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VENEZIA

VENEZIA GLORIOSA

GLORIOSA
STORIA, SPLENDORI E SEGRETI DELLA SERENISSIMA

MILLE ANNI DI LIBERTà


E DI MAGNIFICENZA
UN GIOIELLO
FRA ORIENTE E OCCIDENTE
Lo sfarzo dell’arte
e dei palazzi
CAPITALE DELLE SPIE
E DEGLI INTRIGHI

LA REPUBBLICA PIù MODERNA


E ORIGINALE DELLA STORIA
Gli dei, i mostri
e le leggende

Come un villaggio Eros e avventure


di palafitte diventò la città nella vita
più straordinaria turbolenta
e originale del mondo di Casanova
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LA SERENISSIMA

N
essuna città al mondo assomiglia a Venezia. Non una delle tre città più popolose d’Europa e di gran lunga Competizione al ponte
solo per l’unicità della posizione, la magnificenza la più avanzata in fatto di libertà personali e qualità della dei pugni a Venezia
dei suoi palazzi e la raffinatezza della sua arte, vita. Ancora al tempo di Goldoni e Casanova, svanita la sua (1673) di Joseph Heintz
ma anche per una storia particolarissima. Sorta in importanza politica e mercantile, Venezia rimaneva una delle il Giovane: a sfidarsi,
una laguna remota e malsana, quasi per miracolo capitali più effervescenti e colte del Vecchio Continente. su ponti sprovvisti di
parapetto, erano
in pochi secoli divenne la regina del Mediterraneo: il suo Il successo della Serenissima non fu frutto del caso, le fazioni rivali di
nome riecheggiava fino in Estremo Oriente e nessun re, ma di un ordinamento sociale originale, equilibrato, che Castellani e Nicolotti.
imperatore o condottiero, fino a Napoleone, riuscì mai metteva il bene della comunità davanti a tutto e a tutti;
a conquistarla o a scalfirne la libertà. Dal Trecento al perfino del doge che, pur potentissimo, era “prigioniero di
Cinquecento, quando raggiunse l’apogeo, la Serenissima era Venezia” e del suo amato popolo.

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Attraverso immagini I momenti cruciali Ecco chi accompagnò L’esercito romano con La storia del più Tattiche, strategie,
vivide si può rivivere che decisero le sorti Mussolini nella sua le sue legioni, la flotta grande Impero armi e armature
l’orrore della guerra del mondo intero avventura al potere e la cavalleria dell’Antichità al tempo dei cavalieri

LAGLORIOSA
LA GLORIOSA STORIA D’ITALIA

STORIA D’ITALIA
RISORGIMENTO

UNITÀ D’ITALIA

LE
100
DATE
BATTAGLIE

GRANDE GUERRA IMPERO

SECONDA GUERRA MONDIALE REPUBBLICA

La storia del West Bianchi e pellerossa, Costumi, credenze, L’epopea della Tutte le date che Da Cesare a Garibaldi,
come non l’avete mai gli uomini che hanno speranze e battaglie famiglia che riunificò hanno fatto la Storia gli uomini che hanno
letta: attraverso i film reso immortale il West dei nativi americani l’Italia 150 anni fa del nostro Paese guidato intere nazioni

Chi era davvero Gesù Come seguire le orme Il corpo d’élite Usa, Le radici del conflitto I temi più controversi Saghe, storia, imprese,
di Nazareth e quali della Storia su un i suoi metodi e i suoi più importante dopo e dibattuti dall’alba leggende e scorrerie
i suoi insegnamenti? cammino millenario innumerevoli successi le guerre mondiali dei tempi a oggi dei guerrieri del Nord

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SOMMARIO
~
Testi di Mirko Molteni

In fuga dai barbari Palazzi da sogno


6 64
All’ombra di Bisanzio La stampa licenziosa
10 70
Il doge, lo sposo del mare La Leonessa dei mari
14 72
Veleggiando verso Oriente Maestri del colore
18 78
La basilica e il palazzo delle meraviglie Lotta ai Turchi
24 82
Padroni di Costantinopoli Capitale dello spionaggio
28 88
L’arte “rubata” Quei geni della Laguna
34 90
L’età di Marco Polo Maschere ed eros
36 96
Made in Venice Arriva Napoleone
44 98
Sfida a Milano Sul ponte sventola bandiera bianca
48 106
Tutti contro Venezia Tutti i dogi
54 112
I segreti dell’Arsenale
60

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IN FUGA
DAI BARBARI

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M
illecinquecento
anni fa ben pochi Per sfuggire crescere grazie alla protezione ac-
cordatale per diversi secoli dall’Im-
La battaglia di Eraclio
e Cosroè di Piero
avrebbero scom-
messo sul futuro ai barbari pero Romano d’Oriente, salvo poi
emergere come potenza indipenden-
della Francesca (tratta
dal ciclo pittorico
di sparute genti
che, dalla costa calati te, destinata a oscurare i precedenti
tutori. Che il litorale veneto fosse
Storie della Vera
Croce, basilica di San
orientale del Ve-
neto, avevano trovato rifugio dalle
dal Nord, già abitato nell’antichità è fuor di
dubbio, dal momento che Veneti,
Francesco, Arezzo,
1458-1466): dopo la
invasioni barbariche e dal generale nel V secolo Etruschi e Greci si erano succeduti
vittoria dell’imperatore
cristiano, la città
crollo della civiltà romana nelle
isole della laguna. Così scriveva, le genti che nel dominio di Adria che, duemila
anni fa, sorgeva lungo la costa. I
veneta di Melidissa fu
ribattezzata Eraclea, in
a metà del X secolo, l’imperatore
bizantino Costantino Porfirogenito: popolavano Romani fondarono insediamenti a
Chioggia, il cui impianto urbani-
suo onore. Nella pagina
a fronte, Attila in un
«Un tempo Venezia era un luogo
deserto, disabitato e palustre. Coloro
le coste stico testimonia la derivazione dal
tipico accampamento delle legioni,
frammento dell’affresco
di Eugène Delacroix
che oggi si chiamano Venetici, erano
Franchi di Aquileia e di altre locali-
venete si il castrum, e sull’isola di Torcello,
mentre più a nord il centro vene-
nella biblioteca di
Palazzo Borbone, a
tà della terra dei Franchi e abitavano rifugiarono to di Altino divenne municipium
Parigi (1843-1847).

nella terraferma di fronte a Venezia.


Ma quando Attila, il re degli Àvari, nella laguna. romano entro il 42 a.C. È inoltre
probabile che alcune postazioni ro-
venne e devastò e spopolò tutte le
terre di Francia, tutti i Franchi di Aprendo mane, anche solo di vedetta, fossero
presenti sull’isolotto di Castello, uno
Aquileia e delle città di Francia ini-
ziarono a fuggire e ad andare nelle
la strada degli attuali sestieri (quartieri) di
Venezia, ma è impossibile dire fino
isole disabitate di Venezia e a co-
struire capanne per la paura causata
all’avvento a che punto gli affioramenti su cui
in seguito sarebbe sorto il centro
dal re Attila. E quando il re Attila della cittadino fossero allora abitati. Del
ebbe devastato tutta la regione della
Serenissima resto, il toponimo Castello si origi-

~
terraferma e avanzò lontano verso na solitamente dal latino castellum
Roma e la Calabria e lasciò Venezia come diminutivo di castrum, accre-
ben lontano dietro di sé, coloro che ditando l’ipotesi di una postazione
erano fuggiti nelle isole di Venezia, militare presente fin da allora. Gli
avendovi trovato sicurezza e un mo- impero dei Franchi, di un secolo e stessi Romani, in età augustea, ali-
do per mettere fine ai loro timori, mezzo prima. Ma, al di là delle ine- mentarono il mito secondo il quale
decisero di prendere dimora qui e sattezze, come il fatto di considerare quelle zone sarebbero state raggiun-
così fecero abitando in questo luo- Attila re degli Àvari anziché degli te già un migliaio d’anni prima dai
go fino ai nostri giorni». Unni, ciò che conta è che lo scritto loro gloriosi antenati, i Troiani, gui-
  di Costantino Porfirogenito rappre- dati da Enea e Antenore. Nella realtà
Attila all’orizzonte senta una delle prime attestazioni storica, le isole della laguna avrebbe-
Così scriveva il sovrano nel 948 dell’origine di Venezia come terra di ro offerto asilo a genti in fuga solo
d.C., quando i Bizantini usavano rifugiati. Ai tempi dell’imperatore molti secoli più tardi, al tramonto
chiamare l’entroterra padano-veneto bizantino, la città lagunare si stava dell’evo antico, quando il turbine del-
“Francia”, assimilandolo all’antico affermando sui mari ed era potuta le invasioni barbariche calò da Nord. A
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In fuga dai barbari

Lo scranno di pietra La calata in Veneto degli Unni è


rinvenuto a Torcello datata al 452 d.C. ed è interessante
(Ve), databile al V notare come al loro sovrano, Attila,
secolo d.C.: leggenda sia associata una leggenda legata
vuole che fosse il trono al ritrovamento a Torcello di uno
di Attila, re degli Unni. scranno di pietra ritenuto il suo tro-
no. Un’altra diceria (falsa) vuole che
il condottiero unno sia sepolto nella
cripta di un isolotto della laguna,
chiamato Monte d’Oro proprio per la
presenza di un tesoro inestimabile.
Ma se la fuga di fronte all’avanza-
ta degli Unni può aver dato impulso
al popolamento delle isole vene-
ziane, oltre al già citato castrum,
diverse capanne dovevano già essere
presenti all’epoca delle incursioni
dei Visigoti, fra il 401 e il 408. Una

Figli di Aquileia
A
nordest della laguna veneta, duemila anni come base avanzata romana per presidiare la gi il rapporto della laguna con l’acqua, che già pare
fa sorgeva la monumentale Aquileia, una pianura friulana e il confine delle Alpi Orientali, prefigurare la nascita della futura flotta veneziana.
delle più prestigiose città dell’Impero i cui passi erano stati spesso valicati dai Galli Seppur coinvolta, a partire dal III secolo d.C., nelle
Romano. Il potentissimo centro di un tempo oggi transalpini. Non si sa se il suo nome derivi dall’av- lotte intestine che insanguinarono l’Impero, nel
è soltanto un ameno comune della provincia vistamento di un’aquila bianca da parte dei primi 238 resistette all’assedio delle legioni di Massimi-
di Udine, ancora segnato dalle vestigia della coloni, oppure se sia dovuto al toponimo celtico no il Trace, ucciso sotto le mura dalle sue stesse
passata grandezza per merito di un ricchissimo “Akilis”. Quel che è certo è che crebbe rapidamen- truppe, esasperate e ammutinate. Aquileia raggiun-
patrimonio archeologico e artistico, che ne fa te di importanza, fino a essere elevata al rango di se il suo apogeo nel IV secolo, come quarta città
una delle mete turistiche più affascinanti del municipium nel 90 a.C. Quando l’imperatore Ot- d’Italia, con una popolazione (considerevole per
Friuli-Venezia Giulia. La parabola di Aquileia fu taviano Augusto riorganizzò le regioni amministra- l’epoca) non lontana dai 200 mila abitanti, laddove
gloriosa e, nonostante l’inesorabile decaden- tive dell’Italia romana, nel 7 d.C., scelse proprio Roma doveva averne un milione.
za all’epoca delle invasioni barbariche, trovò Aquileia come capoluogo della X Regio Venetia Divenuta sede vescovile con l’avvento del
il suo compimento ideale, poiché fu una delle et Histria, corrispondente grossomodo al Nordest cristianesimo, la città vide fiorire l’arte paleocri-
principali città di provenienza delle ondate di padano-veneto a oriente del lago d’Iseo e del fiu- stiana nella speciale declinazione del mosaico,
profughi che, fra il V e il VI secolo d.C., trovarono me Oglio. La città si sviluppò enormemente nella come ancora oggi si ammira sul pavimento della
riparo sugli isolotti paludosi da cui sarebbe nata lunga stagione di pace dell’Alto Impero, fungendo sua basilica. Fu ad Aquileia, del resto, che nel 381
Venezia. In questa prospettiva, si può dunque fra l’altro da crocevia commerciale grazie a un ben si tenne il sinodo fra il vescovo locale Valeriano,
affermare che i primissimi Veneziani fossero, attrezzato porto fluviale sulla Natissa, che permet- il vescovo di Milano sant’Ambrogio e vari altri
almeno in gran parte, “figli di Aquileia”. teva l’accesso delle piccole e agili navi di allora alla prelati, che si concluse con la condanna definitiva
La città fu fondata nel 181 a.C. da Publio Scipio- laguna di Grado. I resti delle banchine in pietra del dell’eresia di Ario rispetto all’ortodossia cattolica.
ne Nasica, Caio Flaminio e Lucio Manlio Acidino porto fluviale (nella foto) testimoniano ancora og- Ma nel V secolo si addensarono le nubi delle
invasioni barbariche e, per cominciare, Aquileia
dovette subire l’assedio da parte dei Visigoti di
Alarico nel 401 e poi nel 408. Pochi decenni
dopo, nel 452, arrivarono gli Unni di Attila, che
riuscirono a conquistare la città e la devastarono.
Secondo una leggenda gli aquileiesi nascosero
un tesoro seppellendolo in un pozzo, il puteum
aureum, ma esso non fu mai ritrovato, né nel
pozzo, né nei terreni circostanti, dove la leggenda
alimentata dalle dicerie popolari fece sì che per
secoli l’eventualità del ritrovamento del tesoro
fosse inserita nei contratti di compravendita
fondiaria. La distruzione dell’Aquileia romana da
parte di Attila contribuì ad alimentare le fughe in
direzione della laguna veneta. E quando la città
friulana si risollevò, a fatica, nel Medioevo come
sede ecclesiastica del patriarcato, ormai non ave-
va più la palma di principale centro del Nordest.

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cronaca medievale dell’XI secolo,
redatta nella zona di Altino e per
questo nota come Chronicon Altinate,
stabilisce come data di nascita della
città di Venezia il 25 marzo del 421.
Quel giorno, secondo la leggenda,
un pio carpentiere locale di nome
Candioto completò l’edificazione di
una chiesa in legno dedicata a San
Giacomo nell’attuale isola di Rialto,
come ringraziamento a Dio per es-
sersi salvato da un incendio.
 
“Vivete come uccelli acquatici”
Nel caos della fine dell’Impero
Romano d’Occidente, fu il soprav-
vissuto Impero d’Oriente (poi noto
come Impero Bizantino) a mantenere
il controllo di ampie zone costiere,
con epicentro nell’Esarcato di Ra-
venna. In quegli anni l’Italia era
divisa in due: da una parte la Gotia,
sottoposta al dominio dei Visigoti
di Teodorico; dall’altra la Romania,
ciò che restava dei possedimenti
romani ora amministrati dagli emis-
sari di Costantinopoli.
Il primo documento dav-
vero certo della presenza
di insediamenti stabili nelle
isole della laguna veneta risa- i Longobardi, rafforzando Un particolare dei
le al 538 d.C, quando il prefetto così il ruolo della laguna co- mosaici pavimentali
bizantino Cassiodoro scrisse a me terra di estrema frontiera della cattedrale di
quanti risiedevano sulle isole bizantina in Italia. Ma le casu- Aquileia, databili al
IV secolo: mostra il
esortandoli a mettere a disposi- pole, o palafitte, degli isolotti riposo del biblico Giona
zione le loro imbarcazioni per di Venezia non erano ancora e alcune scene di
trasportare a Ravenna il vino e una città. Se esisteva un cen- pesca. A sinistra, uno
l’olio d’oliva dall’Istria, prodot- tro amministrativo locale, dei numerosi reperti
ti in grande abbondanza visti i sottoposto all’autorità dell’E- conservati presso il
raccolti eccezionali di quell’an- sarcato di Ravenna, questo Museo Archeologico di
no. Addolcendo le direttive con era Melidissa, che nel 628 fu Torcello, testimonianza
lodi e parole dense d’ammirazio- ribattezzata Eraclea, in onore del suo glorioso passato
ne, Cassiodoro, in sintesi, scrive- dell’imperatore Eraclio. Situata di emporio commerciale.
va a quei primi Veneziani: «Vi- poco a nord dell’attuale Jesolo,
vete come uccelli acquatici, ora in seguito si impaludò e venne
sul mare, ora sulla terra. Le vostre abbandonata. Altro centro in cresci-
case sono sparse qua e là sul vasto ta era Torcello, dove nel 639 venne
mare come le Cicladi. La solidità elemento principale dell’alimenta- edificata la prima cattedrale, in cui
della terra su cui esse sorgono è fat- zione, ma anche il ruolo basilare fu murata una lapide che menziona-
ta di vimini e di canne, e pure voi delle saline per l’economia dell’em- va un “magister militum”, ovvero
non esitate a opporvi alla furia delle brionale Venezia: «Tutto il vostro un governatore politico-militare bi-
onde. Fra voi non c’è differenza tra impegno è rivolto alla produzione zantino, di nome Maurizio, rappre-
ricchi e poveri, il cibo è lo stesso, del sale. Fate girare i rulli al po- sentante nella laguna dell’esarca ra-
le case sono tutte uguali. L’invidia sto dell’aratro e delle falci, da qui vennate Isacio. In quello stesso anno
che governa il resto del mondo a voi nasce ogni vostro guadagno dal i Longobardi del re Rotari conqui-
è sconosciuta. Siate accorti, dunque, momento che in ciò possedete anche stavano Altino, strappandola alla
a rimettere in sesto le vostre barche le cose che non avete. Lì in qualche provincia bizantina e rimettendo an-
che, come i cavalli, tenete legate modo viene coniata una moneta che cora una volta in discussione i con-
alla porta delle vostre abitazioni, e vi permette di vivere. Ogni flutto è fini di quell’insicura frontiera. Nel
fate in fretta a partire». al servizio della vostra arte. Qual- VII secolo, Eraclea era il maggiore
Fra le informazioni contenute nel- cuno forse può non cercare l’oro, centro locale e non era lontano il
la lettera di Cassiodoro, oltre alla ma non c’è nessuno che non desideri momento in cui il passaggio al ran-
dimestichezza con la navigazione avere il sale e giustamente, dal mo- go ducale avrebbe segnato l’inizio
e con l’ambiente acquatico ormai mento che ogni cibo che ha buon ufficiale della storia di Venezia, già
consolidata da diverse generazioni, sapore lo deve a questo». popolata come agglomerato, ma non
spicca l’abbondanza di pesce come Nel 568 arrivarono nuovi invasori, ancora divenuta capitale. ¿

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ALL’ OMBRA
DI BISANZIO
Mentre le incursioni barbariche
continuano, Bisanzio concede
sempre maggiori autonomie a Venezia,
che estende il suo dominio sul mare
~
P
opolati che furono più accreditata, quando un’assemblea Sotto, ritratto di
le isole e gli isolotti popolare riunitasi a Eraclea, detta Paoluccio Anafesto,
della laguna vene- anche Cittanuova, designò capo su- attestato dalla tradizione
ta, il loro destino premo Paoluccio Anafesto, passato come il primo doge
avrebbe potuto essere alla Storia come il primo dei 120 do- di Venezia, in carica
dal 697 al 717. Nella
pienamente bizantino gi susseguitisi negli 11 secoli a ve- pagina a fronte,
se offensive straniere nire. Secondo la tradizione, Anafesto Ritrovamento della
non avessero a poco a poco persuaso governò come vicario di Costantino- reliquia di san Marco
Costantinopoli che, in fondo, i sudditi poli fino alla sua morte, nel 717, ma (1270 ca.), parte dei
di quell’estremo lembo di frontiera l’incertezza delle cronache medievali mosaici di gusto ancora
sapevano difendersi anche da soli. ha lasciato ampio spazio agli studiosi tipicamente bizantino
Gli imperatori d’Oriente vedevano per proporre ipotesi alternative, come che impreziosiscono
nella nascente Venezia nient’altro che quella dello storico Roberto Cessi, l’interno della Basilica di
un agglomerato di villaggi di pesca- San Marco, a Venezia.
che fin dal 1940 sosteneva che il pri-
tori e naviganti di piccolo cabotaggio, mo vero doge fosse stato Orso Ipato,
più esperti sui fiumi che sui mari. in carica dal 726 al 737, che nella
Nulla di minaccioso, talché le si po- lista tradizionale figura terzo. Lo stu-
teva accordare una sorta di indipen- dioso ipotizzava che Paoluccio Ana-
denza de facto, con un blando con- festo fosse in realtà lo stesso esarca
trollo assicurato da una fedeltà sempre bizantino di Ravenna, il “patrizio
più nominale. I Bizantini non erano Paolo”, ovvero “Paulus Patricius”, poi
in grado di prevedere che nell’arco di storpiato in “Paulicius”. Interessante,
alcuni secoli i Veneziani si sarebbero comunque, è che l’elezione di Orso
trasformati in una potenza marinara coincida grossomodo con l’onda-
di prim’ordine, destinata a ta di ribellioni che nel 726
diventare loro acerrima squassarono i territori
nemica nel Mediterra- dell’Impero Bizanti-
neo Orientale. no, quando l’impe-
Era perciò in un ratore Leone III
clima amichevole Isaurico cercò di
che l’Esarcato di imporre l’icono-
Ravenna aveva clastia (l’aboli-
consentito a Ve- zione del culto
nezia di eleggere delle immagini
per la prima volta sacre), appro-
il suo duca, poi fondendo il
doge. Correva fossato con la
l’anno 697 d.C., cristianità occi-
secondo la versione dentale. Le sorti A
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All’ombra di Bisanzio

Arriva san Marco


F
u il IX secolo a segnare l’inizio del con- una lunetta della Basilica di San Marco). Poi, sarebbe passato proprio dalla laguna, facendovi
nubio indissolubile fra l’evangelista del nascosta la mummia in una cassa, la coprirono naufragio e salvandosi per miracolo sull’isola
leone alato e Venezia. Nell’828, i mercanti di carne di maiale, per tenere lontani i musul- di Rialto. Qui gli sarebbe apparso un angelo,
veneziani Tribuno e Rustico, in trasferta ad Ales- mani, e infine la imbarcarono per Venezia, dove dicendogli: «Pace a te, Marco, mio evangelista.
sandria d’Egitto, vennero a sapere che i musul- fu accolta con una cerimonia solenne. In questo luogo riposeranno le tue ossa», frase
mani intendevano distruggere una chiesa che Fu così che Marco divenne il patrono della cit- da cui si sarebbe originato il motto «Pax tibi,
custodiva le spoglie del santo e decisero quindi tà lagunare e che il suo simbolo, il leone alato, Marce, evangelista meus».
di rubarle per metterle in salvo. I due si avvici- cominciò ad affermarsi a Venezia, prima scolpi- Secondo alcuni, in realtà, la mummia conser-
narono furtivamente alla chiesa e, accordatisi to su lapidi e capitelli, poi dipinto sulle bandie- vata nella basilica non sarebbe affatto quella di
con i monaci greci che vigilavano sulla tomba, re. In seguito, una leggenda medievale costruì Marco, bensì di Alessandro Magno, fondatore di
prelevarono il corpo mummificato di san Marco, una giustificazione ad hoc: lo stesso evangelista Alessandria d’Egitto, che i mercanti avrebbero
sostituendolo con ossa prese da un sepolcro Marco, morto nel 68 d.C., mentre attraversava i confuso con quella del santo. In tal caso, i resti
attiguo (a destra, l’episodio rappresentato in territori dell’Impero Romano diretto ad Aquileia sarebbero più antichi di quasi quattro secoli.

Sotto, la Pala d’oro bizantine e quelle veneziane seguita- zione anfibia. Nell’autunno dell’809, avevano piantato, e il re Pipino volle
(XII secolo), conservata rono a essere legate ancora per molto i Franchi assalirono e saccheggia- prendere posizione con il suo esercito
nel presbiterio della tempo, complici le comuni minacce rono Albiola e poi avanzarono su lungo la costa. I Veneziani l’assaliro-
Basilica di San Marco. dall’entroterra, prima da parte dei Malamocco con barche ricolme di no con frecce e giavellotti e lo fer-
Per la ricchezza delle sue Longobardi, poi dei Franchi. armigeri, ma i Veneziani opposero marono nel suo tentativo di passare
decorazioni e il pregiato
una strenua resistenza, con palizzate verso l’isola. Alla fine il re Pipino
disegno delle figure
sacre è considerata
Respinti i Franchi e agili navigli che tormentavano la disse ai Veneziani: “Voi siete sotto
uno dei vertici dell’arte Nel 740, le armate longobarde del flottiglia palustre dei nemici. Così di me poiché siete del mio paese e
bizantina del tempo. re Liutprando espugnarono per la pri- resistettero all’assedio fino alla pri- del mio dominio”. Ma i Veneziani gli
ma volta Ravenna, capitale dell’Esar- mavera dell’810, quando gli invasori risposero: “Vogliamo essere sudditi
cato bizantino, costringendo l’esarca desistettero e patteggiarono la ritirata. dell’imperatore dei Romani e non
Eutichio a rifugiarsi proprio sulle iso- Narra la cronaca di Porfirogenito: «I vostri”. Quindi, dato che erano stati
le dei sudditi veneti. Con il loro aiu- Veneziani vedendo il re Pipino venire a lungo impediti da tutte le difficoltà
to, Eutichio riprese Ravenna e sancì, contro di loro con tutta la sua poten- che erano loro occorse, i Veneziani
entro il 743, il trasferimento della za e prepararsi a imbarcarsi con tutti fecero un trattato di pace con il re
capitale dogale venetica da Eraclea a i suoi cavalli per l’isola di Mada- Pipino, accettando di pagargli un tri-
Malamocco, con gran soddisfazione maucum (Malamocco), che è un’isola buto considerevole». Si trattava di 36
del doge Diodato Ipato, che poteva vicina alla terraferma, piantarono dei libbre d’argento annue, che sarebbero
sfruttare una posizione ritenuta me- pali e sbarrarono completamente que- scemate fino ad azzerarsi.
glio difendibile perché sufficiente- sto passaggio. L’esercito del re Pipino Nell’810, l’aggressione dei Franchi
mente lontana dalla terraferma. La fu costretto a restare là, perché non spinse i Veneziani a spostare definiti-
sede del doge, in sostanza, non era gli era possibile passare in un altro vamente la capitale sull’isola di Rivo
ancora nel cuore di Venezia, ma vi posto, e fece l’assedio dal lato della Alto, ossia Rialto, dove sotto il doge
si stava avvicinando a grandi passi. terraferma per sei mesi, senza cessare Agnello Partecipazio sorsero i primi
Nel 751, un altro sovrano longobardo, un giorno di combattere. I Veneziani nuclei di quello che sarebbe diventato
Astolfo, conquistò definitivamente vollero equipaggiare le loro barche il Palazzo Ducale. Lì si consolidò il
Ravenna, assestando un duro colpo al e presero posizione dietro i pali che Ducato, riconosciuto nell’814 dalla
dominio bizantino nell’Alto Adriatico,
che da allora si indebolì così tanto da
non potersi opporre, in seguito, all’e-
manciparsi dei Veneziani. Il regno
longobardo fu invaso, nel 774, dai
Franchi del re Carlo Magno, che ne
occuparono la capitale, Pavia. Un ne-
mico era sparito all’orizzonte, ma ne
era sorto un altro. Dopo la solenne
incoronazione di Carlo a imperatore,
nella notte di Natale dell’800, i Fran-
chi divennero i paladini della cristia-
nità occidentale contro i Bizantini,
ed era quindi logico che tentassero di
aggiungere ai loro territori le isole a
est della costa adriatica.
Sotto il comando di Pipino, figlio
del sovrano, che portava il titolo di
re d’Italia, fu organizzata una spedi-

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La “Guida Michelin” dell’Impero Romano
La Tavola Peutingeriana (XII-XIII secolo), copia di un’antica
mappa romana di età imperiale, era di fondamentale utilità
per quanti intendessero spostarsi via terra nei vasti domini
dell’Urbe. Orientata verso est, come molte delle carte
geografiche antiche, è composta da 11 pergamene, per
una lunghezza complessiva di 680 x 33 cm.
Nel segmento della Tavola mostrato sotto è segnalata la
città di Aquileia, colonia romana fondata nel II secolo a.C.
e divenuta presto un vivacissimo emporio commerciale.
A breve distanza compare anche Altino, altro importante
scalo marittimo della laguna veneta. All’epoca della
realizzazione della mappa, Venezia (la cui posizione attuale
è indicata dal cerchio rosso) non esisteva ancora: la sua
nascita è fissata dalla tradizione al 25 marzo 421, data
in cui sarebbe sorto il primo insediamento stabile presso
un’isola un po’ più alta rispetto alle altre, detta per questo
Rivus Altus, da cui deriva il nome di Rialto.

Pace di Niceforo fra l’Impero Bizan-


tino e il dominio dei Franchi.
Da allora in poi, assicuratasi un
nucleo finalmente ben difendibi-
le, grazie anche al vicino castello
dell’Olivolo, la nascente Repubblica
ebbe un cuore stabile, consacrato
dal sorgere della primitiva basilica
intitolata a san Marco. Un ulteriore
passo verso l’indipendenza da Bi-
sanzio si ebbe nell’840 quando, al
rinnovo della pace firmata 26 anni
prima con l’Impero carolingio, fu la
Venezia del doge Pietro la sola fir-
mataria del Pactum Lotarii, chiamato
così dall’imperatore Lotario. Nel
documento non solo non c’era alcun
riferimento a Bisanzio, ma alla flotta
veneta venivano riconosciute l’egemo-
nia sull’Adriatico e la responsabilità denaro, al proprietario delle merci, e il 948. I pirati sarebbero stati inse- Il corno, tipico copricapo
difensiva nella zona. La prima prova secondo un meccanismo “capitalisti- guiti dalle barche dei Veneziani, che dogale. Questo modello
di supremazia militare regionale Ve- co” ante litteram. Alla produzione di sarebbero riusciti a liberare le donne, in broccato, appartenuto
nezia la diede nell’866 saccheggiando sale, i Veneziani affiancarono presto ma è probabile che si tratti solo di al doge Francesco
la città rivale di Comacchio, che rap- quella del vetro, che in gran parte una leggenda. Di certo, l’11 agosto Morosini (1688-1694), è
dell’Europa di allora si era quasi per- conservato oggi al Museo
presentava una pericolosa minaccia, 976, il popolo di Venezia si ribellò Correr di Venezia.
vista la sua vicinanza sia al mare sia duta, formando i primissimi nuclei apertamente al doge Pietro IV Can-
alla foce del po, in un’epoca in cui di manifattura sull’isola di Murano. diano, che intendeva far corrisponde-
il commercio fluviale aveva ancora Presto si dovette affrontare il proble- re all’espansione sulla terraferma una
grande importanza. ma della pirateria. Gli avversari più pericolosa arrendevolezza sul mare,
temibili erano i narentani, attestati specie nei confronti di Bisanzio, che
Dal Po al Mediterraneo alle foci del fiume Narenta, sull’altra imponeva limiti alle navi mercantili
All’epoca, infatti, prima di conqui- costa dell’Adriatico. Affrontati per la venete. Che gli interessi della cit-
stare il Mediterraneo, i Veneziani si prima volta nell’887 dal doge Pietro tà fossero ormai orientati verso il
guadagnarono le loro prime fortune I Candiano, che morì nello scontro, mare era ormai chiaro ai cittadini,
con una flotta di barconi che risa- nell’897, per meglio difendere Ve- che attaccarono il Palazzo Ducale,
livano il fiume fino a Pavia, smer- nezia, il doge Pietro Tribuno costruì appicando un incendio e uccidendo il
ciando, in cambio di grano e altre una muraglia, detta “civitatis murus” doge. I Veneziani, ormai, avevano gli
derrate, numerosi prodotti orientali, fra Olivolo e Rialto. Se contro Co- occhi puntati sul Mediterraneo,
come incenso, seta, spezie, ma anche macchio ci si accanì ancora nel 932, come dimostra la testimonian-
pesce e sale, che gli stessi Veneziani quando la rivale fu definitivamente za di un cronista pavese del
producevano in gran copia nelle loro distrutta, appare dubbio l’episodio del X secolo: «Questa gente
saline, mettendo a profitto l’acqua “ratto delle spose”, ossia il rapimen- non ara, non semina, non
salmastra della laguna. Ogni barca to che i pirati narentani avrebbero vendemmia, ma trae ri-
apparteneva per legge a un singolo compiuto ai danni di 12 fanciulle ve- sorse di grano e di vino
marinaio (con eventuali aiutanti), neziane (con relativi gioielli) in una in ogni porto del regno e
che la metteva a disposizione, per data imprecisata compresa fra il 930 nel mercato di Pavia». ¿

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IL DOGE
SPOSO MARE DEL
Duca e per certi versi sacerdote
di Venezia, il doge aveva
una vita ricca di onori, ma anche
di obblighi e limitazioni
~
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La cerimonia dello
“Sposalizio del mare”
in un dipinto attribuito
all’olandese Mathäus
Stomer II (ca. 1649-
1702): al centro
giganteggia il Bucintoro,
la galea dogale. Nella
pagina a fronte, il doge
Leonardo Loredan
ritratto da Giovanni
Bellini nel 1501.

S
imbolo vivente della maggio, giorno dell’Ascensione,

Servo della
Repubblica di Vene- Venezia onorava il suo rapporto
zia era il doge, il cui soprannaturale con le acque. In tale
potere aveva anche occasione, il doge, indossati il man-

Serenissima
venature religiose, to d’ermellino e il tipico berretto (il
quasi a richiamare il “corno”), teneva una solenne parata
cesaropapismo degli acquatica sulla galea cerimoniale, il
imperatori bizantini, le cui prero- Bucintoro. Dopo aver sfilato lungo
gative aveva in parte assimilato. la Riva degli Schiavoni verso il

B
La parola “doge” veniva dal latino mare aperto, fino al forte S. Andrea enché sottoposta a modifiche nel corso del tempo, la
“dux”, nell’accezione originaria di presso il Lido, la nave si fermava al “Promissione ducale”, ossia il giuramento del doge alla
rappresentante locale dell’egemonia cospetto del mare e il doge lancia- città, mantenne invariati i suoi punti fermi:
di Bisanzio sulle isole della laguna va in acqua un anello nuziale d’oro
veneta. Nel corso dei primi secoli, recitando la formula che rinnovava • governare rettamente
il doge veniva eletto da un’assem- il “patto” tra Venezia e il mare: «Ti • accrescere il prestigio di Venezia
blea popolare e aveva un potere sposiamo, o mare, in segno di vero • rendere pronta giustizia a tutti
pressoché illimitato, ma in seguito, e perpetuo dominio». • applicare equamente le leggi
con la trasformazione della Repub- • mantenere il segreto su quanto dibattuto nei consigli
blica nell’oligarchia del Maggior Un’elezione macchinosa ma efficace • non appropriarsi di beni o rendite spettanti al Comune
Consiglio, fu proprio l’assemblea Sorta di sacerdote della sua città, • non possedere terreni fuori dal Ducato
dei patrizi a eleggerlo e, di fatto, il doge rimaneva in carica fino alla • non concedere a nessuno il sigillo del Ducato
a essere la depositaria del potere. morte, proprio come i papi, e come • armare a proprie spese almeno dieci navi per il Comune
Il suo ruolo si poneva a metà stra- i papi veniva eletto attraverso un • non influenzare l’elezione dei vescovi e del patriarca
da fra il monarca costituzionale e “conclave”, molto più complesso, • non intrattenere corrispondenze private con il papa,
l’arbitro, con l’aggiunta dei suddetti però, rispetto a quello ecclesiastico. l’imperatore o i re
incarichi sacrali. In particolare, al Nell’elezione dogale, infatti, votazio- • non sposare principesse straniere
doge spettava la celebrazione del ne e sorteggio erano abilmente alter- • non nominare arbitrariamente giudici e notai
rito solenne dello Sposalizio del nati fra loro per evitare il formarsi • osservare la collegialità nella gestione del potere
mare (detto anche “Sensa” o “Sen- di partiti e la presentazione di can- • mantenere il buon accordo tra il Minore 
za”), con il quale ogni anno il 10 didature dietro promesse o privilegi, A e il Maggior Consiglio

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Il doge, sposo del mare

A destra, Il doge e i entrambi ritenuti nocivi all’interesse volta dinanzi a un’urna che conte-
senatori nella Sala del comune. A partire dal 23 luglio neva centinaia di “ballotte” (sfere)
Collegio in Palazzo 1268, quando fu scelto come doge di rame mescolate a 30 sfere dora-
Ducale, del pittore Lorenzo Tiepolo, il meccanismo te. Dall’urna, un bambino bendato,
veneziano Pietro dell’elezione dogale trovò un asset- detto “ballottino”, pescava a caso
Malombra (1556-1618). to stabile, ancorché cervellotico. Il una sfera e la consegnava al patrizio
Nella pagina a fronte, primo passo del lungo e complicato che, di volta in volta, gli passava
la dogaressa Morosina processo era la convocazione a Pa- di fronte. In tal modo venivano se-
Morosini, moglie del doge
Marino Grimani.
lazzo Ducale del Maggior Consiglio lezionati i 30 membri del Consiglio
al completo, che poteva contare, che si erano visti assegnare una
mediamente, fra mille e duemila ballotta d’oro. Fra questi si tirava a
membri. Costoro sfilavano uno per sorte finché non ne restavano 9. Co-

Il Bucintoro, la galea d’oro


L
e origini della galea cerimoniale paiono risalire lo. Poiché veniva usato solo in occasione della Sensa
al basso Medioevo. Una “nave ducale” è citata e di poche altre cerimonie, il Bucintoro era conser-
nelle cronache del 1177 che narrano l’incon- vato per la maggior parte dell’anno in un apposito ri-
tro diplomatico tenutosi a Venezia fra l’imperatore covero dell’Arsenale, al coperto e all’asciutto, su uno
germanico Federico Barbarossa e il papa Alessandro scalo di alaggio da cui veniva messo in acqua solo
III, sotto i buoni auspici del doge Domenico Selvo. In in caso di bisogno. Sottoposto a regolare manuten-
seguito, si trovano cenni a un cosiddetto “Bucentau- zione, soprattutto in termini di pulizia e impeciatura
rus” in corso di costruzione nell’Arsenale all’interno dello scafo, era una nave molto durevole e costosa,
delle “Promissioni” dichiarate rispettivamente nel cambiata, in media, solo una volta ogni secolo.
1252, 1268 e 1312 dai dogi Raniero Zeno, Lorenzo La prima sostituzione di un vecchio Bucintoro con
Tiepolo e Giovanni Soranzo. Sappiamo con certezza uno di nuova fattura è documentata in occasione
che la galea dogale venne ad assumere la sua forma dello Sposalizio del 1526, e se il cronista Marin Sanu-
tipica almeno a partire dal Quattrocento, mantenuta do lo descrisse come un’“opera bellissima”, il suo col-
nelle sue linee principali fino al Settecento. lega Cristoforo da Canal scrisse: «Opera anco meravi-
Il Bucintoro era lungo circa 30 m e navigava spinto gliosa è il nostro nuovo Bucintoro pieno di maestà».
da 40 fra i migliori rematori reclutati nell’Arsenale. Fu utilizzato fino al principio del Seicento, quando
Era sontuosamente decorato lungo le fiancate con il Senato decise di investire 70.000 ducati nella
fregi in legno dorato, che rappresentavano entità ma- costruzione di una nuova galea dogale, che debuttò
rine come tritoni, sirene e delfini. Sopra il ponte, per in occasione della Sensa officiata nel 1606 dal doge
la maggior parte della lunghezza, correva un enorme Leonardo Donà. I suoi preziosi intagli erano opera di
tendaggio scarlatto a baldacchino. In bella vista, la due mastri ebanisti di Bassano del Grappa, i fratelli
nave recava sull’albero maestro il gonfalone con il Agostino e Marcantonio Vanini, e vennero in gran
leone di San Marco, nonché, sul cassero di prua, la parte recuperati quando la nave fu demolita per fare
statua in legno di una donna con una spada nella posto a un nuovo Bucintoro, nel 1722, progettato dal storo, mediante schede, votavano un
mano destra e una bilancia nella sinistra, personifica- “protomagistro dei marangoni” Stefano Conti. Le de- gruppo di 40 elettori, ciascuno dei
zione della Giustizia e, in un certo senso, della stessa corazioni aggiuntive rispetto a quelle recuperate dal quali doveva ottenere 7 voti su 9.
Venezia. Durante il tragitto dalla città al Lido, il doge, precedente scafo si dovettero invece al connubio tra Da questi 40 patrizi, attraverso un
circondato dai suoi dignitari, sedeva su un trono lo scultore Antonio Corradini e l’indoratore Zuanne sorteggio con “ballotte” dorate, si
posizionato vicino alla poppa, da cui si alzava solo al (“Giovanni”) d’Adamo. L’ultimo Bucintoro storico del- scendeva a 12, chiamati a eleggere,
momento di officiare il rito gettando in acqua l’anel- la Repubblica, con i suoi 168 rematori, entrò in scena a loro volta, 25 elettori, ridotti a 9
il 10 maggio 1729, sotto il dogado tramite un ulteriore sorteggio. Que-
di Alvise Mocenigo. Fu utilizzato sti 9 ne votavano altri 45, che ef-
da Ludovico Manin per l’ultima fettuavano fra di loro l’ultimo “bal-
Sensa del 10 maggio 1796, lottaggio”, finché non ne restavano
per poi giacere abbandonato soltanto 11, che finalmente potevano
nell’Arsenale mentre Napoleone scegliere i 41 componenti del con-
consegnava la città all’Austria, nel clave che avrebbe eletto il doge, o
1797. Parzialmente smantellato, “serenissimo principe”, come veniva
lo scafo fu riciclato come batteria anche chiamato. Il conclave, detto
galleggiante per la difesa costiera, “eccellentissimo Quarantaun”, di-
con il nome di Hydra, fino alla sponeva di tante urne quanti erano i
definitiva demolizione, nel 1824. candidati prescelti, in modo tale che
A sinistra, l’unico Bucintoro ciascun votante depositasse una bal-
veneziano ancora esistente: lotta cremisi in quella del preferito.
costruito nel 1731 e interamente Diveniva doge il primo che fosse ri-
restaurato, è oggi esposto nella uscito ad accumulare nella sua urna
Reggia Sabauda di Venaria Reale. almeno 25 sfere. Il nuovo eletto ve-

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La “first lady”
della Laguna
L
a dogaressa, moglie del doge, come lui do-
veva sottostare a numerosi obblighi, ribadi-
ti nella stessa Promissione. In particolare,
non poteva ricevere doni, fare raccomandazioni
ed esercitare il commercio. Aveva però grande di-
gnità e portava sul capo un “corno” simile a quel-
lo del marito, oltre a indossare una tipica veste
dorata, quasi fosse la regina di Venezia. Quando
il marito veniva eletto doge, lei giurava la sua Pro-
missione nella basilica di San Marco, affiancata da
consiglieri e canonici, dopodiché ascoltava il Te
Deum e si spostava insieme al suo corteo nella
nuova residenza di Palazzo Ducale. Qui, in onore
della dogaressa, si teneva una grande esposizio-
ne di prodotti di lusso, che andavano dai vetri di
Murano ai più raffinati tappeti e gioielli.
Di fatto, la dogaressa aveva un ruolo di pura
rappresentanza, come quello delle moderne first
lady, ma è innegabile l’importanza del suo sup-
porto umano al consorte di fronte alle responsa-
bilità e alle regole imposte dalla vita dogale.

litari, doveva essere sempre accom- politico, mentre altri


pagnato da almeno due consiglieri. si dimostrarono abili
Per garantirne l’incorruttibilità, nel portare avanti
alla sua famiglia era proibito riceve- la propria linea
re doni, e non poteva essere riverito politica, riuscen-
con inchini o baciamano. Soprat- do a convincere
tutto, era di fatto “prigioniero” del i membri del
Palazzo Ducale, nel senso che pote- Senato.
va uscire solo in veste ufficiale, per Finché era in
motivi politici o religiosi, e mai per vita, il doge era
niva presentato al popolo nella basi- ragioni private, come andare al caffè sottoposto a
lica e in piazza San Marco, su una o a teatro. Se, poniamo, intendeva questa rigida
portantina detta “pozzetto”, sorretta recarsi in una delle sue ville nell’en- disciplina.
dai mastri dell’Arsenale. Seguivano troterra, poteva farlo solo dopo aver Una volta
tre giorni di festeggiamenti, du- chiesto il permesso al Senato per se- morto, la sua
rante i quali il doge redigeva la sua ri motivi di riposo o di salute. Non salma veniva
“Promissione”, ovvero un documen- a caso, il suo anello del potere, che composta nella sala
to nel quale prometteva di rispettare in origine recava inscritto a sigillo il detta del Piovego e
i numerosi limiti volti a disciplina- motto latino “voluntas ducis” (volon- poi portata in pro-
re la vita del principe. tà del duce), era stato modificato in cessione, con migliaia
“voluntas senatus” (volontà del Se- di Veneziani al segui-
Prigioniero del palazzo nato). Fra gli impegni del doge, oltre to, fino alla chiesa dei
Il doge era tenuto alla stretta alla Sensa, si segnalava la visita Santi Giovanni e Paolo,
osservanze delle regole. Prima di annuale alla chiesa di San Zaccaria dove veniva celebrata
tutto, non poteva proporre di au- nel giorno di Pasqua, durante la qua- la messa funebre. Infine, di
mentare i propri poteri, né abdicare le (unica volta nel corso dell’anno) notte e nel più stretto riserbo, il
senza permesso. A scanso di trame, indossava una versione ingioiellata doge veniva seppellito nella tomba
intrighi e tentazioni tiranniche, non del corno, la cosiddetta “zogia” (o di famiglia. Frattanto, davanti alla
poteva tenere udienze private, ma “gioia”). Nel periodo di Carnevale, Basilica di San Marco, i marinai
solo pubbliche, alla presenza dei assisteva alla festa del giovedì gras- davano l’estremo saluto al “serenis- Ritratto del doge
suoi consiglieri, con cui doveva con- so affacciandosi al loggiato di Palaz- simo principe” in modo goliardico, Francesco Foscari,
cordare decisioni e risposte. Inoltre, zo Ducale fra le due colonne rosse. sollevando per nove volte un fantoc- conservato al Museo
quando era costretto a lasciare Ve- Molti dogi furono uomini ormai cio camuffato da doge e invocando dell’Opera del Palazzo
nezia per spedizioni marittime o mi- anziani e dotati di scarso spessore per nove volte: «Misericordia!». ¿ Ducale di Venezia.

