più moderato impiego an-
nuale. Il paese poi guadagnerebbe di non pagare
un inutile interesse a capitali esteri di cui non
ha bisogno, e dei quali si rende inutilmente
schiavo,
La via dunque per la quale il Monte può gio-
vare a i filatori mi sembra indiretta e condizionata
all’agevolezza recata prima ai capitalisti. I fila-
tori sono per riguardo a questi una specie d’operai
a domicilio,iquali ricevono la mercede dell’ope-
ra, l’afitto dei locali, il prezzo dei combustibili
e il nolo dei meccanismi ; intanto che il sovventore
riceve l’interesse del capitale, cumulato col pre-
mio del rischio e col lucro della speculazione
mercantile di compra, vendita e commissione.A
questo ordine di cose il Monte non può recare
gran divario, perchè i filatori non cercano il ca-
p i t a l e aseta f a t t a , ma nel principio della sta-
gione amani vuote,e quando non hanno valori
da mettere ai Monte Questa sovvenzione non è
di pegno ma di variabile privata confidenza.
80 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
49.

Quanto alla formazione di un isolato emporio


delle s e t e in un paesen o n mercantile, la questione
riesceassicomplicata, é n o n è certainente da
studiarsi come un accessorio. È certo che la desti-
nazione delle nostre sete v a r i a assai da alcuni
anni e tende a rivolgersi a nuovi mercati. La no-
stra piazza potrà forse divenir commerciale se
il sistema protettivo continua a decadere e se le
con
s t r a d e ferrate armonica acc
ranno da piùparti co a ere alle nostre porte.
Allora l’emporiodelle sarà possibile, perchè
questa merce non formerà un ammasso solitario ;
euna derrata chiama l'altra e la sostiene. Le
strade ferrate estese poi nelle altre parti d’Eu-
ropa potranno contribuire a recarci questo ser-
vigio, rendendo la spedizione delle sete così pron-
ta che il loro abituale addensamento su un mercato
lontano diverrà affatto inutile. Le balle di seta
potranno certamente correre allora da un capo
all'altro d'Europa più veloci che non corrano
adesso le lettere e le staffette. Allora sarà natu-
rale che le sete restino presso ai luoghi della loro
origine finchè non ricevano invito a spiccare il
volo piuttosto all'una che all'altra parte.
È a desiderarsi che le sete per bisogno di sov-
venzione non vengano affollate ciecamente ove
non siano chiamate ; ed a ciò il Monte potrà forse
giovare M a ciòche ancor più monta al paese è
il il quale nel corso del tempo
non dipendedalle modalità della vendita o della
fabbricazione, ma dal rapporto della produzione
a raria coi consumo finale; alchel’emporio non
con conferisce nulla. È meglio dunque considerare il
PROGETTO DI U N MONTE DELLE SETE 81

d e p o s i t o delles e t e unpunto d’appo


un concentramento dei capitali
il commercio
generale,
l’industria ela possidenza
possono ricavare altissimo beneficio.

50.
Quanto è probabile l'opinione che le cose del
Monte sulla strada su cui si sono poste non pos-
sano andare e che la condanna pronunciata d a
una, forte maggioranza mercantile sia giusta e
savia; altrettanto è plausibile la fiducia che colle
accennate riforme e coi consigli che le varie
classi dei pratici certamente non negherebbero,
si possa trovare un fondamento così sicuro e fida-
t o da affrontare qualunque difficoltà di tempi e
cattivarsi il credito e la fiducia.
Frattanto bisogna studiarsi a restaurare col-
l'arte e colla perseveranza quel credito che sem-
bra momentaneamente dissipato. Bisogna ricon-
ciliare i pratici che sono tardi a vedere il loro
interesse fuori della consueta rotaja ; bisogna in-
spirar fiducia alla moltitudine con una schietta
discussione che sveli tutto l'arcano dell' impresa,
e con una leale inchiesta che penetri t u t t e le pie-
ghe della nostra oscurissima economia. Alle fac-
cende di una regolare amministrazione deve pre-
cedere il lavoro preparatorio d'un impianto pu-
blicamente ventilato, ed è mestieri distinguere
l'operazione straordinaria di fondare un istituto
dalla giornaliera e semplice esecuzione di un re-
golamento prestabilito.
Intanto la chiamata del denaro può differirsi
fino a che l'opinione publica col termometro del
corso dia sentore di un propizio cangiamento.
Sarebbe inutile crudeltà precipitare in una per-

6 . CATTANEO.Scritti economici. IL
82 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
dita senza speranza quei mali avventurati che
fidando nei nomi posti in fronte all’impresa, han-
no creduto all’illusione di poter partecipare ai
capricciosi doni dell’aura popolare. Certamente
invece di costoro sarebbe stato più provvido con-
siglio attirar banchieri e possidenti capaci di cre-
scer credito all’impresa; ma dacchè si preferì
una chiamata indistinta in un momento di cieca
fiducia, bisogna dar tempo all’opinione di risor-
gere. Questo paterno riguardo sarebbe degno delle
savie persone che il voto publico riconobbe più
capaci di tutelare l’interesse del maggior numero
in così difficile congiuntura. Gioverebbe publicare
i nomi dei primi Occupatori delle azioni e quello
dei presenti possessori e accompagnarli colle som-
me nominali rispettivamente intestate.
Per ora dunque e prima che la Società s’in-
golfi in operazioni dubbiose, bisogna consultar
bene quid agendum. Poi prendere una risoluzione
e farla valere con ardimento e fermezza. È al-
lora il caso che si può rigettare anche un consi-
glio seducente e rispondere che il meglio è nemico
del bene.
Se alcuno mi dimandasse con che vaste mi
faccia a porgere suggerimenti non richiesti in un
argomento ove m’è straniera ogni esperienza, di-
rei che quando i pratici hanno avuto quindici
anni di comodo a fare, anche ai malpratici può
esser lecito sbizzarrirsi un istante in oziose pa-
role. Del resto in sì elevate e insolite questioni
anche il più consumato uomo d’affari potrebbe
senza disdoro confessarsi mal esperto. Ciò che più
mi duole si è di aver esausto lo spazio del gior-
naie e la costanza del cortese lettore, senza avere
esausto l’argomento.
111.
Lettera ai Signori Corbellini, De Welz, A. G. e Com-
pagni intorno alle ricerche sul Monte-Sete.+

Le osservazioni che voi, stimabili Signori, fate


piovere d’ogni parte addosso a quelle povere mie
Ricerche e i n Italia e i n Francia e in Isvizzera,
mi hanno invogliato primamente di farvi una
preghiera; ed è che abbiate la bontà di leggere
quelle poche pagine un’altra volta, e notarvi tut-
to ciò che tra la, furia e la fatica d’una prima let-
tura sembra esservi « prodigiosamente » sfuggito.
L’intento mio non fu di farmi interprete del-
l’opinione publica, ma (se lo volete) piuttosto in
certa meniera censore; giacchè assunsi ad esa-
minare i Capitoli Fondamentali del Monte per
chiarirmi se la maggioranza dei nostri Commer-
cianti nel disapprovarli e deriderli apertamente,
come faceva, avesse torto o ragione, fosse spinta
da freddo giudizio o da malinteso interesse.
Dall’esame rimasi convinto che se si stava a
quei Capitoli, la base delle operazioni era incerta
e ristretta, e l’interesse degli azionisti non era
ben tutelato. Proposi che con una Inchiesta Com-
merciale, come altrove è costume, si cercasse di .
afferrare t u t t o il secreto della disapprovazione
mercantile per mettervi riparo in tempo.
* ((Bollettino », LV, gennaio 1838, pp. 81-102, e in
estratto, in 8°, Milano, Società degli Annali Univer-
sali, 1838, pp. 24.
84 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Anche limitata a questo la m i a fatica, poteva
riuscire utile a l Monte-Sete. Ma perchè l’aderire
a chi ne condannava l’ordinamento, poteva sem-
brar segno di privata ostilità, della quale non
aveva ragione alcuna: così-qua e l à benchè fuori
dell’assunto mio, sparsi varj consigli ad amplia-
zione appunto e a d emenda di qualche parte dei
Capitoli Fondamentali ; chè del resto tracciarne
una piena Riformaeratroppo arduo cimento.
Registro qui appiedi i principali di quei consigli,
perchè abbiate a convenire con me che avete torto
di non avermene tenuto buon conto. Eccoli adun-
que :
1. Redimere coi frutti posti in riserva le azio-
ni del Monte stesso (V. 26 delle Ricerche).
2. Anteporre lo sconto all’impiego in carte
publiche (26).
3. Sistemare le vendite in modo di non sop-
piantare i negozianti (28).
4. Astenersi affatto dal fare qualsiasi spedi-
zione (29).
5. Moderar la proposta tassa del 2 per 100
sulle vendite (29).
6. Appoggiare progressivamente sulle riserve
giacenti una parte dell’assicurazione contro gli
incendj ed altri rischi (31).
7 . Rendere nominali le azioni anonime sì per
viste amministrative che per tenere lontano le
falsificazioni (33).
8. Portare ad un interesse maggiore del 4 le
sovvenzioni e gli sconti (42).
9. Riconciliarsi i banchieri, arbitri del corso
delle cedole (42, 43, 50).
10. Aggregare a l Monte Sete l a stagionatura,
anche per coprire colla varietà dei movimenti il
pegno (43).
RICERCHE SUL MONTE-SETE 85
11. Studiare di conformarsi in varj punti
alla Cassa Lafitte massime col determinare nelle
azioni di riserva piuttosto il sovventore che l'assi-
curatore (18, 47).
12. Aprire Conti Correnti all’uso dei Banchi
Scozzesi (47).
13. Prendere in pegno i fondi publici piutto-
sto che comperarli (26).
14. Non far vendite se non rigorosamente pu-
bliche (28).
15. Non distribuire frutti fittizj, aprendo sul
bel principio un deficit (30).
16. Aumentare la proporzione delle riserve e
renderle più certe (18, 19, 20, 30).
17. Estendere la rappresentanza legale a tutte
le classi degli azionisti (34, 36).
18. Tenere meno secreti d'officio che sia pos-
sibile ( 3 5 ) .
19. Sopprimere l'ingiusto divario nella sca-
denza degli interessi, che produce il danno dell'1
per i 0 0 alle azioni minori ( 3 7 ) .
20. Rendere più frequente l'elezione dei ge-
renti (88).
21. Concedere la rielezione indefinita agli am-
ministratori (38).
22. Non concederla ai vigilanti (38).
23. Condizionare l'aumento del fondo sociale
al caso di decisa prosperità (39).
24. Evitare la duplicazione del primitivo im-
pianto (39).
25. Procurarsi ulteriori capitali a mero inte-
resse senza diritto a dividendo (39, 44).
26. Limitare severamente le operazioni allo Sta-
tuto, esclusa ogni interpretazione estensiva (40).
27. Far provvidenze perchè al Monte non si
accumulino i soli scarti (41).
86 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
28. Non mirare a d operazioni venturose e gi-
gantesche ; massime alla traslocazione dell’em-
porio (41, 49).
29. Cangiare la conformazione dei boni di
cassa (41).
30. Non aggravare cogli accessorj l’interesse
apparente (42).
31. Applicare a l Monte gli esperimenti fatti
alla Cassa di Risparmio (42).
32. Dare ad ipoteca nelle provincie men de-
narose (44).
33. Non contar troppo sulla immediata e con-
tinua riuscita delle cedole (45 e passim).
34. Stabilire un banco-giro (46, 47).
35. F a r diligenze per richiamare se è possibile
i primitivi soscrittori (50).
36. Differire la chiamata del denaro sino al
ritorno del publico favore per non ruinare i com-
pratori delle azioni (50).
37. Rifare tutto l’impianto sui dati offerti da
un’Inchiesta Commerciale (40, 50).
Compiacetevi, miei Signori, a notare che que-
sti 37 consiglivennero d a m e dati p e r incidenza
e non per diretto proposito. E poi aggiungete che
parecchi di essi ebbero l’onore di incontrare l’ag-
gradimento d’uno d i voi, il sig. Corbellini. E p e r
mostrarvi quanto io lo pregi, citerò le s u e stesse
parole.
1. «La parte dei dividendi che col tempo ve-
nisse ad aumentare le riserve sarà convertita ad
a m m o r t i z a r e le azioni del Monte stesso (p. 41
della Risposta).
2. « Vuolsi ammettere del peri la proposizione
di anteporre come operazione di ripiego, le ope-
razioni di sconto all’impiego in f o n d i publici »
(p. 40).
RICERCHE SUL MONTE-SETE 87
3. «Nel Regolamento Interno d’Officio si sono
tracciate le norme per le vendite ; in esso fu prov-
veduto ai principali ostacoli elevati nell’opuscolo
d e l sig. Cattaneo!
4. «Forse il Monte non farà spedizioni per
vendere all’Estero, facendosi carico dei pericoli
dedotti dal sig. Cattaneo » (p. 43).
5 . « Si a t t u t i l’animo di chi teme che il Monte
sia ingordo del due p e r cento sulle vendite. Le
sue esigenze si avvicinano piuttosto alla suppo-
sizione del sig. Cattaneo! » (p. 42).
(i. « Certo che in un incendio ecc. ecc. la sag-
gezza dell’amministrazione adotterà quei provve-
dimenti che meglio si combinino coi debiti ri-
sparmj » (p. 44).
7. «Le azioni anonime ecc. ecc. quanto alle
falsificazioni è questo un pericolo che il Monte
deve tener lontaano» (p. 47).
8. « È in facoltà, del Monte il portar le sov-
venzioni al 5 e gli sconti al 6» (p. 11).
9. I1 Monte-Sete e i Banchieri si dessero scam-
bievolmente l a mano ecc. » (p. 40).
10. « E benissimo anche la Stagionatura pub-
blica è a supporsi che produca un andirivieni di
convogli t r a i quali mal distinguerebbonsi quelli
destinati alle sovvenzioni » (p. 56).
NB. Che nei Capitoli Fondamentali non si
parla di Stagionatura.
11. « I n varj luoghi il Monte s’accorda col-
I’ordinamento della Banca Lafitte )).
NB. Questo accordo poi non v’è; ma intanto
il consiglio è accettato per buono.
12. « L’ordinamento Interno d’Officio dà poi
luogo a d aprire Conti Correnti ».
NB. E nemmeno di questi si parla nei Capi-
toli Fondamentali.
88 CATTANEO SCRITTI ECONOMICI - Il
Ecco adunque 12 punti, sui quali, voi sig. Cor-
bellini, mi fate la grazia d’essere in accordo con
me, e in disaccordo col Monte. Voi siete l’amico
del Nonte-Sete. Dunque fin qui lo sono anch’io.
Glialtri 25punti sui quali m i lasciatesolo, sono
a un dipresso della stessa tendenza. Dunque con-
sigli d’amico essi pure. Come v a dunque che voi
stampate ch’iosono il nemico del Monte? E ag-
giungete che non ho «il senso comune e sono
l’uccello del cattivo augurio, colla fantasia offu-
scata di nuvole, in mezzo ai tremiti e all’ansio
terrore del sucido avaro, e sono simile all’Arpa-
gone di Molière; e sono cinico, e sono sofistico,
e tiro giù gli strafalcioni più assurdi?)). Come
mai le cose che in bocca mia sono strafalcioni, in
bocca vostra diventano delle migliori che abbiate
a dire, tantochè le stampate? Come avete potuto
immaginarvi ch’io scrivo miracolosamente « colla
lucerna chiusa, e sono scavalcato ad un t r a t t o e
convertito come Saulo »? E poi dite che « per ca-
rità dovrei avere migliore opinione della razza
umana ; poichè lo straniero d’oltr’alpe condan-
nerà l’intera nazione per l’anomalia d’un solo in-
dividuo )). Capperi ! un’intera nazione condan-
n a t a pel mio peccato! M’avete voi preso per una
specie di nuovo padre Adamo? E mi credete pro-
prio davvero un vecchio rantoloso? giacchè dite
che « i n un eccesso di rantolo ho voluto gettare
una satira goffamente seria sugli ordini princi-
pali del consorzio; ed ho parlato con uno stile
seducente ed un linguaggio eteroclito? ».
Avete reso un bel servigio a l Nonte-Sete ri-
versando nella discussione t u t t e questa sucida
broda ! Chi può meravigliarsi che dopo la vostra
sgarbata difesa le azioni del Monte Sete siano
calate fino all’ultimo scalino e le ipotecarie sieno
RICERCHE SUL MONTE-SETE 89

cadute e una misera frazione per 100? Avete reso


vano il riguardo ch’io ebbi di rattenere per pa-
recchj mesi la mia Memoria appunto per non
intorbidar le acque nel momento del ribasso.
E infatti a quel mio scritto tenne dietro piutto-
sto un qualche rialzo; giacchè le discussioni dì
buona fede rincuorano i pericolanti. Vedete che
la pretesa inimicizia mia recò men danno a l Monte
che le sollecitudini vostre da Don Desiderio: sep-
pure sta nelle infantile innocenza di un t a l per-
sonaggio l’infuriar cotanto, perchè, come voi di-
te, (( il sig. Cattaneo vuole dei conti ed è forza
sciorinarli ».
Ma perchè lagnarmi di voi, se lo stesso com-
pare rostro Sig. De Welz viene da voi qualificato
ingordo per quell’affare del 2 per 100 sulle vendite,
che fu proclamato da l u i nella Gazzetta G Giu-
gno 1837 e altrove? Intanto che voi flagellate quel
compare, eccone un altro, il Sig. A. G . , che nella
Gazzetta del 28 corrente viene invece a dire che
codesto 2 per 100 è «la cosa più modica che si
possa imaginare ». Signori miei, fate un po’ di
cameretta fra voi e ponetevi d’accordo ; poi venite
a prenderla con me. Ma non obbliate poi di per-
suadere anche i negozianti che vi devono pagar
quella provigione.
Lo « straniero d’Oltralpe non condannerà la
nazione)) se a lato di chi progetta instituzioni
senza alcun principio dell’arte, si levano d’ogni
parte uomini pazienti e leali c h e additano fran--
camente gli errori e suggeriscono i rimedj.
Voi mi seguite passa passo come l’ombra, c
contrapponete inesorabilmente a cadauno de’ miei
cinquanta paragrafi un cadauno dei vostri cin-
quanta paragrafi; e chi chiamate malpratico da
senno perchè io mi dissi malpratico d a baie; e
90 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
non sapete mettere due parole di titolo in fronte
al vostro libro senza pigliarle precisamente della
roda del mio. Vedete che per rispondervi parti-
colarmente dovrei scrivere da capo altri cinquanta
paragrafi ; ciò che supera affatto i limiti della mia
pazienza e del mio tempo. Vi manderò dunque,
se volete, una copia dell’opuscolo. Rinverrete là
dentro cinquanta risposte; e se vi studierete di
leggere con attenzione e lealtà, scoprirete ch‘io non
sono un nemico del Monte, ma un amico che gli
dice la verità e gli dà 37 buoni pareri senza farne
rumore; e inoltre gli dice d’onde può ritrarne
alcuni di quegli altri molti che gli fanno bisogno.
Siccome nell’uso del Foro si presume che un
litigante ammetta t u t t o ciò che non nega, così
gli avvocati sogliono tener dietro a d ogni parola
con una minuziosa e particolar negativa ; tanto
più che non si sa quali vantaggi possa l’avversa-
rio nel seguito degli altri ritrarre da un’asserzio-
ne che si presenta nella più innocua sembianza.
Ma quando si parla a l publico, l’arte che voi mi
rimproverate quasi di conoscere, insegna di far,
diversamente. Basta contrapporre a d un razio-
cinio un altro raziocinio liberamente dedotto dai
propri principj e francamente atteggiato ; poichè
alla memoria del lettore le minuzie sfumano tosto e
rimane soltanto una generica persuasione. Quindi
se non volete che qualche maligno non dica che
avete scritto sotto la dettatura d’un qualche av-
vocato, aggradite quest’altro consiglio n. 38 ; e
riducete il vostro libro in t r e o quattro paragrafi,
che è tutto quello che potete dire in modo di me-
ritarvi un po’ di confutazione.
E quand’anche i vostri modi non siano degni
di risposta, pure il mio rispetto a l publico vuole
che vi faccia qualche annotazione.
RICERCHE SUL MONTE-SETE 91
L’azione ipotecaria può essere ad u n tempo
medesimo pericolosa al possessore e disutile al
Monte; giacchè non è pronta a l bisogno, e divo-
rando le riserve degli anni prosperi lascia cadere
sul Monte tutti gli eventi degli anni infelici. Il
paragone delle vostre azioni ipotecarie colle azio-
n i maggiori della Cassa Lafitte, non regge. I1 ca-
pitale contante di quella Cassa è di 15 milioni,
cinque dei quali in azioni di mille franchi da ver-
sarsi per intero; le riserve cautate sono quasi
il triplo, cioè 40 milioni, Al contrario nel Monte-
Sete il contante fa 9 milioni e le azioni ipotecarie
giungono solo a 3. Il rapporto tra il contante e
le cauzioni è dunque otto volte minore. E t u t t a
la somiglianza che voi avete saviamente scoperta
consiste nell’essere ogni cosa ordinata all’inverso.
Inoltre nel Monte-Sete, l’ipotecario, sottomes-
so che siasi all’ipoteca, non ha più nulla a fare.
L a sovvenzione in ogni caso di bisogno dev’essere
cercata in massa del Monte stesso che possiede i
documenti. E il Monte che deve esporsi alle pre-
tese di circostanza ed anche ai rifiuti del sovven-
tore, e agitar la piazza, prima di recarle soccorso.
Alla contrazione nelle azioni Lafitte l‘azionista
deve fornire direttamente e quietamente la sua
porzione. Vi sono diecimila azioni di cinquemila
franchi, sulle quali l’esborso primitivo è di soli
franchi mille. Se quel Banco abbisognasse a d
un tratto d’una somma eguale a t u t t e quante le
nostre azioni ipotecarie, cioè a tre milioni, ba-
sterebbe ch’egli cercasse sopra ogni azione una
quota di 6 per 100. E certo che siffatta somma ver-
rebbe prontamente pagata d e tutti, anche perchè
in caso di ritardo l’azionista si esporrebbe a dan-
ni e spese, sotto l’ampia cauzione di quattromila
franchi aggiunta all’impegno dei mille franchi già,
92 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
pagati, I1 capitale chiamato scaturisce da molte
e piccole sorgenti, senza scandalo della piazza e
senza discredito del Banco. Se una parte degli
azionisti procrastinasse, e il bisogno stringesse
basterebbe chiamare un‘altra minima quota di po-
chi franchi per azione. Passato il pericolo la som-
ma si può rendere immantinente e non resta sulle
braccia del Banco per l’intervallo di tempo pat-
tuito con estranei sovventori, come nel Monte-
Sete. Ciò che più importa si è che l’immenso po-
polo degli azionisti per non subire l’incomodo del
momentaneo versamento, deve interessarsi a cal-
mar l’effervescenza del publico al primo nascere.
È a quella differenza t r a la Cassa Lafitte e il
Monte-Sete ch’io mirava quando notai che nella
sovvenzione le azioni ipotecarie fissano i possi-
denti che devono garantirla e non fissano i capi-
talisti che devono prestarla; che conveniva piut-
tosto stabilir il sovventore che l’assicuratore ;
vincolar quindi a preferenza chi avesse pronto il
denaro ; il che acquisterebbe inoltre all’azienda
alleati e padroni interessati a prevenire e combat-
tere nella prima sua origine il discredito e il ri-
torno delle cedole)) (18). Questo era parlare per
fare servigio. Ma voi nulla intendendo, mi avete
dato quella risposta da Bertoldino : che « è meglio
i l pegno i n m a n o che l’uomo in prigione ». E poi
osate pavoneggiarvi che Lafitte ha copiato i vo-
stri Capitoli fondamentali !
Del pari inopportuno è il paragone che fate
colle Società d’Assicurazione. Esse non hanno bi-
sogno di far fronte a giornaliere e capricciose e
passeggiere emergenze; ma solo a reali infortunj,
i quali sorpassino il fondo contribuito e le riserve.
I danni sono a liquidarsì con tempo e comodo; e
s o p r a t u t t o nulla influiscono sul movimento uni-
RICERCHE SUL MONTE-SETE 93
versale del commercio e della circolazione. Infine
poi nelle assicurazioni l’azionista è tenuto a ver-
sar direttamente, e non è necessario andar colle
ipoteche alla mano limosinando sovventori i n
tempo di generale bisogno, accrescendo le stret-
tezze del commercio.
Voglio rammentarvi un’altra cosa. Questo pen-
siero delle azioni ipotecarie è contemporaneo di
quello che alcuni misero in voga fra certi nostri
possidenti, non ha molti anni, cioè di spedir di-
rettamente le sete a Lione e Londra e intercidere
affetto dal commercio serico i negozianti tanto
inglesi quanto italiani, contro i quali diffonde-
vano le più odiose incolpazioni. Sotto la grave
esperienze degli anni seguenti questa falsa idea
sparve affatto ; sicchè alcuni dureranno fatica a
ricordarsi qual fermento avesse destato fra noi.
I l Monte-Sete pareva allora una specie direi quasi
di ponte che potesse tragittar franche le sete dalle
filande d’Italia alle officine di Londra, eludendo
le gabelle imposte dai commercianti. M a per fon-
dare il Monte volevasi denaro contante. Se qual-
che possidente voglioso di prender parte a questa
reazione non aveva cassa pronta, si pensò che
bastasse fargli porgere un‘ipoteca, e valersi del
denaro circolante, guerreggiando il ceto mercan-
tile colle sue stesse forze. Il nostro secolo mal si
presta a queste alzate d’ingegno ; volere insistei.
più a lungo nelle reliquie di una tanta illusione,
sarebbe omai troppa fatuità. Dacchè il tempo ha
recato consiglio, profittiamone pienamente, e la-
sciamo sfumar del tutto questi sogni, Essi sono
da mettersi con quello che stampando cedole s i
creano capitali ; e coll’altro che l’instituzione dei
banchi cresce il numerario, mentre a l contrario lo
diminuisce ; giacchè ne rende sufficiente all’uopo
94 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
dei commercio una molto minor copia, in grazia
del promosso giro ; e così parte dei numerario to-
sto si esporta.
Voi sig. Corbellini, scrivete con sottilissimo
ragionamento che un’ipoteca si fonda i n un istru-
mento cheè dicarta;e pureval più del con-
t a n t e : d u n q u e la carta fra noi vale già più del
metallo.Ma n o n pensate che il possessor delle
cedole non ha alcuna azione diretta su di una
data ipoteca: non pensate che la carta delle ipo-
t le cedole non lo sono ; quindi
l e prima può starsene a dormire nei forzieri e
negli archivj, mentre le seconde devono correre
tutto il giorno per le piazze, dove nessuno le può
accettar con fiducia se non è certo che t u t t i gli
altri faranno lo stesso. Quindi bisogna dargli
tempo di veder la cosa alla prova, quando la l e g g e
non lo forzi a fare altrimenti. Non basta che una
carta sia garantita perchè sia pari alla moneta
che serve a pagar le cambiali e le imposte. Se
l’oro ribassa, bisogna spenderlo anche con uno
scapito-se altro non si ha, e la sua circolazione
continua anche a basso corso; ma le cedole ad
ogni centesimo di ribasso che il corso degli affari
possa recare, rifluiranno dalle provincie alla cit-
tà, dalla città al Monte? per cambiarsi al pari
in moneta sonante ; massime se voi persisterete a
chiamar farisei i banchieri e a minacciare di ster-
minio i loro avviamenti. Dunque per i primi anni
almeno, invece di otto milioni di cedole o polizze
o boni o viglietti o qualsiasi altra generazione
di carte, appena potete esser certo di tenerne in
giro due o t r e milioni. E ciò per il motivo che voi
stesso riconoscete, cioè non esservi creazione uma-
na che non ritenga tempo. E siccome i Capitoli
Fondamentali non comprendono invero altro fon-
RICERCHE SUL MONTE-SETE 95

damento che questo : così l’instituto « sublime e


filantropico » del sig. A. G. diverrebbe nelle vo-
stre mani veramente malpratiche una temeraria
partita d’azzardo.
Perciò, Sig. Corbellini, bisogna riformare tut-
to quel preventivo che avete steso a p. 10. Can-
cellarvi, almeno nei primi anni, il ricavo di quat-
tro o cinque milioni di cedole, far qualche altro
diffalco per il molto denaro contante che deve
sempre star pronto in casse; e per il non poco
che nei frequenti intervalli f r a le entrate e le
uscite rimarrà ozioso. Levare affatto il prodotto
dei Conti Correnti e della Stagionatura ; perchè
non si comprendono n e i Capitoli fondamentali,
unico oggetto di t u t t a questa controversia. Ag-
giungete finalmente che se si vogliono « chiamare
i capitali a piccole frazioni » avrete anche piccole
frazioni di impiego, mentre la spesa sarà già in-
tera. Adesso fatemi il bilancio, che sicuramente
potete far onore alla vostra abilità.
Se l’emissione di 8, ovvero di 10 milioni è così
((poca cosa a l nostro Stato », perchè ve ne pro-
mettete voi t a n t a pubblica prosperità? S u quali
motivi di giustizia poi si fonda il vostro desiderio
di donare agli agricoltori, togliendo ai possidenti
e agli impiegati? Fate carità col fatto vostro.
I o non ho detto che ogni azione da 500 lire
debba dar diritto a d entrare in Consiglio; ma
che i cinque milioni anonimi vogliono essere rap-
presentati, almeno quanto i quattro nominali e
i tre ipotecarj. Nei nostri Consigli Comunali, che
voi citate, seggono tanto i padroni delle case,,
quanto quelli dei campi e dei boschi ; anzi la stes-
si~proprietà mobiliare vien rappresentata dal de-
putato alla tassa personale. Nelle città poi non
si ammettono indistintamente i proprietarj, ma
96 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
si procura comprendervi una certa proporzione
di commercianti. Non è vero che voi abbiate preso
di mira il maggior possesso; poichè un'azione
ipotecaria di 10 mila lire non è maggior possesso
di un milione in carte anonime. Due strade dun-
que rimangono: o rendere tutte le azioni nomi-
nali, o condizionare a l deposito di un certo nu-
mero d'azioni anonime il diritto di partecipare
al voto ed alla vigilanza. I o preferisco la prima
alternativa.
Se i generosi si sono offerti per salvare il pae-
se in un momento di pericolo e lo hanno vera-
mente salvato, non è provido pensiero aprir tosto
un'altra voragine ; perchè la generosità delusa si
stanca, ed è omai tempo di adoperare il criterio
nostro e non le limosine altrui.
Le azioni che meno mi quadrano sono le ipo-
tecarie; e parimenti sono quelle che meno qua-
drano a l publico, come mostra il loro corso co-
stantemente inferiore a l paragone delle altre.
Eppure non sono che trecento, e siamo in un
paese dove si conta qualche centinaio di possi-
denti, uno solo dei quali basterebbe a collocarle
tutte.
Adesso vuolsi mettere ogni cura a d avere uno
Statuto ragionevole; e a d onta di tutti i nostri
sforzi credete pure che rimarrà sempre qualche
lato debole e imperfetto. Quindi non dubitate che
alla perizia dei Direttori possa mancare campo
ad esercitarsi. Del resto io non credo offendere
chicchessia quando dico che se la maggioranza dei
membri di una società viene in breve tempo a can-
giarsi (ciò che a1 Nonte-Sete è già manifesta-
mente avvenuto) i sottentrati hanno diritto a
scegliersi amministratori di loro piacimento ; ap-
punto come ohi compera un podere ha diritto
RICERCHE SUL MONTE-SETE! 97
a porvi un fattore di sua confidenza. L’assomi-
gliare i direttori alle tegole del tetto mostra in
voi la precisione del criterio.
A voi pure, illustre sig. De Welz, ho qualche
cosa a dire. Voi siete valente in teoria, dacchè
avete insegnato all’Italia la Magia del Credito,
la quale, secondo voi, consiste nel far i debiti;
e inoltre avete ajutato la prosperità commerciale,
predicando il sistema proibitivo, il quale consiste
tanto o quanto nell’abolire il commercio. Inoltre
siete valentissimo in pratica come lo attesterà,
ai posteri la medaglia di bronzo che vi siete fatto
coniare a Parigi per immortalarvi creatore di
quel Monte Sete che colle vostre dicerìe e col vo-
stro progetto delle spedizioni all’estero e della
Casa filiale di Lione, per poco non avete disfatto.
È però una cosa singolare e poco esplicabile
che, per creare il Monte Sete qui di Milano, siate
venuto in iscena parecchi anni dopo che se ne
trattava, e tosto vi siete piantato dall’altra, banda
delle Alpi. Quando avrete a sindacare il valor
delle firme per fare il Castelletto degli sconti, vo-
glio sperare che ci metterete i n corrente anche
con questa nostre Piazza. Così non vi esporrete
a scambiar le persone, stampando nei Moniteur
Parisien, e comunicando alla Gazzetta Ticinese
(22 gennaio) ch’io sono «un antico farmacista,
indocile figlio d’Esculapio, che non avrei dovuto
f a r altro mai che pillole e cataplasmi ed applicar
migriatte ». Io non sono nè antico, nè farmacista,
nè per quanto io sappia possa esser figlio d’Escu-
Iapio. E se anche lo fossi, voi costì, in Francia,
dove stanno tanti gloriosi monumenti del mini-
stero del farmacista Chaptal, avreste dovuto im-
parare a tenere in pregio una classe che nella
decananza scientifica è collocata assai più alto
7 . CATTANEO. Scritti economici. II.
98 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
della vostra, e nelle decananza industriale ha
prodotto molte delle più utili scoperte del se-
colo.
Ma e che hanno a fare queste vostre inezie
coll’impianto del Monte-Sete? E s‘io fossi ciabat-
tino? I miei consigli diverrebbero men buoni?
Credete forse che il buon senso di qualsiasi umil
persona non basti a scoprire quanto ingiusto sia
che l’uno riscuota l’interesse dopo sei mesi, men-
t r e l‘altro deve aspettar l’anno nuovo? E quanto
difficile sia che ben cammini un’azienda nella
quale chi dà la maggior parte dei milioni sonanti
non è ammesso a dir la sua ragione, e secondo
l’eccellente frase del sig. Corbellini « è proprie-
m e n t e parlando, nessuno? )). Eppure voi andate
perdendovi a provare ch’io sono incompetente a
dar utili consigli.
Su questo punto devo dunque tacere? devo la-
sciarmi ridurre all’ignominiosa condizione d‘un
possessore di azioni anonime, a cui non si accorda
la parola e non si apre tampoco la porta del con-
siglio? Amereste voi ch’io vi rendessi la pariglia
e colla lurida fiaccola delle personalità venissi a
farvi intorno una perlustrazione? Ma state di
buon animo; chi parla per vero dire e per amor
di bene, non si degna di por mano a queste armi
insociali.
E in cosa di tanto comune interesse non basta
ch’io sia cittadino del paese? non basta ch’io ab-
bia proprietà d’azioni, quantunque finora mi sia
mostrato poco ambizioso d’inscrivermi per assi-
stere a vane t e a t r a l i t à Sapete dirmi a qual cosa
abbia servito l’ultima vostra seduta? Conveniva
importunar cento azionisti per dir loro a voce
che nella t a l contrada, a t a l numero, alla tal ora,
potevano andare a leggere il Regolamento Interno
RICERCHE SUL MONTE-SETE 99

col quale, senza loro concorso, si era cangiata


faccia a l P a t t o Sociale che gli univa? I1 grado
accademico ch'io tengo non mi ha imposto fin
dalla prima gioventù il dovere appunto di stu-
diare p e r principj quella scienza economica che
q u i si t r a t t a d'applicare ai nostri bisogni? Voi,
signor Corbellini, vi vantate di aver consultato
Romagnosi e di non aver però voluto conformarvi
al suo consiglio. Tanto peggio pel Monte e per
voi; e quel saggio vecchio si lavagna spesso di
quegli importuni che venivano a consultarlo colla
speranza di farsi dar ragione e col fermo propo-
sito di non accettar parere. Dopo avermi voluto
far credere nemico del Monte, volete anche farmi
credere nemico alle dottrine economiche di Ro-
magnosi.Dacchè mi avete trascinato sul terreno
delle personalità, sul quale sembrano fondarsi
tutte le vostre speranze, mi astringete proprio
a dirvi che da quel tempo che alla scuola di Ro-
magnosi ho cominciato questi studj, e f u nel
1820, infino a questo giorno, ho sempre avuto
ferma credenza negli stessi principj di sociale
economia. Però non mi sono mai intitolato eco-
nomista, come voi con malizia venite. insinuando ;
quantunque sin poi un nome che in sè e per sè non
forma titolo di nobiltà, e non è più vanaglorioso
che quello di agrimensore o di ragioniere. Chi
scrive d i cose economiche si designa col nome
(l'economista; e se pensa storto e scrive male.
come voi, signor. Corbellini, quasi quasi vi vantate
di fare, non si cangia per questo l'argomento di
cui scrive ; e tutt’al più si può dire che è un cat-
tivo economista e guasta il mestiere.
Tanto poi son lontano dal seguire principj
economici opposti a quei del mio maestro, che se
sono entrato a scriver? di questi argomenti lo
100 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
feci p r i m a m e n t e per suo incarico. E f u così ap-
punto ch’ebbi a trarre da documenti officiali in-
glesi e tedeschi, le quali lingue egli non cono-
sceva, alcune note sulla Questione delle tariffe
americane, e sulla Lega Daziaria Germanica colle
quali mi trovai quasi senza saperalo e senza vo-
lerlo in questo arringo. Ho poi scritto in seguito
sul Prezzo delle Sete, sulle Interdizioni Israeli-
tiche, sulle Strade ferrate di Venezia e di Como.
e finalmente su questopoveroMonte-Sete Se v i
pare che questo sia parlar di botanica o d’archi-
tettura, chiamatemi pure botanico e architetto.
Se poi sono argomenti d’economia publica, non
tediatemi più con queste ciarle, perchè io bado
alle cose e non mi curo nè dei nomi, nè delle
persone. E l’unico punto che in questa controver-
sia mi sia veramente molesto si è che voi colle
vostre insolenze mi avete costretto a far questa
pagliacciata di parlare avanti al publico di me
stesso.
Le stesse indegne personalità vennero da voi,
sig. Corbellini, avventate contro lo stimabile
estensore del Foglio Commerciale, e contro i suoi
onorevoli amici. Voi dite ladri i negozianti in-
glesi, dite usuraj e farisei i negozianti italiani,
indicate come nemici i negozianti esteri stabiliti
nel paese; e parlate del Monte-Sete come d’un
castigamatti universale che conquiderà t u t t i i
malnati loro monopolj. E se avranno cuore di
rimbeccarsi e di oppor guerra a guerra « l’aria
che respireranno n o n sarà più Buona pei loro
polmoni » (pag. 23). Volete dunque appestarli
t u t t i col fiato?
F u indarno la mia, fatica nel ripetere che il
Monte non deve essere in guerra con nessuno, e
che frutterà forse più all’alto commercio che al
RICERCHE SUL MONTESETE 101
minuto trafficante, Voi colla cieca vostra furia
scompigliate ogni cosa.
Consolatevi poi nel giudizioso pensiero che se
i nemici che voi colle vostre impertinenze andate
d‘ogni parte provocando al Monte-Sete, si ma-
neggiassero a demolirlo con un giuoco di cedole,
alla fine rimarrebbero colle cedole alla mano,
involti essi medesimi nella sua caduta. Ma per
atterrire o stancar gli azionisti e costringere il
Monte a chiuder bottega, basterà forse l’ostinata
mancanza del ricavo, o tutt’al più la perdita di
qualche milione ; mentre a punire condegnamente
quei nemici che fossero così maldestri di lasciarsi
cogliere colle mani piene di carta si richiederebbe
un naufragio immenso; tanto più che la guerra
che voi cercate attizzare ridurrebbe il corso delle
cedole a poca cosa. Ma se anche i monopolisti iso-
lani e penisolani dovessero far qualche sacrificio,
non sarebbe forse compensato dalla vittoria e
dalla possibil continuazione di ciò che voi chia-
mate l’usura indiscreta? Del resto è dificile raf-
figurar le vittime degli usurai nella classe dei
filatori, finchè voi confessate ch’essa va crescendo
rapidamente ; ciò che fa, testimonianza della sue
prosperità.
Del resto gli uomini di condizione neutrale,
come gli scrittori, sarebbero appunto i più oppor-
tuni ad accomodar le opposte pretese delle varie
classi de’ commercianti e dei possidenti; e voi
danneggiate gravemente I’Instituto disturbando
disgustando quelli che si sono posti a questa
impresa. Disprezzare indistintamente i nostri
giornali è assurdo; giacchè poche città possono
additar nei loro giornali gli scritti d’un Beccaria,
d’un Verri, d’un Monti, d’un Giordani, d‘un
Foscolo, d’un Rasori, d’un Gioja, d’un Roma-
102 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
gnosi. Ai quali gloriosi nomi è debito di giustizia
aggiungere i vostri, sig. De Welz, sig. A. G. e
sig. Corbellini, il quale siete illustre, come sento,
eziandio nella fabbricazione dei Lunarj.
Lo spaccio delle Azioni del Monte che voi
vantate segno del publico favore, non f u che il
contracolpo di un altro movimento di Borsa ; durò
pochi giorni, e a d onta degli sforzi di alcuni
interessati che comperarono, per rimettere a galla
la nave, quei poveretti che « comperarono avida-
mente» vi sarebbero gratissimi se voi voleste tro-
var loro un successore, a cui ceder senza perdita
t u t t i i loro vantaggi. Ed è per un riguardo a
questi ch'io consigliai di non dimandar versa-
menti, primachè la rifusione generale degli Sta-
t u t i non abbia riconciliato la publica opinione.
Altrimenti t u t t i coloro che hanno comperato colla
speranza di rivendere, e non hanno previsto di
dover soggiacere alla prestazione effettiva d'un
capitale, saranno costretti a vendere a zero ciò
che hanno comperato all'otto e a l nove per cento.
La cosa sarebbe stata assai diversa se invece. di
fare una chiamata indistinta, aveste tenuto ac-
colte intorno al Monte le famiglie più potenti
di ricchezza e di credito. E qualcuno deve per fer-
mo averne colpa, se la lista dei 106 soscrittori
primamente raccolti dalla diligenza del sig. De
Carli si ridusse di tanto, e se il publico leggendo
quella dei cento maggiori contribuenti esposta
nella Gazzetta del O Gennaio, vi riscontrò bensì
con piacere i nomi di molti e spettabili persone, ma
non vi ritrovò più quella congregazione di possi-
denti e banchieri, vi si notò spariti i nomi di Bor-
romeo, Greppi, Taccioli, Gargantini, Melzi, Nel-
lerio, Pallavicini, Pallavicini-Muzio, Dal Verme,
Durazzo, Arese, Cagnola, Passalacqua, Luzzago,
RICERCHE SUL MONTE-SETE 103
Litta, Giulini, Galbiati, Belgioioso, Gavazzi,
Prinetti, Somaglia, Beccaria, Sormani-Andreani,
visconti-Aimi, Medici, Vidoni-Soresina, Trivul-
zio, ecc. Sono sottentrati altri nomi, voi dite, ma
invece di sottentrare non sarebbe stato miglio
che fossero entrati a crescere il consorzio? Quando
il Monte fosse stato patrocinato da t r e o quattro-
cento agiate famiglie, avrebbe avuto altro credito
che quello delle vostre azioni ipotecarie; e so-
p r a t u t t o avrebbe potuto resistere a molti anni
di avversità ; e non si sarebbe mai parlato di pro-
mettere il frutto del denaro al primo seinestre,
rame se gli azionisti non avessero altro pane a
mangiare. Ma « nella prima
disertare qualcuno ». Dio vi guardi dunque d a
un’altra marcia, perchè non v i resteran più sol-
dati. « I nostri possidenti, a detta vostra, ren-
dono prodigiosarnente a farsi negozianti ». e ama-
no molto i rischi. Me l i rallegro.
~ I n questo caso
la vostra presenza al Monte deve averli ancor
più « prodigiosamente » spaventati ; perchè in fatti
non hanno voluto rimanervi. E anche questo è un
consiglio da darvisi. I trafficanti, divisi in ricchi
e non ricchi, in banchieri e filatori, in sovventori
e in sovvenuti, difficilmente potranno mettersi a
comporre di pieno- accordo un equo regolamento ;
perchè ogni classe vorrebbe tutto per sè. Molto
meno poi terranno conto degli interessi del mero
possidente e dei vincoli che impone l’economia
generale del paese, l’ ordine della circolazione e
il limite della legalità : giacchè delle buone idee
d‘economia quasi nessuno tra noi si cura e pochi
ancora son persuasi che formino una propria
scienza. Nell’atto adunque che si sta, ventilando lo
Statuto, gli utili consigli vi debbono convergere
da più parti. E d anche a voi, Sig. Corbellini, può
104 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
aprirsi occasione di suggerir qualche cosa di
vostra competenza. Ma quando il regolamento
bene o male siasi raffazzonato e la prova cominci,
giova forse ricordarsi, Sig. Corbellini, che i ne-
gozianti, a ragione o a torto, ed a torto io credo,
diffidano sempre di chi non sia negoziante. Hanno
anch’essi una specie d’iniziazione, una specie di
nobiltà esclusiva; e a costo di rimaner privi
anche dell’opere vostra stimabilissima ; non ama-
no veder mescolato nelle loro giornaliere fac-
cende chi non sia propriamente della loro tribù.
Voi, sig. G . A , mostrate almeno la maniera
d’un uomo educato ; ve ne sono riconoscente, per-
chè la discussione quando passa certi limiti rie-
sce odiosa e umiliante. Solo vorrei che aveste
usata anche un po’ di buona fede. Perchè affer-
mare ch’ io v’ abbia praposto 1’ abbandono dello
sconto e del deposito,quando vi ho detto a l con-
trario che lo sconto e un’utilissima innovazione
da introdursi, e in questo proposito mi sono
espresso con non equivoco calore (V. § 24)? Per-
chè difendendo contro la mia Memoria i Capitoli
Fondamentali venir con tanta affettazione par-
lando della Stagionatura, della quale i Capitoli
Fondamentali non parlano e la mia Memoria fa
l’elogio più aperto? Questo è rappresentare le
cose al contrario di ciò che sono.
D a t u t t a la vostra Appendice nella Gazzetta
traspare poi che siete affatto digiuno d’ogni stu-
dio d’economia, e forse non si dirà Facilmente
che scriviate sotto la dettatura. Se le cambiali
s’hanno a rifare dal Monte, caro mio, questo non
ha più a che fare collo sconto ch’è un’altra cose.
Se è difficile portar vie la cupola del Duomo, ciò
non prova che sia difficile perder denari quando
si espongono ciecamente ad ogni ventura. Se a l
RICERCHE SUL MONTE-SETE 105
Monte-Sete si fanno i pegni, questo noli prova
che i regolamenti del Monte di Pietà gli si pos-
sano applicare. Se voi ammettete la sconto ad
intervalli incerti ed arbitrarj, il negoziante non
vi può fare assegnamento; e se ve lo farà, rimarrà
crudlmente deluso, e ricadrà sotto le più gravi
usure ; e il corso degli interessi andrà fluttuando
sulla piazza molto dannosamente. La seta non si
comprerà perchè il Monte ne mandi avvisi alle
piazze esterne ; poichè il concorso dei compratori
dipende dai consumi, o piuttosto dalla incetta
delle manifatture e dall’arrivo delle commissioni.
L‘andar poi ripetendo che il nuovo stabilimento
è presieduto da uomini probi e principali, non è
una buona ragione per indurci a precipitare l’or-
dinamento del Monte, e a gettarne con t a n t a ne-
gligenza le basi che t u t t a la probità e t u t t a l’in-
dustria non bastino ad appuntellarne le ruinose
mura. Se in America il partito della banca non
è caduto ancora, questo non prova che abbia vin-
to ; e dimostra che voi siete all’oscuro affatto delle
interne mutazioni di quel paese. Studiate qual-
che altro paio d’anni; e se conservate le vostre
garbate maniere, potrete allora mettere anche voi
nella nostra controversia una parola giusta.
Intanto, sig. Corbellini, dacchè, secondo voi,
Lafitte ha copiato i vostri Capitoli Fondamentali,
copiate da parte vostra qualche cosa anche da lui.
Alla sua seduta di Ottobre sono intervenuti sen-
za disordine 600 azionisti. Ora t u t t i i vostri azio-
nisti non sono 300; e gli intervenuti all’ultima
adunanza non so se giungessero a 60. Potentis-
simo signore, siate anche clemente; e ammettete
almeno un’altra sessantina di questi umilissimi
e docilissimi vostri servitori.
Nelle deliberazioni poi, se volete che siano
106 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
valide a tempo e luogo, e non fruttino ammini-
coli alla avvocatura, abbiate pazienza di osser-
vare come si deve il 33 dei Capitoli Fondamen-
tali, che ordina lo scrutinio secreto dei voti e non
la votazione per alzata e seduta; giacchè molti
degli azionisti per paura dei vostri libretti e delle
vostre personalità, potrebbero avere un rispetto
umano di votar apertamente contro il vostro
savio parere. Avete fatto la regola? rispetta-
tela.
La ristrettezza dei 37 voti bastevoli a deter-
minare una maggioranza o almeno a dirigerla,
massime col sussidio delle procure che raddop-
piano il valor delle voci presenti, produrrà senza
dubbio i più perniciosi effetti. Non è necessario
svolgere quindi le tanto belle e tanto sottili dot-
trine della efficacia delle votazioni. Basti il dire
che se questa oligarchia venisse a comprendere i
banchieri più ricchi e i loro clienti, per non dire
gli stessi monopolisti di Londra, essi sarebbero
in arbitrio di imporre agli amministratori che
amassero di venir rieletti, l’obbligo di trattar
con sommo rigore l’ammissione delle firme negli
sconti e delle merci nei pegni. Le cose verrebbero
a disporsi in modo che le firme degli oligarchi e
dei loro clienti divenissero necessarie, e t u t t o lo
sconto passasse per le loro mani. I o vedo sempre
nero; ma dimandate a i Parigini d a che sia nato
il voto comune di erigere l e Cassa Lafitte.
I o vedo sempre nero; ma le m i e previsioni
tendono a porri riparo a t e m p o , quando una mez-
za riga inserta destramente nello Statuto può
sventar molti mali. Voi non vedete altro che fiori.
e ci ridurrete a1 tristo passo di chi prima non
pensa e dopo sospira. Ma gli azionisti facciano
pure a modo vostro ; a me basta aver fatto il do-
RICERCHE SUL MONTE-SETE 107
vere di leale scrittore, tributando a l paese il
frutto de’ miei studj.
L’opposizione che voi trovate t r a il ,principio
delle Banche o del Monte-Sete e quello delle Casse
di Risparmio, non esiste per nulla. Leggete gli
Statuti delle Banche di Scozia; e i risultamenti
della nuova Banca di Lione. La nostra Cassa di
Risparmio non ha trovato otto milioni a l t r e
per cento? e l’afflusso del denaro non è forse tale,
che a forza di Regolamenti bisogna respingerlo?
Credete voi che non troverebbe denaro anche a
più basso interesse, quando lo accettasse in massa,
dai ricchi e a brevi termini, e prescindesse dal
principio d’un mero Instituto di c a r i t à S o n po-
treste voi imparare anche un’altra. cosa dalla
Cassa di Risparmio, cioè un modo men costoso
d’amministrazione e di censure? Intendiamoci
però bene che le cose si vogliono adattare alla di-
versa tendenza dei due Instituti, l’uno gratuito e
l’altro mercantile. Del reato l’idea di adottare il
pegno delle sete come impiego ai fondi delle Casse
di Risparmio, fu già coltivate da un ragguarde-
vole nostro concittadino :issai benemerito di quel-
la Instituzione.
Ma perchè perder più tempo a dimostrarvi che
coi Capitoli Fondamentali non si può andare,
quando voi stesso mi venite narrando che «le
sorgenti di vantaggio non si restringono alle suc-
cennate », e che in effetto all’Instituto di Pegno
e Sconto, si aggiungerà un Instituto di Stagiona-
tura, e un Instituto di C o n t i Correnti? Dunque
dei Capitoli Fondamentali non si parli più. L’og-
getto pel quale scrissi è vinto. Chiamatemi pur
nemico ; ingiuriate : dacchè voi, eruditissimi si-
gnori, citate i Romani, io citerò i Greci e vi dirò
col gran marinaio: Batti, ma ascolta.
108 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Ma qui nasce un’altra grave questione che non
è tale da risolversi in un mero consiglio. Voi non
mostrate di sapere che il carattere distintivo
delle societàAnonime èquesto che gliammini-
stratori sonoirresponsabili finchè stannorigida-
mente agIi Statuti. Quindi sinatte Società non
portanonomedipersone, ma si intitolano dal-
l’impresa che fanno. Questa, irresponsabilità è un
privilegio o vogliam dire l’effetto d’una legge spe-
ciale che f a eccezione al corso consueto delle
cose.
Se l’impresa cangia menomamente, se lo sta-
tuto si estende, la società anonima non è più
identica; quindi non è più legale. Bisogna strin-
gere un nuovo Patto e ottenere un nuoto privile-
gio. Nell’intervallo gli amministratori che ecce-
dono il mandato diventano responsabili; il socio
e l’estraneo possono addossar loro tutte le conse-
guenze.
- un pericoloso e illegale sotterfugio innovar
furtivamente lo Statuto sotto il titolo d’un Re-
golamento Interno d’Officio. Operazioni così vaste
come la Stagionatura e il Banco Giro, operazioni
stituir da sè sole un’impresa gran-
dissima non sono cose interne d’officio; ma vo-
gliono un posto competente prima nello Statuto,
poi nelle interne discipline necessarie a d atti-
varlo.
. Dacchè dunque gli Amministratori riconoscono
l’insufficienza del primo P a t t o sociale, bisogna
proporre, discuterne e convenirne un altro, poi
far sanzionare dall’Autorità le convenzione.
Questa è l’opinione che, come giureconsulto,
ho la competenza di pronunziare, e come scrit-
tore ho l’animo di difendere a fronte di chicches-
sia. Come economista, con vostra licenza, vi dirò
RICERCHE SUL MONTE-SETE 109
poi che è l’unico rimedio ai tanti e tanto ster-
minati errori in cui siamo purtroppo finora ca-
duti. L’informe abbozzo dei Capitoli fondamen-
tali è indegno del paese e del secolo, e non merita
il sacrificio del nostro credito e del nostro denaro.
La mancanza del Monte sarà un vantaggio di

bero una immensa sventura; e senza una intera


rifusione dei Capitoli f o n d a m e n t a l i , non v’è luogo
a migliore speranza.
Adunque, miei signori, Corbellini, De Welz,
G. A . e Compagni, invece di ostinarvi a sospin-
gere il nostro commercio per una falsa via ; o stu-
diatevi di rinvenirne una migliore, o fatevi in
disparte e non distornate colle vostre calunnie
chi consacra a questo nobile intento i suoi pen-
sieri.
Vi sono servitore.
Milano, lì 8 febbraio 1838.

Dottor CARLO CATTANEO **

** Un’altra polemica sullo stesso argomento ebbe il


Cattaneo con l’ing. Baldassare De Simoni, che se ne era
Occupato nell’« Ape delle cognizioni utili » (supplemento
di luglio 1834) e poi nella «Gazzetta privilegiata » (ap-
pendice del 22 febbraio e 28 marzo 1838). I1 Cattaneo
gli rivolse una lettera aperta : AZ Signor Ingegnere Bal
dassare De Simoni « Bollettino », aprile 1831, LVI,
PP. 73-81), con la quale mette in luce la confusione che
egli f a in uno stesso ente tra la funzione di sussidia-
mento e creditizia al commerciante di sete e la funzione
di stabilire manifatture e spedir sete all’estero a basso
Prezzo, facendo in quest’ultimo caso rivalità al commer-
ciante che si vorrebbe invece aiutare ; denuncia alcune
110 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
irregolarità nell’amministrazione del Monte-Sete; e pro-
pone di fare un’« inchiesta commerciale )) sulle cause
delle difflcoltà che l’impresa sta attraversando.
Nel precedente fascicolo di febbraio-marzo 1838 del
« Bollettino », pp. 249-257, il Cattaneo, a sostegno delle
sue idee, aveva riportato Alcune opinioni d i Sismondi ap-
plicabili all’argomento del Monte-Sete, facendole prece-
dere dalle seguenti parole :
« Col principio dell’anno corrente 1838 è uscito il se-
condo volume dei Saggi di publica economia dell’Illustre
Sismondi di Ginevra. Sotto il titolo Del Numerario e
delle Banche v’è una lunga e dotta Memoria che riesce
a proposito anche per le nostre bisogne municipali. Si
desidera vivamente che i seguenti squarci che ne ab-
biamo ricavati, si raffrontino da qualche cortese lettore
colle Ricerche sul Nonte-Sete inserite in questo giornale
nel decorso anno. Non ostante la ragguardevole differenza
fra i principj economici del signor Sismondi e quelli che
noi seguiamo, si vedrà una somiglianza grandissima o
meglio una vera identità nelle conseguenze. Qualunque
sia il divario delle scuole, quando si viene al concreto,
tutti quegli che hanno occhi buoni. testa a casa, e bocca
leale dovranno infine adattarsi a chiamar verde l’erba,
e azzurro il cielo, e assurde le azioni ipotecarie, e molto
contradittorio lo zelo di certuni contro le usure ».
« Chi vorrà poi leggere l’intero originale di quell’eco-
nomista troverà ch’egli si spinge assai più avanti di noi
e rinverrà qualche sentenza che noi non abbiamo voluto
riportare per non f a r danno; e perciò speriamo renderà
giustizia alla ritenutezza delle nostre Ricerche ».
Nel momento che lo scompiglio delle banche
Americane si propagava a t u t t o il commercio eu-
ropeo, e alla falsa fiducia della moltitudine traf-
ficante succedeva l’estremo avvilimento, parve
necessario porgere qualche soccorso quelle in-
felici famiglie che allucinate dalla pretesa magia
del credito s’erano aggravate di sete ad altissimi
prezzi ; e non potendone differire la vendita a tem-
po migliore, pendevano sull‘orlo della ruina e
dell’ignominia, e minacciavano di scuotere colla
loro caduta la publica fortuna.
Non adunque per aggiungere sproni alla te-
merità che va in cerca delle sventure, ma per por-
gere un’àncora di salvezza all’imperizia nàufraga,
il Principe in un regno confinante a l nostro de-
stinò una larga somma del publico erario per sov-
venire al commercio serico, a condizioni di mera
beneficenza e senza alcuna accessoria vista di
lucro.
Il Re Carlo Alberto di Sardegna concesse
Adunque sulla Regia Tesoreria e contro il pegno
delle sete un prestito temporario di 6 milioni di
franchi ai 4 per 100; al quale potessero parteci-

* « Bollettino »,LV, febbraio e marzo 1838, PP. 281-283.


112 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
pare quelli che ne inoltrassero preghiera alla Re-
gia Finanza. I1 sovvenuto non doveva soggiacere
ad alcun altro carico tranne quello di pagare l a
consueta senserìa nel caso che l a merce, non re-
denta in tempo, venisse venduta; e le spese di
Condizione nel caso che si dovesse verificarne lo
stato.
La sovvenzione è in denaro sonante. La con-
cessione del prestito si fa dalla Regia Finanza;
il pagamento dalla Regia Tesoreria; la vendita
delle sete dalla Regia Camera di Commercio. Tut-
t o adunque si opera a carico dello Stato e per
ministero dei suoi impiegati.
Ad alcuni che hanno la naturale proprietà di
veder capovolta ogni cosa e di confondere fra loro
le instituzioni più disparate, è piaciuto di trovar
identità t r a questa publica provvidenza e i cele-
bri Capitoli fondamentali proposti pel nostro
Monte Sete.
Le principali differenze sono le seguenti :
I1 Monte Sete ha di mira il guadagno attivo di
una Società Anonima di privati sovventori ; men-
t r e il regio prestito Piemontese è di n a t u r a af-
fatto passiva e caritatevole, o almeno di generale
tutela.
I1 Monte Sete deve fornire sul guadagno lordo
le spese di amministrazione; mentre il prestito
Piemontese torna a sopracarico delle publiche
Magistrature.
I1 Monte Sete per mezzo dello sconto estende
l a sua azione a t u t t o il commercio interno ed
esterno ; mentre il prestito Piemontese è circo-
scritto a un ramo solo del commercio nazionale
in momento di pericolo.
I1 Monte Sete si propone di lucrare sulle ven-
dite, sui depositi e perfino, giusta le storte idee
PRESTITO PIEMONTESE SUL PEGNO DELLE SETTE 113
d’alcuni, sul rischio mercantile di spedizione ;
Cose che t u t t e ripugnano affatto col principio del
prestito Piemontese.
Finalmente il Monte Sete avendo per unico
fondamento il corso pronto e continuo d’una carta
monetata, se riesce i n questo proposito tende a
smovere t u t t a la base del commercio nazionale,
a d alterare i prezzi delle cose c il senso dei con-
tratti, a promovere l’esportazione dei metalli pre-
ziosi, a preparare non già un sussidio alle crisi
fortuite ma una provocazione alla loro maggior
frequenza e gravita. E se viceversa non riesce nel
proposito di far ricevere immediatamente e co-
stantemente dal paese una certa massa delle sue
carte, e abbattere con un primo sforzo tutte le
abitudini e le antipatie delle popolazioni deve
trovarsi nell’impossibilità di reggere e nella ne-
cessità di tradire le aspettative de’ suoi soscrit-
tori.
A mostrar la verità di quanto si afferma, sog-
giungiamo per intero il Regolamento del regio
prestito Piemontese. Ciò facciamo tanto più vo-
lentieri e perchè contiene molte savie provvisioni
che possono riescire utilissime a un più sensato
ordinamento del nostro Monte Sete quando al-
cuno avrà l’animo di pensarvi, e perchè il pu-
blico abbia una novella prova della grave mancan-
za o di buona fede o di discernimento o d’ambedue
in coloro che spendono tanto sforzo di falsi ra-
gionamenti per indurci a d innalzare su inferme
basi l’edificio perchè debba poi ricadere sul no-
stro capo.

8. . CATTANEO. S c r i t t i economici. 11.


V.

Sulla nuova proposta di un Banco in Milano per


sovvenire ai depositi di sete ed altri valori e per
lo sconto.+

Un colto e sperimentato Fabbricatore ha pu-


blicato in questi ultimi giorni la Proposta di
questo nuovo Banco, o Monte.
si potrebbe dire ch’è alquanto tardi. È tredici
mesi che questo giornale prendendo occasione
dalla somma decadenza già spontaneamente S O -
pravvenuta nel corso delle azioni del Monte Sete,
aperse lealmente questa discussione con uno scrit-
t o bustevolmente lungo. Disse allora «che chi
non conveniva in quei poveri nostri pensieri e r a
pregato di dire al publico anche i suoi; perchè
dal conflitto delle opinioni sorge la verità ; e noi
non miravamo appunto se non a d intavolare un
dialogo colla speranza d’indurre più d’uno a pi-
gliarvi parte ». E perciò diede il parere, per nulla
straordinario, di aprire un’inchiesta, come si co-
stuma nei paesi più industriali, e «provocare i
consigli che le varie classi dei pratici certamente
non avrebbero negato ».
Ecco nell’anonimo Fabbricatore uno di quei
buoni pratici che avevano pronta la loro quota
di consigli e non ebbero allora animo di a p r i r

* ((Bollettino », LVIII. dicembre 1838, pp. 313-326.


PROPOSTA DI UN BANCO IN MILANO 115

bocca, sgomentati della violenza con cui alcuni


(stranieri la più parte ed a l commercio ed agli
studj economici) risposero a quella dimanda e
vollero assolutamente soffocare ogni discussione.
Costoro troppo indarno affettano ora di lagnarsi
che nel nostro paese non si può attivare quello
spirito di associazione che produce tante meravi-
glie altrove. Ma l’associazione consiste prima nel-
l’unire i pensieri, a i quali segue poi il concorso
delle volontà e delle forze. Se si comincia dal sop-
primere con burbanza orientale ogni inchiesta,
ogni discussione, ogni rettificazione di pensieri,
come vi sarà poi concerto di volontà e di azione?
Come potrà nascer credito per le cose che non si
conoscono e non si approvano? Lo spirito d’asso-
ciazione non si è mai svolto in alcun paese dove
non fosse sussidiato dalla, più aperta pubblicità.
Nelle cose d’interesse privato la privata ac-
cortezza provvede quanto basta ; ma gettar le
fondamenta di quelle grandi imprese che richie-
dono la cooperazione di molte classi non è possi-
bile, se nell’atto di convenire gli Statuti v’è di-
fetto di libero esame, v‘è precipitazione, v’è alte-
rigia, e se gli Statuti mancando poi d’intrinseco
merito non impongono rispetto e fedeltà in chi
deve scrupolosamente osservarli. Laonde talora
quegli stessi che ne furono autori, si vedono poi
disprezzare e manomettere l’opera propria, con-
tramminare gli Statuti coi Regolamenti, interli-
neare le convenzioni, stirare i patti fondamentali
a nuovi sensi, vessare la fiducia dei soscrittori
studiando mille evasioni per cui una istituzione
di carattere publico diventi un negozio ed uno
speditorio d’interesse privato ; per cui un‘impresa
che gli statuti dichiarano affidata a più persone
diventi benanche trastullo delle velleità d’un solo.
116 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI II

Nè qui intendo dire particolarmente del Monte-


sete, in generale di tutte quelle grandi azien-
de e nostrali e forestiere, nelle quali invece di
serbare strettamente la propria consegna, si pro-
cede a caso ed arbitrio e si osa dire : rispondiamo
noi. Io vorrei sepere quando le imprese sono gua-
ste, che conforto sarebbe per il publico il ricat-
tarsene contro pochi individui i quali come non eb-
bero petto da impedire il male, così molto meno
saprebbero o potrebbero apportarvi riparo? F a t t o
sta che l’arbitraria condotta di molte grandi
aziende ha fatto retrocedere lo spirito di associa-
zione ed ha inaridito per qualche tempo una ricca
vena di privato guadagno I: di publica forza e
prosperità.
Ad ogni modo, ecco finalmente o presto o tardi,
i ronsigli d’un Pratico sul Monte-Sete. E nell’isti-
tuto di questo giornale bisogna ben dirne qualche
cosa.
Precedono a l libretto alcune pagine di idee
generali sul commercio, le quali io sorvolo vo-
lentieri. Cominciando dunque a p. 9 al titolo del
Banco-Giro trovo che vi si parla del primo fon-
damento del Monte-Sete il quale negli attuali
Statuti si riduce come tutti sanno al corso pronto
e improvviso di otto milioni di cedole. Riguardo
a queste ed a qualsiasi altra Carta d i Credito,
l’Anonimo dichiara solennemente che sarà sem-
pre sua ferma opinione essere del tutto sconvene-
vole e pericolosa di qualunque maniera fosse
emessa. Ecco adunque rovesciato d a capo a fondo
l’attuale impianto dei Nonte-Sete. Le ragioni per
le quali io consigliai nelle mie Ricerche i fouda-
tori del Monte-Sete a non contar troppo e subito
sull’improvvisato ed unico appoggio di otto mi-
lioni di cedole, sono le medesime che l’Anonimo
PROPOSTA DI UN BANCO in MILANO 117
adotta per andare assai più oltre e proscriverle
interamente; il che non feci e non farei. Debbo
richiamare che allora dissi ( § 43) « il Monte po-
trà forse acquistar forza di introdurre fra noi
l’uso delle Carte ; ma viceversa le Carte non han-
no per ora la forza di stabilire il Monte. Se t u t t a
l’Europa adottò questo strumento economico nelle
transazioni della vita sociale, il tempo lo trapian-
terà forse anche fra noi ; ma non saprei dir come ».
Frattanto il sig. Corbellini ha un‘occasione di
riconoscere che non t u t t i i pratici hanno molto
minori dubbj d i quelli manifestati nelle mie Ri-
cerche, com’egli disse nella sua Risposta (p. 12).
Qual è dunque il fondamento che l’Anonimo
sostituisce agli otto milioni di cedole? L‘no dei
fondamenti sarebbe quello che i o suggeriva ai
§§ 46 e 47 delle mie Ricerche, cioè un sistema di
Depositi a conto corrente e libero giro, come ven-
ne praticato con varie modificazioni a Venezia, a
Lione, ad Amburgo, in Iscozia, in Olanda. Si trat-
ta d’una gran Cassa Comune nella quale i con-
correnti depongono i loro capitali, ricevendo sul
l i b r o del Banco un’iscrizione di credito che pos-
sono cedere ad altri, e incaricando il Banco stes-
so dell’esecuzione degli assegnati pagamenti me-
diante la traslazione del credito degli uni a favore
degli altri. Alcuni s’inscriverebbero spontanea-
mente ; alcuni si troverebbero inscritti quasi senza
volerlo, per effetto di cessione loro fatta da altri.
Così si aprirebbero numerose partite che potreb-
bero compensarsi fra loro e liquidarsi senza mo-
vimento di metallo; e si eliderebbe l’importuno
disagio delle valute, giacchè tutte le liquidazioni
si farebbero in valor nominale di Banco ossia in
moneta legale. Le monete straniere che rigorgano
d’ogni parte sulla nostra piazza diverrebbero mera
118 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI II

merce, senza dar impaccio alla contrattazione


generale e giornaliero inciampo alla buona fede.
La solidità del Banco-Giro in confronto del Banco
Cedole deriverebbe dalla validità delle Singole po-
ste che sarebbero tutte fondate i n un reale depo-
sito col ritiro del deposito rimarrebbero estinte.
Pare che l’Autore lasci all’oscuro una cosa
importante; cioè se sia nella sua mente che il
cantante dei depositi rimanga fermo i n Cassa
tutto quanto; ovvero se possa, almeno in parte
adoperarsi nello sconto o nelle sovvenzioni.
Sembra ch’egli non intenda ritrarre dal Banco-
Giro alcun altro lucro che quello d’una retribu-
zione nella misura dell’1 per mille sul totale dei
Giri ; somma ch’egli riguarda come bastevole a
ricoprire le considerevoli spese dell’Intavolazione
dei Crediti, nel supposto che si presentino solo
200 intavolati ed anche solo di seconda e terza
classe.
Gli farei osservare che se il Banco potesse fai.
qualche uso del denaro depositato o almeno del
denaro depositato sotto certe modalità., non sa-
rebbe convenevole che lo caricasse del peso d i
alcuna retribuzione qualsiasi ; giacchè questo lo
adeguerebbe alla condizione di un gravoso depo-
sito giudiziale. Non posso indurmi a credere che
i depositi potrebbero mai divenir tanto numerosi
quando ricevessero ancor meno favorevole acco-
glienza che non trovino alle Casse di Risparmio.
È perciò che ai §§ 42 e 47 pregai di por mente al-
l’affinità che il Nonte-Sete poteva assumere colle
Casse di Risparmio e coi Banchi Scozzesi.
Penso che si dovrebbero ordinare molto atten-
tamente le varie condizioni dei depositi girabili, e
non solo alleviarli da ogni retribuzione ma ren-
derli quanto più si potesse fruttiferi. Le spese
PROPOSTA DI U N BANCO IN MILANO 119

di scritturazione, che sicuramente sarebbero as-


sai forti, dovrebbero anticiparsi dagli Azionisti
del Banco, e a ciò principalmente dovrebbero que-
sti giovare, Avviato poi che fosse il Giro dei De-
positi e attratta nelle casse una buona copia di
denaro, le operazioni fruttuose a cui lo si po-
trebbe applicare non solo dovrebbero fornire le
spese di ufficio, non solo somministrare il sud-
detto frutto a certe classi di depositanti, ma in
processo di tempo porgere un dividendo ed un
rimborso scalare agli azionisti. Suggerisco que-
ste vedute di buona fede, come ne ho additate a l -
tre parecchie, rassegnatissimo a ricevere il con-
sueto ricambio di strapazzi e di villanie, alle quali
per mia ventura ho fatto il callo, perchè so qual
conto ne f a il publico.
Nell’ultimo numero dell’Ape, il sig. De Welz,
uno dei fondadori immortalati dalla medaglia di
bronzo, ebbe ancora l a cortesia di chiamarmi zoi-
lo, corvo e ipocrita ; almeno l’ultima intitolazione
mi capita in fede mia per la prima volta in mia
vita. Guardate onesta maniera di trattare gli in-
teressi del publico.
Ma da chi dovrà essere instituito questo Banco?
Postochè gli attuali proprietarj delle azioni
del Monte Sete sembrano disposti a lasciarsi sa-
crificare con t u t t a rassegnazione e non sanno mo-
vere un dito per trarsi dal mal passo a cui ven-
nero ridotti dai gerenti della estinta società fon-
datrice : sembra che il nostro Anonimo non pensi
altrimenti a loro, più di quanto vi pensino essi me-
desimi. Laonde propone una nuova soscrizione per
azioni.
Però nella dolce ed aerea lusinga di escludere
il così detto agiotaggio, propone che le nuore
azioni si ripartiscano fra capitalisti, i quali si
120 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI II

facciano col mezzo dei loro proprj affari operatori


della rotazione dei Banco. Ma io dimando : non vi
erano forse buoni capitalisti tra i socj fondatori?
E per ciò non hanno forse venduto di volo la
maggior parte delle azioni? L’esempio di ciò che
si chiama agiotaggio venne forse recato fra noi
quelli che non avevano capitali?
Ma ritorniamo dunque a i nuovi scrittori. 11
sig. De Carli con una perseveranza da martire era
giunto a raccogliere pel Monte Sete le firme di
106 primarj commercianti e possidenti, il cui luogo
venne poi preso dai piccol numero di socj fonda-
tori che si può leggere nella succitata medaglia
di bronzo. Si tratterebbe dunque di metter mano
a rifar da capo ciò che già, f a t t o dal De Carli
venne poi disfatto dai socj fondatori. E con que-
sto eterno fare e disfare per mancanze di con-
certo e di socialità, ecco come avviene che senza
esser giunti ancora ad ordinare’ nemmeno il pro-
getto di questo Monte Sete, vi abbiamo speso dal-
l’anno di grazia 1823 all’anno dell’era cristia-
na 1839 sedici anni ormai compiuti! E la riuscita
dell’impresa non fu forse mai più lontana che
adesso.
Per ottenere la detta nuova soscrizione l’Au-
tore consiglia che per opera delle Camere di Com-
mercio e per mezzo di convocazione si chiami « i l
commercio in massa ad esporre le proprie ciste,
e ad entrare nello spirito dell’intrapresa, e cono-
scendone fondamentale i vantaggi interessarsi ad
essa». Ecco riconosciuto da un pratico il bisogno
dell’Inchiesta ch’io proposi ai §§ 40 e 50, ove
proposi eziandio di richiamare per quanto era
possibile i primitivi soscrittori, e di riconciliarsi
i banchieri arbitri del corso delle cedole.
Passa l’Autore a stabilire il valsente delle
PROPOSTA DI UN BANCO IN MILANO 121

azioni che stabilisce t u t t e uniformi di lire mille


ciascuna, adottando quanto io conchiusi al § 34.
Adotta pure l’ammonizione ch’io porsi a l § 30 di
misurare l’interesse delle azioni sul frutto real-
mente percepito dall’azienda, onde non aprire una
voragine volontaria.
Un pensiero adottato in proprio dall’Autore è
quello di rendere girabili le rate d’interessi per
mezzo dei così detti Ritagli o Coupons. È una
cosa, che può riuscire. Ma l’Autore non si è ac-
corto che questi Ritagli entrano nella classe di
quelle Carte d i Credito ch’egli dapprincipio di-
chiarò volere assolutamente escluse. V‘è inoltre
l’inconveniente di attrarre su una carta di troppo
piccolo valore il carico d’un bollo.
Io se dovessi parlare in proposito direi che al-
lora si potrebbero staccare e rendere girabili gli
Attestati d’Iscrizione, non essendovi causa perchè
non sia permesso girare il principale quando si
gira un ritaglio d’interessi. Aggiungo che queste
Carte sarebbero quel nonsochè d’intermedio Era
il metallo e le cedole che le nostre abitudini po-
trebbero forse immediatamente tollerare. Il mo-
dello può prendersi dalle Fedi del Banco di Na-
poli.
L’Autore sembra credere che l’instituzione del
Banco farebbe che noi ci sgravassimo dei capitali
esteri, i quali, secondo lui, sono un onere ed una
decimazione dei valori nazionali. I o propendo alle
opposte opinioni che il Banco troverebbe facil-
mente depositi ed azioni d’estera provenienza co-
me ne ha già trovati il Monte Sete, e che l’afflusso
dei capitali esteri è per noi un bisogno ed un
vantaggio. Prima di tutto, senza l’appoggio tem-
porario di tratte sull’estero, in certe stagioni non
avremmo il capital mobile necessario per ritirare
dalle province tutto il prodotto serico e metterlo
a disposizione del commercio. In secondo luogo
se paghiamo l’interesse, ne ricaviamo il servigio.
Fortunato quel paese che con un buono e leale or-
dinamento di Società Anonime saprà, meritarsi
la confidenza dell’Europa, e attrarre sul suo ter-
reno quelle masse di capitali cosmopoliti che oscil-
lano incerte, docili a volgersi da quella qualun-
que parte ove un piccolo grado di maggior van-
taggio o di maggior fiducia le inviti. Ma pur
troppo noi per ora non meritiamo questo vantag-
gio nè questo onere, quantunque ci sia stato con
generosa prevenienza elargito.
Accettando il consiglio da me d a t o nel § 31,
raccomanda l’Autore di fare sugli utili un fondo
di riserva, che vorrebbe si portasse annualmente
a publica cognizione.
Riguardo alle azioni ipotecarie, convenendo
con quanto i o svolsi dal § 12 al 17, anch’egli nota
che le indagini di sicurezza richiedono tempo e
che la ricerca del denaro in massa nel tempo di
comune penuria ne sospende ogni offerta. Quindi
riconoscendo la distinzione ch’io feci osservare
al signor Corbellini t r a le azioni del Monte Sete e
le azioni Lafitte, vuole che resti a carico del pri-
vato azionista la ricerca della somma richiestagli
dal Banco. Fin d’allora io notai che il difetto
radicale delle nostre azioni ipotecarie si era che
esse nella sovvenzione fissano i possidenti che
devono garantirla, ma non i capitalisti che de-
vono Prestarla (§ 18). Per ciò nei casi di subito
urgenza, raccomandai di « vincolare a preferenze
chi Potesse aver Pronto il denaro ; il che acquiste-
rebbe inoltre all’azienda alleati e patroni interes-
sati a prevenire e combattere nella prima sua
origine il discredito ed il ritorno delle cedole ».
PROPOSTA DI UN BANCO I N MILANO 123
Entrando in queste mie viste l’Autore suggerisce
adunque di vincolare con azioni obligatorie i ban-
chieri.
Ammette egli anche i banchieri esteri, ma pre-
ferisce la nazionalità. I o credo all’opposto che in
caso di subitanea scarsezza giovi appunto trarre
dal di fuori ciò che non si h a in casa propria,
tanto più che l’oro è cittadino d’ogni città. Anzi
oso dire che il sommo dell’opera sarebbe quello
di far servire all’industria dei nostri personalisti
ed al miglioramento delle nostre province i ca-
pitali di qualunque paese. Senza i capitalisti in-
glesi gran parte degli Stati Uniti sarebbe ancora
selvaggia. Stabilirei dunque il principio di vinco-
lare per limitata somma il maggior numero pos-
sibile di banchieri e così accertare il soccorso
senza angustiare i soccorritori. Credo che il vin-
colo potrebbe consistere in un deposito di azioni
pagate solo in parte. La parte pagata farebbe si-
curtà per quelle da pagarsi.
L’Anonimo richiede nel Direttore il molto me-
rito personale, piuttosto che i beni di fortuna ; lo
vorrebbe quasi u n uomo di Stato e scevro d’ogni
interesse colla mercatura; e si rassegna ad accet-
tare, in mancanza d’un nazionale, anche uno
straniero. Certamente ciò che importa è il buon
governo dell’azienda, e chi serve bene a un paese
può ben dirsene buon cittadino. I n compenso egli
dimanda poi una forte interessenza negli altri ge-
renti ; e, ciò che è molto singolare, anche nel Con-
sulente Legale.
I n una nota si esprime il desiderio che il nuo-
vo Monte Sete non si stabilisca in Società Ano-
nima ma piuttosto in Accomandita per ottenere
la responsabilità solidale d i u n o o più socj rap-
presentanti. E senza, dubbio dacchè i gerenti di
queste grandi società non vogliono rassegnarsi a d
essere procuratori, e hanno tanta smania di dire
rispondiamo noi : manco male di metterli davvero
alla prova.
Poste le fondamenta dell’Instituto l’Autore
passa a coordinarne i singoli officj che sono sei,
cioè la cassa, il Giro, la Sovvenzione, lo Sconto,
l’Economato, e l’officio legale, e fanno centro co-
mune in una Contabilità centrale : ogni ufficio ha
il proprio capo o consigliere. Ü questa la parte di
lavoro nella quale l’Autore ha collocato maggior
numero di pensieri proprj e dalla quale deve at-
tendersi maggior lode. Ma entrano piuttosto nelle
Discipline che negli Statuti.
Nella Cassa egli richiede garanzia, ciò che non
si ottiene sempre nelle nostre grandi Aziende.
Nell’intavolazione del Giro, stabilisce bensì una
contribuzione dell’1 per mille sull’ammontare
d’ogni conto corrente, come già si disse. Ma per-
chè forse taluno non amerebbe lasciar sapere la
somma complessiva de’ suoi affari, propone di
graduare gli intavolati in tre classi, onde chi
vuol figurare nella superiore, possa farlo pagan-
do. Vorrebbe che pel pagamento di questa retri-
buzione si facesse incontro cogli interessi d‘un
certo numero d’azioni che ogni intavolato dovreb-
be tenere depositate sul Banco. Ciò tende al fine
di interessare gli intavolati a farsi possessori
d’azioni, e così accrescerne la ricerca. Tutto que-
sto ci sembra peccare alquanto di minuzioso,
tanto più che se il Banco prosperasse non man-
cherebbero incettatori alle Azioni.
La sovvenzione si riduce principalmente al
Pegno delle sete. L’Autore sembra essere tra quelli
che s’aspettano che il Monte possa sostenere il
prezzo delle sete. Ma i prezzi delle derrate sono
PROPOSTA DI U N BANCO IN MILANO 125
dominati prima dal consumo, e poi dal vortice del
commercio universale, e non vorrei che i nego-
zianti fidassero troppo in puntelli artificiali. Non
v’è Monte che valga ad elidere il contracolpo
d’una crisi in America o d’una guerra. Se il
Monte è ordinariamente carico di depositi, non
potrà accrescerli gran fatto in tempo di crisi;
quindi l’aspettativa del commercia serico rimarrà
facilmente tradita. Se poi il Monte terrà per or-
dinario limitati i depositi, potrà, bensì arcrescerli
in caso di bisogno, ma dovrà poi diminuire pro-
porzionalmente gli sconti. Quindi per far maggior
pegno a l negoziante di sete, dovrà respingere im-
provvisamente le cambiali degli altri negozianti e
fabbricatori. I o credo che lo sconto, ove sia pos-
sibile attivarlo fra noi, sia d’un utile più esteso
e meno parziale.
Trovo ben divisata la cautela suggerita dal-
l’Autore di accertare il valore delle sete, facendo
saggiare da due persone a d un tempo le stesse
matasse non contrassegnate da alcun segno della
proprietà. Purchè ciò basti e non si possa vera-
mente eludere, sarebbe uno di quei suggerimenti
appunto che i soli pratici ponno avere in pronto.
Ed è per raccoglierli d’ogni parte che si rende ne-
cessaria quell’Inchiesta ch’io proposi, e che non
so come spiaccia tanto a certuni.
Giudiziosa del pari è la cautela di misurare le
sovvenzioni alle sete in una ragione inversa dei
prezzi correnti e della durata del deposito.
L’Autore passa quindi a riproporre la stagio-
natura, ch’io pure raccomandai al § 43, e la cui
mancanza, dice egli, « ci s i rimprovera costante-
mente dagli esteri mercati come e f f e t t o d i mala
fede ». Conviene pur meco nella necessità di ven-
dite rigorosamente publiche ; quantunque ciò tolga
troppo al secreto che i trafficanti han tanto caro.
Egli nota che il compratore stesso avrebbe non
lieve vantaggio nella libera scelta entro un am-
masso di sete che nessun privato potrebbe adu-
nare. Non vorrei però che nei meravigliosi effetti
ch’egli si attende dalle vendite avesse soverchia
parte l’immaginazione.
Egli riguarda i commissionarj come persone
a nostro carico e pregiudizio. Questo sente al-
quanto di prevenzione. Con tal principio ogni per-
sona che si adoperi a promovere un ramo di com-
mercio o d’industria potrebbe dirsi essere a carico
dei produttori e dei consumatori. Ma sopprimen-
do tutti i guadagni intermedj ossia t u t t i gli in-
termedj servigi, si sopprime mezza la società ci-
vile; si annienta la divisione dei lavori, l’indu-
stria, il commercio e infine il consumo stesso e la
produzione prima. Gran peccato che i pratici, in-
vasi ancora dalle tradizioni del sistema conti-
nentale, non abbiano la pazienza di informarsi
d i quelle dottrine generali d’economia publica le
quali tendono a riconciliare quelle classi che una
malintesa concorrenza divide.
È giusta l’osservazione che per mezzo del giro
d’una partita intavolata o colla presentazione
d’un obbligo controfirmato da un terzo, le vendite
a pronti potrebbero tradursi in vendite a respiro.
E a proposito si rammenta ai grandi negozianti
qual fonte di lucro potrebbero ritrarne. Ragione-
vole è il voto di vedere ammesse a questo mercato
le sete estere; e si poteva aggiungere che dareb-
bero un nuovo introito alle finanze. Al pegno
delle sete l’Autore aggiunge quello delle verghe
d’oro e d’argento, massime per sollevare il pri-
vato dalla necessità di attendere per più setti-
mane il comodo delle zecche.
PROPOSTA DI U N BANCO IN MILANO 127
Riguardo alle carte di Debito publico l’Autore
ripete meco che invece della compera a corso di
piazza, sia d a preferirsi il deposito a un limite
inferiore, e che non sia da seguirsi l‘esempio degli
stabilimenti che non serbano questo provido ri-
guardo.
La sovvenzione sopra ipoteche suol durare per
un tempo considerevole, epperò l’Autore la giu-
dica poco convenevole al Banco. I o però gli fo
osservare che questo impiego diramato destra-
mente in lontane provincie dove l’interesse è più
greve, potrebbe porger base a d una buona ope-
razione, quando le ipoteche così stabilite, per
esempio fors’anche al 5, venissero poi vendute ai
privati della capitale con esigibilità liquida sul
Banco stesso. Tutti conoscono la bontà intrinseca
di questi lontani impieghi, ma sanno che le spese,
i rischi e gli incomodi ne elidono t u t t i i vantaggi.
IlBanco da una massa considerevole di affari po-
trebbe ritrarre e un compenso alla persona che
se ne incaricasse, e un margine di lucro a sè stesso.
Non si tratterebbe dunque d’un impiego sedenta-
rio dei fondi del Monte, ma d’una vera operazione
bancaria; cioè direi quasi di comprare e vendere
impieghi di denaro adatti al gusto del paese.
Aggiungo agli altri anche questo suggerimento.
Riguardo allo sconto ed alla formazione del
Libro d’oro (vedi Ricerche § 42) è prudente il ri-
guardo dell’Autore di provedervi con voto secreto
ai votanti stessi ma non al Direttore ; come ezian-
dio quello di procacciarsi nota delle somme per le
quali le singole nostre Ditte rimanessero com-
promesse nei fallimenti all’estero, e ciò a fine di
arguire d a un fatto vero le loro forze e la loro
condotta.
I n quanto alla formazione del capitale, io per
128 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
le cose premesse debbo dividermi affatto dall’opi-
nione dell’Autore, essendochè io cercherei le azio-
ni unicamente per aver mezzi di stabilire il primo
impianto, sostener le spese delle prime annate,
e avere sotto mano un sussidio straordinario. Se
in seguito il Banco non potesse procedere d a sè
col mezzo dei capitali depositati, bisognerebbe ri-
guardarlo come impresa mancata, e non conver-
rebbe ostinarvisi più a lungo. Lo sborso delle
azioni non essendo continuo, mentre sarebbe con-
tinuo il diritto di dividendo, ne avverrebbe che il
frutto delle azioni comunque piccolo a fronte del
capital nominale potrebbe essere assai pingue a
fronte del vero sborso, il quale anzi in processo
di tempo si ridurrebbe forse a zero. Accrescerei
debitamente il frutto di quelle azioni che fossero
depositate da‘ banchieri in una quantità, limitata,
e sulle quali il Banco avrebbe il diritto di esazione
a vista o a brevissima premonizione.
Torno a dire che su questo punto mi divido
dall’Autore perchè non trovo giusto nè u t i l e apri-
re una nuova soscrizione e soppiantare i poveri
azionisti presenti. Veramente quelli che soggior-
nano fra noi meriterebbero una tal sorte per l’in-
dolenza colla quale si sono lasciati sacrificare.
Ma molti sono all’estero, a Vienna, a d Augusta, a
Francoforte ; avrebbero troppa ragione di chia-
marsi traditi; e ciò tornerebbe a nuovo disdoro
della nostra piazza. Come dunque salvarli?
È omai un anno e mezzo, dacchè le azioni ven-
nero prematuramente poste i n giro. Tutto questo
tempo venne sciupato in assurdi sforzi per tes-
sere un Regolamento Interno che eludesse i ter-
mini dello Statuto sotto colore di disciplinarne
l’esecuzione. Certamente io Statuto non può reg-
gere; ma se si deve riformarlo, io si faccia con
PROPOSTA DI U N BANCO IN MILANO 129

lealtà e schiettezza, non con sutterfugj i quali


mettono l’impresa in conflitto colla fiducia degli
interessati e colla saviezza delle Autorità tutorie.
Per questa strada è impossibile andare innanzi.
Non bastano dunque diciotto mesi d’inutili prove?
IO non accuso alcuno; voglio anzi supporre
che ognuno abbia fatto quanto poteva e sapeva,
ed è perciò che sarebbe giusto un solenne rendi-
mento di grazie a chi vi spese il suo tempo ed il
nostro. Per ordinare il nuovo Statuto bisogna
provocare i consigli di questo pratico e degli al-
tri, come dovevasi far dapprincipio. Bisogna la-
sciar da parte le spedizioni in America del sig. In-
gegnere De Simoni, le Case filiali di Lione del
sig. Giuseppe De Welz e le altre simili fantasie.
Ma tutto questo 2 nulla, Che importa uno
Statuto ragionevole se i procuratori incaricati di
attivarlo si credono in arbitrio di gettarlo in di-
sparte e procedere a piacimento? Lo Statuto d’una
Società Anonima 2 un patto inviolabile, garantito
dalla fede dello Stato, e nessuno lo deve mano-
mettere. Che giovano i buoni Statuti, se gli uo-
mini non hanno il senso del dovere e della lega-
lità? Essi sanno che gli Azionisti sono dispersi.
lontani, distratti, ignari di quanto avviene e
quindi astretti dopo il fatto a rassegnarsi e ratifi-
care ogni sproposito. Sarebbe d’uopo che vi fos-
sero scrittori vigili e severi, e azionisti esigenti ;
allora gli Amministratori esposti alla piena luce,
vergognanti dell’opinione, timorosi dell’Autorità
sarebbero astretti a condursi puntualmente e trat-
tar Come si deve i milioni delle famiglie e la fama
del loro paese. Imprese per sè diffìcilissime avvi-
luppate dagli arbitrj divengono quasi impossibili.
Ritornando ai nostro Autore, io sono lietis-
simo di vedere le mie congetture teoriche avvalo-

9. . CATTANEO. Scritti economici. II.


rate dal voto di un Pratico savio e sperimentato.
Non mi lagno ch’egli ripetendo la maggior p a r t e
delle cose da me proposte, non abbia preso occa-
sione tampoco d i nominarmi e di rendermi qual-
che risarcimento. I o non aveva contribuito il
frutto dei miei privati studj che nell’idea d i farne
pur qualche cosa. Mi basta dunque il compenso
di vedere i negozianti appropriarsi i miei pen-
sieri sul commercio, e gli ingegneri appropriarsi
i miei pensieri sulle publiche comunicazioni, Se
mi citeranno, sarà loro cortesia. Dirò, coll’an-
tico, che sono pago d’essere la cote che priva per
sè di taglio può rendere tagliente il ferro.
Per conchiudere, dirò agli Azionisti che avreb-
bero torto se all’occasione dei consigli di questo
buon Pratico non si riscuotessero dal loro le-
targo; e che mi farebbero sommo favore se i n
questa congiuntura onorassero d’una nuova oc-
chiata anche le mie Ricerche, almeno per convin-
cersi che furono dettate dal più retto e franco
amore del ben comune.
VI.
Su la densità della popolazione in Lombardia e su
la sua relazione alle opere pubbliche.

