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BIBLIOTHEC

N. 1
CA SARDA
In copertina:
Francesco Ciusa, La sete, 1910 circa
Sebastiano Satta

CANTI
Canti barbaricini
Canti del salto e della tanca

a cura di Giovanni Pirodda

ILISSO
Riedizione delle opere:
Canti barbaricini,
Roma, La vita letteraria, 1910;
Canti del salto e della tanca,
Cagliari, Il Nuraghe, 1924.

Satta, Sebastiano
Canti / Sebastiano Satta ; a cura di Giovanni
Pirodda. - Nuoro : Ilisso, c1996.
288 p. ; 18 cm. - (Bibliotheca sarda ; 1).
((Contiene: Canti barbaricini ; Canti del salto
e della tanca.
I. Pirodda, Giovanni
851.912

Scheda catalografica:
Cooperativa per i Servizi Bibliotecari, Nuoro

© Copyright 1996
by ILISSO EDIZIONI - Nuoro
ISBN 88-85098-43-6
SOMMARIO

9 Prefazione 61 Il poledro
23 Nota biografica 62 Pace
24 Nota bibliografica
LEGGENDE PASTORALI
CANTI BARBARICINI 65 La greggia
66 Il pane della bontà
31 A Vindice mio figlio 67 Il campo dei fanciulli
69 I tre re
PRELUDIO
35 Don Chisciotte I COLLOQUI COI MORTI
75 La cena dei morti
LE BARBARICINE 77 La madre
39 Nella tanca 78 La fanciulla
40 Notte di S. Silvestro 79 Lo sposo
41 Meriggio 80 L’aratore
42 Intima 81 Il pastore
43 Cimitero alpestre
44 Il pane LE SELVAGGE
45 In morte d’un bambino 85 Disperata nuziale
46 Tedio 86 La sposa
47 Il fabbro 87 Notte nel salto
48 Notte tra i monti 88 Vespro di Natale
49 La lampana 89 Il ritorno
50 Il boccale 90 I grassatori
51 Cala Gonone 93 Il voto
52 Sull’Ortobene 95 Ditirambo di giovinezza
53 La cantoniera 96 Sperduti
97 Massimo Gorki
SONETTI DELLA PRIMAVERA
57 Il vino 101 ALLE MADRI DI BARBAGIA
58 Alba
59 La capanna ANTELUCANE
60 Le api 109 Leppa e vomere
110 Saluto ai goliardi di 167 Sogni
Sardegna 168 L’allodola
112 Il canto della bontà 169 Stelle
114 Sgelo 170 Ninnananna funebre

IN LODE DI FRANCESCO CIUSA CANTI DEL SALTO


117 Il Natale di Lazzaro E DELLA TANCA
119 Alla fonte
120 La madre dell’ucciso 173 Lia
177 Il focolare
127 ODE AL GENNARGENTU 178 Il presente

ICNUSIE MUTTOS
133 L’Alternos 183 Primavera
135 In memoria 184 Cuori lontani
136 Garibaldi 185 Cuori lontani
139 Cuore, adora! 186 Saluto dal Campidano
141 Piccole anime 187 Il mietitore
142 Apparizione di Gesù ai 188 Il violento
mietitori del Campidano 189 La luna nera
144 Il seminatore 190 Sposa
147 Il bove 191 La portatrice d’acqua
149 Il cane 192 La surbile
151 A una madre 193 Il bandito
153 I morti di Buggerru 194 Il nomade
155 A Efisio Orano 195 La madre
196 San Francesco
CANTI DELL’OMBRA 197 Gonare
161 Sepulta domus 198 Novembre
162 L’ancora d’oro 199 Aprile
163 Mater lacrymarum 200 Il falco
164 Espiazione 201 L’aquila
165 Sole 202 Augurale
166 Madri e spose 203 Il cacciatore
204 Nuoro d’inverno
205 A Vindicino
206 All’amata
207 Stella

209 Le prefiche

L’AUTOMOBILE PASSA
217 Il villaggio
218 Lo stazzo
219 La tanca
220 La bardana
221 Il poeta

223 Tre primavere


224 Emigranti
225 Ninnananna di Vindice
227 Il palo telegrafico
228 Epitalamio barbaricino
231 Egloga
232 Il padre
233 La madre di Orgòsolo
234 Cani da battaglia
236 Piccolo giambo
237 La scuola di Chilivàni
241 L’aquilastro
244 Murrazzànu
245 Orthobène
246 La spia

251 AI RAPSODI SARDI

261 Note
269 Glossario
PREFAZIONE

Alla notizia della morte di Sebastiano Satta pastori e bandi-


ti, e insieme a loro i contadini, scesero dai monti per accompa-
gnarlo all’ultima dimora. Il poeta fu popolare e amato fra i Sar-
di contemporanei, che si dilettavano ad ascoltare anche in
pubbliche letture i suoi canti, ispirati agli ideali di uguaglianza
e di progresso sociale, ai miti di un immaginario collettivo: la
natura, la donna (sposa e madre-matriarca), l’amore, le leggen-
de tradizionali, il pastore, il bandito, l’odio, la vendetta, il ribel-
lismo e l’attesa di una palingenesi. Sono i temi di una mitica e
drammatica identità sarda, che Satta riproponeva a un nuovo
pubblico, ricorrendo alla mediazione autorevole delle forme
letterarie e metriche della poesia italiana fra Otto e Novecento.
Ma, al di là del mito, l’esperienza sattiana raggiunge una capa-
cità poetica spesso misconosciuta, che merita di essere anno-
verata almeno tra le voci minori di quel periodo.

Nel succedersi dei giudizi critici sulla poesia di Satta si af-


facciano di continuo perplessità e riserve riguardo al valore del
lavoro sulla lingua poetica da lui compiuto. I toni alti del lin-
guaggio e dello stile, il registro prevalentemente aulico hanno
fatto pensare a una piatta imitazione della poesia carducciana
e, generalmente, del classicismo ottocentesco, secondo influssi
non rielaborati originalmente.
In realtà l’operazione poetica compiuta da Satta, se analiz-
zata nelle sue componenti e nelle sue modalità di elaborazione
(anche alla luce dei documenti, di recente studiati, sui suoi in-
teressi linguistici), si rivela ricca di implicazioni e tutt’altro che
priva di originalità.
Per capire i caratteri della poesia sattiana si può prendere
l’avvio da un dato ad essa esterno, ma che pure la condiziona
fortemente: l’orientamento ideologico democratico e socialista di
Satta, con le forti ripercussioni che esso ha non solo sulle temati-
che, ma anche sullo stile e sul linguaggio, come del resto avviene
9
in un consistente filone della poesia italiana fra Ottocento e pri-
mo Novecento.
Già Francesco De Sanctis, nelle sue lezioni su Mazzini e
la scuola democratica, aveva rilevato come nella letteratura di
orientamento democratico fosse prevalente la disposizione al
linguaggio elevato, oratorio, sia per la continuità di quelle ten-
denze con la tradizione classicistico-giacobina, sia per la forte
presenza in esse di intenti di persuasione.
Il tono alto, il linguaggio aulico, la disposizione oratoria, il
rapportarsi a un complesso di immagini proprie di una tradi-
zione letteraria nobilitata da riferimenti storici e culturali presti-
giosi (in particolare il mondo classico) sono caratteri che tro-
viamo nella letteratura democratica per tutto l’Ottocento, ma
anche in molta poesia novecentesca.
La formazione radicale e l’orientamento socialista di Satta
hanno dunque un ruolo importante nel determinare la fisionomia
del poeta e la peculiarità del suo linguaggio poetico. Egli risente
non solo, in generale, degli influssi del socialismo umanitario ita-
liano, ma anche dei caratteri che assumevano in Sardegna le pri-
me manifestazioni intellettuali del movimento, in cui, salvo rari
casi, l’astrattezza delle proposte, il carattere intellettualistico delle
elaborazioni erano prevalenti. Eppure la militanza politica di Sat-
ta non fu puramente ideale se a Nuoro in quegli anni, rispetto ad
altre città sarde, il socialismo ebbe una storia più mossa e se at-
torno a lui si formò un nucleo di giovani intellettuali progressisti,
tra i quali si distinse presto Attilio Deffenu.

Nell’evoluzione e maturazione della sua poesia, dalle prime


prove (decisamente ricalcate su moduli carducciani e su varie
manifestazioni della poesia minore del secondo Ottocento, da
Stecchetti a Cavallotti, con tracce anche del realismo alla Bette-
loni) fino ai componimenti più complessi e originali delle rac-
colte maggiori, hanno un ruolo importante gli influssi, accolti in
modo più duttile rispetto a quei primi riecheggiamenti della liri-
ca italiana dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento. Per
esempio, nelle Leggende pastorali o nella stessa ideazione dei
Muttos hanno certo influito l’uso che da Severino Ferrari e da
10
Prefazione

Pascoli fu fatto delle forme e dei toni espressivi della poesia po-
polare; così come nei componimenti di carattere oratorio e ce-
lebrativo è evidente l’influsso del D’Annunzio delle Laudi.
Tuttavia l’elaborazione di un linguaggio sostenuto, alto, che
innesta su un fondo classicistico e carducciano anche l’espe-
rienza della poesia primo-novecentesca, perviene a risultati –
pur nella loro discontinuità – assai singolari, anche per la pre-
senza, in quel processo, di un altro fattore: il sempre più vivo
interesse manifestato da Satta per la tradizione di poesia sarda,
in particolare per quella usualmente definita “semicolta”, e la
considerazione del ruolo da essa svolto nella cultura dell’Isola.
Sulla base di questa riconsiderazione, l’ideale del poeta-vate
mazziniano e carducciano viene a configurarsi anche con i tratti
del poeta di quella tradizione, e la formula di Carducci riguardo
al linguaggio poetico, che deve essere di intonazione «montata
almeno di un grado su la prosa», si incontra con l’aulicità e il
prestigio di quella poesia – trasmessa in forme prevalentemente
orali, concepita quindi per il canto e per l’udito, di impostazio-
ne declamata – e ne riceve un’impronta e connotazioni popolari
e più autoctone. I riferimenti espliciti ai poeti di quella tradizio-
ne, soprattutto nell’ultima fase della parabola di Satta, tornano
più volte. Si ripetono gli elogi dei rapsodi sardi (nobilitati attra-
verso questo termine che li collega alla poesia greca arcaica e a
Omero, con suggestioni probabilmente anche dell’omerismo
più moderno, soprattutto pascoliano); elogi che descrivono
questa figura con accenti fortemente celebrativi.
Ma soprattutto il canto a loro dedicato, Ai rapsodi sardi,
l’ultimo di Satta, pur enfatico e forse troppo diffuso, offre una
serie di elementi e di suggestioni che mi paiono, anche nei lo-
ro caratteri contraddittori, rivelatori di alcuni nuclei profondi
della personalità poetica di Satta.
Alla base del componimento è una spiegata ammirazione
per i poeti sardi estemporanei: essi vengono descritti come «ae-
di erranti» che vanno «per l’antica isola (…) a dispensare larghi
il canto / ad ogni cuore: al mietitore affranto / tra le messi, e al
pastore tra’ suoi redi». La loro funzione è quindi quella di ralle-
grare e alleviare col canto le pene degli uditori: «Il mesto che vi
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ascolta / si rallegra (…) affanni e pene / dimentica, e si abbe-
vera di gioja»; e il ricordo del canto lo accompagna nel suo
cammino: «Ambia col grave ritmo delle ottave».
I molti tratti che Satta fornisce disegnano la figura di un poeta
consolatore, di una poesia in certo modo positivamente evasiva:
«la vostra camena è una fanciulla / bellissima che vien dalla fonta-
na / balda e dolce, la rossa anfora sulla / sua testa (…) Il pellegri-
no stanco chiede un sorso / per la sua sete, inclina ella la brocca
/ ròscida, e quegli beve e il cammin corso / oblìa e benedice».
Satta tuttavia, senza togliere nulla alla positività di quella funzio-
ne, sembra auspicare per questa poesia contenuti più impegnati,
considerando anche quale prestigio e potere essa possieda per il
suo fascino su vasti strati popolari: «amati e venerati / siete per-
ciò, fratelli, e senza trono / né spada, siete re (…) dinanzi vi sta il
coro / e l’ansia turba: chini sull’irsuta / criniera dei cavalli, i man-
driani / odon, e voi cantate. Il canto è fede: / e l’anima selvaggia
ora vi chiede / se debba amare od odiar domani».
Ed ecco allora l’esortazione: «Ammonitela voi, coi vostri
carmi, / o fratelli! (…) la mia terra cantate». E l’elogio di questa
poesia è anche celebrazione della lingua in cui si esprime,
«l’antico / idïoma del forte Logudoro», di cui vien tracciata la
storia nelle sue manifestazioni fondamentali.

Sulla base di questo vivo interesse per le forme e i modi della


poesia in lingua sarda, l’aver adottato l’italiano, codice diverso da
quello sardo, poneva a Satta problemi di non facile soluzione.
Come esprimere e rappresentare la civiltà della sua terra, in un
momento di transizione e di crisi, in una lingua come l’italiano,
in gran parte estranea? La prima difficoltà consisteva nell’orien-
tarsi in un contesto nazionale che andava diversificandosi anche
nel linguaggio poetico, in relazione a esperienze nuove, a realtà
e gruppi emergenti, interpreti di esigenze di modernità nei com-
portamenti, nella mentalità, nel linguaggio poetico.
Cantare liricamente i temi e le vicende della realtà sarda si
presentava come un compito difficile, perché i codici di questa
realtà, presente in Satta come vissuta e nota attraverso le aule
del tribunale e l’esperienza sociale quotidiana, interferivano
12
Prefazione

continuamente con le valenze linguistiche ed espressive della


lingua poetica italiana. Si trattava di trovare e rielaborare un
modello lirico narrativo, che aveva espresso modelli linguistici e
letterari altamente elaborati e distanti dai modelli della lingua
locale, e far sì che corrispondesse alla natura culturale del vissu-
to sardo, all’esperienza del mondo barbaricino, con una opera-
zione di commutazione, di ricerca di equivalenze e di riformu-
lazione in un altro codice. Equivalenze e commutazioni difficili,
che inducono a soluzioni di compromesso al fine di non stra-
volgere, rendendolo irriconoscibile, quello specifico etico e cul-
turale cui il poeta intende fare riferimento.
Nella scelta del lessico e nell’adeguamento del verso si av-
vertono nella poesia di Satta indizi di un preziosismo, ora arcai-
co ora moderno, non esteriore né superficiale, ma che forza la
parola italiana a rendere un’immagine, un’idea, un sentimento
finora inespressi, con elementi che conferiscono all’esito poeti-
co del componimento risonanze e suggestioni inconsuete.
Quando il poeta affronta tematiche sociali, dove il linguaggio
ambisce a una comunicazione più diretta, non obliqua né ambi-
gua, diverso è il trattamento linguistico, che si serve di un voca-
bolario più prosaico, più vicino all’uso quotidiano. La ricerca del
vocabolo raro, arcaico, prezioso, è sostituita dalla parola più pre-
cisa e più aderente alla realtà a livello comunicativo; vi domina il
verso sciolto e più libero si fa il gioco delle rime e delle strofe.
L’apertura al quotidiano, alle movenze e ai toni della lingua
popolare è evidente in alcuni titoli (Il palo telegrafico, La canto-
niera, Emigranti); e inoltre nelle indicazioni anagrafiche precise
– bimbi di dieci anni – o nelle puntualizzazioni cronologiche.
Non mancano frammenti dell’oralità di tipo colloquiale, ed
espressioni proverbiali e gnomiche, anch’esse dell’oralità, che
concentrano una saggezza popolare garante di autorità colletti-
va, al di là del contingente; e locuzioni proprie dell’uso corrente,
specie nei componimenti a struttura dialogico-narrativa, dove è
evidente l’intento del poeta di rispettare il linguaggio dei propri
personaggi. Né mancano i dialettismi, che danno colore al tessu-
to e all’immagine poetica, e convivono con vocaboli di diverse
regioni italiane diventati d’uso generale. Prevalenti i toscanismi,
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che riflettono una tendenza toscaneggiante diffusa dopo l’unità
d’Italia nelle varie regioni della penisola.
Satta si riserva anche uno spazio di sperimentazione lingui-
stica di matrice pascoliana, ma che ha soluzioni originali e ade-
guate al ritmo e alla tonalità della sua vena poetica. Si tratta di
quel settore espressivo agrammaticale e fonico in cui il poeta è
interessato a cogliere le valenze sonore della parola, in partico-
lare delle onomatopee e più diffusamente dei vocaboli fono-
simbolici che, mentre catturano le immagini sonore di eventi
naturali (il vento, la pioggia), di esseri come la pecora, il caval-
lo, e di oggetti come i sonagli, intensificano il carattere comu-
nicativo ed espressivo della lingua, proprio perché gli effetti di
suono richiamano con immediatezza l’immagine e insieme ad
essa il significato e le sue amplificazioni simboliche.
Alcune di queste voci risultano nei dizionari d’epoca (Cru-
sca, Fanfani, Tommaseo), altre sono attestate a livello lettera-
rio in componimenti di Pascoli e D’Annunzio. Numerose sono
le parole che esprimono suoni ed immagini del mondo naturale
applicate a esseri umani (le madri «schiomate uggiola[no] sullo
spento focolare»; «di gioia nitrì / mia madre») in una sorta di
rapporto ravvicinato che esalta la naturalità umana e attiva una
corrispondenza emotiva e vitale tra uomo e natura.
Di tipo pascoliano è anche la ricerca del termine preciso
per quanto riguarda la flora e la fauna (con particolare predile-
zione per quella sarda): con questa caratteristica, che spesso
accanto al termine d’uso è presente anche la variante rara e
preziosa (lentischio, lentisco, sondro ; biancospino, prunalbo)
o il corrispettivo dialettale, in riferimento soprattutto al mondo
animale (l’upupa, sa pupusa; la lumaca, sa croca).
Un aspetto vistoso della poesia di Satta è l’uso del colore,
legato a un’aggettivazione ad ampia gamma coloristica, talvolta
intensificata anche dal ricorso al sostantivo metaforizzato (ala-
bastro, argento, corallo, ecc.).
La lingua di Satta è anche lingua aperta agli influssi e agli
apporti di altri codici linguistici, per lo più circoscritti al terreno
lessicale: sono presenti francesismi (fenomeno diffuso a vari li-
velli nella seconda metà dell’Ottocento), molti già acquisiti nella
lingua italiana, e ispanismi. Non mancano, sul versante colto del
14
Prefazione

suo linguaggio, espressioni latine e il gusto della citazione, pe-


raltro moderato. Ma a livello espressivo prevale ed è dominante
lo sfruttamento del potere evocativo della parola, del ritmo, del-
le immagini, ottenuto attraverso la commistione e l’oscillazione
tra elementi dialettali e italiani, spesso felice e talora forzata.
L’aspetto più evidente del lavoro espressivo di Satta si co-
glie nello sfruttamento del patrimonio linguistico d’apparte-
nenza, in vari settori: toponimi, elementi del paesaggio, della
fauna e della flora, espressioni tipiche di gioia o di dolore o si-
mili; nomi di persone, richiami di animali (cani, ecc.), espres-
sioni gnomiche, calchi o voci dialettali che riprendono elemen-
ti dell’abbigliamento o oggetti d’uso; l’indicazione di arti e
mestieri, nomi di esseri fantastici della tradizione popolare.
Il rapporto con il sardo è costituito da un consapevole lavo-
rio di adattamento, risolto in un difficile amalgama espressivo:
ne risulta una proposta di lingua poetica italiana immersa nel
contesto culturale e linguistico regionale. Questa operazione è
sostenuta in particolare dal ricorso ad un espediente stilistico:
l’assunzione del punto di vista interno al mondo rappresentato,
che porta in primo piano uno o più personaggi, dietro cui si
eclissa la voce del poeta; e ciò soprattutto nei componimenti a
forte connotazione dialogica.
L’operazione poetica di Satta è dunque più ambiziosa e im-
pegnativa di quanto non sia emerso dal dibattito critico che si è
sviluppato sulla sua opera. Essa si fa carico di una tradizione
poetica regionale, sia sul versante della tradizione in lingua
sarda, sia sul versante della produzione in italiano – più mode-
sta e recente, e tuttavia significativa –, per rilanciare, con una
coscienza più scaltrita e aperta e meno subalterna, una espe-
rienza poetica che ponga sullo stesso piano i valori di una
realtà locale, trascurata ed estranea, e gli strumenti espressivi e
tecnici di una tradizione colta, in un momento in cui si tende a
dar voce alle culture emergenti che ambiscono ed esigono di
avere diritto alla parola nel concerto nazionale.

Quali i risultati effettivi di questo lavoro nella molteplicità di


testi prodotti da Satta? È utile tornare all’ideale rappresentato dai
rapsodi sardi per capire le ragioni della scelta diversa, linguistica
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ma anche tematica, compiuta da Satta rispetto alla tradizione
autoctona, pure così esaltata in quel componimento. Infatti,
pur nella rappresentazione solenne e in positivo dei rapsodi, il
poeta, con accenti dolorosi e significativi, dichiara non solo
l’impossibilità per lui di identificarsi, ma anche di essere in
consonanza con loro: «se all’anime che adoro, / – anime tristi
ardenti nel silenzio / come lampe – sonasse nel canoro / ac-
cento dei miei padri la canzone / della speranza mia, monda
d’assenzio / e pura d’ogni fosca visïone, / anch’io alla pensosa
turba assorta / tal inno innalzerei che alle parole / alate (…) si
leverebbe l’anima risorta. / Ma fu negato a me questo celeste /
dono», quello cioè di poter alleviare «gli acerbi affanni e le fu-
neste / cure col canto».
Mi pare che in questi versi si esprima consapevolmente
una condizione contraddittoria, scissa e lacerata, che forse, co-
me dicevo, ci introduce nel cuore della personalità culturale e
dell’esperienza poetica di Satta. In maniera abbastanza chiara,
è qui espressa la coscienza che la tradizione dei rapsodi, di cui
egli aveva evidenziato il carattere sostanzialmente evasivo e
consolatorio (pur nei toni celebrativi), non può essere assunta
come modello primario da un poeta sardo teso verso la moder-
nità, e pertanto animato da ideali di impegno civile e consape-
vole delle drammatiche contraddizioni in cui si dibatteva la co-
munità isolana.
Questa coscienza è il punto d’arrivo di un’evoluzione cul-
turale che è segnata da passaggi fondamentali: la fervida assi-
milazione di molteplici aspetti della letteratura contemporanea,
l’apertura alle esperienze e alle ideologie politiche più innova-
trici, provenienti prevalentemente dalla cultura italiana, realiz-
zatesi soprattutto durante il soggiorno sassarese; tali esperienze
maturano negli anni nuoresi, per quanto concerne l’aspetto
politico, con la partecipazione, soprattutto ideale, al movimen-
to di promozione sociale e di crescita nell’ambito dell’ideologia
socialista; e per quanto concerne l’aspetto letterario con l’ela-
borazione di una poesia che tenta diverse vie, anche intimisti-
che, ma che principalmente si lega alla tradizione di poesia de-
mocratica cui si è sopra accennato.
16
Prefazione

Ma dopo il ritorno a Nuoro, nell’esperienza di Satta matura


il recupero della cultura antropologica e la sempre più viva
consapevolezza della specificità della realtà sarda: e certamen-
te nel definirsi di questa coscienza ha avuto un ruolo importante
la ricca e drammatica esperienza forense.
Al termine della sua parabola esistenziale Satta esprime,
nel canto Ai rapsodi sardi, forse in forma polemica, paradossa-
le, una disposizione opposta a quell’apertura appassionata, e
per certi aspetti ingenua, alla cultura esterna, in cui si era rico-
nosciuto negli anni sassaresi. Una disposizione enunciata nel
sogno di una Sardegna separata da ogni altra terra – da cui le
sono pervenute solo sventure: «quale amica vela / navigò a te
(…) recando una speranza alla tua pena[?]» – e chiusa in se stes-
sa: «Agli strani remota / io ti vorrei: sinistra sanguinosa / coi tuoi
banditi, con le tue città / morte, ingioconda atroce febbricosa, /
ma tutta sola e oprante e senza pianti».

Tuttavia il recupero della sardità – qui espresso in modo radi-


cale – non porta il poeta nuorese a negare gli ideali umanitari e
di apertura alla modernità. Essi si configurano come due compo-
nenti della sua personalità che, con un vario prevalere nel tem-
po, talvolta convergono, più spesso coesistono in lui, come termi-
ni di un’intima contraddizione, quasi di un’antinomia insanabile.
Nella produzione sattiana spicca un filone di canti di espli-
cita partecipazione politica, sociale, ideologica: I morti di Bug-
gerru, A Efisio Orano ; o di carattere celebrativo e civile, come
Saluto ai goliardi di Sardegna, Il canto della bontà, La scuola
di Chilivàni, che propongono un ideale di crescita culturale e
sociale, come pronunciamenti ispirati a una fattiva militanza so-
cialista. Anche se è vero (ma ciò è tipico di questa tradizione di
poesia) che in positivo le indicazioni di Satta non assumono
tratti precisi: il sogno di un avvenire migliore cui la Sardegna
aspira e verso cui deve tendere è espresso più di una volta at-
traverso la metafora dell’aurora.
Ma un altro largo filone nasce dall’assunzione dei valori del-
la Sardegna più tradizionale, dall’esigenza di rappresentare, con
un’ottica dall’interno, fatti, figure, comportamenti, mentalità,
17
drammi del mondo sardo, soprattutto barbaricino, nello sforzo
di capire, e far capire, quel mondo, percepito e vissuto come
“diverso” e specifico. Questo aspetto dell’opera di Satta costitui-
sce una componente raramente conciliabile con quegli astratti
ideali umanitari. Si tenga presente, per esser cauti nel giudicare
come tematiche di maniera queste raffigurazioni (per esempio,
imitazioni dell’Abruzzo barbarico del D’Annunzio, o della Ma-
remma carducciana), il clima culturale che ne costituisce il ri-
svolto. Era un clima dominato dalle idee della “Scuola positiva”,
diffuse in opere scientifiche saggistiche e nella divulgazione
giornalistica (spesso richiamantesi al socialismo), che interpre-
tava molte manifestazioni della vita barbaricina, in particolare il
banditismo, come espressione di una “zona delinquente” e di
una comunità barbarica e primitiva.
Satta reagisce con scelte che hanno indubbiamente l’inten-
to di rovesciare (anche utilizzando moduli della tradizione let-
teraria più o meno recente) il punto di vista da cui considerare
il mondo sardo e i suoi fenomeni peculiari.
Significativo è in questo contesto il richiamo a Gor’kij e alla
sua rappresentazione dal di dentro, partecipata e dolente, degli
emarginati, dei “diversi”: dall’affinità, percepita da Satta, tra
quelle figure e i pastori sardi nasce la suggestiva immagine di
un incontro reale tra lo scrittore russo vagabondo e i pastori
barbaricini. «E tu venisti, scalzo, tra i mentastri / a quei fuochi; e
i pastori (…) ti guardarono curvi sui vincastri. / Tutta l’anima tri-
ste di Barbagia / ti guardava in quegli occhi».
Da questo orientamento tematico deriva un complesso di
componimenti assai differenziati, che costituiscono d’altra parte
i risultati parziali di un progetto forse più ampio di rappresenta-
zione dall’interno, per episodi e scorci, del mondo barbaricino.
Alcuni di essi, meno significativi, sono rifacimenti talvolta edul-
corati di favole popolari, o leggende pastorali, come I tre re,
Il campo dei fanciulli, Il pane della bontà, o anche Lia. Altri vo-
gliono mostrare aspetti singolari di quel mondo, con un punto di
vista interno ad esso, senza giustificazioni o commenti, se non
nell’amplificazione e nelle coloriture che intendono trasporre in
italiano i tratti di una mentalità e di un comportamento specifici.
18
Prefazione

Così Il voto è una preghiera (blasfema, da un punto di vista


esterno) alla Madonna di Gonare e a S. Francesco di Lula perché
facciano morire di morte violenta il nemico di colui che prega, e
ne disperdano la famiglia, con la promessa di doni se il voto sarà
esaudito. I grassatori rappresenta la “divisione” dei ricchi frutti
delle grassazioni tra un folto e differenziato gruppo di mandria-
ni. Nei Colloqui coi morti, sul fondamento della credenza popo-
lare del ritorno dei morti la notte del 2 novembre, vengono pre-
sentate in una serie di scorci (a parte il primo componimento
che svolge un tema più personale e intimistico) mentalità e si-
tuazioni tipiche: come Il pastore, che torna nella notte dei mor-
ti per chiedere di essere placato col sangue del suo nemico; o
La fanciulla, che tornando nella sua casa non è attratta dai cibi
apprestati per lei dalla madre, ma dal suono di chitarra di una se-
renata. In altri si riprende in modo più efficace la forma della leg-
genda pastorale, come nello Sposo, assai nota. Anche nelle altre
sezioni troviamo esempi di queste immagini, come quella della
Sposa, che piange angosciata perché nella lana bianca del corre-
do ha trovato un bioccolo nero, segno di malaugurio, o quella
della Disperata nuziale. Questa tematica è svolta anche nell’ulti-
ma raccolta dei Canti del salto e della tanca, come in Tre prima-
vere, Epitalamio barbaricino, Egloga, Il padre, La madre di
Orgòsolo o, ancora, L’aquilastro, Murrazzànu.
Un posto a parte hanno i Muttos, originale trasposizione
dei mutos popolari, che costituiscono un’ampia sezione dei
Canti del salto e della tanca. Il salto semantico tra s’isterria e
sa torrada, tipico di questa forma poetica, è utilizzato da Satta
per produrre (rielaborando anche immagini proprie della tradi-
zione popolare) analogie e suggestioni ardite, che ricordano
esperienze della poesia europea più moderna.
Questi e pochi altri esempi costituiscono un corpo di testi
che rappresenta, con risultati diseguali, ciò che Satta è riuscito a
realizzare di un disegno o di un’aspirazione a un quadro più
ampio e organico, come si deduce da ciò che scriveva a un ami-
co: «vorrei raccogliermi per scrivere una collana di canzoni in-
torno alla Sardegna, ai suoi eroi, ai suoi monti, ai suoi pastori,
alle sue usanze barbariche, all’anima, al cuore della Barbagia,
19
insomma! (…) nella quale dovrei chiudere tutto ciò che ho nel-
l’anima. (…) Ma questo sogno mi cade…».
La rappresentazione della società pastorale nella poesia sat-
tiana è minata da un’inquietudine profonda, che nasce soprat-
tutto dalla consapevolezza che la sua storia è senza sbocco.
Analizzando con attenzione il complesso dei componimenti,
non è difficile notare che delle due facce della Sardegna tradi-
zionale, agricola e pastorale, vengon rappresentate, è vero, con
tratti più marcati le condizioni di miseria e di sofferenza dei con-
tadini (si veda, per esempio, Il bove, in cui, con procedimento
tolstoiano, viene assunto il punto di vista del bue, che dichiara
di preferire le proprie fatiche a quelle del contadino che lo gui-
da; o ancora si veda L’aratore); d’altra parte però è per essi che
viene prospettata, sia pure con i tratti vaghi che sono stati accen-
nati, una possibilità di riscatto (si ricordi per esempio l’Appari-
zione di Gesù ai mietitori del Campidano o Il seminatore).
Invece la condizione dei pastori, anche se talvolta raffigura-
ta con tratti solenni e celebrativi (ma la mitologia dei re-pastori
è proposta quasi sempre in riferimento al passato), è data come
una condizione tragicamente senza avvenire, e la ribellione ad
essa è nel banditismo, che è senza sbocchi. È in particolare il
nomadismo, con la solitudine che esso comporta («torbidi e soli
nel fatale andare»), che viene considerato quasi un’antica con-
danna (si veda La greggia), un modo di vita arcaico e sorpassa-
to («fantasmi d’una antica età»), eppure così connaturato alla ci-
viltà di cui Satta si sente profondamente partecipe.
Questa condizione di profondo contrasto mi pare che sia il
nucleo più vivo della sua personalità poetica. Ne possiamo co-
gliere una manifestazione significativa nella sezione L’automo-
bile passa dell’ultima raccolta, che si chiude (Il poeta) con quel-
la che è stata considerata la formulazione più chiara da parte di
Satta dell’adesione ai tempi nuovi e della conseguente rinunzia
alla società e alla civiltà tradizionali.
Io avrei però dei dubbi sulla possibilità di identificare pie-
namente l’autore con quella voce di Poeta che invita a seppelli-
re in mare senza pianti «la patria che nudrì l’anima amara / di
crucci». E dubito molto che quella serie di componimenti, come
20
Prefazione

altri di questa raccolta (per esempio, Il palo telegrafico), costi-


tuiscano un elogio puro e semplice del progresso. Se fosse ne-
cessario, si potrebbe citare una testimonianza esterna al testo e,
mi pare, attendibile: quella di Vincenzo Soro, che fu vicino al
poeta negli ultimi anni. Questi racconta che nella circostanza da
cui presero spunto quei componimenti (l’inaugurazione della li-
nea automobilistica Nuoro-Terranova) Satta piangeva malinco-
nicamente. C’è in quei quadri in cui il villaggio, lo stazzo, la
tanca e la bardana «cantano l’epicedio di sé stessi» (M. Ciusa
Romagna) la consapevolezza di uno scontro tra mondi troppo
diversi fra loro, del sovrapporsi di modi di vita nuovi a un uni-
verso che il poeta sente proprio, e sul quale essi incombono
con potenzialità distruttive.
In conclusione è opportuno ribadire la contraddittoria ma
vitale compresenza nel poeta nuorese di due tendenze: da una
parte l’adesione al progresso, alla modernità, ai progetti di cre-
scita sociale e politica, e alle suggestioni culturali e letterarie
che venivano da fuori; dall’altra, l’attaccamento a un mondo
sentito come proprio, autentico nella sua specificità umana,
culturale e naturale (si consideri il ruolo del paesaggio, sia co-
me sfondo sia come soggetto del quadro, nella sua poesia). Le
componenti, le ragioni, il contesto di questo contrasto irrisolto
possono essere alla base di un interesse attuale per Satta, che
vada al di là di celebrazioni acritiche e superi anche le riserve
suscitate da disuguaglianze e incertezze di stile e di linguaggio,
considerando la sua opera, nelle sue molteplici implicazioni,
come espressione di un momento fervido e drammatico della
nostra storia.
Giovanni Pirodda

