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Letteratura, alterità, dialogicità

Studi in onore di Antonio Pioletti le forme e la storia Letteratura,


alterità,
le forme e la storia
n.s. VIII, 2015, 2

dialogicità

Letteratura, alterità, dialogicità


Letteratura, alterità, dialogicità. Studi in onore di Antonio Pioletti
Mario Mancini, Andrea Manganaro, Marilia Marchetti, Maria Luisa Me-
Studi in onore di Antonio Pioletti
neghetti, Nicolò Mineo, Laura Minervini, Rosa Maria Monastra, Marco a cura di Eliana Creazzo, Gaetano Lalomia, Andrea Manganaro
Moriggi, Maria Grazia Nicolosi, Gigliola Nocera, Giuseppe Noto, Mario
Pagano, Marina Paino, Gioia Paradisi, Nicolò Pasero, Gemma Persico,
Arianna Punzi, Stefano Rapisarda, Felice Rappazzo, Luca Sacchi, Teresa
Sardella, Massimo Schilirò, Attilio Scuderi, Salvatore Claudio Sgroi, An-
tonio Sichera, Carminella Sipala, Concetta Sipione, Giacoma Strano,
Francesca Vigo, Maurizio Virdis, Gioia Zaganelli, Anna Zimbone.

le forme e la storia
n.s. VIII, 2015, 2

Rubbettino
€ 15,00 Rubbettino
LE FORME e LA STORIA
Rivista di Filologia Moderna
Dipartimento di Scienze Umanistiche
Università degli Studi di Catania
n.s. VIII, 2015, 2

Letteratura, alterità, dialogicità


Studi in onore di Antonio Pioletti

a cura di
Eliana Creazzo, Gaetano Lalomia, Andrea Manganaro

Rubbettino
LE FORME e LA STORIA
Rivista di Filologia Moderna
Dipartimento di Scienze Umanistiche
Università degli Studi di Catania
© 2016 - Rubbettino Editore Srl
Rivista semestrale, n.s. VIII, 2015, 2 - ISSN 1121-2276
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Sommario

Letteratura, alterità, dialogicità. Studi in onore di Antonio Pioletti


LE FORME e LA STORIA, VIII, 2015, 1

11 Nicolò Mineo
Condirigere con Antonio Pioletti
13 Premessa
19 Bibliografia di Antonio Pioletti

29 Giancarlo Magnano San Lio


Alterità, diritto e storia
37 Giovanna Alfonzetti
Variazioni interculturali nei complimenti: la modulazione dell’in-
tensità
55 Roberto Antonelli
Identità e riconoscimento dell’Altro nella nascita della lirica ro-
manza
71 Stefania Arcara
Woolf, Sackville-West e le origini dell’‘Altro’ canone letterario:
un’ipotesi di lettura femminista queer
89 Anna Maria Babbi
Alle soglie del Tirant: «Gui de Warewic»
101 Alvaro Barbieri
Facce strane: le “smorfie” del furor nella narrativa cavalleresca d’oïl
117 Rossanna Barcellona
Identità alterata? Riscritture cinematografiche di una leggenda
medievale: la Papessa Giovanna
558 Sommario

135 Sonia Maura Barillari


Marie de France e il lessico del ‘fantastico’
153 Massimo Bonafin
Somiglianze di famiglia fra Voyage de Charlemagne e Digenis Akritas
169 Laura Bottini
La costruzione dell’avversario nell’Apologia del Cristianesimo di
‘Abd al-Masīh al-Kindī
183 Paolo Canettieri
Il descort di Guillem de Salanhac, Per solatz e per deport (BdT 335,
2): edizione e commento
215 Caterina Carpinato
L’assillo dell’identità e la necessità della continuità nell’esperienza
poetica di Kostìs Palamàs (1859-1943)
239 Mirella Cassarino
Women and the Sacred in the Tenth-Century Literary Imaginary:
a Case Study
253 Filippo Conte
Mirabili storie d’amore e di sesso: Bandello, umanista eterodosso?
269 Eliana Creazzo
Fra due mondi. L’immagine dell’amato assente nel Roman d’A-
lexandre di Alexandre de Paris e nel Mirouer des simples ames di
Marguerite Porete
285 Sergio Cristaldi
Gravina, Dante e la verità della Commedia
303 Carolina Cupane
Noi e gli altri. Forme di identità e alterità in zone di contatto
327 Martina Di Febo
Forme dell’antropofagia in alcuni testi medievali
341 Antonio Di Grado
Per un “orientalismo” virtuoso: Giuseppe Lanza del Vasto
357 Carlo Donà
Forme dell’alterità nelle fiabe siciliane
Sommario 559

373 Anita Fabiani


Lui, lui, l’Altra: Josefa Amar y Borbón, musa addomesticata
389 Luciano Formisano
Schede di etno-linguistica per i Cuentos di Josefina Plá
399 Anatole Pierre Fuksas
Meraviglia, paura e dialogia didascalica nei romanzi di Chrétien
de Troyes
417 Claudio Galderisi
Beuve de Hamptone: altérité générique et chronotope romanesque
433 Renata Gambino e Grazia Pulvirenti
«Ombra della carne, o suo veleno». Il problema mente-corpo nella
Storia meravigliosa di Peter Schlemihl di Adelbert von Chamisso
455 María Jesús Lacarra
La imagen del Otro: moros y moras en el folclore aragonés
469 Gaetano Lalomia
Costantinopoli nella geopolitica di alcuni romanzi cavallereschi
castigliani
487 Simona Laudani
L’alterità di gender: un concetto di confine
499 Lino Leonardi
Tradurre in italiano il ciclo di Lancelot-Graal
511 Salvatore Luongo
Tempo e spazio nei cuentos del Conde Lucanor: tre esempi
529 Alessandro Lutri
Ripensare antropologicamente l’alterità: per una epistemologia
simmetrica e relazionale

537 Gli autori


547 Indice dell’annata 2014
549 Norme redazionali per gli autori
560 Sommario

Letteratura, alterità, dialogicità. Studi in onore di Antonio Pioletti


LE FORME e LA STORIA, VIII, 2015, 2

565 Mario Mancini


Diderot e i “selvaggi” di Tahiti
577 Andrea Manganaro
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Gri-
selda (Decameron, X, 10)
595 Marilia Marchetti
Liaison, déliaison, métissages. L’œuvre de Chantal T. Spitz
607 Maria Luisa Meneghetti
L’«altro» amante: qualche considerazione sulla storia di Andrieu
de Paris (o de Fransa), innamorato fantomatico
619 Nicolò Mineo
La profezia del Veltro e la composizione della «Divina Commedia»
637 Laura Minervini
Il Giappone di Marco Polo: redazioni e redattori a confronto
653 Rosa Maria Monastra
La carne, la morte e il diavolo nell’opera di Brancati
669 Marco Moriggi
Testi e contaminazioni testuali nella Mesopotamia sasanide: di-
vorzi giudaici in esorcismi siriaci
681 Maria Grazia Nicolosi
Il desiderio disatteso dell’Altro/a: allegorie dell’esclusione in Quartet
di Jean Rhys
703 Gigliola Nocera
L’“oscurità trasparente” di William Styron
713 Giuseppe Noto
Alterità di genere, alterità di classe: la pastorella della letteratura
romanza medievale e la ‘bergera’ del canto tradizionale piemontese
727 Mario Pagano
Una ricetta inedita in volgare siciliano per la cura degli uomini e
dei cavalli
Sommario 561

737 Marina Paino


Guerrino c’est moi: Bufalino e la quête del Meschino
751 Gioia Paradisi
La Bella Addormentata nel Blandin de Cornoalha e in Frayre de
Joy et Sor de Plaser. Note per un’analisi contrastiva
775 Nicolò Pasero
Quattro tipi di alterità (con una nota sull’impiego di metafore in
teoria della letteratura)
785 Gemma Persico
Gendered criminality: the representation of female offenders from
crime news to sensation novels
799 Arianna Punzi
Ancora sul romanzo nella Commedia
817 Stefano Rapisarda
A proposito dello studio delle lingue straniere in epoca fascista
829 Felice Rappazzo
L’indifferenziato e l’altro-da-sé; René Girard e lo studio della let-
teratura
845 Luca Sacchi
Ami, Amile e le alterità degli identici
859 Teresa Sardella
L’‘altro’ tra diritto, politica e religione: il valore della promessa
871 Massimo Schilirò
Il viaggio ai primordi del mondo. Emilio Cecchi in Messico
891 Attilio Scuderi
Un’epica per frammenti: Erri De Luca, il racconto breve, la que-
stione generazionale
903 Salvatore Claudio Sgroi
Identità e alterità dell’italiano: l’italiano «pidocchiale»
927 Antonio Sichera
L’altro nel sé e l’altro da sé. Per un’ermeneutica gestaltica dell’An-
tigone
562 Sommario

