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LA BUONA FEDE INTEGRATIVA E

L'OBBLIGO DI RINEGOZIAZIONE: UNA


RIMEDITAZIONE AL TEMPO DEL COVID-19

di FILIPPO ZEMIGNANI
Approfondimento del 17 dicembre 2020

ISSN 2420-9651

Utente: ALMA MATER STUDIORUM


giustiziacivile.com - n. 12/2020
© Copyright Giuffrè Francis Lefebvre S.p.A. 2020. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156
Approfondimento di Filippo Zemignani

Dopo aver archiviato la fase della totale chiusura delle attività produttive
non essenziali, e mentre il lockdown torna farsi un'ipotesi reale, ancorché
nella forma “sartoriale” con l quale è stato definito il tentativo di
prevedere che la misura sia applicata modularmente...

SOMMARIO: 1. Introduzione. - 2. L'evoluzione interpretativa della clausola di


correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto. - 3. Il ruolo della clausola di
buona fede nella giurisprudenza di legittimità. - 4. La buona fede al cospetto del
Covid-19: le prime aperture dottrinali. - 5. I primi approdi giurisprudenziali nel
contenzioso da Covid-19. - 6. La seconda fase: una rimeditazione sulla buona fede
correttiva. - 7. Note conclusive.

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1. Introduzione.
Dopo aver archiviato la fase della totale chiusura delle attività produttive non essenziali,
e mentre il lockdown torna farsi un'ipotesi reale, ancorché nella forma “sartoriale” con l
quale è stato definito il tentativo di prevedere che la misura sia applicata modularmente,
riflettendo la non uniforme distribuzione geografica delle zone di rischio, il sistema
Paese tenta di ripartire, nello sforzo di contenere le conseguenze di una crisi economica
che si manifesta in tutta la sua persistente drammaticità. La tormentata ripresa delle
attività, tuttavia, non libera il campo dell'esecuzione del contratto dalle scorie
depositatesi durante il periodo del lockdown. È ormai un dato acquisito che il sistema di
diritto civile – e in particolare il diritto contrattuale – abbia affrontato, nei mesi
dell'emergenza, un vero e proprio stress-test, ruotante attorno al nodo gordiano generato
dalla concreta impossibilità, o estrema difficoltà, di eseguire talune prestazioni a causa
delle restrizioni imposte, con conseguenti dubbi sull'imputabilità dell'inadempimento e
sull'allocazione contrattuale del rischio di pandemia che si è purtroppo inverato.
Il ricco dibattito dottrinale sviluppatosi attorno al tema si è fin da subito appuntato sulla
possibilità di fare ricorso alla clausola di buona fede nell'esecuzione del contratto ex art.
1375 c.c., espressione di quel principio di solidarietà di cui all'art. 2 Cost. che tanta
presa sembrerebbe poter avere nel contesto pandemico. Si sono rese nuovamente attuali
quelle riflessioni, originatesi negli anni '60 e – almeno in una certa fase – accolte anche
dalla Corte di Cassazione, secondo le quali l'obbligo di comportarsi secondo buona fede
rappresenta la leva che consente al giudice di forzare il recinto contrattuale, integrando
e financo correggendo le pattuizioni delle parti in contrasto con tale dovere. Una
creazione della regola iuris tarata sul caso concreto e sul contesto pandemico è parsa
una valida opzione per salvare taluni rapporti contrattuali sbilanciatisi repentinamente a
favore dell'una o dell'altra parte.
Premessa un'analisi della parabola evolutiva intrapresa della clausola di buona fede a
partire dagli anni '60 del secolo scorso, il saggio si propone di mediare tra
l'impostazione poc'anzi accennata e la seconda ondata di riflessioni in materia, spesso
aspramente critiche verso gli usi più coraggiosi – o disinvolti – della clausola in parola.
La ricerca di un punto d'equilibrio sulle reali potenzialità dello strumento si rende
vieppiù necessaria alla luce dei primi arresti giurisprudenziali sul contenzioso da
Covid-19 che, in particolare in materia di pagamento di canoni di locazione, sembrano
prevalentemente rifiutare la prospettiva di governare il contenzioso per il tramite dei

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richiami all'equità e alla solidarietà.

2. L'evoluzione interpretativa della clausola di correttezza e buona fede


nell'esecuzione del contratto.
Com'è noto, nel periodo immediatamente successivo all'emanazione della Costituzione
la clausola di buona fede ha patito l'oblio riservato dalla dottrina e dalla giurisprudenza
a tutte le clausole generali contenute nel codice civile, che in questa fase attendevano di
essere messe a fuoco [1]. Sull'onda di un positivismo di ritorno, le clausole generali
erano viste, nella migliore delle ipotesi, come un elemento che immetteva una
inopportuna opacità nella certezza codicistica; al contempo, i più cauti notavano come
esse, nell'allora recente passato, si fossero atteggiate da viatico per la contaminazione
del diritto con concezioni etiche e politiche, ampiamente sfruttate dal nazismo e dal
fascismo per attuare aberranti limitazioni delle libertà personali [2]. Per quanto attiene
specificatamente alla correttezza e buona fede, ciò importava il ruolo di assoluto
contorno degli artt. 1175 e 1375 c.c. nella regolamentazione dei rapporti tra le parti, dal
momento che una loro violazione non dava generalmente adito ad alcun tipo di sanzione
[3].
La «scoperta» delle clausole generali si può far risalire agli anni '60, quando, in una
nuova temperie culturale, matura una certa insofferenza verso lo stretto monopolio
statale nella produzione del diritto e verso quel «castello cementato di legalità» che è la
rigida sistemazione gerarchica delle fonti [4]: di converso, emerge con forza la diretta
potenzialità normativa degli enunciati costituzionali, e tramonta l'idea di una
separazione e autosufficienza del diritto dei privati rispetto al sistema nel suo complesso
[5]. Messo all'indice il dogma del rigido positivismo, e valorizzata la cogenza dei
principi costituzionali, alcuni autori predicano il tramonto della rigida distinzione tra la
formale fonte legislativa e gli assetti valoriali della comunità, facendosi cantori di una
applicazione del diritto civile funzionale al supporto delle classi subalterne, illuminata
dalla portata immediatamente precettiva degli artt. 2 e 3 Cost. [6].
Le clausole generali si caratterizzano per una duplice flessibilità: la loro formulazione
da un lato consente di adeguare l'ordinamento – in funzione evolutiva – alle istanze
provenienti dalla società, dall'altro permette all'interprete di graduare il contenuto
prescrittivo delle norme a seconda delle peculiarità del caso concreto. Date le riflessioni
dottrinali poc'anzi citate – e al netto della radicalità di alcune delle riflessioni
sviluppatesi nel periodo [7] – è stato quindi inevitabile che la rilettura

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costituzionalmente orientata del sistema codicistico portasse ad un rifiorire dell'interesse


per le clausole generali, con taluni autori che auspicavano persino un abbandono della
tecnica legislativa regolamentare in favore di una legislazione per ampi principi [8].
Da lì per le clausole generali parte un percorso – definito financo una «avventura», per
la ricchezza e innovatività delle riflessioni sviluppatesi [9] – nel quale la buona fede
recita un ruolo di primo piano, in quanto vista come direttamente discendente dal
principio di solidarietà sociale di cui all'art. 2 Cost. [10]. Le potenzialità di tale clausola
vengono – almeno sulla carta – spinte ben oltre il suo già limitato uso come criterio
valutativo della correttezza del comportamento delle parti nella sola esecuzione del
contratto: al contrario, il principio di buona fede dovrebbe consentire al giudice di
entrare nel recinto dell'autonomia contrattuale, integrando e persino correggendo le
pattuizioni che vi si ponessero in contrasto.