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VELEGGIANDO
VERSO ORIENTE

Dopo aver fatto per lungo tempo

A
l volgere del primo
millennio dell’era
da ponte tra Oriente e Occidente, cristiana, Venezia
si era ormai irro-
Venezia divenne abbastanza forte bustita a sufficien-
za da lanciarsi una
da rendersi autonoma da Bisanzio volta per tutte in

~
un’ininterrotta corsa al potere ma-
rittimo, avendo innescato il mecca-

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spansione della marineria veneta a caso proprio in stile bizantino Una moneta raffigurante
portava a sua volta a un incremento fu progettata la nuova Basilica di Basilio II con la moglie:
dei commerci in senso assoluto e San Marco, destinata a sostituire il nel 992, l’imperatore
anche in senso relativo, grazie alla precedente edificio bruciato nella bizantino concesse la
miglior protezione dei propri traffici rivolta del 976. Fu il doge Domenico prima bolla d’oro ai
dagli assalti delle potenze nemiche Contarini ad avviarne i trentennali Veneziani. Nella pagina
e dalla pirateria. Di conseguenza, a fronte, il Corno
lavori, nel 1063, ma non poté veder- d’oro di Costantinopoli
l’ulteriore aumento delle ricchezze ne la conclusione. Quando la basilica in un’illustrazione
incentivava sempre maggiori inve- fu consacrata, nel 1094, la presenza medievale.
stimenti nella flotta, in un proces- alla cerimonia di un ospite d’ecce-
so che finiva con l’autoalimentarsi zione, l’imperatore germanico Enrico
rendendo Venezia un gigante navale IV, testimoniava che Venezia sapeva
già a metà del Medioevo, soprattut- porsi diplomaticamente al centro fra
to al confronto con la maggior parte Oriente e Occidente, mantenendo
dell’Europa feudale. così i diritti commerciali per l’espor-
tazione di sale e pesce in Padania.
Mercenari dei Bizantini Sorgente prima della sua ricchezza
L’Impero d’Oriente riconobbe che restava però l’alleanza con l’Impero
la flotta veneziana diventava più d’Oriente, che fruttò una seconda
forte della propria e le delegò la “crisobulla” nel 1082, con ulteriori
difesa del traffico marittimo fra Co- privilegi mercantili e la concessio-
stantinopoli e l’Italia. Nel 992 l’im- ne di una colonia veneziana in un
peratore Basilio II concesse al doge quartiere di Costantinopoli.
Pietro II Orseolo una “bolla d’oro”,
o crisobulla, che concedeva ai Ve- “Crux transmarina”
neziani privilegi ed esenzioni fiscali Poiché proprio in quegli anni i
nel commercio con i Bizanti- Veneziani lottarono fianco a
ni in cambio del ruolo di fianco con i Bizantini per
guardiani dell’Adria- contrastare l’espansione
tico e delle coste normanna nel Ca-
balcaniche. Una nale d’Otranto, si
dimostrazione può ben dire che
del ruolo stra- le galee di San
tegico di Ve- Marco fossero
nezia si ebbe una vera marina
otto anni dopo, mercenaria.
quando il doge Sul finire
Pietro guidò dell’XI seco-
una squadra lo iniziò la
di galee lungo stagione delle
la costa della crociate. I fedeli
Dalmazia, per potevano prendere
imporvi l’egemonia la “crux transmari-
veneziana e soffoca- na”, cioè “la croce al
re la pirateria. Salpò il di là del mare”, contro
10 maggio dell’anno 1000, i turchi selgiuchidi, e in
giorno dell’Ascensione, e alcuni genere i musulmani, che ave-
ritengono che il successivo rito del- vano occupato Gerusalemme e la
lo sposalizio del mare si richiami Terrasanta; oppure la “crux cisma-
simbolicamente a tale evento, ma rina”, “la croce al di qua del mare”,
non è sicuro. La flotta obbligò le che riguardava gli eretici in seno
popolazioni di Ossero, Zara, Arbe e alla Cristianità. Quando nel 1095
Veglia a giurare obbedienza al doge. il Papa Urbano II indisse la I Cro-
Poi costrinse a più miti consigli i ciata, Venezia si tenne in disparte,
pirati narentani dopo aver catturato riflettendo la posizione guardinga
40 dei loro mercanti, intercettati in dei suoi stessi mentori bizantini,
mare mentre provenivano dalla Pu- ma anche perché restia a rompere i
nismo che le fu precipuo per secoli. glia. Quanto ai pirati di Curzola e rapporti commerciali col mondo isla-
In parole povere, gran parte dei Lagosta, li sgominò con la forza. La mico. La crociata partì, come noto,
proventi commerciali dovuti alla sua spedizione valse a Pietro II Orseolo nel 1096 sotto la guida di Goffredo
funzione di “cerniera” fra Oriente il titolo di “dux dalmatinorum”, os- di Buglione e portò all’espugnazione
bizantino e Occidente latino veni- sia “duca dei dalmati”. Ingagliardi- di Gerusalemme e alla fondazione di
vano reinvestiti nell’ampliamento di to, salpò di nuovo nel 1002 e sventò effimeri Stati cristiani lungo la costa
una flotta di galee, sia commerciali uno sbarco saraceno a Bari. palestinese. Fra le repubbliche mari-
sia militari, indispensabili a tenere L’asse con i Bizantini funzionò a nare italiane, solo Genova e Pisa si
aperte le sue rotte strategiche. L’e- meraviglia per molto tempo, e non fecero avanti in appoggio logistico A
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Veleggiando verso Oriente

Il celebre Leone ai Crociati, ma spesso depredan-


di San Marco, che do anche i territori bizantini. Così
campeggia sulla accadde nel 1098, quando i pisani
facciata dell’omonima occuparono l’isola di Corfù, minac-
basilica veneziana. ciando direttamente Venezia per via
L’edificazione della della sua posizione a catenaccio sul-
chiesa fu voluta dal doge lo sbocco dell’Adriatico nello Ionio.
Domenico Contarini,
morto nel 1071. Sotto, Quando Goffredo di Buglione
la principessa Anna chiese a Venezia di aggiungersi alle
Comnena in un mosaico nazioni marinare che appoggiavano
bizantino del XII secolo. i Crociati, il doge Vitale I Michiel
decise di profittarne per mostrare ai
pisani che non li si sarebbe lasciati
infiltrare nelle rotte d’Oriente. Nel
1099 una flotta di 180 navi, fra ga-
lee e navi tonde da carico, levò le
ancore, guidata dal figlio del doge,
Giovanni Michiel. Si diressero a
Rodi, intendendo svernarvi prima di
riprendere la navigazione verso la
Palestina. Ma proprio a Rodi, ecco
un colpo di scena. Sopraggiunse
una flotta pisana in pieno assetto
di guerra, ignara dell’approdo dei
Veneziani. Michiel cercò di trattare
coi pisani, mandando degli amba-
sciatori, ma invano. Scoppiò una
battaglia navale in cui le galee ve-
nete circondarono quelle toscane. I
Veneziani vinsero di larga misura,
catturando 20 navi nemiche e 4 mila
prigionieri, i quali furono rilasciati
dietro promessa che mai più navi e

Una “giornalista” d’altri tempi


C
ome evidenziò fin dal 1973 uno dei più delle torri di legno in cima agli alberi. Poi issaro-
quotati storici della repubblica lagunare, no su di esse con delle corde le barche piccole
il professore americano Frederic Lane, la che di solito venivano rimorchiate a poppa. Qui
prima dettagliata cronaca di un’operazione navale misero degli uomini armati e tagliarono delle pe-
veneziana venne scritta dalla principessa bizanti- santi travi in pezzi lunghi circa un piede e mezzo,
na Anna Comnena, figlia dell’imperatore Alessio I conficcandovi aguzzi chiodi di ferro, e aspet-
Comneno. È la narrazione della spedizione che il tarono l’approssimarsi del nemico». All’alba la
doge Domenico Selvo in persona guidò nel 1081 flotta normanna passò all’attacco cercando di
in aiuto ai bizantini contro i normanni che asse- spezzare quella linea di difesa navale, ma i ve-
diavano il porto di Durazzo, sulla costa albanese. neziani presero a scagliare quelle travi chiodate,
La cronaca è interessante sia per la precisa de- una delle quali colpì proprio la nave di Boemon-
scrizione dei fatti, sia perché scritta da una donna do, creandovi una falla.
quasi contemporanea dei fatti, nata nel 1083. Prosegue la principessa “reporter”: «Come il
Fu una studiosa dalla penna scorrevole, fatto vascello prese a imbarcare acqua minacciando
raro un migliaio d’anni fa, quando solitamente di affondare, alcuni degli uomini si gettarono in
l’analfabetismo femminile era ancor più diffuso acqua e annegarono, mentre altri continuarono
di quello maschile. Antesignana delle giornaliste a combattere contro i veneziani e furono uccisi.
odierne, Anna spiegò come le navi del doge Boemondo, trovandosi in grave pericolo, saltò su
Selvo si rinserrarono attorno a quelle del re uno dei suoi battelli e si salvò. Allora i veneziani
normanno Roberto il Guiscardo e di suo figlio presero nuovo coraggio e proseguirono la batta-
Boemondo: «Quando scese la notte, poiché i glia con maggiore energia, finché da ultimo misero
veneziani non erano in grado di avvicinarsi a in rotta il nemico e lo inseguirono fino al campo
riva e il mare era calmo, essi legarono insieme di Roberto». Anche se l’armata normanna riuscì
i vascelli maggiori con funi formando quello che comunque a espugnare Durazzo, le navi del doge
chiamano un “porto nel mare”, e costruirono avevano causato gravissime perdite al nemico.

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mercanti pisani sarebbero approdati proiettili oltre le mura. Le galee A sinistra, busto del
a porti bizantini. Dopo essersi ga- erano entrate nella baia e sfruttava- doge Pietro Orseolo II
rantito il commercio con l’Impero no sette enormi mangani, macchine (991-1009), parte del
d’Oriente come propria “riserva di da getto che bersagliavano Haifa di Panteon Veneto esposto
caccia”, la flotta del leone di San macigni. I Veneziani avevano anche nell’atrio di Palazzo
Loredan, a Venezia.
Marco lasciò Rodi nel maggio 1100 disposto sotto le mura una loro enor- Sotto, nave bizantina in
e fece tappa a Mira, in Asia Mino- me torre d’assedio in legno ricoperto fuga dai musulmani in
re, dove dal locale santuario venne di cuoio. Fu grazie a quella torre una miniatura databile
rubato il presunto corpo di San Ni- mobile che il 25 luglio un drappel- all’XI-XIII secolo.
cola, col proposito di portarselo a lo di 23 cavalieri franco-tedeschi e
Venezia come ulteriore reliquia in normanni aprì la prima crepa nelle
aggiunta a quella dell’evangelista. difese di Haifa, infine capitolata. Il
Non sapevano, però, che la salma figlio del doge, ricco di onori e bot-
del vero Nicola era già stata tino, tornò a Venezia facendo in
trafugata da anni a Bari. modo di arrivare esattamente il
Arrivati in giugno al porto giorno di San Nicola, 6 dicem-
di Giaffa, controllato dai cri- bre 1100, per far tumulare so-
stiani, i Veneziani aiutarono lennemente nella chiesa di San
Goffredo di Buglione, dietro Nicolò al Lido le ossa ritenute
promessa di fondaci commer- erroneamente del patriarca.
ciali, nella conquista della
piazzaforte costiera mu- Si rompe un’alleanza
sulmana di Haifa. Il Vedendo che i
condottiero crociato Veneziani si era-
era malato di tifo e no accodati alla
morì il 18 luglio, ma generale ondata
l’operazione prose- crociata ottenendo
guì con un attacco a empori commercia-
tenaglia da terra, dove li a Giaffa e Haifa, i
avanzavano le truppe cro- Bizantini cominciarono a
ciate del normanno Tancredi, non guardare più con troppo
e dal mare, con le navi di favore quelli che stavano
Michiel che catapultavano diventando alleati via via A

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Veleggiando verso Oriente

La fine
del doge Michiel
D
opo l’abrogazione di tutte le concessioni e gli arresti dei
concittadini decisi nel 1171 dal sovrano bizantino, Vene-
zia tentò subito una pesante rappresaglia armata, che si
risolse però in un dramma. Il doge Vitale II Michiel (nel ritratto
sotto), i cui avi avevano già ricoperto più volte la carica, volle
rinnovare i fasti della sua dinastia organizzando in tutta fretta
una spedizione navale contro i porti bizantini per costringere
Manuele a tornare sui suoi passi. Il doge, nel guidare la flotta,
si mostrò però, secondo molti veneziani, troppo morbido, pre-
ferendo attacchi moderati alternati a trattative. Ciò non portò a
risultati concreti e in più, quando nel 1172 la flotta rientrò alla
base, portò in città un’epidemia di peste. Il doge venne accusa-
to di tradimento e un gruppo di rivoltosi lo inseguì per le calli,
fino a ucciderlo presso la chiesa di San Zaccaria.
Sulle prime, a suo successore venne eletto Orio Mastropie-
ro, che però rinunciò. La seconda elezione portò sullo scranno
di doge il ricchissimo Sebastiano Ziani, che riuscì in qualche
modo a ricucire, ma non del tutto, i rapporti con Bisanzio.
Alla sua morte, nel 1178, subentrò ancora Orio, che stavolta
accettò di buon grado l’incombenza.

più scomodi, e tanto audaci da de-


bordare dalla loro sfera d’influenza
nell’Adriatico per lambire i confini
stessi dell’impero in Terrasanta. Nel
1104 fu fondato il primo nucleo
del glorioso Arsenale, segno di una
potenza che cominciava a spaventa-
re sempre più Bisanzio. In seguito
vennero temporaneamente sospesi i
privilegi della seconda crisobulla,
tanto che il nuovo imperatore Gio-
vanni II Comneno preferì fare ac-
cordi commerciali con Pisa. Per tut-
ta risposta, Venezia puntò ancor di
più sull’opzione crociata e nel 1123
inviò una grande flotta in aiuto
ai contingenti cristiani dopo che i
musulmani egiziani ebbero conqui-
stato i porti palestinesi di Ascalona
e Tiro. Composta da 72 fra galee

“Il fuoco greco faceva tanto fracasso


che pareva il tuono del cielo, un dragone
volante per l’aria.” Giovanni di Joinville

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e mercantili, comprese alcune navi una grossa dimostrazione di forza Sopra, a sinistra, il
soprannominate “gatti” che imbar- ai izantini, saccheggiandone varie micidiale fuoco greco in
cavano grosse macchine balistiche, città costiere. Nel 1126 Giovanni II una rappresentazione
la flotta era guidata dal doge Do- ripristinò quindi i privilegi mercan- bizantina; a destra,
menico Michiel, figlio di quel Gio- tili verso l’ex alleato frattanto dive- Manuele I Comneno
vanni che si era distinto un quarto nuto, in sostanza, un taglieggiatore. con la moglie, Maria
d’Antiochia: durante il
di secolo prima. Al largo di Asca- La rottura fra Venezia e Bisan- suo impero (1143-1180)
lona, il 30 maggio 1123, Michiel zio arrivò, per gradi, sotto il lun- si consumò la definitiva
inflisse una grande sconfitta alla go regno dell’imperatore Manuele rottura tra Venezia a
flotta egiziana con un astuto strata- Comneno. Dapprima, nel 1148, egli Costantinopoli. Sotto, la
gemma. Nell’incerta luce dell’alba fu indispettito alla notizia che i bandiera con la croce di
mandò avanti quattro mercantili marinai veneti lo avevano schernito San Giorgio sventola su
armati per attirare le navi nemiche a Corfù. Era accaduto che, durante una nave crociata in una
verso una facile preda, ma troppo operazioni navali congiunte fra Bi- miniatura del XIII secolo.
tardi i musulmani si videro arrivare zantini e Veneziani contro i pirati
addosso, con il vento in poppa e i in Adriatico, un equipaggio veneto
rematori al massimo dello sforzo, la avesse camuffato uno schiavo afri-
massa delle galee veneziane. Fu una cano da imperatore bizantino, insce-
carneficina, tanto più che la forza nando una parodia delle cerimonie
d’urto delle galee del doge, nello d’incoronazione di Costantinopoli.
speronare le navi nemiche, spesso Manuele portò pazienza per vari
le rovesciava. Il nemico si ritirò e anni, ma restò sempre indispettito
Michiel catturò persino 10 navi ca- verso Venezia per questo scherzo,
riche di seta, spezie e oro. Nei mesi finché nel 1171 decise di far arre-
seguenti, i Veneziani aiutarono i stare tutti i Veneziani presenti sul
Crociati a riprendere Tiro, che cad- territorio bizantino e di eliminare il
de il 7 luglio 1124, poi, ritornando loro fondaco a Costantinopoli. Or-
in patria, colsero l’occasione di dare mai era rottura definitiva. ¿

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LA BASILICA
E IL PALAZZO delle
MERAVIGLIE
Due degli edifici simbolo
di Venezia, affacciati
sulla stessa piazza
e accomunati
da secoli
di distruzioni
e glorie
~

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L
e vicende della Basi- stravolto dagli interventi successivi. Testamento, specialmente la Genesi, Sopra, una suggestiva
lica di San Marco e A parte l’arricchimento della strut- oppure vicende del trafugamento delle immagine notturna
del Palazzo Ducale, tura esterna con opere depredate a reliquie di san Marco. L’abbondanza della Basilica di San
epicentri del potere Costantinopoli, come la quadriga sul- di decorazioni dorate contribuisce a Marco, con l’acqua alta
religioso e politi- la facciata e il gruppo statuario dei rafforzare l’impressione che l’interno che la rispecchia. Nel
tondo, un particolare dei
co veneziano, sono tetrarchi sullo spigolo destro, anche della basilica assomigli a una sorta di preziosi mosaici dorati
strettamente intrec- i grandi mosaici (danneggiati dopo immensa icona orientale. che adornano il catino
ciate, data anche la loro contiguità. l’incendio del 1231 e poi riprodotti absidale. Nella pagina
Se il primo nucleo del palazzo risale fedelmente) si mantennero nel solco Tra crolli e ricostruzioni a fronte, la facciata del
all’810 d.C., la futura basilica sorse del gusto bizantino, insieme a stili La Basilica di San Marco subì una Palazzo Ducale rivolta
al suo fianco già a partire dall’828, arabi fatimidi che si rivelano nelle serie di interventi successivi, fra il verso Piazza San Marco:
con l’esplicito scopo di erigere un cupole e negli archi di alcune delle 1400 e il 1700, ma dal punto di vista un ricamo di archi
tempio degno di accogliere le reliquie porte. La maggior parte dei mosaici, stilistico la prevalenza della struttura e e capitelli.
dell’evangelista Marco, appena trasla- realizzata fra il 1220 e il 1270, rap- dei decori è databile al XII-XIII secolo,
te dall’Egitto. Nel 976, tuttavia, una presenta scene bibliche dell’Antico epoca dell’ascesa definitiva di Venezia
rivolta causò un terribile incendio che nello scenario medievale, che la rese
distrusse entrambi gli edifici. Dopo erede della posizione egemone fino ad
un ripristino provvisorio, a partire dal allora occupata da Bisanzio. A corol-
1063 la basilica cominciò ad assu- lario della chiesa, fin dal IX secolo,
mere l’aspetto che noi oggi cono- si sviluppò il celebre campanile,
sciamo. Stando alle cronache del accresciuto più volte fino al 1513,
tempo, fu il doge Domenico quando raggiunse l’attuale altez-
Contarini a dichiarare di voler za di 98 m. Quella che vedia-
erigere una chiesa «simile mo oggi, però, è la ricostru-
nell’ingegnosa costruzione a zione compiuta dopo il crollo
quella costruita a Costanti- del campanile originale,
nopoli in onore dei dodici avvenuta nel 1902 (i lavori si
apostoli». I lavori durarono protrassero fino al 1912).
un trentennio, attraverso due Nel frattempo, anche Pa-
dogati successivi, di Dome- lazzo Ducale subiva varie
nico Selvo e di Vitale Falier, metamorfosi. Come la basili-
che la inaugurò nel 1094. Fin ca, anche il palazzo dei dogi
dal principio, lo stile della fu distrutto dall’incendio del
basilica denunciò il proprio tri- 976, ma neppure la ricostruzio-
buto a Bisanzio, che non venne ne successiva resistette a lungo, A

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La basilica e il palazzo delle meraviglie

Sopra, il Ponte dei devastata da nuove fiamme nel 1105. così chiamata perché vi si affiggevano
Sospiri, uno dei più La prima forma architettonica compiuta i proclami con leggi e decreti. Gli in-
famosi di Venezia. Sotto, fu raggiunta nel 1171, sotto il dogado cendi, però, tornarono a colpire.
l’interno del Palazzo di Sebastiano Ziani. Comparvero i
Ducale nel dipinto di primi loggiati di ispirazione orientale I cuori pulsanti della Laguna
Francesco Hayez L’ultimo e vari dettagli caratteristici, come il Dopo che, il 14 settembre 1483,
abboccamento di Jacopo grande balcone a pinnacoli eseguito nel una vasta ala comprendente il cortile
Foscari con suo padre,
il doge Francesco 1404 da Jacobello e Pier Paolo Dalle interno e gli appartamenti del doge
Foscari (1840). Masegne. Nel 1424 fu la volta dell’am- venne distrutta dal fuoco, il patrizia-
pliamento della Sala del Maggior Con- to assegnò il compito della ricostru-
siglio, cuore della Repubblica, e della zione all’architetto lombardo Antonio
celebre Loggia Foscara, che deve il suo Rizzo, che fra le altre cose realizzò
nome al doge Francesco Foscari, in ca- la monumentale Scala dei Giganti sul
rica dal 1423 al 1457. Nel 1438 fu ini- lato orientale del cortile, dalla cui
ziata la Porta della Carta, l’ingresso del cima i dogi presero la consuetudine
palazzo sul lato contiguo alla basilica, di giurare fedeltà alla Repubblica

“Dire Venezia vuol dire Piazza San Marco:


anzi, la basilica che, come scriveva Stendhal,
è la prima moschea che si incontra
andando verso Oriente.” Enzo Biagi

Una foresta di pali


I
l segreto architettonico che da circa un millennio Questi, fitti per forza nel terreno, indi fermati con
permette a Venezia di stupire il mondo è costitu- grossi travi, e ripieni fra l’uno e l’altro di rottami di
ito da qualche milione di pali di legno (alle volte sasso, riescono per la coagulazione, e presa loro,
veri e propri tronchi) infissi, nel corso di genera- come basi così stabili, e ferme, che sostengono
zioni, nel terreno degli originari isolotti lagunari ogni grossa e salda muraglia. Le arene si hanno
per consolidare il fondo palustre e poter erigere dalla Brenta, e dal Lido, ma le dolci sono migliori.
edifici anche molto grandi. I pali dovevano essere I legnami ci si portano in abbondanza per i fiumi
lunghi diversi metri (fino a dieci), per attraversare dalle Montagne del Cadorino e del Trevigiano; le
lo strato superficiale melmoso e andare a infiggersi pietre vive procedono da Rovigo e da Brioni; e la
nel cosiddetto “caranto”, cioè lo strato sottostante di ferrarezza [vale a dire gli attrezzi di ferro, ciò che
argilla, più stabile. Erano di legno duro (quercia, lari- oggi diremmo “ferramenta”] dalla Lombardia».
ce o rovere) e venivano piantati a braccia da esperti Infine, si edificava il palazzo con mattoni e pietre
battipali, che ne percuotevano la testa con una sorta tradizionali, badando, all’occorrenza, a distribuire
di “maglio” finché non raggiungevano la profondità bene il peso inserendo nei muri liste di legno dette
desiderata. Per le costruzioni più piccole bastavano “reme”, su cui poggiavano le travi dei solai.
poche decine di pali piantati lungo il perimetro del Questa “foresta sommersa” (che ancora oggi tie-
nascente fabbricato, ma se il palazzo o la chiesa ne in piedi Venezia, come già intuiva Grevembroch)
in questione erano di dimensioni considerevoli, non teme l’ingiuria del tempo, poiché i pali sono
allora si procedeva dai margini fino al centro, finché infissi a una profondità tale che, ricoperti come
l’intera superficie da edificare non era coperta da sono dalle argille, non vengono raggiunti né dall’ac-
una fitta palizzata, inframmezzata da sabbia e sassi qua salmastra, né tantomeno dall’aria. In questo
di rinforzo. Il passo successivo consisteva nel posare ambiente anaerobico, cioè privo di ossigeno, i
sopra le teste dei pali, opportunamente livellate, un batteri della decomposizione sono quasi inesistenti
doppio tavolato di robuste assi di larice incrociate, e, inoltre, si innesca una sorta di lenta ma graduale
sopra il quale venivano posate le fondamenta dell’e- “fossilizzazione” dei tronchi d’albero, le cui struttu-
dificio, composte da blocchetti di pietra d’Istria. re molecolari tendono a mineralizzarsi.
Così descriveva il sistema, già antico ai suoi tem- È quindi probabile che, lanciando un ardito
pi, il dotto olandese trapiantato a Venezia Giovanni sguardo in avanti di milioni di anni, ciò che so-
Grevembroch, attorno al 1750: «Le fondamenta pravviverà più a lungo di Venezia saranno proprio
di tali edifici si fanno di fortissimi pali di quercia, queste legioni di pali fossili, i quali, finché saranno
che durano eternamente sotto acqua, per rispetto protetti dal sottosuolo, dureranno quanto sono
del fondo lubrico, e non punto saldo della palude. durate le ossa dei dinosauri e dei mammut.

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ricevendo il corno. Rizzo si occupò Nel tondo, uno degli
per anni del rifacimento del palazzo angusti corridoi della
finché, nel 1498, dovette fuggire da prigione dei Piombi,
Venezia a seguito di un’accusa di pe- posta nel sottotetto del
culato. I lavori vennero quindi affida- Palazzo Ducale.
ti a Pietro Solari, Giorgio Spavento e
Antonio Abbondi, passato alla Storia
come “lo Scarpagnino”.
Era però destino che Palazzo Ducale
fosse devastato nuovamente dal fuoco,
per ben due volte in pochi anni, nel
1574 e nel 1577, quando andò distrutta
la Sala del Maggior Consiglio. Rico-
struita in otto mesi da Antonio Da
Ponte, essa assunse finalmente le ca-
ratteristiche attuali: 54 m di lunghezza,
25 di larghezza e oltre 15 di altezza.
Nel sottotetto del palazzo trovava
posto la famosa prigione dei Piombi,
dove nel Settecento fu detenuto anche
Giacomo Casanova (che riuscì rocam-
bolescamente a evadere). Poiché, già
alla fine del Cinquecento, si era deciso
di edificare nuove carceri al di là del
Rio di Palazzo (il canale che scorre
dietro l’ala orientale di Palazzo Duca-
le), si pensò di costruire anche un pon-
te coperto che collegasse l’edificio alle
cosiddette Prigioni Nuove. Fu così che
nacque il Ponte dei Sospiri, costruito
nel 1614 e battezzato in questo modo
per dare l’idea di quanto sospirassero
i condannati che, una volta decretata
la loro colpevolezza, dalla sala del
Magistrato lo percorrevano per essere
condotti alle celle. Queste e mille altre
vicende videro protagonisti la basilica
e il palazzo, ancora oggi cuori pulsanti
della memoria storica veneziana. ¿

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PADRONI di
COSTANTINOPOLI

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Riuscendo a dirottare
la Quarta crociata contro Bisanzio,
Venezia si schiera apertamente
contro la sua storica protettrice
~

G
ettandosi a capofitto pagne e Luigi di Blois si fecero ca- Papa Innocenzo III in un
nell’avventura delle pofila di un movimento a cui, il 23 affresco del monastero
Crociate, la Repubbli- febbraio 1200, si aggiunse anche il di San Benedetto in
ca di Venezia rivoltò conte Baldovino delle Fiandre. I co- Subiaco (1219 ca.): fu
come un guanto l’Im- mandanti crociati stilarono un piano lui a indire la Quarta
pero Bizantino, che crociata. Nella pagina a
di massima che prevedeva l’imbarco fronte, la flotta cristiana
era stato per secoli il di 30 mila uomini su una flotta no- conquista Costantinopoli,
suo protettore ufficiale, riducendolo leggiata da una delle città marinare il 12 aprile 1204, in
a colonia da spogliare. Accadde nel italiane. I conti delegarono sei ne- un dipinto di Palma il
1204, dopo che i Veneziani erano ri- goziatori, capeggiati da Goffredo de Giovane (1544-1620).
usciti a dirottare la Quarta crociata, Villehardouin, che nel febbraio 1201
dirigendola contro altri cristia- optarono per Venezia. Presenta-
ni anziché contro i mu- tisi all’anziano, cieco ma
sulmani. In tal modo ancora perspicace doge
imposero sul nucleo Enrico Dandolo, che
dei territori bizan- aveva 85 anni,
tini, complice il i cavalieri ne
resto dell’ar- ottennero l’as-
mata crociata, senso. Il doge
una sorta di si accordò con
“Stato fantoc- gli emissari
cio” durato dei Crociati
fino al 1261. per il trasporto
Questo col- in Oriente di
po di maglio 4.500 cavalie-
assestato dalla ri, con relativi
Serenissima a cavalli, 9.000
Bisanzio all’inizio scudieri e 20 mila
del XIII secolo fu soldati di fanteria,
il risultato non di un mediante una flotta di
piano preordinato di lunga almeno 200 navi, fra cui 50
durata, bensì della concatenazione galee armate. I Veneziani avrebbero
di circostanze cavalcate secondo anche assicurato il sostentamento
l’opportunità del momento. del corpo di spedizione per un anno
dalla partenza. Il tutto dietro paga-
Flotta cercasi mento di 85.000 marchi d’argento di
Iniziò tutto nel 1198, quando il Colonia e la cessione di metà delle
neoeletto papa Innocenzo III indisse conquiste territoriali previste dall’im-
una nuova spedizione contro i ma- presa. Il denaro sarebbe stato versato
omettani, rinnovando la promessa a partire dall’aprile 1202 e la flotta
di indulgenza per quanti avessero approntata entro la fine di giugno.
risposto all’appello: «Concediamo a Per suggellare il contratto fu ne-
tutti coloro che si sottopongono alla cessaria l’approvazione del popolo
fatica di questo viaggio, di persona e veneziano, che si radunò in Piazza
a proprie spese, il pieno perdono dei San Marco e acclamò il piano del
peccati, dei quali si siano pentiti a doge. La scena, dai toni melodram-
voce e nel cuore, e, quale ricompen- matici, fu descritta da Villehardouin
sa dei giusti, promettiamo loro una nelle sue memorie: «I sei inviati
più grande parte della salvezza eter- s’inginocchiarono in lacrime dinnan-
na». La raccolta delle adesioni non zi al popolo riunito. Il doge e tutti i
fu immediata, ma a poco a poco si Veneziani scoppiarono anch’essi in
fecero avanti molti nobili condottie- pianto e levando al cielo le braccia,
ri. Il 28 novembre 1199, ritrovatisi a gridarono all’unisono: “Lo vogliamo!
Ecry, in Francia, per un torneo ca- Lo vogliamo!”. Le urla e il tumulto
valleresco, i conti Tibaldo di Cham- furono tali che si sarebbe potuto A
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Padroni di Costantinopoli

Il doge Enrico Dandolo pensare che il mondo stesse crollan-


recluta i Veneziani per do». Sembrava che lo spirito della
la Crociata in un dipinto Crociata fosse penetrato nell’animo
del francese Jean dei Veneziani, ma a far giubilare il
Le Clerc (1621). popolo erano le prospettive di guada-
gno. Intanto, fra i nobili capi crocia-
ti, era morto Tibaldo di Champagne,
rimpiazzato con il conte Bonifacio
del Monferrato, che era imparentato
con la casa reale di Bisanzio, avendo
sposato Irene Angelo, una delle figlie
dello spodestato imperatore Isacco II
Angelo, accecato e imprigionato dal
fratello usurpatore Alessio III.
Assalto a Zara
Quando giunse l’estate del 1202,
con la flotta veneziana pronta a
imbarcare i pellegrini armati, ecco
però insorgere una serie di proble-
mi. Anzitutto, il numero dei Crocia-
ti era stato sopravvalutato e se ne
presentò un terzo del previsto. Inol-
tre, molti avevano deciso delibera-
tamente di partire per conto proprio
per la Terrasanta avendo saputo che
i piani prevedevano lo sbarco non in
Palestina, bensì in Egitto. Per finire,
i conti erano riusciti a saldare solo
51.000 degli 85.000 marchi previsti.