La prima cosa che si suol riguardare nelle


nazioni, tanto in economia quanto in politica, si
è il loro numero. Le braccia dei lavoratori, e le
braccia dei combattenti: ecco il primo e più ma-
teriale elemento della potenza. Fin dal tempo dei
patriarchi biblici si soleva augurare che le tribù
dei loro posteri fossero numerose come le arene
del mare e le stelle del cielo.
Ma come nei fiumi navigabili non tanto im-
porta l’ampiezza del letto quanto la. profondità
della corrente ; così anche nelle nazioni, quando
si sie raccolto il numero assoluto, bisogna rife-
rirlo allo spazio di terra sul quale è diffuso. La
Lombardia e la Siberia racchiudono un numero
d’uomini a un dipresso eguale: ma ciò che im-
porta? Nella prima vediamo stendersi per ogni
parte la vita e l’amenità, mentre troveremo nel-
l’altra la solitudine e lo squallore. Se dividessimo
la superficie della Lombardia e della Siberia in
viparti di mille miglia quadre (cioè lunghi e lar-

* « I1 Politecnico », 1, 1839, pp. 29-52 e ripubblicato


Parzialmente in SPE, I. pp. 64-67 e integralmente in Saggi
(ed. Einaudi), pp. 55-54.
132 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
ghi più di 30 miglia nostre) la popolazione
lombarda troverebbesi occupare circa sei riparti :
mentre quella della Siberia dovrebbe collo stesso
numero d’uomini occuparne quasi quattrocento.
Se lungo una delle nostre strade possiamo, per
esempio, ad ogni miglio di corsa trovare un vil-
laggio di quattrocento abitanti ; per incontrare
in Siberia lo stesso numero di volti umani, do-
vremmo percorrere quasi settanta miglia d i bo-
scaglia deserta.
Le aggregazioni d’uomini ordinatamente di-
sposte fra loro a pochi passi di distanza possono
con lieve fatica e scarso dispendio aprire un tron-
co di strada e congiungersi per ogni parte ai loro
vicini. Basta che ciascun abitante nel corso degli
anni contribuisca tanto di averi e di fatica da
costruire otto o dieci passi di strada, e l’intero
miglio sarà fatto; e in breve una rete di strade
potrà varcare tutti i campi e tutte le acque e far
del paese una sole immensa borgata. Ma dove gli
uomini stanno ad enormi distanze, o non sorge-
rebbe nemmeno il desiderio di un ampio consorzio
civile, o il difetto di forze esecutrici lo farebbe
ben tosto svanire.
Ciò basta a far conoscere se importi a d una
popolazione il raccogliersi quant’è possibile sul
terreno. La vicinanza rende possibile l’associa-
zione e l’aiuto scambievole ; la lontananza porta
la solitudine e l’abbandono. Otto o dieci villaggi
lontani soltanto poche pertiche di terreno e riu-
niti da buone strade possono intermutare il su-
perfluo ad un comune mercato, possono condurre
a spese comuni un medico o un istruttore, offrire
bestevole smercio ad un trafficante che li prov-
veda di tutti i giornalieri sussidi della vita, che
gli accomodi di pane e di carne. Va se ponete fra
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE IN LOMBARDIA 133
un rasale e l’altro una foresta di settanta miglia
senza ponti e senza s t r a d e la solitaria famiglia
dovrà rodere il pane duro e la carne salata, dovrà
condurre una vita aspra, stentata, brutale, infe-
riore a i destini dell’uomo socievole.
Quindi gli uomini che si trovano dispersi in
ampie regioni, tendono a darsi convegno in una
gran capitale, in cui la vita, respinta dagli estre-
mi, si rifugge, si concentra, si moltiplica. Colà si
rappresenta una splendida scena di incivilimento
e d’intelligenze; la nazione illude sè stessa; in-
vanisce delle sue grandezze, dell’eleganza de’ suoi
scrittori e de’ suoi ricchi, dell’ammasso delle sue
monete e dell’ardimento delle sue banconote ; e
dimentica i tetti di paglia e i zoccoli di legno
delle ispide sue provincie. Nell’attuale inverno i
furiosi venti che devastarono alcune parti del-
l’Europa occidentale, vi fecero incarire strana-
mente la paglia, perchè molti interi villaggi do-
vevano rifare i loro tetti!
L’opera di diffondere equabilmente la popo-
lazione, e propagare il moto sociale su t u t t a la
superficie d’un paese, è il frutto dei secoli e sup-
pone molte istoriche precedenze, molti rivolgi-
menti delle leggi, delle proprietà, delle imposte,
del commercio. Bisogna che la legislazione sia
giunte per molte fasi ad effettuare lo svincolo dei
beni, la libertà delle persone, la formazione dei
capitali mercantili, il loro rigurgito sull’ agri-
coltura, lo sviluppo delle molteplici classi addot-
trinate. I1 tempo, l’ingegno e il capitale formano
lentamente gli argini dei fiumi, gli emuntori delle
paludi, i canali navigabili, i rivi irrigatori, le li-
vellazioni dei campi, i catasti censuari, i vasti
caseggiati, tutte insomma quelle opere per cui
l’intera superficie va facendosi fruttifera ed abi-
134 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
tata, Epperò se il numero sembra rappresentare
la forza materiale di una nazione, l’addensamento
una data superficie sembra esser uno dei rap-
presentativi della civiltà; la quale se è ancora
inegualmente diffusa, affolla gli uomini almeno
attorno ad una magnifica, capitale ; se è veramen-
te generale e piena e radicata, gli spande inoltre
generosamente su tutta la faccia del paese.
L’unica cosa che stia favorevole alle nazioni
raramente disseminate, si è che coll’occupare
un’ampia regione si accaparrano a spese dell’at-
tuale benessere una futura colossale grandezza.
Ma in fine l’ultimo trionfo del loro incivilimento
surà sempre quello di render possibile su un dato
spazio la prospera e culta esistenza del massimo
numero di viventi. È il gran problema di Mal-
thus ; sarà l’ultimo problema d’ogni nazione.
Volendo applicare questi pensieri alla Lom-
bardia, noi troviamo che a l confronto di quasi
tutta l’Europa ella può allegare fra gli argomenti
dell’ottenuto progresso il regolare addensamento
della sua popolazione.
Questa nello spirato anno 1838 risultava di
circa milioni 2½ e propriamente 2.474.834. Era
a un dipresso la medesima al principio del 1836,
ossia 2.471.634 ; giacchè nel frattempo l’infezione
colerica era intervenuta a turbare l’ordinario in-
cremento della nostre popolazione. Preferiamo
rimanere sui dati del 1836, e perchè ci pervennero
alle mani con maggior copia di particolari e quindi
formano un complesso ordinato, e per non rifar
da capo lunghi calcoli che, come si vede, si ridu-
cono alla differenza di un solo millesimo.

Incremento ordinario. - Il regolare incre-


mento era giunto nell’ultimo ventennio a quasi
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 135
trecentomila anime. Ne crebbero 122.629 dal 1816
a l 1826, ossia più di dodicimila per anno. Ne creb-
bero 173.121 dal 1826 a l 1836, ossia più di dieci-
settemila per anno. L’aumento di questo secondo
decennio è in ragione di ¾ per 100 all’anno. Su
questo dato possiamo argomentare che f r a dieci
anni dovremmo trovarci D circostanze eguali in
compagnia di circa duecentomila persone di più.
Questa proporzione d’incremento non può pe-
rò dirsi molto grande. Dove il popolo è raro e so-
vrabbondano gli alimenti, il numero degli uomini
può crescere assai più rapidamente. Mentre con
un incremento annuo ragguagliato alla ragione
costante di ¾ per 100 non giugeremmo a dupli-
care la nostra popolazione in un secolo: negli
Stati Uniti si è vista raddoppiare in anni 21, cioè
all’incirca come il denaro impiegato a l 5 per 100.
E se si facesse astrazione dalle sussistenze, il a l -
colo proverebbe che le forze fisiche del genere uma-
no basterebbero in 26 anni non solo a duplicar
una popolazione, ma a triplicarla,. Senza questa
potenze riproduttiva, le forze guerriere dissipa-
trici e improvvide dell’ umana razza avrebbero
coi loro furori tenuto sempre deserta la terra.
Però, dove la popolazione è già così densa come
fra noi, le sussistenze crescono lentamente, e
quindi non vi sarebbe luogo a un rapido incre-
mento di popolo se non collo stabilire una im-
mensa miseria. Ma la società diffondendo l’educa-
zione anche nei poveri, e rendendoli più ricer-
cati nel vivere e più previdenti del futuro, am-
morza saggiamente il cieco impulso che moltiplica
le bocche senza moltiplicare in proporzione i pani.
A questa provida meta concorreranno pro nota
anche gli asili dell’infanzia quantunque forse
all’insaputa di chi li propaga; perchè, non si sa
come, così avviene che le grandi opere della so-
cietà riescono sempre ancora più sapienti della
sua stessa intenzione.
Le popolazioni lombarde, congregate s u di
una ubertosa, superficie di 21.567 chilometri qua-
dri, davano nel 1836 per ogni chilometro 115 abi-
tanti e precisamente 114,611. Nè questa è una
muta cifra da oltrepassarsi con noncuranza. Essa
è un significante e potentissimo termine di con-
fronto, a guisa del grado medio di temperatura,
il quale rappresenta sulla colonna del termometro
l‘immenso divario che corre f r a le ghiacciaie della
Lapponia e le cocenti terre equinoziali. Se la den-
sità della popolazione segna 115 in Lombardia,
appena arriva a 2 in Siberia. E queste due cifre
poste a fronte stringono in una semplice e schiet-
ta formula le conseguenze innumerevoli della na-
tura del paese e dello stato degli abitatori. Ma
giova far confronti meno sterili e meno rimoti.
Chi mira alla esuberante attività industriale,
militare e letteraria della Francia : chi considera
l’assiduo conato con cui quelle nazione sembra
voler trascendere i monti e i mari e versarsi fuori
delle sue frontiere, vi potrà facilmente imaginare
uno strano affollamento dell’umana stirpe. Ora
nulla di più erroneo. La Francia nel 1835 era
giunta soltanto al ragguaglio di 60 abitanti per
Rammentiamo che il ometro quadro è uno spa-
zio lungo e largo mille m e t r i , e quindi contiene un nti-
lione d t Quadretti metrici. Si suol suddividere in cento
ettari (hectares) o tornature del nuovo centesimo; la
quale è la misura prediale di recente invalsa in Francia
e in Italia. col mezzo di questa misura, l’unica che sia
lavoro di un’adunanza di scienziati, si può in un istante
trovare IlPreciso rapporto tra la vastità di un regno anzi
globo terracqueo, e la larghezza di un nastro, anzi
di un insetto microscopico.
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE IN LONBARDIA 137

chilometro (60,25). Anzi siccome il livello di po-


polazione al pari dell’industria e della cultura è
più alto verso Parigi e il Settentrione che verso
Tolosa e il Mezzodì: così se si ripartiva la Fran-
cia in t r e zone, vi si trovava bensì nella Setten-
trionale il maggior ragguaglio di 80 per chilo-
metro; ma nella Media poi vi si trovava solo 56;
e solo 49 nella Meridionale. La nostra popolazione
era dunque tuttora 91 per 100 più densa della
francese assunta in complesso ; e 134 per 100 più
densa di quella del Mezzodì, che pure per limpi-
dezza di cielo e squisitezza di prodotti per lo
meno eguaglia. il nostro paese,
La causa di questo fenomeno si è, che il gran
fermento commerciale il quale poi si riversa sul-
l’agricoltura e la feconde, per noi cominciò fin
dai secoli addietro, cioè fin dai tempi che si scavò
la Muzza e il Naviglio Grande ; mentre in Francia
appena risale oltre un secolo. I1 pieno svincolo
delle terre non avvenne che sul cadere del se-
colo XVIII, nel 1789; dopo di che, ad onta delle
crudeli guerre e delle fiere discordie, la popola-
zione della Francia salì rapidamente da 24 mi-
lioni a 33. Lo sviluppo economico è ora tanto più
vigoroso del nostro, quanto più fu ritardato; è
come un’acqua che raggiunge il suo livello con
tanto maggior velocità quanto maggiore è la dif-
ferenza dei piani.
I n forza delle tante spinte artificiali e dell’im-
menso commercio, è alquanto più inoltrata la
popolazione della Gran Brettagna, benchè sem-
pre assai minore della nostra. Nel censo del 1831
già saliva a 70 per chilometro. Se poi si esami-
nano particolarmente le t r e regioni di quella
grand’isola, si trova che la Scozia e Galles, paesi
tutti ingombri di monti, di laghi c di bracci ma-
138 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
rini, contano, questa solo 41 abitanti per chilo-
metro, e quella solamente 28. Al contrario se si
prende a parte la bassa e fertile Inghilterra, vi
si riscontra nel 1831 il ragguaglio di 101, assai
prossimo ai nostro. E siccome ivi la popolazione
si aumenta con doppia rapidità che da noi, cioè
circa 1 per 100 all’anno, così l’Inghilterra può
dirsi avere oramai raggiunta la densità della po-
polazione lombarda. Assai numerosa nella sua
improvida povertà è la nazione Irlandese che giun-
ge alla ragione di 94. Le due grandi isole britan-
niche, prese in una, ragguagliano 76 1 / 2 .
L’unico Stato di considerevole ampiezza che
superi per densità di popolazione il nostro. è il
Belgio; giacchè. alla fine del 1836 era abitato in
ragione di 125 per chilometro; ossia un 8 per 100
a l disopra di noi.
Questo fatto però, se si reca a più vicino pa-
ragone, cangia d’aspetto. L’alta Lombardia, è
montuosa a l pari dell’attigua Svizzera, e t u t t a
ingombra dalle numerose propagini delle Alpi che
vi sollevano ad enorme altezza i loro dorsi, onusti
di perpetue nevi. Vi sono centinaia di gioghi che
si elevano a duemila metri, a tremila, e talora
fin presso a quattromila; a l contrario nel Belgio
gli altipiani più elevati appena giungono a 200
metri, e qualche rara vetta delle selvose Ardenne
giunge a 650. Ma se quei monti fossero alti il
doppio, ancora non giungerebbero a d adeguare,
per esempio, i l fondo della vallata in cui giace
la nostra Bormio. Quindi avviene che questo di-
stretto, angustiato da un semicerchio di vetrette
O ghiacciaie, e proteso in alcune solitarie valli
a l di là dell’Alpi nel versante dell’Inn e del Mar
Nero, appena segna la povera cifra di 7 abitanti
per chilometro, che è meno di quella della Mo-
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 139
scovia, Perciò se nella parte alpina della Lombar-
dia i laghi, le montagne e le nevi usurpano il
luogo dei viventi, bisogna che sul restante del
paese, ossia sulle colline e sulle pianure, la po-
polazione realmente si trovi tanto più folta.
Se si volesse dunque fare un equo ed utile con-
fronto fra il Belgio e la Lombardia, bisogne-
rebbe lasciar in disparte almeno la regione alpina.
Basterebbe dei 127 distretti astrarne almeno 16,
che non è molto ; cioè i 7 che formano la Val-Tel-
lina, e gli altri 9 che si addossano al pendio me-
ridionale delle sue montagne, e comprendono le
Valli Camonica, Sabbia, Brembana, Sàssina, e
la parte superiore delle Valli Seriana e Trom-
pia; ossia chilometri quadri 6694 con 225.655 abi-
tanti. Allora nel rimanente del nostro paese, che
tuttavia rimarrebbe infinitamente più montuoso
del Belgio, si avrebbero 151 abitanti per chilo-
metro, ovvero 20) per 100 di più che in quel po-
polosissimo regno. Nè questo confronto è ozioso,
o fortuitamente introdotto. Poichè quando dal
notissimo effetto delle nuove strade nel Belgio si
volesse, a cagion d’esempio, far qualche vaga con-
gettura sul probabile ricavo di quelle che, bene
o mele, un giorno o l‘altro, si faranno anche da
noi, non sarebbe giudizioso deprimere l e cifra
di popolazione, facendovi entrare i distretti al-
pini che non avrebbero una diretta relazione con
tali opere. Sarebbe mestieri ristringere il cal-
colo alle popolazioni della pianura, delle circo-
stanti colline e delle meno rimote ed aspre mon-
tagne; il resto sarebbe un dippiù.
Ad una popolazione così densa in confronto
dei più popolati regni d’Europa, non è per ora
da augurarsi un rapido ulteriore incremento. Fac-
ciamo voti piuttosto ch’elle impari a trarre mag-
140 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
gior profitto da’ suoi sudori coll’aumento del sa-
pere, delle macchine e dei capitali ; cosicchè s’ac-
cresca piuttosto il quoto dell’individuo che il
numero dei condividenti. S’è vero che accanto a
un pane nasce un uomo, è a desiderarsi poi che
accanto al pane e all’uomo nascano sempre le
calze e le scarpe, e gli altri conforti della vita.

Popolazione comparativa dei varj sistretti. -


Nulla può farci scorta a penetrare l’intimo stato
economico del nostro paese, quanto il confronto
fra la densità delle popolazioni nei diversi di-
stretti, e che varia dall’estremo di 7 abitanti per
chilometro fino all’opposto estremo di 1707. Essa
non dipende solo dalla vicinanza delle Alpi ina-
bitabili, o dei laghi che ne ingombrano le più
ampie valli, ma da multiformi e complicate cause.
t e quali ora sarebbero a rintracciarsi nelle acque,
o irrigatrici, o inerti e palustri; ora nella navi-
gazione dei canali e dei fiumi; ora negli annoda-
menti delle grandi linee stradali; ora nella mi-
nuta divisione dei beni che lega le famigliole mon-
tanare sovra le più ingrate balze; ora nelle an-
tiche istituzioni decurionali che rattennero i pa-
trizi dal concorrere tutti alla capitale, obbedendo
all’attrazione del vortice centralizzante ; ora nella
vicinanza di una frontiera ; ora nella tempra più
o meno acquisitiva e mercantile, o più o meno
ideale e cavalleresca degli abitanti ; ora nella na-
turale ubertà dei campi ; ora nelle frequenti tor-
biere non ancora sottomesse dalle arti, e f r a t t a n o
ribelli all’agricoltura ; ora nelle generose cadute
d’acqua, che sembrano romorosamente chiamare
l’industria a collocarvi in riva i suoi opifici.
Sarà forse facile spiegare perchè fra i paesi
più popolati della Lambardia. debba annoverarsi
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE IN LOMBARDIA 141
Monza colla vicina Brianza, la quale conta da 220
a 357 abitanti per chilometro; cioè non solo più
del Belgio, ma più della Fiandra Orientale, che
ne è la più popolata provincia (253 per chil.). Ma
fnrà meraviglia a molti che fra le aride brughiere
di Gallarate e di Busto viva una popolazione
egualmente folta. Farà meraviglia che sia mas-
sima anche fra le risaie di Abbiategrasso, e lungo
quelle boscaglie del Ticino. la cui selvatichezza
potè invitare a stabilirvi la sola caccia riservata
che, fuori del parco di Monza, abbia la Lombar-
dia. Eppure ogni cosa deve avere la sua ragione.
Parimenti nel nostro pensiero noi connettiamo
indistintamente a tutta la Bassa l’attributo di
una somma ubertà; e non consideriamo, a ca-
gion d’esempio, che mentre l’agro lodigiano preso
in totale è paese di popolazione massima (190 per
chil.). : sull’opposta riva dell‘Adda la bella p i ù
nura cremonese non ha che una popolazione me-
d i a (147 per chil.). Questo soprappiù di 30 per
100 non può spiegarsi colla presenza di una mol-
titudine manifattrice che Lodi certamente non
offre. Ma verrebbe facilmente a chiarirsi coll’an-
tecedente istorico, che i Lodigiani scavando la
Muzza contribuirono bensì a liberare il Cremo-
nese dalle impetuose inondazioni e dalle lente
paludi, ma si appropriarono il tesoro delle acque
dell’Adda. Ad ogni minuto secondo del giorno e
della notte, o vogliam dire ad ogni battuta di
polso, l’agro lodigiano estrae dall’ Adda ed espan-
de sulle sue verdi pianure un enorme corpo di più
di tremila metri cubici, ossia trentamila brente
metriche di acqua! E la conseguenza si è che
il prato stabile che copre solo un settimo del Cre-
monese (e non più di un decimo della Francia),
copre più di un terzo del Lodiginno. E alla com-
142 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
parativa ricchezza del prodotto corrisponde il
numero degli abitanti.
Affine di metter luce in questa materia con-
verrebbe prima classificare t u t t i i distretti, ripar-
tendoli almeno i n t r e gradazioni mediante i due
termini semplicissimi di 100 e 130 abitanti per
chilometro.
Avremmo 43 distretti d i popolazione massima,
cioè maggiore di 150 abitanti per chilometro.
Avremmo 48 distretti di popolazione Inedia,
cioè da 150 per chilometro discendendo fino a 100.
Finalmente ne avremmo 36 di popolazione mi-
nima che scenderebbero al disotto di 100. Vuolsi
però ricordare che la suddetta cifra si dice mi-
nima relativamente al paese ; perocchè quei di-
stretti che di poco sottostanno a 100 abitanti per
chilometro, sorpassano il termine dello popola-
zione media di quasi t u t t a l’Europa.

Distretti d i popolazione massima. - Due terzi


e più delle popolazioni massime s’aggruppano
nell’intervallo fra il Ticino e l’Adda. I v i se ne
contano ben 28. Fra l’Adda e l’Ollio sono soltanto
11; non sono più di 4 dall’Ollio al Mincio; al
di 18 dal Po non ve n’ha più alcune; è una digra-
dezione regolare, una forza che va morendo. Al-
meno 35 si trovano sotto il raggio di una trentine
di miglia da Milano, e parecchie sono i n poco
felice terreno. Da, ciò conseguirebbe che l’inten-
sità popolativa non dipende tanto dalla naturale
ubertà, quanto dalla vicinanza della capitale, e
dell’azione vicina di tutte le forar economiche e
intellettive che vi fanno centro. Sembra dunque
legittima l’induzione che, se un distretto di più
fertil natura potesse ravvicinarsi alla capitale
nel tempo e nel prezzo delle corse, esso potrebbe
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 143
trovarsi nelle medesime propizie congiunture, e
crescere proporzionalmente e nella popolazione e
nel valore delle derrate e dei poderi. I primi
adunque a ritrar vantaggio dell’econornica cele-
rità con cui l’incivilimento moderno insegna a
varcar le distanze, sarebbero i proprietari del
terreno intermedio alle due capitali, del che di-
remo più sotto.
Appartengono alla, massima popolazione i se-
guenti distretti :
Quelli che comprendono i capoluoghi delle
provincie : Milano, Como, Pavia, Lodi, Crema,
Cremona, Bergamo, Brescia e Mantova, esclusa
la sola Sondrio, piccola città che conta solo
1000 abitanti.
Seguono otto distretti dell’antico Seprio, cioè
Varese con Tradate e Appiano; e Gallarate con
Busto, Saronno, Barlassina e Bollate. Questa
ragione è lacustre in molti bacini e arsiccia sul-
l’alte pianure, sugli antichi campi d’arme d’An-
nibale e di Barbarossa. Supplisce il setificio, il
traffico e sopratutto il lavoro del cotone, di cui
si filano 18.000 tonne da mille chilogrammi cia-
scuna; e 52.000 telai sono sparsi nelle case dei
contadini. Le ricchezze prodotte da una mani-
fattura che provvede di vestimenta quasi t u t t i gli
agricultori della Lombardia e della Venezia, han-
no in pochi anni dissodato qualche migliaio di
campi selvaggi, e finiranno a vincere l’ingrata
natura del terreno. Forse l’arte moderna saprà
applicare le torbe a d inalzar colle machine le
inerti acque dei piccoli laghi e fecondarne le
brughiere; e t r e elementi di squallidezza, la tor-
biera, la brughiera e la palude, potranno entrare
nell’azione produttiva. Ma parliamo del presente.
Terre assai più felici compongono l’antica
144 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Martesana, risalendo da Monza e da Gorgon-
zola per la Brianza sin presso a Lecco, e abbrac-
ciando Vimercate, Verano, Missaglia, Brivio,
Oggionno, Erba e Mariano.
A questi si continua da un lato quello di
Como Campagna che accerchia colle sue ville
l’ultimo seno del Lago e i distretti bergamaschi
di Caprino, Ponte Sampietro, Alzano Verdello
che connettono la Brianza con Bergamo.
Tutti formano un paese amenissimo, sparso di
ville e villaggi fin sulle verdi schiene dei monti,
sulle quali si svolge una dispendiosa rete di belle
strade comunali. Sono animati in ogni parte dal-
l’industria serica, e anche da quelle del cotone d i
cui si filano 6000 tonne, e si contano 18.000 telai.
Il vicino Lecco vi aggiunge anche gli opifici
del ferro, del rame, della carta che schierati
lungo un fiumicello animatore, radunano su una
lista di due miglia quadre di terreno ben 10.000
abitanti. Gorgonzola sa dare ai pingui suoi lat-
ticini un valor doppio ancora di quello del for-
maggio granone; v i si porta il latte rappreso
fin dalla provincia di Pavia; è un’industria che,
aiutata dalla velocità delle locomotive, potrebbe
stendere le sue radici fino a un centinaio di
miglia.
Nella parte bassa della pianura cessa il fre-
mito degli opifici, ma fiorisce l’industria agra-
ria. Sono di massima popolazione i distretti pa-
vesi di Abbiategrasso, e Corte Olona, e i distretti
lodigiani di Santangelo, Borghetto, Casal Puster-
lengo e Codogno, che cogli altri contigui com-
pongono il territorio caseìfero. I v i una paziente
agricultura nel corso dei secoli, livellando a t u t t a
perfezione e a spesa enorme ogni ala di prato,
seppe formare su uno strato fertile di poche dita
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 145
la più ricca verdura del globo. L’abbondanza del
concime naturale, prodotto da ben 80.000 vacche
e da altro copioso bestiame, si rinforza coll’artifi-
ciale; e perfino i ruderi dell’antica Laude Pom-
peia vennero comprati a caro prezzo e sparsi sui
campi. Pavia produce quasi 200.000 ettolitri di
riso, cioè quanto tutto il resto della, Lombardia :
San Colombano sul suo colle formato di conchi-
glie impietrite attende all’industria dei vini.
Nelle Basse cremonesi, bresciane e mantovane,
si trovano raggiungere il limite di massima popo-
lazione i soli quattro distretti di Vèrola Nova,
Sabbioneta, Bòzzolo e Viadana. Essi sentono
l’influenza delle navigazioni del Po e dell’Ollio
che giungono fino a Ponte Vico nel distretto di
Vèrola Nova. Viadana deve molto al lavoro delle
tele. È da notami che Macculloch nel suo Dizio-
nario commerciale attribuisce la fertilità delle
praterie lombarde alle acque del Po, le sole acque
di Lombardia che non giovano all’irrigazione, e
in vicinanza delle quali l a vite, la boscaglia e il
pascolo selvaggio succedono a l prato artificiale.
Rimane il distretto di Chiari, che facendo se-
rie con Milano-Città, Gorgonzola e Brescia ad
egual distanza f r a Crema e Bergamo e f r a il Lo-
digiano e la Brianza, segna, l’andamento più ret-
tilineo d’una grande strada ferrata, la quale de-
viando non potrebbe più riunire la brevità e
facilità del tracciamento colla bontà del terreno
circostante. È su questa linea, che s’incrociano e
si scontrano t u t t i i cambi di derrate fra il monte
e il piano. Le congetture che abbiamo avventurate
nel 1836, e che vennero stabilite per base a i sus-
seguenti saggi di studio, vengono confermate dalle
cifre di popolazione che allora non erano a nostra
notizia.

10. . CATTANEO. Scritti economici. II.


146 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Avendo in sèguito divisato di confermare le
congetture col calcolo, trovammo che le comuni
lombarde attigue alla linea da noi proposta, o
distanti da essa non più di t r e miglia (5554 me-
tri) formavano una zona sulla quale erano con-
densati 414.000 abitanti stabili, senza, gli avventizi
e le guarnigioni. E se v i si coniprendevano le brevi
laterali di Monza e Bergamo, si aveva sulla zona un
quarto della popolazione delle provincie lombarde
raccolte s u u n decirno della loro superficie.
La densità, va. decrescendo da Milano al Min-
cio; e ammonta nella provincia di Milano i~ 585
abitanti per chilometro ; nella provincia di Ber-
gamo :] 333 sulla laterale, e 176 sulla linea mae-
stra ; nella provincia di Brescia a 180 ; e i n quella
di Mantova a soli 68, il che si potrebbe evitare
abbreviando quel vizioso giro.
La bontà di questa linea si riscontra anche
nella provincie venete, giacchè coniprende ben 8
degli 8 distretti che vi toccano il limite di massima
popolazione, cioè Verona, Arzignan, Vicenza, Fa-
dova e Venezia, e passa a d egual portate delle
popolazioni medie del Vicentino e Trevisano a
sinistre; e del Padovano e del Polesine a destra.
I n altra occasione esporremo i dati della relativa
densità, di tutte le popolazioni Venete, le quali
riescono alquanto rare nelle sole provincie di Ve-
rona. Udine e Belluno.

Distretti di popolazione minima. - L’opposto


estremo della minima popolazione, come già si
disse, si addossa i n gran parte alle Alpi Retiche
ed agli andirivieni delle catene pre-alpine, i n 23
distretti che discendono fino alle riviere supe-
riori dei laghi ; dove l’austera n a t u r a si veste a d
un tratto della, più vaga. amenità e si corona
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 147
d’olivi e d’agrumi. Alle alte valli sopraccennate
rimangono dunque ad aggiungersi, Macagno pres-
so al lago Verbano; Sanfedele, Porlezza, Dongo,
Gravedona e Bellano intorno a i laghi Ceresio e
Lario; e Gargnano, che appoggiando i suoi limo-
neti alle rupi dell’estremo Tirolo, si fa specchio
dell’azzurro Benaco.
Quelle popolazioni, divise fra loro per aspri
gioghi, s’aggirano cogli armenti sulle A l p i , schie-
rano in faticosi ronchi la vite sui declivi più fa-
voriti dal Sole ; lavorano a i pannilani, ai legnami,
ai marmi, alle coti, alla calce. ai torcitoi delle
sete, e soprattutto al ferro che la natura prodigò g
loro di qualità egregia e ammirata dai conosci-
tori stranieri. I1 ricavo annuo si suol valutare
a 5 mila tonne da mille chilogrammi ciascuna.
È questo poco o molto? Lo dica il paragone. Il
Belgio, la, cui regione ferrifera non è più estesa,
ne produce trenta volte t a n t o ; la Francia ses-
santa; l’Inghilterra ancora il d o p p i o della Fran-
cia. Uomini consumati in queste industrie portano
opinione che collo stesso combustibile adoperato
con metodi più ragionevoli si potrebbe fondere
quasi il triplo di miniera.
Si sciupa il carbone vegetabile, si obliano in
grembo alla terra le ligniti e le torbe, ottime a
molti generi di lavoro ; si tormentano con misera-
bili branchi di capre le preziose selve. E poi colle
mani a l petto deploriamo la penuria dei combu-
stibili, che realmente angustia le famiglie, men-
tre si sperpera per ignara indolenza la dote del
paese. È manifesto che ogni riforma nei procedi-
menti di queste arti, arrecherebbe sollievo alla
popolazione e ben anche incremento. È poi inu-
tile il dire che il pensiero avventurato da taluni
di sostituire nelle grandi opere stradali il legno
148 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
a l sasso, urta colle natura del paese, con ogni
calcolo di locale economia, e coi più gravi inte-
ressi delle popolazioni e viventi e future.
Usciti dalle montagne non troviamo sul piano
che undici distretti comparativamente spopolati.
Pieve d’Olmi presso Cremone è un piccolo terri-
torio isolato. Ma v’è un‘ampia regione di ben
dieci contigui distretti che cominciando a l Mella
sotto Brescia, si stende fino a l confine Veneto e
al Po e abbraccia nella bassa Bresciana : Bagnolo,
Leno e Monte Chiaro; e quindi nel Mantovano:
Castiglione, Castel Goffredo, Volta, Roverbella,
Asola, Marcaria e Borgoforte, tutte terre più di-
lette all’arte militare che all’industria ed all’agri-
ciiltiira. Sarebbe grave danno se, per fuggire fa-
tica e difficoltà, deviassimo con dispendio certa-
mente maggiore le nuove strade per codeste lande,
prolungando di 29 mila metri e più il cammino
fra Brescia e Verona, e allontanandoci di sover-
chio dalle amene e mercantili sponde del bellis-
simo lago di Garda, sul quale, senza i territori
veneti e tirolesi, i soli distretti lombardi contano
70 mila industri abitanti. La necessaria corri-
spondenza fra i monti e le pianure vi rende già
numerosi i passeggieri, che sul solo battello a va-
pore furono 21 mila nel 1837. La dolcezze del cielo
e la bellezza delle riviere renderebbero cari quei
luoghi alle moltitudini cittadine.
Dei distretti di popolazione media nulla di-
remo per amore di brevità, e perchè facile è il
farvi illazione da quanto si disse degli altri. Poi-
chè noi non intendiamo offrire un prospetto delle
industrie t u t t e e delle sussistenze ; bensì accennar
di volo alle molte ricerche che sarebbero a farsi
per mettere in chiaro dove abbia radice la vario
densità delle nostre popolazioni.
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 149
Città. ed altri nodi di popolazione. - L’Italia
è l’antica terra dei municipi fin dai tempi della
lega Etrusca e delle città Italo-greche; non è in
Italia certamente che alla popolazione urbana
prevalga di soverchio la rurale.
Milano conta nel recinto interno 145.500 ani-
me d i popolazione stabilmente coscritta, e nel
comune esterno ne conta altre 25.768. Dai libri
parrocchiali risulta inoltre una popolazione av-
ventizia di 11.117 anime pel comune interno, e si
vuole di 3000 circa nell’esterno. Così abbiamo una
massa compatta d i 183.000 persone, senza il nu-
meroso presidio ed i viaggiatori. È singolare come
libri e carte si accordino a rappresentar Milano
sempre assai minore dei vero. e si noti che i l
progresso della popolazione nella capitale supera
la cifra dell’incremento generale delle provincie.
Le novelle strade, se pur giungiamo a farle, non
potranno non moltiplicare nella città nostra gli
affari, l’industria, le ricchezze, il popolo e il va-
lore dell’abitato,
Brescia è l a seconda città di Lombardia; e
coi quattro suburbi di San Nazaro, Sant’Alessan-
dro, Sant’Eufemia e Fiumicello, fa 40.315 anime,
senza gli avventizi e i militari. Il territorio bre-
sciano conta molte e pregiate fabbriche d’armi ;
e 8 mila e più molinelli da filande, cioè quanto
Milano e Bergamo unite.
Bergamo è capo d’una provincia vasta il dop-
pio di quella di Milano, e il quadruplo di quella
d i Pavia, ma dopo Sondrio è la popolazione men
densa e la terra più montuosa; supplisce collo
spirito mercantile, e massime coll’industria delle
lane, delle sete e del ferro alla minore ubertà
del suolo. La città coi borghi conta 31.415 abi-
tanti senza gli avventizi e i militari.
Esclusi parimenti questi, ma compresi i sob-
borghi, Cremona conta 27.910 abitanti ; Mantova
con Porto e S. Giorgio 32.710; Pavia 26.313, cui
sono ad aggiungersi gli studenti dell’università ;
Lodi coi t r e Chiosi 20.131; Como più popolata
nei borghi che nella cerchia interna 16.642; Cre-
ma coi cinque comuni suburbani 12.900.
Queste nove città, coi loro presidi fanno circa
400 mila, abitanti. Altri 700 mila vivono in grosse
comuni che scendono da 17 mila anime a 2 mila ;
cosicchè quasi la metà, della popolazione lombarda
vive in uno stato di urbana o quasi urbana, aggre-
gazione.
Tra codeste considerevoli città e borgate, l’in-
dustre Monza ha 17.286 abitanti ; Casal Maggiore,
Viadana t Gonzaga sono tutte maggiori di 13 mi-
l a ; Codogno, Chiari, Varese, Treviglio, Busto e
Quistello oltrepassano 8 mila ; Abbiategrasso,
Santangelo, Soresina, Duemiglia, Sabbioneta,
Marcaria, Luzzara e Lonato variano da, 8 mila
a 6 . Undici borgate sorpassano i 5 mila, fra cui
Castiglione, Casal Pusterlengo, Rovato, Soncino,
Caravaggio. Ventidue t r a borghi e città ne con-
tano più di 4 mila. Fra le più industri e mercan-
tili di queste sono Sondrio, Lecco, Salò, Cantù,
Saronno, Gallarate, Romano e Ostilia, accesso
principale al commercio marittimo che v’intro-
dusse nel 1837 fino a 260 mila sacchi di granaglie
destinate a fornire le valli nostre e le svizzere e
le nostre lande più manifattrici che agricole;
falsa essendo la vulgare credenza che attribuisce
al nostro paese un sopravanzo di cereali, il quale
sarebbe un indizio statistico di scarsa popolazione.
Inoltre non sono meno di quarantanove i bor-
ghi maggiori di 3 mila abitanti ; e alcuni in ogni
altro paese si direbbero città, come Chiavenna e
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LOMBARDIA 151
Morbegno in Valtellina; Clusone e Gandino cen-
t r i delle manifatture bergamasche ; Bòzzolo e Ré-
vere, Melegnano, Vimercato, Gorgonzola e le for-
tezza di Pizzighettone. Altri novantasei oltrepas-
sano i due mila abitanti. Son ben centoquaranta-
due i comuni maggiori di 1500 anime, e fra essi
la forte Peschiera, e Melzo principale mercato di
grani fin dai più antichi tempi. È finalmente v’ha
non meno di duecentosessantatre comuni mag-
giori di 1000 abitanti, e non perciò affatto rurali,
poichè vi si comprendono i capo-distretti mercan-
tili di Bormio, Edolo, Zogni, Dongo, e Córsico.
Nè affa tto estranei al mondo industriale ponno
dirsi gli stessi comuni minori di 1000 persone.
Pochè in alcuni distretti. come porlezza e Piazza,
il capo luogo stesso non giunge a tal numero ben-
chè v i abbiano opifici di vetri e di
Dovremmo estendere anche a questa parte il
paragone coi regni più volte citati dell‘Europa
occidentale. È noto che la popolazione civica,
quando si prescinda dalle immense capitali, non
è molto numerosa in confronto della intera na-
zione sì nelle Isole Britanniche che in Francia.
Le Fiandre e il Brabante furono sempre riguar-
date come assai più frequenti di città. Ma se per
la densità generale delle popolazioni si può pa-
ragonare un paese maggiore ad nno men vasto:
quando poi si viene a raffrontare la grandezza
della città, bisogna contraporre regno a regno,
ovverossia due masse di popolazione non molto
disuguali. Perlochè in un confronto col Belgio
sarebbe mestieri comprendere tutte le città lom-
bardo-venete.
Ore Bruselle nel 1836 contava 102.802 abi-
tanti, e aggiuntivi i sobborghi 135.000 in t u t t o ;
o vogliam dire circa 50 mila meno di Milano,
differenza che per sè già farebbe una bella città.
Gand, l’antica capitale della pingue Fiandra, ha
tuttora 88.000 abitanti ; la mercantile Anversa
75.000; Liegi manifattrice ne h a 58.000, e Bruges,
pristina meta del commercio italiano, 13.000.
Vanno dai 20 ai 30 mila abitanti Tournai, Lova-
nio, Mons, Malines e Namur; e dodici altre, f r a
le quali Ostenda e Verviers, variano dai 10 ai
20 mila. Questa è la popolazione urbana di quel
regno.
Se ai 400 mila abitanti delle cinque maggiori
città belgiche contraponiamo le cinque maggiori
città lombardo-venete, Milano, Venezia, Verona,
Padova e Brescia, avremo una cifra maggiore.
Parimente alle altre cinque città minori potrem-
mo contraporne ben sette ; cioè Bergamo che anzi
oltrepassa i 30 mila abitanti, e Treviso, Cremona,
Mantova, Pavia, Vicenza e Lodi, che t u t t e sor-
passano i 20 mila. E alle dodici città più piccole
corrisponderebbero Como, Crema, Monza, Udine,
Rovigo, Belluno, Bassano, Ceneda, Este, Adria,
Chioggia, Feltre, Cividale, Palmanova, Gonzaga ,
Viadana, Casal Maggior, Varese, ed altre sopra
indicate. Cosicchè i n ognuna di queste partite il
bilancio non cadrebbe che a nostro favore.
Questi confronti non s’inducono per boria na-
zionale o per frivola ostilità contro gli stranieri,
ma solo per rilevare col paragone se si debba gri-
dare impossibile presso di noi ciò che è possibile
altrove; e se sia fondata i n certi nostri concitta-
dini la vile persuasione dell’inferiorità generale
e disperatissima del nostro paese a d ogni altro
qualsiasi ritaglio del globo ; persuasione, della
quale si f a mantello la personale indolenza e
nullità.
Il dir che la Lombardia conta quasi 115 abi-
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE I N LONBARDIA 153

tanti per chilometro non vale se non in quanto


si collega a un termine d i paragone. Vale, se vi
si aggiunge, per es., che la Francia Meridionale
ne nutre solo 49 ; ovverossia che la Provenza e la
Linguadoca alimentano 3 persone, dove la Lom-
bardia ne nutrirebbe 7. Poichè o bisogna provare
che 3 provenzali o guasconi per il viver loro con-
sumino come 7 milanesi, ciò che non è ; la vita
essendo anzi più agiata a Milano che a Lione o
a Tolosa o a Bordò. Ovvero bisogna dimostrare
che i provenzali gettino o seppelliscano 4/7 dei
prodotti del loro terreno; ciò che parimenti non
è. E se ambidue tali supposti sono falsi, e il con-
sumo presso gli individui di queste due popola-
zioni può ben supporsi eguale, ne consegue che il
valore dei prodotti della Lombardia debba essere
all’incirca nello stesso rapporto della popolazione
che se ne alimenta; e quindi stia a quello della
Francia Meridionale come 7 a 3.
Questo maggior valore dei prodotti non si può
ascrivere alle cause naturali, essendo il suolo e
il clima eccellenti in Aquitania e in Provenza.
Si vorrà dunque attribuire a cause artificiali, vale
a dire ad una maggior proporzione o ad una azione
più antica e prolungata dei capitali, dei lumi, e
d’ogni sorta d’opere stradali, acquatiche, livel-
latoie, insomma riproduttive; le quali in Lom-
bardia siano come 7 , laddove, per le cause isto-
riche e le più deboli infiuenze municipali, in Pro-
venza siano soltanto come 3.
Se il ricavo delle strade ferrate dipende dalle
popolazioni in ragione composta del loro numero
e della loro attività e ricchezza, non è assurdo il
calcolare che il detto ricavo possa nei due paesi
riescire come 7 a 3. E supponendo pure che la
minor popolazione possa avere assunto una doppia
154 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
attività, esso riescirebbe tuttavia come 6 a 7, a
circostanze pari di costruzione e di materiali. I n
ogni modo sarebbe strano che la proporzione po-
tesse riescire affatto capovolta.
Noi additiamo dunque il rapporto aritmetico
della popolazione nostra con quelle dei regni più
incivili e più generalmente conosciuti, come un
primo elemento di ragionevole giudizio sulla pos-
sibilità di condurre f r a noi quelle grandi opere
che in men felici circostanze si tentano altrove.¹
Altri particolari assai favorevoli al nostro
paese risultano dagli studi che su questo argo-
mento pubblicò di recente il sig. Carlo Czoernig,
magistrato e scrittore più che altri benemerito
della Statistica di questo regno, e che ci fu più
volte cortese del frutto delle laboriose sue ricer-
che. Eccone alcuni.
Le nascite maschili sono qui assai più fre-
quenti delle femminili. Ne consegue che sopra
100 uomini in Lombardia si contino solo 99 don-
ne, anzi nelle provincie di Milano e Brescia
solo 98, mentre nella Stiria se ne contano 105,
nella Moravia 108, nella Boemia 110. Cosicchè il
primo elemento industriale, la forza fisica virile,
è in Lombardia come 10, mentre in Boemia è
come 9. Si faccia conto quanto importi questa
differenza quando si t r a t t a di milioni di persone.
Gli uomini nell’età più capace d’utile appli-

1 I dati statistici sono presi d a Girault de S. Fargeeu


e da Bénoiston de Chateauvieux per la Francia; da
Chemin-Dupontès e da Bailly per le Isole Britanniche ;
da Heuschling per il Belgio; e da varie buone fonti lne-
dite per la Lombardia, di cui esporremo la superficie di-
strettuale classificata, appena che per cura di un esperto
matematico sarà compiuta la veriflcazione di questo im-
portante dato geografico e statistico.
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE IN LOMBARDIA 155
cazione sono proporzionalmente assai numerosi
f r a noi; giacchè nell’età di 20 a 60 anni si com-
prende circa il 58 per 100 dei maschi ; mentre nella
Svezia è solo il 40 per 100; nella Prussia il 33,
nella Russia il 27.
Una certa tendenza patriarcale delle nostre
popolazioni fa che più persone si serbino unite
in un solo focolare domestico, tanto nelle famiglie
rustiche quanto nelle patrizie. Nella provincia
di Como si hanno per ragguaglio quasi 6 anime
per ogni focolare (5,82) mentre in Galizia, in
Boemia, in Moravia non si giunge a 4½.
Questa inclinazione ad una vita ordinata si
attesta anche dalla frequenza delle nozze ; poichè,
non ostante il celibato militare e clericale, qui si
conta annualmente una nuova unione ogni 113 abi-
tanti circa ; e nelle pianure, ove tutte le fasi del-
l’esistenza sono più affrettate, be ne contano an-
cora di più, cosicchè nella provincia di Pavia se
ne ha 1 ogni 103 abitanti. Il che non avviene i n
Francia, in Belgio, in Olanda, in Germania, in
Portogallo. I n Wurtemberga se ne conta 1 ogni
145 abitanti, quantunque vi partecipi il clero.
Per conseguenza di questo e dei maggior ri-
serbo con cui vivono le giovanette, i l numero de-
gli infanti illegittimi è assai minore che in qual-
siasi a l t r a parte d’Europa, perchè sta come 1 a
34 in circa; e tuttavia involge molti infelici nati
di giuste nozze ed abbandonati dagli impotenti o
sventati genitori al torno fatale, con intollerando
aggravio degli Instituti di Beneficenza.’

¹ Secondo Schoe, il numero degli illegittimi il doppio


in Francia, Inghilterra, Prussia e Spezia, ossia come
1 a 12; è circa il triplo in Wurtemberga dov’è come 1 a 9 ;
e in Sassonia dov’è come 1 a 8. Nell’Assia un quinto dei
bambini nasce in questo misero stato.
156 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Adunque a fronte di altri eccellenti paesi ab-
bondano in Lombardia gli uomini, e massime quel-
li di buona età, conviventi in famiglie numerose
nati ed allevati sotto la coperta di legittimi
natali.
Vorremmo che i nostri giornalisti rendessero
grazie allo scienziato straniero che si fa a stu-
diare quelle riposte circostanze, le quali possono
rendere più rispettabile il nostro paese, e spie-
gano in qualche parte il secreto di quella mag-
giore prosperità, che l’occhio certamente v i scorge.
La maggior copia di forza umana viene però
a d elidersi presso d i noi per la generale promi-
scuità dei mestieri colle opere agrarie delle quali
sogliono riempire gli intervalli. I fanciulli e le
fanciulle non s’aggirano in grandi turbe nomadi,
come nei paesi manifattori ; essi sono vincolati a l
focolare paterno, e il naspo si vede sempre ac-
canto alla zappa. Ma se questo rende la loro vita
meno precaria da un lato, meno licenziosa dal-
l’altro, disperde poi le forze dell’individuo e to-
glie continuità a i lavori e perizia alla mano.
La potenza industriale è poi troppo inerme di
machine, e principalmente di machine a vapore,
le quali possono tuttora contarsi sulle dita. Al
contrario nel Belgio la forza del vapore equivale
n 20 mila cavalli, ovvero a 140 mila uomini. A ciò
non possiamo contraporre che la maggior forza
e frequenza delle grandi correnti che dalle gole
delle Alpi discendono per centinaia di metri fino
al Po.
Le opere publiche che più influiscono sulla
popolazione sono le acque, i ponti e le strade
d’ogni maniera. L’effetto benefico della naviga-
zione appare anche in questo, che lungo i quat-
tro maggiori laghi le popolazioni massime e me-
DENSITÀ, DELLA POPOLAZIONE IN LOMBARDIA 157
die s’inoltrano assai più per entro le montagne.
Noi intendiamo presentare altra volta il sistema
unito delle nostre linee navigabili, e indicare
dove rimangono tuttora sconnesse, e possano me-
glio supplirsi o con linee feriate o con linee na-
vigabili ; giacchè se pel trasporto delle persone
è più da valutarsi la celerità, pel trasporto delle
materie combustibili e murali l’uso delle acque
rimane sempre il più adatto anche a fronte di
tutte le moderne invenzioni.
Le acque irrigatrici sono desiderate ancora in
alcune delle nostre pianure più elevate, e nel-
l’imo lembo che costeggia il Po : e dovunque il (.a-
rattere siliceo del suolo seconda troppo gli ardori
del sole estivo. I n molti luoghi l‘azione mecca-
nica delle acque è necessaria almeno per dirom-
pere colla possente leva del ghiaccio gli strati
vergini e refrattari di una terra selvaggia. Ab-
biamo grandi bacini le cui acque sono abbando-
nate a d una infruttiiosa evaporazione ; abbiamo
conche di terreno atte a porgerci il sussidio di
artificiali serbatoi ; abbiamo lande elevate sulle
quali la sola mecanica può inalzare le acque adia-
venti ; abbiamo intorno a i laghi vasti piani torbosi
e impaludati. Qui d’ogni parte si affollano i pen-
sieri, già offerti dallo zelo dei dotti, ed a cui
gioverebbe dar nuova vita. Poichè non solo il
numero delle popolazioni e la loro prosperità ne
viene riguardata, ma più ancora la publica salute
la. durata media della vita umana. la quale in
alcune provincie è assai breve e più nelle campa-
gne che nelle città. I n t u t t a la nostra pianura
comprese Brescia, abbiamo annualmente un morto
ogni 27 abitanti in circa. Nelle montagne l a mor-
talità è minore; cioè di i sopra 30 nella provin-
cia di Bergamo; e di 1 sopra 35 nella provincia
158 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
di Como. Ma è tuttavia maggiore assai che in
Inghilterra, in Francia e nel Belgio, tuttochè
siano paesi di cielo più variabile ed aspro, e di
men sobria vita. E questo è il lato scuro del no-
stro quadro.
I ponti sono tuttora assai scarsi sui grandi
fiumi ; mentre dove i loro passaggi sono più facili,
appaiono i segni d’una maggiore e più prospera
popolazione. Gioverebbe rianimare f r a noi l’idea
d’introdurre i ponti pensili, di cui si ebbe pros-
sima speranza ma indarno.
Le strade sono un giusto vanto delle nostre
provincie e per il numero e per la bontà ; manca
loro il gran complemento delle strade ferrate, e
i promotori di queste non hanno nemmen preve-
duto il bisogno di riunirne gli sbocchi in un nodo
comune, cosicchè rimarrebbero tutte quante f r a
loro sconnesse ; molte sarebbero parallele e rivali ;
alcune si smarrirebbero in direzione troppo pros-
sime alle frontiere o prive di centri commerciali.
I1 fondamento di ogni ordinata sistemazione sa-
rebbe in una mappa che esprimesse le cifre di po-
polazione e la loro attività industriale; e i risul-
tati della quale si provassero poi su un’altra
mappa che, A guisa delle carte idrografiche, espri-
messe i movimenti del terreno. Per ora le strade
gioverebbero alle popolazioni e alle proprietà ; i n
seguito il miglioramento delle une e delle altre
riagirebbe sulle opere stesse, e arrecherebbe il giu-
sto compenso all’anticipato servigio.
Abbiamo di sopra accennato che la vicinanza
delle capitale è la sola causa che certi terreni ab-
biano maggior prezzo, cosicchè, a cagion d’esem-
pio, con 100 lire di capitale non vi si possa facii-
mente acquistare una rendita di 4: mentre vice-
versa in più fertili ma più lontane provincie si
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE IN LOMBARDII 159
può collo stesso prezzo acquistare una rendita
materiale di 5 ovvero di 6. Poniamo che, soppri-
mendo per certi luoghi l‘effetto della maggiore
distanza, si potessero pareggiare i prezzi del ter-
erano. I n questa ipotesi, se un intero distretto,
per- es. di 200 mila pertiche di superficie, rendesse
(anche solo in ragione di cinque lire alla pertica)
un’annua rendita pura di un milione : questa en-
trata, invece di vendersi a 20 milioni di capitale,
potrebbe vendersi a 25. Epperò i possidenti d i
quel distretto verrebbero a guadagnare i 5 milioni
della differenza. I n questa moderato ipotesi i
5 distretti della bassa Bresciana potrebbero. a
cagion d’esempio, valere 25 milioni di più che al
presente; i 17 distretti della Mantovana 85 mi-
lioni: e così a proporzione la Veronese, la Vi-
centina, la fertile Padovana, il Polesine, la Tre-
visana. La sola provincia d’Udine $ ampia quanto
un terzo della Lombardia. E se la rendita di quei
terreni è già maggiore di 3 lire. alla pertica, tutto
il conto crescerebbe a proporzione. Ma intendia-
moci bene: non v’è necessità, che tutti quei pos-
sidenti vendano in messe; basta che i fondi che
cadono casualmente in vendita, trovino amatori
a miglior prezzo, perchè anco le terre invendute
acquistino maggiore estimazione.
Dall’altro lato i compratori avrebbero il bene
d’investire i capitali in terre capaci di facile mi-
glioramento ; e non sarebbero astretti a prodigarli
in fondi d’infima natura, soltanto perchè più vi-
chi. Essi lucrerebbero sull’agevolexza dei frutti
e sulla docilità del terreno alle migliorie, quanto
i pristini possidenti lucrerebbero sul valor ca-
pitale. Questo non potrebbe avvenire che i n un
corso proporzionale di tempo ; perchè il capitale
non s’improvvisa, ma si raccoglie lentamente dal-
160 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
l’industria congiunta al risparmio. Tuttavia, cer-
tamente avverrebbe. I n molti territori bastò a
quest’effetto la costruzione delle strade comunali ;
e possiamo appellarci a fatti notori.
A fronte di così giganteschi miglioramenti,
accresciuti ancora dall’aumento delle popolazioni,
non sarebbe certo un aggravio il conferire per al-
cuni anni un milione o due di sussidio agli azio-
nari delle nuove strade per assicurar loro un mi-
nimo d’interesse, a cagion d’esempio il 4½, che
non è cosa spregevole, e che in altro modo non si
potrebbe così presto raggiungere. I1 sussidio d’un
milione rappresenterebbe ventidue milioni d’ope-
re; il sussidio di due milioni ne rappresenterebbe
quarantaquattro ; e così si potrebbe colmare qua-
lunque voragine che vi fosse t r a gli arbitrari cal-
coli preventivi e il fatto reale. Ma qualunque fosse
il tesoro da largirsi in soccorso delle utili imprese,
esso verrebbe bilanciato dal miglioramento pre-
diale d’una sola o di due provincie, e certamente
dal miglioramento complessivo delle dieci o do-
dici che cadono sotto la prossime azione delle
strade. E qui non abbiamo ancora fatto allusione
ai vantaggi che ne ricaverebbero il commercio e
l’industria, i quali sono di un’evidenza più tri-
viale ; e che gradatamente svolgendosi, verrebbero
ad estinguere successivamente il bisogno del sus-
sidio, e quindi a recare uno scalere rimborso del-
le fette anticipazioni; dopo di che rimarrebbe agli
azionari il godimento del maggior interesse. E
supponiamo pure che questo debba riservarsi a d
un tempo rimoto, o se s i vuole, ad una ventura
generazione. L’agricultura delle nostre basse non
ha forse a quest’ora compensate le dispendiose
costruzioni del Naviglio, del Ticinello, dell’Ad-
detta, della Muzza? Ma questi sono argomenti
DENSITÀ DELLA POPOLAZIONE IN LOMBARDIA 161
oscuri da discutersi con maturo consiglio di
molti.
Quando nella primavera del 1836 siamo en-
trati in questo argomento, trovammo le menti
piuttosto incredule che contrarie. Nondimeno le
nostre idee vennero accolte con favore, e adottate
come primo embrione d’una impresa possibile ma
remota. La cosa era vergine, e almeno, come un
sogno gradevole, piaceva all’imaginazione. Nel-
l’anno seguente vi fecero improvvisa irruzione gli
uomini d’affari; fu un turbine che cacciò innanzi
sgarbatarnente la nave. Ora le menti si mostrano
più incredule che prima ; e alcune esacerbate. Ma
vi è una grave differenza ; un numero grande di
famiglie straniere h a messo l a sua fortuna su
questa nave, in nostra balia. E diviene debito
d‘onor nazionale e d’interesse comune il porger
conforto a quelli cui l’aura di Borsa sembra un
decreto fatale della ragione.
È a questo fine che t r e anni dopo quelle prime
nostre Ricerche noi presentiamo il confronto di
queste popolazioni con quelle dei più floridi regni
dell’Europa occidentale, perchè il paragone non
può non infonder coraggio. Bisogna distinguer
le opere dagli operatori. Se quelle non fossero
buone, nulla varrebbe la solerzia di questi; ma
s’elle ci offrono ragionevoli speranze, i buoni ope-
ratori certamente si troverebbero. Noi possiamo
additare le nostre Alpi soggiogate da strade ani-
mirabili ; il mare frenato dai murazzi ; i fiumi so-
stenuti in alto d a rive artificiali; la, pianura per
ogni parte intessuta d’acquedotti e spianata in
prati invernali e in risaie; la collina tutta inta-
gliata in terrazzi e solcata di strade. I navigli
più antichi, i navigli sul c u i modello l’Europa
architettò i suoi canali. i suoi sifoni, le sue chiuse,

11. . CATTANEO.Scritti economici. II.


162 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
sono i nostri. Noi avevamo i navigli seicento anni
sono; trecento anni sono avevamo le chiuse; e
l’Inghilterra scavava il primo suo canale nel 1765 !
Tutta la nostra terra, a l pari dell’antico Egitto,
è un immenso monumento delle arti costruttive.
Vivono fra noi gli autori di molte di queste opere
ammirate; vivono i loro colleghi, i loro allievi,
poichè la discendenza degli uomini utili non si
è di repente insterilita f r a noi. Se non fosse la
perdita fatale del tempo, sarebbe quasi a riguar-
darsi come una ventura il debole esito d’imperfetti
studi tecnici, e il momentaneo rilasso della fri-
vola e volubile opinione di borsa. Questi contra-
tempi danno forca agli onesti consigli. E infine
le opere sono ancora intatte; e direi più ancora,
la falce del disinganno ha sfrondato in tutta,
l’Europa il fogliame importuno dei tanti progetti
aerei, i quali avrebbero usurpato senza frutto
quei capitali che appena possono nel corso del
tempo sperarsi bastevoli alle imprese solide e be-
nefattrici dei popoli, degli stati, della universale
civiltà.
VII.

Andamento di alcune compagnie anonime straniere.+

Nel corso dell’inverno alcune imprese anonime


sono cadute. Quella di Sambra e Mosa si dichiarò
sciolta. LO stesso fece quella di Rheinschanze.
Quella di Versailles sulla riva sinistra, soggiacque
al sequestro de’ suoi materiali per parte del mu-
nicipio, dal quale eransi comperati alcuni spazi
senza previo deposito o pagamento. Nell’adunanza
dei socj di quella di Potsdam, i direttori ebbero
publici rimproveri p e r la loro ignoranza nelle ma-
terie tecniche che si erano assunti di governare.
Si trovò che, ad onta dei pretesi loro studj pre-
ventivi, era necessario fare un debito equivalente
alla metà in circa del capital sociale ; e contutto-
ciò non si sarebbe potuto avere che una sola ro-
taja ; e perciò bisognava aspettarsi sospensione di
movimento a d ogni minimo caso di riparazioni ; le
quali in meschine opere di legno devono dopo
qualche anno divenir. quasi giornaliere.
Lo stato delle compagnie belgiche è noto. Ba-
stò un lampo di bajonette per metterle in estremo
scompiglio ; nel quale s’involse anche l a esterna
sicurezza del paese. Il qual esempio mostra che
gli Stati i quali si caricano oltre misura di ope-

* « Il Politecnico », 1839, I, pp. 95-97.


164 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
razioni sul credito, si mettono facilmente a di-
sposizione degli avvenimenti.
Tutto ciò nulla toglie alla fondamentale uti-
lità delle Società Anonime. Esse sono il più pos-
sente mezzo d’esecuzione che l’ingegno umano o
piuttosto il corso dello sviluppo sociale, abbia
trovato. Qual’è l’impresa che diviene impossibile
alle Società Anonime? Esse col giro delle azioni
vanno ad attingere il denaro fino all’ultimo an-
golo del globo. Esse hanno cancellato ogni biso-
gno di nazionalità nel capital circolante; basta
che un peese mostri nelle sue intraprese intelli-
genza, legalità e previdenza, perchè divenga l’ar-
bitro dei capitali di t u t t i i popoli vicini. Centi-
naja di milioni possono concorrere d’ogni parte
d’Europa a fecondarlo. Ma se gli amministratori
entrano in convenzioni illegali, se nulla prevedono.
se di nulla si curano, se nei calcoli più triviali
di terra e pietre fallano per incuria in intere doz-
zine. di milioni, con qual animo potranno confidare
nei calcoli incerti di economia o di mecanica di
cui non impararono sillaba? Se in faccia a l pe-
rito dell’arte essi osano parlare, si fanno compa-
tire per la mancanza di d a t i ; e se non parlano,
divengono io strumento e il trastullo dei subal-
terni, i quali poi colla minaccia di ritirarsi, e di
andare in Borsa a far rumore e mettere le azioni
in ribasso, li tengono in un palpito incessante.
Si presenta una questione importante. È bene
che gli amministratori delle imprese siano inte-
ressati al giuoco di Borsa, cioè siano possessori
d’azioni? Tutta Europa ne è persuasa, anzi ne
impone loro l’obligo. E noi siamo persuasi del
contrario.
Finchè gli amministratori avran parte nel
giuoco di Borsa, essi non guarderanno mai che
DI ALCUNE COMPAGNIE ANONIME STRANIERE 165

alle cose d’apparenza, le quali possano sostenere


per un certo tempo il corso attuale delle azioni,
e lasciar agio a rivendere a l minuto con guada-
gno. Essi avranno il buon senso di non perdere
mai tempo a prevedere qualsiasi evento lontano.
L’esito finale dell’impresa sarà per essi come
un affare dell’altro mondo. Così deve pensare il
banchiere, e così pensa; e l’effetto si vede nel
cattivo andamento di tante imprese.
Se al contrario fossero persone aliene per in-
dole dalle operazioni bancarie, e vincolate da im-
pegno d’onore a non prendervi parte, nemmeno
indiretta, essi penserebbero tranquillamente alla
finale solidità e prosperità delle opere, e attende-
rebbero quel tributo di utile estimazione, col quale
la Società compenserebbe a maturo tempo le loro
sollecitudini e la loro antivedenza. Sarebbero co-
me sogliono essere i buoni impiegati dello Stato.
I banchieri rare volte possono avere, sulle cose
estranie allo stato loro, cognizioni tanto profonde
quanto ne può avere chi ne fa occupazione della
sua vita. E se anco le avessero, non potrebbero
giovarsene di proposito, senza toglier tempo alle
loro giornaliere operazioni. Epperò si vedono
prender parte negli spinosi affari delle più nuove
e più difficili imprese anonime, per via di sollievo
e di piacevole conversazione settimanale, che si
può alternare col casino e col teatro. L’Europa
oggidì non t r a t t a più sul serio se non i minuti
affarucci personali; gli affari da milioni sono di-
venuti partite di giuoco. Male per chi dovrà pa-
garne le spese; e m a l e p e r i banchieri stessi che,
invece di trovarsi a speculare in azioni d’imprese
prospere e fiorenti, si trovano involti in ogni parte
da pericoli e da ruine. Speriamo che la esperienza
non rimarrà infruttuosa.
VIII.
Notizia economica sulla provincia di Lodi e Crema
estratta in gran parte dalle memorie postume
del colonnello Brunettl.*

Non offriamo sotto il nome di Statistica la


presente notizia, perchè varie cose le manchereb-
bero, le quali sogliono comprendersi sotto un t a l
nome, comunque elle siano di poco giovamento
per chi mira a formarsi u n semplice concetto sul-
l’indole economica di un paese. Esse recherebbero
inoltre troppo ingombra di cifre e di tavole i n un
giornale, che, come questo, non debb’essere un ar-
chivio di materie prime, nia un libro di varia
lettura e di generale informazione.
Il sunto che noi presentiamo non deve impe-
dire che qualche studioso concittadino del Bru-
netti faccia pubblico dono al suo paese di quel-
l’utile scritto inedito, e vi aggiunge anche le cose
del territorio cremasco, da lui quasi affatto in-
tralasciate ; e compia le une e le altre coi più re-
centi e probabili dati.
Noi per gentile atto d’amicizia del nobile Dot-
tor Giuseppe Guarneri, regio medico in quelle
provincia, abbiamo ottenuto dagli eredi del Bru-
netti le sue carte postume ; e raffrontando i frem-
menti e le varianti di tre diverse elaborazioni,
ne abbiamo pazientemente raccolto il complesso.

* « Il Politecnico », I. 1839, pp. 135-157,e ripubblicato


in S a g g i (ed. Einaudi), pp. 86-114.
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 167

Vi abbiamo trovato molte di quelle notizie che


stabiliscono gli elementi indelebili e distintivi
della statistica d’un paese, e possono serbare im-
portanza anche dopo una serie d’anni. ad onta di
quella opinione che confonde la statistica fonda-
mentale con un caduco annuaria. Non mancheremo
però d’innestami all’uopo quei dati che possono
darvi pregio di opera recente e viva, e compierne
le lacune, massime per ciò che riguarda il territo-
rio di Crema, intorno a l quale ri procurò vari lumi
il consigliere Francesco Albergoni.
Sappiamo che molti egregi materiali intorno
ad altre provincie giacciono sepolti in mano d i
privati, i quali si tengono esenti d‘ogni dovere
al paese. l’ossa l’uso che f a mo di questi, es-
sere loro di stimolo a farne pur qualche cosa.
Frattanto rendiamo grazie a chi, prestandoci
questo grazioso officio, volle giovare a i nostri
studi e rendere onore e servigio al luogo nativo.

Aspetto naturale dei territori d i Lodi e Crema;


acque, terre e clima. - La provincia, di Lodi e
Crema giace sulla sinistra dei Po, attraverso alle
correnti del Larnbro, dell’Adda e del Serio. Si
divide in nove distretti che formano t r e territori
per nature assai distinti fra l o r o ; cioè l’Agro
Lodigiano, la Gera-d’Adda Lodigiana, e l’Agro
Cremasco.
L’Agro Lodigiano è formato da sei distretti
di Paullo, Lodi, Santangelo, Borghetto, Casal-
Pusterlengo e Codogno. Giace quasi tutto a po-
nente dell’Adda, e tiene una striscia di terreno
anche a ponente del Lambro, dove sorge il colle
di San Colombano. Ad eccezione di questo colle
isolato, alto 950 metri, che si fa appartenere alla
formazione subapennina, e quindi si connette al-
168 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
l’opposta riva del Po, l’Agro Lodigiano forma un
bellissimo piano, uniformemente inclinato da set-
tentrione a mezzodì, nella mitissima proporzione
di circa i ¼ per mille. La massima elevazione
della pianura sul livello marino si vuole di me-
t r i 113,70; la minima di 38,52, e quindi la totale
discesa è di metri 75,18 sopra una lunghezza di
circa 59.200 metri. La qual disposizione rese quel
territorio mirabilmente adatto ad ogni sorta di
opere che richiedono agevole ed equabile pendio.
Nel medesimo tempo i profondi avvallamenti, en-
tro cui s’incavarono le correnti dell’Adda e del
Po, resero questa parte della provincia meno ac-
cessibile alle devastazioni delle acque. Un’altra
elevazione, che può chiamarsi piuttosto tumulo
che collina, si ritrova presso Casal-Pusterlengo.
La Gera-d’Adda Lodigiana giace a levante del-
l'Adda, e forma il distretto di Pandino. Si vuole
circa 10 metri al disotto della parte corrispon-
dente tanto dell’Agro Lodigiano, quanto del Cre-
masco, fra i quali forma valle. E r a perciò i n an-
tichi tempi ingombra d’acque, che si chiamavano
Lago Gerondo o Gerone, e le cui tracce sono an-
cora indicate e dai circostanti rialti del suolo, e
dalle gere o ghiaie, che lasciarono il nome al paese,
e dalle paludi che giaciono ancora verso levante,
e si chiamano i Mosi d i Crema. I1 nome di Gera-
d’Adda si estende anche ad alcuni paesi della
provincia di Milano, e all’attiguo distretto di
Treviglio nella provincia di Bergamo, che si suol
chiamare Gera-d’Adda milanese, e appartiene tut-
tora alla Diocesi di Milano.
L’Agro Cremasco, che forma due distretti
dello stesso nome, giace a levante dello Gera-
d’Adda; anzi, per un quarto circa della sua su-
perficie, si stende a levante del fiume Serio.
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 169

L’estremo lembo dell’Agro Lodigiano, lungo


le riva del Po, apparteneva ancora, pochi anni
sono, all’attigua Piacenza ; alla quale appartene-
vano anche varie comuni Pavesi e Cremonesi,
sulla sinistra del presente alveo dei Po.
Sembra che in tempi primitivi t u t t i i fiumi
succitati corressero con ampio letto, e diffondes-
sero le loro inondazioni largamente sulla faccia
del paese. Sembra che le acque dell’Adda, spa-
ziando per le ghiare di Pandino e per le paludi
di Crema, andassero a mescersi con quelle del
Serio, e perfino con quelle dell’Ollio; e formas-
sero qua e là ridotti quasi inacressibili e per
terra e per acqua ; fra i quali Crema, stessa, l’isola
di Portatore, e un’isola Fulcheria, nominata nel-
le carte dei secoli bassi. Forse in tempi malsicuri
l’arte studiavasi d’angustiare il varco delle acque,
per accrescere colle inondazioni la fortezza del
paese, come avviene tuttora del lago di Mantova.
Pare che ancora nel secolo X I I , presso la moderno
Lodi, nel luogo di Serravalle, vi fosse un porto,
in cui si rifugiassero le barche del lago. Il labbro
de’ vari suoi bacini vien disegnato a ponente del-
l’alta riva destra dell’Adda, e a levante d e un
elevato scaglione, che dalla foce del Brembo ser-
peggia per Pandino e Chieve sino alla foce del
Serio; e ricompare ancora tratto tratto sino
alle vicinanze di Cremona. Fra Lodi e Chieve
questo bacino si allarga circa sette miglia. Dal
livello dei campi, o anche solo dai profili delle
strade, si potrebbe facilmente raccogliere quali
parti del territorio potessero formare lago na-
vigabile, e quali vi dovessero colmeggiare in for-
m a d’isole.
I fiumi, nell’andar dei secoli, corrosero coi
loro filoni il fondo, e lo infossarono sotto quello
170 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
degli stagni circostanti, nello stesso tempo che
colle inondazioni colmavano di materie i luoghi
più bassi. E più di tutto valse l’umana industria,
la quale, armata dei capitali raccolti dal commer-
cio, agevolò da una parte con arditi tagli lo scolo
alle paludi; dall’altra frenò con argini il corso
delle acque e lo diresse ; e finalmente coi numerosi
canali minorò oltremodo la potenza dei fiumi. Il
Naviglio della Martesana, la Muzza, il Fosso Ber-
gamasco, la Vailata, l e Rivoltana, il Canale Ri-
torto, sottraggono all’Adda una massa perenne
d’acque, la quale per sè formerebbe un bellissimo
fiume navigabile. Perlochè l’Adda, così impove-
rita, non si naviga più per un tratto di circa
20 miglia al di sopra di Lodi; sotto Lodi fino al
Po si naviga solo nella più favorevole stagione ; e
anche allora non si risaie che in cinque o sei pe-
nose giornate, e con navi da sole 60 tonne, mentre
sul Po sono anche da 130. Ma in tempo d’acque
basse, i soli battelli s’insinuano su per l’Adda, e
solamente fino a Pizzighettone.
Si scorgono ancora le tracce di tre diversi al-
vei, pei quali, in diversi tempi, l’Adda si mise in
Po : per Cremona, per Acqua Negra, e per Fari-
sengo. I1 letto presente, da Pizzighettone a Ca-
stel Nuovo, si credè opera del celebre maresciallo
Gian Giacomo Trivulzio, il quale, essendo signore
di Caravaggio e di gran parte della Gera d’Adda,
ridusse con quest’opera a coltivazione forse cen-
tomila pertiche di terreno (65 chilom. quadri).
E con questo, in ben miglior senso che colle sue
battaglie e coi politici avvolgimenti, si meritò
che si scrivesse sul suo avello: «qui numquam
quievit ».
Anche il Serio altre volte, prima di gettarsi
nell’Adda, serpeggiava largamente nel territorio
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 171

cremonese. E in tempi antichi si navigava ; e così


pure il Lambro. Altri fiumi, che forse in antichi
tempi corsero grossi d'acque, come il Sillero, il
Brembiolo e il Tormo, sono ormai quasi dimenti-
cati nelle Carte.
La corrente che più importa a l Lodigiano è
il fiume artificiale della Muzza, estratto dall’ Ad-
da fin dal secolo X I I ; potente corpo d'acque, il
quale in più luoghi ha la magnifica larghezza di
48 metri, ed ha circa 58 chilometri di corso, con
una caduta di 71, e una massa d i 3077 metri m-
bici a l minuto secondo. Esso getta fuori 41 boc-
che irrigatrici a destra, e 34 a sinistra ; e in que-
sto modo feconde le terre di 170 comuni. Nella
sua parte superiore è navigabile con piccoli bat-
telli, che portano dall'alta Adda grani e materie
murali.
A determinare lo stato naturale di questi ter-
ritori, concorre colle acque e coll'elevazione e
pendenza del suolo anche la sua, posizione.
Giace a mezza, distanza fra I'equatore e il polo,
appena al disopra del grado 45 cioè dal 45° 3' 33
al 45° 29' 30". La longitudine è dal 26° 58' 28" del
meridiano di Parigi al 27° 31’ 3’’. E posto nel
mezzo della gran valle del Po, a distanza quasi
eguale dalle Alpi e dagli Apennini. Perlochè gode
un cielo meno incostante che le vicine provincie,
le quali sono dominate dai sùbiti e freddi venti
delle valli alpine, e forse per ciò soggiaciono più
spesso a l flagello della grandine.
I1 massimo grado di calore, segnato dal ter-
mometro di Réaumur nel corso dei settant'anni
che precedettero a l 1830, fu di + 26°,2; e l'ade-
quato di t u t t i i massimi f u + 24. Il minimo grado
f u - 11,4; e l'adequato di t u t t i i minimi f u
- 5,2. La temperatura media fu + 10.
2 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
L’altezza massime del barometro fu di pol-
lici 28. 11,4; e la minima 26. 11,6. L a variazione
fu di linee 23,l.
Il termine medio dei giorni sereni d’ogni an-
no è 174.
i venti apportatori di serenità, sono N. NO.
O . SO; mentre sono generalmente nuvolosi i ven-
ti di S. SE. E. NE.
Le stagioni più piovose sono la primavera e
l’autunno.
La quantità media di pioggia, caduta ciascun
anno, f u :
Dal 1764 a l 1790 pollici 33; o metri 0,893
» 1791 » 1817 » 37; » 1,001
» 1818 » 1835 » 38½; » 1,042

il che indicherebbe un lieve aumento che fu no-


tato anche in altre parti di Lombardia.
Le rugiade sono copiosissime ; e Brunetti cal-
cola che l’acqua, da esse sparsa sulla superficie
della, provincia, stia all’acqua piovana come 29
a 19. I1 che concorre colle copiose irrigazioni a
conservare alle campagne un verdeggiante e pro-
spero aspetto.
La pianura lodigiana è coperte di terre allu-
vionali, le quali formano una massa incoerente
di ciottoli, ghiere o arene silicee e calcari, coperte
d’uno strato più o meno profondo di calce car-
bonatica, commista a d alquanta argilla. Questa
domina, maggiormente lungo le rive de’ fiumi, e
in quei terreni che giacciono entro la loro con-
valle, e perciò si formano più facilmente in pa-
lude.
Gli scavi, fatti in diversi luoghi, rivelarono le
NOTIZIA S U L L A PROVINCIA DI LODI E CREMA 173
seguenti stratificazioni, disposte sempre col me-
desimo ordine.
1) Terriccio coltivato ;
2) Terra vegetale silicea ;
3) Sabbia, mista di frammenti silicei, cal-
carei, argillosi, micacei, con poche parti ferrug-
ginose, alle quali si attribuisce la bontà del ce-
mento che forma colla calce;
4) Ghiara mista con arena;
5 ) Terra vergine, o argille verdastra ;
6) Ciottoli e ghiara con acqua.
Al disotto si stende, come in tutta, la Lombar-
dia, un letto di sabbie aurifere, le quali, corrose
assiduaniente dal profondo alveo dei grandi fiumi,
vi depongono un lieve annuo tributo di pagliette
d’oro. Ma queste nell’Adda, come nel Ticino,
vanno facendosi sempre più scarse. Verso il 1000,
quando il Re Arduino concedeva l’oro dell’Adda
alla Mensa Vescovile di Lodi, sembra che fosse
u n a cospicua rendita: Nel 3779, quando questa re-
galia venne avocata alla Regia Camera, si valu-
tava a cento talleri in circa; ora giunge appena
a un terzo.
Nella Gera-d’Adda si trova immediatamente
sotto al terriccio una belletta argillosa, e più a l
disotto ghiara e sabbia, e quindi ciottoli c o n
acqua. E nelle parti piu depresse si trovano le
stesse materie, senza la belletta argillosa.
Presso Casal Pusterlengo v’è un ammasso di
argilla silicea, di forse duemila pertiche (chilom.
quad. 1,30), il quale s’inalza circa 200 metri SO-
pra l a pianura.
Il colle di S. Colombano, nel distretto di Bor-
ghetto, si protende anche nel distretto di Corte
Olona nella Provincia di Pavia.
174 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Sul suo dorso domina l’argilla, commista però
di calce e di mica, e sovrapposta a strati orizzon-
tali di sabbie marine, le quali abbondano di con-
chiglie impietrite di varie specie, e perfettamente
conservate. Appartengono a specie estinte, o affini
a quelle che vivono tuttora nei mari dell’India, e
possono vedersi nella collezione del valente chi-
mico Bassano Cavezzali di Lodi. Vi si rinven-
gono anche grossi frammenti erratici di pietre si-
licee, di quarzo arenario lignoide (xyloide), di le-
gni ora incarboniti, ora ridotti in lignite, o r a in
gaietto; e di ossa fossili, assai frantumate e dif-
ficili a riferirsi alle loro specie.
Vi si trovano banchi di sasso calcareo conchi-
liare, mediocremente duro, diviso in masse di due
a tre metri, che dissepellite si riducono in calce.
L’argilla più fina serve a far terraglie a Lodi e
a Milano ; la più grossa a far mattoni e tegole ; e
la bianchissima arena quarzosa, stratificata fra
le argille, si adopera a far vernice di terraglie.
Alle falde della collina si scopersero fonti salse,
che vennero interrotte o chiuse.
Nella parte superiore dell’Adda si raccolgono
ciottoli di ottima, calce forte.
Le ricchezze minerali della provincia sono
queste ; e non era prezzo dell’opera il distaccarle
da ciò che riguarda l’indole del terreno in gene-
rale, per trattarne a parte; poichè la terra, in
questa provincia, vuol essere considerata quasi
unicamente nei suo rapporto all’agricultura.
La superficie coltivabile dell’ Agro Lodigiano
2 miscolata, con poco divario, di silice, d’allu-
mina, e di calce carbonatica. Nei distretti occi-
dentali di Paullo, Santangelo e Borghetto, do-
mina alquanto l’argilla; e il terreno riesce al-
quanto più forte. Nel distretto di Lodi prevale
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 175
silice e la calce; e si ha il terreno leggero,
detto volgarmente ladino. Nei distretti meridio-
nali di Gasale e Codogno è più abbondante la
calce; e si ha il terreno volpino, assai fecondo.
Ma nella parte più bassa, ossia nelle régone deI
Po e dell’Adda, il terreno è coperto d’uno strato
argilloso, attraversato da letti d’arena silicea.
Tutte queste terre sono commiste coi fram-
menti animali e vegetabili, arrecati dalle inces-
santi concimature e irrigazioni. La mano dei-
l’uomo lasciò in questa provincia ben poco ter-
reno inviolato. Ma lo strato arabile e produttivo
è dappertutto sì tenue, che male incoglierebbe a
chi approfondasse l’aratro a più di 15 centimetri
(ossia mezzo piede). Perlochè si presta meglio alla
coltivazione del prato che a quella dei cereali, e
ama piuttosto il lieve lavoro dei cavalli che la
vigorosa aratura dei buoi. Un solco sgarbato ba-
sia a recar sullo superficie le sottoposte sabbie,
e guastare per molti anni un podere.
I n questa delicata condizione del terreno e
nella copia delle acque irrigatorie si fonda il ca-
rattere naturale e distintivo dell’agricultura Lo-
digiana.
Lo strato coltivabile della Gera-d’Adda è an-
cora più tenue, e l’aratro appena vi deve impri-
mere il solco, Ciò nulla ostante una concimazione,
saggiamente e generosamente diretta, lo ha recato
a una fertilità che di poco omai cede allo stesso
Agro Lodigiano.
I1 principio argilloso abbonda maggiormente
nel terreno cremasco, il quale perciò nello stato
incolto riesciva più facile a impaludarsi, come
nella presente sua bella cultura riesce più rigo-
roso e opportuno all’aratura e alla coltivazione
dei cereali.
176 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Da ambe le sponde della Muzza, fino alla di-
stanza di 200 metri in circa, ed alla profondità, di
circa un metro, si stende un tenue strato, detto
ferretto, che i cacciatori chiamarono castracane.
È una concrezione recente, che si formò dall’in-
filtramento delle acque di quel canale. Essendo
pregne di calce carbonatica, che seco trasportano
dalle torbide del fiume Brembo, penetrano nel
leggero e soffice suolo lodigiano, e ne cementano
le particelle silicee od argillose. È lo stesso pro-
cesso con cui le medesime acque dell’Adda, infil-
trandosi nelle grosse ghiare, formano disopra a
Cassano vasti cumuli di breccie, dette volgar-
mente ceppi: materiale esimio a quel genere di
costruzioni alle quali in altri paesi è necessario
sostituire il legno.

Popolazione, sua origine, suo sviluppo econo-


mico, suo riparto, e stato sanitario. - Quale fu
la industriosa stirpe che, gettata dalla natura, in
mezzo alle paludi e alle sabbie, seppe colla sua
intelligenza e perseveranza crearvi un’artiticiale
prosperità?
Nulla sappiamo dei primi abitatori di questa
piccola regione, la quale, non giungendo a 1200
chilometri quadri, appena poteva nel suo stato
primitivo nutrire otto o diecimila nomadi, in tribù
disgregate fra loro da stagni e da pantani.
Sembra che la civiltà penetrasse navigando
su per la corrente del P o ; giacchè l’accesso al
Mediterraneo per l’altra e più vicina parte era
chiuso dalle bellicose popolazioni dell’Apennino
Ligure. I più antichi asili della cultura furono
in mezzo alle lagune e al labirinto dei nostri fiu-
mi, Adria, Spina, Felsina, Padova, Mantova,
città sulle cui origini inaccessibili la tradizione
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 177
stese un velo mitologico. Sono questi gli ultimi
confini delle regione abbellita dalle favole dei
navigatori greci, le rive del Po, ombreggiate dalle
Eliadi, le mistiche nozze della fondatrice di Man-
tova col fiume degli Etruschi, il nome d'Antenore
Frigio, gii erramenti dei Pelasgi, le emigrazioni
inverse dei Reti dall’Apennino alle Alpi, sono
tutti indizi e nessi di origini trasmarine. Tutte
le tracce istoriche concordano nell’indicare che le
più antiche città dei nostri paesi appartenevano
alla gran lega Etrusca; quella lega Anseatica del-
l’Evo antico; la quale, da qualunque punto si
fosse dipartita, teneva t u t t i i punti mercantili
dell’Italia ; e involgeva co’ suoi commerci, co’ suoi
riti, e col suo diritto delle genti, tutte le tribù
aborigene, in tempi molto anteriori all’epoca
greca. Ilcommercio precorse fra noi all’agricul-
tura, e fu il suo maestro e il suo padre. L’agricul-
tura uscì dalle città. Questa reazione dei muni-
cipi sulle campagne è la chiave di tutta l’istoria
italica.
Contro la civiltà marina riluttava la barbarie
mediterranea. Pare che le tribù celtiche, errando
qua e là per l’occidente d’Europa, capitassero più
volte nella valle del Po. Erano pastori seminudi,
dipinti d’azzurro, con chiome intonse, arrossate
coll’uso d’un’acqua di calce ; erano capitanati
da poche famiglie guerriere, e duramente discipli-
nati da una setta di Druidi, che affettavano vi-
vere nel fondo delle selve, combattevano ogni bar-
lume di cultura straniera, e coi sacrifici umani
consolidavano i terrori naturali d’una massa igno-
rante. Se la conquista romana non troncava col
ferro ‘questo nodo, quelle nazioni sarebbero ri-
maste in barbarie perpetua, come i pastori della
Mongolia.

12 . CATTANEO. Scritti economici. II.