3. Il ruolo della clausola di buona fede nella giurisprudenza di legittimità.


S'è già detto dell'orientamento della Corte di Cassazione nel periodo in cui maturavano
le riflessioni dottrinali di cui poc'anzi: la violazione del dovere di correttezza e buona
fede poteva dare luogo a responsabilità solo qualora si fosse tradotto nella violazione di
un diritto già riconosciuto da altre norme [11]. Siffatta svalutazione venne ritenuta
probabilmente troppo restrittiva anche da chi professava, radicalmente, di non credere al
principio di buona fede [12].
È solo negli anni '90 che la giurisprudenza della Corte di legittimità accoglie – almeno
in talune pronunce – le più ampie potenzialità date dalla clausola di buona fede. Sono
due le sentenze più significative sul punto. Cass. civ., 9 marzo 1991, n. 2503 parla
apertamente di una «funzione integrativa» della buona fede, la quale, «anche se riferita
al momento esecutivo […] concorre a determinare il comportamento dovuto», al di là di
quanto sia espressamente stabilito nel regolamento contrattuale. Ma è sicuramente Cass.
civ., 20 aprile 1994, n. 3775 il pinnacolo di questa stagione: è lì che si trova la forte
affermazione che la buona fede, in senso oggettivo, concorre nel caso concreto a creare
la regola iuris, e che l'ossequio alla stessa può arrivare financo ad imporre alle parti una
rinegoziazione dei termini economici sanciti nel loro accordo. La sentenza in un certo
qual senso riecheggia le riflessioni citate in apertura di paragrafo [13]: definisce infatti
la clausola di buona fede quale principio cardine dell'ordinamento, estraibile dallo

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stesso tramite un procedimento induttivo ed espressione di quel principio di solidarietà,


di cui all'art. 2 della Costituzione, che riverbera pienamente i suoi effetti sui contratti,
modellandone e determinandone i contenuti.
La portata della pronuncia è di immediata evidenza: una rivoluzione copernicana
rispetto alla citata sentenza n. 357 del 16 febbraio 1963, e una forte rivalutazione del
ruolo sistematico degli artt. 1175 e 1375 c.c. A questo proposito, va tuttavia anche
evidenziato che v'è chi legge in modo critico l'onnipresente richiamo all'art. 2 della
Carta costituzionale, lasciando intravedere una persistente difficoltà di fondo
nell'assegnare una completa e autonoma portata normativa agli articoli codicistici in
parola [14]: resta il dato che la Suprema Corte, ad ogni arresto in materia, ha quasi
sempre con la medesima fermezza ribadito la «sinergia» che avvince la correttezza e
buona fede oggettiva e il dovere di solidarietà di cui all'art. 2 Cost. [15].
Negli ultimi due decenni non s'è forse più vista l'incisività argomentativa delle pronunce
degli anni '90, ma la giurisprudenza della Cassazione ha continuato a riproporre la
tematica con una certa costanza, ora sovente in connessione con la tematica dell'abuso
del diritto [16]. Da menzionare Cass. civ., sez. III, 18 settembre 2009, n. 20106, in
particolare il passaggio secondo il quale «disporre di un potere non è condizione
sufficiente di un suo legittimo esercizio se, nella situazione data, la patologia del
rapporto può essere superata facendo ricorso a rimedi che incidono sugli interessi
contrapposti in modo più proporzionato. In questa ottica la clausola generale della
buona fede ex artt. 1175 e 1375 c.c. è stata utilizzata, anche nell'ambito dei diritti di
credito, per scongiurare, per es. gli abusi di posizione dominante». La sentenza ha dato
luogo ad un vivace dibattitto, caratterizzato da critiche anche particolarmente aspre: v'è
chi ha criticato la vaghezza concettuale della nozione di abuso del diritto, classificato al
contempo come principio cardine dell'ordinamento e come criterio atto a valutare
l'eventuale violazione dell'obbligo di buona fede [17]; v'è chi ha sollevato,
comprensibilmente, le barricate in difesa dell'autonomia contrattuale [18]; v'è chi ha
denunciato nuovamente un utilizzo distorto dell'art. 2 Cost., che sarebbe
impropriamente richiamato per giustificare interpretazioni innovative delle norme
codicistiche [19]. L'ampio ventaglio di critiche giustifica l'opinione di chi ha tacciato la
sentenza di essere «eterodossa» [20]: tuttavia, il suo impianto argomentativo non
cadeva certo come un fulmine a ciel sereno, ponendosi al contrario in perfetta continuità
con quanto seminato dalla Corte con le citate pronunce degli anni '90.

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Da questa breve rassegna giurisprudenziale emerge, quindi, una certa disinvoltura della
Suprema Corte nell'individuazione dei confini del concetto di buona fede integrativa.
Quel che più rileva, ai nostri fini, è l'ampiezza del potere d'intervento sul contratto di
cui, per il tramite della clausola in parola, sarebbero destinatari i giudici di merito, i
quali potrebbero procedere d'ufficio financo alla rideterminazione delle pattuizioni
economiche messe nero su bianco dalle parti [21]. Beninteso che tale potere,
nell'intenzione della Suprema Corte, non equivarrebbe all'arbitrio giudiziario: il suo
utilizzo sarebbe infatti giustificato solo dalla sopravvenienza di circostanze, non
previste dalle parti, che portassero ad emersione interessi di rango superiore, tali da
prevalere – nel bilanciamento operato alla luce del principio di buona fede –
sull'interesse del creditore al puntuale adempimento dell'obbligazione [22]. È questa,
con tutta probabilità, la ragione del così costante richiamo ai doveri di solidarietà di cui
all'art. 2 Cost.

4. La buona fede al cospetto del Covid-19: le prime aperture dottrinali.


La pandemia di Covid-19 – risulta ormai superfluo sottolinearlo – si è presentata come
una sopravvenienza in grado di turbare fortemente il sinallagma contrattuale. In tal
senso, gli scompensi sono ricaduti in particolare sul mondo dell'impresa e degli esercizi
commerciali, con soggetti da un lato obbligati alla serrata, ma dall'altro comunque
costretti al pagamento, fra gli altri, di canoni di locazione, di affitto d'azienda e di
fornitura. Il legislatore, nell'immediatezza dell'istituzione del lockdown, è intervenuto in
favore degli esercenti concedendo crediti di imposta parametrati su una percentuale
dell'importo dei canoni d'affitto e di locazione dovuti, senza però esonerare i debitori
dall'adempiere all'obbligazione pecuniaria [23].
L'inevitabile crisi di liquidità generalizzata ha propiziato un ampio dibattito dottrinale
sull'inadempimento [24]. La discussione è stata favorita anche da una norma sui generis
come l'art. 91 d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (da ultimo conv. in l. 24 aprile 2020, n. 27),
secondo il quale l'osservanza delle misure di contenimento del contagio imposte dal
legislatore «è sempre valutata ai fini dell'esclusione, ai sensi e per gli effetti degli artt.
1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all'applicazione
di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti».
Fin da subito, si è acceso il faro sulla disciplina codicistica delle sopravvenienze. Se è

