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Gino Vatteroni

Sindacalismo, anarchismo e lotte sociali a Carrara


dalla prima guerra mondiale
all’avvento del fascismo.
Indice generale

Introduzione I

Capitolo I
LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE A CARRARA DAL 1919 AL 1926.
1.1. L’industria dei marmi nel dopoguerra 3
1.2. Brevi cenni su popolazione, borghesia e proletariato 14

Capitolo II
IL MOVIMENTO OPERAIO CARRARESE DURANTE IL BIENNIO ROSSO (1919-1920).
2.1. La riorganizzazione della Camera del Lavoro di Carrara 29
2.2. Il sindacalismo d’azione diretta della C.d.L. di Carrara:
principi teorici e mezzi pratici 35
2.3. La Camera del Lavoro in azione 48
a) Le vertenze economiche 49
b) Le agitazioni sociali 63
c) Le iniziative politiche 83
2.4. Struttura e vita quotidiana dell’organizzazione operaia carrarese102

Capitolo III
ANARCHISMO ED ESPERIENZE LIBERTARIE A CARRARA DALLO SCOPPIO DELLA
GRANDE GUERRA ALL’AVVENTO DEL FASCISMO.
3.1. La «guerra alla guerra» degli anarchici apuani:
diserzioni e propaganda sovversiva 125
3.2. La riorganizzazione del movimento anarchico carrarese
nell’immediato dopoguerra 151
3.3. Iniziative ed esperienze libertarie dall’ottobre 1919 al
dicembre 1920 161
3.4. L’anarchismo carrarese nei primi mesi del 1921 216

Capitolo IV
MAGGIO 1921 – MAGGIO 1922: L’ANNO DI SANGUE. SQUADRISMO FASCISTA
E RESISTENZA ANARCHICA A CARRARA.
4.1. Le origini e la natura del fascismo carrarese 241
4.2. L’inizio dell’offensiva fascista e la resistenza sovversiva 265
4.3. I fatti di Sarzana, gli Arditi del popolo carraresi ed il patto
di pacificazione 305
4.4. La ripresa dell’offensiva fascista e la liquidazione
dell’Amministrazione comunale e della Camera del Lavoro
di Carrara 333

Appendice 371

Sezione fotografica:
a) L’industria dei marmi 453
b) Carrara e dintorni 457
c) Gli anarchici 464
d) Umberto Pedruzzi 474

Bibliografia 493

Indice dei nomi 501


CAPITOLO I

LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE A


CARRARA DAL 1919 AL 1926.

1.1. L’INDUSTRIA DEI MARMI NEL DOPOGUERRA.

«L’industria marmifera, nelle sue varie fasi (escavazione, segatura,


lavorazione, commercio) costituisce l’unica risorsa economica importante di
questo circondario e le conseguenze della guerra mondiale si sono fatte sentire
forse qui più che altrove». Così il presidente della Camera di Commercio e
Industria di Carrara Giorgini iniziava il suo memoriale, deliberato dal
consiglio camerale nell’adunanza del 31 agosto 1917, indirizzato al Presidente
del Consiglio dei ministri Paolo Boselli.1 Dopo aver brevemente accennato
alla posizione eminente che la produzione del marmo occupava nelle industrie
estrattive nazionali, l’estensore del memoriale riportava alcune cifre
riguardanti le capacità produttive della regione apuana prima dello scoppio
della grande guerra, per dare «una chiara idea della grandissima importanza
della nostra industria».2 Il Giorgini constatava poi come «la repentina

1
Memoriale a S.E. il Presidente del Consiglio dei ministri del 31 agosto 1917 in
Archivio di Stato di Massa (d’ora in poi ASM), Commissariato di P.S. di Carrara,
busta 53.
Cfr. Memoriale cit., pp. 3-4: «Nel 1912 si sono estratte dalle diverse cave d’Italia
oltre mezzo milione di tonnellate di marmo, di cui circa 400.000…furono scavate
nella regione apuana. […] Nel 1913 erano aperte 777 cave, con 12.340 operai; 154
segherie, con 1985 operai e 140 laboratori, con 290 operai, in totale erano impiegati
305 operai. […] Nel 1913, con un valore assoluto di 2.266 cavalli, ( i motori
elettrici ) rappresentavano oltre l’80 % dei motori applicati all’escavo. […] Il
prevalente problema dei trasporti è stato…risolto da ferrovie e tramvie marmifere che
dal mare salgono al monte, come quella di Carrara, che con grandiose opere d’arte,
per un percorso di 14 chilometri sale a oltre 1000 metri di altezza e costò circa 14
milioni. […] Il commercio del nostro prodotto si può riassumere, per il triennio 1911-
1913, nelle cifre seguenti:
1911 300.986 tonn. all’estero, 64.205 tonn. all’interno, per un totale di 365.191 tonn.
1912 326.953 tonn. all’estero, 62.506 tonn. all’interno, per un totale di 389.459 tonn.
3
chiusura dei mercati dell’Europa centrale e della Russia e la subitanea
restrizione del credito, obbligarono (nel 1914) alla sospensione del lavoro di
moltissime cave, segherie e laboratori e così ebbe inizio quella gravissima
crisi in cui l’industria ormai da tre anni si dibatte, senza aver trovato il modo
di superarla».3 Il documento proseguiva menzionando la notevole
diminuzione delle maestranze, in seguito ai richiami sotto le armi, notando
però come un buon numero di operai, specie al di sopra dei quarant’anni,
rimanessero ancora in loco e, non trovando qui salario, si pronosticava la loro
forzata partenza verso altre regioni in cerca di un lavoro che nella zona
apuana veniva a mancare, portando così l’industria marmifera a correre il
rischio di «perdere, con danno gravissimo per l’avvenire, la sua maestranza,
tecnicamente preparata».4 Si richiamava dunque l’attenzione del governo sul
grave problema, «che interessa la vita di tutta una regione», affinchè
l’industria marmifera, pur nelle proporzioni ridotte in conseguenza della
guerra, potesse in qualche modo continuare l’esercizio. E dopo aver affermato
che non si poteva «…costringere violentemente una popolazione che da
millenni vive dell’industria marmifera, a mutare d’un tratto le forme della
propria attività economica, essendo difficile la trasformazione tecnica delle
maestranze e addirittura impossibile la smobilizzazione dell’enorme capitale,
che le cave e gli opifici rappresentano […]», si concludeva con un appello al
Presidente del Consiglio affinchè «volesse compiacersi di inviare qui un
Funzionario di Sua fiducia, il quale abbia mandato di fare la più ampia
indagine su quanto noi abbiamo esposto, e riferire di conseguenza al Governo
circa i provvedimenti necessari…».5
Questo accorato lamento degli industriali locali cadde nel vuoto, anche
perché ben altri problemi attanagliavano l’Esecutivo nell’estate-autunno del
1917.6 Le «superiori esigenze della vita nazionale» impedivano al governo di
occuparsi della crisi dell’industria apuana, inadatta alle esigenze belliche del

1913 304.052 tonn. all’estero, 60.711 tonn. all’interno, per un totale di 364.763
tonn.».
Cfr. Memoriale cit., p. 4.
Cfr. ibid.,p. 4.
Cfr. ibid., pp. 4 e 8.
Nell’agosto di quell’anno si ebbe la sommossa degli operai di Torino causata dal
carovita e dalle dure condizioni di lavoro che il padronato e le autorità militari
avevano imposto nei numerosi stabilimenti adibiti alle forniture per l’esercito, la
quale si concluse con una cinquantina di morti tra i rivoltosi, una diecina tra la forza
pubblica e circa 200 feriti; nell’ottobre successivo, il 25, si ebbe la rotta di Caporetto
che accelerò la crisi del ministero Boselli, latente già da vari mesi per i dissidi tra i
gruppi politici che ne facevano parte, e che portò alle dimissioni del Presidente del
Consiglio e alla formazione di un nuovo gabinetto, il 31 ottobre, presieduto dall’on.
Orlando. Per tali vicende vedi G.CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, volume
VIII, Milano, Feltrinelli, 1996, pp. 170 e ss.
4
momento, i cui imprenditori venivano, tra l’altro, accusati di essere dei «gretti
egoisti, che altro non perseguono che il loro lucro ».7
Così, la crisi perdurò fino alla conclusione della guerra, e toccò il suo
culmine nel 1918, durante il quale il marmo escavato discese a 57.860
tonnellate, la produzione (tra marmi grezzi, segati e lavorati) a 49.430 tonn. e
le spedizioni all’estero e all’interno a 45.361 tonn.8 La manodopera impiegata
in detto anno nel carrarese (comprese le cave del Sagro e di Equi) fu di 1.650
operai addetti alle cave9 e di circa 627 operai addetti alle segherie, laboratori,
trasporti e caricamento, per un totale di circa 2.277 lavoranti.10
Con la fine della guerra, l’industria marmifera cominciò gradualmente a
risollevarsi dalla crisi. Il progressivo rientro in “patria” degli uomini che erano
stati richiamati alle armi, la forte ripresa del commercio internazionale,
favorita anche dall’inflazione, e le crescenti richieste di marmo da parte dei
mercati esteri, portarono ad un notevole aumento della produzione e delle
spedizioni dell’industria carrarese:11
PRODUZIONE MARMI NELCARRARESE
(comprese le cave del Sagro e di Equi e le segherie di Monzone)
Marmo Marmo grezzo trasformato Marmo grezzo trasformato
Marmo rimasto in segato in lavorato Produzione globale
Anni
escavato grezzo Segato prod Lavor. prod (b)
Quantità Quantità
I (a) (a)
1919 181.312 58.130 101.895 82.535 21.287 8.515 149.180

1920 220.814 79.819 116.853 94.651 24.142 9.657 184.127

1921 158.102 49.888 88.259 71.490 19.955 7.982 129.360

1922 225.641 86.393 114.571 92.803 24.677 9.871 189.067

Cfr. Memoriale cit., p. 5.


Tali cifre si riferiscono ai marmi escavati, prodotti e spediti dalla zona marmifera
carrarese (comprese le cave del Sagro e di Equi, poste nel comune di Fivizzano), escluse
le zone di Massa e della Versilia che, assieme alla prima, compongono l’intera regione
marmifera apuana. I dati sono ripresi dalla “Rivista del Servizio Minerario” [d’ora in poi
R.S.M.], Ministero per l’Agricoltura Ispettorato Centrale Tecnico delle miniere, anno
1918, pp. 62 e ss. Nel 1913 il marmo escavato nel carrarese fu di
400 tonnellate.
Cfr. R.S.M., anno 1918, p. 62.
Il dato sugli operai addetti alle segherie, laboratori, trasporti e caricamento è stato
calcolato ipotizzando che tali lavoranti fossero il 38% di quelli addetti alle cave. Nel
1913 gli operai addetti alle cave erano 8.530 e quelli addetti alle segherie, laboratori,
trasporti e caricamento 3.443, per un totale di 11.973 lavoranti nel marmo. Su queste
ultime cifre vedi L.GESTRI, Capitalismo e classe operaia in provincia di Massa-
Carrara, Firenze, Leo S. Olschki ed., 1976, p. 33.
I dati delle tabelle sono tratti da R.S.M., anni 1919-1926. Le cifre si intendono in
tonnellate.
5
1923 268.066 86.961 147.858 119.765 33.247 13.299 220.025

1924 259.279 78.915 125.742 101.851 54.622 21.849 202.615

1925 328.075 101.935 153.185 124.080 72.955 29.182 255.197

1926 337.083 100.267 161.428 130.757 75.388 30.155 261.179

Si calcola che il marmo perda nella segagione il 19% del suo peso e nelle altre
lavorazioni (vasche per bagno, balaustri, monumenti, ecc.) circa il 60%.
La produzione globale è data da: I + Segato prod. + Lavor. prod.

SPEDIZIONI DI MARMO CARRARESE ALL’ESTERO E ALL’INTERNO


(compreso Monzone)
Spedizioni Spedizioni Spedizioni Spedizioni Spedizioni Spedizioni
Produzione all’estero da all’interno all’estero ai porti (b) all’interno globali
Anni globale nel Marina di da Marina di per per estero per all’estero e
Carrarese Carrara Carrara ferrovia via ferrovia ferrovia all’interno dal
(1) (2) (a) (a) (a) Carrarese
1919 149.180 31.419 23.408 27.894 32.094 29.009 143.824

1920 184.127 43.160 22.754 26.669 43.745 32.412 168.740

1921 129.360 39.367 12.687 23.939 26.941 27.308 130.242

1922 189.067 65.722 10.563 20.781 58.758 31.756 187.580

1923 220.025 75.276 9.671 23.271 67.813 32.405 208.436

1924 202.615 62.052 12.459 29.774 69.781 29.986 192.666 (c)

1925 255.197 82.190 14.511 38.331 88.468 35.976 259.476

1926 261.179 103.785 19.902 41.225 76.133 38.782 268.847 (d)


Per mare.
Per mare [cabotaggio].
Dalle stazioni di Avenza, Carrara e Monzone.
Porti di Livorno, Viareggio, Genova e Venezia.
Le spedizioni globali dal Carrarese furono di 204.052 tonn., ma a tale cifra
bisogna sottrarre 11.386 tonn. di marmo proveniente da altre regioni d’Italia e da qui
spedite all’estero.
Le spedizioni globali dal Carrarese furono di 279.827 tonn., ma a tale cifra
bisogna sottrarre 10.980 tonn. di marmo proveniente da altre regioni d’Italia e da qui
spedite all’estero.

SPEDIZIONI ALL’ESTERO DI MARMO CARRARESE PER MARE E PER


FERROVIA
Percentuale sulle spedizioni globali (estero +
Anni Spedizioni all’estero
interno)
1919 91.407 63,5 %
1920 113.574 67,3 %
1921 90.247 69,3 %
1922 145.261 77,4 %

6
1923 166.360 79,8 %
1924 150.221 (a) 78,0 %
1925 208.989 80,5 %
1926 210.163 (b) 78,2 %
Il totale delle spedizioni dal Carrarese fu di 161.607 tonn., ma a questa cifra
bisogna sottrarre 11.386 tonn. di marmo proveniente da altre regioni d’Italia e da qui
spedito all’estero.
Il totale delle spedizioni dal Carrarese fu di 221.143 tonn., ma a questa cifra
bisogna sottrarre 10.980 tonn. di marmo proveniente da altre regioni d’Italia e da qui
spedito all’estero.

PAESI PRINCIPALI DI DESTINAZIONE DEL MARMO CARRARESE


(1919-1926)
Quantità di marmo Percentuale in rapporto alle spedizioni
Paesi
importato globali all’estero dal 1919 al 1926 (a)

FRANCIA 173.958 14,51 %


ARGENTINA 90.602 7,56 %
STATI UNITI 89.606 7,47 %
GERMANIA 68.787 5,74 %
SVIZZERA 63.164 5,27 %
INGHILTERRA, MALTA,
50.476 4,21 %
GIBILT.
SPAGNA 31.525 2,63 %
BELGIO 28.414 2,37 %
BRASILE 22.969 1,92 %
AFRICA FRANCESE 18.776 1,57 %
INDIE, INDOCINA E SIAM 17.854 1,49 %
EGITTO E AFRICA INGLESE 16.365 1,36 %
Le spedizioni globali all’estero dal Carrarese dal 1919 al 1926 furono di 1.198.588
tonn. di marmo.

A parte la netta flessione registratasi nel 1921, coincidente con la crisi che
colpì l’economia mondiale verso la metà del 1920 e che si protrasse per tutto
l’anno seguente,12 e il rallentamento del 1924, causato da uno sciopero delle

«Nella prima metà del 1920 la tendenza all’espansione [economico-commerciale]


si arrestò, dapprima negli Stati Uniti, nel Canada e in Giappone, poi, durante l’estate,
in Inghilterra e in Francia. Infatti si manifestò dappertutto una diminuzione della
domanda, specialmente nei paesi europei, che per l’impoverimento determinato dalla
guerra non erano in grado di assorbire oltre certi limiti l’eccedente produzione
americana. Al tempo stesso la politica deflazionistica adottata da alcuni governi
cominciò a restringere il credito e a ridurre la circolazione monetaria. Vi fu quindi un
calo generale dei prezzi, che provocò la crisi delle industrie col solito seguito di
7
maestranze apuane che, iniziato il 31 ottobre, durò ben 58 giorni, provocando
la quasi totale “paralisi” delle operazioni commerciali,13 la crescita della
produzione e delle spedizioni fu costante, il che consentì, negli anni 1925 e
1926, di superare la cifra di 325.652 tonn. di marmo escavato raggiunta nel
1912, che rappresentava il massimo fino ad allora stabilito dall’industria
carrarese.14
Comunque, se si comparano i dati riguardanti la produzione globale
(grezzo, segato e lavorato) del quinquennio immediatamente precedente lo
scoppio del conflitto mondiale (1910-1914), pari a 1.281.625 tonn.,15 e del
quinquennio del dopoguerra in cui si raggiunsero i livelli più alti di
produzione (1922-1926), pari a 1.128.083 tonn.,16 si può notare una lieve
diminuzione, evidenziata ancor meglio dalle rispettive medie annue : 256.325
tonn. in confronto a 225.616,6 tonn.
Questo dato rivela come i metodi di escavazione e di produzione fossero
rimasti pressochè uguali nei due periodi presi in esame. In effetti la vera e
propria “rivoluzione” nella coltivazione del marmo si era già avuta nel primo
quindicennio del secolo, durante il quale «l’uso del filo elicoidale, della
puleggia penetrante, delle teleferiche…ed infine del martello pneumatico,
andò progressivamente generalizzandosi, grazie anche al processo di
elettrificazione che contribuì in modo determinante al nuovo accelerato
sviluppo dell’industria del marmo ».17
Nel primo dopoguerra, vennero aumentati il numero e la potenza dei
motori, soprattutto quelli elettrici, in uso nel processo di escavazione della

fallimenti e di disoccupazione. […] In Italia la crisi si fece sentire con un certo ritardo
rispetto all’Inghilterra e alla Francia […]»: G.CANDELORO, op. cit., p. 363. Sulla
crisi economica del 1921, cfr. anche R.ROMEO, Breve storia della grande industria
in Italia, Bologna, Cappelli, 1972, pp. 93 e ss. Per quel che riguarda le esportazioni di
marmo dal Carrarese, si può notare la forte diminuzione registratasi nelle spedizioni
verso i porti di Livorno, Viareggio, Genova e Venezia di prodotto destinato all’estero;
tra i paesi importatori vi fu una sensibile contrazione dei mercati francese (da 19.159
tonn. nel 1920 a 13.659 tonn. nel 1921), sudamericano (da 13.184 tonn. a 8.953 tonn.)
e belga (da 3.326 tonn. a 1.196 tonn.): cfr. R.S.M., anni 1920-1921.
Cfr. R.S.M., anno 1924.
Cfr. R.S.M., anno 1912.
Cfr. L.GESTRI, op. cit., p. 34.
Dato desunto da R.S.M., anni 1922-1926.
L.GESTRI, op. cit., p. 29. Per i metodi di coltivazione in uso nelle cave apuane fino
alla fine dell’ottocento si veda Ministero Agricoltura Industria e Commercio –
Direzione Generale dell’Agricoltura, Studio sulle condizioni di sicurezza delle
miniere e delle cave in Italia, Roma 1894. Gestri nella sua op. cit. a p. 27, nota 52,
riporta, quale esempio, dal suddetto studio, una descrizione del sistema di
coltivazione mediante grandi varate, che venne poi, a partire dagli inizi del novecento,
gradualmente limitato per far posto all’utilizzo degli impianti di filo elicoidale.
8
roccia, come risulta dal raffronto dei dati raccolti nelle diverse annate dal
Corpo R. delle Miniere:

MOTORI IMPIEGATI NELL’ESCAVAZIONE DEL MARMO NEL


CARRARESE (1904-1913)
Anni Motori elettrici Motori a vapore Motori a petrolio TOTALE
Numero Potenza HP Numero Pot. HP Numero Pot. HP Numero Pot. HP
1904 8 204 1 12 3 20 12 236
1908 40 409 - - 4 45 44 454
1913 102 1.235 - - 8 191 110 1.426

MOTORI IMPIEGATI NELL’ESCAVAZIONE DEL MARMO NEL


CARRARESE (1919-1926)
Motori idraulici o elettrici
Motori a petrolio, vapore o gas TOTALE
Anni Numero Potenza HP
Numero Potenza HP Numero Potenza HP

1919 126 1.687 8 191 134 1.878

1920 140 2.006 7 166 147 2.172

1921 140 2.200 7 166 147 2.366

1922 140 2.200 5 137 145 2.337

1923 155 2.180 3 155 158 2.335

1924 157 2.250 8 264 165 2.514

1925 180 2.541 6 183 186 2.724

1926 188 2.638 6 183 194 2.821

Aumentò pure l’installazione di teleferiche, tra i piazzali delle cave e le


diverse stazioni o imbarcatelli della Ferrovia Marmifera, di «grande utilità per
il trasporto dei materiali e della sabbia necessaria per i tagli col filo
elicoidale».18 Tra queste, quelle di « portata superiore ad una tonnellata
[venivano] anche adoperate per il trasporto dei piccoli blocchi di marmo».19
Il trasporto dei marmi di più grosse dimensioni dalle cave ai poggi di
caricamento, continuava ad essere effettuato con l’antichissimo metodo della
lizzatura,20 considerata «primitiva e costosissima» dall’ingegnere Capo del
Distretto minerario di Carrara.21

R.S.M., anno 1920, p. 66.


R.S.M., ibid.
Il blocco di marmo veniva posto su due grosse travi di legno, rozzamente foggiate a
scafo, e a mezzo di due grosse funi (canapi), attorte a dei pioli (piri) infitti nella
roccia, veniva fatto lentamente scivolare, a forza di braccia, sopra minori travi di
9
Nel 1924, la Camera di Commercio di Carrara, nel tentativo di risolvere il
“problema” della lizzatura, indisse un concorso a premio per un sistema
pratico meccanico, ma tutti i progetti presentati vennero scartati e le 30.000
lire del premio non furono assegnate.22 Due anni dopo, l’ingegnere Capo
annotava nella sua relazione che «ove la via di lizza lo permetteva si effettuò
la lizzatura mediante argano ed un’unica fune metallica da mm. 32, essendo
quello azionato da motore asincrono funzionante da generatore e quindi da
freno nella discesa e da motore nella ripresa del cavo ».23 Uno dei maggiori
esercenti di cave di Carrara, il cav. Carlo Andrea Fabbricotti, in un articolo
pubblicato sulla rivista “L’organizzazione scientifica del lavoro” del giugno-
settembre 1926, affermava che «…il Signor Cesare Frugoli […] sciolse (per la
vallata di Lorano) nel modo più pratico e più efficace, l’arduo problema della
lizzatura meccanica. Col suo nuovo metodo, uno speciale argano elettrico, con
duplice rullo di avvolgimento, comanda, lungo la china, una corda di acciaio
del diametro di 36 mm. e quindi capace di sorreggere il peso di 56 tonnellate».
Ai due capi di tale cavo erano fissati due carrelli che scorrevano su un binario
posto sul fondo instabile del ravaneto, e che dunque, durante il loro tragitto in
salita e in discesa, si incrociavano a metà strada, dove c’era uno scambio
automatico che permetteva loro di continuare la corsa sull’unica linea di
cammino. La corda, previa un riuscitissimo sistema di carrucole, seguiva il
percorso del binario, «il quale, per la lunghezza di circa 1250 metri, [correva]
dalla stazione di partenza alla stazione di arrivo, superando pendenze del 75
e curve di 6 metri di raggio».24 Il Fabbricotti, però, concludeva che «…non
in tutte le località codesto sistema può venir applicato».25 In definitiva,
l’unica “innovazione” generalizzata nella lizzatura fu l’uso dei cavi d’acciaio
al posto dei costosissimi canapi, che risultarono essere più resistenti e quindi
potevano «sorreggere cariche assai più rilevanti».26 Il “motore” che continuò
ad essere impiegato fu quello umano.

legno (parati), opportunamente insaponate, che venivano mano a mano poste sotto la
rudimentale “slitta” che trasportava il blocco, lungo tutta la cosiddetta via di lizza
(che poteva arrivare a pendenze del 60-70 %), fino ad arrivare al poggio di
caricamento della cava. Da qui il blocco veniva trasportato al piano o su carri trainati
da varie coppie di buoi, o, il più delle volte, sui vagoni della ferrovia marmifera, che
scendeva fino alla stazione di Avenza, collegata ai binari della rete nazionale, e alla
Marina di Carrara che, coi suoi tre pontili, fungeva da “porto” d’imbarco dei marmi
per i velieri o vapori diretti all’estero e all’interno.
Relazione dell’ingegnere Capo in R.S.M., anno 1922, p. 60.
Cfr. R.S.M., anno 1924, Relazione dell’ingegnere Capo del Distretto di Carrara.
Cfr. R.S.M., anno 1926, ibid.
C.A.FABBRICOTTI, Alcuni cenni circa l’industria marmifera apuana , Borgo Val
di Taro 1928, p. 74.
C.A.FABBRICOTTI, ibid., p. 75.
C.A.FABBRICOTTI, ibid., p. 76. I canapi generalmente, per un carico del peso
medio di 15 tonn., avevano un diametro di 6 cm. e una lunghezza di circa 60 metri.
10
Un ulteriore e grave problema, già evidenziatosi nel passato, che
preoccupava l’ingegnere Capo del Distretto minerario di Carrara era quello
dei detriti, che andavano sempre più aumentando, i quali «[dilagavano] in
basso, ingombrando e seppellendo le cave sottostanti e i poggi caricatori,
minacciando perfino le vie di transito dei carri». Dopo aver richiamato
l’attenzione da parte degli industriali del marmo delle Alpi Apuane in merito a
tale questione, l’estensore della relazione era costretto ad ammettere che
«…finora nessun mezzo è stato escogitato per portar fuori dalla regione
marmifera il materiale di rifiuto che man mano si produce».27
Per quel che riguarda il trasporto dei marmi dai monti al mare, questo
veniva effettuato soprattutto attraverso la Ferrovia Marmifera, la cui
costruzione aveva avuto inizio nel 1871,28 che collegava «tutti i centri di
maggior produzione della vallata carrarese, quali Colonnata, Fantiscritti,
Canal Grande e Ravaccione»29 con la città, la stazione di Avenza e Marina di
Carrara. Questa

«[…] oggi (1926) aggiunge alla sua linea principale, lunga più di 20
chilometri, altri 10.500 metri di binari di raccordo a segherie e depositi;
possiede potenti grue elettriche alle stazioni di Fantiscritti e
Ravaccione, trasporta attualmente, dal monte al piano, oltre 200.000
tonnellate di marmo e dal piano al monte, circa 50.000 tonnellate di
materiali di consumo per la produzione, e … con tutto ciò […] ormai
più non basta a sopperire alle esigenze del suo accresciuto lavoro». 30

Nelle segherie, le lame dei telai adibiti al taglio dei marmi erano azionate in
prevalenza da motori idraulici, oppure, nei siti lontani dai corsi d’acqua, da
motori elettrici, a vapore, a gas o a petrolio, mentre tutto il lavoro di carico e
scarico, e tutte le manovre per il collocamento dei blocchi sui carrelli o sotto i
telai, veniva eseguito «mediante grue ed argani mossi dall’energia elettrica».31

Nel 1926 l’adozione dei cavi di acciaio, dopo alcuni tentativi di resistenza da parte
degli impresari di lizza, era quasi generale.
Relazione in R.S.M., anno 1923, p. 71.
Sulla Ferrovia marmifera si veda L. GESTRI, op. cit., pp. 15-16.
L. GESTRI, ibid., p. 15.
C.A.FABBRICOTTI, op. cit., pp. 55-56.
C.A.FABBRICOTTI, ibid., p. 70. Il “telaio” comprendeva un numero vario di lame
parallele che, scorrendo orizzontalmente, corrodevano con l’aiuto dell’acqua e della
sabbia fossile, reperita principalmente presso il Lago di Massaciuccoli, il marmo per
confricazione tagliandolo ad una velocità di circa cm. 30 al giorno (cfr.
L.LAVAGNINI, Carrara, nella leggenda e nella storia, Livorno 1962).
11
Infine, nei laboratori del carrarese, oltre agli attrezzi tradizionali del
mestiere, si faceva largo uso di «torni, sagomatrici, tagliatrici, lucidatrici,
scalpelli pneumatici».32
Parallelamente all’aumento della escavazione, produzione e spedizione dei
marmi, nel dopoguerra, cresceva anche il numero degli operai occupati sia
alle cave, sia nelle segherie e laboratori, sia nei trasporti e caricamenti:33

MANODOPERA IMPIEGATA NELL’ESCAVAZIONE DEL MARMO NEL


CARRARESE
(CAVE DEL SAGRO ED EQUI COMPRESE)
Cavatori, Segatori a Manovali Manovali Manovali Manovali
Capi braccia e maschi femmine
Anni cava minatori e a filo maschi sotto i 15 femmine sotto i 21 Lizzatori TOTALE
riquadratori elicoidale adulti anni adulte anni
1919 390 3.200 170 1.560 230 64 42 490 6.146
1920 455 4.418 235 2.140 280 52 36 710 8.326
1921 391 3.788 202 1.835 240 33 16 610 7.115
1922 460 4.280 245 2.070 265 18 22 690 8.050
1923 486 4.220 330 2.250 310 22 28 710 8.356
1924 478 4.160 332 2.225 298 23 26 698 8.240
1925 502 4.490 370 2.390 322 24 32 770 8.900
1926 502 4.576 378 2.433 328 22 35 786 9.060

MANODOPERA IMPIEGATA NELL’INDUSTRIA DEL MARMO NEL


CARRARESE
(CAVE DEL SAGRO ED EQUI COMPRESE)
Nelle segherie, laboratori, trasporti e
Anni Alle cave TOTALE
caricamenti
1919 6.146 2.335 (a) 8.481
1920 8.326 3.164 (a) 11.490

1921 7.115 2.704 (a) 9.819

1922 8.050 2.978 (c) 11.028

1923 8.356 3.093 (b) 11.449

1924 8.240 3.050 (c) 11.290

1925 8.900 3.293 (c) 12.193

1926 9.060 3.352 (c) 12.412

32
C.A. FABBRICOTTI, op. cit., p. 72. Alcuni degli utensili tradizionali,
comunemente chiamati “ferri”, erano: scalpelli di varia grossezza e forma, unghietti,
gradini a tre o più denti, subbie, stampi, mazzuoli di vario peso, martelline, violini
(sorta di trapani a corda), lime e raspe, “ferri da rasare”, “graffietti” ecc.
Dati tratti da R.S.M., anni 1919-1926.
12
Cifra calcolata ipotizzando che sia il 38 % della manodopera impiegata alle cave.
Cifra reale.
Cifra calcolata ipotizzando che sia il 37 % della manodopera impiegata alle cave.

Anche qui, si può notare un graduale incremento della manodopera impiegata


nell’industria del marmo, ad eccezione del 1921 – anno di crisi e di declino
nella produzione che provocò numerosi “tagli” tra gli operai –, che portò a
recuperare e a superare di poco i livelli dell’anteguerra.34
Interessante è il dato riguardante il marmo escavato per lavorante:35

Anni 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926


Marmo escavato
29,50 26,52 22,22 28,03 32,08 31,46 36,86 37,20
per lavorante

Si vede come negli anni 1919-1921 questo diminuisca rapidamente, in


quantochè in rapporto all’aumento della quantità di escavato corrisponde una
crescita più marcata degli operai addetti alle cave, frutto di una più tenace
combattività del proletariato carrarese nell’immediato dopoguerra. A tal
proposito, l’ingegnere Capo del Distretto commentava che l’incremento
avutosi nell’uso dei mezzi meccanici nella coltivazione delle cave era dovuto
anche «[…] per sopperire ed integrare la deficiente qualità di mano d’opera»,
ma doveva poi dichiarare che

«[…] l’operaio dopo la guerra ha ripreso il lavoro di mala voglia ed in


condizioni d’animo sempre agitato per le continue questioni
economiche sorte fra industriali ed operai. In conseguenza di che si è
avuta una forte riduzione nel rendimento di ciascun lavoratore, tanto
che la sua produzione annuale media è discesa da 30 tonnellate circa a
25 tonnellate circa».36

Al contrario, negli anni 1922-1926 il dato riprende a crescere, fino a superare


il livello dell’ultimo anno di guerra, stabilendo in tal modo un sinistro
parallelismo tra l’avvento e il consolidamento del fascismo a Carrara e il duro
periodo bellico.37 Le “Note sommarie sull’economia del Distretto nel 1923”,
a cura della Camera di Commercio e Industria, si concludevano con queste

Prima della guerra mondiale la manodopera impiegata nell’industria del marmo nel
carrarese era:
1908 8.100 alle cave, 2.940 nelle segherie, laboratori, ecc., per un totale di 11.040;
1911 8.530 alle cave, 3.443 nelle segherie, laboratori, ecc., per un totale di 11.973.
Questi ultimi dati sono tratti da L.GESTRI, op. cit., p.33.
Cifre tratte da R.S.M., anni 1919-1926. Corrisponde al rapporto tra escavato e
manodopera impiegata alle cave.
Relazione in R.S.M., anno 1920, p. 66.
Il marmo escavato per lavorante nel 1918 era stato di 35,06 tonnellate.
13
parole, chiaro segno della sconfitta e “normalizzazione” della classe operaia
realizzata dal nuovo Regime: «La pace sociale e la sicurezza economica,
riconquistate ad opera del Fascismo, hanno valorizzato a pieno l’attività
produttrice, ristabilendo le condizioni essenziali, che ne promuovono
l’affermazione e lo sviluppo».38
Ma “l’affermazione e lo sviluppo” dell’attività produttrice proseguì solo
fino al 1926, dopo di che iniziò una fase discendente, che portò l’industria
marmifera ad eguagliare, nel 1932-1933, i bassi livelli di escavazione
registrati durante la grande guerra.39

1.2. BREVI CENNI SU POPOLAZIONE, BORGHESIA


E PROLETARIATO.

La superficie territoriale del Comune di Carrara, rilevata dalla locale


Camera di Commercio e Industria, era pari a 70,84 Kmq., dei quali 57,40
«agricoli e forestali»,40 costituiti prevalentemente dalle cave di marmo. Il
censimento effettuato nel 1911 aveva registrato 49.492 persone residenti nel
comprensorio carrarese, cosicchè la densità di popolazione risultò essere di
699 abitanti circa per Kmq.41 Se si tiene presente che alla vigilia della prima
guerra mondiale la densità in Italia era di 121 abitanti per Kmq.,42 si può
comprendere il grado di concentramento presente nel relativamente piccolo
circondario. Il raffronto col limitrofo Comune di Massa, rende ancor più
evidente questo fatto: su una superficie territoriale di 93,75 Kmq., dei quali

38
Camera di Commercio e Industria di Carrara [d’ora in poi C.C.I.C.], Notizie
statistiche sull’andamento dei commerci e delle industrie nel distretto camerale, anno
1923.
Queste le cifre (in tonn.) delle quantità di marmo escavato nel carrarese dal 1927 al
1933:
1927 316.982 1928 252.833 1929 243.047 1930 236.579
1931 192.563 1932 146.597 1933 145.420.
Nel 1915 si ebbero 147.566 tonn. di marmo escavato.
Cfr. Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Massa e Carrara, L’industria del
marmo, 1952, pp. 22-23. Sulle vicende economiche dell’industria del marmo nel
periodo successivo al 1926 si veda A.BERNIERI, Storia di Carrara moderna (1815-
1935), Pisa 1983, pp. 209 e ss.
Cfr. C.C.I.C., Notizie statistiche cit., anno 1919.
Cfr. C.C.I.C., ibid.
Cfr. M.LIVI BACCI, La trasformazione demografica delle società europee, Torino
1990, p. 47.
14
79,55 agricoli e forestali, erano presenti, nel 1911, 30.484 persone, per una
densità pari a 325 abitanti ogni Kmq.43
Il progressivo sviluppo in senso capitalistico dell’estrazione e della
lavorazione del marmo apuano, a partire dalla prima metà del XIX secolo,
comportò una forte crescita della popolazione residente nel comune
carrarese,44 crescita alimentata anche dall’immigrazione di «molti operai
manuali dalla vicina Toscana e dalla Liguria».45 Dunque, l’andamento
demografico di Carrara era strettamente dipendente dalle “fortune”
dell’industria marmifera, la quale monopolizzava la vita del comprensorio sia
economicamente che socialmente.
L’ubicazione stessa della città e delle sue frazioni a monte, rivela
l’importanza fondamentale che il marmo esercitava sulla “comunità” locale.
Carrara sorge ai piedi delle Alpi Apuane, all’inizio del fondovalle che digrada
progressivamente sino al mare, mentre Torano, Bedizzano, Miseglia e
Colonnata, alcune delle “ville” secolari della zona, si trovano proprio a
ridosso delle più antiche e rinomate cave dell’Alpe carrarese. Gli abitanti di
questi paesi formavano in pratica il nucleo centrale del proletariato del
marmo, e la loro esistenza era strettamente legata a tale industria.46
Un’ulteriore conferma dell’importanza dell’escavazione e lavorazione del
marmo, è data dalle percentuali dei lavoranti occupati in questa attività
produttiva rispetto all’intera popolazione del Comune:

Cfr. C.C.I.C., Notizie statistiche cit., anno 1919.


La popolazione di Carrara città e frazioni dal 1851 al 1901 fu la seguente:
1851 15.201 1881 30.143
1861 17.182 1891 37.041
1871 23.827 1901 42.095
Dati tratti da M.BORGIOLI-B.GEMIGNANI, Carrara e la sua gente, Carrara 1977,
p. 38. La popolazione aumentò di 26.894 unità, cioè del 177% circa, il che dà un tasso
di incremento annuo, per il periodo preso in esame, del 3,5% circa. In Italia, dal 1858
al 1900, la popolazione crebbe di circa 10 milioni, cioè del 42%, con un tasso di
incremento annuo pari all’1%. Per i dati sull’Italia vedi M.LIVI BACCI, op. cit., p.
Sullo sviluppo dell’industria marmifera nel primo cinquantennio unitario si veda
L.GESTRI, op. cit., capitolo I.
Atti della Giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola,
vol. X, Roma 1883, p. 542.
Queste le percentuali rispettivamente dell’aumento della popolazione e del tasso di
incremento medio annuo di alcuni “paesi del marmo” del carrarese, per il periodo
1861-1911:
Bedizzano +101%, +2% Gragnana +176%, +3,5%
Codena +158%, +3% Miseglia +161%, +3%
Colonnata +197%, +4% Torano +104%, +2%
Cfr. M.BORGIOLI – B.GEMIGNANI, op. cit., p. 38.
15
Popolazione del Comune Manodopera impiegata % della manodopera impiegata rispetto
Anni
di Carrara nel marmo alla popolazione del Comune

1919 53.151 8.481 16 %

1920 54.303 11.490 21 %

1921 53.292 9.819 18 %


1922 53.635 11.028 20,5 %
1923 54.827 11.449 21 %

1924 56.091 11.290 20 %

1925 57.191 12.193 21 %

1926 58.254 12.412 21 %

Quindi, circa il 20% dell’intera popolazione del carrarese era di norma


impiegata nell’industria marmifera.47
Durante la grande guerra, la crescita demografica subì ovviamente una
battuta d’arresto, parallelamente anche alla crisi che colpì l’attività estrattiva,
ma negli anni immediatamente successivi al conflitto la curva della
popolazione del Comune riprese di nuovo a salire:

GRAFICO SULLA POPOLAZIONE CARRARESE (1919-1926)

59000
58000
57000
56000
55000
54000
53000
52000
1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926

Serie 1

Popolazione calcolata al 31-12-1918: 52.97248

Dati ricavati da C.C.I.C., Notizie statistiche cit., anni 1919-1926, e da R.S.M., anni
1919-1926. Si noti che la popolazione del Comune comprende, naturalmente, anche
gli abitanti in età non lavorativa (sotto ai 9 anni all’incirca).
Cfr. C.C.I.C., Notizie statistiche cit., anno 1919.
16
GRAFICO SUL TASSO D’INCREMENTO ANNUO DELLA POPOLAZIONE
(1919-1926)

3
2
1
0
1918 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926
-1
-2

Serie 1

TASSI D’INCREMENTO ANNUI DELLA POPOLAZIONE (1919-1926):


1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926

0,34 2,17 - 1,86 0,64 2,22 2,31 1,96 1,86

Dall’analisi del secondo grafico si può constatare una brusca caduta del
tasso di incremento annuo nel 1921, provocata da una molteplicità di fattori
concomitanti: la crisi dell’industria del marmo, che cominciò verso la fine del
1920 e si protrasse per tutto l’anno successivo, la quale arrestò il flusso
immigratorio degli operai delle regioni limitrofe in cerca di lavoro; le
difficoltà causate dal terremoto che colpì la Lunigiana nel settembre 1920, che
possono aver favorito un rallentamento delle nascite durante il 1921; un
probabile lieve aumento delle morti dovute al peggioramento della situazione
economica ed igienico-sanitaria in conseguenza dei primi due fattori; infine, si
può anche azzardare una certa incidenza da parte del violento “avvento del
fascismo” a Carrara, che provocò un rilevante crollo nella sicurezza e
tranquillità individuale e collettiva dei cittadini.49 Il tasso di incremento

Infatti, a Carrara, il movimento fascista nacque e si sviluppò assai rapidamente a


partire dal maggio 1921. La violenza organizzata dalle squadre fasciste contro le
leghe operaie, i circoli e i partiti politici di sinistra locali, risultò elevatissima proprio
durante il suddetto anno, e provocò numerosi morti, feriti, arresti ed “abbandoni” del
comprensorio apuano. Per una breve disamina sulle violenze fasciste durante il 1921-
1922 si veda il saggio di A.BERNIERI, La nascita del fascismo a Carrara, Firenze
17
riprende poi a salire, fino a stabilizzarsi intorno al 2% nel periodo 1923-
1926.50
Si è più volte sottolineata l’importanza dell’industria marmifera per la
popolazione di Carrara. Le sue fonti di produzione erano rappresentate dalle
cave aperte sulle Alpi Apuane. Lo sfruttamento dei cosiddetti agri marmiferi
era regolato da una serie di leggi risalenti al periodo della dominazione
Estense, che erano state recepite nel diritto dello Stato unitario, le quali
assegnavano la proprietà degli agri stessi al Comune, a cui bisognava dunque
rivolgersi per ottenere la concessione per l’apertura e l’utilizzo di una o più
cave. I livellari, coloro cioè che ottenevano tali concessioni, erano tenuti ad
una serie di obblighi, pena la caducità del livello, verso il Comune direttario.
In compenso, a loro favore stava la perpetuità e la trasmissibilità del livello
«sì per successione che per alienazione», la possibilità d’avere in livello un
numero illimitato di cave, la facilità della ricerca delle stesse, e, soprattutto,
l’irrisorietà del canone livellario, che era «proporzionato al reddito [agricolo]
del terreno che si allivella, e non già del prodotto che può ricavarsene
escavandovi i marmi».51 Così, mentre tutta la serie degli obblighi rimase,
complice il Comune e lo Stato unitario, per lo più lettera morta, le “nuove
forze borghesi” trovarono, a partire dalla seconda metà dell’ottocento, una
situazione «certo non scoraggiante in cui inserirsi ed in cui sviluppare il loro
dominio».52
Già verso la fine del secolo scorso, le «388 cave attive del Carrarese
[erano] sotto il controllo di non più di 20-30 famiglie o ditte; […]
primeggiavano … i Fabbricotti, che già verso il 1870 apparivano i più potenti
commercianti in marmo, e che allora, da soli, controllavano ben 55 cave, cui

1971, pp. 680 e ss., estratto da : AA.VV., La Toscana nel Regime fascista (1922-
1939), Firenze 1969.
Il tasso di incremento medio annuo per il periodo 1919-1926 risulta pari a 1,25%, e
la popolazione aumentò complessivamente del 9,97%. In Italia, nello stesso periodo,
il tasso di incremento medio annuo fu del 1,32%, e la popolazione aumentò del
10,58%. I dati per l’Italia, nei suoi confini dell’epoca, sono dedotti da
A.BELLETTINI, La popolazione italiana dall’inizio dell’era volgare ai giorni nostri.
Valutazioni e tendenze, in Storia d’Italia, volume V, I documenti I, Torino 1973, pp.
522-523.
Le citazioni sono tratte dalla “Notificazione” del 14 luglio-3 dicembre 1846 (che
disciplinava il regime di concessione per le cave ubicate negli agri di proprietà
comunale, e cioè per la stragrande maggioranza delle cave stesse), riprodotta in
C.PICCIOLI, Gli agri marmiferi del Comune di Carrara, Carrara 1956, p. 102 e ss.
Sulla questione della proprietà degli agri marmiferi e sulla situazione economica e
sociale del comprensorio carrarese in età moderna, cfr. M.DELLA PINA, La famiglia
Del Medico. Cavatori e mercanti a Carrara nell’età moderna,
Sul processo di accaparramento delle fonti di produzione (gli agri) da parte delle
forze borghesi e sul loro accentramento nella mani di pochi in epoca pre e post
unitaria si veda L.GESTRI, op. cit., pp. 38 e ss., da cui è tratta anche la citazione.
18
debbono aggiungersene altre 14, detenute assieme ad altri […]».53 Accanto ai
grandi proprietari o livellari vi erano gli affittuari, «categoria questa
estremamente composita, ove, vicino a ditte di primo piano, quali la
“Walton”», stavano piccoli imprenditori o addirittura semplici cavatori.54
Infatti, da vari decenni si era imposta la tendenza a cedere in affitto, o in
subaffitto nel caso dei grandi affittuari, i filoni marginali, per gli evidenti
vantaggi che ne derivavano ai grandi proprietari. Questi potevano in tal modo
godere di una cospicua “rendita industriale”, poiché l’affittuario era obbligato
a corrispondere loro, in denaro o in marmo, un canone annuo assai elevato, di
norma pari a 1/7 del prodotto della cava in oggetto. Inoltre, o per l’accordo
stipulato in precedenza, o per il fatto che il piccolo affittuario non disponeva
quasi mai di una propria organizzazione commerciale, il concedente poteva
assicurarsi la sua intera produzione a prezzi di tutto vantaggio.55 In
conseguenza di ciò, l’autonomia e l’indipendenza che i “settimisti”56
potevano raggiungere era, nella maggior parte dei casi, più formale che
sostanziale. «Economicamente deboli […] essi avvertiranno i contraccolpi di
ogni stormir di foglia sul mercato»,57 e ad ogni fase critica le prime cave che
venivano abbandonate erano sempre le loro, costringendoli a tornare a
lavorare come “semplici” salariati.
Durante il periodo bellico, moltissime cave vennero chiuse, fino ad arrivare,
nel 1918, ad un numero di cave attive pari a 105.58 Nel dopoguerra, la
riacquistata “normalizzazione” economica e commerciale comportò la
riapertura di vari siti di estrazione:

ANNI 1919 1920 1921 1922 1923 1924 1925 1926


Cave attive nel Carrarese (dati
tratti dalla Rivista del Servizio 380 441 378 435 474 467 490 490
Minerario)

All’inizio del 1919, l’ingegnere Capo del Distretto minerario di Carrara


inviava al Sindaco Starnuti un elenco «nel quale sono comprese le cave e vie
di lizza [esistenti nel Comune di Carrara] che non hanno mai denunziato la

L.GESTRI, op. cit., pp. 41-42.


Cfr. L.GESTRI, ibid., p. 42. L’importante ditta inglese “Walton” possedeva diverse
cave, la maggior parte delle quali erano ubicate nei territori del Monte Sagro e di
Equi.
Cfr. A.BERNIERI, Cento anni di storia sociale a Carrara (1815-1921), Milano
1961, pp. 170-171.
Col termine “settimista”, derivato appunto dal canone pagato annualmente al
proprietario, venivano indicati i piccoli affittuari di cave.
L.GESTRI, op. cit., p. 44.
R.S.M., anno 1918, p. 62. Le cave attive nel 1913 furono ben 638, cfr. L.GESTRI,
op. cit., p. 32.
19
cessazione d’esercizio».59 Da questo risultavano 484 cave in esercizio,60 delle
quali ben 220, circa il 45%, appartenevano ad una ventina di famiglie. Tra i
casati più importanti vi troviamo: i Fabbricotti, che controllavano 45 cave, da
soli o con altri; i Cattani, con una ventina di cave; i Dell’Amico, con 19 cave;
gli Andrei, 13 cave; i Gattini, 13 cave; i Faggioni, 9 cave; i Dervillè, 8 cave; i
Frediani, 8; i Vanelli, 7; i Lazzoni, i Figaia, i Granai, i Guadagni, i Lombardi
e i Pisani, con 6 cave ognuno; i Nicoli, gli Odling, i Manfredi e i Marchini,
con 5.
Considerando le sole cave attive, nel 1919, il 58% di esse erano nelle mani
di 22 famiglie o ditte. Le rimanenti 264 cave “appartenevano” a piccoli o
medi imprenditori (la stragrande maggioranza dei quali dovevano averle avute
in affitto dai suddetti grandi proprietari), che ne “possedevano” da un minimo
di una ad un massimo di quattro. Dunque, nel periodo 1919-1926, su una
media di circa 444 cave attive, il 50% era detenuto da non più di 20-22
famiglie o ditte, mentre la maggior parte del restante 50% erano nelle mani di
“proprietari” che conducevano un’esistenza subordinata a tali grandi
imprenditori e alle variazioni annuali dei mercati.
Di fronte a questa borghesia “industriale” stava il numeroso proletariato
apuano, suddiviso nelle varie categorie di mestiere riguardanti l’escavazione,
la lavorazione, il trasporto e il caricamento del marmo.61 La difficoltà e la
pericolosità del lavoro, soprattutto alle cave, erano elevate, quindi gli infortuni
quasi quotidiani e frequenti le tragedie:62

INFORTUNI GRAVI ALLE CAVE DELLE ALPI APUANE

ANNI Morti Feriti gravi Morti per 1.000 operai occupati

1919 11 5 1,31

59
Elenco delle cave e vie di lizza in esercizio, datato 29 gennaio 1919, in ASM,
Comune di Carrara, serie II, busta 609 (anno 1919).
Non tutte le cave in esercizio erano aperte, di queste, come si è visto, solo 380
erano attive.
Alle cave le categorie impiegate erano quelle dei: capi cava; cavatori e minatori;
riquadratori e costruttori di bastioni e muri; cariolanti e manovali; segatori a braccia e
al filo elicoidale; apprendisti, scalpellini e porta ferri (sotto i 15 anni); donne addette
al trasporto dell’acqua e della sabbia (maggiorenni e minorenni). Sempre alle cave,
per il trasporto dei blocchi fino al poggio di caricamento, vi erano i lizzatori suddivisi
in: capi lizza, mollatori e manovali. I carratori e gli addetti alla ferrovia marmifera, si
occupavano del trasporto dei marmi al piano e alle segherie o laboratori, nei quali
erano impiegati: segatori a macchina, lustratori, tornitori, smodellatori, scalpellini,
ornatisti e scultori. Infine, sui pontili d’imbarco, a Marina di Carrara, operavano
numerose squadre addette al carico e allo scarico dei marmi sui velieri o vapori,
composte dai cosiddetti “buscaioli”.
I dati delle tabelle sono tratti da R.S.M., anni 1919-1926.
20
1920 13 6 1,09

1921 8 3 0,78

1922 7 10 0,61

1923 13 7 1,07

1924 5 1 0,41

1925 15 17 1,07

1926 16 11 1,13

INFORTUNI GRAVI RAGGRUPPATI IN DUE QUADRIENNI63


Media annua morti
Quadriennio Morti Feriti gravi Media annua morti per 1.000 operai
occupati
1919-1922 39 24 9,75 0,95
1923-1926 49 36 12,25 0,92

L’orario di lavoro, ottenuto dopo le dure lotte sindacali degli anni


immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto mondiale64 e dopo la
revisione del relativo contratto di lavoro avvenuta nel 1919, era in media, per
gli operai addetti all’escavazione, di 6 ore e 48 minuti con partenza dal poggio
(cioè una parte del tragitto percorso dagli operai per recarsi in cava era a
carico del datore di lavoro), mentre per gli addetti alle segherie, i tradizionali
due turni di lavoro di 12 ore erano stati sostituiti, nel 1911-1912, con tre turni
di otto ore senza riduzione di salario.
Per quel che riguarda la mercede giornaliera percepita dal lavoratori
apuani, questa variava a seconda delle categorie di operai occupate
nell’industria marmifera. Dai dati raccolti nelle diverse annate della «Rivista
del Servizio Minerario», per il periodo 1919-1926, i salari medi giornalieri

63
Nel quadriennio 1910-1913 i morti nelle cave apuane furono 70, per una media
anuua di 17,5, e con un rapporto per ogni 1.000 operai occupati pari a 1,42. Cfr.
L.GESTRI, op. cit., p. 53.
Sulle lotte economiche-sociali svolte dalla Camera del Lavoro di Carrara, fondata
nel 1901, dagli inizi del secolo fino allo scoppio della Grande Guerra, cfr. L.GESTRI,
op. cit., cap. IV, e ID., La Camera del Lavoro dalla sua nascita alla Grande Guerra,
in CAMERA DEL LAVORO, Sindacato e lotte operaie nel territorio Apuano (1901-
1996), Pisa 1996. Per il periodo 1911-1915, cfr. anche H.ROLLAND, Il sindacalismo
anarchico di Alberto Meschi, Firenze, La Nuova Italia, 1972, e soprattutto il
dettagliato lavoro di M.GIORGI, Alberto Meschi e la Camera del Lavoro di Carrara
(1911-1915), Carrara 1998.
21
degli addetti alle cave di marmo delle Alpi Apuane, suddivisi per “mansione”,
risultavano i seguenti:

Capi Cavatori, Cos- Mano- Segato- Ap- Donne LIZZATURA


cava e minatori, truttori vali e Segatori ri a filo pren- maggio-
AN
NI

sorve- riquadra- di cario- a braccia elicoi- disti renni e Capi Molla- Mano-
bastioni sotto i mino-
glianti tori lanti dale lizza tori vali
e muri 15 anni renni

11-
1919 9-12 9-12 7-10 5-8 8-11 3,50-5 5-6 11-14 9-12 7-10
13,50

26- 17,50- 17,50- 11,50- 17,50-


1920 20-22 19-21 20-22 9-10,50 26-27,50 20-22
27,50 18,50 18,50 14 18,50

1921 26,50- 22-23,85 22- 18,60- 17,05-19 23,25- 6,75- 8,65- 26,50- 22- 18,60-
28,50 23,85 20,25 25,40 8,50 11,65 28,35 23,85 20,25
23,50-
1922 18-24 18-24 16-23 16-24 16-24 6-10 8-12 23,50-28 18-24 16-23
28

1923 25- 20,50- 20-26 17-25 17,50-26 17,50- 6,50-11 9-13 25-30,50 20,50- 17-25
30,50 26,50 26 26,50

1924/ 25- 20,50- 20-26 17-25 17,50-26 17,50- 6,50-11 9-13 25-30,50 20,50- 17-25
26 30,50 26,50 26 26,50

Per la zona carrarese, compreso il Monte Sagro ed Equi, la «Rivista del


Servizio Minerario» riporta, quale salario medio annuo e giornaliero per
lavorante alle cave, le seguenti cifre, presumibilmente ottenute facendo una
media delle diverse mercedi percepite dalle varie categorie di operai
impiegate nell’escavazione del marmo, tenendo conto del “peso specifico
occupazionale” di ciascuna di queste:

SALARIO MEDIO PER LAVORANTE ALLE CAVE


ANNI
ANNUO GIORNALIERO

1919 2.211 10,05

1920 5.040 21,00


1921 4.437 24,65

1922 4.935 23,50

1923 6.500 25,00

1924 5.750 25,00

1925 6.750 25,00

1926 6.750 25,00

22
L’apparente incongruenza che si può notare tra il dato riguardante il
salario medio annuo e quello giornaliero, si spiega facilmente col fatto che le
giornate di lavoro svolte da un operaio variavano da anno in anno, essendo
l’escavazione strettamente dipendente dalle condizioni meteorologiche. Nei
giorni di cattivo tempo, il cavatore non poteva lavorare e quindi non gli
veniva corrisposta la relativa retribuzione.65 Nel periodo considerato, le
giornate effettive di lavoro furono calcolate in: 220 per il 1919; 240 per il
1920; 180 per il 1921; 210 per il 1922; 260 per il 1923; 230 per il 1924; 270
per il 1925 e il 1926.66
Osservando i dati della tabella sul salario medio giornaliero, si registra un
netto incremento, pari al 109%, passando dal 1919 all’anno seguente, ed
un’ulteriore crescita, anche se di minori proporzioni, nel 1921. Questo forte
aumento delle mercedi percepite dagli operai fu una conseguenza
dell’inflazione che colpì la penisola italiana nell’immediato dopoguerra,67
dimodochè fu necessario adeguarle, non senza continue resistenze da parte del
padronato, al repertino incremento del costo della vita. Interessante è notare
come nel 1922, anno durante il quale si affermò definitivamente la reazione
fascista nel comprensorio carrarese, gli industriali riuscirono ad imporre una
diminuzione dei salari pari al 4,6%, mentre successivamente, dopo un lieve
aumento del 6,3% che in pratica andava a “compensare” la precedente
decurtazione, le retribuzioni non variarono più per ben quattro anni.68
65
Comunque, grazie alle già accennate lotte sindacali degli anni immediatamente
precedenti il conflitto mondiale, gli operai carraresi addetti all’escavazione avevano
ottenuto il cosiddetto “quarto piovoso”, ossia ai lavoranti che, recatasi alla cava, non
potevano svolgere le proprie mansioni a causa del cattivo tempo, o per altri motivi
non dipendenti dalla loro volontà, veniva corrisposto l’equivalente del primo quarto
della giornata.
Cfr. R.S.M., anni 1919-1926.
«L’inflazione che s’era iniziata nei primi mesi del 1919 continuò, aggravandosi,
fino alla fine del 1920. La lira, che nel primo semestre del 1919 era scesa da 81
centesimi oro a 61 centesimi oro, alla fine del 1919 ne valeva soltanto 37, a metà del
1920-28, alla fine del 1920 non più di 18 centesimi oro: era scesa cioè a meno della
quarta parte di quel che valeva alla fine della guerra. Contemporaneamente la carta
moneta circolante era salita a ben 19 miliardi e 731 milioni alla fine del 1920
[all’inizio del 1919 la carta moneta circolante ammontava a 11 miliardi e 750
milioni]»: L.SALVATORELLI-G.MIRA, Storia d’Italia nel periodo fascista, Torino,
Einaudi, 1964, p. 124. Il tracollo della moneta italiana, complice la precaria situazione
economico-sociale del dopoguerra, fu causato dal fatto che America e Gran Bretagna,
verso la fine del marzo 1919, non vollero più impegnarsi a mantenere i cambi tra
dollaro e lira e tra sterlina e lira a livello fisso, come invece era accaduto fino a quel
tempo.
Il valore della lira si risollevò nel corso del 1921 a 23 centesimi oro e si stabilizzò,
con lievi oscillazioni, intorno a questa cifra fino al 1925, mentre la moneta cartacea
23
A questo punto, per poter analizzare in maniera schematica l’andamento
del costo della vita e confrontarlo con la curva dei salari, riportiamo i prezzi al
minuto di alcuni generi e derrate di consumo popolare sulla piazza di Carrara
nel periodo 1919-1926:69

Aumen- Aumen- Aumen-


Aumen- Aumen- Aumen-
Genere Prez- to to to
Prezzo Prezzo Prezzo to del to del to del
o derrata zo media media media
medio medio medio prezzo prezzo prezzo
di medio annua annua annua
1919 1923 1926 1919-26 1919-22 1923-26
consumo 1922 1919-26 1919-22 1923-26
% % %
% % %

Pane di
frumen- 0,67 1,57 1,39 2,56 +282 +134 +84 +35,25 +33,5 +21
to al Kg.
Farina di
frumen- 0,65 1,65 1,49 2,68 +312 +154 +80 +39 +38,5 +20
to al Kg.
Farina di
grano-
0,61 1,38 1,31 1,75 +187 +126 +33 +23,375 +31,5 +8,25
turco al
Kg.
Pasta al
0,99 2,21 2,06 3,74 +278 +123 +81 +34,75 +30,75 +20,25
Kg.
Uova (la
5,13 7,65 7,64 8,95 +74 +49 +17 +9,25 +12,25 +4,25
dozzina)
Fagioli
secchi al 2,06 2,27 2,82 2,84 +38 +10 +1 +4,75 +2,5 +0,25
Kg.
Patate al
0,72 0,94 0,82 0,87 +21 +30 +6 +2,625 +7,5 +1,5
Kg.

Carne
senz’os- 9,23 9,21 9,62 13,08 +42 - 0,2 +36 +5,25 - 0,05 +9
so al Kg.

Formag-
gio
12,62 19,75 21,75 19,32 +53 +56 - 11 +6,625 +14 - 2,75
pecorino
al Kg.
Baccalà
4,83 4,56 3,81 4,84 +0,2 -5 +27 +0,025 - 1,25 +6,75
al Kg.

circolante scese nel giugno del 1921 a 18 miliardi e 158 milioni, e da allora in poi
rimase ferma a quel livello. Cfr. L.SALVATORELLI – G.MIRA, op. cit., p. 165.
Sulla reazione padronale a livello nazionale contro il movimento operaio, che permise
una diminuzione del costo del lavoro attraverso riduzioni salariali e licenziamenti, e
sul rafforzamento e la parziale razionalizzazione del sistema industriale capitalistico
italiano prodotto dalla crisi economica del 1921 si veda G.CANDELORO, op. cit., pp.
364 e ss.
I dati delle tabelle sono dedotti da C.C.I.C., Notizie statistiche cit., anni 1919-1926.
24
Latte al
1,03 1,25 1,25 1,60 +55 +21 +28 +6,875 +5,25 +7
Lt.
Vino
rosso al 1,99 1,98 2,03 1,30 - 35 - 0,5 - 36 - 4,375 - 0,125 -9
Lt.

Zucche-
6,47 6,07 6,32 7,20 +11 -6 +14 +1,375 - 1,5 +3,5
ro al Kg.

Olio al
5,91 9,37 7,87 11,77 +99 +58 +49 +12,375 +14,5 +12,25
Kg.

Lardo al
8,67 8 10,62 10,92 +26 -8 +3 +3,25 -2 +0,75
Kg.

Carbone
da
41,50 62,92 54,58 76,25 +84 +52 +40 +10,5 +13 +10
cucina al
Quint.

Legna
da
11,42 15,17 15,67 17,80 +56 +33 +13 +7 +8,25 +3,25
ardere al
Quint.

Considerando i salari medi giornalieri per lavorante alle cave in quattro


distinti anni, calcoliamo il loro aumento, complessivo e parziale, e le relative
medie annue d’incremento, nel periodo 1919-1926:

SALARIO MEDIO Aumento Aumento Aumento


GIORNALIERO Aumento Aumento Aumento
media media media
del salario del salario del salario
annua annua annua
1919-26 1919-22 1923-26
1919 1922 1923 1926 1919-26 1919-22 1923-26

10,05 23,50 25 25 +149% +134% 0 +18,625% +33,5% 0

Dalle tabelle si osserva un generale aumento del prezzo dei generi di


consumo, lungo tutto l’arco di tempo preso in esame, assai marcato per quel
che riguarda la farina di frumento, il pane, la pasta e la farina di granoturco,
cioè gli alimenti base della dieta popolare, dal che si evince come l’inflazione
colpì in maniera particolare le classi meno abbienti, nonostante le misure
prese dal Governo per cercare di mantenere invariato il prezzo del pane.70

«La insufficienza del grano prodotto in Italia aveva già da anni indotto il governo a
curare l’approvigionamento dall’estero delle quantità necessarie ad assicurare il pane,
allora alimento principe del popolo italiano. Quando i cambi cominciarono ad
inasprirsi, il governo adottò la politica di mantenere invariato il prezzo del pane per il
consumatore, colmando col danaro dello Stato la differenza tra l’aumentato costo del
25
Gli aumenti verificatisi nel salario medio giornaliero dell’operaio addetto
all’escavazione del marmo durante il periodo 1919-1926, non riuscirono a
compensare la corrispondente crescita dei prezzi dei suddetti generi di
consumo. Infatti, l’incremento del prezzo di queste quattro derrate di base,
considerate assieme, fu pari al 264,75%, il che dà una media annua del 33%
circa. I salari, invece, crebbero del 149%, per una media annua del 18,625%.
Ma se si suddivide l’arco di tempo considerato in due distinti quadrienni,
si nota una rilevante differenza per quel che riguarda l’andamento dei salari
nei due intervalli. Durante il periodo 1919-1922, la mercede giornaliera passò
da 10,05 lire a 23,50 lire, con un incremento pari al 134% e una media annua
del 33,5%. Contemporaneamente, il prezzo del pane passò da 0,67 lire al Kg.
a 1,57 lire al Kg., sicchè il suo aumento complessivo e la sua media annua di
crescita risultarono perfettamente identiche a quelle del salario giornaliero
percepito dagli operai impiegati alle cave.71 Anche l’incremento medio del
prezzo delle quattro derrate di base prese in esame, nel 1919-1922, fu
equivalente a quello delle mercedi.72
Nel periodo 1923-1926, invece, a fronte di una crescita del prezzo del
pane dell’84% circa (media annua +21%), il salario medio giornaliero non
registrò alcun incremento, provocando in tal modo una caduta del relativo
potere d’acquisto operaio.73
Dunque, se il salario nominale, dal 1919 al 1926, aumentò notevolmente,
in realtà quello reale subì una decurtazione complessiva del 115,75% in
relazione ai prezzi medi del pane, pasta, farina di frumento e di granoturco,
considerati assieme, e addirittura del 133% rispetto al solo prezzo del pane.

grano estero e quello del pane. […] Nel luglio 1919 il Tesoro perdeva 200 milioni al
mese per mantenere il prezzo politico del pane. Nella primavera del 1920 la perdita
giunse a 500 milioni al mese»: L.SALVATORELLI – G.MIRA, op. cit., pp. 125-126.
La crisi economica del 1921 determinò una notevole diminuzione nel prezzo del
grano estero: il frumento che alla fine del 1920 costava 230 lire il quintale, a metà del
1921 ne costava 150, e alla fine dell’anno scese fino a 125. Nello stesso tempo il
governo Giolitti decise di sospendere la politica di controllo sul prezzo del pane, per
non rischiare la bancarotta dello Stato, cosicchè, nonostante il graduale equilibrarsi
dei prezzi d’acquisto all’estero con quelli di cessione all’interno, il prezzo del pane
venduto al minuto aumentò. A Carrara questo passò da una media di lire 0,75 al Kg.
nel 1920 a una media di lire 1,43 al Kg. nel 1921, con un incremento del 90,6% in un
solo anno.
Per gli aumenti e le relative medie annue di incremento dei prezzi degli altri generi
di consumo, nel lungo periodo e nei due distinti quadrienni, e il loro confronto con i
corrispondenti aumenti dei salari giornalieri, si faccia riferimento alle precedenti
attinenti tabelle.
Questo fu del 134,25%, per una media annua pari al 33,5% circa.
L’aumento medio del prezzo delle quattro derrate di base (pane, farina di frumento,
farina di granoturco e pasta) nel 1923-1926 fu del 69,5%, per una media annua del
17% circa.
26
Tale crollo è imputabile interamente al quadrienni 1923-1926, durante il quale
la reazione padronale–fascista, ormai completamente affermatasi nel
comprensorio apuano, impedì qualsiasi miglioramento salariale da parte degli
operai, la cui organizzazione sindacale, e la relativa capacità di lotta, era stata
annientata dalla violenza delle squadre d’azione dei fasci di combattimento
nel 1921-1922, ed era stata poi soppiantata dai Sindacati Economici carraresi,
i dirigenti dei quali difendevano gli interessi dei maggiori sostenitori e
finanziatori del movimento fascista di Carrara: gli industriali del marmo.74

Se si tiene conto del fatto che il fascismo a Carrara si impose praticamente a partire
dalla prima metà del 1922, e che l’incremento del salario medio giornaliero nel
periodo antecedente a questa affermazione, dal 1919 al 1921, fu del 145% circa, con
una media annua pari a +48%, a fronte di un aumento del prezzo del pane del 113%
(media annua +37,6%), si evidenzia ancor meglio il grado di combattività sindacale
del movimento operaio locale fino a tale data, e il suo rapido declino successivo
(crescita salariale, nel 1921-1926, del 1,4% a fronte di una crescita del prezzo del
pane del 79%). Per una breve disamina sul sostegno degli industriali del marmo al
movimento fascista apuano si veda S.SETTA, Renato Ricci. Dallo squadrismo alla
Repubblica Sociale Italiana, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 24 e ss., e A.BERNIERI,
Storia di Carrara moderna cit., pp. 199 e ss.
27
28
CAPITOLO II

IL MOVIMENTO OPERAIO CARRARESE


DURANTE IL BIENNIO ROSSO (1919-1920).

2.1. LA RIORGANIZZAZIONE DELLA CAMERA DEL


LAVORO DI CARRARA.

Nel precedente capitolo si è accennato alla crisi che aveva colpito


l’industria dei marmi durante il periodo bellico, con contraccolpi drammatici
sui livelli occupazionali. Infatti, la brusca caduta della domanda di marmo da
parte dei mercati esteri ed interni, profilatasi fin dall’agosto del 1914 ed
accentuatasi negli anni successivi, provocava il tracollo delle spedizioni e, di
conseguenza, dell’escavazione e lavorazione del prodotto, cosicchè migliaia
di operai si ritrovarono privi di lavoro.75
Mentre l’economia di guerra stimolava, in altri centri italiani, la
dilatazione dell’apparato industriale, irrobustendo le fila del proletariato di
fabbrica,76 nel carrarese gli stabilimenti che si convertirono alla produzione
bellica furono pochissimi ed impiegarono soprattutto manodopera femminile,
contribuendo, in tal modo, ad alimentare la disoccupazione delle maestranze

Gli operai occupati nelle cave di marmo delle Alpi Apuane, nel periodo 1913-1918,
furono:
1913 12.340; 1914 11.657; 1915 6.960; 1916 5.077; 1917 3.150; 1918 2.111. Cfr.
R.S.M., anno 1918, p. XCV.
Tipico è il caso di La Spezia, il cui circondario veniva decretato “piazza di guerra”,
ove le grandi fabbriche, già tradizionalmente indirizzate verso questo tipo di
produzione, si trasformarono in una fucina per armamenti e il ritmo della produzione
aumentò vertiginosamente: proiettili all’Arsenale, navi da guerra e sommergibili al
Muggiano, cannoni e mitragliere alla Wickers Terni (dove nel pierno del conflitto si
troveranno a lavorare 3.500 operai). La stessa popolazione del comprensorio crebbe
passando dalle 79.000 unità del 1914 a 103.000 circa nel 1918. Cfr. A.BIANCHI,
Lotte sociali e dittatura in Lunigiana storica e Versilia (1919-1930) , Firenze 1981, p.
Per un quadro complessivo sul cosiddetto “gigantismo industriale” e
sull’espansione demografica di varie città italiane nel corso del periodo bellico, cfr.
G.CAROCCI, Storia d’Italia dall’Unità ad oggi, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 223-

29
precedentemente occupate in quelle officine.77 Inoltre, gli imprenditori locali
non si adoperarono minimamente per cercare di lenire la dura situazione dei
loro dipendenti ancora in attività, ma anzi spesso la rendevano più grave
attraverso “regolamenti capestro” che limitavano i diritti e i salari degli
operai.78 Addirittura alcuni importanti esercenti di cave non si peritavano di
inviare richieste, pel tramite della Prefettura, ai preposti Comandi di Corpo
d’Armata, di autorizzazione per l’utilizzo dei prigionieri di guerra in lavori nei
propri siti d’estrazione, disinteressandosi così dei numerosi operai disoccupati
presenti in loco.79
«A tale crisi acuta e gravissima [che] forzava all’inazione e alla
conseguente miseria migliaia di operai [cercava allora di porre rimedio
l’autorità politica], promuovendo ed agevolando in ogni maniera
l’arruolamento di numerosi operai (finora [11 maggio 1917] gli operai
arruolati sono più di 15.000) per essere inviati a lavorare […] al fronte ed in
Francia ».80 Dunque, la maggior parte dei lavoratori che non erano stati
chiamati alle armi furono costretti, per sopravvivere, ad arruolarsi in queste
squadre inviate in altre regioni d’Italia per periodi più o meno lunghi,
rimanendo così nel comprensorio carrarese solo le donne, i bambini, i vecchi e
quei pochi operai impiegati nella limitata produzione dei marmi.
In questa situazione, il funzionamento della locale Camera del Lavoro,
durante i lunghi anni di guerra, si ridusse al minimo, soprattutto dopo il

77
A Carrara si ebbero due casi di trasformazione di officine in stabilimenti di
produzione bellica: quelli della Ditta Italo Faggioni e del signor Frugoli, che furono
adibite alla fabbricazione dei proiettili. Cfr. gli articoli su «Il Cavatore», organo della
C.d.L. di Carrara e Provincia, del 19 gennaio e del 2 febbraio 1919, nei quali si
denunciavano i tentativi messi in atto dai suddetti proprietari di esimersi dal pagare
l’indennizzo alle operaie impiegate durante la guerra, e successivamente licenziate
alla sua cessazione, come stabilito da un decreto luogotenenziale.
78
Valga come esempio l’atteggiamento della Direzione della Ferrovia Marmifera,
rappresentata dall’ing. Ceci, durante gli anni di guerra nei confronti dei suoi
dipendenti, illustrato in un lungo articolo, Verso una seria e grave agitazione, apparso
su «Il Cavatore» del 23 febbraio 1919. Sull’atteggiamento della F.M. si veda anche
H.ROLLAND, op. cit., pp. 122-123.
Cfr. la Comunicazione del Prefetto di Massa al Comm. P.S. di Carrara, in data 21-
12-1917, dell’accoglimento della domanda avanzata dal sig. Giovanni Manfredi per
l’utilizzo di 120 prigionieri di guerra nelle proprie cave di marmo, in ASM,
Commissariato P.S. Carrara, busta 51. Cfr. anche una analoga comunicazione, in
data 30-5-1917, del mancato accoglimento di una richiesta di utilizzo di 40 o 50
prigionieri di guerra nei lavori di bonifica della tenuta di Marinella, avanzata dal cav.
Carlo Andrea Fabbricotti, in ASM, ibid.
Prefetto Massa a M.ero AA.II., 11 maggio 1917, in ACS, M.ero AA.II.
Conflagrazione europea, busta 22, riprodotto da L.GESTRI, Il movimento operaio e
socialista nella «Regione» apuoversiliese (1871-1922). Bilancio storiografico ed
appunti di ricerca, p. 116, in «Quaderni del Circolo Rosselli », n.5 gennaio-marzo
1982.
30
richiamo alle armi del segretario Alberto Meschi,81 e ciò permise alla classe
padronale di limitare le conquiste ottenute dai lavoratori del marmo negli anni
immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto mondiale.82 In pratica,
l’attività svolta da Altidoro Evangelisti, uno dei pochi organizzatori sindacali
rimasti a Carrara,83 era quella di recarsi «[…] giornalmente, per l’assenza del
custode, alla Camera del Lavoro di questa città a darvi un’occhiata alla posta
», mentre il restante tempo libero che il lavoro alle cave gli lasciava lo
trascorreva «[…] nella cantina di certo Tenerani Augusto ».84
Terminata la guerra, cominciarono a rientrare nel comprensorio carrarese i
numerosi operai congedati dall’esercito e quelli che erano stati occupati nelle
squadre impiegate in lavori di manovalanza in altre regioni d’Italia.
L’industria dei marmi stentava ancora, nei primi mesi successivi alla
cessazione del conflitto, a riprendersi dalla grave crisi in cui era caduta,
cosicché il numero dei disoccupati tendeva a crescere parallelamente al
progressivo aumento dei lavoratori che ritornavano in zona. Da parte del
padronato si assicurava il Sindaco di Carrara che era loro vivo desiderio «[…]
la ripresa del lavoro e quindi il ritorno della massa operaia, disposti anche ad
incontrare ulteriori sacrifici per dare impiego al maggior numero di lavoratori

81
Meschi fu richiamato alle armi come effettivo del 190° battaglione di stanza a
Novara. Sorvegliato attentamente, venne più volte trasferito, finché inviato al fronte
non venne fatto prigioniero e rinchiuso in un campo di lavoro nei Carpazi fino alla
fine della guerra. Cfr. F.ANDREUCCI-T. DETTI, Il movimento operaio italiano.
Dizionario biografico, vol. III, Roma 1976, p. 445. La voce Meschi Alberto è stata
curata da L. Gestri.
Cfr. H.ROLLAND, op. cit., pp. 121 e ss.
Per avere una idea sommaria di quanti militanti politico-sindacali «sovversivi»
continuassero a vivere e svolgere le loro attività a Carrara durante gli anni di guerra
cfr. Elenco delle persone di questa città che per i loro precedenti e che per
l’ascendente che hanno o che potrebbero avere fra le masse organizzate, sono
ritenute più pericolose nell’eventualità di turbamento dell’ordine pubblico, datato 23
maggio 1917, in ASM, Comm. P. S. Carrara, busta 49. Da questo elenco risulta che
su 94 “schedati”, 28 erano presenti nel comprensorio carrarese, mentre dei restanti 66,
erano sotto le armi, 11 erano impiegati come operai nelle squadre che lavoravano
nelle zone di guerra o in altri centri della penisola, 4 si trovavano in carcere come
disertori, 1 era un prigioniero di guerra in Austria, 1 risiedeva all’estero e di uno non
si aveva alcuna notizia al riguardo. In una nota del Commissario P. S. di Carrara
indirizzata al Prefetto di Massa, allegata a tale elenco, in data 25-5-1917, veniva poi
precisato che dei suddetti «sovversivi» solo 10 potevano «[…] ritenersi veramente
pericolosi anche per l’ascendente che hanno sulla classe operaia » (di questi ultimi, 5
erano sotto le armi, 4 presenti in città ed uno lavorava come operaio “militarizzato” in
uno stabilimento di La Spezia).
Commissario P.S. Carrara a Prefetto Massa, 17 maggio 1917, in ASM,
Commissariato P.S. Carrara, busta 52. Nella stessa relazione si dice che Evangelisti
era «addetto alla sorveglianza dei ponti caricatori alle cave, ove viene rimunerato con
lire mensili […]».
31
anche se la domanda del marmo non sarà sollecitamente e sufficientemente
larga».85 Ma l’effettiva e completa ripresa del lavoro veniva subordinata al
sollecito accoglimento, da parte delle Autorità competenti, di una serie di
desiderata formulati dalla maggioranza delle Ditte «[…] per avere la
disponibilità delle materie necessarie all’esplicazione dei lavori (ferro, lame
da sega, polvere da mina, canapa per lizzatura) e perché siano eliminate le
attuali difficoltà relative ai trasporti per terra e per mare, la fornitura dei carri
per la sabbia e quelle relative all’importazione del marmo nel mercato
inglese».86
Reduce dalla prigionia nei Carpazi, ritornava a Carrara, nel novembre
1918, il segretario della C.d.L. Alberto Meschi, e vi trovava «[…] la più
completa disorganizzazione: i sindacati non funzionavano più. La
Commissione Esecutiva, o per meglio dire, i pochi membri rimasti a Carrara
non potevano fare nulla».87 Decise quindi di rimettersi immediatamente al
lavoro, riunendo i dirigenti operai presenti «[…] e qualche socialista e
repubblicano per vedere il da farsi».88
Col graduale rientro di numerosi militanti dal fronte e dalle varie regioni
d’Italia, la Camera del Lavoro lentamente si ridestò dal forzato letargo e nel
giorno di Natale del 1918 si svolse, nei locali di via Grazzano, una «[…]
riunione privata degli operai del marmo», alla quale parteciparono un
centinaio di persone, fra cui «[...] il noto Meschi Alberto, Evangelisti
Altidoro, Leoni Lorenzo e Cargioli Ercole».89 Il Commissario di P.S. di
Carrara riferiva che «In tale riunione venne deciso di chiedere agli industriali
la pronta ripresa del lavoro con un aumento di paga fino alle £ 10 giornaliere,
aumento che vogliono sia esteso a tutti gli impiegati delle altre aziende
private. In tale senso intendono di inviare una circolare agli industriali».90
Venne inoltre deliberato di riprendere la pubblicazione de «Il Cavatore», il
giornale della Camera del Lavoro che era stato sospeso durante il conflitto
bellico,91 e a tal uopo fu avviata una sottoscrizione che «[…] diede un

Relazione del Commissario P.S. Carrara a Prefetto, 21 novembre 1918, in


ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 51.
Ibid.
Testimonianze di Alberto Meschi in H.ROLLAND, op. cit., p. 124.
Ibid., p. 125.
Fonogramma Commissario P.S. Carrara a Prefetto, 25 dicembre 1918, in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 51.
Ibid.
Fondato dallo stesso Meschi nel 1911, «Il Cavatore» aveva sospeso le pubblicazioni
nel maggio 1915. Successivamente, a partire dal settembre 1916, per un accordo
raggiunto tra Meschi (nel frattempo richiamato alle armi), il segretario dell’U.S.I.
Armando Borghi e il segretario amministrativo della C.d.L. apuana Giuseppe Fiaschi
(ancora presente a Carrara), vennero redatti e stampati, per alcuni mesi, a Firenze
alcuni numeri, prima come “Edizione di Guerra di Classe”, l’organo dell’U.S.I.
diretto dal Borghi, e poi come “giornale dei lavoratori apuani e dei minatori del
32
risultato inaspettato».92 Stabilito di farlo stampare a Viareggio, ove si
prevedeva che «[…] il pretore viareggino sarebbe stato meno rigido del suo
collega di Carrara con la censura»,93 il primo numero vide la luce nei primi
giorni di gennaio.94 L’articolo di fondo, dal titolo “Serriamo le file”, dopo
aver ricordato tutte le vittime della guerra e le grandi sofferenze patite dai
proletari inviati al fronte che a mano a mano facevano ritorno, e dopo aver
lanciato «i più fervidi auguri di solidarietà alla Russia comunista del Soviet,
alle repubbliche di Austria e di Germania […]», affermava che ne «Il
Cavatore» gli operai avrebbero trovato «[…] un tenace difensore dei loro
interessi, dei loro diritti, contro tutte le prepotenze della classe borghese», e
proclamava riaperta la lotta dei lavoratori per l’emancipazione totale dalla
schiavitù economica e politica. In un altro articolo, denunziante le angherie, i
soprusi perpetrati dagli industriali, durante gli anni di guerra, ai danni degli
operai, sul capo dei quali era stata tenuta «[…] sospesa come spada di
Damocle la minaccia di mandarli al fronte!», si domandava
provocatoriamente, ora che la guerra era finita e al fronte non ci si andava più,
«[…] perché o leoni di cartapesta che facevate tanto i gradassi, i prepotenti –
sotto l’usbergo della triplice protezione della manetta, del codice rosso e della
baionetta – non le fate anche adesso le vostre smargiassate, le vostre
spacconate?». Lo scritto si concludeva poi con l’avvertimento che tutti i nodi
sarebbero venuti al pettine.95
Il combattivo risveglio dell’organizzazione operaia, allarmava la locale
Autorità tutoria che registrava il crescente malcontento serpeggiante fra i
lavoratori ancora disoccupati. Questa pur constatando che alcuni industriali
facevano «[…] lavorare le cave con poco personale ed altri [le tenevano]
inoperose […]», deplorava l’atteggiamento di Meschi, il quale «[…] anziché
soprassedere pel momento e nell’attesa che il commercio e l’industria tendano
a ripigliarsi, chiede aumenti impossibili ad essere accettati dal ceto industriale,
data la crisi».96

Valdarno”. Queste particolari edizioni de «Il Cavatore» continuarono ad uscire fino a


quando anche Giuseppe Fiaschi, dichiarato abile al servizio militare, partì per la
caserma, cosicché le pubblicazioni s’interruppero nel marzo 1917. Cfr.
M.BERTOZZI, La stampa periodica in provincia di Massa Carrara (1860-1970),
Pisa 1979, pp. 146 e ss., e H.ROLLAND, op. cit., p. 224.
H.ROLLAND, op. cit., p. 125.
Ibid.
Il primo numero de «Il Cavatore» del dopo guerra reca la data del 5 gennaio 1919.
Il gerente responsabile era Pietro Fabiani e venne stampato presso lo Stabilimento
Tip. F. Marrai di Viareggio. A partire dal n. 5, datato 15 marzo 1919, la stampa fu
eseguita presso la Tip. Popolare di Carrara e il redattore responsabile divenne
Francesco Fontana.
Cfr. Tutti i nodi verranno al pettine, in Il Cavatore del 5 gennaio 1919.
Commissario P.S. Carrara a Prefetto Massa, 8 gennaio 1919, in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 51.
33
La lettera con la richiesta di aumenti salariali, «per tutti i lavoratori [del
marmo] indistintamente», era stata inviate dalla C.d.L. alle associazioni
padronali negli ultimi giorni di dicembre e venne riprodotta sul primo numero
de «Il Cavatore». In essa si chiedeva un aumento di 5 lire al giorno sulle
paghe «attualmente percepite», dato l’enorme costo «[…] dei generi di prima
necessità, degli indumenti (scarpe, vestiti, cappelli, ecc.), di tutto ciò insomma
che è strettamente indispensabile all’esistenza dell’operaio e della sua
famiglia […]».97
Dopo una breve trattativa, il 13 gennaio 1919 venne stipulato un
concordato fra i rappresentanti della C.d.L. e quelli dell’Unione Industriali del
marmo, nel quale veniva stabilito che ciascuna Ditta s’impegnava ad
assumere e mantenere al lavoro le maestranze che aveva prima della guerra, e
di «[…] aumentare di L. 3,00 i salari di tutte le categorie di operai delle Ditte
concordatarie, fermo restando le migliorie avute fino ad oggi in modo che gli
operai delle cave abbiano un aumento non inferiore a L. 5,20 sui salari in
vigore nel 1915».98 Il concordato venne riprodotto sul secondo numero de «Il
Cavatore» con l’avvertenza che questo «Non è che un primo passo … che i
lavoratori hanno fatto sulla via delle rivendicazioni proletarie».99 Infatti, si
affermava che «[…] se l’aumento di lire…[sic] sulle paghe attualmente
percepite non è disprezzabile è però sempre insufficiente e irrisorio se si tiene
conto del costo della vita».100 L’articolo, dunque, terminava con una
constatazione e con una esortazione al prosieguo della lotta per
l’emancipazione proletaria testè iniziata:

«I proletari hanno visto che è bastato che la Camera del Lavoro


risorgesse perché il linguaggio e il modo di agire dei sigg. industriali
cambiasse; che un aumento di paga di L…[sic] si ottenesse; ma bisogna
continuare con perseveranza, con tenacia. […] I diritti da conquistare da
parte dei lavoratori sono molti e varii, ci sono delle necessità impellenti,
dei diritti improrogabili; è necessario rimetterci subito all’opera per le
altre conquiste proletarie da rivendicare. Altre battaglie e altre vittorie
ci attendono e il grido che ci prorompe dal cuore sia oggi e sempre:
Viva l’organizzazione proletaria! Viva la Camera del Lavoro!».101

Ciò che vogliono gli operai, in Il Cavatore del 5 gennaio 1919.


Concordato del 13 gennaio 1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 51. Il punto
di tale concordato affermava che le parti stipulanti avevano deliberato di dare a
quest’ultimo «carattere di provvisorietà», date le circostanze speciali del momento.
Sulla via delle rivendicazioni proletarie. Un primo passo, in Il Cavatore del 19
gennaio 1919.
Ibid.
Ibid.
34
2.2. IL SINDACALISMO D’AZIONE DIRETTA DELLA C.d.L.
DI CARRARA: PRINCIPI TEORICI E MEZZI PRATICI.

La ricostituzione delle varie leghe di mestiere aderenti alla C.d.L. di


Carrara proseguì a ritmo vertiginoso durante tutto il primo semestre del 1919.
Le riunioni e le assemblee operaie svoltesi nei differenti paesi del circondario,
promosse ed organizzate dal segretario Meschi e dai locali militanti sindacali,
risultarono frequenti e numerose, determinando così la pronta e vivace
rinascita dell’organismo camerale.102 Al primo congresso camerale del
dopoguerra, tenuto nei locali di via Grazzano il 22 giugno 1919, erano dunque
presenti i delegati di 74 leghe dei diversi centri di Carrara, Massa, Versilia e
Lunigiana, in rappresentanza di circa 10.000 iscritti.103

102
Qui di seguito si riporta, a titolo di esempio, l’elenco di alcune assemblee di
lavoratori, alle quali spesso intervenne lo stesso Meschi, che deliberarono la
ricostituzione delle rispettive leghe di resistenza: Torano, 18 dicembre 1918, Lega dei
Cavatori; Bedizzano, 20 dicembre, Lega dei Cavatori; Pontecimato, 22 dicembre,
Lega dei Cavatori; Carrara, 6 gennaio 1919, Lega dei Cavatori Città; Carrara, 12 e 27
gennaio, Lega degli impiegati della Ferrovia Marmifera (ferrovieri, metallurgici e
caricatori ); Nazzano, 12 gennaio, Lega dei segatori a macchina; Basati e Azzano
(Seravezza), 14 gennaio, Leghe dei Cavatori; Carrara,15 gennaio, Lega muratori e
manovali; Marina di Carrara, 19 gennaio, Lega dei marinai; Ortola (Massa), 26
gennaio, Lega lizzatori; Arni, 5 febbraio, Lega cavatori; Luni, 9 febbrario, Lega
minatori e affini; Miseglia, senza data (ma fine marzo), Lega cavatori; Carrara, 13
aprile, Lega pastai e fornai; Colonnata, penultima settimana di giugno, Lega cavatori.
Cfr. i comunicati riprodotti sui vari numeri de «Il Cavatore» dal gennaio al giugno
1919.
103
Erano presenti le seguenti Leghe: Cavatori di Carrara, Bedizzano, Torano,
Pontecimato, Codena, Avenza, Miseglia, Bergiola, Strettoia, Terrinca, Vagli di Sopra,
Vagli di Sotto, Seravezza, Azzano, Retignano, Fabbiano, Arni, Forno, Fossola,
Colonnata, Corvaia, Altagnana, Basati, Vallecchia, Nazzano, Vinca, Minazzana,
Gragnana; Lega Marinai di Marina di Carrara; Lega Marmisti di Carrara, Pietrasanta,
Querceta e Avenza; Lega Agenti alle cave di Carrara; Segatori a macchina di Carrara,
Nazzano, Avenza e Massa; Muratori di Carrara, Sarzana, Querceta e Forte dei Marmi;
Buscaioli di Marina di Massa e di Carrara; Metallurgici di Carrara e Forte dei Marmi;
Minatori di Massa, Castelnuovo Garfagnana e Castelnuovo Magra; Fornai di Massa e
Carrara; Pastai di Massa e Carrara; Tramvieri di Carrara, Massa e Seravezza;
Falegnami di Carrara e Forte dei Marmi; Lega Cuochi e Camerieri di Carrara;
Riquadratori di Avenza; Renaioli di Viareggio; Elettricisti di Carrara; Cooperativa
San Martino di Carrara; Ferrovieri della Marmifera e Caricatori e Scaricatori di
Carrara; Unione Impiegati Comunali di Carrara; Lega mista di Montignoso e Ripa;
Lega Calzolai di Carrara; Lega Braccianti, Pirotecnici, Carratori del Forte dei Marmi;
Unione Impiegati della Marmifera di Carrara; Lega Arti Tessili del Forno; Lega Sarti
e Barbieri di Carrara. Terminando l’esposizione della relazione morale della C.d.L.
per il periodo dicembre 1918-giugno 1919, Meschi affermava con soddisfazione che
35
In tale adunanza venne approvato all’unanimità un ordine del giorno nel
quale si riconfermava «[…] l’indirizzo camerale di adesione all’U.S.I.
considerando che questo organismo intende di mantenersi estraneo alle
competizioni dei partiti politici»,104 e si affermava la volontà

«[…] di seguire una linea di condotta recisamente di classe e


internazionalista che esclude ogni compromesso e ogni transazione con
gli istituti borghesi e statali e condanna ogni politica tendente - per
qualsiasi ragione, di pace oppure di guerra, di riforme o di legislazioni,
di politica estera o di politica interna – a porre il proletariato fuori dal
suo terreno antagonistico al regime dello sfruttamento capitalistico». 105

Infine il congresso confermò

«[…] la propria solidarietà con la rivoluzione Russa proletaria e la


volontà del proletariato carrarese di agire in difesa delle rivoluzioni
comuniste con l’azione rivoluzionaria in accordo anche con quegli
organismi politici e sindacali che vorranno agire su questo terreno per
la realizzazione della emancipazione proletaria».106

Dunque la C.d.L. di Carrara ribadì la propria adesione ai metodi di lotta


del sindacalismo d’azione diretta, prendendo nuovamente le distanze da quelli
adottati dalla C.G.d.L. Ma quali erano i mezzi ed i fini propugnati
dall’organizzazione dei lavoratori carraresi?