21
NOTA BIOGRAFICA

Sebastiano Satta nacque a Nuoro nel 1867 e vi morì nel


1914. Compì i suoi studi a Sassari, prima al liceo, dove ebbe co-
me insegnante il carducciano Giovanni Marradi, e poi all’Uni-
versità, nel corso di laurea in legge. Nella Sassari repubblicana e
radicale del tempo aderì a ideologie ed esperienze politiche
progressiste, prendendo parte giovanissimo al risveglio della vi-
ta culturale in Sardegna e contribuendo ad animare la vita della
città, nella quale scorgeva affinità con la Bologna carducciana,
che aveva conosciuto durante il servizio militare. Si dedicò pre-
cocemente all’attività poetica, componendo versi in cui è evi-
dente l’ammirazione per Carducci, e svolse una vivace attività
giornalistica: fondò con Luigi Falchi la rivista “La Terra dei Nura-
ghes” e collaborò ad altri periodici isolani, nonché a “La Nuova
Antologia”, a “Il Giornale d’Italia”, e ad altri periodici del conti-
nente. Laureatosi a 27 anni, divenne presto il miglior avvocato
del foro nuorese. Aderì alle idee socialiste, interpretando il suo
socialismo umanitario in accordo con i bisogni e i caratteri del-
la realtà locale. Sposatosi nel 1905, ebbe una figlia, Raimonda,
che morì prematuramente nel 1907; a lei, chiamata affettuosa-
mente Biblina, si ispirò per i Canti dell’ombra, una sezione
della prima delle sue raccolte maggiori. Nel 1908 nacque il se-
condo figlio, provocatoriamente chiamato Vindice. Colpito da
paralisi nello stesso anno, non cessò per questo di comporre
versi, dettando le sue poesie più famose, confluite nelle raccol-
te Canti barbaricini (1910) e Canti del salto e della tanca
(usciti postumi nel 1924).

23
NOTA BIBLIOGRAFICA

SCRITTI DI SEBASTIANO SATTA


Nella Terra dei Nuraghes, Versi di Sebastiano Satta, Pompeo
Calvia, Luigi Falchi, Sassari, Dessì, 1893.
Versi ribelli, Sassari, Gallizzi, 1893 (ristampati a Cagliari, Il Nura-
ghe, nel 1925 con prefazione di Vincenzo Soro e con l’aggiunta
di Primo maggio).
Discorso per Garibaldi, “Nuova Sardegna”, Sassari, 2-3 giugno 1907.
Discorso per Garibaldi a Caprera, “Nuova Sardegna”, Sassari, 6-7
luglio 1907.
Canti barbaricini, Roma, La vita letteraria, 1910.
Canti del salto e della tanca, Cagliari, Il Nuraghe, 1924.
Poesie malnote, ignorate e disperse, raccolte da Luigi Falchi, Ca-
gliari, Il Nuraghe, 1932 (raccoglie poesie pubblicate a partire dal
1891 su giornali e riviste).
Canti barbaricini, Cagliari, Il Nuraghe, 1933.
Lettere inedite, “Il Convegno”, Cagliari, a. I, n. 1-2, gennaio-feb-
braio 1946.
Lettere inedite, “Il Ponte”, Sassari, a. VII, n. 9-10, settembre-ottobre
1951.
Canti, a cura di Mario Ciusa Romagna, collana “Lo specchio”,
Milano, Mondadori, 1955, 19803 (comprende i Canti barbaricini
e i Canti del salto e della tanca).
Lettere a Grazia Deledda, “Ichnusa”, Sassari, n. 1, 1956.
Canti barbaricini e altre poesie, a cura di Francesco Corda, Ca-
gliari, 3T, 1983 (comprende i Canti barbaricini, i Canti del salto
e della tanca e altre poesie tra giovanili e disperse).
Canti barbaricini, a cura di Anna Luce Lanzi, Bologna, Mucchi, 1993.

SCRITTI SU SEBASTIANO SATTA


Luigi Falchi, L’opera poetica di Sebastiano Satta, “La Nuova An-
tologia”, Roma, 1 aprile 1915.
A Sebastiano Satta / nel X anniversario della morte / La Fonda-
zione Il Nuraghe, Cagliari – 29 novembre 1924, “Il Nuraghe”,
numero monografico, Cagliari, a. II, n. 22, novembre-dicembre
24
1924, con scritti di: Raimondo Carta Raspi, Per Sebastiano Sat-
ta; Vincenzo Soro, Sebastiano Satta; Ettore Janni, Sebastiano Satta;
Paolo Orano, Sebastiano Satta poeta; Attilio Momigliano, Canti
barbaricini; Antonio Scano, Poeta di Sardegna, Poeta di Pro-
venza; Luigi Falchi, Poesie minori inedite o sconosciute ; Carlo
Calcaterra, Il Poeta della Sardegna; Vip (Vincenzo Piccoli), Can-
ti barbaricini; Salvatore Ruju, Sebastiano Satta oratore ; Michele
Saba, Sebastiano Satta giornalista; Raimondo Carta Raspi, Seba-
stiano Satta, Bibliografia.
Vincenzo Soro, Sebastiano Satta, L’uomo e l’opera, Cagliari, Il Nu-
raghe, 1926.
Ferdinando Neri, Il maggior poeta sardo, in Saggi di letteratura
italiana, francese, inglese, Napoli, Loffredo, 1936.
Carlo Calcaterra, Il poeta barbaricino, in Con Guido Gozzano e al-
tri poeti, Bologna, Zanichelli, 1944.
Albo sattiano, Cagliari, Il Nuraghe, 1964, con scritti di: Raffaello
Marchi, Premessa a una rivalutazione critica; Giuseppe Dessì,
Impressioni; Gavino Pau, Su alcuni inediti di S. Satta; riproduce
testi editi, inediti (Per la pace in Orgosolo, Gli asfodeli) e tradot-
ti, autografi e fotografie, opere di artisti sardi partecipanti al con-
corso indetto nell’ambito delle celebrazioni per il 50° anniversa-
rio della morte del poeta.
Giuseppe Petronio, Sebastiano Satta, Cagliari, Fossataro, 1965.
Nunzio Cossu, Sebastiano Satta, in Letteratura italiana, I minori,
Milano, Marzorati, 1969, pp. 3401-3425.
Bruno Rombi, Sebastiano Satta, Vita e opere, Genova, Sabatelli,
1983.
Sebastiano Satta: dentro l’opera dentro i giorni, Atti delle gior-
nate di studio, Nuoro, 9-10 marzo 1985, a cura di Ugo Collu e
Angela M. Quaquero, Nuoro, 1988.
Giovanni Pirodda, Gli intermezzi figurativi del poeta, in Seba-
stiano Satta nel trentennale del Lions Club di Nuoro, Sassari,
Gallizzi, 1989.
Alessandra Carta, Poetica, lingua e stile nei Canti di Sebastiano
Satta, tesi di laurea, Università degli Studi di Cagliari, Facoltà di
Lettere, anno accademico 1992-93.

25
CANTI BARBARICINI
Questo libro, che ha in fronte il nome del mio bambino e si
chiude con i ricordi di una pena indimenticabile, canta o, me-
glio, narra il dolore della mia gente e della terra che si distende
da Montespada a Montalbo, dalle rupi di Coràsi fino al mare;
e canta dolor di madri, odio di uomini, pianto di fanciulli.
“Barbaricini” ho voluto chiamare questi canti perché sono
accordi nati in Barbagia di Sardigna; ed anche quando essi
non celebrano spiriti e forme di quella terra rude ed antica, bar-
baricini sono nell’anima e barbaricine hanno le fogge e i modi.
“Le selvagge”, che sono il cuore nero del libro, ricordano gli
ultimi anni di sconforto e di tenebra, quando gli ovili erano de-
serti e tremende e tragiche suonavano le monodie delle prefiche,
e l’animo era smarrito e percosso da sciagure e odî nefandi.
Ah, il poeta vide veramente quelle madri vagare sui monti
cercando i figli feriti nelle stragi omicide, e vide veramente
arar la terra coi fucili legati all’aratro!
Ma la notte dileguò e si udirono i canti antelucani…
S. S.
Nuoro (Sardegna), ottobre 1909

29
Canti barbaricini

A VINDICE MIO FIGLIO

Io ti veda calar dal Gennargentu


Con un cavallo innanzi e l’altro dopo,
E baldo, con la tua pipa d’ottone!
Ninnananna dei sorbettieri d’Aritzo

31
PRELUDIO
Canti barbaricini

DON CHISCIOTTE

O primavera di Barbagia, io torno


Alle tue tanche, tra il fiorir del cisto
E del prunalbo. Come dolce e tristo
È il tuo sorriso sotto il ciel piovorno!

Dalle montagne e dalla Serra, intorno


Balena. Oh sogno mio di gloria, visto
Sempre e perduto sempre! Oh come misto
Di lacrime e di gioia fai ritorno!

E ancor ti següo. Ahi! ma mentre vado


Per tanche e solitudini ravviso
In me, pur senza spada e roncinante,

Quel Don Chisciotte quando uscì nel riso


Dell’aurora e da hidalgo asosegado
Divenne, o sogno, gaballero andante !…

35
LE BARBARICINE
Canti barbaricini

NELLA TANCA

Ecco: non fu che un subito


Sogno del sole il raggio;
E lunghe fredde assidue
Stagnan sul pian selvaggio

L’ombre in eterno. Stendesi


Nuda silenzïosa,
Sino ai lontani vertici,
La terra lacrimosa.

Solo un pastore, immobile,


Col manto e con la tasca,
Guarda quel regno gelido
Di tenebra e burrasca…

39
NOTTE DI S. SILVESTRO

Un tempo – oh povertà
Che ti pasci di grami desideri! –
Quando tu, Madre, ci crescevi sola
E triste, come l’aquila selvaggia
Che nutre i figli sulla rupe, ed eri
E grande e veneranda a tutti i cuori;

Poiché era scarso il fuoco


Del focolare, e poco,
O nulla, il vino della cena – in nero
Cerchio sedendo, sempre nel silenzio
Noi volgevamo un unico pensiero
Di affanno –, io che nel core
Già mi sentivo ad ogni
Palpito un vol di sogni,
Qual d’api sovra un fiore;

Io già sognavo, o Madre, questa casa


Che a noi sola commise
L’invitta tua virtù,
La casa che tu regni, o Madre buona;
E noi già grandi, e tu
Serena, e noi tuo scudo e tua corona
Di vittoria. Ah non rise
L’antico sogno invano!

Vedi: nel focolare


Arde l’elce ed il selvaggio
Olivo; il vino brilla
Nei nitidi bicchieri; l’alta loggia
S’apre ai miei sogni su l’azzurro incanto
Delle vette e dei piani.
E anch’essa, odi? la pioggia
Non ci piange più il pianto
Di quegli anni lontani.
40
Canti barbaricini

MERIGGIO

Sulle mute fontane,


Specchi fidi dei boschi,
Pendon viluppi foschi
D’ellere e di lïane.

Non il frullar d’un’ala


Per gli orti e nella serra.
Nel silenzio la terra
La grande anima esala.

Sol due cipressi neri,


Dagli aurei raggi avvolti,
Scuoton la testa, colti
Chi sa da quai pensieri.

41
INTIMA

Mia madre quando mio fratello viaggia


Accende una pia lampada,
Ed io penso: Sul capo amato raggia
Più luce questa lampada

Materna che non Sirio ardente o l’Orsa.


Entro quel raggio un’anima
Segue a notte la prua fragile, morsa
Dalle indomite ràffiche.

E mamma, tutta assorta nel lontano


Figlio, la testa tremula
Reclina, quasi il vol dell’uragano
Senta d’intorno striderle.

Pensa, o buona! già il dì che dai lontani


Lidi la prima lettera
Verrà. Sul breve foglio, tra le mani
Trepide, quante lacrime!

42
Canti barbaricini

CIMITERO ALPESTRE

Sui recinti di ferro


Stretti dalle vitalbe,
Sulle lapidi scialbe,
Sulle croci di cerro,

Nevica. Un cardellino
Svola plora rivola
Da un nudo biancospino
A una deserta aiuola.

Rabbrividisce al vento
Un gracil crisantemo,
Schiuso a un suo riso estremo
Il calice d’argento.

Su, dalla terra algente,


Fiorisce ultimo fiore,
Come un sogno d’amore
In anima dolente.

43
IL PANE

Pane, lievito santo come il germe


Chiuso nel grembo, dopo quanta guerra
Ti conquistò il debil uomo inerme,
Prono sugli aspri solchi della Serra!

E ti bagnò pur di suo sangue in erme


Tanche ed in salti inospiti, dov’erra
Triste l’armento brado, e pendon ferme
Nubi d’incendio a desolar la terra.

Sia pace per la croce della mano


Che t’intrise e ti stese, e per l’ignoto
Sangue che ti bagnò, pane, sia pace.

E di te si abbia gioia anche chi al piano


Non scese a seminare, e va, pel vuoto
Mondo, con solo il suo dolor seguace.

44
Canti barbaricini

IN MORTE D’UN BAMBINO


Per G. A. Deffenu

Dio, vecchio gatto grigio! Un topolino


Nelle tue grinfe tremule incappò…
Tu scherzavi col piccolo bambino.
Egli rideva e non dicea di no!

Oh le febbri! oh le veglie! oh quel sorriso!…


E disse: o mamma, io vado; tornerò.
Ma forse tu gli apristi il paradiso,
Tu, gatto grigio, e più non ritornò.

45
TEDIO

In altra terra, o patria, io bevvi il vino


De’ tuoi colli: e rividi, in una gaia
Visione, la fulgida giogaia
Di Montalbo e il mio bel monte vicino.

Cantava il capinero e il cardellino


Presso la fonte lungo la giuncaia,
E, nel sogno, odorava il rosmarino
Lungo i filari dove l’uva invaia.

O patria, o sogno! Ora nel cuor mi tace


Anche questo desìo, ché in più romito
Angolo il mio pensiero si raccoglie.

Pur là vi canta, nella vitrea pace


De l’alba, un nido: e s’apre tra il granito
Delle tombe la rosa centifoglie.

46
Canti barbaricini

IL FABBRO

Ah tu semini stelle con la mano!


Arde l’ultima fiamma, ecco, su Monte
Atha e tu picchi ancora, o buon titano,

Dall’alba! I carratori volti al mare


Vedon rider nell’ombra, fin dal ponte,
Quel tuo stambugio come un focolare.

A quel sonìo la sedula massaia


Si desta per la casa e dice ai figli:
– O figli, è l’ora: Già sulla giogaia
Trema il Grappolo, e i cieli son vermigli. –

Vengono a te i garzoni e dicon: – Zio,


Tu maestro del ferro, eccoti il vecchio
Ferro, e tu facci un vomere. – Con pio

Vigor tu batti ed ecco dalle mani


Ti esce il vomere. E quello come specchio
Ben poi risplende quando gli anzïani

Spargon pregando la semente, e i solchi


Fumigan sciolti, e ascoltano tra snelle
Selve il brusìo degli orzi alti i bifolchi.

Ed ecco pur, battuti in quel tuo roggio


Antro, falcetti e industrïose falci.
O bel cantare del ricolto! Il poggio
Tutto ne suona tra le messi e i tralci.

Ed al ricolto, premio al tuo lavoro,


Ecco grappoli azzurri, ecco mannelle
Di spighe d’oro, una corona d’oro!
47
NOTTE TRA I MONTI

Io non odo che quei noci


Stormeggiare nella notte;
Io non odo che le voci
Cupe e lugubri del vento.

Fila, vecchia parca, fila,


Qual dall’ombra esce un mistero,
Esce un’ombra, essa da negre
Lane trae lo stame nero.

Negro stame di mia vita!


Fila e canta: – Tra le rotte
Rupi sovra il monte un corvo
Picchia e batte tutta notte.

È tanti anni che egli picchia!


Non vi ha rupe, non vi ha cerro
Che non tremi al martellare
Di quel suo rostro di ferro.

Tutto il monte a poco a poco


Egli deve sgretolare…
Senti, senti giù, nell’orride
Forre, i massi rintronare…

Fila e fila. Nella notte


Io non sento che il ronzìo
Di quel fuso, e il martellare
Di quel rostro sul cuor mio.

48
Canti barbaricini

LA LAMPANA
A Valmar

Nutrito ho per te la mia lampana


Di rame con olio d’oliva.
Con zirbo, se manchimi l’olio,
Per te la terrò sempre viva.

Se zirbo non ho, dalle tanche


Vo’ cogliere al sole e al nevisco
Le bacche, e vivrà la tua lampana
Con l’olio dell’aspro lentisco.

E se pur lentisco non ho,


Se nieghi l’arbusto il suo fiore,
Darò per nutrir la tua lampana
Il sangue del vivo mio core.

E se pur il sangue mi fugga


Dal cuore – penato ho già tanto! –
Darò per nutrir la tua lampana
Un pianto infinito: il mio pianto!

49
IL BOCCALE

Boccale, alla serena Baronia


Ti portò da Levante una paranza
Bianca, che aveva a prora una speranza
D’oro, e la buona stella di Maria.

Ecco: ed io ti arrubino or mentre danza


La neve al vento e cuopre alta la via,
Con questo vin natìo che ha la fragranza
Degli arsi greppi e odora di lumìa.

E vedo nel tuo seno andar le nubi


Marine: odo dagli orti in riva al mare
Stormire i melograni ed i carrubi:

E belle donne nel lido sonoro


Cantar di quando con galee corsare
Venne in armi da Tripoli il Re moro.

50
Canti barbaricini

CALA GONONE

Ecco la luna: tra i cespugli roridi


L’aura notturna mormorando va,
Come un sospiro della diva, un alito
Effuso a notte per l’immensità.

Lontano piange il mare. Di quante anime


Dolenti suona il pianto in quel fragor?
Quanti sogni d’amanti anime passano
Sull’aure, dentro questo cheto albor?

51
SULL’ORTOBENE

Meriggiano le pecore e i pastori.


Elci e felci non fremono a una stanca
Ala di vento; il mare si spalanca
Da monte Bardia fino a Galtellì.

L’ombra di un volo e un grido di rapina:


L’aquila. Con un dondolìo lento
Si rimescola il branco sonnolento:
L’ombra dilegua in seno al mezzodì.

52
Canti barbaricini

LA CANTONIERA

Quanti anni! Un’erma casa cantoniera.


Io la rivedo come dentro un velo
Di lagrime e ricordi: un vecchio melo
Pispigliava di nidi alla vetriera.

I cavalli scotean la sonagliera,


Annitrendo al mattino, e per il cielo
Bianco movean profumi d’asfodelo
E spigo dalla rorida brughiera.

Era la tappa. Oh garrulo vïaggio!


– Paska, guancia fiorita, or per l’addio
Mesci i bianchi sorrisi e l’acquavita…

Poi te salutavamo, nel gran raggio


D’estate, con non mai spento desio,
O mio vecchio Ortobene, all’apparita.

53
SONETTI DELLA PRIMAVERA
Ad Antonio Ballero,
Pittore di Barbagia
Canti barbaricini

IL VINO

Sanguinasti dal cuore del granito,


E dentro un cavo tronco aspro di alburno
Ti franse, o vino, un uomo taciturno
E truce come in funerëo rito.

E, o vino, – nella sera, odi? un viburno


Canta a un elce un dionisiaco mito –
Io chiamo nel mio cuore dal notturno
Cielo i miei sogni a un funebre convito.

E li inebrio di te: ché mal l’incerto


Volo ferman sull’anima romita
Da che vi giacquer morte le chimere.

Ahi! ma vinto l’incanto, dal deserto


Cuor rivolan stridendo oltre la vita,
Dentro cieli di fiamma, aquile nere.

57
ALBA

Or i sardi pastori, all’indorarsi


Dei cieli, mentre van con tintinnìo
Dolce le greggi a ricercar gli sparsi
Rivi, levan le fronti e adoran Dio.

Rapiti, quasi sentano levarsi


La luce in seno, fremono ad un pio
Sgomento come quercie, su per gli arsi
Greppi, dei venti roridi al desio.

Poi vanno lungo il risonante mare,


Fra prati d’asfodelo e per le rupi,
Vanno fantasmi d’una antica età.

Torbidi e soli nel fatale andare,


Il cuore schiavo di pensieri cupi,
L’occhio smarrito nell’immensità.

58
Canti barbaricini

LA CAPANNA

Dolce, o capanna, quando agli uragani


La selva si querela e si dispoglia,
Riparar nel tuo nido, sulla spoglia
Di un montone, e parlar di cacce e cani.

Ma più dolce, se ridano i lontani


Fuochi dai poggi, e palpiti ogni foglia
Alla sera, indugiar sulla tua soglia
Erbosa tra il brusìo largo dei piani.

Sulla giogaia pendono ghirlande


Di stelle: van le greggi per profonde
Serenità, fra luccicar di fonti.

Poi nell’ombra un nitrito! Ché già grande,


Tra mormorii di rivoli e di fronde,
S’alza la luna a benedire i monti.

59
LE API

Api ingegnose che sulla collina


Disegnate con vaga architettura
I bei favi, se a voi nieghi la dura
Terra il fiorrancio e la margheritina,

Voi sciamate sull’aria, auree, all’altura


Azzurra e ai fiori della selva elcina;
E lieta è della vostra ebbra divina
Gioia ogni fronda ed ogni creatura.

Oh lieta di tal gioia, nel lontano


Mare, l’Isola antica che s’inciela
Dall’Ortobene a monte Atha sovrano

Arrida, quando fulgida si svela


A chi naviga il mar meridïano,
Dolce sognando all’ombra della vela!

60
Canti barbaricini

IL POLEDRO

Meraviglia a vederlo! la cervice


Stellante tra la nitida criniera
Erse il poledro, schiusa la narice
Ai soffi ardenti della primavera.

Nessun dei giovinetti, audace schiera


Di ardimenti e di prove sfidatrice,
Osava premer quella groppa nera
Come il tormento e correr la pendice.

– Gloria a chi primo lo cavalca! – disse


Il vecchio. Ai giovinetti tremò il cuore.
Allor nella criniera gli confisse

Egli l’artiglio, e saldo in groppa come


Un drago, sparì via col corridore,
Dritto il bel capo tra le grigie chiome.

61
PACE

Van le placide greggi per gli steli


Bianchi di luna; brillano vermigli
Fuochi dappresso e attorno, su pei cigli
Rocciosi, sotto il puro arco dei cieli.

Ammonisce il vegliardo ora i fedeli


Pastori, a lui devoti come figli:
La sua parola suona nei consigli
Grave e solenne come nei vangeli.

Della pace egli parla che nel cuore


Siede a colui che con le mani monde
Di sangue vive: e spargon tant’amore

Le sue parole, e versan tanta pace


I cieli, che nelle anime iraconde
Ogni torva passione alfin si tace.

62
LEGGENDE PASTORALI
Canti barbaricini

LA GREGGIA

Quando nacque la greggia – ed era bianca


E lieve come nuvola – fu Dio
Che a lei cinse una sua fiorita tanca
Con siepi di asfodelo in Ugolio.

Ma la pecora matta rase il pio


Chiuso e la siepe: e bruca e musa e arranca
Si fuggì. Sì che a lei disse il buon Dio:
– E tu vattene, va’, né sii mai stanca

Di andare! – E va la greggia, da quell’alba


Remota, va dai monti al grigio lido
Di Sardegna, va e va, umile e scialba.

E dietro a lei, seguendo nella traccia


Delle nuvole il suo sogno, va il fido
Pastore, con la mazza e la bisaccia…

65
IL PANE DELLA BONTÀ

I tetti fumigavano
Dalle scandule brune, tra il nevisco,
E tre donne sfornavano e infornavano
Al lume del lentisco.

Venne uno stormo di fanciulli – O zia


Un pane. – Va’ in malora! –
– O zia, zïetta mia,
Un pane. – Va’ in malora! –
– O zia, mammina mia,
Un pane… – Va’ in malora! –

Ah che dopo l’avaro


Diniego, ingrato e amaro
Si fece il pane! E allora
Passò Gesù bambino;
Gesù bambino venne
Al borgo di Barbagia:
– Donne, un pane! – Per te, vieni, piccino. –

E una donna distese


Un po’ di pasta d’orzo sulla bragia:
Ed ecco che quel poco
Divenne molto, e sì divenne grande
Quel pane che a sfornarlo
Ci vollero tre pale.

Ché sempre cresce e crescerà più sempre


Il pan della Bontà.

66
Canti barbaricini

IL CAMPO DEI FANCIULLI

– Caprai di Lula, e voi che pei meandri


Di Corrasi spargete all’alba i branchi
Snelli, e voi, donne, che tra gli oleandri
Lavate lungo le fiumane i bianchi

Lini e le lane: avete visto il padre


Nostro? Noi lo cerchiamo da più giorni
Invano, e invano al vento che su le adre
Selve vola gridiamo ch’ei ritorni.

È forte e bello. Se egli debbia ai piani


Ardon le macchie come eccelsi roghi,
E in un sol giorno falcian le sue mani
Quanta terra in un giorno aran due gioghi… –

Così gemendo, i pargoletti figli


Cercano il padre. Van per la brughiera
E per la selva: ridon di vermigli
Alti fuochi le mandrie nella sera.

Chieggon del padre a quanti al focolare


Patrio s’affrettan dalla fosca serra,
Ed a quanti dagli orti in riva al mare
Salgon con le primizie della terra.

– O voi, vedeste il padre nostro? – Il padre


Vostro noi non vedemmo. – Or sotto il cielo
Morto gemon quei cuori: – O padre, madre
Nostra, ove sei? – Ed han negli occhi un velo

Di pianto. Ahi! le colombe alte sul monte


Svolano, né s’accolgono leggiere
Sull’onda, ché dà sangue oggi la fonte,
E le colombe non ci voglion bere.
67
O figli, è sangue del cuor vostro! Prono
Sull’acque è il padre, dalla rotta gola
Versa l’ultimo sangue: non più il suono
Udrete, o figli, della sua parola.

– Talvolta, o padre, nella gran calura


Così indugiavi sulla fonte bruna;
Ma poi sorgevi e nella mietitura
Lucea la falce tua come la luna.

Or non ti levi. Or chi oprerà le falci


Tue, chi il lucido aratro, chi il tuo carro?
Chi poterà gli ulivi alti ed i tralci?
Chi, padre, a noi darà, miseri, il farro?

Né più vedremo, a giugno, alto e lucente


Dalla tua terra l’orzo biondeggiare:
Il solco è aperto e manca la semente,
E non sappiamo come seminare!… –

Chi il pianto vostro udì, fanciulli? In cielo


Passavan stormi garruli d’uccelli
Volti all’albergo; e appresero l’anelo
Gemito vostro, o piccoli orfanelli.

Appresero. E alla notte – tutta bianca


Di luna era la terra – sovra il piano
Che il padre arò, con ala non mai stanca
Corser gli uccelli a seminarvi il grano.

Iva e redìa la nuvola canora:


Ogni altro campo diede per quei brulli
Solchi un chicco: e così, verso l’aurora,
Fiorì di messi il campo dei fanciulli.

68
Canti barbaricini

I TRE RE
A Clinio Quaranta

Fratello, un sasso, senza voci e serto


Di fonti, è sotto cielo algido e greve
Montalbo; e anch’essa sua sorella Neve
Lo sdegna, tanto pare aspro e diserto.
Dalle sue vene lucide di schisto
Qualche erba rada e poco cisto s’apre:
Tristi pastori spargono le capre
A pascer di quell’erba e di quel cisto.

Or una volta per i greppi impervi


Di questo monte c’eran tre pastori,
Tre fanciulli che avevan degli astori
Gli artiglietti e le brame, ed eran servi.
E un giorno – eran le capre per la frasca
Sul vertice – siedevan presso un botro
Senza più pane, ed era come un otro
Esausto e secco la lor vecchia tasca.

Ed uno sospirava: – Oh le lontane


Sere di maggio quando io pasco l’orzo,
Ch’è nelle spighe tenero, e poi smorzo
La mia piccola sete alle fontane! –
E l’altro sospirava: – Oh fosse giugno,
A smelar miele agreste, il miele nostro:
L’elce lo geme, simile a colostro,
Ogni ferula ronza come un bugno! –

E il terzo: – Oh andare, andare, a passi tardi,


Da tanca a tanca fino a Dïortoro,
E coglier l’erbe buone e i cardi d’oro
E mangiar di quell’erbe e di quei cardi! –
Ahi! la fame trebbiava come pula
69
Le lor voglie. Era il vespro di Natale;
Svariava oltre i lentischi, nel brumale
Fumar dei tetti, solitaria Lula.

