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Jacques Ellul

L'Uomo che aveva previsto (quasi) tutto

Jacques Ellul (1912-1994) è più conosciuto negli Stati Uniti che nel suo paese, la Francia.
Agli inizi degli anni Sessanta, affascinato, Aldous Huxley fece tradurre e pubblicare con successo
il suo capolavoro La tecnica rischio del secolo, poi elevato al rango di classico studiato nelle
Università. Oggi la maggior parte dei suoi libri è introvabile in libreria, anche se il movimento
ecologico, di cui è stato uno dei precursori, gli deve molto; così è diventato il maitre à penser di
José Bové.
Questo libro, al di fuori di tutte le conventicole, nello stesso tempo libertario e credente, solitario
e impegnato nel suo secolo, aveva previsto tutto, o quasi. Crisi come quelle della mucca pazza, e
il nostro sgomento davanti al piatto? Lui li aveva previsti. La sgradevolissima impressione, in
questo campo come in altri (OGM, riscaldamento climatico, scorie nucleari, pesticidi, amianto,
aria inquinata, ripetitori, fatti come Seveso, ecc.), di essere messi di fronte a scelte che ci
trascendono infinitamente, di andare verso un mondo sempre più insicuro, rischioso, alienante?
Lui l'aveva previsto. La ferma volontà degli scienziati di fabbricare, con la clonazione e le
manipolazioni genetiche, non solo piante e animali «migliorati», ma un uomo superiore, un
superuomo? Lui l'aveva previsto.
Non solo aveva previsto questi fenomeni, ma li aveva pensati, analizzati, giudicati attraverso
un'opera tanto feconda quanto torrenziale (quasi cinquanta opere). Persuaso che è la tecnica a
condurre il mondo (molto più della politica e dell'economia), ha passato la vita ad analizzare i
mutamenti che provoca nella nostra società e la sua influenza totalitaria sulle nostre vite. In
quest'opera, Jean-Luc Porquet espone venti idee forti di Ellul, e le illustra su temi di attualità. Si
vedrà come, nel momento in cui il movimento critico contro la globalizzazione cerca chiavi di
comprensione e azione, questo pensiero radicale, generoso e vivificante, ha delle chances per
imporsi come un riferimento indispensabile.

Jean-Luc Porquet, giornalista di «Canard enchainé», è autore di La Debine (Flammarion,


Paris 1988), Le Faux parler (Balland, Paris 1992) e Les Clandestins (Flammarion, Paris 1997).
Jean-Luc Porquet
JACQUES ELLUL
L'UOMO
CHE AVEVA PREVISTO
(QUASI) TUTTO

Titolo originale L'homme qui avait (presque) tout prévu

Traduzione dal francese di Guendalina Carbonelli

2003 le cherche midi, Paris


2007 Editoriale Jaca Book Spa, Milano
2016 Coonversione digitale
INDICE

Ringraziamenti

Introduzione

Parte prima

1. «PER TUTTA LA VITA HO CERCATO QUALCOS'ALTRO»


La vita, l'opera
Approfondimento: Bernard Charbonneau (1910-1996) contro il grande inganno

2. BREVE STORIA DELLA TECNICA DALLE ORIGINI AI NOSTRI GIORNI

Parte seconda
VENTI IDEE FORTI SULLA TECNICA

1. IL CAVATAPPI NON È IL NEMICO


La tecnica ha recentemente cambiato natura e costituisce ormai un sistema
2. FUTUROLOGO: UN MESTIERE SENZA AVVENIRE
La tecnica rende il futuro impensabile
Approfondimento: Cosa ci aspetta…
3. IMPOSSIBILE NON FABBRICARE LA BOMBA ATOMICA!
La tecnica non è buona né cattiva
Approfondimento: Sempre la Bomba
4. OGNI GIORNO NASCONO MILLE NOVITÀ
L'uomo non domina la tecnica: essa si autogenera seguendo la propria logica
Approfondimenti: Il frigo che ordina succo d'arancia.
Miliardi di neuroni per la Xbox
5. «SI TROVERÀ PURE UNA SOLUZIONE, NO?!»
La tecnica crea problemi risolvibili attraverso nuove tecniche
Approfondimento: Pomodori, aeromobili senza pilota, nucleare
6. È TROPPO COMPLICATO PER VOI, BAMBINI…
La tecnica fa di testa propria, e tanto peggio per la democrazia
Approfondimento: Dopo la «cena dei cretini», la «conferenza di consenso»?
7. ADORIAMO IL COMPUTER CHE FA GUADAGNARE TEMPO
La tecnica è diventata una religione
Approfondimento: Ci si crede sempre
8. LEI ATTACCA LA SCIENZA, SIGNORE!
La tecnica è sacra: non sopporta di essere giudicata
Approfondimento: Comitati etici di pessimo gusto
9. UNA MACCHINA CHE FUNZIONA DA SOLA
La tecnica rinforza lo Stato, che rinforza la tecnica
Approfondimento: Copertura sul becquerel!
10. LA FABBRICA DI POLLI SARÀ GLOBALE O NO
Le multinazionali sono figlie della tecnica
Approfondimento: Addio pollo!
11. ALLA MIA DESTRA IL BENE, ALLA MIA SINISTRA IL MALE
Viviamo sotto l'influsso di un'incessante propaganda
Approfondimento: Dopo l'11 settembre
12. COSA?! NON HAI ANCORA LA SDR-4X DELLA SONY?
La pubblicità e il bluff tecnologico sono il motore del sistema tecnico
Approfondimenti: Il bombardamento pubblicitario a tappeto
Gli ogm contro la fame
Tutto nano, tutto bello
13. NOI TUTTI UGUALI
Ormai universale, la tecnica sta per rendere uniformi tutte le culture: è questa la vera
globalizzazione
Approfondimento: Gli Inuit
14. STIAMO FACENDO A PEZZI IL GIARDINO
Non può esserci sviluppo tecnico infinito in un mondo finito: le tecniche esauriscono le risorse
naturali
Approfondimento: E dopo il petrolio?
15. SOLO 31 DELLE 2.465 MOLECOLE CHIMICHE PRODOTTE SONO STATE STUDIATE
Più cresce il progresso tecnico, più aumentano gli effetti imprevedibili
Approfondimento: Attenzione agli spermatozoi!
16. A PIENI OCCHI!
La tecnica si è alleata all'immagine per calpestare la parola
Approfondimento: Obiettivo, quattro ore di televisione al giorno
17. NON BASTA TAMBURELLARE SU UNA TASTIERA
La tecnica ha divorato la cultura
Approfondimento: Un libro vive meno di cento giorni
18. COMPLETAMENTE INADATTO, QUESTO POVERO VECCHIO
La tecnica crea una nuova Apartheid: esclude gli «individui inutilizzabili» e li degrada al rango di
rifiuti umani
Approfondimento: Fuori i vecchi!
19. VIVREMO 358 ANNI E AVREMO UN TELEFONO CELLULARE SOTTOPELLE
La tecnica vuole creare un uomo superiore, ma superiore in che cosa?
Approfondimento: Profezie deliranti
20. E SE SI LAVORASSE DUE ORE AL GIORNO?
Una sola soluzione, la rivoluzione! (Ma è impossibile)
Approfondimento: Il proletario è molto di moda…

Parte terza
ELLUL OGGI

Ellul visto da…


1. Lucien Sfez: prendere e lasciare
2. Jean-Claude Guillebaud: la speranza cristiana di Ellul
3. Dominique Bourg, elluliano critico: per uno sviluppo sostenibile
4. Serge Latouche, elluliano radicale: contro lo sviluppo sostenibile
5. José Bové: Ellul messo in pratica
6. Patrick Chastenet: l'elluliano di riferimento
7. L'Enciclopédie des Nuisances: una critica radicale della tecnica

Conclusione: «Senza armi né armatura»

ALLEGATI

La fede di Ellul
Bibliografia di Jacques Ellul
Contatti
RINGRAZIAMENTI

Ringrazio Cabu che mi ha fatto venire voglia di scrivere questo libro; Yannick Blanc,
Philippe Chambon, Silvie Giraud e Jean-Pierre Lentin per l'attenta rilettura del manoscritto;
Dominique Bourg, José Bové, Patrick Chastenet, Jean-Claude Guillebaud, Serge Latouche,
Dominique North- Ellul, Jaime Semprun e Lucien Sfez per i colloqui concessimi; Pierre
Drachline per il caloroso supporto durante tutto questo lavoro. E Yvonne, per tutto.
INTRODUZIONE

Il 21 ottobre 2000, dopo che una mucca pazza era stata sul punto di finire
sui banchi di una macelleria malgrado i numerosi controlli di sicurezza, la
direzione della catena Carrefour annunciò il ritiro dal mercato di centinaia di
lotti di carne per evitare timori.
E fu subito panico.
La crisi della mucca pazza, che credevamo di esserci lasciati alle spalle,
era ricominciata. All'improvviso la bistecca nei nostri piatti era tornata
sospetta. La confusione fu totale. Dapprincipio a Parigi e poi in tutta la
Francia i sindaci proibirono la carne di manzo nelle mense scolastiche.
Demagogia o semplice prudenza? I genitori degli alunni erano d'accordo:
«Non voglio rischiare che anche uno solo dei miei figli sia colpito dall'esb a
venticinque anni!». Realistici o paranoici? La catena Buffalo Grill eliminò la
costata dai propri menu, mentre il governo affermava che non esisteva nessun
motivo per eliminarla. Chi dei due aveva ragione? Consultati dai media, gli
esperti spiegarono che non bisognava perdere la calma: i rischi di
contaminazione erano minimi rispetto a quelli del periodo 1985- 1996, anni
durante i quali le farine animali erano diffuse su larga scala. Ma visto che non
ci era stato detto nulla per tutti quegli anni, perché non perdere la testa a
scoppio ritardato? Stupido, certo, ma non più dell'atteggiamento di coloro che
avevano negato, temporeggiato, minimizzato, si erano barcamenati
rassicurando a torto. Timori panici, pasticci governativi, crollo nelle vendite
di carne: si cominciò a parlare di «psicosi». Ancora traumatizzato per essere
stato indagato all'epoca dello scandalo del sangue infetto, il ministro delle
Finanze Fabius affermò che bisognava proibire subito e completamente l'uso
di farine animali (vietate dal 1990 per i bovini, erano ancora lecite per maiali
e polli). D'accordo in linea di principio, il ministro dell'Agricoltura disse però
di voler attendere il giudizio degli esperti. Ma gli esperti avevano bisogno di
tempo… Il Presidente della Repubblica dichiarò allora che non era necessario
aspettare il verdetto degli esperti… i quali, d'altronde, non concordavano tra
loro. In poche parole, non si era mai assistito a una tale confusione. Coloro
che avrebbero dovuto prendere le decisioni non sapevano cosa fare. E noi,
semplici cittadini, avemmo la sensazione di essere impotenti. Eppure si
trattava di una questione di vita o di morte.
Durante quella crisi, pensai a Jacques Ellul. Poco tempo prima avevo
scovato su una bancarella di libri usati Le Bluff technologique, il suo ultimo
libro, pubblicato nel 1988, pochi anni prima della morte. Libro quasi
introvabile, mai ripubblicato, di un autore il cui nome «mi dice qualcosa»,
come si suole dire, del quale però non sapevo quasi nulla, a parte che aveva
condotto una critica alla tecnica. Leggendolo, non me ne capacitavo: questa
crisi, l'aveva prevista. Certo, non la crisi della mucca pazza in sé, ma quello
stato di ebetismo nel quale ci aveva gettato la gravità della situazione. Aveva
annunciato che saremmo andati incontro a crisi del genere, sempre più
numerose, e che ci avrebbero lasciati sempre più impotenti. Ci viene imposto,
diceva, «di prendere costantemente decisioni riguardo a problemi o situazioni
che ci superano infinitamente» 1. Questa profezia che usciva con tanta
naturalezza dalla sua penna derivava dalla sua analisi della Tecnica (la
maiuscola sta qui a indicare che il termine comprende tutto ciò che la nostra
società industriale ha messo sotto la definizione di progresso tecnologico).
Era questa, secondo lui, a guidare il nostro mondo.
Dalla sua penna scaturivano altre sorprendenti profezie: si meravigliava
di come non ci fosse niente di più pressante che educare i nostri bambini
all'uso del computer, «senza pensare che un domani, forse, saper coltivare un
pezzo di terra, accendere un fuoco e pensare correttamente potrebbe essere
più utile che picchiettare su una tastiera». Annunciava che la nostra società,
così come si è lasciata «formattare» dall'informatica, domani si piegherà
all'ingegneria genetica, che all'epoca stava appena uscendo dalle nebbie della
teoria, ma che egli prevedeva sarebbe presto stata onnipresente. Predicava la
moltiplicazione di «quelli che non si può fare altro che chiamare rifiuti
umani», quegli uomini e quelle donne incapaci di sottomettersi ai ritmi che la
modernità pretende da loro, al gergo, alla precisione, alla velocità, già tenuti
lontano dalla macchina, vecchi, giovani al reddito minimo di inserimento,
semianalfabeti, ingozzati di insulsaggini televisive, di giochi e divertimenti,
massa crescente di inetti e trascurati. Affermava che l'inquinamento, essendo
troppo costoso da prevenire, avrebbe «continuato ad aumentare al ritmo dello
sviluppo tecnico». Prevedeva clamorosi fallimenti tecnologici i cui nessi
sarebbero stati così complessi che nessuno avrebbe potuto essere considerato
responsabile. Sebbene non avesse conosciuto il fulmineo sviluppo di Internet
né l'irruzione degli organismi geneticamente modificati nella nostra
alimentazione, ne presentiva le conseguenze e le aberrazioni. Per più di
cinquantanni aveva portato avanti una riflessione sui cambiamenti della
nostra società dovuti alla tecnica, riflessione sviluppata nel corso di un lavoro
ricco e misconosciuto, almeno in Francia, dato che il suo nome è più diffuso
negli Stati Uniti. Fu Aldous Huxley, il noto autore de Il mondo nuovo che,
all'inizio degli anni Sessanta, affascinato dal suo miglior libro La Technique
ou l'enjeu du siècle, lo aveva fatto tradurre e conoscere.
E se Ellul ci avesse fornito la chiave – o almeno una chiave – per
comprendere ciò che ci sta succedendo? Perché la mucca pazza è solo una
delle crisi riguardanti la salute e l'ambiente che la tecnica crea e creerà: su
riscaldamento climatico, buco dell'ozono, scorie nucleari, pesticidi, ogm,
sangue infetto, zone come Seveso, otturazioni a mercurio, telefoni cellulari e
ripetitori, fanghi di depurazione nei campi, esplosione di allergie, linee ad alta
tensione, vaccino contro l'epatite B, sindrome dei Balcani, ecc., siamo (e
saremo) messi a confronto con scelte impossibili. Tutto accade come se il
tempo avesse bruscamente accelerato, come se innumerevoli rischi finora
ignorati ci assalissero, e senza sosta se ne scoprissero sempre di nuovi (le
micotossine, le migliaia di molecole chimiche rilasciate senza preavviso
nell'atmosfera, la diminuzione della fertilità maschile, ecc.). Ellul dimostrò
una sorprendente chiaroveggenza: si era già posto tutte le questioni su
sprechi, inquinamento, l'apparente trionfo dell'assurdo tecnologico, la vera
natura del progresso tecnico che oggi ci investono. E aveva proposto delle
soluzioni. Perché, allora, questo silenzio sulla sua opera? La maggior parte
dei suoi quarantotto libri sono introvabili in libreria. La metà sono esauriti.
Solo tre sono stati pubblicati in edizione tascabile. Eppure il suo nome
continua a circolare, a riapparire saltuariamente in alcune opere dedicate alla
riflessione sulla tecnica. Ci sono dei seguaci che ne proseguono le ricerche.
Viene talvolta citato da qualche militante antiglobalizzazione. Alcuni
personaggi, come José Bové, Noël Mamère, e anche gli scrittori Jean-Claude
Guillebaud e Denis Tillinac, se ne fanno forti. Ma all'epoca di Internet e della
comunicazione ad oltranza, bisogna frequentare le bancarella di libri usati per
avere qualche possibilità di scovare un suo libro. A meno di consultarlo in
biblioteca, è impossibile, per esempio, mettere le mani su Le système
technicien, una delle sue opere fondamentali, che pure è stato edito nel 1977
(ripubblicato in Francia nel 2004; la traduzione italiana è in preparazione
presso Jaca Book). Questo oblio mi incuriosisce: ciò che Ellul aveva detto è
così obsoleto? Ridicolo, insignificante? Uno sproloquio? O non piuttosto
scomodo, radicalmente altro, e per questo addirittura inaudibile oggi?
Immaginate un intellettuale dal pensiero ardito, concreto, sempre in
movimento e a caccia di fatti nuovi. Uno stile vigoroso, ora chiaro, ora
ruvido, il dono della formula. La volontà di affrontare in modo semplice le
questioni complesse e di essere capito dai profani. Il rifiuto del pensiero
astratto e della teoria disincarnata. Un uomo che non esita a sentenziare, a
dichiarare i propri gusti, che afferma ad esempio che le corse
automobilistiche gli sembravano «il tipo stesso di distrazione imbecille».
Questo è Ellul. Non parla pertanto da una cattedra. Non ha alcuna boria. Non
usa mai gerghi. Non pensa nemmeno per un istante di stupire i suoi pari
intellettuali con concetti mirabolanti o coltissime citazioni. Non si fa largo tra
la stampa parigina. Non dà la propria opinione ovunque su tutto. Non appare
mai alla televisione. Non fa parte della piccola, chiusa, compiaciuta e
autoproclamata cerchia che pretende di fare il buono e il cattivo tempo nel
pensiero francese. Non spreca energie ad accrescere la propria influenza
perfeziondo il proprio reticolo mediatico, con telefonate, cene, cocktails,
discreti o clamorosi scambi di favore, concorsi letterari, strategie editoriali o
mediatiche. Non fonda scuole, non si finge guru, non si considera l'inventore
di una nuova scienza. In poche parole: non si è mai trasferito a Parigi.
Il rovescio della medaglia è che non è di facile divulgazione. Talvolta
leggendolo ci si innervosisce. È un tipo da partito preso. Vede tutto nero.
Esagera. Ha un fastidioso lato «vecchio balordo». Giudizi ridicoli del tipo: «I
Rolling Stones non fanno musica ma un rumore infernale». Fortuna che non
ha conosciuto la techno! Di solito, però, provoca l'effetto opposto. Un
entusiasmo, un'adesione, quella chiarezza che colpisce il lettore. È questo,
proprio questo! Dice esattamente ciò che sentivo. Formula ciò che non avevo
ancora articolato. Fa apparire con precisione ciò che ai miei occhi era ancora
vago. Inscrive in una logica, in una visione d'insieme le intuizioni, le
impressioni, le visioni che mi sembravano troppo personali per venire
generalizzate, troppo frammentarie per avere senso. Non imbastisce sistemi:
«Ho rinunciato completamente a trovare sia una spiegazione definitiva del
nostro tempo e della Storia, sia una sintesi capace di inglobare il tutto». Ma
offre al lettore un piacere raro: recuperare una coerenza della quale la società
attuale, così complessa, apparentemente instabile e inafferrabile, ci priva.
Grazie a lui, ecco che discerniamo certe linee di forza. Non sono quelle alle
quali siamo abituati. Ellul va contro ciò che al 99% produce la macchina
mediatica. Mette radicalmente in dubbio le sue asserzioni. Afferma
tranquillamente che si tratta di bluff e lo dimostra. E non è uno psicotico in
procinto di operare una delirante ricostruzione della realtà, ma un uomo
lucido che mostra fino a quale punto la realtà sia divenuta delirante. Come nel
famoso racconto di Andersen (Gli abiti nuovi dell'imperatore), egli è lo
spirito semplice che dice senza paura che il re è nudo.
E dice anche qualcosa di incredibile e scandaloso: questo mondo è così
assurdo e ingiusto, le sue strutture sono così rigide sotto una superficie
flessibile, che solo una rivoluzione potrà salvarlo dall'abisso nel quale sta
precipitando. Sì, è un rivoluzionario, figura piuttosto rara e sbeffeggiata di
questi tempi. Non sono particolarmente affascinato dai rivoluzionari, ma
troppo numerosi sono coloro che anticamente lo furono, e oggi ci cantano a
squarciagola le prudenti virtù del riformista. Troppo numerosi sono coloro
che dicono la rivoluzione impossibile, impensabile, e in fondo indesiderabile,
perché non abbia già pensato di prestare orecchio a chi è rimasto fedele, come
lui, a quell'alta aspirazione. La radicalità è per forza un male, un errore e un
pericolo? Dovremmo abbandonare l'ideale senza far nulla? Non è forse il
nostro mondo, sicuro di poter proseguire all'infinito la sua corsa, sprofondato
nell'utopia? Non si può opporre a questa, violenta e totalitaria, un'altra
ambizione? La rivoluzione secondo Ellul non assomiglia a quella, mitica e
rattoppata, che si trascina nelle nostre teste: assalire l'apparato dello Stato non
ha per lui alcun interesse; si tratta piuttosto di distruggere i falsi dei della
società: consumismo, burocratizzazione, progresso tecnologico. Per lui la
rivoluzione non deve sfociare in una felicità generale e obbligata, ma in
un'altra rivoluzione, e poi in un'altra ancora, poiché la storia dell'umanità non
può che essere dialettica e avanzare di crisi in crisi. Nel momento in cui le
ideologie sono state dichiarate morte come fossero Dio, in cui il movimento
sociale che si è ribellato alla globalizzazione sta ancora cercando di
inventarsi, il pensiero di Ellul merita di risorgere. Può irrigare, provocare,
stimolare.

***
Per presentarlo, ho scelto dalla sua opera venti idee forti sulla tecnica che
illustreranno esempi tratti dall'attualità. Queste idee sono tratte
principalmente dalle tre opere che costituiscono il cuore del suo lavoro: La
Technique ou l'enjeu du siècle (1954), lo zoccolo del suo pensiero, nel quale
studia la società tecnologica nel suo insieme; Le Système technicien (1977),
che ne è la chiave di volta e considera la tecnica in quanto sistema all'interno
della società tecnologica; Le Bluff technologique (1988), che appone il punto
finale.
In cinquant'anni Ellul ha scritto una quindicina di altre opere che
«esaminano in pratica tutti gli aspetti della società moderna a partire dallo
stesso punto di osservazione (la tecnica)» 2 e costituiscono altrettante
variazioni che arricchiscono il tema centrale. La Propagande esamina i mezzi
tecnici che servono a modificare l'opinione e a trasformare l'individuo.
L'Illusion politique studia ciò che la politica diviene in una società
tecnologica. La Métamorphose du bourgeois si interessa alle classi sociali in
una società tecnologica. De la révolution aux révoltes e Changer de
révolution pongono la questione di conoscere quale rivoluzione sia possibile
in una società tecnologica. L'Empire du non-sens studia ciò che l'arte diviene
in un ambiente tecnologico. Ho pescato da queste opere come da quelle di
diverso registro: il sorprendente e polemico Exégèse des nouveaux lieux
communs, due libri di colloqui, uno con Madeleine Garrigou-Lagrange A
temps et à contretemps, l'altro con Patrick Chastenet, Entretiens avec Jacques
Ellul, un Ce que je crois testamentario, ecc.
Procedendo in questo modo, non mi è stato certamente possibile rendere
il movimento del suo pensiero, che egli voleva dialettico, complesso, che
procedeva per ripetizioni, arricchimenti successivi. Così presentato, può dare
l'impressione di essere chiuso. Non è un po' troppo facile spiegare tutto
attraverso un'unica causa, la Tecnica? Marx aveva la lotta di classe. Freud
l'inconscio. Girard il desiderio mimetico. Virgilio la velocità. Eccetera. Come
se ognuno mettesse a punto un apribottiglie e poi cercasse di aprire tutte le
bottiglie. C'è un po' di questo in Ellul, certo, ma facciamogli il favore di non
essere stupidi. Ogni ricercatore ossessionato dal soggetto della propria ricerca
finisce per forzare la mano. Egli lo ha riconosciuto e spiegato che, talora,
questo è l'unico modo per farsi capire.
Leggendolo, si può certo avere l'impressione che tutto sia spacciato e che
non ci sai più niente da fare. Con ciò, del resto, può far pensare a tutti coloro
che oggi maledicono l'epoca, decretando che la catastrofe non è più da temere
perché è già arrivata, che ci stiamo uccidendo di questo passo!… Se la
tecnica è autonoma e si sviluppa indipendentemente dalla volontà umana, è
impossibile sfuggirle, piegarla, avere influenza su di essa. Rimane o no una
speranza? Dica, signor Ellul, l'Uomo ha ancora un posto nel mondo che
annuncia? Sì, afferma, l'uomo può liberarsi dal peso della tecnica a
condizione di essere perfettamente cosciente del pericolo: «È proponendo un
certo numero di sfide, di contestazioni e di critiche alla base che possiamo
portare la tecnica a cambiare il proprio orientamento e a entrare, diciamo per
evitare la parola sintesi, in un nuovo periodo storico in cui essa occuperà di
nuovo il suo posto, sarà cioè un mezzo subordinato a dei fini» 3. Lo dice e lo
ripete, le sue analisi «sono fatte per chiamare il lettore a una presa di
coscienza del mondo in cui vive, a prendere decisioni di impegno in un certo
cammino per cambiare magari questo mondo» 4. A coloro che lo accusano di
pessimismo, che dicono che la sua descrizione della tecnica porta
all'abbandono e al fatalismo, risponde che i suoi libri sono precisamente «la
prova che io chiamo il lettore alla responsabilità, alla lucidità da una parte, e
dall'altra che descrivere un destino è già dominarlo» 5. In altre circostanze
ammette di aver descritto un «mondo senza uscita»…
Ringraziamolo, infine, per le sfumature, le contraddizioni, le zone grigie,
e anche per quei libri che non ci comunicano molto. Ci si ricorda ogni giorno
dell'inossidabile guru le cui parole sono Verità scolpita nel marmo. Ebbene,
questo non è Ellul. Egli, dopotutto, è fallibile. Discutibile. Rifiutabile. La sua
opera non è un sistema chiuso. Non è quella di un paranoico. Lascia all'altro,
al lettore, all'interlocutore, il suo posto. Leggendolo, così appassionato,
completo, così spesso trascinato dalla sua dimostrazione, si pensa che non
amasse molto la disputa. Che non lo si segue in tutto. Che non si sposano le
sue tesi. Si sente chiaramente, allo stesso tempo, che, anche se doveva portare
pazienza, preferiva un avversario sincero agli indifferenti, ai frettolosi, ai
pigri di spirito.
Una delle sue critiche più feroci alla tecnica riguardava il disprezzo di
questa nei confronti del passato. Nulla gli era più odioso di quella sedicente
cultura che, affascinata da se stessa e dal proprio permanente mutare, vive
solo il presente, senza guardare all'avvenire e dimenticando i pensatori di ieri,
li rimuove, li cancella, li rigetta nell'oblio definitivo. Esporre, illustrare e
discutere le tesi di un autore morto e sepolto da otto anni, le cui opere sono
tutte o quasi esaurite e pressoché mai state ripubblicate, del quale si citano gli
slogan senza sapere chi ne sia stato l'autore («Pensare globale, agire locale»,
lo slogan di Attac, è stato ideato da Ellul alla metà degli anni Trenta) 6, ecco
un atto tipicamente elluliano! Ecco il desiderio che esprimo: essergli stato,
nelle pagine che seguono, fedele nonostante le reticenze, le sintesi e i
possibili fraintendimenti.
Parte prima
1.
«PER TUTTA LA VITA HO CERCATO QUALCOS'ALTRO» 7
La vita, l'opera

Jacques Ellul visse quasi tutta la propria vita a Pessac, a pochi chilometri
dal campus di Bordeaux, dove insegnava. Nato a Bordeaux nel 1912, morì a
Pessac all'età di 82 anni, il 19 maggio 1994. Uomo libero, libero pensatore,
volle sempre rimanere fedele ai quattro principi che il padre gli aveva
insegnato: «Mai mentire agli altri, mai mentire a se stessi, essere caritatevoli
verso i deboli, essere inflessibili davanti ai potenti». Nobile programma.
«Sono uno straniero residente in Francia» diceva, «un cosmopolita». Nato
per caso a Bordeaux, dove si erano stabiliti i genitori. Il padre, maltese di
nazionalità inglese, era nato a Trieste da madre serba e padre italiano, parlava
cinque lingue e aveva un senso dell'onore estremamente acuto, che gli
derivava dalla famiglia fallita dopo aver fatto fortuna armando navi a
Genova: procuratore di un commerciante in vini di Bordeaux, venne
licenziato per la sua testardaggine il giorno in cui, insultato dal padrone
davanti a degli stranieri, pretese scuse immediate. In seguito, conobbe lunghi
periodi di disoccupazione, ebbe «diversi miseri impieghi nel settore
commerciale», e la famiglia non smise di vivere nelle ristrettezze. La madre
di Jacques, di origine portoghese, insegnava disegno in una scuola privata. A
17 anni, il giovane e brillante liceale, figlio unico, riempiva i piatti della
famiglia dando quattro ore di ripetizioni al giorno. Una sera, nel 1929… «Ero
uno studente in legge, mio padre era disoccupato, tutto poggiava su ciò che
guadagnavo, quando ecco che i miei genitori si ammalarono entrambi.
Gravemente. Quando mi vidi obbligato a fare lezione, cucinare, prendermi
cura dei miei genitori, oltre a tutto il resto, credetti di toccare il fondo della
disperazione» 8. «Fu in quel momento che da bambino divenni adulto». Non
c'è da stupirsi se a 18 anni, dopo averlo preso in prestito in biblioteca, visse la
scoperta de Il Capitale di Karl Marx come una rivelazione: «Scoprii
un'interpretazione globale del mondo, la spiegazione del dramma della
miseria e della decadenza che avevamo vissuto» 9.
Pur povere, la sua infanzia e la sua adolescenza furono tuttavia molto
felici e «prodigiosamente libere». Conservò un ricordo abbagliante delle
giornate intere passate a vagabondare sulle banchine e lungo i docks del porto
di Bordeaux, nelle paludi della Cressonnière.
Brillante al liceo, vagheggiava di diventare ufficiale di marina (adorava
fare canoa nel bacino di Arcachon); iniziò a studiare legge, e durante il primo
anno fece un incontro decisivo, quello con Bernard Charbonneau, del quale
rimase amico per tutta la vita. Intransigente, rigoroso, violentemente
anticlericale, Charbonneau, che divenne storico e geografo, è autore di
un'opera ricca e ancora meno conosciuta di quella di Ellul. Quest'ultimo
riconobbe per tutta la vita il proprio debito nei confronti di colui che
considerava «uno dei pochi geni di quest'epoca», e che gli insegnò «a pensare
e a essere libero», all'inizio maestro intellettuale poi insostituibile termine di
confronto, la cui critica lo coinvolse per tutti i sessant'anni della loro
amicizia. «Sono stato un uomo di amicizia, e questa ha contato enormemente
nella mia vita. Il resto – la carriera, gli onori, i titoli – non mi ha mai
interessato» 10.
Insieme, durante quegli anni Trenta in cui covava la guerra, fecero lunghe
camminate in montagna, scoprirono il lato a volte mistico a volte sensuale
della natura, organizzarono campi «anti–boy-scout» sui Pirenei. Lessero
Proudhon e Bakunin, Tocqueville e Rathenau, e presero coscienza della
mutazione radicale della condizione umana provocata dalla rivoluzione delle
scienze e della tecnica. Entrambi aggiornarono, durante quegli anni di
formazione intellettuale, quei temi che non avrebbero più smesso di
analizzare per il resto delle loro vite: la Tecnica per Ellul, lo Stato per
Charbonneau. Ellul aveva approfondito la propria conoscenza di Marx: fu,
con Kierkegaard (grazie al quale affermò di aver compreso che «non capiva
niente della vera disperazione») 11, il solo autore del quale aveva letto l'opera
intera. «Se Marx fosse vissuto nel 1940», si chiedeva, «quale sarebbe stato
per lui l'elemento fondamentale della società, quello sul quale avrebbe
concentrato la propria riflessione?» 12. La risposta, ne era sicuro, era: lo
sviluppo della tecnica. Perché se nel XIX secolo l'elemento più significativo
fu la nascita del capitalismo, ormai non era più così: «Il capitalismo è una
realtà ormai storicamente superata. Può anche durare un altro secolo, ma
senza un interesse storico» 13. Si mise quindi a studiare la tecnica ispirandosi
a Marx per forgiare un metodo di analisi.
Disgustati dall'ascesa al potere del nazismo, i due amici cercarono una
terza via alternativa sia al comunismo sia al fascismo animando un gruppo di
studenti liberali. Nel 1934 si avvicinarono a Esprit, il movimento
personalistico di Emmanuel Mounier, che cercò di sintetizzare socialismo e
cristianesimo, ma rimasero un filo scettici. Si avvicinarono anche all'Ordine
Nuovo, fondato da Denis de Rougemont, un movimento dal pensiero
anarchizzante e federalista (e che, nonostante ciò che interpretazioni affrettate
del nome possano far pensare oggi, era animata da un «antifascismo attivo e
profondo») 14. Provarono senza successo a innestare in Esprit una corrente
ecologista ante litteram, con l'ambizione di creare «un vero movimento
rivoluzionario», certi che una società che sta «disumanizzando e
depersonalizzando» l'uomo, come si diceva all'epoca, «non ha altra scelta se
non un rivoluzionario e radicale cambiamento di tutte le sue strutture» 15. Nel
loro testo teorico Directives pour un manifeste personnaliste, immaginarono
la moltiplicazione di piccoli gruppi di una quindicina di persone, federati tra
loro, che agissero su un piano locale secondo la formula «Pensare
globalmente, agire localmente», che formassero una contro-società frugale e
liberata da strutture alienanti. Nel Sud-Est del paese nacquero alcuni gruppi
orientati in questo senso, ma il fenomeno di contagio atteso non si verificò e
la loro contro-società fallì nella conquista del pianeta. Peccato…

Bernard Charbonneau (1919-1996)


contro il grande inganno

Nel corso degli anni Cinquanta, come racconta in Unis par une pensée
comune, un testo scritto in omaggio a Jacques Ellul 16, Charbonneau
ricominciò a organizzare nella Corbierès e nei dintorni di Bordeaux quei
campi ai quali Ellul partecipò e che entrambi speravano avrebbero portato
alla nascita di un movimento critico sulle orme di quella che chiamavano
la Grande Trasformazione, e a creare «una qualunque istituzione che
avesse posto il problema della Tecnica». Sfortunatamente fu un
fallimento, poiché, come riconobbe Charbonneau, mancavano loro
capacità organizzative: «Se avessimo potuto dedicarci a questa impresa, il
movimento più tardi etichettato come ecologista avrebbe messo radici a
Bordeaux e non in California. E, riconosciuta questa priorità, il mio amico
ed io avremmo potuto evitare che si riducesse a una tale caricatura
politica». Chiedendosi quali conclusioni trarre da questa sconfitta, propose
questa risposta: «Il nostro errore è stato quello di tutti i precursori. Gli
individui possono prendere coscienza dei problemi posti dalla loro società
solo al momento opportuno, cioè quando l'evidenza diventa palese (per
esempio si è dovuto attendere trent'anni perché i paesi sviluppati
scoprissero l'inquinamento e i rifiuti accumulati nei "trenta gloriosi")».
Liberale, erudito, fine stilista ricco in efficacia di scrittura, Charbonneau si
ritirò poco a poco nella sua campagna bernese, senza smettere di scrivere
(quasi una trentina d'opere, il più delle quali pubblicate a spese dell'autore)
e partecipando nel 1972 alla fondazione del giornale ecologista «La
Gueule ouverte» (di cui curò le Chroniques du terrain vague fino al 1976)
e nel 1974 alla creazione di Ecoropa, associazione europea di difesa della
natura guidata da Édouard Kressman. Ferocemente critico nei confronti
dell'ecologia politica («L'ambiente naturale ha ormai il suo ministero, e i
trust traggono nuovi profitti dall'inquinamento degli inquinamenti che
producono. Lo Sviluppo prosegue ma d'ora in poi sotto una mano di
pittura verde»), si proponeva, alla fine della propria vita, di spingere
ancora oltre la critica alla Tecnica, in modo da inglobarvi anche quella
della Scienza: «La Ricerca, spinta all'estremo in tutti i campi, con il
pretesto di liberare materialmente l'uomo finisce per rinchiuderlo di fatto
in un totalitarismo scientifico. Nella misura in cui essa non riuscirà a
conoscerlo e controllarlo, il suo fallimento rischia di provocare le reazioni
deliranti delle persone e delle loro società minacciate nel loro essere».
Questa meravigliosa utopia anarchica sognata da ardenti giovani venne
spazzata via dalla guerra. Nel 1938, Ellul, che aveva concluso il dottorato in
Diritto Romano e si era appena sposato con Yvette, una germanista
estremamente credente, ricevette un incarico a Strasburgo; ma nel luglio 1940
venne richiamato dal governo di Vichy, accusato di propositi sovversivi. Ad
alcuni studenti che gli avevano chiesto se il maresciallo Pétain fosse degno di
fiducia aveva risposto: «Certo che no». E siccome l'università aveva ripiegato
a Clermont-Ferrand, egli aveva consigliato loro di non tornare in Alsazia,
dove sarebbero stati arruolati nell'esercito tedesco. Aveva 28 anni. Quella
revoca «fu un colpo singolare», commentò in breve verso la fine della sua
vita 17. Per sopravvivere, tornò con la moglie nella regione di Bordeaux, dove
si stabilì come contadino in una proprietà prestata da amici. Durante i quattro
anni di occupazione, coltivarono mais e patate su un piccolo appezzamento e
allevarono pecore e polli. Mentre preparava il concorso per l'insegnamento,
partecipava attivamente alla Resistenza, ospitando prigionieri evasi ed ebrei
nella sua cascina, situata fortunatamente nell'Entre-deux- Mers, a poche
centinaia di metri dalla linea di demarcazione. Fino alla scomparsa della zona
libera nel novembre 1942, fornì ai transfughi documenti falsi e li aiutò a
passare in zona franca. All'epoca, era convinto che con la liberazione tutte le
organizzazioni politiche ed economiche sarebbero crollate, come annunciava
la parola d'ordine del movimento Combat. Con la liberazione, quando si trovò
a far parte, come segretario regionale del Movimento di Liberazione
Nazionale, di diverse giurie incaricate di giudicare alcuni collaboratori, si
dimostrò uomo indulgente e clemente. Per sei mesi fu anche consigliere
municipale delegato presso il municipio di Bordeaux: accorgendosi che anche
con quel modesto incarico gli era materialmente impossibile occuparsi in
modo serio di tutte le questioni di sua competenza, che non aveva i mezzi per
controllare ciò che facevano i servizi amministrativi sotto la sua direzione, e
che era quindi interamente sotto la loro dipendenza, decise di dimettersi. Da
quella breve esperienza nacque la sfiducia, che non lo avrebbe mai
abbandonato, nei confronti della politica e la convinzione che essa non fosse
in grado di cambiare veramente le cose, dato che in realtà gli uomini politici
non avevano grandi poteri. «Ho vissuto il fallimento del Fronte Popolare,
quello del movimento personalista che volevamo rivoluzionario e che, molto
modestamente, avevamo provato a lanciare, il fallimento della Rivoluzione
Spagnola, che per Charbonneau e me aveva contato enormemente, il
fallimento della Liberazione. Tutto ciò costituisce un cumulo di potenzialità
rivoluzionarie abortite. In seguito non credetti mai più che si potesse
cambiare qualcosa intraprendendo questo cammino» 18. Dichiarò d'altronde
di non aver mai votato: «Non metto in discussione il principio democratico,
ma non posso credere in una democrazia basata su elezioni su larga scala
[…]. Così come funziona attualmente la democrazia è anonimato che esercita
potere sull'anonimato» 19.
Credeva in una democrazia diretta, rifiutava la classe politica e affermava,
provocatoriamente, che «i regimi occidentali non sono democratici, ai miei
occhi, giacché non è il popolo a decidere» 20. Subito dopo l'elezione di
Mitterand nel 1981, pubblicò un clamoroso articolo su «Le Monde» 21, dal
provocatorio titolo Nulla d'importante, nel quale spiegava che l'arrivo al
potere dei socialisti non cambiava fondamentalmente nulla.
Nel 1948 cominciò a scrivere La Technique ou l'enjeu du siècle, che
terminò due anni più tardi (ma, rifiutato dagli editori, fu pubblicato solo nel
1954!). Jean-Claude Guillebaud 22 racconta che ai suoi congiunti mostrasse a
volte un foglio da lui firmato subito dopo la guerra: si trattava del progetto,
estremamente preciso, dell'opera in quarantacinque titoli che contava di
redigere. Da allora, vi si dedicava ogni mattino all'alba, scrivendo dalle sei
alle otto ore prima di cominciare la sua giornata di lavoro…
Indubbiamente il futuro isolamento e il fatto che occupò sempre un posto
marginale nel dibattito intellettuale hanno a che vedere col rifiuto della
politica: in quegli anni del dopoguerra in cui tutta l'intellighenzia francese è
quasi interamente sotto l'influenza del PC (fatta eccezione per André Breton e
qualche raro libero pensatore), Ellul si dichiara agli opposti del comunismo.
Eppure, a differenza della maggior parte dei comunisti, aveva letto tutto Marx
(anzi, lo aveva insegnato per più di trent'anni!), e fino alla fine dei suoi giorni
pensò che il marxismo offrisse il miglior metodo d'interpretazione degli
ultimi due secoli. Ma il processo di Mosca e soprattutto due esperienze
estremamente concrete: il comportamento dei comunisti spagnoli contro gli
anarchici e i militanti del partito antifascista (il Poum) durante la guerra di
Spagna, così come l'azione dei partigiani comunisti contro i partigiani non
comunisti nel 1944, lo fecero «allontanare radicalmente dal comunismo».
Affermò di non avere mai capito «coloro che avevano aspettato fino al 1968
per aprire gli occhi e vedere ciò che era il comunismo, qualsiasi comunismo
(e non lo "stalinismo"), in azione e applicazione». Per lui non c'era dubbio:
«Il comunismo è una radicale corruzione interna dell'uomo» 23.
L'esistenzialismo non ha miglior fortuna con lui: le aberrazioni politiche
di Sartre, che attaccò duramente nei suoi scritti, gli sembravano il colmo
dell'incongruenza. In effetti, un solo movimento lo attirò veramente, il
situazionismo del 1961-1962. «Avevo avuto contatti molto amichevoli con
Guy Debord, e un giorno gli posi molto chiaramente la domanda: "Potrei
aderire al vostro movimento e lavorare con voi?". Mi rispose che ne avrebbe
parlato coi suoi compagni» 24. Non ne fu niente, e se ne vedrà il motivo in
seguito. Debord, tuttavia, trovò «eccellente» il suo libro Propagandes
pubblicato nel 1962 25.
Maggio 1968: si trovò subito d'accordo con le rivendicazioni
studentesche. Primo perché, giustamente, conosceva bene il situazionismo dal
quale il Maggio '68 prendeva i propri slogan e il proprio stile. Secondo
perché da tanto tempo sognava un insegnamento che non si accontentasse di
impartire conoscenze, ma che formasse gli studenti all'esercizio di una critica
fondamentale di quelle conoscenze, così come del mondo e della vita:
«Allora le ideologie giustificatrici e i poteri (quali che siano) sarebbero
incessabilmente messi in questione, non per essere demoliti, ma affinché
l'uomo possa esercitare la propria libertà» 26. Sarebbe la rivoluzione
permanente… Sfortunatamente, «tutto andò a monte quando pretesero di fare
"la Rivoluzione"! Rovesciare de Gaulle, lanciare avanti la classe operaia,
come se al giorno d'oggi si potesse fare una rivoluzione con le barricate per
strada, conservando lo stile del 1948 o del 1917! Gli studenti hanno confuso
la possibile rivoluzione settoriale con la rivoluzione in sé». Pertanto si oppose
al movimento, «poiché andava incontro a un evidente fallimento» 27.
Anarchico? Sì: non solo affermava che il solo ambiente in cui si trovava
«perfettamente a proprio agio» era quello anarchico, quello dei non violenti,
degli obiettori di coscienza, degli ecologisti e di alcuni gruppi della CFDT,
ma nonostante non credesse alla possibilità di una società anarchica ideale
che funzionasse senza organizzazione né poteri 28, «considerava l'anarchia la
più completa e seria forma di socialismo» 29: una volta scartato l'anarchismo
dei bombaroli, si trovava d'accordo con un anarchismo «molto prossimo a
Bakunin»: «Pacifista, antinazionalista, anticapitalista, morale,
antidemocratico (cioè ostile alla falsa democrazia degli Stati borghesi), che
agisca attraverso mezzi di persuasione, la creazione di piccoli gruppi e di reti,
che denunci le menzogne e le oppressioni, con l'obiettivo del reale
rovesciamento di qualsiasi autorità, la presa di parola dell'uomo di base e
l'auto-organizzazione» 30.
Lo si vede, l'uomo è al di fuori di tutte le cricche ideologiche ben avviate
e tiene alla propria libertà più che a tutto. Ciò si paga: Ellul non fu profeta in
patria. Eppure, come dice Patrick Chastenet, uno dei maggiori specialisti e
divulgatori del suo pensiero: «Pioniere nell'ecologia politica, Ellul ideò il
contratto naturale prima di Michel Serres. Specialista nella propaganda,
aveva scoperto, prima di Pierre Bourdieu, che l'opinione pubblica non esiste.
Denunciò l'odio di sé terzomondista prima di Pascal Bruckner. Permise a
Ivan Illich di concepire le nozioni di soglia di sviluppo e austerità conviviale
[…]. Condusse una critica alla società moderna che prefigurava le principali
tesi di Jean Baudrillard e anticipò ampiamente la mediologia cara a Régis
Debray» 31. Se numerosi autori non rinunciarono a ispirarsi ai suoi studi,
dimenticarono però spesso di citarlo. La sua opera fu presa più seriamente
negli Stati Uniti. Il suo libro fondatore, La Technique ou l'enjeu du siècle,
apparve in America nel 1962, dodici anni dopo essere stata scritta. «E si
scopre che vi avevo esattamente descritto ciò che la società americana degli
anni Sessanta sarebbe stata […]. Quando il mio libro venne pubblicato negli
Stati Uniti, combaciava perfettamente con la situazione e, siccome nessuno
aveva ancora compiuto un'analisi del genere, la gente vi riconosceva il libro
che spiegava veramente ciò che stava vivendo da qualche anno. Fu ciò che ne
decretò il successo» 32. Durante gli anni Sessanta e Settanta, divenne molto
popolare nelle università americane, dove vennero scritte numerosissime tesi
sul suo lavoro. Ancora oggi, è a Wheaton, in Illinois, e non in Francia, che si
trova il fondo Ellul più consistente (manoscritti, articoli, tesi, libri, ecc.).
Per lui, questo aspetto profetico era sorprendente: «Vedo il reale, e nel
reale riesco a distinguere i fatti dominanti, le tendenze del futuro, e ne traggo
le conseguenze». Ma non si considerava un profeta. Esploratore, piuttosto,
che fa sì che si rifletta prima che sia troppo tardi, «realista prima degli altri»:
«Ho sempre scritto o parlato, da quarant'anni», affermava in un libro di
colloqui apparso nel 1981, «prevedendo ciò che sarebbe potuto avvenire, per
avvisare gli altri su ciò che rischiava di accadere. Avrei voluto che si fosse
preso tutto ciò abbastanza sul serio da fare in modo che l'uomo facesse
veramente la propria storia, invece di essere trascinato dagli avvenimenti,
dalla forza delle cose. Ciò che si è verificato ha confermato, quasi sempre e
quasi in tutti i campi, ciò che avevo previsto. Ora, non posso gioirne né
esserne orgoglioso, perché scrivevo per evitare che ciò si verificasse!» 33.

***

Molto presto, Ellul disse di no. No a quella società occidentale che si


lasciava ipnotizzare dal mito del progresso quando egli non vi vedeva altro
che una vittima del regresso e della negazione dell'uomo. E no al potere.
Dopo la guerra gli venne proposto di diventare prefetto del Nord, ma rifiutò.
Nel 1959, una delegazione socialista e comunista gli chiese di capeggiare una
lista d'opposizione al sindaco uscente di Pessac. Accettò a condizione di poter
scegliere liberamente un terzo della lista tra personalità indipendenti, richiesta
chiaramente rifiutata, cosa che gli permise di ritirarsi. Gli venne offerto anche
il posto di preside all'università: un altro rifiuto.
Ma non sfuggiva all'azione. Se il suo percorso fu innanzitutto quello di un
intellettuale che non smise di insegnare (presso la facoltà di Diritto e l'Istituto
di Studi Politici di Bordeaux) e di scrivere (in tutto una cinquantina di libri
tradotti in otto lingue, tra i quali una Histoire des instituitons in più volumi
sulla quale hanno sgobbato generazioni di studenti), badò a non rimanere
puro spirito. Dopo l'impegno col gruppo Esprit, la Resistenza, il municipio di
Bordeaux, alla fine degli anni Cinquanta istituì con un amico un'associazione
per la prevenzione della delinquenza giovanile e se ne occupò attivamente per
più di una ventina d'anni. Vi si recava tutte le domeniche nel pomeriggio, si
serviva della sua eminente posizione a Pessac per smussare gli angoli con la
polizia e la procura, diede vita a una federazione di associazioni simili in
Gironda, poi a una struttura nazionale… nei suoi scritti teorici, aveva
mostrato come la società tecnologica, per il rigore della sua strutturazione,
emargini sempre più l'individuo: in quel modo, andava incontro a quegli
esclusi, tentava di aiutarli a formarsi, attraverso i loro mezzi e nel loro
ambiente, una personalità che gli permettesse di superare i loro conflitti» 34.
Per lui, essi erano il segno che «la nostra società non può continuare così».
Ebbe modo di scoprire con spavento le violenza dell'amministrazione e della
giustizia, e divenne «molto più sensibile alla violenza sociale che alla
violenza individuale dei giovani». Considerava indispensabile il
coinvolgimento sociale dell'intellettuale: «certo non è il fai-da-te individuale»
che cambierà la società, ma «non bisogna dimenticare che più una società è
potente, organizzata, rapida, totale, più è fragile e non regge granelli di
sabbia! Non facciamo altro che mettere granelli di sabbia». Ne è sicuro:
un'amicizia disinteressata, vera, «senza secondi fini, senza moralismi, in cui
si accetta l'altro senza giudizi», costituisce «l'attacco più radicale» che possa
essere portato alla società tecnologica che scommette solo sull'efficienza 35.
Altro impegno assunto alla fine degli anni Settanta: la lotta contro il
progetto di pianificazione che, col pretesto di preservarla, voleva trasformare
la costa d'Aquitania in una nuova Costa Azzurra altrettanto terribilmente
ricoperta di calcestruzzo. Con l'amico Charbonneau, al quale succedette alla
presidenza del comitato di difesa, mobilitò la gente del luogo contro la
MIACA (Commissione interministeriale di pianificazione della costa di
Aquitania), e la portò a costituire gruppi locali in grado di sventare i piani
solitamente segreti dei pianificatori, tentò di convincere i tre sindacati di
ostricoltori del bacino dell'Arcachon a lavorare insieme, moltiplicò i processi,
provò a disilludere le amministrazioni comunali abbagliate dai fiumi di
denaro promesso, e soprattutto lottò contro una concezione del turista-
sovrano davanti alla quale la regione avrebbe dovuto srotolare il tappeto
rosso: «Contestiamo il genere di vacanza in cui ci si reca al mare o in
montagna, per quindici giorni si va in barca o si scia, e poi si va via».
Piuttosto delle infrastrutture pesanti, quelle leggere come i campeggi,
piuttosto dei complessi immobiliari, gli agriturismi, e soprattutto niente
strade: «La prima volta che contestai le strade davanti a un areopago di
specialisti della MIACA, uno di loro mi disse: "Quindi lei è per un turismo
aristocratico e contro un turismo democratico". È molto significativo!
Camminare è aristocratico; andare in macchina, democratico» 36.
Come abbiamo visto, il nostro non era un intellettuale che rimaneva
chiuso nel proprio ufficio, né prigioniero della propria poltrona o delle
proprie idee generali. Alla fine della sua vita, ringraziò la moglie di avergli
detto un giorno, negli anni della loro giovinezza: «Ma insomma, non ti rendi
conto che se continui così non sarai mai altro che un topo di biblioteca!». «Io
le risposi che non vedevo cos'altro potessi essere, e lei mi disse: "Ma bisogna
vivere!". Rimasi disorientato perché non sapevo cosa volesse dire, vivere. E
questo è in fondo ciò che ho imparato con lei. Ho imparato a vivere. Vale a
dire, le relazioni con gli altri. Non voglio dire che prima di conoscerla fossi
insensibile a piaceri estremamente semplici, ma lei mi ha insegnato ad
assaporare le cose. Mi ha insegnato ad ascoltare. Questo non lo sapevo fare, è
vero, perché ero un insegnante di natura, cioè un uomo che parla e non
ascolta» 37. Durante tutta la sua vita di insegnante, e anche una volta in
pensione, la sua casa fu sempre aperta, e molti furono gli studenti che
andavano a cercarvi dibattiti appassionati, scontri d'idee e prese di coscienza.
Da parte sua, egli vi trovava materiale problematico. Sempre all'ascolto,
cercava di cogliere le loro preoccupazioni, di capire le loro domande, le loro
obiezioni. «Questo ha contato moltissimo nello sviluppo dalla mia riflessione.
Cerco di essere totalmente aperto per cogliere tutto ciò che viene detto, e che
mi informa sulla realtà dell'uomo attuale. Inoltre, ovviamente, cerco di
trovare ciò che può condurre a una risposta» 38.
L'intellettuale Ellul è ancora più complesso di quanto possa sembrare. A
17 anni ebbe un'illuminazione mistica, tre o quattro ore di estasi sulle quali fu
sempre molto riservato (bisogna tacere ciò di cui non si può parlare!), e che
lo spaventarono: i cinque anni seguenti furono caratterizzati da una «pazza
fuga». Poi si arrese all'evidenza: credeva in Dio. Rimase credente fino alla
fine dei suoi giorni. Ma ecco che poco dopo lesse Marx! Dilaniato da Marx
da una parte e Dio dall'altra, si sentiva incapace di rifiutare uno o l'altro:
«Cominciai allora a essere straziato tra i due e lo fui per tutto il resto della
mia vita» 39. Non smise mai di interrogare la sua fede cristiana, protestante
per la precisione. La sua opera offre quindi due registri, libri sociologici da
un lato, libri teologici dall'altro. Sebbene abbia «sempre pensato che doveva
esserci una relazione dialettica» tra i due aspetti, affermò di aver condotto i
propri studi socio-politici indipendentemente dalle prese di posizione
teologiche. Ciò non gli impedì di venire catalogato come «pensatore
cristiano», il che sicuramente contribuì a screditarlo in quanto intellettuale,
poiché tutte le credenze religiose all'epoca venivano viste come
necessariamente oscurantiste. Del resto fu perché era cristiano che Debord gli
chiuse educatamente la porta in faccia. Oggi non arriviamo più a ukase di
questo tipo: non è la fede a rendere il pensiero di un individuo schiavo e
insussistente! Al contrario, per me, agnostico, è importante capire quale fosse
la fede di Ellul, in quale Dio credesse, come in lui lo studio della tecnica si
articolasse col protestantesimo. Si vedrà come anche in questo ambito Ellul,
che aveva alte responsabilità all'interno della Chiesa Riformata, fu un
iconoclasta, indispettendo gli amici protestanti «al punto da venire
considerato da loro inclassificabile, costantemente critico ed emarginato» 40.
Ellul ebbe il torto di rimanere in provincia. Di dichiarare a voce alta il
proprio anticomunismo in un'epoca in cui non si usava più. Di ostentare la
propria fede (cosa sempre mal vista). Di richiamarsi all'anarchismo. E
soprattutto di filtrare la tecnica al tritatutto del suo pensiero critico. Tutto ciò
lo ha fatto etichettare come primario oppositore della tecnologia, nemico del
progresso, terribile retrogrado. E questo, l'epoca non lo tollera!
2.
BREVE STORIA DELLA TECNICA DALLE ORIGINI AI NOSTRI
GIORNI

Nei libri per bambini la tecnica sembra sapere dove sta andando. I loro
autori enumerano i progressi di questa come fossero ineluttabili, dai primordi
dell'umanità, l'invenzione della televisione, di Internet e della Play Station.
Tre milioni di anni fa, raccontano, i nostri lontani progenitori abbandonarono
l'ordine dei primati mettendosi a fabbricare «rudimentali strumenti».
All'improvviso, marcando così la conquista, alcuni Australopitechi vennero
chiamati per la prima volta uomini: Homo habilis, «uomo abile». Col passare
delle generazioni perfezionarono quelle «semplici selci scalfite» che
servivano loro soprattutto per fare a pezzi la carne. L'uomo caccia, la donna
raccoglie, per lunghi e lenti milioni di anni.
All'incirca quattrocentomila anni fa, l'uomo imparò a gestire il fuoco (e
più o meno nello stesso momento iniziò a utilizzare un linguaggio articolato).
Sforzo enorme, del quale si accontentò per qualche centinaia di migliaia
d'anni a seguire, visto che il suo cammino progrediva senza fretta. Solo
cinquantamila anni fa fece la propria comparsa l'Homo sapiens, l'«uomo
sapiente». Ci assomigliava in tutto: stessa scatola cranica, stesso numero di
neuroni, stessa capacità sensoriale e muscolare. Eppure, per quattromila anni,
non fece grandi cose: dipinse le grotte di Lascaux, continuò a raccogliere e
cacciare con armi di pietra levigata, sempre vestito di pelli di animali,
vivendo in piccoli gruppi e sempre nomade. Chi scrive libri di storia, tratta
rapidamente questo lungo periodo, quasi ne fosse imbarazzato. Furono in
effetti anni di estrema oziosità. Di stagnazione, dicono. Le prede erano
abbondanti. L'Homo sapiens dedicava poche ore al giorno ad assicurarsi la
sussistenza. Che cosa fece, dunque, durante quelle decine di millenni? Perché
non inventò assolutamente nulla? Né la ruota, né la polvere da sparo, né il
CAC 40? Era così fannullone? Perché questa totale mancanza di iniziativa?
Aveva qualche esitazione? E come diavolo ha fatto a raggiungere la
perfezione artistica di Lascaux? Il mito dell'età dell'oro, si dice risalga a
questi anni di avventura e ozio… Tecnicamente parlando, noi autori 41 siamo
sconfortati da questo «decollo estremamente lento». In quell'epoca,
sottolineava Ellul, l'uomo era immerso in una natura onnipotente, sulla quale
non aveva alcun dominio. Il grande cambiamento che stava per verificarsi era
il passaggio dall'ambiente naturale a quello sociale. La popolazione crebbe,
aumentò la densità, l'Homo sapiens aveva maggiori capacità d'intervento
sull'ambiente naturale: «Cominciò allora la lunga storia in cui l'uomo passò
da un atteggiamento difensivo nei confronti di questo ambiente al suo
utilizzo, alla sua padronanza, fino al dominio totale» 42.
La prima grande rivoluzione si verificò solo in tempi recenti, circa
ottomila anni fa: l'Homo sapiens passò all'agricoltura. Il pianeta si era
raffreddato, si era passati alla stanzialità e c'erano già quattro milioni di
individui a popolare la terra. I cacciatori-raccoglitori divennero poco a poco
sedentari trasformandosi in agricoltori e allevatori. Mentre la schiacciante
maggioranza delle pitture giunteci dal Paleolitico rappresentano scene
animali, queste scomparvero durante il Neolitico, sostituite da figure umane,
immagini di utensili e armi. Gli animali, al contempo fonte di sussistenza e
minaccia, passarono quindi in secondo piano: «Il gruppo umano (poiché in
linea di massima si tratta di rappresentazioni di gruppo) era divenuto per il
disegnatore l'evidenza primaria: era innanzitutto questo che lo circondava e
andava formando poco a poco il suo nuovo ambiente, ancora fragile e
minacciato» 43. Gli agricoltori-allevatori cominciarono a costruire, ciascuno
vicino al proprio campo, case in cui immagazzinavano riserve di cibo. Ed
ecco la proprietà. Siccome i beni suscitavano bramosie, decisero di radunarsi
uno vicino all'altro per formare gruppi di case che circondarono con mura.
Presto seguì l'avvento delle città, degli eserciti, dei regni e delle guerre.
Ed ecco che con l'agricoltura la tecnica sfuggì al controllo. L'uomo mise a
punto tecniche di irrigazione, la zappa e l'aratro, cominciò a produrre tessuti,
addomesticò i buoi, inventò la metallurgia. Passò dall'età del bronzo (3000
a.C.) all'età del ferro (1300 a.C), imparò a conservare gli alimenti
affumicandoli e salandoli, a cuocere orci, giare e ciotole, costruì mulini e
torchi. «Libero dalle preoccupazioni quotidiane», dicono i manuali, potè, alla
fine, «dedicarsi a inventare nuove macchine, altri apparecchi per migliorare le
sorti dei suoi simili». In effetti, i tempi del grande ozio erano finiti ed erano
arrivati quelli della fatica e del sudore della fronte.
Ellul aveva rilevato una significativa dimenticanza in questo modo di
raccontare la storia: la magia. In effetti la tecnica si è sviluppata secondo due
vie distinte, una che deriva dal vedere, concreta, l'altra che deriva dallo
spirituale: «Nell'ambito spirituale, la magia presenta tutti i caratteri di una
tecnica, è mediatrice, cioè serve da intermediario tra la "potenza" e l'uomo,
esattamente come la tecnica funge da intermediario tra la materia e l'uomo;
essa tende all'efficacia nel proprio ambito, poiché tende a sottomettere la
potenza degli dei all'uomo e a ottenere un dato risultato». Per giungere a ciò,
utilizza tutto un insieme di riti, incantesimi e processi che, una volta stabiliti,
non variano più: al contrario della tecnica, la magia non avanza. E siccome
costituisce un sistema «in cui tutto si regge reciprocamente, tutto dipende da
tutto, e di conseguenza dove non si può toccare, modificare nulla senza
attentare all'insieme di credenze e azioni», essa non può venire sradicata dalla
propria terra d'origine né superare la cerchia sociale o etnica nella quale è
nata, contrariamente alla tecnica, che, invece, si muove. Perché la magia
viene completamente passata sotto silenzio nella storia della tecnica? Perché
«siamo posseduti dal materialismo» e perché la magia ci sembra oggi ridicola
e arcaica. Ma anche perché non vogliamo ammettere che alcune delle nostre
tecniche «si ricollegano all'enorme corrente delle tecniche magiche» 44.
Potremo constatarlo: «Anche in questo campo, la nostra epoca ha acquisito
una schiacciante superiorità e le sue tecniche magiche sono diventate
veramente efficaci».
Ma proseguiamo la storia. Eccoci in Grecia e a Roma: curiosamente, le
due grandi civiltà antiche brillano ancora oggi per un'intensa vivacità
intellettuale (la filosofia, Platone, Aristotele, la democrazia presso i Greci; il
diritto, l'amministrazione presso i Romani), ma essi non realizzarono grandi
progressi tecnici. Certo, ci fu Archimede. Si sa, quando non gridava eureka
facendo il bagno, il sapiente greco (morto nel 212 a.C.), inventava la spirale
infinita, la puleggia mobile, costruiva catapulte per difendere Siracusa e
infiammava le navi nemiche con specchi incendiari. Ma egli considerava
queste invenzioni passatempi di scarso valore se paragonati alle ricerche
teoriche in geometria (precisazione che i manuali si guardano bene dal
riportare) 45. Da parte loro, i Romani costruirono strade, anfiteatri e
acquedotti (ispirandosi all'Oriente per quanto riguarda la lavorazione dell'oro
e dell'argento, l'arte vetraria, le navi, ecc.), ma non apportarono innovazioni
tecnologiche maggiori. Come spiegare ciò? I manuali affermano: «Molti
storici attribuiscono la causa di questo ritardo tecnologico alla pratica della
schiavitù: Greci e Romani non sentivano il bisogno di innovare. Perché,
effettivamente, facilitare il compito a una manodopera così economica?» 46.
Ma Ellul fece notare che quando l'Impero romano crollò sotto le invasioni
barbariche e il cristianesimo trionfò, gli schiavi vennero liberati ma questo
non apportò progressi tecnici: il Medioevo non brilla certo per inventiva.
Richiamarsi alla schiavitù per dar ragione della stagnazione tecnica in epoca
antica costituisce quindi «una di quelle facili spiegazioni, sorprendenti e
assolutamente antistoriche comuni a coloro che usano giustificare le teorie».
Infatti, non solo grandi progressi tecnici vennero realizzati presso civiltà che
praticavano la schiavitù, come in Egitto, ma «lo schiavo rappresentava un
capitale che non si era interessati a perdere, a utilizzare a sproposito, e se si
poteva rendere il suo lavoro più efficace e meno faticoso, il padrone aveva
tutto l'interesse a badarvi, come dimostrava il vecchio Catone». Se i Greci
separarono quasi completamente scienza e tecnica, approfondendo l'una e
trascurando l'altra, non fu solo perché gli schiavi svolgevano tutti i lavori
subalterni, ma perché non si fidavano della tecnica, a causa del suo «aspetto
di dominazione o di esagerazione». D'altronde, il progresso tecnico era
oggetto di derisione presso gli autori comici greci, che trovavano esilarante
immaginare un mondo in cui i fiumi portavano vino e salse, gli alberi davano
uccelli arrosto, le cucine preparavano da sole i pasti. Anche l'idea di una
lavastoviglie li faceva piegare in due dalle risa 47! All'epoca di Pericle,
«culmine di civiltà e intelligenza», «la preoccupazione era l'equilibrio,
l'armonia, la misura», e solo la più modesta tecnica aveva diritto di
cittadinanza. Se Ellul insisteva su questo punto, era per ricordare che l'uomo
non è sempre stato ipnotizzato dalla tecnica e che ne faceva un uso ragionato:
se ciò era possibile in passato, potrebbe verificarsi di nuovo…
Con la sua fama di oscurità, arrivò il Medioevo, che si fa
convenzionalmente iniziare con la fine dell'Impero romano d'Occidente, nel
476. Grandi invasioni, massacri, epidemie, frazionamenti: l'Europa piombò
nelle tenebre, e «furono altri popoli», secondo gli storici, «ad apportare il
proprio contributo al progresso tecnologico». Gli Arabi inventarono l'algebra,
la nafta (derivato infiammabile del petrolio), eccelsero nella sintesi di
coloranti e nella produzione di tessuti di qualità, e misero a punto la vela
triangolare, detta latina, la prima a sfruttare il vento sui due lati, aumentando
notevolmente la velocità delle imbarcazioni. I Cinesi inventarono la carta, gli
altiforni, la bussola, la polvere da sparo. In Europa, il nulla o quasi. Eppure, il
cristianissimo Medioevo, durante il quale l'uomo fu credente come mai
prima, avrebbe dovuto essere un periodo di favoloso progresso. Spesso, in
effetti, si dice che l'attuale supremazia tecnologica dell'Occidente deve molto
al cristianesimo: quest'ultimo avrebbe desacralizzato la natura di cui gli
antichi avevano un sacro terrore e, poiché il Dio dei cristiani avrebbe
assegnato all'uomo il compito di sottometterla, lo avrebbe lanciato alla sua
conquista. Secondo Ellul, invece, il cristianesimo pose grandi ostacoli al
progresso: nel Medioevo il disprezzo del denaro e della vita terrena erano la
regola, tutti erano convinti che il mondo sarebbe presto finito e che era
meglio occuparsi della propria salvezza. La Chiesa sceglieva
meticolosamente tra le varie tecniche, accettando come legittime alcune (il
mulino ad acqua diffuso dai monaci cistercensi) e rifiutandone altre.
Ma ecco che, con un colpo di scena, arrivò il XVIII secolo: fu allora che
apparve all'improvviso, «in tutto il paese e in tutti i campi di attività, il
progresso tecnico in tutto il suo splendore». Non si trattava semplicemente di
una rivoluzione industriale. Certo, la macchina aveva fatto il suo arrivo e nel
giro di poco tempo regnava padrona, ma non si riduceva tutto a questo. Lo
Stato razionalizzò i propri sistemi, le gerarchie, gli archivi. Con il Codice
Napoleonico il diritto fece sparire il costume. «Questa grande opera di
razionalizzazione, unificazione, chiarificazione interessò tutto: l'istituzione
delle regole di bilancio e l'organizzazione fiscale, i pesi e le misure, il
tracciato delle strade. Ecco l'opera tecnica» 48. Da non ridurre, quindi, al solo
impiego del carbone e del vapore. Perché tutte queste invenzioni scaturirono
nella seconda metà del XVIII secolo, e soprattutto, perché furono applicate su
larga scala? Anche i Greci avevano inventato macchine utili, Leonardo da
Vinci da solo ne aveva inventate una quantità, dalla sveglia all'aspatore per la
seta, passando per la nave a doppio scafo: ma tutte queste cose non erano
penetrate massicciamente nel campo dell'applicazione pratica. Per Ellul, il
progresso scientifico non spiega tutto. Né la filosofia dei Lumi. Secondo
Ellul, l'ottimismo che pervase il XVIII secolo creò un clima che diede forza a
diversi fenomeni: l'espansione demografica; l'esistenza di un vigoroso
ambiente economico; e soprattutto la scomparsa dei tabù («non bisogna
toccare l'ordine naturale»: questa convinzione radicata nella mentalità
popolare si sgretolò, scomparve lasciando campo libero alla tecnica
sacrilega); così come la scomparsa dei gruppi naturali: famiglie, corporazioni,
gruppi d'interesse collettivo come l'Università, il Parlamento, le confraternite,
poiché, offrendo all'individuo sostegno, protezione e sicurezza, erano
d'ostacolo alla diffusione dell'invenzione tecnica, dato che l'uomo è
«refrattario alle innovazioni tecniche nella misura in cui vive in un ambiente
equilibrato, anche se materialmente povero» 49.
Ecco però che col 1789 tutto cambiò – almeno in Francia. L'ordine che
sembrava naturale scomparve. Il re venne ghigliottinato, le gerarchie
crollarono. Il clero perse tutto il proprio potere. Le leggi su divorzio,
successione, autorità paterna fecero vacillare la famiglia. Emerse allora,
liberato dalla tutela del gruppo, l'individuo libero, autonomo e responsabile. Il
prezzo da pagare era che, in questa società ormai atomizzata, gli enormi
spostamenti umani necessari alla tecnica moderna erano ormai possibili.
L'uomo venne strappato al proprio ambiente e alle proprie relazioni,
ammassato in alloggi insalubri; l'insieme di tutti questi elementi creò «una
nuova condizione umana in un nuovo ambiente (troppo spesso si dimentica
che la condizione proletaria è una creazione della meccanizzazione
industriale)». Tutto ciò «è possibile a condizione che l'uomo sia un elemento
rigorosamente isolato, solo quando non esistano più una famiglia e un
ambiente che possano resistere alla pressione del potere economico, alla sua
seduzione e alle sue condizioni» 50. Ellul, pur non provando alcuna nostalgia
monarchica, vedeva nella rivoluzione del 1789, più che una grande conquista
di libertà, l'emergere delle condizioni che avrebbero permesso nuove
alienazioni: la plasticità sociale, le folle malleabili, l'individuo solo di fronte
allo Stato costituiscono l'ambiente più favorevole al progresso tecnico.
Certo, i proletari, prime vittime del progresso, recalcitravano: si possono
ricordare i famosi luddisti, i distruttori di macchinari che seminarono il
panico nei laboratori tessili del Nord-Est dell'Inghilterra intorno al 1812.
Sotto la guida del misterioso (indubbiamente immaginario) «Generale
dell'esercito dei giustizieri», Ned Ludd, distrussero migliaia di «odiose
filatrici meccaniche», che accusavano di diffondere il lavoro infantile,
rendere inutile l'apprendistato, trasformare i liberi artigiani in salariati
intercambiabili e sottopagati. Non era quindi solo il progresso tecnico che i
luddisti combattevano, come comunemente si crede, ma soprattutto il modo
in cui esso irrompeva nelle loro vite, senza freni né controllo, senza che si
tenesse in considerazione il loro stile di vita, la libertà dell'artigiano di andare
e venire a proprio piacimento, il piacere di un lavoro ben fatto. La macchina
imponeva loro la sottomissione. Ferocemente perseguitati (si levò contro di
essi un esercito di 14.000 soldati), i luddisti furono annientati dopo che
quattordici di loro vennero impiccati, e altrettanti mandati in galera. Gli
operai tuttavia rivendicarono a lungo la soppressione della meccanizzazione.
Fu Marx, disse Ellul, che riuscì a convertirli al progresso tecnico:
quest'ultimo, assicurava Ellul, avrebbe liberato la classe operaia e questo
avrebbe portato inevitabilmente al crollo della classe borghese e del
capitalismo. Il proletario non era vittima delle macchine, ma dei loro padroni,
e sarebbe venuto il radioso giorno in cui se ne sarebbe impadronito…
Intanto, fino al 1914, il progresso tecnico generò tali meraviglie (luce
elettrica, telegrafo, telefono, aviazione, motore a benzina, bicicletta, ecc.) e
sparse tali benefici in tutti i campi (città, trasporti, abitazioni, medicina, ecc.),
che tutti, Stato e individui, borghesi e classe operaia, vi si convertirono
cantandone le lodi. Solo Kierkegaard e qualche emarginato andavano
controcorrente.
Due guerre mondiali e la bomba atomica raffreddarono un po' gli
entusiasmi nei confronti della tecnica, ma era troppo tardi: questa ormai era
diventata «un vero ambiente per l'uomo, con le sue caratteristiche: ciò che
permette all'uomo di vivere e ciò che lo mette in pericolo, ciò che gli è
immediato e mediatizza tutto il resto» 51.
Ciò gli permette di vivere? «L'uomo moderno è totalmente incapace di
vivere senza la propria immensa apparecchiatura di protesi tecniche». La cosa
è talmente evidente (dal frigo agli antibiotici passando per l'auto) che non
starò qui a farne l'elenco. Ciò lo mette in pericolo? Nucleare, mucca pazza,
effetto serra, anche qui la lista è lunga. Un ambiente immediato? Sarà
sufficiente che il lettore si guardi intorno: «Basta che allunghi la mano e
troverà un oggetto tecnico, a casa, per la strada, nei luoghi pubblici. Il
relazionamento è immediato, senza schermo, distanza, riflessione, presa di
coscienza. Questo ambiente è ovvio come lo furono le foreste, i torrenti, le
montagne, e poi i rappresentanti del potere, i riti, i miti, gli imperativi sociali,
la famiglia…» 52. Questo nuovo ambiente tecnico comportò la progressiva
sparizione dei due ambienti preesistenti: «Chiaramente "natura" e "società"
continuano a esistere, ma private del potere, senza determinazione
sull'avvenire dell'uomo». Siamo ormai quasi separati dalla natura, e la società
rimane in secondo piano, primo perché la tecnica forma una «cortina di
mezzi» intorno a ciascuno di noi (televisione, cinema, telefono, Internet),
secondo perché la tecnica impone ovunque la propria legge, anche a colui che
dovrebbe avere il potere, l'uomo politico: «Tutte le sue decisioni sono dettate
esclusivamente dalla necessità dello sviluppo tecnico» 53.
La natura. La società. La tecnica. Ecco dunque, secondo Ellul, le tre età
dell'umanità. I tre ambienti nei quali si è evoluta. La tesi è forte: suppone che
viviamo ancora nel turbine di uno sconvolgimento, il passaggio alla tecnica
avvenuto duecento anni fa. Sconvolgimento tanto radicale che la storia
umana ne ha conosciuto solo uno di pari ampiezza, il passaggio dal
Paleolitico al Neolitico (dalla «natura» alla «società»), ottomila anni prima di
Cristo. Non ci resta che esaminare questo nuovissimo ambiente sul quale
abbiamo appena iniziato ad affacciarci…
Parte seconda