«[…] ora la C.d.L. può dirsi una delle organizzazioni più forti e temute, che ha al suo
attivo ben 90 Leghe con circa 10.000 ascritti». Cfr. L’imponente congresso camerale,
in Il Cavatore del 5 luglio 1919.
L’adesione della C.d.L. di Carrara all’U.S.I., nata a Modena durante i lavori del
Congresso Nazionale dell’Azione Diretta del 23, 24 e 25 novembre 1912, risale all’11
dicembre 1912. Sul Congresso camerale che decise tale adesione cfr. M.GIORGI, op.
cit., pp. 159 e ss.
Ibid. Al Congresso parteciparono anche Armando Borghi per l’U.S.I., Riccardo
Sacconi per il Sindacato Nazionale dei Minatori, Angelo Sbrana per il Sindacato
Ferrovieri Italiani e Manlio Baccelli, segretario della C.d.L. di Viareggio (succursale
dell’organizzazione operaia carrarese). Il Borghi intervenne nella discussione
pronunciando «[…] una critica serrata all’interventismo, al riformismo della C.G.d.L.,
bollando a sangue tutti i transfughi del sindacalismo e i controrivoluzionari tipo
D’Aragona […]», ed affermò «[…] che l’U.S.Italiana è il solo organismo che
rispecchi il vero principio della lotta di classe e quindi il solo che abbia il diritto di
rappresentare i lavoratori».
Ibid. Alberto Meschi fu riconfermato nella carica di segretario della C.d.L., mentre
venne nominata una commissione di 6 persone incaricata di stilare la rosa dei candidati
per le elezioni della nuova Commissione Esecutiva (che si decise di ridurre da 24 a 11
componenti) da tenersi nei mesi successivi.
36
Anzitutto, è necessario premettere che una seppur schematica esposizione
dei criteri adottati dalla C.d.L. di Carrara non può esimersi dal riallacciarsi
alle posizioni e ai dibattiti svoltisi all’interno del movimento operaio
nazionale ed internazionale nei primi quindici anni del secolo attorno alle
questioni dei rapporti tra sindacato e partiti politici e degli scopi precipui
dell’azione sindacale stessa. Infatti, le idee soggiacenti nell’ordine del giorno
approvato nel giugno 1919 dal congresso camerale carrarese, erano figlie di
una particolare tendenza del sindacalismo italiano, che è stata generalmente
definita «rivoluzionaria»,107 i cui principi di base erano stati «[…] importati
in Italia dalla Francia, dove parecchi socialisti italiani [li avevano conosciuti]
dopo esservisi rifugiati in seguito alle repressioni del 1898».108
In particolare, si può affermare che la cosiddetta neutralità politica
propugnata dalla C.d.L. carrarese, e più volte riconfermata dalla stessa durante

I saggi sul sindacalismo rivoluzionario in Italia sono stati, negli ultimi trent’anni,
numerosi. Tra i più significativi si veda: A.ANDREASI, L’età giolittiana e il primo
dopoguerra, in AA.VV., Il movimento sindacale in Italia. Rassegna di studi (1945-
1969), Torino 1970; D.MARUCCO, Arturo Labriola e il sindacalismo rivoluzionario
in Italia, Torino 1970; A.RIOSA, La fondazione della C.G.d.L. e lo scontro tra
riformisti e i socialisti rivoluzionari: i verbali del , Segretariato della Resistenza, in
«Critica Storica», 1972; ID., Alcuni elementi dell’ideologia sindacalista
rivoluzionaria all’indomani dello sciopero generale, in AA.VV., Socialismo e
socialisti dal Risorgimento al fascismo, Bari 1974; V.FOA, Sindacati e lotte sociali,
in Storia d’Italia, V. 2, I documenti, Einaudi, Torino 1973; AA.VV., Il Sindacalismo
rivoluzionario i Italia nel periodo della Seconda internazionale. Atti del Convegno di
Studi. Piombino, 28-30 giugno 1974, riprodotti nella rivista «Ricerche storiche», a. V,
n. 1 (n.s.), gennaio-giugno 1975; M.ANTONIOLI – B.BEZZA, Alcune linee
interpretative per una storia dell’Unione Sindacale Italiana: un inedito di Armando
Borghi, in «Primo Maggio», n.1, giugno-settembre 1973; U.SERENI, Da Langhirano
a Modena. La costituzione dell’U.S.I. (1912), in «Movimento Operaio socialista», a.
XXI, 1975, n. 3-4; M.ANTONIOLI, Armando Borghi e l’Unione Sindacale Italiana,
Manduria 1990; ID., Azione diretta e organizzazione operaia. Sindacalismo
rivoluzionario e anarchismo tra la fine dell’Ottocento e il fascismo, Manduria 1990;
ID., Il sindacalismo italiano. Dalle origini al fascismo. Studi e ricerche, Pisa 1997.
108
A.BORGHI, Mezzo secolo di Anarchia, Catania 1978, p. 86. Per una breve
disamina sulla maturazione e lo sviluppo del sindacalismo d’azione diretta in Francia
durante l’ultimo quarto dell’Ottocento si veda J.JULLIARD, Fernand Pelloutier et les
origines du syndicalisme d’action directe, Paris, Editions du Seuil, 1971, e
F.PELLOUTIER, Storia delle Borse del Lavoro, Milano 1976, e sui suoi principi di
matrice libertaria cfr. ID., Lo sciopero generale e l’organizzazione del proletariato,
Catania 1977. Per una schematica descrizione della nascita e dell’evoluzione dei
sindacati in Francia, e delle lotte di tendenza al loro interno, si veda anche l’intervento
di Pierre Monatte al Congresso Internazionale anarchico di Amsterdam del 1907,
riprodotto in M.ANTONIOLI (a cura di), Dibattito sul sindacalismo. Atti del
Congresso Internazionale anarchico di Amsterdam (1907), Firenze 1978, pp. 116 e
ss.
37
tutto l’arco di tempo in cui fu segretario Alberto Meschi,109 era una
derivazione dei postulati fondanti la “carta” di Amiens, cioè le risoluzioni
votate dal Congresso sindacale francese colà tenutosi dall’8 al 16 ottobre del
1906.110 L’idea principale contenuta nella carta d’Amiens era che il
sindacalismo doveva bastare a se stesso, dunque l’organizzazione operaia
«[…] oggi associazione di resistenza», sarebbe stata nell’avvenire «[…]
l’associazione di produzione e di distribuzione, e […] base di una
riorganizzazione sociale».111 Conseguenza di questo principio era appunto
«[…] la neutralità politica del sindacato, che non può e non deve essere né
anarchico, né guesdista, né allemanista, né blanquista, ma semplicemente
operaio», la quale si fondava sul fatto che «[…] gli operai, tutti ugualmente

Si vedano, a tale riguardo, le varie dichiarazioni neutralità nei confronti dei diversi
partiti durante i periodi elettorali, apparse su «Il Cavatore» dal 1911 al 1922. Un tipico
esempio di queste dichiarazioni è rappresentato dall’articolo di fondo intitolato
La Camera del Lavoro e le Elezioni Politiche pubblicato su «Il Cavatore» del 25
ottobre 1919: «[La C.d.L.] Non invade per la politica – per politica intendiamo la lotta
elettorale – il campo che è riservato ai diversi partiti, che per l’appunto si chiamano
politici, perché, lo ripetiamo, alla C.d.L. fanno parte operai di tutte le idee politiche, di
tutte le tendenze. Partecipare in modo qualsiasi alla lotta elettorale vorrebbe dire
portare la scissione fra i lavoratori […] L’organizzazione operaia deve essere
neutrale, assolutamente neutrale, e gli iscritti nell’ambito della Lega, della C.d.L.
devono osservare la più stretta neutralità; fuori ciascuno fa quello che gli piace, chi
vuole astenersi si astiene, chi vuole votare vota; ma entro le file dell’organizzazione
nessuno ha diritto, per il rispetto delle sue e delle altrui idee e per l’interesse della
classe operaia, che deve essere superiore all’interesse di partito o di setta, prendere
posizione pro o contro le elezioni […]».
La risoluzione essenziale, proposta da Griffuelhes e approvata con 824 voti contro
3, recitava: «Il Congresso confederale d’Amiens conferma l’art. 2 della
Confederazione generale del Lavoro, che dice: “La C.G.d.L. raggruppa, al di fuori
d’ogni scuola politica, tutti i lavoratori coscienti della lotta da farsi per la sparizione
del salariato e del padronato”. […] Il Congresso precisa, nei punti seguenti, questa
affermazione teorica: […] per ciò che concerne gli individui, il Congresso afferma
l’intera libertà per ogni [iscritto al] sindacato di partecipare, al di fuori delle unioni
cooperative, a tutte le forme di lotta corrispondenti alle sue concezioni filosofiche o
politiche, limitandosi a raccomandargli, in cambio, di non introdurre nel sindacato le
opinioni che professa al di fuori. Per ciò che concerne le organizzazioni, il Congresso
dichiara che, perché il sindacato raggiunga il suo massimo effetto, l’azione economica
deve esercitarsi direttamente contro il padronato, le organizzazioni confederate non
devono, come organizzazioni sindacali, preoccuparsi dei partiti e delle sette che, al di
fuori e al lato, possono avere liberamente per scopo la trasformazione sociale».
Questa risoluzione è riprodotta in G. CERRITO, Dall’insurrezionalismo alla
settimana rossa. Per una storia dell’anarchismo in Italia (1881-1914), Firenze 1977,
pp. 85-86. Sul congresso d’Amiens si veda anche P.MONATTE, La lotta sindacale,
Milano, Jaca Book, 1978, pp. 43-55.
Citazioni tratte dalla suddetta risoluzione proposta da Griffuelhes e riprodotta in G.
CERRITO, op. cit., p. 86.
38
soggetti alla legge del salariato, [avevano] degli interessi identici».112
Similmente, la C.d.L. di Carrara ribadiva che

«La lotta elettorale è un fatto transitorio e coloro che antepongono agli


interessi di classe del proletariato, l’interesse proprio, di casta, di
partito, dimostrano di non amare i lavoratori, di non capire la
importanza dell’organizzazione proletaria, che unisce i lavoratori
inquantochè sono i produttori della ricchezza sociale, e forma la Lega,
il Sindacato che è, e sarà il perno della società futura, il germe delle
comuni libertarie che gestiranno la produzione e il consumo in un non
lontano domani».113

L’accenno alle comuni libertarie, contenuto nell’ultima parte della suddetta


“dichiarazione d’intenti” camerale, uscita dalla penna del suo segretario Meschi,
introduce un elemento “nuovo” all’interno dei fini della lotta sindacale
rivoluzionaria. Questo elemento derivava dal dibattito e dalle prese di posizione
esistenti nel movimento anarchico europeo, sviluppatesi durante il primo
decennio del secolo, sulla questione dei rapporti tra anarchismo e sindacalismo, il
cui culmine era stato raggiunto al Congresso internazionale anarchico di
Amsterdam, svoltosi dal 24 al 31 agosto 1907.114 Nel corso dei lavori del
Congresso, “esplose” la famosa polemica Monatte – Malatesta, la quale mise in
evidenza le differenze esistenti tra una tendenza sindacalista «pura» e un’altra per
così dire «anarco-sindacalista», che in pratica attenuò «[…] l’entusiasmo e la
fiducia degli anarchici italiani nel sindacato come mezzo e fine».115 In sostanza,
la maggior parte degli anarchici italiani che partecipavano al movimento
sindacale aderì alla tesi di Malatesta contraria alle conclusioni cui era giunto
Monatte, cioè che il sindacalismo era «[…] un mezzo necessario e sufficiente di
rivoluzione sociale».116
L’anarchico campano sosteneva la partecipazione più attiva possibile al
movimento operaio organizzato, ma in modo da rimanere «[…] degli
anarchici, in tutta la forza e l’ampiezza del termine», senza che una tale
partecipazione comportasse «[…] una rinuncia alle nostre idee più care».117
Egli considerava il sindacalismo come un mezzo utile al raggiungimento di
quella insurrezione popolare che avrebbe potuto comportare lo scoppio di una
rivoluzione sociale generalizzata, ma non accettava l’idea che potesse anche
essere un fine. Infatti, il sindacalismo, a differenza dell’anarchismo,

Intervento di P.Monatte cit., in M.ANTONIOLI (a cura di ), op. cit., p. 122.


La Camera del Lavoro e le Elezioni Politiche, in Il Cavatore del 25 ottobre 1919.
Su tale Congresso si veda il già citato Dibattito sul sindacalismo, curato da
M.Antonioli.
G.CERRITO, op. cit., p. 92.
Intervento di Malatesta al Congresso di Amsterdam, in M.ANTONIOLI (a cura
di), op. cit., p. 131.
Ibid.
39
«[…] anche se si rinforza con l’attributo del tutto inutile di
rivoluzionario, […] è e sarà sempre un movimento legalitario e
conservatore senza altro scopo possibile – ben che vada – che il
miglioramento delle condizioni di lavoro».118

Questa posizione era suffragata dalla descrizione della storia delle unions
nordamericane che

«[…] dopo essersi mostrate di un rivoluzionarismo radicale, […]


[erano] diventate, crescendo in forza e in ricchezza, delle
organizzazioni nettamente conservatrici, unicamente occupate a fare dei
loro membri dei privilegiati nella fabbrica, l’officina o la miniera e
molto meno ostili al capitalismo padronale degli operai non organizzati,
di quel proletariato cencioso infamato dalla socialdemocrazia!».119

Quindi, contestava l’affermazione dei sindacalisti «puri» che «[…] gli


interessi economici di tutti gli operai – della classe operaia – [fossero] solidali
[…]», dimostrando come spesso quelli di una categoria risultassero
irriducibilmente in contrasto con quelli di un’altra. Proseguiva soffermandosi
sul pericolo insito «[…] nell’accettare, da parte del militante [anarchico], delle
funzioni sindacali, soprattutto quando sono pagate», che potevano condurre,
quando protratte nel tempo, a nefaste conseguenze sia per l’organizzazione
operaia, sia per il militante stesso.120
In pratica, Malatesta metteva in guardia i compagni sui rischi impliciti
nella visione esclusivamente economica dell’organizzazione sindacale e della
lotta di classe da questi sostenuta, non adeguatamente supportata da un ideale
di emancipazione sociale che prospettasse come obiettivo una società senza
“classi”. In tal senso, concludendo il suo intervento, egli affermava che

«il sindacalismo, mezzo d’azione eccellente in ragione delle forze


operaie che mette a nostra disposizione, non può essere il nostro unico
scopo. Ancora meno deve farci perdere di vista l’unico scopo che valga
uno sforzo: l’Anarchia».121

Dunque, il suddetto riferimento alle comuni libertarie da parte della C.d.L.


carrarese, recepiva da un lato tali “indicazioni” malatestiane, mentre dall’altro
derivava dalla precipua concezione che del sindacalismo si era fatta il Meschi,
il quale lo considerava come

Ibid., p. 132.
Ibid., p. 133.
Cfr. Ibid., p. 134.
Ibid., pp. 136-137.
40
«[…] quella forma di organizzazione proletaria che trova la sua ragione
d’essere nella lotta di classe, nell’antitesi che vi è tra capitale e lavoro,
antitesi che, contrariamente a ciò che credono i riformisti e i
repubblicani, andrà sempre più inasprendosi giacchè tra sfruttati e
sfruttatori, non può esistere, né armonia, né collaborazione di sorta:
l’odio di classe invece deve essere la leva potente che deve spingere i
proletari, in un avvenire più o meno lontano, a sopprimere nell’interesse
della stessa umanità, la classe borghese».122

Quindi proseguiva precisando che

«[…] le organizzazioni proletarie debbono come fine tendere


all’abolizione del salariato, che in parole povere vuol dire abolizione
della società borghese, e siccome la società borghese ha nello Stato
(commissione esecutiva degli interessi borghesi, come lo definì Marx)
il migliore di forme, è logico che il proletariato lotti per la soppressione
di detto stato».123

E in un’altra occasione dichiarava, riferendosi al fine ultimo


dell’azione sindacale

«Si, noi siamo, è superfluo dirlo, per la espropriazione pura e semplice;


il proletariato ha diritto di espropriare, di impossessarsi, con tutti i
mezzi niuno escluso, di tutto ciò che esiste, di tutta la ricchezza sociale
La espropriazione deve essere radicale, nessuno indennizzo è
dovuto ai ricchi, a questi esosi sfruttatori, i quali potranno dirsi fortunati
se potranno diventare dei proletari, dei produttori. […] l’esercito del
lavoro […] nella [sua] fiammeggiante bandiera […] [avrà] scritto a
caratteri di sangue: Abolizione della proprietà privata! Evviva il
Comunismo libertario!».124

Per una siffatta concezione degli scopi finali del sindacalismo, risultò
probabilmente determinante l’esperienza vissuta da Meschi all’interno della
F.O.R.A. (Federacion Obrera Regional Argentina), l’organizzazione operaia
di tendenza comunista anarchica nata nel 1901, nei due, tre anni di
permanenza in Argentina trascorsi occupandosi come muratore a Buenos
Aires prima e a Mar del Plata poi.125 Infatti, la suddetta organizzazione nel
1905 aveva votato ed approvato una mozione congressuale di questo tenore:

Alberto Meschi, Repubblica, Sindacalismo e Leghe Gialle, in La Battaglia del 1


gennaio 1913.
Ibid.
Alberto Meschi, Noi siamo per la espropriazione, in Il Cavatore del 23 febbraio 1919.

Meschi emigrò per l’Argentina, secondo l’autorità politica, nel febbraio 1907 (ma
secondo Hugo Rolland egli partì «al più tardi, nel 1905»), e ne venne poi espulso con
41
«Il quinto Congresso Operaio regionale argentino, coerentemente con i
principi filosofici che hanno costituito la ragion d’essere
dell’organizzazione delle federazioni operaie, dichiara: Che approva e
raccomanda a tutti gli aderenti la propaganda e l’informazione più
ampia allo scopo di far penetrare nella classe operaia i principi
economici e filosofici del comunismo anarchico. Questa educazione,
impedendo che ci si limiti alla conquista delle otto ore, porterà gli
operai alla completa emancipazione e conseguentemente alla
evoluzione sociale che viene perseguita».126

Così, al suo rientro in Italia, Meschi era ormai completamente convinto


della necessità della creazione di organizzazioni operaie che adottassero un
punto di vista anarco-sindacalista nella loro condotta sia teorica che pratica, le
quali riuscissero a “liberare” i lavoratori italiani dalla “tutela” dei dirigenti
riformisti della C.G.d.L. e a trascinarli «[…] sulla via dell’azione diretta,
come sono riusciti i compagni di Francia, dell’Argentina, dell’Uruguay e del
Brasile».127
I mezzi pratici di questo sindacalismo d’azione diretta erano quelli dello
sciopero generale e parziale ad oltranza, del boicottaggio, del sabotaggio e
dell’ostruzionismo.128 Il principio fondamentale del sindacalismo
rivoluzionario, compendiato dalla celebre formula diffusa dalla Prima

decreto del 26 settembre 1909 in base alle leggi antianarchiche poste in essere dal
governo dopo l’uccisione del capo della polizia colonnello Falcon. Rientrò quindi in
Italia, sbarcando a Genova dal «Rio de las Amazonas» il 27 dicembre 1909. In
Argentina, Meschi collaborò a diversi fogli libertari e partecipò al locale movimento
sindacale, tanto che entrò a far parte della commissione esecutiva della F.O.R.A. Cfr.
F.ANDREUCCI – T.DETTI, op. cit., voce Meschi Alberto, p. 443.
D.A.DE SANTILLAN, La F.O.R.A. Storia del movimento operaio rivoluzionario
in Argentina, Livorno 1979, pp. 118-119. Sulla formazione sindacalista di Alberto
Meschi si veda la relazione di G.SACCHETTI, Alberto Meschi: un antimilitarista e
sindacalista anarchico fra Federacion Obrera Regional Argentina e Unione
Sindacale Italiana, in Cobas del Marmo, Convegno di studi sul sindacalismo
libertario di Alberto Meschi, Carrara 1994. Per una sintetica esposizione dei principi
economici e filosofici del comunismo anarchico si veda il noto opuscolo di Errico
Malatesta, Il nostro programma, uscito a Paterson, New Jersey, nel 1905 e riprodotto
in E.MALATESTA, Scritti scelti. Saggio introduttivo di Gino Cerrito, Roma 1973,
pp. 93 e ss.
Cfr. A.Meschi, Gli anarchici e l’organizzazione operaia, in Il Libertario, nn. dal
al 349 del maggio e giugno 1910.
Per una breve ma efficace descrizione dei concetti di sciopero parziale e generale
si veda l’opuscolo, uscito nel 1906, di L. FABBRI, L’organizzazione operaia e
l’anarchia, Firenze 1975, pp. 24 e ss. Per quel che riguarda il sabotaggio, il
boicottaggio e l’ostruzionismo si veda il saggio, redatto nella prima decade del secolo,
di E. POUGET, Sabotaggio, Ragusa 1973.
42
Internazionale: «L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori
stessi», era quello della partecipazione in prima persona degli operai alle lotte
economiche tendenti a migliorare le loro condizioni di vita. Questa
partecipazione diretta doveva essere simile a una “palestra” che rendesse
coscienti gli sfruttati della loro forza e delle loro possibilità di modificare
l’attuale sistema politico. Dunque, era necessario che i metodi utilizzati nelle
vertenze tra capitale e lavoro fossero tali da permettere l’intervento diretto
degli operai, in modo da favorire lo sviluppo di quel sentimento di fiducia
nelle proprie positive capacità di incidere nella società.
In tal senso, lo sciopero, oltre ad essere una delle armi principali dei
lavoratori nei conflitti economici col padronato, era considerato come una
pratica che permetteva

«[…] alla massa operaia [di entrare] nella lotta di classe e [di
familiarizzare] con le nozioni che ne scaturiscono; è con lo sciopero che
compie la sua educazione rivoluzionaria, che misura la propria forza e
quella del suo nemico, il capitalismo, che prende fiducia nel suo potere,
che impara l’audacia».129

Similmente, anche

«il sabotaggio non ha un valore certo minore. Così si formula: a cattiva


paga, cattivo lavoro. Come lo sciopero, è sempre stato attuato […] I
risultati ottenuti con il sabotaggio sono già rilevanti. Laddove lo
sciopero si era dimostrato impotente, il sabotaggio è riuscito a spezzare
la resistenza padronale. […] Non solo il padronato ha spesso ceduto,
ma l’operaio […] è uscito da questa campagna molto più cosciente, più
indipendente, più ribelle».130

Meschi, in relazione alle modalità di svolgimento degli scioperi parziali e


di utilizzo del sabotaggio, aggiungeva che talvolta

«negli scioperi futuri sarà necessario, anzi indispensabile, se si vorrà


vincere, impiegare la santa e persuasiva violenza. Uno sciopero che
dura qualche giorno è ben difficile che termini con la vittoria dei
proletari […] Anche il sabottage è un’arma, se ben impugnata di non
dubbia efficacia […]».131

Intervento di Monatte al Congresso Internazionale anarchico di Amsterdam, in M.

Ibid.
A. Meschi, Gli anarchici e l’organizzazione operaia cit.
43
Ed alcuni anni dopo, in un comizio tenuto a Torano, durante la lunga serrata
proclamata dagli industriali del marmo di Carrara, ribadiva e precisava questi
concetti dichiarando agli operai:

«Voi avete diritto di rispondere all’aggressione della Serrata con ogni


sorta di violenze, né è delittuosa per voi la distruzione delle macchine
destinate alla produzione di quella ricchezza che ora serve per
opprimervi … E sappiate che, senza una buona dose di bastonate a
qualche industriale, questa situazione che a noi impone la fame non si
risolverà. Io ho assistito a Baia-Blanca [in Argentina] ad un altro grave
conflitto simile a questo; ebbene quando tutto faceva disperare per il
conseguimento delle aspirazioni operaie, una sera alcuni dei padroni più
influenti ebbero una solenne bastonatura dagli operai e, dopo qualche
giorno, lo sciopero finì con la vittoria di questi».132

Oltre che per il raggiungimento di miglioramenti economici parziali e per


la crescita della fiducia nella forza operaia, i mezzi del sindacalismo d’azione
diretta venivano utilizzati anche per manifestare sul terreno dei fatti la
solidarietà esistente tra diverse categorie di lavoratori, in modo da superare,
almeno sul piano ideale, le differenze esistenti a livello economico, e
conseguentemente di interessi, all’interno del proletariato. Il tema della
solidarietà e dell’unità di tutti i lavoratori, centrale nell’elaborazione teorica
del sindacalismo rivoluzionario, doveva soprattutto realizzarsi sul terreno
dell’azione pratica, affinché non rimanesse una vuota formula, priva di reali
contenuti. Inoltre, era un modo concreto di allargare l’azione sindacale dal
piano puramente economico a quello ideale, mostrando come gli scopi di
emancipazione e i principi di giustizia e libertà, propugnati
dall’organizzazione operaia, non fossero delle mere dichiarazioni utopistiche,
sprovviste di alcuna possibilità di realizzazione.
Dunque, gli scioperi generali di protesta contro un eccidio avvenuto in
qualche località, oppure quelli indetti per reclamare la libertà di alcuni
detenuti politici, rientravano in questa ottica ideale tendente a sviluppare quei
sentimenti di solidarietà e di cooperazione attiva tra gli operai che

Relazione del Commissario P.S. Carrara al Prefetto Massa, 4 gennaio 1914, in


ASM, Questura di Massa, I serie, busta 19. Sulla serrata padronale, cominciata il 15
novembre 1913 e terminata il 30 gennaio 1914, si vedano i capitoli 29, 30 e 31 di M.
GIORGI, op. cit. Naturalmente, questa esplicita dichiarazione di Meschi sulla
legittimità dell’uso della violenza da parte degli operai deve anche essere
adeguatamente contestualizzata. Infatti, la lunga serrata del 1913-14 stava
scompaginando le fila della C.d.L. (offrendo il pretesto a socialisti e “marinelli” di
tirarsene fuori), sicchè il padronato rischiava di ottenere una piena vittoria. Quindi,
per ricompattare il fronte operaio e per rimotivarlo in questa dura lotta, Meschi alza il
tono, “drammatizza”, da organizzatore esperto e consumato qual’era.
44
rappresentavano le fondamenta per un’efficace movimento sindacale con
programma espropriatore.133
L’importanza tangibile e morale dell’unità e della solidarietà dei lavoratori
era ben compresa dalla C.d.L carrarese, che costantemente ne esortava il
consolidamento e ne chiariva il significato per il presente e per l’avvenire:

«Il cavatore sa che nel lizzatore ha un suo compagno fido sul quale sa
di poter contare in tutto e per tutto […] Gli operai che ascendono il
monte, anche se non si conoscono,si sentono uniti da un filo, invisibile
a occhio nudo, ma forte e resistente più di una brunita catena d’acciaio;
quel filo fine fine che lega, che unisce gli operai che niuna forza umana
può infrangere si chiama: solidarietà di classe! La solidarietà, l’unione,
ecco il segreto di tutte le vittorie passate e future! La solidarietà fattiva
ed attiva eleva la coscienza proletaria; mette l’operaio di fronte al
proprio principale nella piena dei suoi diritti. Il padrone è costretto a
trattare da pari a pari l’operaio […] perché sa che oggi quell’operaio
non è più solo, che dietro di lui sta l’esercito immenso del lavoro, che
dal monte al piano, dappertutto è scritto, a caratteri indelebili nella
coscienza dell’operaio: tutti per uno, uno per tutti! La Camera del
Lavoro riunisce, al di sopra di ogni idea di partito o di religione, le
sterminate falangi proletarie sul terreno della lotta di classe, dove
sull’incudine dell’azione diretta i proletari foggiano i nuovi diritti del
lavoro, si sancisce il nuovo codice dell’Umanità sul quale è scritto a
caratteri di fuoco: Abolizione del salariato. Libertà e giustizia!».134

Questo concetto di solidarietà ed unità operaia era talmente “sentito”


dall’organizzazione camerale carrarese, e dai suoi aderenti, che in sua difesa
non si esitava a scendere in campo, adottando metodi di lotta assai drastici,
contro coloro che tendevano ad infrangerlo. Tra questi, effettivi attentatori di
tale principio erano considerati quegli imprenditori che, durante uno sciopero,
non si peritavano di assumere temporaneamente altri lavoratori (i cosiddetti
crumiri), nel tentativo di fiaccare la resistenza dei propri dipendenti in
agitazione. Contro questi, la C.d.L. utilizzava l’arma del boicottaggio, che
consisteva nel rifiuto da parte di altre categorie di operai, non direttamente
alle dipendenze di tali industriali, di lavorare o trasportare la «merce»
appartenente alle ditte del titolare in questione, in modo da appoggiare e
sostenere attivamente la lotta economica intrapresa da una singola Lega o
sezione della stessa organizzazione camerale. Addirittura, a vertenza risolta,

Sull’importanza di questi scioperi di protesta o di solidarietà per lo sviluppo della


coscienza operaia si vedano le osservazioni di Luigi Fabbri contenute nel suo
opuscolo L’organizzazione operaia cit., pp. 27-28.
L’unità proletaria di fatto dal bagas all’agente, in Il Cavatore del 2 febbraio 1919. I bagasci
erano quei giovinetti che lavoravano alle cave con mansioni di manovalanza, quali il trasporto
dell’acqua e della sabbia, degli attrezzi di lavoro e del cibo per i cavatori ecc.
45
se alcuni dei crumiri erano stati degli operai regolarmente assunti già da
tempo dalla ditta, la C.d.L. ne richiedeva il licenziamento da parte
dell’industriale, pena la ripresa del boicottaggio nei suoi confronti.135
Simili azioni erano considerate necessarie poiché solo l’unità e la
solidarietà tra lavoratori poteva permettere al sindacato di portare avanti
vittoriosamente le numerose battaglie per i miglioramenti economici parziali,
e di reggere l’urto delle prevedibili offensive padronali volte a limitare i diritti
conquistati, o da conquistarsi, da parte degli operai. Avevano, inoltre, una
funzione educativa, che facesse comprendere a quegli operai che si erano
rifiutati di partecipare a un dato sciopero quanto riprovevole era stato il loro
comportamento, dato che

«[…] la battaglia si combatteva anche per loro, ed in nome loro, e nel


loro interesse, eppure essi, come il soldato che getta il fucile e passa,
mentre infuria la battaglia, al nemico, tentarono la rovina dei loro
compagni».136

Era fondamentale, per l’organizzazione camerale, che questi capissero che

«Chi, munito di tessera, mentre tutti si astengono, continua a lavorare è


doppiamente biasimevole, perché non solo compie l’atto di
crumiraggio, continuando a lavorare, ma viene meno al dovere di
solidarietà, tradisce i propri compagni, che su di lui contavano come su
di un combattente»,

e soprattutto che

«Il bisogno non poteva costringerli a fare i crumiri, perché se ciò


realmente fosse stato, essi potevano venire da noi e li avremmo aiutati,
come ne aiutammo tanti altri».137

135
Emblematico in tal senso il boicottaggio effettuato dalla C.d.L. contro la ditta
Faggioni, negli ultimi due mesi del 1912, colpevole di non voler licenziare alcuni
operai che avevano continuato a lavorare durante il precedente sciopero, per le
pensioni ai lavoratori del marmo, dei loro compagni. Si noti che tali crumiri erano
muniti della tessera della C.d.L. e quindi, agli occhi dell’organizzazione camerale,
doppiamente rei di attentare al principio della solidarietà e dell’unità proletaria in
generale, e sindacale in particolare. Cfr. su tale vicenda M.GIORGI, op. cit., pp. 149 e
ss. Bisogna precisare che questa prassi apparteneva a tutte le organizzazioni sindacali
italiane dell’epoca. Ad esempio, anche la riformista Federterra applicava un controllo
sul territorio (umano e non) assai deciso. Sulla Federterra, cfr. I.BARBADORO,
Storia del sindacalismo italiano. Dalla nascita al fascismo, vol. I: La Federterra,
Firenze, La Nuova Italia, 1974.
136
Manifesto della C.d.L. di Carrara, a firma Alberto Meschi per la Commissione
Esecutiva, pubblicato il 14 novembre 1912, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 33.
Alberto Meschi, Un cane da guardia, in Il Cavatore del 22 novembre 1912. 46
In pratica, si voleva e si doveva addestrare gli operai a praticare la solidarietà,
l’unità e la cooperazione reciproca, cioè quei principi di base che garantivano
la tenuta e la crescita dell’organizzazione e sui quali si sarebbe edificata la
futura società di liberi ed eguali.138
L’arma risolutiva, teorizzata dal sindacalismo d’azione diretta, che
avrebbe dovuto portare al «[…] passaggio dalla società borghese alla società
socialista e libertaria»,139 era incarnata dallo sciopero generale rivoluzionario.
Attraverso la moltiplicazione dei conflitti economici parziali tra lavoratori e
padronato, la generalizzazione degli scioperi di protesta e di solidarietà,
progressivamente si sarebbe riusciti a trascinare «[…] la classe operaia […]
verso lo sciopero generale espropriatore che comprenderà la distruzione della
società attuale e l’espropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti».140
Essenzialmente, con lo sciopero generale «[…] delle categorie principali, e in
esse [della] maggioranza degli operai delle industrie, dei servizi pubblici e dei
trasporti»,141 si doveva tendere a «[…] disorganizzare la struttura economica
della società attuale […]»,142 indi a favorire e a sviluppare un’insurrezione
armata diffusa che avrebbe portato alla «[…] distruzione della società
capitalistica ed autoritaria […]».143 Dunque, come propugnava la C.d.L. di
Carrara, non uno «Sciopero dimostrativo, […] incrocio puro e semplice di
braccia […]», bensì «il colpo di spalla del proletariato per sbarazzarsi di tutti i
piccoli e grossi vampiri che lo succhiano che lo sfruttano».144
138
Uno dei crumiri della ditta Faggioni, di cui la C.d.L. richiese il licenziamento,
durante il già citato boicottaggio del 1912, era il padre di Stefano Vatteroni, il quale
divenne in seguito un attivo militante anarchico (condannato nel 1927 dal Tribunale
speciale fascista a 18 anni e 9 mesi di reclusione per complicità col Lucetti
nell’attentato a Mussolini dell’11 settembre 1926) e grande amico di Alberto Meschi.
Si veda, a tal proposito, la testimonianza di Vatteroni in H.ROLLAND, op. cit., p.
280.
L.FABBRI, opuscolo cit., p. 29.
Mozione Nacht – Monatte votata al Congresso Internazionale anarchico di
Amsterdam (1907), in M.ANTONIOLI (a cura di), op. cit., p. 146. Tale mozione
venne controfirmata anche da Luigi Fabbri.
L.FABBRI, opusc. cit., p. 29.
Mozione Friedeberg votata al Congresso di Amsterdam, in M. ANTONIOLI (a
cura di), op. cit., p. 144.
Mozione Cornelissen – Vohryzek – Malatesta votata al Congresso di Amsterdam, in ibid.,
p. 143.
Lo sciopero generale, in Il Cavatore del 26 luglio 1919. In questo articolo, dopo
aver descritto lo sgomento, l’angoscia e la paura percepite dalle classi borghesi
all’annuncio dello sciopero generale del 20 e 21 luglio 1919, indetto dalla C.G.d.L. e
dal Partito Socialista in solidarietà con le rivoluzioni Russa ed Ungherese, e della
successiva loro gioia al termine dello stesso, si operava un netto distinguo tra il
suddetto sciopero, considerato puramente «dimostrativo» e, oltretutto, diretto dai
riformisti D’Aragona, Bianchi, Buozzi, Turati, Quaglino, Altobelli, Prampolini ecc., e
47
Infine, opponendosi a coloro che sostenevano che «[…] lo sciopero
generale lo si dovrebbe fare solo quando si sa che dallo sciopero si può
passare alla insurrezione, alla rivoluzione sociale»,145 l’organizzazione
camerale carrarese, constatando che dietro al suddetto argomento si voleva
«[…] nascondere la voglia di non fare nulla […]»,146 sosteneva apertamente
che «[…] lo sciopero generale deve, con un crescendo di violenze, effettuarsi
tutte le volte che può farsi», poiché «[…] serve come ginnastica e come prova
inconfutabile della forza rivoluzionaria della classe proletaria, che collo
sciopero generale arresta, sgomina, paralizza la macchina statale, prepara e
spiana la via alla Rivoluzione Sociale».147

2.3. LA CAMERA DEL LAVORO IN AZIONE.

L’attività svolta dalla C.d.L. carrarese toccava ogni aspetto riguardante la


vita dei propri iscritti e del comprensorio, dunque non si limitava alla
semplice difesa e conquista di diritti e di miglioramenti economici per i
lavoratori. “Palestra” di lotta di classe e “scuola” di solidarietà e di
cooperazione, il sindacato operaio, rappresentando l’associazione di
produzione e di distribuzione del futuro e la base di partenza dell’auspicata

il reale sciopero generale, le cui caratteristiche sarebbero state quelle di essere «ad
oltranza e rivoluzionario», che doveva rappresentare «il ponte gettato tra la vecchia
società che bisogna distruggere e la nuova che si deve edificare!», durante il quale si
sarebbe esercitata quella «violenza inevitabile e necessaria per fare tabula rasa di
tutte le sozzure, di tutte le infamie della società borghese!». In un manifestino
annunciante la proclamazione di questo stesso sciopero, e riprodotto su Il Cavatore
del 19 luglio 1919, a nome dell’U.S.I. e dei Comunisti anarchici si invitava il
proletariato dell’Apuania a parteciparvi, ma si precisava che tale iniziativa non era da
loro condivisa , dato che «[…] lo sciopero generale con l’orologio alla mano, con i
minuti contati non è mai stato nelle nostre simpatie, ci ha sempre avuti avversari
tenaci e decisi, perché lo sciopero generale stroncato nella stretta morsa del tempo
misurato con cronometro alla mano è di una efficacia discutibilissima […]», e si
concludeva con la seguente speranza: «Auguriamoci che l’esperienza insegni ai
socialisti, che lo sciopero generale, per essere veramente efficace non deve essere
limitato né nei mezzi né nel tempo. Viva lo sciopero generale! Viva la solidarietà
operaia!».
Il Cavatore, Lo sciopero generale, in Il Cavatore del 30 agosto 1913.
Ibid.
Ibid.
48
riorganizzazione sociale, quasi naturalmente tendeva a globalizzare le proprie
funzioni, proponendosi come il ricettacolo di una “nuova” cultura popolare
che risultasse altra ed alternativa a quella dominante. Nelle varie agitazioni
dispiegate dalla C.d.L. emergeva e si realizzava concretamente questa cultura,
pazientemente “modellata” giorno per giorno, attraverso la partecipazione dei
lavoratori alle discussioni nelle riunioni delle rispettive leghe di mestiere, alla
lettura dei giornali e degli opuscoli sovversivi nei circoli e club operai, alle
conferenze sui più svariati temi, alle feste sociali ecc. Dunque, il primo passo
verso la comprensione del “mondo operaio” organizzato carrarese deve
muovere anzitutto dall’osservazione delle battaglie e dei conflitti da esso
combattuti.
Per una sommaria descrizione di alcune significative azioni intraprese
dalla C.d.L. carrarese, che possono più chiaramente mostrare i peculiari
metodi, valori e scopi della stessa, durante il cosiddetto biennio rosso, si è
pensato di ripartirle in base al loro carattere principalmente economico,
politico o sociale, avvertendo, ovviamente, che tale suddivisione è puramente
metodologica, dato che in ogni sciopero, manifestazione, agitazione o
dibattito promosso dall’organizzazione operaia gli elementi economici,
politici e sociali necessariamente coesistevano, in quanto, come veniva
affermato in un articolo apparso su «Il Cavatore» nell’ottobre 1920, «[…] non
esistono movimenti prettamente economici, ma tutti i movimenti che hanno
per sfondo la lotta di classe, che tendono all’espropriazione, sono movimenti
economici – politici […]».148

a) Le vertenze economiche.

Nel giugno 1919 cominciò l’agitazione dei cavatori per il rinnovo del
contratto di lavoro. Il 5, le Leghe Riunite dei Cavatori mandarono a diverse
ditte e all’Unione Industriale del marmo un memoriale, nel quale si chiedeva:

«1° L’orario di 6 ore, tenendo conto sempre della partenza dal poggio.
2° Aumento del 50% sulle paghe attualmente percepite per la prima
categoria, del 40% per tutta l’altra maestranza, donne comprese;
aumento in proporzione agli apprendisti.
3° In caso di pioggia l’operaio starà nella capanna fino a mezzogiorno
e avrà diritto alla mezza giornata, lavorando nel pomeriggio avrà diritto
all’intera. Il lavoro notturno sarà retribuito in ragione del 100%.
4° In caso di infortunio all’operaio infortunato deve essere pagata la
mezza giornata in ragione delle paghe attualmente stabilite, oltre
l’intera giornata, com’è prescritto dalla Legge, il primo giorno
dell’infortunio.

Dopo la grande battaglia dei Metallurgici, in Il Cavatore del 2 ottobre 1920. 49


5° Gli operai che dormono alla cava non devono pagare nulla né in
lavoro né in denaro. Così pure per il vitto si deve adottare il sistema di
cooperativa e l’esercente cava deve pensare alla confezione del vitto.
6° Gli operai non sono obbligati a portare attrezzi né da Carrara, né dal
poggio alla cava o altrove, se il tempo che impiegheranno non gli sarà
conteggiato come lavoro.
7° Adottazione del sabato inglese interamente retribuito.
8° Gli operai devono essere pagati, salvo casi di forza maggiore, nella
cava al sabato in modo che terminato il lavoro siano liberi.
9° Gli operai devono essere iscritti alla Camera del Lavoro di Carrara e
Provincia.
10° Nei mesi di giugno, luglio e agosto continuerà l’uso della
buon’ora.
Non ricevendo nessuna risposta entro il 29 corr. la C.d.L. si ritiene
libera di agire nel modo che crederà opportuno già per la tutela degli
interessi dei cavatori».149

Osservando questo documento, interessati appaiono i punti 5, 6 e 8, dai


quali si possono rilevare alcune “abitudini” imposte da lungo tempo dagli
industriali del marmo carraresi alle maestranze, e tenacemente avversate
dall’organizzazione operaia.
Per quel che riguarda il trasporto degli utensili da lavoro alle cave,
numerosi proprietari, anziché utilizzare le varie teleferiche appositamente
costruite per lo spostamento delle differenti merci di consumo «[…] dalle
Stazioni della Ferrovia Marmifera e dai […] poggi ai diversi piani di
lavorazione»,150 pretendevano, come avveniva in passato, «[…] di farli
portare dagli operai e quel che è peggio, [pretendevano] che gli operai carichi
come somari [arrivassero] sul lavoro in orario».151 Contro tale soperchieria,
un anonimo cavatore dalle colonne del giornale camerale esortava i propri
compagni a rifiutarsi di portare detti utensili, o, se proprio non potevano
sottrarsi, li invitava a «[…] metterci il tempo che ci vuole e se il padrone
strilla c’è la C.d.L. Noi non siamo dei muli per dio!».152
I punti 5 e 8 si riferiscono a quel vero e proprio truck – system adottato
dalla locale classe industriale, consistente nel recupero immediato di una parte
del salario dovuta all’operaio. Infatti, in varie cave vi erano «[…] delle case
adibite a dormitorio degli operai, che in 10, in 20 e anche più dormono in
stanze o cameroni», cosicchè

«la ditta c’ha il vantaggio di avere gli operai sul lavoro freschi, non
stanchi dal viaggio faticoso e lungo, com’è l’arrampicarsi su per le
montagne, e di farli lavorare il tempo che gli altri impiegano dal poggio

ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā
’agitazione dei cavatori, in Il Cavatore del 21 giugno 1919.
ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā
.A.FABBRICOTTI, op. cit., p. 65.
ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ
ontro le cattive abitudini, in Il Cavatore del 29 marzo 1919.
ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā ᜀ Ā
bid.
50
di caricazione, dove comincia per l’operaio la giornata, per recarsi alla
cava, tempo abbastanza lungo».153

Ora, la stragrande maggioranza dei proprietari faceva pagare al cavatore il


giaciglio ove riposava o in denaro, decurtandolo direttamente dalla paga, o in
lavoro, esigendo generalmente «[…] due ore in più di lavoro ogni giorno per
il dormire»,154 il che rendeva, conti alla mano, come asseriva il segretario
della C.d.L., «[…] più […] che un albergo di 1° ordine a Viareggio».155
Inoltre, il prezzo del vitto consumato sui luoghi di lavoro spesso era
sensibilmente più caro del dovuto, tanto che un assiduo lettore de «Il
Cavatore», dalle colonne dello stesso, denunciava che alla cava ove era
impiegato, quella della Ditta Augusto Faggioni sita al Torrione, la carne in
conserva, comprata a 40 cent. l’etto, era venduta a lire 1,10, il tonno,
acquistato a 1,20, era smerciato a 1,80, e «[…] così dicasi di tutti gli altri
generi alimentari».156
Per quel che concerne il pagamento dei salari ai cavatori, era da tempo
invalsa l’abitudine di effettuarlo nelle bettole della città.

«Ora, questo è un sistema poco decoroso, e molto dannoso, perché se


invece le paghe fossero fatte sul lavoro, come logicamente dovrebbe
essere, molti ma molti operai non avrebbero l’occasione di assottigliare
il loro ben già misero guadagno, ingoiando una quantità di alcool, che,
oltre al nuocere loro alla salute, alleggerisce le tasche. La paga fatta col
sistema odierno, obbliga l’operaio ad attendere per ore e ore nell’osteria
l’arrivo di quel benedetto Messia del capo cava. E mentre attende
beve».157

I locali pubblici dove venivano effettuate le paghe erano, nella maggior


parte dei casi, di proprietà degli stessi esercenti di cave, dunque una parte del
salario, da questi corrisposto agli operai, rientrava immediatamente nelle loro
tasche. Inoltre, spesso il capo cava addetto al pagamento delle mercedi si
recava, la sera del sabato, assai tardi in tali bettole, talora rimandando,
all’ultimo momento, il versamento alla mattina successiva, cosicché
prolungando l’attesa aumentava la spesa del cavatore e, di conseguenza,
cresceva il guadagno del suo datore di lavoro. Questo sistema, duramente
osteggiato dall’organizzazione proletaria carrarese, continuò, talvolta, ad
essere adottato dagli industriali locali anche dopo l’entrata in vigore del nuovo
contratto di lavoro del luglio 1919, nel quale si specificava, al comma 8 bis,

Alberto Meschi, Lettera aperta a Benito Mussolini, in Il Cavatore del 12


novembre 1921.
Ibid.
Ibid.
Un Assiduo, L’esempio vien dall’alto, in Il Cavatore del 15 maggio 1920.
Ercole Cargioli, Oh! Quei capi cava, in Il Cavatore del 21 settembre 1912. 51
che «La paga agli operai sarà corrisposta se possibile sul lavoro, in ogni modo
in Carrara purché non avvenga mai nelle cantine e non oltre le 17».158
Ritorniamo ora all’agitazione dei cavatori iniziata nel giugno 1919. La
risposta padronale al citato memoriale redatto dalle Leghe Riunite dei
Cavatori si fece attendere a lungo. Nel frattempo, «[…] si prendevano da parte
delle autorità preparativi che non lasciavano presagire nulla di buono; si
rafforzava il numero dei poliziotti e dei carabinieri, si concentravano truppe,
si prendevano quei provvedimenti che lasciavano capire che le richieste dei
cavatori non sarebbero state accettate».159 Gli industriali, preparandosi alle
trattative con la C.d.L., in quei stessi giorni, fondarono la Federazione fra le
Associazioni industriali del marmo, aderente alla Confederazione Nazionale
Industriale, della quale segretario e “factotum” fu nominato l’avvocato
Bernardo Pocherra.160
Il 26 giugno, dopo che si era sparsa la voce per la città della possibilità di
una serrata da parte degli esercenti delle cave, ebbe luogo il primo incontro,
alla Camera di Commercio, tra la commissione degli industriali, composta da
Ciro Faggioni, Giovanni Gattini, Giuseppe Dell’Amico, Renato Lazzoni
(assente) e dall’avv. Pocherra, e i rappresentati dell’organizzazione operaia
carrarese.161 Durante la discussione emerse chiaramente l’intenzione
padronale di non voler diminuire l’orario di lavoro, il che precludeva ogni
possibilità di trattare sugli altri punti del memoriale, dato che la questione
dell’orario era considerata assolutamente prioritaria dalla C.d.L. Quest’ultima
faceva osservare come

«[…] gli orari di tutti gli operai erano stati assai modificati, sia per una
giusta, quantunque inadeguata, ricompensa al sacrificio fatto durante la
guerra […]»

e quindi

Concordato del 18 luglio 1919, in Il Cavatore del 26 luglio 1919, supplemento al n. 13.
In una lettera scritta da Un Cavatore di Mirteto (Massa), datata 12 gennaio 1920, e
pubblicata sul giornale della C.d.L. carrarese del 30 gennaio 1920, si sollecitavano i
proprietari di alcune cave site in località Verdichiara a «rispettare il contratto di lavoro e [a
pagare] alla quindicina all’ora prescritta e non alle 20, in modo che l’operaio deve stare
nelle osterie e per Carrara a sciupare quattrini!», terminando con il seguente avvertimento:
«Ci siamo intesi? speriamolo se no metteremo i punti sugli i».

Verso lo sciopero generale dei cavatori?, in Il Cavatore del 5 luglio 1919,


supplemento al n. 12.
Cfr. ibid., e il fascicolo riguardante detta Federazione, al cui interno è presente il
relativo Prospetto statistico, datato 6 settembre 1920, in ASM, Questura di Massa, I
serie, busta 13.
Cfr. Verso lo sciopero generale dei cavatori? cit.
52
«[…] non era giusto che per tutti l’orario divenisse di otto ore e per i
Cavatori continuasse ad essere di 10 ½ in media, viaggio compreso e
partenza da Carrara».162

In un incontro successivo, avvenuto il 1° luglio, i rappresentanti della


C.d.L. fecero chiaramente capire che non avrebbero insistito sulle 6 ore e che
si contentavano di ritoccare l’orario di anteguerra, ma ricevettero un ulteriore
rifiuto da parte della classe padronale. In questa situazione, venne indetta, per
il 6 luglio, una riunione del Comitato di agitazione, alla quale intervennero i
rappresentanti delle diverse Leghe dei cavatori, che decise di convocare
un’assemblea generale di tutti i cavatori del comprensorio carrarese.163 Tale
assemblea ebbe luogo il 13 luglio, presso il Teatro degli Animosi, e risultò
affollatissima. Meschi rammentò

«[…] ciò che gli industriali fecero subito dopo scoppiata la guerra, tutte
le rappresaglie consumate contro la classe operaia sol perché la C.d.L.
era stata privata dei suoi migliori elementi, di tutte le sue energie.
[Fece] osservare all’assemblea come tutte le altre categorie abbiano
ridotto il loro orario e che quindi anche i Cavatori, che fanno una
media, fra il viaggio di andata e ritorno, di 10 ore e mezzo, abbiano il
diritto di ridurre il loro orario, almeno nella stagione estiva». 164

Durante il dibattito che seguì all’intervento del segretario, «un compagno


di Miseglia […] fece una proposta degna di nota, e dice: Se gli industriali ci
rimettono, portino la chiave dei bacini in Comune, e lavoreremo noi: un
fragorosissimo applauso accoglie la proposta del compagno».165 Tutti i
presenti furono concordi nell’insistere sulla riduzione dell’orario, ed alcuni
erano addirittura per la proclamazione immediata dello sciopero.
Si passò quindi ad esaminare le controproposte formulate dagli esercenti
di cave, e quando venne riferito che gli stessi erano «[…] disposti a concedere
(udite) 18 minuti, un urlo d’indignazione all’indirizzo degli industriali si eleva
in tutta l’assemblea, Meschi a stento riesce a stabilire la calma […]». 166 Alla
fine, venne messo ai voti ed approvato all’unanimità il seguente ordine del
giorno:

Ibid. Si noti che durante gli anni di guerra, gli industriali carraresi erano riusciti ad
imporre ai cavatori rimasti a lavorare in zona, sfruttando il momento di estrema impotenza
accusato dalla locale organizzazione operaia, orari assai più lunghi di quelli svolti prima
dello scoppio del conflitto.
Agitazione in corso, in Il Cavatore del 5 luglio 1919.
L’imponente assemblea dei Cavatori di domenica u.s., in Il Cavatore del 19 luglio
1919.
Ibid.
Ibid.
53
«I Cavatori riuniti in assemblea straordinaria, udita la relazione del Seg.
Meschi in merito alla vertenza con gli industriali circa la modificazione
dell’orario dichiarano insufficiente la riduzione di 18 minuti al giorno
proposta e proclamano lo sciopero generale per Giovedì 17 p.v. qualora
gli esercenti cave non aderiscano alle proposte fatte dalla Commissione
[degli operai] e cioè ridurre di 30 minuti al giorno l’orario di tutti i mesi
Dà mandato al comitato d’agitazione ed alla Commissione di
continuare, qualora sia necessario, le trattative, onde risolvere nel
migliore dei modi possibile la grave vertenza».167

La Federazione fra le associazioni industriali del marmo inviò, il 15


luglio, una lettera alle Leghe Riunite dei Cavatori in cui si diceva disposta ad
accettare la riduzione di 30 minuti dell’orario in cambio della rinuncia, da
parte dei lavoratori, delle richieste «[…] di cui ai numeri sette (sabato inglese)
e tre (indennità in caso di pioggia) del memoriale 5 Giugno u.s. e a contenere
nella cifra media di circa il 20% la richiesta di cui al numero due».168
A questa lettera Meschi rispose immediatamente dichiarando di concedere
una proroga di 48 ore all’attuazione dello sciopero e di voler così discutere le
nuove proposte fatte dagli industriali, dato che le stesse non potevano essere
accettate a priori senza che si fosse prima intavolata una adeguata trattativa
con la controparte.169
Alla fine, il 18 luglio, dopo due lunghi colloqui tra le parti, veniva
stipulato il seguente concordato:

«1° L’orario di lavoro è fissato in modo costante in ore 6.48 giornaliere


compresa la partenza dal poggio e repartite secondo la tabella presente:
orario costante 6.48
Uscita dal
Partenza dal Poggio Minuti di riposo
Lavoro
Gennaio ore 8.32 40 16
Febbraio “ 8.32 40 16
Marzo “ 7.52 50 15.30
Aprile “ 7.42 60 15.30
Maggio “ 7 70 14.58
Giugno “ 7 70 14.58
Luglio “ 7 70 14.58

Ibid. La riduzione di 30 minuti si riferiva all’orario di lavoro vigente prima dello


scoppio del conflitto mondiale, che era in media di 7 ore e 18 minuti con partenza dal
poggio, e che era stato ottenuto col contratto di lavoro stipulato tra la C.d.L. e gli
industriali del marmo il 6 settembre 1911. Per tale contratto cfr. M.GIORGI, op. cit.,
pp. 62 e ss.
L’agitazione dei Cavatori, in Il Cavatore del 19 luglio 1919.
Cfr. Lettera di Alberto Meschi alla Federazione degli industriali, del 15 luglio 1919,
in ibid.
54
Agosto “ 7 70 14.58
Settembre “ 7.42 60 15.30
Ottobre “ 8.02 40 15.30
Novembre “ 8.32 40 16
Dicembre “ 8.32 40 16

2° Le paghe attualmente percepite dagli operai Cavatori saranno


aumentate nelle seguenti misure:
Il 30% sulle paghe da L. 9.70 (comprese) in più.
Il 25% “ “ “ L. 7.00 “ a L. 9.70.
Il 20% “ “ inferiori a L. 7.00.
3° In caso di pioggia all’operaio che si porta sulla cava verrà
corrisposto ¼ di giornata fino alla concorrenza di tal periodo di tempo
persistendo la pioggia. Le ore lavorate oltre il quarto saranno
effettivamente pagate in più del quarto corrisposto.
4° In caso d’infortunio all’operaio infortunato sarà pagata la mezza
giornata in ragione del salario come sopra fissato, oltre la intera
giornata, per il primo giorno dell’infortunio giusta la prescrizione di
Legge.
5° Gli operai che dormono alle cave nulla devono corrispondere per tal
titolo all’esercente cava né in denaro né sotto forma di lavoro, essi
entreranno al lavoro soltanto quando gli altri partono dal poggio.
Per la somministrazione del vitto verrà adottato il sistema di
cooperativa. Gli industriali faciliteranno la costituzione di tali
cooperative che saranno esercitate per iniziativa e per conto degli stessi
operai in modo da evitare ogni speculazione ed ogni illecito guadagno.
L’industriale metterà a disposizione, a spese proprie, il solo personale
per la confezione del vitto.
6° Gli operai non possono essere obbligati al trasporto di attrezzi di
lavoro o materiali varii se il tempo che impiegheranno non verrà loro
conteggiato come lavoro effettivo.
7° Nei mesi di Giugno,Luglio e Agosto continuerà l’uso della buon’ora
secondo le costanti consuetudini della regione.
8° I miglioramenti concessi sui salari decoreranno dal giorno 7 (Lunedì)
del mese corrente.
9° Il presente concordato in tutte le sue parti e per ogni sua disposizione
avrà la durata di anni 2 (due) da oggi, salvo una eventuale revisione dei
salari solo nel caso in cui il costo della vita aumentasse in maniera
sensibile. (8 bis) La paga agli operai sarà corrisposta se possibile sul
lavoro, in ogni modo in Carrara purché non avvenga mai nelle cantine e
non oltre le 17 (diciasette)».170

La splendida vittoria dei Cavatori, in Il Cavatore del 26 luglio 1919, supplemento al n. 13.

55
Commentando l’accordo raggiunto, la C.d.L. affermava che i cavatori
potevano «[…] essere orgogliosi della vittoria ottenuta, che è dovuta solo alla
loro battagliera organizzazione, allo spirito di solidarietà, di sacrificio che tra
essi regna e che è il segreto di tutte le vittorie passate e future!». 171 A tal
proposito, inoltre, veniva aggiunto che

«c’è un punto che è rimasto insoluto e per il quale noi abbiamo fatto le
nostre riserve ed è il riconoscimento di fatto della C.d.L.; gli aumenti
che noi otteniamo vanno a beneficio di tutti, è naturale quindi che tutti
ne debbono sostenere i lievi sacrifici: tutti gli operai debbono essere
inscritti alla Camera del Lavoro di Carrara e Provincia!».172

L’articolo si concludeva con la seguente dichiarazione, nella


quale
emergevano nuovamente i valori e gli obbiettivi finali propugnati dall’istituto
camerale:

«Voi avete modo di constatare un’altra volta come la forza della vostra
organizzazione sia non solo necessaria ma indispensabile, perché è solo
attraverso alla vostra salda compagine, che voi potrete non solo
migliorare la vostra condizione, ma emanciparvi totalmente dallo
sfruttamento capitalistico!

Ibid.
Ibid. La questione del riconoscimento di fatto della C.d.L. di Carrara da parte degli
industriali del marmo “esplose” durante l’agitazione dei lizzatori che iniziò subito dopo la
conclusione di quella dei cavatori. Nel memoriale dei lizzatori inviato alle varie ditte,
contenente la richiesta di un aumento salariale del 37% (cfr. la Lettera della C.d.L. alla
Federazione industriale del 26 agosto 1919, in ASM, Comune di Carrara, II serie, busta
610 ), al primo comma si chiedeva che tutti i lavoratori fossero organizzati, in pratica ogni
operaio impiegato da tali ditte doveva essere iscritto alla C.d.L. Ma la Federazione si
rifiutò di accogliere una tale rivendicazione, facendone «[…] una questione di principio, di
coscienza, di libertà ecc. ecc., pronta però ad acconsentire alla nostra [della C.d.L.]
richiesta sol che avessimo fatto aderire alla Federazione padronale tutti gli industriali che
sono fuori da detta Associazione padronale» (Proletari! In piedi come un sol uomo a
difendere la vostra Camera del Lavoro, in Suppl. al Cavatore n. 15). Ovviamente
l’organizzazione operaia respinse questa “offerta”, e dato che gli industriali si rifiutavano
di discutere gli altri punti del memoriale se non si fosse prima risolta la questione al
comma 1, la Lega Lizzatori proclamò lo sciopero il 20 agosto. Questo durò per una
ventina di giorni, e se la vertenza economica potè alla fine essere risolta, ciò lo si dovette
al fatto che la C.d.L. (dopo aver tentato di proporre, senza successo, agli industriali che gli
eventuali aumenti di salario ottenuti fossero, per il futuro, applicati solo ai lavoratori
iscritti all’organizzazione operaia carrarese) rinunciò alla richiesta del proprio
riconoscimento di fatto da parte della Federazione, cosicchè le trattative sugli altri punti
del memoriale poterono essere faticosamente riprese (cfr. i numeri de Il Cavatore del 23
agosto, 6-20 settembre e 4 ottobre 1919).

56
Nelle vostre Leghe di Resistenza, nelle organizzazioni operaie, si forgia
il diritto del lavoro redento da ogni forma di sfruttamento economico e
politico!
Viva l’organizzazione operaia!
Viva la solidarietà proletaria!».173

Le agitazioni promosse dalla C.d.L. volte ad ottenere dei miglioramenti


economici per le varie categorie di operai addetti all’industria del marmo, si
susseguirono incessantemente nelle settimane successive alla stipula del
suddetto contratto di lavoro per i cavatori.174 Al fine di por termine a una tale
sequela di vertenze e scioperi, la Federazione degli industriali, in una
assemblea tenutasi il 9 ottobre, votò un ordine del giorno in cui si invitava la
C.d.L. ad una serie di incontri per la sistemazione definitiva di tutti i contratti
di lavoro delle diverse categorie di lavoratori del marmo.175
Formate le rispettive Commissioni, le trattative si prolungarono, non senza
contrasti e difficoltà, sino ai primi di gennaio del 1920. Dopo che
l’organizzazione operaia ebbe minacciato la proclamazione dello sciopero
generale ad oltranza se la questione non si fosse risolta entro breve, 176 il 5
gennaio 1920 venne ratificato, dai rappresentati della Federazione (avv.
Angelo Ricci, comm. Gino Salvini, cav. Umberto Ascoli, Giuseppe
Lagomarsini, Giovanni Gattini, Pilade Bonati, avv. Bernardo Pocherra) e da
quelli della C.d.L. (Alberto Meschi, Orlando Bolgioni, Altidoro Evangelisti,
Andrea Giandalasini, Ernesto Andreazzoli, Dario Dolfi, Lamberto Bonci,
Archimede Triscornia, Ercole Cargioli, Corinno Paolini, Enrico Gabani e
Vittorio Vicentini), il seguente concordato:

«1° I contratti di lavoro di tutte le categorie addette all’industria del


marmo (cavatori, lizzatori, marmisti, segatori, ripassatori e affini) sono
definitivamente sistemati ed assumono tutti la medesima scadenza al 30
aprile 1922.
2° Fermi restando tutti gli usi e modalità di orario e di lavoro stabilite e
fissate nei singoli patti di lavoro e che si allegano in copia al presente
concordato di sistemazione generale, dalla data di oggi 5 gennaio 1920,
vengono corrisposti, sulle paghe attuali, i seguenti miglioramenti:

La splendida vittoria cit.


Qui di seguito si elencano alcune agitazioni che ebbero luogo dall’agosto al
novembre 1919: agitazione e sciopero dei Lizzatori a Carrara, agosto - settembre
1919; agitazione dei carratori, settembre 1919; agitazione, sciopero e serrata dei
Marmisti in Versilia, settembre – ottobre 1919; agitazione e sciopero dei Marmisti a
Carrara, ottobre – novembre 1919; agitazione dei Segatori a macchina e dei
Ripassatori, novembre 1919. Cfr. i numeri de Il Cavatore dal 9 agosto al 29 novembre
1919.
Cfr. La revisione e la sistemazione di tutti i contratti di lavoro, in Il Cavatore del
ottobre 1919.
Cfr. Verso lo sciopero generale, in Il Cavatore del 3 gennaio 1920.
57
Cavatori e Lizzatori L. 4
Segatori a macchina, Ripassatori, Frullonai, Filisti, Scapezzatori,
Uomini del piazzale, Bovari, Lizzatori al piano, ecc. L. 2,50
Marmisti L. 1,50.
Separatamente verrà provveduto per le proporzionali di aumento agli
apprendisti, ragazzi (sia dei laboratori, delle segherie che delle cave) e i
tiratori di violino.
3° All’effetto di determinare le eventuali oscillazioni in aumento o in
diminuzione del caro vita, in rapporto alla situazione odierna ed alle
paghe concordate, viene istituita una Commissione mista di tre operai e
di tre industriali presieduta da un Delegato del Comune.
Compito di detta Commissione sarà quello di fissare un indice
percentuale di aumento o diminuzione del costo della vita e la
conseguente percentuale di aumento o di diminuzione delle mercedi.
Tali diminuzioni potranno aver luogo esclusivamente sulle eventuali
oscillazioni del caroviveri e con criterio di equità rimesso al giudizio
della Commissione.
La Commissione nominata dovrà altresì vigilare circa gli
approvvigionamenti e le distribuzioni dei generi di prima necessità e
studiare ed attuare tutti quei provvedimenti atti a limitare un ulteriore
aggravarsi del costo dei generi.
La revisione delle tabelle mercuriali avverrà ogni tre mesi». 177

La suddetta revisione delle tabelle mercuriali, alla prima scadenza del


termine fissato dal concordato (5 aprile 1920) per la determinazione della
variazione del costo della vita e della conseguente modificazione dei salari,
portò ad un duro scontro tra l’organizzazione operaia e la Federazione
industriale. Già verso la fine di febbraio la C.d.L., dimostrando «[…] che la
spesa settimanale di una famiglia composta di marito, moglie e tre bambini
era aumentata dal primo gennaio di circa 40 lire»,178 aveva chiesto al
padronato di rivedere le paghe, ricevendone in cambio un netto rifiuto. Il 23
marzo, i rappresentanti degli industriali inviarono una lettera alla C.d.L.
contenente un «[…] progetto di tabelle mercuriali applicato in base anche ai
criteri adottati in Firenze per le Categorie degli operai metallurgici».179 In
esso si stabiliva che la spesa mensile di una famiglia di cinque persone era
aumentata, da gennaio a marzo, di L. 23.180 Il 28, si riunirono i Consigli
Riuniti delle Leghe del carrarese, presente la Commissione Esecutiva
camerale, per «[…] discutere e prendere definitivi accordi in merito al caro-

La forza dell’organizzazione e la sistemazione generale dei contratti di lavoro, in


Il Cavatore del 10 gennaio 1920.
Sciopero generale o serrata?, in Il Cavatore del 13 marzo 1920.
Lettera del Comitato direttivo [degli industriali] alla C.d.L. di Carrara, in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 53.
Cfr. la Tabella allegata alla Lettera cit., in ASM, ibid.
58
viveri».181 Nell’ordine del giorno approvato in quella adunanza si deliberò di
non accettare la proposta della Federazione basata sulle tabelle mercuriali di
Firenze, asserendo che «[…] la base delle mercuriali deve essere fatta sulla
piazza di Carrara», e di «[…] chiedere per un indennizzo globale di
carovivere L. 6 al giorno per tutti gli operai», avvertendo che se per il 3 aprile
«[…] la vertenza non sarà risolta, peggio per chi ne sarà responsabile che
dovrà subirne le conseguenze».182
In un’ulteriore assemblea dei Consigli Riuniti, tenutasi il 4 aprile, dopo
aver ampiamente discusso della proposta avanzata dagli industriali «[…] di
dare una lira d’aumento e della nostra [della C.d.L.] richiesta di lire 6 al
giorno», venne deciso di proclamare lo sciopero generale a partire da «[…]
martedì 6 corr.».183 Lo sciopero riuscì compatto, e il 7 aprile venne stampato
dalla C.d.L. un volantino nel quale si spiegavano, alla cittadinanza, le ragioni
dell’agitazione in corso e si riassumevano le posizioni assunte dalle due parti
in causa durante le trattative dei giorni precedenti.184 Il giorno seguente,
l’assemblea della Federazione degli industriali approvava un o.d.g. nel quale
si dava «[…] mandato al sig. Sindaco perché […] addivenga alla definizione
della insorta vertenza mediante la compilazione di apposite Tabelle mercuriali
[…]», auspicando l’immediata ripresa del lavoro.185
Il 9, il Comitato di Agitazione, la C.E. e i Consigli Direttivi della C.d.L.,
riuniti in assemblea, rispondevano che l’affidare ad un “arbitro” la soluzione
della vertenza era cosa contraria allo spirito stesso del Concordato del 5
gennaio e che non era altro che un tentativo di «[…] diminuire od eliminare la
propria [degli industriali] responsabilità […] con l’unico scopo di esimersi dal

Comunicato, in Il Cavatore del 27 marzo 1919.


Lettera della C.d.L. alla Federazione industriale (che contiene anche il testo
dell’O.d.g. votato dai Consigli Riuniti delle Leghe da cui sono tratte le due relative
citazioni) del 29 marzo 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
L’agitazione per il caro-vita, in Il Cavatore del 10 aprile 1920. A tale assemblea,
presieduta da Armando Pardini, erano presenti i Consigli delle seguenti Leghe:
Cavatori di Carrara, Bedizzano, Codena, Fossola, Torano, Bergiola, Nazzano,
Avenza, Miseglia, Colonnata, Castelpoggio, Linara, Gragnana, Sorgnano, Mirteto,
Pontecimato; Segatori a macchina di Carrara, Nazzano e Avenza; Lizzatori ai monti
di Carrara e Ortola; Marinai, Buscaioli e Carpentieri di Marina di Carrara; Marmisti,
Muratori, Metallurgici, Lizzatori al piano, Coop. San Martino, Falegnami, Fornai,
Tipografi, Barocciai di Carrara; Muratori e Ripassatori di Avenza. Nominato il
Comitato di agitazione per il coordinamento dello sciopero generale, al termine
dell’assemblea numerosi operai si recarono, in città, nei paesi a monte e a Marina di
Carrara, da coloro che non avevano potuto parteciparvi per «[…] portare ovunque la
parola che paralizzerà tutta l’industria marmifera di escavazione, di lavorazione, di
esportazione!».
Il suddetto volantino stampato dalla C.d.L. è riprodotto in Appendice I.
Lettera del Comitato Direttivo della Federazione ind. alla C.d.L. dell’8 aprile
1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
59
rispondere alle nostre richieste […]».186 Quindi venne deliberato, mentre
erano riconfermate le rivendicazioni già formulate, di «[…] continuare lo
sciopero ad oltranza, fino a che le nostre giuste proteste non siano
accettate».187
Il 10 aprile, i rappresentanti della Federazione industriale (cav. Italo
Faggioni, comm. Gino Salvini, Carlo Marchetti, Giuseppe Dell’Amico e avv.
Bernardo Pocherra) e quelli della C.d.L. (Alberto Meschi, Dario Dolfi,
Armando Pardini, Orlando Bolgioni ed Ercole Cargioli), incontratisi nel
palazzo Municipale avanti il Sindaco di Carrara avv. Edgardo Starnuti,
raggiunsero il seguente concordato:

«1° Con decorrenza da oggi a tutti gli operai del marmo compresi nel
concordato 5 gennaio a.c. verrà corrisposto, a titolo di caro-vita, un
aumento di salario nella misura di lire cinque e centesimi cinquanta (L.
5,50) per ogni giornata di lavoro:
Per gli apprendisti, l’aumento di caro-vita verrà corrisposto nella
seguente misura:
a) Apprendisti alle cave: con paga fino a L. 7 (escluse) L. 2,75
id. con paga da L. 7 a L. 10 L. 4,00
id. con paga da 10 (comprese) ed oltre L. 5,50
Apprendisti ai laboratori ed alle segherie:
con paga fino a L. 6 (escluse) L. 2,75
con paga da L. 6 a L. 10 (escluse) L. 4,00
con paga da L. 10 (comprese) ed oltre L. 5,50
Agli operai di età superiore agli anni sessantacinque (65) L. 2,75.
2° Le parti si impegnano ogni fine mese alla revisione dei salari in
base alle oscillazioni del caro-vita come saranno per risultare dalle
tabelle mercuriali che il Comune terrà aggiornate sotto la personale
sorveglianza del Sindaco e con il concorso della Commissione di cui al
concordato di sistemazione generale più volte ricordato.
Pel calcolo delle variazioni del caro-vita si prenderà di base la qui
allegata tabella (All. A) comprendente il costo attuale ed il quantitativo
dei generi alimentari e degli indumenti,188 e la somma di caro-vita

Noi e gli industriali, in Il Cavatore del 10 aprile 1920.


Ibid.
Il Municipio di Carrara aveva stilato una Tabella Prospetto «dei generi
commestibili ed altri che si presumono necessari mensilmente al fabbisogno di una
famiglia operaia composta di 5 persone con indicazione dei prezzi al 5 aprile 1920
come base per determinare le nuove oscillazioni del caro vita»:

Genere Quantità mensile Prezzo al Kg. Spesa mensile


PANE Kg. 75 0,75 56,25
PASTA “ 25 1,20 30
FAGIUOLI “ 16 2,50 40
LARDO “ 2 12 24
SALSA “ 1,6 3,60 5,76
BURRO “ 0,8 12 9,6
60
OLIO “ 4 15 60
STOCAFISSO “ 2 13 26
BACCALA’ “ 4 6 24
SALSICCIE “ 1,30 12 15,6
CARNE “ 4 9 36
PATATE “ 16 0,50 8
SALE “ 1,5 0,50 0,75
FORMAGGIO “ 0,6 20 12
ZUCCHERO “ 1,5 4,55 6,82
CARBONE “ 32 0,45 14,4
LEGNA “ 32 0,15 4,8
SAPONE “ 4 4,60 18,4
VERDURA “ 15 0,60 9
CONIGLIO “ 4 5 20
SURROGATO “ 4 0,70 2,8
UOVA n. 13 0,45 l’una 5,85
LATTE lit. 30 1,20 al lit. 36
VINO “ 30 2,50 al lit. 75
ILLUMINAZIONE watt 30 4 lire al mese 4

INDUMENTI:
COSTO Costo
Genere Quantità annuale
Unitario Complessivo mensile

Per uomo
Scarponi su misura Paia 3 75 225
Risuolatura Paia 4 18 72
297 24,75
Vestiti due Metri 3,20 50 160
Metri 3,20 60 192
Fodere per letti 35 70
Fatture 70 140
562 46,83
Per donna
Scarpe buone Paia 1 60 60
Scarpe ordinarie Paia 1 50 50
Risuolatura Paia 2 10 20
130 10,83
Vestiti n. 2 200
Fodere e
n. 2 60
guarnizioni
Fatture n. 2 60
320 26,66
Per bambini media
di sei anni
Scarpe Paia 6 30 180

61
risultante dalla differenza tra i prezzi vecchi ed i nuovi sarà pagata col
primo del mese successivo a quello nel quale la revisione deve
avvenire.
Il calcolo di cui sopra dovrà esser fatto non più tardi del quinto giorno
successivo a la fine del mese; ma in ogni modo gli aumenti di salario
decorreranno dal primo giorno del mese.
3° I precedenti concordati di lavoro, per quanto non siano innovati dal
presente, restano in vigore in tutte le loro parti». 189

In seguito, tutti gli ulteriori aumenti di salario che la C.d.L. carrarese


riuscì ad ottenere per le diverse categorie dei lavoratori del marmo,
continuarono ad essere stabiliti basandosi sulle oscillazioni dei prezzi dei vari
generi di consumo dovute al caro-vita, opportunamente rilevate dalle tabelle
mercuriali periodicamente calcolate dal Comune assieme alla Commissione
istituita dal concordato del 5 gennaio.190

Risuolatura n. 9 6 54
234 19,50
Vestiti n. 6 50 300 25
Spesa totale mensile per indumenti:
153,57

Dalle suddette tabelle risulta che la spesa mensile, in base ai prezzi rilevati al 5 aprile
1920, di una famiglia operaia composta da cinque persone, per quel che riguarda i
generi compresi nel primo prospetto era di L. 545,03, mentre per gli indumenti era di
L. 153,57, il che dà una spesa complessiva di L.698,60. La tabella compilata dalla
Federazione degli industriali, e spedita come si è detto il 23 marzo alla C.d.L., invece,
dava come spesa mensile di detta famiglia, per i soli generi di consumo alimentare più
la legna, il carbone, il sapone e l’illuminazione (esclusi quindi gli indumenti), L.
387,60. Vi era dunque una differenza di L. 157,43 tra i due prospetti (dovuta al fatto
che i prezzi e le quantità necessarie al fabbisogno mensile di vari generi risultavano
diversi). Ora, se si divide tale differenza per 25, il numero approssimativo dei giorni
che un operaio lavorava in un mese (come era stato calcolato dalla stessa C.d.L. in un
articolo apparso su Il Cavatore del 15 novembre 1919), il risultato ottenuto è 6,30
circa, dunque assai vicino alla richiesta di aumento di 6 lire al giorno dei salari
sostenuta dall’organizzazione operaia. Nel suddetto articolo de Il Cavatore del 15
novembre 1919, La Camera del Lavoro e la Federazione industriale, veniva inoltre
calcolato che la spesa complessiva, in un anno, di una famiglia operaia di 5 membri
fosse pari a L. 5.976,10, il che comportava una spesa mensile di L. 498 circa. Le
tabelle stilate rispettivamente dal Comune di Carrara (aprile 1920) e dalla Federazione
degli industriali (marzo 1920) si trovano in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
Concordato del 10 aprile 1920, in ASM, ibid.
Un’Informativa del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Lucca del 28
febbraio 1921, asseriva che: «Gli operai addetti all’industria del marmo di questa
regione dal Gennaio al Dicembre 1920 hanno avuto i seguenti aumenti a titolo di
caro-vita:

62
b) Le agitazioni sociali.

La risoluzione del problema rappresentato dal continuo aumento dei


prezzi dei diversi generi di consumo, divenne una questione centrale per
l’organizzazione operaia carrarese durante il biennio rosso.
Nel capitolo I si è già brevemente accennato alle cause che determinarono
questo costante rincaro dei prezzi dei prodotti di consumo durante gli anni
immediatamente successivi alla conclusione del conflitto bellico. Si è anche
potuto constatare che una delle vie seguite dalla C.d.L. di Carrara per cercare
di fronteggiare il problema del caro viveri e di limitarne le gravi conseguenze
patite dalle classi lavoratrici locali, era quella del progressivo adeguamento
dei salari delle diverse categorie operaie all’aumentato costo della vita. Ma,
come si vedrà, l’azione della C.d.L. non si ridusse solo a questo. Pur
comprendendo che il rincaro dei prezzi «[…] non [era] una questione locale
né nazionale, ma bensì internazionale […]»,191 l’istituto camerale si impegnò
a fondo per cercare di ricondurre l’importo delle varie merci ad un livello
“ragionevole”.
Le iniziative e le agitazioni promosse dalla organizzazione operaia in
relazione al carovita, riflettevano quella particolare «[…] concezione popolare
che definiva la legittimità o illegittimità dei modi di esercitare il commercio

Periodo CAVATORI SEGATORI MARMISTI


Gennaio 1920 4 2,50 1,50
Aprile “ 5,50 5,50 5,50
Maggio “ 1,00 1,00 1,00
Giugno “ 1,00 1,00 1,00
Ottobre “ 2,00 2,00 2,00
Dicembre “ 2,00 2,00 2,00

Gli operai lizzatori oltre gli aumenti cui sopra ottennero nel mese di Agosto £ 3,00 in
più degli operai di altre categorie».
Un’analoga Informativa, in data 22 febbraio 1921, affermava che: «L’attuale mercede
giornaliera, englobata al caro-vivere, stabilita alle diverse categorie degli operai del
marmo di questa regione è la seguente:
capo cava £ 31-32 cavatore buono £ 28-29
apprendisti £ 10-20 cavatore £ 25-28
capo sega £ 35 segatore £ 26
sotto capo £ 27 ornatisti £ 30-35
scalpellini £ 25,50-27,50 lustratori £ 25-26,50
incassatori £ 25-29 lizzatore operaio £ 28-32
lizzatori capi £ 35 fissi […]».
Le due Informative si trovano in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55.
Il caro-vivere e la piazzetta, in Il Cavatore del 31 maggio 1919. 63
[la quale], a sua volta, era radicata in una consolidata visione tradizionale
degli obblighi e delle norme sociali, delle corrette funzioni economiche delle
rispettive parti all’interno della comunità, che, nel loro insieme, costituivano
l’«economia morale» del povero».192 Questo concetto di «economia morale»
è stato utilizzato da H.P. Thompson, autore del saggio da cui è tratta la
precedente citazione, coll’intento di “svelare” quel sistema complessivo di
valori proprio delle cosiddette classi subalterne (ma che, in certa misura,
influenzava anche il pensiero paternalistico di vari esponenti delle “classi”
dominanti) soggiacente ed incentivante i moti per il pane nell’Inghilterra del
XVIII secolo.
Ora, se la nozione di legittimità, presente nell’«economia morale»
popolare, necessariamente cambia nel tempo e nello spazio, nel senso che ciò
«[…] che appariva ingiusto e inaccettabile ai consumatori inglesi del secondo
Settecento sarebbe rientrato nella morale corrente – oltre che nel novero dei
comportamenti legali – un secolo dopo»,193 tuttavia sono già stati descritti, da
parte di alcuni studiosi, numerosi episodi e momenti della storia europea del
novecento nei quali «[…] sembra che tornino, seppure in contesti assai
diversi, i motivi dell’«economia morale» (ovvero la superiorità della morale
sull’economia)».194 Ad esempio, è stato dimostrato che nella Germania di
Weimar la forte inflazione determinò una progressiva e radicale sfiducia nei
confronti del sistema del mercato e dell’economia monetaria, ripristinando
nozioni di legittimità e comportamenti collettivi che appaiono, gli uni e le
altre, simili a quelli dei secoli passati.195 Alla legittimità del calcolo
economico subentrò l’idea che anche i comportamenti economici dovessero
essere filtrati dalla «giustizia» (il giusto prezzo, il giusto soddisfacimento dei
bisogni elementari, la giusta mercede, la giusta assistenza da parte dello
Stato).196 Allo stesso modo, una analoga «economia morale» “riemerse” nelle
azioni delle classi popolari durante le varie sommosse ed agitazioni per il
caro-viveri verificatesi nei diversi centri italiani dal 1919 al 1920.
Ma se altrove, spesso, nel corso di tali dimostrazioni, «[…] le
organizzazioni sindacali [sembravano] aver perso il loro ruolo tradizionale di
organizzatori del consenso o del conflitto»,197 a Carrara ciò non si verificò,

E.P. THOMPSON, L’economia morale delle classi popolari inglesi nel secolo XVIII,
in ID., Società patrizia, cultura plebea. Otto saggi di antropologia storica sull’Inghilterra
del Settecento, Torino 1982, p. 60.
P.MACRY, La società contemporanea. Una introduzione storica, Bologna 1994, p. 299.

Ibid. Si vedano, a tal riguardo, i saggi pubblicati in P. HERTNER – G. MORI (a


cura di), La transizione dall’economia di guerra all’economia di pace in Italia e in
Germania dopo la Prima guerra mondiale, Bologna 1983.
Cfr. C. DIPPER, «Moral Economy» nel XX secolo. Retorica del carovita e
protesta sociale nella Germania di Weimar, in «Scienza & Politica», 2, 1989.
Cfr. ibid.
P. MACRY, op. cit., p. 299.
64
inquantochè la maggior parte degli stessi dirigenti camerali condividevano ed
alimentavano quel peculiare sistema di valori, di cui l’«economia morale» era
parte integrante, ancora “vivo” all’interno della locale comunità popolare. Vi
era, in pratica, una notevole identità di vedute tra la massa operaia carrarese e
i più impegnati militanti sindacali, i quali pur svolgendo una rilevante attività
organizzativa e di propaganda continuavano ad esercitare il loro mestiere di
cavatore, scalpellino, lizzatore, lustratore, ornatista ecc., evitando in tal modo
di perdere il contatto con quel mondo del lavoro da cui provenivano.198
Inoltre, le ponderate ed efficaci iniziative intraprese dalla C.d.L. di
Carrara, volte a porre un freno al continuo rincaro dei prodotti strettamente
necessari al fabbisogno delle famiglie dei lavoratori, riflettevano il grado di
integrazione nel tessuto sociale locale dei diversi gruppi popolari, di cui tali
iniziative erano l’espressione, i quali generalmente si astennero dall’applicare
dei comportamenti abnormi o irrazionali nell’affrontare la questione del caro-
vita. Se violenza ci fu durante questa agitazione, essa risultò essere solamente
verbale, a mò di minaccia, e, in ogni caso, non diede luogo ad alcun episodio
“di sangue”, né a distruttivi ed incontrollati saccheggi di esercizi pubblici.199

Si è già visto che uno dei più attivi militanti sindacali locali, Altidoro Evangelisti, era
un operaio addetto alla sorveglianza dei ponti caricatori alle cave. I mestieri esercitati dai
membri della Commissione Esecutiva della C.d.L., eletti il 19 ottobre 1919, erano i
seguenti: Ezio Cervia, cavatore; Orlando Bolgioni, cavatore; Rizieri Tommasini, cavatore;
Ercole Cargioli, cavatore; Andrea Giandalasini, lizzatore; Rovigo Passani, segatore a
macchina; Armando Pardini, marmista; Lamberto Bonci, marmista; Ademaro Guadagni,
marmista; Eugenio Luciani, ferroviere; Giuseppe Pasquini, caricatore (cfr. la lista dei
candidati per la C.E., in Il Cavatore del 4 ottobre
1919). Gli unici “funzionari stipendiati” dell’istituto camerale carrarese erano il
segretario Alberto Meschi, il vice segretario Gino Petrucci (cfr. il verbale di
interrogatorio di Petrucci, in data 21 ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara,
busta 55) e il propagandista ed organizzatore sindacale Eugenio Girolo. Meschi
durante il suo esilio in Francia, essendo stato costretto ad abbandonare Carrara nel
1922 dalla reazione fascista, riprese ad esercitare il suo mestiere di muratore (cfr. H.
ROLLAND, op. cit., pp. 174 e ss.), mentre Petrucci, prima della Grande Guerra, era
occupato come scalpellino (cfr. il prospetto statistico riguardante il «Fascio anarchico
carrarese», datato 11 gennaio 1913, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13).
Emblematica, in tal senso, la diversa dinamica che l’agitazione contro il caro-
viveri del giugno 1919 assunse a La Spezia, rispetto a quella di Carrara. Nella città
ligure la situazione sfuggì di mano alla locale C.C.d.L. e, anche a causa del
vergognoso comportamento di alcuni gruppi di commercianti e di grossisti che
risposero all’istituzione del calmiere su generi di prima necessità con la
proclamazione della serrata che intendeva bloccare i rifornimenti alla città, le classi
popolari, accorse al comizio indetto dal comitato di agitazione (composto da
anarchici, socialisti e dirigenti sindacali e diretto dal segretario camerale Federico
Cassiano) che aveva dichiarato, l’11 giugno, lo sciopero generale, cominciarono a
saccheggiare i negozi e si scontrarono con i carabinieri (rimasero uccisi due lavoratori
e ferite numerose persone). I disordini proseguirono per altri tre giorni, mentre lo
65
La questione del caro-viveri cominciò ad essere concretamente trattata
dalla C.d.L. carrarese verso la fine di maggio del 1919. In un articolo apparso
su «Il Cavatore» del 31 maggio, dopo aver affermato che il problema sarebbe
stato definitivamente risolto solamente il giorno in cui si fosse riusciti ad
attuare il comunismo, si dichiarava di voler anzitutto lottare «[…] per
l’abolizione di certe forme di strozzinaggio che ridondano a vergogna […]
dell’Amministrazione Comunale».200 Veniva puntato il dito contro «le vere
sanguisughe del mercato», le rivenduglie, le quali facevano si che il prezzo
della merce, appena arrivata sulla piazza, aumentasse, «[…] non appena
scaricata dal birroccio [,] di 50 o 60 e anche più». Si esortava, quindi,
l’Amministrazione Comunale a «[…] requisire e aprire spacci propri, vendere
senza fare (come è successo altre volte) degli interessi […]».201
Scoppiati i moti contro il caro-vita nella vicina Spezia, l’11 giugno 1919,
anche a Carrara questa agitazione entrò in una fase più “calda”. Il 12, la
C.d.L. proclamava lo sciopero generale per l’eccidio avvenuto nella città
ligure e i Consigli riuniti delle Leghe deliberarono «[…] di iniziare anche da
noi una energica agitazione contro il rincaro della vita».202 Il 13, mentre lo
sciopero generale proseguiva compatto, una commissione della C.d.L. si recò
a Massa dal Prefetto «[…] per richiamare la sua attenzione sulla dolorosa
situazione in cui si dibatte il proletariato».203 Durante questo incontro,
presenti anche il Sindaco di Carrara ed il Regio Commissario di Massa, «[…]
si escogitarono varii progetti ma tutti o di difficile attuazione o inefficaci; pur
tuttavia si decise di continuare le pratiche del caso».204 In quello stesso
giorno, l’autorità tutoria di Carrara riferiva che, probabilmente impressionati
dallo sciopero messo in atto dagli operai, i «rivenditori di mercato si sono
persuasi vendere generi [a] prezzi ragionevoli secondo nuovo calmiere
municipale».205 Quindi proseguiva descrivendo una delle azioni compiute, in
quei due giorni, dai lavoratori nei confronti dei presunti “imboscatori”, volte a
persuadere i vari commercianti a distribuire ad un giusto prezzo le merci di
consumo corrente, la quale mette in evidenza come i comportamenti adottati
dalla massa popolare carrarese fossero improntati ad una “tranquilla
determinazione”:

sciopero generale si concluse il 17. I negozi cittadini rimasero chiusi per circa un
mese. Su tali vicende cfr. A. BIANCHI, op.cit., pp. 71 e ss. Sui moti popolari contro il
caro vita scoppiati in numerosi centri d’Italia nel corso dei mesi di giugno e luglio del
1919, cfr. P.NENNI, Il diciannovismo, Milano, Ed. Avanti!, 1962.
Il caro-vivere e la piazzetta cit.
Ibid.
Sciopero Generale per l’eccidio di Spezia e per il caro-viveri, in Il Cavatore del 21 giugno
1919.
Ibid.
Ibid.
Fonogramma Commissario P.S. a Prefetto del 13 giugno 1919, in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 51.
66
«Presso Piazza Duomo erasi diffusa voce fosse stata nascosta una
partita di scarpe in un sotterraneo di proprietà di un muratore che vi
teneva anche una cesta di polli.
Alcuni, rimasti ignoti, hanno aperto la porta e constatato che non vi
erano scarpe, senza nulla asportare, si sono allontanati insieme a
numerosi spettatori, in maggioranza ragazzi, colà accorsi per
l’incidente. Il fondaco è stato riconsegnato al padrone.
La città è calma, le botteghe di commestibili saranno aperte fino ore
10».206

La sera del 13, dopo una lunga ed animata discussione tra i rappresentanti
delle leghe riuniti in assemblea straordinaria, constatato che per «[…]
l’eccidio di Spezia la protesta si era limitata alla Lunigiana e Versilia», venne
deciso di sospendere lo sciopero generale, rendendolo noto con un
manifestino indirizzato ai lavoratori del comprensorio.207
Il 15 giugno, i rappresentanti delle diverse leghe si riunirono nuovamente
in assemblea e deliberarono di pubblicare a mezzo manifesto l’ordine del
giorno approvato in tale adunanza:

«Le Leghe aderenti alla C.d.L. di Carrara, Massa e Versilia riunite in


assemblea straordinaria per discutere in merito al Caro-Vivere;
Constatato che il calmiere sulla frutta, ortaggi, pollame ecc. non è
sufficiente, non è atto a migliorare la critica situazione economica
dell’operaio, nell’attesa che i Comuni, come hanno promesso alla
Commissione, attuino la requisizione e la municipalizzazione di tutti i
generi attraverso gli spacci e magazzini comunali, di cui la C.d.L.
chiede non la gestione ma il controllo diretto perché tutto proceda nei
migliori dei modi possibili.
Reclamano il ribasso immediato del 50% su tutte le derrate alimentari,
sui manufatti, calzature, cappelli ecc. ecc. pronti ad attuare lo sciopero
generale se entro il 19 andante tale ribasso non sarà avvenuto,
immediatamente qualora si tentasse da parte degli esercenti
l’imboscamento delle derrate alimentari e di qualsiasi altro genere che
dovrà essere ribassato.
Confidano che la presente richiesta sarà come è stata in altre città
favorevolmente accolta.

Ibid. In questo stesso Fonogramma si afferma che la Commissione della C.d.L.


che si recò dal Prefetto era composta da Alberto Meschi, Ercole Cargioli e Nello
Tofanari (anarchici i primi due, repubblicano il terzo).
La citazione è tratta dall’articolo, apparso su Il Cavatore, Sciopero Generale per
l’eccidio cit. Il Maifestino proclamante la sospensione dello sciopero generale, che si
trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 51, viene riprodotto in Appendice II.
67
Declinano qualunque e qualsiasi responsabilità su ciò che potrà
eventualmente succedere, qualora la nostra richiesta non sarà
accettata».208

Il 23 giugno, il Municipio di Carrara pubblicò un manifesto nel quale


venivano stabiliti i nuovi «[…] prezzi per i generi di uso comune venduti o
posti in vendita a datare dal giorno 24 corrente».209
L’organizzazione operaia considerò tale calmiere solo «[…] un primo
passo, una prima tappa dell’agitazione contro il caro-vita», riaffermando
l’intenzione di voler proseguire «[…] con più energia, con più risolutezza» la
battaglia per il ribasso di tutte le merci di prima necessità.210
La situazione, infatti, dopo alcuni giorni, peggiorò, dato che, come
rilevava la C.d.L., i «[…] bravi commercianti si sono messi con uno zelo
degno di miglior causa a frodare il calmiere, a violare […] tutte le prescrizioni
sindacali [del Sindaco: N.d.A.] che miravano a limitare, a ridurre l’ingordo
guadagno, a strappare qualche dente ai piccoli pescicani che vivono nel mare
losco degli affari locali», per cui «[…] calmiere sul latte? Non c’è più latte.
Calmiere sui polli? Spariscono anche i plin! [i pulcini: N.d.A.] Calmiere sul
vino comune? non ce n’è più! il vino da pasto ritorna agli otri capaci e viene il
signor vino di lusso, e quel po’ di vino da pasto che resta sulla piazza è sotto
la protezione di San Giovanni Battista e chi sa quante volte è stato battezzato!
[si riferisce alla pratica, adottata dai rivenditori, di allungare il vino con
l’acqua: N.d.A.]».211 Veniva accusata l’amministrazione comunale, in mano
ai repubblicani, di fiacchezza, di incertezza nelle azione, di fare le cose a metà
nel tentativo di giungere a quel «[…] punto medio in cui consumatori,
produttori e intermediari si possano trovare in buona compagnia», e la si
invitava a decidersi se stare «[…] con il popolo o con chi l’affama», a
«rinnovarsi o morire», dato che, nell’attuale situazione politico-sociale
generale di ribellione, era oramai scoccata «l’ora degli audaci» e dunque
bisognava «[…] lasciare in pace le leggi ed aiutare il mondo a rinnovarsi, non
ostacolare il divenire ma aiutarlo», ricordandole che «il Bolscevismo non può,
non deve far paura ai rivoluzionari anche se questi hanno il berretto
frigio!».212 Quindi, dopo aver nuovamente constatato che «il caro-vivere non
può essere convenientemente risolto che con la rivoluzione, con l’abolizione
della proprietà privata», si incitavano i consumatori a stabilire ed imporre i
prezzi «senza pietà, senza rimissione», precisando che

Sciopero Generale per l’eccidio cit.