– O fratres, disse e rise il più grandino


Dei fanciulli, io lo vedo e non lo vedo:
Ma in ogni focolare c’è lo spiedo
Oggi, e le olive col finocchio e il vino.
Ma noi siam sbrici, o cuoricin mio bello.
Lo spiedo, sì, ce lo può dare un’elce:
La fiamma, sì, ce la può dar la selce:
Ma chi, fratelli, ci darà l’agnello?

Ah l’agnello! Lo avremo nell’artiglio


Noi pure il nostro agnello, o fratellini.
Io so un branco d’agnelli trimestrini:
Uno stupore: bianchi come il giglio.
E li governa un vecchio di cent’anni
Che ci ha l’ovile dentro una spelonca;
Quando esce con la fune e con la ronca
Taglia le rame e si compone i manni;

Poi li raccatta, geme e si rimbuca:


Conta i mastelli e guarda la cannizza,
Rivoltola le forme, e riattizza
Il fuoco, e giace nella sua mastruca.
E il suo stramazzo sono sette agnelle,
E due montoni sono i capezzali.
Il vecchio, senza beni e senza mali,
Dormiglia e sogna pascoli e fiscelle.

Ma c’è il mastino a scompigliar la tana;


E alla spiga granita c’è la golpe;
A pollaio che canta va la volpe;
E a pastore che dorme la bardana.
Facciamo la bardana! Il mandrïale
È stanco, e dorme sodo, o miei fratelli.
70
Canti barbaricini

Corriam sul vecchio, gli rubiam gli agnelli


E facciamo l’arrosto di Natale! –

Si mossero: e li vide San Francesco


Dalla sua casa e non gli disse nulla.
Il vento galoppava per la brulla
Landa, col suo sonaglio gigantesco.
Venivan dagli sparsi ovili i fischi
Dei pastori lontani ed il gannire
Dei cani. Tetro spasimava alle ire
Della bufera il salto dei lentischi.

Poi nell’ombra uno strido ultimo: il nibbio.


E sulle tanche il palpitar di un velo
Tenue pallido gelido, e dal cielo,
Da tutti i cieli, turbinò il sinibbio.
Il sinibbio… la neve giù dai monti
Al pianoro, da Corte a monte Spada;
La neve che asserraglia la contrada
Ai cavallari, e lega rivi e fonti.

La neve che sommessa dice ai cani


Di non rignare: l’inimico spettro
Dei branchi, che con sue dita di vetro
Scioglie alle morte pecore i campani:
La neve che con sue lame argentine
Taglia le carni, e coi suoi baci beve
Il pianto amaro; il turbine, la neve
Con tutte le sue sferze e le sue spine.

La neve muta e cieca, o cuor di mamma!


– Ah! un palmino di terra quanto basta
Per riporvi la paglia ch’è rimasta
In una greppia, e riveder la fiamma!
Mamma del cielo! –
Ed ecco alla randagia
Covata si offrì un’elce con sua veste
71
Di lutto eterno, come quelle meste
Vedove donne tue, sacra Barbagia.

E l’elce li raccolse con dolcezza


Di madre, nel suo pio grembo ospitale.
I tre cuori, dimentichi del male,
Sentiron rifiorir la fanciullezza.
Tremò nell’ombra un lumicino d’oro…
La stella… E nel silenzio delle valli
Squillò un vario nitrito di cavalli,
Un ambiar gaio, un fremito sonoro.

E non erano, Aritzo, i tuoi ben conti


Mercantuzzi, e non erano i tuoi rossi
Ronzini, scesi dai tuoi boschi mossi
Dal rifòlo, o Regina delle fonti.
Ma Gaspero, Melchior e Baldassare:
Erano i re d’Arabia, i tre re magi,
Cavalcavan per piani e per ambagi;
Avean passato il Logudoro e il mare.

E portavan bisacce con dovizie


Di balsami e di mirra e d’oro e gemme.
Andavano coi servi a Betelemme;
E i servi aveano i cibi e le primizie.
E videro i fanciulli, che nel sogno
Dormivan buoni, dolcemente avvinti:
I capelli sembravano giacinti,
E il molle volto un fiore di cotogno.

Sostarono i re buoni; e con un manto


Di broccato, coprirono i fanciulli;
Nelle lor mani posero trastulli
D’oro, e un balsamo ad addolcirne il pianto;
E accanto a loro posero un agnello,
E i bianchi pani e delizioso vino.
Così, fuori del male, il lor festino
Si ebbero anch’essi, i miseri, o fratello!
72
I COLLOQUI COI MORTI
Canti barbaricini

LA CENA DEI MORTI

Oh spillatemi il vin di Valditortora


Pieno di sole. Candida ed allegra
Splenda al mezzo la mensa; molta negra
Elce bruci nel vasto focolar.
E poiché i fior ricordano le vivide
Aure, cogliete molti fior negli orti,
E spargeteli: a salutarmi i morti
Verran stanotte e qui vorran cenar.

Ecco già giungon, ma non più nel memore


Cuore echeggia il rumor dei passi noti:
Dai sepolcreti gelidi e remoti
Come ritornan silenziosi a me!
Varcan la soglia, e lieti attorno al candido
Desco siedono. O dolce compagnia,
Tutta piena è di te l’anima mia,
L’anima in cui sfioriro amor e fé.

Quanti anni di silenzio e solitudine


Melanconicamente sono volti
A te pensando! Invano in altri volti
Amati il tuo sorriso il cuor cercò.
Or qui rimani! – Brillan tra le grigie
E brune chiome rossi crisantemi;
Stanno negli occhi ancora i sogni estremi,
I sogni che la morte vi troncò.

Mescete, o morti, il vino! Il vin purpureo


Al cuor vostro ricordi i campi e i clivi
Aurei di luce e spighe, e i vecchi olivi
Azzurri nel fiammante mezzodì.
Ricordi al vostro cuor la coppa agli ospiti
Pòrta tra i canti, e l’opere e le prove
75
Magnanime, e la patria terra dove
Il bel fiore dei vostri anni fiorì.

E tu, che solo, e lungi ai figli e al placido


Tuo tetto, oltre le grandi acque riposi,
Tu, padre, che tra i sogni lacrimosi
Dell’infanzia vedemmo a noi sfuggir,
Arridimi! Svaniron della pallida
Infanzia i sogni tristi, e della bruna
Vita l’ombre. Toccando in cuor più d’una
Ferita, muoviam lieti all’avvenir.

E tu, nutrice, a cui cingean le grigie


Chiome e i casti pensieri una ghirlanda,
O mia nutrice, buona e veneranda
Come una madre, arridimi anche tu.
Ed amatemi, o morti. La mia povera
Casa è gioconda sol per il ritorno
Vostro, e io solo per voi sento d’attorno
Squillare i canti della gioventù.

Ma già i fiori avvizziscono, e fiammeggiano


Smorte le vampe della luce scialba;
Si affaccia tra le stelle ultime l’alba,
Tornano i morti ai sepolcreti lor.
Partono i morti e accennano e mi chiamano:
Io li guardo sparir con gli occhi in pianto;
Il mio calice cade a terra infranto;
Essi mi accennan e chiamano ancor.

76
Canti barbaricini

LA MADRE

Il vento or si tace ora sfrasca,


Ascolti? fra i noci e i noccioli:
Ritornano i morti figlioli,
O madre, col ronco e la tasca.

Li vedi: e ti balza nel cielo


Il cuore come una calandra.
Ritornan da lande di gelo
Dove mai non pasce una mandra.

Ritornan da terre lontane.


Ti chiedon la cena: tu guardi.
O madre, oh i tuoi poveri sguardi
Di pianto che cercano un pane!

E un pane, un sol pane non l’hai


O mamma, pei figli tuoi morti.
– O figli che piansi, che amai,
Che piango, o miei figli risorti! –

E gli occhi le brucian di fiamma,


E piange, o figlioli, per voi.
– O mamma non piangere. O mamma,
Oh vieni a cenare con noi! –

77
LA FANCIULLA

Biblina, dolce figlia, figlia morta


Nel fior degli anni tuoi come in un sogno!
Vieni a cena: serbato ti ho una torta
Di uva passe e di poma di cotogno. –

– O mamma mia, non voglio la mia cena;


Voglio solo affacciarmi al limitare.
Sai? ancor mi tormenta quella pena
Antica e non mi lascia riposare!
Oh! cessata dei servi la gazzarra
Ebbra, a me salga dalla siepe bruna
Un fremebondo suono di chitarra,
Sotto la luna. –

78
Canti barbaricini

LO SPOSO

Il fiume travolsemi, o Lia,


Mi uccise col rosso cavallo.
Or dormo in una casa di cristallo
Giù nel mar di Baronia.

Pur nella notte sacra posso


Ritornare al mio focolare:
E mi vedrai, mia Lia! verrò dal mare
Ritto sul cavallo rosso.

E ne udrai da lungi la pesta,


E il fremito della criniera.
O Lia, togliti allora dalla testa,
O mia Lia, la benda nera.

Io ti veda vestita d’oro


Vestita di fiamma, o mio fiore.
E ancor ti avvolgan i canti del coro,
E le fiamme del mio cuore.

79
L’ARATORE

– Il tempo, o zïetto, è sì dolco!


Venite alla seminatura. –
– Profondo assai più d’ogni solco
È il solco ov’io giaccio, o crëatura! –

– Sfornato vi ho sette focaccie


E vi ho rammendato il gabbano;
La cavallina ha le bisaccie
Con le tasche ricolme di grano. –

– Un’altra cavalla sul dorso


Mi ha sviato nel gran mezzogiorno;
Rapito mi ha fuor d’ogni corso
Per strade che non hanno ritorno. –

– Zïetto, se è fredda la sera


Vi scalderete al focolare;
Io dirò nella mia preghiera,
Che il sole vi venga a riscaldare. –

– Più dolce è del miele del bugno


La vampa del fuoco tuo vivo.
Ma il sol, creatura, è cattivo:
Mi ha ucciso con la falce nel pugno. –

80
Canti barbaricini

IL PASTORE

– Ululi come un cane, anima uccisa!


Io ti sento nel vento della notte. –
– Senza fucile, vò per piani e grotte
Con la gola recisa. –

– O mio core! con le tremanti mani


Ti seppellii: ne pianse ogni pastore. –
– Ahi! la greggia mi bruca sopra il cuore
E mi abbaiano i cani. –

– Dormono gli altri morti: e tu per le erte


Cime sobbalzi dispettoso e torto. –
– Gli altri morti hanno pace: io sono un morto
Con le pupille aperte. –

– Dimanda dunque a qualche morto amico


La medicina che ti faccia bene! –
– Padre! la medicina è nelle vene
Del mio coral nemico. –

81
LE SELVAGGE
Canti barbaricini

DISPERATA NUZIALE

Il padre tu m’hai morto! Pur ti accoglie


Oggi il corteo di nozze. Ecco la sposa:
Dal busto d’oro, come un fior di rosa,
Le sboccia il seno: un fiore tra le foglie.

Offron la lana, e dicono i pastori:


– Così bianca ti veda un’altra età,
Quando la figlia, sposa, se ne andrà,
Trepidando, fra gli inni dei cantori.

Ed ecco, o sposo, il miele! Agreste timo


Tanta dolcezza mai non stillerà,
Quanta ne avrai nel cuore il dì che il primo
Figlio il rude puledro inforcherà. –

E andate. E bianche mani ove tu passi


Spargon coi fiori il buon grano augurale.
Ma io che piango, su te verso il sale,
Il sale, o traditore, su’ tuoi passi.

85
LA SPOSA

O sposo vestito di grana,


La sposa tua piange: perché?
Bevuto hai dall’anfora rossa
Di quella fanciulla lontana?
Smarrito ha l’anello tuo d’oro,
Lavandosi nella fontana?
Veduta ha la stella diana
Sul monte vicino alla luna?
O entrata è la mala fortuna
In casa di un dolce parente?

– Non bevvi dall’anfora rossa


Di quella fanciulla lontana;
Smarrito non ha l’anel d’oro
Lavandosi nella fontana;
Né ha visto la stella diana
Sul monte vicino alla luna;
Né entrata è la mala fortuna
In casa d’un dolce parente.
Ma piange, ma piange, io lo so,
Ma piange, ma piange perché
Tra i cumuli bianchi di lana,
Un bioccolo nero trovò.

86
Canti barbaricini

NOTTE NEL SALTO

Null’altro sentivo che i colpi


Dell’irto cignale negli elci:
Un lento brusire di felci
E a tratti il bramir delle volpi.

Il fuoco taceva. I guardiani,


Ravvolti nei manti di albagio,
Seguivan nel sonno il randagio
Vagar delle greggi e dei cani.

Quand’ecco, nel cielo senz’astri,


Vibrò dagli ovili vicini
Il vigile urlìo dei mastini
E un largo sfrascar d’oleastri;

E giù dalla vetta soprana


Al nostro bivacco, tra i radi
Ginepri, volgendosi ai guadi
Notturni, passò la bardana.

87
VESPRO DI NATALE

Incappucciati, foschi, a passo lento


Tre banditi ascendevano la strada
Deserta e grigia, tra la selva rada
Dei sughereti, sotto il ciel d’argento.

Non rumore di mandre o voci, il vento


Agitava per l’algida contrada.
Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada
Ridea bianco nel vespro sonnolento.

O vespro di Natale! Dentro il core


Ai banditi piangea la nostalgia
Di te, pur senza udirne le campane:

E mesti eran, pensando al buon odore


Del porchetto e del vino, e all’allegria
Del ceppo, nelle lor case lontane.

88
Canti barbaricini

IL RITORNO

Ferito, a notte, giunsi all’abituro;


Giunsi alla dolce soglia e mi fermai.
Ah! io non vidi, non vedrò più mai,
Il cielo così grande e così puro.
Il sangue mi gocciava dalle vene:
Le prefiche cantavan la mia morte:
Mamma piangeva la mia mala sorte.
Esse cantavan tragiche e serene.

Cadea sui volti scarni la criniera


Arsiccia e grigia come l’olivastro:
«Cuor di tua madre, fiore di mentastro,
Molle di sangue nella terra nera!»
Ecco, balzai tra loro: il limitare
Vampò di gioia e di gioia nitrì
Mia madre, ed ogni prefica mi offrì
Il pane e il vino presso il focolare.

89
I GRASSATORI

Anelavano ai boschi dell’altura,


Arsi, felini. Il vento dell’aurora
Agitava i lor velli irti e le chiome.
I cavalli, già vinti dalle some
Inique, procedean stanchi. Era l’ora
Dell’adunata e della partitura.

E con loro era Liba, il mandrïano


Di molte greggi, Liba, il domatore
Di giovenchi e poledri. Ora non più:
Ché già sulla sua forte gioventù
Scendeva l’ombra; e aveva rotto il cuore
E bianco il viso e debole la mano.

Li avea seguiti a lungo. Or su per l’erta


Mal reggeva al cavallo il duro freno,
E invan chiedeva balsami alle fonti.
Or si moriva. E, in sogno, udìa dai monti
Un tinnir di campani al ciel sereno…
Ahi! forse era la sua mandria diserta.

Ma sul monte al ferito, a pié degli elci,


Ecco i giovani stesero il giaciglio
Di molli fronde; mentre gli anzïani
Sceglieano i tronchi e, con le accorte mani
E col ferro, destavano il vermiglio
Seme del fuoco dalle acute selci.

E brillarono i fuochi. Ed: O fratelli,


– Disse il più vecchio – io spartirò le prede,
E ognun se l’abbia come vuol la sorte.
Faremo come quando, posti a morte
I cervi che la caccia ilare diede,
E le carni si spartono e le pelli. –
90
Canti barbaricini

Tacquero e si segnarono. E dai sacchi


Caprini ei tolse le orerie, tesori
Ignoti, e molti calici e boccali
Di argento, e gli otri e i roridi fïali
E le pelli, conforto ai tuoi pastori,
O Barbagia, nei gelidi bivacchi.

Tolse i rasi e i damaschi, e con le mani


Sanguinose li svolse. Eran giardini
Di gigli d’oro, fiori di malìa…
Li avean portati all’arsa Baronia
Sulle devote barche i levantini,
In tempi antichi, da lidi lontani.

Mostrò i broccati, simbolo di gloria


Alle aspettanti vergini, ed i freni
E l’armi ed i monili ed i coralli.
E monete istoriate di cavalli
Non mai visti: cavalli saraceni,
Lievi, chiomati, cari alla Vittoria.

Or guardavano intenti e avean nei tetri


Cuori l’empia follia dello sparviero
Selvaggio. Era tra l’erbe un lucer d’astri.
Non mai quelle lor mani, che i vincastri
Stendevan dolcemente sull’impero
Delle greggie errabonde, come scetri,

Non mai – né pur nei sogni – avean ghermito


Cose sì belle. Trassero le sorti,
E spartiron le prede. E nei boccali
E nei calici voller gli augurali
Vini mescere: i giovani ai più forti
Davan le tazze, come in un convito.

Beveano in cerchio. E a Liba anche, in quel loro


Gaudio, porsero il calice di argento,
Augurando. Egli bevve con un riso
91
Estremo. Erano i cieli di narciso;
Bianche mandre di nubi sopra il vento
Migravano al lontano Logudoro.
– Liba, mio piccol cuore, – parlò allora
Un antico, che degli Evangelisti
Aveva il grave eloquio – o Liba, noi
Sovra un letto di quercia ai luoghi tuoi
Ti porterem stanotte, e là, non visti,
Ne verranno i tuoi vecchi sull’aurora.
Or prendi, intanto: è tuo questo dipinto
Freno e quest’armi, che ti pongo a lato;
Tuo questo miele; tuo questo boccale;
Tuo questo drappo che non ha l’uguale:
È a palme d’oro, un palio di broccato,
Il più bello di quanti tu ne hai vinto. –
– Oh! disse lui, non l’armi e non il freno,
E null’altro io più voglio. Già minaccia
L’astore e il nido plora su la frasca!
O piccol zio, voi solo date a Paska
Quel drappo d’oro, e, come le mie braccia,
Quelle palme le avvolgano il bel seno. –

92
Canti barbaricini

IL VOTO

Nostra Signora bella,


Che sul monte Gonare
Hai la casta dimora
In vista ad ogni terra,
In vista a tutti i mari:
Se a te salgan pei cieli tempestosi
Di procelle e destini,
Le preghiere degli umili marini
E i voti delle barche coralline:
Se a te salgan sull’aure vespertine
I sospiri fidenti
Delle vegliate culle e dei bivacchi:
Se a te giungan sui venti
Meridïani l’affanno degli arsi
Mietitori, e l’anelito
Degli scalzi pedoni,
E dei mendichi erranti,
Perché sei vista dalle opposte strade,
Che vanno tra i frumenti e i melograni,
Che vanno tra gli elceti e viti d’oro,
Ai gialli Campidani,
E al verde Logudoro:
M’ascolta tu, Signora di Gonare!
E tu, santo Francesco,
Che non tolleri ambagi;
Ed hai la bianca casa a pié del monte
Privo di fonti, – poiché tu sei solo
Fontana di fortezza e verità –
Ed hai servi pastori,
Ed hai tanche e giovenche,
E serbi nel tuo cuore formidabile
93
Chiuso con tre suggelli,
L’affanno e le rancure
Dell’atterrito micidiale, il tardo
Pianto delle galere,
Ed il segreto pianto
Delle madri davanti alle prigioni;
Santo dei forti, santo dei banditi,
E dei rapinatori;
Ascoltate il mio priego: io non vi voglio
Pascoli di trifoglio
Al gregge mio; non voglio
Ricchezze, né mastini
Da presa, né cavalli
Corridori, né ori
Alla mia donna. Voglio
Solo una grazia, voglio
Che il mio mortal nemico
Affoghi nel suo sangue;
La sua femmina, madre dei suoi figli
Accatti negli ovili;
Questo vi chiedo. E a voi, nostra Signora,
Adornerò le mani
Di un’alba cornïola;
E a te, Santo di Lula,
Accenderò una lampada,
Che in notte di procella
Sia vista dai caprai di Bruncuspina,
E alle anime penanti in purgatorio
Una giovenca matterò, più bianca
Della neve, spettacolo ai pastori
Che accorrono dai salti ad ammirarla.
E i miei servi la chiamano,
Tra il rosso mareggiar della fiorita
Tanca: Bandier’in-mare.
94
Canti barbaricini

DITIRAMBO DI GIOVINEZZA
A Vittoria Ciusa

Date l’acquavite alle mani,


Prendete la tasca e lo schioppo
E andiamo. Ohià! che galoppo,
Che rombo tra l’urlo dei cani.

Prenderemo i cavalli che a frotte


Corron nitrendo le tanche,
Gli figgerem nel collo le branche,
Li avventeremo contro la notte.

Versatemi il vin di Marreri


Che mi apre le vene del cuore.
O donna, apparecchia i taglieri,
E poi… hutalabì! col corridore.

Ho un sogno nell’anima torva,


O uccellin mio di Primavera!
Vo’ traversar la Costera,
Vo’ entrar nell’aspra Bonorva.

Là nella chiesa, sul coro,


Vi è una santa d’oro, vi è!
Voglio portarti quella santa d’oro:
Ruberò la Madonna per te!

95
SPERDUTI

E giunsero al villaggio
Che ardeano i focolari:
Dai chiusi limitari
Ne traspariva ancora qualche raggio.
– Ai piccoli raminghi
Aprite, o cristiani! –
Non gli uomini, ma i cani
A quel grido risposero coi ringhi.

E andaron per le piane


Nevose e per le grotte;
Vagaron giorno e notte,
Penando, senza fuoco e senza pane,
Ahi soli nei perigli!
Ben sapevan le belve
Nelle natie lor selve,
Dar cibo e pace ai lor piccoli figli.

Fuggiron tra il nevischio,


Pregando. Ecco la chiesa:
Solenne erma sospesa
Sui dirupi, tra l’elci ed il lentischio.
– Aprici, o Dio, Signore! –
Sui cardini di ferro,
L’alta porta di cerro
Rimase anch’essa chiusa come un cuore.

96
Canti barbaricini

MASSIMO GORKI

Io ti vidi, poeta. Il ciel senz’astri


Rompeva in pianti sopra la brughiera.
Balenavano i fuochi della sera
Intorno intorno pe’ deserti castri.

E tu venisti, scalzo, tra i mentastri


A quei fuochi; e i pastori, in quella spera
Spasimante di fiamme alla bufera,
Ti guardarono curvi sui vincastri.

Tutta l’anima triste di Barbagia


Ti guardava in quegli occhi, e ti si offrìa
Con quel fuoco ogni cuore non ignaro:

Ché sentivano dentro la randagia


Procella che batteva la tua via,
Lo strazio loro e il tuo, Massimo Amaro!

97
ALLE MADRI DI BARBAGIA
Canti barbaricini

ALLE MADRI DI BARBAGIA

Io dico questo canto a voi, Madri dolorose


Di Sardegna: oggi che rudi
Mani avvolgon all’elce verde le purpuree rose,
E riposan magli e incudini.
Fugge la notte, o Madri. Sul risveglio della landa,
Nel gran cielo antelucano,
Solitaria ne brilla qualche stella: una ghirlanda
Di astri uscitale di mano.

E dall’ombra or il canto, o madri, va a chi spera


Va a chi sogna, a nunzïare
La luce, come uccello, figlio della Primavera,
Che improvviso vien dal mare.
Madri che dolorando il dolor di tutti i cuori
Guardavate i muti cieli;
Voi, che perdute nell’ombra degli antichi errori
Prone tra le fami e i geli,

Mormoraste: O Dio, sia fatta la tua volontà!


Che sentiste arder nel pio
Seno l’alta promessa che vi sorridea: Verrà
In terra il regno di Dio.
O Madri, o Madri! I cieli vi mentirono, e mentito
Vi ha Gesù mille e mille anni,
E vi ruinò dai ferrei taciti evi un infinito
Gorgo di odio e d’onte e affanni.

E vedeste per terre fosche di albatri e di assenzio,


Dove dormon le remote
Stirpi, pur essi i figli spasimare nel silenzio
Delle assidue opere ignote.
Curvi sui torti aratri, iteravano il cammino
Delle glebe, oggi, domani,
101
Finché non traboccavano di quei solchi sul confino,
Con la stiva nelle mani.

E guidavan nel debbio l’util fuoco come un cane,


Nell’aer vivo di ogni ardore,
Vigili a contenere quelle lor fiamme lontane
Dalla siepe del Signore.
E nelle notti, quando scende fra li orzi alle fonti
Cauto a bevere il cignale;
Quando il cielo si annera vasto, e brontola dai monti
Balenando il temporale,

Essi urgevan la greggia nomade e gli armenti bradi


Ai pianori dalle valli,
Avvolti in nere pelli, avventando ai torbi guadi
Con felino urlo i cavalli…

Oh! ma sempre nel cuore li seguiste voi, dolenti.


E se il fuoco d’olivastro
Garriva alla bufera; e se ardea nei cieli intenti
Presso il novilunio un astro,
Fu più vivo l’affanno. E a precorrere l’aurora
Spiavate dalle soglie
Fumide il cielo, e al vostro gemito tacea, nell’ora
Grande, il vento tra le foglie.

Poi all’alba per loro voi tesseste il rude albagio


E torceste l’aspro lino.
E nulla fu per voi: non la lana del randagio
Gregge, non il miele o il vino.
E tutto fu per loro: e quel molto, e più quel poco
Che fu vostro. E in ogni giorno
Serbaste a loro un dono: quel giaciglio accanto al fuoco
Per le sere del ritorno,

E il pane delle nozze, e la dolce uva vernina,


E le poma del cotogno,
102
Canti barbaricini

E sovra tutto il vostro cuore, colmo di divina


Bontà, vivo di un sol sogno!
Ma pur i figli, reduci dagli ovili, nelle mani
Vi poneano umili un loro
Dono: un’util conocchia, istoriata sui lontani
Monti, in un ramo di alloro.

E brillò la conocchia per voi nel crepuscol tetro


E nella serenità
Dell’alba, o Madri antiche: e fu il segno e fu lo scetro
Della vostra deità.

Ma non sempre il lor ferro seguì docile, nel riso


Dell’ingenuo cor, la pace
Dell’opra onde scolpite si mesceano al fior d’aliso
L’uva e l’edera seguace.
E non sempre le mani si snodarono innocenti
Al musar trepido e lieve
Dei redi, o nel soffolcere le ulivete mal gementi
Sotto il peso della neve;

Ma irroraron di sangue, di fraterno sangue, i dumi


Delle tanche: arsi, feriti,
Tra le voci del vento, discendeano ai verdi fiumi
A lavarsi, i cainiti!
Cupa l’eco dei monti iterò le fratricide
Voci ai glauchi anfiteatri:
E solcaron la terra torvi, con l’armi omicide
Annodate ai santi aratri!

E voi tutto sapeste, tutto voi sentiste, o Madri!


Ed appresero le balze
Anch’esse il vostro strazio quando, abbandonati i quadri
Focolari, usciste scalze
A cercarlo il cuor vostro, Madri! Prefiche ed Erinni
Che di canti e vaticinî
Ghirlandate le culle, di che tetri e vindici inni
Coronaste i letti elcini!
103
I letti che la scure strappò all’elce: dove i morti
Furono stesi ad ascoltare
Gli ultimi canti: i letti dove giacquer biechi e torti,
Volti i piedi al limitare.
Madri, d’allor sull’anima vostra fu tutto il silenzio
Sconsolato che è nel piano
Flagellato dal sole, quando fiammeggia l’assenzio,
E il ciel sembra più lontano.

Le mani che infioravan come un canestro votivo


I presenti nuzïali;
Le mani che tremando stendean l’olio d’ulivo
Su le ferite mortali;
Le mani che poneano nei caprini sacchi il pane
Al pastore e all’aratore;
Le mani che versavano sulle nostre lotte insane
Tutti i balsami del core;

Quelle supplici mani si serraron stanche e scarne


Ahi! per sempre nella muta
Preghiera, e mai non ebbe altre pene più la carne,
Da quel pianto combattuta.
O Madri, o Madri! i cieli vi mentirono, e mentito
Vi ha nei secoli Gesù:
E il suo regno non venne, e quel suo sogno è svanito
E non tornerà mai più.

E non da lui la gioia verrà a voi; ma vi verrà


Dalla montagna e dal mare,
Vasta e tacita come la luce; e non avverrà
Da quel vostro umil pregare;
Non dall’uomo o da Dio; ma sarà l’ardente figlia
Del cuor vostro e dell’umano
Volere, e saprà molcere quanti seni e quante ciglia
Han pregato ai cieli invano!

Madri! col puro latte, odorato del rupestre


Timo, a quella gioia io libo.
104
Canti barbaricini

Se vitale mi fu, come il primo soffio alpestre


Che mi avvolse, e come il cibo
Primo, il dolore, o Madri! se mi fu sacro ogni vostro
Dolor, Madri, nel dolore
Di mia Madre (e salimmo, o fratello, il viver nostro
Con quell’ombra dentro il cuore!)

Madri, io libo. Io non veda voi più curve, come l’elce


Tòrta dal vento, su gli anni
Morti, dir alla fiamma che vi nasce dalla selce
E dal ferro, i vostri affanni:
Non vi veda con gli occhi fisi al muto limitare
Aspettare chi non torna,
E gemere e penare e plorare ed implorare
Quando annotta e quando aggiorna:

Non vi veda schiomate uggiolare sullo spento


Focolare nei villaggi
Taciturni. – Oh solinghe voci profughe sul vento
Nel delirio di selvaggi
Riti. Oh voci di Madri! monodie di prefiche ebbre
Di vendetta e mala sorte,
Sulle terre precinte dal silenzio della febbre,
Dal silenzio della morte –

Madri, io libo! La terra come voi ci sia materna,


E dia pane e dia letizia
Ai figli, ai vostri figli: e vi regni augusta eterna
La Giustizia.

105
ANTELUCANE
Canti barbaricini

LEPPA E VOMERE

Dice la Leppa: Un giorno benedetta


E sacra in pugno del milizïano,
Nei campi – ove già l’impeto romano
Si franse – balenai come saetta.

Ora, a guardia dell’umile casetta


E della virtù prisca, non invano
Vigilo, e arrido al pallido isolano
Nei tormentosi sogni di vendetta.

Ed il Vomere: Al giusto io dò le buone


Messi; come pia arca, a me si schiude
La terra che di strage empia tu irrori.

E attorno a me, dalle colline prone,


S’alza a sera, fornita l’opra rude,
Il canto arvale dei lavoratori.

109
SALUTO AI GOLIARDI DI SARDEGNA
Per il Congresso universitario sardo tenutosi in Nuoro

Odi? essi giungono, o Madre, o Patria!


Essi che cantano l’inno dell’avvenire.
Or tu lascia la crocea benda, che male avvolseti
Al fiero capo il torbido giorno delle ire;
Cingi la benda candida e affacciati
Alta, dei monti sul limitare
Tremolo d’elci nere, e ben volino
In alto gli animi e gli inni e i falchi ad augurare!