1943 Carminella Sipala


Addomesticare l’alterità. Dalle Amazzoni a Jeanne d’Arc
1957 Concetta Sipione
L’incontro con l’«altro» nel Beowulf
1973 Giacoma Strano
L’altro mondo e il mondo altrui nella letteratura russa medievale
1987 Francesca Vigo
Alterità, mediterraneo e la super-diversità dei cerchi di gesso
1999 Maurizio Virdis
Il tempo misto nell’Atre Périlleux
1015 Gioia Zaganelli
«La Fille du Comte de Pontieu» o dell’ambiguità
1033 Anna Zimbone
La Botola di Giorgos Ioannou

1043 Gli autori


1051 Norme redazionali per gli autori
Andrea Manganaro
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella
di Gualtieri e Griselda (Decameron, X, 10)

«Signor mio,» rispose Griselda «a me ne par molto bene; e se così è savia


come ella è bella, che ’l credo, io non dubito punto che voi non dobbiate
con lei vivere il più consolato signor del mondo; ma quanto posso vi prie-
go che quelle punture, le quali all’altra, che vostra fu, già deste, non diate
a questa, ché appena che io creda che ella le potesse sostenere, sì perché più
giovane è e sì ancora perché in dilicatezze è allevata, ove colei in continue
fatiche da piccolina era stata»1.

È questa, nell’ultima novella del Decameron, la risposta conclusiva di


Griselda al «marchese di Sanluzzo», Gualtieri. Con tali parole la donna
replica a chi l’ha prima ripudiata, e ora, «sorridendo» e «in presenzia d’o-
gn’uomo», le chiede di esprimere un giudizio sulla fanciulla che sta per
prendere come nuova moglie («Che ti par della nostra sposa?») (58).
Griselda è stata richiamata nella casa in cui era stata padrona per prepa-
rare, ridotta alla condizione di «piccola fanticella» (52), le nozze dell’ex
marito con la nuova sposa, molto «più giovane» di lei e di grande bellez-
za: una fanciulla che «era guardata da ogn’uomo, e ciascun diceva che
Gualtieri aveva fatto buon cambio» (57).
È in questa situazione, a lei totalmente avversa, che Griselda pro-
nuncia la sua risposta definitiva a Gualtieri. Solo ora, per la prima e uni-
ca volta, Griselda rinfaccia esplicitamente al marchese le «punture» da
lui inflitte e da lei sostenute per tredici anni. È, la sua, una dichiarazione
resa con grande compostezza e dignità, nella forma di una generosa ri-
chiesta a favore della nuova sposa («quanto posso vi priego che […] non
diate a questa»). Eppure, di fronte a tutti i convenuti per le nuove nozze,
1 Cfr. G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Einaudi, Torino 1987, no-

vella X, 10, pp. 1232-48, a p. 1246, § 59. Da ora in poi sarà data direttamente nel testo
l’indicazione del numero del paragrafo della novella X, 10.

«Le forme e la storia» n.s. VIII, 2015, 2, pp. 577-94


578 Andrea Manganaro

la risposta di Griselda, che parla «della propria esperienza in termini im-


personali»2, risuona come un pubblico riconoscimento di «quelle pun-
ture»: ovvero dei patimenti che lei è stata costretta a «sostenere», come
pure delle continue vessazioni che Gualtieri ha voluto infliggerle. Nel ri-
spondere, dando voce al dolore tacitato da un lunghissimo silenzio, Gri-
selda si sdoppia tra l’io che parla al presente e la se stessa del passato
(«l’altra, che vostra fu») rievocata al marchese; ma tale spersonalizzazione
rende ancora più probante l’attestazione delle sofferenze subite, e inap-
pellabile la diretta chiamata in causa di chi ne è stato il responsabile (le
«punture» che «già deste»).
Solo dopo la risposta di Griselda, il marchese, accettando come in-
contestabili, con una puntuale ripresa, le parole della donna («le puntu-
re […] che io ti diedi»), ammette, per la prima volta, gli smisurati tor-
menti a cui ha sottoposto la donna, provando a motivarli dal proprio
punto di vista (62-63). E solo dopo le poche, incisive parole di Griselda,
Gualtieri decide di interrompere la finzione lungamente inscenata, sve-
landola pubblicamente: la fanciulla, presentata come la «novella sposa»
(55) giunta da Bologna, e il fratellino che l’accompagna, sono in realtà
i figli nati dal loro matrimonio, e da Gualtieri sottratti alla moglie, fa-
cendole credere, per tanti anni, di averli uccisi. Alla pubblica agnizione
segue la reintegrazione di Griselda nel ruolo di moglie del marchese e il
lieto fine.
Quest’ultima risposta di Griselda ricopre una funzione per nulla
marginale, ma risolutiva nell’economia narrativa della novella. Solo do-
po di essa, da essa determinata, la vicenda si scioglie definitivamente
giungendo alla conclusione. Solo dopo di essa si ha cioè la conversione
della storia travagliata in una tranquillità inattesa3.
Eppure (tranne poche, considerevoli eccezioni, per lo più nella mi-
sura di qualche acuta annotazione)4 la risposta conclusiva di Griselda
2 A. Quondam, Note a novella X, 10, in G. Boccaccio, Decameron, a cura di A.

Quondam, M. Fiorilla, G. Alfano, BUR, Milano 2013, pp. 1628-48, a p. 1646, n. 59.
3 «Conversio negotii exagitati in tranquillitatem non expectatam»: è l’ultima parte

di un intreccio drammatico, la «catastrophe», secondo lo Scaligero. Cfr. Iulii Caesaris


Scaligeri, Poetices libri septem, apud Antonium Vincentium, (s. l., ma Lione) 1561, Lib.
I, cap. 9 (Comoediae et tragoediae partes), p. 15. Cfr. G. Compagnino, Il significato del-
l’empirico: novella antica ed exemplum, in «Siculorum Gymnasium» n. s. LIII, 2000, pp.
135-65, a p. 145.
4 Cfr. C. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, in Storia della Letteratura ita-

liana diretta da E. Cecchi e N. Sapegno, II, Il Trecento, Garzanti, Milano 1981 (19651),
pp. 249-450, alla p. 394; Idem, Giovanni Boccaccio, Laterza, Roma-Bari 1980 (Lette-
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 579

non ha richiamato l’attenzione degli innumerevoli interpreti della notis-


sima ultima novella del Decameron, che è stata peraltro indagata con
«eccezionale acribia» e «sotto tutti gli aspetti»5. Né d’altra parte – va pre-
liminarmente chiarito – questo passo, seppur meritevole di maggiore at-
tenzione interpretativa, può essere oltremodo sopravvalutato, costituen-
do infatti solo un elemento all’interno di un testo estremamente proble-
matico, di notevole polisemia, di inesauribile significatività. La novella
X, 10 non appare oggi più riducibile a un’unica prospettiva interpreta-
tiva o a una sola chiave di lettura (esemplare, allegorica, figurale, o, più
raramente, realistica)6.
ratura Italiana Laterza diretta da C. Muscetta, 8), pp. 297-98; G. Bàrberi Squarotti,
L’ambigua sociologia di Griselda, in Il potere della parola. Studi sul «Decameron», Fede-
rico e Ardia, Napoli 1983, pp. 193-230, alle pp. 202, 226; F. Tateo, Boccaccio, Laterza,
Roma-Bari 1998, p. 216; T. Barolini, The marquis of Saluzzo, or the Griselda story before
it was hijacked. Calculating matrimonial odds in Decameron 10.10, in «Mediaevalia» 34,
2013, pp. 23-55, alle pp. 37, 42-43; S. Barsella, Tyranny and obedience. A political rea-
ding of the tale of Gualtieri, in «Italianistica» XLII, 2013, 2 (In memoria di Bruno Por-
celli. Boccaccio come modello, a cura di A. Casadei, M. Ciccuto, D. De Camilli, G. Ma-
si), pp. 67-77, alle pp. 75-76; N. Mineo, Decameron, X, 10: Dioneo e la «magnificenza»
invalidata, in La novella, a cura di A. Manganaro, «Le forme e la storia» n. s. VI, 2013,
2, pp. 87-97, a p. 95; A. Quondam, Note, cit.
5 Branca, Nota a Dec. X, 10, in Decameron, a cura di Id., cit., p. 1232, n. 6.
6 Fondamentale, per l’interpretazione in chiave allegorica di Griselda-Maria è, ov-