A fronte delle spese sostenute, i


Veneziani temevano di fare banca-

Le temibili mura bizantine


rotta e minacciarono di affamare
l’esercito crociato, che si era ormai
accampato sul Lido. Il doge Dandolo
offrì però una scappatoia, chiedendo,
a “saldo” del pagamento, che prima

L
e mura di Costantinopoli, edificate fin dal V la coesione interna, dato che gli eventi del 1203- di dirigersi in Oriente i Crociati sbar-
secolo d.C. dall’imperatore Teodosio II e via 1204 furono in gran parte decisi dagli intrighi cassero in Dalmazia, a Zara, città che
via rimaneggiate e ampliate, nel XIII secolo politici della stessa corte imperiale. si era ribellata ai Veneziani nel 1186
erano ancora fra le più formidabili del mondo. per sottomettersi al Regno d’Unghe-
La capitale bizantina sorgeva su una peniso- ria. L’esercito accettò, tenuto conto
la circondata da un lato dalle acque del Mar di che avrebbe avuto diritto a metà del
Marmara e dall’altro dall’insenatura detta Corno bottino. Così, mentre il legato ponti-
d’Oro. Lungo le coste c’erano mura a picco sul ficio Pietro Capuano lasciava Venezia
mare, con un totale di 300 torri, mentre dal lato per andare a riferire a papa Innocen-
di terra c’era una cinta bastionata di una decina zo III che la Crociata stava scadendo
di chilometri e alta una dozzina di metri con 96 in una guerra fra cristiani, ai primi
grandi torri, distant circa 100 m l’una dall’altra. di ottobre del 1202 la flotta vene-
L’accesso al Corno d’Oro, invece, era chiuso to-crociata salpò per la Dalmazia.
da un’enorme catena di ferro lunga circa 500 Erano oltre 200 navi, di cui 60 galee.
m, stesa fra le mura costiere e il sobborgo Oltre alle unità specializzate (come le
esterno di Pera. Sulla carta, era un tre gigantesche navi da trasporto, bat-
apparato militare capace di far tezzate Paradiso, Aquila e Pellegrino),
infrangere qualsiasi urto nemico. erano presenti scafi tozzi e larghi
Ma ciò che faceva difetto alla analoghi ai moderni mezzi da sbar-
difesa della città era co e navi che portavano in coperta
macchine d’assedio, come catapulte e
mangani, per assediare le difese co-
stiere. Era presente anche il doge in
persona, su una galea rosso vermiglio
con tende di seta. La flotta comparve
di fronte a Zara il 10 novembre 1202
e subito iniziò l’assedio, a dispetto
di una lettera urgente inviata da In-

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nocenzo III, che diffidava i Crociati a riconquistare il trono che lo zio che bloccava l’accesso al golfo del I Crociati assediano le
dal combattere altri cristiani. Per la Alessio III aveva sottratto a suo Corno d’Oro. Nominalmente, l’eser- mura di Costantinopoli
verità una parte dell’esercito, sotto la padre Isacco. In cambio, il principe cito bizantino poteva contare su 60 in una miniatura
guida dell’abate cistercense Guido di bizantino avrebbe pagato 200.000 mila uomini, il triplo dell’avversario, quattrocentesca
Vaux-de-Cernay e di Simon de Mon- marchi d’argento, da dividersi equa- ma disorganizzati e in larga parte di David Aubert
(1449-1479).
tfort, diede retta al pontefice e se ne mente tra Venezia e i Crociati, più mercenari stranieri. La flotta, poi,
stette in disparte. Ma il grosso dei 20 il mantenimento dell’esercito per un era quasi fatiscente. Così le galee
mila uomini a cui assommavano Cro- anno e la partecipazione bizantina veneziane, guidate dal doge, ebbero
ciati e Veneziani assalì a più riprese alla Crociata dopo la sua riammis- buon gioco nel coprire lo sbarco dei
le mura della città adriatica, mentre sione al trono. Per solleticare lo Crociati presso Galata, tenendo a
le macchine d’assedio sui ponti delle spirito missionario degli occidentali, bada i soldati nemici anche grazie
galee veneziane facevano sfracelli. Alessio aggiunse la promessa di agli arcieri e balestrieri di Baldovino
Caduta il 24 novembre, Zara venne una futura unificazione della Chiesa delle Fiandre. La battaglia crebbe di
saccheggiata e il bottino fu equa- ortodossa con quella cattolica. Fu intensità il 6 luglio, quando final-
mente diviso fra Crociati e Venezia- così che il doge Enrico Dandolo e i mente venne presa la torre di Galata
ni. Nel frattempo, i primi avevano capi crociati decisero di prepararsi e la grande catena fu spezzata dalla
inviato a Roma una delegazione di a una nuova campagna contro altri colossale nave veneziana Aquila.
rappresentanti, fra cui Bonifacio di cristiani, stavolta con l’ambizione di Mentre i Crociati, soprattutto fran-
Monferrato, per implorare il perdono espugnare Costantinopoli e sostituire cesi, attaccavano le mura dalla parte
del papa. Quando, verso il 15 di- l’usurpatore con Alessio il Giovane. di terra, i Veneziani diedero loro
cembre, Bonifacio raggiunse l’armata Arrivata la primavera, Alessio in manforte dalle galee, smontandone le
accampata a Zara, rese noto che il persona raggiunse i Crociati a Zara alberature e allestendo solide piatta-
pontefice aveva concesso l’assoluzio- e, alla fine di aprile del 1203, salpò forme su cui posizionare le macchine
ne ai Crociati, ma non ai Veneziani, con loro alla volta di Bisanzio. d’assedio. Il 17 luglio fu sferrato il
a cui riservava la scomunica. La più massiccio attacco coordinato da
notizia, però, venne tenuta segreta. Doppio assedio terra e dal mare, con l’anziano En-
Mentre la flotta passava l’inverno Dopo un faticoso periplo della rico Dandolo che spronava in prima
nel porto dalmata, rimandando al- Grecia e delle coste dell’Egeo, la fila i Veneziani, come narra de Vil-
la primavera la prosecuzione della flotta veneto-crociata raggiunse lo lehardouin: «Il doge stava ritto tutto
spedizione in Oriente, arrivarono stretto dei Dardanelli in piena esta- armato a prua della sua galea, con
messaggeri inviati dal principe bi- te e, a partire dal 5 luglio 1203, davanti lo stendardo di San Marco,
zantino Alessio il Giovane, cognato si lanciò all’assalto delle difese di ordinando a gran voce ai suoi mari-
di Bonifacio di Monferrato. Alessio Costantinopoli, attaccando per prima nai di portarlo prestamente a terra,
chiedeva, tramite i suoi ambasciato- la grande torre del promontorio di o li avrebbe puniti a dovere. Sicché
ri, che l’esercito crociato lo aiutasse Galata, a cui era assicurata la catena quelli approdarono subito e sbarca- A
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Padroni di Costantinopoli

navano di aver assunto il potere grazie


alle armi straniere (per giunta, con la
promessa di sottomettersi alla Chiesa
cattolica), sia dagli stessi Veneziani e
Crociati, che videro interrompersi il
pagamento del compenso pattuito. Già
nel novembre 1203 il doge, irritato, si
incontrò con Alessio e gli ingiunse di
saldare i suoi debiti. Secondo uno dei
cavalieri crociati testimoni dei fatti,
Roberto di Clari, Dandolo intimò al
debole imperatore bizantino: «Giovane
stolto, ti abbiamo raccolto dal fango e
nel fango ti faremo precipitare di nuo-
vo. Rammenta bene quanto ti ho det-
to, perché d’ora in poi farò tutto quan-
to sarà in mio potere per rovinarti».
Il giovane imperatore, per non per-
dere la fiducia dei sudditi, dovette
rompere i rapporti con i Crociati,
ma anziché organizzare una cam-
pagna militare riuscì solo a tentare
maldestramente di incendiare la
flotta veneziana mandandole ad-
dosso 17 mercantili imbottiti
di pece e poi dati alle fiam-
me, scagliati a vele spie-

Eugène Delacroix rono con lo stendardo. Tutti i Vene-


rappresentò così, ziani seguirono il suo esempio. Quelli
nel 1840, l’ingresso che stavano nei trasporti dei cavalli
vittorioso dei Crociati a L’Impero Latino
uscirono all’aperto e quelli delle navi
Costantinopoli. Il dipinto grandi salirono sulle barche e presero
è conservato a Parigi, al Monumento dedicato
Museo del Louvre. terra come meglio poterono». dalla città di Mons,
I Veneziani riuscirono ad abbordare in Hainaut (Belgio),
un largo tratto di mura con le loro a Baldovino I di
scale volanti e in un’ora conquistarono Costantinopoli, primo
25 torri, ma una notizia imprevista imperatore dell’Impero
li spinse a ritirarsi: i Bizantini Latino d’Oriente,
fondato dai cristiani
avevano sferrato un attacco diver- dopo la vittoria
sivo all’accampamento dei Cro- nella Quarta
ciati, spingendo Dandolo a dare crociata.
ordine di soccorrere gli alleati.
In realtà, i Bizantini si ritirarono
quasi subito, ma tanto era bastato
a dare un po’ di respiro alla città.
La sorte di Costantinopoli, però,
fu ugualmente segnata quella stessa
notte, quando l’usurpatore Alessio
III decise di fuggire in Tracia con le
sue concubine, abbandonando il trono.
Ai Bizantini non restò che rimettere
in sella il vecchio Isacco II e aprire le
porte a suo figlio, Alessio il Giovane.
Così, il conflitto parve risolversi con
un compromesso, suggellato il 1° ago-
sto 1203 dall’incoronazione di Alessio,
come Alessio IV, accanto al padre.
Nei mesi seguenti, mentre i Crociati
stazionavano presso Costantinopoli
meditando di proseguire per
l’Oriente nella primavera
successiva, Alessio riu-
scì a farsi odiare sia
dai concittadini,
che non gli perdo-

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gate verso l’approdo del Corno d’Oro.
Ma i marinai veneti sventarono la Una vista
mozzafiato
manovra, anzi li rimorchiarono in
mare aperto. Nel gennaio 1204, Ales-
sio IV fu ucciso da un usurpatore che
prese la guida della lotta contro i cat-
tolici. Era Alessio Ducas, detto Mur-

F
zuflo ossia “dalle folte sopracciglia”, ra i maggiori cronisti dell’impresa, il crociato
che si fece imperatore come Alessio francese Goffredo de Villehardouin ha lasciato
V e riparò le fortificazioni in attesa testimonianza dello stupore che si impadronì
dell’inevitabile attacco nemico. degli occidentali quando videro per la prima volta la
possente città, da molti giudicata invulnerabile.
L’effimero Impero Latino «Quelli che non avevano mai visto Costantinopoli
Veneziani e Crociati, ormai, non osservavano la città con grande attenzione, non
avevano altra scelta che conquistare avendo mai immaginato che ci potesse esse-
Costantinopoli e saccheggiarla, es- re al mondo un luogo tanto bello. Notavano
sendo immobilizzati sul Bosforo con le alte mura e le imponenti torri che la cir-
scarsi rifornimenti. Dandolo si accor- condavano tutta, e poi i ricchi palazzi e le maestose
dò con Bonifacio, Baldovino, Luigi basiliche che sfidavano ogni descrizione. Guardava-
di Blois e Ugo di Saint-Pol perché no nei particolari quella città che regnava suprema
ai Veneziani andassero i tre quarti su tutte le altre. Non c’era uomo tanto coraggioso o
del totale del bottino previsto dal spavaldo che non rabbrividisse a tale superba vista».
sacco di Bisanzio finché non si fosse Eppure bastarono pochi giorni perché quella città
saldato il credito residuo dei Cro- (qui, in una mappa del 1422) che aveva così impres-
ciati, mentre sul restante si sarebbe sionato gli attaccanti cadesse nelle loro mani.
proceduto in parti uguali. Il 9 aprile
1204, le galee veneziane con le loro
catapulte tentarono di farsi sotto alle
mura costiere, ma un vento contrario
le respingeva. Le navi di San Mar-
co tornarono alla carica il 12 aprile, “L’imperatore Baldovino fu incoronato
avanzando lungo un fronte di 3 km,
stavolta legate a coppie per formare
con gran gioia e grande onore nella
più vaste piattaforme d’assedio. chiesa di Santa Sofia, nell’anno 1204
Stavolta le cose andaro-
no per il verso giusto dell’incarnazione di Gesù Cristo.”
e, anzi, un vento da Goffredo di Villehardouin
nord fece oscillare le
due grosse navi Pel-
legrino e Paradiso, di riorganizzare le trup- Impero Romano d’Oriente, ma circon- Recto e verso
agganciate fra loro, pe, ma invano. Secondo dato da territori in cui forze bizantine dell’hyperpyron
il cui ponte volante il cronista bizantino meditavano la riscossa. Si trattava, in dell’imperatore bizantino
abbordò una torre Niceta Coniate, «erano sostanza, di uno Stato che garantiva Michele VIII Paleologo:
bizantina. Su una fi- stati travolti dalla dispe- una serie di privilegi commerciali a la moneta fu coniata per
razione e non prestavano celebrare la liberazione
nestra della torre restò Venezia e il cui primo sovrano, eletto di Costantinopoli
aggrappato il soldato ascolto né ai suoi ordini, né il 16 maggio 1204, fu Baldovino. dalla dominazione
veneziano Pietro Alberti, alle sue suppliche». L’impe- La sconfitta di Bisanzio permise crociata, nel 1261.
che valicò le mura ma venne ratore fuggì, mentre Veneziani e a Venezia di acquisire il controllo
subito massacrato. Subito dopo, Crociati iniziavano una crudele sara- di alcuni territori strategici, su tutti
però, il cavaliere francese Andrea di banda di saccheggi e violenze. l’isola di Creta, o Candia, come veni-
Dureboise, dall’armatura assai più pe- Per tre giorni Costantinopoli fu de- va chiamata allora. Ma la resistenza
sante, resistette ai colpi e cominciò a predata. Narra Villehardouin che «il bizantina pose fine all’Impero Latino
spaventare i Bizantini con la sua sola numero dei feriti e dei caduti era tan- nel 1261, quando da Nicea avanzò
presenza. Seguito da altri cavalieri, to alto che nessuno riusciva a contar- Michele VIII Paleologo, che non a
il crociato s’impadronì della torre. li». Da bizantino, Niceta Coniate caso si appoggiò ai maggiori
Intanto, alla base di una torre vicina, fu orripilato dai vandalismi, rivali dei Veneziani, ossia
veniva aperta una breccia, abbattendo dagli incendi, dagli stu- i Genovesi, per scon-
un muro malfermo di mattoni, da un pri: «Persino i Saraceni figgere Baldovino II,
nucleo di 10 cavalieri e 60 scudieri, sarebbero stati più ultimo sovrano dell’ef-
guidati da Pietro di Amiens e di cui clementi». Veneziani e fimero Impero Latino.
facevano parte anche Roberto di Clari Crociati imbastirono Così Bisanzio riacqui-
e suo fratello Aleaumes. Quando que- così un loro Stato fan- sì piena indipendenza,
sti primi uomini superarono le difese, toccio, fondando l’Im- rinviando di due seco-
il panico si impadronì dei Bizantini e pero Latino d’Oriente, li il crollo definitivo
presto gli occidentali si aprirono nuo- arroccato nella posizio- del 1453, a opera dei
vi varchi. L’usurpatore Murzuflo tentò ne centrale del vecchio Turchi ottomani. ¿

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L’ARTE
RUBATA
Dopo la vittoriosa Quarta crociata,
i cristiani portarono in Europa straordinarie
opere d’arte razziate a Bisanzio. Come i cavalli
in bronzo dell’ippodromo di Costantinopoli
e il monumento ai tetrarchi, che oggi
sono il vanto di Piazza San Marco
~

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L
a conquista di Co- quattro cavalli, emblema della rara sta- tetrarchi romani, incastonata nell’angolo Il gruppo statuario dei
stantinopoli a seguito tuaria bronzea ellenistica sopravvissuta esterno di San Marco che dà sul fian- tetrarchi, in porfido
della Quarta crociata allo scorrere del tempo, dovevano ave- co di Palazzo Ducale. Si tratta di un rosso egiziano, databile
permise ai contingenti re già qualche secolo quando, attorno gruppo statuario alto circa 1,30 m, a al 293-303 ca. Nella
occidentali di depredare al 450 d.C., erano stati fatti collocare grandezza di poco inferiore al naturale, pagina a fronte, gli
ingenti ricchezze, fra lì dall’imperatore Teodosio II. Forse che rappresenta quattro personaggi iden- originali cavalli in
cui moltissime reliquie, non sapremo mai a quale epoca risal- tificati con l’imperatore romano Diocle- bronzo della quadriga di
Bisanzio (IV secolo a.C.
vere o presunte che fossero. Secondo la gono esattamente i cavalli (gli esperti ziano e i tre “colleghi” (Galerio, Mas- o IV secolo d.C.), oggi
tradizione dei cosiddetti “furta sacra”, propendono per una datazione decisa- simiano e Costanzo) con cui, nel 293 custoditi nel museo della
il crociato presupponeva che l’anima mente ampia, tra il II secolo a.C. e il d.C., egli suddivise il potere per meglio Basilica di San Marco.
di un martire fosse lieta che i suoi II secolo d.C., sebbene qualcuno risalga amministrare il Tardo Impero. La te-
resti venissero rubati, perché in questo fino al IV secolo a.C.), ma possiamo trarchia, ossia il “governo a quattro”,
modo la devozione si sarebbe estesa ad affermare con certezza che presero la durò fino al 305, quando Diocleziano
altre parti del mondo. I Veneziani, per via di Venezia e, nel 1254, trovarono si dimise. Il gruppo statuario, dunque,
esempio, si aggiudicarono un dente di collocazione sulla facciata della basili- potrebbe risalire alla fine del III o ai
san Giovanni Battista, forse in risposta ca di San Marco. Lì rimasero per più primi anni del IV secolo. Curiosamente,
al vescovo di Soissons, che pretendeva di cinque secoli, fino al 1797, quando una parte del basamento, con un piede
di essersi portato a casa il dito con le truppe di Napoleone li depredarono di uno dei tetrarchi, rimase a Costanti-
cui san Tommaso aveva toccato le fe- a loro volta, portandoli in Francia. nopoli quando la scultura fu divelta, nel
rite nel costato di Gesù. 1204. Il frammento venne ritrovato mol-
Ma la Serenissima guardava soprat- I quattro sovrani ti secoli dopo nell’ormai turca Istanbul,
tutto alle opere d’arte. Fin dai giorni Dopo la caduta dell’impero napo- mentre nel frattempo, a Venezia, la
immediatamente successivi alla vittoria leonico, nel 1815, la quadriga tornò parte mancante (piede compreso) era
della primavera del 1204, il doge En- nuovamente al suo posto, perlomeno stata ricostruita in marmo. Stando a una
rico Dandolo adocchiò una splendida fino al 1981, quando fu rimpiazzata tradizione diffusa fra il popolino vene-
quadriga di cavalli di bronzo che da da una copia perfetta per proteggerla ziano, le statue dei tetrarchi sarebbero
più di settecento anni dall’inquinamento. una banda di ladri magicamente pietrifi-
campeggiava so- Altro simbolo del saccheggio di cata per aver osato bramare il tesoro di
pra l’ippodromo Bisanzio è la celebre scultu- San Marco. Ma la leggenda non è altro
della capitale ra in porfido rosso egi- che la nemesi del vero furto: quello dei
bizantina. I ziano che raffigura i Veneziani ai danni dei Bizantini. ¿

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L’età di Marco Polo

L’ETÀ DI
MARCO POLO

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Le vicende della Serenissima
e della sua nemica giurata, Genova,
si intrecciano con i favolosi viaggi
in Oriente descritti nel Milione
~

N
el XIII secolo, l’allar- gnata da una possente flotta da guerra Particolare con testa
gamento dei domini di capitanata da Lorenzo Tiepolo, figlio leonina (1260) del
Venezia su larga parte di un doge morto alcuni anni prima Palazzo San Giorgio
del decadente Impero e destinato egli stesso a diventarlo. di Genova, acerrima
Bizantino acuì la riva- Quando le navi veneziane raggiunsero rivale di Venezia
per il predominio
lità con Genova per il Acri, Tiepolo ordinò di forzare l’in- sul Mediterraneo
controllo dei fiorenti gresso al porto, spezzando la catena di e il controllo dei
mercati d’Oriente. La tensione era sicurezza messa a punto dalla guarni- mercati d’Oriente. Il
particolarmente alta nella piazzaforte gione genovese. La Repubblica di San rilievo proviene dal
crociata di San Giovanni d’Acri, sulla Giorgio reagì mobilitando la flotta e Palazzo di Botaniate a
costa palestinese. Nel 1255 scoppia- nei mesi seguenti si ebbero numerosi Costantinopoli. Nella
rono scontri sanguinosi fra i mercanti scontri nel Mar Egeo, ormai a livello pagina a fronte, una
genovesi e veneziani lì residenti, che di reciproca pirateria. Una svolta si carovana di mercanti
presto si ripercossero anche sulle altre ebbe quando i navigli genovesi parti- all’epoca del viaggio
dei Polo in Cina.
comunità europee che trafficavano in rono all’assalto di Acri, ma il 24 giu-
città. Mentre la nobiltà dei crociati gno 1258 la flotta veneta di Tiepolo,
si schierò dalla parte di Genova, ai rinforzata da ulteriori galee inviate
mercanti di San Marco fu accordata la dalla madrepatria, inflisse al nemico
solidarietà dei colleghi pisani e pro- una sonora sconfitta. Questa prima
venzali, nonché dei Cavalieri Templa- guerra, fra tregue e riprese, si trascinò
ri. Fra le ragioni del contendere c’era a fasi alterne in anni cupi, durante i
la sovranità sul monastero di San quali i Genovesi, nel 1261, aiutarono
Saba, al confine tra i due quartieri i Bizantini a restaurare il loro impero
(motivo per cui questo primo scontro
fra Genovesi e Veneziani è noto anche
e, di rimando, i Veneziani batterono i A
come “guerra di San Saba”). Di fron-
te alle notizie preoccupanti che
arrivavano da Acri, nell’estate
del 1256 la squadra
di mercantili inviata
oltremare da Ve-
nezia fu accompa-

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L’età di Marco Polo

Sopra, Marco Polo alla rivali in una serie di battaglie navali,


corte del Gran Khan specialmente nelle acque della Sicilia
(1863) di Tranquillo (a Settepozzi nel 1263 e a Trapani
Cremona. Sotto, nel 1266). Riconosciuta la suprema-
banchieri veneziani zia di Venezia, nel 1270 a Cremona
in un codice miniato.
i Genovesi finalmente stipularono la
pace con i rivali, sotto l’impulso degli
stessi Bizantini e del re francese Luigi
IX, detto il Santo, che voleva avere le
spalle coperte, vista l’imminenza della
Crociata che si apprestava a guidare.
Dalle steppe al Catai
Ma il confronto fra la Repubbli-
ca di Venezia e quella di Genova
era solo all’inizio ed era destinato a
durare per oltre un secolo. La netta
superiorità navale che le galee con lo
stendardo di San Marco avevano di-
mostrato fece sì che, per il momento,
i Genovesi si ritirassero nel loro “san-
tuario” sul Tirreno, dedicando tutte le
energie a debellare un’altra potenza
marinara che contendeva loro le rotte
fra Toscana, Sardegna e Corsica: Pisa,

La finanza sulla laguna


L’
accumulo di ricchezze dovuto alla cre- finanziare la Quarta crociata. Era un conio da calo di argento nella lega fece sì che il cambio
scita dei commerci aumentò la disponi- 2,18 g, che conteneva ben il 96,5% d’argento scendesse a 32 “piccoli” per un “grosso”.
bilità di denaro contante, che a sua volta e faceva da base per una “lira di conto” usata Intanto, cresceva sempre di più il ruolo
stimolò l’attività finanziaria del XIII e XIV seco- dal governo per misurare il proprio bilancio e dell’oro, che in Europa era quasi sparito dalla
lo. Le banche di Venezia presero a concedere il commercio estero, in ragione di 240 grossi circolazione dopo la fine dell’Impero Roma-
prestiti che inizialmente potevano sfiorare un ogni “lira di grossi”. C’era anche una moneta no, ma che tornò a diffondersi con la ripresa
interesse del 20%, ma che poi, stanti i conti- spicciola, il “piccolo” (0,362 g), con appena del commercio nel Mediterraneo. Prova di
nui strali della Chiesa contro l’usura, si stabiliz- il 25% d’argento, che a sua volta componeva ciò fu, nel 1252, l’emissione contemporanea
zarono su tassi più accettabili, fra il 5 e l’8%. una “lira di piccoli” sempre in numero di 240 delle prime monete d’oro coniate nell’Europa
Le banche della Serenissima si specializzarono unità. In principio, ci volevano 26 “piccoli” medievale: il genovino a Genova e il fiorino
soprattutto nella funzione della cosiddetta per equiparare il valore di un “grosso”, ma il a Firenze. Per una trentina d’anni Venezia
“banca di giro”, cioè nel saldo preferì utilizzare il fiorino come
dei pagamenti per conto dei moneta di massimo valore, poi
clienti. Ciò, però, non avveni- decise di coniarne una propria.
va tramite assegni, come nei Fu così che, nel 1284, comparve
tempi moderni, bensì median- il primo ducato veneziano, di
te un preciso ordine che il peso e valore esattamente pari
pagatore impartiva personal- a quelli della moneta fiorentina.
mente al banchiere di fiducia. Con una massa di 3,55 g e una
Ogni banchiere, del resto, quantità d’oro pari al 99,7%,
aveva un proprio banco sotto il ducato si impose come una
i portici della zona di Rialto delle valute più stabili d’Euro-
e trattava gli affari a contatto pa; questo anche dopo che, nel
diretto con il pubblico. 1455, cambiò nome in zecchi-
L’attività ricevette ulteriore no (in riferimento alla Zecca),
stimolo dal rafforzamento pro- pur rimanendo in sostanza la
gressivo della valuta veneziana stessa moneta. Nelle numerose
man mano che dall’argento si emissioni che si susseguirono
passava all’oro. Fino a buona nell’arco di cinque secoli, in-
parte del XIII secolo la moneta fatti, peso e percentuale aurea
di riferimento fu il cosiddetto del dischetto rimasero presso-
“grosso”, che era stato coniato ché immutate, fino all’occupa-
in gran quantità nel 1202 per zione francese del 1797.

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che negli ultimi decenni Cina, allora chiamata Catai. Fu compagnati da un centinaio di europei La partenza di Marco
aveva stretto amicizia con i nel 1261 che i fratelli Niccolò colti e abili. Ai fratelli Polo fu fornito Polo da Venezia in una
Veneziani. Così, nel 1284, e Matteo Polo partirono come passaporto un sigillo d’oro, miniatura medievale.
la flotta genovese annientò dall’emporio veneziano di valido su tutti i territori dell’Impero A sinistra, statua eretta
quella pisana nella battaglia Soldaia, in Crimea, per Mongolo e che impegnava chiunque vi in onore del mercante
della Meloria, presso l’o- addentrarsi a cavallo nel- abitasse a fornire loro cibo e alloggio. veneziano a Ulan
Bator, in Mongolia.
monimo isolotto al largo di la steppa, con l’intento Nell’autunno del 1269, dopo otto anni
Livorno, in attesa di tornare a di vendere un carico di di assenza, i due mercanti fecero ritor-
misurarsi con la città laguna- gioielli al principe mongolo no a Venezia, dove Niccolò poté final-
re. Lo scontro, insomma, era Berke Khan, stanziato a mente riabbracciare il figlio Marco.
solo rimandato. Sari, sul Volga. Furono I Polo abitavano nell’antica corte
Nel frattempo, i più ar- sorpresi, però, da una detta “dei Milion”, presso la chiesa di
dimentosi mercanti vene- guerra, che li costrinse San Giovanni Crisostomo: “Milion”
ziani, partendo dai fondaci a spingersi a Bukhara era il loro soprannome ed è per questo
costituiti in Medio Oriente e infine alla corte che il libro di memorie di Marco, in
dopo le Crociate, inizia- di Khanbaliq, dove seguito, s’intitolò Il Milione.
vano a spingersi nel cuore regnava Qubilai Khan, Nell’attesa che venisse eletto un
dell’Asia, approfittando nipote di Gengis e si- nuovo papa a cui recare l’ambasciata
della creazione dell’Impero gnore del Catai e di del Khan, vedendo che il conclave di
Mongolico, che dopo la quasi tutta l’Asia. L’im- Viterbo andava per le lunghe, Niccolò
morte del suo fondatore, peratore dagli occhi a e Matteo ripartirono per il Catai.
Gengis Khan, nel 1227, si mandorla rimase affa- Salparono da Venezia nell’estate
era consolidato sempre di scinato dai visitatori e 1271, stavolta portandosi dietro anche
più, grazie a vie carova- li interrogò sull’Euro- Marco, che aveva 17 anni. La nave li
niere sicure e organizzate pa, sul cristianesimo sbarcò a San Giovanni d’Acri, da cui
con caravanserragli di e sul papa, per poi proseguirono via terra, non senza la
sosta e collegamenti po- rimandarli in patria come sorpresa di apprendere che, nel frat-
stali. In particolare, passò latori di un’ambasceria tempo, proprio il locale ambasciatore
alla Storia l’epopea della per il pontefice, con la vaticano, vescovo Tebaldo Visconti, era
famiglia Polo, che si richiesta di tor- stato eletto al soglio pontificio come
spinse fino in nare ac- Gregorio X. Con la sua benedizione
proseguirono il viaggio, portandosi
dietro un’ampolla con l’olio santo del
sepolcro di Cristo a Gerusalemme e
lettere diplomatiche da consegnare al
“Marco Polo è un personaggio Khan. Passando da Baghdad, i Polo
raggiunsero Hormuz, in Persia, alla
degno d’esser messo vicino ricerca di un imbarco, ma non si fida-
rono dei fragili sambuchi arabi in fibra
all’Ulisse dantesco.” attilio momigliano di cocco, al raffronto delle galee a loro A

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L’età di Marco Polo

Due miniature del tanto familiari. Si legge nel Milione: fu conferma-


Milione tratte dal Livre «Sono navi malfatte e spesso affondano ta nel 1901
des merveilles (1410- non essendo le assi inchiodate con assi dall’esploratore
1412), conservato nella di ferro, ma cucite con il filo che si anglo-unghe-
Biblioteca nazionale di ricava dal guscio delle noci d’India». rese Sir Aurel
Francia: sopra, i Polo Stein). Finalmen-
lasciano Venezia; sotto, Veneziani ai confini del mondo te, nell’agosto del
i tre fanno il loro
ingresso a Bukhara. I Polo ripresero così la via di terra 1274, Niccolò, Mat-
affrontando il deserto persiano di Lut, teo e Marco raggiunsero
dove s’imbatterono nell’incredibile Al- la residenza estiva di Qubilai
bero Solo, un platano cresciuto a cento Khan a Shangdu, al confine fra Mon-
miglia di distanza da qualunque altra golia e Cina. L’imperatore fu felice di
pianta. Poi valicarono gli impervi pas- riceverli e ammirò subito l’acume del
si della catena del Pamir, osservando figlio di Niccolò, che aveva ora 20
una specie di pecora mai vista prima, anni. Fu anche onorato di ricevere le
la cui esistenza venne confermata lettere del papa e l’olio di Gerusalem-
solo sei secoli più tardi, nel 1841, me, tanto più che la favorita delle sue
quando fu battezzata Ovis poli. Dopo quattro mogli, l’imperatrice Chabi, era
aver attraversato una serie di città cristiana nestoriana. Poco dopo la cor-
carovaniere, come Kashgar, Yarkhand te si trasferì nella capitale, Khanba-
e Lop, i tre arrivarono ai margini liq, nome mongolo di Pechino, e per
del deserto di Gobi, ultimo ostacolo Marco iniziò la brillante carriera di
prima della Cina. «È tutto montagne, inviato speciale del Khan. A Qubilai
sabbioni, vallate, dove non si trova interessava raccogliere informazioni
nulla da mangiare» narra Marco, che sulle province dell’Impero e affidò
sulla scarsità d’acqua osserva: «Salvo l’incarico al giovane veneziano, notan-
tre o quattro luoghi dove le acque do la vastità dei suoi interessi.
sono amare, tutte le altre sono buone La sua prima missione, nel 1275, fu
e sono circa 28 acque» (l’esistenza di un’ispezione nel Caragian (l’odierno
28 sorgenti lungo la pista del Gobi Yunnan), ai confini con la Birmania,

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dove Marco notò l’uso delle conchiglie
come moneta, valutando che 80 di esse
Gli inventori
del debito pubblico
equivalessero a una moneta d’argento.
Vide per la prima volta i coccodrilli, da
lui chiamati «gran colubre» e stimati
«lunghi 10 passi e grossi come una bot-
te», e altre meraviglie. Tornato a Pe-

O
chino, stupì il Khan con i suoi racconti ltre al conio del ducato d’oro, il XIII secolo però il fatto che sono i giapponesi stessi a essere
e iniziò una lunga serie di missioni in vide un’altra evoluzione fondamentale della creditori del proprio Paese, mantenendo quindi un
Cina e nei Paesi vicini. Fra le sue molte finanza veneziana: l’invenzione del debito livello di sovranità economica superiore al nostro.
osservazioni, spicca la diffusione della pubblico. Per finanziare le guerre e le spedizioni Simili vantaggi non impedirono comunque che il
prima cartamoneta, ignota in Europa. oltre mare, a un certo punto non bastarono più Monte Vecchio fosse causa di costanti preoccupa-
Le banconote venivano usate dai Cinesi i bottini e le tasse indirette su consumi zioni per il governo, a causa del continuo
anche prima dell’invasione mongola, e transazioni. Nel 1262 fu dunque lievitare del debito, dovuto soprattutto
ma fu Qubilai Khan a dare particolare istituito il “Monte Vecchio”, un alle spese di guerra.
impulso alla sua circolazione. Marco sistema di titoli di Stato che ga- Nel 1299, mentre volgeva al
narrò il procedimento di fabbricazione rantiva un rendimento del 5% termine la seconda guerra
della carta a partire dalla corteccia del all’anno versato regolarmen- contro Genova, esso si aggirava
gelso e spiegò che tutti erano tenuti ad te. Tutti i cittadini veneziani intorno al mezzo milione di
accettare, pena la morte, il pagamen- che avessero un minimo di ducati e finì per raddoppiare
to in banconote, garantite dai forzieri proprietà erano obbligati a nel 1313, all’epoca del conflit-
imperiali. Anche la diffusione del car- sottoscrivere un prestito allo to con Ferrara. Nel 1381, dopo
bone, sconosciuto in un’Europa che si Stato, garantendo così che la la guerra di Chioggia, balzò
scaldava solo a legna, lo affascinò: «Per stragrande maggioranza del addirittura alla cifrà record di
tutta la provincia del Catai esiste una debito pubblico fosse interna 5 milioni di ducati, mentre il
specie di pietre nere che si estraggono alla Repubblica, senza pericolo valore di mercato dei titoli era
dalla montagna come le altre pietre che venisse utilizzato come “ar- crollato al 18% di quello nomina-
e ardono da sembrare legna». Intanto ma economica” dai Paesi stranieri. le. Ciò rese necessaria la sospen-
Niccolò e Matteo avevano creato una Volendo azzardare un raffronto sione del pagamento degli interessi
fiorente azienda commerciale. I tre con il presente, la Venezia di allora si per quell’anno, riprendendolo nel 1382 a
veneziani rimasero per quasi vent’anni comportò un po’ come il Giappone di oggi che, un tasso ribassato al 4%. In questo modo fu pos-
alla corte di Qubilai Khan, che non pur avendo un debito pubblico molto più ingente sibile ridurre il debito a 3,5 milioni di ducati entro
voleva privarsi di assistenti tanto leali. di quello dell’Italia in termini percentuali, vanta il 1402, risollevando il valore dei titoli al 66%.
Solo nel 1292 permise loro di riparti-
re, con l’ultimo incarico di scortare la

“Tono fondamentale
del Milione non è epico
o poetico, ma scientifico.”
Luigi Russo

principessa Cocacin fino in Persia, do- Sopra, un ducato d’oro


ve avrebbe dovuto sposare il re Argun. veneziano. Nella pagina
Così, i Polo salparono dalla Cina con a fronte, una tipica
una flotta di 14 giunche e, costeggian- moneta forata cinese.
do la Malacca e l’India, approdarono in
Persia, a Hormuz, dove lasciarono Co-
cacin. Poi, proseguirono via terra fino
a Costantinopoli, dove s’imbarcarono
su una galea per Venezia.
Nuove battaglie
Era il 1295 quando Marco Polo, che
ormai aveva 41 anni, rivide la sua cit-
tà e i parenti ancora in vita, che sten-
tarono a riconoscerlo. Ma la sue peri-
pezie non erano finite, e il destino di
questo mercante-esploratore stava per
intrecciarsi con quello della sua città.
Mentre i Polo erano ancora sulla
via del ritorno, nel 1294, Venezia si
era ritrovata coinvolta in una seconda A

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L’età di Marco Polo

Il doge Marino guerra contro Genova, sempre per il lità alle sue peripezie nell’impero del ra e nel 1339 Treviso. Fra il 1350 e
Falier poco prima controllo dei traffici navali. Stavolta, Khan. Nel 1299 la guerra si chiuse il 1355 si combatté il terzo conflitto
dell’esecuzione in un però, furono i Genovesi ad avere la con una pace di compromesso che con Genova, con Venezia nel ruolo
dipinto di Francesco meglio in quasi tutte le battaglie sul riconosceva la supremazia di Venezia di protettrice di Bisanzio, nonché di
Hayez (1867). Era stato mare. Specialmente quella combattuta nell’Adriatico e quella della rivale alleata dei Catalani, dal momento che
condannato a morte presso le isole Curzolari, l’8 settem- nel Tirreno. Polo fu liberato, tornò a la guerra, scoppiata per le solite sca-
per aver ordito un bre 1298, fra 90 galee veneziane e 80 casa e si rifece una vita sposando la ramucce sorte in acque orientali, si
colpo di Stato.
genovesi. I Liguri riuscirono a impor- veneziana Donata Badoer, da cui ebbe innestò sulle contese parallelamente
si e catturare migliaia di prigionieri, tre figlie. In procinto di spirare, a 70 in atto per il dominio della Sardegna.
fra cui lo stesso Marco Polo. Rin- anni, l’8 gennaio 1324, disse ai fami- L’esito rimase incerto, poiché alle
chiuso nel carcere di Genova, si trovò liari radunati attorno al suo letto di vittorie delle navi di San Marco, co-
nella stessa cella dello scrittore tosca- morte: «Non ho raccontato nemmeno me la battaglia di Alghero del 1353
no Rustichello da Pisa, prigioniero fin la metà di quello che ho visto». (in cui la flotta venne validamente
dalla battaglia della Meloria del 1284. Intanto la sua città si espandeva ul- guidata dall’ammiraglio Nicolò Pisa-
Così, gli dettò le memorie di viaggio teriormente, iniziando a mirare all’en- ni), si alternarono i trionfi genovesi,
note come Il Milione, dando immorta- troterra. Nel 1308 venne presa Ferra- come quello di Portolongo del 1354

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(in cui l’ammiraglio ligure Paganino Armigeri impegnati
Doria piombò sul nemico mentre le in uno scontro navale
galee veneziane erano sguarnite). in una miniatura
Le ripercussioni degli scontri ar- del Trecento.
mati furono pesanti per gli equilibri
politici veneziani: dal momento che
molti popolani accusavano i nobili
per i rovesci in battaglia, il doge
Marino Falier pensò di sfruttare que-
sta spaccatura per rinforzare il suo
potere personale, in particolare ap-
poggiandosi segretamente all’ufficiale
plebeo Bertuccio Isarello e all’im-
prenditore Filippo Calendario. Il doge
tentò il colpo di Stato, chiedendo ai
suoi scagnozzi di radunare almeno
800 uomini armati per occupare Pa-
lazzo Ducale, la notte del 15 aprile
1355. Ma nel gruppo dei rivoltosi
ci furono molte defezioni e i nobili
vennero messi sull’avviso, facendo
riunire il Consiglio dei Dieci. Una ra-
pida indagine scoprì i colpevoli, e se
Isarello e Calendario vennero impic-
cati, lo stesso Falier venne decapitato
in un cortile di Palazzo Ducale il 17
aprile, unico caso di doge condannato
a morte per tradimento. Il pericolo
“Non ho scritto neppure la metà maggiore per Venezia, però, sarebbe
venuto da un altro conflitto, scoppia-
delle cose che ho visto.” to intorno alla fine del XIV secolo,
quando il suo nemico numero uno
MArco Polo riuscì a spingersi fino a Chioggia. ¿

La serrata e i torbidi
A
lla fine del XIII secolo una riforma del precedenti 125 anni. Potevano essere accettati monte Tiepolo, che il 15 giugno 1310 guidarono
sistema politico fece divergere definitiva- “uomini nuovi” solo in via eccezionale, previa una sommossa sperando di prendere il potere.
mente il destino di Venezia da quello dei approvazione della Quarantia. Questo sistema Tiepolo, in particolare, bramava di diventare il
Comuni italiani, segnandone la trasformazione in portò il Maggior Consiglio fino a 1.100 membri, terzo doge della sua famiglia. La rivolta risentiva
una repubblica oligarchica retta da una consoli- ma finì per creare numerosi scontenti. anche della generale lotta fra guelfi e ghibellini:
data aristocrazia ereditaria. Fino ad allora il Mag- Già nel 1300, Marino Boccomo capeggiò i ribelli non approvavano che il doge Gradenigo
gior Consiglio (a destra, in seduta in un dipinto una congiura per uccidere il doge. I cospiratori facesse guerra al papa per Ferrara (pertanto
di Joseph Heintz), l’assemblea suprema della furono scoperti e il loro leader venne impiccato potevano definirsi guelfi), ma il popolo, che
città, era composto da un centinaio di membri, fra le colonne della Piazzetta. Pochi anni dopo a temeva l’instaurazione di una sorta di dinastia
per poi arrivare a contarne 586. Scelti ogni anno sobillare gli animi furono Marco Querini e Baia- dei Tiepolo, si dimostrò in gran parte ostile. Le
a sorteggio, rappresentavano tanto la nobiltà bande dei rivoltosi vennero attaccate dalle forze
quanto il popolo. Questo in teoria, perché in dogali e sconfitte. Querini fu ucciso nei com-
pratica venivano scelti quasi sempre candidati battimenti in Piazza San Marco, mentre Tiepolo
che avevano già ricoperto cariche in precedenza, riuscì a mettersi in salvo nel suo palazzo e fu
facendo crescere il malcontento di chi non aveva poi condannato all’esilio (considerati i tempi,
mai la possibilità di iniziare a “fare carriera”. se la cavò a buon mercato).
Ma c’era anche un altro problema, cioè che Questa nuova rivolta diede impulso alla crea-
l’ammissione al Consiglio iniziava a essere zione del Consiglio dei Dieci, come magistratura
reclamata da famiglie di troppo recente im- di controllo. Infine, nel 1323, fu approvata una
migrazione a Venezia. Così, nel 1297, il doge nuova riforma che rendeva l’appartenenza al
Pietro Gradenigo si fece fautore di una riforma Maggior Consiglio esclusivamente ereditaria.
nota come la “Serrata del Maggior Consiglio”, Poiché molti dei suoi membri erano popolani,
che stabiliva quanto segue: al collegio sareb- l’acquisizione di tale diritto li equiparò di fatto
bero stati ammessi quanti ne avevano fatto già ai nobili, indipendentemente dall’entità delle
parte negli ultimi quattro anni, più coloro che loro ricchezze, creando quindi quella peculiare
discendevano da chi ne era stato membro nei aristocrazia che fu il patriziato veneziano.

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MADE in
VENICE
Famosa per i suoi mercanti e i secoli
di dominio sul mare, Venezia
è anche la patria dell’arte raffinata
del vetro e del merletto
~

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La lavorazione del vetro
in una bottega artigiana
di Murano: nonostante
le innovazioni tecniche
apportate nel corso
dei secoli, la vetreria
veneziana è ancora
considerata una forma
d’arte pura, non
sottoposta ai vincoli
della produzione in serie.
Sotto, un tipico merletto
di Burano. Nella pagina
a fronte, Arrivo degli
ospiti, dipinto da autore
ignoto nel 1908: gli abiti
dei signori, specialmente
delle dame, illustrano
bene il lusso e la
magnificenza della moda
settecentesca.