VENTI IDEE FORTI SULLA TECNICA


1.
IL CAVATAPPI NON È IL NEMICO
La tecnica ha recentemente cambiato natura
e costituisce ormai un sistema

No, il cavatappi non è il nemico. Né lo sono il frigo o l'auto. O il


computer. Internet. La televisione. Gli antibiotici. In breve, tutti gli strumenti,
le apparecchiature, le macchine, le invenzioni che costituiscono il nostro
ambiente quotidiano. Jacques Ellul lo aveva detto e ripetuto, non era contro la
Tecnica: non avrebbe avuto senso. «Sarebbe assurdo quanto dire che mi
oppongo a una valanga di neve o a un tumore. È infantile dire che si è "contro
la tecnica"» 54. No, non voleva abolire l'elettricità, le ferrovie e tornare al
Medioevo. Voleva semplicemente pensare «la Tecnica». A coloro che
pensano che la Tecnica non esista, che esistano solo delle tecniche, risponde:
«Realismo superficiale ed evidente mancanza di sistematizzazione» 55. Non è
perché non si è mai visto «il cane», ma solo spaniel, danesi e maltesi, che «il
cane» non ha significato: «La Tecnica in quanto concetto permette di capire
un insieme di fenomeni che rimangono invisibili collocandosi a livello
dell'evidenza percepibile delle tecniche» 56. Certo, ciò significa
allontanarsene un poco, prendere le distanze. Il che si rivela sempre più
difficile: siamo immersi in un mondo sempre più tecnicizzato, e non solo
assentiamo a ciò, ma vi aderiamo con fervore: basta vedere la foga con cui
circa 37 milioni di Francesi si sono lanciati sul telefono cellulare, prima
ancora che i rischi fossero effettivamente stati identificati. Noi crediamo nella
tecnica, le siamo devoti. I grandi sacerdoti di questa nuova religione sono
scienziati e tecnici, ma anche i proprietari delle grandi aziende e i politici che
ostentano tutta la loro fiducia nella scienza e nella tecnica.
Ellul non condivide questa fiducia: «Vedo lo Stato moderno, la
burocrazia, il denaro, la Tecnica. Sono quel che sono. Semplicemente mi
rifiuto di crederci. Bastano a se stessi – sebbene sollecitino senza posa il mio
consenso, e al limite la mia adorazione. Li lascio alla loro esistenza e non
credo né al loro valore, né alla loro bontà, né alla loro verità, né alla loro
utilità, né alla loro gratuità… Che si accontentino di esistere, anche se non
vorrei, ma so di non potermene disfare» 57. Avendo posto davanti a sé
l'oggetto del proprio studio in questi termini, con una certa sfiducia, si
permette di porre domande che sembrerebbero aberranti o stupide a noi,
immersi nella religione tecnica. Per esempio: si deve proseguire lo sviluppo
tecnico? Per l'assoluta maggioranza di noi la questione non si pone nemmeno,
dato che la risposta è sì.
Ma di cosa parla quando parla di Tecnica?
Partiamo da un esempio, l'automobile di oggi. Di per sé, un'esplosione su
ruote: riuscire a spingere a grande velocità cinque felicissimi passeggeri
grazie a un motore a quattro tempi che funziona a colpi di scintille che
accendono un gas esplosivo ricavato da catrame appiccicoso vecchio di
decine di milioni di anni, chi non applaudirebbe? I passeggeri della Marie-
Jeanne, la locomotiva adatta a lunghi percorsi di 28 tonnellate che nel 1879
andava a spasso tra i Pirenei sfiorando i 10 km/h, rimarrebbero sicuramente
sbalorditi. E anche noi lo siamo: la Jaguar E blu metallizzato del 1963 non è
forse l'ottava meraviglia del mondo? Folle eccitate non si accalcano
regolarmente al Salone dell'automobile? 28 milioni di francesi possiedono
un'auto, e di colpo si sentono meravigliosamente liberi, autonomi, moderni.
Ma Ellul non si ferma qui, al solo oggetto meccanico. Tiene conto di tutto
ciò che scaturisce dall'automobile. La corsa al petrolio (la guerre del Golfo,
l'Angola, gli scandali Elf, il mantenimento al potere delle dittature, la
depredazione sistematica dei paesi poveri, ecc.). Il fordismo (la catena di
montaggio, i 3x8, la robotizzazione, ecc.). La costituzione di potenti ditte che
sfruttano la propria influenza presso i poteri politici per intralciare lo sviluppo
dei trasporti collettivi. Il degrado ambientale (autostrade ovunque, la
morfologia delle città alterata, l'estensione delle periferie, ecc.).
L'inquinamento atmosferico. Il riscaldamento del pianeta. Il rumore.
L'ecatombe annua (circa 8.000 morti all'anno, solo in Francia, senza contare i
feriti). Dato che oggi tutte le auto superano i 150 km/h, e che tutti gli appelli
alla cittadinanza volti a far rispettare i limiti di velocità rimangono inascoltati,
l'unico modo efficace per fare diminuire gli incidenti sarebbe frenare i motori
(ma alla sola idea gli automobilisti unanimi, da veri devoti, protestano:
sacrilegio!). La scomparsa del viaggio a favore del turismo (si corre in un
angolo, si «approfitta», si rientra a casa in fretta e furia divorando asfalto, non
si è incontrato nessuno, si sono solo attraversati paesaggi). Il brutto colpo
inferto ai legami sociali (basta parlare con una malese che vive a Parigi
perché vi dica che le sembra invivibile qui: bisogna vivere richiusi senza
poter prendere una sedia, sedere davanti a casa e chiacchierare con le vicine
come a Bamako; noi, abituati da più generazioni all'auto, abbiamo
dimenticato che una volta non c'erano le macchine che circolavano per la
strada, ma la vita!).
Quando Ellul parla della Tecnica, non parla dell'oggetto tecnico di cui si
fantastica nelle pubblicità (due amanti in una sfavillante berlina solitaria su
una strada di campagna), ma considera l'oggetto così come esiste nella vita
reale, la rete di sistemi nei quali si inserisce e dei quali, curiosamente, non
prendiamo mai coscienza. Non si ferma alle apparenze che fanno affermare a
colui che non ha mai riflettuto sulla questione che «la Tecnica è al servizio
dell'uomo dato che è l'uomo ad averla creata». E non smette di porre al suo
soggetto «due domande semplicistiche»: «Qual è l'utilità umana reale? (per
esempio "guadagnare tempo" andando più in fretta o lavando le stoviglie col
tale prodotto non ha alcuna utilità reale, perché di quel tempo "guadagnato"
non se ne farebbe nulla!). E poi: qual è il costo reale di un tale uso tecnico
(non in denaro, ma in condizionamento, pericoli, stile di vita, perdite
culturali, effetti ecologici, ecc.)?
E se tiene conto di tutti gli effetti conoscibili, vale ancora la pena di usare
tale prodotto o tale macchina?» 58.
Tuttavia la Tecnica non si riduce ai soli oggetti e ha superato lo stadio
della macchina: anche la divisione del lavoro, la formazione professionale,
l'organizzazione degli svaghi, lo sport, la sanità, ecc. ne dipendono. Più
ampiamente essa è, secondo la definizione datane da Ellul nella prima opera
che le dedicò, «la ricerca del miglior modo in ogni campo». Il famoso one
best way americano. La definizione può sembrare breve, ma dice l'essenziale:
la Tecnica è uno sguardo sul mondo. In ogni situazione non è il metodo più
bello, giusto o armonioso a interessarci: «Il fenomeno tecnico è la
preoccupazione della maggioranza degli uomini contemporanei di trovare per
ogni cosa il metodo più efficace». Ognuno nel proprio campo, ovviamente:
tutto sommato, l'insieme delle tecniche fornisce un sistema che non è né
efficace né razionale!
Come determinare questo metodo? Quasi sempre attraverso il calcolo. Un
calcolo condotto da specialisti. «Esiste quindi tutta una scienza dei metodi,
una scienza delle tecniche che viene progressivamente elaborata. Questa
scienza si estende a campi enormemente diversi, dalla rasatura allo sbarco in
Normandia fino alla cremazione di migliaia di deportati» 59. Attenzione: qui
non si parla della Scienza, con la maiuscola, e dell'idea secondo la quale la
Tecnica ne sarebbe un'applicazione pratica. Questa visione tradizionale è
«radicalmente errata» 60. In effetti, storicamente, la Tecnica ha preceduto la
Scienza. Per nulla scientifico, l'uomo primitivo aveva tuttavia messo a punto
delle tecniche. Aveva inventato il boomerang ben prima di conoscere le leggi
dell'aerodinamica. Idem per la macchina a vapore: è una «pura realizzazione
del genio umano», la cui spiegazione scientifica sarebbe arrivata due secoli
più tardi. La Tecnica non deriva quindi necessariamente dalla Scienza. In
realtà, le due sono sempre più connesse, da qui il recente termine
«tecnoscienza», al quale Ellul preferiva la parola «tecnica» (precisiamo
inoltre che rifiutava di usare la parola «tecnologia», che noi impropriamente
usiamo per riferirci a tecniche moderne o specialistiche, mentre il significato
stretto del termine è «discorso sulla tecnica»): da un lato, la Tecnica diviene
sempre più indispensabile alla Scienza (è innanzitutto perché aveva a
disposizione computer più potenti dei concorrenti che nel giugno 2000 Craig
Venter, proprietario dell'impresa di genetica americana Celerà, riuscì a
decriptare il primo genoma umano), dall'altro, la Scienza è passata al servizio
della Tecnica: la ricerca pura non esiste praticamente più, si fa ricerca solo
con l'obiettivo di un'applicazione più rapida possibile (per esempio, gli ogm,
organismi geneticamente modificati, sono il risultato di un bricolage genetico
praticato massicciamente senza che la questione sia capita nei minimi
particolari!).
La Tecnica è quindi per Ellul il fattore determinante della società
contemporanea. E coloro che compilano l'elenco dei problemi che l'umanità
deve affrontare (necessità di una politica dell'ambiente, il problema
dell'alimentazione mondiale, conseguenze del progresso genetico,
pianificazione dello sviluppo urbano, ecc.), non potranno che andare incontro
a errori o banalità, perché non si rendono conto di considerare solo
«sfaccettature del fenomeno e non il fenomeno stesso» 61.
Per definire la nostra società, secondo Ellul, non esiste espressione
migliore di «società tecnica». A pensarci, nessun altro termine le si adatta
meglio. Società industriale? L'espressione valeva per il XIX secolo, ma il
fenomeno industriale, seppure ancora massiccio, non è più essenziale: è noto
come siano ormai i servizi a prevalere sui prodotti, che tutto si basa sempre
più sulle reti d'informazione e sempre meno sulla circolazione di merci.
Società postindustriale? Ecco un'espressione «imprecisa e insignificante»: il
xvii secolo viene forse definito «postfeudale»? Società del consumo? La
formula fece furore nel 1968, ma trascura, tra le altre cose, l'importanza del
lavoro e della produzione nella nostra società. Società dell'abbondanza? Ma si
creano nuove rarità (spazio, aria, tempo). Società dello spettacolo, come l'ha
battezzata Guy Debord? Ecco, qui Ellul si ferma: «Si sono commessi molti
errori riguardo il pensiero di quest'ultimo. Lo si traduce di solito in modo
semplicistico e in verità poco interessante: viviamo in una società in cui ci
sono sempre più spettacoli (televisione, videoregistratore, cinema, ecc.). Ma
non è questo il punto. La dimostrazione di Debord verte su tutt'altra cosa:
l'insieme dei media trasforma il reale vissuto, la politica, le guerre e i
problemi economici in puri spettacoli. Vale a dire che siamo talmente formati
a essere spettatori che per noi tutto è immagine e spettacolo. La nostra stessa
vita diventa spettacolare» 62. E aggiunge: «Questa analisi è sicuramente la più
profonda, non è frammentaria e ha il merito di rendere coerenti le
osservazioni che riguardano l'individuo e quelle che riguardano la società. Ma
come non rendersi conto che se esiste una società dello spettacolo è a causa,
grazie a, e in vista della tecnicizzazione. È il mezzo tecnico che permette la
globalizzazione dello spettacolo. È l'attività tecnica a essere di per sé
spettacolare (escludendo ogni realtà interiore), che esige il disinnesco del
serio: ogni azione può esprimersi solo attraverso le tecniche, e la società dello
spettacolo sembra il quadro ideale, l'ambiente più favorevole (perché il meno
turbato dalle intempestive manifestazioni dell'uomo autonomo) per lo
sviluppo della tecnica. È quindi ancora questa la chiave della realtà attuale»
63.
La nostra società è quindi, prima di tutto, tecnica. E non tecnocratica:
perché attenzione, non è una casta di tecnocrati a tenere le redini e a detenere
formalmente il potere. Certo, i tecnici costituiscono «la vera quadrettatura
della società, la rete che tiene insieme le diverse parti», dall'imprenditoria
all'agricoltura, passando per l'amministrazione. Certo, «riconosco l'esistenza
di sempre più numerosi tecnocrati, cioè uomini e donne che pretendono di
dirigere la nazione in funzione delle loro competenze tecniche» 64. Alla
competenza hanno aggiunto l'autorità; li si trova nel punto cruciale di ogni
organismo di gestione e di decisione; non li si considera mai colpevoli di
alcunché, sono contemporaneamente detentori di ampi poteri e irresponsabili:
da questo punto di vista, sono i nuovi aristocratici di oggi. Ma non
costituiscono una tecnocrazia strictu sensu: non formano una classe. «Dire
che la tecnica funziona solo attraverso una classe… vuol dire non rendersi
conto che ognuno partecipa a tutti i livelli al sistema tecnico» 65.
Dopo aver stabilito nel 1954, nella sua prima opera, che la società è
tecnica, Ellul andò oltre affermando, nel 1977, nella seconda parte della sua
grande trilogia, che la Tecnica forma ormai un «sistema tecnico» (che
oltretutto è il titolo dell'opera), cioè un tutto organizzato, un insieme di
elementi, in relazione gli uni con gli altri in modo che ogni evoluzione di uno
di essi causi l'evoluzione dell'insieme (e viceversa), che si combinano
preferibilmente tra loro e danno insieme impulso a una dinamica. Tutto ciò
non significa che la società sia diventata una megamacchina, sistema sociale
completamente omogeneizzato di cui gli uomini sarebbero gli ingranaggi.
Non credeva in questa visione meccanicistica e apocalittica. Ma pensava che,
come un corpo estraneo invadente e insostituibile, il sistema tecnico esista
nella società, «vivendo allo stesso tempo in essa, di essa, e innestato su di
essa». Ineluttabilmente, «esso modella la società in funzione delle proprie
necessità, la utilizza come supporto, ne trasforma certe strutture, ma nel corpo
civile c'è sempre una parte imprevedibile, incoerente, irriducibile» 66…
Fortunatamente! Eppure, la metafora utilizzata da Ellul per descrivere il
sistema tecnico non è gioiosa: «È un sistema come lo è il cancro. Ci sono una
miriade di azioni simili in ogni punto dell'organismo in cui il cancro si
manifesta, c'è la proliferazione di un nuovo tessuto in rapporto col vecchio, ci
sono relazioni tra le metastasi» 67. Ma di cancro non si muore per forza, e non
per forza esso invade l'organismo. Nella società umana, certo tecnica e
tecnicizzata, «non tutto è assorbito dal sistema, pur essendone tutto
modificato, influenzato, condizionato. L'economia diventa tecnica, ma una
gran parte rimane aleatoria, e lo stesso la politica, ecc. In altre parole, ci sono
allo stesso tempo una contraddizione e una simbiosi tra il sistema tecnico e la
società tecnica» 68.
Secondo Ellul, la comparsa del computer è stata decisiva nella
formazione del sistema tecnico, che alla metà del XX secolo non esisteva
ancora in quanto tale, poiché la crescita tecnica si stava allora verificando in
modo anarchico. L'informazione ha permesso ai sottosistemi (ferroviario,
postale, aereo, telefonico, di produzione dell'energia, militare, ecc.) di
organizzarsi in modo più efficace e coerente, nulla di paragonabile a ciò che
esisteva prima. Per quanto riguarda ad esempio il sistema di comunicazioni
aeree, l'informatica ha permesso di gestire, oltre la prenotazione dei posti, la
crescente complessità della circolazione aerea, il permanente collegamento
tra ogni aereo e i centri di controllo a terra, l'affidabilità degli aerei ormai
interamente sotto controllo dei computer. Avendo permesso la comparsa di
«grandi unità contabili», l'informatica autorizza «un'illimitata crescita delle
organizzazioni economiche e amministrative» 69.
Ma il punto decisivo si trova altrove: grazie ai computer, tutti i
sottosistemi hanno potuto mettersi in correlazione, scambiando
continuamente flussi di informazioni. Si assiste ormai alla «congiunzione
flessibile, informale, puramente tecnica, immediata e universale» 70 tra tutti i
campi di attività umana.
I settori tecnici crescevano indipendentemente gli uni dagli altri? Ormai
interconnessi, possono reagire uno con l'altro, ogni insieme è legato,
condizionato dagli altri. È così che appare il sistema tecnico, che non ha nulla
di astratto o teorico: è la risultante delle relazioni tra questi molteplici
sottosistemi. L'informatica ha dunque permesso al sistema tecnico di
costituirsi definitivamente in quanto sistema.
Perciò, «è assolutamente inutile considerare separatamente tecnica ed
effetto tecnico: non serve a nulla. Da un lato, non si comprende ciò che esso è
in realtà, dall'altro, si trovano consolazioni a buon mercato. Eppure questo è
l'errore che rilevo in quasi tutte le opere sul progresso tecnico. Ci si chiede se
si possa cambiare qualcosa nell'uso dell'auto, o se la TV abbia effetti negativi,
ecc. Tutto ciò non ha senso, perché, per esempio, la televisione esiste solo in
funzione di un universo tecnico, in quanto distrazione indispensabile per chi
vive in questo universo. Non è "nociva" o "culturale" in sé, semplicemente
perché non esiste in sé! Essa è la televisione più tutto il resto di azioni
tecniche!» 71. Beninteso, ciò non impedisce che ci siano buone trasmissioni e
che l'Arte sopravviva alla meno peggio… Ma significa che ciascuna tecnica
obbedisce alla logica del sistema e alle sue leggi, che vedremo trattate nei
prossimi capitoli.
2.
FUTUROLOGO:
UN MESTIERE SENZA AVVENIRE
La tecnica rende il futuro impensabile

Evidentemente, «non si ferma il progresso». D'altronde ogni progresso


tecnico ci avvicina a… a che cosa, in effetti? Siamo sicuri di andare verso un
mondo migliore? Dopotutto, il paradiso che i nostri antenati sognavano esiste
già: l'uomo mangia a sazietà (o almeno così potrebbe essere, e non è per
colpa del progresso tecnico se la fame esiste ancora, ma per ragioni politiche
ed economiche) 72; dispone di buone cure, vive a lungo, possiede una
lavastoviglie e va in ferie a Bangkok. Cosa vogliamo di più? Qual è questo
mondo verso il quale ci lasciamo trascinare, confidando in tecnici, ricercatori,
e in tutto ciò che è «nuovo»? Verso quale imprevedibile futuro ci stiamo
dirigendo? Sarà veramente più sorridente, più facile a viversi rispetto al
presente? E se stessimo permettendo la nascita di un mondo invivibile? Se il
«progresso», che dovrebbe essere meglio chiamato «esplosione tecnica», ci
stesse ormai portando verso un inferno meccanizzato, robotizzato,
informatizzato, genetizzato, clonato? Se tutti questi progressi, questi
straordinari sforzi dell'intelligenza finissero per ridurre la nostra libertà?
In breve, che cosa ci dicono i previsionisti? Ciò che possono, vale a dire,
non molto. Vari fattori concorrono alla loro quasi totale impotenza.
Innanzitutto, gli imprevedibili effetti della tecnica, impossibili da immaginare
in anticipo, che provocheranno problemi ai quali bisognerà dedicare tempo e
mezzi considerevoli: il riscaldamento climatico è al momento il più palese
esempio.
Ma i previsionisti soffrono anche di altri handicap, in particolare
«l'impossibilità di essere adeguatamente informati sullo stato presente delle
cose» 73. Come raccapezzarsi nella valanga di nuovi dati? «Scienze e
Tecniche evolvono tanto rapidamente e diventano tanto complesse da
superare le possibilità di una squadra di previsionisti che onestamente
riconosca i propri limiti» 74. O si chiamerebbero tutti Jacques Attali!
Senza contare «l'appiattimento di tutte le informazioni», cioè la materiale
impossibilità «di distinguere nel flusso un'informazione importante da un
fatto di cronaca senza futuro» 75. Qual è il fatto portatore di avvenire, il
microscopico germe dello sconvolgimento di domani? Mistero e palla di
cristallo.
Bisogna tenere conto anche dell'accelerazione della Storia: «Il lungo
termine di un secolo fa non è più il lungo termine di oggi» 76. Ormai è
considerata a lungo termine una previsione a vent'anni! Basta un'occhiata al
passato per rendersene conto: l'ultimo grande rapporto di previsione, quello
del Club di Roma nel 1972, che all'epoca era parso «il lavoro più serio, il più
rigorosamente trattato, vista la ricchezza di fatti e parametri utilizzati» 77, ha
visto demolire una dopo l'altra tutte le proprie previsioni. Quanto alle altre
prospettive: «Si è potuto concludere che tutte le previsioni di tutti gli esperti
si erano rivelate errate nel 1974, così come nel 1977, nel 1980 o nel 1983».
L'avvenire che la tecnica ci riserva è opaco, e noi navighiamo a vista molto
breve.
Ecco il problema, nota Ellul: «Il pensiero tecnico è radicalmente incapace
di pensare la tecnica stessa […]. Pensa solo ai progressi delle tecniche. È
radicalmente incapace di pensare la Tecnica». Si mostra totalmente «incapace
di prevedere il nuovo, il veramente nuovo: non può prevedere altro che il
prolungamento e il perfezionamento di ciò che esiste. Ma è incapace di
pensare un nuovo paradigma, un avvenimento imprevisto, una vera
invenzione, una rivelazione sociale. È bloccato nella sua logica limitata» 78.
Addirittura nel suo campo specifico le previsioni sono fantasiose: che si tratti
di informatica o ingegneria genetica, settori di punta se ce ne sono, i pareri
degli esperti sono contraddittori. «Veramente oggi non si sa esattamente cosa
sia possibile e cosa rientri nell'ambito del probabile o del desiderato».
Riprendiamo l'esempio di Ellul della famosa guerra delle stelle, riattivata nel
2001 da Bush col nome di «scudo antimissile»: all'epoca nessuno sapeva «in
cosa consistesse, se fosse tecnicamente e, ancor meno, economicamente
realizzabile» 79. La stessa situazione di oggi…
La Tecnica, quindi, rende il nostro futuro, precisamente parlando,
impensabile.

Cosa ci aspetta…

Decine di esperti, sociologi, economisti, genetisti, ingegneri,


demografi, fisici, chimici e futurologi! Quindici giornalisti mobilitati per
l'avvenimento! Pubblicando il dossier «Cosa ci aspetta nel XXI secolo», la
vivace rivista economica «Capital» (8/01) trionfava. Si sarebbe visto ciò
che sarebbe stato. Grande titolo a suon di tromba: «21 rivoluzioni per il
XXI secolo»! Ma nell'editoriale ecco che il tono cambiava. Certo, il secolo
sarebbe stato «appassionante», ma ci sarebbero state «sfide» da vincere.
«La prima sarà riuscire a controllare gli effetti degli straordinari progressi
tecnici». Seguiva una lista impressionante di rischi da affrontare: il
«rischio di controllo generalizzato degli individui»; «gli eventuali danni
alla salute provocati dagli ogm»; la fabbricazione di cyborg, androidi o
cloni, assortiti in una raffica di «terrificanti domande»: cosa faremo di
quegli esseri? Schiavi? Dei pari? Dei sottouomini? E noi, i «veri umani»?
Dove faremo risiedere la nostra specificità, la nostra anima, la nostra
essenza, di fronte a una tale «moltitudine artificiale?».
C'erano anche i rischi collegati alla genetica: «Si saprà impedire ai dottor
Jekyll di dedicarsi a manipolazioni eugenetiche e di immergerci in un
"mondo migliore" reale?». Sbalordito, il lettore cadeva su questa frase:
«Se paragonate agli enormi rischi che questa evoluzione (tecnologica) farà
pesare sull'umanità, le ferite inferte al pianeta dalle follie industriali del
XX secolo sembreranno punture di zanzara». Caspita! Ci si metteva a
pensare con nostalgia a Chernobyl, a Erika e alla mucca pazza. Seguiva la
lista dei danni ecologici ai quali riparare al più presto, e per concludere
l'evocazione dell'Africa che sprofonda nella miseria; megalopoli con
«periferie tanto svantaggiate che le classi dominanti, vecchie e paurose,
saranno costrette a "bunkerizzarsi"»; minacce «di anarchia, guerre locali e
guerriglia urbana». Non era il delirio di un ecologista depressivo in
procinto di sniffare gas di scappamento, ma l'angosciato pronostico di una
rivista liberale e dal vasto pubblico. Nelle pagine successive veniva
annunciato che gli Stati Uniti d'Europa sarebbero nati nel 2050. Ci si
esaltava per le case intelligenti del futuro («i muri ripareranno da soli le
proprie crepe, i canapè scacceranno le zanzare e i vetri si laveranno
autonomamente»). Si strombazzava che nel 2018 l'uomo avrebbe
camminato su Marte, e che si sarebbe potuti andare da Parigi a New York
in quarantacinque minuti, grazie all'aereo ipersonico. Si menzionavano le
«auto non inquinanti e senza autista», le «città mobili per sfuggire al
fisco», «i geni killer in grado di sconfiggere il cancro», i «nutriceutici per
prevenire le malattie», la «stilografica elettronica migliore della tastiera
del computer», non c'era più speranza. Anche le pagine che tessevano le
lodi degli «organi artificiali per fare di noi dei superuomini» ci lasciano
perplessi: «I ricercatori stimano che un giorno milioni di microrobot
grandi come batteri posti nel cervello potrebbero modificarne le
connessioni e dopare il nostro Q.I. Anche meglio: truccando i segnali
sensoriali, renderanno credibile la realtà virtuale. Così, conversando al
telefono dai propri uffici, due dirigenti potrebbero pensare di essere faccia
a faccia su una spiaggia». Bisognava applaudire o scappare urlando?
Il servizio finiva con due interviste. La prima, a Lester Brown, fondatore
del Worldwatch Institute, profetizzava con un titolo a caratteri cubitali
che: «L'ecologia salverà l'economia». Ma il contenuto dell'intervista era
meno ottimista. Brown affermava che il divario tra il modo di percepire e
intendere il mondo di economisti ed ecologisti non era mai stato tanto
profondo. Secondo lui, coloro che prendono decisioni e l'opinione
pubblica non si rendevano conto che, a forza di produrre sempre maggiore
ricchezza, stiamo distruggendo il nostro pianeta, il che si traduce, in un
primo momento, in una diminuzione della crescita, e poi in un inevitabile
declino economico. Bisognava urgentemente riorientare la ricerca verso
tecnologie pulite, uno sviluppo durevole, ecc. «A volte penso che sarà
necessario assistere a un Pearl Harbour ecologico – voglio dire una
catastrofe di prima grandezza – per decidersi a intraprendere una politica
che preservi l'ecosistema planetario. Il punto non è sapere se la svolta ci
sarà, ma con quanto ritardo». Era urgente, eppure non succedeva nulla:
«Stiamo perdendo la guerra per salvare il pianeta».
Seguiva, in conclusione, l'intervista a Jacques Attali, che non è il caso di
presentare. Profetizzava un mondo «più fraterno», con accesso quasi
gratuito all'informazione e alla cultura. E una novità: «Scommetto che il
XXI secolo vedrà la scomparsa del legame tra sessualità e riproduzione»
grazie ai progressi della genetica. «Le relazioni sessuali tra partner diversi
saranno la regola, e la sessualità un mercato enorme». La cosa più strana
era che non diceva nulla su come questo cambiamento fondamentale
avrebbe colpito l'uomo. Gli uomini sarebbero diventati più aperti, più
liberi, o più alienati, in questo campo più sottomessi alla legge della
concorrenza e del migliore offerente? Niente, nemmeno una parola.
Ecco la prova: assalito da ogni lato dalla Tecnica, l'uomo era incapace di
assegnarle una direzione piuttosto dell'altra, si spaventava del proprio
potere, trovava rassicurazioni a buon mercato. Si, era proprio la Tecnica a
rendere l'avvenire impensabile.
3.
IMPOSSIBILE NON FABBRICARE
LA BOMBA ATOMICA
La tecnica non è buona né cattiva

Sogniamo. Rifacciamo il mondo. O piuttosto, eliminiamone un oggetto, il


più costoso, il più nascosto, il più delirante, il più minaccioso di tutti: la
Bomba. Gli scienziati atomici che avevano messo a punto la bomba atomica
avevano dovuto, come si sa, fare il più velocemente possibile. I nazisti erano
sul punto di riuscire a fabbricare l'arma estrema che avrebbe permesso loro di
assicurarsi la vittoria finale. Bisognava arrivare primi. Difendere il mondo
libero dalla barbarie. Furono i ricercatori, primo fra tutto Oppenheimer, che
convinsero il proprio governo a lanciarsi nella corsa. Furono tanto persuasivi
che col «progetto Manhattan» l'America mise a loro disposizione tutti i mezzi
economici, tecnici, scientifici necessari.
E l'Uomo creò la Bomba.
E se ne servì. E ne fu fiero: «Una rivoluzione scientifica: gli Americani
lanciano la prima bomba atomica», titolò «Le Monde» subito dopo
Hiroshima. E ne fece fabbricare a migliaia. E noi viviamo sotto la sua
permanente minaccia, ma, certo, abbiamo finito per dimenticarlo. Ogni tanto,
uno di noi, attraversato da un improvviso lampo di coscienza, si ricorda che
centinaia di missili sono permanentemente puntati su di noi, e che a nome
nostro l'esercito francese ne punta contro altri paesi (a quanto è dato sapere
446 ogive, ma la cifra esatta rimane segreta), e che sul pianeta diversi paesi
armati fino ai denti si tengono così vicendevolmente di mira. Ma di solito
viviamo nell'indifferenza. L'equilibrio del Terrore non ci spaventa. Eppure ce
ne sarebbe motivo.
Potremmo metterci a sognare: l'uomo avrebbe potuto evitare di creare la
bomba? Se le ricerche sull'infinitamente piccolo avessero fatalmente messo in
luce le formidabili energie contenute nell'atomo, ma le circostanze fossero
state diverse, potrebbe essersi limitato a un uso pacifico? E mantenere la
bomba atomica nel nulla dal quale non avrebbe mai potuto uscire.
Realizzabile, certo, ma nata morta, appena concettualizzata e già rifiutata.
Sciocchezze, risponde Ellul. Innanzitutto perché, durante le ricerche
sull'atomo, l'uomo era obbligato a passare attraverso lo stadio dell'esplosione,
molto più semplice a realizzarsi della produzione di energia. La Bomba,
stadio transitorio e necessario, dunque. Bisognava fabbricarla e
sperimentarla. Ma non si poteva evitare di utilizzarla? No. Perché? «Perché,
quando lo si ha in mano, si utilizza per forza tutto ciò che è tecnica, senza
distinzione di bene o di male». Non c'è esempio di tecnica che, appena
scoperta, non sia stata utilizzata, o almeno sperimentata. E questo in tutti i
sensi, secondo tutti gli usi possibili. Ogni invenzione contiene il meglio e il
peggio, e questo in tutti i campi. Nell'aereo dei fratelli Wright si trovava già
scritta la promessa del bombardiere B52. La lotta contro le malattie infettive
serve anche a perfezionare la possibilità di propagare queste stesse malattie (i
servizi di ricerca di tutti gli eserciti del mondo lavorano in questo senso), e si
sa dall'11 settembre e dalla posta contaminata dall'antrace che il terrorismo
batteriologico ha un futuro davanti a sé. La stampa non poteva non servire a
stampare scandali sui giornali. La televisione non poteva portare che a «Loft
Story (Il Grande Fratello Francese ndt)». E l'atomo doveva portare alla
Bomba. Immaginare che avrebbe potuto essere altrimenti «è semplicemente
fare astrazione dell'uomo». 80 Significa ignorarne l'inflessibile volontà di
potenza e l'attrazione per le macchine da morte. Significa ignorare che
«qualsiasi industria, qualsiasi tecnica, per umane che siano le intenzioni, ha
un valore militare» 81. François Géré, attualmente uno dei maggiori esperti
militari francesi, non dice altro: «Si parla spesso di ricadute militari sulle
applicazioni civili. Ce ne sono. Ma il meccanismo veramente efficace è
quello per il quale il militare trae per sé la parte migliore dei progressi tecnici
e scientifici. Il militare trasforma il sapere in potere […]. Ogni nuovo campo
è ricco di potenziali applicazioni militari. Basta preoccuparsene» 82. Gli Stati
Uniti, prima potenza militare del pianeta, traggono d'altronde la loro
schiacciante supremazia in campo bellico dalla loro competenza in materia: il
Pentagono ha affidato alla Darpa, l'agenzia incaricata di mettere a punto le
armi del futuro, e che è inoltre all'origine di Internet, l'incarico di assicurare
una vigilanza permanente sulla ricerca scientifica e tecnologica, e di stipulare
contratti di ricerca con le start-up più promettenti… Ed ecco come gli ultimi
ritrovati riguardanti radar, chimica, informatica, telematica, immagini
virtuali, ma anche biotecnologie, trovano subito applicazione militare. Ellul:
«Non ci sono tecniche di pace e tecniche di guerra, a dispetto di ciò che pensa
la buona gente» 83.
L'argomento secondo il quale «non è la tecnica a essere cattiva, ma l'uso
che l'uomo ne fa», dunque non regge. Si può sempre sognare di
addomesticare la tecnica alla morale, di eliminarne il «lato cattivo» e
conservare il «buono», di metterla a uso esclusivo del Bene, del Bello, del
Vero. Ci si illude: «È infantile voler sottomettere la macchina all'ideale, e
oggi potrebbe essere la peggiore delle mistificazioni» 84, giacché una delle
sue caratteristiche principali è «di non sopportare giudizi morali. Ne è
assolutamente indipendente, elimina dal proprio ambito qualsiasi giudizio
morale» 85. Tende anzi a creare una morale tecnica completamente
indipendente.

Sempre la Bomba

Per tremila anni i progressi furono lenti. Per uccidere il prossimo, per
lungo tempo l'uomo si accontentò della spada, dell'arco e del giavellotto. Il
26 agosto 1346, gli arcieri inglesi sconfissero i cavalieri francesi, tre volte
più numerosi, grazie a una formidabile innovazione: l'allungamento
superiore dei loro archi, che uccidevano fino a 225 metri e rendevano
inutili le armi a breve gittata degli avversari. Fu la famosa battaglia di
Crécy. Quel giorno venne inoltre sperimentata per la prima volta
l'artiglieria, che nel corso dei secoli successivi conobbe un successo
formidabile e innumerevoli miglioramenti, dal moschetto al fucile, al
cannone, all'obice, al carro armato, fino al cacciabombardiere. Alla fine
della seconda guerra mondiale, le bombe più potenti contenevano 6
tonnellate di TNT.
Poi arrivò il nucleare e fu come saltare direttamente dal carro a buoi alla
Ferrari. La bomba di Hiroshima era l'equivalente di 15.000 tonnellate di
TNT. E la bomba H fece mille volte meglio, fino a 15 milioni di
tonnellate.
È quello che si chiama un progresso tecnologico fulmineo. A Hiroshima,
appena «Little Boy» esplose a 580 metri d'altezza, tutti gli esseri viventi
nel raggio di 1,8 km morirono e tutto venne distrutto. Un sole di morte,
un'onda d'urto devastante seguita da un ciclone ardente che provocava un
gigantesco incendio, il tutto completato da una pioggia nera di particelle
radioattive. 70.000 morti sul momento, 70.000 nei cinque mesi seguenti, e
400.000 irradiati che soffrono in particolare di tumori di vario tipo e di
attacchi al sistema nervoso.
Una bomba H sarebbe chiaramente ancora più efficace. Distruggerebbe
tutto in un raggio di 18 km, il che sarebbe sufficiente per cancellare dalle
mappe una qualsiasi grande città e annientare all'istante milioni di persone.
Facendola esplodere a un'altitudine elevata (una quindicina di chilometri),
rendendola così più distruttiva, provocherebbe incendi per centinaia di
chilometri intorno a sé (più qualche danno annesso: ricadute radioattive e
neutralizzazione elettromagnetica dei mezzi di comunicazione).
Una guerra atomica su larga scala provocherebbe un «inverno nucleare» (i
miliardi di tonnellate di polveri e ceneri renderebbero opaca l'atmosfera al
punto da fare abbassare violentemente le temperature). Come dice
umoristicamente Dominique Bourg: «Con l'inverno nucleare e la
prolungata interruzione della fotosintesi clorofilliana che ne seguirebbe,
provocheremmo la fine della nostra civiltà, e sicuramente l'estinzione di
un grandissimo numero di altre specie, ma non cancelleremmo tutte le
forme di vita esistenti sulla Terra; la diversità della vita batterica non
verrebbe minimamente intaccata. Dopo al massimo qualche milione di
anni, non ci sarebbe più alcuna traccia delle nostre estreme scappatelle» 86.
L'Uomo dunque, quando pretende di poter fare esplodere il pianeta, è solo
uno spaccone…
Si stima che oggi l'arsenale nucleare totale stoccato sul pianeta si aggiri
intorno a un milione di bombe di Hiroshima. La Russia è la prima potenza
nucleare mondiale, con circa 10.000 testate, seguita dagli Stati Uniti, con
8.400 testate, e dalla Francia con, secondo gli esperti, 446 testate. Per
quanto riguarda la Cina, si sa che dispone di circa 400 testate, forse più,
forse meno. Poi vengono la Gran Bretagna (200), l'India (75) e il Pakistan
(25). Questo per quanto riguarda i paesi ufficialmente dotati. Tutti sanno
che alcuni paesi come Israele e il Sud Africa si sono ufficiosamente
invitati nel club. Ma ciò che si sa meno, e che certi autori come
Dominique Lorentz 87 affermano, è che, malgrado i discorsi ufficiali e le
promesse, la tecnologia nucleare ha cominciato a proliferare sulla
superficie del pianeta al punto che oggi non meno di quarantaquattro paesi
sono in grado di fabbricare la bomba atomica. La tecnica non sopporta né i
divieti né i segreti: finisce sempre per oltrepassare le frontiere che le si
oppongono.
Un mezzo secolo di equilibrio del terrore: finora tutto bene. Si è talmente
apprezzato l'equilibrio che si è dimenticato il terrore. I due grandi, USA e
Russia, hanno firmato trattati di non proliferazione, limitato la produzione
di armi, distrutto una parte dell'arsenale nucleare, ridefinito il concetto di
dissuasione aggiungendovi quello di «risposta graduata», di «soglia
nucleare», di «ombrello atomico», e sono pronti ad accordarsi
sull'istallazione di scudi antimissile. In breve, il giochetto del «io ti tengo,
tu mi tieni per il pizzetto» non ha più segreti per loro, e non devono più
temere ciò che, secondo Hermann Kahn, devono temere tutti i paesi che
hanno la Bomba: «La follia, l'irresponsabilità, l'incidente, l'errore di
calcolo». Ma giocato da diverse decine di paesi, alcuni dei quali piuttosto
nervosi, il giochetto del pizzetto diventa nettamente più complicato e più
rischioso. Ora, come dice l'ammiraglio Marcel Duval: «Malgrado tutte le
limitazioni e tutti i controlli, non sarà possibile disinventare l'arma
nucleare» 88. La guerra atomica che, negli ultimi cinquant'anni, ha
suscitato dibattiti e paranoie, è sempre meno impossibile, sempre meno
impensabile. Senza contare che, grazie alla proliferazione di materiali
radioattivi, può assumere nuove forme: la bomba sporca (TNT mischiato a
prodotti fissili) e la valigia nucleare fanno parte della panoplia ideale
sognata dai terroristi. Da parte sua, George W. Bush, rivendicando nel
2002 il diritto a utilizzare «mini bombe atomiche» nella lotta contro il
terrorismo, è stato il primo a riaprire il vaso di Pandora.
4.
OGNI GIORNO NASCONO MILLE NOVITÀ
L'uomo non domina la tecnica:
essa si autogenera seguendo la propria logica

Nel 1954, nel suo primo grande libro sulla Tecnica, Ellul affermò, cosa
che all'epoca fece scandalo, che essa si autogenera, senza un intervento
determinante dell'uomo. Essa è già tanto avanzata in tutti i campi, meccanico,
elettrico, nucleare, ecc., è arrivata a un tale grado di sviluppo che, ormai, per
semplice velocità acquisita, prosegue la propria espansione accrescendosi
autonomamente. Non solo ogni invenzione tecnica ne provoca di nuove nello
stesso ambito, ma anche negli altri campi. «Le tecniche si combinano tra loro
e più numerosi sono i dati tecnici da combinare, maggiori sono le
combinazioni possibili. Così, quasi senza una deliberata volontà, per
semplice combinazione di nuovi dati, vi sono incessanti scoperte in tutti i
campi e, grazie all'incontro di più correnti, spesso campi interi, fino allora
sconosciuti, si aprono alla tecnica» 89. Così, il microscopio elettronico e la
genetica hanno creato gli OGM; l'associazione di genetica e informatica ha
permesso la decrittazione del genoma; la chimica molecolare e il microscopio
a effetto tunnel hanno dato vita alle nanotecnologie, ecc.
Il «progresso» diventa quindi un processo senza soggetto, che si verifica
in modo quasi meccanico, automatico, cieco, mosso da una forza interna, e
tutto accade come se l'uomo non c'entrasse molto. Beninteso, precisa Ellul,
«con ciò non voglio dire che l'uomo non intervenga e non vi abbia alcun
ruolo» 90. Non ci sarà più bisogno della chiaroveggenza di un uomo di genio
come Leonardo da Vinci o Pasteur: «D'ora in poi l'uomo potrà agire nella
propria realtà più ordinaria, più bassa, e non nel superiore e nel particolare»
91. «Non importa chi farà l'affare, purché sia addestrato al gioco» 92. E del
resto, non importa chi fa l'affare perché nella nostra società tecnica
l'innovazione tecnica è diventata l'ossessione generale: «Gli uomini della
nostra epoca sono tanto appassionati di tecnica, tanto sicuri della sua
superiorità, tanto sprofondati nell'ambiente tecnico, che tutti vi lavorano, che
in ogni mestiere ciascuno cerca il perfezionamento tecnico da apportare, tanto
che la tecnica in realtà progredisce grazie a questo sforzo comune» 93.
Minuscoli perfezionamenti, numerosi ritocchi successivi, aggiunte di dettagli
continuamente rifatti per perfezionare l'insieme, automatica crescita di
scienziati e tecnici raddoppiata ogni decennio dall'inizio del XX secolo:
questo enorme lavoro da formicaio non si sviluppa secondo un piano
concreto, ma obbedisce a logiche causali e progredisce in tutte le direzioni,
con una concatenazione a cascata di invenzioni. Una prova tra mille: la
famosa «legge di Moore», enunciata da Gordon Moore nel 1965, che
stabilisce, in seguito a osservazione empirica, che la potenza dei computer
raddoppia ogni 18 mesi, lasso di tempo necessario alla tecnica per
raddoppiare il numero di transistor su un chip elettronico. «C'è un
autoaccrescimento perché la tecnica induce ognuno ad agire nella propria
direzione, e il risultato deriva da una somma che nessuno ha coscientemente,
esplicitamente voluto» 94.
Risultato: «Vi trovate in un universo che prolifera di macchine e tecniche.
I germogli sbocciano ovunque. Ogni giorno nascono mille novità. Un mondo
tecnicizzato cresce intorno a voi a una velocità crescente. Un'organizzazione
sempre più rigorosa, precisa, impellente, esatta, multipla, rinchiude in una
rete a maglie sempre più fitte ogni uomo e ogni istante della vita umana. E
non ci possiamo fare niente. Nessuno guida o domina questa proliferazione.
L'operazione scatenata un secolo e mezzo fa prosegue da sola. Nessuno ne è
più responsabile. Il chimico, il sociologo, l'urbanista, l'ingegnere,
l'organizzatore, l'economista si trovano coinvolti per mille ragioni, di
inserimento sociale, di istruzione, di prestigio e denaro, in un processo
irreversibile che li fa servire il progresso tecnico, e la cui connessione con
tutti gli altri avviene al di là della loro volontà e di quella di qualunque altra
persona. La Tecnica, nel proprio sviluppo e nella propria applicazione
all'uomo, è il più totale meccanismo di necessità» 95.
Ellul torna sull'argomento nel 1977 in Le Système technicien: «L'idea che
avevo formulato vent'anni fa, cioè che la Tecnica si sviluppa secondo un
processo che potevo definire di autogenerazione, era stata considerata allora
una "esagerazione mitica" e un "artificio senza fondamento", ma essa è poi
stata sempre più spesso ripresa, accettata, dimostrata» 96. Tra gli autori che
hanno rinforzato questa tesi ci sono Mannheim, Richta, de Jouvenel, Schon,
ecc. Il ricercatore americano Dennis Gabor, in particolare, formulò quella che
gli sembrò essere «la legge fondamentale della civiltà tecnica», ormai
conosciuta come «legge di Gabor» e che afferma: «Ciò che può essere fatto,
lo sarà». Impeccabile nella propria laconicità, questa formula mostra bene la
fatalità del processo e viene verificata ogni giorno: poiché è possibile
innestare un orecchio sulla schiena di un topo, rendere fluorescente uno
scimpanzé, tentare di clonare un essere umano, creare batteri patogeni
resistenti a tutti gli antibiotici, installare potentissime armi nello spazio, ecc.,
lo si fa. E si farà ancora tutto ciò che la tecnica permetterà di fare, follie e
miracoli. Su quale scala? Questo è il punto, evidentemente. Ma ci saranno
sempre un uomo, una squadra, un'organizzazione pronti a passare all'azione e
a mettersi a servizio del processo.
Ellul individua altre caratteristiche di questa autogenerazione. Sottolinea
che «la crescita tecnica ha luogo primariamente nei campi del superfluo,
dell'inutile, del gratuito, del secondario». Certo, si inventano nuove medicine,
si perfezionano i mezzi di produzione dell'energia, ecc. Ma «ciò che oggi
constatiamo con evidenza (si innova di più per andare sulla Luna che per
nutrire gli uomini) è sempre stata una caratteristica del progresso tecnico. E
questo conferma il carattere di autogenerazione: questo vuol dire, in effetti,
che la crescita tecnica ha avuto luogo in funzione di se stessa e secondo il
proprio processo, e che non vi è mai stata una chiara intenzionalità di
dirigerla da parte dell'uomo» 97. Altra osservazione: se c'è innovazione, è in
gran parte perché il progresso tecnico ne ha bisogno… per riparare ai propri
danni, come vedremo più avanti.
Il progresso tecnico utilizza altri trucchi per proliferare. Esige, in
particolare, la costituzione di grandi imprese, perché è là che di solito si
verifica l'innovazione tecnica. Effettivamente, più tecnici ci sono, più questi
hanno possibilità di ottenere risultati, e solo una grande organizzazione può
coordinare équipe di ricerca: «È a partire da una dimensione che permette
investimenti, esperienze fallite, capitali non fruttuosi per un certo periodo,
ecc., che la tecnica trae il proprio ritmo di crescita» 98. Così oggi i gruppi
farmaceutici, petroliferi, chimici, quelli che si occupano del transgenico, del
nucleare, quelli automobilistici, informatici, ecc., sono enormi trust
internazionali. Per cui «in realtà la concentrazione non è una conseguenza ma
una condizione di sviluppo della tecnica, della comparsa del fenomeno di
autogenerazione». Questo non impedisce che accanto a queste grandi società
brulichino numerose piccole e innovative aziende (specialmente hi-tech e
bio-tech) animate da équipe leggere e uno spirito fondatore. Tra queste e i
mastodonti si stabilisce un gioco dialettico (flussi di denaro, brevetti,
ordinazioni): le une non potrebbero vivere senza le altre.
Piccolo trucco supplementare, che si verifica frequentemente all'interno
delle grandi unità: «Un compito sembra necessario dal punto di vista
economico, sociale, ecc.: si mettono a punto delle tecniche per rispondervi –
e necessariamente si costituisce un gruppo di professionisti per applicarle. In
un attimo si raggiunge l'obiettivo. Ma, rimane il corpo di professionisti; non
si possono licenziare. Il nuovo parco attrezzi è fatto: non si può non
utilizzarlo» 99.
La macchina tecnica continua sullo slancio (si costruiscono strade perché
tutto è pronto allo scopo e non si attende altro, e si lancia il plan cable perché
i tecnici del telefono si annoiano…).
Infine, l'autogenerazione si nutre della concorrenza. Conosciamo il
ritornello «Siamo in ritardo sugli Stati Uniti» (o sulla Germania o
l'Inghilterra). Dacché una nuova strada di ricerca si apre da qualche parte, una
frenesia si impadronisce dei ricercatori di tutto il mondo. «Per gli individui e
per i gruppi questa crescita è la sola evidenza di superiorità» 100. La guerra
infuria tra le aziende: si gareggia a chi metterà a punto per primo il frigo che
parla o l'auto che dice buongiorno al proprietario.
Ellul nota anche che i rischi del progresso tecnologico dovrebbero essere
ben noti (aumento dell'inquinamento, degli armamenti, mutazioni delle forme
di vita, ecc.), ma non è così: «Bisogna, prima di tutto, utilizzare ciò che la
Tecnica ci mette tra le mani» 101. È per pura passione tecnica che l'uomo
agisce in questo modo. Tutte le giustificazioni che si dà, la necessità
nazionale, la corsa agli armamenti, sono solo una cortina di fumo: «L'uomo
obbedisce innanzitutto alla tecnica e poi si dà delle giustificazioni ideologiche
che gli permettono, da un lato, di avere agli occhi di tutti una ragione
passionalmente accessibile, dall'altro, e soprattutto, di darsi l'apparenza di
libertà (se mi precipito nel progresso tecnologico, è perché lo voglio, lavoro
in questa direzione perché credo nella patria, nel proletariato, ecc.). Nello
stesso modo non è vero che sia l'interesse grossolanamente pecuniario, il
gusto del profitto a portare gli sporchi capitalisti a utilizzare la tecnica.
Bisogna ricordare ancora una volta che nei paesi socialisti l'uso della tecnica
è identico e che le minacce per l'umanità sono anche lì considerevoli» 102.
Ellul si richiama all'economista Galbraith e alla sua «mirabile analisi»
secondo la quale «a essere determinante non è la ricerca del profitto, ma il
gioco della tecnostruttura».
Altro aspetto di questo progresso automatico della tecnica: l'uomo non ha
libera scelta. «L'operazione chirurgica che non si poteva fare e che ora invece
si può fare, non è oggetto di scelta: essa è» 103. Ed è così in tutti i campi.
L'uomo analizza i risultati ottenuti attraverso le diverse tecniche e opta per la
soluzione più efficiente, il che non è veramente una scelta dettata da criteri
umani… Ellul, ad esempio, aveva previsto che l'abbattimento dei platani
lungo le strade sarebbe proseguito fino in fondo: «Tra alberi (dei quali, pure,
si conosce il ruolo sempre più indispensabile da punto di vista igienico) e
velocità dell'auto su strada, non c'è discussione: la velocità. Così il Bullettin
des domaines ci avvisa regolarmente dell'abbattimento di considerevoli
quantità di alberi per liberare i bordi delle strade. Siamo certi che non c'è
nessuna vera scelta: la decisione è presa in anticipo» 104.
Infine, Ellul mette in luce un'ultima e più profonda causa di
autogenerazione: «Possiamo stabilire una sorta di regolarità permanente
secondo la quale, quando l'uomo perde la ragione profonda di un'azione,
appare una tecnica che gli permette di agire nello stesso ambito ma senza
motivazione. Il mezzo si è completamente sostituito al senso. È una
scimmiottatura tecnologica del più profondo lato umano. Ciò compare in tutte
le tecniche psicologiche quando non ci si sa più impegnare in una relazione
umana. Quando l'amicizia non abita più il cuore umano, quando non c'è più
autenticità nel gruppo, allora subentrano le tecnologie delle relazioni umane e
della dinamica di gruppo, che esteriormente imitano perfettamente ciò che
invece dovrebbe essere solo la spontanea invenzione del cuore dell'uomo»
105. Nelle aziende, le sedute di formazione che mischiano yoga e pensiero
positivo mirano a ricostruire le relazioni umane. La televisione, le sedute
dallo psicologo e i tranquillanti sostituiscono la parola. «Tutto ciò che l'uomo
perde in presenza, spontaneità, ragione, autenticità, volontà, decisione, scelta,
impegno, libertà, tutto ciò che egli abbandona perché troppo difficile, che lo
porta a una vita troppo complicata, che è troppo faticoso o inibito, tutto ciò
provoca una crescita "spontanea" del sistema tecnico, e l'automatismo
dell'orientamento di questa crescita» 106.