Vedi? a Te giungono dal golfo ondisono


Curvo sul lucido mar come arco di luna;
Dai bei lidi che videro la vela infaticabile
Di Ulisse, volta alle isole della Fortuna.
A te ne vengono dalla magnanima
Città che levasi bianca tra brune
Selve pacifiche, dove ancor vibrano,
Da mura dirùte, i fieri sensi del suo Comune.

E Tu con ospite core, Tu accoglili,


O Madre, o Patria! Non più essi agli impronti
Sogni concedon l’anima, ma vindici ad un vindice
Lor richiamo, ecco levano le balde fronti.
Per poco il nitido pennecchio or dunque
Posin le mani, o Madre, e il tetro
Stame dei negri velli, e la nobile
Ròcca, di gracili intagli insigne, come uno scettro.

Posino l’opere. Ed il più fervido


Tuo vino mescasi, e si spezzi il tuo pane
Più puro; per lor, vittima fausta, s’impiaghi il fulvido
Cignale entro le fumide forre montane.
Sentano l’anima Tua dentro l’anima
110
Canti barbaricini

Buona, nell’anima loro che anela


Alle fontane schiuse tra i vergini
Fiori, ai tuoi vertici arsi ove l’aquila e il cor s’inciela.

Lascia la crocea benda, che avvolseti


Al capo il torbido giorno di rabide ire.
Ascolti? a Te ne vengono, primavera dell’anima
Nostra, e a Te l’inno cantano dell’avvenire.
Per sempre snebbiano via con le nuvole
I truci sogni dinanzi a loro:
Eccoti il vino, il vin purpureo
Dei colli, mescilo nell’ospitale tua coppa d’oro!

Non io. Nel calice mio più non fumiga


Il vino ambrosio della mia giovinezza,
Pure, se ancor sull’invido cuor passi il vostro cantico,
Sfolgorante di indomita fede e fortezza,
Sentirò, o liberi Goliardi, l’èmpito
Del dolce sogno, sogno che fu,
E che ancor memore sorge dall’anima
Cercando il cantico, cercando il sole di gioventù.

111
IL CANTO DELLA BONTÀ
Per il primo Congresso dei Maestri sardi tenutosi in Nuoro

Fabbro, che sull’incudine sai battere il fecondo


Vomere, e, se lo voglia il Dritto, anche la spada;
Tu che inondi di sònito e luce la contrada,
Già prima che la stella lasci il ridesto mondo;
Seminator, che il solco segni tra i pigri veli
Del novembre, e la stiva reggi devotamente,
Come una croce, e versi dal pugno la semente,
E dal cuor la speranza, grande, guardando i cieli;

Uomo dei campi, che col tuo nobile ferro


Strazî, per fecondarlo, il faticoso cuore
Della terra, onde poi il calice ha il licore,
La lampana la fiamma, e l’ombra arguta il cerro;
Pastore, irto di pelli, che, quando dalla reggia
Del monte rompe il nembo, col vento e la bufera,
Vai fosco e taciturno, pensando nella sera
Con egual core ai figli e ai redi della greggia;

E donne, o voi bendate ai dì mesti di croco,


Che coronate di ninnananne divine
E le culle e le bare; voi madri, voi regine,
Caste custoditrici del lievito e del fuoco:
Udite, udite! Vengono, ecco, al rupestre nido
Nostro i piccoli padri! A lor, sì come dopo
La pia fatica, dite il canto, e di piropo
Ogni anima fiammeggi nell’affettuoso grido!

Vengono i dolci padri di tutti i figli: i buoni


Pastor che danno il timo all’orfano agnelletto:
I fabbri di virtù: i saggi che al negletto
Fior dan la luce; gli uomini delle seminagioni.
Dite il canto. Ma quale canto, o figli, dirà
L’anima vostra, in cui, come in non tocca selce,
112
Canti barbaricini

Non desta è ancor la fiamma? Ah! voi spargete l’elce


Ed intrecciate solo pensieri di bontà!

O figli, o figli! quanto arse in fondo all’oscura


Anima nostra di odio, in voi arda d’amore.
O Bontà, rideranno precinti dal candore
Tuo tutti i sensi e i sogni della Città futura.
Oh siate buoni! nulla vi sarà di più grande
E di più augusto che la Bontà, sotto il sole.
I canti degli eroi non valgon le parole
Del giusto, e il rosso alloro non val le pie ghirlande.

L’anima vi trabocchi di amor, come una coppa


Di latte; nel perdono vostro amate pur quelli
Che si nutrono d’odio: anch’essi son fratelli
Nostri, ed intorno a loro fu vasto il pianto e troppa
L’ombra; versate il vostro balsamo anche sul male
Che è nel cuore dell’uomo; amate anche il felice
Inesperto del pianto; anche la meretrice
Amate, e il folle e il truce ed il micidïale.

Nulla sarà più grande di questo amore e un vano


Sogno fu ogni altra cosa! All’uomo che il coltello
Brandì torvo nell’ira, mormorate: Fratello!
E il ferro gli cadrà dalla snodata mano.
Alla donna che strugge nell’opera servile
Il dì di giovinezza: alla negletta ancella
Che anela scalza ed arsa, mormorate: Sorella!
E il cuor le tremerà come fiore in aprile.

Amate ogni vivente creatura: ogni cosa


Viva: il fior della Vita! La cicuta e la spica,
La vipera e l’implume, l’aquila e la formica,
La fronda del cipresso e il fiore della rosa.
E nulla, o figli, ai piccoli vostri padri sarà
Più dolce che la vostra ben divinata messe.
O nati a suggellare le fulgide promesse,
Spargete l’elce e i sogni di pace e di bontà.
113
SGELO

Palpita tutto al molle,


Languido mite fiato
Di marzo, il risolcato
Colle.

Or fuori della bruma


Aulisce di vïole;
E verde altare al sole
Fuma.

Levansi attorno i monti


Sereni alti splendenti
Di gelo, e di gementi
Fonti.

O Barbagia! e sui cigli,


Coronata baleni
Di nevi, e di sereni
Gigli.

114
IN LODE DI FRANCESCO CIUSA
Canti barbaricini

Notte
IL NATALE DI LAZZARO

Vedi è Natale: scende dai pertugi


Del soffitto la luna e imperla un velo
Sull’insonne occhio tuo. Negli stambugi,
Se c’è la luna, vi si addoppia il gelo.

Odi? rombano, cantan con anelo


Empito le campane, e tu trangugi
Fiele, ed i tuoi pensier, neri segugi
Arrandellati, abbaian contro il cielo.

Oh! D’april, quando è Pasqua, nel profondo


Ciel v’arde fuoco, e sono pie le fonti,
E vi ha di molta erbuccia e radichelle…

Ma a Natale hanno aguzzi rai le stelle;


Son chiusi i cuori e son fredde le fronti,
E muto e nero e senza sole è il mondo.

II

Tu ascolti e vedi in sogno. Ecco il fiorito


Desco e, tra molto acciottolìo sonoro
E canti, ecco il majal, di sacro alloro,
Come un cesareo vate, redimito.

Borghesi e filistei parlan fra loro


Di Gesù nato e sognano il convito
Celeste… e mangian lenti, con decoro,
Ché il cibo è assai, più assai che l’appetito.

Ma tu balzi fantasma, alto, ed ascolti


117
Giù dall’abisso della via salire
L’ululo estremo di cognati cuori…

Sovra le turbe passano bagliori


Di nembo e tuoni, di corrucci e d’ire!
Guardan dall’ombra disperati volti.

Dicembre 1903

118
Canti barbaricini

Mattino
ALLA FONTE

O Francesco, la prima creatura


Che ti sorrise dalla sanguinosa
Nostra terra, sfiorì come una rosa
Selvaggia, in un mio canto di sventura.

Or la rivedo, schiusa dalla pura


Tua mano giovanil, con rugiadosa
Fronte di gloria, riguardar secura
Oltre il sogno, alla sua vita affannosa.

Oh fuor dei venti della truce sera


Cammina, anima! Il nostro ermo destino
Celato è come il fuoco delle selci.

O Francesco, e udiremo a primavera


Costei, fornito il suo duro commino,
Parlar della tua gloria, alta fra gli elci!

Agosto 1904

119
Meriggio
LA MADRE DELL’UCCISO

Madre, nel grido della turba, il carro


Trainò l’ucciso figlio tuo dal monte;
E troppo lenti erano i gravi bovi
A portartelo al tuo solo dolore.
Or te lo senti ripassar sul core
Il sanguinoso carro.
E ti stai sulla pietra
Del focolare, ove spartivi il farro
Con la sua gioia; e inconsolata e tetra
Ti affliggi, o madre, nell’immota pena
Della tua vita; e ti discarna e adunca
Il dolore col suo ferreo ronciglio
Più d’allor che con lui, col dolce figlio,
Falciavi l’orzo per le chiuse valli.
Altra messe ora mieti:
La falce del pensiero
Taglia spighe di pianto;
Leghi i mannelli del gran sogno infranto
Nel tuo silenzio, sotto il cielo nero.
E non sola una madre con un solo
Dolor tu sei, ma sei
Ahi! tutta la Barbagia di Sardigna,
Sola sui tristi monti
Tra il singulto del mare
Tra il singulto dei venti,
In vista agli orizzonti
Seminati di pene,
Tacite e vive come fiamme ardenti
Di bivacchi notturni.

O Francesco, o fratello!
Da quali nostri cieli taciturni,
120
Canti barbaricini

Errando per pianure d’oleastri,


Ti mosse incontro questa forma viva?
I tuoi sogni lontani eran come astri
Accesi sopra solitaria riva.
E a te venìa dall’ombra antelucana
La parola profonda
Di questa terra antica:
E ascoltasti l’insonne
Vento seminatore
Nella tanca lontana;
E adorasti il silenzio
Del ciel meridïano
Quando le selve pendon come cetre
E vibra sulle pietre
Dei vertici lo squillo
Del falco cacciatore.
Tutte accogliesti in cuore
Le melodie del campo e dell’ovile…
Del debbio e del vïaggio
Dei nomadi pastori,
Della vendemmia e della tosatura,
E della domatura dei selvaggi
Torelli e dei poledri corridori.
Ecco: e tra questi accenti
Varcasti il limitare
Del tuo silenzio: e all’opra creatrice
Drizzasti il cuore con virtù nativa.

E fu puro il tuo gesto,


E casto come quello dell’uom che ara,
E della donna che apparecchia il pane,
E del pastor che guida, nella chiara
Notte di luglio, il branco alle fontane.
E fosti triste e solo al tuo lavoro,
Solo alla tua fortuna;
Con solo il tuo dolore,
Con solo il dolce amore
121
Che ti arridea dal Marghine lontano.
Ed ecco, la tua mano
Ora ha ghermito il sogno:
Ghermito lo ha, così, con giovanile
Impeto, come quando
Salivi l’erta cima a snidiare
I falchetti; così, come sapevi
Con la sicura fionda
Spiccar la pina dall’aerea fronda!
Ora lasciati a tergo il truce intrico
E gli striscianti sibili e l’esiguo
Aer dello speco: col sogghigno ambiguo
Nulla più ti domanda il gran Nemico.
Va’ per la tanca in fiore:
La terra è tutta bianca
Di greggie e di asfodeli;
Balzano su dall’artemisie d’oro,
Trillan da tutti i cieli,
Le allodole, o fratello!
Ah! sveneran l’agnello
Più grasso, oggi, i pastori,
E ti daranno il latte,
E parleran con te di questa loro
Madre, e avranno nel cuore
Il pianto del ricordo!
E l’anziano dirà: Sian benedette
O figlio, le tue mani.

Sardegna, o Madre, chi nella tua notte


– Non ebber mai più vasta notte i cieli –
Chi dirà il canto alla tua luce, il canto
Della tua primavera?
O Taciturna, o Sola!
La profonda parola
No, non l’udrai dai cento tuoi loquaci
Rabula, tronfî tra il plaudir dei fetidi
Subrostrani: né porpora alle rose
122
Canti barbaricini

Della tua Primavera


Darà la cauta schiera
Degli onesti tuoi ladri e dei banditi.
Se l’aurora arderà su’ tuoi graniti
Tu la dovrai, Sardegna, ai nuovi figli.
A questo: a quanti cuori
Vegliano nella tua ombra, aspettando!
O fratello, e tu primo alla vittoria,
Da’ il grido dai vermigli
Pianori: Agita il palio…
O rosso cavallo,
O cavallo di gloria, hutalabì!

Aprile 1907

123
ODE AL GENNARGENTU
Canti barbaricini

ODE AL GENNARGENTU

Anima, ascolti? Un grido di vittoria


È in cielo. Passan le aquile. Al supremo
Vertice sali, e là, sogna l’estremo
Sogno di gloria.

Ascendi. Non qui il tinnulo lamento


Degli armenti, o di nostra vita i segni.
È qui la pace: e sono questi i regni
Ermi del vento.

E già sul vento levansi, da monte


Spada, spettri di nubi. Sopra il cuore
È un’ombra: son passati. Nel chiarore
Sùbito, un fonte

Luccica e scroscia. Odorano le valli


Di serpillo e di quercia; erti fra l’erbe
Aspre, poggian nitrendo a queste acerbe
Aure i cavalli.

Ecco, è la cima. Come aërea regna


Il cielo, qual la vidi nel desìo!
Oh, che tutta ti abbracci oggi col mio
Cuore, Sardegna,

Tutta! Dai picchi dove la mattina


Stanno i vecchi pastori a rimirare,
Alti fra i greggi bianchi, il tremolare
Della marina;

Ai piani dove van silenzïose


Ombre di mandre e nubi; ai bei meandri
Delle gole, ove intesson gli oleandri
Serti di rose;
127
Ai ruderi del grande Enosigeo
Memori, proni tra i lentischi e i mirti,
E a quelle che te vider, sarde sirti,
Divo Aristeo.

Deh! da quanto mistero arso di lande


Tendon gli animi a te, siderea vetta.
E tu ti stai, vigilia eterna, eretta
Al nembo e al grande

Ciel, che s’inarca sul perpetuo pianto


Del mare. E sai di nostra stirpe i fati,
E udisti – o gloria! – dopo i disperati
Impeti, il canto

Della vittoria, quando dai confini


Dei monti balenarono, su gli adri
Valichi, i vostri flammei avvisi, o padri
Barbaricini.

Or nella notte irrompe pe’ deserti


Valloni la bardana: alti, nei neri
Manti, passano torvi cavalieri
Tastando i certi

Schioppi, se senton ridere nel cuore


L’odio. Pur qui, mondo di crucci e d’ire,
Salì un giorno, guardando all’avvenire,
Un vïatore.

E sull’ultimo sasso, su cui vola


L’aquila e il vento, e ha serto di vïole
Selvaggie, scrisse – e riguardava il sole –
Una parola.

E qui fiammeggia… O nubi, e tu, randagia


Aura, ditela voi nel volo vostro
128
Canti barbaricini

L’alta parola. E tu, terra del nostro


Sogno, Barbagia,

Accoglila nel cuor, come del lento


Verno il germe nel buon solco si accoglie;
E tu vedrai dal tuo Monte, che ha soglie
Sacre, di argento,

Scender la Gioia. Tu vedrai sui monti


Fiammeggiare quel giorno le bandiere
Del sole; tutte tutte le bandiere
Dei tuoi tramonti.

Darà serti di pace l’olivastro


Della tua tanca: i tuoi figli, i pastori,
Sentiranno levarsi dai lor cuori
Selvaggi un astro.

Oh benedetta per la tua ventura,


Come lo fosti per il tuo dolore!
Sii benedetta per il nostro amore,
Barbagia, pura,

Pia madre che ci nutri di tua forza.


Sii benedetta per i limitari
Schiusi all’ospite; per i focolari
Dove non smorza

Mai la fiamma l’anziano; per il pane


E per il latte dato al vïandante
Ed al ramingo; per la greggia errante
Che alle fontane

Scende col sole, mite e bianca, a bere;


– E intorno stanno le cavalle e i cani
E i servi: e quei che se ne van pe’ piani
E le brughiere,
129
Cercando i redi, richiamando a nome
Le agnelle, sperse giù, nel temporale:
E han sandali di pelle di cignale,
E intonse chiome:

E sanno nelle costellazïoni


Legger l’ora del tempo, e senza freni
San domare i polledri, e son sereni,
Gagliardi e buoni –

Sii benedetta per le tue capanne


Dove tra i salmi passano leggende:
Dove, nei vespri, ronzan le tremende
Tue ninnenanne;

Per le selve che al cuore che dolora


Danno sensi di forza e melodia,
Quando vi scorre trepida, su via
Di fior, l’Aurora;

Per le tue donne che tra vagli e spole


Dicon lor tristi canti; per i vecchi
In molte opere esperti; pe’ pennecchi
Tremuli al sole

Come fronda di pioppo; per l’eletta


Tua nuova sorte; per il tuo dolore;
Per l’odio nostro; per il nostro amore:
Sii benedetta!

130
ICNUSIE
Canti barbaricini

L’ALTERNOS
Sui campi di Tiesi, in un’alba del Giugno 1796

All’alba – il carro d’oro per la via


Lattea scendeva, e un’aquila garria –
Fu visto – o fato! – Don Giovan Maria,
Il ribelle Alternos, qui cavalcare.

L’alto suo sogno, grave di avvenire,


L’impeto fatto di speranze e d’ire,
La forza di chi sorse a maledire
Egli vide dal sommo ruinare.

Errava triste e solo. Per il piano


Fuggiangli l’occhio e l’anima lontano:
Ché ancor vedeva quel suo sogno, invano,
Sui boschi, dietro i monti, balenare.

I monti della patria! Come veli


Di ninfe si svolgevano nei cieli
Le nubi antelucane: gli asfodeli
Svettavano al chiaror crepuscolare.

Or nella gloria di sue rosse aurore,


Cinto di lampi si levava il cuore,
Anelando. Or non più, dentro il fragore
Dell’armi, l’inno, soffio aquilonare!

Non dal pulpito più prete Muroni


– Legato ha il suo ronzino agli arpïoni,
E polveroso è ancora, e con gli sproni –
Rugge sui vili, ché non sa pregare.

Non più nel solco del mattino d’oro


Le urgenti turbe! O verde Logudoro,
133
Di che fiamme avvolgesti il nobil coro,
In ogni ovile e in ogni casolare!

Non più veglie animose fra le gole


Dei salti, e vaste fronti aperte al sole,
Non nei consigli più sensi e parole
Ardenti come fiamma sull’altare.

Ma non questo ribelle alla tempesta,


Se pur stride nel cielo la funesta
Ora dei vinti, la pensosa testa
Sconsacrata saprà, vinto, piegare.

Solo a te, Sarda Terra, come a madre


Egli piega! Le sue vindici squadre
Egli seppe per te scioglier dalle adre
Glebe, e agitarle come nembo il mare.

Tutto fu vano! Oh voci dell’avita


Casa deserta! Oh fiori della vita
Deserta, o figlie! Oh compagnia romita
Dei padri sardi intorno al focolare!

Or l’anima solinga sotto i grigi


Cieli vede l’esilio di Parigi;
Prone le turbe vede, e sui fastigi
Dei monti scender l’ombra secolare.

134
Canti barbaricini

IN MEMORIA
A G. Asproni

– Noi lo vedemmo e udimmo – i vecchi dicono


Seduti all’ombre verdi del sacrato,
E a lui pensando, i pii vecchi risognano
Tutti i migliori sogni del passato –

Noi lo vedemmo e udimmo. In lui la ruvida


Possa della sua gente: e il dritto e sano
Oprare: in lui l’eloquio formidabile
Vivo di lampi come l’uragano.

In lui la gaia bonomìa: schiudevasi


Talor la sua pensosa fronte ai voli
D’arguti motti, e allor egli appariane
Come una quercia viva d’usignoli.

Ed egli fu del nostro dritto valido


Affermatore. Allor per questa terra
Volser giorni men rei. Deh! come all’anima
Il ricordo di Lui oggi si afferra! –

Così i vegliardi. E i rimembranti giovani,


Scendendo a sera dalle fosche vette
Ai villaggi, che in fiere solitudini
Maturan òdii e covano vendette,

Ripensano: Oh se ancor di sua grand’anima


Passasse un lampo, o Patria, ancor tu noi
Vedresti in folta schiera assurger vindici
Dell’onta nostra e de’ destini tuoi!

135
GARIBALDI
… ai pastori sul monte,
nel crepuscolo del mattino

Io dissi ai pastori: – Pastore


Chiomato, coperto di sacco,
Che prima che balzi l’astore
Dai vertici lasci il bivacco,
E guidi col saggio vincastro
La greggia che sale con l’astro
E torna con l’astro, all’albore;

Fratello che dici: Lo guardi


Iddio! quando tocchi il trifoglio,
Saliamo le cime dai tardi
Tramonti, e vedremo lo scoglio
Dove Egli ha la gran sepoltura:
Fratelli, tocchiamo l’altura,
Sospinti dai sogni gagliardi.

Ah, voi non udiste che il nome


Suo grande: quel nome che fu
Clangore di gloria, e fu come
Fiamma di immortal gioventù!
Ma voi non sapete, no, quanto
Fu buono, e la gioia e l’incanto
Effusi dall’auree sue chiome.

Oh luce di vera bontà


Mai spenta per varia fortuna!
Oh il cor che ondeggiava qua e là
Nel petto leonino, in quell’una
Visione, in un fremito solo,
In quell’empito solo, in un volo
Soltanto… nel tuo, Libertà!
136
Canti barbaricini

E il riso suo buono, o pastori,


Versava la gioia del vino:
Il dolce suo riso divino
Versava il suo cuore nei cuori.
Ai mesti il suo seno si apriva
Così come a voi, quando arriva
La greggia ad un campo di fiori.

E al pari di voi fu sereno:


Di fiamma Egli pur si vestì:
E correr sapea senza freno
Per le pampas al mezzodì,
Così come voi, per le bianche
Vermiglie pianure e le tanche
Urlando: Oh! hutalabì!

E gioia si avea dell’aurora


Per campi ed in aspre scogliere:
E seppe, guardando le sfere,
Così come voi, legger l’ora:
E martire fu, patrïarca,
Guerriero, pastore e navarca
Succinto, e di voce sonora:

E oprava la falce al gran raggio


Di luglio: e reggeva le mandre,
Sereno nell’umil vïaggio
Tra canti di steli e calandre.
Poi, stanco, con l’anima sgombra
Di affanno, addormivasi all’ombra
Del suo cavallino selvaggio.

Saliva per erte piccàde


E aveva nei lunghi capelli
Il vento pampèro, e nei belli
Occhi avea baleni di spade.
E, amigos! diceva agli eroi,
137
Amigos, così come voi
Chiamate gli uguali: Fratelli! –

Sul vertice queste parole


Io dissi al fratello, al pastore.
Taceva nel mar di vïole
La tomba del Liberatore.
Ardevan i cuori e le fronti;
Sui fumidi patrî orizzonti
Raggiavan le cime nel sole.

Tacevan, percossi dall’ora


Solenne, i pastori; sul vento
Saliva, ma fievole, ad ora
Ad ora, il tinnir d’un armento.
Taceano raccolti i pastori:
Sentivan già sorger nei cuori
Un biondo sorriso d’aurora.

E fu da quel giorno una coppa


Di latte il lor cuore, e più dolce
Fu il gesto, e non disser mai troppa
La pace che l’anima molce;
E giù per dirupi e per valli,
Agli aspri selvaggi cavalli
Più baldi saltarono in groppa.

138
Canti barbaricini

CUORE, ADORA!

A voi morti con ogni sacramento nell’adorno


Letto; a voi, placidi morti
Testati, che lasciaste – buoni, in quell’ultimo giorno –
Scrigno, casa, vigna ed orti;

A voi sorrida un gelido aprile di ghirlandette


False, in un falso giardino,
E onesti cuor di pietra a voi razzin lacrimette
Di cristallo e cäolino!

Oh di fiamme svolìo dell’orrendo cimitero


Cristïano, oltre le porte!
Sembran oggi i cipressi borghesucci messi in nero,
Colti da un pensier di morte.

Ma tu, mio vivo cuore, tu non palpiti né fremi


In quest’ombra, oggi né mai:
Tu non chiedi ai tuoi serti lacrimosi crisantemi,
E tu lagrime non dai.

Vola, vola, selvaggio cuore, lungi, sopra i venti


Del novembre; con le foglie,
Con le nuvole vola! Non dar pianti né lamenti
Della morte sulle soglie.

Cuore, adora! O deserte buche floride di assenzio


Su cui gemono tra il velo
Della bruma le voci della selva e del silenzio,
E le lagrime del cielo:

Erme fosse, ove aspettano quanti caddero per le nere


Vie, sul lastrico, nel sole:
Sepolcri d’onde svettano alberi come bandiere
Mormoranti alte parole:
139
O cuore adora quanti cadder bagnando col cuore
Loro il sogno. Cuore, adora
Quanti sparvero senza preci, arrisi oltre il dolore
Dal fulgore dell’aurora;

Quanti morir ribelli, pure col ferro assassino


Sovra i balzi solitari;
Quanti giaccion, non vinti né da Dio né dal destino
Nella terra e sotto i mari.

140
Canti barbaricini

PICCOLE ANIME

Van gli scalzi fanciulli nello scialbo


Crepuscol di gennaio
A legnare. Frizzando da Montalbo
Li saluta il rovaio.

Gli elceti sembran templi di cristallo


Parati dalla brina.
Nel silenzio, non visto, stride un gallo:
– Buon dì, bianca mattina! –

Essi legnano: e stampan sull’informe


Costa, tra i cespi brulli,
L’orme… Oh tristi sul ghiaccio, all’alba, l’orme
Degli scalzi fanciulli!

E laceran tra i vepri, nelle spine,


I lor laceri panni;
Ed insanguinan pur le lor manine
Di bimbi di dieci anni.

Ma non piangono. Ai piccoli fu detto


Che il buon Dio, che gli uccelli
Guarda dal gelo, con lo stesso affetto
Veglia su i poverelli.

Ahi! ma pensa un di loro: – Tra le brume,


Per guardarsi dai rudi
Inverni, gli uccelletti han le loro piume,
E noi siam quasi ignudi… –

141
APPARIZIONE DI GESÙ
AI MIETITORI DEL CAMPIDANO

Sul colle a sera sette mietitori,


Adusti come figli
Del deserto, guardavan sui pianori
Vasti pendere i cieli alti e vermigli.

Come in sogno legavano con mani


Stanche, mannelle d’oro
E pensavano: – Noi per pochi pani
D’orzo falciam le messi del pianoro

E del colle; le messi che per poco


Pane i curvi bifolchi
Han seminato, con lo sparso fuoco
E col vomere aprendo questi solchi.

Pur noi né loro non abbiam frumento


Né spighe né farina:
Son le opre nostre come pula al vento,
La nostra vita è un’ombra che declina…

Canta il grillo, e dagli arsi Campidani,


– Oh lungo andare stanco! –
Moviamo a questi luoghi alti, per piani
Di brace, scalzi, con la falce al fianco.

La falce passa, morde i culmi e cade


Ecco la messe, intorno
Ecco altre messi; e innanzi, ecco, altre biade
Non nostre. Nostro è il sol del mezzogiorno,

E l’affanno! Per noi non han li arbusti


Ombra e la fonte langue.
Eppure, o Dio, noi camminiam per giusti
Sentieri, né grondarono di sangue
142
Canti barbaricini

Mai queste mani! – Tacquero. Su loro


Risero i cieli, il cisto
Odorò dall’altura, e nel pianoro
Ecco, apparve ai dolenti Gesù Cristo

Come una fiamma. A lor venìa dai monti


Lontani, per sentieri
Di ciclame e pervinca, dalle fonti
Specchianti nubi e voli di sparvieri.

Passò la voce sua per gli orizzonti,


Sereni, in visïone:
– Figli, guardate all’alto, erte le fronti,
Ché già vicina è la Redenzione. –

143
IL SEMINATORE

Egli guardò, guardò con quei sereni


Occhi suoi che vedeano oltre l’errore
Ed oltre il male, e vide in tutti i seni

Crescer alte le selve e, tra il fragore


Delle acque, udì sol rompere quel grido
Che lancia dalla sua rupe l’astore.

Ed una turba ignota che avea nido


In antri e spechi vide, ed a quei mesti
Disse: – Venite a me. Ecco, io vi guido

Verso il Sogno. Rifiorirà con questi


Sterpigni luoghi anche la vostra vita,
E a voi saranno tutti manifesti

I doni della terra. – Redimita


La fronte del gran Sogno, così il saggio
Parlò ai dolenti e agli umili; e brandita

Con le mani incolpevoli, nel raggio


Del sol, la scure, irrompe tra le selve
Profonde e tra i dirupi. Al suo passaggio

Cedean le secolari ombre e le belve,


Ed egli urgeva, e alla siderea testa
Gli si avvolgean le agresti madriselve,

Spontaneamente. Ma poi che funesta


Grandeggiava ancor l’ombra, egli il divino
Incendio indusse, e suscitò la festa

Delle pronube fiamme. Indi, al mattino


144
Canti barbaricini

– Ardean sui monti gli astri ultimi e i roghi –


Trasse l’aratro, e il fumido cammino

Aprì dei solchi. Procedeano i gioghi


Lenti, silenti: ed ei con atto grave
La stiva dalle valli agli alti luoghi

Reggea come il timone d’una nave


Volta a lidi promessi. Le sementi
Dalla sua mano si spargean soave-

mente sulla pia terra, e dai ridenti


Cieli scendeano augei non visti in pria,
Sugli aratri sui solchi e le sorgenti:

Poi risalian con nova melodia


Cantando oltre le nubi, incontro al sole,
Sì che il ciel ne tremava d’armonia.

E parole di pace, alte parole


Non mai prima profferte, da quei cuori
Tetri rompeano, come romper suole

Dal greppo l’elce. Ed ecco dai pianori


Crescer la messe che dà il pane, e in serti
Pampinei la vite che i dolori

Scioglie e le cure. Oh scesa dagli aperti


Cieli, da tutti i cieli, alba invocata
Nell’ombra! Ora non più per i deserti

Salti con occhio torbido l’uom guata


Il fratello, né più van come lupe,
E scalze e scarne sovra la brinata,

Tristi donne accattando dalle cupe


Macchie la bacca del lentisco e il frutto
145
Del caprifico su da rupe a rupe.

Ché già da tutti gli orizzonti a tutto


Il cielo, tra il tumulto del lavoro
Redentore, ed il fremito del frutto

Vinto, e il brusir dei solchi, balza il coro


Arvale, e assiduo splende ad ogni cuore
Dall’aie colme di covoni d’oro

Il tuo spirito, o Dio Seminatore!

146
Canti barbaricini

IL BOVE

– Alcuna invidia mai, gramo bifolco,


Io non ebbi di te, sebben sì dura
Opra mi sia quel profondarti il solco,

E franger la maggese, e a mietitura


Carreggiarti il frumento, e poi le botti
Gravi portarti dopo svinatura.

Ché senza affanno a me volgon le notti


Nella fumida stalla; e tu ti sdrai
Senza letto né pace in tristi grotti.

A me ferrana e lupinella mai


Non mancano; tu, dopo la fatica,
Spesso, fratello, un solo pan non hai.

Solo pel tuo signor cresce la spica,


Verziga l’orto; e sol per lui quel vino
Che tu ne spremi dà la vigna aprica.

Chi più gramo di te? Non l’uccellino


Che svola e becca, pur tra nevi e geli,
Quanti germi ha la zolla e fior lo spino.