viamente, V. Branca, Boccaccio medievale, BUR, Milano 2010 (ma Sansoni, Firenze
19561), pp. 41, 128-29, 134; per la lettura archetipica-figurale (Griselda come «figura
Christi») cfr. M. Cottino-Jones, Realtà e mito in Griselda, in «Problemi» XI-XII, 1968,
pp. 522-23; Ead., Fabula vs. figura: another interpretation of the Griselda story, in «Itali-
ca» 50, 1973, 1, pp. 38-52; per un tentativo di composizione di questi elementi con l’i-
stanza sociologica cfr. Bàrberi Squarotti, L’ambigua sociologia di Griselda, cit.; per un’in-
terpretazione in chiave prevalentemente realistica cfr. M. Baratto, Realtà e stile nel «De-
cameron», Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 342-45, e per una lettura storicizzante e in
parte psicanalitica cfr. Muscetta, Giovanni Boccaccio, cit. Per un’efficace sintesi delle
varie linee interpretative e per più completi riferimenti bibliografici, non fornibili in
questa sede in modo esaustivo, cfr. anche: G. Savelli, Struttura e valori della novella di
Griselda, in «Studi sul Boccaccio» XIV, 1983-84, pp. 278-301, alle pp. 278-80; F. Bau-
si, Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del «Deca-
meron», in «Studi sul Boccaccio» XXVII, 1999, pp. 205-53, alle pp. 205-06; B. Barbiel-
lini Amidei, Una fonte per l’ultima novella del «Decameron» e la polisemia della scrittura,
in «Per leggere» 18, primavera 2010, pp. 63-80, alle pp. 71-72, 77-78; Barolini, The
marquis of Saluzzo…, cit., pp. 23-24. Per la questione delle fonti cfr. almeno R. Mora-
bito, Griselda: le fonti e il corpus, in La storia di Griselda in Europa, Atti del Convegno
(L’Aquila, 12-14 maggio 1988), a cura di Id., Japadre, L’Aquila-Roma 1990, pp. 7-20;
M. Olsen, Griselda. «Fabula» e ricezione, ivi, pp. 253-64; C. Di Girolamo e C. Lee,
Fonti, in Lessico critico decameroniano, a cura di R. Bragantini e P.M. Forni, Bollati Bo-
580 Andrea Manganaro

A sottrarre rilievo alla risposta conclusiva ha contribuito l’espressione


concisa e apparentemente distaccata, a fronte di quella più articolata,
emotivamente partecipe, con effetti patetici, della risposta precedente,
data da Griselda a Gualtieri nel momento in cui la caccia di casa. Ed è
infatti apparsa, quella risposta, in cui Griselda chiede «almeno una sola
camiscia sopra la dota» (44-45), anche come la sola «azione di Griselda
in tutta la novella»7. Ma ciò che ha soprattutto attenuato funzione e ri-
levanza della risposta conclusiva è stato l’averla esclusa dalla sequenza
delle “prove”. Le «pruove» (69) a cui la donna viene sottoposta dal mar-
chese sono infatti solitamente ritenute tre, secondo un modello fiabe-
sco8: l’uccisione prima della figlia, poi del figlio (entrambe finte, ma da
Griselda ritenute come effettivamente avvenute), e, terza, il ripudio, la
restituzione al padre «in camiscia e scalza e senza alcuna cosa in capo»
(47): ultima, sì, ma nella prospettiva di Gualtieri («parendo tempo a
Gualtieri di fare l’ultima pruova della sofferenza di costei», 40). La rispo-
sta conclusiva di Griselda non è invece annunciata come prova né dal
narratore della novella, Dioneo, né da Gualtieri («al qual pareva piena-
mente aver veduto quantunque disiderava della pazienza della sua don-
na»). Il marchese, infatti, «veggendo che di niente la novità delle cose la
cambiava» non si aspetta nient’altro che un’ulteriore riprova dell’imper-
turbabilità di Griselda e le pone la domanda sulla nuova sposa quando
finalmente «gli parve tempo di doverla trarre dall’amaritudine» (58).
La risposta attesa, che dal punto di vista del marchese dovrebbe
coincidere con una tautologica riconferma della paziente sottomissione
della donna e con una pubblica riaffermazione del proprio potere, non
può però non risultare come un’ennesima, difficilissima, “prova” nella
prospettiva “altra” della donna. Giudicata, Griselda, per il parere che, in
una situazione a lei sfavorevolissima, le è stato chiesto di dare sulla gio-
vane donna che sta per prendere il suo posto accanto a Gualtieri. E Gri-
selda – il narratore è stato esplicito nel rilevarlo – aveva già silenziosa-
mente e acutamente sofferto («forte in se medesima si dolea») quando
aveva compreso che il marito «un’altra donna prender potesse e lasciar»

ringhieri, Torino 1995, pp. 142-61, a p. 161; L. Rossi, La maschera della magnificenza
amorosa: la decima giornata, in Introduzione al Decameron, a cura di M. Picone e M.
Mesirca, Cesati, Firenze 2004, pp. 267-88, alle pp. 278-88. E cfr. anche L’Histoire de
Griselda. Une femme exemplaire dans les littératures européennes, a cura di J.-L. Nardone
e H. Lamarque, Presses Universitaires du Mirail, Toulouse 2000.
7 Savelli, Struttura e valori della novella di Griselda, cit., p. 286.
8 Bàrberi Squarotti, L’ambigua sociologia di Griselda, cit., pp. 198-99.
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 581

lei (40). La ragione del suo dolore consisteva infatti nel dover «ritornare
a casa del padre», ridotta all’umile condizione sociale originaria, ma an-
che nel vedersi abbandonare dall’uomo che amava per essere sostituita
con un’altra donna («vedere a un’altra donna tener colui al quale ella vo-
leva tutto il suo bene», 41). Fino all’ultimo, fino alla crudele richiesta di
farle preparare le nuove nozze e assistervi, nonostante tutte le «coltella al
cuor» inferte da Gualtieri, Griselda non aveva cioè «potuto por giù l’a-
more che ella gli portava» (51).
È in questa chiarissima condizione di estrema esposizione emotiva
che lei risponde a Gualtieri. L’ultima risposta, seppur non dichiarata co-
me prova da Gualtieri, che già non si aspetta nessun cambiamento, non
può non esserlo sia per Griselda, sia per la stessa logica narrativa della
novella. Ed è proprio con questa ultima “prova”, nel modo in cui la su-
pera, non limitandosi a subire passivamente, che Griselda si caratterizza
ulteriormente come un personaggio molto più complesso di quello ele-
vato da Petrarca ad exemplum nel De insigni obedientia et fide uxoria 9.
Nella novella di Boccaccio, Griselda, diversamente dalle attese di
Gualtieri, non si limita infatti a riconfermare la sua «pazienzia» (27). Al
marchese «osa rispondere con una energia di parole che è pari alla forza
della sua sopportazione»10. Non tace più sulla crudeltà di Gualtieri, e fi-
nalmente dà voce, con grande compostezza, in forma «oblativa» e «im-
personale»11, anche alla propria sofferenza, rievocando i tormenti inferti
«all’altra, che vostra fu». Una scelta coraggiosa e non scontata, quella di
rinfacciare così apertamente le «punture», per la prima volta e in pub-
blico: avrebbe anche potuto condurre Gualtieri, secondo la stessa «logi-
ca della novella», a «rivedere l’acquisito convincimento della sua obbe-
dienza»12. Griselda è consapevole che solo il suo essere «temprata dal-
la miseria» le ha consentito di «resistere» alle angherie del marchese13.
La sua reazione all’azione vessatoria condotta da Gualtieri è consistita
in una «resistenza», in un «continuo, ribadito patire»14, che finalmen-