Tale Manifesto-Ordinanza, che si trova in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 20,
viene riprodotto in Appendice III.
Cfr. Sciopero Generale per l’eccidio cit.
Contro gli affamatori del Proletariato, in Il Cavatore del 5 luglio 1919.
Cfr. ibid.
68
«Tutti devono fare il loro dovere e mettere mano al bastone e legnate da
orbi su coloro che violano il calmiere, su quelli che rincarano i prezzi.
Quella sarà violenza benedetta più efficace di qualsiasi
Commissione».213

A dire il vero, non sembra che la protesta operaia fosse ingiustificata. In


un telegramma espresso indirizzato al Prefetto di Massa il 5 luglio, il
Commissario di P.S. di Carrara informava che

«[…] il malcontento per il costo elevato della vita è sempre latente in


questa popolazione poiché, mentre le poche merci esistenti che vengono
vendute a prezzo ridotto vanno quasi esaurendosi e si prevede che i
negozianti, per ovvie ragioni, non si incarichino, per ora, di
commetterne delle nuove, certi generi, specialmente alimentari, sono
andati quasi scomparendo. Si nota, fra l’altro, la deficienza della pasta
alimentare, del latte, della carne, dello zucchero; la mancanza assoluta
di uova e di pollame; la scarsezza di erbaggi e di frutta, che arrivano in
questo mercato in quantità limitata e che vengono venduti a prezzi
molto superiori a quelli dei primi calmieri […]».214

Date tali premesse, il Commissario di P.S. avvertiva che, per quanto non vi
fossero ancora sintomi che il malcontento potesse degenerare in disordini, se
le lamentate deficienze continuavano a persistere non era da escludere che
anche in Carrara, come era già accaduto in altre parti d’Italia, si sarebbero
potuti verificare dei gravi incidenti.215
Il 6 luglio, la C.d.L. inviava una lettera al Sindaco di Carrara e al Regio
Commissario di Massa nella quale si chiedeva di «[…] stabilire, imponendolo
con energia, un nuovo calmiere con il ribasso del 50% oppure requisire, come
stato fatto nelle altre città, tutte le merci e le derrate esistenti sulla piazza per
essere vendute negli spacci comunali per conto del municipio con il controllo
della C.d.L.».216 Il giorno seguente, si svolgeva una riunione nel gabinetto del
Prefetto di Massa, presenti anche i rappresentanti dei commercianti della
provincia e dell’organizzazione operaia, durante la quale i primi dichiararono
«[…] di mettere la loro merce a disposizione del municipio affinché fosse
venduta col ribasso del 50%».217 Quindi, il Prefetto emanò un decreto nel
quale si autorizzava il R. Commissario di Massa ed il Sindaco di Carrara

Ibid.
Telegramma espresso del Commissario P.S. Carrara a Prefetto, datato 5 luglio
1919, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 20.
Cfr. ibid.
Contro gli affamatori del Proletariato, in Il Cavatore del 19 luglio 1919.
Ibid.
69
«[…] a provvedere, occorrendo, alla requisizione dei generi alimentari
necessari ai bisogni della popolazione».218
Nello stesso tempo, venne nominata dal municipio di Carrara una
commissione, comprendente anche quattro rappresentanti della C.d.L., con il
compito di regolare l’applicazione del ribasso del 50% sui generi di
consumo.219 L’operato della C.d.L. in relazione a questa agitazione venne
approvato, non senza vivaci discussioni, dalla maggioranza degli intervenuti
ad una riunione, indetta appositamente a tale scopo, svoltasi la sera del 10
luglio.220
L’attività della Commissione municipale proseguì tra mille difficoltà,
dovute al fatto che vari esercenti di negozi cercavano, più o meno
celatamente, di aggirare e di non rispettare gli accordi stipulati durante la
riunione del 7 luglio, tenutasi presso l’ufficio del Prefetto di Massa. La C.d.L.
invitava dunque la popolazione carrarese a stare in guardia e «[…] sul chi
vive, quando [entra] nelle botteghe dei signori esercenti [...]».221 Alcuni
membri della commissione erano stati incaricati di esaminare le fatture ed i
libri contabili dei negozianti di tessuti per proporre e stabilire i giusti prezzi di
tale merce. Ma la maggior parte degli esercenti cercò di impedire questa
verifica, non producendo alcun documento alla commissione, cosicché
quest’ultima decise di confermare anche per i tessuti il ribasso del 50% già
stabilito per i generi alimentari, ritoccandolo comunque di un 5% in favore dei
negozianti per assicurare loro un utile di vendita maggiore, sperando di
ottenerne così la collaborazione per il futuro nella determinazione dei
prezzi.222 Gli esercenti, però, si opposero a tale decisione e fecero ricorso alla
Commissione Annonaria Provinciale, che lo accolse ed annullò la
deliberazione di quella comunale. A questo punto, la C.d.L., constatata
l’inefficacia della collaborazione con le autorità politiche per la risoluzione
del problema del caro-viveri, decise di ritirare i propri rappresentanti dalla
Commissione municipale, viste le continue titubanze della stessa, «[…]

Decreto del Prefetto di Massa, datato 7 luglio 1919, in ASM, Questura di Massa, I serie,
busta 20.
Cfr. Contro gli affamatori cit., e Telegramma del Commissario P.S. di Carrara a
Prefetto, datato 7 luglio 1919, in ASM, ibid.
Cfr. Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara a Prefetto, datato 10 luglio
1919, in ASM, ibid. In questo fonogramma viene riferito che la riunione era
«terminata tranquillamente dopo vivacissima discussione fra socialisti, anarchici che
combatterono l’operato della Camera Lavoro e dei repubblicani che difendevano le
decisioni prese dalla Amministrazione Comunale d’accordo con Camera Lavoro e per
essa col suo segretario Alberto Meschi».
Gli affamatori del Popolo alla sbarra, in Il Cavatore del 9 agosto 1919.
Cfr. il Verbale dell’adunanza n. 5 della Commissione annonaria comunale del 6
agosto 1919, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 20. In tale riunione venne
inoltre deciso di mantenere, sino al 20 agosto, il tesseramento per l’acquisto dei
tessuti, «[…] per evitare un eccesso di consumo e di accaparramento».
70
riservandosi di tutelare e difendere i lavoratori con quei mezzi che riterrà più
efficaci e più opportuni», anche perché aveva ormai potuto verificare che le
sue «[…] opinioni non [potevano] essere in materia di lotta di classe e di
collaborazione quelle del Sig. Sindaco».223
Dunque, il tentativo compiuto dall’organizzazione operaia di indurre
l’autorità politica locale ad adottare dei provvedimenti drastici ed efficaci in
relazione al caro-vita, risultò valido finchè l’agitazione popolare promossa
dalla stessa C.d.L. rimase viva, mentre quando questa andò progressivamente
diminuendo d’intensità, l’azione dei vari organismi comunali – ai quali
parteciparono, come si è visto, anche dei rappresentanti dei lavoratori –,
costituiti per vigilare sulla corretta applicazione dei prezzi, da loro stessi
stabiliti, sui diversi prodotti di consumo da parte dei negozianti, divenne
sempre più fiacca e sterile. Ciò comportò un nuovo rincaro di tutti i generi che
li riportò al livello antecedente la suddetta mobilitazione. Così, la C.d.L.,
verso la fine del 1919, ritornava ad esortare gli operai a risolvere la questione
attraverso l’azione diretta:

«Chiedere provvedimenti? Protestare? No! La protesta la deve fare la


massa proletaria, prendendo insegnamento da quello che è successo
nell’ultima agitazione contro il caro-vita, ed essere senza pietà nell’ora
della resa dei conti. Durante la grande rivoluzione francese gli
accaparratori di derrate alimentari venivano impiccati ai lampioni,
sarebbe un rimedio salutare ed efficace sol che lo si potesse mettere in
pratica anche da noi».224

Ed ancora:

«Assistiamo alla caccia dei generi di prima necessità come il pane, la


pasta, l’olio ecc., noi vediamo le donne proletarie correre da un negozio
all’altro alla ricerca del necessario per poter sfamare alla meno peggio
la propria famiglia. La protesta, contro tale indecente spettacolo,
dovrebbe essere affidata all’avvocato Randello perché è l’unico modo
con cui possa farsi intendere presso coloro che sono allo sgoverno della
pubblica cosa».225

Durante i primi mesi del 1920, su diversi numeri de «Il Cavatore»


cominciarono ad essere pubblicati degli articoli denunzianti il cattivo
funzionamento degli spacci comunali e, soprattutto, vennero messi alla
berlina, con tanto di nome e cognome, quei negozianti o quei produttori che

Caro vivere. Commissione annonaria e pescicani, in Il Cavatore del 23 agosto 1919.


E il caro-vivere?, in Il Cavatore del 29 novembre 1919.
Caro viveri e affitti, in Il Cavatore del 13 dicembre 1919.
71
erano accusati di imboscare i generi alimentari di prima necessità per
rivenderli poi a prezzi doppi o tripli.226
Immediatamente dopo il già menzionato accordo del 10 aprile 1920
stipulato tra la C.d.L. e la Federazione degli industriali, che stabiliva
l’aumento dei salari per gli operai del marmo, corrisposto a titolo di caro-vita,
i prezzi di tutti i generi di consumo crebbero sensibilmente, sicché
l’organizzazione camerale stilò un duro manifesto che uscì per metà
imbiancato dalla censura del locale Commissariato di P.S.:

«LAVORATORI !
Quel branco ignobile di speculatori, di incettatori, di bagarini, di
rivenditori, di sfruttatori che vivono fra il produttore e il Consumatore
si è affrettato, non appena è stato ottenuto l’ultimo aumento, a rincarare
in modo esoso le derrate alimentari, ortaggi, manufatti ecc., tutto ciò
insomma che rappresenta l’indispensabile all’Operaio.
Si viola e si ruba sul calmiere; l’incetta più scandalosa e vergognosa si
esercita su tutto e su tutti, l’usura e la camorra più indecente regnano
ovunque. Le Autorità politiche ed amministrative non se ne
preoccupano affatto. La sorveglianza è diventata una cosa buffa,
quando non nasconda qualche cosa di peggio.
OPERAI !
Contro questo stato di cose bisogna reagire; opporsi con tutte le forze a
questo diuturno spogliamento, chiedendo l’applicazione del calmiere
attraverso a chi è preposto a tale mansione; oppure reagendo, e ciò sarà
più efficace, con l’azione diretta senza pietà, senza remissione contro le
sanguisughe, contro i ladroni del salario operaio!
CITTADINI !
La Commissione Esecutiva convocherà quanto prima i CONSIGLI
DIRETTIVI DI TUTTE LE LEGHE onde escogitare il mezzo più
efficace per mozzare le unghie rapaci dei vampiri del proletariato per
far si che tale stato di cose cessi una buona volta.
Che tutte le leghe siano presenti, che nessuno manchi all’importante
adunata!
Carrara, 18 aprile 1920
LA COMM. ESEC.».227

Per il cattivo funzionamento degli spacci comunali, riforniti in maniera assai scarsa da parte
delle autorità politiche, che dava luogo a lunghe code di donne e ad odiose forme di favoritismi
e di bagarinaggi, cfr. i relativi articoli apparsi su Il Cavatore del 3, 30 gennaio e del 14 febbraio
1920. Per la messa alla gogna di coloro che imboscavano le derrate alimentari, rivendendole poi
a prezzi esorbitanti, cfr. gli articoli apparsi, sotto il titolo de I piccoli Pirati e de I grandi Pirati,
nei numeri del 27 marzo, 10 e 24 aprile 1920.
Manifesto della C.d.L. del 18 aprile 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
Le frasi sottolineate sono quelle che vennero censurate dall’Autorità tutoria. Il
presente manifesto venne pubblicato, privo di censura, su Il Cavatore del 24 aprile
1920, con una nota redazionale che recitava: «[…] ecco un manifesto troppo chiaro
72
I Consigli Direttivi delle Leghe si riunirono nel salone della C.d.L. il 27
aprile e votarono un ordine del giorno, che venne poi consegnato al Sindaco di
Carrara, nel quale si denunciava «[…] l’assenteismo assoluto delle Autorità
tutorie, sia Politiche che Amministrative, che non si sono mai preoccupate di
fronteggiare efficacemente il rincaro dei viveri attraverso gli Spacci
Comunali», i quali non erano mai stati provvisti a sufficienza di generi di
consumo e dunque non avevano potuto «[…] sostituirsi in tutto e per tutto agli
Esercenti», come inizialmente era stato proposto. Inoltre, essendo stato
abolito, in via di esperimento, il calmiere sui prezzi delle verdure, frutta, uova,
pesci, conigli, ovini e pollami,228 si accusava il Comune di essersi
disinteressato del conseguente rincaro di tali derrate, dato che non si era
impegnato «[…] a lanciare sul mercato a prezzo di costo o magari sotto
prezzo detti generi onde impedire il rialzo artificiale». Quindi lo si invitava
«[…] a provvedere con sollecitudine circa il minacciato tesseramento del
pane, che […] deve assolutamente applicarsi», e si concludeva esortando
«[…] il proletariato tutto a reagire energicamente con l’azione diretta contro
gli ingordi speculatori, contro i ladroni del salario operaio».229
Ma nonostante i proclami, le proteste, gli incitamenti vari all’uso
dell’azione diretta,230 la situazione non migliorò, anzi si dovette registrare
pure l’aumento del 30%, in media, del prezzo della minestra, del vino e del
pane che gli industriali distribuivano ai propri operai alle cave.231
La C.d.L. si rendeva perfettamente conto che la questione del caro vita,
localmente, non poteva essere definitivamente risolta per mezzo dei calmieri,
più o meno imposti con la forza, o con l’aumento delle mercedi percepite dai
lavoratori. L’unico modo concreto per sottrarre il proletariato dagli «[…]
artigli adunchi e rapaci di tutti i seguaci di Mercurio [i negozianti: N.d.A.]»,

che il Commissario trova pericoloso e censura a metà. Non facciamo commenti ma


domandiamo semplicemente al Commissario se è d’accordo con gli speculatori. Tanto
per sapersi regolare, mica per altro».
Cfr. il relativo Manifesto-Ordinanza del Sindaco di Carrara, datato 25 aprile 1920, in
ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
Tutte le citazioni sono tratte dall’o.d.g., Contro il Caro Vivere, approvato il 27
aprile 1920 dal Consiglio Direttivo delle Leghe, il quale si trova in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 53.
Durante il mese di agosto del 1920 si verificarono in piazza delle Erbe, dove aveva
luogo il mercato giornaliero di Carrara, alcuni incidenti provocati dall’alto costo della
frutta ivi venduta. Vennero, infatti, rovesciate le ceste contenenti le diverse derrate e
minacciati i rivenditori presenti. Nei giorni seguenti la piazzetta fu presidiata dalle forze
dell’ordine per impedire ulteriori “tumulti”, sicchè il prezzo dei vari generi alimentari,
oltretutto spesso di qualità scadente, ritornò ad essere elevato. Cfr. gli articoli Un giro in
piazzetta, La piazzetta e L’inevitabile che dovrà ripetersi, apparsi su Il Cavatore del 7
agosto e del 4 settembre 1920.
Cfr. A proposito di cooperative, in Il Cavatore del 1 maggio 1920.
73
era, per l’organizzazione operaia carrarese, quello di «fondare una grande e
completa cooperativa di consumo con annessi tutti i reparti necessari».232
Infatti, nella stessa adunanza del 27 aprile dei Consigli Direttivi delle Leghe,
cominciò ad essere discusso questo progetto, che venne poi apertamente posto
all’attenzione degli iscritti alla C.d.L. in un articolo pubblicato su «Il
Cavatore» del 15 maggio 1920. In esso, alla domanda:

«Qual è l’opera che noi possiamo espletare su di un terreno pratico,


escludendo l’opera giustiziera di un nodoso ed efficace randello?»,

si dava la seguente risposta:

«Creare un Istituto cooperativo di consumo e produzione per ciò che


riguarda pane, pasta, vestiti, scarpe ecc. con succursali in tutte le ville,
al di sopra delle fazioni politiche o di categoria, che metta la classe
operaia nella condizione assoluta di poter gestire direttamente, con
criteri moderni informati più che sia possibile al concetto comunistico,
tutto ciò che rappresenta il problema annonario»,

in modo da

«Impedire il rialzo artificiale locale in materia di consumo e togliere fra


il produttore e il consumatore tutti i parassiti, le sanguisughe che con un
capitale limitatissimo trovano modo di vivere signorilmente alle spalle
del proletariato».233

L’organizzazione operaia non ignorava le difficoltà e gli ostacoli che


avrebbe dovuto affrontare per realizzare tale disegno, pur tuttavia si
dichiarava ottimista e certa che «[…] la grande cooperativa Proletaria di
consumo sarà quanto prima un fatto compiuto».234 In tal senso, venne deciso
di inserire questo progetto nell’ordine del giorno del Congresso generale
camerale che si sarebbe dovuto tenere di lì a qualche mese. Il Congresso fu
indetto per il 30 e il 31 gennaio del 1921, e il comma 3 del relativo o.d.g.
recitava: «Per una grande Cooperativa di Consumo; relatore A. Meschi».235
Nel frattempo vennero invitati gli operai a leggere e diffondere un opuscolo,
appositamente stampato per l’occasione dalla C.d.L., che trattava dei mezzi e
degli scopi della Cooperativa di consumo che si voleva edificare,236 affinchè

Contro i ladroni del Proletariato! Per una grande Cooperativa Proletaria!, in Il

Ibid.
Ibid.
Congresso Camerale 30 e 31 corr., in Il Cavatore dell’8 gennaio 1921.
Il Comunicato relativo a tale opuscolo apparve su Il Cavatore del 22 gennaio 1921. Così
recitava: «Operai! leggete e diffondete l’opuscolo Contro i ladroni del
74
ognuno avesse modo di partecipare alla discussione congressuale su tale
argomento con cognizione di causa.
Così, quando il 30 gennaio si cominciò ad affrontare il punto 3 dell’ordine
del giorno, Alberto Meschi potè astenersi dal leggere la propria relazione, in
quanto chè la stessa era stata inserita nell’opuscolo summenzionato, che a sua
volta venne distribuito a tutti i congressisti. Il segretario si limitò ad illustrare
e a riassumere le parti più essenziali ed importanti del progetto, lasciando
maggior spazio ai numerosi contributi di idee che emersero durante la
successiva discussione. Gli intervenuti si trovarono unanimamente d’accordo
sulla «[…] necessità di istituire la Cooperativa Proletaria “La Comune”,
specialmente nei riguardi nel modo di creare i fondi necessari alla formazione
delle azioni», che risultò essere quello proposto nella relazione.237 Venne
quindi «[…] nominata una commissione composta dai seguenti compagni:
Cargioli Ercole, Tofanari Nello, Bolgioni Orlando, Dolfi Dario, Cervia Ezio,
Evangelisti Augusto, Pasquini Giuseppe, Raffo Gioberto, Micheletti Ottorino,
Polleschi Carlo, Evangelisti Altidoro».238 Alla fine, il congresso approvò il
seguente ordine del giorno:

«Il Congresso udita la relazione per la costruzione di una grande


Cooperativa di consumo, l’approva e passa alla nomina del Consiglio
generale provvisorio; composto di un rappresentante di ogni Lega delle
Ville e di un comitato provvisorio composto di 11 membri per il
disbrigo di tutte le pratiche e il lavoro occorrente per far si che la
Cooperativa di consumo sia presto un fatto compiuto».239

proletariato. Per una grande Cooperativa di Consumo. Contiene: Nel mondo dei
ladroni! Giù le mani! Contro il succhionismo! – Cooperativa proletaria “La
Comune” – Contro tutti! Il versamento delle azioni. – Cooperative esistenti e
credito. Compagni! Lavoratori! “ “ “ “ “ “ Per richieste rivolgersi alla Segreteria
della Camera del Lavoro. Prezzo: CENT. 30 LA COPIA».
237
Congresso Camerale 30 e 31 gennaio, in Il Cavatore del 5 febbraio 1921. Il
metodo adottato doveva essere quello dell’autofinanziamento, in pratica ogni Lega
della C.d.L. avrebbe raccolto le quote all’uopo versate dai propri iscritti, le quali
avrebbero costituito il fondo comune della Cooperativa.
Ibid.
Ibid. Al Congresso del 30 e 31 gennaio 1921 parteciparono 146 Leghe in
rappresentanza di circa 24.000 iscritti. Durante tale assise venne approvato il nuovo
Statuto della C.d.L. (riprodotto in Appendice IV) e furono eletti, dai rappresentanti
delle Leghe presenti al Congresso anziché per suffragio universale come era accaduto
in passato, i seguenti membri per la Commissione Esecutiva dell’anno 1921: Orlando
Bolgioni, cavatore; Ercole Cargioli, cavatore; Armando Pardini, abbozzatore; Ezio
Cervia, cavatore; Rovigo Passani, segatore a macchina; Rizieri Tommasini, cavatore;
Dario Dolfi, ornatista; Archimede Triscornia, lustratore; Cesare Scatena, cavatore;
Umberto Pedruzzi, muratore; Arturo Ruffini, lustratore. Naturalmente, Alberto
Meschi venne riconfermato nella carica di Segretario dell’organizzazione camerale.
75
Sul giornale camerale «Il Cavatore» apparve, nell’estate del 1921, una
lunga relazione, pubblicata a puntate, a firma Enrico Golfieri che tratteggiava,
per sommi capi, la storia del movimento cooperativistico in Italia e all’estero
ed evidenziava la necessità, da parte della classe lavoratrice, della creazione
immediata di cooperative di consumo e di produzione, le quali, affiancando
l’opera di resistenza espletata dalle organizzazioni sindacali, avrebbero
contribuito efficacemente alla lotta contro il sistema capitalistico e favorito
quella trasformazione sociale perseguita dalle classi operaie.240 Infatti, questo
tipo di cooperazione era considerato come «[…] la negazione della proprietà
borghese e dell’impresa privata»,241 che erano reputati i principi basilari su
cui si fondava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Quindi, lo scopo ultimo
di tale movimento doveva essere «[…] l’abolizione dello sfruttamento
capitalistico e l’organizzazione della società basata sull’amministrazione della
produzione e della distribuzione delle ricchezze sociali per conto e
nell’interesse di tutti i cittadini consumatori che concorrono della
produzione».242
Ma la violenza fascista, abbattutasi nel frattempo sul comprensorio
carrarese, costrinse l’organizzazione operaia a sospendere le pratiche
intraprese per la costituzione della suddetta cooperativa proletaria di consumo.
E se il progetto venne ugualmente inserito al comma 2 dell’o.d.g. del
Congresso Camerale che si tenne il 19 e il 20 febbraio 1922, esso non riuscì
ad essere realizzato dalla locale C.d.L., la quale fu liquidata definitivamente
dalle squadre d’azione fasciste verso la fine di maggio di quello stesso
anno.243

Quanto il principio della solidarietà e del reciproco aiuto e soccorso tra i


lavoratori fosse sentito e concretamente vissuto dalla C.d.L. carrarese, lo si

240
Cfr. Enrico Golfieri, Problemi del Lavoro. La grande via della trasformazione
sociale, in Il Cavatore del 25 giugno, 16 luglio, 6 e 20 agosto 1921.
Ibid., in Il Cavatore del 25 giugno 1921.
Ibid.
Relatori del punto 2 dell’o.d.g. congressuale (Cooperative di Consumo e di
Lavoro) avrebbero dovuto essere Enrico Golfieri e Nello Tofanari, i quali però non
poterono partecipare all’assise. La relazione, comunque, venne pubblicata, a puntate,
sui primi tre numeri de Il Cavatore usciti nell’anno 1922, che precedettero lo
svolgersi del congresso camerale (cfr. E.G., Le varie forme di cooperazione, sui
numeri del 7-21 gennaio e 4 febbraio 1922). Il congresso, dopo che fu letta «[…] una
lettera di adesione e di augurio di Golfieri» e dopo la discussione avutasi su tale
argomento, si limitò a dare «[…] l’incarico alla Commissione esecutiva di nominare
una apposita Commissione per il lavoro preparatorio onde istituire Cooperative di
consumo e di lavoro», chiaro segno che gli organismi nominati a tale scopo nel
precedente Congresso del gennaio 1921 non avevano potuto svolgere il compito loro
assegnato. Sui lavori del Congresso del 19-20 febbraio 1922 cfr. L’importante
Congresso Camerale, in Il Cavatore del 4 marzo 1922.
76
evince dalla significativa e lodevole iniziativa sociale attuata dalla stessa
organizzazione sindacale nei giorni e nelle settimane immediatamente
successive al terribile terremoto che colpì la Lunigiana e la Garfagnana ai
primi di settembre del 1920.
Il 6 settembre, alle otto di mattina, una fortissima scossa di terremoto, con
epicentro nell’alta Lunigiana, sconvolse la parte nord-occidentale della
Toscana.244 I centri che subirono le più gravi conseguenze, sia come perdite
umane che come distruzione di fabbricati, furono quelli montani lunigianesi e
garfagnini, ma anche nel comprensorio carrarese i danni non furono lievi.245
Sul numero 21 del 2 ottobre 1920 del giornale camerale «Il Cavatore»
cominciarono ad essere pubblicate una serie di lettere provenienti dai paesi
montani dell’Appennino tosco-emiliano che descrivevano le dure condizioni
in cui versavano quelle popolazioni e la lentezza, la contraddittorietà o
l’inadeguatezza dei primi soccorsi e aiuti portati dal governo, i quali anziché
alleviare le sofferenze patite dalle vittime della catastrofe contribuivano,
spesso, a renderle ancor più acute.246 A queste invocazioni di aiuto, la C.d.L.

244
Cfr. Telegramma del Commissario P.S. di Carrara a Questore di Massa del 6
settembre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
245
Nel Comune di Carrara si registrarono quattro morti per il terremoto (cfr.
Telegramma del Sindaco di Carrara al Prefetto del 17 settembre 1920, in ASM, ibid.),
mentre il locale Commissario di P.S. informava, tramite fonogramma datato 12
settembre, il Questore di Massa che erano «[…] qui inabitabili 2000 case ed 8 o
10000 persone si trovano senza tetto. Sono già state montate 500 tende e 20 baracche
ed il Municipio attende altre 2000 tende da Spezia. Attualmente le persone senza tetto
sono circa 6000» (il Fonogramma si trova in ASM, ibid.). In seguito il Sindaco
Starnuti comunicò al Commissario Generale per il terremoto, la cui sede era a
Fivizzano, che «Risultati neppure definitivi nostre commissioni tecniche danno 455
case inabitabili con circa 4000 persone senza alloggio […]» (Fonogramma del
Sindaco di Carrara al Commissario Generale a Fivizzano del 15 settembre 1920, in
ASM, ibid.).
Si veda, a titolo d’esempio, la corrispondenza proveniente da Fivizzano, datata 27-9-
1920, pubblicata su Il Cavatore del 2 ottobre: «La nostra infelice terra è messa a ben dura
prova, prima il terremoto […] poi il ciclone che si rovescia sulle vittime mal riparate, mal
coperte infliggendogli notti nere di spasimo, di dolori inenarrabili, poi … poi i funzionari
del governo qui piovuti che completano l’opera degli elementi infidi della natura verso
queste povere e tribolate popolazioni! […] La stampa, anche quella dell’ordine, ha rilevato
le manchevolezze, le incongruenze, le lacune, la lentezza dell’opera dei commissari,
quando non inceppava, non rallentava l’opera solerte dei privati; uno dei provvedimenti
preso per esempio […] è stato di metter in uso, come in tempo di guerra, il lascia passare
e c’era e c’è, per la bisogna, […] un poliziotto di pelo rosso, che deve provenire dai paesi
redenti, dato che ha tutte le caratteristiche del poliziotto austriaco, che sembra sia messo lì
apposta per scocciare i precordi alla gente. Intanto mancano le baracche, l’opera del
governo va adagio, lenta di una lentezza elefantiaca; […] vedete treni di baracche
abbandonati su binari morti in qualche stazione limitrofa ai paesi terremotati, e la gente
dorme sotto le tende, o ai
77
carrarese rispose che era necessario dare una «[…] prova tangibile della
solidarietà fraterna, che è ancora più bella se chi dà è stato anch’egli – sia pure
in modo molto inferiore – colpito e danneggiato».247
Dunque, si esortava il proletariato apuano a fare il proprio dovere e a dare
«[…] una superba prova di altruismo, di amor veramente fraterno verso i
colpiti, che dolorano e spasimano fra le macerie alle intemperie, i quali siamo
certi, ne abbiamo avuta la prova durante la serrata del 1913, avrebbero fatto
altrettanto, se i più colpiti fossimo stati disgraziatamente noi!».248 Così, il 24
settembre, la Commissione Esecutiva dell’istituto camerale dava alle stampe il
seguente manifesto:

«CITTADINI! LAVORATORI!
Il proletariato apuano non doveva e non poteva restare sordo al grido di
dolore che scende dai paesi devastati dell’alta Lunigiana e della
Garfagnana; all’aiuto che invocano donne, bambini, vecchi cadenti,
ammalati derelitti a cui la furia sismica ha travolto – quando non ha
strappato dal loro fianco figli, spose, genitori, parenti – il focolare
domestico, la casa, facendo delle loro abitazioni un cumulo di macerie,
attorno alle quali vaga ancor oggi, data la lentezza e la inefficacia
dell’opera del governo, riparati da poche tende o da lenzuoli, o coperte,
la folla dei senza tetto, schiaffeggiata dal vento, dall’acqua, dalla furia
del temporale che non dà tregua.
CITTADINI!
Agli sventurati colpiti da sì tremenda sciagura, i lavoratori di questa
terra, dove cresce rigoglioso il fiore purpureo e benefico della
solidarietà fraterna – pur non essendo stati essi totalmente risparmiati
dal fenomeno tellurico – hanno deliberato all’unanimità di venirgli in
aiuto, rilasciando, come primo contributo, MEZZA GIORNATA DI
PAGA O SALARIO, deliberando altresì, che la mezza giornata sia
trattenuta dalle rispettive ditte e versate con apposito elenco nominativo
al COMITATO PROLETARIO PRO TERREMOTATI.
La deliberazione altamente altruistica dei lavoratori apuani è degna del
plauso di tutti e servirà di esempio perché altri diano, perché i
terremotati siano soccorsi; e noi, siccome sappiamo che alcune Ditte, in
occasione del terremoto, hanno dato ai propri operai degli acconti, da
scontarsi in seguito, le invitiamo a sospendere, nella quindicina o
settimana in cui l’operaio rilascia la mezza giornata, qualsiasi altra
ritenuta.
OPERAI!

lenzuoli, c’è sotto qualche stazione delle centinaia di coperte e le donne, i bambini, i
vecchi tremano dal freddo! Urge provvedere, urge fare, bisogna pensare a riparare i
senza tetto, dare ai terremotati quell’assistenza che è necessaria, ci pensi chi deve e
chi piò ad evitare giustificate e sante proteste, che più saranno violente e più saranno
efficaci. […]».
Operai fate il vostro dovere!, in Il Cavatore del 2 ottobre 1920.
Ibid.
78
Voi avete, con la vostra deliberazione scritta una pagina splendida nel
libro della solidarietà proletaria e sicuri che nessuno vorrà esimersi dal
fare il proprio dovere di operaio cosciente, mentre vi ringraziamo a
nome dei compagni terremotati, vi salutiamo al grido di
VIVA LA SOLIDARIETA’ PROLETARIA!
Carrara, 24 settembre 1920
Per la Commissione Esecutiva
Alberto Meschi
------------------------
N.B. I denari dovranno essere versati al COMITATO PROLETARIO
PRO TERREMOTATI presso la C.d.L. di cui sarà rilasciata apposita
ricevuta e le somme pubblicate su IL CAVATORE.».249

Il deliberato della C.E. e dei segretari delle varie Leghe di resistenza del
carrarese di avviare una sottoscrizione pro terremotati venne contestato da una
assemblea di una settantina di marmisti svoltasi quello stesso giorno, che
accusò i dirigenti camerali di non aver osservato la corretta procedura nel
decidere tale iniziativa, avocandosi dei poteri che non poteva avere. 250 A
quest’accusa, la C.E. rispose di non credere di aver ecceduto nel stabilire la
colletta, aggiungendo:

«[…] ma se per dannata ipotesi ciò fosse, noi avremmo ecceduto a fin
di bene, per venire più prontamente e più fortemente in aiuto ai
compagni terremotati; ma valeva proprio la pena di inscenare quello
che si è inscenato? Dare lo spettacolo poco edificante che si è dato? che
ha fatto gioire, sia pure di vane speranze, tutti i nemici della classe
operaia, […] ad ogni modo ci rimettiamo a ciò che deliberanno i
Consigli Direttivi di tutte le Leghe, convocati per domenica prossima,
ma pensiamo che a questo si poteva arrivare senza quello che è
successo, senza dare la stura ad una serie di pettegolezzi, di dicerie che
non fanno onore a chi ne è stato l’iniziatore e il propalatore». 251

Infatti, la C.E. era adirata dal fatto che dopo la suddetta assemblea dei
marmisti fosse stata fatta, sia da parte di alcuni iscritti al sindacato sia da parte
di altri al di fuori di esso, una pubblica propaganda tra gli operai per non
versare la mezza giornata, scivolando «[…] nel pettegolezzo politico,
nell’insinuazione balorda, nella diffamazione più sleale».252 Ad un altro
argomento accampato da questa campagna, considerata inopportuna e
calunniosa, la C.E. replicava di aver

Manifesto della C.d.L. del 24 settembre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta

Cfr. Polemiche antipatiche, in Il Cavatore del 9 ottobre 1920.


Ibid.
Ibid.
79
«[…] invitato le ditte a trattenere la mezza giornata, solo per facilitare il
compito della riscossione, perché nessuno potesse venir meno al
proprio dovere verso i terremotati, perché vogliamo che questa mezza
giornata sia fatta fare come straordinario, e ciò per non gravare sul
bilancio dell’operaio, e poi anche perché trattandosi di una questione
così altamente umanitaria, non potevamo arrivare ad immaginare
neanche lontanamente che si sarebbe speculato anche su questa
dolorosa circostanza. Cosa ne dicono i nostri… critici delle
organizzazioni che fanno trattenere alle Ditte anche le quote [sindacali:
N.d.A.] mensili?».253

Infine, si faceva notare ai “dissidenti” come

«[…] la massa proletaria ci aveva proceduto nel compiere il proprio


dovere, come i metallurgici di Corvaia che versarono, prima ancora
della nostra circolare, una giornata pro terremotati, così dicasi degli
operai del laboratorio Pardini Remigio che versarono subito 10 lire per
uno, che equivale a mezza giornata, alla P.A.[Pubblica Assistenza:
N.d.A.]. La Lega Caricatori e Scaricatori F.M. riunita in assemblea il 22
u.s. su proposta Pasquini ratificava all’unanimità il deliberato della
C.d.L. La Lega arti tessili del Forno, senza attendere la nostra circolare,
manda la C.I. [Commissione Interna: N.d.A.] dal Direttore del
cotonificio e chiede di fare la mezza giornata per i terremotati, anzi 137
operaie su 250 avevano approvato di versare una intera giornata».254

Il 10 ottobre, nel salone della C.d.L., si tenne la riunione straordinaria dei


Consigli Direttivi di tutte le Leghe, appositamente indetta per discutere i
«Provvedimenti e deliberazioni in merito ai terremotati», la quale approvò,
«fra il più grande entusiasmo», il seguente ordine del giorno:

«I Consigli Direttivi delle Leghe cavatori: Bedizzano, Torano,


Sorgnano, Pontecimato, Ortonovo, Bergiola, Avenza, Nazzano,
Gragnana, Miseglia, Codena; Agenti alle cave, capi cava, cavatori,
segatori a macchina, lizzatori ai monti, lega proletaria mutilati,
elettricisti, sarti, infermieri, carratori, metallurgici, fornai e pastai,
falegnami, tipografi, cuochi e camerieri, calzolai, impiegati comunali,
capi lizza di Carrara; segatori a macchina, tramvieri, muratori,
riquadratori di Avenza; segatori a macchina, contadini di Nazzano;
carpentieri, marinai di Marina di Carrara; contadini di Melara, di
Fossone; minatori di Luni; riuniti in assemblea straordinaria il 10 corr.
dopo ampia ed esauriente discussione, mentre ratificano il deliberato
della C.E. o dell’assemblea dei segatori del 14 u.s., deplorano che pochi
individui abbiano tentato di sottrarsi al dovere morale della solidarietà
verso i compagni terremotati dell’alta Lunigiana e Garfagnana, nelle

Libertario, Non pagare?, in Il Cavatore del 9 ottobre 1920.


Polemiche antipatiche cit.
80
forme deliberate dalla C.d.L. che rappresenta il minimo sacrificio da
parte dell’operaio, sollecitudine nella riscossione e garanzia che tutti
facciano il loro dovere di operai coscienti. DELIBERANO

la pubblicazione di un manifesto in proposito, nel quale sia spiegato


chiaramente la situazione: danno altresì incarico alla C.E. di curare la
riscossione e l’opera di propaganda persuasiva verso quegli operai, che
eventualmente non avessero compreso e capito l’atto nobile e altamente
umanitario che hanno il dovere di compiere verso i terremotati.
RIMANDANO
ad una prossima riunione dei Cons. Direttivi i provvedimenti da
adottarsi verso quegli operai che senza giustificato motivo e per puro
egoismo, intendessero sottrarsi all’obbligo morale della solidarietà
proletaria».255

Sulla retta via…, in Il Cavatore del 16 ottobre 1920. Il manifesto nel quale doveva
essere «spiegato chiaramente la situazione», come era stato promesso dal summenzionato
o.d.g. approvato dall’adunanza del 10 ottobre dei Consigli Direttivi di tutte le Leghe,
venne effettivamente stampato dalla locale C.d.L. il mese successivo e fu anche
pubblicato su Il Cavatore del 27 novembre 1920. Testualmente così recitava:
«COMPAGNI! LAVORATORI!
All’appello lanciato dalla C.d.L. ai proletari, di versare mezza giornata di lavoro per
andare in soccorso ai compagni terremotati della Lunigiana e Garfagnana, una
grandissima quantità di lavoratori hanno mirabilmente risposto all’appello, versando
il loro obolo; dimostrando in modo veramente tangibile, tutta la loro solidarietà con
quei compagni così duramente colpiti.
Però anche in questa deliberazione così altamente umanitaria, non è mancato chi per
puro egoismo, o per scopi poco puliti, abbia cercato di sottrarsi a questo impellente
bisogno di solidarietà, e per far ciò sia ricorso a basse calunnie, contro la nostra
C.d.L. ed i suoi dirigenti.
Di ciò si occuparono i Consigli Riuniti, presenti la totalità delle Leghe, che
ratificarono il deliberato precedentemente preso, insistettero perché il deliberato
abbia il suo corso, rimandando ad una prossima riunione i provvedimenti da
prendersi contro quei pochi neghittosi, che non intendessero fare il loro dovere.
COMPAGNI! LAVORATORI!
Nessuno di voi deve mancare di dare il suo obolo ai compagni della Garfagnana e
della Lunigiana; alla nullità fattiva, alla impotenza cronica del governo, deve
subentrare lo slancio generoso, la solidarietà fraterna del lavoratore al lavoratore.
Voi, che avete in gran parte provato la vita della trincea, col dormire attendati,
all’aperto nel fango, contro le furie del maltempo, non potete restar sordi al grido di
dolore che viene da quelle disgraziate popolazioni; non potete pensare certe cose
senza sentirvi un brivido attraversare la vita; quelle migliaia di bambini, di donne, di
vecchi, di infermi, che sono lassù, su quelle montagne, aspettando fidenti che la vostra
solidarietà vada a lenire in parte le loro inenarrabili sofferenze!
OPERAI!
Fate quindi il vostro dovere, invitando i pochi svogliati a farlo anch’essi, ed avrete
reso un gran servigio, oltre che a quegli sventurati compagni, alla vostra causa, alla
fraternità operaia.
81
Come era già stato annunciato in precedenza, su il giornale camerale «Il
Cavatore» cominciò, a partire dal numero del 9 ottobre 1920, ad essere
pubblicato il resoconto periodico della sottoscrizione pro terremotati, con
tanto di nome e cognome di tutti coloro che avevano versato le rispettive
quote, che proseguì ad uscire fino ai primi di gennaio del 1921.256
Nel frattempo, la C.d.L. continuò nell’azione di vigilanza e di denuncia
pubblica, iniziata nei giorni immediatamente successivi al disastro, verso i
provvedimenti e i metodi adottati dalle diverse autorità politiche governative e
comunali per alleviare le condizioni di vita delle popolazioni colpite dal
terremoto. A tal proposito, si incitavano i vari comitati tecnici costituiti nei
diversi centri ad impegnarsi più a fondo nella ricostruzione e riparazione delle
case distrutte e dei fabbricati lesionati, esortandoli a non rifiutarsi di assumere
i numerosi muratori che, contattati dall’organizzazione operaia, giorno dopo
giorno si presentavano nei loro uffici, provenienti dalle limitrofe località della
Liguria.257 Venivano quindi tacciate le autorità competenti di dare la
precedenza, nell’eseguire i suddetti lavori, «alle case dei ricchi», mentre la
stessa doveva essere data «alle abitazioni dei lavoratori», ovviamente più
bisognosi di aiuto dei primi.258 Inoltre, si avvertirono i proprietari di case di
non cercare di sfruttare la situazione creatasi in conseguenza del terremoto
«[…] per dare sfratti, col voler buttar fuori di casa quegli inquilini che non gli
andavano a … genio, con la scusa che la casa è danneggiata, che ci vuole a
loro»,259 sollecitando contemporaneamente il Comune a mettere in pratica,
senza indugi, quei provvedimenti atti a restituire ai senza tetto la propria
dimora, in modo da liberare le aule delle scuole, ove erano stati
temporaneamente alloggiati, e far sì che «[…] i nostri figli […] [possano]
continuare i loro studi».260
Insomma, l’organizzazione operaia apuana si impegnò concretamente per
cercare di lenire i disagi di coloro che avevano subito le più gravi
conseguenze dal terremoto, essendo convinta che «[…] la dottrina della
solidarietà e della fratellanza umana [fosse] la base su cui poggiano le Idee

Il Comitato Proletario Pro Terremotati


N.B. – Le Ditte, che non hanno ancora fatto il versamento o mandato l’elenco degli
operai, che eventualmente non volessero versare il loro obolo, sono invitate a farlo
nel più breve tempo possibile.
La Commissione Esecutiva».
L’ultimo resoconto venne pubblicato su Il Cavatore dell’8 gennaio 1921, e riporta
quale totale raggiunto dalla sottoscrizione pro terremotati la somma di L. 70.658,70.
Cfr. Ai signori di Palazzo Rosso, in Il Cavatore del 2 ottobre 1920.
Cfr. ibid. e la Lettera della Sezione Cavatori di Monzone, apparsa su Il Cavatore del 9
ottobre 1920.
Inquilini! non sgombrate! non pagate l’affitto!, in Il Cavatore del 2 ottobre 1920.
Cfr. A.P. [Armando Pardini], Il terremoto e la baraonda, ed il commento
redazionale a tale intervento, in Il Cavatore del 30 ottobre 1920.
82
moderne che vogliono abbattere questa egoistica società e istituire al suo
posto il Comunismo […]».261

c) Le iniziative politiche.

Collegata al sullodato progetto dell’edificazione di una grande cooperativa


di consumo risultò essere l’agitazione promossa dall’organizzazione sindacale
carrarese, iniziata al principio del 1920, per la presa di possesso degli agri
marmiferi da parte di chi li lavorava: i cavatori.
Si è visto come già nel 1919, durante la menzionata assemblea generale
dei cavatori, svoltasi il 13 luglio al Teatro degli Animosi, indetta dalla C.d.L.
in relazione alla vertenza sorta con la Federazione degli industriali per il
rinnovo del contratto di lavoro degli operai addetti all’escavazione del marmo,
fosse stata lanciata la proposta, da parte di un operaio di Miseglia, di lavorare
le cave per proprio conto.262 Gli applausi scroscianti seguiti a tale intervento,
«[…] stavano a provare che il Compagno aveva colpito giusto!».263 Infatti,
l’anonimo autore di un breve articolo apparso sul giornale camerale del 19
luglio 1919 affermava che

«Tra i Cavatori si fa sempre più strada il convincimento che non basta


diminuire le ore e aumentare la paga, ma per essere liberi devono
abolire tutti i parassiti, i frequentatori dei bar, le piovre dei settimi, i
vampiri dell’esportazione, le sanguisughe della produzione o della
distruzione della produzione altrui».264

Quindi aggiungeva che

«Con quella frase sgorgata dal petto di un Cavatore era messa sul
tappeto della discussione il cardine fondamentale della lotta che fa la
classe operaia: L’espropriazione!».

E concludeva

«Qualunque sia l’esito odierno della proposta fatta dall’anonimo


Cavatore, all’assise de’ suoi compagni di lavoro, qualunque sia l’esito
ripetiamo, è bene stabilire, per la storia, che il primo colpo di piccone
demolitore al traballante diritto di proprietà delle cave – all’ormai
sospirato diritto di enfiteusi che usurpa al Comune, cioè alla Comunità,

Operai fate il vostro dovere!, in Il Cavatore del 2 ottobre 1920.


Cfr., di questo stesso paragrafo, la sezione a) riguardante le vertenze economiche.
Le cave ai Cavatori!, in Il Cavatore del 19 luglio 1919.
Ibid.
83
le cave che dovrebbero essere e saranno di chi le lavora – è stato dato
da un rude Cavatore, da un operaio autentico. […]
Nel Comizio del 13 and. i Cavatori hanno scritto sulla loro bandiera il
motto, che sarà la piattaforma per le lotte di un prossimo domani:
Le cave ai Cavatori!».265

Quando si concluse, con il concordato del 5 gennaio 1920, la vertenza


riguardante la sistemazione definitiva di tutti i contratti di lavoro degli operai
addetti all’industria del marmo, la C.d.L. si sentì pronta per dare inizio a
quella agitazione mirante alla trasformazione del regime di proprietà degli
agri marmiferi del comprensorio carrarese.
Sulla prima pagina del giornale camerale «Il Cavatore» del 30 gennaio
1920 apparve il primo dei tre articoli stilati dall’avvocato socialista Vico
Fiaschi, collaboratore dell’organizzazione operaia apuana, che posero
esplicitamente all’attenzione dell’opinione pubblica locale la questione della
proprietà delle cave.266 In essi, Fiaschi, in termini assai accessibili e con

Ibid.
Gli articoli di Vico Fiaschi si intitolavano Cavatori, le cave sono vostre! ed
uscirono sui numeri 3, 4 e 5, rispettivamente del 30 gennaio, 14 e 28 febbraio 1920,
de Il Cavatore. Questi vengono riprodotti integralmente in Appendice V. Vico Fiaschi
(1876-1933), avvocato e letterato carrarese, aderì al socialismo sin dal 1893 e fu uno
dei fondatori del primo «Gruppo socialista» di Carrara (maggio 1896) e del
successivo «Circolo elettorale socialista» (agosto 1896). Acquistò notorietà in seguito
al processo di Casale Monferrato (marzo 1898), in cui il giovane Fiaschi, allora
studente all’Università di Pisa, venne, assieme a numerosi altri imputati, sospettato di
aver partecipato all’attentato contro il delegato di P.S. di Carrara Salsano, avvenuto il
gennaio 1897. Iscritto al P.S.I. fino al 1913, nel 1914-15 divenne un fervente
sostenitore delle tesi dell’interventismo democratico, quindi, dal 26 novembre 1918 al
gennaio 1919, fu tra i componenti, assieme ad Alceste De Ambris, la Missione
italiana del Lavoro recatasi in America a contaccambiare la visite fatte nel nostro
paese da esponenti della A.F. of L. Agli inizi del 1920 era tra i componenti il
Consiglio del Sindacato nazionale delle cooperative, costituito a Roma il 25-26
gennaio 1920 e sorto sul tronco della U.I.L. Per concludere, si può affermare che il
socialismo espresso dall’avvocato Fiaschi può essere accostato, in un certo senso, a
quello riformista di Leonida Bissolati. Su Vico Fiaschi, cfr.: L.GESTRI, Capitalismo
e classe operaia cit., pp. 199-200, 205-206, 209-211 e 229; ID., Il movimento operaio
e socialista nella «Regione» apuoversiliese cit., p. 122; A.BERNIERI, Storia di
Carrara cit., p. 183 n.; A.PALLA, La generazione dell’’80. Classe operaia e
intellettuali in Versilia dal 1880 alla Grande Guerra, Massarosa, Istituto Storico
Lucchese Sezione Versilia, 1981, p. 110. Inoltre, si veda il seguente profilo di Fiaschi
tracciato da Alberto Meschi ed apparso su Il Cavatore del 15 dicembre 1945: «Chi
scrive deve affetto e gratitudine all’amico avv. Vico Fiaschi, inquantoché è stato il
costante e zelante ed efficace difensore de «Il Cavatore», negli svariati processi in
Corte d’Assise e in Tribunale. Ha difeso il compilatore di questo foglio a Massa, a
Carrara e anche in zona di guerra, al famoso processo di Pradamano (Udine) contro
detenuti imputati di disfattismo a favore del nemico. In quel processo rifulsero le
84
grande acume storico-giuridico, descriveva la genesi e il significato delle
leggi estensi che anche allora regolavano la concessione ai privati degli agri
marmiferi da parte del Comune, e la progressiva degenerazione avvenuta nel
regime di proprietà marmifera che aveva favorito l’appropriazione in poche
mani degli agri e delle cave, a danno della comunità carrarese vera ed unica
proprietaria.267 In pratica, si voleva mettere bene in evidenza che, secondo le
leggi vigenti, le cave erano interamente di proprietà del Comune, mentre i vari
grandi o medi esercenti delle stesse non erano altro che dei concessionari,
anche se col passare del tempo, sfruttando al massimo grado quelle parti
normative riguardanti la larga libertà concessa nella ricerca ed apertura di
nuovi siti d’estrazione, la possibilità di accumularne un numero illimitato
nelle proprie mani, l’irrisorietà del canone livellario, la perpetuità e la
trasmissibilità del livello stesso, erano riusciti, col concorso delle diverse
autorità politiche locali, a diventarne i proprietari di fatto. Ma queste leggi
estensi prescrivevano pure tutta una serie di obblighi a cui il concessionario

qualità di avvocato, di penalista dell’avv. Fiaschi. Il fascismo canagliesco si scagliò


contro l’avv. Fiaschi, lo percosse a sangue più volte; qui però è la vendetta bassa,
sudicia degli industriali del marmo, che lo fecero ripetutamente bastonare perché Egli
fece, su le colonne di questo giornale, la tenace campagna per il ritorno delle cave al
suo legittimo proprietario: il Comune e per esso ai cavatori. L’argomentazione serrata,
efficace dell’avv. Fiaschi aveva spaventato i baronetti del marmo, i quali, dopo aver
cercato di confutarlo con un opuscolo dell’avv. Micheli sul problema delle cave,
affidarono, per sete di ignobile vendetta, il compito di bastonarlo ai loro mercenari, ai
manigoldi in camicia nera! Alla Sua memoria vada il nostro saluto fraterno!» (A.M.,
Asterischi. Avv. Fiaschi, riprodotto anche in H.ROLLAND, op. cit., p. 234).
267
Le leggi cui faceva riferimento il Fiaschi nei suoi articoli erano l’Editto del 1
febbraio 1751 della duchessa di Massa Maria Teresa Cybo-Malaspina, che tornava a
riconoscere e ad assegnare – introducendo il livello – la proprietà e il controllo delle
cave, degli agri, alle Vicinanze (antiche organizzazioni sociali formate dagli abitanti
delle diverse frazioni del Comune di Carrara), e le Notificazioni del Governatore de’
Ducati Domini di Massa e Carrara del 14 luglio – 3 dicembre 1846 di Francesco V
d’Austria-Este, ultimo duca di Modena e Reggio (1846-1859), che integravano e
precisavano le disposizioni del suddetto Editto. Fiaschi evidenziava come, grazie a
tali leggi, gli agri marmiferi fossero soggetti a «[…] una singolarissima forma di
proprietà collettiva», e dunque non rientravano in quel principio «[…] di proprietà
privata secondo l’antico tradizionale concetto del diritto romano e sul quale si
impernia tutta la economia della attuale società borghese-capitalista […]». I testi
completi dell’Editto e delle Notificazioni sono riprodotti in G.PICCIOLI, Gli agri
marmiferi cit. Sulle vicende della società e dell’economia carrarese nei secoli XVI –
XVII cfr. C.KLAPISCH ZUBER, Carrara e i maestri del marmo (1300-1600), Massa
1973, mentre per un ulteriore chiarimento sui processi complessivi di trasformazione
sociale ed economica avvenuti in età moderna nella vallata di Carrara cfr. M.DELLA
PINA, I Del Medico: l’ascesa di una famiglia nell’area economico-sociale della
produzione marmifera carrarese, in Ricerche di Storia moderna. II, Aziende e
patrimoni di grandi famiglie (sec. XV – XIX), Pisa 1979.
85
doveva sottostare, che, ribadendo la legittimità della proprietà comunale sugli
agri e sulle cave, se infranti, davano la possibilità al Comune direttario di
caducare il livello precedentemente concesso. Per Fiaschi, le norme più
importanti contenute in tali leggi, che disciplinavano le concessioni degli agri
marmiferi, erano quelle che prescrivevano che le cave dovevano essere date in
livello solo a coloro che le avrebbero lavorate in prima persona, e che se le
stesse fossero rimaste inattive per un periodo di tempo superiore ai due anni, il
Comune poteva e doveva revocare la concessione all’esercente. Dunque,
l’avvocato Fiaschi concludeva che l’agognata modificazione dell’attuale
sistema sociale di proprietà degli agri si “riduceva” ad una questione di
volontà politica da parte dell’Amministrazione comunale, che aveva la
possibilità giuridica di espropriare i cosiddetti baroni del marmo:

«Onde si impone che il Comune (e se il Comune non lo farà lo faranno


i lavoratori) usando di tutti i mezzi rivendichi tutte le cave, e sottrattele
alla speculazione privata, che assume troppo spesso forma di iniqua
ingiustizia, le affidi a Cooperative di lavoratori impersonate – ad evitare
il fenomeno del camufiage – nel loro naturale organo di rappresentanza
e di tutela che è la Camera del Lavoro. Al Comune, cioè alla
collettività, spetterà pel legittimo vantaggio di ognuno una quota parte
del prodotto (gli attuali settimi?).
Questa la nostra soluzione […]».268

In definitiva, l’avvocato socialista asseriva che le cave erano dei cavatori


proprio in forza delle leggi estensi, che ribadivano il diritto di proprietà del
Comune, e quindi dell’intera collettività carrarese, sugli agri marmiferi, in
base alle quali, «[…] si secondo la [loro] lettera che lo spirito», le cave «[…]
hanno da essere di chi le lavora ed esclusivamente di chi le lavora»,
deducendo così che «le appropriazioni dei baroni del marmo avvenute
attraverso i secoli sono pure e semplici usurpazioni».269
Ma la suaccennata volontà politica da parte dell’Amministrazione
comunale di Carrara, la cui maggioranza era in mano al partito
repubblicano,270 di modificare, a favore della classe lavoratrice, il regime di

Cavatori, le cave sono vostre!, in Il Cavatore del 14 febbraio 1920.


Ibid.
I repubblicani avevano conquistato la maggioranza del consiglio comunale
carrarese durante le elezioni amministrative del 12 luglio 1914 (in precedenza, dal
1909, il Comune era stato retto da una giunta liberale con a capo Giovanni Cucchiari).
Sindaco divenne l’avvocato Eumene Fontana (cfr. su tali elezioni i capitoli 37 e 38 di
GIORGI, op. cit.). Nel 1915 fu nominato sindaco l’avvocato repubblicano
Edgardo Starnuti (il quale già faceva parte della giunta Fontana) che resse il Comune
di Carrara fino al 1921. Infatti, nelle elezioni amministrative del 31 ottobre 1920, la
lista capeggiata da Starnuti ottenne la maggioranza dei voti, permettendo così ai
86
proprietà degli agri marmiferi non ci fu, dato che il Sindaco Starnuti si limitò,
a tal riguardo, a concordare «[…] nel 1920 con l’Associazione degli
Industriali due aumenti della tassa di esportazione del marmo», 271 che se
poterono sembrare allora, all’opinione benpensante, atti di saggia
amministrazione, in definitiva costituirono una garanzia, a favore degli
industriali, che non sarebbe stato toccato in alcun modo il suddetto sistema di
proprietà delle cave, come invece richiedeva l’organizzazione operaia
apuana.272 Lo stesso Fiaschi ebbe il sentore di un tale “disimpegno” da parte
della locale Autorità politica, poiché dalle colonne de «Il Cavatore» asserì di
temere che

«i repubblicani, […] ora che sono riusciti ad assicurare la vita civile del
comune pattuendo cogli industriali uno straordinario aumento della
tassa marmi, si disinteressino della questione o per lo meno non la
perseguano con quella fede e con quell’ardore che la lotta ormai
ingaggiata fatalmente richiede».273

Nello stesso tempo, l’on. repubblicano Eugenio Chiesa, che era stato
rieletto, presentatosi quale candidato del P.R.I. e dei Combattenti nel Collegio
di Massa-Carrara e Lucca, al Parlamento del Regno durante le elezioni
politiche del 16 novembre 1919,274 presentò alla Camera dei deputati, il 22

repubblicani di riconfermarsi alla guida del Municipio (cfr. sulle elezioni del 1920
A.BIANCHI, op. cit., p. 124).
A.BERNIERI, Storia di Carrara cit., p. 182. La cosiddetta tassa pedaggio marmi
era (ed è tuttora) una imposta pagata dagli industriali al Municipio di Carrara e si
applicava a tutti i tipi di marmo locale (un tanto a tonnellata) in uscita dal territorio
comunale. Essa era stata istituita con Real Decreto provvisorio del 19 settembre 1860
il quale venne poi abrogato e quindi sostituito dalla legge del Regno n. 749 approvata
dal Parlamento in data 15 luglio 1911, e i proventi che ne derivavano per le finanze
comunali dovevano essere utilizzati per la costruzione di opere pubbliche (quali
strade, ponti, fognature, scuole, mercato pubblico, bagni ecc.) e per le pensioni agli
operai del marmo. Sulle vicende riguardanti gli aumenti apportati a questa tassa
pedaggio e la utilizzazione negli anni immediatamente precedenti il conflitto
mondiale cfr. M.GIORGI, op. cit., i capitoli 5, 14 e 16.
Cfr. A.BERNIERI, op. cit., nota 16, p. 182. L’importo della tassa passò, il 28
febbraio 1920, da L. 6,50 a L. 15 per tonnellata, e, il 30 dicembre 1920, da L. 15 a L.
per tonnellata.
Cavatori, le cave sono vostre!, in Il Cavatore del 28 febbraio 1920.
In queste elezioni, nel Comune di Carrara, la lista capeggiata da Chiesa ottenne
248 voti, sopravanzando quella dei socialisti (2.022 voti), dei liberali costituzionali
(369 voti), dei liberali democratici (347 voti) e dei popolari (207 voti) [cfr. il Risultato
della votazione nel Comune di Carrara, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52].
Eugenio Chiesa venne eletto deputato, nel Collegio di Massa-Carrara, per la prima
volta nelle elezioni politiche del novembre 1904. Da allora, fu costantemente rieletto
al Parlamento del Regno in tutti i successivi turni elettorali che si tennero nel collegio
87
marzo 1920, una proposta di legge mineraria «per la espropriazione delle
cave, miniere e terreni che hanno sorgenti di acque minerali», nella quale era
presente il principio della nazionalizzazione delle cave e miniere e del loro
affidamento a cooperative di lavoratori.275 Dunque, coesistevano
evidentemente due anime nel partito repubblicano:

«l’una che risolveva gli impegni di riforme strutturali del sistema di


rapporto della proprietà marmifera, annullandoli in una attività
amministrativa, tecnicamente ineccepibile, ma politicamente
insufficiente e contraddittoria; l’altra che rifletteva le aspirazioni dei
lavoratori eliminandone le forzature formali rivoluzionarie, come
voleva Chiesa, ma che per l’impossibilità di concretarsi, si traduceva in
pura agitazione o, peggio, in demagogia».276

La C.d.L. di Carrara si rendeva perfettamente conto delle grosse difficoltà


insite nell’azione legislativa intrapresa dal Chiesa, arrivando perciò a
sostenere che «[…] il progetto di espropriazione dei repubblicani […] nella
fattispecie ritarda ed incaglia anziché accelerare la soluzione della questione
[la trasformazione del regime di proprietà delle cave]».277 Infatti, rifacendosi
a quanto sostenuto da Fiaschi, cioè che il diritto di proprietà privata così come
era stabilito dal diritto romano non poteva applicarsi agli agri marmiferi
carraresi (in quanto sottoposti alle leggi estensi che stabilivano la proprietà
pubblica – del Comune – degli stessi), si propugnava, da parte
dell’organizzazione sindacale apuana, una condotta di lotta che tenesse conto
e facesse riferimento a quelle norme, che favorivano l’espropriazione delle
cave, contenute nella locale legislazione. Invece il

«[…] progetto di esproprio dei repubblicani, attaccando la proprietà


tutta […] fa di una questione locale, la quale offriva, appunto perché
locale, dei notevoli vantaggi agli espropriatori, una questione generale
venendo ad aumentare le difficoltà, sovrapponendogli degli altri
interessi, facendo in fondo in fondo l’interesse dei baronetti del marmo,
chè nella difesa del diritto di proprietà in genere c’è anche la loro
difesa».278

Questo punto di vista localistico venne ribadito anche in seguito,


allorquando scoppiò, sulle colonne dei rispettivi giornali, una breve polemica

apuano. Sulle elezioni del novembre 1904 cfr. L. GESTRI, op. cit., pp. 329-330. Su
Eugenio Chiesa cfr. F. ANDREUCCI - T. DETTI, op. cit., vol. I, ad nomen.
Cfr. A.BERNIERI, La nascita del fascismo cit., p. 679.
A.BERNIERI, Storia di Carrara cit., p. 183.
Un cavatore che non ha cave, Cavatori, le cave sono vostre! In margine alla
discussione, in Il Cavatore del 13 marzo 1920.
Ibid.
88
tra la C.d.L. e i partiti socialista e repubblicano. All’indomani delle elezioni
amministrative del 31 ottobre 1920, su «Il Cavatore» apparve un articolo nel
quale, constatato come nei diversi programmi politici dei partiti che avevano
partecipato alla campagna elettorale non era stata inserita la fondamentale
questione della proprietà collettiva degli agri marmiferi, si affermava che

«[…] i partiti elezionisti, forse per la paura di perdere dei voti, o creare
posizioni equivoche a qualche loro rappresentante, hanno abbassata la
bandiera della restituzione delle cave alla comunità e i baronetti del
marmo avranno in cuor loro gioito […]»,

e si concludeva:

«Ed è bene che sia così: solo i lavoratori presi, non come militanti nei
partiti, ma come classe potranno e dovranno affrontare e risolvere la
questione delle cave ai cavatori».279

Il giornale «La Battaglia» si affrettò a pubblicare un articolo, a firma «un


amico elezionista», nel quale si precisava che la questione, pur non essendo
stata esplicitamente menzionata dal locale P.S.I. durante la precedente
campagna elettorale, faceva implicitamente parte del più vasto programma di
«[…] successione del proletariato alla borghesia» propugnato, a livello
nazionale, dai socialisti, in cui erano comprese anche «[…] le ferrovie ai
ferrovieri, la terra ai contadini, i bastimenti ai marinai […]» ecc.280
A tale argomentazione, la C.d.L. rispondeva che:

«Socialisticamente e teoricamente parlando nulla di più giusto e di più


logico che la terra, i bastimenti, le officine ecc. ecc. ecc. ritornino ai
veri e legittimi proprietari, cioè ai lavoratori, ma impostando la
questione su questo terreno riteniamo che i baronetti del marmo
abbiano tutto da guadagnare; abbinare la questione della restituzione
delle cave alla espropriazione della terra e degli strumenti di
produzione ci pare sia esiziale al fine della nostra agitazione; spingere il
branco dei ladruncoli privilegiati di Maria Teresa nelle folte bande dei
pescicani, dei ladroni di tutte le proprietà, ci pare sia fare proprio
l’interesse dei baronetti, inquantochè imbrancati nell’esercito degli
svaligiatori potranno opporre una più accanita resistenza e forse
sfuggire alla sorte che li attende, quella di restituire il mal tolto alla
comunità!».281

Le cave ai cavatori e le Elezioni Amministrative, in Il Cavatore del 13 novembre 1920.


Cfr. Cavatori, le cave sono vostre! Note polemiche per la Battaglia e la Sveglia, in
Il Cavatore del 27 novembre 1920.
Ibid.
89
Dunque, il problema doveva essere approntato localmente dai lavoratori e
dai partiti sovversivi apuani, separandolo ed isolandolo, in un certo senso,
dalla complessiva contesa riguardante la presa di possesso di tutti i mezzi di
produzione e di tutta la ricchezza sociale da parte della classe operaia nella
sua globalità, proprio in virtù del fatto che

«La legge che regola lo sfruttamento degli agri marmiferi è differente,


anche giuridicamente parlando, dalla legge che regola il diritto di
proprietà in generale, [quindi] rinunciare a questo vantaggio ci pare
sarebbe dannoso ai fini della nostra agitazione».282

Questo stesso ragionamento veniva poi usato per replicare all’autore di un


articolo apparso su «La Sveglia repubblicana», il quale aveva “ricordato”
all’organizzazione operaia carrarese che i repubblicani si erano da tempo
concretamente impegnati, a livello nazionale, per la risoluzione della
questione della proprietà degli agri attraverso il già menzionato progetto di
legge presentato al Parlamento dall’on. Chiesa.283
Così, la C.d.L. carrarese cominciò a pubblicare, sui numeri de «Il
Cavatore» immediatamente successivi a quelli in cui erano apparsi gli articoli
di Vico Fiaschi, una serie di contributi nei quali venivano descritti tutti quei
casi di sfruttamento indebito e di appropriazione improduttiva degli agri
marmiferi posti in essere dalla maggior parte dei locali “proprietari” privati di
cave, che, non risultando conforme allo spirito e alla lettera delle vigenti leggi
estensi, dovevano essere definitivamente soppressi. Anzitutto, si richiamò
l’attenzione dell’opinione pubblica in generale e del Comune in particolare
sulla «[…] posizione in cui si trovano quelle cave che sono da [più di] due
anni inoperose» e sul fatto che

«[…] ci sono dei baroni del marmo i quali si sono arricchiti con una
forma speciale di sfruttamento, e cioè: hanno messo la loro marca su di
una superficie del monte marmifero posta magari a metà del fianco
della montagna, non [lo] hanno fatto e non [lo] fanno lavorare, lavorano
invece le cave più alte [possedute da altri industriali: N.d.A.] e quei
signori di cui parliamo aspettano che un blocco della cava soprastante
precipiti durante una varata nella loro per impossessarsene, oppure che
la cava soprastante non sappia dove spurgare, dove vuotare i detriti, per
volere un congruo compenso, oppure esigere un tanto al palmo creando
un balzello odioso per passare con i marmi scavati nei loro
possessi!».284

Spesso, quindi, gli industriali del marmo apponevano

Ibid.
Cfr. ibid.
Un cavatore che non ha cave, art. cit., in Il Cavatore del 13 marzo 1920.
90
«[…] la marca su parte degli agri marmiferi con il proposito di non
lavorarle, ma solo per evitare vicini incomodi o concorrenza o per
trasformarli […] in doganini».285

Vi era poi un gran numero

«[…] di cave su cui gravano come cappa di piombo i settimi, 286 un’altra
forma indecente di camorra, di rapina vera e propria; è possibile che degli
individui sol perché hanno messo la loro marca per lavorare – solo per
lavorare, così dice la legge – possano godersi di padre in figlio i settimi,
una parte del prodotto altrui senza fatica, senza rischi, bighellonando
inutilmente fra il caffè e il circolo, inutili e dannosi a sé ed al prossimo,
vivendo oziosi sul lavoro degli altri [?]».287

La conclusione, sostenuta a viva voce dall’organizzazione operaia carrarese,


era che «tutti questi succhioni dovranno sparire, saranno spazzati via col
ritorno delle cave alla comunità»,288 quindi si invitavano i lavoratori del
marmo a prepararsi

«[…] all’invasione delle cave inoperose, cioè di quelle che sono


inattive da oltre due anni, nell’attesa di cacciare gli usurpatori anche da
quelle altre che sono vostre, oh cavatori […]».289

L’agitazione proseguì, più o meno intensamente, per tutto l’anno e, anche


se non si passò mai dalle parole ai fatti, preoccupò non poco la locale classe
padronale e l’Autorità tutoria provinciale. Verso la fine di ottobre del 1920,
dopo che l’occupazione delle fabbriche, nel Nord d’Italia, del settembre
precedente si era già conclusa in maniera politicamente fallimentare per le
maestranze operaie, lasciando comunque una viva impressione nell’opinione
pubblica e nelle classi dirigenti italiane,290 la Questura di Massa, sollecitata a
tal riguardo dal Ministero degli Affari Esteri che era stato contattato
dall’Ambasciatore di Francia in Italia, informava il Commissario di P.S. di
Carrara dei timori esistenti a livello governativo circa un’eventuale
occupazione, da parte dei lavoratori del marmo apuani, delle cave della Ditta

Un assiduo, Cavatori, le cave sono vostre!…, in Il Cavatore del 26 giugno 1920.


Sui settimi cfr. il paragrafo 2 del capitolo I del presente lavoro.
Un cavatore che non ha cave, art. cit.
Verso il Congresso Camerale, in Il Cavatore del 12 giugno 1920.
Un cavatore che non ha cave, art. cit.
Sull’occupazione delle fabbriche del settembre 1920 si veda P. SPRIANO,
L’occupazione delle fabbriche: settembre 1920, Torino 1964; G. BOSIO, La grande
paura. Settembre 1920. L’occupazione delle fabbriche nei verbali inediti delle
riunioni degli Stati generali del movimento operaio, Roma 1970; G. MAIONE, Il
biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Bologna 1975.
91
Dervillè & C. In effetti, nel corso della seconda metà del precedente mese di
luglio il Consiglio Direttivo della Lega dei Cavatori e Lizzatori di Forno
aveva deliberato di inviare a tale ditta la seguente “lettera aperta”:

«[…] In vista della grande disoccupazione esistente fra gli operai del
paese. Considerato che molte cave di proprietà di cotesta spett. Ditta,
come i Filoni, la Rova, le Scaffe, l’Altare, la Sordola ed altre, non
vengono lavorate dagli affittuari, i quali accampano diritti di lavori
eseguiti ogni qualvolta un altro esercente di buona volontà volesse
affittare una di quelle cave.
[Il Consiglio Direttivo della Lega Cavatori e Lizzatori di Forno] invita
pertanto codesta spett. Ditta, entro un mese dalla presente data, ad
imporre alle Ditte affittanti di iniziare i lavori o di recedere ai diritti di
affitto, affittando in questo caso a chiunque intenda lavorare quelle
cave. Trascorso il termine predetto, se le cave sopra citate non verranno
riattivate saranno occupate dai lavoratori disoccupati sotto l’egida di
questa Lega.
In attesa di essere informati del come vanno le cose dalla Spett. Ditta
proprietaria
Ossequi
Il Consiglio Direttivo
Forno, 19 – 7 – ’20».216 bis

Il Questore di Massa pregava, dunque, l’Autorità tutoria carrarese di «[…]


adoperarsi presso [le] organizzazioni [operaie] per far comprendere [i] gravi
danni che anche nei riguardi [dell’] esportazione deriverebbero da attuazione
minaccia contro importante Ditta straniera che ha grande influenza nel
commercio e nella finanza suo paese», quindi si raccomandava di «[…]
disporre conveniente servizio di vigilanza e trovar modo assicurare
rappresentante ditta dell’interessamento per evitare possibilmente temuta
occupazione […]».291 Immediatamente, il Commissario di P.S. fece svolgere
delle indagini per conoscere il numero e l’estensione delle cave di proprietà
della ditta Dervillè & C. Si apprese così che le proprietà marmifere di tale
ditta

216 bis

Forno. Le cave ai cavatori – Lettera aperta alla Ditta Dervillè – Carrara, in Il


Cavatore del 7 agosto 1920. La redazione del giornale camerale pubblicò il seguente
commento a margine di tale lettera aperta: «La Lega Cavatori del Forno ha ragioni da
vendere e noi approviamo toto corde la deliberazione presa dai compagni del Forno, i
quali potranno contare, in merito alla occupazione delle cave, sulla solidarietà di tutti,
giacchè anche la questione sollevata dalla Lega Cavatori del Forno entra di riflesso, di
fatto se non di detto, nella importantissima questione delle cave ai cavatori! N.d.R.».
Fonogramma del Questore di Massa al Commissario P.S. di Carrara del 29 ottobre
1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
92
«[…] non sono come una tenuta tutta in un corpo, che per quanto estesa
può facilmente sottoporsi a sorveglianza. Trattasi invece di numerosi
appezzamenti, quali più quali meno estesi, distanti talvolta moltissimo
gli uni dagli altri, tantochè risiedono perfino in Comuni diversi. Si
aggiunga che sono generalmente di difficile accesso; specialmente poi
tale accesso è difficile per i singoli punti delle proprietà.
Queste nel Comune di Carrara, distribuite nelle Vallate di Pescina,
Canal Bianco, Ravaccione, Fantiscritti e Colonnata, sono circa 70, di
cui 38 nella circoscrizione dell’antico Comunello di Torano, 12 in
quella del Comunello di Miseglia, 20 in quello di Colonnata; ed hanno
una superficie approssimativa di Ettari Cento; nel Comune di Massa,
Comunelli del Forno, Casania, Resceto etc., le proprietà sono circa una
trentina dell’approssimativa superficie complessiva di Ettari
Centoventi; infine, nel Comune di Vagli – Sotto, presso Arni, ha
un’estesa proprietà, tutta riunita, di circa Ettari Sessanta.
E’ appena necessario osservare che non tutte queste vaste zone sono
marmifere nel senso assoluto della parola; in molte o non vi è marmo o
non è commerciabile, talchè non poche sono inoperose; mentre le altre
sono coltivate da affittuari, eccetto alcune poche delle migliori che la
Ditta lavora direttamente».292

In base a ciò, il Commissario di P.S. informava il Questore che non era


possibile «[…] predisporre uno speciale servizio di protezione esclusivamente
per dette cave, tanto meno con la forza attualmente disponibile».293 Venivano
quindi rammentate brevemente le fasi principali dell’agitazione per la
restituzione degli agri marmiferi alla collettività indetta dalla C.d.L.:

«Il giornale “Il Cavatore”, fin dal Gennaio 1920, rammentò la frase del
De Felice quando fu eletto deputato di Carrara nel 1901: «Cavatori, le
cave sono vostre» e successivamente in altri articoli ed in pubblici
comizi fu ripetuto dal Meschi che l’azione diretta del proletariato dovrà
dare pratica applicazione alla frase suindicata restituendo in tutta la
regione del marmo lo strumento di produzione, le cave, nelle mani dei
produttori, i cavatori».294

Infine, si rassicurava il Questore che, pur essendo tale questione


profondamente sentita dalla massa operaia carrarese,

292
Informazioni sulle proprietà marmifere della ditta Dervillè contenute in un
foglietto dattiloscritto allegato alla Relazione inviata dal Commissario P.S. di Carrara
al Questore di Massa, circa la minacciata occupazione delle cave, datata 8 novembre
1920, in ASM, ibid.
Relazione cit. dell’8 novembre 1920.
Ibid.
93
«[…] finora non vi è stata alcuna manifestazione che accenni al
proposito di addivenire da un momento all’altro alla occupazione delle
cave»,

osservando inoltre che le difficoltà insite in una concreta ed efficace


realizzazione a livello locale della suddetta azione espropriatrice erano
aggravate dal fatto che

«[…] questa dovrebbe essere accompagnata dalla presa di possesso


della Ferrovia Marmifera e dato anche che ciò si verificasse il marmo
dovrebbe essere poi condotto allo scalo ferroviario od a quello
marittimo, dato e non concesso che gli operai possano poi liberamente
effettuarne la vendita e l’esportazione, specialmente all’estero». 295

Dunque, le “voci” circolate circa un’imminente occupazione degli agri


marmiferi da parte dei cavatori erano, al momento, destituite di ogni
fondamento e dettate, probabilmente, oltre che dalla suaccennata
deliberazione emanata, il 19 luglio, dal Consiglio Direttivo della Lega dei
Cavatori di Forno, dall’impressione e dal timore suscitato dall’occupazione
delle fabbriche del Nord del settembre precedente nella classe industriale
carrarese.
In quel periodo, altri erano i problemi che calamitavano l’attenzione
dell’organizzazione operaia apuana, distogliendola momentaneamente
dall’agitazione sul regime di proprietà delle cave: la grave e triste situazione
in cui si trovavano le popolazioni della Lunigiana e Garfagnana, in
conseguenza del terremoto che colpì la regione il 6 settembre 1920; gli arresti
di alcuni militanti anarchici e le svariate perquisizioni effettuate nei locali
della C.d.L. e nei diversi circoli anarchici carraresi, in seguito allo scoppio di
una bomba nella sede della locale Banca d’Italia avvenuto verso le 3 del
mattino del 21 ottobre 1920.
Successivamente, dopo che la questione delle cave ai cavatori fu
nuovamente e decisamente riattivata dalla C.d.L. sulle colonne de «Il
Cavatore»,296 la violenta reazione fascista, scatenatasi sul comprensorio
apuano durante il 1921 e il 1922, costrinse l’organizzazione sindacale sulla
difensiva, annullando definitivamente il “pericolo” di una eventuale presa di
possesso degli agri marmiferi da parte dei cavatori.297

Ibid.
Cfr. la serie di articoli, apparsi sotto il titolo La crisi nell’industria marmifera, ne
Il Cavatore del 25 dicembre 1920, 8 e 22 gennaio 1921, e l’articolo Industriali
Comune e pedaggio su Il Cavatore dell’8 gennaio 1921.
Sembra ormai definitivamente accertato, dalla locale storiografia, che l’elemento
contingente che determinò l’avvento del fascismo nella regione apuana fu
rappresentato dalla decisa volontà di difesa del possesso degli agri marmiferi da parte
degli industriali carraresi, in risposta alle relative rivendicazioni sostenute dalla
94
Tra le più importanti e sentite iniziative politiche svolte
dall’organizzazione operaia carrarese, sostenuta dall’attiva mobilitazione dei
diversi gruppi anarchici locali e dalla piena adesione del partito socialista
apuano, vi fu quella per il rientro in Italia di Errico Malatesta, dispiegatasi per
tutto il 1919.298
L’allora segretario dell’U.S.I., Armando Borghi, ricordava, nel secondo
dopoguerra, l’inizio della campagna pro Malatesta nei termini seguenti:

«Avevamo un vecchio conto da regolare: il ritorno di Malatesta. Questa


idea mi si era già affacciata alla mente verso il 1917, dopo le prime
fiammate della Rivoluzione russa.
In un primo tempo, sperammo in una soluzione regolare: ma fu
speranza vana. Allora lanciammo l’agitazione. L’idea era mia e
l’iniziativa fu assunta dall’Unione sindacale italiana. Non mancarono
compagni, anche ottimi, che rimasero dubbiosi sulla opportunità di
questa sfida al governo: temevano che ne fosse compromesso l’esito a
noi caro, cioè il ritorno di Malatesta, sia nella forma legale sia in quella
illegale. Quanto a me, il mio istinto mi diceva che non potevamo fallire,

organizzazione operaia. «Tutti gli altri motivi che concorsero al sorgere del fascismo,
soggettivi od oggettivi, e nella misura in cui ci furono realmente, furono
assolutamente subordinati e secondari rispetto a quello della difesa della proprietà
marmifera. […] la possibilità che il possesso delle cave tornasse al Comune e che
questo le desse in gestione agli operai, folgorò la coscienza della borghesia industriale
difendersi non era più sufficiente, bisognava attaccare con violenza e distruggere
il nemico. Questa fu l’origine del fascismo»: A. BERNIERI, La nascita del fascismo
cit., p. 680.
298
Il noto anarchico Errico Malatesta (S. Maria Capua Vetere 1853 – Roma 1932)
era, sin dal 1914, esule in Inghilterra, a Londra, essendosi sottratto alla caccia datagli
dalle autorità italiane a seguito di un mandato di cattura, spiccatogli contro dalla Corte
d’Assise di Ancona il 19 giugno 1914, per numerosi reati connessi con la sua attività
rivoluzionaria svolta durante la cosiddetta Settimana Rossa (il mandato di cattura era
per associazione a delinquere e per i reati di cui agli articoli 246, 248, 254 e 118 n. 3
del codice penale). Tra le biografie su Malatesta si vedano quelle di L. FABBRI,
Malatesta. L’uomo e il pensiero, Catania 1979 [ristampa], di A. BORGHI, Errico
Malatesta, Catania 1978 [ristampa], e il più recente lavoro di MISATO TODA,
Errico Malatesta da Mazzini a Bakunin, Napoli 1988. Per alcuni dei suoi
numerosissimi scritti cfr.: la già citata raccolta di Scritti scelti curata da G. CERRITO;
il reprint anastatico, a cura del movimento anarchico italiano, dei 3 volumi degli
scritti malatestiani 1919-1932 (Carrara 1975); la raccolta di alcuni Scritti
antimilitaristi di Malatesta (Milano 1982); l’Epistolario 1873/1932 (lettere edite e
inedite) a cura di Rosaria Bertolucci (Avenza 1984); infine la (consueta)
ripubblicazione, in varie forme, di articoli od opuscoli malatestiani a cura di diverse
edizioni anarchiche. Nella sezione fotografica del presente lavoro vengono riprodotte
due foto dell’anarchico campano, le quali si trovano in ASM, Comm.P.S. Carrara,
busta 53, fascicolo Malatesta Errico.
95
che in poco tempo sarebbe sorto un grido tale in tutto il paese che non
sarebbe stato possibile ignorarlo».299

A partire dal febbraio 1919 e nel giro di poco tempo, «la grande
maggioranza delle “vittime della reazione e della guerra” […] furono tutte
prosciolte, amnistiate, liberate, messe comunque nella possibilità di riprendere
la loro attività politica. Basti citare il fatto, cui fu dato notevole rilievo, della
liberazione degli esponenti socialisti ancora in carcere per i “fatti di Torino”
del 1917:300 Serrati, Barberis, Rabezzana e Pianezza». 301 Il giorno stesso in
cui avvenne la loro liberazione, il 23 febbrario, durante una grande
manifestazione proletaria a Bologna, un anarchico, prendendo la parola,
asseriva che «non è la borghesia che deve dare l’amnistia al proletariato, ma è
quella che dovrebbe chiedere a questo un’amnistia per le enormi stragi della
guerra», mentre, subito dopo, Virgilia D’Andrea, la compagna di Borghi,
portando il saluto dell’U.S.I., fece notare che il decreto d’amnistia, emanato
dal governo in quei giorni, escludeva Malatesta.302 E quattro giorno dopo, al
termine di un comizio a Milano di Serrati, un altro anarchico, tal Schirolli,
prese la parola per affermare che «gli anarchici si compiacciono di veder
restituire alla libertà Menotti Serrati, mentre domandano ancora una volta che
si riaprano le porte d’Italia ad Errico Malatesta», strappando gli applausi del
folto pubblico presente.303 I socialisti recepirono subito la parola d’ordine del
rientro dell’anziano anarchico304 e l’agitarono per tutta la durata della
campagna, contribuendo in tal modo ad estenderla: per tutto il 1919, ormai,
ogni manifestazione politica e sociale si sarebbe svolta, in maggiore o in
minor misura, anche nel nome del vecchio “malfattore”.305
Così, anche a Carrara, verso la fine di febbraio del 1919, ebbe inizio
l’agitazione a favore dell’anarchico campano, promossa dalla locale C.d.L. e
dai gruppi anarchici della zona, che fu collegata a quella più generale a favore
della libertà per tutti i detenuti politici e di guerra.
Il 26 di quel mese, si riunì in assemblea straordinaria la provvisoria C.E.
della Camera del Lavoro di Carrara e paesi del marmo che votò il seguente
ordine del giorno:

A. BORGHI, Mezzo secolo di anarchia, cit., p. 199.


Sui fatti di Torino dell’agosto 1917 cfr. la nota 6 del capitolo I di questo lavoro.
P. FINZI, La nota persona. Errico Malatesta in Italia (Dicembre 1919/Luglio
1920), Ragusa 1990, p. 49.
Cfr. P.FINZI, ibid., pp. 49-50. Per una esauriente descrizione dell’intera vicenda
Malatesta nel 1919 e sulla dinamica a livello nazionale dell’agitazione per il suo
rientro in Italia, cfr. i capitoli I e IV della suindicata opera di Paolo Finzi.
Cfr. P. FINZI, ibid., p. 50.
A tal riguardo cfr. l’articolo pubblicato sull’Avanti! del 4 marzo 1919 per

Cfr. P. FINZI, op. cit., p. 51.


96
«[…] constatato che l’amnistia testè concessa è tutt’altro che
pacificatrice, dato che molti sono i condannati dai tribunali Giberna che
ancora restano in galera, che si è nuovamente voluto escludere Errico
Malatesta proscritto a Londra per i fatti della Settimana Rossa, mentre
manda ad Errico Malatesta e a tutte le vittime politiche il saluto
affettuoso del proletariato Apuano, delibera di intensificare l’agitazione
per strappare dalle galere e dall’esilio tutte le vittime politiche». 306

In un articolo apparso sul giornale camerale «Il Cavatore» del 15 marzo,


commentando il decreto governativo d’amnistia emanato nel febbraio
precedente, si affermava che

«[…] [grazie ad esso] sono usciti i più noti, quelli per i quali la massa si
agitava, protestava. […] Fra i nostri dimenticati, fra gli esclusi dalla
recente amnistia c’è anche Enrico [sic] Malatesta […] Ci sono state
altre amnistie, ma Enrico [sic] Malatesta ne è stato sempre e
volutamente escluso. Perché? per quali ragioni si è escluso Enrico [sic]
Malatesta dall’amnistia? Le risposte ai sopraddetti punti interrogativi
sono facili ed intuitive. Il governo – in questi tempi di bolscevismo e di
soviet – non desidera la venuta dell’amico e compagno carissimo
Enrico [sic] Malatesta, anzi diremo di più. Malatesta volle tornare in
Italia entrando magari in prigione, ma neanche tale proposta è stata
accettata […] Se ciò è nelle intenzioni del governo non può, non deve
essere nelle nostre: Enrico [sic] Malatesta deve tornare, deve riprendere
il proprio posto di combattimento in questo momento fattivo e decisivo
per le sorti del proletariato. […] Quanto prima verrà indetto un grande
comizio al politeama Verdi nel quale parleranno oratori della C.d.L. e
dei partiti sovversivi.
Noi vogliamo sperare che il proletariato tutto sarà con noi, sarà al
nostro fianco a difesa di Errico Malatesta e delle vittime politiche».307

Sul numero successivo de Il Cavatore venne pubblicata una lettera di


Malatesta, ripresa dal giornale socialista «Avanti!» a cui la stessa era
indirizzata, nella quale il vecchio anarchico non reclamava l’amnistia, ma
domandava «[…] il mio diritto stretto, che è quello di poter tornare in Italia e
subire il processo, o i processi, di cui sono passibile», constatando però che
«Il governo non osa farmi il processo, perché sa che esso, qualunque possano
essere le conseguenze materiali per me, risulterebbe una condanna morale per
le autorità provocatrici e per i carabinieri omicidi. E profitta che nelle
circostanze attuali non v’è modo (o almeno io non l’ho trovato) di uscire
d’Inghilterra senza passaporto, per impedirmi di venire in Italia ed obbligarlo
a processarmi. E’ la condanna arbitraria a domicilio coatto all’estero, è il

Uno, Per Enrico [sic] Malatesta. Per le vittime politiche, in Il Cavatore del 15
marzo 1919.
Ibid.
97
diniego di quel minimo di giustizia che pure è riconosciuto dalle stesse leggi
fatte contro di noi. […]».308 La nota redazionale de Il Cavatore, apposta sotto
a tale lettera, plaudiva alla «[…] fiera attitudine del Compagno Malatesta
onore e vanto delle falangi anarchiche», concludendo che «Per Enrico [sic]
Malatesta e per le vittime politiche deve continuare ed intensificarsi
l’agitazione fino a vittoria completa, fino a che non ci saranno restituiti i
nostri prigionieri di guerra».309
Così, sulla prima pagina de Il Cavatore del 12 aprile apparve il seguente
annuncio:

«AI COMPAGNI, AGLI OPERAI!


La Camera del Lavoro ha indetto per
Domenica 20 corr. alle ore 10
un grande Comizio nel Politeama Verdi (g.c.) pro Errico Malatesta e
Vittime politiche.
Il proletariato non può permettere che un Uomo come Errico Malatesta
non possa tornare in Italia, neanche per entrare in prigione.
Contro queste ingiustizie il proletariato apuano deve protestare
intervenendo in massa al pubblico comizio dove parleranno:
ALBERTO MESCHI E ARMANDO BORGHI
PROLETARI! che nessuno di voi manchi!».310

Il 20 aprile si svolse quindi il suddetto comizio, alla presenza di circa 1000


persone, mentre Carrara veniva presidiata da 500 soldati, temendo la locale
Autorità tutoria, evidentemente, che potessero verificarsi degli incidenti.311 A

Errico Malatesta vuole il processo non l’amnistia, in Il Cavatore del 29 marzo


1919.
Ibid.
All’iniziativa parteciparono, annunciando l’intervento al comizio dei rispettivi
oratori, anche gli anarchici (con Virgilia D’Andrea e Attilio Sassi) attraverso l’Unione
Anarchica della Lunigiana, e i socialisti (con l’avvocato Luigi Salvatori) attraverso
l’Unione Socialista Carrarese (cfr. i Manifesti dell’U.A.L. e dell’U.S.C., in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 52). Virgilia D’Andrea non potè però recarsi a Carrara
(cfr. la Minuta di relazione sul comizio del Delegato di P.S. di Carrara in data 20-4-
1919, in ASM, ibid.), sicchè per gli anarchici prese la parola il solo Attilio Sassi
(organizzatore sindacale e animatore delle lotte operaie nel Valdarno). Su Attilio Sassi
cfr. F. ANDREUCCI-T. DETTI, op. cit., vol. IV, ad nomen.
Cfr. le Relazioni dei diversi Delegati di P.S. su tale giornata, in ASM, ibid.
L’arrivo a Carrara dei vari oratori fu diligentemente registrato dalla locale Autorità
tutoria: cfr. il Telegramma, datato 20-4-1919, di una Guardia in servizio alla stazione
ferroviaria di Avenza al Commissario di P.S. di Carrara [«Treno ore 6,22 è giunto
socialista Avv. Salvatori»], e il Telegramma, sempre del 20-4-1919, della stessa
Guardia al Commissario di P.S. [«Ore 10,38 è giunto alla stazione di Avenza noto
anarchico Borghi Armando. Erano ad attenderlo alla stazione gli anarchici Merlini
98
tal proposito, è interessante riportare l’articolo di commento a questa
iniziativa, uscito su Il Cavatore del 1 maggio 1919:

«Il comizio indetto per il 20 corr. nel politeama G. Verdi (g.c.) poteva e
doveva essere più numeroso, ma un complesso di circostanze fecero si
che molti compagni e particolarmente quei delle ville non
intervenissero al comizio.
Era pasqua! La prima pasqua dopo la guerra! e il nostro proletariato è
sentimentale, è attaccato alle tradizioni famigliari, la pasqua assume
agli occhi di molti una festa tradizionale importantissima, aggiungete a
ciò le voci allarmistiche, messe evidentemente in giro, che secondo lor
signori doveva succedere qualche cosa di veramente serio, perché
dicevano i timoranti: c’è pronta la mitragliatrice ecc. ecc. Qualche
d’uno ci domandò anche se non era prudente allontanarsi da Carrara; la
occupazione militare di tutti i punti strategici della città avvalorava in
certo qual modo le dicerie.
Malgrado tutto il comizio è riuscito: parlarono per la C.d.L. Alberto
Meschi, per i socialisti l’avv. Luigi Salvatori, per gli anarchici Attilio
Sassi, per l’Unione Sindacale Italiana Armando Borghi, tutti
applauditissimi. Il comizio si svolse fra il massimo ordine, nessun
incidente».312

In seguito, ad ogni riunione, conferenza, comizio o manifestazione


pubblica di carattere politico e sociale promossa dalla locale C.d.L., venne
sempre ricordata la questione del rientro in Italia di Malatesta, in modo da
tenere costantemente alta l’attenzione dei lavoratori apuani su questa
importante e sentita agitazione.313

Dante, Iardella (impiegato Apuana) e Agostini»], in ASM, Comm. P.S. Carrara,


busta 52, fascicolo sul Comizio pro Malatesta e fascicolo su Armando Borghi.
Per Errico Malatesta e per le vittime politiche, in Il Cavatore cit. nel testo.
Si veda, a titolo d’esempio, l’accenno alla battaglia «[…] per il ritorno del nostro
ribelle Enrico [sic] Malatesta» fatto durante il Congresso camerale del 22 giugno
1919 (cfr. L’imponente Congresso Camerale, in Il Cavatore del 5 luglio 1919), e
l’accorato auspicio pel «[…] ritorno del vegliardo Errico Malatesta» lanciato
dall’oratore anarchico Tamburini durante il comizio tenutosi a Torano il 28 settembre
1919, al termine della manifestazione «antipatriotta e antimilitariasta» organizzata
dalla C.d.L. in occasione dell’inaugurazione di una lapide in ricordo dei proletari di
quel paese morti in guerra. All’annuncio «[…] di tal nome un nutritissimo applauso
con grida di evviva Malatesta […]» si elevò dalla massa operaia presente (400
persone circa). Su quest’ultima manifestazione cfr. gli articoli (Torano.
Inaugurazione di una lapide ai proletari morti in guerra e La grande manifestazione
di domenica scorsa a Torano) apparsi su Il Cavatore del 20 settembre e del 4 ottobre
1919 e il Telegramma su tale giornata del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto
del 28-9-1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52.
99
Durante il periodo pre elettorale – le elezioni politiche erano state indette
per il 16 novembre 1919 – l’iniziativa pro Malatesta, a livello nazionale, entrò
in una fase più
“calda”, intensificandosi in maniera decisa. Il 19 ottobre, a Bologna, presso il
Teatro Comunale, si svolse una grande manifestazione organizzata dall’U.S.I.,
a cui aderirono il P.S.I. e tutte le organizzazioni proletarie italiane, che
registrò la partecipazione di molte migliaia di lavoratori, accorsi al comizio in
cui presero la parola, tra gli altri, Armando Borghi, Angelo Faggi, Virgilia
D’Andrea, Angelo Sbrana, Nicola Bombacci, Riccardo Sacconi ed Attilio
Sassi.314 Sulla prima pagina de «Il Cavatore» del 25 ottobre, riportando la
notizia dei comizi tenutisi la domenica precedente, a Bologna e a Spezia, in
favore dell’anarchico campano, la redazione del giornale camerale riconfermò
la sua solidarietà e la sua incondizionata adesione all’agitazione promossa
dall’U.S.I., mandando nel contempo, «[…] nell’attesa di averlo presto tra noi,
a Errico Malatesta il saluto del proletariato dell’Apuania Rossa».315 Le
manifestazioni di piazza si susseguirono in tutta Italia e l’organizzazione
operaia apuana, verso la fine di novembre, annunziò l’intenzione di voler
indire «[…] quanto prima […] anche a Carrara un grande Comizio».316 Ma
tale comizio non fu necessario organizzarlo, dato che Malatesta, ottenuto
finalmente il passaporto dal Regio Consolato d’Italia in Londra il 22
novembre,317 rientrò in Italia il 24 dicembre 1919, grazie all’intervento
decisivo del segretario della Federazione dei Lavoratori del Mare Giuseppe
Giulietti.318

Su tale giornata cfr. P. FINZI, op. cit., pp. 52 e ss. La C.d.L. apuana e i gruppi
anarchici carraresi aderirono alla manifestazione pro Malatesta del 19 ottobre
inviando alla C.d.L. di Bologna Mura Lame, il 18 ottobre, i seguenti due telegrammi:
«Mentre plaudiamo vostra iniziativa pro Enrico [sic] Malatesta mandiamo adesione
Proletariato apuania pronto dare massima solidarietà sciopero generale compreso pel
trionfo del diritto e della giustizia vilipesi esclusione Malatesta dall’amnistia. f.to
Meschi»;
«Gruppi anarchici Carraresi solidali con voi nel protestare contro coloro che vogliono
escludere Enrico [sic] Malatesta dall’amnistia, dichiarando pronti con qualunque
mezzo perché carissimo Malatesta sia presto supremo duce fra noi.
f.to Gino Petrucci».
I due telegrammi si trovano in ASM, Questura di Massa, busta 55 (sovversivi
deceduti), fascicolo Errico Malatesta.
Il Cavatore, Errico Malatesta, in Il Cavatore del 25 ottobre 1919.
Nota redazionale all’articolo Errico Malatesta apparso su Il Cavatore del 29
novembre 1919.
Cfr. P.FINZI, op. cit., p. 56.
Giuseppe Giulietti, inviato a Londra il fratello Alfredo, riuscì ad organizzare
l’imbarco clandestino di Malatesta su di un piroscafo delle FF. SS. italiane, il
“Teddo”, in partenza per l’Italia dal porto di Cardiff. Sbarcato il 24 dicembre a
Taranto, Malatesta, sempre accompagnato da Alfredo Giulietti, prese il rapido per
Genova, via Napoli-Roma-Pisa, giungendo così nel capoluogo ligure ove fu accolto
100
A Carrara, la notte del 26 dicembre si svolse al Politeama Verdi,
organizzata dalla locale C.d.L., una «Gran veglia danzante pro “Cavatore”»,
alla quale accorsero centinaia di lavoratori apuani con le proprie famiglie.
Intervennero alla festa il segretario dell’U.S.I. Armando Borghi, Virgilia
D’Andrea e il segretario del Comitato locale versiliese della C.d.L. carrarese
Attilio Fellini.319 La notizia dell’arrivo in Italia di Malatesta giunse a Carrara,
tramite telegramma, proprio durante questa veglia danzante. Così Alberto
Meschi ricordava l’avvenimento negli anni seguenti alla fine della seconda
guerra mondiale:

«Si svolgeva a Carrara, dicembre 1920 [sic!], nel Politeama Verdi, la


tradizionale festa de “Il Cavatore”, che era riuscita – come sempre –
splendida sotto tutti i rapporti. La Virgilia D’Andrea con Borghi erano
nostri ospiti, erano intervenuti alla nostra festa.
A festa ultimata, quando spuntava l’alba, uscirono dal Teatro la
Virgilia, Borghi, Petrucci segretario amministrativo e Meschi. Borghi
disse: «Malatesta deve essere arrivato a Genova, aspettavo un
telegramma»; Petrucci allora si ricordò di aver un telegramma in tasca
arrivato durante la festa e che ancora non aveva aperto: era quello
atteso».320

Il telegramma, proveniente da Bologna, firmato dall’anarchico Giuseppe


Sartini, e indirizzato a Meschi per la Camera del Lavoro di Carrara, recitava
testualmente:

«Borghi parti subito Genova Errico attendelo indirizzo Itala Pericoli via
Bernardo Strozzi sette interno quattro».321

ed ospitato dalla famiglia Giulietti. Sulle vicende del rientro in Italia di Malatesta e
sulle giornate immediatamente successive ad esso cfr. P. FINZI, op. cit., pp. 61 e ss.,
e A. BORGHI, Mezzo secolo cit., pp. 201 e ss. Su Giulietti cfr. F. ANDREUCCI – T.
DETTI, op. cit., ad nomen, e il “ritratto” fattone da Alberto Meschi su Il Cavatore del
28 settembre 1946 e riprodotto in H. ROLLAND, op. cit., p. 234.
Inizialmente, questa veglia danzante avrebbe dovuto tenersi il 14 dicembre, presso il
Teatro degli Animosi, cfr. l’annuncio comparso su Il Cavatore del 29 novembre 1919. Fu
quindi posticipata al 26 dicembre ed ebbe luogo, come si è detto, al Politeama Verdi, cfr. il
resoconto, La grande veglia Pro “Cavatore”, pubblicato su Il Cavatore del 10 gennaio
1920. Il bilancio generale della festa diede un attivo di L.
489,60.
L.d.P. [L’Uomo di Pietra, pseudonimo con cui Meschi amava firmare numerosi
articoli], Il ritorno di Malatesta, in Il Cavatore del 20 dicembre 1953. Borghi, nella
sua opera Mezzo secolo di anarchia, cit., pp. 200-201, dice invece che il telegramma
venne letto nel bel mezzo della festa e che la notizia dell’arrivo di Malatesta fu quindi
annunciata alla folla dei lavoratori presenti, scatenando un delirio di entusiasmo.
Telegramma datato 26-12-1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52, fascicolo
Armando Borghi.
101
Immediatamente, Borghi, Meschi e la D’Andrea presero «[…] il primo
mezzo di trasporto che […] capitò a portata di mano» e raggiunsero la
stazione ferroviaria di Avenza, ove, alle 16, salirono su un treno diretto a
Genova.322 Giunti nel capoluogo ligure verso le 10 di sera, furono
accompagnati con una macchina, da dei compagni che li avevano attesi alla
stazione, a Bocca d’Asno, un paesino poco distante da Genova, dove poterono
finalmente incontrare ed abbracciare Errico Malatesta.323

2.4. STRUTTURA E VITA QUOTIDIANA


DELL’ORGANIZZAZIONE OPERAIA CARRARESE.