Non pur quelle che sotto aperti cieli


Van pecorelle per la valle sola
Brucando i cespi ed i rïarsi steli.

Nulla tu sei! Tu pieghi alla parola


Del tuo signore; a lui, tu, senza saio,
Vedi filare quella tua figliola

E lana e lino. Poi, quando è brumaio,


147
Scalzo mi segui e, servi, andiamo insieme
Per le colline morse dal rovaio.

Fra le porche gelate stride e geme


L’aratro: io vò sereno, ché chi bene
Si nutre il gelo e l’opera non teme.

È mezzogiorno: roco il suon ne viene


Dal piano; e tu quel pan, che ti dispensa
Scarso il padrone per nudrir tue pene,

Biasci pensoso. A me s’apre l’immensa


Campagna con sua fresca erba odorosa,
Più lieta e liberale d’ogni mensa.

Tali i nostri destini. Né mi è cosa


Dolente il giogo, poiché tu sopporti
Giogo più grave, e pieghi dolorosa-

mente la fronte invidïando i morti.

148
Canti barbaricini

IL CANE

Tu non sai come fu. Fanno sette anni


Ora, a dicembre: un ben crudo mattino!
Io sentivo un ronzìo come di vanni
Rigidi, entro la gola del camino
Rispento. Babbo?… Oh, babbo era lontano!
Mamma morta. Lassù nell’abbaino
C’ero io solo. E aspettavo – o uomo! – invano
Ch’egli venisse e che portasse un pane
Al suo cuore. Sentivo il tramontano
Sulla gronda, e una romba di campane
Lontane che chiamavan sconsolata-
mente, chi sa quali genti lontane.
Oh, ma lui non tornò! Dall’impannata
Si versò l’ombra, ed in quell’ombra un gelo
Di morte… Mi sembrò che una folata
Mi rapisse su in alto: il pianto, un velo,
Mi nascose quell’ombra e quel dolore,
Mi spirò intorno un alito di cielo
Primaverile… Era la morte. Oh, cuore
Mio, quella morte!
E poi? Rinacqui cane,
Poi, come vedi: e m’ebbe un cacciatore
Per figlio, e con lui corsi per le piane
Selvagge nel bel sole e, mentre il corno
Rintronava, balzavo entro le tane.
Né come or fai tu, bimbo, e come un giorno
Feci io pure, la notte, quando sfalda
Larga la neve, vagolai più intorno
149
Accattando; ché mi accogliea la falda
Del camino e ci avevo, sai, mattina
E sera, zuppa calda e cuccia calda.

Morì quel padre, ed ecco (oh la divina


Provvidenza!) mi accolse questa buona
Dama, un po’ arcigna, ed anche un po’ beghina,

Ma buona. E, tu non sai, la mia patrona


È lei la mente della Società
Protettrice dei cani: una persona

A modo insomma. È vero, essa non ha


Un chicco pei reietti e pei fanciulli,
Ma pei cani!… Ti dico in verità

È una grazia: ci hai sonno? e tu ti culli


In poltrona; ci hai fame? e lei ti ingozza
Di pasticci: noi siamo i suoi trastulli,

Il suo amore. E con lei spesso in carrozza


Noi pur si va, pieni di sacra fede,
Alla pia società. La bruma mozza

Per le strade il respiro; e vi si vede


Di dentro, o bimbi, all’uscio del fornaio
Triti, come ombre, in mezzo al marciapiede.

O fratello, io lo so! Ride il rovaio


Tra gli sbrendoli… e voi dalle vetrate
Guardate il pane, mentre ferve il gaio

Sfaccendìo dello sforno e ne fiutate


L’alore e, in sogno, dite: – Ah! quello è mio… –
E tendete la mano… e ne mangiate

In sogno, sai, come facevo anch’io,


Quando non ero cane.
150
Canti barbaricini

A UNA MADRE
Per Maria Antonia Bianco Cavallera

Se in cospetto alla morte, ecco, sei sola;


Se in cuor più non ti suona
La Sua parola, l’ultima parola,
Dolce Madre, perdona.

Perdona a noi che, stretti nei fatali


Cerchi di questa terra,
Lo guardiamo tra ladri e micidiali
Mentre la morte afferra

La Madre! Non a quelli che nel tardo


Lor cuore al ditirambo
Borghese mescon le lor leggi. O dardo
Buono e mortale, o giambo!

Ah! non sperate che il suo cuor si franga


Nella nuova sventura:
Ei con l’aratro e con l’argentea vanga
Risalirà l’altura.

Noi lo vedrem portarci dal dolore


Più fulgide parole;
Egli farà come il seminatore
Che arando guarda il sole.

E, o Madre, tu che te ne vai lontano


Per sempre, oltre il dolore,
Tu, Madre, che ti affacci oggi all’arcana
Ombra con quel tuo cuore

Infranto, sentirai dentro la tomba


I disperati appelli:
E li vedrai ben giunger, tra la romba
151
Dell’inno, i suoi fratelli:

E sulla tomba tua, su quell’altare,


Sparger a piene mani
Ghirlande nere colte in mezzo al mare,
Traverso gli uragani!

152
Canti barbaricini

I MORTI DI BUGGERRU

Novembre, non agli orti


Tuoi chiederemo i fiori
Per ghirlandare questi nostri morti.

Noi coglieremo fiori di bufera


Lungo il sonante mare.
Li copriremo d’elce,
Li cingeremo di selvaggio ulivo,
E con fiori di sole, o Primavera!

Ché non son morti. Nell’ignava fossa


Non posan essi verdi azzurri stanchi
Cadaveri… Ma vanno
Oltre letée fiumane, sul profondo
Cuor della terra, e scavano
Ancora. Van tra il rombo di altre mine
Per altre vie. Su loro
È il festoso scrosciar delle acque e il coro
Delle selve, divino. Ardon le lampane
Pari ad astri non mai prima veduti.

E a loro innanzi fuggono gli impuri


Spiriti della tenebra, gli oscuri
Spiriti della terra: Avanti, neri
Compagni mal sepolti! Oltre il sepolcro,
Giù! oltre la radice aspra dei monti,
Oltre l’alvo sereno delle fonti,
Oltre ogni umana mole,
Oltre ogni sogno infranto,
Oltre la terra che matura al sole
La sua messe di pianto…

Sardegna! dolce madre taciturna,


153
Non mai sangue più puro
E innocente di questo ti bruciò
Il core – E tanto ne stillò dall’urna
Della morte! – Pastore,
Re del silenzio, – sul tuo sogno immobile
Passan le rosse nuvole,
Passano i venti sul tuo chiuso cuore –
Ascolti? Il tuo silenzio
Vinto è dai colpi dei vendicatori:
E già sulla collina
Bela e svaria la mandra,
E canta la calandra
Ché l’aurora è vicina.
Uomo, che pieghi i tralci
Per la vendemmia altrui,
Al fuoco che sotterra arde, dai grappoli
Gemerà vino d’allegrezza eterna!

Uomo, che segni sotto i cieli vasti


Piccolo i brevi solchi,
Ed è pur grande quella tua fatica!
Altri vomeri squarciano l’antica
Terra e l’aran, non visti, altri bifolchi.
Le piccozze son vomeri ben forti,
Ogni zolla è già gravida di un’alta
Promessa, e fiorirà
Una messe di gioia e di bontà.

L’allodola già canta sull’altura:


Preparate le falci,
E dite il canto della mietitura!

154
Canti barbaricini

A EFISIO ORANO

No, tu non hai paura


Della loro galera.
Essi vanno nell’ombra della sera
Tra larve e mostri, e tu guardi all’aurora.
Coronata di rose la tua prora
Varca con te, non vinto, alla promessa
Isola di Fortuna.
Chi darà vita al nostro sogno, grande
Come il cielo? Chi ai pallidi profeti
Ombreggerà la fronte di ghirlande?
Ah! non Tartufo giudice, e non Ponzio
Pilato in tocco, e non Perrin Dandin
O sua Eccellenza Càifas daranno
Fiori ai fatali araldi.

O anime tementi, onesti gufi


Appollajati fra le crepe e i tufi
Della Legge, voi quando in cittadine
Rabbie latrò la fame e negli spazzi
E per le vie rombò negra la piena
Del dolore, e gocciò su li arsi sassi
Il sangue, ben voi dietro le cortine
Con le mani agli orecchi, scialbi e pazzi
Di terrore, agognaste questa bianca
Ora della vendetta.

Sì, quest’ora.
Ecco dite: – O benedetta
Pace tornata al desco cristïano.
Madama or potrà accedere all’argentea
Sea sicura, e i figlioli dalle suore
Avran bocche di dama e gelsomini;
E dormiremo placidi, nei letti
155
Presidïati dalle zanzariere
E dalla legge. Or morda la canea
Il ferro delle gabbie.
Ai rosei pesciaioli e ai macellari
Nitidi, oggi è dovuto questo omaggio;
E in dolce vassallaggio
A Sua Eccellenza gialla
Questo dono è dovuto.
Uomo che mai non ridi
Padre di tutti noi,
Noi gonzi, figli tuoi,
Ti offriam questo canestro
Di frutta settembrine:
Son pigne porporine
Tinte di sangue nero,
Anni di tristi pene
E mesi di silenzio,
Intrecciati con poma aspre di assenzio,
Groppi di corda e serti di catene. –

O fratelli, evoé! Fratelli, gloria!


È redenta la terra
Che fu trista nei secoli:
E degli onesti gufi è la vittoria!
E raca a te che al vino
Nostro mescesti il fiele,
O figlio di Caino.
O come dolce trilla e dolce squilla
Dalla lontana Nurra
Alla Barbagia azzurra,
Dalla Trexenta all’alida Marmilla,
Il nuovo idillio! E pace, o minatori
Di Buggerru, e voi, gobbi mietitori
Del Campidano; e pace, o voi pastori
Delle rupi! Venite alle fontane:
Lasciatevi cadere
Dagli artigli le pietre.
156
Canti barbaricini

Eccovi il vino e il pane:


I cantori e le cetre
Preludiano alla danza.
O sogni, o primavera
Di serenanti giorni,
Se mai non torni, se più mai non torni
Ad assillarci questo
Avanzo di galera.

157
CANTI DELL’OMBRA
Las de pleurer de vivre et d’estre miserable
Desportes, Epitaphes
Canti barbaricini

SEPULTA DOMUS

Mi dicevan: – Fulano
È ricco, ha molti armenti,
Ha vigneti e fiorenti
Pomarî ai poggi e al piano.
È assai ricco Fulano!

Ed io cantavo nel mio cuor fedele:


Ah! più grande tesoro
Mi ho io nella mia casa:
Una figlietta, una bambina d’oro
Che raggia d’astri tutti i miei pensieri…
O bambina, bambina!
Ed ecco tu sei morta.
Ed io non ho più nulla;
E invidio ora il mendico
Che dà nel cavo della mano al figlio
L’acqua delle fontane;
E invidio anche il tapino
Che torna all’abituro senza pane
E trova il figlio lacero, piangente
Nella tenebra, privo
Di ogni cosa, ma vivo!

161
L’ANCORA D’ORO

Tu eri la mia àncora d’oro


Che mi affidavi del porto:
Per te ho riamato il lavoro
Sereno felice risorto.

Ed ora!… Deserta la culla


Tua breve, in un ciel di bufera
Io vo’ verso l’ultima sera,
Sperduto, o mia figlia, nel nulla.

162
Canti barbaricini

MATER LACRYMARUM

Perché oggi pieghi i ginocchi


Sì pallida, e ancora quel pianto
Ti scuora e ti brucia negli occhi?

Lo so: sfaccendando in un canto


Hai visto quel suo vestitino;
Quel nuovo, a fioretti di lino.
E hai pianto ed hai pianto ed hai pianto!

163
ESPIAZIONE

Cuore or non ti frangere, ché devi


Piangere e molto ancora. Una catena
Or ti è data di spasimo e di pena
Che le altre al paragone ti fur lievi.

Alacre ai vasti soli ed alle nevi,


Un avvoltoio, con insonne lena,
Distruggerà qualunque sia serena
Ora di gioia nei tuoi giorni brevi.

E darai sangue sotto al tuo flagello,


E avrai per ogni battito un martirio
Poi che ti piacque di parer sì forte:

Ché non sapesti rompere il suggello


Di tua vita, e con Lei, nel gran delirio
Di quell’ora, baciar la bella morte.

164
Canti barbaricini

SOLE

Che valmi se l’aria è serena


Se ridon di canti e di fiori
I cieli le piazze i poggiuoli,
Se tu non ci sei, mia piccina?

Ritorna bambina, bambina!


Noi siam così poveri e soli
Così, senza te: siam due cuori
Battuti da un vento di pena.

165
MADRI E SPOSE

Se madri e spose vedo in bianca vesta


Levar cantando lor pargoli al sole,
L’anima che ne rise, or se ne duole,
In suo ricordo sbigottita e mesta.

Ché sempre non vagò sola per questa


Ombra di angoscia senza far parole,
Ma errò cantando per fiorite aiuole
Cogliendo sogni, o figlia, alla tua testa.

O figlia figlia figlia, ed ecco a terra


Sparsi quei sogni! E morta è la speranza
Che mi reggeva nell’inutil guerra.

Ma non morto è il dolor che m’arronciglia


Tacito il cuore, e me, fuor d’ogni stanza,
Urge nell’ombra te cercando, o figlia!

166
Canti barbaricini

SOGNI

O figlia, figlia, o mia morta bambina,


Tu crescerai con noi, ché ancor ci suona
Nel cuore il dondolìo della tua culla.

Tu crescerai con noi, sarai fanciulla


– Oh come bella! – e ci darai corona
Di gioia, o nostra piccola regina.

O mia bambina, e un giorno sarai sposa


– Oh come adorna! – e tra fioretti e grani
Varcherai trepidando il limitare.

O figlia, figlia mia, non lo varcare:


Tra i sogni della vita lacrimosa,
Almeno in sogno, accanto a noi rimani!

167
L’ALLODOLA

Bambina, attorno al tuo bianco recinto


Prono è un bifolco sulla stiva ed ara:
La lodoletta con sua voce chiara
Lo accompagna dal cielo di giacinto.

Anch’io pur aro, o figlia. Oh ma non mai


L’opra mi parve sì grave e nemica:
Ché a coronar la mia vana fatica
Tu, lodoletta mia, non canterai.

168
Canti barbaricini

STELLE

Non mai vidi per chiare finestrelle


Arder fiammelle in notte senza luna
Sì vive, come sopra la tua cuna
Vid’io ridere il coro de le stelle.

E le stelle venivan di lontano:


Spiavano il tuo riso tra i ricami
De la culla, e diceano: Oh come bella!
Poi si partian pel cielo antelucano
E tornavan ai lor alti reami
Pur parlando di te, dolce angelella.
Ahi! ma una sera ti han cercato invano…
E fuggiron le stelle quella sera
Molli di pianto dentro l’ombra nera.
Ora sanno ove dormi: e ad una ad una
Vengono a salutarti a notte bruna,
Tra mormorii di steli e di alberelle.

169
NINNANANNA FUNEBRE

Chetati via non piangere: noi pur verremo quando giunga l’ora.
Riposa, e ninna-nanna! i tuoi piedini
Son stanchi di cercarci… ninnananna, non vedi? ecco è l’aurora,
Ed è tutta la notte che cammini!

Riposa: a te d’accanto pace hanno anch’essi gli errabondi re


Della tanca, scettrati di vincastro;
I pastori che i gigli dei prati spargeran, figlia, su te
Nelle serene notti di alabastro.

Sette cani mastini e sette alani!


Li legheremo, o figlia, al limitare
Perché la morte non venga a bussare
dai Canti della Culla

… Oh perché non ho chiuso le porte


Con sette stanghe di cerro;
Oh perché con sette catene di ferro
Non ho precluso l’adito alla morte?

Oh perché…

170
CANTI DEL SALTO E DELLA TANCA
Canti del salto e della tanca

LIA

Gonari, il monte, avea la benda oscura,


E Lia fuggì col suo nato innocente.
L’accompagnò la rabbia di sua madre,
La maledizione di suo padre,
Il riso e la bestemmia della gente:
Ma Lia si strinse al cuor la creatura,

E andò col suo peccato. Gli aratori


Aravano sereni al piano e al monte;
Incitavano i buoi: Boe montadì!
Dal piano rispondean: Boe porporì!
E nella rosea sera l’orizzonte
Palpitava di mugghi e di clamori.

– Uomini santi, la pietà d’un pane,


Ché non ha latte il cuoricino mio:
Pietà, uomini santi! – Ahi! che i bottoli
L’azzannaro, i fanciulli pe’ viottoli
La rincorsero, e gli uomini: Che Dio
Ti salvi! mormoraron, le lontane

Figlie pensando, e aperta la bisaccia


Presso il fuoco, con l’olio dell’olivo
Tinsero i pani d’orzo per la cena.
Ed ella se ne andò con la sua pena,
Riscaldando quel suo redo mal vivo
Col pianto che rigavale la faccia.

E cammina cammina, ecco le mandre,


Ecco i pastori vestiti di pelli
E fiamma, coi fucili e il manto nero:
E tanche inseminate e nel mistero
Del salto, stazzi fumidi ed agnelli,
E cani e greggi e voli di calandre.
173
Lia pregò: Miei pastori, sono sola
Su questa terra: mi è fuggito il latte
Pel patimento, e questo pegno fido
È come implume caduto dal nido,
Né so nutrirlo, ché ho le membra sfatte
Dal pianto. Son la cenere che vola.

Oh datemi ristoro, cristiani,


D’un po’ di latte, un sorso appena, un sorso
Per imboccare questo piccolino.
E se ciò non potete, ah! che il piccino
Succhi almen dalla pecora che il dorso
Ha spelato, ed è bolsa, o mandriani. –

Bofonchiaron gli anziani, i principali:


– Costei è figlia del demonio, e ci ha
Il malocchio che fa intristire i branchi:
Andiamo! – E dietro ai greggi neri e bianchi
Sparvero nella luminosità
Del mattino, coi lunghi pastorali.

E cammina cammina, ecco il villaggio,


Un abituro un uscio il focolare:
Presso la mola una giumenta sciolta
E redata, e una vecchia. – Se Dio molta
Pace vi dia, pregò dal limitare
La mesta, cui brillava in cuore un raggio,

Fate ch’io possa munger la giumenta


Per allattare questa malfatata
Creatura del mio seno. – Oh via, peccato
Mortale! – Ardea per tutto il vicinato
L’allegria del vin novo, e un’aura grata
Salia dei sanguinacci con la menta.

Andò per la montagna. Era la sera.


Il monte di Gonari avea il cappotto
174
Canti del salto e della tanca

Bigio. Tremava nel silenzio il bosco


Delle quercie, aspettando dal ciel fosco
La neve: intorno altre montagne e sotto,
Coi lentischi e col fiume, la brughiera.

Tornavano i pastori sui ronzini


Con gli agnelli all’arcione; i fanciulletti,
Passeri stormeggianti, dalle siepi
Cogliean le bacche rosse pe’ presepi;
Tornavan gli aratori, e nei boschetti
Accendevano i fuochi gli scorzini.

La neve venne a notte: cielo e terra


Si confuser fra loro, e forre e selve
Miagolaron al vento, al rude vento
Che corre tutta l’Isola, lamento,
Pianto di mari d’uomini di belve.
E Lia, la madre, sola, fra la guerra

Della terra e del cielo, aveva il ploro:


Un singulto di allodola ferita.
Cercò il dirupo – o mamma o mamma o mamma! –
Pur riscaldando con l’ultima fiamma
Di quella anima sua, della sua vita,
Il suo nato innocente, il suo tesoro.

Ma ecco giù dalla valle, tra gli aneli


Sospiri della macchia, alto uno scoppio
Salì di gioja: un volo di colombe
Sui risonanti vanni, e suoni e rombe
E squilli vivi di campane, il doppio
Di Natale, un immenso osanna ai cieli.

Ancora supplicò: – Vergine, giglio


Del cielo, in questa notte senza pene,
Voi allattaste il bambino Gesù;
Pietà, nostra Signora, io non ho più
175
Una goccia di sangue nelle vene
Per allattare l’innocente figlio

Del mio peccato! – Simili a viole


Rifiorironle i seni, e caldo e pieno
Il latte le salì. Con l’arancino
Manto, dal mare si levò il mattino,
E rise il sole: e dall’amato seno
Rise a sua madre il bambinello e al sole.

176
Canti del salto e della tanca

IL FOCOLARE

Non veglie allegre, sardo focolare,


Alla tua fiamma, ma pensose fronti:
Il padre antico, l’ospite che ai fonti
Lontani beve, e prega nell’entrare.

E la madre che al ciel crepuscolare


Più ripensa gli erranti, mentre ai monti
Fa vento, e vanno i figli con i pronti
Mastini dietro i branchi a vigilare.

Siedono intorno: invan soffian severe


Le Sùrbili, ché brilla l’animosa
Ridente fiamma ai mesti in ogni sorte.

E brillerà perpetua fin che in nere


E gialle bende, bianca e sanguinosa,
Batta alle soglie fumide la Morte.

177
IL PRESENTE
Per le nozze di Emilio Sechi

Oh se fossi un pastore! Un re pastore


Come quelli di Fonni che governano
Greggie di agnelle innumeri:
O se pur fossi come quel chiomato
Patriarca d’Orgòsolo, padrone
Di cento armati servi,
Che nell’ottobre chiaro, quando scende
Dal suo bel Sangiovanni al Tirso e al mare,
Con le sue mandre, – giovanil corona
Gli fanno i maschi figli –
Campeggia tutta l’Isola,
E l’urlìo dei mastini
E degli agnelli il tremulo belìo,
Copre il sonante fremito del mare.

Se pari a questi fossi, amico mio,


Ecco, direi, ai miei servi pastori,
Nove carri di lana caricate,
Di lana matricina,
Di quella bianca e pura come il fiore
Del mandorlo, e tre velli
Di montone, pur essi, molli e candidi,
Come d’aprile i cumuli,
E andate dall’amico del mio core,
E ditegli: L’amico tuo, devoto
Al buon costume antico,
Ti manda questa lana e questi velli.

La lana per la rocca veneranda


Della tua sposa bruna;
Le pelli per i cari pargoletti
Che vi nascano in pace ed in fortuna.
178
Canti del salto e della tanca

Ma, fratello! passò


Vasto l’incendio sul mio dolce ovile:
E del mio lieto gregge di speranze
Un agnello mi resta,
Che fiero nutro con la madre cara,
Vindice dell’infranto mio destino!

Pure ti posso offrire


Un dono più soave,
Un serto agresto
Di motteti d’amore:
Freschi fiori natii,
Che udirono gli azzurri pigolii
Dei nidi a primavera,
Che sentirono i canti del pastore
Lieti, se torni a sera al focolare,
Dove la dolce sposa sta a ninnare.

179
MUTTOS
Canti del salto e della tanca

PRIMAVERA

Fiorita è la brughiera.
Dormon ne l’erba in fiore
Servi, mastini e armenti;
Fiorita è la brughiera…

O uccel di primavera,
Volale dentro il cuore
E dille i miei tormenti.

183
CUORI LONTANI

Una cerva dal piano


Con una freccia al fianco
Sale a bagnarsi al fonte…
Una cerva dal piano…

Dalla chiesa del Monte


Vedo il mare lontano,
E piango e piango e piango!

184
Canti del salto e della tanca

CUORI LONTANI

Uccelli che volate


Ai venti, all’aria nera
Sino alle terre more…
Uccelli che volate…

Almen per una sera


Le ali mi prestate
Ch’io vada dal mio cuore!

185
SALUTO DAL CAMPIDANO

Lassù fonti di diamante


Sono in boschi fronzuti:
Qui la rana si lagna…
Lassù fonti di diamante…

Nubi che alla montagna


Andate, i miei saluti
Recate al mio gigante!

186
Canti del salto e della tanca

IL MIETITORE

Un tristo mietitore
In terre non cristiane
Spighe taglia di tosco…
Un tristo mietitore…

M’hai tradito! Che il pane


Ti sia contrario, e nostro
Figlio ti strappi il core.

187
IL VIOLENTO

Cani e ferro al cinghiale:


Ma in verde selva ombrosa,
Dolci panie all’uccello…
Cani e ferro al cinghiale…

Colomba, a te una rosa


E un bacio: a tuo fratello
Tre fitte di pugnale!

188
Canti del salto e della tanca

LA LUNA NERA

Nel cielo insanguinato


La luna brilla nera
Ché morto è l’usignolo…
Nel cielo insanguinato…

Vado come una fiera


Per salti e tanche solo!
Perché tu m’hai lasciato?

189
SPOSA

Sul colle, a primavera,


C’è un mandorlo fiorito
Ronzante d’api d’oro…
Sul colle a primavera…

Oh quella dolce sera


Con qual core smarrito
Ti separai da loro!

190
Canti del salto e della tanca

LA PORTATRICE D’ACQUA

I frati di Monteraso
Pingon la Maddalena
Con una rosa in bocca…
I frati di Monteraso…

Bevi alla mia brocca,


Bevimi da ogni vena
Il sangue che m’è rimaso!

191
LA SURBILE

La cuna urla d’affanno


Ché la Sùrbile col laccio
Fischia sotto le porte…
La cuna urla d’affanno…

Ti son caduta in braccio!


Dammi meglio la morte,
Ma non mi fare inganno.

192
Canti del salto e della tanca

IL BANDITO

Rosso il turbine venta


Sugli stazzi d’Alà:
Le cagne rignan forte…
Rosso il turbine venta…

È nato in mala sorte,


Alla morte s’avventa
Chi amare mi vorrà!

193
IL NOMADE

Vedo da punta Uddè


La fonte della Rosa
Il mare e il sol levante…
Vedo da punta Uddè…

Colomba graziosa,
Dietro il mio branco errante,
Venire vuoi con me?

194
Canti del salto e della tanca

LA MADRE

Ai ruscelli la menta,
Al cielo l’astro d’oro,
All’anima la fede…
Ai ruscelli la menta…

Dormi dormi, tesoro!


La lampana s’è spenta
Ma il mio cuore ti vede.

195
SAN FRANCESCO

Stamane al primo albore,


Cantando i rosignoli,
Son passati i tre Re…

Oh andare andar con te,


A San Francesco, soli,
In promessa d’amore!

196
Canti del salto e della tanca

GONARE

A meglio udir cantare


Gli usignoli, i tre Re
Han fermato i cavalli…

Oh andare andar con te,


Per monti verdi e valli,
Sposi freschi a Gonare!

197
NOVEMBRE

Sotto il cielo piovorno


Scendon branchi e mandriani
Dal monte alla marina…

Oh fossi un de’ tuoi cani


Per esserti vicina
Sempre, la notte e il giorno!

198
Canti del salto e della tanca

APRILE

Per la strada fiorita


Tornano al caro monte
La greggia ed il pastore…

Alla svolta, sul ponte,


Ti rivedrò, bel fiore,
Cantando all’apparita.

199
IL FALCO

Alto, nell’alba fresca,


Il falco, occhioni d’oro,
Vaga qua e là sul vento…

Uno solo ne adoro,


E tu ne adori cento,
Ogni volto t’invesca.

200
Canti del salto e della tanca

L’AQUILA

Dal ciel l’aquila piomba


Sul branco, a rapinare
La più bella agnelletta…

Cento ne so guardare,
Ma tu sei la diletta
Dell’anima, colomba!

201
AUGURALE

Bianca la notte tace:


Chi picchia alla mia porta
Con la mazza d’alloro?

O capo d’anno porta


Frumenti al Logudoro,
E alla Barbagia pace!

202
Canti del salto e della tanca

IL CACCIATORE

Componi il fuoco: venta


La neve dalla gola
D’Orùne. Empi il boccale.
Componi il fuoco: venta…

Ma tu tracci il cinghiale
Sul monte, e il cuor diventa
Allegro alla tormenta.

203
NUORO D’INVERNO
All’esule

Freddo nido. A mezzodì


Fuggendo il sole lustra
Tugurî e vie fangose.
Freddo nido. A mezzodì…

Vero: anzi una lustra


Tra montagne nevose;
Pure il tuo cuore è qui!

204
Canti del salto e della tanca

A VINDICINO

Zio Grillo nella vallata


Ha smarrito gli agresti
Pifferi tra la bruma.
Zio Grillo nella vallata…

Vedi? Il diavolo spiuma


Le colombe celesti,
E fa la nevicata.

205
ALL’AMATA

Ecco gli ultimi squilli.


Il tizzo manda arguto
Gli ultimi bagliori.
Ecco gli ultimi squilli…

Oh accanto a te seduto,
In questa notte, e odori
L’arrosto e il vino brilli!

206
Canti del salto e della tanca

STELLA

La stella dei tre Re


Sul dirupo! Ha un sorriso
Di grazia ogni granito:
La stella dei tre Re…

Sette nemici ho ucciso,


Sono armato bandito,
E tremo innanzi a te!…

207
Canti del salto e della tanca

LE PREFICHE
Dedicata all’amico G. Boldetti

Notte di vento, notte di lamenti!


Tre prefiche stan ritte sopra i monti:
Vigili e tristi stanno a lamentare.
Non femmine ma Dee: sul focolare
Degli antri fan lamento con le fonti,
E il cuor divino gittano sui venti.

Barbaricine Dee che sui dirupi


Celan in arche dalle cento chiavi,
I sensi e i segni delle nostre vite:
Implacabili Mire redimite
D’alma quercia: Eumenidi soavi
E invincibili: e piangon sulle rupi.

Piangon col vento, gemon cantilene,


Nenie di madri su infiorate cune:
Ruggon bestemmie mormoran preghiere,
Latrano come cagne sperse in nere
Montagne, sotto cieli di sfortuna,
Ridon dementi, sognano serene.

Urlan d’amore sotto il ciel crudele:


Singhiozzan come voi, spose, sui fidi
Cuori defunti: spasiman feroci,
Avventan sorde disperate voci
Di vedovate madri lungo lidi
Deserti, dietro le fuggenti vele.

– O Deu, o Deu, o Deu! – grida, raccolti


Nel busto d’oro i seni, la marina
Prefica del Bàrdia. Al mesto grido
Rompon in pianto sul deserto lido
209
Le sirene: ma i cuori e la supina
Terra, paion in gran sonno sepolti.

– O Deu, o Deu! Barbagia, è la tua notte


Profonda e perigliosa: né ginepri
Hai tu per le tue fiaccole, né miele
Per le ferite tue. O di assenzio e fiele
Abbeverata madre! Aspri di vepri
Sono i tuoi colli, e son deserte e rotte

Le argentee porte dei tuoi gioghi. Il sole


Brucia il tuo pane, e son fatti scorzini
I tuoi pastori e serve le pastore.
Oh antichi maggi, odorate aurore
Di serpillo! Salìa dai cilestrini
Borghi, un ronzìo di pecchie e argute spole.

Ora la febbre stilla dalla esausta


Idria, l’acqua agli scalzi falciatori
Di giunchi e biodo, nei maligni greti;
I poggi senza canti ed i forteti
Senza fontane, assonnan tra i vapori
Gravi estuosi sotto l’aria infausta.