19 Cfr. G. Boccaccio, F. Petrarca, Griselda, a cura di L.C. Rossi, Sellerio, Palermo


1991; L.C. Rossi, La novella di Griselda fra Boccaccio e Petrarca, ivi, pp. 9-21. Cfr. R.
Bessi, La Griselda del Petrarca, in La novella italiana (Atti del Convegno di Caprarola,
19-24 settembre 1988), Salerno Editrice, Roma 1989, pp. 711-26.
10 Muscetta, Giovanni Boccaccio, cit., p. 298.
11 Quondam, Note a novella X, 10, cit., p. 1646, n. 59.
12 Mineo, Decameron, X, 10: Dioneo e la «magnificenza» invalidata, cit., p. 95.
13 Muscetta, Giovanni Boccaccio, cit., p. 297.
14 Cfr. Saccone, Azione, in Lessico critico decameroniano, cit., pp. 60-72, a p. 71.
582 Andrea Manganaro

te viene da lei stessa dichiarato. E le sue parole assumono una signifi-


catività tanto maggiore perché emergono da un pressoché assoluto si-
lenzio.
Ma è nella propria condizione sociale d’origine, opposta a quella
della nuova sposa, che Griselda indica la ragione della propria capacità
di «sostenere» «punture» e «pruove». Non è ovviamente, il suo, orgoglio
delle umili origini, ma affermazione della propria dignità15 e profonda
consapevolezza della propria alterità sociale. L’opposizione che ella stes-
sa stabilisce è tra le «dilicatezze», il lusso e le raffinatezze a cui era abi-
tuata la nobile, giovane sposa, e le «continue fatiche», le difficoltà e il la-
voro a cui lei era avvezza già «da piccolina». E a queste diverse condizio-
ni correla l’impossibilità o la possibilità di resistenza. La fortitudo, la ca-
pacità di sopportare le avversità, ha secondo Griselda origine nella con-
dizione sociale, «abissalmente diversa»16, da cui proveniva prima del ma-
trimonio17.
E però nella risposta di Griselda, nel suo evidenziare, fino alla fine,
la coscienza della propria alterità sociale, non c’è solo la dignitosa riven-
dicazione della propria capacità di sopportazione. Quella sua afferma-
zione implica, tacitamente, di conseguenza, un’altra verità: al marchese
è stato possibile infliggere «quelle punture» solo grazie a quella alterità
di Griselda. Solo il suo essere figlia di un uomo «poverissimo», solo l’e-
norme dislivello della condizione sociale, hanno consentito a Gualtieri
di poter sviluppare la sua azione, il sottoporla a smisurate vessazioni.
Era, infatti, Griselda, totalmente esente da qualsiasi sistema di protezio-
ne sociale, per l’infimo status della sua famiglia di provenienza18. Dopo
la risposta di Griselda, Gualtieri motiva le azioni, che – ammette – lo
hanno fatto reputare «crudele e iniquo e bestiale» (61) come funzionali
al fine che si era proposto: il voler «insegnar» alla donna «d’esser moglie»
e ai suoi vassalli «di saperla tenere». Ma proprio Griselda «non aveva,
15 Cfr. Savelli, Struttura e valori della novella di Griselda, cit., pp. 286-89.
16 Bàrberi Squarotti, L’ambigua sociologia di Griselda, cit., p. 213.
17 Cfr. Muscetta, Giovanni Boccaccio e i novellieri, cit., p. 394, che cita, a proposito

di Griselda, la definizione di «fortitudo» data da Cicerone nel De inventione («pericu-


lorum susceptio et laborum perpessio»). Bausi (Gli spiriti magni. Filigrane aristoteliche
e tomistiche…, cit., pp. 240-53), ha individuato nella trattatistica etica tomistico-aristo-
telica il modello di riferimento per Boccaccio nella costruzione della fisionomia di Gri-
selda; cfr. L. Battaglia Ricci, Decameron, X, 10: due ‘verità’ e due modelli etici a confron-
to, in «Italianistica» XLII, 2013, 2 (In memoria di Bruno Porcelli, cit.), pp. 79-90, alle
pp. 88-90.
18 Barolini, The marquis of Saluzzo…, cit., p. 37.
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 583

non ha nulla da apprendere»19 perché la sua formazione era già avvenu-


ta, con modalità totalmente diverse, «da piccolina».
L’ultima risposta di Griselda è l’emblema della sua condizione di al-
terità e della coscienza che ella stessa ne ha. Ma la percezione dell’alterità
non riguarda solo questo personaggio. In tutta la novella emerge infatti
«l’opposizione medesimo/altro»20. E ciò a partire da colui che lo stesso
autore ha indicato come il vero protagonista dell’intreccio, Gualtieri. È
stato Petrarca, nella sua reinterpretazione della novella, a far passare il
centro di gravità da Gualtieri a Griselda, da lui eletta ad assoluta prota-
gonista, e ad esempio di fedeltà coniugale21. E non c’è dubbio – ce lo ha
segnalato Segre – che è già l’individuazione del protagonista a condizio-
nare l’interpretazione della novella22. Ma nella rubrica, che nel Decame-
ron ha la funzione di «rappresentare l’istanza autoriale», di offrire cioè
«lo schema narrativo» e «l’indice tematico» di ogni novella23, Boccaccio
aveva dato indicazioni inequivocabili sul protagonista: il soggetto del
procedere dell’intreccio è il «marchese di Sanluzzo», che «da’ prieghi de’
suoi uomini costretto di pigliar moglie, per prenderla a suo modo piglia
una figliuola d’un villano» (1). E anche il narratore secondo, Dioneo, la
voce «sghemba» della brigata24, nel suo discorso introduttivo alla novella
ribadisce l’individuazione del protagonista in Gualtieri («vo’ ragionar
d’un marchese»), presentandolo però immediatamente come «un con-
tro-esempio» rispetto al tema della giornata25. La sua azione rappresenta
infatti «non cosa magnifica, ma una matta bestialità», dalla quale, già in
19 Cfr. Saccone, Azione, cit., p. 71.
20 Cfr. A. Pioletti, Lo sguardo sull’altro, lo sguardo dell’altro. Per un’introduzione, in
Lo sguardo sull’altro, lo sguardo dell’altro. L’alterità in testi medievali, a cura di M. Cas-
sarino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011 («Quaderni del Medioevo Romanzo e
Orientale», 1), pp. 9-20, alle pp. 13, 16-17: «L’alterità è un tempo e uno spazio diversi.
È il luogo altro dove batte un tempo altro. […] È il gruppo sociale antagonista. […] È
la donna. È l’uomo. Irriducibili l’uno all’altro».
21 Cfr. Compagnino, Il significato dell’empirico: novella antica ed exemplum, cit.,

pp. 146-52.
22 Cfr. C. Segre, Perché Gualtieri di Saluzzo odiava le donne?, in Studi di Filologia

Medievale offerti a D’Arco Silvio Avalle, Ricciardi, Milano 1996, pp. 445-52.
23 M. Picone, Autore/narratori, in Lessico critico decameroniano, cit., pp. 34-59, a

p. 56.
24 G. Mazzacurati, All’ombra di Dioneo. Tipologie e percorsi della novella da Boccac-

cio a Bandello, a cura di M. Palumbo, La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 37-43.
25 G. Alfano, Scheda introduttiva alla novella X, 10, in Decameron, a cura di Quon-

dam, cit., pp. 1492-94. E cfr. Battaglia Ricci, Decameron, X, 10: due ‘verità’ …, cit.,
pp. 80-84, 88; Mineo, Decameron, X, 10: Dioneo e la «magnificenza» invalidata, cit.
584 Andrea Manganaro

