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Cosa posso dire di Marx che il suo lavoro non abbia già detto?

Sarebbe di una qualche utilità


aggiungermi al coro (ormai piccolo) di quelli che si mettono a fare le lezioni di marxismo?
“Ragazzi, seduti e buoni. Questo è il valore d’uso, questo è il valore di scambio, questo è il
plusvalore. Il saggio del profitto è plusvalore diviso capitale costante più capitale variabile.
Piantatela di fare casino perdio. Allora, riprendiamo…”.

No, non lo farò. L’ho già fatto quando ho scritto la mia tesi di laurea, ma lì era diverso: ero
obbligato dallo Stato a dover produrre un qualche paper, tanto valeva farlo su qualcosa che
conoscevo già di mio, ma senza alcuna convinzione che potesse servire a qualcosa. Le categorie
economiche della teoria marxiana sono banali: se riesci ad avere un’idea di cos’è l’utilità
marginale, puoi tranquillamente elaborare e comprendere il fatto che un telefono serve per
telefonare (valore d’uso) e che se costa 200 euro come una televisione, allora può essere scambiato
con una televisione e con qualsiasi altra merce da 200 euro (valore di scambio, non importa se
espresso mediante una merce-equivalente specifico o una merce equivalente-generale come il
denaro). C’è tutto scritto ne Il Capitale, e se uno ha voglia di una esposizione un po’ più tecnica e
moderna c’è Saggi sulla teoria del valore di Marx, gran bel libro scritto da Rubin.

Capitale costante, capitale variabile, plusvalore relativo e assoluto, saggio del profitto, costo di
produzione, ecc. sono variabili banali, le capivano persino gli operai semianalfabeti degli anni
venti. Non è possibile non capirle se si è provata almeno una volta la frusta del padrone, o come
si dice oggi, del “datore di lavoro” 1; e se non la si è ancora provata non ha senso nemmeno perdere
tempo, è come parlare di figli con chi non ne ha mai avuti, di colori con un daltonico, di trekking
con un paraplegico.

Gli operai però avevano voglia di capire, anzi dovevano capire, perché sentivano la necessità di
agire. Non leggevano Marx per fare sfoggio di sapienza, per dire “il capitalista incrementa
l’estrazione del plusvalore relativo mediamente l’aumento della composizione organica del capitale”
in luogo del “il padrone maledetto ha comprato i macchinari per spremerci ancora di più, potesse
pigliargli un cancro a lui e alla scrofa che l’ha messo al mondo”, ma in quanto scienza della
rivoluzione che vedevano sotto i loro occhi, che capivano e sentivano, e di fronte alla tempesta non
potevano trovarsi impreparati. Perché ci sono le crisi? Perché assistiamo all’aumento incessante
dello sfruttamento? Perché vediamo miseria crescente nonostante il grado immenso raggiunto
dalle forze produttive? Perché si sente sempre una sensazione di un sistema che deve finire?

Marx non spiega perché il latte si vende a 1 euro al litro piuttosto che a due. Marx spiega come
funziona una società di mercato e poi la società capitalistica come sua declinazione. E questo è solo
l’inizio, la premessa necessaria, perché l’obiettivo dello scienziato non ciarlatano è sempre uno e
uno soltanto: formalizzare in teoria la dinamica di un evento. Marx studia il capitalismo per
ricavarne una legge che descriva la sua nascita, la sua vita, la sua morte e la nuova vita che sorgerà
dalla decomposizione del cadavere. Non si tratta di far tornare dei conti, si tratta di prendere una

1
Curioso: io operaio sgobbo mentre il padrone cazzeggia e si gode i profitti, ma chi dà lavoro è lui; allora
io chi sarei, quello che prende il lavoro? Incredibile quanto sia facile far passare il carnefice per vittima. E i
fessi, specie se studenti universitari, abboccano in un attimo.
realtà storica (produttori formalmente indipendenti ma tecnicamente dipendenti
reciprocamente) e constatare semplicemente che il latte è latte fin dalla notte dei tempi, ma il fatto
che abbia anche un cartellino con un prezzo, dunque che sia “socialmente equivalente” a n altri
prodotti, dunque abbia un valore, non è un qualcosa di divino o naturale, ma il rozzo modo con
cui produttori isolati ma coinvolti nella produzione sociale riescono a darsi un minimo di
coordinamento. Questo stato di cose non è immutabile, ma storicamente determinato: in passato
era diverso, in futuro lo sarà nuovamente.