La C.d.L. di Carrara aveva la propria sede nei locali interni dell’ex


ospedale San Giacomo (le cui strutture sanitarie erano state trasferite a
Monterosso verso la fine dell’Ottocento), sito in Via Grazzano, a pochi passi
dalla principale piazza cittadina: Piazza Alberica.324 Questa era composta da
varie stanze e da un ampio salone, dove si tenevano i congressi camerali, le
riunioni dei diversi organismi dell’organizzazione sindacale, le conferenze di
carattere politico e di propaganda, le feste sociali ecc.325 Inoltre, in tali locali
aveva la propria abitazione il segretario amministrativo Gino Petrucci,326
sicchè si può dire che la sede della C.d.L. rimaneva “aperta” 24 ore su 24.
Basandosi sul nuovo statuto camerale, approvato nel congresso del 30 e 31
gennaio 1921, si può analizzare in modo sommario la struttura
dell’organizzazione operaia apuana.327 In esso si affermava che la C.d.L. di

Cfr. il Telegramma del Commissario P.S. di Carrara al Questore di Massa del 27


dicembre 1919, in ASM, ibid. La citazione nel testo è tratta da L.d.P., Il ritorno di
Malatesta, cit.
Sull’incontro dei tre con Malatesta a Bocca d’Asno e su come si svolse poi la
serata, in una trattoria di quel paese, cfr.: l’art. cit. di Meschi sul ritorno di Malatesta;
A. BORGHI, op. cit., pp. 201 e ss.; P. FINZI, op. cit., pp. 65 e ss.
Si veda la cartolina raffigurante Piazza Alberica, riprodotta nella Sezione
fotografica di questo lavoro.
Si veda la cartolina raffigurante l’entrata di via Grazzano, dal lato di via Carriona,
riprodotta nella Sezione fotografica di questo lavoro.
Cfr. il Verbale di perquisizione della sede della C.d.L. e dell’abitazione di Petrucci del
22 ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55, fascicolo sulla Bomba alla
Banca d’Italia.
Il nuovo Statuto Camerale fu pubblicato su Il Cavatore del 22 gennaio 1921, e
viene riprodotto in Appendice IV. Venne approvato all’unanimità dal Congresso
generale della C.d.L., con l’aggiunta «di un articolo unico che dice: tutti i movimenti
102
Carrara, Massa, Paesi del Marmo, Lunigiana e Versilia, era costituita «dai
Sindacati, Leghe, Sezioni ed altre organizzazioni operaie d’industria o di
mestiere della città e paesi limitrofi, […] che seguono le direttive della lotta di
classe e dell’azione diretta».328 Compito precipuo della C.d.L. era quindi
quello di «coordinare e dirigere le agitazioni e i movimenti della classe
lavoratrice delle località; di assistere i Sindacati, Leghe ecc. in tutte le
vertenze e movimenti d’industria o di categoria; di curare la propaganda e
l’organizzazione sindacale nonché l’elevamento morale ed intellettuale dei
lavoratori; di provvedere alla assistenza dei perseguitati per la loro attività
sindacale; di partecipare a tutte le manifestazioni ed azioni di classe di
carattere locale, nazionale ed internazionale tendenti alla difesa proletaria od
alla conquista di nuove posizioni e diritti dei lavoratori fino al raggiungimento
della loro emancipazione».329
Gli organismi principali della C.d.L. erano l’Ufficio Centrale, la
Commissione Esecutiva, la Segreteria, la Commissione di Controllo e i vari
Comitati locali.330 Un’ampia autonomia era concessa alle singole Leghe di
mestiere, presenti in ogni centro del comprensorio, le quali durante una
vertenza che riguardava un’intera categoria di operai (per esempio i cavatori, i
lizzatori o i segatori a macchina ecc.) si riunivano assieme nei Consigli
Direttivi – a seconda dei casi: delle leghe dei cavatori, dei lizzatori ecc. – che,
con l’ausilio della C.E. camerale, si impegnavano nella direzione e nel
coordinamento del conflitto economico intrapreso.331
Dunque, vigeva una struttura orizzontale, composta da leghe territoriali di
mestiere collegate tra loro pel tramite della C.d.L., la quasi totalità delle quali
non facevano parte di alcuna organizzazione verticale di categoria esistente a
livello nazionale.257 bis L’unica, ma importante, eccezione era rappresentata
dalla Lega dei marinai di Marina di Carrara che aderiva alla Federazione
Nazionale dei Lavoratori del Mare diretta da Giuseppe Giulietti.

di conquista e di miglioramento prima di iniziarsi devono essere approvati dalla


Commissione Esecutiva». La Commissione di Controllo, istituita dall’art. 26,
prendeva il posto del precedente organismo denominato “Revisori dei Conti”.
Cfr. l’art. 1 dello Statuto camerale in Appendice IV.
Art. 3 dello Statuto camerale.
Per la descrizione dei compiti e della composizione di tali organismi cfr. le relative
parti dello Statuto camerale in Appendice IV.
Tali Consigli Direttivi erano composti da uno o due rappresentanti di ogni Lega del mestiere
in questione dei vari paesi del comprensorio. Ovviamente quando l’agitazione assumeva un
carattere generale venivano riuniti i cosiddetti Consigli Direttivi di tutte le Leghe della zona.

bis
Per una descrizione ed analisi delle differenti strutture e funzioni tra le
cosiddette organizzazioni operaie orizzontali, rappresentate dalle C.d.L., e quelle
verticali, rappresentate dai sindacati nazionali di categoria, cfr. I.BARBADORO,
Storia del sindacalismo italiano. Dalla nascita al fascismo, vol. II: La CGdL, Firenze,
La Nuova Italia, 1974, in particolare le pp. 71-130 e 201-261.
103
L’indirizzo e il funzionamento generale della C.d.L. era regolato dal
Congresso Camerale, l’organo supremo dell’organizzazione sindacale che si
riuniva, di norma, una volta all’anno.332 Ad esso spettava la nomina della
C.E., dei segretari e degli impiegati della Camera del Lavoro. Potevano
parteciparvi, con diritto di parola e di voto, tutti i rappresentanti,
appositamente nominati per l’occasione, delle diverse e numerose Leghe di
mestiere e Sezioni operaie del comprensorio. Infine, in situazioni particolari,
veniva pure convocata l’Assemblea generale degli iscritti alla C.d.L., che si
svolgeva attraverso le riunioni di tutte le leghe di mestiere di ogni centro e
frazione della regione, le cui deliberazioni, nel loro complesso, davano in
pratica il “polso” dell’intera massa lavoratrice apuana.
Il cuore pulsante dell’organizzazione operaia carrarese, rappresentato dai
locali di via Grazzano, era quindi alimentato e vivificato dal capillare flusso
sanguigno costituito dalle Leghe di mestiere sparse nei vari paesi e frazioni,
ognuna con una propria sede, che raggruppavano i differenti lavoratori apuani.
La struttura organizzativa di queste leghe era pressochè identica, essendo
formate da un Segretario, da un Cassiere e da un Consiglio composto di un
numero variabile di membri, con l’aggiunta, talvolta, di un Presidente.
Condizione indispensabile per poter esercitare una di queste cariche era quella
di essere degli «[…] operai e […] lavoratori salariati, effettivamente esercenti
un’arte o mestiere».333 Ogni lega, spesso, aveva una propria bandiera,
l’inaugurazione della quale rappresentava un’importante occasione di
propaganda e di festa, grazie al relativo corteo e comizio che coinvolgeva
l’intero paese.334 Gli iscritti versavano un contributo mensile che variava, a

Sui “poteri” del Congresso Camerale cfr. la relativa parte dello Statuto camerale in
Appendice IV.
Art. 6 dello Statuto camerale.
Si vedano, a titolo di esempio, le manifestazioni tenutesi a Marina di Carrara nel
1911 e a Bergiola nel 1913 per l’inaugurazione delle bandiere delle rispettive Leghe
di resistenza. Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa, in
data 15 maggio 1911: «[…] Ieri verso le ore 11 giunse a Marina da Massa una piccola
banda musicale che, facendo il giro del paese, raccolse man mano gli ascritti alle
diverse società insieme con le relative bandiere, e dopo aver fatto un giro per le vie
dell’abitato a mezzogiorno si sciolsero. Mancavano soltanto i repubblicani e la loro
bandiera. Verso le ore 16 arrivarono poi da Carrara scortate da una ventina di persone
altre sette bandiere incontro alle quali si recarono le undici che già si trovavano a
Marina. Si riunirono poi tutti sulla piazza Vittorio Emanuele [oggi piazza Gino
Menconi: N.d.A.], ove era stato eretto espressamente un palco per gli oratori; e alla
presenza di circa mille persone, molte delle quali venute alla spicciolata dai paesi
vicini, cominciò a parlare l’anarchico Alberto Meschi, che si accinse a dimostrare il
significato in genere delle bandiere dei lavoratori. A certo punto pronunciò le frasi:
«Io disprezzo tutte le bandiere che non siano dei lavoratori, compresa quella
nazionale che dovrebbe essere gettata in un letamaio». E il Vice Commissario gli
vietò di continuare, sì chè egli con poche parole terminò il discorso. Seguì Vatteroni
104
seconda dei casi, dalle L. 0,50 alle L. 1,50,335 una parte del quale veniva
destinata alla cassa centrale della C.d.L. mentre il resto andava a formare la

Ferdinando il quale non fece che presentare con pochi cenni l’anarchico Paolo
Schicchi. Costui prendendo occasione intervento del V. Comm.rio per interrompere il
Meschi continuò ad inneggiare all’alto significato internazionale delle bandiere dei
lavoratori. Invitò i presenti a formarsi prima una coscienza anarchica e poi cercare di
conquistare la società ed i suoi organi. Terminò augurando che la bandiera dei marinai
possa essere prima in tali rivendicazioni. Fece qualche accenno alla celebrazione del
cinquantenario [dell’Unità: N.d.A.] in senso ostile ai monarchici, accennando che in
proposito parlerà domenica prossima in Marina, in compagnia di Maria Ruggerir [sic!
corretto: Rygier]. Chiuse il comizio il segretario di queste leghe socialiste, portando il
saluto dell’Avv. Betti. Fra i presenti erano in maggior numero gli anarchici. Verso le
ore 17,30 il comizio si sciolse e le bandiere venute da Carrara fecero qui ritorno. Ieri
stesso il Meschi è stato denunciato al Pretore locale. […]» (ASM, Questura di Massa,
I serie, busta 13 associazioni politiche disciolte nel Comune di Carrara (1901-1927),
fascicolo Lega di resistenza fra i Lavoratori del Mare di Marina di Carrara). La
bandiera di tale lega era «rossa con frangia nera e colla scritta Lega marinai di Marina
di Carrara» (Prospetto statistico del club Lega dei marinai in Marina di Carrara del 1
giugno 1912, in ASM, ibid.).
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa, in data 14 ottobre
1913: «In seguito al mio fonogramma 12 corrente, trascrivo alla S.V. il seguente
rapporto del Delegato di Bedizzano: Stamane [12 ottobre: N.d.A.], alle ore 10, a
Bergiola è stata inaugurata la bandiera di quella lega Cavatori. Alla cerimonia, oltre
ad una banda musicale, sono intervenute le rappresentanze, con le rispettive bandiere,
delle seguenti associazioni: 1) Sezione lizzatori di Ortola; 2) Lega Cavatori di
Carrara; 3) Lega Cavatori di Bedizzano; 4) Lega Cavatori di Codena; 5) Comitato
regionale Cavatori di Carrara; 6) Sezione di Massa della C.d.L.; 7) Lega Cavatori di
Forno. La bandiera inaugurata è quadrangolare, di seta rossa con frangia d’oro e
fascia bianca con frangia d’oro, avente nel centro un emblema composto di alcuni
arnesi da cavatore e le parole: «Lega Cavatori di Bergiola» ricamate in giallo. Hanno
pronunciato poche parole il socialista Bonanni Pietro di Bedizzano e Cappè Oreste fu
Romualdo, segretario della Lega cavatori di Bergiola, inneggiando al vessillo e alla
organizzazione proletaria. Ha preso, poscia, la parola Alberto Meschi, che ha
enunciato le forme dell’odioso sfruttamento del proletariato, dalla ripercussione dei
tributi alla coscrizione militare obbligatoria, e terminando con l’augurio che la nuova
bandiera marci anch’essa, fra non molto, alla testa del proletariato contro le schiere
della borghesia. Gli oratori hanno parlato dalle ore 10 alle ore 10,40. La nuova
bandiera è stata poscia portata a suono di musica, processionalmente, per le vie (o
viottoli) del paese e alle ore 11 la Cerimonia ha avuto termine. Maria Riygier [sic!
corretto: Rygier] non è intervenuta. […]» (ASM, Questura di Massa, I serie, busta 12
assoc. politiche disciolte nel Com. di Carrara (1901-1927), fascicolo Lega Cavatori
di Bergiola Foscalina). In un Telegramma del Capitano dei RR. CC. di Carrara,
datato 12 ottobre, si riferisce che all’inaugurazione erano presenti circa 200 persone
(ASM, ibid.).
335
Il contributo dei soci della Sezione di Marina di Carrara della Federazione dei
Lavoratori del Mare era, nel 1919, di L. 0,50 (cfr. il relativo Prospetto statistico in
data febbraio-marzo 1919, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13); quello dei
105
cassa comune della Lega che serviva, in genere, a pagare le spese di
organizzazione, di propaganda, di agitazione e simili, oltre che ad aiutare
materialmente i soci bisognosi o la vedova e gli orfani di un iscritto
recentemente defunto.336
Le periodiche riunioni della Sezione o Lega di mestiere rappresentavano il
momento centrale della vita dell’organizzazione operaia. Occasione di
confronto d’idee e di esperienze tra i lavoratori, erano la palestra in cui ci si
esercitava e ci si abituava a partecipare direttamente alla discussione e alla
risoluzione dei problemi quotidiani legati al mondo del lavoro, inducendo
l’operaio ad interessarsi in prima persona delle diverse questioni economiche
e sociali e a valutare gli eventuali miglioramenti ottenuti o da ottenersi come
il risultato della propria concreta ed attiva azione. Dovendo essere
l’emancipazione dei lavoratori opera dei lavoratori stessi, per la C.d.L.
carrarese tali adunanze ed incontri incarnavano il primo e determinante passo
verso il pieno coinvolgimento degli operai nella vita dell’organizzazione, la
quale necessitava del contributo di ogni singolo iscritto per poter funzionare
efficacemente e a “pieno regime”. Quindi, i dirigenti camerali si
preoccupavano di rammentare agli operai

«[…] che non basta avere la tessera in tasca, e pagare quei


pochi centesimi al mese per essere organizzati, occorre
frequentare le assemblee più che sia possibile, perché nelle

soci della Lega Cavatori di Fossola o dei Contadini di Nazzano era, nel 1921, di L.
1,00 (cfr. i rispettivi Prospetti statistici, in ASM, ibid.); quello dei soci della Lega
Segatori a macchina di Carrara o dei Tramvieri di Carrara e Ville era, rispettivamente
nel 1920 e nel 1919, di L. 1,50 (cfr. i Prospetti statistici di tali associazioni, in ASM,
ibid.).
336
Si vedano, per esempio, i relativi articoli dello «Statuto Regolamento della
Costituenda Lega Lavoratori del Porto» di Marina di Carrara, datato ottobre 1916, che
così recitavano:
«Art. 20) Il Cassiere non riterrà presso di sé più di cento lire, ed il di più lo depositerà
alla cassa postale su di un libretto intestato alla Lega.
Art. 21) Il fondo così sommato servirà così a pagare le spese di organizzazione, di
agitazione, di sala e simili. […]
Art. 23) In caso di decesso di uno qualunque dei soci sarà esposta la bandiera
abbrunata e nell’ora dei funerali sospeso il lavoro.
Art. 24) Tutti i soci indistintamente prenderanno parte al trasporto funebre e due dei
più giovani porteranno la corona di fiori freschi che il Consiglio Direttivo si sarà dato
pensiero di preparare.
Art. 25) La famiglia del socio defunto riceverà dal Cassiere per una volta sola il
sussidio di L. 25».
In ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 70 associazioni politiche disciolte (1891-1927).
106
assemblee si discutono gli interessi più vitali della Lega e
dell’organizzazione, e le cose più importanti».337
Ed ancora si esortavano gli iscritti a non dire «[…] a noi stessi la tanto usata
parola – faranno da sé», a non credere «[…] il nostro intervento superfluo»,
ma a recarsi

«[…] come dovere a dare il parere proprio, l’aiuto


necessario, il consiglio richiesto. Tutti nel mondo abbiamo
la nostra importanza, ed ognuno di noi dobbiamo contare
per uno».338
L’attiva partecipazione alle riunioni della locale Lega, il ricorrente
incontro e confronto tra i membri della stessa, doveva servire a fortificare il
sentimento di solidarietà ed unità d’intenti tra gli operai, la consapevolezza di
far parte di un gruppo compatto, in cui ognuno avrebbe potuto contare
sull’aiuto e sulla comprensione degli altri e dove ci si “allenava” ad affrontare
e a risolvere qualsiasi problema individualmente e collettivamente,
rifiutandosi di delegare la determinazione della propria vita a degli estranei.
Fondamentali per la sociabilità operaia erano poi i clubs, vere e proprie
cantine, che nella maggior parte dei casi venivano costituiti dai soci del
sindacato all’interno dei locali della Lega di mestiere, o in stanze poco distanti
dalla sede della stessa. A Linara, una località nelle adiacenze di Carrara, nel
1921 era presente un «Club Economico» con 35 soci, il cui Presidente,
l’anarchico Arturo Vagli, era un consigliere della locale Lega Cavatori.339 A
Colonnata, nell’agosto del 1919 era stato fondato il Club della Lega Cavatori
di detto paese, il quale poteva contare su ben 130 soci che avevano versato 5
lire a testa come quota d’entrata «[…] per l’acquisto di mobili, vasi ecc.»,
oltre al contributo mensile di L. 1,00 «[…] quale fondo per l’acquisto del
vino».340 A Marina di Carrara era attivo, sin dal giugno del 1911, il «Club fra
la gente di Mare», al quale dedicheremo più spazio (grazie al maggior numero
di documenti che si è potuto rintracciare nei fondi dell’Archivio di Stato di
Massa), prendendolo a modello esplicativo per la comprensione e l’analisi di

Il Segretario: P.E., Codena. Ai compagni, in Il Cavatore del 25 ottobre 1919.


Rolando Buffoni, Torano. Perché mancare?, in Il Cavatore del 30 gennaio 1920.
Cfr. il Prospetto statistico del Club Economico di Linara, datato 30 giugno 1921, e la
Nota del Commissario P.S. di Carrara al Questore di Massa del 17 settembre 1921 sulla
Lega Cavatori di Linara, in ASM, Questura di Massa, I serie, rispettivamente busta 13 e
busta 12.
Prospetto statistico del Club Lega dei Cavatori di Colonnata, datato settembre
1919, in ASM, ibid., busta 13. Provveditore del Club era il cavatore (indicato come
«socialista pregiudicato») Ottavio Santini fu Vincenzo, segretario lo scalpellino
Arturo Andreani e cassiere il cavatore Giovanni Giannetti.
107
come scorreva la vita quotidiana dentro le numerose associazioni operaie
presenti nel comprensorio carrarese.
Il suddetto «Club fra la gente di Mare» venne fondato il 4 giugno 1911,
con sede in via XX Settembre al n. 84, secondo piano, cioè negli stessi locali
della Lega Marinai, che si era ricostituita, per opera di Giovanni Bassi, nel
marzo del 1910.341 Sulla porta d’ingresso vi era infatti scritto «Club Lega
Marinai» e l’autorità tutoria riferiva che i circa 200 soci, in gran parte
socialisti ed anarchici, erano «gli stessi della lega marinai», così come
risultavano i medesimi il Presidente, il Segretario e il Cassiere delle “due”
associazioni: Alessandro Bruzzi, Ferdinando Vatteroni detto il Pretino,
Giovanni Bassi.342 La cassa del Club era costituita dai contributi mensili
versati dagli iscritti, pari a L. 0,20 a testa, e dal ricavato della vendita del vino
bevuto dai frequentatori della cantina del Club. Tali fondi venivano destinati
alla «Lega […] dei marinai la quale oltre ad avere bisogno [di] denari per
sostenere scioperi e propagandisti anarchici, sovviene pure vedove e figli di
anarchici e socialisti di Marina».343
Per meglio comprendere la struttura organizzativa e gli scopi del Club,
osserviamo il relativo Statuto Regolamento riprodotto qui di seguito:

«Statuto Regolamento del Club fra la gente di mare.


Art. 1 – E’ costituito in Marina di Carrara un club fra la gente di mare
coll’intento di ottenere – al di fuori e al di sopra di ogni partito politico
– bevande sane, a mite prezzo e con le più scrupolose norme d’igiene.
Art. 2 – Fanno parte del club i marinai ascritti alla lega di Marina che lo
istituisce ed i capitani di qualunque città o paese purchè ne facciano
domanda all’amministrazione.
Art. 3 – Il consiglio d’amministrazione, che è quello stesso della lega, si
compone di un presidente, un segretario, un cassiere e dieci consiglieri.
Art. 4 – A turno i consiglieri cureranno che nel club regni sovrano
l’ordine e la pulizia.
Art. 5 – Qualsiasi rapporto dovrà essere fatto o presentato al segretario
il quale ne informerà subito il presidente per gli opportuni
provvedimenti.
Art. 6 – Gli acquisti di mobilio e generi diversi per il club saranno
sempre fatti dal consiglio d’amministrazione.
Art. 7 – Il ricavo netto andrà a fondo cassa della lega marinai la quale
curerà che come ogni altra somma esso vada a beneficio

341
Per il Club fra la gente di Mare cfr. il Prospetto statistico del giugno 1911, in
ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13. Per la Lega fra i Lavoratori del Mare cfr.
il Prospetto statistico del marzo 1910, in ASM, ibid. Al momento di tale
ricostituzione la suindicata Lega Marinai contava circa 50 iscritti. La sede del Club e
della Lega era composta di 4 stanze.
Cfr. il Prospetto statistico del Club cit. e il Prospetto statistico della Lega Marinai in data
aprile 1911, in ASM, ibid.
Prospetto statistico del Club cit.
108
dell’organizzazione operaia, degli ammalati, delle vedove e degli orfani
dei marinai.
Art. 8 – Lo spacciatore sarà severamente punito se darà da bere a
marinai già avvinazzati.
Art. 9 – Sorgendo litigi fra soci lo spacciatore ed il consigliere di turno
faranno di tutto per evitarne la continuità, non riuscendovi li inviteranno ad
uscire e non essendo ubbiditi li faranno cacciare dai soci presenti.
Art. 10 – I soci cacciati dai locali del club o che in qualunque maniera
mancassero di rispetto ai propri compagni saranno deferiti al consiglio
d’amministrazione per le opportune correzioni e punizioni.
Art. 11 – I puniti che non sottostaranno alle punizioni loro inflitte
saranno espulsi dal club e dalla lega.
Art. 12 – Se lo crede necessario per l’ordine lo spacciatore può
impedire qualsiasi giuoco.
Art. 13 – Una sala sarà destinata alla lettura di libri e giornali provvisti
dal consiglio d’amministrazione.
Art. 14 – Tanto i libri che i giornali non potranno essere portati fuori
dei locali sociali.
Art. 15 – Il rendiconto sarà mensile e pubblicato trimestralmente sui
giornali locali.
Art. 16 – L’assemblea si convocherà ordinariamente entro la prima
settimana d’ogni mese e straordinariamente tutte le volte che lo crede
necessario il presidente.
Art. 17 – Ogni variante od aggiunta al presente statuto sarà fatta
dall’assemblea dei soci.
Per l’Amm.ne
Il Segretario
Ferdinando Vatteroni».344

Il Club doveva dunque fungere da luogo di ritrovo per gli ascritti alla
locale Lega dei marinai, dove si potesse leggere, discutere, svagarsi e bere in
compagnia dopo una giornata di lavoro. In particolare, l’autorità tutoria
rilevava come detto club fosse sorto principalmente con l’intento «di sottrarre
i soci della lega marinai agli esercizi pubblici di Taliercio Francesco e Luigi»,
nei quali si recavano la maggior parte degli operai di Marina per riscuotere il
proprio salario e «dove quindi bevevano, anche a credito, con profitto degli
esercenti».345 Si cercava così di limitare e combattere concretamente, da parte
dell’organizzazione proletaria locale, quel già accennato truck – system
rappresentato dalla distribuzione delle paghe ai lavoratori presso le cantine
gestite da persone “vicine” ai diversi imprenditori, inducendo gli operai ad
astenersi dal bere in detti locali durante l’attesa, offrendo loro un altro luogo

Statuto Regolamento del Club fra la gente di mare del giugno 1911 (timbro del
Gabinetto della Prefettura con data 8 giugno 1911), in ASM, Questura di Massa, I
serie, busta 13.
Prospetto statistico del Club cit.
109
ove eventualmente spendere il proprio denaro per degustare il vino, denaro
che, in tal modo, non sarebbe rientrato nelle tasche dei loro datori di lavoro
ma sarebbe rimasto all’interno del “mondo operaio” marinello. Inoltre, alla
tradizionale sociabilità delle osterie comuni, il club univa la possibilità di
partecipare o di dedicarsi ad attività più caratterizzate sul piano politico, quali
appunto le conversazioni tra gli operai su temi sociali od economici che li
riguardavano direttamente (lontano da “orecchie indiscrete”), oppure la lettura
e il commento dei giornali e degli opuscoli sovversivi presenti nella piccola
“biblioteca” dell’associazione.346

Per quel che riguarda i giornali, sicuramente la sala di lettura del club forniva ai
suoi frequentatori l’organo della C.d.L. carrarese «Il Cavatore», la socialista «La
Battaglia», il locale periodico apolitico «La Burrasca», l’organo della Federazione dei
Lavoratori del Mare «Il Porto» (il cui responsabile era l’allora segretario del Club e
della Lega marinai di Marina di Carrara Ferdinando Vatteroni), l’anarchico «Il ‘94»
oltre i vari numeri unici libertari usciti negli anni immediatamente precedenti il primo
conflitto mondiale. Per quel che riguarda gli opuscoli e i libri, alcuni dovevano
probabilmente provenire da una parte di quelli che il propagandista anarchico
Domenico Zavattero aveva recato con sé durante il suo soggiorno nel comprensorio
carrarese, dal 20 maggio 1909 al 31 ottobre 1910. Infatti, lo Zavattero risiedette per
alcuni mesi, dopo alcuni giorni dal suo arrivo fino alla metà di settembre del 1909,
proprio a Marina di Carrara, entrando sicuramente in contatto, benchè l’autorità
tutoria riferisse che «a Marina di Carrara […] non frequenta quasi nessuno», coi più
conosciuti militanti sindacali e sovversivi locali: Ferdinando Vatteroni, Giovanni
Bassi, Alessandro Bruzzi, Emilio Lodola e l’avvocato Gino Rocchi. Nei 17 mesi in
cui rimase nel carrarese, Zavattero tenne svariate conferenze e comizi pubblici su
argomenti politici e sociali per gli operai in ogni frazione del comprensorio; si fece
spedire numerosi pacchi «di carte o libri» che portò in Carrara «avendo in animo di
formare colà una biblioteca girante di opuscoli sovversivi di propaganda»; promosse
la stampa, nel 1910, di un opuscoletto di propaganda di 24 pagine costituito da uno
scritto del russo Pietr Kropotkin intitolato «Comunismo e anarchia» («Carrara,
L’iniziativa Ed.»: cfr. E.S.M.O.I., Bibliografia del socialismo e del movimento
operaio italiano. Libri, opuscoli, articoli, almanacchi, Numeri unici, vol. E-M, Roma-
Torino 1964, p. 332); aprì, dopo aver trasferito il suo domicilio da Marina in città (a
Canal del Rio, casa di proprietà di Biggi Aldegonda, in prossimità del Club anarchico
«I° Maggio»), una piccola «edicola libraria, sita in Via Roma in una stanza della
locale Camera del Lavoro», che gli procurò una denuncia, con relativa condanna ad
un mese di reclusione e a lire 20 di multa, per offesa al pudore, avendo egli esposto
nella vetrina della suddetta libreria «una figura rappresentante una donna nuda».
Partito definitivamente da Carrara, Zavattero lasciò ai locali compagni anarchici
diversi «opuscoli e giornali» del suo “negozio”, i quali andarono poi a formare il
primo nucleo della biblioteca sociale del Circolo giovanile anarchico «Germinal»,
detto del Piastron, che venne fondato nel settembre del 1911 con sede presso la
Camera del Lavoro. E’ dunque probabile che una parte di detto materiale del
propagandista anarchico ligure venisse inoltre destinata ai compagni marinelli, i quali
poterono così rifornire la sala di lettura del Club fra la gente di mare di «molti
opuscoli anarchici e giornali anarchici e socialisti». Le notizie su Domenico
110
Interessanti sono quegli articoli dello Statuto nei quali si tendeva a
delimitare l’ambito entro cui poter esprimere i rapporti di sociabilità, basati su
un’idea di moralità e di decenza che se a prima vista possono apparire
unicamente come una derivazione di modelli comportamentali
strumentalmente propagandati dalle classi superiori – che avevano il solo
scopo di preparare gli operai alla disciplina del capitale e della fabbrica – in
realtà presentavano motivazioni, valori e contenuti sociali e politici elaborati e
condivisi dalle stesse classi popolari. Infatti, l’esperienza aveva insegnato loro
che una delle più frequenti e tristi conseguenze dell’ubriachezza erano i
violenti litigi che spesso scoppiavano tra i lavoratori che si intrattenevano a
lungo nelle osterie. Volendo evitare tali litigi, che minavano oltretutto la
solidarietà e il sentimento di fraterna amicizia tra gli operai perseguito
dall’organizzazione sindacale, era naturale che si cercasse di impedire a un
frequentatore del club già «avvinazzato» di continuare a bere. Inoltre, era
assolutamente necessario che all’interno del club non si verificassero episodi
che potessero dar adito alle autorità tutorie di chiudere il locale, con
conseguenti denunce che avrebbero colpito i gestori dello stesso,
politicamente noti e sorvegliati da polizia e carabinieri. Dunque, al motivo
morale, rappresentato dal comportamento corretto ed educato che l’operaio
era tenuto a seguire per mostrare ai propri compaesani – e soprattutto ai propri
avversari di classe – di essere sempre in grado di controllare e gestire le
proprie azioni, era strettamente legata la motivazione politica, in quanto che,
per la C.d.L. carrarese, l’uso smodato di alcool era la causa che

«[creava] tanti dissidi fra compagni di lavoro, che [generava] le lotte


fratricide tanto dannose al libero svolgersi dei destini umani, che fanno
godere i padroni ed il bettoliere che è l’amico di tutti e di nessuno […]
che vedono ben volentieri gli operai accoltellarsi fra di loro, mentre
nessuno sogna a farla pagare al bettoliere senza scrupoli e al padrone
che gavazza sulla triste miseria di chi lavora».347

Zavattero, nato a S.Remo il 29 luglio 1875, sono state tratte dai documenti contenuti
nel suo fascicolo personale che si trova in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 60
sovversivi deceduti, ad nomen (in detto fascicolo è presente una foto segnaletica dello
Zavattero che viene riprodotta nella sezione fotografica di questo lavoro). Per le
notizie sull’«edicola libraria» di via Roma e sul Circolo anarchico «Germinal» si
vedano le Note del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa, in data 18
novembre 1911 e 1 febbraio 1912, e il Prospetto statistico del suddetto circolo del 1
febbraio 1912, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13. La citazione riguardante
la sala di lettura del Club marinello è tratta dal Prospetto statistico del Club cit. Su i
giornali «La Battaglia», «La Burrasca», «Il Porto» e «Il ‘94» cfr.: M. BERTOZZI, op.
cit., rispettivamente p., p. 152, pp. 153-154, pp. 144 e ss.
U.P. [Umberto Pedruzzi], Abbasso l’ubriachezza, in Il Cavatore del 25 dicembre
1920.
111
In tal senso, l’organizzazione sindacale apuana si impegnò costantemente
in una campagna di propaganda contro l’alcoolismo tra gli operai,
sensibilizzata anche dal fatto che il suo segretario Alberto Meschi era stato

«[…] figlio di un alcolizzato suicidatosi a 33 anni per il troppo alcool


bevuto e ha passato la fanciullezza nella casa paterna resa squallida e
triste dalle liti continue fra babbo e la mamma, che ha sopportato il duro
calvario di convivere con un uomo dedito al bere, alcolizzato che
trasformava la casa, il focolare domestico in un luogo di tormento, di
dolori inenarrabili».348

Il propagandista della C.d.L., l’anarchico Eugenio Girolo, in un articolo


apparso su «Il Cavatore» del 22 gennaio 1921, impostò questa campagna di
sensibilizzazione contro l’abuso di alcolici da parte dei lavoratori in maniera
chiaramente politica, dimostrando inoltre come un uomo continuamente
dedito al vino non potesse essere ritenuto un vero sovversivo:

«[…] è triste il vedere come negli operai, anche se si dicono sovversivi,


predomini ancora in loro il triste e maledetto vizio di ubriacarsi fino a
perdere ogni nozione del pensiero ed ogni sembianza d’uomo. […]
Perché, cari compagni, lo sapete tutti che l’uomo, anche se si dice
socialista o anarchico, quando è in istato di ubriachezza non è né
migliore né superiore agli ubriaconi comuni. Anzi quando un
sovversivo è ubriaco è peggiore, direi quasi, di uno qualunque, perché
gli vengono in mente le idee che professa e si mette facilmente a
strampalarle così terribilmente e sconnessamente da renderle ridicole
agli occhi dei profani, senza tener conto anche di quanto si fanno scudo
i nemici dei lavoratori. Essi, i nostri nemici, se ne servono di tutte
queste piccole cose per rinfacciarci la incapacità di creare e di vivere in
una società di liberi e di uguali secondo i nostri principi. Ci capita
spesse volte d’incontrare per la strada dei buoni compagni che quando
non hanno tracannato del Bacco sanno ragionare e difendere le proprie
idee con una verve tutta speciale, ma che non appena Bacco li ha
conquistati trionfa in loro subito l’istinto bestiale e tutte le canzoni, le
più cretine, vengono cantate e confuse magari con gli inni sovversivi di
Pietro Gori. Anzi, a proposito di Gori, […] verso sera (era di lunedì)
incontrai un compagno che teneva tutta la strada e cantava a
squarciagola gli inni ribelli, or una strofa di Addio Lugano bella, ora il
ritornello: Siam ribelli e forti siamo. […] Siam ribelli e forti siamo
cantato da chi era in condizione di non essere né ribelle né forte.
Compagni, saremo ribelli e forti quando avremo cognizione esatta del
nostro compito ma non certo col vino nel corpo e col cervello
atrofizzato.
Tutti i nemici del proletariato, e in tutti i tempi, se ne sono serviti
dell’alcool per avvelenare il corpo e lo spirito dell’operaio, per

M. [Meschi], La lettera anonima…!, in Il Cavatore dell’8 gennaio 1921.


112
potersene servire a loro modo, perché chi è ubriaco è zero per sé stesso
e per gli altri, serve solo a garantire alla borghesia la possibilità di
continuare nello sfruttamento. Compagni, lavoratori bisogna
svecchiarsi, certe vecchie e maledette abitudini devono essere
abbandonate. Se vogliamo fare la rivoluzione per abbattere i nemici del
proletariato, per distruggere il governo e sostituirci a questa società
balorda, basata sul furto capitalista a nostro danno e sulla prepotenza
politica, occorre cominciare a rivoluzionare un po’ noi stessi,
rendendoci migliori. Occorre preparare i nuovi presidi morali in noi
stessi per poter reggere all’urto finale e alla gestione della società di
liberi e di uguali, che per essa già tanti dei nostri salirono il calvario del
martirio. E col cervello irrobustito, alimentato di buone idee e migliori
principii potremo cantare: Siam ribelli e forti siamo e battagliando
vinceremo».349

Bisogna aggiungere che il fatto di ubriacarsi con facilità, avendo bevuto


solo “pochi” bicchieri di vino o d’altro, lasciandosi andare ad azioni o discorsi
irrazionali e sciocchi, non era visto di buon occhio da parte della maggioranza
dei componenti i diversi gruppi operai e popolari carraresi, essendo ciò
valutato come un segno di debolezza sia fisica che mentale che generava la
derisione, lo sfottò e, talora, l’isolamento e l’esclusione dalla cerchia degli
amici e compagni dell’individuo in questione. Abituato a bere350 e a
frequentare le numerosissime cantine esistenti nel territorio comunale,351 il
cavatore doveva conservare il rispetto e la considerazione degli altri e dei
propri compagni di lavoro mostrandosi resistente al vino o perlomeno conscio
dei propri limiti, il che talvolta non accadeva. Subentravano allora dei
particolari tipi di azione repressiva popolare, tendenti a svergognare
pubblicamente l’ostinato bevitore, spesso causati anche dalle ripetute violenze
che il lavoratore, in preda ai fumi dell’alcool, scaricava sulla moglie o sui figli
rientrando a casa. Queste azioni, che prendevano spesso le forme quasi di un
rituale, erano localmente conosciute col nome di «piazzolate» e consistevano
appunto nel “mettere in piazza” tutte le cattive abitudini o le violenze
domestiche perpetrate dal soggetto in questione. Autrici e registe di questo
rito erano le stesse mogli vittime dei soprusi, le quali si recavano, coadiuvate
e spalleggiate dalle proprie vicine di casa o da alcuni parenti, fuori dell’osteria

349
E.Gi. [Eugenio Girolo], L’ubriachezza fra i sovversivi, in Il Cavatore del 22
gennaio 1921.
350
Per il tipo di lavoro svolto dagli operai addetti all’estrazione, lavorazione e
trasporto del marmo alle cave, l’apporto calorico derivante dal consumo di vino
risultava oltremodo indispensabile.
L’Ufficio di Polizia del Municipio di Carrara l’11 febbraio del 1919 compilò un
«Elenco numerico degli esercizi pubblici esistenti nel Comune di Carrara al 1 gennaio
1919», che rivelò la presenza di: n. 5 Locande e Alberghi; n. 41 Restaurant e
Trattorie; n. 24 Caffè e Bar; n. 39 Bottiglierie e fiaschetterie; n. 316 Osterie e bettole;
n. 1 Stallaggi. L’Elenco si trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 50.
113
ove il loro marito stava bevendo in compagnia degli amici e compagni di
lavoro, cominciando a gridare, talvolta con un figlio in braccio, e a rendere
pubbliche le “nefandezze” compiute dal consorte. Il pubblico disonore
derivante da una simile «piazzolata» doveva indurre la vittima della stessa ad
abbandonare il proprio riprovevole comportamento, se non voleva continuare
ad essere considerata in maniera negativa dall’intero paese o dal rione dove
viveva.352
Un ulteriore causa di litigi tra i lavoratori e di turbamento dell’armonia
che avrebbe dovuto regnare nella “comunità operaia”, era rappresentata dal
gioco d’azzardo. Il militante sindacale Ercole Cargioli, dalle colonne de «Il
Cavatore», constatava che

«Capita di sovente di vedere dei gruppi di sfaccendati, sotto i lampioni


delle vie, che attirano degli operai in trappola con i soliti giuochi ove,
sotto il miraggio di aumentare il gruzzolo, si giuocano magari l’intera
quindicina. E non sono pochi quegli operai che quando hanno bevuto
una cavalleria di più del necessario cadono nel tranello e lasciano nelle
mani di questi avvoltoi notturni l’intera paga che dovrebbe servire per il
pane ai bambini e alla moglie che col cuore oppresso se ne stanno in
attesa del marito, del babbo che ritorni col denaro, mentre questi o che
se lo è giuocato o che sta giuocandolo. Senza contare poi che il giuoco

La «piazzolata» può essere accostata, per quel che riguarda gli scopi e i valori di
controllo sociale popolare presenti in essa, a quelle «forme rituali di ostilità nei
confronti di quegli individui che hanno infranto determinate regole della comunità»,
generalmente denominate col termine di charivari in Francia, rough music in
Inghilterra, scampanate in alcune regioni d’Italia ecc., pur essendo queste ultime assai
diverse nelle loro espressioni formali dalla prima. Per la variante inglese di tali rituali
popolari cfr. E. P. THOMPSON, Rough music: lo charivari inglese, in ID., Società
patrizia, cultura plebea, cit., pp. 137 e ss. L’autore del suddetto saggio afferma che,
per ciò che concerne l’aspetto formale di tali azioni popolari, «alla base di tutti i
rituali elaborati si possono trovare le manifestazioni umane fondamentali: grida
laceranti con voce roca, risa stridule e impietose, e mimiche oscene», le quali erano
presenti anche nelle «piazzolate», anzi possono essere considerate l’espressione
esteriore fondamentale di quest’ultime. La similitudine tra la «piazzolata» e lo
charivari, la rough music ecc., è altresì rafforzata dal fatto che la prima, come le
seconde, poteva venir messa in atto contro quei mariti o uomini rei di aver infranto
determinate norme riguardanti la morale sessuale o i rapporti di coppia condivise dalla
locale comunità popolare. Così il coniuge infedele diveniva il bersaglio di queste
azioni “rituali”, che nella maggior parte dei casi erano rivolte anche contro la donna
amante, significativamente appellata la «rovina famiglie», nel qual caso la
«piazzolata» veniva eseguita solamente da elementi femminili. C’è da dire che tra le
motivazioni soggiacenti alle «piazzolate», oltre a quelle di natura etica o morale,
erano ovviamente presenti quelle economiche, in quanto che il marito che frequentava
troppo assiduamente le bettole minava sensibilmente le già magre finanze famigliari,
così come l’amante costituiva una grave minaccia al sostentamento economico della
moglie e dei figli dell’uomo infedele.
114
porta facilmente a litigare e cazzottarsi e magari anche a più tristi
conseguenze che fanno dell’operaio viziato al giuoco una vittima ed un
delinquente nello stesso tempo. E tutto questo accade qui a Carrara,
nelle Ville, come Torano, Codena, Bergiola, Bedizzano e un po’
dappertutto, e qualche volta, a questi gruppi di sfaccendati e di corrotti
prendono parte anche di quelli che di tanto in tanto amano dirsi
sovversivi, e pretendono calare lezioni di coerenza agli altri, parlando di
rivoluzione e di principi, proprio tutto il contrario di quello che
fanno».353

E, proseguendo, concludeva che

«La Rivoluzione e le coscienze per vivere in una società migliore di


giustizia e di libertà si preparano fin da ora, perché non sarà mai
possibile raggiungere il bene se prima non si è estirpato il male. E per
estirpare il male gli operai, specialmente quelli che si dicono anarchici,
socialisti o repubblicani, devono curare un po’ meglio le proprie idee
invece d’andare a giuocare la paga sotto le lampadine della salita San
Rocco o al Cancello di Binelli in Via Apuana. Ne guadagnerebbero un
po’ tutti: la famiglia, i bambini, la coscienza e si eviterebbero molti guai
nell’interesse della dignità e del buon senso».354

Quindi, si può ben comprendere come nello statuto del Club fra la gente di
mare fosse inserito un apposito articolo che dava facoltà al dispensiere di
«impedire qualsiasi giuoco», essendo sottinteso che con quel termine generico
si voleva far riferimento a quello d’azzardo. Dopotutto, la funzione ultima del
suddetto Club, come quella dei diversi club operai presenti nel comprensorio
carrarese, era soprattutto quella di dar vita a un luogo di ritrovo per i
lavoratori dove, oltre alla consueta sociabilità della cantina, fosse possibile
apprendere, esercitare e propagare quei valori e principi politici e sociali su
cui avrebbe dovuto basarsi l’anelata futura società di liberi ed eguali.355
Il Club fra la gente di mare e la Lega dei marinai di Marina di Carrara
trasferirono la propria sede, nel 1912, in Via Umberto I al numero 18, la quale

C.E., Vino e Giuoco, in Il Cavatore del 19 febbraio 1921.


Ibid.
In tal senso, i più noti militanti sindacali locali esortavano costantemente la classe
lavoratrice a «[…] dedicarsi, nelle ore di riposo, all’elevamento morale e intellettuale di se
stessa e della propria famiglia, per la preparazione degli animi ad essere degni di quelle
grandi idealità di redenzione umana, di fratellanza, di libertà nella famiglia e nel lavoro»
(U.P., Abbasso l’ubriachezza, cit.), ed a studiare, mettendo «[…] al posto dell’eccessivo
alcool […] un buon libro, un giornale, magari un opuscoletto, che tutto questo vi
alimenterà i nervi del cervello, vi irrobustirà la mente, vi farà sentire i dolori umani, vi
darà la forza e la volontà di combattere colla coscienza della responsabilità» (E.Gi.,
L’ubriachezza fra i sovversivi, cit.).
115
rimase attiva fino allo scoppio della guerra.356 Terminato il conflitto bellico,
la Sezione marinella della Federazione dei Lavoratori del Mare fu ricostituita
nel gennaio 1919, con sede nella stessa Via Umberto I - «dirimpetto alla
farmacia Dinucci» - al cui interno venne riaperto anche il Club.357 L’attività
delle due associazioni operaie proseguì quindi incessantemente per circa tre
anni e mezzo, dopo di che la violenza fascista riuscì a liquidarle, imponendo
la definitiva chiusura dei loro locali il 25 maggio 1922.358
Importanti momenti di partecipazione sociale e di impegno politico
risultavano essere gli svariati cortei, comizi, conferenze e feste organizzate
dalle singole leghe di mestiere o dall’intera C.d.L., nei diversi paesi del
comprensorio o nel salone interno della sede di Via Grazzano.
Si è già accennato nel precedente paragrafo al comizio pro Malatesta e
Vittime politiche svoltosi al Politeama Verdi il 20 aprile 1919 e al corteo con

Cfr. il Prospetto statistico del Club, datato 1 giugno 1912, in ASM, Questura di
Massa, I serie, busta 13.
Cfr. il Prospetto statistico di tale Sezione, datato febbraio-marzo 1919, da cui è
tratta la citazione presente nel testo, in ASM, ibid. L’autorità tutoria indica come
giorno della suddetta ricostituzione il 5 gennaio, mentre su «Il Cavatore» del 2
febbraio 1919 apparve un comunicato della stessa Sezione nel quale viene indicata
quale data della ricostituzione il 19 gennaio. Il Comitato Esecutivo, o consiglio
d’amministrazione, della Lega e dell’annesso Club era formato dai seguenti dodici
soci: Ambrogio Muttini, Luigi Menconi, Elia Tarabella, Pietro Vatteroni, Ambrogio
Caleo, Giovanni Bassi, Vittorio Bernardini, Carlo Vatteroni, Giovanni Paglini, Gino
Vatteroni, Pilade Bartelloni e Federico Menconi, dei quali l’ultimo fu nominato
segretario, mentre il Tarabella Elia divenne il cassiere. Il numero degli iscritti alla
Lega doveva aggirarsi dai 150, secondo il prospetto statistico del locale
Commissariato di P.S., ai 300, secondo il già citato comunicato apparso su «Il
Cavatore». Le quote mensili erano pari a L. 0,50 a testa, e andavano a formare la
cassa comune della Sezione, il 10% della quale veniva versato, quale contributo, alla
Federazione dei Lavoratori del Mare di Genova, a cui l’organizzazione marinella era
aderente. La bandiera era costituita da un drappo rosso con la scritta “Sezione marinai
Marina di Carrara”. Nell’adunanza di costituzione di detta Lega, il 19 gennaio 1919,
venne approvato un ordine del giorno il quale così recitava:
«[…] Constatando il fosco dopo guerra preparatogli dagli insipienti, gretti, nostri
capitalisti che avidi solo di maggiormente gonfiare il già gonfio portafoglio hanno
venduto gran parte del naviglio esistente ante la guerra preparando così ed
ingrandendo la disoccupazione; Richiama l’attenzione degli enti interessati –
Comune, Provincia e Governo – sulla difficilissima situazione locale invitandoli a
provvedere, non con il proverbiale soccorso di Pisa, ma iniziando quei lavori di utilità
pubblica e di subita attuazione, Porto compreso, consentendo a queste popolazioni
una vita degna di esseri umani e non di continue, tribolate miserie». Nella sezione
fotografica del presente lavoro viene riprodotta una cartolina dell’epoca raffigurante
la Via Umberto I di Marina di Carrara, con la farmacia Dinucci, dove era presente la
sede della Lega e del Club dei marinai.
Cfr. la Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del dicembre
1922, contenuta nel fascicolo del Club dei marinai, in ASM, fondo cit.
116
relativo comizio, indetto il 28 settembre 1919, per l’inaugurazione di una
lapide in ricordo dei proletari caduti in guerra collocata nel paese di
Torano.359 Oltre a queste, possono essere menzionate, a titolo d’esempio,
altre iniziative promosse dall’organizzazione operaia carrarese.
La manifestazione che ebbe luogo il 2 novembre 1919 a Gragnana con
«[…] pubblico corteo al quale hanno partecipato circa 350 persone di varie
tendenze politiche aderenti a questa lega lavoratori [Lega Cavatori di
Gragnana: N.d.A.] con quattro vessilli e Fanfara. [Il] Corteo portavasi sulla
lapide che ricorda i morti sul lavoro ed ivi, dopo aver deposto 3 corone di
fiori, veniva tenuto da Bonci Lamberto da Carrara e da un rappresentante
questa Camera del Lavoro, in sostituzione di Meschi Alberto, un breve
discorso commemorativo. Indi il corteo proseguiva per quel cimitero ove
deponeva altre corone di fiori ed ove alle ore 11 si scioglieva».360 Sempre a
Gragnana si era tenuto, il 21 agosto del 1919, un comizio di propaganda dove
Meschi aveva parlato sul tema “Il proletariato nell’ora presente”, mentre a
Fossone se ne svolse un altro il 26 dicembre del 1919, durante il quale
intervennero Meschi ed Attilio Fellini sul tema “I contadini e l’organizzazione
proletaria”.361 Infine, i pubblici comizi del propagandista anarchico della
C.d.L. carrarese, Eugenio Girolo, che ebbero luogo a Miseglia, il 13 aprile del
1920, e a Bedizzano, il 15 aprile, videro la partecipazione di un vasto
pubblico.362

359
Il corteo organizzato per l’inaugurazione della suddetta lapide, partì dalla sede
della C.d.L. verso le ore 9 e attraversò, preceduto dalla banda musicale, le principali
vie di Carrara (via Apuana, via Lunense, via Cavour, via Roma, via Verdi e via
Ferrer) «fra due ali di popolo che al passaggio si riversarono sulla via, come per
solidarizzare con noi nella manifestazione anti-guerraiola e anti-militarista che
stavamo svolgendo […]» (La grande manifestazione di domenica scorsa a Torano,
art. cit.), indi proseguì verso Torano. Parteciparono al corteo «[…] non meno di 40
bandiere, fra le quali risaltavano quelle dei numerosi circoli anarchici» (ibid.). Al
comizio tenutosi nel paese, che «rare volte aveva visto tanta gente, malgrado il tempo
pessimo» (ibid.), presero la parola Alberto Meschi,, l’anarchico Bacchini che portò il
saluto dei compagni di Spezia e della Lunigiana, il socialista Cassiano, l’anarchico di
Lucca Tamburini ed Attilio Sassi in rappresentanza del Sindacato minatori del
Valdarno (cfr. ibid.).
Relazione dei Carabinieri di Gragnana al Questore di Massa del 2 novembre 1919, in
ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52.
Cfr. per il primo la Relazione del Maresciallo dei RR.CC. di Gragnana al
Commissario di P.S. di Carrara del 22 agosto 1919, e per il secondo il Manifesto della
C.d.L. di Carrara annunziante il comizio di Fossone, entrambi in ASM, ibid. Ad
ognuno dei due comizi parteciparono una cinquantina di persone.
Cfr. gli articoli su tali comizi apparsi su Il Cavatore del 24 aprile 1920. In questi
articoli si riferisce che l’oratore, a Bedizzano, «[…] minutamente seppe spiegare ai
forti lavoratori […] tutte quelle energiche Operazioni che occorrono per risolvere la
situazione critica della classe lavoratrice», mentre a Miseglia il compagno Girolo, con
parola franca, tenne «[…] incatenato l’uditorio trattando dell’ora presente, del dovere
117
Affollatissimi erano poi i Veglioni danzanti, organizzati dal sindacato
apuano con lo scopo di raccogliere fondi per il giornale camerale «Il
Cavatore», che avevano luogo presso il Politeama Verdi alla fine di ogni
anno. La notte del 26 dicembre 1920, si svolse, per la seconda volta dopo la
conclusione del conflitto bellico,363 l’ormai tradizionale festa pro «Cavatore»,
caratterizzata dagli interventi politici di alcuni militanti sindacali, dalla
musica, dai balli e da una lotteria con ricchi premi.364 Riportiamo, qui di
seguito, alcuni brani tratti da un articolo pubblicato sul primo numero del
1921 dell’organo della locale C.d.L., che possono dare un’idea del “clima”
esistente in detto veglione operaio:

«La grande festa pro “Cavatore” è riuscita superiore ad ogni nostra


previsione, sia per il numeroso concorso di compagni e di donne e
ragazze, sia per il buon ordine che tutti hanno saputo tenere, dando così
un aspetto di vera famigliarità al grande Veglione.
Il Politeama aveva assunto l’aspetto d’un giardino d’inverno illuminato
a giorno, per i numerosi fari che proiettavano una luce sfarzosa […] Nel
mezzo una grande Palma regolava – colla sua superba maestà – il giro
dei ballerini, avvinghiati gli uni agli altri dalle numerose stelle filanti
che venivano lanciate dai Palchi.
L’atrio, dov’erano esposti i premi della lotteria, per circa 4 ore gremiva
di giovani, di fanciulle, di mamme e di uomini che accorrevano
all’acquisto dei numeri della lotteria, con una ressa che sembrava un
vero assalto.
Nello sfondo, una grande dicitura illuminata a colori, che andava alle
due estremità del palco scenico: W IL CAVATORE !
A mezzanotte il compagno Girolo apre la serie dei discorsi […] e dopo
aver ricordato Errico Malatesta e tutte le vittime politiche presenta il
compagno Clodoveo Bonazzi segretario della vecchia C.d.L. di
Bologna che saluta i lavoratori Carraresi a nome del proletariato di
Bologna e dell’Unione Sindacale Italiana, interrotto da scroscianti
applausi e da grida: Viva Bologna proletaria! Abbasso i fascisti!
continua analizzando la situazione odierna in cui si dibatte il
proletariato, che non deve dimenticare neanche nell’ora dello svago e
del divertimento i problemi classisti che bisogna affrontare e risolvere
nell’interesse di tutti! Termina applauditissimo.

del proletariato nella lotta di classe, dimostrando come e preti e padroni siano di
pieno accordo per sfruttare e ingannare i lavoratori. […] [suscitando] fra i presenti
grande entusiasmo […]».
La prima festa pro Cavatore del dopo guerra aveva avuto luogo, come si è visto nel
precedente paragrafo, il 26 dicembre del 1919, sempre al Politeama Verdi.
I comunicati annunzianti la «Gran Veglia Danzante con lotteria pro Cavatore»,
apparsi sugli ultimi numeri del 1920 del giornale camerale, avvertivano che «I
biglietti d’ingresso, strettamente personali, si ritirano presso la Segreteria dell’Unione
Cavatori (Camera del Lavoro)».
118
Lo segue Fellini assai applaudito che ricorda Armando Borghi e la
buona Virgilia che l’anno scorso erano presenti allo stesso veglione e
che da un palco parlarono al pubblico.
Chiamato insistentemente dal pubblico, da ultimo, pronuncia brevi
parole di ringraziamento a tutti il compagno Meschi.
Dopo di che venne fatta l’estrazione dei premi speciali e sono risultati
vincenti i numeri seguenti: n. 9811 primo premio di mille lire vinto da
Uliana Petrucci,365 n. 133 secondo premio dono del Cittadino Cavalli
Vezio vinto da Braglia Mario di Grazzano, n. 12484 terzo premio dono
della Lega Agenti del Marmo vinto da Pasquini Giuseppe, n. 11600
quarto premio lire 300 in denaro vinto dal Sig. Baratta barbiere presso il
signor Pellegrini in Via Verdi, n. 11650 quinto premio lire 200 in
denaro vinto da Pezzetti Primino che consegnò subito lire 50 per
«Umanità Nova» […]».366

Ma la manifestazione e il comizio più importante per l’organizzazione


operaia carrarese e più sentito dalla locale massa lavoratrice, era
indubbiamente quello del Primo Maggio. E tale giornata rivestì un’ulteriore e
particolare significato nel 1919, dato che, dopo quattro lunghi anni di guerra,
il proletariato apuano poteva finalmente riappropriarsi della cosiddetta
«Pasqua dei lavoratori».
La redazione dell’organo camerale «Il Cavatore» pubblicò, per
l’occasione, un articolo in cui erano contenuti i motivi, i valori e le speranze,
condivisi dai locali gruppi sovversivi, che caratterizzavano la giornata del
Primo Maggio, i quali conferivano a tale avvenimento il suo profondo rilievo
politico e sociale:

«E’ una folla di ricordi, che si affacciano oggi alla nostra mente, buoni
e tristi! ricordiamo altri primi maggi. Vediamo le forche di Chicago da
cui penzolarono in una grigia e nebbiosa mattina di novembre del 1887
gli anarchici Parsons, Fischer, Spies e compagni,367 che per primi

Uliana Petrucci era la compagna del segretario amministrativo della C.d.L. Gino
Petrucci, il quale, «per tagliar corto a tutte le eventuali malignità e insinuazioni», volle
donare le mille lire vinte al Ricovero di Mendicità di Carrara.
La grande festa pro “Cavatore”, in Il Cavatore dell’8 gennaio 1921. Le entrate di
detto veglione furono pari a L. 25.650,00, mentre le uscite furono di L. 10.699,25, quindi
l’utile netto risultò pari a L. 14.950,75.
George Engel fu il quarto anarchico che venne impiccato, a Chicago l’11 novembre
1887, assieme agli altri tre suindicati. Il quinto anarchico che era stato condannato a
morte, Louis Lingg, per evitare il supplizio si uccise in prigione accendendo un sigaro
imbottito di dinamite. Erano stati condannati a morte perché ritenuti indirettamente
responsabili, quali noti leaders anarchici, del lancio di una bomba avvenuto durante un
comizio da loro stessi tenuto, per rivendicare le otto ore di lavoro e migliori condizioni di
vita per la classe operaia, in una zona di Chicago detta Haymarket Square la sera del 4
maggio 1886. Tale bomba e il successivo fuoco di fucileria sparato dalla polizia contro i
dimostranti che affollavano la piazza causò la
119
chiamarono il proletariato del mondo alla conquista delle 8 ore di
lavoro, circonfuse di glorie…
Vediamo altri primi maggi, attesi trepidosamente dalla borghesia in
preda alla paura, temendo che il primo maggio volesse dire, volesse
significare l’inizio della rivoluzione giustiziera e liberatrice.
Ricordiamo e salutiamo i compagni caduti per rivendicare al
proletariato il diritto di passare in rassegna il primo maggio le proprie
forze: Roma, Lione, Parigi, Buenos Aires e cento altre sono le tappe
sanguinose del Calvario, del martirologio proletario!
Poi il primo maggio si trasformò in una festa qualunque, tutti, dal prete
al monarchico, festeggiarono il primo maggio. Le otto ore, le
rivendicazioni proletarie dimenticate in fondo al bicchiere, in fondo al
fiasco.
Invano noi anarchici protestavamo contro la profanazione, perché il
significato eminentemente rivoluzionario del primo maggio veniva
snaturato e di una affermazione di forze rivoluzionarie se ne faceva, se
ne era fatto un giorno di festa.
La guerra ci ha sorpresi in quella deplorevole condizione. L’operaio che
aveva sempre fatto festa il primo maggio, ha dovuto lavorare durante la
guerra, a massacrare i propri fratelli, o a fabbricare ordigni di morte, di
assassinio collettivo!
Le bandiere del lavoro, gli orifiamma del proletariato, sono stati
dimenticati in questi anni di guerra, avevano ceduto il posto alle
bandiere patriottarde. Oggi, le nostre bandiere, le uniche che hanno il
diritto di sventolare, salutando l’alba del primo maggio, perché sono le
bandiere dell’esercito che crea, non distrugge, del lavoro che è la vita,
che deve essere la fonte di benessere, di felicità per tutti, perché
vogliamo che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo abbia fine; perché
vogliamo che solo il lavoro libero e redento dia il diritto a tutti di
assidersi al banchetto sociale!
Il primo maggio non può, non deve essere giorno di festa finchè
l’umanità è minacciata dalla guerra, finchè la proprietà privata è fonte
di ingiustizie e di nequizie, fincè l’idra delle tre teste militarismo,
clericalismo, Capitalismo non è completamente debellata e per
sopprimere tutte le forme di sfruttamento economico e politico è
necessario il trionfo dell’Internazionale Proletaria!
Noi salutiamo il primo maggio con l’augurio che si riprenda l’interrotto
cammino per la completa emancipazione dei lavoratori, con la speranza
di salutare quanto prima la nostra bandiera sventolare sulla Comune
libertaria!».368

morte di una trentina di operai e di sette agenti, e il ferimento di un numero


imprecisato di persone, tra lavoratori e forze dell’ordine. Su tale vicenda e sui
«Martiri di Chicago», termine col quale vennero ribattezzati dal movimento anarchico
internazionale i 5 compagni condannati a morte, cfr. D. TARIZZO, L’Anarchia.
Storia dei movimenti libertari nel mondo, Verona 1976, pp. 165 e ss.
Il Cavatore, I° maggio, in Il Cavatore del 1 maggio 1919. 120
La C.d.L. di Carrara stampò un manifestino, che uscì come supplemento
al n. 8 del giornale «Il Cavatore», nel quale si invitavano i lavoratori apuani
ad astenersi dal lavoro e a partecipare al corteo e al comizio per il primo
maggio, che si sarebbero svolti rispettivamente attraverso le vie cittadine e in
Piazza Alberica, dove avrebbero preso la parola Alberto Meschi, l’avvocato
anarchico Libero Merlino, Angelo Sbrana del Sindacato Ferrovieri Italiani ed
altri.369 Venne inoltre attaccato su di un muro prospiciente gli uffici postali
della città un manifesto dell’U.S.I., stampato a Bologna ed inviato
all’organizzazione operaia apuana, per il quale la locale autorità tutoria si era
rifiutata di concedere il permesso per l’affissione.370

369
Il Manifestino della C.d.L. viene riprodotto in Appendice VI. Al comizio
intervennero anche, come preannunciato dai rispettivi manifesti dell’Unione
Socialista Carrarese e del Partito Repubblicano Italiano sezione di Carrara, il
socialista Federico Cassiano e il sindaco repubblicano Edgardo Starnuti (cfr. i
Manifesti dell’U.S.C. e del P.R.I., in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52). Inoltre, la
C.d.L. stampò, il 30 aprile, un manifestino, firmato «Per la Comm. Esec. A. Meschi,
Segretario», nel quale si pregavano «[…] gli Esercenti di qualsiasi genere, di tenere
chiusi i propri negozi dalle ore 9 alle ore 13 di domani I Maggio» (in ASM, ibid.).
Il Manifesto dell’Unione Sindacale Italiana per il 1° Maggio 1919, stampato presso lo Stab.
Tip. Succ. Monti e Noè sito a Bologna in via dei Mille n. 18, e conservato in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 52, così recitava:
«LAVORATORI!
L’aurora di questo 1° Maggio sorge mentre più vasta e profonda si fa la lotta tra il
passato e l’avvenire nel mondo. Sorge mentre è appena sopita in Italia una collera
popolare legittima contro la coalizione reazionaria.
LAVORATORI!
Quali che siano le speranze che le paure di ieri han suscitato nei nostri avversari i
risultati delle recenti proteste nostre, di certo vi è questo: che le nostre idealità di
Internazionalismo di classe e di emancipazione del Lavoro a mezzo del Comunismo si
sono rivelate le sole capaci di dare all’Umanità la giustizia e la pace. Diffamate di
utopismo esse dimostrano già la loro capacità realizzatrice e scoprono il misoneismo
reazionario di quelle ideologie che facevano consistere il loro positivismo nel
domandare alla borghesia e allo Stato l’opposto di ciò che è nella loro natura di dare.
Utopisti sono stati coloro che han chiesto agli Stati la garanzia della pace; utopisti
quelli che chiesero a Wilson di realizzare l’internazionale; utopisti quelli che chiesero
all’istituto parlamentare la capacità di sprigionare la potenza liberatrice del
proletariato. L’emancipazione dei lavoratori – l’esperienza ci veniva dalle tragedie di
Russia e di Germania – ancora una volta doveva rivelarsi opera dei lavoratori stessi.
LAVORATORI!
Questa verità rendono più chiara nella vostra mente la visione della meta vicina e
della lotta da condurre, che ha come condizione di successo la fraternità di tutti gli
organismi proletari per fronteggiare le forze reazionarie, unione libera di forze libere
da noi sempre propugnata per affrettare il passo verso la meta liberatrice.
Collaborazione colle classi borghesi NO; collaborazione fra le varie correnti proletarie
SI. Questa è la formula d’azione che l’U.S.I. fa propria per l’avvento della
121
Alle 10 di mattina del 1 maggio 1919, partì quindi, dal viale Potrignano, il
corteo dei lavoratori preceduto da una banda musicale che, dopo aver
attraversato alcune vie di Carrara (via Apuana, via Lunense, via Cavour, via
Mazzini, via Verdi e via Alberica), raggiunse Piazza Alberica, dove era stato
montato un palco per gli oratori che dovevano intervenire al comizio. Di
fronte «[…] a un pubblico di circa 3 mila persone», parlarono «[…] il
Sindaco, l’Avv. Merlino e Alberto Meschi, tutti, dal loro punto di vista,
inneggiando alla presente ricorrenza. Meschi e Merlino sono stati interrotti
[dal Commissario di P.S.] avendo il primo accennato ai morti in guerra per
una causa non loro e il Merlino alla necessità che il proletariato prenda il
piccone per demolire la casa materialmente».371
Terminato il comizio, la giornata del primo maggio non poteva
assolutamente dirsi conclusa, dato che nel pomeriggio i lavoratori carraresi
parteciparono, assieme alle proprie famiglie, rispettivamente alla «Riunione
Campestre» organizzata dall’Unione Anarchica della Lunigiana a Canale di
Valenza (tiro a segno), dove l’avvocato Libero Merlino tenne una conferenza
sul tema «Gli anarchici di fronte agli altri partiti politici», e all’adunanza dei

Internazionale dei proletari, la sola che possa realizzare le aspirazioni dell’umanità: la


pace nel lavoro e nella giustizia.
Viva questa internazionale! Viva i martiri e i popoli che ne affretteranno l’avvento.
Il Comitato Esecutivo dell’U.S.I.».
371
Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 1
maggio 1919, in ASM, ibid. Ogni anno il comizio del Primo maggio era incentrato su
di un particolare e diverso tema, strettamente connesso all’attuale situazione politica e
sociale nazionale o locale. Si è visto che quello del 1919 verteva sulle indicibili
sofferenze patite dalla classe operaia durante i lunghi quattro anni di guerra e sulla
necessità da parte dei lavoratori di riprendere la lotta contro il capitalismo,
responsabile del recente conflitto bellico, per la completa emancipazione economica e
politica. Il comizio del 1920, tenutosi sempre in Piazza Alberica e dove presero la
parola Eugenio Girolo, per la C.d.L., ed ancora una volta l’avvocato Libero Merlino,
per gli anarchici, ruotò attorno all’argomento localmente del momento: quello delle
cave ai cavatori. Infatti, il manifesto per questo Primo Maggio, stampato
dall’organizzazione operaia carrarese, esortava, dopo aver ricordato i “Martiri di
Chicago” e l’odierna situazione nazionale che vedeva «[…] proletariato e borghesia
schierati l’un contro l’altro, nell’attesa dell’urto finale che […] instauri la società dei
liberi e degli eguali […]», i lavoratori dell’Apuania a prepararsi
«[…] alla gestione della produzione, e cominciamo col cancellare una grave e
secolare ingiustizia, che ha privato la collettività dei lavoratori del marmo degli
strumenti di produzione, cioè delle Cave, che erano della Comunità, e che a questa
dovranno ritornare attraverso l’azione diretta del proletariato Apuano, che grida oggi
agli usurpatori: BISOGNA RESTITUIRE! e si impegna di lottare con tutte le armi,
con tutte le sue forze fino a che il diritto e la giustizia proletaria non abbiano
trionfato!» (Manifesto della C.d.L., firmato «LA COMM. ESEC.», per il Primo
maggio del 1920, pubblicato su Il Cavatore del 1 maggio 1920, n. 10, a. VII).
122
repubblicani ad Avenza, presenti l’on. Eugenio Chiesa e il sindaco
Starnuti.372 Era infatti tradizione che le classi popolari della zona si riunissero
all’aperto, nelle campagne e nei boschi di castagni limitrofi a Carrara,
trascorrendo la giornata del Primo Maggio in allegria, tra canti, balli, bevute
ed allocuzioni di genere politico e sociale.
Per concludere, c’è da aggiungere che le locali autorità tutorie
predisposero, per tale occasione, un imponente servizio d’ordine e di
vigilanza, confermando così gli esagerati timori per una eventuale sommossa
popolare, che la classe dirigente italiana nutriva, tradizionalmente, allo
scoccare di ogni Primo Maggio.373

372
Cfr. i relativi Manifesti dell’U.A.L. e del P.R.I., annunzianti tali iniziative, in
ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52.
In una Nota vergata dal Commissario di P.S. di Carrara su di un foglietto, si rileva che
la città venne letteralmente presidiata militarmente:
«Soldati: 1 plotone alla stazione; 1 plotone al laboratorio Ascoli di via Roma; una
compagnia alle scuole di Piazza Farini; 1 plotone al Registro; una compagnia alla
Pretura; una compagnia agli Animosi; un plotone di fronte al Molino Biso; un plotone
di fronte al Molino Forti; un plotone alla Caserma dei Carabinieri. Carabinieri al
comizio dietro il palco 15. Gli altri sull’angolo sotto la Pretura. I 15 carab. del palco
in viale Potrignano alla formazione del corteo, alle 9» (in ASM, ibid.).
123
124
CAPITOLO III

ANARCHISMO ED ESPERIENZE LIBERTARIE A


CARRARA DALLO SCOPPIO DELLA GRANDE
GUERRA ALL’AVVENTO DEL FASCISMO.

3.1. LA «GUERRA ALLA GUERRA» DEGLI ANARCHICI


APUANI: DISERZIONI E PROPAGANDA SOVVERSIVA.

All’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia,374 nella regione apuana non


solo l’organizzazione operaia fu progressivamente costretta a limitare la
propria attività, ma anche il radicato movimento anarchico carrarese375 entrò
in una fase di disgregazione che si protrasse sino al termine del conflitto
bellico.
Le leggi fortemente restrittive emanate dal governo, il 23 maggio 1915,
sulla pubblica sicurezza e sulla censura,376 i numerosi richiami sotto le armi

374
La dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria-Ungheria venne approvata dal
Consiglio dei ministri il 23 maggio 1915 e stabiliva l’inizio delle ostilità per il 24
maggio. Cfr. G.CANDELORO, op. cit., p. 114.
Sulle origini e lo sviluppo del movimento anarchico nel carrarese, dall’Unità ai
primi anni del Novecento, cfr.: L.GESTRI, Capitalismo e classe operaia in provincia
di Massa-Carrara, cit., capp. II e IV; U.FEDELI, Anarchismo a Carrara e nei Paesi
del marmo. Dall’Internazionale ai moti del ’94, Carrara 1994; A.BERNIERI, Storia
di Carrara cit., capp. 4, 5 e 6. Vari accenni sull’attività dei gruppi anarchici di
Carrara nel periodo 1900-1919 sono presenti in G.SACCHETTI, Sovversivi in
Toscana (1900-1919), Todi 1983.
Regi Decreti n. 674, 675 e 689 del 23 maggio 1915: i provvedimenti straordinari di pubblica
sicurezza prevedevano «l’eventuale attribuzione con decreto del ministero dell’interno di poteri
straordinari a comandanti militari o a commissari civili all’uopo designati e poneva limitazioni
alla libertà di riunione, di associazione e di parola»; le disposizioni sulla stampa attribuivano ai
prefetti la facoltà di sequestrare giornali e pubblicazioni; infine, gli altri stabilivano la censura
telegrafica, telefonica e postale. Cfr. G.CANDELORO, op. cit., p. 114 e G.SACCHETTI, op.
cit., p. 100, n. 81.
125
dovuti alla mobilitazione generale dell’esercito e della marina,377 la grave
crisi che colpì l’industria del marmo e che costrinse migliaia di operai apuani
ad emigrare in altre regioni d’Italia in cerca di lavoro,378 provocarono lo
scioglimento dei vari gruppi e circoli anarchici presenti nel comprensorio
carrarese alla vigilia dello scoppio della guerra. Tra questi ultimi, il «Fascio
anarchico carrarese» era, a partire dal gennaio del 1913, il più “centrale”,
fungendo spesso da punto di riferimento per il coordinamento dell’attività e
delle iniziative degli altri gruppi libertari della città e dei paesi del territorio
comunale. La sua sede si trovava all’interno dei locali della Camera del
Lavoro, in via Grazzano.379 L’«Unione anarchica della Lunigiana», invece,
doveva servire da raccordo tra i gruppi carraresi e quelli di Massa e dei paesi
della Lunigiana. Anch’essa aveva la propria sede presso la C.d.L., il che
conferma lo stretto legame esistente, in quegli anni, tra il movimento
anarchico apuano e la locale organizzazione sindacale.380 In un «Prospetto

377
Verso la fine di maggio del 1915, sul numero 8 de Il Cavatore apparve un
articoletto, non firmato, intitolato I richiamati che testualmente recitava: «La mano
rapace e adunca del militarismo si abbatte con furia e violenza su di noi, migliaia di
famiglie si vedono strappare dal loro fianco i loro cari che vengono mandati verso il
macello, verso la strage, verso la morte. Ai compagni, agli amici, vada il nostro mesto
saluto e l’augurio che essi, se debbono battersi, se debbono combattere, combattino la
loro guerra, la guerra di classe, contro i tedeschi di dentro e di fuori».
Sulla crisi occupazionale nel comprensorio carrarese durante gli anni di guerra cfr. il
paragrafo 1 del capitolo II del presente lavoro.
In un Prospetto statistico riguardante tale associazione dell’11 gennaio 1913, in
ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13, si rileva che il Fascio anarchico carrarese,
fondato in quello stesso mese da Alberto Meschi, poteva contare su circa 60 soci, i
quali versavano mensilmente un contributo che variava da L. 0,50 a L. 1,00. La
bandiera era «nera con frange rosse», il «Segretario e presidente» dell’associazione
era il lustratore di marmi Giovanni De Santi, ex condannato dal Tribunale di guerra di
Massa per i moti della Lunigiana del 1894 (a 1 anno e 6 mesi), mentre il cassiere era il
calzolaio Angelo Baldini, anch’egli ex condannato dal TGdM (a 15 anni). Tra i
«membri più influenti» venivano indicati, fra gli altri: Ugo Del Papa, allora vice
segretario della C.d.L.; il lustratore di marmi Domenico De Filippi, ex condannato dal
TGdM (a 3 anni); lo smodellatore Ugo Venè; il carbonaio Cesare Scatena; lo
scalpellino Gino Petrucci; il cavatore Orlando Bolgioni; lo smodellatore Armando
Pardini; il calzolaio Antonio Capitanini ed il lustratore di marmi Egisto Rocchi detto
il Canarino, ex condannato dal TGdM (a 3 anni). L’elenco completo dei condannati
dal Tribunale di Guerra di Massa per i moti del 1894 si trova in U.FEDELI, op. cit.,
pp. 169 e ss.
Nel capitolo precedente si è potuto notare che la maggior parte dei “dirigenti” della C.d.L.
carrarese erano, nel periodo 1919-1920, degli anarchici. Per gli anni antecedenti lo scoppio del
conflitto mondiale cfr. M.GIORGI, op. cit. Nel Prospetto statistico dell’U.A.L. del 26 maggio
1913, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 12, vengono indicati quali «membri più
influenti» di detta organizzazione: Alberto
126
statistico» riguardante la suddetta Unione, datato 20 luglio 1913, l’autorità
tutoria indicava quali «associazioni» facenti parte di questa organizzazione i
seguenti gruppi anarchici: «1) Fascio anarchico carrarese; 2) Circolo “Pietro
Gori” di Forno [Massa]; 3) Circolo “Il ‘94” di Codena di Carrara; 4) Circolo
“Il 18 marzo” di Carrara; 5) Circolo di Comano di Fivizzano; 6) Circolo
“Germinale” di Carrara; 7) Circolo “Pietro Gori” di Fossola di Carrara; 8)
Circolo “L’avvenire siamo noi” di Carrara [ma: di Bedizzano di Carrara]; 9)
Circolo “1° Maggio” di Carrara; 10) Gruppo “13 gennaio 1894” di Gragnana
di Carrara».381
Nel territorio del comune di Carrara esistevano, poi, altri gruppi o club
libertari oltre a quelli appena citati: a Bergiola Foscalina, il Gruppo anarchico
“Germinal”, fondato nel settembre 1913 e con sede in via Brugiana-casa
Cappè, i cui soci ammontavano a 12;382 a Torano, il Circolo giovanile
anarchico, fondato il 15 luglio 1914 e con sede in via Taurina 22 (piano
terreno), composto da 10 soci;383 in località S.Luca di Carrara, il Club
anarchico parigino, fondato il 2 febbraio 1915 con sede in S.Luca n. 162, di
cui facevano parte una ventina di soci circa;384 a Bedizzano, il Gruppo
comunista anarchico “Pietro Kropotkine”, fondato nel febbraio 1914385 con
sede in via Cittadella n. 4 e composto da una dozzina di soci;386 a Carrara, il
Gruppo anarchico «29 luglio», fondato nel novembre 1913 con sede in via del

Meschi, Ugo Del Papa, Giovanni De Santi, Francesco Ciavolino (fuochista delle
Ferrovie dello Stato) e Lorenzo Leoni (scalpellino).
Prospetto statistico dell’Unione anarchica della Lunigiana del 20 luglio 1913, in
ASM, Questura di Massa, I serie, busta 12.
Cfr. il Prospetto statistico di tale gruppo del 5 maggio 1914, in ASM, ibid. Le
“cariche direttive” del gruppo erano assegnate ai cavatori: Ariodante Dell’Amico,
Presidente; Oreste Cappè, Segretario; Angelo Dell’Amico, Andrea Cappè, Battista
Cappè, Paolo Lombardini, Consiglieri.
Cfr. il Prospetto statistico di tale circolo del settembre 1914, in ASM, ibid.
Segretario era il cavatore Treviglio Serri, mentre tra i soci si possono citare il lizzatore
Pietro Emilio Granai, il cavatore Romolo Granai, il cavatore Pietro Canalini col
fratello Giovanni vulgo Lionello e il cavatore Mario Serri.
Cfr. il Prospetto statistico del Club dell’aprile 1915, in ASM, ibid. Presidente e
Cassiere del Club era il cavatore Rizieri Lazzerotti, Segretario il segatore Carlo
Bongiorni vulgo Andrea, Consiglieri il muratore Andrea Maggiani e il colono
Ambrogio Giuseppe Lombardi.
Cfr. il Comunicato apparso sul giornale anarchico «Volontà» di Ancona del 28
febbraio 1914, n. 9.
Cfr. il Prospetto statistico del gruppo del 7 settembre 1914, in ASM, Questura di
Massa, I serie, busta 12. Presidente era il cavatore Giuseppe Pasciuti, Segretario il
cavatore Luciano Moisè. Alcuni degli aderenti erano: Gino Bonuccelli, Giovanni
Pegollo, Lorenzo Carletti, Francesco Bonuccelli e Pietro Salutini, tutti cavatori.
127
Baluardo n. 8 primo piano (casa Del Nero Garibaldi), i cui soci erano una
quindicina circa.387
Basandosi sui prospetti statistici riguardanti questi diversi gruppi e sugli
elenchi dei sovversivi più noti, compilati dalle locali autorità tutorie, la
consistenza numerica del movimento anarchico carrarese, negli anni
immediatamente precedenti lo scoppio del conflitto mondiale, può essere
quantificata, all’incirca, sulle 248 unità.388 Riferendosi quest’ultima cifra
solamente a quei sovversivi conosciuti e schedati dalla polizia, ad essa deve
essere aggiunta un’ulteriore quota riguardante quei militanti o frequentatori
dei circoli e gruppi del comprensorio meno noti e quindi non registrati dalle
autorità tutorie. Considerando plausibile un rapporto di 1 su 3 fra gli anarchici
schedati e non, questi ultimi possono essere quantificati all’incirca sulle 744
unità, sicché si può dire che la consistenza numerica complessiva del
movimento libertario carrarese risultava pari a quasi 1000 individui.
Indubbiamente, fra i gruppi libertari più numerosi ed attivi di Carrara vi
era il Circolo giovanile anarchico “Germinal”, volgarmente detto “Il

Cfr. il Prospetto statistico del gruppo del 30 aprile 1914, in ASM, ibid., busta 13.
Tra i membri del «29 luglio», l’autorità tutoria segnalava: Domenico De Filippi
(indicato anche come il fondatore del gruppo) assieme al proprio figlio Giuseppe,
Gino Petrucci, Dante Merlini (cavatore), Armando Pardini (qui indicato come
marmista), Andrea Giandalasini (lizzatore), Vivaldi Goffredo (scalpellino), Antonio
Capitanini, Rizieri Antonietti (lustratore), Bruno Gatti (lustratore), Giuseppe Gatti
(scultore), Natale Carlini (scalpellino), Vincenzo Braglia (manovale), Giovanni
Antonucci (scalpellino) ed Egisto Rocchi.
Oltre che dai dati desunti dai già citati prospetti statistici riguardanti le ultime
cinque «associazioni» anarchiche (Gruppo “Germinal” di Bergiola, Circolo giovanile
di Torano, Club parigino di S.Luca, Gruppo “Pietro Kropotkine” di Bedizzano e
Gruppo “29 luglio” di Carrara) – ognuno dei quali contiene, come «allegato», anche
l’elenco nominativo dei rispettivi membri stilato dalle stesse autorità tutorie – la cifra
finale di 248 elementi è stata ottenuta aggiungendovi il numero degli aderenti agli
altri gruppi e circoli anarchici presenti all’epoca nel comprensorio carrarese (“Pietro
Gori” di Fossola, “Germinale” detto del Piastron di Carrara, “13 gennaio” di
Gragnana, “Il ‘94” di Codena, “L’avvenire siamo noi” di Bedizzano, “18 marzo” di
Carrara e “1° Maggio” di Carrara), i cui relativi Prospetti statistici ed elenchi
nominativi si trovano in ASM, Questura di Massa, I serie, buste 12 e 13, e Comm.
P.S. Carrara, buste 69 e 70. Bisogna puntualizzare che i diversi elenchi di sovversivi
compilati dalle autorità tutorie da un lato segnalavano solamente quegli anarchici più
noti ed attivi nella zona, mentre dall’altro, talvolta, gli stessi nomi di alcuni militanti
ricorrevano nelle varie liste riguardanti i differenti gruppi o circoli della città. Tra gli
anarchici più “citati” in questi elenchi, oltre naturalmente ad Alberto Meschi, vi
erano: Gino Petrucci, Antonio Capitanini, Armando Pardini, Domenico De Filippi e il
figlio Giuseppe, Natale Carlini, Bruno Gatti, Giuseppe Gatti, Andrea Giandalasini,
Alessandro Lodovici, Dante Merlini, Egisto Rocchi, Giuseppe Rossi, Ernesto
Ravenna e Vivaldi Goffredo.
128
Piastron”. Fondato nel settembre del 1911 «ad opera di Petrucci Gino»,389 già
nel 1912 poteva contare su una quarantina di soci circa, i quali versavano
settimanalmente un contributo di 10 centesimi.390 La sede del Circolo si
trovava all’interno dei locali della C.d.L. ed era provvista «[…] di una
biblioteca di libri ed opuscoli sovversivi».391 La bandiera era composta da un
drappo nero con frangia rossa, recante nel mezzo l’iscrizione “Circolo
Giovanile Germinal Carrara”.392
L’intensa attività svolta sul versante della propaganda delle idee libertarie
e il diretto appoggio e sostegno alle innumerevoli lotte economiche e politiche
realizzate dalla locale Camera del Lavoro, durante gli anni immediatamente
antecedenti lo scoppio del conflitto mondiale, recarono una notevole notorietà
al Circolo “Germinal” tra le classi popolari di Carrara, il che favorì il rapido
radicamento di tale gruppo anarchico nel tessuto sociale cittadino.
Naturalmente, quanto più crescevano e si estendevano le iniziative e le azioni
dei cosiddetti “piastronisti”, tanto più aumentavano le attenzioni e la
sorveglianza che le autorità tutorie rivolgevano loro. In un rapporto del
Comandante delle Guardie di Città al Commissario di P.S. di Carrara, datato
20 aprile 1915, così venivano descritte alcune delle “imprese” addebitate agli
anarchici del summenzionato Circolo negli anni precedenti:

Prospetto statistico del Circolo Germinal del 1 febbraio 1912, in ASM, Questura
di Massa, I serie, busta 13.
Ibid. Segretario del Circolo Germinal, nel 1912, era Gino Petrucci, mentre il
cassiere era Cafiero Bartoletti vulgo Renato. Tra i «membri più influenti» vi erano, fra
gli altri: Almo Valsuani, Alfredo [Goffredo] Vivaldi, Alessandro Bordigoni, i fratelli
Bruno ed Almo Gatti del fu Bartolomeo, i fratelli Bruno ed Andreino Gatti di Ercole, i
fratelli Giuseppe e Davide Gatti di Egidio, Vincenzo Braglia, Augusto Vanelli, Natale
Carlini e Giovanni De Filippi vulgo Ercole.
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 1 febbraio 1912, in
ASM, ibid. Sulla provenienza dei libri ed opuscoli della biblioteca di tale circolo cfr. la
nota 272 del capitolo II del presente lavoro.
La si veda riprodotta nella sezione fotografica del presente lavoro. L’inaugurazione di
questa bandiera avvenne il 26 dicembre 1912: «Alle ore 20 del 26 corr. nei locali di questa
Camera del Lavoro, ebbe luogo un trattenimento familiare, al quale intervennero alcuni
anarchici colle rispettive famiglie, nonché gli ascritti al circolo controindicato, in totale circa
150 fra uomini e donne. Nella circostanza venne inaugurata la nuova bandiera del Circolo che è
fatta di drappo nero con frangia rossa e porta nel mezzo la iscrizione «Circolo Giovanile
Germinal». Parlò brevemente l’anarchico Meschi Alberto, invece dell’anarchico Barbieri
Pompeo che, sebbene appositamente invitato, non intervenne. Nell’intervallo dei balli ebbe
luogo una lotteria con premi (zamponi, polli, bottiglie ecc.) i cui proventi saranno devoluti in
pro della propaganda e della stampa anarchica. Il trattenimento si protrasse fino alle tre circa
del mattino senza che si fosse verificato alcun incidente» (Relazione sull’inaugurazione di un
nuovo vessillo – Circolo anarchico “Germinal” del

Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 29 dicembre 1912, in ASM,


ibid.).
129
«Il Circolo giovanile anarchico “Germinal” – chiamato volgarmente
circolo del Piastron – con sede alla locale Camera del Lavoro è
costituito per lo più da un numeroso stuolo di circa 40 giovani anarchici
– tra cui pochi pregiudicati.
Ne è segretario di detto circolo il noto Petrucci Gino e cassiere
l’anarchico Frediani Italo, ed agisce per l’impulso dell’anarchico
Meschi Alberto, ben coadiuvato dai teppisti anarchici Lugari Claudio,
Storti Rolando, Pardini Armando, F.lli Leonardi Almo e Giuseppe,
Frediani Italo, Vivaldi Alfredo ed altri menzionati nelle note che
unisco, i quali non lasciano passare occasione senza dar prova delle loro
deleterie tendenze, come ad esempio rottura di vetri al Casino Civico,
lancio di sassi contro agenti della forza pubblica,393 atti di violenza e
d’intimidazione contro pacifici cittadini sol perché questi non la
pensano come loro e per puro odio di classe.
Detto circolo in sostanza sarebbe l’avanguardia o meglio la copertura
della Camera del Lavoro e ciò valga ricordare il fatto svoltosi nella
settimana rossa del giugno scorso anno di una numerosa turba di