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vero che, in astratto, gli artt. 1463 ss. c. c. sono pensati proprio per la casistica in esame,
taluni autori hanno ritenuto che le norme sull'impossibilità sopravvenuta e sull'eccessiva
onerosità non possano, in alcun modo, offrire ai giudici strumenti idonei a gestire le
peculiarità del contenzioso sull'inadempimento da Covid-19 [25]. Com'è stato
osservato, la logica del codice civile di fronte all'inadempimento e alle sopravvenienze è
principalmente quella dello scioglimento del vincolo [26]. Tale soluzione – apprezzabile
nelle crisi dei rapporti consumatesi in periodi di normalità economica – appare ora
insoddisfacente, specie se applicata a contratti che nell'immediatezza dello scoppio della
pandemia offrivano reciproca soddisfazione alle parti: si pensi, nuovamente, alle
locazioni e affitti d'azienda, formule diffusissime per la gestione delle strutture ricettive
in un settore messo in ginocchio dal Covid come quello del turismo [27].
Di fronte a siffatte pattuizioni il sentire comune percepisce tutti gli svantaggi, economici
e sociali, della risoluzione del rapporto contrattuale, individuando una miglior sorte del
rapporto nella sua «manutenzione con aggiustamenti» [28].
In modo forse inatteso, date le sempre vivaci critiche di cui si è dato conto nel paragrafo
precedente, taluni degli autori che per primi si sono cimentati sulla questione hanno
riscoperto proprio le fascinazioni del principio di solidarietà e della clausola di buona
fede: dalla situazione d'emergenza affiorerebbe la necessità di valutare il rapporto
obbligatorio in coerenza con l'art. 2 Cost., in modo «tale da imporre di considerare
anche le possibili ragioni giustificative dell'incapacità patrimoniale del debitore» [29].
L'incolpevole impotenza finanziaria potrebbe quindi giustificare le mancanze del
debitore, in un'ottica che si pone quantomeno sulla scia di quanto disposto dall'ormai
noto art. 91 d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (conv. in l. 5 marzo 2020, n. 13) [30]. Il
ragionamento va tuttavia oltre: non si esclude infatti la possibilità di pervenire, per il
tramite del principio di buona fede, ad imporre un obbligo di rinegoziazione alle parti.
Tale principio peraltro, adoperato come criterio valutativo della condotta nel caso
concreto, sarebbe anche idoneo a individuare e sanzionare eventuali comportamenti
abusivi del conduttore [31].
Anche autori storicamente avversi all'uso «spregiudicato» della buona fede contrattuale,
nel periodo emergenziale hanno guardato con favore al suo impiego per imporre ai
contraenti la rinegoziazione delle condizioni contrattuali [32]. Di più: abbandonata la
già ricordata diffidenza iniziale, si è arrivato perfino a ritenere – audacemente, se
vogliamo – che il contraente che si veda rifiutare la rinegoziazione dalla parte che ha

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interesse a mantenere lo status quo possa invocare l'art. 1460 c.c. [33]. L'esito è quello
di considerare inadempiente non tanto la parte che, impossibilitata economicamente
dalla crisi pandemica, si è sottratta all'obbligazione pecuniaria, quanto quella che,
contravvenendo all'obbligo di comportarsi secondo buona fede, ha rifiutato di sedersi a
un tavolo per dare nuovo equilibrio al sinallagma contrattuale.
È pacifico che l'elemento che accomuna le opinioni che abbiamo evocato sia la
centralità, nel nostro ordinamento, dei valori costituzionali in generale e del principio di
solidarietà nello specifico. Tale centralità diventa, nel contesto pandemico, una guida
cardine dell'interprete civilista di fronte agli scompensi finanziari [34]: ecco quindi che
la buona fede contrattuale – la più concreta manifestazione codicistica della solidarietà
costituzionale – viene fatta assurgere ad antidoto del malessere socioeconomico,
incaricata com'è di tenere a galle pattuizioni altrimenti destinate a naufragare,
accollando il rischio dell'imponderabile apparire del Covid su una sola delle parti.

5. I primi approdi giurisprudenziali nel contenzioso da Covid-19.


Le riflessioni dottrinali di cui al paragrafo precedente rappresentano un ideale trait
d'union tra le citate pronunce degli anni ‘90 della Corte di Cassazione e quella risalente
– ma sempre viva – dottrina che esaltava il ruolo dei principi e delle clausole generali
all'interno del sistema civilistico. Era quindi lecito attendersi una consacrazione della
buona fede integrativa e, soprattutto, dell'intervento correttivo del giudice sul
sinallagma contrattuale squilibratosi: d'altronde, va segnalato che nell'ultimo decennio
la giurisprudenza di merito aveva mostrato timide aperture verso tali istanze, seppure
sporadicamente [35].
Come da copione, i Tribunali nazionali hanno dovuto affrontare principalmente
questioni afferenti al mancato pagamento dei canoni di locazioni commerciali ed affitti
d'azienda. I primi spunti emersi, tuttavia, sono stati quantomeno ondivaghi: e nel
panorama piuttosto variegato delle soluzioni giurisprudenziali emerse, l'utilizzo della
buona fede al fine di tracciare un nuovo equilibrio contrattuale appare del tutto
minoritario.
Particolarmente ben costruito l'impianto argomentativo di Trib. Roma, Sez. V, ord. 29
maggio 2020, avente ad oggi proprio l'eventuale sospensione del pagamento del canone
d'affitto di ramo d'azienda: il giudice designato dà atto della suggestività del richiamo al

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principio della buona fede oggettiva, ma ritiene essere «assai arduo e in definitiva
impercorribile il tentativo di dilatarne l'ambito applicativo sino a toccare in modo
sensibile le obbligazioni principali del contratto» [36]. Esclusa quindi la possibilità di
ridisegnare il contratto per il tramite della buona fede, il giudice trova rifugio in
quell'armamentario codicistico che taluni autori avevano senza mezzi termini definito
inadeguato a gestire siffatto contenzioso [37]: ritenendo che nel caso di specie ricorra
una peculiare ipotesi di «impossibilità parziale temporanea» della prestazione del
locatore, sancisce che l'affittuario abbia diritto, ex art. 1464 c.c., ad una riduzione del
70% del canone, destinata a protrarsi per l'intero periodo di chiusura imposta per factum
principis.
Sfavorevole al conduttore inadempiente anche una delle prime pronunce articolatesi
attorno al controverso art. 91 l. 5 marzo 2020, n. 13, il quale, secondo il Tribunale di
Pordenone, farebbe «chiaro riferimento a profili diversi a quelli del pagamento del
canone di affitto o di locazione, il cui obbligo ne risulta dunque, semmai, confermato»
[38]. L'ordinanza non trascura una precisazione anche in materia di buona fede: il
giudice, infatti, ritiene sì opportuno «invitare le parti a concordare una riduzione del
canone […] in conformità al canone di buona fede nell'esecuzione del contratto», ma non
compie il passo ulteriore di arrivare egli stesso a rideterminarlo. Non è chiaro se
l'eventuale rifiuto del locatore a rinegoziare integri un inadempimento sanzionabile, ma
dal tenore complessivo della sentenza ciò sembrerebbe da escludersi: il richiamo al
principio di buona fede non sembra nulla più di un ossequio pro forma.
Seppur con diversi iter argomentativi, pare farsi strada un filone che muove a
interpretare l'art. 91 nel senso di non ritenerlo idoneo a paralizzare l'obbligazione
pecuniaria, dal momento che l'oggettiva impossibilità della prestazione sarebbe cosa ben
distinta dall'impossibilità di adempiere per mancanza di liquidità [39]. L'art. 91, in tal
modo, non aggiungerebbe nei fatti nulla di nuovo rispetto alla consolidata lettura
dell'art. 1218 c.c. secondo la quale l'impotenza economica del debitore, seppure
incolpevole, non vale di regola a esonerarlo dall'adempiere [41].
Non mancano soluzione dal tenore opposto. L'esempio lo offre Trib. Catania, Sez. V, 30
luglio 2020 ord., con quello che si potrebbe definire un caso di scuola: l'integrale
mancato pagamento dei canoni di locazione commerciale per i mesi da marzo a giugno
2020, che ha spinto il creditore a domandare la risoluzione del contratto e ad intimare lo
sfratto per morosità [41]. Seppur stringatissima, l'ordinanza offre almeno uno spunto