178 CATTANEO SCRITTI ECONOMICI - II
Queste tribù si sparsero anche a l di là del Po,
per la Romagna, fino all’Adriatico, dove pare che
sinigallia fosse l’estrema loro fortezza. Ma sem-
bra che non si diffondessero a l di là dell’Adige,
dietro cui stavano i Veneti e i Carni, oggidì
Veneti e Friulani; e non poterono mai tener
piede al di là, dell’Apennino, dove trovavano i
montanari Liguri e le città Etrusche e Latine.
I confini, entro cui si stabilirono, sono precisa-
mente segnati ancora a l dì d’oggi nei dialetti
popolari. Fra la veneta Padova e la toscana Fi-
renze, giace Bologna, che, col suo accento cel-
tico e tronco, si frappone a quei due dialetti som-
mamente italici e vocalizzati. Lo stesso strano e
subitaneo risalto s’incontra tra Verona e Bre-
scia, e nei monti fra Parma e Lucca.
La lega Etrusca divisa tra sè, angustiata a,
settentrione dai Celti, a mezzodì dalla lega delle
città Latine, a poco a poco venne assoggettata
dalle armi di queste. I Latini occuparono t u t t e
le antiche fattorie trasmarine nella valle del Po ;
domarono dopo lunga guerra i Celti, presero i
rari loro campi e i loro armenti, dispersero i
Druidi ; misero presidio nei loro capoluoghi, Mi-
lano, Como, Cremona, Brescia ; e architettarono
una catena di nuove fortezze con nuovi nomi,
Piacenza, Valenza, Pollenza, Vicenza, Concordia,
Aquileia, Novara, e, non ultima, Laude Pompeia,
di cui la moderna Lodi, trasportata poi altrove,
conserva ancora il nome. Queste colonie erano
compagnie di veterani ammogliati, che con de-
naro publico si sussidiavano di arnesi rurali, di
sementi, di bestiami, e di nemici disarmati sul
campo e venduti sotto l’asta, i quali, tenuti alla
catena, dividevano colle bestie le più dure fatiche
dell’agricultura. Nella schiavitù sta il secreto
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 179
della trasformazione dei barbari in agricultori ;
e le nazioni nomadi, per varcare questa terribil
fase dell’umanità, devono servire come i negri e
gii slavi; altrimenti perire come i caribei. Così si
svolse nel nostro paese una nuova Era, di cui,
posteri avventurosi, godiamo i lontani frutti ; e
non ricordiamo le insanguinate e lagrimose radici.
La venuta di un esercito cartaginese in queste
parti, e la rotta dei Romani nelle brughiere del
Ticino, fu l’ultima speranza della stirpe celtica.
Gli Insubri si levarono in armi, uno dei loro a-
valieri uccise di sua mano il console romano a l
Trasimeno; ma f u una speranza fugace: il do-
minio di Roma prevalse, e il nome d’Italia, co-
minciato nell’estremità della penisola, la unificò
totalmente e indelebilmente fino alla cresta delle
Alpi.
Cessata l’opposizione degli indigeni, le colo-
nie stesero largamente sul paese le loro orde di
schiavi ; cominciò l’agricultura in grande. La con-
quista, le guerre civili, le confische, le rapide for-
tune di militari, d’impresari, e di sovventori, si
adagiarono i n immensi latifondi. I tribuni ro-
mani vollero difendere la causa dei piccoli poderi,
e ritener le cose del mondo nelle piccole propor-
zioni municipali dell’antica Roma. Fecero vietar
con legge che alcuno tenesse più di 100 capi di
bestiame grosso, e 500 di minuto; nè possedesse
più di 500 iugeri di terra (circa 6000 pertiche).
Ma questa legge non poteva sopprimere il fatto
delle enorme diseguaglianza dei beni.
Brunetti vuole che Pompeo Strabone fosse
proprietario di gran parte dell’Agro Lodigiano, e
che suo figlio Pompeo Magno vi fondasse, coi ve-
terani del padre, Laude Pompeia. La maggior
Parte dei villaggi, a settentrione di Lodi Vecchio,
180 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
ha tuttora nomi latini: Isola Balba, Villa Pom-
peiana, Balbiano, Quartiano, Muziano, Paullo e
più avanti Corneliano, Albignano, Gassano, e così
dicendo. Un’altra parte del territorio, più vicina
a i po, apparteneva a Piacenza; e verso il Serio
pare appartenesse alla colonia di Cremona, quasi
per intero confiscata nelle seguenti guerre.
Pare che fin da quei tempi s’introducesse in
queste pianure l‘irrigazione in modo consimile al
presente. E a questo si riferisce il famoso Claudite
rivos di Virgilio, il quale, nato a Mantova ed
educato a Milano, E troppo sicuro testimonio delle
comuni abitudini del paese. E noi vorremmo cre-
dere che t u t t a quella parte di legislazione roma-
na, che volge intorno alle irrigazioni, fosse sug-
gerita piuttosto dai bisogni di questa, che di qua-
lunque altra parte d’Italia. Allora dunque si sa-
rebbe stabilito il carattere della economia rurale
delle nostre pianure. e la base del Diritto riga-
torio che ne forma il più saldo sostegno.
Aggiungeremo che in breve tempo il paese di-
venne romano per costumi, per riti, e per lettere ;
e non E poca lode della piccola regione Lombardo-
Veneta l’aver prodotto tosto una così larga parte
dei più illustri scrittori romani : Virgilio, Catul-
lo, Livio, i due Plinii.
La mistura di tanti popoli e di tante religioni
in uno Stato così vasto, che si chiamava il mondo
(orbis romanus), portò la necessità, di una fu-
sione di credenze. I1 Cristianesimo uscì, come
l’agricultura, dalle città,, e lottò a lungo coi Pa-
gani delle campagne. Lodi ebbe vescovo proprio,
fino dai primi secoli, mentre il territorio, ora
cremasco, rimase ripartito fra, le t r e diocesi di
Lodi, Piacenza e Cremona. La scuola uniforme e
perseverante del cristianesimo estinse le tradi-
NOTIZIA SULLA PROVINCIA D I LODI E CREMA 181
zioni domestiche dei romani, dileguò ogni reli-
quia di tradizioni celtiche, e iniziò un’altra epoca.
Dopo il 200 i Romani vennero adeguandosi
agli altri abitanti dell’imperio ; parve pericoloso
ai principi il lasciar l’uso delle armi publiche a
uomini che le grandi rimembranze domestiche
vendevano altieri, sprezzatori e rivoltosi. Comin-
ciò Probo a preferire le leve di docili ed umili
stranieri. Ma chi h a le armi, ha il comando. Si
rinnovò l’esempio dato già, dagli antichi merce-
nari Caldei, e rinnovato poi dai Turchi nell‘im-
pero Arabo e dai Mammalucchi in Egitto. I mer-
cenari divennero confidenti della Corte, e poi
arbitri delle provincie ; si moltiplicarono in ogni
parte ; si acquartierarono a piacimento nelle di-
verse regioni; e infine i loro capitani, dopo aver
portato lungamente i nomi romani e gli onori
dello Imperio ; si appropriarono i titoli del regno
e la maggior parte delle terre e degli schiavi.
In mezzo a quell’anarchia, vennero eziandio
violente irruzioni di orde nomadi; e forse quella
sola degli Unni; ma f u turbine passaggiero che
non lasciò vestigia nelle razze; ma ruinò Milano
e Lodi.
La gran trasmigrazione delle nuove razze si
fermò t r a il Danubio e le Alpi, e non giunse nel-
l’Europa meridionale. Ciò che se ne disse f u al-
lora un fantasma di menti atterrite, com’è adesso
un sogno di vanità nazionali, o una ripetizione
d’istorie fatte.
F r a le corse dei nomadi e le passeggiate mi-
litari dei mercenari ribellanti, cadde ogni ordine
di publica amministrazione ; gli appaltatori delle
publiche gravezze estesero sfrenatamente l a ra-
pina ; s i ruppero i ponti, talora per cautela di sol-
dati, o per terrore di popoli; gli argini dei fiumi
182 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
rimasero aperti alle piene ; il commercio, infamato
dalle nuove opinioni contro l’uso dei capitali,
non somministrò più le forze di lottar contro la
natura; i campi ritornarono pascoli paludosi e
boscaglie ; e le popolazioni desolate dalla fame,
dai contagi, dalle soverchierie degli armati, la-
sciarono crollar d’ogni parte le vuote città. Il
Goto Vitige faceva scannare il fior della popola-
zione di Milano e di Lodi, sorta in armi all’invito
legittimo dell’Imperatore di Costantinopoli ; e
pregava poi il Senato romano che gli pregasse
dall’lmperatore la pace : sperantes ut pro nobis
orare dignernini.
Alle misere popolazioni non rimaneva a l t r a si-
curezza, che fra le inondazioni stesse che desola-
vano le campagne. I dorsi sorgenti in mezzo alle
paludi si copersero dei tuguri dei cittadini di-
sperati. Perciò nacque Venezia f r a le lagune ma-
rine; e sorse Crema fra le régone inondate dal-
l’Adda e dal Serio. Prima di quel tempo nessuna
istoria rammenta il nome di C r e m a ; però nè il
nome è di quei tempi, nè il paese poteva essere
rimasto senza borgate fino all’anno 570. a l quale
si attribuisce quella fondazione.
Crema, interposta fra Lodi, Piacenza, Cre-
mona, Milano, Bergamo, e Brescia, di qual po-
polo venne particolarmente a formarsi? La isto-
ria dice solo che vi si rifuggirono i ricchi delle
vicine castella e città. Però il monumento tenace
dell’idioma dice apertamente che il popolo di
Crema appartiene allo stesso stipite dei Bresciani
e Bergamaschi, quantunque abbia potuto accre-
scersi con profughi d’altri territori. I dialetti
di Crema, Bergamo e Brescia, sembrano corri-
spondere alquanto ai dialetti viventi delle Ceven-
ne, I n Alvernia, come a Crema, le voci giovine,
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 183

due, muoio, fine, garzone, si pronunciano, zoen,


dou, more, fi, garsoû. E gli Alverni sono appunto
fra i popoli che diconsi aver seguito i n Italia Bel-
loveso. Il confine t r a le antiche stirpi sembra
coincidere col naturale divisorio dei lago Geron-
do, ossia coll’avvallamento di dieci metri di pro-
fondità fra il piano di L o d i e quello di Crema.
In questo divario di stirpi f r a Arverni, Boî, In-
subri, e Cenomani, sta forse l’origine secreta di
quella continua e popolare opposizione cha divise
poi quelle città vicine e sorelle. È per questa im-
portanza dei risultati che ci siamo premessa que-
sta breve allusione, che per sè riescirebbe estra-
nia all’argomento. Amiamo anche additare agli
studiosi municipali, nuovi e meno sterili oggetti
d’ingegnosa ricerca.
I latifondi romani in mezzo a quella desola-
zione divennero feudi sterminati. Rimane memo-
ria d’un Rugerio, il quale, per infeudazione d i
Ottone III, occupò nel 997 quasi la metà del Lo-
digiano. E nell’anno 1009 un Ildrado, conte ru-
vale che risiedeva a Comazzo, donò tanti beni al
Monastero di S. Vito presso Castioni, che ~ g u a -
gliavano un buon terzo di questo territorio. Nelle
belle campagne deformate dalle acque stagnanti
vivevano miriadi di porci e di cignali ; e le carte
di quel tempo attestano che la carne porcina e il
lardo erano cibo principale di quelle generazioni
mancanti di pane.
Ne’ seicento anni che durò quella miseria, av-
venne un cangiamento fondamentale nella eco-
nomia publica. Non essendovi più barbari d a sot-
tomettere, nè all’agricoltura desolata abbiso-
gnando braccia che non poteva alimentare, il
commercio degli schiavi decadde, come ogni al-
tro commercio, I figli degli antichi schiavi, dopo
184 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
venti generazioni, erano naturalmente vincolati
a l suolo, senza uopo di catene; e l’uomo era di-
venuto servo della terra, e non dell’uomo. Esso
nasceva rassegnato al destino di lavorare per al-
tri. E così la maggioranza del popolo mutò sorte.
Gli istorici sentimentali lo attribuiscono a un
sentimento di giustizia e di carità, senza pensare
che dal servo venale al servo della gleba l a diffe-
renza non consiste in un atto di giustizia.
I Monaci Benedettini, divenuti possessori di
vasti feudi, e assicurati dall’abito loro contro
le violenze dei Baroni, poterono porgere più tran-
quillo vivere ai servi della gleba, coi quali l’umiltà
monastica voleva che mostrassero una certa fra-
tellevole indulgenza. Ma il P. Fumagalli nota
che: « era vietato a costoro tener libri, perchè
non si distogliessero dal lavoro ; nè potevano im-
parar altro che il Pater, il Credo, e il salmo Mi-
serere )). I soli Benedettini di Chiarevalle possede-
vano, secondo lo stesso autore, più di 60 mila
pertiche di terreno nelle Diocesi di Milano, Lodi
e Pavia. Altri loro stabilimenti erano a Lodi Vec-
chio, a San Vito, a Santo Stefano, all’Ospitaletto,
a Pontida, a Cerreto. La vastità e la sicurezza di
questi possedimenti permise opere d’acque, sì per
seccare le paludi, sì per irrigare le campagne. Ri-
sorsero le antiche pratiche dell’agricultura ro-
mana; e nel 1134 il Monastero di Chiaravalle pos-
sedeva già prati irrigui, ove, dopo una triplice
raccolte di fieni, si aveva la pastura autunnale.
Dopo il mille, successe alle popolazioni ciò che
a1 cadere dell’inverno avviene alle campagne. Un
moto vitale penetrò per ogni dove. I capitani ru-
rali fortificarono le loro dimore, i monasteri di-
vennero fortezze, le città rialzarono le m u r a ; si
mise ordine nella difesa, si disciplinarono gli ar-
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 185
mati, e risorse un certo ordine publico ; quindi il
commercio, o i n bande armate, o coperto da sal-
vacondotti, riannodò le sue pratiche da città a
città. I1 vivere semplice e povero ammassò rapi-
damente i capitali, che dai livellari si rivolsero
sulle acque e sulle terre ; i mercenari scendevano
dalle montagne a offrire le braccia libere. I l pae-
se emerse dallo squallore delle acque fangose e
delle boscaglie. I Milanesi scavarono il Naviglio
Grande e il Ticinello ; i Trevigliesi fecero il fosso
Bergamasco, i Lodigiani la Muzza. La terra ri-
prese valore in breve tempo. A mostrare a quale
viltà di prezzo fosse caduta, basti il riferire ciò
che narra Alamanio Fino, che nel 1187 furono
vendute, f r a Crema e il Tormo, sei miglia di
paese i n lungo e i n largo, per 119 lire imperiali;
e tre miglia di paese, presso Capralba, per
40 soldi.’

1 La lira imperiale, in quella prima sua epoca, rap-


presentava nominalmente u n a quantità di metallo cor-
rispondente a 22 franchi circa ; e il soldo e il denaro erano
in proporzione, come adesso. Perlochè le dette sei miglia
in lungo e in largo, ossia 30 miglia quadre, avrebbero
costato circa 73 franchi al miglio quadro che forma una
bella possessione di 5235 pertiche milanesi, o 3426 perti-
che nuove. Le altre tre miglia in lungo e in largo, os-
sia 9 miglia quadre, avrebbero costato circa 5 franchi
al migllo. È ciò che succede ai nostri giorni nella Austra-
lia. Si badi perii che il metallo a quei tempi aveva in
confronto delle altre merci un valore assai grande.
In seguito la lira imperiale venne a rappresentare
una quantità di metallo sempre minore, cioè nel 1260
circa la metà; nel 1400 il quinto; nel 1500 il decimo;
finchè nel 1700 venne a confondersi colla lira milanese.
Per questo duplice ribasso della moneta contrattuale, in
quantità e in pregio di metallo, quasi tutti gli affitti per-
Petui, i censi, i livelli; che dapprima avevano qualche
proporzione al prodotto temporaneo del fondo, andarono
186 CATTANEO SCRITTI ECONOMICI - II
città, insuperbite dei capitali del commer-
cio, forti per le loro mura e la loro disciplina,
arbitre repentinamente del proprio destino, e non
preparate d a alcuna cultura, divennero ben pre-
sto republiche combattenti. Esse ora comperava-
no le castella dei capitani; o r a le atterravano
colla forza; ora ne cacciavano i possessori; ora
li forzavano ad ascriversi alla milizia cittadina.
Davano asilo ai servi profughi, e facevano ribel-
lare i rimanenti. La servitù della gleba sparì.
Nacque allora quella lotta intestina fra le città
e le campagne, fra il commercio e la feudalità,
che si coperse poi del nome di Guelfi e Ghibellini,
e s’inviluppò inestricabilmente cogli odi e le am-
bizioni locali. Le città che avevano maggior nu-
mero di mercanti o d’artefici, o di possidenti al-
lodiali e livellari, Milano, Brescia, Crema, Parma,
Reggio, Bologna, Venezia, Genova, Firenze, ago-
gnavano a una sovranità municipale, al ritorno
della legge romana, alla prevalenza del diritto
canonico, Le ragioni dove erano più grandi le
forze degli antichi feudatari e capitani rurali,
come Pavia, Lodi, Cremona, Modena, il Monfer-
rato, il Piemonte, il Friuli, erano predominate
dalle tradizioni feudali, e dal rispetto a l giura-
mento di vassallaggio. E però quando gli Impera-
tori Svevi venivano, come nei tempi antichi, a
radunare il parlamento dei loro fedeli nel piano
di Roncalia, a levante di Piacenza, un movimento
di guerra si propagava in t u t t a la Penisole. I

a sfumare ; intantochè l’agricultura veniva accrescendo


il ricolto. In tal modo i redditi delle grandi signorie cle-
ricali e secolari trapassarono, moltiplicati, nelle famiglie
coltivatrici. E anche questa è una delle chiavi della
istoria economica del paese. I due fatti, qui addotti, si
trovano nella bella cronichetta di Crema d’Alemanio Fino.
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 187
cavalieri Ghibellini venivano a render la fede
dell’avito retaggio ; mentre le fanterie Guelfe la-
sciavano le officine e si stringevano attorno a i loro
carrocci. Così rinacque la disciplina pedestre e
l’arte militare.
I n molti libri si possono leggere le spedizioni
dei nostri Crociati, le quali svegliarono il com-
mercio, e prepararono le epiche guerre contro i
principi Svevi. Quasi tutte le nostre città nel se-
colo SII vennero alternamente arse e distrutte :
Como, Lodi, Crema, Cremona, Tortona, Milano.
La sola Lodi non risorse più ; e, solo un cinquan-
t’anni dopo, i figli de’ suoi dispersi cittadini fon-
darono la Nuova L o d i sull’Adda, cinque miglia
più a levante.
I Ghibellini cacciati coll’incendio dalle castel-
la, stretti per ogni parte dalle ricchezze adunate
dal commercio e dall’usura, inviluppati dai giure-
consulti che tiravano sotto agli statuti dei muni-
cipi e suddividevano le signorie feudali, persegui-
tati dall’opinione che li condannava come empi,
soggetti alle confische e a i roghi dell’inquisizione,
abbandonati dai compagni che si facevano capi-
tani di parte guelfa, dimenticati dai principi che
omai rare volte mostravansi in Italia, erano infine
traditi dai loro stessi capi, che, giunti a farsi
dittatori delle città, preferivano politicamente il
favore del commercio, del popolo e della Chiesa.
Cremona e Pavia durarono ghibelline; ma Lodi
entrò ben presto nelle lega guelfa; e verso il 1300
era cangiata a l punto, che i Torriani vi trovarono
il nido più fidato contro i ghibellini Visconti. I n
Crema, per la piccolezza dei territorio, prevalse
sempre il commercio e la possidenza civile.
Le famiglie feudali che più si segnalarono in
questa lotta di t r e secoli, furono per la parte
188 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Ghibellina, a Lodi, gli Overgnaghi e i Vistarini;
e a Crema, i Camisani e i Guinzoni: per la parte
guelfa, a Lodi, i Sommariva, i Fissiraga, i Vi-
gnati ; e a Crema, i Vimercati e i Benzoni. Molte
di queste famiglie ebbero splendida fortuna e do-
minio principesco, che, presto o tardi, però finiva
di spada, di pugnale, di patibolo, di veleno. Era
una stirpe che cresceva e moriva in mezzo a pen-
sieri spietati. Venuta dall’indipendenza feudale
ad abitare t r a i mercanti e i fabri della citta,
innestò alle popolazioni l’amor della vendetta e
il disprezzo della legge. Solo il corso dei secoli
ricondusse f r a noi la mansuetudine civile.
Il secolo XV fu men procelloso per Lodi.V’ebbe
prima stabile dominio il Conte Vignati, Signore
anche di Piacenza; dopo la crudele sua morte in
una gabbia di ferro, il dominio di Filippo Vi-
sconti durò quietamente per trent’anni circa ; c
poco dopo regnò per quasi cinquant’anni la Casa
Sforza, una delle più umane e culte che regnas-
sero in Italia.
Al dominio dei Vignati corrispose in Crema
quello del valoroso Giorgio Benzone ; ma il domi-
nio di Filippo Visconti fu più duro, perchè so-
spettava le intelligenze dei Guelfi coi Senato Ve-
neto, il quale dal doge Foscari veniva avviato
all’acquisto di t u t t a la Lombardia. Dopo la morte
di Filippo i Cremaschi infatti si diedero a i Ve-
neti, e confiscarono al Comune i beni dei Ghibel-
lini; e quando sospettarono che Venezia li vo-
lesse cedere allo Sforza, si fecero rendere dai
Provveditori le chiavi della città e dichiararono
di voler piuttosto morire.
Frattanto le città, fatte sempre più ricche,
rendevano le campagne sempre più feconde. Al
principio del secolo XVI già vedevansi nel Lodi-
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 189
giano: « correre le chiare acque per idonei con-
dotti in t a l maniera, che in alcuni luoghi vedonsi
tre o quattro canali l’un sopra l’altro con grande
artificio fatti, per condurre le acque più al basso
o più all’alto, secondo il sito de’ campi. Laonde
t r e o quattro volte l’anno, ed alcuna volta cinque,
si sega il fieno di detti prati, come intervenne
nel 1532. E: perciò se ne cava tanto latte dagli
armenti, per fare il formaggio, che si fanno tali
caci, che par cosa quasi incredibile a quelli che
non avranno veduto. Onde nel 1531 ne furono fatte
quattro cascie, ossiano quattro forme, come si
dice, di tanto smisurata grandezza per commis-
rione di Giovan Francesco della Sornaglia, che
ciascuna di esse pesò libre 500 minute ». Così F r a
Leandro Alberti.
Quale diversità fra quei fondi animati dai de-
nari del commercio e dagli studi degl’ingegneri,
e i vecchi feudi di Capralba che si vendevano per
40 soldi, t r e miglia)
I1 secolo XVI f u splendido per a r t i e lettere ;
ma fu pieno di sventure. Quasi tutte le città d’Ita-
lia, Milano, Roma, Firenze, Siena, Pavia, Brescia,
Lodi, Crema, furono desolate orribilmente dalle
soldatesche, chiamate da una politica perversa e
stolta. La città di Lodi in trent’anni circa fu
presa quindici colte : fu saccheggiata da Svizzeri,
da Spagnuoli; servì di campo di battaglia t r a
Spagnuoli e Veneti. Le famiglie seminude fuggi-
vano a Crema.
Durante la lega di Cambrai, i Cremaschi, di-
sperando della fortuna di Venezia, accettarono
presidio francese : ma vennero bentosto disarmati
e depredati; si cacciarono dalla città t u t t i gli
uomini dai 15 ai 60 anni. Cittadini e contadini la
ripresero allora valorosamente ai Francesi : asse-
190 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
diati di nuovo dalle genti Svizzere, le sorpresero
e tagliarono a pezzi a Ombriano. Ma la guerra
aveva desolato le campagne, e dissipati i capitali ;
e la peste in così piccolo territorio divorò 16.000
persone. Le donne, i fanciulli, le monache stesse,
fuggivano d’ogni parte a Lodi e a Piacenza. Non
si può dire in qual città si vivesse peggio.
D’allora in poi restarono divise Lodi e Crema
per poco meno di t r e secoli. Crema restò città,
Veneta; aveva un Vescovato proprio (1579); un
Collegio di Giureconsulti e di Notai ; un consiglio
di Decurioni; fiorì nel commercio; si abbellì
d’edifici; asciugò le sue paludi; e ridusse a cul-
tura il suo territorio, che in pochi anni si ripo-
polò a 25.000 abitanti. Divenne un asilo d’indu-
stria e di commercio, tuttochè si fosse unita a
Venezia all’epoca appunto in cui le cose di quello
Stato volgevano in basso.
Tutti i nostri scrittori, il conte Somaglia, il
conte Carli, il conte Verri, il Ciseri, il Capre-
doni, il Gioia, sono unanimi nel descrivere la mi-
seria di Lodi, caduta invece sotto il regime spa-
gnuolo. I soldati vivevano a discrezione nelle
case ; le strade e i fiumi erano abbandonati a sè ;
si vendevano ai privati le acque publiche, i porti,
i pedaggi, i dazi, le gabelle del pane, del vino,
delle carni ; crudeli appaltatori erano arbitri del-
la roba e delle persone ; un povero bracciante pa-
gava fino a 20 scudi di annua taglia; i piccoli
proprietari, non bastando loro i frutti a pagare
la metà delle gravezze, abbandonavano i poderi,
o li vitaliziavano a potenti privilegiati, che non
pagavano tasse, e non temevano tribunali; si ri-
bassarono nel 1668 con publico fallimento t u t t i
gl’interessi dei capitali, dei censi e dei mutui
privati, al 2 e a l 3 per 100 in un tempo di sfrenata
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 191
usura; si vincolavano t u t t e le industrie e tutti i
commerci con infiniti regolamenti, sempre appog-
giati alla tortura e alla galera ; e infine la mendi-
cità, l’ignoranza, la superstizione, il rifiuto abi-
tuale d’ogni giustizia, e l’oscuramento d’ogni no-
zione di giusto e d’ingiusto, empivano le città di
pitocchi e d’assassini, e le campagne di streghe,
di ladri, di incendiari e di bravi. Dai collegi e
dalle scuole si diffondeva un gusto corrotto e falso
in ogni sorta di studi, perchè non sorgessero in-
telligenze capaci di rimediare a tanta miseria.
Racconta il Ciseri che i Decurioni di Lodi, at-
tribuendo In causa di tanti mali a ira divina per
volpe ignote, « riflettendo come questo territorio,
contro il suo solito, era da molti, anni addietro
affatto sterile, ottennero dal Sommo Pontefice
Paolo V un Breve Apostolico, in virtù del quale,
dopo tre giorni di penitenza, e dopo aver fatte
le debite restituzioni e sodisfazioni, e ricevuti i
SS. Sacramenti della Penitenza ed Eucaristia,
Monsignor Vescovo Seghizzi, pontificalmente ve-
stito, coll’intervento d’ambo i cleri, nobiltà, e con-
fraternite, dalla loggia del Palazzo della città, il
dì 15 di marzo di detto anno (1620) assolse tutti i
cittadini Lodigiani e del Contado da ogni sorta
di censure ignorantemente incorse,. .. come consta
da istrumento rogato Aurelio Rossi ».
Nel 1632 fra gli orrori della peste, il Prove-
ditor Veneto Alvise Zorzi (30 ottobre) e il Duca
di Mantova (10 novembre) chiamarono publica-
mente in quei domini gli abitanti dello Stato di
Milano. E vi emigrava infatti più di un terzo de-
gli agricultori e degli operai, « La emigrazione
e la fuga d’innumerevoli agricultori, artefici ed
operai, i quali, non potendo sopportare le ecces-
sive gravezze, si ritiravano in esteri paesi, ov’era-
ANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
no benignamente accolti e privilegiati, spopola-
vano di tanto i l nostro paese, che n o n trovavansi
più braccia per sovvenire ai bisogni dell’agricul.
tura, delle a r t i e del commercio)). Così Gian Ri-
naldo Carli.
i n quel secolo la più parte delle belle nostre
manifatture della seta, della lana, dell’oro e del-
l’acciaio, passarono coi fuggitivi in Francia e in
Inghilterra, ove trovavano la sollecita ospitalità
di Cronwell e di Colbert
Le vittorie del principe Eugenio di Savoia po-
sero fine alla degradazione del nostro paese. Lo
Stato di Milano f u finalmente staccato dalla Spa-
gna e dall’Africa, e dai semi-barbari domini sui
quali non tramontava il S o l e ; e venne congiunto
all’Impero Germanico ed all’Europa settentrio-
nale.
Una filosofia benefica e ristauratrice penetrava
nelle Corti, nelle leggi, nelle instituzioni, nelle
scuole, e in t u t t a la società, la quale anelava al-
l’emenda d’ogni abuso, alla consolazione d’ogni
miseria, all’abolizione della violenza, della super-
stizione, e della tortura.
I1 nuovo governo chiamò successivamente a
cooperare alla grande rinnovazione della Lombar-
dia le belle e generose intelligenze di Pompeo
Neri, di Gianrinaldo Carli, di Cesare Beccaria,
di Pietro Verri. Si stabilì un nuovo censimento,
che mirava a collocare l’imposta sul valore fon-
damentale del terreno, anzichè sul variabile an-
nuo reddito, e sulla personale condizione dei pos-
sessori. I1 nuovo catasto, decretato nel 1718, ri-
tardato con infiniti artifizi de molte magistrature
e d a molte classi privilegiate, ottenne il sacro vi-
gore di Editto Perpetuo al 1° gennaio 1760. I1 suo
principale effetto fu di pesare sull’inerzia e alle-
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMA 193
viare l’industria; poichè, ferma stante la pro-
porzione della tassa all’estimo una volta pronun-
ciato, le migliorie successive rimangono esenti ;
e il fondo, quanto meglio è coltivato, viene a pa-
gare una tanto minor quota del frutto. Non pas-
sarono dieci anni, che vasti t r a t t i sterili si videro
Coperti di ubertose messi. Alla fine del secolo il
valor venale fondiario dell’Agro Lodigiano era
già quasi raddoppiato !
Dalla metà del secolo in poi si attivò un’im-
mensa divisione e suddivisione di beni ; il numero
dei possidenti e degli agiati crebbe nelle propor-
zione stessa in cui crebbero i frutti. Si cominciò
a sciogliere i fedecommessi, che univano nelle fa-
miglie la noncurante opulenza dei primogeniti
con la povertà, l’umiliazione, la forzata carriera
dei cadetti e delle figlie. Si abolirono le mani
morte ; si rimisero nelle libera contrattazione i
loro sterminati beni; si alienarono i pascoli ro-
munali ; si riordinarono le amministrazioni dei
municipi ; si rivocò l’educazione publica a mani
docili e animate dallo spirito dei secolo e dei go-
verno; si abolirono i vincoli del commercio, la
schiavitù dei grani, quasi tutte le mete dei com-
mestibili, e i regolamenti che inceppavano le arti.
La subitanea apparizione delle novelle merci in-
glesi e francesi scosse il nostro torpore, fomen-
tato dalle proibizioni spagnuole ; e ricominciò
per noi la vita industriale. Si apersero strade ; si
soppressero barriere e pedaggi ; si ridussero a t r e
o quattro ore le distanze t r a città e città, che
prima non si varcavano che a forza di buoi e a
misura di giornate, Si abolirono le preture feu-
dali, in cui per conto di privati si mercava la giu-
stizia ; si abolì un Senato, sul quale pesava la me-
moria di supplizi iniqui e crudeli; si fondarono

13. . CATTANEO.Scritti economici. II.


laboriose Case di correzione, in luogo di sotter-
ranei fetenti e di scellerate galere; si abolirono
gli asili che i ladroni godevano sui sacrati dei
templi, e dietro le colonnette dei palazzi signo-
rili; non si videro più assassini nelle chiese; le
sezioni anatomiche fecero sparire l’aqua tofana, ;
si abolì l a tortura, che puniva nell’innocente i
delitti dell’ignoto ; aparvero le fruste, le tanaglie
infocate, le orribili rote, l’inquisizione. Regnò
la tolleranza di t u t t i i culti. i bastioni solitari
e paurosi, le casematte ove si seppellivano i giu-
stiziati, divennero ombrosi passeggi ; si tolse il
lezzo alle strade; e l’orrida abitazione dei cada-
veri dalle chiese; si sgombrarono dagli accessi
dei Santuari i mendicanti, ostentatori di ulceri
e di mutilazioni ; a poco a poco non si videro più
nelle città piedi nudi o abiti cenciosi.
Si apersero teatri, ove le famiglie, inselvati-
chite da sette generazioni, impararono a cono-
scersi, e conobbero le dolcezze del viver civile,
della musica, della poesia.
S‘introdussero le scienze vive nella morta Uni-
versità; si fondò l’Academia delle belle arti; si
inalzarono osservatori astronomici ; si apersero
nuove biblioteche; i padri tolsero ai cuochi ed
agli staffieri la prima educazione dei figli. Soave
rifece t u t t i i libri elementari ; Parini ristaurò gli
studi letterari ; Beccaria lesse economia politica ;
surse a poco a poco quella costellazione di nomi
splendidi, Volta, Scarpa, Spallanzani, Tambu-
rini, Oriani, Appiani, cogli altri che la continua-
rono fino ai viventi. Gli allievi di tanto senno si
sparsero in t u t t e le provincie, in tutte le classi;
propagarono quel fausto movimento di cose e di
idee che ci attornia d’ogni parte, e ci arride al-
l’immaginazione. Quelli che non intendono il se-
NOTIZIA SULLA PROVINCIA DI LODI E CREMI 196
colo, e lo vorrebbero ricondotto a instituzioni
equivoche e sinistre, gettino uno sguardo s u quel-
l’abisso di miseria e di depravazione, e si sotto-
mettano alla provvida forza con cui il tempo
guida al meglio i nostri destini e la nostra morale.
Sulle fine dello scorso secolo Lodi ravvivata
si ricongiunse stabilmente alle prospera Crema :
e così si aperse il varco al libero commercio di
quelle citt8 colla Brianza, colle valli bergama-
sche e brasciane, e coll’industre lago di Garda.
D‘allora i n poi, e più fra i ripetuti rivolgimenti
e le stesse guerre, l’attività, la floridezza e la
cultura dei due popoli andò crescendo. Nell’anno
1836 l’Agro Lodigiano contava 143.090 abitanti,
l’Agro Cremasco 46.478; la Gera-d’Adda Lodi-
giana 15.746; e in totale la Provincia 206.214.
L’Agro Cremasco cede in densità, di popolazione
alla sola provincia di Milano ; e ragguaglia il qua-
druplo della popolazione media della Francia. Nel
principio dello scorso anno 1838 v’era già un in-
cremento, che riempì il vacuo lasciato dall’infe-
zione, e lo sorpassò, numerandosi così in t u t t a
la Provincia 206.381 abitanti. Alla frequenza del
popolo corrisponde la cultura del suolo. Quando
si richiami lo stato primitivamente squallido di
questo territorio, fa meraviglia il vedere che l’in-
dustria degli abitanti e il progresso del tempo
l’abbia ridotto a tale, che oramai le lande, le
brughiere, le paludi, le ghiare, sommate insieme,
appena sorpassano 1’1 per 100 della intera super-
ficie (1,36) ; che i pascoli incolti non giungono al-
l’½; e i boschi, di cui però gran parte sono
cedui lucrosi e selve d’alto fusto, non giungono
al 5 per 100. Dedotti questi numeri, il rimanente
del terreno è coperto di campi, prati, edifici,
strade, e acque navigabili o irrigatrici.
196 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Così le tribù selvagge di un’angusta marem-
ma, e le orde pastorali educate solo alla guerra,
ebbero, prima dai navigatori Etruschi, poi dalle
colonie Romane, la grande agricultura irrigato-
ria e la vita intellettuale.
Nel Medio-Evo, la turba avventizia degli schia-
vi d’ogni stirpe aderì alla gleba; mentre col-
l’unità, della fede si assimilava a i signori del ter-
reno, e agl’industrianti delle città.
Dopo il mille, le aggregazioni municipali rea-
girono sui feudi longobardi, sciolsero i vassalli,
e assorbirono i signori.
I n seguito i capitali del commercio e i lumi
della scienza si riversarono sui poderi affrancati,
sgombrarono i fondi uliginosi dalle acque, e le
deviarono a fecondare gli aridi altopiani.
Infine le necessità pecunarie dell’equilibrio
armato destarono quell’avveduta e forte volontà.,
con cui gli Stati moderni attivano tutte le forze
economiche delle popolazioni.
Laonde, al luogo di paludi infette e di tribù
feroci, abbiamo una regione t u t t a feconda, pa-
cifica, e popolosa, matura a d assumere le novelle
fasi economiche, che le prepara il corso irre-
sistibile di un’adulta civiltà.
164 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
razioni sul credito, si mettono facilmente a di-
sposizione degli avvenimenti.
Tutto ciò nulla toglie alla fondamentale uti-
lità delle Società Anonime. Esse sono il più pos-
sente mezzo d’esecuzione che l’ingegno umano o
piuttosto il corso dello sviluppo sociale, abbia
trovato. Qual’è l’impresa che diviene impossibile
alle Società Anonime? Esse col giro delle azioni
vanno ad attingere il denaro fino all’ultimo an-
golo del globo. Esse hanno cancellato ogni biso-
gno di nazionalità nel capital circolante; basta
che un peese mostri nelle sue intraprese intelli-
genza, legalità e previdenza, perchè divenga l’ar-
bitro dei capitali di t u t t i i popoli vicini. Centi-
naja di milioni possono concorrere d’ogni parte
d’Europa a fecondarlo. Ma se gli amministratori
entrano in convenzioni illegali, se nulla prevedono.
se di nulla si curano, se nei calcoli più triviali
di terra e pietre fallano per incuria in intere doz-
zine. di milioni, con qual animo potranno confidare
nei calcoli incerti di economia o di mecanica di
cui non impararono sillaba? Se in faccia a l pe-
rito dell’arte essi osano parlare, si fanno compa-
tire per la mancanza di d a t i ; e se non parlano,
divengono io strumento e il trastullo dei subal-
terni, i quali poi colla minaccia di ritirarsi, e di
andare in Borsa a far rumore e mettere le azioni
in ribasso, li tengono in un palpito incessante.
Si presenta una questione importante. È bene
che gli amministratori delle imprese siano inte-
ressati al giuoco di Borsa, cioè siano possessori
d’azioni? Tutta Europa ne è persuasa, anzi ne
impone loro l’obligo. E noi siamo persuasi del
contrario.
Finchè gli amministratori avran parte nel
giuoco di Borsa, essi non guarderanno mai che
DI ALCUNE COMPAGNIE ANONIME STRANIERE 165

alle cose d’apparenza, le quali possano sostenere


per un certo tempo il corso attuale delle azioni,
e lasciar agio a rivendere a l minuto con guada-
gno. Essi avranno il buon senso di non perdere
mai tempo a prevedere qualsiasi evento lontano.
L’esito finale dell’impresa sarà per essi come
un affare dell’altro mondo. Così deve pensare il
banchiere, e così pensa; e l’effetto si vede nel
cattivo andamento di tante imprese.
Se al contrario fossero persone aliene per in-
dole dalle operazioni bancarie, e vincolate da im-
pegno d’onore a non prendervi parte, nemmeno
indiretta, essi penserebbero tranquillamente alla
finale solidità e prosperità delle opere, e attende-
rebbero quel tributo di utile estimazione, col quale
la Società compenserebbe a maturo tempo le loro
sollecitudini e la loro antivedenza. Sarebbero co-
me sogliono essere i buoni impiegati dello Stato.
I banchieri rare volte possono avere, sulle cose
estranie allo stato loro, cognizioni tanto profonde
quanto ne può avere chi ne fa occupazione della
sua vita. E se anco le avessero, non potrebbero
giovarsene di proposito, senza toglier tempo alle
loro giornaliere operazioni. Epperò si vedono
prender parte negli spinosi affari delle più nuove
e più difficili imprese anonime, per via di sollievo
e di piacevole conversazione settimanale, che si
può alternare col casino e col teatro. L’Europa
oggidì non t r a t t a più sul serio se non i minuti
affarucci personali; gli affari da milioni sono di-
venuti partite di giuoco. Male per chi dovrà pa-
garne le spese; e m a l e p e r i banchieri stessi che,
invece di trovarsi a speculare in azioni d’imprese
prospere e fiorenti, si trovano involti in ogni parte
da pericoli e da ruine. Speriamo che la esperienza
non rimarrà infruttuosa.
IX.

La Ragioneria.*

L’arte del Contabile, applicata alle intraprese


ed alle amministrazioni d’ogni genere, potrebbe
assomigliarsi a d una válvola di sicurezza, o piut-
tosto a d un tubo indicatore della pressione, il
quale, osservato d’intervallo ad intervallo, o ras-
sicura l’animo, o l’ammonisce dell’avvicinato pe-
ricolo. I1 vario modo di tenere le registrazioni
commerciali rappresenti lo spirito più o meno
cauto, più o meno venturoso, che guida le nazioni
nella loro privata economia. Le scritture semplici
ed i conti abbreviatissimi degli Inglesi e degli
Americani fanno già presentire la violenza del
corso con cui quelle novelle civiltà, si diffondono
sull’ampiezza del globo. Sembra che quelle na-
zioni, contente di porre nella registrazione meri
segnali di riconoscimento, non amino arrestarsi
a ricapitolare i loro passi e riflettere sulle per-
dite, per non raffreddarsi nella confidenza dei
lucri e nella velocità delle operazioni. Al contra-
rio la calcolata e cauta tessitura con c u i le nostre
scritture doppie involgono quasi tutte le più

* « Il Politecnico », I, 1839, pp. 176-179. Recensione


del volume La scienza dei conti, ossia l’arte d i tenere i
registri, del ragioniere LODOVICO G . CRIPPA, (Milano,
Bianchi, 1839).
198 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
minute transazioni del paese, e la numerosa tribù
di ragionieri che sta alla vedetta di tutte le am-
ministrazioni, indicano già un popolo, cui la cer-
tezza del possesso alletta più che la speranza del
guadagno; un popolo, il quale ha già, percorso
l’arco economico che guida l’industria primiera-
mente all’acquisto dei capitali, poi alla loro con-
solidazione nell’agricoltura.
Se non che, quando la popolazione è cresciuta
quasi a segno di bilanciare le sussistenze passi-
bili in una data superficie e in un dato stadio del-
l’arte agricola: quando la divisione dei beni h e
reso numerosissime le classi colte che aspirano
a vivere in uno stato civile ed elegante, l’ardore
industriale deve riaccendersi di nuovo; e la na-
zione deve ricominciare per necessità un nuovo
periodo d’industria e di speculazione. E noi ci
troviamo assistere al primo conato di queste
nuova tendenza.
Però siccome questa generazione speculatrice
è già impegnata, al tempo stesso in una possidenza
estesa a t u t t e le classi e minutamente divisa, e
perciò è fortemente imbevuta dello spirito pro-
prio della possidenza, ella non può avventarsi
con un moto libero e semplice; come l’abitante
del piano che, comunque coraggioso, non può
correre lungo i precipizj colla noncuranza del-
l’alpigiano. Deve dunque sorgere un continuo
sforzo per bilanciare in uno stesso animo gli ardi-
menti istantanei dello speculatore colle infinite
prudenze e coi rimorsi notturni del possidente.
Perciò lo speculatore che, vivendo colla fantasia
e colla metà de’ suoi beni a l di là dei mari, e
coll’altra metà nel mezzo alle ipoteche, vuol ten-
tare i colpi colossali, s i trova isolato sull’acque ;
e non sentendosi portato dalla corrente generale
LA RAGIONERIA 199
d’un publico mercantile, rimane facilmente som-
merso. Anche il nostro commerciante anelerebbe
generosamente a prender parte alla gran lotta
che si agita sul mercato universale dei mari, vor-
rebbe metter la nave nel gran vortice; ma,, con
animo diviso, amerebbe tenere anche un piede a
terra, o almeno non perdere di vista il fondo.
Vorrebbe volare, ma pensa più a l paracadute
che al pallone. Quindi, prima d’intimar guerra
al mercato universale di Londra, vorrebbe appa-
recchiarsi un Monte-Sete, che con braccia gi-
gantesche lo raggiungesse dapertutto e lo ra-
vasse dal naufragio.
F r a i molteplici sforzi che così facciamo per
equilibrare uno stato economico da cui non dob-
biamo uscire, col nuovo stato in cui è forza en-
trare, il primo e più savio si è quello di semplifi-
care ed estendere l’educazione amministrativa ed
economica ; semplificarla per renderne agevole lo
studio, e far quindi luogo a d altri rami di cogni-
zione. Bisogna sgombrare uno spazio, almeno a i
primi rudimenti di geografia mercantile, di me-
canica, di chimica, d’agricoltura, d’economia pu-
blica. Giova eziandio rendere lo studio più razio-
naIe che si possa; e perchè vi si sottomettano
quelli che da un’educazione letteraria hanno con-
tratto una certa delicatezza e quasi alterigia di
pensieri ; e perchè possa con elevati esercizj atti-
vare un grado superiore di discernimento in quelli
che lo studio letterario non ha dirozzati.
I nostri vecchi, nell’educazione, miravano
principalmente a d occupare un certo numero
d’anni, per condurre il giovine a d una certa
maturanza di vegetazione. Chi giungeva alla Re-
torica a diciassett’anni, la doveva capire in un
anno solo; chi aveva ingegno più vivace e vi
200 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
giungeva a tredici anni, vi doveva stanziare per
anni cinque, in una specie di canonicato scola-
stico. i n simil modo si era architettato anche lo
studio della Ragioneria. Era un séguito di lun-
ghissimi esercizj, intralciati a bello studio, come
i latinetti, e rischiarati appena da un lieve cre-
puscolo di teoria, in fine a i quali l’allievo più
riflessivo, guardandosi indietro, veniva a rias-
sumere colla mente la strada percorsa, e a sco-
prire che tutto si riduceva all’applicazione di po-
chi principi semplicissimi, per non dire riduci-
bili ad un solo. Al contrario l’allievo zotico, con-
tento d’avere attraversato in t r e anni di stento
la selva selvaggia, non si guardava più alle spal-
le ; e passava le vita applicando a i casi le diverse
regole, prima, seconda, terza, e così discorrendo.
L’autore del nuovo libro, che qui annunziamo,
esperimentato nell’istruzione della gioventù e
contemporaneo del secolo, pensò opportunamente
di collocare a principio del corso codesto fonda-
mentale riassunto, dal quale si diramano t u t t i
i ripieghi della pratica. E quindi lo ha condensato
in tre o quattro fogli di stampa, a i quali tengono
poi dietro gli esercizi. I1 giovine, che viene d a
una scuola letteraria, vi troverà somma affinità
cogli studj già fatti, e massime coll’ideologia ;
e s’inoltrerà nella pratica col convincimento so-
disfacente d’essere giudicato da una scienza e da
una ragione. I1 giovine men culto lotterà un istan-
t e colla novità delle astrazioni, ma quello sforzo
gli varrà uno sviluppo ulteriore di forza riflessiva.
È questa una riforma che armonizza e coi biso-
gni economici delle famiglie, le quali invocano
un insegnamento concentrato e potente, e coi bi-
sogni intellettuali del tempo, che riforma e ri-
fonde t u t t e le discipline dell’educazione. Gli eser-
LA RAGIONERIA 201
cizj che seguono sono t u t t i di estrema brevità ; e
si vedono fatti colla mira di chiarire e fissare
l‘insegnamento, non di complicarlo per farne ma-
teria di lunga, occupazione giornaliera.
L‘arte dei conti è t u t t a un’astrazione. Nulla
di più astratto del numero e della quantità. Per
quanto svariate siano le aziende mercantili, ru-
rali, manifattrici, uno stesso contabile può con-
venire egualmente e facilmente a tutte ; perchè
il suo instituto non riguarda che un lato simile
e comune di t u t t e le aziende. Egli mira solo a.
tenere il registro delle quantità e dei valori, De-
biti e crediti, terre e denari, bestiame e machine,
tutto si riduce a quantità e valore. Tutti i movi-
menti, contrasegnati di valore, cominciano a sfi-
larsi di giorno in giorno sulle colonne del Libro
Giornale. Poi d e quello sgranato e fortuito am-
masso entrano distinti e classificati, quasi in
tante squadre, nel Libro Mastro. Ogni squadra,
o come suol dirsi, ogni Monte, da quel momento si
riguarda come una persona, e si pareggia, alle
persone. Anche qui si vede quella tendenza in-
vincibile dell’uomo a raccogliere i particolari in
astrazioni, e a personificare le astrazioni stesse,
alla, quale dobbiamo t u t t e le superstizioni, gran
parte della poesia, e la parte più sublime e filo-
sofica del nostro linguaggio.
Ogni personalità, introdotta nel Mastro, ha
il suo posto proprio, le sue pagine contraposte
di debito e di credito. Tutti i valori che la costi-
tuiscono formano il suo carico ; ella deve renderne
conto. Tutte le detrazioni; i pagamenti, le tra-
mutazioni a d altra personalità, si registrano a
suo carico. Infine si ha una rimanenza attiva O
passiva. I1 posto principale è assegnato alla R a -
gione proprietaria, all’Arnrninistrazlone unificata
2 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11
e personificata, la quale chiama a d uno a d uno
t u t t i i Monti, e, ventilato seco loro il carico e lo
scarico, raccoglie a poco a poco in un unico risul-
tamento t u t t e le loro rimanenze.
Così dai fatti individui del Giornale, o delle
Prime Note, la mente umana, sempre simile a sè,
si fa scala primamente alle distinzioni, poi alle
classificazioni del Mastro, e infine alle grandi ge-
neralità dei Riassunti, che compendiano in une
cifra tutte le lunghe fluttuazioni della fortuna
e dell’industria, della saggezza e della prodiga-
lità. Nel libro del sig. Grippa questo andamento
ideologico viene qua e là indicato ; e così si getta
un filo di richiamo f r a i diversi rami di studio
sui quali si esercita la più culta gioventù. I1 lin-
guaggio stesso, con cui l‘autore ha svolto i suoi
concetti, sembra tendere appunto a questa unifi-
cazione dell’aritmetica colla logica e coll’ideolo-
g i a ; la quale sarà un progresso ed un migliora-
mento in questi studj, che sembrarono sinora ab-
bandonati a d un procedimento forse troppo umile
e triviale. **

** Sebbene non riguardi direttamente l’argomento di


questo articolo, va qui segnalata, per le sue considera-
zioni di ordine economico e pedagogico, un’altra bella
memoria del C . : Di alcuni rami d’insegnamento scientifico
d a istituirsi in Milano (« I1 Politecnico», 1802, XIV,
pp. 84-93).
x.
Sulle fluttuazioni nella produzione dell’oro *

D a questo prezioso scritto dell’illustre scien-


ziato di Berlino, abbiamo voluto estrarre parec-
chi fatti importanti a rischiarare l’oscurissimo
argomento della circolazione monetaria, che è il
più grave e spinoso quesito dell’attuale economia
delle nazioni.
Giusta la credenza degli antichi, i tesori era-
no celati nelle più remote estremità della terra.
Pei Fenicii la patria dell’oro era la regione orien-
tale di Ophir, e quella dell’argento la regione
occidentale di Tartesso. Ancora nel medio evo gli
scrittori arabi, Edrisi e Bakui, vantavano le arene
argentee delle isole Sahabete in fine all’oceano
indico, e l’isola di Saila ove i cani e le scimie
portavano collari d’oro. All’idea d’una somma
lontananza si aggiungeva quella d’un clima tor-
rido. I1 lapidario catalano, Jaime Ferrer, scri-
veva nei 1495 all’ammiraglio Cristoforo Colombo :
finchè la Signoria Vostra n o n troverà uomini neri,
non può sperar cose grandi e veraci tesori, come
spezierie, diamanti ed oro. Colombo infatti, na-
vigando cercava la terra di Zipangù, ossia del

* « I1 Politecnico », I, 1839, pp. 366-380. Recensione di


uno studio di ALESSANDRO V. HUMBOLDT, dallo stesso ti-
tolo, pubblicato in (( Deutsche Wierteljahrsschrift », 1838.
204 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - 11
Giappone, ch’egli credeva l’isola aurea dei Greci ;
e nel 1492 costeggiando Cuba, ch’egli credeva
parte dell’Asia orientale, ossia del Catai, notava
nel suo Giornale: per il gran caldo ch’io sento,
questa terra debb’essere ricca d’oro. Deviate le
menti degli uomini da questo imaginario nesso
dei tesori e dei climi, rifiutavano ciò che l’anti-
chità classica aveva già detto della ricchezza de-
gli Arimaspi e dei Massageti nelle lande del
settentrione.
Compendiando le vicende del commercio dei
metalli preziosi, vediamo che le più copiose sue
fonti furono anticamente nell’Asia meridionale ;
che pei tre secoli testè compiuti furono in Ame-
rica, e che dal principio del secolo corrente si
apersero di nuovo in Asia, ma nella sua parte
settentrionale. Così quando in una regione del
globo le viscere della terra sembrarono esauste
dei bramati doni, la catena degli eventi e delle
scoperte ci trasse a rinvenire altre ricchezze, ri-
poste altrove. La qual cosa fu di sommo momento
alla vicendevole potenza delle nazioni.
Nella Economia publica d a g l i Ateniesi, Bökh
rilevò accortamente che, dopo le guerre persiane
e la. spedizione d’Alessandro fino alle Indie, l’oro
affluì talmente in Grecia, che a l tempo di Demo-
stene il valore dei metalli preziosi era disceso al
quinto, in confronto dei tempi di Solone. Inoltre,
per la maggior copia dell’oro, il suo rapporto al-
l’argento, ch’era nei tempi d’Erodoto come 1a 13,
divenne dopo i tempi d’Alessandro solamente
come 1 a 10. A Roma l’oro che dopo la presa di
Siracusa stava all’argento come 1 a 17.142, al
tempo di Cesare vi stava come 1 a 8.928. Quanto
men diffuso era a quei tempi il commercio, quanto
men considerevole l’ammasso dei metalli preziosi,
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 205

tanto più repentino giungeva lo sbilancio di que-


sti rapporti; e la sopravenienza di tanta minor
quantità d’uno o d’altro metallo bastava ad alte-
rarli. Ai giorni nostri l’immensità delle masse
metalliche, tesoreggiate in tanti secoli dal genere
umano, e la velocità dei movimenti commerciali,
rendono impossibile qualsiasi repentino squilibrio
di valori. La rivoluzione dell’America spagnuola,
che ridusse a un terzo l’annuo ricavo di quelle
miniere, non cagionò diretta oscillazione nel va-
lore dei metalli.
Gli antichi non ci trasmisero precisi dati sul-
l’annua produzione dell’oro. F u solo dagli Arabi,
popolo per eccellenza calcolatore e tariffante,
ch’ebbe principio quell’ordinamento controllato
di finanze, che poi propagossi per t u t t a l’Europa.
Frattanto Appiano appurò con documenti che il
tesoro di Tolomeo Filadelfo ascendeva a 740 mila
talenti ; i quali secondochè si suppongono talenti
egizii, o piccoli talenti tolomaici, potrebbero av-
vicinarsi o a 3780 milioni di franchi, ovvero a 944.
La qual prima e maggior somma s’accosta alla
massa metallica che circola al presente nella
Francia e nel Belgio; come la seconda e minor
somma può rappresentare a un dipresso la massa
circolante nella Gran Bretagna.¹
È certo che la corrente aurea proveniva dal-
l’oriente all’occidente, passando per la Battriana
e le estreme Satrapíe della Persia; ma non è fa-
cile determinare le prime sorgenti e la rispettiva
loro ubertà. La favola delle formiche aurileghe,
nei monti dei Derdi, sembra riferirsi all’altipiano

¹ Abbiamo ridotto in misura decimale le svariatis-


sime misure e monete europee ed americane usate dal-
l’Autore.
d i Casgar. La favola della fonte aurea nell’lndia,
dalla quale si attingeva l’oro in vasi di argilla,
al riferire del greco Ctesia, medico d’Artaserse
Mnèmone, sembra figurare una fornace fusoria,
ove in crogiuoli si desse forma ai pani di metallo.
Più vicino alla Grecia producevano oro anche la
Colchide, la Frigia e la Lidia.
I letti d’arene aurifere sono più facili a sfrut-
tarsi in breve tempo che non le vene sotterranee;
epperò molte terre, famose nei prischi tempi per
copia d’oro, sembrarono povere ai viaggiatori che
le ricorsero ai nostri giorni. Ciò avvenne anche
dell’isole di Cuba e di Haiti, e delle coste di
Veragua, che a i vantavano ricchissime alle fine
del secolo XV. Perlochè la posizione dei quaranta
auriluvj, che Strabone sì accuratamente descrive,
potrebbe riescire impossibile a verificarsi oggidì,
senza che perciò avessimo ragione di negar fede
agli scritti dell’antichità.
L’antica Europa, al paragone dell’ Asia, era
assai scarsa di metalli preziosi. Tuttavia la Gre-
cia aveva le argentiere di Laurio, e le vene d’oro
dei Monti Pangéi, e al tempo delle prime colonie
fenicie si celebravano quelle dell’isola di Taso.
L a penisola iberica era più doviziosa d’argento,
massime la Betica, o terra di Tartesso ; ma in Lu-
sitania, i n Gallizia, in Asturia, si raccoglievan
ben ventimila libbre d’oro, o quasi quanto pro-
dusse il Brasile ne’ suoi tempi migliori. Perlochè
la Spagna fu El Dorado occidentale di quei se-
coli; ma ciò non si doveva tanto alle miniere,
quanto alle arene metallifere ed ai grossi fram-
menti, sparsi allora in quelle pianure.
Nell’evo medio si diffuse in Europa la fama
della ricchezza di Zipangù, ossia dei lidi orientali
dell’Asia, nonchè. dell’Arcipelago indiano ; e Co-
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 207
lombo veramente non si mosse se non in cerca
d’una via più breve che conducesse e quelle terre
dell’oro e degli aromi. Un grande errore geo-
grafico, l’idee della prossimità della Spagna al-
l’India, condusse alla più grande delle geografiche
scoperte. Colombo e Americo morirono nella fer-
ma fede d’aver tocco l’estremo lembo dell’Asia
orientale ; perlochè non poterono mai contendere
fra loro la scoperta del Nuovo Continente. A
Cuba, Colombo intendeva presentare al gran Chan
dei Mongoli la lettera del Re di Spagna; egli
s’imaginava nella Terra di Mangi, parte meridio-
nale del Catai; e cercava la celeste città di Quin-
say, che Toscanelli gl’indicava come descritta da
Marco Polo, e che è la moderna Hangceufù. I n
febbraio 1502 Colombo scriveva al Papa Alessan-
dro V I : L’isola Ispaníola (cioè Haiti) è la terra
di Tarsis, d i Ophir, di Zipangù; nel secondo mio
viaggio ho scoperto 1400 isole, e 333 miglia del
continente dell’Asia. Questo contiguità di terre
sì disparate era in Colombo una meditata e siste-
matica opinione. E il fatto sta che in questo
Ophir, o non Ophir, si trovavano veramente massi
d’oro del peso di 8, di 10, di 20 libbre.
D’allora in poi la gran corrente aurea non
venne più dall’Asia, me dall’America ; e radendo
l’Europa andava verso le regioni australi ed
orientali dell’Asia, a pagare gli aromi, le tinture,
e le sete, di cui le nuove navigazioni intorno al-
l’Africa accrescevano stranamente l’afflusso.
Siccome, fino alla scoperta delle argenterie di
Sasco, sul versante occidentale delle Cordigliere
inessicane, nel 1022, l’America dava oro e non
argento, divenne necessario l’editto di Medina,
che nel 1497 cangiò in Castiglia il rapporto legale
dell’oro e dell’argento, che, essendo prima come 1
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
a 11.6, divenne come 1 a 10.7. Però t u t t o l’oro,
estratto dal Nuovo Mondo t r a l’anno 1492 e il 1500,
appena salì a 458 chilogrammi. I1 re Ferdinando
mandò al Papa Alessandro Borgia alcune scaglie
dell’oro di Haiti, come primizia del Nuovo Mon-
do, in compenso della signoria che il Papa gliene
avea attribuita. Se ne indorò l a soffitta di Santa
Maria Maggiore, e l’iscrizione dice che quell’oro
era quod primo Catholici Reges ex India recepe-
rant. Nel 1495 l a Spagna aveva già pensato a man-
dare in Haiti Paolo Belviso con una provisione di
mercurio per agevolare coll’amalgama l’auriluvio
di quelle terre. I1 valore dell’oro si rialzò verso
la metà del secolo XVI, quando si cominciò a
trarre copioso argento da Potosi nel Perii, e da
Zacatecas nel Messico. Giusta anteriori ricerche
di Humboldt medesimo, l’importazione dell’oro
d’America stette a quella dell’argento, come 1
a 65, in peso; e ciò fino alla metà dello scorso
secolo XVIII, quando si mise mano alle arene
aurifere del Brasile. Al presente, l’importazione
di tutto il globo in Europa sarebbe di 1 d’oro
per 47 d’argento, in peso ; o almeno tale è la pro-
porzione con che nelle Zecche europee vengono
monetati i due metalli. Dopo l a scoperta dell’Ame-
rica il loro valore comparativo venne ondeggiando
in Europa, nel primo centennio, t r a 1 a 10.7 e
1 a 12; e nei due centennj successivi t r a 1 a 14 e
1a 16. La qual fluttuazione non dipende solo dalla
quantità escavata, ma dalle spese di produzione
ed eziandio dalla ricerca, ossia dal variabile con-
sumo che se ne fa in dorature, arnesi ed orna-
menti. I1 concorso di questi elementi, la forza
equilibrante del commercio, e l a debolezza del-
l’annua produzione, in confronto all’immenso cu-
mulo di metalli congregato in tanti secoli, impe-
FLUTTUAZIONI SELLA PRODUZIONE DELL’ORO 209

discono ogni durevole oscillazione nei reciproco


loro valore.
Quindi nessun effetto ebbe la rivoluzione del-
l’America spagnuola ; e quantunque in Inghilterra
tra il 1817 e il 1827 siasi coniata una massa di
302600 chilogrammi, questa enorme incetta d’oro
non alterò a Londra il rapporto dell’oro all’ar-
gento se non di 1 e 14.97 in 1a 15.60. Nel 1837 v i
si comperava tuttora una libbra d’oro per 15.65
d‘argento.
I n 318 anni, dalla scoperta dell’America al
principio della rivoluzione messicana, si recò in
Europa una massa di 2.381.600 chilogrammi d’oro
e 122.217.300 chilogrammi d’argento, che fanno in-
sieme un valore di 5940 milioni di piastre (ossia
32.254 milioni di franchi). La piastre si valutò in
questo peso alla sua lega effettiva di 0,903. Laonde
la massa dell’argento puro, raccolta in America
in 318 anni, si ridurrebbe veramente a 110.362.922
chilogrammi. E se si potesse agglobarla in un sol
corpo, formerebbe una palla del diametro di 27 me-
tri (cioè 27 m. 18576). Ora se si pensa che il solo
ferro spurgato, che si ricava ogni anno nella
Gran Brettagna, formerebbe un globo del diametro
di 48 metri ; quello della Francia un globo d i 36 ;
quello della Prussia un globo di 24 ½ in circa,
si vedrà con quanta minor copia e frequenza s‘in-
contri nelle parti accessibili del globo l’argento
in confronto dei ferro.
I n mezzo e questo repentino profluvio d i me-
tallo prezioso che attraversava la Spagna, così
poco ne rimaneva presso quella nazione, e così
pochissimo nel tesoro del re, che quando morì
Ferdinando il Cattolico appena si trovò denaro
da vestire a decente lutto i servi che dovevano
accompagnare il cadavere. È noto come nelle
stesse continue angustie regnasse Carlo Quinto.
14 - CATTANEO S c r i t t i economici II.
Un esame istorico della graduale scoperta delle
vene preziose nel suolo americano spiega come il
ribasso nel valor dei metalli, o, ciò ch’è lo stesso,
l’aumento nel prezzo dei cereali e delle altre sus-
sistenze e produzioni industriali, si ritardasse fino
t r a il 1570 e il 1593. Infatti allora soltanto comin-
ciò a versarsi in Europa larga copia d’argento
dalle cave messicane di Sasco, Zacatecas e Pa-
ciuca, e dalle cave peruviane di Potosi, Porco e
Oruro. Le vene del Potosi si apersero nel 1545; e
la famosa predica colla quale il vescovo Latimer,
a l cospetto del re Eduardo VI d’Inghilterra, inveí
contro il generale incarimento dei viveri, fu al
17 gennajo 1518. Le leggi annonarie inglesi, che
permisero l’esportazione del frumento solamente
quando valeva un dato prezzo, stabilirono questo
limite nel 1554 a 6 scellini per quarter (di 290 li-
tri) nel 1593 a, 20 scellini, e nel 1604 più di 26.
È vero però che queste variazioni di prezzo dipen-
dono da cause assai complicate. Anche l’incre-
mento della popolazione e il relativo sviluppo
del commercio aumentano la dimanda dei me-
talli; come pure la vicenda delle stagioni e i
progressi dell’agricoltura influiscono sul valore
dei cereali. Però mancano documenti generali che
abbraccino t u t t a l’Europa ; e a d ogni modo per le
ricerche di Gianrinaldo Carli risulta che, a cagion
d’esempio, nell’Alta Italia, il prezzo del vino, del
grano e dell’olio, dal secolo XV al XVIII, variò
meno assai che i n Francia, Spagna e Inghilterra,
dove, dopo la scoperta dell’America, salì fin oltre

¹Quelle miniere fino al 1545 non davano annualmente


nemmeno 16 milioni di franchi. I1 riscatto di Atahualpa
produsse un valore di circa 12 mila chilogrammi d’argen-
to, e la preda del tempio di Cuzco 5900 chilogrammi.
FLUTTUZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 211

al quadruplo e al sestuplo. Una fanega di fru-


mento dal 1406 a l 1502 valeva in Ispagna 10 reali
di metallo effettivo, mentre dal 1793 al 1808 ne
valeva 62. Un ettolitro di frumento, del peso di
76 chilogrammi, a l tempo di Giovanna d’Arco
equivaleva in Francia a 219 grani d’argento ; alla
scoperta dell’America ne valeva 268; nel 1514
valeva già 333 grani; sotto Francesco I salì a 731,
sotto Enrico I V a 1130, presso l’epoca della ri-
voluzione a 1342, e nell’anno 1820 a 1610. Al con-
trario mentre l’ettolitro di frumento a l tempo di
Cicerone equivaleva a 328 grani d’argento, al
tempo di Valentiniano III, nell’anno 446, era
retrocesso colla generale decadenza dell’impero
a 344 grani.
Non sarà discaro conoscere che nel 1838 a Ber- -
lino risultava da diligentissimi calcoli del C o n s i -
gliere Hoffmann, direttore dell’Officio Statistico, ,
che 1 libbra, d’oro vi equipolleva a 15.692 d’ar-
gento, a 1611 di rame, 9700 di ferro, 20.701 di
frumento, 27.655 di segale, 31.717 d’orzo, e 32.626
d’avena. I1 libro del sig. Jacob Sui metalli pre-
ziosi (Onprecious metals) aveva annunziato la
gran diminuzione nel ricavo dell’oro del nuovo
Continente, che avvenne dal 1809 a l 1826. Però
d’allora in poi, a d onta della guerra civile, la.
produzione si ’rialzò, e nel 1837 giunse nel Messico
tuttalpiù a 119 milioni di franchi; mentre negli
ultimi anni del dominio spagnuolo non superava
124 milioni di franchi, ovverossia 537 mila chilo-
grammi d’argento e 1600 chilogrammi d’oro. Al-
lora. la Zecca centrale del Messico era la più attiva
del mondo, giacchè, dalla conquista degli Spa-
gnuoli alla loro cacciata, vi si coniarono con oro
e argento indigeno undicimila milioni d i franchi,
ossia due quinti di t u t t o il metallo prezioso, che
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
in quel corso di tempo da t u t t a l’America sgorgò
in Europa.
Le malcondotte imprese minerarie fecero cre-
dere a d un esaurimento delle vene messicane, a
cui si oppone e la cognizione geognostica del
paese e il testimonio dell’esperienza. La sola
zecca di Zacatecas, nei torbidi anni che corsero
dal 1811 al 1833, coniò per 360 milioni di franchi
d’argento, e negli ultimi undici anni coniò per
il costante ammonto annuo di 22 a 27 milioni di
franchi. Una sola di quelle vene, la Veta grande,
ch’è pure aperta fino dal secolo XVI, e che prima
del 1738 produsse spesso in un anno più di 16 mi-
lioni di franchi, somministrò dal 1828 a l 1833 in
sei anni 310.876 chilogrammi d’argento.
A mostrare quale affluvio di metalli possa per
avventura sperarsi in quelle contrade quando vi
ritorni la pace interna, e la scienza v i promova
lo scrutinio del terreno, basti il dire che, presso
Sombrerete, la famiglia Fagoaga, o dei marchesi
Del Apartado, raccolse in cinque mesi, su una
lunghezza di trenta metri, un ricavo netto di
22 milioni di franchi; e nel Distretto minerario
di Catorze, il prete Giovan Flores ricavò in
trenta mesi 19 milioni di franchi da una vena,
che il popolo stupefatto sopranomò la borsa del
Padre Eterno ( l a bolsa de Dios Padre).
Nei dominj spagnoli e portoghesi il ricavo del-
l’oro diminuì più assai che quello dell’argento ;
ma ciò avveniva assai prima che vi erompessero
le rivoluzioni politiche. Si errò supponendo che
la ricchezza degli auriluvj del Brasile si fosse
sempre serbata qual fu dal 1752 al 1773 ; nei primi
dieci anni di quell’epoca il prodotto delle Minas
Geraas oscillò tra i 6400 e gli 8600 chilogrammi;
ma dal 1785 al 1794 era già disceso a l ragguaglio
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 213

annuo di 3300 ; tra il 1810 e il 1817 a 1600 ; dal 1818


al 1820 a soli 428 chilogrammi ; e nel 1822 il forno
fusorio di Villa Ricca non ne ricevette che 350.
A questa diminuzione del prodotto non contri-
buisce tanto l’impoverimento del fondo, quanto
la tendenza dei Brasiliani a promovere piuttosto,
col mezzo degli schiavi Negri, la coltura delle
derrate coloniali.
Frattanto alla mancanza dell’oro brasiliano
supplirono le nuove cave dell’America settentrio-
nale e della Siberia. La lunga catena degli Urali,
che si stende dall’Istmo di Truchmene fino al
mar Glaciale, ed anzi si dirama oltre lo Stretto
di Waigatz fin nell’isola della Nova Semlja, si
trova t u t t a aurifera nella lunghezza di quasi
17 gradi di latitudine, ossia di 1020 miglia.
La complessiva produzione dell’oro in tutto
l‘Impero Russo, giusta i registri delle zecca di
Pietroburgo, salì nel settennio 1828-1834 alla
somma di 39200 chilogrammi. Quando il sig. di
Humboldt, per commissione dell’imperator Nico-
lao, intraprendeva il suo viaggio scientifico nel-
l’Asia settentrionale, insieme a Gustavo Rose ed
Ehrenberg, gli auriluvj si stendevano solamente
sul declivio Europeo degli Urali; e gli Altai,
quantunque il loro nome, Altaiin Oola, suoni in
lingua mongolica M o n t i dell’oro, non producevano
se non pochissimo oro (444chilogrammi) ; il quale
si estraeva dai 16.370 chilogrammi d’argento auri-
fero di Smeinogorski, Ridderski e Syrianowski.
Ma dopo il 1834 si scoperse col8 nel cuore della
Siberia una landa d’arene aurifere simile in tutto
a quelle degli Urali. A promovere questa nuova
dovizia contribuì, più che altri, la famiglia Popof,
già tanto benemerita del commercio interno di
quelle regioni. Mentre gli oriluvii dell’Urale vanno
214 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
già volgendo a una lenta decadenza, la produ-
zione degli Altai va crescendo ogni a n n o ; cosic-
chè nel 1837 le arene Uraliche davano 5061 chi-
logrammi d’oro, e le arene Altaiche 2129; a cui
si deve aggiungere il prodotto delle vene montane
degli Altai e di Nertcinsk che f u di 491 chilo-
grammi: ammontando, così in totale a 9681 chi-
logrammi il prodotto aureo della Siberia, il quale
nel precedente anno 1836 saliva solo a 6319 chi-
logrammi. Vi si può aggiungere il prodotto dei
platino degli Urali, che nel 1839 fu di 1933 chi-
logrammi.
I1 geologo Helmersen ha rilevato che le arene
aurifere, che si vanno in sempre maggior copia
lavando nella parte orientale del Governo di
Tomsk, non si collegano alla gran catena degli Al-
tai, chiamati impropriamente i Piccoli Altai, fra
i quali l’inaccesso monte Belucha, presso le fonti
della Katunja, surge a 3370 metri d’elevazione.
Esse piuttosto appartengono a d ambo i declivj
di una catenella di monti che si dirama dagli
Altai, scorrendo verso settentrione lungo il me-
ridiano di Telezk, e giungendo fino alla latitudine
di Tomsk ; e che nelle carte suol dinotarsi coi nomi
di monti Abakanski, Kusnezki e Alatau; e vera-
mente sembra una ripetizione degli Urali in pic-
cola scala. E la simiglianza si trova perfino nella
maggiore abbondanza dell’oro sul versante orien-
tale, Ore questo venne concesso a privati, mentre
l a Corona si riservò il pendio opposto, cosicchè
i privati soli hanno finora lucrato largamente s u
quelle arene aurifere. Queste osservazioni del
sig. Helmersen non isfuggiranno a quegli studiosi
che conoscono le ricerche del sig. di Humboldt
sulla direzione delle montagne dell’Asia interiore,
e sulle sagaci induzioni di Elia de Beaumont in-
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 215

torno al parallelismo e alla relativa età delle


con catenazioni montane.
L’oro arenaceo degli Altai riesce più misto
d’argento che quello degli Urali. Al presente i
trafficanti Siberii tentano avviare l’auriluvio an-
che nell’inverno ; i lavoratori sono t u t t i liberi e
ben pagati. I1 conte Cancrin annunziò di fresco
al signor di Humboldt che altre lande aurifere si
sono scoperte presso i monti Salairski, e presso il
fiume Biriusa che divide i governi di Jenisseisk
e di Irkutsk. I n t u t t a la Siberia si sono già ema-
nate 240 licenze per lavande d’arene aurifere.
Ecco dunque ristabilita una corrente metal-
lica da levante a ponente. Il già indicato prodotto
aureo della, Siberia, nel 1837,può valutarsi a circa
27 milioni di franchi, e di poco s’allontana dal
prodotto delle Minas Geraes del Brasile nel loro
più splendido tempo, e solo di un terzo è minore
del prodotto che il Messico, il Chili e la Nuova
Granata davano poco prima della rivoluzione Co-
lumbiana. E si può ben credere che il ricolto del-
l’oro nelle sterminate lande della Siberia non ha
tocco ancora il suo massimo; tanto più che il la-
voro delle arene degli urali f u spinto finora con
poco d’arte. Nelle lavature vanno smarrite molte
particelle d’oro, che aderiscono a grani d’ossido
ferreo e ad altre sostanze leggiere. I n altro luogo
potrebbe discutersi se non convenisse piuttosto
il processo del colonnello Anossow, il quale acu-
tamente propone di fondere la sabbia aurifera col
ferro, trattando poi coll’acido solforico il ferro
auroso ; poichè bisogna esaminare che effetto rechi
il trasporto di t a n t a arena di poco valore, e il
consumo di tanto combustibile.
Il sig. di Humboldt percorse quel luoghi degli
Urali, dove, poche dita sotto all’erba, si trova-
216 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
rono giacere, l’uno all’altro vicini, ricchi massi
d’oro di enorme peso. Nel magnifico Museo delle
Miniere a Pietroburgo si ammira tuttora il masso
d’oro nativo, ritrovato a d Alexandrowsk presso
Miask, e che pesa dieci chilogrammi. Nelle terre
dei Demidoff, presso Nishne Tagilsk, si rinvennero
t r e massi di platino, che pesavano dai cinque agli
otto chilogrammi. Non è meraviglia dunque che
in tempi antichi i barbari vaganti in quelle con-
trade raccogliessero i ciottoli metallici, giacenti
forse a fior di terra, e che il grido di tanta ric-
chezza giungesse fino alle colonie greche del mar
Nero, le quali ricevevano quel metallo dagli Ar-
gippei, che lo avevano di seconde mano dagli Is-
sedoni e dagli Arimaspi, dei quali già, scriveva
Aristea di Proconneso, e, duecento anni dopo, il
grande Erodoto. Ma solo per giungere a codesti
Argippei, stirpe calva, con naso compresso e gote
prominenti, i Greci del Ponto Eusino e i vicini
Sciti dovevano usar sette interpreti d i sette lin-
gue diverse (Erodoto IV, 24). Pare che gli Ari-
maspi potrebbero adunque supporsi aver vissuto
nelle lande presso gli Altai. Giusta l’ingegnoso
viaggiatore Adolfo Erman, le favola Erodotea dei
grifoni, custodi di quei tesori, sarebbe n a t a fra
quelle stesse tribù cacciatrici, le quali, trovando
sparse qua e là, per le solitudini della Siberia le
numerose ossa fossili di giganteschi paleonti, cre-
dono veramente raffigurarvi il teschio e le branche
d’un antico mostro alato. «Ed è letteralmente
vero che i cercatori di metalli vi trovano l’oro fra
i grifoni; poichè le sabbie dorate si trovano ap-
punto sotto le zolle e le torbe, seminate di quei
mirabili ossami ». Se non che a questa origine
dei grifoni si oppone il fatto ch’essi trovansi già
menzionati in Esiodo, e che i leoni rostrati ador-
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 217

nano le porte di Persepoli, ed effigiati sui tappeti


babilonii e persiani giungevano fin da più antico
tempo agli occhi dei Greci. E il sig. Humboldt
inclina a credere che il grifone, e l’odontotiranno
degli scrittori bizantini e di Giulio Valeria, non
siano spettri evocati dalle gelate catapecchie bo-
reali, ma fantasie surte fra genti di più caldo cielo.
A quest’oro trovaticcio poteva appartenere
quello che nella, prima conquista, della Siberia si
rinvenne nei sepolcri (kurgannui degli antichi
indigeni, e di cui si serbano saggi ne’ Musei di
Pietroburgo; e fu sì copioso, che giusta Müller,
nell’lstoria della Siberia, il valor dell’oro a Kra-
snojarsk ne decadde subitamente oltre misura.
Dopo le vittorie dei Mongoli e i viaggi di
Marco Polo l’Asia interna si è quasi chiusa per
noi ; però tanto in Siberia quanto in India giun-
gono indizj di terre aurifere poste a settentrione
degli Imalai; le gazzette di Calcutta dicono che
tutti i fiumi del Tibeto occidentale sono auriferi
e che gli abitanti trattano l’oro coll’amálgama.
Alessandro Burnes, che primo percorse le regioni
dei monti Volorii, vi descrisse le arene aurifere
del declivio occidentale presso Durwaz e l’Alto
Gihon ; nella China poi le lavande dell’oro sono
un’arte molto antica.
Nello stesso tempo che si aprivano le fonti
auree della Siberia, altre se ne scoprivano nel
mezzodì degli Stati Uniti in Virginia, nelle due
Caroline, in Georgia, Tennessee, ed Alabama; e
prosperavano principalmente t r a il 1830 e il 1835.
Queste non produssero in otto anni più di 26 mi-
lioni di franchi in tutto ; ma in quella regione s ì
vicina all’Atlantico meritano grande attenzione
dai Geognosti; e spiegano ezianidio come l’oro,
che i conquistatori spagnoli trovarono nelle mani
I8 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
degli indigeni della Florida, non provasse che
quei popoli commerciassero in prischi tempi coi
Messico (Anahuac), o con Haiti. Nella contea di
Cavarras, della Carolina settentrionale, si trovò
un masso d'oro di quasi 13 chilogrammi (12,7)
presso a d altri massi che variavano da 2 chilo-
grammi fino a 4 ½ . I1 capitano minatore Freie-
sleben attestò in iscritto che nel 1821 si trovò
nella contea di Anson un masso d'oro di quasi
22 chilogrammi (21.772).
Alberto Gallatin di Ginevra, illustre uomo di
Stato e Direttore della Banca degli Stati Uniti,
scriveva al sig. di Humboldt « Spero di poter
procurare risposta alle vostre dimande geogno-
stiche per opera del professore Patterson che è
direttore alla Zecca, e del dotto professore Ren-
wick di Nova York. Frattanto v'invio il prospetto
dell'oro indigeno che si monetò nella nostra Zecca
dal 1824 in poi, giusta i documenti officiali. Mi
dimandate qual aggiunta vi si debba fare in gra-
zia del contrabando. La valutazione è difficile;
però credo affermare con qualche certezza che in
nessun anno la produzione superò un milione di
dollari. La perdita per contrabando è tanto men
considerevole, in quanto che, giuste le nostre
leggi, il rapporto dell'oro all'argento è come 1
a 1 6 ; cioè circa il 2 per 100 più del suo valor
mercantile ; perlochè l'oro indigeno perviene tutto
alla nostre zecca ».

Prospetto dell'oro indigeno rnonetato


negli S t a t i Uniti.
Anno 1824: franchi 27.100; 1825: 92.140;
1826 : 108.400 1827 : 113.820 ; 1828 : 249.320 ; 1829 :
758.800; 1830 : 2.525.720 ; 1831: 2.818.400 ; 1832 :
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 219

3.674.760 ; 1833 : 4.704.560 ; 1834 : 4.867.160 ; 1835 :


3.783,160; 1836: 2.531.140. Totale: in anni 13,
franchi 26.254.480 ossia 2.019.575 all’anno.
Questo totale prodotto di poco più di due mi-
lioni all’anno va però già diminuendo, poichè quei
sagaci abitanti hanno trovato che il loro paese
offre più ubertosi impieghi alla loro industria.
Ma nell’istoria del commercio più importa cono-
scere le masse metalliche poste ad ogni modo in
circolazione, che il lucro o la perdita di chi le
andò disotterrando.
Le correnti metalliche, venendo dall’orieute e
dall’occidente all’Europa, e viceversa, seguono
come t u t t i i fluidi, le leggi dell’equilibrio. Però
un nuovo afflusso non opera un ribasso di valore
se non nella lunga durata del tempo. Ma siccome
una popolazione crescente di numero e di opulenza
abbisogna d’una maggiore massa circolante, così,
non ostante il nuovo afflusso del metallo, p u ò per
effetto di suddivisione provenirne un sensibile
amm anco.
I1 rapporto dell’oro all’argento, sul mercato
di Hamburgo, è il più adatto a servire di misura-
tore del corso, perchè l’argento i n verghe è la
valuta che vi serve di base a t u t t e le altre esti-
mazioni; ciò che non avviene a Londra.

Rapporto dell’oro all‘argento


sul mercato di Hamburgo.

Anno 1810 come 1 a 15.790 ; 1817 : 15.633 ; 1818 :


15.683; 1819 : 15.642; 1820 : 15.660 ; 1825 : 15.693;
1826: 15.750; 1827: 15.727; 1828: 10.776; 1829:
13.769 ; 1833 : 15.748; 1834 : 15.663 ; 1835 : 15.693 ;
1836 : 15.733; 1837 : 15.711.
0 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Si può calcolare che in dodici anni (1816-1827)
l’importazione dell’oro dall’America spagnuola
abbia sofferto un difalco totale di 83.200 chilo-
grammi; ma dai soli Urali, fra il 1823 e il 1827,
vi si recò un supplemento di 17300 chilogrammi ;
perlochè il valore dell’oro, potè in quel frattempo
salir ben poco, e si conservò poi quasi immobile.
Forse le enormi chiamate d’oro, che cagionò il
sovvertimento delle banche americane, influì ad
elidere l’effetto che sarebbe altrimenti venuto dal
nuovo flusso dell’oro siberico. Va però diminuendo
l’afflusso dell’oro verso l’Asia meridionale ; il
sig. Jacob valutava nel 1831 a cinquanta milioni
di franchi l’annuo saldo in metallo che il commer-
cio britannico inviava nell’Asia ; e tale era anche
l’opinione di Huskisson. Anche prescindendo dal
consumo di caffè, tè, zucchero e caccao, il solo
consumo delle spezierie come pepe, vaniglia ecc.
costò alla Francia, nel triennio 1834-36, l’annua
somma media di franchi 4.771.000, e alla Lega da-
ziaria germanica franchi 9.761.000, e si può valu-
tare per t u t t a la popolazione europea, che è di
circa 228 milioni d’anime, da 50 a 60 milioni di
franchi all’anno.
Conchiudiamo questo estratto della bella Me-
moria del sig. di Humboldt, notando dal lato no-
stro che, ove non fosse stata la scoperta delle
nuove arene aurifere nel Brasile, nella Carolina,
nella Siberia, il valore dei metalli preziosi sarebbe
forse a i nostri giorni rivolto in aumento; che
l’aumento dipende da cause certe, e crescenti,
quali sono il naturale logoramento e consumo del
metallo, la maggior popolazione, la suddivisione
dei beni, la maggior ricchezza, il maggior lusso
domestico, e la maggior massa di derrate d’ogni
sorta da rappresentarsi in commercio, mentre il
FLUTTUAZIONI NELLA PRODUZIONE DELL’ORO 221

ribasso dipende da. cagioni quasi fortuite e per se


decrescenti Col tempo, quali sono la scoperta di
nuove vene e sabbie, sempre esauribili e non
sempre lucrose. Già d a qualche anno addietro
abbiamo annunziato questo sospetto (vedi Ricer-
che sul Monte Sete) ed ora ci sembra trovare nel
laborioso prospetto del sig. di Humboldt un ma-
nifesto appoggio. Consideriamo per un istante gli
effetti del solo aumento delle popolazioni. Il pro-
dotto annuo dei metalli preziosi in tutto il globo
sorpassa di poco i duecento milioni di franchi ; e
si deve suddividere in t r e usi ; il primo è di ripa-
rare alle perdite e al logoramento di tutta l’im-
mensa massa circolante, che è di parecchie mi-
gliaia di milioni; il secondo è di provedere gli
ornamenti, le suppellettili e le dorature ; il terzo
è di accrescere la massa della moneta universale.
La dote monetaria delle sola Francia, dove i
beni sono suddivisi, si valuta a circa tremila mi-
lioni, cioè più di 90 franchi per testa ; quelle del-
l’Inghilterra, per la minor suddivisione dei beni
e l’immensa circolazione delle carte, riesce di
circa mille milioni, cioè di circa 42 franchi per
testa. Supponiaino che il ragguaglio fra i due
paesi sia di circa 60 franchi. Sii questo dato per
ogni milione di popolo incivilito e dotato più o
meno di banche, si può credere che si richiedano
circa 60 milioni di moneta. Cosicchè l’attuale ac-
crescimento annuo della moneta può corrispon-
dere alla quantità che sarebbe necessaria all‘uso
monetario di due o t r e milioni d’uomini più o
meno proveduti di banche. Ora l‘accrescimento
della. popolazione generale del globo, la quale,
secondo i più moderati calcoli, si avvicina oramai
a 800 milioni, avviene in una misura molto mag-
giore e sopratutto in ragione composta. I n Lom-
bardia .è di ¾ per 100 ; in Inghilterra di 1½ ;
negli Stati Uniti di quasi 5 per 100 all’anno. I n
ogni modo sorpassa di molto l’aumento annuo
della moneta. O bisogna dunque sperare un enor-
m e aumento nel prodotto delle miniere, ciò che
invero potrebbe anche avvenire, o attenderci un
sensibile aumento nel valore del metallo. È inu-
tile il dire che aumento nel valore del metallo
suona lo stesso che aumento di tutte le annualità
valutate in denaro e ribasso di tutte le derrate
dell’industria e dell’agricoltura.
È un fatto che colla continuazione dell’attuale
aumento l a popolazione si raddoppierebbe nel gi-
ro di 100 anni in Francia, di 4% in Inghilterra,
di 26 in Prussia, di 21 negli Stati Uniti, dove
perciò si quadrupla in 42 anni, e si ottupla in 63.
Nuovi vivaj di popolo incivilito si trapiantano
nelle parti deserte dell’America, nell’Africa, nel-
l’Oceania. Se si f a compenso dei popoli barbari coi
civili o civilizzabili, è probabile che in cento anni
e forse meno la popolazione del globo si possa rad-
doppiare; ma non sembra possibile che in cento
anni si raddoppj la massa della moneta; ossia
che in un secolo si scavi tanto metallo moneta-
,
bile quanto se ne trova accumulato dal principio
dell ancivilimento a quest’ora. Ma una tal que-
stione si vorrebbe discutere a fondo, complicata
com’è colla teoria delle banche presenti e future.
XI .
Della beneficenza publica*

Non si può senza intimo compiacimento andare


annoverando le tante istituzioni colle quali l’uma-
nità del secolo soccorre a d ogni maniera, d’infor-
tunio : i ricoveri delli infermi, dei mentecatti, dei
sordomuti, dei ciechi, dei lattanti, delle parto-
rienti, dei decrepiti, dei veterani, e li altri t u t t i
che si vengono divisando, monumenti innegabili
di progresso morale.
Sembra quasi incredibile che li uomini viventi
discendano d a quelle spietate generazioni, che ga-
reggiavano nell’inventar torture e supplicj, e si
inebriavano nei cranj delli uccisi ; e sembrano ta-
volosi li errori che si narrano d’uomini canibali,
pure superstiti forse ancora in alcune più infelici
regioni della terra. Quale ineffabile divario fra i
tempi e i luoghi i n cui l’uomo scoperse che la palma,
della mano e r a il più ghiotto brano di carne uma-
na, e i tempi e i luoghi nei quali potè vivere e fio-
rire l’abate De l’Epée; nei quali appena si può
compendiare in quattro grossi volumi l’arte di fare
il bene.
* « I1 Politecnico », I, 1839, pp. 442-471; ripubblicato in
((Alcuni Scritti », III, pp. 158-183, in OEI, V, pp. 293-324,
in Ed. Sonzogno, pp. 295-319 e in SCEI, II, pp. 47-74.
È una larga recensione di DE GÈRANDO, D e la bienfaisance
publique, voli. 4 in 8°, Parigi, 1839; voll. 2 in 8° grande
in colonna, Bruxelles, 1839. Fu poi tradotta in italiano
e pubblicata in Firenze, 1844-45.
224 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Questo avventurosa opera fu lenta ; appena nel
corso d’ogni generazione si potrebbe indicare un
atto di crudeltà caduto in oblio, un a t t o di pietà
venuto in costume. La penuria congiunta alla fe-
rocia faceva divorare al selvaggio i prigionieri ; i
popoli pastori, sicuri del vitto, poterono nauseare
la carne umana ; e fu progresso che s’appagassero
di trucidarli ; tanto erano calamitose le primitive
condizioni delli uomini. I prigionieri s i conserva-
rono poi schiavi, a guisa di bestiame ; e con brac-
cia serve l’agricultura andò penosamente dibo-
scando l’Asia e l’Europa. Al prigioniero fremente
e incatenato succedeva il mansueto verna, l’umile
servo della gleba; poi il mezzadro, il livellario,
l’affittajuolo; poi coi mutato ordine delle eredith,
coi commercio, coi risparmio, il coltivatore si le-
vava alla proprietà della gleba nativa; e nell’onere
della possidenza si confusero le discendenze dei
predati e dei predatori. Oggidì la servitù della
gleba si ristringe all’oriente d’Europa; e la schia-
vitù venale non rimane quasi oramai che nelle no-
stre colonie trasmarine, e nel recinto domestico
delli Orientali.
La guerra era già lo stato consueto, come al
presente è la pace ; e apportava devastazione e ra-
pina universale delle cose e delle persone. Allora,
si vendevano all’asta o si ponevano a fil di spada
le popolazioni delle città prese; a i nostri giorni,
parve enormità che si tenessero in disagio sopra
vetuste navi i prigionieri di guerra.
Questo svolgimento dei sensi pietosi si manife-
sta in alcuni come gentile istinto :
Sunt lacrimae rerum, et mentem mortalia tangunt :
in altri viene colla dura esperienza delle sventure :
Non ignara mali, miseris succurrere disco.
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 225
Poi si f a provisione civile di popoli predestinati e
gran potenza : e istituisce il diritto feciale dei Ro-
mani, il loro pretor peregrino, protettore delli stra-
nieri ; e fra le alpi i riti e il santuario di Giove Ospi-
tale, su le cui fondamenta surse poi l’ospizio del
San Bernardo.
Da quando si congiunsero con una medesima
fede i più disparati popoli che pur non potevano
intendersi favellando, poterono scoprirsi con un
segno amici e fratelli. Li Indiani si dissociavano
fra loro colla reciproca avversione delle caste ; i
Romani nelle varie discendenze, collegate a poco
a poco a costituire un popolo, serbavano indipen-
denti dal rito publico dello stato le religioni do-
mestiche. & nel Cristianesimo le grandi stirpi
greche, latine, gotiche, slave, finniche, si affratel-
larono con cento popoli sparsi per t u t t o il globo ;
nel Maomettismo le ingegnose nazioni arabe, per-
siane, malesi si collegarono colle due razze delli
Afgani, dei Turchi, dei Circassi e dei Mauri; il
Buddismo preparò l’unione dei Giapponesi, dei
Mongoli, dei Chinesi e dei Manciuri, dei Tibetani
e dei Siamesi. Laonde le differenze, che rendono
avverse le genti, si fondano ormai solo in una va-
rietà di dottrine, la quale non potrà resistere alla
forza del commercio universale, e si è già tempe-
rata nella dottrina della mutua, tolleranza.
Con queste grandi associazioni si videro formi-
colare in tutte le parti del globo i peregrini. Veni-
vano di Norvegia e di Portogallo a Roma e a Geru-
salemme ; venivano d a Marocco e dal Turchestano
alla Mecca; venivano a Lassa dalla Siberia e dal
Tonchino. A ricetto d i codeste turbe erranti senza
ricovero, sursero tetti ospitali e instituzioni pro-
tettrici. L‘officio d i difensore dei peregrini divenne
titolo di potenza fra i Maomettani; li infermieri

15. . CATTANEO. Scritti economici. II.