Questi due fatti avvennero durante la serrata padronale del 1913, che iniziata il 15
novembre 1913 terminò il 30 gennaio 1914. Su tale serrata cfr. M.GIORGI, op. cit., i
capitoli 30 e 31. In una lettera scritta a Parigi nel 1965 dall’anarchico Mattia Leoni, che
fece parte del Circolo “Germinal” dal 1913 al 1922, ed inviata ai compagni di
Carrara che la pubblicarono sul numero unico commemorativo de Il Cavatore del 16
maggio 1965, a cura dei Gruppi Anarchici Riuniti (F.A.I.), si legge: «[…] Ricordiamo
ancora quando, con la serrata dai monti al mare, cercarono [i baronetti del marmo] di
affamare tutto un popolo, colpevole di aver reclamato un po’ più di benessere. Gli
anarchici furono in prima linea per la difesa degli imperiosi bisogni dei lavoratori.
L’azione diretta fu la sola arma efficace contro gli sfruttatori. Il circolo detto “Il
Piastrone” fece opera rivoluzionaria con fatti e non parole. – Giovani ardenti e tenaci.
– […] Ci furono le piastronate contro il circolo degli industriali che aveva sede nel
Teatro degli Animosi, e sempre azione diretta dai monti al mare. Allora un baronetto
del marmo insinuò che era venuto il momento di poter comprare “con 20 centesimi” le
figlie dei lavoratori, le nostre sorelle. L’infame insulto fu rilevato da tutto un popolo
indignato e pronto ad agire contro tali insolenze. Ricordi lontani mai dimenticati. Si
viveva allora grazie alle cucine economiche installate alla Camera del Lavoro, dalla
solidarietà dei lavoratori delle altre regioni d’Italia. ALBERTO MESCHI e UGO
DEL PAPA insieme a tutta la Commissione Esecutiva (eravamo allora nell’Unione
Sindacale Italiana con Armando Borghi) furono al centro della lotta che
infaticabilmente dirigevano. […] Ci fu una barricata in via Cavour dove i carabinieri a
cavallo furono respinti come pure tanti altri attacchi degli sbirri al servizio della
reazione. Certo il più grande merito fu la solidarietà di tutta la massa composta di
anarchici, socialisti e repubblicani. […]». Gli scontri con le forze dell’ordine ebbero
luogo il 5 gennaio 1914, dopo che i partecipanti a due manifestazioni organizzate
dalla C.d.L., rispettivamente presso il salone dell’ex cinema Margherita e nei locali
camerali, uscirono per le vie di Carrara gridando e cantando qualche slogan in coro
(cfr. La grande battaglia continua!, in Il Cavatore del 10 gennaio 1914).
130
costoro che usciti dalla Camera del Lavoro, si diressero con bastoni alla
locale stazione ferroviaria che invasero e che avrebbero commesso
certamente atti delittuosi e vandalici se non fosse prontamente
sopravvenuta la forza pubblica.394
Ed ancora non è quasi il 10 marzo scorso, prendendo occasione di un
comizio vietato “per [la] disoccupazione”, ostruivano con grossi blocchi di
marmo la via Roma per non far passare la cavalleria, lanciando numerosi
sassi contro agenti e Carab., alcuni dei quali rimasero feriti. 395 Sabato sera
17 c.m. i Sigg. Triscornia Lorenzo e Menegoli Giovanni, passando da
Piazza Alberica, sono stati assaliti e bastonati, senza alcun motivo, solo per
impulso di brutale malvagità, dai noti anarchici Storti Rolando, Lugari
Claudio e Pardini Armando.396

A Carrara, nei giorni successivi l’eccidio di Ancona del 7 giugno 1914, che diede
il via alla cosiddetta Settimana Rossa, venne proclamato lo sciopero generale di
protesta da parte della C.d.L., il quale si svolse con calma ed ordine dato che non
accaddero che «incidenti lievissimi, che non hanno lasciato nessuno strascico
doloroso» (Lo sciopero generale a Carrara, in Lo Svegliarino del 13 giugno 1914).
Sulla Settimana Rossa di Ancona cfr. L.LOTTI, La settimana rossa, Firenze 1965, e
E.SANTARELLI, Il socialismo anarchico in Italia, Milano 1977, pp. 154 e ss. Per lo
sciopero generale attuato a Carrara cfr. M.GIORGI, op. cit., pp. 393 e ss.
Il 10 marzo 1915 ebbe luogo uno sciopero generale di un giorno, indetto dalla
C.d.L. per protestare contro la disoccupazione ed il caro-viveri. «Lo spiegamento
delle forze dell’ordine è assai imponente (650 uomini del battaglione di fanteria, 100
uomini dello squadrone di cavalleria, un centinaio di carabinieri e una cinquantina di
agenti di P.S.), ma ciò non impedisce il verificarsi di scontri e disordini, per fortuna
senza gravi conseguenze, in virtù anche del fatto che la manifestazione assume ben
presto il carattere di protesta contro la guerra ed il militarismo»: M.GIORGI, op. cit.,
p. 487.
Su tale fatto pervenne all’Ispettore di P.S. di Carrara, il 18 aprile 1915, una lettera
anonima di denuncia, la quale testualmente recitava:
«Quelli che ieri sera hanno aggredito teppisticamente diversi cittadini sono i soci del
circolo Piastrone società di 80 o 100 giovanotti dai 16 ai 20 anni che girano armati di
sassi, bastoni, nervi, coltelli e gomme col piombo.
Sono apaches veri e propri e bisognerebbe toglierli dalla circolazione perché teppisti e
pericolosissimi. Non si può più uscire dopo cena: girano a frotte, scherniscono e
bastonano gli onesti cittadini. Sono quasi tutti anarchici amici di Meschi e
riconoscono in lui il loro capo e istigatore. Ieri sera erano guidati ed eccitati da certi
Pardini e Storti, anarchici, amiconi di Meschi. E’ ora di ammonirli tutti, se no a
Carrara si va in rovina. Uno che li conosce bene».
Questa lettera anonima si trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69. Armando
Pardini, Claudio Lugari e Rolando Storti vennero in seguito denunciati all’autorità
giudiziaria dal locale Commissariato di P.S. «per lesioni da impulso di brutale
malvagità» (cfr. il Rapporto del Comandante delle Guardie di Città del 22 aprile
1915, in ASM, ibid.).
397
Rapporto del Comandante delle Guardie di Città al Commissario di P.S. di Carrara
del 20 aprile 1915, in ASM, ibid.
131
Quanto sopra riferisco alla S.V. per quei provvedimenti che crederà
provocare al riguardo, significando che l’associazione suddetta
costituisce un costante pericolo all’ordine pubblico, alle cose ed alle
persone».397

Circa un mese dopo la stesura del suddetto rapporto, l’entrata in guerra


dell’Italia liberò le locali autorità tutorie da ogni preoccupazione relativa alle
iniziative ed attività dei differenti gruppi anarchici del comprensorio, i quali,
come si è già accennato, si disgregarono progressivamente, colpiti dai
numerosi richiami sotto le armi dei rispettivi ascritti, dalle nuove norme di
P.S. emanate dal governo e dalla rilevante emigrazione dei diversi operai e
militanti sovversivi verso altre regioni d’Italia, in cerca di un lavoro che nella
provincia apuana risultava impossibile da trovare.398
Nel marzo 1916, il Comandante delle Guardie di Città di Carrara stilò per
il locale Commissario di P.S. un «elenco nominativo dei soci che
componevano il Circolo giovanile anarchico Germinal», dal quale risultava
che dei 45 individui indicati: 19 si trovavano sotto le armi; 7 erano arruolati in
diverse squadre di operai inviate a lavorare nelle varie zone di guerra; 3 erano

Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 12 marzo 1916,
in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13: «Il Circolo anarchico “Germinal” […]
si deve considerare sciolto fino dal luglio del decorso anno. Com’ebbi già a riferire a
V.S. Ill.ma col moi rapporto del 30 dicembre scorso n. 19, il partito anarchico a
Carrara non dà più segni di vita, essendo stati quasi tutti i suoi membri richiamati
sotto le armi. […]».
Riservata del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 14 giugno
1915, in ASM, fondo cit., busta 12: «[…] il giorno 30 maggio u.s., per mancanza di
fondi e perché varti soci vennero richiamati alle armi si sciolse il Club anarchico
“Parigino” di S.Luca».
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 3 giugno 1921, in
ASM, fondo cit., busta 13: «[…] il gruppo a manca indicato [gruppo anarchico “18
marzo” di Carrara], fin dal gennaio 1915 [ma: 1916] si è definitivamente sciolto in
seguito al richiamo alle armi di gran parte dei suoi componenti».
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 3 giugno 1921, in
ASM, ibid.: «[…] il Circolo a manca indicato [circolo anarchico “29 luglio” di
Carrara], in seguito al richicamo alle armi di gran parte dei componenti, si è sciolto
nel gennaio 1915 [ma: 1916]».
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 14 gennaio 1917, in
ASM, ibid.: «[…] il club anarchico “1° Maggio” […] si è sciolto nei primi del
decorso mese di dicembre, avendogli la mobilitazione tolto gran parte degli affiliati;
ed i pochi rimasti, dato l’attuale stato di cose, preoccupandosi troppo del
mantenimento proprio e della loro famiglia per occuparsi di politica. […]».
La stessa sorte capitò a tutti gli altri gruppi anarchici presenti nel comprensorio
carrarese.
132
occupati in differenti stabilimenti militarizzati di Spezia; 2 si trovavano in
carcere per furto; 2 si erano trasferiti rispettivamente a Pisa, sin dal luglio
1912, e a Pietrasanta, sin dal giugno 1915; uno era morto in combattimento il
9 giugno 1915; uno era emigrato in America; di due non si avevano
informazioni; mentre solo 8 erano presenti a Carrara.399
Ma se da una parte la disgregazione del movimento anarchico e la
parallela inattività della C.d.L. consentirono alle forze dell’ordine di svolgere
la loro opera di controllo sull’intero territorio comunale con più sicurezza,
dall’altra i gravi disagi economici e sociali conseguenti alla guerra
alimentarono, col passar del tempo, un certo malcontento nelle classi
subalterne del comprensorio apuano, che turbò e scosse l’immagine,
faticosamente costruita dalle locali autorità nei rapporti al ministero degli
interni, di una provincia «tranquilla ed animata da sentimenti patriottici».400
Infatti, già nel gennaio del 1916 si erano avute delle dimostrazioni di protesta
inscenate da alcune donne di Massa e di Carrara davanti alla Prefettura «[…]
per avere un aumento di sussidio»,401 nelle quali l’autorità tutoria tentò di
scorgere l’opera di qualche sobillatore sovversivo, rifiutandosi in tal modo di
ricercarne le cause nelle effettive difficoltà economiche attraversate dalle
locali popolazioni.402
Col trascorrere dei mesi, i disagi economici aumentarono notevolmente,
tanto che pure nei rapporti del Prefetto e delle forze dell’ordine iniziarono ad
essere considerati la radice principale dell’ondata di agitazioni che
caratterizzarono il periodo che va dall’inverno del 1916 all’estate del 1917.403
Ai primi di gennaio del ’17, il Commissario di P.S. di Carrara telegrafava al
Ministero dell’Interno:

«Nessuna notizia di prossima agitazione a Carrara. Debbo solo far


presente che vi è scontento nella cittadina per la intermittente deficienza
di farina, di carne, paste alimentari, dovuta questa alla mancanza di

Cfr. l’Elenco redatto dal Comandante delle Guardie di Città di Carrara il 16 marzo
1916, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69, fascicolo Circolo Germinal.
P.CORCHIA, I movimenti popolari nella Regione apuana durante la Grande
Guerra, in AA.VV., Francesco Betti e il socialismo apuano. Atti del Convegno
Massa, 13-14 giugno 1981, Firenze, Vallecchi Editore, 1985, p. 166.
Cronaca sulla manifestazione delle donne massesi di fronte la Prefettura avvenuta il 9
gennaio 1916, in La Battaglia del 15 gennaio 1916. La dimostrazione delle donne di
Carrara si svolse il successivo 13 gennaio. Su questi episodi cfr. P.CORCHIA, ibid., pp.
161-163.
Cfr. il Rapporto del Prefetto di Massa al Ministero dell’Interno del 17 gennaio
1917, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 19, e riprodotto in P.CORCHIA,
ibid., p. 161.
Sulle dimostrazioni popolari nel comprensorio massese durante il suddetto
periodo, cfr. P.CORCHIA, ibid., pp. 165 e ss.
133
semolino. Si lamenta anche la mancanza di riso, dei fagioli e delle
patate, prodotti molto richiesti dalla classe operaia».404

Nello stesso tempo il Prefetto di Massa riceveva una lettera di alcune donne
carraresi, nella quale si chiedeva all’autorità competente di intervenire
tempestivamente per alleviare le miserevoli condizioni di vita delle famiglie
dei richiamati sotto le armi:

«Egregio Signore
Preghiamo la S.V.I. a voler prendere in considerazione quanto segue:
Noi sottoscritte che da venti mesi siamo costrette a subire tanti tristi
disagi, a Lei tanto buono rivolgiamo i nostri lamenti, a ciò che in
qualche modo potesse darci un umile aiuto. Se è vero che tutta Italia
subisce la stessa sorte, ma però in altre città il sussidio viene dispensato
a settanta centesimi per le madri, e trentacinque per i figli, di modo che
al termine della settimana sarebbero almeno quelli per poter dare un
pasto o due di più alle nostre creature.
E di più queste famiglie vengono elargite ancora dai benemeriti
comitati, ed invece qui nella misera Carrara poco da una parte, e nulla
dall’altra. E pure creda Egregio Signore e voglio sperare che Uomo
integrale com’Egli è saprà bene comprendere le nostre tribolazioni.
Poiché ogni giorno aumentano in modo impressionante i viveri di prima
necessità, non pretendiamo mangiar bene, né pure a sazietà, ma almeno
la pura polenta non dovesse mancare alle nostre creature, poiché noi
madri dobbiamo astenersi di mangiare quel tozzo di pane, o di polenta,
per serbarlo alla sera tanto di non mettere a letto le nostre creature
senza cena. Ma però ora siamo arrivati a un punto che in nessun modo
siamo capaci di andare avanti, vedere i nostri bimbi laceri e scalzi e non
poter neppure sfamarli, perché acquistando il cibo non si può acquistare
il carbone, e acquistando il carbone non si può acquistare il cibo.
Quando un bimbo cade ammalato si va a cercare il medico ma lui non
viene se non è ben pagato. Il padrone di casa è ben pronto a metterci in
mezzo ad una strada se non si paga almeno metà dell’affitto, ma allora
come dobbiamo fare noi? Ci rivolgiamo adunque alla S.V.I. se in
qualche modo potesse un pochino alleviare queste tanto lunghe
sofferenze, pur mettendo qualche lavorazione da impiegarsi, e in un
modo o nell’altro poter sfamare le nostre creature. Perché c’è anche un
proverbio che dice: la fame leva il lupo dalla tana.
Dunque fiduciose di una Sua osservanza Le rendiamo infiniti
ringraziamenti.
Se poi non avremo nessuna risposta in ciò saremo costrette a prendere
altri provvedimenti.
Gerini Amelia, Angelotti Amelia per Olmi Carlotta per Zelmira Segreti
Salvetti Gemma ecc. ecc. troppa carta ci vorrebbe per portare tutte le
firme».405

Il testo del Telegramma è tratto da P.CORCHIA, ibid., p. 165. 134


Il sempre più evidente malcontento popolare, espresso dalle donne
carraresi, per i gravi disagi economici arrecati dal conflitto bellico, col passare
del tempo cominciò a travalicare «su significati più ampi: alle richieste di
sussidi più adeguati si andava accompagnando e crescendo di tono, fino a
diventare predominante, il rifiuto della guerra in quanto tale».406 Il 26 giugno
del 1917, il Comandante delle Guardie di Città riferiva ai RR.CC. di Carrara
che una decina di donne di Carrara e «[…] località adiacenti sarebbersi [sic]
recate ad Avenza, specialmente, e anche a Marina e sono andate di casa in
casa per eccitare le donne a venire domenica a Carrara a protestare per
l’insufficienza dei sussidi alle famiglie dei richiamati e reclamare il ritorno
dei loro mariti [il corsivo è mio]».407 A tal riguardo, con una lettera anonima
indirizzata al Commissario di P.S. di Carrara, il precedente 24 giugno era stata
informata l’autorità tutoria, tra le altre cose, che

«[…] Alla Fabbrica vi è una tal Passani Ecidria moglie di Luciani


Amedeo, la quale come mi è stato detto è una anarchica piena di lozzo
ma buona per dir male della guerra tirando dei motti ai passanti che non
la guardano neppure per non sporcarsi e va dicendo che appena
terminata la guerra, ritornato il marito, vuol fare le sue vendette con una
pennatella che tiene in casa, anzi questa messera percepisce sempre il
sussidio di un figlio che ha superato i 12 anni e dice che se gli togliono
questo sussidio getta all’aria il municipio, ieri sera era a far propaganda
invitando le compagne a una dimostrazione contro la guerra al
municipio o per domani Domenica, è una donna che ha 6 o 7 figli,
invece di star attenta ai figli è sempre a chiacchierare contro il governo
e a quelli che sono in favore della guerra. Sig. Commissario

Lettera datata «Carrara, 8-1-1917», in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 44. Come
risposta, il 16 gennaio, il Prefetto di Massa inviava una nota al Commissario di P.S. di
Carrara, nella quale affermava: «[…] Io sono dispostissimo ad occuparmi con vero
cuore di quanto è detto nella lettera, ma nello stesso tempo sono spiacente di dover
dire che alcune frasi, quasi di minaccia, che si leggono nello esposto, disarmano
qualunque persona di buona volontà, non solo, ma mettono chi è rivestito di pubblica
Autorità in condizione di non poter far nulla sotto la pressione di parole non
considerate bene. Voglia pertanto Vossignoria mandare a chiamare la Gerini Amelia
(e le altre donne se crede) e dirle che il Prefetto, da uomo di cuore, prenderà nel più
benevolo esame il loro caso, ma che per ciò ottenere occorre sia usato un linguaggio
corretto. Per cui è necessario che sia ritirata la lettera in parola e sostituita con altra
nella quale non si leggano frasi coercitive. Tutto ciò Ella saprà fare con quel garbo
che è richiesto per non turbare la ignorante suscettibilità di donnicciuole facili ad
esaltarsi» (in ASM, ibid.).
L.GESTRI, Il movimento operaio e socialista nella «Regione» apuoversiliese (1871-
1922) cit., p. 117.
Nota del Comandante delle Guardie di Città al Comandante dei RR.CC. di Carrara del
26-6-1917, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 44.
135
bisognerebbe essere nel luogo ove danno i sussidi per sentire che cosa
esce da certe bocche, cose che non si possono tollerare. […]». 408

La subodorata manifestazione contro la guerra delle donne carraresi non


ebbe poi luogo, probabilmente a causa della ferrea vigilanza predisposta dalle
forze dell’ordine in quei giorni su tutto il territorio comunale. Comunque,
l’insofferenza popolare per il prolungarsi del conflitto bellico continuò a
mantenersi alta, manifestandosi, più o meno apertamente, nelle diverse
circostanze quotidiane durante le quali le persone si incontravano, fino a che
la repressa esasperazione di qualcuno non esplodeva improvvisa, dando così
la stura a vere e proprie azioni spontanee di protesta contro il caro viveri e la
guerra. In quest’ottica devono per esempio essere inquadrati i repentini ma
«[…] gravi incidenti provocati da donne che attendevano il pagamento del
sussidio» avvenuti a Carrara nei primi giorni di settembre del 1917, che
indussero le locali autorità tutorie a piantonare quotidianamente, dalle ore 8
alle 13, i luoghi ove si effettuava la distribuzione dei sussidi, per «evitare il
ripetersi di tali inconvenienti».409
Nonostante il fatto che ogni forma di «ribellione sociale sarebbe stata
considerata tradimento dal Tribunale militare di La Spezia e ritenuta punibile
con la fucilazione»410 e nonostante lo smembramento delle file libertarie
causato dal conflitto bellico, i pochi anarchici rimasti nel carrarese cercarono
ugualmente di svolgere la propria propaganda antimilitarista ed
antigovernativa tra le classi popolari, ovviamente in modo clandestino e
spicciolo. Ormai completamente disorganizzato il locale movimento
anarchico, benché si fosse tentato da parte di alcuni militanti di ricostituire,
l’11 gennaio del 1917, il Circolo giovanile “Germinal”,411 le iniziative e

Lettera anonima al Commissario di P.S. di Carrara (il timbro postale sulla busta
reca la data del 24 giugno 1917), in ASM, ibid. Il marito della Passani, Amedeo
Luciani, a quel tempo richiamato sotto le armi, era un noto anarchico della zona (cfr.
il Comunicato dell’Unione Anarchica della Lunigiana apparso su Il Libertario di
Spezia del 3 aprile 1919, n. 708, che porta la firma di 9 militanti, tra i quali vi è
appunto il Luciani). Le successive indagini su Ecidria Passani, dimorante alla
Fabbrica n. 11, svolte dalle locali Guardie di Città diedero esito negativo, ed
attestarono, inoltre, che il sussidio da lei percepito per il figlio dodicenne era
legittimo, in quanto che quest’ultimo risultava malato (cfr. la Nota delle Guardie di
Città inviata al Commissario di P.S., in ASM, ibid.).
Richiesta del Commissario di P.S. di Carrara al Comandante dei RR.CC. di
Carrara del 15 settembre 1917, in ASM, ibid.
P.CORCHIA, art. cit., p. 159. Infatti, con il Regio Decreto del 22 maggio 1915 che
proclamava lo stato di guerra nelle Piazze Marittime, la zona apuana che dipendeva dalla
piazza forte militare della Spezia, era considerata zona di guerra a tutti gli effetti.
Lettera – comunicato apparsa su Il Cavatore, «Edizione di Guerra di Classe», del
gennaio 1917:
136
l’attività sovversiva si dispiegò generalmente a livello individuale ed in
maniera frammentaria.
Ai primi di giugno del 1917, il giornale pisano «L’Avvenire Anarchico»
pubblicava un appello redatto dal ventunenne Mattia Leoni, uno dei pochi
giovani libertari che ancora era presente nel comprensorio apuano, nel quale si
esortavano i residui compagni carraresi a ricominciare in modo deciso la
propaganda del proprio ideale fra la massa popolare:

«Compagni carraresi. Sin dal principio della guerra attuale la


compagine anarchica del versante Apuano si è assai disgregata: questo
fatto devesi alla causa che molti dei compagni hanno dovuto emigrare
per la grande disoccupazione.412 Siamo dunque rimasti pochi. Pochi ma
buoni; e noi superstiti dobbiamo stringerci in fascio e raddoppiare i
nostri sforzi per mantener viva la fiamma del nostro Ideale sulle vette
dei nostri monti.
Tocca a noi, ora che la bufera continua, a riprendere la quasi interrotta
lotta; ricominciare la propaganda fra le masse infiacchite, anche se
intorno a noi turbina la morte e lo sfacelo.
E’ proprio in questi momenti che bisogna agitare la fiaccola nostra, per
illuminare la via insanguinata dall’uomo violento e selvaggio che si
gloria di far vedere al mondo la strage compiuta! Oggi è il momento
propizio per far conoscere ai dormienti, ai codardi e ai rassegnati, a
tutta la falange umana, la sublimità del nostro fiammante ideale.
All’opera compagni!

«Riceviamo con preghiera di pubblicazione


Giovedì 11 corrente si tenne una numerosa riunione nel solito locale per la
ricostituzione del Circolo giovanile anarchico “Germinal”. Molti erano i presenti e
forti e buoni i propositi, inutile descrivere l’entusiasmo e la gioia che provammo nel
constatare che malgrado la situazione i giovani anarchici, gli uomini dell’avvenire,
erano numerosi e compatti al loro posto».
412
Il padre stesso di Mattia, l’anarchico Lorenzo Leoni, nel 1915 era emigrato in
Inghilterra in cerca di occupazione. A Londra lavorò come scalpellino e scultore nel
laboratorio di Nicola Tamburini e Omero Tognozzi, sito al 424 di Fulham Road, per
circa un anno e mezzo. Durante il suo soggiorno londinese, Lorenzo Leoni frequentò
assiduamente i diversi anarchici italiani colà residenti, tra i quali Errico Malatesta ed
Emidio Recchioni (il primo era occupato in un’officina meccanica, il secondo aveva
aperto una bottega di generi alimentari). Verso la metà del 1917, il Leoni rientrò in
Italia per «[…] salvare i [propri] figli dall’infame macello umano». Sul soggiorno
inglese del Leoni cfr.: la Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di
Massa del 2 dicembre 1917 e la Relazione del Prefetto di Massa al Commissario di
P.S. di Carrara del 14 aprile 1918, entrambe in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 49,
fascicolo Processo Leoni; la Lettera di Lorenzo Leoni, scritta a Parigi nel 1954,
pubblicata su Il Cavatore del 1 maggio 1954, a. XVI, n. 4, con il titolo Un anno a
Londra con Malatesta, dalla quale è tratta la precedente citazione.
137
Infiltriamoci nelle file del popolo e gettiamo il nostro seme di
redenzione dovunque: e scuotiamoci!».413

Esattamente tre mesi prima, si era verificato a Carrara un episodio che


mise in allarme le locali autorità tutorie. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, ignoti
scrissero «[…] a grossi caratteri con catrame sui muri di Via Verdi (Palazzo
Binelli) e Via Umberto I […] ed alla posta centrale “Abbasso la guerra,
evviva la rivoluzione”, e sui muri della Caserma Dogali “Morte al Re, soldati
ribellatevi”».414 Tale fatto, secondo le forze dell’ordine «[…] opera di
qualche degenerato incosciente» e che produsse «[…] nella cittadinanza
sincera indignazione»,415 preoccupò alquanto il Prefetto di Massa che
cominciò a tempestare il Commissario di Carrara con una serie di «Riservate»
nelle quali lo si invitava ad aumentare la vigilanza sui sovversivi che ancora
risiedevano nel territorio comunale, allo scopo di svelare le presunte «mene
rivoluzionarie» di costoro.416
Il Commissario di P.S. pur rassicurando costantemente il Prefetto
sull’improbabilità di un eventuale «moto rivoluzionario», stante la precaria
situazione dei «[…] più noti sovversivi i quali, nella quasi totalità, e pel

Mattia Leoni, Picconate carraresi. Appello, in L’Avvenire Anarchico dell’8 giugno


1917, a. VIII, n. 23. Il 3 e 4 giugno del 1917, a Firenze, Mattia Leoni aveva
partecipato ad una riunione clandestina dell’U.S.I., alla quale intervennero una
trentina di persone, in cui vennero presi in esame, tra le altre cose, i «[…] mezzi più
atti a preparare la rivoluzione, quali sarebbero la stampa, la propaganda spicciola in
qualsiasi tempo ed ovunque si presentasse l’occasione propizia, specialmente tra le
donne ed i soldati» (Riservata del Prefetto di Massa al Commissario di P.S. di Carrara
del 14 giugno 1917, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52). Sul periodico pisano
«L’Avvenire Anarchico» cfr. L.BETTINI, Bibliografia dell’anarchismo, vol. I, tomo
1, “Periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana pubblicati in Italia (1872-
1971)”, Firenze, Ed. CP, 1972, pp. 233-235.
Fonogramma del Comandante delle Guardie di Città al Commissario di P.S. di
Carrara dell’8 marzo 1917, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 44.
Ibid. Lo stesso Comandante delle Guardie di Città, in una Nota del 9 marzo, rilevò che
in risposta alle suaccennate iscrizioni, nella notte tra l’8 e il 9, «[…] ad opera di un buon
patriota a firma di un preteso mutilato, è stato affisso un manifesto scritto a parole cubitali,
in una colonna del palazzo delle poste […]», il quale testualmente recitava: «In risposta a
chi scrisse su questo muro col carattere e con la vigliaccheria (soldati disertate) io dico
soldati fate più del vostro dovere per la salvezza delle nostre case e famiglie e per la
Patria» (in ASM, ibid.).
Cfr., a titolo di esempio, la Riservata del Prefetto al Commissario del 14 marzo
1917, in ASM, ibid., e quella già citata del 14 giugno 1917, la quale si chiudeva con
le seguenti parole: «[…] non bisogna troppo illudersi e cullarsi per la tranquillità che
attualmente qui regna, e che, come più volte dissi, è più apparente che reale, e
nasconde insidie, ragione per cui torno a raccomandare la massima vigilanza sul conto
di tutti i sovversivi, curando specialmente di seguirne le mosse. […]» (in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 52).
138
servizio militare e per lavoro, [erano] assenti da Carrara»,417 non di meno era
costretto a riferire che, su informazioni pervenute dal Delegato di P.S. di
Sarzana, «[…] verso la Magra vi sarebbero molti disertori, taluni dei quali
muniti di foglio di riforma di altri compagni per eludere le ricerche […]».418
In effetti, il fenomeno delle diserzioni, anche se non assunse un carattere
rilevante, era presente nel comprensorio apuano, e rappresentò una delle
forme individuali in cui s’estrinsecò la cosiddetta «guerra alla guerra» di
alcuni militanti sovversivi locali.419 E’ necessario precisare, inoltre, che le
forze dell’ordine dovettero spesso registrare l’alto grado di ospitalità concesso
dalle diverse comunità locali ai propri appartenenti rei di diserzione, il che
creava notevoli preoccupazioni ai funzionari dell’autorità tutoria,
specialmente nel caso in cui occorreva procedere all’arresto in tali
condizioni.420
Emblematico, in questo senso, è l’episodio verificatosi nella frazione di
Ripa (Seravezza) il 25 febbraio del 1917. Verso le ore 12, alcuni carabinieri in
borghese della stazione di Massa tentarono di trarre in arresto il disertore
Giuseppe Lazzini,421 all’epoca caporal maggiore del 21° fanteria, il quale
riuscì a fuggire, dopo un conflitto a fuoco, grazie soprattutto all’intervento di
molte persone del luogo che cominciarono un fitto lancio di sassi all’indirizzo

Rapporto del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 17 maggio


1917, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52.
Ibid.
Su tale questione cfr. le osservazioni di L.GESTRI in Il movimento operaio e
socialista nella «Regione» apuoversiliese (1871-1922), cit., pp. 117 e ss. Per una
valutazione a livello nazionale del fenomeno delle diserzioni cfr. E.FORCELLA –
A.MONTICONE, Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale,
Bari, Laterza, 1998.
Cfr. L.GESTRI, ibid., p. 118.
Giuseppe Lazzini era un noto militante sindacalista di Massa, iscritto alla Lega
Lizzatori di Ortola aderente alla C.d.L. di Carrara e Provincia (cfr. il Manifesto della
C.d.L. del 13 novembre 1920 che invitava «tutte le organizzazioni, tutti i parenti,
amici e conoscenti a prender parte al trasporto [funebre]» di Giuseppe Lazzini detto
Ricciolino, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 54 sovversivi deceduti,
fascicolo Lazzini Giuseppe di Luigi). In una Nota delle guardie di città di Massa
all’Ufficio di P.S. del 20 maggio 1915, Giuseppe Lazzini veniva segnalato come
anarchico, «[…] di cattiva condotta morale e politica egli è stato condannato per furto
e per oltraggio e per ubriachezza, dedito al vino, al giuoco, ozioso vagabondo» (in
ASM, ibid.). Il Lazzini, già impegnato in precedenza in varie operazioni di guerra -
durante le quali si mostrò, per ammissione dei suoi superiori, «svelto ed intelligente
[…] il migliore dei graduati della compagnia, […] aveva molto ascendente verso gli
inferiori per la generosità del suo animo e […] si esponeva a pericoli e si sacrificava
pei suoi compagni nei servizi più pericolosi» (Sentenza n. 153 del Tribunale di Guerra
di Spezia del 16 luglio 1917, in ASM, ibid.) - , verso la fine del 1916 si trovava in
licenza nel suo paese. Il 23 dicembre 1916 avrebbe dovuto nuovamente raggiungere il
proprio reparto al fronte, ma si diede alla latitanza.
139
dei suddetti militari dell’Arma.422 Il Prefetto di Massa, due giorni dopo, in
una relazione indirizzata al Ministero dell’Interno, formulava una serie di
rilievi al Capo della pubblica sicurezza della Provincia, coi quali addossava
l’intera responsabilità per l’accaduto all’imperizia e avventatezza delle locali
forze dell’ordine:

«I° Inopportunità dell’ora scelta per l’arresto: ore 12 di giorno festivo,


vale a dire momento in cui tutti sono in casa, uomini e donne.
2° I Carabinieri dovevano sapere che la frazione Ripa è il centro dei
ribelli e dà il contingente massimo di affiliati ai partiti sovversivi, e di
conseguenza le precauzioni per addivenire all’arresto, dovevano essere
maggiori.
3° Insufficienza di mezzi per eseguire l’operazione nell’ora indicata,
nella località conosciuta, nel giorno festivo, e per un individuo recidivo
in diserzione (il primo dicembre 1916 era stato arrestato dalle Guardie
di Città di Massa per diserzione).423
4° Inopportunità degli spari per parte dell’Arma, quando l’arrestato era
già in fuga. Se disgraziatamente il soldato fosse stato colpito, oggi
avressimo [sic] la rivoluzione in Provincia, o per lo meno gravi e
deplorevoli tumulti, che nelle presenti circostanze si devono evitare, per
non creare imbarazzi nell’interno del Ministero, e per non dar modo
all’estero di fare apprezzamenti dannosi alla Nazione nostra.
5° Mancanza assoluta di tatto generico in operazione di Polizia
Giudiziaria, in quanto che, data la conosciuta forza, sveltezza ed
audacia dell’arrestando, e tutte le specifiche ragioni suesposte,
dovevano prendersi oltre alle altre misure, anche quelle, diciamo così

Cfr. il Rapporto del Comando dei RR.CC. di Massa al Prefetto del 25 febbraio
1917, in ASM, ibid. I carabinieri procedettero quindi all’arresto di 16 persone, fra cui
donne, per violenza e resistenza, delle quali dieci furono assolte «per non provata
reità», tre «per non aver preso parte al fatto», mentre i restanti tre vennero condannati
a pene variabili dai 3 mesi e 10 giorni ad un mese di reclusione, con sentenza emessa
dal Tribunale di Guerra di Spezia il 26 aprile 1917 (cfr. il Rapporto del Maggiore dei
RR.CC. di Massa al Prefetto del 10 maggio 1917, in ASM, ibid.). Dopo l’episodio del
febbraio, il Lazzini si costituiva spontaneamente il 24 marzo del 1917. Il 16 luglio
1917, il Tribunale Militare di Guerra della P.M. di Spezia dichiarò il «Lazzini
Giuseppe responsabile del solo reato di diserzione che gli viene addebitato» e lo
condannò «alla pena di anni tre di reclusione militare con la rimozione del grado». Il
luglio, l’esecuzione della condanna venne sospesa «in base al Decreto
Luogotenenziale 4 febbraio 1917 n. 187» (Sentenza del TGdS cit., in ASM, ibid.). Il
luglio, il Prefetto informava il Ministero dell’Interno che il Lazzini si trovava a
Massa «in licenza di convalescenza per una grave malattia sofferta in carcere»
(Rapporto del Prefetto al M.ero dell’Interno del 30-7-1917, in ASM, ibid.).
Il procedimento per questa diserzione era stato sospeso ed il Lazzini rimesso in
libertà, munito di foglio di viaggio dal Comando di Massa per raggiungere, appunto il
dicembre 1916, il 21° Regg.to Fant. mobilitato (cfr. la Sentenza del TGdS cit.).
140
strategiche, essenziali in servizi di tale specie, atte a precludere la via
dello scampo all’arrestando.
6° Il momento critico che specialmente si attraversa in questa
Provincia, doveva far rimandare ad altra ora e di notte, sorvegliando nel
frattempo le mosse del disertore, (cosa facile), l’operazione, per cui chi
ha emanato l’ordine dimostrò poco senso pratico.
7° L’avviso al Prefetto di avere autorizzato i Carabinieri a vestire in
borghese fu dato con lettera in data 26, giunta il 27, mentre il fatto
avvenne il 25. […]».424

Oltre che sull’indispensabile ospitalità data dalle comunità locali del


comprensorio apuano, i disertori più noti nell’ambiente sovversivo potevano
contare anche sull’aiuto finanziario fornito loro dal Comitato di azione
anarchica internazionalista, il quale, fondato nell’agosto del 1916 durante i
lavori di un Convegno anarchico nazionale clandestino tenutosi nei pressi di
Ravenna,425 nel corso del 1917 al precipuo compito di «rappresentanza della
collettività [libertaria], nelle circostanze in cui gli anarchici debbono parlare ai
compagni, agli avversari, ai nemici su la questione della guerra e
dell’Internazionale»,426 abbinò quello del soccorso alle cosiddette vittime
politiche e ai disertori caduti nelle maglie della “giustizia” militare.427
L’azione di sostegno ai disertori anarchici svolta da questa organizzazione,
s’estrinsecò localmente durante l’«affare Leoni», che risultò essere uno dei
più eclatanti episodi di rifiuto della guerra, politicamente motivato,
verificatosi nel territorio carrarese.
Nella notte fra il 20 e il 21 novembre del 1917, i carabinieri sorpresero e
trassero in arresto, dopo un conflitto a fuoco, tre disertori asserragliati in una
capanna della montagna carrarese, sita in località Carbonera «a cinque ore di
cammino sopra Bedizzano».428 I tre risultarono essere: Corrado Muti,
Domenico Pisani e Giuseppe Storti vulgo Rolando, quest’ultimo anarchico già
noto alle forze dell’ordine dato che, prima dello scoppio del conflitto bellico,
faceva parte del Circolo giovanile “Germinal” di Carrara ed era stato inserito
in due successivi elenchi di «anarchici pericolosi capaci di un’azione contro

424
Riservata del Prefetto di Massa al M.ero dell’Interno del 27 febbraio 1917, in
ASM, ibid.
425
Su tale Convegno clandestino, in cui era presente, tra le altre, anche una
delegazione di Carrara, cfr. G.SACCHETTI, op. cit., pp. 91-92.
G.SACCHETTI, op. cit., p. 92.
«Il Comitato era composto da Temistocle Monticelli, Pasquale Binazzi e Torquato
Gobbi, tutti successivamente arrestati ed inviati al confino, da Gregorio Benvenuti, poi
deceduto, e da Virgilio Mazzoni»: G.SACCHETTI, ibid.
Riservata del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 2 dicembre
1917, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 49. Nella sezione fotografica del presente
lavoro viene riprodotta una foto che raffigura le cave di Carbonera.
141
l’ordine pubblico», compilati dall’autorità tutoria rispettivamente nei mesi di
maggio del 1915 e del 1917.429
Perquisita la capanna dai militari dell’Arma, vennero rinvenuti, insieme ad
altre carte, due manoscritti di pugno del Lorenzo Leoni: una lettera indirizzata
ai figli Mattia e Leonida Leoni, anch’essi disertori, ed il testo per un volantino
contro la guerra ed incitante alla ribellione.430 Quest’ultimo, firmato «Un
Anarchico» e datato «Carrara, 13 ottobre 1917», recava la dicitura «Come
dovrebbe essere un appello al popolo degli anarchici e dei socialisti» con a
fianco il nome «E. Malatesta», e testualmente recitava:

«Ai lavoratori del mondo, ai socialisti delle officine, ai combattenti, alle


donne!
Compagni di lotta e di lavoro
La guerra lunga e maledetta ci ha scagliati qua sulle montagne come
banditi dal mondo, dall’intera società! Come su tutte le altre montagne
anche qui vanno raminghi coloro che disertarono le file degli eserciti in
cerca di lavoro e di pane, ribelli alle grinfie del militarismo!
Anch’io son fra costoro, fuggito dalle maledette caserme e ricoverato
sui vostri bianchi pendii, tra il vostro marmo macchiato di sangue!
Abbiamo sfuggito la guerra per combatterne un’altra più bella: quella
dell’insidia dei monturati Italiani che la patria matrigna ci mette alle
calcagna. E’ perché siamo rivoluzionari che disertiamo l’esercito, è
perché siamo figli della Carrara del ’94 che abbiamo abbandonato la
zona fratricida, come esempio alla massa dei militari che
vigliaccamente continua ad uccidere e a farsi uccidere.
Questa vecchia sanguinaria che è l’Europa continua impunemente a
macchiarsi di sangue, senza che i popoli abbiano ancora osato di
scuotersi, di alzare la fronte, di gettare i fucili o di rivolgere i cannoni.
La diserzione è però incominciata e a migliaia si contano i giovani che
gremiscono i monti e le campagne, a migliaia coloro che gremiscono le
galere, e a migliaia i fucilati!
Sì, a migliaia i fucilati che chiedono vendetta e i giudicati che aspettano
s’apran loro le porte per innalzare sulle piazze quei baluardi eroici e
sacri che chiamansi: Barricate! Da tre anni l’ululo dei morenti dalle
membra rotte, arsi dalla sete, dissanguati dalle baionette, giunge al
nostro orecchio insensibile fin’ora; da più di tre anni è il pianto delle
madri e dei figli che invocano il padre, ed ancora queste grida di fratelli
non ci hanno commosso né scosso. Ma bisogna che ci prepariamo, o
compagni di sventura; sì, dobbiamo prepararci perché il giorno
s’avvicina, il giorno della riscossa!

429
Cfr. l’Elenco del 28 maggio 1915, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69, e
l’Elenco, già citato nel capitolo II del presente lavoro, del 23 maggio 1917, in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 49.
Cfr. la Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 24
novembre 1917, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 49.
142
Bisogna stringerci in fascio con la costanza e il sacrificio, col coraggio
e la fede arredarsi al gran cimento!
E’ la rivoluzione che deve liberarci, o compagni! Questa guerra
tremenda scatenata dai varii Crispi d’Europa deve terminare con la
sommossa dei popoli ormai stanchi ed affamati da questo stato di cose.
Tre inverni trascorsi in trincea dalla migliore gioventù, dal fiore
dell’umanità! E’ già troppo lungo il martirio delle folle cenciose che
perdono i figli e che chiedono pane; già troppe sono le madri rese pazze
di dolore; troppi i mutilati ed i morti!
Ma noi dobbiamo gettare il dardo, la sfida; è dai nostri petti che deve
sorgere il basta forte e potente, come principio dell’uragano finale!
Agitiamoci ed incitiamo i popoli a rompere una buona volta le
tremende catene che lo avvincono; gettiamo le parole d’ordine: è ora di
finirla! Madri vestite a lutto scendete sulle piazze, coi figli scalzi e
macilenti! O donne che perdeste i sostegni della vostra esistenza, giù,
giù con noi nelle vie della città, sputate in faccia a chi vi tolse il
compagno ed il figlio! Fanciulle impaurite dallo sparire del sesso forte,
gridate con noi il basta formidabile, innalziamo assieme le barricate
sante per la vendetta, gli sguardi lontani dei caduti ce lo impongono: è
la giustizia che deve suonare!
All’armi, all’armi o compagne, o compagni, o popolo tutto del mondo!
Sì, all’armi per vendicare l’onta fattaci subire dai sanguinari coronati!
Officine fermatevi, non più cannoni, né fucili, né altri ordigni; foggiate
armi per la nostra battaglia!
Uomini del fronte, indietro, indietro coi cannoni e col moschetto,
ravvedetevi della vostra viltà!».431

La presenza del nome di Errico Malatesta su tale manoscritto, ci induce a


pensare che il contenuto e la forma di quest’appello al popolo incitante alla
rivolta fosse stato suggerito al Leoni proprio dal suddetto anarchico campano,
il quale si trovava, sin dal 1914, a Londra in esilio. Come si è già
accennato,432 Lorenzo Leoni era da pochi mesi rientrato in Italia, «[…] per
salvare i [propri] figli dall’infame macello umano»,433 dall’Inghilterra, ove si
era recato nel 1915 in cerca di lavoro. Durante il suo soggiorno a Londra, il
Leoni ebbe modo di frequentare assiduamente il Malatesta, ogni «[…] sabato
dopo pranzo e la domenica», presso la «[…] bottega del […] caro compagno
Recchioni».434 «Con Errico – affermò il Leoni in una lettera scritta a Parigi
431
Copia del Manoscritto di pugno del Lorenzo Leoni rinvenuto nella suddetta
capanna, in ASM, ibid.
Cfr. la nota 39 di questo paragrafo.
Lettera di Leoni Lorenzo, datata Parigi 1954, cit.
Ibid. Emidio Recchioni, secondo il Leoni, «era a Londra – giuntovi verso la fine
del 1899 – in esilio per avere, come sottocapo stazione di Rimini, impedito la
partenza delle povere reclute italiane al macello eritreo». Su Emidio Recchioni, che
«fu come un fratello» per Malatesta, cfr. E.MALATESTA, Scritti scelti, a cura di G.
Berneri e C. Zaccaria, Napoli, ed. RL, 1954, p. 171 n.
143
nel 1954 per il giornale “Il Cavatore” – passavamo sempre a Londra delle ore
bellissime, si usciva spesso e gli piaceva spiegarmi tante cose che ancora non
conoscevo. […] Poi più volte insieme visitavamo alcuni musei di scultura e
storia naturale».435
Durante la prima metà del 1917, il Leoni decise di rientrare in Italia,
spiegandone i motivi a Malatesta che gli rispose: «Aspetta qualche giorno, e
partiremo insieme».436 Infatti, sin dal 1916,437 l’anziano anarchico aveva
fatto formale richiesta al consolato italiano a Londra per ottenere il
passaporto, ed anche se le autorità italiane si ostinavano a negarglielo, dato
che non gradivano un suo ritorno in patria, non di meno Malatesta
perseverava nella richiesta, saggiando nel contempo anche altre vie – illegali –
per cercare di lasciare l’Inghilterra ed approdare in Italia.438 Dunque, in quel
periodo, gli incontri tra Leoni e Malatesta si infittirono:

«[…] il compagno Recchioni ci invitò a cena, io ed Errico si andò da


Recchioni entusiasti di passare un buon momento fra noi. […] Finita
la cenetta, io ed Errico scendemmo assieme le scale e per le vie di
Londra tante altre cosette rimasero fra noi due [N.d.A.: il corsivo è
mio]».439

Dopo alcuni giorni, il Leoni si incontrò nuovamente col Malatesta «per


definire la nostra partenza», ma l’anarchico campano «non potè seguirmi»,
sicché l’apuano rientrò in Italia da solo.440
Ora, è assai probabile che Malatesta, vistosi impossibilitato a lasciare, per
il momento, l’Inghilterra, affidasse al Leoni degli appunti contenenti proprio
la traccia per l’elaborazione del suddetto «appello al popolo degli anarchici e
dei socialisti», il quale, una volta composto e trascritto, doveva, nelle
intenzioni, essere stampato e diffuso clandestinamente sia fra le masse

Lettera cit.
Ibid.
L.FABBRI, La vida de Malatesta, Barcellona 1936, p. 173: «En el mismo año
1916, Malatesta pidìo al consulado italiano en Londres el pasaporte para volver a
Italia». E la data del 1916 è confermata dallo stesso Malatesta nel suo discorso nella
Corte d’Assise di Milano il 27-7-1921, cfr. E.MALATESTA, Scritti, Ginevra-
Bruxelles 1934, vol. II, p. 298.
Borghi afferma che nel corso del 1917, all’«inizio della primavera», pubblicò «uno
scambio di lettere tra me e Malatesta nelle quali è già cenno di un suo ritorno in Italia.
[…] Ed ecco che [la polizia italiana] è ripresa dal tremore della sua presenza»: l’11
aprile 1917, il Questore di Ancona inviava ai locali Uffici di P.S. e Comandi dei
RR.CC. una Riservata Urgentissima, nella quale si diceva che in quei giorni circolava
«[…] vagamente la voce della presenza in Ancona del noto anarchico Errico
Malatesta». Cfr. A.BORGHI, Errico Malatesta, Catania, Ed. Anarchismo, 1978
[ristampa], p. 264.
Lettera di Leoni Lorenzo cit.
Cfr. ibid.
144
lavoratrici della regione apuana e del comprensorio spezzino, sia fra quelle di
altre provincie d’Italia. Quindi, basandosi su queste “indicazioni” malatestiane
– mostrategli dal padre nel frattempo tornato a Carrara –, fu verosimilmente
Mattia che elaborò l’appello, il quale venne poi trascritto da Lorenzo Leoni
quando i figli si allontanarono dalla città per evitare di essere inviati al
fronte.441
Il secondo manoscritto sequestrato dai carabinieri nella capanna, come si è
detto, era una lettera del Leoni, firmata «tuo Satana» e datata «Carrara, lì 12
novembre 1917», indirizzata ai propri figli Mattia e Leonida, allora disertori,
che così recitava:

«Cari figli,
Vi rimetto un paio di scarpette, accompagnate da un biglietto che dice
come debbono essere accomodate.
In quanto alla situazione europea, in merito all’infame macello, le cose
vanno ancor più nel mistero e nel caso di un rovescio generale. In
Russia va bene per il nostro ideale. Lenin, capo del Governo metterà
tutto a posto, i traditori di quella rivoluzione saranno puniti come lo
meritano. La Russia farà quanto prima la pace separata. I Russi daranno
ai Tedeschi un milione e mezzo di uomini giovani, fra Austriaci e
Tedeschi, i quali tutti si riverseranno sul nostro fronte e quello francese.
L’Italia avrà quanto prima il premio che si merita. Una nuova
rivoluzione sta per avvenire, ed avverrà a qualunque costo. Non vi
muovete, sempre fermi ed all’erta e sarete salvi. Tanti si sono costituiti;
ma questi, non sono che incoscienti. Due sono i casi: disertori comuni e
disertori politici. Per me coloro che si costituiscono sono disertori
comuni e non hanno per noi nessun valore.
Costituirsi ora vuol dire andare a morire, ed io non potrei mai dividere
con voi questa opinione. Ora è venuto il momento più denso, e voi
dovete essere più tenaci e più forti.
A noi Mattia. Ieri, Recchioni da Londra mi scrive di passare a Borghi
quell’affare che tu sai. Io non sono di quel parere e non credo sia giusto
fare a quel modo. Intanto ti prego preparare tu una lettera per Borghi
facendogli conoscere che ciò che viene da Londra deve essere a
disposizione di voialtri, come fu chiesto da tuo padre. E’ una meschina
figura che mi farebbero fare a me i compagni di Londra, mentre tutto
venne chiesto per voi e tutto io feci per voi e non per altri. Queste cose
che restino fra di noi.

Per una sommaria verifica di questa ipotesi, si confronti la prosa dell’«appello al


popolo degli anarchici e dei socialisti» con quella dell’«Appello» di Mattia Leoni ai
compagni carraresi, apparso su L’Avvenire Anarchico dell’8 giugno 1917 ed
anch’esso già riprodotto nel presente lavoro.
145
Sull’Avvenire vedrai un articoletto mio diretto al Comm.io di P.S. di
Carrara in merito ai continui soprusi dei suoi dipendenti. 442 Appena
arrivati i giornali alla Libreria, furono subito sequestrati da un ufficiale
di costì. Più tardi Ridon443 venne chiamato in questura dal
Commissario il quale voleva sapere chi scrisse quell’articolo; ma il
nostro Ridon non fece parole di sorta.
Il frateletto di Adolfo Viti,444 fu pure ieri portato in questura, e poi
subito rilasciato, perché nel leggere uno di quei sciocchi manifesti
murali e polizieschi, si era messo a ridere. Un passante che gli era
vicino fece la spia. Si darà il caso che io stesso sia chiamato, poiché il

442
Lorenzo Leoni si riferisce all’articolo intitolato «Al Commissario di P.S. di
Carrara» e firmato «Gli Anarchici Carraresi», apparso su L’Avvenire Anarchico del 9
novembre 1917, a. VIII, n. 45, che testualmente affermava:
«A creare lo stato delle cose ancor più doloroso, concorrono già da vario tempo
un’infinità di maschere locali, sempre – si capisce – protette da chi dovrebbe tutelare
l’ordine pubblico e da chi dovrebbe dare al nostro popolo, lavoro, pane e rispetto.
La vita dei liberi cittadini è continuamente turbata e calunniata da un branco di
vagabondi e di imboscati, che con ogni loro deplorevole mezzo attentano alla
sicurezza ed alla vita di chi non la pensa e non ha la testa come loro stessi. Vanno
continuamente in questura, con una storia o con l’altra e sempre a base di nefande
bugie a carico e danno di chi soffre e paga più di loro la tassa del sangue, sulle divelte
montagne dell’Isonzo e sul Tagliamento.
La polizia arresta a casaccio chi le viene indicato, senza pensare se gli arrestati sono
veramente rei, oppure se le spie hanno detto false parole e nefande calunnie contro i
nostri compagni ed i nostri amici.
Al Commissario di P.S. cav. Barcucci diciamo che è ora di provvedere a queste
sconce bassezze di una ciurma di barristi imboscati, se vuole che non avvengano cose
di cui, egli stesso, dovrebbe poi rispondere.
Noi, non abbiamo altre parole da aggiungere, se non che, dichiararsi sempre quali
fummo, liberi di pensarla a modo nostro, senza mai venir meno alle nostre idee ed ai
nostri principii di fede e di libertà».
Altidoro Evangelisti, vulgo Ridon.
Renato Viti, fratello di Adolfo, fu, per il fatto accennato nella lettera, denunciato
dall’Ufficio di P.S. di Carrara «pel reato di cui all’art. 1 del D.L. 4 ottobre ult. [1917]
n. 1561» (Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto del 24-11-1917,
cit.). Il D.L. del 4 ottobre 1917, era stato emanato per reprimere il disfattismo. L’art. 1
diceva: «Chiunque con qualsiasi mezzo commette o istiga a commettere un fatto, che
può deprimere lo spirito pubblico o altrimenti diminuire la resistenza del paese o recar
pregiudizio agli interessi connessi con la guerra e con la situazione interna od
internazionale dello Stato, quando tal fatto non costituisca altro reato previsto e
represso dalla legge, sarà punito con la reclusione sino a cinque anni e con la multa
sino a lire 5.000. […]». Su tale decreto e per il duro giudizio, sia giuridico che morale,
su di esso di un insigne giurista, espresso durante la guerra, cfr. E.FORCELLA –
A.MONTICONE, op. cit., p. LXXXVII. Adolfo Viti, allora «giovane di farmacia»,
nel 1919 verrà nominato segretario del ricostituito Circolo giovanile anarchico
“Germinal” di Carrara (cfr. il Prospetto statistico di detto Circolo del 23 giugno 1919,
in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13).
146
Commissario disse a Ridon: «L’avrà scritto il Leoni che ancora non gli
abbiamo potuto arrestare quei due mascalzoni dei suoi figlioli». Aspetto
questa chiamata, ma io saprò ben rispondergli.
Mi raccomando, state attenti. Rispondimi, a Pisani445 ed a Colombi i
miei saluti. Dalla mamma e dalla Rosa e da me tante cose».446

In questa corrispondenza, si accenna, tra le altre cose, ad una lettera


pervenuta al Leoni da parte di Recchioni, nella quale si chiedeva «di passare a
Borghi quell’affare», mentre l’anarchico apuano era convinto che «ciò che
viene da Londra» dovesse rimanere a disposizione «di voialtri», cioè dei figli
Mattia e Leonida e degli altri disertori anarchici del comprensorio carrarese.
Per le locali autorità tutorie, «quell’affare» proveniente da Londra si riferiva o
alla questione relativa alla stesura e «[…] pubblicazione del manifesto
proclama»447 già menzionato, o ad una somma di denaro a favore dei disertori
che era stata spedita in Italia dallo stesso Recchioni nell’ottobre del 1917.448
Il 23 novembre 1917, due giorni dopo l’arresto dei tre summenzionati
disertori, Mattia Leoni si costituiva spontaneamente ai carabinieri di Carrara.
Quindi, il padre Lorenzo, vista la gravità della situazione, promise «[…] al
Maresciallo Comandante la Stazione [dei RR.CC.] di Carrara di far costituire
anche il figlio Leonida»,449 evitando in tal modo che le forze dell’ordine

Domenico Pisani, uno dei tre disertori arrestati dai carabinieri nella notte fra il 20 e il 21
novembre del 1917.
Copia della Lettera di Lorenzo Leoni ai figli Mattia e Leonida, in ASM, Comm.
P.S. Carrara, busta 49, parzialmente riprodotta in L.GESTRI, Il movimento operaio e
socialista nella «Regione» apuoversiliese cit., p. 127.
Relazione cit. del 24 novembre 1917.
Cfr. la Riservata del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 2
dicembre 1917, cit. Il Prefetto di Massa informava il Commissario di Carrara, con una
Riservata datata 18 gennaio 1918 (in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 49), che il
funzionario di P.S. addetto al Consolato italiano in Londra aveva riferito al Ministro
dell’Interno, in un rapporto del 13 dicembre 1917, che «Recchioni, nel mese di
Ottobre, fu chiamato dall’Ufficio di Polizia [di Londra] e messo a confronto con le
Autorità Militari [inglesi] che lo volevano espellere per avere rimesso all’estero
alcune somme di denaro (?). Il denaro era stato inviato in Italia. Pare che Recchioni
provasse che il denaro era stato inviato in Italia per pagare commestibili. Infatti
Recchioni commercia in commestibili, e durante la guerra ha guadagnato moltissimo.
So che la locale polizia lo sorveglia attentamente». Nonostante ciò, il suddetto
funzionario di P.S. del Consolato italiano a Londra, nel dicembre del 1917 segnalava
al Ministero dell’Interno che «Recchioni, dal principio della guerra, ha guadagnato
(vendendo generi alimentari) circa lit. 2000 all’anno, e si può, quindi, permettere il
lusso di inviare denari nel Regno per la propaganda contro la guerra, per favorire la
diserzione di richiamati alle armi, aiutato anche dai compagni di fede» (riprodotta
nella già citata Riservata del Prefetto di Massa al Commissario di Carrara del 18
gennaio 1918).
Riservata cit. del 2 dicembre 1917.
147
procedessero immediatamente alla perquisizione della propria casa.
Sorprendentemente, l’autorità tutoria lasciò libertà d’azione al Leoni per
alcuni giorni, fidandosi dell’accordo fatto, il che consentì all’anarchico
apuano di recarsi, il 28 novembre, a Pisa,450 dove sicuramente si incontrò con
Virgilio Mazzoni, il redattore del locale periodico «L’Avvenire Anarchico»,
al quale poté riferire circa gli ultimi avvenimenti, consegnandogli,
probabilmente, anche alcuni documenti che si voleva evitare cadessero nelle
mani della polizia.451
Non essendosi costituito il secondo figlio del Leoni Lorenzo, ed accortisi
che la promessa fatta da quest’ultimo si era rivelata un espediente per
guadagnare tempo, gli agenti di P.S. e i carabinieri di Carrara procedettero, il
29 novembre, alle perquisizioni dell’abitazione del Leoni, di quella della
fidanzata del figlio Leonida e della sede della C.d.L. in via Grazzano, che
diedero un esito negativo.452
Successivamente, Lorenzo Leoni venne arrestato «per favoreggiamento ed
istigazione alla diserzione», su decisione dell’avvocato militare presso il
Tribunale di Guerra di Spezia, e condotto nelle carceri militari di Spezia, ove
già si trovavano il figlio Mattia e gli altri tre anarchici Pisani, Muti e Storti.
Nel corso del 1918, anche Leonida Leoni venne arrestato, probabilmente
sulle montagne dell’Appennino Tosco-Emiliano, e rinchiuso nelle carceri
militari del Farneto, in provincia di Bologna.453
A questo punto, cominciarono ad arrivare a Carrara una serie di aiuti
finanziari a favore dei detenuti e delle loro rispettive famiglie, provenienti da
vari centri italiani a mezzo, soprattutto, di Virgilio Mazzoni di Pisa 454 e
Temistocle Monticelli di Roma, che facevano parte, assieme ad altri tre
compagni, del già ricordato Comitato di azione anarchica internazionalista.
Naturalmente, i diversi vaglia postali diretti sia alla moglie di Lorenzo Leoni,
Giulia Binelli, sia a Mattia e a suo padre presso il carcere militare di Spezia,
venivano diligentemente registrati dalle locali autorità tutorie, le quali

Ibid. Il Commissario di P.S. di Carrara riferiva al Prefetto di Massa che il Questore di


Pisa sospettava che «[…] il Leoni fosse andato colà per trattare con la tipografia del
giornale “L’Avvenire Anarchico” la stampa del noto manifesto rivoluzionario […]»
(ibid.).
Tra i quali anche gli appunti originali malatestiani per il sullodato «appello al
popolo degli anarchici e dei socialisti»?
Cfr. Riservata cit. del 2 dicembre 1917.
Nell’aprile e nel maggio del 1918, Leonida Leoni si trovava nelle suddette carceri
militari, come risulta da una lettera firmata «Lorenzo e Argentina Leoni» inviata alla
famiglia di Diego Guadagnini di Imola (un disertore anarchico anch’egli recluso, sin dal
novembre 1917, nelle carceri del Farneto, ove conobbe Leonida), e recante la data del 7
settembre 1918, la quale si trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 49.
Su Virgilio Mazzoni cfr. F.ANDREUCCI-T.DETTI, op. cit., vol. III, ad nomen
(voce curata da A.MARIANELLI).
148
indagavano su qualsiasi episodio che riguardasse la famiglia e sorvegliavano
ogni conoscente dei detenuti.
Ai primi di giugno del 1918, il Commissario di P.S. di Carrara inviava al
Questore di Pisa una richiesta di informazioni su Virgilio Mazzoni, dato che
era stato da poco intercettato un vaglia postale di lire venti, spedito dal
suddetto anarchico toscano, indirizzato alla moglie di Lorenzo Leoni, sul
quale, nella parte riservata alla corrispondenza, vi era scritto:

«Carissima Signora. Non so se la moglie del Pardini455 le ha più


consegnato le lire 25 che già le inviai per lei; ma comunque le mando
anche queste lire 20 ch’Ella vorrà gradire per mio conto. Voglia darmi
notizie, accusandomene ricevuta, di Mattia e Lorenzo, ai quali ho pure
spedito lire 25 e non ho ricevuto alcuna risposta. Ma che ci avete,
riunione dei succhioni? In attesa di sue grate notizie la saluto
caramente. Coraggio! Dev.e suo Mazzoni. Casella Postale n. 62
Pisa».456

Il Questore pisano rispondeva immediatamente al collega carrarese che il


Mazzoni

«[…] nella sua qualità di direttore del locale periodico “L’Avvenire


Anarchico”, ha da qualche tempo aperta su detto giornale una
sottoscrizione a favore dei compagni carcerati ed internati e delle loro
famiglie. Detta sottoscrizione, che è permanentemente aperta, ha
fruttato finora una discreta somma, con la quale vengono man mano
sussidiate le persone suaccennate, fra le quali è stata compresa anche la
famiglia dell’anarchico Leoni Lorenzo e di suo figlio Mattia, detenuti
nelle carceri militari di Spezia».457

Il mese successivo, Giulia Binelli riceveva un vaglia postale di lire 10,


questa volta da parte di Temistocle Monticelli, sul quale era scritto:

«Stim. Leoni Giulia. Ho ricevuto la sua del 10 luglio e la ringrazio delle


buone parole che ha avuto per me. Contemporaneamente alla presente
spedisco altro vaglia di lire 10 a Lorenzo. Desidererei sapere se Mattia
è libero attualmente, come mi sembra di aver capito nella sua cartolina.

Si tratta dell’anarchico carrarese, più volte menzionato in questo lavoro, Armando


Pardini che all’epoca si trovava sotto le armi, soldato del 25° Fanteria a Piacenza (cfr.
l’Elenco dei sovversivi ritenuti maggiormente pericolosi del 7 gennaio 1918, in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 49).
Richiesta d’informazioni del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Pisa del 3
giugno 1918, in ASM, ibid.
Riservata del Questore di Pisa al Commissario di P.S. di Carrara del 4 giugno 1918,
in ASM, ibid.
149
Degli avvocati ai quali mi sono rivolto, Pescetti458 non risponde e Rossi
di Genova mi ha detto che ha troppi impegni. Ne conosce qualche altro
lei? Mi risponda e saluti. Monticelli».459

Il 19 luglio, la Questura di Pisa informava il Commissariato di Carrara


dell’esito delle indagini svolte dall’autorità tutoria di Roma, dalle quali
risultava che «[…] l’anarchico Monticelli Temistocle […] [era] incaricato di
raccogliere denaro fra i correligionari politici della capitale a favore dei
compagni carcerati ed internati, e delle loro famiglie».460
Infine, verso la metà di agosto, fu spedito da Firenze un vaglia postale di
lire 10, diretto a Giulia Leoni, da parte di Armando Borghi, a mezzo
dell’amministratore del giornale “Guerra di Classe” Vasco Vezzana di
Vicenza, allora confinato nel capoluogo toscano.461 Alcuni giorni dopo,
Lorenzo Leoni scrisse una lettera di ringraziamento per Borghi a Vezzana, che
gli inviò, verso la fine del mese, una cartolina illustrata recante la seguente
risposta: «Carissimo Lorenzo. Ho ricevuto la tua carissima e riferii ad
Armando il suo contenuto. Godo della tua ottima salute e la forza del nostro
ideale ci farà sopportare il resto. Con affetto tuo Vezzana».462
L’«affare Leoni» si chiuse definitivamente solo al termine della guerra. Il
processo contro i sei detenuti si svolse verso la fine di novembre del 1918. La
sentenza emessa il 27 novembre dal Tribunale Militare di Guerra della Piazza
Marittima di La Spezia condannò: Lorenzo Leoni a sei mesi di reclusione per
favoreggiamento; Leonida Leoni a 20 anni di reclusione per diserzione;
Giuseppe Rolando Storti a cinque anni; Domenico Pisani ad un anno.463
Quest’ultimo e Lorenzo Leoni vennero subito rimessi in libertà, avendo già
scontata la pena, mentre Leonida Leoni e Rolando Storti usufruirono
probabilmente dei benefici concessi da una delle diverse amnistie che furono
emanate dal governo nel corso del 1919.464

Sull’avvocato fiorentino Giuseppe Pescetti, deputato socialista, cfr. il profilo che di lui fece
Armando Borghi in ID., Mezzo secolo cit., pp. 172-174.
Copia della parte riservata alla corrispondenza presente sul vaglia postale del 15
luglio 1918, inviato da Monticelli a Giulia Leoni, in ASM, ibid.
Riservata del Questore di Pisa al Commissario di Carrara del 19 luglio 1918, in ASM,
ibid.
Cfr. la Minuta del Commissario di P.S. di Carrara del 16 agosto 1918, in ASM,
ibid. Nella parte riservata alla corrispondenza del suddetto vaglia, vi era scritto:
«Armando Borghi per la famiglia del caro compagno Lorenzo. Caramente vi saluto.
Amministratore del giornale Guerra di Classe Vezzana».
Copia del testo della cartolina di Vezzana a Leoni Lorenzo del 29 agosto 1918, in
ASM, ibid.
Cfr. la Riservata del Commissario di Carrara al Prefetto di Massa del 29 novembre 1918, in
ASM, ibid.
E’ probabile che Leonida Leoni uscisse di galera in seguito alla cosiddetta
«amnistia ai disertori», emanata dal governo con decreto del 2 settembre 1919.
150
Per quel che riguarda Corrado Muti, il Tribunale di Guerra dichiarò estinta
l’azione penale, inquantoché il detenuto era deceduto alla vigilia del
processo.465 Mattia Leoni, invece, fu assolto «perché costituitosi»,466 come si
è già avuto modo di vedere, il 23 novembre del 1917.467

3.2. LA RIORGANIZZAZIONE DEL MOVIMENTO ANARCHICO


CARRARESE NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA.

Terminato il conflitto bellico, parallelamente alla graduale smobilitazione


dell’esercito e al rientro nel comprensorio carrarese dei numerosi militanti
sovversivi che erano stati arruolati nelle squadre di operai inviate a lavorare
nelle diverse zone di guerra dell’Italia settentrionale, il disgregato movimento
anarchico locale lentamente cominciò a ricostituirsi e a riorganizzarsi.
Verso la metà di marzo del 1919, il giornale camerale «Il Cavatore»
pubblicava un comunicato dell’Unione Anarchica Apuana, nel quale si
invitavano i compagni di Carrara ad adoperarsi energicamente per riattivare in
breve tempo i vari circoli e gruppi libertari delle ville e della città che si erano
sciolti negli anni precedenti, riprendendo quella capillare divulgazione del
proprio ideale fra le masse lavoratrici che la guerra aveva temporaneamente
interrotto:

Rolando Storti, invece, dovette verosimilmente beneficiare di un provvedimento


precedente, dato che l’autorità tutoria di Carrara lo segnalava presente in città nel
giugno 1919, come uno dei «membri più influenti» del Circolo giovanile anarchico
“Germinal” che si era ricostituito nei primi giorni di aprile del 1919 (cfr. il Prospetto
statistico del Circolo del 23 giugno 1919, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta
13). Per una valutazione di quanti condannati dai Tribunali di Guerra usufruissero, a
livello nazionale, dei benefici del decreto del 2 settembre 1919, cfr. E.FORCELLA-
A.MONTICONE, op. cit., pp. LXXI-LXXII.
Cfr. la Riservata cit. del 29 novembre 1918.
Ibid.
Dopo alcuni mesi di reclusione nel carcere militare di Spezia, Mattia Leoni venne
rimesso in libertà nel corso della prima metà del 1918, ed inviato dall’Autorità
Militare a Savignano, quale soldato del 7° Reggimento Bombardieri 12° Gruppo 360°
Battaglione (cfr. il Supplemento all’elenco dei sovversivi s.d. [ma della prima metà
del 1918] redatto dal Commissariato di Carrara, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta
49).
151
«Ai gruppi anarchici, ai compagni!
Passata la tormenta di sangue, di lutto e di morte, che ha percorso così
atrocemente l’umanità, occorre che i libertari superstiti, coloro che son
tornati o che son rimasti, riprendano l’interrotta opera di propaganda;
ricostituire i circoli, i gruppi anarchici dove la guerra e la reazione li ha
sfasciati; rafforzare quelli esistenti nelle ville e in città, riprendere con
rinnovata energia, con fermi propositi, con caldo cuore il nostro posto
di combattimento.
La guerra maledetta, non da noi voluta ma subita, ha sconvolto il
mondo! Grandiosi avvenimenti succedono e stanno succedendo; guai
agli assenti in quest’ora tragica di liquidazione e di rivendicazione
sociale!
Noi dobbiamo essere al nostro posto, dobbiamo stringere le file;
l’Unione Anarchica Apuana deve risorgere più forte, più battagliera di
prima; tutti i compagni, coloro che si sentono ancora e sempre anarchici
sanno qual è il loro dovere in quest’ora di rivendicazioni proletarie,
quando constatiamo con piacere che le nostre teorie trionfano in Russia
con la repubblica comunista del Soviet e tentano affermarsi
rivoluzionariamente in Germania coi moti così detti spartachiani!
Quanto prima avrà luogo un convegno anarchico apuano; è necessario
che quei gruppi che non sono ancora in corrispondenza con l’Unione
Anarchica Apuana ci si mettino subito, in modo che il Convegno sia
imponente, per il numero dei gruppi anarchici e dei compagni
intervenuti, e che si possano prendere quelle deliberazioni che saranno
del caso.
Nel convegno si discuterà della propaganda anarchica orale e scritta,
dell’attitudine degli anarchici di fronte all’organizzazione operaia, di
una campagna pro Enrico [sic] Malatesta e vittime politiche, sul
convegno anarchico nazionale ecc. ecc., assisterà probabilmente
Armando Borghi o qualche altro compagno propagandista.
E’ importante che tutte le città, tutte le ville dell’apuania siano
rappresentate all’importante adunata.
Per adesioni e schiarimenti scrivere al compagno Alberto Meschi –
Carrara (Massa)».468

L’annunciato convegno si tenne, con ogni probabilità, il 30 marzo, prima


della «festa libertaria» che ebbe luogo la sera di quello stesso giorno nel
salone della C.d.L.469 Al posto di Armando Borghi, assisté all’adunanza il

Comunicato dell’U.A.A., in Il Cavatore del 15 marzo 1919.


L’annuncio riguardante tale festa apparve su Il Cavatore del 29 marzo 1919:
«FESTA LIBERTARIA
Domenica 30 corr. alle ore 22 nel salone della C.d.L. (g.c.) sarà tenuta una
FESTA SOCIALE
con Musica, Poesie, Romanze e danze.
Alla mezzanotte il compagno
Prof. Ottavio Tonietti
152
prof. Ottavio Tonetti di Spezia, il quale successivamente, durante la suddetta
festa, pronunciò un’allocuzione su «gli anarchici nell’attuale momento
politico» che raccolse «[…] una larga messe di applausi».470 Questa riunione
dei libertari apuani deliberò, tra le altre cose, di inviare la propria adesione al
Convegno nazionale anarchico che si svolse a Firenze «[…] nei giorni 12, 13
e 14 aprile 1919 nei locali della Camera del Lavoro in Corso Tintori al
numero 35».471 Per permettere ad Alberto Meschi e probabilmente ad un
secondo compagno di partecipare ai lavori dell’importante incontro nazionale
di Firenze, essendo stati nominati dall’adunanza apuana del 30 marzo quali
rappresentanti del movimento anarchico carrarese, il progettato comizio pro
Errico Malatesta e vittime politiche, inizialmente indetto per il 13 aprile,
venne rimandato, anche perché uno degli oratori designati, Armando Borghi,
doveva pure lui intervenire al convegno fiorentino.472
Rientrati dal capoluogo toscano, i delegati carraresi poterono così esporre
ai propri compagni i deliberati usciti da tale convegno, da quelli riguardanti la
costituzione dell’Unione Comunista Anarchica Italiana e la sua struttura
organizzativa in senso federalista, a quelli relativi ai rapporti con i sindacati in
generale e con l’U.S.I. in particolare, sino a quelli concernenti i mezzi
necessari per la pubblicazione di un quotidiano anarchico.473

terrà una conferenza sul tema: Gli anarchici nell’attuale momento politico.
I compagni sono pregati di intervenire numerosi».
La festa Libertaria, in Il Cavatore del 12 aprile 1919.
G.SACCHETTI, op. cit., p. 111.
Cfr. l’Annuncio che indiceva per il 13 aprile 1919, presso il Politeama Verdi, il
Comizio pro Malatesta, apparso su Il Cavatore del 29 marzo 1919. Su tale comizio,
che ebbe poi luogo il 20 aprile, cfr. il paragrafo 3 del capitolo II del presente lavoro.
E’ probabile che i delegati carraresi, di ritorno dal convegno nazionale di Firenze,
recassero con sé anche il testo di un manifesto che nelle intenzioni doveva essere stampato
ed affisso, nei diversi centri italiani e ad opera delle varie organizzazioni anarchiche
locali, nel corso del successivo mese di maggio. Il 12 giugno 1919, il Prefetto di Massa
avvertiva i Sottoprefetti di Castelnuovo Garfagnana e di Pontremoli e il Commissario di
P.S. di Carrara che tale manifesto era «in circolazione» e che di recente in Ancona ne era
stata consentita l’affissione con la censura di alcuni brani.
Così recitava:
«Unione Comunista Anarchica
Italiana Compagni operai
Gli anarchici convenuti a Congresso da ogni parte d’Italia, in Firenze, nell’aprile
scorso, hanno voluto che il primo loro atto e la prima dimostrazione della loro unità di
pensiero e nell’azione fosse quello di dire a voi tutti, o proletari, l’intima e fraterna
solidarietà che a voi ci lega.
Il convegno si scioglieva, proprio mentre terminavano o cominciavano, in quei giorni,
gli scioperi vostri di Roma, di Milano, di Spezia, di Bologna, di Napoli e di cento
altre località; e la parola ultima di promessa fra i convenuti fu quella di ritrovarci
subito in mezzo a voi, d’accordo co le vostre speranze e coi vostri propositi di
rivendicazione.
153
In mezzo a voi, con voi e per voi, non come capi, non come dittatori, ma quali
compagni di lotta nella mischia sociale, come siamo compagni vostri, lavoratori come
voi, nella diuturna fatica per il pane quotidiano. Ancora una volta, noi non vi dicamo
di venire dietro a noi, non vi diamo ordini come non vi chiediamo paghe o posti
privilegiati; al contrario diamo a voi tutta l’opera nostra senza pretendere o sperar
nulla in cambio, e vi diciamo che su voi soli, sulle sole vostre forze dovete e potete
contare per la vostra liberazione.
Mai come oggi potremmo, e con maggior ragione, rammentare la verità proclamata
fin dalla prima Internazionale, che l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei
lavoratori medesimi.
Lavoratori
Il momento che l’umanità sta attraversando è quale nella storia dei secoli, forse, non
se ne trova uno più grave. Tutte le istituzioni statali e capitalistiche, tutti i pregiudizi
chiesastici o laici hanno fatto bancarotta alla tremenda prova della guerra che pure da
loro fu generata e resa inevitabile. Invano sono stati invocati gli dei di tutte le
religioni; il diritto divino ha parlato al deserto; le coscienze degli uomini non lo
riconoscono più. Ma accanto ad esso, anche i diritti d’imperio che si basa sulla forza o
sulla menzogna delle rappresentanze parlamentari, ha mostrato quanto sia falso,
quanto impotente a impedire o limitare il male, quanto nefasto e cagione inesauribile
di dolori e d’infamia.
Esso giova solo al mantenimento della ingiustizia, a fare di noi e di voi, sulla nostra e
vostra condizione di salariati, gli schiavi della plutocrazia capitalistica moderna. La
quale indarno s’affanna, oggi, ad orpellarsi d’una falsa modermità e d’un più falso
umanitarismo offrendovi a malincuore più alti salari. Voi vedete ch’essa non aspetta
neppure il domani per ritogliervi il doppio di ciò che v’ha dato oggi stesso, continua
la sua opera affamatrice, sia costringendovi alla disoccupazione, sia centuplicando il
prezzo di vendita di tutto quanto vi bisogna, e cioè di tutte le cose utili alla vita, che
voi avete prodotto, ma di cui essa sola dispone come padrona assoluta. Lo stato, suo
alleato e comlice, sanziona questa ingiustizia e la aggrava: da un lato vegliando con le
armi perché voi non rompiate la siepe che divide la vostra nullatenenza dall’altrui
ricchezza; dall’altro inasprendo i suoi balzelli fino all’inverosimile ed impedendovi
con la forza ogni libertà di protesta e d’azione. Tale è la situazione in cui vi trova
questa fine di guerra, che non è ancora la pace. D’unione voi avete bisogno anche più
di prima. Perciò abbiamo speranza che le vostre idee, più di prima, trovino la via del
vostro cervello e del vostro cuore.
Lavoratori delle officine e dei campi
La vera pace fra gli uomini non vi sarà, finch’essi saranno divisi in classi e caste
diverse, ricchi e poveri, governanti e sudditi, oppressori ed oppressi. Molti di voi si
meravigliano perche, finita la guerra, non viene la calma, e vi mancano sempre pane,
libertà. Voi non vedete che la guerra continua, con altre forme ma sempre
tremendamente micidiali; non vedete che pace, benessere, libertà e giustizia saranno
parole vuote di senso, finchè voi non ne avrete con la forza vostra fatta una realtà a
beneficio vostro ed insieme di tutti gli esseri umani.
Sta a voi, se vi persuaderete della bontà delle idee nostre e se per queste vi farete i
volontari della battaglia santa contro i privilegi e le oppressioni d’ogni sorta, sta in voi
l’eliminare le cause della guerra, della miseria, della schiavitù e dell’ingiustizia che
sono compendiate nella organizzazione capitalistica e statale della società, sta in voi il
154
L’aver prontamente riannodato e rafforzato i legami esistenti con centri
libertari delle altre regioni d’Italia e l’aver constatato «[…] come dovunque le
nostre teorie di lotta trovino sempre maggior accoglienza da parte dei
lavoratori, come il numero dei nostri compagni aumenti, come la nostra
influenza tra le masse, specie tra quelle organizzate, vada crescendo anche
dove l’opposizione dei partiti avversi è più forte»,474 certamente contribuì ad
intensificare l’opera di riorganizzazione del movimento anarchico carrarese,
che colla summenzionata riunione del 30 marzo poteva dirsi già
concretamente avviata.
Nel mese di aprile del 1919 si ricostituì il Circolo giovanile “Germinal”, la
cui sede fu temporaneamente mantenuta nei locali della C.d.L., composto da
una trentina di soci.475 Nello stesso tempo vennero rifondati i gruppi anarchici
dei diversi paesi a monte e al piano di Carrara: a Gragnana, il gruppo “13
gennaio”; a Bedizzano, il gruppo “L’avvenire siamo noi”; a Codena, il gruppo

sostituirle una organizzazione libertaria e comunista dei rapporti fra gli uomini,
divenuti così tutti lavoratori e produttori, avvinti nel mutuo e libero patto della
solidarietà.
Questo è possibile oggi, domani, sempre; ogni qualvolta la vostra volontà intervenga
sul serio, nella cosiddetta vita pubblica, con saldezza e tenacia d’intenti, e con
adeguata preparazione. Preparatevi! Riscaldate i vostri cuori alla fiamma dell’ideale
sentendovi tutti fratelli: Unitevi! Preparate le menti, perché le male arti nemiche non
sviino. Preparate le braccia, perché la forza bruta non riesca a soffocare le vostre
ragioni ed a impedirne il trionfo. Poi, quando il giorno verrà, voi vincerete, noi
vinceremo!
E sarà vanto del proletariato internazionale l’aver salvato la causa della civiltà e
dell’umanità, che le classi e gli stati oggi dominanti sono impotenti a ritrarre
dall’abisso spaventoso verso cui l’hanno cacciata col loro eroismo e la loro follia.
Viva l’Internazionale dei Lavoratori! Viva la Rivoluzione Sociale! Viva l’Anarchia!»
(in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52. I brani sottolineati sono quelli che vennero
censurati dalle autorità tutorie di Ancona). Sui lavori del Convegno nazionale
anarchico di Firenze dell’aprile 1919, cfr.: G.SACCHETTI, op. cit., pp. 111-113;
P.FINZI, op. cit., pp. 29-34. Per alcune osservazioni sull’U.A.I. e la sua struttura
organizzativa, cfr. G.CERRITO, Il ruolo della organizzazione anarchica, Catania, ed.
RL, 1973, pp. 83-89.
474
Qua me (pseudonimo di Luigi Fabbri), Al convegno Anarchico. Impressioni, in
Volontà, Ancona, n. 4, del 1° maggio 1919, riprodotto da G.SACCHETTI, op. cit., p.
113.
475
Cfr. il Prospetto statistico del Circolo del 23 giugno 1919, in ASM, Questura di
Massa, I serie, busta 13. Rifondato «ad opera di Petrucci Gino», tra i «membri più
influenti» comprendeva: Adolfo Viti (nominato segretario del circolo), Armando
Pardini, Agostino Dante Rossetti, Almo Leonardi, Pietro Fontana, Enrico Petrucci,
Dante Merlini, Ezio Cervia, Rolando Storti, i fratelli Gino ed Italo Granai, Dante
Carlini, Augusto Guerra vulgo Ezio ed Angelo Argante Ugo Martignoni. I contributi
versati settimanalmente dai soci variavano dai 10 ai 50 centesimi.
155
“Il ‘94”; a Miseglia, il “Pietro Gori”; a Torano, il circolo giovanile ora
denominato “Pietro Gori”; a Pontecimato, il gruppo “L’Avvenire”.476
Parallelamente, la propaganda libertaria riprese in maniera decisa e
capillare. Il 6 aprile, verso le ore 20, «[…] dal loggione del Politeama Verdi
[…], affollatissimo, durante la riproduzione di una pellicola cinematografica
furono gettati dei foglietti a stampa incitanti alla rivoluzione sociale. Durante
la notte [ne] sono poi stati affissi alcuni sui muri della città. [...]». 477 Questo
manifestino, intitolato «Suffragio Universale e Rivoluzione Sociale», era stato
stampato dagli anarchici pisani come supplemento al locale periodico
«L’Avvenire Anarchico» del 14 marzo 1919, e poteva anche essere acquistato
presso «[…] la tipografia “Germinal” [di Pisa] a lire 2,50 il cento». 478
Riproduceva uno scritto dell’anarchico russo Michail Bakunin, redatto
nell’ottobre del 1870, in cui si negava che il suffragio universale potesse
essere uno strumento per la conquista della giustizia o dell’uguaglianza
economica e sociale da parte del popolo, dato che, in definitiva, non andava
ad intaccare minimamente il concetto di stato e di autorità, ma avrebbe al
massimo prodotto un mutamento politico delle classi dirigenti, senza però
modificare la situazione di dipendenza e subalternità delle classi popolari. La
completa emancipazione dei lavoratori, invece, sarebbe stata raggiunta solo
attraverso una rivoluzione sociale, la quale doveva spazzare via ogni
istituzione e «[…] distruggere una volta per tutte il principio stesso della
sovranità, della dominazione e dell’autorità», sostituendo allo Stato
un’organizzazione basata su una serie di libere federazioni composte da
individui, associazioni e comuni autonomi ed indipendenti.479
In pratica, con questo manifestino, i libertari carraresi riproposero alla
locale massa operaia i concetti fondamentali dell’anarchismo, mettendo
nuovamente bene in evidenza la diversità dei propri mezzi e fini rispetto a
quelli degli altri partiti sovversivi, rilanciando in tal modo una propaganda ed
una polemica antiparlamentare ed antiautoritaria che rivelavano ancora, a
distanza di vari decenni, la loro stretta attualità.
Dall’8 al 16 giugno del 1919, gli anarchici di Carrara organizzarono una
serie di conferenze di propaganda in città e nei diversi paesi a monte, tenute

Su questi gruppi cfr. i Manifestini per il giro di conferenze di Gino Petracchini del
giugno 1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52.
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 7 aprile 1919, in ASM,
ibid.
Cfr. la Nota del Questore di Pisa al Commissario di P.S. di Carrara del 10 aprile
1919, in ASM, ibid. In questa nota si affermava che i suddetti manifestini «sono stati
mandati anche in altre città, però qui non sono stati distribuiti in pubblico, e non
consta che siano stati diffusi clandestinamente».
Cfr. il Manifestino «Suffragio Universale e Rivoluzione Sociale», in ASM, ibid.,
che viene riprodotto in Appendice VII.
156
da Gino Petracchini di Pisa.480 A Pontecimato, il 9, di fronte a circa 150
persone, l’oratore spiegò «[…] come gli anarchici seguano oggi il movimento
operaio anche dal lato economico, fino al completo riconoscimento dei diritti
della grande massa proletaria, diritti che, occorrendo, dovranno essere ottenuti
dagli operai anche colla violenza».481 Quindi terminò «[…] mandando un
saluto di fratellanza alla rivoluzione russa che […] le Potenze dell’Intesa
tentano invano di soffocare».482
Il giorno seguente, a Torano, pronunciò «[…] parole violentissime circa i
luttuosi avvenimenti di Spezia, esaltando la forza della rivoluzione e
l’anarchia».483 Il 16 giugno, Petracchini tenne a Carrara l’ultima conferenza,
sul tema «Il proletariato di fronte alla rivoluzione russa e alla pace borghese»,
la quale così venne descritta dal Delegato di P.S.:

«Dalle ore 20,30 alle 21,45 [di ieri] ebbe luogo nel salone della locale
Camera del Lavoro – ove stava esternamente esposta dalla parte di Via
Carriona la bandiera rossa – la preannunciata conferenza […] alla quale
intervennero circa 200 individui dei partiti sovversivi in maggioranza
anarchici. Il noto Meschi Alberto non intervenne sebbene annunciato come
uno degli oratori. Prese quindi la parola l’anarchico propagandista Gino
Petracchini, partito stamane per Terni, facendo caldo appello agli
intervenuti che è giunto il momento pel conseguimento degli ideali del
proletariato, mettendo come esempio la rivoluzione russa che, per quanto
sparlata dagli avversari, ha portato dei benefici immensi al proletariato
della Russia, la quale, per quanto paese retrogrado più degli altri, ha dato
prova di una rapida e gigantesca evoluzione politica, che non potrà essere
più frustrata ed infranta malgrado le mene della politica borghese degli
alleati. E’ d’uopo, ha aggiunto, che sebbene che possa essere soggiunta la
sirena della pace borghese, che il proletariato italiano e quello delle altre
nazioni alleate [la] avversino come […] pace
affossatrice di libertà, eguaglianza e giustizia. La borghesia, ha
soggiunto, sta per morire, e sarà senza dubbio sostituita da un regime
bolscevista [sic], il più bello e il più benefico, ad eccezione dei

480
Cfr. i Manifestini annuncianti le conferenze di Petracchini, in ASM, ibid. L’8
giugno, il suddetto oratore tenne due conferenze: la prima nella piazza di Bedizzano,
alle ore 16, sul tema «Gli anarchici nel momento attuale»; la seconda nella piazza di
Miseglia, alle ore 18, sul tema «Perché siamo anarchici». Il 9, nella piazza di
Pontecimato, alle ore 16 (ma cominciò alle 20), su «Gli anarchici ed il movimento
operaio». Il 10, nella piazza di Gragnana, alle ore 20, su «Il proletariato nell’ora
presente». L’11, nella piazza di Torano, alle ore 20, sul tema «L’ora presente». Infine,
il 16 giugno, nel salone della C.d.L. di Carrara, alle ore 20,30, su «Il proletariato di
fronte alla Rivoluzione Russa e alla pace borghese».
Minuta, datata 10 giugno 1919, del Delegato di P.S. presente alla conferenza, in
Ibid.
Minuta, datata 12 giugno 1919, del Delegato di P.S. presente alla conferenza, in ASM,
ibid.
157
capitalisti e borghesi che formano una piccola minoranza di fronte
all’immenso e stragrande numero della vera famiglia dei lavoratori che
producono, edificano, come hanno prodotto ed edificato finora tutto a
loro [dei capitalisti] vantaggio […] Raccomandò infine di tenersi tutti
pronti alla prima chiamata per il conseguimento della vera, indubbia
vittoria. Riscosse calorosi applausi e gli intervenuti uscirono alla
spicciolata senza che si avesse a verificare il benché minimo
incidente».484

Gli anarchici carraresi, oltre alle summenzionate iniziative di propaganda,


talvolta parteciparono attivamente anche alle manifestazioni indette dagli altri
partiti ed organizzazioni popolari, come quando aderirono al cosiddetto
scioperissimo del 20 e 21 luglio in solidarietà «della Russia Comunista e
dell’Ungheria rossa»,485 proclamato dalla C.G.d.L. e dal Partito Socialista,
pur non condividendone il preventivato carattere puramente dimostrativo e la
prestabilita limitazione temporale.486 Intervenendo al comizio tenutosi il 21 in
piazza XXVII Aprile, Alberto Meschi, a nome della C.d.L. e degli anarchici,
parlò «[…] dello spettacolo di forza che dà il proletariato rivoluzionario in
Italia e della rivoluzione da effettuarsi a breve scadenza», reclamò «[…] dal
governo la smobilitazione, l’amnistia generale e il ritorno delle truppe dalla
Russia ed Ungheria» e protestò «[…] per gli ostacoli che si frappongono al
ritorno del Malatesta, augurandosi prossimo il suo ritorno a capeggiare una
nuova settimana rossa».487 Infine, fece osservare che «[…] mentre i dirigenti
della Confederazione Generale del Lavoro, che avevano proclamato lo
sciopero, sono fuori in libertà, tutti i nostri compagni fra cui Borghi, Sacconi e
[...] Virgilia D’Andrea e tutto il consiglio direttivo dell’U.S.I. erano stati
arrestati per misure d’ordine preventivo […]».488
La sera precedente, in Avenza, erano stati arrestati «due individui che
distribuivano manifesti rivoluzionari ai soldati»,489 mentre verso le 23,30, in
prossimità della stazione ferroviaria di Carrara, «contro la locomotiva del
treno viaggiatori n. 2948 […] venne […] lanciata una bomba a mano
fortunatamente senza conseguenze».490 In seguito, alle due del mattino, una
pattuglia di soldati in perlustrazione «[…] scorse sulla strada che fiancheggia

Minuta, datata 17 giugno 1919, del Delegato di P.S. presente alla conferenza, in
ASM, ibid.
Lo sciopero generale, in Il Cavatore del 19 luglio 1919.
Sulle critiche avanzate dalla locale C.d.L. e dagli anarchici carraresi allo sciopero
del 20 e 21 luglio 1919, cfr. il paragrafo 2 del capitolo II del presente lavoro.
Le tre citazioni sono tratte dal Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al
Prefetto di Massa del 21 luglio 1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 51.
Lo sciopero generale in città, in Il Cavatore del 26 luglio 1919.
Attentato ferroviario. Conflitto fra malviventi e soldati, in L’Indipendente del 26
luglio 1919, n. 30, a. XXIII.
Ibid.
158
la ferrovia, tre [ma erano quattro: N.d.A.] individui ai quali intimò il fermo,
ma essi si diedero alla fuga […]»; dopo un breve conflitto a fuoco, i quattro
furono arrestati e uno di questi «fu trovato in possesso di un opuscolo
rivoluzionario».491 Per quel che concerne l’episodio dei manifesti ai soldati,
l’Arma dei Carabinieri denunciò Meschi quale responsabile di aver «[…]
provveduto a far distribuire pubblicamente ai militari manifestini stampati
eccitanti i militari stessi a disubbidire alla legge, a violare il giuramento
prestato ed i doveri della disciplina […]»;492 mentre per quel che riguarda il
lancio della bomba e l’arresto dei suindicati quattro individui, il giornale «Il

Ibid.
Fra le grinfie della giustizia, in Il Cavatore del 23 agosto 1919. Il testo del
manifestino era il seguente:
«Operai, Soldati
L’infame pace di Versailles è in parte firmata e il Governo d’Italia non pensa ancora a
restituirvi alle vostre case, ove tutti i più cari sentimenti vi aspettano.
Il governo di Roma, esponente delle oligarchie capitalistiche, non ancora sazio del
vostro sangue versato inutilmente nelle giogaie del Trentino, e nelle doline del Carso,
tiene ancora aggiogati alla stolta disciplina della caserma, per avere ancora nelle
mani la forza cieca per altre più insulse imprese di guerra, allo scopo di rinsaldare la
dominazione capitalistica e della dinastia monarchica sabauda, che con il vostro
sangue, i vostri dolori, i vostri tormenti, e le lacrime dei vostri amati congiunti si sono
arricchiti, e ora godono, gl’ingordi sfruttatori, i frutti sanguinosi della vittoria, nelle
sontuose villeggiature, nelle bische immorali, e con i versi falsi delle prostitute,
mentre a voi vi si aggrava sempre più la schiavitù militarista.
Operai, Soldati
Noi oggi ci agitiamo onde imporre, oltre il diritto di vivere, la rapida smobilitazione.
Il governo del Re, l’accolita degli ufficiali parassiti che si pappano lauti stipendi mai
percepiti nella vita borghese, vi dicono che la vostra permanenza in caserma è per
effetto delle odierne agitazioni dei lavoratori…
No, ciò non è vero; essi mentiscono. Noi socialisti operai come voi vogliamo imporre
al governo che siate congedati perché con un aumento di braccia in più, di più si avrà
una produzione che possa far fronte alla popolazione, che con la vittoria ha ottenuto
solo la fame…
Noi lottiamo per voi, o soldati, perché sotto la casacca militare batte un cuore
proletario, e se domani il popolo che lavora e produce cercherà di instaurare il regime
del lavoro come nella santa Russia, e laboriosa Ungheria, siate con noi.
La civiltà capitalistica sfruttatrice la difendano tutti i vagabondi che vivono col sudore
altrui, voi siate con noi, che abbiamo sofferto nell’orrida trincea, che fummo mutilati,
martoriati nel corpo… come voi, o soldati proletari…
Non fate violenze contro che lotta per una più bella esistenza, aiutateci, aderite al
nostro movimento e fin d’ora vi salutiamo con la più bella espressione umana:
Fratelli!
W la Rivoluzione!
W l’Internazionale dei Lavoratori!» (in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 51).
159
Cavatore» li bollò come una provocazione poliziesca tendente a far crescere la
tensione in vista del già accennato comizio del 21 luglio.493
L’intensa attività di propaganda e le rinnovate “attenzioni” dell’autorità
tutoria, ci rivelano, dunque, che durante l’estate del 1919 l’opera di
riorganizzazione del locale movimento anarchico poteva dirsi ormai
completata, ed un’ulteriore conferma di ciò fu il successo che la raccolta di
fondi per il quotidiano anarchico, decisa dal convegno nazionale di Firenze
dell’aprile precedente, riscosse nel comprensorio apuano. Verso la metà di
luglio, su «Il Cavatore» apparve il seguente comunicato dell’Unione
Anarchica Carrarese:

«Avvertiamo tutti i compagni detentori di schede, 494 e gli altri che per
ragione qualsiasi abbiano raccolto somme pro Quotidiano di versarle
colla massima sollecitudine all’Unione Anarchica Carrarese, dovendo
questa a sua volta fare il versamento, prima del 27 corr., ai compagni
iniziatori di Milano».495

Agli inizi di ottobre, «Il Cavatore» pubblicò un altro comunicato


dell’U.A.C. contenente il primo resoconto della sottoscrizione a favore del
quotidiano anarchico:

«I compagni iniziatori della sottoscrizione pro Quotidiano anarchico ci


rimettono il presente comunicato con i nomi dei Gruppi che finora
hanno versato.
Ecco la nota: Unione Anarchica Carrarese a mezzo Meschi, L. 585,15;
De Santi Giovanni, L. 120; Gruppo Anarchico Pontecimato a mezzo
Ruffini, L. 15; Gruppo Anarchico Pensiero e Dinamite Carrara, L. 49;
Fabbrica Gruppo Pietro Gori a mezzo Luciani, L. 100; Miseglia fra
Compagni, L. 29; Miseglia Gruppo Libertario a mezzo Corciolani, L.
18,60; Carrara, Circolo Giovanile Anarchico, L. 31,40; Ortola, fra
compagni, L. 12,00; Torano, fra compagni a mezzo Petracchini, L.
15,00; Carrara, fra compagni a mezzo Cervia e Pardini, L. 79,85; Per

Cfr. Lo sciopero generale in città, cit.