N
el corso della sua lun- che peraltro non dovevano essere di mani, ma anche la fabbricazione di
ga storia, la Serenis- piccole dimensioni, perché la lavora- grandi lastre di vetro per finestre.
sima divenne celebre zione del vetro è complessa e già a Quest’ultima veniva effettuata trami-
non solo per la po- quei tempi richiedeva che il materia- te una tecnica particolare, preparan-
tenza delle sue flotte le, a partire dai componenti grezzi do grandi cilindri cavi di vetro che
militari e l’intrapren- (come calcare, silicati e soda), ve- venivano tagliati e aperti nel senso
denza dei mercanti, nisse trattato in sequenza in tre tipi della lunghezza quando erano ancora
ma anche come centro manifatturie- di forno diversi: a basse temperature roventi e quindi lavorabili. È noto
ro d’eccellenza, produttore di molte per la calcinazione, più alte per la che, nel 1285, la città di Ancona si
delle merci scambiate fino ai confini fusione e moderate per un raffredda- rifornì presso vetrai veneziani per le
del mondo conosciuto. Dopo che, mento lento e progressivo. In queste enormi lastre del suo faro costiero.
nell’alto Medioevo, ebbero giocato vetrerie si adottava la soffiatura con
un ruolo fondamentale le saline, pe- appositi cannelli, che riprendeva Trasparenze incandescenti
raltro rimaste importanti anche nei tecniche già sperimentate dai Ro- La presenza di grandi forni in un
secoli successivi, precoce ambiente urbano congestionato
fu il sorgere di quella come quello delle iso-
industria vetraria che le di Rialto, con gli
ancora oggi stupisce il edifici ammassati gli
mondo con gli splendori uni agli altri e separati
soffiati prodotti nelle solo da strette calli, au-
fornaci di Murano. mentava notevolmente
Il più antico fabbricante il pericolo di incendi.
di oggetti in vetro do- Fu così che, nel 1291, il
cumentato nella città di governo ordinò ai vetrai
Venezia pare sia stato un più grandi di trasferirsi
certo Petrus Flabianus, ci- in blocco sulla vicina
tato in una pergamena del isola di Murano, che da
1090 con la qualifica di allora divenne la capitale
“phiolarius”, ossia produt- della vetreria europea. Fu
tore di fiale, che potevano concesso di rimanere in
essere intese come boccette città solo alle fornaci più
per essenze o bottiglie di piccole, purché avessero una
piccole dimensioni. Sicura- zona di rispetto di almeno
mente erano presenti vetrai cinque passi dagli altri edi-
anche in epoca precedente, ma fici. Un ulteriore passo avanti
non lasciarono traccia scritta. si ebbe nel 1302, quando alla
Nel XII e XIII secolo, comunque, corporazione dei vetrai fu conces-
a Venezia dovevano ormai esser- so di fabbricare i primi rudimentali
ci decine di aziende specializzate, occhiali da vista, che fino a quel A
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Made in Venice

A destra, un sontuoso momento, data la rigida disciplina


lampadario di Murano delle corporazioni medievali, pote-
modello “Rezzonico”, vano essere realizzate solamente dai
impreziosito da fiori in mastri specializzati nella lavorazione
pasta di vetro. Sotto, del cristallo di quarzo. Sempre nel
mantella in velluto di XIV secolo, Murano decollò anche
setta, prodotta a
Venezia nel 1600 ca. nella fabbricazione di perline di
vetro colorate per collane, egemoniz-
zando il mercato europeo del settore.
L’arte vetraria era divenuta ormai
così strategica per la bilancia com-
merciale della Repubblica di Venezia
(non ultimo per la fabbricazione di
clessidre, utilizzate anche come cro-
nometri per la navigazione) da essere
considerata segreto di Stato, che
prevedeva la pena di morte per chi
avesse rivelato i trucchi del mestiere.
Nobili maestri
Nel 1376 fu stabilito inoltre che
un rampollo nato dall’unione fra
un nobile e la figlia di un vetraio
potesse diventare di diritto membro
del Maggior Consiglio. Si trattava di
una conferma dell’incredibile mobi-
lità sociale verso l’alto che spettava
a questa “aristocrazia industriale”.
Caso emblematico in questo senso
fu l’affermazione di una celeberrima
dinastia di vetrai, i Ballarin, ini-
ziata nel XV secolo. Il capostipite,

Giorgio Ballarin, era un immigrato

Seta e lana:
di Spalato che si stabilì a Murano
con la famiglia, iniziando a lavorare
come garzone del vetraio Domenico

il tessile sulla Laguna


Caner nel 1456, quando aveva ap-
pena 16 anni. Inizialmente veniva
chiamato “Zorzi” lo Spalatino, ma
dopo un incidente sul lavoro assunse
il soprannome (poi divenuto cogno-

I
l settore tessile, che nel Medioevo era uno dei la materia greggia da mercanti committenti, i quali me) di Ballarin, cioè “ballerino”,
più trainanti per l’economia europea, ovvia- poi ritiravano i capi rifiniti. Si diceva che, prima nel senso di “zoppo”. Attorno al
mente non era trascurato da Venezia. Nel XIII di vendere il prodotto finito in seta, quest’ultima 1483, Giorgio rubò le formule se-
secolo, la seta era una delle merci principali passasse «per sedeze mano», cioè sedici mani. grete dell’azienda Caner e passò al
che le navi veneziane acquistavano in Nel XVI secolo, la manifattura della seta crebbe servizio di un famiglia vetraia ri-
Oriente e rivendevano in Occidente, fino a triplicare la produzione, grazie vale, i Barovier, sposando Marietta,
ma con il diffondersi di una all’espansione della bachicoltura orfana del defunto patriarca Angelo
produzione autonoma nell’entroterra padano. Barovier. Grazie all’appoggio della
la città lagunare poté Nel medesimo periodo Ve- moglie e del cognato Giovanni, poté
aumentare i propri nezia iniziò a farsi un nome presto fondare una fornace indi-
margini di profitto. anche nel campo della la- pendente, destinata a imporsi come
Attorno al 1300, na. Se nel 1516 in tutta la uno dei più noti marchi del settore.
esperti setaioli città erano state prodotte Prima di morire, nel 1506, Giorgio
provenienti da 2.000 pezze, nel 1565 si Ballarin aveva il titolo di “gastaldo
Lucca si rifugiaro- arrivò a 20 mila. La lana dell’arte”, che passò poi ai suoi mol-
no a Venezia per grezza, proveniente so- ti discendenti. Fra questi, nel 1590
ragioni politiche, prattutto dalla Spagna, Pietro mandava avanti un fiorente
portando nelle alimentò un ulteriore commercio di vetri soffiati com-
calli la loro arte. sviluppo della produzio- missionati direttamente dal sultano
La produzione di ne laniera, che nel 1600 turco, e Giovanni Battista fu eletto
seta venne affidata toccò un picco di oltre Cancelliere Grande nel 1660; senza
a una potente corpo- 25 mila pezze. Poi, dopo il contare le numerose fanciulle della
razione, che riceveva 1620, iniziò il declino. famiglia che sposarono rampolli di

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I merletti di Burano
S
e Murano legò il suo nome al vetro soffia- la definitiva riscossa del merletto veneziano, collare merlettato di Burano così elaborato da
to, l’isoletta di Burano divenne sinonimo grazie alla commercializzazione della potente avere richiesto due anni di lavoro.
dei tipici merletti veneziani che per secoli corporazione dei merciai. Nel 1643, nienteme- Caduta la Repubblica nel 1797, l’arte
mandarono in visibilio le dame di tutta Europa. no che il giovane Re Sole, Luigi XIV, indossò un minacciò di estinguersi, sopravvivendo solo
Si sa, per esempio, che Anna a livello privato. La scomparsa del
Neville, moglie del re d’Inghil- merletto veneziano fu scongiurata,
terra Riccardo III, indossava un nel 1872, dalla fondazione a Burano
mantello merlettato il giorno della Scuola del Merletto, voluta
dell’incoronazione, nel 1483. della contessa Andriana Marcello e
La peculiarità della tecnica dall’onorevole Paulo Fambri. I due
buranese era il cosiddetto si rivolsero all’ultima merlettaia
“punto in aria”, cioè l’uso di ago esperta, Vincenza Memo, detta Cen-
e filo senza supporti. Nel 1560, cia Scarpariola, perché insegnasse
la regina di Francia Caterina de’ tutti i segreti del ricamo prima alla
Medici iniziò a invitare centi- maestra elementare Anna Bellorio
naia di merlettaie veneziane d’Este, poi alle sue figlie e ad altre
oltralpe, per fare da maestre a ragazze. Con l’appoggio della regina
quelle francesi. Venezia reagì d’Italia Margherita di Savoia, la
per proteggere quest’arte tipica. scuola arrivò a 100 allieve. Pur aven-
La dogaressa Morosina Moro- do chiuso i battenti nel 1970, dopo
sini, moglie del doge Marino quasi un secolo di attività, la Scuola
Grimani (in carica dal 1595 al del Merletto garantì un’eredità arti-
1605), fece costruire un opificio gianale oggi portata avanti da varie
a Burano che dava lavoro a 130 cultrici private, nonché dal Museo del
merlettaie. Il XVII secolo vide Merletto, tuttora esistente a Burano.

“Addio, parola di vetro.


I poeti sono vasi di Murano,
bellissimi da vedere ma delicati nel fiato.”
Alda Merini
importanti casate, come i Michiel molto utili per illustrare le arti della A sinistra, una coppa
e i Barbarigo. Nel frattempo, le laguna. L’autore, che corredò l’ope- veneziana in vetro
manifatture di questo “oro traspa- ra di numerosi disegni, rilevò che lavorato a mano (1475).
rente” che era il vetro estendevano in quel periodo, a Murano, c’erano Sopra, una succursale
la loro attività dai vasi e le sculture «quasi mille operarii che seminudi, della Scuola dei merletti
di Burano ai primi
agli specchi, tanto che le fornaci a forza di moto, di fiato, di corso e del Novecento: istituti
specializzate nei riflettenti di lusso stento sudano per questa celeberrima specializzati in questo
si costituirono in corporazione in- meccanica». Definendo i vetri ve- tipo di ricamo vennero
dipendente nel 1564. L’importanza neziani «mai uguagliati da nazione aperti a Pellestrina e
del vetro soffiato come articolo di alcuna», non esitò a scrivere che Cavarzere, ma anche in
esportazione di lusso nell’economia quest’arte «riesce graditissima sino altre città, come Milano.
veneta è comprovata dal fatto che il agli indiani». Grevembroch ricorda-
mercantile Gagiana, affondato nel va che i forni erano accesi giorno
1583 nelle acque dell’isola di Gna- e notte e che i mastri si davano il
lic, in Iugoslavia, e ritrovato solo nel cambio ininterrottamente, fatta ecce-
1967, recava a bordo un carico di zione per i riposi estivi: «Sono im-
ben 2.000 pezzi pregiati di Murano. piegati quasi tutto il tempo dell’an-
Ancora nel XVIII secolo l’arte ve- no a vicenda, fuorché l’agosto e il
traia era fra i punti di forza di una settembre. Allora era usanza diver-
repubblica avviata alla decadenza. tirsi colà con caccie di toro e altri
Un puntuale ritratto della situazione baccanali. Ed alcuni giorni di Car-
ci viene dai libri didascalici di Gio- nevale si trattenevano fra sontuosi
vanni Grevembroch, datati al 1754 e convitti, con suoni e balli». ¿

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SFIDA A
MILANO
Dopo aver sconfitto
Genova sul mare, per Venezia
era tempo di estendere
i domini sulla terraferma
~

G
Nella pagina a fronte, ravissimo fu il pe- veneziano batté una squadra geno-
Ritorno vittorioso da ricolo corso dalla vese presso Anzio, per poi tornare
Chioggia del doge repubblica lagunare nell’Adriatico e acquartierarsi nel
Andrea Contarini dopo nella quarta guerra porto di Pola, dove passò l’inverno.
la disfatta dei Genovesi, contro Genova, verso Con l’arrivo della primavera, però,
dipinto dal Veronese la fine del XIV seco- i Genovesi vennero a stanarlo. Il 7
nel 1585-1586 e lo. Il conflitto scop- maggio 1379, le galee di Luciano
conservato nella Sala piò per il controllo della strategica Doria arrivarono a Pola e Pisani
del Maggior Consiglio
del Palazzo Ducale. Dopo isola di Tenedo, presso lo stretto si fece attirare in trappola creden-
il successo chioggiano, dei Dardanelli, da cui passava la do di avere il vantaggio numerico.
i Veneziani iniziarono rotta per il Mar Nero. Furono gli Schierava 24 galee e nelle file ge-
a guardare con stessi Bizantini, nel 1376, a lascia- novesi ne contava solo 16, ma non
interesse all’espansione re che l’isola fosse occupata si avvide di altre 6 galee nascoste
nell’entroterra, puntando dai Veneziani, provocando dietro un promontorio, che lo
gli occhi su Milano. la reazione ostile della assalirono alle spalle. Per-
rivale ligure. Scoppiata sa la maggior parte della
la guerra, Venezia giocò squadra, Pisani riuscì
d’anticipo, inviando la per miracolo a rifugiar-
flotta del capitano gene- si a Venezia, dove fu
rale da mar Vettor Pi- imprigionato con l’ac-
sani a sfidare il nemico cusa di incompetenza.
nel Tirreno. Il 30 mag- Genova ne approfittò per
gio 1378, l’ammiraglio tentare di annientare A
L’atrio dei cittadini illustri
Busto dell’ammiraglio Vettor Pisani, parte del
Panteon Veneto, una collezione di statue
e medaglioni conservata nell’atrio del
Palazzo Loredan, a Venezia.
Le opere, realizzate tra il 1847
e il 1932 dai migliori scultori
dell’epoca, rappresentano «uomini
insigni nella politica, nelle
armi, nella navigazione, nelle
scienze, nelle lettere e nelle
arti, nati o vissuti lungamente
nelle Province Venete dai tempi
antichi fino al XVIII secolo».

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Sfida a Milano

A destra, Il doge una volta per tutte la rivale. Mentre liberata il 23 giugno 1380, dopo un
Francesco Foscari Ungheresi e Padovani, alleati dei Li- lungo assedio, e nel 1381 la pace
destituito (1872) del guri, cingevano d’assedio la laguna fu siglata. Venezia l’aveva scampata
pittore spagnolo Ricardo dalla terraferma, la flotta genovese bella, pur avendo perso Treviso.
María Navarrete Fos: arrivò fino a Chioggia e la occupò,
durante il suo dogado
il 16 agosto 1379. Con il nemico L’espansione nell’entroterra
iniziò il lungo scontro
tra la Repubblica di alle porte, Venezia allestì difese d’e- Negli anni successivi, le esperien-
San Marco e il Ducato mergenza, sbarrando lo sbocco del ze della guerra di Chioggia portaro-
di Milano. Sotto, Lido di San Nicolò con navi incate- no molti Veneziani a chiedere una
ambasciatori veneziani nate fra loro e allestendo barriere in robusta espansione nell’entroterra,
fanno rapporto al doge di altri accessi. Ma popolo e marinai per coprirsi le spalle e creare una
ritorno da una missione peroravano la causa di Vettor Pisa- base economica indipendente dai
diplomatica (Vittore ni, rifiutandosi di servire sotto altri. commerci marittimi, che potevano
Carpaccio, 1495 ca.). Alla fine, il doge Andrea Contarini essere vulnerabili in caso di blocco
riabilitò Pisani e lo associò a sé al navale. Inizialmente la Repubblica
comando di una forza navale che si appoggiò al duca di Milano Gian
avviò la controffensiva per liberare Galeazzo Visconti, per contrasta-
Chioggia. Frattanto arrivava a dar re insieme l’ambizioso signore di
manforte un altro grande comandan- Padova, Francesco di Carrara, che
te, Carlo Zeno, che dopo aver depre- espandeva i suoi domini nel Friuli
dato molte navi nemiche appoggiò tagliando le vie commerciali fra la
lo sforzo congiunto. Chioggia fu laguna e il mondo germanico. Già

La prima bastonatura ai Turchi


L’
affacciarsi dei Turchi ottomani sul Medi- che avessimo intenzioni bellicose». E così fu. Ma pire che il Leone di San Marco non aveva voglia
terraneo fu una sorpresa per i Veneziani, poiché alcune navi veneziane si erano avvicinate di scherzare. Per tutta la notte la flotta venezia-
anche se in un primo tempo la flotta alla costa, da terra i soldati turchi cominciarono na assediò il porto dal mare finché, il mattino
della Serenissima riportò una grande vittoria. a lanciare frecce avvelenate contro i marinai del 29 maggio, le galee turche non uscirono
Tutto iniziò il 27 maggio 1416, quando una squa- di Loredan. Prontamente, dalle galee venete dallo scalo per attaccare gli avversari. Riportò
dra di 15 galee veneziane comandate dal capita- partirono colpi di artiglieria, che uccisero alcuni Loredan: «Feci subito disporre le mie navi in for-
no generale da mar Pietro Loredan s’imbatté, al dei soldati turchi sulla spiaggia. mazione d’attacco e diedi l’ordine ai rematori di
largo della Gallipoli anatolica (nell’Egeo), in una L’indomani, il capitano veneziano decise di in- vogare verso il largo con tutte le forze allo scopo
grossa squadra turca di un centinaio di navi, fra viare due galee al porto di Gallipoli in missione di trascinare il nemico il più possibile discosto
cui 13 galee. Le rispettive flotte non si molestaro- diplomatica, per chiarire l’accaduto e preservare dalla riva. Quando vidi che la terra era ormai
no, perché Venezia in quel momento era in pace la pace, ma un gruppo di navi turche si mise lontana, diedi il segnale d’attacco».
con i Turchi, come Loredan specificò nel puntua- a inseguirle, facendole fuggire verso il grosso Le galee venete si trasformarono da inseguite
le rapporto steso per il doge Tommaso Moceni- della squadra della Serenissima. I Veneti, a loro in inseguitrici e si scagliarono a tutta velocità
go: «Ho avuto la più gran cura di attenermi agli volta, diedero addosso alle navi ottomane, che contro le navi dei musulmani, speronandole e
ordini della Serenità vostra, evitando ogni cosa si rifugiarono nel porto di Gallipoli. Così Loredan dando il via alla cruenta sarabanda degli arrem-
che potesse recare offesa ai Turchi o suggerire decise di ancorarsi davanti alla città per far ca- baggi. Lo stesso Loredan lottò in prima linea con
i suoi uomini, a dispetto dei due dardi che lo
ferirono al volto e a una mano. I Turchi, ancora
inesperti nei combattimenti in alto mare, venne-
ro massacrati in tutti i modi, con spade, frecce
e con i primi proiettili di cannone apparsi sui
mari. Non solo gran parte degli ufficiali ottomani
(compreso il comandante) vennero uccisi, ma
anche molti rinnegati europei che combattevano
con loro dietro mercede. Di quelli catturati vivi, i
traditori vennero impiccati, ma la sorte peggiore
toccò a un veneziano rinnegato, tale Giorgio Ca-
lergi, tagliato a pezzi vivo su ordine di Loredan.
Dopo aver distrutto la flotta nemica, quella ve-
neziana poté fare ritorno impunemente di fronte
a Gallipoli, cannoneggiando il palazzo del gover-
no e incendiando molte delle navi ormeggiate in
porto. Per molto tempo i Turchi non si fecero più
vedere in mare, ma quel facile trionfo infuse nei
Veneziani un’eccessiva sicurezza, che li spinse a
sottovalutare le successive azioni del nemico.

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a Pavia, tagliando le comunicazioni di terraferma per la Repubblica. Il conte di Carmagnola,
nemiche, il Carmagnola prendeva Dopo alcuni anni di tregua il con- rappresentato in
Brescia e si preparava a ulteriori flitto riprese, segnando il destino catene nello studio per
operazioni. Il conflitto si trascinò di Francesco Bussone, sospettato di l’omonimo dipinto di
fra alterne vicende. tradimento nell’ambito del fallito Francesco Hayez (1820).
I combattimenti ripresero presto e, attacco alla piazzaforte di Cremona,
nonostante la sua abilità, il doge e nell’ottobre 1431, poiché, a detta del-
il Maggior Consiglio cominciarono la Serenissima, non aveva supportato
a pensare che il Carmagnola fosse a sufficienza la flotta fluviale veneta
fin troppo cauto, al confronto con risalita dal Po. In quell’offensiva co-
lo spirito d’iniziativa del grande minciò a distinguersi un suo giovane
condottiero al servizio di Milano, subalterno, Bartolomeo Colleoni, a
Carlo II Malatesta, che passò il fiu- sua volta riconosciuto come uno dei
me Oglio e penetrò in profondità più celebri capitani di ventura del
nel Bresciano. Il 12 ottobre 1427, Rinascimento. In seguito a quest’epi-
condusse comunque i Veneziani a sodio, il Carmagnola venne arrestato
una strepitosa vittoria nella battaglia a Venezia e accusato dal Consiglio
di Maclodio, che sbaragliò le truppe dei Dieci di connivenza con i Mila-
di Malatesta. In seguito, il conte di nesi. Fu decapitato, il 5 maggio, fra
Carmagnola guidò le truppe venezia- le due colonne della Piazzetta.
ne alla conquista della Val Camoni- Tanto era caduto in disgrazia il
ca, stabilendo un ulteriore bastione Carmagnola, divorato dai sospetti, A
nel 1389, la lotta portò Venezia a re-
cuperare Treviso poi; quando l’allea-
to Visconti morì di peste (nel 1402), i
Veneziani seguitarono la lotta da soli,
giungendo entro il 1405 ad annettersi
Vicenza, Bassano, Belluno, Verona e
Padova. Infine, nel 1420, una guerra
contro il re d’Ungheria Sigismondo
li portò a conquistare Udine.
Sotto il dogado di Francesco
Foscari, il più lungo della storia
veneziana, iniziò una lunga sfida
al Ducato di Milano per portare
il confine della Repubblica fino al
fiume Adda: quest’epoca di guerre
ebbe il suo prodromo nella firma di
un’alleanza militare con Firenze, il
4 maggio 1425. Per i combattimenti
sulla terraferma continentale, a cui
erano meno avvezzi rispetto a quelli
acquatici, i Veneziani si affidaro-
no a uno dei più valenti mercenari
dell’epoca, il condottiero piemontese
Francesco Bussone, meglio noto
come conte di Carmagnola, celebra-
to nel 1820 dall’omonima tragedia
scritta da Alessandro Manzoni. C’è
da dire che per i Veneziani la lotta
contro Milano poteva parere una
sorta di proseguimento del con-
fronto storico con Genova, poiché
in quel momento la città ligure era
sottomessa allo Stato lombardo.
Comunque fosse, subito dopo la
stipula dell’alleanza Venezia passò
all’offensiva. Fin dalla prima cam-
pagna, che nel 1426 portò alla presa
di Brescia, fu allestita una flotta
fluviale di galee a remi, le prime
ad essere chiamate “galeoni”, de-
nominazione recuperata nel secolo
successivo per gli omonimi velieri.
Mentre la flotta risaliva il Po fino

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Sfida a Milano

Un particolare del quanto cominciava a splendere l’a-


dipinto di Giorgione stro di Bartolomeo Colleoni, che
Ritratto di guerriero con dalla nativa Solza, presso Bergamo,
uno scudiero, detto il si fece un nome fra le maggiori
Gattamelata (1501 ca.), compagnie di ventura.
esposto a Firenze al
museo degli Uffizi. Il “leone di Solza”
Assoldato da Venezia a periodi
alterni, nel 1432 Colleoni conobbe
il rovescio di Delebio, in Valtellina,
dove le milizie milanesi guidate da
Nicolò Piccinino respinsero i Vene-
ziani. Posto al comando di un reggi-
mento di 300 cavalieri, si rifece nel
1437 resistendo valorosamente all’of-
fensiva di Piccinino su Bergamo, che
tenne duro, restando una delle rocca-
forti del Leone di San Marco. La fi-
gura di Colleoni si affermava sempre
più per valore, ma dal punto di vista
gerarchico veniva messa in ombra da
altri condottieri parimenti al servizio
della Serenissima, come Erasmo Gat-
tamelata. In questo periodo, mentre
i Milanesi assediavano Brescia e
avanzavano verso Verona, i Venezia-
ni reagirono con un incredibile piano
escogitato, sembra, da un ingegnere
cretese, Niccolò Sorbolo. Dopo aver
trasferito nel lago di Garda un’intera
flotta da guerra, composta da 6 galee
e una ventina di altre imbarcazioni,
dapprima le fecero risalire il fiume
Adige da Verona fin quasi a Rove-
reto, poi trasportarono le navi via
terra fino alla punta settentrionale
del Garda, facendole trainare per un
tratto di una trentina di chilometri
da oltre 2.000 buoi, in un’impresa
durata un paio di settimane. La flot-
ta lacustre veneziana fu sconfitta
dai Milanesi, ma i Veneziani, che
in quel momento avevano assoldato
anche il condottiero Francesco Sfor-
za, si presero una rivincita nel 1439,
grazie a un piano ordito proprio da
Colleoni. Da Verona, il “leone di
Solza” si recò all’accampamento
dell’alleato Sforza, che assediava il
Piccinino arroccato al castello di So-
ave. Gli suggerì di attirare in batta-
glia il nemico, promettendogli poi di
andare in suo aiuto. Così misero in
fuga Piccinino. Un anno dopo, i due
sconfissero ancora i Milanesi nella
battaglia di Soncino. Con la pace di
Cremona, stipulata il 20 novembre

“li Viniziani si sanno fare


signori di Lombardia,
e parmi la monarchia
d’Italia.” Pievano Arlotto

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1423: Il testamento del doge
U
no dei documenti più interessanti marinai». Poi, lanciava un accorato appello
circa il livello di potenza raggiunto dalla ai membri del Maggior Consiglio perché non
Repubblica di Venezia nel XV secolo è mutassero una strategia ben collaudata che si
quella sorta di testamento politico che il doge era sempre rivelata fruttuosa, voltando le spalle
Tommaso Mocenigo (a destra, il suo monu- al mare per avventurarsi nell’entroterra: «Le
mento funebre) indirizzò al Maggior Consiglio generazioni che ci hanno preceduto hanno fatto
il 10 marzo 1423, sentendo approssimarsi la questo. Se voi conserverete la situazione nella
morte. Gravemente malato, aveva ormai 79 quale vi trovate, sarete superiori a tutti. Che Dio
anni, età veneranda per l’epoca. vi faccia reggere e governare per il meglio».
Mocenigo era contrario all’espansione sulla Mocenigo sapeva che gli umori prevalenti
terraferma e, soprattutto, a guerreggiare contro andavano in direzione dell’elezione del suo
Milano, preferendo mantenere la priorità tradi- antagonista, Francesco Foscari, che viceversa
zionalmente assegnata all’espansione oltre mare mirava alle colline e pianure padane, e cercò di
e alla flotta, anche per non farsi cogliere impre- metterlo in cattiva luce con espressioni colorite,
parati dall’astro nascente dei Turchi ottomani. ma invano: «El dicto Francesco Foscari dise bu-
Garantendo ai posteri una messe di dati precisi, sie et anche molte cose senza alcun fondamen-
lasciò scritto: «Grazie alla pace, la nostra città to et sora et vola più che non fa i falchoni».
impegna un capitale commerciale di 10 milioni Dopo la morte di Mocenigo, il 4 aprile, il pa-
di ducati nel mondo intero, in parte sulle navi, in triziato veneziano decise di non dargli ascolto: il
parte sulle galee e altre imbarcazioni, così che 15 aprile 1423 fu eletto doge Foscari che, com-
noi ne riceviamo un utile di 2 milioni di ducati plice la sua età relativamente giovane (aveva 49
nell’esportazione e di 2 milioni di ducati nelle anni), si rivelò il più longevo in carica, facendo
importazioni. Abbiamo in navigazione 3.000 in tempo a reggere la Serenissima per oltre un
imbarcazioni da 10 a 200 anfore, con 17.000 trentennio, durante l’intero ciclo delle guerre
marinai; 300 navi con 8.000 marinai; e, piccole e con Milano e fino a oltre la pace di Lodi, siglata
grandi, 45 galee navigano ogni anno con 11.000 nel 1454. Morì, infatti, il 23 ottobre 1457.

1441, Colleoni si ritenne libero di e tornò presto al suo servizio. Nel Veniva confermato l’Adda come Il Monumento equestre
passare al servizio di Milano; del frattempo le ostilità tra le due città confine occidentale della Repubblica a Bartolomeo Colleoni,
resto, lo stesso Sforza era destinato si erano riaccese di nuovo, tanto più e si affermava un equilibrio delle realizzato da Andrea del
poco dopo a diventare signore della che Milano stava vivendo il periodo cinque potenze principali della pe- Verrocchio tra il 1480 e
città lombarda, una volta esaurita la dell’effimera Repubblica Ambrosia- nisola, ovvero Ducato di Milano, il 1488: la statua, voluta
da Venezia per rendere
dinastia dei Visconti. na, di cui Venezia si approfittò per Repubblica di Venezia, Repubblica onore al celebre capitano
Ciò non deve stupire, data l’estre- prendere Crema, nel 1449. Un anno di Firenze, Regno di Napoli e Stato di ventura, sorge in
ma labilità delle alleanze e della dopo Francesco Sforza diventava Pontificio, destinato a reggere per campo San Zanipolo.
fedeltà dei condottieri mercenari. signore di Milano, grazie al suo ma- una quarantina d’anni. Nello stesso
Colleoni, tutta- trimonio con una Visconti. La pace anno Colleoni ottenne finalmente il
via, continua- di Lodi, stipulata nel 1454, pone- riconoscimento supremo che fino a
va a conside- va fine a un trentennio di com- quel momento gli era mancato, ov-
rarsi prima plesse guerre che avevano visto vero la nomina a comandante in ca-
di tutto un orbitare attorno alla specifica po delle truppe terrestri veneziane.
suddito della rivalità fra Milano e Venezia Il Maggior Consiglio, però, non si
Serenissima, anche altre potenze italiane. fidava fino in fondo del bergamasco
e di fatto lo tenne relegato nel ca-
stello di Malpaga, dove morì in tar-
da età nel 1475. Il condottiero, co-
me prova di fedeltà alla sua patria,
stabilì di lasciare in eredità all’e-
rario della Serenissima circa metà
dei 231.983 ducati che costituivano
il totale delle ricchezze accumulate
durante un’intera vita dedicata al
“mestiere delle armi”. I Veneziani
ne onorarono la memoria pochi anni
dopo, con la statua equestre a lui
dedicata e commissionata allo scul-
tore fiorentino Andrea Verrocchio,
maestro di Leonardo da Vinci, po-
sta nel 1488 vicino alla chiesa dei
Santi Giovanni e Paolo. ¿

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TUTTI CONTRO
VENEZIA Nel 1453, Maometto II entra vincitore
a Costantinopoli e per Venezia iniziano
secoli di rivalità con i Turchi

N
el 1453 i Turchi otto- L’elmo di Scanderbeg
mani del sultano Ma- (1405-1468), patriota
ometto II espugnavano albanese e alleato di
Costantinopoli e pone- Venezia contro l’avanzata
dei Turchi in Europa.
vano fine all’Impero Nella pagina a fronte,
Romano d’Oriente, o l’ingresso di Maometto
Bizantino, uccidendo- II a Costantinopoli, nel
ne l’ultimo sovrano, Costantino XI. 1453, secondo Benjamin
Veniva a mancare per Venezia un Constant (1876): la
cuscinetto sul fronte orientale, pro- caduta dell’Impero
prio mentre sul continente gli altri Romano d’Oriente segnò
Stati italiani le restavano ostili. La l’inizio della secolare
repubblica doveva guardarsi da ogni rivalità tra la Serenissima
e l’Impero Ottomano.
lato dei confini, come mai in passato.
Sulle prime i Veneziani cercarono
di patteggiare con i Turchi, per non
compromettere i commerci. Al che
il Papa Pio II, al secolo Enea Silvio
Piccolomini, disse: «Ahi, popolo di
Venezia, come sei caduto in basso. A
commerciare troppo con i Turchi sei
diventato amico dei musulmani». Il
pontefice invocava una nuova crociata
e il doge Cristoforo Moro cominciò
a dargli retta dopo che i Turchi eb-
bero conquistato, il 3 aprile 1463,
l’avamposto veneziano di Argo. Pio II
cercò di mettersi egli stesso alla testa
di una flotta cristiana, ma morì ad
Ancona nel 1464, mentre attendeva di
congiungersi con la flotta veneta.
Così la Serenissima affrontò gli
ottomani senza crismi da crociata,
ma alleata con il condottiero albanese
Giorgio Castriota detto Scanderbeg,
che tuttavia morì nel 1468. I Turchi
espugnarono un’altra importante base
veneziana in Grecia, Negroponte, poi
saccheggiarono il Friuli. Alla fine la
Serenissima firmò, il 24 gennaio A
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Tutti contro Venezia

L’icona celebra il martirio 1479, un’umiliante pace accordando al


degli 813 abitanti di sultano un tributo di 10 mila ducati
Otranto, massacrati annui. Indisturbata, la flotta islamica
il 14 agosto 1480 dai menò così stragi sulle coste italiane,
Turchi guidati da Gedik specie a Otranto, la cui popolazione fu
Ahmet Pascià per essersi
rifiutati di convertirsi alla nel 1480 massacrata o schiavizzata.
religione islamica. Su più fronti
I Veneziani si erano resi conto di
quanto i Turchi fossero pericolosi
sul mare, avendo ereditato navi e
cantieri bizantini, e per un po’ non
li provocarono. A consolazione delle
basi perdute, riuscirono ad annettersi
Cipro, isola governata da una regina
d’origine veneziana, Caterina Corner.
Costei abdicò il 24 febbraio 1489,
cedendo la sovranità alla sua patria.
Intanto, Venezia si era alleata nel
1482 al Papa Sisto IV, che le promise
Ferrara. Ma insorsero Napoli, Firen-
ze, Milano e Mantova e alla fine lo
stesso Papa, temendo che la Sere-
nissima diventasse troppo potente,
ritirò il suo appoggio. La cosiddetta
guerra di Ferrara si chiuse nel 1484
con la pace di Bagnolo, che garantì
l’indipendenza di Ferrara sotto la si-
gnoria di Ercole d’Este, ma concesse
ai Veneziani il Polesine. La potenza
di Venezia spaventava gli altri stati,
che la reputavano perturbatrice degli
equilibri creati dal gioco diplomatico
del signore di Firenze Lorenzo de’
Medici il Magnifico. Nel 1492, tut-

Galee, galeazze e
L
e costruzioni navali veneziane ponevano “a terzarolo”, cioè con tre uomini seduti a uno sai veloce, la galea bastarda veniva utilizzata nel-
maggior accento sulla classica galea a re- stesso banco laterale e ciascuno azionante un le mude dei prodotti di lusso, per cui il guadagno
mi, di antica derivazione bizantina e prima remo. Poiché ogni fiancata aveva 24 banchi, era garantito anche se la stiva conteneva poco
ancora romana, rispetto alle navi tonde, cocche ciò significava un totale di 144 remi. Ogni remo volume. Si sa che nel 1509 una sorta di “record”
o caracche, di derivazione nordico-atlantica e era lungo 9 metri e pesava 55 kg, ma era ben fu stabilito dalle galee bastarde della muda delle
con propulsione ormai interamente a grandi vele bilanciato. Con l’impeto dei rematori, in battaglia Fiandre, che lungo la via del ritorno impiegarono
quadre. A farla da padrona sugli scali dell’Ar- la galea si scagliava contro le navi nemiche, sfon- solo un mese dalla Manica fino a Corfù.
senale era la classica galea sottile da guerra, o dandone lo scafo grazie al rostro di bronzo che si Lo Stato usò per le mude soprattutto galee
“galìa sottil”, agilissima, con scafo basso, lungo protendeva per 5 metri dalla prua. Già dal 1400, bastarde fino al 1514, quando si risolse a impie-
sui 40 metri e largo appena 5 metri. Il disloca- però, gran parte dell’armamento era costituito da gare le più capienti caracche, sempre scortate
mento era di 200 tonnellate e il pescaggio dello cannoni, come il pezzo principale di prua, detto da galee da guerra. Frattanto si studiava il modo
scafo era di un metro e mezzo, talché poteva “corsiero”, dalla canna lunga 4 metri e caricato a di imbarcare più cannoni sulle galee, dato che
spingersi in acque bassissime e risalire agevol- rottami per spazzare i ponti delle navi nemiche a i rematori ingombravano le fiancate. Dal 1533
mente i fiumi. Dispiegando la sua grande vela mitraglia. C’erano poi da quattro a dieci cannoni i Veneziani costruirono così le prime galeazze,
latina, con vento a favore la galea sottile poteva più piccoli, come falconetti e colubrine, ma si sorta di incrocio fra la galea mediterranea e il
toccare una velocità di 12 nodi, quasi 22 km/h. usavano ancora molto le frecce delle balestre classico galeone velico spagnolo o inglese. La
In battaglia ci si affidava più ai rematori, che e l’arrembaggio all’arma bianca. Dal 1486 tra i galeazza aveva grossi castelli a prua e a poppa,
imprimevano una velocità di crociera di 3 nodi soldati imbarcati apparvero i primi archibugieri, irti di bocche da fuoco supplementari, in più
(5,5 km/h), oppure massima di 7 nodi (12,8 imbraccianti gli antenati dell’odierno fucile. La lungo le fiancate alcuni rematori vennero rimos-
km/h), con un ritmo, in tal caso, di 26 colpi galea sottile fece da base per varie evoluzioni. si per far posto ad altri pezzi. Risultò così una
di remo al minuto, che poteva essere tenuto Fra le varianti c’era la grossa galea bastarda, o nave con 30 cannoni, fra piccoli e grandi. Essen-
dagli uomini per un massimo di 20 minuti. La “gran galea”, dotata di più alberi a vele latine e do più pesante della “galìa sottil”, la galeazza
sistemazione standard dei rematori era detta che già nel 1450 superava le 250 tonnellate. As- era più goffa e i suoi tre alberi a vele latine non

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tavia, Lorenzo morì e la situazione Sopra, la battaglia
degenerò rapidamente. di Zonchio (1499),
Con la calata in Italia del re di vinta dagli Ottomani:
Francia Carlo VIII, chiamato nel combattuta nel 1499
nell’ambito delle guerre
1494 dal signore di Milano Ludovico turco-veneziane (1499-
il Moro contro i Napoletani, i Vene- 1503), fu il primo scontro
ziani aderirono a una lega antifrance- navale della Storia con
se comprendente gli altri Stati italiani cannoni a bordo. Sotto,
e anche due potenze esterne come una galea veneziana
l’Impero Asburgico e la Spagna. Po- in viaggio verso la
co dopo, però, Venezia s’avvicinò ai Terrasanta, dal diario
francesi, quando essi tornarono in di viaggio di Conrad
Italia nel 1499 col nuovo re Luigi Grünenberg (1487).
XII, attaccando Milano e spodestando
Ludovico il Moro. In cambio dell’ap-
poggio, il re francese diede a Venezia
Cremona e la Ghiara d’Adda, quella
fascia del fiume Adda che segnava i
confini occidentali della Serenissima.
Ma i Turchi preparavano una nuova
offensiva e Venezia dovette rivolgersi
di nuovo sul mare.
Spie riferivano che i Turchi pre-
paravano una flotta di 260 navi per
conquistare la piazzaforte veneziana
di Lepanto. Il Maggior Consiglio e il
doge Agostino Barbarigo misero alla
frusta l’Arsenale per varare nuove
navi e nominarono “capitano generale
“Il profumo della polvere da mar” Antonio Grimani, che però
da sparo è più dolce era più un mercante che un uomo
d’armi. La flotta veneziana salpò il 2
di qualunque profumo maggio 1499 con 95 navi, di cui 44
galee da guerra, 12 galee bastarde, 4
d’Arabia.” Papa Giulio II navi tonde e 35 navi da carico. Rac- A

galee bastarde
erano sufficienti a compensare il maggior sforzo
richiesto ai rematori. Perciò le galeazze furono
più che altro unità speciali di appoggio utili per
il possente volume di fuoco, ma che non pote-
vano operare da sole senza le galee.
Nel frattempo, poiché il mestiere del remato-
re, fino a quel momento esercitato da marinai
regolarmente retribuiti, era diventato sempre
più duro e poco attrattivo, a un certo punto il
governo veneziano decise di impiegare dete-
nuti, prigionieri di guerra o schiavi, da cui il
termine di “galeotti”. Accadde nel 1545, quando
apparve la prima galea cosiddetta “sforzata”,
ovvero spinta da rematori ai lavori forzati, e
comandata dal capitano Cristoforo da Canal.
Negli anni seguenti si affermò sempre più una
dicotomia fra galee “libere” e “sforzate”. Peral-
tro, l’apparire delle galee “sforzate” portò a un
nuovo schema di organizzazione dei rematori,
quello detto “a scaloccio”, cioè in cui su ogni
banco sedevano 5 uomini che muovevano tutti
un medesimo remo, il che distribuiva su un
totale di 48 remi la potenza di 240 rematori.