Il frigo che ordina succo d'arancia

È un avventuriero dell'hi-tech, uno di quelli che lavorano


accanitamente per imbastire il nostro futuro. Luc Julia, 34 anni, diplomato
al Sup Telecom, non smette: «Il ritmo è folle», dice a «L'Express» 107.
«Negli ultimi sei anni, le settimane da 100 ore sono state il mio destino
settimanale [sic]». Ma quale nobile ambizione anima questo ardente
ricercatore, quale ricerca del Graal lo ha spinto a lasciare il CNRS per la
mitica Silicon Valley e a votare la propria vita al lavoro? «Creare
tecnologie che facilitino la vita della gente». Il suo vanto: aver creato un
frigorifero in grado di fare l'inventario dei cibi che contiene e ordinare
succo d'arancia, gelato alla vaniglia o burro di arachidi via Internet. Una
trovata «così impressionante», afferma estasiato «L'Express», che il
miliardario Joe Costello, un divo della Valley, gli ha offerto qualche
milione di dollari per allestire la start-up, Bravissimo!, che, sicuramente,
gli permetterà di diventare a sua volta ricchissimo. In seguito, ha fatto altre
straordinarie scoperte. «Le Point» 108 racconta questa scena: «Coricato sul
divano, chiacchierava col telecomando della televisione come con un
telefono. "A che ora è Friends? Ho voglia di vedere un film con Tom
Cruise…". Il televisore, improvvisamente intelligente, mostrava orari e
titoli». Geniale, no? Sì: «L'invenzione di Luc Julia è una vera prima
mondiale nell'universo del riconoscimento vocale». Sarà presto
commercializzato negli USA, e poi nel resto del mondo…

Miliardi di neuroni per la Xbox

Bill Gates se ne vanta: Microsoft ha investito enormemente in ricerca e


sviluppo (R&D). Quattro miliardi di dollari all'anno. Un solo esempio: la
console Xbox, lanciata (con un successo moderato) in Europa nella
primavera 2002. Non meno di 250 persone sono state impegnate per la sua
messa a punto, e 500 per i giochi! «Bisogna aggiungere le équipe che
lavorano sul processore alla Intel, sul chip grafico alla Nvidia, alla
produzione presso la Flextronics, senza contare la distribuzione, ecc. E
anche le centinaia di società che creano giochi per la Xbox. In totale, più
di 10.000 persone» 109. Ecco: 10.000 persone per un videogioco, si fa quel
che si può!
Tutti i grandi gruppi del modo giocano la carta della R&D perché, come
dice «Le Monde» 110: «Più un'azienda innova, più sono significative
produttività, crescita di fatturato e quotazione in borsa». Tutti gli studi in
materia dimostrano una correlazione tra «intensità» di R&D (budget di
ricerca su fatturato) ed evoluzione di vendita delle aziende. Microsoft non
è il maggiore investitore mondiale in R&D. I budget maggiori sono
destinati all'automobile (prima la Ford con 7,3 milioni di euro, seguita
dalla General Motors e dalla tedesca Daimler-Chrysler). Seguono gli
elettrodomestici con la tedesca Siemens, 5,6 miliardi, l'informatica con
IBM, 5,2, la giapponese Matsushita Electric, la svedese Ericsson,
Motorola, la farmaceutica Pfitzer e Cisco, ecc.
In Francia, lo stanziamento maggiore è quello del costruttore aeronautico
EADS (4,7 miliardi di euro), che conta di investire non meno di 10
miliardi di euro per mettere a punto il suo aereo gigante, l'Airbus A-380.
Ma tra i maggiori investitori si trovano anche produttori di yogurt
(Danone), pneumatici (Michelin), telefoni (Alcatel), prodotti di bellezza
(L'Oreal) o centrali nucleari (Framatome)… In totale, non sono quindi
migliaia, ma milioni di ricercatori, ingegneri e tecnici che si dedicano
quotidianamente alla ricerca e allo sviluppo di nuovi oggetti.
5.
«SI TROVERÀ PURE UNA SOLUZIONE, NO?»
La tecnica crea problemi
risolvibili attraverso nuove tecniche

Applaudiamo al progresso tecnico, perché apporta, a numerosi problemi


dell'uomo, soluzioni che non ci si sogna di mettere in questione, dagli
antibiotici all'autobus passando per il microprocessore. E tutto ciò ha un
successo apparente tale che abbiamo finito per convincerci che tutto può
essere ricondotto a problemi tecnici: «Il meccanismo è il seguente: di fronte a
un problema sociale, politico, umano, economico, bisogna analizzarlo in
modo che diventi un problema tecnico (o un insieme di problemi tecnici) e, a
partire da quel momento, la tecnica diventa lo strumento più adeguato a
trovare una soluzione» 111. Per rimediare allo stress provocato dalla società
tecnica: psicotropi e sonniferi. Per lottare contro la mancanza di sicurezza:
videosorveglianza. Affinché nelle aziende ossessionate dalla produttività i
rapporti umani rimangano suppergiù umani: corsi di dinamica di gruppo. E
così via. Chiaramente queste non sono effettive soluzioni.
Non solo la tecnica risolve i problemi a proprio modo, ma ne solleva di
nuovi, «e ci vuole sempre più tecnica per risolverli» 112. L'invenzione della
plastica permette la fabbricazione di imballaggi perfezionati, ma questi si
moltiplicano. Bisogna quindi smaltirli, si creano inceneritori di rifiuti, ma
questi producono diossina, che bisogna eliminare. C'è quindi bisogno di
nuovi processi, ecc., Concimi e pesticidi permettono l'aumento della
produttività agricola ma inquinano fiumi e falde freatiche. Si installano perciò
stazioni di depurazione, ma così trattata l'acqua del rubinetto assume un gusto
orrendo. Esplode quindi la domanda di acqua minerale in bottiglie di plastica,
ecc. «Nessuno lo vuole, eppure è così!» 113. Il progresso tecnico produce
nocività che solo la tecnica può combattere, alimentando così il progresso
tecnico. Ma trascorre sempre un certo tempo tra la comparsa di nocività e la
decisione di combatterle, perché il sistema tecnico è «notevolmente lento e
pesante». Poiché la sua logica è la pura crescita, continua a evolversi secondo
il proprio percorso anche quando vengono constatati danni, disordini e
irrazionalità. Questo si è verificato ad esempio con le case popolari costruite
nel dopoguerra secondo le più economiche norme tecniche: ci si accorse
rapidamente dei loro disastrosi effetti dal punto di vista sociale e psicologico,
ma si proseguì: «Per vent'anni vennero costruite le stesse abitazioni perché
era impossibile riprendere la questione tecnica da zero con l'enorme
complesso di decisioni, mezzi, ecc.» 114.
Altra caratteristica dei problemi sollevati dalla tecnica: «La soluzione
apportata da una scoperta tecnica è sempre frammentata, localizzata,
concernente una questione, mentre il problema sollevato è generalmente
molto più vasto, indeterminato e appare solo dopo un certo periodo di tempo»
115. E fa la propria apparizione a livello della coscienza collettiva solo quando
è inestricabile e imponente. Così accade ad esempio con la meccanizzazione
e la divisione del lavoro: i benefici di queste tecniche sono noti, si sa che
hanno dato risposta a un gran numero di bisogni umani, «ma non si può
negare siano stati causa della maggiore difficoltà della società occidentale per
tutto il XIX secolo» 116: la comparsa del proletariato. Questo, come ha
«perfettamente dimostrato» Marx, non è stato creato da malvagi padroni che
volevano sfruttare i buoni operai: esso è l'inevitabile risultato del fenomeno
tecnico, e il capitalista è solo l'intermediario destinato a mettere in opera le
forze di produzione.
Lo stesso vale per la sovrappopolazione: è grazie ai progressi medici
riguardanti il parto e l'igiene nei primi giorni di vita, i vaccini e l'applicazione
delle elementari regole di igiene, se l'umanità raggiungerà presto i dieci
miliardi di individui, con tutte le prevedibili conseguenze. «Bisogna
sottolineare come siano tecniche positive a causare la peggiore situazione»
117. Ed ecco subito trovata la soluzione tecnica per nutrire questa moltitudine
di individui: gli OGM!… Che a loro volta…

***

«Quali saranno gli enormi problemi sollevati dalla nuova fase di


espansione del sistema tecnico, con l'ingegneria genetica, l'informatica, il
laser, lo spazio? È impossibile rispondere a questa domanda, come nel 1800
era impossibile prevedere la nascita del proletariato» 118. Tuttavia Ellul
individua due di questi problemi che ci riguardano oggi: quello ecologico e la
situazione del Terzo Mondo.
L'ecologia: la lunga incredibile lista è arcinota: l'esaurimento delle risorse
naturali, minacce alla biodiversità, inquinamento dei fiumi e delle falde
freatiche, scarsità d'acqua, inquinamento degli oceani, esaurimento delle
risorse alieutiche, delle riserve di energia fossile, inquinamento dell'aria e dei
suoli, accumulo e proliferazione di prodotti chimici tossici, sparizione delle
foreste, incapacità di eliminare le scorie nucleari, varie nocività (rumore, cibo
spazzatura). «Ogni volta si suddivide il pericolo in frammenti: c'è
l'inquinamento delle acque oppure l'esaurimento del rame. È esattamente
questo l'errore tecnocratico: bisogna considerare la questione ecologica nel
suo insieme, con tutte le interazioni, le implicazioni, senza riduzionismi, e ci
si accorgerà allora che il problema posto è oggi un milione di volte più vasto
e complesso di qualsiasi altro postosi nel XIX e XX secolo, e risolto dalle
tecniche» 119.
Ben inteso, aggiunge, «so che non ci si dimentica totalmente del
problema dell'inquinamento» 120. Da un alto si cerca di riparare ai danni,
ripulire i fiumi, si disinquina. Dall'altro si prova a ridurre le fonti di
inquinamento migliorando le tecniche: le auto inquinano meno oggi di ieri, le
industrie filtrano i rifiuti tossici, ecc. Soprattutto, si conta molto su misure
giuridiche, decreti, leggi, convenzioni e protocolli di ogni sorta, per limitare
la distruzione. Questo lascia Ellul totalmente scettico: «Basta vedere
l'impotenza della regolamentazione contro il rumore, o sulla protezione delle
zone sensibili, o sulla depurazione delle acque» 121. Il sistema tecnico non sa
che farsene del diritto, almeno quando questo lo intralcia (al contrario sa
molto bene come metterlo al proprio servizio). Non crede nemmeno alle
grandi convenzioni internazionali, le uniche che potrebbero essere efficaci
(per disinquinare il Mediterraneo, fermare il saccheggio dei mari, proteggere
le foreste, ecc). Le attuali disavventure del protocollo di Kyoto sul
riscaldamento climatico sembrano sfortunatamente dare ragione a questa
profezia datata 1987: «Anche se queste convenzioni venissero approvate, chi
le farebbe rispettare? Chi controllerebbe la loro esecuzione? Quali sanzioni
adottare contro un paese delinquente, se questo paese fosse l'URSS o la
Germania, o la Francia?! Abbiamo visto la generale impotenza nei confronti
della proliferazione atomica. L'inquinamento continuerà ad aumentare al
ritmo di crescita della tecnica» 122.

***

Il Terzo Mondo: crediamo di poterlo togliere dalla miseria annullando


qualche debito, aprendogli qualche frontiera commerciale, dando qualche
aiuto qua e là, collegandolo a Internet e beneficiandolo della nostra alta
tecnologia. Pura illusione! «Il Terzo Mondo non raggiungerà mai i paesi
avanzati, in tempi umanamente esperibili 123, asserisce Ellul. Crederlo
significa rifiutare la constatazione che «la miseria, malgrado i proclami,
continua a crescere». Questo per tre motivi: la galoppante crescita
demografica del Terzo Mondo, che «non può essere accompagnata da una più
rapida crescita dei mezzi di sussistenza» 124. Il saccheggio delle risorse: «C'è
impoverimento per il crescente consumo di materie prime per la nostra
tecnica, per la diffusione di stabilimenti di multinazionali che cercando
manodopera trasformano i contadini in proletari urbani, per l'impoverimento
dei coltivatori locali a causa della concorrenza internazionale» 125. In fine,
l'impoverimento soggettivo: il livello di vita dei paesi ricchi aumenta mentre
il Terzo Mondo langue, l'ambiente si degrada, si approfondisce il divario
tecnologico. Oggi, grazie alle tecniche di comunicazione, questo contrasto è
conosciuto dai più e genera violenti sentimenti di frustrazione.
«Ben inteso» dice Ellul, «queste banalità sono note a tutti e tutti si
preoccupano di questa inestricabile situazione», ma «nessuno osa andare fino
in fondo alle estreme politiche che questa situazione implicherebbe» 126. Si
tratterebbe, in effetti, di far prova di una generosità tale da provocare un serio
calo del nostro livello di vita. Non siamo pronti a questo: «C'è un implicito
rifiuto dell'Occidente a porre fine agli sperperi e all'espansione dell'hi-tech»
127. Al contrario esso cerca di mettersi in pace la coscienza spiegando che
sarà proprio la tecnologia a permettere al Terzo Mondo di uscire dall'impasse.
Un puro bluff tecnologico secondo Ellul!
Quali conseguenze? Ellul nota che con l'islamismo il Terzo Mondo
dispone oggi di un'ideologia potente e mobilitante che, contrariamente al
comunismo importato dall'Occidente, ha tutte le probabilità di riuscire.
«Andiamo», profetizza, «verso una vera guerra dichiarata dal Terzo Mondo
contro i paesi sviluppati» 128. Siccome non ne ha i mezzi, non condurrà una
guerra frontale o economica, ma farà ricorso al terrorismo poiché detiene due
armi, «la totale abnegazione dei kamikaze, e la cattiva coscienza
dell'opinione pubblica occidentale nei confronti del Terzo Mondo» 129.
Questa sorprendente visione, datata 1987, che poteva sembrare esagerata
prima dell'11 settembre, assume oggi un altro rilievo: «Ci sarà un terrorismo
terzomondista che non potrà che accentuarsi e che è inarrestabile nella misura
in cui questi "combattenti" sacrificano innanzitutto la propria vita. Quando
tutto, nel nostro mondo, sarà diventato pericoloso, ci troveremo in ginocchio
senza aver potuto combattere» 130. Ellul individua anche nell'immigrazione di
massa una minaccia che «condurrà senza dubbio allo sgretolamento
dell'intera società occidentale». Continua predicendo che «da qui a
venticinque anni» (vale a dire nel 2002), «l'Occidente si troverà, sul piano
mondiale, nell'esatta situazione in cui si trova la minoranza bianca del Sud
Africa nei confronti della maggioranza nera» 131. In fin dei conti, non è
l'esatta descrizione del nostro mondo? L'Occidente minoritario e privilegiato
che, accaparrandosi tutte le ricchezze del mondo, si rinchiude nella propria
fortezza e respinge gli assalti dei poveri; l'Apartheid mondiale?

Pomodori, aeromobili senza pilota, nucleare

La tecnica si è impadronita dei pomodori già da un pezzo. Affinché


non patiscano il vento, il gelo, l'assenza di sole e crescano in tutte le
stagioni, li si è messi in serra, dove sono i computer a regolare il clima.
Affinché non vengano colpiti dalle malattie e dai parassiti che vengono dal
suolo, li si coltiva su un supporto inerte, di solito lana minerale, attraverso
il quale passano ogni giorno quasi cinque litri di liquido nutritivo che
apporta a ogni pianta, goccia dopo goccia, la giusta quantità di azoto,
fosforo, potassio, calcio, magnesio, solfati, oligoelementi, ecc.
Affinché abbiano una bella forma tonda e un color rosso vivo, affinché
siano sodi al tatto e resistano a lungo sui banchi del mercato senza
diventare molli, affinché il loro rendimento sia massimo e quindi i margini
di profitto buoni, ecco gli ibridi: ogni anno, a partire dalla fine degli anni
Sessanta, i ricercatori creano e commercializzano nuove varietà di
pomodoro aumentando quelle di cui mischiano i geni (privilegiando quelle
caratterizzate da maturazione rapida e resistenza alle malattie).
Questi pomodori, detti ibridi FI, hanno chiaramente eliminato le varietà
classiche, che si possono ormai trovare solo negli orti privati. Con la
Daniela, arrivata in Francia nel 1995, i ricercatori hanno riportato la
vittoria più spettacolare. Questo ibrido FI deve la propria particolarità a un
gene, detto «inibitore di maturazione», che gli permette di rimanere duro
come il legno fino a tre settimane dopo la raccolta. Con grande gioia dei
produttori, dei grossisti, degli ipermercati, dei dettaglianti, questi
miracolosi long life hanno invaso tutte le bancarelle, quelle dei mercati
come quelle degli ipermercati. L'unico inconveniente riguarda il
consumatore: sono insipidi. Siccome questo dettaglio ha finito col farsi
sentire, i ricercatori si sono attivati per creare long life che abbiano
lostesso gusto dei pomodori di una volta. Ma non ce l'hanno ancora fatta:
non c'è niente di più impalpabile, complesso, volatile, soggettivo del gusto
(si vedano a questo proposito le belle pagine di Bernard Charbonneau in
Un Vestin pour Tantale). Per ritrovare il gusto perduto (del quale i
ricercatori disperatamente cercano di rimpossessarsi), bisogna andare a
ficcare il naso tra i circa quattrocento composti aromatici che il pomodoro
possiede, e manomettere in laboratorio i geni che comandano a questi
composti. Ma questi sono molto capricciosi, si divertono ad esempio a
sviluppare l'aroma riducendo al contempo la dimensione del pomodoro. I
ricercatori promettono che finalmente nel 2004 i pomodori hi-tech
avranno un gusto simile a quello di un autentico pomodoro (in attesa dei
pomodori OGM). Ora possiamo stare tranquilli!

Dal momento che la meccanizzazione e i prodotti chimici hanno reso


inutili i contadini (in Francia ne rimangono un milione, ancora troppi
secondo la FNSEA), ecco che si pone un nuovo problema: come garantire
la sicurezza nelle campagne divenute ormai solo residenziali? Il tenete
colonnello Garcin, esperto del Centre de prospective de la gendarmerie
nationale, ha una sua idea. Dopo aver scoperto le carte in occasione di un
dibattito sulla videosorveglianza 132: «Non si tratta di fare l'apologia delle
nuove tecnologie: esse si imporranno in ogni caso», ha annunciato la
soluzione miracolosa: basterà far sorvolare i campi, i paesi e i pascoli da
aeromobili senza pilota, quei miniaerei telecomandati e dotati di
videocamera. E allora la calma regnerà sulle moderne campagne.

Il nucleare, ideale! Moderno, economico, sicuro, capace di assicurare


l'indipendenza energetica nazionale, ecc. Dopo la crisi petrolifera del
1973, la Francia si è attrezzata a tappe forzate, diventando il paese più
nuclearizzato al mondo. E va tutto bene. Tranne che…
Fino al 1969, le scorie nucleari provenienti dai centri di ricerca venivano
semplicemente immerse in alto mare. Una soluzione suicida che si dovette
abbandonare, tanto più che ormai si trattava di quantità enormi! Secondo
l'agenzia indipendente Wise-Paris (World Information Service on Energy),
esperta in materia, i 58 reattori nucleari francesi producono ogni anno
1.150 tonnellate di combustibili radioattivi (senza contare i rifiuti liquidi e
gassosi). Una montagna! Senza contare che dopo una quarantina d'anni di
attività, bisognerà smantellare completamente tutti questi reattori, e che
questo genererà himalaya di macerie e rifiuti (nove di quelli sono
attualmente in disfacimento).
Le scorie radioattive hanno la particolarità di essere avvelenatori della
peggior specie. Innanzitutto non le si può smaltire tutte, perché costerebbe
caro alla edf (Elettricità di Francia): ogni anno, 300 tonnellate vengono
semplicemente stoccate nelle piscine della Hague (in attesa di un
eventuale smaltimento). Il resto, 850 tonnellate all'anno, viene smaltito.
Ma smaltito non significa eliminato. Ne rimane non poca parte che viene
compressa, compattata, incenerita, vetrificata, annegata nel bitume, nel
cemento. Innanzitutto le scorie A (strumenti e utensili come guanti e filtri,
tute, parti di attrezzature). Definiti a «bassa radioattività», saranno
inoffensivi solo fra trecento anni. Si consideri che ogni tonnellata di
combustibile smaltito occupa 1,5 metri cubi. Significa 1.200 metri cubi
all'anno. Le scorie B, provenienti dal funzionamento del reattore, sono a
debole o media radioattività e rimangono nocive per qualche migliaio
d'anni. Costituiscono 250 metri cubi all'anno. è poi la volta delle scorie C,
estremamente radioattive, i cui elementi hanno una durata di vita che
raggiunge i milioni di anni, una durata che sfida l'immaginazione umana.
Ogni tonnellata di combustibile smaltito ne forma 0,1 metri cubi, ovvero
85 metri cubi di vero veleno all'anno, sotto forma di piccolissimi pezzetti
di vetro… Come diceva nel 1979 Marcel Boiteux, allora a capo della EDF,
bisognerà pur lasciare qualche problema ai nostri figli 133. In effetti,
benediranno la nostra memoria: quando tra un'eternità la Gioconda, la
Tour Eiffel e la Muraglia Cinese saranno ridotte in polvere, le scorie
nucleari saranno ancora là, a irradiare allegramente.
Che cosa farne? Il rompicapo è tale che la regola d'oro dei tecnici è sempre
stata: «Si finirà ben per trovare una soluzione!». Si è pensato a tutto.
Sbarazzarsene inviandole nello spazio: troppo caro, troppo pericoloso, ce
ne sono troppe. Inviarle nel magma terrestre: infattibile. Trasformandole
sottoponendole nuovamente a radiazioni: nemmeno per idea. Vetrificarle e
sprofondarle nelle miniere di sale: certamente no. Non rimane che
stoccarle, in attesa di trovare un'idea migliore (il che non è certo che
avverrà), a 500 metri di profondità.
Ma le montagne non smettono di crescere. I centri di stoccaggio sono
saturi. Bisogna urgentemente trovare nuovi siti. L'ANDRA, Agenzia
nazionale per la gestione delle scorie radioattive, ha identificato una
quindicina di luoghi in cui sotterrarle, ma curiosamente i frontisti non sono
entusiasti. A Bure (Mosa) hanno manifestato la propria opposizione, il che
non ha però impedito la costruzione di un laboratorio sotterraneo. Dal
2000 ogni decisione in materia è congelata, e solo nel 2006 il governo
invierà al Parlamento un progetto di legge che autorizzi la creazione di un
centro di stoccaggio. Abbiate pazienza, frontisti: il tempo gioca a vostro
favore visto che ce ne sarà per diversi milioni di anni. Si finirà ben per
trovare una soluzione!
6.
È TROPPO COMPLICATO
PER VOI, BAMBINI…
La tecnica fa di testa propria,
e tanto peggio per la democrazia

Per essere efficace, e l'efficacia è la sua ragione d'essere, la Tecnica deve


proseguire per il proprio cammino senza preoccuparsi d'altro. Specialmente
del cittadino. Il che pone un piccolo problema democratico.
Il cittadino, in effetti, non se ne intende. Tutto ciò lo supera. Dato che lo
si convince a colpi di squillanti pubblicità, vuole un cellulare, ma non
chiedetegli come funzioni, su quali onde hertz viaggino le sue spirituali
conversazioni. Soprattutto, non chiedetegli perché potrebbe essere pericoloso
per la sua salute, di considerare i rischi e di decidere con cognizione di causa
se debba farne a meno o no. Preferisce confidare nel fabbricante. Dopotutto,
si presume che quest'ultimo abbia subito controlli e valutazioni condotti da
enti di Stato che, si sa, trabocca di esperti imparziali, eccellenti e
disinteressati. Certo, si ricorda del caso del sangue contaminato, ma è stata
una sbavatura, no, non si ripeterà! Così rassicuratosi telefona a occhi chiusi.
Ed è così per tutto, per ogni progresso tecnico: solo una minoranza di
cittadini sensibili alle questioni ecologiche rimangono vigili, ma fortemente
impotenti.
Alcuni difensori della democrazia si inquietano. Perché è difficile
pretendere che sia democratico questo modo che il progresso tecnico ha di
intrufolarsi ovunque e di imporre la propria legge, senza che il cittadino abbia
la possibilità di dire la propria. In effetti, le scelte tecniche sfuggono
completamente alla democrazia. Si situano deliberatamente al di fuori.
Quanto al cellulare, non è così grave (chissà!), ma quando si tratta di
nucleare, OGM, o della semplice automobile…
Nel XVIII secolo, sottolinea Ellul, gli incidenti in carrozza o a cavallo
facevano poche vittime. Oggi l'auto uccide ogni anno più di 8.000 persone in
Francia. Malgrado tutti i discorsi del governo, tutte le azioni intraprese dalle
associazioni coinvolte nella lotta per la sicurezza stradale, la situazione non
migliora. Per via del loro numero, questi incidenti «finiscono per costituire
una specie di struttura sociale (con i soccorsi, le organizzazioni mediche, le
pensioni, le assicurazioni, gli invalidi, le medicine, ecc.). Ogni incidente è un
caso in cui "la tecnica", rappresentata dai suoi veicoli, è sfuggita all'uomo che
non ha più controllo» 134. Già a questo semplice livello, quindi, l'uomo non
controlla più la potenza tecnica che si trova tra le mani. Ma si adatta: gli
incidenti stradali non sono d'altronde diventati una filiera, come quella bovina
o quella tessile? «Più la tecnica diventa rapida, potente, grandiosa, più le
mancanze di controllo da parte dell'uomo sono gravi e numerose» 135. Ora
che essa forma un sistema, con i propri pesi, determinazioni, leggi, prosegue
per il proprio cammino senza l'uomo.
I nostri umanisti tentano di rassicurarci, «non è possibile che l'uomo non
sia padrone di questo processo», e concordano sul fatto che la tecnica debba
urgentemente sottomettersi alle regole della democrazia. Il problema è:
come?
Nessuno di loro osa più evocare i sindacalisti. Eppure, quando negli anni
Settanta nacque la speranza dell'autogestione, questi «poterono sperare per un
momento di diventare lo strumento per eccellenza del dominio della tecnica»
136. Fallimento completo: con l'automazione-informatizzazione, gli operai
sono stati espulsi dal processo e hanno perduto il potere collettivo di
negoziazione. Ormai, nella fabbrica automatizzata intervengono diverse
categorie di lavoratori, ideatori di programmi, installatori, subappaltatori,
squadre di manutenzione, operai addetti alla produzione incaricati di
intervenire in caso di guasto, operai specializzati, ecc. «Nessuna competenza
comune, spesso nessun incontro sul luogo di lavoro, nessun interesse
collettivo da difendere». Esplosa, «mentre scivola sempre più verso la
precarietà, la fluidità, la dequalificazione, l'instabilità di impiego», la classe
operaia ha perso presa sul contenuto del progresso tecnico, e «i sindacati non
hanno più alcuna speranza di dominare le tecniche, e ancora meno di
riorientare la Tecnica» 137.
Come fare allora? È molto semplice, e i difensori della democrazia
dispongono di una ricetta miracolosa, sempre le stessa da lustri (si è potuta
recentemente ritrovare questa idea in La Technique contre la démocratie di
Michel Claessens): informare il cittadino (e anche, certo, i deputati che lo
rappresentano).
Ellul afferma che coloro che raccomandano questa soluzione sembrano
non rendersi conto che non c'è una, ma decine di importanti questioni sulle
quali il cittadino, e a fortiori il deputato, dovrebbe «avere un dossier
completo, serio, accurato, onesto» 138! La politica energetica. La dissuasione
nucleare. La clonazione terapeutica. L'aiuto al Terzo Mondo. I collaudi di
OGM in aperta campagna. Le otturazioni dentali. L'acqua potabile. E così
via. Chi non si rende conto, dice, dell'assurdità della situazione! Non si ha
nemmeno il tempo di «mettersi al corrente»! Perché queste questioni
raramente sono di una semplicità infantile. Meglio: appena ci si mette un
attimo il naso, ci si rende conto che gli esperti specialisti in questi problemi
sono ben lungi dall'essere d'accordo tra loro, che anzi si confrontano in
dibattiti senza soluzioni. Come potrebbe sentenziare il semplice cittadino?
Ellul sottolinea allora questo paradosso: «Più il cittadino sarà informato,
meno potrà schierarsi». Di fronte a questa forza tecnica che prosegue per la
propria strada senza preoccuparsi della sua esistenza, egli si ritrova privo di
ogni potere.
Ma anche quando il cittadino è impotente, insistono alcuni, lo Stato non
lo è. È su questo che bisogna contare. Esso solo ha capacità sufficienti a
riprendere in mano la tecnica e riorientarla. È l'unico garante dell'interesse
generale. E d'altronde, è lo Stato a finanziare il 64% della ricerca di base in
Francia. Bisogna quindi contare sullo Stato per creare organismi pianificatori,
agenzie pubbliche di vigilanza, ecc. Ma questo, afferma Ellul, «significa
trascurare che lo Stato stesso è un agente tecnico, contemporaneamente
integrato nel sistema tecnico, determinato dalle sue esigenze, e modificato
nelle proprie strutture rispetto all'imperativo di crescita tecnica» 139.
D'altronde, avete mai visto un organismo pubblico destinato al controllo della
tecnica (come il CESTA, Centre d'Études de Systèmes et de Technologies
Avancées, o l'ANVAR, Agence Nationale de Valorisation de la Recherche)
fare correttamente il proprio lavoro, esercitare un vero controllo, mettere un
freno a un'azienda tecnica a causa dei rischi, allertare l'opinione pubblica e i
cittadini? No: questi organismi «non hanno alcun obiettivo di controllo e di
riflessione critica, ma solo di accelerazione e di crescita della Tecnica» 140!
E poi, di quale Stato si parla? Qui Ellul si diverte davvero: indubbiamente
si tratta «di quel meraviglioso organismo ideale, incarnazione del Diritto e
della Giustizia, che fa regnare una dolce uguaglianza senza soppressione né
repressione, che favorisce i più deboli per riequilibrare le possibilità, che
rappresenta l'interesse generale senza ledere gli interessi particolari, che
promuove la libertà di tutti attraverso una felice armonia, insensibile alle
pressioni e alle lotte di interesse, paziente senza essere paternalista, che
liberalizza tutto essendo socialista, che amministra senza fare burocrazia, atto
a promuovere nuove attività di regolazione e concertazione, senza la pretesa
di imporre la propria legge, in modo da permettere agli attori sociali di
dominare liberamente le conseguenze del progresso tecnico» 141. Va da sé
che questo Stato da sogno non esiste! «Lo Stato fino ad ora è stato, qualsiasi
forma abbia avuto, socialista o meno, un organismo di oppressione, di
repressione, di eliminazione degli oppositori, di costituzione di una classe
politica che governa a proprio vantaggio…». Grazie a quale miracolo
cambierà? E perché affidargli le redini del progresso tecnico? Per aggiungere
potere alla burocrazia? Per rimettersi totalmente all'Amministrazione? Per
permettergli di regolamentare ancora di più, in tutte le direzioni? Ma, afferma
Ellul, se gli si affida questo ruolo, ciò condurrà «immancabilmente a una
società cento volte più oppressiva» 142. Senza contare che fare appello allo
Stato «significa seguire quel riflesso tecnico tipico dello specialista: nel mio
settore non va bene, ma il vicino ha sicuramente la soluzione» 143.
A livello planetario è la stessa cosa. Commentando L'Utopie ou la mort,
una delle opere fondamentali dell'ecologista René Dumont, Ellul rileva che
anch'egli conta sullo Stato per salvare il mondo… «ma, ben inteso, non lo
ammette! È solo questione di grandi organismi internazionali che prendano in
mano l'insieme del progresso tecnico. Ma chi può istituirli se non un potere
politico?» 144. È, in fin dei conti, un governo mondiale, evidentemente. Ma è
esattamente ciò verso cui ci porta implacabilmente la tecnica.

Dopo la «cena dei cretini», la «conferenza di consenso»?

Seguendo l'esempio dei paesi nordici dove è nata questa pratica, in


Francia sono recentemente stati lanciati, con le famose «conferenze di
consenso», timidi tentativi di dibattito democratico a proposito delle scelte
tecniche. Si tratta di riunire un gruppo di una quindicina di cittadini che
non conoscono la materia. Questi vengono battezzati col dolce nome di
«candidi». Per qualche giorno spulciano dossier e seguono corsi accelerati
tenuti da formatori-divulgatori. Li si mette poi pubblicamente a confronto
con una sfilza di esperti e specialisti. Nel corso del dibattito, i «candidi»
pongono tutte le domande che vogliono. Poi si ritirano, deliberano e
tornano per dare il loro giudizio, esprimere desideri e raccomandazioni.
Sono loro ad avere l'ultima parola. Questa la teoria.
In pratica, la prima conferenza di cittadini degna di questo nome non è
stata propriamente un successo. Indetta da una struttura emanante
dall'Assemblée nationale, l'Ufficio parlamentare di valutazione delle scelte
scientifiche e tecniche, che riunisce deputati desiderosi di vedere la
rappresentanza nazionale esercitare un controllo sulla tecnica, ebbe luogo
il 20 e 21 giugno 1998 e riguardò gli OGM. Non si trattava di discutere il
principio stesso degli OGM, se bisognasse accettarli o rifiutarli, non
sogniamo (il governo aveva già deciso di autorizzarne l'importazione, la
coltura e la sperimentazione all'aria aperta), si trattava semplicemente di
ridiscuterne le modalità. Esercizio limitato, certo, ma che si poteva, al
momento, trovare utile e interessante: tutti gli attori del pianeta OGM, dai
ricercatori favorevoli come Yves Chupeau dell'INRA agli scettici come il
professor Patrice Courvalin dell'Istituto Pasteur, dai militanti anti-OGM
come Arnaud Apotecker (di Greenpeace) e René Diesel (allora militante
della Confédération Paysanne) ai rappresentanti delle società di
assicurazione come François Ewald (ideologo accreditato del Medef),
erano presenti tutti. Che persone di fazioni opposte si parlassero al di fuori
della televisione per un dibattito fasullo alla Dechavenne, era già qualcosa,
certo…
Alla fine di due giorni di dibattito, i quattordici «candidi» enumerarono le
proprie raccomandazioni, insistendo su una in particolare, che consisteva
nel non ammettere più OGM che comportassero un gene resistente agli
antibiotici. Il dibattito aveva infatti messo in evidenza il rischio che questi
rinforzassero la resistenza agli antibiotici di batteri infettivi per l'uomo.
Inoltre, questi OGM sono prototipi di prima generazione, assemblati in
modo rudimentale. Per gli industriali è perfettamente possibile fabbricarne
di privi di quei geni di resistenza agli antibiotici, come d'altronde saranno
quelli delle future generazioni. Risultato della lezione: cinque settimane
dopo il governo dava l'autorizzazione alla coltivazione di due tipi di mais
transgenico dotati dei famosi geni additati dai «candidi»!
La dimostrazione è chiara: i cittadini avevano fatto il loro piccolo giro di
pista democratico, bene, arrivederci e grazie. La Realpolitik aveva vinto:
non bisognava ostacolare il progresso tecnico. Non si sarebbe lasciato che
una quindicina di «candidi» rallentassero la macchina. È questo il
problema con i cittadini: sono incontrollabili; non sono forzatamente
furiosi partigiani del progresso; quando gli si dà la parola, la prendono e
rischiano di frenare l'irresistibile marcia della Tecnica. Li si vuole
informare, certo, ma che poi stiano zitti!
In seguito hanno avuto luogo altre conferenze di cittadini (di nuovo sugli
OGM il 4 e 5 febbraio 2002, e sui cambiamenti climatici l'11 febbraio
2002). I risultati sono probanti? Una manciata di ricercatori ne è convinta,
e tra questi il biologo Jacques Testart e gli autori di un libro che appoggia
la moltiplicazione di queste conferenze, e più ampiamente di quelli che
chiamano «forum ibridi» 145. Secondo loro bisogna aiutare le controversie
socio-tecniche a emergere e strutturarsi, e questo in ogni campo che
accenda il disaccordo (OGM, nucleare, clonazione, strato d'ozono,
brevettabilità degli esseri viventi, ecc.), perché, a condizione di essere
organizzate secondo precise procedure (sorteggio di un gruppo di
partecipanti, sedute di formazione per questi stessi cittadini, audizione di
esperti o di gruppi di pressione calcolata accuratamente, ecc.), esse sono
fruttuose: certo, non tutti i cittadini possono essere al corrente di tutti gli
argomenti, ma questi gruppi possono, ciascuno su un preciso argomento,
rappresentare l'insieme dei cittadini. Questa «democrazia dialogica» andrà
a rinforzare la democrazia delegativa, vecchia e logora, e permetterà di
sfuggire all'ipocrisia dei sondaggi e dei referendum; in breve, è una chance
per la democrazia, perché durante questi forum si capisce che il popolo dei
profani (cittadini, sindacalisti, frontisti, eletti, e così via) «riesce a produrre
un effetto di chiarezza che gli esperti, chiusi nei loro saperi e nei loro
interessi professionali, non riescono a dare» 146. Jacques Testart è
entusiasta nel constatare che, in occasione di queste conferenze, «ciò che i
cittadini propongono, liberati da mercanti di illusioni e posti in situazioni
di responsabilità, è la solidarietà piuttosto della competitività, la
comunione della specie umana piuttosto dello sciovinismo, lo sviluppo
durevole piuttosto del produttivismo» 147. Ma quali decisioni, quale
impatto sulle procedure di controllo seguono? Soprattutto, i capitani
d'impresa, per i quali la trasparenza è il nemico, il segreto brevettato una
garanzia contro la concorrenza, saranno della partita? È possibile
immaginare i grandi operatori delle telecomunicazioni attendere
pazientemente i risultati di una conferenza di consenso sui pericoli del
telefono cellulare per iniziare a commercializzarlo? E i poteri pubblici non
vedono in questi forum semplici operazioni di comunicazione? È corretto
vedervi, come Jacques Testart, «una delle rare occasioni serie di credere in
un altro mondo possibile»?
7.
ADORIAMO IL COMPUTER
CHE FA GUADAGNARE TEMPO
La tecnica è diventata una religione

I Galli temevano che il cielo cadesse loro sulla testa: noi non più.
D'altronde, noi non vediamo più il cielo. Nelle nostre città gli edifici e le luci
dei lampioni lo hanno oscurato. La notte misteriosa e le stelle inaccessibili, e
cosa c'è dietro, da dove veniamo, dove andiamo? C'è altro da fare. In un
mondo invaso dalle macchine, la velocità, i videogiochi, la noia televisiva, la
frenesia automobilistica, non si ha più tempo, né voglia di angoscia
metafisica. In un mondo che ancora prima di capire veramente l'atomo lo ha
fatto esplodere, ancora prima di capire il DNA ne ha tagliato dei pezzetti
usandoli per bombardare altri frammenti di DNA, il mistero si dissolve e il
sacro si cancella.
Eppure il nostro mondo non è solo materiale. È anche spirituale. «Forze
sconosciute e forse inconoscibili» vi agiscono, segrete corrispondenze si
allacciano tra le cose e tra gli esseri, non ci si innamora solo per via di
processi chimici. Ellul, citando Jung, afferma: «È catastrofico rendere chiaro
e superficiale ciò che è nascosto nel più profondo dell'uomo, questi deve
avere uno sfondo, una profondità sulla quale si basano ragione e coscienza»
148. Il mistero, il senso del sacro, del segreto sono al centro dell'avventura
umana. Ora, il sacro non è solo ciò che sfugge alla comprensione, ciò che
supera la ragione, è anche «ciò che inconsciamente si decide di rispettare».
Un albero, l'uomo, il sole, un libro… Anche se si può mettere in dubbio la
pertinenza della nozione di «sacro», non tacceremo Ellul di oscurantismo: in
lui, non c'è traccia del pensiero secondo il quale sarebbe pericoloso
manipolare l'opera della Natura con la N maiuscola, perché il Vivente
sarebbe sacro e Dio nascosto nel cuore delle cose. Egli semplicemente
constata che la tecnica non rispetta nulla. «Essa ha solo un ruolo: quello di
spogliare, mettere in luce, e poi sfruttare razionalizzando, trasformare ogni
cosa in mezzo […]. La scienza smaschera tutto ciò che l'uomo aveva creduto
sacro, la tecnica se ne impadronisce e se ne serve». Nessuno scrupolo la
ostacola. Fa il proprio lavoro. Essa nega il mistero, che diventa «solo quanto
non tecnicizzato» 149.
Le righe seguenti risalgono al 1954, cioè ben prima dei bambini in
provetta e della messa a punto dei test di individuazione genetica: la tecnica
«impara a rifare completamente la vita e ciò che vi è connesso perché erano
mal fatti. Poiché l'ereditarietà è piena di rischi, eliminerà l'ereditarietà per
avere uomini adatti al servizio ideale. L'uomo ideale diventerà prestissimo
una semplice operazione tecnica» 150. Ne siamo ancora così lontani?
Siccome però l'uomo è incapace di vivere senza il sacro, assistiamo a uno
«strano rovesciamento»: «l'uomo trasferisce il senso del sacro proprio su ciò
che ne ha distrutto l'oggetto, cioè sulla Tecnica» 151. Essa è il nuovo tabù,
l'intoccabile, l'oggetto di adorazione. L'Auto Che Dà La Libertà, Il Razzo Che
Porta L'Uomo Sulla Luna, La Televisione Grazie Alla Quale Ogni Sera
Siamo Tutti In Comunicazione Spirituale, Il TGV Che Va Ancora Più
Veloce, Il Computer Che Fa Guadagnare Tempo, ecco i nuovi oggetti dotati
di poteri magici! Il culto culmina oggi con Internet e i suoi divini attributi.
«Coloro che lo criticano e lo attaccano provano quella sensazione di cattiva
coscienza che tutti gli iconoclasti sperimentano» 152 (non tutti,
fortunatamente; vedremo più avanti che esistono critici senza il complesso
della tecnica).
Curiosamente, i tecnici, ministranti della nuova religione, rimangono
«sempre disorientati quando si chiede loro il motivo della loro fede» 153. Non
hanno nemmeno la scusa, afferma Ellul, di credere, come accadeva sotto
Stalin, che la tecnica sarà lo strumento di liberazione del proletariato. No,
«non si aspettano nulla da essa eppure si sacrificano e votano con frenesia la
propria vita allo sviluppo delle fabbriche e all'organizzazione delle banche.
La felicità dell'umanità e altre sciocchezze sono luoghi comuni che non
possono più essere utilizzati come giustificazione e non hanno nulla a che
vedere con questa passione» 154.
Ma, in fondo, perché le folle stregate dalle gare di F1? La passione
generale per la Cifra, la Statistica e il Sondaggio? La delirante infatuazione
per i ninnoli hi-tech? «La tecnica è sacra perché è l'espressione comune della
potenza dell'uomo» 155.

Ci si crede sempre
Traumatizzato da Chernobyl? Terrorizzato dalla mucca pazza? Scosso
dal naufragio della Erika, dall'esplosione del Concorde? Segnato dalla
diossina di Seveso e dall'esplosione di Bhopal? Spaventato dal
riscaldamento climatico? Il cittadino medio, secondo alcuni 156, avrebbe
completamente cambiato la propria attitudine nei confronti del progresso
tecnico. Lo scientismo, la cieca e assoluta fiducia nelle sconfinate
possibilità della scienza, sarebbe superato. Ormai, il cittadino sarebbe
scettico e vigile, reclamerebbe un vero controllo democratico. Tre segni
mostrerebbero al contrario come la fiducia nel progresso rimanga
massiccia e generale.
La muta accettazione del nucleare. Se Chernobyl li avesse veramente
traumatizzati, i Francesi, popolo più nuclearizzato del mondo, avrebbero
chiesto conto del fatto che l'80% dell'energia nucleare proviene dall'atomo.
Psicodramma nazionale, ampio dibattito, riorientamento energetico? Nulla
di tutto ciò. Ci si è accontentati delle dichiarazioni di esperti che
affermavano che le nostre centrali sono nettamente più sicure di
Chernobyl.
Lo sviluppo fulminante del telefono cellulare. Ne abbiamo già parlato: 37
milioni di Francesi vi si sono avventati. Addio principio di precauzione!
Tutto ciò che è nuovo, soprattutto l'hi-tech, sfonda. Nessun segno di
sfiducia generale.
Due sondaggi. Pur rimanendo critici nei confronti dell'abuso (e dell'uso
spesso manipolatore) dei sondaggi, è lecito riconoscere l'indicatività di
alcuni di essi. Eccone due che tendono a mostrare che, dato che il D-day è
stato rinviato alle calende greche e l'Avvenire radioso dell'Umanità è stato
disposto alla luce di idee fumose, la fiducia nella scienza rimane la sola
ideologia sopravvissuta. Il primo 157 afferma che l'88% dei Francesi crede
ancora nella scienza. Il secondo, commissionato dal Ministero della
Ricerca 158, dice che il 53% dei Francesi confida negli scienziati per
«controllare il progresso scientifico e assicurarsi del rispetto di questo nei
confronti delle questioni etiche», il che, a dirla tutta, è allucinante e prova
che nessuno ha sentito parlare di Frankenstein. Solo il 4% degli intervistati
confida nei responsabili politici per assicurare il controllo! Questo basta
per rendersi conto di quanto pressante sia il bisogno di democrazia in
materia.
È possibile che le crisi sanitarie e alimentari abbiano sbrecciato lo
scientismo. Ma da qui a farlo sparire…
8.
LEI ATTACCA LA SCIENZA, SIGNORE!
La tecnica è sacra:
non sopporta di essere giudicata

Andiamo, una buona arrabbiatura può far bene! Per il suo primo grande
libro sulla Tecnica Ellul è stato chiamato antiprogressista e retrogrado. La sua
reazione è quella di un uomo superato. Nell'Exegèse des nouveaux lieux
communs, opera pubblicata nel 1966 in cui riprende il famoso procedimento
di Léon Bloy nel suo Exégèse des lieux communs, passa a settaccio critico le
idee promosse dalla sua epoca e si concede una bella e bruciante collera. Non
ci priviamo del piacere di leggerne un lungo estratto, dal momento che questo
libro, come molti altri, e malgrado una riedizione del 1994, è attualmente
esaurito. Primo perché è un testo scritto con grande stile, e poi perché ancora
non fa una grinza: tuttora ogni critica contro la tecnica scatena gli anatemi dei
ferventi del progresso. Appena ci si permette qualche riserva sugli OGM o il
nucleare, per esempio, i progressisti vedono subito spuntare l'ombra di
un'ideologia dominante antiprogressista (che pure rimane minoritaria). Ellul
parla di questo luogo comune che consiste nell'affermare che
«l'atteggiamento attuale consiste nel criticare la tecnica».
«Questo luogo comune è veramente molto comune presso i tecnici, i
tecnologi, i tecnolatri, i tecnofagi, i tecnofili, i tecnocrati, i tecnopani. Si
lamentano di essere incompresi, di essere criticati. Si lamentano
dell'ingratitudine di quella gente per la quale lavorano e della quale vogliono
la felicità. Non basta loro occupare tutti i posti dell'Amministrazione e dello
Stato; avere tutti gli stanziamenti […]. Non basta accrescere le speranze delle
masse annunciando la penicillina o l'automazione […]. Non basta essere
circondati di onori e che sia tra loro che si scelgono i famosi "Saggi" di cui si
ha tanto bisogno. Non basta che in ogni luogo e in ogni riunione la loro
parola sia legge. Perché essi sono allo stesso tempo coloro che sanno e coloro
che agiscono. Non basta loro essere al di là del bene e del male, perché la
necessità del progresso non è sottoposta a vere contingenze. Non basta,
infine, avere una buona coscienza, sapere che stanno dalla parte giusta, dalla
parte della Giustizia e della Felicità, avere davanti un percorso umano
perfettamente chiaro e tracciato, senza dubbi, arretramenti, scrupoli,
esitazioni né rimorsi. No, tutto ciò non basta. Vogliono ancora una cosa: la
palma del martirio e la consacrazione della Virtù trionfante al dragone
onnipotente e velenoso».
In questo modo, aggiunge Ellul, fanno credere alla brava gente di dover
affrontare numerosi nemici: «quegli imbecilli di filosofi che pretendono di
mettere i bastoni tra le ruote del progresso con dichiarazioni da sofisti e
argomentazioni tanto viziose quanto inesatte, in virtù di una concezione
dell'uomo radicalmente superata»; i «contadini artigiani capitalisti retrogradi
che rompono il telaio a furia di tessere emblemi della scienza e del
progresso»; gli «orrendi contadini appena usciti dalla bestialità campagnola
che prostrano a colpi di flagello i poveri e virtuosi tecnici che lavorano per il
loro bene».
Pur essendo una minoranza, questi nemici sono presentati come
estremamente minacciosi. Perché? Perché tecnici e tecnologi «hanno bisogno
in più di essere compatiti e amati. Creano questa mitologia per presentarsi
come in preda all'immenso sforzo di convincere forze ostili. Inoltre sono
estremamente sensibili, hanno un senso dell'onore molto delicato. Basta il più
piccolo dubbio sul valore assoluto di ciò che fanno, la più circospetta messa
in dubbio di un dato risultato, la più misurata domanda sulla finalità del loro
lavoro che subito iniziano crisi di disperazione, severi giudizi, un dito
vendicatore si punta contro l'infame che ha osato attentare alla maestà del
progresso […]. Hanno bisogno di essere non solo gli eroi della scienza e della
potenza, ma anche i martiri dell'incomprensione e del regresso. Hanno
bisogno che il 100%, e non appena il 98%, dell'opinione pubblica sia al loro
fianco, perché ogni riserva è un'accusa contro di loro; la tecnica è totalitaria.
Ma io sospetto, in fondo, in questa attitudine piagnucolosa, l'affiorare di
un'inquietudine, il lampo di un dubbio sul quale accumulano sacchi di
cemento e soffi atomici per impedirgli di bruciare. "E se, dopotutto, per caso
ci siamo sbagliati? E se per caso stessimo conducendo l'umanità verso la
fine?". Non parlo tanto della fine atomica, ma della fine della coscienza, della
libertà, dell'individuo, della creazione, dell'uomo semplicemente umano. Se
per caso ci stessero veramente portando verso l'anonimato di quel formichiere
tanto frequentemente a torto annunciato? Bisogna prendere delle precauzioni.
Bisogna, nell'ultimo guizzo di lucidità, poter affermare che abbiamo
camminato tutti insieme. Tutti insieme in pieno accordo. E che l'avanguardia
era la meno responsabile e la più esposta: "Compiangeteci, compiangeteci,
brava gente. Abbiamo faticato, e non lo abbiamo voluto…"».
In toni più contenuti, e in altre opere, Ellul prosegue questa analisi
secondo la quale la tecnica non sopporta alcun giudizio morale. Tutti,
sottolinea, sono d'accordo nel dire che lo scienziato debba godere nel proprio
laboratorio di una libertà totale, e non debba «porsi il problema del bene o del
male, del lecito o illecito della propria ricerca». Nello stesso modo, sembrava
evidente che il tecnico agisse in totale indipendenza. «Ciò che è stato
scoperto si applica, molto semplicemente». Ellul trova illogici gli intellettuali
che pur difendendo la libertà della ricerca «vorrebbero reintrodurre giudizi di
bene o male nel momento in cui si passa alle applicazioni». Non funziona
mai.
Ad ogni modo, il tecnico se ne infischia della morale. È talmente relativa!
Si dichiara unico giudice nel proprio campo. Che non si ficchi il naso nei suoi
affari, anche se le loro ricadute interessano il mondo intero! «La tecnica,
autogiudicandosi, si trova ormai libera da ciò che da sempre ha costituito
l'ostacolo principale alle azioni dell'uomo: le credenze (sacre, spirituali,
religiose) e la morale». Essa si autogiustifica. D'altronde, essendo la tecnica
«in sé soppressione dei limiti» 159, è logico che elimini le barriere morali. Per
i tecnici, nessuna operazione è impossibile o illecita: «Questo non è un
carattere accessorio o accidentale, è l'essenza stessa della tecnica: un limite
non è mai altro che ciò che è attualmente realizzabile dal punto di vista
tecnico – semplicemente perché vi è al di là di questo limite qualcosa che è
possibile fare» 160. Se c'è trasgressione, non significa che la tecnica e i tecnici
siano intrinsecamente perversi, ma è perché, evolvendosi in un universo
potenzialmente illimitato, ed essendo essa stessa potenzialmente illimitata, la
tecnica «presuppone un universo a propria misura, e di conseguenza non può
accettare alcun limite preliminare» 161.
Così come dopo aver eliminato il sacro la Tecnica è diventata essa stessa
il nuovo sacro, ecco che, situandosi al di là del bene e del male, si trasforma a
sua volta «giudice della morale»: «Una proposizione morale verrà
considerata valida per un dato periodo solo se sarà conforme al sistema
tecnico, se concorderà con esso» 162. Ancora meglio: la tecnica crea nuovi
valori. Crea poco a poco un'etica del comportamento. «Esigendo da parte
dell'uomo un certo numero di virtù (precisione, esattezza, serietà, realismo,
oltre a tutte le virtù relative al lavoro!) e un certo atteggiamento nei confronti
della vita (modestia, devozione, cooperazione)», «permettendo giudizi di
valore molto netti (ciò che è serio e ciò che non lo è, cosa è efficace, utile..,)»
163, istituisce poco a poco nuove regole, un nuovo codice morale. È
tecnicamente irreprensibile chi lavora con accanimento al progresso tecnico,
è immorale chi non vi partecipa, per pigrizia o fantasia, e ancora peggiore chi
la ostacola. Ellul sottolinea che l'uomo non ha mai lavorato tanto come al
giorno d'oggi… Gli estirpatori di piante di mais transgenico non sono solo
canaglie, ma veri e propri criminali da mettere al bando dell'umanità! Su «Le
Monde» 164 abbiamo potuto leggere la diatriba di due filosofi, François
Ewald e Dominique Lecourt, che affermavano che, attaccando gli esperimenti
OGM in aperta campagna, José Bové e i suoi amici «colpiscono la base
stessa della nostra Repubblica»! In tutti i campi (militare, medico, alimentare,
ecc.), i tecnici reclamano il diritto di sperimentare sull'uomo sempre
rifiutando la costrizione delle leggi che lo impediscono. Chiaramente, è
sempre «per il bene della società, per l'interesse comune, in funzione della
solidarietà collettiva, ecc. che ci si arroga il diritto di manipolare l'individuo.
Ma siamo qui in presenza di superstrutture ideologiche destinate a ripulire la
coscienza. In realtà, è in gioco solo l'autonomia della tecnica che giustifica
ciò che viene fatto in funzione del potere tecnico» 165.
Ellul dice di aver spesso impiegato questa formula che, afferma, si è
«sempre rivelata esatta»: «Quando in una società si parla esageratamente di
un certo requisito umano, è perché questo non esiste più. Se si parla
esageratamente di libertà, è perché la libertà è stata annullata» 166. Oggi
questa legge si applica perfettamente all'etica: comitati etici da un lato,
bioetica dall'altro, etica in tutte le salse, non si smette di invocarla, di riferirsi
a essa e consacrarvi magniloquenti dibattiti e profondi discorsi. E tutto questo
proprio nel momento in cui l'uomo come mai prima viene manipolato,
maltrattato, desacralizzato, ridotto a oggetto, ad animale, a macchina, a
individuo «x» tra la massa 167.

Comitati etici di pessimo gusto

La Francia ne ha uno. La Germania ne ha uno, la Spagna ne ha uno.


L'Europa ne ha uno. I comitati etici non si contano più. Si presume che
sorveglino da vicino i ritrovati della tecnoscienza e soprattutto della
biologia, e mettano l'alt quando questa si spinga troppo oltre. In Francia è
stato il primo bambino in provetta a dare il via a tutto. Nato il 24 febbraio
1982, aveva provocato dibattiti e polemiche, d'altro canto un po' tardive:
tutti erano stati messi davanti al fatto compiuto. Il CCNE, Comité
Consultatif National d'Éthique pour les Sciences de la Vie et de la Santé,
nacque l'anno seguente, nel febbraio 1983. È composto da quarantuno
membri, per la maggior parte biologi e medici ai quali sono stati aggiunti
una manciata di giuristi, filosofi e uomini di Chiesa.
Il suo bilancio è quasi nullo. Primo perché questo, come altri comitati
dello stesso genere, soffre di un difetto all'origine: la maggioranza dei
membri sono al contempo giudici e parti in causa. In nome della loro
competenza nel campo della biologia, è ai biologi che si chiede di stabilire
limiti morali e giuridici per biologia. Non si capisce perché dovrebbero
avere particolari illuminazioni in ambito etico! Al contrario, il loro status
di specialisti li priva del distacco necessario e li rende più compiacenti di
un qualsiasi cittadino, perché il loro scopo primario è far avanzare la
ricerca e abbattere ogni ostacolo che possa rallentarne la gloriosa corsa.
Occupa lo stesso ruolo del BPV, Bureau de Vérification de la Publicité:
anche in questo caso si presume che esso imponga i limiti da non
oltrepassare, che sia composto da professionisti del campo, e anche in
questo caso vediamo i risultati ogni giorno: pubblicità misogine, volgari,
porno-chic, e via dicendo.
In quasi vent'anni il CCNE ha rimuginato decine di pareri,
raccomandazioni, rapporti, dottissimi, certo, in cui ogni parola era
accuratamente soppesata, ogni frase il risultato di lunghi dibattiti e oggetto
di minuziosi compromessi che avrebbero fatto impallidire d'invidia il Quai
d'Orsay. Ma in realtà non ha fatto altro che accompagnare il processo,
passare da indietreggiamenti ad attenuazioni, transigere sui grandi
principi. Per la storica Nadine Fresco, la bioetica serve da «giardino
zoologico» per le trovate dei biologi: i comitati etici discutono le nuove
invenzioni, di primo acchito inaudite e scioccanti, fissano loro dei limiti e
poi le approvano. E alla fine coloro che prendono le decisioni e l'opinione
pubblica vi si abituano. Il procedimento è sempre lo stesso: le innovazioni
tecniche, alla nascita, «sono oggetto di una condanna generale, ma cinque
o dieci anni dopo le stesse tecniche paiono ormai accettate e servono a
rifiutare le innovazioni più recenti» 168. E così via. Di modo che si
possono rilevare numerose derive recenti o in corso.
– Il brevettamento del genoma umano
All'inizio, tutti hanno gridato allo scandalo. Il corpo umano non è una
merce! È fuori di questione che una società privata si impadronisca di un
gene umano brevettandolo! Il genoma appartiene al patrimonio
dell'umanità e perciò non può diventare oggetto di una transazione
commerciale! Nel 1990, il CCNE ha sfornato un eloquentissimo
«comunicato sulla non commercializzazione del corpo umano»
(comunicato 21).
Risultato: il 6 luglio 1998, l'Europa ha adottato una direttiva che disponeva
che «un'invenzione che verte su un elemento isolato del corpo umano o
altrimenti prodotto attraverso un procedimento tecnico, e suscettibile di
applicazioni industriali, non è esclusa dalla brevettabilità». Il che,
ovviamente, apre la porta ai brevetti dei geni umani. Jean-François Mattei
(allora deputato) lanciò nell'aprile 2000, col deputato tedesco Wolfgang
Wodard, una petizione che chiedeva la revisione della suddetta direttiva.
Hanno raccolto 10.000 firme. Un buco nell'acqua.

– La diagnostica prenatale
In principio, l'ecografia doveva permettere di individuare in utero
gravi malformazioni, e l'amniocentesi doveva servire soprattutto a rilevare
la trisomia 21. Ora che il primo esame è diventato ormai routine e il
secondo è sempre più diffuso, la diagnostica prenatale porta oggi a una
proposta di interruzione di gravidanza a partire da un rischio dal 10 al 20%
di sviluppo di una malattia 169.
Si può prevedere che la diagnostica preimpianto, autorizzata dalle leggi di
bioetica del 1994 dopo accese controversie, andrà incontro alla stessa
deriva. Questa tecnica consta di tre tappe. Primo, si procede alla
fecondazione in vitro: con terapie ormonali si ottengono una decina di
ovuli dalla madre (in teoria ne basterebbe uno, ma trattandosi di una
tecnica aleatoria si preferisce moltiplicare le possibilità); li si preleva; in
provetta si provvede a far incontrare ovuli e spermatozoi paterni, ed ecco i
nuovi embrioni. Secondo, quattro o cinque giorni dopo, quando gli
embrioni hanno raggiunto lo stadio (sempre microscopico) di otto cellule,
se ne preleva una da ogni embrione e la si sottopone a diagnostica
genetica: grazie alla biologia molecolare si può riconoscere, da una sola
cellula in fase di sviluppo, il segno di una futura malattia genetica. Terzo,
si reimpianta nell'utero materno l'embrione «sano», quello privo di
malattie per le quali è stata effettuata una ricerca: si svilupperà un
bambino normale. In teoria, e secondo la legge del 1994, questa tecnica
dovrebbe essere messa in atto solo nel caso in cui i genitori fossero
portatori di un gene responsabile di una malattia incurabile che rischiano
di trasmettere al figlio (mucoviscidosi, gravi affezioni neurologiche o
muscolari, malattie enzimatiche dalle conseguenze mortali). Il primo
bambino francese nato secondo queste condizioni il 15 novembre 2000
rientrava, così come i seguenti, in questa casistica. Ma come non
immaginare che questa tecnica si generalizzerà nei prossimi anni? Essa
promette ai futuri genitori la certezza di un figlio «zero difetti»: quanti
genitori fortunati (perché costa caro) accetteranno di privarsi di questa
possibilità? Come potrà la medicina rimanere sorda alle loro richieste
(nonostante i medici sappiano che si attribuisce a queste tecniche
maggiore efficacia di quanta ne abbiano in realtà)? È così che il sesso non
avrà più nulla a che vedere con la riproduzione. E che un dolce
eugenismo, già in atto, non farà altro che perfezionarsi. Un'eugenetica
etica!

– La clonazione terapeutica
Dato che la fecondazione in vitro genera più embrioni del necessario,
ecco che migliaia di embrioni inutili (vengono benevolmente chiamati
«soprannumerari») si trovano stoccati in congelatori (il loro numero
rimane misterioso: 50.000 o 500.000? Non si sa). Che cosa farne?
Distruggerli o servirsene a scopo di ricerca? I ricercatori propendono
ovviamente per la seconda soluzione ed elogiano le eccezionali qualità
delle cellule embrionali: sono totipotenti, cioè possono trasformasi in
qualsiasi tessuto, neuroni, cellule ematiche, ecc. Trapiantandole in un
malato affetto da una malattia come l'Alzheimer, il Parkinson, una
miopatia o una gravissima epatite, si può sperare che esse generino e
rimpiazzino (senza rischio di rigetto, si spera, se il donatore è il malato
stesso) le cellule malate: è ciò che viene chiamata clonazione terapeutica.
Consultato sulla questione, il CCNE aveva iniziato con l'affermare che
l'embrione è una «persona potenziale» e non una sorta di fornitore
terapeutico. Era il 1986. Quindici anni più tardi, nel febbraio 2001, lo
stesso CCNE dava la propria benedizione al progetto di legge che
autorizzava la clonazione terapeutica!
– La clonazione umana
Per il momento, tutti si oppongono e si indignano per le attività del
famoso dottor Antinori: dopo aver manifestato la volontà di clonare contro
ogni legge (ha più di duecento clienti in lista d'attesa, la maggior parte
delle quali vive con un uomo sterile), nell'aprile 2002 affermò che sarebbe
passato ai fatti… Capi di Stato e famosi ricercatori si affrettarono a
manifestare tutto il proprio orrore davanti a quella degenerazione della
scienza. Ma la storica Nadine Fresco è pronta prendere posizione: «In un
futuro più o meno vicino, in seguito a cambiamenti del noto stato attuale
delle conoscenze, alcuni tra i responsabili, le autorità, i portavoce che
hanno proferito le più ferme condanne nei confronti della clonazione
umana ricorreranno a considerazioni più pragmatiche, realistiche,
rassicuranti». Nel gennaio 2002, un editoriale della rivista scientifica «La
Recherche» le aveva già dato ragione: sotto il titolo militante «Bisogna
clonare», si poteva leggere: «Bisogna clonare perché l'Homo sapiens
clonerà, clona già. Per dominare un avanzamento tecnico, per gestirlo,
civilizzarlo, tenerne il bene e rifiutarne il male, bisogna prima praticarlo,
esplorarne tutti i lati. Rinunciarvi non significa solo privarsi di
un'opportunità tecnologica, economica, medica; significa rischiare di
lasciarne il godimento ai barbari». Ed ecco la decisione.
9.
UNA MACCHINA CHE FUNZIONA DA SOLA
La tecnica rinforza lo Stato,
che rinforza la tecnica

Oggi lo Stato sembra a molti l'ultima risorsa contro i venditori, l'unico


baluardo possibile contro la globalizzazione selvaggia. Se esiste un'entità
imparziale che, incarnando il bene comune, può difendere l'interesse
collettivo, proteggere l'individuo isolato nella società di massa, dominare le
conseguenze del progresso, questo non può essere che lui, no?
Eppure, lo Stato è sempre parso a Ellul come la grande minaccia, da
temere più del capitalismo sfrenato. E il suo giudizio non è certo superato…
Innanzitutto, dice, la nostra idea di Stato è vecchiotta: «Lo Stato non è più
un Presidente della Repubblica con una o più Camere dei Deputati. Non è più
un dittatore con ministri onnipotenti. È una organizzazione di una
complessità crescente che mette in opera la somma dei tecnici di cui il mondo
moderno può disporre» 170. In un doppio movimento storico, lo Stato si è
impadronito della tecnica, e la tecnica dello Stato. Si rinforzano a vicenda.
Questa congiunzione, affermava Ellul nel 1954, «spiega, senza eccezione, la
totalità degli avvenimenti politici moderni e permette di svelare la linea
generale della nostra società» 171.
Lo Stato moderno non ha smesso di estendere il proprio campo d'azione:
da semplice Stato-guardiano alla vigilia della Rivoluzione, che
padroneggiava qualche tecnica rudimentale (militare soprattutto, ma anche in
campo economico, giudiziario e amministrativo), è diventato non solo uno
Stato-provvidenza (che si occupa di sanità e pensioni), ma ha preso in mano
pezzi interi dell'attività umana, l'insegnamento, la vita economica, i trasporti,
la gestione del territorio, le telecomunicazioni, la ricerca scientifica 172… Si
considera ormai l'ordinatore e il precettore dell'intera nazione: ecco lo Stato-
nazione 173. Si è trasformato in un organismo gigantesco e complesso, dotato
di una moltitudine di servizi specializzati che per mantenere una certa
coerenza devono essere interconnessi, coordinati, centralizzati. Questo
organismo, che ha assunto una quantità di tecniche private, industriali
commerciali, psicologiche, scientifiche, sociologiche, ecc., non è per questo
uno Stato tecnocratico, ma uno Stato tecnico, con funzioni tecniche,
un'organizzazione tecnica e un sistema di decisioni razionalizzato.
Prima conseguenza di questa tecnicizzazione dello Stato: gli esperti e i
tecnici specializzati che fanno funzionare l'enorme macchina considerano la
nazione come un affare da gestire, una potenza economica da sfruttare, e non
un'entità prima di tutto umana, geografica e storica. I politici si ritrovano
marginalizzati: «Gli uomini di Stato girano impotenti intorno alla macchina
che sembra funzionare da sola» 174. Deputati, senatori e ministri hanno
sempre meno potere effettivo. Pensare che l'uomo politico definisca i grandi
orientamenti e che l'amministrazione vi si attenga, significa sognare: non solo
le decisioni che è portato a prendere sono molto più condizionate dalle
precedenti scelte rispetto al passato, ma «l'enormità, la complessità delle
questioni fanno sì che l'uomo politico dipenda strettamente da consulenti,
esperti che redigono dossier». E una volta che la decisione, influenzata dai
consulenti, è presa, sono altri a metterla in atto: «Sappiamo che, oggi, tutto
dipende dalla messa in atto» 175. Corinne Lepage, ex ministro dell'Ambiente,
qualche anno fa ne ha fatta l'amara esperienza, dalla quale ha tratto un libro:
On ne peut rien faire, Madame le ministre (Albin Michel, Paris 1998).
Non solo l'eletto è privato di gran parte del proprio potere, ma intralcia.
Secondo Ellul, il regime parlamentare è condannato ad aver temine, perché
ostacola il progresso tecnico. Un gran numero di persone, in effetti, vi è
chiamato a prendere decisioni, e questa pesantezza, questa lentezza dei
meccanismi democratici costituisce un freno per il progresso. Negli Stati
Uniti, nota, il sistema delle lobbies, questi gruppi da piazzisti di corridoio al
Congresso, «permette di mantenere un certo collegamento tra i politici,
sempre più "staccati" dal reale e le condizioni tecniche della vita» 176. Questa,
afferma Ellul nel 1954, è una delle strade del futuro (e il sistema di lobby che
furoreggia attualmente, in particolare a Bruxelles, prova che aveva visto
giusto). Ma, aggiunge, lo Stato dovrà adattarsi ancora meglio alle esigenze
della tecnica: «È possibile che non ci saranno ritocchi alla Costituzione e che
tutto si riduca a una reale eliminazione dei poteri politici, divenuti puramente
spettacolari e formali. Non è la strada in cui sembrano avviarsi le nostre
democrazie?» 177. In effetti!
Ancora peggio: teme l'avvento di uno Stato totalitario, non lo stato di
polizia hitleriano o sovietico, che tortura e distrugge gli oppositori, e «si
riempie di elementi deliranti (razza, sangue, proletariato)» 178, ma uno Stato
perfettamente tecnico, che «assorbe ogni aspetto della vita»: «Niente di
inutile in questo Stato: niente tortura, perché è un inutile dispendio di energie
psichiche, ed esaurisce infruttuosamente forze peraltro recuperabili; niente
sistematica miseria: bisogna mantenere una mano d'opera in buone
condizioni; mai nessun arbitrio: è l'esatto contrario della tecnica in cui tutto
"ha un motivo", non già una ragione ultima, ma meccanica» 179. In questo
Stato, la regola principale sarebbe «l'uso di mezzi senza alcun tipo di
limitazione» 180, senza le inibizioni delle democrazie dove, ogni volta che si
usa una nuova tecnica, lo Stato deve «ricominciare a giustificarsi, a discutere
della necessità, a rimettere tutto in questione» 181. Ecco dunque qual è la
grande minaccia odierna per Ellul: che lo Stato, diventato un'enorme
macchina tecnica, non abbia più altro obiettivo che la propria potenza, altra
preoccupazione che l'efficienza, che ebbro dei propri poteri rifiuti ogni
limitazione morale o giuridica e si eriga a potere assoluto. Siamo già a questo
punto? Non dimentichiamo che il nucleare è stato imposto senza dibattito
democratico, e che lo stesso è stato con gli OGM (la moratoria è intervenuta
solo dopo il via libera del governo).