Perfida e grigia sta sopra Coràsi


L’altra prefica; siede al focolare
Spento, ché bene la riscalda il vampo
Del cuor crudele. – Ohi! Immé! Immé! Il lampo
Insanguina la tanca il salto il mare,
Urlan le Furie sui vertici rasi

Dai dèmoni del vento. – Immé! la pietra


Del focolare è fredda e tutta nera
Di sangue! O miei selvaggi figli morti!
Per gli ovili deserti urlano i torti
Nembi: son spenti i fuochi e nella fiera
Solitudine, il mio cuore s’impietra.
210
Canti del salto e della tanca

Sciagura al dì che al disperato cuore


Scese il congedo vostro, o mandrïani.
Esuli dalla tanca, in mozze chiome,
Leccaste il rancio della ciurma, come
Cani da piatto, e i turbini lontani
Invocai avversi alle migranti prore.

Ora badate i porci nella pampa,


E siete servi e siete manovali
Smarriti e inermi: ed ogni eremitano
Vi sputa addosso, e avete dell’estrano
Paese, modi e fogge, e siete quali
La gente di bisaccia, senza vampa

Di vergogna sul viso. O miei banditi,


Meglio meglio gli sdegni ed i corrucci
Vostri ed il vostro sangue, che non questo
Vil seme di bastardi! O asilo agresto
Dei monti, ultimo asilo, di che crucci
Fremé il mio seno, quando, tra i graniti,

Belli e violenti i vendicatori


Giacquero uccisi! E tu, aquila grigia,
Re di strada, canuta gioventù
Fulminata sul greppo! Ora non più
La brava tua canzon, mentre meriggia
La montagna, richiama i cacciatori.

Tornate, esuli imbelli, alle divine


Montagne. Già da tempo hanno le volpi
Guastato la vendemmia, e han fatto tane
Negli ovili i cignali. Alle lontane
Mandre tornate, alle baldanze, ai colpi
Di fucile, tornate alle rapine. –

Estrema voce al disperato coro


Vien giù da Bruncuspina. La nivale
211
Prefica piange: piange fuor dei boschi
Fragorosi, più su dei cieli foschi,
Nell’aere immacolato, in un nimbale
Dïadema di nevi e d’astri d’oro:

– Donne, filate nella triste veglia


Le lane nere, i peciati velli
Degli arieti cresciuti nelle spiagge;
Filate, mentre anch’esse le selvagge
Fiere dormono e gli alberi e gli uccelli,
E solo la dolente anima veglia.

Donne, tessete con lo stame nero


Il fosco orbace, e lo tagliate tutto
Tutto tutto ad un nero vestimento.
Ahi! non bastano cento e cento e cento
Canne d’ordito, per vestir di lutto
Tutti i vostri pensieri e il mio pensiero!

E, donne, sospendete all’architrave


Di ginepro, le lampade di ferro:
E sia spento e spazzato il focolare,
E in devoto cerchio a lamentare
Siedete su sgabelli alti di cerro,
E bruciate l’olibano soave.

Ché vostra madre – verde alpestre ramo


Di leccio, amor dell’aquile, cuor mite
Ed atroce – già compie il suo destino.
Fatele onore, ché altra, nel divino
Cuore di madre, non portò ferite
Più di questa Selvaggia che piangiamo.

E neppur dieci coppie di quei buoi


Fortissimi, nutriti nel pianoro
Con la quercia, potrebbero in sette anni
Trainare la soma degli affanni
212
Canti del salto e della tanca

Tuoi, o madre veneranda, e del martoro


Tuo, e dell’odio di tutti i figli tuoi!

Fatele onore, ché fu madre antica


Di pastori patriarchi, che al verno
Popolavan di greggi i Campidani
E i paesi del mare, e avevan cani
E cavalli bellissimi, e governo
Avean sulla genìa scalza ed aprica.

E fu nutrice di servi fedeli


Che, delle spose immemori, nell’uzza
Del mattino, sui monti vigilavano
I verri, ed imperterriti cacciavano
L’irto cignale, con la selce aguzza,
E con la fionda l’aquila dei cieli.

E fu madre di vecchi e di garzoni


Arguti ai canti come la cicala
Del poggio, esperti al coro ed alla gara:
E d’agricoli fu madre preclara,
Abili nel guidare sopra un’ala
Di monte, i plaustri gravi di covoni.

Fatele onore! E voi, strani romiti


Pastori di Lodé, che vi cibate
Di carne e miele, voi di bassa fronte:
E voi pastori miei del Supramonte
Di Orgòsolo, aspre stirpi coronate
Di nera chioma, indomiti Pelliti,

Ecco, voi tutti, presso le fontane


Dei vostri ermi valloni, tra la selva
Cedua, stanate coi magri mastini
Il gran cervo solone; dai quercini
Boschi caduti, moribonda belva,
Salì le solitudini montane.
213
Qui l’uccidete ed arrostite i lombi
Sull’ampio focolare, e focolare
Sia un cerchio di nuraghe, e dal caprino
Otre fremente voi spillate il vino,
E pranzate nel bosco secolare
Ultimo, tutto vivo di colombi.

Fate il banchetto funebre, ed il canto


Triste e fatale ogni lamentatrice
Intoni cinta delle bende gialle:
La domatrice rude di cavalle,
La fiericida, la vendicatrice,
Stesa è sui monti col grande arco infranto!

214
L’AUTOMOBILE PASSA
a Claudio Demartis e a Baravelli
Canti del salto e della tanca

IL VILLAGGIO

È l’alba, un’alba nuova, pur se il gallo


Non canti e taccia il corno
Del capraro, ché incombe al triste vallo
E al mare il mezzogiorno.
Alba di vita è questa! Donne, il vino
Date agli uomini, e il miele
Ai fanciulli, e a tutti il bacio e il divino
Riso del cuor fedele.
Rotto è l’incanto desolato: avrà
Un pio palpito umano
Anch’esso il mio cuor rude: la città
Lieta mi dà la mano.

217
LO STAZZO

O Febbre che fu? Un’aquila, una freccia,


Col volo fremebondo,
Mi corse sulla strada aspra di breccia,
E mi parlò del mondo!

218
Canti del salto e della tanca

LA TANCA

Divina solitudine, che fu?


Nel silenzio dell’ora,
Udivo nascer l’erba e scender giù
Il pianto dell’aurora.
Or, ecco, un rombo strano e strane belve
Passano. O rusignoli
Antelucani, o fiori, o mandrie, o selve,
Ora non siam più soli.

219
LA BARDANA

Io son ferita! O miei feroci alunni,


Con la soga e la ronca
Che guidai nelle lune degli autunni
Ventosi, alla spelonca
Del mandrïano, a cui feci dai loschi
Occhi, recer la vita,
O miei figli, tornate ai vostri boschi,
La leggenda è finita!

220
Canti del salto e della tanca

IL POETA

Udite, morituri archimandriti,


Patriarchi custodi
Dell’antico costume, e voi, banditi,
Belli feroci prodi:
La patria che nudrì l’anima amara
Di crucci, è moribonda.

Or voi con l’elce fatele una bara


Grande grave profonda,
E, morta, ve la chiudete, nei manti
Neri del secolare
Suo silenzio ravvolta, e senza pianti,
Sprofondatela in mare.

221
Canti del salto e della tanca

TRE PRIMAVERE

O arsa Baronìa, se la pernice


Tra i fieni guidi la covata, e il grano
Biondeggi lieto, sogna nel tuo piano,
Tra fiume e mare, il tuo figlio felice:
Di primavera a me piace tra’ pioppi
Sieder cantando, e udir donne a cantare
Motti d’amore. Fra sereni scoppi
Di risa, quella che m’à preso il cuore
Fugge e mi sfida: chi potrà legare
La bella fiera coi lacci d’amore?

Ma sogna il figlio del verde pianoro,


L’uomo vestito di broccato e d’oro:

Di primavera sento nelle bianche


Notti di luna un fremer di cavalli.
Ecco io deliro correr per le tanche
Fiorite, su un puledro di tre anni,
Correre sempre, correr fin che i gialli
Fuochi del sole indorin San Giovanni!

Ma pensa il figlio della rupe, cuore


Tutto di selce ed anima d’astore:

Di primavera l’anima m’investe


Un folle soffio di rapinamento!
Oh calar dai dirupi, con agreste
Torma orgolese, a saccheggiar gli ovili,
E poi salire, anzi volar sul vento
Dell’aürora, al monte, ai noti asili!

223
EMIGRANTI

Non dormono, ma sognano: l’artiglio


D’un nostalgico sogno s’è confitto
Loro nel cuore: non più il bel coritto
A fiamme azzurre, il coritto vermiglio
Che li vestia di luce, ma il fustagno
Vile e la fuscïacca! Il sogno al rullo
Della nave si culla: fosco e brullo
Dentro il cuore è il villaggio, erto grifagno
Sulla deserta rupe: al limitare
Filano nere donne taciturne.
Ed ecco la montagna e grotte ed urne
Sonore al vento che vien su dal mare.
Pascon lungi i mufloni. I padri, soli,
Nelle capanne. È sera: dall’altura
Sale la luna: van per la frescura
Armenti e greggi e cantan gli usignoli.

224
Canti del salto e della tanca

NINNANANNA DI VINDICE

Tacciono i galli e taccion gli usignoli


Poi che sul colle tramontò la luna.
Ninnananna, tesoro! i grilli soli
Strepono fuori della zolla bruna.
Quando sarai grandino, ninnananna,
Coi giunchi caccierai per la foresta
I pettegoli grilli, ninnananna,
Che al triste padre tuo rompon la testa.

Cala la luna: dalle balze d’oro


Si leva, cinto di coralli, il sole.
Su su su su! Le vipere tra loro
Sibilano e le biscie fan carole.
Quando sarai più grande, ninnananna,
Sarai più ardito e destro cacciator:
Schiaccia la testa ai serpi, ninnananna,
Che al triste padre tuo schizzan tra’ fior.

Oh notte della colma primavera!


Or scendon i cinghiali dalle selve
A sgretolar le spiche; l’ombra nera
È tiepida d’aneliti di belve.
Su, in groppa, con lo schioppo, ninnananna,
Caccia i cinghiali e uccidili sul monte:
I falchetti son desti, ninnananna,
E il primo raggio imbianca l’orizzonte.

L’alba è vicina: accendi la tua face


Al primo raggio, o mio Vindice. Al piano
Vanno i rei mostri in guerra col mendace
Stuolo dei sogni: all’erta, o mio sovrano!
Sei fatto grande e fiero, ninnananna!
Son mille più di mille i tuoi compagni:
225
Allegri, cacciatori, ninnananna,
Che l’aria è corsa da continui lagni.

Cadono i mostri. Alla tua culla santa


Piovono i cieli fiamme di rubini;
Taccion sotterra i grilli canterini,
Ma il gallo, ninnananna, il gallo canta!

Ninnananna, tesoro, il gallo canta!

226
Canti del salto e della tanca

IL PALO TELEGRAFICO

Sulla deserta vetta


Il palo telegrafico
Ronza perpetuo ai venti.

L’orfanello eremita,
Il servetto capraro
Batte con una selce l’esil palo,
E ascolta la profonda
Segreta melodia
Che si sprigiona dal percosso legno.

Or si ricorda quando sua madre


A Nuoro venne: era nel luglio ardente;
Nel gran sole tonavan le campane
Dalla chiesa maggiore, e, dentro, l’organo
Sospiroso gemea con simil voce.

Fuori una turba oscura,


Ed urli e pianti, e l’ululo
Di sua madre, e suo padre condannato.

Il cuore amaro sussultò. Non piange:


Sa che il sardo non deve pianger mai.

227
EPITALAMIO BARBARICINO

Un gallo canta e gli risponde un gallo.


Rintrona il corno pastoral: riapre
La servetta le stalle, escon le capre
Bianche pavide: il greppo è di corallo.
Ma perché oggi ronzano l’albata
L’api dell’orto e mormoran tra loro?
Stasera vien la sposa inanellata,
In nivea benda, col bel cinto d’oro.

Pendon uccise pecore e montoni


Dai cavicchi di corno: nei canestri
Olezzan fichi e pesche, e di campestri
Gigli è sparsa la corte. Oh quanti suoni
E balli avremo qui, ché dai paesi
Corsi dai soffi ardenti della Libia
Son venuti stanotte i Marrubbiesi
Esperti della falce e della tibia.

Or riposan nel portico, su letti


Di pervinca; nell’ora vespertina
Intoneranno la pelicordina,
La danza dei mandriani giovinetti.
E tu, labbro di miele, tu rapsodo,
Che le generazioni e le scritture
Sacre conosci, e sai, divino, il modo
Di allietare tutte le creature,

Che sei signor dei sogni e re degli inni,


E col tuo verbo leghi gli usignoli,
Su levati, già s’aprono i boccioli
Del beldigiorno e squillano i cachinni
Delle operose serve, e un canto intessi
Memore e bello che allegrezza dia
228
Canti del salto e della tanca

Ai mesti: al falciatore tra le messi,


E al nomade pastor nella sua via.

E tu, nutrice antica, apri il portone:


Spalancalo, ché or vengon dagli ovili
I guardiani dei branchi, coi fucili
A pietra, e portan tutti il porchettone
Fausto, ravvolto in salvia ed in mortelle,
E portan pur cignali e mufle d’oro,
Piegate, sanguinanti dalle selle
E le trote e le anguille del Taloro.

Ecco gli ospiti amici arsi dal sole,


Arrivati da Òrfili e dai salti
Marini, belli con legati agli alti
Arcioni, il serramanico e le pistole,
Con l’esili archibugi e le cinture
Di cordovano azzurro, e la bisaccia
Fiorita. In dono recan confetture
Di cedro e il moscatello e la vernaccia.

Non vino: ché stan chiuse nel celliere


Molte botti, e tutte d’olianese
Ambrosia, che prigioniera intese
Il palpito di venti primavere.
Sangue del sole espresso dalle rupi
Calcaree, amaro come il fior del vepro,
Ardente e aulente come su le rupi
Di Puntanidos fiamma di ginepro.

Rompete i cocci e i piatti! Ed entra, o sposa,


Nella tua nuova casa. E voi, leggiadre
Vergini, sospingetela alla madre
Nuova: ella l’abbracci con lacrimosa
Gioja! E voi tutti, reverenti, doni
Datele e il bacio, e le fanciulle intanto
Appresentino i vini ed i torroni.
229
E tu, rapsodo, tu libera il canto:

Amore suona forte la sua tromba,


E intìma guerra in un giardin fiorito.
Volata è qua, col suo cuore ferito,
Una gentile e candida colomba.
Datele un amuleto di verbasco
E vino dolce e pane di frumento,
Fatele un letto d’oro e di damasco
E una culla con tavole d’argento.

230
Canti del salto e della tanca

EGLOGA

Sono in prigione i piccoli pastori,


E maggio scende giù dalla ferrata
E batte ai cuori. Non la madre afflitta
Essi pensano, sì le nicchie azzurre
Della montagna, le sublimi tazze
Dell’aquila e del cervo.
Verdi di pino gli altipiani odòrano;
I cavalli son sciolti e i padri cacciano
Canuti sulla rupe.
Doghi e molossi latrano,
Ma i giovinetti stesi, sulla sella
La bruna testa, vedono passare
Alti voli di astori e cilestrine
Ombre di nubi, mentre il servo antico
Fa racconti di sangue e di rapine.

231
IL PADRE

Figlio innocente! Il marmo ed il granito


Son fragili ricordi, e il bronzo e il ferro
Sono in balìa dei fulmini.
E quella pietra nera
A cui presso ti vidi
– E ti era accosto il dogo
Che avea rotto le soghe –
Sì, quel nero basalto battezzato
Col tuo sangue, sarà roso dai secoli.
L’odio soltanto sta nei cuori eterno.
O figli, o figlie cui dolce fratello
Egli fu, o miei figli!
E voi nepoti, figli
Della settima generazïone,
E più in là, mandrïani,
Aratori, pastori,
Banditi, quando ai rivi e alle fontane
Vi dissetate, proni come belve,
E quando con lo sguardo muto e acuto
Voi giudicate il pascolo ed il solco,
Vi guardin di sotterra
Gli occhi suoi di colomba,
Fisi, e vi s’anneri intorno il mondo
Pe ’l suo ricordo e per la sua vendetta.

232
Canti del salto e della tanca

LA MADRE DI ORGÒSOLO

La madre cerca il figlioletto ucciso:


Era una palma, un fiore di narciso!

E aspettandolo, in pianti s’addormenta:


Un nembo di vendette fuori venta.

Sognando cerca tutta la campagna,


La valle il piano il bosco la montagna.

E cerca e cerca lo ritrova in cielo,


Con la mandra, in un campo d’asfodelo.

«O mamma, t’aspettavo e sei venuta:


Ma come piangi, come sei sparuta!

Oh rimanti con me! Ecco, è l’aurora,


E il padre il padre mio non viene ancora».

«Babbo non viene ancora a queste parti,


È rimasto laggiù per vendicarti!»

233
CANI DA BATTAGLIA
Per la guerra libica

Sardi mastini di gran possa, voci


Nell’ombra formidabili, mastini
Di quel buon sangue antico, che gli atroci
Padri aizzaron contro i legionari:
Alani d’Orzulè, barbaricini
Doghi cogitabondi sanguinari:

Cani di Fonni, vigili sui monti


Deserti al passo dei rapinatori:
Pugnace razza implacabile, pronti
Sempre all’assalto, come l’aura lievi,
Seguaci come l’ombra, negli orrori
Delle notti ventose, tra le nevi,

Soli compagni al nomade e al bandito:


– Il bandito nel fiero odio tenace
Richiama il suo fedel dogo nutrito
Di strage: Murrazzànu, Sorgolino,
Leone, Traïtor! ma più gli piace
Il nome fratricida di Caino.

Cani di tutta l’Isola, al pastore


Presidio ed all’armento, dalle acute
Zanne bramose a sradicare il cuore,
Ecco: la Guerra suona la dïana,
La Cacciatrice chiama le sue mute
Alla gran caccia, come alla bardana.

Ma si caccia altrimenti che nei freschi


Querceti di Gallura e Logudoro,
Qui cuor per cuore sia, cani sardeschi!
Siate tremendi e prodi a gara a gara,
234
Canti del salto e della tanca

Come in quel germinale, sul sonoro


Lido di Quarto, in Capo Carbonara.

O pastore d’Ogliastra, tu che calchi


Primo gli ultimi ghiacci dell’Orisa,
E ne sai tutti i venti e tutti i valchi,
Grande un mastino d’Àrzana tu scaglia:
Egli saprà cacciare in quella guisa
Che sui dirupi, in mezzo alla battaglia.

Egli tracci quell’un, che il tuo vicino


Straziò innocente, e a lui cavi l’entragna
Come all’agreste verro il buon mastino!
Ecco ritorna. Pedra Liana ai raggi
Del sol morente è un’ara: la montagna
È rossa di garofani selvaggi.

Aquile nere vanno incontro al sole,


Alte divine; Gennargentu splende
Nella gran sera cinta di viole.
Torna il mastino d’Àrzana. – Alle porte
Schiuse al duolo, una madre in nere bende
Sta grande e fiera in un pensier di morte. –

Verrà, Ogliastra, sanguinoso a bere


Prima al tuo monte. Dagli a dissetarlo
Tutte le vene delle tue scogliere,
Ma non lavarlo, no! Sian rosse ed adre
Le sue zanne di sangue, ché a mirarlo
Gioja ne avrà quell’aspettante madre.

235
PICCOLO GIAMBO

Bocche che ancor sentite


Il desio di materni
Baci, e agli immiti inverni,
Come gigli sfiorite:

Lievi manine fatte


Per sorprender farfalle,
Per coglier nella valle
I nidi tra le fratte:

O piedini cui morde


Frizzando acuto il gelo,
Se agghiaccia terra e cielo
Il Dio misericorde:

Chi vi fa ramingare
Così, sempre, o piedini?
O poveri bambini,
Chi vi fa mendicare?

Perché piangono i cigli


Vostri, o bambini leggiadri?
Non han più scure i padri
Non han le madri, artigli?

236
Canti del salto e della tanca

LA SCUOLA DI CHILIVÀNI

Tornavo alle mie rupi, alla mia lustra,


A una tomba romita
Tornavo: – oh tomba innocente, che lustra
Dalla montagna la nascente luna! –
Pioveva: nel livido orizzonte
Era un sorriso solo
Di crisantemi rossi.

Per la stazione desolata e vasta


Non ombre o voci. I treni eran partiti
Per terre di dolore
Portando altri dolori.
Nel piovoso orizzonte
L’aiuoletta ridea
Davanti a un dolce nido:
La scuola… Salve, pia scuola, nel verno
Delle tanche ventose incoronata
Di fiori: arnia ronzante
Di cento voci d’oro.

Alla fredda mattina,


Quando gli armenti bradi
E l’errante pastore
Escono dalla notte
Torvi, con l’occhio insonne,
E canuti di brina,
Voi dalle cantoniere
Dal Logudoro antico,
Del pampineo Meilogu,
Armonioso, amico
Dei vati, e delle nere
Di solchi piane d’Àrdara,
Dai bianchi bugni
Solitari e tediosi,
237
Voi sciamate, piccini,
A quest’arnia festosa,
Sul tonante convoglio
Che vi attende e vi porta.

E la scuola vi accoglie
E vi abbraccia, o miei figli;
Vi accoglie col sorriso
De’ suoi fiori vermigli
Coi tepori d’un nido,
Con la parola augusta
Delle vostre regine,
Le madri che, in divine
Ansie mortali, il cuore
Hanno sempre sospeso
Pei loro figli e per i figli altrui;
Con la dolce parola
Di quelle vostre madri giovinette,
Delle vergini madri,
Le vigili sorelle
Vostre maggiori, liete
Nell’opera gentile,
Pari a lodolette quando s’alzano
Dai solchi dell’aprile
E in vista al nido cantano.
E le vigili schiarano
A voi la strada oscura
Con la facella d’oro.
E vi ammoniscon: – Gloria
A chi sparge il buon seme
Per la trebbia futura:
E gloria a tutti i cuori
Palpitanti d’amore,
In terra e sotterra:
Gloria alle braccia umane
Faticanti nel mondo
Pei piani per i monti per gli ocèani. –
Ma alle vostre vetrate
238
Canti del salto e della tanca

Grida il vento sinistro,


Urla il sinistro fischio
Del dèmone che va
Con la sua turba nera,
Col rapido traino
Di gioje e di tormenti.

Che se l’uggia vi avvolga e quel lavoro


Vostro, la nobilissima fatica,
Vi sembri dura ed inamabil cosa,
Ripensate alle pene vagabonde
Travedute nel vostro breve volo,
Nel vostro breve viaggio cinguettante;
Ripensate la pena
Nel piccolo pastore,
Che invidia velli ed erbe alla sua greggia,
E se ne va ramingo sotto il cielo
Vasto, che lo minaccia e lo percote
Cieco, con le sue raffiche di gelo;
Ripensate la pena
Del misero aratore
Che ara senza canti, tra la sizza
Del gelido mattino,
La terra che un altro uomo mieterà;

E riandate la pena
Di quel seminatore
Che avete visto torvo contro il nembo,
Seminare il suo solco, e avea nell’atto,
Spoglio di santità,
Una crudel tristezza, una minaccia
Folle: parea che il misero gittasse
Semente d’odio sulla terra antica.

Or ecco è l’ora del ritorno, e tu


Sbuchi, ronzante sciame luminoso,
E s’allegra il deserto.
Ed è l’ora che i treni
239
Sono giunti dal mare,
Spinti dalle tempeste,
E giù dai monti neri,
Aneli a rincontrarsi
In questo muto cuore
Dell’Isola. La turba
Nera che viene e va
Sui fumosi convogli,
La varia turba oscura
Che parla tace e canta:

L’operajo, il signore,
La placida signora,
La madre del bandito
Che trema come fronda,
Il ladro catenato,
Il soldato che fischia
E canticchia, l’astuto
Cellonajo, l’anziano
Coi calzoni di saia,
Ed il rapsodo, arguto
Re dei canti, in bisaccia,
E il nomade col sago,
Barbuto e taciturno,
Tutti con un palpito
Di gioja guardan voi,
Piccoli alunni, figli
Di tutti i cuori, fiori
Fioriti in rudi solchi,
Albe aspettate in tormentose notti.
E sospirano: Gloria
A te, buono, per questo
Albergo ai voli onesti,
Per quest’arnia sicura
Agli innocenti sciami,
Per questa fonte pura
Scavata nel deserto.

240
Canti del salto e della tanca

L’AQUILASTRO

Smarriti, a notte, andavano. Melchiorre


Guardingo, innanzi. Rombava la voce
Della bufera, grande tra le forre.

Era l’ira di Dio in quell’atroce


Valle d’Orune. Ai lampi, camellieri
Servi e re si facevano la croce,

E gridavano: Siamo passeggieri


Sperduti a mezza strada. Aiuto, aiuto
Ai re magi, porcari di Marreri!

Chiamavano al deserto: ché l’irsuto


Guardiano, se infuria la bufera,
Più bada e pensa al suo verro sperduto,

Che non ai re. D’un tratto un’ombra nera


Scorge Melchiorre: un piccolo servetto
Pastore vede, in pelli e in ventrïera,

Un aquilastro, con un suo branchetto


Smunto, a un ridosso per la tramontana.
Dolce gli parla: – O bel sardignoletto,

Salute! Odi, fa opera cristiana:


Noi siamo forestieri e abbiam smarrita
La strada. Andiamo a Nuoro: è lontana

Nuoro? – Eh! fa lui, una bestia spedita


Vi giunge in un’oretta, ma un pedone
Ne impiega quattro, ché è tutta salita.

Ma voi chi siete? Da quale regione


241
Venite? Forse siete proprietari
In cerca di bestiame o di pascione?

E codesti animali straordinari


Che dïavolo sono? – Son cammelli,
Questi a due gobbe, gli altri dromedari;

E noi siamo i tre re. Senza vascelli


Siam venuti dai regni d’oltremare,
A recare speranze e sogni belli.

Ora si va a Nuoro. Ci vuoi fare


La strada fino a Nuoro? Su, ride
Già l’astro, e abbiamo a cuore d’arrivare. –

Sì, la stella lucea su Puntafide,


Grande e chiara. La vede ed a cavallo
Baldo salta il fanciullo, il falconide,

E va coi re. All’alba, il nudo vallo


Tutto è desto; le mandre per gli ovili
Bianche vagan tra’ sondri di corallo.

Il bimbo trotta e ciarla: – Oh voi, fucili


Non ne avete… Mio padre n’avea uno
Lungo, di canne sottili sottili.

Mio padre? L’han sgozzato presso al pruno


Del limite: arava in Punta Fumosa
Arava: non facea male a nessuno!

Io son servo. Mia madre Graziarosa


È sola in casa, sola, ora. – Ed al pio
Ricordo della madre dolorosa

Tacque. Poi borbottò in quel natìo


Suo modo un canto che sembrava il pianto
Di un affanno che non conosce oblìo.
242
Canti del salto e della tanca

Ma ecco Nuoro: ecco il camposanto,


La tanca della morte, e la chiesetta
Sola: la Solitudine, e d’accanto

L’abituro di Lino, con l’erbetta


Argentea innanzi: e in fondo della via
Il dazïere nella sua garetta.

Nuoro squillava all’epifanìa.


– Eccovi giunti, disse l’aquilastro,
Io torno, e voi andate con Maria. –

– E tu con Dio, risposero, e che l’astro


Nostro ti segua, e dovunque tu vada
Ti si muti in olivo l’olivastro.

Però, prima, hai da sceglier ciò che aggrada


Di più a te, tra’ bei donuzzi ch’oggi
Noi portiamo ai bebè d’ogni contrada. –

E le oprate bisaccie a fiori roggi


Versâr tanti giocattoli, che il brullo
Piccolo spiazzo se ne empiva a moggi.

Ma l’aquilastro non trovò un trastullo


Alla sua pena: sempre ha fitto in core
Suo padre ucciso; il misero fanciullo.

Ah no! Tra quei balocchi, al suo dolore


Ride, disperso fuori dalla fida
Guaina, un bel pugnale a passacore.

Lo ghermisce, ché l’odio fratricida


Del suo perverso seme nel rubesto
Cuor ratto gli divampa, ed: – Ecco, grida,

Ecco il trastullo mio: datemi questo!


243
MURRAZZÀNU

L’uomo dev’esser contro all’uom nemico


Simile a Murrazzànu.
Murrazzànu, il molosso, all’albeggiare
Levò il cignale e fiero l’inseguì.
Sotto le quercie, all’ombra, a meriggiare
Stavan pastori e branchi a mezzodì,
Quando il molosso ansante ritornò,
E l’ansima dal petto gli cacciò
Il sanguinante cuore della belva.

244
Canti del salto e della tanca

ORTHOBÈNE

Elci solenni, erboso limitare


Di eremi deserti, un vol d’astore
Nel mezzogiorno, palpiti di mare,
Una preghiera, un canto di pastore.

E giù Nuoro, soave e maledetta,


Cuor di Sardegna: e intorno, nell’aperto
Fulgore del mattino, il vasto serto
Dei monti, arsi di sole e di vendetta.

245
LA SPIA

– Giù dall’antro di Lino la bufera


Si sferra, disse il vecchio, con lo sguardo
Segnando il nembo. Entrammo: la capanna
Tra i selvatici olivi come un nido,
Tremava al vento. Un pargolo assonnava
Cullato da una strana ninnananna.
Accucciata dappresso era la madre,
Bruna scarna: una schiava!

Oggi né mai
Avrà pace la spia, Lino la spia,
Disse il vecchio. Ché a lui per poco infame
Prezzo, piacque tradir gli ospiti suoi.
Eran banditi, e Dio spinse quei mesti
Alla casa di Lino. Il vino e il pane
Agli ospiti egli porse, poi nel sonno
Li uccise: il sonno uccise!

Ahi! da quel giorno


La sua casa ruinò. Sonava intorno
D’opre e di canti la tranquilla casa.
Tolto dai bugni candidi, nei ziri
Chiariva il miele, e dentro saldi tini
Di castagno fervea, gioja dei prandi,
Il vino. Or tutto se ne andò sul vento,
Come la piuma degli uccelli. Morta
Senza pur quella pace che ai più mesti
Destini Dio non nega, è la sua sposa,
Già florida e ridente come un mandorlo
In fiore.

Solo, misero, percosso


Or dall’odio di mille anime, Lino
246
Canti del salto e della tanca

Va per la terra, va per gli sterpigni


Campi, sui monti, nelle solitarie
Valli, tremando, ché implacata sente
Sui passi suoi la pesta d’altri passi,
Non visti mai, che sempre mai lo seguono,
E non lo giungon mai.

Se mendicando
A le nostre capanne egli si affaccia,
Ogni cor lo respinge. Un pane d’orzo
E poco latte, fuor della capanna,
A lui porge il pastore, e Lino siede
In un canto, lontan dal focolare
Che solo splende ai buoni. Indi solingo
Dagli ovili si toglie, e va col vento
Per le tanche randagio, né l’acuto
Assiduo gelo della mortal febbre,
Che le misere sue membra raggriccia,
Scioglier potrian pur quelle che sul folto
Ortobene, nereggian elci annose,
Se ardesser tutte tutte in un sol rogo.

Ora lassù nell’antro suo, che al vento


S’empie di voci, Lino ascolta il nembo
Folgoreggiando dirupare al piano,
E fra l’èmpito sente, e il rotolare
Grave dei tuoni, fremer con la nostra
L’ira di Dio. –

Così dall’aquilino
Reo sguardo, balenando l’implacato
Odio, il vecchio parlò.