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Tutti contro Venezia

A destra, Apparizione cogliendo unità da altre basi, i Vene-


dei santi Faustino ziani arrivarono a 123 navi di tutti i
e Giovita in difesa tipi. Grimani aveva bravi subalterni,
di Brescia (1603) di come Domenico Malipiero, mentre a
Grazio Cossali. Il pittore capo della flotta turca c’era l’ammira-
attribuisce al favore glio Daud Pascià, assistito dal pirata
divino la sconfitta del Kemal Rais, detto “Camali” dai Ve-
Ducato di Milano contro
la città lombarda, da neziani, e da Borrak Rais.
poco entrata nei domini
della Repubblica di San
Disastro a Zonchio
Marco. Sotto, Giovanni Alla squadra di Grimani s’aggiun-
Emo in un ritratto di sero 15 velieri guidati dal coman-
Giovanni Bellini (1475- dante della base di Corfù, Andrea
1480 ca.): l’ambasciatore Loredan, di cui il capitano supremo
della Serenissima svolse era molto geloso. Questo contribuì
una preziosa azione a minare la sintonia della flotta. I
diplomatica contro
l’avanzata dei Turchi Veneziani intercettarono la squadra
nei Balcani. di Daud Pascià mentre questa usciva
dalla baia di Zonchio, oggi Navarino,
all’alba del 12 agosto 1499 e subito
Loredan si scagliò all’assalto guidan-
do la sua nave tonda Pandora contro
il veliero di Borrak Rais. La nave
turca fu serrata da quella di Loredan
e da un’altra nave comandata da Al-
ban d’Armer, ma in aiuto di Borrak
arrivò il pirata “Camali”. Intanto il
geloso Grimani stentava a ordinare
un assalto generale per aiutare Lore-
dan. Fra i pochi esempi
di coraggio, il capi-
tano Alvise Mar-
cello avanzò con
alcune navi e

aprì il fuoco con l’artiglieria. Narrò: re incredibile. Il comandante fu desti-


«Mandai a fondo un mercantile turco tuito e i ragazzini veneziani cantavano
con tutto l’equipaggio e ne catturai fra le calli: «Antonio Grimani/ Ruina
un altro che gli stava accanto. I miei de’ Cristiani/ Rebello de’ Venitiani/
uomini balzarono a bordo e fecero a Puostu esser manzà da canni/ Da can-
pezzi molti Turchi». Intanto le unità ni, da cagnolli/ Ti e toi fiolli».
di Loredan, Borrak e d’Armer sal-
tarono in aria per un incendio alle Contro la Lega di Cambrai
polveri piriche e il tremendo spetta- La guerra contro i Turchi si trascinò
colo spaventò i Veneziani. Grimani e venne ancora saccheggiato il Friuli.
non ebbe polso e fra le eccezioni vi Terminò nel 1503 con un’ennesima
fu l’assalto coraggioso di una galea pace di compromesso che spinse i
bastarda che sfondò le linee turche Veneziani a cercare miglior fortuna
finendo circondata da 60 navi. nell’entroterra. La repubblica approfit-
Malipiero, bloccato nella retroguar- tò della morte di Papa Alessandro VI
dia, non poteva intervenire, ma assisté Borgia e della conseguente caduta di
al dramma della galea accerchiata, suo figlio Cesare Borgia, detto “il Va-
rammentando: «Tutti pensavano che lentino”, occupando la Romagna. Ma
fosse perduta, perché i Turchi avevano alla mossa reagì il nuovo pontefice,
perfino issato un loro stendardo a bor- il battagliero Giulio II, che nel 1508
do, ma essa si difese e inflisse pesanti organizzò una grande alleanza di Stati
perdite al nemico. Caddero solo 14 dei decisi a spartirsi i domini veneti. Era
nostri uomini, anche se più di 70 fu- la Lega di Cambrai, che vedeva schie-
rono feriti dalle frecce. Se non fossero rati insieme al Papa il re di Francia
stati così abili con i cannoni, la galea Luigi XII, l’imperatore asburgico Mas-
sarebbe stata sicuramente catturata». I similiano e il re di Spagna Ferdinando
Veneziani si ritirarono non riuscendo il Cattolico, oltre a Ungheria, Manto-
a fermare la squadra di Daud Pascià, va, Ferrara e Savoia. Si ritorceva con-
che fece rotta su Zante e infine prese tro Venezia quella che era stata sem-
la fortezza di Lepanto. Per Venezia, e pre una caratteristica basilare del suo
soprattutto per Grimani, fu un disono- successo commerciale, cioè l’essere al

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Il sistema delle mude
F
ra il 1400 e il 1500 la forza commerciale C’era poi la muda di Barberia, che
veneziana era dimostrata dai convogli na- salpava in primavera e s’arrischia-
vali organizzati dallo Stato e passati alla va a vendere tessuti e argento
Storia come “mude” . Erano formazioni miste, nei porti tunisini e algerini che
mercantili e militari, per difendersi da pirati o erano covo dei pirati islamici,
da flotte di nazioni ostili. Sette mude percor- previa tregua. Quanto alla muda
revano altrettante rotte strategiche (mostrate dell’Africa di Nordest, essa pure
nella mappa) e prendevano il nome dalla loro percorreva la costa nordafricana,
destinazione: quella di Alessandria d’Egitto, di ma sul versante orientale, e poi-
Beirut, di Romania, di Barberia, dell’Africa di ché finiva col dirigersi in parte ad
Nordest, di Acque Morte e delle Fiandre. Alessandria, in parte a Beirut, era
Tutte le mude seguivano una rotta comune un’integrazione della muda ales-
entro l’Adriatico, facendo tappa a Zara e a Corfù. sandrina. Quella di Acque Morte,
Da Corfù, le loro strade si dividevano. La muda dal porto francese di Aigues-Mortes, a ovest di Cadice e Lisbona, proseguendo verso la Manica.
di Alessandria, compiuta due volte l’anno, era Marsiglia, era una delle più articolate. Entrava A parte i metalli, in Inghilterra imbarcava lana
quella attraverso cui i Veneziani maggiormente nel Tirreno dallo Stretto di Messina e passava da grezza che quasi subito veniva scambiata con
si rifornivano di spezie, nonché di seta e altri Palermo, risalendo verso Napoli, Civitavecchia lino e fustagno fiammingo e germanico nei porti
prodotti orientali pregiati, pagati in ducati d’oro e Pisa, volgendo poi su Tolone, Marsiglia, Acque di Bruges e Anversa. Parte dei prodotti orientali
e lingotti d’argento. Ogni inverno rientrava a Morte, Barcellona e Valenza. Tale muda recava i acquistati dai Veneziani veniva poi smerciata via
Venezia con 2500 tonnellate di spezie, poi prodotti orientali da rivendere in Italia, Francia e terra, attraverso strade e fiumi della Padania,
smerciate nel resto d’Europa, con un margine Catalogna per realizzare il surplus della bilancia verso Milano e Torino, e inoltre dai passi alpini
che arricchiva l’erario. La muda di Beirut si commerciale veneziana. Allo stesso modo, la nel vicinissimo mondo germanico e ungherese.
effettuava invece una volta l’anno, di solito a muda delle Fiandre portava le spezie nell’Euro- Anche dopo la scoperta dell’America nel
fine estate, e raccoglieva pure prodotti orientali. pa atlantica dove caricava prodotti locali come 1492, questi circuiti commerciali di cui Venezia
La rotta per la Romania s’introduceva nel Mar lana, ambra, piombo e stagno. Tale convoglio era il cardine prosperarono per anni, poiché
Nero e in parte caricava sete a Trebisonda, in lasciava Venezia in luglio e dopo una tappa alle lo spostamento dell’asse principale dei traffici
parte si spingeva in Crimea e a Tana, sul Mar isole Baleari puntava sullo stretto di Gibilterra sull’Atlantico non fu immediato, ma graduale
d’Azov, dove si compravano pellicce e schiavi. per entrare nell’Oceano Atlantico e toccare nel corso di almeno un secolo.

centro di un sistema territoriale confi-


nante con svariati soggetti. Se ciò, in
tempo di pace, favoriva gli scambi, in
tempo di guerra significava essere ac- “Antonio Grimani / Ruina de’ Cristiani /
cerchiati da numerosi avversari. Rebello de’ Venetiani / Puostu esser manzà
Venezia si sentiva attaccata dal
mondo intero, ma reagì formando un da canni / Da canni, da cagnolli /
esercito di 20.000 uomini, comandato
da due condottieri, il giovane Bartolo-
Ti e toi fiolli.” Adagio popolare veneziano
meo d’Alviano e il più attempato con- soldati stranieri, mentre dalla laguna parte della Francia, mandando 12 mila
te di Pitigliano. L’armata veneta arrivò scattò una controffensiva guidata dal soldati ad aiutare i 19 mila uomini
fino a 20 miglia da Milano e si trovò condottiero Andrea Gritti, che il 18 del nuovo re Francesco I nella batta-
di fronte l’armata francese. Ad Agna- luglio 1509 riprese Padova. glia combattuta a Marignano, l’attuale
dello, il 14 maggio 1509, le truppe di La resistenza a oltranza fece gua- Melegnano, fra il 13 e il 14 settembre
d’Alviano vennero battute dai francesi dagnare a Venezia abbastanza tempo 1515, quando vennero battute le mili-
perché Pitigliano non venne in loro perché la Lega di Cambrai, composta zie svizzere e milanesi forti di circa
soccorso. La notizia gettò nel panico i da potenze con interessi contrastanti, 20 mila uomini. L’intervento dei Ve-
Veneziani e aprì le porte del territorio si sfasciasse da sola. Lo stesso Papa neziani, guidati ancora da Bartolomeo
al nemico. Il cronista Marin Sanudo Giulio II, promotore dell’accerchiamen- d’Alviano, fu provvidenziale poiché as-
testimoniò la disperazione fra le calli: to della Serenissima, temette che un salirono alle spalle gli svizzeri al mo-
«Tutti pianzeva, niun si vedeva in pia- crollo totale della repubblica avrebbe mento giusto. Il conflitto iniziato con
za, li padri del collegio persi, e più el rafforzato la Francia. Papato e Spagna la Lega di Cambrai, in cui Venezia se
nostro Doxe, che non parlava et stava si schierarono contro i francesi, spez- l’era vista davvero brutta, terminò nel
come morto». In realtà il doge Leo- zando il fronte antiveneziano. Si formò 1517, con i domini di terraferma quasi
nardo Loredan e il suo popolo tennero così nel 1511 la Lega Santa, con Ve- tutti recuperati, tranne Cremona. Per
duro, organizzando la città per resiste- nezia inizialmente dalla parte antifran- la repubblica fu un severo insegna-
re a un assedio. Le truppe dell’Impero cese, che comprendeva ora Inghilterra mento che la spinse a mantenere nei
Asburgico espugnarono Padova, ma e Svizzera, finché ciò era necessario a due secoli e mezzo successivi i domini
Venezia apprestava scorte di grano e recuperare i territori di Brescia e Ve- padano-veneti sulla difensiva, senza
navi per importare cibo. Nel Veneto rona. Poi, con spregiudicatezza, la Se- ulteriori espansionismi che avrebbero
invaso i contadini si ribellarono ai renissima passò improvvisamente dalla scatenato la reazione dei vicini. ¿

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I SEGRETI
DELL’ ARSENALE
Citato perfino

A
prima vista po- delle costruzioni navali veneziane.
trebbe sembrare La realizzazione e il mantenimento
da Dante nella incredibile che della flotta vennero organizzate,

Commedia, l’Arsenale
una città con do- fin dal Medioevo, nelle strutture
mini territoriali dell’Arsenale, un vero centro indu-
fu per secoli il vanto relativamente
limitati come
striale d’avanguardia per quei tempi,
dove maestranze selezionate, i co-
della Serenissima Venezia abbia potuto essere per
secoli la principale potenza ma-
siddetti “marangoni”, per una ven-
tina di generazioni si tramandarono
e una delle ragioni rittima del Mediterraneo, peraltro
in misura proporzionalmente ben
la saggezza della carpenteria navale
dell’età delle galee e dei velieri.
dei successi sul mare maggiore rispetto a reami assai Secondo una consolidata tradizione,

delle sue galee


più popolosi ed estesi, come la correva l’anno 1104 quando il doge
Spagna, la Francia o l’Impero Ot- Ordelafo Falier diede il via libera

~
tomano. Il segreto di questa poten- alla fondazione dell’Arsenale, paro-
za stava nell’invidiabile efficienza la derivata dall’arabo Dar as-Sina,

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destinato a crescere sotto l’impul- Sopra, l’operazione di
ovvero “Casa dell’operosità”. so del confronto navale con la calafataggio in un dipinto
La sua esistenza, però, è nemica giurata di Venezia nel di Vittore Carpaccio
provata soltanto a partire Mediterraeo, Genova. I primi (1495): la nave sulla
dalla fine del XII secolo. grandi lavori di ampliamento destra è piegata su un
fianco per permettere
Inizialmente concepito datano al 1303, seguiti quasi ai mastri calafati di
come deposito per il ri- subito da altri, nel 1325. Era impermeabilizzarne lo
covero e la manutenzione nato l’Arsenale Nuovo, che scafo in legno. Nel tondo,
delle galee militari già portò le dimensioni comples- l’ingresso dell’Arsenale in
esistenti, il suo primo nu- sive a 13 ettari, estese verso un disegno a inchiostro
cleo, detto Arsenale Vec- il lago di San Daniele. Che già del Canaletto e, nella
chio, venne realizzato nella fra XIII e XIV secolo l’attivi- pagina a fronte, nel suo
parte orientale della città tà fosse febbrile è testimoniato aspetto attuale.
allestendo 24 scali attorno a perfino da Dante Alighieri in un
un bacino presso due isolet- passo del canto XXI dell’Inferno,
te, le Zemelle. In totale copriva partendo dal suo ricordo personale
una superficie di 3 ettari, ma era di visitatore dell’impianto: «Quale A
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I segreti dell’Arsenale

Le Gaggiandre, imponenti nell’arzanà [Arsenale] de’ Viniziani assisté all’assemblaggio di alcune lonne, dove almeno 200 operai torce-
tettoie acquatiche / bolle l’inverno la tenace pece / a unità: «Uscì lo scafo di una galea vano e trattavano la rinomata canapa
realizzate tra il 1568 e rimpalmar i lor legni non sani / ché a rimorchio di un’altra barca. Un importata prima dalla Russia, poi
il 1573 nella Darsena navicar non ponno: in quella vece / magazzino consegnava i cordami, dall’Emilia. Le funi venivano pas-
Novissima come ricovero chi fa suo legno novo e chi ristoppa l’altro il pane, un altro le armi e un sate all’Arsenale attraverso appositi
per le galee a remi
che non necessitavano / le coste a quel che più viaggi fece altro ancora le balestre e i mortai, e fori nel muro confinante, decorati da
di alberatura. / chi ribatte da proda e da poppa / così da ogni parte veniva consegnato pittoreschi mascheroni con la bocca
altri fa remi e altri volge sarte / chi tutto ciò che occorreva. A quel mo- spalancata. C’era poi un reparto per
terzaruolo e artimon rintoppa / tal do uscirono 10 galee, completamente la cucitura delle vele che,
non per foco, ma per divina arte». armate, fra le ore 3 e le ore 9». Un essendo questa un’abilità
simile ritmo produttivo conosceva più spiccatamente femmi-
Produzione in serie un picco nei momenti di crisi o con nile, annoverava almeno
Un primo dato sul numero dei guerre in corso, ma l’immagazzina- 80 donne.
lavoranti dell’Arsenale lo si evince mento di componenti prefabbricate
un secolo più tardi da un discorso rendeva tutto più facile in caso di
del doge Tommaso Mocenigo che, bisogno. I soli remieri costruiva-
nel 1423, stimava in ben 16 mila no 15 mila remi all’anno, pronti
gli “arsenalotti”, fra cui c’erano all’uso, mentre le corde di canapa
i veri e propri maestri d’ascia (i venivano assicurate da un capan-
“marangoni”) e i loro colleghi re- none attiguo all’Arsenale, la cosid-
mieri, calafati, armaioli eccetera. In detta “Tana” o “Casa del Canevo”.
realtà, i lavoranti erano circa 2.000 Era uno stabile che, nella sua forma
nello stesso momento. Nel 1436, il definitiva, risultò lungo 315 m e
viaggiatore spagnolo Pedro Tafur suddiviso in tre navate da 84 co-

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L’insorgere della minaccia turca siddetti “patroni”, che passavano la
fu un nuovo sprone per l’espansione notte al suo interno custodendo le
dell’Arsenale, decisa nel 1470 dopo varie chiavi dei magazzini e con-
che una squadra veneziana di 40 trollando che le sentinelle vigilas-
unità aveva avvistato nell’Egeo una sero bene. A questi si aggiungevano
formazione ottomana di ben 300 tre senatori, considerati “provvedi-
navi, fra grandi e piccole. Urgeva tori” dell’Arsenale, e tutti insieme
stare al passo, così, fra il 1473 e formavano il “consiglio d’ammini-
il 1484, fu completato il cosiddetto strazione”, come si direbbe oggi, del
Arsenale Novissimo, bonificando le complesso, ossia l’“Eccellentissima
paludi a nord dell’Arsenale Nuovo Banca”. La direzione tecnica era
per creare una ulteriore darsena. invece esercitata dal “Magnifico Ar-
Anche il resto del complesso era miraglio”, che aveva sotto di sé vari
stato rimodernato, ricoprendo gli “protomagistri”, i mastri artigiani a
scali di tettoie stabili in mattoni e capo di ciascuna unità produttiva.
travatura di legno e tegole. Ogni tet- Fra le varie incombenze, c’erano
toia copriva uno spazio di 43 m di l’approvvigionamento e la selezione
lunghezza per 19 m di larghezza. dei migliori legnami per le costru-
Si trattava ormai di una vera e zioni navali, specialmente quercia
propria cittadella industriale, a cui e olmo da Veneto e Friuli, larice e un testimone, il nobiluomo France- La battaglia di Lepanto,
era stato aggiunto un muro perime- abete dalle Prealpi bergamasche e sco Molin: «L’aria stessa era infoca- combattuta il 7 ottobre
trale lungo 3 km e dotata di spalti bresciane e faggio dalla Croazia. ta e io scesi dal letto solo per essere 1571 tra la Lega Santa
alti fino a 15 m. L’unico accesso dal Oltre alla vigilanza contro lo spio- travolto da pietre, travi e calcinac- (di cui la Repubblica
mare, largo a sufficienza per una naggio, peraltro, era obbligatorio ci». Da allora fu deciso di spostare di Venezia faceva
parte) e l’Impero
sola galea per volta, era ben dife- per gli arsenalotti uscire di sera, le polveri in apposite santabarbare, Ottomano, in un dipinto
so e la notte veniva sbarrato. Così al termine del lavoro, tenendo la su due isole distanti dalla città. Ri- attribuito a Tintoretto.
organizzato, l’Arsenale poteva ga- giacca in spalla per dimostrare che masero invece nell’Arsenale le armi, La preparazione allo
rantire la fabbricazione in contem- non stavano sottraendo nemmeno un le centinaia di bombarde e colubrine scontro sottopose
poranea di 80 galee al coperto, fino chiodo dalla fabbrica. pronte a essere imbarcate, che veni- l’Arsenale a settimane di
a punte di 116, senza che si dovesse La crescita dell’Arsenale proseguì, vano tenute in bell’ordine, insieme attività febbrile, per la
sospendere il lavoro nella cattiva toccando il picco nel XVI secolo alle palle di cannone, in un apposi- fabbricazione di centinaia
stagione o in caso di pioggia. con il nuovo Canale delle Galeazze, to spazio battezzato non a caso “Il di nuove galee.
completato nel 1564. Poco dopo, Giardino di Ferro”. Nel decennio
Un’organizzazione ferrea però, si verificò una delle peggiori 1560-1571, l’Arsenale toccò il suo
L’Arsenale era direttamente con- esplosioni accidentali di polvere da apice con la fabbricazione d’emer-
trollato dallo Stato, tanto che tre sparo che funestarono la storia del genza di centinaia di nuove galee da
membri del Maggior Consiglio vi complesso. La notte del 13 settembre contrapporre ai Turchi alla vigilia
risiedevano in permanenza, a turni 1569 lo scoppio fece piovere detriti di Lepanto. A tale periodo si fanno
di 15 giorni ciascuno. Erano i co- su tutta la città. Ecco ciò che vide risalire le tettoie delle Gaggiadre,
attribuite all’architetto Jacopo San-
sovino. In seguito, anche quello che
era diventato il più grande distretto
Galea gloriosa industriale d’Europa iniziò a riflette-
re la generale decadenza della Sere-
Modello in legno di una galea veneziana con i suoi rematori, nissima. Fra gli ultimi spunti, fra il
conservato al Museo storico navale di Venezia. 1684 e il 1686, ci fu una nuova on-
Simbolo del dominio della Serenissima sul Mediterraneo,
la fortuna della galea declinò insieme alla
data di costruzioni navali, stavolta
Repubblica di San Marco. non solo galee, ma anche vascelli di
linea, per le ultime grandi imprese
contro i Turchi. Poi, nel corso del
XVIII secolo, la produzio-
ne languì, almeno in
confronto all’epoca
precedente, finché,
nel 1797, le strut-
ture intatte caddero
in mano ai francesi,
che le saccheggia-
rono e ne imposero
l’abbandono. Ma le
dominazioni suc-
cessive all’estinta
Serenissima tro-
varono oppor-
tuno riprendervi
varie attività. ¿

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PALAZZI
DA SOGNO
Un viaggio nell’architettura unica
della Repubblica di San MArco,
Amata e imitata in tutto il mondo
~
L
a città lagunare, gra- garantire leggerezza unita a robustezza
zie alle sue peculiari e flessibilità. Lo si vede ancora oggi
fondazioni di pali, in numerose calli, dove i piani supe-
poté arricchirsi nel riori delle case aggettano al di sopra
corso dei secoli di della strada, per guadagnare spazio
palazzi pittoreschi rispetto alla linea di base, grazie ai
che, insieme a pietra tipici mensoloni detti “barbacane”. Re-
e mattoni, impiegavano moltissimo lativamente sviluppata in altezza per
legno, unico materiale in grado di quei tempi, l’architettura veneziana

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fu caratterizzata dall’ampio ricorso a dei leoni sui capitelli delle colonne, fu relativamente rapida (1645-1649), Il Ponte di Rialto da sud
sfinestrature a bifore e trifore per al- rivestiti di lamine auree. considerato il florilegio di dettagli, nella rappresentazione di
leggerire i piani superiori e dare linee Anche nella successiva età rinasci- fregi e pinnacoli. Lenta, invece, fu Canaletto (1735 ca.).
slanciate, evidenti anche in quei pic- mentale i palazzi veneziani seguita- la realizzazione di Palazzo Grassi,
coli capolavori che sono i comignoli, rono a mantenere la struttura di base nel XVIII secolo, voluta da una fa-
con le loro forme coniche e svasate. di palazzo-fondaco, che testimoniava miglia bolognese che aveva comprato
Le residenze più grandi avevano fac- le origini commerciali del patrizia- l’adesione al patriziato veneziano per
ciate percorse da ampi loggiati, detti to, con piccole darsene a pianterreno 60.000 ducati. I lavori, avviati nel
“liagò”, di cui quello del Palazzo collegate a spazi adibiti a magazzino 1718, si protrassero per quasi mezzo
Ducale è solo l’esempio più solenne. per le merci. Se la transizione fra XV secolo, fino al 1766, quando la Sere-
E così, nell’arco di varie generazioni, e XVI secolo è evidente nei contigui nissima era ormai al crepuscolo.
le famiglie più illustri fecero a gara a Palazzo Giustinian e Ca’ Foscari (og- Insomma, il Canal Grande di Ve-
chi aveva il palazzo più bello, lungo gi sede universitaria), ormai classi- nezia, per ricchezza ed estensione
la suggestiva scenografia del Canal cheggiante è il Palazzo Dolfin Manin, cronologica, è uno dei più straordinari
Grande, arteria ma anche passerella che l’architetto Jacopo Sansovino pro- musei a cielo aperto del mondo, in
principale della città lagunare. gettò e iniziò nel 1538 per Giovanni
Dolfin e che non era ancora del tutto
fatto di scienza e gusto nel costruire. A
Museo a cielo aperto completato attorno al 1575. In seguito,
Fra il 1200 e il 1400 andava per la nel 1789, fu acquistato dall’ultimo
maggiore uno stile ispirato in parte doge, Ludovico Manin, e oggi vi tro-
al gotico, in parte agli orientalismi va sede la Banca d’Italia.
bizantini, come si evince, per esem- Anche l’età barocca portò grandi
pio, dalla famosa Ca’ da Mosto, edi- capolavori, come il Palazzo Belloni
ficata a partire dall’XI secolo, o dal Battagia, che la famiglia Belloni com-
Fondaco dei Turchi, datato al XIII missionò nel XVII secolo a Baldas-
secolo: proprietà dei Pesaro, nel 1381 sarre Longhena e la cui costruzione
fu venduto ai duchi Estensi di Ferrara
come loro rappresentanza e in seguito,
nel 1621, passò ai Turchi come em-
porio ufficiale in città. Fra il 1412 e
il 1432 fu eretta invece la Ca’ d’Oro,
commissionata da Marino Contarini
e chiamata così per via delle foglie e

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Palazzi da sogno

LE MERAVIGLIE
SUL CANAL GRANDE
Sontuose dimore e architetture
fiabesche fanno di Venezia 5
uno spettacolo unico al mondo

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FONDACO DEI TURCHI PALAZZO DEI CAMERLENGHI PALAZZO CONTARINI DELLE FIGURE
Edificato nel XIII secolo, nel Seicento Palazzo rinascimentale, da sempre sede Chiamato così per la presenza di due
divenne sede dei mercanti turchi. Oggi di magistrature finanziarie, ospita la cariatidi sulla facciata, risale al XV secolo.
ospita il Museo civico di storia naturale. sezione regionale della Corte dei Conti. Continua a essere un edificio privato.
2 8 14

FONDACO DEL MEGIO FONDACO DEI TEDESCHI PALAZZO GIUSTINIAN


Costruito nel XIII secolo come magazzino Del XIII secolo, vi approdavano le merci Formato da due edifici gemelli in
del grano, passò poi al miglio (megio). in arrivo dalla Germania. Attualmente stile tardo gotico veneziano, ospita
Oggi è una scuola elementare. è un centro commerciale e culturale. ambienti dell’Università Ca’ Foscari.
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PALAZZO BELLONI BATTAGIA PALAZZO DOLFIN MANIN CA’ FOSCARI


Seicentesco, è caratterizzato dalla Sede della filiale veneziana della Banca Acquistata all’asta nel 1452 dal
facciata barocca e da due pinnacoli d’Italia, nell’Ottocento vi abitò la famiglia doge Francesco Foscari e ricostruita,
simmetrici a forma di obelisco sul tetto. dell’ultimo doge, Lodovico Manin. ospita oggi l’omonima università.
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CA’ D’ORO PALAZZO BEMBO PALAZZO GRASSI


Fulgido esempio di gotico fiorito, aveva Più volte rimaneggiato nei secoli, nella Ultimo palazzo patrizio sul Canal Grande
parti della facciata ricoperte in oro. sostanza mantiene l’assetto esterno prima della caduta della Serenissima, è
Oggi è sede di una galleria d’arte. originale, tipico del gotico veneziano. sede di prestigiose mostre internazionali.

5 11 17

PALAZZO MICHIEL DEL BRUSÀ PALAZZO TIEPOLO PAPADOPOLI PALAZZO BARBARO


Distrutto da un incendio nel 1774, fu Seicentesco e impreziosito da interventi È un complesso formato da due
ricostruito a spese della Serenissima e del Palladio e di Jacopo Sansovino, palazzi: la parte più antica risale al
reca un’iscrizione a memoria dell’evento. attualmente è un albergo a 7 stelle. 1425, l’altra, più alta, è in stile barocco.
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CA’ DA MOSTO PALAZZO CORNER SPINELLI PALAZZO VENIER DEI LEONI

È uno dei più antichi palazzi di Simbolo del passaggio dall’architettura Rimasto incompiuto, avrebbe dovuto
Venezia (XIII secolo), che mostra gotica a quella rinascimentale, conserva rappresentare la sintesi dell’architettura
ancora stilemi veneto-bizantini. un caminetto originale del Sansovino. del Palladio e del Longhena.

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Palazzi da sogno

LE VILLE DEL BRENTA


G
A destra, la Villa Pisani ià alla fine del XV secolo, la sono la Villa Bon e il vicinissimo
di Stra (Venezia) figura riviera del fiume Brenta era Palazzo Ferretti-Mocenigo (progettato
tra le maggiori meraviglie una delle zone a maggior den- da un discepolo del Palladio, Vin-
della riviera del Brenta, sità di ville patrizie dell’intera cenzo Scamozzi), edificati attorno al
tanto da meritarsi il Repubblica di Venezia. Proprio in 1596, che si ergono ancora oggi pres-
soprannome di “regina quel periodo venne edificata a Stra so le chiuse di Dolo.
delle ville venete”. Sotto,
La Rotonda, una delle più la Villa Badoer-Draghi, dal sapore Più tarde sono la Villa Seriman,
belle ville palladiane. ancora medievaleggiante, con finestre costruita nel 1719, e la celebre Villa
bifore e portico ad archi. Uno dei Pisani, commissionata nel 1720 da
primi grandi artisti a distinguersi in Almorò Pisani all’architetto Girolamo
questo ambito fu certamente Andrea Frigimelica e completata, fra il 1736
Palladio, che attorno al 1555 realizzò e il 1756, da Francesco Maria Preti,
la Villa Foscari, su commissione di che assunse l’incarico poco dopo l’e-
Nicola e Alvise Foscari. La dimora lezione a doge di un rampollo della
fu soprannominata “la Malcontenta”, casata, Alvise Pisani.
a causa di una leggenda secondo cui
sarebbe stata la “prigione” di una no- Di mano in mano
bildonna della famiglia, lì segregata La Villa Pisani ebbe una vicenda
come punizione per la sua condotta piuttosto curiosa: appartenuta al vi-
libertina. Arricchita da una prestigio- ceré francese Eugenio Beauharnais,
sa loggia con colonne ioniche e corre- figlioccio di Napoleone, fra il 1807
data da scaloni laterali che conducono e il 1814, passò poi agli Asburgo,
dal piano nobile fino al giardino, la prima di diventare, nel 1866, di pro-
Malcontenta è caratterizzata all’inter- prietà dello Stato italiano, che dal
no da una grande sala a croce greca e 1911 vi ospitò un istituto di idrotecni-
impreziosita da alcuni splendidi affre- ca, il quale si serviva della vasca del
schi di Giambattista Zelotti. parco per le proprie ricerche. Infine,
Altri due splendidi esempi di re- il 14 luglio 1934l, fu teatro del primo
sidenze nobiliari venete sul Brenta incontro fra Mussolini e Hitler. ¿

Palladio, il nuovo Vitruvio


C
onsiderato il non plus ultra degli architetti evocava la sacra statua troiana di Pallade Atena, Arnaldi, Villa Saraceno, solo per citarne alcune.
veneti del Rinascimento, Andrea Palladio salvata da Enea. Lo fece studiare a Roma, dove A quarant’anni era già una celebrità e, nel 1550,
nacque nel 1508 a Padova, da un’umile l’artista poté ammirare con i suoi occhi le straor- realizzò la famosa Villa Capra, detta anche La
famiglia di mugnai. Il suo vero nome era An- dinarie architetture della Roma antica, modello Rotonda, che inaugurò lo stile della villa-tempio,
drea di Pietro della Gondola, e solo in seguito immortale a cui l’intero Cinquecento si ispirava. dal sapore greco-romano. All’opera di Giulio
assunse lo pseudonimo dal sapore classicheg- In quegli anni, Palladio prese in moglie un’u- Romano l’architetto si ispirò per Villa Thiene, a
giante con cui sarebbe passato alla Storia. Dopo mile orfana, Allegradonna, che lavorava come Villafranca Padovana, non disdegnando anche
un primo lavoro come tagliapietre, nel 1524, domestica nella villa della contessa Angela opere più “tecniche”, come il ponte di Bassano
quando la famiglia si trasferì a Vicenza, oltre a Poiana. La donna gli diede cinque figli, auten- del Grappa, nel 1567.
eleggere la città come sua nuova patria, vi trovò tica gioia di una vita interamente votata alla Il segreto del suo successo fu l’estrema
lo sbocco decisivo per darsi all’architettura. Ma realizzazione di palazzi e chiese. Fatto ritorno a attenzione nel proporzionare le forme partendo
prima dovette passare attraverso una lunga Vicenza, Palladio applicò gli schemi del grande da un’unità di misura fondamentale, ovvero
gavetta come muratore e costruttore alle dipen- architetto romano del I secolo a.C., Vitruvio, rin- il diametro delle colonne, che Palladio defini-
denze dei suoi padroni, Giovanni di Giacomo da novandoli con proporzioni più adatte ai gusti del va “modulo”. Nel 1574, la sua fama lo portò a
Porlezza e Girolamo Pittoni. XVI secolo. Nel 1546 iniziò a intervenire sulla ba- collaborare all’abbellimento del Palazzo Ducale
A dare fiducia ad Andrea, ormai ventisettenne, silica della città veneta (ora nota come Basilica di Venezia. Sempre nella Serenissima, nel 1577,
fu il conte Giangiorgio Trissino, nel 1535. I due Palladiana), caratterizzata fino a quel momento firmò una delle sue ultime opere, la basilica del
si conobbero per caso, mentre il giovane curava da forme spiccatamente medievali. Redentore, completata dopo la sua morte.
alcuni lavori nella villa di Circoli del mecenate. Il I nobili di Vicenza e dintorni facevano a gara Andrea Palladio morì nel 1580, lasciando
nobiluomo lo incoraggiò a perfezionarsi nella sua per disputarselo e non si contano le ville patrizie incompiuti vari cantieri, portati avanti dai suoi
arte e fu lui ad affibbiargli il nome Palladio, che realizzate dal Palladio: Palazzo Porto, Villa discepoli, primo fra tutti Vincenzo Scamozzi.

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LA STAMPA
LICENZIOSA

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A pochi anni dall’invenzione della stampa
a caratteri mobili, mentre l’Europa era
scossa dalla Riforma protestante, Venezia
si specializzò in libri eretici e licenziosi
~

D
opo che, nel 1450, il A sinistra, una raccolta
tedesco Johann Guten- di poesie erotiche di
berg ebbe inventato la Giorgio Baffo stampata
stampa a caratteri mo- da Aldo Manuzio (sotto,
bili, la nuova tecnologia il suo marchio); in basso,
che permetteva final- l’interno di un libro
uscito dagli stessi torchi,
mente di riprodurre un come dimostra la curiosa
libro in centinaia di copie si diffuse in disposizione delle parole
tutta Europa, e Venezia divenne uno dei sulla pagina, vezzo tipico
maggiori centri editoriali. Testimonianza dell’editore veneziano.
di ciò fu la fondazione, nel 1494, della Curiosamente, il volume
tipografia di Aldo Manuzio in contrada di Baffo risulta edito
Sant’Agostino, che si diede subito a a Cosmopoli, località
stampare opere della classicità greca, fittizia usata in caso di
oltre a rielaborazioni in chiave neopla- stampe licenziose, messe
all’Indice dalla Chiesa.
tonica in odor di eresia, come la Hyp- Nella pagina a fronte,
nerotomachia Poliphili, un sogno erotico gentiluomo dedito alla
pubblicato nel 1499 e ancora apprezzato lettura nel Ritratto
nel Novecento dal noto psicanalista d’uomo con libro verde
Carl Gustav Jung. La fortuna delle edi- di Giorgione (1500 ca.).
zioni aldine, come vennero battezzate,
si concretizzò nel 1502, nella coniatura
del marchio di fabbrica che da allora
apparve sui frontespizi dei libri, ossia il del XVI secolo furoreggiava invece la
sinuoso delfino attorcigliato a un’ancora. poetessa e cortigiana Veronica Franco,
Aldo morì nel 1515 e i suoi figli e nipo- che nel 1580, nel suo libro Lettere fami-
ti ne proseguirono l’opera, finché la casa liari a diversi, esprimeva la prospettiva 1730, prese a declamare i suoi sonetti
aldina chiuse i battenti nel 1590. femminile del piacere: «Quando voi ha- erotici nei circoli del patriziato e fra gli
Frattanto l’editoria veneziana si era veste del tutto secondato le mie voglie, amici, come Giacomo Casanova. Morì
sviluppata puntando su temi profani ed e vi foste accostato al mio piacere, non nel 1768 e, ironia della sorte, la pubbli-
eretici, contando sulla vicinanza geogra- voglio dir, ch’io v’havessi corrisposto di cazione a stampa dei suoi versi avvenne
fica con l’Europa Centrale agitata dalla quel buon amore». Parimenti ammoniva postuma, nel 1771, e non a Venezia,
Riforma protestante. Sembra che verso le madri che volessero mettere troppo bensì a Londra. Fra le sue “chicche”,
il 1550 ci fossero in città almeno 130 in mostra le figlie: «Dove prima la la Lode alla mona: «Cara mona, che
torchi da stampa che da soli assicurava- facevate andar schietta d’abito e d’ac- in mezzo a do colone / ti xe là messa,
no il 40% della produzione libraria ita- conciamenti come si conviene a onesta come un capitelo, per cupola ti gà do
liana. Certo è che a Venezia fiorirono, donzella, co’ veli chiusi dinanzi al petto culatone, / el bus del cul de sora xe ’l to
più che altrove, scrittori licenziosi, come e co’ altre circostanze di modestia, a cielo. / Perché t’adora tutte le persone /
il famoso Pietro Aretino, che vi si rifu- un tratto l’avete messa su le vanità del ti stà coverta sotto un bianco velo / che,
giò nel 1527 operandovi fino alla morte, biondeggiarsi e del lisciarsi, e d’im- se qualcun te l’alza e che t’espone / vit-
nel 1556. Di Aretino sono noti i Sonetti provviso l’avete fatta comparer co’ tima sul to altar casca ogni oselo». ¿
lussuriosi, a cui seguirono i Dubbi amo- capelli inanellati d’intorno alla fronte e
rosi, che contenevano versi di esplicita ’l collo e col petto spalancato».
eloquenza: «Porzia fedel s’avea fatto All’alba del 1600, la presenza a Ve-
chiavare / Molt’anni col consenso del nezia di soli 34 torchi indicava un in-
marito, / Ma perché non poté mai figli dubbio periodo di decadenza nel settore,
fare, / Ell’era da ciascun mostrata a di- causato dalla concorrenza e dalle ripe-
to». Nel medesimo periodo, poco dopo tute pestilenze. Ma passata la crisi del
il 1535, fu scritta da un anonimo La XVII secolo, nel Settecento sembrò che
Venexiana, una commedia erotica che, si tornasse ai fasti precedenti, se è vero
per la prima volta, vedeva due donne che nel 1735 i torchi erano risaliti a 94.
prendere l’iniziativa per contendersi le Quegli ultimi decenni di indipendenza
grazie di un giovanotto lombardo ap- della Serenissima videro all’opera il
pena arrivato in laguna. Verso la fine salace Giorgio Baffo che, a partire dal

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LA LEONESSA
DEI MARI

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Con la battaglia
di Lepanto, combattuta
tra le fila della Lega
Santa, la Serenissima
continua la sua lotta
secolare contro
l’Impero Ottomano
~

U
na nuova guerra fra La battaglia di Lepanto
Venezia e i Turchi nel celebre dipinto di
scoppiò nel 1570, Antonio de Brugada
quando il sultano (1804-1863): l’epico
Selim II pretese la scontro, celebrato dalla
consegna di Cipro. storiografia come la
Essendo appassionato prima grande vittoria sul
di vini si dice bramasse i vigneti mare dei cristiani contro
i musulmani, fu solo
dell’isola, ma il movente principa- uno dei tanti a vedere
le era strategico. I Veneziani non contrapposti Venezia
si piegarono e giurando resistenza e Impero Ottomano,
offrirono al Papa Pio V e al re di che continuarono a
Spagna Filippo II l’occasione di ri- guerreggiare ancora a
spolverare lo spirito delle crociate lungo per il controllo
invocando un’alleanza cristiana con- del Mediterraneo
tro la minaccia islamica. L’alleanza orientale. In alto, il Leone
si formò però con un ritardo fatale di San Marco, emblema
della Serenissima.
per la guarnigione veneta a Cipro. I
Turchi sbarcarono sull’isola l’armata
del generale Lala Mustafà e asse-
diarono il capoluogo Nicosia e la
piazzaforte di Famagosta, contando
sui lunghi tempi necessari al nemico
per imbastire una spedizione di soc-
corso. Il 31 agosto 1570 si raduna-
rono a Creta una flotta veneziana di
144 navi, comandata dal “capitano
generale da mar” Girolamo Zane,
un gruppo di 37 galee spagnole
e 12 genovesi, tutte comandate
dall’ammiraglio genovese Gian An-
drea Doria, e infine 12 galee dello
Stato Pontificio, guidate dal duca
Marc’Antonio Colonna. Frattanto,
il 9 settembre, i Turchi prendevano
Nicosia. Ormai, soltanto la fortezza
di Famagosta resisteva sull’isola. La
flotta cristiana salpò poco dopo per
portare vani soccorsi.
Un’alleanza non facile
La notizia della caduta di Ni-
cosia arrivò alla flotta cristiana,
praticamente veneziana in maggio-
ranza, il 21 settembre 1570, mentre
si trovava ormai a 50 miglia da
Cipro. Veneziani e alleati caddero A
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La Leonessa dei mari

Lo schieramento delle preda dello sconforto. Finirono col


flotte rivali durante la ritirarsi, complici le prime tempe- 1
battaglia di Lepanto, in ste autunnali che annunciavano la
un dipinto di Fernando brutta stagione. Al largo di Rodi, la
Bertelli. burrasca affondò ben undici galee
1 Cristiani (a sinistra)
veneziane, di cui una spezzata in
e musulmani (a destra) due e inghiottita senza superstiti.
sono disposti lungo linee
simmetriche e parallele, Anche gli alleati subirono perdite,
con la prua rostrata delle tanto che la squadra pontificia di
galee rivolta verso il Colonna fu decurtata di tre quarti. 2
nemico. 2 La distanza Appena rimpatriato, sull’ammiraglio
tra le imbarcazioni è Zane, ritenuto non all’altezza del
minima. 3 Dopo compito, si abbatté la severa giusti-
un cannoneggiamento zia militare della Serenissima. Sbat-
preliminare, le tuto in prigione, vi passò il resto
imbarcazioni manovrano dei suoi giorni. La flotta veneziana
per speronarsi e gli
equipaggi ingaggiano un approfittò della pausa invernale per
tiro a distanza: gli europei rafforzarsi accelerando l’attività
dell’Arsenale. Al suo comando fu 4
con gli archibugi, i
Turchi con vecchi archi. posto un nuovo “capitano generale
4 Il combattimento da mar”, il tenace Sebastiano Ve-
sfocia in una mischia nier, che aveva 75 anni e faceva
confusa e furiosa, con valere tutta la sua esperienza.
scontri all’arma bianca Con la primavera del nuovo anno,
che si risolvono in tornava la stagione propizia alla
una carneficina.
5 La riserva, nelle navigazione e i Turchi iniziavano a
retrovie, funge da farsi avanti con una flotta di quasi
serbatoio di truppe. 300 galee, intenzionati ad attaccare
i porti cristiani. Gli europei final-
mente si diedero una mossa. Il 19
maggio 1571 trovò stipulazione uf-
ficiale la Lega Santa, il trattato con
cui Venezia, Spagna, Genova e altri 3
Stati italiani s’impegnavano a rin-
novare una campagna navale contro

gli infedeli. Mentre si radunavano

Orrore a Cipro
le rispettive flotte alleate, affidate
in blocco al comando supremo di
don Giovanni d’Austria, un fratello
di Filippo II, la squadra turca, al
comando di Mehmet Alì Pascià, si

Q
uando, nel settembre 1570, i Turchi ottomani preferendo la morte, sua e delle amiche, al triste dirigeva in Adriatico, spingendosi a
espugnarono la città di Nicosia, capoluogo di destino che le attendeva nelle terre musulmane. Nord fino a Lesina, sulla costa dal-
Cipro, si lasciarono andare, come loro solito, Efferatezze simili furono compiute nell’agosto 1571, mata. Venezia temeva che il nemico
a spaventosi massacri e saccheggi, facendo 20 quando anche Famagosta si arrese stremata die- potesse arrivare fino alla laguna
mila morti e 15 mila schiavi fra i civili inermi. tro la falsa promessa turca di usare clemenza. e rinforzò le sue difese stendendo
Un testimone, il frate domenicano Angelo L’ultimo comandante veneziano della piaz- una enorme catena nel porto. Ma i
Calepio, annotò: «I vincitori continuavano a zaforte, Marcantonio Bragadin, fu torturato Turchi, bisognosi di rifornimenti,
decapitare le vecchie per provare le spade. a morte e dileggiato dagli Ottomani. Lo cat- decisero di ripiegare fino al porto
Molti, mentre marciavano, spaccavano la turarono, gli mozzarono naso e orecchie e lo di Lepanto, all’imbocco del golfo di
testa a uomini che si erano già arresi. Se costrinsero a trasportare pietre sulle mura del- Patrasso, saccheggiando Corfù lungo
un prigioniero cercava di scappare, lo la fortezza. Poi lo scorticarono vivo, finché la rotta. La flotta cristiana nel frat-
afferravano, gli amputavano le morì urlando atrocemente, presso la tempo si radunò al porto di Messina
gambe e, finché restava in vita, cattedrale ormai profanata dagli fino a contare 208 navi, quasi tutte
ogni giannizzero che passava gli islamici. Infine, si accanirono galee, ma comprensive anche di 6
assestava un colpo. Tra gli uccisi sul cadavere imbottendone di grosse galeazze veneziane, che por-
ci furono Ludovico Podochatoro paglia la pelle e facendone sfi- tavano ciascuna 30 cannoni, mentre
e Lucrezia Calepia, mia madre». lare per Famagosta la macabra la galea tipica ne portava da tre a
Fra gli episodi drammatici ci reliquia in groppa a una mucca. dieci. Del resto, Venezia da sola ap-
fu il caso di una galea turca carica Tutte queste terribili noti- portava oltre metà della forza, ossia
di donne catturate per rifornire gli zie, arrivate a Venezia e in tutta 110 navi: 60 dalla città lagunare, 30
harem di Istanbul. La nave saltò in Europa per il tramite di fortunati da Creta, 7 fornite dalle isole Ionie,
aria, uccidendo tutti gli occupanti, do- sopravvissuti a simili atrocità, 8 dalla Dalmazia e 5 dall’entroterra
po che una delle fanciulle riuscì a dar contribuirono a spronare le potenze padano. Fra le navi alleate, 22 erano
fuoco alla polvere da sparo nella stiva, cristiane alla riscossa di Lepanto. fornite da Genova, 12 dal Papato,

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5
Il comandante supremo
grida vittoria
L’
ammiraglio supremo della flotta combinata
della Lega Santa cristiana, don Giovanni
d’Austria, il 10 ottobre 1571 scrisse una
lettera indirizzata a Vienna, all’imperatore Massi-
miliano II d’Asburgo, per informarlo del trionfo e
accompagnare il messaggero speciale don Hernan-
do de Mendoza che si apprestava a partire.
La scrisse di suo pugno mentre stava a bordo
della sua galea ancorata nel porto di Petelo. Eccone
tratti salienti: «Nostro Signore volle che incontrassi
la flotta nemica e che ne riportassi vittoria, della
qual cosa si saprà più particolarmente dal rapporto
di Don Hernando. (…) Grazie al Nostro Signore, io
sto bene poiché il fendente che mi hanno assestato
nella mischia non ha avuto importanza alcuna. Do-
po la battaglia resterò ancora in territorio nemico,
sebbene il tempo ed altre difficoltà mi ostacolino».
Il richiamo di don Giovanni alla religione, da
un lato fa capire come la lotta contro la marineria
musulmana venisse considerata vitale per l’Europa
cristiana, anche per arginarne la pirateria, dall’altro
era anche un tipico esercizio di umiltà dei gran-
di comandanti dell’epoca, sempre coscienti che
nell’andamento degli umani eventi contano anche
l’imponderabile, la fortuna, il destino, tutto ciò,
insomma, su cui solo Dio è arbitro.