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degno di nota: il giudice, infatti, rigetta la domanda di emissione di ordinanza ex art.


665 c.p.c. sulla scorta della convinzione che l'art. 91 «incide nella valutazione della
gravità dell'inadempimento del conduttore in relazione alla domanda di risoluzione del
contratto che sarà oggetto del futuro giudizio di merito». Un'interpretazione quindi che
estende particolarmente la portata applicativa della norma, la quale dapprima inibirebbe
l'adozione dell'ordinanza provvisoria di rilascio dell'immobile, e in seconda battuta
indirizzerebbe la valutazione sulla gravità dell'inadempimento anche in relazione alla
domanda stessa di risoluzione del contratto.
Ai nostri fini, non si può che prendere nota di un fatto che può apparire paradossale:
l'approdo del tribunale etneo infatti, pur manifestandosi estremamente favorevole al
debitore inadempiente, non contiene alcun riferimento alla buona fede, alla giustizia
sostanziale e al principio di solidarietà. All'interpretazione tendenzialmente restrittiva
dell'art. 91 si accompagna, quindi, un atteggiamento generalmente diffidente dei
Tribunali nei confronti della buona fede, sia che la si voglia porre come fondamento del
potere del giudice di ridisegnare l'equilibrio contrattuale, sia che la si intenda un
appiglio atto a rinvenire, nell'ordinamento, un obbligo di rinegoziazione gravante sulle
parti di fronte a sopravvenienze sperequative [42]. Non si vuol comunque rinunciare a
segnalare una voce fuori dal coro: il Tribunale di Roma, Sez. IV, con ordinanza del 27
agosto 2020 ha esplicitamente fatto proprie le elaborazioni dottrinali sulla buona fede
integrativa, e ha disposto, in via cautelare, una significativa riduzione dei canoni di
locazione ricompresi tra l'aprile 2020 e il marzo 2021 [43]. L'ordinanza, ben articolata,
fa sfoggio di buona parte dell'armamentario di riflessioni dottrinali in materia di buona
fede, arrivando a ritenere «doveroso […] fare ricorso alla clausola generale di buona fede
e di solidarietà sancito dall'art. 2 della Carta costituzionale al fine di riportare il
contratto entro i limiti dell'alea normale del contatto». La riflessione teorica sembra
essere meditata, non influenzata – perlomeno, non solamente – dal dibattito sviluppatosi
nel contesto pandemico: tuttavia, tacendo del contrasto che già si delinea tra le diverse
sezioni del Tribunale capitolino, l'ordinanza restituisce un certo senso di smarrimento
proprio quando arriva a rideterminare il quantum del canone. Non è possibile esimersi
dall'osservare che, all'atto pratico, non esiste alcun criterio atto a tradurre la solidarietà
teorica in moneta concreta: nel caso in esame, la valutazione economica del giudice
sembra essere compiuta sulla base di un sentimento del tutto personale.

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6. La seconda fase: una rimeditazione sulla buona fede correttiva.


Deprecabile, ma forse prevedibile: con buona pace della certezza del diritto, la breve
rassegna di cui al paragrafo precedente dà conto di un panorama giurisprudenziale
frastagliato, nel quale più pronunce su casi simili articolano ragionamenti dissonanti e
giungono ad esiti sovente opposti.
Se vi è un dato certo da raccogliere, è che chi si aspettava un ampio recepimento
giurisprudenziale delle iniziali riflessioni in materia di buona fede e inadempimento da
Covid-19 è rimasto deluso: non pare tuttavia configurarsi per questo un aperto contrasto
tra dottrina e giurisprudenza. È senz'altro vero che la prima ondata di riflessioni si è
orientata verso i lidi del coraggioso utilizzo della buona fede, richiamata sia per affidare
al giudice il potere di riequilibrare il sinallagma contrattuale che per fondare un obbligo
delle parti di rinegoziare le condizioni squilibratesi: vari contributi successivi, tuttavia,
hanno da più parti teso a revocare in dubbio queste posizioni.
La possibilità che il contratto possa essere modificato nell'immediato, avendo un occhio
di riguardo per il contraente debole, non viene dai più ritenuta una valida risposta. La
principale preoccupazione emersa attiene al governo della solidarietà: c'è infatti chi, pur
non dubitando della sua centralità nel bagaglio argomentativo del civilista, ritiene che
proprio l'eccezionalità del momento imponga che essa sia indirizzata dal legislatore,
prima ancora che lasciata ai volubili indirizzi dei singoli giudici nel caso concreto [44].
È d'altronde evidente che le tensioni sociali e la crisi di liquidità portate ad emersione
dalla pandemia non possano trovare uno sfogo soddisfacente in singole e variegate
risposte affidate alla nostra affaticata macchina giudiziaria: in soldoni, la crisi
sistematica non è suscettibile di essere risolta tramite la modifica dei singoli rapporti
[45]. Il timore diffuso è che «il troppo evanescente criterio di giustizia contrattuale
ancorata all'art. 2 Cost.» possa favorire l'esplosione del contenzioso civilistico, in una
fase storica nella quale sarebbe al contrario necessario razionalizzarlo [46]. Diffidenza –
se non aperta ostilità – viene mostrata verso l'ipotesi dell'intervento giudiziale per
modificare le pattuizioni contrattuali: una buona fede adoperata quale mero criterio di
giudizio per rideterminare in sede contenziosa il contenuto delle pattuizioni contrattuali
avrebbe l'effetto di «distruggere il contratto, per un malinteso solidarismo sociale (il
quale, prima di essere ostile al contratto, è ostile al mercato)» [47]. L'apertura all'alea di
un simile intervento sarebbe «suscettibile di incentivare comportamenti speculativi […]
producendo conseguenze devastanti sia nella fase emergenziale sia nella fase iniziale