226 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
di Gerusalemme divennero una lega cavalleresca,
che dominò sui mari, e affrontò in Rodi e in Malta
tutta la potenza dell’Oriente.
I1 medio evo aveva dissipate le dovizie mobili,
e recata in poche mani l e potenza prediale. L e li-
beralità ristabilì l’equilibrio distrutto dall’usurpa-
zione; chi era padrone d’ogni cosa dovette farsi
prodigo di tutto a tutti ; un’immensa mendicità
abbracciò la maggioranza delli uomini. I1 signore
mendicava un feudo, poi v i apriva corte bandita,
e pasceva centinaja di bocche ; il mercante girovago
mendicava per dissimulare la sua ricchezza ; men-
dicava il monaco pel convento e pei poveri del vi-
cinato ; mendicava il peregrino per giungere allo
scioglimento de’suoi voti ; lo studente in certi paesi
ha tuttora il diritto d’accattare; per lungo tempo
le lettere subirono il giogo dei mecenati ; i grandi
peccatori al letto di morte, per non umiliarsi a
rendere il maltolto, e non disfare da capo i male
adunati patrimonj, legavano fondazioni d’ospizj,
e larghezza di pane e lardo alle plebi espilate. Il
medio evo può dirsi il tempo della mendicità, senza
che si possa dire il tempo della beneficenza; poichè
la causa non era solo nella pietà, ma nel disordine
delle cose e nell’abito continuo dell’ingiustizia.
Dopo aver colla tortura slogate le ossa alli inno-
centi, il medio evo porgeva loro una, povera sco-
della a pie’ della porta d’un convento.
L’evo moderno si fonda su la creazione della,
ricchezza mobile e la divisione della prediale. Le
lande dei feudi e delle abbazzie si sciolsero in pic-
coli patrimonj, nei quali si deposero i risparmi
delle classi laboriose. Chi prima avrebbe dovuto
vivere accattone, è in necessità d’industriarsi, e
ne prende indipedenza e dignità. Molte profes-
sioni che nell’evo antico erano esercitate da schia-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 227
vi, e nell’evo medio d a servitori, sono salite in
pregio. Dopochè il riparto equo dei beni ristrinse
il superfluo delle entrate, e in seno alla sicurezza
e parità dei diritti l’industria condusse alli agi
ed alli onori, il sostentarsi mendicando fu aborrito ;
appunto come prima pareva segno d’uomo da
poco il rassegnarsi a campar lavorando.
I1 vivere alla cerca si ristrinse alli esseri infe-
lici o più depravati ; e sfrondato il fogliame della
finta o volontaria indigenza, la carità potè rag-
giungere co’ suoi doni la verace e irreparabile
miseria.
Le ragioni della publica beneficenza vennero
primamente indagate presso l a nazione britan-
nica, e perchè primamente vi fiorì la publicità
delle discussioni, e perchè essendovi maggiori le
ricchezze, e meri provido il riparto, le condizioni
della povertà vennero a complicarsi colli ordini
dello Stato. I possidenti, predominando nei con-
sessi legislativi, vollero attrarre a sè quanto si po-
teva della nuova ricchezza, che la popolazione
mercantile introduceva. Tennero fermii i fedecom-
messi delle terre, anzi li resero più frequenti e più
stretti, costringendo l’industria a edificare opiticj
e città, sopra un suolo preso a pigione ; angustia-
rono l’ingresso delle vittovaglie, raddoppiandone
al popolo il prezzo, ossia appropriandosi larga
parte de’ suoi stipendj ; addossarono le gravezze
quasi interamente ai consumi, ossia alle moltitu-
dini ; frenarono anche nei patrimonj mobiliari il
riparto delle eredità, raccogliendole nelle mani di
pochi i quali si andavano mano mano arruolando
alli ottimati : riserbarono ai figli minori delle
grandi famiglie i lucrosi onori dell’esercito, della
marina e dei sacerdozio. Perlochè la moltitudine,
relegata quasi al vivere giornaliero, potè difficil-
228 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
mente fare acquisto di ricchezza capitale. E fra
la turba dei nullatenenti, che un ordine artificiale
conservava tali e ogni sinistro evento precipitava
nell’indigenza, f u necessario instituire una tassa
publica, la quale riparasse in qualche modo, e re-
stituisse ai più miseri ciò che prendeva a t u t t i ;
instituzione piuttosto d’arte politica, che di bene-
ficenza. Nessun’altra nazione si trovava i n queste
fattizie urgenze; nè potè prima riconoscere che la
questione della publica beneficenza involgeva tutto
l’edificio della publica economia. Epperò questa
scienza fiorì prima nel suolo inglese, e i buoni
scrittori inglesi precedono d’un secolo e mezzo le
moltitudine degli scrittori continentali. Fra questi
studj la beneficenza, n a t a prima da spontaneo im-
pulso, si fa ogni giorno più considerata e più sag-
gia; e le meditate sue providenze compongono ciò
che De Gerando chiama l’arte sacra d i fare il bene.
Questo illustre uomo, annoverando i primi
scrittori di s ì nobile disciplina,, pone in capo ad
essi due Spagnuoli del secolo XVI, Giovanni Me-
dina e Domenico Soto. Questi asserì il diritto
de’ poveri a vivere accattoni, mentre Medina giu-
stificava certi regolamenti del re Giovanni II, di-
cendo fin d’allora che giova piuttosto abilitare un
indigente a guadagnami bravamente il pane, che
gettargli una vil moneta; e ch’è sopratutto me-
stieri educare li orfani e li abbandonati. Verso li
stessi tempi Weitz scriveva in Anversa un trat-
tato latino del contenere e alimentare a domicilio
i poveri. D’altri scrittori di quel secolo e dei pre-
cedenti, in Italia o altrove, il De Gerando non
sembra avere avuto notizia.
L’editto pauperario, publicato su la fine del
regno d’Elisabetta, aperse in Inghilterra la gran
discussione. Tra i molti che vi ebbero parte, piace
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 229

leggere i nomi di t r e sublimi intelletti: Shake-


speare, giovinetto ch’era allora di 17 anni, Bacone
e Locke. Questi additò a rimedio della vera mi-
serie le scole di lavoro, alle quali dovessero con-
correre i figli delli indigenti inscritti sulle liste
pubbliche, quando non lavorassero già coi genitori ;
poichè, virtuoso e sapiente, volle conservare il do-
minio delle affezioni familiari.
Tra quelli scrittori s’incontrano altri ingegni
noti assai più per festività di pensieri : Fielding
il novellatore ; Mandeville l’ironico autore della
Favola delle Api ; Defoe, l’autore del Robinson
Crusoe, che intitolò un suo scritto : Far elemosina
non è far carità.
Merita menzione Howard, peregrino e mai tire
della beneficenza, il quale viaggio molti anni I
studiare la riforma delle carceri e delli ospitali, e
perì nella Crimea d’un contagio al quale studiava
recar sollievo. Sarebbe inopportuno trascriver tutti
i nomi resi memorabili da siffatte meditazioni :
Hale, Yarrington, Firmin, Child, Davenant, Cary.
Goodshall, Davis, e li istorici dei poveri, Eden
Ruggles.
Senonchè, quanto più le menti s‘ingolfano nel-
l‘argomento, appare più vasto e malagelole. Chi
vi si accostò per vaghezza di giovare a’ suoi simili.
si trova sgomentato e smarrito ; ciò che prima, e
sotto u n aspetto, gli pareva provido soccorso alli
infelici. da altro iato gli pare allettamento alli
infingardi e spensierati, inteso a moltiplicare l a
schiatta dei miserabili, e ad aggravarne i mali. Le
cose li appajono quasi capovolte; e se non s’inol-
tra paziente nel difficil cammino, perde, quasi per
disinganno, quella pietà, che prime il moveva.
Quando le regole divengono così superiori al primo
sforzo, del senso commune, costituiscano veramen-
30 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
te studio e dottrina; onde chi senza la scorta loro
volesse influire su le instituzioni publiche, potrebbe
con ottimo animo operare molto male e poco bene.
Perlochè chi non abbia voglia e mente d’abbrac-
ciare tutto l’arduo subjetto, si appaghi di porgere
il suo obolo, e lasci il timone della nave a chi sap-
pia ove si va.
I libri di beneficenza smossero tutte le que-
stioni di publica economia. I1 sommo Smith stu-
diò la proporzione f r a il prezzo delle giornate e
delle cose necessarie alla vita. Townshend e
Ackland proposero di costringere i manuali a
farsi un fondo di previdenze, diremo una cassa di
risparmio forzoso. Young propose di reprimere
l’agglomerazione dei piccoli poderi in grandi af-
fittanze ; proposta che venne infelicemente rino-
vata, pochi anni sono, anche in Piemonte. Pitt, in
una proposta legislativa (1706), non seppe f a r me-
glio che tornare alle scole di lavoro di Locke, e
negò soccorso a chi si rifiutava alla fatica. Howel
voleva ristabilire l’equilibrio t r a le giornate e il
vitto, con una vasta introduzione di machine, che,
moltiplicando l’effetto del lavoro, desse margine
a d aumentare le mercedi alli operaj. Altri all’op-
posto invocò la distruzione delle machine, e avreb-
be quasi punito quelli che le inventavano, affin-
chè fosse maggiore la ricerca dei braccianti.
Godwin, abbandonandosi all’astrazione d’un
primitivo patto sociale, protestò a nome delli in-
digenti contro il consorzio civile; asserì che la
proprietè era usurpazione, e lo spirito di famiglia
era egoismo, e rendeva immemore l’uomo dei do-
veri dell’umanità; e propose una rifusione delle
leggi, e un riparto eguale dei beni. Ma non consi-
derava che i poveri avrebbero nell’abondanza mo-
mentanea trovato una spinta a moltiplicarsi ster-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 231

minatamente ; e si sarebbero alla fine precipitati


in miseria mille volte maggiore. Fu allora che
Malthus, forte intelletto, impaziente di queste esa-
gerazioni, afferrò alcune delle leggi numeriche con
cui si aumentano le popolazioni, e si spinse fino ad
asserire che non solo la carità, ma l’industria,
ogni forza la quale fomenti il crescere della popo-
lazione, preparava uno stato finale d’indigenza e
disperazione al genere umano ; poichè mentre li
uomini si moltiplicavano in ragione geometrica, le
sussistenze crescevano solo i n ragione aritmetica ;
e le due serie, sempre più discostandosi, dovevano
lasciare nel mezzo una voragine. I1 libro del Mal-
thus fece gravissima impressione ; ma si vide che
i suoi computi erano violenta astrazione d’alcuni
fatti sconnessi ; e ch’egli ragionava come chi nel
calcolo del moto non tenesse conto delle forze con-
trarie e delli attriti. Rimase però in piena luce il
vero, che la beneficenza publica non era questione
di mera pietà, nè cosa che lo Stato potesse abban-
donare a d arbitrio d i pinzochere ; poichè s’intrec-
ciava con tutte le radici dell’ordine civile, del di-
ritto penale, e della publica moralità.
Meno rigidi, Chalmers e Courtenay, cercarono
richiamare al sentimento l’arida questione del
tornaconto publico. Chalmers voleva introdurre
nelle moderne capitali un riparto d i rioni, che le
ravvicinasse alla condizione delle communi cam-
pestri, e sostituire alle tasse coattive la spontanea
beneficenza. Courtenay considerava l’aumento delle
popolazioni venir non solo da esuberanza di na-
scite, m e d a diminuzione di morti e d a prolunga-
mento della vita media, il quale & indicio di pro-
sperità ; disse, piuttosto che al numero delle fami-
glie, doversi riguardare alla loro condizione,
ch’egli faceva dipendere principalmente dalla mo-
a32 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI 11

ralità del vivere domestico; e quindi lodava si


promovessero i matrimonj.
L’illustre Bentham raccomandò pure le case
di lavoro; ma compativa alli indigenti fino a l se-
gno di studiare con quali modi d’onesto diporto
si potesse interrompere la dura serie delle loro
fatiche, 11 congegno però che egli propose, d’un
immenso appalto nazionale con diritto di costrin-
gere a l lavoro, non sembrò adattabile alla presente
società, poco paziente di soverchi legami.
Macculloch difese l’uso delle machine, l’opera
delle quali accresce l’effetto delle forze e la copia
delli oggetti giovevoli, libero restando alla società
d i far poi di questi il migliore scomparto; egli
dietro Locke, raccomandò sopratutto l’educazione,
che svolge la solerzia, l’onoratezza e la previdenza.
I Francesi non si misero di proposito in questi
studj se non a metà dello scorso secolo, spinti dallo
stato difficile al quale andava riducendosi l a cosa
publica. Miry raccomandò una saggia educazione ;
e Chamousset, il quale aveva prodigato in prove
di beneficenza le sue fortune, raccomandò di pre-
venire la miseria, piuttosto che recarle tardo soc-
corso. L’incendio del grande ospitale di Parigi
diede occasione a parecchi progetti; e piace incon-
trare in quelle benefiche controversie i nomi di
Bailly, di Lavoisier, di Laplace ; ma i documenti,
a cagione delle successive turbolenze, rimasero
manoscritti, L’importanza dell’argomento era sì
generalmente riconosciuta, che a d un concorso
dell’Accademia di Châlons nel 1777, si erano of-
ferte circo, cento Memorie, delle quali si publicò
solo un sunto, compendio di t u t t i i lumi di quel
tempo.
Crollato l’antico ordine delle cose, f r a i primi
sforzi a ricomporne un nuovo è a notarsi il Comi-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 233

tato su la mendicità, instituito il 21 marzo 1790


nell’Amemblea Costituente, per meditare un in-
tero ordine di publici soccorsi. Larochefoucauld-
Liancourt, v i espose il quadro dell’indigenza e del-
le opere pie i n t u t t a la Francia, dei regolamenti e
degli abusi, la necessità di reprimere i mendicanti.
e il progetto d’un’unica amministrazione. Ma que-
sta unità. non poteva agevolmente accompagnarsi
colla varietà delle instituzioni, dei luoghi e delli
uomini; e il vortice della guerra ne fece poi di-
menticare il pensiero. Però le varie fondazioni
vennero successivamente collegate ad un’ispezione
generale, e i regolamenti si vennero sempre acco-
stando all’unità. Duquesuoi, incaricato dal mi-
nistro Neufchâteau di raccogliere i migliori docu-
menti stranieri intorno alle opere pie, ne fece tre-
dici volumi. Verso il medesimo tempo Cabanis ra-
dunava le Osservazioni su l i ospitali.
Le società studiose mostravano predilezione
per siffatte ricerche. L’Academia di Mâcon pro-
pose a concorso: la beneficenza presso i popoli
antichi ; l’Academia di Parigi : i principj della
carità e le sue applicazioni alla morale E alla so-
cietà,; l‘Academia di Bordò: i modi di pr
la miseria ; la società della morale cristiana : i
modi d i migliorare lo stato delle classi lavoratrici ;
le nuova Academia delle scienze morali e politiche :
i modi con cui si forma e s i manifesta la miseria
presso le diverse nazioni. Fra le opere più notabili
sono : l’istoria dell’amministrazione d i soccorsi
publici, di Dupin; la povertà delle nazioni, di
Fodéré ; I’economia politica cristiana, di Barge-
mont ; la carità in rapporto alla morale e prospe-
rità del popolo, di Danneguy-Duchâtel; il p u p e -
rismo, di Morogues ; le cause economiche d e i fer-
menti popolari, d i Bouvier-Dumolard ; e Lainé
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - I l
nel 1819, e Gasparin nel 1837,diedero informazioni
officiali piene di merito scientifico.
I n Germania non essendo peranco sopragiunte
le urgenze civili dell’Inghilterra e della Francia,
la scienza pauperaria potè prender forma più dot-
trinale. Vi si fecero collezioni d i documenti d’ogni
paese, come suol fare in t u t t i li studj suoi quella
nazione; al contrario della nostra, la quale si
appaga spesso di studiare senza fatti e senza li-
bri. Friendländer publicò a Parigi nel 1822 un
indice dei libri di publica beneficenza. Tra una
folla di scrittori, si distinsero Glosser, Basedow,
Burdach, Benedict, Julius, Vogt, ed altri, che
porsero consigli al povero, o ne difesero l a causa,
o svelarono li artificj della falsa indigenza, o di-
mostrarono come prevenire in tempo la vera, o
studiarono il nesso della beneficenza publica col
governo, o proposero instituti agrarj ove i poveri
acquistassero istruzione, moralità e abitudine al
lavoro. Nella Svizzera, oltre a Fellenberg e Pesta-
lozzi, si distinsero i pastori Tescherin di Berna,
e Naville di Ginevra l’autore della Caritàd legale ;
e ai rese assai benemerita la Società d’utilità pu-
blica, la quale si aduna ogni anno, e diede già i n
luce ventotto Rapporti. L a stessa lode si deve alla,
Società olandese del ben publico ; nonchè ai rap-
porti che il governo belgico publica. annualmente
ed alli studi di Quételet e Ducpétiaux.
Quanto all’Italia e altre contrade meridionali.
De Gerando si lagna che li amministratori delle
tante opere pie vi si mostrino noncuranti della
publicità, in seno alla quale soltanto possono mol-
tiplicarsi i lumi. Rammenta però con lode la Bi-
blioteca spagnola d’economia politica di Sampe-
res e Guarinos ; varie collezioni italiane ; alcune
società scientifiche ; alcuni scrittori, come Petitti,
DELLA BENEFICENZAPUBLICA 235
Schizzi, Morichini, e qualche straniero che viag-
giando i n Italia vi osservò le molte e fiorenti no-
stre instituzioni; e rende giustizia alla scuola
italiana delli economisti, che mirò sempre nelle
me dottrine a l bene del maggior numero. Non cre-
diamo veramente che i n Italia scarseggino tanto
li scrittori d i publica beneficenza ; .piuttosto fra
noi manca la publicità alla publicità : vogliamo
dire, che molti libri giaciono ignoti per indolenza
di libraj e giornalisti, e vengono dati alle stampe
senza che possano dirsi dati alla luce.
Le numerose opere, t a n t o divergenti quanto lo
sono le parti civili e le sètte religiose, li interessi
delle varie classi, i pregiudicj, la mancanza di
principj generali, sparsero grande incertezza e
perplessità. Le cause della miseria non sono le me-
desime presso ogni nazione. Alcuni la videro prin-
cipalmente nell’ignoranza delle plebi, altri a l con-
trario nei subiti lumi che le svegliarono dalla na-
tiva stupidezza e l’accesero di nuove brame ; altri
nelle tasse male assestate, e gravitanti sulle neces-
sità della vita; alcuni nell’uso delle machine, altri
nelle loro insufficienza ; alcuni nella ineguaglianza
delle fortune, altri nella loro suddivisione ; alcuni
nel predominio delle grandi industrie collettive,
altri nella loro mancanza : alcuni nella concor-
renza delli stranieri, altri nel sistema protettivo
che soffoca il commercio e nutre l’indolenza e il
monopolio ; alcuni nella spinta data ai matrimonj
dei miserabili, a l t r i nelle dispendiose formalità
che li rendono malagevoli, e fomentano la prosti-
tuzione, il concubinato, e l’illegittimità ; altri
nella soverchia libertà lasciata a i poveri, e nella
loro affluenza alle grandi città; altri nelle vessa-
torie limitazioni di domicilio. I più trovarono
nella disordinata profusione dei soccorsi un per-
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
fido incentivo dato alli indigenti a riposarsi sulle
braccia altrui ; e chiamarono l’elemosina un com-
mercio che nutre l‘avvilimento, l’ozio, l’immon-
dezza dei pitocchi, e l’albagia del ricco. Altri
cercarono cause più profonde nell’ordinamento so-
ciale; e li uni, mostrarono speranza nella civiltà,
che moltiplica le ricchezze e le divide; li altri,
videro nei poveri un’orda di barbari, che surgendo
per ogni parte deve sommergere ogni proprietà e
ogni cultura. I n mezzo a codesti dissidj alcune
verità scaturiscono limpide ; e appare indubiamente
giovevole l’educazione dei poveri, la repressione
d’ogni mendicità, la fondazione delle casse di ri-
sparmio, e delle compagnie di mutuo soccorso, le
ritenute sui salarj delli impiegati d a rendersi in
forma di pensione, e le altre istituzioni siffatte, le
quali avviano il privato a provedere a sè, ponendo
in serbo i mezzi d’onorato riposo.
De Gerando considerò t u t t a l’azienda civile, e
tradusse nella publica beneficenza tutte le dot-
trine dell’arte sociale. Studiò nel primo volume la
indigenza come un fatto, e investigò quali radici
ella abbia nelli ordini civili e nella legislazione ;
nel secondo volume trattò dei modi di prevenirla ;
nel terzo dei modi d’alleviarla; nel quarto tentò
segnare quali parti spettano al magistrato, quali
alle associazioni e alla privata pietà. Noi per ora
possiamo perlustrare solo il primo volume.
Povertà è l’aver poco; indigenza è mancare
delle cose necessarie ; la povertà che non può più
sostentarsi colle sue braccia, diviene indigenza ;
se prima bastava protezione e lavoro, ora le si deve
alimento e asilo. I1 povero è sempre sospeso su
l’orlo di questo precipizio ; bastano le infermità,
li anni, la troppa famiglia, il rigore di u n a sta-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 237
gione, un contratto imprudente, un trascorso, una
carestia, un contagio, un’invasione nemica, u n are-
namento d’opere O di commercio ; e l’angusto con-
fine che divide la povertà dall’indigenza & varcato.
I1 focolare domestico si circonda di lamenti, di
rimproveri, d’amarezze ; lo scarso vivere logora
le forze e l’alacrità ; l’umiliazione conduce all’iso-
lamento; priva d’assistenza e di consiglio; il per-
petuo bisogno doma l’animo, snerva l’onore, e con-
siglia alla mendicità, alla prostituzione, a i delitto.
Le guerre, le inondazioni, li incendj, le grandini,
i disastri commerciali, le morti dei padri di fami-
glia avverano ad ogni momento queste calamità.
Qual’è il grado di stento al quale una famiglia
può resistere? Quali sono le necessita della vita‘!
Un selvaggio si sdraja in una spelonca, va nudo
alle intemperie, si nutre d’ogni schifezza, mano-
inette perfino la carne umana. Ma in seno alle ci-
viltà, in mezzo a campagne ridenti e città sfarzose
e liete, il povero deve avere un tetto, qualche sup-
pellettile, un po’ di foco, un po’ di lume; e per
essere accolto fra’ suoi simili alle opere della vita,
deve mostrarsi vestito com’essi. E se la sorte, o
la malizia altrui, o la sua colpa, lo ha fatto ca-
dere da certo grado d’agiatezza, deve conservarne
pure qualche faticosa apparenza i n sè P ne’ suoi:
altrimenti cadrebbe in disprezzo e abbandono.
Questi bisogni d’opinione e d’uso non si ponno
sottomettere a misura. Un cittadino non può cor-
rere scalzo, benchè la calzatura non sia natural
necessità, e i senatori antichi camminassero ono-
rati a gambe nude; una donna in città, non può
uscire senza certa acconciature; in certi paesi si
può vivere di pane, di patate, d i castagne ; ma in
altri le abitudini universali ingiungono men ru-
CATTANEO SCRITTIECONOMICI - ll
vido alimento. Una persona che mostri di non
avere ciò che t u t t i hanno, è mirata con dispregio,
e vorrà, finchè ha forza, preferire piuttosto la
fame e la sete ; e non ceder8 se non piombando ad
un tempo stesso nell’avvilimento. Ora, il punto
che divide questi gradi d’infortunio, varia per
ogni paese, per ogni tempo, per ogni persona.
Mentre alcuni soffrirebbero prima la morte che
l’ignominia d’andar cerconi, altri abbracciano vo-
lontarj vita mendica. Per alcuni è industria, re-
golare negozio; assumono i cenci della miseria
vulgare, o la decenza stentata delle famiglie de-
cadenti ; sanno usare l’eloquenza, l’adulazione, la
menzogna, il romanzo, le lacrime, le piaghe, l’in-
solenza stessa, e spremono d a incauta pietà ric-
chezze in misura quasi incredibile. L’Inghilterra
nel 1838 rimase stupefatta e vergognosa del famoso
vecchione di Lexden nella Contea d’Essex, che la-
sciò per frutto d’una vita mendica un millione e
mezzo. I n costoro la false indigenza more d a ava-
r i d a ; in altri nasce d a indolenza; in altri dal
disordine del vivere. Ora, tutto l’edificio della
beneficenza si fonda sul discernimento della falsa
miseria e della vera. È d’uopo saper dare il debito
valore a i lamenti delli uni, e al pudibondo silenzio
delli altri.
Ma finchè la mendicità si affaccia su le strade
e su li usci, la verace miseria] sfugge facilmente
alla vista. La mendicità confonde le apparenze, e
colle sue fallacie sparge il dubio e la diffidenza e
reprime la pietà. Quindi le leggi la dichiarano
delitto, e la reprimono anche nel vero indigente ;
poichè sarebbe mal esempio permettere alli uni ciò
che si punisce nelli altri ; un solo mendicante pri-
vilegiato muterebbe la legge in ingiustizia. La
plebe, che non ragiona sottile, pigliò più volte la
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 239
difesa dei mendicanti arrestati con manifesta par-
zialità.
Rimosse le incertezze che cagiona pratica
della mendicità, alcuni tentarono determinare i
diversi gradi dell’indigenza. Bentham distinse i
gradi negativi cioè i bisogni, e i gradi positivi ov-
vero i lavori ; e dalla differenza pecuniaria t r a le
due serie trasse le cifre: così fecero pure Eden e
Ruggles; m a non potevano ridurre a calcolo certi
elementi morali, giacchè non tutte le persone di-
sgraziate possono subire le stesse fatiche e io stesso
vivere. Vuolsi distinguere eziandio ciò ch’è neces-
sario a sostenere la vita, e ciò che può rimettere
a galla una fortune naufraga ; come sarebbe una
cura medica, o il dono di strumenti e materie pri-
me, o il noviziato dei figli in un mestiere. A chi
vive nel consorzio domestico può bastare minor
misura d i sussidj poichè il foro, il lume, l’assi-
stenza tornano communi a tutti. Una donna, per
sè, abbisogna d i due terzi del consumo d i un uomo ;
ma un uomo che si ammoglia, accresce solo d’una
metà la spesa domestica, e con un altro terzo ali-
menta un figlio. La regola suprema si è che la
condizione dell’indigente assistito non possa mai
tornar desiderabile al lavoratore imdipendente.
L’autore raccolse le valutazioni i n diversi pae-
si; ma i n questi particolari non potremmo tenergli
dietro. Diremo solo che i n Francia, per una fami-
glia di cinque persone ossia di t r e figli, valutò le
spese inevitabili a 840 franchi, ossia 45 centesimi
per giorno e per capo nelle città grandi; e a
581 franchi, ossia circa 31 centesimi per giorno e
per capo nelle campagne ; la maggior differenza
consiste nel vestimento e nel fitto. Poco diversi
riescono i calcoli fatti in Germania da Vogt; il
quale opina che nelle latitudini t r e il 45° e il 55°,
240 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - Il
li alimenti d’un povero corrispondono al valore
eventuale di due chilogrammi di pane di frumento,
o tre di pane di segale. Ciò darebbe, a i prezzi medj
di Francia e per l’uomo, 65 centesimi in città,
e 56 in campagna. Li alimenti della moglie equi-
valgono a due terzi di questo valore, e quelli di
ciascun figlio alla metà. Perlochè tutta la famiglia
costerebbe circa 42 centesimi per capo in città. e 36
in campagna.
Bentham studiò molto la classificazione dei po-
veri. Li divise prima in fanciulli, infermi e validi ;
suddivise i fanciulli in esposti, abbandonati, or-
fani, e così via ; cosicchè ne fece ben 44 classi ; ma
l’applicarle è opera minuta e malagevole. De Ge-
rando si ristrinse a minor numero di classi, e de-
sunse il punto di differenza dal diverso genere di
soccorsi. I1 f a c i u l l o abbisogna che gli si anticipi
un fondo d’educazione, e lo si separi talvolta dai
genitori per toglierlo al lezzo del mal esempio;
ma le sue necessità diminuiscono coll’adolescenza,
la quale può in parte provvedere a sè. I1 vecchio
abbisogna d’un sussidio crescente, a proporzione
che gli mancano le forze. Alcune infermità sono
temporarie ; altre non tolgono l’attitudine a certi
lavori; il sordomuto e il cieco possono rendersi
capaci di bastare a sè. Un miglior nutrimento
abbrevia le convalescenze e previene le ricadute.
I validi, rimasti senza lavoro per il caso di guerra
o di ristagno commerciale, possono sostenersi con
altra fatica, quando la beneficenza supplisca al
divario troppo grave delle mercedi, o li ajuti a tra-
sferirsi altrove e addestrarsi a nuovo mestiere. La
donna, che in famiglia presta un valore inestima-
bile coi minuti servigj, fra i quali può interporre
qualche opera di lucro, se esce dall’asilo fami-
gliare, appena può bastare a sè. Incinta, puerpera,
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 241
nutrice, madre di molta prole, appena può pre-
starsi al lavoro ; giovinetta, facilmente si lascia
sedurre ; vedova, O abbandonata, nella improvvisa
inopia perde animo e attività. Queste diverse sven-
ture vogliono diverso riparo. Bentham pose a
parte i lavoratori imperfetti, che son tali per de-
bolezza o imperizia o dabbenaggine o leggerezza,;
infelici, che non possono tener fronte ai più destri
e più giudiciosi; sempre i primi ad esser conge-
dati, ultimi a d essere chiamati, bersagli di ogni
vicenda. V’è una miseria intermittente, che ri-
torna coll’inverno, colle febri, colle gravidanze ; e
insieme alla quale devono apparire e sparire i soc-
corsi. V’è una miseria che può dirsi momentanea :
da ferita, da caduta, d a sequestro, da perdita
imprevista, d a errore, da traviamento e allora un
breve soccorso, anche solo un consiglio, previene
la miseria, o la solleva.
Talora l’indigenza giunge improvisa e mani-
festa ; talora s’insinua come tarlo ; però certi se-
gnali la precorrono. I1 giornaliero, che nella buona
stagione si trangugia tutto il suo stipendio; il
giovine, che nulla mette in serbo per le infermità,
per la vecchiaja, per la futura famiglia ; il padre,
che impreparato alla scadenza dei fitti, delle tasse,
dei debiti, vende le suppellettili o li strumenti ; il
povero, che prende a credito il vitto, non veden-
dovi dentro l’usura a cui si sottopone ; la famiglia
discorde, che si divide in più focolari: - sono
tutti su l a via del peggio. Al contrario il piccolo
riserbo, le provisioni fatte in tempo e comperate
con vantaggio perchè pagate, le prudenti spese e
le assidue cure e la scambievole benevolenza sono
indicj di miglior avvenire.
T r a le cause dell’indigenza la più generale
l’indigenza stessa,, la quale si perpetue nell’indi-

16 . CATTANEO Scritti economici. ll.


ECONOMICI - ll
viduo e si rigenera nella prole. Le fatiche sover-
chie, il triste cibo, il vestire insufficiente e im-
mondo, l’alloggio scarso di ventilazione e d i luce,
o mal difeso dalle intemperie, il disordine delle
vita, la depressione dell’animo, sono cause d’in-
fermità e decadimento. La prole malpasciuta,
aspreggiata, infermiccia, costretta a precoce la-
voro, o educata nell’esempio dell’infingardigia,
cresce senza speranze, in una stupida rassegna-
zione. I n alcune città il contagio si propaga di
famiglia in famiglia; l’indolenza popolare si vien
figurando una vita di elemosina come un tranquillo
porto; una metà della popolazione scola a poco
a poco nella lista dei poveri, e aggrava il languore
e le strettezze dell’altra metà.
Molti decadono per loro colpa, ma i difetti più
funesti non sono sempre più biasimevoli. Nuoce a
molti l’eccesso di fiducia, o il manco di prudenza ;
le facilità a sperare nell’esito delle cose ; l’impre-
videnza, delle malattie e dell’età, l’impazienza d’un
rigido e costante risparmio; anche soltanto l’ani-
mo inamabile, o timido, che non sappia cattivarsi
un amico o un consigliero. La pigrizia scema le
ore del lavoro, e la sua perfezione e la sua mercede,
e lascia fuggire le occasioni propizie; la vanità
si accumula sul capo impegni soverchi alle forze,
e si a t t i r a invidie e persecuzioni. Essa però non
abbrutisce come l’intemperanza, vizio delli animi
grossolani, flagello dei popoli presso i quali un
soverchio rigore vieta piaceri di più delicata na-
tura. Li ebriosi, spinti quasi d a forza fatale, non
sanno vincersi; deboli del corpo, torbidi della
mente, sucidi della persona, ispirano nausea. La
dissolutezza trasfonde nelle generazioni non nate
i più aspri malori ; le giovani incaute vanno passo
paeso fino ad un precipizio di disonore e di degra-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 2 43

dazione. Chi vive f r a i poveri si persuade che


molti mali vengono dall’abito del concubinato, in-
valso in alcune c i t t à ; fra le quali si vede allora
maggiore il numero dei ladri, dei vagabondi e dei
mendicanti. I figli illegitimi dei poveri sono già
per nascita in grado ulteriore d i miseria. ll gioco
considerato dalli incauti nostri padri come ren-
dita dello Stato, abbracciava nella ruina colpevoli
e innocenti. Meno manifesti ma più gravi erano
in Francia i danni delle lotterie, introdutte in
tempi di disordine verso il 1756 e abolite nel 1837.
Sottraevano alle famiglie cinquanta millioni al-
l’anno, mentre alle casse dello Stato fruttavano
solo dieci millioni. I1 povero vedeva solo la gran-
dezza della sperata quaderna, incapace di calco-
lare che gli stava inanzi la probabilità, di vincere
una volta sola in cinquecentomila e più ; a esau-
rire le quali combinazioni si richiede un migliaio
di vite. Ogni vizio divora denaro, tempo, attività,
credito, forze, ed apre adito alla povertà Anche
solo le abitudini vili bastano a togliere all’animo
quel vigore, per il quale, circondato d’angustie,
sa dissimulare, combattere, redimersi con l’atti-
vità ? la perseveranza.
Molti indigenti non hanno colpa del proprio
stato, avvolti dalle grandi vicissitudini del com-
mercio. Le guerre e le proibizioni intercettano
d‘improvviso le communicazioni, o avviano il traf-
fico per nuove strade e nuovi porti; il consumatore
si annoja d’un lusso troppo diffuso e vulgare; li
errori di lontane nazioni rifluiscono sul commer-
cio universale ; le imprudenze delli americani van-
no a ferire i tessitori d i Lione e i torcitori d’lta-
lia; le menti, inebriate da un raggio di fortuna,
si abbandonano a calcoli temerarj, che soverchia-
no i consumi e sconcertano l e produzione, e alle
44 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
eccessive dimande fanno succedere l’ingorgo e
l’ozio forzato.
Queste calamità s’aggravano più duramente sii
le mercedi infime, ossia su l’operaio men capace
di prevederle ; e deludono talora le aspettative più
sensate. Una lunga e sicura prosperità, inganna
l’uomo industrioso, e lo seduce a laute abitudini,
che poi non sa più dimettere. Le cure delli ammi-
nistratori degli Stati tornano spesso al contrario
della loro mente ; massime quando si arrogano d i
fissare i prezzi del vitto o delle giornate, e rego-
lare le importazioni e le esportazioni. Le leggi
emanate dalla Convenzione di Francia sul massimo
dei prezzi cagionarono la fame e il delirio popo-
lare ; le ordinanze della prefettura di Lione nel 1831
cagionarono immenso spargimento di sangue. Le
proibizioni d’uscita delle materie prime spaven-
tano l’agricultore, rallentano la produzione, e
preparano la scarsità, ; le proibizioni d’entrata in-
gannano i coltivatori con fattizia prosperità, scon-
certano l’ordine delli affitti, rendono insufficienti
i salari ; rincariscono tutte le produzioni dell’in-
dustrie e le rendono inette a sostenere la concor-
renza straniera,. Di queste immense miserie na-
zionali chi potrà d a r colpa all’infelice che vi
soccumbe?
A l peri delle variazioni nel prezzo dei viveri o
nelli stipendi sono dannose le subite variazioni
nei procedimenti delle arti. Le stesse invenzioni
mecaniche e le scoperte scientifiche che aprono
inaspettate fonti di ricchezza, al genere umano,
arrestano sul loro cammino le industrie antiche
abitudinarie, riducono il piccolo manifattore alla
condizione di giornaliero, e opprimono con vaste
e nuove combinazioni i minuti capitali.
La legislazione può in altri modi involgere nel
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 245
maggior numero il danno di famiglie povere. Dove
le strade sono cattive e il commercio scarso, l’agri-
cultore ha fatica a ridurre una parte del suo A-
colto in denari per pagare le tasse, Le corvate e i
servigi forzosi su le strade sciupano le braccia e
li animali, e cadono sempre con inugual peso. Le
subite contribuzioni di guerra, opprimono il po-
vero, come pure le tasse insolite, le quali non si
siano peranco incorporate col prezzo delle sussi-
stenze, cosicchè l’operaio non le possa pagare in-
sensibilmente e a minute frazioni. Alcune imposte
sui consumi non crescono colle rendite, ma, ben
al contrario, col numero dei figli ossia colle spese.
I1 servigio militare pesa sempre sui poveri più che
su i facultosi, perchè toglie alla famiglia le brac-
cia più vigorose, mentre il ricco o si redime con
sacrificio relativamente minore, o si apre nelle
armi carriera di maggior fortuna. Le leggi penali,
sia colle multe, sia colla prigionia, sono più dan-
nose al povero, il quale anche per sole trasgres-
sioni di caccia o di dogana perde quel credito che
gli è necessario a trovar lavoro. E la stessa pro-
tezione della legge gli torna costosa, e talora gli +
maggior danno l’ottener tardi ragione che il cedere
tosto a ingiusta pretesa.
La salute del lavoratore soggiace a mille pe-
ricoli, alle intemperie del cielo, alle tempeste del
mare, alli effluvi palustri, alle esplosioni, alle
esalazioni mortifere, al calore delle fornaci, alli
effetti d’un’aria rinchiusa e oscura. Alcune arti
impongono positure che angustiano il respiro, la
circolazione, la semovenza ; i tessitori, i calzolai,
i sarti danno massimo numero d’infermi alli ospi-
tali. La stessa divisione del lavoro, che ne accresce
tanto la potenza finale, riduce ciascun uomo a un
moto unico e uniforme. sfavorevole allo sviluppo
EO - SCRITTI ECONOMICI - ll
normale delle membra. I legislatori vennero i n di-
fesa dei fanciulli, venduti dai padri a precoce e
sovererchio lavoro. Nel 1833 si vietò in Inghilterra
d’affaticare i ragazzi minori di nove anni; si or-
dinò che fino ai tredici non lavorassero più di
48 ore per settimana, ripartite i n non più d i 9 ore
al giorno ; e che prima dei dieciotto anni non la-
vorassero più di 69 ore, ripartite tuttalpiù in
12 per giorno; si vietò il lavoro notturno, tra le
otto e mezzo della sera e le cinque della mattina ;
si prescrisse per la refezione il riposo d’un’ora, e
mezzo ; e per sottrarre i giovanetti all’abbruti-
mento in cui crescevano, si prescrisse ai padroni
di mandarli almeno due ore alla scola. Senza ciò
l’interesse dei manifattori a tenere in continua
operazione le machine, per cavare maggior frutto
dai capitali millionarii in esse investiti, avrebbe
operato una degenerazione morale e corporea di
t u t t a la, più misera plebe.
Nè vuolsi credere che i lavori a cielo aperto
siano sempre salubri. L’eccessiva, fatica delle mes-
si, l’assiduo sole, il mal cibo, le pessime eque, 10
spurgo dei fossi, le influenze autunnali, la nudità
dei piedi, l’umidità delli abituri, e altre cause
molte rendono le morti più frequenti nelle campa-
gne che nelle città. Questo si avvera anche f r a noi.
La Francia, ove la popolazione agricola, è a pro-
porzione il doppio che in Inghilterra, soffre mor-
talita molto maggiore ; e ira’ suoi medesimi dipar-
timenti, alcuni di popolazione principalmente in-
dustriale contano una sola morte sopra 47 e 48,
ed anche 50 e 58 abitanti; intanto che altri di
popoIazione affatto agricola- perdono annualmente
una vita sopra a 30, sopra 29 e perfino sopra 26.
Così la statistica dissipa le illusioni nate dall’ame-
nità campestre.
DELLA BEFICENZA PUBLICA 247
Pur troppo la mortalità va compagna, all'indi-
genza. Considerate le liste dei morti nei quartieri
di Parigi, se ne conta uno sopra 52 abitanti nel
circondario primo; sopra 48 nel secondo ; soqra 43
nei terzo; e sono i luoghi abitati dalle famiglie
facultose. Ma ove è molta la poveraglia, si trova
un morto sopra 30 abitanti nel circondario nono;
sopra 28 nell'ottavo, sopra 26 nel duodecimo ; co-
sicchè in questo le vittime della morte sono in
misura doppia che nel primo. E nei quartiere stesso
ove la strage è minore, f r a i pochi poveri che vi
abitano le mortalità è appunto d’uno sopra 28.
Le malattie trovano i poveri già fiacchi ed uv-
viliti, senz’agi e senza soccorso; il passaggio ai-
l'ospitale & già strapazzo, massime quando venne
ritardato d a ripugnanza o affezione domestica ; il
distacco dalla famiglia e l'improviso e vasto spet-
tacolo dei malori e delle morti abbattono l'animo
e affrettano le mortali estremità.
Non è vero che il numero delli indigenti cor-
risponda a quello dei delitti. Questi nella maggior
parte si commettono nell'età da 25 a 30 anni;
mentre su le liste dei miserabili si affollario i vec-
chi, li infermi, li orfani, i ciechi ; e ne occupano
tre quinti le soie donne. Solo il furto facilmente
s'accompagna alla, mendicità.
Quali nazioni han maggior numero di veri mi-
serabili? - E’ certo che alcune delle più opulenti
nazioni ne hanno le più numerose liste, o per ine-
guale scompartimento dei beni, o per disordine
di soccorsi. Ma le statistica è finora. oscurissima.
O i poveri non sono registrati; o si fanno iscri-
vere anche solo per andare esenti dalle tasse, senza
partecipare alle pubbliche largizioni ; o sono po-
veri di mera apparenza. e d'instituzione politica,
come i n Inghilterra, ove talora mangiano carne
248 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
e bevono tè, miseria invidiobile alla prosperità
d’altri paesi. I n questa incertezze delli elementi
sui quali fondare la numerazione, i1 Parlamento
volle informarsi di quanto accadeva altrove; e di-
ramò nel 1834 in t u t t i i paesi inciviliti del globo
una serie stampata di 63 dimande ; m e le risposte
riescirono negligenti, vaghe, dubie, non a t t e a
costituir paragone.
I n un medesimo paese le differenze mercantili,
territoriali o religiose, inducono gravissimo diva-
rio. I n Prussia, li indigenti fanno il 6 per cento
della, popolazione a Berlino, e il 20 per cento a
Colonia. Selle parti settentrionali della Francia,,
che pur sono le più ricche, ve n’ha numero otto
volte maggiore che nella orientale e centrale. Lilla,
nella pingue e laboriosa Fiandra, ha 51 mila in-
digenti sopra 71 mila abitanti. I n 29 dipartimenti
essi fanno dalla sesta alla ventesima parte della.
popolazione; in 38 variano dalla ventesima alla
trentesima ; in 19 si riducono da u n trentesimo a
un sessantesimo. La crescente prosperità e la
sollecita amministrazione possono ristringere que-
sta piaga. A Parigi prima della rivoluzione le li-
ste degli indigenti contavano quasi un quarto della
popolazione. Nel 1791 erano meno d’un quarto,
il 23 per cento; ma era pure un numero enorme
quello di 118 mila sopra mezzo millione d’abi-
tanti. Alla fine del regno di Napoleone la popola-
zione era cresciuta d’altri 180 mila abitanti, men-
tre il numero delli indigenti, diminuito di 17 mila,
era in ragione di 14 per cento. Nel 1829 la popola-
zione era cresciuta d’altri 136 mila abitanti ; e li
indigenti, diminuiti d’altri 39 mila, erano solo
il 7 per cento. Ecco una delle ragioni per cui le
classi nullatenenti. i sansculottes, che avevano
forza irresistibile nel 1791, hanno cessato di pre-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 249
dominare ai nostri giorni. Dalle identiche fami-
glie uscirono uomini i n condizione di proprietarj.
di trafficanti, di guardie nazionali. La piccola pro-
prietà fa la sicurezza della grande.
Egli è manifesto che fra due paesi di pari ric-
chezza, quello in cui la porzione riserbata ai ricchi
è maggiore, avrà più indigenti. Nella Scozia, lord
Bredalbane può camminare ottanta miglia in li-
nea retta, senza uscire dalle sue terre, s u le quali
vivono 13,600 abitanti, irrevocabilmente esclusi
dalla possidenza. Mentre i n Inghilterra e Scozia
solo una quinta parte dei padri di famiglia
(600 mila) ha proprietà di terre, in Francia vi
partecipano quattro quinti (5 millioni) ; le inscri-
zioni di proprietà nel 1831 erano 10,895,682. I pro-
letarj nella Gran Bretagna sono tre volte più
numerosi che i n Francia ; la popolazione respinta,
dalla possidenza si getta con ardore su la via
della, ricchezza mobiliare; ma gran parte ricade al
contrario su la lista dei poveri.
Ove le possidenze sono sottratte alla contratta-
zione, son causa che crescano i proletarj, tanto
più che dovendo per loro natura sempre estendersi
e non ristringersi mai, dovrebbero alla fine inva-
dere tutto il paese, e assorbire tutti i patrimonj,
intantochè la loro amministrazione produce mi-
no~’copia di viveri e di lavoro. Dopo la vendita
dei beni nazionali, I’agricultura francese impiega
un terzo di più di braccia. E qui non possiamo
trattenerci dal notare l’erronea, persuasione di De
Gerando, che in Italia il riparto equo delle terre
sia ritenuto in limite assai più angusto che in
Francia. Che anzi, la maggioranza della nazione
italiana ha preceduto di molte generazioni nella
suddivisione dei beni la Francia; e in molte pro-
vincie montuose si spinse all’ultimo limite dello
250 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
sminuzzamento. difetto commune delli stranieri
di applicare alla nazione intera ciò che si può
dire solo d’una, sua, minorità, ossia di quella, che
vive nella campagna di Roma in alcune provincie
napoletane, e in Sardegna e Sicilia.
La suddivisione della proprietà, stabile ha un
confine oltre il quale contraria l e produzione. Non
così può dirsi della mobiliare, la quale può com-
prendere qualunque infinitesimo risparmio ; e in-
teressare anche le infime classi all’ordine e alla
pace publica. Allora li infortunj generali cadono
sul margine dei risparmi fatti ; le turbe lavoratrici
non ricadono subito ad aggravio delle classi più
facultose ; l’esempio della proprietà laboriosamen-
te conquistata diffonde l’emulazione e la tempe-
ranza. E’ però illusione il credere che lo sviluppo
della ricchezza possa ottenersi senza diseguale ri-
parto. Se oggi a i stabilisse un livello generale, di-
mani si troverebbe già alterato; poichè li uni
avrebbero consumata oziosamente tutta la poi-
zione loro, mentre li altri v i avrebbero a n z i ag-
giunto u n risparmio. I1 ristabilire nuovamente
ogni giorno il livello sarebbe lo stesso che repri-
mere la solerzia e la temperanza, adeguandola
alla, sorte dell’inerzia e della voracità ; morta così
l’industria, s’avrebbe la miseria universale. Inol-
t r e la divisione del lavoro, fonte della perfezione
e abondanza, d e i produtti, involge differenze di
condizioni. All’andamento della grande azienda
umana hanno parte l’operajo, l‘amministratore, il
chimico, il matematico, lo scrittore, il giudice, il
medico, il soldato, lo stesso cameriere. I frutti si
partiscono variamente secondo l’importanza re-
race e supposta del servizio. La miseria stessa ag-
giunge impulso a i pigri, e colla vista delle priva-
zioni, dei patimenti, del disprezzo,, sveglia la pre-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 251
videnza, modera l’intemperanza, stimola a
della fame e del freddo. È a desiderarsi però che
all’impulso della brutta indigenza supplisca ogno-
ra più quello dei buoni esempj e dell’educazione.
Alcuni paesi, ritrosi all’equità civile e ri-
parto dei beni, trovarono nell’aumento della po-
polazione u n aumento di proletarj, com’era ben
naturale ; e quindi associarono l’idea del pauperi-
smo crescente e della crescente civiltà. Ma il fatto
si è che un buon lavoratore produce assai più che
non c o n s u m i ; il che appare se si paragona il nu-
mero delle braccia che Iavorano verametne, a quello
delle braccia che lavorano poco o nulla. Anzi le
belle esperienze di Peron provano che la civiltà
cresce efficacia alla forza muscolare. Si aggiunga
l’inestimabile potenza delle machine e dei motori
naturali, che d’ogni parte l’uomo va conquistando.
L’Inghilterra e la Francia, nel tempo che hanno
duplicato di popolazione, hanno forse decuplicato
i produtti. Nei vent’anni dopo il 1815, la popolo-
zione i n Francia si accrebbe d a 29 millioni incirca
a 34, ossia d’un sesto incirca, Ma il ricolto del
frumento s’accrebbe da 30 millioni d’ettolitri a
più di 70 millioni, cioè più del doppio ; laonde se
vent’anni f a il frumento era in ragione di un et-
tolitro per abitante, ora lo è in ragione di due.
Un ettaro di terra (dieci pertiche metriche, o circa
quindici pertiche milanesi) produceva allora in ter-
mine medio su t u t t a l a Francia ettolitri otto e
mezzo di frumento; ora ne produce fino a 13; e
in Inghilterra ne produce fino a 20. Inoltre si sot-
tomisero in Francia a nuora cultura quasi due
milioni d’ettari. S i aggiunga il bestiame che in In-
ghilterra si raddoppiò di numero in cinquant’anni,
cosicchè eguaglia quello della Francia, benchè que-
sta abbia una superficie d i d u e terzi maggiore: e
252 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
col numero crebbe la grossezza media) del bestiame,
per miglioranza di razze e d’alimento. I progressi
dell’intelligenza, applicata all’agricultura fecero
che il produtto dell’Inghilterra si valuti da taluno
e mille millioni più d i quello della Francia. E la
conseguenza si è che l‘indigente in Inghilterra è
più abondevolmente alimentato che il coltivatore
in Francia. Non è dunque il premio del lavoro che
manca al genere umano, ma bensì la volontà di
lavorare, d’applicare a l lavoro lo scienza, e di ri-
partirne con giustizia e con senno i frutti.
Senza dubio, a fronte dei giganteschi motori
inventati dal genio, l’uomo considerato come forza
materiale va perdendo valore, ma lo conserva e
lo accresce, considerato come forza intelligente.
Al lavoro solitario succede il collettivo ; una mano
lo coordina vastamente ; la sagacità del commercio
e l’attività delle navigazioni procacciano d a lon-
tane terre le materie e i consumatori. L’invenzione
ribassa il costo dei produtti e li rende accessibili
a nuove classi di consumatori, vale a dire, accom-
muna largamente al genere umano i godimenti ri-
servati per l’addietro a d una vita principesca. Le
grandi imprese, andando in cerca di salari bassi,
ossia di popolazioni ancora miserabili, rendono
sede d’industrie fiorenti certi villaggi, che manda-
vano un tempo i loro abitanti a mendicare. Code-
sti imprenditori, dopo aver pasciuto legioni d’ope-
raj, hanno interesse ad educarli; ch’è quanto dire,
ad avere strumenti di maggior pregio; e così su
la vita corporee s’innesta l a vita mentale: i l la-
voro sviluppa l’attenzione, le precisione, il giu-
dicio, e in certe a r t i anche le facoltà calcolatrici
e imaginative. I lavori industriali intrecciati a i
campestri riempiono le ore vuote e lo stagione
morta ; danno occupazione principalmente al fan-
DELLA BENEFICENZA PUBLICA 263

ciullo e alla donna, che non è più adoperata come


giumento ; dirozzano le famiglie ; attivano i ri-
sparmi, che alla fine dell’anno si traducono in
bestiami e scorte, mentre riparano alle incerte
messi, fecondano il seno della terra. A queste in-
dustrie appartengono il setificio, in tessitura, i
merletti, li orologi, i ventagli, le mobiglie : poichè,
mentre i lavori campestri sono limitati dal tem-
po, dallo spazio e dai progressi stessi dell’arte, i
lavori industriali non hanno limite.
La capacità produttiva dell’uomo e la vastità
dei globo sono tali, che per secoli e secoli la popo-
lazione potrà sempre dirsi rara. Ma è sempre ec-
cessiva ovunque non v’è industria. I paesi civili
vennero sempre invasi dalle orde nate nei deserti,
dalli Arabi, dai Goti, dai Mongoli, dai Turchi:
i popoli culti conquistano, sottomettono, ma non
invadono in turba se non le lande deserte del-
l’America e dell’Oceania per coltivarle. Li antichi,
arretrati nell’industria, tolleravano l’infanticidio
e l’esposizione ; e in Madagascar il soverchio della
popolazione si toglie ancora coll’immolare i fan-
ciulli. Coloro che temono l’aumento dei popoli,
sono quei medesimi che si spaventano della sover-
chia produzione. M a quando l’uomo è a un tempo
produttore e consumatore,. porta seco nascendo
ambo li elementi dell’equilibrio.
L’aumento delle nascite per sè non accresce la
popolazione, ogni qual volta va unito all’aumento
delle morti. Allora la vita umana è breve; le ge-
nerazioni si rinnovano rapidamente, il numero dei
fanciulli è maggiore i n confronto a quello delli
uomini atti alle fatiche; e la società è relativa-
niente più povera. Ciò rende poco lodevoli i fa-
vori accordati un tempo alla fecondità dei matri-
monj. Ove la vita è più prospera e più lunga, tal-
254 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - Il
volta è minore il numero delle nascite ed anche dei
matrimonj: vale a dire la popolazione si rinova
men di frequente, e conserva più a lungo li stessi
elementi. Lo stato conjugale diffuso nelle popola-
zioni fomenta però l’ordine domestico, promove
l’agiatezza, e prolunga la vita. Laonde non è sem-
pre lodevole la cura che pongono certi magistrati
a diminuire i matrimonj delli indigenti, tanto più
che giustificano la vita licenziosa, e moltiplicano
i parti illegittimi, i quali preparano una genera-
zione ancora più indigente.
Egli è vero che nelle continue mutazioni colle
quali l’industria, il commercio e l’intelligenza si
vanno sviluppando, molti infelici si trovano pre-
cipitati nell’inopia e vanno naufraghi tra le tem-
peste commerciali; è vero che le grandi intraprese
accumulano le dovizie in poche mani, e condannano
a vita proletaria molte famiglie; e a vicenda la
caduta d’un colosso industriale porta ruina a in-
tere popolazioni; ma questo appunto è il campo
ove si deve esercitare l a beneficenza. I1 bisogno di
soccorso è un effetto dello stato sociale, il quale
per l’uomo è seconda natura.
Senza asserire con Montesquieu che lo Stato
deve a t u t t i sussistenza; nè col Comitato d i Men-
dicità che lo Stato deve a tutti sussistenza e la-
voro, non diremo però con Malthus che la publica
carità seduce il povero. dandogli vane speranze ;
poichè la speranza, quando s’accompagna all’indu-
stria, diviene forza produttrice, e attiva l’umana
volontà, e contribuisce all’alacrità del lavoro e
alla perfezione dell’opera, ed è nell’industria ciò
che il valore è nella guerra.
Non dobbiamo atterrirci del pauperismo, os-
sia d’un aumento continuo ed irresistibile della
miseria, perchè, anche ove è aumento di povertà
DELLA BENEFICENZA PUBLICA
255
apparente, non ne consegue certezza che si au-
menti la povertà. Nei paesi, ove si fondano sta-
bilimenti per i sordomuti, i ciechi, i pazzi, si ma-
nifestano a untratto centinaia di questi infelici,
a cui prima non si badava. La publicità raccoglie
i fatti, non li crea, nè li moltiplica. Altronde
l’aumento innegabile della generale agiatezza ac-
cresce la quota che le popolazioni possono mettere
a parte per li infelici, allarga il circolo dei senti-
menti generosi, e fa parer povero chi non sarebbe
parso tale prima di quella nuova prosperità.
Considerando che il lavoro (d’un uomo operoso
sostenta una famiglia, e che gli si può crescere
efficacia colla potenza delle machine, coi lumi
della scienza, e colla velocità delle trasmissioni,
crediamo che quando la beneficenza publica con
opportuna educazione avrà reso utili lavoratori
tutti i capaci, essi basteranno a provedere anche
li altri. Che se la natura volle questi peso inerte
delle braccia altrui, li volle anche oggetto ed
occasione all’esercizio della beneficenza privata.**

** A questo studio seguì poco tempo dopo un bell’ar-


ticolo, che può dirsi una chiara sintesi dei problemi prin-
cipali dell’assistenza pubblica : Du paupérisme et de la
charité légale, etc. Dei poveri e della carità legale. Let-
tera circolare ai prefetti del Sig. De Rémusat, ministro
dell’interno. Parigi, Renouard, 1840 (« I1 Politecnico », I V ,
1841, pp. 159-167).
SII.
Del credito e della riforma monetaria.*

I n questo pregevole opuscolo un economista


italiano propone un principio tutto nuovo di mo-
netazione. Le sue premesse coincidono colle più
solide e prudenti dottrine intorno al credito ed
al numerario, nello stesso tempo ch’egli ne ricava
le più contrarie conseguenze. Noi, com’è del no-
stro instituto, ci faremo interpreti delle une e
delle altre, non senza imporci il carico di sog-
giungere qualche nostra opinione. Ecco come l’au-
tore vien ragionando.
I1 commercio, ossia il cambio delle cose, ori-
ginò la divisione dei lavori. D’allora i n poi l’uo-
mo coll’esercizio di un’arte sola, o della minima
porzione d’un’arte, potè procurarsi copiosamente
tutta la varietà delle cose bisognevoli. Un popolo,
nell’associarsi all’immensa azienda della produ-
zione universale, potè serbarsi indipendente, ed
esimersi dal livello d’una uniforme esistenza so-
ciale.
Nei cambj non si dimandano se non quelle cose
appetibili che sono in quantità limitata e in po-
tere altrui. Le cose che vengono richieste in cam-
bio, si dicono aver valore; le cose utili, ma non

* « I1 Politecnico », I, 1839, pp. 541-559. Ampia recen-


sione di Des crises financières et d e la réforme du système
monétaire: PAR CHITTI (Bruxelles, Meline, Cans et
Comp., 1839).
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 257

richieste i n cambio, perchè illimitate di quantità


e libere di USO, come cagion d’esempio l’aria, si
dicono di nessun valore. ll valore non dunque
l’utilità. I1 valore è la misura i n cui le varie
cose, possedute dagli uomini, sogliono venir date
in vicendevol cambio.
Quanto più il desiderio d’una cosa generale
e intenso, quanto più largamente gli amatori si
trovano provisti d’altre cose da dare in pérmuta
di quella, t a n t o più ne cresce la dimanda, ovvero
il valore. Al contrario quanto più una cosa è ab-
bondante e divulgata ed esibita in cambio da
maggior numero di persone, e quanto più scarseg-
giano le occasioni di ottenere in ricambio altre
cose, il suo valore diminuisce. Cosi la proporzione
tra la dimanda e l’offerta determina di giorno in
giorno il valore, ovvero il prezzo corrente, come
se una autorità suprema lo prescrivesse. Questa
legge ora promove ora allenta la produzione a
misura dei bisogni; e mette in armonica corri-
spondenza le indipendenti e sconnesse volontà
degl‘individui e delle nazioni.
La cosa che più comunemente si dà. in cambio
sono i metalli preziosi, non solo perchè originaria-
mente adatti a certi usi e diletti del genere
umano ; ma perchè limitati ad una quantità poco
e lentamente variabile, facili a riconoscersi con
sicurezza. incorruttibili, divisibili i n parti mi-
nime, e perciò atti a proporzionarsi con preci-
sione alle diverse quantità e specie delle Cose,
colle quali si cangiano. Cosìi i metalli preziosi,
oltre al valore di merce, ottennero il valore di
moneta, ossia di misura commune degli altri va-
lori. A questo fine si divisero in parti d‘un dato
peso, e d‘una data purezza, che diciamo monete,
o unità monetarie.
17 . CATTANEOScritti economici ll.
258 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
Quanto più col processo dei secoli la massa
dei metalli preziosi s’accrebbe, tanto più ribassò
il valore d’un medesimo pezzo di moneta; ossia
un maggior numero di monete si diede in prezzo
d’una medesima quantità di derrate. Se il nu-
mero dei pezzi a d un t r a t t o si duplicasse presso
t u t t e le nazioni, ogni pezzo varrebbe la metà. E’
lo stesso come se si allungasse o si accorciasse
il braccio che serve a misurare diverse stoffe.
I1 numero dei pagamenti, ossia il complesso
dei contratti, che si fanno in un dato paese e
in un dato tempo, richiede una data quantità
d’una certa specie di moneta, come il trasporto
d’una data massa richiede una certa quantità di
forza motrice. E se s’introduce nella circolazione
un maggior numero di pezzi, senza che ne cresca
a proporzione il bisogno e la dimanda, il valore
di ciascuna unita monetaria decade in propor-
zione. Ma il valore della massa universale della
moneta resta il medesimo, e corrisponde all’am-
monto delle dimande, ossia alla quantità delle
contrattazioni ; nulla importando che si suddi-
vida in un maggior o minor numero d’unità mo-
netarie. I1 che mostra l’assurdità del vecchio si-
stema mercantile, e della presente opinione di
Borsa, che mira sopratutto alla moltiplicazione
delle unità, monetarie.
Per lungo tempo i metalli furono l’unica ma-
teria veramente idonea a servir di moneta. Ma col
progredire del commercio, nei grandi emporj del
globo i pagamenti giornalieri giunsero a somme
così sterminate, che non fu più possibile prati-
carli in moneta metallica. Nei gran liquidatorio
di Londra (Clearing-house) talora i pagamenti
d’una sola giornata s’avvicinano a quattrocento
milioni di franchi, cosicchè riescirebbe material-
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 259
mente e assolutamente impossibile di numerare
e verificare il denaro sonante. F u quindi neces-
sità locale di girar da negoziante a negoziante i
varj crediti, e rappresentare con segni conven-
zionali i diversi pagamenti.
Altrove i negozianti deponevano il loro val-
sente in una cassa commune, P si trasmettevano
fra loro i segni di proprietà, in forza dei quali
chi abbisognava del contante lo riscuoteva.
Ma a poco a poco i proprietarj delle banche
non si appagarono più di mettere in giro una
quantità di segni che corrispondesse precisamente
al denaro che custodivano i n cassa. L’abuso era
così facile che venne convertito in regola. Le
banche più prudenti sono quelle che si appagano
eli promettere il triplo di ciò che posseggono. Però
le loro carte continuarono a circolare come rap-
presentativi di vera moneta : e così poterono esse
percepir l’usura di capitali che non avevano.
Che cosa è veramente un capitale? E’ una
massa di cose utili, che il proprietario non c o n -
suma, ma tiene in serbo: sia ch’egli le custodi-
sca nella loro forma primitiva sia che le cangi
o in altra merce più facile a conservarsi e a cam-
biarsi, o direttamente i n moneta metallica, O ari-
che in un semplice segno e titolo di credito; il
che avviene quando egli mette il capitale ad uso
altrui, sotto petto di restituzione entro un dato
tempo. ll nolo che allora ne ricava dicesi inte-
resse.
I1 corso alto degli interessi in un paese in-
dica sovente penuria di capitali. m a talora indica
all’opposto grande attività, e prosperità nella pro-
duzione. Così, per esempio, negli Stati-Uniti,
dove un terreno ubertoso s i compera a vilissimo
prezzo e si riduce facilmente a produzione, l'agri-
260 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
cultore largamente compensato delle brevi sue fa-
tiche, può cedere larga parte de’ suoi lucri al
capitalista, il quale gli fa scorta e lo abilita a pro-
vocare il ricolto ed aspettarlo. È chiaro che il
prestar denaro, o titoli di credito, è lo stesso
che prestare utensili, bestiami, case, terre, o altra
qualsiasi cosa che sia oggetto di cambio. Ma i
capitali, quantunque possano prender forma di
crediti e di promesse, sono sempre cose vere
reali, e non sono creazioni metafisiche, che si pos-
sano moltiplicare a d arbitrio, come van fantasti-
cando gli uomini della Borsa. Chi presta un titolo
fittizio, un segno rappresentativo di un capitale
che non possiede, può appropriarsi l‘interesse di
una cosa altrui, ma non può dar vita a ciò che
non esiste.
I1 credito, cioè la confidenza, facilita il pre-
stito dei capitali, che altrimenti rimarrebbero
molte volte inerti nelle mani d’un proprietario
sospettoso o maldestro. Perciò le instituzioni che
promuovono il credito. e s’incaricano di procac-
ciare impiego a i capitali, alimentano le forze
produttive; ma non creano i capitali. I1 credito
poi che uno nazione proba e giudiziosa gode al-
l’estero, le può procurar l’uso anche di fondi
, stranieri; e quando ella sappia ricavarne un
frutto maggiore dell‘interesse che paga, certa-
mente accrescono la sua prosperità. Ma in ogni
modo il credito non fa che muovere i capitali da
luogo a luogo ; e tenerli nel più continuo e frut-
tuoso impiego.
Nel seno d’uno Stato l’ammonto del credito
non può sorpassare la somma dei prodotti esi-
stenti e disponibili. E se per mezzo delle banche
gl’intraprenditori di nuove e grandiose operazioni
possono attrarre a sè grandi masse di capitali,
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 261

ossia di cose, quando ciò non avvenga sopra ca-


pitali rimasti fin allora sepolti nelle casse dei
privati, ciò deve riescire a scapito d‘altre indu-
strie anteriori. E quindi non è giovevole se non
nel caso, che codeste antiche industrie siano meno
lucrose di quelle, che vengono loro sostituite.
Allora la spinta del credito ajuta la nazione a
fare un più utile impiego tanto de’ suoi risparmj,
ovvero de’ suoi rapitali, quanto delle forze pro-
duttive de’ suoi industrianti.
Una banca spalleggia un nuovo fabricatore e
col suo credito lo abilita a incettare in piazza le
materie prime, e attende ad esserne rimborsata
quando esso potrà smerciare le manifatture che
ne avrà ricavate. Avviene allora che le persone
solite a provedersi a contanti quelle materie pri-
me, sono astrette per l’accresciuta dimanda a
pagarle più caro. S e proviene dunque un incari-
mento fattizio delle derrate, e un eccitamento
febrile degli organi della produzione, la quale in
questo suo sviluppo non ha séguito la legge della
dimanda. Nasce allora l’ingorgo, ossia una pro-
duzione intempestiva, nella quale l’incarito prezzo
delle materie prime e delle mercedi, congiungen-
dosi alla soverchia offerta delle manifatture ed
al loro avvilimento, priva il fabricatore dello
sperato compenso, e dei mezzi d i compiere verso
la banca il nolo e il rimborso dei capitali.
Ciò non avverrebbe, se le sovvenzioni delle
banche si misurassero sulla massa metallica, che
realmente si custodisce nelle loro casse. Allora
le cedole di banco non farebbero che tenere il
luogo del metallo; il quale rimarrebbe riposto in
salvo da ogni logoramento, mentre una moneta
d’egual valore, ma più agile e trattabile, faci-
literebbe le contrattazioni. Ma quando l’emis-
262 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
sione delle cedole si fa allo scoperto, essa ac-
cresce il numero delle unità monetarie, senza
accrescere il valore della massa totale, ossia la
dimanda. Allora l‘unità monetaria cade in ri-
basso. A cagion d’esempio, in un paese le cui
transazioni richiedano duecento milioni d’unità
monetarie, se si versano nella circolazione cin-
quanta milioni di cedole, senza ritirare e riporre
in tesoro una corrispondente quantità di pezzi
metallici, il valore dell’unità monetaria cade al
disotto del valore delle paste metalliche. V’è
dunque un margine di guadagno per chi esporta
la moneta o la fonde, fino a che siasi rimesso
l’equilibrio tra i bisogni della contrattazione e
la massa del numerario.
È vero che l’esporto dei cinquanta milioni
di metallo dà luogo all’introduzione d’un egual
valore di derrate le quali si mettono a disposi-
zione degli industrianti; ma il frutto di questo
capitale torna a lucro dei privati azionisti della
banca, in gran parte fors’anche stranieri, i quali
per mezzo delle loro cedole ne dispongono come
di cosa propria. Lo stato, preso in disparte dalle
banche, non avrà fatto che tradurre da metallo
in carta cinquanta milioni del suo numerario.
Del resto non bisogna poi nemanco esagerai.
l’asserzione che le banche sieno tanto efficaci a
dar moto ai capitali inerti; poichè i proprietari
hanno già, troppo interesse a non lasciarli lun-
gamente senza f r u t t o ; e mentre le somme rag-
guardevoli trovano facilmente a collocarsi ogni
giorno i n fondi publici, in azioni di società, in
cambiali, le casse di risparmio e d’accumulazio-
ne adunano ad ogni istante i più esigui ritagli di
capitale.
Invalsa la massima che le banche non devono
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 263

limitarsi a prestare il rappresentativo dei fondi


realmente deposti nelle loro casse, l’emissione
delle cedole a scoperto si va spingendo al punto,
che la minima vicenda basta a deprimerne il corso
al disotto del loro valore nominale. Nasce allora
la convenienza di cangiarle in metallo ; il ritorno
delle cedole desta sospetto nei più meticolosi ;
l’esempio propaga il timore e affolla i rimborsi.
La banca paga finchè rimane la speranza di cal-
mar gli animi; ma le sue casse possono trovarsi
già vuote quando ella raggiunge appena la terza
parte de’ suoi impegni; è forza dunque che si
dichiari impotente. Allora la carta rimasta in
giro diventa mera c a r t a ; il poco denaro resi-
duato in paese + insufficiente a ristabilir d’im-
provviso una circolazione t u t t a metallica ; manca
dunque il numerario ai contratti ; l’urgenza pre-
cipita le male vendite e i fallimenti; tutte le
transazioni si arenano, e la paralisi sociale dura
fino a che una ruinosa esportazione di derrate
giunga a richiamare in paese la necessaria scorta
metallica. Ma con questa esportazione le indu-
strie promosse dalla banca si trovano ad un
tratto prive della loro fattizia dote, e cadono
inaridite. Tutti gli avviamenti, le anticipazioni,
gli apparati vanno allora perduti; e la circola-
zione ristabilita non vale a rialzare quelle vaste
ruine, che lasciano negli animi una lunga im-
pressione di sgomento e di diffidenza. A questo
rapido annullamento del numerario, in conse-
guenza di smoderate emissioni di cedole, l’autore
applica particolarmente il nome di crisi.
Siccome poi, mentre attendeva alla pubbli-
cazione del suo opuscolo, intervenne lo sospen-
sione dei pagamenti della Banca Belgica, con
gravissime conseguenze non solo commerciali ma
264 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
eziandio politiche, così egli si trovò in debito di
notare, che codesto avvenimento calamitoso non
fu però una crisi, nello stretto senso da lui in-
teso, Infatti quella banca aveva venti milioni
di capitale effettivo, mentre le sue cedole cir-
colanti non giungevano ancora a t r e milioni, ed
ebbero tranquillo corso fino all’istante in cui per
altre cause la banca f u costretta a far punto. I1
fatto sta che i direttori aveano stabilmente in-
vestito in imprese d’industria i capitali, che per
condizioni potevano da un istante all’altro ri-
petersi dai proprietarj. E vennero veramente ri-
chiamati, appenachè divenne palese quell’abusiva
licenza. I direttori non poterono allora tener
fronte alle rapide e continue dimande di denaro.
La sleale condotta d’una banca che godeva som-
ma confidenza, perchè invigilata dai commissari
degli azionisti e dai delegati del governo, diffuse
nel publico uno spaventoso disinganno in un
momento di grave ansietà politica. Le intraprese
sussidiate dalla banca si trovarono senza appog-
gi: ; le cambiali protestate rifluirono sui ban-
chieri; tutte le società vennero scosse e incagliate ;
e la Società Generale potè reggere all’urto sola-
mente in virtù dell’immenso suo capitale e della
rara puntualità de’ suoi amministratori.
Con tutto ciò non vi f u quella strage di carte
che costituisce la vera crisi; le poche cedole cir-
colanti nel Belgio vennero redente coll’oro cu-
stodito nel tesoro della Società Generale, Perlo-
chè vi f u bensì sommo sgomento e ritiro violento
di capitali ; ma non vi fu annullamento subitaneo
del numerario. E il male non potè aver lunga
durata perchè i capitali tendono per loro natura
ad uscir dai nascondigli, e rimettersi in azione e
in ricavo. Si vide allora qual ventura fosse pel
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 265
Belgio l’aver solo piccola frazione del suo nume-
rario in carta, e averne la maggior massa i n me-
tallo. E l’autore pensa che il Belgio non può sog-
giacere a vera crisi finchè dura questo stato di
cose, ossia fino a che n o n abbia assorbito t a n t a
carta d a produrre l’esportazione della maggior
parte della moneta sonante. E qui si vedrà quanto
vada errato chi crede che l’uso prodigo delle
banconote sia condizione necessaria alla vita in-
dustriale. I n qual parte del continente l’industria
fiorisce più che nel Belgio? E l’industria francese
non fu ella fino a questi ultimi anni nella me-
desima situazione?
Ma postochè tutte le nazioni più ricche seni-
brano dover pervenire a quel punto, in cui la mo-
neta metallica non basterà più alla moltiplicità e
velocità delle transazioni, l’autore pensa che non
perciò le nazioni debbano investire i privati azioni-
sti di banche del sovrano officio di coniar moneta,
e lasciarli arbitri di sconcertare per ignoranza o
per avidità il vitale organismo del numerario. Essi
hanno niente meno che il potere di attingere col
mezzo delle loro banconote il denaro publico,
esportarne la maggior quantità, cangiarla in der-
rate da sovvenirsi con immenso loro lucro a i
nuovi industrianti, e appropriarsi così il frutto
d’una vasta parte del patrimonio publico. E quan-
do l’interesse privato ha spinto questa operazione
all’estremo limite, il paese sconcertato in t u t t i i
prezzi e in t u t t i i salarj per la profusione d’un
numerario che nulla costa, viene precipitato nella
crisi, che distrugge la sua fortuna al di dentro
e la sua riputazione a l di fuori.
Perlochè l’autore è di parere che la carta
monetaria non debba emettersi se non per conto
dello Stato, e che. con tutto il rigore e t u t t a la
266 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - l l
solennità delle leggi e degli ordini fondamentali,
se ne debba proporzionare la quantità al bisogno,
ossia alla massa delle contrattazioni, dimodochè
il suo corso non discenda mai sotto a quello del
metallo. Finalmente fa notare che se la carta rim-
borsabile suppone un deposito metallico sempre
pronto al rimborso delle banconote, ciò si riduce
a d una finzione, perchè non avviene mai che la
quantità, del metallo corrisponda veramente alla
quantità delle cedole circolanti. Propone adun-
que che si rinunci affatto alla falsa dimostra-
zione d’una carta rimborsabile; e che perciò la
carta non debba più essere un rappresentativo
della moneta metallica ; ma debba essa medesima
essere l a sola e diretta moneta dello S t a t o . E.
con poco espressive distinzione, chiama carta
monetata la carta rimborsabile, e moneta d i carta
la non rimborsabile da lui proposta.
L’idea di escludere affatto dalla circolazione
la moneta sonante erasi già proposta i n Inghil-
terra dal Ricardo ; ma secondo lui la carta doveva
esser sempre rimborsabile in verghe d’oro e d’ar-
gento; cosicchè la misure fondamentale dei va-
lori restava in ultima analisi nei metalli preziosi,
e vi s‘implicava pur sempre la finzione che la
massa del metallo vergato corrispondesse alla
quantità delle cedole. Nè Ricardo avrebbe potuto
attribuire alla carta un valor proprio e diretto,
senza contravenire al famoso suo principio, che
il valor delle cose dipende dalle spese di produ-
zione, e non dal rapporto tra l’offerta e la di-
manda. Laonde la sua non era una moneta legale,
ma un rappresentativo e un rivérbero del valor
dei metalli.
Nei grandi emporj commerciali il negoziante
preferisce spesso alla moneta legale le cedole dei
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 267

banchi, massime per la facilità di metterne in


portafoglio un enorme valsente. Ora, se la mo-
neta legale fosse essa medesima di carta, non vi
sarebbe più la ragione di preferirle in alcun caso
le cedole di codesti banchi, le quali infine non
sono per sè moneta, ma solo promesse di pagare
in moneta. Si dimanda dunque se con una materia
senza valore, com’è la carta, si può formare, non
già un rappresentativo di denaro, ma una vera
moneta.
Nelle monete d’oro, d’argento, di rame, vi
sono due valori distinti, il metallico ed il mone-
tario. Essi però tendono continuamente a d unifi-
carsi, perchè appena il valor monetario si eleva
minimamente a l disopra del metallico, i nego-
zianti fanno coniare altre verghe, per guadagnarvi
l’agio; e viceversa pei bisogni delle a r t i si fon-
dono a preferenza quelle monete in cui, a titolo
eguale, il valore corrente è più basso. Questa
somma facilità di accrescere e diminuire la massa
circolante per un impulso spontaneo del commer-
cio, riduce prontamente e continuamente le di-
manda della moneta, e quindi il suo valore, al
livello del valor metallico ; e f a suppor facilmente
che quello sia mera conseguenza di questo, mentre
è una conseguenze della dimamda, ossia della
proporzione fra l a massa circolante e i bisogni
della contrattazione. Perlochè se la, moneta fosse
anche d’altra materia, ma v i fosse una forza
costante che ne proporzionasse l a quantità. alla
d i m a n d a , il valore corrente di questo numerario
non metallico ben potrebbe farsi corrispondere
al valor mercantile dei metalli preziosi.
A mostrare che il pregio delle moneta non
dipende dalla. sua materia, ma dalla sua quan-
tità, l’Inghilterra offre un luminoso esempio. I v i
268 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
ogni privato può far coniare in zecca l’oro, ma
non l’argento. Per conseguenza la moneta d’oro
è un oggetto mercantile, che ha il medesimo va-
lore del metallo che le compone; cosicchè un
sovrano d’oro, che contiene 7318 milligrammi di
puro, suol valere altrettanti milligrammi d’oro
in verghe. Lo stesso sovrano ha il valore di venti
scellini, i quali contengono in complesso 104.530
milligrammi d’argento puro ; ma se lo si adopera
, a comperare argento non coniato ma della, stessa
finezza, vale 115.000 milligrammi, i quali baste-
rebbero a coniare più di ventidue scellini. Questo
maggior valore dell’argento monetato dipende
dalla sua limitata quantità e il governo potrebbe
elevarlo assai più, qualora ne ritirasse dalla cir-
colazione una considerevole quantità di pezzi, ov-
vero ne coniasse uno stesso numero, ma di minor
peso o di titolo più basso. Un simile esempio por-
gono dappertutto le monete di rame, le quali sa-
rebbero di soverchio peso e d’uso incommodo, se
il loro valore corrente adeguasse quello del me-
tallo. Perlochè nel Belgio un chilogrammo di
rame monetato ha ricevuto dalla zecca un valore
di cinque franchi, mentre con cinque franchi si
possono comperare due chilogrammi di rame la-
minato. Ma se un governo, stretto da un bisogno.
ne coniasse doppia quantità, nulla potrebbe im-
pedire che la moneta di rame non ricadesse tosto
a valere non più del suo metallo. Lo stesso av-
viene delle carte monetarie; poichè le note della
Banca d’Inghilterra, quantunque fossero emesse
nella quantità di 48 milioni sterlini nel 1810, di
60 milioni nel 1814, e di soli 40 milioni nel 1819,
ebbero sempre il valore effettivo di poco più di
10 milioni d’once d’oro; poichè l’oncia d’oro si
valutò successivamente ora a sterlini 4½, ora
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 269

a 5½, ora a 39/10, a proporzione della più O


meno profusa emissione delle carte ; ma il valore
della sua massa non potè. mai sorpassare il limite
sopradetto.
A ciò si potrebbe opporre che nei paesi in cui
si volle batter moneta di minor peso o di basso
titolo il corso del denaro si avvilì proporziona-
tamente. Questo è vero; ma fu perchè dalla stessa
quantità di metallo puro si volle ricavare un mag-
gior numero di pezzi; e così mentre l a massa
totale della monete conservò il suo primo valore,
ossia si conservò nella stessa proporzione colla
dimanda, si trovò suddivisa in un maggior nu-
mero di unità ; ciascuna delle quali per conseguen-
za ebbe a valer tanto m e n o .
I1 valore intrinseco non produce altro effetto
se non d’impedire che una moneta, o un’altra
cosa qualunque, decada a l di sotto del valore della
sua materia. Una moneta, un lambicco, un altro
oggetto qualsiasi di rame, conserveranno sempre
il valore di rame; il quale è ben altro da quello
che possono avere come moneta o come lambicco,
in forza dell’uso che prestano sotto una t a l forma,
ossia in forza dell’utilità e della limitata quantità.
Siccome la moneta è utile a soddisfare un impe-
rioso bisogno sociale, e può limitami a quella
quantità che si vuole, perciò può avere un valor
monetario diverso dall‘intrinseco.
I famosi assegnati di Francia erano pure ipo-
tecati sui beni nazionali, e ne venivano ricevuti
in prezzo. Ma la loro quantità, essendo propor-
zionata a l valor capitale d’una sterminata esten-
sione di beni, era affatto superiore al bisogno della
circolazione. Perciò l’offerta loro, essendo im-
mensamente maggiore della dimanda, produsse
un enorme avvilimento. La quantità della moneta
270 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - l l
circolante non deve essere proporzionata a d una
o a d altra parte della ricchezza publica, ma bensì
all’importo dei contratti, a l compimento dei quaIi
deve servire; come il numero dei carri che de-
vono trasportare le legna da fuoco, non deve es-
sere proporzionato alla vastità del bosco, ma bensì
alla quantità di legna che si vuol trasportare in
un dato tempo. Quindi appar chiara l a sempli-
cità di certi sognatori di borsa, i quali vorrebbero
arricchire il paese mettendo in giro carte, che
rappresentino qualche ramo del patrimonio nazio-
nale; e pretenderebbero sostenerle a d un corso
pari a l valore ch’esse rappresentano, quand’anche
la loro quantità eccedesse i bisogni della contrat-
tazione generale.
Quanto più la nazione s’inoltra nella sua pro-
sperità, la sua moneta deve rendersi capace di
servire a l pronto movimento di una maggior quan-
tità di valori. Perlochè deve fabricarsi di quella
materia che meglio giovi all’uso ; e se la fabrica-
zione si riserva all’autorità publica e vien ratte-
nuta nel limite di ragione, e resa d’uso legale,
verrà certamente d i m a n d a t a , e per conseguenza
avrà valore. Nè codesto valore dipenderà mai da
un decreto arbitrario, ma dalla suprema legge
dell’offerta e della dimanda, ossia dalla propor-
zione tra la sua quantità e il bisogno del paese.
Su questi fondamenti l’autore passa a mo-
strare, che la più opportuna materia monetabile
sarebbe la carta, perchè, in confronto del metallo,
più facile a numerarsi e trasportarsi e infinita-
mente più atta a racchiudere alto valore in pic-
col volume. Inoltre si risparmia la spesa del lo-
goramento del metallo, la quale si valuta annual-
mente al 1/8 per 100 della moneta d’oro, e ½
per 100 della moneta d’argento ; cosicchè un pae-
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 271

se, che conti duecento milioni di numerario me-


tallico può logorare ogni anno il valor d’un mi-
lione. Infine si potrebbe vendere all’estero tutta
massa circolante d’oro e d’argento, che si va-
luta pel Belgio a trecento milioni. E l’autore
soggiunge che torna lo stesso come se gli ante-
nati ci avessero lasciato le carrozze cogli assi
d‘argento, e noi vi supplissimo con assi di ferro,
che sono più saldi ed economici. Dimostra quindi
che questa moneta di carta sarebbe assai diversa
dalla vecchia carta monetata: e perchè non sa-
rebbe un ripiego di cirscostanza, ma un sistema
migliore deliberatamente adottato in seno alle
più favorevoli circostanze : e perchè non accre-
scerebbe la massa circolante, e quindi non cagio-
nerebbe ribasso di valute e sconcerto di contratti.
Laonde la nuova unità monetaria dovrebbe con-
servare il nome e il valore dell’antica, anche per
non contrariare le abitudini se non dove è stret-
tamente necessario ; e dovrebbe quindi conser-
vare il nome di franco, ed equilibrarsi in modo
che un chilogrammo d’argento puro valesse, come
al presente, 222 fr. 23 cent., ovverossia con un
decimo di lega valesse come al presente 200 fr.
Ma siccome tutto il nodo della cosa sta nel
conoscere precisamente il limite delle emissioni,
così queste dovrebbero stabilirsi per legge, solen-
nemente proposta e publicamente discussa e deli-
berata, e verrebbero governate da una commis-
sione monetaria. alla quale partecipasse l’auto-
rità legislatrice e l’amministrativa, e il corpo
commerciante e l’industriante. sotto pene rigo-
m e , che francheggiassero le coscienze a fronte
d’ogni seduzione.
Si annunzierebbe sei mesi prima l’epoca in
cui il metallo cesserebbe d’esser moneta legale ; e
272 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
t r e mesi prima si aprirebbero in ogni parte dello
stato officj di cambio reciproco t r a la moneta
metallica e la nuova carta, per conservar l’equi.
librio t r a i due valsenti. Dopo un certo intervallo
non si farebbe più cambio se non con verghe,
quando perì, venissero offerte sotto il limite di
222 fr. 22 cent. per un chilogrammo d’argento
puro, e di 3444 fr. 44 cent. per un chilogrammo
d’oro. E viceversa si riceverebbe la carta stessa
in ricambio di monete o verghe, che venissero
ricercate al pari.
Attivata la nuova circolazione, si chiudereb-
bero gli officj di cambio, ma la commissione mo-
netaria avrebbe l’incarico di comperare all’occa-
sione le verghe metalliche, per ristringere, ove
fosse d‘uopo, il giro del nuovo numerario, e così
sostenere il franco di carta al valore di gram-
mi 1½ d’argento puro, come il franco d’argento.
Ciò avrebbe luogo solamente in casi r a r i ; e la
differenza del prezzo di compra e vendita dovreb-
be compensare l’infruttifera giacenza del metallo.
Perlochè, se qualche paese vicino trascorresse so-
verchiamente nell’emissione delle sue carte, e con
ciò producesse un ribasso e quindi un esporto
delle monete, se ne potrebbe far compera al di-
Rotto del consueto corso, E quando poi il sopra-
venire della crisi costringesse quello stesso paese
a ridimandare precipitosamente il valsente me-
tallico, si avrebbe occasione di rivenderlo a più
elevato prezzo. Per tal modo il paese diverrebbe
quasi un emporio al commercio dell’oro e dell’ar-
gento; e gli altri vi ricorrerebbero in caso di
crisi, o di lontane guerre, o d’altro bisogno di
metallo, e se ne potrebbe formare un’industria di
zecca.
L’autore è persuaso che la materia metallica
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 273

espone l’unità monetaria a risentire le fluttua-


zioni del valor mercantile dell’oro e dell’argento,
mentre la moneta, come misura degli altri valori,
dovrebbe aver un valor fisso e indipendente. E
trova che se fosse stata, in uso la moneta di carta
al tempo della scoperta dell’America, non vi si
sarebbe introdotto sì enorme ribasso. Tuttavia
per gli spezzati e i piccoli saldaconti ammette-
rebbe poca moneta di metallo, e non vorrebbe mo-
nete di carta a l disotto di dieci franchi. M e co-
(leste specie metalliche non sarebbero che di lieve
peso e poco valore intrinseco; e si potrebbero
distinguere non tanto nella grossezza, quanto nel
colore delle varie leghe che vi si potrebbero ado-
perare.
Conchiude affermando che, se il Belgio per-
siste nel presente suo sistema metallico, dovrà
pel rapido sviluppo degli affari trovarsi in ne-
cessità di adottare le cedole bancarie, le quali,
assorbite progressivamente e copiosamente nella
circolazione, cagioneranno la esportazione del me-
tallo, e in séguito il periodico flagello delle crisi ;
il quale si può allontanare soltanto coll’abolire
in tempo e la moneta metallica e i suoi rappre-
sentativi, per sostituirvi una moneta nazionale
di carta.
Non t u t t i vorranno soscriversi a questa e ad
altre opinioni dell’autore ; ma nessuno potrà ne-
gare che nel corso del suo ragionamento egli abbia
messo in chiaro molte verità, non nuove certa-
niente, ma opportune a ridirsi e ripetersi in varj
modi, fino a che il senso commune degli uomini
non le abbia assorbite, e infuse nella pratica del
discorso giornaliero e degli affari.
Tra le cose non dimostrate appieno, nè forse
dimostrabili mai, si è quella che una moneta di
18. - CATTANEO.Scritti economici l l .
274 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
carte debba p e r sè avere corso più immutabile e
solido che quella di metallo. I1 valor della prima
dipende da molte circostanze estrinseche, non
foss’altro, dalla quantità delle emissioni ; il che
è come dire dagl’interessi, dalla opinione, e dalla
perpetua lealtà e vigilanza degli uomini incaricati
di regolarle. Al contrario il valore di quella mo-
neta sonante che serve a l commercio straniero,
cioè dell’oro sempre, e il più delle volte anche
dell’argento, corre parallelo al valore del metallo :
il quale dipende dalla sua quantità universale in
confronto del numero e della civiltà di tutte le
popolazioni della terra. Dipende adunque da un
fatto antico e perpetuo della natura e dell’uma-
nità, che si modifica solo nel lentissimo corso delle
generazioni, in modo che poco o nulla rilevano a
ciascuna di loro rodeste variazioni secolari.
U n a tale difficoltà viene implicitamente rico-
nosciuta anche dal sig. Chitti, il quale ripone al
di f u o r i della moneta stessa il fondamento di co-
desta stabilita, appoggiandola ai coritrapesi po-
litici. e riservando perciò la nuova instituzione a
quei soli governi che soggiacciono a publica re-
sponsabilità. Ma con ciò esclude tutte quelle na-
zioni incivilite, che son governate altrimenti ; ed
eziandio tutte quelle che possono per avventura
soggiacere alla invasione od all’influenza d’altri
stati. Resta poi a considerarsi, che nei governi
medesimi che hanno nome di responsabili, spesso
predomina una fazione, o almeno un partito ; che
i partiti non sempre si astengono di parlare e
operare nel senso degli speciali loro interessi; e
che spesso sono costretti a subire il predominio
di certi capi necessarj; e che in quest’ordine di
persone, alcune volte l’amore dell’opulenza vinse
quello della gloria e della dignità ; e allora le na-
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 275

zioni videro con cordoglio e stupore gli abusi del


telegrafo, delle confidenze diplomatiche. degli im-
prestiti nazionali, dei monopolj e delle tariffe
protettive ; e quindi potrebbero aspettarsi di ve-
dere anche gli abusi delle emissioni monetarie, e
più ancora quelli del mercimonio che l‘autore
vorrebbe addossare al governo sulle verghe d’oro
e d’argento, e sui conj delle vicine nazioni.
Ma senza far conto di queste corruttele, basta
pur troppo i l facile traviamento del publico giu-
dizio intorno all’opportunità di emettere nuovo
numerario o di rivocarlo. Egli h a ingiunto una
ardua condizione a l suo sistema, quando volle
supporre le nazioni tanto bene intese dei proprj
interessi; e non pose mente alle tante illusioni
publiche, che durano pertinaci, a dispetto della
scienza e dell‘esperienza. Trova egli forse che gli
Stati Uniti d’America abbiano assicurato gl‘in-
teressi del loro commercio, abbandonando la cir-
colazione allo sfrenato arbitrio dei privati? Chi
avrebbe creduto, che, dopo Adamo Smith. gli
Americani potessero indursi a stabilire dalle fon-
damenta un sistema di dogane protettive, il quale,
oltre a i danni economici, per poco non produsse
anche la guerra civile? Che importa che la scienza
esista, quando i pratici che trattano gli affari
si fanno pregio di non conoscerla, e vanno decan-
tando come cardini fondamentali i più manifesti
errori? La moneta di metallo porta seco un rego-
latore perpetuo nei valor mercantile della sua ma-
teria. Pare che le allucinazioni dell’umana debo-
Iezza, giungano a i sommo ogniqualvolta si parla
di carte. e si riducano a l minimo ogniqualvolta il
discorso si riduce a l metallo. F r a cento trafficanti,
a stento se ne trova uno, il quale non crede che
collo stampino delle banche si creino i capitali.
276 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
Ben pochi hanno la chiara e sobria persuasione,
che i vantaggi delle banconote sono unicamente
il commodo del minor volume, e l’economia sul-
l’interesse del metallo e sul logoramento della
moneta.
Dove l’autore parla dell’effetto della carta na-
zionale sul corso dei cambi coll’estero, dice che
« il commercio f r a le nazioni si riduce in sostanza
a un vero baratto di merci con merci; e non e
come quello dei privati, il quale si l’a con l’inter-
mezzo della moneta ». Veramente e le nazioni e i
privati devono bilanciare le compere colle ven-
dite, ossia cedere i prodotti che hanno, per ot-
tenere quelli che non hanno. Ciò si riduce in fin
del conto a un vero baratto, ma nel decorso delle
operazioni veste varie forme. Non solo un paese
non ha bilancio preciso d’esportazioni e d’impor-
tazioni con tal altro paese, ma in un dato inter-
vallo di tempo talora avviene, ch’esso non abbia
bilancio preciso con tutti quanti insieme i paesi,
coi quali si trova in commercio. Nel qual caso
se non si trova creditore, ma debitore, salda la
differenza delle merci esportando porzione della,
sua scorta metallica. Non è questo il caso attuale
e penosissimo dell’lnghilterra?
Quella nazione fa il massimo commercio col
minimo di moneta metallica, appunto perchè,
avendo un vastissimo giro d’ogni sorta di derrate
con t u t t e le parti del mondo, può quasi sempre
dar merce per merce a tutte le nazioni. Ciò non
possono fare i popoli cui il commercio è meno
esteso e vario; ed è questo un fatto al quale non
si è ancora ben posto mente da quelli che scris-
sero sulla diversa proporzione del numerario fra
le diverse nazioni. Ora avvenne che l’America
Settentrionale ingorgata di manifatture europee,
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 277

e bisognosa di contante per rianimare l’arenata


circolazione, preferì al consueto baratto la ven-
dita, e così estrasse dall’Inghilterra grosse somme
di metalli. Una straordinaria importazione di
grani dall‘Europa orientale si potè parimenti
saldar dagli Inglesi a contante. poichè il sistema
proibitivo, e la conseguente mancanza di dimande,
non permisero di potervi rimettere di slancio una
proporzionata massa di mercanzie. Ecco un altro
caso in cui il commercio da nazione a nazione non
si potè ridurre a pronto baratto, e dovè subir
prima. la forma di vera compera. Bisognò che
una gran nazione facesse pel momento ciò che
farebbe un privato, cioè pagare a contanti le
fatte compere, salvo a rincassare il danaro colle
successive vendile, quando verrà fatto di collo-
care una massa, di merci superiore al consueto
spaccio annuale.
La massa metallica è già in lnghilterra som-
mamente circoscritta, poichè non suol essere più
di mille milioni di franchi. I1 commercio dovè
dunque levarne quella parte che stava nei tesori
delle banche, per mandarla all’estero. Ma se i l
bisogno casuale, accresciuto dai timori dei pri-
vati e dal giuoco delle opinioni, dovesse conti-
nuarsi, si prevede che le banche, dopo avere esau-
sti i loro depositi, dovrebbero trarre a sè e porre
a disposizione del commercio, ossia degli stra-
nieri, anche la moneta giróvaga che si trova dis-
seminata nelle tasche d’ogni cittadino. La Banca
lo può fare facilmente, emettendo banconote di
minuto valore, per es., d’una sterlina o di due,
le quali verranno facilmente aggradite dai pri-
vati. Ma ognuno vede c h e , se le chiamate del de-
naro dovessero ripetersi, o dovesse sopravenire
un gran movimento militare, l a più ricca d i tutte
278 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
le nazioni si troverebbe nel caso di quei nego-
zianti che abbiamo visto, con lauti patrimonj,
e con magazzini pieni di preziose merci, cadere
in fallimento, non per alcuna perdita fatta real-
mente, ma perchè il magazzino non può far le
funzioni di cassa. Le nazioni, a l pari dei privati,
hanno dunque bisogno d‘una maggiore o minore
scorta metallica, con cui far fronte agli impegni,
e acquistai tempo di liquidare vantaggiosamente
le loro attività. Laonde se alla fine d‘un dato
periodo può sempre dirsi che il commercio è un
baratto. nel frapposto intervallo spesso riesce
vera, compra e vendita, e richiede insolite e re-
pentine importazioni od esportazioni di metallo.
Quanti? più le nazioni sono grandi e mercan-
tili, tanto più facilmente potranno trarsi d’im-
pegno colle varietà dei traffici, e men facilmente
subiranno codesti sbilanci ; perlochè potranno ope-
rare con minor quantità di contante, e fare mag-
gior commercio con minor capitale. Ma quanto
più sono piccole, ristrette al commercio di pochi
generi di derrate, inviluppate da prossime fron-
tiere, avranno maggior bisogno d‘intermezzo me-
tallico. A cagion d’esempio, se la Lombardia i n
un anno perdesse gran parte del suo ricolto di
sete, o non potesse smerciarlo prontamente, elle
dovrebbe pagare le sue solite importazioni di co-
loniali e d’altre merci estere con una parte della
sua scorta metallica; e prima di tutto in quel-
l’anno, per l‘angustia generale che ne dovrebbe
sopravenire, vi si vivrebbe con risparmio mag-
giore e con minori importazioni. La situazione del
Belgio, assai digerente per l’industria. è assai
simile per ciò che riguarda il commercio stra-
niero e l’incommoda vicinanza di molte frontiere.
Ora, quando arriverà codesta necessita di aver
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 279

contante, la carta sarà, sempre posposta al con-


tante, sia ch’ella porti l’impronto delle banche,
sia che porti quello della nazione; perchè il va-
lore vien dalla dimanda ; la dimanda dal bisogno ;
e la cosa di cui men s’abbisogna, non può avere
lo stesso valore d’un oggetto istantaneamente ne-
cessario. Ammettiamo dunque che la carta na-
zionale, proposta dall’autore, abbia molti vantaggi
a fronte delle cedole dei banchi, ella non sarà
per questo esente dalla suprema legge dell’offerta
e della dimanda e dal pericolo del diprezzamento
e del rifiuto. Ciò posto, come potrà servir ella di
campione, a preferenza di quelle materie per cui
sta l’opinione del genere umano, e che sono ad un
tempo merce e moneta?
Se l’autore non giunse a provare t u t t o ciò che
intendeva, egli provò certamente che nei grandi
centri commerciali, dove una porzione del nume-
rario si riduce i n carte, l’emissione di questa de-
v’essere piuttosto d’officio publico, com‘è di pii.
blico interesse. S o n f u poi superfluo l’aver ram-
mentato di bel nuovo alla poco mémore Europa,
che l’industria belgica, la quale occupa forse sul
continente il primo posto, visse e prosperò finora.
senza il precario fomento delle emissioni bancarie.
che molti riguardano pure come il primo spiro
della vita industriale.*”