Su queste schede, inviate dal gruppo anarchico milanese – promotore dell’idea
della pubblicazione di un quotidiano – dopo il suddetto convegno fiorentino ai diversi
centri libertari della penisola, dovevano essere riportate le seguenti indicazioni: «I° la
somma che ciascuna località potrà raccogliere immediatamente, 2° la somma che
potrà raccogliersi entro i primi due mesi dall’inizio della pubblicazione del giornale,
3° il numero approssimativo delle copie che potranno vendersi in ciascuna località».
Verso la fine di maggio, venne diramata «ai gruppi anarchici del Regno [una]
circolare a firma Spinaci Emilio (via Molino delle Armi n. 23 Milano)», nella quale si
chiedeva il sollecito invio di tali schede. Cfr. la Riservatissima n. 916 del Prefetto di
Massa al Commissario di P.S. di Carrara del 7 giugno 1919, in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 52.
Comunicato dell’U.A.C., in Il Cavatore del 19 luglio 1919.
160
abbonamenti, L. 45,00; Totale L. 1100. Questa somma è stata inviata al
Gruppo iniziatore Umanità Nova, Milano».496

La raccolta di denaro proseguì, attraverso anche l’organizzazione di feste


famigliari anarchiche pro quotidiano,497 fino all’uscita del primo numero di
«Umanità Nova», avvenuta il 27 febbraio del 1920,498 a testimonianza
dell’ormai riacquistata vitalità del locale movimento anarchico.

3.3. INIZIATIVE ED ESPERIENZE LIBERTARIE


DALL’OTTOBRE 1919 AL DICEMBRE 1920.

Nel giugno del 1919, dagli Stati Uniti vennero espulsi numerosi anarchici
e socialisti di diverse nazionalità. L’accusa mossa loro era, nel clima di
isterismo che caratterizzò il dopoguerra americano come reazione alle attese
suscitate nei popoli dalla rivoluzione russa, quella di complotto per rovesciare
con la violenza il governo.499 Tra gli espulsi di nazionalità italiana, vi era

Comunicato dell’U.A.C., in Il Cavatore del 4 ottobre 1919.


Come, per esempio, la festa famigliare anarchica «pro quotidiano» indetta dal
Circolo Giovanile “Germinal” per il 5 ottobre 1919, alle ore 21, nel salone della locale
C.d.L., durante la quale si tenne anche una conferenza di propaganda del «compagno
Bacchini di Spezia». Cfr. il Comunicato apparso su Il Cavatore del 4 ottobre 1919.
«Venerdì 27 corr. è uscito in Milano il primo numero del quotidiano “Umanità
Nova”. Direttore il compagno ERRICO MALATESTA. Chiedetelo in tutte le edicole.
Per la direzione scrivere: VIA GOLDONI, 3 – Amministrazione: Casella postale 71,
Milano. Abbonamenti: Annuo L. 20 – Semestrale L. 13 – Trimestrale L. 7 – Mensile
L. 2,50.
All’UMANITA’ NOVA i nostri più fervidi auguri di buona ed efficace propaganda e
il saluto fraterno e solidale de Il Cavatore»: Annuncio apparso su Il Cavatore del 28
febbraio 1920. Su «Umanità Nova», cfr. L.BETTINI, op. cit., pp. 289-291.
Sulle violenze perpetrate dalle forze dell’ordine e da gruppi privati di “vigilantes
patrioti”, protetti e sostenuti dalla classe padronale e dal Congresso statunitense, verso
i militanti dell’IWW, i socialisti e gli anarchici durante il conflitto bellico e
nell’immediato dopoguerra, cfr. D.TARIZZO, op. cit., pp. 228-230. Il pretesto per
l’emanazione del decreto di espulsione di anarchici e socialisti, fu rappresentato dallo
scoppio di una bomba davanti alla casa del procuratore generale di New York, A.
Mitchell Palmer, avvenuto il 2 giugno 1919 e presumibilmente da interpretare – e
interpretato – come una risposta alle innumerevoli violenze subite dai sindacalisti e
dai membri dei vari partiti di sinistra.
161
l’anarchico Luigi Galleani.500 Su «Il Cavatore» del 19 luglio 1919, la
redazione del giornale salutò il rientro in Italia dell’anarchico piemontese con
le seguenti parole:

«A Luigi Galleani e ai compagni – che tornano tra noi, espulsi dalla


libera America per propaganda anarchica – vada il saluto dei libertari e
del proletariato dell’apuania rossa, mentre ci auguriamo che il
compagno Galleani sia presto tra noi, per fare una di quelle
efficacissime conferenze di propaganda anarchica di cui molti serbano
ancora – malgrado siano passati molti anni – vivo ricordo».501

La speranza di averlo «presto tra noi», espressa dai redattori de «Il


Cavatore», si concretizzò nell’ottobre successivo, allorchè il Galleani si recò a
Carrara per tenervi una delle sue «efficacissime conferenze di propaganda
anarchica». Così il giornale camerale annunciò il suo arrivo nella città del
marmo ai lavoratori apuani:

«Il forte propagandista anarchico che dopo 26 anni torna espulso


dalla…libera America, è da qualche giorno fra noi. Carrara lo ha
ospitato un’altra volta, appunto 26 anni or sono, in quei tempi dove alle
sale si preferiva riunirsi nei boschi, in quell’epoca Luigi Galleani parlò
in Canal di Valenza,502 alla distanza di 26 anni parlerà Domenica 12

500
Su Luigi Galleani, nato a Vercelli nel 1861 e morto al “domicilio coatto” in
Caprigliola (La Spezia) nel 1931, cfr.: F.ANDREUCCI – T.DETTI, op. cit., vol., ad
nomen, pp.; P.C.MASINI, La giovinezza di Luigi Galleani, in Movimento Operaio,
maggio-giugno 1954, a. VI, n. 3; M.NEJROTTI, Le prime esperienze politiche di
Luigi Galleani (1881-1891), in Anarchici e anarchia nel mondo contemporaneo. Atti
del Convegno promosso dalla Fondazione L.Einaudi (Torino, 5-7 dicembre 1969),
Torino 1971, pp. 208-216; U.FEDELI, Luigi Galleani, quarant’anni di lotte
rivoluzionarie (1891-1931), Cesena 1956. Fra i numerosissimi scritti del Galleani,
oltre ai molti articoli pubblicati su svariati giornali anarchici, cfr.: MENTANA
(pseudonimo di Galleani), Alle madri d’Italia, Lynn (Mass.) 1913; ID., Faccia a
faccia col nemico, Boston 1914; L.GALLEANI, La fine dell’anarchismo?, Newark
1925 [poi Cesena 1966]; ID., Aneliti e singulti, Newark 1935; ID., Figure e figuri,
Newark 1930 [poi Ragusa 1992]; ID., Una battaglia, Roma 1947; ID., Mandateli
lassù, Cesena 1954; ID., Metodi della lotta socialista, s.l. 1972.
Appena messo piede sul suolo italiano, nell’estate del 1919, le autorità tutorie del
Regno cercarono immediatamente di arrestarlo, «ma uno sciopero compatto dei
lavoratori del porto di Genova ne assicurò il rilascio e la libertà» (P.FINZI, op. cit., p.
n.).
«Il 27 febbraio [1892], in località detta Canal di Valenza, vi è una grande riunione, un
vero comizio, dove ad ascoltare un oratore anarchico venuto da Lucca vi sono più di
duecentocinquanta persone»: U.FEDELI, Anarchismo a Carrara e nei paesi del marmo,
cit., p. 61. Ora, l’«oratore anarchico venuto da Lucca» doveva trattarsi proprio di Luigi
Galleani. Sulla «serie di riunioni clandestine tenute dagli anarchici [carraresi] in diverse
località di campagna [nel corso del 1892] allo scopo di preparare
162
corr. alle ore 10 nel Politeama Verdi sul tema: Faccia a faccia con la
realtà.
La nota valentia dell’oratore siamo certi varrà a far sì che tutti i
lavoratori e i cittadini accorreranno ad ascoltare la parola del forte
oratore e propagandista anarchico, al quale mandiamo i più fraterni
saluti dei libertari dell’apuania e del proletariato del marmo». 503

Quindi, il 12 ottobre, di fronte a «circa 700 persone»,504 Luigi Galleani


svolse la propria conferenza, che venne poi descritta sulle colonne de «Il
Cavatore», da parte di «uno che c’era», nel modo seguente:

«[…] il teatro era assaltato dai lavoratori accorsi anche dalle città vicine
per ascoltare la parola del valente oratore anarchico.
Un fragorosissimo applauso lo accoglie quando si presenta nel
palcoscenico, assieme al nostro Meschi il quale, con un discorsetto molto
opportuno, presenta al numeroso uditorio il carissimo compagno che
accolto da applausi comincia il suo dire, incatenando subito l’uditorio con
le sue poderose argomentazioni, illustrando ed analizzando il vero motivo
per cui han fatto la guerra, che non era affatto per il Belgio, la Serbia, il
Montenegro che si scatenava l’orrendo macello, questi non erano che il
pretesto. La verità, oggi si è vista, non era quella; l’Inghilterra che voleva
tutelare la sua signoria sul mondo [e] la Germania che d’altra parte si
sentiva forte [e] non poteva permettere che l’Inghilterra mantenesse la
supremazia, e di qui il grande conflitto.
Noi non fummo che le vittime, come vittime furono il Belgio, la Serbia
e gli altri piccoli stati che furono trascinati nell’orbita della guerra.
E lo vediamo e lo sentiamo giorno per giorno, malgrado la…vittoria,
che se non siamo al fallimento siamo appressachè alla miseria, il che
dice chiaramente che effettivamente abbiamo perso.
Circa la questione dell’irredentismo, egli chiarisce così bene questo
punto oscuro che uno scrosciante applauso scoppia dall’uditorio, segno
evidente che l’oratore aveva colpito giusto; fu molto felice poi quando
tratteggiò la questione economica, dimostrando chiaramente come lo
stato sia impotente di reggere ancora a lungo la baldracca governativa e
che i lavoratori, contrariamente a quanto molti asseriscono, sono capaci
di governarsi da sé.

la giornata del 1° maggio», tra le quali vi è quella del 27 febbraio, cfr. L.GESTRI,
Capitalismo e classe operaia cit., p. 149 n. (da cui è tratta la citazione), e la
suindicata opera di U.FEDELI, pp. 61-62.
Luigi Galleani è fra noi, in Il Cavatore dell’11 ottobre 1919. Il 9 ottobre, l’Unione
Anarchica Carrarese aveva stampato ed affisso sui muri della città un manifesto
annunciante la suddetta conferenza del Galleani (il Manifesto dell’U.A.C. si trova in
ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52).
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 12 ottobre
1919, in ASM, ibid.
163
Ancora molte e moltissime cose ebbe a spiegarci, basti dire che parlò
un’ora e mezzo che noi, avidi di sapere, ci gustammo quella conferenza
con la massima soddisfazione.
Ma immersi nelle nostre contemplazioni, ci dimenticavamo di quel tale,
con rispetto parlando, che risponde al nome di v.commissario di P.S.,
che ha voluto interrompere due volte il nostro compagno; 505 gli urli, i
fischi, le invettive, le derisioni che partirono all’indirizzo di questo
signore dimostrarono chiaramente la più completa solidarietà col nostro
compagno Galleani.
Ma a proposito, non sarebbe il caso, quando c’è una conferenza fatta da
un uomo di una intelligenza come Galleani, di mandare uno di questi
messeri un po’ più intelligente che capisca qualche cosa di più?
auguriamocelo.
Quanto prima Galleani sarà nuovamente fra noi, auguriamoci che ciò
sia presto».506

Da alcuni giorni era cominciata la campagna elettorale dei diversi partiti


in vista delle votazioni del 16 novembre per il rinnovo del parlamento del
Regno, sicchè gli anarchici carraresi, coerentemente alle proprie idee
politiche, organizzarono una serie di comizi pubblici per propagandare
l’astensionismo. Il 6 ottobre, nella piazza di Gragnana, Gino Bacchini e
Umberto Marzocchi, appositamente venuti da Spezia, tennero una conferenza
sul tema «Gli anarchici e le elezioni politiche», alla quale «[…] assistettero
150 persone circa».507 Gli oratori

«[…] dopo di aver biasimato Gabriele D’Annunzio per l’inconsulta


impresa di Fiume, che potrebbe essere conseguenza di nuove guerre,
inveirono contro Partito Repubblicano e Socialista che sfruttano la
buone fede delle masse per fini privati e che mentre a parole dicono di
essere i tutori del proletariato, di esso si ricordano solo nella imminenza
delle elezioni. Invitarono l’uditorio a non suffragare con i loro voti i
falsi apostoli dei due partiti che a loro si presenteranno nei prossimi
giorni sulle pubbliche piazze». 508

«[Luigi Galleani] è stato […] interrotto due volte dal V.Commissario di servizio, la
prima perché accennando alle tristi condizioni presenti del proletariato, che sarebbero tali
quali quelle di quando Garibaldi tolse ai Borboni il regno delle due Sicilie, chiamò S.M. il
Re, in senso di dispregio, Gennaro III; la 2° essendo così viva la sua dimostrazione della
fatalità storica della rivoluzione violenta, da farla divenire un incitamento vero e proprio a
tal forma di soluzione delle angustie sociali ed economiche. […]»: ibid.

Uno che c’era, La conferenza Galleani al Politeama, in Il Cavatore del 25 ottobre


1919.
Fonogramma del Maresciallo dei RR.CC. di Gragnana al Commissario di P.S. di
Carrara del 7 ottobre 1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52.
Relazione del Maresciallo dei RR.CC. di Gragnana al Commissario di P.S. di
Carrara dell’8 ottobre 1919, in ASM, ibid.
164
A cavallo tra ottobre e novembre, si svolsero altri comizi astensionisti a
Pietrasanta, Massa, Sarzana e Carrara, tenuti dagli anarchici Gino Petracchini
di Pisa e Riccardo Sacconi di Piombino.509 Inoltre, i libertari carraresi
stamparono un numero unico, denominato «La parola degli anarchici» e
recante la data dell’8 novembre 1919, ove in un articolo intitolato «Perché
combattiamo il parlamentarismo» venivano nuovamente esposti i tradizionali
motivi che stavano alla base del loro rifiuto verso la partecipazione alle
contese elettorali:

«Noi anarchici siamo contro il parlamentarismo, non per partito preso,


ma per conseguenze logiche che scaturiscono da uno spassionato esame
della funzione parlamentare e dell’inutilità o del danno che al
proletariato ne diviene dalla tattica parlamentare. […] [Attraverso
questa] Il proletariato rende un servigio al suo padrone e sanziona
l’esercizio della tirannide capitalista, a prescindere dal partito per cui
vota».

Bisogna precisare che le contese elettorali tra i due maggiori partiti


popolari della zona, quelli repubblicano e socialista, e le concomitanti
campagne astensioniste degli anarchici, nel periodo del dopoguerra,
risultarono particolarmente accese e vivaci, come da tradizione,510
degenerando talvolta in risse ed episodi di sangue. La rivalità ideologica e lo
stato di tensione permanente fra le diverse componenti popolari del
comprensorio apuano, di norma “esplodevano” con maggior clamore nei
periodi pre e post elettorali, durante i quali alcuni gruppi ed «[…]
individualità esasperate, in cui l’odio di parte si [sedimentava] su rancori

Telegrammi di Meschi a Petracchini e Sacconi del 29 ottobre 1919, in ASM, ibid.:


«Petracchini Camera del Lavoro Via La Nunziatina Pisa. Per Venerdì 31 ore 17 sei
impegnato tu [e] Sacconi Comizio Pietrasanta. Sabato-Domenica in altri luoghi. Conferma
telegraficamente»; «Sacconi Camera del Lavoro Piombino. Venerdì ore 17 parlerai
Pietrasanta. Sabato Massa-Sarzana. Non mancare sei sui manifesti. Conferma
telegraficamente». Telegrammi di Meschi a Petracchini e Sacconi del 6 novembre 1919, in
ASM, ibid.: «Se puoi fa manifestazione Malatesta pomeriggio così mattina Comizio
astensionista Carrara. Rispondi telegraficamente» (identico testo per entrambi).

Sulle contese politiche, elettorali e non, tra repubblicani, socialisti ed anarchici nel
comprensorio apuano durante i primi quindici anni del ‘900, cfr.: L.GESTRI,
Capitalismo e classe operaia cit.; ID., Formazione e primo sviluppo del movimento
operaio e socialista a Massa (1901-1914), in AA.VV., Francesco Betti e il socialismo
apuano, cit.; ID., La Camera del Lavoro dalla sua nascita alla Grande Guerra, in
Camera del Lavoro, Sindacato e lotte operaie nel territorio Apuano (1901-1996), Pisa
1996; A.BERNIERI, Storia di Carrara cit.; M.GIORGI, Alberto Meschi e la Camera
del Lavoro cit.
165
d’altra matrice»,511 provocavano gravi incidenti, passando dalle parole ai
fatti, che causavano il ferimento e, talora, la morte di qualche persona,
attirando su di sé «[…] la repressione poliziesca, sempre puntuale nel cogliere
le occasioni che le si [presentavano], quando addirittura non le [creava]».512
Su questa ostilità sedimentata le differenti scelte compiute di fronte alla
Grande Guerra e le diverse posizioni assunte in relazione alla rivoluzione
bolscevica avevano innestato nuove rivalità e rancori, sicché l’aspra contesa
tra repubblicani e socialisti, durante la suaccennata campagna elettorale per le
politiche del 1919, degenerò spesso in scontri. Ad Avenza, la sera del 1°
novembre, durante un comizio del deputato repubblicano Eugenio Chiesa,
scoppiò una rissa:

«Alle otto precise il teatro era gremitissimo di pubblico […]


all’apparire del nostro Deputato […] dalla prima galleria
incominciarono i fischi e gli improperi degli evolutissimi “compagni”
che si erano posti sotto l’alto patronato dell’avv. Salvatori. La
scena durò un pezzo, finchè i nostri amici incominciarono qua e là a
reagire […] la rissa divenne quasi generale».513

Il pomeriggio seguente, a Marina di Carrara,

«[…] ebbe luogo in piazza un comizio elettorale nel quale parlò l’on.
Chiesa. Mentre intervenuti si scioglievano, sopraggiunsero i socialisti
capeggiati dall’Avv. Salvatori di Seravezza che intendeva parlare in
contraddittorio. Ma socialisti e repubblicani si accapigliarono, e il
Salvatori non potè parlare. Verso le 21, un gruppo di Avenzini,
repubblicani, andò a Marina a provocare alcuni popolani, ritenendoli
socialisti. Ne conseguì uno scambio di pugni e una revolverata che
colpì leggermente a una mano un giovane marinaio del luogo». 514

L.GESTRI, Capitalismo e classe operaia cit., p. 134.


Ibid.
Dal giornale «La sveglia repubblicana» dell’8 novembre 1919, riprodotto in
A.PANESI, Il Partito socialista a Massa nell’immediato dopoguerra, in AA.VV.,
Francesco Betti cit., p. 191 n., al quale si rinvia per una sommaria descrizione
dell’accesa e vivace contesa tra i repubblicani e i socialisti apuani durante e dopo la
campagna elettorale del novembre 1919. L’avv. Luigi Salvatori era uno dei candidati
della lista socialista nella circoscrizione di Lucca, Massa e Carrara. Le elezioni del
novembre 1919 furono le prime che si svolsero col sistema proporzionale, mentre il
diritto di voto era stato attribuito a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto il
ventunesimo anno d’età ed anche, eccezionalmente, a quelli che, pur non avendolo
compiuto, avevano prestato servizio nelle forze armate mobilitate (cfr.
G.CANDELORO, op. cit., pp. 300-301). Alla fine, sia l’on. Chiesa, sia l’avv.
Salvatori risultarono eletti alla Camera dei deputati.
Fonogramma del Brigadiere dei RR.CC. di Marina di Carrara al Commissario di
P.S. di Carrara del 3 novembre 1919, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 52. Il
166
Talvolta, purtroppo, questi duri scontri non rimanevano privi di vittime:
terminata la consultazione elettorale, il giornale camerale «Il Cavatore»
pubblicò un articolo – necrologio, a firma di «Un compagno» di Massa, in
ricordo del socialista Silvio Rubini, ucciso alcuni giorni prima «per questione
di partito».

«La lotta elettorale ha voluto la sua vittima, il suo martire!


Noi constatiamo malinconicamente con dolore che la intolleranza fra
operai è stata così grande da far tacere, per questione di partito e di lotta
elettorale, la solidarietà che non dovrebbe, non deve mai cessare fra
sfruttati.
Silvio Rubini è stato ucciso per la lotta elettorale e pare da un altro
operaio. Ciò è deplorevole perché noi vorremmo, nell’interesse stesso
della classe proletaria, che l’arma che l’operaio impugna non abbia mai
per bersaglio il petto di un altro operaio, di un altro sfruttato!
Questo è il nostro fervido augurio. Sulla fossa di Silvio Rubini
spargiamo una manata di garofani rossi, alla sua memoria il nostro
saluto, alla sua famiglia sentite condoglianze».515

L’anno seguente, durante e dopo la campagna elettorale per le


amministrative del 31 ottobre, gli incidenti e le violenze tra gruppi di
repubblicani, socialisti ed anarchici si ripeterono. I dirigenti della C.d.L. di
Carrara, respingendo le accuse mosse loro da «alcuni operai» che volevano
«far carico alla C.d.L. di ciò che hanno fatto gli anarchici», cioè di aver
sostenuto la campagna astensionista di questi ultimi,516 in un articolo apparso

“giovane” marinaio di Marina di Carrara che venne leggermente ferito dal colpo di
pistola esploso dai repubblicani di Avenza, era il socialista Elia Tarabella, cassiere
della locale Lega dei marinai (Testimonianza orale rilasciata all’autore dal proprio
nonno Gino Vatteroni, genero del Tarabella).
Un compagno (Massa 25-11-1919), Silvio Rubini, in Il Cavatore del 29 novembre 1919.

Gli operai a cui faceva riferimento la C.d.L. erano, in pratica, i dirigenti del Partito
socialista apuano. Infatti, fu «[…] il sostanziale insuccesso socialista a Carrara e la
contemporanea affermazione repubblicana [alle amministrative del 31 ottobre 1920] che,
probabilmente [fece] riacutizzare il mai sopito conflitto tra socialisti e C.d.L. di Carrara»
(A.PANESI, art. cit., p. 195). Questi, irritati che l’istituto camerale non «[…] avesse
assecondato il loro partito nella tentata conquista del comune» (Al di sopra della mischia
elettorale, in Il Cavatore del 13 novembre 1920), cominciarono, dalle colonne del giornale
«La Battaglia», ad attaccare sempre più duramente la dirigenza dell’organizzazione
operaia carrarese, finchè non decisero, nel dicembre del
1920, di staccarsi da essa, fondando una Camera confederale del Lavoro a Massa, la
quale non avrà «[…] né vita facile né lunga» (A.PANESI, ibid.). A tal riguardo, il 12
dicembre, l’Unione socialista massese pubblicava un manifesto annunciante
167
l’istituzione di questa Camera confederale, invitando le diverse leghe di mestiere
della regione apuana a scegliere l’organismo camerale cui iscriversi nel 1921:
«Camera Confederale del Lavoro Massa
PROLETARI!
Il movimento unificatore ed accentratore del proletariato mondiale mirante a
sviluppare ed intensificare la LOTTA DI CLASSE, ha trovato nel secondo congresso
della Terza Internazionale a Mosca, le sue più giuste direttive e discipline. Queste, fra
l’altro, indicano la necessità di creare maggiori nuclei di forze proletarie, perché
uomini di fede si trovino compatti e pronti a qualunque evento che la storia voglia
preparare.
Da noi, centro di lavoratori, manca l’organismo che risponda sentitamente a codeste
discipline. Un malinteso apoliticismo, una propaganda tornacontista e palancaia ha
tolto alle masse quell’ardore di combattività, che solo una fede salda verso un Ideale
sacro, qual è quello della redenzione proletaria, può suscitare e mantenere.
LAVORATORI D’APUANIA!
Spezziamo codesta unità dei ranghi e creiamo la vera, la propria unità degli spiriti.
Coll’istituire la nostra Camera Confederale del Lavoro, intendiamo di ricondurre il
proletariato ai sublimi ardimenti del passato. Intendiamo di addestrarlo alla lotta
permeandolo di una sana concezione di fede e di sacrificio in un ben compreso
sentimento di disciplina.
LAVORATORI ORGANIZZATI!
Franchi e leali negli intendimenti nostri, vi diciamo subito:
Non dividete le vostre leghe: in ogni assemblea, appositamente convocata, dove
soprattutto aleggi lo spirito di ribellione alla società borghese, decidete, in tutta
libertà, a quali degli organismi camerali intendete di aderire per l’anno 1921. Le
minoranze accettino, senz’altro, le discipline delle maggioranze.
I dissenzienti del nostro movimento, valutino con lealtà d’intendimenti questo nostro
esplicito invito alla DISCIPLINA. Disciplina che garantisce DI FATTO l’unità
proletaria contro il padronato, il quale deve sempre vedere attraverso gli organismi
sindacali la forza concorde e compatta di tutti i lavoratori contro tutti i privilegi e le
angherie della classe borghese.
OPERAI, CONTADINI, IMPIEGATI!
Noi lanciamo l’appello della UNITA’ FRA TUTTI COLORO CHE LAVORANO,
SUDANO E PRODUCONO. Gli sfruttati dal capitalismo, siano essi lavoratori del
braccio o del pensiero, si uniscano in una unica ed indissolubile forza per combattere
costantemente la lotta CONTRO TUTTI I PARASSITI. Così solo, potremo
camminare con coscienza sicura, verso la nuova società umana, verso la redenzione
del proletariato.
LAVORATORI A VOI! VIVA L’INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI!» (in
ASM, Questura di Massa, I serie, busta 14).
Su tale scissione, cfr. le reazioni della C.d.L. di Carrara in alcuni articoli e comunicati
apparsi su Il Cavatore del 18 dicembre 1920: La Commissione Esecutiva, Contro i
secessionisti; La Commissione Esecutiva, Camera del Lav. Carrara, Massa, Paesi del
Marmo, Lunigiana e Versilia; Il Cronista, Corriere Massese. Per una valutazione da
parte dell’Autorità Tutoria apuana dei rapporti tra socialisti e C.d.L. di Carrara, cfr. la
Relazione del Prefetto di Massa al Ministero degli Interni del 13 dicembre 1920, che
viene riprodotta in Appendice VIII. Sulla campagna astensionista degli anarchici
168
su un numero del novembre 1920 de «Il Cavatore» rilevarono con
indignazione come nel corso della precedente lotta elettorale un libertario
fosse stato «[…] assassinato, Nicodemi Megaride ucciso a Massa da un
repubblicano», mentre un altro fosse stato «[…] arrestato, Borghini Giuseppe
[sic] per il tafferuglio accaduto durante il corteo repubblicano [svoltosi a
Carrara]».517
L’episodio riguardante l’anarchico Marcello Borghini, venne ricostruito,
durante il processo a suo carico che si tenne presso il Tribunale di Massa agli
inizi del 1921, nei termini seguenti:

«Nel pomeriggio del 1° Novembre 1920 un gruppo di anarchici, che si


trovava nella sede del Circolo del partito in Carrara, 518 ebbe notizia da
alcuni ragazzi che un corteo di repubblicani, che percorreva le vie della
città per festeggiare la vittoria riportata nelle elezioni amministrative
del giorno precedente, si dirigeva verso quel Circolo per assaltarlo e
danneggiarlo. Subito gli anarchici mossero contro il corteo dei
repubblicani, ed avendolo incontrato in Via Verdi lanciarono dei sassi
in mezzo alla folla. Nacquero numerose colluttazioni ed all’improvviso
echeggiarono molti colpi di rivoltella, da uno di quelli fu ferito Volpi
Bruno che era tra i repubblicani. Mentre la gente si sbandava, tre
carabinieri scorsero il Borghini Marcello che, dopo aver sparato due
colpi di rivoltella, si dava a precipitosa fuga per Via Mazzini, e presero
ad inseguirlo per arrestarlo. Il Borghini, durante la fuga, sparò due colpi
verso i carabinieri, poi accortosi che stava per essere raggiunto dal
carabiniere Larese Tommaso, si fermò di botto, si girò, sparò un terzo
colpo poi gettò a terra l’arma e riprese la corsa. La rivoltella fu raccolta

carraresi per le amministrative dell’ottobre 1920, cfr., a titolo d’esempio, l’articolo


Noi e gli altri in materia di elezioni apparso sul locale giornale libertario «Il ‘94» del
26 settembre 1920, che viene riprodotto in Appendice IX. Per i risultati delle elezioni
del 31 ottobre nel Comune di Carrara, il cui Consiglio risultò composto da 32
repubblicani, 7 liberali e un socialista, cfr. A.BIANCHI, Lotte sociali e dittatura in
Lunigiana cit., p. 124. La percentuale dei votanti nel carrarese risultò alquanto scarsa:
solo il 46% degli iscritti nelle liste elettorali si recò alle urne (cfr. F.POSTERLI,
Origini del fascismo a Carrara, Tesi di Laurea, Università di Pisa, a.a. 1978-79, p.
Sui rapporti tra socialisti, repubblicani ed anarchici all’interno della C.d.L. di
Carrara nei primi quindici anni del ‘900, cfr. i saggi e le opere già citate nella nota
del presente capitolo.
Quest’ultima come le precedenti citazioni presenti nel testo sono tratte dall’articolo
Al disopra della mischia elettorale, cit.
Il Circolo giovanile anarchico “Germinal”, la cui sede all’epoca del fatto si trovava a
Canal del Rio n. 12. Il trasferimento dai locali della C.d.L. era avvenuto negli ultimi giorni
di dicembre del 1919 (cfr. la Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di
Massa del 3 gennaio 1920, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13).

169
e sequestrata e il Borghini fu raggiunto ed arrestato. Anche i carabinieri
spararono cinque colpi di rivoltella. […]».519

Marcello Borghini venne assolto dall’imputazione di «lesione volontaria


con arma» ai danni di Bruno Volpi, dato che quest’ultimo affermò di non aver
visto il proprio feritore, mentre per l’imputazione di «mancata lesione con
arma» ai danni dei carabinieri che lo arrestarono fu condannato alla pena di un
anno, un mese e quindici giorni di reclusione.520
Tornando ora agli inizi del 1920, le iniziative più significative intraprese dai
libertari apuani in quel periodo riguardarono Errico Malatesta. Il 2 febbraio 1920,
alle 5 del mattino, «Malatesta, in compagnia di Ferdinando Bassi, prendeva alla
stazione di Livorno un treno diretto a nord».521 L’anarchico campano aveva da
pochi giorni522 ripreso il suo giro di propaganda e di agitazione nelle varie
località della penisola, che era praticamente cominciato al momento del suo
rientro in Italia dall’Inghilterra523 – avvenuto, come si è visto, alla fine di
dicembre del 1919 –
ed il 1° febbraio aveva tenuto due comizi, a Livorno e all’Ardenza.524 Verso
le sei di mattina, mentre il treno «[…] era fermo nella piccola stazione di
Tombolo (tra Livorno e Pisa), un maresciallo dei carabinieri ed alcuni militi
entravano nello scompartimento ove si trovava il vecchio anarchico e lo
dichiaravano in arresto».525 Trasferito immediatamente al carcere delle
Murate di Firenze, quella sera stessa venne rimesso in libertà provvisoria.526
Appresa la notizia dell’arresto di Malatesta da un articolo apparso sul
giornale «La Toscana» del 3 febbraio, quella mattina stessa «i lavoratori

Sentenza n. 19 del 26 gennaio 1921, in ASM, Tribunale di Massa, Sentenze penali, vol.
84 (1921).
Cfr. ibid.
P.FINZI, op. cit., p. 105.
Esattamente a partire dal 31 gennaio, dopo che lo sciopero nazionale dei ferrovieri
– in corso dal 20 gennaio – si era concluso il 30.
Sui numerosi comizi tenuti da Malatesta in svariati centri della penisola
all’indomani del suo ritorno, a partire da quello di Genova del 27 dicembre, cfr.
P.FINZI, op. cit., i capp. V, VI, VII.
Cfr. P.FINZI, op. cit., p. 104.
P.FINZI, op. cit., p. 105.
Il mandato di cattura nei confronti del Malatesta era stato emanato il 20 o il 21
gennaio del 1920 in seguito ad una denuncia sporta all’autorità giudiziaria di Firenze
da parte del deputato Dino Philipson, il 19 gennaio, per eccitamento all’odio di classe
ed all’insurrezione armata, reati che, secondo il denunciante, il Malatesta avrebbe
commesso durante il comizio da lui tenuto il 18 gennaio nel capoluogo toscano, al
termine del quale erano scoppiati degli incidenti fra un corteo composto da anarchici e
giovani socialisti e le forze dell’ordine. Sulla denuncia da parte dell’on. Philipson,
sull’atteggiamento del governo che preferì rimandare l’arresto, già deciso, di ben 12
giorni e sulle manifestazioni di protesta scoppiate in vari centri italiani alla notizia
dell’arresto di Malatesta, cfr. P.FINZI, op. cit., il cap. VIII.
170
apuani – senza attendere ordini – [risposero] alle rappresaglie poliziesche con
lo sciopero generale che riuscì completo, unanime, solidale».527 Il
Commissario di P.S. di Carrara informò il Prefetto di Massa che «in seguito
all’arresto del noto Enrico [sic] Malatesta, contrariamente disposizioni locale
Camera del Lavoro, gli operai compresi i tramvieri stamane si sono astenuti
spontaneamente dal lavoro».528 In effetti, lo sciopero spontaneo degli operai
carraresi colse momentaneamente di sorpresa i dirigenti camerali, i quali
comunque si affrettarono immediatamente ad approvarlo e ad appoggiarlo,
plaudendo «all’opera vigile ed energica esplicata dal Proletariato Apuano in
difesa della libertà individuale e contro le ingiustizie e le prepotenze del
governo borghese!».529 La locale autorità tutoria, dopo una rapida indagine,
venne a conoscenza che

«[…] a questa Camera del Lavoro era già pervenuto, appena terminato
lo sciopero ferroviario, dall’U.S.I. l’unito manifesto col quale
s’invitavano gli operai sindacati ad abbandonare il lavoro alla prima
notizia dell’arresto di Malatesta.530 Così è che prima delle deliberazioni

Emme, Lo sciopero generale per Errico Malatesta, in Il Cavatore del 14 febbraio 1920.

Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Prefetto di Massa del 3


febbraio 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53; i corsivi nel testo sono miei.
Emme, Lo sciopero generale cit.
Immediatamente dopo la denuncia presentata dall’on. Philipson, sulla stampa
nazionale cominciarono a trovar spazio non meglio precisate “voci” secondo cui un
mandato di arresto era stato spiccato dalla magistratura fiorentina nei confronti di
Malatesta. Di fronte a questa ridda di voci prendeva posizione il Comitato esecutivo
dell’U.S.I. che, riunitosi il 30 gennaio a Bologna, diramava alle proprie sezioni una
circolare – manifesto, «Ai proletari, alle organizzazioni rosse d’Italia, in difesa di
Malatesta», che veniva subito ripresa da tutta la stampa di sinistra:
«Compagni! Mentre i ferrovieri tornano festanti al lavoro, vittoriosi, e giustamente
orgogliosi della “resa” imposta al Governo, mentre il proletariato tutto, che ha
cooperato alla loro vittoria, esulta con essi, il Governo si vendica della impotenza
dimostrata di fronte all’azione diretta dei lavoratori, facendo annunciare, dalle sue
gazzette, che Errico Malatesta è ricercato, perché grava su di lui un mandato di cattura
per i fatti di Firenze. […] Il proletariato però, non deve, non può permettere che il
Governo riesca al suo scopo. Da Milano i compagni ci scrivono che l’abitazione di
Malatesta è piantonata di giorno e di notte; forse il Governo più che di arrestarlo
desidera vedere se con queste manovre inducesse Malatesta a tornare in esilio: egli è
qui per opera e volere del proletariato e qui deve restare libero, sicuro da ogni
rappresaglia. Lavoratori, Compagni! Pronunciatevi fino da ora nelle assemblee, nei
comizi, in tutte le riunioni pubbliche e private, esprimete sin d’ora la vostra protesta
contro il Governo, la vostra solidarietà per Malatesta. E sia solidarietà che vi impegni
a disarmare le velleità del Governo e dica che non appena la notizia che Errico
Malatesta, che voi avete accolto con tanta gioia al suo ritorno in Italia, fosse nelle
mani della polizia, voi darete alla vostra protesta tutti, in ciascuna località, il massimo
della espressione, fino alla diserzione dai campi e dalle officine, come sono impegnati
171
dei Consigli della Camera del Lavoro stamane gli operai si sono
astenuti dal lavoro».531

In seguito, il Commissariato di Carrara ricevette la notizia, dal Questore di


Massa, dell’avvenuta scarcerazione del Malatesta, la quale fu immediatamente
comunicata all’organizzazione camerale carrarese.532 Al termine di una così
intensa giornata, la C.d.L. diffuse un manifesto, a firma de «La Commissione
Esecutiva», nel quale si ringraziavano i lavoratori apuani «per la grande prova
di solidarietà e di coscienza di classe» che avevano dimostrato e, annunciando
che Malatesta era uscito dal carcere in libertà provvisoria, li si invitavano «a
riprendere il lavoro».533
Alcuni giorni dopo lo sciopero, sul giornale «La Toscana» apparve un
trafiletto nel quale si affermava che correva «[…] voce negli ambienti
cittadini che prossimamente Errico Malatesta verrà nella nostra città [Carrara]
per tenervi una conferenza di propaganda».534 La notizia non era priva di
fondamento, giacchè nel marzo successivo l’organo camerale «Il Cavatore»
annunciò ai propri lettori che l’anziano anarchico sarebbe giunto a Carrara
nell’ultima decade di quello stesso mese, per svolgere «[…] una conferenza,
di cui è grande l’attesa».535

a fare le sezioni dell’U.S.I. Compagni, Lavoratori tutti! Dite al Governo la vostra


volontà ferma e precisa, che non venga toccato questo fiero compagno che noi
abbiamo voluto in Italia, per averlo con noi nelle lotte e non perché sazi le brame di
reazione dell’idiota e nefando Governo, che vorrebbe arrestarlo. Ciascuna località ci
comunichi immediatamente la propria protesta e le proprie decisioni. Quanto alle
sezioni dell’U.S.I. esse sanno qual è il loro dovere! N.B. Le organizzazioni che
credono di potersi impegnare per la loro località di effettuare anche l’abbandono del
lavoro alla prima notizia dell’arresto di Malatesta, sono pregate di comunicarcelo
telegraficamente. I sindacati ferrovieri, ai quali, naturalmente, non si può domandare
di scioperare, potranno esprimere la loro protesta a mezzo della stampa e sono pregati
di comunicarcela anche a noi, con sollecitudine. Le nostre sezioni ed i compagni tutti
che ricevono la presente faranno bene a trasmetterne copia agli altri organismi operai
e politici locali che noi potremmo dimenticare e prendere, ove occorra, accordi con
tutti per un’azione comune» (parzialmente pubblicato su l’Avanti! del 29 gennaio
1920, in Il Libertario del 5 febbraio 1920, e in parte riprodotto in P.FINZI, op. cit., p.
Una copia si trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53).
531
Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 3
febbraio 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
«Messa in libertà di Errico Malatesta comunicata a Meschi presente Evangelisti»:
Nota del Commissario di Carrara al Prefetto di Massa del 3 febbraio 1920, in ASM,
ibid.
Manifesto della C.d.L. di Carrara e Provincia del 3 febbraio 1920, in ASM, ibid.
Errico Malatesta a Carrara, in La Toscana dell’11 febbraio 1920. L’autore del
trafiletto era un corrispondente da Carrara.
Uno, Errico Malatesta a Carrara, in Il Cavatore del 13 marzo 1920: «Mentre tutta la
canea, pullulante nelle sagrestie, nelle alcove immonde, nelle sentine poliziesche,
172
Dunque, dal 20 al 22 marzo Malatesta visitò la cosiddetta Apuania rossa.
Il 20, a Pietrasanta, tenne «[…] un forte e vibrante discorso, di fronte ad una
fiumana di lavoratori che stipavano il teatro».536 Il giorno seguente, al
mattino, si recò a Massa ove, nel teatro cittadino affollato di proletari, «[…]
pronunciò uno dei suoi più efficaci discorsi».537 Nel pomeriggio era a
Carrara, dove svolse, al Politeama Verdi, una lunga e seguitissima conferenza,
che nei giorni immediatamente precedenti era stata attorniata da una serie di
polemiche di parte repubblicana e liberale, nonché da esagerate attenzioni
dell’autorità tutoria. Il particolare “clima” che si era venuto a creare in città in
seguito all’arrivo di Malatesta, fu descritto dal giornale camerale «Il
Cavatore»:

«La notizia che Errico Malatesta sarebbe venuto tra noi venne accolta
con il più grande entusiasmo, con il più sincero compiacimento di tutto
il proletariato; l’attesa era quindi vivissima, come immensa era la
preoccupazione dell’autorità politica.
La pubblica sicurezza non solo non voleva permettere che il comizio
fosse pubblico, ma intendeva che, come a Spezia e a Sarzana, 538 non
fossero neanche affissi i manifesti.
Naturalmente ci opponemmo a questa stupida e reazionaria misura
poliziesca e minacciammo di fare il comizio anziché in teatro sulla
pubblica piazza. La nostra energica attitudine fece si che le autorità
tutorie scendessero a più miti consigli e permisero non solo l’affissione
del manifesto annunziante la conferenza, ma rinunciarono al controllo
delle tessere e dei biglietti d’invito e la conferenza fu di fatto pubblica.
La stampa locale si occupò diffusamente della venuta del nostro
compagno Malatesta. «La Battaglia», organo dei socialisti, salutava
cavallerescamente il Malatesta, «La Sveglia Repubblicana» in un lungo
articolo, prendendo lo spunto da un articolo di «Umanità Nova»,

negli antri dove si annida la stampa venduta, foraggiata con i fondi segreti, urla alle
calcagna del vecchio agitatore Errico Malatesta, annunciamo ai nostri lettori che egli
sarà tra noi domenica 21 corr. e terrà una conferenza, di cui è grande l’attesa. Noi
siamo sicuri di interpretare il pensiero del proletariato dell’Apuania rossa, mandando
al vecchio e provato compagno Errico Malatesta il più affettuoso e solidale saluto!».
Errico Malatesta nell’Apuania Rossa, in Il Cavatore del 27 marzo 1920.
Ibid. In questa occasione, Malatesta fu presentato all’uditorio dall’anarchico
massese «[…] Galileo Palla, il compagno di Amilcare Cipriani, nei fatti di Piazza
Gerusalemme a Roma [il 1° maggio del 1891], che con Errico divise non poche
peripezie nel vecchio e nuovo mondo […]» (ibid.). Su Galileo Palla, cfr.
F.ANDREUCCI-T.DETTI, op. cit., vol., ad nomen, e U.FEDELI, Galileo Palla, in
ID., Anarchismo a Carrara cit., pp. 119-132. Per i fatti di Roma del 1° maggio 1891,
cfr. P.C.MASINI, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta, Milano,
Rizzoli, 1972, pp. 258-265.
Malatesta si era recato a Spezia e a Sarzana il 7 marzo 1920, cfr. P.FINZI, op. cit., p.
136.
173
polemizzava.539 «Il Giornale di Carrara» con un articolo di fondo dal
titolo: Benvenuto Malatesta! che voleva essere ironico, raccoglieva la
stolta insinuazione poliziesca che vuol far carico al Malatesta degli
eccidi di Firenze e di Milano.540
Enorme fu quindi il concorso di pubblico, di lavoratori che stipavano il
vasto Politeama nella giornata di Domenica 21 c.m.; presentato con
poche parole dal compagno Meschi, Errico Malatesta accolto da
fragorosi e prolungati applausi esordisce polemizzando argutamente e
felicemente con i suddetti giornali, parla per oltre un’ora interrotto
spesso da applausi e salutato alla fine da una grande ovazione. Meschi
parla brevemente e chiude il comizio.

I repubblicani locali, dalle colonne del loro giornale, alla vigilia dell’arrivo in città di
Malatesta, avevano provocatoriamente tacciato l’anarchico campano di indeterminatezza
su quale tipo di organizzazione economica e sociale si sarebbe dovuto adottare
all’indomani di un’eventuale insurrezione popolare vittoriosa, insinuando che il suo
programma di emancipazione, e quello degli anarchici in generale, si limitasse unicamente
all’aspetto distruttivo, mancando quello costruttivo. Si invitava quindi l’oratore a chiarire e
ad esporre nella sua imminente conferenza, le proprie idee a tal riguardo. E’ probabile,
inoltre, che i repubblicani intendessero così sollecitare il Malatesta ad effettuare una scelta
tra “rivoluzione democratica” e “soviettista”. Successivamente, su «La Sveglia
Repubblicana» del 27 marzo 1920 apparve, all’interno del consueto spazio riservato alla
“Cronaca Cittadina”, il seguente resoconto della conferenza carrarese di Malatesta:
«Domenica scorsa, dinanzi a un pubblico numeroso, Errico Malatesta tenne l’annunciata
conferenza. Questa ebbe carattere polemico con la stampa cittadina, e quindi anche col
nostro giornale, che nel numero scorso, nell’articolo di fondo, invitava appunto il
Malatesta a dirci quali fossero le sue idee e il suo programma per quando la rivoluzione
sarà un fatto compiuto, e non si tratterà più di distruggere, ma di costruire. Il Malatesta
espose le sue teorie anarchiche di espropriazione degli strumenti di lavoro e della
proprietà, dicendo che dopo la rivoluzione, il popolo deciderà quale forma di governo
crederà conveniente a reggerlo: se la repubblica, o i consigli, o nessuna forma, come è
nella teoria anarchica. Chiuse con quello che è ormai il Leif-motive [sic] dei discorsi
malatestiani. La concordia dei partiti, per l’abbattimento della borghesia e delle istituzioni,
e la necessità di produrre più che sia possibile, per prepararsi alla rivoluzione. Nonostante
il grande apparato di forze, nessun incidente turbò in quel giorno la calma e la serenità di
Carrara».

Il 29 febbraio 1920, indetto dalla Lega proletaria tra mutilati, invalidi,


tubercolotici, reduci, vedove e orfani di guerra per protestare contro l’atteggiamento
del governo sul problema delle pensioni, si era tenuto a Milano un comizio durante il
quale presero la parola, tra gli altri, Errico Malatesta per gli anarchici ed Armando
Borghi per l’U.S.I. Al termine del comizio, gran parte dei partecipanti si diresse verso
il centro della città, ma nei pressi di Piazza Missori i carabinieri cominciarono a
sparare sull’improvvisato corteo, uccidendo due persone e ferendone altre. Su tale
episodio cfr. P.FINZI, op. cit., il capitolo X. Su «Il Giornale di Carrara», foglio
liberale, monarchico costituzionale, dapprima organo dell’Associazione Democratica
Liberale Carrarese e in seguito del Partito Liberale, cfr. M.BERTOZZI, op. cit., pp.
164-165.
174
Enorme era l’apparato di forza, quattrocento carabinieri al comando di
un maggiore, senza contare i soldati.
Alla sera ebbe luogo una festa sociale pro «Umanità Nova», parlarono
Malatesta, Fellini, Meschi e il segretario provinciale dei Tramvieri
Salvi di Genova».541

Il notevole successo fatto registrare da tale conferenza, fornì l’occasione a


«Il Cavatore» di poter far rilevare come la venuta di Malatesta a Carrara
avesse

«[…] sfatato […] non poche leggende: la prima e la più importante


quella di dimostrare come la stampa borghese mente, quando insinua e
vuol fare passare Malatesta per un seminatore di zizzanie fra i
sovversivi e particolarmente fra socialisti ed anarchici. La verità è
invece che la nota predominante in tutti i discorsi di Malatesta è
l’appello alla concordia, all’unione fra anarchici, socialisti e
repubblicani e pure tutti coloro che vogliono veramente
l’emancipazione operaia.
L’altra balorda leggenda è quella che dove va Malatesta c’è la pozza di
sangue!
Sì, la pozza di sangue proletaria c’è purtroppo in molte città, l’ultima –
in ragione cronologica – è quella di Napoli, Brescia, ecc.
Ma sono sempre stati i vostri carabinieri che le hanno fatte, o scribi
della pattuglietta monarco-nazionalista locale!542

Errico Malatesta nell’Apuania Rossa, cit. Nella sezione fotografica del presente
lavoro viene riprodotta una foto, scattata il 21 marzo 1920, raffigurante Malatesta e
Meschi assieme ad alcuni anarchici del “Piastron”.
Si riferisce ai redattori de «Il Giornale di Carrara» e alla già accennata accusa
lanciata dal foglio liberale nei confronti di Malatesta di essere il fomentatore e il
responsabile, attraverso i suoi comizi, degli scontri ed eccidi avvenuti in diversi centri
della penisola. A tal proposito, su Il Cavatore del 27 marzo 1920, in risposta al
«Giornale di Carrara», venne pubblicato un articolo dal titolo La pozza di sangue…,
nel quale, dopo aver fatto osservare che a Carrara «[…] Malatesta è venuto, se n’è
andato e pozze di sangue non ce ne sono [state]», si affermava che le pozze di sangue
proletario abbondavano dove «c’era il regio carabiniere e la regia guardia» e non dove
c’era Malatesta, riportando nel contempo un lungo elenco di eccidi avvenuti in varie
località, a partire dal 13 aprile 1919, quando l’anziano anarchico non era presente. In
precedenza, la sera dell’11 marzo 1920, gli anarchici di Carrara e Ville si erano riuniti
in assemblea straordinaria ed avevano votato all’unanimità un ordine del giorno nel
quale si denunciava «la campagna di denunzie, d’infamie e di ignobili calunnie […]
scatenata, ad opera dei giornalisti borghesi, contro il carissimo Compagno Errico
Malatesta», e si diffidavano «[…] costoro ed il governo a smettere l’infame e
ripugnante gazzarra, ammonendoli che qualunque attentato alla libertà ed alla persona
del gagliardo lottatore per la redenzione proletaria equivarrebbe per gli anarchici
d’Italia (dei quali sono sicuri di interpretare il sentimento) ad una dichiarazione di
guerra, cui seguirebbe immediatamente l’inizio delle ostilità» (o.d.g. degli anarchici
175
Errico Malatesta è troppo alto nella considerazione e nella stima dei
lavoratori e le insinuazioni dei pennivendoli, dei poliziotti e degli
sfruttatori non possono toccarlo!».543

Il pomeriggio del 22 marzo, l’anarchico campano lasciò Carrara e si recò a


Seravezza, Forte dei Marmi e Viareggio ove tenne altri tre affollatissimi
comizi,544 quindi proseguì per Lucca e il Valdarno «a continuare l’opera
benefica di seminazione […]».545
Si è già avuto modo di constatare che a partire dalla metà di aprile del
1920, dopo l’accordo raggiunto il 10 di quel mese fra la C.d.L. e la
Federazione degli Industriali sull’aumento dei salari agli operai del marmo, la
questione del caro-viveri era prepotentemente tornata alla ribalta, in quanto
che i prezzi di tutti i generi di consumo erano rapidamente cresciuti nel giro di
pochi giorni.546 L’organizzazione sindacale carrarese immediatamente prese
posizione contro i cosiddetti «vampiri del proletariato», esortando i lavoratori
ad «opporsi con tutte le forze a questo diuturno spogliamento […] reagendo
con l’azione diretta senza pietà, senza remissione contro le sanguisughe,
contro i ladroni del salario operaio!».547
Tra queste “sanguisughe” da colpire, l’istituto camerale, sin dal principio del
1919, annoverava anche i proprietari di case, i quali contribuivano a rendere ancor
più precaria la situazione dei lavoratori con il continuo rincaro degli affitti.548 La
questione del “caro-case”, collegata a quella del caro-viveri, era particolarmente
sentita dagli operai, al punto che, verso la fine del 1919, si

carraresi, in Il Cavatore del 27 marzo 1920). Un identico o.d.g. era già stato votato
dai gruppi anarchici di Ancona riuniti in assemblea la sera del 2 marzo, cfr. P.FINZI,
op. cit., p. 130 n.
Nota redazionale alla fine dell’articolo Errico Malatesta nell’Apuania Rossa, cit.
A Viareggio la polizia aveva in un primo tempo vietato il comizio di Malatesta, ma una
secca presa di posizione del deputato socialista Luigi Salvatori aveva fatto ritornare le autorità
sui propri passi. Il Salvatori aveva infatti telegrafato al Presidente del Consiglio Nitti alcuni
giorni prima della data prevista per il comizio: «Pubblica sicurezza locale impedisce comizio
Malatesta. io denuncio V.E. tale sfregio libertà e chiedo che V.E. voglia dare ordini perché
Viareggio sia considerata alla stregua tutta Italia dove Malatesta ha parlato e parla liberamente
– Deputato Salvatori» (cfr. P.FINZI, op. cit., pp. 136-137). Durante il suo soggiorno nel
comprensorio apuano, Malatesta rivide e riabbracciò il compagno ed amico Lorenzo Leoni (cfr.
la già citata Lettera del Leoni pubblicata su Il Cavatore del 1° maggio 1954 con il titolo Un
anno a Londra con Malatesta).
Errico Malatesta nell’Apuania Rossa, cit.
Cfr. il paragrafo 3 del capitolo II del presente lavoro.
Manifesto della C.d.L. del 18 aprile 1920, cit. (vedi nota 153 del capitolo II).
Cfr. l’articolo, parzialmente censurato, Disoccupati, smobilitati non pagate
l’affitto, in Il Cavatore del 23 febbraio 1919.
176
era giunti al proposito di creare una Lega degli inquilini per cercare di opporsi
a quella «figura schifosissima e oltremodo odiosa che è il padrone di casa».549
Ora, durante l’estate del 1920, parallelamente al problema del nuovo
aumento dei prezzi dei generi alimentari, riemersero in maniera drammatica le
questioni riguardanti le deplorevoli condizioni abitative della classe
lavoratrice e i tesi rapporti esistenti fra i proprietari e gli inquilini. Il giornale
camerale «Il Cavatore» pubblicò un articolo nel quale si faceva il punto della
situazione:

«Una questione che preoccupa molto seriamente la classe operaia, è la


penuria, la mancanza assoluta di abitazioni. Oltre essere il fitto
addirittura esagerato, bisogna andare davanti a quella …simpatica
figura che è il …padrone di casa a raccomandarsi, quasi a supplicarlo,
pagargli 3, 4, 6 mesi di fitto anticipato, per avere in affitto una casa. Il
padrone della casa che deve affittarvela, prima di concedervela
domanda informazioni sul conto vostro, se siete un pagatore, vuol
sapere quanti figli avete, ed in questo caso aumenterà anche il fitto,
insomma se continuiamo di questo passo, ci vorrà anche il certificato di
buona condotta, e la fedina penale pulita.
E tutto questo avviene, appunto perché vi è un’assoluta mancanza di
abitazioni, e quelle sanguisughe, quegli usurai se ne approfittano.
Bisogna vedere delle famiglie composte anche di 10 persone d’ambo i
sessi, grandi e piccoli, dormire tutti in una camera ammonticchiati l’un
sopra l’altro; altre di una camera devono fare cucina, camera, salotto e
tutto un po’; altre famiglie che dormono in diverse case perché tutti in
quella non ci stanno: e di questi casi potremmo citarne a bizzeffe.
Vi sono poi la maggioranza delle case dei quartieri popolari che sono
addirittura inabitabili, oltre che essere sudice, sono anche pericolanti
(vedi caso della massese).
E tutto questo oltre che essere antiumano e anche antigenico è
abbastanza maialesco ed in questo caso chi di dovere è pregato di
occuparsene, o più che altro facilitare il compito dei senza tetto che
stanno preparandosi per l’invasione dei diversi palazzi, che il nostro
borghesume preferisce tenerli semivuoti».550

Dunque, alla fine di giugno del 1920, le dure condizioni cui erano
sottoposti gli inquilini dei quartieri operai cittadini, l’esasperazione popolare
per il continuo aumento del costo della vita – in cui era compreso anche
l’affitto della casa –, l’odio latente verso «[…] quei padroni che aspettano con

Un gruppo di inquilini, Verso lo sciopero degli inquilini?, in Il Cavatore del 29


novembre 1919.
Quello dagli scarponi, Mancanza di abitazioni, in Il Cavatore del 4 settembre 1920.

177
l’orologio alla mano la fine del mese»,551 provocarono a Carrara un grave
episodio di sangue, che vide coinvolti alcuni anarchici ed un proprietario.
La sera del 26 giugno, certo Roberto Micheli incontrò al Ponte delle
Lacrime il proprio inquilino Rizieri Antognetti e lo invitò a bere in una vicina
osteria, volendo discutere con lui «[…] circa la sistemazione delle rispettive
abitazioni».552 Il Micheli cercò insistentemente di convincere l’Antognetti a
«[…] scambiarsi l’ambiente ad uso di cucina», ma quest’ultimo osservò che
«[…] del resto stando alla legge esso non lo avrebbe potuto costringere ad
alcun cambiamento», il che provocò una risentita reazione da parte del
proprietario che affermò, tra le altre cose: «[…] fa vergogna di parlare di
legge».553 A queste parole, il figlio dell’Antognetti, Tommaso, che assieme al
proprio cugino Emilio Battaglini si trovava all’interno dell’osteria, «si fece
innanzi dicendo al Micheli che aveva offeso il padre».554 Si accese quindi fra
i due un vivace diverbio, che proseguì anche fuori del locale pubblico, sino a
che, arrivato il gruppetto di fronte all’abitazione del Micheli, il cognato di
quest’ultimo, anch’egli intervenuto nel frattempo nella discussione, non riuscì
a convincerlo a rientrare in casa. Tommaso Antognetti ed Emilio Battaglini,
rimasti all’esterno, cominciarono a chiamare il Micheli dicendogli di uscire,
quindi entrarono nel caseggiato per obbligarlo a continuare la controversia,
ma il proprietario li affrontò con un coltello col quale colpì il Battaglini alla
spalla, ferendolo. L’Antognetti accompagnò all’ospedale il proprio cugino, e
in un batter d’occhio la notizia del ferimento si diffuse nel vicinato, sicchè
«[…] numerose persone si avvicinarono alla casa del Micheli emettendo grida
a questo ostili, bussando alla porta e chiamandolo fuori».555 Quest’ultimo,
salito al secondo piano della casa, iniziò a scagliare dall’alto nella via pietre e
mattoni, riuscendo a far dileguare i dimostranti.
A questo punto, l’autorità giudiziaria di Massa diede la seguente versione
di ciò che accadde quella notte:

«Sembra però che alcuno si recasse a portare la notizia del ferimento


del Battaglini al vicino circolo anarchico [il circolo “Germinal”] e che
quivi si trovassero riuniti il Galeotti, il Giandalasini, il Borgioli e il
Baccelli. [Sta di fatto] che poco più tardi, mentre il Micheli dalla
propria figlia aveva fatto riaprire, per comodità degli inquilini, la porta

Libertario, I delitti della Magistratura, in Il Cavatore del 21 agosto 1920.


Sentenza n. 21 del 1 febbraio 1921 del processo contro Galeotti Alcide ed altri, in

Ibid.
Ibid. Le parole pronunciate dal Micheli erano chiaramente offensive e provocatorie poiché
rivolte ad un anarchico, quale era l’Antognetti. Rizieri Antognetti prima dello scoppio del
conflitto mondiale faceva parte del gruppo anarchico “29 luglio”, come risulta dal Prospetto
statistico di tale gruppo del 30 aprile 1914, in ASM, Questura di
Massa, I serie, busta 13.
Ibid.
178
esterna della casa, numerose persone, e tra queste quelle sopra
nominate, emettendo grida contro il Micheli che appellavano il
“toscano” [infatti era nativo di Seravezza: N.d.A.] e che dicevano di
volerlo fuori o vivo o morto, nuovamente comparvero nella via e fecero
irruzione per le scale della casa. Il Micheli cercò di fuggire, ma in quel
momento gli assalitori abbatterono la porta della sua abitazione ed
entrarono. Il Micheli allora armatosi di un lungo coltello si avventò
sugli assalitori e incontratosi col Giandalasini, che cercava di farsi largo
tra gli ostacoli che erano stati frapposti contro la porta, gli assestò un
colpo al costato. Si volse poi contro il Galeotti colpendolo col coltello.
Si portò indi sulle scale continuando a menare fendenti a destra e a
manca, in tal modo colpì il Battistini Ubaldo, il Borgioli Averardo e il
Baccelli Francesco, nonché lo stesso Lazzerini Pietro [cognato del
Micheli] che era accorso a vedere cosa stava succedendo. Qualcuno
degli assalitori allora sparò contro il Micheli due colpi di rivoltella,
ferendolo al sopracciglio sinistro e a un braccio, ed egli allora tornò
indietro e nuovamente affrontò il Galeotti che non si era ancora
allontanato. Questi però lo disarmò e con lo stesso coltello toltogli di
mano, lo colpì ripetutamente producendogli due ferite alla testa, due
alla schiena ed un’altra al mignolo della mano sinistra. Dopo ciò il
Galeotti si fece accompagnare da un compagno all’ospedale per le ferite
che aveva riportato e che lo costrinsero a 30 giorni di convalescenza,
rischiando pure la morte. Il Micheli sporse querela e fu così istituito il
processo. […]».556

Verso la fine di agosto, il vice segretario della Camera del Lavoro, Gino
Petrucci, dalle colonne de «Il Cavatore», schierandosi dalla parte degli
anarchici arrestati, attaccò la magistratura per come stava conducendo
l’istruttoria, fornendo nel contempo una diversa versione dei fatti:

«E’ già da un paio di mesi che 6 nostri compagni e cioè: Battaglini


Emilio, Baccelli Alessandro, Antognetti Tommaso, Galeotti Arturo,
Battistini Ubaldo, Borgioli Averardo,557 si trovano in carcere per una
rissa fatta con un padrone di casa, uno di quei padroni che aspettano
con l’orologio alla mano la fine del mese, nella quale rissa al buio,
sorprendendo la buona fede dei nostri compagni che andavano a mani
vuote per parlare, egli armato di pugnale e di rivoltella riusciva
disgraziatamente a colpirli tutti, tanto che dovettero essere ricoverati
all’ospedale, ed ivi piantonati, e man mano che potevano camminare,
anche se non erano guariti completamente, erano tradotti al carcere.
Questo manigoldo rimase ferito anch’esso, forse con le sue stesse armi,
e trasportato all’ospedale veniva nei primi giorni piantonato, ma mica

Ibid.
Andrea Giandalasini era in quel periodo latitante, essendo «evaso il 4 luglio» (cfr. la
Sentenza n. 21 cit.).
179
perché gli toccasse la sorte dei nostri compagni, semplicemente perché
nessuno lo andasse a…disturbare.
Difatti, mentre i nostri compagni che ne toccarono (e qui ci dispiace
molto) sono in carcere, egli si trova fuori, non in libertà provvisoria, ma
libero…completamente.
Ma quel che in questa faccenda è più indecente è il contegno delle
autorità giudiziarie, del giudice istruttore di Massa, il quale dopo aver
negata la libertà provvisoria che spetta di diritto ai nostri compagni
essendo questi tutti incensurati, dopo aver fatto dormire per due mesi
gli incartamenti del processo, essendo il massimo tempo che ci si possa
impiegare per istruire un processo come questo, ha chiesto il massimo
della proroga, e cioè altri 90 giorni per istruire il processo.
E’ questa una palese vendetta della magistratura borghese, la quale
cerca colpire i nostri compagni solo perché sono degli anarchici e quel
ch’è peggio del Piastrone, se fossero dei manigoldi, come ne abbiam
visti altri, dei…confidenti, o allora bastavano pochi giorni perché: o
avrebbero la libertà provvisoria o li avrebbero processati per
direttissima, dato che l’imputazione non è grave, si tratta di lesioni
semplici, ed anche i topi sanno che 5 mesi per istruire un processo per
lesioni semplici, è semplicemente un’abominevole vendetta degna solo
dei togati borghesi.
Noi non abbiamo mai avuto un’opinione diversa dei giudici borghesi da
quella che abbiamo ora, solo ci pare che con i tempi che corrono sia un
po’ troppo pericoloso calpestare così spudoratamente anche la più
minima delle libertà.
Che ve ne pare egregi candidati alla forca?».558

Nel numero successivo de «Il Cavatore», Petrucci ritornava sulla


questione, poiché essendo venuto a conoscenza che anche il Micheli era stato
imputato per lesioni, chiese a gran voce «[…] per i nostri amici lo stesso
trattamento che il giudice ha usato verso il feritore», 559 cioè che venissero
rimessi in libertà in attesa del processo. I sei anarchici furono scarcerati il 14
settembre,560 mentre il relativo processo si svolse agli inizi del 1921 e si
concluse con l’assoluzione «[…] di tutti i nostri compagni ad eccezione del
compagno Galeotti, che fu gravemente ferito, il quale è rimasto condannato a
circa un anno, mentre il Micheli che ne ha feriti 5 [sic] è stato condannato a
10 giorni».561

558
Libertario [Gino Petrucci], I delitti della Magistratura, in Il Cavatore del 21
agosto 1920.
Libertario, Sempre la Magistratura, in Il Cavatore del 4 settembre 1920.
Cfr. la Sentenza n. 21 cit.
Scarcerazione, in Il Cavatore del 5 febbraio 1921. Più precisamente Alcide Arturo
Galeotti fu condannato alla pena di mesi 11 e giorni 20 di reclusione. La Corte d’Appello
di Genova con sentenza del 31 ottobre 1921 ridusse la pena a mesi 6 di reclusione (cfr. la
Sentenza n. 21 cit.). E’ da notare che la sentenza di Genova arrivò
180
Collegata a questo episodio, conosciuto negli ambienti popolari cittadini
col nome di «affare della Carriona»,562 risultò essere un’altra eclatante
vicenda che vide coinvolti l’anarchico Andrea Giandalasini e il vice
brigadiere dei carabinieri di Carrara Tommaso Vania. Questa mise bene in
evidenza quali fossero i metodi generalmente usati dalle forze dell’ordine
apuane nei confronti degli anarchici e sovversivi locali e, di conseguenza,
quanto motivato fosse l’odio e l’avversione che questi ultimi provavano verso
le prime. L’ostilità sia di numerosi esponenti dell’organizzazione sindacale,
sia del movimento anarchico carrarese nei riguardi degli agenti di pubblica
sicurezza e dei carabinieri, traspare chiaramente da un articolo apparso su «Il
Cavatore» nel marzo del 1919. La redazione del giornale, venuta a
conoscenza del fatto che talvolta «[…] qualche proletario, anche di quelli che
militano o dicono di militare nelle file sovversive», era stato visto andare
«[…] a bere la cavalleria o il caffè con i poliziotti!»,563 affermava
categoricamente:

«Ciò è semplicemente scandaloso, per non adoperare una parola più


grossa, i lavoratori non possono e non devono avere nulla in comune
con il poliziotto, il quale ha tagliato i ponti che lo univano, sia per
condizioni di nascita, economiche ecc. ecc., alla classe operaia il giorno
in cui volontariamente si è trasformato in cane da guardia del capitale,
del padrone.
Fate sciopero, cercate di migliorare la vostra misera condizione di
sfruttati e troverete, tra voi e il vostro sfruttatore, il poliziotto pronto a
mettersi in guardina, e fare anche peggio sol che i suoi padroni glielo
comandino, a difendere il capitale, cioè dall’altra parte della barricata.
In questa vigilia di ansiose aspettative bisogna essere guardinghi e
vigili, chi non è con noi è contro di noi, chi giuoca, chi beve con lo
sbirro non può essere un buon soldato dell’esercito proletario. Ci fa
l’effetto di un confidente e [lo] dobbiamo nostro malgrado diffidare,
quindi i corni del dilemma sono facili: o la stima e l’amicizia del
Mortalaio, di Marchetti, Consiglio, Pietro e compagnia brutta, o quella
dei loro compagni di lavoro; i frequentatori dei poliziotti scelgano. Noi
non li perderemo di vista e li inchioderemo alla gogna!
Uomo avvisato mezzo salvato!».564

Le prepotenze e le angherie perpetrate ai danni anche dei ragazzi o di


innocui cittadini, venivano spesso registrate su «Il Cavatore», che in tal modo
portava avanti una propria campagna di denuncia sui metodi vessatori adottati

dopo che il Galeotti aveva ormai già scontato, compreso il periodo di carcerazione
preventiva, circa undici mesi di reclusione.
Cfr. l’articolo Scarcerazione, cit.
Il Cavatore, Poliziotti e operai, in Il Cavatore del 29 marzo 1919.
Ibid.
181
dalle locali forze dell’ordine nei confronti, soprattutto, degli operai e dei
militanti sovversivi.565
Si è visto in precedenza come anche l’anarchico e militante sindacale
Andrea Giandalasini, da tempo noto all’autorità tutoria apuana,566 avesse

Cfr., a titolo d’esempio, gli articoli: Come si fabbricano i reati, in Il Cavatore del
marzo 1919; Alberto Meschi, Domandiamo, in Il Cavatore del 9 agosto 1919; La
polizia lavora…, in Il Cavatore del 15 maggio 1920; Lettera di Salvatore Cozzo, in Il
Cavatore del 26 giugno 1920; Un bravo poliziotto, in Il Cavatore del 21 agosto 1920.
Invece, per ciò che riguarda la parallela campagna di denuncia, portata avanti
dall’organo camerale carrarese, sui brutali metodi adottati dalle forze dell’ordine a
livello nazionale per reprimere le dimostrazioni popolari, cfr., a titolo d’esempio,
l’articolo apparso sulla prima pagina de Il Cavatore del 25 ottobre 1919, intitolato I
carabinieri del Re lavorano…: «Mai come in questi ultimi tempi i carabinieri hanno
“lavorato” di rivoltella, si capisce, a rivolverare i proletari; dalla Sicilia eroica e
dimenticata alla ubertosa Val Padana i carabinieri del re hanno raccolto nuovi allori
massacrando inermi lavoratori! [si riferisce in particolare agli eccidi di Riesi dell’8
ottobre 1919, con 20 morti e 50 feriti, e di Terranova del 9 ottobre, con 2 morti e 7
feriti, per la Sicilia, e all’eccidio di Besenzone (Piacenza) dell’11 ottobre, con 5 morti
e vari feriti, per la Val Padana]. La ferocia di questi messeri non ha più limiti, non
riconosce pudore, uccidono con una freddezza spaventevole, donne, bambini,
proletari inermi; il governo li paga, la classe capitalistica li ubriaca ed essi lavorano di
rivoltella, ma fino a quando? fino a qual punto i lavoratori vorranno farsi massacrare
dai servitori del re? La violenza dall’alto provoca la violenza benedetta dal basso; e
dopo il ’98 la storia ha registrato il ‘900 [si riferisce al regicidio di Gaetano Bresci del
luglio 1900] e qualche volta la storia dicono che si ripete…». Per questo articolo il
Procuratore del Re di Massa avviò un procedimento penale contro il redattore
responsabile del giornale camerale, Francesco Fontana, per vilipendio all’Arma dei
RR.CC. ed incitamento all’odio di classe. Si cercò anche di rinviare a giudizio
Alberto Meschi, quale presunto autore dell’articolo, ma le prove raccolte contro di lui
risultarono insufficienti. Sicchè, verso la fine di gennaio del 1920, venne rinviato a
giudizio innanzi alla Corte d’Assise di Massa solo il Fontana, che fu poi giudicato
colpevole dei reati imputatigli e quindi condannato, con sentenza del 7 dicembre
1920, alla pena di un anno di reclusione ed al pagamento di lire trecento di multa (cfr.
su tale vicenda il fascicolo Procedimento contro Fontana e Meschi, in ASM, Corte
d’Assise di Massa, fascicoli processuali, busta 138).
Il lizzatore Andrea Giandalasini sin dal 1913 era schedato quale anarchico, come
uno dei «membri più influenti» del gruppo “18 marzo” prima e “29 luglio” poi, ed il
suo nome era stato anche inserito in un elenco di aderenti al Fascio anarchico
carrarese, compilato dall’autorità tutoria nel corso del mese di aprile di quello stesso
anno. Nell’immediato dopoguerra faceva parte del Circolo “Germinal” ed il 19
ottobre del 1919 venne eletto nella Commissione Esecutiva della C.d.L., carica che
occupò nuovamente nel corso del 1921 (cfr. i Prospetti statistici dei diversi gruppi
anarchici su indicati, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13, e per quel che
riguarda le nomine nella C.E. della C.d.L. cfr. il Comunicato apparso su Il Cavatore
del 4 ottobre 1919 e il resoconto del Congresso Camerale straordinario del 1921, in Il
Cavatore del 30 aprile 1921).
182
preso parte all’episodio della Carriona. Piantonato come gli altri nell’ospedale
cittadino, il 4 luglio riuscì però a scappare, rendendosi quindi latitante. Il
successivo 3 dicembre, una pattuglia di carabinieri comandata dal vice
brigadiere Tommaso Vania scovò il Giandalasini in località Fantiscritti, sulla
montagna carrarese, «nella bettola di certo Mattei»,567 e dunque procedette al
suo arresto.
Ora, il 4 dicembre, il Vania redasse un verbale di denuncia nei confronti
del Giandalasini, sottoscritto anche dai tre militi che assieme a lui avevano
eseguito l’arresto, che fu immediatamente trasmesso al Pretore di Carrara. In
esso si affermava che il giorno precedente, all’interno della suindicata bettola,
il Giandalasini, nel momento in cui gli venivano chieste le generalità, si era
scagliato contro il Vania e con un coltello lo aveva colpito all’addome e alla
mano sinistra, «producendogli lesioni giudicate guaribili in quindici giorni dal
referto medico del dott. Di Negro».568
In realtà, l’anarchico, come ammise lo stesso Vania al Procuratore del Re
di Massa l’11 di quel mese, dopo che i giornali locali avevano cominciato ad
affermare che «[…] il Giandalasini era stato incolpato calunniosamente»,569
non aveva opposto alcuna resistenza e, alzate le mani, si era lasciato
ammanettare.570 Il vice brigadiere confessò che «[…] la lesione alla mano era
una scalfittura prodottosi accidentalmente nell’ammanettare il Giandalasini, e
quella all’addome una lacerazione prodottosi la mattina del 4 con la fibbia
della cinta dei pantaloni», aggiungendo che «[…] era stato spinto ad accusare
il Giandalasini, malgrado non avesse commesso il fatto imputatogli, perché lo
sapeva violento e pericoloso malfattore, […] credendo di far cosa utile alla
società».571
Sparsasi la notizia per la città, «Il Cavatore» pubblicò un duro articolo
dove si accusava il Vania, oltre che di essere un calunniatore, anche di
percosse e maltrattamenti nei confronti del Giandalasini:

«Vogliamo parlare di quel bel tomo del vice brigadiere Vania Tommaso
delle di cui mirabili gesta ebbe ad occuparsi la stampa, di questo auto-
feritore, di questo calunniatore, di questo falsificatore di verbali, di
questo emerito cialtrone che credeva di poter gettare in galera un
innocente e prendere a gabbo mezzo mondo! Vogliamo ancora parlare
di questo eroe di cartone che dopo aver arrestato il compagno
Giandalasini Andrea nel modo che tutti sanno, lo trasportò nella
caserma di Bedizzano, dopo, malgrado fosse ammanettato, lo percosse
ben bene!

567
Sentenza n. 264 del 3 dicembre 1921 a carico di Vania Tommaso, in ASM,
Tribunale di Massa, Sentenze penali, vol. 84 (1921).
Ibid.
Ibid.
Cfr. ibid.
Ibid.
183
Non bastava la denuncia falsa, che poteva costare al compagno
Giandalasini qualche anno di galera, non bastava il verbale
menzognero, bugiardo dalla prima all’ultima parola, ci volevano,
nevvero vice brigadiere Vania eroe di cartone, anche le percosse! Il
carnefice sfogava la sua vigliaccheria sulla vittima ammanettata!
E il procuratore del re, così ligio a quello che chiama il suo dovere
quando si tratta di sovversivi, di ladruncoli, cosa ne dice di questo
reato, di queste nobili gesta del vice brigadiere Vania Tommaso?». 572

L’autorità giudiziaria di Massa, dopo che lo scandalo era ormai diventato


di dominio pubblico, fu costretta a rinviare a giudizio il vice brigadiere, che
nel frattempo era stato opportunamente trasferito a Modena, imputandolo di
falso in atto pubblico e di calunnia, ignorando quindi le accuse di
maltrattamenti che il giornale camerale gli aveva addebitato.
Durante la fase istruttoria, i tre carabinieri che al momento della cattura
del Giandalasini si trovavano con il Vania furono prosciolti dall’imputazione
di falso in atto pubblico «[…] perché firmarono il verbale di denuncia in
buona fede, dietro le dichiarazioni del loro superiore, perché al momento
dell’arresto due di essi si trovavano fuori dell’osteria, e l’Andreini [il terzo]
per l’oscurità della stanza non potè vedere i movimenti del Giandalasini e del
Vania […]».573
Il processo contro il Vania si svolse verso la fine del 1921, ed il vice
brigadiere fu ritenuto colpevole del solo reato di calunnia, quindi venne
condannato «[…] alla pena di reclusione in mesi sette e a un anno di
interdizione dai pubblici uffici […]».574 Successivamente, la Corte d’Appello
di Genova, «con sentenza 31-1-1922 ridusse la pena a mesi 6 di reclusione
colla sospensione […]».575
Il Giandalasini, invece, rimase in carcere, dal 3 dicembre 1920, sino a che
non venne assolto, dal reato di lesioni e violazione di domicilio, nel processo
per i «fatti della Carriona» che si tenne negli ultimi giorni di gennaio del
1921.576
Durante l’estate del 1920, l’attività del movimento anarchico carrarese
divenne sempre più intensa. Oltre che partecipare in prima persona alle
numerose lotte sindacali,577 gli anarchici moltiplicarono, in quei mesi, le

Ancora l’eroe di cartone…, in Il Cavatore del 25 dicembre 1920.


Sentenza n. 264 del 3 dicembre 1921, cit.
Ibid.
Ibid.
Cfr. la Sentenza n. 21 del 1 febbraio 1921, cit., e l’articolo Scarcerazione, in Il
Cavatore del 5 febbraio 1921: «Cogliamo l’occasione di salutare il compagno
Giandalasini reduce dal…collegio di Massa […]».
Nel corso dell’estate 1920, oltre alle lotte sindacali già descritte nel precedente
capitolo, l’organizzazione operaia carrarese si impegnò nella battaglia contro una
legge dello stato che stabiliva la quota spettante agli operai, da trattenersi sul salario,
184
riunioni dei vari gruppi e circoli, sia per prepararsi ad intervenire al Congresso
nazionale di Bologna dell’U.A.I., sia in vista della caldeggiata ripresa delle
pubblicazioni del locale periodico libertario «Il ‘94».578
Il 13 giugno, gli anarchici carraresi tennero un’assemblea straordinaria
«[…] nel salone della C.d.L. per discutere sul Convegno anarchico di Bologna
e [sulla] nomina dei nostri rappresentanti».579 Con il Congresso di Bologna
dell’Unione Anarchica Italiana, che si svolse dal 1° al 4 luglio 1920,

per la Cassa Pensioni. Gli industriali avrebbero dovuto cominciare a trattenere tali
quote a partire dal 1° luglio 1920, ma in vari centri italiani si verificarono numerose
agitazioni, promosse dalle Camere del Lavoro sindacaliste, contrarie alla suddetta
legge, le quali spesso costrinsero gli industriali stessi a rinunciare alla ritenuta. Anche
a Carrara la C.d.L. esortò gli operai «a non pagare, a non sottostare a questo nuovo
balzello per due ragioni principali: 1. perché gli operai del marmo devono avere la
pensione attraverso la tassa pedaggio; 2. se si deve pensare alla vecchiaia dell’operaio,
del produttore è compito dei padroni e dello Stato, quindi il proprietario, il datore di
lavoro paghi anche la quota che deve pagare il lavoratore» (Operai non pagate!, in Il
Cavatore del 10 luglio 1920). Dopo una serie di incontri tra i rappresentanti della
C.d.L. e quelli della Federazione Industriali, e dopo la proclamazione dello sciopero
bianco da parte dei lavoratori del marmo nel carrarese, la sera del 2 agosto 1920
venne raggiunto un accordo tra le parti, in base al quale gli industriali accettarono di
farsi carico del contributo operaio «considerandolo come un aumento di caro-vita,
compensandolo con un aumento di mercede» (Contro il balzello truffa. La nostra
vittoria!, in Il Cavatore del 7 agosto 1920). Ora, è interessante notare che gli anarchici
apuani, dopo aver ampiamente sostenuto l’istituto camerale in questa agitazione, dalle
colonne del risorto periodico «Il ‘94», durante la campagna elettorale per le
amministrative del 31 ottobre 1920, polemizzarono aspramente con il giornale «La
Battaglia», reo di aver affermato che la suddetta legge per le pensioni operaie era
«[…] una legge che il proletariato è riuscito a strappare alla borghesia»:
«per scrivere tali panzane bisogna non aver letto le proteste e gli scioperi [che
costrinsero] in molte città gli industriali stessi a rinunciare alla ritenuta, o allora è
questione di ignoranza o malafede quando si cerca per interessi elettorali di far vedere
lucciole per lanterne. Certe porcheriole disonorano il giornale e chi lo scrive, poiché i
socialisti stessi, quelli che di questo Ideale sublime ne sono degni, hanno sostenuto la
loro avversione a cotesta legge social-confederalista, vedere a Milano, a Torino e in
altri centri industriali [come] gli scioperi furono all’ordine del giorno per abbattere
cotesta iniziativa controrivoluzionaria» (Brunet, Da Massa, in Il ’94 del 26 settembre
1920).
578
Fondato nel 1911, questo giornale anarchico uscì saltuariamente sino al 1914,
quando sospese le pubblicazioni. Nel 1920, come si vedrà, riprese ad essere stampato,
ma ne uscirono solamente cinque numeri, l’ultimo dei quali reca la data del 5
dicembre 1920. Su «Il ‘94» si veda la scheda presente in M.BERTOZZI, op. cit., pp.
144-146.
579
Comunicato dell’Unione Anarchica [Carrarese], in Il Cavatore del 12 giugno
1920. Tra i rappresentanti inviati dal movimento anarchico carrarese al Congresso di
Bologna dell’U.A.I. c’erano sicuramente Alberto Meschi ed Eugenio Girolo.
185
«[…] giungeva ad una definizione anche formale quel processo
associativo che aveva interessato il movimento anarchico in Italia a
partire dalla fine della Grande Guerra. Si era trattato […] di un generale
fenomeno di crescita numerica e di progressiva aggregazione dei gruppi
affini territorialmente, che già a Firenze, nell’aprile 1919, aveva
cominciato a delinearsi a livello nazionale con la costituzione
dell’Unione Anarchica Italiana. Il Congresso di Bologna, comunque,
superava di gran lunga il precedente Convegno di Firenze sia per
numero di partecipanti (e di rappresentati), sia per rilievo politico.
Rispetto alle poche decine di località rappresentate a Firenze, nel
capoluogo emiliano convenivano i delegati di oltre 180 località, in
rappresentanza di circa 700 gruppi anarchici».580

I temi più importanti dibattuti nel corso del congresso, furono quelli
riguardanti le questioni: dei consigli di fabbrica,581 dei rapporti col movimento
sindacale,582 dell’approvazione di un Patto d’Alleanza (in altri termini, lo statuto
organizzativo) dell’U.A.I., elaborato da Luigi Fabbri, e del Programma anarchico,
redatto da Errico Malatesta.583 Inoltre, venne discussa la

P.FINZI, op. cit., p. 159.


La relazione per il congresso su i consigli di fabbrica era stata stesa da Maurizio
Garino, che era insieme a Pietro Ferrero il principale esponente di quel gruppetto di
anarchici torinesi che militavano, sindacalmente, nella F.I.O.M., il sindacato di
categoria dei metallurgici aderente alla C.G.d.L. Garino, pur con spirito critico e
recependo alcune delle molte perplessità che in campo anarchico circondavano la
questione dei consigli, ne difendeva la sostanza e le potenzialità. L’opinione del
Congresso, alla fine, era abbastanza interlocutoria, e comunque non forniva al gruppo
torinese di Garino e Ferrero l’avvallo “ufficiale” che forse quelli si attendevano. Per
l’opinione di Malatesta sui consigli di fabbrica, cfr. la Nota biografica curata da
G.CERRITO al volume E.MALATESTA, Scritti scelti, cit., pp. 54-55. Sull’attività e
sull’ideologia del gruppo anarchico torinese di Garino e Ferrero, cfr. P.C.MASINI,
Anarchici e comunisti nel movimento dei consigli a Torino, Torino 1951, che contiene
in appendice anche la relazione sui «Consigli di fabbrica e d’azienda» presentata da
Garino al Congresso di Bologna ed a suo tempo pubblicata da Umanità Nova, sul n.
del 1° luglio 1920.
Sulla questione sindacale, «[…] due opinioni fondamentali si trovavano a
confronto: da una parte i sostenitori senza riserve dell’U.S.I. e della necessità che tutti
gli anarchici (o, almeno, quelli aderenti all’U.A.I.) ne fossero membri; dall’altra
coloro che, pur manifestando apprezzamento per l’attività svolta dai sindacalisti
rivoluzionari, ritenevano che i militanti dell’U.A.I. dovevano essere lasciati liberi di
aderire all’U.S.I., alla C.G.L. o a qualsiasi altro sindacato – al limite, a nessuno.
Prevalse alla fine questa seconda opinione, caldeggiata da Malatesta in particolare,
così come già era avvenuto quindici mesi prima al Convegno di Firenze» (P.FINZI,
op. cit., p. 162).
Il Patto d’Alleanza, pur specificatamente relativo all’U.A.I., intendeva rivolgersi a tutti
gli anarchici, indistintamente aderenti o non all’Unione, per invitarli alla collaborazione.
Netta, dunque, l’impostazione “unitaria” del Patto, che, comunque,
186
non soddisfaceva la totalità degli aderenti all’U.A.I., dei quali una minoranza voleva
un’organizzazione ben più rigidamente strutturata (come un “vero” partito, per
intenderci), sulla scia dell’esempio bolscevico. In base a tale Patto, l’Unione
Anarchica Italiana risultò essere «[…] una federazione di gruppi autonomi uniti per
aiutarsi reciprocamente nella propaganda e nell’attuazione di un programma
liberamente accettato. Essa tiene periodicamente dei Congressi, e tra un congresso e
l’altro è rappresentata da una Commissione di Corrispondenza che è nominata dal
Congresso e varia ogni volta di personale e di sede. Le deliberazioni dei congressi non
sono impegnative se non per quei gruppi che le accettano dopo averne preso
cognizione; e per questa ragione il modo di rappresentanza, qualunque esso sia, non
ha importanza, non potendo dar luogo a ingiustizie e sopraffazioni. Ogni gruppo, o
ogni particolare federazione di gruppi, manda i delegati che può, qualunque sia il
numero dei suoi componenti, senza inconvenienti, poiché il Congresso non fa leggi
obbligatorie per tutti, ma serve come indicazione delle varie opinioni; e l’opinione
dominante si concreta in deliberazioni che sono poi sottoposte ai gruppi ed hanno
semplice valore di consigli e suggerimenti. La Commissione di Corrispondenza serve
a facilitare le relazioni fra i gruppi, a procurare alle iniziative di ciascuno l’appoggio
degli altri ed a rendere più facile un’azione concertata. Ma non ha nessuna autorità e
nessun mezzo per imporre la propria volontà. Ciascun gruppo e ciascun individuo
corrisponde, se crede, direttamente con gli altri senza passare per il tramite della
commissione di corrispondenza. Ciascuno è libero di stampare quello che crede, di
prendere le iniziative che può, di fare insomma tutto ciò che vuole nell’interesse della
causa comune. Unico vincolo il programma generale, la cui accettazione è condizione
necessaria per entrare nell’Unione. Questi principi sono accettati da tutti i membri
dell’Unione poiché costituiscono il patto che li ha uniti. E coloro che, per ignoranza o
per fini inconfessabili, tentano far credere che l’Unione Anarchica Italiana sia una
organizzazione autoritaria dicono cosa contraria al vero. L’Unione non intende avere
il monopolio dell’organizzazione anarchica. Ogni anarchico può restare isolato o
unirsi in altre organizzazioni. L’Unione è felice di ogni attività anarchica esercitata
dentro e fuori del suo seno, ed è disposta a dare e ricevere aiuti a tutti e da tutti,
sempre che si tratti di cose che non contraddicono il suo programma» (Riassunto dei
criteri organizzativi dell’U.A.I. redatto da Malatesta in coda ad un suo rapporto su La
Condotta degli Anarchici nel movimento sindacale, mandato al Congresso Anarchico
Internazionale di Parigi del 1923 e pubblicato dal periodico anarchico di Roma Fede
nel n. 3 del 30 settembre 1923). Il «Programma anarchico», unico vincolo per poter
entrare a far parte dell’U.A.I., approvato sostanzialmente all’unanimità dal Congresso
di Bologna, risultò essere, con qualche ritocco, l’opuscolo Il nostro programma
scritto da Malatesta nel 1905 per il gruppo anarchico di New London Conn. Suddiviso
in cinque punti (1. Che cosa vogliamo; 2. Vie e mezzi; 3. La lotta economica; 4. La
lotta politica; 5. Conclusione), esponeva i mezzi e gli scopi propugnati dagli anarchici
per giungere all’abolizione della dominazione e dello sfruttamento dell’uomo
sull’uomo, ed alla costituzione di una società di liberi ed eguali. Il testo del
Programma fu pubblicato varie volte (e tradotto in francese, spagnolo e cinese) nel
corso degli anni, riscuotendo una notevole fortuna in campo anarchico. Lo si veda in
E.MALATESTA (a cura di G.Cerrito), Scritti scelti, cit., pp. 93-107, ed in ID.,
L’anarchia e Il nostro programma, Ragusa, La Rivolta, 1993 [Nuova edizione], pp.
47-62.
187
controversa questione del cosiddetto “fronte unito”, delle diverse
organizzazioni operaie e dei vari partiti sovversivi, per la preparazione e
l’attuazione di quella rivoluzione sociale che «[…] era nell’aria, di cui si
parlava in Italia da molti mesi, ma che pochi di fatto stavano – per quanto loro
possibile – organizzando».584 Sulla necessità della costituzione del fronte
unito proletario, si erano già da tempo favorevolmente espressi sia l’U.S.I.,
per bocca di Armando Borghi, sin dal 1919, sia gran parte degli anarchici, pel
tramite, soprattutto, dei numerosi appelli che Errico Malatesta aveva lanciato,
durante i comizi e sulla stampa di sinistra, nei mesi successivi al suo rientro in
Italia.585
Nonostante lo scarso entusiasmo mostrato dai dirigenti nazionali del
Partito socialista e della C.G.d.L. nei riguardi di una tale intesa, e nonostante
che l’atteggiamento assunto da questi durante numerosi moti popolari contro
il caro viveri del giugno-luglio 1919 o nel corso della sollevazione di Ancona
e di altri centri marchigiani della fine di giugno del 1920, avesse già
evidenziato che, in definitiva, l’auspicata rivoluzione sociale – promessa alle
masse dai primi «[…] per scopi sporcamente elettorali» e dai secondi «[…]
per un transitorio entusiasmo provocato dai fatti di Russia» - essi «[…] non la
volevano, perché, a non parlare che delle ragioni oneste, non la credevano
possibile»,586 gli anarchici riuniti a Bologna non abbandonarono l’idea del
fronte unito. Anzi, elaborandola non come un accordo di vertice, bensì come
«[…] una sistematica alleanza operativa su scala locale tra le diverse forze
sovversive, al di fuori di qualsiasi struttura organizzativa pre-esistente»,587 gli
anarchici cercarono di aggirare l’ostacolo rappresentato dall’atteggiamento
negativo e temporeggiante dei gruppi dirigenti socialisti, tentando in tal modo
di dar vita ad un fronte unico di tutti i movimenti realmente rivoluzionari che
riuscisse a «[…] strappare definitivamente, in quel momento cruciale, la
direzione delle masse ai capi del sindacato [confederale]».588

P.FINZI, op. cit., p. 134.