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della ripresa»: il malinteso solidarismo di cui sopra, infatti, porterebbe ad una


incontrollata propagazione della crisi economica, dal momento che nell'attuale paralisi
economica ogni parte contrattuale potrebbe essere, nel complesso di tutti i sui rapporti,
un soggetto debole [48].
Perplessità emergono da più parti anche sull'obbligo di rinegoziazione che graverebbe in
capo alle parti sulla scorta della clausola di buona fede: anche tacendo sugli elevati costi
transattivi che la soluzione prospetta [49], si deve concordare con chi ritiene che non è
ragionevole pensare che, al di fuori del giudizio, le parti possano nella maggior parte dei
casi raggiungere un accordo sulla rinegoziazione, specie se la via dell'accordo è
illuminata solamente dalle vaghe direttive valutative generali desumibili dalla clausola
in parola [50].
Pare potersi dire, in buona sostanza, che gli autori più restii a legittimare un intervento
esterno sul contratto sembrano aver tenuto maggiormente in considerazione il futuro
delle pattuizioni, preservando il sinallagma per come esso ha dato prova di funzionare
in situazioni di normalità. È senz'altro legittimo – seppure forse non immune a una
connotazione dal sapore ideologico, o meglio e più esplicitamente: politico – osservare
che l'attuale “crisi delle pattuizioni” origina, più che dalla pandemia in sé, dalla scelta
del legislatore di imporre delle misure di contenimento: la conseguenza logica è
pertanto ritenere che «il problema dello squilibrio contrattuale possa essere risolto
attraverso un massiccio favor oeconomiae», da attuare tramite interventi legislativi di
deregolamentazione del mercato [51].
Sullo sfondo poi, più o meno esplicitamente, il tradizionale novero di argomenti
opponibili alla buona fede modificativa e al suo rapporto con il principio di solidarietà.
Resta d'altro canto ampiamente maggioritaria la dottrina che ritiene che attribuire al
giudicante un generalizzato potere di modificazione del contratto, evocando il principio
di solidarietà di cui all'art. 2 Costi., abbia «il sapore di un'appropriazione indebita a
scapito del legislatore, al quale solo è demandato il compito di predisporre le regole di
attuazione di tale principio cui l'autonomia privata è tenuta a uniformarsi» [52]. La
stessa vigenza nell'ordinamento di un obbligo di rinegoziazione basato sul principio di
buona fede risulta essere tutt'ora validamente contestata, sul rilievo – formalmente
ineccepibile – che nel nostro diritto contrattuale tale principio «è all'evidenza
immanente al passato (l'interpretazione) ed al presente (l'esecuzione) del singolo
rapporto fra le parti contrattuali»: si torna quindi a sostenere che la rinegoziazione non

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sarebbe altro che un nuovo episodio di autonomia negoziale, ove la buona fede da prova
di sé solo sul piano della responsabilità precontrattuale [53]. Inoltre, anche al di là delle
posizioni più scettiche e apertamente votate alla più intransigente difesa dell'autonomia
privata [54], risultano puntuali le osservazioni di chi ritiene che spesso il canone
solidaristico di matrice costituzionale porti ad una troppo frettolosa fuga dall'impianto
codicistico, il quale sarebbe in grado di fornire risposte analoghe a quelle ottenute
passando per la clausola di buona fede [55].
Da ultimo, sembra quanto mai attuale sottolineare che, al netto di ogni spunto dottrinale,
i Tribunali nostrani hanno sempre mostrato scarsa propensione ad appropriarsi del
teorizzato potere di incidere sul contratto [56]: e le prime sentenze in materia di
inadempimento da Covid-19 sembrano testimoniare come l'approccio rimanga il
medesimo, anche di fronte all'emergenza e ad un rinnovato retroterra culturale [57].

7. Note conclusive.
Ci si interrogava sulla possibilità che – all'esito delle riflessioni maturate negli ultimi
mesi e delle prime sentenze dei tribunali sull'inadempimento da Covid-19 – l'impiego
più disinvolto della clausola di buona fede potesse entrare in una fase aurea, sull'onda di
alcune primigenie, autorevoli riflessioni sviluppatesi in questo horribilis 2020. In effetti,
lo shock cagionato dall'epidemia e dalle misure di contenimento aveva stimolato,
comprensibilmente, il richiamo alla solidarietà sociale, e in molti sembravano
convincersi del fatto che la buona fede potesse rappresentare l'antidoto col quale
neutralizzare gli effetti della nefasta sopravvenienza sul sinallagma contrattuale. Una
visione forse più etica, che giuridico-economica [58]. S'è dato conto di come tale
prospettiva si sia spinta ben oltre la già controversa possibilità di imporre alle parti
obblighi di rinegoziazione: sulla cresta dell'onda sembrava essere tornata l'ipotesi,
senz'altro radicale, di affidare al giudice il potere di correggere gli squilibri creatisi nelle
pattuizioni, rinverdendo riflessioni sviluppatesi a partire dagli anni '60 e in parte accolte
dalla giurisprudenza di legittimità.
A ben vedere, quello che si voleva affidare al giudice non era un semplice potere di
intervento, una facoltà, ma quasi un dovere, un obbligo morale, per il perseguimento di
uno specifico obiettivo: l'equo riequilibrio delle sorti economiche della comunità,
tramite la correzione delle singole pattuizioni in favore della parte asseritamente debole

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del rapporto.
La vastità degli sconvolgimenti economico-sociali in corso indice a privilegiare
l'opinione di chi ritiene che spetti al legislatore tracciare una direttrice economica in
grado di guidare il rialzarsi della collettività: non sarà un “equilibrio dell'emergenza”,
da ricercarsi in via giudiziale nelle singole vicende, a garantire nuova, lunga vita a
pattuizioni che fino al mese di marzo assecondavano i desiderata delle parti.
Più complesso il tema della rinegoziazione. Si può dire che è senz'altro comprensibile
l'insoddisfazione generale per una norma ambigua come l'art. 91 d.l. 17 marzo 2020, n.
18, ma non pare corretto farla confluire nell'apparato argomentativo che porta taluni a
sostenere la vigenza di un obbligo di rinegoziazione su basi solidaristiche. Deve infatti
rimarcarsi che il legislatore, quando ha voluto mostrare il suo favor per la
rinegoziazione solidaristica, l'ha fatto a chiare lettere: il riferimento corre, fra gli altri, al
comma 2 dell'art. 216 d.l. 19 maggio 2020, n. 34, il quale prevede, per le parti dei
rapporti di concessione di impianti sportivi, la possibile «rideterminazione delle
condizioni di equilibrio economico-finanziario originariamente pattuite». In questo
modo la solidarietà può effettivamente giocare un ruolo, dal momento che è stata
irreggimentata da un intervento legislativo.
Quanto detto non toglie che la rinegoziazione di buona fede sia salita prepotentemente
agli onori della cronaca, con rimeditazioni che – si crede – resteranno attuali anche al
termine dell'emergenza epidemiologica. Ciò discende principalmente dalla diffusa –
seppur non unanime – presa d'atto che nel nostro ordinamento manchino efficaci
strumenti conservativi del rapporto per far fronte alle sopravvenienze [59].
De iure condendo, la consapevolezza della mancanza di un simile dispositivo ha portato
numerosi autori a riscoprire il d.d.l. n. S. 1151 – 18a legislatura, Delega al governo per
la revisione del codice civile. La delega incaricherebbe l'esecutivo dell'introduzione di
un nuovo art. 1468-bis c.c., finalizzato al permettere alla parte pregiudicata dalla
sopravvenienza di chiedere la rinegoziazione secondo buona fede delle condizioni
contrattuali [60].
Nella perdurante assenza di un simile strumento, è comprensibile che parte della
dottrina si mostri propensa a fondare un obbligo di rinegoziazione ex fide bona. Non
sfugge che imporre un obbligo di rinegoziazione è cosa ben diversa dall'imporre di
raggiungere una modifica delle condizioni contrattuali. Sul punto, v'è chi ritiene che –
perlomeno nel contesto pandemico – la parte costretta in ristrettezze economiche possa