Dal vasto piano


Fra il gemito e lo scroscio delle quercie,
Passionate dai flammei abbracciamenti
Del fulmine, salìa vario il tumulto
247
Degli armenti e dei greggi, e voci e sibili
Dei mandriani, e dei torrenti il tuono.

Ruppe allor dalla mia anima il grido


Su la procella. O rivi che, dai vertici
Fulminati, correte alacri al mare:
E negri uccelli, voi che dei divini
Cieli siete i pensier torbidi: e voi
Venti, che siete degli aperti cieli
Il palpito e la voce, con voi lungi
Rapite il seme onde germoglia l’odio
Che il cor ci strugge, e dolce sopra l’anima
Scenda un sogno di pace, qual, su torva
Fronte, scende una pia mano materna.

248
AI RAPSODI SARDI
Canti del salto e della tanca

AI RAPSODI SARDI

O fratelli, rapsodi dalla chiara


Voce, dal cor soave più che il fiore
Della melissa, ai canti ed alla gara
Aneli, come indomiti morelli
All’invito del vento emulatore,
Là nel pianoro bianco di olivelli:
O poeti, se all’anime che adoro,
– Anime tristi ardenti nel silenzio
Come lampe – sonasse nel canoro
Accento dei miei padri la canzone
Della speranza mia, monda d’assenzio
E pura d’ogni fosca visïone,
Anch’io alla pensosa turba assorta
Tal inno innalzerei che alle parole
Alate, trionfante aquila al sole,
Si leverebbe l’anima risorta.

Ma fu negato a me questo celeste


Dono, d’un pietoso nume dono,
Molcer gli acerbi affanni e le funeste
Cure col canto. E amati e venerati
Siete perciò, fratelli, e senza trono
Né spada, siete re: ché allor che ai prati
Ritorna il nuovo april cinto di foglie
E prìmule, recando sogni e grate
Ombre ai pastori, all’erme vostre soglie
Batte con una rama d’asfodelo
Il sole e v’incorona, e l’umil vate
Fatto è re della terra e re del cielo.
E andate per l’antica isola, aedi
Erranti, a dispensare larghi il canto
Ad ogni cuore: al mietitore affranto
Tra le messi, e al pastore tra’ suoi redi.
251
O gioja in rimirarvi alti rapiti
Sulla festosa folla che vi abbraccia
Rinfiammandovi in cuor gli estri sopiti,
Col suo palpito immenso! Ecco, un’ebrezza
Visibile v’inebria: arde la faccia
Alla sùbita febbre, e la lietezza
Dell’anima trabocca in inni e in canti
Meravigliosi. Ed è come stillante
Favo la vostra bocca, dei fragranti
Favi il più colmo e ambrosio: e il vostro cuore
È un montanello sulla onduleggiante
Vetta del pioppo, quando il giorno muore,
E ridon d’oro i colli e vien la sera
Silenzïosa, e dalla rosea rama
Immoto pia pia e canta e chiama
Tutte le melodie di primavera.

Oh gioja udirvi allora, quando piena


Vi sale l’onda delle rime al labbro
Grazïoso! Da quale ignota vena
Tanta dolcezza? Il mesto che vi ascolta
Si rallegra: gli par che un ventilabro
D’oro nel cuor gli ventoli una folta
Messe di speme incognita. E va lento
Per piane verdi d’orzi, alla sua tanca
Vermiglia e azzurra sospirante al vento.
Ambia col grave ritmo delle ottave,
In sogno sulla sua cavalla bianca
Stellata, in groppa avvinta la soave
Compagna. Monte Spada ecco dimoia:
Acque d’argento scendon con serene
Rime: il mesto indugia e affanni e pene
Dimentica, e si abbevera di gioja.

Ché la vostra camena è una fanciulla


Bellissima che vien dalla fontana
Balda e dolce, la rossa anfora sulla
252
Canti del salto e della tanca

Sua testa d’aquiletta: il cuor le vola


Lieto innanzi, la bella filograna
Tinnisce il riso dell’aperta gola.
Il pellegrino stanco chiede un sorso
Per la sua sete, inclina ella la brocca
Ròscida, e quegli beve e il cammin corso
Oblìa e benedice. Ella sorride
E lontanando, dalla rosea bocca
Versa motti d’amore. Tal ne arride
La vostra musa ingenua, a cui l’antico
Idïoma del forte Logudoro
Cinge doppia corona: una d’alloro,
L’altra di rose e d’olivastro aprico.

O sacro idioma, nato tra nuraghi


E tombe e selve in cuore alla pianura,
Lieta di messi d’opre e branchi vaghi:
Maschio eloquio fiorito perché i padri
Ti parlassero gravi sull’altura
Quali profeti, puro a che le madri
Ninniassero i figli, o uccisi o morti
Li piangessero: accento alto d’impero
Sul labbro a Leonora: urlo di forti
Schiuso in un inno dal deserto grembo,
Madre, minace tuo, inno del nero
Tuo cuor, Sardegna, quando il breve nembo
Folgorò su’ tuoi sonni. Oh bel picchiare
All’alba, di quel verso che ruggì,
Martellando i battenti, «Cando si
Tenet bentu est prezisu bentulare ».

Gloria, fratelli, al fabbro di quell’inno


Che per nere capanne e spersi ovili
Cercò i cuori, e col suo fiero tintinno
Li trasse verso il sole a le vendette.
Oh! i cavalier di soga e i bianchi e vili
Lacchè, incontro ai menghi e alle berrette !
253
E gloria ai padri aedi, gloria al sacro
Coro che dal Limbara al mare azzurro
Di Spartivento, insino al solco macro
Di Aritzo, per l’intera taciturna
Isola, sospirò come un sussurro
Di primavera sulle fosse. E un’urna
Di miele versò sulla tristezza
Dell’uomo. Quando Luca, in aspre selve,
Ai banditi cantava, quelle belve
Si scioglievano in pianti di dolcezza.

Voi siete buoni come si conviene


All’uomo amico delle muse, e i giorni
Trascorrete nell’opere serene
Del monte e della valle. Tu profondi
Il solco tuo diritto, e i canti adorni
Ti aleggiano d’intorno come ai biondi
Frumenti, stormi garruli. Tu il branco
Guidi, pastore aedo, alle sorgenti
Benignamente: la verga di bianco
Tamarisco è il tuo scettro, poiché sdegni
Il rissoso bastone, e nei lucenti
Silenzi della notte – quando i segni
Del ciel ridon più belli, e il cor che sa
Ode sperse armonie – l’anima carca
D’innocenza, tu incedi, patrïarca
D’antico tempo nella nostra età.

Tu nella rosea nitida pietraia


Batti sui ferrei cogni col mazzuolo,
In pugna col granito. La giogaia
Ti avvolge col suo anelito e con grandi
Velari d’ombra, e in quel silenzio, solo,
Con la tua mazza nella selce scandi
Picchi tìnnuli, sì che un’armonia
Pare anch’esso quel tuo rude lavoro.
Ma negli ozi leggiadri in solatìa
254
Canti del salto e della tanca

Piazza, o in ampio cortil, la gara arguta


Adùnavi. Dinanzi vi sta il coro
E l’ansia turba: chini sull’irsuta
Criniera dei cavalli, i mandriani
Odon, e voi cantate. Il canto è fede:
E l’anima selvaggia ora vi chiede
Se debba amare od odiar domani.

Ammonitela voi, coi vostri carmi,


O fratelli! Cantatele dei padri
Che contro Roma caddero con l’armi
In pugno: celebrate la perversa
Virtù dei vinti, cui scovò dagli adri
Covili di Belvì, la rabbia avversa
Dei mastini famelici: dei vinti
Che nei fôri dell’Urbe, presso i templi
Marmorei, di ferrei ceppi avvinti,
Parevan di sì mala domatura
Che nessun li comprava, sì dagli empi
Cuor la vendetta tralucea sicura.
Glorificate l’odio secolare,
L’amore eterno, avvalorate i cuori.
O poeti, cantate gli splendori
Della Sardegna libera sul mare.

Madre fatale e bella a tutti ignota


Anche ai tuoi figli, chi ti adorerà
Com’io t’adoro! Agli strani remota
Io ti vorrei: sinistra sanguinosa
Coi tuoi banditi, con le tue città
Morte, ingioconda atroce febbricosa,
Ma tutta sola e oprante e senza pianti.
Io ti vedrei mandriana ai dolci maggi
Salire, coronata di ronzanti
Pecchie, il tuo monte acceso dall’aurora,
Dietro i branchi, e passar sui bai selvaggi,
Prima nell’àrdia, ardita corridora.
255
Oh nei sereni monti in cime e in grotte,
Alte fiamme di pace, quando i cieli
S’imbrunan vasti, e dormon i fedeli
Armentari alla virginëa notte!

Io ti vedrei nel vespero di giugno,


Sugli aerosi miei colli sereni,
Bella e discinta con la falce in pugno,
Mieter cantando quell’ultima randa,
E spulare coi zeffiri tirreni
Il frumento sull’aja veneranda.
Spartiresti il tuo pane ai tuoi figlioli
Giustamente, ché lungo fonti chiari
E verdi vigne e sussurranti broli,
Gli elcini carri carichi di grano
Tu guideresti ai nostri limitari
Fioriti di giaggioli e zafferano.
E siederesti poi, madre, sul monte,
In cuor secura con la certa fionda
E la scure. Chi toccherà la fronda
Di quercia che ti ombreggerà la fronte?

Ma ti vedo raminga nella tanca


Sterpigna, lungo il lido, ad ascoltare
La gran voce del flutto che s’imbianca
Ululando: lì presso un branco bela
Melanconico, e tu guati il tuo mare
Deserto. Dimmi, quale amica vela
Navigò a te dalle felici prode,
Recando una speranza alla tua pena,
Un nettareo nepente al tuo cuor prode,
Una facella d’oro a questa nera
Tua notte, o taciturna? Il ciel balena
Tacito e cala tacita la sera
Obliosa. – Da qual vermiglia vetta
Ti vestirà l’aurora di splendore?
Tu l’aspetti nell’ombra, ed hai nel core
Sogni di gioja e sogni di vendetta.

256
Canti del salto e della tanca

Eppur, fratelli, io m’inebriai di questa


Triste patria che sta sola sul mare,
E nutre come l’aquila rubesta,
I figlioli di sangue. Ed il mio cuore
Risorto palpitò d’una solare
Letizia nel suo seno, e il mio dolore
Si tramutò in un sogno di speranza.
L’anima si confuse nella luce
Sulla montagna, e seppe la fragranza
Dei fiori agresti nati sulle tombe
Dei primitivi, e nella selva truce
Degli orgolesi apprese, tra le rombe
Del ponente, l’urrà del sanguinario
Pallido e triste come un sire, e in Monte
Rasu, sentì sull’erba e sul bel fonte,
Sotto l’elce e il ginepro solitario,

Sparsa la santità di San Francesco.


E venerò nei boschi d’oleastri
Un dio pellita, e navigò nel fresco
Mattino, dalla rada umile, bianca
Di greggi, alla Caprera cinta d’astri
E d’inni; e là dove più chiara e franca
Risuona l’onda sull’azzurro abisso,
La scogliera mirò donde le sarde
Donne traeano il prezioso bisso
Per vestire l’Eroe. E nel tepente
Vernal meriggio – oh come dolce m’arde
Quel ricordo! – solcò, tra la clemente
Selva di glauchi ulivi, l’armoniosa
Onda del Temo: su, tuona la caccia,
E giù, ai battelli le flessuose braccia
Protendono i rosai con una rosa.

E sognò lungo una deserta riva


Fra due rovine: il mare infaticabile
Abbracciava la terra che gli offriva
I suoi gigli languenti, e sole e cielo
257
Folgoravano flammei un immutabile
Riso alla terra e al mare. Là, tra i veli
Del Tirso, la città degli Arborensi
Dormìa: bella per sue case tacenti
Quali sepolcri, tra profondi incensi
D’orti, lungo silenziose vie
Cinte di palme: mesta di piangenti
Campane: soavissima per pie
Rosee mattine, in vago chiuso aulente
Di viole e di mandorli: solenne
E sacra per il tempio che contenne,
In faccia al mare, il dio di nostra gente.

Così sognò e sperò, sardi rapsòdi,


Il mio cuor rude chiuso sopra l’atro
Sen della madre mia: pur le melodi
Ignorò del mistero ond’ella è sacra.
O fratelli, vorrei esser l’aratro
Che morde il seno della tanca e l’acra
Viscera della rupe, a penetrare
Tutta l’ombra e le desolazioni
Che l’ammantano eterne. O focolare
Di porfido spazzato dalla morte,
Sepolcri di giganti, alti burroni
Degli aspri monti, dove alle risorte
Primavere, fremono chiomati
Teschi di mandriani e di banditi:
Sparsi nuraghi, e voi, santi graniti
Del limite, temuti e venerati,

È in voi questo mistero? O ne’ villaggi


Sepolti nelle valli come in bare?
O nei debbi notturni e nei selvaggi
Valichi, ove urge le spaurite torme
La bardana dal tacito calzare?
Non io lo so: ben so che questa enorme
Tristezza è sovrumana e ch’è divino
258
Canti del salto e della tanca

Questo silenzio, e che mia madre è dea!


Sia gloria a lei dal mare al cilestrino
Cerchio dei monti. O candidi fratelli,
Cinti di gioja, se alcun’ombra rea
Mai v’aduggi – ché ai nostri cuor rubelli
Voi siete come agli orti l’usignolo,
Ed all’arso oliveto la cicala,
Voci di gioja – in cuor temprate l’ala,
A un canto che convien sia forte al volo.

La mia terra cantate. E chi la gara


Vinca, si avrà in premio un bel poledro
Che Osilo domò, Osilo chiara
Altrice e domatrice di cavalli.
E in premio pur si avrà una di cedro
Cavezza adorna, e una di fior gialli
Ben oprata bisaccia, valorosi
Incliti doni. Ma più prezioso
Dono è il serto fiorito nei muscosi
Dirupi d’Ortobene; al vincitore
Fanciulla l’offrirà per radioso
Occhio insigne, nel pallido languore
Dell’amplesso divina. Ella, sul monte,
In vista all’Oleastra e alla Gallura,
Oh gloria! Cingerà con l’elce pura
Al vincitore la superba fronte.

259
NOTE
NOTE AI CANTI BARBARICINI

Monti e cime di Barbagia ricordati nel volume:


Bruncuspina – cima sovrana del Gennargentu.
Coràsi – Monte Atha – dalle brulle rupi azzurre.
Gonare – devoto, in vista a tutti i mari.
Montespada – con la sua spada di neve.
Monte Bàrdia – antica guardia contro le scorrerie dei Saraceni.
Montalbo – sasso erto, senza fonti e senza boschi.
Ortobene – monte ad oriente di Nuoro, dalle serene ombrie.

PRELUDIO
Don Chisciotte
Tanca: campagna incolta, cinta da siepe o muriccia, dove pasturano i
branchi nomadi e gli armenti bradi.

LE BARBARICINE
Nella tanca
Tasca: è lo zaino, per lo più di pelle caprina, tagliato a sacca, dove i
pastori ripongono il loro viatico di nomadi.

LEGGENDE PASTORALI
I tre re
Frat [r ]es: nella parlata di molti villaggi della Barbagia suona come in
latino: fratelli; ed anche, come nella leggenda dei tre re, amici e
compagni. Nobile traslato che rivela la nobiltà dei ruvidi cuori.
Bardana: corruzione di gualdana, è triste vocabolo che esprime una
selvaggia e quasi abitudinaria attitudine dei vecchi sardi pelliti. Non è
la razzia, ed è più e meno della rapina.
La casa di San Francesco : è una chiesetta bianca e solitaria, a mezza
costa di un’altura di scopa e lentisco, di fronte a Montalbo.

I COLLOQUI COI MORTI


Secondo una leggenda sarda, nella seconda notte di novembre, i morti
di Barbagia tornano ai loro focolari, mangiano le torte di uva passa e
le mele e le pere vernine, e parlano dei loro amori e dei loro odî!

263
LE SELVAGGE
Notte nel salto
Salto: non è il saltus dei latini. La parola è usata in Sardegna per
esprimere la distesa di più tanche ed ovili.

Ditirambo di giovinezza
Hutalabì: urlo di gioia selvaggia, col quale il cavaliere barbaricino
sprona a corsa sfrenata il cavallo, animando se stesso di questo frene-
tico ardore.

ALLE MADRI DI BARBAGIA


Letti elcini : letti fatti con frasche di elce o di quercia (lettu de sida) su
cui gli uccisi, come in una lettiga, vengono trasportati alle loro case.

ANTELUCANE
Leppa e vomere
Leppa: coltello lungo e robusto con fodero, fatto per lo più da un
tronco di spada. Lo portano alla cintola i pastori della montagna.

IN LODE DI FRANCESCO CIUSA


La madre dell’ucciso : è la statua (una viva forma di dolore) che schiu-
se allo scultore Francesco Ciusa le porte dell’Esposizione internazio-
nale di Venezia.
E l’opera gagliarda e nobilissima, è sì una statua, ma è anche un fram-
mento del plastico poema “I Cainiti” col quale il giovine artefice bar-
baricino si propone di illustrare la vita e mistica e rude e selvaggia
della nostra Terra.

ODE AL GENNARGENTU
Sulla punta più alta del Gennargentu (Yanua-Argenti) un ignoto scris-
se col minio sacre parole: Bontà, Libertà, W il Socialismo!

ICNUSIE
L’Alternos
G. M. Angioi di Bòno: «uomo tanto più vicino alla virtù modesta degli
antichi, quanto lontano alla virtù vantatrice dei moderni» come lo
chiama Carlo Botta, quando l’uragano della rivoluzione francese
scosse le membra della vecchia Europa feudale, maturò nell’animo

264
Note

fiero il ribelle proposito di chiamare alle armi le popolazioni sarde


per scuotere il giogo delle prepotenze baronali.
Accolto sulle prime con entusiasmo ed acclamato salvatore della Pa-
tria, fu poi abbandonato nell’ultim’ora e perseguitato anche dagli an-
tichi suoi amici.
Il poeta canta lo schianto del ribelle esule che, all’ombra del suo so-
gno infranto, nell’alba del 16 giugno 1796, abbandona la terra che
non seppe intenderne il palpito sovrumano, e va a riversare la piena
della sua amarezza sotto i cieli di Parigi.

In memoria
Giorgio Asproni: fu pastore, ex canonico, deputato e fu affermatore
di ogni idea di libertà.
Nacque in Bitti nel 1809, morì in Roma nel 1879, dove il Comune gli
eresse un ricordo marmoreo in Campo Verano.

CANTI DELL’OMBRA
Sepulta domus
Fulanu: è parola di origine spagnola: Don Fulanos, e significa Tizio,
Caio, ecc. ecc.

265
NOTE AI CANTI DEL SALTO E DELLA TANCA

MUTTOS
Quasi “motti o motteti”. Li ho derivati dalla poesia popolare sarda. In
essi mi è piaciuto conservare talora le stranezze e di concetto e di ver-
so e di rima, quali graziosamente fioriscono sulle labbra dei sardi poe-
ti, quasi sempre improvvisatori.
Sùrbili: spiriti erranti sulle montagne di Barbagia nelle notti ventose,
vampiri alle culle.

Le prefiche
È il sogno d’una notte d’inverno ed è un canto funebre. Le prefiche
della razza piangono sui venti tutto ciò che in terra di Barbagia muore
dilegua emigra.
Eremitano , Cani da piatto : li ho derivati dal dialetto, perché mi pare
che non vi sia un vocabolo italiano che li traduca perfettamente. Ere-
mitanu è voce dialettale che serve a denotare l’uomo miserabile e in-
fingardo, di vil cuore. Cane de isterju (cane da piatto) è quel cane che
negli ovili non sa guardare le capanne e i branchi, e non fa che leccare
i mastelli dei latticini: ed è attributo che si dà comunemente ad un uo-
mo vile e dappoco.
Aquila grigia : era un forte e vecchio bandito che sapeva tutte le vie
del piano e del monte. Morì mentre un aquilotto, un fanciullo, gli
squittiva dappresso: il quale, gridandogli coraggio, cadde con lui ne-
gli amari passi della fuga. Era una vecchiezza gioviale: cantava canzo-
ni di guerra, ed era anche buon compagno di cacciatori e canattieri
nelle serene caccie sui monti nuoresi.
Cervo solone : non è l’alces maschilis, ma pure è un gran cervo di cui
si va sperdendo la razza sui monti dell’isola. Chi canterà l’elegia alle
ultime aquile alle ultime fiere agli ultimi boschi agonizzanti sui gioghi
della patria?

Cani da battaglia
In Ogliastra, presso il piccolo villaggio di Àrzana, era nato il tenente
medico Demurtas, ucciso a Sciara-Sciat, mentre medicava i feriti.
Capo Carbonara: ricorda ai sardi il tentativo di sbarco dei francesi,
nel marzo 1793, respinto principalmente ad opera dei fieri mastini dei
pastori. Così almeno la leggenda.
Murrazzànu, Sorgolino, Leone, Traitore (traditore), Caino : comuni
appellativi di cani sardi.

266
Note

La scuola di Chilivàni
Chilivani è nodo centrale, in aperta campagna, di tutte le ferrovie dell’isola.
Un munifico donatore istituì, presso alla stazione, una scuola elemen-
tare per i bambini dei ferrovieri e dei casellanti sparsi sulle varie linee.
I treni del mattino raccolgono i piccoli alunni che poi, a sera, riporta-
no alle loro case.

Murrazzànu
Cane famoso, caro a tutti i cacciatori del Nuorese. L’episodio della
caccia è vero.

AI RAPSODI SARDI
“Cando si – Tenet bentu est prezisu bentulare ”: “Quando si leva ven-
to occorre trebbiare”. È il ritornello del logudorese inno angioino, al
cui canto la Sardegna insorse contro gli ordinamenti feudali. Gli ac-
cenni che seguono nei versi riguardano episodi della rivoluzione.
Àrdia : gara di corse a cavallo.

267
GLOSSARIO
Composto di trecentonove lemmi, il presente Glossario
amplia le poche Note apposte dall’autore alla fine di ogni rac-
colta con l’intento di specificare il significato di alcuni termini
d’uso colto e letterario, o comunque difficilmente rintracciabili
nei vocabolari italiani più diffusi.
Delle diverse accezioni di ciascun termine sono riportate
nella maggior parte dei casi solo quelle relative all’utilizzo da
parte del Satta; laddove una stessa parola sia stata adoperata con
diversi significati in distinte poesie si è specificato di seguito il ti-
tolo della poesia nella quale occorre in tale accezione. Si è rite-
nuto opportuno, quando possibile, indicare l’etimo delle parole
proposte. Non fanno parte del Glossario i termini che trovano
spiegazione nelle Note dell’autore.
Le principali opere consultate per la redazione del Glossa-
rio sono:
Giovanni Spano, Vocabolario Sardo-Italiano e Italiano-Sardo,
Cagliari, Tipografia Nazionale, 1851;
Max Leopold Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, voll. I-III,
Heidelberg, Carl Winter, 1960;
Giacomo Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Dizio-
nario etimologico, Firenze, Le Monnier, 1968;
Ferruccio Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, Torino, Rosen-
berg & Sellier, 19753;
Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Roma, Società Edi-
trice Dante Alighieri, 197928;
Aldo Duro, Vocabolario della lingua Italiana, voll. I-IV, Roma,
Istituto della Enciclopedia Italiana – Treccani, 1986-94.

271
ABBREVIAZIONI

adattam. = adattamento poet. = poetico


agg. = aggettivo pop. = popolare
ant. = antico, antiquato pres. = presente
com. = comune prob. = probabilmente
comp. = composto propr. = propriamente
contr. = contratto prov. = provenzale
der. = derivato s. = sostantivo
dim. = diminutivo sign. = significato
estens. = estensione, estensivo sim. = simile
f. = femminile sing. = singolare
fig. = figurato sinon. = sinonimo
fr. = francese spec. = specialmente
gr. = greco suff. = suffisso
ingl. = inglese tr. = transitivo
intr. = intransitivo trasl. = traslato
invar. = invariabile v. = verbo
lat. = latino * = quando precede un
letter. = letterario vocabolo latino o gre-
log. = logudorese co indica che il termi-
longob. = longobardo ne non si riscontra nel-
m. = maschile le fonti, ma che la sua
part. = participio esistenza è stata con-
pass. = passato getturata sulla base di
pl. = plurale esiti più tardi

272
Glossario

addoppiare v. tr., der. di doppio, letter. per raddoppiare.


adito s. m., dal lat. ad]tus, part. pass. di adire comp. di ad «verso»
e ire «andare»; «entrata, passaggio».
adro agg., variante poet. di atro, dal lat. ater, a, um; «nero, scuro».
aduggiare v. tr., dall’ant. auggiare, forse der. di uggia, «danneggiare
con la propria ombra».
adusto agg., dal lat. adustus part. pass. di adur/re «bruciare», letter.
«bruciato, riarso».
agresto agg., ant. o letter. per agreste.
albagio s. m., dall’arabo al-bazz, «orbace».
albata s. f., dal lat. alba, f. sostantivato dell’agg. albus «bianco»;
componimento poetico-musicale, detto anche mattinata
«canto mattutino» ed equivalente italiano del fr. aubade e
dello spagnolo alborada.
albatro s. m., dal lat. arb‰tus, letter. «corbezzolo».
alburno s. m., dal lat. alburnum der. di albus «bianco»; la parte più
esterna e giovane del legno di alberi e arbusti.
algente agg., dal lat. algens -entis, part. pass. di alg7re «avere o essere
freddo».
alido agg. e s. m., variante poet. di arido, toscanismo.
almo agg., dal lat. almus, der. dal tema di al/re «nutrire», letter.
«che ristora, che alimenta» quindi, per estens. «nobile, ma-
gnifico, eccelso».
alore s. m., letter. per aulore «profumo», a sua volta dal lat. ol7re
attraverso una forma con dittongo aulere.
altrice agg. e s. f., dal lat. altrix -icis, der. di al/re «nutrire, alimenta-
re», letter. «che nutre, che alimenta».
alvo s. m., dal lat. alvus, letter. «ventre, intestino, utero»; fig. «cavità,
parte interna».
ambage s. f., dal lat. ambages comp. di amb- «intorno» e tema con al-
lungamento apofonico di ag/re «condurre», letter.
1) «cammino tortuoso» (“I tre re”);
2) «discorso oscuro, giro di parole» (“Il voto”).
ambiare v. intr., dal lat. ambulare «camminare»; «andare al passo del-
l’ambio» cioè, nei quadrupedi, procedere muovendo con-
temporaneamente gli arti di un lato, successivamente a quelli
dell’altro lato.
ambrosio agg., dal gr. =mbr&sio" «immortale», attraverso il lat. ambrosius,
«che ha il profumo o il sapore dell’ambrosia», cibo dell’immor-
talità di cui si sarebbero nutriti gli dei della mitologia greca.
annitrire v. intr., variante ant. o letter. di nitrire.
antelucano agg., dal lat. antelucanus, comp. di ante «prima» e lux «luce»,

273
con il suff. aggettivale -anus, letter. «che precede la nascita
del giorno».
apparita s. f., ant. «comparsa, l’apparire».
aprico agg., dal lat. apr£cus «soleggiato»; trasl. «che ama il calore e
la luce del sole», soprattutto riferito a fiori e piante.
aquilonare agg., dal lat. tardo aquilonaris, letter. «d’aquilone, settentrio-
nale», quindi vento aquilonare «tramontana».
archimandrita s. m., dal lat. tardo archimandrita a sua volta dal gr. =rciman-
dr0th" comp. da =rci- der. di #rcw «comando, guido» e m$ndra
«recinto» quindi «convento», in origine il superiore di un mona-
stero greco; in questo caso sinon. di pastore, colui che «guida,
conduce la mandria», con implicita un’idea di autorevolezza.
armentario s. m., dal lat. armentarius, «custode o pastore di armenti».
arrandellare v. tr., der. di randello; «legare stretto», anche «legare tirando
la corda con un randello» (“Il Natale di Lazzaro”).
arroncigliare v. tr., der. di ronciglio «gancio, uncino», letter. «piegare, torcere».
arrubinare v. tr., der. di rubino, letter. «dare il colore del rubino, render
vermiglio»; in senso particolare «riempire un contenitore di
vino rosso» (Boccaccio).
artemisia s. f., dal lat. artemisia, gr. ajrtemisiva, der. di Artemi"
[ «Arte-
mide»; genere di piante composite tubuliflore delle quali
fanno parte, ad esempio, l’assenzio e il dragoncello.
arvale s. m., dal lat. arvalis, agg. der. di arvum «campo coltivato»,
letter. «agreste».
atro agg., dal lat. ater, a, um, «nero, scuro».
auge s. m., forma contr. per augello, dal prov. auzel «uccello».
aulente agg., part. pres. di aulire, letter. «odoroso, profumato».
aura s. f., sinon. letter. e poet. di aria, di solito in senso fig.
avito agg., dal lat. avitus, «degli avi, tramandato o ereditato dagli avi».
biasciare v. tr., sinon. letter. e poet. di biascicare forse a sua volta dal
lat. *blaesiare der. di blaesus «bleso»; «mangiare lentamente,
trattenendo a lungo il cibo in bocca, come è costretto a fare
chi non ha denti».
biodo s. m., prob. dal lat. *bud‰la, dim. del lat. tardo biuda «ulva»,
sinon. di biodolo, nome com. di varie piante palustri.
biondeggiare v. intr., «tendere al biondo, cominciare a imbiondire», spec.
del grano prossimo alla maturazione.
bisso s. m., dal lat. tardo byssus, gr. buvsso", di origine fenicia. Tela
finissima e preziosa di lino, molto ricercata presso gli antichi
Greci; particolare stoffa, di colore metallico tendente al rame,
ottenuta sottoponendo a filatura e tessitura i filamenti setacei
che costituiscono l’appendice terminale, detta appunto bisso,

274
Glossario

della Pinna nobilis.


bolso agg., dal lat. vulsus, part. pass. di vell/re, propr. «strappato»;
«malato di bolsaggine»; fig. «pomposo, retorico».
bonomìa s. f., dal fr. bonhomie, der. di bonhomme «buonuomo», «bo-
narietà».
botro s. m., forse dal gr. b&qro" «fosso, buca», letter. «fossato o val-
loncello scosceso».
bramire v. intr., dal fr. bramir, letter. «urlare» di bestie selvatiche, in
particolare il bramito è il verso del cervo.
breccia s. f., forse dal lat. *imbricea der. di imbrex -]cis «embrice», si-
non. di pietrisco o ghiaia, oppure dal lat. volgare *briccia a
sua volta da un tema brikka- «rilievo roccioso» diffuso in
area mediterranea.
brolo s. m., dal lat. medioevale broilus, a sua volta dal lat. tardo
brog]lus, di origine celtica, letter. e ant. «orto, frutteto», tosca-
nismo.
brumaio s. m., dal fr. brumaire, der. di brume «nebbia». Secondo me-
se del calendario repubblicano francese; corrispondeva al-
l’intervallo tra il 22 ottobre e il 21 novembre.
brumale agg., dal lat. brumalis, der. di br0ma «solstizio d’inverno»,
forma contr. di *brev‰ma, cioè breviss]ma (dies); «invernale,
nebbioso».
brusire v. intr., letter. «far brusio, bisbigliare».
bugno s. m., sinon. di alveare, arnia.
cachinno s. m., dal lat. cachinnus, letter. «scroscio di risa sguaiate».
calandra s. f., dal lat. *calandra, der. dal gr. k$landro", prob. attra-
verso il prov. come il fr. calandre ; piccolo passeraceo (Me-
lanocorypha calandra), «allodola».
camena s. f., nome di divinità latine delle acque e delle sorgenti, co-
me le muse dei Greci simboli e ispiratrici della poesia.
canea s. f., muta di cani abbaianti che insegue la selvaggina; lo stes-
so abbaiare. In senso fig. «schiamazzo» o «moltitudine schia-
mazzante».
cannizza s. f., forma poet. per canniccio «graticcio di canne» usato
per riporvi il formaggio da lasciar stagionare.
carco s. m. e agg., forma contr. e poet. di carico.
carola s. f., dal fr. carole «danza»; far carole «danzare in cerchio, te-
nendosi per mano».
castro s. m., dal log. ant. kástru, nei Condaghi usato come sinon.
di nuráke «nuraghe», da cui la parola, ergendosi i nuraghi
perlopiù su alture atte alla difesa, ha tratto il sign. di «monte,
altura», sardismo.