Per una valutazione di parte anarchica sulla questione del fronte unito proletario e per i
numerosi appelli in suo favore lanciati da Borghi e Malatesta nel corso del 1919 e del
1920, cfr. P.FINZI, op. cit., il capitolo XI. Per una posizione anarchica contraria agli
accordi d’azione tra gli anarchici e i socialisti, considerati impossibili ed illusori, cfr.
P.SCHICCHI (a cura di Natale Musarra), Noi soli contro tutti! Antologia di scritti (1919-
1921), Catania, Centrolibri, 1993.
Questa come le precedenti citazioni sono tratte da Errico Malatesta,
Ricominciando. Il compito dell’ora presente, in Umanità Nova del 21 agosto 1921.
Per una valutazione di parte anarchica sugli atteggiamenti rinunciatari dei dirigenti del
Partito Socialista e dell’organizzazione sindacale confederale di fronte ai
sommovimenti popolari del biennio 1919-1920, cfr., oltre al suindicato articolo di
Malatesta, A.BORGHI, Mezzo secolo cit., capp. 14-18.
P.FINZI, op. cit., p. 163.
G.MAIONE, Il biennio rosso, Bologna 1975, p. 227.
188
In tal senso, venne approvato un lungo documento nel quale, dopo aver
analizzato la generale situazione italiana – giudicata rivoluzionaria «non quale
noi la vorremmo, ma che noi non possiamo rifiutare senza essere annientati»-,
era appunto spiegata la concezione anarchica del fronte unico, la cui base
doveva «essere l’intesa locale di gruppi rivoluzionari di azione fra individui
anche di partiti diversi».589
I deliberati del Congresso di Bologna vennero discussi e sostanzialmente
recepiti dal movimento anarchico carrarese. La questione più sentita a livello
locale fu indubbiamente quella della creazione del fronte unito proletario.
Attraverso la Camera del Lavoro, che già da tempo aveva realizzato la
convergenza e l’unione della maggioranza dei lavoratori apuani di diverse
tendenze politiche (anarchici, socialisti e repubblicani) nelle lotte economiche,
si cercò di dar vita ad un blocco di partiti sovversivi, indirizzandolo su di un
tema di interesse comune ed assai attuale in quel momento: quello riguardante
la libertà per le vittime politiche colpite dalla reazione governativa.
All’indomani della repressione della rivolta di Ancona,590 sull’organo
camerale «Il Cavatore» cominciarono ad uscire una serie di articoli
inneggianti all’unione di tutti i lavoratori, di qualsiasi partito, per affrettare
«[…] ciò che è nel desiderio di tutti: la rivoluzione sociale, che seppellisca per
sempre questa società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed
istituire, al suo posto, la Società dei liberi e degli eguali: il Comunismo!»,591 e
per reclamare ed imporre la «libertà per tutte le vittime politiche, militari e
civili».592 Verso la fine di luglio, la redazione de «Il Cavatore» pubblicava un
editoriale nel quale si affermava che

«[…] la borghesia tutte le volte che può si scaglia contro la classe


operaia con voluttà, con ferocia inaudita, e ciò succede quasi sempre
quando la borghesia sa che fra noi – diciamo fra noi per dire fra gli
organismi politici ed economici esistenti – ci sono degli screzi, delle
polemiche.
Infatti non è ancora spento l’eco delle polemiche per il mancato
convegno di Genova,593 che la borghesia ci ricorda con i fatti di

589
Questa e la precedente citazione sono tratte da UNIONE ANARCHICA
ITALIANA, Il Congresso Nazionale. Bologna, 1-2-3-4 luglio 1920. Il fronte unico
rivoluzionario. Relazione sui rapporti del movimento anarchico con le altre forze
sovversive e rivoluzionarie, Bologna 1920, citato in G.BOSIO, La grande paura cit.,
pp. 64 e ss.
590
Sulla rivolta di Ancona cfr. il saggio omonimo in E.SANTARELLI, Aspetti e
momenti del movimento operaio nelle Marche, Milano 1956.
X., Dopo i fatti di Ancona e Piombino, in Il Cavatore del 10 luglio 1920.
Amnistia!, in Il Cavatore del 10 luglio 1920.
A Genova, il 2 luglio 1920, avrebbe dovuto tenersi un Convegno di tutti gli
organismi nazionali, sindacali e politici, di sinistra in vista di un accordo per
un’azione immediata comune. Avrebbero dovuto parteciparvi: il Sindacato dei
189
Roma594 la necessità indispensabile di essere uniti e concordi contro di
essa, contro lo stato, contro tutti i nemici della classe operaia!
Mentre ripetiamo che siamo a completa disposizione degli organismi
nazionali per quell’azione che riterranno più opportuna fare,
rinnoviamo l’augurio che il proletariato si unisca, se non di detto, di
fatto, nella lotta contro la classe borghese e [nella] nostra protesta
contro le gesta del nazional-fascismo poliziesco romano».595

Nel frattempo, a livello nazionale, «fra l’agosto e l’ottobre del ’20


l’elemento anarchico tenta di porsi al centro – attraverso un Comitato Pro
Vittime Politiche e per la Russia Rivoluzionaria – di uno schieramento di
avanguardia, più a sinistra della sinistra parlamentare e sindacale. […] Si
realizza un accordo operativo fra l’Unione Anarchica Italiana (Malatesta e
Gigi Damiani), l’Unione Sindacale (Borghi, Alberto Meschi e Virgilia
D’Andrea), il Sindacato Ferrovieri (Augusto Castrucci), la Federazione
Lavoratori del Mare, la Federazione dei Porti, la Camera del Lavoro di
Ancona, la Lega Proletaria Mutilati, l’Avanti!».596

Ferrovieri, la Federazione dei Lavoratori del Mare, la Federazione dei Porti, l’Unione
Sindacale Italiana, la Confederazione Generale del Lavoro, il Partito Socialista e
l’Unione Anarchica Italiana. All’ultimo momento, il convegno venne sospeso su
decisione del Partito Socialista e della C.G.d.L., i quali inviarono agli altri organismi,
tranne che agli anarchici e all’U.S.I., un telegramma, a firma di Egidio Gennari per la
direzione del P.S., nel quale la motivazione del rinvio veniva spiegata con «l’attuale
momento politico». A tale notizia, gli anarchici riuniti a congresso a Bologna
deliberarono una vibrante protesta, redatta da Malatesta, «[…] contro il rinvio del
convegno di Genova in un momento in cui le impellenti repressioni domandano
urgentemente l’accordo tra i sovversivi, e considera questo rinvio come una prova
della volontà di certi organismi che pur si dicono sovversivi di non causare imbarazzi
al governo. Perciò fa appello a tutti i veri rivoluzionari di cercare i mezzi per una
intesa fattiva al di fuori e al di sopra di tutti quegli organismi che mentre si dicono
rivoluzionari fanno in realtà opera di collaborazione con le classi dirigenti» (cfr.
A.BORGHI, Mezzo secolo cit., p. 217. Il telegramma era giunto alla sede di Bologna
del Sindacato Ferrovieri il 1° luglio 1920).
Verso la metà di luglio del 1920 era in corso un’agitazione nazionale del personale
delle ferrovie secondarie. A Roma, gruppi di nazionalisti e fascisti inscenarono delle
dimostrazioni contro tale agitazione, aggredendo e percuotendo, protetti dai carabinieri e
dalle guardie regie, alcuni tramvieri, tra cui «i compagni Stagnetti e
Sardelli», ed assaltando, incendiandola, la tipografia dell’«Avanti!». Dopo tali azioni,
venne proclamato da parte del «[…] proletariato romano […] lo sciopero generale
come atto di protesta […]». Su questi fatti, cfr. gli articoli I fatti di Roma e Dopo lo
sciopero delle secondarie, in Il Cavatore del 24 luglio 1920, dai quali sono tratte le
precedenti citazioni.
IL CAVATORE, I fatti di Roma, cit.
E.SANTARELLI, Il socialismo anarchico in Italia, Milano, Feltrinelli, 1977, pp.
189-190.
190
Nel carrarese, questa iniziativa venne accolta assai favorevolmente e,
soprattutto per opera della C.d.L. e degli anarchici, si intensificò l’attività di
sensibilizzazione delle locali masse operaie, già avviata all’indomani della
conclusione del Congresso di Bologna dell’U.A.I., in vista di una serie di
progettate manifestazioni in solidarietà con le vittime politiche e contro la
montante reazione, da tenersi in tutto il comprensorio apuano.
Dunque, ai primi di agosto, usciva su «Il Cavatore» un vibrante appello ai
lavoratori, incitante alla mobilitazione generale in favore dell’immediata
liberazione di tutti i detenuti per motivi politici:

«[…] Lavoratori di tutte le categorie, senza distinzioni di sfumature


politiche, è nostro dovere di venire in aiuto a questi nostri compagni
vittime della reazione giolittiana che ogni giorno azzanna con i suoi
artigli polizieschi i nostri migliori compagni. Oggi, i soldati che sono
appena sospetti di sovversivismo vengono tratti in arresto e sottoposti a
tutte le brutalità da parte dei gallonati che vorrebbero perpetuare tutti
quei sistemi mostruosi di Grazianismo che erano in uso in tempo di
guerra.597 I nostri compagni propagandisti vennero tratti in arresto sotto
i più cretineschi sospetti di cui i poliziotti d’Italia sanno macchinare
nella loro scemenza di zucche vuote. Binazzi, alla Spezia, viene
arrestato perché sospettato di aver organizzato le bande che hanno dato
l’assalto (?) alla polveriera e di averle capitanate, e di essere l’autore
delle fucilate contro il carabiniere che da eroe difese la famosa
polveriera (ve lo figurate voi Pasqualino, in tenuta da generalissimo,

Durante il conflitto bellico, i metodi adottati dai comandi militari per mantenere la
disciplina nell’esercito spesso toccarono punte di inutile spietatezza. Particolarmente
efferata risultò essere l’azione del generale Andrea Graziani, che era stato designato dal
comando supremo con speciali poteri a funzioni di vigilanza nelle retrovie, il quale girava
portando con sé su una camionetta i carabinieri per le fucilazioni. Notissimi furono i suoi
manifestini, con i quali annunciava le esecuzioni di soldati sorpresi a commettere qualche
infrazione, atti di violenza, saccheggi ecc. Quale esempio della crudeltà di tale generale,
«Il Cavatore» del 9 agosto 1919 riportava il seguente episodio, avvenuto il 31 gennaio del
1917 nei pressi di Noventa di Padova: «Il generale Graziani di passaggio vede sfilare una
colonna di artiglieri da montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta
tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e, riscaldandosi, inveisce e lo bastona.
Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese
interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il
generale, infuriato, risponde: «Dei soldati io faccio quello che mi piace», e per provarlo fa
buttare contro un muricciolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente tra le urla delle
povere donne inorridite. Poi ordina al T. Colonnello Folezzani (del 28° artiglieria
campale) di farlo sotterrare: «E’ un uomo morto d’asfissia» - e, salito sull’automobile,
riparte. Il T. Colonnello non ha voluto mettere nel rapporto la causa della morte. Tutti gli
ufficiali del 28° artiglieria campale possono testimoniare il fatto». Per una valutazione
d’insieme sulla “giustizia” militare durante la prima guerra mondiale, cfr. E.FORCELLA-
A.MONTICONE, Plotone di esecuzione cit.

191
con il moschetto alla mano a guidare i pretesi insorti?).598 Fellini,
perché fece le rimostranze a due poliziotti che nel salire sul tramvai, a
Bologna, gli pestarono poco urbanamente sui calli e da questo ne
nacque un putiferio che fu anche un po’ comico, dopo un mese, viene
arrestato a Massa sotto la terribile accusa d’aver sputacchiato i
poliziotti.599 Roba, anche questa, da poliziotti, semplicemente da
poliziotti, dalla grettissima mentalità vendereccia che si cacciavano
sempre fra i piedi, con il premeditato scopo di provocare. Orbene, tutto
questo po’ po’ di roba, che il volpone di Dronero600 ci va regalando

Il 4 giugno del 1920, verso le 13, «[…] una quindicina di non meglio identificati
“anarchici” attaccava due posti di guardia della polveriera di Vallegrande. I militari di
guardia, che erano una ventina, vennero così sorpresi durante il rancio ma, da come si
svolsero i fatti, è molto probabile che vi fossero state delle connivenze in quanto
nessuno reagì ad eccezione di un carabiniere che rimase ferito leggermente. I rivoltosi
si fecero consegnare fucili e munizioni, e, tagliati i fili dei telefoni, si avviarono
indisturbati verso i vicini stabilimenti della Terni inneggiando alla rivoluzione
nell’intento di sollevare gli operai. Malgrado la confusione provocata, l’invito cadde
nel vuoto e l’operazione fallì; le guardie regie, sopraggiunte, si misero
all’inseguimento del gruppo che si disperse nei boschi circostanti, riuscendo a
sfuggire. L’iniziativa di questo gruppo […] causò una serie di fermi tra i dirigenti
sindacali specialmente di parte anarchica […]»: A.BIANCHI, Lotte sociali e dittatura
cit., p. 103. Il propagandista Pasquale Binazzi (La Spezia, 1873-1944), militante
anarchico assai attivo sia in campo sindacale che in quello politico, era il principale
redattore del settimanale spezzino «Il Libertario», molto diffuso anche in altri centri
della penisola. Su Pasquale Binazzi, cfr. F.ANDREUCCI-T.DETTI, op. cit., vol. I, ad
nomen, pp. 307-309. Sul periodico «Il Libertario» di Spezia, cfr. G.BIANCO-
C.COSTANTINI, «Il Libertario» dalla fondazione alla I guerra mondiale, in
Movimento operaio e socialista, a. VI, 1960, n. 5, pp. 131-154.
Attilio Fellini, anarchico, nel primo dopoguerra era il segretario della Camera del
Lavoro di Seravezza, succursale dell’istituto camerale di Carrara. Il 30 luglio 1920
venne arrestato a Massa ed immediatamente tradotto alle carceri di Bologna, a causa
di un mandato di cattura per oltraggio emesso dall’autorità giudiziaria del capoluogo
emiliano in seguito al su accennato diverbio che il Fellini ebbe con due agenti di P.S.
nei primi giorni di luglio, in occasione della sua partecipazione al Congresso
nazionale dell’U.A.I. Fellini rimase in carcere per ben tre mesi, e venne rilasciato ai
primi di novembre del 1920. Su tale arresto e sulla sua scarcerazione, cfr. La logica ed
allegra soluzione del “can-can” loiolescamente suscitato dall’Avanti! attorno al caso
Borghi Fellini, in Il Cavatore del 16 ottobre 1920, e il trafiletto apparso su Il
Cavatore del 13 novembre 1920 annunciante il ritorno in Versilia di Fellini.
Giovanni Giolitti, che l’11 giugno 1920 aveva ricevuto l’incarico di costituire un
nuovo esecutivo – in seguito alle dimissioni di Nitti – il quale entrò in carica il 15 (fu
il suo quinto e ultimo ministero), era gradualmente “risorto” politicamente nei mesi
successivi alla conclusione del conflitto bellico. Un momento importante di questa
sua “resurrezione” fu il discorso elettorale che egli tenne a Dronero il 12 ottobre 1919,
da cui deriva appunto il soprannome affibbiatogli da «Il Cavatore». Il discorso di
Dronero è ristampato in G.GIOLITTI, Discorsi extraparlamentari, Torino, Einaudi,
1952, pp. 294-327. Per una valutazione del ritorno di Giolitti nel dopoguerra ad un
192
ogni giorno, denota che le intenzioni reazionarie sono all’ordine del
giorno, attraverso i suoi cani sguinzagliati alle calcagna dei nostri
propagandisti per scoprire in ogni loro gesto gli estremi della bomba e
del petrolio. E così la reazione, in mille guise, si manifesta sotto tutti gli
aspetti. Soldati, lavoratori di tutte le tendenze, è nostro dovere agitarsi,
gridare tutta la nostra indignazione contro il briccone che fino a poco
tempo fa si pavoneggiava come quasi bolscevico e si diceva vittima
delle cricche nazionaliste.601 Gridiamo il nostro basta! facciamo in
modo che tutti compino il loro dovere pro Vittime politiche, militari e
civili e contro la reazione! […]».602

Sul numero seguente de «Il Cavatore» apparve un editoriale nel quale si


affermava che la borghesia, ormai «[…] riavutasi dal timore di una prossima
rivoluzione», aveva già cominciato e stava proseguendo nella «[…] sua opera
di assestamento e di reazione più o meno larvata […]».603 Dunque, la classe
operaia si trovava

«[…] faccia a faccia con un nemico sempre più agguerrito e più


insidioso; gli ultimi scioperi insegnino: non solo lo spirito di resistenza
da parte della classe industriale è più accentuato, ma assistiamo a delle
vere e proprie offensive padronali: lo sciopero delle ferrovie secondarie
degli operai dello Stato, quello in corso dei lavoratori dei porti,
l’attitudine odierna della Federazione Industriale metallurgici, per non
citare che i primi casi che ci capitano sotto la penna, sono un indice
esatto di ciò che diciamo.
Se a ciò aggiungiamo la reazione, che dilaga, che infierisce ovunque,
che popola le galere e i reclusori di proletari, di sovversivi, che insegue
con infiniti processi i compagni noti e non noti, noi abbiamo la certezza
di essere a faccia a faccia con un nemico che dalla difesa passa
all’offensiva.
Nemico che diventa tanto più spavaldo ed audace, quando vede in noi
titubanza, indecisione, quando occorre, e oggi più che mai, ardore e
prontezza; quando vede e spera la scissione, là dove il pericolo comune
dovrebbe unirci saldamente per abbattere l’ostacolo che primo si
oppone a più larghe conquiste, a trasformazioni radicali.
Noi, di fronte ai fatti, che sono maschi, e non alle chiacchiere, che sono
femmine, facciamo squillare un’altra volta la campana dell’unità
proletaria rivoluzionaria di fronte al pericolo che ci sovrasta,

ruolo di primo piano nella politica nazionale e sui primi mesi del suo quinto
ministero, cfr. G.CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., vol. VIII, pp. 314-
342.
Giolitti venne soprannominato dai nazionalisti il “Bolscevico dell’Annunziata” in
conseguenza e del tono generale e delle proposte specifiche contenute nel discorso
elettorale di Dronero (cfr. G.CANDELORO, ibid., p. 315).
Il Cavatore, Libertà alle vittime politiche!, in Il Cavatore del 7 agosto 1920.
Faccia a faccia con il nemico, in Il Cavatore del 21 agosto 1920.
193
chiamiamo a raccolta tutti i buoni, tutti coloro che vogliono sul serio
lottare contro l’attuale società borghese […] per abbatterla, travolgerla
sotto la più giustificata indignazione, la più mirata collera proletaria, e
piantare sulle macerie la bandiera del Comunismo libertario! […]
Coloro che oggi, nell’imminenza della battaglia, fanno opera
disgregatrice, secessionista, sono, forse incoscientemente, gli strumenti
più validi ed efficaci della reazione».604

Alla fine di agosto, la Camera del Lavoro diffuse un manifestino dove,


riassumendo i motivi e i temi già esposti nei summenzionati articoli ed
accennando ai vari tentativi perpetrati dai governi dell’Intesa di stroncare la
rivoluzione russa, si annunciava ai lavoratori apuani che il 5 settembre si
sarebbe tenuto in città un corteo ed un comizio per la libertà delle vittime
politiche e contro la reazione.605 Per dar maggior risalto all’iniziativa e per
evidenziare che anche a livello nazionale era stata raggiunta un’intesa fra i
maggiori organismi di sinistra su tale questione, augurandosi nel contempo
che ciò potesse rappresentare «[…] il primo passo verso il fronte unico di
fatto per la emancipazione dei lavoratori da ogni forma di sfruttamento
economico e politico, per il trionfo del Comunismo!»,606 sulla prima pagina
de «Il Cavatore» del 4 settembre venne pubblicato il testo di un manifesto
(«Per le vittime politiche e per la Russia Rivoluzionaria») redatto e
sottoscritto dalle più importanti organizzazioni nazionali di sinistra, le quali si
erano riunite in convegno a Bologna negli ultimi giorni di agosto.607
La manifestazione riuscì «[…] magnificamente, […] davanti ad un
pubblico folto e numeroso parlarono Triscornia608 che aperse il Comizio e
portò l’adesione degli anarchici, Bibolotti, Bonci, il dott. Piola per i socialisti,
chiuse la serie dei discorsi il compagno Alberto Meschi».609 Altri comizi
furono tenuti anche a Massa, ove parlarono Gino Petrucci e Umberto Pedruzzi
per la C.d.L. e Federico Cassiano per i socialisti, a Luni, con l’intervento del

Ibid.
Il Manifestino, uscito anche come supplemento al n. 18 de «Il Cavatore» il 31
agosto del 1920, viene riprodotto in Appendice X.
Nota redazionale al manifesto nazionale «Per le vittime politiche e per la Russia
Rivoluzionaria», in Il Cavatore del 4 settembre 1920.
Il manifesto recava le firme di: Partito Socialista Italiano, Unione Anarchica
Italiana, Confederazione Generale del Lavoro, Sindacato Ferrovieri Italiani, Unione
Sindacale Italiana, Federazione Lavoratori del Mare, Federazione Lavoratori dei Porti,
Lega Proletaria Mutilati, ecc., Comitati di Difesa Libertaria e pro Vittime Politiche,
Camera del Lavoro di Ancona, Giornale «Avanti!», Giornale «Umanità Nova»,
Unione Giovanile Rivoluzionaria. Esso viene riprodotto in Appendice XI.
Alfredo Triscornia, membro del Circolo anarchico “Germinal” di Carrara (cfr. la
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 3 gennaio 1920, in
ASM, Questura di Massa, I serie, busta 13).
I nostri comizi pro Vittime politiche e pro Russia, in Il Cavatore del 16 ottobre 1920.

194
segretario della locale Lega minatori Enrico Ponzanelli, a Pietrasanta e
Seravezza, dove prese la parola l’anarchico Eugenio Girolo a nome
dell’organizzazione camerale carrarese.610
Nel frattempo, proseguivano incessantemente le riunioni dei diversi
gruppi e circoli anarchici, in vista della pianificata ripresa delle pubblicazioni
del giornale «Il ‘94», il quale nelle intenzioni doveva diventare uno dei più
importanti ed incisivi strumenti di propaganda e di discussione dei libertari
apuani.
Verso la fine di agosto, l’Unione Anarchica della Lunigiana comunicava,
dalle colonne de «Il Cavatore», che quanto prima avrebbe rivisto la luce «il
vecchio e battagliero quindicinale anarchico “Il ‘94”», avvertendo «tutti i
Gruppi detentori del bollettario pro «’94» […] [di] fare con sollecitudine il
versamento delle quote ritirate, e [di] mettersi in comunicazione con noi per
prendere accordi anche in merito alla diffusione di detto giornale».611
Il primo numero del dopoguerra de «Il ‘94» uscì recando la data del 26
settembre 1920, con la dicitura «Quindicinale di propaganda Comunista
Anarchica», stampato presso la Cooperativa Tipografica (già O.Ciani) di
Viareggio. Il gerente responsabile era Alberto Meschi, mentre i principali
redattori erano, oltre al Meschi, Gino Petrucci ed Eugenio Girolo.612
Nell’editoriale si affermava che non era necessario «sciorinare programmi,
tracciare […] la via da seguire, l’attitudine che assumeremo di fronte ai vari
problemi politici ed economici […]», dato che

«[…] il ’94 è un giornale anarchico nel senso più giusto e più esatto
della parola […]. Il ’94 sarà, come per il passato, segnacolo di
rannodamento delle forze anarchiche apuane, attorno ad esso si
stringeranno compatti i libertari che intendono portare il loro contributo
alla divulgazione, alla affermazione, al trionfo dell’anarchia!
Il ’94 sarà, come per il passato, strettamente locale, o per meglio dire il
portavoce degli anarchici della Lunigiana e della Versilia; alieno dalle
questioni personali e di tendenza, sarà però aperto a tutti coloro che
vorranno collaborare e portare il proprio contributo per la divulgazione
delle verità anarchiche tra il proletariato […]. Alle vittime politiche,
civili e militari il nostro affettuoso saluto e la promessa che non li
dimenticheremo e che non cesseremo dal lottare fino a che esse non
siano restituite alla libertà. […]

Cfr. ibid.
Comunicato dell’U.A.L., in Il Cavatore del 21 agosto 1920.
Cfr. il Prospetto statistico del giornale dell’ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 72 (stampa periodica). In questo Prospetto si afferma inoltre che per
ogni numero venivano stampate circa 2000 copie, che il periodico era diffuso
soprattutto nel comune di Carrara e in provincia, e che ad esso inviavano
corrispondenze anche Attilio Fellini e un certo Viviani di Viareggio.
195
Ed ora al lavoro, […] per combattere con tutte le nostre forze contro
tutte le forme di sfruttamento economico e politico, con immutata fede
per il comunismo anarchico».613

La costante crescita numerica del movimento anarchico carrarese, era


evidenziata dalla continua fondazione di nuovi gruppi e circoli nelle diverse
frazioni del territorio comunale, soprattutto nel corso dell’estate del 1920. A
Bergiola si ricostituiva un gruppo anarchico; a Sorgnano veniva fondato il
gruppo “Bruno Filippi”; a Melara, dalle “ceneri” del Club «La Pace» attivo
negli anni dell’anteguerra, nasceva il gruppo “Luce e Progresso”; a Nazzano
veniva aperta la sede del gruppo “Né Dio né Padroni”; ad Avenza si formava
il gruppo “Sorgiamo!”; a Fossola riprendeva l’attività del circolo “Pietro
Gori”.614 In pratica, alla fine di settembre del 1920, nel comprensorio
carrarese erano presenti una quindicina circa di gruppi e circoli anarchici.
La nascita e lo sviluppo repentino, nel giro di pochi mesi, di questi nuovi
gruppi portò alla convocazione di un Convegno anarchico comunale, il 26
settembre, durante il quale venne formalmente ricostituita l’Unione Anarchica
della Lunigiana. La funzione di tale organismo, nelle intenzioni dei
partecipanti alla suddetta adunata, doveva essere quella di rafforzare i legami
esistenti fra i numerosi gruppi sparsi nelle diverse frazioni del carrarese,
coordinarne l’attività – senza nulla togliere alla loro specifica autonomia –, e
facilitare «[…] l’opera di propaganda orale e scritta», opponendo così «[…]
alla reazione e a tutti i nemici dell’anarchia, il blocco solidale e infrangibile di
tutti gli anarchici».615
Chiusosi definitivamente, nell’ultima settimana di settembre, il
movimento di occupazione delle fabbriche del nord Italia, grazie all’opera di

Noi, Con immutata fede…, in Il ’94 del 26 settembre 1920.


La notizia dell’esistenza del gruppo di Bergiola è stata tratta da un elenco di circoli e
gruppi anarchici presente nel Telegramma di protesta per l’arresto di Malatesta, Borghi
ecc. inviato da Eugenio Girolo al Ministero degli Interni il 12 novembre 1920, in ASM,
Comm. P.S. Carrara, busta 53. Per i gruppi di Sorgnano, Melara e Nazzano, cfr. l’Elenco
delle sottoscrizioni pro giornale ’94, in Il ’94 del 26 settembre 1920. Inoltre, per quel che
riguarda il gruppo “Né Dio né Padroni” di Nazzano, cfr. il
Prospetto statistico datato 29 aprile 1921, in ASM, Questura di Massa, I serie, busta
13, nel quale si afferma che: il numero dei soci di tale gruppo ammonta a 15, il
cavatore Virgilio Podestà risulta essere il «capo gruppo», i contributi versati dagli
aderenti sono di lire 1 al mese, la sede si trova in via Provinciale n. 182 a Nazzano, la
bandiera è «Nera con strisce rosse». Per il gruppo di Avenza “Sorgiamo!”, cfr. il
Comunicato apparso su Il ’94 del 26 settembre 1920: «[…] Per tutto ciò che riguarda
il gruppo SORGIAMO! scrivere a Dazzi Francesco, Avenza (Carrara)». Per il circolo
“Pietro Gori” di Fossola, cfr. l’Elenco delle sottoscrizioni cit. e il Comunicato di
costituzione di tale circolo, in Il ’94 del 26 settembre 1920.
L.B., Caro ’94, in Il ’94 del 26 settembre 1920. Inoltre, cfr. il Comunicato
annunciante il Convegno, apparso sullo stesso numero de Il ’94.
196
mediazione svolta di Giolitti che riuscì a convincere la C.G.d.L. e la
Confindustria a sottoscrivere un accordo di massima sul controllo operaio
delle industrie, iniziarono a divampare, a livello nazionale, le polemiche tra i
diversi organismi di sinistra. L’Unione Sindacale Italiana e gli anarchici
accusarono apertamente i dirigenti della C.G.d.L. e del Partito Socialista di
aver tradito le aspirazioni della classe operaia, per non aver voluto il proseguo
e l’ulteriore estensione del movimento delle occupazioni fino ad un inevitabile
sbocco rivoluzionario. Contattata tramite il Prefetto di Milano, il 23
settembre, l’U.S.I. aveva categoricamente rifiutato l’invito di Giolitti a
partecipare all’accordo sul controllo operaio delle fabbriche (che era già stato
sommariamente definito con la C.G.d.L. il 19) e l’offerta fattale «[…] di
mettere uno o due rappresentanti […] nella Commissione che doveva
preparare la legge sul Controllo operaio».616

A.BORGHI, Mezzo secolo cit., p. 252. Questa fu la dichiarazione fatta verbalmente e


trasmessa poi per iscritto al Prefetto di Milano, Lusignoli, dall’Unione Sindacale
Italiana: «Milano, 23 settembre 1920. Noi siamo venuti qui prevedendo di quale
natura erano le comunicazioni che la S.V. ci doveva fare; era facile prevederlo, dato
lo scioglimento degli avvenimenti politici e sindacali di questi ultimi giorni; siamo
venuti per avere la possibilità di dirle a voce ciò che avremmo potuto significarle
anche con un semplice rifiuto del colloquio richiestoci. E’ dunque necessario che le
diciamo subito che noi protestiamo indignati per il solo fatto che si sia potuto pensare
da parte del governo che si potessero ancora discutere dei memoriali da parte nostra e
peggio ancora ci si potesse proporre di riconoscere e avvalolare con la nostra firma la
turlupinatura che è stata chiamata il concordato di Roma. L’U.S.I., quando la vertenza
metallurgica si presentava nei contorni di una competizione a fondo economico;
quando la situazione era in bianco e non era stata pregiudicata né da trattative né da
concordati, né da espedienti di politicantismo parlamentare, ha considerato la vertenza
in parola alla stessa stregua delle molte altre vertenze di carattere sindacale. Ha
presentato il suo memoriale, è intervenuta ai primi incontri delle trattative, ha
dimostrato anche la sua volontà di discutere unitamente ad altre organizzazioni di
classe; ma intervenuto il fatto nuovo della conquista, il signor Giolitti ha voluto
trattare e risolvere la questione, e che egli non abbia contato su di noi per turlupinare
il proletariato è stata cosa logica e naturale; ma che oggi ci chiami a renderci complici
volontari del fatto compiuto, è atto contro il quale protestiamo. L’Unione Sindacale
Italiana è una organizzazione che ha forza, numero, prestigio e dignità quanto
occorrono per potere trattare da sé i problemi che riguardano le proprie maestranze,
per tutelarne gli interessi e non ha mai messo lo spolverino alle turlupinature
ministeriali. E’ necessario che il signor Giolitti lo sappia: egli non ha impegnato, né
altri con lui, e non impegnerà ulteriormente le maestranze dell’U.S.I. Lungi
dall’accettare l’intervento propostole nelle commissioni paritetiche, l’U.S.I. dichiara
anzi espressamente che saboterà in ogni modo possibile l’applicazione del controllo di
fabbrica. L’U.S.I. è rimasta libera della propria azione e vi resta non sottoscrivendo
nessun concordato e difendendo per tutte le sue maestranze metallurgiche le conquiste
economiche che già appartengono a tutto il proletariato e impedendo anche che colle
fatiche dei lavoratori che hanno prodotto nella fabbrica conquistata vengano
compensati i crumiri che non hanno partecipato alla lotta. Ma sopra tutto l’U.S.I.
197
Anche all’interno del Partito socialista scoppiarono «[…] delle
recriminazioni fra comunisti, massimalisti e riformisti»,617 ma in definitiva
l’atteggiamento ambiguo e rinunciatario tenuto dagli stessi massimalisti
durante l’occupazione delle fabbriche aveva chiaramente mostrato che anche
questi, come i dirigenti riformisti confederali, non avevano creduto «[…] alla
possibilità della rivoluzione, che pure avevano tante volte proclamata
imminente».618 Quindi, «[…] il contrasto tra le parole e i fatti, troppo a lungo
mantenuto, finì per togliere ogni credibilità a loro [i socialisti massimalisti] e
al partito che dirigevano».619
Dal canto loro, «gli ordinovisti, la cui influenza si limitava a Torino,
furono molto cauti nel valutare la situazione generale e presentarono in modo
piuttosto pessimistico la situazione torinese al convegno del 10 settembre, 620
perché temettero di essere spinti all’azione insurrezionale dai capi del PSI e
della C.G.d.L. e poi di essere abbandonati».621
Alla fin fine, gli unici «[…] convinti che la situazione fosse matura per la
rivoluzione e che l’occupazione delle fabbriche dovesse essere allargata e
sboccare nell’insurrezione furono […] gli anarco-sindacalisti, i quali però

dichiara che il proletariato ha ormai posto all’ordine del giorno il grande memoriale
storico della sua emancipazione integrale e della sua capacità realizzatrice dell’ordine
nuovo comunista. Borghi – Giovannetti – Turrini – Negro – Mondani» (in Sempre!,
Almanacco n. 2 (1923/24) di “Guerra di Classe”, pp. 48-50).
A.BORGHI, op. cit., p. 253. In merito all’accordo per il controllo operaio delle
fabbriche stipulato dalla C.G.d.L. con il governo, l’Avanti! del 21 settembre 1920
affermava, tra le altre cose, che «[…] il conquistato controllo operaio delle fabbriche
quando pure riuscisse a funzionare, non potrà che rappresentare o una mistificazione o
una corruzione. Il controllo, di per sé stesso, è una collaborazione. Se fatto veramente
sul serio, conduce inevitabilmente a trasformare gli operai in aiuti interessati della
gestione borghese. I borghesi avranno l’arrosto ed i proletari il fumo. E’ chiarissimo.
L’ora della rivoluzione, come è nei voti dei nostri governanti, si allontanerà sempre
più se noi, se la massa proletaria non saprà aprire gli occhi e vedere chiarissimo nella
situazione».
G.CANDELORO, Storia dell’Italia moderna, cit., vol. VIII, p. 333. Su come si
mossero i vari dirigenti della C.G.d.L. e del Partito socialista durante i giorni
dell’occupazione delle fabbriche, cfr. G.BOSIO, La grande paura cit., che riporta, in
particolare, i verbali della riunione del 4 settembre 1920 e di quelle successive dei
cosiddetti Stati generali (alle pp. 73-186). Per una valutazione di parte anarchica su
queste riunioni e sull’atteggiamento generale dei dirigenti confederali e socialisti nei
confronti di un possibile sbocco rivoluzionario del movimento delle occupazioni, cfr.
A.BORGHI, Mezzo secolo cit., pp. 248-253.
G.CANDELORO, ibid., p. 334.
Su tale riunione del C.D. della C.G.d.L. e della direzione del P.S.I., nella quale fu
ammessa ad intervenire anche una rappresentanza giunta da Torino, cfr. G.BOSIO, op.
cit., pp. 88-101.
G.CANDELORO, op. cit., p. 334.
198
rimasero isolati e fallirono nel tentativo di prolungare l’agitazione in contrasto
con l’accordo raggiunto con la mediazione di Giolitti».622
Così, l’idea e la speranza, caldeggiata soprattutto dall’U.S.I. e dagli
anarchici, della creazione di un fronte unito proletario per l’abbattimento della
società capitalista e borghese, andò definitivamente in frantumi all’indomani
della fallimentare conclusione del movimento di occupazione delle fabbriche.
Anche a Carrara, gli anarchici e la Camera del Lavoro condivisero le
accuse di tradimento lanciate dall’U.A.I. e dall’U.S.I. ai dirigenti riformisti e
massimalisti della C.G.d.L. e del Partito socialista, ed esternarono le proprie
idee al riguardo in alcuni articoli apparsi rispettivamente alla fine di settembre
su «Il ‘94» e agli inizi di ottobre su «Il Cavatore».623
Il fatto che la rivoluzione tanto a lungo annunciata non avvenisse in
occasione di un movimento così vasto come quello del settembre 1920,
mentre da un lato depresse il proletariato, dall’altro diede animo ai gruppi più
conservatori della borghesia e degli apparati statali e li spinse ben presto a
scatenare la reazione, le cui prime avvisaglie si erano già manifestate, come si
visto, all’indomani della repressione della rivolta di Ancona della fine di
giugno del 1920.
Il 13 ottobre, alla stazione ferroviaria di Milano, due poliziotti
dichiararono in arresto Armando Borghi, conducendolo immediatamente alle
carceri di San Vittore.624 Il 15, la polizia invase i locali di «Umanità Nova», a
Milano, arrestando i redattori presenti. Il 17, venne rintracciato Errico
Malatesta, presso la sua abitazione, e dichiaratolo in arresto fu trasportato
«prima a San Fedele, e di qui, dopo un sommario interrogatorio, a San
Vittore».625 L’operazione di polizia si estese, nei giorni seguenti, a tutto il
paese con centinaia di arresti fra gli anarchici. Il 20 ottobre, si riuniva nei
locali della C.d.L. di Mura Lame, a Bologna, il Consiglio Generale dell’U.S.I.
Un numeroso stuolo di guardie regie, carabinieri e poliziotti, interruppe lo
svolgimento dell’adunata ed arrestò tutti i presenti, tra i quali vi erano anche
Alberto Meschi ed Eugenio Girolo.626

Ibid.
Cfr., in particolare, LICIO, Con le armi al piede, in Il ’94 del 26 settembre 1920, e
Dopo la grande battaglia dei Metallurgici, in Il Cavatore del 2 ottobre 1920, che vengono
riprodotti rispettivamente in Appendice XII e Appendice XIII.
Cfr. A.BORGHI, Mezzo secolo cit., p. 253.
A.BORGHI, Errico Malatesta, cit., p. 211.
Due giorni dopo, il 23 notte, la maggior parte degli arrestati, compresi Meschi e
Girolo, vennero rilasciati e a coloro che non erano di Bologna fu consegnato un foglio
di via obbligatorio. Sull’incursione della polizia nei locali della C.d.L. di Bologna e
sull’arresto degli intervenuti alla riunione del Consiglio Generale dell’U.S.I. del 20
ottobre 1920, cfr. A.NEGRO, L’Unione Sindacale in galera (Ricordando), in
Sempre!, cit., pp. 56-58. Sulla presenza si Meschi e Girolo alla riunione di Bologna
del Consiglio Generale dell’U.S.I. e sul loro arresto, cfr.: il Fonogramma della
Questura di Bologna al Commissario di P.S. di Carrara del 23 ottobre 1920, in ASM,
199
Con questi arresti, il governo voleva saggiare il terreno per operazioni più
vaste anche fra i membri degli altri movimenti sovversivi, e dunque
cominciava

«[…] dagli anarchici con la certezza che il forte partito socialista non
[aveva] alcuna voglia di assumerne la difesa e che, d’altra parte, il
movimento operaio, nel quale gli anarchici [godevano] estese simpatie,
non [aveva] la forza – dopo la dura sconfitta – di reagire
adeguatamente».627

Giolitti addirittura poté «[…] far dire al Manchester Guardian di Londra


che era sicuro dell’indifferenza dei socialisti per l’arresto di Malatesta»,628 ed
in effetti il 19 ottobre l’Avanti! pubblicò un articolo nel quale si invitava il
proletariato «a starsene tranquillo», a non muoversi «per non…personalizzare
l’agitazione pro vittime politiche».629
Contemporaneamente, anche nel comprensorio apuano le autorità tutorie
cercarono di assestare un duro colpo al locale movimento sindacale ed
anarchico. Il 13 ottobre, Virgilia D’Andrea comunicava alla C.d.L. di Carrara
l’avvenuto arresto di Borghi.630 La notizia produsse «[…] una viva
impressione nella classe operaia», ed Alberto Meschi si affrettò ad inviare
all’U.S.I. di Milano il seguente telegramma: «Protestiamo indignati arresto
compagno Borghi al quale mandiamo espressioni vivissima solidarietà
nell’attesa provvedimenti».631 Il 18 ottobre, in seguito all’arresto dei redattori
di «Umanità Nova» e di Errico Malatesta, la tensione a Carrara aumentò e la
C.d.L. decise di proclamare, per il giorno seguente, uno sciopero generale di
protesta.632 Lo sciopero riuscì compatto e, in attesa delle deliberazioni degli

Comm. P.S. Carrara, busta 55; il Verbale d’interrogatorio di Leonardi Vittorio del 26
ottobre 1920, in ASM, ibid.; il Verbale d’interrogatorio di Petrucci Gino dell’8
dicembre 1920, in ASM, Corte d’Assise di Massa, Fascicoli processuali, busta 138,
fascicolo Ribolini Aristide.
G.CERRITO, Nota biografica, in E.MALATESTA, Scritti scelti, cit., p. 56.
S.DELLABELLA, Un punto di partenza della reazione. Processo Malatesta,
Borghi e compagni, in Sempre!, cit., p. 51.
La prima citazione è tratta da A.BORGHI, Errico Malatesta, cit., p. 212, la
seconda da Sempre!, cit., p. 172.
«Camera Lavoro di Carrara. Comunichiamovi arresto avvenuto ora Armando
Borghi mandato cattura autorità giudiziaria. D’Andrea»: Copia del Telegramma del
ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
Il testo del Telegramma di Meschi, datato 13 ottobre 1920, e la precedente
citazione sono tratte dalla Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di
Massa del 13 ottobre 1920, in ASM, ibid.
Cfr. il Telegramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 18 ottobre
1920, in ASM, ibid.
200
organismi nazionali per un più efficace ed energico coordinamento della
protesta, venne deciso di sospenderlo quella sera stessa.633
A questo punto, il 20 ottobre avvenne, come si è visto, l’arresto in massa
degli intervenuti alla riunione bolognese del Consiglio Generale dell’U.S.I.,
mentre a Carrara, durante la notte, si verificò un “provvidenziale” episodio
che fornì l’occasione alle locali forze dell’ordine di poter eseguire una serie di
perquisizioni e di arresti nei confronti di diversi militanti sindacali ed
anarchici.
Infatti, verso le tre del mattino del 21 ottobre, scoppiava una bomba «[…]
sulla finestra di sinistra del portone della Banca d’Italia», la cui sede si
trovava nella centrale Piazza Garibaldi, che provocava gravi danni al
caseggiato «[…] col crollo di parte del balcone, abbattimento porte e soffitto
[del] pian terreno».634 Appena mezz’ora dopo l’esplosione, numerosi
carabinieri ed agenti di pubblica sicurezza cominciarono ad effettuare una
lunga serie di perquisizioni nei locali di via Grazzano della Camera del
Lavoro, nella sede del Circolo “Germinal” a Canal del Rio e nelle abitazioni
di vari anarchici.635 Nonostante l’esito negativo di tali perquisizioni, tendenti

Il vice segretario della C.d.L. di Carrara Gino Petrucci inviò, in assenza di Meschi
partito nel frattempo per Bologna per partecipare alla riunione del Consiglio Generale
dell’U.S.I. del 20 ottobre, alla redazione di «Umanità Nova», il 19 ottobre, il seguente
telegramma: «Proletariato Apuano agitatissimo proclamato sciopero generale per protesta
contro reazione e arresto carissimo Malatesta, dopo una giornata sospeso pronto ripigliarlo
appena crederà opportuno, permane vivissima agitazione». La sera del 19, la C.E. della
C.d.L. diffuse il seguente manifesto: «COMPAGNI,
LAVORATORI! Voi avete, seguendo l’impulso nobile ed altruistico del vostro cuore,
abbandonato il lavoro, in segno di protesta contro la reazione che si intensifica sempre
più, che fa vittime in tutti i campi! PROLETARI! Gli Organismi Nazionali, ai quali
incombe l’obbligo di coordinare la protesta energica, che sia anche monito per tutti, non
hanno creduto, certo per giustificate ragioni, dire quali sono i loro intendimenti.
Noi, nell’attesa di conoscere le decisioni dobbiamo dichiarare CESSATO LO
SCIOPERO GENERALE! OPERAI! Mentre vi ringraziamo per l’entusiasmo con cui
voi avete abbandonato il lavoro, vi invitiamo a mantenervi serrati e compatti attorno
alla vostra organizzazione di classe, baluardo per la difesa di tutte le libertà, di
smantellamento continuo di tutte le ingiustizie sociali, per la conquista di un avvenire
di giustizia e libertà per tutti!» (il Telegramma di Gino Petrucci e il Manifesto della
C.E. della C.d.L. di Carrara, entrambi del 19 ottobre 1920, si trovano in ASM, ibid.).
Le citazioni sono tratte dal Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al
Procuratore del Re di Massa del 21 ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta

Cfr. il Verbale sulle perquisizioni n. 1089, datato 22 ottobre 1920, in ASM, ibid.
Le abitazioni perquisite furono quelle di: Gino Petrucci, dimorante in alcune stanze
annesse alla C.d.L.; Aristide Ribolini, in via Cafaggio 29; Ezio Cervia, in via
Cafaggio 10; Rolando Battaglini ed Ezio Guerra, in via Carriona 26; Andrea
Giandalasini, in via Nuova 5; Armando Pardini, in via Lombarda 8; Eugenio Girolo,
201
al rinvenimento di armi ed esplosivi, furono ugualmente arrestati il vice
segretario camerale Gino Petrucci e due membri del Circolo “Germinal”, Ezio
Cervia e Rolando Battaglini.636
Nello stesso tempo, veniva perquisita a Massa la sede del Comitato locale
della C.d.L. carrarese, in via Giardini, e tratto in arresto il relativo segretario,
l’anarchico Umberto Pedruzzi, assieme alla sua compagna, la svizzera Berta
Mathez, che colà dimoravano.637
Verso le otto di mattina, a Carrara, fu eseguita una seconda perquisizione
nei locali della C.d.L., durante la quale vennero sequestrati numerosi
documenti, tra cui: un registro contenente un elenco di soci del Circolo
anarchico “Germinal”, il clichè del ritratto di Malatesta, una fotografia
raffigurante un gruppo di anarchici assieme a Meschi e Malatesta, la
corrispondenza di Eugenio Girolo ed Alberto Meschi, l’opuscolo «I grandi
iconoclasti» contenente gli scritti di Bruno Filippi.638 Alle 11, furono rimessi
in libertà Ezio Cervia e Rolando Battaglini, Gino Petrucci fu scarcerato alla
sera,639 mentre Umberto Pedruzzi e la sua compagna vennero rilasciati dopo
qualche giorno.640 Rimase invece in carcere un altro anarchico, Aristide
Ribolini, il quale venne denunciato dalla polizia quale principale sospettato di
essere l’esecutore materiale dell’attentato, dato che quando gli agenti si

in via Carriona 22; Dante Merlini e Guglielmo Ulissi, in via Gragnana 2 (presso il
lavatoio); Alberto Meschi, in via Groppini 6 alla presenza di Lidia Bertoli.
Cfr. Le…bombe, in Il Cavatore del 30 ottobre 1920.
Cfr. ibid.
Cfr. il Verbale dei documenti sequestrati nella perquisizione alla C.d.L. del 21
ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55. La foto sequestrata dalla
polizia raffigurante Meschi e Malatesta assieme ad altri anarchici è quella scattata il
marzo 1920, riprodotta nella sezione fotografica del presente lavoro. Bruno Filippi
(Milano, 1900-1919), anarchico, la sera del 7 settembre 1919 si recava nel palazzo
ove aveva sede il «Club dei Nobili», a Milano, portando con sé una bomba. Questa,
esplodeva prima del tempo, uccidendo il giovane anarchico. L’opuscolo sequestrato
dalla polizia nei locali della C.d.L. era I grandi iconoclasti nel Pensiero e nell’Azione.
Scritti postumi di Bruno Filippi, edito nel 1920 dalla rivista anarchica Iconoclasta di
Pistoia e stampato presso la Tipografia F.lli Ciattini, il quale conteneva pure un
“Profilo spirituale a modo di prefazione” scritto da Carlo Molaschi ed una prefazione
aggiunta da “I Compilatori” alle «Lettere dal carcere» di Filippi ai propri genitori.
Tale opuscolo venne integralmente ristampato nel 1950 a Firenze, a cura di Tito
Eschini e Lato Latini. Verso la fine degli anni ’70 venne pubblicata una ristampa
anastatica dell’edizione del 1950, nella quale fu inserito il discorso tenuto dal
compagno Belgrado Pedrini in occasione dell’inaugurazione del Circolo anarchico
“Bruno Filippi” di Carrara, il 23 marzo 1978, che si trovava sul Ponte Baroncino n.
2/c. Varie copie di questa ristampa anastatica si trovano al Circolo Culturale
Anarchico di Carrara, in via Ulivi.
Cfr. Libertario, La Bomba…ammaestrata, in Supplemento al n. 23 del
“Cavatore”, datato 23 ottobre 1920.
Cfr. Le…bombe, cit.
202
presentarono, verso le 4 del mattino del 21, alla sua abitazione per effettuare
la perquisizione, il Ribolini risultava assente. Rientrato a casa ed avvertito
dalla madre della “visita” notturna delle forze dell’ordine, l’anarchico si era
subito recato al Commissariato di Carrara, ottemperando alla relativa richiesta
che gli agenti avevano verbalmente fatto ai suoi famigliari, ma qui, dopo
essere stato interrogato, veniva dichiarato in arresto.641
In serata, il Commissario di Carrara redigeva una relazione per il
Procuratore del Re di Massa, nella quale affermava categoricamente che
l’esplosione della bomba alla Banca d’Italia era «[…] un atto terroristico ad
indubbia opera di qualcuno degli anarchici locali, dovuto al recente arresto dei
noti agitatori Errico Malatesta, Armando Borghi ed altri».642 In base a questo
“ovvio” movente, le indagini vennero dunque indirizzate verso
l’opportunamente predisposta “pista anarchica”, che fu naturalmente ed
immediatamente avvalorata dall’azione dell’autorità giudiziaria.
Il 22 ottobre, giunse in città la notizia che «a Bologna si erano arrestati
tutti i dirigenti le organizzazioni sindacali fra i quali erano i compagni Meschi
e Baccelli».643 Venne quindi adunata d’urgenza la Commissione Esecutiva
della C.d.L., che deliberò all’unanimità la proclamazione dello sciopero
generale ad oltranza, redigendo nel contempo il seguente documento:

«La borghesia italiana che non è stata capace di mantenere la pace ed ha


fatto fare la guerra, si trova, oggi, in crisi. E non è crisi passeggera, ma
crisi profonda, crisi di regime che ha le sue cause nella essenza
propria del sistema capitalistico e statale. Questa ha determinato negli
anni e coscienza del proletariato tutta la sensazione della propria
maturità. Ebbene: la borghesia e tutte le anime nere che vedono
tramontare, per volontà del popolo, il loro paradiso di gioie sfrenate,
oggi, ricorre ai ripari con l’arrestare tutti i migliori elementi che hanno
sposato, del popolo, la causa della Giustizia e della Libertà.
Il governo, che è l’organo esecutivo della volontà di pochi che sfruttano
i molti che lavorano, ha dato ordine a tutte le Questure del regno di

641
Cfr. il Verbale d’interrogatorio di Ribolini Aristide del 21 ottobre 1920 e la
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 21 ottobre
1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55. Aristide Ribolini apparteneva al
Circolo anarchico “Germinal” ed era stato per alcuni mesi anche il redattore
responsabile del giornale camerale «Il Cavatore», dal numero del 10 gennaio 1920 a
quello del 4 settembre 1920. Inoltre, era il segretario della locale Lega proletaria
mutilati ed invalidi di guerra. Per tali notizie, cfr.: la Relazione del Commissario di
Carrara al Questore di Massa del 3 gennaio 1920, in ASM, Questura di Massa, I
serie, busta 13; M.BERTOZZI, op. cit., p. 147; il Comunicato del Consiglio della
Lega proletaria mutilati ed invalidi di guerra in solidarietà con Aristide Ribolini, in Il
Cavatore del 30 ottobre 1920.
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Procuratore del Re di Massa del
ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55.
Libertario, Lo sciopero generale, in Il Cavatore del 30 ottobre 1920.
203
arrestare, di imbastire, con tutte le già conosciute e non ancora
conosciute mostruosità, il grande processone alle intenzioni, al pensiero
e all’azione liberatrice che il proletariato va svolgendo. Il governo ha
cominciato con l’arrestare, a Milano, tutti i redattori del giornale
Umanità Nova, poi quello del direttore Errico Malatesta, il più
generoso, il più nobile dei combattenti. E con questo il governo ed i
suoi uomini d’ordine si son prefissi di stroncare la grande e generosa
agitazione pro Vittime Politiche iniziata da tutto il proletariato italiano.
Mentre noi chiedevamo la liberazione di tutti i nostri reclusi politici già
condannati e condannanti, il Governo di Giolitti ci rispondeva
coll’arrestare in massa tutti gli elementi sovversivi che alla liberazione
delle vittime politiche davano, e al popolo chiedevano, tutta la
solidarietà fattiva dei grandi gesti e delle nobili e generose azioni.
Al tentativo di sopprimere Umanità Nova coll’arresto di tutta la
redazione e di Errico Malatesta, il governo ha fatto seguire l’arresto di
tutto il consiglio dell’Unione Sindacale Italiana riunitosi a Bologna per
escogitare un’azione pratica e concorde di tutto il proletariato italiano.
Sono stati arrestati: Alberto Meschi, Manlio Baccelli, Virgilia
D’Andrea, Mario Mari, Fediani, Argeni, Turchini e tanti altri.
E’ nella segreta intenzione del governo di sopprimere tutto il
movimento rivoluzionario, sopprimendo i nostri migliori uomini
rappresentativi, ma è anche nostra intenzione di non disarmare di fronte
a nessuna prepotenza, da qualunque parte essa ci venga. E in risposta
alla reazione noi abbiamo deliberato lo
Sciopero Generale a tutta oltranza
fino a quando non saranno liberati i nostri compagni. Sappiamo anche
che la reazione estenderà i suoi artigli fino a noi, ma ciò non importa,
noi siamo preparati a tutto, abbiamo con noi il buon diritto, le ragioni
morali, e soprattutto sta la ragione del nostro dovere verso le vittime
della stolta e cieca cocciutaggine nel falso concetto di valutazione di cui
s’è armato il governo.
Lavoratori!
La Camera del Lavoro di Carrara, d’accordo con tutte le Camere del
Lavoro di Viareggio, Pisa, Livorno, Piombino e Spezia, ha proclamato
lo sciopero generale fino a quando non saranno liberati tutti gli arrestati.
Per Meschi, per i nostri compagni tutti, troppo amati dal proletariato,
non abbiamo bisogno di spendere altre parole.
Lavoratori!
Ognuno al proprio posto, nella propria trincea per la difesa della
giustizia e delle libertà conculcate».644

Comunicando la decisione presa dalla C.d.L., il Commissario di Carrara,


allarmatissimo, richiese al Questore di Massa l’invio urgente di «[…] cento
carabinieri per provvedere [alla] tutela [degli] istituti pubblici […]».645

644
La Commissione Esecutiva della C.d.L. di Carrara, La nostra risposta, in
Supplemento al n. 23 del “Cavatore”, datato 23 ottobre 1920.
204
Il 23 ottobre, cominciò lo sciopero generale ad oltranza, «[…] che fu
attuato col massimo entusiasmo da tutti i lavoratori di Carrara, Massa,
Versilia, Viareggio, Lunigiana, Valle del Lucido e Garfagnana»,646 mentre il
Commissariato di Carrara continuava ad insistere colla Questura di Massa
«[…] per l’invio di cento carabinieri per poter eventualmente tutelare libertà
lavoro e reprimere in tempo eventuali tentativi di violenza».647 Uscì, inoltre,
un Supplemento de «Il Cavatore» nel quale, in un articolo emblematicamente
intitolato «La bomba…ammaestrata», si affermava:

«[…] E’ nostra convinzione che anche questa famosa bomba sia della
stessa famiglia di quella di famosa memoria del celebre poliziotto
commendator Cavallo: l’eroe di Piombino e di Carrara. 648 E [ne] siamo

645
Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 22
ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55.
Libertario, Lo sciopero generale, cit.
Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 23
ottobre 1920, trasmesso alle ore 18,30, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55; il
corsivo nel testo è mio. In precedenza, alle ore 9,45 del mattino, il Commissario di
Carrara aveva inviato al Questore di Massa il seguente fonogramma: «Sciopero
generale protesta per arresto Meschi Bologna è stato attuato da tutti i lavoratori del
marmo ed anche dai muratori. Partecipano a sciopero tramvieri + camions ed anche
impiegati municipali quasi tutti. Gran parte degli esercizi pubblici sono aperti. Finora
ordine pubblico perfetto» (in ASM, ibid.). Poi, col già citato Fonogramma delle ore
18,30, il Commissario precisava che: «Camerieri fiaschetterie e caffè, avendo aderito
sciopero, hanno determinato chiusura esercizi pubblici. Peraltro sciopero continua
tranquillo, ma mi si afferma insistentemente che sarà prolungato ad oltranza […]».
Durante la serrata padronale del 1913-14, quando ormai le trattative in corso fra gli
industriali e la C.d.L. sembravano avviarsi verso una conclusione positiva, si verificò un
episodio che rischiò di compromettere la quasi raggiunta risoluzione della contesa in atto tra il
proletariato e la borghesia apuana. Infatti, la sera dell’11 gennaio 1914, una misteriosa bomba
scoppiava, senza far vittime, nel cortile della Caserma dei
Carabinieri di Carrara. L’autorità tutoria ne approfittava per trarre in arresto, come
mandanti, i dirigenti della C.d.L. Alberto Meschi, Ugo Del Papa, Riccardo Sacconi e
Gino Tenerani (quest’ultimo subito rilasciato). La bomba puzzava lontano un miglio
di provocazione poliziesca, come affermò più tardi Alceste De Ambris, e subito si
diffuse in città l’opinione che tale atto fosse stato orchestrato dal commendator
Cavallo, comandante della Caserma dei Carabinieri, allo scopo di infliggere un colpo
decisivo alla direzione della C.d.L. Inoltre, circa due anni prima, durante lo sciopero
di Piombino e dell’Elba, si era verificato un episodio in tutto e per tutto simile, e sul
posto si trovava proprio il commendator Cavallo. Alla fine, il 29 gennaio, a soli 18
giorni di distanza dallo scoppio di tale bomba, la Corte d’Appello di Genova mandò
assolti Meschi, Del Papa e Sacconi del reato loro imputatogli, e quindi i tre furono
rimessi in libertà. In tal modo, poterono essere immediatamente riprese le trattative
con gli industriali che si conclusero positivamente la sera del 30 gennaio con la firma
di un accordo che mise fine alla lunga vertenza. Sull’episodio della bomba “cavallina”
cfr. M.GIORGI, op. cit., pp. 297-313.
205
anche troppo convinti [dato] che la polizia ancora tre ore prima che il
fatto avvenisse pedinava i nostri compagni, segno evidente che sapeva
meglio di tutti che qualche cosa dovesse avvenire. […] Ammoniamo
tutti i nostri nemici, siano essi di Piazza Farini649 o non importa di
dove, che le manovre terroristiche ammaestrate ci lasciano
completamente indifferenti, e soprattutto il proletariato ricorderà e
provvederà al momento opportuno».650

Quella sera stessa, verso le ore 22, esplose una seconda bomba «[…] sugli
scalini esterni della casa Tenerani Carlo adiacente alla Caserma Dogali, in via
Cucchiari, casa abitata dal Comandante questo Presidio».651 La polizia
effettuò quindi una nuova perquisizione al Circolo anarchico “Germinal”, che
diede esito negativo come la precedente.652
Il giorno seguente, lo sciopero generale proseguì compatto: i negozi
rimasero chiusi e «[…] Carrara assunse l’aspetto di una città in lutto, di una
città su cui pesa qualcosa di grave. Da tutte le bocche usciva come una specie
di parola d’ordine: o libertà ai nostri arrestati o continuazione dello sciopero
generale prima calmo, poi…poi…!».653 In tarda mattinata, perveniva alla
Camera del Lavoro un telegramma di Meschi spedito da Viareggio: «Sono qui
a Viareggio che attendo poter proseguire per Carrara, sono uscito stanotte».654
Gino Petrucci diffuse immediatamente la notizia, mentre la C.E. della C.d.L.
decise che lo sciopero generale sarebbe cessato solamente quando Meschi
fosse rientrato a Carrara.655 Il segretario camerale

«[…] non arrivò che a notte, un numeroso gruppo di compagni lo


salutarono col massimo entusiasmo, dopo di che, saputo che tutti gli
arrestati di Bologna erano stati rilasciati, demmo le dovute disposizioni
per la cessazione dello sciopero generale, riservandoci di riprenderlo
per il nostro Malatesta e per tutte le vittime politiche non appena lo
crederemo opportuno».656

In Piazza Farini era ubicato il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Carrara.


Libertario, La bomba…ammaestrata, cit.
Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 23 ottobre
1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55.
Cfr. ibid.
Libertario, Lo sciopero generale, cit.
Telegramma di Meschi alla C.d.L. di Carrara del 24 ottobre 1920, ore 10, in ASM, fondo
citato.
Cfr. Libertario, Lo sciopero generale, cit.
Ibid. L’unica che non venne rilasciata fu Virgilia D’Andrea che fu trasferita alle
carceri di Milano (cfr. A.NEGRO, L’Unione Sindacale…in galera (ricordando), cit.,
p. 58). Oltre che a Carrara e in Versilia, lo sciopero generale ad oltranza per reclamare
l’immediato rilascio dei militanti sindacali arrestati a Bologna fu proclamato anche a
Spezia, nel Valdarno, nelle Puglie, a Verona, a Sestri Ponente e nel Genovesato,
infischiandosene «[…] delle elezioni, dei moniti di Serrati e compagnia brutta […]»
206
Se a livello nazionale la stragrande maggioranza dei dirigenti socialisti,
riformisti e massimalisti, della C.G.d.L. e del P.S.I. non promosse alcuna
agitazione in solidarietà con gli arrestati, nella regione apuana invece allo
sciopero generale ad oltranza aderirono e parteciparono attivamente tutte le
locali organizzazioni di sinistra, quasi un ultimo ed estremo “colpo di coda”
dell’auspicato e ricercato fronte unito rivoluzionario locale, alla vigilia di
quella consultazione elettorale per le amministrative del 31 ottobre che
scatenò, poi, una serie di vivaci ed aspre polemiche fra anarchici, socialisti e
repubblicani, le quali furono tra le cause principali che determinarono
l’abbandono della C.d.L. di Carrara di una parte dei socialisti e la
costituzione, nel dicembre del 1920, di una Camera del Lavoro Confederale a
Massa.657
Sul già citato supplemento a «Il Cavatore», uscito il 23 ottobre, era infatti
presente un articolo redatto dal locale deputato socialista Luigi Salvatori, nel
quale si esortava «tutta la famiglia proletaria organizzata», di qualsiasi
tendenza politica, ad agitarsi per protestare contro gli arresti di Bologna e
contro la montante reazione statale mirante alla soppressione della lotta di
classe:

«L’arresto di Meschi e di Baccelli658 – parlo di quei carcerati, fra i


rastrellati dalla reazione a Bologna, che più ci erano vicini di opera e di
affetto – ragiona con violenza d’entusiasmo alla nostra anima e
costringe anche i più quieti, i più pazienti, i più mussulmani all’esame
dello sfregio quotidiano che da tempo la polizia della proprietà privata
porta all’esercizio di propaganda e di azione delle organizzazioni
sindacali. E chi getta l’abito dell’inerzia e della rassegnazione,
facilmente si accorge che l’impresa statale ai danni dell’esercizio dei
nuovi diritti proletari mira alla uccisione della lotte di classe, alla
debellione dello spirito rivoluzionario.
Non prevarranno però queste armi del capitalismo, qua specialmente
dove la lotta di classe ha il suo scoprimento nelle prime sommosse degli
schiavi di Roma legati al lavoro ed alla morte delle cave, qua dove la

(Faccia a faccia con la reazione, in Il Cavatore del 30 ottobre 1920), mentre nel
bolognese la locale «[…] Camera del Lavoro Confederale per protesta…votò un
ordine del giorno» (NELLO, L’epicentro del fascismo, in Sempre!, cit., p. 37).
Sulle polemiche tra socialisti e C.d.L. di Carrara all’indomani delle amministrative del
31 ottobre e sulla costituzione della C.d.L.C. di Massa, cfr. la nota 143 di questo capitolo.
Inoltre, per un’altra polemica tra anarchici e socialisti apuani, scoppiata alla fine di
settembre e riguardante la legge sulle quote operaie per la Cassa Pensioni, cfr. la nota 204.

Manlio Baccelli, il segretario della Camera del Lavoro di Viareggio (succursale


della C.d.L. di Carrara), anch’egli intervenuto alla riunione bolognese del Consiglio
Generale dell’U.S.I. del 20 ottobre.
207
rivoluzione ebbe sui nostri monti un superbo arengario per un sublime
predicatore: Carlo Cafiero!
E’ dovere di ognuno (non ci sono vincoli di parte, non esistono
divisioni, se asprezze od ire ebbero un gesto od una parola, gesto e
parola sono stati dimenticati), è dovere di tutta la famiglia proletaria
organizzata, o comunque ribelle, della Lunigiana, del Carrarese, di
Massa, della Versilia, di avvertire il pericolo dell’ora, di star pronti ad
uccidere l’insidia per non essere dall’insidia uccisi.
Oggi sciopero per bisogno dell’animo, per la concessione di qualche
cosa che è la carne vivente di queste nostre organizzazioni non indegne
e non ultime, per la protesta al delitto premeditato che si compie ai
danni dei migliori, domani e sempre disciplina e milizia agli ordini del
Comitato nazionale per tutte le vittime politiche, che neanche in
quest’attimo dimentichiamo.
Parlando dei nostri, parliamo di tutti gli altri che sono eguali, per base,
per ardimento, per fede: parliamo di tutta la umanità battuta e carcerata
alla quale dobbiamo dare le gioie della famiglia e del lavoro, perché
queste non sappiano per noi d’amara mortificazione: alle quali
dobbiamo ridare l’onore del posto di battaglia nelle nostre
[organizzazioni], perché più sollecita la rivoluzione scriva le parole
della definitiva giustizia sull’albo rosso delle nostre bandiere». 659

Verso le 9 di sera del 24 ottobre, quando ormai la notizia della


scarcerazione di Meschi era già di dominio pubblico, ed anzi si attendeva solo
il suo arrivo a Carrara per proclamare la cessazione dello sciopero generale,
una terza bomba esplodeva in Corso Vittorio Emanuele «[…] nel palazzo
Nicoli, vicino al Boccalone, facendo solo danni materiali allo stabile». 660
Immediatamente accorsi sul posto, i carabinieri procedettero ad una nuova
serie di perquisizioni e al fermo di alcune “persone sospette”, tra cui un certo
Arturo Barbieri che aveva oltraggiato i militari dell’Arma «[…] attribuendo
ad essi l’esplosione della bomba».661
Dunque, fino all’ultimo le locali autorità tutorie cercarono, plausibilmente,
di far degenerare il clima di tensione, esistente in città, in episodi che
permettessero loro di procedere all’arresto dei più noti militanti sindacali ed
anarchici. Ma l’energica e compatta reazione dei lavoratori apuani li spiazzò,
rendendo inutili le diverse provocazioni messe in atto. Nonostante ciò, le
forze dell’ordine tentarono ugualmente di portare avanti la montatura, e se
non si sentirono abbastanza sicure per poter coinvolgere gli elementi più in

Luigi Salvatori, E’ necessario lottare, in Supplemento al n. 23 del “Cavatore” cit.


Le…bombe, in Il Cavatore del 30 ottobre 1920.
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Procuratore del Re di Massa del
ottobre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55. Vennero arrestati, oltre al
Barbieri, altre tre persone: due per porto di coltello ed una per oltraggio (cfr. il
Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 25 ottobre
1920, in ASM, ibid.).
208
vista, provarono ad implicare altri appartenenti al movimento anarchico
carrarese.
Aristide Ribolini era sempre in carcere e, come asseriva «Il Cavatore», su di
lui la reazione sfogava le sue vendette, volendone fare «[…] un capro espiatorio
per il lancio di bombe».662 Il 1° novembre, l’anarchico scriveva una lettera
indirizzata al Procuratore del Re di Massa, nella quale si affermava che

«[…] dal momento che l’incolpevolezza mia risulta chiara e lampante,


sono a domandarmi come e perché mi si intrattiene in arresto. In nome
della Legge uguale per tutti mi si tiene in prigione, come in nome della
giustizia e della civiltà fui arrestato. Ma io mi domando, se dopo aver
cooperato per la grandezza e la salvezza di colei che chiamansi patria,
ed aver dato a questa e per questa quasi totalmente un braccio ed una
gamba, quando una notte non mi ritiro a casa (posso però dire dove l’ho
passata) mi si tiene in arresto: o allora il diritto alla vita, alla libertà di
parola e di stampa, di pensiero, di coscienza e di culto, che, oltre ad
essere queste le leggi fondamentali del Regno, ci venivano ripromesse,
con altre aggiunte, purchè si facesse sacrificio di noi stessi, per colei,
come ripeto, che chiamansi patria [?] O allora ho ragione di dire che
tutte queste erano menzogne, e chi ce le diceva mentiva, pur sapendo di
mentire. Io credo, ed i fatti mi danno ragione di crederlo, che più che
altro sono trattenuto in arresto perché si sa che sono anarchico; ma più
quando nessuno puol provare ch’io sia reo di ciò che mi si imputa […]
io credo che ciò dovrebbe bastare per rimandarmi in braccio alla
società, [e] se ciò non vien fatto in nome della Legge e della Civiltà, o

Noi, Ribolini Aristide, in Il Cavatore del 30 ottobre 1920: «[Ribolini Aristide] Chi
è? E’ un giovane che un giorno, nel fiore della sua giovinezza, venne, per virtù di una
legge fatta dagli uomini, chiamato a servire la Patria. E la patria servì per anni, anzi la
servì negli anni grigi della tristezza, del dolore. La servì nei giorni che tutti
chiamavano a raccolta i figli d’Italia perché compissero l’ultimo sforzo e la cacciata
dello…straniero. E lui pure fu uno che lasciò in quei tristi giorni, tra i miasmi della
trincea e il crepitar della mitraglia, mezzo sé stesso. Oggi è un mutilato, è un invalido,
ha una gamba spezzata e un braccio inservibile, ha dato tutto alla Signora Patria, a
quella Signora Patria che fornisce il miglior latte ai succhioni di tutte le gradazioni.
Ha però un torto Ribolini, ed è quello di essere anarchico. E oggi, essere anarchici,
dopo le sacre invocazioni della stampa borghese, invocazioni al ritorno alla legge, alla
legalità dello stato, vuol dire essere preda della bieca reazione. Così Ribolini a
Carrara, così Malatesta a Milano, così tanti altri compagni in altre città. Ribolini è in
prigione, su di lui la reazione vuol sfogare le sue vendette, vuol farne un capro
espiatorio per il lancio di bombe. Ripetiamo: Ribolini è mezzo uomo perché l’altra
metà gliel’ha rubata la patria, e di quella metà che è rimasta gli anarchici ne
reclamano la restituzione, perché mille ragioni stanno a dimostrare la sua innocenza».
209
allora sì non si è dei coscienti e non si puol essere nemmeno dei buoni
gestori di società».663

Verso la metà di novembre, mentre sulle colonne de «Il Cavatore»


proseguiva la campagna per la liberazione di Ribolini,664 la polizia cercò di
implicare nell’«affare» della bomba alla Banca d’Italia altri due anarchici
appartenenti al Circolo “Germinal”: Vittorio Leonardi vulgo Ugo e Marcello
Borghini, quest’ultimo già in carcere, dal 1° novembre, per il summenzionato
episodio del conflitto a fuoco con i carabinieri avvenuto durante lo
svolgimento del corteo repubblicano per la vittoria riportata nelle elezioni
amministrative del giorno precedente. Senza alcuna prova, ma solo attraverso
le dichiarazioni del Commissario di P.S. di Carrara, secondo cui anche questi
due erano «[…] indicati dalla voce pubblica come [gli] autori dello scoppio
della bomba»665 dato che «[…] per i principi che professano [erano] ritenuti
capaci di commettere atti di terrorismo»,666 le locali forze dell’ordine
tentarono di convincere l’autorità giudiziaria ad emettere un mandato di
cattura nei loro confronti, cosa che non avvenne per l’evidente inconsistenza
degli indizi.
Successivamente, il 22 dicembre, dopo due mesi di detenzione, Aristide
Ribolini veniva scarcerato,667 ed alla fine, il 10 marzo del 1921, passato nel
frattempo il caso nelle mani della Corte d’Appello di Genova, veniva
dichiarata «[…] chiusa l’istruttoria e non doversi procedere contro l’imputato

Lettera del detenuto Ribolini Aristide dal carcere di Massa agli Ill.mi Signori della
Regia Procura di Massa del 1° novembre 1920, in ASM, Corte d’Assise di Massa,
Fascicoli processuali, busta 138, fascicolo Ribolini Aristide.
Su Il Cavatore del 13 novembre 1920 apparve un articolo intitolato Contro la
reazione e per la liberazione dei nostri compagni, a firma «Libertario», nel quale si
affermava che contro il Ribolini non esisteva alcun indizio, quindi non si poteva
comprendere il motivo per cui la magistratura continuava «[…] a negargli la libertà a
cui [aveva] diritto», concludendosi con le seguenti parole: «Si vuole proprio che si
faccia qualche cosa di più che di queste proteste sui giornali? Continuate signori
magistrati e sarete serviti insieme ai vostri compagni poliziotti complici nell’ordire
questo tranello ad un mezzo giovane com’è il nostro compagno Ribolini».
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa e al Pretore di
Carrara del 17 novembre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55.
Relazione del Commissario di P.S. di Carrara al Procuratore del Re di Massa del
novembre 1920, in ASM, ibid.
Cfr. Quello dell’altra volta, Scarcerazione, in Il Cavatore dell’8 gennaio 1921: «Il
compagno Aristide Ribolini […] è stato liberato la sera del 22 dicembre. Noi abbiamo
sempre detto che la polizia accusando Ribolini […] rivelava […] tutto [il suo] odio contro
gli anarchici e che […] aveva scelto proprio Ribolini, mutilato, quale capro espiatorio.
Ribolini, dopo due mesi di elaborata istruttoria, è stato liberato a scorno di chi lo accusava
così alla leggera. Egli, tornato libero combattente fra i combattenti, ringrazia tutti i
compagni e amici che non lo hanno dimenticato nel suo soggiorno al forte di Massa, ed
augura pronta liberazione a tutte le vittime politiche».
210
per insufficienza di prove».668 Così, in poco più di quattro mesi, la
montatura poliziesca ordita ai danni del movimento anarchico carrarese si
sgonfiò definitivamente.
L’anno 1920 si chiudeva con un sintomatico atto di rivolta individuale,
realizzato dall’anarchico Andrea Morelli nei confronti di uno dei più detestati
industriali del marmo locali, il cav. Guido Murray Fabbricotti.
Proprietario di cave e di alcune segherie, cugino del cav. Carlo Andrea
Fabbricotti, il più importante industriale del marmo di Carrara, Guido
Fabbricotti si era sempre fatto notare per i suoi atteggiamenti da signorotto
feudale e per il disprezzo che mostrava nei confronti degli operai in genere e
della loro organizzazione sindacale in particolare. Questo era l’aspro profilo
che il giornale camerale «Il Cavatore» faceva di lui verso la fine di giugno del
1920:

«Gli asini veri, così utili e così pazienti, ci tengano per iscusati se il loro
riverito nome è stato messo in cima a quest’articolo come misura e per
dare una pallida idea dell’ignoranza, della boria, della stupidaggine di
messer Guido Fabbricotti da la Padula. Questo signore non ha meriti
personali, come uomo è meno che zero, come cittadino è
un…quadrupede carico…d’oro; l’unico merito – e anche questo non
suo – è quello di essere nato ricco, straricco! Ma la natura che è sempre
provvida, se l’ha favorito in un modo lo ha duramente trattato o
maltrattato per ciò che riguarda, per esempio, l’intelligenza, il buon
senso – non diciamo il buon cuore, questo non c’entra. Messer Guido
da la Padula è un tipo da studio, da esaminarsi in rapporto alla
patologia; si ritiene, perché è ricco, che per Lui tutto sia lecito e per
attirarsi l’attenzione del pubblico e dell’inclita commette stravaganze su
stravaganze, si picca di essere musicista e…paga perché gli dicano che
suona bene, che è bravo ecc., va goffamente a cavallo, va a teatro ma
non capisce verbo e…sbadiglia a più non posso…. Messer Guido da la
Padula non ha neanche quei tratti più o meno simpatici che hanno altri
industriali meno ricchi di Lui ma più intelligenti; senza gli stivaloni e il
cappello messo alla boera nessuno si accorgerebbe di Lui. Le sue
smargiassate, le sue boutades sono di pessima qualità: è il reazionario,
il feudatario che fa capolino in tutti i suoi atti, in tutti i suoi gesti;
riteniamo che questa tendenza al reazionarismo, alla prepotenza, al
feudalismo, al predominio, sia frutto dell’attivismo, non in linea
maschile, ma in linea femminile, giacchè messer Guido da la Padula
pensa ed agisce come un fattore o un maestro di casa dell’ancien
regime. La boria, l’ignoranza di messer Guido da la Padula è così
fenomenale che Egli non s’accorge neanche che qualche cosa nel
mondo sociale è cambiato e sta cambiando, che l’operaio oggi guarda

Dichiarazione della Sezione d’Accusa presso la Corte d’Appello di Genova del 10


marzo 1921, in ASM, Corte d’Assise di Massa, Fascicoli processuali, busta 138, fascicolo
Ribolini Aristide.
211
nel bianco degli occhi il proprio sfruttatore, che nei rapporti tra capitale
e lavoro quest’ultimo assume sempre più il posto che gli compete nella
società moderna. La guerra, la maledettissima guerra che ha
rivoluzionato tutto, che ha capovolto i valori morali e sociali è passata
sul cervello anchilosato e refrattario di messer Guido da la Padula come
un fatto qualunque, di nessunissima importanza; tant’è vero che mentre
rintronavano ancora i colpi di cannone che frantumavano il potere della
classe borghese, messer Guido da la Padula pubblicava un editto nel
quale era detto: che proibiva ai suoi operai di portare sul lavoro
l’orologio, gli permetteva – bontà sua – di portare la catena!
Quest’episodio di megalomania basta ad ambientare il signore da la
Padula, il quale si è fitto nella grossa zucca che porta sul collo e che gli
serve da testa, di non voler trattare con la C.d.L., oggi che tutti, dai
ministri ai prefetti, dai sindaci ai più grossi industriali, dai trust, dalle
potenti associazioni padronali ai più piccoli industriali, trattano e
discutono con le organizzazioni operaie, con le Leghe e con le C.d.L.
Via! messer Guido da la Padula, aprite la finestra del vostro maniero e
quella del cervello, se è possibile, ed ascoltate: udreste un fremito di
ribellione che scuote questo vecchio mondo di ingiustizie e di infamie,
che l’operaio sull’incudine della sua fede sta spezzando, col maglio
della lotta di classe, le catene della schiavitù economica e politica […]
E allora, se con l’intelligenza non avete fatto divorzio perenne,
smettereste l’attitudine di don Chisciotte che avete assunto – povero
pigmeo – contro la Camera del Lavoro e discutereste, come discutono
tutte le persone intelligenti e furbe, con la Lega, con i rappresentati dei
vostri operai!».669

Dall’altra parte, invece, il cavatore Andrea Morelli di Bergiola, anarchico,


che durante il servizio di leva, alla vigilia dello scoppio della guerra, era stato
condannato a quattro mesi di reclusione dal Tribunale Militare di Venezia per
disubbidienza,670 mentre durante il conflitto bellico aveva lavorato in Francia
ed in vari centri del nord Italia, essendo stato più volte “arruolato” in quelle

Uomini e bestie! L’asino carico d’oro. Messer Guido da la Padula, in Il Cavatore del
26 giugno 1920. Tale articolo veniva pubblicato in seguito ad una dura vertenza che era
sorta tra il Fabbricotti e gli operai occupati nella sua segheria di Fiorino.
L’intransigente atteggiamento assunto dall’industriale provocò la proclamazione dello
sciopero da parte dei suoi operai e il boicottaggio della C.d.L. Agli inizi di luglio, «Il
Cavatore» annunciava che il Fabbricotti era venuto «[…] a patti ed ha….pagato, ed
ha….ceduto. Ha concesso il turno agli operai della Segheria, ha pagato mezza
giornata per ogni giornata perduta durante lo sciopero a tutto il personale, ed ha
accordato il Sabato Inglese agli operai metallurgici, ecc. ecc.» (Messer Guido della
Padula…paga, in Il Cavatore del 10 luglio 1920).
Cfr. il Certificato penale di Morelli Andrea, datato 18 aprile 1930, in ASM,
Questura di Massa, Sovversivi deceduti, busta 56, fascicolo Morelli Andrea di Felice.
Successivamente, Morelli venne «riformato dal servizio militare» (Scheda biografica
di Morelli Andrea, datata 23 maggio 1918, in ASM, ibid.).
212
squadre di operai che venivano inviate nelle zone di guerra a svolgere attività
di manovalanza, venendo nuovamente arrestato nell’aprile del 1918 perché,
allontanatosi dal luogo di lavoro, era stato sorpreso dalle forze dell’ordine «in
attitudine sospetta presso [la] stazione ferroviaria [di Brescia]» e, perquisitolo,
era stato

«[…] trovato in possesso: di 6 tessere annuali comprovanti la sua


qualità di socio della Camera del Lavoro di Carrara (anni 1913-1917);
dell’opuscolo dell’anarchico Carlo Malato intitolato “L’attentato di
Matteo Morrat” in cui si fa l’apologia del regicidio; di un ritaglio di un
giornale recante una pubblicazione anarchica dal titolo “Demoliamo le
chiese”; di un invito in data 13…1917 (manca il mese) del Gruppo
anarchico di Carrara, a firma Ridon, a partecipare ad una riunione
anarchica nella Camera del Lavoro di Carrara; dell’Inno dei
lavoratori».671

Conclusasi la guerra e rientrato definitivamente nel carrarese, Morelli si


ammalava, cominciando un triste calvario che lo portava a perdere il lavoro
prima e la casa poi. I compagni della Lega cavatori e gli anarchici di Bergiola
cercarono, nei limiti del possibile, di dargli una mano,672 ma le condizioni
materiali di Morelli rimasero estremamente precarie. La sua situazione
peggiorò ulteriormente verso la fine del 1920, quando il comprensorio apuano
cominciò ad essere investito da quella crisi dell’industria marmifera che si
protrasse per tutto il 1921, la quale causò, come si è visto, una forte
diminuzione dell’escavazione, della produzione e del commercio del marmo
ed un sensibile aumento della disoccupazione.673

Telegramma espresso della Questura di Brescia al Ministero dell’Interno del 12


aprile 1918, in ASM, ibid. Il 1° maggio 1918, Morelli era tradotto da Brescia al
carcere di Massa, da dove veniva rimesso in libertà il 10, con obbligo di recarsi
all’Ufficio di P.S. di Carrara. Essendo stato autorizzato ad arruolarsi in una nuova
squadra di operai, l’8 giugno poteva ritornare a lavorare in zona di guerra, sempre in
provincia di Brescia. Ma nel settembre successivo veniva nuovamente rimpatriato a
Carrara dall’Arma dei RR.CC. di Breno. Tali vicissitudini continuarono a ripetersi
fino a che, terminata la guerra, Morelli non rientrò definitivamente nel carrarese (cfr.,
per queste vicende, i documenti presenti nel fascicolo personale di Morelli Andrea, in
ASM, ibid.).
«Il sottoscritto ringrazia sentitamente il Segretario Dell’Amico Augusto e Cappè
Egisto e tutti i compagni della Lega perché durante la sua malattia aprirono una
sottoscrizione che fruttò la somma di lire 26,90. Morelli Andrea»: Bergiola.
Ringraziamento, in Il Cavatore del 9 agosto 1919.
Cfr. i relativi dati riprodotti nel capitolo I del presente lavoro. Per una valutazione da
parte della C.d.L. di Carrara sui primi gravi sintomi di tale crisi economica avvertiti nel
comprensorio apuano verso la fine del 1920, cfr. La crisi nell’industria marmifera, in Il
Cavatore del 25 dicembre 1920.
213
A questo punto, Andrea Morelli cercò disperatamente di essere assunto da
qualcuno, anche solamente per lavori di breve durata, ma senza alcun
risultato. Quando avanzò una simile richiesta a Guido Fabbricotti,
quest’ultimo, oltre che respingerla decisamente, lo umiliò prendendolo in
giro.674 Sicchè, l’8 dicembre del 1920, Morelli si recò prima nei pressi della
villa del Fabbricotti, poi negli uffici dove l’industriale aveva il proprio banco,
attendendo il suo arrivo.675 Vedendolo giungere, verso le 19, su di un
biroccino condotto da un suo dipendente, Morelli aggredì il Fabbricotti
ferendolo con un pugnale «[…] alla regione lombare destra», dandosi poi alla
fuga.676 Immediatamente raggiunto da alcuni agenti di pubblica sicurezza che
si trovavano sul posto, Morelli fu arrestato, ma ebbe prima il tempo di
lanciare il grido di: «Viva l’anarchia!».677
Alcuni giorni dopo il fatto, il giornale camerale «Il Cavatore» pubblicò un
articolo di solidarietà col Morelli:

«Tutta la canea dei lacchè, con o senza livrea, dei servitori che vivono
numerosi attorno e sotto alla mensa del signore della Padula, dei
giornalisti foraggiati e compiacenti, di tutte le persone d’ordine,
faranno, nei riguardi di Morelli Andrea il feritore del signor Guido
Fabbricotti, «pollice verso!». Si riafferma un’altra volta la triste verità,
che i vinti non hanno storia e Morelli Andrea è un vinto; è un rottame
umano della guerra, partito sano e tornato malato fisicamente e
moralmente, portato alla deriva, senza casa, senza famiglia, senza pane;
perché Morelli Andrea, prendetene nota o scribacchini a un tanto al
rigo, sa le lunghe giornate della fame, le notti rese insonni dai crampi
allo stomaco del digiuno forzato. Le giornate nere della miseria senza
fine, senza speranza!
La gente ben pensante, paffutella e grassoccia, che vive fra tutti gli agi
e le fortune dirà: perché non lavorava? Lavorare, è presto detto. Prima
bisogna averlo il lavoro, e Morelli voleva lavorare! Forse non lo poteva
più, ma voleva lavorare. Non sappiamo perché, ma quando pensiamo a
Morelli il nostro pensiero corre ai Refrattari di Giulio Valles.
La sprangata porta del carcere che si è rinserrata alle spalle di Morelli
Andrea si chiude anche su questo bagliore sanguigno di guerriglia
sociale e di ribellione. E sia! L’ultimo atto verrà tra breve; l’assise, i
giurati, la condanna e poi Morelli, il rottame umano sbattuto dai marosi
sociali, sarà un numero, un ex uomo.
Oggi non si grida neanche più: un uomo a mare! come dice Victor
Hugo nel suo magistrale libro: I Miserabili! oggi si ha fretta, troppa

Cfr. la Sentenza n. 49 del 5 marzo 1921 del processo contro Morelli Andrea, in
ASM, Tribunale di Massa, Sentenze penali, vol. 84 (1921).
Cfr. ibid.
Cfr. ibid. La pugnalata del Morelli provocò al Fabbricotti una lesione giudicata
guaribile in 28 giorni.
Ibid.
214
fretta, e quando un operaio si presenta in banco, a chiedere lavoro, lo si
rimanda da un giorno all’altro; senza preoccuparsi se nell’attesa egli
può sfamarsi! Quando poi la miseria, la fame arma la mano e spinge
alla ribellione, allora tutte le persone d’ordine e per bene fanno “pollice
verso!”».678

Durante il processo, l’accusa riuscì a far passare l’assurda versione


secondo cui il Morelli aveva pugnalato il Fabbricotti in seguito al giustificato
rifiuto opposto da quest’ultimo all’ennesima richiesta di denaro da parte del
primo, dato che già altre volte l’imputato aveva costretto lo “sgomentato”
industriale a consegnargli dei soldi, intimorendolo con la propria fama di
«anarchico militante».679 Alla fine, il 5 marzo del 1921, Andrea Morelli
venne giudicato colpevole «di lesione volontaria grave e premeditata» e
condannato alla pena di 4 anni e 10 mesi di reclusione.680

Motivi di cronaca. “Pollice verso”, in Il Cavatore del 18 dicembre 1920.


Sentenza n. 49 del 5 marzo 1921 cit.
Cfr. ibid. Andrea Morelli uscì di prigione il 16 febbraio 1925 e tornò a risiedere a
Bergiola Foscalina. Il 1° aprile successivo, venne fermato per misure di pubblica sicurezza
a Carrara perché allo sfilare del corteo funebre del socialista Amleto Bernacca si mise ad
inveire contro i fascisti, provocando incidenti (cfr. le Notizie per il prospetto biografico di
Morelli Andrea del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 6 aprile 1925,
in ASM, Questura di Massa, Sovversivi deceduti, busta 56). Il 5 fu nuovamente fermato
dalla polizia per sottoporlo a visite mediche che accertassero una sua presunta malattia
mentale. I tentativi perpetrati dalle locali autorità tutorie ai danni del Morelli di ottenere il
suo internamento nel manicomio di Siena, non raggiunsero l’obiettivo prefissato e
l’anarchico dovette essere rilasciato il 12 aprile. La sera del 31 maggio 1925, a Pontecosi
di Garfagnana (provincia di Lucca) Morelli uccideva un fascista del luogo, tal Odorico
Bertucci. Ricercato dalla polizia, veniva arrestato il 3 giugno seguente a Castelnuovo
Garfagnana ed immediatamente tradotto nelle carceri di Lucca. Il 24 giugno 1926, la

Corte d’Assise di Lucca lo condannò a 30 anni di reclusione e a 10 anni di vigilanza


speciale (cfr. la Nota del Questore di Lucca al Questore di Massa del 26 giugno 1926,
in ASM, ibid.). Trasferito nel penitenziario di Castelfranco Emilia, Morelli vi moriva
il 4 marzo del 1928, all’età di 34 anni (cfr. il Certificato di morte di Morelli Andrea
del Municipio di Carrara, in data 12 giugno 1930, in ASM, ibid.).
215
3.4. L’ANARCHISMO CARRARESE NEI PRIMI MESI DEL
1921.

Gli arresti e i conseguenti procedimenti penali nei confronti dei diversi


anarchici carraresi, avutisi nel corso della seconda metà del 1920, portarono il
locale Comitato Pro Vittime Politiche ad intensificare la propria attività. La
raccolta di fondi per sostenere le spese processuali dei compagni imputati dei
più svariati reati, proseguiva a ritmo sostenuto attraverso soprattutto le
sottoscrizioni aperte dai gruppi anarchici delle differenti frazioni del
comprensorio e l’organizzazione di una serie di feste danzanti, il cui ricavato
era destinato ai detenuti.681
Agli inizi di febbraio del 1921, «Il Cavatore» pubblicava il resoconto delle
entrate e delle uscite totali del Comitato locale Pro Vittime Politiche, a
testimonianza della costante opera di sostegno ai vari arrestati svolta da
questo organismo:

«ENTRATE: Per sottoscrizioni diverse e dai diversi Gruppi L. 2995,70;


dalla Veglia Pro Cavatore L. 1000; dalla Veglia pro Vittime Politiche di
Melara L. 506; Totale L. 4501,70. USCITE: Per vitto ai compagni
detenuti Ribolini, Borghini, Morelli, Giandalasini L. 2436,20; all’avv.
Zerboglio per i due processi L. 1600; all’avv. Fiaschi compreso perito
L. 500; Totale L. 4536,20. DEFICIT L. 34,5». 682

Nel frattempo, proseguiva la campagna nazionale per la liberazione di


Malatesta, Borghi, Quaglino, D’Andrea e gli altri anarchici arrestati nel corso

681
Cfr., a titolo d’esempio: il Comunicato apparso su Il Cavatore del 22 gennaio
1921, nel quale si avvertivano «[…] i compagni tutti che sabato 22 corr. nella Sala del
M.S. di Melara avrà luogo una Veglia Danzante. Detta Veglia è stata indetta dai
Circoli Anarchici Pietro Gori e Luce e Progresso, ed il ricavato netto andrà a
beneficio delle Vittime Politiche. La festa incomincerà alle ore 20 e si protrarrà fino
alle ore 5 del giorno successivo»; il Comunicato apparso su Il Cavatore del 19
febbraio 1921, in cui si annunciava che «per iniziativa dei Gruppi Anarchici riuniti di
Massa, sarà tenuto Domenica 27 corr. nel Teatro Guglielmi un grande Veglione
Rosso e Nero pro vittime politiche. […] Alla mezzanotte discorso d’occasione tenuto
dal compagno Alberto Meschi».
Il Comitato Locale Pro Vittime Politiche, in Il Cavatore del 5 febbraio 1921. 216
delle operazioni di polizia dell’ottobre 1920.683 L’imputazione più grave a
loro carico era quella di aver complottato ed attentato alla sicurezza dello
Stato. Le prove dell’accusa: gli articoli apparsi sui giornali anarchici e i
discorsi pronunciati nel corso dei comizi tenutisi nei diversi centri della
penisola, durante i primi nove mesi del 1920.684 Ora, questi detenuti avevano
sì «[…] svolto un’opera rivoluzionaria, ma la polizia non li aveva denunciati
per altro che per un’attività giornalistica e oratoria già passata al vaglio legale
a suo tempo e ad ogni modo non costituente materia di imputazione per
complotto».685 Nonostante ciò, la magistratura «aveva l’ordine preciso di
tener duro sull’accusa di complotto contro lo Stato, anche quando era
divenuto umoristico il farlo»,686 cosicchè l’istruttoria venne arbitrariamente
prolungata e gli accusati trattenuti in carcere, con la scusa che «data l’indole e
la gravità di tali imputazioni, dal cui accertamento dipende il giudizio
definitivo sulla detenzione preventiva degli imputati, le relative indagini non
possono avere breve durata. […]».687 Malatesta e Borghi protestarono
vibratamente contro tali lungaggini che impedivano la fissazione della data
del processo, e spesso invitarono il giudice, durante i loro interrogatori, ad
accusarli dei reati che erano più manifesti, come «[…] l’incitamento
all’occupazione delle fabbriche, l’istigazione agli operai di armarsi nelle
fabbriche, di preparasi ad una sortita armata, di non uscire colle buone, ecc.