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autotutelarsi riducendo provvisoriamente la propria prestazione, nel caso in cui le


trattative non sfocino in un nuovo, più equo, assetto degli interessi [61]. La soluzione
conduce probabilmente su terreni scivolosi, specie se subordinata – come pare – ad una
successiva, necessaria verifica giudiziale sulla legittimità dell'esercizio di questo potere
di autotutela [62].
Più logico allora che l'obbligo di rinegoziazione si traduca in un dovere di condurre
costruttivamente le trattative, con spirito propositivo ed evitando comportamenti
opportunistici: sarà proprio la clausola generale di buona fede di cui agli artt. 1175 e
1375 c.c. a fornire criteri alla luce dei quali valutare la buona condotta dei paciscenti
[63].
Com'è noto, la tesi – seppur minoritaria – della vigenza nell'ordinamento di un obbligo
di rinegoziare a fronte di sopravvenienze perturbative del sinallagma contrattuale non
rappresenta certo una novità [64]: dalle attuali riflessioni, tuttavia, questo orientamento
ha sicuramente tratto nuova linfa vitale, se è vero che anche autori che guardano con
sospetto alla revisione delle pattuizioni l'hanno, con diverse sfumature, fatta propria
[65].
Pare quindi questo il lascito dell'attuale contingenza storica in favore delle spesso
controverse elaborazioni in materia di buona fede. Messe da parte le suggestioni più
radicali, che non hanno avuto la forza di affermarsi neppure quando il tasso di
drammaticità della pandemia pareva renderne propizio l'accoglimento, resta la
consapevolezza che l'obbligo di rinegoziazione fondato sulla buona fede integrativa può
rappresentare un'ancora di salvezza per mantenere in vita pattuizioni che le norme
codicistiche sulle sopravvenienze avvierebbero alla risoluzione. La discussa prospettiva
de iure condendo appare, in ottica futura, la più allettante, ma se l'urgenza lo rendesse
opportuno, i tempi paiono maturi per raggiungere pacificamente il medesimo esito
sfruttando le norme sulla buona fede nell'interpretazione ed esecuzione del contratto.

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Riferimenti bibliografici
[1] F. PIRAINO, La buona fede in senso oggettivo, Torino, 2015, 85 ss.
[2] Si v. A. GUARNERI, Clausole generali, in Dig. disc. priv., sez. civ., II, Utet,
Torino, 1988, 408, e F. DI MARZIO, Ringiovanire il diritto? Spunti su concetti
indeterminati e clausole generali, in Giust. civ., 2, 2014, 375. Sul punto tuttavia Di
Marzio osserva correttamente che non furono certo le clausole generali a favorire la
strumentalizzazione politica del diritto, ma fu piuttosto il nazismo a strumentalizzare e
distorcere la tecnica della clausola generale a fini politici.
[3] L'arresto più significativo sul punto è Cass. civ., 16 febbraio 1963, n. 357, secondo
la quale «un comportamento contrario ai doveri di lealtà, correttezza e di solidarietà
sociale non può essere reputato illegittimo o colposo, né può essere fonte di
responsabilità per danni quando non concreti la violazione di un diritto altrui già
riconosciuto in base ad altre norme».
[4] P. GROSSI, Ritorno al diritto, Roma-Bari, 2015, VIII.
[5] N. LIPARI, Diritto civile, vol. I.I, Le fonti e i soggetti, Milano, 2009, 53 ss. Per una
ricostruzione storica, F. ALCARO, Il “diritto dei privati”, in Riv. dir. agr., 2018, 2, 79.
[6] Si v. P. BARCELLONA, L'uso alternativo del diritto, Vol. I, Scienza giuridica e
analisi marxista, Bari, 1973, e N. LIPARI, L'uso alternativo del diritto oggi, in N.
LIPARI, Diritto civile e ragione, Milano, 2019, 149 ss.
[7] Ci si riferisce, fra le altre, alle posizioni espresse da Luigi Ferrajoli in occasione del
Convegno di Catania del maggio 1972 sull'uso alternativo del diritto e raccolte in P.
BARCELLONA, L'uso alternativo del diritto, cit., 114 ss.
[8] S. RODOTÀ, Ideologie e tecniche della riforma del diritto civile, in Riv. dir. comm.,
1967, 2, 83. Posta tale premessa, l'autore osservava: «una previsione regolamentare non
è disciplina dell'esercizio, ma soltanto di alcuni dei comportamenti in cui quell'esercizio
può concretarsi. È evidente, infatti, che la disciplina dell'attività non può consistere
soltanto nella tipizzazione di alcuni comportamenti, ma deve fornire strumenti idonei a
consentire una valutazione di tutti i comportamenti che, rispetto ad un fine o ad un
effetto considerati, si pongono in posizione di equivalenza».
[9] C. CASTRONOVO, L'avventura delle clausole generali, in Riv. crit. dir. priv.,
1986, 21.
[10] Così già S. RODOTÀ, Le fonti di integrazione del contratto, Milano, 1969.
[11] Cfr. nt. 3.

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[12] È G. STOLFI, Il principio di buona fede, in Riv. dir. comm., 1964, 1, 163, che si
dichiara «sorpreso» di fronte alla massima citata, ritendendola errata: «[…] la soluzione
è inattendibile appunto perché la premessa è fallace: il dovere di correttezza costituisce
un obbligo specifico, e quindi è sufficiente la violazione di una di quelle norme per dare
origine almeno all'obbligo di risarcire i danni».
[13] Supra nt. 5 e 6.
[14] F. MACARIO, L'autonomia privata nella cornice costituzionale: per una
giurisprudenza evolutiva e coraggiosa, in www.questionegiustizia.it.
[15] Si esprime nuovamente in questi termini la nota Cass. civ., 24 settembre 1999, n.
10511, la quale per la prima volta ha sancito che è in potere del giudice ridurre d'ufficio
la penale ex art. 1384 c.c. che risultasse manifestamente eccessiva, correggendo il
potere d'autonomia privata nell'ottica di un equo contemperamento degli interessi
contrapposti. Merita di essere sottolineata la circostanza che in questo pluricommentato
arresto l'intoccabilità (da parte del giudice) della convenzione contrattuale venga
definita un «mito ottocentesco». La questione ha suscitato contrasti in seno alla
giurisprudenza di legittimità, poi risolti da Cass., sez. un., 13 settembre 2005, n. 18128,
in senso conforme alla sentenza n. 10511 del 1999.
[16] Sulla vexata quaestio del rapporto tra buona fede oggettiva e abuso del diritto si
rimanda a F. PIRAINO, Il divieto di abuso del diritto, in Eu. e dir. priv., I, 2013, 75, in
particolare, 108 ss.
[17] Si v. M. CENINI-A. GAMBARO, Abuso di diritto, risarcimento del danno e
contratto: quando la chiarezza va in vacanza, in Corr. giur., I, 2011, 109; C.
RESTIVO, Abuso del diritto e autonomia privata. Considerazioni critiche su una
sentenza eterodossa, in Riv. crit. dir. priv., 2010, 341, e A. PALMIERI-R.
PARDOLESI, Della serie “a volte ritornano”: l'abuso del diritto alla riscossa, in Foro
it., I, 2010, 85.
[18] C. RESTIVO, Abuso del diritto e autonomia privata, cit.
[19] E. NAVARRETTA, Diritto civile e diritto costituzionale, in Riv. dir. civ., 2012, I,
643.
[20] C. RESTIVO, Abuso del diritto e autonomia privata, cit.
[21] Di più: stando alla già citata Cass. civ., 24 settembre 1999, n. 10511, in materia di
riduzione d'ufficio della penale ex art. 1384 c.c. manifestamente eccessiva, l'intervento
del giudice nel contratto non sarebbe un semplice potere, bensì un «potere-dovere,