La società mercantile è una forma sociale rozza, primitiva e degenere; nessuno sa niente dei
bisogni della società, nessuno sa se è meglio coltivare grano piuttosto che produrre inutili gadget
di plastica. Nessuno è a conoscenza se si producono troppi bulloni o troppo pochi, dunque se il
costruttore di trattori avrà a sufficienza bulloni per il suo prodotto oppure se la produzione si
trattori si bloccherà per carenza di bulloni. L’unico modo è provare, impiegare lavoro in una
produzione, portare le merci sul mercato che le valuta comparandole a tutte le altre. In tal modo
vengono in tal modo comparati i rispettivi lavori e così facendo si attua un minimo di distribuzione
delle forze produttive della società, perché se guadagno troppo poco come produttore di bulloni
rispetto a fare il produttore di cazzate di plastica, abbandono la produzione meccanica per
buttarmi nel mercato delle stronzate cinesi.

Il cretino si ferma qui, al prezzo dato da domanda-offerta, e non capisce nulla di cosa ci stia
sotto al passaggio bullonigadget cinesi. Non lo sa, non gli interessa. Per lui è un caso: si vede che
in quel momento “i consumatori” avevano bisogno di pupazzetti cinesi più che di bulloni. Domani
chissà quale capriccio trasformerà la loro funzione di utilità (mi raccomando però, possibilmente
curve di indifferenza convesse eh?). L’uomo non cretino invece si chiede perché è accaduto questo,
se è un fenomeno casuale (è accaduto solo a un produttore o assistiamo a una fuga dalla meccanica
verso l’industria delle cazzate?), se è temporaneo, da cosa è causato; in altri termini per il cretino
il valore è tutto, per il non cretino il valore è il rivelatore di qualcos’altro. Taglio corto: di un
aumento della produttività del settore meccanico. In passato bulloni e pupazzetti erano lo stesso
valore perché una giornata da fabbricante di bulloni e una da fabbricante di pupazzetti si
rappresentava stabilmente nello stesso valore: 𝑥𝑥 bulloni = 𝑦𝑦 € = 𝑧𝑧 pupazzetti da cui
𝑦𝑦 𝑥𝑥
1 pupazzetto = € = bulloni. Poi è stato introdotto un nuovo macchinario che si è imposto
𝑧𝑧 𝑧𝑧
su tutti il mercato dei gadget cinesi, tale che ha raddoppiato la produttività: ora una giornata di
lavoro rende non più 𝑧𝑧, ma 2𝑧𝑧. Prescindendo da barriere di entrata, i produttori di bulloni, che
non sono scemi, non ci stanno a guadagnare la metà spendendo lo stesso lavoro: migrano dunque
in massa nel settore dei gadget, aumentando la produzione fintanto che il prezzo dei pupazzetti
non sarà tale per cui 8 ore di lavoro da una parte rendono quando 8 ore dall’altra, raggiungendo
𝑦𝑦 𝑦𝑦
l’equilibrio. E che ne è stato di questo prezzo? Si è dimezzato: → , cioè ha raggiunto il suo
𝑧𝑧 2𝑧𝑧
valore. Qualsiasi livello di prezzo superiore indica che persiste un disequilibrio che dovrà prima o
poi estinguersi.

È un modo incredibilmente stupido di coordinare le forze produttive (anche se gli economisti


continuano imperterriti a sostenere che è il modo più efficiente di allocare le risorse), ma per i suoi
scopi funziona. Il problema è che i suoi scopi sono solo la massimizzazione del profitto di breve
periodo del singolo produttore, non certo la massimizzazione del benessere sociale, ma questa è
un'altra faccenda.