683
A San Vittore gli anarchici detenuti in seguito alle operazioni di polizia
dell’ottobre 1920 erano, verso la metà di novembre, una ventina circa. Nel corso
dell’istruttoria alcuni vennero via via rilasciati, pur rimanendo indagati, come ad
esempio tre redattori di Umanità Nova, Frigerio, Porcelli e Perelli, il 12 novembre, o
Virgilia D’Andrea il 30 novembre. Per una dettagliata ricostruzione delle fasi
dell’istruttoria del processo Malatesta, Borghi e Quaglino, cfr. V.MANTOVANI,
Mazurka blu. La strage del Diana, Milano, Rusconi, 1979, pp. 337 e ss., il quale
spesso corregge, per quel che riguarda le date, i ricordi di Borghi contenuti in ID.,
Mezzo secolo cit. e ID., Errico Malatesta, cit., non modificandone comunque la
sostanza.
Cfr. A.BORGHI, Mezzo secolo cit., p. 259. I capi di imputazione nel procedimento
contro Malatesta, Borghi ed altri erano: «a) di cospirazione; b) di correità per istigazione
in attentati commessi mediante esplosivi e di associazione a delinquere per commettere
tali reati; c) di istigazione a delinquere, di apologia di delitto, incitamento alla
disobbedienza alla legge e all’odio fra le classi sociali, reati commessi altresì a mezzo
della stampa; d) istigazione dei militari, per mezzo della stampa, a disobbedire alle leggi e
venir meno ai doveri della disciplina, e vilipendio all’esercito»
(A.BORGHI, Errico Malatesta, cit., pp. 214-215).
S.DELLABELLA, Un punto di partenza della reazione cit., in Sempre!, cit., pp. 51-52.
S.DELLABELLA, ibid., p. 51.
Risposta del Ministro di Grazia e Giustizia ad una interrogazione parlamentare
dell’avv. socialista Buffoni del febbraio 1921, riprodotta in A.BORGHI, Errico
Malatesta, cit., p. 215.
217
ecc.»,688 in modo che avesse finalmente termine la fase istruttoria e potesse
esser stabilito l’inizio del dibattimento.689 L’indignazione per l’evidenza
dell’arbitrio fu grande nel proletariato e la protesta «[…] prese la via dei
telegrammi al governo, che piovvero da tutte le Camere del Lavoro, dalle
Sezioni dei Ferrovieri, dei Porti, dei Lavoratori del Marmo e dai partiti
politici. Vi furono grandiosi comizi di protesta a Milano, Torino, Genova,
Spezia, Roma e in molti altri centri d’Italia».690
Verso la fine di febbraio del 1921, il giudice istruttore Carbone tirò le
somme e concluse «[…] per l’insussistenza dei maggiori reati»,691 ordinò la
scarcerazione di alcuni imputati, mentre per Malatesta, Borghi e Quaglino
«[…] scartò il reato di cospirazione e complicità in attentati, e ridusse tutto al
reato di stampa e di parola»,692 trattenendoli però in arresto perché recidivi.
Ma il Procuratore Generale di Milano, Raimondo, si appellò contro questa
ordinanza e la Sezione d’Accusa gli dette ragione, ordinando un supplemento

A.BORGHI, ibid., p. 218.


Cfr. ibid. e A.BORGHI, Mezzo secolo cit., p. 259. «Un’accusa avrebbe potuto
trovar fondamento: la attività svolta dagli imputati durante l’occupazione delle
fabbriche. Ma il governo non voleva entrare su quel terreno, perché avrebbe dovuto
allargare il processo a …mezza Italia. Più volte gli imputati protestarono: poiché
volete materiale d’accusa addebitateci dunque la nostra attività durante l’occupazione
delle fabbriche; e il giudice comprendeva la forza dell’argomento; ma il processo era
“su misura” venuto da Roma e più in là non si poteva andare. Borghi avrebbe potuto
avere a …suo carico la famosa protesta dell’U.S.I. […] fatta davanti al Prefetto di
Milano, Lusignoli, verso la fine dell’occupazione; ma anche di questa protesta la
magistratura aveva ordine di non parlare!»: S.DELLABELLA, Un punto di partenza
cit., in Sempre!, cit., p. 52.
S.DELLABELLA, ibid., p. 54. Da Carrara furono spediti al Ministero degli
Interni, il 12 novembre 1920, i due seguenti Telegrammi, firmati rispettivamente da
Alberto Meschi e da Eugenio Girolo: «La C. del L. di Carrara Massa Lunigiana
Versilia che proclamò sciopero generale notizie arresto carissimo Malatesta
riscontrando vostro continuo modo procedere con arresto Borghi D’Andrea centinaia
compagni perquisizioni arbitri violenze inaudite contro libertà pensiero stampa
sindacale indispensabili Nazione dicesi civile grave manomissione libertà statuarie
mentre protesta energicamente ritiene suo indispensabile dovere imporre rispetto alla
più elementare libertà con qualunque mezzo»; «Gruppi anarchici della Lunigiana,
Bedizzano, Torano, Miseglia, Gragnana, Sorgnano, Bergiola, Pontecimato, Melara,
Nazzano, Fossola, Avenza, Marina, Fabbrica, Ortonovo, Fascio Anarchico Carrarese,
Circolo Germinal, Circolo Né Dio né Padroni, Circolo Bruno Filippi. Protestano
energicamente contro arresto arbitrario Malatesta Borghi D’Andrea e tutte le vittime
politiche dichiarano esser pronti con tutti i mezzi per ottenere completa liberazione
rispetto libertà pensiero stampa parola» (entrambi in ASM, Comm. P.S. Carrara,
busta 53).
A.BORGHI, Errico Malatesta, cit., p. 219.
A.BORGHI, Mezzo secolo cit., p. 259.
218
d’indagini con un altro giudice.693 A questo punto, il 18 marzo, Malatesta,
Borghi e Quaglino decisero di iniziare uno sciopero della fame di protesta,
affinchè venisse immediatamente chiuso questo assurdo e provocatorio
supplemento d’istruttoria e fosse al più presto fissato il giorno del processo.
La campagna di stampa a favore di Malatesta e compagni, portata avanti da
«Umanità Nova», si fece sempre più martellante, anche perché la salute del
vecchio anarchico campano, già provato dai cinque mesi di detenzione, stava
progressivamente peggiorando.694 Tra il 22 e il 23 marzo, vennero attuati una
serie di scioperi generali «[…] a Piacenza e provincia, Bologna e provincia,
Sestri e Genovesato, Carrara e Lunigiana, Bacino minerario del Valdarno,
Piombino, Viareggio, Rimini, Ancona, Puglia, Fabriano, Modena e provincia
ecc. ecc.».695 La Federazione dei Lavoratori del Mare e quella dei Porti
avevano anch’esse proclamato lo sciopero e lo stesso dicasi per il Sindacato
Ferrovieri, mentre invece nelle “zone d’influenza” confederali simili iniziative
mancarono, soprattutto a Milano, la città ove erano detenuti Malatesta, Borghi
e Quaglino.696
Il 18 marzo, giunse da Milano alla C.d.L. di Carrara il seguente
telegramma: «Preparanci propaganda. D’Andrea».697 Ora, questa scarna ed

Cfr. ibid.
Appello ai lavoratori, sovversivi, uomini liberi d’Italia, in Umanità Nova del 19
marzo 1921: «Voi permetteste che Malatesta e compagni per “interessi superiori”
venissero imprigionati cinque mesi or sono. Oggi quei nostri compagni hanno iniziato
lo sciopero della fame chiedendo – non una libertà che voi non volete dar loro – ma di
essere processati. Lavoratori, sovversivi, uomini liberi d’Italia! Noi vi chiediamo di
lasciarli morire di fame. Così non smentirete la vostra viltà». Appello agli anarchici,
in Umanità Nova del 19 marzo 1921: «Fate il vostro dovere. […] Per un vecchio che
ha data tutta la sua vita alla causa nostra e a quella dei lavoratori. E per la vostra
dignità. Ma se poi credete che per chi conta oltre cinquant’anni di lotta, […] per chi è
giunto ai settant’anni senza una medaglietta e senza una sinecura burocratica
proletaria, sia degna e meritata fine morire di fame in una prigione, e se con voi lo
credono i proletari d’Italia, Umanità Nova proclamerà la sua vergogna, quella di aver
rappresentato senza saperlo un partito di vigliacchi». Articoli vari tratti da Umanità
Nova del 23 marzo 1921: «[…] gli eroici protestatari possono agonizzare a loro
beneplacito? Li lasceremo morire in carcere?», «[…] Malatesta muore…ci pensi chi
deve». Compagni! Malatesta muore!, in Umanità Nova del 23 marzo 1921: «I grandi
organismi proletari, non appena Malatesta sarà morto, proclameranno lo sciopero
generale nazionale. E manderanno fiori ed oratori a commemorarlo. Ma siccome
Malatesta non è ancora morto noi preghiamo i coccodrilli, e per l’ultima volta, di
lasciar libero il proletariato italiano, quella parte del proletariato italiano che tenta
ancora di salvarlo; di non accoltellare gl’indisciplinati alle reni». Tutti questi brani di
articoli sono riprodotti in V.MANTOVANI, Mazurka blu cit., pp. 385, 401, 405, 407.
S.DELLABELLA, Un punto di partenza cit., in Sempre!, cit., pp. 54-55.
Cfr. ibid.
Telegramma di Virgilia D’Andrea ad Alberto Meschi del 18 marzo 1921, ore 14.
La Questura di Massa richiese alcune informazioni a quella di Milano su questa
219
oscura comunicazione non era altro che il segnale, già precedentemente
convenuto tra la centrale milanese dell’U.S.I. e le proprie sezioni sindacali
sparse nelle diverse località della penisola, annunciante l’inizio dello sciopero
della fame da parte di Malatesta, Borghi e Quaglino ed invitante le varie
Camere del Lavoro ad effettuare al più presto una serie di manifestazioni
locali di protesta in solidarietà coi tre detenuti. Infatti, verso la metà di marzo,
l’Unione Sindacale Italiana aveva inviato alle proprie sezioni locali la
seguente circolare, firmata da Angelo Faggi, Gigi Damiani e Virgilia
D’Andrea:

«Carissimi compagni,
Come ben sapete i compagni Malatesta, Borghi e Quaglino sono
detenuti arbitrariamente, da oltre cinque mesi, nelle carceri giudiziarie
di Milano, sotto la fantastica, assurda, artificiosa accusa di complotto
contro la sicurezza dello stato. Voi avrete ben seguito i particolari di
questa gonfiatura e quindi ben sapete che perquisizioni, ricerche
assidue, da parte della magistratura, non hanno trovato un elemento
d’appoggio a sostegno di tale tesi e che, con tutto ciò, la detenzione
arbitraria dei nostri compagni si perpetua.
Essi dunque chiedono di essere trascinati alle assisi e di essere
processati; essi vogliono fare il processo al processo imbastito dal
questurino Gasti; essi vogliono porre fine all’inqualificabile arbitrio.
Se per venerdì prossimo [il 18 marzo] non vi sarà la requisitoria del
P.G. [Procuratore Generale], i nostri compagni inizieranno lo sciopero
della fame. Ma occorrerà che voi tutti li fiancheggiate e aiutate, nella
loro protesta, con quella manifestazione locale che riterrete opportuna
(comizi, telegrammi al ministero, al procuratore del re di Milano,
riunioni di assemblee, sospensioni di lavoro, ecc.). Se riceverete un
telegramma con una frase qualsiasi a firma solamente D’Andrea, sarà
il segno che i nostri avranno iniziato lo sciopero e che occorrerà subito
il vostro aiuto [il corsivo è mio: N.d.A.]. Se non riceverete nulla sarà il
segno che, per qualche nuovo elemento, lo sciopero della fame è stato
rimandato o sospeso del tutto».698

Due giorni dopo aver ricevuto il “dispaccio” della D’Andrea, il segretario


camerale Alberto Meschi inviò al giornale «Umanità Nova» il seguente
telegramma:

comunicazione della D’Andrea al Meschi, e il Questore Gasti rispose, in data 19


marzo, col seguente telegramma (ore 18,20): «Trattasi dispaccio spedito nota
sindacalista D’Andrea Virginia [sic] che attualmente organizza con altri agitazione
per ottenere scarcerazione Malatesta e compagni». Entrambi i telegrammi si trovano
in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55.
698
Circolare dell’U.S.I. di Milano diretta ai segretari delle proprie sezioni locali,
riprodotta in V.MANTOVANI, Mazurka blu cit., pp. 532-533.
220
«Notizia diffusa giornali Firenze che Malatesta, Borghi e compagni
hanno iniziato sciopero della fame perché ad essi siano applicate leggi
vigenti trascinati banco degli accusati ha addolorato indignato
proletariato del marmo che sente profondo vivo affetto compagni
detenuti. Numerosi operai, segretari, consiglieri leghe circoli politici
hanno chiesto venga convocato urgentemente commissione esecutiva
per esaminare il da farsi. Proletariato segue con ansia dolorosa estrema
deliberazione compagni nostri detenuti San Vittore preoccupatissimo
avanzata età malferma salute vecchio compagno Malatesta che dopo
intera esistenza spesa pro emancipazione lavoratori classe operaia non
può permettere così grande sacrificio per ottenere applicazione legge
ciò suona doppiamente offesa governo liberticida cioè suicidio per fame
in una cella del carcere. Mentre invio nome proletariato Apuano
affettuosi solidali saluti Malatesta Borghi e compagni preghiamo
tenerci informati come faremo noi».699

Il 21 marzo, il Commissario di Pubblica Sicurezza di Carrara informava il


Questore di Massa che la locale Camera del Lavoro non aveva ancora preso
alcuna decisione, essendo in attesa di conoscere i deliberati dell’Unione
Sindacale Italiana di Milano.700 Il 22, la Commissione Esecutiva della C.d.L.
decise la proclamazione dello sciopero generale per il giorno seguente,701
sicchè alle prime luci dell’alba del 23 marzo venne affisso sui muri della città
il seguente manifesto:

«CITTADINI! LAVORATORI!
Come protesta contro le lungaggini della burocrazia giudiziaria, che
costringe i nostri cari compagni
MALATESTA – BORGHI – QUAGLINO
ed altri, a proclamare lo sciopero della fame, per essere processati, e
come monito contro il governo e tale ingiustizia è stato proclamato
LO SCIOPERO GENERALE.
Che il ritmo del lavoro cessi ovunque e dappertutto, che la protesta sia
unanime e solenne!
OPERAI!
Di fronte al sacrificio eroico dei nostri compagni e soprattutto del vecchio
Errico Malatesta, che ha speso tutta la sua esistenza in pro della Classe
Operaia, e di Armando Borghi e degli altri, il proletariato apuano non può
non seguire le altre città e proclamare lo sciopero generale

Telegramma di Meschi a «Umanità Nova» del 20 marzo 1921, in ASM, Comm.


P.S. Carrara, busta 55.
Cfr. la Nota del Comm. P.S. di Carrara al Questore di Massa del 21 marzo 1921, in ASM,
ibid.
Il 22 marzo il Commissario di P.S. di Carrara avvertiva il Questore di Massa che
«E’ stato ora comunicato improvvisamente dalla Camera del Lavoro ordine sciopero
tramvieri che dicesi debbasi estendere a tutte le altre categorie di operai compresi i
ferrovieri» (in ASM, ibid.).
221
nell’attesa delle deliberazioni che saranno per prendere gli organismi
nazionali».702

Lo sciopero riuscì compatto, poi, verso sera, la Commissione Esecutiva,


«[…] in seguito a notizie [pervenutegli] da Spezia e da altri Centri»,703
deliberò la temporanea sospensione dell’agitazione.704 Ma la mattina
seguente il lavoro non venne ripreso, dato che, come asserì il Commissario di
P.S. di Carrara,

«contro le disposizioni date [dal] segretario Camera Lavoro stamani


alcuni anarchici dissidenti, che non è stato possibile identificare sinora,
hanno invitato personale della prima vettura tramviaria a non
continuare servizio, minacciando rappresaglie, ed un altro gruppo a
persuaso operai marmifera e quelli che recavansi alle cave ed ai
laboratori a non riprendere lavoro. […]». 705

A questo punto, la Commissione Esecutiva si vide costretta ad intervenire


e a deliberare la continuazione dello sciopero generale, indicendo nel
contempo una riunione dell’Ufficio Centrale e dei Consigli delle Leghe per il
giorno successivo, il 25 marzo, presso il salone della Camera del Lavoro.706

Manifesto della C.d.L. di Carrara, Massa, Paesi del Marmo, Lunigiana e Versilia, a
firma La Commissione Esecutiva, del 23 marzo 1921, in ASM, ibid.
In giro per Carrara, in Il Cavatore del 2 aprile 1921.
Questi i due Fonogrammi inviati dal Commissario di P.S. di Carrara al Questore di
Massa il 23 marzo, nei quali si comunicavano le decisioni prese dalla C.E. della C.d.L.:
«Mi risulta da notizia confidenziale che la Camera del Lavoro ha ora deciso cessazione
sciopero di protesta dalla mezzanotte di oggi. Informerò subito appena confermata
notizia»; «Camera Lavoro ha effettivamente deciso cessazione sciopero ore 24 stasera.
Domattina pubblicherà manifesto per ringraziare operai apuani della prova di solidarietà
offerta, dichiarandosi pronta proclamare nuovamente sciopero quando Unione Sindacale
lo credesse indispensabile. Ordine pubblico perfetto» (entrambi in ASM, ibid.).

Fonogramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 24


marzo 1921, in ASM, ibid. Il giornale «Il Cavatore» diede la seguente versione: «Non
si riprende il lavoro [il 24 marzo] sia per la decisione [della sospensione dello
sciopero] presa a tarda ora [la sera del 23] sia per il fatto che un gruppo di giovanetti
per esuberanza di sentimento, per entusiasmo, invitarono [la mattina del 24] i
lavoratori a non riprendere il lavoro» (In giro per Carrara, cit.).
Cfr. il Comunicato della C.E. diramato la mattina del 24 marzo 1921, in ASM,
ibid. A tal proposito, il Commissario di P.S. di Carrara inviava, il 24 marzo, al
Questore di Massa il seguente fonogramma: «Commissione Esecutiva C.L. ha ripreso
direzione sciopero ordinandone la continuazione ed ha convocato per domani Venerdì
alle ore 10 l’Ufficio Centrale e i Consigli di tutte le leghe nel salone della Camera del
Lavoro per deliberare in merito. Ove non giungano contrarie disposizioni da Milano
si ritiene che dopo mezzogiorno di domani sarà ripreso lavoro. Si stanno raccogliendo
prove a carico di quattro arrestati per attentato libertà del lavoro, due dei quali trovati
222
Quindi, lo sciopero generale proseguì senza dar luogo ad incidenti, a parte
«[…] l’arresto di 4 o 5 giovinetti trovati, dicono, in possesso di armi e
denunciati per attentato alla libertà di lavoro […]». «Si tratta – commentava Il
Cavatore – evidentemente di un pallone gonfiato che si sgonfierà fra
breve».707 Il 25, alle 10 di mattina, si tenne la suaccennata riunione nei locali
della C.d.L., la quale, malgrado «[…] l’opposizione di pochi individui»,
deliberò la ripresa definitiva del lavoro a partire da mezzogiorno, essendo tra
l’altro venuta «[…] a conoscenza che Malatesta, Borghi e compagni avevano
desistito dallo sciopero della fame».708
In effetti, i tre detenuti avevano deciso, il 24 marzo, di sospendere lo
sciopero della fame dopo aver appreso dai giornali la notizia dell’esplosione
di una bomba, avvenuta la sera precedente, che era stata collocata da alcuni
anarchici all’esterno del teatro milanese “Diana” e che aveva provocato la
morte ed il ferimento di decine di persone.709 Inoltre, nel corso della mattina
del 25, la sezione d’accusa della Corte d’Appello di Milano pronunciava

in possesso: uno di rivoltella, l’altro di pugnale baionetta. Arresti eseguito hanno


prodotto favorevole impressione e l’ordine pubblico è normale. […]» (in ASM, ibid.).
In giro per Carrara, cit.
Le due citazioni sono tratte da ibid. Il Commissario di P.S. di Carrara riferiva al
Questore di Massa, con un fonogramma del 25 marzo 1921, che: «La riunione delle
leghe ha deciso sua cessazione sciopero e pubblicherà analogo manifesto, invitando
operai riprendere lavoro e ringraziandoli solidarietà dimostrata. Alle ore 13 riprenderà
servizio il tramvai» (in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 55). Successivamente,
precisava che: «Il tramvai ed il camion hanno ripreso servizio senza incidenti. Gli
operai del marmo, perduta mezza giornata, non riprenderanno lavoro che parte
domani per terminare a mezzogiorno come consueto. Così che regolare lavoro operai
stessi non verrà ripreso che martedì dopo feste Pasquali» (in ASM, ibid.).
Su tale attentato, che nelle intenzioni degli autori doveva colpire il Questore di
Milano Gasti – responsabile della montatura ordita ai danni di Malatesta, Borghi e
compagni – il quale si pensava, erroneamente, che abitasse presso l’hotel “Diana”,
attiguo all’omonimo teatro, cfr. l’esauriente lavoro di V.MANTOVANI, Mazurka blu.
La strage del Diana, cit. Tra le dichiarazioni fatte da Malatesta nel corso del processo
che ebbe inizio alla fine di luglio del 1921, vi fu anche questa: «Ci vennero a dire che
il pubblico attribuiva al nostro sciopero [della fame] quel delitto [la bomba al Diana].
Ci vennero a dire che, continuando, forse si potevano commettere altri delitti, e allora
noi credemmo nostro dovere cessare lo sciopero e farlo cessare a tutti i nostri
compagni detenuti, pur affrontando quel certo ridicolo che cade sempre addosso a
colui il quale ha manifestato dei fieri propositi e poi a mezza strada si ferma.
Affrontammo il ridicolo, cosa che ci costò più dolore che non lo stesso strazio del
digiuno, ma credemmo nostro dovere cessare lo sciopero» (riprodotto in
V.MANTOVANI, ibid., p. 509). Sulla decisione di sospendere lo sciopero della fame
in seguito alla notizia della bomba al Diana, cfr. anche A.BORGHI, Mezzo secolo cit.,
p. 261.
223
finalmente la sentenza nel processo contro Malatesta e compagni.710 Tutti gli
imputati venivano assolti per insufficienza di prove dall’accusa di
cospirazione, mentre Malatesta, Borghi e Quaglino venivano rinviati al
giudizio della Corte d’Assise per incitamento all’odio tra le classi sociali,
istigazione a delinquere ed incitamento a commettere delitti contro lo stato,
tutti reati commessi a mezzo stampa o durante alcuni comizi pubblici.711
Quaglino otteneva la libertà provvisoria, mentre Malatesta e Borghi
rimanevano in carcere poiché già condannati in passato per reati della stessa
indole.712 Il processo si celebrò verso la fine di luglio del 1921 e si concluse
con l’assoluzione piena degli imputati, che vennero così immediatamente
scarcerati.713 La montatura poliziesca ordita ai danni degli anarchici ed il
lungo “sequestro di persona” da parte dello stato nei confronti di Malatesta,
Borghi e Quaglino erano finalmente terminati.714

710
Oltre a Malatesta, Borghi e Quaglino, erano imputati a piede libero altri 19
anarchici: Virgilia D’Andrea, Carlo Frigerio, Francesco Porcelli, Dante Pagliai, Mario
Perelli, Luigi Damiani, Cesare Norsa, Cesare Agostinelli, Nella Giacomelli,
Fioravante Meniconi, Luigi Fabbri, Pasquale Binazzi, Roberto Rizza, Michele
Fracchia, Emilio Spinaci, Vittorio Blotto, Ettore Molinari, Mario Baldini e Riccardo
Asperges (cfr. V.MANTOVANI, op. cit., p. 503).
Cfr. V.MANTOVANI, op. cit., p. 503.
Cfr. V.MANTOVANI, op. cit., p. 504.
Cfr. V.MANTOVANI, op. cit., pp. 510-511 e A.BORGHI, Mezzo secolo cit., pp.
271-272.
Scrisse Umanità Nova: «Ai quesiti posti dai magistrati sulla colpevolezza dei
nostri compagni processati i giurati milanesi hanno risposto risolutamente no. Così ha
termine l’odiosa montatura poliziesca ordita otto [recte: nove] mesi or sono dal
Questore di Milano. A tutte le calunnie è stata data libera circolazione nel corso di
questo lungo periodo, durante il quale si è proceduto a un vero e proprio sequestro di
persona. […]» (riprodotto in V.MANTOVANI, op. cit., p. 511). Così si espresse
l’Ordine nuovo del 30 luglio 1921: «Malatesta e Borghi, dopo essere stati privati per
nove mesi della libertà personale, vengono assolti, e lo stesso rappresentante della
legge riconosce infondato il castello dell’accusa. I giornali che hanno detto Malatesta
e Borghi responsabili dell’eccidio del Diana perché non danno ora la colpa al
responsabile di tutta la montatura, al comm. Gasti?». Lo stesso Procuratore del Re
Raimondi, in un suo libro uscito trent’anni dopo la conclusione del processo a
Malatesta, Borghi e Quaglino, per quel che riguarda la lunga istruttoria che dilatò i
tempi del dibattimento in aula, asserì: «Quei tre erano in carcere preventivo da
parecchi mesi, per parole e scritti di facile constatazione, e il loro processo, di per sé
molto semplice e tale da poter essere definito in brevissimo tempo, si era trascinato a
lungo per essersi voluto estendere le imputazioni a fatti che non vi avevano nulla a
che vedere, ed a numerose persone delle quali il mio ufficio, dopo un rapido e pur
accurato studio delle risultanze istruttorie, aveva dovuto chiedere il proscioglimento»
(A.RAIMONDI, Mezzo secolo di magistratura, Bergamo, SESA, 1951, p. 290,
riprodotto in V.MANTOVANI, op. cit., p. 398).
224
A Carrara, dunque, lo sciopero generale in solidarietà dei tre anarchici
detenuti durò due giorni e mezzo, anziché uno come era nei propositi dei
dirigenti camerali, e il suo prolungamento provocò alcuni dissidi all’interno
dell’organizzazione operaia. A tale riguardo, il giornale «Il Cavatore» cercò di
minimizzare i contrasti sorti, volendo smentire le voci circolate negli ambienti
cittadini, nei giorni immediatamente seguenti la conclusione dell’agitazione
pro Malatesta, di una C.d.L. profondamente divisa:

«[…] i commenti, le dicerie, le chiacchiere, le fandonie sono infinite. Si


pensò subito di speculare sulla nostra voluta divisione, sui nostri
dissensi, si sperò che quello che non avevano potuto fare i fascisti o le
guardie bianche, lo avrebbe fatto la discordia che ci divideva, quando
c’è così bisogno di essere uniti.
Si disilludano però tutti quelli che speravano e sperano raccogliere i
frutti dei nostri dissensi, della nostra discordia, per vieppiù ribadire ai
polsi dei lavoratori la catena della schiavitù, perché qualunque possano
essere le diversità di opinioni o i contrasti di tendenze politiche fra di
noi, la C.d.L. resta l’arra su cui si tacciono, di fronte al pericolo
padronale, tutti i dissensi e il blocco delle mani incallite dei produttori
contro gli sperperatori resta unito e forse più compatto che non per il
passato. […]
Con tutto ciò noi crediamo che per la nostra C.d.L. anziché parlare di
crisi di decadenza o di impotenza si dovrebbe parlare di crisi di
maggiore potenzialità combattiva e di ciò non sappiamo come possano
gioirsi i padroni!».715

Comunque, queste «diversità di opinioni» o «contrasti di tendenze


politiche» provocarono un piccolo terremoto all’interno dell’organizzazione
operaia carrarese. Infatti, il 26 marzo, il Commissario di pubblica sicurezza di
Carrara informò il Questore di Massa che

«[…] [l’] anarchico Meschi Alberto colla Commissione Esecutiva


[della] Camera [del] Lavoro hanno dato le dimissioni [in] seguito
all’imposizione subita dagli anarchici che contro il deliberato della
Camera del Lavoro vollero continuare lo sciopero pro Malatesta fino [a]
ieri alle 12».716

Queste dimissioni resero necessaria l’immediata convocazione di un


congresso camerale straordinario, per chiarire e risolvere definitivamente i
“contrasti interni” emersi nel corso dell’agitazione a favore di Malatesta,

In giro per Carrara, cit.


Telegramma del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 26
marzo 1921, ore 11, in ASM, Questura di Massa, I° serie, busta 13, fascicolo Camera
del Lavoro.
225
Borghi e Quaglino. La data fissata per tale adunanza generale fu quella del 24
aprile 1921.717
Nel frattempo, il movimento anarchico carrarese espresse, sulle colonne
de «Il Cavatore» attraverso un articolo di Eugenio Girolo, la propria opinione
nei riguardi dell’attentato al Diana, avvenuto a Milano la sera del 23 marzo.
Dopo aver brevemente ricordato la lunga ed arbitraria detenzione di
Malatesta, Borghi e Quaglino, la provocatoria lentezza dell’autorità
giudiziaria milanese nello svolgere l’istruttoria e le recenti ed energiche
manifestazioni proletarie, avutesi in diversi centri della penisola per il rilascio
dei tre anarchici, Girolo commentava che

«[…] allo slancio nobile di protesta che ha dato il proletariato della


Liguria, Lunigiana, della gente di mare e d’altre località importanti, la
borghesia, vista la piega che prendevano le cose, non è improbabile che
sia, come altre volte, ricorsa a tutte quelle armi, le più sleali, per gettare
sugli anarchici nuove ombre. E’ così che non riusciamo a persuaderci
come proprio gli anarchici debbano essere i responsabili di tanta strage
avvenuta a Milano al Diana. E’ nostra convinzione che non gli
anarchici abbiano lanciato la bomba al Diana, ma qualche sicario
prezzolato, qualche agente provocatore, per giustificare la cosiddetta
rappresaglia avvenuta subito dopo con l’incendio di Umanità Nova ed il
vandalismo nei locali dell’Unione Sindacale di via Achille Mauri. 718 E’

Cfr. il Comunicato apparso sulla prima pagina de Il Cavatore del 2 aprile 1921, nel quale si
legge: «Per togliere i dissensi, i malintesi che ci possono essere e per rendere più omogenea, più
compatta la nostra classe operaria, per tagliare alla radice tutte le cause, anche le più
insignificanti, che abilmente sfruttate possano generare confusione nell’indirizzo e nell’opera
che dovrà espletare la C.E. e la segreteria, è stato deliberato di convocare per Domenica 24
corr. alle ore 10 il Congresso Camerale di tutte le Leghe. La riunione avrà luogo nel salone
della C.d.L. per discutere il seguente ORDINE DEL GIORNO: 1.- Relazione morale e
finanziaria 1° trimestre 1921; 2.-Dimissione e nomina della Commissione Esecutiva; 3.-
Dimissione del Segretario Camerale e norme per la nomina del nuovo Segretario; 4.- Varie.
L’ordine del giorno, anche se si tratta di un Congresso straordinario, è della più grande
importanza, giacchè si tratta dell’avvenire del proletariato Apuano, si tratta di preservare e di
difendere la forte e potente organizzazione degli operai del marmo. Si tratta, dopo questa
momentanea crisi, che è sopra tutto crisi di forza, di potenza, di combattività, di delineare
chiaramente il compito e l’opera della C.E., […] quest’adunata straordinaria del proletariato
Apuano deve essere, all’infuori e al disopra dei compagni che sono oggi alla direzione del
movimento, un’affermazione di forze proletarie, deve dimostrare, la nostra adunata, ai borghesi,
alle autorità, ai capitalisti, a tutti i nemici della classe operaia, che ci guarderanno con la
speranza di trarre dai nostri dissensi dei vantaggi, che il proletariato d’apua non s’arresta, non
ferma la sua marcia ascensionale verso la propria emancipazione, verso l’avvenire, verso la
libertà e la giustizia![…]».

Circa mezz’ora dopo lo scoppio della bomba al Diana, gruppi di fascisti distrussero i locali
della redazione di Umanità Nova, in via Goldoni, e la sede dell’U.S.I. Venne
226
anche opinione generale che questo è uno dei metodi a cui è sempre
ricorsa la polizia barbarica e quella savoiarda in altri tempi e quindi non
da escludersi che proprio in questi momenti in cui il movimento di
ascensione del proletariato è come un’altalena, ci sia chi abbia creduto
giunto il momento di un gran colpo che potesse, agli occhi del gran
pubblico, sortire una generale reazione contro i sovversivi in genere e
gli anarchici in particolare. Troppi elementi stanno a dimostrare come
gli anarchici non avevano nessuna ragione di gettare lo spavento e la
strage in un locale popolato da elementi, come il Diana, che non
avevano nessun conto d’aggiustare, e nulla di comune con la reazione
del governo e la lentezza della magistratura. Così nei riguardi
dell’attentato che, nelle intenzioni dei poliziotti e dei giornalisti, doveva
aver luogo all’Avanti! è troppo chiaro che ben altra gente bisogna
ricercare e non certo gli anarchici.719 Ma borghesia, stampa, fascismo e
polizia in questi momenti trovano comoda la insinuazione. Infatti fino
ad oggi di preciso non c’è nulla all’infuori del solito: pare che
l’attentato sia stato fatto dagli anarchici; sembra che gli anarchici
avessero intenzione di fare la rivoluzione. Ad ogni modo la polizia ha
pensato [bene] d’arrestarli tutti. Così i giornalisti, sulla scorta delle
notizie di polizia, scrivono la cronaca e la storia».720

In seguito, venne stampato presso la tipografia “Lunense” di Carrara ed


immediatamente diffuso in città un volantino di grosse dimensioni che
riproduceva fedelmente un manifesto stilato dai redattori di «Umanità Nova»
il 29 marzo ed uscito a Milano alcune settimane dopo. In tal modo, i libertari
carraresi mostrarono di condividere il punto di vista di «Umanità Nova»
contenuto nel manifesto, che affermava l’assoluta incompatibilità dei principi
anarchici con un simile atto terroristico indiscriminato, le cause del quale
dovevano essere ricercate nel clima di dura repressione, di odio, di violenza e
di inaudite provocazioni scatenato dalle classi dirigenti nei confronti dei
movimenti operai e sovversivi a partire dagli ultimi mesi del 1920.721

inoltre incendiato il nuovo palazzo dell’Avanti! in via Settala. Su tali episodi, cfr.
V.MANTOVANI, op. cit., pp. 438-443. Nella sezione fotografica del presente lavoro
vengono riprodotte alcune stampe raffiguranti le stanze della sede dell’U.S.I. di via
Mauri devastate dall’incursione dei fascisti della notte del 23 marzo 1921, tratte da
Sempre!, cit., p. 53.
Su tale presunto attentato alla sede milanese dell’Avanti! di via San Damiano, che
alcuni anarchici avrebbero dovuto attuare quella stessa sera del 23 marzo, e che risultò poi
essere assolutamente falso, cfr. V.MANTOVANI, op. cit., pp. 435-438, 500-502, 514-520.
E.G. [Eugenio Girolo], Considerazioni, in Il Cavatore del 2 aprile 1921.
Il volantone stampato presso la tipografia Lunense di Carrara e riproducente il
manifesto della redazione di Umanità Nova, il cui testo è datato 29 marzo 1921, si
trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69, fascicolo Circolo anarchico
“Germinal” di Carrara, e viene riprodotto in Appendice XIV.
227
Quindi, il 24 aprile 1921, si svolse il Congresso straordinario della
Camera del Lavoro di Carrara. Vi parteciparono i rappresentanti di 122 leghe
delle diverse località della “regione” apuoversiliese,722 oltre a Riccardo
Sacconi per l’Unione Sindacale Italiana e Manlio Baccelli per la C.d.L. di
Viareggio.723
Prese subito la parola il segretario camerale per spiegare i motivi che lo
avevano spinto, nel marzo precedente, a rassegnare le dimissioni. Apertasi la
discussione vi parteciparono «[...] numerosi congressisti, unanimi nel
respingere le dimissioni di Meschi e compagni, alcuni però [erano] per
accettare le dimissioni della C.E.».724 Alla fine venne approvato all’unanimità
il seguente ordine del giorno: «Il Congresso mentre accetta le dimissioni della
Commissione Esecutiva, respinge per acclamazione quelle dell’Ufficio di
Segreteria e passa alla nomina della Commissione per la compilazione della
rosa dei candidati [alla nuova C.E.]».725 Vennero quindi designati a far parte
della lista dei candidati per la nuova Commissione Esecutiva i seguenti
militanti sindacali: Corinto Pisani, Nello Tofanari, Domenico Fabbricotti,
Giuseppe Pasquini, Lamberto Bonci, Giuseppe Bibolotti, Ercole Cargioli,

Erano presenti i rappresentanti delle seguenti Leghe: «Cavatori di Castelpoggio,


Miseglia, Bedizzano, Linara, Carrara, Gragnana, Fossone, Codena, Torano,
Colonnata, Nazzano, Fossola, Avenza, Bergiola, Sorgnano; Pastai e fornai, Cantonieri
avventizi, Cuochi e camerieri, Segatori a macchina, Marmisti, Tipografi, Capi e
Sottocapi, Carratori, Ferrovieri Marmifera, Infermieri, Lizzatori al piano Città,
Falegnami, Cooperativa S.Martino, Agenti del marmo, Lizzatori ai monti, Muratori ed
affini, Impiegati teatrali, Mambruccai, Capi lizza, Barocciai, Funai, Spazzini,
Elettricisti, Unione dipendenti comunali, Tranvieri, Metallurgici, Segatori a macchina
di Città. AVENZA – Segatori, Ripassatori, Lizzatori al piano, Muratori, contadini
Parmignola, Nazzano, Fossone, Melara. MASSA – Cavatori Altagnana, Casette,
Mirteto, Forno, Canevara, Cavriglia, Montignoso, Antona, Pariana; Falegnami,
Vetturini, Muratori, Cooperativa Caricatori, Segatori a macchina, Arti tessili. VALLE
DEL LUCIDO – Cavatori Aiola, Tenerano, Lusciniano, Codiponte, Casola, Viano,
Vinca, Piandimolino, Terma, Folagnano, Gassano, Gragnola, Bardine di S.Terenzo,
Isolano, Monzone, Monte dei Bianchi, Sassalbo; Capi cava Vinca, Metallurgici,
Segatori a macchina, Muratori Monzone. VALLE DEL SERCHIO – Cavatori Vagli
di sotto, Gramolazzo, Vagli di sopra, Corfigliano, Minucciano; Minatori, Operai del
Genio Castelnuovo, Segatori Fornoli, Muratori e manovali Castiglione. VERSILIA –
Cavatori Azzano, Casoli, Arni, Corvaia, Ripa, Terrinca, Strettoia, Seravezza,
Levigliani, Minazzana, Basati, Isola Santa. Lizzatori Seravezza, Metallurgici Ripa,
Mista Pozzi, Marmisti Pietrasanta, Minatori Luni, Contadini Castelnuovo Magra,
Terrazzieri Luni, Cavatori Ortonovo, Renaioli Viareggio» (La grande adunata del 24
aprile 1921, in Il Cavatore del 30 aprile 1921).
Cfr. ibid.
Ibid.
Ibid.
228
Armando Pardini, Andrea Giandalasini, Paride Barattini, Enrico Salvai,
Eugenio Luciani, Antinesco Bardi, Dario Dolfi e Vittorio Vicentini.726
Infine, l’anarchico Umberto Pedruzzi inviò «[…] un saluto fraterno al
compagno Malatesta e alle vittime politiche»,727 provocando una calda
dimostrazione d’affetto da parte dei partecipanti al congresso, mentre Sacconi
pronunciò un lungo discorso sull’attuale momento politico, invitando il «[…]
proletariato dell’Apuania […] a stringersi compatto attorno alla bandiera
dell’organizzazione [operaia]».728
Il giornale «Il Cavatore», nel descrivere l’andamento dei lavori
congressuali, poteva dunque concludere con soddisfazione che

«[…] La serenità con cui si è discusso, il perfetto accordo che è regnato


sovrano fra tutti i presenti ci riempie l’animo di gioia, giacché dimostra
la cultura politica e il reciproco rispetto che c’è per tutte le idee nelle
nostre assisi proletarie. Coloro che speravano che dal Congresso il
proletariato uscisse diminuito di forze e d’intenti si devono disilludere.
Gli applausi unanimi alle vittime politiche, ai compagni Malatesta e
Borghi e alle parole di protesta per la nefanda e reazionaria opera del
governo e dei suoi giannizzeri, contro le istituzioni e gli uomini del
proletariato, dimostrano chiaramente la solidarietà del proletariato
d’Apua, pronto a rintuzzare tutte le prepotenze legali ed illegali. Più
innanzi c’è la cronaca scheletrica del Congresso che rende forse
superfluo ogni e qualunque commento, ma ci sia permesso esporre tutta
la nostra approvazione al deliberato del Congresso che ha voluto
all’unanimità chiamare operai di tutte le idee, di tutte le tendenze, nella
C.E. e i compagni scelti ci danno sicuro affidamento che non
smentiranno la fiducia che in essi è riposta e sapranno rendere sempre
più forte, più compatto, più agguerrito il proletariato apuano!». 729

Passiamo ora ad analizzare brevemente lo specifico movimento anarchico


carrarese durante i primi mesi del 1921. A tal proposito, ci soffermeremo su i

Ibid. Interessante è la presenza in questa lista di candidati per la C.E. della C.d.L.
di Carrara dei nomi dei comunisti Lamberto Bonci (membro del Comitato Centrale
della Federazione Comunista della provincia di Massa Carrara) e Giuseppe Bibolotti,
poiché in tal modo testimoniano come la Camera Confederale di Massa, costituitasi
nel dicembre 1920, avesse ormai esaurita la sua breve esistenza e la maggior parte dei
“secessionisti” fosse rientrata a far parte dell’organismo operaio carrarese. Si
comprende, quindi, il reale motivo per cui vennero accettate, da parte del congresso
camerale, le dimissioni della C.E.: era diventato necessario nominarne una nuova, al
cui interno fossero presenti anche quegli elementi comunisti e socialisti
precedentemente assenti.
Ibid.
Ibid.
Ibid. In questo resoconto si afferma che i partecipanti al Congresso straordinario
erano 200 circa.
229
due più importanti circoli esistenti in città: il “Germinal” detto volgarmente
Piastron ed il “Bruno Filippi”.
Abbiamo già avuto modo di vedere che il Circolo “Germinal” aveva
trasferito la sua sede, negli ultimi giorni di dicembre del 1919, a Canal del Rio
al n. 12.730 Il 3 aprile 1921, il Pretore di Carrara chiese al locale Commissario
di pubblica sicurezza le generalità dei soci di detto circolo, e quest’ultimo gli
rispose alcuni giorni dopo di essere in grado di comunicare solamente i nomi
di alcuni di essi, «[…] non essendo possibile avere la [lista completa] di tutti
gli ascritti al circolo stesso».731
Successivamente, il 18 maggio, nel corso di un’accurata perquisizione ai
locali del “Germinal”, effettuata allo scopo di rinvenire armi ed esplosivi, le
forze dell’ordine sequestrarono alcuni documenti, che permisero poi alle
locali autorità tutorie di identificare la maggior parte degli ascritti e dei
frequentatori del circolo anarchico.732 Tra i documenti sequestrati vi era un
quaderno nel quale erano registrate le spese effettuate dai “gestori” del circolo
per l’acquisto di vari generi di consumo e segnati i libri che venivano dati in
lettura ai diversi frequentatori, con il nome di questi ultimi a fianco di ogni
titolo.733 Inoltre, nel quaderno erano presenti numerosi foglietti sui quali
venivano annotate le cifre spese dai differenti soci che giornalmente si
trattenevano nel circolo a bere o a mangiare, più una serie di ricevute e di
fatture di alcuni fornitori e drogherie di Carrara. Sulla base di tali elementi si
cercherà ora di ricostruire sommariamente la vita quotidiana all’interno del
“Germinal” e le abitudini dei suoi associati.
Dai precedenti accenni si è potuto intuire che il circolo fungeva anche e
soprattutto da cantina, proprio perché quest’ultima, come si è già avuto modo
di constatare, era all’epoca il primo catalizzatore, nel carrarese come altrove,
della sociabilità operaia. Oltre al vino, venivano smerciati, in quantità minore,
anche la birra, la grappa, il vermouth, il rum, il cognac, il caffè e la gassosa.
La cucina, talvolta, offriva poi la possibilità di assaggiare le tipiche pietanze
locali “da osteria”, come le uova sode, qualche salume, le acciughe sotto sale,
il baccalà marinato, le frittelle di baccalà, la polenta con aringhe, i taglierini

Cfr. la Nota del Commissario di P.S. di Carrara del 3 gennaio 1920 cit., in ASM,
Questura di Massa, I° serie, busta 13.
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Pretore di Carrara del 7 aprile 1921, in
ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69. Il Commissario quindi inviava al Pretore un elenco
di soli 11 nomi.
Cfr. gli Elenchi nominativi dei membri del “Germinal” stilati dal Commissariato di
P.S. di Carrara dopo la perquisizione del 18 maggio 1921, in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 69, fascicolo Circolo Anarchico “Germinal”. Su tale perquisizione e
sugli avvenimenti che la provocarono, cfr. il prossimo capitolo di questo lavoro.
Il quaderno, sulla cui copertina vi è scritto a matita «Elenco Nominativo dei libri
dati in lettura», si trova in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69, fascicolo Circolo
Anarchico “Germinal”.
230
coi fagioli o addirittura una bistecca.734 Per farsi un’idea approssimativa di
quante persone frequentassero quotidianamente la cantina del circolo per
passare qualche ora in compagnia e bere alcuni bicchieri di vino, prendiamo
in esame i suaccennati foglietti recanti i nomi dei soci che ogni giorno erano
presenti con a fianco le spese a credito fatte da questi. Da lunedì 4 aprile a
giovedì 7 aprile 1921, giornalmente una decina di persone, in media,
frequentò la cantina del “Germinal” e lo stesso dicasi per il periodo che va da
lunedì 18 aprile a venerdì 22 aprile 1921. Nel corso di altri giorni di quel
mese, la frequenza media quotidiana risultò sempre di dieci persone.735
Le giornate di maggior affluenza risultavano essere quelle del lunedì e del
martedì. Per quel che riguarda il lunedì, bisogna precisare che tra i lavoratori
del marmo era ancora viva l’antica consuetudine della «lunidiana»: cioè in
quel giorno della settimana generalmente gli operai non si recavano al lavoro.
Questa abitudine, esistente in numerosi paesi europei, da un lato è stata
analizzata «[…] dalla storiografia più attenta come espressione di un rifiuto di
parte operaia verso la disciplina ed i tempi di lavoro imposti dal modo
capitalistico di produzione»,736 mentre dall’altro era considerata dalle classi
dominanti come una perniciosa conseguenza delle sbronze domenicali dei
lavoratori, che venivano appunto “smaltite” il lunedì seguente.737 A tal

Cfr., ad esempio, il Foglietto n. 6, datato «Mercoledì 13-4-21», in ASM, ibid., nel


quale è segnata a fianco del nome «Bersagliere» la cifra di L. 4,20 con in testa la dicitura
«bistecca». Bersagliere era il soprannome del cavatore Sergio Tommasini, residente al
Bugliolo (un quartiere di Carrara), assiduo frequentatore del circolo
“Germinal” (cfr. i già citati Elenchi nominativi dei membri del “Germinal” stilati
dopo la perquisizione del 18 maggio 1921).
Bisogna precisare che ci si riferisce solo a coloro che frequentavano la cantina del
circolo bevendo o mangiando a credito, mentre quelli che non consumavano nulla o che
pagavano al momento dell’ordinazione non venivano, naturalmente, segnati su tali
foglietti.
L.GESTRI, Il movimento operaio e socialista nella «Regione» apuoversiliese cit., p.
82. Sull’uso del «Saint-Monday» in Inghilterra, cfr. E.P.THOMPSON, Tempo, disciplina
del lavoro e capitalismo industriale, in ID., Società patrizia e cultura plebea cit., pp. 3-55,
e D.A.REID, The decline of Saint-Monday, «Past and Present», 1976.

A tal riguardo, cfr. le considerazioni che il Magenta fa nel paragrafo dedicato ai


«perniciosi abiti della volontà e [alle] male usanze degli operai», in ID., L’industria
dei marmi apuani, Firenze 1871, pp. 102-104. Sull’uso di fare il lunedì da parte degli
operai in Versilia alla fine dell’ottocento e agli inizi del novecento, cfr.
D.CALDERAI, L’industria marmifera di Seravezza in rapporto all’igiene sociale,
Seravezza 1898, p. 3, e la risposta di un amministratore comunale di Seravezza ai
«desiderata» degli operai apparsa su l’Unione Versiliese del 1 giugno 1902: «[Questi
procurino] di festeggiare soltanto la domenica, e lavorare assiduamente tutti gli altri
giorni della settimana, e specialmente il lunedì, e così far cessare il deplorevole uso di
riposarsi nei giorni lavorativi per continuare a gozzovigliare con grave noncumento
231
proposito, il 22 maggio 1922 il Commissario di P.S. di Carrara informava il
Questore di Massa, all’indomani della conclusione di una dura vertenza sorta
tra la Ditta di Guido Fabbricotti e i suoi dipendenti, che

«I 150 operai [precedentemente] sospesi dalla Ditta Fabbricotti non si


sono presentati tutti al lavoro, ma si ritiene che ciò sia avvenuto perché
generalmente il lunedì qui molti non hanno voglia di lavorare per
smaltire le sbornie dei giorni precedenti».738

I dispensieri della cantina del “Germinal” erano, di volta in volta, lo


scalpellino Attilio Ceccarelli detto Tilin e il lizzatore Ezio Augusto Guerra (i
quali si occupavano anche di tenere la contabilità), il cavatore Arturo Galeotti
vulgo Alcide e il tipografo Oreste Zanelli, mentre fra i più assidui
frequentatori vi erano il sarto Rolando Battaglini, il cavatore Sergio
Tommasini detto Bersagliere, Amleto Ferdinandi detto Badot, il cavatore
Andrea Ceccarelli detto Ninì, il lustratore Italo Granai, Bruno Sisti e un certo
Piccini detto Nenè.
In una stanza del circolo vi era una biblioteca fornita di vari libri, opuscoli
e giornali anarchici, che oltre ad essere letti e commentati sul posto, potevano
essere presi in prestito dai soci. A tal riguardo, Ezio Guerra era incaricato di
redigere una specie di registro sul quale venivano annotati i diversi «libri dati
in lettura».739 Grazie a questo “registro” possiamo così sommariamente
descrivere qual’era una parte del materiale presente nella biblioteca e,
soprattutto, quali erano i testi più letti e da chi.
Anzitutto, la parte del leone la faceva il famosissimo opuscolo di Errico
Malatesta «Fra contadini»,740 che il circolo “Germinal” possedeva
nell’edizione curata dall’Unione Comunista Anarchica Ligure ed uscita verso
la metà del 1920.741 Tra i frequentatori del circolo anarchico, coloro che ne

della propria salute e dell’economia domestica» (riprodotto in L.GESTRI, ibid., p.


83).
Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 22 maggio 1922, in
ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69, fascicolo Camera del Lavoro di Carrara.
Cfr. il già citato quaderno sequestrato dagli agenti di P.S. durante la perquisizione del
18 maggio 1921.
Scritto nel 1883, a Firenze, nel periodo in cui Malatesta compilava il periodico «La
Questione Sociale», la prima edizione di questo opuscolo usciva nel capoluogo toscano nel
1884 e ben presto si aprì la serie delle traduzioni in diverse lingue. Kropotkin ne curò
l’edizione francese nel 1887 e nel 1891 uscì quella inglese. In seguito, venne tradotto in
spagnolo, tedesco, rumeno, olandese, norvegese, boemo, fiammingo, ebraico, armeno ecc. A
Parigi, nel 1898, fu stampata la prima edizione cinese. Innumerevoli furono poi le edizioni
pubblicate in Italia nel corso degli anni.
Su Il Cavatore del 21 agosto 1920 apparve il seguente comunicato: «A cura
dell’U.C.A. Ligure è stato ristampato l’opuscolo FRA CONTADINI di Errico
Malatesta. E’ messo in vendita a 20 cent. la copia; per ordinazioni rivolgersi: Repetto
232
presero una copia in prestito per leggerlo, nel periodo a cavallo dei mesi di
febbraio e marzo del 1921, furono: Almo Egidio Petrucci (fratello del vice
segretario camerale Gino Petrucci), i cavatori Giuseppe Bardi ed Andrea
Bombarda, Italo Galassi, Guido Giorgi, il già ricordato Aristide Ribolini, i
cavatori Corrado Santucci, Marino Barattini e Gastone Galeotti, Bruno Sisti,
Giuseppe Tosi, il carbonaio Carlo Scatena, Giovanni Gherardi, Adelmo
Bragazzi e Marcello Corradi detto Corrado.
Numerose erano poi le opere di Pietro Gori, assai lette dai vari soci del
Piastron: «Alla conquista dell’avvenire»,742 «Ceneri e faville»,743 «Le difese
pronunziate innanzi ai Tribunali e alle Corti di Assise»,744 «Pagine di
vagabondaggio»,745 «Sociologia anarchica»,746 «Sociologia criminale»747 ed
i «Canti d’esilio».748
La biblioteca del circolo possedeva anche gli opuscoli di Petr Kropotkin
«La morale anarchica»749 (data in lettura ad Almo Petrucci, a Santino

Giovanni, via Umberto I n. 11, int. 2 – Rivarolo Ligure, e all’Unione Anarchica


Carrarese che ne ha acquistato 1000 copie. Ai compagni dei paesi e della campagna è
fatto speciale invito di acquistarlo, leggerlo e diffonderlo».
Un poemetto in versi martelliani, di cui il “Germinal” possedeva, probabilmente,
l’edizione stampata a La Spezia nel 1920 a cura della «Biblioteca del Libertario», pp.
(cfr. E.S.M.O.I., Bibliografia del socialismo e del movimento operaio italiano.
Libri, opuscoli, articoli, almanacchi, numeri unici, vol. II, Roma-Torino 1964, p.
222). Venne dato in lettura a Oreste Serra e a un certo Dazzi.
Prosa. P.I. Con prefazione del prof. Enrico Lemmi. P.II. Con prefazione di Luigi
Fabbri. Prima edizione. Spezia, Binazzi, 1911, 16°, pp. 192 (cfr. E.S.M.O.I., op. cit.,
p. 223). Venne dato in lettura ad Egisto Andreani.
Prima edizione. Spezia, Binazzi, 1911, 16°, pp. 191 (cfr. E.S.M.O.I., op. cit., p.
225). Venne dato in lettura allo scalpellino Ugo Sozzi, al cavatore Cafiero Moisè, ad
Adolfo Viti, ad Egisto Andreani e a Santino Lucchetti.
Con fotografia dell’autore. Prima edizione. Spezia, Binazzi, 1912, 16°, pp. 192
(cfr. E.S.M.O.I., op. cit., p. 225). Venne dato in lettura al carbonaio Carlo Scatena e a
un certo Moscardini.
Con lettera di Giovanni Bovio. Prima edizione. Spezia, Binazzi, 1912, 16°, pp. 198 (cfr.
E.S.M.O.I., op. cit., p. 226). Venne dato in lettura al meccanico Ugo Figaia.
Prima edizione. Spezia, Binazzi, 1911, 16°, pp. 224. «Opere», VI (cfr. E.S.M.O.I., op.
cit., p. 226). Venne dato in lettura a un certo Dazzi.
Con prefazione di Mario Pilo. Chieti, Di Sciullo, 1906, 8°, pp. 81. «Biblioteca del
Pensiero» (cfr. E.S.M.O.I., op. cit., p. 223). Venne dato in lettura al cavatore Cafiero
Moisè.
Apparsa per la prima volta a puntate, dal 1° marzo al 16 aprile 1890, sul
settimanale parigino «La Rèvolte», La morale anarchica può considerarsi come il
primo abbozzo e una sintesi dell’Etica, la principale opera del pensatore russo, e in
particolare della seconda parte, rimasta incompiuta, nella quale, secondo N.Lebedeff,
curatore dell’edizione del 1922, Kropotkin avrebbe voluto «esporre le basi dell’etica
realistica ed i suoi fini». Le edizioni in lingua italiana de La morale anarchica
uscirono nel 1903, 1912 e 1921. Quest’ultima aprì la collana di «Coltura Sociale»
233
Lucchetti e ad Adelmo Bragazzi), «Ai giovani»750 (dato in lettura a Romeo
Lattanzi, a Egisto Andreani, ad Almo Turrini, al quattordicenne Luciano
Vanelli e a un certo Dazzi) e «Comunismo e anarchia», che era stato stampato
proprio a Carrara, ad opera del pubblicista Domenico Zavattero, nel 1910 per i
tipi de «L’Iniziativa Ed.».751
Dell’anarchico russo Michail Bakunin, il “Germinal” aveva l’opera «Dio e
lo Stato»,752 che venne presa in prestito da Giuseppe Mariotti.
Molto letti erano anche gli opuscoli «Dio non esiste» del francese
Sebastien Faure753 e «La peste religiosa» del tedesco Johann Most.754
Assai richiesti dai soci del circolo risultarono essere i seguenti testi:
«Primo passo dell’anarchia, dedicato agli oppressi di tutto il mondo»,755 «Le

(Biblioteca di propaganda e di studio) della Casa Editrice Sociale di Milano, i cui


curatori provvidero a correggere i molti errori delle due precedenti edizioni.
Recentemente La morale anarchica è stata ripubblicata, dopo ben 73 anni
dall’edizione del ’21, dalle Edizioni La Fiaccola di Ragusa, collana La Rivolta, nel
settembre del 1994, con una rara biografia del «principe rosso» scritta da Kravcinskij
(meglio noto con lo pseudonimo di Stepnjak) che venne tradotta e pubblicata nel
1894 da Giovanni Domanico per la prima edizione italiana de La conquista del pane.
750
Stampato in innumerevoli edizioni ed in tutte le lingue e diffuso a migliaia di
copie, Ai giovani è stato recentemente ripubblicato dalle Edizioni La Fiaccola di
Ragusa, collana La Rivolta, nel 1997.
Cfr. E.S.M.O.I., op. cit., p. 332.
Numerose furono le edizioni italiane di Dio e lo Stato a partire dal 1903, quando
ne venne pubblicata una a Firenze, per i tipi della Nerbini, 16°, pp. 101, con la
traduzione di Paolina Bissolati, la prefazione di Leonida Bissolati e Filippo Turati e i
cenni biografici di Cafiero e Reclus. Nel 1914 ne uscì una a Milano a cura
dell’Università Popolare, «Biblioteca Germinal», vol. V, 16°, pp. 154, mentre nel
1919 ne fu pubblicata un’altra a Bologna a cura della Libreria Internazionale di
avanguardia, «Collezione del pensiero classico dell’anarchismo», 8°, pp. 95. Per tali
informazioni, cfr. E.S.M.O.I., op. cit., vol. I, pp. 112-113.
Recentemente ripubblicato dalle Edizioni La Fiaccola di Ragusa, collana La
Rivolta, nel luglio del 1997 con un profilo biografico curato da Robert Luozon. Dio
non esiste venne dato in lettura ad Aristide Ribolini, a Corrado Santucci, a Santino
Lucchetti, ad Almo Turrini, a Francesco Ceccarelli ed a un certo Arone.
Anche di questo opuscolo le edizioni italiane sono state numerose. Recentemente è
stato ripubblicato da La Fiaccola di Ragusa nel luglio 1997 con un profilo biografico
curato da Ugo Fedeli. Venne dato in lettura ad Almo Turrini e a un certo Giusè.
Stampato a Livorno a cura del giornale «Sempre avanti» nel 1892, 16°, pp. 83,
«Biblioteca del Sempre Avanti» (cfr. E.S.M.O.I., op. cit., vol. III, p. 250). Venne dato
in lettura ad Ugo Sozzi, a Giuseppe Mariotti, ad Adelmo Bragazzi ed a un certo
Dazzi.
234
carceri russe» di Alighiero Tanini,756 «La vergogna del confessionale»,757 «Il
demone della donna»758 ed «I canti della rivoluzione».759
Infine, la biblioteca del “Germinal” possedeva alcune copie de «Lo
sciopero generale» di Francisco Ferrer,760 una delle quali venne data al
circolo giovanile “Bruno Filippi” di via Grazzano, probabilmente al momento
della sua costituzione.761
Dai documenti sequestrati nel corso della perquisizione del 18 maggio
1921, le autorità tutorie carraresi poterono quindi venire a conoscenza delle
generalità complete di circa una sessantina di persone che frequentavano, chi
più e chi meno, i locali del “Germinal”.762 A questi, bisogna aggiungere i
nomi di altri membri assai noti del circolo anarchico: Gino Petrucci, Armando
Pardini, Almo Leonardi, Pietro Fontana, Dante Merlini, Dante Carlini,
Rolando Storti, Angelo Martignoni,763 Francesco Fontana, Andrea
Giandalasini, Alfredo Triscornia, Arturo Campi,764 Amleto Tavarelli, Paolo
Bocchi, Luciano Rovati, Giuseppe Lucchesi, Edmondo Ravenna, Almo e
Renato Granai,765 Mattia Leoni, Enrico Petrucci, Renato Ravenna, Olivo
Merlini ecc.766 In definitiva, gli aderenti al circolo del Piastrone, nel corso del
1921, erano circa un centinaio.
Per concludere, bisogna precisare che il “Germinal” era composto quasi
totalmente da operai, dei quali quelli occupati nell’industria del marmo erano

756
Preso in prestito dal calzolaio Giuseppe Cardelli, da Oreste Serra, da Corrado
Santucci e da Romeo Giannini.
Dato in lettura a Giuseppe Cardelli e a Carlo Scatena.
Dato in lettura ad Almo Turrini, a Renato Giannotti ed a Carlo Scatena.
Preso in prestito da Giuseppe Bardi, da Alessandro Guidi, dall’elettricista
Fernando Sozzi e da Giovanni Bragazzi.
L’opuscolo era una raccolta degli articoli di Ferrer, firmati con lo pseudonimo
«Cero», apparsi sul giornale «Huelga General» di Barcellona dal 1901 al 1903.
Anselmo Lorenzo scrisse la prefazione dell’opuscolo che venne stampato a Ginevra
nel 1914 a cura delle «Edizioni del Risveglio» (cfr. E.S.M.O.I., op. cit., vol. II, p.
106).
Cfr. l’Elenco degli opuscoli consegnati al circolo “Bruno Filippi” dal circolo
“Germinal”, all’interno del già citato quaderno in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta
69, fascicolo Circolo Anarchico “Germinal”.
L’Elenco dei frequentatori del circolo anarchico “Germinal”, redatto dal
Commissariato di P.S. di Carrara sulla base dei su accennati documenti, si trova in
ASM, ibid., e viene riprodotto in Appendice XV.
Per questi nomi cfr. il Prospetto statistico del circolo del 23 giugno 1919, in ASM,
Questura di Massa, I° serie, busta 13.
Per questi nomi cfr. la Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di
Massa del 3 gennaio 1920, in ASM, ibid.
Per questi nomi cfr. la Nota del Commissario di P.S. di Carrara al Pretore di
Carrara del 7 aprile 1921, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 69.
Per questi ed altri nomi cfr. l’Elenco dei soci del circolo “Germinal” redatto nel
1922, in ASM, ibid.
235
ovviamente la grande maggioranza. Infatti, su 43 soci di cui è stato possibile
conoscere il mestiere che esercitavano, 18 risultavano essere dei cavatori, 5
erano degli scalpellini, 4 dei lizzatori, 2 erano smodellatori, 2 lustratori, 2
scultori e 2 meccanici, mentre i restanti otto svolgevano rispettivamente il
lavoro di sarto, calzolaio, falegname, barrocciaio, muratore, elettricista,
tipografo ed impiegato municipale. Utilizzando questi dati come campione
rappresentativo, possiamo affermare che l’80% circa degli anarchici del
Piastron erano operai impiegati nell’escavazione, lavorazione e trasporto del
marmo, mentre il rimanente 20% era composto principalmente da piccoli
artigiani, da operai edili e da addetti al trasporto di merci varie.
Il circolo giovanile anarchico “Bruno Filippi” si costituì verso la fine del
1920,767 probabilmente all’interno dei locali della C.d.L., mentre nel marzo
del 1921 stabilì definitivamente la propria sede in via Grazzano al n. 13, in un
fondo sito al piano terreno della casa di proprietà del cavatore Fausto
Posterli.768 Fondatore, assieme ad altri compagni, e segretario del “Filippi”
era il ventunenne erbivendolo Ugo Zambelli, la bandiera era costituita da un
drappo nero con frange rosse recante al centro la scritta «Circolo giovanile
anarchico Bruno Filippi», mentre le quote versate dai soci variavano dai 50
centesimi a 1 lira al mese.769
Aperti i locali di via Grazzano n. 13, il circolo Filippi ricevette dal
“Germinal” alcuni libri ed opuscoli, che costituirono il primo nucleo della
piccola biblioteca che i giovani anarchici avevano intenzione di formare
all’interno della propria sede. I testi dati dai compagni del Piastron erano: 3
copie dell’opuscolo «Fra contadini» di Malatesta; 2 copie de «Le difese
pronunziate innanzi ai Tribunali e alle Corti di Assise» di Pietro Gori; 2 copie
de «Alla conquista dell’avvenire» dello stesso Gori; 3 copie de «Ai giovani»
di Kropotkin; una copia rispettivamente de «La vergogna del confessionale»,
«Dio e lo Stato» di Bakunin, «Dio non esiste» di Faure, «La peste religiosa»
di Most, «Primo passo dell’anarchia», «Ceneri e faville» di Gori e «Lo
sciopero generale» di Ferrer.770 Inoltre, la piccola biblioteca possedeva alcuni
opuscoli di Domenico Zavattero: «Gli “Spiriti” a…Congresso. Relazione di
alcuni esperimenti medianici», stampato a Torino nel 1907, e probabilmente
«Gli anarchici nel movimento sociale in Italia» e «Il giuoco della borghesia»,
questi ultimi pubblicati a cura de «L’Iniziativa Ed.» di Ravenna
rispettivamente nel 1903 e nel 1906.771

Cfr. il Telegramma di protesta spedito da Eugenio Girolo al Ministero degli Interni del
12 novembre 1920, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 53.
Cfr. il Prospetto statistico del “Bruno Filippi” del 19 maggio 1921, in ASM,
Questura di Massa, I° serie, busta 13.
Cfr. ibid.
Cfr. l’Elenco degli opuscoli consegnati al circolo “Bruno Filippi” cit.
Cfr. il Rapporto del Commissario di P.S. di Carrara al Questore di Massa del 18
maggio 1921 sulla perquisizione del circolo “Filippi” e sul sequestro di tre opuscoli
236
Il 18 maggio 1921 anche il circolo “Bruno Filippi” subì una perquisizione
da parte delle forze dell’ordine. Dai documenti sequestrati, le locali autorità
tutorie poterono quindi stilare un elenco degli aderenti al circolo di via
Grazzano, che risultò essere composto da una cinquantina di persone.772 I
membri più influenti, secondo il Commissariato di pubblica sicurezza di
Carrara, erano, oltre al già citato Ugo Zambelli, i seguenti: Romualdo Del
Papa (figlio del vice segretario camerale Ugo, scomparso nel 1916), Arturo
Raffo, i fratelli Pietro ed Aspromonte Volpi, Amleto Tavarelli, Corrado
Graziani, il calzolaio Alessandro Bolgioni, Mario Bondi, Marcello Corradi,
Giovanni Fontana, Vittorio Bugliani, Bruno Venè ed Alfieri Macchiarini.773
Infine, l’età media dei soci del circolo “Bruno Filippi” risultò essere, nel
1921, di 19 anni circa,774 a testimonianza della forte presa che sui giovani
carraresi avevano le idee anarchiche, grazie anche alle radicate e vive
tradizioni libertarie esistenti, da lungo tempo, in numerose famiglie operaie
del comprensorio apuano.775

sovversivi, in ASM, Questura di Massa, I° serie, busta 13, ed E.S.M.O.I., op. cit., vol.
III, p. 737.
L’Elenco nominativo dei soci del circolo “Bruno Filippi” si trova in ASM, Comm. P.S.
Carrara, busta 69, fascicolo Circolo giovanile anarchico “Bruno Filippi”, e viene
riprodotto in Appendice XVI.
Cfr. ibid. e il Prospetto statistico del circolo del 19 maggio 1921 cit.
Cfr. l’Elenco nominativo dei soci del circolo “Bruno Filippi” cit.
Citiamo qui di seguito, a titolo d’esempio, i componenti di alcune famiglie
carraresi di tradizioni anarchiche: Bernardo Gatti (1844-1913), il figlio Ercole (1867-
1919) ed i figli di quest’ultimo Bruno (1895) ed Andrea (1893); Stefano Galeotti
(1867), il fratello Attilio detto Canaron (1855) ed i figli di quest’ultimo Gastone
(1896) ed Arturo vulgo Alcide (1891); Achille Secchiari (1839-1924), i suoi figli
Silvio detto il Berna (1871), Francesco (1888), Santino detto il Torello (1867) col
proprio figlio Elio (1902), Paolo detto il Vergai (1865-1950) ed i figli di quest’ultimo
Dante (1890), Michele detto Zampicon, Silvia e Santino (1891-1923) col proprio
figlio Pietro (1922); Carlo Pasciuti (1867), il fratello Giovanni detto Barbon (1863-
1928) ed il figlio di quest’ultimo Giuseppe (1891-1919); Ugo Del Papa (1875-1916),
il fratello Corrado (1874) ed il figlio del primo Romualdo (1903); Dante Merlini
(1887), il fratello Olivo (1875) coi propri figli Dandolo (1909) ed Olivo (1899). Varie
indicazioni sulle suddette persone sono contenute nei relativi fascicoli personali del
fondo Sovversivi deceduti (1891-1932) in ASM, Questura di Massa, buste 46-60, e
nei prospetti statistici riguardanti i diversi gruppi e circoli anarchici del carrarese, in
ASM, Comm. P.S. Carrara, buste 69-70, e Questura di Massa, buste 11-13.
237
LEGENDA:
Camera del Lavoro (1911-1922), via Grazzano n. 4, al cui interno si
trovavano, nel corso degli anni, le sedi dell’Unione Anarchica della Lunigiana
(1912-1915 e 1919-1922), del Fascio Anarchico Carrarese (1913-1915), del
Circolo giovanile anarchico “Germinal” detto del Piastron (1911-1915 e
1919), del Gruppo anarchico “18 Marzo” (1912-1915) e del Circolo giovanile
anarchico “Bruno Filippi” (novembre 1920-febbraio 1921).

Circolo giovanile anarchico “Bruno Filippi” (marzo 1921-giugno 1921),


via Grazzano n. 13 casa Posterli Fausto.
238
Circolo anarchico “Germinal” detto del Piastron (gennaio 1920-maggio
1922), Canal del Rio n. 12.

Club anarchico “1° Maggio” (1912-1915), Canal del Rio n. 68.


Gruppo anarchico “29 Luglio” (1913-1915), via Baluardo n. 8 casa Del
Nero Garibaldi.

239
240
CAPITOLO IV

MAGGIO 1921 – MAGGIO 1922: L’ANNO DI


SANGUE. SQUADRISMO FASCISTA E
RESISTENZA ANARCHICA A CARRARA.

4.1. LE ORIGINI E LA NATURA DEL


FASCISMO CARRARESE.

Il movimento fascista cominciò a muovere i suoi primi passi a Carrara col


ritorno da Fiume del futuro «Duce di Apuania» Renato Ricci. Arruolatosi
volontario nell’esercito il 14 luglio 1915, all’età di 19 anni, il carrarese Ricci
durante la Grande Guerra aveva raggiunto il grado di tenente del V°
Reggimento Bersaglieri e degli arditi, guadagnandosi due medaglie di bronzo
al valore sul campo.776 Terminato il conflitto bellico, accoglieva con
entusiasmo la notizia dell’occupazione di Fiume da parte di Gabriele
D’Annunzio e il 19 settembre 1919 si arruolava volontario presso il Comando
di Fiume, «[…] dopo aver abbandonato, con tutto il suo battaglione, il posto
di tenente del V° Regg. Bersaglieri, a Monte Nevoso».777 Nel gennaio 1921,
dopo la conclusione dell’impresa di Fiume nel cosiddetto «Natale di sangue»,
Ricci veniva congedato e tornava a Carrara «[…] saturo di lancinante
nostalgia per l’epopea d’annunziana appena vissuta» e soprattutto «incapace
di reinserirsi nel monotono grigiore degli studi o del lavoro, di passare cioè
dalla poesia alla prosa».778

Cfr. S.SETTA, Renato Ricci. Dallo squadrismo alla Repubblica Sociale Italiana,
Bologna, Il Mulino, 1986, p. 17.
S.SETTA, ibid., p. 18.
S.SETTA, ibid., p. 19. Il Ricci a Fiume aveva conseguito il diploma di ragioniere,
titolo che, assieme a quello di tenente, sino al 1924, quando fu eletto deputato al
parlamento del regno, ostentò costantemente, anteponendolo al proprio nome e cognome.

241
Agli inizi del 1921, l’ambiente politico e sociale della città apuana era
ancora “egemonizzato” dai repubblicani, che reggevano sin dal luglio 1914 la
locale amministrazione comunale, dai socialisti e dagli anarchici, questi
ultimi, come si è visto, alla guida dell’organizzazione sindacale. D’altro canto,
la stragrande maggioranza degli esponenti delle forze economiche più
importanti, gli industriali del marmo, si richiamavano politicamente al “partito
liberale” che, assai variegato a livello nazionale - da Giolitti a Salandra, etc. -,
localmente ormai si riconosceva negli indirizzi più conservatori e nazionalisti.
L’Associazione Democratica Liberale Carrarese si era ufficialmente
costituita il 1° febbraio del 1920 ad opera di alcuni industriali e professionisti
– tra i quali i conti Bruno e Renato Lazzoni, gli avvocati Ghino Faggioni,
Bernardo Pocherra, Oreste Nori ed Angelo Ricci, i cavalieri Camillo Micheli
ed Umberto Ascoli, i possidenti Andrea Gattini e Gino Faggioni779 –,
coll’intento di ridar vigore alle sue «generose tradizioni» e con «[…] la
volontà inflessibile di affrontare le imminenti battaglie per il bene della Patria
e per la salute della Città». L’appello era esplicitamente rivolto a quei «[…]
giovani che rientrano adesso nelle file della vita civile dopo aver combattuto e
vinta la guerra e che dalla guerra tornano più maturi e più severi, più austeri e
più responsabili, decisi ad assolvere, contro tutto e contro tutti, l’esercizio di
quel dovere che appresero ed impresero sui campi di battaglia».780 A poco più
di tre mesi di distanza dalla sua fondazione, l’associazione liberale carrarese
poteva contare – stando almeno alle fonti di pubblica sicurezza – su circa 200
iscritti781 ed aveva inoltre dato vita ad un proprio organo di stampa, il
settimanale «Il Giornale di Carrara», che iniziava le pubblicazioni il 6 marzo
del 1920.782
Nello stesso tempo, l’8 gennaio 1920 si era costituito a Carrara il gruppo
“Enrico Corradini”, aderente all’Associazione Nazionalista Italiana, col
dichiarato intento di combattere «[…] contro l’anarchia bolscevica
distruggitrice della patria».783 Formato prevalentemente da esponenti della

779
Cfr. il Prospetto statistico dell’associazione del 14 maggio 1920, in ASM,
Questura di Massa, I° serie, busta 13.
780
Le citazioni sono tratte dal volantino «Per la Riorganizzazione Democratica
Liberale», datato 26 gennaio 1920, nel quale si dava l’annuncio della convocazione,
per il 1° febbraio seguente, di una adunata per la costituzione ufficiale
dell’Associazione Democratica Liberale Carrarese. Il volantino, che si trova in ASM,
ibid., viene riprodotto in Appendice XVII.
Cfr. il Prospetto statistico dell’associazione cit.
Cfr. il Prospetto informativo de «Il Giornale di Carrara» del 17 marzo 1920, in
ASM, Questura di Massa, I° serie, busta 21 (Stampa periodica), nel quale si afferma
che le copie stampate settimanalmente erano 1500 circa. Inoltre, cfr. anche la scheda
su tale giornale in M.BERTOZZI, op. cit., pp. 164-165.
Cfr. il volantino di tale gruppo, datato 8 gennaio 1920, invitante all’iscrizione al
partito nazionalista, in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 70, che viene riprodotto in
Appendice XVIII.
242
media e piccola borghesia locale,784 la sezione nazionalista carrarese nell’agosto
del 1920 – sempre stando alle notizie raccolte dalla Pubblica sicurezza – contava
circa 110 iscritti785: in quello stesso mese, nel corso di una riunione del proprio
Consiglio Direttivo, decideva di costituire un «[…] battaglione azzurro per
combattere i socialisti».786 Nonostante questi propositi bellicosi, il gruppo “E.
Corradini” si scioglieva verso la metà di ottobre del 1920787; probabilmente la
maggior parte dei suoi aderenti andarono ad

Nell’agosto del 1920 il Consiglio Direttivo del gruppo nazionalista “E. Corradini” era
composto da: il sottotenente di vascello Fabio Menchinelli (presidente), l’impiegato
Ludovico Canapa (segretario), il negoziante in marmi Carlo De Petris (cassiere), il
ragioniere Mauro Marchetti (segretario politico), l’operaio Pietro Procuranti, l’impiegato
Gualtiero Cappagli, lo studente in medicina Girolamo Bernieri, lo studente
dell’Accademia di Belle Arti Umberto Ricci (fratello di Renato Ricci), l’impiegato Luigi
Biagioni, l’avvocato Silvio Lucchesini, il possidente Luigi Lecuiani ed il maestro Piero
Belli (tutti consiglieri). Cfr. la copia del Verbale della seduta del Consiglio Direttivo
dell’8 agosto 1920, datata 12 agosto, in ASM, ibid.
Cfr. il Prospetto statistico del gruppo “E. Corradini” del 31 agosto 1920, in ASM,
ibid., ove si afferma che esistevano altre tre sezioni aderenti all’Associazione
Nazionalista Italiana nel comprensorio carrarese: a Marina di Carrara, a Fivizzano ed
a Fosdinovo.
Copia del Verbale della seduta del C.D. dell’8 agosto 1920 cit. Tale riunione
deliberò inoltre di «[…] inviare un telegramma di omaggio a S.M. Vittorio Emanuele
III ed uno a S.E. Giovanni Giolitti per protestare contro l’abbandono di Valona».
Cfr. il Prospetto statistico del gruppo cit. L’ultimo documento del gruppo “E.
Corradini” di Carrara esistente nel fascicolo riguardante l’Associazione Nazionale
Italiana (in ASM, Comm. P.S. Carrara, busta 70) è una lettera, datata 30 settembre
1920, inviata dal «Consiglio Direttivo Nazionalista di Carrara» al locale Commissario
di P.S. In essa si avvertiva l’autorità tutoria che certi Aldo Bezzi e Francesco Franzoni
stavano raccogliendo in città dei fondi «[…] pro causa di Fiume, trattenendosi poi per
loro il ricavato». Si precisava che i due portavano «[…] la tessera del gruppo
Nazionalista pur essendone stati espulsi», quindi si pregava il Commissario di
richiamarli «[…] al dovere, senza alcun male, per il bene loro e della cittadinanza». E’
probabile che una sottoscrizione pro Fiume fosse stata inaugurata a Carrara proprio
dal gruppo “E. Corradini” nel luglio del 1920 e che tra gli addetti alla riscossione dei
fondi ci fossero anche i suddetti Bezzi e Franzoni, i quali essendosi trattenuti per loro
parte del ricavato erano stati successivamente espulsi dalla sezione nazionalista. Su
tale iniziativa a sostegno dell’impresa fiumana, si veda il seguente ironico trafiletto
apparso su Il Cavatore del 10 luglio 1920: «Ma chi è quel bel tomo che gira da
qualche giorno per Carrara, con una coccarda di Fiume in petto, a fare la
sottoscrizione “Pro Fiume”? Ci dicono che sia andato da tutte le Associazioni e
Società del Carrarese, e che qualche nostro amico gli abbia…insegnato anche la
Camera del Lavoro, ma questo…eroe, forse fiutando nell’aria, si è ben guardato dal
venirci a far visita. Del resto noi lo avremmo accolto…bene, non gli avremmo
dato…nulla, anzi gli avremmo dato molto, al solo pensarci ci viene l’acquolina in
bocca, ed è per questo che in fondo in fondo avremmo avuto…piacere che fosse qui
243
ingrossare le fila della locale Associazione Democratica Liberale che, come
s’è visto, propugnava una linea politica assai affine.
Dunque, alla vigilia delle elezioni amministrative del 31 ottobre
l’associazione liberale di Carrara potè contare sull’attivo appoggio di questi
nazionalisti confluiti nella sua organizzazione, i quali contribuirono,
verosimilmente, a rendere ancor più di “destra” il programma politico del
partito, già di per sé assai conservatore. Il responso delle urne diede i seguenti
risultati: Partito repubblicano 3.304 voti, Costituzionali monarchici 2.165 voti,
Partito socialista 2.132 voti.788 I repubblicani si riconfermarono, quindi, alla
guida dell’amministrazione comunale, mentre si ebbe un capovolgimento
delle posizioni per quel che riguarda i seggi attribuiti alla minoranza in
consiglio. Infatti, se nella precedente consultazione elettorale del luglio 1914 i
socialisti avevano ottenuto 7 seggi e i costituzionali solo uno, ora le parti si
erano invertite. A livello di voti, i liberali erano passati dai 1.913 del 1914 ai
2.165 del 1920, sopravanzando così, seppur di poco, i socialisti, i quali,
nonostante un lieve aumento (dai 2.004 voti del 1914 ai 2.132 del 1920),
dovettero cedere il secondo posto ai primi. E’ interessante notare che i
repubblicani, pur riconfermando la loro leadership nel territorio comunale,
erano passati dai 3.927 voti del 1914 agli attuali 3.304, dunque con una
perdita secca di ben 623 voti. E’ probabile che una parte di questi voti fosse
passata ai socialisti e, forse, agli stessi liberali, ma la maggioranza
verosimilmente dovette andare ad ingrossare le fila degli astensionisti, che
risultarono essere il 54% degli aventi diritto.789
Se si raffrontano i dati delle amministrative del 1920 con quelli delle
politiche del novembre 1919, la crescita dei liberali appare, ovviamente, ancor
più cospicua. Nel 1919, nel comune di Carrara, questi si erano presentati
divisi (liberali costituzionali, liberali democratici, liberali indipendenti),
raccogliendo complessivamente solo 769 voti.790 Aggiungendo i 191 voti
ottenuti dal P.P.I., non presente nelle amministrative del 1920, si ottiene la
cifra di 960. Quindi, ad un anno di distanza da tale consultazione, i liberali
erano cresciuti di ben 1.396 voti, o 1.205 se si tien conto anche delle
preferenze precedentemente andate al P.P.I.791
Dunque, alla fine del 1920, si può dire che il locale partito liberale
risultava essere in una fase di espansione che, sebbene non intaccasse ancora
la consolidata egemonia repubblicana, rappresentava comunque un segno

piovuto. Perdere una così bella occasione per mandare i nostri…persuasivi saluti al
governatore di Fiume ed al suo segretario Signor De Ambris! Pazienza!».
Cfr. La Sveglia repubblicana dell’8 novembre 1920.
Cfr. la nota 143 del capitolo III del presente lavoro.
Cfr. La Sveglia repubblicana del 22 novembre 1919.
Per quel che riguarda i repubblicani, nel 1919 ottennero 3.246 voti, dunque nel
1920 la differenza risultò pari a +58. Per i socialisti, nel 1919 ottennero 2.019 voti,
sicchè nel 1920 la differenza fu di +113.
244
abbastanza eloquente di un mutamento di clima politico in senso conservatore
degli ambienti cittadini. In particolare, cominciarono a confluire
nell’Associazione Democratica Liberale elementi giovani ed assai attivi,
provenienti soprattutto da quella piccola borghesia relativamente autonoma,
quali i commercianti al minuto, ed impiegatizia che subiva maggiormente le
gravi conseguenze della costante svalutazione della lira, avutasi nei due anni
successivi alla conclusione della guerra, e della crisi economica che proprio in
quel periodo – gli ultimi mesi del 1920 – iniziava prepotentemente ad
abbattersi sul comprensorio apuano.
Economicamente al limite della proletarizzazione, questi giovani della
piccola borghesia cittadina non condividevano però gli ideali “livellatori”, di
eguaglianza, propugnati dalla locale organizzazione operaia e dai partiti
sovversivi, ma desideravano raggiungere i gradini superiori di quella scala
sociale che non avevano alcuna intenzione di abbattere, per conquistare una
posizione più sicura e stabile e quel prestigio che ritenevano spettasse loro.
Furono questi, in definitiva, che rivitalizzarono e rinvigorirono i liberali
carraresi, portando all’interno del partito un combattivo spirito di rivincita
contro quelle forze sovversive locali i cui principi ed azioni erano considerati
il principale ostacolo alla realizzazione della loro aspirazione a ritagliarsi un
“posto al sole” nelle gerarchie politiche e sociali apuane.
Tornando ora a parlare di Renato Ricci, bisogna dire che il suo esordio
politico nella città del marmo avvenne, nei primi mesi del 1921, proprio nelle
file dell’Associazione Democratica Liberale. Infatti, preparandosi per la
campagna elettorale in vista delle consultazioni politiche indette per il 15
maggio,792 i liberali carraresi, agli inizi di aprile, nominarono i membri per le
nuove cariche del partito: Renato Ricci figurò eletto nel Consiglio Direttivo
della Sezione di Città.793
E’ interessante notare che su 36 membri designati a tali nuove cariche
dell’associazione liberale, 21 di questi risultarono essere fra i promotori della
fondazione, nel maggio successivo, del primo fascio di combattimento di
Carrara. Oltre a Ricci, nel Consiglio Direttivo del partito vennero eletti: Gino
Faggioni, Rizzieri Lombardini, Corrado Granai, Tommaso Lazzerini, il conte
Bruno Lazzoni, Manlio Menchinelli, il dott. Gustavo Orlandi ed il cav. Pietro
Prayer Galletti. Del Comitato Politico fecero parte gli avvocati Ottorino
Biscioni e Bernardo Pocherra. Nella Commissione di Propaganda figurarono i
nomi di Giuseppe Aloisi, Pietro Gattini, Mario Giromini, Bruno Santini e Pier

792
Alla fine di febbraio del 1921 Giovanni Giolitti decise lo scioglimento della
Camera che attuò con un decreto del 7 aprile, col quale indisse le elezioni generali per
il 15 maggio. Sulle motivazioni che spinsero il Presidente del Consiglio Giolitti a
sciogliere la Camera ed a indire le elezioni, cfr. G.CANDELORO, op. cit., pp. 368-
369.
793
Cfr. Le nuove cariche dell’Associazione Democratica Liberale Carrarese, in Il
Giornale di Carrara del 9 aprile 1921.
245
Luigi Santini. Infine, l’intera Commissione Elettorale fu composta da: Ugo
Cappagli, Ugo Dell’Amico, Alessandro Ghetti, Ernesto Ricci (padre di
Renato) ed Attilio Rocchi. Tutti questi elementi, alla fine di maggio del 1921,
passarono al neonato fascio di combattimento di Carrara, e molti di loro
divennero i primi e più attivi squadristi del comprensorio apuano.794
Renato Ricci, dopo essere rientrato a Carrara da Fiume, oltre che militare
nelle file del locale partito liberale, si era anche iscritto al Fascio di Pisa e fu
quindi tra i primi, assieme al capitano Bruno Santini, allora residente in quella
città toscana, a portare nel carrarese tale distintivo. Inoltre, nel corso del mese
di marzo, Ricci costituì un’Associazione di Legionari Fiumani, invitando gli
studenti della città del marmo ad iscriversi ad essa «[…] per la conquista
integra dell’Adriatico».795 Attraverso questa associazione di simpatizzanti
fiumani, il dichiarato intento del Ricci era quello di formare «[…] il primo
nucleo fascista di Carrara».796
In quello stesso mese di marzo, apparve sull’organo liberale «Il Giornale
di Carrara» un editoriale, a firma di Giorgio Casoni, nel quale si affermava
che il fascismo era un «[…] movimento di rivolta dell’Italia vittoriosa che
volle e fece la guerra contro chi quella guerra vigliaccamente insidiò.
Fenomeno doloroso ma necessario per il ristabilimento dell’equilibrio politico
interno, tanto profondamente turbato dai socialisti».797 Un’ulteriore conferma,
dunque, delle posizioni notevolmente filofasciste sostenute dalla locale
Associazione Democratica Liberale, la quale, in quei primi mesi del 1921,
faceva «[…] continui progressi» grazie all’attiva propaganda svolta dai

Cfr. l’elenco nominativo degli «Squadristi del Fascio Carrarese di Combattimento


(Città)» in G.A.CHIURCO, Storia della rivoluzione fascista, vol. I, Firenze,
Vallecchi, 1929, pp. 298-303.
A.POLI, “Mamma non piangere…”, Roma, Ed. Impero, 1933, p. 53.
A.POLI, ibid., p. 54. Renato Ricci affermerà, nel suo memoriale difensivo redatto nel
Penitenziario di Procida a partire dalla fine del 1945 e terminato nel giugno 1947, che: «In
quei giorni [di marzo] si era costituito a Carrara l’Associazione Legionari Fiumani ed
entrai a farne parte. La stessa associazione prese l’iniziativa della costituzione del fascio –
nel maggio 1921 – del quale venni eletto segretario. In quel tempo i dirigenti fascisti erano
eletti dalle assemblee con regolare votazione». Di questo memoriale, esistono una stesura
dattiloscritta («Notizie biografiche dell’imputato Renato Ricci e considerazioni da lui fatte
sulle imputazioni per semplice conoscenza degli avvocati: Angelucci e Botti») e varie
manoscritte, preparatorie, di cui alcuni punti non furono trascritti sulla prima. D’ora in poi
ci si riferirà alla stesura dattiloscritta con l’espressione Memoriale di Procida (datt.) e a
quelle manoscritte con Memoriale di Procida (man.). La citazione presente in questa nota
è tratta dal Memoriale di Procida (man.) ed è stata riprodotta in S.SETTA, op. cit., p. 21 n.

Fascismo e socialismo, in Il Giornale di Carrara del 12 marzo 1921.


246
summenzionati «[…] elementi giovani e valorosi».798 In definitiva, non si può
negare che il partito liberale fu l’incubatrice del movimento fascista carrarese
cui fornì appoggio morale e di cui fu garante politico.799
Nei giorni a cavallo dei mesi di aprile e maggio del 1921, si svolsero una
serie di riunioni presso la saletta del Bar Europa di Carrara, organizzate dagli
aderenti alla già citata associazione fiumana, alle quali parteciparono «[…] un
gruppo di giovani studenti della media borghesia».800 Da questi incontri, il 12
maggio, venne quindi dichiarato costituito il fascio di combattimento
cittadino, «[…] che contò all’inizio 60 aderenti».801
Si è dunque visto che la maggior parte dei fondatori del primo fascio di
combattimento a Carrara erano giovani appartenenti alla media e piccola
borghesia – studenti, impiegati, commercianti, professionisti e reduci di
guerra e di Fiume –, che avevano militato attivamente nel locale partito
liberale, ricoprendo anche cariche direttive, e che erano ispirati da forti
sentimenti di rivincita nei confronti di quei partiti di sinistra (repubblicani,
socialisti ed anarchici) che riscuotevano vaste adesioni tra le classi popolari
del comprensorio apuano. La natura del movimento fascista carrarese risultò
essere apertamente reazionaria, fondamentalmente tesa alla difesa di un ideale
di patria di stampo prettamente nazionalistico ed alla restaurazione
dell’ordine, entrambi minacciati dal “sovversivismo” dilagante.
Conseguentemente a ciò, l’attività svolta da questi «[…] ottimi elementi
giovani e valorosi»802 si concretizzò immediatamente – come ricorderà dodici
anni dopo uno dei primi squadristi carraresi – non in un lento lavoro di «[…]
propaganda verbale, perché dalle piccole conferenze che si tenevano per le
strade gli operai si allontanavano […]», bensì in una decisa «[…] propaganda
fatta a colpi di randello ed azioni distruttive».803 In effetti, all’indomani della
fondazione del fascio, ebbe inizio il cosiddetto «anno di sangue» del
comprensorio apuano. Continui e sistematici furono gli assalti e le
devastazioni ai circoli anarchici, comunisti, socialisti e repubblicani della
zona, ai locali delle diverse leghe di mestiere delle frazioni, ai club operai
ricreativi, alla stessa sede di via Grazzano della C.d.L.; innumerevoli le

Questa e la precedente citazione sono tratte da una Minuta del Commissario di P.S. di
Carrara datata 8 aprile 1921, in ASM, Questura di Massa, I° serie, busta 13, nella quale si
precisa, inoltre, che «I soci della Democratica Liberale sono 350 comprese le Sezioni di
Torano, Marina e Bergiola, che hanno rispettivamente 60, 80 e 20 soci».
Oltre a quelli già citati, altri noti esponenti del fascismo carrarese provenienti dalle file
liberali furono: Gualtiero Betti, l’industriale Carlo Gattini ed i fratelli Eugenio e Renato
Picciati (cfr. Il Giornale di Carrara del 9 aprile 1921).
F.POSTERLI, Origini del fascismo a Carrara, Tesi di Laurea, Università di Pisa,
Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1978-79, p. 57.
F.POSTERLI, ibid.
Minuta del Commissario di P.S. di Carrara datata 8 aprile 1921, cit.
A.POLI, op. cit., p. 65.
247
intimidazioni, le violenze, le bastonature e le uccisioni degli esponenti
sindacali e dei militanti dei differenti partiti sovversivi.804
Ma una siffatta “propaganda” non sarebbe stata possibile da parte dei
fascisti apuani se questi non fossero stati materialmente sostenuti, coadiuvati e
finanziati dalla maggioranza degli industriali del marmo carraresi.

«Che i “baroni del marmo” di Carrara cercassero di scongiurare la


paventata espropriazione delle cave, e quindi promuovessero e
finanziassero il sorgere della controrivoluzione fascista, è un dato
evidente da tutte le fonti disponibili».805

Si è già detto come questi industriali condividessero, durante l’immediato


dopoguerra, le posizioni reazionarie sostenute dal locale partito liberale. Anzi,
vari membri della Federazione degli industriali del marmo militavano
attivamente anche nella stessa associazione liberale carrarese,806 oppure i
principali esponenti di alcune famiglie economicamente più importanti del
comprensorio si dividevano “strategicamente” i compiti, aderendo chi all’una
e chi all’altra organizzazione.807 In seguito, quest’ultima “tattica” venne
inizialmente utilizzata dai rappresentanti delle maggiori famiglie proprietarie
di cave anche nei confronti del movimento fascista carrarese, all’indomani
della sua fondazione.808

Antonio Bernieri afferma che in dieci mesi, dalla metà di maggio del 1921 alla
metà di marzo del 1922, gli omicidi nel comprensorio apuano, sia di parte fascista che
di parte sovversiva, ammontarono a 50 circa (cfr. A.BERNIERI, Storia di Carrara
cit., p. 197 n.). Ora, considerando che lo squadrista Athos Poli, nel già citato libro
“Mamma non piangere…”, alla p. 59, redigendo «L’albo d’oro del fascismo apuano»
conta 17 “martiri” (compreso il brigadiere di finanza Giuseppe Caragnano), dal 13
maggio 1921 all’8 gennaio 1922, se ne deduce che gli antifascisti assassinati
dovettero essere all’incirca 33. Per quel che riguarda i sovversivi feriti, sempre il
Bernieri, nel già citato saggio La nascita del fascismo a Carrara, alla p. 688 n., ne
calcola, per lo stesso periodo maggio 1921-marzo 1922, «[…] non meno di 40»,
precisando che i «[…] ferimenti e le violenze continuarono per tutto l’anno 1922 e
oltre».
S.SETTA, op. cit., p. 24.
Si veda, a titolo d’esempio, i casi di: Ghino Faggioni, Angelo Ricci, Bernardo
Pocherra, Renato Lazzoni, Umberto Ascoli, Orest