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attribuito al giudice per la realizzazione di un interesse positivo dell'ordinamento».


[22] Si v. D. CASTROVINCI, Il problema della inesigibilità della prestazione, in
Giust. civ., 1988, 346.
[23] L'art. 65 d.l. 17 marzo 2020, n. 18 (c.d. decreto “Cura Italia”) riconosceva ai
soggetti esercenti attività d'impresa un credito d'imposta nella misura del 60 per cento
dell'ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, per gli
immobili rientranti nella categoria catastale C/1. L'art. 28 d.l. 19 maggio 2020, n. 34
(c.d. decreto “Rilancio”) ha esteso la misura ai mesi di aprile e maggio e allargato la
platea dei beneficiari, ricomprendendovi tutti i soggetti esercenti attività d'impresa, arte
o professione con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo
d'imposta 2019: è ora però necessario dimostrare una perdita di fattura del 50% rispetto
al medesimo mese dell'anno precedente.
L'art. 28 prevede un credito d'imposta anche agli affittuari d'azienda, ma solo nella
misura del 30% del canone.
[24] Per una panoramica sui primi, più autorevoli interventi si v. C. SCOGNAMIGLIO,
L'emergenza Covid 19: quale ruolo per il civilista?, in Giustiziacivile.com.
[25] F. MACARIO, Per un diritto dei contratti più solidale in epoca di “coronavirus”,
in Giustiziacivile.com: http://giustiziacivile.com/obbligazioni-e-contratti/editoriali/un-
diritto-dei-contratti-piu-solidale-epoca-di-coronavirus, ma anche A.M. BENEDETTI-R.
NATOLI, Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei contratti: spunti per un
dibattito, in www.dirittobancario.it.
[25] V. ROPPO-N. NATOLI-R. CONTI, Contratto e Covid-19. Dall'emergenza
sanitaria all'emergenza economica, in www.giustiziainsieme.it.
[27] Federalberghi, il 29 maggio 2020, ha pubblicato uno studio sull'attuale situazione
degli alberghi in locazione e in affitto, consultabile al link
https://www.federalberghi.it/rapporti/affitto-sostenibile.aspx#.XxLNZC1aZ-U. È stato
calcolato che il 50% degli alberghi italiani è condotto in regime di affitto: la
conclusione dell'indagine è che il crollo registrato nei fatturati rende necessarie
soluzioni condivise tra proprietari e conduttori al fine di adeguare i canoni alla mutata
realtà economica. Per un quadro di insieme si v. U. IZZO (a cura di), Il turismo alla
prova del covid-19: una ricerca interdisciplinare, in Trento LawTech Student Paper
Series, n. 59, 2020.
[28] V. ROPPO-N. NATOLI-R. CONTI, Contratto e Covid-19. Dall'emergenza

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sanitaria all'emergenza economica, cit.


[29] V. CUFFARO, Le locazioni commerciali gli effetti giuridici dell'epidemia, in
Giustiziacivile.com.
[30] Ritiene che l'art. 91 sia una causa straordinaria di giustificazione
dell'inadempimento, alla luce della quale «il debitore può dichiarare al creditore di
sospendere il proprio adempimento in vista dell'osservanza della misure di
contenimento, e per tutta la durata di queste», A.M. BENEDETTI, Il «rapporto»
obbligatorio al tempo dell'isolamento: una causa (transitoria) di giustificazione?, in
Giustiziacivile.com.
[31] Ibidem. Per il vero, l'autore sembra maggiormente persuaso dalla prospettiva di
introdurre nel codice, de iure condendo, una norma generale atta ad imporre la
rinegoziazione delle pattuizioni contrattuali a fronte di sopravvenienze eccezionali: il
riferimento cade con tutta probabilità alla lett. i) del d.d.l. n. S. 1151 – 18a legislatura,
Delega al governo per la revisione del codice civile.
[32] A.M. BENEDETTI-R. NATOLI, Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei
contratti: spunti per un dibattito, cit.
[33] Ibidem.
[34] A.M. BENEDETTI-R. NATOLI, Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei
contratti: spunti per un dibattito, cit., si sottolinea che l'interprete permeato dei valori
costituzionali «non può lasciar cadere il danno lì dove capita».
[35] Un ottimo esempio si rinviene in Trib. Treviso,8 ottobre 2018, in Dejure, ove il
giudice ha ridotto d'ufficio il compenso professionale pattuito dall'avvocato con il
cliente, giudicandolo manifestamente eccessivo alla luce del concreto svolgimento del
rapporto. In punto di clausole contrattuali, si v. anche Trib. Massa, 26 febbraio 2014
(ord.) e 15 maggio 2014 (ord.), in Nuova giur. civ. comm., 2015, III, 218, con nota di
V. BACHELET, La clausola squilibrata è nulla per abuso di dipendenza economica e il
prezzo lo fa il giudice: nota a margine di un caso pilota. Tale ultima sentenza presenta
spunti di interesse, laddove precisa che il potere correttivo del giudice è «immanente al
nostro ordinamento», ed è previsto dalla legge «non nell'interesse individuale dei
paciscenti ma nell'interesse generale dell'ordinamento all'equità contrattuale».
[36] L'ordinanza è in rete: http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/23762.pdf.
[37] Si rimanda a V. ROPPO-N. NATOLI-R. CONTI, Contratto e Covid-19.
Dall'emergenza sanitaria all'emergenza economica,cit, e A.M. BENEDETTI-R.