premessa, Dioneo avverte di prendere le distanze, anticipando il com-


mento finale («io non consiglio alcun che segua», 3). E comunque, sia la
rubrica, sia l’esordio di Dioneo, sia tutta la parte iniziale della novella in-
negabilmente «sanciscono la centralità di Gualtieri»26.
Per tutto il «nodo» della novella27, cioè per quella sezione dell’intrec-
cio che va dall’inizio fino alla conclusione delle nozze, corrispondente a
23 dei 69 paragrafi (esattamente un terzo), è Gualtieri il soggetto asso-
luto dell’azione, di cui Griselda è solo l’oggetto passivo28. Consiste, in-
fatti, l’azione della novella, condotta dal «marchese di Sanluzzo», nel «pi-
gliar» come moglie «una figliuola d’un villano» (1). Non per propria ini-
ziativa Gualtieri si sposa (anzi, non ne aveva «alcun pensiero», 4), ma so-
lo perché «costretto» dalle pressanti richieste dei suoi vassalli che voleva-
no scongiurare, all’interno dell’istituzione feudale, un vuoto di potere.
E affinché «egli senza erede né essi senza signor rimanessero» (5), i «suoi
uomini» avrebbero voluto scegliergli la sposa in base alla garanzia della
nobiltà di sangue («di sì fatto padre e madre discesa, che buona speranza
se ne potrebbe avere», 5). È però solo di Gualtieri («per prenderla a suo
modo») la scelta come moglie di una contadina di infima condizione.
Nel definire lo status di Griselda, Boccaccio «appunta la sua atten-
zione sulla dimensione “materiale”»29, evidenziandone costantemente
l’assoluta alterità socioeconomica rispetto al marchese: «una povera gio-
vinetta», la quale viveva con il padre, «che poverissimo era», in un villag-
gio («una villa vicina») (9), in una «povera casa» (17); era vestita di «po-
veri panni» (26), di pessima qualità («pannicelli romagnoli e grossi», 52),
ed era occupata in «piccioli servigi della paterna casa» (48) come il por-
tar l’acqua «dalla fonte» (16) e «guardar le pecore» (41)30. I suoi parenti

26 L. Surdich, Boccaccio, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 192.


27 Cfr. Aristotele, Dell’arte poetica, a cura di C. Gallavotti, Mondadori, Milano
1978, pp. 62-63 (18, 1).
28 Cfr. E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. I: Economia, pa-

rentela, società. Einaudi, Torino 1988, p. 185: «la donna non si sposa, ma è sposata.
Non compie un atto, cambia solo di condizione»; cfr. D. Owen Hughes, Il matrimonio
nell’Italia medievale, in Storia del matrimonio, a cura di M. De Giorgio e C. Klapisch-
Zuber, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 5-61, a p. 15.
29 Cfr. Compagnino, Il significato dell’empirico: novella antica ed exemplum, cit.,

p. 136.
30 Le «fatiche» di Griselda erano quelle tipiche del lavoro femminile nelle campa-

gne: cfr. C. Opitz, La vita quotidiana delle donne nel tardo Medioevo (1250-1500), in
Storia delle donne in Occidente. Il Medioevo, a cura di C. Klapisch-Zuber, Laterza, Ro-
ma-Bari 1990, pp. 330-401, alle pp. 364-65.
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 585

«stati son sempre lavoratori», laddove quelli di Gualtieri – come lui stes-
so dichiarerà – da sempre «sono stati gran gentili uomini e signori di
queste contrade» (43).
Quel termine, «lavoratori», ossia contadini, marca fortemente la
«differenza di status»: vivono, come Griselda, in «villa», in uno spazio
che segna anche «una differenza antropologica». La campagna nel Deca-
meron è infatti il luogo «di una ordinaria fatica e di una miseria altret-
tanto ordinaria». È uno spazio «distante e altro», che non solo segna una
«differenza» culturale, ma «un’alterità» totale, «ribadita dal fatto che la
“villa” non registra mobilità sociale o contaminazione di status»31. A fare
eccezione è solo Griselda, che diversamente dai «membri della sua classe,
ai quali è promesso il paradiso nell’aldilà», riesce ad accedervi «in questa
vita, ma a caro prezzo»32.
È straordinario, assolutamente eccezionale, radicalmente innovativo
rispetto al contesto feudale in cui è situata la vicenda, il fatto che un no-
bile, peraltro di rango così elevato, possa prendere come moglie l’appar-
tenente a una categoria sociale incomparabilmente “altra”. Un’alterità
segnata non solo dalla condizione giuridica, dall’abissale disuguaglianza
economica, ma anche da quella «frontiera della stima e del disprezzo»
costituita dal «lavoro manuale», con cui Gualtieri identifica, marchian-
doli, i parenti di Griselda («i tuoi stati son sempre lavoratori»)33. Una
scelta, quella di Gualtieri, inusuale anche rispetto ai codici culturali e ai
modelli letterari di riferimento. Il De amore di Andrea Cappellano, ben
noto al Boccaccio (peraltro possibile autore, come è stato ipotizzato, di
un suo volgarizzamento) codifica la relazione tra amanti di diversa con-
dizione sociale, e anche «il motivo del “mettere alla prova” l’amante di
condizione sociale inferiore». Ed è stato dimostrato come tale opera sia
riecheggiata nella novella X, 10, «che allude sin dal nome del protagoni-
sta maschile al Gualtieri d’amore, com’era spesso chiamato nel medioevo
il trattato di Andrea»34. E però l’ambito dei dislivelli sociali tra amanti
31 A. Quondam, Le cose e le parole del mondo, in Decameron, a cura di Id., cit., pp.

1669-802, alle pp. 1730-32.


32 Cfr. M. Plaisance, Città e campagna, in Letteratura italiana diretta da A. Asor

Rosa, V, Le Questioni, Einaudi, Torino 1986, pp. 583-634, a p. 591.


33 Cfr. J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante. E altri saggi sul lavoro

e la cultura nel Medioevo, Einaudi, Torino 1977, p. 69; A. Pioletti, La condanna del la-
voro. Gli «ordines» nei romanzi di Chrétien de Troyes, in «Le forme e la storia» I, 1980,
1-2, pp. 71-109, alle pp. 95-98.
34 Cfr. Barbiellini Amidei, Introduzione a Libro d’amore attribuibile a Giovanni

Boccaccio. Volgarizzamento del De amore di Andrea Cappellano, edizione critica a cura


586 Andrea Manganaro

(non tra sposi) codificato nel trattato è pur sempre confinato a uno spa-
zio di dialogo possibile, quello tra «nobile» e «popolare»35. Oltre questa
distanza non è invece ipotizzabile una relazione. Quella tra nobili e «la-
voratori» è anzi recisamente e normativamente esclusa («quel che di so-
pra detto avem de l’amor de’ popolari, non credessi che fosse da referrire
all’amor de’ lavoratori»). Il rapporto di un nobile con una delle «femine
loro» è prevedibile, ma solo come brutale possesso, come esercizio della
«forza»: «e se trovi luogo acconcio, non t’indugiar di prender quello che
vuoli, e abracciandola ben per forza, imperciò che a pena potresti mai
tanto mitigar la loro durezza che riposatamente ti concedessen quel che
domandi. Né sofferranno che tu prendi li desiderati sollazzi se un poco
di forza non vi lavora, che discacci la lor salvatica vergogna»36.
Griselda appartiene inequivocabilmente a una famiglia di «lavorato-
ri», di coloro che sono collocati al gradino più basso della scala sociale37.
I «lavoratori miseri e poveri», che vivono «per le sparte ville e per li cam-
pi», sin dalle prime pagine del Decameron 38 sono contrapposti agli abi-
tanti della città per l’alterità della loro vita, «tutta fatica e senza nessuna
sosta nel suo pesante ritmo»39. L’irriducibile diversità tra «signori» e «la-
voratori», che lo stesso Gualtieri enuncia prima di cacciare di casa Gri-
selda (43), nella realtà storica «tracciava tra le donne una linea di demar-
cazione altrettanto netta»: da una parte le «dame» e le «pulzelle»; dall’al-
tra la «massa delle villane, di cui il “cortese” era autorizzato a impadro-
nirsi a suo arbitrio per farne brutalmente quel che voleva»40. In un siste-
ma feudale, e tale è quello al quale appaiono «organicamente legati» i
protagonisti41, una «graziosa pastorella non ha mai avuto la minima pos-
sibilità di farsi amare dal principe»42.

di Ead., Accademia della Crusca, Firenze 2013, pp. 7-81, a p. 8; Ead., La novella di
Gualtieri e Griselda (Dec. X, 10) e il libro di Gualtieri, in «Filologia e critica» 2005, 1,
pp. 3-33.
35 Cfr. Libro d’amore attribuibile a Giovanni Boccaccio, cit., p. 223 e sgg.: «Se più

nobile vuol amore di femina popolare».