***

Ma lo Stato non si accontenta di nutrirsi di tecniche per accrescere il


proprio potere: si mette anche al loro servizio (si veda l'allegato Alla ricerca
della ricerca). Le fa progredire, fornisce loro in particolare i mezzi
difficilmente reperibili nel privato. Che siano i finanziamenti per una
spedizione polare, le ricerche sull'atomo o il lancio di un satellite, ancora in
tempi recenti esso era il solo a possedere le disponibilità economiche
necessarie (da poco è stato raggiunto dalle multinazionali).
Prendiamo l'esempio del CNRS (Centre National de Recherche
Scientifique), che si chiama sì «scientifico», ma fornisce soprattutto un lavoro
tecnico, e sebbene relativamente autonomo, «non è un ente di ricerca
disinteressato, oggettivo, puramente culturale» 182. Lo Stato, pagando gli
11.400 ricercatori del CNRS, si aspetta chiaramente un ritorno per
l'investimento. La Conoscenza, la Scienza, il Sapere, la Ricerca di Base?
Tutte nobili cose ma è necessario che la scoperta paghi! E che la ricerca sfoci
in applicazioni. «In realtà si tratta di vere ordinazioni che lo Stato fa alla
Ricerca scientifica» 183.
Le ragioni per le quali lo Stato sostiene la ricerca sono note: non solo si
considera il garante della sicurezza nazionale (e si sa che ricerca civile e
militare sono strettamente legate), ma ritiene di essere responsabile del buon
andamento dell'economia. E questo, si sa, presuppone una produzione
sostenuta, un budget equilibrato, forti esportazioni, una forte domanda interna
e una crescita continua; tutto ciò è strettamente legato al livello tecnico
nazionale, che deve essere preferibilmente più elevato di quello dei vicini:
«Bisogna quindi promuovere la scienza e orientarla verso una produzione
tecnica di alto livello e sempre in progresso. La scienza, a sua volta, può
svilupparsi solo grazie a una gigantesca apparecchiatura tecnica, che supera
tutti i mezzi delle più potenti imprese. Pertanto, non può perseguire la propria
opera a meno che lo Stato non raccolga le risorse della nazione disponibili
attorno all'obiettivo primario: la ricerca scientifica e tecnica» 184. Da qui la
famosa r&d (ricerca-sviluppo) apparsa negli Stati Uniti negli anni Cinquanta,
e ripresa dieci anni più tardi in Francia: per lo Stato si tratta semplicemente di
creare e finanziare potenti organismi di ricerca che mettano le proprie
capacità inventive e innovative al servizio dello sviluppo industriale.
Si continua a ripetere che solo la r&d ci permetterà di accrescere la nostra
produttività. Produttività: parola magica, radioso orizzonte. Il calcolo è
semplice: si stima il valore finale delle merci e dei servizi prodotti all'interno
del paese (pil, prodotto interno lordo), e si divide la cifra per il valore totale
di ore lavorate per produrli. Se la produzione cresce più velocemente del
numero di ore lavorate, la produttività aumenta, in caso contrario diminuisce.
«La produttività è il termine finale del nostro lungo percorso, è quella che
giustifica i costi, gli investimenti che troviamo insensati, la speranza di una
cultura tecnica, di una razionalità, della ricerca scientifica e tecnica…» 185. Si
ritiene che la r&d faccia aumentare la produttività, e ci renda quindi
indipendenti sul piano militare, tecnico, economico, che renda le nostre
aziende più competitive, e dunque esportatrici, che faccia calare la
disoccupazione. Ma, si chiede Ellul, è questo il vero inganno? No, perché
questo consiste nell'«essere aggiornato» e nel difendere il prestigio nazionale:
«L'inganno, è innanzitutto la tecnica!» 186. Il discorso sulla produttività è solo
un pretesto.
Ellul combatte vigorosamente il sacrosanto dogma della produttività dal
quale la R&D trae la propria legittimità. Il discorso sullo Stato che deve,
attraverso l'innovazione permanente e un saldo sostegno alla R&D, assicurare
le condizioni di una produttività sempre maggiore, la quale per forza farà la
felicità della nazione, non convince completamente: secondo lui, è un bluff
187.

Copertura sul becquerel!

Ciò che non quadra nel nucleare francese, sin dalle origini, è
l'informazione. Opacità e segreto sono le parole d'ordine dell'atomo 188.
Con i cinquantasei reattori della EDF, i sedici reattori per la ricerca della
CEA, le istallazioni per la fabbricazione, lo stoccaggio, lo smaltimento, i
laboratori e tutte le attrezzature necessarie alla fabbricazione della nostra
piccola bomba nazionale (in totale 260 siti nucleari), la Francia è il paese
più nuclearizzato al mondo. Ma tutto ciò è stato deciso ai vertici dello
Stato senza informare il cittadino, né consultarlo. «L'opinione pubblica…
l'opinione pubblica, cos'è, l'opinione pubblica?» chiedeva sinceramente
stupito Pierre Guillaumat, l'uomo che, a lungo a capo della CEA
(Commissariat à l'Energie Atomique) e dell'EDF, fu il factotum del
nucleare civile francese. Tutte le decisioni in campo nucleare sono sempre
state prese in segreto e nell'ombra, al di fuori della legge, attraverso
semplice regolamentazione: factum principis. Guillaumat, sprezzante: «A
chi servono queste discussioni parlamentari?» 189. Ci sono dei corsi di
educazione civica che si perdono…
Da questa originale tara nasce il pervicace sentimento di infallibilità dei
nostri ingegneri nucleari: ogni volta che l'atomo è stato messo in questione
(scoperta di una discarica abusiva, rifiuti a La Hague, nube di Chernobyl,
contaminazione dello stagno di Saclay, ecc.), i nucleocrati si sono sempre
impegnati a minimizzare, banalizzare, drammatizzare, confondere, mentire
per omissione e poi sfacciatamente… e ad abbindolare gran parte dei
politici. Ancora oggi sono nucleocrati a controllare il nucleare, e la
situazione non è prossima al cambiamento. Per mezzo secolo il mondo del
nucleare è stato sotto chiave: erano agenti del CEA a controllarne le
attività. Nel 1998, Lionel Jospin decise che era tempo di riformare questo
aberrante sistema e volle creare un'autorità indipendente che avrebbe
disposto di un esercito di ispettori incaricati di controllare la sicurezza
della filiera nucleare. Risultato: se effettivamente venne creato un
organismo indipendente incaricato di sorvegliare le conseguenze del
nucleare sulla salute dei lavoratori e della popolazione, l'ISRN (Institut de
Radio-protection et de Sûreté Nucléaire), il controllo della sicurezza delle
istallazioni rimase nelle mani degli uomini del CEA. Anzi, il DSIN
(Direction de la Sûreté des Installations Nucléaires), che è il vero
«guardiano» del nucleare, retto dal Ministero dell'Industria, ha rafforzato i
propri poteri, dato che ormai ha il dominio su tutta la comunicazione
nucleare. Per la trasparenza, bisognerà aspettare!
In Francia, solo tre organismi indipendenti si ostinano a combattere le
menzogne dello Stato e la disinformazione degli organismi ufficiali:
l'infaticabile GSIEN (guidata dopo la sua creazione negli anni Settanta
dagli specialisti del nucleare Monique e Raymond Sené); il Crii-rad, un
laboratorio divenuto un vero contro-potere fondato da Michèle Rivasi,
professore di biologia oggi deputato: fu effettuando «per ogni evenienza»
prelievi di acqua dalla sua cisterna alimentata dalle piogge, nel maggio
1986, subito dopo Chernobyl, e trovandovi tutti i radio-elementi contenuti
nel nocciolo di fusione del reattore sovietico, che iniziò la sua avventura; e
Wise-Paris (World Information Service on Energy), che pubblica
regolarmente uno stato della situazione molto dettagliato, «La France
nucléaire, matières et sites».
10.
LA FABBRICA DI POLLI
SARÀ GLOBALE O NO
Le multinazionali sono figlie della tecnica

Per molti, la causa è chiara: se ci sono le maree nere, le mucche pazze, il


sangue contaminato, esplosioni a Tolosa, gli sprechi, una produzione
massiccia di gadget idioti, danni irreparabili all'ambiente, un cieco
produttivismo, ecc., la colpa è del mercato. È il mercato, sono i mercati, gli
unici responsabili. Fare il massimo profitto, riempirsi le tasche, ecco la loro
unica logica. Dagli, allora, contro il sistema ultraliberale che devasta il
pianeta e ha messo al proprio servizio la tecnoscienza: queste sono le parole
dei guastafeste antimondializzazione, che riprendono lo schema marxista.
Non è così semplice, afferma Ellul. Rimanere ipnotizzati dall'abominevole
Gran Capitale, dalle multinazionali tentacolari e il Satanasso Stati Uniti,
significa impedirsi di capire cosa veramente muova il nostro mondo.
Significa mettersi il paraocchi per non vedere che anche la Cina, l'ultimo
grande paese rimasto fedele a una dottrina anticapitalista, coltiva OGM a
iosa, trasforma tutto in merce, compreso l'uomo, fa a gara per alienare e
mondializzare. E significa rifiutarsi di trarne le conclusioni: se i comunismi
hanno fallito, se il comunismo in salsa maoista ha finito per assomigliare al
suo peggior nemico, ci deve ben essere una ragione.
Sembra andar da sé che, dal 1830 ai nostri giorni, il progresso tecnico sia
stato il motore della crescita economica. Ma non è vero anche il contrario?
L'economia non è al servizio della tecnica? Il progresso ha sempre più
bisogno di «investimenti di capitali immensi non produttivi per i primi
tempi» 190, perché richiede mezzi considerevoli e sempre più costosi,
macchine subito obsolete che devono essere rimpiazzate, bisogna formare il
personale specializzato, senza contare l'indispensabile pubblicità necessaria al
lancio di nuovi prodotti. Sir Alexander Fleming ha scoperto la penicillina da
solo nel suo laboratorio. Oggi la messa a punto di un nuovo medicinale costa
fortune (la media per medicinale è di 880 milioni di dollari, secondo il
Boston Consulting Group 191, ma le compagnie ammettono di spendere quasi
altrettanto in pubblicità!). Ellul ne parlava nel suo primo libro (1954): «Il
progresso tecnico non può più fare a meno della concentrazione di capitali».
Sono quindi i diversi elementi della tecnica che spiegano la comparsa delle
multinazionali: «Tecnica meccanica, perché solo un'azienda molto grande
può giovarsi delle più recenti invenzioni (trovandosi così di fatto
avvantaggiata sul mercato); solo essa può applicare la normalizzazione, il
recupero dei rifiuti, la fabbricazione di sottoprodotti. Tecnica del lavoro: solo
essa può applicare nuovissime tecniche del lavoro che hanno superato la
razionalizzazione (per esempio, le tecniche delle relazioni industriali). Infine,
la tecnica economica: concentrazione orizzontale e verticale che permette di
ottenere approvvigionamenti certi e a prezzi migliori, maggiore velocità di
rotazione del capitale, riduzione del carico delle spese fisse, garanzia di
sbocchi, ecc.» 192.
Anche l'agricoltura, che rimane la base della vita economica di un paese,
è travolta dal meccanismo. Ellul lo profetizzava nel 1954: «Negli anni che
verranno, si assisterà a un'accelerazione del progresso tecnico in questo
ambito, e quindi, per un certo periodo, a un'accelerazione di fenomeni già
percepibili: spopolamento delle campagne, specializzazione agricola, colture
intensive, disboscamento, crescita del rendimento generale» 193. Tutto ciò che
oggi José Bové e i suoi amici denunciano, lo sviluppo di un'agricoltura
produttivistica che devasta l'ambiente e aliena l'uomo, la nascita di grandi
gruppi agroalimentari che industrializzano la produzione agricola e
impongono le proprie esigenze di redditività, deriva sia da una logica
economica sia da imperativi tecnici. Quest'ultimo punto è spesso trascurato.
Esempio, l'avicoltura. Anche la Confédération Paysanne affronta con
prudenza la domanda: cosa fare delle fabbriche di polli? Perché rimpiazzarle?
Bisogna tornare alle fattorie di una volta dotate di un cortile pigolante e
folkloristico? La razionalità tecnica impone l'allevamento industriale.
Secondo Ellul, «non è la legge economica a imporsi al fenomeno tecnico,
ma è la legge tecnica che ordina, subordina, orienta e modifica l'economia»
194. Nelle economie socialiste, c'erano le stesse fabbriche avicole che
abbiamo noi. La tecnica era la stessa in URSS, nei paesi dell'Est e nel mondo
occidentale, con le stesse strutture e gli stessi effetti. Per lui, quindi,
l'argomento consueto secondo il quale, «con ogni evidenza, la tecnica è
semplicemente al servizio del capitale, che ha gli effetti che conosciamo
unicamente perché è parte del capitalismo» 195, non regge: è essa che,
divenuta fattore autonomo, domina la struttura economica.
Addio pollo!

Mettetevi cinque minuti nella pelle di un pollo, giusto per provare. Un


pollo «standard», o «comune», come dicono i professionisti, in breve
pollame a meno di due euro al chilo. Appena usciti dall'uovo, pulcini di un
giorno già vaccinati contro la bronchite infettiva, e altre malattie virali,
sbarcate alla fabbrica dei polli. Siete stati strappati dalle ali di vostra
madre, una gallina di batteria allevata in gabbia, sicuramente una Vedette
ISA. Questa razza di polli creata nel 1959, e pazientemente migliorata a
forza di selezioni, possiede un gene formidabile, il gene dw, che la rende
contemporaneamente nana (non pesando mai più di 2,2 chili, si nutre di
nulla) e prolifica (non meno di 330 uova all'anno). I tre quarti dei polli
industriali nascono da questa razza. Queste galline vengono allevate in
batterie di milioni di esemplari stipate quattro a quattro in gabbie
metalliche di 40 centimetri per 50 (grazie all'Europa, queste ovaiole
disporranno, dal 2013, di gabbie «arricchite», con un nido, un trespolo,
uno zerbino e minimo 750 cmq: che lusso!).
In compagnia di altri 25.000 pulcini, anch'essi di un giorno, siete appena
arrivati dall'incubatoio, uno stabilimento gigante dove vengono deposte a
catena più di 500.000 uova all'anno. Un solo tir è bastato a portarvi fino
qui, sicuramente attraverso la Carhaix-Rennes, la prima strada agro-
industriale al mondo, dove transitano quantità incredibili di pollame,
maiali, bovini, ecc. L'allevatore ha incaricato cinque operai dello scarico.
Vi tolgono dalle gabbiette in plastica ciascuna delle quali contiene un
centinaio di vostri simili, le dispongono a intervalli regolari nell'immenso
pollaio che sarà la vostra casa, e vi liberano. Cominciate a zampettare
allegramente. Sapete che da questo momento vi rimangono solo 41 giorni
di vita? Quando la vostra durata di vita naturale è di quattro o cinque
anni…
Date un'occhiata all'ambiente. È una specie di hangar lungo un centinaio
di metri e largo una quindicina. Uno strato di lettiera spessa circa 8
centimetri (paglia tritata finemente e trucioli) ricopre il pavimento di
cemento. Non c'è quasi un microbo qui: quarantotto ore prima del vostro
arrivo tutto è stato disinfettato con gassificazioni di formolo. Sul soffitto,
due lampade al neon diffondono una luce fredda (non ci sono finestre, non
conoscerete mai la luce del giorno). A un'altezza di 1,5 metri, radiatori a
gas diffondono un calore che sostituisce quello di vostra madre: appena un
po' più su ci sono quasi 35°C, e la temperatura ambientale non scende mai
al di sotto dei 31°C. Si soffoca, ma delle turbine rinnovano continuamente
l'aria.
Andiamo, in cammino verso il traguardo tanto atteso, il numero magico:
1,9 chili! È il peso che dovete assolutamente raggiungere alla fine del
vostro soggiorno perché, come hanno provato diversi studi, siate redditizi.
Tre tubi corrono per l'intera lunghezza dell'hangar, con mangiatoie ogni 65
cm. Le mangiatoie sono continuamente rifornite da un flusso regolare di
granuli. Lo stesso per l'acqua, con cinque tubi e pipette ogni venti
centimetri. Per bere, dovete allungare il collo e appoggiarvi su una piccola
sfera d'acciaio che lascia cadere le gocce. In sei settimane, è previsto che il
vostro peso aumenti di cinquanta volte. Nessuna finestra, nessun trespolo,
nessuna volpe, nessuna distrazione, l'assoluta sicurezza, la noia, una sola
occupazione: mangiare.
Per quanto riguarda il sonno, non siete viziati. Per i tre primi giorni, la
luce rimane accesa 24 ore su 24, al fine di stimolare il vostro appetito.
Solo in quarto giorno avete diritto alla prima vera notte, di sei ore. Più
crescerete, più la luce dei neon diminuirà, fino a una penombra che vi
placherà (il calcolo è tassativo: non più di 0,7 watt per metro quadrato).
Così non rischiate di stressarvi, di avere una crisi cardiaca o di scatenare
una zuffa: in una moltitudine di 25.000 polli, il più piccolo avvenimento
potrebbe trasformarsi in una carneficina e, chissà, portare al cannibalismo.
Calma, dunque. Razzolate, ingrassate in pace, e soprattutto, nessun
dispendio energetico inutile.
L'allevatore non è più fortunato di voi, poveri polli! L'industriale gli ha
fornito gratis i pulcini, prodotti a catena nei propri incubatoi, gli ha fornito
il mangime prodotto nei propri stabilimenti, gli ha anche consigliato, per
conservarlo, di dotare il pollaio, non di due, ma di tre silos da quindici
tonnellate, «per permetterle di farsi consegnare ogni volta 24-25 tonnellate
per camion ed evitare le penalizzazioni per consegne inferiori alle 20
tonnellate». Non si gioca, non si scherza. L'industriale manderà il proprio
semirimorchio a riprendere i polli, li farà macellare nei propri macelli, li
venderà e intascherà il grosso. Soprattutto è stato lui a fissare il prezzo
d'acquisto all'allevatore, chiedendogli espressamente di rispettare il
famoso «indice di consumo» regolamentare. Un pollo è effettivamente
redditizio solo se trasforma il massimo di ciò che mangia in carne. I
calcoli sono irrefutabili: deve mangiare meno di due volte il suo peso
finale; così un pollo di 1,9 chili deve avere un indice di consumo inferiore
a 1,89, cioè non deve aver mangiato più di 3,5 kg di cibo, sennò è uno
spreco!
L'allevatore non ha da lamentarsi, secondo le norme impostegli
dall'industriale. Secondo contratto, l'allevatore deve permettere
all'industriale di apporre la propria sigla sui silos dell'allevamento.
Dopotutto, il pollaio è veramente suo? È stato l'industriale a consigliargli
tale o talaltro pollaio gigante. Quando l'allevatore ha ottenuto dal Credito
Agricolo il prestito da un milione di franchi necessario alla costruzione dei
1.000 metri quadri di pollaio, è stato l'industriale a garantire. È ancora lui a
decidere il ritmo di consegna delle «nidiate», e la grandezza di queste. La
nidiata è la fornitura di pulcini. Gli esperti dell'ITAVI (Institut Technique
de l'Aviculture) hanno calcolato che un allevatore ne riceve in media 6,3
per anno. Riesce dunque a produrre annualmente più di sei volte 25.000
polli… E la cifra aumenta lentamente ma costantemente nel corso degli
anni. Si tratta di rendere redditizio il metro quadrato… Prima della guerra,
ci volevano quattro o cinque mesi per ottenere un pollo di due chili. I
selezionatori genetici hanno lavorato così bene che nel 1980 ci volevano
solo sette settimane. Oggi siamo arrivati a sei settimane, cioè quarantadue
giorni, seguiti da un vuoto sanitario necessario tra due nidiate, durante il
quale il pollaio viene completamente pulito, aerato, disinfettato. Ma i
ricercatori dell'lNRA, che vi dedicano la vita nella loro unità specializzata
(il centro di ricerche avicole di Nouzilly che impiega più di 120 persone),
continuano a studiare il modo per migliorare e aumentare quella che
chiamano la «performance di crescita dei polli da carne». Si potrà presto
far crescere un pollo in un mese, una settimana, o magari un week-end? In
attesa di questo radioso avvenire, godetevi i vostri quarantadue giorni di
paradiso terrestre. Non vi annoiate troppo in ventidue per metro quadrato?
A parte rimpinzarvi di granuli, la vostra unica distrazione è l'allevatore.
Solo lui ha il diritto di farvi visita, così come stipulato da contratto
sottoscritto: «L'entrata di visitatori sarà proibita per tutto il periodo di
allevamento dei polli». Se l'allevatore cedesse a terzi, «anche a titolo
gratuito o occasionale», uno dei «componenti della torma», «incorrerebbe
in una multa di quindici franchi»… Appartenete all'azienda e non
all'allevatore, e quest'ultimo non ha alcun interesse a dimenticarlo. Pagato
a chilo di carne di pollo, deve pagare il riscaldamento, l'acqua, l'elettricità,
la lettiera, le cure veterinarie, i medicinali, le assicurazioni, senza contare
il mutuo del pollaio.
«Solo con tre pollai si riesce a farcela», spiega uno di loro. Solo chi ha
fatto costruire un secondo, e poi un terzo pollaio sul proprio appezzamento
di terreno (di solito ereditato dai genitori agricoltori), e si è indebitato per
quindici o vent'anni, ha qualche possibilità di guadagnarsi da vivere come
si deve. A condizione, chiaramente, di fare tutto da solo: l'avicoltura
intensiva non crea impiego. Un solo uomo basta ad allevare tre volte
25.000 polli. Il lavoro consiste soprattutto nella manutenzione. Bisogna
controllare la temperatura (viene programmata grazie a un sistema di
apertura automatica delle botole d'aerazione laterali), il livello igrometrico
(provvedere a spolverare gli igrometri ogni settimana), ventilare per
asciugare le lettiere imbevute di urina ed eliminare l'ammoniaca, che
provoca un'infiammazione delle mucose e attacca le difese naturali delle
vie respiratorie del pollo (ma non bisogna ventilare troppo perché i polli
non prendano freddo), pesare regolarmente alcuni esemplari, controllare
che le mangiatoie siano regolarmente alimentate, pulire gli abbeveratoi e
soprattutto controllate la «nidiata» per verificare che non abbia preso
malattie. Ed eliminare i cadaveri. La promiscuità, la crescita a tappe
forzate, lo stress fanno capitolare un buon numero polli. Secondo l'ITAVI,
la mortalità in fase di allevamento si aggira attorno al 6%. Vale a dire, per
una torma di 25.000 polli, 1.500 morti. Ogni giorno, quindi, l'allevatore
raccoglie quasi una quarantina di cadaveri.
Ma torniamo al contenuto della vostra mangiatoia. Cinquant'anni fa, i
vostri antenati vivevano in esotici cortili e beccavano soprattutto chicchi di
grano accompagnati da qualche verme, insetto ed erbe varie… Un inferno!
Oggi, anche voi vivete nell'epoca del fast-food: gli industriali macinano
resti di cereali che mischiano ad altri prodotti non sempre ben identificati,
e li tritano in una farina che compattano poi sotto forma di granuli. La loro
composizione è circa: il 65% di cereali (di mais, soprattutto, specialmente
ogm), il 18% di soia, il 6% di glutine di mais, il 9% di farine animali
(all'epoca in cui erano permesse) e complementi minerali contenenti in
particolare oligoelementi, amminoacidi di sintesi, vitamine (A e D3
soprattutto), così prodotti anticoccidiosi per proteggervi dalla coccidiosi
(una malattia causata da un temibile parassita)… Tutto ciò è dosato con
estrema cura da serissimi specialisti che hanno calcolato la vostra razione
in modo che al contempo vi permetta il massimo rendimento e costi il
meno possibile: ogni anno ne vengono venduti più di 9 milioni di
tonnellate nel nostro grande paese, leader mondiale del pollame,
chicchirichì!
Ma ci sono anche, nell'acqua che bevete, antibiotici a profusione. Non
servono a curarvi, ma a doparvi. Mischiandosi ai batteri che avete
nell'intestino, questi antibiotici vi permettono di assimilare meglio gli
alimenti e accelerano la crescita. Ecco perché li si chiama «fattori di
crescita». Per anni, si è così fatto ingurgitare ai vostri simili bacitracina,
spiramicina, virginiamicina e avoparcina, a dosi regolamentari,
ovviamente (ad esempio, tra i cinque e i venti milligrammi per chilo di
cibo per la potentissima virginiamicina). Queste molecole sono state
vietate dal 1999, perché i batteri stanno diventando sempre più resistenti
nell'uomo e si ritiene che il doping massiccio dei vostri simili c'entri in
qualche modo, ma niente panico, altri antibiotici li hanno sostituiti. Va
tutto bene, amici polli? Eccovi arrivati al vostro ultimo giorno di vita.
Mai pulita, imbevuta di urina ed escrementi, la vostra lettiera è diventata
viscida, umida e puzzolente. Sprigiona un'acre puzza di ammoniaca che
l'allevatore tenta di eliminare aerando la vostra prigione. Vivere
permanentemente là sopra non è un piacere, e le varie infezioni (vesciche
sul petto, ustioni ai garretti, ulcere alle zampe) non sono rare. Se fosse solo
questo…
Vi siete ingrossati talmente in fretta che il vostro scheletro ha faticato a
starvi dietro. Le zampe si piegano sotto il vostro peso. Martiri dell'obesità.
Alcuni di voi soffrono del «varo-valgo dell'articolazione del tarso», o della
«discondroplasia tibiale», due delle malattie ossee più diffuse nei pollai
industriali. Zoppicano spaventosamente. Questi problemi motori sono
dolorosi ma non è questo a preoccupare maggiormente l'allevatore. Egli
constata infatti che le vostre «performance zootecniche» diminuiscono di
conseguenza: «calo di crescita, peggioramento dell'indice di consumo,
aumento della mortalità…». I ricercatori dell'INRA, pur avendo a lungo
esaminato questi effetti imbarazzanti, non hanno ancora trovato alcuna
soluzione.
Invece, hanno sviluppato tutto un arsenale per combattere le numerose
malattie infettive che incombono su di voi. Quando si vive stipati come
voi, virus e batteri patogeni hanno tutte le migliori condizioni per
diffondersi velocemente: coccidiosi, lesioni cutanee superinfette,
«sindrome da morte improvvisa», «cellulite del pollo» (sacche di pus nelle
cosce), ecc. Il dodicesimo giorno, l'allevatore, sempre per prevenire, ha
diluito nella vostra acqua un vaccino contro la bronchite infettiva e la
malattia di Gumboro. Al minimo allarme chiama il veterinario che vi
somministrerà una cura da cavallo. In teoria, una cartella d'allevamento
dovrebbe riportare tutti i trattamenti ai quali siete stati sottoposti. Ma
l'allevatore vi scrive ciò che vuole, e siccome ci tiene a mantenervi in
salute fino al macello, tende ad ammazzarvi di medicine nel modo più
discreto possibile.
I quarantadue giorni regolamentari sono trascorsi. Bene, pesate 1,9 kg
come previsto! Il doppio di un pollo della stessa età in libertà, potete
vantarvi di essere l'orgoglio della filiera agroalimentare francese! Avete
tutte le caratteristiche che gli specialisti avevano previsto: petto largo,
scheletro sottile, pettorali importanti, ecc. Dall'aspetto del petto ai depositi
adiposi addominali passando per il peso della parte inferiore della coscia,
tutto è stato calcolato e «ottimizzato». Oggi è il gran giorno, o piuttosto la
grande notte, perché è spesso di notte che succedono queste cose. Primo
perché di notte siete più docili, e poi perché nei macelli la prima catena di
macellazione parte alle 4:45 del mattino. Un semirimorchio passa quindi
alla una del mattino. Per prendervi tutti 25.000 l'allevatore ha ingaggiato
cinque raccattatori. Quando arrivano, i tubi dell'alimentazione e dell'acqua
sono già stati smontati. La corsa al pollo comincia. I raccattatori vi
prendono per le zampe e vi buttano in contenitori a cassetti. Trentacinque
polli per cassetto. Questo lavoretto, che procura ai lavoratori agricoli un
apprezzabile contributo, finirà per sparire: una ditta specializzata ha messo
a punto una vera mietitrice di polli capace di raccoglierne «senza
ferimenti» 6.000 all'ora. Forza, 12.000 polli per camion, diretti verso uno
dei 45 macelli giganti dove viene trucidata la quasi totalità del pollame
francese. L'ordinanza del 12 dicembre 1997 codifica le modalità del vostro
decesso: dopo essere stati appesi a testa in giù, per le zampe, alla catena di
macellazione, arrivate sopra una vasca d'acqua attraversata da una potente
corrente elettrica. Appena le vostre teste toccano l'acqua, addio polli!
Questa elettro-anestesia si presume vi renda insensibili al colpo di cesoia
che vi trancia il collo. Poi succede tutto molto rapidamente, in un attimo
venite lavati, spiumati, sviscerati, imballati nella plastica e finite sul banco
di un supermercato. Teoricamente, controlli sanitari garantiscono la vostra
innocuità. Ma in questo sistema concentrazionario, è impossibile rispettare
i criteri microbiologici: si stima un 25% di polli contaminati dalla
salmonellosi, e più della metà contaminati dal Campylobacter jejuni, un
simpatico batterio che resiste alla maggior parte degli antibiotici (da cui
ogni anno numerose gastroenteriti in Francia). Guai a chi non cuoce
abbastanza il pollo.
Intanto, l'allevatore raccoglie rapidamente col trattore le sessanta
tonnellate di lettiera puzzolente e viscida che avete lasciato, e la rivende
(dieci franchi la tonnellata) a un contadino che la spargerà sui propri
campi. Dopo dieci giorni di vuoto sanitario, si riparte. Così, amici polli, il
fatto che abbiate avuto una vita d'inferno dipende da più azioni congiunte:
quella dello Stato, che attraverso l'INRA ha messo al lavoro numerosi
ricercatori e tecnici col fine di aumentare la vostra produttività (da cui
esportazioni, riduzione del deficit della bilancia commerciale nazionale,
ecc.); quella dell'allevatore, guardiano della nidiata il cui ruolo è ridotto a
pochi atti di manutenzione; e quella dell'industriale, che con la
preoccupazione dell'efficacia tecnica e della rendita economica dirige
l'insieme della filiera incubatoio-pollaio-macello, così come l'infrastruttura
di trasporti e la produzione di alimenti. In questo schema tecnico-
produttivo, evidentemente solo i più grossi se la cavano. Doux, il
maggiore produttore francese, ha un giro d'affari di 1.600 milioni di euro,
il 70% da esportazioni (soprattutto in Medio Oriente), impiega 7.000
salariati, tiene sotto contratto 2.000 allevatori, dispone di una flotta di tre
navi frigorifere, è il primo datore di lavoro per gli scaricatori di porto di
Brest e si sta espandendo in Brasile, dove ha 6.000 dipendenti, 2.500
allevatori e cinque macelli. La multinazionale americana Tyson Foods, la
numero uno mondiale del pollo, è sette volte tanto…
11.
ALLA MIA DESTRA IL BENE,
ALLA MIA SINISTRA IL MALE
Viviamo sotto l'influsso
di un'incessante propaganda

Anche se non lo ammette, l'uomo moderno ha bisogno di propaganda.


Perché è informato, o meglio, bombardato di informazioni. Si trova
improvvisamente in un mondo straordinariamente incerto: «Ha la sensazione
di trovarsi in mezzo a un carosello che gli gira intorno e non vi trova punti
fissi, nessuna continuità: è il primo effetto dell'informazione su di lui. Anche
per gli avvenimenti maggiori, fa una fatica inaudita a crearsi una corretta
visione attraverso quei mille piccoli tocchi, che variano per colore, intensità,
dimensione, che il giornale gli fornisce» 196. Prendere le distanze? Ma
domani già spunterà un nuovo pacchetto d'informazioni che vorranno una
nuova messa a punto che non avrà il tempo di fare… Siccome, inoltre,
l'informazione tratta quasi sempre di incidenti, catastrofi o guerre, si ha
l'impressione di vivere in un mondo incoerente in cui tutto è minaccia.
Insopportabile! C'è quindi «bisogno di spiegazioni, di una risposta globale ai
problemi generali, di coerenza» 197, cioè di giudizi di valore e di prese di
posizione preliminari che diano una visione generale delle cose: questo sarà il
compito della propaganda. È l'informazione dunque la condizione della
propaganda. Più si è informati, più si è pronti alla propaganda.
Ma, si obietterà, è per un sovrappiù di informazioni, di trasparenza e di
oggettività che l'uomo informato potrà formare il proprio giudizio. Ahimè no,
risponde Ellul, e per due ragioni: primo, perché i problemi contemporanei lo
superano infinitamente, e gli ci vorranno, per usare correttamente le
informazioni, «tempo (da due a tre ore al giorno) e lavoro (perché informarsi
è un lavoro!) extra; in più, avrà bisogno di vaste conoscenze preliminari in
storia, geografia, economia, politica, sociologia, per comprendere e collocare
le informazioni ricevute» 198. Senza contare una memoria senza pari,
un'attitudine alla sintesi e una certa fermezza di carattere per non nascondersi
le informazioni che gli sembrassero eccessivamente sconfortanti.
Secondo, perché l'informazione che riceve è «istantanea, polimorfa,
caleidoscopica, eccessiva, onnipresente» 199, e il più delle volte è costituita di
dettagli: è difficile che l'informatore gli fornisca un contesto, una prospettiva
storica, un'interpretazione. Esattamente ciò che farà la propaganda.
Propaganda: suona datato, evoca i regimi totalitari di Stalin, Hitler, Mao e
Castro. Sembra appartenere alla storia antica o esotica. E noi, cittadini di
paesi democratici, maggiorenni e vaccinati, siamo convinti di non essere
stupidi e di saper riconoscere i trucchi. Non è così scontato: perché la
propaganda non ha nulla a che vedere con la menzogna. Lo stesso Goebbles
teneva all'esattezza dei fatti diffusi. Una buona propaganda presenta cifre
scioccanti, dati senza riferimento, avvenimenti scollegati dal contesto, ma
veri. Poi dà a questi fatti un'interpretazione che ne snatura il senso e li orienta
in favore del propagandista, in modo da creare un sistema di falsa
rappresentazione: «Quando gli USA si pongono come difensori della libertà,
sempre e ovunque, è un sistema di falsa rappresentazione. Quando l'URSS si
pone come difensore della democrazia, è un sistema di falsa
rappresentazione» 200. Dietro lo schermo delle parole del giorno (si parla di
«comunicazione», di media planning), non c'è altro che propaganda. O in
altre parole: montatura. Ellul non pretende di sfuggirvi: «È perché ho subito,
sentito, analizzato in me l'impatto di questa potenza, perché ne sono stato, e
lo sono sempre nuovamente, l'oggetto, che voglio parlare di questa minaccia,
e dire che si tratta di una minaccia contro ogni uomo» 201.
Ben inteso, in democrazia la propaganda soffre di alcune costrizioni: «La
tradizione del rispetto nei confronti dell'uomo non è ancora cancellata», e il
propagandista utilizzando questo schema ha la coscienza sporca. La
propaganda è quindi limitata, tiene conto dei prò e dei conto, «non c'è
rigorosamente – salvo in tempo di guerra – il Bene da una parte e il Male
dell'altra» 202, il che ne attenua l'efficacia, perché la regola in ambito di
propaganda è che ogni affermazione deve essere netta ed esclusiva. Non è un
problema: la propaganda è essenzialmente totalitaria (non perché sia
appannaggio dei regimi totalitari, ma perché ha la tendenza ad assorbire ogni
cosa) e mina la democrazia. Come tutte le tecniche, non è uno strumento
neutro utilizzabile senza venirne influenzati: «È come il radio, e si sa cosa
succede ai radiologi» 203.

***

La propaganda non è appannaggio delle dittature: le tecniche pubblicitarie


vennero applicate per la prima volta ai mass-media durante la prima guerra
mondiale in paesi democratici come Francia, Inghilterra e Stati Uniti. In
seguito, l'accesso delle masse alla partecipazione politica ha reso inevitabili
queste tecniche. Si dà per scontato che il governo democratico sia nato
dall'opinione, e che traduca in atti politici le indicazioni che questa gli
fornisce (la democrazia poggia sull'idea che l'uomo, essendo un essere
ragionevole, sia in grado di discernere il proprio interesse). Ma si sa che
l'opinione pubblica è terribilmente variabile, fluttuante, irrazionale. E lo Stato
dovrebbe obbedire all'opinione pubblica, seguirla? Impossibile. Perché
dovrebbe cambiare politica tanto velocemente quanto cambia l'opinione e si
esporrebbe a tutti i rischi di irrazionalità. Essendo diventato un organismo
enorme incaricato di operazioni tecniche formidabili, alcune delle quali
richiedono anni e somme inaudite (Ariane, TGV, il nucleare, ecc.), non può
permettersi fantasie del genere: «Né all'inizio, perché l'opinione non è
preparata sull'argomento, né in seguito, perché una volta che l'impresa tecnica
è stata avviata, non è possibile tornare indietro. Quando si intraprende la
politica del petrolio del Sahara o il piano di elettrificazione non c'è ombra di
considerazione dell'opinione pubblica» 204. La decisione anticipa l'opinione.
«Dobbiamo quindi concludere che anche in democrazia, un governo onesto,
serio, non abusivo, rispettoso dell'elettore, non può attenersi all'opinione
pubblica» 205. C'è solo una soluzione: «Dato che il governo non può seguire
l'opinione pubblica, bisogna che sia questa a seguire il governo» 206. Lo Stato
democratico deve dunque arginare e formare l'opinione pubblica. Informarla
di ciò che fa, «cosa perfettamente legittima», ma «non è possibile attenersi
all'informazione freddamente oggettiva, bisogna arringare» 207. Lo Stato deve
infondere nei cittadini la sensazione di aver voluto quelle decisioni. Ecco il
ruolo della propaganda.
Si ribatterà che fortunatamente, in democrazia, il pluralismo garantisce la
diffusione di idee contraddittorie tra le quali l'individuo può scegliere a
piacimento. Primo, risponde Ellul, non bisogna sopravvalutare l'importanza
della diversità delle opinioni. Tutte le democrazie vanno incontro allo stesso
fenomeno: l'accaparramento dei mezzi di informazione da parte di una
manciata di grandi gruppi privati. Tutti sanno che in Francia pochi
mastodonti controllano la quasi totalità dei media di massa: i venditori di
armi Matra-Hachette e Dessault, il venditore di cemento Bouygues… Di
fronte a loro, il cittadino è indifeso. Quando nel XIX secolo si parlava di
libertà di informazione, «si intendeva la libertà individuale di informare,
attraverso qualsiasi mezzo si ritenesse adeguato allo scopo, e ci si aspettava
che il "potere pubblico" non intervenisse» 208. Oggi si parla della libertà di
essere informati, o del diritto di essere informati: l'individuo è diventato
passivo, non ha i mezzi per diffondere le informazioni (Internet ha cambiato
le cose, ma quale paragone ci può essere tra un sito individuale sulla rete e gli
schiaccianti mezzi dell'informazione di massa?).
Secondo, afferma Ellul, non è grazie all'intrecciarsi di molteplici
propagande contraddittorie che in democrazia il cittadino esce vincitore. La
propaganda non ha nulla del dibattito onesto e rispettoso: poggia su tecniche
psicologiche volte a manipolare il subconscio delle folle, cerca di sopprimere
lo spirito critico e di creare passioni collettive, dipende dal condizionamento
di massa. «Pertanto, la speranza riposta nella propaganda consiste in questo:
un uomo riceve un pugno in faccia dal vicino di destra; fortunatamente, quel
pugno sarà compensato da un secondo pugno in faccia datogli dal vicino di
sinistra» 209. Energicamente massaggiato da queste due propagande,
l'individuo finisce per rifugiarsi nella passività o nell'impegno non ragionato,
reazioni che non hanno nulla di democratico. La propaganda finisce quindi
per creare un uomo che vive in un regime democratico ma non è libero: è
«privato degli elementi che costituiscono la democrazia stessa: lo stile di vita
democratico, la comprensione degli altri, il rispetto delle minoranze, il
riesame delle proprie opinioni, l'assenza di dogmatismi». È un «uomo
totalitario a convinzione democratica» 210.

***

Alla propaganda interna si aggiunge quella volta all'estero. Anche qui


Ellul mette in rilievo un paradosso: di fronte a un nemico determinato che usa
la propaganda senza vergogna (dittatori, terroristi), le democrazie non
possono fare altro che ricorrervi a loro volta.
Nel libro dedicato a questo argomento, Propagandes, pubblicato nel
1962, Ellul sottolineava che, se tutti ammettono l'uso della propaganda in
tempo di guerra (bisogna scegliere le informazioni in modo da non offrire il
fianco al nemico e sollevare il morale della popolazione), le democrazie non
sono ancora «riuscite a capire che la guerra fredda non è una condizione
eccezionale, analoga alle guerre calde, ma che essa è uno stato permanente ed
endemico» 211. Prediceva: «Bisogna aspettarsi che le democrazie
abbandonino precauzioni e sfumature e si impegnino in modo risoluto in
un'azione totale di propaganda efficace» 212. Oggi la guerra fredda è finita.
Ma la guerra contro il terrorismo non ha preso nuovo slancio? Non sta
diventando uno «stato permanente ed endemico»? Non siamo entrati nella
lunga grande battaglia del Bene contro il Male?
Per penetrare le coscienze, la propaganda non si rivolge alla ragione,
sfrutta il mito, cioè un'immagine che provoca credenza. Si tratta dunque di
trasformare la democrazia in mito: da noi regnano la pace, la libertà, la
felicità, la ricchezza, è un paradiso! Effetto inatteso di questa propaganda: i
clandestini che, spinti dal mito, cercano a ogni costo di stabilirsi nelle nostre
ricche contrade. Ma, come osserva Ellul, la democrazia non è fatta per essere
mito, credenza. Non è solo una forma di organizzazione politica, ma «un
modo di comprendere la vita e un modo di agire», fatto di tolleranza, di
rispetto delle minoranze, di misura. Trasformare la democrazia in mito è
un'operazione antidemocratica. Inoltre, è necessario, per fare ciò, che l'intera
nazione sia accomunata dalla credenza nel mito. Che le minoranze siano
imbavagliate, quindi. E che sia venerato colui che diffonde il mito: l'eletto dal
popolo. «Tutte le propagande sviluppano il culto della personalità», anche e
soprattutto le democrazie, perché vi si esalta la persona 213. «Una massa
democratica diffiderà dell'uniforme ma idolatrerà il cappello floscio, se ben
presentato» 214. Infatti, la propaganda è di per sé uno stato di guerra. Come
ogni mezzo tecnico ha le proprie gambe e impone la propria legge.
Essendone la negazione, corrompe la democrazia.

Dopo l'11 settembre

L'attacco terroristico dell'11 settembre è un caso esemplare: illustra


molte idee forti di Ellul, in particolare il fatto che la tecnica non sia buona
né cattiva, ma ambivalente. È stata la tecnica effettivamente a permettere
ai terroristi di effettuare l'attentato, combinando l'uso di un semplice
cutter, di Internet (che ha permesso loro di organizzare l'operazione
comunicando con messaggi criptati) e di aerei zeppi di alta tecnologia.
Permettendo la costruzione di quelle città verticali che sono i grattacieli,
ha reso l'attentato così micidiale – 4.000 morti senza un grammo di
esplosivo. Grazie alla rete di televisioni che unisce il mondo, ha
decuplicato l'impatto dell'attentato, trasformandolo in schiacciante vittoria
dei terroristi subito celebrata su tutti gli schermi.
Ma sono soprattutto l'irruzione della propaganda e gli effetti di questa a
lungo termine, a confermare le analisi di Ellul. Il noto discorso di George
W. Bush sulla «crociata». Quello sulla lotta tra Bene e Male: non era stata
attaccata la superpotenza americana, ma la libertà stessa! Niente più mezze
misure, niente più sfumature: giudizi netti. Chi osasse ricordare le
responsabilità degli Stati Uniti nella barbarie (il complesso militare-
industriale di Folamour e i suoi 270 miliardi di dollari di budget, i 4.000
carcerati nel braccio della morte, il saccheggio organizzato del pianeta, un
reddito medio 80 volte superiore a quello dei paesi poveri, il rifiuto del
protocollo di Kyoto, il finanziamento, l'armamento, la manipolazione da
parte della CIA di Bin Laden e tanti altri estremisti, e così via) veniva
richiamato all'ordine: non vorrà giustificare i terroristi! Ogni tentativo di
comprensione diventava giustificazione. Arrivarono poi le leggi per la
sicurezza, negli Stati Uniti come in Francia, tra le quali la legge «sicurezza
quotidiana» (che decreta la possibilità di accusare in forma anonima
chiunque senza che questi abbia la possibilità di un faccia a faccia con
l'accusatore, la schedatura genetica di ogni persona condannata per furto,
l'autorizzazione alla perquisizione di qualsiasi veicolo, le perquisizioni
senza il controllo dell'autorità giudiziaria, la delega dei poteri di polizia
agli agenti di sicurezza privata).
E poi la guerra. Assoluto controllo delle immagini: si vede ancora meno di
quanto si vedesse durante la guerra del Golfo! Durante quest'ultima, un
collaboratore di George Bush padre aveva già sputato il rospo: «Una
guerra si vince o si perde sul terreno dell'opinione pubblica. Bisogna
innanzitutto convincerla che il Presidente è un uomo di leadership; poi,
che il conflitto che sta per verificarsi è necessario ai nostri interessi; infine,
che si tratta di un avvenimento inevitabile e di un'iniziativa morale».
Un collaboratore di George W. Bush lo ha confermato dopo l'11
settembre: «Non è cambiato nulla. Sono sempre la base della nostra
strategia antiterrorista» 215. Nel febbraio 2002, il «New York Times»
rivelava che poco dopo l'11 settembre il Pentagono aveva creato un ufficio
segreto, l'Office of Strategie Influence, il cui compito era di diffondere
false notizie per meglio servire la causa dell'America! Scandalo! Donald
Rumsfeld, Segretario di Stato alla Difesa, affermò di cadere dalle nuvole:
si trattava dell'iniziativa di un subalterno, quell'ufficio sarebbe stato chiuso
immediatamente! Un portavoce della Casa Bianca aggiunse: «Il Presidente
è un uomo onesto, che parla francamente, e vuole che ogni portavoce di
questo governo abbia le stesse caratteristiche». Dovette intervenire Bush
in persona: «Diremo la verità al popolo americano» 216. L'errore era
marchiano e non venne ripetuto: come si è visto, una buona propaganda
deve basarsi su informazioni esatte. Ormai il governo americano non fa
che «dire la verità»: annunci a ripetizione di imminenti attacchi
terroristici; costante demonizzazione di Bin Laden, processi controllati dei
detenuti di Guantanamo, ecc. Ormai Pentagono e CIA lavorano mano
nella mano con Hollywood per produrre film d'azione che invaderanno il
pianeta diffondendovi immagini chiaramente più vicine alla «verità»…
12.
COSA?! NON HAI ANCORA
LA SDR-4X DELLA SONY?
La pubblicità e il bluff tecnologico
sono il motore del sistema tecnico

Nel 1910, quando la propaganda politica ancora balbettava (ne sono


prova le frottole dei governi durante la prima guerra mondiale), le grandi
aziende commerciali sapevano come combinare abilmente le più efficaci
astuzie psicologiche con i grandi mezzi di diffusione, mettendo così a punto
la pubblicità moderna. Da allora la tecnica pubblicitaria non smise di
affinarsi.
Ma Ellul, nel 1987, notava che: «Negli ultimi anni è successo qualcosa,
un totale cambiamento di scala». Fino ad allora la pubblicità, «azione
psicologica che si vuole fondata su una scienza», era sicuramente un mezzo
utile per vendere alle masse la produzione industriale di massa. I budget
erano cresciuti in modo incredibile. Nel 1975, il budget pubblicitario in
Francia veniva stimato in 7 miliardi di franchi. Nel 1989 aveva superato i 42
miliardi. Nel 2000, ha raggiunto i 92 miliardi di franchi (14 miliardi di euro),
ovvero sei volte il budget del Ministero della Cultura (che ha raggiunto i 2,5
miliardi di euro). La pubblicità si è trasformata in una enorme potenza
economica. L'intero sistema audiovisivo è stato costruito su di essa e ne
dipende totalmente. A parte rare eccezioni (in Francia, solo due giornali
nazionali, «Le Canard enchaîné» e «Charlie-Hebdo», rifiutano ogni
pubblicità), essa detta legge a tutti i media, giornali, televisioni, radio,
Internet. Non smette di conquistare nuovi territori (i film infarciti di tagli
pubblicitari, tutti gli sport, le sponsorizzazioni in genere) e di chiedere che
vengano eliminate le rigide regole che ancora la limitano (i pubblicitari
sognano che venga cancellata la legge che limita a dodici i minuti di
pubblicità per ora in televisione). Perché questa invasione?
In realtà essa ha cambiato funzione, status: da semplice stimolante
economico, è «diventata il motore dell'intero sistema. La pubblicità è la
dittatura invisibile della nostra società» 217.
Non si tratta più di vendere semplicemente del lucido da scarpe, mobili o
detersivo, cosa assai utili, dopotutto. Si tratta di vendere gadget, vale a dire
oggetti che non rispondono ad alcun bisogno reale, che in fondo non servono
a nulla. Ma attenti, sono oggetti hi-tech. «C'è una produzione di oggetti
sempre nuovi, di alta tecnologia, messi a disposizione di un pubblico che non
sa bene a cosa gli serviranno, ma che è pronto a reagire da consumatore
obbediente. Bisogna far consumare in massa gli oggetti di alta tecnologia.
Sono la chiave di tutto lo sviluppo economico» 218.
Senza la pubblicità, i mercati della «nuova tecnologia» crollerebbero, i
budget che permettono il proseguimento dello sviluppo tecnico sparirebbero,
la ricerca tecnoscientifica slitterebbe… «La tecnica non può continuare il
proprio percorso trionfale senza che il pubblico la segua, comprando il
maggior numero di computer, videoregistratori, fotocopiatrici, moto, minitel,
televisori hi-fi, fax, forni a microonde, CD. Ogni progresso tecnico ha
bisogno di un pubblico pronto ad accogliere l'ultima trovata» 219. Gli OGM,
ad esempio.
Ma per creare nuovi bisogni e scatenare l'acquisto, non basta solleticare le
motivazioni del consumatore con abili manipolazioni psicologiche, bisogna
prodigarsi in tesori di ingegnosità – e folli somme – per plasmarne lo stile di
vita in modo che si convinca che le novità (ovviamente le più «sofisticate»
possibili) gli siano indispensabili per vivere nel sistema tecnico, e che esse gli
garantiranno la felicità in quel sistema che è ormai il suo ambiente naturale.
Come si può vivere senza telefono cellulare? Possederne uno è normale,
naturale, indispensabile e moderno! Come si può rifiutare questo formidabile
progresso? È impensabile! Bisognerebbe essere retrogradi, psicologicamente
rigidi, o appartenere a una setta. Non comprarne uno significa rifiutare di
appartenere veramente alla propria epoca. Significa rifiutare il nostro mondo.
Significa volersi estromettere dalla società. Si finirebbe per essere presi in
giro.
Il ruolo della pubblicità è decisivo, quindi: serve ad acclimatare l'uomo
all'universo tecnico e a persuaderlo che esso è legittimo, ogni suo elemento è
buono per lui; e se si ribella, spingervelo a forza, o quasi 220.
Ellul sottolinea che inoltre bisogna «far rientrare nella pubblicità ciò che
in realtà non lo è», cioè «l'azione globale dei media in favore delle tecniche»
221. Non si tratta di pubblicità per una marca o un prodotto in particolare, ma
di pubblicità per la tecnica stessa. «L'ho capito da un anno: non c'è una sola
edizione del telegiornale delle venti, su un canale o l'altro, senza un servizio a
glorificare la tecnica» 222. Voli nello spazio, prodezze della genetica, lanci in
orbita di satelliti, corse automobilistiche tra le quali «l'ignobile Parigi-
Dakar», operazioni chirurgiche a distanza, effetti speciali cinematografici,
ecc.: «È a tutti gli effetti una pubblicità per la tecnica stessa, che in genere
mostra o rileva le più spettacolari innovazioni, senza marca o invito al
consumo, semplicemente per fare penetrare lo spettatore (o il lettore)
nell'universo del miracolo tecnico quotidiano» 223. I mass-media ci
immergono così ogni giorno nell'hi-tech e ci plasmano in modo da integrarci
nell'ambiente tecnico e a trovarlo tanto naturale come l'aria inquinata che
respiriamo…
Nel 1954, Ellul si chiedeva: «Abbiamo diritto di chiederci quali
conseguenze porteranno queste manipolazioni? Ancora non lo si può capire
esattamente, perché questi meccanismi sono in atto da troppo poco tempo
perché si riescano a distinguere le vere conseguenza. Quando queste
conseguenze avranno fatto la loro comparsa, non le riconosceremo più perché
saremo talmente assorbiti, indifferenziati, manipolati che non riusciremo più
a oggettivare queste conoscenze e non avremo più alcuna idea di ciò che
l'uomo poteva essere prima» 224. Siamo già a questo punto?

Il bombardamento pubblicitario a tappeto

Indovinello: quanto denaro spendono per ognuno di noi ogni anno le


industrie? 230 euro. Contando tutti i Francesi, dagli 0 ai 100 anni e più! Se
contassimo solo quelli nei quali la pubblicità potrebbe sollecitare un
acquisto, supereremmo facilmente i 300 euro a persona… È imbarazzante
ricordarlo qui, tanto tutto ciò è noto, e tanto l'effetto di contrasto può
sembrare facile: 300 euro a testa è la cifra con la quale vivono oggi 1,2
miliardi di persone. Ciò che essi hanno a disposizione per sopravvivere, è
quanto viene speso per sedurci e crearci nuovi bisogni, incitarci a
comperare i prodotti che l'industria vuole assolutamente smerciare.
Nel 2000, con 14 miliardi di euro, la dissolutezza pubblicitaria ha superato
per la prima volta il limite simbolico dell'1% del prodotto nazionale lordo
(PIL). Altro contrasto facile: l'aiuto pubblico allo sviluppo, cioè quanto la
Francia spende per aiutare i paesi poveri, non ha mai raggiunto una cifra
del genere (nelle buone annate si arriva appena alla metà).
L'opinione di Ellul è più pertinente oggi che all'epoca in cui è stata
formulata: le spesa pubblicitarie del settore delle telecomunicazioni
(telefono cellulare, Internet, ecc., che egli chiama gadget) ha conosciuto
un vero boom (più 51% nel 2000). Pur rimanendo alle spalle di quelli
classici della distribuzione (è guerra tra i grandi nomi Auchan, Carrefour,
ecc.), e dell'alimentazione (Danone, Nestlé, ecc.), questo settore ha
superato quello dell'automobile. Per spingere il consumatore a dotarsi di
oggetti hi-tech e a connettersi, la pubblicità ha addirittura reinventato il
bombardamento a tappeto: per due anni, un collega giornalista, gran
consumatore di giornali e riviste, si è divertito a raccogliere tutti i CD
allegati gratuitamente che invitavano il lettore a connettersi urgentemente
a Internet. Il suo scopo è decorare lo spoglio albero del suo giardino
parigino. Ne ha raccolti almeno 300! È la tecnica del bombardamento a
tappeto.

Gli OGM contro la fame

Perché gli OGM fossero accettati, le sette multinazionali del


transgenico (Monsanto, Novartis, Aventis, BASF, Du Pont de Nemours,
Agrevo, Zeneca), che guarda caso sono anche i maggiori produttori di
pesticidi e sementi del mondo, avevano messo in campo l'artiglieria
pesante. Si trattava di imporre gli OGM il più velocemente possibile e
senza discussioni in modo da rendere sorpassate le sementi classiche, che
hanno il torto di essere patrimonio dell'umanità, e di non essere quindi
brevettabili ma essere liberamente accessibili (nei paesi del Sud del
mondo, i contadini seminano all'80% sementi ricavate dai propri campi).
Un hold-up sul vivente, come lo si è a ragione definito, che non offre
alcun vantaggio al consumatore né alla collettività: fino a ora gli OGM
hanno permesso ai grandi coltivatori americani di aumentare la
produttività del 5% circa. D'altro canto, però, presentano rischi di
mutazione genetica, di generazione di nuovi virus, di sviluppo di nuove
allergie, pericoli che le aziende del transgenico si sono ben guardate dallo
studiare. Come dice Corinne Lepage, «non si sa se il pericolo sia
gravissimo o no, ed è proprio questo il problema» 225.
Per convincere le opinioni pubbliche e i governi, le aziende hanno
condotto le proprie operazioni di propaganda su due fronti: esagerare (se
non inventare di sana pianta) i vantaggi degli OGM; minimizzare (o
addirittura negare) l'esistenza di rischi.
L'argomento è stato affrontato con una notevole faccia tosta: gli OGM
risolveranno il problema della fame nel mondo! Un quinto degli abitanti
della terra soffre la fame, ed ecco che, miracolo, spunta questa nuova
tecnica che gli riempirà la pancia. Non vorrà per caso opporsi? E i
ricercatori aggiungono: «È un'occasione da cogliere al volo per il
pianeta!» 226. Le piante OGM resisteranno ai virus che devastano le
colture tropicali, permetteranno di far crescere la verdura nei deserti
irrigandola con acqua di mare, ecc. Polvere negli occhi. Tutti gli esperti
ammettono l'autosufficienza del pianeta in quanto a cibo. Non è di OGM
che hanno bisogno i 2,5 milioni di Francesi che fanno ricorso al banco
alimentare per mangiare a sufficienza, ma di un migliore livello di vita, di
un buon lavoro, di buoni salari, di condizioni di vita decenti. Non è di
OGM che hanno bisogno gli 800 milioni di affamati del Sud del mondo,
ma di pace (è nelle zone di guerra che più si soffre la fame), di una più
equa ripartizione delle risorse, di un reale potere d'acquisto, di regimi
politici che non siano dittatoriali e corrotti. Una tecnica non ha mai risolto
un problema innanzitutto politico.
Tanto più che le aziende se ne infischiano altamente della fame nel
mondo; ecco la prova: il 99% degli OGM non sono prodotti alimentari di
comune consumo per gli esseri umani, ma tipi di mais, colza e soia
destinati innanzitutto all'allevamento. Inoltre sono piante resistenti a un
erbicida (venduto dalle multinazionali) o a un insetticida, quindi destinate
ad agricoltori sufficientemente tecnicizzati per trattare i propri campi con
prodotti chimici: quelli, paganti e sovvenzionati, del Nord del mondo.
Anzi, per la precisione, solo l'l% delle sperimentazioni di OGM avviene in
Africa, il continente in cui imperversa la maggior parte delle carestie. Si sa
che una pianta transgenica ha bisogno di essere testata in loco per poter
essere adattata a certe condizioni. L'Africa e le carestie non interessano
alle aziende del transgenico.
In poche parole, dopo i pesticidi (che nel dopoguerra si giurava avrebbero
estirpato la fame) e la rivoluzione verde (che negli anni Settanta avrebbe
dovuto fare lo stesso), ecco la nuova ricetta miracolosa per salvare i
«poveri bambini affamati». Male organizzata, l'operazione di propaganda
non ha funzionato in Europa. Ma le multinazionali del transgenico non
hanno ancora abbandonato l'idea di piegare i recalcitranti Europei, e dalla
fine del 2002 assistiamo a nuove offensive di propaganda transgenica.
Tutto nano, tutto bello

Viva le nanotecnologie! Interi articoli ci promettono oggi mari e monti


di macchine tanto microscopiche da risultare invisibili a occhio nudo, non
più grandi di un virus (dell'ordine di un nanometro, cioè un milionesimo di
millimetro), e all'ultimo grido (è stato possibile realizzarle solo grazie al
microscopio a effetto tunnel messo a punto agli inizi degli anni Sessanta).
Grazie alle nanotecnologie avremo presto chip mille volte più potenti di
quelli dei microcomputer attuali. Sensori microscopici potranno vagare nel
nostro corpo e combattere gli intrusi. Miliardi di minirobot potranno
disinquinare il suolo e le falde freatiche. Nasceranno nuovi materiali
ultraleggeri e ultraresistenti.
Alcuni mettono in guardia contro le nanotecnologie, che permetterebbero
di «creare un esercito di robot fuori controllo in grado di distruggere la
biosfera» 227. Altri si interrogano sugli «effetti ancora sconosciuti
sull'uomo che potrebbe venire accidentalmente contaminato da questo
genere di creature attraverso la catena alimentare» 228 o notano che
«concretamente, i robot, gli organismi geneticamente modificati e i
nanorobot hanno in comune un temibile elemento aggravante: hanno la
capacità di autoriprodursi» 229. Questi allarmi restano per ora inascoltati.
Un esempio a prova: a Grenoble, il CEA (Commissariato per l'energia
atomica) e i collettivi locali sono orgogliosi di accogliere il più grande
centro europeo di nanotecnologie, il Minatec. Otto ettari, un investimento
di 150 milioni di euro, un mercato di mille miliardi di dollari da qui a
quindici anni 230! Sono in pochi a preoccuparsi. Ancora una volta
l'entusiasmo tecnologico trionfa. E spazza via tutte le domande
ingombranti, soprattutto quelle dei semplici cittadini che, come noto, non
ne capiscono nulla.
13.
NOI, TUTTI UGUALI
Ormai universale, la tecnica
sta per rendere uniformi tutte le culture:
è questa la vera globalizzazione

A Fegui, piccolo villaggio del Mali sperduto nella savana, c'è un camion,
un bel camion, l'unico del villaggio, offerto da un generoso donatore di
un'associazione umanitaria, che lo aveva riempito fino al limite di medicinali
e utensili e lo aveva guidato per giorni attraverso il Sahara per donarlo agli
amici malesi, in modo che potessero andare a vendere i propri raccolti in
città. Ma il camion sta arrugginendo lì, nessuno lo usa.
Ellul afferma che la tecnica non è un puzzle i cui pezzi si possono
disporre a piacimento. Essa è, come abbiamo visto, un sistema i cui elementi
si condizionano a vicenda. Il camion verrà usato solo quando in un dato stile
di vita, una certa organizzazione sociale ed economica, un'ideologia dominata
dalla legge dell'efficacia e della produttività avranno conquistato quell'angolo
di savana del Sahel. Il Mali, uno dei paesi più poveri al mondo, non è ancora
pronto, non è ancora adatto. Ma non aspetta altro che esserlo…
Salta agli occhi: paese dopo paese, la tecnica occidentale sta conquistando
il mondo intero. Tutti i popoli sono sullo stesso cammino. Quello del
progresso tecnico. Non tutti sono allo stesso punto, non tutti avanzano alla
stessa velocità, ma tutti sono trascinati dallo stesso processo di
uniformazione. Ellul non pronuncia alcuna condanna, chiaramente: conosce
gli argomenti «perfettamente validi» 231 sulle necessità economiche e la
miseria dei popoli del Terzo Mondo. Afferma inoltre che l'unica via possibile
per loro è la tecnicizzazione: «Non dico che sia la via moralmente,
ideologicamente, umanamente desiderabile né che sia buona. È
semplicemente inevitabile se quei popoli vogliono sopravvivere. Senza,
sarebbero condannati a essere più infelici, agitati da movimenti incoerenti, da
rivolte, da lacerazioni interne. E sempre più dipendenti da potenze
tecnicizzate, anche se piene di buona volontà» 232.
La tecnica ha conquistato il mondo attraverso la guerra e il commercio.
Le guerre coloniali le hanno aperto le porte dei cosiddetti paesi arretrati: e lei
vi si è tuffata. La legge sacra del commercio (bisogna aprire nuovi mercati)
ha fatto il resto. E tutto con una velocità fulminea. Come abbiamo visto, in
Occidente, dove la Tecnica è nata e si è sviluppata lentamente, i danni sono
già stati considerevoli. «Quanto sono più temibili i suoi effetti quando viene
bruscamente impiantata in un ambiente estraneo e vi appare di colpo in tutta
la sua potenza!» 233. È semplice: a contatto con essa le vecchie culture
crollano. «Dissocia le strutture sociali, distrugge i quadri morali, fa esplodere
i tabù sociali o religiosi, desacralizza uomini e cose, riduce il corpo sociale a
un insieme di individui» 234. Un esempio lampante: un semplice fatto tecnico
(la bomba di Hiroshima!) ha cancellato in un battito di ciglia un'intera
religione, quella del mikado, l'imperatore del Giappone, che ne era il gran
sacerdote. Tutti i popoli sperimentano questa lacerazione, ogni abitante di
questi paesi la soffre. «Non c'è dubbio sul fatto che tutte le culture e tutte le
strutture sociali tradizionali saranno distrutte dalla tecnica prima di riuscire a
trovare forme di adattamento sociale, economico, psicologico, che avrebbero
potuto salvare l'equilibrio di società e uomini» 235. Questo annientamento non
è, ovviamente, il risultato di un piano machiavellico escogitato dai tecnici, ma
è: «Il semplice contatto tra il vaso di terra e il vaso di ferro, malgrado le
migliori intenzioni di quest'ultimo» 236.
Esportare la tecnica non consiste semplicemente nell'apportare benessere
ai popoli cosiddetti arretrati: «Il benessere suppone una trasformazione totale
dei diversi aspetti della vita, presuppone lavoro dove c'era solo immobilità,
macchine e accessori, organi di coordinazione e un'amministrazione
razionale, un'adesione interiore al regime…» 237. La tecnica, poiché tende a
creare un sistema, porta con sé uno stile di vita, un insieme di simboli,
un'ideologia: una cultura. Non tollera quindi la coesistenza con un altro stile
di vita, rifiuta ogni fusione. Così, «malgrado la buona volontà, gli ottimisti, i
costruttori di favole, una gabbia di ferro si impone a tutte le culture del
mondo» 238.
Assistiamo, secondo Ellul, a uno «straordinario cambiamento»: «Per tutto
il corso della storia, senza eccezioni, la tecnica è appartenuta a una cultura; ne
è stata un elemento, inglobato in un insieme di attività non tecniche. Oggi la
tecnica ha inglobato la cultura intera» 239. Nasceranno ancora culture
differenti in India e in Groenlandia: per la felicità dei turisti, «ci saranno
ancora (e sempre più!) artigianato locale, costumi e canti folklorici, i riti
matrimoniali e le feste saranno meravigliosamente autoctone e le religioni
fiorenti» 240… Ma la natura di queste culture sarà fondamentalmente la
stessa, saranno tecniche. Troppo tardi per i pentimenti: l'Occidente (almeno i
suoi storici, sociologi ed etnologi) scopre che la superiorità di cui si vantava
nel XIX secolo è un mito; che ogni cultura ha la propria ricchezza e la propria
dignità; che non si possono classificare i popoli come primitivi da un lato ed
evoluti dall'altro, perché ognuno ha la propria originalità, una differente
struttura, adattata e coerente… sì, è in questo momento in cui la tecnica
invade questi popoli e «conferma le precedenti argomentazioni sulla
superiorità, la verità della cultura occidentale – essa è l'avvenire di queste
società, così come è il presente della nostra, e non c'è nessun mito in ciò. Se
non quello di credere che queste culture abbiano davanti un altro futuro.
Ormai possiamo solo rivolgere loro un ricordo commosso» 241

***

Perché la tecnica sta diventando universale? Primo perché poggia sulla


scienza occidentale, che tutti sanno essere universale (il teorema di Pitagora e
le leggi che regolano la fissione nucleare sono le stesse in ogni punto del
pianeta). Secondo perché è «una lingua compresa da tutti». Essendo un
mezzo oggettivo di comprensione della realtà, diventa un linguaggio
universale, crea un legame tra gli uomini, stabilisce tra gli specialisti di tutti i
campi una «tacita fraternità» 242. Per capirsi due tecnici provenienti da paesi
lontani non hanno più bisogno, o quasi, di parlare la stessa lingua! Basta il
linguaggio tecnico (e un po' di basic english). Invece, essendo ciascuno
racchiuso nella propria specializzazione avranno difficoltà a parlare col
proprio vicino, del quale non condividerà più il vocabolario. «La tecnica,
stabilendo così rotture, ricrea anche i ponti necessari; è il ponte al di sopra
delle specializzazioni, perché partorisce un tipo di uomo nuovo che si
estende, in tutto e sempre simile al proprio riflesso, attraverso il canale delle
sue tecniche, si parla e si ascolta da solo, obbedendo ai minori cenni della
macchina, confidando nella stessa obbedienza dell'altro» 243.
Essa costituisce attualmente il nuovo legame tra gli uomini, quale che sia
la loro origine. «È il linguaggio universale che supplisce a tutte le mancanze e
separazioni. Questo spiega la ragione profonda del grande slancio della
tecnica verso l'universale» 244.
Non importa quali siano i regimi politici dei paesi che è in procinto di
conquistare: dopo il Giappone, modello ideale di trasfusione della tecnica, è
la volta della Cina postmaoista, seppur recalcitrante. Ellul non è mai stato
vittima dei discorsi sulla «unicità della via cinese», che consisteva
nell'affiancare lavoro intellettuale e rurale, fai-da-te e ingegnosità. Dopo il
periodo del «Grande Balzo», durante il quale Mao aveva chiesto ai contadini
di fondere i propri attrezzi di ferro negli altiforni (col risultato di una carestia
generale e milioni di morti), si è dovuto passare alle cose serie. Ossessionati
dal ritardo tecnologico sui paesi imperialisti, i dirigenti cinesi presero a
tecnicizzare la Cina a tappe forzate. Se il regime attuale non ha più nulla di
comunista né di rivoluzionario, rimane comunque di natura dittatoriale, prova
che il sistema tecnico si adatta perfettamente all'organizzazione politica nella
quale si insedia, purché sia sufficientemente burocratico, attento a prestare
ascolto agli esperti e pronto ad accoglierli.
Comunisti o meno, che vivano sotto una dittatura o un regime più o meno
democratico, tutti i popoli del Terzo Mondo condividono oggi la convinzione
che ci sia una sola via, la tecnicizzazione. Studiosi affascinati dai modelli
culturali occidentali, contadini che ascoltano la radio e abbandonano
l'agricoltura tradizionale per adottare concimi chimici e pesticidi, élite
dirigenti che non vedono altra soluzione per «entrare nella storia» se non
imitare il modello tecnico, ecc. Ellul dà qui risalto a un fenomeno del quale si
è potuto recentemente vedere qualche esempio in occasione dei summit sul
riscaldamento climatico: «Tentare di fargli capire che quella che stanno
intraprendendo è una strada pericolosa, che la tecnicizzazione potrebbe essere
un vicolo cieco e che dovranno cercare la loro particolare via di sviluppo,
significa rimettersi subito al loro giudizio, che considera un discorso del
genere colonialista e antiprogressista… La passione tecnica porta i paesi del
Terzo Mondo a rifiutare tutto ciò che si può attualmente dire riguardo
all'inquinamento, ai pericoli della tecnica, agli squilibri ecologici, e via di
seguito. Tutto ciò sembra loro un discorso destinato a impedire loro lo
sviluppo tecnico…» 245.
L'ideologia tecnica della crescita ha conquistato il mondo intero. Ma,
come nota Ellul, sarebbe ingenuo credere che plasmando tutte le società sullo
stesso modello essa metta a punto un mondo unito e pacifico costituito da
popoli in perfetta armonia, solidali, avvicinati dai moderni mezzi di
comunicazione e dalla condivisione degli stessi valori: «In realtà,
l'universalità del sistema tecnico provoca la frammentazione del mondo, e
non la sua unificazione. Tutto ciò fa parte del sistema: produce concorrenze,
non fosse altro che in seguito alle velocità di sviluppo dei settori tecnici» 246.
In passato, le culture erano tanto diverse da non potere essere paragonate:
«Nel I secolo d.C. non c'erano reali differenze tra il popolo dell'Impero
romano e quello dell'Impero cinese. Non è, come a prima vista potrebbe
sembrare, perché non si conoscevano, ma perché erano troppo diversi per
potere essere comparati» 247. Ma nel momento in cui tutti si conformano alla
tecnica, allora la cosa diviene possibile e le differenze saltano agli occhi e
sono incredibili: nei paesi tecnicizzati è norma possedere due auto, un frigo,
un televisore, un computer portatile, un micro-onde, un complesso hi-fi, e
muoversi in un ambiente radicalmente artificiale (strade ovunque, fogne). I
paesi «meno avanzati», come vengono chiamati, sono ben lungi da una
situazione del genere, ma anch'essi, a causa della fede tecnica universale,
sognano un consumo unicamente tecnico. E se è corretto affermare che la
tecnica genera una certa uguaglianza, e quindi una certa democraticità (a
condizione di poter pagare, tutti possono disporre degli stessi oggetti e delle
stesse apparecchiature), essa paradossalmente fa emergere in ogni paese élite
tecniche (i più occidentalizzati rispetto agli altri), che sono al contempo
invidia e modello del popolo. La globalizzazione in corso non avvicina
quindi i popoli, «ma li pone inevitabilmente in conflitto di potere. Perché
bisogna sempre ricordare che la tecnica non è altro che uno strumento di
potere» 248.