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NATOLI, Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei contratti: spunti per un


dibattito, cit.
[38] In questi termini Trib. Pordenone, 8 luglio 2020 (ord.), in www.ilcaso.it.
[39] In tal senso Trib. Bologna, 11 maggio 2020, in www.centroanomaliebancarie.it.
Sembra doversi concordare con l'osservazione che, se il legislatore avesse voluto
legittimare una dilazione generalizzata dei termini di pagamento, l'avrebbe stabilito
espressamente: viene tuttavia da chiedersi cosa aggiunga allora l'art. 91 al quadro, dal
momento che non c'era senz'altro bisogno di una nuova disposizione ad hoc per
«rinviare ad un contemperamento in concreto degli interessi coinvolti». A ben vedere, è
proprio il rispetto del principio di buona fede e correttezza nell'esecuzione del contratto,
alla luce degli obblighi solidaristici di cui all'art. 2 Cost., ad imporre tale
contemperamento. Resta, sicuramente, l'impressione di una norma vaga o, appunto,
superfetante.
[40] Si v., da ultimo, Cass. civ., sez. II, 15 novembre 2013, n. 25777, in Rep. Foro it.,
2013, Obbligazioni in genere, n. 68.
[41] In
http://images.go.wolterskluwer.com/Web/WoltersKluwer/%7B59bf5a48-4ea0-4aa7-85b
b-813053164b84%7D_tribunale-catania-sezione-v-civile-sentenza-30-luglio-2020.pdf.
[42] A.A. DOLMETTA, Il problema della rinegoziazione (ai tempi del coronavirus), in
Giustiziacivile.com, ritiene che far leva sul canone della buona fede oggettiva sia l'unica
strada da percorrere per rinvenire nell'ordinamento un dovere di rinegoziazione.
[43] In
http://www.diritto24.ilsole24ore.com/_Allegati/Free/Trib_Roma_27_20.pdf.pdf.pdf.
[44] C. SCOGNAMIGLIO, L'emergenza Covid 19: quale ruolo per il civilista?, cit.
[45] A. FEDERICO, Misure di contenimento della pandemia e rapporti contrattuali, in
Actualidad Juri?dica Iberoamericana, n. 12-bis, maggio 2020, in http://www.revista-
aji.com/wp-content/uploads/2020/05/23._Andrea_Federico_pp._236-249.pdf.
[46] Particolarmente incisivo M. GRONDONA, Dall'emergenza sanitaria
all'emergenza economica: l'eccessiva onerosità sopravvenuta tra buona fede e obbligo
di rinegoziazione, in Actualidad Juri?dica Iberoamericana, n. 12-bis, maggio 2020,
http://www.revista-aji.com/wp-
content/uploads/2020/05/31._Mauro_Grondona_pp._314-325.pdf.
[47] Ibidem, 318.

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[48] A. FEDERICO, Misure di contenimento della pandemia e rapporti contrattuali,


cit., 242.
[49] Ibidem.
[50] C. SCOGNAMIGLIO, L'emergenza Covid 19: quale ruolo per il civilista?, cit.
[51] M. GRONDONA, Dall'emergenza sanitaria all'emergenza economica: l'eccessiva
onerosità sopravvenuta tra buona fede e obbligo di rinegozine, cit.,323.
[52] S. MAZZAMUTO, Il contratto europeo nel tempo della crisi, in Eur. dir. priv.,
2010, III, 601. Si veda anche F. GAZZONI, Manuale di diritto privato, Napoli, 2003,
pp. 791 ss., ed E. BARCELLONA, Buona fede e abuso del diritto di recesso ad
nutum tra autonomia privata e sindacato giurisdizionale, in Giur. comm., 2011, II, 295.
[53] A. BRIGUGLIO, Novità sostanziali del diritto “emergenziale” anti-Covid. Contro
il paternalismo giudiziario a spese della autonomia dei privati, in Giustiziacivile.com.
[54] Supra, nt. 17.
[55] Si v. C. SCOGNAMIGLIO, Principi costituzionali e controllo sull'atto di
autonomia privata, in Giust. civ., 2018, I, 229, in particolare per la critica mossa alle
ordinanze di Corte cost., 24 ottobre 2013, n. 248 e Corte cost., 2 aprile 2014, n. 77.
[56] Così E. BELLISARIO, Covid-19 e (alcune) risposte immunitarie del diritto
privato, consultabile in Giustiziacivile.com.
[57] Si rimanda alle sentenze citate nel § 5.
[58] Se questa è la condivisibile opinione espressa, tra gli altri, da M. GRONDONA,
Dall'emergenza sanitaria all'emergenza economica: l'eccessiva onerosità sopravvenuta
tra buona fede e obbligo di rinegoziazione, cit., e A. FEDERICO, Misure di
contenimento della pandemia e rapporti contrattuali, cit., va sottolineato che la già
citata Cass., 18 settembre 2009, n. 20106, precisa che l'intervento nell'atto di autonomia
privata, con il fine di realizzare un più equo contemperamento degli interessi delle parti,
è un problema «non politico, ma squisitamente giuridico».
[59] Si rimanda alle nt. 25 e 26. Per quanto attiene alle norme sull'eccessiva onerosità
sopravvenuta, parla di «propensione demolitoria e non conservativa […] che pertanto
finisce per fare terra bruciata delle relazioni d'impresa come di quelle fra privati» la
Relazione telematica 56/2020 della Corte Suprema di Cassazione, Novità normative
sostanziali del diritto “emergenziale” anti-Covid 19 in ambito contrattuale e
concorsuale, in
http://www.cortedicassazione.it/cassazione-

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resources/resources/cms/documents/Relazione_Te matica_Civile_056-2020.pdf.
[60] Tra gli altri, A.M. BENEDETTI, Il «rapporto» obbligatorio al tempo
dell'isolamento: una causa (transitoria) di giustificazione?, cit.; A.A. DOLMETTA, Il
problema della rinegoziazione (ai tempi del coronavirus), cit., e G. FEDERICO,
Adeguamento del contratto e doveri di solidarietà: per un'ermeneutica della dignità, in
Questionegiustizia.it: https://www.questionegiustizia.it/articolo/adeguamento-del-
contratto-e-doveri-di-solidarieta-per-un-ermeneutica-della-dignita_09-04-2020.php. Si è
espressa nei medesimi termini l'Associazione Civilisti Italiani, Una riflessione ed una
proposta per la migliore tutela dei soggetti pregiudicati dagli effetti della pandemia, in
https://www.civilistiitaliani.eu/images/notizie/Una_riflessione_ed_una_proposta_per_l
a_migliore_tutela_dei_soggetti_pregiudicati_dagli_effetti_della_pandemia.pdf.
[61] A.M. BENEDETTI-R. NATOLI, Coronavirus, emergenza sanitaria e diritto dei
contratti: spunti per un dibattito, cit.
[62] La verifica giudiziale avverrebbe «a posteriori: in un tempo, peraltro, in cui la
giustizia avrà ripreso il suo fisiologico corso». Lasciare alle parti di ogni contratto la
possibilità di ridurre autonomamente la propria prestazione porterebbe, con tutta
probabilità, proprio a quell'esplosione del contenzioso che si ritiene opportuno evitare.
[63] Ed è in tale senso che si muove la proposta dell'Associazione Civilisti Italiani, cit.
[64] Si rimanda a R. SACCO-G. DE NOVA, Il contratto, Milano, 2016, 1708 ss., e a
M. LIBERTINI, Autonomia individuale e autonomia d'impresa, in G. GITTI-M.R.
MAUGERI-M. NOTARI (a cura di), I contratti per l'impresa, I, Bologna, 2016, 33 ss.
[65] M. GRONDONA, Dall'emergenza sanitaria all'emergenza economica: l'eccessiva
onerosità sopravvenuta tra buona fede e obbligo di rinegoziazione, cit.,325.

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