** Sui problemi creditizi e affini si vedano le seguenti


notizie e recensioni dei Cattaneo : Sulle carte d i pubblico
credito dello Stato Romano (« Bollettino », agosto e set-
tembre 1833, p. a). - Succinto delle osservazioni del
sig. Ceva-Griamaldi sulla conversione delle rendite pub-
bliche di Napoli ( i b i d e m , ottobre e novembre 1836, L,
pp. 88-108), largo riassunto di un volume, al quale è pre-
messa la seguente pagina :
280 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
« Quello spirito d’imitazione che tanto impero eser-
cita sui privati e sulle nazioni, ha fatto surgere nel Re-
gno di Napoli il desiderio di una riduzione negli interessi
del debito nazionale; e il genio bancario lo h a promosso
caldamente, sperandone grandi rivolgimenti nella pub-
blica fortuna e larga scaturigine di guadagni. Gli scrit-
tori di publica economia, più numerosi in quello che in
qualunque altro Stato d’Italia forse perchè Iddio manda
i panni secondo il freddo, vanno agitando la gran con-
troversia; sicchè pare che per la prima volta la nazione
verrà a conoscere anzi tempo il fato che la Borsa le pre-
para. Fino ad ora tutti gli andirivieni e i meandri del
debito pubblico furono impenetrabili al gran numero dei
contribuenti e noti solo ai pochi eletti ad arricchirsene,
ovvero ai pochi studiosi che non corrono sulla via della
ricchezza. Le nazioni sono state predominate dall’arte
di pochi conteggiatori ; e anche nell’umile aritmetica,
infimo dipartimento della sapienza, si dimostrò il gran
principio che l’uomo tanto può quanto sa. I1 piccolo sa-
pere dei cambiatori & divenuto in Europa una potenza,
a domar la quale è necessario che gli scrittori ne rive-
lino alle moltitudini il facile e pedestre mistero.
Fra gli oppositori della riduzione venne in campo il
signor Giuseppe Ceva-Grimaldi con un libro sodamente
pensato ed elegantemente scritto (Napoli, tipografia Flau-
tina, 1836). Se porgiamo un sunto il quale riesci mala-
gevole in quantochè l’operetta già per sè concisa e ser-
rata mal si lascia compendiare senza riceverne guasto »
Un‘altra ampia recensione del Cattaneo riguarda i l
volume del COMTED’ESTERNO, Des Banques départemen-
tales e n France (Parigi, Renard, 1838) ed è pubblicata in
« I1 Politecnico »,1839, I, pp. 70-80, nella quale sono messi
in rilievo l’accentramento dei capitali a Parigi, l’alto sag-
gio dell’interesse dei prestiti nelle provincie, il monopo-
lio della Banca di Francia con i loro dannosi effetti sul-
l’industria e sul commercio e ne & individuata la causa
prima nella politica arbitraria di Napoleone. Si concorda
con l’autore sulla utilità d i libere banche dipartimentali.
Si vedano pure del Cattaneo le seguenti recensioni:
Intorno ad un programma di un prestito di cinquecento
DEL CREDITO E DELLA RIFORMA MONETARIA 281
milioni a pari e senza onere d’interessi, a proposito di
uno studio di F. V. pubblicato presso Pietro Agnelli, Mi-
lano, 1861 (« I1 Politecnico », 1861,SI, pp. 226-228) - in-
torno al credito personale e a l credito reale e alle loro
fasi (ibidem, 1860, IX pp. 655-664), largo riassunto di un
volume di L. B Borsellini, pubblicato a Bruxelles, Libr.
Polytechnique, 1860.
Un bell’articolo. Del debito in Inghilterra, d e l suo
accrescimento, e della riduzione successiva del relativo
interesse (« Annali », 1836, XLVIII, pp. 129-157), anonimo,
potrebbe essere segnalato in queste note; ma, a prescin-
dere dal fatto che il Levi lo ignora, pare dubbio che
possa essere del Cattaneo.
XIII.
Sul numero dei sensali in Lombardia: opinione d'un
primario negoziante.'

Le opinioni dei savj pratici coincidono sempre


colle buone teorie, ogni qualvolta un privato in-
teresse non intervenga a modificarne lo schietto
e spontaneo giudizio. La fallace economia peda-
gogica s'incarica di bilanciare le esportazioni e le
importazioni, le materie prime e la manifattura,
il numerario e i contratti: e così senza avvedersi
involge gli Stati in una rete di regolamenti, che re-
primono il moto vitale della società, e in una rete
di contravenzioni e di pratiche clandestine, che
avvezzano il vulgo a odiare ed eludere la legge e
patteggiar colla morale. Ma il commercio e l'in-
dustria, non conoscendo altre regole che il torna-
conto e la sicurezza, prendono sempre più vigo-
rosa vegetazione all'aria libera, che in siffatte
serre calde. E quindi dopo un certo intervallo di
tempo si vedono tanto languidi dove soggiacciono
al tormento della smania precettiva, quanto po-
tenti e floridi in seno alla libera concorrenza.
Allora il mondo meravigliato vede gli antichi em-
porj del globo abbandonati al silenzio ed alla mi-
seria, e le ricchezze accumularsi sopra uno sco-
glio, o in mezzo alle paludi, o in un piccolo ter-

* « ll Politecnico »,1839, ll, pp. 94-96.


SUL NUMERO DEI SENSALI IN LOMBARDIA 283
ritorio che per caso si trovò obliato tra le fron-
tiere di vasti imperj. Gl’interessi della ricchezza,
come i riguardi della morale, richiedono del pari
che le regole vincolanti siano dirette unicamente
stabilire la publica sicurezza, e non mai a dar
una determinata e forzosa direzione a l corso degli
affari e all’esercizio delle professioni,
La legislazione francese, derivata ancora in
gran parte da fonti troppo antiche, vincolando il
numero degli agenti di cambio e d’altri interme-
diarj, sottopose il commercio al monopolio di que-
sti suoi servitori. I loro guadagni sono in ragione
inversa del loro numero, piuttosto che in ragione
diretta della loro abilità, e del loro zelo; quindi
in essi indolenza, orgoglio, fortune non meritate.
La nuda patente diviene un capitale nelle mani
dell’uomo inerte, il cui ministero è necessario al-
l’uomo industrioso. Ogni giorno l’industria si svi-
luppa, si moltiplicano le strade, i prodotti acqui-
stano valore, i contratti si moltiplicano: ma il
numero degli intermediarj privilegiati non può
crescere proporzionalmente ogni giorno ; epperò
divenendo ogni giorno più sproporzionato al mo-
vimento delle cose. diviene tanto più lucroso e
oppressivo. Allora il patentato copre col suo pri-
vilegio una banda, di commessi e d’agenti subal-
terni, specie di vassalli, o di schiavi, del cui la-
voro egli s‘impingua senza merito e senza fatica.
Così il numero degli intermediari cresce real-
mente a proporzione delle faccende; ma contro
la mente del legislatore, tende a dividersi in due
classi, di chi lavora e guadagna poco, e di chi
non lavora e guadagna molto. Questo stato di cose
ruinoso e immorale viene energicamente espresso
, dal popolo nei vecchio proverbio, nato sotto il
dominio dei privilegi spagnuoli: chi lavora ha
284 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
urta camicia; chi non lavora ne ha due. Diciamo
immorale anche perchè al disotto di queste due
classi se ne propaga una terza, che vive in guerra
con ambedue, e cerca ghermir loro in secreto, e
sotto le forme dell’illegalità, quella parte di la-
voro e di guadagno, che l’uomo oculato e vigi-
lante giunge sempre a scoprir o ad occasionare,
I n oggetto di tanto momento lasciamo volon-
tier parlare uno dei nostri primarj negozianti,
che, chiamato a dire la sua opinione, così si
espresse in iscritto :
«I sensali di seta o bozzoli, e così dicasi di
ogni genere di mercanzia, sono per i commercianti
uno strumento necessario alle loro transazioni
coi proprietarj e viceversa; mentre col loro mezzo
i primi sanno mettere la mano sul genere che loro
manca, i secondi sanno trovare gli applicanti ai
prodotti che loro rimangono invenduti; ed en-
trambi godono il vantaggio di vedere appianate
le difficoltà, che insurgono nelle trattative. Ciò
ammesso, siccome l a mente del legislatore fu
quella sempre di dare la più ampia estensione ai
prodotti ed a l commercio del suolo lombardo, così
lasciò libero sempre l’esercizio alle contrattazioni.
Nacque da ciò che col crescere dei prodotti stessi
va ogni giorno sempre crescendo il numero dei
commercianti. Or dunque, perchè mai dovrà per-
mettersi un illimitato numero di produttori e
compratori, nel tempo stesso che si proscrive
l‘ádito a d un proporzionato numero d’interme-
diarj e d’agenti? E’ altresì da notarsi, che fra i
sensali che godono di un privilegio d i patente
avvi un numero ben vasto di quelli, che o non go-
dono la confidenza dell’uno o dell’altro dei con-
traenti, o mancano di quei mezzi naturali, che
sono indispensabili in questo ramo di affari, il
SUL NUMERO DEI SENSALI IN LOMBARDIA 286

che arreca molte difficoltà nelle contrattazioni.


Dietro questi riflessi pertanto non solo sarebbe
conveniente aumentare il numero dei sensali, ma
altresì lasciarne libero l’esercizio a chiunque dalla
natura trovasi chiamato a questa carriera, pun-
to non dovendosi dubitare che la natura stessa
stabilirà l’equilibrio del numero coi bisogni ge-
nerali del paese. - Sarebbe del pari prudente
cosa l’assoggettare anche questa classe d’indu-
stria a tasse proporzionate ai loro profitti, a sol-
lievo così degli altri esercenti. - Dietro questi
principj, verrebbe tolto il difetto delle clande-
stíne contrattazioni, il commercio sarebbe vieppiù
protetto, e con ciò l’impulso alle produzioni sem-
pre più garantito i).**

** Sull’argomento il C. ritorna con una successiva


nota polemica: Sul numero dei sensali i n Lombardia. Ri-
sposta alle dimande inserite d a l Sig. X nell’Appendice
Sella Gazzetta Privilegiata d i Milano ( « 11 Politecnico »,
1839, 11, pp. 378-3112).
XIV.
Delle correzioni da farsi
alla base del sistema metrico.*

i popoli inciviliti, forse per un malinteso or-


goglio, trascurano tuttora d’adottare un commu-
ne modello d i pesi, di misure e di monete, il
quale, oltre a render facili e precisi i ravvicina-
menti scientifici e industriali d’ogni maniera,
toglierebbe alla malafede il pascolo giornaliero
ch’ella ricava dalla moltiplicità e confusione dei
diversi sistemi, trasmessi a noi dai secoli bar-
bari. Inutilmente un consesso di scienziati de-
terminò sul popolare fondamento dell’aritmetica
decimale un sistema completo, connesso ed ar-
monico, il quale, essendo dedotto d a puri dati
naturali, potrebbe convenire egualmente a tutte
le nazioni. Benchè stabilito sin dalla fine dello
scorso secolo, esso non è ancora invalso se non
in un ristretto numero d’usi civili, in alcune parti
della Francia e dell’Alta Italia. I dotti vanno
scusando l’inerzia delle rispettive loro nazioni
con varii pretesti scientifici. Essi allegano, a ca-
gion d’esempio, la men completa divisibilità del
sistema decimale in confronto del duodecimale.
M a ciò non riguarda il sistema dei pesi e delle
misure, bensì il sistema di numerazione ch’è coni-

* I1 Politecnico », 1840, lll, pp. 280-285.


((
DELLE CORREZIONI AL SISTEMA METRICO 287

mune al genere umano. l l numero duodecimale


sarebbe incommodissimo nelle moltipliche e nelle
divisioni. E quindi era necessario conformarsi al
decimale, per poter ridurre tutto il calcolo delle
frazioni al calcolo dei numeri interi.
Di recente gli oppositori dell'uniformità mo-
strarono grande esultanza che si sia, scoperta
un’imperfezione nei calcoli fatti per porre il si-
stema metrico in rapporto colle dimensioni del
globo terracqueo. Ma veramente il rapporto del
metro a l meridiano terrestre è cosa affatto se-
condaria, anzi di poco momento alla utilità pra-
tica del sistema. E posto eziandio che fosse di
molta importanza, basta il saperlo, e quindi sot-
tintendere un diverso dato perchè la correzione
sia fatta di per sè. ll lettore studioso forse ag-
grandirà che, giusta l'instituto del nostro giorna-
l i ~ , qui si porga una semplice spiegazione della
cosa.
La base del sistema metrico è una misura che
si disse metro. Dal metro lineare, che serve a
misurare le lunghezze e larghezze, si deduce il
metro quadro, che serve a misurare le superficie,
e il metro cubo, che serve a misurare i solidi. Il
metro si suddivide in decimi, centesimi, mille-
simi, e così proseguendo fin dove si vuole, e fino
a raggiungere non solo gli oggetti più microsco-
pici e le minuzie invisibili, ma, le più forzose
speculazioni. Queste particelle del metro si chia-
mano d e c i m e t r i , centimetri, millimetri ecc. Vi-
ceversa il metro, moltiplicato per dieci, per cento,
per mille, per diecimila, produce le misure agra-
rie, stradali e geografiche, cioè il decametro,
l’ettametro, il chilometro, il miriametro.
Dal metro quadro si dedusse un'ulteriore unità
superficiale, cioè l'aro, che vale dieci per dieci, os-
288 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
sia cento metri quadri. L’aro moltiplicato per dieci
dà il decaro, o pertica metrica censuaria di mille
metri quadri : quindi l’ettaro (hectare) O torna.
t u r a metrica di diecimila metri quadri. E per si.
mil maniera il metro cubo prende anche il nome
di stere ; ma di questo nome non si fa uso.
Un decimetro cubo si chiamò anche litro; e
servì d’unità per misurare i liquidi; e moltipli-
cato per cento diede l’ettolitro, o soma o brenta
metrica; un metro cubo equivale a mille litri
E così la misure dei liquidi venne a identificarsi
con quella dei solidi.
Per egual modo dal peso d’un centimetro cubo
d‘acqua distillata e ridotta alla temperatura
di +4°,1 C. sotto la quale essa occupa il minimo
volume, si dedusse l’unità del peso, che si chiamò
grammo; e moltiplicato per mille diede il chilo-
grammo, o libra metrica, di circa 36 once no-
strali. Cento chilogrammi fanno un quintale me-
trico ; e dieci quintali fanno una tonnellata, che
rappresenta un metro cubo d’acqua.
Finalmente procedendo sempre sulla medesi-
ma base, preso un chilogrammo d’argento non
puro ma legato con un decimo di rame, e divisolo
in duecento parti, ognuna d’esse pesò 5 grammi,
e si chiamò franco, o lira italiana, e servì d’unità
monetaria.
Si vede che il metro è un elemento costante
ch’entra mediatamente o immediatamente in tutti
i calcoli delle distanze, delle superficie, dei soli-
di, dei liquidi, dei pesi, delle monete. Gli altri
elementi fisici sono il volume e il peso dell’acqua
distillata e ridotta a + 4°, 1 del termometro, e
la lega decimale dell’argento monetato. Ma è
chiaro che invece di questi ultimi dati, i fonda-
tori del sistema metrico avrebbero potuto sce-
DELLE CORREZIONI AL SISTEMA METRICO 289

glierne altri,' per esempio, invece del volume del-


l’acqua distillata, potevano assumere quello d'un
dato peso di mercurio o d'oro, e invece della
temperatura + 4°, 1 ovvero invece dell'argento
al titolo di 900, potevano prendere un altro dato
qualsiasi. Ma si vede che vennero diretti da un
principio di certezza, di semplicità e di facilità.
La stessa libertà essi avevano quando stava-
no per determinare la misura fondamentale, ossia
i l metro. Avrebbero potuto appigliarsi alla tesa,
o al p i e d e , o al braccio di qualunque paese; e ne
sarebbe venuto sempre un sistema opportuno agli
usi della vita, e alla speditezza e connessione del
calcolo. Ora essi pensarono di assumere una
parte aliquota della circonferenza della terra,
del che si trova già esempio nelle misure dei più
antichi popoli. Misurarono la distanza dall'equa-
tore al polo, ossia la quarta parte del meridiano
terrestre, e lo divisero in dieci milioni di parti,
che chiamarono metri. Ben s'intende che invece
di prendere il quarto del meridiano e dividerlo
decimalmente, avrebbero potuto prendere una
parte decimale dell'intero meridiano ; ovvero una
parte del diametro della terra sotto l'equatore,
o del diametro minore da polo a polo, o del dia-
metro medio, e così discorrendo. Essi preferi-
rono partire dalla distanza fra l'equatore e il
polo, per unificare il sistema generale delle mi-
sure colle osservazioni marittime e colla base
principale delle carte geografiche, ossia colla la-
titudine. E infatti d'allora in poi invece di di-
videre la latitudine unicamente in 90 gradi di
60 minuti o miglia italiane, ciò che si chiama
divisione sessagesimale, vi si sostituì una divi-
sione decimale in cento gradi di cento chilome-
tri di mille metri ciascuno. Così colla rapidità
19 . CATTANEO.Scritti economici. ll.
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
del lampo ognuno può risalire dalla grossezza
d’un filo alla estensione del globo.
Dai calcoli che si fecero allora, risultò che il
quarto del meridiano equivale a tese france-
si 5130740. Questa cifra si divise per dieci milio-
ni, e così si sostituì il metro matematico. E per
avere un modulo legale che servisse per gli usi
civili, si costruì con estrema delicatezza un me-
tro di plátino colle rispettive sue suddivisioni,
e si depose negli archivj publici, perchè servisse
commercio e delle arti.
Ora si sa. che i metalli a seconda della tempe-
ratura si dilatano o si contraggono. Bisognò dun-
que stabilire sotto qual temperatura il metro
modello, che si voleva costruire, dovesse servire
di campione legale, ossia sotto qual temperatura
rappresentasse la decimilionesima parte della la-
titudine terrestre. E si stabilì la temperatura
del ghiaccio che si fonde, come cosa facilissima a
riscontrarsi.
Intanto la cognizione della. terra si andò sem-
pre più perfezionando ; s’inventarono nuovi stru-
menti, si resero più precisi gli antichi, si molti-
plicarono le osservazioni, si paragonarono e si
collegarono f r a loro i diversi calcoli. Infine ap-
parvero sempre più chiare le irregolarità della
superficie terrestre; e, quel che più, si scoperse
che le convulsioni geologiche, che avevano for-
mato gli altipiani della terra e gli abissi del
mare, benchè ridotte a movimenti impercettibili.
non erano del t u t t o estinte. (Vedi il numero V
del Politecnico).
Dopo un mezzo secolo di studj ora viene a
chiarirsi, che gli astronomi francesi, nel misu-
rare in mezzo alle guerre l’arco del meridiano.
DELLE CORREZIONI AL SISTEMA METRICO 291
da Parigi attraverso ai Pirenei fino a l Monte
Jouy di Barcellona, hanno fatto un’omissione d i
33 tese, cioè circa 62 metri; e che nel misurare
lo spazio di mare d a Barcellona all’isola For-
mentera, una delle Baleari, hanno fatto un altro
salto, del doppio i n circa, cioè. di 68 tese; ossia
metri 132,5. Un’altra Correzione di 16 tese, os-
sia circa 31 metri per grado. erasi fatta molti
anni addietro d a Delambre all‘arco del meri-
diano misurato nel Perù da Bouguer e La Con-
damine. Laonde il quarto del meridiano invece
d‘esser di tese 5130740, sarebbe secondo l’ultima
approssimazione di tese 5131658. Questo è un
errore d’una minima frazione sul totale, cioè
di 1/5587; I! se si ripartisce sopra diecimilioni
di metri, diviene una quantità assolutamente in-
visibile. E si è calcolato, che, per correggere il
metro modello, basterebbe esporlo, non più alla
temperatura del ghiaccio che si fonde, ma a
quella di + 12°C. Sotto la quale si dilaterebbe
precisamente quanto è necessario perchè possa
dirsi la diecimilionesima parte della latitudine
terrestre, giusta lo stato attuale delle approssi-
mazioni scientifiche.
Appar dunque che questa imperfezione nulla
toglie a l pregio intrinseco del metro : primamente
perchè i vantaggi pratici del sistema metrico non
dipendono dal rapporto del metro a l meridiano ;
in secondo luogo perchè i fondatori del sistema
erano liberi di stabilire il campione legale t a n t o
alla temperatura del ghiaccio, quanto a quella
di + 12°C. ovvero di + 100; in terzo luogo per-
chè questa temperatura $ appunto una tempera-
tura media, sotto l a quale i n fatto reale si pra-
tica la massima parte delle misurazioni nelle
arti e nel commercio; cosicchè il metro campione
292 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
sotto questa temperatura corrisponde più prossi-
mamente al metro usuale. Perlochè la scoperta di
questo errore verrebbe ad accrescere il pregio
pratico della misura metrica, seppure si può ri-
guardare come un gran pregio il rapporto preciso
alla latitudine terrestre.
Questa correzione, annunciata d a Pontécou-
lant e d a Puissant, non avrebbe mosso tanta at-
tenzione, se Arago, avendo avuto parte con De-
lambre, Mechain, Biot ed altri nelle osservazioni
e nei calcoli per la detta misura del meridiano
di Parigi, credendosi preso di mira, non fosse
uscito in campo a difendersi. L’influenza del suo
nome fece sì che u n a rettificazione matematica,
che appena poteva interessare qualche centinajo
di fisici e di geografi, divenne un caldo argomento
di politico pettegolezzo.
Noi prendiamo questa occasione per solleci-
tare gli scienziati e gli artisti e i commercianti
italiani, a volersi ridurre una volta dal perdi-
tempo di palmi e piedi e bracci e tese e miglia
d’ogni stato e d’ogni città, all’unica misura me-
trica, come noi abbiamo sempre avuto la cura
di fare, e come la facilità degli utili studii e In
lealtà commerciale richiede.
XV .
prospetto della navigazione interna delle Province
Lombarde con alcune notizie sulla loro irriga-
zione.*

Sino dalla fine del secolo XII il nostro paese


fece la prima prova d’una navigazione aperta
dalla mano dell’uomo. E quest’arte, crescendo
poi lentamente, aveva già divisato f r a noi t u t t i
i più sagaci congegni: le chiuse di derivazione.
combinate cogli sfioratori e cogli scaricatori a
paraporti per lo sfogo delle piene e la espulsione
delle ghiaje : le bocche di distribuzione, regolate
col battente, ossia colla sola pressione dell’acqua :
i ponti canali e i sifoni per lasciar passo alle
acque attraversanti : il mirabile artificio delle
conche per portare in alto e in basso le navi; e
aveva già tessuto sulle nostre pianure un consi-
derevole ordinamento di canali quando l‘Europa
non era peranco matura a seguire l’esempio dei
nostri padri. Corsero quasi cinque secoli avanti
che s’aprisse il primo canale in Francia, il ca-
nale di Briare (1642); e si contano appena ot-
tant’anni, dacchè il duca di Bridgewater aperse
il primo canale inglese, d a Manchester alla foce
della Mersey (1760). I n questo brevissimo inter-
vallo l’attività britannica vergò di canali t u t t a
l‘isola per una lunghezza di quattro milioni di
294 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
metri e colla profusione di ottocento milioni di
franchi. Ma se superò in proporzione di superfi-
cie lo sviluppo dei nostri canali, la sua naviga.
zione interna non pareggia ancora la nostra, per-
chè agli sforzi dell’arte era qui precorso ii fa-
vore della nature. Nel piccolo nostro territorio.
il numero dei laghi, la loro grandezza, la forma,
e la giacitura medesima nel senso da settentrione
a mezzodì, collimano alla più utile navigazione,
perchè s’insinuano nel labirinto delle Alpi, e ac-
cennano alle strade naturali del commercio ester-
no, mentre all’interno fomentano il traffico tra
la pianura e il monte. La direzione dei laghi
vien continuata dai fiumi, i quali, traendone ali-
mento regolare e costante, corrono colla, stessa
direzione a far capo alla linea del Po. E questo
fiume, che per l’alto communica col Piemonte e
pel basso col mare, si collega inoltre a sinistra coi
molti fiumi e canali delle provincie vénete, e alla
destre coi canali e colle valli del Modenese e delle
Legazioni. La Lombardia, benchè affatto merli-
terranea, potrebbe così diramare le sue naviga-
zioni tanto verso le Alpi e gli Apennini. quanto
verso il mare, mentre nel suo interno conta
974 mila metri di linee naturali più o men co-
modamente navigabili, e 222 mila, metri di linee
artificiali. Se si sommano le une e le altre e si
ragguagliano alla estensione del paese, danno
circa 55 metri di linea navigabile per ogni chilo-
metro superficiale, mentre le linee interne del
Belgio ragguagliano a 48 metri, e quelle della
Francia a soli 26. E se si mettono in paragone i
isoli canali, abbiamo il ragguaglio di 17 metri per
la Gran Bretagna, di 15 pel Belgio, di 10 per
la Lombardia e di 7 per la Francia. La Francia,
per render navigabile t u t t a l a vestità de’ suoi
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 295
dipartimenti nelle stessa proporzione delle no-
stre provincie, dovrebbe estendere le sue linee
per altri 15 milioni di metri, che farebbero più
di quindici volte la massima lunghezza del suo
territorio. E a ciò poi forse non le basterebbe la
minor sua dote naturale d'aque perenni, per la
quale diviene già incerta quasi illusoria I'annun-
ziata navigazione di molti suoi fiumi.
Lunghezza COMPARATIVA DELLE L I N E E NAVIGABILI INTERNE,
E SPECIALMENTE DEI CANALI DELLA LOMBARDIA, DEL BEL.
G I O , DELLA FRANCIA
E DELLA Gran BRETTAGNA.

I
Lombardia I
21067 1196660m. 55m.,96 222516m 10m , 3 1
Belgio 29434 1422966m. 48m ,33 460220m
Francia 540097 14556078". 2m.,95 4184316m
Gran Brettagna 230892 - - 3975069m.

Non abbiamo alla mano In cifra dei laghi e


fiumi navigabili della Gran Brettagna ; notiamo
però che i suoi laghi sono quasi tutti in territorj
spopolati e selvaggi, e i suoi fiumi, dove non
vengono gonfiati dal rigúrgito della maréa, sono
nssai incerti d'aque, per lo scarso alimento che
traggono dalle sparse e basse montagne dell'iso-
I n ; poichè il punto culminante della Scozia, il
Ben Nevis, è alto solo 1325 metri, e il punto cul-
296 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
minante del Paese di Galles, lo Snowdon, sol.
tanto 1072. L’Inghilterra deve all’alta sua latitu.
dine e più ancora, alle frequentissime pioggie, la
somma sua, salubrità, mentre, in simile confor-
mazione di terreno, la bellezza medesima del cielo
rende insalubre le Sardegna.
La lunghezza delle nostre aque navigabili, e
la maggior parte delle altre cifre, sono estratte
dalle copiose tavole di Notizie Statistiche, publi-
cate nel 1833 nella Stamperia Reale; lavoro di
grandissime utilità, il cui principal merito si
deve all’ing. Galeazzo Krenzlin di Milano, ora
Ispettore generale dei canali navigabili.
L’inesausta copia d’aque, fornita dalle Alpi
e regolata, nel suo deflusso dai laghi, potendo sop-
perire a l doppio officio della navigazione e del-
l’irrigazione, diede a i nostri canali un principio
affatto diverso di strutture e d’amministraziona.
I canali d‘oltremonte, essendo poveri d‘aque. e
dovendo servire a un solo officio, si possono con-
siderare come una serie di fossati quasi sta-
guamti, i cui tronchi non hanno pendenza, e sono
congiunti per frequenti conche di piccolo salto,
affinchè il passaggio delle navi dall’un tronco
all’altro si possa compiere col minimo dispendio
d’aque. Ma i navigli milanesi sono copiosi fiumi.
in cui per dar corso IL ingenti masse irrigatorie.
si richiede velocità nel fluido e quindi pendenza
nel fondo; e non in misura uniforme: ma bilan-
ciata colle successive sottrazioni delle aque, e
talvolta col loro ritorno, in modo che il servigio
della navigazione non ne rimanga turbato. Sif-
fatte circostanze consigliano a raccogliere in po-
chi e arditi salti le numerose e piccole conche
dei canali stranieri ; e quindi dettano ragioni ar-
fatto diverse di forma e di solidità. Dall’altra
NAVIGAZIONE INTERNA D E L L E PROV LOMBARDE 297

parte il valore delle aque irrigatrici si aggiunge


alla utilità commerciale ; anzi la loro vendita an-
ticipata f u talora l’unico modo di provedere alle
spese di costruzione.
Queste regolari cadute di grandi volumi d’aqua,
offrono inoltre una forza motrire, pregevole tan-
to per la sua intensità, quanto per la sua co-
stanza. Un centinaio di dinamódi, ossia di metri
cubi d’aqua che in un minuto cadono d a un me-
tro d‘altezza, equivale col suo peso alla forza di
circa 25 cavalli-vapore, e può eguagliarsi all’ef-
fettivo lavoro di circa 50 cavalli communi: i n
ragione dell’altezza del salto cresce la forza mo-
trice.1 Ora si giudichi qual forza possediamo nei
nostri canali, alle cui conche più centinaja di
metri cubi si slanciano da altezza di tre, di quat-
tro e anche di cinque metri.
Per tal modo i nostri navigli sono coordinati
nel tempo stesso a l commercio. all’agricultura
ed all’industria.

Dei laghi.
E qui si vede quanto importi anche la forte
inclinazione della nostre pianura, e le grande
altezza a cui sono collocati lungo il suo márgine
superiore i laghi; cioè da 190 a 200 metri, ed
anche più; sopra del mare; 2 mentre il margine

1 Cento metri cubi possono pareggiarsi a 40 once


milanesi. Vedi : LOMBARDINI, Sulla somma utilità d’esten-
dere in Lombardia l’applicazione dei motori idraulici.
Milano Monti, 1840, p. 21.
2 Altezza sopramarina dei Lago d’Iseo 192m.; del
Lago di Como 198m.; del Lago Maggiore 195m Il Lago
di Lugano, che si versa per la Tresa nel Maggiore, è alto
212 m.
298 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
inferiore asseconda il corso del Po, che, dal con-
fine del Piemonte al Ferrarese, vi discende dai
58 metri ai 10 d’altezza sopramarina. Il solo Lago
di Garda, come più inoltrato verso il mezzodì e
la pianura, ha una superficie assai più bassa (70m).
I grandi laghi hanno una considerevole profon.
dità; quella del Lago Maggiore è veramente
enorme, poichè giunge fino agli 800 metri, cioè
600 metri sotto il livello del mare. Essi sono
dunque come grandi tini, che collocati t r a i monti
e il piano, raccolgono nei loro abissi le aque im-
petuose, torbide o glaciali, per decantarle lim-
pide e continue nei fiumi. I Navigli, intagliati
nelle alte sponde di questi, raccolgono la parte
più regolare e costante delle aque, la sostengono
e la guidano fuori delle valli, sulla superficie
dell’altipiano, che sembra inclinarsi per rice-
verle. Un’altra parte delle aque dei laghi, fil-
trando attraverso alle ghiaje sotterranee, va da
sè stessa a scaturire nei fontanili, d’onde l’agri-
cultore con lieve declivio le conduce sulle sotto-
poste prateríe, le quali sotto il velo di quelle
aque placide, tepide e perenni, si conservano ver-
di anche nel verno. I piccoli nostri laghi, la, cui
profondità non supera i cinquanta metri, nei più
rigidi verni talora agghiacciano ; ma i più grandi
non gelano: a cento metri di profondità, cioè al
di sopra della maggior parte del piano, la loro
temperatura si conserva perpetua da 4 a 6 cen-
tigradi sopra zero, e ben poca è la diversità ne-
gli strati più vicini alle vasta loro superficie, e
più soggetti alle variazioni atmosferiche ; poichè,
per legge idrostatica, lo strato più freddo e denso
discende continuamente a l fondo, ed il più tepido
e rarefatto sale alla superficie. Quindi le mite
temperatura degli oliveti sulle vicine riviere;
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 299

quindi anche i Navigli non gelano, e una, circo-


lazione vitale investe t u t t a l a superficie del paese,
mentre la cerchia dei monti arresta l’effetto eva-
p r a t o r e e raffreddatore dei rapidi venti. Le quali
cose tutte producono grandi differenze naturali
fra la Lombardia ed altri paesi, che sono nelle
stesse circostanze di latitudine, d’altitudine e
d’esposizione La forte pendenza del piano rende
però assai melagevole la navigazione dei fiumi,
massime nella parte media del loro corso; e
quindi in parecchi non si pratica, o quasi sola-
mente in discesa. Le massime lunghezze delle na-
vigazioni sui laghi verranno indicate più sotto.
La navigazione a vapore venne introdutta sui
Verbano nel 1825, sul Lario nel 1826, sul Benaco
nel 1827, sul Sebino nel 1841.

Dei fiumi navigabili.


IlPo percorre lungo il nostro territorio 257
chilometri, formando confine alle provincie di
Pavia, di Lodi e di Cremona, e attraversando
quella di Mantova. La sua caduta dalla foce del
Ticino fin presso a quella del Panaro è, come si
disse, di circa 48 m e t r i ; ma da quel punto a l
mare, può riguardarsi quasi come un lago, poi-
chè la, sua caduta è di circa 10 metri, sopra
107 mila metri di corso. Questa differenze porta
un grande effetto sulla navigazione, poichè, men-
tre sul P o Veneto, ed anche sul Mantovano, in
una giornata si sogliono ascendere circa 25 chi-
lometri, sui tronchi superiori alla foce dell’Ollio
appena si fa un terzo di questo viaggio ; anzi al
disopra di Piacenza per giunger? oltre la disa-
strosa foce della Trebia, ch’è un intervallo mi-
nore di due miglia (3210m), i convogli di barche
300 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - 11
affaticano per due giornate; e ne consumano poi
cinque per salire trenta miglia (5424Om.) dalle
foci della Trebia a quelle del Ticino. I n tutto
adunque la salita dall’Adriatico a l Ticino, quan-
do non vi sono nebbie, nevi, venti, tempeste o
inondazioni, suol costare per lo meno ventinove
giorni, mentre a1 ritorno ne bastano sei. I1 ri-
tardo deriva anche da questo, che, mentre con
dieci o dodici cavalli e diciotto tra, uomini e gar-
zoni, si trascina un convoglio (cobbia) di tre
navi, nei passi più difficili è forza separatile;
poichè t u t t i quei cavalli non sempre bastano a
trascinarne una sola, e spesso bisogna tragittarli
dall’una all’altra riva per seguire il capricciosa
andamento del filone. La discesa si fa senza ca-
valli. Sul P o si contano cinque forme di navi
mercantili: le barche, le rascone, i burchi, le peo-
te e i bucintori; e di ciascuna forma vi sono le
grandi, le piccole e le mezzane. Le maggiori bar-
che portano 130 tonnellate, e richiedono sei ca-
valli; il più piccolo bucintoro ne richiede due.
e porta 24 tonnellate. F u questo uno dei primi
fiumi europei sul quale si tentò, fin dal 1819, la
navigazione a vapore; ma per le difficoltà, natii-
rali e daziarie vi f u tosto abbandonata. La navi-
gazione del Po soggiace a cinque diverse tariffe
doganali; è lungo il Po Lombardo i varj Stati
contano circa ottanta posti di finanza con diritto
di visita.
Per evitare dunque l’ascese del Po, gran parte
delle navi approda a Ostilia, ove si f a un’immensa
importazione di granaglie, avendone quelle do
gana in un anno registrati fino a 260 mila sac-
chi. Oppure si spinge inanzi fino al fiume stesso;
e quindi, superato il piccolo salto che quel fiume
fa nel gettarsi in Po (O m., 4),con una, breve corsa
I NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 301
di sei ore (23000m.) sale nei lago Inferiore di
Mantova e approda al Porto Catena; di là le
merci, indiritte a Milano, seguono la via di terra
(157000 m.). Questa, combinazione di trasporti si
preferisce alla tortuosa e difificile via d‘aqua, che.
in circa ventitre giorni, risale dalla, foce del
Mincio, pel Po, pel Ticino, e pel Naviglio di Pa-
via, alle porte di Milano (248 chilometri). Ma la
stessa via di terra è lunga e costosa in confronto
a un’allra linea navigabile che, come si dirà più
sotto, le si dovrebbe sostituire. Quando la piene
del Po rigurgita entro il Mincio l‘ascesa delle
barche in questo fiume, dalla conca di Govérnolo
:i1 Porto Catena, si fa in minor tempo, cioè in ore
4 e mezzo; ma viceversa in tempo d’aque scarse,
per entrare sotto Governolo, si esige l‘ajuto de-
gli árgani. I n tempo di nebbia, è poi difficile gui-
darsi tra i bassi fondi del lago.
La parte del fiume Secchia che scorre nell’Ol-
trepò mantovano è di 24 chilometri, e tuttochè
assai tortuosa, è navigabile con grosse barche
da 60, che rimontano dal Po fino a Quistello; e,
se le aque sono alte, fino D Concordia nel Mode-
nese, e anche fino a Pontebasso. Questa naviga-
zione che si collega con quella dei canali reggiani
e modenesi, promove l’agricultura di quelle uber-
tose terre, esportando gran copia di grani e vini.
II fiume Ollio vien nutrito dal lago Sebino,
e inoltre riceve il Mella, il Clisio o Chiese che
proviene dal lago d’Idro, e il Cherio che proviene
dal Lago d’Éndine. Nel suo tronco inferiore, e
in uno stato d’aque superiore all’ordinario, è na-
vigabile colle barche più grosse del Po, cioè tino
a Ponte-Vico, all’estremità meridionale della,
Provincia bresciana,. I n tutto quel tratto (70500 m.),
avviva il commercio di varie borgate mantovane
302 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II

e cremonesi, come Marcaria, Bozzolo, Piadena e


Canneto. M a oltre alla difficoltà delle magre al-
disopra di Calvatone, il suo letto & impedito da
quindici chiuse (bine), che rivolgendo le aque
ad animare 46 molini, ritardano la navigazione
d’una mezz’ora per ciascuna. L’ascesa richiede
55 ore, e la discesa 28. Nel tronco superiore, fino
al Lago d’Iséo (65650 m ) , non si naviga, quan-
tunque si discenda con zattere. Però nella parte
più vicina al lago, vi supplisce sulla sinistra il
cenal Fusa, ch‘è navigabile con piccole barche
da Sarnico a Palazzolo.
Il corso dell’Adda è diviso in t r e tronchi.
L’inferioredal P o risalendo fino a Lodi (63500 m.)
è accessibile a barche da 10 a 60 tonnellate, che,
tratte da due a sei cavalli, la rimontano fatico-
esamente in cinque o sei giorni; la discesa si fa
in mezza giornata. Durante la magra però le navi
anche più leggere non oltrepassano Pizzighettone
(14500m), ove giungono in un giorno e mezzo,
mettendo t r e ore nel ritorno. Nel tronco medio,
da Lodi sino a Trezzo (34800m.), l’Adda non si
naviga, ma vi è fiancheggiata dalla parte in
qualche modo navigabile della, Muzza, e dal Na-
viglio della Martesana, che i v i si dirama dal
fiume. Nel tronco superiore a Trezzo v’è prima
un tratto navigabile (11700m), poi un aspro di-
rupo, nel fianco del quale fu necessario incavare
il breve Naviglio di Paderno (2605 m ) al solo uso
della navigazione. Superato quel punto, le navi.
che provengono dal Naviglio della Martesana, ora
remigando per una serie di bacini lacuali, ora
facendosi rimorchiare da cavalli sulle interposte
correnti, arrivano al ponte di Lecco (24736m).
e s’introducono sulla vasta superficie del Lario.
Questa navigazione dell’Adda superiore, fra Trez-
I

NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 303

zo e il Ponte, compreso il Niviglio di Paderno, si


fa in giorni 9 d’ascesa e in ore 13 di discesa’. Le
barche, di 25 a 36 tonnellate, si aggruppano in
convogli di dieci a tredici, con egual numero di
cavalli. i quali sulle rapide vengono successiva-
mente radunati sotto le singole barche; ma nelle
magre invernali ciò non basta sempre per vin-
cere la rapida del Pendino, di modo che bisogna
alleviare il carico (libare) ; è dunque a drsiderarsi
che in margine alle rapide si costruisse un breve
ramo di canale con una conca. Le barche discen-
denti navigano solamente prima di mezzodì ; le
ascendenti, dopo.
Il Ticino, che dal lago Verbano a l Po percorre
cento chilometri incirca (99522 m j, si può navi-
gare per intero solamente in discesa, e in poco
più d’ore ventiquattro. Il tronco inferiore t r a il
Ponte di Pavia e il Po (7000 m ) si rimonta in un
giorno, e si discende in p o c o più d’un’ora. colle
barche stesse del Po, anche di 130 tonnellate.
Pochi anni addietro, prima che si aprisse il Na-
viglio di Pavia, le barche rimontavano più oltre,
lino alla Piarda di Bereguardo (15338 m ), d’onde
il loro carico si trasportava sul Naviglio di que-
sto nome. Dalla Piarda all’insù non si pratica la
navigazione fino a Tornavento (53982 m ), ch’è
il punto d’onde si dirama il Naviglio Grande. Da
Tornavento a l lago (23202 m.) si contano undici
rapide, a salir le quali i convogli impiegano due
settimane, mentre le barche, guidate da esperti
piloti (paroni), discendono poi in 90 minuti a
guisa di locomotive, con una spaventevole velo-
cità. È chiaro che l’arte sarebbe ben applicata a
correggere queste sgarbatezze delle natura, apren-
dovi, come a Paderno, un canal laterale, che po-
trebbe rivolgersi alla coltivazione delle vicine
304 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
brughiere. D a tuttociò appare quanto imperfetto
sia tuttora lo stato dei nostri cinque fiumi navi-
gabili, a cagione della soverchia pendenza, mas-
sime nella parte media del loro corso, e quanto
scarsa, lenta e dispendiosa sia tuttora la com-
municazione ascendente tra la pianura e i monti.

Delle irriga zion i.

I1 volume continuo delle aque irrigatorie, ri-


cavato dai dieci fiumi principali, da altri fiumi-
celli e dai fontanili, si può valutare a circa 8200
once milanesi 1 ossia più di ventimila metri cu-
bici al minuto (20470 me.) o più di trenta milioni
di metri cubici al giorno, e si può dire che i mi-
nori fiumi ne rimangono in alcune stagioni al
tutto esausti. La superficie direttamente irrigata
si può valutare a 4230 chilom. quadri, o milioni

1 La misura più commune delle aque irrigatorie è


l'oncia mllanese, ossia quella quantità che per mera
pressione esce da una bocca, la quale sia alta once 4 e
larga once 3 del braccio milanese (0 m., 1983 e O m., 1487).
e inoltre col suo orlo superiore rimanga once 2 al disotto
della superficie del recipiente, d a cui si estrae l'aqua
Sull'effettiva equivalenza di questo volume d'aqua va-
riano le esperienze; alcuni lo stimano di soli metri cu-
bici 2,1154, altri fino d i 2me., 8 ; e su questo supposto sono)
lavorate le Notizie Statistiche sullodate; ma omai la mag-
gior parte dei periti viene adottando ia valutazione d i
metri cubici 2 ½ e giova notare che a questa si riferisci,
la nostra esposizione. L'oncia lodigiana è circa 52 cente-
simi della milanese (0,5175)o metri cubi 1,3 incirca.
Un chilometro quadro (un milione di metri quadri)
forma cento tornature o ettari (hectares), ossia mille
pertiche metriche o censuarie nuove; o 1527 pertiche
milanesi.
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 305

6 di pert. milanesi (6562,594) ; e ben poco le


manca a formare il quinto della superficie del
paese (21567 chil. q.). Valutando l’oncia d’aqua a
ventimila lire nel territorio f r a il Ticino e l’Adda,
e a quindicimila nel territorio fra l’Adda e il
Mincio potremmo attribuire a questa proprietà il
valor venale di circa 140 milioni Un’oncia d ’ q u a
si considera come bastevole a irrigare per rotazio-
ne estiva 700 pertiche milanesi (458.000 m q.), e a
velare coll’irrigazione perenne 15 pertiche di prato
invernale (9817 mq ).
Non v’è agriculture al Inondo che i n così li-
mitato spazio abbia tanta dovizia d’uque perenni,
nè t a n t a vestità di piano su cui diramarla.

PROVENIENZA
E VOLUME DELLE PRINCIPALI ACQUE IR-
RIGATORIE, E SUPERFICIE DIRETTAMENTE IRRIGATA.

Volume Superficie
Provenienza al minuto n pertiche me.
in triche da 1000
metri cubi metri quadri

Ticino . . . . . . . 2582 514070


Olona . . . . . . . 50 10960
Lambro . . . . . . . 140 70000
Adda . , , , . , , , 5366 1059460
Brembo . . . . . . . 962 194960
Serio . . . . . . . . 717 144800
Ollio . . . . . . . . 4480 903050
Mella . . . . . . . . 730 147800
Clisio . . . . . . . . 2160 437260
Mincio . . . . . . . 520 166370
Aque di fontanili (ap-
prossimative) . . . 1793 355000
Altre aque . . . . . 970 196670
Totale 20470
4230000
20. - CATTANEO.Scritti economici. II.
306 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II

Dei canali navigabili.


Nel piano interposto all’Adda e a l Ticino si
condussero col lento lavoro di quasi sette secoli
il canale della Muzza e i sei Navigli, cioè il Na-
viglio Grande, il Naviglio Interno, quello di Be-
reguardo, della Martesana, di Paderno, di Pavia.
I1 più antico, e il patriarca di t u t t i i canali
europei, è il Naviglio Grande, che, uscendo dal
Ticino presso Tornavento, giunge fin sotto le at-
tuali mura di Milano, con 50 chilometri di corso
(49982m) e 34 metri di pendio. Non ha conche,
perchè intrapreso alcuni secoli avanti quell’in-
venzione; è quindi a notarsi la distribuzione della
sua pendenza, o vogliam dire, la curva, del suo
andamento; la quale è la più manifesta prova
che l’imprenditore fin da principio ebbe tutt’altra
mira che di farne un mero acquedotto irrigatorio,
come molti scrivono; e inoltre non si vede come
allora avrebbe potuto imporgli il nome di Navi-
glio, il quale da principio doveva essersi preso
affatto in senso proprio, benchè in seguito siasi
applicato anche agli aquedutti, che per volume
d’aqua somigliassero ai canali nevigabili. Pare
che, qualche tempo prima, nella stessa regione si
tentassero altri minori scavi, nei quali forse l’arte
infante prese pratica e ardimento; Gianbattista
Settala. scrive che il primo cominciamento fosse
nel 1177, pochi anni dopo la riedificazione di Mi-
lano, distrutta dnll’imperatore Federico I ; e che
nel 1272, sotto le signoria, d’Ottone Visconti
giungesse già fino alle porte di Milano.
Il volume delle sue aque è quello d’un rag-
guaidevol fiume, poichè all’incile di Tornavento
entrano 1234 once, o più di tremila metri cubi
al minuto (3085). Benchè una parte si consumi
in evaporazioni, trapeli e altre perdite, la massa
utile si valuta a once 1073. Quattro quinti al-
l’incirca di questa massa, (829) vengono ripartiti
lungo il corso del Naviglio stesso con 116 bocche
irrigatorie. Altre once 109 si rivolgono a formare
i l Naviglio di Bereguardo, P poi si spargono nel-
l’irrigazione. Le rimanenti once 142. dopo aver
percorso tutto i l Naviglio Grande, formano il
corpo di aqua del Naviglio di Pavia, e si volgono
parimenti all’irrigazione nella misura d’once 95.
Perlochè l’aqua, che direttamente o indirettamen-
te il Ticino tributa pel Naviglio Grande alla no-
stra agricultura, si valuta a, 1033 once. I l limite
minimo della. vendita venne legalmente stabilito
nel 1822 a lire nostre. 14 mila per oncia, ma fino
dal 1820 s’erano fatte vendite per poco meno di
lire 20 mila. Il valor capitale di questa massa
d’irrigazioni si può dunque valutare incirca 20 mi-
lioni di lire ; il quale è un soprapiù di valore che
il nastro Naviglio viene a d avere in confronto di
qualsiasi navigabile d’oltremonte. Questo a
sorio supera già forse del triplo la spesa che si
richiederebbe all’opera ; e mentre indirettamente e
benefica in una proporzione quasi incalcolabile
tutte le aziende agrarie d’un ampio territorio,
procaccia al paese il gratuito uso della naviga-
zione.
La portata delle barche sui nostri Navigli è
dalle 15 tonnellate alle 36; ma le più sono della
maggior portata. La massima lunghezza venne
determinata, giusta, le dimensioni dei canali e
dei ponti, in 40 braccia, e l a larghezza in 8 ; il
carico non deve alzarsi più di 2 braccia sulle
sponde ; e il fondo non deve pescare più di 5/4
Le barche cariche, che percorrono questo ca-
308 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
nale, si valutarono a 3600 all’anno, con un carico
complessivo che sorpassa le cento mila tonnel-
late; per due terzi provengono dal Lago Maggio-
re, recando marmo bianco di Candolia, granito
bianco di Fariolo, granito roseo di Baveno, béole
ed altre pietre, calce, carbone, legna, corteccia,
formaggi svizzeri e castagne; e vi portano in ri-
cambio vini, sali e grani. L’altro terzo si rnove fra
diversi luoghi sullo stesso canale, recando ciot-
toli, calce, mattoni, ghiaja, sabbia, argilla, terre
nitrose, ghiaccio, vino, frumento, paglia, fieno,
concime, legna e torba. Nella rimonta poche bar-
che hanno carico intero; e ciascuna d’esse non
f a più di dieci viaggi in un anno. Farebbe un
curioso calcolo chi valutasse il risparmio che la
navigazione procura a questa enorme massa di
derrate in paragone della via terrestre. I1 qual
vantaggio annuo, moltiplicato per settecento an-
ni, e si noti che i trasporti terrestri erano allora
più malagevoli e dispendiosi, ci darebbe una gi-
gantesca idea del vantaggio che arrecò a l nostro
paese quest‘opera. Eppure il suo principal pro-
motore, il podestà Beno Gozadini da Bologna, vi
perdette la vita, immolato da quegli ignobili in-
teressi, che vegliano sempre a insidiare il publico
bene. F u quest’opera uno dei primi e più lode-
voli esempi dello spirito di associazione, poichè
in parte venne f a t t e dagli abitanti delle terre
vicine e del Lago Maggiore, in parte da privati, i
quali, come scrive il Settala, « ebbero in paga-
mento tant’aqua, quanta fecero spesa )), A que-
sto Naviglio noi dobbiamo i più suntuosi edificj
della, nostra città; non ha molt’anni che vi ab-
biamo visto discendere e avviarsi a l mare le CO-
lonne di granito per il nuovo tempio di San Paolo
a Roma,.
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 309
Dopo il servigio agrario e il commerciale non
è a sprezzarsi l’industriale, cioè il moto che que-
ste aque, per l’abbondanza, loro e la loro caduta,
imprimono a 160 molini da grano, a molti bril-
Iatoj d a riso, a torchi d’olio, cartiere, filatoj e
altri opificj.
Le spese annue di manutenzione, compresa
quella del Naviglio di Bereguardo, sono appaltate
per lire 52900, e vengono compensate col ricavo
della catena (lire 58163).
I1 Naviglio di Bereguardo si dirama a mezza
via incirca del Naviglio Grande presso Abbiate-
grasso, e seconda a breve distanza il corso del
Ticino, per 19 chilometri (18848 m). Ha l a consi-
derevole caduta di 24 metri (23 m , 8) ; dei quali
3 soli (3 m , 13) sono ripartiti nella pendenza del-
l’álveo, e il rimanente in undici conche. La sua
larghezze ordinaria è di 10 metri. La massa delle
aque è di 104 once. Irriga 72 chilometri di terreno
con 18 bocche d’aquedutto, che, quando la navi-
gazione era molto attiva, si chiudevano successi-
vamente, durante il passaggio delle barche, a,f-
finchè la scarsa aqua b a s t a s e alle concate. I1
Naviglio finisce a Bereguardo, sull’alta riva che
domina la basse valle del Ticino, per giungere al
quale rimane un tragitto terrestre di tremila me-
tri (3181m). A nostra memoria era questo il varco
necessario per communicare col Po, le cui barche,
risalendo il Ticino fino alla Piarda, vi depone-
vano il loro carico; e talora le barche stesse con
carri di particolare struttura si recavano fino a
Bereguardo, al capo del Naviglio e per esso in
ore 6 giungendo al Naviglio Grande, discende-
vano poi in ore 3 ½ a Milano. Dopo l’apertura
del Naviglio di Pavia, questa. malagevole navi-
gavione cessò affatto ; e il canale si ridusse quasi
310 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - II
a l mero uso d’aquedutto. Perlochè alcuni propo-
sero di prolungarlo per breve t r a t t o (9000 m.) fino
A raggiungere il Naviglio di Pavia, e così con-
durre l’accompagnamento navigabile del Ticino da
Pavia fino a Tornavento, d’onde rimarrebbe poi
a compiersi fino al Lago Maggiore. Il Naviglio
di Bereguardo si crede intrapreso nel 1457, e com-
piuto nel 1470.
Il Naviglio della mARTESANA dovrebbe essersi
costrutto qualche tempo inanzi, perchè dall’Adda
a l Lambro, ov’era dapprincipio il suo termine,
non ha conche, e vi fa un circuito simile a quello
del Naviglio Grande, i n manifesta cerca di gra-
duali pendenze. Tuttavia si dice intrapreso sotto
Francesco Sforza, nel 1457; ma il tronco del
Lambro a Milano ha una conca, e non venne co-
strutto se non verso l’anno 1497. Percorre circa
39 chilometri ( 3 8 6 9 5m . ) ; ed h a una pendenza d i
circa 18 metri (17 m , 85), ripartita per la maggior
parte sulla declività del fondo, e per circa due
metri (1 m., 82) nella mentovata conca, che da
Greco, dov’era, venne poi trasportata alquanto
più presso alla città. Il volume delle aque all’in-
cile è poco più della metà di quelle del Naviglio
Grande, cioè 654 once ; ma, dedutte le perdite, il
volume utile si riduce a 584; e per 85 bocche si
distribuisce a d irrigare uno spazio di 236 mila
pertiche metriche. Però, una sesta parte in circa
(once 92), prima di servire a quell’uso, si verso
nel Naviglio Interno della città, che poi la di-
rama per 29 bocche, Questa massa d’irrigazioni
può stimarsi al valor capitale di dieci milioni.
Inoltre dà moto a d una quarantina di molini, A
cartiere, torchj e filatoj. L’annua manutenzione.
costa 24 mila lire (23966); ma il dazio della ca-
tena ne produce 1963. I1 Lambro e il Séveso che
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 311

colle torbide loro aque attraversano il canale, vi


recano limo e ghiaja, e un tempo cagionavano
piene assai dannose alla c i t t à
I1 Naviglio Interno fu in origine la fossa mu-
rale scavata al di fuori dell’antica città romana
e a qualche distanza dal suo ricinto, per difen-
dere contro Federico I imperatore i borghi, ora
detti Corsi interni. E r a assai larga, profonda e
piena di fontanili ; e la terra scavata formava ai
d i dentro i terraggi, che vennero poi caseggiati.
Col processo del tempo si edificarono fuori di
quella cerchia altri borghi; e nel secolo X V I ven-
nel o involti entro il vasto giro dei moderni ba-
stioni mentre l a Fossa del secolo XII già, coi-
mata in gran parte, e ridotta. dalle 40 braccia
della sua primitiva larghezza a soli 18, divenne
il Naviglio Interno. Da settentrione riceve il ca-
nale della Martesana e verso mezzodì si collega
col Naviglio Grande e oon quello di Pavia, for-
mondo così legame t r a i laghi Verbano e Lario
ed il Po. I1 movimento annuo delle barche si va-
lutò nel 1837 a più di 2300. I l suo giro è di
6419 metri; e la differenza di livello fra le varie
parti è di otto metri incirca (7m.,95), che è il
declivio stesso del piano della c i t t à due metri
incirca (2 m , 11) sono distribuiti nel fondo, il ri-
manente in cinque conche; una sesta conca si
trova nella diramazione che accerchia. la città
verso ponente. La dársena interna chè presso
l’ospitale, e si chiama il Laghetto, essendo il
punto più prossimo ai Duomo, serviva allo sca-
rico dei marmi per quell’edificio ; il che, a quanto
sembra, fu cagione che s’inventasse fra noi Pam-
mirabile congegno delle conche.
Quei marmi giungevano per nave tino al ter-
mine del Naviglio Grande, ch’era dov’è a l pre-
312 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
sente, in capo al borgo di Cittadella; ma rima-
neva allora circa 600 metri fuori del terraggio 0
recinto della città. D a quel luogo invece di tra-
scinare i marmi per terra, si pensò d’introdurli
in qualche modo entro l a Fossa, e girando per
esse giungere al punto più prossimo a l Duomo.
Era il luogo ove poco di poi si edificò l’ospitale ;
ma allora era una piccola fortezza, circondata di
pantani e di laghetti, di cui le attigue vie conser-
vano ancora il nome. I n quei pantani trabocca-
vano le piene del Séveso, il quale ora scorre sot-
terraneo sotto la Contrada Larga, e nei primitivi
tempi aveva formato il riparo della città romana,
centro e nucleo della presente città.
Le aque della Fossa si sfogavano verso il ter-
mine del Naviglio Grande, ma con più di due
metri di differenza nel livello. Si pensò dunque
d’ostruire con una chiusa l’uscita di quella dar-
sena esterna, e così ristagnarne e rigonfiarne le
aque; e in un con esse alzare le barche dal li-
vello del Naviglio a quello della Fossa, cosic-
chè potessero introdurvisi, scaricare marmi, e
poi ritornare indietro, e quindi aperta le chiusa,
e abbassate le aque, ritrovarsi ancora al livello
del Naviglio. L’operazione lunga e costose fece.
nascere il pensiero di ridurre la salita i n ri-
stretto campo, per operare in poco tempo e con
poco volume d’aqua; e quindi si serrò fra due
chiuse uno spazio appena capace di contenere
la barca; le chiuse si fecero stabili, e si ridus-
sero in forme di porte, per non doverle fare
e disfare ogni volta. Così il moto obliquo delle
barche in una corrente impetuosa, che scoscende
per un piano inclinato, si tradusse in un movi-
mento orizontale nell’aqua tranquilla. Questa
prima conca, conca, che ora si dice di Viarena,
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 313
si chiamò allora, per le cose sopradette, la Conca
di Nostra Signora del Duomo. L’iscrizione, spi-
rante t u t t a l’eleganza del Cinquecento, chiama la
conca : cataractam in clivio extructam, ut per
inoequale solum ad urbis commoditatem ultro ci-
troque naves commearent. Fu questo uno dei più
ammirabili ed utili pensieri che venissero in men-
te umana. Le seguenti generazioni lo perfeziona-
rono, e l’imitazione lo propagò per t u t t a l’Europa
e l‘America,, con inestimabile vantaggio del ge-
nere umano. Collegata così la parte inferiore
della Possa col Naviglio Grande del Ticino, si
pensò ad introdurvi dalla parte più alta il Navi-
glio della, Martesana proveniente dall’Adda. La
Fossa era già munita di più conche, e già tutta
navigabile, come pare, fin dal tempo di Filippo
Visconti, e aveva, preso il nome di Naviglio ducale.
Per t a l modo le navigazioni del Ticino e del-
l’Adda si congiunsero, sotto le mura di Milano
nel 4197 « con modo miracoloso a i forastieri »,
dice un antico manoscritto, « sebbene per essere
il beneficio d’ogni giorno più non l’ammiriamo
noi Allora le cose nuove e miracolose ai fora-
stieri si facevano nel nostro paese; ora appena
l’indolenza nostro si crede in debito di tener die-
tro ai miracoli altrui.
Essendosi poi nel seguente secolo accerchiata
la città con un più vasto e lontano recinto, non
più di semplici muraglie ma di bastioni, giusta i
nuovi principj allora trovati dagl’ingegneri ita-
liani per resistere alla nuova forza delle artiglierie,
l’antica Fossa del secolo X I I divenne Naviglio
I n t e r n o Essa è un notevole monumento e della

1 Vedi: Istoria dei Progetti e delle Opere per la na-


vigazione interna del Milanese di G. BRUSCHETTI. Mil. 1821.
314 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
velorosa generazione che primamente la scavò
per affrontare un potentissimo nemico, e di quella
che la trasformò in un modello di nuova industria,
che le altre nazioni soltanto dopo qualche secolo
seppero imitare. La conca f u perfezionata a poco
a poco ; lo scontro delle porte si fece ad angolo ot-
tuso, per poterle aprire con facile sforzo laterale :
e per resistere meglio alla pressione delle aque si
praticavano nelle valve stesse le finestre di sca-
rico ; si aggiunsero i condutti laterali pel rapido
influsso ed efflusso delle aque; si sottopose loro
una gradinata per dividerne la caduta; si muni-
rono di ponte pel facile trapasso d a sponda a
sponda ; le quali invenzioni vennero confusamen-
te attribuite a quattro ingegneri, Bertola Novate
milanese, Filippo degli Organi modenese, Fiora-
vante bolognese, e Leonardo da Vinci fiorentino,
i quali t u t t i furono adoperati dagli ultimi Vi-
sconti o dai primi Sforza. Ma le più ardite in-
venzioni furono quelle che Giuseppe Meda ideò
sul naviglio di Paderno, un secolo più tardi.
La rapida di Paderno presso Merate intercet-
tava sull’Adda la communicazione t r a il Naviglio
della Martesana e il Lario. Verso il 1518 i l mu-
nicipio di Milano, appo il quale risiedeva a quei
tempi l’amministrazione interna, di tutto il ter-
ritorio, aveva commesso agl’ingegneri Della Val-
le e Missalia di vedere in qual parte meglio con-
venisse inoltrar. 1’opera dei canali navigabili. Se
ne proposero cinque: uno dal lago di Lugano al
lago Maggiore, lungo il fiume Tresa; uno dalle
Castellanze di Varese a Milano, lungo I’Olona :
uno dal Pian d’Erba a Milano, lungo il Lambro ;
uno da Brivio per Vimercate e Monza a Milano;
e uno finalmente lungo l’Adda da Brivio a Trezzo,
per superare la cascata di Paderno. Questo era
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 315
il più breve; si trattava d’un canale lungo un
miglio e mezzo; si mandarono in oblio tutti oli
altri progetti, per raccogliere t u t t e le forze in
quest’uno. Eppure, primo che l’opera d’un miglio
e mezzo avesse compimento, scorsero 260 anni !
L’istoria di questo piccolo canale è preziosa
per l’arte, appunto perchè vi si spesero intorno
i pensieri di parecchie generazioni. Il giorno 6 no-
vembre 1518 una deputazione della città, e un
corpo d’ingegneri si recò a discutere lo cosa sul
luogo stesso ; riprovò la proposta di costruzione
le conche entro l’àlveo del formidabil fiume, e
accolse il pensiero del Missalia di scavare un ca-
nale sulla riva destra, entro un dirupo malfermo
e cavernoso. La gran discesa di 27 metri si volle
prime ripartire in dicci tronchi orizzontali; e si
cominciò infatti il lavoro della chiusa di deriva-
zione, in quel luogo che si chiama ancora il Sasso
dei Francesi, perchè a quel tempo i re di Francia
avevano ritolto agli Sforza la controversa ere-
dità, dei Visconti. Ma una sollevazione generale,
che abbattè quel governo, interruppe i lavori.
Frattanto alcuni come a l solito, si studiavano
di deviare dall’opera incominciata perfino i pen-
sieri della gente, proponendo un altro canale, che
scendendo lungo il Lambro rnettesse al Po.
Nel 1557 nuovi inutili conati del municipio;
nel 1562 progetto di Francesco Rizzo, di far le
chiuse entro I’Adda stessa. Intanto il provido go-
verno spagnuolo vendeva o dissipava le q u e del
Naviglio stesso della Martesana. Vi riparò il pre-
sidente Filiodoni, proponendo d’allargarlo ; e col-
la vendita anticipata delle nuove aque, da intro-
durvisi nella misura di 100 e più once, raccolse
da, nove famiglie una somma maggiore che non
fosse la spesa da farsi; questa ristaurazione f u
316 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
compiuta nel 1574. L a navigazione, ch’era, riser-
vata a due giorni della settimana divenne allora
quotidiana, e si potè raddoppiare la portata delle
barche.
Verso quei tempi, Giuseppe Meda, uomo di
raro ingegno, propose di risparmiare le lunga
sequela di conche, che si erano proposte pel Na-
viglio di Paderno e di farne due soie; l’una
dell’inusitata altezza di sei metri, l’altra del-
l’altezza veramente prodigiosa di diciotto metri,
o trenta braccia, cioè dieci volte l’atltezza della
conca di S . Marco.
Egli intendeva di togliere il perditempo dei
naviganti, di concentrarne in una sola parte di
quel malfido terreno le costruzioni più pericolose,
e di far luogo agli sfioratori e scaricatori, i quali,
prima di giungere alle conche, sfogassero le q u e
esuberanti e le ghiaje, che scoscendevano entro
l’incile. Non è qui il luogo di ripetere la descri-
zione ch’egli stesso diede di que’ suoi novissimi
congegni, sì per ridurre le porte inferiori alla
consueta dimensione, nonostante la grande altez-
za del salto, col sottoporle a una solida cortina.
di muro sostenuta da un arco; sì per procacciare
il pronto scarico delle aque per mezzo d’un con-
dotto laterale; sì per ammorzare e rendere in-
nocua, alle barche la violenza della aqna, frenan-
dole al piede della caduta con un parapetto; sì
per dominare le aque a i diversi punti d’altezza
mediante una continua scala laterale. La conca
del Meda era un congegno nuovo in tutte le sue
parti, e sorprendente nelle sue dimensioni.
Nel 1574 egli si offerse sotto altrui nome a
ultimar l’opera i n due anni ; ma le pestilenza che
sopravenne, ruppe il trattato. Nel 1580 strinse
contratto col municipio, ma fu mestieri aspettare
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 317

per dieci anni dal fondo delle Spagne la regia,


approvazione. Trovato un appaltatore per 42 mila
Scudi, s’iniziò lentamente l’opera nel 1591, sotto
l a direzione del Meda; ma il gelo del 1593 recò
gravissimi guasti, e disanimò gli appaltatori.
Lungo l a parte navigabile dell’Adda conveniva
fare una strada alzaja sulla riva sinistra,; i Ber-
gamaschi non la vollero avere; e f u necessità di
farla t r a le angustie della riva destra. Il terreno
cavernoso del canale sfranò ; gl’ingegneri spediti
in visita ne incolparono il Meda; dall’ attiguo con-
fine véneto si promovevano vessazioni ; i lavoranti
tumiiltuarono contro il loro direttore, il quale per
caldezza d’animo trascorso a qualche violenza,
f u messo in prigione. Nel 1598 s’introdusse l’aqua.
nel primo tronco, e si navigò; ma straordinarie
piene fecero nuovi guasti; e il Meda intanto ebbe
una nuova prigionia,
L’ingegnere Romussi assunse la sua difesa; e
si ottenne che il governo dell’opera si confidasse
all’lngegnere Bisnati amico del Meda ; ma questi
nel suo carcere intanto moriva !
I1 decurione Guido Magenta scrisse per ani-
mare i cittadini alla perseveranza. Il Bisnati pro-
pose una conca piana, cioè una chiusa senza ca-
duta, per continuare la navigazione in tempo di
piena; e propose di dividere in due cadute la
conca più grande; ciò che poi chiamossi conca ac-
collata. Così l’opera languiva, ma s’avanzava
l’arte ; nondimeno quella poca discussione svegliò
alquanto la publica inerzia. Nel 1602 si fece la
conca piana; nei 1603 si rimise l’aqua nel primo
tronco; ma le molestie dei confinanti, e la penuria
di denaro, che travagliava sempre gl’inerti si-
gnori del Méssico e del Perù, fecero sì che il
Bisnati medesimo, dopo quindici anni di sforzi,
315 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
consigliasse di vendere i materiali e d‘ostruir lo
incile, affinchè i lavori fatti non rimanessero
esposti alle piene. La conca accollata si applicò
al ristauro del Naviglio di Bereguardo, e fu sal-
vata dall’oblío.
Cento anni dopo la prime proposta d e l Meda
(1679) si decretò una visita all’opera, abbando-
nata; nel 1698 gli abitanti del lago ne sollecita-
rono la ripresa. I n quelle prodigiosu impotenza
passò poco meno d’un altro secolo; finalmente
nel 1758 l’ingegnere Rusca dissepellì il progetto
del Meda, coll’aggiunta d‘una terza, conca. La
città di Corno si opponeva ; le altre terre del lago
a l contrario sollecitavano; ma poichè si era di-
sgiunto dallo Stato di Milano il Novarese, parve
possibile d’attrarre sul Lario il commercio di
transito che naturalmente seguiva il Lago Mag-
giore, e parve saggio consiglio che l’approvvigio-
namento di Milano non si lasciasse al tutto di-
pendere d a un solo canale, omai esposto anch’esso
sulla estrema frontiera. Dionisio Ferrari racco-
mandava il progetto del Meda; ma l’accreditato
appaltatore Nasetti, non osando porre la sua for-
tuna al rischio d’un’opera d’insolito ardimento,
insisteva perchè si costruissero sei conche di con-
suete dimensioni. Intanto la città di Como rino-
vava l’opposizione, e dimandava che il canale del
Lario passasse in qualche modo presso le sue
mura, attraversando poi con sotterranei le pros-
sime alture ; ma Giuseppe Peci, in una s u e rela-
zione, dissipò quanto v’era d’imaginario in quelle
pretese, ed evinse la necessità di promovere sen-
z’indugi il commercio. A screditare i malintesi
interessi municipali giovò il fatto, che, mentre
Corno si diceva ruinata se non aveva il canale
sotto le sue mura, Pavia si diceva ruinata se
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 319
fosse passato sotto le sue mura il proposto Na-
viglio da Milano a l Po.
Messe da banda tutte queste contradizioni.
nel 1773 si decretò ad un tempo la costruzione
d’ambo i canali di Paderno e di Pavía ; ma fu as-
sai che si compiesse in quattro anni il primo.
Dopo una viva discussione, a cui parteciparono
molti uomini d’onorata memoria, Peci, Rinaldo
Carli, Lecchi, Frisi, De Regi, si deliberò di deca-
pitare la gigantesca mole già ben inoltrata dai
Meda ; ciò che Lecchi e Bernardino Ferrari chia-
marono una sventura dell’arte. i nuovi lavori
furono intrapresi da Nosetti e F e : la prima prova
dell’acqua si fece nel 1776; vi apparve la necessità
di trasportare qualche parte del canale più den-
tro terra, in fondo men cavernoso, e incavare a
tal uopo una rupe alta 36 metri. Nell’11 otto-
bre 1777 la prima nave partita da Brivio approdò
a Trezzo.
Peci promosse a tutto potere quella naviga-
zione; fece esentare dal dazio di catena, anche
sii t u t t i gli altri canali, le navi che passassero
per questo; fece instituire nelle nove Pievi del
Lago altrettante barche per uso publico ; fece as-
soldare per la naviguzione dell’Adda esperti pi-
loti del Ticino; fece assicurare col trasporto dei
sali il difficile ricarico delle barche ; promosse nei
vicini monti la cultura dei boschi, e regolò la
ftottazione dei legnami. Ma certamente tutto ciò
non poteva aver forza d’attrarre su quel naviglio
il tránsito del commercio europeo, tanto più che
la costruzione delle grandi strade carreggiabili
ridusse le grandi navigazioni del medio evo al
trasporto delle pesanti derrate d’interno consumo.
I1 Naviglio di Paderno, come venne alla fine
eseguito, misura in tutto metri 2605; la forte sua
320 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11
pendenza, di (27m., 5) è distribuita per un metro
incirca (1m., i) sul declivio del fondo, e pel ri-
manente in sei conche, che sono pur sempre mag-
giori del consueto, e sempre esposte a gravi danni
e per la instabilità, del fondo e per la violenza
del fiume. Per ovviare alle piene ha t r e scaricatorj,
che per 28 porte riversano entro l’Adda l e aque
soverchianti. E per agevolezza di porlo in asciut-
to, v’è. in capo a l canale un ponte, la cui luce si
chiude con portone di róvere Il volume delle
aque è d’once (60 (150 c.) ; non serve ad uso
alcuno d’agricultura O di industria, e penuria
in tempo di magra, massime se frequenti concate
esauriscono le aque. È interdetta la navigazione
nottetempo; i convogli di dieci a tredici barche,
richiedono alla salita un giorno e mezzo; ma ba-
stano t r e ore e mezzo alla discesa, che si ia senza
cavalli. L’annua manutenzione costa lire 7613.
I1 Naviglio di Pavía fu ordinato d a qualcuno
dei Visconti fino dal 1309; e parve che si chia-
masse il Naviglietto; ma il tratto da Binasco a
Pavía non venne compiuto se non sotto Galeazzo
Maria Sforza, coll’opera degl’ingegneri Novate e
Navarolo, poichè in sua lettura del primo giu-
gno 1443 si legge: « hauemo ordenato ch’el se
facia un Naviglio da Binasco ad quella nostra
cità de Pavia ». E in capo a due anni era fatto,
poichè si legge in altra del 25 giugno 1475: « Re-
cevuta questa, manda presto uno naveto ad
Pavia..,. ad ciò post domane ad bonhora essi
phisici (i professori Ghiringhello e Della Trinita)
possono venire a Nuy, come gli scrivemo ». Pare
che sotto la providenza spagnola venissero tra-
scurate le riparazioni alle conche, e le aque ve-
nissero depredate dai potenti; e (( più d’ogni al-
t r a cosa interruppe questo naviglio la soprave-
‘ i

NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 321

nuta della guerra., non vi essendo nè chi navi-


gasse, nè chi tenesse conto degli edifici; final-
mente tutto andò in ruina » (Estratto di varie
relazioni, presso Bruschetti p . 233). Nel 1595 il
Meda si offerse n ristaurarlo; gli amici suoi Ro-
mussi e Bisnati modificarono nel 1601 il suo pro-
getto, dando a l canale maggior. altezza a com-
modo della navigazione, e proponendo da Mila-
no a, Pavía, due sole conche d’otto metri; e ot-
tennero di cominciare i lavori, ma il denaro era
scarso; tuttavia si aperse il primo tratto d’un
miglio o poco più ; vi si condusse pomposamente
il governatore spagnuolo, e si eresse quel mo-
numento, che si chiama il Trofeo, con iscrizione
che annunziava già congiunta Milano col Po ; ma
i lavoiri languivano, e nel 1605 furono abbando-
nati. Quando colla vendita anticipata delle aque,
e coi sussidj di varie città si erano raggranel-
late alcune somme, nacque disparere fra gl’inge-
gneri Sitoni, Rinaldi, Bisnati e Turati; il che
fece credere alla moltitudine che l’impianto del-
l‘opera fosse erroneo, e procacciò al luogo,
ov’eransi sospesi i lavori, il presente nome di
Conca Fallata Ne1 1611 si decretò l’inglorioso
abbandono dell’intrapresa, per impotenza delle
regia camera del monarca delle Spagne e delle
Indie, e si vendettero i materiali e le aque per
pagare le opere fatte.
Nel 1637 il figlio del Bisnati impetrò che si
facesse lo sforzo d’una nuova visita, e nel 1646
una compagnia si esibì a far quel canale, purchè
le si desse per un certo tempo il godimento degli
altri canali regi, e la facoltà di fare un riordina-
mento generale delle irrigazioni. Non se ne fece
nulla. Verso l a metà del secolo seguente, il pen-
siero del canale risurse, nel 1772 Nosetti e F e
21. - CATTANEO.
Scritti economici II.
322 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
presentarono un loro progetto, e Frisi ebbe in-
carico di studiarlo; ma si trovò in disparere e
cogli appaltatori e coll’idraulico Lecchi. Intanto
la città di Pavia, che non voleva il canale, cer-
cava di far vendere le aque a d uso d’irrigazione ;
ma il delegato Sartirana, promotor fervoroso del-
l’opera, ottenne che le vendite si facessero tutte
con riserva. F r a questi maneggi spirò anche il
secolo XVIII.
I1 20 giugno 1805 Napoleone decretò il com-
pimento del naviglio ; il professor Brunacci e
gl’ingegneri Giussani e Giudici, ripartito il la
voro del progetto, in quattro mesi lo presenta-
rono. F u fatto esaminare d a Prony, il quale con-
dannò le conche di salto maggiore di quattro
metri, perchè si allontanavano dalle consuetu-
dini degl’ingegneri francesi ; giudicò esorbitante
il corpo d’acqua ; e desiderò pendenze uniformi.
ed uguali lunghezze di tronchi. Gli fu risposto
che gli usi d’Italia erano diversi, perchè diversi
gli offici dei canali; e, resa lode alle sue formule
per la misura delle aque si osservò come non
corrispondessero alle esperienze fatte sui canali
nostri; si provò che l’aumento d’aqua da intro-
dursi nel Naviglio Grande per alimentare quello
di Pavia, anzi che pregiudicare alla navigazione,
doveva agevolarla, conservando spazzato il fon-
do, e rendendo capaci di maggior carico le bar-
che discendenti, mentre l’effetto della maggior
velocità sulle barche ascendenti, quasi sempre
vuote, era sprezzabile. I n giugno 1807 il pro-
getto fu approvato. Nelle forme interne dei ba-
cini di conca si sostituì alla base rettángola la
figura poligona, per assecondare la forma delle
barche con risparmio d’aqua,; e alla gradinata
per ammorzare il salto si sostituì il parapetto
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 323

del Meda, riproposto dal Brunacci come cosa


propria.
I1 28 agosto 1809 si aperse il primo tronco
fino a Romano. Morto frattanto il Giudici, gli
successe Carlo Paréa, il quale, per la maggior
frequenze della navigazione ascendente, propose
di diminuir la pendenza del fondo; propose di
sottoporre alla volta dei ponti una doppia strada
alzaja; inventò un ponte galleggiante che si
aprisse e chiudesse a l passaggio delle barche;
ideò un ponte ottángolo al crocicchio di Binasco,
in modo che d a quattro lati facesse fronte a due
strade e dagli altri quattro a due canali; diede
nuova forma ai sifoni degli aquedutti ; appose
ai bacini véntole cilindriche d’agevole maneggio ;
e v’introdusse altri ripieghi d’un sagace inge-
gno. Sulla fine del 1810 l a navigazione f u spinta
a Moirago; nel 1811 a Binasco; nel 1813 a Nivol-
t o ; nel principio del 1814 alla Torre presso le
Certosa. Nel 1815 si sospesero per quattro mesi
i lavori; ma Paréa ottenne che gli appaltatori
li rontinuassero, aspettando il denero sino a l fine
dell’anno seguente. Appena si giunse presso Pa-
via, i trafficanti disertarono il Naviglio di Be-
reguardo, e si offersero a contribuire per una
strada che discendesse sùbito al Ticino; Pavia
essere una bella linea di case fra il nuovo ca-
nale e le sue mura, sotto le quali si giunse in
luglio 1816. Nella su ssiva discesa verso il fiu-
me, non avendosi più eccedenza d’aque a d USO
irrigatorio, nè incontro di scoli e di fossi, ossia
riscontrandosi le circostanze stesse dei canali
oltremontani, si ritenne orizontale il fondo. Vin-
t e tutte le dificoltà, si aperse la discesa nel fiume
il 16 agosto 1819, dodici anni dopo l’approvazione
del progetto.
324 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II

RIASSUNTO DEI PRINCIPALI

NAVIGLIO Naviglio
GRANDE DI BEREGUARDO

Anno della prima intrapresa e del


compimento ......... 1177.1272 1460-1470
......
Lunghezza del canale 49.982 m. 18.848 m.
Larghezza minima e massima . . 12 m.: 50 m. 10 m.: 13 m.
Larghezza ordinaria . . . . . . . 20 m. 11 m.
Altezza delle aque minima e mass. . 1 m., 088: 4 m., 16’ 1 m., 005: 3 m.,300
Pendenza minima e massima d e l
pelo d’aqua per mille metri‘ . . 0 m., 073: 1 m., 546 3 m., 067: Om.,496
Velocità minima e massima per se-
condo . . . . . . . . . . . . Om.,23: 4m.,89 O m., 21: 1 m., 57
Caduta totale . . . . . . . . . . 34 m. 23 m., 80
» nei declivio dei fondo . . 34 m. 3 m., 13
» nei salti delle conche . . , . . . . . . 20 m., 67
Numero delle conche . . . . . . . . . . . . 11
Massimo e minimo salto ..... . . . . . . 1 m.,030:2m.,41
Minima e massima Iunghezza delle
conche . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 m.,25: 36 m.,10
Minima e massima larghezza delle
conche . . . . . . . . . . . . . . 5 m., 40: 6 m., 24
Volume dell’aqua utile, in once c
metri cubi, supposta l’oncia di
metri cubi 2½ . . . . . . . . 1075°.2687 m. c. 104°.260 m.c.
Volume dell’irrigazione. . . . . . 8290.2 72 m.c. 104°.26 ) m.c.
Numero delle bocche . . . . . . 116 18
Campo dell’irrigazione dirette, in
pertiche milanesi e chilometri
quadri . . . . . . . . . . . . 580300p.: 380ch.q
Nolo per tonnellata e chilometro Ascesa Discese A. D.
sulle barche mercantili (in cente-
simi di lira) ......... 4c.,60 3c.,70 3c.,64
-
-
3c.,00
Idem sulle corriere....... 16c.,70 14c.,00
-
...
Nolo per persona e chilometro 1c.,72 1c.,30 -
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 325

BICI SUI NAVIGLI MiLANESI.