36 Ivi, p. 277: «De l’amor de’ lavoratori».
37 Cfr. M. Plaisance, Città e campagna, cit., pp. 590-91.
38 Cfr. Decameron, a cura di Branca, cit., p. 27 (I, introduzione, 43).
39 Muscetta, Giovanni Boccaccio, cit., p. 161.
40 G. Duby, Il modello cortese, in Storia delle donne in Occidente. Il Medioevo, cit.,

pp. 310-29, a p. 317.


41 Baratto, Realtà e stile nel «Decameron», cit., p. 342.
42 P. L’Hermite-Leclercq, Le donne nell’ordine feudale (XI-XII secolo), in Storia delle

donne in Occidente. Il Medioevo, cit., pp. 251-309, a p. 277.


L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 587

E però, la scelta, da parte del marchese, di una moglie appartenente


a una categoria sociale totalmente disomogenea, non è gratuita o casua-
le. Si fonda sulla consapevolezza della difficoltà di poter trovare una
donna appropriata («poter trovare chi co’ suoi costumi ben si convenga»),
essendo rarissima la «convenienzia», la «conformità di costumi»43. Ma la
scelta come moglie di Griselda è soprattutto correlata a una critica radicale
dei fondamenti stessi della nobiltà di sangue. La scelta della sposa, sostiene
il marchese, demolendo «criteri socialmente condivisi»44, non può fondarsi
sulla garanzia della discendenza: «il dire che voi vi crediate a’ costumi de’
padri e delle madri le figliuole conoscere […] è una sciocchezza» (7). Crol-
lata quella certezza, altro non resta se non una individuale «perspicacia» e
la scelta della moglie diviene inevitabilmente soggetta al dubbio e all’erro-
re, e necessita di verifiche continue, mai definitive45. Proprio per l’acutez-
za dimostrata nell’avere individuata «l’alta vertù di costei nascosa sotto i
poveri panni e sotto l’abito villesco» (26), Gualtieri giunge anche ad essere
considerato «il più savio e il più avveduto uomo che al mondo fosse»; ma
questo prima che gli entrasse «un nuovo pensier nell’animo» (di mettere
alla prova Griselda «con lunga esperienza e con cose intollerabili», 27).
E però non è tanto per proporre un modello alternativo che Gual-
tieri sposa la pastorella figlia del povero «Giannucole» (17). Né per una
semplice rivalsa nei confronti dei propri vassalli, unicamente interessati
alla conferma dei rapporti di potere, alla continuità dei benefici e degli
obblighi che potevano essere garantiti, nel marchesato, da un erede le-
gittimo46. Costretto a fare quello che «del tutto aveva disposto di non far
mai» (6), obbligato a sposarsi per mantenere il proprio potere, Gualtieri
compie una scelta così rivoluzionaria47 perché vuole assicurarsi comun-
que la massima libertà possibile, eliminando ogni condizionamento che
possa provenirgli dagli altri48: da parte dei vassalli, ai quali vuole confer-
43 Cfr. Quondam, Note a novella X, 10, cit., p. 1630, n. 6 e n. 7.
44 Cfr. L. Fabbri, Trattatistica e pratica dell’alleanza matrimoniale, in Storia del ma-
trimonio, cit., pp. 91-117, alle pp. 93-94, 110.
45 Cfr. Bàrberi Squarotti, L’ambigua sociologia di Griselda, cit., p. 226.
46 Cfr. A. Barbero, C. Frugoni, Dizionario del Medioevo, Laterza, Roma-Bari

2001, pp. 114-16, 166.


47 L. Fabbri, Trattatistica e pratica dell’alleanza matrimoniale, cit., p. 110: il matri-

monio non doveva «turbare l’ordine sociale, ma conformarsi ad esso seguendo il criterio
dell’omogamia». Era costante la «raccomandazione a sposarsi all’interno della propria
fascia sociale»: “Ambula cum tuis” era la regola fondamentale alla quale attenersi.
48 Cfr. Barolini, The marquis of Saluzzo…, cit., pp. 28, 32; Barsella, Tyranny and

obedience…, cit., p. 72.


588 Andrea Manganaro

mare il proprio potere assoluto, ma soprattutto da parte dell’“altra”, di


una moglie, con le connesse «catene» della vita coniugale (8). Gualtieri
non vuole accettare la possibilità che l’“altra” muti la sua vita49. E per-
tanto diviene egli stesso «il trovatore» (8), per sottrarsi a ogni condizio-
namento da parte dei suoi «uomini», ma anche per poter scegliere una
moglie che gli garantisca la più totale obbedienza. Dopo la risposta con-
clusiva di Griselda indica la profonda ragione della sua iniziale avversio-
ne al matrimonio nella «gran paura» della perdita della tranquillità e del-
la pace (la «quiete»), ossia nell’angoscia della discontinuità determinata
nella propria vita dal doverla condividere con un’altra persona («mentre
teco a vivere avessi», 61). Era il terrore della perdita di identità e di li-
bertà assoluta alla base della sua scelta di Griselda. Era la volontà di non
accettare il limite posto dall’“altro” a fargli scegliere chi, in quanto «po-
vera giovinetta», necessariamente subordinata e senza alcuna protezione
familiare, potesse essergli sempre «obediente» e «compiacergli» in tutto
(18). L’obbedienza e la sottomissione della donna al marito erano peral-
tro legittimate dalla dottrina morale della Chiesa50. E però nessuna fa-
miglia di rango elevato51 avrebbe potuto accettare le crudeltà smisurate
commesse dal marchese sulla moglie, «per prova pigliarne» (61).
Le ragioni effettive della scelta di Griselda come moglie, per la de-
bolezza della sua condizione sociale, non vengono però minimamente
dichiarate da Gualtieri. Né sarai mai lui a enunciarle. La narrazione è
cursoria, elusiva rispetto alle motivazioni, limitate a un generico gradi-
mento dell’aspetto della fanciulla (non nominata, non altrimenti defini-
ta se non per la sua condizione sociale), a cui segue immediatamente la
decisione: «Erano a Gualtieri buona pezza piaciuti i costumi d’una po-
vera giovinetta […], e parendogli bella assai estimò che con costei do-
vesse potere aver vita assai consolata. E per ciò, senza più avanti cercare,
costei propose di volere sposare». E così pure gli accordi matrimoniali,
l’aspetto fondamentale di un matrimonio medievale, sono narrati con
49 Cfr. Barolini, The marquis of Saluzzo…, cit., pp. 39-43.
50 Cfr. Opitz, La vita quotidiana delle donne nel tardo Medioevo (1250-1500), cit.,
p. 341, per il riferimento alla Lettera agli Efesini. Ma cfr. anche, in Decameron, IX, 9,
3, l’affermazione di Emilia sulla naturale subordinazione delle donne agli uomini: «a
ciascuna, che quiete, consolazione e riposo vuole con quegli uomini avere a’ quali s’ap-
partiene, dee essere umile, paziente e ubidente oltre all’essere onesta».
51 Secondo Rossi (La maschera della magnificenza amorosa: la decima giornata, cit.,

p. 282), «nessuna comunità medievale avrebbe preteso che due giovani creature nate da
un legittimo matrimonio, per quanto originate da una plebea, fossero […] uccise in te-
nera età».
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 589