Gli Inuit

Per millenni, avevano resistito al freddo polare e al blizzard,


all'isolamento e ai vasti deserti glaciali, sopravvivendo in uno degli
ambienti più ostili del pianeta, inventando una cultura ingegnosa e intrisa
di mutua assistenza e comunione fraterna in cui la prima virtù era il
coraggio, in cui l'arte dell'autosussistenza era portata al massimo livello, in
cui il senso dell'ineffabile e del sacro regnavano. Poi arrivò l'uomo bianco,
e coloro che erano riusciti a resistere alla furia degli elementi naturali
furono messi in ginocchio. Il colonialismo aveva portato con sé la tecnica.
Certo, oggi gli Inuit si spostano su motoslitte e non più con le antiche
slitte. I fucili hanno sostituito arco e frecce. E godono del riscaldamento
centralizzato. Ma l'Alaska ha il più elevato tasso di suicidi al mondo.
Alcool, droga e gioco d'azzardo producono rovina.
Nel 1965, ad Anchorage, grande città dell'Alaska, Jean Malaurie, che ha
passato la propria vita a studiare i popoli del freddo, vide uomini «ubriachi
fradici, coricati nella neve, ammassati uno all'altro per proteggersi dal
freddo» 249. La stessa cosa avveniva dalla parte sovietica. Nel 1990, a
Uelen, sulla penisola di Chukotka, nella Siberia sovietica, invitato nella
capanna di una famiglia chuktcha, vide che ogni sabato, verso le 19, i
genitori si ubriacavano. Dopo una lunga calma seguiva una esplosione di
violenza, sotto lo sguardo spaventato dei bambini: «nel momento di
maggiore violenza salgono sul tetto. Il chuktcho, calmatosi, beve
nuovamente, e nuovamente picchia la moglie. Tra i fumi dell'alcool,
cominciano a intravedere una traccia di felicità».
Nel 1848 l'Alaska vide l'arrivo dei primi coloni: balenieri della California
e del New England. Poi iniziò la corsa all'oro. Dopo una tregua di una
ventina d'anni, l'esercito americano, durante la seconda guerra mondiale,
vi moltiplicò le proprie basi. Nel 1974 la crisi petrolifera: a causa del
sottosuolo ricco di gas, petrolio, amianto e metalli, venne costruito un
oleodotto e i coloni invasero l'Alaska. Gli Esquimesi rappresentano appena
un quarto della popolazione. «Con uno straordinario potere di
assimilazione» afferma Jean Malaurie, «l'Occidente divora
progressivamente alcune società con le quali sostiene invece di
collaborare. Si osservano, contemporanei alla diffusione delle tecniche
occidentali, lo sperpero e l'inquinamento delle risorse naturali, lo sviluppo
industriale delle colture d'esportazione a scapito delle campagne che si
desertificano e della riduzione in miseria sotto l'effetto di programmi di
cooperazione errati, che condannano i giovani paesi a una maggiore
subordinazione economica e tecnologica. Popoli storici, biologicamente
legati a un dato luogo, divengono poco a poco anonime e intercambiabili
società di produzione e consumo. È una sofferenza assistere alla rapida
acculturazione di alcuni di questi popoli. Tutto accade come se la Storia
fosse costellata da cimiteri e il distacco economico di numerosi Stati del
Terzo Mondo derivasse dalle malattie mortali» 250. Odio e risentimento
rodono i giovani Inuit. Odiano ciò che sono diventati. Si iscrivono
all'ufficio di collocamento e sopravvivono a forza di sussidi. Si rifugiano
nel pentecostalismo e nel timore misto a speranza di una prossima
apocalisse. Subiscono il disprezzo dei coloni americani arrivati dal Texas.
Una giovane Inuit: «Noi, popolo laborioso, inventivo, così fiero del
proprio passato, della nostra eroica lotta contro il freddo e il ghiaccio,
siamo diventati cittadini di seconda classe» 251.
Malaurie è convinto che il male non sia irrimediabile: gli Inuit hanno la
TV, e ormai lo sanno, lo vedono sullo schermo, ed è una cosa senza
precedenti, che «anche noi, i civilizzati, non ce la passiamo bene». Ormai
vogliono tenersi in disparte, «creare una società nuova che non sia una
copia della società tecnica all'"americana"». Malaurie tenta di
convincersene: «Chissà che un'altra filosofia di vita non stia già nascendo.
Già incorpora alle scuole di ballo, di maschere, l'assistenza sociale, il
business, Gesù, Internet e la caccia del fine settimana. Lasciamo ai "saggi"
il tempo di raccogliere le nuove forze per risollevarsi. Forse, dopotutto,
nuovi pensatori, quelli che con una certa enfasi chiamiamo le élites –
dirigenti, scrittori, filosofi, uomini di Stato –, e che invoco con tutte le mie
forze, tireranno fuori il terzo mondo boreale dal falso sviluppo in cui lo
abbiamo trascinato e stupiranno il mondo intero» 252. Bisogna sempre
sognare.
14.
STIAMO FACENDO A PEZZI IL GIARDINO
Non può esserci sviluppo tecnico infinito
in un mondo finito:
le tecniche esauriscono le risorse naturali

Ellul si dimostrò particolarmente sensibile ai danni della tecnica


sull'ambiente ben prima che l'ecologia si trasformasse in un problema
primario, e prima dei grandi testi come Le Printemps silencieux di Rachel
Carson (1962), Avant que la nature meure di Jean Dorst (1965) o il rapporto
del Club di Roma, Limiti della crescita (1972). In questo campo, deve molto
all'amico Bernard Charbonneau: come riconobbe, sin dagli anni Quaranta
«aveva visto, con anticipo, che ogni volta che veniva messa in gioco la natura
inevitabilmente veniva messo in gioco l'uomo» 253. Ed è di Charbonneau,
precisamente del 1944, la frase che Ellul in seguito citò innumerevoli volte
ammettendo che, di primo acchito, quella «geniale comprensione» gli era
sfuggita: «Non si può perseguire uno sviluppo infinito in un mondo finito».
A partire dal primo libro sulla tecnica, pubblicato nel 1954, Ellul riprende
più volte le questioni ambientali.
Denuncia la costruzione di «un mondo d'acciaio» al quale l'uomo è
inadatto: «Concentrazione di grandi città, case sporche, mancanza di spazio,
d'aria, di tempo, marciapiedi tetri e luce livida che fa sparire il tempo,
fabbriche disumanizzate, insoddisfazione dei sensi, lavoro femminile 254,
allontanamento dalla natura.
La vita non ha più senso» 255.
Denuncia il processo attraverso il quale la tecnica edifica un mondo
artificiale, radicalmente diverso da quello naturale e che assorbe
quest'ultimo… al punto che un giorno non lontano, «quando saranno giunte a
termine le ricerche per fabbricare "le aurore boreali" artificiali» anche la notte
non esisterà più 256! I recenti progetti russi volti a collocare nello spazio
specchi giganti visibili a occhio nudo in grado di illuminare le città della
Siberia immersa nella notte artica confermano la premonizione 257.
Mette in luce il fatto che, «poiché le tecniche esauriscono le ricchezze
naturali mano a mano che si sviluppano, è indispensabile riempire questo
vuoto attraverso un progresso tecnico più rapido: solo invenzioni sempre più
numerose e automaticamente accresciute potranno compensare i costi
inauditi, le irrimediabili perdite di materie prime (legname, carbone,
petrolio… e addirittura l'acqua)» 258.
Non è per questo che sogna di tornare a un'originale natura vergine,
immacolata, paradisiaca, né crede in un'età dell'oro precedente la tecnica.
«Non c'è armonia nel mondo. Non c'è armonia nella natura. Lasciata a se
stessa, quest'ultima è una tragica complementarietà di morte e vita, la vita si
nutre della morte». La Terra, un giardino? «Pensate a tutti i cataclismi che ci
circondano senza sosta, tornado, terremoti, vulcani, inondazioni, lo scatenarsi
di fuoco e acqua, tutto questo enorme disordine, questo incredibile
sfruttamento, devono schiudersi mille uova di piovra perché alla fine una
raggiunga l'età adulta, mille farfalle si alzano in volo e diverranno quasi tutte
cibo per uccelli, questa profusione che va verso la morte. Una morte che
alimenta una vita altrui. Ma esiste altra armonia al di là quest'immenso
macello?» 259.
In Ce que je crois sgorga improvvisamente, in una magnifica pagina, un
canto d'amore per «questa terra, fragile e straziata», che è «il nostro solo
posto, la nostra unica patria». Ellul insorge contro la visione di una Terra
divenuta invivibile dalla quale un giorno dovremo fuggire, contro «l'assurda
pretesa dell'uomo», diffusa dalla science-fiction, di colonizzare lo spazio e
stabilirsi su altri pianeti. Innanzitutto perché tutte le esperienze passate lo
dimostrano, «tutte le colonizzazioni causano un doppio disastro, quello del
colonizzato e quello del colonizzatore» (rifaremo agli altri pianeti ciò che
abbiamo fatto alla Terra?). Poi, perché la conquista dello spazio nasconde
altre ambizioni: «Volete colonizzare lo spazio, ma cosa comincerete a
metterci? In realtà e prima di tutto una fenomenale macchina bellica. Ecco il
senso delle officine spaziali e dei satelliti per la comunicazione. Tutto è
destinato alla guerra». Oggi George W. Bush ce ne offre un esempio col
famoso «scudo antimissile», in confronto al quale i satelliti militari erano
appena uno scherzo, e che apre le porte alla militarizzazione in massa dello
spazio.
Si innalza allora un canto di lode: «Tornate sulla terra e lavorate per
renderla umana, vivibile, armoniosa. Perché è questa la soluzione. La Terra è
il nostro unico luogo. Ritrovate la gioia della terra. Invece di odiarla a causa
delle catastrofi, e di distruggerla con l'intenso sfruttamento agro-industriale
delle risorse minerarie e di idrocarburi, invece dello sperpero delirante delle
ricchezze lentamente accumulate per milioni di anni e che esauriremo in
pochi decenni, guardate a questa patria, questo giardino, questo luogo fatto
per l'uomo, a sua misura, e non per la sua dismisura. Contemplate la pienezza
della campagna, la grandiosità dei monti, la maestosità dell'oceano e il
mistero della foresta. Tutto ciò è fatto per voi se siete abitanti che ricevono
tutto ciò che hanno bisogno per essere felici, come è stato l'uomo per
millenni».
Ma sbagliamo strada scegliendo «la conquista, lo sfruttamento, la
grandezza», mentre la nostra vocazione dovrebbe essere l'armonia: «Stiamo
facendo a pezzi il giardino, e la nostra terra sarà presto solo un cumulo di
ossa senza vita se continuiamo a divorarla in questo modo». Eppure ciò che
dobbiamo fare è semplice: coltivare e curare il giardino. «Siamo chiamati, e
lo sentiamo confusamente, a creare un'armonia, un equilibrio, una giusta
ripartizione delle forze e dei mezzi, un'equa suddivisione delle ricchezze della
terra […]. L'armonia è nostro compito. È importante distruggere l'idea
dell'armonia in sé, stabilita, fornitaci nel bagaglio universale, perché limita la
responsabilità dell'uomo. Credo che su questa terra l'uomo sia chiamato a
stabilire un'armonia che includa tutto ciò che chiamiamo giustizia, libertà,
gioia, pace o verità…» 260.
Secondo Ellul l'ecologia supera ampiamente il semplice rispetto per la
natura. Ne è convinto, allo stato originale essa è contemporaneamente
bellezza e disordine, e spreco. Sta all'uomo preservarne la bellezza, ma anche
plasmarla, gestirla, conferirle armonia. Si richiama ancora una volta a
Charbonneau, per il quale la natura che ci circonda, la foresta delle Lande
dove va a camminare, è innanzitutto «un prodotto del lavoro dell'uomo»: «Ci
pare straordinariamente selvaggia, ma è stata piantata da uomini, è una loro
creazione, e oltretutto recente. Non conosciamo quindi una natura originale,
ma solo elaborata e rielaborata» 261. Senza che lo abbia mai esplicitamente
affermato, possiamo essere certi che Ellul non nutriva alcuna simpatia per la
deep ecology, movimento che sacralizza la natura per meglio svalutare
l'uomo, conferendogli appena un ruolo di lurido parassita invitato a
estinguersi per lasciare vivere Gaia, la Terra. La sua convinzione può
riassumersi in una frase: «L'uomo è chiamato a conservare e coltivare il
mondo senza esaurirlo» 262. Ma la tecnica non lo sa, non ha intenzione di
fermarsi. È in sé eliminazione dei limiti.
***

Nel 1977, Ellul citava l'analisi di Sheldon, ex membro dello Stato


maggiore della Nasa secondo il quale, a un'era di dilapidazione e sperpero dei
mezzi tecnici sarebbe succeduta un'era di riordino: «I problemi attualmente
provocati dalle tecniche sono di tali dimensioni che in realtà assisteremo a
una "pausa" dell'umanità, che si vedrà obbligata a dedicare ogni sforzo per
rimediare agli scompigli e alle nocività» 263. Ellul considerava probabile un
certo rallentamento del progresso tecnico nell'ambito «delle applicazioni
delle scienze fisiche e chimiche» 264, ma si chiedeva: «Lo stato raggiunto sarà
sfruttato a quale scopo? Per rimettere ordine nella società perturbata, per
permettere un'organizzazione efficiente, per assimilare l'immensità dei
progressi raggiunti, per permettete all'uomo di adattarvisi?» 265. Riparare i
danni e aumentare le «soddisfazioni positive» («perché saranno soddisfazioni
perfettamente positive mangiare alimenti sani, avere meno rumore, stare in un
ambiente equilibrato, non subire più le costrizioni del traffico, ecc.») 266,
certo, questo sarebbe l'ordine del probabile, un intero sistema che conosce
poco o molto un effetto feed-back. Ma Ellul non nota alcuna tendenza del
sistema alla stabilizzazione: al contrario, prevedeva che esso avrebbe
inesorabilmente proseguito la propria crescita.

E dopo il petrolio?

Nel 1974, la prima crisi petrolifera. Allerta generale: non solo il


petrolio raggiunse prezzi esorbitanti, ma gli ecologisti e il Club di Roma
prevedevano che in una trentina d'anni si sarebbe esaurito! Alcuni
affermavano addirittura che mettere benzina nell'auto era stupido quanto
riscaldarsi con le banconote, tanto gli idrocarburi sono ricchi di altre
potenzialità (medicinali, in particolare). Si lanciò allora la «caccia allo
spreco», così come dibattiti sul futuro energetico del pianeta, ricerche sulle
energie rinnovabili, come quella solare. Poi tutto tacque. Vennero scoperti
nuovi giacimenti che rimandarono l'esaurimento. I giacimenti del Mare del
Nord, precedentemente costosi, divennero relativamente economici. Le
tecniche di trivellazione e trasformazione non cessarono di perfezionarsi.
Ed ecco che nell'ottobre 2001 Thierry Desmarets, il presidente direttore
generale della TotalFinaElf, poteva affermare davanti ai deputati, senza
che nessuno si azzardasse a smentirlo: «Le risorse sono abbondanti».
Perché preoccuparsi allora?
Il petrolio è il risultato di un lungo processo naturale: sepolti a una
profondità variabile tra i 100 e i 7.000 metri, resti organici di ogni sorta
(fitoplancton, batteri) accumulatisi sui fondali di laghi e mari chiusi
dell'era primaria hanno subito, nel forno naturale che la crosta terrestre
costituisce (50°C a due chilometri di profondità), una trasformazione
straordinaria: il calore ha spezzato le loro lunghe molecole in piccoli
idrocarburi, cioè composti di carbonio e idrogeno. Ci sono voluti circa 500
milioni di anni… L'uomo ha quindi fatto presto: nel 1859, data della prima
trivellazione del colonnello Drake in Pennsylvania, iniziò lo sfruttamento
industriale del petrolio. Si dice che oggi ne rimanga una riserva sufficiente
per i prossimi quarantanni (alcuni ottimisti come Thierry Desmarets
arrivano fino a cento anni, ma sarebbe comunque il limite massimo).
L'uomo avrebbe quindi impiegato meno di tre secoli per esaurire
completamente questa risorsa. Gli esperti si aspettano ciò che avverrà
prossimamente, sicuramente nel 2005, cioè il famoso «picco Hubbert»,
che segnerà il declino della produzione. A partire da quel momento
l'inesorabile esaurimento delle riserve avrà avuto inizio.
Centinaia di milioni di Cinesi e Indiani vogliono viaggiare come noi su
rutilanti auto e sognano di consumare quanto un americano (l'equivalente
di 8 tonnellate di petrolio contro 1 per cinese). Il Sud cerca di eguagliare il
Nord. Il consumo mondiale di petrolio aumenta tanto velocemente che in
cinquant'anni dovrebbe raddoppiare. Dato che le tecniche di estrazione
permettono ormai di cercare nei posti più improbabili, si pomperà fino
all'ultima goccia.
E dopo? Dopo, beh, si dovrà trovare qualcos'altro… Il nucleare? C'è il
problema della produzione di scorie che non si sa come smaltire e
dell'esigenza così stringente in materia di sicurezza da trasformarlo in una
fonte non più redditizia. Il gas naturale? Sicuramente le riserve dureranno
più a lungo di quelle del petrolio, si dice duecento anni, ma anch'esse sono
limitate. Le energie rinnovabili? In un sistema energivoro come il nostro,
possono solo fornire un'energia integrativa. La logica tecnica ha quindi
portato a questa interessante situazione: affinché le future generazioni
possano riscaldarsi, avere luce, spostarsi, bisognerà per forza trovare una
soluzione alternativa. Dopo avere voracemente esaurito le risorse
petrolifere del pianeta, il sistema tecnico si è autocondannato a inventare
nuove fonti di energia. Non c'è altra scelta!
Ma non bisogna preoccuparsi: è già stata trovata la soluzione miracolosa:
l'idrogeno. Costituisce una fonte di energia inesauribile (c'è idrogeno quasi
ovunque, in particolare nell'acqua) e pulita (il motore a idrogeno produce
solo acqua). Addirittura Jules Verne ne aveva cantato le lodi nel 1875
nell'Isola Misteriosa! Il saggista americano Jeremy Rifkin si lascia
trasportare in sogni a occhi aperti: secondo lui, questa energia miracolosa
permetterà a ognuno di produrre e scambiare la propria energia, rompendo
così il monopolio dei grandi gruppi, e «trasformerà da cima a fondo le
relazioni umane» 267! Domani regnerà quindi la «pila a idrogeno», anche
detta «pila a combustibile», che inaugurerà una società radicalmente
differente, più umana, «pienamente integrata nell'ecosistema terrestre»…
Non è l'unico a sognare: in tutti i paesi industrializzati, le industrie
dell'automobile (dalla Ford alla Toyota, dalla General Motors alla Nissan),
del petrolio (come la TotalFinaElf), del nucleare (in Francia, la CEA) e
della chimica (Air Liquide, per esempio) si associano per promuovere
ricerche sull'idrogeno, e ovunque si innalzano canti di gioia. Restano
comunque problemi spinosi da risolvere. Lo stoccaggio ad esempio: per
stoccarlo (ovviamente ad alta pressione), questo gas estremamente
infiammabile ha bisogno di serbatoi spaventosamente pesanti, ingombranti
e costosi (ma si troverà il modo…). Anche la produzione: si può estrarre
idrogeno dall'acqua solo attraverso elettrolisi, con rendimenti
estremamente mediocri, che non superano il 25%. Nessuno quindi ci pensa
seriamente (e nessuno o quasi lo fa al momento). Attualmente l'idrogeno
viene estratto dal gas naturale in grandi unità industriali: il rendimento è di
circa il 75% 268. Ecco dunque perché le multinazionali del gas e del
petrolio si dimostrano tanto entusiaste nei confronti di questa «energia del
futuro»: già producono la materia prima. Ovviamente la pila a
combustibile fornirà un'energia abbondante e redditizia. Almeno fino a che
ci sarà gas naturale…
15.
SOLO 31 DELLE 2.465 MOLECOLE CHIMICHE
PRODOTTE SONO STATE STUDIATE
Più cresce il progresso tecnico,
più aumentano gli effetti imprevedibili

«Gli spiriti semplici pensano che sia facile orientare il progresso tecnico,
assegnargli fini elevati, positivi, costruttivi, ecc. Lo si sente dire
costantemente. Si dice che la tecnica sia solo un insieme di mezzi da orientare
verso un fine, e che sia ciò a dare al progresso tecnico un significato». Un bel
sogno. Perché il progresso tecnico non ha mai questa semplicità lineare. Se
ogni progresso tecnico comporta effetti voluti, porta con sé anche effetti
imprevedibili.
Gli effetti voluti sono ovviamente quelli attraverso i quali la tecnica
risolve i problemi ai quali viene applicata. Come trivellare a 3.000 metri di
profondità per raggiungere un giacimento di petrolio? Come allungare le
mammelle delle vacche? Come spedire un satellite a 8.000 metri di altezza?
Come costruire un bolide che vinca il rally di Montecarlo? Per tutto questo si
può fare affidamento sulla tecnica: raggiungerà gli effetti attesi. «Potranno
esserci titubanze, fallimenti, ma si può star certi che il progresso tecnico
eliminerà le zone di incertezza in tutti i campi» 269.
Ma per gli effetti imprevedibili è un altro paio di maniche. Alcuni sono
abbastanza intuibili. A forza di stipare la gente in blocchi di cemento, «si
poteva immaginare che questo avrebbe causato effetti piuttosto profondi di
ordine psicologico e sociale». Ma quali? I sostenitori dei grandi complessi
come Le Corbusier erano certi che la loro razionalità e la loro estetica
avrebbero reso l'uomo migliore, più conviviale, più felice… Lo stesso vale
per i divertimenti. Secondo alcuni futurologi ci stiamo dirigendo verso una
cultura dei divertimenti, che trasformerà in profondità l'uomo. Ma come?
Come sarà questa cultura, la prima del suo genere? Si entra qui nel «più
ipotetico dei campi» 270.
Alcuni tecnici ci immergono in una permanente incertezza. Prendiamo
l'esempio dell'energia nucleare: «Osservando il programma francese, si nota
un eccesso di produzione di energia elettrica, un'estrema rigidità dell'insieme
atomico, un'assenza di certezze sugli effetti reali, un'incapacità nello
sbarazzarsi delle scorie, una scommessa sul futuro per quanto riguarda le
operazioni che bisognerà condurre quando una centrale arriverà alla fine e
bisognerà smantellarne il nocciolo, infine si trascura la previsione della
possibilità di scatenamenti di processi irreparabili» 271. Dopo Chernobyl
(1986), l'incertezza nella quale ci ha immerso il nucleare ha preso forma.
Quarantadue morti ufficiali, cinque milioni di persone esposte alle radiazioni,
un'intera regione alla quale è vietato accedere, un trauma di scala mondiale.
Sappiamo che questo incidente non è il più grave che si possa immaginare.
Nonostante i rassicuranti discorsi degli esperti («le nostre centrali francesi
sono molto più sicure»), non si può scartare il peggio. Nel nostro profondo
alloggia, pronta a risvegliarsi, una sorda inquietudine. Ellul non trovava i
propri contemporanei particolarmente sereni: «Penso che questa inquietudine,
a partire dalla quale può svilupparsi un panico folle, abiti profondamente in
ogni europeo, nascosta a livello inconscio, ma presente, e che essa provenga
innanzitutto dall'incertezza» 272. Qual è la quantità massima di radiazioni
tollerabile senza pericoli? Gli esperti non sono d'accordo. Quali sono le esatte
conseguenze della nube di Chernobyl che, ricordo, non si è fermata al confine
francese come gli esperti ci avevano assicurato, ma aveva coperto i quattro
quinti del territorio? È questa la causa dei numerosi tumori alla tiroide
verificatisi in seguito nella Rhòne-Alpes, e per i quali il Ministero della
Sanità ha indetto un'inchiesta nel 2002? Che cosa fare per proteggersi in caso
di incidente? Un dramma simile a quello di Three Miles Island (la centrale
nucleare americana il cui nocciolo era parzialmente fuso e aveva minacciato
di sprofondare nella crosta terrestre) è veramente impossibile? Che cosa
faremo delle scorie nucleari? «In questo campo, da qualsiasi parte si giri, il
cittadino si scontra con tali variabili, lacune, possibilità, da vivere in
un'incertezza incompleta, totalmente legato a una sorta di destino che lo
oltrepassa e che potrebbe scatenarsi in qualsiasi momento» 273.
Altri effetti della tecnica sono totalmente inattesi. In campo farmaceutico,
in particolare, l'imprevedibile è la norma: «È inconcepibile, per quanto seri e
prudenti siano i ricercatori, effettuare tutte le sperimentazioni immaginabili
per individuare tutti i possibili effetti di un medicinale», condurre
sperimentazioni abbastanza lunghe da scoprire gli effetti a lungo termine,
prevedere tutte le interazioni nocive con altri medicinali. Si consideri ad
esempio la talidomide, un farmaco per donne in gravidanza che, negli anni
Sessanta, causò spaventose malformazioni in migliaia di neonati. Ellul
ricorda che «contrariamente a ciò che si disse per salvare la scienza, non era
stata commessa alcuna negligenza durante la sperimentazione»: «C'erano
stati tre anni di sperimentazione in laboratorio su animali» 274. Accade
regolarmente che farmaci che hanno ottenuto l'autorizzazione alla
commercializzazione (che si presume ne garantisca la non nocività), vengano
ritirati urgentemente. L'8 agosto 2001, la Bayer annunciò con un comunicato
economico, e non sanitario (segno dei tempi!), il ritiro del proprio farmaco
più importante, l'anticolesterolo Staltor, usato da milioni di persone in tutto il
mondo (500.000 solo in Francia): era stato provato che avesse ucciso
cinquantadue persone. Eppure aveva superato tutti i test immaginabili. Per
tutti gli anni Novanta erano stati condotti studi su schiere di scimmie, cani
beagle, cavie, ratti, topi, per valutarne la tossicità, gli effetti mutageni e
cancerogeni, gli effetti sulla riproduzione, le emorragie gastrointestinali. E la
conclusione era stata che era inoffensivo per l'uomo.
Si può allargare questo dubbio a tutta l'industria chimica, che dai
detergenti ai pesticidi, dai pcb agli eteri glicolici, non cessa di creare prodotti
dagli effetti talvolta devastanti. Le cifre sono schiaccianti: l'elenco europeo
delle sostanze chimiche commercializzate conta attualmente 100.195
denominazioni. Si stima che 30.000 di queste molecole vengano prodotte in
quantità di più di 10 tonnellate ogni anno al mondo. 2'465 tra queste, dette
hpv («high production volume»), vengono prodotte in quantità di più di 1.000
tonnellate all'anno. Non si sa assolutamente nulla dell'effetto che queste
molecole possono avere sull'ambiente e sulla salute umana: solo 31 sono state
oggetto di studi tossicologici completi. I quindici paesi dell'Unione Europea
ne hanno elencate 120 sulle quali ci sono forti dubbi in campo sanitario
(tossicità, sterilità, cancro…) e si accingono lentamente a studiarle 275.
Ma Ellul prevedeva che: «Se si giunge a ritirare un prodotto
secondariamente tossico, nello stesso momento se ne lanceranno sul mercato
altri cento, dei quali non si conoscono gli effetti, che non saranno noti che
dopo due o dieci anni» 276. Chi, ad esempio, avrebbe immaginato che il cfc,
gas utilizzato nelle bombolette spray, che sembrava un prodotto
assolutamente inoffensivo (non è tossico per l'uomo), intaccasse lo strato di
ozono provocandovi buchi gravissimi? Ci sono voluti anni per accorgersene e
proibirne l'uso. Intanto, i buchi nello strato d'ozono sono là, lungi dal
richiudersi. Da ciò il principio elluliano: «Più cresce il progresso tecnico, più
aumentano gli effetti imprevedibili».
Ovviamente alcuni finiscono per essere individuati, analizzati e spesso
eliminati. Ma questo non impedisce le conseguenze a lungo termine. Il ddt, il
famoso pesticida contenente cloro proibito nel 1969, si deposita nei tessuti e
si sospetta che uno dei suoi metaboliti, il dde, sia responsabile dell'aumento
di tumori al seno verificatosi negli Stati Uniti negli anni Cinquanta 277.
Ancora peggiore è il fatto che sono stati innescati alcuni processi
irreversibili. La corsa ai pesticidi, per la precisione: visto che ormai non se ne
può più fare a meno e che gli insetti diventano resistenti, le industrie sono
condannate a crearne di sempre nuovi e più potenti. Ma i danni di questa
ascesa sono tali (inquinamento, minacce alla fertilità umana, ecc.) che hanno
cercato una nuova via. E hanno scoperto gli OGM. Sfortunatamente, anche
questi hanno avuto effetti particolarmente incerti e imprevedibili, e pongono
nuovi e inestricabili problemi. Tanto peggio! Ormai la corsa al transgenico è
partita! Ellul è morto prima di conoscere gli OGM, il che rende la sua analisi
ancora più profetica: «Il fatto di contenere questi disastri ci fa capire
innanzitutto che, ogni volta, il problema posto è sempre più complesso e che,
inoltre, la risposta o la soluzione diventano sempre più costose. E rimane il
fatto che ogni volta non sappiamo cosa stiamo scatenando» 278.
Per lottare contro i rischi collegati all'imprevedibilità, Ellul vedeva una
sola soluzione, ricorrere a quella che chiamava «la previdenza», e che
dovrebbe ricordarci qualcosa. «Bisogna partire da questa constatazione
generale dei nostri tempi che, in caso di grave incidente, di catastrofe naturale
o artificiale provocata dalla tecnica, non è mai possibile trovare la risposta
adeguata. Né dal punto di vista tecnico né da quello economico» 279. Avendo
quindi compreso e accettato che viviamo in una cultura del rischio, e del
rischio tecnologico maggiore in particolare, dovremmo comportarci di
conseguenza: «La previdenza dovrebbe portare con sé comportamenti,
istituzioni, una pedagogia fondata sulla presenza del sempre possibile
incidente di grande entità. Si obietterà: "Non perdete la testa, il peggio non è
sempre sicuro!". Questa saggezza popolare non vale più. Al contrario bisogna
dire: "Il peggio è diventato sempre possibile"» 280. Si può riconoscere in
queste parole il punto di partenza di quello che è diventato il famoso
principio di precauzione.

Attenzione agli spermatozoi 281!


Dove si nasconde il nemico dello spermatozoo? Sicuramente esiste,
perché uno studio danese del 1962 lo ha dimostrato: nei paesi
industrializzati la quantità e la qualità media degli spermatozoi si è
dimezzata in cinquantanni. Sì, dimezzata in cinquant'anni! A Parigi, il
CECOS (Centre d'Études et de Conservation des Œufs et du Sperme) che
ha condotto uno studio su 1.350 Parigini già padri di un figlio è
categorico: la diminuzione è del 2% ogni anno. Certo c'è ancora un certo
margine, dato che un parigino di 30 anni che non abbia eiaculato per 24
ore dispone in media di 74 milioni di spermatozoi per millilitro di sperma.
Ma alla velocità con cui diminuiscono, non gliene rimarrà nemmeno uno
nel giro di tre generazioni.
Non è tutto: nelle zone più colpite dalla diminuzione di fertilità sono state
individuate altre calamità tipicamente maschili, come l'aumento del cancro
dei testicoli (diventato il tipo di cancro più diffuso tra gli uomini con meno
di 35 anni), o alcune malattie dai nomi minacciosi come l'ipospadia e il
criptorchidismo (in parole semplici, si tratta dei testicoli che non scendono
o di malformazioni al pene).
Da dove viene questo declino apparentemente inesorabile? Dopo aver
abbandonato la fantasiosa spiegazione dei jeans troppo stretti, aver
valutato senza successo quella del consumo di tabacco e alcool, come
quella dello stress, i ricercatori si sono dedicati a quella
dell'avvelenamento chimico. E hanno individuato il maggiore sospettato:
perturbatori endocrini, sostanze tossiche il cui utilizzo è
considerevolmente aumentato dall'inizio degli anni Cinquanta, e che
hanno la particolarità di imitare l'azione dei nostri ormoni maschili e
femminili al punto da ingannare il nostro corpo. L'equilibrio esatto degli
ormoni è un fattore essenziale non solo nelle prime settimane di sviluppo
di un embrione (basta una minima quantità in più o in meno per provocare
danni irreversibili) ma anche in età adulta.
Tuttavia si pone un enorme problema: individuare i perturbatori è un
rompicapo. Perché la loro composizione chimica non assomiglia in nulla a
quella dei nostri ormoni naturali. Infatti, si tratta di un minuscolo
segmento di molecola, comune a tutti i perturbatori, che inganna le nostre
cellule. Perciò bisogna procedere passo dopo passo, contando unicamente
sulla possibilità di scovare questi perturbatori, di cui si suppone la
presenza in stato di traccia in numerosissimi prodotti, pesticidi, prodotti
per la pulizia della casa, creme solari, cosmetici, shampoo, detersivi,
alcuni medicinali, ecc.
Decine di prodotti diventano improvvisamente sospetti! Sono già stati
messi sotto controllo i residui di ormoni nelle carni industriali, gli ftalati
rilasciati da alcune plastiche (da cui il recente divieto del loro impiego nei
succhiotti e nei giochi per bambini), gli eteri glicolici contenuti in pitture e
solventi.
Eppure la ricerca è solo agli albori. Fino ad ora nessun test di nocività dei
prodotti chimici aveva preso in considerazione la loro attività «pseudo-
ormonale». Bisogna ripartire da zero, rivedere tutte le autorizzazioni. Si
annuncia un'impresa colossale. E non si è ancora colta l'entità del pericolo:
la specie umana è minacciata poco o molto? Niente panico: basterà
ricorrere sistematicamente alla procreazione assistita…
16.
A PIENI OCCHI!
La tecnica si è alleata all'immagine
per calpestare la parola

In La Parole humiliée Ellul afferma che la parola è una sorta di fragile


miracolo. Non è mai chiusa su se stessa, totale, indiscutibile. Al contrario,
«ogni parola è quasi un enigma da decifrare, un testo da interpretare, si offre
a molteplici interpretazioni» 282. Non serve solo, come talvolta si tenta di
farci credere, a comunicare informazioni. Al contrario, essa è fatta anche di
un'indeterminatezza, di un non detto, di un'aura che va al di là
dell'informazione. Essa crea «una meravigliosa fioritura che adorna,
arricchisce, rende nobile ciò che voglio dire, non lo traduce direttamente,
seccamente» 283. Rispetta la parola di colui al quale si rivolge: a parola posso
opporre parola, o fingermi sordo. È puro paradosso, perché serve a
comunicare, pur mantenendo una zona di mistero: non si è mai sicuri di aver
esattamente compreso le parole altrui.
L'immagine al contrario è imperativa. È coerente, totale, non lascia
scappatoie. Si presenta in tutta la propria evidenza. È efficace, indiscutibile,
trasmette certezza, impedisce l'allontanamento.
La parola si inscrive nel tempo perché ha bisogno di tempo per essere
pronunciata. L'immagine è immediata, un colpo d'occhio e via!
La parola è generatrice di verità, se si chiama verità tutto ciò che si
riferisce al destino ultimo dell'uomo, al senso della vita. «È attraverso la
parola che trasmettiamo e circoscriviamo» questa verità. «Solo attraverso la
parola, cioè il mezzo più incerto, il più suscettibile a variazioni e dubbi» 284.
E così è la nostra vita «meravigliosamente umana»: sappiamo che non
potremo mai cogliere l'intera verità, recintare la nostra avventura, e questa
inquietudine ci fa andare avanti, e parlare.
L'immagine invece deriva dalla realtà. Ciò che vedo, che fotografo si
suppone faccia parte del reale. Essa è «incapace di trasmettere un'esperienza
spirituale, un'esigenza di giustizia, una testimonianza più profonda dell'uomo,
di attestare la verità» 285.
Un tempo le immagini erano rare, dipinti che i ricchi mecenati o i signori
tenevano per sé, vetrate di chiese, rare sculture… L'uomo moderno è oggi
bombardato da immagini e vive gran parte della propria vita da spettatore:
televisione invadente, cinema sfacciato, infinite liturgie sportive, inondazioni
di pubblicità, videogiochi nei quali i bambini si immergono, giornali
straripanti di schemi, curve e grafici («l'infografia» non è mai stata meglio),
testi scolastici sempre più illustrati (anche per quelle materie che non
prevedrebbero l'uso dell'immagine, come letteratura, latino, filosofia). Pur
sapendo che gli effetti speciali permettono miracoli, continuiamo a
considerare l'immagine una prova: «Vecchio riflesso inscritto nei nostri geni,
nel profondo dell'inconscio, espressione della più antica esperienza
dell'umanità: ciò che vediamo è la realtà» 286. Un esempio banale: le
pubblicità continuano a essere efficaci pur presentando, come tutti sappiamo,
un universo di fiction fantasmatica (atmosfere sempre paradisiache, donne
eternamente a disposizione, natura vergine). Nella nostra società tecnica,
l'immagine è sempre il prodotto di una tecnica meccanica, stampa, cinepresa,
satelliti, cavo, digitale, ecc. Non è mai la realtà quella trasmessa, ma una
ricostruzione.
Alla tecnica fa comodo che i nostri contemporanei si droghino delle
immagini che fornisce loro, perché essa ha bisogno dell'immagine per
salvaguardare il proprio impero. In effetti che cosa c'è di meglio di un
disegno, uno schema, una foto, per spiegare un processo tecnico? La parola
non rende il concreto. La tecnica rientra nell'ambito dell'evidenza: funziona o
non funziona. Anche la vista rientra nel campo dell'evidenza: una cosa vista
non si mette in discussione. Mentre uno stesso discorso causa una certezza in
uno e un dubbio in un altro. La tecnica cerca di eliminare l'alea del discorso e
sostituirvi la precisione dell'immagine. La sua parola d'ordine, come si sa, è
efficacia. L'immagine è la comunicazione efficace per eccellenza. L'uomo
non è mai sazio. La tecnica ne produce a profusione, e grazie ad essa
consolida la propria potenza: il cerchio è chiuso.
Alcuni minimizzano il ruolo delle immagini: non sarebbero altro che
strumenti neutri a mia disposizione che non mi cambiano in niente, «sono
sempre io»: «Povera presunzione del povero uomo qualunque [non c'è qui
disprezzo da parte di Ellul che si è sempre considerato un uomo qualunque,
collocandosi "al livello più semplice dell'esperienza quotidiana"]… Mentre
siamo totalmente alterati dai nostri mezzi in generale, dalle immagini in
particolare» 287.
Inizialmente costruiscono intorno a noi una finzione: quando sempre più
ci allontaniamo dall'ambiente naturale, quando abbiamo perso il contatto con
la realtà «che fu la realtà sostanziale della nostra vita», il mondo delle
immagini ci fa credere di vivere ancora «in un mondo d'acqua, di vento, di
alberi e di animali» 288. Il numero di trasmissioni televisive su animali esotici
e grandi spazi incontaminati cresce di pari passo al crollo della biodiversità e
alla sparizione di spazi vergini.
Un'altra cosa: è apparsa una nuova forma di pensiero, nel quale
l'immagine – e quindi l'emozione – sostituisce l'idea. Il ragionamento, con la
propria lentezza, la propria monotona pesantezza, ormai ci esaspera senza più
convincerci: ciò di cui abbiamo bisogno è l'evidenza, e l'immagine è
evidenza. Da qui derivano pregiudizi e stereotipi mentali. L'immagine ci
abitua a ragionare per folgorazioni che ci permettono di cogliere un fatto
nella propria globalità: ci fidiamo sempre più delle nostre intuizioni.
«L'immagine è il contrario di una dimostrazione, l'intuizione è il contrario del
ragionamento, l'associazione di idee esclude il rigore del pensiero logico» 289.
Infine, l'audiovisivo «ricopre un ruolo principalmente ideologico». Perché
ci ancora alla realtà. «La realtà è il mondo della necessità. […] Quando
l'uomo è soggiogato dalle immagini, si colloca in un mondo necessario e di
necessità. Vede ciò che vi è da conoscere, imparare, fare, decidere… Accetta
la necessità contemporaneamente all'immagine. Ma poiché si tratta sempre di
evidenza, non c'è mai presa di coscienza della necessità»290. Il primo passo
verso la libertà, come ha detto Marx, è prendere coscienza delle catene, dei
condizionamenti, della sottomissione alle necessità. Solo la parola è capace di
realizzare questo distacco, ma l'invasione di immagini «fa sì che l'uomo non
sia solo sottomesso alla necessità del reale, ma che egli non riesca a
considerare questa realtà come una combinazione di necessità. È intrappolato
a livello della propria esperienza e nel riflesso di questa esperienza. Il riflesso
gli dà, nella volubilità, la prolissità delle immagini, l'impressione che tutto sia
possibile, che tutto sia sempre nuovo, l'impressione della fluidità delle
circostanze e della possibilità di influenzarle o dominarle» 291. Ma è pura
illusione… «L'uomo dell'immagine è in definitiva un uomo che ha perduto la
propria libertà profonda»292.

* **

Fermiamoci un istante sulla televisione. Come altera il nostro sguardo? Al


livello più elementare… Si sa che l'immagine artificiale è sempre piena,
satura. «Il mondo visto lascia dei vuoti» 293, il cittadino si annoia
spaventosamente in campagna, mentre gli spettacoli sul mare e la montagna
gli riempiono gli occhi! La televisione così, ritagliando e ricostruendo il
reale, finisce per creare uno schermo tra il reale e noi: «Vedo, ma poiché c'è
lo schermo, resto lontano. Questa diventa un'attitudine costruita: ciò che vedo
per la strada è reale come ciò che ho visto sullo schermo. Quando incontro un
mendicante o un disoccupato, gli rivolgo lo stesso sguardo superficiale e
disincarnato che rivolgo agli scheletri viventi del Terzo Mondo che la
televisione periodicamente mostra. È esattamente l'estremo della
derealizzazione: la confusione tra il mondo reale e quello mostrato 294.
Altro aspetto della televisione: non solo spinge verso il conformismo e
costituisce un implacabile mezzo di uniformazione, ma crea un clima mentale
generale. «Quando migliaia di immagini si imprimono nel nostro profondo,
nel nostro "inconscio", e tutte portano lo stesso messaggio fondamentale,
questo finisce per essere una componente determinante del nostro
comportamento e delle nostre opinioni»295. I messaggi fondamentali sono
violenza e sesso. Ellul individua nella televisione uno dei principali fattori
dell'aumento di violenza ed erotizzazione. Non è un giudizio morale, precisa
Ellul, ma un fatto. Ma si stupisce che questo fatto non interessi, in fondo,
molte persone. Da una parte si dice che bisogna superare i tabù, dall'altra si
chiede che la violenza venga fermata. Ma coloro che realmente si interrogano
sugli effetti della TV sulla violenza (ordinaria o sessuale) vengono ignorati o
assimilati ai sostenitori dell'ordine morale, e così il dibattito ruota su se
stesso. D'altronde cosa ci si può fare? Criptare i film porno? Se si trattasse
solo di questo… In realtà, ciò che veramente conta «è migliorare
tecnicamente il sistema: ecco il punto! […] Bisogna portare il pubblico a
consumare più immagini» 296. Ma il pubblico vuole veramente queste
immagini? Quando glielo si chiede, i telespettatori rispondono che la
televisione è «una comodità, un sogno, e che non ha alcuna importanza», pur
ammettendo che non possono più farne a meno. «È così semplice accendere
la TV quando si ha del tempo libero e farsi prendere da un programma
qualsiasi. L'esperienza del tempo libero, da occupare autonomamente,
attraverso la conversazione, la relazione con gli altri, la riflessione, la lettura
è divenuta per noi contemporanei un'esperienza estremamente
traumatizzante. Improvvisamente ci si trova di fronte alla propria interiorità.
Ci si accorge di non avere nulla da dire agli altri, che i particolari della nostra
vita quotidiana non sono interessanti, che in definitiva siamo vuoti. Si tratta
di quel vuoto esistenziale che, nel corso della vita umana, ha costituito il
motore di ogni creazione culturale o sociale» 297. Ecco il principale effetto
della televisione: uccide il vuoto imbottendo i cervelli.

***

Parallelamente, la tecnica ha spogliato la parola della sua importanza.


Diffondendola a migliaia di chilometri, riproducendola in migliaia di
esemplari, l'ha svuotata di senso e valore. Radio, discorsi e giornali sono veri
e propri mulini a parole. «Chi considererebbe ancora un libro decisivo,
capace di cambiargli la vita… Ce ne sono tanti. La parola di un uomo,
seppellita dal flusso delle parole di milioni di uomini, non ha più senso né
portata» 298. Non è altro che magma confuso, grigiore che cola, una valanga
di discorsi inutili. La radio l'ha ridotta a un sottofondo. Ormai la
disprezziamo, e da qui deriva il luogo comune: «Più fatti e meno parole!».
Disprezziamo i discorsi politici, «alziamo le spalle davanti alle promesse e ai
lirismi» 299, ma siccome la parola ha conservato una parte del proprio antico
prestigio, non possiamo farne a meno… pur sapendo che non serve
concretamente a nulla.
Ma c'è qualcosa di peggio che parlare e non dire nulla, «del discorso
sociale che sgorga senza fine venti ore su ventiquattro attraverso singole
bocche» 300, ed è il fatto che la parola è ormai ridotta a semplice trasmissione
di informazione. La frase è ormai puramente strumentale. Il modello
dominante è il linguaggio informatico: «È evidente che il computer non può
comprendere le ambiguità, le connotazioni, le allegorie, le metafore,
metonimie, ellissi, parafrasi. Ha bisogno di un linguaggio senza ambiguità,
doppi sensi, sottigliezze e complessità» 301. E questo linguaggio finisce per
impoverire la parola. La parola ideale, in un sistema tecnico, è quella
puramente strumentale, relativa a schemi, diagrammi, disegni. Nessuna
incertezza, nessuna perdita di tempo, nessun bisogno di decifrare. La lingua
si divide ormai in due correnti: «Da un lato la lingua seria, forte, utile,
precisa, adeguata alla società; possiede un preciso statuto perché corrisponde
esattamente alla tecnica e al suo sviluppo. Un linguaggio preso sul serio
perché corrispondente ad affari seri. E dall'altra parte una lingua alla deriva,
buona per gli intellettuali, per gli artisti; una lingua per lo svago, la fantasia,
che non possiede alcuno status, collocamento, il cui senso e le cui
trasformazioni non hanno alla fine alcuna importanza» 302.

***

Ellul invoca allora la resistenza. L'iconoclastia «indispensabile verso


quella spaventosa e antiumana macchina da guerra che è l'audiovisivo» 303.
Raccomanda di «rifiutare ostinatamente di credere all'evidenza, di essere
convinti da statistiche o grafici o prodotti di computer» 304. Mettere sempre in
dubbio le immagini. Iconoclastia «contro ogni scientificità abusiva, tutto ciò
che pretende di passare per verità, al di là della parola, chiaroscura,
tremolante, significativa, evocativa, provocatrice» 305. Iconoclastia contro
l'immagine, non in quanto tale, perché essa è «perfettamente legittima, buona,
utile, necessaria per vivere», ma «contro il suo imperialismo, l'orgoglio, la
cupidigia, lo spirito di conquista che la guida e l'infinito al quale ambisce»
306.
Inoltre, non è per smentire quanto detto in precedenza
sull'indeterminatezza e il paradosso della parola, ma esattamente il contrario,
che Ellul raccomanda la difesa della lingua chiara: «Bisogna difendere con
forza il linguaggio coerente» 307. È indispensabile perché la parola non sia
semplice aria, un parlare per dire nulla, perché serva per dire qualcosa a
qualcuno. «La lingua è fatta per essere un mezzo di comunicazione,
comprensibile, razionale e coerente». Deve essere sempre aperta, cioè «in
grado di portare un nuovo significato inatteso» 308. Bisogna quindi lottare
contro la chiusura del linguaggio politico, scientifico, ideologico,
pubblicitario. Contro ogni ermetismo, compreso quello del linguaggio
amministrativo, mistico o delirante. Contro la lingua di legno, la lingua di
piombo. Questa lotta, che ricorda quella di Orwell per una lingua chiara,
condizione prima del pensiero e della libertà, non c'è retroguardia: per
diventare arbitro del commercio mondiale, il famoso OMC (Organizzazione
Mondiale del Commercio) ha volutamente giocato di opacità e inventato un
proprio irritante gergo per scoraggiare il pensiero. È toccato ai militanti no-
global condurre un lungo lavoro di interpretazione per scoprire la logica
interna dell'OMC, le sue mire, i giochi degli accordi commerciali, ecc 309.
Rendere fumoso il linguaggio è una vecchia astuzia dei potenti.
Obiettivo, quattro ore di televisione al giorno

Nel gennaio 2001 i Francesi hanno battuto un record: non avevano mai
visto la televisione così a lungo, 3 ore e 51 minuti al giorno. Certo, era
inverno: d'estate la guardano meno. Ciò non toglie che da vent'anni
l'aumento sia costante. L'attuale media francese è di 3 ore al giorno. La
media mondiale è di 3 ore e 13 minuti al giorno e aumenta di 7 minuti
all'anno. Il che rallegra gli specialisti: «Il mercato francese non è saturo»
310. Sempre di più!
Tutti coloro che all'INSEE o al Ministero della Cultura hanno studiato da
vicino il «budget tempo» [sic] dei Francesi, affermano che la TV struttura
il loro tempo libero, occupandone più della metà. Mentre il tempo
trascorso davanti al video aumenta, quello dedicato alla lettura diminuisce,
lentamente ma inesorabilmente. Secondo un'inchiesta dell'INSEE, si è
passati da 27 a 25 minuti al giorno. Come dice Ellul, la televisione è «il
grande mezzo di passaggio da una società dello scritto a una società
dell'immagine» 311.
È lo Stato è il principale artefice di questo passaggio. Ringraziamo
Mitterand, amico dei libri… Fino al 1981 aveva solo tre canali pubblici. In
quell'epoca preistorica si guardava la TV appena due ore al giorno. Povero
telespettatore! La sinistra decise allora di liberalizzare le frequenze. Canal
Plus nacque nel 1984. L'anno seguente, per assicurare «la misurazione
scientifica dell'audience», il governo creò Mediametrie, serissima società i
cui azionisti sono in parti uguali televisioni, radio e agenzie pubblicitarie,
che impiega oggi 240 persone e ha un giro d'affari di 31 milioni di euro.
Nel 1986, ecco il quinto e il sesto canale. Povero telespettatore! Era solo
l'inizio delle sue pene…
Qui ha avuto origine il plan cable. Gli ingegneri della DGT (Direction
Générale des Télécommunications) avevano appena concluso il piano di
recupero del telefono deciso da Giscard d'Estaing nel 1974 e si giravano i
pollici. Fu così che venne lanciato l'ambizioso e costoso Plan cable: entro
dieci anni tutta la Francia doveva essere munita di cavo 312. Allo Stato
costò 6 miliardi di euro di investimento (e 1,5 miliardi di euro agli
operatori del cavo e alle amministrazioni comunali): non si lesina! Tutto
ciò per permettere al telespettatore di fare molto più zapping, avendo
venticinque canali a disposizione.
Ancora una volta, povero telespettatore! Visto che il cavo non bastava,
ecco la volta del satellite. Anche in questo caso furono ingegneri,
soprannominati gli «ayatollah del satellite», che negli anni Sessanta
decisero di permettere agli sfortunati abitanti di zone spopolate di ricevere
la televisione grazie a satelliti a diffusione diretta. Questo generoso
progetto ne nascondeva un altro: la lobby bellico-industriale e il CNES
cercavano un pretesto per un progetto di satellite pesante di grande
potenza. Gli veniva offerto su piatto d'argento 313. Dopo molte
vicissitudini, oggi numerosi satelliti vagano a 36.000 km di altezza e
permettono allo spettatore di scegliere tra due menu, quello del Canal
Satellite (di Astra, che gestisce una flotta di otto satelliti) e TPS (di
Eutelsat e la sua flotta di nove satelliti). Ormai il telespettatore può
«comporre il proprio menu» tra un centinaio di canali.
Povero telespettatore! Perché oggi non è ancora finita. I costruttori di
materiali pensano a lui. Per loro iniziativa, è arrivata la TNT (televisione
digitale terrestre) che ha bisogno dell'acquisto di un nuovo televisore, o
l'aggiunta di un decoder. Gli sfortunati che avevano rifiutato cavo e
satellite e si accontentavano soddisfatti di sei canali, ne riceveranno per
forza trentasei. Se a quel punto il record di quattro ore non verrà
polverizzato, vorrà dire che il diavolo ci avrà messo lo zampino…
17.
NON BASTA TAMBURELLARE
SU UNA TASTIERA
La tecnica ha divorato la cultura

Nell'Exégèse des nouveaux lieux communs, libro formidabile, acuto,


appassionato, brillante, Ellul si batte contro tutto ciò che gli risulta
insopportabile (provando che se solo avesse voluto avrebbe potuto essere un
polemista a tempo pieno, un grande e temibile polemista). Come Léon Bloy e
Flaubert mettevano in ridicolo le idee del proprio tempo, Ellul attacca quelle
degli anni Sessanta, che in gran parte sono ancora le nostre. In particolare
l'idea secondo la quale l'innalzamento del livello di vita permette alla cultura
di svilupparsi.
«Quali sono le società di cultura elevata?» inizia a chiedersi. «Sono forse
le società ricche? E all'interno delle società, è la classe ricca a generare
cultura?». La risposta è chiara: «Che si consideri la società persiana, quella
giapponese, bizantina, greca, romana, o le tribù bantu nel momento di nascita
della cultura, si vedrà chiaramente che si tratta sempre di società povere».
Anche la Grecia di Pericle, contrariamente a quanto si crede comunemente,
era un «paese miserabile». «Nel V secolo quello greco era un popolo povero.
Il miracolo greco è avvenuto in una società povera». Nell'Antichità
mediterranea, afferma, c'era un solo paese ricco, Tiro e le sue colonie. Che
cosa ne è rimasto? «Quale cultura ha lasciato? Quale civiltà? Quale scoperta
spirituale? Ha vissuto, come Cartagine, di prestiti e apporti esterni!».
E se si considera la nostra epoca, in cui il livello di vita è elevato, dove
sorge la cultura? Negli Stati Uniti? «Anche in questo caso tutto arriva loro
dall'esterno, uomini, idee, costumi». Ne è certo: «La creazione culturale si
smorza man mano che il generale livello di vita aumenta; la società inizia
allora a sfruttare ciò che le è stato trasmesso nei secoli precedenti, si dedica a
antichità e folklore, e quando non trova più nel proprio passato linfa
sufficiente per mantenere le apparenze di una cultura, si inietta nuovi apporti
attingendo presso i Barbari […]. Il nostro Occidente europeo dal XIX secolo
si è sempre più volto alla cultura zigana, tahitiana, il primitivo, il nero per
ritrovare in musiche e forme esteriori una vitalità culturale che non gli
apparteneva più» 314. Oggi ci si può rendere conto del fenomeno guardando
al rap e alla world music, nati nel momento in cui jazz e rock agonizzanti si
esaurivano ripiegandosi su se stessi…
Lo stesso vale per l'uomo: «A quale età è creatore di forme e idee? A
quale età coglie una vocazione? A quale età la coscienza di sé e del mondo è
più acuta, lucida, esigente?». A cinquant'anni, quando ha «saziato i propri
appetiti» e si è «adagiato in una situazione scontata e sicura»? «Sapete tutti
che non è così! È a vent'anni, quando i denti da giovane lupo sono più affilati,
che lo spirituale, il creativo e l'intellettuale hanno vitalità, senso, potere. E
sapete bene che l'uomo maturo non può far altro che ripercorrere le idee della
propria giovinezza e dare forma alle sintesi del tempo della propria miseria».
Idem per le classi sociali. La creazione culturale si sviluppa nelle classi
ricche? «L'apporto culturale a Roma è dipeso dagli schiavi». Ma la borghesia
europea? È stata lei a «castrare ogni creazione collettiva profonda», a
«diffondere le false immagini della cultura sulle quali viviamo», riducendola
a «un gioco, un lusso, un supplemento al di sopra del livello di vita, un segno
di ricchezza». E non tralasciamo l'argomento del mecenate,
quell'atteggiamento da principe che ravviva la propria vita acquistando una
collezione di quadri… Se «il pittore e il poeta prezzolati del XVII secolo
hanno prodotto importanti opere d'arte», «l'errore sta nel pensare che si tratti
dell'unica cultura, o che questo fenomeno sia rappresentativo della cultura
dell'epoca!».
Il luogo comune secondo il quale solo l'innalzamento del livello di vita
permetterebbe alla cultura di svilupparsi è dunque una pura e semplice
sciocchezza. Eppure è ciò che ci ripetono «tecnologi, socio-pensatori,
economisti e tecnici». Se si aprono all'innalzamento del livello di vita, se
diffondono l'idea che questo sia indispensabile, se la società attuale invita
ciascuno di noi ad arricchirsi e a dedicare forze a questo scopo, se ogni
attività è orientata in questa direzione, non è ovviamente per la sola
soddisfazione materiale, ma perché, in fin dei conti, questa ricchezza
permette all'uomo di sviluppare il proprio potenziale creativo, la propria
cultura, di sviluppare la propria spiritualità. Ellul trova questo discorso
perfettamente ipocrita. «Perché non un atteggiamento chiaro, puro, franco,
quello del materialista coerente (ma è difficile esserlo!): l'unica cosa che
conta è l'abbuffata. La cultura? Non ha alcuna importanza. La spiritualità?
Non esiste. La coscienza? Trascurabile. La morale? Semplice convenzione.
L'adorazione religiosa? Una minaccia per l'economia. Allora non avrei nulla
da contestare» 315.
Ma viviamo in una società «pseudo e postcristiana», abbiamo raccolto
un'eredità spirituale, abbiamo valori, non ci accontentiamo più come i
malvagi pagani di un tempo di pane e divertimenti. «Siamo o no gli
Occidentali? Abbiamo una grande responsabilità di fronte alla storia. […]
Fortunatamente ci sono i socio-pensatori a conciliare il tutto. È il loro
mestiere. Bisogna soprattutto assicurarsi di guadagnare su tutti i tavoli e di
non perdere nulla. Perché non vogliamo perdere nulla. Certo, vogliamo il
frigorifero e l'auto, ma allo stesso tempo vogliamo anche libertà, verità,
cultura e tutto il resto».
Ma se l'Occidente è indiscutibilmente riuscito a innalzare il proprio
livello di vita, «il problema resta quando si tratta di valori, cultura e
spiritualità. Così è difficile fare statistiche, apportare prove chiare. Abituati a
certezze stabili e provate da numeri, sguazziamo in una fanghiglia che, se non
si trattasse di cose tanto elevate, ci sembrerebbe infetta! Tanto più che ci sono
infami che parlano di crisi della cultura, di perdita dei valori, di
sterilizzazione delle coscienze. E il popolo umano grida: "Abbiamo bisogno
di rassicurazioni!". Allora il luogo comune sembra una trovata geniale:
collegare la spiritualità al livello di vita. Vediamo con evidenza che il livello
di vita aumenta, e questo è prova che il lato spirituale è sulla buona strada!»
316.
Ellul evidentemente non ci crede nemmeno per un istante. Secondo lui la
cultura odierna ha quattro caratteristiche.
Primo, nella società in cui viviamo confondiamo cultura e informazione.
Siamo colti perché è tutto immagazzinato nei nostri computer, perché tutti
abbiamo accesso alla rete e possiamo metterci davanti allo schermo a
qualsiasi ora del giorno e della notte! Ma la vera cultura è ben lontana
dall'«immagine ridicola che ne danno i tecnologi» 317. Non è accumulazione
di conoscenze. Essa «esiste solo se solleva la questione del senso della vita e
della ricerca dei valori» 318. «Nasce dai miti e dai riti creati dalla creatività
popolare» 319. Citando Barthes, Ellul ricorda che essa «giace su un
sentimento tragico della vita, ma fortemente dominato, e questo dominio è
costituito dalla cultura» 320. A cosa servono le migliaia di informazioni che i
media (e oggi Internet) riversano su di noi se «cadono in un vuoto siderale di
mancanza di cultura e quindi non hanno senso né trovano una collocazione»
321? «Anche se il telespettatore prendesse in considerazione tutto ciò che vede
in televisione, alla fine non saprebbe nulla e non capirebbe nulla perché non
avrebbe i mezzi intellettuali né il quadro culturale perché queste informazioni
trovino collocazione, rapporti, legami con il resto, né per valutarle in un
contesto generale» 322. Non si diventa più colti perché si hanno maggiori
possibilità di essere informati. Non è riempiendo di prodotti culturali i
numerosi nuovi canali a nostra disposizione (canali televisivi, siti Internet)
che si costruisce una cultura. Non è l'accesso permanente alla rete grazie al
computer, che «funziona attraverso segmentazioni del sapere e attraverso
l'eliminazione dei dati ritenuti inutili» 323, a creare una cultura. Ci vuole
tempo. Esattamente ciò di cui ci priva la tecnica, la quale, affermando di
farcene guadagnare, in realtà ce lo ruba (ore passate a navigare in Internet o a
guardare la televisione).
Secondo: per crearsi, la cultura ha bisogno di lentezza, esattamente ciò
che la nostra epoca tecnica non permette. «Non si può fabbricare una cultura
come si fabbrica un computer. La cultura si crea per apporti successivi, per
affaccendamenti consecutivi, per lenti adattamenti, maturati e integrati, di
generazione in generazione». Si elabora a partire dalla vita quotidiana,
suppone «una riflessione critica su quest'ultima, sui costumi, sui rapporti (con
il mondo, gli uomini, le diverse razze, gli oggetti), riflessione che presuppone
una presa di distanza dal quotidiano per apprezzarlo e dargli una forma
culturale» 324. Non si fa tutto ciò in un battito di ciglia, le macchine non
pensano al nostro posto. Dato che la tecnica è, ricordiamolo, l'ambiente nel
quale ormai viviamo e che dovrebbe essere anche oggetto della nostra
cultura, dal momento che l'uomo ha sempre creato la propria cultura «a
partire da e all'interno del proprio universo materiale, sociale, quotidiano e
concreto» 325, come «creare una distanza che permetta una riflessione
critica»? «Pensate allora che la tecnica sarà progredita, cambiata una decina
di volte durante il vostro sforzo. Non sarà più la stessa. I testi di filosofia
riguardanti la tecnica scritti una trentina di anni fa non hanno più senso né
valore. E si trattava solo di libri e filosofia. Siamo ancora molto lontani
dall'elaborazione di una cultura» 326. È, secondo Ellul, «la tragedia
intellettuale e culturale del mondo moderno»: «Ci ritroviamo in un ambiente
(tecnico) che non permette più la riflessione. La flessione all'indietro per
prenderlo in considerazione. La fissazione di un oggetto per pensarlo.
L'oggetto tecnico mi ingloba, pur con tutta la mia ignoranza, in modo che non
posso più pensarlo. La conoscenza (intellettuale o mentale) è destinata a
essere discussa, sperimentata, pensata per essere incorporata nell'esperienza
di vita. Ma questo processo non è più possibile. È escluso: per il modo stesso
che la tecnica mette in atto per il consumo della cultura, per la rapidità di
informazione, per la confusione tra l'immagine e il vissuto, per quella che si
chiama "cultura di massa" (che esclude ogni possibilità di riflessione), per
l'impossibilità in cui si trova di far comunicare tra loro la conoscenza
umanistica, l'esperienza quotidiana e la conoscenza tecnoscientifica» 327.
Ma, ed è il terzo punto, il sistema tecnico desidera creare ugualmente una
cultura: la propria. Questa consiste innanzitutto nell'adattare l'uomo alla
tecnica. Che sia nel quadro della formazione permanente impartita dal datore
di lavoro, o a scuola, quella che si chiama la «cultura» serve ormai
innanzitutto a integrare l'individuo, a modellarlo in modo che riesca a trovare
il proprio posto all'interno della società tecnica. Diamo un'occhiata da più
vicino alla scuola: «Certo», afferma Ellul, «non ha più nulla a che vedere con
quella che ho conosciuto, scuole buie in cui il maestro era il nemico, in cui le
finestre strette avevano le sbarre, i muri marrone scuro, i banchi istoriati da
generazioni che si annoiavano tutte allo stesso modo» 328. Ormai, nella nuova
scuola, si è rinunciato a imbottire la testa e si cerca di sviluppare tutte le
potenzialità del bambino, fisiche, manuali, psichiche e intellettuali. Ecco
quindi un bambino al quale è stata data ogni possibilità di essere più
equilibrato e sviluppare la propria personalità. Ma «non è il bambino in sé e
per sé a essere stato formato: è il bambino nella società e per la società.
Sottolineiamo che non si tratta assolutamente di una preparazione per una
società ideale, tutta giustizia e verità, ma della società quale essa è» 329.
L'insegnamento ha quindi perso di vista i propri obiettivi finali, non è più
«un'imprevedibile avventura nella formazione di un uomo, ma un modo per
rendere conformisti e insegnare un certo numero di "trucchi" utili in un
mondo tecnico» 330. Non c'è più l'ambizione di formare intellettualmente un
uomo che possa essere un «modello, una coscienza, una luce in movimento
che guidi un gruppo» 331, ma quella di formare tecnici. Si devono quindi
avere nozioni di informatica, si deve parlare inglese, essere pronti a passare la
vita intera a riadattarsi alle nuove tecniche che non smettono di cambiare. Si
può quindi capire perché il greco e il latino non abbiano più voce in capitolo:
«Si può continuare a parlare francese. Si possono rileggere i poeti e i grandi
autori… Ma non è altro che un bel passatempo. Cosa incredibile, in questo
universo si compie pienamente quello che era stato il giudizio dei "borghesi"
del XIX secolo, secondo i quali arte, letteratura, lingue antiche, poesia erano
semplici "piaceri", cioè distrazioni al di fuori delle cose serie» 332.
Ultima caratteristica: la società tecnica ha generato una «tecnocultura di
massa», che consiste nell'acquisizione di conoscenze tecnologiche (ma
siccome queste cambiano in continuazione, bisognerà formarsi per tutta la
vita. Non è fantastico?). Essa crea una «disposizione psicologica sempre
favorevole alla tecnica» 333. Avendo come primo obiettivo l'universalità delle
conoscenze, che devono essere «accessibili a tutti e ovunque», è universale.
Passa attraverso pesanti apparecchiature tecniche e si ritrova subordinata agli
imperativi economici: «Grandi serie, fabbricazione standardizzata,
abbassamento dei costi, consumo di massa, concentrazione capitalista, metodi
commerciali di stock, prodotti simili ad ampia diffusione mondiale…» 334. La
televisione ne è l'esempio lampante. La tecnica, creando questo straordinario
apparecchio (del quale cavo e satellite decuplicano l'impatto), crea anche un
obbligo: «Bisogna trasmettere. È un imperativo. Trasmettere diciotto ore su
ventiquattro informazione, spettacolo, musica, interviste, film, attualità,
consigli di salute o cucina… ma bisogna trasmettere tutti i giorni, e tutti i
giorni qualcosa di nuovo. Ci si trova allora intrappolati in un tremendo
ingranaggio. Bisogna. Non importa cosa purché lo schermo non sia vuoto! E
siccome è impossibile trovare ogni giorno qualcosa di vero, bello,
intelligente, nuovo, qualcosa che valga la pena di essere mostrato,
ritrasmesso, qualcosa che valga la pena di essere ascoltato, allora si riempie il
video di sciocchezze» 335. Ecco il motivo della sottocultura di massa: «Il
livello è necessariamente tanto più basso quanto più alto è il numero di
spettatori, e la struttura tecnica esige che questo numero sia sempre più
grande» 336.
Questa sottocultura produce una mutazione del linguaggio. Fascinazione
per il mito americano: «Hi-tech, tecnologia, patch-work, network, look,
feeling, ecc.». E anche per il modello meccanico: «Si programma, decodifica,
collega, si discutono messaggi, si visualizza tutto, la danza diventa
meccanica, la messa in scena in teatro è più importante del testo, si è
interattivi attraverso un'interfaccia, si è in rete». E il vocabolario psicologico:
«Megalo, schizo, maso, sado… Ci sono relazioni strutturanti o destrutturati,
si parla di "rapporti", rapporto con il denaro, rapporto con il nostro corpo,
rapporto con la morte…». Insomma: «Questi tic nel vocabolario sono segno
di un cambiamento culturale, in cui l'innovazione vale in quanto tale».
Ma tutto ciò non crea una cultura. Non solo la tecnica fallisce
nell'elaborare una propria cultura, ma ha proceduto al seguente ribaltamento
storico: «In tutte le società, fino al XVIII secolo, le tecniche sono state
integrate in una cultura globale, mentre dopo il '700 è stata la cultura a essere
dominata, cioè emarginata dalla tecnica» 337. E oggi ingoiata.