-
NAVIGLIO Naviglio INTERNO NAVIGLIO Naviglio
MARTESANA E sue APPENDICI DI PADERNO DI PAVIA

1457-1500 1440-1497 1518-1777 1359-1819


38.696 5090-1494 2605 33.329
m.,60: 18 m. 9 m.: 11 m. 11 m.: 12 m., 69 11 m.: 29 m.
12 m. 10 m. 11 m. 12 m.
1.,06:2m.,50 m.,90 :m,04 :1m,50 1 m., 20 1 m.: 1 m., 65
,, 110: 0m., 901 m., 322: 1m., 513 m., 10: 2 m., 96 O m., 03: O m., 28
1.35: 2 m., 95 1 m.,06: 4 m., 79 0m 31: 9m., 37 O m., 02: O m., 88
17 m., 85 7 m., 95 27 m., 50 56 m., 500
16 m., 03 2 m., 11 1 m., 10 4 m., 41
1 m., 82 5 m., 84 26 m., 40 52 m., 2
1 5.1 12 6
1 m., 82 1 m., 80: O m., 35 3 m., 39: 6m., 20 1 m., 70: 4 m., 80

46 m., 69 31m., 50: 36 m., 30 37 m., 93: 47 m. 49 m., 50: 107 m.

m., 95 5 m.. 45: 7 m. 5 m.,60:7m.,10 5 m., 06: 6 m., 26

4c.1460m. o. 92°.230 m. o. 60°.150 m. o. 142°-355m. o.


20.1230 m. o. - - 95°237 m. c.
85 29 - 25

:235ch.q. - 580300p. :380ch.q.


D. A. D. A. D.
4c.,50 4c.,81 4c.,15
14c.,80 42c.,10 42c.,10
1c.,56 2c.,08 2c.,08
326 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11
La lunghezza del canale è di 33 chilometri
(33,329 m.) ; la pendenza totale, di 56 m.,61, per
soli 4 m , , 4 venne ripartita sull’álveo, la cui in-
clinazione, da 1/6 per mille, va diminuendo ne-
gli ultimi tronchi col volume stesso delle aque
fino a 1/9 per mille; la qual lentezza loro, fo-
mentando le erbe palustri del fondo, ristringe
notabilmente la capacità del vaso. I1 rimanente
della pendenza è suddiviso per 12 tronchi, con
altrettante conche, due delle quali accollate; due
sole sono di piccolo salto (1m.,70 e 1m,,85); le
altre variano da 3 m , , 3 a 4 m . , 8 ; le ultime, com-
prese le due doppie, essendo adunate nello spa-
zio d’un miglio incirca (1919m.) sotto le mura
stesse di Pavia, formano quasi una gigantesca
gradinata, costrutta in marmo nero di Varenna.
I n quella pietra l’ingegner Paréa, oltre alla du-
rezza, alla tolleranza delle intemperie e alla pre-
cisione del lavoro, trovò un peso specifico (2722
chilogrammi per metro cubo) molto superiore a l
granito roseo (2602chm. per m.c.) e allo stesso
granito bianco del Lago Maggiore (2656ch.); e
quindi una maggior forza d’inerzia contro la
violenza delle aque. I1 volume di queste varia,
essendo d’once 142 nell’estate e 180 nell’inverno ;
della qual massa un solo terzo (once 50) è riser-
vato alla navigazione, e richiede molta diligenza
nei custodi, perchè basti alle concate. La naviga-
zione si valuta a circa duemila barche all’anno,
il cui complessivo carico può valutarsi a 60 mila
tonnellate. I carichi discendenti di pietre, ghiaja,
calce e carbone non giungono alla metà degli
ascendenti, i quali consistono in 540 barche di
vino,. provenienti dalla destra del Po, e fin da
Reggio e da Modena; 340 barche di sale da Ve-
nezia; quasi 300 di tégole e mattoni delle vici-
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 327
nanze di Pavia; 140 di legnami e fascine; e 40
di grani, ed anche di farine d’Ungheria a d uso
militare.
Questo canale costò ai nostri giorni più di
sette milioni e mezzo di franchi (7,694,707); in
cui più di due milioni (2,177,818) furono spesi
nelle dodici conche ; quasi un milione (922,009) in
quattro ponti, nel ponte-carnale sul Lambro, e
nel passaggio di 74 aquedutti ; e la maggior som-
ma (4,593,980) f u spesa nella condutta dell’aqua,
nella compera del fondo, nello scavo, e nella mu-
ratura delle sponde. Un quarto della spesa viene
compensato dalla vendita delle aque, benchè li-
mitate a l non ampio volume d’un centinajo d’on-
ce; e i frutti del dazio delle barche mercantili
(lire 33,304) e delle sei barche corriere pei pas-
seggieri (lire 3568) compensano a un dipresso
le annue spese (lire 41430). L‘ascesa e l a di-
scesa delle barche mercantili si fa in circa 11
ore; la navigazione di giorno è continua, perchè
vi sono due strade alzaje.

ALTRI CANALI
La Muzza è uno dei canali più antichi, poichè
risale a i secoli XII e XIII; e fu un altro frutto
della battaglia di Legnano, la quale, sottopo-
nendo stabilmente il territorio di Lodi a l pre-
dominio della republica di Milano, agevolò il
concorso dei due popoli a fecondare con questa
bell’opera le sabbie di quel territorio, e farne la
più ricca prateria d’Europa. La Muzza corre
per 58 chilometri in circa (57700 m.) ; e sì per
la forte pendenza (70m.,7), sì per la ampiezza
del suo letto, che nel diramarsi dall’Adda al
ponte di Gassano, è largo ottanta braccia (48m.),
328 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11

s ì pel generoso volume delle aque, d’once mila-


nesi 1100 (2750 m.o) può chiamarsi un fiume reale.
L’irrigazione per 75 bocche si stende in 170 com-
muni, sopra 560 chilometri quadri ; e il valor ve-
nale delle aque potrebbe valutarsi a poco meno
di 20 milioni di lire. Le spese di manutenzione
a carico publico sommano ad annue lire venti-
mila (19685); ma la pesca e il movimento di 109
opificj producono all’incirca il doppio (44692). La
parte superiore del suo CORSO, da Cassano a Paúl-
lo, si naviga con piccoli battelli, carichi di le-
gnami e materie murali; e questa navigazione
si potrebbe facilmente spingere per la, Muzza stes-
sa fino a Lodi, e per l’Addetta fino a Meregnano.
La Fossa d’Ostilia collega il P o col Tartaro,
e quindi coll’Adige, e ora mette in Po, ora ne
riceve il rigúrgito. e serve agli Ostiliesi per aspor-
tare riso e altri grani, gratticci, stuoje ed altri
produtti delle loro industria. Percorre nel ter-
ritorio mantovano 12 chilometri.
Il Canal Fusa o Fusio esce dalla parte infe-
riore del lago d’lseo e costeggia l’Ollio fino a
Palazzolo, portandovi battelli di una tonnellata,
che discendono con ferro, legname, e materie mu-
rali, e ritornano con grani e altre vittovaglie.
Si volge poi a levante verso Rivato, e vi si sparge
ad irrigare circa 80 chilometri quadri, con once
d’aqua 143, o metri cubi 357. Fu scavato nel-
l’anno 1347 dal tonte Oldofredo d’Iseo; f u confi-
scato nel 1413 da Pandolfo Rlalatesta, signore
di Brescia, e venduto a varj privati, da cui lo ri-
scattò, negli anni 1447 e 1458 il commune di Ro-
vato, al quale appartiene. Si è proposto più
volte di spingerlo verso Chiari o verso Brescia,
e accrescervi la presa d’aqua, anche per asciu-
gare le paludi di Provaglio presso Iséo.
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 329

Nei quattro distretti che la provincia di Man-


tova ha sulla riva meridionale del Po, vi sono
due canali navigabili, cioè la. Possa Parmigiana,
che dalle vicinanze di Brescello, scorre per 17
chilometri verso levante, lunge il confine meri-
dionale di Guastalla, sino alla Rocchetta. ove
influisce i n un altro canal navigabile. È questo
la Moglia, che dopo 7 chilometri di corso si versa
a Bondenello nel fiume Secchia ; ambedue si navi-
gano con barche da 35 tonnellate.

Collegamento delle diverse linee navigabili


Descritte così le singole parti della nostra
navigazione interna, giova riassumerle, conside-
rando jl r o , come il tronco da cui si dirama la
mag ior parte delle altre c o m u n i c a z i o n e Se co-
g.
minciamo adunque dal Po inferiore, troviamo :
1°) la Fossa d’Ostilità; 2°) il fiume S
riva meridionale, coi canali della V o g l i a e della
Parmigiana ; 3°) di nuovo sulla riva settentrio-
nale il Basso Mincio, che comunica col Lago di
Mantova, e dovrebbe comunicare coll’Alto Mincio
e coll’ampio lago di Garda; 4°) l’Ollio, che si
ascende fino a Ponte-Vico. ma finora si collega
solo i n discesa col Lago d’Iséo e colla Fusa, coni-
municazione che si vorrebbe compiere; 5°) La
Bassa A d d a fino a Lodi; G”) il Basso Ticino, e
quindi il Naviglio di Pavia fino a Milano, d’onde
si formano due rami d i navigazione: il primo
pel Naviglio Interno, il Naviglio della Martesana,
l’Alta A d d a e il Naviglio di Paderno fino al
Lago d i Como; il secondo pel Naviglio grande e
l’Alto Ticino fino a l Lago Maggiore, d’onde po-
trebbe facilmente salire fino al Lago di Lugano.
A mezzo il corso del Naviglio Grande si congiunge
330 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
DISTANZA
TRA I P U N T I più NOTABILI D’INTERNA NAVI-
GAZIONENELLE PROVINCE LOMBARDE E IL MARE
ADRIATICO,PRESO TANTO ALLA FOCE D E L P O D I
GOROQUANTO AL PORTO D I VENEZIA.

Da
GORO

Al confine Mantovano tra la Stel-


lata e le Quatrelle . . . Metri 107.000 145.900
A Sermide. . ....... 121.200 160.100
A Ostilia e Revere .. . . . . 138.700 177.600
Alla foce Secchia. . . . , . 154.100 193.000
E per la Secchia a Bondanello . 178.500 2 14.400
E per la Moglia alla Parmigiana. 185.500 224.400
Alla foce del Mincio . . . . . 156.700 195.600
E pel Mincio a Mantova . . . 179.700 2 18.600
A Borgo-Forte . . . . . . . . 180.000 218.900
Alla foce dell’0llio . . . . . , 185.400 224.300
E per l’Ollio a Pontevico , . . 255.900
A Viadana . . . . . . . . . 209.500
A Gasal-Maggiore . . . . . . 222.000
A Cremona ....... 270.000
Alla foce d’Adda. . . . . . . 282.000
E per l’Adda a Pizzighettone . . 296.500
Idem a L o d i . . . . . . . . . 345.500
Al ponte di Piacenza. . . . . 305.210
Alla foce del Ticino . . . . , 364.600
E pel Ticino a Pavia. . , . . 371.660
» » » a Bereguardo . . 386.998
E per Pavia a Milano . . . . 404.989
E per la Martesana a Cassano
d’Adda . . . . . . . . . . 439.422
A Trezzo . . . . . . . . . . 448.775 487.675
A Lecco. . . . . . , , . . . 487.816 526.7 16
A Como. . . . . . . . . . . 532.466 571.366
A Riva Chiavenna . . . . . 536.898 575.798
E pel Naviglio Grande a Torna-
vento . . . . . . . , . . 454.771 493.671
E pel Ticino a Sesto Calende (La-
go Maggiore) . . . . . . . 477.973 516.873
A Locarno (confine Svizzero) . 542.573 581.473
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 331
il Naviglio d i Bereguardo, ch’era l’antica via di
aqua da Milano verso il Po. Queste liuee, tutte
fra loro congiunte in ascesa e in discesa, som-
mano a 846 mila metri.
11 minimo nolo dei trasporti su queste di-
verse aque, che è quello dei sali, importa da
Venezia a Mantova centesimi nostri 4 1/3 per
tonnellata e chilometro; da Venezia a Pavia
4 ½ ; da Venezia a Milano 5 1/3.
Le linee tuttora disgiunte, cioè i canali della
Muzza e della Fusa, i grandi laghi di Garda, di
Iséo e di Lugano, il lago Superiore di Mantova,
e quelli d’ldro, V a r e s e , Comabbio, Pusiano, O g -
giono ed Endine, alcuni dei quali potrebbero col-
legarsi alle altre linee, sommano e più di 195
mila metri.
Le linee navigabili solo in discesa, cioè la par-
t e medie dell’Adda, dei Ticino e dell’Ollio som-
mano a 154 mila metri.
I1 fondamento principale della nostra nevi-
gazione, cioè il corso del Po, massime a l di so
pra, della foce dell’Ollio, è assai difettoso, e pei
gli ostacoli naturali d’un álveo tortuoso, ine-
guale, variabile, pieno di pericoli, e per- la com-
plicazione dei confini, non ancora ordinati giu-
sta le convenzioni del diritto publico europeo,
sancite nel congresso di Vienna. Perlochè il com-
mercio dei grani, ch’è il più importante, di-
verge per Mantova alle strade di terra. volgen-
dosi verso Milano, ch’è il centro d’attrazione di
t u t t i questi trasporti di discesa e d’ascesa.
Ora a chi guarda sulle carta la natural dire-
zione tra, Milano e Mantova, la vede coincidere
in massima parte col corso dell’Ollio, da Mar-
carla, che riesce sole otto miglia lungi dal lago
di Mantova, fin presso Genivolta, e Soncino Una
332 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
LINEE NAVIGABILI
P R O S P E T T O
lelle linee navigabili naturali in ascesa e discesa in sola
e artificiali discesa
nelle 9 province lombarde con- di. O
giunte sgiunte con sole
zattere
Naviglio Grande, da Tor-
navento a Milano. Metri 49.982
Naviglio di Bereguardo,
dal Naviglio Grande a
Bereguardo . . . . 18.848
Naviglio della Martesana,
da Trezzo a Milano . . 38.696
Naviglio Interno di Mila-
no, dal Nav. della Mar-
tesana, al Nav. Grande. 5.090
Naviglio int. sue Appen-
dici: Nav. Vercellino
(1195); Nav. Morto
(134); Ramo a S. Marco
(85); Laghetto (80) . . 1.494
Naviglio di Paderno, fra i
due tronchi dell'Adda
alta . . . . . . . . 2.605
Naviglio di Pavia, da Mi.
lano al Ticino Basso . 33.329
Muzza alta, da Cassano a
Paullo (navigabile con
battelli) . . . . . . . - 16.000
Fusa, da Sarnieo a Ro.
vato. . . . . . - 22.212
Fossa Ostilia, dal P o ' ai
Tartaro . . . . . . . 12.000
Fossa Parmigiana, dalle
vicinanze di Guastalla
alla Rocchetta , 16.260
Moglia di Gonzaga, dalla
Rocchetta al fiume Sec.
chia . . . . . . . . . 7.000

Si riporta 185.304 37.212


NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 333

! P R O S P E T T O
delle linee navigabili naturali
LINEE NAVIGABILI

in ascesa e discesa in sola


e artificiali -- discesa
nelle 9 province lombarde con- di- O
giunte sgiunte con sole
zattere
Si riporta 155.304 37.212
l'o Lombardo . , . , 257.660
Ticino alto, da Sesto ca-
lende a Tornavento . . 23.202
Ticino medio, da Tornav.
a Bereguardo . . . . - - 53.982

I
Ticino basso, da Bereguar-
d o a lP o . . . . . 22.335
A d d a alta, da Lecco al Na-
- viglio di Paderno(24736)
e da questo a Trezzo
(11700) . . . . . . 36.430
A d d a media, da Trezzo a
Lodi . . , , . . - - 34.800
A d d a bassa, da lodi al P o . 63.500
Ollio alto, da Sarnico a
P. Vico . . . . . - - 65.650
Olliobasso, daP.Vicoal Po 70.500
Mincio, basso, dal Parto
Catena di Mantova al Po 23.000
Secchia bassa, dal Po a
Bondenello (riva destra
del Po) . . . . . . . 24.400
Lago Maggiore, massima
lunghezza da Locarno a
Sesto Calende . . . . 64.600

Riva di Chiavenna 31.082


Como . . . . . . 26.650 75.732
Lecco. . . . . . 18.000

Si riporta 846.672 37.212 134.432


334 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - II
LINEE NAVIGABILI
PROSPETTO
delle linee navigabili naturali inascesa e discesa in sola
e artificiali discesao
nelle 9 provincie lombarde oon- di- con sole
giunte sgiunte zattere
Si riporta 37.212 154.432
Lago di lugano, da Por-
lezza a Ponte Tresa . 39.350
24.500
51.800
Lago Superiore di Mantova 7.410
» di Varese. . . . . 8.800
» di Comabbio. . . . 3.700
» di Pusiano . . . . 4.000
» di Oggionno. . . . 3.700
» d’Endine . . . . . 5.500
» d’Idro ...... 9.584
N . B. - Si ommettono 50 altri
laghi, il cui asse è minore
di due miglia.
Tot. Met. 846.672 195.556 154.432
RIASSUNTO :
Linee congiunte . . . . . 846.672
» disgiunte . . . . . 195.556 1.196.660
in sola discesa . . . 154.532
grandi e congiunti 140.332

{
Laghi grandi e disgiunti
piccoli . . . . . .
115.650
42.694
298.676
974.144
{
Fiumi in ascesa
in e discesa
sola discesa
521.036
154.432
676.468
congiunti . . . . 185.304 222.516
{
disgiunti. . . . . 37.212
Linee naturali{
artificiali.
. ,. . .. .
, 974.144
222.516
Tot. met. 1.196.660
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 335
parte di questo tronco dell’Ollio è navigabile per
gran parte dell’anno ; il rimanente si potrebbe, al-
meno in via d i ripiego, ridurre al medesimo stato.
Per giungere poi da Genivolta a Cussano, e con-
nettersi col Naviglio della Martesana, non si
ha che un intervallo di 19 miglia. Così scavando
trenta miglia incirca di canali, e adattando alla
meglio dieci miglia di fiume. avremmo attraverso
a tutto il nostro paese u n a diagonale naviga-
bile, t u t t a interna, continua, quasi rettilinea,
che dal confine ferrarese giungerebbe per Man-
tova e Milano fino alle rive piemontesi e svizzere
del lago Maggiore; e potrebbe, come in Inghil-
terra, chiamarsi il Gran Tronco. L’opera diver-
rebbe poi più fruttuosa al commercio, all’indu-
stria ed all’agricultura, somministrando grandi
masse motrici ed ampie irrigazioni, e rendendo
più agevole, regolare e pronta la navigazione, se
all’uso dell’álveo stesso dell’Ollio e a queste com-
binazioni di canali e di fiumi si sostituisse a di-
rittura il canale, proposto già dal nostro colla-
boratore l’ingegnere Elìa Lombardini, di cui ri-
feriamo le parole.1
« L a più utile fra queste linee navigabili sa-
rebbe, a mio avviso, un cenale che unisse il Na-
viglio della Martesana coll’Ollio e col Mincio,
il quale trarrebbe la sua origine in vicinanza di
Treviglio, siccome d a un punto di partizione. Con
uno de’ suoi rami, arricchito dalle copiose sor-
genti di Bariano e Fornovo nella provincia di
Bergamo, si dirigerebbe a Genivolta; quindi, se-
guendo la destre dell’Ollio, si unirebbe a questo

1 LOMBARDINI, Sulla somma utilità d’ estendere in


Lombardia l’ applicazione dei motori idraulici. Milano,
Monti, 1840, p. 14.
336 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
in vicinanza di Cavaltone ; d’onde potrebbe facil-
mente communicare, mediante altro t r a t t o di ca-
nale, col Lago superiore di Mantova, e quindi
col Mincio. L’altro ramo poi dal detto punto di
partizione si dirigerebbe all’Adda, superiormente
all’estrazione della Muzza, in prossimità di Cas-
sano, ove con una serie di sostegni communiche-
rebbe col Naviglio della, Martesana. Per siffatta
guisa la navigazione da Venezia a Milano non
avrebbe più a superare la difficoltà dei dazj este-
ri, delle magre, e dei lunghi giri del Po superio-
r e : e a i provederebbe in modo più diretto alle
importantissime communicazioni della pianura
col monte, particolarniente ove d a questa linea
principale si diramassero canali secondarj che
la unissero a i laghi di Garda e d’lséo. La nuova
linea navigabile non incontrerebbe alcun influen-
t e dell’Ollio, ed attraverserebbe un terreno per
una terzo parte della sua lunghezza asciutto, e
per un’altra terza parte d’irrigazione alquanto
scarsa, circostanze tutte favorevoli per scemare
la spesa degli edifici d a costruirsi. Un tale pro-
getto poi sarebbe facilmente combinabile con
quello di cui sta occupandosi un’apposita com-
missione per arricchir d’aque colle mentovate sor-
genti i canali irrigui del Cremonese, i quali ne
soffrono estrema penuria ».
Questo progetto avrebbe l’agevolezza di po-
tersi scomporre in più operazioni limitate, ognu-
na delle quali potrebbe venir sollecitata d a spe-
ciali interessi, e da diversi modi di vedere. La
prima sarebbe l’immissione d’un maggior corpo
d’aque nel Naviglio della Martesana per la-
sciarne ricadere una, parte dall’alta costa di
Cassano ad uso di opificj industriali, a formar
coll’altra parte una gradinata di conche, come
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 337

a Pavía. L’ingegnere Lombardini dimostrò che


coll’elevare di circa quattro decimetri d’altezza
(O m., 417) il pelo d’aqua di quel Naviglio, vi si
potrebbero accrescere 240 once d’aqua (600 me ) ;
le quali. rivolte t u t t e ad uso industriale, porge-
rebbero una forza di 1800 cavalli-vapor-e o 3600 ca-
valli communi. Un solo decimo, di cui si facesse
riserva ad uso eventuale della navigazione, ba-
sterebbe all’uopo. Nè tutto ciò arrecherebbe pre-
giudizio a chicchessia, perchè le aque si restitui-
rebbero nell‘álveo del fiume al disopra del luogo
ove se ne trae la Muzza e il Ritorto; e quindi
non faremmo altro che valerci d’un dono della
natura che finora giacque infruttuoso. La secon-
da operazione, cioè la raccolta delle aque. appiè
della provincia bergamasca, per dirigerle in due
opposti rami verso l’Adda e verso I’Ollio, po-
trebbe forse sviare una parte delle aque che in-
gombrano i Mosi Cremaschi. Anzi da quelle pa-
ludi si potrebbe forse dedurre verso il Basso Se-
rio, un canale di circa sette miglia, che, par-
sando presso Crema, farebbe poi capo nella p a r t e
navigabile dell’Adda fra Lodi e Pizzighettone.
La terza operazione, cioè il canale costeggiante
la riva destra dell‘Ollio, interessa, come già si
disse, l’agricultura. cremonese, alla quale non man-
cano le forze di tentai-e l’impresa. La quarta ope-
razione, cioè il passaggio dall’Ollio ai laghi di
Mantova, prima di tutto non è neccssaria, per-
chè al disotto di Calvatone I’Ollio stesso già met-
t e agevolmente nel Po ; e appunto per ciò il com-
mercio mantovano avrebbe stimolo a intrapren-
derla, per conservarasi l’attuale movimento del
Porto Catena. La parte veramente fondamentale
di t u t t a l’opera, sarebbe dunque il canale del-
l’Adda presso Gassano, all’Ollio presso Ponte-
2 2 . . CATTANEO. Scritti economici. II.
338 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Vico. Basterebbe dunque per ora che un progetto
generale facesse la parte a codesti separati in-
teressi; ciascuno dei quali potrebbe a tempo e
luogo operare e sodisfare alle sue mire, anche
colla parziale esecuzione di ciò che lo riguarda,
salvo il finale conseguimento d’un ulteriore van-
taggio complessivo. Se si compiessero anche le
accennate communicazioni coi laghi di Garda e
d’Iséo, i l Gran Tronco, oltre al poter forse adu-
nare afflusso più copioso d’aque da volgersi ad
altra parte, collegherebbe a commodissimo livel-
lo intermedio tutti i nostri canali, i nostri fiumi,
i nostri laghi, ponendo in agevole rapporto i quat-
tro angoli del paese, Pavía e il Lago di Garda,
Mantova e il Lago Maggiore. La via d’aqua da
Mantova a Milano, che ora si gira per 271 chi-
lometri in 23 giornate di navigazione quasi tutta
fluviale, si ridurrebbe a 148 chilometri, cioè poco
più della metà, e a 4 giornate, tutte di tranquilla
navigazione artificiale, E sarebbe più breve ari-
che dell’attual via terrestre, che passando per
Cremona e Lodi, si prolunga a 157 chilometri. La
navigazione non interrotta permetterebbe poi di
ridurre al quarto incirca l’attual mercede dei
trasporti sulle strade communi, ossia permette-
rebbe di recare, senza accrescimento di prezzo,
ad una distanza quadrupla le materie più pesanti,
come i grani, i legnami, i carboni, le legniti, le
torbe, le pietre, i ciottoli, le ghiaje, le sabbie, le
argille. Essa attrarrebbe a sè infallibilmente il
trasporto dei grani, anche quando la presente via
postale d i Cremona e Lodi s i traducesse i n linea
ferrata, poichè questa non potrebbe fare con gua-
dagno siffatti generi di trasporto se non a bre-
vissime distanze, e per così dire d a distretto a
distretto. A grandi distanze, come, per esempio,
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 339

dall’Adriatico a Milano, il trasporto del grano


colla locomotiva dovrebbe importar poco meno
d’un tallero al sacro, con che rimarrebbe cancel-
lato il necessario margine di speculazione.
Si afferma che da Mantova a Milano si abbia
il passaggio di ventimila sacchi di granaglie per
settimana. Altri cinquemila sacchi sembrano rac-
cogliersi ogni settimana da San Benedetto, Piá-
dena, Bózzolo e Casal Maggiore, e percorrereb-
bero in monte circa quattro quinti del proposto
canale. Altri 12,400 sacchi si credono confluire
da Cremona, Brescia,, Vérola Nova, Orzi, Sore-
sina, Castel Leone e Crema, e percorrerebbero
circa, due quinti dell’intera corsa. Ridutta t u t t a
questa granaglia in peso, e riportata alle diverse
distanze, darebbe un ragguaglio di 160 mila ton-
nellate su t u t t a la linea. Vi si potrebbe aggiun-
gere per il trasporto di sali, vini, legnami, torbe,
ligniti, carbon fóssile, pietre, marmi, calce e
ghiaja,, in ascesa e discesa una massa p e r lo
meno eguale a quella che si move sul Naviglio
Grande, o centomila tonnellate. La locomotiva,
esigendo d a 15 a 20 centesimi nostri per tonnel-
lata, e chilometro, richiederebbe da 24 a 30 lire
a trasportare una tonnellata da Mantova p e r Cre-
mona e Lodi,fino a Milano. Al contrario l a navi-
gazione sul Gran Tronco, se si facesse a1 nolo
consueto degli altri canali, in ragione di 4 a 5 cen-
tesimi nostri per chilometro, compensata l’ascesa
colla discesa, importerebbe incirca da 6 lire a 8 ;
e quindi, prima di raggiungere la mercede mi-
nima, della locomotiva, si potrebbe imporre a d
ogni tonnellata l’enorme pedaggio di 1 6 lire sul-
l’intera corsa. Ecco adunque, sopra le 260 mila
tonnellate, un annuo margine di concorrenza d i
quattro milioni e più (4.160.000) in favore del
340 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Canale Lombardini. La proprietà dei canali, es-
sendo, giusta le consuetudini del paese, perpe-
tua, e quindi non abbisognandovi ammortimen-
to, i quattro milioni di pedaggio ne rappresen-
terebbero 80 di capitale, cioè per lo meno il
quádruplo della spesa di costruzione; e rimar-
rebbe ancora agl’imprenditori il valor perpetuo
delle irrigazioni e il lucro degli asciugamenti.
Avrebbe poi lo Stato l’incalcolabile somma di
vantaggi indiretti, che i miglioramenti agrarj, il
risparmio di nolo nel trasporto dei produtti, e
il basso prezzo delle materie murali e stradali,
diffonderebbero sopra tre fertili province. È noto
che l’aumento di valore, che un territorio può ri-
cevere dall’aprimento d’un canale, si valuta, fino
al 50 e al 60 per cento di tutte le proprietà sta-
bili.
Con questo canale, al cui dispendio concor-
rerebbe in gren parte il valore delle irrigazioni e
degli asciugamenti, verrebbe a compiersi su tutta
la nostra pianura l’agevole ed equabile riparto
delle materie stradali, murali, combustibili, e con-
cimatrici ; quindi sviluppo grande di strade vici-
nali, d’acquedutti campestri, di grandiose marna-
ture, di costruzioni rurali, di cui la rapida pro-
pagazione del gelso nelle Basse ci fa sentire la
necessità mentre col miglioramento delle abita-
zioni può tanto giovare alla salute delle fami-
glie lavoratrici. Questo slancio dato e d un‘indu-
stria antica e solita, non eleatoria, non serva
di vincoli doganali e di consumi lontani, ma in-
carnata nelle abitudini, nelle opinioni e nelle
circostanze naturali del nostro paese, promette-
rebbe poi di rimbalzo, e a suo tempo un copioso
alimento alle linee ferrate ; poichè queste colla
velocità dei movimenti fanno sugli uomini e sulle
NAVIGAZIONE INTERNA DELLE PROV. LOMBARDE 341

merci più costose quello stesso effetto, che il


basso prezzo dei trasporti aquatili produce sulle
derrate più rozze e inerti. Per compiere l’opera
della massime prosperità d’un paese, i due mo-
tori, i canali e le strade ferrate, devono accop-
piarsi come i due metalli d’une pila voltiana.
L’esempio delle strane difficoltà, che prolunga-
rono per centinaja d’anni la costruzione delle
presenti nostre vie d’aqua, e che e bello studio
vennero qui sopra rammentate, ci deve far animo
a coltivare i grandi ed utili pensieri; poichè si,
vede, che, in onta a tutte le contradizioni e tutte
le difficoltà,, giungono col decorso degli anni a
vittorioso compimento. I consigli dell’intelligen-
z a non hanno valore se non sono fecondati da una
indòmita perseveranza.””

** Nel successivo numero di « Il Politecnico » (1841,


IV, pp. 550-559) il Cattaneo riprende l’argomento di que-
s t a memoria. proponendo un certo numero di nuovi ca-
nali navigabili, di cui imposta il progetto finanziario:
Spesa approssimativa di nuovi canali navigabili d a pro-
porsi nelle province lombarde.
E forse questo il luogo di segnalare un altro scritto
del Cattaneo : Del transito sul Lago Maggiore (Memorie,
pp 525-534), perchè, sebbene vi si sostenga l’opportunità d i
stabilire una dogana di deposito in Sesto Calende anzichè
ad Angera sul Lago Maggiore, in gran parte mira a met-
tere i n luce l’importanza dei canali e delle vie acque
della Lombardia a i fini del commercio internazionale.
XVI .
Ad un denigratore della Lombardia.*

I popoli hanno una riputazione come i pri-


vati ; e come t r a i privati, così t r a i popoli qual-
cuno gode più onore che non merita, e qualche
altro può dire colla Maria Stuarda di Schiller,
d’esser migliore della sua fama. Senonchè, si sa
bene che cosa può volere chi assale una persona;
ma che cosa vuole, e da chi è mosso, chi diffamo
un popolo?
I1 regno Lombardo-Veneto è, dopo il Belgio,
il più popoloso regno d’Europa. L a popolazione
vi è più densa che non in Francia, in Inghil-
terra, in Irlanda, in Sassonia, (115 per chilóm.
quadro). Che cosa vuol dunque il sig. Filarete
Chasles, quando viene a narrare con doloroso
gemito al genere umano, che ad un tratto una
« strana popolazione d’orsi e di lupi scende nelle
pianure della Lombardia; che il deserto vi ri-
compare a poco a poco, e tutto vi degenera e
muore; che la popolazione decresce, e fra le
splendide ruine delle vecchie sue città, ben tosto
si vedranno solo pochi vecchioni, protetti d a sol-
dati? )).
La popolazione del nostro regno cresce, e non
decresce ; cresce costantemente e regolarmente ;

* « 11 Politecnico »,1942, V, pp. 590-.598. I1 titolo dell’ar-


ticolo è precisamente: Nota ad un articolo del S i g . Fila-
rete Chasles, nei (( Débats )) del 27 ottobre 1842.
I AD UN DENIGRATORE DELLA LOMBARDIA 343
e conta quattro milioni e seicentomila abitanti,
cioè mezzo milione più che non aveva nel 1816.
La Lombardia poi nutre due milioni e mezzo,
sopra una piccola superficie ch'è t r a un 24° e un
25° della Francia, ossia poco più di 21 mila chi-
lometri (21.567 c.q.). Se la Francia fosse popo-
lata come la Lombardia, avrebbe 60 milioni, men-
t r e finora appena giunge a 34 !
La Lombardia non è tutta piana come il Bel-
gio. Un terzo, quasi della, sua superficie è ingom-
bro dalle diramazioni delle Alpi, che levano cen-
tinaja di creste fino a quattro mila metri sul
livello del mare. Eppure anche qursta montuosa
nostra regione, che conta solo 30 abitanti per
chilometro, è sempre più popolata della Scozia,
delle Danimarca, e perfino della Spagna e del
Portogallo. E d è ornata dai più bei laghi del
mondo, sparsa di ville e d'oliveti. Aveva ben ra-
gione Lord Byron: è più ricce in Italia la sel-
vatichezza, che non le cultura' presso le altre na-
zioni :
Even in thy desert what is like to thee?
Thy very weeds are beautiful ; thy waste
More rich than other climes' fertility.
Dedutta questa regione alpestre, tanto più
densa riesce la popolazione pel rimanente del
paese, cioè per le colline e per quella pianura
dove l a fantasia nibelungica del signor Chasles
corre dietro le tracce dei lupi e degli orsi. Qui
la popolazione saliva fino dal 1836 a l termine me-
dio di 150 per chilometro, mentre il Belgio stesso
giungeva appena e 123. E d è un territorio così li-
mitato, che la sua superficie (14900 ch.) equivale
appena ad una volta, e mezzo il dipartimento
francese delle Gironda. Ebbene la Gironda, che
344 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - I1
pur contiene una delle quattro più grandi città
della Francia, primario porto marittimo, e pos-
siede il più bel ramo dell’agricultura francese,
appena sorpassa mezzo milione d’abitanti (556
mila); e il deserto dei nostri colli e dei nostri
piani ne contiene quattro volte tanto (2.250.000).
Si può dunque sapere che voglia dire il Sig.
Chasles? Forse, avvezzo a contemplare le regioni
del polo, e le inesauribili patrie dei banchi d’arin-
ghe, egli si credè in diritto di trovar poi raro il
genere umano anche nella pianura più popolata
d’Europa. Quindi, con poco rispetto delle mi-
nacce di Malthus, va predicando con tanto zelo
crescite et multiplicamini. Ma, a u milieu de l’élo-
quence de ces chiffres, cominci dunque fare il
profeta in casa s u a ; poichè, se la Francia per
adeguar la Lombardia dovrebbe avere, come ab-
biam detto, 60 milioni, per adeguai. poi la pia-
nura e collina lombarda, dovrebbe averne 80. I1
che posto, pare che per qualche tempo in Francia
le madri e le balie avrebbero che fare. E il Sig.
Filarete, se volesse di proposito ajutare la pa-
tria, non avrebbe tanto ozio da vegliare cercando
il principio della vita e della scienza nel Norte,
e gli orsi nelle pianure dei Mezzodì. Intanto, e
finora, per questa partita il primo premio della
corsa tocca a noi. I n fatto di popolazione, noi
possiamo riposarci s u i nostri allori ; e aspettando
che i nostri vicini ci raggiungano, ripetere un’al-
t r e volta quella previdente osservazione già fatta
in questo giornale « c h e ad una popolazione così
densa, in confronto dei più popolati regni d’Eu-
ropa, n o n è per ora da augurarsi un rapido ulte-
riore incremento; facendo noi voto che s‘accre-
sca piuttosto il quoto dell’individuo che il nume-
ro dei condividendi )) (Politecnico, vol. I).
AD UN DENIGRATORE DELLA LOMBARDIA 345

I1 Sig. Chasles aveva bisogno di trovare un


esempio de la décadence actuelle d e cette Europe
méridionale, per confermare con un po’ di fatto
materiale le atmosferiche sue dottrine a priori.
Ma l’occhio suo, nel subito trapasso dall’aurora
boreale al perfido azzurro del mezzodì, tradì l’in-
tenzione del pensiero. Non solo egli ebbe l’infor-
tunio d’inciampare proprio nel più popoloso re-
gno d’Europa; ma in un paese, che, come os-
serva il dotto sig. C z o e r i g (nella Gazzetta di
Vienna del 13 dicembre 1838) « h a la più vantag-
giosa proporzione d’uomini in quell‘età che più
importa per l’incremento della popolazione e la
difesa del paese, cioè dai 20 ai 60. Infatti questa
età coniprende in Lombardia 567 mila uomini,
ovvero il 46 per cento della popolazione, mentre
in Prussia giunge solo al 33 per cento, e in Rus-
sia al 27 ». E se vi si aggiungono altri 146 mila
giovani, dell’età di 15 anni a 20, oli quanti orsi,
sig. Filarete, vi dovranno essere, e quanto fe-
roci, per mangiare t u t t i i vecchioni, in un paese
dove si contano più di 700 mila uomini d’età
militare, e avvezzi in buona parte alla militar
disciplina !
E v‘è un’altra disgrazia statistica per la dot-
trina del sig. Chasles. Di tutto l’Impero Au-
striaco il regno Lombardo-Veneto è tra quelli
appunto dove nasce il massimo numero di figliuo-
li maschi; e quindi è m i n i m o il numero delle
donne in confronto a quello degli uomini. Per
ogni cento maschi, la Boemia ha 110 femine, la
Moravia 108, la Carintia e la Carniola 107, la Sti-
ria 105, l’Austria e l’Ungheria 104, la Galizia
e la Transilvania, 103, il Tirolo 100, la Lombar-
dia 99, le Venezia 96, e quella Dalmazia mezzo
veneta e t u t t a meridionale, solamente 90. Dun-
346 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
que se il Sig. Filarete volesse mai far onore alle
sue dottrine trascendenti e condurre dalla fe-
conda terra d’Odino e di Freja qualche sciame
umano per rifondere u n po’ d i vita nelle vene
impoverite, prosciugate dal sole, e rilasciate da-
gli scirocchi, lo preghiamo, ad aver qualche ri-
guardo a l’éloquence de C E S chiffres. Altri uo-
mini non ne conduca, per amor di Dio, perchè,
come vede, siamo già troppi; e in tale sbilancio
di statistica, le nostre donne diverrebbero trop-
po preziose, e anche troppo altiere. Ma se ci con-
durrà uno stuolo di vergini della Scandinavia,
e saranno giovani e belle, lo tratteremo colla de-
bita riconoscenza.
I1 sig. Filarete, per dare maggior risalto alla
nostra inerzia, chiama, i nostri paesi « quelle re-
gioni ammirabili, benedette dal cielo, eternamen-
t e feconde, quella terra che produce t u t t o ciò
che l’agricultura le dimanda, dove prospera l a
vite, il riso, il baco d a seta; e conchiude sospi-
rando che questo paese a cui nulla manca, e po-
vero
! ».
Sappia il sig. Filarete, che nè il cielo nè la
terra sono più benedetti a Milano che a casa
sua; perchè Milano è più settentrionale di Mar-
siglia, e di Mompellieri, e di Tolosa, e di Bordò,
giace t r a le latitudini di Grenoble e di Lione, e
sopra, un altipiano, che è quasi 400 piedi a l diso-
pra del livello del mare. E se la terra vi fosse
eternamente feconda, egli è in quanto sarebbe
con indefessa industria eternamente lavorata ;
poichè del resto la natura non aveva mancato di
darci povere e nude ghiaie, poco meglio delle
lande delle Guascogna, Nel più bello della pia-
nura di Lodi, se appena l’aratro, leggerissimo
e tratto da cavalli, si profonda qualche dito di
AD UN DENIGRATORE DELLA LOMBARDIA 347

soverchio sotto la superficie creata della fatica e


dall’industria del livellatore, è vero letteralmente
che il deserto ricompare, perchè si scopre tosto la
digiuna sabbia del fondo. Ma perciò appunto, tan-
to grande vi è la proporzione delle praterie in-
tatte dall’aratro, livellate con incomparabile per-
fezione a piani variamente inclinati, i quali si
avvicendano con diligente orario le aque irriga-
trici. Le quali furono condutte con innumerevoli
canali, misurate, vendute, difese con gelosa cura
e con leggi Iocali, di cui proponiamo fraterna-
mente l’utile esempio a l Mezzodì della Francia
così povero di prati. L‘arte diffondere sul nostro
paese l’aqua in misura di 30 milioni di metri cu-
bici a l giorno, tantochè alcuni fiumi ne riman-
gono talora del tutto esausti. Quest’aqua è una
proprietà t u t t a artificiale, che si può valutare a
130 milioni di franchi, in una superficie che cor-
risponde a quella d’un piccolo dipartimento fran-
cese. E perciò abbiamo le risaie, mentre la Fran-
cia a più mite latitudine, e in riva a l mare, ha
le squallide paludi della Camargue, e combatte
indarno le sabbie ambulanti delle Lande. E per-
ciò abbiamo vaste praterie, che danno erba an-
che nel verno, perchè con un perpetuo velo
d’aqua abbiamo inventato d’impedire il gelo e
struggere. le nevi. E non è vero che la nostra
pianura sia « t u t t a coltivata da piccoli fittajuoli,
che il produtto della fatica e del suolo appena
sostenta, e che vivendo poveri, trascurati e mise-
rabili, non hanno il coraggio nè il capitale ne-
I essario a migliorare la sorte loro )). I1 fittajuolo
povero non potrebbe intraprendere codeste gran-
diose culture, che richiedono a caentinaja i capi
di grosso bestiame; nè potrebbe pagare fino a 30,
a SO, a 60 e anche più mila franchi d’affitto. E il
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
sig. Chasles non s a quanto poco insoucians pos-
sano essere i coltivatori di queste campagne, ove
non solo gli edificj e i canali, ma tutte le piante
sono rigorosamente numerate e valutate e regi-.
strate ad una ad una, con un rigore d’ammini-
strazione affatto sconosciuto altrove.
E noi d a molte generazioni abbiamo sparso
il gelso e sui colli e sui piani ; e pochi anni sono,
ridevano quando qualche nostro soldato, tornan-
do di Catalogna, ci narrava come una meravi-
glia, che i coltivatori della Linguadoca abborri-
vano il gelso, perchè portava ombra e guasto ai
grani. Questa cultura, antica fra noi, e novella
in Francia, ebbe tempo di moltiplicare talmente
le buone costruzioni rurali, ove ricettare i ba-
chi, che i nostri villaggi sono assai meglio co-
strutti, che non molte di quelle città dipartimen-
tali, ove i Quiriti, esclusi dall’urna elettorale,
vanno in zoccoli e blouse. Da noi non si lesse
mai, come nei giornali francesi del 1830, che la
paglia eva stranamente incarita, perchè i venti
impetuosi avevano scoperchiato a migliaja le ca-
panne dei contadini. Quel miserabil tugurio di
fango e di paglia, che si chiama chaumiére, è
ignoto nei nostri deserti, e nella nostra lingua
non ha nome!
Noi non siamo nemici della Francia; noi l a
amiamo, prima di tutto, perchè abbiam care t u t t e
le nazioni intelligenti e valorose, le quali pur
troppo sulla terra son poche; l’amiamo, perchè
uomini e donne intendiamo t u t t i la sua lingua,
quasi come intendiamo la nostra; l’amiamo, per-
chè sappiam che la sua lingua e la sua cultura
sono figlie della nostra Italia, e monumento in-
delebile della nostra gloria; e perchè sappiamo
che la nostra stirpe italiana le mandò Cesare a
AD UN DDNIGRATORE DELLA LOMBARDIA 349

recarle il principio della, civiltà, e Napoleone a


recarle il sommo della potenza. Ma chi si vale
della lingua francese per ingiuriare le nazioni pa-
cifiche, non serve la Francia, serve i suoi nemici.
Con che diritto il sig. Filarete parla delle
mine delle nostre vecchie città? È difficile tro-
vare in Milano une sola via, dove una metà e
più delle case non sia da pochi anni rabbellita.
Le vie delle nostre città sono forse le meglio sel-
ciate di t u t t a Europa,. Brusselle ha un cinquan-
tamila abitanti meno di Milano; e non ne ha
più di Venezia, la quale è più popolata di Gand,
e di Anversa. - Verona, Padova, Brescia, Tre-
viso, Cremona, Mantova, Pavia, Vincenza, Lodi,
Como, Crema, Monza, Udine, Bassano ed altre,
poste in serie, danno una cifra che le città del
Belgio non danno. Dobbiamo dunque prendere
l’Annuaire, e numerare quanti sono i diparti-
menti francesi, il cui capoluogo è una povera
borgata, che non oltrepassa i quattro, i sei, i
nove mila abitanti ? Hanno forse più abitanti
Laon (8320), Digne (6365), Gap (7854), Privas
(4219), Mezières (4083), Foix (4699), Tutte (9700),
Guéret (4796), Quimper (9715), Lons-le-Saulnier
(7684), Mont-de-Marsan (4082), Montbrison (6266).
Mende (5909), Saint-lò (9065), Chaumont (6318),
Vesoul (5887) Melun (6846), Draguignan (9794),
Bourbon-Vendée (5257), Epinal (9526)? Qusti
sono 20 capoluoghi di dipartimento ; e non un solo
che in Lombardia non si chiamerebbe un borgo.
Si vorrebbe forse paragonarli, non a Milano, a
Venezia, a Verona, che potrebbero essere belle e
lodate capitali in più d'un regno, ma a Brescia,
a Mantova, a Cremona? Fuori di Parigi, in t u t t a
quanta la, Francia, vi sono forse tanti bei palagi
quanti ne conta la sola nostra Vicenza?
350 CATTANEO - SCRITTI EONOMICI - II
I1 sig. Filarete, dicendo che l’Austria «ha
speso inutilmente somme considerevoli per mi-
gliorare le strade, costruir punti : fomentare il
commercio e propagar 1’ educazione » ha inteso
insinuare che la Lombardia sia d’aggravio agli
altri Stati dell’Austria. Ma ciò non è Verissimo
che il governo ha speso ; ma le statistiche lealmen-
te publicate dicono eziandio che noi abbiamo fatto
il nostro dovere, e gliene abbiamo fornito i mezzi.
Legga il sig. Chasles la statistica del sig. Sprin-
ger (Statistik des Oesterreichischen Kaiserstaa-
tes, Wien 1840, pag. 220), e troverà che il Regno
Lombardo-Veneto, nel 1837, contribuiva già
34.240.000 fiorini, o 90 milioni di franchi; di cui
la Lombardia 19.200.000 fiorini, o 50 milioni di
franchi. Dunque noi, gente inoperosa e decadente,
dopo aver ricavato da ogni chilometro quadro di
che mantenere 115 abitanti, mentre la Francia
ne nutre soli 63, e il Mezzodì della Francia, sotto
il medesimo nostro cielo, soli 49; ne ricaviamo
ancora il contributo di 2315 franchi e 35 cente-
simi per ogni chilometro. I1 che riportato alla
superficie della Francia, che è di chilom. qua-
dri 527.686, produrrebbe un budget di 1223 mi-
lioni di franchi. Perchè dunque far credere che
noi siamo poltroni, ignoranti e pitocchi, a in-
gombro della terra e peso insopportabile dei no-
stri vicini?
È vero che una considerevol somma si spende
nella publica educazione; ma alle cure del go-
verno corrisponde il buon volere del paese, poi-
chè, oltre agli asili dell’infanzia che sono soste-
nuti da spontanea carità, le scuole elementari in
Lombardia, secondo il Sig. Czoernig, sono quasi
interamente proviste dalle Communi e dalle Pro-
vincie, tantochè il Tesoro Regio vi concorre solo
AD UN DENIGRATORE DELLA LOMBARDIA 351
in ragione del 13 per cento. E mentre esso prov-
vede di locale 400 scuole, i Communi ne forni-
scono 900, e la privata generosità 2259. E pari-
menti, se, sopra gli ottomila allievi dei Ginnasj
di Lombardia, più di seimila sono istruiti gratui-
tamente, il Tesoro appena sopporta il terzo delle
spese; e , secondo lo stesso scrittore, al rima-
nente sopperiscono le Communi e le fondazioni
private.’”
Noi vanteremo le nostre gallerie nelle Alpi,
che furono di modello all’Europa; e vanteremo
ben più quella rete stradale, che si stende in rag-
guaglio di un chilometro di buona strada per ogni
chilometro quadro di superficie, diniodochè tino
all’altezza di mille metri si trovano villaggi mu-
niti di belle strade, l a cui perfetta manutenzione
sarebbe a desiderarsi sulle postali della Francia.
E così l’intelligenza dei nostri communi rurali,
dove i proprietarj d’ogni palmo di terra hanno
voto, e son rappresentati anche i nullatenenti, e
non v’è un maire intruso d a una volontà estrania
e lontana, hanno quasi compiuto quell’opera gran-
diose delle strade communali, a cui, secondo il
signor Terbet de Vauxclairs, P a r i di Francia, e
ispettor generale di ponti e strade, la Francia
appena potrà giungere in cento anni.

** Un più ampio ragguaglio statistico sulla istruzione


in Lombardia si può trovare in due ampi articoli del
Cattaneo, ricchi di osservazioni economiche e sociali :
Prospetto Statistico dell’Istruzione elementare in Lom-
bardia nel triennio 1835-37, da Carlo Czoernig (« I1 Po-
litecnico », I, 1939, pp. 258-267; ristampato notevolmente
mutilato in SPE, pp. 07-71e, sotto il titolo di « Istruzione
e Agricoltura », in SCEI, pp. 273-274 ; Dell’istruzione
ginnasiale i n Lombardia, d i Carlo Czoernig (ibidem, 11,
1839, pp. 185-190).
352 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
I nostri canali, cominciati dal tempo delle
Crociate, sono i più antichi d’Europa, e riuni-
scono il doppio servigio della navigazione e del-
l’irrigazione. Le conche (écluses), sono una ne-
stra invenzione. Per ogni chilometro di superficie,
la Lombardia possiede 10 metri di canali (10 m.,
31) e la Francia solo 7 metri (7 m., 74). Se vi ag-
giungiamo le linee navigabili dei fiumi e dei ma-
gnifici nostri laghi, ne abbiamo in ragione di
56 metri per ogni chilometro di superficie, dove
la Francia ne h a solo in ragione di 27. I nostri
quattro laghi più grandi sono navigati da vapo-
riere, alcune di ferro; il vapore fu applicato sui
nostri laghi fin dal 1825, e sul P o fino dal 1819,
con esempio non commune allora sul continente.
La Francia, per rendere navigabile t u t t a la va-
stità de’ suoi dipartimenti nella stessa propor-
zione delle nostre provincie, deve estendere le s i ~
linee interne per altri 15 milioni di metri, ossia
percorrere quant’è quindici volte la massima lun-
ghezza del suo territorio. E poi non potrebbe per
anco riparare all’errore in cui caddero i suoi in-
gegneri, con canali dispendiosi congiungendo fiu-
mi che poi non si trovarono veramente navigabili,
poichè nel verno hanno ghiaccio, e nell’estate
hanno scarse aque. E a questo s’aggiungano quei
giganteschi errori, per cui molti milioni andarono
perduti, a regolare con falsi principj idraulici il
corso del Reno; cosicchè non regge confronto
colle antichissime e vaste arginature dei nostri
fiumi.
Finalmente abbiamo fatto anche qualche stra-
da ferrata; ne abbiamo aperto 46 mila metri, e
fatto rapporto della superficie, se siamo indietro
assai del Belgio e dell’Inghilterra, la Francia non
ci va molto inanzi. L’ardito ponte sulla Laguna
AD UN DENIGRATORE DELLA LOMBARDIA 353

Veneta, ideato da Meduna nel 1536, fu nei 1841


intrapreso da Duodo; il gas f r a poco verserà le
sua luce sull’incantevole Piazza di S. Marco; il
nostro censo è compiuto ; la carta topografica del
nostro regno la gran carta idrografica del nostro
mare, sono compiute. Abbiamo ottomila e più
telai da seta, e (se questo è un ramo di felicità)
novantamila fusi da cotone, filande a vapore,
fabriche di cuoi, di lanerie, di vetri, di stearine;
e ricaviamo dalle ferriere lombarde otto milioni
di franchi, che in ragione di superficie ne suppor-
rebbero in Francia duecento milioni.
Dunque il sig. Filarete confessi, che non sia-
mo invecchiati e non abbiam bisogno del supre-
mo rimedio che rifonda il sangue n e l l e nostre
vene. Se il nostro incivilimento è antico; se Pa-
dova, Mantova, Adria risalgono oltre i principj
d’ogni memoria istorica ; se le tradizioni d’una
primitiva civiltà salvate nelle lagune di Venezia
non furono interrotte mai nè dai Goti nè dai
Turchi; noi però non siamo assorti nella super-
bia del passato. Se dal nostro angusto territorio
surse l a metà, o poco meno dei grandi scrittori
dell’antichità, romana, Virgilio, Tito Livio, Ca-
tullo, Cornelio, i dile Plinj: se nel medio evo,
dalla nostra patria partì Marco Polo per l’Orien-
te, e Caboto e Zemo per l’occidente e pel Setten-
trione: se nel secolo XVI abbiamo dato alle a r t i
Tiziano e Palladio, e due famose scuole di pit-
tura, se abbiamo bei monumenti d’ogni stile, e
perfino del gotico e del bizantino, e modelli ori-
ginali di costruzioni idrauliche sui fiumi e sul
mare: ebbene, anche a più vicini giorni abbiam
dato Goldoni, Canova. ed altri bei nomi che la
culta Francia conosce e apprezza, perchè t u t t i
in Francia non sono come il Sig. Chasles. Ab-
23 . CATTANEOS c r i t t i economici. II.
354 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
biamo mandata in Africa a morire per la scienze
Belzoni e Brocchi ; abbiamo coll’eloquenza di Bec-
caria sottratto l’Europa alla tortura ; abbiamo
fin dal 1766, e prima della Fiandra e dell’Inghil-
terra applicato al delitto il secreto della solitu-
dine; abbiamo con Lazaro Moro scoperto la dot-
trina delle emersioni, ch’è la chiave di t u t t a la
geologia; abbiamo con Piazzi scoperto un pia-
neta; e se sul lago di Como additiamo l’antica
fonte di Plinio, vi additiamo anche il nuovo be-
polcro di Volta. Quando i Francesi avessero sco-
perto ventiquattro pianeti, e avessero fatto ven-
tiquattro invenzioni pari alla pila voltaica, an-
cora noi potremmo sempre dir con orgoglio che
la nostra piccola Lombardia, in misura della poca
superficie che ingombra sul globo, vale al genere
umano quanto varrebbe la Francia, o qualunque
altra gloriosa nazione. Finchè il Mezzogiorno pro-
durrà alle armi un Napoleone, un Massena, un
Mina, un Marco Bðtzari, un Mehemet Alì, un
Abd-el Kader, e alle scienze e alle a r t i un Vico,
un Canova, un Rossini, un Volta, l’ora della
vecchiaja non è ancora sonata, e non fa bisogno
di novello sangue alle nostre cene.
« Dell’ Economia Nazionale » di Faderico List.

La dottrina della libera concorrenza mercan-


tile e industriale viene con molto impeto com-
b a t t u t a da quelli che annunciano nuovi destini
all’umanità, e vorrebbero risolvere in una colle-
ganza di lavoratori tutti li ordini d‘ogni nazione,
per fondere poi tutte le nazioni nella universale
fraternità. E d’altro lato si vede assalita d a quelli
che vorrebbero spingere il principio dell’indu-
stria allo stesso diseguale riparto di beni e di
poteri che domina nelle Isole Britanniche; e vor-
rebbero aggiungervi potenza, col rinserrare ogni
nazione in sè. medesima, armandola d’un’astuta
politica mercantile, e facendone colle dogane pro-
tettive un piccolo mondo di tutte le più dispa-
rate industrie.
A questo intento mira il libro qui annunciato,1
che in Germania ottenne popolare attenzione, sì
per le lusinghe ch’ei porge al sentimento nazio-
nale, sì per quel risoluto linguaggio con cui si
vanta frutto di vita operosa, non consunta a co-
vare le opinioni delle scole, ma a raccogliere i

* « Il Politecnico », giugno 1543,VI, pp. 285-344; ripub-


blicato in Alcuni Scritti, III, pp. 184-235, in Memorie,
pp. 453-512 e in OEI, V, pp. 141-206.
1 D a s nationale System der politischen Oeconomie etc.,
Stuttgarda e Tubinga, presso Cotta, 1842.
366 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
f a t t i vivi delle nazioni i n Europa e in America;
perlochè sembrò a molti un vittorioso assalto con-
tro la dottrina di Adamo Smith. E vi è una parte
di vero; ossia, la dottrina stessa di Smith vi
riempie non poche pagine, e quelle soprattutto
in cui si dimostra come l’industria fomenti l’agri-
cultura, ed accresca valore alle terre.1 E qualche
parte di vero è intessuta per t u t t o il libro, in
modo d’aprir li animi anche a ciò che vi è di fal-
lace; e l’esposizione procede sciolta da ordine
scientifico ; ricorrendo spesso con familiare spon-
taneità li anelli della. stessa catena ; dimodochè
la maggior fatica al cauto lettore è quella di rac-
cogliersi nella memoria i frammenti q u a e là dis-
seminati, e costringerli in breve complesso per
sottoporli a pensata riprova. Noi seguiremo l’au-
tore con altr’ordine, e disnodandoci dalli andiri-
vieni d’un lungo volume, cercheremo ritrarre il
fondo del suo contesto per t a l maniera che, chi
poi lo legga, non possa incontrarvi alcun impor-
tante asserto del quale non siasi per noi posta a
cimento la verità,. Cominceremo da quelle opi-
nioni che teniamo più consone alle nostre, e non
ce ne disgiungeremo se non dove la dissonanza,
si f a r 8 chiaramente manifesta.
Ciò ch’egli dice intorno al benefico influsso
dell’industria s u la possidenza, è la, parte più
lodevole del libro; e vorremmo fosse ben intesa
da quei molti, i quali, ripetendo a sazietà, che noi
siamo popolo agricultore, non pensano che le no-
stre terre debbono t r e quarti del loro valore ai
capitali che vi depose l’industria dei secoli an-

1 Vedi AD. SMITH, lib. III, cap. I V : Come il com-


mercio delle città abbia contribuito a migliorar le cam-
pagne.
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 357
dati, e a quella considerevol parte della popola-
zione, che, affaticando nelle arti accresce assi-
duamente co’ suoi consumi, colli avanzi suoi,
colli stessi suoi rischj e colle subite e rumorose
sue perdite, il pregio delle derrate e dei fondi.

1.

Le nazioni dedite alla sola agricultura sono


ristrette all’uso domestico dei produtti campe-
s t r i ; le permute sono rare; e li scarsi trasporti
non compensano un dispendioso apparato di pon-
t i e strade. I1 commercio si stende principalmente
lungo i litorale; e se le nazioni maritime vengono
a incettarvi le rose che occorrono loro a suppli-
mento della propria agricultura, lo fanno in mi-
sura incerta, serva della speculazione e delle cir-
costanze ; e possono per eventi repentini sospen-
dere quella ricerca, o trasferirla ad altro paese.
i produtti agresti soggiaciono a codeste impro-
vise vicende anco presso nazioni avanzate; ai
giorni nostri si videro le lane delle nascente Au-
stralia succedere presso gli Inglesi a quelle di
Germania, i vini del Capo a quelli d’Europa, al
legname russo il canadese. il cotone bengalico
all’americano. Malferma è la prosperità che si
confida al t u t t o nelle derrate rurali ; subitanee
le fiuttuazioni dei prezzi ; deluse le aspettative
dell’agricultore anche nell’esuberanza delle mes-
s i ; ora crudeli carestie, ora giacenze e ingorghi.
I n alcune interne terre d’America si videro i ce-
reali abbandonati sul campo, perehè non avreb-
bero valso la, mercede dei mietitori e del lungo
carreggio.
Se il popolo cacciatore non gode la millesima
parte delle dovizie che una t e r r a potrebbe pro-
358 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
durre, se il popolo pastore non ne raccoglie la
centesima parte, grande tutt’ora è il numero delle
cose che giaciono inutili presso un popolo mera-
mente agricultore. Ridutto egli a una, sola fun-
zione produttiva, non può nemmeno da quella
ritrarre t u t t o il vantaggio, a simiglianza d’un
uomo che privo d’un braccio non fa la metà del
lavoro che farebbe s’egli potesse giovarsi d’ambo
le braccia. Poco valore hanno i minerali, le acque
motrici, i combustibili ; le torbiere sono sprez-
zate ; le selve ingombrano ove potrebbero fiorire
preziose piante oleifere o zuccherifere o tessili o
coloranti; si dimanda al suolo la rozza e diretti
sussistenza, senza riguardo alle attitudini dei
luoghi. Non essendovi cittadinanze industri, che
chiamino masse di viveri e materie prime, non si
promovono le navigazioni fluviali, il costeggio
maritimo, le lontane pescagioni. E questi fomenti
dell’intraprendenza navale trapassano a quelle
genti che vengono a cambiare colle derrate del
paese le manifatture e le droghe tropicali. Sparsi
in appartate ville, li agricultori poco si cercano
f r a loro, perchè t u t t i hanno i medesimi bisogni
e i medesimi modi di provedervi, e non possono
fare scambio di cose o di pensieri. Si aspettano
più dalla ruvida n a t u r e che non dai loro simili;
non esercitano la mente, perchè nelle rustiche
famiglie non videro da secoli nuovo ordigno ve-
runo o insolito vestimento. Imitando ciò che
sempre fu fatto, nè sospettando si possa fare al-
trimenti e sempre aggirandosi entro un circolo
di persone e di cose, pervengono dalla culla al
sepolcro, senza vedere esempio di fortunata so-
lerzia, senza emulazioni, senza speranze, rasse-
gnati a l cieco corso delle intemperie, gloriandosi
di sopportare duramente i disagi e sprezzando
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 359

quasi mollezze i godimenti che non possono avere.


Schiavi d’ogni superstizione, muojono lietamen-
te per difendere i signori che li vilipendono. E
questi non sanno sfruttare l‘agreste patria, se
non col pascere turbe di satelliti che li seguano
nelle spedizioni militari e nelle private violenze.
E quindi i n quella barbara vita, poca stima del-
l’equità, feroce e vendicativa in giustizia, nes-
suna cura delle industrie, dell’ingegno, della ra-
gione.
Quando il corso della natura spinge la popo-
lazione al limite che le sussistenze concedono, le
generazioni esuberanti divengono un aggravio ;
e se non le divora tratto tratto la fame o la pe-
stilenza, o non si versano fuori colle armi alla
mano a far colonie e conquiste, asportando seco
i valori che il paese consumò nell’allevarle. è for-
za che dividano ulteriormente i frutti del terreno
riducendosi a d angustie maggiori, e consumino
nelle aspre necessità della vita quelle esuberanze,
che per l’addietro cambiandosi con manifatture
straniere recavano qualche mitigazione alla ru-
vida loro povertà.
La popolazione, stabilmente e ordinalmente
misera, intristisce nell’aspettazione d’un avvenire
sempre più calamitoso.
Per disostruire questo fatale ristagno, è d’uopo
volgere parte del popolo all’industria, dando uso
alle derrate inutili, e disserando nuove fonti di
sussistenza.

2.
Se nel trapasso dalla vita cacciatrice alle pa-
storale, la moltiplicazione del bestiame costitui-
sce il fondo produttivo, sul quale può vivere
360 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
un’ulterior popolazione : - se nel trapasso dalla
pastorizia all’agricultura lo costituisce l a mag-
gior produttività del campo a r a t o in confronto
al pascolo selvaggio; - nel trapasso dalla rude.
agricultura all’industria,, il nuovo fondo vien
rappresentato dalle forze intellettive e dalle cose
che divengono strumento e materia di nuova pro-
duzione. L’industria conferisce valore alle aque,
alle pietre, alle argille, a l legname, alle pelli, alle
ossa, alle scaglie, ad ogni rifiuto della vita ru-
sticale. L’addensamento delli operaj de prezzo
ad ogni sorta di viveri; le arti additano nuovo
uso a molti vegetabili, e fomentano l’agricultura
nelle valli alpestri, ove vanno in cerca d’aque
motrici, di selve, di miniere. I1 lanificio, la ri-
cerca dei cavalli e il consumo delle carni rendono
più squisito l’allevamento dei bestiami. I1 navi-
gatore apporta piante novelle ; i l coltivatore in-
gentilisce e trasforma nelli orti le selvagge, adot-
ta le straniere; e dalla varietà dei produtti de-
riva il calcolo sapiente delle rotazioni.
I1 valore delle terre cresce, perchè le famiglie
arricchite ambiscono investirvi i loro risparmj,
e se ne contendono la compera; e perciò il valor
capitale, che in Polonia appena si stima a 1 0 volte
l’entrata, in Inghilterra giunge spesso a 30 e 40.
I1 qual valore quasi fittizio non t o r n a inutile alla
possidenza generale, perchè accresce la facultà
d i trovar sovvenzioni, e insieme allo stimolo dei
miglioramenti ne fornisce le forze.
Questa influenza è maggiore quanto più la
sede dell’industria è vicina. Li spazj suburbani
valgono il decuplo di quelli che giaciono in remote
province. Quando un unico centro a t t r a e il moto
industriale d’un regno le languida cultura delle
province non risponde alla splendidezza delle
DELL’« ECONOMIA NAZION.» DI FEDERICO LIST 361

capitale. I n Germania, e Svizzera si vedono terri-


torj appartati, che non hanno grandi città, mo-
strare agricultura più prospera che non i dipar-
timenti della Francia. E la floridezza generale
della coltivazione inglese si deve in molta parte
al soggiorno che i possidenti sogliono fare nei
loro poderi, versandovi capitali e cure.
Ove il coltivatore non è assiso a lato all‘indu-
striante, e deve trafficare con lontane regioni,
può smerciare solo alcuni produtti, e anche que-
sti nelle vicinanze dei mari e dei fiumi naviga-
bili, poichè le rozze derrate non sopportano il
prezza dei lunghi trasporti. Le dogane, le provi-
gioni, i disastri commerciali, le guerre rallenta-
no o intercettano i l traffico; e sempre quando i l
consumo vien sospeso, si disanima la produzione,
nia i n seno ed un medesimo territorio lo stimolo
è perenne, perenne l’aumento del capitole; ogni
progresso industriale fomenta l’agricultura, e
ogni progresso agrario sollecita lo smercio delle
manif att ure.
La copia delle cose che il proprietario indi-
rettamente ricava e gode, è proporzionata a que-
sta influenza ; dimodochè, anche quando l a quota
relativa della rendita signorile si ristringe, l’as-
soluto suo valore si accresce. A cagion d’esempio :
un ettaro di t e r r a nelle parti interne della Polo-
nia produca i ettolitri di grano, e ne tocchi al
signore del fondo una, terza parte; questa varrà
27 franchi, e servirà in t u t t o a comprare 5 metri
di stoffa inglese, Ma da un egual campo in Inghil-
terra u n a poderosa coltivazione ricaverà ben
22 ettolitri; e se il proprietario non ne perce-
pisse la terza parte, m a solo una quinta, questa
però vale i n quel paese d a 80 franchi a 90, e per
la vicinanza delle manifatture, basta, a comprare
25 metri della medesima stoffa. Quindi il signore
inglese, d a una quota minore del produtto lordo,
ritrae per ultimo risultomento l’uso di venticin-
que metri della medesime merce, in luogo di
cinque.
L’agricultura ha dunque interesse a promovere
una vicinanza industre, come avrebbe interesse a
costruire canali e strade, quandanche non ne
traesse diretto pedaggio. Un molino d a grano pre-
sta dieci volte più servizio alle popolazioni circo-
stanti che non costi la sua costruzione; laonde
nelle nuore piantagioni americane, se alcuno si
offre a fondarne alcuno, t u t t o il vicinato lo sov-
viene volentieri di legnami e lavoro. E se in pari
modo i molini d a grano, d a olio, da gesso, accre-
scono il valore delle corrispondenti derrate, non
altrimenti deve dirsi delle seghe, delle ferriere,
delle cartiere, dei lanificj, dei setificj; i quali
stabilimenti diffondono su le circostanti campa-
gne un aumento di valore, che supera d’assai il
capitele necessario a fondarli.
Se partiamo dai calcoli di Mac Queen, il ca-
pitale stabile e mobile dei t r e regni britannici
potrebbe valutarsi a 108 milliardi di franchi. E la
massa delle derrate agrarie e delle manifatture,
che ne forma il produtto lordo, si potrebbe valu-
tarlo oltre al 18 per cento, ossia a 20 milliardi.
La porzione investita nell’industria sarebbe as-
sai tenue, all’incirca la ventesime parte (milliar-
di 5 Ma il suo produtto lordo, ossia la massa
delle inanifatture, supera il capitale, poichè si
valuta a milliardi 6 E forma un terzo del red-
dito lordo su cui vive la nazione.‘

1 I più importanti capi della produzione industriale


britannica, sono: - i metalli e fossili per 1 7 3 millioni
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 363

Questo ammasso di manifatture, dopo aver


compensato il fitto del capitale, e la conserva-
zione delli opificj e delli apparati, e l’alimento
delle famiglie ricche e povere che vi attendono,
lascia un ingente residuo che accresce il patri-
monio della nazione.
È questa la fonte inesausta, dal cui annuo
sgorgo si depositò a poco a poco l’immenso valor
prediale dei tre regni; è questa la fonte dei ca-
pitali che la nazione investì nelle tante colonice
d’America, d’Africa e d’Oceania, per un valore
che si stima d’altri 65 milliardi. A questa fonte
attinse le forze marittime e militari, colle quali
assoggettò tante regioni dell’Asia, e in t u t t i i
mari conquistò s i c u i depositi al contrabando
delle sue manifatture. E finalmente ne trasse i
capitali con cui sovvenne tante publiche costru-
zioni nelli Stati Uniti, e per mezzo di quelle
banche, innumerevoli private imprese.

3.
Nè l’influenza dell’industria si ristringe solo
ai materiali interessi. Essa muta in machine am-
mirabili i rudi strumenti ; combina la chimica, la
fisica, il calcolo in sapienti processi ; volge in ric-
chezza ogni scoperta; diffonde tra le classi mer-
cantili li studj che nell’antichità rimanevano pri-
vilegio di pochi. I varj ingegni si dedicano a i
varj rami, altri per discoprire, altri per appli-
care, altri per propagare le scoperte e le applica-
zioni; l’attività scientifica si riparte, le p a r t i si

di franchi annui; - il cotonificio per 1323; - I’aquavite


e le birre per 1184; - il lanificio per 1121; - il linificio
per 390; - il setificio per 340, ecc.
364 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
associano, e la possidenza raccoglie i consigli e
i frutti di t u t t o il sapere.
I manifattori non sono come le tribù rustiche,
relegate in condizione immutabile ; vivono nel
trafico, nel conflitto. nell’associazione, agitando
assidua varietà d‘intraprese, esplorando le volu-
bili dimande di vicini e lontani avventori, fa-
cendo complessivo calcolo dei viveri, dei salarj,
delle materie, delle manifatture, del denaro, sem-
pre vendendo e comprando e permutando, sempre
in vario contatto con altri uomini e altre leggi,
costretti a informarsi di genti e paesi, stimolati
dall’emulazione, gelosi del credito, non mai certi
di quanto lucrano, non rassegnati all’arbitrio
delle stagioni, ma fidati sopra t u t t o nel calcolo
e nella solerzia ; coll’esempio continuo che l’iner-
zio e l’incuria precipitano al fondo, e solo la
fatica e la saviezza rendono stabile la fortuna,
bramosi di conseguire il superfluo per essere certi
del necessario ; costretti a cercar dovizia anche
solo per fuggire povertà.
I n popolo industre i doni dell’intelletto sono
più apprezzati, e possono condurre a rapida for-
t u n a ; e crescono valore alla fatica della donna
e del fanciullo, del debole e del deforme. I1 traffico
mobilita e mesce le stirpi, insinuando le abitu-
dini dell’intelligenza in quelle che giacquero per
secoli ignare e ignave. E la potenza corporea ne
trae vantaggio; poichè Pritchard osserva che i
Gaeli puri dell’Alta Scozia non pareggiano di sta-
t u r a e forza li abitanti del piano, che sono misti
di varie stirpi continentali. E i Parsi che si ten-
gono segregati dalle altre nazioni, non sono belli
e robusti come i Persiani, i quali sono misti di
sangue georgiano e circasso ; la qual miscela spie-
ga in parte la prodezza delle città industriose del
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 365
medio evo, e l’avvenenza e vigoria. del popolo
nelli Stati Uniti.
Le genti industriose sanno assicurarsi della
fortuna col ripartire innocuamente i disastri a
cui l’individuo solo soccumberebbe. Mentre sotto
il peso dell’abitudine le nazioni agresti riguar-
dano il giogo come una condizione della vita, esse
col commercio divengono sempre meno serve al-
l’arbitrio e all’oppressione, più desiderose di giu-
stizia, di sicurezza e di libertà civile, la quale
in Grecia, in Italia, in Germania, in Olanda,
Inghilterra, i n Francia uscì sempre dalle città
Iavoratrici.
Una popolazione d’intraprenditori arditi, di
sagaci operaj, di negozianti e proprietarj sug-
getti all‘emulazione delle nuove ricchezze e al
sindacato dell’opinione, di scienziati che promo-
vono la prosperità e considerazione del paese, co-
stituisce una, congerie formidabile di forze ma-
ieriali e morali ; spande un’azione illuminante ;
fa partecipi del sapere, dell’intraprendenza e
della dignità civile le moltitudini rurali ; cosic-
chè le campagne, che altrove offrono solo signori
e servi, colà forniscono i più validi difensori del
viver civile. La possidenza, che prime ritraeva a
stento dalle ispide sodaglie di che sfamare cavalli
e cani e satelliti infesti alla sicurezza e al co-
stume, ubbandona le odiose castella, e si t r a t -
tiene nelle città. ove ingentilisce l’animo colle
arti, colli studj, coi socievole consorzio; e ne ri-
porta. utili opinioni fra le campagne, ove i suoi
padri vivevano opprimendo e spaventando. Fio-
riscono le scienze e le lettere ; le lingue destano la.
coscienza della nazionalità ; la tolleranza e la be-
neficenza succedono alle tetre e fiere superstizioni.
1 popoli moltiplicati accrescono colla spontanea
366 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
forza del numero le publiche rendite e la com-
mune difesa, alla quale contribuisce l a perizia
delle a r t i e delle scienze, l’abondanza del denaro,
la bontà delle istituzioni militari. e I’intelligen-
za e alacrità. delle masse.

4.
Quando siasi mostrato che la solerzia delle
nazioni genera opulenza, e l’inerzia genera po-
vertà, ancora rimane a vedersi qual sia la causa
della solerzia e dell’indolenza. Quanto più l’uomo
fu avvezzo dalla puerizia a non vedere impedita
o repressa la sua legitima attività, nè turbate le
sue intraprese, nè rapiti i loro frutti, e a calco-
lare con sicura aspettativa le conseguenze delle
sue azioni: quanto più l’educazione invigorì le
sue forze: quanto meno gliene tolsero il pregiu-
dicio, l’ignoranza, la superstizione : tanto più ar-
dito e perseverante si fa nelle fatiche. Ma se in
un paese fiorisce la giustizia, la sicurezza, la buo-
na educazione, se t u t t i i fattori della materiale
prosperità, l’agricultura, l’industria, il commer-
cio si svolgono armonicamente ; se la potenze na-
zionale attrae ie dovizie di regioni lontane, ciò
non dipende dal volere dell’individuo, ma dal
concorso delle instituzioni. La presente floridezze
dell’Europa scaturisce da molte e remote fonti,
quali sono l’ordine della famiglia, la libera pos-
sidenza, i municipj, i giurati, i giudicj publici,
l’alfabeto, il calendario, l’orologio, la bussola,
la stampa, le poste, i giornali, i pesi, le misure,
le monete, le publiche discussioni, le società stu-
diose e mercantili. Non v’è legge o regolamento,
non v’è a t t o di guerra o t r a t t a t o di pace, che
non influisca a d accrescere o diminuire le forze
DELL’« ECONOMIA NAZION.» DI FEDERICO LIST 367

produttive. L’ industria presente abbraccia li


sforzi e i pensieri delle generazioni passate, che
costituiscono il capitale intellettivo dell’umanità
vivente. Città e corporazioni compirono opera
d’enorme dispendio, i canali e li argini d’Olanda
rappresentano le fatiche e i risparmj di molti se-
coli. Solo con questa perseveranza, può una na-
zione costruire un vasto complesso di communica-
zioni per la pace e di difese per la guerra.
I1 debito publico degli Stati dovrebbe servire
appunto a ripartire sovra più generazioni la spe-
sa di quelle opere che danno potenza, sicurtà e
forza produttiva alla nazione. I1 debito publico,
ch’è una cambiale t r a t t a sulle future generazioni,
non è mai men riprovevole che quando s’investe
in costruzioni stradali o navigabili, le quali non
potendo produrre immantinente un pedaggio che
rimborsi la spesa, possono mettersi in parte a
carico dell’avvenire, a cui se ne serbano i sicuri
frutti ; ma diviene vituperevole usurpazione quan-
do pone a peso dei posteri le stoltezze dei viventi.
L’Inghilterra collocò a i giorni nostri in siffatte
opere t r e miliardi di franchi. Solo un’industria
avvalorata dal tempo poteva reggere a tanto
sforzo; e solo dove l’industria e l’agricultura
hanno confederato le loro potenze, possono que-
sti strumenti di communicazione adeguare il ser-
vigio alle spese.
L’opera dell’industria diviene dunque causa
dell’industria. Le a r t i utili trapassarono conti-
nuamente di città in città, dalla Fenicia all’Asia
Minore, alla Grecia, all’Italia, alla Fiandra, al-
l’Ansa, all’Olanda, all’hghilterra. L’Inghilterra
da più secoli fu l’asilo commune delli esuli e dei
perseguitati. Già nel secolo X I I vi si rifugiavano
i lanajuoli fiamminghi; li Italiani vi portarono
368 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
l’uso delle cambiali; li Israeliti di Francia e di
Spagna vi portarono relazioni lontane e grossi
capitali ; i mercanti dell’Ansa decadente ambi-
rono la cittadinanza inglese; ogni moto civile o
religioso del continente fece approdare a quelle
rive uomini e ricchezze. Le leggi sulle patenti vi
attrassero le invenzioni di t u t t a Europa ; assicu-
rando a i capitalisti uno p a r t e dell’emolumento.
li animarono ad assistere i ritrovatori ; propaga-
rono lo spirito inventivo nella popolazione ; estir-
parono l’amore delle consuetudini primitive.
La navigazione richiede abito d’audacia e per-
severanza : a nessun’arte tanto nuoce l’indolenza,
la superstizione, la viità. Li Indi, i Chinesi, i
Giapponesi esercitano quasi solo la navigazione
domestica ; i sacerdoti egizj temevano la naviga-
zione, perchè non volevano libertà di pensieri.
L’oppressione delli ottimati spense il vigore delle
città anseaticbe; nei Parsi Bassi i marinaj sfug-
girono all’oppressione ; ma i popoli interni non
seppero difendersi, e si lasciarono otturare le
foci dei loro fiumi. P r i m e che surgesse l a potenza
olandese e l’inglese, ere manifesto che la, marina
spagnola e la portoghese volgevano a naturale,
decadimento. L’America, appena libera, combat-
teva sul mare. La navigazione è un ramo d’indu-
stria che si genera dal complesso delli altri tutti.
Quando il moto è impresso, molte altre spinte
concorrono a sollecitarlo. Le a r t i belle allettano
il privato a produrre e risparmiare, per aver
modo di partecipare alle loro amenità. I1 privato
lavora e risparmia anche per procacciarsi libri e
giornali, che poi divengono ulteriore avviamento
alla produzione intellettiva e materiale. Un pa-
dre fa grandi sforzi per procacciare educazione
ai figli; altri per conseguire ambito posto nelle
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 369

più elette società. Tanto si potrebbe vivere in un


tugurio quanto i n un palazzo ; tanto si potrebbe
«andar c i n t o di cuojo e d‘osso » quanto d’oro e
di seta; ma il diletto di codeste inezie sprona i
capi delle famiglie a l risparmio, all’ordine, a d
assidui sforzi. Il facultoso, nell’apparente sua
indolenza, sussidia i mestieri, anima li studj,
amministra nel suo patrimonio parte dell‘opu-
lenza nazionale. I meticulosi, i quali si spaven-
tano che il popolo vesta con eleganza, e lodano
le gradazioni suntuarie dei i empi andati, non
avvertono che il lavoro di quelle famiglie diviene
più intelligente c intenso e fruttuoso; che il dono
fatto alla vanità vien sottratto alla brutale in-
temperanza; e che le leggi, le quali reprimono
l’emulazione nelle moltitudini, le condannano a
vivere indolenti e assopite. Le stesse derrate r o -
loniali, che quando non siano materia prima di
qualche arte, possono considerarsi piuttosto su-
perfluo stimolo che nutrimento, danno impulso
a intraprendere manifatture per farne cambio,
e stringono i n commercio le più divise nazioni.
Dunque l’interesse dei signori dovrebbe es-
sere quello di proteggere lo sviluppo delle classi
trafficanti. I più prosperi tempi delle nazioni fu-
rono quelli i n cui patrizj e cittadini gareggiarono
all’intento della commune grandezza, come i più
calamitosi furono quelli i n cui li ordini d’una
nazione si mossero guerra struggitrice. E i n Po-
lonia e i n altre parti del continente, la smania
delle esenzioni feudali e la servitù delle plebe
prepararono la debolezza e l a caduta dei signori.
Al contrario il patriziato britannico volle preva-
lere nella. legislazione, e indirettamente f a r sua
gran parte dei lucri dell’industria. Il poter della
corona fu limitato in patria, ma tanto più si-
24 - CATTANEO. Scritti economici 11.
370 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
c u r o ; e a l di fuori splendido e trionfante; li
onori non furono privilegio del sangue, ma pre-
mio a meriti militari e civili. Senza l’intolleran-
do aggravio e il pericolo delli eserciti stanziali,
l’industria nazionale f u salva dalle armi nemiche.
mentre s u l continente ad ogni nuovi generazione
le guerre guerreggiate arrestano i trasporti, re-
cidono i ponti, sperperano le navi, disertano li
opificj, smovono i confini, sconvolgono le leggi e
le aspettative, impoveriscono e disperdono i la-
voratori, invertono i consumi preveduti e le con-
correnze, e respingono i capitali che ora vengono
deviati a d alimentare la guerra, ora a ripararne
i danni e ristorare l’afflitta agriciiltura. Al con-
trario li armamenti straordinari svolsero in In-
ghilterra i prodigj della fabricazione, e attua-
rono grandi forze produttive, che poi sopravvis-
sero alla guerra. E per la soverchiante potenza
marittima della nazione, la guerra che interrom-
peva il traffico delli altri popoli, e ne abbatteva
le industrie, le fu quasi sempre occasione a dila-
t a r e il commercio, e preparargli nuove sedi in
remote p a r t i del globo. Perlochè se l’industria
inglese salì a t a n t a grandezza, ciò provenne prin-
cipalmente dalla vasta ricerca, che la potenza
maritima procacciò alle sue manifatture.

5.
M a le lodi, che l’autore prodiga alla Gran
Bretagna, non sono tanto un segno d’ammira-
zione quanto un artificio oratorio di chi vuol va-
lersi di quella grandezza a t e n o r e delle altre
nazioni, affine di sedurle a rinchiudersi nel guar-
dinfante protettivo.
Dopo l’invenzion delle machine, egli dice, l’in-
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 371

dustria non ha confine se non nel capitale e nello


smercio. Quindi la nazione che possiede cumulo
immenso di capitale e vastissimo traffico, e col
dominio dei mercato monetario, esercitato dalla
sua banca, stimola la fabricazione e deprime i
prezzi, può apportare guerra struggitrice alle al-
tre nazioni. Un fanciullo indarno lutta con un
gigante. Le fabriche inglesi hanno enormi van-
taggi, ridondano d‘cccellenti operaj ad agevoli
mercedi, di machine perfette, d i sontuose costru-
zioni pei trasporti ; hanno illimitato credito a
infimo interesse, stabilimenti e relazioni lontane
quali si formano solo nel corso delle generazioni,
vasto mercato interno di t r e regni, vasto mer-
cato coloniale i n tutto il mondo, mercato d‘ine-
stimabile vastità presso tutte le nazioni civili e
non civili della terra; e quindi aspettativa d i
smercio immenso. È assurdo che le altre nazioni
possano reggere a fronte di questa, quando prima
devono allevare i direttori e li operaj : quando
l’imprenditore, non sicuro d’uno spazioso mer-
cato interno, nulla può sperare dalle colonie, e
ben poco dalle navigazioni ; quando il suo credito
è ristretto al misero bisogno, quando non può es-
ser certo che un disastro i n Inghilterra, o una
misteriosa operazione della banca, non versi sul
mercato continentale, all’ombra della libertà da-
ziaria, un cumulo di manifatture, il cui prezzo,
appena compensato quello della materia , rapisca
il naturale alimento all’industria europea.
Un predominio come questo che surse ai no-
stri giorni, non si vide mai, nessuna nazione,
aspirando alla signoria del mondo, pose mai si
ampie fondamenta alla sua potenza. Quanto an-
gusto non è il divisamento di chi volle fondare
sulle armi I’imperio universale in paragone al
372 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
pensiero britannico di fare di t u t t a l’isola una
smisurata città manifatturiera, commerciante e
navigatrice! L a quale, fra i regni della terra.
sarebbe ciò che una capitale è fra le suggette cani-
pagne: la sede delle industrie, dei tesori, della
potenza: il porto di tutte le marine: una città
capomondo, che proveda t u t t o il globo di mani-
fatture e da tutte le genti si faccia consegnare
le vittovaglie e le materie prime: un’arca uni-
versale dei metalli monetati; uno banca delle
nazioni, che coi prestiti assoggettandole tutte a
tributo, signoreggi la circolazione universale.

