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Guardare per vedere

Vincent van Gogh, La camera di Vincent ad Arles, 1888 - 1889, Chicago, Art
Institute of Chicago

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La forza di Vincent era la sua fragilità. Studiando l’artista e leggendo il carteggio
con il fratello ci si commuove davanti a tanta dolcezza. Purtroppo, i problemi di salute
e mentali lo colpiranno presto nella vita, all’apice della sua follia infatti Vincent
addirittura mangiava vernice direttamente dal tubetto (si è ipotizzato fosse addirittura
causa dei suoi problemi neurologici causati dall’arsenico)30.
Artista autodidatta, con i suoi colori arrotolati e impastati riusciva a raccontare
l’anima, l’essenza delle cose. Tecnicamente non era granché, basta solo paragonarlo
ai pittori coetanei, ma attenzione a non leggere così Van Gogh perché risulteremmo
superficiali. Vincent è divino perché nella sua pittura c’è una ricerca disperata
dell’animo umano.
La camera è vuota e la finestra è semichiusa. L’artista probabilmente si è appena
alzato e ha ordinato la stanza e sul tavolo c’è tutto il necessario per la toilette
personale. Si respira una tenera solitudine.
Non è un quadro, ma una richiesta di infrangere un forte abbandono che lacera il
cuore e Vincent sembra aspettare qualcuno che non arriverà mai.
“Non importa quello che stai guardando, ma quello che riesci a vedere.” diceva
Henry David Thoreau. In effetti, spesso nella vita guardiamo quello che ci circonda
superficialmente senza dargli troppa importanza, come i contemporanei con Van
Gogh, di cui non capirono la poetica fragilità. Bisogna invece imparare a vedere ciò
che abbiamo intorno, per analizzarlo e capirne la poesia e l’arte ovviamente non fa
eccezione. Non aspettiamo che un fiore appassisca per vederne la bellezza,
impariamo a guardare per vedere.

30 Elizabeth Lunday, Vite segrete dei grandi artisti, Electa, Milano 2013, p. 153.

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