estrema sintesi («e fattosi il padre chiamare, con lui, che poverissimo era,
si convenne di torla per moglie») (9). E la brevitas di questa narrazione,
contrastiva rispetto alla laboriosità delle trattative matrimoniali nella
realtà storica, è l’emblema di quanto sia straordinaria la scelta di Gual-
tieri, di quanto sia assolutamente eccezionale il suo prendere come mo-
glie un’umilissima contadina. Se, come è stato scritto, «l’architettura del-
lo scenario matrimoniale» nella Firenze del XIV secolo è paragonabile a
un trittico, in cui la predella, l’elemento «che deve sostenere tutto l’in-
sieme», è costituita dai negoziati e dagli accordi preliminari tra le parti,
è proprio questo fondamento a risultare, anche narrativamente, del tutto
inconsistente, quasi invisibile, nel caso di Gualtieri e Griselda52.
Alla brevitas della narrazione si contrappone in modo contrastivo il
lungo, articolato discorso diretto con cui il marchese detta ai suoi «va-
lenti uomini», minacciandoli, le sue precise condizioni: che spetti a lui
solo scegliersi la sposa e che essi promettano di onorarla come loro si-
gnora, chiunque ella sia (8). E parimenti un altro, articolato discorso ri-
volto ai suoi «amici della contrada» segue alla rapida narrazione della
scelta di Griselda. E così come prima non aveva dichiarato in quale di-
rezione si sarebbe orientata la sua scelta, ora, dopo averla compiuta, non
definisce minimamente la condizione sociale della sposa, ma ottiene che
i vassalli confermino il giuramento («che, fosse chi volesse, essi l’avrebber
donna e onorerebbonla in tutte cose sì come donna», 12). Non giustifi-
cata, non motivata, non nota, l’alterità sociale della nuova sposa viene
però proletticamente ammessa dai vassalli, che danno incondizionata-
mente il loro consenso preventivo53.
Di quella scelta è parimenti totalmente ignara la stessa Griselda, sino
a quando incontra il marchese, giunto, a cavallo, e «con tutta la compa-
gnia sua», nel piccolo villaggio in cui ella vive. Si assiste in questo caso a
uno sdoppiamento del personaggio simmetrico a quello che si è già evi-
denziato nella risposta conclusiva. Anche qui Griselda si rapporta a
un’altra, che è lei stessa, ma con un altro ruolo sociale. Griselda, di cui
non è ancora stato fatto il nome54, è presentata dal narratore mentre, an-
cora impegnata in un tipico lavoro femminile, portare acqua dalla fonte,
52 Cfr. Klapisch-Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, Laterza,

Roma-Bari 1988, pp. 114-17.


53 Cfr. Barolini, The marquis of Saluzzo…, cit., pp. 34-36.
54 Il nome del personaggio, come già quello di Ghismonda in IV, 1, 17, viene da-

to a sorpresa, dopo che è già stato introdotto; cfr. Branca, Nota a Dec. X, 10, in Deca-
meron, a cura di Id., cit., pp. 1236-37, n. 6.
590 Andrea Manganaro

accorre con altre donne a vedere la sposa del marchese, ignorando che a
ricoprire quel ruolo sarebbe stata proprio lei stessa. Nella risposta con-
clusiva, con mutamento di prospettiva temporale, Griselda si sdoppia tra
la se stessa del presente, in quel momento non più sposa, e il ruolo che
lei prima aveva ricoperto («l’altra, che vostra fu»). In entrambi i casi, sia
nel primo incontro di Griselda col marchese, sia nella sua ultima rispo-
sta, è sempre comunque l’alterità di ruolo a determinare lo sdoppiamen-
to del personaggio:
E giunti a casa del padre della fanciulla e lei trovata che con acqua tornava
dalla fonte in gran fretta per andar poi con altre femine a veder venire la
sposa di Gualtieri; la quale come Gualtier vide, chiamatala per nome, cioè
Griselda, domandò dove il padre fosse; al quale ella vergognosamente ri-
spose: «Signor mio, egli è in casa» (16).

Nella rappresentazione della parte centrale del «trittico» matrimo-


niale in cui viene messo in scena «il domicilio della fanciulla»55, la nar-
razione si concentra sulla promessa che Gualtieri, entrato da solo «nella
povera casa», alla sola presenza del «padre di lei», richiede a Griselda (che
sempre «s’ingegnerebbe di compiacergli e di niuna cosa che egli dicesse
o facesse non turbarsi», 18). Non pronuncia un giuramento, Griselda,
ma dà il suo consenso incondizionato alle richieste del marchese («a tut-
te rispose di sì»)56. Ma è fuori della casa che Gualtieri mette in scena la
rappresentazione del mutamento di ruolo di Griselda, facendola «spo-
gliare ignuda», «in presenza di tutta la sua compagnia», e facendola «pre-
stamente» rivestire con gli abiti appositamente preparati che le ha porta-
to in dono57. Un gesto, questo, di grande rilevanza simbolica, che da una
55 Cfr. Klapisch-Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, cit.,
p. 117.
56 Cfr. R. Fossier, Il risveglio dell’Europa. 950-1250, Einaudi, Torino 1985, p.

363: nel matrimonio medievale «il consensus è necessario, e questo limita le possibilità
di ripudio».
57 Cfr. Klapisch-Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, cit., pp.

167-74 (La «vestizione» di Griselda), in part. p. 167: evidenzia precisi riferimenti ai riti
nuziali della Firenze trecentesca nella quale i doni degli abiti alle spose, da parte dei ma-
riti, «non rispondono soltanto a un’esigenza di reciprocità; sono anche gli agenti sim-
bolici indispensabili all’aggregazione della donna a un altro focolare e a un altro lignag-
gio»; il «carattere temporaneo» del dono dei vestiti (che potevano essere «ripresi dal ma-
rito»), dimostra che «l’atto di vestire la donna è un rito di passaggio, e più precisamente
un rito di aggregazione». Cfr. anche E. Weaver, Dietro il vestito: la semiotica del vestire
nel “Decameron”, in La novella italiana, cit., pp. 701-10.
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 591

parte marca l’assoluta assenza di dote da parte della sposa (particolar-


mente percepibile dai fiorentini del Trecento, per i quali un matrimonio
senza dote appare «più condannabile di un’unione che la Chiesa non po-
trebbe benedire»)58; dall’altra evidenzia come l’elevazione di status di Gri-
selda sia unicamente dovuta all’arbitraria scelta del marchese. E proprio
questo gesto viene richiamato dalla stessa Griselda, a distanza di tempo,
allorché Gualtieri, fingendo di aver ottenuto dal papa la dispensa dal
matrimonio, la manda via di casa, restituendola al padre soltanto «con la
dote» che lei gli aveva recato (43). Mostra allora, Griselda, in un «discor-
so di grandissima dignità»59, la sua piena consapevolezza di come quelle
nozze fossero state fondate su una «relazione asimmetrica», non solo dal
punto di vista sociologico ed etico («io conobbi sempre la mia bassa con-
dizione alla vostra nobiltà in alcun modo non convenirsi»), ma anche da
quello propriamente economico. E non solo perché ha ben presente di
non aver portato nessuna «dota» se non il suo corpo («di mente uscito
non m’è che ignuda m’aveste»), ma anche perché profondamente con-
sapevole di come le nozze fossero state un prestito da parte di Gualtieri
(«quello che io stata son con voi da Dio e da voi il riconoscea, né mai,
come donatolmi, mio il feci o tenni, ma sempre l’ebbi come prestato-
mi», 44), e «una perdita irrisarcibile» per lei60. E irrisarcibile, ancor più
che per la «virginità» («che io ci recai e non me la porto»), per i figliuoli
(che ritiene uccisi) ai quali qui, per l’unica volta, fa preciso riferimento.
E però al padre, Gualtieri, ne ricorda non la morte, ma l’averli messi al
mondo: «e se voi giudicate onesto che quel corpo nel quale io ho portati
i figliuoli da voi generati sia da tutti veduto, io me n’andrò ignuda» (45).
A spiegare, sia pure indirettamente, le motivazioni profonde alla ba-
se della scelta, da parte del marchese, di una unione coniugale talmente
«asimmetrica», è, paradossalmente, Griselda, nella risposta conclusiva:
solo la sua alterità sociale, solo l’enorme dislivello socioeconomico, solo
l’inconsistenza della propria famiglia, hanno reso possibile a Gualtieri la
sua smisurata opera di vessazione, insopportabile per una moglie (e una
famiglia) omogenea socialmente a Gualtieri. La risposta finale di Grisel-
da attesta la fondatezza della scelta iniziale fatta da Gualtieri. La non va-
lidità di una scelta fondata sulla nobiltà di sangue, sostenuta da Gualtie-
58 Cfr. Klapisch-Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, cit.,
p. 154.
59 Savelli, Struttura e valori della novella di Griselda, cit., p. 286.
60 Compagnino, Il significato dell’empirico: novella antica ed exemplum, cit., p. 136;
Bàrberi Squarotti, L’ambigua sociologia di Griselda, cit., pp. 217-18.
592 Andrea Manganaro