6.
Qual’è la magica verga con cui, secondo il
signor List, l‘industria britannica abbatterà le
industrie delli altri popoli, e li relegherà alla
primitiva vita del bifolco e del pastore?
E qual’è il talismano che può disfare l’incanto:’
- L’arme impugnata d a l l ’ h g h i l t e r r a sarebbe il
libero commercio! Lo scudo che deve salvare il
genere umano sarebbe la dogana! -
L’Inghilterra, egli dice, qualora le tariffe da-
ziarie non vi facciano ostacolo, può versare in
America grandi masse di manifatture. La banca
inglese coll’agevolare lo sconto e allargare il cre-
dito alle sue manifatture, può d a r loro la forza
di fare un enorme fido a i porti americani; e in
fatti se ne videro talvolta inondati a più vil
mercato ch’esse non fossero nella stessa Inghil-
terra.
Quanto maggiore è il credito concesso alli
Americani, tanto maggiore in loro è l’impulso e
il coraggio d’estendere le piantagioni, per saldare
col prossimo ricolto il loro debito. Ma l’Inghil-
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 373

terra, parziale alle proprie colonie, aggrava di


d a z j il tabacco delli S t a t i Uniti sino alla misura
di mille per cento : attraversa l’introdiizione del
loro legname, per favorire quello del Canadà; e
ammette i grani esteri solo in caso di imminente
carestia, come detta l’interesse privato dei pos-
sidenti che sedono legislatori. Essendo perciò il-
limitato l’ingresso delle manifatture inglesi in
America, e limitato quello delle derrate ameri-
cane in Inghilterra; l‘America non può fare il
suo saldo se non in valsente metallico. Le piazze,
esauste allora di moneta sonante e ingombre di
carta, ricorrono alle loro numerose e deboli ban-
che ; ne spazzano avidamente li scarsi depositi.
Le cedole, al momento che non si possono più
permutare i n metallo, decadono rapidamente ; i
prezzi di t u t t e le cose divengono nominali ; t u t t i
i valori sono sconvolti; non v’è più proporzione
fra le derrate e li affitti, t r a il debito e il saldo ;
le banche publiche e le case private cadono alla
rinfusa; la mala fede approfitta del tumulto per
simulare la sventura; l’onor nazionale ne geme,
e il generale avvilimento assopisce per lungo tem-
po le forze produttive. L’ordine publico, ossia
l’equilibrio delli esporti colli importi, può dun-
que ristabilirsi solo con dogane che raffrenino
l‘illimitato afflusso delle manifatture inglesi. Così
il Signor List, d i t u t t o questo disordine attribui-
sce la colpa all’astuzia mercantile dell’ Inghil-
terra e al libero commercio.

7.
Ma noi dimanderemo se nel fallimento gene-
rale dell’America tutto il danno sia del debitore
insolvente ; e se l’Inghliterra creditrice non vi
374 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
perda anch’essa un immenso valore. Non è ben
chiaro come possa tornar utile al privato inglese
di dare a credito in lontane regioni e a lungo re-
spiro sì enorme valsente di sue merci a l disotto
del costo di fattura, se non vi fosse costretto da
qualche secreta necessità. E pare ancora più
oscuro come convenga a t u t t a le nazione inglese
e alla banca che ne modera e timoneggia i su-
premi interessi, di sollecitare con impeto l’esa-
zione dell’accumulato credito, asportando dagli
Stati Uniti t u t t o il metallo circolante, provo-
cando il disonore delle carte, la caduta delle
banche, l’avvilimento dell’agricultura, la sospen-
sione delle opere publiche e d’ogni impresa. e
quindi la ruina di que’ loro concittadini che sono
gravemente interessati in quelle banche e in quel-
le costruzioni. La questione non può esser così
semplice ; vuolsi risalire a più remota causa.
Troviamo in fatti in altra parte del libro, che
lo scarso ricolto costrinse I’lnghilterra a man-
dare fuori immensa copia, di contante; che se il
continente fosse stato aperto alle merci inglesi,
si sarebbe potuto fare il saldo dei grani con espor-
tazione straordinaria di manifatture ; epperò) il
metallico che si fosse a l momento inviato, sarebbe
in breve rifiuito all’Inghilterra ; m a il continente
era chiuso alle merci inglesi, come, prima del
mancato ricolto, l’Inghilterra era chiusa a i grani
del continente.
Dunque la calamità dell’America, rispondia-
mo noi, aveva avuto il primo impulso, non da ar-
tificio di nazione prospera e prepotente, ma da
doppia calamità dell’Inghilterra, cioè dall’infe-
lice ricolto, e dalle successiva esportazione del
contante ; la quale angustiando le banche inglesi
prima delle americane, aveva già sovvertito i
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 375

prezzi d’ogni cosa, e costretto i fabricatori a ven-


dere in America a lungo respiro, a vil mercato,
e anche sotto il costo di fattura. La colpa non era
dunque del libero commercio, nia delli ostacoli
dazuarj, coi quali, da un lato, i possidenti, per
interesse di ceto e non di nazione, rigonfiano i
prezzi del grano in Inghilterra, e dall’altro. il
continente respinge per rappresaglia le manifat-
ture dell’isola che respinge i suoi grani. Già da
un secolo i nostri vecchi economisti italiani han-
no posto i n chiaro come t u t t e le limitazioni al
commercio de’ grani sono la causa delle g r a n d i
carestie. Poichè, può bene una stranezza delle
stagioni guastare il ricolto d’un’intera isola per
quanto sia grande ; ma una calamità sola non può
tre d‘un tratto t u t t a la terra.
E allora non vi sarebbe sbilancio di trasporti,
perchè ogni paese ne avrebbe egualmente care-
stia. Quindi il libero commercio dei grani opera
a guisa di reciproca assicurazione universale ; e
li ostacoli doganali aggravano la calamità par-
ticolare d’un paese, fino al punto che di cosa in
cosa i tristi effetti si propagano alle più lontane
nazioni.

8.
Ma la causa del disastro americano f u assai
più profonda, che non il mero sbilancio tra le
importazioni e le esportazioni, o il rifiuto delli
Inglesi d’accettar le derrate americane. L’Ame-
rica è paese nuovo; ogni anno avventurieri au-
daci s’inoltrano in quelle selve, e vi fondano CO-
lonie vaste come regni. Il natural valore delle
terre è quasi nullo. Se dunque, dopo pochi anni,
fatto l’inventario di ciò che era pur dianzi una
376 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
landa, vi troviamo casali e città, chiese d’ogni
setta, strade, canali, ponti, e dovizie di derrate
e bestiami, t u t t o questo patrimonio d’un popolo,
dacchè non è germogliato come fungo della terra
selvaggia, debb’essere venuto da qualche parte.
I1 lavoro è il padre della ricchezza; ma il lavoro
in America costa fuor di misura. È d‘uopo al-
lettare a quella solitudine robusti lavoratori, ?
compensar loro la spesa dei lunghi viaggi e della
lunga inazione, mantenerli a grosse giornate :
finchè abbiano sgombra la selva, edificate le case,
doma l’ispida terra, falciate le prime messi; e
talora per manco di strade e canali «il grano
perisce sul campo », perchè non vale la fatica di
trasportarlo per quelli impervj deserti al consu-
matore lontano. D’onde proviene adunque il te-
soro di cose, che il piantatore apporta in quel
nuovo paese? I1 piantatore non è ricco ; ben vuole
divenirlo a costo d’un vivere quanto mai siasi la-
borioso e disagiato ; t r a e credito adunque dalla
vicina banca, improvisata d a altri venturieri, ivi
pure accorsi a tentare pronta fortuna. La vicina
banca trae credito da a l t r a più lontana; e così
di banca in banca si ascende la scala che con-
giunge l’agricolture al capitale, ovvero alli avan-
zi che il commercio inglese pone in serbo, e col-
l’intermezzo delle banche americane dirama alle
remote piantagioni e alle surgenti città.
I1 signor List conviene in ciò, che le banche
americane cooperarono ad aggravare i l disastro;
ma ne ripete pur sempre l’unico impulso dalla
soverchia importazione delle manifatture. E non
vede che il disordine fin nella prima origine è
assai più vasto; ed è quello appunto che i più
savj scrittori dicono indivisibile dalle banche che
si destinano a promovere le intraprese agrarie.
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 377

Confessa che i grossi capitali, tolti a prestito in


Inghilterra per costruire i canali e le strade.
hanno anch’essi contributo ad accrescere e pro-
lungare il disastro; ma non considera i capitali
parecchie volte più grossi, che coll’intermezzo
delle banche, si sovvennero a quelle grandi opera-
zioni territoriali di cui le strade e i canali sono
solo minimo parte. Non è agevole fare un inven-
tario approssimativo d’alcuno dei nuovi stati
americani ; ma qualunque sia. il divario che passa
tra popolo nascente e antichissimo regno, ancora
vediamo, che i n questo il valore delle vie ferrate
e delle altre opere publiche appena giunse a 3 mi-
liardi, mentre l’intera fortuna publica supera
i 108; e quindi 36 volte tanto.
Immenso adunque, letteralmente immenso,
cioè di molte millia ja di millioni, debb’essere il
capitale investito nelle intraprese campestri e
urbane delli Stati Uniti ; poichè la popolazione
delli Stati Uniti è ben due terzi di quella delle
Isole Britanniche ; e ammettiamo che questo ca-
pitale non sia tutto d’origine inglese, e in grande,
anzi grandissime parte, sia pure il deposito e il
frutto del lavoro americano.
Ma inglese o americano ch’ei sin, una volta
investito in opere immobili e speculazioni cam-
pestri, non si può ritirarlo a vista. E qui ripete-
remo ciò che t u t t i i buoni scrittori notano delle
grandi sovvenzioni prediali. I valori sono fissi
in luogo; difficile e costoso è il loro movimento;
li stabili non si possono mandare a l mercato;
per le ipoteche i n siffatto disastro nazionale si
vorrebbero travare altri sostituti, e trovarsi a
milliaja. Le derrate campestri, tranne i generi
coloniali più delicati, sono poco permutabili ;
alcune si possono vendere solo a brevi distanze,
378 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
e non mai nel momento di generale calamità ; ai-
t r e potrebbero inviarsi lontano, ma vengono ri-
pulse dalle dogane; e sempre le vendite lontane
e precipitate si fanno a condizioni dolorose e con
difficile incasso.
Le sole nazioni che in siffatti frangenti pos-
sono salvarsi, sono quelle che possedono molti
valori mobili: valsente metallico e carte di cre-
dito su le nazioni straniere. I n questa felice con-
dizione s a r à 1’ Inghilterra e l’ Olanda, saranno
alcune poche città, Parigi, Ginevra, Genova,
Francoforte, Basilea. Ma la nuova nazione ame-
ricana non ha peranco di codeste riserve mobili ;
è già immenso il patrimonio ch’ella si è conqui-
s t a t a in fondo immobile; e se vuole stenderlo su
altre terre inciilte, deve spingere le sue opera-
zioni col capitale altrui. E perciò è soggetta a
vederselo ritorre d’improviso, anzi nel momento
della più grave necessità. Ma questa è la con-
dizione di t u t t i coloro che s’ingolfano con capi-
tale non proprio in grandi operazioni comunque
lucrose, e non possono assicurarsene il prestito
sino a1 tempo del maturo ricavo. Certamente
l’America coi canali e colle vie ferrate, stese per
milliaja di miglia, si preparò florido avvenire :
ma se quelle costruzioni contribuiranno a mutare
le selve in campi e città, tuttavia finchè i campi
non sieno più volte mietuti e le città ben popo-
late, non è possibile che il ricolto delle terre
e l’affitto delle case e il pedaggio dei canali e
delle strade compensino i costruttori. E se questi
frattanto sono pressati a restituire le sovven-
zioni ricevute dalle banche locali, dovranno fal-
lire le banche stesse, alle quali nessuno risparmia
l’accusa di gettar troppa carta in proporzione
allo scarso metallo. E per tal modo il disastro
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 379

deve risalire indietro fino all’originario capita-


lista; il quale fornì una somma della quale an-
nuncia repentina la scadenza, mentre il frutto
reale non optrà maturare se non col corso delli
anni.
L’origine del disastro si connette adunque al
capitale e al patrimonio stesso del popolo ame-
ricano; e non si ristringe a un soverchio con-
sumo di manifatture, anticipate all’America dal
commercio inglese a vil prezzo e coll’aspettazione
di farsele pagare sul prossimo ricolto, e riscosse
a quella vece i n denaro contante. Questo disor-
dine ferirebbe solo una quota del ricolto; dar-
che una gran nazione non può sciupare i n mani-
fatture straniere t u t t a quanta la sua entrata,
e deve prima provedere alli altri più imperiosi
bisogni della vita,
Il signor List ha ristretto dunque a piccola
porzione del ricolto, ossia dell’interesse, un av-
venimento che affetta vasta parte del capitale.
Egli mutò in questione di smercio industriale
e d’annuo consumo quella dello stabile investi-
mento agrario e costruttivo.

9.
Eppure egli era stato in mezzo a quelli stati
nascenti ; aveva veduto surgere d’ogni parte ville
e città, e l’agricultore approdato alle rive di quel.
li ignoti fiumi condurre sulla terra il primo ara-
tro. Ma in mezzo a quella vasta creazione, non
volle vedere a l t r a cosa. che l’interesse del popolo
americano di portar calze e berrette lavorate
piuttosto a Boston, che per minor prezzo a Man-
chester ! e venne a d inferirne lo strano precetto,
che una « nazione, minore all’inglese per capitale
380 CATTANEO - SCRITTI? ECONOMICI - II
e per forze produttive, non può ammetterli sul
loro mercato, senza divenire loro debitrice, di-
pendente dalle loro banche e avvolta, nel vortice
dei loro disastri mercantili ». Ma noi dimande-
remo che cosa sarebbe l’America, se non fosse
divenuta debitrice, e vastamente debitrice del-
l’Inghilterra. Fu bene coll’assidua scorta del ca-
pitale inglese ch’ella si fece i n cento anni pri-
maria nazione, da, deserta e oscura colonia. Sup-
poniamo pure che il patrimonio del popolo ame-
ricano sia minore di quello della nazione britan-
nica; il quale abbiamo visto valutarsi a più di
cento milliardi di franchi in patria e poco men
d’altrettanto nelle colonie. Valga pur solamente
I n m e t à e meno, se si vuole, dacchè. i n numero
è finora solo due terzi di quello delle Isole Bri-
tanniche. Ancora l’americano, co’ suoi sudori
e co’ suoi debiti verso l’inglese, avrebbe i n poco
più di cento anni conquistato u n magnifico pa-
trimonio, cinquanta milliardi di franchi ! E fra
questo arricchimento e questa crescente prorpe-
rità, il signor List viene a deplorare la dipen-
denza i n cui l’America si pose verso l’industria
inglese? E può esclamare, che « sarebbe più utile
alli Stati Uniti ricadere nella condizione di co-
lonia, perchè sotto la legge coloniale britannica
d’Inghilterra avrebbe ricevuto volentieri i loro
cotoni e i tabacchi, e non tenterebbe trasferire
i n India la cultura del cotone, e sopprimerebbe
le manifatture indigene, proteggendo il paese
nell’esportazione delle sue materie prime? ». Non
ha egli considerato quanto strano ed empio sia
quell’augurio di ricadere nella vile condizione
di colonia, per amore delle calze e delle berrette?
N o ; le invettive del Signor List non tolgono
che sia vera, le sentenza d’Adamo Smith, che una
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 381

nazione può accrescere annualmente il SUO de-


bito verso un’altra, e nondimeno salire a maggior
prosperità. Basta infatti che il patrimonio del
popolo americano sin cresciuto i n maggior pro-
porzione che non il suo debito verso l’inglese. E
così avvenne. Poichè, se alcuno potrà rivocare i n
dubio che li Stati-Uniti possedano un patrimonio
nazionale di cinquanta. piuttosto che di quaranta
milliardi, nessuno poi pretenderà che il debito
dell’America verso l’Inghilterra si approssimi
nemmeno di lunga, mano a quest’enorme somma.
E non negherà quindi. che, detratto il debito,
non rimanga un immenso valor nitido, un im-
menso pegno di crescente prosperità. E nessuno
vorrà negare che la maggioranza dei popolo ame-
ricano debitore, non meni vita più prospera, che
non la maggioranza delle nazione inglese cre-
ditrice, presso la quale il dazio dei grani e le
tasse sui consumi rendono sì iniquo il riparto
dei lucri e il vivere sì precario e faticoso.

10.
Ciò che produce i disastri monetarj in Ame-
rica e i n Inghilterra, è la sproporzione dell’in-
traprendenza colle forze materiali. Nel tentare
le più portentose operazioni nessuno si arresta a
premeditare la portata d e l capitale. È condizione
naturale di popoli che acquistano ogni anno ine-
stimabili ricchezze, senza sbramare per ciò la
smania di maggiori acquisti. La febre delli in-
dustri & come quella dei valorosi, che giunti sulle
rive dell’oceano piangono di dolore, perchè non
vi sia più t e r r a a conquistare.
Ora, qui sta un’altra delle fondamentali e pro-
fonde opinioni d’Adamo Smith, impugnata dai
382 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
signor List, quella che l’industria è limitata dal
capitale. Ogni qual volta la forza produttiva so-
verchiò il limite del capitale, si aperse l’abisso
dei disastri bancarj; e ciò avvenne quasi sem-
pre in Inghilterra assai prima che in America,
appunto perchè l’intraprendenza britannica ha
in patria e fuori più vasto e vario campo. Quindi
è povera cosa il dire che « il debito intero delli
Stati-Uniti venne di repente richiamato dal com-
mercio inglese, perchè li inglesi potevano dispor-
n e a piacimento ». Li Inglesi non lo richiamarono
per piacimento, ma per repentina e dura e ine-
luttabile necessità ; e col richiamarlo, precipita-
rono nelle perdite più dolorose i debitori insie-
me ai creditori, li altri insieme a sè stessi. In-
glesi e Americani, che infine sono una nazione
sola sotto due governi, si trovarono a terribili
strette, per aver abbracciato troppo più che non
potessero stringere; e fra le più gravi ruine,
l’industria febricitante dovè subire il giogo della
necessità, e rassegnarsi, giusta, la sentenza di
Smith, entro il limite prefisso dalle proporzioni
del capitale. E qui si consideri quanto più ele-
vata e degna sarebbe s t a t a la condizione morale
dell’America, se il consiglio d i Smith si fosse
osservato, e se si fosse apposta alle banche ame-
ricane una valvula assicuratrice, un limite del
credito, una proporzione prudente t r a l’emissione
delle cedole e il fondamento metallico delle ban-
che. Si consideri quanto privato e publico discre-
dito si sarebbe evitato, se la legge avesse reso il
dovuto onore alla verità della sentenze smithia-
na. E questo è a dirsi tanto più, che oggidì corre
in Francia e in Italia, presso li utopisti e i so-
cialisti, l’ingiusto vezzo di tacciare d’immora-
lità e inumanità quella sode e profonda dottrina.
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 383

11

Se l’industria è avvinta alle proporzioni del


capitale, la forza produttiva dell’America deve
crescere a misura che crescono le sovvenzioni fat-
tele dall’Inghilterra ; e non importa gran fatto
se sieno esibite sotto forma di denaro, o d i ma-
nifatture ; anzi veramente tornano forse più pro-
ficue sotto quest’ultima forma. P e r esempio : non
v’ha dubio che qualsiasi nuovo stato americano
accrescerà lo sue forze produttive, se potrà pro-
curarsi una via ferrata. E se l’Inghilterra gli
anticipasse le ferramenta ricevendo in paga par-
te delle azioni, potrebbe avvenire che poi lo strada
desse meschino pedaggio, per effetto della scarsa
popolazione di quei nuovi territorj. Le azioni
andrebbero i n discredito ; i l capitalista inglese
troverebbe d’aver collocato il suo capitale a po-
vero frutto, ossia d’averne perduto gran parte ;
ma il nuovo stato americano godrebbe tutto il
vantaggio di quel poderoso strumento di pro-
sperità non ostante il danno dello speculatore
straniero. E chi i n questa sovvenzione di ferra-
menta a buon mercato, con profitto del sovve-
nuto e con danno dei sovventore, volesse vedere
un raggiro machiavellico, di nazione, per farsi
ammettere s u l mercato dell’America, e farla di-
venire sua debitrice, dipendente dalla sua banca,
e ravvolta nel vortice dei suoi disastri, altro non
vedrebbe che un sogno,
Se il Signor List grida a quello stato ame-
ricano, - « non fate debiti coll’Inghilterra, ri-
fiutate il capitale inglese)), - egli dice in so-
stanza: - (( fate senza quella via f e r r a t a ; fate
senza l’immenso servizio ch’ella vi presterebbe,
384 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
fate senza il valore ch’ella aggiungerebbe detto
fatto alla vostra possidenza ».
Se poi vuole che si accetti la sovvenzione in
denaro, ma si rifiuti sotto forma di ferramenta
perchè vuol proteggere la forza produttiva del
paese, egli dice in sostanza: - « armate le vo-
stre rotaje d i ferro nazionale, ch’è
caro del ferro inglese: e per t a l modo
s t r a d a vi costersi, per modo d’esempio, dieci mil-
lioni di p i ù ; dunque ingiungete a voi e a i figli
vostri l’aggravio di pagare con un maggior pe-
daggio l’interesse e il dividendo e il rimborso
di questi dieci millioni ; ossia sacrificate altre-
t a n t a parte del vostro patrimonio nazionale. Voi
pagherete ogni anno pei trasporti un millione di
p i ù ; ma le ferriere d’un altro stato americano
avranno fuso maggior copia di ferro; e per il
millione che voi perderete ogni anno, avranno
forse guadagnato un millione per una volta sola,
se pure della loro inferiorità industriale, che voi
riconoscete, e che viene attestata dalla enorme
differenza dei prezzi, essi non avranno fuso il
ferro a perdita e con finale loro fallimento ». Ora,
questo suo discorso, come s’accorderebbe coll’opi-
nione pur sua, che l’agevolezza dei trasporti è
una delle fonti primarie di forza produttiva? Non
vede egli che il millione di lucro, donato una
volta sola alla speciale produzione ferriera, non
compensa l’annuo millione di maggior pedag-
gio, ripetuto ogni anno a carico della produzione
generale, ossia, della vera forza produttiva della
nazione?
12.
La, popolazione delle Isole Britanniche è la
decima p a r t e della popolazione europea. I1 si-
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO L I S T 385

gnor List riconosce che sarebbe assurdo attri-


buirle a privilegio naturale una superiore attitu-
dine per l’industria ; non vuol nemmeno conce-
derle gran vantaggio nell’esuberanza ch’ella pos-
siede di carbone e d i ferro. Dunque il primato,
che questa frazione esercita su la rimanente Eu-
ropa, dipende t u t t o d e cause sociali. Lo studio
adunque da farsi è questo: Quali sono le cause
del primato industriale dell’Inghilterra? - Sono
esclusive all’Inghilterra, inaccessibili alla, rima-
nente Europa? - E viceversa, non avrebbe il
continente alcun vantaggio suo proprio, i n con-
fronto all’Inghilterra?
Se cominciamo dell’ultima questione, nessu-
no negherà che il continente posseda sull’Inghil-
terra un ingente vantaggio nella minor misura
dei salarj. La plebe inglese ha gravi bisogni per
effetto del clima; ne ha di più gravi per l’indole
sua vorace ed ebriosa, resa improvida e spende-
reccia dall’abuso della carità legale. Inoltre &
tale il predominio legislativo dei possidenti, che
tre quarti delle publiche gravezze cadono sui con-
sumi. Le ostruzioni doganali, stabilite i n vantag-
gio dell’agricultura, danno prezzo esorbitante al
pane, la proprietà di moltissimi edificj industriali
si devolve dopo alcuni anni al signore del fondo.
Ora, in molti paesi del continente la maggior
parte delle publiche gravezze cade sui beni pre-
diali; il prezzo dei viveri è più rnoderato, anzi
per la r a r i t à della popolazione i n molti luoghi
assai basso; e le precedenze legali assicurano la
piena proprietà delle costruzioni. I n t u t t i questi
paesi adunque, a circostanze pari, li operaj po-
tranno viver meglio con più basse mercedi. Quin-
di un grande elemento della forza produttiva, la
misura delli stipendj, è in vantaggio del conti-
25 . CATTANEO Scritti economici 11.
386 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
nente. Questo non è dunque il fondamento del
primato industriale deIl’Inghilterra.

13.

I n altri tempi l’Inghilterra era, il più sicuro


asilo di tolleranza religiosa e di civil dignità ; la
Francia non poteva allevar generazioni intra-
prendenti finchè la sicurezza privata dipendeva
dalla revoca d’un editto, o dall’odio o dal favore
d’un cortigiano. Ma la tranquillità del vivere e
l’indipendenza delle opinioni sono una forza pro-
duttiva che omai si trova presso molti popoli.
Questa non è dunque parimenti la causa del pre-
dominio dell’hghilterra.
Lo stesso si dica di quelle alte aspettative, le
quali accedono in t u t t i li ordini della nazione
l’amore della commune grandezza, e unificano
l’interesse publico col privato. Le nazioni che pe-
r m e o non intesero qual valore statistico abbia
l’ingegno, non possono competere con quelle che
aprono a l merito li accessi delli onori e del po-
tere, e ripongono nell’intelligenza la prima, do-
vizia e forza dello stato. M a in questo pure le
sorti delle nazioni si vanno pareggiando. E se
li stati che temono e odiano il dominio dell’in-
telletto, mal reggono a fronte delle nazioni pro-
gressive, in questa, ineluttabil sanzione risiede
appunto l’efficacia morale della libera concor-
renza,
Nè le più dirette maniere di promuovere l’in-
dustria sono privilegio naturale dell’Inghilterra.
L’istruzione delli operaj può propagarsi ovun-
que; ovunque possono aprirsi scole di chimica
DELL’« ECONOMI4 NAZION. » DI FEDERICO LIST 387

e di mecanica ; ovunque possono raccogliersi ma-


chine e modelli ; ovunque con onori e ricchezze si
possono ritrarre le menti dalle inezie contempla-
tive alle realtà della vita e alli interessi dello
Stato.
Le vie ferrate possono costruirsi presso ogni
nazione ; t u t t i i porti possono spedir vaporiere
a lontani tragitti ; i n ogni parte può promuoversi
la, navigazione dei fiumi ; e diffondersi colle stra-
de communali la forza produttive e il valor pre-
diale su t u t t a la superficie dello stato. Corrono
solo 80 anni, dacchè l’Inghilterra scavò il primo
suo canale; e appena, 18 anni, dacchè lanciò la
prima locomotiva sulla rotaja di Darlington. E
se in sì breve intervallo costruì quattromila chi-
lometri di strade ferrate e altretanti di canali,
altre nazioni potrebbero pur fare assai. E que-
sti sforzi nazionali potrebbero rimovere quegli
intralci che vengono a d elidere t a n t a parte del-
le forze produttive i n tutto il continente. L a
libere concorrenza è adunque il solo principio
che possa dare occasione a svolgere le forze la-
tenti, e contendere un primato che non ha ne-
turale e necessario fondamento. Perchè dunque
sollecitar le nazioni a soffocare colli ostacoli do-
ganali la libera concorrenze? Poco i n vero giovò
alla, China di trincerarsi tra il mare e la mura-
glia; nè, con un numero di sudditi eguale a
mezzo il genere umano, sarebbe certo caduta in
sì puerile fiacchezza, se la libera concorrenza
avesse rinovellate le sue armi, ritemprata la pu-
blica ragione, accesa, la fede della scienza libera
e viva. E che altro è il principio protettivo del
signor List, e la sua nazionale economia, e il
suo sistema continentale contro l’Inghilterra, e
il suo sistema anglo-europeo contro l’America,
388 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
fuorchè un’imitazione dell’infelice pensiero che
incarcerò dietro una muraglia l’intelligenza chi-
nese?

14.

Si potrebbe opporre che se, giusta Smith e


Bentham, l‘industria è limitata dal capitale, la
nazione inglese, munita di maggior capitale do-
vrebbe nella libera concorrenza prevalere a qua-
lunque altra nazione. - Ma qui non si tratta
d’una nazione sola ; bensì di t u t t o il continente
europeo, di t u t t o l’americano; e nessuno dirà che
l’opulenza britannica, per quanto ingente, sopra-
vanzi quella ch’è già accumulata o potrebbe in
breve accumularsi in ambo li emisferi. La popo-
lazione del continente è dieci volte quella del-
l’Inghilterra, e quando fosse fornita di machine
e strade e canali a grandi associazioni, e svol-
gesse in libero campo la massima divisione e più
opportuna distribuzione dei lavori,, secondo le
attitudini dei popoli e dei luoghi, potrebbe fare
in un anno il lavoro che l’Inghilterra f a in dieci;
e mettere ogni anno in serbo una proporzionatu
massa di capitale. È ben vero che tanto e sì rapido
sviluppo fra t a n t i ostacoli non è sperabile; ma
se ne ottenga pure anche solo una quarta o una
quinta parte, quando una decima sola basta a
pareggiare t u t t a la produzione britannica. In
tutte le industrie che richiedono molte braccia, il
continente avrebbe gran vantaggio nell’agevolez-
za delle mercedi. E la libera concorrenza po-
trebbe far nascere necessità nella possidenza in-
glese d i transigere colli interessi dell’industria,
e fare col popolo più moderato riparto dei beni
e dei mali. E così la vera scienza approssima an-
che indirettamente il genere umano all’affezione
della giustizia e all’emancipazione delli infelici.
Le grandi costruzioni itinerarie, in verità, do-
vrebbero per molti anni assorbire enormi masse
del capitale europeo. Ma perchè non potrebbero
le nostre industrie invocare in sussidio lo stesso
capitale britannico, di cui vanamente paventano
l’ostilità? Li Americani, non avendo il capitale
che richiedevasi per solcare di canali e strade
l’immenso territorio sul quale vivono dissemi-
nati, non avrebbero parimenti potuto raccoglierlo
in patria, senza arrestare i rapidi passi dell’agri-
cultura. Ebbene, l’Inghilterra, seguendo i suoi
privati interessi, e senza estorcere sacrificio al-
runo alla libertà e potenza americana, le porse
il suo braccio ; e promovendo quelle poderose co-
struzioni, anticipò d’un secolo la fondazione delli
Stati inferiori. Se i popoli del nostro continenle
avessero avuto la sagacia delli Americani, e fos-
sero meno avvilupati d’impicci protettivi, avreb-
bero potuto per egual modo farsi prestare dal-
I’Inghilterra qualche milliajo di millioni a svi-
luppo delle loro forze produttive, sotto forma, d i
ferramenta e di locomotive; e lasciando ai sov-
ventori l’incerto pedaggio e il greve rischio delle ,
intraprese, avrebbero assicurato a sè medesimi
la più certa parte del vantaggio.

15.
Ma v‘è una grande e suprema, circostanza ch’è
tutta in favore dell’Inghilterra. « Qual’è la na-
zione, le cui manifatture siano provocate da 250
millioni di diretti o indiretti consumatori di tut-
te le nazioni e di tutti i climi? » - Questa di-
manda noi facevamo nel precedente volume, ripe-
390 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
tendo le parole del nostro amico Negri.¹ E qui
veramente sta per nostro avviso t u t t o il nodo
e il secreto della concorrenza, e la chiave dei de-
stini del genere umano.
Questo punto f u appena sfiorato d a Adamo
Smith, e quasi più nel titolo del suo Capo III 2
che nel suo tenore. Tanto più dunque è prezzo
dell’opera il ventilarlo con qualche attenzione.
Se più vasto è il campo di produzione e di
smercio, più varia, più graduata, più poderosa,
più audace è l’industria. Se si dividesse l’Inghil-
t e r r a in otto o dieci o più recinti doganali, com’è
l’Italia nostra, com’era poc’anzi la Germania, e
si desse pure a ciascuno proporzionata parte del
presente commercio britannico : t u t t a quella pre-
potenza industriale rimarrebbe nulladimeno tri-
t u r a t a ed esinanita. La somma delle nuove parti
non equivarrebbe a l t u t t o precedente.
La ragione è ovvia. - Poniamo che di dieci
piccoli stati ciascuno abbia una fabrica di pan-
nilani, di cotonerie, di bronzi. Se il regime pra-
tettivo assicura ad ognune di esse l’approvigio-
namento del territorio circostante, ogni fabrica
dovrà provedere il signore e il contadino, la mi-
lizia e il sacerdozio. Quindi, o vi sarà il consueto
contrabando delle merci fine, e allora la fabrica
ricadrà nei lavoro più triviale; o se vorrà corri-
spondere alla varietà dei bisogni, dovrà procac-
ciarsi proporzionata varietà d’apparati, di lo-
cali, di materie, di tinture, di disegni e d’operaj,
senza l’aspettativa di conseguire in ciascuna gra-

1 Vedi nel volume V del Politecnico: Di alcuni Stati


moderni del Dott. CRISTOFORO NEGRI.
2 Cap. III: Che la divisione del lavoro è limitata
dall’eslensione del mercato.
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO L I S T 391

dazione di produtti quell’ampio smercio, che si


richiede a compensare il capitale e le cure. Adu-
niamo ora i n un solo recinto doganale i dieci
stati. I dieci fabricatori, dopo il momentaneo
dissesto inseparabile da ogni subito mutamento,
non avendo perduto nel loro complesso alcun av-
ventore, tenderanno naturalmente a ripartirsi f r a
loro i varj gradi del lavoro. L’uno prenderà, di
mira il consumo dei contadini ; l’altro potrà met-
tersi i n grado d’opporre a l contrabando un lo-
devole assortimento di merci signorili. Ognuno
potrà con minor varietà d’apparati e di disegni
e di cure, e minor ingombro di materie prime e
di merci finite, ossia con molto minor capitale,
produrre maggior somma di valori, e quindi
agevolare i prezzi; fornire a eguale spesa copia
maggiore di merci alle famiglie; e nelle merci d i
prossima qualità, nascerà tra l’una e l’altra fa
brica un’emulazione utile all’industria commu-
ne, ma quale prenderci forza di tener fronte al-
l’estera concorrenza. Dopo il caso di dieci fa-
briche, facciamo il caso di cento, l’argomento si
fa sempre più calzante.
Nella mente d’un barbaro il lavoro dei me-
talli è un’arte sola; m a dove le si offre vasto
campo commerciale, ella si divide i n cento rami ;
distingue li altiforni e le fucine di seconda fu-
sione, i magli e le trafile, le fabriche di lime e
quelle di rasoj, d’aghi e di spille, di viti e di
chiodi, di fucili e di spade, d’orologi, di machine,
di cannoni. Le strade ferrate chiamarono in v i t a
nuovi opifici, li uni per le locomotive li altri per
l e guide; altri non si spingono oltre la fusione
dei cuscinetti ; altri si ristringono ad offrire i cu-
nei e i chiodi. È i n errore il signor List, ove pre-
tende che l’efficacia produttiva non risieda tanto
392 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
nella divisione del lavoro, quanto nell’associa-
zione dei molti ad un commune intento (pag. 20),
e che questa associazione debba promoversi per
t u t t i i rami entro il seno di ciascuna nazione.
Chi fabrica spade, non si cura di sapere se l’eser-
cito pel quale verranno comprate, sarà, ben pro-
visto di selle e di cavalli. Su le strade ferrate
belgiche le locomotive inglesi vennero assortite
colle nazionali. Noi abbiamo alle nostre porte
una strada ferrata, per la quale i cuscinetti ven-
nero presi sul Lago di Como, le guide, credo,
nella Carintia, e le locomotive in Inghilterra e
in F r a n c i a ; questi oggetti formano in luogo le
membra d’un solo o complessivo meccanismo, per
effetto d’un interesse che li coordina t u t t i : ma
per sè il fabricatore delle locomotive non si curò
di sapere se altri avrebbe fatto a dovere i cusci-
netti e le guide. L’associazione, o l a previa com-
munanza dell’intento, sarà necessaria se il cam-
po dello smercio è angusto. Ma se vastissimo è
il campo, il bisogno dell’accordo espresso e del-
l’effettiva associazione sparisce in seno all’ine-
sausta varietà dei bisogni e delle dimande; ep-
pure la suddivisione prevale sempre più, e pro-
duce sempre maggiori portenti.
Ripetiamo ancora: quanto più il campo di
produzione e di smercio è vasto e vario, tanto
più grandeggia la potenza industriale. - Avete
un recinto doganale d’un miilione d’abitanti? -
Ebbene, molte industrie sono impossibili ; senza
esportazione all’estero non potete aver una fa-
brica di specchj; non potete stipendiare un di-
segnatore di pendole o di broccati. - Avete un
ricinto di dieci millioni? - L a forza vitale del-
l’industria cresce più di dieci volte; ne crescerà
forse cento, crescerà col numero di chi compra,
DELL'« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 393

e col numero d i chi vende, ossia colla suddivi-


sione delle opere e la viva emulazione. - Avete

16.
Il signor List è ammiratore del sistema con-
tinentale; ma non si & reso ben conto della sua
ammirazione. Egli dice : « Non ostante la rivo-
luzione e la diuturna guerra e la perdita di molto
394 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
commercio maritimo e di tutte le colonie, l’indu-
stria francese, per l’esclusivo possesso del mer-
cato interno e per l’abolizione dei vincoli feudali,
salì a d ignota floridezza » (pag. 125). - « Per ef-
fetto del (sistema continentale, le manifatture
germaniche d’ogni maniera presero considerevole
sviluppo » (p. 140). - «Ma il sistema dovè ope-
rare diversamente in Germania e in Francia,
perchè la maggior parte della Germania era
esclusa dal mercato francese; e i mercati tede-
schi erano aperti all’industria francese » (ib.). -
« F r a t t a n t o le manifatture inglesi, in virtù delle
nuove invenzioni ; e del grande c quasi esclusivo
smercio nelle altre parti del globo eransi solle-
vate assai su le germaniche; e per ciò, e pel più
largo capitale, eransi messe in grado di far bassi
prezzi, con più perfette merci e più commodo cre-
dito .... Quindi ruina, generale e gravi lamenti,
massime sul Basso Reno .... che già, congiunto
alla Francia trovossi escluso da quel mercato »
(pag. 141). - «La tariffa prussiana, che stabi-
liva i dazj sul peso, ferì più i vicini stati germa-
nici che non le nazioni straniere .... Li stati mi-
nori e i medj furono totalmente esclusi anche
dal mercato prussiano .... dal quale vennero in
t u t t o o in gran parte accerchiati.... Ridutti a
smerciare in angusti territorj, e suddivisi fra loro
rnedesimi c o n altre linee doganali, i manifat-
tori di quei paesi furono all’orlo della dispera-
zione )) (pag. 144).
L’autore, contro la s u a dottrina, qui ci di-
pinge con opportunissime gradazione di fatti l’in-
fluenza irrefragabile della vastità del campo com-
merciale. Alla caduta del sistema continentale, e
per effetto opposto all’intenzione di chi lo aveva
decretato, l’Inghilterra trovossi in forza di dare
DELL’« ECONOMI4 NAZION. » DI FEDERICO LIST 395

« merci più perfette a più basso prezzò e con più


commodo credito » in virtù del gran commercio,
le si era abbandonato, massime nelle altre
parti del globo, cioè nelle Americhe, a l Capo, in
India, nella Malesia, nella China. - I n secondo
grado di forze veniva la Francia, perchè aggiun-
geva al mercato suo proprio, liberato pocanzi
dalle linee interne e dai ceppi feudali, quello
della, Germania, nonchè quello dell’Italia, della
Olanda e d’altre regioni. - I n terzo grado ve-
niva la Germania, la quale, costretta a tener
tronte all’industria francese, si era svegliata,
ma non poteva fiorire nelle angustie d’un ter-
ritorio suddiviso.
Quando lo pace aperse per un istante il com-
mercio universale, quale industria s i trovò p i ù
robusta? - Naturalmente quella ch’era cresciuta
nel più libero e vasto campo. - Ecco dunque
esultar l’Inghilterra; ecco l a Francia e la Ger-
mania cadere in gravi angustie. E per valerci
delle parole stesse del signor List: « I1 libero
commercio coll’ Inghilterra cagionò sì tremende
convulsioni nell’industria corroborata dal siste-
ma continentale, che fu forze tornar subito al
principio proibitivo ».¹ Egregiamente ; il sistema
continentale ha corroborato tanto l’industria
francese, che cade in convulsioni trememde a l
primo contatto delle manifatture inglesi ! È que-
sta dunque la forza produttiva generata dalle
vostre proiezioni e dalla vostra economia nazio-
nale? E in Germania perchè parlate di ruina ge-

« Der frei Handel Englands verursachte so furcht-


bare Convulsionen in dem, während des Continentalsy-
stams, erstarkten Fabrihkwesen, dass man schnell zum
Prohibitivsystem seine Zuflucht nehmen musste » (p. 128).
346 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
nerale, di lamenti, di disperazione? Ecco adiin-
que la scala che conduce dall’estremo della forza
produttiva all’estremo della debolezza, in pro-
porzione appunto della vastità geografica dello
smercio. Prima l’Inghilterra, che abbraccia il
mondo ; poi la Francia, che abbraccia gran parte
d’Europa; finalmente il Basso Reno e i piccoli
stati, la cui miseria cresce fino alla disperazione,
in ragion diretta dell’angustia di quei loro siste-
m i n i continentalini che, la Dio grazia, vennero
finalmente aboliti nella grande e provida institu-
zione della Lega Daziaria.

l’i.
I l Signor List è un raro ottimista; per lui il
sistema continentale è servizio reso ad amici e
nemici, buono per la Francia, ed ottimo per l’In-
ghilterra. Anche noi lo crediamo; ma egli non
può conciliare colla sua dottrina questo porten-
to, mentre per noi il fatto è semplice e chiaro:
il sistema continentale è la formazione di più ri-
cinti doganali d i varia grandezza, t u t t i più vasti
dei precedenti, e perciò t u t t i più favorevoli alle
singole industrie; ma favorevoli in modo pro-
porzionalmente diseguale ; e perciò in modo d’as-
sicurare e promuovere il predominio dell‘indu-
stria inglese. Ove il sistema continentale f u gio-
vevole, non lo fu per li ostacoli che eresse, ma
per quelli che a b o l ì ; lo f u in senso inverso al-
l’intenzione di chi lo istituiva.
E per simil modo opera la Lega Daziaria Ger-
manica, benefica e sapiente, non perchè ostruisce
con più solida linea doganale il commercio stra-
niero ma perchè collo spazzar le interne linee,
dilata il campo commune all’ industria germa-
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 397
nica. Quanto più le linee doganali si aboliranno,
quanto più si amplierà il campo di smercio, tan-
più l’industria t r a r r à lena e ardimento dai
due sommi principj della division del lavoro e
della libera emulazione? Noi abbiamo intesa e
spiegata i n questo senso, fin da molti anni ad-
dietro, l a Lega Daziaria¹ e in questo senso
I’intendiamo ancora ; e creidiamo fermamente che
la sua nazionalità e non-nazionalità possa ben
essere di molto momento in politica, ma di nes-
sun conto nell’effetto industriale, giacchè le ma-
nifatture non parlano lingue E siamo persuasi,
che, se fu savio consiglio levar l i ostacoli coni-
merciali tra la Prussia e la Baviera, sarebbe pur
savio consiglio levarli t r a la Prussia e l’Olanda.
ià perchè i n Olanda si parli u n a
ma alla tedesca che all’inglese ;
poichè, se il signor List amministra li interessi
delle nazioni coi principj della linguistica, come
potrà, egli predicare in inglese alli Stati Uniti
quel suo precetto « di non ammettere sul loro
mercato roba inglese, e non introdurre nelle mura
della patria il perfido cavallo di Troja »? Tranne
l’affinità della lingua, la quale poi non prova
l’affinità della stirpe,² non vediamo qual legame
vi sia tra l’Olandese abitator delle aque, e il
Prussiano che si mostrò sempre tanto inetto alle
imprese maritime, E così crediamo b e n i s s î o che
gioverebbe all’Alsazia l’agevolarsi il traffico col-
l’opposta riva del Reno; ma ben poco le giove-
rebbe il trasferire la linea daziaria dal Reno a i

¹ Vedi nelli Annali di Statistica del 1834.


2 Vedi nel vol. Il del Politecnico: Studio compara-
t i r o delle lingue.
398 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Vogesi, dov’è il confine vero delle lingue, ossia
della nazionalità; poichè, quando si debba pos-
sedere un campo commerciale d’una quarantina
di millioni e non più, tanto fa l’averlo verso le-
vante quanto verso ponente, tanto f a l’averlo con
gente che parla francese quanto con gente che
parli tedesco. I1 vantaggio sarebbe d’abbracciar
ponente e levante, Francia e Germania, e ot-
t a n t a millioni invece di q u a r a n t a ; e procedere di
questo passo a levare le industrie dalle loro eter-
ne culle, e avvezzarle a reggere alle libere cor-
renti dell’aria e del mare.

18.

No, i più prodigiosi sforzi dell‘intelligenza


francese non possono f a r forza alla natura delle
cose ; non possono elidere il gigantesco effetto del
campo triplo e quadruplo, dal quale l’industria
britannica t r a e l a sua prepotenza, come le cor-
renti del Mediterraneo non possono affrontar le
onde che prendono impeto nel tragitto dell’Ocea-
no immenso. Appena basterebbe alla Francia f a r
tacere le antiche avversioni, e congiungersi in
lega daziaria con t u t t o il continente ; poichè, an-
cora si sarebbe formato un campo di duecento
millioni in t u t t o e per tutto, mentre l’Inghil-
t e r r a può già raddoppiare d a capo il suo smer-
cio nelle vaste colonie, e per entro la vastità, della
popolazione chinese.
Ma questa verità non si potrà facilmente far
intendere alla moltitudine francese ; aizzata ad
ogni istante dai giornali dei monopolisti «a pro-
teggere l‘industria nazionale, e respingere dal
sacro suolo della patria la concorrenza stra-
vernese, la Lorena, la Franca contea, Avignone.
Come tra, i porti del Mediterraneo e quelli del-
l’Oceano frspponevasi il Rossillione, la Spagna,
il Portogallo, il Bearno e la Guascogna, così la
Bretagna con Nantes e Brest frapponevasi t r a i
porti dell’Oceano e della Manica. Assai tardi ella
ebbe Calais, assai t a r d i Dunkerk; Cherbourg è
opera dell’arte; e t u t t o quel litorale è sì povero
di porti, che la foce della Senna si chiamò Hâvre
de grace. Le provincie erano intercette da dogane
400 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
provinciali e pedaggi signorili ; non v’erano buone
s t r a d e ; non v’erano canali navigabili, i l primo di
tutti, quello di Briare, fu intrapreso nel 1642. E
ancora oggidì, per effetto irreformabile della po-
sizione geografica, v‘è t r a i porti settentrionali
della Francia e quelli del Mediterraneo u n a na-
vigazione più lunga e difficile che non t r a le
isole Britanniche e il Canadà; e quindi l’alter-
nativa di non poter congiungere le flotte, senza
lasciare sguernito l’uno o l’altro dei litorali.

19.

E qui. oltre alla cifra della popolazione, si


presenta altro elemento fondamentale da consi-
derarsi nel valutare il campo mercantile, ossaia
la base d’un’industria ; ed è l’agevolezza delle
commiinicazioni I monti dell’Inghilterra, rele-
gati sulla costa occidentale in anguste penisole.
non inceppano le grandi communicazioni ; nes-
suna città da cui per qualche parte non si giun-
ga al mare, senza passar monti, e con sessanta
e non più miglia di viaggio. Ma il grande altipiano
della Francia, che sembra preordinato a d esser
piuttosto sede di formidabile potenza terrest re,
non discende per ogni lato dalle Cevenne a l mare,
ma s’incontra colle contropendenze dei Vogesi.
delle Alpi e dei Pirenei; gran parte de’ fiumi
navigabili di Francia, il Reno, la Mosa, la Mo-
sella. le Schelda, vanno a mettere foce f r a genti
straniere, molte città sono lontane dal mare cen-
tinaja di miglia; la navigazione interna è ardua
e s t e n t a t a ; le grandi linee ferrate ebbero ine-
splicabili indugi ; e la popolazione per tutte que-
ste cause è giunta finora a densità mediocre, poco
DELL'« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 401
più della metà di quella che vediaio nell'Alta
Italia .¹
Ora, date eguali masse di popolo, le loro
interne communicazioni costano i n ragione in-
versa della loro densità, tanto se si riguardi il
capitale di ('ostruzione,. quanto se si riguardino i
veicoli e il tempo. Se III Inghilterra un miilione
d’abitanti occupa in ragione media, diecimila
chilometri di superficie ; in Francia ne occupa
sedicimila . Quiridi se si vogliono quadrettar di
strade in egual proporzione ambo le superficie,
in modo di raggiungere tutti i centri abitati, è
mestieri costruirne una maggior lunghezza in
Francia che i n inghilterra ; e le famiglie sparse
in quello spazio devono per communicare fra loro,
percorrere maggiori lunghezze, e spendervi in
proporzione tempo e denaro. questo un sopra-
carico nelle spese di prima costruzione, e un'im-
posta perpetua s u tutte le operazioni produttive.
Quindi due campi commerciali d’egual popola-
zione non si equivalgono. ma stanno un ragione
inversa delle loro superficie.
e inoltre sarebbe mestieri tener conto della
proporzione fra la superficie e il litorale mari-
timo, o le linee navigabili. L'industria britan-
nica ha un vantaggio fondamentale s u la russa,
la quale, benchè confintante con l'Asia, n'è mer-
cantilmente più remota che non I'lnghilterra,
giacchè le carovane di Chiva e di Kiächta, se po-
tessero mai spingere l'azione loro fino sul Gange
e sull' Hoang-ha lo farebbero sempre con più
spesa e più tempo che non le vaporiere del Golfo
arabico e le veliere del Capo.

1 Vedi nel Politecnico, vol. I : su la densità dello


popolazione, ecc.
26 . CATTANEO. S c r i t t i economici. II.
402 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
Finalmente nel campo commerciale bisogna
prendere in conto anche l’opulenza, delle regioni
comprese.
Un’industria alimentata, a cagion d’esempio,
dalla Russia o dalla Svezia, non potrebbe a pari
popolazione prevalere a un’industria il cui cam-
po fosse l’India e l’Inghilterra.

20.
I n fondo a tutte le vicissitudini del commer-
cio sta sempre questo principio del campo indu-
striale. Nel medio evo, quando li intralci feu-
dali avviluppavano il continente, i trasporti si
facevano lungo le aque dell’Europa centrale ; una
gran zona mercantile si stendeva dal Mediter-
raneo lungo il Rodano e il P o e i laghi delle Alpi
e il Reno tino a Colonia, d’onde si bipartiva, per
le Fiandre all‘Inghilterra, per l’Ansa a l Baltico.
Le c i t à , ove questo commercio faceva rica-
pito, godevano quella vastità di traffico che ora
godono le grandi capitali poste nel centro dei
grandi recinti daziarj. Questi si vennero for-
mando mano mano che ogni stato, trapassando
dal principio feudale al mercantile, volle prender
possesso del proprio commercio come del pro-
prio territorio, e più o men sollecitamente s’im-
pegnò nella duplice impresa, di sgombrare tutti
li impedimenti interni, retaggio della feudalità,
e trasferirli t u t t i alla frontiera, segno d’integra-
ta sovranità nazionale. La riflessione non aveva
creato la scienza : dominavano le opinioni sugge-
rite dall’istinto mercantile : ogni stato doveva
tener t u t t o per sè, ed escludere li interessi stra-
nieri. Le città italiche, anseatiche e sveve, esclu-
se da t u t t i i campi stranieri e prive d’uno spazio
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 403

proprio, rimasero allora senza alimento, come


piante di poco crescimento, aduggiate d a piante
più alte e frondose. Quelle municipalità che sot-
to un vincolo commune, o potevano tener ban-
diera sui mari, o per la contiguità loro forma-
vano un territorio per. quei tempi considerevole.
come le città venete, le svizzere, le fiamminghe,
le olandesi, durarono più a lungo, Ma i grandi
stati disarginavano sempre più ; i tre regni bri-
tannici si congiunsero in uno; la Francia prese
possesso di t u t t i i suoi lidi; quei nuovi campi
di smercio si fecero sempre più vasti e più chiu-
s i ; e comprendendo ornai remote conquiste e co-
lonie, tolsero affatto ai piccoli stati il traffico
delle merci asiatiche e coloniali. La potenza ma-
ritima cessò d’essere privilegio municipale, ma
si misurò su l’estensione delle coste e il numero
dei porti. E come la vastità del territorio aveva
limitato il calibro del commercio interno, l’esten-
sione e configurazione del litorale, ossia la po-
tenza maritima, limitò quella del commercio
esterno in tempo di guerra, e per conseguenza
anche nei brevi intervalli della pace. Sotto que-
sto peso della massa geografica, doveva a poco
a poco illanguidire e soccumbere l’intelligenza
e I’attività. I l tramonto di Venezia, dell’Olanda,
del Portogallo, f u precipitato o rallentato da al-
tre cause morali; ma i n faccia alle surgenti moli
della Francia e dell’ Inghilterra era evento irre-
parabile e fatale. A fronte di dieci millioni d’uo-
mini, posti fra loro in libero e vivo traffico,
dovevano decadere li stati che ripartivano le ma-
nifatture loro solamente f r a due o tre millioni.
L’unica via di sostentar quelle antiche industrie
sarebbe stata la libertà generale del commercio,
in modo che i grandi stati e i piccoli facessero
404 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
parte d‘un commune mercato; poichè le mani-
f a t t u r e per sè non possono sentire la diversità
dei governi, se non in quanto vengano arrestate
a d un confine.
Oppressi li stati minori, i predominanti di-
latarono sempre più la produzione e lo smercio.
Anche dopo il sistema continentale, la Francia
fece splendidi progressi, perchè il suo campo è
per sè grande, e la popolazione crescente; ma
l’orrore ch’ella mostra della libera concorrenza
ben prova che ella è conscia, a sè medesime, come
alla sua industria manchi qualche condizione
fondamentale ! Lo stesso squilibrio radicale, per
cui l’industria dei tre millioni venne soprafatti,
un secolo addietro, dal lavoro dei dieci, f r a poco
sottoporrà l’industria dei dieci e dei venti e dei
quaranta a quella dei cento e dei duecento e dei
quattrocento. E sempre per li stessi principj del
lavoro suddiviso, dell’emulazione e dell’audacia
produttiva; effetti t u t t i del vasto campo di pro-
duzione e di smercio, e cause poi dell’esuberanza
del capitale. Infatti, ricavando dalle medesime
forze maggior produtto, preparano da un l a t o
il margino d i lucro che divien capitale, e dall’al-
t r o preparano l’inferiorità dei prezzi, la quale
invade col contrabando i recinti delle altre indu-
strie, e dilata anche in quelli il suo campo di
smercio. E la prevalenza giunge a potere colla
diseguaglianza dei prezzi pagare il premio del
contrabando, e varcare la mal vietata frontiera.

21.
Il lettore potrà facilmente recar giudizio di
ciò che il signor List annuncia sotto il nome di
economia nazionale. Ogni gran nazione, a detta
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO L I S T 405

sua, dovrebbe chiudersi i n un recinto, gradata


mente respingere con dazj crescenti t u t t e le mer-
ci straniere, per allevare entro il suo territorio
tutti i rami dell’industria; ciò ch’egli chiama
educazione industriale. Qualunque perdita di va
iori questa apportasse alla nazione, non sarebbe
d a contarsi, purchè si svolgessero le forse pro-
duttive, che tutti i popoli egualmente hanno da
natura. Quando fosse giunta a provedere a i biso-
gni del suo mercato, si troverebbe sì robusta, da
poter fare diretta spedizione ai popoli delle re-
gioni calde, permutando con merci coloniali ; il
cui largo consumo è l‘indicio d’un’industria
adulta Ogni nazione dovrebbe fare questo com-
mercio con sue navi : e per t a l modo avrebbe agri-
cultura, industria, commercio interno ed esterno
e potenza maritima, Quando molte nazioni fosse-
ro pervenute a questa piena maturanza, allora
finalmente collegandosi terrebbero fronte alla su-
premazia britannica, costringendola a riconoscere
un principio d’universale equità ; allora soltanto,
compiuti i destini dell’economia nazionale e po-
litica. comincerebbero le funzioni dell’economia
umanitaria e cosmopolitica, ossia del libero com-
mercio e della libera concorrenza.
11 signor List consiglia dunque tutte l e na-
zioni a limitare volontariamente il loro campo
commerciale ; a dissociarsi l‘una dall’altra ; a la-
sciare per ora alla supremazia britannica t u t t o il
vantaggio del campo maggiore : e richiudersi da
sè in una crisalide daziaria, che sarà l’opera del-
l’industria, e il suo sepolcro.
Egli nota che le nuove dogane russe hanno
danneggiato il commercio dell’attigua Prussia.
Ebbene, egli dice, che importa questo alla Rus-
sia? « Ogni nazione, come ogni individuo, deve
406 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
pensar prima a sè. L e Russia non ha incarico di
pensare a l bene della Germania. L a Germania
pensi alla Germania, come per la Russia pensa
la Russia Dunque l’egoismo sarà la norma del-
le nazioni, perchè l’egoismo è la morale dei pri.
vati! Aia è poi vero che la morale privata sia
l’egoismo? E dove t u t t i sono egoisti, non si pu-
niscono essi scambievolmente, lasciandosi l’un
l’altro in abbandono? E come mai questo danno
si manifesta t u t t o dal solo lato p r u s s i a o della
frontiera, e non dall’altro? I1 signor List ani-
mette che il vantaggio d’un popolo cresce col-
l’estensione del suo traffico; ora, i paesi vicini
ad una frontiera chiusa possono commerciare da
una parte sola, mentre quelli che son nel mezzo
dello stato possono trafficare liberamente in tutto
il loro circuito. Non vede egli come la differenza
che si pone f r a il centro e le estremità d’un me-
desimo stato, ossia f r a la capitale (’ le provincie,
mette fra loro una disastrosa inegualità?
I1 dire che ogni nazione debba intraprendere
d i slancio t u t t i i rami d’industria non quelli che
sono più a d a t t i al tempo, ai luoghi e al graduale
sviluppo delle attitudini e delle forze, cioè quelli
che per fiorire non han bisogno di privilegio da-
ziario, è come consigliarla d a una parte a prefe-
rire i mestieri meno opportuni e di men facile
riescita a lavorare con più spesa e men guadagno :
e dall’altra, consigliarla a sottrarre i capitali ai
mrstieri più opportuni e di più certo evento, ossia

» Jede Nation, wie jedes Individuum, ist sich selbst


am nüchsten; Russland hat nicht für die Wohlfalirt
Deutschlands zu sorgen. Deutschland sorge für Deut-
schland, wie Russland für Russland sorgt » (p. 152).
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 407

limitarne 10 sviluppo ; poichè pur troppo l’indu-


stria si stende quanto i l capitale.
Se il sistema nazionale è riservato alle grandi
nazioni, e le piccole ne sono escluse, viene am-
messo in sostanza il principio della vastità com-
parativa del campo. Ora, in paragone dell’indu-
stria britannica, alla quale dobbiamo far fronte,
quali saranno le nazioni grandi, e a qual cifra di
popolazione o di territorio cominceranno le pic-
cole? Non vede egli che t u t t e le nazioni sono già
comparativamente piccole, e lo diverranno sem-
pre più, se l’elemento fondamentale dello gran-
dezza rimane privilegio d‘una sola?
Che cosa intende il signor List per nazione?
«Nazione normale è quella che possede una lin-
gua e letteratura commune, un territorio vasto,
ben arrotondato, provisto di molteplici dovizie
naturali, con nunierosa popolazione .... con forze
terrestri e maritime, capaci d’assicurarle indi-
pendenza e commercio )) (pag. 257). Egli disde-
gua adunque tutte le nazioni che non hanno po-
polo numeroso e paese maritimo. I1 Belgio, l’Olan-
da e la Danimarca sono per lui future appendici
delle Lega Germanica e per l a lingua affine e per
le continuità dei fiumi; il Canadà deve aggiun-
gersi alli Stati Uniti; il Portogallo alla Spagna.
Ma se l’Olanda e il Portogallo non valgono per
nazione, varranno per tali la Svezia, la Grecia e
l’Egitto, che con popolazione eguale o minore,
non hanno quelle vaste colonie? Parimenti non
varrebbero nella sua dottrina per nazione nor-
mole tutti quelli imperj che comprendono più na-
zioni e più lingue e perciò l’Imperio Britannico
anzitutto, la Russia, l’Austria, la Turchia. E
quindi, o vuolsi in sostanza tradurre l’idea di
nazione in quella di stato, oppure attendere che
408 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11
il corso dei secoli abbia fatto coincidere daper-
t u t t o i confini delli stati e quelli delle lingue. E
in tal caso la dottrina del signor List cade nei
regno delle utopie, ossia di quei disegni che sono
affatto sconnessi dalle reali condizioni dei tempi
e dei luoghi. Ma noi abbiam bisogno d’una scienza
che ci guidi adesso, e tragga dalle condizioni delli
stati presenti le norme d’un possibile e prossimo
avvenire.
Mentre l’autore isola le nazioni incivilite, to-
gliendo loro l’emulazione e il mutuo ammaestra-
mento, le vuole poi mettere in diretto commercio
coi popoli della zona t o r r i d a ; dividerle dai po-
poli civili, e stringerle coi barbari. I popoli delle
terre temperate devono, egli pensa, esercitare
agricultura, industrie e commercio, e col sopra-
vanzo delle loro manifatture andar con proprie
navi a trafficare coi popoli delle terre calde, i
quali devono attendere esclusivamente alla cul-
t u r a dei coloniali. Ma il mondo offre veramente
questo taglio netto f r a le terre temperate e le
terre calde? I1 vino, la seta, l‘olio, il zucchero
crescono in terre che fanno una catena geografica
da1 Reno al Po ; a l Nilo, a l Gange, anzi all’oppo-
sta metà del globo. L’Inglese e i l Russo non po-
tranno comperare il vino di Germania o di Fran-
cia e l a seta di Francia o d’Italia, perchè que-
ste, essendo anch’esse terre temperate, non do-
vrebbero accettare i n cambio manifatture inglesi
e russe! Viceversa l’Indiano non dovrebbe ven-
dere in Europa i suoi preziosi scialli, perchè i
popoli dei paesi caldi devono essere barbari e pol-
troni, e vivere coltivando zucchero e caffè ! M a che
divisioni imaginarie son queste? L’Indiano e il
Chinese abitano paesi caldi, e sono industri e
laboriosi; il Turcomano e il Calmuco abitano
DELL‘« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 409

paesi freddi e sono inerti e ladri. Tutto il setten-


trione fu barbaro per molti secoli, mentre l’Egitto,
la Persia, Sidone e Damasco erano fiorenti d’in-
dustria; e nessuno può affermare ciò che il fu-
turo tiene i n serbo pei popoli della terra. Chi
avrebbe detto a Cesare che l’isola abitata da bar-
bari seminudi e dipinti d’azzurro doveva giun-
gere ai dominio dell’India fra l’inerzia delle in-
terposte nazioni?
Finalmente il commercio dovrebbe esercitarsi
da tutte le genti civili con navi proprie. Dunque
il numero delle navi dovrebb’essere proporzionato
al consumo, ossia la marina dovrebbe corrispon-
dere alla popolazione. Ogni millione di popolo
i errestre dovrebbe dunque aver tante navi quante
un millione di popolo maritimo? Il Greco e il Li-
gure, figli del mare, dati da tempo immemorabile
all’arte nautica, non dovrebbero aver più navi
che il Polacco o l‘Ungaro, se non i n quanto con-
sumassero maggior copia di zucchero e di caffè,
ossia in quanto avessero maggior popolazione?
Le attitudini ingenite sono soppresse ; i favori
della natura sono rifiutati ; le indoli nazionali
sono sommerse nel principio dell’uniformità uni-
versale delle nazioni. Queste sono le ultime conse-
guenze del principio protettivo, che toglie l‘uomo
dalle vie per cui l e natura lo ha fatto, e lo so-
spinge zoppicone e ansante per vie che non sono
le sue. I pesci devono volar per l’aria, e li augelli
ngitarsi nei vortici del mare.

23.
Siccome il principio protettivo scaturisce da
istinto naturale delli interessati, e non da prin-
cipio di ragione, la sua scorta vien meno a mi-
410 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
s u r a che si approssima alla prova dell’efficacia
pratica. E così, senza recarne ragione, il si-
gnor List abbandona a libera concorrenza tutti
i produtti agrari, t u t t e le materie prime. E con
ciò, senza avvedersi, avrebbe già sciolte parec-
chie questioni protettive, come quella tra il suc-
chero indigeno e l’americano, t r a le ferriere
belgiche e francesi. Ammette poi tutte le ma-
chine, ammette le merci di lusso ; abbandona
quei più delicati rami, che formando quasi la
sommità e l’orgoglio delle industrie nazionali,
vennero a suntuoso dispendio allevati, le porcel-
lane, li specchj, li arazzi. E così la conseguenza
delle larghe sue premesse si ristringe a caricar
di dazio le sole manifatture più tviviali e neces-
sarie. Eppure queste richiedono men perizia di
lavoro e men capitale, e pel loro peso medesimo e
pel costo dei trasporti, hanno ampio vantaggio
ad esser produtte nei luoghi del consumo; sono
men suggette all’incostanza della moda, e alla
concorrenza del gusto, in cui certe nazioni hanno
inarrivabile primato. E inoltre, se s’intende aju-
t a r e un’arte col lasciarle introdur liberamente.
dall’estero la sua materia prima, come legname
o ferro o lana, senza badare alle selve, alle fer-
riere, alle greggie del paese; non v’è principio
f e r m o , p e r cui negare ad altr’arte In libera in-
troduzione dei filati o dei tessuti, o di certe pelli
e stoffe da mobilia, e vestimento; perocchè sono
cose che in quelle professioni tengono vece di ma-
teria prima. Se il fiocco è materia prima pel fila-
tore, l a materia prima pel tessitore è il filo; e
quella del tintore o dello stampatore è il tessuto ;
e il lavoro di questi forma l a prima provista d’al-
t r i mestieri. Ora, se chi concede protezione al fioc-
co, ossia al produtto agrario, h a torto, secondo il
I DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 411
signor List, perchè angustia il filatore ; chi assegna
un vantaggio al filatore, ha torto perchè costringe
i tessitori a comperare in paese il filo protetto, che
pel bisogno stesso d’un grosso dazio si riconosce
inferiore di qualità e di prezzo: ha il torto di co-
stringere la tessitura, e successivamente la stam-
patura, la cilindratura e tutti li altri mestieri, a
lavorare su quel falso principio, adoperando mag-
, gior capitale e merce inferiore. Insomma accresce
tanto le difficoltà d’un’arte, quanto pretende ren-
derne agevole e lucrosa un’altra. E se vuol di-
fenderle tutte dalla concorrenza estera, le con-
danna tutte a più lunga infanzia e più lento pro-
gresso ; durante il quale possono soggiacere a pe-
rjcoli inappettati, o per eventi di guerra e di pace,
o per subitanei t r a t t a l i di commercio e nuove ta-
riffe, o per la immancabile riazione del contra-
bando.
Chi s’impegna in protezione di favore verso
le industrie nascenti o nasciture, è poi costretto
a continuare una protezione di giustizia e fede
publica verso le industrie aulte. Siete voi certo
che possa surgere quel giorno in cui la fabrica del
zucchero indigeno in Francia si dichiari da sì,
tanto a d u l t a , da reggerai come quella del pane o
del vino? E così si fonda e si consacra in una
massa formidabile d’interessi una tenacissima
contradizione ad ogni riforma finanziaria ; e di-
viene una pietra a l collo dello stato, il quale ha
molti altri doveri a compiere. Se riesce a chiu-
dere rigorosamente l a frontiera, provoca rappre-
saglie che sopprimono ogni commercio estero, e
perde una fonte di finanza. Se non vi riesce,
perde egualmente le finanze ; travolge l’onesto
commercio in contrabando; prende a carico un
popolo di processati e prigionieri ; provoca infi-
412 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
niti pericoli alla, morale e alla sicurezza, e fe.
risce nelle radici queste supreme forze produt.
tive della popolazione. Quanto facile è ingol.
farsi dietro il principio protettivo e ingombrare
d’edificj vacillanti il terreno, tanto più difficile,
stranamente difficile è l’uscirne senza spargere
vaste ruine. E noi crediamo fermamente che que-
sta sia l~ più ardua di tutte le presenti questioni
publiche : l’uscire senza ruine d a l labirinto pro-
t et t ivo.
24.
I1 signor List ha molte illusioni, e mostra di
conoscer poco le gravi, e direm pure, le giuste esi-
genze delli interessi stabiliti. Egli intende che il
dazio protettivo non debba essere stabile, ma
vario; che cominci con un cinque per cento, e
salga gradatamente fino a un certo limite, onde
poi discendere per una scala corrispondente.
L’opera s u e sarebbe assai facile, finchè si ponesse
a salire ; ma quando prendesse a discendere, tro-
verebbe via scabrosa ; poichè tutte le industrie
avvezze alle dolci ombre del dazio farebbero na-
turalmente ogni sforzo per rimanere alla som-
mità. E così lo stato si sarebbe imposto un carico
perenne, senza averlo voluto, e senza nemmeno
poterlo giustificare coll’asserzione d’aver fatto
animo alli imprenditori e stimolate le forze pro-
duttive ; poichè quella promessa d’un dazio de-
bole e precario, ora crescente, ora decrescente,
non avrebbe fatto m i m o alcuno. E perchè se ne
avesse effetto, bisognerebbe che il lucro sperato
da quel ramo d’industria fosse ben ampio. Ma che
prò allora, e che bisogno di spendervi protezione,
a carico del generale interesse del paese? - Se
il continente si trovasse attraversato da codeste
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 413

linee daziarie i n continuo saliscendi, ne prove-


rebbe incertezza e ansietà in t u t t i i calcoli del
commercio, a l quale nocerebbero assai più quelli
instabili favori, che non un leale e stabile oblio.

È grave errore che l’aumento delle dovizie


agrarie si dobba tutto dell’industria P nulla al
commercio. L‘industria è un fatto progressivo e
continuo e non potrebbe produrre tanto ondeg-
giamento nei prezzi, i quali dipendono dalla ri-
cerca e dall’offerta, ossia dalle rispettive quantità
delle produzioni che si offrono i n reciproco cam-
bio. Questo moto di coso avviene pel commercio
e nel commercio ; non dipende solo dall’industria
ma dall’agricultura, dal corso delle stagioni,
dalle leggi, dalle tariffe, dalle paci, dalle guerre.
Non è l’industria che preferisce il cotone indiano
all‘americano, o il legname canadese al prussia-
no e al russo, ma è un principio coattivo di poli-
tica coloniale. Ed & sì vero che l’industria non ha
queste preferenze, ch’è d’uopo costringervela con
un divario di dazj.
Se i n altri tempi si pregiò il commercio trop-
po più dell’industria, e l’opinione attribuì a que-
ste cose troppo diseguale nobiltà, i moderni in-
clinano all’opposto errore, e per fomentare l’in-
dustria conculcano il commercio ; il quale è pure
la fonte della division del lavoro e d i tutta la po-
tenza, industriale. Essi vogliono in ogni parti-
cella della superficie terrestre fare un giardino
botanico di t u t t e le più strane industrie. Ma le
palme del deserto fanno mala prova presso li
abeto delle Alpi. Se Ginevra può fornire oriuoli a
tutto il genere umano, e Lione le più splendide
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
seterie, e la Boemia cristalli, e l’Inghilterra
macchine e acciaj ; non è prezzo dell’opera sovver-
tire questo naturale andamento, e questa fecon-
da divisione di lavori, per trasformare il Lionese
in oriuolajo e il Ginevrino in assortitore di sete.
Quando si sarà, distolto ogni uomo dal me-
stiere del suo paese, e lo si sarà educato a qual-
che a r t e insolita, $ ben vero che Lione non pa-
gherà pi& tributo come sogliono dire, all‘industria
straniera, del Ginevrino; ma il Ginevrino da
parte s u a non pagherà più tributo al Lionese.
Ora, u n tributo reciproco non è tributo, ma can-
t r a t t o di permuta a commune vantaggio. La stes-
sa quantità, di lavoro produce più oriuoli a Gi-
nevra che non ne produrrebbe nelle future fa-
briche di Lione; e parimenti produce più belle
stoffe a Lione che non ne potrebbe improvisar mai
a Ginevra, e fatto il cambio fra le due a r t i più
robuste e fruttuose, ognuna delle due città vi
profitta. Che povere fabriche d’orologi avremmo
mai, se li arbitrj daziarj ci costringessero ad
averne una in ogni città, e ci vietassero di por-
t a r e su la persona un orologio straniero! Quanta
minor suddivisione e gradazione e facilità e si-
curezza e perfezione di Iavoro, quanto maggior
dispendio per portarci in tasca un più tristo e
più goffo oriuolo! E qual immenso tributo im-
posto a tutti, per supplire al perduto lucro della
divisione del lavoro e della sua locale opportu-
nità e solidità !
Un popolo ozioso paga tributo a nessuno, e
vive lacero e abietto; e un popolo industre, sia
che fabrichi armi, merletti o panni, non paga tri-
buto all’industria altrui, ma cambia coi migliori
produtti dell’arte altrui i produtti di quelle arti
che l’opportunità o la lunga pratica gli resero
!
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 415
più lucrose. E allora può ben venire la guerra
co’ suoi sovvertimenti, e la pace coi nuovi confini
e i nuovi stati, e il commercio colle più elette cose
di tutta la terra ; me finchè non interviene l’osta-
colo delle dogane protettive, l’industria radicata
nel suo terreno, forte di forza propria e non di
posticcio favore, gode senza ansietà dei progressi
d’ogni altra industria, poichè accrescono il val-
sente delle cose utili ch’essa riceve in cambio di
quelle che somministra.
Solo in questa libera concorrenza,, il più pic-
colo stato può godere la stessa, vastità di campo
che gode lo stato più grande. Chi oppone all’in-
dustrie straniera una dogane protettiva, impu-
gna un‘arme a due tagli, e non può dirsi se nuo-
cerà più a d altri o a sè. I1 recinto che arresta i
passi dell’ìndustria straniera, arresta anche quelli
della naaionale; e infin del conto, quando t u t t o
lo spazio è ripartito in recinti, sta peggio e vive
più languida vita quel prigioniero che ha il re-
ciuto più angusto.

26.
L’autore passa in rassegna le vicende dell’in-
dustria presso i popoli moderni, per dedurne ciò
ch’egli chiama li insegnamenti dell’istoria ; ma
per verità le istorie da lui interrogate non inse-
gnano ciò ch’ei vorrebbe. Lasciamo pure a parte
l’industria dei cantoni protestanti della Svizzera,
fiorente in seno alla più libera concorrenza.
« I n Fiorenza », egli dice, «la sola a r t e della
lana contava 200 fabriche, e con lane spagnole
forniva 80 mila pezze di panno; introduceva di
Spagna, Francia, Fiandre, e Germania panni
grezzi per 15 millioni di franchi, e li apprestava
416 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - Il
per venderli in Levante.... Le rendite di Fiorenza
superavano quelle d’Inghilterra e Irlanda sotto
Elisabetta » (pag. 37). Ecco adunque, diremo noi,
libera concorrenza e divisione del lavoro fra più
paesi, con assai felice effetto.
« Venezia prosperò ne’ suoi primordj col li-
bero commercio; e come mai un ricovero d i pe-
scatori sarebbe divenuto in altro modo potenza
mercantile? ... Quando ebbe conseguito il primato,
l e restrinzioni le riescirono dannose, perchè tolse-
ro l’emulazione e fomentarono 1’ indolenza »
(pag. 44). Ecco adunque il libero commercio ac-
compagnarsi colle prosperità, e il principio pro-
tettivo colle decadenza.
L’industria fiamminga fiorì per tempo - « es-
sendochè ove abondano le materie prime, e v’è si-
curezza delli averi e del commercio, si formano
tosto mani esperte a lavorarle .... I1 conte Ro-
berto III, quando il re d‘lnghilterra lo sollecitò)
a escludere li Scozzesi, gli rispose a l t u t t o coi
principj della dottrina moderna, che il mercato
della F i a n d r a era sempre stato libero a tutte le
mai-ioni » (pag. 68). - ((Carlo V e il tetro suo
figlio (sein fìnsterer Sohn) vogliono ispanizzare i
Paesi Bassi. La parte settentrionale conquista
l’indipendenza ; nella meridionale muore l’indu-
stria, l’arte e il commercio » (pag. 72). - « Alla
fine dello scorso secolo, il Belgio, congiunto alla
Francia, rinnovella la gigantesca forma dell’an-
tica sua industria)) (pag. 76). - Ora, se il prin-
cipio protettivo fosse vero, il Belgio avrebbe do-
vuto trovarsi in sommo fiore sotto il rigido si-
steme protettivo e costruttivo di Filippo II, (’
viceversa avrebbe dovuto cadere in infima condi-
zione, quando venne esposto alla concorrenza fran-
cese. E oggidì il e l g i o , pressurato dall’angustia
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 417
del confine che si andò tanto ristringendo, a nes-
suna cosa aspira tanto, quanto a riacquistare la,
libera concorrenza della Francia o della Germa-
nia o di qualunque grande stato. E infatti, se il
suo campo industriale non si allarga, il nuovo
impulso che gli venne dato dalle costruzioni fer-
roviarie, dalla smisurata escavazione dei fossili,
dall’esaltazione nazionale e dalle solerti cure del-
l’amministrazione, dovrà ben tosto cedere a cre-
scente languore.
« Nella Spagna i Baschi già prima del mille
attendevano alle ferriere e alla pesca delle ba-
lcncl .... Ancora nel 1552 Siviglia contava 16 mila
telai. La marina spagnola fino a Filippo 11, era
la più potente » (pag. 107). - Ora, dopo aver vi-
sto che a quei tempi la Spagna esportava indiffe-
rentemente e liberamente le lane in fiocco e i
panni grezzi e li apprestati, noi dimanderemo
come avvenne poi che - « il latrocinio e la men-
dicità nella Spagna divennero mestiere, e tanto
stranamente vi fiorì il contrabando »? (pag. 117).
La causa è n o t a : l’amministrazione di Carlo V
de’ suoi successori, oltre alli altri mali, ere al
tutto protettiva e i n Ispagna e i n Portogallo e
in Fiandra e i n Napoli e in Milano; si può ve-
derne i documenti in Gioja e i n Bianchini. La
cosa era spinta a tale, che nel 1713 f u necessario
il solenne t r a t t a t o dell’Assiento, perchè - « li
Inglesi potessero una volta all’anno introdurre
una nave carica nelle colonie spagnole » (pag. 117).
Ben inteso che una nave doveva coprire il con-
trabando di cento.
I1 signor List attribuisce strana importanza
al t r a t t a t o conchiuso dell’inglese Methuen col
Portogallo nell’anno 1703, in forza del quale vi
f u ammesso il panno inglese col 23 per cento di
2’1. - CATTANEO. Scritti economoci. II.
418 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
dazio, e viceversa si ammisero in Inghilterra j
vini portoghesi a un terzo meno del dazio che
avrebbero pagato quelli di Francia e di qualsiasi
altro paese. Questo trattanto fece entrare a prefe-
renza in Inghilterra l’unica derrata che il Porto-
gallo poteva esportare, e perciò le rese quasi
esclusivo il commercio di quel regno ; - il quale,
per l’impermeabilità navale, stradale e daziaria
della Spagna, può riguardarsi in via di fatto coni-
merciale come un’isola dell’Atlantico. Avvinse
inoltre la possidenza portoghese all’Ighilterra,
che con ciò accrebbe e perpetuò l’influenza poli-
tica. Ma su l’industrio portoghese non ebbe ef-
fetto, perchè da lungo tempo già caduta, e per
cause troppo più vaste e gravi, e all’ombra pur
troppo del regime protettivo. E il signor List me-
desimo confessa che « li utili e industri cittadini
erano divenuti aguzzini di schiavi, e oppressori
di colonie (pag. 107) ; che l’espulsione delli Israe-
liti aveva sottratto al paese ingenti capitali;
- che vi dominavano t u t t i i mali della supersti-
zione e del malgoverno; - che la feudalità op-
primeva il popolo e l’agricultura (pag. 109);
- che t u t t o quell’ordine sociale ripugnava al-
l’agricultura, all’ industria e al commercio ))
(pag. 116).
Il male non era dunque che i Portoghesi com-
prassero il panno dalli stranieri, poichè avreb-
bero potuto comprarlo coi produtti di qualche al-
t r a loro industria, come facciamo oggidì noi. Ma
il male si era, ch’essi, non fabricando panni, non
fabbricassero altro, e non facessero cosa a l mon-
d o ; e pagassero t u t t o col vino del paese e col-
l’oro delle colonie, nello stesso tempo che stupi-
damente proibivano l’esportazione di quell’oro e
l’ingresso di quelle merci. I1 t r a t t a t o di Methuen
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 419

era un’unica fessura nella chiostra del regime


protettivo ; tuttalpiù si potrebbe dire che n e ri-
ceveva la mala indole d’un privilegio. Ma oltre
al costringere li inglesi a pagare a più caro prezzo
vini inferiori ai francesi, questo t r a t t a t o provocò
la Francia a pertinaci rappresaglie : divenne
nuovo fomento all’inveterata inimicizia, e fu ca-
gione che il commercio tra la Francia e l’Inghil-
terra rimanesse sempre i n misero limite.¹ I n
Francia, Colbert intraprese strade e canali, in-
vito forestieri intraprendenti, avviò grandi fa-
briche, promulgò regolamenti ; ma escluse l’emu-
lazione e la concorrenza, e fondò un’industria
timida e stagnante, che di fatto non potè svol-
gervi la moderna potenza delle machine e del
credito. Vi si aggiunse l‘espulsione dei prote-
stanti (1685); ma non è vero che fossero i soli
industri della Francia ; poichè il protestantismo
non regnava tanto a Lione o i n Fiandra, quanto
nella, retrograda Linguadoca e nelle Alpestri Ce-
venne; e l’Alsazia f u acquistata più tardi (1697),
e più tardi ancora la Lorena (1768). Ad ogni modo
era - « tristo (traurige) lo stato dell‘industria
e delle finanze della Francia, e alta la, prosperità
dell’Inghilterra, quando nel 1786 il t r a t t a l o di
Eden riaperse la concorrenza inglese. I Francesi
rimasero sgomentati, vedendo di poter vendere
all’Inghilterra solo oggetti di moda e di lusso,
mentre i inanifattori inglesi in t u t t e le cose di

¹ « It is owing more to the stipulations in the Ma-


theuen treaty than to anythiug else, that the trade bet-
wveen England and France - a trade that would na-
turally be of vast extent and importance is confined
within the narrowest limits, and is hardly, indeed, of
as much consequence as the trade with Sweden and
Norwag ». - (MACCULLOCH, Dictionary of Commerce).
420 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - II
necessità li superavano di lunga mano per la fa-
cilità dei prezzi, la bontà delle merci, e la com-
modità del credito ». A tale era dunque giunta,
l’industria francese sotto il sistema protettivo
più rigido e più superstizioso ! Se la concorrenza
riaperta da Eden abbia fatto danno o vantaggio,
non si può dire; e si vorrebbe avere una prodi-
giosa acutezza, per discernere tra l’universale e
spaventevole sovvertimento che allora appunto
cominciava, in Francia (1786-1789), qual possa es-
sere stato il certo e preciso effetto d’una momen-
tanea riforma di dogane, Ad ogni modo questa
breve concorrenza - «lasciò in Francia una tal
predilezione per le merci inglesi, che per lungo
tempo di poi n u t r ì vasto e pertinace contra-
bando » (pag. 124). - Intervenne allora il siste-
ma continentale - ( ( d u r a n t e il quale, come ab-
biamo visto, l’industria francese si corroborò tal-
mente, che poi al primo contatto delle manifat-
t u r e inglesi cadde in tremende convulsioni ! »
(pag. 128). - E allora si ristabilì quel sistema
protettivo, all’ombra del quale la Francia non
solo si è ridutta a paventare lo concorrenza in-
glese, ma perfino quella d’un pugno di Belgi !
Quanto all’hmerica, la sua industria mise
senza dubio radice nella piena e libera concor-
renza; e le bastò aver vantaggio dalla prossimità
dei luoghi, dalle materie prime indigene, dall’af-
fluenza e facilità dei viveri, e dallo leggerezza
delle imposte. Non sappiamo di quali ruine possa
parlare il signor List, quando egli medesimo,
giusta la statistica di Bigelon (del 1838) valuta
la produzione industriale del solo Massaccius-
sets a 466 millioni di franchi, che si ricavano con
un capitale di 325 millioni; o quando sopra set-
tecentomila anime (701,331) di popolazione Vi
DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 421
conta 117,352 industrianti. E questi non furono
ruinati per certo dalla concorrenza inglese ; dac-
chè a detta sua - « hanno buon nutrimento, mo-
derato lavoro, nettezza delle persone e delle case,
abitudine della l e t t u r a ; e nel solo villaggio di
Lowell si contarono più di cento lavoratrici, cia-
scuna delle quali aveva deposto nella cassa di ri-
sparmio mille dollari 5420 franchi (pag. 159). -
Quest’ordine, questa agiatezza, questo buon co-
stume non si improvisano con colpi di dogana. Lo
stato ordinario e quasi continuo dell’industria
americana f u quello della libera concorrenza di
fatto, in tempo di pace e di guerra.

27.
Dirò tuttavia che questa assoluta libertà del-
l‘industria, non si potrebbe introdurre repentina-
mente senza, grandi ruine. Ella debb’essere un
ideale modello, una stella polare, a cui il Iegisla-
tore indirizza i cauti suoi moti; ma s’è malage-
vole l’andarvisi avvicinando, sarebbe funesto il
dìlungarsene mggiormente t e , quando si riconosce
di dover poi rifare il contrario cammino. Tutte
le riforme daziarie debbon essere savie transazio-
ni per conciliare coi grandi e progressivi interessi
le timide aspettative delle industrie stabilite. Se
il libero commercio è dottrina assoluta e scien-
tifica, mentre il commercio limitato è dottrina
da amministratori ; s’è vero che molti scrittori,
quando divennero uomini di stato, parvero diser-
tare dalle libere loro opinioni: ciò dimostra solo
che l’uomo di stato non può correr dritto al polo
e deve destreggiar colle vele; perchè la nave non
movesi per lume d i stelle, ma per forza d i venti.
Li interessi fanno le maggioranze dei parlamenti
422 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
e delle consulte; e la potenza politica, che consi.
ste nel capitanare le maggioranze votanti, non
può apertamente contrariarle. E perciò l’illustre
Romagnosi divideva t u t t a la scienza del ben pii-
blico in due parti, nell’ordine speculativo dei
fini e dei mezzi, e nell’ordine operativo delle vo-
lontà. Le riforme per via di trattati, benchè giu-
stamente biasimate da Macculloch e da altri il-
lustri pensatori, inspirano pur sempre maggior
fiducia ai privati che non le riforme per tariffa
interna, le quali sembrano volubili quanto la po.
tenza e volontà dei loro autori. Ogni allargamento
del campo commerciale agevola ulteriori allar-
gamenti ; per ripetere ciò che abbiamo detto
molti anni addietro - « è più lacile far concor-
rere vaste e possenti leghe, che molte minute
provincialità rattenute d a gelosie locali, e non
facilmente dominate da alte dottrine. Quando la
questione è ridutta a ventilarsi f r a grandi stati,
abbiamo luogo a sperare che i progressi della li-
bertà mercantile non saranno lenti ».¹

28.
Non ha senso l’accusa fatta a Smith che la
sua dottrina della libera concorrenza non sia
nazionale e politica, ma umanitaria e cosmopo-
litica, come quella che s’indirizza a t u t t e le na-
zioni. Anche la chimica e la mecanica s’indiriz-
zano a tutte le nazioni. La scienza è una sola. Il
diviso lavoro è in economia ciò che in mecanica
è il braccio di leva o la machina a vapore; e chi
lo annuncia a t u t t e le nazioni come verità, non

¹Vedi Notizia sulla Lega daziaria germanica.


DELL’« ECONOMIA NAZION. » DI FEDERICO LIST 423

è che si divaghi in prematura contemplazione dei


secoli futuri. ma addita une condizione suprema
della vita dei popoli presenti.
L‘amore del signor List per il principio na-
zionale non s’accorda bene colla sua dottrina
isolatrice. Se il suo voto è che col corso delle ge-
nerazioni esca dalla fortuita e variabile parti-
zione delli stati un ordine immutabile d i libere
nazionalità. cominci col non interporre tra i
frammenti delle singole nazioni un principio pro-
tettivo, che, intercettando le communicazioni vi-
cinali, disgiunge frattanto ciò ch’egli affetta di
voler congiungere da poi. Nel seno alla libera
concorrenza e al libero spazio, l‘uomo sciolto
dalle clausure artificiali tenderà per natura ad
aderire al suo sangue e alla sua lingua, senza
perciò aver necessità di sprezzare i nodi che per
avventura lo avvincono ad un principato o ad
una, repubblica, che sia commune fra piùì nazioni
o più frammenti di nazione.
Noi bramiamo vivere, ed essere in vita nostra
testimonj del progresso delle rose; e ci par me-
glio ravvicinar li stati come or sono, e quali la
forza del tempo li ha fatti, che rimandare il li-
bero commercio ai remoti secoli, quando ogni
gran nazione possa esser divenuta un grande
stato normale, dimodochè identico possa essere
il confine delli stati e delle lingue. L’avvenire
che noi invochiamo è quello che alli occhi nostri
ebbe già fausto principio, quando un nome fran-
cese s’immortalò nella, meravigliosa volta sotto
al Tamigi, e quando mani inglesi con oro e ferro
inglese intrapresero a costruire una rotaja lungo
la Senna. Non perciò, i n questo amore dell’uma-
nità, siamo immemori dell‘onore e della vita delle
nazioni; nè bramiamo che sull’un lido della Ma-
424 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
nica ammutisca la lingua di Molière o sull’altro
quella di Shakespeare. Ma solo in seno alla libera
concorrenza crediamo potersi pareggiare le sorti
delle minori nazioni e delle rnaggiori; e racco-
mandarsi a imperiosa necessità d’interessi la per-
petua emulazione dell’industria e dell’ingegno ; e
dover li arretrati soggiacere alla potenza dei pro-
gressivi, o inchinarsi con fervoroso pentimento
a imitarli.””

** Il protezionismo è messo in ridicolo dal C. in una


noterella pubblicata da Gabriele Rosa con il titolo Cor.
bellerie. Sul sistema proibitivo. in SPE, vol. I, pp. 112-115,
in cui immagina che un ministro del Perùh ordini ai suoi
cittadini di dar la carne ai cani c serbare per proprio
nutrimento le ossa, che hanno « buona materia mangia-
tiva )) come dimostrano i trattati di chimico. Quando
« l’industria ossifera è ben piantata ...., L’Ape di Cago-
lago ardisce sperare che la vorrete proteggere per amore
di quei tanti che vi hanno impegnato i loro capitali con
provvista di locali, macchine, materie prime, ecc. ecc. ».
La satira è rivolta a questo periodico, che aveva soste-
nuto che sarebbe stato utile sostituire la produzione lo-
cale dello zucchero da barbabietole alla importazione
dello zucchero di canna.
XVIII.