Un libro vive meno di cento giorni

Un libro esiste veramente per tre mesi. Almeno è la speranza di vita


massima di più di tre quarti dei libri. A partire dal giorno in cui la libreria
lo ha ricevuto e lo ha esposto, inizia il conto alla rovescia: il libro ha a
disposizione questo lasso di tempo alla fine del quale, oplà, il libraio
presso il quale le novità si fanno largo a gomitate (sapete che in Francia ne
escono 40.000 all'anno?) lo rimanda all'editore. Questi recupera gli
invenduti, mandandone spesso una buona parte al macero per non
riempirsi di giacenze. Non si può immaginare l'enormità delle montagne di
carta stampata e distrutta: ogni anno, (secondo il rapporto Pingaud
pubblicato nel 1982) non meno del 13% della produzione nazionale, cioè
più di 55 milioni di volumi, andrebbe al macero. Uno sperpero
inverosimile…
Il successo di un libro oggi è dovuto più al modo in cui è riuscito a
intrufolarsi fino allo schermo televisivo che alle sue qualità intrinseche. E
la televisione, divenuta ormai il media dominante, che lancia i libri; vi
sono invitati solo gli autori che si sa venderanno o che già beneficiano di
una solida notorietà… Ma è la televisione, nove volte su dieci, a creare la
notorietà. Da questo fenomeno deriva l'aumento esponenziale dei «fast-
libri firmati da volti visti in televisione» 338.
Ovviamente un'infima percentuale di opere di qualità sfugge alla sorte
comune, giungendo a farsi notare, sopravvivendo in libreria più a lungo
dei tre mesi fatidici, e possono addirittura essere ripubblicati in edizione
tascabile, il che assicura loro una discreta longevità. Quanti altri
sprofonderanno nell'oblio? Una decina di opere di Ellul (in particolare Le
Système technicien 339, Le Bluff technologique, Exégèse des nouveaux
lieux communs, Trahison de l'Occident) meriterebbe di essere accessibile,
invece sono completamente scomparsi dalla circolazione; ne sopravvive
qualche copia solo in fondo a qualche buona biblioteca pubblica. Le regole
del gioco sono inflessibili. Un gioco ambivalente, né buono né cattivo: da
un lato, permette l'esistenza di innumerevoli libri, tra i quali questo;
dall'altro, concede loro una vita estremamente precaria. Questo gioco non
dipende dall'autore, dal lettore, dal contenuto del libro, e nemmeno
dall'editore che deve conformarvisi. Segue una logica interna, che consiste
nel cercare il metodo più efficace, the one best way. E non dipende solo
dalle leggi di mercato, che sono sempre state le stesse, oggi come un
secolo fa (e un secolo fa i libri vivevano più di tre mesi!). I responsabili di
questa situazione sono innanzitutto il progresso tecnico, la possibilità di
fare libri in poche ore, il perfezionamento del sistema di distribuzione, le
tecniche di organizzazione all'interno dell'edizione, la dominazione del
sistema mediatico da parte della televisione: il libro è divenuto qualcosa
che non è fatto per durare ma per essere consumato nell'immediato o mai.
Lettore, il processo attraverso il quale questo libro è stato pubblicato, è
rimasto in libreria, è scomparso, obbedisce esattamente alle leggi della
Tecnica che Ellul ha messo in evidenza. La sua esistenza dunque è
profondamente elluliana!
18.
COMPLETAMENTE INADATTO,
QUESTO POVERO VECCHIO
La tecnica crea una nuova Apartheid:
esclude gli «individui inutilizzabili»
e li degrada al rango di rifiuti umani

L'uomo si adatta a tutto, no? Indubbiamente… Ma gli uomini? L'interesse


di Ellul è per gli uomini concreti, non per l'Uomo con la U maiuscola. E
quando gli si dice che l'uomo deve adattarsi alla macchina, che è prima di
tutto per il suo bene, risponde: «Non è l'adattabilità dell'Uomo, ma quella
degli uomini, che conta. Non è nello spirito eterno della specie che troveremo
una risposta, ma nella persistenza del nostro, anche se forse non eterno. La
nostra adattabilità personale è limitata. Ci sono situazioni in cui l'uomo non
può vivere. Ad esempio, anche senza la necessità di ulteriori torture, nei
campi di concentramento. Ci sono situazioni in cui può resistere perdendo
però tutto ciò che lo rende umano» 340. Per convincersene basta leggere per
esempio La Peau et les os, nel quale Georges Hyvernaud racconta i cinque
anni passati in un campo di lavoro durante la seconda guerra mondiale.
In un mondo totalmente tecnico, in cui l'adattamento umano non sarà il
risultato di graduali tentativi, di soluzioni pragmatiche, ma del calcolo
(l'organizzazione del lavoro a catena, il rendimento del telemarketing o degli
operai specializzati, il sistema di lavoro continuo a tre turni sono stabiliti per
calcolo), in questo mondo in cui tutti devono diventare tecnici, in cui ogni
tecnica si specializza sempre più, cosa sarà del «crescente numero di uomini
e donne incapaci di adattarsi a queste specializzazioni, incapaci di seguire il
ritmo generale della vita moderna» 341? Che cosa farà chi è impermeabile a
Windows, non sopporta di rimanere incollato davanti allo schermo, non è in
grado di navigare su Internet? Questi «semi-incapaci» non sono di per sé
inetti, ma lo sono nel contesto tecnico: «Uomini e donne esausti,
nervosamente tesi, dediti a lavori part-time ma incapaci di lunga
concentrazione, di precisione nei gesti per tempi troppo prolungati. Lievi
squilibrati, in grado di fare lavori semplici e lenti, che non esistono più al
giorno d'oggi. Persone "anziane", tenuto conto che per un tale ritmo di lavoro
e per il costante rinnovamento delle tecniche si è anziani a cinquantanni» 342.
Ma, ricorda Ellul, «in una società tradizionale, non c'è un numero così grande
di "rifiuti" umani, perché le condizioni del lavoro non tecnico permettono di
impiegare chiunque». Non è più il caso di oggi. Sicuramente questi nuovi
inetti possono essere mantenuti dalla società, attingere al reddito minimo di
inserimento e ad altri aiuti, ma che cosa diventa la loro vita?
Senza contare che gli si dirà che è colpa loro. La montatura è generale:
«Questa società informatizzata, totalmente tecnicizzata è fatale, non smettono
di ripeterci, proseguiamo allora per questa strada, facciamola arrivare,
procediamo al parto, integriamo subito i giovani in questo mondo» 343. E
improvvisamente il ricatto è chiaro: «Se non ti incammini verso questa
società, se non ti prepari a essere un tecnico di una di queste tecniche di
punta, sarai un disoccupato. L'uomo che non conoscerà l'informatica, l'uso
degli apparecchi di trasmissione, delle reti e dei file, dei flussi di ogni tipo,
sarà necessariamente un emarginato» 344. L'inetto non è dunque solo chi non
riesce a adattarsi, ma anche colui che si rifiuta di farlo: le meravigliose
manipolazioni informatiche, la poesia della programmazione, la bellezza
dello schermo non l'hanno attirato, ha preferito altro… Ma «tutto il resto, la
conoscenza della letteratura, delle lingue antiche, della storia, tutto ciò non
significa nulla»! Anche chi possiederà una cultura dell'antica sarà scartato…

Fuori i vecchi!

L'anziano piace giovane: quando è ancora iperattivo, autonomo, in


tutta la propria forza. Piace quando saltella da una parte del mondo su voli
charter, si imbottisce di DHEA (ormone ritenuto miracoloso) per
mantenere un aspetto giovane, spendendo il gruzzolo in divertimenti,
viaggi, regali. Quando è ben adattato al sistema tecnico, integrato e non
emarginato, capace di usare un telefono cellulare e di guidare, allora va
bene. Ma se ha la sventura di essere debilitato. Se per sfortuna nel suo
patrimonio genetico c'è qualche malattia invalidante, un'aria da vecchio
che non ha saputo rimanere giovane. Se ha esercitato un mestiere che lo ha
stremato e gli ha lasciato delle conseguenze. Se è privo di entusiasmo per
l'avvenire, se le meraviglie della tecnologia moderna gli paiono
incomprensibili e superflue. Allora…
Non si loderà la sua saggezza. Non ci si meraviglierà per la sua età. Non si
dirà più che la morte di un vecchio è come una biblioteca che brucia.
Nemmeno lo si rispetterà più. Lo si nasconderà, lo si occulterà come una
vergogna, come una tara.
Nemmeno si immaginano i maltrattamenti subiti dagli anziani nelle case di
riposo in Francia. Non se ne parla quasi mai. Ogni tanto qualche tremendo
fatto fa parlare di sé: «Orrore alla casa di riposo di Mée-sur-Seine», nel
giugno 1998. «Saclay: la clinica degli orrori» nel luglio 2000. E poi di
nuovo il silenzio. In Francia si contano più di 2,5 milioni anziani sopra gli
ottant'anni, ed è solo l'inizio del boom dei nonnini. Un quarto vivono in
casa di riposo, in speciali appartamenti per anziani specializzati o in centri
diurni. Sono oggetto di un inconscio rifiuto collettivo che rasenta la
negazione all'esistenza. Guai a chi invecchia, declina, diventa dipendente.
«Non esiste un comandamento che dica: morirai in solitudine, nella
disperazione, nel dolore. Eppure è ciò che troppo spesso accade nei nostri
ospedali da paesi ricchi», riconosceva Bernard Kouchner 345 prima che
venisse votata una legge che facilita l'accesso alle cure palliative.
Case di riposo fasulle tenute da truffatori e servizi pubblici di gerontologia
disastrati sono la norma. Lo stesso vale per i servizi agli anziani, tanto che
un'associazione ha allestito una rete «Allô maltraitance», che registra le
violenze nelle case di riposo. Più in generale sono le strutture
d'accoglienza e i mezzi economici a non essere all'altezza 346. Se una
società si giudica da come tratta i propri anziani, la nostra ha di che
preoccuparsi.
Ma la risposta è pronta: le grandi compagnie elettroniche giapponesi
stanno mettendo a punto dei robot di compagnia che si prendano cura di
questo surplus di anziani. Il gruppo Matsuhita-Panasonic ha già testato
presso una vedova ottantenne della periferia di Osaka un robot dalle
sembianze di un orso di peluche che risponde al nome di Kuma. Con la
vocina metallica emette frasi preregistrate («Grazie. Buongiorno. A suo
servizio») e fornisce una lista delle decisioni municipali del giorno.
Costantemente collegato alla rete Internet del comune, è programmato per
chiedere all'anziana signora se abbia spento tutto prima di uscire, dare
l'allerta se per più di un giorno non ne sente la voce e informare il comune
che il giorno precedente gli ha parlato quarantotto volte e si è assentata
due volte 347…
Ecco l'avvenire che si prospetta per gli anziani: robot in grado di procurar
loro imitazioni affettive col pretesto, come afferma con entusiasmo M.
Yamamoto, l'inventore di Kuma, di offrire «una forma di calore umano».
È un progetto che segna i tempi, perché, minando il fondamento stesso
della loro umanità, rende gli anziani dei subumani. Come ricorda
Dominique Bourg: «Essere umano significa appartenere a una comunità e
quindi potere allacciare relazioni con altri umani». Non con un robot.
19.
VIVREMO 358 ANNI E AVREMO
UN TELEFONO CELLULARE SOTTOPELLE
La tecnica vuole creare un uomo superiore,
ma superiore in cosa?

Dopo aver modificato, conquistato, invaso l'ambiente, è fatale che la


tecnica si rivolga all'uomo cercando di modificarlo, conquistarlo, invaderlo a
sua volta. Col chiaro scopo di «migliorarlo». Se l'uomo-computer imbottito di
elettrodi e chip non è ancora tra noi, l'uomo geneticamente modificato lo è.
Ellul lo constatava nel 1988: «Fecondare artificialmente, conservare
l'embrione in vitro, produrre cloni, fare intubazioni di fecondazione,
riprodurre all'infinito uno stesso modello, individuare con precisione i difetti
dell'embrione, fecondare una donna con lo sperma di uno sconosciuto,
conservare lo sperma dei «grandi uomini», ecc. Oggi è possibile tutto per
fabbricare l'uomo che si vuole» 348. E non siamo che agli inizi. Sicuramente
tutto ciò è formidabile, e i genetisti che vogliono «migliorare» l'uomo
ostentano evidentemente le migliori intenzioni del mondo, ma c'è un busillis:
«Il grande collaudo dell'ingegneria genetica si scontra con un ostacolo
gigante, nessuno è in grado di rispondere a una semplicissima domanda: si
può creare l'uomo, ma che uomo si vuole? Un uomo innanzitutto intelligente?
O religioso? O principalmente esemplare dal punto di vista fisico? In perfetto
equilibrio psicologico? Altruista? Egoista? Perfettamente integrato nella
collettività? Innanzitutto sensibile alla bellezza e artista? O provvisto di
giudizio critico che ne faccia una personalità autonoma? O conformista?
Individualista? Bisogna scegliere, perché non si può sommare il tutto. Non si
potrà contemporaneamente avere un uomo rigorosamente razionale e di alta
levatura spirituale» 349. Né gli scienziati, né i sociologi o i filosofi sono in
grado di «darci il modello di uomo ideale da riprodurre con i metodi tecnici a
nostra disposizione». E anche se potessero, «mancherebbe un piccolo
dettaglio: questo uomo ideale inventato, prodotto attraverso l'ingegneria
genetica, non avrebbe alcuna libertà, perché sarebbe il modello che è stato
programmato per essere. E la mancanza di libertà è grave. Sarebbe allora così
ideale questo uomo?» 350. Ellul ama e cita sovente questa battuta del biologo
Jean Rostand: «So fare un rospo a due teste o a cinque zampe, ma non sono
mai riuscito a fare un super-rospo». I genetisti non hanno questa modestia.
Certo non smettono mai di ricordare i limiti del loro sapere, la complessità
del genoma, l'immensità di ciò che ancora devono scoprire e dominare, ma in
fondo non vogliono migliorare la specie? «Non credo che l'uomo creato con
l'ingegneria genetica sarà un superuomo. L'uomo generato naturalmente, è
l'uomo. Che l'ingegneria genetica ripari alcune lacune di natura, che permetta
di evitare certi drammi psicologici o fisiologici, ma che si fermi lì. Non sarà
lei a inventare l'uomo nuovo, malgrado i peana di vittoria regolarmente
intonati».
I primi risultati dell'irruzione della tecnica in tutto ciò che riguarda la
procreazione sono positivi? Pillola, aborto, fecondazione artificiale… Per
Ellul, questa «segmentazione di ciò che era l'amore» in un certo numero di
procedure tecniche è grave. Non è questione di morale o di religione. A
indignarlo è «la negazione di ciò che l'uomo è stato nel suo intero» che
induce l'ingegneria genetica a considerare l'essere umano come una struttura
meccanica composta da numerosi pezzi che si possono assemblare a piacere.
«Ma se l'uomo veramente non è altro che un insieme di pezzi scollegati, se la
coppia non esiste, se l'amore è inutile, allora bisogna avere il coraggio di
andare fino in fondo: perché averne rispetto?» 351. La nostra epoca non
smette di perdersi fino alla nausea in discussioni sui diritti dell'uomo, ma
«diritti di che? Di questa macchina manipolabile della quale si è già smontato
il pezzo fondamentale, l'amore? Perché allora si vieterebbero le
sperimentazioni (che già avvengono negli Stati Uniti!) di prodotti nocivi? Ma
allora legittimiamo gli esperimenti dei medici nazisti, normali se l'uomo è
solo una macchina. Ecco la reale dimensione della questione postaci
dall'ingegneria genetica. E che non si venga a parlare di libertà! Libertà di
che? Ancora una volta di quell'uomo parzialmente disintegrato, negato in
quanto persona» 352. Ellul cita di nuovo l'argomento che gli si continua a
opporre, il famoso «non puoi impedire il progresso», da cui si deduce che le
lotte morali o umaniste sono lotte superate, perse in partenza. Si indigna: «È
un argomento ammirevole, perché consiste nel dire: "Non hai scelta, non hai
alcuna decisione da prendere, sei obbligato a fare e accettare ciò che il
progresso tecnico permette e obbliga a realizzare"». È noto il famoso breve
testo di Kleist Sur le théàtre de marionnettes, in cui uno dei personaggi
dimostra che solo le marionette sono veramente libere, perché prive di
coscienza e di libertà di scelta. È veramente questa la libertà alla quale
aspiriamo? Sarebbe infatti, come afferma Ellul, il trionfo della schiavitù e
dell'antilibertà. «Schiavi del progresso non dovrete fare altro che vedere sotto
il vostro sguardo avvilirsi e distruggersi quella che fu una delle più alte
ragioni di vita dell'uomo, l'amore» 353.
Ma esprimiamoci con garbo: questo attacco violento di Ellul contro la
manipolazione dell'essere umano non vuole essere una condanna totale e
definitiva. Se rifiuta di banalizzare l'aborto, non significa che lo respinga:
«Quando ero amministratore dell'ospedale Bagattelle, avevamo creato il
primo centro di interruzione volontaria di gravidanza a Bordeaux; ma
avevamo assunto tutto un insieme di precauzioni. La donna che voleva
abortire doveva consultare non solo un medico, ma anche uno psicologo, ed
esplicitare le proprie motivazioni. Tutte le precauzioni erano prese affinché
l'aborto fosse considerato come un'ultima risorsa quando già tutto il cammino
era stato percorso» 354. Allo stesso modo non rifiuta l'inseminazione
artificiale in caso di sterilità maschile: «In questo caso mi sembra del tutto
legittimo ricorrere a metodi scientifici per ottenere un figlio. Non vedo che
male ci sia […]. In questo caso, non si tratterebbe di sostituirsi al sistema
naturale in quanto questo non esiste. Sta all'uomo, in questo caso, provocarlo.
I processi naturali esistono in quanto tali, non è Dio a far funzionare la
macchina» 355. Interrogato a proposito della terapia genica che permette di
evitare la trasmissione di malattie ereditarie attraverso la selezione degli
embrioni, risponde: «Non mi sembra peggiore di una qualsiasi operazione
chirurgica. Permettere che il nascituro sia sano piuttosto che malato mi
sembra una cosa benfatta!» 356. Riguardo al trapianto di organi, dice di non
essere «sistematicamente ostile», ma aggiunge: «Vorrei che ci si rendesse
conto che la vita non è la fine di tutto. Per me la vita terrena non è il valore
supremo. Si muore. Voglio dire, non bisogna farne un dramma. Il dramma è
la separazione, è vero, ma la morte in sé?» 357. Discorsi che possono
sembrare scandalosi oggi, quando l'accanimento terapeutico è la regola, e
l'allungamento della durata della vita l'argomento ultimo dei sostenitori del
progresso. Ma per Ellul valori come l'onore, la libertà e l'amore sono più
importanti della vita.
Non si tratta quindi di condannare in partenza i progressi della genetica,
della medicina e degli interventi della tecnica sull'uomo. Ma, esaminandoli
con sguardo critico, di domandarsi dove ci portino. Ciò che Ellul teme è che
«l'uomo superiore» verso il quale ci dirigiamo sia solo un uomo riparato
(donazione di organi), trasformato (genetica), adulterato (impianti
elettronici), ma soprattutto un uomo perfettamente integrato nel sistema
tecnico. Effettivamente, i progressi della biogenetica non avvengono in una
società ideale, liberale e socialista, ma nella nostra società tecnica. E questa
ha per l'uomo un solo e unico grande disegno: la perfetta integrazione nel
sistema tecnico 358.
Ellul vede questo grande disegno come un trittico. Al centro si trova il
pannello principale, che rappresenta l'uomo perfettamente adattato: «Adattato
a ciò che il buon funzionamento della scienza e della tecnica richiede». A
sinistra, l'uomo incantato: «Incantato dalle meraviglie della scienza e della
tecnica, dalle comodità crescenti della vita». A destra, l'uomo divertito:
divertito dai «giochi, i divertimenti di ogni tipo, i gadget, ecc., divertito
perché non vede la realtà, ma svolazza continuamente intorno a tante lampade
brillanti, e a tante possibilità di fuga». Chiudendo i due pannelli laterali si
ottiene «la rappresentazione di un uomo perfettamente equilibrato, felice,
senza proteste o turbamenti, calmato dagli ipnotici, mens sana in corpore
sano, quello ottenuto col jogging e gli allenamenti» 359. Ed ecco che ci si
offre un mondo perfettamente armonioso: «Il progetto prevede innanzitutto la
mancanza di conflitti. Né all'interno dell'individuo, con se stesso, né col
gruppo vicino, né con coloro con cui lavora, né con le istituzioni politiche.
Non ci siamo ancora arrivati, ma quando vediamo quanto gli Occidentali si
appassionino per falsi conflitti (ad esempio quelli elettorali), viene da pensare
che ci siamo vicini. In fondo, la nostra società è così poco esigente,
contrariamente all'impressione che se ne può avere!» 360.
L'uomo biogeneticamente trasformato sarà superiore all'uomo di oggi nel
senso che, perfettamente uniformato al sistema tecnico, vivrà in pace.

Profezie deliranti

Eppure si pensa che abbiano riflettuto un po'. Che siano colti, che
abbiano buon senso. Invece no. Si trovano sempre scienziati che si
mettono a delirare pubblicamente. Emarginati? Esaltati? Traviati? No:
pezzi grossi, rispettati dai colleghi che dicono un po' più crudamente ciò
che molti altri mormorano, senza che i loro propositi, d'altronde, facciano
scalpore.
È il caso di Ray Kurzweill, ricercatore presso il famoso MIT
(Massachusetts Institute of Technology) e autore di The Age of Spiritual
Machines, un'opera di riferimento nel campo dell'intelligenza artificiale.
Alla domanda se un giorno una macchina potrà scrivere l'equivalente di
Alla ricerca del tempo perduto, risponde: «Certo, sicuramente». C'è qui
chiaramente un problema, e grosso! Una macchina non potrà produrre
un'opera d'arte degna di questo nome, perché l'arte ha bisogno di
emozioni, sentimenti, un corpo, una libertà, tutte cose di cui una macchina
è priva.
Ma Ray Kurzweill afferma che presto anche le macchine potranno avere
«emozioni». Prevede che «verso il 2030 non ci saranno più vere
distinzioni tra l'intelligenza umana e quella artificiale», e che «verso il
2070 incontreremo robot che non potremo distinguere dagli umani». Un
suo collega aggiunge: «Ovviamente si porrà la questione di sapere se i
robot vorranno dominarci e sbarazzarsi di noi. La risposta è semplice, non
costruiremo mai robot malvagi» 361.
Come diventano semplici problemi complessi con pensieri di tale portata!
In Francia abbiamo Bernard Debré, ex ministro della Coopération, ex
membro del Comitato Nazionale d'Etica, pezzo grosso della medicina,
capo dei servizi presso l'ospedale Cochin. Il suo libro La Grande
Transgression 362, non ha fatto scandalo, anzi: ha raccolto numerose lodi,
conosciuto un buon successo tra il pubblico (più di 25.000 copie) e
ricevuto il premio Louis-Pauwels. Eppure in questo libro difende una tesi
agghiacciante: l'uomo come lo si conosce, cioè l'Homo sapiens,
scomparirà – e deve scomparire – nei prossimi secoli. Sarà sostituito da un
uomo mutante prodotto dai progressi della medicina, della genetica e
dell'informatica, che Debré ha battezzato Homo scientificus e che sarà
fuori dal comune.
Secondo Debré quest'uomo mutante costituisce il nostro unico avvenire
possibile. Perché? Perché l'Homo sapiens, cioè noi, ha iniziato a
«degradare l'ambiente Terra». «Il globo potrebbe un giorno non lontano
diventare una prigione ostile e pericolosa». D'altronde, la Terra è diventata
troppo piccola per noi, dobbiamo tirarcene fuori, partire verso l'universo.
È logico, dato che l'uomo sta facendo della Terra un inferno
sovrappopolato, deve prepararsi a conquistare l'universo (e farvi la stessa
cosa?), piuttosto che arrestare il massacro e rendere questo pianeta di
nuovo vivibile.
Viva allora l'Homo scientificus, il solo che sarà sufficientemente armato
per partire alla conquista dello spazio, e lavoriamo per la sua venuta:
«Prepariamolo affinché scappi dal nido e prenda il volo». Non vale la pena
di discutere: questa evoluzione, «tanto desiderata da alcuni, tanto temuta e
rifiutata da altri, è inevitabile». Non abbiamo scelta, evviva la libertà delle
marionette!
L'Homo scientificus nascerà in uteri artificiali completamente controllati
da computer (c'è addirittura un filosofo, François Dagognet 363, che ha
teorizzato i meriti di questa promettente tecnica). Vivrà a lungo, almeno
150 anni, e sicuramente anche di più, fino a 358 anni, perché la velocità di
trasmissione nervosa rimane intatta fino a quell'età: molto pratico per i
lunghi viaggi interstellari quindi. Sarà stato clonato sin dal momento del
concepimento. Conserverà in un congelatore alcune cellule madre
prelevate dal proprio embrione e alcuni organi di ricambio pronti all'uso.
Non vale la pena di strapparsi i capelli con l'etica: si è ormai presa in
considerazione la possibilità di creare uomini senza cervello ai quali senza
perplessità potrà essere prelevato un rene o il cuore (non saranno quindi
esseri umani «completi», ma solo «partite di organi da trapiantare»). I suoi
geni saranno stati selezionati con la massima cura dai genitori, e Debré
immagina questo affascinante dialogo tra papà e mamma: «Ho un gruppo
di geni che codificano una certa altezza, gli occhi blu e i capelli castani, ho
anche un gene per il dono della musica, quali geni hai tu da propormi in
cambio perché insieme possiamo immaginare nostro figlio (o nostra
figlia)?». Ancora meglio, gli si avrà impiantato il gene della vista della
civetta per vedere meglio la notte, e quello dell'udito dei delfini per udire
gli ultrasuoni. Avrà un telefono cellulare miniaturizzato impiantato
sottopelle: «Per connettersi, gli basterà pensare a un numero, e basta
chiacchiere inutili perché il pensiero decrittato sarà "telefonato" al
destinatario». Attenzione alle interferenze! Grazie a chip sottocutanei di
cui lo si sarà dotato, avrà una memoria «un milione di volte più potente».
Ricettori cutanei gli forniranno costanti informazioni sull'ambiente esterno
e sullo stato interno. Avrà a fargli compagnia macchine tanto sofisticate da
essere «uomini-macchina». Per studiare, gli basterà un dischetto in grado
di «registrare il programma nella zona cerebrale della memoria».
Certo non sarà tutto privo di rischi, nota Debré, e bisognerà quindi
«tentare di definire un'etica della trasgressione ineluttabile». Ma
attenzione soprattutto a coloro che rifiuteranno questa gloriosa marcia in
avanti. Il grande pericolo non è l'Homo scientificus, ma quegli Homo
sapiens tipo José Bové che «inclinano verso il totalitarismo dogmatico
antiglobalizzazione, anti-OGM, antitutto». Attenzione! Presto le «diverse
tendenze antimondializzazione, antimodernità, si fonderanno in un partito
mondiale antievoluzione»!
Impressionante, vero? Ecco un puro concentrato di delirio scientista.
L'uomo onnipotente. Il grande viaggio interstellare. Il progresso
obbligatorio, da mandare giù col sorriso, e una goccia di salsa etica per
nascondere il sapore. La religione dei geni. Se ancora fossimo nel XIX
secolo, all'epoca in cui si credeva fermamente che il progresso avrebbe
portato all'umanità felicità e floridezza. Ma credere ancora a questo mondo
perfetto nel XXI…
20.
E SE SI LAVORASSE DUE ORE AL GIORNO?
Una sola soluzione, la rivoluzione!
(Ma è impossibile)

Per Ellul non c'è da aspettarsi nulla dalla destra: «Si può cercare quanto si
vuole, non c'è l'ombra di un pensiero o di un principio teorico a destra» 364.
Quale uomo di sinistra, è convinto che «il socialismo sia il solo orientamento
possibile, perché è il solo in cui viene detto e dichiarato che l'obiettivo è la
fine del proletariato, la fine dell'alienazione, la liberazione dell'uomo». E le
cose non sono cambiate: «Considero queste dichiarazioni di intenti, che
stanno al cuore della nascita del socialismo, sempre vere» 365. Perché se il
proletariato non è più quello del XIX secolo, la cui tragica realtà aveva
assalito il giovane Marx, esiste ancora oggi. È questo lo scandalo
permanente, la cui esistenza scatena in Ellul rifiuto, indignazione, la ferma
convinzione che questo mondo è ingiusto e che bisogna cambiarlo. Il
proletariato delle società avanzate ha secondo lui due volti: sacche di
proletariato all'antica, disoccupati e operai immigrati, in particolare; e un
altro proletariato «relativamente ricco, eppure alienato e che presenta tutte le
altre caratteristiche del proletariato».
La disoccupazione è diventata una «piaga del sistema industriale
informatizzato» che non si rimarginerà. «Dobbiamo imparare a vivere con
una popolazione di 2, 3, 4 milioni di disoccupati a seconda del paese»,
constatava Ellul nel 1982 366. Nessuna illusione: la disoccupazione non è
legata a una pseudo «crisi economica», «ma al passaggio a un nuovo tipo di
società, con nuovi modelli di produzione» 367. I governi futuri non
riusciranno quindi a ridurla: «Essere disoccupato non è più un caso come nel
XIX secolo, ma è diventato e sarà sempre più un particolare modo di vivere
in tutte le società tecniche» 368. Il progresso tecnico e in particolare
l'automatizzazione e l'informatizzazione, rendendo più efficace il lavoro
umano, fanno aumentare i margini di produttività e distruggono i posti di
lavoro» 369.
La condizione dei lavoratori immigrati «non è peggiore di quella del
proletariato francese, inglese o tedesco del 1900», ma «è molto simile»:
lavori pericolosi, sporchi, ecc. Continuano, all'interno della nostra società
tecnica, a riprodurre il proletariato industriale tradizionale.
A far parte del nuovo proletariato non sono solo gli operai che lavorano
nelle fabbriche automatizzate, impegnati in un lavoro ancora più inutile,
dequalificato, che imbruttisce ancora più di quello della fabbrica industriale
moderna» 370, ma, dice Ellul, «quasi tutta là popolazione» 371 è proletarizzata.
A caratterizzarla «sono la privazione del tempo, il divertimento, la
subordinazione, il controllo, lo sradicamento, la fatica endemica e le malattie
della società, e infine ai due estremi, su un piano molto concreto, la
discriminazione tra i tecnici considerati gli aristocratici del nostro tempo e i
non tecnici, e all'altro estremo, l'ingresso in una società inimmaginabile,
strettamente imprevedibile» 372. Questi diversi punti «corrispondono
esattamente a ciò che Marx diceva del proletariato, ma un proletariato non
brutalizzato, consenziente e globalmente soddisfatto della propria sorte» 373.
Esaminiamo rapidamente uno solo di questi punti, il divertimento: «Ogni
attività della società sembra avere come fine primario quello di impedire la
presa di coscienza della realtà, della situazione nella quale viviamo» 374.
L'onnipresente spettacolo, i viaggi in aereo, l'accesso alla «cultura», la
devozione nei confronti dei divertimenti, ecc. Tutti queste gratificazioni
«estremamente appaganti e valorizzanti» fanno credere all'uomo occidentale
di essere libero: «Beninteso, non minimizzo e non disprezzo per nulla questa
vita, ben migliore di quella degli oppressi dai regimi totalitari di destra o di
sinistra, ben migliore di quella di chi soffre la fame o vive in schiavitù, ma
quello che voglio dire è che questa apparente (e piacevole) libertà nasconde
catene profonde. L'alienazione ha cambiato livello» 375. Il suo nome è ormai
«riproduzione», nel senso attribuitole da Bourdieu (la sedicente scuola
democratica serve in realtà alle élite per trasmettere il potere ai propri figli);
la trasmissione di un certo stile di vita da parte dell'urbanesimo e della
pubblicità; il conformismo sociologico; il controllo sociale da parte dei
servizi di aiuto e assistenza. «La combinazione tra il controllo sociale e il
divertimento sfocia in un'alienazione pressoché totale a livello inconscio e in
forme generalmente indolori» 376. Siamo tutti proletari senza saperlo.

***

La rivoluzione ossessiona Ellul. Le ha dedicato tre opere: Autopsie de la


révolution nel 1969; De la révolution aux révoltes nel 1972; e Changer de
révolution nel 1982. In quest'ultimo si chiede se l'uomo abbia la possibilità di
eliminare il proletariato. Dopo aver riassunto il punto di vista di Marx
sull'argomento («per la comprensione della genesi del mondo moderno, per
quanto mi riguarda non c'è miglior guida di Marx»), dimostra che il
proletariato si è sviluppato anche in URSS, in Cina e nei paesi del Terzo
Mondo: non è stato quindi solo il capitalismo a crearlo, ma la società tecnica.
Fermiamoci per un istante sul Terzo Mondo, «i tre quarti della popolazione,
quattro quinti delle terre del mondo che vivono il destino più spaventoso che
l'uomo abbia mai conosciuto» 377, e dove si è trovato il modo di distinguere
tra coloro che hanno conosciuto un principio di sviluppo e altri trentatré,
definiti «paesi meno sviluppati», definizione «totalmente ridicola, giacché si
tratta di paesi che non hanno avuto nessuno sviluppo» 378, afferma Ellul. Con
loro, «la lotta di classe si è spostata a livello mondiale. Non si tratta più di
una classe proletaria ma di popoli proletari». A doppio titolo: non solo come i
contadini del XIX secolo lasciavano le campagne attirati dalle luci della città,
moltissimi abitanti di questi paesi espatriano nei paesi ricchi e qui cadono nel
proletariato, ma «intere regioni sono proletarizzate dall'imperialismo che
acquista materie prime a prezzi stracciati».
Il futuro di questi paesi, in caso vogliano svilupparsi, non è ben
prevedibile. Non c'è sviluppo tecnico senza una precedente
industrializzazione. Nessuna industrializzazione senza una sufficiente
industria pesante. Nessuna industria pesante senza accumulo di capitali. E
nessun accumulo di capitali senza la creazione del proletariato. L'unico
orizzonte per i paesi del Terzo Mondo, «per un periodo più o meno lungo, è
la fulminea crescita del proletariato» 379, quale che sia il loro regime politico.
Esattamente ciò a cui stiamo assistendo oggi. E l'azione umanitaria, pur
alleviando alcune delle più acute situazioni di povertà, non cambia la
tendenza di fondo.
Solo una rivoluzione metterà fine al proletariato e all'alienazione
generale. Coloro che pensano che solo il progresso tecnico (informatica,
Internet) porterà a una società «decentralizzata, individualizzata, socialista» si
sbagliano: anche se i microcomputer e le tecnologie dolci possono portare a
una decentralizzazione, a una de-massificazione, la tecnica nel suo insieme ci
orienta necessariamente verso una società di consumo e sfruttamento 380.
D'altra parte, coloro che sognano di instaurare il socialismo senza riprendere
in mano la tecnica si sbagliano a loro volta: perché essa possiede una
«viscosità considerevole» 381, tale da portare a una società tecnica invece che
a una società socialista: «Con una certa densità di automatismi, c'è
necessariamente abbrutimento. Con i mass-media non si può fare altro che
pseudo-cultura di massa» 382. L'unico modo per liberare l'uomo consiste
nell'agire contemporaneamente sul politico e sul tecnico: «Perché ci sia
libertà è necessario distruggere alla base lo Stato burocratico e
centralizzatore, è necessario il rifiuto di ogni tecnica di potere, il rifiuto della
crescita economica, dell'espansione, della strumentalità generalizzata» 383.
In questo libro pubblicato nel 1982, Ellul si entusiasma improvvisamente
per uno strumento tecnico, il microcomputer, che gli sembra offrire
un'opportunità storica: permette a microgruppi di essere autonomi, pur
stabilendo una correlazione tra le loro operazioni, facendo quindi a meno di
un centro organizzatore. Quando Saint-Just enunciò la famosa formula «la
felicità è un'idea nuova in Europa», ne era convinto: la nascente
industrializzazione, che permetteva di produrre ricchezze per tutti, in una
repubblica che proclamava Libertà e Uguaglianza, rendeva «finalmente
possibile e concreta l'idea di felicità». Ellul stabilisce un parallelo con la
società odierna: uno strumento tecnico, l'informatizzazione (insieme
all'automatizzazione), rende finalmente possibile «una rivoluzione totale,
radicale e attuale» 384, con l'indispensabile condizione che il suo uso si
inscriva in un socialismo liberale. «Ci troviamo, dal mio punto di vista e per
un periodo probabilmente breve, al punto di biforcazione tra un socialismo
liberale e una cibernetizzazione della società» 385.
La rivoluzione sognata da Ellul, come quella del 1789, deve essere
«un'avventura mostruosa e sacrilega». Sa bene che leggendo il programma
che le attribuisce, «il lettore sarà costantemente tentato di dire: "È
impossibile, è utopia, è mostruoso, è spaventoso"». Ma Ellul gli risponde in
anticipo: «Sì, una rivoluzione è sempre così. Ma ciò che è ancora più utopico
è credere che il nostro mondo occidentale possa continuare a crescere come
sta facendo. Mostruoso è credere che il divario tra ricchezza e povertà possa
aumentare senza sosta. E il fatto che la tecnica stia diventando sempre più
potente e autonoma. Questo è impossibile. Questo, cioè il contemporaneo e
indefinito aumento della ricchezza e del proletariato» 386.
Il programma della rivoluzione di Ellul si articola in cinque punti.
1. Una totale riconversione della potenza produttiva del mondo
occidentale, che dovrà offrire al Terzo Mondo un «aiuto gratuito, senza
interessi, senza compensi, senza controlli, senza invasioni militari o
culturali». Tutto ciò non per assicurare una semplice sopravvivenza, ma per
permettergli «di godere del progresso tecnico occidentale, perché si organizzi
autonomamente, sulla base di strutture sociali e della specifica cultura già
esistenti».
2. La scelta deliberata della non potenza, che consiste nella «rinuncia ai
mezzi militari che annientano le nostre economie», e nella «soppressione
radicale dello Stato centralizzato burocratico».
3. La rottura e la diversificazione. In tutti i campi, sociale,
amministrativo, agricolo, industriale, culturale. Gruppi e partiti politici, ma
anche imprese, fabbriche e uffici, tutto deve trasformarsi in unità locali a
misura umana: ecco la condizione affinché l'autogestione diventi una realtà
(«oltre le cento persone non ha più senso»).
4. La drastica riduzione del tempo lavorativo. Le 35 ore?
«Completamente antiquate». L'obiettivo da raggiungere sono le 2 ore al
giorno. Ellul si ispira qui a due opere, il famoso Deux heures par jour, di
Adret, e La Révolution des temps choisis. Riconosce che la cosa non è facile
né senza rischi: «So bene cosa si può obiettare: la noia, il vuoto, la crescita
dell'individualismo, la disintegrazione delle comunità naturali,
l'indebolimento, il regresso economico o il recupero del tempo libero
attraverso l'industria dei divertimenti che farà del tempo una nuova merce»
387. Ma pur immaginando facilmente «coloro che passeranno la vita attaccati
allo schermo della loro TV o al bar», si dice convinto che in questo modo
«saremo obbligati a porci domande fondamentali: sul senso della vita e su
una nuova cultura, su un'organizzazione che non sia rigida né anarchica,
l'apertura a una nuova creatività… Non sto sognando. È possibile. […]
L'uomo ha bisogno di interessarsi a qualcosa ed è a causa della mancanza di
interessi che moriamo oggi». Con tempo libero e molteplici possibilità di
espressione, «so che l'uomo "in generale" troverà la propria via di espressione
e la concretizzazione dei propri desideri. Forse non sarà bello, elevato, né
efficace; ma sarà ciò che abbiamo perso» 388.
5. Risolvere il problema economico-finanziario. Chiaramente due ore di
lavoro al giorno non permettono di mantenersi. Ma il salario proverrà
principalmente dalla ripartizione «tra tutti i membri della società (che
lavorino o meno) del prodotto annuale della ricchezza generata dalle
fabbriche automatizzate e informatizzate» 389. Vi verranno prodotti, «in
massa e in serie, i beni basilari, elementari, di media qualità, utili e a prezzi
modici, senza la ricerca della prestazione, il gadget, né la creazione artificiale
di nuovi bisogni attraverso la pubblicità» 390. Ma in un altro settore
economico, artigianale e a scarsa produttività, ognuno potrà produrre beni di
qualità e arrotondare lo stipendio.
I cinque obiettivi sono per Ellul coerenti e indissociabili. Ma bisogna fare
in fretta perché quando la cibernetizzazione attuale «avrà fatto presa, sarà
troppo tardi» 391.
Espone la propria strategia in quattro tappe che permettono di
raggiungere gli obiettivi suddetti.
1. Smembrare lo Stato centrale (Università e Giustizia in particolare
devono cessare di essere organismi statali), e «contemporaneamente
procedere il più velocemente possibile all'automatizzazione spinta di tutte le
fabbriche e all'informatizzazione perfezionata» di macchine e terziario.
2. Ridurre massicciamente il personale statale.
3. Concretizzare l'autogestione (sulle modalità, Ellul rimanda a
Castoriadis).
4. Rispondere ai bisogni del Terzo Mondo accettando di ridurre il nostro
livello di consumo fino a raggiungere una frugalità comune.
Per compiere questa rivoluzione manca solo la volontà rivoluzionaria!
Pur individuando alcuni pensatori come Castoriadis che cercano una via
alternativa a quella del socialismo dittatoriale alla sovietica o del socialismo
debole alla francese, non trova (ricordiamo che scrive nel 1981) intorno a sé
«gruppi portatori di una volontà rivoluzionaria chiara e coerente» 392. La
società non gli sembra pronta ad assumere i rischi di regresso e disordine
necessariamente legati alla rivoluzione, che è «un'avventura che porta sempre
con sé una certa dose di incertezza» 393. Non si fa quindi molte illusioni: «La
resistenza a un cambiamento rivoluzionario scaturisce innanzitutto
dall'esistenza di irrinunciabili appagamenti da consumo (ai quali non si è
pronti a rinunciare, anche solo temporaneamente) che, per coloro che non li
possiedono, rimangono l'obiettivo di ogni speranza» 394. Tutti preferiscono
quindi proseguire il proprio cammino lungo il vicolo cieco che stiamo
percorrendo, pronti ad accettare piccole riforme che non cambieranno nulla.
Nel 1994, a dodici anni dalla sua pubblicazione, Ellul affermava che
Changer de révolution era «il più pessimista dei suoi libri» 395, perché
esplicitando le tappe della rivoluzione rendeva chiaro quanto «piccola fosse
la possibilità che il socialismo si realizzi un giorno». E aggiungeva: «Questa
situazione di disordine latente non potrà durare per sempre. O si opera un
profondo cambiamento o si sprofonda nella dittatura. Ci sono momenti nella
Storia in cui si può agire e oggi ci troviamo in uno di quei momenti» 396.
Perché la cibernetizzazione non è ancora stata raggiunta e un socialismo
liberale è ancora immaginabile. La rivoluzione è impossibile ma necessaria, e
d'altronde è ancora possibile: questa è la dialettica!

Il proletario è molto di moda…

Sono loro a fabbricare le Barbie, i robot che ballano, i peluche, i sosia


di James Brown, le pistole giocattolo, le figurine di Harry Potter, ossia la
metà dei giocattoli oggi venduti nel mondo. Loro: giovani donne sotto i
trent'anni (superata questa età diventano acciaccate e meno adattabili) che
si accalcano negli sweat-shops («laboratori del sudore») di Shenzen,
Canton e Hong-Kong. Grazie a loro, la Cina è diventata la fabbrica di
giocattoli del pianeta.
Una situazione che sembra ferma al XIX secolo: nessun sindacato,
nessuna legge sociale, nessuna pensione, nessuna Sécurité social 397,
nessuna protezione contro le sostanze tossiche che si accumulano
nell'atmosfera. Ritmi faticosi: dieci ore al giorno, anche diciotto con
l'avvicinarsi delle festività, sei giorni alla settimana. Siccome queste
fabbriche si trovano lontano dalle città, costruite all'interno di inaccessibili
zone industriali, gli operai devono dormire sul posto, in dormitori, e
mangiare in mensa: privilegi che vengono loro fatti pagare carissimo e che
vanno a ridurre il loro misero stipendio (meno di 2 euro al giorno).
L'ambiente è militaresco, con un «sistema di multe molto rigido», racconta
«Alternatives economiques» 398: «Fumare? 6 euro. Parlare? 4 euro.
Andare in bagno senza permesso? 0,6 euro». Il proletario, come ricorda
Ellul, è colui che accumula su di sé tutte le alienazioni, tutte le
oppressioni, che è sradicato, sfruttato, urbanizzato, senza patria, senza
famiglia, senza cultura, senza salute, ridotto, come diceva Marx, a essere
«un'appendice della macchina». È questa l'arcinota immagine che
ritroviamo in un paese che si suppone aver fatto la rivoluzione (così come
in numerosi paesi del Terzo Mondo). Il proletariato è il volto del XXI
secolo? È ciò che Ellul aveva previsto. Nessun'altra scappatoia per questi
paesi: se vogliono adottare la nostra logica produttivistica (e in effetti tutti
seguono questa strada), e se i paesi occidentali non solo non li aiutano
(l'aiuto occidentale ai paesi poveri continua a diminuire, aggirandosi ormai
sullo 0,3% del PIB), ma sfruttano questo giacimento di manodopera a
buon mercato, i paesi poveri devono seguire questa via. Associato al
produttivismo, il progresso tecnico (miniaturizzazione dei componenti,
abbassamento dei costi grazie alla produzione a catena, trasporti a lunga
distanza) non ha portato alla liberazione ma, al contrario, a una nuova
schiavitù.
Questa alienazione ne porta con sé un'altra: quella dei nostri cari giovani,
che affondano tra i peluche, si intossicano di gadget, vengono iniziati alla
bulimia sin dalla più tenera età.
Il contrasto può sembrare scontato, ma quando lo si è vissuto non lo si può
trascurare: basta entrare nella camera di un piccolo parigino traboccante di
giochi multicolori fabbricati da proletari cinesi e poi ritrovarsi qualche
giorno dopo a casa di amici in Mali e vedere con cosa (il vecchio cerchio,
un gioco di altri tempi) giocano lì i bambini, per convincersene: questo
mondo è pazzo.
Parte terza

ELLUL OGGI
ELLUL VISTO DA….

Che cosa è stato delle idee di Ellul? Sono state semplicemente


dimenticate? O hanno resistito al tempo, ispirato altre riflessioni, alimentato il
dibattito, incitato all'azione? Ellul ha oggi dei discepoli? Degli oppositori?
Chi, al giorno d'oggi, porta avanti una riflessione sulla tecnica? Il paradosso
salta agli occhi: nella Francia odierna solo una manciata di personaggi
pubblici rivendicano chiaro e forte il proprio debito nei confronti di Ellul, il
sobillatore José Bové, il giornalista editore scrittore Jean-Claude Guillebaud,
il verde Noël Mamère, e altri meno noti al grande pubblico, tra i quali il
filosofo Dominique Bourg, l'economista Serge Latouche, il politologo Lucien
Sfez. Un militante sindacale, un politico, qualche intellettuale: non male per
un pensatore che veniva ritenuto pessimista al punto da condurre alla
disperazione e all'inazione. Vedremo che coloro che proseguono un reale
lavoro critico sulla tecnica sono discreti quanto lo fu Ellul. Conosciamoli.

1. Lucien Sfez:
prendere e lasciare

Professore di Scienze politiche alla Sorbona e autore di numerosi saggi


sulla comunicazione (il più famoso dei quali è Critique de la
communication), Lucien Sfez era «connivente» con Ellul: ne ha pubblicato un
libro (L'Empire du non-sens, rifiutato da tutti gli editori), è intervenuto al
simposio dedicatogli e lo ha citato più volte nelle proprie opere. È a Ellul,
scrive, che «dobbiamo la più approfondita critica della tecnica e del sistema
tecnico», le analisi (peraltro posteriori) di Adorno, Horkeimer e Habermas gli
sembravano meno solide: «Ellul rimane il numero uno nel proprio campo»
399. Perché la sua opera è rimasta allora misconosciuta?
«Quando ero studente, Ellul ci veniva presentato dai nostri professori
come un tipo bizzarro a favore della natura e contro la modernità. Alcuni si
burlavano della sua "dilettazione morosa". Gli universitari non tollerano che
uno di loro non rispetti ciò che viene affermato dal sistema dominante. Per il
sistema dominante del dopoguerra, la tecnica era qualcosa di meraviglioso. È
dopotutto ciò che aveva accomunato alleati e nazisti: tecnica contro tecnica.
Ellul, che non era un accademico come gli altri – era un uomo solitario e
coraggioso, che non cercava di sottomettere la gente alla propria influenza,
che adorava discutere – avrebbe voluto che la forza delle proprie analisi fosse
stata riconosciuta subito. Ma ci vuole molto tempo per dirozzare un'ideologia.
Era letto ma non condiviso; molto noto eppure ignorato».
Questo spiega perché le analisi di Ellul sulla tecnica non passavano e non
passano: «C'è una resistenza molto forte. Dal lato ecologico sono
parzialmente state accettate, ma si direbbe che rimangano confinate in questo
campo, invece di diffondersi ovunque».
Eppure Lucien Sfez è ottimista: «Ho sempre avuto l'idea che sia
necessario portare la teoria al livello critico di incandescenza massimo. Cosa
che Ellul ha fatto. Poi, la gente fa quello che vuole, di solito non proprio
quello che l'autore voleva, ma cosa importa? Si denuncia, e questo ha degli
effetti, non è totalmente inutile. Credo che ci siano zone di libertà, di
autonomia. E che possiamo contribuire con i nostri libri. Sono molto più
ottimista di Ellul perché vedo le cose muoversi. Guardate Internet: è finita!
Voglio dire, Internet come discorso. Dal 1999 al 2000, i tre principali giornali
del paese, «Le Monde», «Liberation», «Le Nouvel Obs», hanno condotto una
vera e propria operazione di propaganda (il termine non è esagerato): se non
sei collegato a Internet, sei arcaico, danneggi la Francia trascinandola nella
tua arretratezza. Questo discorso è sparito sostituito oggi da quello sulle
biotecnologie. Questi discorsi vengono utilizzati perché sono discorsi
pubblicitari. Ogni volta che gli si presenta una nuova tecnologia, la gente è
incapace di staccarsene, poi va in tilt e giunge a fare una propria critica».
Lucien Sfez non condivide la radicalità di Ellul. Questione di stile, prima
di tutto. In Critique de la communication, si è permesso questa piccola critica
amichevole: «Potrò mai convincere Ellul a dimenticare il proprio stile
"brontolone" e "retro", capace di indebolire le cause migliori?» 400 Ellul,
stando a Sfez, gli rispose che aveva ragione, che era un punto debole… ma
non poteva essere altrimenti. Tuttavia la critica di Sfez va oltre: «Non accetto
che mi si venga a dire che la tecnica porta all'asservimento: può anche essere
uno strumento di liberazione! Non accetto che mi si venga a dire che la
terapia genica sia un modo per creare superuomini e che sia solo un'idea
fascista. Si fanno tanti discorsi imbecilli sul nuovo eugenismo che ne
deriverebbe. Mentre la terapia genica potrebbe un giorno salvare vite
umane». Sfez è molto più moderato: «La grande differenza tra Ellul e me è
che lui è sempre stato dalla parte del macromodello. È il suo lato marxista.
Nella sua teoria, la tecnica sostituirebbe le forze produttive. Il mio intento
tiene conto del gioco, della libertà, delle scappatoie. Credo che abbia voluto
fare il calco rovesciato del demonio tecnico, mostrarlo con tutte le ombre,
ingrandirlo, in modo che se ne diffidi. Ecco la sua contraddizione: tutto è
spacciato… ma allora perché scrivere? Ha cercato di opporre al racconto
falsamente edificante della tecnica il proprio discorso edificante». Sfez
persegue un altro scopo: mostrare che ogni tecnica viene a occupare il vuoto
della società politica e denunciare la pretesa della tecnica di essere la politica,
di sostituirvisi. «Mi trovo totalmente d'accordo con Ellul sul fatto che intorno
alla tecnica si giocheranno la dominazione e le vie di fuga rispetto a questa.
Serbo molto rancore nei confronti dei politologi e dei sociologi, degli
antropologi e dei filosofi che ignorano, in maggioranza, il problema della
tecnica. Si privano della possibilità di comprendere elementi essenziali della
struttura del nostro tempo».

2. Jean-Claude Guillebaud:
la speranza cristiana di Ellul

«Jean-Claude Ellul, mio maestro!». Jean-Claude Guillebaud, studente di


diritto a Bordeaux dal 1962 al 1968, ebbe Ellul come professore durante il
secondo anno di studi e durante il dottorato, partecipando numerose volte a
serate informali a casa sua: «Vi si incontravano hippies, teologi protestanti,
colleghi di università, studenti, ecc. Si discuteva di tutto e di niente fino a
mattina». L'impegno filoisraeliano di Ellul, che Guillebaud trovava eccessivo,
era il loro pomo della discordia: «Siccome mi diceva sempre: "Niente contro
Israele" e io lo mettevo regolarmente alle strette, mi disse un giorno: "Ho
duemila anni di antigiudaismo cristiano da scontare"». Giornalista del «Sud-
Ouest», Guillebaud incontrava Ellul anche in occasione di servizi sul club
Action Jeunesse che quest'ultimo riparava dietro la propria autorità.
Ciò che dal primo momento lo aveva colpito di Ellul era il fatto che
apportasse un «antidoto all'ideologia dominante che era allora sartro-
marxista»: «Per me questo spirito di resistenza è stato molto importante.
Nella nostra classe eravamo solo in tre a preferire Camus a Sartre. L'ideologia
sartro-marxista era dominante come oggi lo è quella commerciale. Ellul era
un dissidente». Un altro fatto significativo è stato il profetismo di Ellul sulla
tecnica: «Affermare che il vero dibattito non fosse quello che opponeva
liberalismo e comunismo, ma quello sulla tecnica, era folle all'epoca!». In
seguito, all'inizio degli anni Sessanta, Guillebaud portò Ellul alla Seuil con la
quale pubblicò La Parole humiliée e La Subversión du christianisme, poi
ripubblicò presso Arléa Ce Dieu injuste.
È stato soprattutto il versante cristiano dell'opera di Ellul a segnare
Guillebaud: «Farne un profeta pessimista è un controsenso. Significherebbe
trascurare l'aspetto teologico della sua opera e l'instancabile riformulazione
della speranza. È enorme il numero di volte in cui viene utilizzata la parola
speranza nella sua opera!». Guillebaud, «elluliano ottimista», vede in Ellul
innanzitutto l'erede del profetismo giudaico: «Devo a lui la comprensione del
fatto che l'idea cristiana di speranza altro non è se non la riformulazione del
profetismo giudaico, cioè l'idea che il tempo non è circolare ma lineare.
Questa idea rompe con quella greca dell'eterno ritorno. Se siamo radicati in
una memoria orientata verso un progetto, una speranza, significa che siamo
responsabili del mondo che sarà. Parliamo spesso con lui di quella filiazione,
di quei profeti ebraici che hanno introdotto il tema dell'attesa, del progetto,
del cammino. Nel Talmud si legge questa bellissima frase: "Ricordati del tuo
futuro", cioè: "Non dimenticare che sei in cammino'. A partire dal momento
in cui si è in cammino, si lascia la contemplazione, la saggezza stoica che si
accontenta del mondo così com'è, per dedicarsi all'azione sul mondo. Questa
è la radice ebraica della fede cristiana che Ellul, in un certo senso, ha
magnificamente espresso. Questo è l'elemento che mi è sempre sembrato
correggere ciò che di pessimista poteva esserci nel suo pensiero: era
ossessionato dalla maledizione della modernità, della città, dell'uomo
moderno, ma questo pessimismo era sempre salvato dalla speranza cristiana».
Guillebaud scrisse numerosi articoli su Ellul, e in particolare pochi giorni
dopo la sua morte venne pubblicato un commosso omaggio: «A noi tutti che
ammiriamo Ellul, tra molte altre, una parola ci sorge dal cuore, "libertà". Ma
nel suo caso non è una formula vuota o un omaggio convenuto. Quando si
parla di pensiero, la libertà è più rara di quanto si creda. Richiede che si
resista continuamente alle sottili pressioni "dei tempi", al peso del
conformismo, allo spirito di gruppo o di conventicola. In una parola, richiede
che si sia in grado – almeno per un certo periodo – di avere ragione nel
perfetto isolamento. Se necessario, anche scontrandosi con i propri seguaci.
Nei suoi rapporti con il "progressismo" degli anni Sessanta e Settanta, con lo
strutturalismo, il terzomondismo o, al contrario, l'ottimismo "borghese" dello
scientismo, Jacques Ellul fu sempre fedele al progetto alla base della sua
opera: pensare autonomamente. Il suo coraggio, da questo punto di vista,
aveva qualcosa in comune con quello dei dissidenti dei paesi dell'Est, che si
opponevano solitari alle vulgate ufficiali. Come si sa pagò questa dissidenza
con un chiaro ostracismo da parte dei media maggiori che sostengono i
famosi, e il più delle volte non fanno altro che consolidare le mode. In poche
parole, Ellul non fu "profeta in patria" e solo tardi – molto tardi – fu
riconosciuto come conveniva. […] Ma questa assoluta libertà di pensiero,
questa probità subito riconoscibile conferiscono oggi a tutti i suoi libri un
solido valore, garantendo loro un tempo di sopravvivenza eccezionale». Un
ricercatore americano ha recentemente osservato che l'opera di Ellul è un po'
come una bomba a scoppio ritardato. Su questo punto, siamo convinti e
fiduciosi: Jacques Ellul sarà ancora tra noi a lungo…».