36 dai possedimenti napoletani e Ma prevaleva l’unità di intenti. Sopra, don Giovanni


siciliani della Spagna, e altre da va- Dopo che il comandante dei ca- d’Austria (1547-1578) in
ri Stati italiani e da Malta. valieri di Malta, Gil de Andrada, un ritratto attribuito a
ebbe compiuto una ricognizione con Juan Pantoja de la Cruz.
Gli Ottomani in trappola quattro galee, si seppe che la flotta A sinistra, l’ammiraglio
Una notte nel porto siciliano si turca era rintanata a Lepanto. Così, il Müezzinzade Alì Pascià,
comandante delle truppe
intrufolò una piccola galea intera- 3 ottobre la flotta cristiana si mosse. ottomane a Lepanto,
mente dipinta di nero per non farsi Salpò da Corfù e fece scalo a Cefalo- morto durante lo
scorgere. Era la nave del corsaro nia, dove giunse la notizia della resa scontro. Nella pagina
islamico Kara Hoxa, che contò le di Famagosta e del terribile supplizio a fronte, busto del
galee cristiane per farne poi rappor- toccato al locale comandante venezia- generale veneziano
to ad Alì Pascià. Hoxa però sbagliò no Marcantonio Bragadin, scorticato Marcantonio Bragadin
per difetto di una cinquantina di na- a morte. Poi, all’alba di domenica 7 (1571 ca.), opera dello
vi, portando i Turchi a sottostimare ottobre 1571 entrò nel golfo di Pa- scultore Tiziano Aspetti.
la forza della Lega Santa. Il 16 trasso per affrontare i feroci Turchi.
settembre la flotta europea salpò da Alì Pascià decise di andare incontro
Messina e si diresse nel Mar Ionio a agli avversari, ma credette inizial-
caccia di navi turche. Il 26 settem- mente che le navi cristiane fossero
bre arrivarono a Corfù e osservaro- poche, perché una parte era ancora
no i segni della devastazione lascia- schermata da un isolotto. La flotta
ta dal nemico. Cresceva la voglia di cristiana si dispose lungo un’ampia
vendetta, ma la tenuta dell’alleanza linea frontale con ogni galea che
non era facile. Una rissa tra mari- proteggeva il fianco della vicina. Le
nai veneti e spagnoli degenerò con navi dei singoli contingenti nazionali
morti e feriti. Poiché gli scontri vennero sparpagliate e mescolate fra
erano scoppiati su una galea della loro, in modo da facilitare la compat-
Serenissima, fu Venier a reprimere tezza dello schieramento e impedire
i tumulti, con estrema durezza: fece che squadre compatte di uno Stato
impiccare alcuni spagnoli, attirando- fossero tentate di scappare. Anche le
si le ire di don Giovanni d’Austria. navi veneziane erano distribuite lun- A
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La Leonessa dei mari

Spie veneziane
al lavoro
N
el periodo della guerra di Cipro e Lepanto, uno dei mi-
gliori informatori di Venezia sulle mosse dei Turchi era
l’ambasciatore, o “bailo”, Marcantonio Barbaro (sotto),
che nel 1570 spediva da Istanbul rapporti segreti vergati con
succo di limone, secondo il noto principio dell’inchiostro
“simpatico”, per cui lo scritto ridiventa visibile se accostato
a una fiamma di candela. Per far arrivare alla città lagunare i
suoi plichi, Barbaro s’affidava a una rete occulta di messag-
geri, travestiti da mercanti o viaggiatori, che si snodava at-
traverso porti intermedi, come Creta, Cattaro, Ragusa, Corfù,
ma anche nel continente, passando da Vienna.
Fra i messaggeri, il più noto era l’armeno Soltan Jach, in-
viato dal Consiglio dei Dieci a Istanbul, ad assistere Barbaro,
per almeno due volte, nel dicembre 1570 e nel luglio 1571.
Questi e altri agenti segreti di Venezia, piazzati nei porti
a controllare le navi turche, adottavano nei loro cifrari un
preciso codice. Ad esempio, scrivevano “volpe” per “navi
turche”, “tapeti da tavola” per “artiglieria”, “cordoani” per
“galere turchesche”, “bambasi” per “prigionieri”, “il conesta-
bile” per “il sultano” e “panni di Fiandra” per “assedio”.

go tutta la linea, ed essendo così nu- schieramento cristiano, al fianco di


merose costituivano in sostanza l’os- don Giovanni, ma aveva posto il suo
satura principale dello schieramento. luogotenente Agostino Barbarigo a
La formazione turca contava in guidare l’ala sinistra, posta a nord,
quel momento 274 galee, con a bordo a ridosso della costa. Quanto all’ala
un totale di 88 mila uomini fra rema- destra, a sud, era capitanata dal ge-
tori, di cui la maggior parte schiavi novese Gian Andrea Doria. A mezzo-
cristiani, marinai e soldati. Nerbo giorno scattò la mattanza.
della forza combattente erano 5 mila
giannizzeri, la truppa di élite dell’Im- Carneficina fra i remi
pero Ottomano, ma c’era scarsità di Le galeazze veneziane in avan-
armi da fuoco, in particolare archi- guardia vomitarono la potenza di
bugi, e la maggior parte delle truppe fuoco dei loro cannoni, con gittata di
imbarcate turche doveva accontentarsi 500 metri, sulle prime galee turche,
di arco e frecce. Gli europei, supe- mandandole in pezzi. Sull’ala sini-
riori nelle artiglierie e dotati anche stra cristiana Barbarigo manovrava
di molti più archibugi distribuiti le sue galee spingendo contro gli
alle truppe imbarcate, mandarono in scogli quelle dell’ala destra turca,
avanguardia quattro delle grosse ga- comandata dal governatore egiziano
leazze irte di cannoni, a scompigliare Mohammed Suluk. Alcune galee, fra
il centro dello schieramento nemico. cui quella dello stesso Suluk, riusci-
Venier era rimasto nel centro dello rono comunque a prendere alle spalle
la galea di Barbarigo. La pioggia di
frecce fu tale che un dardo colpì il
comandante veneziano nell’occhio si-
nistro, uccidendolo, ma i suoi uomini
con gli archibugi ebbero ragione del
“Stimavano che a guidare la colonna distaccamento di Suluk. Intanto, al
di fuoco dovesse essere l’armata cristiana centro della battaglia la nave ammi-
raglia di Alì Pascià, la galea Sultana,
sul mare, come guidò il popolo di Israele aveva speronato a tutta forza la Real
nel deserto.” Alberto Guglielmotti di don Giovanni d’Austria. Il coman-
dante supremo cristiano resistette

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con pallottole, catene e mitraglia A sinistra, un’altra
di furia incredibile, che distrussero rappresentazione
buona parte dell’armata, decapitando pittorica della battaglia
questo, tagliando in due quell’altro, di Lepanto. La gran
varietà di bandiere (tra
mandando in frantumi gli alberi del- cui spicca il Leone di
le navi». Mehmet Alì Pascià fu de- San Marco) testimonia
capitato da un soldato spagnolo e la la moltitudine di Stati
sua testa esposta su una picca. Fu il e nazioni coinvolti
colpo di grazia per la flotta nemica, nello scontro. Sotto,
le cui unità superstiti fuggirono. l’ammiraglio veneziano
Di fronte a 8 mila morti da parte Sebastiano Venier,
cristiana, la flotta ottomana ne soffrì vincitore a Lepanto
30 mila e perdipiù la Lega Santa e futuro doge della
Serenissima, ritratto dal
catturò 117 galee nemiche, liberando Tintoretto nel 1571.
dalla schiavitù 15 mila rematori cri-
stiani. Il trionfo non fruttò a Vene-
zia la restituzione di Cipro e la Lega
Santa presto si sfaldò. Ogni Stato
europeo negoziò una pace separata
con i Turchi. Venezia stipulò nel
1573 una pace di compromesso per
cui pagò al sultano 300 mila ducati.
Ma la flotta turca aveva ricevuto
una batosta tale per cui non avrebbe
più costituito una minaccia per
l’Europa. A Venezia, l’eroico
Sebastiano Venier fu ono-
rato dai concittadini con-
cludendo la sua vita come
doge, a cavallo fra giugno
1577 e marzo 1578. ¿

all’abbordaggio dei giannizzeri grazie


al prezioso supporto di Venier, che
con la sua galea lo fiancheggiava,
venendo descritto così da un cronista
del tempo: «Soldato dalla veneranda
canizie, compiva nell’estrema vec-
chiaia le azioni belliche d’un giovane
guerriero, come un serpente che in
primavera si sveglia dal letargo e
svestendosi della vecchia pelle, se ne
esce fuori con un’altra nuova e splen-
dente ed è più forte che mai». L’an-
ziano ammiraglio veneziano respinse
personalmente l’abbordaggio alla sua
nave e guidò i suoi uomini sul ponte
della nave turca, venendo ferito a una
gamba. Indomito, Venier mise in fuga
la galea nemica, poi assalì e colò a
picco due altre navi.
A sud, l’ala destra di Doria si era
allargata troppo, offrendo spazio
all’ala sinistra turca del corsaro
algerino Uluch Ali, ma una rapida
contromossa e l’intervento di una
squadra di riserva consentirono ai
cristiani di mettere in fuga l’al-
gerino. Era tutto un macello, fra
speronamenti, arrembaggi e fen-
denti di spada, ritmati dagli scoppi
delle armi e dal picchiare dei remi
sull’acqua rossa di sangue. Un cro-
nista scrisse: «Il nemico era avvolto
nel fumo e nel frastuono, colpito

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MAESTRI DEL
COLORE
Tra Quattro e Cinquecento,
la laguna di Venezia diede i natali
ad alcuni dei pittori più sorprendenti
del Rinascimento italiano
~
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P
ur venendo da secoli religioso, fra cui varie Madonne con I Bellini anticiparono quindi, arti- Processione in Piazza
di influenza bizantina Bambino, ma anche profano. Ricordia- sticamente parlando, la nota dinastia San Marco (1496) di
anche in campo artisti- mo, per esempio, il ritratto di Lionello dei Tiepolo, attiva tre secoli più tardi. Gentile Bellini, figlio
co, nel Rinascimento d’Este del 1441, oggi perduto, e vari Giovanni Bellini (detto “Giambellino” di Jacopo e fratello
Venezia seppe aprirsi bozzetti di storia antica, come la Testa o “Zuan Belin”, alla veneta) cominciò del celebre Giovanni.
alla generale tenden- di Annibale presentata a Prusia (1450). a seguire le orme paterne già verso il
za dell’arte italiana 1450, quando doveva avere una venti-
dell’epoca, ricevendo stimoli soprattutto Dinastie di artisti na d’anni. Fu influenzato dal cognato
dalla Firenze dei Medici. Già alla fine Jacopo morì attorno al 1470, trasmet- Andrea Mantegna, che aveva sposato
del Quattrocento si mise in luce Jacopo tendo la sua eredità artistica ai più fa- la sorella Nicolasina. Dai primordi il
Bellini, con una serie di opere a tema mosi Gentile e Giovanni Bellini. lavoro di “Zuan Belin” si caratteriz- A
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Maestri del colore

zò per il pathos espresso nei visi. Si lezza giunonica stempera la lascivia


pensi allo sguardo con cui il San Cri- della sua nudità nella calma ingenuità
stoforo realizzato attorno al 1464 per dello sguardo. “Giambellino” morì
il polittico Ferrer guarda il Bambin nella sua Venezia una decina d’anni
Gesù che si porta sulle spalle, o agli dopo il fratello, il 26 novembre 1516
occhi di Maria e san Giovanni nella quando, secondo il Vasari, doveva
Pietà, dipinta attorno al 1470. Gio- essere circa sui novant’anni, lasciando
vanni Bellini dipinse poi, nel 1501, dietro di sé discepoli ed emuli.
il ritratto quasi fotografico del doge Negli ultimi anni di attività dei
Leonardo Loredan. Parimenti, anche Bellini, si faceva notare uno dei loro
il fratello Gentile celebrava non solo allievi più dotati, Vittore Carpaccio,
la fede, ma anche le virtù della città che già nel 1494, nel Miracolo del
lagunare, come nella Processione in reliquiario della Vera Croce, descrisse
piazza San Marco del 1496, puntuale con realismo il brulicante viavai delle
documento visivo sull’aspetto della gondole sotto un ponte di Rialto an-
piazza alla fine del XV secolo. Genti- cora in legno, su uno sfondo popolato
le spirò il 23 febbraio 1506 e toccò a dalla selva dei tipici comignoli vene-
Giovanni rinverdire i fasti della fami- ziani. Più tardi passò a scenari sacri,
glia con le sue ultime opere, che all’i- come il Compianto sul Cristo morto
nizio del XVI secolo avevano virato del 1519, che presenta un desolato
verso tematiche più intime e profane, panorama simile a una Tebaide. Car-
come nel caso della Giovane donna paccio morì nel 1526, quando un altro
allo specchio del 1515, in cui una bel- giovane talento veneto era già prema-
turamente scomparso. Si trattava di
Autoritratto di Tiziano Giorgio da Castelfranco, meglio noto
(1562 ca.). Sotto, la come Giorgione per la sua corpora-
“Tintoretto fu il vero
Tempesta, uno dei dipinti tura massiccia. Partendo dall’espe-
più famosi di Giorgione.
rienza dei maestri Bellini, Giorgione
Michelangelo della pittura vi aggiunse la sua peculiare abilità
veneziana.” Evelyn Franceschi Marini nell’armonizzare i colori, forse mutua-
ta (se è vero quanto narra il Vasari)
dalla sua esperienza musicale. Ma
il contributo più importante fu dato
dall’incontro con Leonardo da Vinci,
che per breve tempo, dopo la caduta
di Ludovico il Moro a Milano, abitò a
Venezia. Certo è che nella Tempesta,
del 1505, Giorgione fu innovativo
anche nei soggetti, costruendo una
sorta di triangolazione fra il paesag-
gio, di cui è protagonista la tempesta
in arrivo all’orizzonte, la zingara con
bambino al riparo degli alberi sulla
destra, evocante la Madonna, e il
soldato in piedi sulla sinistra, sotto la
cui figura un moderno esame ai raggi
X rivelò l’iniziale presenza di una
donna nuda. Giorgione morì poco più
che trentenne, il 17 settembre 1510,
ucciso dalla pestilenza che in quei
giorni flagellava le calli.
La gloria di Tiziano
Prima di morire, l’artista aveva avu-
to il tempo di istruire un discepolo
d’eccezione, un giovanotto che veniva
da Pieve di Cadore e rispondeva al
nome di Tiziano Vecellio. Era il 1508
quando Tiziano prese a dipingere «alla
maniera di Giorgione», come narra
Vasari, ma ancora oggi si dibatte sul-
la sua età e sulla sua data di nascita.
C’è chi sostiene che all’epoca avesse
18 o 20 anni, chi qualcuno in più, ma
ciò che conta è che divenne presto
il simbolo stesso della pittura veneta

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del Cinquecento, riassumendo in sé il nel 1545, da quello della moglie, l’im- tune dell’artista crebbero rapidamente, La Sala del Maggior
meglio dei suoi predecessori. Già nel peratrice Isabella. Tiziano fu richiesto soprattutto dopo che si fu specializzato Consiglio, che
1516 divenne pittore ufficiale della Se- anche a Roma, alla corte dei Farnese, in ritratti, aiutato dai giovani figli contiene due dei più
renissima e si fece un nome con gran- la casata di Paolo III: il pontefice fu ri- Domenico e Marietta, a bottega dal grandi capolavori del
di commesse per le chiese della città, tratto insieme ai nipoti nel 1546. Tutte padre. E mentre il vecchio Tiziano Cinquecento veneto: il
come il completamento, entro il 1518, queste trasferte, se da un lato facevano moriva di peste il 27 agosto 1576, per Paradiso del Tintoretto
dell’Assunzione della Vergine collocata del Vecellio una “bandiera vivente” il giovane rivale si preparava l’apoteosi (sulla parete di fondo) e
l’Apoteosi di Venezia del
in Santa Maria Gloriosa dei Frari. La dell’arte veneziana, non sempre erano della decorazione della rinnovata sala Veronese (nell’ovale al
carica gli valeva un appannaggio di gradite alla Repubblica, la cui diplo- del Maggior Consiglio, dopo l’incendio centro del soffitto).
100 ducati all’anno, il che gli permise mazia spesso storceva il naso perché il di Palazzo Ducale del 1577. Attorno al
di mettere in piedi un’altra attività red- pittore ufficiale di Stato pareva lavora- 1579, completava infatti, sulla parete
ditizia: il commercio di legname dai re più per altri che per la patria. al di sopra degli scranni, il suo Para-
boschi del Cadore fino a Venezia. Il Nel 1548, Carlo V invitò il pittore diso, il dipinto a olio più grande del
genere preferito di Tiziano era il ri- alla dieta di Augusta. In quell’occa- mondo, di una grandiosità e ricchezza
tratto, inizialmente ieratico, poi sempre sione, Tiziano realizzò il famosissimo di dettagli seconde solo agli affreschi
più pomposo, a seconda dei personaggi ritratto equestre dell’imperatore, quel della Cappella Sistina di Michelangelo.
raffigurati. I suoi quadri erano richie- Carlo V a Mühlberg che ha consegna- Nella stessa sala del Maggior Con-
stissimi anche dalle altre grandi casate to ai posteri l’immagine del barbuto siglio, nel 1583, fu completata un’alle-
italiane, come dimostra il ritratto del Asburgo in armatura e in sella al suo gorica Apoteosi di Venezia che recava
marchese di Mantova Federico Gonza- destriero, mentre si accinge a guidare invece la firma di un concorrente, Pao-
ga, nel 1525. Nonostante il dolore per le truppe nell’omonima battaglia. Nello lo Caliari, detto il Veronese. All’inter-
la prematura scomparsa della moglie stesso periodo, l’assenza di Tiziano no dell’enorme ovale al centro del sof-
Cecilia Soldani, che gli lasciò tre da Venezia permise a un suo giovane fitto della sala, il pittore rappresentò la
bambini da crescere, per il Vecellio fu concorrente di farsi strada. Si trattava Serenissima come una regina assisa in
un periodo di crescenti fasti. Grazie di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, trono e incoronata da un angelo alato.
all’amicizia di Pietro Aretino, nonché per il mestiere di tintore di seta eser- Erano passati pochi anni dalla vittoria
del marchese di Mantova, nel 1530 gli citato dal padre. La sua prima com- di Lepanto e, in quei fulgidi colori,
fu presentato a Bologna l’imperatore missione importante, nel 1541, furono Venezia si vedeva eternamente forte e
austro-spagnolo Carlo V d’Asburgo, le 16 raffigurazioni mitologiche delle gagliarda. Veronese morì invece poco
l’uomo più potente d’Europa, che gli Metamorfosi di Ovidio per la residenza dopo, il 19 aprile 1588, precedendo di
commissionò subito un ritratto seguito, del banchiere Vettore Pisani. Le for- sei anni il più anziano Tintoretto. ¿

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LEULTIME LOTTE
CONTRO I TURCHI
Dopo le ultime glorie del generale
da mar Francesco Morosini,
Venezia dovette fare i conti
con il tramonto del suo astro
nel Mediterraneo orientale
~

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A
rchiviato il trionfo aumento dei salari che rese sempre la marina mercantile veneta, si con- Palazzo Ducale
di Lepanto, una più onerose le costruzioni navali in sentì agli armatori di acquistare navi avviluppato dalle
serie di circostanze patria, arrivando tra la fine del XVI di fabbricazione straniera, sebbene fiamme in un dipinto
sfavorevoli segnò e l’inizio del XVII secolo quasi alla tale misura costituisse un ulteriore dell’olandese Matthias
Stom (1677 ca.). Nella
l’inizio di una lunga paralisi dell’Arsenale e dei cantie- colpo per i cantieri nazionali. pagina a fronte, il doge
decadenza, sebbene ri privati. Inoltre, dopo la scoperta Nel 1602 i senatori del Maggior e capitano generale da
ancora illuminata dell’America il baricentro dell’eco- Consiglio lamentavano in un rappor- mar Francesco Morosini
qua e là da alterne fasi di riscossa. nomia europea ormai si stava spo- to ufficiale: «Stranieri provenienti da combatte contro
Già nel 1576 s’abbatté su Venezia il stando sempre più verso l’Atlantico, paesi lontani sono diventati padroni i Turchi in una tela
tremendo flagello della peste, che su mentre il Mediterraneo diventava di tutto il commercio marittimo. celebrativa esposta
190 mila abitanti ne uccise un terzo via via più marginale. Gran parte Gli inglesi in particolare, dopo aver al Museo Correr
in un paio d’anni appena. Come se del commercio cominciò comunque, scacciato i nostri uomini dalle rot- di Venezia.
non bastasse, un cattivo presagio fu anche nel “Mare Nostrum”, a essere te occidentali, navigano oggi nelle
l’incendio che il 20 dicembre 1577 esercitato da navi inglesi e olandesi acque del Levante, recandosi nelle
devastò Palazzo Ducale. Ai danni che offrivano noli più economici, isole e nei porti dei nostri domini».
pose presto rimedio l’architetto Anto- facendo sì che le flotte veneziane Tempestivamente si cercò di porre ri-
nio Da Ponte, che riuscì a far valere restassero spesso a bocca asciutta. medio, proibendo alle navi dei paesi
la sua proposta, battendo il rivale Fra gli armatori privati che chiesero atlantici di esercitare fra Venezia e
Andrea Palladio. Se però ricostruire l’aiuto statale ci fu Bernardino Se- l’Oriente. Nel 1605 i grandi mercan-
un palazzo era tutto sommato sempli- bastian Rosso, che nel 1589 lamentò tili veneziani erano 26, dunque in
ce, non così lo era far tornare a pieno che l’ultima sua nave era rimasta ripresa, ma metà erano stati comprati
regime il complesso sistema economi- invenduta per tre anni. Il governo all’estero. Fra le poche eccezioni alla
co e politico della repubblica. gli concesse privilegi ma non servì a decadenza delle costruzioni navali ci
molto. Attorno al 1590 la flotta mi- fu uno dei primi tentativi di allinear-
La crisi navale litare era diminuita a 95 galee, ma si ai progressi delle flotte straniere,
La carenza di manodopera, anche molto peggio stava quella mercantile, varando nel 1608 non più una galea,
specializzata, causata dalla pestilen- ridotta ad appena 12 navi di grossa ma un grosso galeone da 240 tonnel-
za innescò negli anni seguenti un stazza. Così, per non far estinguere late con 76 cannoni. La nave doveva A
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Le ultime lotte contro i Turchi

L’interdetto e
la crisi con il papa
A
nni prima erano stati ferrei alleati contro i Turchi, ma
Venezia e il Papato vennero ai ferri corti nel 1605 a
causa dell’arresto in territorio veneziano di due sacer-
doti accusati di reati per cui il pontefice Paolo V pretendeva di
avere esclusiva giurisdizione. Ciò si abbinava all’entrata in vigo-
re nella Serenissima di una legge che poneva grossi limiti alla
proprietà fondiaria ecclesiastica, al fine di arginare un flusso di
denaro che, sottoforma di rendite agricole, sarebbe uscito dai
confini dello Stato veneto per prendere la via di Roma. Inoltre,
il nuovo doge Leonardo Donà, eletto il 10 gennaio 1606, si
mostrò ancor più intransigente verso le intromissioni del Vati-
cano nella politica e nel sistema giudiziario degli altri Stati.
Il Papa reagì emanando il 17 aprile 1606 l’interdetto, ovvero
una bolla che di fatto vietava ai sacerdoti di esercitare le fun-
zioni religiose sul territorio della Repubblica di Venezia. I Vene-
ziani ribatterono efficacemente facendosi difendere dall’eru-
dito frate Paolo Sarpi, uno dei più noti pensatori dell’epoca,
il quale dimostrò che le pretese di Paolo V erano eccessive. costare 20 mila ducati, ma finì col sforzo immenso. Fra i tanti episodi,
La crisi si risolse poi grazie alla mediazione del re di Francia richiedere un esborso di 43 mila e si la battaglia navale di Focea, la sera
Enrico IV (nel ritratto sotto), mediante la quale nel 1607 i due dimostrò troppo lenta ed elefantiaca, del 12 maggio 1649, fu una notevole
preti arrestati vennero consegnati all’ambasciatore francese, il chiudendo inoltre mestamente la sua vittoria per la Serenissima. In tale
quale li “rigirò” allo Stato Pontificio. Ma Sarpi dovette vivere a breve carriera nel 1615, affondata occasione una squadra veneziana
Venezia sotto protezione, dato che tre sicari, secondo lui man- presso Cipro per l’esplosione della comandata dal capitano Jacopo Da
dati dalla curia romana, avevano tentato di ucciderlo. propria santabarbara. Riva fece carneficina di musulmani,
attaccando di sorpresa con sole 19 fra
Morire per Candia galee e galeazze una grossa squadra
L’indebolirsi della potenza vene- turca di ben 72 galee, 10 galeazze e
ziana incoraggiò gli storici nemici 11 vascelli di linea, colta mentre era
turchi all’offensiva. Nel 1645 gli ot- agli ormeggi nella baia del porto di
tomani attaccarono sul fronte di terra Focea. Da Riva ordinò di assalire il
in Dalmazia e sbarcarono a Creta, nemico col maggior impeto possibi-
dove subito presero La Canea. Il re- le per mezzo dell’artiglieria, in cui
sto dell’isola, però, fu più ostico da comunque i cristiani erano superiori.
conquistare, poiché Venezia profuse Così il suo resoconto:
nella difesa delle sue piazzeforti uno «Per due conti-

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Candia nell’atlante
di Van Der Hagen
(1682): Veneziani e
Turchi si contesero il
controllo dell’isola per
oltre vent’anni, con
spaventose perdite
umane e materiali. Sotto,
il busto di Francesco
Morosini conservato al
Museo Correr, opera di
Filippo Parodi (1687 ca.).
Nella pagina a fronte, il
suo libro di preghiere,
che ne celava la pistola.

sfidarono ancora la flotta turca ai


Dardanelli e furono a un passo dal
forzare lo stretto per spingersi a
“si decanta molte migliaia devastare Istanbul, ma l’azione fu
di genti et morti di fame compromessa dalla tragica morte
del capitano generale da mar Laz-
et disaggi, che erano ridotti zaro Mocenigo, che nel pieno della
al biscotto et all’acqua e senza battaglia ebbe la testa spaccata da A
paglia per potersi coricare.”
Dispaccio da Candia, 3 luglio 1645

nue hore non si ha sentito altro che vata, ma effimera, superiorità navale
canonate, e moschettate da una parte, del leone di San Marco, che non fu
e l’altra che pareva venisse giù il risolutiva. I Veneziani si spinsero
mondo con urli e strepiti grandissimi fino allo stretto dei Dardanelli, nel
che facevano i Turchi, e noi bersa- cuore dell’Impero Ottomano, per
gliando sempre le galere con chiodi, cercare di imporre un blocco navale,
cadene, con sacchetti di balle, si a costo di sfidare anche peculiarità
faceva strage grandissima di gente, locali che aumentavano le difficoltà,
dove cominciorono le galere a voltar come il fatto che i venti prevalenti
le poppe, e fuggirsene in terra. E noi soffiassero da Nord e che la corrente
sempre combattendo con tanta furia marina più forte era quella in uscita
dando sempre in quelle galere, gale- dal Mar Nero, il che tendeva a far
azze e vascelli ne disfacessimo molte allontanare le navi veneziane verso
butando anco giù un gran pezzo di il centro dell’Egeo. Proprio in quelle
muraglia della fortezza, qual si mise acque antistanti le rive nemiche, il
in obbedienza e non sparò più». La 26 agosto 1656 il comandante Lo-
squadra ottomana era stata annienta- renzo Marcello inflisse una dura
ta, come il capitano affermava trion- batosta alla flotta turca, a prezzo
fante: «La strage che si ha fatto dei della propria vita. Meno di un
nemici è stata grande, perché tutti anno dopo, fra il 17 e il 19 lu-
affermano che sieno morti almeno glio 1657, le galee veneziane
6000 persone, fracassate, e disfatta
tutta l’armata e delli undici vascelli
non sieno restati che uno».
La lunga guerra di Candia, in cui
i Turchi assediarono la principale
fortezza cretese dei Veneziani per un
ventennio, fu segnata da una ritro-

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Le ultime lotte contro i Turchi

1649: Veneziani e un pennone della sua stessa Anche il tentativo, nel 1667, di ag-
Olandesi combattono nave, cadutogli addosso dopo giornare la produzione dell’Arsenale
insieme contro la flotta che era stato tranciato da una varando il primo vascello di linea
turca nella battaglia cannonata ottomana. Circa due ispirato ai modelli inglesi, il Giove
di Focea, durante secoli e mezzo dopo, Gabriele Fulminante, non fu sufficiente: dati
la Guerra di
Creta (Abraham
D’Annunzio avrebbe così poetato i bassi fondali della laguna, questo
Beerstraaten, 1656). sulla fine di Mocenigo: «Su la primo vascello, come altri che segui-
stessa galea che vide volgere le rono, dovette essere fabbricato con
prore/ e arzare a terra Mehmet una chiglia più appiattita rispetto
codardo/ viene dai Dardanelli il ai vascelli oceanici, risultando così
vincitore/ Lazzaro Mocenigo. E instabile. Inutile si rivelò poi un in-
lo stendardo/ del calcese, che gli tervento francese in aiuto ai Venezia-
spezzò con l’asta/ il cranio, or cro- ni, nonché l’afflusso di volontari da
scia al maestral gagliardo». tutta Europa infervorati dalla storica
Sull’isola di Creta, i Turchi non causa della resistenza della Cristia-
mollavano l’assedio di Candia. A nità contro l’Islam. Era impossibile
nulla valse nel 1666 un’offensiva intercettare tutti i convogli navali
diversiva veneziana su La Canea. che rifornivano le truppe turche ben

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La guerra degli uscocchi
A
ll’inizio del XVII secolo, l’Adriatico era in balia
delle incursioni piratesche compiute dagli
uscocchi, una popolazione di profughi slavi
provenienti dalle terre balcaniche sottomesse all’Im-
pero Ottomano, che si era stabilita a Segna, sulla
costa dalmata. I Veneziani cominciarono a combat-
terli, specialmente dopo che nel 1613 i pirati ebbero
arrembato la galea del comandante Cristoforo
Venier, massacrando l’equipaggio e lo stesso Venier,
che subì la decapitazione e l’asportazione del cuore,
mangiato dagli uscocchi. Il problema del debellarli
era complicato dal fatto che l’Austria si levava a loro
protettrice, utilizzandoli come truppe di frontiera.
Fu così che quando nel 1615 la flotta di San Marco e inglesi, gli austriaci contarono sul soccorso di una
attaccò Segna, in ritorsione al saccheggio uscocco di squadra navale del Regno di Napoli, battuta nel 1617
Monfalcone, intervennero anche truppe austriache. dalla Serenissima. Infine, fu stipulata una pace che
Ne scaturì una guerra fra Venezia e l’Austria che fu impegnò gli austriaci a far sgomberare gli uscocchi
detta anche “guerra di Gradisca”, poiché uno degli dalle coste adriatiche e farli emigrare nell’entroterra.
eventi centrali fu l’attacco veneziano alla fortezza di Nella parte alta dell’immagine, navi uscocche
Gradisca. Se la repubblica venne aiutata da olandesi inseguite e cannoneggiate da una galea veneziana.

si coniò il modo di dire «esser in ucciso nei combattimenti attorno a Moneta d’argento del
Candia», o «esser incandìo», come Nauplia. La pace di Carlowitz del 1687, che commemora
sinonimo di «essere in bolletta».
La 1699 mise fine al conflitto e sancì i successi di Francesco
rivincita della Serenissima, e quella per Venezia il rientro in possesso Morosini sui Turchi
personale di Morosini, vennero però della Morea, ovvero il Peloponneso. rappresentandone
i domini. Nella pagina
preannunciate dalla disfatta subi- Questo ultimo scorcio di impero a fronte, il documento
ta dall’Impero Ottomano nel 1683 marittimo era però illusorio. Già nel originale del trattato di
sotto le mura di Vienna. Segno che 1714 i Turchi riaprirono un’ultima pace di Carlowitz (26
la marea islamica, che da secoli mi- volta le ostilità per riprendersi la gennaio 1699), che pose
nacciava l’Europa, entrava in fase Morea, e ci riuscirono approfittando fine a quasi quindici
di riflusso. Venezia ne approfittò del fatto che le piazzeforti venezia- anni di guerre tra la
per allearsi con Austria, Polonia, ne in terra greca non erano più ben Lega Santa e l’Impero
Stato Pontificio e Russia, attaccando difese come in passato, anche per i Ottomano.
gli ottomani sul fronte mediter- costi crescenti di un impegno
raneo. Dal 1685 Morosini, strategico ormai spropor-
alla testa della flotta, zionato. Caddero Corin-
riconquistò le po- to, Nauplia, Corone;
sizioni veneziane e poi a Creta le
in Grecia, pren- ultime fortezze
dendo Corone, di Spinalonga e
Patrasso, Co- Suda. La flotta,
attestate a Creta. Viceversa, nella for- rinto e infine comandata dal
tezza di Candia restavano ai Venezia- espugnando troppo pru-
ni solo 3.600 soldati efficienti. Atene il 29 dente Daniele
settembre Dolfin, inter-
La gloria di Morosini 1687, dopo che venne male e
Il nuovo capitano generale da mar, una cannonata in ritardo. Resi-
Francesco Morosini, decise così di veneziana aveva stette bene Cor-
trattare la resa, stipulata il 6 settem- fatto saltare in fù, anche perché
bre 1669. Ottenne di potersi ritirare aria il Partenone, dal 1716 l’Austria
con l’onore delle armi, lasciando tramutato in pol- era scesa in cam-
ai Turchi Candia e praticamente veriera dai Turchi. Il po ad aiutare Venezia,
l’intera Creta, salvo le basi costiere Maggior Consiglio premiò impegnando gli ottomani
di Spinalonga e Suda. La guerra di il comandante eleggendolo nuo- sul continente. Ma con la pace
Candia, durata in totale 24 anni, era vo doge il 3 aprile 1688 e facendolo di Passarowitz del 21 luglio 1718
costata a Venezia 100 mila morti e passare alla Storia come l’ultimo do- Venezia dovette comunque accettare
una spesa pazzesca di 150 milioni di ge che fosse anche comandante della il fatto compiuto della perdita della
ducati. Fu una bancarotta, tanto che flotta. Morosini continuò a combat- Morea, e il declino della sua secola-
nel gergo che risuonava fra le calli tere finché, il 6 gennaio 1694, venne re egemonia nel Mediterraneo. ¿

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CAPITALE
DELLO
SPIONAGGIO
Uno dei fiori
all’occhiello
della Serenissima
fu sempre il sistema
spionistico, con ri segreti, arte in cui i Veneziani erano
veri maestri. Nel 1498, per esempio,
la sua efficiente l’ambasciatore in Inghilterra, Andrea
Trevisan, rimarcava come Londra fos-
rete di informatori
~
se accessibile a una flotta proveniente
dal mare: «Londonia è situata sopra il
fiume Tamisa. Fino alla città ven-
gono navi di cento botti e apresso
a Londra a 5 miglia viene ogni
gran nave». A livello stra-

F
tegico, era importante
Busto di un bailo della ra le culle dello sapere che Londra po-
Repubblica di San Marco spionaggio e con- teva essere attaccata
(forse Giovanni Emo), trospionaggio ci da una flotta risalita
opera dello scultore fu proprio la attraverso il Tamigi.
veneziano Antonio Gai Repubblica di Il 20 settembre
(1730 ca.). San Marco. 1539, il Consiglio
Stando dei Dieci istituì gli
allo storico Paolo Preto, Inquisitori di Stato,
autore di una magistrale capi dei servizi di
ricerca sullo spionag- spionaggio e contro-
gio veneziano, nel 1437 spionaggio. Poco dopo
agenti della Serenissima scoppiò uno scandalo. Fu nel
arrestarono a Scutari la 1540, quando il bailo Alvise
prima spia turca, tale Ta- Badoer, costretto a stipulare con
nusin Doucaine. Dopo averlo il sultano Solimano una pace ar-
torturato, lo trasferirono a Venezia, rendevole, denunciò che tre segretari
liberandolo poi per insufficienza di del Consiglio dei Dieci, tali Agostino
prove. Fra i tanti agenti ottomani, il Abbondio e Costantino e Niccolò
greco Costantino Caloianni fu bloccato Cavazza, informavano i Turchi dei
nel 1474 mentre teneva d’occhio l’Ar- segreti diplomatici mediante messaggi
senale. Nei Paesi con cui intratteneva inoltrati a Istanbul con la complicità
commerci, inoltre, Venezia impiantava dell’ambasciatore francese a Venezia,
una rete di informatori facente capo ai vescovo François Pellicier. Costantino
“baili”, i suoi ambasciatori che spedi- Cavazza riuscì a fuggire nello Stato
vano in patria regolari rapporti, detti Pontificio, ma Niccolò e Abbondio
“riferte”, anche facendo ricorso a cifra- vennero acciuffati e impiccati nel

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1542. Il clima di sospetto alimentato che l’ambasciatore spagnolo, marchese Un altro agente del controspionaggio,
da simili eventi portò alla creazione Alonso di Bedmar, stesse complottando Antonio Giustinian, prese a pedinare La Sala del Collegio di
delle “bocche di leone”, mascheroni ai danni della Repubblica. Gli misero il diplomatico spagnolo, e così riferiva Palazzo Ducale in un
distribuiti in vari luoghi della città alle costole una spia, il bergamasco in un rapporto del 22 luglio 1617: «Di- dipinto di Francesco
in cui si potevano imbucare denunce Alessandro Grancino, ben infiltrato ligentissimo ministro de iniquissimo Guardi (1775-1780): qui
anonime su spie al soldo straniero. nella cerchia di Bedmar. principe tutta notte va volteggiando si riunivano i Savi per
leggere i dispacci inviati
Nel 1603 divenne in gondola a questa e dagli ambasciatori. A
nuovo ambasciatore quell’altra casa, ove tie- sinistra, una “bocca di
inglese a Venezia la ne pratica corrompendo leone”, dove chiunque
spia Sir Henry Wot- con denari fino quelli poteva imbucare
ton, che ebbe a dire: che tengono li primi denunce anonime ai
«Un ambasciatore luoghi nel governo». Fu danni di spie e traditori
è un uomo onesto a poco a poco scoperto della Serenissima.
mandato all’estero a un piano diabolico, noto
mentire per il bene poi come “la congiura
del suo Paese». Egli di Bedmar”, che preve-
stese una fitta rete di deva la consegna della
spie, facendo il dop- fortezza di Crema all’e-
pio gioco. sercito iberico grazie al
traditore Pietro Berardo,
Un piano diabolico nonché una serie di
Wotton pagava fun- ammutinamenti nella
zionari veneti per Marina per indebolire
carpire dettagli sulla Venezia affinché potesse
preparazione militare essere attaccata e sog-
di Venezia nell’entro- giogata dalla Spagna.
terra padano, che poi Gli arresti delle decine
riferiva per denaro di traditori pagati dagli
al Ducato di Savoia. spagnoli scattarono fra il
Contemporaneamente, 12 e il 25 maggio 1618.
passava alla Serenis- L’ambasciatore non po-
sima le soffiate che teva essere toccato e fu
aveva raccolto sulle richiamato a Madrid,
trame dei gesuiti e ma i suoi complici ven-
del Vaticano. Nel nero condannati a im-
1612 gli inquisitori piccagione, strangolamen-
iniziarono a temere to o annegamento. ¿

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QUEI GENI
DELLA LAGUNA
Le vite straordinarie
di Tiepolo, Goldoni e Casanova
nella Venezia del Settecento
~

Battista, Tiepolo padre nacque il 5

I TIEPOLO marzo 1696 da una famiglia di mer-


canti che cadde presto in disgrazia,
ma fin da ragazzo trovò la sua strada
la freschezza dei colori nell’arte andando a bottega dal ma-
estro Giorgio Lazzarini, apprezzato

G
li ultimi decenni della Sere- e propria “dinastia del pennello”, pittore di opere di argomento storico.
nissima indipendente furono inaugurata da Giovanni Battista e Tiepolo si fece le ossa con affreschi
rischiarati (letteralmente) proseguita dai due tra i suoi figli a tema religioso, ancora influenzati
dalle opere di pittori che che scelsero di seguirne le orme: dai pesanti chiaroscuri dell’età baroc-
rinnovarono i fasti del Cinquecento. Giandomenico e Lorenzo. Meglio ca, ma già alla ricerca di maggiore
Fra questi spiccavano i Tiepolo, vera noto come Giambattista o Zuan chiarezza e ariosità. Nel 1717 entrò a

90
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far parte della Fraglia dei pittori, una dell’Iliade di Omero e dell’Eneide di a Madrid, il 27 marzo 1770 e i figli Il banchetto di
sorta di corporazione veneziana del Virgilio, ma anche della Gerusalemme ne proseguirono l’opera creando altri Cleopatra e Antonio di
mestiere, e proprio in questo ambiente liberata di Torquato Tasso. Accanto a capolavori, ma ebbero destini diversi. Giambattista Tiepolo
trovò moglie, sposando nel 1719 Ceci- lui, Giandomenico lavorò nella stessa Lorenzo decise di rimanere in Spagna (1746-1747, Palazzo
lia Guardi, sorella dei pittori France- villa a temi esotici, come La passeg- anche dopo la morte del padre ma, pur Labia, Venezia). Nella
pagina a fronte, una
sco e Giovanni Antonio. giata del mandarino, di ispirazione essendo più giovane del fratello, morì veduta dell’ingresso del
Fra i suoi primi lavori si ricordano cinese. Nel 1762, il re di Spagna Carlo nella capitale spagnola già nel 1776, Canal Grande a opera di
gli affreschi commissionatigli dall’av- III convocò a Madrid Tiepolo e figli appena quarantenne. Giandomenico Canaletto (1725-1730).
vocato Tommaso Sandi per l’omonimo per la decorazione del suo palazzo e ritornò invece nella Repubblica di Ve-
palazzo veneziano, che nel 1724 segna- i tre risposero prontamente alla chia- nezia, dove continuò a dipingere. Visse
rono la decisa virata verso i toni chia- mata, riempiendo la terra iberica di abbastanza a lungo da assistere all’in-
ri, celesti e luminosi che da allora gli
sarebbero sempre stati propri. Chia-
nuove opere. Giambattista morì proprio vasione dei francesi, morendo nel 1804. A
mato a Udine, fra il 1726 e il 1728
affrescò il Duomo, con quegli angeli
così ben delineati nel gioco di luci da
sembrare in rilievo. Fu poi la volta
del vicino palazzo arcivescovile, ca-
ratterizzato dalle sue mistiche visioni
bibliche, fra cui Sara e l’Angelo, con
la struggente rivelazione alla moglie di
Abramo di una gravidanza ormai in-
sperata, destinata a generare Isacco.
Negli anni successivi Tiepolo si fe-
ce conoscere anche a Milano con gli
affreschi di Palazzo Archinto, distrutti
due secoli dopo, nella Seconda guerra
mondiale, dai bombardamenti inglesi.
Nel suo peregrinare tra Veneto e Lom-
bardia, l’artista perfezionava le sue
tecniche, come l’accostamento di una
serie di tonalità chiare per dare mag-
giore luminosità a quadri e affreschi:
un dettaglio non da poco in un’epoca
in cui l’illuminazione degli interni era
ancora affidata all’incerta luce delle
candele. In seguito, Tiepolo sviluppò
una particolare sensibilità per i pae-
saggi, rendendoli spesso i veri protago-
nisti delle scene a carattere mitologico.
Fra i patrizi veneziani che si contesero
le sue magistrali pennellate spiccano i
Barbarigo, i Barbaro e i Sagredo, sen-
za contare, di nuovo a Milano, i nobili
proprietari di Palazzo Clerici, che lo
vollero per affrescarne i soffitti. Certa-
mente, una delle tappe più importanti
del suo percorso artistico fu la consa-
crazione a livello internazionale suc-
cessiva al 1750, quando fu chiamato
in Germania, a Würzburg, dal principe
vescovo Karl Philipp von Greiffenklau
per abbellire il suo maniero.
Nella trasferta tedesca Tiepolo fu
accompagnato dai figli Giandomenico,
nato nel 1727, e Lorenzo, classe 1736,
che nonostante la giovane età avevano
già appreso dal padre tutti i segreti
dei suoi cieli azzurri solcati di nuvole.
Rientrati a Venezia nell’autunno del
1753, i Tiepolo divennero sempre più
popolari. Fra i lavori della fase matura
del “Zuan Battista” si segnalano, nel
1757, gli affreschi della Villa Valma-
rana di Vicenza, prevalentemente a
carattere epico-mitologico, con le storie

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Quei geni della Laguna

la volontà del padre, stimato medico.