Su lo stato deIl’IrIanda nell’anno 1844.*

L’Irlanda, terra naturalmente fertile, poco


elevata S U la superficie dell’Oceano, e quindi per
la sua latitudine comparativamente t temperata a,
non solo sembra da natura disposta a corrispon-
dere lautamente alle fatiche dell’agricultore ; ma
li aperti mari, il fucile tragitto all’Inghilterra,
alla Francia, alla Spagna, all’Africa stessa ;
l‘inoltrata sua giacitura verso I’America, le te-
pide correnti pescose, i lidi frastagliati da in-
finiti seni e porti, i grossi fiumi, i molti laghi, i
monti bassi e anticamente selvosi, sembravano
dovervi allevare un popolo per eccellenza naviga-
tore. Certamente se le circostanze naturali fos-
sero immediata fonte all‘istoria delle nazioni,
come vollero Montesquieu e Hegel e Cousin, i li-
torani dell’Irlanda avrebbero dovuto (>
dare alle terre boreali e al nuovo cont
sai prima di Zeno e di Colombo. Ma o per indole
di quelle genti troppo tenaci delle primitive me-

* « Il Politecnico » 1844, V I I , pp. 83-112. Ripubblicaio


in Alcuni scritti, II, pp. 100-128; in Memorie, pp. 143-179;
in OEI, III, pp. 332-367. I1 titolo di sopra è riprodotto
dalle Memorie, loc. cit.; quello originale è il seguente:
D e l’agriculture, etc. Dell’agriculltura c della condiziono
d i agricultori in I r l a n d a , estratti dalle inchieste parla-
m e n t a r i , i n s t i t u i t e dall’anno 1833 in poi. Vienna, Ge-
rold, 1840.
426 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
morie, o per effetto di qualche loro credenza o
istituzioni, esse rimasero sempre rinchiuse nel-
l’isola. Sembra bene che in uno stato unico con
tutta l’Europa occidentale soggiacessero alla do-
minazione sacerdotale dei Drùidi, sotto la quale
molte stirpi e lingue assai diverse si confusero
nell’indistinto nome dei Celti, che forse indicava
piuttosto la religione che il sangue; e si vuole
altresì che in Irlanda approdassero colonie d’Ibe-
ri e Fenicii e Greci Milesii. Ma i Gaeli dell’Erina
non ebbero mai intima comunicazione se non con
i Caledonii della Scozia occidentale; e ancora
oggidì le reliquie di quei due popoli s’intendono
in quell’aspra ma poetica favella alla quale il
nome d’Ossian aggiunse tanto lustro.
Non ripeteremo a i lettori quanto abbiamo già
riferito intorno all’indole e alle vicende degli
Irlandesi. Diremo solo che dalle loro poetiche
piuttosto che istoriche tradizioni, e dallo stato
generale delle Isole Britanniche a i tempi di Ce-
sare, appare che fossero tribù di pastori semi-
nudi, in continua guerra fra loro, come volevano
li odii e le ambizioni dei loro regoli elettivi. « E
perchè, dice Hume, non furono sottomessi dai
Romani, ai quali tutto l’occidente deve la sua
civiltà, conservarono t u t t i i difetti di una na-
t u r a eslege e ineducata».¹ Ed è purtroppo vero
che t u t t e quelle genti europee su le quali non
corse il dominio di Roma, ossia l’influenza educa-
trice della madre Italia, furono più tarde alla,
moderne civiltà, e serbano tuttora ai dì nostri
più ferme le tradizioni della prisca barbarie ; la
quale ereditaria ruvidezza si palesa anche nella

1 Hume, History of England, Cap. IX.


su LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 427
indifferenza, loro per le arti costruttive. Era già
spento il vecchio popolo romano, quando alcuni
missionarii posero per la prima volta l’Irlanda
in relazione coll’Italia. E verso quei tempi li
Anglosassoni e poscia i Dani, stabiliti nell’isola
vicina, si annidarono come corsari o trafficanti
anche nei porti dell’Irlanda, e fin d’allora vi po-
sero nomi di loro lingua ; e pare che alcuni acqui-
stassero su li indigeni qualche potenza, sicchè a i
Dani il vulgo ascrive li antichi edificii di cui
giaciono sparse per l’isola le ruine ; quantunque
poi certe torri rotonde che qua e là si conser-
vano, vengano più comunemente attribuite a una
gente orientale adoratrice del foco.
Circa un secolo dopo che il pontificato ro-
mano, col braccio di Giiglieimo, ebbe atterrato
li Anglosassoni (1066), un Breve di papa Adria-
no IV donò ai re d’Inghilterra anche il dominio
dell’Irlanda (1156), a condizione di riconoscere
con annuo tributo la supremazia della Chiesa. Ed
esortandolo a conquistar quell’isola per estirpare
i vizii e la pravità delli abitatori, comandava a
questi di prestargli pronta obedienza. Ma l’im-
presa rimase differita, sino a che uno dei prìncipi
irlandesi, in guerre colli altri, non ebbe intro-
dutto nell’isola qualche centinaio di mercenarii
normanni. Novanta di codesti formidabili uomini
d‘arme, vestiti d’acciaio le persone e i cavalli, ba-
starono a sperperare trentamila di quei male ag-
guerriti, ch’erano accorsi ad assediarli in Bal-
lagh-ath-Cliath, che li Inglesi dissero poi Du-
blino, e non avevano altr’armi che saette leggiere
e brevi scuri e targhe di legno e lunghe trecce
avvolte per non so qual difesa alle tempia. Li
ausiliarii, come al solito, volsero le armi con-
tro li stolti che li avevano chiamati e pasciuti;
428 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - II
udite le vittorie de’ suoi venturieri, venne in Ir-
landa anche il re Enrico, e si gridò signore del-
l’isola. Ma per quattro secoli durò la sanguinosa
lutta fra li accorti stranieri, che avevano la di-
sciplina, la ricchezze e l’opinione, e u n popolo
forte solamente nella sua. pertinace memoria. Me
se sotto il giogo normanno esso non obliò tosto
come i servili Anglosassoni l ’ a n t i c libertài e la
proprietà delle terra,, dall’altra parte appena
credeva di potere senza empietà far fronte a una
potenza. che gli si affacciava decorata d’un titolo
sacro e pontificale.
La guerra fra le due stirpi non era ancora
estinta, che dai paesi bassi, dalla Francia, dalla
Germania si propagò in Irlanda il nuovo incen-
dio delle guerre di religione, fomentato dalle cor-
ti di Spagna e di Francia. I signori d’Irlanda
non ebbero più la medesima venerazione per la
corona d’Inghilterra dissociata dalla chiesa ro-
mana, e rivestita di un insolito primato religioso;
li indigeni Irlandesi e li Inglesi catolici (the
English of the p a l e ) si unirono nell’opposizione a l
lontano governo. E ne avvenne che Giacomo
Stuardo, già inclinato a far troppo violento uso
della nuova prerogativa e dell’antica, estese su
l’Irlanda il rimedio, come a lui parve, d’una va-
s t a confisca. I successivi compratori, mal po-
tendo valersi dei ritrosi contadini, accasarono
nelle squallide campagne della costa settentrio-
nale (Ulster) molte famiglie di puritani, profu-
ghi dalla Scozia. Sopra a questi infelici cadde
tutto il peso dell’odio nazionale ; poichè, orditasi
una secretissima congiura, furono d’improviso
assaliti nelle rustiche loro case (a. 1641). Chi non
si salvò con la fuga, soggiacque senza divario
d’età o di sesso alla più tormentosa morte ; li uc-
su LO STATO DELL’IRLANDANELL’ANNO 1844 429
cisi da alcuni si dissero quarantamila, da altri,
duecentomila. Ma il terribile Cromwell ne fece
aspra vendetta; mise a fil di spada quanti gli fe-
cero fronte; caccia li altri fuori dell‘isola o nel-
l’estremità occidentale (Connàuto), e interdisse
loro sotto pena di morte d’escire da quel sel-
vaggio ricovero. E siccome nella tradizione nor-
manna ogni possesso aveva indole feudale, e in-
volgeva fedeltà nell’inestito e fiducia nell’inve-
stitore, e i catòlici di stirpe inglese avevano dato
mano all’eccidio dei protestanti: così una fiera
legge li dichiarò t u t t i egualmenite indegni di fidu-
cia e di signoria, e devolse i loro titoli e poderi
al più prossimo loro congiunto che si giurasse.
protestante, Per piii di un secolo quel divieto si
sancì d a un lato colla forza delli eserciti, e si com-
battè dall’altro colli omicidii e colli incendii di
una perpetua ribellione. Finalmente le miti in-
fluenze del secolo XVIII fecero prevalere una
meno improvida ragione ; e rivelarono la neces-
sità d’ammansare quelli odii abominevoli, di ren-
dere a i catolici il diritto di possidenza (1788), e
d’antiquare il funesto principio della confisca,
che proietta i suoi mali su le più remote gene-
razioni.
Il parlamento Irlandese, ch’era sempre cieco
strumento della fazione più forte, venne abolito
t r a le sedizioni che aveva provocate ; le discordie
locali andarono a, sommergersi nella vasta rap-
presentanza dei t r e regni uniti. Oramai non v’è
anno che non avvicini di qualche notabil passo
il pareggiamento delle sorti. E se rimane sem-
pre immenso l’intervallo che divide al cospetto
della legge la plebe dalli ottimati, si fa sempre
minore quello che divideva pur dianzi la plebe
d’Irlanda d a quella d’Inghilterra.
430 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
Intanto si vede quali remote cause impedis-
sero il primo sviluppo dell’agricultura irlandese.
L’originaria comunanza delle tribù (clani) im-
pedì fin dall’origine la formazione d’una piena e
libera proprietà, senza la quale l’uomo non con-
sacra alla terra le sue fatiche e i suoi risparmi.
La persuasione d’avere un diritto inalienabile a
partecipare nell’usufrutto d’una. possidenza un
dì commune, fece che il popolo s’appassionasse
nella sorte di quelle stesse famiglie normanne o
inglesi che lo avevano in altri tempi spogliato,
tostochè alla volta loro soggiacevano a l fatale
principio della confisca. Alli occhi del povero tut-
ta la terra era s u a ; t u t t i i possidenti erano
usurpatori o compratori di roba usurpata; e in
quelli animi caldi e indomiti bolliva sempre la
speranza di rivendicare un giorno col ferro e coi
foco il bene perduto, e ricondurre quell’età favo-
lose nella quale ogni figlio delle verde Erina
avesse un campo suo ed une sua capanna. Se mol-
t e famiglie avessero potuto pervenire qualche
parte di possidenza per l’onorata via dell’indu-
stria e del commercio, avrebbero dato un altro
corso a i pensieri del vulgo, legitimato nell’opi-
nione anche i meno innocenti acquisti, operato
una salutare confusione di t u t t i i titoli di pos-
sesso, e coperto, per cosi dire, la fatale nudità
dei loro padri. Ciò avvenne bensì in Italia, pur
f r a tante guerre civili; ma le tribù irlandesi,
troppo diverse dai municipii italici, non avevano
nelle tradizioni loro alcuna memoria d’industria,
d’agricultura o di navigazione. Le assidue tur-
bolenze e l’eccidio dei puritani atterrivano quelli
stranieri che avrebbero potuto trapiantarvi qual-
che arte. L’uso non italico di fedecommessi va-
stissimi rendeva impossibile la suddivisione dei
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 431
beni e l’associazione dei popoli alla possidenza.
E i proprietarii, ridutti a mero godimento vita-
lizio, si appagavano di trarre dalla terra il più
pronto frutto, o asportandola per goderlo nella,
pace di qualche più sicuro paese, o profonden-
dolo si clienti per amicare li animi con una bar-
barica ospitalità. L’Inghilterra medesima non
poteva per anco fornir loro i grossi capitali o li
utili esempli; poiché il commercio non le aveva
ancora arrecato quell’ingente ricchezza mobile,
la quale doveva per necessità precedere allo svi-
luppo d’una regolare e dispendiosa agricultura.
Tre furono adunque le cause fondamentali che
repressero lo sviluppo dell’agricultura irlandese ;
nel popolo, la tradizione d’un’indelebile compro-
prietà delle terre ; nei signori la usufruttuaria
ria e imperfetta natura del possesso; e nella
corona, lo scambio della giurisdizione regia colla
diretta proprietà, in forza primamente d’una, do-
nazione pontificia, e poi della prerogativa an-
glicana. Questa prevalse molto maggiormente su
l’Irlanda che non su li altri due regni; perocchè
i baroni d’Inghilterra erano stati i commilitoni
e veramente i pari del conquistatore; e quelli
di Scozia avevano recato alla corona i! limitato
omaggio di signorie già potenti e antiche, ed
erano più avvezzi a dare la legge che a d obedirle.
Ma i baroni dell’lrlanda eran donatarii e inca-
ricati d’un re straniero, alla cui potenza aggiun-
gevano ben poco, e del cui braccio avevano per-
petuo bisogno per assicurarsi f r a li indigeni ri-
calcitranti. Quindi provenne la nessuna mode-
razione delle confische e la nessuna providenza
nelle nuove investiture. Ancora oggidì nel co-
spetto dei tribunali i più potenti signori d’Ir-
landa non si assumono più autorevol titolo che
432 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
quello di debitori e fittuarii della corona (H.
Majesty’s debtor and farmer N. Earl of ...). Per
le quali cose tutte, e anche per l’indole fami-
gliare e compagnevole del popolo irlandese, non
si sarebbe mai potuto conciliare a quella possi-
denza la venerazione delle plebi e la sicurezza e
pienezza del godimento, anche dato il caso che
non vi fossero frapposte le inimicizie di reli-
gione. E perciò il principio del pieno possesso
romano e civile non potè mai svilupparsi, nè
partorire quei benefici effetti che vediamo in
Italia,
Ora, t u t t i li errori che s’insinuano nelle isti-
tuzioni sociali, portano seco una diuturna e ine-
luttabil sanzione nell’ordine delle cose e nella
sorte delle famiglie.
La publica economia di quel paese soggiacque
a d altre ben singolari influenze. Nell’antica Erine
le tribù spaziavano colla caccia e colli armenti
in piani erbosi, separati da basse e sparse mon-
tagne, e ingombre d’aque stagnanti e di vaste
torbiere. Un’agricultura nascente, che veniva ap-
pena introducendo l’avena, l’orzo e i l lino, gia-
ceva quasi estinta nel vasto eccidio del 1641,
quando una scoperta immutò tutto l’ordine delle
sussistenze e il tenor dalla vita. I1 sòlano tube-
roso, o pomo di terra recato a quanto pare di
Virginia dal venturoso irlandese Sir Walter Rà-
leigh (a. 1586) èrasi considerato a prima giunta
come una lautezza delle più suntuose mense;
èrasi poi raccomandato dalla Società delle
Scienze di Londra come un sussidio contro l a
carestia; e finalmente nel 1684, dopo un secolo
di soggiorno nei giardini, fu trapiantato la pri-
ma volta nelle campagne di Lancastro. Ma nel-
l’Irlanda, priva di buoni e facultosi agricultori,
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 433

e per il palustre suolo e l’umido cielo tarda, a


maturare dei grani, la patata divenne ben presto
un cibo popolare. Mentre imperversavano le guer-
re civili, e i combattenti depredavano le gregge,
e ardevano le rare messi, le stragi e le confi-
sche avevano sconvolto t u t t a l’isola, si vide che
un campo di patate poteva, i n paragone dell’orzo
e dell’avena sostentare u n numero almen triplo
di vite. I1 popolo irlandese si affidò colla sua
naturale imprevidenza all’inaspettato dono ; i n
breve il tùbere virginiano vi formò quattro quinti
della massa delli alimenti. Un millione di bocche,
che forse l’Irlanda contava appena nel 1688, s’ac-
crebbe in quattro o cinque generazioni alla stra-
bocchevole cifra di otto millioni. A memoria no.
stra e nei soli dieci anni dal 1821 a l 1831, l’incre-
mento salì a poco meno d’un millione (982000).
F u tra questi giganteschi fatti che non a torto si
esaltava l’imaginazione di Malthus, e coloriva
sì tetramente quella s u a profezia di sventure.
Tutta codesta colluvie di gente non ha speranza
al mondo, se le manca il ricolto delle patate.
Ora, se quella pianta può porgere un gradi’.
vole e valevole sussidio alle popolazioni fornite
di varii generi d’alimento, e se in un estremo d i
carestia può veramente salvarle dalle più dure
calamità, essa non può rimanere a lungo il prin-
cipale e quasi unico nutrimento d’un’intera na-
zione, senza esporla a irreparabili disastri. Dopo
aver fomentato un improvido addensamento di
popolazione, il ricolto delle patate può per assi-
due pioggie o altre avversità venir meno an-
ch’esso. Qual riparo allora alla fame?
I cereali delle ubertose annate rimangono ac-
cumulati nei granai dell’uomo danaroso, il quale,
senza avvedersi di f a r del bene, li sottrae alla
28. - CATTANEO.S c r i t t i economici. 11.
434 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - ll
spensieratezza del popolo, e glieli rivende poi
nelle annate difficili. E frattanto i prezzi si con-
servano ad equabile misura, e si sostiene l’animo
del seminatore, sicchè perseveri nel suo lavoro.
Inoltre il grano può recarsi da lontani paesi
per mare e anche per t e r r a ; poichè una mede-
sima carestia non suole involgere t u t t i i popoli;
e se poche giornate di fame possono uccidere
un’immensa moltitudine, anco poche giornate di
pane bastano per raggiungere la successiva mes-
se. e scansare quell’orribile tormento. Ma la pa-
tata, che non può stivarsi nei granai, vuol essere
consumata entro l’anno; le sua sostanze alimen-
tare non si può essiccare e concentrare in grandi
masse da pascere numerose nazioni; il suo vo-
lume, il suo pero, la sua fermentabilità la ren-
dono disadatta anche a i men lontani trasporti.
Quattro o cinque pesi di patate nutrono appena
come uno di frumento: epperò il trasporto d’una
medesima somma d’alimenti costa quattro o cin-
que volte tanto; e un viaggio non lungo ne du-
plica o ne triplica il tenue prezzo. Laonde mentre
il valor del frumento rare volte, anche nelle
scarsezza, tocca il doppio, la patata sale rapi-
damente al quadruplo, e perfino a l sestuplo; e
dall’esuberanza e dal disprezzo in pochi mesi
balza alla ricerca e alla carestia. I n una fami-
glia con due o t r e ragazzi, in cui si viva di sole
patate, il consumo giornaliero si ragguaglia a
ventidue chilogrammi. Ad alimentar quattro
quinti delle famiglie irlandesi si richiederebbe
adunque l’enorme trasporto di trentamila tonne
per un sol giorno. Perlochè se t u t t e le ventisei-
mila navi che conta la marina britannica, so-
spendessero ogni altro commercio in t u t t e le
parti del globo, e si dedicassero a portar patate
su LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 435
in Irlanda, appena le recherebbero di che vivere
interamente il quarto d’un anno!
Certamente in siffatto caso converrebbe prefe-
rire il trasporto del frumento o d’altra prege-
vole e men ponderosa derrata. Ma le mercedi del
più grossolano lavoro, e quindi proporzionata-
mente quelle di t u t t i li altri, sogliono commisu-
rarsi principalmente sul prezzo del più commun
cibo del paese. E se il povero è già ridutto a
consumar quella derrata che porta la minima
spesa. di produzione, t u t t a la scala dei salarii ri-
cade al minimo limite. Perloché se quel ricolto
si perde, le moltitudini non possono sollevar d‘un
t r a t t o i loro consumi al frumento o ad altro
costoso produtto; poichè i salarii non possono
crescer t u t t i d’improvviso, e molto meno in tempo
di miseria generale. E mentre in altro paese il
popolo ripartirebbe, per cosi dire, la sua fame
sopra i varii alimenti inferiori, là dove si è già
rassegnato al più intimo di tutti, deve per ne-
cessità discendere a contrastare alle bestie un
pasto ripugnante all’umana natura. Nè può co-
desta popolazione rifugiarsi dall’uno all’altro
genere di lavoro, dacchè un paese coltivato
patate offre appunto in tutto l’anno la minima
quantità e varietà d’opere campestri; nel che
appunto s t a la causa del minor costo di produ-
zione. I n un tale avvilimento di salarii, un po-
polo può morir di fame per le vie, eppure i
granai del paese esser colmi, e nei porti affollarsi
i bestiami a lontano commercio. E non sarebbe
giustizia chiamar crudele l’uno o l’altro proprie-
tario, perchè non si risolvesse a gettar dalle fine-
stre il suo grano alla plebe, per morir poi di fame
anch’esso nella seguente settimana ; poichè ciò
sarebbe un distruggere affatto ogni diritto di
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
vita e di proprietà ; e quelli che lo imporrebbero
alli altri, in simil caso non lo farebbero per sè.
E infine colla ruina dei possidenti non si ripa-
rerebbero, ma solo si tarderebbero di qualche
anno i mali estremi d’una popolazione, l a quale,
con troppo sollecite nozze, e senza fare alcun pre-
parativo di fatiche o di risparmi per la futura
prole, in dieci anni accresce in paese di punto
in bianco un millione di bocche.
Se non che, alla fame desolatrice che spazza
i più deboli o i più improvidi, succede in poche
settimane un felice ricolto. Tra, li ozii invernali
la plebe pasciuta, dimentica le angosce delle pri-
mavera ; i matrimonii disperati si moltiplicano.
e le famiglie formicolanti di prole si preparano
per un’altra volta più atroci strette, E nondi-
meno un popolo che si ravvolge nelle sue semi-
barbare tradizioni, ha più caro quel vivere spon-
taneo e spensierato con poche settimane di lavoro,
che non le severe giornate e le assidue sollecitu-
dini e i premeditati sponsali dei popoli industri
e trafficanti.
Questi gravissimi fatti si vogliono rammen-
tare in tempo a quelli tra i nostri possidenti, che
per fine lodevole ma improvvido ingiungono a i
loro contadini la coltivazione e il largo uso della
p a t a t a ; la quale in buona amministrazione non
si può considerare se non come cibo sussidiario
e limitato, e per così dire, come derrata ortense
e non campestre. E in generale errano poi fatal-
mente t u t t i quelli altri che, per manco di bene-
volenza, o per superbia e strana invidia ai godi-
menti del povero, vorrebbero la vita della plebe
affatto frugale e austera; e non s’avvedono che
certi bisogni, i quali alle piccole menti sembrano
fattizii, e che si svolgono nei tempi d’abondanza,
su LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 437
sono un margine sul quale il lavorante può ri-
tirarsi a grado a grado nei tempi di calamità;
tantochè il peggior momento possa, trascorrere,
prima ch’egli abbia tocco il doloroso estremo della
fame, o sia ricaduto interamente a cariro de’ suoi
padroni. Ma dove i poveri vivono d’infimi salarii
e di vil cibo, al tutto domi dell’animo e abietti
della persona, moltiplicandosi su la paglia come
conigli, e radendo già nei tempi d’abondanza l’ul-
timo limite del bisogno, ogni difficoltà diviene
in breve carestia, e ogni carestia diviene fame
e morte. - Niente di più stolto del ricco che trova,
troppo buona la minestra del contadino! Il con-
tadino miserabile isterilisce la terra e spianta il
possidente. - I1 povero deve lavorar molto ma
viver bene.
Un’inchiesta s u lo stato delli agriciiltori in
Irlanda, venne ordinata sotto il re Guglielmo I V ,
e venne affidata, ad uno spettabile consesso, dei
quale furono saviamente chiamati a parte per-
sonaggi di varie condizioni e opinioni, e f r a li
altri ambo li arcivescovi di Dublino, il romano e
l’anglicano. Ed ebbero ampia, facoltà di citare e
interrogare e sottoporre a giuramento qualunque
persona, e di farsi esibire ogni sorta di registri e
documenti,. per proporre a tempo maturo tutte
quelle providenze che lo paressero degne del grave
argomento. L’inchiesta venne condutta con t a n t a
assiduità, che solo intorno a i modi di coltivar
le terre furono uditi 1300 testimonii, e intorno
alla condizione dei giornalieri in campagna se ne
udirono più di 1500. E codesti interrogatorii era-
no sempre fatti in luogo publico, da due commis-
sarii, l’uno inglese, l’altro irlandese, i quali re-
gistravano i nomi delli astanti, e le risposte dei
testimonii, e tutte le opposizioni che venissero
.

438 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll


fatte. E prima di tutto mandarono in giro a otto-
mila t r a magistrati, sacerdoti d’ogni communione
e altre persone capaci, una serie di dimande su
l’estensione e la qualità delle terre culte e in-
culte, li affitti, le giornate, lo stato dei poveri e
altre simili materie ; e ne ottennero 3800 rapporti
di risposta, t u t t i stesi con un solo ordine, dimo-
dochè si potesse facilmente stralciare da ciascu-
no, e compilare quanto riguarda, ciascun argo-
mento ; e così scandagliarono partitamente le
intime condizioni d i 110 communità, o vogliam
dire d’una metà incirca dell’isola.
I1 risultamento di questa profonda indagine,
per quanto le preconcette opinioni potessero aver-
la intorbidata, è chiaro e solenne. L’Irlanda, che
è quasi quattro volte l e Lombardia, poichè misura
in circa 82 mila chilometri di superficie, è affatto
inculta per un quarto della superficie; adunque
per un’ampiezza eguale a quella di t u t t a la Lom-
bardia. Nel rimanente manca quasi affatto quel-
1’ ordine d’abitanti che si suol chiamare il medio
ceto ; e che partecipando nel medesimo tempo alla
fatica, alla cultura e all’agiatezza, forma il nervo
della nostra nazione. Ampii territorii non con-
tano un sol ricco fittuario, o un sol possidente
che risieda in paese; e l a loro popolazione altro
non è che una plebe inculta e seminuda, che on-
deggia t r a un lavoro incerto e un ozio famelico.
Tutte le funzioni civili che altrove sono suddivise
e costituiscono le varie classi, rimangono accu-
mulate su le medesime persone; e queste, quanto
meno son numerose, tanto più sono esacerbate da
implacabili inimicizie, che hanno profonda radice
nelle domestiche memorie, nelli interessi e so-
prattutto nelle religioni.
Nella provincia di Leinster (a levante), e ch’è
su LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 439
la migliore di tutte, perchè contiene il grande em-
porio di Dublilno, ed è la più prossima all’lnghil-
terra, si contano 8800 fittuarii: ma solo la ven-
tesima parte di essi ha una tenuta vasta, discen-
dendo fino ai 500 decari (di mille metri di super-
ficie) ; vi sono quasi quattromila pigionanti (3768),
la cui tenuta è al disotto di 34 decari ; e t r a que-
sti un buon migliaio (1046) non giunge a 6 de-
cari. Quelli che tengono una vasta affittanza
sono pressati continuamente dai poveri a con-
ceder loro a pigione qualsiasi ritaglio di terra
a qualsiasi prezzo, di modo che alcuni più avidi
e duri, col subaffitto d‘un quarto della posses-
sione, pagano tutto l’affitto. La frivola legge
che dava diritto d’elettore a chiunque pagasse
per due sterline (50 franchi) di pigione, diede
una forte spinta a suddividere; nè poi l’effetto
cessò tosto, quando il censo elettorale venne
rialzato a cinque sterline (250 franchi). llperi-
colo della fame e la smania ereditaria d’aver par-
te diretta all‘occupazione della terra. fanno sì
che il più misero bracciante cerca a pigione an-
che per un solo anno uno o due decari, onde farvi
un’unica raccolta di patate, ciòU che si chiama pren-
dere in conacre; e l’opinione che esso ha della
bontà dei possidenti e dei fittuarii dipende dalla
maggiore o minore facilità colla, quale assentono
a sminuzzare il fondo, qualunque poi sia l’esorbi-
tanza della pigione. Alcuni tornano talora fin
d’America, ove lavorando hanno raggranellato
qualche denaro, e lo scialaquano in qualche caris-
simo affitto, egagerando così l’universale ricerca.
Otto o dieci famiglie miserabili prendono in com-
mune una, campagna, e la dividono per il lungo
in altrettante liste; ciascuna ne piglia una lista
e la coltiva a suo modo, tenendola separata d a
440 CATTANEO - SCRITTIECONOMICI - ll
quelle dei vicini solamente per un orlo erboso; e
siccome anche in breve spazio la bontà del ter-
reno varia sempre, chi ebbe nel primo anno la
prima striscia, debbe avere nel seguente anno l a
seconda; e così di seguito, sinchè abbia corso la
sorte di t u t t o il podere. Questa maniera di col-
tivare, che doveva essere quella dei Sàrmati e
delli Sciti,
Nec cultura placet longior annuâ,
toglie che il coltivatore abbia alcun interesse o
alcun riguardo a l fondo ; impedisce di chiudere i
campi, moltiplica i furti e i litigi, contraria l’al-
levamento del bestiame, e rende impossibile ogni
buona rotazione e ogni allevamento di piante,
riducendo l’agricultura a due soli produtti, la
patata e l’avena. Vien tollerato dal proprietario
solamente perchè fra la miseria dei contadini gli
par meglio d’aver otto o dieci famiglie solidarie
dell’affitto, e di potersi gettar sempre su la meno
pezzente. I n tanta sminuzzatura l’uso dell’aratro
diviene impraticabile ; manca il bestiame grosso,
manca il letame; e in supplimento è generale
l’usanza d’abbrustolare il suolo, invano vietata
dalle leggi; e con questo barbaro trattamento lo
si snerva e lo si vuota quanto si può, sino a che
non rendendo più nulla, rimanga abbandonato al
riposo e al pascolo selvaggio.
P e r lo più l’affitto è annuo, molte volte affatto
giornaliero e precario ( a t will), perchè il timore
di essere discacciato è l’unica sicurtà che il pae-
sano porga a l locatore. Talora la terra è così
poca, e così povero il pigionante, che non con-
viene far la spesa dell’investitura. Talora il pae-
sano trova un altro più disperato che rileva il
suo fitto, dandogli un guadagno ; e la terra passa
su LO STATO DELL’IRLANDANELL’ANNO 1844 441
così di mano in mano; l’affitto sempre più suddi-
videndosi, finchè non sia più modo di vivervi so-
pra nè bene, nè male, e l’ultimo locatario lasci a l
padrone le patate e vada colla donna e coi figli
a vivere d’accatto. Alcuni fittuarii minacciano di
devastare e straziare coi subaffitti t u t t a le pos-
sessione, e con ciò estorcono più lunga investi-
tura, o patti migliori, o un riscatto in danaro.
Per l’addietro si costumavano locazioni assai lun-
ghe, anzi a termine vitalizio, e per lo più su la
vita di t r e persone; ma il rapido aumento delle
popolazioni e la ricerca delli affitti a prezzo esor-
bitante, e la necessiti) di premunirsi contro le
insolvenze e i subaffitti e li altri guasti, trasse
a poco a poco i proprietarii a pigioni brevissime ;
e vi contribuirono anche le passioni civili, e il
proposito di tenere imbrigliati i fittuarii, i quali,
se fossero sicuri d’una lunga locazione, esercite-
rebbero più liberamente il voto elettorale, facendo
fronte a l possidente nelle controversie civili e
religiose.
Talora il suolo è così esausto, che il pigio-
nante non paga affitto. purchè solo prometta di
porvi qualche concime. Altri non potendo trarre
dal campo se non le patate necessarie per la fa-
miglia, paga l’affitto in giornate da prestarsi a d
altro fondo del padrone o del fittuario; ma co-
deste giornate non gli vengono richieste se non
nel momento della semina o del ricolto, quando
cioè avrebbe lavoro anche in casa sue, o ne tro-
verebbe facilmente dappertutto, e alla più pingue
mercede. Altri non prende la terra se non per
esser sicuro d’aver un campo ove collocare qual-
che giornata di lavoro. Altri, al momento di trar-
r e dal solco le patate, si trova talmente sopra-
fatto di debiti, ch’è costretto a cedere il ricolto;
442 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
cederlo a l momento in cui la derrata ha il minimo
valore, per pagare quelle che consumò pochi mesi
prima, quando il prezzo era doppio o triplo; e
così la sussistenza d’un anno va perduta nel con-
sumo anticipato di t r e o quattro mesi. Altri,
perchè ha mangiato la semente invece di spar-
gerla, o perchè la mise di troppo trista qualità,
non ottiene tutto il ricolto che avrebbe potuto,
e non può sostentar la famiglia, nè pagar l’affit-
to ; e allora il proprietario gli lascia disotterrare
le patate, ma non gliele lascia esportar dal cam-
po ; e talvolta vi pianta sopra una croce, la quale
nessun contadino osa manomettere. Questi so-
vente, per non avere luogo vicino ove riporle, o
veicolo o strada da trasportarle, sorpreso in-
tanto d a dirotte pioggie, è costretto a lasciarle
andare in malora nel fango. I1 peggio di tutto si
è quando il paesano, o per fame che lo stringe, o
per prevenire il sequestro a scansare il fitto,
scava furtivo e notturno le patate ancora minute
come noci e affatto immature ; e oltre a sciupare
gran parte del produtto, mette con quell’infelice
alimento nelle viscere de’ suoi figli i germi delle
febre.
I1 proprietario, che da principio vide volen-
tieri moltiplicarsi le famiglie dei contadini, e la
vanga squarciare dappertutto le inculte lande,
e la somma delli affitti crescere a favolosa ric-
chezza, troppo tardi si accorse che il colono do-
veva in breve assorbire tutto il produtto, e isteri-
lire la terra, e propagar finalmente il contagio
della povertà nella casa del padrone. Per qual-
che anno sostenne egli le spese della sua casa al
livello d’un imaginaria rendita, dalla quale com-
misurava il valor capitale de’ suoi poderi ; e con
questa opinione, li assoggetta a sproporzionate
su LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 443
ipoteche che poi col chiarirsi la vera rendita lo
misero in crudeli angustie. Una vasta ruina in-
volse adunque il paesano, il fittuario e i men fa-
coltosi possidenti, e le loro terre vennero ingoia-
t e da quei latifondi la cui sterminata vastità può
resistere a d ogni infortunio. I1 nuovo e opulento
signore cerca allora di ristorare l’impoverito suo-
l o ; e tornandolo a pascolo, e perciò togliendolo
alli agricultori, entra in una lutta di vita e di
morte colle misere moltitudini, la c u i riluttanza
rende disputato ed arduo ogni miglior ordine di
lavoro e di produzione.
I proprietarii facultosa vorrebbero introdurre
un’agricultura piii ragionevole, e costituir buone
locazioni con copiose scorte, valendosi dei giudi-
ziosi e diligenti fittuarii scozzesi; ma con quel-
l’ingombro di miseri contadini & al tutto impos-
sibile. Un possidente, per raccogliere le minute
pigionanze in masserie di 80 decari almeno,
diede congedo a 120 famiglie in una sola, paro-
chia, e ne anticipò loro di qualche anno l’avviso,
perchè si provedessero ; e vi providero così savia-
mente, che all’alto della partenza si contarono
cresciuti 40 matrimonii. A una ventina di fami-
glie il padrone pagò il tragitto in America; me
i v i pure, se li Irlandesi non giungono con qualche
denaro, vengono respinti. Quei che cercano lavoro
in Inghilterra, per lo piii vanno mendicando
lungo tutta la strada; e siccome il soggiorno di
sole sei settimane da loro diritto ad essere sussi-
diati dalle parochie, le autorità communali, se
non li vedono laboriosi, li rimandano prima; e
t u t t i li anni qualche migliaio vien tragittato in-
dietro dall’inghilterra, all’irlanda.
i n quello stato di cose, quando il padrone ha
congedato i contadini, il nuovo fittuario non ha
CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
coraggio d’esporre i suoi bestiami e la sua vita
alle loro vendette. Le violenze sono così frequenti
che, mentre per ogni millione di popolo la Sco-
zia nel 1834 contò 840 processi criminali e l’In-
ghilterra 1681, l’Irlanda ne contò 2752, quasi il
doppio che l’Inghilterra, più del triplo che la
Scozia. A questi fatti il capitalista si disanima;
il proprietario cerca. altrove la sua dimora, per-
de l’amore a i luoghi, perde la memoria delle per-
sone, e abbandona il paesano alli agenti e sublo-
catori. Tanto ferma è l’idea dell’Irlandese che la
terra appartiene chi vi abita e non a chi la
compra, che un paesano si presentò a i commis-
sarii stessi, intimando loro ch’egli avrebbe uc-
ciso chiunque avesse dopo di lui preso in affitto
la sua terra. E dimandato se non pensava a qual
sorte, dopo l’inevitabile suo supplicio, lasciasse i
suoi figli, rispose: « I o sarò morto per la causa
del popolo; e siccome ho soccorso io pure i figli
di quelli che andarono a l patibolo prima di me,
il popolo avrà pietà de’ miei ».
La questione si riduce a l punto che la terra,
vastamente ma pessimamente lavorata, e non pre-
sidiata da bastevoli capitali, porge appena una
sola parte di quel frutto onde sarebbe capace
sotto miglior trattamento. Nel frutto manca o la
parte colonica, o la parte padronale. - O si la-
scia mangiar tutto al paesano, la cui famiglia
accresce i suoi consumi d’anno in anno: e allora
il proprietario non può farsi le spese, nè pagar
le decime e le imposte e li interessi delle sue pas-
sività. - O il padrone riscuote duramente il suo
diritto: e allora il paesano, per non morir di
fame, deve escir dal coviglio co’ suoi figli e andar
ramingo. Insomma il contadino non compensa col
troppo scarso e infecondo suo lavoro l’alimento
su LO STATO DELL’IRLANDANELL’ANNO 1844 445

che gli è mestieri ottener dal suolo; e i n più


chiare parole: le bocche lavorano più che le
braccia, Nei paesi che vanno avanti succede il
contrario ; il sopravanzo delle opere sui consumi
vi costituisce i nuovi capitali, che ricadono come
pioggia feconda su l a terra.
i n ciò sta la gran differenza fra l’agricultura
delle due isole; il numero dei fittuarii e giorna-
lieri nella non vasta Irlanda (1,130,000) maggio-
re che non sia nella vasta Brittannia (1,056,000)
A pari spazio di terra, l’Irlanda ha cinque lavo-
ratori, dove l’Inghilterra E la Scozia ne hanno
due ; e i cinque Irlandesi, rimanendo inoperosi
la maggior parte dell’anno, e facendo un lavoro
meno efficace per mancanza delle scorte e delle
rotazioni e delle machine e delli edifici, ricavano
in pari spazio un quarto incirca del profitto. I n -
fatti il produtto lordo d’un decaro, comprese le
terre culte e inculte, ragguaglierebbe nell’una
isola 18 franchi e nell’altra 28; le quali cifre
divise pel numero rispettivo delli agricultori
stanno all’incirca come uno a quattro.¹ Epperò
in Inghilterra, data una quantità di lavoro, può
esser quadrupla tanto la parte padronale, quanto
le colonica, ossia quadruplo i l valore dei salarii.
E mentre il proprietario irlandese lutta perico-
losamente con un paesano ora satollo e riottoso,
ora digiuno e disperato, il paesano inglese, sotto
un medesimo regime di dogane e d’imposte, man-
gia pane di frumento, e il suo padrone riscuote
un pingue affitto. La miseria in Inghilterra non
è nella classe delli agricultori, ma in quella delli
operai, e proviene da molto diverse cagioni.

28
1 Propriamente è a -- come i a 3,88.
6 2
446 CATTANEO - SCRITTI ECOSOMICI - ll
I n Irlanda i lavoranti che prestano le braccia
a giornata, appena trovano dove impiegare nel-
l’intero anno trenta settimane di lavoro, com-
prendendovi anche quelle che consacrano alle pa-
tate del loro conacre. I1 salario della settimana
ragguaglia all’incirca t r e franchi. Li uomini, che
per tal modo non possono contare se non su 90
franchi d’annuo lavoro, erano nel 1837 più d’un
millione (1,170,000); e colle donne e i figliuoli
facevano poco meno di cinque millioni (4,770,000).
E’ la più fitta massa di miserabili che siasi mai
veduta al mondo; e v’ha di che far tripudiare
quel nostro metafisico che ripone nella, povertà
il progresso e l a gloria e la potenza delle nazioni.1
Chi abbia senno e imaginazione può farsi un
quadro della spaventevole e nauseosa, inopia in
seno a cui quella popolazione si a d a t t a inesplica-
bilmente a vivere e moltiplicare. - Unico cibo
le patate, talora esuberanti, talora scarse, o già
germogliate, o ancora immature, e per lo più
bollite in aqua senza sale. I meno pezzenti, che
possono allevare qualche bestiame per pagare l’af-
fitto col butiro e colle carni, vi aggiungono, e non
sempre, nei giorni più solenni il condimento d’un
po’ di cagliata; i più, solo un paio di volte l’an-
no, gustano un po’ di lardo, o un’aringa, e non
conoscono il sapore del pane. E se poi manchino
anche le patate, o siano costretti a lasciarle sul
campo, e non soccorra la pietà dei meno misera-
bili, è forza riempiersi il ventre d’erbe selvagge.
E nei monti le popolazioni più rudi tornarono
talora all’usanza scitica di rifocillarsi col sangue
cavato al bestiame vivo. Un’aquavite che si trae

¹ Vedi li scritti di filosofia politica d’Antonio Ro-


smini.
su LO STATO DELL’IRLANDANELL’ANNO 1844 447
dall’avena, e si chiama whiskey, è il ristoro uni-
versale che conforta lo squallore delle moltitu-
dini digiune.
Per tutto il vestimento si valutò che un uomo
dei meno malestanti spenda all’incirca 33 franchi
all’anno, e la sua donna, la metà e anche meno;
e vanno t u t t e scalze, in clima umido e terra fan-
gosa; e le meno povere si recano le scarpe in
mano per calzarle solo sulle porta della chiesa;
ma non v’è un terzo dei contadini d’una parochia
che sia in arnese d a lasciarsi vedere alla messa
festiva, e si prestano a vicenda i men cenciosi
cenci, per andarvi ciascuno alla sua domenica.
E i fanciulli fino a i dieci anni vanno nudi, come
al tempo di Cesare i loro progenitori. - Qual
abisso di differenza fra una popolazione esclusa
dalle possidenza e i nostri montanari, tanto al-
tieri e contenti di possedere un castagno o un piè
di vite, pegno prezioso che sostiene la loro de-
cente povertà, tanto a l disopra di quell’abiezione !
L’inventario delle mobiglie di duecento famiglie
che vennero esaminate, comprendeva rare volte
una pentola di ferro, un secchio, una cassa, un
coltello, una forchetta, t r e o quattro taglieri di
legno, e qualche sedia. da t r e piedi. La costruzio-
ne d’una capanna, t u t t a nuova dalle fondamenta
al tetto, si valuta a 130 franchi. I n una terra
priva delli àrbori fruttiferi e spoglia dei selvag-
gi, e rare volte partita di siepi, queste capanne
racchiudono in mobili, strumenti e bestiami tutto
quasi il capitale applicato all’agricultura.
Le casa del paesano è propriamente un tugu-
rio di terra o di sassi, non sempre riboccati, e
solo a l di dentro; affondato sotterra, senza pa-
vimento, e con uno spazzo ineguale, umido anche
a mezza estate, diguazzato dalle pioggie. Talora
448 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
si pianta sull’orlo d’una palude, o in un fossato,
ove non sia a pagare l’affitto dello spazio; vien
talora edificato furtivamente in una notte neb-
biosa; poichè il padrone e il fittuario non possono
cacciare li intrusi, o abbattere il covile, senza la
sentenza del giudice e i l ministerio della forza;
il che se anco avviene, il tugurio atterrato ri-
surge tosto in altro sito: poichè forza è pure che
il povero posi in qualche luogo il suo capo. I1
tetto è d’erbe palustri. rare volte di paglia d’ave-
na, rappezzato con frasche di patata, senza
stre, senza camino, senza foco, o con un foco d i
fetida torba, il cui fumo si sfoga per l’uscio o
contrasta col vento, colla nebbia e colla pioggia
ch’entrano pei fori del tetto. Di sei famiglie se
ne conta una che abbia un’intera coperta di lana
e stoppa; le altre o hanno una mezza coperta, o
si accovacciano la notte sotto i panni del giorno,
spesso umidi, talora grondanti, sopra un letto di
paglia vecchia, nell’angolo ove la tettoia è men
lacera, accanto al porco ; le figlie da capo e i gar-
zoni da piedi ; e non si nega mai un angolo a l va-
gabondo che ignoto, e talora malvagio, cerca un
asilo in mezzo a quell’innocente figliolanza.
I n tanta miseria farebbe certo più profonda
compassione un popolo che invece di moltiplica-
re, perisse. M a se codesti sgraziati non reggono
t u t t i alla fame, a1 freddo e alle febbre, quei molti
che avanzano sono robusti, vivaci, cordiali e per-
fino allegri; e appena raggiunta la gioventù si
maritano, cosicchè una ragazza di vent’anni e un
giovane di trenta sono segnati a dito, come celibi
inveterati. E i giovani vanno a cercare un affitto,
e non badano a l prezzo ; e chi abbia una capanna,
e la pentola e la forchetta e qualcun’altra delle
dovizie sopracitate, non teme rifiuti, e dimanda
su LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 449
la prima fanciulla che incontra al mercato. E ciò
che mostra qual secreta disperazione si celi in
fondo a questa spensieratezza, si è che i giovani
che hanno qualche denaro, sono i più t a r d i ad
ammogliarsi.
Con sì fatta maniera di vita il giornaliero non
può mettere in serbo mai nulla; e se potesse farlo,
ancora nei suo disordine domestico preferirebbe
darsi qualche sollievo consumando tabacco e ac-
qua vite. Se i vecchi hanno figli ammogliati, nel-
l’assegnar successivamente alli sposi un ritaglio
della terra, se ne riserbano una parte libera d’af-
fitto, che i figli e i vicini vengono a lavorare gra-
tuitamente. Se poi non hanno figli, e sentono ri-
pugnanza a mendicare I r a i conoscenti, e non
hanno forza o animo di trascinarsi fino tra li
ignoti, soccumbono presto alla fatica e all’inedia.
Pochi anni addietro la popolazione non era giunta
a tali angustie, e i mendici non erano tanti, ed
a una famiglia pareva, ancora vergogna che il
vecchio padre andasse accattone. Ma ormai sono
pochi i figli che sostentino i genitori, perchè le
donne non vogliono torre ai bambini per dare ai
vecchi.
Alli infermi nessuno fa credito, perchè in caso
di morte non vi sarebbe chi pagasse; i n una fami-
glia invasa da contagio, i figli sani si appartano
dalli infetti solo col portar la paglia o i cannicci
del loro giaciglio nell’angolo opposto ; i febrici-
tanti, privi di medicine e d’ogni altro conforto,
sono costretti a sostentarsi d i patate come i sani,
se pure qualche vicino non reca un po’ di latte
alla soglia del loro tugurio. Se la febre coglie
una famiglia di vagabondi, le persone caritatevoli
le alzano una capanna su l’orlo della strada, af-
finchè non muoia a nudo cielo. Mentre i deboli e
29. - CATTANEO.Scritti economici. ll.
450 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
i vergognosi periscono, l’impudenza robusta e de-
s t r a scorre l’isola infelice, sfruttando le forze
della carità. accattando più cibo che non sia la
fame; talora recandosi a casa in tabacco e aqua
vite le spoglie delli ingannati; si vide messa in
pegno fin la. coperta data per carità f r a li orrori
del colera-morbo. Lo irreflessiva cordialità e ala-
crità dei popolo irlandese lo rende corrivo ad ag-
gravare la propria sventura per soccorrere l’al-
trui. I n fondo alli animi vivono sempre le tradi-
zioni di quei tempi quando le famiglie pastorali,
sparse in mezzo alle solitudini, avevano promi-
scuo diritto a i beni; e quando In barbara legge
del gavelkinde alla morte d’un padre di famiglia
toglieva a’ suoi figli l’eredita per ripartirla fra
li altri padri della tribù, e si vedevano le famiglie
cacciate dalla capanna, e spogliate del paterno
armento, andar mendicando.
« Quando io dimando in nome di Dio, diceva
un vecchio. crederebbero di far peccato a darmi
nulla; vedo bene che molti avrebbero più caro
che li lasciassi in pace; pure non mi hanno mai
fatto ma1 viso ». ll popolo è persuaso che dando
ciò che ha, cioè le sue patate, non ne diminuisce
la quantità, ma ne fa prestito a Dio. Ogni vaga-
bondo che passi all’ora del cibo, prende posto in
famiglia quasi per suo diritto, benchè quelli che
lo accolgono non siano sempre sicuri (l’aver che
mangiare il dì seguente. Molti che fanno larghez-
za nel verno, si vedono andar cerconi l’estate; e
un d’essi diceva : « Se alcuno mi chiede in nome
di Dio, non so come negare ; poichè a me pure non
f u mai negato ». Non avviene mai che si dimandi
conto della vera condizione d’un mendico, come
farebbe una carità meno cieca. Quindi i ribaldi
che abusano dell’altrui bontà, vanno di casale in
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 451
casale spargendo ogni maniera di inali esempi e
gettando false novelle e seminando tumulti. Si sa
di certe capanne che vennero visitate in un sol
giorno da ben trenta famiglie girovaghe; e t u t t i
sono talmente persuasi della miseria universale,
che nessuno dice una parola spiacevole a un im-
portuno.
I n tutti i paesi pur troppo la povertà è ancora
largamente diffusa ; ma la mendicità è un’altra
cosa, ed è sempre un’eccezione ; epperò la publica
providenza e la privata carità possono metter
riparo almeno alli estremi mali. Ma dove ogni
anno, tra la seminagione e In messe, parecchi mil-
lioni di creature soggiaciono a quasi certa fame,
ogni provedimento in tanto mare di calamità va
sommerso, e ogni buon proposito vien meno per
disperazione. Le masse erranti, che infestano il
paese, concorrono verso quei luoghi ove il rac-
colto è meno infelice e la miseria minore, finchè,
come nelle inondazioni, siasi equilibrato il livello
dell’universale calamità. Ma se dall’una parte la
popolazione tuttavia si moltiplica, e dall’altra la
terra abbruciata e abusata sempre più isterilisce,
e le possidenza è minacciata di divenire a poco
a poro una varia parola nessuna potenza umana
può impedire le più orribili estremità.
Eppure Iddio fece la terra d’Irlanda capace
di dare a un’altra maniera d’agricultori t r e o
quattro volte di piii ch’ella non produce; e t u t t i
questi gratuiti mali sono generati dalle vetuste
instituzioni, dai perversi e strani modi di posse-
dere la terra e d’affittarla, e dall’abuso che si f a
delle più sacre cose per alimentare una perpetua
discordia.
Per quanto sì vasti calcoli di superficie colti-
vabili e di possibili frutti possono valere, s i crede
462 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
che il produtto lordo dell’Irlanda nell’anno 1837
potesse equivalere e 120 franchi per testa, o i n
tutto 940 millioni di franchi. che il discreto let-
tore ci permetterà di dire senz’altro mille millioni.
Se si potesse prescindere da tutte le tradizioni e
dai pregiudizzi inveterati delli uomini, e per ope-
ra d’incanto ordinare d’un tratto la malfondata
azienda di quella nazione, le forze della natura
non contrariata potrebbero coll’opera di quello
stesso numero di braccia, e nello stato presente
dell’arte agraria, fruttificare forse tremila mil-
lioni d i più. Una plebe nuda e affamata, e una
possidenza che dorme colle armi sotto il capez-
zale, gettano dunque ogni anno tremila millioni ;
e passano la vita a contendere rabiosamente, e
diremo a sbranare fra loro un pasto vile e scarso,
e un macilento bestiame.
Quest’aggiunta al presente produtto dell’Ir-
landa è un’impresa materialmente possibile, av-
verata a proporzione di superficie in Olanda, in
Belgio, i n Lombardia, i n Sassonia, in altre re-
gioni. Codesta abondanza è condizionata a un
maggiore e costante lavoro, sussidiato d a stru-
menti, d a bestiami, da edifici, da strade, da ca-
nali, e sopratutto da una ragionata direzione dei
lavori e delli avvicendamenti ; tutti beni che non
possono avverarsi se manca la necessaria fonte
del capitale, e la suprema condizione d’un più
ragionevol patto fra il possidente e il colono.
Ma nell’inveterata avversione al traffico e al-
l’industria e alle a r t i utili e belle, nè l’Irlanda
potrà mai fornirsi d a sè il capitale, nè facil-
mente troverà stranieri che lo portino là dove si
gridò tante volte e si griderebbe tuttora alla loro
morte, nè potrà consolidare alla squallida terra
le fatiche del coltivatore. I1 secreto della rinno-
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 453
vazione dell’Irlanda dipende adunque in ultimo
conto dall’opinione ! Tuttociò che fomenta li odii
religiosi, tuttociò che pasce le ambizioni del fe-
decommesso, tuttociò che perpetua i rancori del-
le antiche confische, tuttociò che può scemare la
fiducia del capitalista, tuttociò che agita li ani-
mi e turba i lavori, il solo fatto di congregare
a parlamento sul colle di Tara trecentomila in-
felici, è una influenza funesta a quella terra dis-
sestata.
ll produtto lordo fondiario si valuta in In-
ghilterra alla ragione del 18 per cento del capi-
t a l e : o voglian dire, chi applica colà un centi-
naio di lire alla buona agricultura, da spinta a
produrre non solo quei valori che costituiscono
l’interesse del suo capitale nella ragione del 3,
del 4, o del O per cento, ma t u t t e quelle derrate
che serviranno a d alimentare le famiglie dei fit-
tuarii, dei contadini e delli operai e conduttieri
che assistono all’azienda campestre. Perlochè som-
mata ogni cosa, sarà uscita dal seno della terra
una massa di cose godevoli, il cui valore starebbe
a l capitale impiegato, come 18 a 100. Se partiamo
da questo dato, troviamo che per avverare in Ir-
landa il supposto aumento di tremila milioni di
produzione lorda, si richiederebbe l’applicazione
annua d’un miliardo per sedici anni successivi.
Ma non sarebbe necessario che lo straniero sov-
venisse t u t t o questo tesoro. D a t a la spinta con
una certa somma, il lavoro delli agricultori, reso
continuo in tutto l’anno per mezzo d‘una buona
distribuzione e rotazione, reso efficace per mezzo

1 Vedi: Su l’economia nazionale di List, nei vo-


lume V I del « Politecnico ».
454 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
dei buoni strumenti e processi, e consolidato sul
terreno in costruzioni e piantagioni e movimenti
d’aque e di terre, diventerebbe un capitale; e i
capitali non si fanno altrimenti. Un rapido in-
cremento di frutti metterebbe tosto una differen-
za tra l a produzione e il consumo, e lascerebbe un
avanzo ll trapasso delli agricultori superflui, dal
campo che inutilmente impacciano, a nuove a r t i
e al traffico di terra e di mare, aprirebbe nuovo
a d i t o ’ s proficui lavori, il cui frutto per la libera
vendita delle terre e lo scioglimento dei fedecom-
messi e delle manimorte tornerebbe sul suolo. Ma
riò suppone una prima fiducia del capitalista,
una t a l quale tranquillità del paese e una ragio-
nevolezza nei poveri e nei ricchi, che le incancri-
nite fazioni e l’indole nazionale, e più ancora i
principii legislativi non lasciano sperare nè pros-
sime nè lontane. Così è ; quando si sono chiamate
scienze utili la mecanica, la chimica, la chirur-
gia, l’agraria. ancora rimane una scienza, più
utile e più necessaria di tutte, la scienza della le-
gislazione, senza la quale tutte le altre nulla pos-
sono per la felicità dei popoli, e li lasciano gia-
cere nella più turpe abiezione fra qualunque più
viva luce di tempi.
Alcuni danno troppo importanza all’aggravio
che ha il popolo di mantenere colle sue contribu-
zioni il suo clero. Ma il decoroso onorario di al-
cune migliaia di preti può tutt’al più raggua-
gliarsi a qualche dozzina di millioni; troppo te-
nue somma, e in confronto ai mille millioni che il
paese produce, e ai tremila di più che potrebbe
produrre. Anche i l clero francese in ultimo conto
è alimentato dalle contribuzioni. Ma mentre in
Francia questo è un atto di publica providenza,
in Irlanda prende un aspetto di cui lo spirito di
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 455

paste abusa, e che solo l’intervento d’un princi-


pio legale poti-ebbe dissipare.
Alcuni accusano di t u t t i i mali dell‘Irlanda
i vasti possedimenti coi quali i conquistatori nor-
manni retribuirono la chiesa donatrire, e i quali
colla corona stessa furono trasferiti poi dalla
chiesa romana all‘anglicana. Se vogliano dire che
le grandi manimorte e il possesso usufruttuario
nuòcono alla produzione, dicono cosa che nessuno
può negare. Ma in ciò poro influisce se il prelato
che lo gode appartenga piuttosto all’una che al-
l’altra chiesa. Finchè le condizioni d’affitto sieno
le medesime, la terra sarà sempre mal coltivata,
e il produtto sarà sempre scarso.
E’ bensì vero che i l voto dell’uomo savio sarà
che il f r u t t o di queste terre venga addetto a d
ufficio più opportuno che non sia quello d’eserci-
tare un culto che in gran parte dell’isola può
dirsi forestiero ; e certamente, se queste ricchez-
ze fossero in mano al clero nazionale. i soccorsi
si volgerebbero dove maggiore è il bisogno. Ma
pare che qui si confonda troppo l’onorario dei
prelati coi fondi di publica beneficenza: due cose
che nei nostri paesi sono assai distinte, e che
dovrebbero rimaner distinte anche là. S è quelle
prebende, per quanto sieno pingui, basterebbero
a sostenere t u t t i i poveri, dove i poveri si contano
a millioni. Nè sarebbe providenza, legitimare e
perpetuare con rendite stabili un’universale men-
dicità, la quale crescerebbe in breve oltre i limiti
di queste insipienti providenze.
Meglio adunque che una diretta distribuzione
di carità per mano dell’uno o dell’altro clero, gio-
verebbe ai poveri che con publico sussidio si sov-
venissero medici e chirurgi e dispensieri ad assi-
stere l’infermi derelitti ; - scuole d’industria e
456 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
d’agricultura ad ammaestrare quelle moltitudini
nella nuova arte di guadagnarsi il pane, e disvez-
zarle dalla turbolenta e sucida vite dei loro pa-
dri ; - giudici e carcerieri, che indipendenti dalle
fazioni, non si valessero del sacro apparato della
giustizia per ferire il senso morale delli uomini,
e provocare il delitto; - scrittori che aprissero
li occhi alle genti deluse, disingannando i ricchi
di quelle vanissima opinione dei fedecommessi,
disingannando i poveri di quella vanissima spe-
ranza di riconquistare coi tumulti la communanza
celtica, conciliando tutti li ordini n quel vivere
decente e industrioso e ingentilito dalle belle arti
e dalli studi, che fa sensata e prospera In fami-
glia, e florida e bella la patria.
Un atto provido si f u quello che rese invaria-
bile il futuro valore delle decime, in modo che
non possono più crescere insieme all’aumento
della rendida territoriale. Si valutano a 14 mil-
lioni di franchi ; ma una parte è svanita per ma-
neggio dei possidenti anglicani, che ne caricarono
il pagamento ai fittuarii catolici, sperando che
questi o non potessero o non volessero prestarlo ;
e per verità non poteva prendersi una via che
fosse più feconda di turbolenze.
Ma le famiglie potenti tengono troppo ferma
la mano sui possessi del clero anglicano. E in
sustanza è questa u n a delle due forme sotto cui
le famiglie conquistatrici possèdono la terra.
L’una di codeste forme consiste nei possesso laico
con sostituzione ereditaria : l’altra nel possesso
clericale con perpetua sostituzione elettiva ; ma
questa pure si devolve quasi sempre alli eredi mi-
nori delle medesime famiglie. Laonde il possesso
che sembra clericale, si risolve per la maggior
parte in una specie di patronato domestico, con-
su LO STATO DELL’IRLANDANELL’ANNO 1844 457
dizionato a quel genere d’apparenti funzioni, che
noi chiamiamo beneficio semplice. Non è facile
togliere a codeste famiglie, per mezzo del loro
stesso voto parlamentario, un godimento che per
l’ineguale riparto delle eredità è necessario sus-
sidio ai loro figli. Alcuni propongono di vendere
quelle terre liberamente, per disseminare quanto
più si può la possidenza, e per associarvi col
tempo il massimo numero d’abitanti; e vorreb-
bero dare in compenso ai prelati una rendita
iscritta, che per l’aumento della produzione na-
zionale diverrebbe allo stato un carico sempre piii
leggiero. I1 vantaggio vero sasebbe nel rimovere
la viva memoria della confisca, fatto odioso che
irrita li animi ; e il vero male dell’Irlanda è t u t t o
nelle opinioni, ossia nelle tradizioni d’un’era bar-
bara, improvida, ingiusta.
Possidenti e pigionanti in un punto solo s’in-
tendono, ed è nel sommo bisogno di trarre dalla
terra il massimo frutto ; questo vuole il possidente
quando pianta la croce su le patate, e caccia i
figli del defunto coltivatore; questo vuole il col-
tivatore quando si sbraccia a vangare e abbru-
stolare la terra. - Ma perchè è il volere del pos-
sidente, e le fatiche del villano, e l’ubertà natu-
rale del suolo, pur sempre convergendo al mede-
simo fine, giungono solo alla ruina del signore,
alla fame del lavorante, allo squallore e all’igno-
minia del paese? - Fra questi t r e elementi manca
il mezzo termine ; manca una forma di contratto,
ossia di possidenza, per la quale la massima
somma di lavori e la necessaria somma di ca-
pitali svolgano la massima ubertà del terreno.
Manca quel principio legale che in Lombardia e
nel Belgio e in altri paesi più popolati che non
l’Irlanda, sostituì le case alle capanne, le pianta-
458 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
gioni alla squallidezza, un popolo laborioso a una
plebe sfaccendata. Ebbene, in t u t t e le trattative
e discussioni non si legge verbo di questo. Le pre-
concepite e inveterate opinioni di quel paese, an-
che in mezzo alla. sua ruine, non lasciano vedere
un diverso modo di possidenza e d’affitto. E quelle
desolanti idee della communanza cèltica e del
fedecommesso normanno stanno sempre fitte nelle
menti, e del ricco che riguarda per ciò la possi-
denza come un privilegio, e del povero che sogna
pur sempre una rivendicazione o vogliam dire
una nuova confisca. Ma lo sventurato non si fer-
ma poi a dimandare a sè medesimo a chi quella
rivendicazione e quella confisca, frutterebbero, e
come si potrebbe dividere a t u t t i in perpetua
communanza una terra, insanguinata. E già sa-
rebbe troppo nefando lo sperar di nuovo li orrori
del 1641, e troppo assurdo lo sperare l’eccidio dei
protestanti, ossia d’un millione e mezzo d’uomini
vigilanti, armati, e difesi dalla più potente na-
zione del mondo.
Fra le misure che si propongono vi è la vendita
delle terre inculte; e quantunque siano per la
maggior parte palustri e torbose, forse darebbero
per parecchi anni transitorio sfogo alla popola-
zione crescente ;, ma, certamente non sopprimereb-
bero nelle terre coltivate quel funesto corso di
cose, che fomentò quella poveraglia, e che a l t r a
ve ne verrebbe fomentando senza termine, sino e
che non ne siano rimosse le cagioni. Sfogata le
poveraglia, s’intende che i proprietarii possano
agglomerare le terre in grandi poderi, diretti d a
facultosi e culti affittuarii. Ma non si dice poi,
come codeste facultose e culte famiglie possano
uscir dimani da una popolazione lacera e igno-
rante, o come possano venire d’altro paese a sta-
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 459

bilirsi in mezzo al fremito delle turbe concitate


e a i peregrinaggi dei trecentomila che vanno a
pascersi d’ardenti speranze sul colle di l’ara.
Infine si dimandò l‘instituzione d’un magi-
s t a t o , i l quale, con facoltà di decretare e ri-
e, e sequestrar mobili e terre, e mul-
tare e incarcerare, costringa immantinente colla
forza a disseccai. le paludi, a chiudere i campi,
a demolir le capanne insalubri ; e comandi a’ suoi
ingegneri di far e li e strade e opere d’ogni
sorta, e ne ripartisca la spesa sui possidenti in
ragione del vantaggio che da quelle opere ciascuno
potrà ritrarre, Ma vedendo bene come la massa
dei possidenti sia in gran parte angustiata e obe-
rata, e tanto piii angustiata e oberata in quei
territorii dove sarebbero a farsi i piii grandi la-
vori, e dove appunto per il maggior disordine
delle aziende sono maggiori le utilità che un
nuovo ordine di cose dovrebbe sviluppare ; e quindi
disperando di poterne ricavare il capitale neces-
sario, si ristringono a proporre una tassa che co-
pra l’interesse del cinque per cento. E vogliono
che questa rendita si possa vendere a qualunque
capitalista, ma che il magistrato rimanga sem-
pre f r a mezzo, riscuotendo le tassa del possi-
dente e pagando l‘interesse al sovventore. Questa
providenza si riduce adunque a mettere una. nuo-
va imposta, la cui pronta e generale riscossione,
anche non tornando impossibile, accresce sempre
il disordine là dove è maggiore; e suppone che
un capitale, appena toccate la terra, ne svolga
detto f a t t o una rendita di cinque per cento nel-
l’anno medesimo. Nè potrebbe tampoco il possi-
dente scontar il frutto dell’interesse sullo stesso
capitale; dacchè, come si è detto, il capitale ri-
mane per la maggior parte nelle mani del magi-
460 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
strato, che decreta e compie per forza le opere
utili a l territorio. E sempre si vede quella furiosa
opinione di fare il bene per forza, e con minac-
cia continue di multa e prigionia; mentre, ove
la legge rimova solo i vetusti ostacoli, il bene
scaturisce spontaneo dai ben ordinati interessi.
Si vuole che il magistrato giudichi infallibil-
mente quanta parte precisa’ di vantaggio ne per-
viene a ciascun podere. M a potrà dimandare al-
cuno, di qual ordine d’uomini si comporrà co-
desta numerosa magistratura, che deve in un sol
tempo abbracciare t u t t i li interessi dell’isola.
Se sono estranii al paese, come potranno avere
così sagace e fermo sguardo d a vedere quali
opere sono a farsi, e in qual misura precisamen-
te giovano a ciascuno? - Se sono del paese, come
in mezzo a tento furore di parti, potranno fare
con equità questo universale ragguaglio di pesi
e di vantaggi?
Le altre providenze, come l’instituzione d’un
cadastro e di casse di risparmio e banche e scuole
communali d’agricultura e d’arti, sono egregie
cose in ogni paese; ma insufficienti ad arrestare
così vasto torrente di miseria. L’emigrazione, che
a prima giunta pare il più certo rimedio, ben si
sa che porte fuori di paesi i più robusti e intra-
prendenti; e accresce per ciò in quei che riman-
gono la proporzione della miseria e dell’impo-
tenza, e alla perdita delle più robuste braccia
aggiunge le spese d’un lontano viaggio e d’un
primo stabilimento. E l’isola è capace d’alimen-
tare nell’abbondanza e la presente popolazione
(100 per chilometro) ed anche un maggiore, pur-
chè la legge stabilisse un ordine di cose che
allettasse il povero a consolidare nelle terre le
sue fatiche e i suoi risparmii, e non a tormen-
SU LO STATO DELL’IRLANDA NELL’ANNO 1844 461
tarla ed esaurirla con una infeconda affezione
e un’impotente fatica ; e purchè l’opinione lo sol-
levasse da uno spensierato avvilimento, e dissi-
passe colla placida verità delle scienze e colla
dolcezza delle a r t i quelle tragiche idee che gli
fanno riguardare il possesso della t e r r e non come
il frutto ultimo d’un’accurata industria, ma co-
me il vicino premio d’une guerra, civile.
I n Inghilterra i giornalieri irlandesi si fanno
sempre più numerosi ; e prestano utile servigio
in tutti i più grossi lavori; e senza le loro brac-
cia la, Gran Bretagna non avrebbe potuto com-
pier? in pochi anni la prodigiosa sua rete di
canali e strade ferrate. Ma in onta ai buoni e
certi salarii essi conservano le loro zingàriche
abitudini, vivendo accovacciati in gran numero
nei più luridi abituri, i quali in alcune città, si
costruiscono a bella, posta per loro; e anche in
mezzo al taciturno e riflessivo popolo britannico
si mostrano sempre cordiali, allegri e fedeli, ma
pur sempre vagabondi, improvidi e negligenti ;
tanto maggiore è la potenza delle abitudini, ossia
delle tradizioni, che non quella delli esempii e
dei luoghi. Le strade ferrate e le nevi vaporiere
hanno reso più facile all’Irlandese il portarsi al-
l’estremità della Scozia e dell’Inghilterra, che
non d’attraversare a piedi l’isola verde.
P a r e che la profonda spinta dei bisogni e delle
attitudini sia questa, che li Irlandesi, spargen-
dosi su tutte le isole e colonie britanniche, ten-

1 Every large city in Ireland has been adorned by


the English with a cleanly and comfortable quarter; and
the Irish have returned the favour by hanging on t o
most of the Iarge english cities a dirty and disorderly
quarter of Helots. Kohl, Ireland, 39.
462 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
dano successivamente a costituire la parte infe-
riore della plebe, sì per l’infimo genere del la-
voro, s ì per il modo di vivere e di diportarsi; e
viceversa le famiglie scozzesi e li artefici inglesi
nel propagarsi sii l’Irlanda tendano a farsi fit-
tuarii, trafficanti, navigatori, intraprenditori, e
porvi insomma, le fondamenta di quella classe
media che nel popolo irlandese non si formò mai.
Forse tutte le nazioni si sono incivilite a questo
incido, sovraponendosi le varie tribù nel corso dei
secoli, secondo le attitudini e le professioni, a
varii strati e livelli. come liquidi di diversa gra-
vità. E forse non è agevole interrompere altri-
menti le ostinate tradizioni delle stirpi primi-
tive e pure. Ma mentre nelli altri paesi l’unità
della religione, avvicendando a poco a poco le
nozze fra le diverse stirpi, le venne confondendo
e unificando, le discordie religiose conservarono
nelle Isole Britanniche una pericolosa separa-
zione; lo spegnere la quale sarebbe ardue im-
presa, quando anche il legislatore volesse rivol-
gervi ogni suo sforzo, e i parlamenti potes-
sero per un momento sentire l’impulso del ben
commune, come sentono quello dei familiari loro
interessi.
Questo doloroso quadi-o dimostra come sotto
la superficiale e improvisa civiltà del settentrio-
ne si celino ancora molte tradizioni e abitudini
della primitiva barbarie.**

** Alcuni anni più tardi il Cattaneo tornò sull’argo-


mento di questa memoria con un altro interessante arti-
colo : Sui disastri dell’lrlanda negli anni 1846 e 1847 (« I1
Politecnico », 1860, VIII, pp. 2l-,34; ripubbl. in Memorie,
pp. 181-198 e in OEI, lll. pp. 368-385).
XIX.
Sui danni recati alla navigazione del Po
dalla illegale percezione dei diritti di transita
e altri dazj
lungo le rive dei Ducati di Modena e di Parma."

l l corso dei Po è la strada naturale che unisce


alla Lombardia i porti di Trieste e di Venezia,
collegando fra loro le stesse provincie lombarde,
attraversando a guisa di canale d'interna navi-
gazione la provincia di Mantova, aprendo una via
di trasporti verso le montagne del Tirolo, della
Svizzera, del Piemonte, le quali ricevono per
necessarj cambj t a n t e parte delle loro vittova-
glie dalla pianura. e dal mare, e compiendo final-
mente la gran linea del commercio europeo che
dal Levante, per l'Adriatico e i laghi lombardi
e svizzeri, raggiunge l'alto e basso Reno.
Il congresso di Vienna, succedendo ad uno
stato di cose nel quale la, massima, parte del
Corso navigabile del P o apparteneva con ambo
le' sue rive al Regno Italico, ed anche pel rima-
nente, fino alla Sesia. era in confine con territorj
sottoposti al medesimo dominatore, dichiarò di
conservare alla navigazione del Po t u t t i quei fa-
vori che si erano stipulati a beneficio della navi-
gazione fluviale in genere. (V.Congresso di
Vienna, a r t . 96). Aggiunse poi che tutti gli stati

* Memorie, pp. 513-523.


464 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
ripuarj del Po dovessero nominare, al più tardi
t r e mesi dopo la fine del congresso, e quindi
entro il medesimo anno 1816, dei commissarj,
onde disporre tutto ciò che fosse relativo al com-
pimento di quell’articolo. Altre commissioni, pa-
rimenti al medesimo fine, dovevano nominarsi
entro sei mesi da tutte le potenze i cui stati
fossero divisi o attraversati da uno stesso fiume
navigabile; le quali si obbligavano a stabilire
di commune consenso tutto ciò che si riferisse
a questo argomento.
A termini del trattato di Vienna, doveva le
navigazione dei fiumi essere affatto libera in tut-
to i1 suo corso, cominciando dal punto in cui
sono navigabili fino alla loro imboccatura,. Non
poteva essere interdetta a chicchessia, che la
intraprendesse in vista di commercio. I rego-
lamenti dovevano essere uniformi per tutti, e
possibilmente favorevoli al commercio indistin-
tamente d’ogni nazione. Le dogane degli stati
ripuarj nulla dovevano aver di commune coi di-
ritti di navigazione. Tutto ciò che riguardava
questi diritti doveva determinarsi in un regola-
mento commune; il quale contenesse anche tutto
ciò che rimaneva ulteriormente a determinami ;
dimodochè, stabilito una volta un tale regola-
mento, non potesse venire alterato se non per
concorso di tutti. (Trattato d i V i e n n a , art. 115,
116).
Fra gli stati che per altre stipulazioni di
quel congresso venivano a d essere interessati nel-
la navigazione del Po, i l principale era il Regno
Lombardo Veneto, perchè quel fiume venne a se.
gnare con linea quasi continua il confine meri-
dionale verso lo Stato Romano, il Modenese, il
Parmigiano e il Sardo; e nel Mantovano lo ve-
S U I DANNI RECATI ALLA NAVIGAZIONE DEL PO 465
niva a lambire per ambo le sue sponde. Tuttavia
l’Austria, quand’anche per quest’ultima circo-
stanza si potasse in certo modo asserire che la
navigazione del Po faceva materialmente tran-
sito per il suo dominio, perseverò nel pieno ri-
spetto ai diritti della navigazione, com’erano de-
terminati nel congresso di Vienna, e come è
consentaneo ai migliori principj d’amministra-
zione. Anzi ella sostenne in vigore anche quella
disposizione del decreto italico 13 aprile 1807,
che dichiara esente dall’imposta territoriale un
lembo continuo di terreno, della larghezza ori-
zontale di otto metri, a l di sopra dell’aqua ordi-
naria del fiume, assoggettandolo, invece d’im-
posta, alla servitù della strada alzaja in gratuito
servigio d’ogni navigante.
L e libertà della navigazione, a termini del
congresso, venne parimenti rispettata dalle do-
gane dello Stato Sardo e del Pontificio. M a di-
versamente procedettero le finanze modenesi, le
quali pretesero riguardare tutto lo specchio di
aqua del Po’ tra quella riva e la lombarda, come
un territorio proprio ed interno di quel ducato.
Esse involsero e confusero colle dogane i diritti
di navigazione, contro la distinzione sancita nel
succitato articolo 115 . Applicarono erroneamente
il nome di transito al mero costeggio, o piutto-
sto alla preter-navigazione, sopra aque che sono
libere e communi. Le quali, supposto, e non am-
messo, che dovessero pur riguardarsi come di
esclusiva appartenenza d’alcuno, ancora, e al-
meno per la metà pasta a sinistra del filone
(thalweg), dovrebbero appartenere al Regno Lom-
bardo Veneto (art. 95). E parimenti supposto
che si dovessero considerare come formanti un
tutto indivisibile, e appartenente in totalità o
30. - CATTANEO. Scritti economici. ll.
466 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
all’uno o all’altro degli stati adjacenti, ancora
in questo non ammissibil caso non potrebbe mai
prevalere il diritto dello Stato Modenese o del
Parmigiano a quello dello Stato Lombardo-Ve-
neto. E infatti questo regno occupa la parte
massima, delle rive del Po, mentre il territorio
modenese le tocca per una parte enormemente
minore, cioè per la sole signoria di Brescello,
sopra le lunghezza di sole cinque miglia ita-
liane, o poco più d’un miglio germanico. Nel
t r a t t o immediatamente inferiore, il Regno Lom-
bardo Veneto ne occupa, ambo le rive. Il trattato
di Vienna attribuisce all’Austria diversi diritti
di presidio anche sulla, riva meridionale. E final-
mente lo Stato Estense, non ostante il pieno eser-
cizio della sovranità, è, nei rapporti di succes-
sione, una dipendenza, terzo-geniturale dell’im-
pero. La brevità del tratto della riva estense e
la natura del fiume escludono poi ogni titolo
che queste gravezze imposte alla navigazione pos-
sano dirsi un corrispettivo di spese fatte per pro-
teggerla e sussidiarla.
La falsa applicazione dell’idea di transito
ebbe a colpire la mente degli stessi finanzieri
estensi. E infatti in quella Tariffa generale del
15 maggio 1816, stabilita in così aperta, con-
travenzione al trattato di Vienna, e senza il
prescritto consenso degli altri stati, e in onta
alla convenuta uniformità (art. 109), apposero
essi le nota che « in pendenza delle disposizioni
generali sulle navigazione del Po, in relazione
ad disposto nel congresso di Vienna,, le navi che
transitano sulle aque del medesimo senza tra-
gitto di terra, pagano la metà )). Un transito
senza tragitto di terra, in aque libere e neutrali,
non essendo un vero transito, il finanziere stesso
SUI DANNI RECATI ALLA NAVIGAZIONE DEL PO 467

si stimò in dovere di giustificare con qualche


parola di spiegazione e qualche agevolezza que-
sto evidente abuso d’un vocabolo, in forza del
quale pretendeva assoggettare a, un diritto di
dogana ciò che in adempimento dei trattati può
essere solamente oggetto d’un diritto convenzio-
nale e uniforme di navigazione (art. 115).
Questo preteso diritto di transito e questa
irregolare dilatazione del principio doganale
vennero a ripetersi anche lungo il territorio del-
lo Stato Parmense, come appare da quella Ta-
riffa generale del 18 aprile 1820.
Per t a l modo rimasero gravemente turbate
non solo le communicazioni t r a i porti dell’Adria-
tico e i laghi della Lombardia ; ma nell’interno
dello stesso paese, il territorio mantovano ri-
mase dissociato sulle via d’aqua dalle altre pro-
vincie per effetto delle dogane modenesi : come
le provincie di Cremona e di Lodi e Crema, per
effetto delle dogane parmensi, vennero intercette
sulla via d’aqua da quelle di Pavia e Milano, e
successivamente d a quelle di Corno, di Bergamo,
di Sondrio: lungo le quali la navigazione, per
mezzo dei canali e dei laghi, s’insinua sino alle
frontiere grigioni e svizzere e si reca in varj
punti a portata delle grandi strade dello Spluga,
del Bernardino, del Gottardo, del Sempione. Col
che si venne a deludere in gran parte l’utilità
sperata da quelle grandi e dispendiose costru-
zioni.
L’effetto f u più grande e ruinoso che a prima
giunta non parrebbe; poichè al commercio di
spedizione per quei passi delle Alpi, il posto di
Genova divenne più opportuno di quelli del-
. l’Adriatico; e il commercio di Milano e d i Trie-
ste vi ebbe un decisivo impedimento. F u neces-
30*. . CATTANEO Scritti economici. ll
468 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll
sario che le imbarcazioni provenienti dal basso
Po, per evitare l’angariato costeggio delle rive ’
modenesi e parmigiane, abbandonassero il cor-
so superiore di quel fiume, entrassero nel Mincio,
e facendo scalo in Mantova, supplissero poi con
costoso carreggio terrestre per raggiungere la
piazza di Milano e gli accessi delle alpi. L’aggra-
vio delle illegali dogane, accumulandosi colle al-
tre difficultà della navigazione del Po, risolse
la questione in favore della spedizione terrestre ;
e ridusse quasi a nulla l’antichissimo trasporto
fluviale, con sommo danno delle città di Cre-
mona, Lodi e Pavia. L’annesso attestato dei com-
mercianti, speditori e barcajuoli di Pavia viene
a comprovare il fatto assai strano che i produtti
agrarj modenesi e parmigiani hanno i l compara-
tivo privilegio di discendere alle provincie venete
o salire alle provincie lombarde. al Piemonte,
alla Svizzera, senza pagare alcun diritto di navi-
gazione sul P o ; mentre i produtti delle nostre
provincie non possono trapassare dalle une alle
altre, senza subire questo aggravio imposto da
mano straniera. Le vie d’aqua, concesse a questo.
paese dalla natura, o procurate da un’arte che
precedette d’alcuni secoli le opere d’aqua delle
altre nazioni d’Europa, divennero in gran parte
inutili al commercio in grande. E questa non fu
l’ultima e la minima delle cause di quell’avvili-
mento che, non ostanti le favorevoli circostanze
naturali e la molta attività di queste popola-
zioni, ‘si manifesta troppo palesemente e innega-
bilmente nel commercio esterno della Lombardia,
tanto angustamente rinserrato da artificiali osta-
coli finanziarj a mezzodì, a ponente, a setten-
trione.
I1 danno poi si aggravò a molti doppj sul
SUI DANNI RECATI ALLA NAVIGAZIONE DEL PO 469

traffico vicinale, intercettando, dall’una parte,


la circolazione delle più grosse derrate a detri-
mento dell’agricoltura, e dall’altra, rendendo più
dificile agli industrianti l’acquisto dei combu-
stibili, delle materie prime e delle sussistenze.
I grani, i legumi, i farinacei tutti, comprese le
castagne. che sono l’unica derrata agraria dei
poveri montanari, ebbero a pagare un transito
di mezzo franco per quintale alla dogana mode-
nese r d’un quarto di franco alla parmigiana,
ossia, tra l’una e l’altra, poco meno d’una lira
austriaca per quintale. I1 che, se si fa conto del
prezzo vile d’alcuni di quei genrri, come per
esempio della segale, dell’avena, del miglio, rie-
sce del cinque all’otto per cento del loro valore
di vendita sui nastri mercati, e forse dell’otto al
dieci per cento sul valore che possono effettiva-
mente avere lungo le aque del Po. Al semplice
diritto di transito l’indiscrezione fiscale venne
sovraponendo altre angherie. Risulta d a bolletta
d i transito delle dogane parmensi (che si di-
mette in copia notarile), che quintali 635 di ara-
noturco (maiz), destinato per le parti interne
della Lombardia, ov’è questa la, sostanza ali-
mentare di maggior uso nelle campagne, paga-
rono :
Per transito franchi . . 158,93
» diritto di fondo 57,12
» taglio e sigillo . . . 24,26
» decimo di sovrimposta . 65,36

305,67

Questa gravosa somma per un carico di gra-


noturco e per la sole dogana di Parma. Quanto
poi alla dogana, di Modena, lo stesso convoglio
470 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - 11

. d i granoturco, quivi indicato in quintali 028,


, avrebbe dovuto pagare, a rigore di tariffa, al-
trettanto e più, cioè franchi 314. Ma per un ri-
piego introdutto d a quei finanzieri affine di non
ostruire affatto la navigazione e perdere tutto il
frutto delle loro illegali esigenze, pagò, invece
del diritto di transito, prima il diritto d’entrata,
poi quello d ’ u s c i t a ; i quali sommano in comples-
so a franchi 196,24; tanto esorbitante è la mi-
sura del dazio di transito che pesa sugli esteri,
in confronto delle dogane d’entrata e uscita che
naturalmente sono destinate a pesare sui nazio-
nali. Non è quindi meraviglia se, nel corso d i
anni trenta. questi abusi soppressero quasi inte-
ramente quel trasporto di risi e di formaggi che
dalle provincie di Pavia, di Milano e di Lodi e
Crema, con nessun dispendio di forza traente,
scendeva a seconda del fiume, a trovare un facile
smercio fra le popolazioni di Venezia e di Trieste.
Lo stesso arenamento si mostrò nello smercio del
vino, ch’è il principal produtto delle terre adja-
centi al Po, le quali sì per la loro natura sab-
biosa, sì per la difficultà degli scoli, non poten-
dosi sottoporre a irrigazione, sono coltivate prin-
cipalmente a viti e nel Cremonese e nel Manto-
vano: I vini modenesi ebbero un indebito vantag-
gio sui vini indigeni, che dovettero pagare il
gravoso tributo a Modena e a Parma, per rag-
giungere il luogo di consumo nelle interne pro- ,
vincie irrigatorie, ove l’uso popolare del vino,
massime in mezzo alle risaje, è un oggetto di.
necessaria salubrità. Si paga in proporzioni pure
esorbitanti tanto pel transito dei fieni quanto per
quello dei letami, con grave detrimento delle
provincie che ne abondano e di quelle che per di-
fetto d’irrigazione ne scarseggiano. Si paga perfi-
SUI DANNI RECATI ALLA NAVIGAZIONE DEL PO 471
no pel transito delle miserabili canne e lische,
che dalle paludi mantovane e veronesi si recano
a Milano per varii usi e che servono a d occupare
l’infima. industria delle Pie Case di Ricovero. Una
molestia assai grave deriva da questi pretesi di-
ritti di transito alle provincie basse, le quali
mancano di materiali sì per gli edificj che per le
strade. 1 graniti che servono al lastrico di Cre-
mona ed altri luoghi, ne sono aggravati in mo&
esorbitante. Le ghiaje stesse sono colpite dalla
dogana modenese collo stesso dazio cui sono sog-
gette le calci, cioè di quattro centesimi di franco
per quintale, o circa una lire austriaca per me-
t r o cubo. A prova di ciò si dimette un attestato
di padroni di barche e appaltatori delle provin-
cie di Cremona e Mantova, costretti a pagare ri-
petuto transito alla dogana parmigiana e mode-
nese per le ghiaje, che, raccolte alle foce del-
l’Adda, servono alla costruzione e manutenzione
delle regie strade p o s t a l i ! E’ questa una delle
ragioni per cui questa triviale materia, che in
taluna delle nostre provincie non ha quasi va-
lore alcuno, in altre giunge perfino a lire sette
per metro cubico. Cresce perciò la difficultà di
costruire e conservare le buone strade; e di rim-
balzo, all’intralcio delle vie d’aqua, si aggiun-
ge l’intralcio delle vie di terra!
i n nessuna cosa appare tanto manifesto il
danno generale delle popolazioni congiunto a
quello del regio erario, quanto nel trasporto dei
materiali ad uso delle strade ferrate. L’accre-
sciuta spesa delle costruzioni e manutenzioni deve
in ultimo conto ricadere in aumento dei pedaggi,
a detrimento della circolazione e quindi degli in-
troiti lordi e netti. E siccome lo stato si è costi-
tuito nella posizione di divenire in processo di
472 CATTANEO - SCRITTI ECONOMICI - ll

tempo il proprietario delle strade ferrate, è chia-


ro come il sole, che i diritti di transito, usurpati
dalle finanze parmigiane e modenesi, rappresen-
tano somme considerevoli indirettamente emunte
all’erario imperiale. Ora, la succitata bolletta
di transito delle finanze di Parma, di cui qui si è
dimessa copie notarile, dimostra che quintali 1197
di spranghe di ferro, cioè di raili destinati per
la gran linea lombardo-veneta, pagarono per di-
ritto di transito a quella sola dogana franchi
359,74; e che quintali 543 di carbon fossile, pro-
veniente dall’Inghilterra e per l’eguale destina
zione, pagarono franchi 54,04. Quanto enorme sia
il danno che questa sola impresa, e quindi indi-
rettamente lo stato, viene a soffrire dell’abusiva
interposizione di queste gravezze, si può facil-
mente imaginare da chi faccia conto dell’enorme
massa di raili e d’altre ferramenta, locomotive e
apparecchi d’ogni maniera, che dovranno condursi
tanto dall’estero quanto dagli altri stati della
Monarchia, e dell’immensa massa di carbon fos-
sile che dovrà in perpetuo recarsi dall’estero, per
alimentare tutte le strade ferrate d’un paese a
cui la natura sembra aver negato questo prezioso
materiale.
Se, ad esempio di Parma e di Modena, anche
lo Stato Pontificio, il Sardo e il Lombardo-Ve-
neto, in adempimento alla convenuta, uniformitàh,
concorressero ad angariare nello stesso modo la
navigazione del Po, essa rimarrebbe, contro il
voto della provida natura e contro ogni principio
d’arte amministrativa, onninamente oppressa e
annientata. Poichè dunque non è possibile nè
desiderabile che gli altri stati si uniformino al-
l’esempio di Parma e di Modena, è pur necessa-
rio che l’uniformità risulti dalla prevalenza del
SUI DANNI RECATI ALLA NAVIGAZIONE DEL PO 473

più giusto e più utile tenore di condotta che os-


servano quegli altri stati.
Giusta le cose brevemente accennate, gli in-
teressi sì del commercio, sì dell’industria, sì del-
l’agricultura , concorsono con quelli dell’erario
a mettere in luce l’enorme usurpazione che, al co-
spetto di tutta l’Europa, partecipe e responsabile
dei trattati, si commette già d a trent’anni da
questi due governi a danno dei loro confinanti ed
alleati, a cui tengono tanti doveri di ricono-
scenza : ad interruzione tanto del traffico vicinale
quanto della più grandiosa linea del commercio
asiatico-europeo : e infine ad avvilimento di buo-
ne e industriose popolazioni, le quali avendo, in
conseguenza del trattato di Vienna, sofferto tutti
i mali d’un improviso smembramento, hanno tanto
più ragione d’invocare che vengano poi adem-
piute finalmente, dopo trent’anni, anche quelle
altre disposizioni dello stesso trattato che pos-
sono recarvi qualche sollievo. Possano una volta
surgere anche all’Italia quei luminosi principj di
diritto publico e di buona amministrazione, che
risplendono nella Lega Doganale della Germania ;
e ne sia primo preludio l’abolizione di queste
tanto dannosa e improvida illegalità.
Milano, aprile 1845.
INDICE

I ......... - Nota sulle angustie attuali del com-