3. Dominique Bourg, elluliano critico:


per uno sviluppo sostenibile

Filosofo, professore presso l'Université de Technologie di Troyes,


Dominique Bourg ha formulato nell'Homme-artifice il commento più
approfondito, a nostra conoscenza, dell'opera di Ellul, per il quale confessa di
«avere un'enorme ammirazione»: «Era l'incarnazione dell'uomo libero. Una
personalità affascinante, di vero spessore. In quanto universitario, apprezzo in
lui il fatto che non fosse precisamente un accademico: aveva convinzioni
estremamente forti, una forma di impegno non comune in una società come la
nostra». Il che non impedisce a Bourg di criticare vigorosamente le sue tesi.
Opporre l'umanità al sistema tecnico, afferma, «non ha senso»: significa
dimenticare che l'uomo si è sviluppato (così come la lingua) manipolando
oggetti e che in cambio la tecnica è tributaria del linguaggio. «L'uomo è
un'autocreazione della Storia. Nel processo di umanizzazione, l'uso di
tecniche da parte dell'uomo gioca un ruolo assolutamente determinante».
Inoltre vedere nella tecnica un nemico dell'uomo gli sembra pericoloso,
perché ciò può sfociare in una «passività estrema». «A che prò tentare di
piegare tale o talaltro aspetto dell'evoluzione sociale, se siamo i soggetti di un
destino inesorabile? Rimarrebbero solo la rivolta disperata e la rabbia
distruttrice» 401. La tesi dell'autonomia assoluta della tecnica gli sembra
dunque errata: «Ci si può rendere conto degli effetti del sistema delle tecniche
senza per questo porre una specie di entità esterna che regoli, a loro insaputa,
la storia degli uomini. Del resto, storici e sociologi hanno analizzato i
procedimenti di scelta tecnologica e dimostrato che esistono criteri di scelta,
errori che si possono correggere in seguito, procedure che si ritrovano in tutto
l'agire umano».
Detto ciò, Dominique Bourg ammette l'esistenza di un'«autonomia
relativa» delle tecniche, «semplicemente perché il loro fondamento è
costituito dalle leggi della fisica, perché c'è una logica storica delle tecniche,
perché non si fa qualsiasi cosa in qualsiasi momento». In questo senso,
riconosce in Ellul un pioniere: «È stato il primo ad affermare l'idea di
autonomia nel senso sistemico del termine».
Ma Bourg, che considera Ellul un «individualista eroico-ascetico (ossia
puritano)» che si colloca in un «filone pascaliano», gli rimprovera di vedere
nella nostra società tecnica ciò che ha portato al parossismo l'arte di distrarre
l'uomo dalle questioni spirituali: «È proprio delle società condurre l'uomo a
non interrogarsi sulla propria morte». Bourg non vede cosa possa permettere
di affermare che siamo una società tanto più divertente rispetto alle altre, nel
senso pascaliano del termine (cioè nel senso in cui il lavoro che abbruttisce
«diverte» quanto le feste assordanti). Per lui, la televisione, le consolle, il
turismo di massa sono diversi per grado, non per natura! Il che può lasciare
qualche dubbio…
Un'altra critica di Bourg riguarda l'idea di Ellul secondo la quale la
tecnica rende il futuro impensabile. È un errore credere che l'umanità prima
dell'era tecnica sapesse dove sarebbe andata, afferma. La storia è piena di
esempi che dimostrano che il risultato delle azioni sfugge spesso ai loro
autori. Gli Spagnoli non avevano previsto che la conquista dell'oro azteco
avrebbe condotto la loro nazione alla rovina. Il futuro è sempre stato più o
meno opaco, e la tecnica non può essere indicata come la sola e unica causa
di questa opacità. Essa non limita la nostra libertà né le nostre responsabilità,
al contrario, dice, «dato che genera un ampliamento del campo d'azione».
Infine, Bourg confuta la condanna globale al progresso pronunciata da
Ellul. «Ciò che si intende con l'idea di progresso è il fatto di credere che
l'avanzare delle conoscenze, oltre a quello delle tecniche e dell'industria, porti
con sé automaticamente un miglioramento generale della condizione umana.
Ho sempre criticato questa convinzione: per me, questo automatismo non
esiste. Secondo Ellul, la critica al progresso segue esattamente questo
schema, ma in modo negativo: c'è una necessità, non già a portarci verso un
miglioramento generale della condizione umana, ma verso una distruzione
dell'umanità». Rifiutando la concezione angelica quanto quella apocalittica
della tecnica, Bourg ritiene che esistano «possibilità».
Il principio di precauzione, le nuove procedure di consultazione come le
assemblee di cittadini, l'ecologia industriale che consiste nel rifondare il
sistema industriale nel suo insieme per portarlo a funzionare in un ciclo
chiuso a guisa di quello degli ecosistemi naturali, lo sviluppo sostenibile che
dovrebbe rispondere ai bisogni del presente senza compromettere la
possibilità delle generazione future di rispondere alle proprie: crede
fermamente in queste quattro nuove possibilità di riorientare la società
tecnica. E contesta coloro che, come Serge Latouche (si veda oltre),
affermano che lo sviluppo sostenibile è solo un concetto fumoso i cui termini
stessi sono contraddittori: «Assolutamente no! Non ci sarà sviluppo
sostenibile senza decrescita dei consumi di materia e energia. Ma questa
riduzione deve avvenire senza rompere il dinamismo sociale, l'innovazione
tecnica, la crescita delle conoscenze, il dinamismo istituzionale. La vita si
adatta al cambiamento attraverso la diversità, l'evoluzione. Non attraverso
l'immobilismo». Criticato da alcuni autori de L'Encyclopédie des Nuisance (si
veda oltre) che vedono in lui un «adepto del giusto mezzo», il cui «fine reale
è indorare la pillola dello sviluppo tecnologico in tutti in suoi aspetti per farla
mandar giù più facilmente» 402, Bourg risponde che il radicalismo è una
forma di «malattia del pensiero» e tiene a che il proprio pensiero non serva «a
fini puramente narcisistici». Non particolarmente ottimista («non è sicuro che
non si stia andando verso la catastrofe», e anzi la ritiene «probabile»), si è
impegnato per un breve periodo in politica, appoggiando la candidatura di
Corinne Lepage alle presidenziali del 2002, e ha fatto parte del «comitato di
vigilanza ecologica» della fondazione Nicolas-Hulot, che afferma non essere
un oggetto mediatico: «L'unica cosa che conta sono le reali vie di
cambiamento. Lavoro con gli attori per fare andare avanti la baracca. Questa
fondazione è uno dei rari luoghi in Francia in cui si riuniscano regolarmente
specialisti di questioni ambientali. Perché si realizzino le possibilità, è
necessaria una presa di coscienza della gravità dei problemi ambientali
differente da quella odierna». Bourg è in effetti estremamente preoccupato
per il fenomeno del riscaldamento climatico: «Pochissime persone ne sono
veramente coscienti: il riscaldamento climatico è la chiave del nostro
prossimo futuro (dieci, venti, quarant'anni). Bisognerebbe riuscire, al
massimo in vent'anni, a stabilizzare le emissioni di gas serra. Ciò significa
non superare la quantità che, per ora, gli oceani sono in grado di riciclare
(circa tre gigatonnellate all'anno). Se si divide questa quota per il numero di
abitanti della terra, ciascuno di noi avrebbe diritto a 500 chili di emissioni di
carbonio all'anno al massimo. Fai una sola trasvolata dell'Atlantico e hai
esaurito la tua scorta!».
Abbiamo, afferma in conclusione di L'Homme-artifice, una responsabilità
nei confronti della biosfera in nome delle generazioni future: bisogna
proteggerla dai nostri stessi eccessi. La via che raccomanda è quella di un
riformismo volontario e pragmatico: «Se siete radicali, non cambierete la
realtà». Che cosa pensa allora della radicalità di Ellul? «Il suo pensiero non
era per nulla nichilista. Si trattava di una falsa radicalità perché aveva un
orizzonte di salvezza, una prospettiva cristiana che lasciava le porte aperte.
La prova sta nel fatto che per un momento ha creduto che la microinformatica
avrebbe potuto cambiare la situazione e orientare diversamente la tecnica, il
che contraddiceva tutto ciò che aveva detto in precedenza. Certo, qualche
anno dopo si accorse di essersi sbagliato. Ma questo dimostra che non era un
dogmatico. Era un radicale non dogmatico».

4. Serge Latouche, elluliano radicale:


contro lo sviluppo sostenibile

Economista e professore all'Università di Paris-Sud, Serge Latouche ha


letto Ellul negli anni Sessanta. «Avendo vissuto in Africa, ho conosciuto il
fallimento dei progetti di sviluppo, dighe grandi e piccole, perimetri irrigati,
trasferimenti di tecnologie di ogni sorta, trasferimento agricolo, sementi
miracolose, digestori di rifiuti, ecc. Ho provato a formulare una critica teorica
e pratica dello sviluppo, il che mi ha portato a fare quella dei suoi miti
soggiacenti, e dunque del progresso. Le tesi di Ellul mi hanno fortemente
influenzato e fatto prendere coscienza dell'autonomia del sistema tecnico,
quando invece, in quanto economista, tendevo a pensare che l'economia
governasse tutto. Il posto della tecnica nell'economia è in effetti paradossale:
è totalmente assente, dato che nella teoria economica ortodossa si caratterizza
unicamente come una combinazione di fattori (solo Schumpeter ne ha
parlato, ma solo dal punto di vista delle innovazioni); e nello stesso tempo
tutti i progetti di sviluppo sono tecnici. È stato questo iato a portarmi a
prendere coscienza della realtà della tecnica, del sistema tecnico e delle sue
leggi, che ho capito grazie a Ellul».
Siccome debito intellettuale non significa rispetto critico, Latouche non
concorda in tutto con Ellul: «Ha reso il sistema tecnico talmente autonomo da
renderlo un'istanza indipendente, alla cui logica tutto deve piegarsi. Afferma
che in ogni circostanza si sceglierà sempre la tecnica più avanzata, il che, dal
punto di vista economico è falso: bisogna che queste tecniche siano
redditizie. Ci sono molti esempi in cui la scelta che un ingegnere avrebbe
fatto obbedendo alla logica tecnica è stata rifiutata dalle aziende e da coloro
che prendono le decisioni perché irrazionale sul piano economico. Non si
possono correre rischi in economia».
Riprendendo un'espressione di Lewis Mumford, Latouche ha ideato il
proprio concetto, diventato titolo di un libro (oltretutto dedicato alla memoria
di Ellul), La Mégamachine: «Ciò che è veramente autonomo, secondo me, è
la megamacchina, termine che sta a indicare il sistema tecno-scientifico-
economico. Tecnica, scienza, economia: è un triangolo, sebbene Ellul prenda
in considerazione solo il binomio scienza-tecnica». Se la megamacchina
funziona da sola e fa degli uomini ingranaggi, essi non sono mai puri
ingranaggi e «mantengono sempre la capacità di essere un granello di sabbia,
di bloccare o far inceppare la macchina, e quindi di riprendere il controllo».
Latouche non condivide quello che chiama «il fatalismo di Ellul»: «Da
questo punto di vista si avvicina molto a Heidegger, il quale conclude che
bisogna piegarsi al destino, mentre Ellul vi si ribella. È noto che nel suo
percorso c'è un vai e vieni tra un pessimismo tremendo (secondo lui andiamo
ineluttabilmente verso un sistema totalitario spietato e praticamente
irreversibile) e quella speranza per cui la Chiesa riformata potrebbe essere
una leva per ribaltare il corso della storia e sfuggire al totalitarismo tecnico.
Questo genere di preoccupazione teologica mi è completamente estraneo, ma
sicuramente era fondamentale per lui».
L'ottimismo di Latouche poggia in parte su quella che chiama la
pedagogia della catastrofe: «Credo che le catastrofi costituiscano momenti
privilegiati di presa di coscienza. Gli Inglesi, ad esempio, hanno iniziato a
disinquinare Londra a partire dal 1955, perché in una settimana lo smog
aveva fatto 4.000 morti. Si capisce chiaramente che l'esplosione del quarto
reattore di Chernobyl, malgrado la saggia decisione dei nostri ministri di
arrestare la nube radioattiva ai nostri confini, abbia dato un impulso enorme
al movimento ecologista che era crollato dopo la quadruplicazione del prezzo
del petrolio nel 1974. Stessa cosa con la mucca pazza, che ha avuto
ripercussioni sul rifiuto degli OGM da parte dei Francesi. Ci si potrebbe
chiedere fino a quale catastrofe si dovrà giungere per avere un vero
cambiamento. Ma ho totale fiducia nella capacità del sistema di generare
catastrofi…». D'accordo con Ellul nel pensare che «tutto ciò che è possibile
tecnicamente sarà fatto», a condizione che sia redditizio, convinto che
«nessun freno morale ostacoli la tecnica (si possono fare moratorie a volontà:
la barriera crollerà sempre)», Latouche conserva la speranza che ci sia il
modo di «frenare gli aspetti deliranti». Si è impegnato con l'associazione
degli amici di François Partant, che presiede, al contempo fonte di idee e
luogo di dibattito per persone coinvolte in pratiche concrete alternative 403.
Con questa associazione, Latouche ha lanciato (in prosecuzione diretta del
proprio pensiero sviluppato a partire dal 1986 con Faut il refuser le
développement?) la critica dello «sviluppo sostenibile», esposta in due riviste
404 e durante una conferenza presso l'UNESCO (23/2/02) alla quale erano
presenti – non a caso – Ivan Illich e José Bové. «Era abbastanza logico che
Chirac, adepto delle notizie ad effetto, cadesse nella trappola dello "sviluppo
sostenibile" creando un ministero ad hoc. Lo sviluppo sostenibile sembra
essere la soluzione per avere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè
continuare a mantenere il nostro stile di vita e salvare il pianeta. È uno slogan
demagogico che tutti i partiti hanno fatto proprio, anche i Verdi, i quali
dovrebbero d'altronde porsi la questione che si poneva August Bebel, amico
di Marx e deputato al Reichstag: «Quando la borghesia applaude ai miei
discorsi alla Camera, mi chiedo quale fesseria abbia potuto dire!». Al
contrario noi proponiamo quella che ho chiamato «decrescita conviviale». Si
tratta di rimettere in causa radicalmente il nostro modo di essere.
Generalmente si pensa prima alla crescita e poi all'ecologia. Se la crescita è
del 3%, non ci sarà abbastanza denaro per proteggere l'ambiente, ma se è del
5%, ossia se si distrugge ancora di più l'ambiente, allora ce ne sarà
abbastanza per porre rimedio ai danni!». Secondo Latouche, «sviluppo
sostenibile» è un ossimoro, quella figura retorica che consiste nel
giustapporre due parole contraddittorie, come nel caso di «oscura chiarezza».
L'industriale americano che afferma: «Vogliamo che sopravvivano sia lo
strato di ozono che l'industria americana» 405, gli sembra un utopista: «Lo
sviluppo che veramente esiste è quello della guerra economica (con i propri
vincitori certo, ma soprattutto con i propri vinti), lo sfruttamento sfrenato
della natura, l'occidentalizzazione del mondo, l'uniformazione del pianeta e la
distruzione di tutte le culture differenti» 406. Se si vuole un'ulteriore prova,
basta constatare il fiasco dello sviluppo dei paesi poveri per intervento dei
paesi ricchi, che costituì la grande impresa paternalistica dei «trenta gloriosi»
(1945-1975). La «decrescita conviviale» consiste nel ridurre il prelievo di
materiali dalla biosfera (in particolare nel rimettere in causa l'agricoltura
intensiva) e ottenere da questa riduzione un aumento del benessere:
«Diminuzione dell'inquinamento, dunque miglioramento della qualità della
vita, diminuzione degli sprechi, dello stress, del consumo di psicofarmaci,
ecc.». Latouche si dice piacevolmente sorpreso che l'idea di «decrescita
conviviale» faccia presa: «Quando si inizia a capire cosa potrebbe essere,
quali misure implicherebbe, raccoglie un certo numero di adesioni». Pura
utopia? «In Germania questa idea viene già messa in pratica su piccola scala,
in seguito al lavoro del Wuppertal Institut, il brain-trust dei Verdi tedeschi.
Molti comuni cercano di trasformarsi in "comuni sostenibili" e di orientarsi
verso una "Germania sostenibile", cioè verso uno stile di vita e un'economia
che siano per la Germania realizzabili a lungo». Non si tratta di un rifiuto in
tronco dello sviluppo, ma di costituire fronti interi di decrescita. L'esperienza,
pur con i propri limiti, è interessante.

5. José Bové:
Ellul messo in pratica

Nel 1971 José Bové era a Bordeaux. Diciottenne, ammesso a un corso


propedeutico all'Ecole Normale Supérieure presso il prestigioso liceo
Montaigne, abbandona sin dal primo giorno. Preferisce l'assidua
frequentazione di gruppi anarchico-pacifisti, uno dei quali conta, tra una
trentina di partecipanti, anche Jacques Ellul, il quale partecipa regolarmente
agli incontri in cui ciascuno a turno prepara un'esposizione su un argomento
407. «Il nostro piccolo gruppo di dibattito e discussione si occupava
principalmente della riflessione intorno alla tecnica e allo Stato». Ellul poteva
non essere alla moda, ma «si percepiva una coerenza tra il suo pensiero e ciò
che era nell'aria all'epoca. Persone come Illich 408 avevano la stessa
caratteristica. O anche Fournier in La Gueule ouverte. A Bordeaux siamo
andati più in profondità perché avevamo discussioni molto inquadrate, con
uno spirito critico molto interessante, allo stesso tempo mettevamo in pratica
le idee». Quando sentì parlare Ellul, il giovane Bové si precipitò sui suoi
libri, iniziando da De la révolution aux révoltes, che prende in esame le
diverse rivoluzioni del secolo: «A partire da questa analisi, Jacques Ellul
pensa che non si possa uscire da un sistema nel quale si vive se non attraverso
l'affermarsi di rivolte e non in base a un sistema pianificato di presa di potere.
Secondo lui gli avvenimenti in grado di cambiare il mondo scaturiscono da
rivolte legate a luoghi precisi». In seguito lesse L'Illusion politique, il cui
Ellul tira le somme della breve esperienza di assessore comunale a Bordeaux
e dimostra come la politica sia in realtà alle dipendenze della tecnica. Infine
scoprì La Technique ou l'enjeu du siècle, e fu una rivelazione. La lettera
inviata all'esercito per chiedere di essere riconosciuto obiettore di coscienza,
redatta in gruppo («ci sono voluti sei mesi per scriverla!»), riprende numerosi
argomenti di Ellul sulla tecnica: «Gli avevamo chiesto il suo imprimatur, e
lui ce lo aveva accordato». Ma l'esercito non fu sensibile alla critica elluliana,
e Bové si ritrovò renitente.
Dalla frequentazione di Ellul tra il 1971 e il 1973, Bové ha conservato
l'impressione «non di un teorico disimpegnato, ma di un uomo impegnato
nell'azione». Ma non in politica. Se è diventato sindacalista, non ha «mai
perso tempo in scaramucce intestine» e se non si è presentato alle
presidenziali (nonostante molti amici avessero cercato di spingerlo), è per
motivi molto elluliani: «Per me non si tratta di impegnarmi nella conquista
del potere dello Stato. Penso che ciò non abbia senso se si vuole cambiare la
società. È per questo che ho fatto la scelta del sindacato e che non mi sono
mai impegnato in politica. Sono sempre stato dalla parte della logica del
contropotere. Alle presidenziali, anche se il 15% delle persone votano per te,
se non concretizzi non ha significato, devi allora presentarti alle legislative,
ecc. Devi per forza inserirti nelle istituzioni. Ma, e lo so profondamente per
averlo vissuto per trent'anni, non è la politica a cambiare lo Stato, ma lo Stato
che cambia la politica. I vent'anni di sinistra sono estremamente rivelatori del
modo in cui il discorso politico è stato assorbito dallo Stato e non il contrario.
Ci si ritrova in una logica di imitazione servilistica, con un'incapacità di
modificare il funzionamento stesso dello Stato che ha portato a ciò».
Ma la sfiducia di Ellul verso lo Stato non è esagerata? Egli, che vedeva
nell'alleanza Stato-Tecnica il rischio maggiore, aveva predetto che questa
sarebbe sfociata in un'organizzazione alla sovietica: «Non è il papa, non è
infallibile! La sua riflessione è nata in un dato momento storico. Ciò non
toglie che viviamo nello Stato più centralizzatore di modello occidentale, e
che le scelte come quella del nucleare diventino irreversibili, anche con un
cambio di governo. Oggi, il rischio maggiore non è la pianificazione (che è
una risposta del XIX secolo), ma l'automatizzazione dell'economia, ed è per
questo che la lotta contro la globalizzazione è fondamentale. Stato e
economia si sono sviluppati in parallelo, avendo bisogno uno dell'altro per
evolversi, come Ellul dimostra bene in un ottimo testo del 1984 pubblicato ne
L'Encyclopédie philosophique edita da PUF. Ma oggi l'economia non ha più
bisogno dello Stato per svilupparsi. Tende a formare un sistema
completamente indipendente, il che provoca la crisi del politico: non sa più
cosa fare. La frase in cui Jospin affermava di non avere alcun potere sulla
Michelin era di un'onestà totale! Questa automatizzazione dell'economia, che
è una sfera della tecnica, si manifesta oggi attraverso i sistemi e i flussi
economici, le multinazionali, ecc. Come fare per rimettere l'economia al
servizio dell'uomo, come localizzarla nuovamente, trasformarla, quali forme
di regolamentazione immaginare? Queste sono le domande poste in modo
pedagogico da Attac sulla tassa Tobin, la circolazione dei flussi finanziari,
oltre a quella sulla nozione di sviluppo – e non è casuale che ci si sia ritrovati
su questo tema con Serge Latouche e Ivan Illich».
Bové si prende dunque qualche libertà col modello di «sistema tecnico»
proposto da Ellul aggiungendovi la sfera economica. Per il resto, gli apporti
di Ellul gli paiono immutati: «La sua riflessione sul modo in cui le tecniche
penetrano da ogni lato la nostra esistenza quotidiana e il sistema tecnico sta
organizzando la vita dell'individuo e della collettività rimane fondamentale.
Secondo me, Ellul è per il XX secolo quello che Marx è stato per il XIX: ha
mostrato come la tecnica sia diventata il punto centrale, come Marx aveva
inaugurato la presa di coscienza del capitalismo nascente e delle sue
conseguenze. Ma con una differenza che mi sembra fondamentale: l'analisi di
Ellul implica un altro modo di agire. Non è più la presa di potere la soluzione.
Questo genera angoscia per molti lettori, che giungono alla conclusione che
non ci sia nulla da fare. Ma ciò rimanda ciascuno alla propria responsabilità,
che consiste nel chiedersi: come agire in tale situazione? Alcuni vogliono
rimanere duri e puri e rifiutano ogni compromesso con coloro che non la
pensano esattamente come loro: è la deriva situazionista, in cui si continua a
spaccare il capello in quattro [Bové si riferisce qui indubbiamente al gruppo
de L'Encyclopédie des Nuisances così come a René Riesel, che ha militato a
lungo al suo fianco all'interno della Confédération Paysanne. Si veda oltre].
Si può anche tentare di costruire qualcosa con le persone così come sono, là
dove si trovano, anche con delle contraddizioni, senza essere completamente
ingannati dalle contraddizioni, né dalle persone con cui si agisce. È in questo
senso che la visione di Ellul è molto legata a una concezione religiosa della
salvezza. Non è facile trasporre tutto ciò in una pratica laica».
A sorpresa, Bové non ha letto solo tutti i libri sociologici di Ellul, ma
anche quelli teologici, nei quali deve aver trovato argomentazioni
sostanziose: «In Sans feu ni lieu, per esempio, Ellul avanza una critica
fondamentale alla città che origina da Caino e Abele. Uno è pastore, l'altro
coltivatore. Uno è nomade, l'altro stanziale. È lo stanziale a uccidere
l'allevatore, e per proteggersi da Dio va in città e vi si rinchiude. La città
diventa il luogo della libertà senza Dio. A partire da questo punto, Ellul
ricostruisce la riflessione sulla creazione della città dopo tre o quattromila
anni. Essa incarna una certa forma di libertà rispetto all'ambiente rurale,
luogo di controllo sociale attraverso la famiglia e il vicinato. A mio avviso si
tratta di un'importante spiegazione dell'esodo rurale degli anni Sessanta: si
lascia la casa paterna, si va in città per fare lavori di merda e mangiare, come
diceva Ferrai, pollo pieno di ormoni. È allo stesso tempo una tendenza a
sottrarsi all'influenza della cultura tradizionale e un'acquisizione della libertà
urbana. Oggi però la questione è capovolta: la città scoppia e i cittadini hanno
voglia di natura. La campagna non è più vista come luogo di controllo sociale
– lo si è dimenticato – ma un luogo di libertà individuale. Questo riporta oggi
al conflitto tra rurale e urbano, tra persone che non hanno più la stessa storia.
Tutti i conflitti attuali (caccia, ambiente) permettono una riflessione su questa
analisi…».
Quali sono i cinque libri che porterebbe con sé su un'isola deserta?
Quando la domanda gli fu posta da Denis Pingaud 409, Bové citò La
Technique ou l'enjeu du siècle di Ellul (gli altri quattro sono: Voyage au bout
de la nuit di Celine, La Désobéissance civile di Henry David Thoureau,
l'autobiografia di Gandhi e «un libro di Giono»), Secondo lui, La Technique è
«più forte ancora» di Le Systèrne technicien. Ha amato anche Anarchie et
christianisme («estremamente forte e privo di compiacimento), e Trahison de
l'Occident, in cui Ellul se la prende con la sinistra e alcune delle loro
battaglie, come quella sull'aborto. «È il genere di libro che stride un po'. Ma
fa anche riflettere. La questione dell'aborto: è un dibattito che si può
affrontare oggi, ma che per dieci anni è stato inavvicinabile. Ellul ne parlava
nel periodo in cui il Mlac lottava per ottenerne la legalizzazione: ciò che
diceva era allora completamente inaudito. Ad esempio il fatto che l'aborto sia
una scelta tecnica. O che l'ingresso della chimica nella contraccezione ponga
il problema della dipendenza dalla tecnica nella costituzione della libertà
individuale. Argomenti che mi sembrano interessanti da discutere. Tentare di
portare avanti una costante riflessione su ogni scelta quotidiana, che si tratti
di alimentazione, della nascita o della morte. Con la mia prima compagna – e
madre dei miei figli -, abbiamo partecipato alla creazione a Millau di una rete
per il parto in casa con medici e levatrici. Perché la medicina, cioè la tecnica,
trasforma in scelta il modo di nascere o morire. Queste sono discussioni che
affrontiamo all'interno dei nostri gruppi e che sono strettamente connesse alle
analisi di Ellul. È innanzitutto su se stessi che bisogna fare la rivoluzione.
Non c'è legittimità, non si può fare un discorso sull'esterno se non si agisce
prima sul proprio quotidiano. Almeno se non si smontano tutte le azioni per
riappropriarsene. Se non lo si può fare, almeno si sa perché non lo si fa! E si è
consapevoli delle proprie contraddizioni. In questo senso, tutto ciò mi ha
molto aiutato a riflettere, compreso per ciò che è avvenuto a riguardo della
globalizzazione».
In effetti, ecco chi ci porta dritti al famoso smontaggio di McDonald's:
«Dal 1986, data in cui l'agricoltura è entrata nel GATT, abbiamo iniziato a
combattere, a manifestare. Ma non si facevano molti passi avanti perché
mancava la coscienza del fatto che gli organismi internazionali stanno
rimodellando l'insieme delle attività umane sul pianeta. È stato lo smontaggio
di McDonald's a far balzare agli occhi di tutti il fenomeno. Per portare a
questa azione abbiamo dovuto far riflettere su quanto tutto ciò ci riguardi da
vicino. Da un lato, l'OMC, organismo internazionale, accusa l'Europa perché
si rifiuta di usare alcuni ormoni, e vuole imporli in nome del mercato;
dall'altro lato, sempre l'OMC sovrattassa il roquefort, il prodotto a
denominazione controllata più antico di Francia. In poche parole, è
l'istituzione multilaterale che entra nel piatto di ognuno! Tutto ciò causa la
presa di coscienza di una nuova alienazione. Questa analisi mi era sembrata
molto forte da parte di Ellul già trentanni fa: nel sistema capitalistico
all'antica l'alienazione salta agli occhi. Gli operai che oggi fabbricano Nike in
Indonesia la vivono tutti i giorni. Ma nella nostra società tecnica avanzata,
l'alienazione ha mutato forma e per rendersene conto bisogna
intellettualizzarla. Se lo scandalo del cibo spazzatura ha colto nel segno
(eppure questa espressione è stata usata una sola volta dinanzi a McDonald's)
è perché la gente ha preso coscienza di questa forma di alienazione, ognuno
ha potuto riconoscervisi. È stato l'avvio di una reazione a catena di prese di
coscienza». Non c'erano dubbi che lo smontaggio di McDonald's fosse
un'azione elluliana!
Inesauribile su Ellul, Bové cita il modo in cui i suoi libri circolavano
clandestinamente tra i militanti di Solidarnosc in Polonia prima del 1981; i
Palestinesi elluliani che aveva incontrato in Libano; il sottocomandante
Marcos presso il quale ritrova «principi elluliani» e che quasi certamente
aveva letto i suoi libri; il fatto che Ellul sia stato vicino ai situazionisti fino al
1965, e che Debord non ha mai scritto una riga contro di lui («è il solo a non
averlo fatto a pezzi: il rispetto reciproco tra i due è stato mantenuto fino alla
fine»); i suoi disaccordi con lui su Israele («mischiava Israele e il popolo
ebraico, il che è quanto meno una bella scorciatoia!») o la questione kanak
(«era radicalmente sfiducioso verso le lotte di liberazione, che fossero quelle
del Sud Africa, della Nuova Caledonia o dei Palestinesi: per lui, tutte finivano
nello stesso modo, e cioè con la costituzione di uno Stato ancora più
potente»); il libro sulla delinquenza che Ellul ha scritto con Charrier («un
bellissimo libro»); le letture di autori «molto impegnati», come Jean-Claude
Guillebaud; l'opera di Bernard Charbonneau, l'alter-ego di Ellul («a mio
avviso, bisognerebbe leggere i libri di Charbonneau in parallelo con quelli di
Ellul: è lo stesso pensiero, ma complementare. Non quello di due persone, ma
un unico pensiero globale condotto da due individui. C'era una vera
complicità tra loro: li ho visti lavorare insieme quando la Datar voleva
pianificare la costa di Aquitania. Era una significativa esperienza di
contestazione dello Stato. Quando i due conducevano una lotta locale come
quella, c'era una dimensione estremamente sovversiva, non necessariamente
evidente – non ne avevano l'aria – ma efficace: hanno fatto saltare tutto il
sistema!»); l'attaccamento di Ellul alle comunità a misura d'uomo, le sole,
secondo lui, che permetterebbero una reale democrazia diretta («se si resta
bloccati sulla visione quasi rurale, non c'è via di uscita. Credo che a partire da
questa analisi di fondo, sempre mantenendo un senso critico, bisogna dar
prova di un certo pragmatismo: anche se lo si può trovare limitata,
l'esperienza di gestione partecipativa sperimentata a Porto Alegre va in
questo senso: come ricostruire la città e la decisione a partire dal quartiere»),
ecc.
La più radicale critica contro la tecnica mossa da Bové e dai suoi amici
della Confédération Paysanne è consistita nello sradicare piante transgeniche,
prima ad Agen e poi al cirad di Montpellier (in questo caso si trattava di
piante di riso insetticida sperimentali), il che è costato loro diverse condanne
detentive: «La nostra azione si iscrive nella decostruzione del mito del
progresso: in materia di OGM non si tratta semplicemente di rimettere in
causa il recupero del progresso attraverso il mercato, ma di dimostrare che
non c'è più differenza tra ricerca pubblica e ricerca privata. Entrambe
seguono la stessa logica. Questa storia mi è valsa, oltre a una condanna a
quattordici mesi di carcere, attacchi violenti da parte della stampa, che mi ha
accusato di oscurantismo. I sostenitori dell'ordine come l'Accademia di
scienze hanno addirittura pubblicato una lista di cinquanta scienziati, tra i
quali alcuni premi Nobel, per condannare la nostra azione contro il CIRAD.
Tuttavia in questo modo abbiamo provocato un vero dibattito interno tra i
ricercatori, in particolare tra quelli di biologia molecolare. Chi prende la
decisioni, qual è la vera finalità della ricerca, come si valuta la necessità o
meno di un'avanzata tecnica in relazione all'individuo, alla collettività, allo
Stato, al tipo di società che una tecnica impone, ecc.: questo tipo di
riflessione è estremamente nuovo! Molti ricercatori e sindacati di scienziati
affermano che senza quelle azioni di sradicamento non sarebbero mai stati
interpellati. E i ricercatori del nucleare lo confermano: se negli anni Sessanta
e Settanta lo stesso tipo di azione avesse avuto luogo nel loro campo, oggi
non ci troveremmo al punto in cui siamo!».

6. Patrick Chastenet:
l'elluliano di riferimento
Patrick Chastenet insegna oggi Scienze Politiche presso l'Università di
Poitiers. Studioso di Ellul, ha scritto un libro introduttivo al suo pensiero 410,
pubblicato un libro di conversazioni con lui 411, e redatto l'opera collettanea
ricavata dalla conferenza su Ellul. Attualmente dirige l'associazione degli
Amici di Jacques Ellul, nata nel 2000, cura il sito Internet dedicatogli,
collabora con la rivista americana «Ellul forum» e nel corso del 2003
dovrebbe lanciare una rivista annuale, «Les Cahiers Jacques Ellul». Inutile
dire che è preparatissimo sull'argomento!
«L'ho conosciuto quando era professore presso la facoltà di Scienze
Politiche (Bordeaux) dove teneva quattro corsi, uno sulla società tecnica, uno
sugli eredi di Marx, uno sulla filosofia di Marx e uno sulla propaganda.
All'epoca, l'aula si riempiva non solo di studenti francesi, ma anche
americani, circa una quarantina, che arrivavano delle università della
California e del Colorado, e che chiamavamo "zaini" – perché era il loro
segno distintivo. Nel 1978 sono diventato suo assistente e davo lezioni
private sui suoi corsi. Avevo due responsabilità: rispiegare i corsi di Ellul agli
studenti americani ed esaminare gli studenti francesi all'orale». Allora di
sensibilità mao-spontaneista, Chastenet aveva iniziato a studiare il pensiero di
Ellul, e passo dopo passo, anche attraverso un articolo proposto e accettato da
«Le Monde-Dimanche» nel 1981, vi si avvicina tanto da diventarne lo
specialista di riferimento.
Ellul non è stato riconosciuto in vita? Chastenet ricorda le ragioni per le
quali il suo pensiero non ha mai prosperato: «Dato che criticava il progresso
tecnico, veniva classificato intellettuale di destra: per definizione, secondo i
dogmi dell'epoca, chi criticava l'ideologia progressista era necessariamente di
destra!». Inoltre non sosteneva le lotte della sinistra benpensante, in
particolare sulla guerra d'Algeria o sul Sud Africa: «Le sue posizioni, per
acutezza o per la volontà di spingere la critica fino all'estremo, facevano sì
che si trovasse assimilato al campo avversario». Adottare un punto di vista
critico nei confronti dei porteur de valise o del fln, non era ben visto. Nel
maggio del '68 appoggiò il movimento studentesco, ma a modo proprio: «Era
al fianco degli studenti e contro i colleghi conservatori, pur essendo critico
nei confronti del loro movimento. Nessuna demagogia: non avrebbe
incoraggiato i propri studenti a gridare "Ho-Ho Ho Chi Minh!" e non andava
in estasi davanti al pensiero Vietcong o a quello di Trotsky… Insegnava il
pensiero di Lenin e quello di Trotsky in quanto successori di Marx, così come
quello di Bernstein, Kautsky, Rosa Luxemburg, con perfetta onestà
intellettuale. Il suo pensiero è politicamente irrecuperabile». Non nascondeva
il proprio sistema di valori: «Che ci si definisca marxista o neomarxista, va
bene. Ma cristiano decisamente no: fare una critica della società tecnica e non
nascondere che si è cristiani, è sospetto, soprattutto per l'epoca! Gli si faceva
quindi questo errato processo: Ellul è pessimista e non ha speranza in questo
mondo perché, in quanto cristiano, ripone tutte le proprie speranze nell'aldilà.
Ma a giudicare dal numero delle battaglie, sembra invece impegnato in
questo mondo terreno. Se questa critica fosse stata fondata, perché tra il 1980
e il 1981 si sarebbe entusiasmato per la microinformatica, in grado, secondo
lui, di trasformare in realtà le utopiche teorie autogestionali?». Inoltre,
peccato imperdonabile, viveva in provincia: "Non si poteva immaginare un
Sartre a Pessac o un Marcuse a Talence!"».
Ancora oggi, quando si tratta di tecnica, gli intellettuali francesi fanno
riferimento al pensiero di Heidegger, piuttosto che a quello di Ellul: «Per
essere credibili in questo campo, bisogna, possibilmente, non essere
comprensibili dai comuni mortali. Ellul ha un difetto enorme: è
comprensibile! Il che lo espone all'indifferenza e al sarcasmo. Tutti coloro
che si occupano di tecnica ve lo confermeranno: si imparano mille volte più
cose sulla tecnica con Ellul che con Heidegger». Il loro approccio è
estremamente diverso: «Ellul non è un filosofo. È innanzitutto uno storico e
un sociologo. Si rischia il controsenso trattandolo come Heidegger. Non ha
mai avuto, una volta per tutte, una lettura della tecnica alla Heidegger, in cui
si vedrebbe confermata nel reale empirico la vera essenza della tecnica.
Alcuni testi di Ellul, come l'articolo Le Fascisme fils du libéralisme del 1937,
affermano esplicitamente che la tecnica può essere uno strumento di
asservimento come può diventare strumento di liberazione. Nel 1981, con
Changer de révolution, pensava che l'informatica decentralizzata potesse
trasformarsi nella megamacchina, e aderiva al consiliarismo autogestionario.
Ciò prova che il suo pensiero è in movimento, ha come oggetto la tecnica qui
e ora».
Ellul ha sofferto per il fatto di essere rimasto relativamente poco
conosciuto? «Non sono sicuro che abbia cercato la fama. Nonostante verso la
fine della propria vita dimostrasse un po' di risentimento, non credo che abbia
voluto interpretare il ruolo di un Sarte bis su scala nazionale. Se fosse stato
questo il caso, avrebbe dovuto innanzitutto trasferirsi a Parigi. Avrebbe
potuto farlo facilmente. Ma per lui, come per il suo amico Charbonneau, la
vera vita era là, nel Sud-Ovest». Ciò non toglie che sognasse un altro destino
per le proprie idee: «Avrebbe voluto che dieci anni dopo la propria morte ci
si rendesse conto che aveva ragione – me lo aveva detto. Ma le sue idee, oltre
a non essere riconosciute, venivano saccheggiate. Le Contrat naturel di
Michel Serres e La Médiologie di Régis Debray gli devono molto…». Pur
essendo certo che Ellul e Charbonneau abbiano influenzato l'ambiente
ecologista, Chastenet ritiene che sia «molto difficile valutare il peso di un
pensiero». Solo alcuni indicatori permettono di farlo. Tra questi, il sito
Internet e le e-mail che esso riceve: «Ci sono persone di 20 anni che scoprono
Ellul». L'esistenza di associazioni: quella che lui stesso presiede;
l'associazione americana, con la quale la sua è gemellata; un'altra
associazione americana, la Jacques Ellul Society, guidata da un elluliano
solitario col quale non ha alcun contatto; l'associazione Ellul-Charbonneau-
Aquitaine. L'uscita di un nuovo volume (2001) di minuzioso lavoro
biografico condotto da Joyce Hanks (recensisce tutto ciò che viene pubblicato
su Ellul in tutto il mondo!). I personaggi pubblici che si richiamano al
pensiero di Ellul. Con Noél Mamère, ex candidato dei Verdi alle
presidenziali, Chastenet non è tenero: «Fa morire dal ridere il fatto che si
richiami a Ellul! Il suo percorso politico è la totale negazione dell'analisi
politica di Ellul, esempio di accomodamenti ed espedienti. Grazie a lui, per
un momento, si è potuto dire che Ellul votava per Bernard Tapie! Mentre il
solo politico che in realtà gli sia piaciuto era Pierre Mendès France».
Sebbene creda nella sincerità delle convinzioni elluliane di José Bové,
Chastenet si dimostra assai critico nei suoi confronti: «José Bové si rifà
legittimamente alle tesi elluliane, ma con un paio di eccezioni. Primo, Ellul
ha sempre promosso non solo la non violenza, ma anche il rifiuto della forza,
ancora più difficile, e rinvia a convinzioni spirituali profonde. Non solo i
metodi impiegati dalla Confédération Paysanne sono generalmente piuttosto
distanti dall'azione non violenta, ma Bové si inserisce pienamente nella logica
del rapporto di forza politica, ossia in una strategia in cui l'inganno è potere».
Chastenet aggiunge che Bové gioca fino in fondo la carta mediatica, mentre
Ellul critica strenuamente l'informazione/propaganda.
Chastenet ha potuto rendersi conto molto presto, nel 1981, dell'influenza
di Ellul negli Stati Uniti, in occasione di un viaggio: «All'università di
Veracruz e in altre università californiane, alcuni corsi erano interamente
dedicati al pensiero di Ellul. Per quanto ne so, Baudrillard, Foucault, Michel
Serres non hanno avuto questo privilegio!». Pur riconoscendo che questi corsi
oggi non esistono più, che l'editore abituale di Ellul si è rifiutato di tradurre il
suo libro di conversazioni con Ellul (pubblicato poi da un editore
universitario), e che oggi i libri di Ellul non rientrano più nel programma di
numerosi dipartimenti di scienze sociali e umanistiche come invece è stato
per lungo tempo, Chastenet vede nell'esistenza di «Ellul forum», alla quale
partecipa, il segno di una permanenza: «Creata nel 1988, esiste ancora oggi,
ed esce due volte all'anno senza aver subito interruzioni, nonostante i
cambiamenti di squadra, costituita da un gruppo di universitari disseminati
per tutti gli Stati Uniti, una vera rete, che continua a organizzare seminari e
ad animare la rivista. Avremo presto anche noi la nostra rivista, "Les Cahiers
Jacques Ellul"».
Quanto al resto del mondo: «Numerosi libri sono stati tradotti in una
decina di lingue. Non sono sicuro che tutti gli intellettuali francesi abbiano
avuto così rapidamente un tale successo. Si sa che Ellul è stato molto letto in
Polonia sin dal tempo di Solidarnosc. Che gran parte della sua opera è
tradotta in Giappone. Che un messicano sta preparando un numero speciale di
una rivista su Ellul. Ma la diffusione del suo pensiero sta diventando più
discreta».
Difficile pronunciarsi sul futuro di Ellul: «Per tutto un gruppo di
pensatori, le griglie di Ellul sembrano pertinenti. Il suo pensiero si eclisserà
come quello di Illich, che sulla scena editoriale francese non è più il
riferimento che era vent'anni or sono? Ellul conoscerà la stessa sorte? O
resisterà?».
Secondo Chastenet, l'analisi elluliana della propaganda resta di scottante
attualità, e se di Ellul deve rimanere qualcosa, è bene che sia questa: «La sua
critica dell'opposizione spaccata tra informazione e propaganda mi sembra
sempre pertinente. Considerare che l'informazione sia riservata alle élite e che
la propaganda vada bene per le masse incolte… La differenza tra le due non è
così grande come si vorrebbe credere. Ellul sconvolge dimostrando che più si
è informati più si è suscettibili alla manipolazione. È paradossale: noi
cittadini democratici pensiamo che più si è informati più si può criticare
l'informazione. Ma che cosa è successo durante la guerra del Golfo e in
occasione della risposta americana all'11 settembre? Una informazione
controllata su tre fronti: dagli eserciti, dai governi, dai grandi gruppi di
informazione pubblici o privati. Crederci cittadini informati, coscienti, critici,
pensare di non poter essere ingannati e che la propaganda sia un trucco degli
anni Cinquanta, significa dare prova di estrema ingenuità. Ben prima dell'11
settembre eravamo, e saremo ancora a lungo, in una situazione di guerra
generalizzata. In una condizione in cui in nome di una guerra contro il
nemico domestico o straniero l'informazione è manipolata, Ellul ci ricorda
che l'intellettuale non è l'uomo fuori dal comune che può sfuggire
miracolosamente a questa manipolazione. In un certo senso, questo può
spiegare la ragione per cui abbiamo conosciuto una generazione di
intellettuali critici che si sono lasciati trascinare da miti e operazioni
totalitarie, da Stalin a Mao.
Eppure erano ben lungi dall'essere gli intellettuali più deplorabili
dell'epoca. Perché allora questo improvviso accecamento? «Perché sono stati
vittima della propaganda». Per concludere: «Gli avvenimenti dell'11
settembre potrebbero facilmente portare gli intellettuali a compiere una
profonda riflessione su cosa siano le società basate sulla potenza tecnica.
Ipertecnicizzate, divengono di colpo estremamente vulnerabili. Forse ci si
renderà conto dell'ambivalenza di questo tipo di società e si capirà che il
pensiero di Ellul può servire a interpretarla».

7. L'Encyclopédie des Nuisances:


una critica radicale della tecnica

Si tratta indubbiamente oggi dei veri eredi di Ellul. Non nel senso notarile
del termine: non si richiamano esplicitamente a lui. Ma sono loro, oggi, a
proseguire una riflessione critica veramente stimolante sulla tecnica. Al
contempo liberale, radicale e profonda. L'Encyclopédie des Nuisance è nata
nel 1984, con 15 numeri in otto anni prima di dare vita a una casa editrice
ancora oggi discreta e attiva. Riuniti in «società di pensiero», come si sarebbe
detto nel XVIII secolo, gli «enciclopedisti» hanno, sin dagli inizi, dichiarato
il proprio progetto: dirottare il notevole precedente di Diderot per esporre,
sotto forma di «dizionario della irragionevolezza nelle arti, le scienze e i
mestieri», «come ciascuna delle specializzazioni professionali che
compongono l'attività sociale apporti il proprio contributo al degrado
generale delle condizioni dell'esistenza».
In relazione a Ellul risaltano tre differenze. Innanzitutto, affermano, il
destino del mondo contemporaneo è nello sviluppo tecnologico. Questo
aspetto ineluttabile «riduce ogni velleità di contestazione del
condizionamento tecnologico a una contestazione di forma» 412. Il loro
pensiero rischierebbe quindi di causare una sorta di rassegnazione. La critica
seguente si basa sui lavori di Theodore Kaczynski (si veda oltre), il quale
oppone due tipi di tecniche: da un lato quelle di cui una comunità ristretta e
autonoma, che riuscisse a gestire l'insieme delle proprie condizioni di vita,
potrebbe riappropriarsi; dall'altro, quelle che «implicano l'esistenza di
strutture sociali organizzate su grande scala» 413. Gli enciclopedisti riservano
per queste ultime l'appellativo di «tecnologia». Ellul, affermano, ha il torto di
non fare questa distinzione e di chiamare tutto «sistema tecnico»: in questo
modo, sbarazzarsi di quest'ultimo diventa un'impresa impossibile.
Constatazione che ci porta alla terza critica. Nelle ultime pagine di Le
Bluff technologique, Ellul afferma che il sistema tecnico, come ogni sistema,
«non smette di crescere, e che non c'è stato fino a ora esempio di crescita che
non abbia raggiunto un punto di squilibrio e rottura». Profetizza «un enorme
disordine mondiale che si tradurrà in contraddizioni e smarrimenti». L'idea di
una «buona catastrofe» che riveli alla gente la realtà del mondo nel quale vive
(alla fine, ci si ritroverà senza mediazione tecnologica di fronte alle necessità
materiali, vi sarà un recupero del contatto diretto con la natura), e che si
riscontra spesso nell'immaginario contemporaneo, anche presso Orwell, pare
loro errata: innanzitutto perché, secondo loro, il crollo è già iniziato, a partire
da Hiroshima, senza che vi sia traccia di una presa di coscienza. Inoltre ogni
catastrofe aumenta la schiavitù nei confronti del sistema: «L'abitudine alle
condizioni catastrofiche è un processo iniziato da molto, e permette sullo
slancio, quando un limite è infranto nella rovina, di abituarvisi (lo si è visto
con Chernobyl, cioè non si è visto niente)» 414.
Fatte queste critiche, gli enciclopedisti riconoscono «l'importanza
oggettiva» del contributo di Ellul, che hanno saputo far proprio, cosa che può
sorprendere: la sua fede dichiarata gli ha spesso nuociuto presso coloro per i
quali la critica dell'alienazione inizia dalla critica della religione. Sforzandosi
di pensare contro la propria ascendenza per costruire la propria critica della
tecnica, hanno saputo liberarsi dalle ambiguità del marxismo rivoluzionario
(la tecnica vista da Marx al contempo come mezzo di asservimento del
proletariato e come strumento vantaggioso una volta messo al servizio del
proletariato), e anche di quelle del situazionismo (oscillando tra la tentazione
ultramodernista di utilizzare tutti i mezzi tecnici e l'orrore dello sviluppo
tecnico). Indubbiamente avrebbero dovuto riconoscersi responsabili di una
certa cecità durante gli anni seguenti il '68 e ammettere l'apporto di persone
molto diverse che avevano apparentemente posizioni meno radicali, ma che
mettevano l'accento su cose veramente importanti. Ad esempio Fournier e le
sue cronache in La Gueule ouverte. O Lewis Mumford, il cui apparente
ritegno anglosassone nasconde un pensiero tagliente, in particolare in Le
Mythe de la machine. Simone Weil, Theodor Adorno, George Orwell (del
quale hanno pubblicato quattro volumi di saggi, articoli e lettere), ecc.
Anche autori sconosciuti o trascurati la cui opera è stata giudicata
abbastanza significativa da essere pubblicata: l'inglese William Morris (1834-
1896) del quale hanno tradotto L'Age de l'ersatz, fino ad allora inedito in
francese. Bernard Charbonneau, amico di Ellul, di cui hanno ripubblicato una
delle opere maggiori introvabile per molto tempo, Le Jardin de Babylone
(1969). Theodore Kaczynski, conosciuto come «Una bomber»: arrestato il 3
aprile 1996, ex ricercatore a Berkeley, in diciassette anni aveva ucciso tre
persone e ferite una ventina con pacchi bomba. Il suo manifesto, La Société
industrielle et son avenir, che il «New York Times» aveva pubblicato in
cambio della sua rinuncia al terrorismo (che aveva permesso di scovarlo) va,
secondo gli enciclopedisti, «dritto all'essenziale toccando il punto centrale
dell'intero sistema dell'alienazione: eliminazione di ogni libertà individuale
nella dipendenza di ogni rapporto da una macchina tecnica divenuta necessità
vitale» 415. Considerando che le bombe di Kaczynski hanno messo in
secondo piano il contenuto e l'esistenza stessa del suo testo, gli enciclopedisti
hanno deciso di inserirlo nel proprio catalogo. È da sottolineare il fatto che
Kaczynski citi tra i propri ispiratori Ellul, il quale, essendo sempre stato
«contro i violenti» (è il titolo di una delle sue opere), avrebbe chiaramente
condannato i suoi atti, ma sicuramente non le sue idee.
Un altro autore pubblicato dagli enciclopedisti è il tedesco Günter
Anders, con L'Obsolence de l'homme, un testo del 1956 inedito in francese.
Di Anders hanno ripreso «l'idea semplice» ma convincente che con gli
esperimenti atomici è l'intero pianeta oggi a essere diventato un laboratorio:
nei «Remarques sur l'agriculture génétiquement modifiée e la dégradation des
espèces», dimostrano che l'idea è perfettamente applicabile agli OGM.
In quasi vent'anni, gli enciclopedisti hanno prodotto loro stessi numerosi
testi critici, avendo come bersaglio in particolare: i danni urbani (la
distruzione di Belleville), le catastrofi assolutamente non naturali (la
sindrome dell'olio tossico in Spagna), il dispotismo della velocità (contro il
TGV), la Très Grande Bibliothèque Nationale de France e l'agricoltura
transgenica. Su quest'ultimo tema, hanno pubblicato due opuscoli di René
Riesel, ex «arrabbiato» di Nanterre (è stato lui stesso a lanciare l'espressione),
oggi allevatore di pecore nel Lozère, che per otto anni militò a fianco di José
Bové nella Confédération Paysanne (della quale ha poi sbattuto
violentemente la porta): comparve inoltre con lui in giudizio, il 5 giugno
1999, per aver distrutto le piante di riso transgenico insetticida sperimentali
del CIRAD a Montpellier, azione che spiega con vigore in uno dei suoi libri e
che gli è valsa la condanna, il 19 novembre 2002, a quattordici mesi di
reclusione, come per Bové.
A differenza di Ellul, che ha soffocato i propri slanci polemici, gli
enciclopedisti adottano volentieri un tono perentorio e hanno il gusto
dell'invettiva (ereditato dai situazionisti), che può irritare, ma dipende più da
una volontà di non entrare nel gioco ovattato della pseudocritica che correda
di commenti la «marcia catastrofica del mondo» che dalla posa
postgauchiste. Sotto questo aspetto – urgenza, collera, forza di convinzione –
hanno molto in comune con Ellul. Ma anche in altri aspetti: totale sfiducia
nello Stato (da cui il sarcasmo nei confronti di Attac e della Confédération
Paysanne, in cui vedono uno sforzo disperato per rifondare uno Stato
«veramente civile»); condanna del razionalismo tecnologico in nome della
ragione stessa; condanna della società individualista di massa; speranza nella
futura genesi di comunità «libere in quanto piccole»; desiderio di rivoluzione.
Conclusione

«SENZA ARMI NÉ ARMATURA»

Jacques Ellul, fatalista? Insostenibile la sua visione dell'uomo alienato se


non addirittura asservito a un sistema tecnico autonomo? Facciamo giustizia
di questa accusa, la principale rivoltagli. Se Ellul insiste tanto sulla perdita
della libertà è perché, conformato al pensiero di Marx, è convinto che
«l'uomo inizi la propria rivolta quando prende coscienza di non avere più i
mezzi per lottare» 416. È quando si riconosce di non essere liberi che si
rivendica la propria libertà. Quando finalmente si vedono le catene che si
tenta di liberarsi. Solo il pessimista è attivo in tutta la propria lucidità.
«È corretto affermare che i miei libri richiamano a una presa di coscienza
individuale e che non avrebbero rilievo se questa non sfociasse in azioni
collettive» 417, afferma. Ma per rispetto della libertà individuale, non vuole
«sostituirsi al singolo nelle decisioni». Conscio che ogni programma basato
sulla propria analisi non possa essere altro che utopia, afferma di «opporsi
con forza» a ogni utopia: «Si ha un buon piano, che però è utopico, e si resta
là, perché non c'è alcuna azione concreta, alcun piano che si avvii alla
realizzazione. L'utopia è la morte dell'uomo».
Nessuna utopia, quindi nessun grande programma rivoluzionario (né
qualsiasi cosa possa avvicinarsi al diffuso ottimismo pubblicitario). Ma uno
strumento intellettuale: la tesi dell'autonomia, sulla quale si articolano le venti
idee forti qui presentate. Essa permette di spiegare ciò che sta succedendo
sotto i nostri occhi. Costituisce la base a partire dalla quale pensare e capire il
mondo. La si può sicuramente criticare, dubitarne. Ma bisogna averla sempre
presente. Chiedersi sempre se il sistema tecnico sia quella istanza autonoma
che tenta continuamente di asservirci. Cambiare il modo di guardare alle
cose. Operare un capovolgimento di valori. Il progresso è buono? No: ci è
sfuggito di mano. E ci minaccia. Non solo sta devastando la biosfera (e per la
prima volta nella storia dell'uomo, è più importante proteggere il mondo che
trasformarlo), ma inscrive l'ingiustizia nel cuore del mondo: tutti sanno che il
resto dell'umanità non potrà mai beneficiare dell'abbondanza che fornisce a
noi Occidentali.
Ricordiamo qui, a coloro che provano orrore per questa sfiducia nel
«progresso» e che si ostinano a considerare Ellul un pericoloso oscurantista,
che in nessuna occasione egli attacca la conoscenza. Al contrario considera la
ragione «la più elevata e la più fragile delle conquiste umane» 418, senza la
quale non esiste libertà, in quanto ha permesso all'Occidente di uscire dal
mito e dalla superstizione. Ed è la ragione a chiederci una critica della
tecnica.
Il pensiero magico odierno consiste nel credere beatamente nelle virtù del
progresso delle scienze e delle tecniche. Pensare che la tecnoscienza prenda il
posto delle fallite ideologie politiche e ci conduca verso un futuro radioso è
oggi puramente e semplicemente irrazionale. Bisogna dubitare delle cifre
(che non prendono mai in considerazione i reali costi della crescita). Dubitare
delle argomentazioni delle autorità, degli esperti e delle promesse. Non
credere nemmeno per un istante ai grandi discorsi «modernisti» dei
«megacapi», le cui aziende mastodontiche non smettono di divorarsi a
vicenda (fusioni-acquisizioni!) per meglio generare massificazione che non fa
altro che impoverire la diversità. Esercitare il proprio spirito critico e la
propria ragione nei confronti del bluff tecnologico, della montatura
generalizzata, del discorso pubblicitario e commerciale. Ecco la prima
lezione di Ellul.
Seconda lezione: non credere ai riformisti che propagandano l'idea di un
progresso sotto controllo. Perché non si risolverà nulla accontentandosi di
ridurre l'inquinamento e sorvegliare le zone a rischio. Il problema
fondamentale che la tecnica pone è quello della propria potenza. Non solo –
attraverso i mezzi smisurati che offre all'uomo – esaurisce le risorse naturali,
moltiplica i rischi e rende le guerre estremamente micidiali, ma distrugge i
valori: «Ogni aumento di potenza si risolve sempre con una messa in
questione, una regressione o un abbandono di valori». Innanzitutto quello
della libertà umana. Si trova nelle mani di piccole entità che la esercitano su
masse enormi. «È un'illusione pensare di mettere questa potenza a servizio
dei valori, e che aumentando la potenza i valori siano meglio difesi. È
completamente idealistico e irreale. In realtà, la crescita di potenza cancella i
valori, tranne quelli che servono alla potenza stessa» 419. Analisi penetrante
che si verifica in tutti i campi, dalla televisione alle industrie farmaceutiche
passando per l'editoria o la politica di George W. Bush, noto difensore della
libertà. Che cosa fare allora di fronte a questa ondata di potenza? A parte
coltivare il proprio orto (perché evidentemente conviene coltivare il proprio
orto!)?
Risponde Ellul: «Cercare sistematicamente e volontariamente la non
potenza». Che non ha nulla a che vedere con l'impotenza e la passività, al
contrario!
A livello individuale, semplicemente, ciò significa scegliere. Resistere
alla propaganda hi-tech. Non lasciarsi impressionare dalla dittatura
pubblicitaria che vuole convincerci che siamo out se non abbiamo comprato
l'ultimo lettore DVD, la macchina fotografica digitale, il cellulare dotato
dell'ultimo ritrovato, ecc. Privilegiare le tecniche dolci: la bici o l'autobus
invece dell'auto, il pollo biologico del negozio all'angolo una volta al mese
piuttosto che ogni giorno il piatto pronto acquistato presso il noto
ipermercato, ecc. Prendere coscienza delle nostre contraddizioni: nemici della
censura, assistiamo senza dire una parola alla presa in ostaggio della libertà
da parte dei venditori i cui spettacoli di massa disinibiscono la bestialità e
diffondono la violenza; affezionati alla comodità, compatiamo gli sfortunati
tre quarti del pianeta ma ci lamentiamo se per risolvere la loro situazione
bisogna mettere in questione il nostro standard di vita; nemici della
turistificazione del mondo, prendiamo l'aereo per andare in vacanza; amanti
della natura, viviamo in città; sostenitori di un uso consapevole del pianeta, e
dunque strenui oppositori dello sperpero, amiamo lo shopping, l'acquisto, il
piacere della novità e della collezione. Non vivere queste contraddizioni a
occhi chiusi. Non dire che «non si può fare altrimenti» (e accontentarsi così
della propria condizione). Tentare di risolverle, di riappropriarci delle nostre
azioni, di riprendere il controllo delle nostre vite. Tentare la frugalità, la
semplicità volontaria.
È non dimenticare l'amicizia, al centro del pensiero di Ellul. «Il
cambiamento qualitativo può avvenire solo recuperando relazioni umane
reali, senza secondi fini, moralismi, accettando l'altro senza giudizi.
L'amicizia è il più radicale attacco che possa essere sferrato contro una
società tecnica volta all'efficacia come a una società comunista fondata sul
comunismo e la delazione» 420.
Terza lezione di Ellul: lanciarsi nella mischia. Perché un'etica di non
potenza e di libertà è necessariamente «creatrice di tensioni e conflitti», che
tendono invece a essere eliminati dalla tecnica, che presenta la loro
scomparsa come un beneficio. Ellul nota che «si sa che i gruppi umani nei
quali tensioni e conflitti scompaiono sono gruppi che si sclerotizzano
perdendo la propria capacità di cambiare e di resistere alle aggressioni,
compresa quella di evolvere» 421. Non si tratta di moltiplicare i conflitti che
tendono alla distruzione pura e semplice del gruppo, ma di produrre «tensioni
calcolate all'interno di gruppi umani affinché non si chiudano, non muoiano,
ma ritrovino una tendenza a evolversi autonomamente, senza collegare
l'evoluzione alla tecnica».
Impegnarsi dunque, secondo il principio elluliano «pensare globale, agire
locale», in buone lotte (chi ha detto: «Una buona vita è una buona lotta con
buoni compagni»?). Non lotta politica – Ellul ha dimostrato come i veri
giochi sfuggano all'uomo politico e il perché la conquista della macchina
statale sia solo un'illusione. Ma la lotta sindacale, associativa, «civile» come
si dice. Non arrendersi di fronte ai progetti di sfruttamento deliranti o alle
novità che si dicono inevitabili. Resistere. Combattere. Non solo in quanto
frontista infastidito dalle nocività della vita urbana moderna (è nota la
sindrome «not in my backyard», ossia, «va bene il progresso, ma non nel mio
giardino»), ma in quanto individuo che utilizza la propria libertà contro il
sistema tecnico. Lottare per mantenere in vita le tecniche adeguate a
comunità a misura umana: il solare invece del nucleare, l'agricoltura
biologica invece degli OGM, ecc. Lottare per quanto possibile contro ogni
tecnica di potenza, di massa, di propaganda, di manipolazione, che privi
l'individuo del controllo delle proprie condizioni di vita, come il nucleare, la
pubblicità, la televisione, gli OGM, ecc. Lottare affinché i bisogni che oggi
soddisfiamo attraverso mezzi estremamente evoluti e voraci di energia
vengano soddisfatti da mezzi infinitamente più semplici.
Criticare o rifiutare le istituzioni che «tendono a sviluppare la potenza
ponendo la concorrenza alla base dell'organizzazione sociale», che si tratti di
«alcuni metodi pedagogici (concorsi), dei Giochi Olimpici, del sistema
economico di libera concorrenza» 422. Avere come punto di riferimento
questa osservazione di Ellul: «Non si può creare una società giusta con mezzi
ingiusti. Non si può creare una società libera con mezzi di schiavitù. Questo è
per me il fulcro del mio pensiero» 423.
Ultima lezione: agire da sentinella. Battersi perché vengano stabiliti dei
limiti: «La fissazione di limiti è sempre costitutiva della società così come
della cultura. L'illimitato è la negazione dell'umano come della cultura». I
limiti non solo assolutamente contrari alla libertà. «E l'uomo è in grado di
limitarsi solo quando ha imparato a essere libero». Ben prima che venisse
formulato il principio di precauzione, Ellul affermava: «Ogni volta che lo
scientifico e il tecnico sono incapaci di determinare con la massima
precisione e certezza gli effetti globali e a lungo termine di una data tecnica
realizzabile, bisogna immancabilmente rifiatarsi di avviare tale tecnica» 424.
Provare a immaginare sin da subito gli aspetti peggiori che le tecniche
contengono in germe. Il riscaldamento del pianeta costituisce oggi, come tutti
sappiamo, la minaccia più pressante, che rischia a breve termine (due o tre
decenni passano in fretta!) di causare conseguenze drammatiche, fenomeni
climatici estremi che provocheranno migrazioni, guerre e disastri sanitari. La
risposta tecnica (monetare il diritto di inquinare) appare irrisoria: solo una
drastica riduzione delle emissioni di anidride carbonica, quindi un
cambiamento del nostro stile produttivo e di vita, potrebbe risparmiarci
questa catastrofe prospettata.
Ma la tecnica nasconde sicuramente altri orrori inimmaginabili – la
bomba atomica era impensabile un secolo fa. Bisogna chiedersi quale nuovo
misfatto nei confronti dell'uomo renderà possibile domani. I progressi
incredibili ai quali è andata incontro recentemente le conferiscono un potere
mai conosciuto prima, non solo sulla natura, ma sull'uomo stesso e sulla
specie umana: con la biotecnologia, l'intelligenza artificiale, le
nanotecnologie, la genetica, ecco che i confini tra uomo e macchina si
confondono.
Verso che cosa ci conduce questa artificializzazione dell'uomo? Alcuni
già accettano l'idea che dalla nostra specie ne nasceranno diverse altre; che
l'umanità postmoderna futura si aprirà su un «cespuglio evolutivo» 425; che
domani, grazie alla «diversificazione tecnologica», collettività liberamente
costituitesi modificheranno i corpi degli individui e della loro discendenza,
costituendo nuove razze umane; e che bisogna vedervi un avvenire
meravigliosamente aperto e avventuroso. Gli adepti di Rael raccomandano
già la clonazione… Bisogna mettere questi «progressi» sotto controllo.
Averli sempre sott'occhio.