CARLO GOLDONI
La commedia dell’arte Goldoni nacque a Venezia il 25
(1755 ca.) del pittore febbraio 1707, nel Palazzo Centani del
boemo Norbert Grund, rione San Tomà, oggi sede del museo
con alcune delle
maschere tipiche del
un avvocato sul palcoscenico a lui dedicato. Mentre papà Giulio
esercitava la sua professione a Roma,

Q
teatro di Goldoni. A

«
destra, il monumento uanti arrivano a que- il piccolo Carlo crebbe nella città
eretto in suo onore sul sta locanda, tutti di me lagunare con la madre Margherita
campo San Bartolomio, a s’innamorano, tutti mi Salvioni e già a 9 anni fu affascinato
pochi passi da Rialto. fanno i cascamorti. E dalla lettura delle opere teatrali dello
questo signor cavaliere, rustico come scrittore seicentesco Giacinto Cicogni-
un orso, mi tratta sì bruscamente? ni, morto nel 1651, tanto da abboz-
Questi è il primo forestiere capitato zare, per diletto, la sua prima com-
nella mia locanda, il quale non abbia media. Quando il padre si spostò a
avuto piacere di trattare con me. Di- Perugia, il giovane Carlo lo raggiunse
sprezzarmi così, è una cosa che mi e fu mandato a Rimini a studiare Fi-
muove la bile terribilmente. È nemico losofia. Nel 1721, però, sapendo che
delle donne? Non le può vedere? Po- la madre si era trasferita a Chioggia,
vero pazzo! Non avrà ancora trovato si aggregò a una compagnia di comici
quella che sappia fare. Ma la troverà. in partenza per quella città. Voleva
La troverà. E chi sa che non l’abbia fare l’attore di teatro, ma i genitori
trovata? Con questi per l’appunto mi la pensavano diversamente e, nel
ci metto di picca». Dalle parole di 1722, lo iscrissero a Giurisprudenza
Mirandolina, che per orgoglio e sfi- all’Università di Pavia. Nel 1728, non
da si mette a circuire l’unico uomo era ancora laureato quando iniziò a
che non la corteggia apertamente, il lavorare come assistente alle cancel-
cavaliere di Ripafratta, traspare tutta lerie di Chioggia e poi di Feltre. Non
la finezza psicologica che Carlo Gol- aveva mai abbandonato la passione
doni, il commediografo veneziano per per il teatro e, nel 1730, scrisse due
eccellenza, ha saputo esprimere nel “intermezzi”, Il buon padre e La can-
1753 scrivendo La Locandiera, uno tatrice: si trattava ancora di iniziative
dei suoi capolavori immortali. E pen- non professionali, composte mentre si
sare che avrebbe potuto fare carriera laureava finalmente in Legge all’Uni-
come avvocato, se avesse assecondato versità di Padova. Si capiva lontano

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un miglio che il mestiere di avvo- Senza dubbio lo straordinario Il Teatro Carlo Goldoni,
cato non lo appassionava e, a parti- successo di Goldoni fu dovuto alla che nel Settecento si
re dal 1734, decise definitivamente sua spiccata sensibilità nella rap- chiamava Vendramin:
di dedicarsi al teatro. In quell’anno, presentazione di vizi e virtù, con inaugurato nel 1622, è
a Verona, conobbe il capocomico cui era venuto a contatto grazie il più antico di Venezia
ancora in attività. A
Giuseppe Imer, facendosi scritturare al suo continuo girovagare e alle sinistra, il frontespizio
dalla sua compagnia come “poeta esperienze di avvocato che, fin da della prima edizione
drammatico” e lavorando prevalen- giovane, gli avevano permesso di fiorentina delle opere
temente presso il teatro veneziano osservare da una prospettiva par- del commediografo,
di San Samuele, di proprietà del ticolare le vicende della variega- stampata nel 1753.
nobile Michele Grimani. All’epoca ta umanità settecentesca.
della commedia dell’arte, le ope- Nell’aprile del 1762, stanco
re si basavano su un canovaccio e delle polemiche sollevate contro
non avevano un copione preciso. Fu di lui da gran parte della critica
proprio Goldoni a riformare il teatro veneziana, il commediografo
comico, realizzando, nel 1738, la pri- decise di accettare un’offerta
ma commedia in cui la parte del pro- d’ingaggio da parte di una com-
tagonista era scritta, ovvero Momolo pagnia di Parigi specializzata nella
cortesan, dal titolo alternativo L’uomo per la compagnia Medebach del Te- commedia dell’arte italiana, che lo
di mondo. Nel 1743 fu la volta della atro Sant’Angelo. Dopo aver scritto portò a trascorrere l’ultimo trentennio
Donna di garbo, che fu la prima com- opere come La putta onorata o La della sua vita in Francia. A fronte di
media interamente scritta, per tutte le vedova scaltra, nella grande annata un successo inferiore alle aspettative,
parti recitate, comprimari compresi. 1750-1751 scrisse ben 16 commedie, Goldoni dovette arrotondare lo stipen-
Questi primi successi coincisero tra cui Il bugiardo, Il giocatore e I dio insegnando l’italiano alle figlie di
però, per Goldoni, con problemi fi- pettegolezzi delle donne. Nel 1753, La Luigi XV, che dal 1769 gli riconobbe
nanziari, che lo costrinsero a fuggire locandiera fu una delle ultime fatiche una pensione regia. Nel 1784 iniziò a
dalla Serenissima braccato dai credi- per la compagnia Medebach, prima di scrivere le sue Memorie; la sua vec-
tori. Fino al 1748, il commediografo passare al Teatro San Luca, per cui chiaia fu sconvolta dalla Rivoluzione
visse prevalentemente in Toscana, compose due famosissime commedie francese, che portò all’abolizione delle
dove si guadagnò da vivere soprattut- in lingua veneta: I rusteghi, nel 1760, pensioni elargite dalla casa reale. Il
to con la professione di avvocato. Ma e Le baruffe chiozzotte, nel 1762, grande commediografo veneziano,
era un’eclisse provvisoria. Quando spassoso affresco della comunità di ormai anziano e in miseria, morì il 6
tornò a Venezia, a partire dalla metà pescatori di Chioggia e delle loro febbraio 1793, sullo sfondo di una Pa-
del XVIII secolo, iniziò a lavorare beghe con le rispettive mogli. rigi insanguinata dalle ghigliottine. A
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Quei geni della Laguna

Giacomo Casanova in
un ritratto attribuito al
tedesco Anton Raphael GIACOMO CASANOVA cena, come annotò nelle sue memorie:
«Nonostante tutta l’intelligenza dei
francesi, Parigi è e sarà sempre una
Mengs nel 1760. A
destra, Il ridotto (1720-
avventuriero per professione città in cui fanno fortuna gli imposto-
ri». Tornato di nuovo a Venezia nel

L
1790) di Pietro Longhi:
l’avventuriero veneziano a notte del 1° novembre 1756, viaggio per l’Europa con la loro com- 1753, aprì una bisca, seducendo nobil-
era un assiduo un’ombra sgattaiolava fuori dal pagnia teatrale, Giacomo fu cresciuto donne e suore. L’inquisitore Antonio
frequentatore di case carcere dei Piombi, la più fa- dalla nonna Marzia e studiò da chie- Condulmer, allora, iniziò a farlo sor-
da gioco e di piacere. mosa prigione di Venezia, per rico, ma a vent’anni gettò la veste alle vegliare da Giambattista Manuzzi, che
dileguarsi fra le calli. Era il trentunen- ortiche e prese a girare il mondo. gli si mise alle costole fingendosi suo
ne Giacomo Casanova, quintessenza Dopo una breve esperienza come as- amico. I rapporti di Manuzzi alla po-
del gentiluomo settecentesco, che nella sistente dell’ambasciatore veneziano a lizia inchiodavano Casanova: «Con le
vita fu avventuriero, amatore, agente Costantinopoli, nel 1746 bazzicava le sue imposture e chiacchiere inviluppa
segreto, massone e scrittore. Era stato bische di Corfù. Tornato in Italia, nel la gente in un totale libertinaggio ad
arrestato un anno prima come corrut- 1749 conobbe in un albergo di Cesena ogni genere di piacere». L’agente s’in-
tore di fanciulle e affiliato alla mas- la misteriosa Henriette, che fu forse trodusse infine in casa sua e scoprì i
soneria, ma la sua carriera partiva da uno dei suoi amori più intensi e dura- tipici abiti e cappucci massonici. Così,
lontano, dal teatro. Giacomo era nato il turi. I due vissero mesi di passione fra il 24 luglio 1755, l’avventuriero fu
2 aprile 1725, primogenito degli attori Parma, Milano e Ginevra, prima che arrestato e rinchiuso ai Piombi, dove
Gaetano Casanova, parmense, e Zaneta lei lo lasciasse per questioni familiari, sarebbe rimasto poco più di un anno,
Farusi, detta “la Buranella” perché ma non prima di avergli donato 500 grazie alla citata fuga, realizzata pas-
originaria di Burano. Già il luogo in luigi d’oro e avergli scritto una lettera sando dal soffitto della cella al tetto
cui venne alla luce parve segnarne il d’addio: «Sono io, mio unico amore, del palazzo. Riparato in Francia, fu
destino: la calle della Commedia (poi che ho dovuto abbandonarti, ma non agente segreto al soldo di Luigi XV.
detta Malipiero), nella contrada di San accrescere il tuo dolore pensando al Mai domo, vagò ancora per l’Eu-
Samuele, che un adagio veneto defini- mio». Casanova puntò allora su Lione, ropa e finì perfino in Polonia, dove
va così: «San Samuel contrada picola, dove si affiliò a una loggia massonica, nel 1766 fu coinvolto in un duello
gran bordel, sensa ponti, cative campa- e poi su Parigi. Qui, oltre a portarsi a alla pistola con il conte Francesco
ne, omeni bechi, done putane». letto la figlia del suo albergatore, tale Branicki, ferendolo e guadagnandosi
Poiché i genitori erano sempre in Mimi Quinson, campava di inviti a la sua stima. Per tornare a Vene-

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zia “ripulito” dalle
sue pendenze con la
Giustizia, nel 1772 si
offrì di spiare l’attività
del porto di Trieste,
concorrente sempre
più temibile della Se-
renissima. In questo
modo si guadagnò il
salvacondotto che,
il 3 settembre 1774,
gli permise di fare
ritorno nella sua
città natale.
Negli anni suc-
cessivi lavorò an-
cora come agente
segreto per il go-
verno veneziano,
mandando rapporti
a firma Antonio Parolini,
inerenti soprattutto la sorveglianza
di personaggi ecclesiastici, come il
console pontificio Agostino Del Bene
e l’abate Gian Carlo Grimani. Non si
rivelò, però, che una spia mediocre.
Casanova lasciò Venezia, stavolta
definitivamente, il 31 ottobre 1782, e
riprese le vie del mondo. Dopo una
serie di altre peripezie, passò gli ulti-
mi anni nell’amena Dux, in Boemia,
lavorando come bibliotecario presso il
conte di Waldstein, fratello massone.
Qui morì il 4 giugno 1798, per le
complicanze dell’idropisia. ¿

Una scena del film


Le avventure di
Casanova (1947), in
cui il grande seduttore
appare circondato
da uno stuolo di
corteggiatrici e amanti.
Sopra, una pagina
manoscritta delle
sue memorie, scritte
in lingua francese e
pubblicate postume,
intorno al 1825, in
una prima versione
censurata.

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MASCHERE
ED EROS
«C
Festa di Carnevale
nel particolare di un
he la piasa, che la
tasa, che la staga A partire A questo clima non fu estraneo
il Carnevale, che nella Serenissima
dipinto di Pietro Longhi
(1701-1785): molti
a casa», cioè «che
piaccia, taccia
dal Seicento, giunse a picchi mai eguagliati altrove.
Fin dal XIII secolo, il Carnevale vene-
personaggi indossano
la “bauta”, la maschera
e stia a casa», Venezia ziano durava sei settimane, da Santo

divenne la
per antonomasia del
così un proverbio Stefano al Mercoledì delle Ceneri, du-
Carnevale veneziano. veneziano nato rante le quali tutti, senza distinzione
La sua forma peculiare,
svasata verso il basso,
ai tempi della Serenissima dipingeva
l’ideale di donna rispettabile destinata capitale del di ceto, circolavano mascherati fra le
calli o in gondola, ma non di notte,
oltre a deformare la
voce, permette di bere
a sposare mercanti, patrizi e onesti
popolani. In verità, fin dal Medioevo, divertimento quando era proibito per evitare che
l’irriconoscibilità favorisse stupri, furti
e mangiare senza
doverla togliere,
a Venezia la morigeratezza di molte
famiglie conviveva fianco a fianco
e del vizio, in e omicidi. Poiché la maschera dava un
alibi perfetto per organizzare tresche,
continuando a celare
così la propria identità.
con il brulicare della prostituzione. E un turbinio già dal 1458 una legge vietò che du-

di feste, case
la licenziosità andò man mano aumen- rante il Carnevale ci si recasse entro
tando intrecciandosi con un generale chiese e monasteri, impedendo così
rilassamento dei costumi, specie dopo
il 1600, quando la città andò abban- da gioco che frati e suore ricevessero visite di
amanti, donne o uomini che fossero,
donando i sogni di gloria militare
e bordelli celati sotto falsi panni. Allo stesso

~
rinchiudendosi nel godimento privato modo, nel 1703 si vietò di entrare nel-
delle ricchezze già accumulate. le numerose sale del gioco d’azzardo

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Cortigiane divine
Sopra, la Danae (1570) del Tintoretto,
che rappresenta una cortigiana del Cinquecento
veneziano in tutta la sua sensuale e sontuosa nudità.
A denunciarne la scabrosa professione, le monete d’oro
e i vistosi gioielli. Qui accanto, un paio di chopine,
calzature dalla zeppa vertiginosa portate tanto dalle
dame quanto dalle donne di malaffare.

mascherati, altrimenti non si sarebbe D’altronde, la prostituzione era rigida- nel senso di “donnaccia” o “vecchia
saputo a chi far pagare i debiti. mente disciplinata dalla Repubblica, megera”. La massima diffusione della
La popolarità del Carnevale crebbe per esempio con l’obbligo per le mere- prostituzione a Venezia si raggiunse nel
ulteriormente dal 1580, quando, a se- trici di rendersi riconoscibili portando XVIII secolo, quando la città contava
guito del diffondersi dei primi teatri in berretti e calze di colore giallo. Inoltre, 120 casini, molti dei quali frequentati
città, si affermò la commedia dell’arte, vi erano quartieri espressamente dedi- insieme da mariti e mogli, in cerca di
che a Venezia ebbe come maschere cati al mestiere più antico del mondo: scabrosi giochi di gruppo. Nel 1720,
principali il bergamasco Arlecchino, come gli edifici della zona di San Cas- la legge intervenne contro un bordello
servitore di due padroni, e i veneziani siano, presso il cosiddetto Ponte delle gestito dal patrizio Alvise Contarini, in
“doc” Colombina, la procace servet- Tette, cosi chiamato perché le prostitu- cui avevano l’abitudine di recarsi cop-
ta di cui Arlecchino è innamorato, e te vi passeggiavano o vi ammiccavano pie di coniugi accompagnate da un se-
Pantalone, il ricco mercante, quasi uno dalle finestre, mostrando il seno nudo. condo uomo. Nel 1760, invece, fu aper-
Zio Paperone ante litteram, che insidia to un bordello riservato esclusivamente
Colombina. Anche in questo semplice La calle delle Carampane alla clientela femminile, di proprietà
canovaccio si nota come prevalessero Molte prostitute che esercitavano nei della moglie di un procuratore della
lussuria e gelosia. Alle prostitute, però, bordelli presso Rialto si spostarono Repubblica, tale Elena Priuli Venier.
era proibito esercitare la professione in nella calle delle Carampane, che pren- Sotto la patina di un illusorio paradiso
maschera, per evitare imbrogli e che de il nome dalla Ca’ Rampani, un an- del sesso, si consumava il dramma di
qualche moglie balorda fosse tentata di tico palazzo di proprietà della famiglia una Venezia ormai corrotta dallo sfar-
arrotondare così i conti di casa (sen- Rampani, appunto. Da lì, la parola “ca- zo, che attendeva solo di sottomettersi
za il consenso del marito, beninteso). rampana” entrò nel linguaggio comune, all’armata di Napoleone, nel 1797. ¿

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ARRIVA
NAPOLEONE

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G
Dopo anni
li ultimi decenni di Napoleone entra a
vita della Repubbli- Venezia il 29 novembre

di progressiva ca di Venezia furono


segnati da un clima
1807, attraverso un
monumentale arco di

decadenza, nel 1797 ancora fiorente nel


campo delle arti, ma
trionfo in cartapesta
(Giuseppe Borsato, 1771-

il Gran Consiglio decisamente stagnante


sotto l’aspetto commerciale e milita-
1849). Nel tondo, La
proclamazione

Abdicò, aprendo re. Cioè proprio laddove le bandiere


del porto franco di
Trieste di Cesare

la strada all’avvento
del Leone alato più avevano garrito Dell’Acqua (1855).
in precedenza. Vari fattori, intreccia-
di Bonaparte ti strettamente fra loro, contribuirono

~
ad avviare la crisi definitiva della
Repubblica, protrattasi per tutto il
XVIII secolo, finché gli occupanti
francesi nel 1797 poterono avere
buon gioco contro un avversario or-
mai troppo “ammorbidito”, sotto tutti
gli aspetti, non ultimo quello umano.
Un’economia fra luci e ombre
Già dal 1719 Venezia vide incrina-
to il suo primato nell’Adriatico, con
la proclamazione di Trieste “porto
franco” da parte dell’imperatore au-
striaco Carlo VI, il che ne fece de-
collare l’attività. La concorrenza del
porto asburgico si fece sempre più
pressante e minò alla base la funzio-
ne storica della città di San Marco
come intermediaria negli scambi fra
il Mediterraneo e il mondo germa-
nico e mitteleuropeo. Ad aggravare
la situazione ci fu il potenziamen-
to di Ancona da parte dello Stato
Pontificio e il fatto che molte zone
dello stesso Stato veneto, quelle più
addentrate nella Padania, comincias-
sero ormai a far arrivare molte merci
da porti occidentali come Genova
e Livorno, attraverso le vie di terra
dell’Appennino settentrionale, più
agevoli che nei secoli precedenti. Il
preoccupante quadro era così rias-
sunto nel rapporto ufficiale del 1733
firmato dai “Savi alla mercanzia”:
«Abbiamo molti porti nel Mediter-
raneo che danneggiano il nostro
commercio. Ancona ci ruba ancor,
oltre il residuo che ci restava,
le merci provenienti pur dal
Levante e dal Ponente,
quelle dell’Albania e
delle altre province
turche. Trieste qua-
si tutte le altre,
che ci derivano
dalla Germania
per via del fon-
tico (fondaco)
dei tedeschi».
Nonostante le
difficoltà, co-
munque, l’eco-
nomia veneziana
teneva duro. A
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Arriva Napoleone

A destra, l’ambasciatore Proprio il lungimirante patrizio ca, per non parlare della metallurgia
veneziano Andrea Nicolò Tron fu tra i pionieri della nel Bresciano, di cui il simbolo re-
Tron, ritratto da proto-industrializzazione veneta. Du- stava la manifattura armiera Beretta
Nazario Nazari rante l’esperienza di ambasciatore in e altre similari nella zona della Val
nel 1850 ca. Sotto, Inghilterra venne a conoscenza della Trompia. La manifattura era ormai
busto dell’ammiraglio
Angelo Emo, ultimo
nuova navetta volante inventata nel quasi solo esercitata in terraferma,
“capitanio da mar” 1733 per i telai britannici da John mentre nella città lagunare la pro-
della Serenissima. Kay. Era una delle primissime inno- duzione materiale sopravviveva in
vazioni tecniche preparatorie della nicchie come l’editoria, la vetreria
rivoluzione industriale, poiché velo- e i merletti. Sparite erano le bot-
cizzava enormemente la tessitura. La teghe laniere che avevano fatto la
navetta col filo della trama scorreva fortuna di intere generazioni passate.
avanti e indietro nell’ordito con un Lodevole eccezione fu l’apertura a
semplice meccanismo azionato rapi- Venezia, nel 1763, del grande capan-
damente dall’operaio tessile, che ora none tessile di Isacco Gentile, che
non doveva più far passare la tra- contava 1.000 dipendenti e 32 grossi
ma a mano. Tornato in patria, Tron telai, oltre a centinaia di filatoi. Fra
introdusse già nel 1739 la navetta altre interessanti iniziative, vi fu
di Kay in un suo opificio tessile di il primato veneziano nell’apertura
Schio, presso Vicenza. Ciò si inqua- della prima succursale di una ditta
drava in un generale consolidamento europea in un porto del Mar Rosso,
dell’industria tessile nei possedimen- per la precisione a Gedda, in Arabia
ti di terraferma, specie a Padova e (vicino a quella Mecca vietata agli
Bergamo, con telai a energia idrauli- “infedeli”), dove nel 1770 i fratelli

Marinai bistrattati,
decadenza inevitabile
N
el XVIII secolo quella che era stata la Napoli e il Granducato di Toscana, garantivano pur
potente flotta veneziana non reggeva più il sempre fra 30 e 40 lire. Venezia, che doveva tutto
confronto con l’eredità degli antenati. E ciò alla flotta, pagava meno di tutti gli altri i suoi equi-
a causa della perdita di status sociale, anche in paggi, a dispetto del sagace ammonimento di Emo:
termini di remunerazione, del personale navigante. «Il marinaio che esercita la professione la più dura,
Sembrava insomma che la gaudente repubblica azzardosa, logoratrice dell’umano individuo, deve
dei pizzi e dei cicisbei, sensibile ormai solo alle continuamente riunire in se stesso la intrepidezza
futili vanità e incurante delle fatiche e della gloria e rassegnazione del soldato, l’industria e pazienza
militare necessarie alla difesa nazionale, volesse dell’artefice, la robustezza e fatica del manovale.
condannare alla fame i propri stessi marinai. Questa povera e preziosa vittima della nazional
Fu l’ammiraglio Angelo Emo, l’ultimo grandezza ritrova in qualunque Stato un
grande “capitanio da mar” che seppe emolumento possibilmente proporzionato
ancora scendere in campo nel 1784, alla pienezza e utilità del suo sacrificio».
a segnalare in un suo rapporto che La decadenza della marineria veneta si
le paghe degli equipaggi della ma- vedeva da questa sorta di ingratitudine
rina erano irrisorie se confrontate dei ricchi patrizi verso gli uomini che
con quelle della maggior parte degli operavano, combattevano e morivano
Stati europei. Il salario dei marinai in prima fila sulle acque.
di prima classe era di 22 lire al mese, Non c’era da stupirsi che ormai
che scendevano a 18,7 per la gli equipaggi fossero costituiti in
seconda classe e a 13,9 per la prevalenza da greci, dalmati e
terza. Era praticamente la albanesi. Tutti elementi per
metà di quanto veniva i quali la Repubblica Sere-
corrisposto ai marinai nissima era solo un mero
stranieri, poiché nelle flot- “sistema” economico e
te più potenti, come quel- amministrativo, senza al-
le di Inghilterra e Francia, cuna venatura di apparte-
si oscillava fra l’equivalente nenza etnico-nazionale, la
di 40 e di 50 lire al mese, sola in grado di mobilitare
e anche Stati mediterranei i più autentici eroismi nel
più piccoli, come il Regno di momento del pericolo.

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Il Golfo di Trieste in
una carta settecentesca:
dopo l’elezione a
porto franco, la città
divenne una minaccia
per l’economia della
Serenissima.

Carlo e Baldassarre Rossetti ini- la proposta del marchese Scipione


ziarono a organizzare spedizioni Maffei di ammettere nel Maggior
commerciali di caffè. In generale, Consiglio venti patrizi originari
quindi, la Repubblica di Venezia dell’entroterra, mentre le famiglie del
si manteneva anche nel Settecento patriziato permettevano solo a uno o
su buoni livelli economici in ter- due figli maschi di sposarsi, per non
mini assoluti, ma non in termini frammentare il patrimonio. Spesso la
relativi poiché nel frattempo i gran- sete di denaro spingeva i governanti
di Stati europei crescevano molto di della Repubblica alla rovina.
più e ormai annunciavano un’epoca A riprova della corruzione dilagan-
di grandi economie di scala, desti- te, nel 1739 il viaggiatore francese
nate a surclassare definitivamente De Brosses osservava che i conventi
l’eredità del Medioevo. della città facevano a gara a fornire
un’amante per il nunzio pontificio.
Declino di un’oligarchia Poi ci fu, nel 1747, lo scandalo del-
Uno dei fattori chiave della la rapacità degli amministratori ed
decadenza politica veneziana fu esattori fiscali veneziani nei posse-
la miopia della classe patrizia dimenti in Dalmazia, dove da tempo
della città, in altre parole del non venivano mandati ispettori. In
Maggior Consiglio, che si giocò principio fu il cavalier Andrea Mem-
in gran parte la fedeltà degli mo a denunciare che troppi dalmati
aristocratici della terraferma preferivano abbandonare i territori
padano-veneta ostinandosi a della Serenissima e addirittura pas-
tenerli lontani dalle leve del sare sotto il dominio del vicino Im-
potere. E ciò senza riflettere pero Ottomano, pur di sottrarsi alle
troppo sul fatto che nel frat- angherie e alle richieste di tangenti.
tempo le casate della città Poiché molti patrizi erano implicati,
si assottigliavano. Venezia si temeva un insabbiamento dell’in-
città contava nel XVIII se- chiesta. Ma il diplomatico Marco
colo circa 140.000 abitanti, Foscarini (in seguito doge, nel 1762-
ma la popolazione totale 1763) convinse il Maggior Consiglio
dei vari possedimenti di con maestria oratoria: «Purtroppo è
terraferma toccava 2 mi- vero, Serenissimo Major Consegio,
lioni di persone, tutte che infinito numero de famegie, le
soggette ai privilegi di quali, scosso coll’armi alla man el
una nobiltà cittadina giogo turchesco, s’era condotte sotto
che a conti fatti non il placido e temperato dominio della
aveva saputo costruire Repubblica, da qualche tempo in qua
una vera e profonda le abandona le case per tornarsene
identità d’interessi. mendiche e lacere sotto la tiranide
Lo storico americano ottomana. No se cerchi più altro.
Frederic Lane sen- Le maniere del governo venezian
tenziò: «Il Leone è stade solite d’innamorar i popoli
di San Marco e da farghe tramutar perfin le sedi
non approdò mai più comode e deliziose per vaghezza
interamente a de gustarlo. Se però tollereremo in
riva». Nel 1736 Dalmazia effetti contrarii, bisogna
cadde nel vuoto dedurghene che colà, sia guaste le so A
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Arriva Napoleone

Foscolo, il ragazzo che vide


la fine della Serenissima
«C
ede Sabaudia, e in alto orribilmente/ 1788 e poco dopo Ugo tornò ancora per un’ultima tragedia fu rappresentata al teatro Sant’Angelo, il
del tuo giovin Campion splende la lan- permanenza a Zacinto, presso una zia, mentre la 4 gennaio 1797, Foscolo fu costretto dapprima a
cia/ tutto trema e si prostra anzi i suoi madre si trasferiva a Venezia. Nel 1793 lasciò defi- ritirarsi sui Colli Euganei, poi a Bologna, nella Re-
passi,/ e l’Aquila real fugge stridendo/ ferita ne le nitivamente l’isola e raggiunse la madre e i fratelli pubblica Cispadana appena fondata dai giacobini
penne e ne la pancia./ Gallia intuona e diffon- all’ombra di San Marco. Non rivide più quelle locali sulle orme dell’armata francese. Fu proprio
de/ di Libertade il nome/ e mare e cielo Libertà spiagge elleniche al cui ricordo dedicò negli anni a spese del governo bolognese che fece stampare
risponde:/ l’Angel di morte per le imbelli chiome/ seguenti uno dei suoi più celebri sonetti: «Né più la sua ode a Bonaparte. Dopo la caduta dell’ulti-
squassa ed ostende coronata testa:/ Libertà! mai toccherò le sacre sponde/ ove il mio corpo mo doge, tornò a Venezia entrando in luglio nella
grida a le provincie dome,/ del Re dei folli Re fanciulletto giacque/ Zacinto mia, che te specchi segreteria della nuova municipalità filofrancese
vendetta è questa». Sono alcuni dei versi che con nell’onde/ del greco mar, da cui vergine nacque/ come redattore dei verbali. Credeva di partecipare
giovanile idealismo il poeta Ugo Foscolo vergò a Venere, e fea quell’isole feconde». Foscolo tra- al rinnovamento della patria, ma dopo Campo-
soli 19 anni nella sua Ode a Bonaparte liberatore, scorse l’adolescenza facendosi notare per la sua formio capì che la sua città sarebbe diventata
uscita nella sua prima edizione a Bologna nel erudizione e il suo carattere esuberante nei salotti dominio austriaco. Il 9 novembre 1797 si dimise
maggio 1797. Immaginava che l’armata francese veneziani. Entrò in contatto con scrittori come dall’incarico ed emigrò a Milano, nella Repubblica
guidata da Napoleone portasse una ventata di Ippolito Pindemonte e a soli 17 anni fu amante Cisalpina. Negli anni seguenti, militò a più riprese
democrazia e libertà, rinnovando le istituzioni della nobildonna trentenne Isabella Teotochi nelle armate napoleoniche e tentò ancora, al-
della Repubblica di Venezia. Illusione destinata Albrizzi. Poi, all’Università di Padova, seguì meno in parte, di esortare il Bonaparte a non
a spezzarsi pochi mesi dopo quando il generale con interesse i corsi di Melchiorre Ce- comportarsi come gli antichi re, facendo
consegnò la città all’Austria, segnando per Fosco- sarotti, traduttore dei Canti di Ossian, pubblicare a Genova nel novembre 1799
lo la morte della sua primitiva patria. tappa verso quello che sarebbe diven- una riedizione modificata della sua ode
Il ragazzo può essere definito per molti aspetti tato il Romanticismo ottocentesco. al condottiero completata da una lettera
il suggello simbolico della letteratura veneziana Nel frattempo, date anche le sue aperta, detta Orazione a Bonaparte.
alla vigilia della perdita dell’indipendenza. Nacque letture assidue dei filosofi illuministi, Ramingo e orfano della patria vene-
infatti cittadino della repubblica del Leone Alato specie Voltaire, Rousseau, Monte- ziana, traspose tutte le sue ansie in
e lo fu fino al principio dell’età adulta. Non vide squieu, si avvicinò agli elementi capolavori universali come Le ultime
la luce però fra le calli, bensì in quell’assolata e giacobini che nel 1796 comincia- lettere di Jacopo Ortis, del 1802,
profumata isola di Zacinto che era fra gli ultimi rono a plaudire alla campagna o I Sepolcri, del 1806, per
possedimenti coloniali rimasti ai Veneziani nel d’Italia di Napoleone. Inviso citarne solo un paio. Infine,
Settecento. Era il 6 febbraio 1778 quando i vagiti al Maggior Consiglio come sfuggendo nel 1814 l’entrata
del piccolo Ugo arrivarono ad allietare il padre uno degli elementi sovver- degli austriaci a Milano,
Andrea Foscolo, medico di origine veneta, e la sivi contrari all’oligarchia, scelse l’esilio in Svizzera e
madre, la greca Diamantina Spathys. Visse sull’i- scrisse a 18 anni la trage- poi in Inghilterra. Malato
sola nativa fino al 1784. In seguito, si trasferì con dia Tieste, che prendeva e povero, a soli 49 anni
la famiglia a Spalato, dove il padre trovò impiego spunto da una vicenda morì a Turnham Green, un
nel locale ospedale militare e lui frequentò il mitologica greca per critica- villaggio fuori Londra, il 10
Seminario arcivescovile. Papà Andrea morì nel re la tirannide. Dopo che la settembre 1827.

Seduta del Gran antiche forme». Alla fine si approvò ne approfittarono. Le aperture verso
Consiglio, che il 12 l’invio dei tre ispettori Giambattista la casate del continente risultarono
maggio 1797 abdicò Loredan, Vincenzo Nicolò Erizzo e troppo tardive perché si potesse re-
decretando la fine della Sebastiano Da Molin, ma la popolari- cuperare una fiducia incrinata e, del
Repubblica di Venezia. tà del governo serenissimo era ormai resto, il declino numerico della su-
compromessa in quelle contrade. prema assemblea politica della lagu-
Entro il 1775 l’entità del Maggior na non si arrestò, anzi accelerò, dato
Consiglio si era pericolosamente ri- che appena un ventennio più tardi,
dotta a circa 1.300 membri, a causa al crollo del 1797, i membri erano
dell’estinzione di varie casate patri- scesi a soli 1090.
zie. Si trattava di un’assemblea pra- Tentò di dare una sferzata il nobile
ticamente dimezzata rispetto al picco Andrea Tron, figlio del citato Nicolò
raggiunto nel XVI secolo, al tempo e quindi fra i pochi aristocratici di
delle glorie di Lepanto. Per rimpol- spirito industre. Tenne il 29 maggio
parne un po’ le fila, fu approvata 1784 uno storico discorso al Maggior
una proposta che ammetteva fino a Consiglio: «Dimenticate le antiche
40 famiglie nobili di terraferma in costanti massime e leggi che for-
grado di dimostrare il loro “sangue marono e formerebbero uno stato di
blu” per almeno le quattro genera- grandezza. Suppeditati da forestieri
zioni precedenti. Solo dieci famiglie sino nelle viscere della nostra città,

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spogliati delle nostre sostanze, non vi ch’è la madre del buon costume, della stesso però continuava a concepire la La fregata leggera
è tra cittadini e tra sudditi un’ombra virtù e dell’utile nazionale commer- repubblica, di fatto, come un patrimo- Cavalier Angelo, in
degli antichi nostri mercanti. Non vi cio». Tron, come già suo padre, fu nio privato del patriziato e non ve- navigazione insieme
è più la reciproca fede, mancano i ca- una delle ultime personalità vene- deva di buon occhio gli imprenditori all’Armata Grossa di
pitali, non nella nazione, ma nel giro ziane degne di nota. Il suo carattere borghesi e gli ebrei. Venezia al comando
dell’ammiraglio
del commercio, e servono piuttosto a battagliero avrebbe potuto giovare
mantenere la mollezza, il soverchio alla Serenissima se fosse sopravvis- Effimere glorie nautiche Angelo Emo. Costruita
nell’Arsenale, fu varata
lusso, gli oziosi spettacoli, i pretesi suto fino ai tempi di Napoleone, ma Anche sul mare, dopo la fine nel 1784 come parte
divertimenti e il vizio, anziché a al tempo della sua orazione aveva già dell’ultima guerra contro i turchi della flotta allestita per
sostenere e ad accrescere l’industria, 72 anni e morì l’anno seguente. Egli nel 1718, l’attività languì. I lavori contrastare la pirateria
all’Arsenale proseguirono a singhioz- dei Paesi berberi.
zo sebbene con qualche innovazione.
Mentre galee e galeazze diventavano
“E noi, pur troppo, noi stessi ormai pezzi da museo, dal 1724 si
cominciarono a varare fregate, inte-
Italiani ci laviamo le mani ramente a vela con armamento fra 30
e 44 cannoni. Poi dal 1736 apparve-
nel sangue degl’Italiani.” Ugo Foscolo ro le cosiddette “navi atte”, ovvero
mercantili armati con equipaggio di
almeno 40 uomini e armamento di 24
cannoni, in grado di navigare senza
scorta militare. Il passaggio definitivo
dalla costruzione di galee a chiglia
bassa a quella di velieri dallo scafo
tondo di grande pescaggio portò gli
arsenalotti a sviluppare la nuova tec-
nica dei “cammelli” per evitare che le
navi si incagliassero nei bassi fondali
della laguna. Erano dei pontoni fissati
ai lati della nave, che la sollevavano
in altezza fino al mare aperto. Intanto
restavano pericolosi i pirati barbare-
schi che salpavano specialmente da
Tunisi per depredare i convogli. Verso
il 1765 Venezia fu costretta a pat-
teggiare versando somme di denaro,
una sorta di tributo, al bey di Tunisi,
ma nel 1766 si decise a inviare una
flotta armata al comando di Jacopo A
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Arriva Napoleone

Sotto, lapide Nani, che con la sua sola presenza pose il blocco navale a Tunisi, poi a differenza dei ceti popolari che in
commemorativa di costrinse i corsari musulmani a darsi cannoneggiò dal mare Susa nel mag- genere erano antifrancesi e inneg-
Bernardino Zendrini una calmata. La pace durò però un gio 1785 e Sfax in agosto, portando giavano a San Marco. D’altronde il
(1679-1747), a cui si ventennio e, quasi a sinistro presagio, avanti altre operazioni militari, fra cui pericolo eversivo aveva spinto ai più
deve l’edificazione dei il 1° aprile 1783 affondò per incidente il bombardamento costiero dei porti alti livelli la sorveglianza spionistica,
Murazzi nella laguna il nuovissimo vascello La Fenice, da nemici utilizzando speciali pontoni di gestita dagli Inquisitori di Stato, come
di Venezia. Nel tondo 74 cannoni, mentre i “cammelli” lo sua invenzione, realizzati con botti e narrava l’avvocato Giovanni Andrea
della pagina a fronte,
Lodovico Manin, ultimo stavano trasportando al porto di Ma- travi, in grado di reggere il peso di Spada, giacobino: «Scatenossi un’orda
doge della Serenissima. lamocco. Poco dopo, si riaprivano le pezzi d’artiglieria. Sotto impulso di di spioni contro tutti gli uomini, che
ostilità con i barbareschi. Emo la flotta veneziana, rimpinguata loro capriccio o loro privata vendetta
La Serenissima ebbe come ultimo da alcuni nuovi vari in arsenale, giun- volle marcare. La società era infettata
valente ammiraglio il “capitano da se a contare 39 navi, di cui 4 grossi e metà della nazione era spia dell’al-
mar” Angelo Emo, fra i pochissimi vascelli di linea, 2 fregate pesanti, 4 tra metà. Frati, preti, monache, patri-
nobili che ancora conservavano co- fregate leggere, 3 fregate da trasporto zi, parenti, amici tutti ascoltavano e
raggio e acume. Nel novembre 1784 e 26 unità minori. Nulla di parago- riferivano a loro genio. Un esploratore
nabile alla flotta di Lepanto, ma per acceso di spirito di partito, e venduto,
quei tempi di decadenza era già molto. testimoni eguali ai denunciati, e del

I Murazzi, l’ultima
L’ammiraglio Emo morì il 1° marzo loro ceto, provavano in secreto le loro
1792 nel pieno delle operazioni e la calunnie, ed il fulmine quindi cadeva
sua mancanza si fece sentire, tanto a ferir delle vittime innocenti che mai

grande opera
che la pace fu stipulata nel 1793 sulla ottener potevano ascolto e difesa. Non
base di mediocri compromessi. basta, gl’Inquisitori di stato medesimi
denunziavano al loro tribunale i di-
L’ultimo dei dogi
pubblica
scorsi dei loro amici e famigliari».
Quando venne eletto doge Ludovico Dopo aver travolto il Piemonte sa-
Manin, il 9 marzo 1789, le sue origi- baudo e la Lombardia austriaca nella
ni friulane irritarono il patrizio Pietro primavera del 1796, il giovanissimo
Gradenigo: «I ga fato dose un furlan, generale francese Napoleone Bona-

F
ra gli estremi guizzi creativi della Serenissima, a illumi- la Republica xe morta». Non immagi- parte decise di entrare nel territorio
nare a tratti quel XVIII secolo di generale agonia, ci fu la nava che Manin sarebbe stato davvero della Repubblica di Venezia per in-
costruzione dei Murazzi, l’ultima grande opera pub- l’ultimo dei 120 dogi susseguitisi in seguire le truppe austriache. Venezia
blica prima della perdita dell’indipendenza. Fu con l’idea di un millennio. Ma la frase dà l’idea si era tenuta neutrale e del resto era
proteggere la laguna, e la stessa città di Venezia, dalle maree di quanto fosse insanabile la gelosia troppo debole per opporsi. Napoleone,
dell’Adriatico che nel 1716 questa barriera venne progettata fra le aristocrazie cittadine e quelle inizialmente, fu cauto. Da Brescia, il
dall’esimio cosmografo della repubblica, il padre francescano di terra. Ciò spiega perché, quando 29 maggio 1796 proclamò: «L’arma-
Vincenzo Maria Coronelli, uomo di erudizione enciclopedica. arrivarono i francesi, gli elementi più ta francese passa sul territorio della
Era uno dei maggiori ingegni scientifici veneziani dell’epoca, istruiti delle città lombardo-venete si repubblica, ma non dimenticherà
specie nel campo della geografia e della cartografia. Il dotto ispirassero alla rivoluzione francese, che una lunga amicizia unisce le
prelato morì però poco dopo, nel 1718, e il suo progetto rima-
se sulla carta per oltre un ventennio. La costruzione effettiva
dei Murazzi, riprendendo le linee anticipate dal
Coronelli, cominciò infatti soltanto
nel 1744, avviata dall’ingegner
Bernardino Zendrini, origina-
rio di Saviore in Val Camo-
nica. Era però destino che
nemmeno Zendrini riuscisse
a vedere terminata l’opera,
poiché morì già nel 1747. I
suoi discepoli proseguirono i
non facili lavori, che andaro-
no avanti a più riprese. Nel
1751 fu completato il tratto
fra Chioggia e Pellestrina,
poi entro il 1782 venne
finito anche il tratto detto
di Sottomarina. La lunghez-
za totale dei Murazzi risultò
essere di circa 17 km. In sezione, il muro principale aveva una
base trasversale larga 14 metri e la parte emersa era alta 4,5
metri sopra il livello medio del mare. Era composto da blocchi
di pietra d’Istria, più un largo zoccolo di scogliera artificiale in
macigni cementati fra loro con pozzolana e calce. Nei due se-
coli successivi la muraglia marittima difese in genere Venezia
dalla furia del mare con notevole successo, salvo gli episodi
eccezionali, come l’acqua alta del 1966.