275
ceduo agg., dal lat. caeduus, der. di caed/re «abbattere, tagliare»,
«che può essere tagliato», detto di bosco che si taglia perio-
dicamente per ricavarne legna.
celliere s. m., ant., dal lat. cellarium «cantina, dispensa».
cellonaio s. m., forma poet. per cellerario (ant. celleraio) dal lat. me-
dioevale celleraius, lat. tardo cellerarius o cellararius, der.
di cellarium; «dispensiere, cantiniere», anche in senso fig.
cerro s. m., albero delle fagacee (Quercus cerris), «quercia».
ciclame s. m., variante poet. di ciclamino.
cilestrino agg., «celeste, azzurro chiaro».
clangore s. m., dal lat. clangor -oris, der. di clang/re, letter. raro;
«suono di tromba, forte rumore metallico» o anche «strepito,
chiasso».
cognato agg., dal lat. cognatus «consanguineo»; «parente, fratello»,
anche in senso fig.
cogno s. m., poet. per conio, dal lat. cun/us, «cuneo», utensile ado-
perato per spaccare la legna o la pietra, sardismo.
colostro s. m., liquido bianco-giallastro prodotto dalla ghiandola
mammaria dal quarto mese di gravidanza fino al quarto-
quinto giorno dopo il parto. È detto anche primo latte.
committere v. tr., letter. «affidare, consegnare».
conto agg., dal lat. cogn]tus, part. pass. di com/re «ordinare, di-
sporre», ant. «noto, conosciuto».
cordovano s. m., varietà di cuoio marocchino.
coritto s. m., dal log. koríttu «corpetto», der. dall’italiano ant. coretto
«giubboncino di cuoio», sardismo.
covile s. m., dal lat. cub£le der. di cubare «giacere»; luogo riparato
nel quale gli animali si rintanano per dormire, da cui il fig.
«abitazione squallida, spelonca».
croceo agg., dal lat. croceus der. di crocus, gr. kr&ko", «croco, zaffe-
rano»; letter. «color zafferano».
croco vedi voce precedente.
culmo s. m., dal lat. culmus, «fusto delle graminacee».
cuna s. f., letter. «culla», in senso proprio e fig.
cuoprire v. tr., forma poet. per coprire.
debbio s. m., etimo incerto; pratica agricola consistente nel bruciare
le erbe secche che ricoprono i terreni e sotterrarne poi le
ceneri; fig. «campo bruciato».
debbiare v. tr., migliorare un terreno mediante il debbio.
dïana s. f. e agg., altro nome del pianeta Venere, detto anche Luci-
fero, che appare il mattino a oriente prima del sorgere del
sole e la sera subito dopo il tramonto.

276
Glossario

dimoiare v. intr., «sciogliersi, liquefarsi», di ghiaccio o neve, o «sgelar-


si» del terreno, toscanismo.
diruto agg., dal lat. dir‰tus, part. pass. di diru/re «rovinare, distrug-
gere», letter. «abbattuto».
dogo s. m., letter., adattam. del fr. dogue e dell’ingl. dog, «cane».
dolco agg., dal lat. tardo dulcare «addolcire», detto propr. del clima
«dolce, mite», toscanismo.
dritto s. m., ant., forma sincopata di diritto, sia nel sign. giuridico,
sia nel sign. più ampio di giustizia e sim.
dumo s. m., dal lat. dumus, letter. «spino, pruno».
émpito s. m., letter. «impeto, forza», toscanismo.
entragna s. f., dal lat. interaneum (pl. interanea), dall’agg. intera-
neus «interno», der. di inter «tra, dentro»; «interiora, viscere»
spec. degli animali.
estuoso agg., dal lat. aestuosus, der. di aestus -us «calore, ribollimen-
to», letter. «ardente, fervente, ribollente» anche «procelloso,
ondeggiante».
face s. f., dal lat. fax facis, poet. «fiaccola», in senso proprio e fig.
facella s. f., dal lat. tardo facella, dim. di fax «face», ant. e poet.
falconide s. m., poet., dal lat. falco -onis «falco», appartenente alla fa-
miglia dei falchi.
fastigio s. m., dal lat. fastigium, prob. affine a fastus -us «fasto», let-
ter. «cima, sommità».
febbricoso agg., dal lat. tardo febricosus, letter. «che dà la febbre» o «feb-
bricitante».
ferrana s. f., dal lat. volgare ferrago -g]nis alterazione di farrago
-g]nis a sua volta der. di far farris «farro», «foraggio».
ferrata s. f., ant., «grata di ferro, inferriata» e, per estens., la finestra
che ne è munita.
fiale s. m., poet., alterazione dell’ant. fiavo, che è dal lat. *flavus
per *fav‰lus dim. di favus «favo».
filograna s. f., poet. per filigrana.
fiorrancio s. m., comp. di fiore e rancio «arancio», altro nome della
candelora, pianta delle composite tubuliflore.
fiscella s. f., dal lat. fiscella, dim. di fiscina, da fiscus «cesto», letter. ce-
stello circolare di giunchi o vimini adoperato per fare la ricotta.
fiso agg., poet., «fisso», detto soprattutto dello sguardo.
flammeo agg., dal lat. flammeus, flammeum, der. di flamma «fiam-
ma», letter. «fiammeggiante, che ha il colore e la luminosità
delle fiamme».
forra s. f., dal longob. furha «porca, spazio fra i solchi», gola stret-
ta e profonda dovuta in genere all’erosione dell’acqua.

277
forteto s. m., der. di forte nel sign. di «malagevole», letter. «fitta bo-
scaglia», toscanismo.
fratta s. f., dal lat. fracta, neutro pl. di fractus, part. pass. di frang/re
«rompere, spezzare» quindi «(rami) rotti» da cui il sign. attuale di
«siepe, macchia di pruni» o il terreno stesso che ne è coperto.
frizzare v. intr., dal lat. *frictiare, der. di frictus, part. pass. di frig/re
«friggere» e di fricare «fregare», provocare una sensazione di
sottili punture.
fulvido agg., dal lat. tardo fulv]dus der. di fulvus «fulvo» per incrocio
con fulg]dus, ant. e poet. «fulvo» o «splendente».
fumido agg., dal lat. fum]dus, der. di fumus «fumo», letter. «fumoso,
fumante» o fig. «nebbioso, che emana vapore».
fumigare v. intr., «esalare fumo o vapore», toscanismo.
gannire v. intr., dal lat. gannire con riferimento alla voce di alcuni
animali, emettere un suono forte per gioia o dolore.
garrire v. intr., dal lat. garrire, voce onomatopeica:
1) «emettere garriti», di animali (“L’Alternos”);
2) «garrire al vento», sventolare di bandiere e vessilli o,
poet., anche di fiamme (“Alle madri di Barbagia”).
garrulo agg., letter., di animale che garrisce, di persona chiassosa o
ciarliera; fig. «allegro».
germinale s. m., settimo mese del calendario repubblicano francese,
corrispondente all’incirca al periodo compreso tra il 21 mar-
zo e il 20 aprile.
giambo s. m., genere di poesia o componimento poetico satirico e
mordace.
giogaia s. f., «catena di gioghi montani»; per estens. «catena di mon-
tagne».
giuncaia s. f., sinon. di giuncheto.
golpe s. f., ant. e letter. «volpe», toscanismo; sinon. in disuso di car-
bone, malattia che colpisce i cereali a causa della quale la spi-
ga prende l’aspetto di una coda spelacchiata di volpe.
granito agg., part. pass. di granire, letter. «che ha messo i chicchi, i
grani»; per estens. «maturo».
greppo s. m., letter. «pendio di un’altura, ciglio rialzato di una strada
o di un fosso».
grifagno agg., dal prov. grifanh, di origine germanica (alto-tedesco
gr]fan «afferrare»), letter. «rapace», attribuito generalmente
agli uccelli; per estens. «tipico degli uccelli di rapina», detto
degli artigli, del becco, degli occhi. Fig., riferito agli occhi
umani, «fieri, minacciosi».
groppo s. m., «groviglio, nodo intricato, viluppo».

278
Glossario

guatare v. tr., dal germanico wathen (in tedesco Wacht «guardia»),


letter. «guardare con interesse, sospetto o paura».
idria s. f., dal lat. hydria, gr. uJdr0a, der. di u{dwr «acqua»; grande
vaso dell’antica Grecia, di bronzo o di ceramica, utilizzato
per conservare l’acqua.
immite agg., dal lat. immitis, comp. di in- prefisso negativo e mitis
«mite»; «non mite», quindi «feroce, spietato».
impietrarsi v. intr., sinon. meno com. di impietrire.
incielare v. tr., letter. «collocare in cielo», «innalzare alla beatitudine
celeste».
inclito agg., dal lat. incl]tus, variante di incl‰tus, comp. di in- e te-
ma di clu7re o cl0ere «aver fama, esser celebre», letter. «nobi-
le, illustre».
inospite agg., dal lat. inhospes -p]tis, comp. di in- prefisso negativo e
hospes «straniero», letter. «inospitale, selvaggio».
intonso agg., dal lat. intonsus, comp. di in- prefisso negativo e tonsus,
part. pass. di tondere «tosare», letter. «che ha i capelli lunghi».
invaiare v. intr., propr. «divenir vaio, diventare più scuro», detto di
frutti quando cominciano ad assumere il colore proprio del-
la maturazione.
invescare v. tr., der. dell’ant. vesco «vischio»; «catturare col vischio»; in
senso fig. «attrarre a sé, legare» quindi anche «far innamorare».
invido agg., dal lat. inv]dus, der. di invid7re «guardare torvamente»,
comp. di in- e vid7re «vedere», letter. «invidioso».
invitto agg., dal lat. invictus, comp. di in- prefisso negativo e victus
«vinto», part. pass. di vinc/re «vincere», letter. «non vinto, in-
vincibile».
lampana s. f., letter. «lampada», toscanismo.
legnare v. intr., «far legna».
libare v. tr., dal lat. libare, affine al gr. le0bw «versare a gocce», «of-
frire agli dei versando sull’altare» da cui «brindare».
licore s. m., variante poet. e pop. di liquore, toscanismo.
lumìa s. f., arbusto dal nome scientifico Citrus limonia lumia sim.
al limone, dai frutti acidi.
lupinella s. f., pianta delle leguminose coltivata per foraggio.
lustra s. f., dal lat. lustra, pl. di lustrum «pozzanghera, tana», affine
a lutum «fango»; ant. e letter. «tana, nascondiglio».
macro agg., dal lat. macer -cri, letter. «magro, smunto».
madreselva s. f., il cui pl. corretto è “madreselve” e non “madriselve” (“Il
seminatore”); altro nome del caprifoglio (Lonicera caprifo-
lium) e per estens. anche di altre piante dello stesso genere.
maggese s. m. o f., pratica agricola, anticamente svolta nel mese di

279
maggio, da cui il nome, consistente nel lasciare a riposo per
un certo periodo un terreno, non coltivandolo ma conci-
mandolo e lavorandolo per renderlo fertile per la successiva
coltura. Per estens. il terreno sottoposto a tale trattamento.
malfatato italianizzazione dell’agg. log. malefadàdu, riportato dallo
Spano, a sua volta derivato dal prov. malfadat; «misero, in-
felice, sciagurato».
mandriale s. m., forma poet. per mandriano.
mannella s. f., meno com. del m. mannello, der. di manna, lat. tardo
manua, a sua volta da manus «mano»; «piccolo fascio di spi-
ghe», «fascio di spighe che sta in una mano».
manna vedi voce precedente.
martòro s. m., dal lat. tardo mart‰rium, variante di martyrium; ant. per
martirio, soprattutto nel sign. estens. di «tormento, tortura».
mastruca s. f., dal lat. mastr0ca, vocabolo paleosardo; giaccone, sen-
za maniche, di pelle di capra, pecora o capriolo portato dai
pastori.
mattare v. tr., dal lat. mactare «sacrificare»; letter. «uccidere, ammaz-
zare, macellare».
mengo s. m., italianizzazione della voce sassarese méngu «contadi-
no, zappatore», dall’italiano menico, dim. di Domenico, no-
me proprio usato nel senso spregiativo di «stupidotto, perso-
na rozza e ignorante».
meriggiare v. intr., dal lat. mer£diare, der. di mer£dies «meriggio», riposa-
re all’ombra durante le ore calde del meriggio; con uso tr. e
valore causativo (“meriggiare il bestiame”) tener gli animali
a riposare all’ombra nelle ore calde del meriggio.
minace agg., dal lat. minax -acis, ant. e letter. «minaccioso».
molcere v. tr., poet. dal lat. mulc7re «lusingare» ma anche «lenire».
monodia s. f., dal gr. monw/d0a, comp. di mono- «mono» e w/dj * «canto»;
lat. monod]a; «canto a una sola voce».
montanello s. m., dim. di montano, altro nome di alcuni uccelli dell’or-
dine dei passeriformi.
morello agg. sostantivato, dim. di moro «cavallo dal manto nero».
mortella s. f., der. del lat. murtus o myrtus «mirto»; altro nome del
mirto o, più raramente, del bosso.
musare v. intr., di etimo incerto; di animali, «star col muso levato».
navarca s. m., dal lat. navarchus, gr. nauvarco", gr. tardo nauavrch",
comp. di na3" «nave» e #rcw «comandare»; «comandante, ca-
pitano».
negletto agg., dal lat. neglectus, part. pass. di neglig/re «trascurare,
non curare», letter. «trascurato, abbandonato».

280
Glossario

nepente s. m., dal lat. nepenthes, gr. nhpenqhv" «che elimina il dolore»,
comp. di nh-, prefisso negativo, e pevnqo" «dolore». Nome che
gli antichi Greci davano a una bevanda, estratta da un’erba
egiziana, alla quale era attribuito il potere di lenire il dolore e
donare l’oblio degli affanni. In senso fig. qualsiasi bevanda
che dia sollievo.
niegare v. tr., forma poet. per negare.
nimbale agg., poet., der. di nimbo, forma ant. e letter. per nembo, dal
lat. nimbus «nuvola luminosa» da cui «disco di luce, corona
luminosa, aureola».
ninniare v. tr., sardismo per ninnare «cullare, cantare la ninnananna».
nivale agg., dal lat. nivalis «nevoso» der. di nix nivis «neve»; letter.
«nevoso».
nudrire v. tr., forma letter. per nutrire.
oleastro s. m., dal lat. oleaster -stri, der. di olea «olivo». Letter. per oli-
vastro.
olìbano s. m., dal lat. medioevale ol£banus, adattam. del gr. livbano",
voce di origine semitica (ebraico l/b9n1h); nome poet. o
letter. dell’incenso.
olivello s. m., der. di olivo, nome regionale del ligustro e di alcune
specie di dafne.
ondìsono agg., dal lat. undis8nus, comp. di unda «onda» e tema di so-
nare «risuonare», letter. «che risuona del rumore delle onde».
oprare v. intr. e tr., variante poet. o letter. di operare.
oreria s. f., der. di oro. Insieme di oggetti d’oro lavorato, di forma-
zione analoga al più com. argenteria.
palio s. m., variante di pallio. Drappo di stoffa riccamente intessu-
ta o ricamata con il quale si premiava nel Medioevo il vinci-
tore di alcune gare.
pampero s. m., dall’ispanoamericano pampero der. di pampa. Vento
freddo argentino che spira da sud-ovest, proveniente dalla
regione delle pampas da cui il nome.
pampineo agg., dal lat. pampineus, letter. «ricco di pampini».
pania s. f., sostanza appiccicosa ottenuta dalle bacche del vischio
e utilizzata un tempo per la cattura di piccoli uccelli. Fig. «at-
trazione d’amore, che lega come vischio».
paranza s. f., imbarcazione da pesca dotata di un solo albero a vela la-
tina. Usata soprattutto nell’Adriatico per la pesca a strascico a
coppie (in paranza), in cui ogni imbarcazione traina un’ala
della rete. Il nome deriverebbe infatti da paro «paio, coppia».
pasciona s. f., dal lat. pasc/re «pascolare», annata di maggiore fruttifi-
cazione, alternata a una di scarsa produzione. Per estens.

281
«pascolo ricco e abbondante» o anche «abbondanza, prospe-
rità», toscanismo.
passacore s. m. invar., «coltello dalla lama lunga, sottile e acuminata,
pugnaletto, stiletto».
pecchia s. f., letter., dal. lat. apic‰la, dim. di apis «ape».
peciato agg., letter., der. di pece ; «nero e lucido come la pece», to-
scanismo.
pellita agg. e s. m., dal lat. pell£tus, a, um (der. di pellis «pelle») «coperto
di pelli, d’una pelliccia». In Livio usato come sinon. di Sardo, o
come attributo dei Sardi; riferito a testes in tale accezione (o for-
se con il sign. di «testimoni corrotti»?) anche in Cicerone; «Sardo».
pennecchio s. m., dal lat. penic‰lus «spazzola, pennello». Quantità di lino,
cotone o altra fibra da filare posta all’estremità della rocca.
piccàda italianizzazione del part. pass. sostantivato di pikare, v. per
il quale il Wagner, nel suo Dizionario Etimologico Sardo, ri-
porta il sign. «salire, arrampicarsi»; «salita», sardismo.
pina s. f., sinon. di pigna, toscanismo.
piovorno agg., der. di piova, letter. «piovoso».
piropo s. m., dall’agg. gr. purwpov" «dall’aspetto di fuoco», comp. di
p3r «fuoco» e ⁄y wjpov" «aspetto». Minerale dei granati color
rosso intenso.
pispigliare v. intr., voce onomatopeica, «bisbigliare» o anche «cinguetta-
re, pigolare».
plaustro s. m., dal lat. plaustrum «carro».
plorare v. intr. e tr., der. di ploro «pianto»,
1) intr. «piangere, lamentarsi»;
2) tr. «compiangere, piangere una persona morta».
poledro s. m., variante poet. di puledro.
pomario s. m., dal lat. pomarium, der. di pomus «albero da frutto»,
letter. «frutteto».
porca s. f., dal lat. porca di origine indoeuropea, «striscia di terre-
no ai lati del solco».
possa s. f., der. di potere, letter. «potere, vigore, forza».
prandio s. m., dal lat. prandium, letter. «pranzo, banchetto».
prece s. f., dal lat. prex precis, letter. «preghiera, supplica».
precinto agg., dal lat. praecinctus, part. pass. di praecing/re «precin-
gere»; letter. «circondato, cinto».
preclaro agg., dal lat. praeclarus comp. di prae- «pre-» che dà valore
superlativo e clarus «chiaro, illustre», letter. «insigne».
prisco agg., dal lat. priscus, poet. «antichissimo, remoto».
pronubo agg., dal lat. tardo pron‰bus, da pro «per» e nub/re «sposa-
re»; in senso fig. la persona, ovvero la cosa o la situazione,

282
Glossario

che favorisce un’unione amorosa.


prunalbo s. m., comp. di pruno e albo, ant. e poet. «biancospino».
pugna s. f., dal lat. pugna, deverbale di pugnare «combattere», let-
ter. e poet. «lotta, battaglia».
querelare v. intr., der. di queri «lagnarsi», «lamentarsi, dolersi».
rabido agg., dal lat. tardo rab]dus, der. di rabies «rabbia», letter. «fu-
rioso, rabbioso».
rabula s. m., dal lat. rab‰la, di etimologia incerta, letter. «abbaiato-
re, avvocato arruffone, capace solo di gridare».
raca dal lat. r+c+, adattam. dell’aramaico raqa propr. «vuotezza»
e quindi «uomo vuoto, presuntuoso»; dire raca «insultare».
raggricciare v. intr. (usato transitivamente in “La spia”), «rannicchiarsi,
rattrappirsi».
ramingare v. intr., letter. «vagare, vagabondare, errare».
rancura s. f., ant. o letter. «angoscia» o «rancore».
razzare v. tr., der. di razzo «raggio», non com., «spargere intorno a
raggiera».
redato part. pass. di redare propr. «ereditare»; letter. «con i redi, con
i cuccioli» o anche «figliato», di solito in quest’ultima accezio-
ne al f. (“Lia”).
redimire v. tr., dal lat. redimire «coronare, cingere, ornare»; è usato
quasi esclusivamente il part. pass. redimito e i tempi da
questo composti.
redire v. intr., dal lat. redire, comp. di re prefisso iterativo e ire «an-
dare», con l’aggiunta di una d eufonica, poet. «ritornare, tor-
nare indietro».
redo s. m., der. di erede, con aferesi; letter. «cucciolo, piccolo» d’ani-
male, «vitello», «puledro», «agnello», toscanismo.
reo agg., letter. «malvagio, crudele, iniquo».
ricolto s. m., part. pass. sostantivato di ricogliere, ant. «raccolto».
rifolo s. m., variante non com. di refolo «soffio di vento».
rignare v. intr., variante di ringhiare, toscanismo.
roggio agg., dal lat. rub/us, r8bius der. di ruber «rosso», ant. «di co-
lore rosso».
romito agg., letter. «solitario».
ronca s. f., variante non com. di roncola, per indicare tanto l’at-
trezzo contadino quanto l’arma astata di forma sim.
ronciglio s. m., ant. «gancio, uncino, rampino».
roscido agg., dal lat. rosc]dus, der. di ros roris «rugiada», ant. e letter.
«rugiadoso, rorido» o anche, per estens., «umido».
rosignolo s. m., dal prov. rosinhol alterazione del lat. tardo *lusciniolus,
dim. del lat. classico luscin]a, variante ant. o letter. di usignolo.

283
rovaio s. m., prob. dal lat. volgare borearius, der. di boreas «vento
di settentrione», forse con l’influsso di rovo perché pungen-
te; «tramontana, vento del nord».
rubello agg., ant. «ribelle».
rubesto agg., ant. «robusto, gagliardo».
rugge terza persona sing. dell’indicativo pres. di ruggire, forma
ant. o letter. per ruggisce.
ruinare v. tr. e intr., variante ant. o letter. di «rovinare».
sacrato s. m., variante di sagrato.
sago s. m., dal lat. sagum, piccolo mantello, perlopiù militare, in
uso nell’antica Roma.
sardesco agg., der. di Sardo, ant. «della Sardegna».
sbrendolo s. m., «brandello, pezzo di stoffa».
sbricio agg., der. di sbriciare, «misero, logoro, striminzito», toscanismo.
scandere v. tr., letter. per scandire.
scandula s. f., poet. per scandola dal lat. scand‰la, der. di scand/re
«salire», regionale scaglia di legno usata per ricoprire i tetti in
luogo delle tegole.
schiomare v. tr., ant. e letter. «mettere o avere in disordine le chiome»,
in senso fig. «agitarsi, disperarsi».
scorzino s. m., letter. per scorzatore, operaio selvicoltore che esegue
la scorzatura, cioè che priva della scorza i polloni di un ce-
duo di querce.
scuorare v. tr., ant. o letter. per scorare.
securo agg., dal lat. securus, ant. o letter. per sicuro, nel sign. di
«che non corre pericolo» o «privo di timore».
sedulo agg., dal lat sed‰lus comp. di s7 (= sine) «senza» + dolus «dolo»,
letter. «zelante, diligente».
serpillo s. m., dal lat. serpyllum o serpullum, gr. èrpullo", varietà di
timo coltivata per estrarne un olio essenziale dalle proprietà
medicamentose.
serto s. m., dal lat. sertum «corona», neutro sostantivato di sertus,
part. pass. di ser/re «intrecciare», letter. «ghirlanda, corona».
sfrascare v. intr., letter. «muoversi, agitarsi fra le frasche, provocare un
rumore di frasche smosse».
sidereo agg., dal lat. sidereus der. di sidus -d/ris «stella»; «stellare».
sinibbio s. m., vento sferzante di solito portatore di neve, toscanismo.
sirte s. f., letter. «banco di sabbia pericoloso per la navigazione»
da cui il fig. «pericolo, insidia».
sizza s. f., di etimo incerto, letter. «vento freddo e pungente», to-
scanismo.
snebbiare v. tr., «sgomberare dalla nebbia» da cui, in senso fig., «liberare

284
Glossario

da ciò impedisce la comprensione, rendere chiaro».


snidiare v. tr., forma letter. per snidare.
soffolcere v. tr., dal lat. suffulcire «puntellare», letter. «sostenere, appog-
giare».
soga s. f., dal lat. tardo s9ga «fune», letter. «striscia di cuoio, cor-
reggia», sardismo.
solingo agg., poet. «solitario».
sondro s. m., altro nome del lentisco.
sonìo s. m., non com. «suono ripetuto e insistente».
sònito s. m., dal lat. son]tus -us «suono, strepito», der. di s8n1re
«suonare», letter. «suono, rumore».
sparuto agg., forma ant. del part. pass. di sparire, «smunto, deperito,
emaciato, pallido».
spazzo s. m., dal lat. spatium, «spazio aperto, distesa di terreno».
speco s. m., dal lat. specus, letter. «antro, spelonca».
speme s. f., dal lat. spem, accusativo di spes, poet. «speranza».
spera s. f., der. di speranza, esemplato sull’ant. prov. espera, ant. e
letter. «speranza».
spica s. f., variante ant. e poet. di spiga.
spulare v. tr., «pulire, mondare della pula».
stambugio s. m., der. di stamberga, forse incrociato con l’ant. bugio
«buco», «stanza misera e sporca», toscanismo.
stame s. m., dal lat. stamen, «filo».
sterpigno agg., «pieno di sterpi», forma meno com. per sterposo.
stiva s. f., dal lat. stiva, letter. sinon. di stegola, cioè nelle macchi-
ne agricole ciascuno dei due bracci posteriori che ne per-
mettono la guida.
stramazzo s. m., forse der. di strame ; «materasso» o «saccone, strapunto».
strepere v. intr., dal lat strep/re, letter. «fare strepito, far rumore».
subrostrani s. m., pluralia tantum, der. di sub «sotto» e rostra «la tribuna
degli oratori e lo spazio del foro intorno ad essa» (così detta
perché ornata con i rostri delle navi prese agli Anziati nel
338 a.C.); «fannulloni», coloro che nell’antica Roma solevano
trattenersi presso i rostra.
svariare v. intr., der. di variare :
1) «deviare, allontanarsi» (“I morti di Buggerru”);
2) letter. e poet. «apparire di diversi colori, dare l’impressio-
ne di un rapido movimento» (“I tre re”).
svenare v. tr., der. di vena, «uccidere tagliando le vene» o, riferito ad
animali, «sgozzare».
svinatura s. f., l’estrazione del vino dai tini di fermentazione per sepa-
rarlo dalle vinacce.

285
tamarisco s. m., dal lat. tardo tamariscus, prob. per incrocio di tam+rix
«tamerice» con lentiscus «lentisco»; sinon. meno com. di ta-
merice.
tepente agg., part. pres. di tepere dal lat. tep7re «essere tiepido»; «tie-
pido, caldo».
testato agg., part. pass. dell’intr. testare dal lat. testari «fare testa-
mento», ant. e poet., non com. «che ha fatto testamento».
tinnire v. intr., dal lat. tinnire, letter. «tintinnare, risuonare».
tinnulo agg., dal lat. tinnitus der. di tinnire, letter. «tintinnante».
tizzo s. m., dal lat. t£tio -onis, «legno che brucia, tizzone».
tocco part. pass. senza suff. di toccare, «toccato».
tosco s. m., variante poet. di tossico, «veleno», toscanismo.
tracciare v. tr., dal lat. *tractiare, der. di tractus, part. pass. di trah/re
«trarre», ant. «seguire le tracce, le orme», riferito ad animali.
trito agg., dal lat. tritus, part. pass. di ter/re «pestare, logorare»,
ant. e letter. «misero, malvestito».
uzza s. f., «aria fresca del mattino o della sera», toscanismo.
vagolare v. intr., der. di vagare, letter. «vagare».
valco s. m., forma contr. ant. o poet. di valico.
vallo s. m., variante del più com. f. valle.
vampo s. m., ant. e letter. «vampata, intenso calore».
vanni s. m., pluralia tantum, forse dal lat. vannus «crivello», accostan-
do il movimento di chi agita il crivello con il volo, poet. «ali».
vedovare v. tr., der. di vedova, letter. «lasciare o rendere vedova» o,
con uso fig., «privare».
velario s. m., dal lat. velarium, der. di velum «velo», tendaggio di stoffa
colorata che nei teatri e negli anfiteatri romani era steso a ripa-
rare pubblico e attori dal sole; «tenda, cortinaggio, sipario».
ventare v. intr., der. di vento, ant. e poet. «tirare vento, soffiare».
ventilabro s. m., dal lat. ventilabrum, der. di ventilare, congegno agri-
colo, già noto ai Greci che lo chiamavano ptuvon, con cui si
ventilava il frumento per separarlo dalla pula.
ventriera s. f., der. di ventre, ant., borsa o tasca di pelle che un tempo
si portava cinta in vita.
vepro s. m., variante poet. del letter. vepre, dal lat. vepres, «pruno
selvatico».
verbasco s. m., dal lat. verbascum «tassobarbasso», pianta erbacea
spontanea piuttosto comune.
vernino agg., der. di verno, «invernale, dell’inverno» riferito in modo
particolare alla frutta.
verno s. m., forma poet. per inverno.
verzigare v. intr., variante meno com. del poet. verzicare, der. di verde,
«verdeggiare» o «cominciare a verdeggiare», detto di piante.

286
Glossario

vetriera s. f., variante rara o letter. di vetrata.


viatore s. m., dal lat. viator der. di viare «viaggiare», a sua volta der.
di via «via», letter. «viandante».
viburno s. m., dal lat. viburnum «lentaggine, viorna», genere di pian-
te dai fiori bianchi o rosa.
vincastro s. m., der. di vinco nome com. di alcuni salici, letter. «basto-
ne di vinco».
vindice agg., dal lat. vindex -]cis «garante, mallevadore», letter. «ven-
dicatore».
vitalba s. f., dal lat. vitis alba «vite bianca», pianta comune nei boschi
caducifogli, ha fiori bianchi, profumati, riuniti in pannocchie.
zirbo s. m., dal lat. medioevale zirbus di origine araba, ant. o raro
«omento», la formazione peritoneale che ricopre gli intestini
degli animali.
ziro s. m., dall’arabo z£r «grande orcio», regionale «vaso o tinozza
di terracotta, orcio».

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Finito di stampare n
presso lo sta
Tipografia Torine
nel mese di ottobre 1996
abilimento della
ese, Grugliasco (TO)