***
Lo si è percepito abbastanza in queste pagine? Raccogliendo la sua opera
torrenziale, che egli voleva innanzitutto dialettica, ho corso il rischio di
irrigidirla, e forse se ne ha l'impressione di una cupa ripetizione inconsistente,
di un sistema chiuso, di un pensiero sistematico. Come dice Philippe Lacoue-
Labarthe, che rivendica l'onore di essere stato suo allievo, «il pensiero è
sempre così, se non addirittura primariamente, emozione o passione» 426. Il
pensiero di Ellul era collera. Al contempo collera e stupore. Di fronte al
saccheggio dell'uomo e del mondo era lucido: «Vivo tragicamente il mondo
nel quale mi trovo, perché credo che sia tragico» 427. Lungi dall'esserne
schiacciato, «non si calmava»: «Ma questa collera, che faceva la sua
eloquenza, non era violenta. Era piuttosto stranamente riservata, uniforme,
priva di gesticolazioni e scatti d'ira» 428. Era la collera di colui che sgomenta
nel constatare che oggi il progresso sia un progresso di sottomissione, che la
tecnica porti all'asservimento dell'uomo quando invece aveva lo scopo di
liberarlo.
Reclamava ad alta voce perché il mondo è un giardino favoloso. Non si
arrendeva perché l'uomo, al di là del peggio, è capace di bellezza, di bontà, di
intelligenza, di rettitudine, di solidarietà, di giustizia, di senso dell'onore. Si
rifiutava di affermare che la tecnica non possa essere controllata: «Ho detto
che nella misura in cui è e rimane un puro strumento di potenza e di crescita è
inattaccabile, impossibile a controllarsi, e ho affermato inoltre che solo un
cambiamento rivoluzionario della società (molto più incisivo delle rivoluzioni
del 1789 e del 1917) potrebbe riuscirci (a controllarla)» 429. Sognava «un
socialismo rivoluzionario liberale» che si ispirasse alle idee di Proudhon,
Bakunin, e considerasse seriamente quelle di Castoriadis 430. Chi di noi sogna
ancora un «socialismo rivoluzionario liberale»? È serio? Sì.
Pur non credendo che una società anarchica, senza Stato, senza poteri,
senza organizzazioni, senza gerarchia, sia possibile, era convinto che
bisognasse lottare per una società del genere 431. Lungi dall'essere un
chiacchierone farneticante, era prima di tutto un uomo di libertà, convinto che
solo il movimento importi, il brio, il gioco degli opposti: «L'azione che
conduco non tende a produrre una società di un tipo diverso ma a introdurre
nella società nella quale viviamo, a livello reale e concreto, i fattori
indispensabili all'evoluzione delle cose, al mantenimento di un certo gioco tra
le istituzioni, di una possibilità di libertà per l'uomo. È innanzitutto questo il
punto: che ciascuno sappia di poter fare la propria parte. Non aspettare il
cambiamento globale della società, né portare l'uomo a "impegnarsi" in
movimenti rivoluzionari totalitari, né farlo vivere nell'illusione che domani ci
si diletterà gratis, a patto ovviamente di accettare di sacrificare due o tre
generazioni. Mi interessa solo il presente con i suoi sviluppi prevedibili» 432.
Concludiamo prendendo in prestito le sue ultime frasi, quelle dell'ultima
pagina del suo ultimo libro sulla tecnica. Ellul vi annunciava «un enorme
disordine mondiale che si manifesterà attraverso ogni contraddizione e
smarrimento». Ci siamo già. Si chiedeva: non siamo «immobilizzati, bloccati,
incatenati»? Si rispondeva in questo modo: «No, se in realtà, alla fine,
conoscendo la limitatezza del nostro margine di manovra, approfittiamo, mai
dall'alto e con la forza, ma sempre avendo a modello il modo di farsi strada di
una sorgente e attraverso la sola attitudine allo stupore, dell'esistenza frattale
di questi spazi di libertà, per instaurarvi una tremolante libertà (ma una libertà
effettiva, non concessa, non mediata da strumenti, non politica), inventarvi
ciò che potrebbe essere il Nuovo che l'uomo attende» 433.
ALLEGATI

LA FEDE DI ELLUL

È impossibile, per poco che si possa essere curiosi di conoscere il suo


pensiero, sorvolare il versante teologico della sua opera. Interessarvisi non
significa aderirvi, chiaramente. Pur non condividendo la sua fede, ho letto
alcune delle sue pagine cristiane, e penso di avere capito (esercizio
fortemente limitato, dato che è stato ricavato da una manciata di opere
quando invece Ellul ha scritto più di venti libri di teologia!).
A Ellul non faceva comodo credere in Dio. A 17 anni ebbe una
conversione improvvisa. In seguito lesse Marx e vi si riconobbe. Iniziò ad
approfondire quest'ultimo e a leggere sistematicamente tutti gli altri autori
«anticristiani» per vedere se la propria fede resistesse. Era lacerato: si
ritrovava «incapace di eliminare Marx, incapace di eliminare la rivelazione
biblica, incapace di fondere i due». Questo contrasto durò per tutta la sua
vita. La divisione in due della sua opera ha origine da qui: da un lato il
versante sociologico interamente dedicato al tema di ricerca privilegiato, la
tecnica, e dall'altro il versante teologico. A partire da studi di esegesi e di
teologia biblica, provò a costruire un'etica cristiana contemporanea, cioè a
rispondere alla domanda: come possono i cristiani agire nella società tecnica?
Tra i due versanti dell'opera esiste una «relazione critica reciproca» 434. Ellul
ha sempre creduto nella forza generatrice della dialettica.
La fede per Ellul non è mai stata una questione privata con Dio. Si
impegnò a livello locale (pur non essendo pastore, ne fece le veci a lungo
nella parrocchia di Pessac) e nazionale: per ventun'anni fece parte del
Consiglio Nazionale della Chiesa Riformata di Francia, che è circa
l'equivalente protestante dell'assemblea dei vescovi. Il suo obiettivo era più
che ambizioso: voleva fare della Chiesa un «movimento di tipo
rivoluzionario nei confronti della società tecnica»! Cercò di trasformarla
dall'interno, riformando in particolare gli studi di teologia in modo che
formassero pastori che impedissero di pensare a vuoto. A parte piccoli
successi, in generale fallì in questo progetto: Ellul riconosceva di aver
«infastidito a tal punto i protestanti da venire considerato inclassificabile,
costantemente critico e marginale» 435.
Fu sempre convinto che i cristiani abbiano una missione profetica, che
debbano tentare di pensare l'avvenimento prima che questo divenga fatalità,
vedere più chiaro degli altri, con lo scopo di influenzare il corso delle cose.
Devono essere «portatori di incertezza», provocatori, sviluppare «un
particolare coraggio, uno spirito di inventiva, una lucidità, una radicalità, una
volontà di giustizia e di libertà». Secondo Ellul il Vangelo è rivoluzionario,
un cristiano non può essere di destra, deve distruggere i falsi dei della società.
Inoltre ha pubblicato presso un editore liberale un libretto appassionante,
Anarchie et christianisme, in cui tenta di convincere gli anarchici che la
Bibbia è «fonte di anarchia» e che si sbagliano sulla religione cristiana. Sono
state combattute guerre nel nome di Cristo? Si è trattato di un tradimento del
messaggio cristiano, che è innanzitutto amore, e non si può amare per forza.
La Chiesa ha sempre e ovunque fatto comunella col potere politico, ha fatto
del conformismo la maggiore virtù, ha tollerato ogni ingiustizia sociale? È un
altro tradimento, perché l'Ecclesiaste accusa ogni dominazione, e per Cristo
non può esservi potere politico senza tirannia. Violentemente anticlericale
(secondo lui, l'istituzione del clero è contraria al messaggio evangelico), Ellul
se la prende con la Chiesa anche per aver trasformato in morale la parola
libera e liberatrice del Vangelo. Pensa che non ci possa essere morale
cristiana; e ricorda che in seno alla cristianità è sempre esistita una corrente
sotterranea opposta al potere istituito dalle Chiese ufficiali, al loro fasto e alle
loro gerarchie, e che questa corrente minoritaria è rimasta fedele alla parola
biblica. Chiaramente si iscrive in questa corrente.

***

Vediamo dunque un rapido riassunto della sua personale teologia,


radicale e iconoclasta, sicuramente debitrice nei confronti di Calvino (Ellul
aveva abbracciato la fede protestante), di Kierkegaard e soprattutto di Barth
(1886-1968), che considerava il maggiore teologo del XX secolo. Ciò che
maggiormente apprezzava di quest'ultimo era il fatto che fosse riuscito a
superare il conflitto tra moderni (coloro che danno una lettura critica e storica
della Bibbia) e tradizionalisti (che la rifiutano affermando che distrugga la
fede): dimostrava come si potesse essere credenti e razionali allo stesso
tempo.
Che cosa crede Ellul? Crede che ci troviamo nel settimo giorno di Dio. Il
settimo giorno è quello in cui, dopo aver creato l'universo e l'uomo, Dio si è
riposato (chiaramente non bisogna qui prendere l'espressione alla lettera,
Ellul non nega l'evoluzione darwiniana, ma afferma che Dio abbia voluto
l'uomo). Questo riposo non era fannullaggine, né assenza, né indifferenza, ma
pienezza: la creazione non era indispensabile per Dio, che poteva
accontentarsi di amare se stesso. Se ha smesso di agire è stato per dare
all'uomo la piena libertà di guidare gli eventi e di fare la storia. In questo
modo non dirige le nostre vite. Non abbiamo un angelo custode
provvidenziale. La Provvidenza di cui i teologi parlano, il deus ex machina
che vede tutto, che combina tutto, che è la causa di tutto (e che quindi viene
accusato di essere la causa del Male e di fare dell'uomo una marionetta), non
esiste: siamo liberi.
Ed è per questo che l'uomo ha potuto ribellarsi a Dio, erigere la torre di
Babele (le cui porte dovevano essere chiuse per Lui) per sfidarlo, oltre a far
regnare guerra e discordia. Tutto doveva essere risanato dalla venuta di suo
figlio sulla terra: doveva essere la fine delle sofferenze storiche, dato che
Cristo ha preso su di sé ogni sofferenza, e la fine dei malintesi, poiché è
verità. Il messaggio di Gesù è: Dio si è riconciliato con tutti gli uomini. Ma
gli uomini non lo hanno capito. Sono lontani dalla riconciliazione. La storia
terminerà quando tutti gli uomini entreranno a loro volta nel riposo di Dio.
Tutti gli uomini saranno allora salvati, qualsiasi cosa abbiano fatto, che si
chiamino Hitler o Poi Pot: contrariamente alla schiacciante maggioranza dei
teologi, Ellul è convinto che l'inferno non esista, che non ci siano dannati, né
alcuna doppia predestinazione che vuole salvi gli uni e dannati gli altri:
perché Dio è innanzitutto amore.
Questa convinzione di Ellul si basa su un lungo e minuzioso esame della
Bibbia, al termine del quale afferma, con argomentazioni a sostegno, che
l'inferno è solo una parabola, un'immagine di ciò che sarebbe un mondo
senza amore… come spesso è il nostro. Se Dio perdona tutto, allora tutto è
permesso? No. Dio è anche giustizia, che verrà esercitata nel momento del
Giudizio Universale. Non si divideranno buoni e cattivi, beati e dannati, ma
verranno presi in esame la vita e le opere di ciascuno e tutto sarà passato alla
prova del fuoco del suo giudizio. Dio serberà ciò che gli sembrerà meritevole
e con questo materiale edificherà la Gerusalemme celeste. «Sarà questa la
gloria dell'uomo, che un frammento di ciò che ha fatto durante la propria vita,
nel proprio amore, lavoro, Chiesa, carattere, relazioni, sia giudicato degno da
Dio» 436. Getterà via ciò che ai suoi occhi non vale nulla. Sarà l'unica
punizione: non rimarrà nulla di alcune vite.
In questo modo ricapitolerà tutta la storia umana, tutte le opere artistiche,
culturali, tecniche, giuridiche, tutto. «Nulla è e sarà perduto della nostra storia
passata, né della nostra storia presente, né di quella futura: nessun grido,
nessuna speranza, nessuna sofferenza» 437. L'uomo avrà così partecipato alla
creazione della città celeste, il fine ultimo della storia. All'inizio dei tempi,
viveva nel giardino dell'Eden. Alla fine dei tempi vivrà in una città creata
insieme a Dio. La città sarà stata per eccellenza il luogo della rivolta, e sarà
quello della riconciliazione.
Ma in attesa del paradiso urbano, Dio rimane distante dall'uomo? No: è
presente nel mondo, ma nascosto, in incognito. Si rivela solo «attraverso il
mezzo fugace della parola e nell'apparire della miseria». Perché essendo
Onnipotente, annienterebbe l'uomo se si manifestasse nella propria
Onnipotenza. La vita di Gesù ne è la prova: è la non potenza più della non
violenza a caratterizzarla. Può tutto ma sceglie di non servirsi della propria
potenza: «La non potenza è una scelta. Posso e non lo farò. È una rinuncia».
Dio talvolta quindi esce dal proprio riposo. Interviene puntualmente, quando
il male fatto dall'uomo raggiunge un livello delirante e quando lo sconforto
umano è al culmine. Si manifesta accanto al povero, lo straniero, l'affamato,
il peccatore, il supplicante: «Ecco perché, nel nostro mondo occidentale di
opulenza e di tecnica, Dio rimane silenzioso».
E la tecnica in tutto ciò? È strumento di potenza, al servizio di una società
che ha come unico obiettivo la potenza e che, a differenza delle società
precedenti, ha acquisito mezzi di potenza illimitata. Solo la non potenza può
salvare il mondo, «perché se la parola ultima è amore, questo consiste nel non
esprimere né marcare una qualsiasi potenza nei confronti dell'altro in
qualsiasi circostanza» 438.
Se si considera che il sistema tecnico è un «inglobante totale» 439, che
comprende, modifica, qualifica la totalità degli aspetti della vita umana, che
assorbe tutto ciò che nasce al di fuori, che rende obsoleto ciò che esisteva
prima, bisogna arrendersi all'evidenza: siamo inclusi in questo sistema, e
nessun punto di riferimento ci permette di giudicarlo. Eppure, per procedere
alla critica, è indispensabile essere al di fuori di ciò che si critica, e disporre
di un punto di appoggio, di una scala di valori, di uno strumento di analisi
esterno.
Perciò: «Se ancora vi è una speranza possibile, se c'è un'eventualità che
l'uomo viva, se c'è ancora senso nella vita, se c'è una via d'uscita che non sia
il suicidio, se c'è un amore che non sia integrato nella tecnica, se c'è una
verità che non sia utile al sistema, se ci sono almeno il gusto, la passione, il
desiderio e l'ipotesi di libertà, bisogna prendere coscienza che possono
basarsi solo sul trascendente» 440. Solo il Dio dei cristiani, realmente
trascendente, esteriore e inaccessibile, fornisce un punto di riferimento,
autorizza un'operazione critica nei confronti del sistema, rende possibile la
dialettica, e quindi la storia. Lui solo, mentre non possiamo fare altro che
continuare a svilupparci, perfezionarci, chiude il sistema tecnico che ci tiene
prigionieri, lui solo rende possibile un'apertura, una storia altra rispetto alla
tecnicizzazione. Sfortunatamente, tutte le teologie moderne (quelle che, per
esempio, privilegiano la politica come la teologia della liberazione) si
conformano al sistema tecnico che tenta di convincerci che non ci sia nulla al
di là di esso. Solo la fede dà da vivere, solo essa fa sì che non tutto sia
spacciato. Senza di essa non c'è altro futuro che la fine tecnica, vale a dire la
fine dell'umano: la sua eliminazione.

***

Si vede come a un'analisi tecnica radicalmente pessimista Ellul opponga


un ottimismo teologico, e come faccia della fede l'ultimo, il solo rifugio
contro la tecnica. Il che apre la seguente questione: non ha dipinto la
situazione più nera di quello che è per indicare meglio dove, secondo lui, si
trovi la luce? Non si potrebbe avere l'impressione che, nella sua opera
sociologica, abbia chiuso ogni scappatoia in modo che ne rimanesse solo una,
Dio? A questo proposito risponde che le sue opere sociologiche e teologiche
si completano e si corrispondono, ma che ha voluto separare i generi,
«studiare la società indipendentemente dalle proprie prese di posizione
teologiche» 441. Prestiamogli fiducia. E ricordiamo questa osservazione che
Ivan Illich gli rivolse: «Il suo profondo radicamento alla fede gli permette di
affrontare le tenebre che coloro che non sono ben saldi preferiscono evitare»
442.
BIBLIOGRAFIA*

* Parzialmente basata sull'eccellente Bibliographie Jacques Ellul


realizzata dal Centre protestant d'études et de documentation, rue de Clichy
47, 75311 Parigi cedex 9 (tel. 01 44 53 47 00), che recensisce circa 300
articoli di Ellul non menzionati qui.

I tre libri principali sulla tecnica

La Technique ou l'enjeu du siècle, Armand Colin, Paris 1954, ried.


Economica, 1990 (tr. it. La tecnica rischio del secolo, Giuffrè, Milano 1969).
Opera fondamentale, fortunatamente sempre disponibile.
Le Système technicien, Calmann-Lévy, Paris 1977, esaurito, ried. le
cherche midi, Paris 2004 [la traduzione italiana è in preparazione presso Jaca
Book, nde]. Impegnato, denso, convincente: il più riuscito dei tre saggi
constata come ormai la tecnica sia diventata sistema e risponde alla domanda:
che cosa ci insegna l'analisi dei sistemi sul fenomeno tecnico?
Le Bluff technologique, Hachette, Paris 1988, esaurito. La conclusione.
Meno innovatore ma più accessibile. Numerosi esempi. Anche in questo caso
si sente il bisogno di una riedizione.

Gli altri libri sulla tecnica

Propagandes, Armand Colin, Paris 1962, ried. Economica, 1990.


Esamina i mezzi tecnici che servono a modificare l'opinione e a trasformare
l'individuo.
L'illusion politique, Robert Laffont, Paris 1965, ried. Livre de poche,
1977, esaurito. Che cosa diventa la politica in una società tecnica.

Exégèse des nouveaux lieux communs, Calmann-Lévy, Paris 1966, ried.


La Table ronde, Paris 1994, esaurito. Nello stile di Léon Bloy, un brillante
pamphlet che passa al vaglio i luoghi comuni dell'epoca.
La Métamorphose du bourgeois, Calmann-Lévy, Paris 1967, ried. La
Table ronde, Paris 1998. Studio di casi sociali nella società tecnica: al
borghese si è sostituito il tecnico.
Autopsie de la révolution, Calmann-Lévy, Paris 1969 (tr. it. Autopsia
della rivoluzione, SEI, Torino 1974). Traccia la storia delle rivoluzioni
(soprattutto quelle del 1789 e del 1917), dimostra che quella del '68 non fu in
realtà una rivoluzione, e che la rivoluzione, non semplicemente materiale, ma
che ci faccia abbandonare le rotaie dello sviluppo economico, rimane
necessaria.
De la révolution aux révoltes, Calmann-Lévy, Paris 1972. Cerca di capire
quale rivoluzione sia possibile in una società tecnica.
Les Nouveaux Possédés, Fayard, Paris 1973, esaurito. Che cosa rimane
della religione cristiana nella società tecnica? Quali sono i nuovi dei, i nuovi
culti di questa società?
Trahison de l'Occident, Calmann-Lévy, Paris 1975 (tr. it. Il tradimento
dell'Occidente, Giuffrè, Milano, 1977). Facendo dell'autoflagellazione il loro
esercizio preferito e della cattiva coscienza l'atteggiamento principale, la
sinistra e gli intellettuali tradiscono l'Occidente. Quest'ultimo non è solo
crimini e ignominie, ma è anche colui che ha creato la ragione, base della
libertà. Un pamphlet superbo da ripubblicare!
L'Empire du non-sens, PUF, Paris 1980. Nella società tecnica, l'arte non
crea né libera: si mette al servizio della tecnica concedendo all'uomo
l'illusione della rivolta.
La Parole humiliée, Seuil, Paris 1981. La società tecnica calpesta la
parola e si prostra davanti all'immagine.
Changer de révolution. L'inéluctable prolétariat, Seuil, Paris 1982.
Ripercorre le condizioni della nascita del proletariato, analizza ciò che esso è
diventato in Russia e in Cina, prevede una fulminea crescita del proletariato
nel Terzo Mondo e, poggiando sulle speranze nate dalla microinformatica,
afferma che potrebbe trattarsi di un'autentica rivoluzione.

Varia

Histoire des institutions, PUF, Paris 1955, Themis, 1999 (tr. it. a cura di
Giovanni Ancarani, Storia delle istituzioni, Mursia, Milano 1976): Antichità,
Medioevo, XVI-XVIII secolo, XIX secolo. Una storia monumentale in
cinque volumi che per lungo tempo è stata la bibbia degli studenti di diritto
ed è ancora oggi punto di riferimento.
Histoire de la propagande, PUF, Paris 1967 (tr. it. Storia della
propaganda, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1983).
Jeunesse délinquante. Des blousons noirs aux hippies. Une expérience en
province, Mercure de France, Paris 1971. Con Yves Charrier.
Déviances et déviants dans notre société intolérante, Toulouse, Erès,
1992.
Ce que je crois, Grasset, Paris 1987. Libro testamento che riassume le sue
posizioni sulla tecnica e la sua teologia.
Silence, Bordeaux, Opales, 1995. Poesie.
Oratorio. Les quatre cavaliers de l'Apocalypse, Bordeaux, Opales, 1997.
Poesie.

Due libri di conversazioni

Con Madeleine Garrigou-Lagrange: A temps et à contretemps, Centurion,


Paris 1981, esaurito.
Con Patrick Chastenet: Entretiens avec Jacques Ellul, La Table ronde,
Paris 1994.

Un libro di corrispondenza

Con Didier Nordon: L'Homme à lui-même, Éditions du Félin, Paris 1992.

Teologia

Fondement théologique du droit, Neuchatel, Paris 1946.


Présence au monde moderne: problèmes de la civilisation post-
chrétienne, Genève, Roulet, 1948; ried. Presses bibliques universitaires,
Lausanne 1988.
Le Livre de Jonas, Foi et vie, Paris 1952.
L'Homme et l'argent, Delachaux, 1954, ried. 1977 (tr. it. L'uomo e il
denaro, AVE, Roma 1969).
Le Vouloir et le Faire, recherches éthiques pour les chrétiens, Labor et
Fides, Genève 1964.
Fausse présence au monde moderne, Éditions Bergers et mages, Paris
1964.
Politique de Dieu, politique des hommes, Éditions universitaires, Paris
1966.
L'Impossible Prière, Centurion, Paris 1971.
Contre les violents, Centurion, Paris 1972.
L'Espérance oubliée, Gallimard, Paris 1972.
Sans feu ni lieu. Signification biblique de la grande ville, Gallimard, Paris
1975.
Ethique de la liberté, 3 tomi, Centurion/Labor et Fides, Paris 1973-1984.
L'Apocalypse: architecture en mouvement, Desclée de Brouwer, Paris
1976.
L'idéologie marxiste chrétienne, Centurion, Paris 1979.
La foi au prix du doute: «encore quarante jòurs…», Hachette, Paris 1980.
La Subversion du christianisme, Seuil, Paris 1984, ried. La Table ronde,
2001.
Les Combats de la liberté, Centurion, Paris 1984.
Conférences sur l'Apocalypse de Jean, AREFPI, Nantes 1985.
Un chrétien pour Israël, Rocher, Monaco 1986.
La Raison d'être, méditation sur l'Ecclésiaste, Seuil, Paris 1987.
Anarchie et christianisme, Atelier de création libertaire, Lyon 1988, ried.
La Table ronde, La Petite Vermillon, Paris 1998 (tr. it. Anarchia e
cristianesimo., Eleuthera, Milano 1993).
Ce Dieu injuste? Théologie chrétienne pour le peuple d'Israël, Arléa,
Paris 1991.
Si tu es le fils de Dieu. Souffrances et tentations de Jésus, Centurion,
Paris 1991.

Film

Jacques Ellul, di Jean-Pierre Gallo, intervista di Michel Farin, 1972,


edizioni ADAV.
Jacques Ellul, le devenir de l'homme face au progrès, di Serge Steyer,
girato nel 1992-1993, 132 min., Vision Seuil/Éditions Montparnasse.
Jacques Ellul, portrait/entretien, «Sans anne ni armure», conversazione
con Olivier Abel, di Claude Vajda, trasmesso il 6 e 13 settembre 1992 su
France 2.

Libri su Ellul

In francese:
Religion, société et politique: mélanges en hommage à Jacques Ellul,
PUF, Paris 1983.
Sur Jacques Ellul, a cura di Patrick Troude-Chastenet, prefazione di Ivan
Illich, L'esprit du temps, Bordeaux-le-Boscaut 1994. In questo volume sono
stati raccolti gli atti della conferenza internazionale «Technique et société
dans l'oeuvre de Jacques Ellul», tenutasi il 12 e 13 novembre 1993 presso
l'Institut d'études politiques de Bordeaux. Si tratta di quindici interventi
firmati da Jean-Louis Loubet del Bayle, Patrick Troude Chastenet, Daniel
Cerezuelle, Maurice Weyembergh, Serge Latouche, Friedrich Rapp, Alain
Gras, André Vitalis, Lazare Marcelin Poamé, Franck Tinland, Pierre De
Coninck, Lucien Sfez, Marc Van den Bossche, Gilbert Hottois, Gabriel
Vahanian et Jean-Louis Seurin, senza contare la prefazione di Ivan Illich e la
postfazione di Jacques Ellul.
Patrick Troude-Chastenet, Lire Ellul, introduction à l'oeuvre socio-
politique de Jacques Ellul, Presses universitaires de Bordeaux, Bordeaux
1992. A opera di uno degli allievi, oggi a capo dell'associazione degli amici
di Jacques Ellul, il primo grande studio dedicato a Ellul. Dotto e conciso.
Le Siècle de Jacques Ellul, dicembre 1994. Numero speciale della rivista
«Foi et vie», della quale Ellul è stato direttore dal 1969 al 1986.

In inglese:
Joyce Main Hanks, Jacques Ellul: A comprehensive bibliography, JAI
Press Ine, Stamford, Connecticut 1984. Completato da diversi aggiornamenti
(1982-1985, 1985-1993, 1993-2000). Un censimento di tutto quanto scritto su
Ellul in tutto il mondo!
Jim Holloway, Introducing Jacques Ellul, éditions Wim B. Eerdmans,
Grand Rapids, Michigan 1970.
Jacques Ellul, Cross Currents, vol. 25, n. 1, éditions Convergence, New
York 1985.
J.M. van Hook, Jacques Ellul: interpretative essays, éditions C.G.
Christians, 1981.
Darrell J. Fasching, The Thought of Jacques Ellul, Edwin Hellen Press,
Lewiston (New York) and Toronto 1981.
Charles Ringma, Resist the powers with Jacques Ellul, Albatros, 1995.

Riviste su Ellul
«The Ellul forum»: semestrale anglofona nato nel 1988, a cura di
ricercatori del IJES (vedere «Contatti»), che affronta temi vari come la poesia
di Ellul, la sua influenza sulla critica culturale di Thomas Merton, l'analisi
delle opere di Lewis Mumford, ecc. Per abbonarsi o richiedere i numeri
arretrati, scrivere al IJES. Per ogni altra corrispondenza: David W. Gill,
Associate Editor, The Ellul Forum, 363, 62nd Street, Oakland, CA 94618,
USA.
«Les Cahiers Jacques Ellul»: rivista annuale il cui primo numero
dovrebbe venire pubblicato nel 2003, diretta da Patrick Chastenet (vedere
«Contatti»).

Per proseguire la riflessione sulla tecnica

– Alcuni classici:
Günter Anders, L'Obsolescence de l'homme, sur l'âme à l'époque de la
deuxième révolution industrielle, L'Encyclopédie des Nuisances, Paris 1956,
Ivrea 2002.
Jean Baudrillard, La Société de consommation: ses mythes, ses structures,
Gallimard, Paris 1970 (tr. it. La società dei consumi: i suoi miti e le sue
strutture, Il Mulino, Bologna 1976).
Georges Bernanos, La France contre les robots, La Table ronde, Paris
1947.
Cornélius Castoriadis, L'Institution imaginaire de la société, Seuil, Paris
1975 (tr. it. L'istituzione immaginaria della società, Bollati Boringhieri,
Torino, 1995); Le Contenu du socialisme, Union Générale d'Éditions, Paris
1979.
Guy Debord, La Société du spectacle, Buchet/Chastel, Paris 1967,
Gallimard, Paris 1992 (tr. it. La società dello spettacolo, De Donato, Bari
1968).
Jürgen Habermas, La Technique et la science comme idéologie,
Gallimard, Paris 1978 (ed. or. Technik und Wissenschaft als «Ideologie»,
Suhrkamp, Frankfurt am Main 1968; tr. it. Teoria e prassi nella società
tecnologica, Laterza, Bari 1969).
Martin Heidegger, Essais et conférences, Gallimard, Paris 1958 (ed. or.
Vorträge und Aufsätze, Neske, Tübingen 1954; tr. it. a cura di Gianni
Vattimo, Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1954).
Michel Henry, La Barbarie, Grasset, Paris 1987, PUF/Quadrige, Paris
2001.
Ivan Illich, Une société sans école, Seuil, Paris 1971 (ed. or. Deschooling
Society, Harper & Row, New York 1971; tr. it. Descolarizzare la società,
Mondadori, Milano, 1972); La Convivialité, Seuil, Paris 1973 (tr. it. La
convivialità, Red, Como 1993); Energie et équité, Seuil, Paris 1973; Nemesis
médicale. L'éxpropriation de la santé, Seuil, Paris 1975.
Hans Jonas, Le Principe de responsabilité, Cerf, Paris 1990, Flammarion,
Paris 1998 (ed. or. Das Prinzip Verantwortung, Insel Verlag, Frankfurt am
Mein 1979).
Bertrand De Jouvenel, Arcadie, essais sur le mieux-vivre, Tel/Gallimard,
Paris 2002.
Karl Marx, Le Capital, PUF/Quadrige, Paris 1993 (ed. or. Das Kapital,
Hamburg, 1867; tr it. Il Capitale, UTET, Torino 1886).
Lewis Mumford, Technique et civilisation, Seuil, Paris 1950 (ed. or.
Technics and civilization, Harcourt Brace, New York 1934; tr. it. Tecnica e
cultura, Il Saggiatore, Milano 1961); Le mythe de la machine, Fayard, Paris
1973 (ed. or. The myth of the machine, Harcourt, Brace & World, New York
1969; tr. it. Il mito della macchina, Il Saggiatore, Milano 1969).
Gilbert Simondon, Du mode d'existence des objets techniques, Aubier,
Paris 1989.
Max Weber, Le Savant et le Politique, Pion, Paris 1959 (ed. or.
Wissenschaft als Beruf, Politik als Beruf Dunker & Humblot, München,
1919; tr. it. Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino, 1948).

– Alcuni testi recenti:


Ulrich Beck, La Société du risque, sur la voie d'une autre modernité,
Aubier, Paris 2002 (ed. or. Risikogesellschaft, Suhrkamp, Frankfurt am Main
1986; tr. it. La società del rischio, verso una seconda modernità, Carocci,
Roma, 2000).
Baudouin De Bodinat, La Vie sur terre, réflexions sur le peu d'avenir que
contient le temps où nous sommes, tomi 1 e 2, L'Encyclopédie des Nuisances,
Paris 1996 et 1999.
Mohamed Larbi Bouguerra, La Recherche contre le tiers-monde, PUF,
Paris 1993.
Michel Bounan, La Ne innommable, Allia, Paris 2000, L'Impensable,
l'Indicible, l'Innommable, Allia, Paris 1999; Sans valeur marchande, Allia,
Paris 2001.
Dominique Bourg, L'Homme-artifice, Gallimard, Paris 1996; Mature et
technique, Paris, Hatier, 1997; Planète sous contrôle, Textuel, Paris 1998.
Dominique Bourg & Jean-Michel Besnier, Peut-on encore croire au
progrès?, PUF, Paris 2000. Estratti di un simposio tenutosi nel maggio 1998
a Troyes; contiene un'ottima bibliografia delle opere concernenti il progresso
scientifico dal 1970 al 1998: più di 300 titoli!
Dominique Bourg & Jean-Louis Schlegel, Parer aux risques de demain le
principe de précaution, Seuil, Paris 2001.
Daniel Boy, Le Progrès en procès, La Table ronde, Paris 1999.
Philippe Breton, La Parole manipulée, La Découverte, Paris 1997; Le
Culte de l'Internet, La Découverte, Paris 2000 (tr. it. Il culto di internet:
l'interconnessione globale e la fine del legame sociale, Testo & immagine,
Torino, 2001).
Michel Callon, Pierre Lascoumes, Yannick Barthe, Agir dans un monde
incertain, Seuil, Paris 2002.
Bernard Charbonneau, Un festin pour Tantale, nourriture et société
industrielle, Sang de la terre, Paris 1997; Prométhée enchaîné, La Petite
Vermillon, Paris 2001; Le jardin de Babylone, L'Encyclopédie des
Nuisances, Paris 2002. Su Bernard Charbonneau: Bernard Charbonneau: une
vie entière à dénoncer la grande imposture, a cura di Jacques Prades, Érès,
Paris 1997.
Jean-Pierre Dupuy, Pour un catastrophisme éclairé, Seuil, Paris 2002.
Thomas Ferenczi (a cura di), Les Défis de la téchnoscience, Changer la
vie? Penser la technique, L'Art au risque de la technique, atti di un simposio
organizzato da «Le Monde» al Mans nell'ottobre 2000, Complexe, 2001.
Michel Claessens, La Téchnique contre la démocratie, Seuil, Paris 1998.
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René Riesel, Déclarations sur l'agriculture transgénique et ceux qui
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complets des véritables mobiles du crime commis au Cirad le 5 juin 1999,
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potere, Spirali, Milano 2005).
Pierre-André Taguieff, Du progrès, EJL, Paris 2001 (tr. it. Il progresso:
biografia di una utopia moderna, Città aperta, Troina 2003).

– Da riviste e siti Internet:


«L'Ecologiste», edizione francese di «The Ecologist»: 25, rue de Fécamp,
75012 Paris; tel. 01 46 28 70 32. Sito Internet: www.ecologiste.org.
«Silence (écologie, alternatives, non-violence)»: 9, rue Dumenge, 69004
Lyon; tel. 04 78 39 55 33.
«Casseurs de pub»: 11, place Croix-Piquet, 69001 Lyon; tel. 04 72 00 09
82.
«Notes et morceaux choisis»: redatto e pubblicato da Bertrand Louart, 52,
rue Damremont, 75018 Paris. Sito Internet: http:// netmc.9online.fr.
«In extremis», bollettino di relazione e di critica anti-industriale: Jean-
Pierre Courty, BP 8, 48250 La Bastide.
«Los Amigos de Ludd», bollettino di informazione anti-industriale. Sito
Internet: http://netmc.9online.fr/VersusIndustriel/AmigosLuddl 1. htm.
Sito collettivo di Grenoble «Simples Citoyens»:
www.piecesetmaindoeuvre.com.

– Opere di fiction:
René Barjavel, Ravage, Denoël, Paris 1943 (tr. it. Diluvio di fuoco,
Mondadori, Milano 1957).
Karel Capek, RUR, Rossum's universal robots, Plamia, Praha 1924 (tr. it.
RUR e l'affare Makropulos, Einaudi, Torino 1971).
Aldous Huxley, Brave new world, Chatto & Windus, London 1932 (tr. it.
Il Mondo Nuovo, Mondadori, Milano 1935).
Heinrich von Kleist, Über das Marionetten-Theater, 1810 (tr. fr. Sur le
théâtre de marionnettes, Mille et une nuits, Paris 1998; tr. it. Il teatro delle
marionette, Il Melangolo, Genova 1978).
Walter Miller, A canticle for Leibowitz, Lippincott, Philadelphia 1959 (tr.
it. Un cantico per Leibowitz, SFBC, Piacenza 1964).
George Orwell, 1984, Secker & Warburg, London 1949 (tr. it. 1984,
Mondadori, Milano 1950).
Oskar Panizza, Die Menschenfabrik, 1931, Der Morgen, Berlin 1984.
Serge Rezvani, La Cité Potemkine, Actes Sud, Paris 1998.
Keith Roberts, Pavane, Hart-Davis, 1968 (tr. it. Pavana, Mondadori,
Milano 1989).
Mary Shelley, Frankenstein, Lackington, Hughes, Harding, Mavor &
Jones, London 1818 (tr. it. Frankenstein, De Luigi, Roma 1944).
Franz Werfel, Stern der Ungeborenen, Fischer, Frankfurt am Main 1946
(tr. it. Il pianeta dei nascituri, Mondadori, Milano 1949).
Evguéni Zamiatine, Nous autres, tr. fr. dall'or, russo del 1924, Gallimard,
Paris 1971 (tr. it. Noi, Minerva Italica, Bergamo-Milano 1955).
CONTATTI

Associazioni

Due associazioni gemellate, una francese, l'altra americana, che


riuniscono vecchi studiosi, ricercatori e amici di Ellul, si sono date un triplo
obiettivo, «preservare e diffondere la sua eredità letteraria e intellettuale,
portare avanti la sua analisi critica della nostra società tecnica, approfondire
le sue ricerche etiche e teologiche mettendo l'accento sulla speranza e sulla
libertà».

– In Francia: Association Internazionale Jacques Ellul.


Indirizzo: AIJE, c/o Patrick Chastenet, 21, rue Brun, 33800 Bordeaux.
Sito Internet: www.wllul.org/aije.htm
Indirizzo e-mail: AIJE@ellul.org
– Negli Stati Uniti: International Jacques Ellul Society, presidente David
Gill.
Indirizzo: IJES, P.O. Box 1033, Berkeley CA 94701, USA.
Indirizzo e-mail: IJES@ellul.org
– Fondata nel 1996 dal CTA (International Center for Technology
Assessement), la Jacques Ellul Society, vicina ai neoluddisti americani come
Kirkpatrick Sale, non intrattiene alcuna relazione con le due associazioni
succitate e non sembra avere attività ben definite. Sito Internet: www.icta.org
– A Bordeaux, l'associazione Acquitaine-Charbonneau-Ellul organizza
soprattutto serate-dibattito.
Indirizzo: Daniel Cérézuelle, 6, rue Saint Joseph, 33000 Bordeaux. Tel.
05 56 81 16 15.

Internet

A parte i due siti dedicati a Ellul dalle due associazioni gemellate (una
francese e l'altra americana), dove informarsi su Ellul? Col motore di ricerca
Google, si scopre che viene menzionato in almeno 5.490 siti anglofoni,
risultato raggiunto solo da ricercatori e intellettuali di ampio calibro
mediatico. I siti più frequentati sono innanzitutto quello dell'istituto Media
Determinism in Cyberspace, che ne propone una biografia; un sito anarchico
flag.blackened.net, che presenta Ellul attraverso altri autori come Bakunin,
Chomsky, Tolstoj o Max Stirner; il sito personale di un certo David,
ammiratore tra gli altri di Chesterton, Gide e Unamuno; quello del
predicatore progressista Victor Shepherd, che milita per riformare la United
Church of Canada e cita Ellul tra i propri pensatori preferiti, i propri
«Christian giants»; quello del Wheaton College, in Illinois, che dispone di un
archivio consistente costituito da ricercatori americani agli inizi degli anni
Novanta (600 pagine di microfilm, fotocopie di manoscritti, raccolte di
articolo, critiche, ecc.); quello di una internauta, Julianne Chatelain, 40 anni,
che recensisce nel proprio i migliori siti su Ellul. Come si può vedere negli
Stati Uniti Ellul rimane un punto di riferimento.
In Francia è citato, ma molto meno (960 siti).

Sito anarchico: http://flag.blackened.net


Sito di Juliane Chatelain: http://world.std.com/-jchat/Ellul/web. htm
Sito del Wheaton College: www.wheaton.edu/learners/ARCSC/collects/
sc16/content.htm
1)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 25. (Le note rimandano
alla Bibliografia finale, ndt) ↵
2)
Ellul & Nordon, LHomme à lui-même, p. 82. ↵
3)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 184. ↵
4)
Ellul & Nordon, L'Homme à lui-même, p. 28. ↵
5)
Ibid., p. 48. ↵
6)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 108. ↵
7)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 63. ↵
8)
Ibid., p. 14. ↵
9)
Ibidem. ↵
10)
Ibid., p. 204. ↵
11)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 14. ↵
12)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 155. ↵
13)
Ibid., p. 155. ↵
14)
Ibid., p. 35. ↵
15)
Ibid., p. 40. ↵
16)
«Foi et vie», dicembre 1994. ↵
17)
Ibid., p. 193. ↵
18)
Ibid., p. 53. ↵
19)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 130. ↵
20)
Ibid., p. 170. ↵
21)
«Le Monde», 17 maggio 1981. ↵
22)
«Le Monde», 21 maggio 1994. ↵
23)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 58. ↵
24)
Ellul, Anarchie et christianisme, p. 9. ↵
25)
Guy Deborde, Correspondance, vol. 2, Fayard, Paris
2001, p. 177. ↵
26)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 145. ↵
27)
Ibid., p. 147. ↵
28)
Ibid., p. 173. ↵
29)
Ellul, Anarchie et christianisme, p. 10. ↵
30)
Ibid., p. 24. ↵
31)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 37. ↵
32)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 202. ↵
33)
Ibid., p. 69. ↵
34)
Ibid., p. 112. ↵
35)
Ibid., p. 123. ↵
36)
Ibid., p. 135. ↵
37)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 145. ↵
38)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 202. ↵
39)
Ibid., p. 119. ↵
40)
Ibid., p. 201. ↵
41)
Mariagiovanna Sami, Le meraviglie della scienza,
Mondadori, Milano 1984; Isaac Asimov, Franck White, Avant
et après l'an 2000, Castor Poche/Flammarion, Paris 1999;
Luca Fraioli, La storia della tecnologia: l'uomo crea il suo
mondo, Mondadori, Milano 1999. ↵
42)
Ellul, Ce que je crois, p. 143. ↵
43)
Ibid., p. 144. ↵
44)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 23. ↵
45)
Séris, La technique, p. 205. ↵
46)
Fraioli, La storia della tecnologia, p. 23. ↵
47)
Peter Green, D'Alexandre à Actium, p. 428. ↵
48)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 40. ↵
49)
Ibid., p. 46. ↵
50)
Ibid., p. 47. ↵
51)
Ellul, Ce que je crois, p. 179. ↵
52)
Ibid., p. 180. ↵
53)
Ibid., p. 181. ↵
54)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 9. ↵
55)
Ellul, Le Système technicien, p. 31. ↵
56)
Ibid., p. 31. ↵
57)
Ellul, Ce que je crois, p. 17. ↵
58)
Ellul & Nordon, LHomme à lui-même, p. 118. ↵
59)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 19. ↵
60)
Ibid., p. 51. ↵
61)
Ellul, Le Système technicien, p. 38. ↵
62)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 394. ↵
63)
Ellul, Le Système technicien, p. 16. ↵
64)
Ibid., p. 21. ↵
65)
Ibid., p. 20. ↵
66)
Ibid., p. 25. ↵
67)
Ibid., p. 93. ↵
68)
Ellul, L'Empire du non-sens, p. 50. ↵
69)
Ellul, Le Système technicien, p. 111. ↵
70)
Ibid., p. 115. ↵
71)
Ibid., p. 120. ↵
72)
Ellul si rifa a uno studio di Blardonne secondo il quale nel
1970 le risorse mondiali erano sufficienti per assicurare 2.480
Kcalorie a persona al giorno (Ellul, Changer de révolution, p.
158). Constatazione ancora oggi valida: secondo Yannic
Jadot, dell'ong Solagral, attualmente si produce una volta e
mezza ciò di cui l'umanità ha bisogno per nutrirsi
(«Libération», 13 ottobre 2001). ↵
73)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 113. ↵
74)
Ibid., p. 112. ↵
75)
Ibid., p. 113. ↵
76)
Ibid., p. 117. ↵
77)
Ibid., p. 115. ↵
78)
Ibid., p. 118. ↵
79)
Ibid., p. 119. ↵
80)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 92 ↵
81)
Ibid., p. 101. ↵
82)
Géré, Demain, la guerre, p. 26. ↵
83)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 91. ↵
84)
Ibid., p. 91. ↵
85)
Ibidem. ↵
86)
Bourg, Nature et technique, p. 45. ↵
87)
Dominique Lorentz, Affaires atomiques, Les Arènes, Paris
2001. ↵
88)
Dufour & Vaïsse, La Guerre au XXe siècle, p. 108. ↵
89)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 84. ↵
90)
Ibid., p. 229. ↵
91)
Ibid., p. 86. ↵
92)
Ibidem. ↵
93)
Ibid., p. 79. ↵
94)
Ellul, Le Système technicien, p. 230. ↵
95)
Ellul, Exégèse des nouveaux lieux communs, p. 173. ↵
96)
Ellul, Le Système technicien, p. 230. ↵
97)
Ibid., p. 235. ↵
98)
Ibid., p. 234. ↵
99)
Ibid., p. 246. ↵
100)
Ibid., p. 247. ↵
101)
Ibid., p. 257. ↵
102)
Ibidem. ↵
103)
Ibid., p. 260. ↵
104)
Ibidem. ↵
105)
Ibid., p. 278. ↵
106)
Ibidem. ↵
107)
«L'Express», 26 ottobre 2000 ↵
108)
«Le Point», 11 maggio 2001 ↵
109)
«Capital», marzo 2001. ↵
110)
«Le Monde», 6 novembre 2001. ↵
111)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 68. ↵
112)
Ellul, Le Système technicien, p. 245. ↵
113)
Ibidem. ↵
114)
Ibid., p. 130. ↵
115)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 399. ↵
116)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 70. ↵
117)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 400. ↵
118)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 75. ↵
119)
Ibid., p. 71. ↵
120)
Ibid., p. 276. ↵
121)
Ibid., p. 277. ↵
122)
Ibid., p. 278. ↵
123)
Ibid., p. 279. ↵
124)
Ibid., p. 278. ↵
125)
Ibidem. ↵
126)
Ibid., p. 279. ↵
127)
Ibid., p. 280. ↵
128)
Ibidem. ↵
129)
Ibidem. ↵
130)
Ibidem. ↵
131)
Ibid., p. 281. ↵
132)
«Le Canard enchaîné», 31 gennaio 2001. ↵
133)
Citato da Michèle Rivasi e Hélène Crié in Ce nucléaire
qu'on nous cache, Albin Michel, Paris 1998, p. 210. ↵
134)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 183. ↵
135)
Ibid., p. 183. ↵
136)
Ibid., p. 189. ↵
137)
Ibid., p. 187. ↵
138)
Ellul, Le Système technicien, p. 143 ↵
139)
Ibid., p. 145. ↵
140)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 187. ↵
141)
Ellul, Le Système technicien, p. 146. ↵
142)
Ibid., p. 147. ↵
143)
Ibidem. ↵
144)
Ibid., p. 145. ↵
145)
Michel Callon, Pierre Lascoumes, Yannick Barthe, Agir
dans un monde incertain, essai sur la démocratie technique,
Seuil, Paris 2001. ↵
146)
Ibid.., p. 163. ↵
147)
«Liberation», 29 marzo 2002. ↵
148)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 130. ↵
149)
Ibid., p. 131. ↵
150)
Ibidem. ↵
151)
Ibid., p. 132. ↵
152)
Ibid., p. 133. ↵
153)
Ibid., p. 132. ↵
154)
Ibidem. ↵
155)
Ibid., p. 133. ↵
156)
Michel Claessens, La Technique contre la démocratie,
Seuil, Paris 1998. ↵
157)
Sondaggio Sofres / L'Usine nouvelle, febbraio 2001. ↵
158)
Sondaggio Sofres / Ministero della Ricerca, novembre
2000. ↵
159)
Ellul, Le Système technicien, p. 167. ↵
160)
Ibid., p. 167. ↵
161)
Ibid., p. 168. ↵
162)
Ibid., p. 161. ↵
163)
Ibid., p. 163. ↵
164)
«Le Monde», 4 settembre 2001. ↵
165)
Ellul, Le Système technicien, p. 166. ↵
166)
Ellul, Ce que je crois, p. 91. ↵
167)
Jean-Claude Guillebaud, Le Principe d'humanité, Seuil,
Paris 2001. ↵
168)
Henri Atlan, Marc Augé, Mireille Delmas-Marty, Roger-
Pol Droit, Nadine Fresco, Le clonage humain, Seuil, Paris
1999, p. 189. ↵
169)
Jean-François Mattei, in Guillebaud, op. cit., p. 348. ↵
170)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 232. ↵
171)
Ibid., p. 213. ↵
172)
Ellul, Le Système technicien, p. 67. ↵
173)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 216. ↵
174)
Ibid., p. 232. ↵
175)
Ellul, Le Système technicien, p. 68. ↵
176)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 253 ↵
177)
Ibid., p. 253. ↵
178)
Ibid., p. 261. ↵
179)
Ibidem. ↵
180)
Ibid., p. 262. ↵
181)
Ibidem. ↵
182)
Ibid., p. 283. ↵
183)
Ibid., p. 284. ↵
184)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 359. ↵
185)
Ibid., p. 360. ↵
186)
Ibid., p. 362. ↵
187)
Non si entrerà qui nel dibattito, sia tecnico sia ideologico.
Sottolineiamo semplicemente che, malgrado i massicci
investimenti in R&D, in particolare nel campo
dell'informatica, gli Stati Uniti hanno conosciuto un lungo
periodo di calo della produttività tra il 1973 e il 1992. Il
fenomeno, battezzato «paradosso della produttività», è
illustrato dalla famosa frase del premio Nobel per l'economia
Robert Solow: «Si possono vedere computer ovunque, tranne
che nelle statistiche di produttività». ↵
188)
Il testo riprende essenzialmente un articolo del «Canard
enchaîné», 30 dicembre 1998. ↵
189)
Michèle Rivasi & Hélène Crié, Ce nucléaire qu'on nous
cache, Albin Michel, Paris 1998. ↵
190)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 142. ↵
191)
«Les Echos», 4 febbraio 2001. ↵
192)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 143. ↵
193)
Ibid., p. 140. ↵
194)
Ellul, Le Système technicien, p. 154. ↵
195)
Ibid., p. 155. ↵
196)
Ellul, Propagandes, p. 165. ↵
197)
Ibid., p. 166. ↵
198)
Ibid., p. 335. ↵
199)
Ibidem. ↵
200)
Ibid., p. 73. ↵
201)
Ibid., p. 13. ↵
202)
Ibid., p. 263. ↵
203)
Ibid., p. 265. ↵
204)
Ibid., p. 144. ↵
205)
Ibid., p. 145. ↵
206)
Ibidem. ↵
207)
Ibid., p. 146. ↵
208)
Ibid., p. 336. ↵
209)
Ibid., p. 339. ↵
210)
Ibid., p. 279. ↵
211)
Ibid., p. 262. ↵
212)
Ibid., p. 265. ↵
213)
Ibid., p. 271. ↵
214)
Ibidem. ↵
215)
«Figaro-Magazine», 29 giugno 2002. ↵
216)
«Le Monde», 27 febbraio 2002. ↵
217)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 412. ↵
218)
Ibid., p. 412. ↵
219)
Ibidem. ↵
220)
Ibid., p. 415. ↵
221)
Ibidem. ↵
222)
Ibidem. ↵
223)
Ibid., p. 416. ↵
224)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 334. ↵
225)
Corinne Lepage & François Guéry, La politique de
précaution, PUF, Paris 2001, p.49. ↵
226)
Pierre Thuriaux, «Libération», 10 settembre 2001. ↵
227)
Bill Joy, «Libération», 24 agosto 2001. ↵
228)
«Libération», 21 dicembre 2001. ↵
229)
Michael Cross, «L'Écologiste», n. 3. ↵
230)
Semplici cittadini, «Le Laboratoire grenoblois», 14 marzo
2002. ↵
231)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 107. ↵
232)
Ellul, Le Système technicien, p. 201. ↵
233)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 111. ↵
234)
Ibid., p. 115. ↵
235)
Ibid,. p. 112. ↵
236)
Ibid., p. 113. ↵
237)
Ibid., p. 114. ↵
238)
Ibid., p. 116. ↵
239)
Ibid., p. 111. ↵
240)
Ellul, Le Système technicien, p. 209. ↵
241)
Ibid., p. 215. ↵
242)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 111. ↵
243)
Ibid., p. 121. ↵
244)
Ibidem. ↵
245)
Ellul, Le Système technicien, p. 204. ↵
246)
Ibid., p. 208. ↵
247)
Ibid., p. 209. ↵
248)
Ibid,. p. 208. ↵
249)
Jean Malaurie, Hummocks, tomo 2, Alaska, Tchoukotka
sibérienne, Plon, Paris 1999, p. 108. ↵
250)
Jean Malaurie, prefazione a L'Atlas de l'humanité, Solar,
1983, p. 5. ↵
251)
Jean Malaurie, Hummocks, tomo 2, cit., p. 119. ↵
252)
Ibid., p. 135. ↵
253)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 128. ↵
254)
Vedere annoverato in questo elenco il lavoro femminile
può sorprendere. Ellul vi vede più una nuova fonte di
alienazione (lavoro ripetitivo, automatizzato, sottopagato) che
una conquista di libertà: Secondo Ellul, l'uomo e la donna di
oggi lavorano troppo! ↵
255)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 2. ↵
256)
Ibid,. p. 74. ↵
257)
«Le Monde», 3 febbraio 1999. ↵
258)
Ibid,. p. 84. ↵
259)
Ellul, Ce que je crois, p. 68. ↵
260)
Ibid., p. 72. ↵
261)
Garrigou-Lagrange, A temps et à contretemps, p. 127. ↵
262)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 186. ↵
263)
Ellul, Le Système technicien, p. 340. ↵
264)
Ibid., p. 342. ↵
265)
Ibidem. ↵
266)
Ibidem. ↵
267)
Jeremy Rifkin, L'Economie hydrogène, La Découverte,
Paris 2002. ↵
268)
«La recherche», 10/02. ↵
269)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 407. ↵
270)
Ibid., p. 407. ↵
271)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 109. ↵
272)
Ibid., p. 110. ↵
273)
Ibid., p. 112. ↵
274)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 408. ↵
275)
«Science et vie», dicembre 2000. ↵
276)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 92. ↵
277)
Mohamed Larbi Bouguerra, La Pollution invisible, PUF,
Paris 1997. ↵
278)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 94. ↵
279)
Ibid,. p. 123. ↵
280)
Ibid., p. 124. ↵
281)
Versione riadattata di un articolo del «Canard enchaîné»,
8 agosto 2001. ↵
282)
Ellul, La Parole humiliée, p. 23. ↵
283)
Ibid., p. 21. ↵
284)
Ibid., p. 46. ↵
285)
Ibid., p. 34. ↵
286)
Ibid., p. 152. ↵
287)
Ibid., p. 221 ↵
288)
Ibid., p. 228. ↵
289)
Ibid., p. 240. ↵
290)
Ibid., p. 245. ↵
291)
Ibidem. ↵
292)
Ibidem. ↵
293)
Ibid., p. 159. ↵
294)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 396. ↵
295)
Ibid., p. 397. ↵
296)
Ibid., p. 398. ↵
297)
Ibidem. ↵
298)
Ellul, La Parole humiliée, p. 141. ↵
299)
Ibid., p. 177. ↵
300)
Ibid., p. 174. ↵
301)
Ibid., p. 175. ↵
302)
Ibid., p. 179. ↵
303)
Ibid., p. 285. ↵
304)
Ibidem. ↵
305)
Ibid, p. 286. ↵
306)
Ibid, p. 287. ↵
307)
Ibid., p. 288. ↵
308)
Ibid., p. 293. ↵
309)
Agnès Bertrand & Laurance Kalafatides, OMC, Le
Pouvoir invisible, Fayard, Paris 2002. ↵
310)
Isabelle Gougenheim & Yves d'Herouville, La Télévision,
Le cavalier bleu, Paris 2001. ↵
311)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 393. ↵
312)
Gougenheim, op. cit., p. 106. ↵
313)
Ibid., p. 112. ↵
314)
Exégèse des nouveaux lieux communs, p. 183. ↵
315)
Ibid., p. 191. ↵
316)
Ibid., p. 192. ↵
317)
Ellul, Le Bluff tecbnologique, p. 174. ↵
318)
Ibid., p. 182. ↵
319)
Ibid., p. 174. ↵
320)
Ibidem. ↵
321)
Ibid., p. 175. ↵
322)
Ibidem. ↵
323)
Ibid., p. 171. ↵
324)
Ibid., p. 179. ↵
325)
Ibid., p. 165. ↵
326)
Ibid., p. 179. ↵
327)
Ibid., p. 180. ↵
328)
Ellul, La Tecbnique ou l'enjeu du siècle, p. 312. ↵
329)
Ibid., p. 315. ↵
330)
Ibid., p. 317. ↵
331)
Ibid., p. 316. ↵
332)
Ellul, Le Bluff tecbnologique, p. 178. ↵
333)
Ibid., p. 165. ↵
334)
Ibid., p. 176. ↵
335)
Ibid., p. 249. ↵
336)
Ibid., p. 250 ↵
337)
Ibid., p. 27. ↵
338)
Baptiste-Marrey, Éloge des bibliothèques, CFD/Helikon,
2000, p. 51. ↵
339)
La traduzione italiana è in preparazione presso Jaca Book.
(nde) ↵
340)
Ellul, La Technique ou l'enjeu du siècle, p. 312. ↵
341)
Ibid., p. 404. ↵
342)
Ibid., p. 405. ↵
343)
Ellul., Le Bluff technologique, p. 452. ↵
344)
Ibid., p. 452. ↵
345)
«Libération», 16 maggio 1999. ↵
346)
Jean-François Lacan, Scandales dans les maisons de
retraite, Albin Michel, Paris ↵
347)
Bourg, Planète sous contrôle, p. 45. ↵
348)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 468. ↵
349)
Ibid.,p. 468. ↵
350)
Ibid., p. 469. ↵
351)
Ellul, Ce que je crois, p. 95. ↵
352)
Ibid., p. 95. ↵
353)
Ibidem. ↵
354)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 189. ↵
355)
Ibid., p. 190. ↵
356)
Ibid., p. 192. ↵
357)
Ibidem. ↵
358)
Ellul, Le Bluff tecbnologique, p. 471. ↵
359)
Ibid., p. 471. ↵
360)
Ibidem. ↵
361)
«Le Monde», 3 novembre 2001. ↵
362)
Bernard Debré, La Grande Transgression, Michel Lafon,
Neuilly-sur-Seine 2000. ↵
363)
François Dagognet, Corps réfléchis, Odile Jacob, Paris
1990. ↵
364)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 49. ↵
365)
Ellul, Changer de révolution, p. 223. ↵
366)
Ibid., p. 201. ↵
367)
Ibid., p. 200. ↵
368)
Ibid., p. 202. ↵
369)
Alcuni insorgono contro il «falso processo» fatto al
progresso tecnico: ovviamente elimina posti di lavoro, ma ne
crea altri, perché gli aumenti di produttività che porta con sé
generano spese supplementari e quindi creazione di nuovi
posti di lavoro (è la teoria del «riversamento» di Alfred
Sauvy, difesa specialmente da Denis Clerc in Comdamnés au
chômage?). Il dibattito è aperto. ↵
370)
Ibid., p. 206. ↵
371)
Ibid., p. 210. ↵
372)
Ibidem. ↵
373)
Ibidem. ↵
374)
Ibid., p. 212. ↵
375)
Ibid., p. 213. ↵
376)
Ibid., p. 214. ↵
377)
Ibid., p. 149. ↵
378)
Ibid., p. 148. ↵
379)
Ibid., p. 197. ↵
380)
Ibid., p. 238. ↵
381)
Ibid., p. 233. ↵
382)
Ibid., p. 242. ↵
383)
Ibid., p. 244. ↵
384)
Ibid., p. 261. ↵
385)
Ibid., p. 267. ↵
386)
Ibid., p. 247. ↵
387)
Ibid., p. 251. ↵
388)
Ibid., p. 253. ↵
389)
Ibid., p. 254. ↵
390)
Ibid., p. 255. ↵
391)
Ibid., p. 267. ↵
392)
Ibid., p. 262. ↵
393)
Ibid., p. 263. ↵
394)
Ibid., p. 262. ↵
395)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 58. ↵
396)
Ibidem. ↵
397)
Ente statale equiparabile all'lNPS. ↵
398)
«Alternatives économiques», novembre 2001. ↵
399)
Sfez, Critique de la communication, p. 161. ↵
400)
Ibid., p. 166. ↵
401)
Bourg, L'Homme-artifice, p. 11. ↵
402)
Mandosio, Après l'effondrement, p. 119. ↵
403)
Esperto finanziario di estrazione protestante, François
Partant (1926-1987), nel corso delle proprie esperienze in Iran
e Madagascar, era diventato un militante dello sviluppo
alternativo nei paesi del Sud del mondo, il che lo aveva
portato a scrivere numerose opere influenzate dal pensiero di
Ellul e di Illich, tra le quali il provocatore Que la crise
s'aggrave, e il testamentario La Ligne d'horizon, che esorta
alla creazione di una centrale economica composta da una
federazione di piccole cooperative. ↵
404)
«L'Ecologiste», inverno 2001 e «Silence», febbraio 2002.

405)
«Silence», febbraio 2002. ↵
406)
«Le Monde diplomatique», maggio 2001. ↵
407)
Bové, Paysan du monde, p. 27. ↵
408)
Colpito nel 1965 dalla lettura di The Technological
Society (La Technique ou l'enjeu du siècle di Ellul), Ivan Illic
consacrò i seguenti dieci anni allo studio delle conseguenze
sociali della dominazione attraverso «la tecnica»
(sull'ambiente, le strutture sociali, le culture, le religioni).
Inutile dire che i grandi libri di Illich, che hanno ispirato il
pensiero alternativo degli anni Settanta (Une société sans
école, La Convivialité, Energie et équité, Nemesis médicale),
devono molto a Ellul. ↵
409)
Pingaud, La Longue Marche de José Bové, p. 54. ↵
410)
Chastenet, Lire Ellul, 1992. ↵
411)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, 1994. ↵
412)
Mandosio, op. cit., p. 117. ↵
413)
Ibid., p. 202. ↵
414)
Semprun, L'abîme se repeuple, p. 82. ↵
415)
Nota dell'editore in La Société industrielle et son avenir,
di Theodore Kaczynski. ↵
416)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 48 ↵
417)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 175. ↵
418)
Ellul, Trahison de l'Occident, p. 50. ↵
419)
Ellul, Recherche pour une éthique dans une société
technicienne, articolo pubblicato in «Éthique et
technologique», 1983, Annales de l'Institut de philosophie et
de science morales. ↵
420)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 123. ↵
421)
Ellul, Recherche pour une éthique dans une société
technicienne. ↵
422)
Ibidem. ↵
423)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 48. ↵
424)
Ellul, Recherche pour une éthique dans une société
technicienne. ↵
425)
Hottois, La Technoscience: entre technophobie et
technophilie, in Qu'est-ce que la vie?. ↵
426)
Lacoue-Labarthe, in «Foi et vie», dicembre 1994. ↵
427)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 53. ↵
428)
Lacoue-Labarthe, in «Foi et vie», dicembre 1994. ↵
429)
Ibid., p. 55. ↵
430)
Ellul, Le Bluff technologique, p. 9. ↵
431)
Ellul, Anarchie et christianisme, p. 32. ↵
432)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 195. ↵
433)
Ellul, Le bluff technologique, p. 479. ↵
434)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 156. ↵
435)
Ibid., p. 200. ↵
436)
Ellul, Ce que je crois, p. 289. ↵
437)
Garrigou-Lagrange, À temps et à contretemps, p. 156. ↵
438)
Ellul, Ce que je crois, p. 198. ↵
439)
Ibid., p. 201. ↵
440)
Ibid., p. 242. ↵
441)
Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, p. 174. ↵
442)
Illich, Sur Jacques Ellul, p. 14. ↵
.

Frontespizio 3
Il Libro 2
Ringraziamenti 7
Introduzione 8
Parte prima 16
1. «Per tutta la vita ho cercato qualcos'altro». La vita, l'opera 17
Bernard Charbonneau (1919-1996) contro il grande inganno 19
2. Breve storia della tecnica dalle origini ai nostri giorni 28
Parte seconda. Venti idee forti sulla tecnica 36
1. Il cavatappi non è il nemico. La tecnica ha recentemente cambiato natura e costituisce ormai un sistema 37
2. Futurologo: un mestiere senza avvenire. La tecnica rende il futuro impensabile 44
Cosa ci aspetta… 45
3. Impossibile non fabbricare la bomba atomica. La tecnica non è buona né cattiva 49
Sempre la bomba 51
4. Ogni giorno nascono mille novità. L'uomo non domina la tecnica: essa si autogenera seguendo la propria logica 54
Il frigo che ordina succo d'arancia 58
Miliardi di neuroni per la Xbox 59
5. «Si troverà pure una soluzione, no?». La tecnica crea problemi risolvibili attraverso nuove tecniche 61
Pomodori, aeromobili senza pilota, nucleare 65
6. È troppo complicato per voi, bambini… La tecnica fa di testa propria, e tanto peggio per la democrazia 69
Dopo la «cena dei cretini», la «conferenza di consenso»? 72
7. Adoriamo il computer che fa guadagnare tempo. La tecnica è diventata una religione 75
Ci si crede sempre 76
8. Lei attacca la scienza, signore! La tecnica è sacra: non sopporta di essere giudicata 79
Comitati etici di pessimo gusto 82
9. Una macchina che funziona da sola. La tecnica rinforza lo stato, che rinforza la tecnica 87
Copertura sul becquerel! 91
10. La fabbrica di polli sarà globale o no. Le multinazionali sono figlie della tecnica 93
Addio pollo! 95
11. Alla mia destra il bene, alla mia sinistra il male. Viviamo sotto l'influsso di un'incessante propaganda 102
Dopo l'11 Settembre 106
12. Cosa?! non hai ancora la SDR-4X della Sony? La pubblicità e il bluff tecnologico sono il motore del sistema tecnico 109
Il bombardamento pubblicitario a tappeto 111
Gli OGM contro la fame 112
Tutto nano, tutto bello 114
13. Noi, tutti uguali. Ormai universale, la tecnica sta per rendere uniformi tutte le culture: è questa la vera globalizzazione 115
Gli Inuit 119
14. Stiamo facendo a pezzi il giardino. Non può esserci sviluppo tecnico infinito in un mondo finito: le tecniche esauriscono le
risorse naturali 122
E dopo il petrolio? 125
15. Solo 31 delle 2.465 molecole chimiche prodotte sono state studiate. Più cresce il progresso tecnico, più aumentano gli
effetti imprevedibili 128
Attenzione agli spermatozoi! 131
16. A pieni occhi! La tecnica si è alleata all'immagine per calpestare la parola 134
Obiettivo, quattro ore di televisione al giorno 140
17. Non basta tamburellare su una tastiera. La tecnica ha divorato la cultura 142
Un libro vive meno di cento giorni 148
18. Completamente inadatto, questo povero vecchio. La tecnica crea una nuova apartheid: esclude gli «individui inutilizzabili»
e li degrada al rango di rifiuti umani 150
Fuori i vecchi! 151
19. Vivremo 358 anni e avremo un telefono cellulare sottopelle. La tecnica vuole creare un uomo superiore, ma superiore in
cosa? 154
Profezie deliranti 157
20. E se si lavorasse due ore al giorno? Una sola soluzione, la rivoluzione! (ma è impossibile) 161
Il proletario è molto di moda… 167
Parte terza. Ellul oggi 169
Ellul visto da…. 170
1. Lucien Sfez: prendere e lasciare 170
2. Jean-Claude Guillebaud: la speranza cristiana di Ellul 172
3. Dominique Bourg, elluliano critico: per uno sviluppo sostenibile 174
4. Serge Latouche, elluliano radicale: contro lo sviluppo sostenibile 177
5. José Bové: Ellul messo in pratica 180
6. Patrick Chastenet: l'elluliano di riferimento 186
7. L'Encyclopédie des Nuisances: una critica radicale della tecnica 191
Conclusione. «Senza armi né armatura» 195
Allegati. La fede di Ellul 202
Bibliografia 208
Contatti 219