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due repubbliche». Battuti ancora gli liberatori e venivano allo scoper-
austriaci sul ponte di Arcole, il 15 to, il 1° maggio il Maggior Con-
novembre, Napoleone occupò la ter- siglio fece arrestare gli ultimi
raferma veneta fino all’Adige, mentre Inquisitori statali, Angelo Maria
gli austriaci tenevano il Vicentino, Gabriel, Agostino Barbarigo e
il Cadore e il Friuli. Era sempre Cattarino Corner. Il patrizia-
più palese l’impotenza del doge e to tentava le ultime carte per
del patriziato, che speravano solo di salvarsi, ma gli eventi presero
mantenere i loro privilegi attendendo una rapida china. L’8 maggio la
la fine della tempesta. Intanto nelle municipalità giacobina di Padova
città occupate sorgevano municipalità emanò un proclama emblematico
giacobine. I francesi intavolarono con dell’illusione che la fine dell’Ancien
gli austriaci, a Leoben, preliminari di Régime potesse portare a un mondo
pace in cui già si tramava la conse- migliore: «È finito il tempo che i
gna agli Asburgo del grosso della re- raggiri e le inimicizie, i delatori, gli
pubblica, fatta salva solo Venezia. Ma spionaggi, le insidie e gli arbitri pos-
il 17 aprile 1797, lunedì dell’Angelo, sano seppellirvi in un’oscura e pro-
scoppiò a Verona la rivolta popolare fonda carcere senza sapere né perché popolo a
antifrancese delle Pasque Veronesi, siete stati imprigionati, né per quanto cinque se-
e poco dopo, il 20 aprile, al porto tempo dobbiate essere condannati». coli dalla ser-
di San Nicolò al Lido il comandante Sapendo che i francesi si prepara- rata del 1297. Man-
Domenico Pizzamano sparò sulla vano a occupare Venezia, se non si cava il numero legale, i vo-
nave francese Liberatore d’Italia che fosse formato anche lì un municipio tanti erano solo 527, meno della metà Sotto, da sinistra, la
voleva entrare in laguna. Repressa la democratico, il doge Manin esclamò: dei componenti, il che rendeva la vo- firma del Preliminare di
rivolta veronese il 23 aprile, Napoleo- «Stanotte non saremo sicuri neanche tazione per molti aspetti non valida. Leoben; il documento
ne promise ai Veneziani: «Non voglio nei nostri letti!». Si giunse così alla Di essi, 512 votarono sì al “suicidio” originale del Trattato di
più Inquisizione, non voglio Senato, grottesca assemblea con cui il Mag- dell’ente, solo 10 no e 5 astenuti. Poi, Campoformio; Napoleone
sventola la bandiera
sarò un Attila per lo Stato veneto». gior Consiglio votò per il proprio 4.000 soldati francesi sbarcavano in di Francia durante la
Sotto la spinta dei democratici, scioglimento il 12 maggio 1797, sim- città e il 16 maggio si insediava la battaglia di Arcole.
che vedevano ancora i francesi come bolicamente riaffidando il potere al municipalità democratica. L’utopia di
una Venezia rinnovata, ma sempre in-
dipendente, venne spenta pochi mesi
dopo dal trattato di Campoformio del
“Stanotte non saremo sicuri 17 ottobre 1797, ma firmato il giorno
dopo a Passariano, nella villa dell’ex
neanche nei nostri letti!” doge Manin. Napoleone vendeva così
le spoglie dell’antica repubblica ve-
Manin alla vigilia dell’occupazione francese neta all’Impero d’Austria. ¿

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SUL PONTE SVENTOLA
A Manin e
l tramonto del XVIII repubblica, ossia le aree di Bergamo
secolo, la Serenis- e Brescia, risultavano per la prima
sima Repubblica
di Venezia aveva
Tommaseo volta dopo secoli staccati dal resto
dei territori di San Marco e aggre-
cessato di esistere, tentarono in gati a quella Repubblica Cisalpina

tutti i modi
travolta da avveni- fondata dai francesi con capitale
menti così grandi Milano. Se non altro, il fiume Adda
che la vecchia classe senatoriale del
patriziato non era stata in grado di di riportare non fu più un confine nel cuore della
Lombardia. I francesi, peraltro, si
cogliere e gestire nella loro comples-
sità. L’anno 1798 potrebbe essere so- in vita la assicurarono il possesso di Corfù e
delle isole Ionie, ultimissime colonie
prannominato “l’anno 1 dopo l’Apo-
calisse”, il primo dopo mille, supper-
Repubblica. d’oltremare veneziane.
Questo stato di cose non durò
giù, di indipendenza, e si apriva con Ma Venezia, molto, poiché nel turbine delle suc-

ormai, era
la laguna e l’intero Veneto, più Istria cessive guerre napoleoniche, le spo-
e Dalmazia, consegnati da Napoleone glie della Serenissima furono ancora
austriaca
~
Bonaparte all’Austria dell’imperatore contese. In particolare, il destino di
Francesco II d’Asburgo-Lorena. Inol- Venezia fu segnato da una nuova
tre, i possedimenti lombardi della ex impresa dell’artigliere còrso ormai

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BANDIERA BIANCA
divenuto imperatore dei francesi. Il 2
dicembre 1805 Napoleone batté sono-
ramente l’esercito coalizzato di au-
di Presburgo del 26 dicembre 1805,
con il quale tutto il Veneto, insie-
me a Istria e Dalmazia, ritornò alla
La battaglia di Austerlitz,
dipinta dal francese
François Gérard nel 1810.
striaci e russi ad Austerlitz, in quello sfera d’influenza francese, sebbene A sinistra, lo stemma
che fu probabilmente il capolavoro formalmente annesso al Regno d’I- del Regno Lombardo-
Veneto: fondato nel
delle sue molte battaglie. Adottando talia, lo stato-satellite succeduto alla 1815 e sottoposto alla
un principio simile a quello seguito Repubblica Cisalpina e governato dominazione austriaca,
del 217 a.C. dal condottiero carta- dal viceré Eugenio di Beauharnais, comprendeva Lombardia,
ginese Annibale contro i romani al figlioccio del Bonaparte. Veneto e Friuli.
lago Trasimeno, Napoleone spronò i
soldati francesi a marce forzate e Venezia asburgica
arrivò ad Austerlitz con un giorno Il dominio francese, iniziato ef-
d’anticipo sugli austro-russi, aven- fettivamente nel 1806, durò pochi
do così il tempo di studiare il ter- anni, ma fece in tempo a creare
ritorio e predisporre una trappola, molti scontenti, soprattutto fra i ce-
tenendo celate truppe di riserva ti popolari, in particolare i contadi-
decisive al momento giusto. Il trion- ni, oltre che fra il clero e la nobiltà.
fo consentì all’imperatore francese Gli unici ad aver tratto vantaggio da
di imporre a Francesco II il trattato una serie di liberalizzazioni ispirate A
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Sul ponte sventola bandiera bianca

Mappa del Regno alla rivoluzione francese erano stati


Lombardo-Veneto la borghesia commerciale e gli ebrei,
aggiornata al 1854. minoranza fino ad allora sostanzial-
Sotto, il generale mente confinata nel Ghetto, salvo al-
austriaco Josef Radetzky: cune eccezioni. Fra le caratteristiche
dopo aver cannoneggiato che risultarono più odiose, oltre al
e conquistato Marghera pugno di ferro contro la devozione
nel maggio 1849,
il 13 giugno ordinò religiosa, ci furono l’aumento delle
il bombardamento tasse e la leva di massa per arruolare
di Venezia. sventurati soldati nell’Armata italica,
inghiottita, come il resto della Gran-
de Armée napoleonica, nella sciagu-
rata invasione della Russia del 1812.
La controffensiva delle potenze della
coalizione antifrancese portò già nel
dicembre 1813 le truppe austriache
a rientrare in Veneto, sebbene molte
piazzeforti, come la stessa Venezia,
restassero ancora per qualche mese
in mano francese e assediate dagli
asburgici. La popolazione era strema-
ta dalla carestia e fu con enorme sol-
lievo che venne accolto l’armistizio
firmato il 16 aprile 1814 al castello
di Schiarino-Rizzino, vicino Manto-
va, che segnò la resa e il ritiro degli
ultimi francesi. Poco dopo, i Venezia-
ni abbattevano la statua di Napoleone
eretta in piazzetta San Marco e il 15

Il primo bombardamento aereo


N
ei giorni culminanti dell’assedio a Vene- vano una sorta di ragnatela, al fine di assicurare in aperta campagna. A quanto si sa, limitati
zia, gli austriaci impiegarono sperimental- maggiore stabilità rispetto alla forza del vento. I danni a tetti e comignoli, senza ferire persone,
mente una sorta di precursori dei moder- palloni-bomba furono fatti alzare in almeno due vennero causati da due soli palloni, uno su
ni aerei da bombardamento, ovvero dei palloni ripetuti attacchi, il 2 e il 25 luglio 1849, ma il Murano e l’altro non lontano da piazza San Mar-
aerostatici gonfi d’idrogeno che trasportavano vento, che inizialmente soffiava da Mestre verso co. Altri aerostati finirono per afflosciarsi nella
degli ordigni esplosivi con miccia a tempo. Sen- Venezia, mutò corso e deviò quasi tutti gli ordi- laguna, fra i motti di dileggio dei Veneziani, che
za uomini a bordo, i palloni venivano fatti alzare gni verso l’entroterra, dove le granate caddero la vedevano quasi come una burla.
e affidati al vento, quando esso spirava verso i In realtà molti temettero che gli austriaci
tetti della città lagunare. Quello che fu, di fatto, proseguissero l’offensiva aerea, tanto che ci
il primo tentativo mai effettuato di bombardare furono ben due proposte di dotare la Repub-
un centro abitato per mezzo di macchine volan- blica di San Marco di una “difesa contraerea”
ti non ebbe però effetto pratico. ante litteram. Il maggiore Giuseppe Andervolti
A escogitare la diabolica arma aerea, come concepì un razzo a polvere pirica, sul modello
alternativa al tradizionale cannoneggiamento, dei tipi Congreve inglesi, che avrebbe dovuto
furono nella primavera del 1849 il colonnello essere lanciato addosso ai palloni trascinando-
d’artiglieria Franz von Uchatius e suo fratello Jo- si dietro una lunga fune dotata di un arpione
sef, tenente. Proposero al maresciallo Radetzky per tagliare o impigliare i cavi che legavano gli
di inviare sopra la città una flottiglia di palloni, aerostati austriaci. L’ingegnere Federico Piatti,
ciascuno sufficientemente grande da traspor- esule milanese-veneto in Inghilterra, ideò
tare quantità consistenti d’esplosivo. Ottenuta invece un sistema concettualmente simile per
entro il 2 giugno l’autorizzazione del marescial- arpionare le formazioni di palloni nemici, ma
lo, i fratelli von Uchatius e i loro soldati allesti- con la differenza che le funi armate sarebbero
rono in un capannone di Mestre un’officina che state portate in aria da un pallone con equipag-
nell’arco di alcune settimane costruì fino a 110 gio umano che sarebbe salito fino a disporsi a
palloni sferici a idrogeno, ciascuno del volume quota superiore rispetto a quelli attaccanti, per
di 94 metri cubi. Sotto ogni pallone era appesa poterli meglio sopraffare. La guerra aerea che
una granata da 15 kg, sganciabile automati- ne sarebbe potuta scaturire rimase però sulla
camente tramite una miccia opportunamente carta poiché, dopo i primi deludenti risultati,
regolata. I palloni erano inoltre vincolati l’uno gli austriaci lasciarono perdere il prematuro
all’altro a gruppi di dieci, tramite funi che forma- impiego bellico delle macchine volanti.

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“Il morbo infuria, / il pan ci manca,
sul ponte sventola / bandiera bianca.”
Arnaldo Fusinato
maggio il principe austriaco Heinrich versione di tendenza che segnò, come cronache narrano che il primo caso di Disordini all’Università
Reuss-Plauen assunse la carica di go- anche in Lombardia, il passaggio a colera a Venezia si verificò il 9 otto- di Padova, l’8 febbraio
vernatore provvisorio del Veneto. un vero e proprio sfruttamento fisca- bre 1835, nella contrada San Pietro 1848: gli studenti si
Dal gennaio 1816 entrò ufficial- le. Stando a quanto ricostruito dallo di Castello, e la malattia imperversò scontrarono contro i
mente in funzione l’amministrazione storico Pietro Galletto, quell’anno il in città e nel resto del Veneto prati- gendarmi austriaci, che
del nuovo Regno Lombardo-Veneto, prelievo fiscale austriaco in Vene- camente per due anni, fino all’ot- fecero oltre 100 feriti.
Nell’ovale, l’arciduca
che dalla doppia capitale, Milano e to fu di 41,5 milioni di lire a tobre 1837. I morti in tutto il Ranieri d’Asburgo, viceré
Venezia, gestiva per la prima volta in fronte di una spesa pubbli- Veneto furono circa 23 mi- del Lombardo-Veneto
maniera unitaria i territori dei prece- ca in favore del territorio la, su una popolazione di tra il 1818 e il 1848.
denti Ducato di Milano e Repubblica di soli 16,5 milioni. I 2 milioni di persone.
di Venezia. Anche se tre mesi dopo, veneti erano peraltro Tuttavia, nonostante
il 17 aprile, ritornava in piazzetta oberati dalla tassa sul la rapacità fiscale au-
San Marco l’antica statua del Leone sale e soprattutto dal striaca, lo spirito di
alato, i festeggiamenti popolari per il “testatico”, la tassa iniziativa veneziano
ritorno degli austriaci lasciavano il di 5,8 lire l’anno su non era sopito. Già
posto alla constatazione che, comun- ogni individuo ma- il 6 giugno 1836 gli
que, rispetto ai francesi veniva accet- schio dai 14 ai 60 imprenditori e no-
tato il “meno peggio” e che l’antica anni. Una parvenza tabili della Camera
indipendenza restava consegnata al di autogoverno era di Commercio di
passato. Il viceré austriaco Ranie- data dalle Congrega- Venezia lanciarono
ri d’Asburgo, in carica dal 1818 al zioni, consigli locali l’idea innovativa di
1848, non poteva essere paragonato a cui si accedeva per una ferrovia fra Mila-
agli antichi e gloriosi dogi e la situa- censo, ma che non ave- no e Venezia: se fosse
zione economica si manteneva lonta- vano alcun reale potere stata colta subito dalle
na dai fasti di un tempo. Mentre le a confronto degli ammi- autorità austriache, avrebbe
campagne dell’entroterra veneto, dal nistratori austriaci. Venezia permesso al Lombardo-Veneto
Vicentino al Veronese, erano flagel- come porto mercantile era inevi- di battere sul tempo la ferrovia
late da epidemie di tifo petecchiale e tabilmente messa in ombra da Trieste, Napoli-Portici del 1839 come prima
di pellagra, anche a causa dell’ecces- che la corte di Vienna sentiva come strada ferrata italiana.
sivo ricorso al mais, che indeboliva più “sua”. A poco valse, nel febbraio
la salute delle plebi rurali. 1830, la concessione dello status di Un avvocato incarcerato
Se nei primi anni il governo asbur- porto franco anche alla città lagunare. Le cose andarono però per le lun-
gico dell’ex Serenissima fu all’inse- Le tasse tendevano però ad annullare ghe poiché solo nel 1837 il governo
gna della diminuzione delle tasse e questo nuovo vantaggio e, per giunta, di Vienna autorizzò la ferrovia con
dell’assistenza contro la carestia, a pochi anni dopo la città fu colpita da un “rescritto imperiale”, chiamandola
partire dal 1825 ci fu una netta in- una violenta epidemia di colera. Le “Ferdinandea” in onore dell’imperato- A
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re Ferdinando. misura equivalente a 83 litri, a 31,92 il 17 marzo 1848, quando il popolo
Fra i promotori lire. In città fallirono molte società, insorse e liberò Manin e Tommaseo
della ferrovia come la Oexle che deteneva l’unico dalla prigione. La borghesia venezia-
si distingue- mulino a vapore di Venezia, e la na, che già levava il tricolore come
va il giovane Levi che drappeggiava pregiate sete. simbolo di una ipotetica confedera-
avvocato Da- Manin si fece capofila di una “lotta zione dei popoli italiani, portò Ma-
niele Manin, di legale” per chiedere all’Austria una nin in piazza San Marco, dove pro-
origine ebraica, maggiore autonomia. Rivolse all’im- nunciò uno storico discorso: «Non
che animava già peratore una petizione che chiedeva, vogliate dimenticare che non può
la prima riunione fra le altre cose, la costituzione di un essere libertà vera e durevole dove
del comitato azionisti Regno Lombardo-Veneto semiauto- non v’è ordine e che dell’ordine voi
della ferrovia, tenutasi a nomo, la sua adesione all’unione do- dovete farvi gelosi custodi, se volete
Palazzo Ducale il 30 luglio ganale con gli altri Stati italiani e la mostrarvi degni di libertà».
1840. Le lungaggini della burocrazia costruzione di una ferrovia per Tren-
Sotto, Daniele Manin
austriaca portarono ad aprire il primo to e Innsbruck. Tutte iniziative che Il tremendo assedio
proclama solennemente
la rinascita della tratto della ferrovia, il Marghera-Pa- avrebbero ridato modo ai Veneziani Seguirono giorni di battaglia fra
Repubblica di San Marco, dova di 33 km, solo il 12 dicembre di riprendere l’avita forza mercan- la popolazione della città e la locale
il 22 marzo 1848. Dopo 1842. Inoltre Manin e gli altri pro- tile. Ma per tutta risposta, vedendo guarnigione austriaca, i cui soldati
una breve dittatura, pugnatori di una gestione liberale e in Manin e nel suo sodale Niccolò venivano bersagliati da tegole lan-
nell’agosto del 1849 il commerciale della ferrovia, secondo Tommaseo dei pericolosi eversivi, gli ciate dai tetti delle calli e da pietre
patriota veneziano è un’ottica mutuata da lombardi illumi- austriaci risposero arrestandoli il 18 disselciate dalle strade. Istituita una
costretto ad arrendersi nati come Carlo Cattaneo, criticarono gennaio 1848. Fu la scintilla che do- Guardia Civica, si arrivò al pome-
agli austriaci (nel l’atteggiamento del governo imperiale, veva spingere la borghesia veneziana riggio del 22 marzo 1848, quando in
tondo) e ad accettare la
condanna all’esilio. che voleva accaparrarsi il controllo all’insurrezione, anche sull’esempio piazza San Marco venne proclamata
della linea per motivi politico-militari. delle notizie che arrivavano da Paler- una nuova repubblica veneta. Manin,
Il fossato che si andava aprendo fra mo, da Parigi, da Budapest, da Vien- impugnando una spada e un tricolore,
il governo austriaco e il Veneto si al- na, da Milano. Era il Quarantotto la proclamò solennemente: «Non ba-
largò ulteriormente quando nel 1847 europeo. In Veneto fu apripista Pado- sta aver abbattuto il vecchio governo,
si riaffacciò una tetra crisi economica va, dove già l’8 febbraio gli studenti bisogna altresì sostituirne uno nuovo
in cui si intrecciarono carestie agri- della locale università si scontrarono e il più adatto ci sembra quello della
cole e bancarotte di varie aziende. con i gendarmi austriaci, per fortuna repubblica, che rammenti le glorie
Il prezzo del frumento raddoppiò da senza morti, ma con 107 feriti. passate, migliorato dalle libertà pre-
16,22 lire per staio veneziano, una A Venezia la rivoluzione scattò senti. Con questo non intendiamo già

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1866: la flotta rivive a Lissa
L
a fine della Serenissima non fu totale in Lissa, ebbe ancora a scrivere: «Noi au-
campo marinaro, poiché tecniche ed espe- striaci non abbiamo marinai a meno
rienze venete vennero gradualmente assor- non si voglia chiamare tali tutti coloro
bite dai dominatori austriaci formando il nerbo che indossano il camisaccio azzurro».
iniziale della nuova marina da guerra imperiale. Ancora per anni, capitani e ammiragli
Non poteva essere diversamente, dato che l’Au- asburgici dovettero imparare almeno i
stria era stata fino ad allora una potenza alpina rudimenti della lingua veneta per farsi
e mitteleuropea con Trieste come unico grosso capire al meglio dai propri equipaggi.
sbocco al mare. Non c’è da stupirsi, quindi, che E infatti quel 20 luglio 1866, a Lissa,
alla battaglia di Lissa del 1866, vinta dalla flotta lo stesso Tegethoff, a bordo della
austriaca sulla Regia Marina della neonata Italia pirofregata corazzata austriaca Erzher-
unita, risuonassero proprio dalle navi asburgiche zog Ferdinand Max, ordinò in veneto
urla e incitamenti delle centinaia di marinai veneti al suo timoniere di dirigere a tutta
imbarcati con gli ufficiali austriaci. Le costruzioni forza contro la pirofregata corazzata
navali erano a poco a poco riprese in Arsenale e italiana Re d’Italia del capitano Emilio
in laguna con l’effimera dominazione francese dal Faà di Bruno, per speronarla. Urlò
1806 al 1813 e quando gli austriaci ritornarono, al timoniere, tale Vincenzo “Nane”
trovarono già bell’e pronta una squadra di 60 navi Vianello, nativo dell’isolotto lagunare
e navicelle, tra vascelli, fregate e unità minori. sione, due nativi della ex-Serenissima, ovvero gli di Pellestrina: «Daghe dentro Nane, che i butemo
Per vari decenni il governo di Vienna ebbe ammiragli Nicolò Pasqualigo e Amilcare Paoluc- a fondi!». E così, lo sperone d’acciaio fucinato che
l’accortezza di non osare arrogarsi il diritto di ci. Fu solo dopo i trambusti del 1849, quando si protendeva dalla prua della Ferdinand Max
chiamare quella flotta “austriaca”, preferendo i Veneziani si dimostrarono ancora ribelli, che sfondò lo scafo della nave italiana al di sotto
omaggiarla con la denominazione ufficiale l’Austria decise di accelerare il processo di germa- della cintura corazzata e la fece inabissare con
Venetianische Flotte. Gli Asburgo riconoscevano nizzazione del personale e soprattutto del corpo 391 dei suoi 558 uomini, compreso lo sfortuna-
che l’elemento umano veneto negli equipaggi era ufficiali della flotta, che venne quindi ribattezzata to capitano. Il trionfo di Lissa poteva quindi, per
imprescindibile, e non solo a livello di marinai e Osterreichische Kriegsmarine. Fu però una tra- molti aspetti, essere considerato epigono dei
mozzi, ma anche di grandi ufficiali, tant’è che i sformazione lenta e graduale, dato che il giovane giorni gloriosi in cui le galee col Leone di San
suoi primi comandanti in capo furono, in succes- ammiraglio Wilhelm von Tegethoff, il vincitore di Marco infrangevano le navi turche.

separarci dai nostri fratelli italiani, austriaco del maresciallo Johann Jo- ribelli ungheresi di Jan Kossuth. Sopra, la battaglia di
ma anzi formeremo uno di quei cen- seph Radetzky. La milizia veneziana La città di Venezia iniziò a esse- Lissa secondo il pittore
tri che dovranno servire alla fusione seppe talvolta anche contrattaccare, re bombardata dal 13 giugno 1849, greco Konstantinos
successiva, a poco a poco, di questa come nel caso di una famosa incursio- mentre sempre più difficile si faceva Volanakis (1869).
Italia in un sol tutto». Manin dun- ne su Mestre nella notte dal 26 al 27 l’approvvigionamento alimentare e ri- A sinistra, busto del
que, ora divenuto presidente provvi- ottobre 1848, quando 3 mila uomini esplodeva il colera, il cui primo caso poeta veneto Arnaldo
Fusinato, che cantò
sorio della Repubblica di San Marco, della repubblica mossero da Marghera mortale venne registrato il 23 luglio. il tramonto della
guardava al fine delle rivolte del ’48 per attaccare altrettanti austria- Erano i giorni tragici cantati dal Serenissima.
come a una futura Italia formata da ci colà di guarnigione, ucci- poeta Arnaldo Fusinato nei suoi
una confederazione di repubbliche. dendone 300 (ma piangendo immortali versi: «Il morbo
Perciò il 4 luglio si oppose ferma- anche 250 propri caduti) infuria, / il pan ci manca, /
mente, ma invano, alla successiva e catturando una grande sul ponte sventola / bandiera
annessione di Venezia al Piemonte quantità di armi e munizio- bianca». Il 23 agosto 1849 la
sabaudo di re Carlo Alberto, che nel ni, tra cui sei cannoni. In città allo stremo si arrendeva,
frattempo era sceso in guerra contro generale, però la tenaglia e per Manin e i suoi sodali si
l’Austria. L’assemblea del governo di austriaca andava stringendosi, apriva l’amara strada dell’e-
San Marco l’approvò, ma l’avvocato a dispetto del decreto del 2 silio. La memoria della
repubblicano si dimise. aprile 1849 con cui Manin millenaria Repubblica
La riscossa per Manin arrivò poco prometteva “resistenza di Venezia, che avrebbe
dopo, complici le sconfitte militari a ogni costo”. Già il 7 potuto rivivere nell’arti-
subite dai piemontesi. A furor di po- maggio Radetzky can- colazione di un’autonomia
polo il 12 agosto fu eletto dittatore, e noneggiò fittamente locale in seguito inquadra-
poco dopo si associò nel potere l’am- Marghera, conquistan- bile in una Confederazione
miraglio Leone Graziani e il generale dola il 26 maggio. Italiana, veniva defini-
Giovanni Battista Cavedalis, in un Poi, la repubblica tivamente consegnata
triumvirato che resse la Repubblica di rimase sempre più alla Storia, per lasciare
San Marco, ormai votata all’indipen- isolata man mano poi il posto, dopo gli
denza dal Regno Sabaudo al quale si che i possibili alleati, ultimi anni di dominio
stava prematuramente affidando. Era anch’essi in lotta con asburgico, alla mera
l’inizio di oltre un anno di epopea che l’Austria, uscivano di annessione del 1866 al
vide Venezia assediata dall’esercito scena, dal Piemonte ai Regno d’Italia. ¿

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TUTTI I DOGI della
SERENISSIMA
In oltre mille anni di Storia, a capo della Repubblica
di San MArco si succedettero 120 dogi,
di cui almeno sette segnarono le sorti di Venezia
1° Paoluccio Anafesto 697-717
~ 83° Girolamo Priuli 1559-1567
2° Marcello Tegalliano 717-726 84° Pietro Loredan 1567-1570
3° Orso Ipato 726-737 85° Alvise I Mocenigo 1570-1577
4° Teodato Ipato 742-755 86° Sebastiano Venier 1577-1578
5° Galla Lupanio 755-756 87° Nicolò Da Ponte 1578-1585
6° Domenico Monegario 756-764 88° Pasquale Cicogna 1585-1595
7° Maurizio Galbajo 764-787 89° Marino Grimani 1595-1605
8° Giovanni Galbajo 787-803 90° Leonardo Donà 1606-1612
9° Obelerio Antenorio 804-810 91° Marcantonio Memmo 1612-1615
10° Agnello Partecipazio 810-827 92° Giovanni Bembo 1615-1618
11° Giustiniano Partecipazio 827-829 93° Nicolò Donà 1618
12° Giovanni I Partecipazio 829-832 94° Antonio Priuli 1618-1623
13° Pietro Tradonico 836-864 95° Francesco Contarini 1623-1624
14° Orso I Partecipazio 864-881 96° Giovanni Corner 1625-1629
15° Giovanni II Partecipazio 881-887 97° Nicolò Contarini 1630-1631
16° Pietro I Candiano 887 98° Francesco Erizzo 1631-1646
17° Pietro Tribuno 888-911 39° Sebastiano Ziani 1172-1178 61° Michele Morosini 1382 99° Francesco Molin 1646-1655
18° Orso II Partecipazio 912-932 40° Orio Mastropietro 1178-1192 62° Antonio Venier 1382-1400 100° Carlo Contarini 1655-1656
19° Pietro II Candiano 932-939 41° Enrico Dandolo 1192-1205 63° Michele Steno 1400-1413 101° Francesco Corner 1656
20° Pietro Badoer 939-942 42° Pietro Ziani 1205-1229 64° Tommaso Mocenigo 1414-1423 102° Bertucci Valier 1656-1658
21° Pietro III Candiano 942-959 43° Jacopo Tiepolo 1229-1249 65° Francesco Foscari 1423-1457 103° Giovanni Pesaro 1658-1659
22° Pietro IV Candiano 959-976 44° Marino Morosini 1249-1253 66° Pasquale Malipiero 1457-1462 104° Domenico II Contarini 1659-1675
23° Pietro I Orseolo 976-978 45° Renier Zen 1253-1268 67° Cristoforo Moro 1462-1471 105° Nicolò Sagredo 1675-1676
24° Vitale Candiano 978-979 46° Lorenzo Tiepolo 1268-1275 68° Nicolò Tron 1471-1473 106° Alvise Contarini 1676-1684
25° Tribuno Memmo 979-991 47° Jacopo Contarini 1275-1280 69° Nicolò Marcello 1473-1474 107° Marcantonio Giustinian 1684-1688
26° Pietro II Orseolo 991-1009 48° Giovanni Dandolo 1280-1289 70° Pietro Mocenigo 1474-1476 108° Francesco Morosini 1688-1694
27° Ottone Orseolo 1009-1026 49° Pietro Gradenigo 1289-1311 71° Andrea Vendramin 1476-1478 109° Silvestro Valier 1694-1700
28° Pietro Centranigo 1026-1031 50° Marin Zorzi 1311-1312 72° Giovanni Mocenigo 1478-1485 110° Alvise II Mocenigo 1700-1709
29° Domenico Flabianico 1032-1042 51° Giovanni Soranzo 1312-1328 73° Marco Barbarigo 1485-1486 111° Giovanni II Corner 1709-1722
30° Domenico I Contarini 1043-1071 52° Francesco Dandolo 1328-1339 74° Agostino Barbarigo 1486-1501 112° Alvise III Mocenigo 1722-1732
31° Domenico Selvo 1071-1084 53° Bartolomeo Gradenigo 1339-1342 75° Leonardo Loredan 1501-1521 113° Carlo Ruzzini 1732-1735
32° Vitale Falier Dodoni 1084-1095 54° Andrea Dandolo 1343-1354 76° Antonio Grimani 1521-1523 114° Alvise Pisani 1735-1741
33° Vitale I Michiel 1095-1102 55° Marino Falier 1354-1355 77° Andrea Gritti 1523-1538 115° Pietro Grimani 1741-1752
34° Ordelafo Falier Dodoni 1102-1118 56° Giovanni Gradenigo 1355-1356 78° Pietro Lando 1539-1545 116° Francesco Loredan 1752-1762
35° Domenico Michiel 1118-1130 57° Giovanni Dolfin 1356-1361 79° Francesco Donà 1545-1553 117° Marco Foscarini 1762-1763
36° Pietro Polani 1130-1147 58° Lorenzo Celsi 1361-1365 80° Marcantonio Trevisan 1553-1554 118° Alvise IV Mocenigo 1763-1778
37° Domenico Morosini 1147-1156 59° Marco Corner 1365-1368 81° Francesco Venier 1554-1556 119° Paolo Renier 1779-1789
38° Vitale II Michiel 1156-1172 60° Andrea Contarini 1368-1382 82° Lorenzo Priuli 1556-1559 120° Lodovico Manin 1789-1797

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Enrico Dandolo ricordato in quanto unico doge condannato a quella di Agnadello del 1509 e, con accordi
Esponente della storica fami- morte. Il suo dogado cominciò sotto cattivi separati, riuscì a dividere la Lega di Cam-
glia patrizia dei Dandolo, che auspici, poiché la flotta veneziana venne du- brai, giungendo alla pace entro il 1517. Nei
diede a Venezia ben quattro ramente battuta da quella genovese a Porto- suoi ultimi anni di vita fu implicato nella
dogi, Enrico Dandolo nacque longo. Osteggiato da gran parte dell’aristo- sottrazione di fondi pubblici, ma morì il 21
attorno al 1108 e fu tra i crazia, ordì un complotto con un gruppo di giugno 1521 prima di essere scoperto. Toc-
mercanti più colpiti dal de- complici per scavalcare i regolamenti istitu- cò ai suoi eredi pagare un’ingente multa.
creto di espulsione dei Venezia- zionali della Repubblica e instaurare a Ve-
ni dall’Impero Bizantino, emanato nel 1171 nezia una signoria personale, simile a quelle
dall’imperatore Manuele Comneno: oltre a che cominciavano a sorgere un po’ in tutta Sebastiano Venier
dover lasciare Costantinopoli, infatti, du- Italia. La congiura venne scoperta e, dappri- Fu l’uomo simbolo della bat-
rante la fuga perse un occhio. Aveva perciò ma, vennero arrestati e giustiziati i compli- taglia di Lepanto con cui,
un conto in sospeso con Bisanzio. Fu eletto ci. Poi lo stesso doge confessò le sue colpe nel 1571, la flotta veneziana
doge il 21 giugno 1192 e, nonostante la tar- davanti al Consiglio dei Dieci e venne deca- formò il nerbo della squadra
da età, era ancora abbastanza gagliardo e pitato, il 17 aprile 1355. Il suo ritratto nella cristiana che distrusse la
coraggioso da organizzare e poi guidare la sala del Maggior Consiglio fu oscurato. flotta turca. Guidò le sue ga-
spedizione nata in origine come Quarta cro- lee prima di essere eletto doge,
ciata, ma poi abilmente dirottata dai Vene- ma comunque il raggiungimento della cari-
ziani contro i loro nemici. In tal modo, fra Fr ancesco Foscari ca suprema della Repubblica, negli ultimi
il 1202 e il 1204, le truppe di Dandolo e Nato il 19 giugno 1373 da una mesi della sua lunga vita, fu per Sebastiano
dei suoi alleati espugnarono prima Zara e delle più ricche famiglie di Venier il meritato premio da parte dei con-
poi la stessa Costantinopoli. In un certo mercanti del patriziato vene- cittadini. Venne alla luce nel 1496 ed ebbe
senso fu lui il vero fondatore dell’impero ziano, Francesco Foscari fu il vari incarichi militari in terraferma prima
marittimo veneziano, ma non rivide più la doge più longevo in carica, di diventare capitano generale da mar nel
sua patria, morendo quasi centenario nella restando al vertice della Re- 1570. Come comandante della flotta vene-
capitale bizantina nel maggio 1205. pubblica per ben 34 anni. Al di ziana, il 7 ottobre 1571, fu il principale as-
là di questo primato meramente numerico, fu sistente di don Giovanni d’Austria nel dare
anche quello che, verso la metà del XV se- addosso alle navi turche, poiché metà di
Pietro Gr adenigo colo, impresse alla politica veneziana la tutte le navi cristiane erano galee della Se-
Nato nel 1251, fu tra i pochi svolta decisiva in favore dell’espansione dei renissima. Eroe nazionale, fu eletto doge
dogi eletti in giovane età, domini sulla terraferma, rivaleggiando con il all’unanimità l’11 giugno 1577. Il suo breve
avendo appena 38 anni quan- Ducato di Milano. Venne eletto quarantano- dogado venne funestato dall’incendio del
do, il 25 novembre 1289, as- venne, il 15 aprile 1423, benché il predeces- Palazzo Ducale, il 20 dicembre 1577, a cui
surse alla carica. L’energia di sore, Tommaso Mocenigo, moribondo, avesse seguì una grandiosa ricostruzione. Non fece
Pietro Gradenigo fu fonda- tentato di dissuadere i patrizi, convinto che in tempo a vedere il palazzo rimaneggiato,
mentale per assicurare stabilità Venezia dovesse restare un impero su basi poiché morì il 3 marzo 1578.
a Venezia in un momento di grandi trasfor- marittime. Foscari si impegnò invece nelle
mazioni politiche e istituzionali culminato, il costose guerre di Lombardia, che finirono per
28 febbraio 1297, con la celebre Serrata del fissare sul fiume Adda il duraturo confine Fr ancesco Morosini
Gran Consiglio che, di fatto, rese la città con Milano. La pace di Lodi del 1454 rico- Fra gli ultimi grandi talenti
una repubblica oligarchica. Guidò inoltre lo nobbe Venezia fra le potenze della penisola, militari della Repubblica,
Stato in momenti particolarmente drammati- ma le guerre avevano impoverito lo Stato e, il Francesco Morosini nacque
ci, come l’ennesima guerra contro Genova, 22 ottobre 1457, il doge fu fatto abdicare. il 26 febbraio 1619 e si di-
funestata dalla sconfitta del 1298 nella bat- Mori dieci giorni dopo, il 1° novembre. stinse nella lunga guerra di
taglia delle isole Curzolari, e lo scontro con Candia, in cui Venezia diede
Ferrara nel 1308. Soprattutto, affrontò e su- ancora filo da torcere aiTtur-
però la temibile congiura di Baiamonte Tie- Leonardo Loredan chi. Maestro nella coordinazione tra l’azio-
polo del 1310, a seguito della quale istituì il Molto colto, ma anche diplo- ne navale delle galee e gli sbarchi dei
Consiglio dei Dieci come organo di vigilan- maticamente accorto, Leonar- “fanti da mar”, per 23 anni combatté nella
za. Morì presto, il 13 agosto 1311, ma passò do Loredan dovette sobbar- difesa della piazzaforte di Candia, l’unica
alla Storia come il doge che contribuì magi- carsi un periodo difficilissi- città dell’isola di Creta rimasta in mani
gormente a mettere a punto la “macchina” mo della storia veneziana, veneziane. È vero che alla fine, il 6 set-
politica della Repubblica di San Marco, di- quando la Repubblica si tro- tembre 1669, negoziò con i musulmani la
mostratasi in grado di funzionare per secoli. vò da sola ad affrontare una resa e l’evacuazione delle posizioni, ma lo
forte coalizione di potenze straniere, la Le- fece quando ormai lo squilibrio di forze
ga di Cambrai. Era nato il 16 novembre non dava più speranza. Dopo che, nel 1683,
Marino Falier 1436 e quando venne eletto, il 2 ottobre i Turchi vennero fermati dagli Asburgo
Lo sfortunato Marino Falier 1501, Venezia poteva dirsi ancora all’apice sotto le mura di Vienna, Morosini guidò
giunse al dogado l’11 settem- della sua potenza, nonostante avesse subito una controffensiva in Grecia, per riprende-
bre 1354. Era sulla soglia rovesci in Oriente per mano dei Turchi. re la Morea, cioè il Peloponneso. Proprio
dei 70 anni, essendo nato nel Nel 1503, Loredan fece pace con gli Otto- durante i combattimenti venne eletto doge,
1274, ma vantava una cospi- mani. La Serenissima aveva così le spalle il 3 aprile 1688, ma solo nel 1691 poté tor-
cua carriera nelle magistratu- coperte a est quando, dal 1508, si trovò ad nare a Venezia, per ripartire un paio d’anni
re e anche come capitano marit- affrontare l’alleanza fra Impero Asburgico, dopo con una nuova spedizione. E nella
timo. Benché il suo governo sia stato breve papato, Francia e Spagna. Il doge non di- città greca di Nauplia morì di malattia, fra
e travagliato, tuttavia egli merita di essere sperò nemmeno di fronte a sconfitte come i suoi soldati, il 6 gennaio 1694. ¿

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“La bandiera reale italiana sventola dalle antenne
di Piazza San Marco. Le truppe italiane entrano fra mezzo
popolazione esultante. Gioia spinta quasi al delirio.”
Dispaccio telegrafico del Generale Revel
Venezia, 19 ottobre 1866, ore 10,20

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