La distribuzione delle forze produttive in modo da combinarle tra loro non è un fatto
tipicamente mercantile: qualunque produzione non banale richiede che determinate forze in
determinate proporzioni vengano organizzate tra loro. Tuttavia è peculiare ed esclusivo del modo
di produzione mercantile, che si estrinseca in forma sviluppata e matura nel modo di produzione
capitalistico, il fatto che tale distribuzione non avvenga secondo un progetto, bensì
incoscientemente mediante il confronto dei prodotti sul mercato. Tutto questo si chiama feticismo
della merce, un potere dato agli oggetti che va al di là del loro valore d’uso; una saponetta serve
per detergere la pelle, ma nelle società mercantili e solo in esse serve anche per controllare la
distribuzione del lavoro sociale. E perché solo in esse e non già nella hobbesiana natura umana2,
con cui la sancta sanctorum degli studi rompe il cazzo agli sventurati studenti di tutte le
generazioni? Perché l’organizzazione sociale del lavoro mediante produttori autonomi è un fatto
relativamente breve della storia dell’umanità, che ha vissuto per il 99% del suo tempo seguendo
altri modelli tribali di tipo proto-comunistico, conservando alcuni di tali aspetti addirittura fino
all’antico Egitto. Sta proprio all’inizio de Il Capitale, sono poche pagine che richiedono solo di
stare sul pezzo.

Assimilato ciò, tutto è in discesa. Si tratta solo di capire che a livello complessivo della società
plusvalore e profitto si equivalgono sia qualitativamente che quantitativamente (mentre a livello
di singola produzione divergono, perché il centro di gravità dei prezzi relativi non è più il valore
come nell’astratto modello di produttori isolati, bensì il prezzo di produzione, che è la
trasformazione della funzione del valore in una società non più solo di produttori isolati, ma di
proprietari di capitale) e che dunque è più semplice continuare a trarre conclusioni generali
continuando a studiare il valore. Che mi basta dimostrare che le leggi interne del capitalismo
portano ad un crollo del valore aggiunto e dunque del plusvalore complessivo (che implica che se
qualche produzione ha una crescita ce ne sono altre che decrescono ancora di più), per dimostrare
la sua fine annunciata e la necessità della rivoluzione come fatto ineluttabile.

2
Che, come tutti gli inglesi borghesi del tempo e non solo, vengono sempre dopo la puzza visto che
“Homo homini lupus” era già ben noto ai romani. Con la differenza che loro, oltre ad essere stati
immensamente più potenti, importanti, influenti e dignitosi di quella infame società di alcolizzati coi denti
gialli e dalla dubbia igiene personale, non mascheravano la loro morale per qualcosa di diverso da quello
che era, cioè il riflesso della struttura sociale del tempo, del rapporto di produzione dominus-servi che si
rifletteva in ogni singola sfera della società, dove chiunque era servus di qualcun altro di rango più elevato:
il clientes del patronus, la moglie del marito, il figlio del padre, lo schiavo del padrone. Per un romano il mos
maiorum era il fondamento morale degli antenati e di Roma stessa, ma di sicuro non gli sarebbe venuto in
mente di promuoverlo a natura umana. Forse nemmeno le religioni monoteiste si sono mai spinte tanto,
visto che in fondo in fondo la loro attenzione era più focalizzata sulla natura divina che su quella umana,
considerata poco più che misero sterco. Solo il capitalismo ha fin dall’inizio preteso l’universalità e
l’eternalità della propria cultura, con i suoi Robinson e Venerdì che già fanno i mercanti.
Sarebbe ovviamente del massimo interesse sviscerare in modo approfondito ogni questione
che qui ho solo frettolosamente e volgarmente accennato. Una piccola parte di questi aspetti l’ho
analizzata nella mia tesi di laurea triennale. Tuttavia non lo farò in questa sede: non posso, perché
non sono così esperto e abile dal fare in pochi giorni quel che ad altri giganti ha preso un’intera
vita; non voglio, perché sarebbe inutile proporre montagne di cibo a chi fosse poco affamato,
specie se quel cibo lo avesse già a portata di mano. Sarei già molto contento se in queste pochissime
pagine fossi riuscito a trasmettere almeno quel minimo di passione per gli aspetti essenziali che
dovrebbe avere la scienza dell’economia, affinché l’uomo non sciupi la sua vita a studiare bei
sistemi di equazioni differenziali che in realtà non spiegano un bel niente.

«Per la scienza non c’è via maestra, ed hanno probabilità di arrivare alle sue
cime luminose soltanto coloro che non temono di stancarsi a salire i suoi ripidi
sentieri.»

Karl Marx