ri, viene ribadita da Griselda, con il «tatuaggio», la «lettera incisa sul cor-
po», la «materialità» di ciò che ha patito, e con le sue parole finali61. Ra-
gioni riprese da Dioneo, nel suo commento conclusivo, con l’interroga-
tiva retorica («Chi avrebbe, altri che Griselda, potuto […] sofferir le ri-
gide e mai più non udite pruove da Gualtier fatte?») e con la battuta po-
lemica contro la nobiltà di sangue (68).
La «matta bestialità» di Gualtieri (che sembra incarnare «l’autorita-
rismo del potere feudale»62), la sua «anormalità psicologica», e tutta l’«ol-
tranza narrativa» della novella sono correlate all’alterità temporale, geo-
grafica e sociale del marchesato di Saluzzo, il «mondo estraneo e strano»
in cui Dioneo situa la novella63. Se l’indicazione sul tempo storico della
vicenda è generica, anche favolistica («già è gran tempo», 4), l’ambien-
tazione in un passato specificamente feudale è evidente64. L’«anormalità
del comportamento di Gualtieri», che volendo «partorire perpetua quie-
te», per tredici anni tormenta la moglie, viene dislocata nell’alterità di
un «codice feudale» ritratto con estrema crudezza65. Se l’ideale trionfante
nel mondo cittadino del tempo di Boccaccio non era affatto esclusiva-
mente borghese, ma anche «nobiliare e cavalleresco»66, il suo pubblico
coevo non poteva però non percepire come estraneo, “altro”, il mondo
feudale del marchese di Saluzzo.
E però, in questa vicenda situata in un tempo e in un luogo total-
mente altri, i contemporanei di Boccaccio avranno anche potuto rico-
noscere «gesti e comportamenti profondamente radicati nella pratica nu-
ziale del loro tempo». Nella rappresentazione del matrimonio e delle sue
tensioni, iperbolicamente rese nella mésalliance (in senso sociale e cultu-
rale) di Gualtieri e Griselda67, avranno potuto avvertire il riflesso di con-
traddizioni proprie anche del sistema matrimoniale coevo68.

61Saccone, Azione, cit., p. 71.


62Surdich, Boccaccio, cit., p. 193.
63 Baratto, Realtà e stile nel «Decameron», cit., p. 342.
64 A. Asor Rosa, «Decameron» di Giovanni Boccaccio, in Letteratura italiana diretta

da Id., Opere, I, Dalle origini al Cinquecento, Einaudi, Torino 1992, pp. 473-591, a. p.
552: indica la X, 10 tra le cinque novelle collocabili nella fase «compresa tra la fine del
secolo XII e la seconda metà del XIII».
65 Baratto, Realtà e stile nel «Decameron», cit., pp. 342-43.
66 Cfr. A. Barbero, La società trecentesca nelle novelle di Boccaccio, in «Levia Gravia»

VIII, 2006, pp. 1-15, alle pp. 4-5, 8.


67 Rossi, La maschera della magnificenza amorosa: la decima giornata, cit., p. 287.
68 Cfr. Klapisch-Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, cit., p.

171; e ivi, p. 155, per lo «smisurato e sempre crescente ammontare delle doti».
L’«altra, che vostra fu». L’alterità nella novella di Gualtieri e Griselda 593

In quella che è parsa a volte una storia fondata unicamente su miti


archetipici, su temi antropologici, popolari, leggendari, senza tempo69, i
riferimenti alle nozze della Firenze trecentesca sono infatti, come è stato
dimostrato, «fuori di dubbio»70.
È comunque Dioneo, nel commentare la novella e nel riprendere
l’avvertenza iniziale sulla sua antifrastica esemplarità, a garantire che la
storia avvenuta «già è gran tempo» non sia irrelata, introducendo l’alte-
rità del mondo rappresentato nel presente dei suoi uditori (e lettori).
Con l’invenzione di un altro possibile esito della storia, in chiave comi-
ca, avverte «sui pericoli che potrebbe correre un ménage contemporaneo
per un comportamento simile a quello di Gualtieri»71 (69), e anche san-
cisce, ad un tempo, la distanza assiologica dalla vicenda narrata. E però
– si badi bene –, l’“altra” (non Griselda), ipotetica protagonista di
un’“altra”, ottativa, conclusione della vicenda, sarebbe stata una donna
assegnata dal caso, e non per scelta, a Gualtieri («al quale non sarebbe
forse stato male investito d’essersi abbattuto a una che quando, fuor di
casa, l’avesse fuori in camiscia cacciata, s’avesse sì a un altro fatto scuo-
tere il pilliccione che riuscito ne fosse una bella roba», 69).
Se la significatività storica della novella è da una parte rilevabile nella
referenzialità (anche antifrastica) di usi o riti coevi, o dei costumi feuda-
li, essa sembra consistere però, a livello più profondo, nella rappresenta-
zione del «punto di crisi» a cui è giunto il motivo «dell’oppressione della
donna», dimostrando «in re l’assurdità di un soffrire accettato senza ra-
gione fondativa»72. Ma appartiene anche alla inesauribile, aperta, signi-
ficatività della novella, non chiusa in un modello esemplare, il motivo
della scelta dell’altra (o dell’altro) con cui condividere la vita, per la qua-
le (o per il quale) accettarne la discontinuità. Scelta costretta e condizio-
nata dalle convenzioni e dalla condizioni sociali. E tanto più problema-
tica, aperta al dubbio e all’errore, quanto più è individuale, non soste-
nuta da criteri socialmente condivisi, come nel caso di Gualtieri (e della
sua «matta bestialità»).
Dioneo prima, e poi le donne che commentano, con diverse inter-
pretazioni, la storia narrata («chi d’una parte e chi d’altra tirando, chi

69 Branca, Nota a Dec. X, 10, in Decameron, a cura di Id., cit., pp. 1232-33, n. 6.
70 Cfr. Klapisch-Zuber, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, cit.,
p. 173.
71 Baratto, Realtà e stile nel «Decameron», cit., p. 345.
72 Mineo, Decameron, X, 10: Dioneo e la «magnificenza» invalidata, cit., p. 96.
594 Andrea Manganaro

biasimando una cosa, un’altra intorno a essa lodandone»)73, segnano


emblematicamente, con il loro «atteggiamento dialogico», la natura pro-
blematica, aperta, della novella. Ad essa, e non ovviamente alle riutiliz-
zazioni e alle riduzioni ad exemplum, sono connaturati, come per il De-
cameron intero, «il relativismo dei punti di vista», «le prospettive multi-
ple e reversibili», l’inesauribile polisemia74.

Abstract

Il saggio è dedicato all’ultima novella del Decameron, una delle più studia-
te. Mette a fuoco la risposta conclusiva data da Griselda a Gualtieri, interpre-
tandola come l’ultima delle prove a cui è stata sottoposta la donna, ed eviden-
ziandone la funzione risolutiva nell’intreccio. La risposta conclusiva di Griselda
viene letta come emblema della sua condizione di alterità e della coscienza che
la donna stessa ne ha. A partire da essa sono indagate le dinamiche dell’alterità
nella novella, si focalizzano le ragioni dell’azione compiuta da Gualtieri nel
prendere come moglie una povera contadina, si evidenziano l’importanza del
motivo della scelta dell’altra (o dell’altro) con cui condividere la vita, e si rileva
la natura aperta, problematica, della novella, tutt’altro che riducibile ad un
exemplum chiuso.

The essay is dedicated to the last novella of the Decameron, which is one of
the most studied. It focuses on the final answer given by Griselda to Gualtieri,
interpreting it as the last of the “tests” that the woman has been subjected to,
and highlighting its decisive role in the plot. The Griselda’s final answer is read
as an emblem of her condition of alterity and of the consciousness that the
woman has of it. Starting from there, the dynamics of alterity in this short sto-
ry are been investigated, the reasons of the action carried out by Gualtieri of
taking as his wife a poor peasant are focused, the importance of the choice of
the other person with whom they are sharing their life is highlighted, and the
open, problematic nature of this famous story, far from being reducible to a
closed exemplum, is detected.

73 Cfr. Decameron, a cura di Branca, cit., p. 1249 (X, conclusione, 1).


74 Cfr. A. Battistini, Retorica, in Lessico critico decameroniano, cit., pp. 320-43, a
p. 321.
MISTO
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Studi in onore di Antonio Pioletti le forme e la storia Letteratura,
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Letteratura, alterità, dialogicità. Studi in onore di Antonio Pioletti
Mario Mancini, Andrea Manganaro, Marilia Marchetti, Maria Luisa Me-
Studi in onore di Antonio Pioletti
neghetti, Nicolò Mineo, Laura Minervini, Rosa Maria Monastra, Marco a cura di Eliana Creazzo, Gaetano Lalomia, Andrea Manganaro
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