Sei sulla pagina 1di 276

Benedetta Parodi ha lavorato a «Studio Aperto», ha ideato il programma

«Cotto e mangiato», ha condotto «I menù di Benedetta» e oggi è alla guida


di «Bake Off Italia» e «Senti chi mangia». Con i suoi primi due libri, Cotto
e mangiato e Benvenuti nella mia cucina (Vallardi), ha venduto oltre due
milioni e mezzo di copie, affermandosi come l’autrice di cucina più venduta
d’Italia. Con Una poltrona in cucina torna all’editore dei suoi primi
successi.

2
3
www.vallardi.it

facebook.com/vallardi

@VallardiEditore

www.illibraio.it

Antonio Vallardi Editore s.u.r.l.


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Copyright © 2020 Antonio Vallardi Editore, Milano


Le fotografie che aprono ciascun capitolo e quelle delle ricette sono di
Umberto Nicoletti.
Le restanti foto sono gentilmente concesse da Benedetta Parodi.
Food Stylist: Cristina Dal Ben
Stylist di Benedetta Parodi: Laura Grazioli ed Emanuela Suma
Per gli abiti si ringraziano: Beccaria, Xacus, XT studio, Jucca, TWTM
Trucco e acconciatura: Giulia Cortorillo

In copertina: © Umberto Nicoletti


Progetto grafico: Laura Dal Maso / theWorldofDOT
Realizzazione editoriale di Alessio Scordamaglia

ISBN 978-88-5505-384-6

Prima edizione digitale: settembre 2020


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

4
A Luigi Spagnol, che avrà sempre un posto speciale
nel mio cuore e nelle pagine dei miei libri.

5
Sommario

Introduzione
1979. Gli gnocchi della Zizzi
Ricette che piacciono ai bambini
1982. La paella ritardataria
Le ricette della convivialità
1986. La mia prima torta e il primo bacio
I dolci della mia vita
1989. Il sapore dell’amicizia
Ricette facili per studenti
1991. La torta di mele di nonna Carla
Le ricette della tradizione
1996. Come mangiare un hamburger
Ricette dal mondo
1997. Le pennette alla vodka non passano mai di moda
Ricette dal mondo
1998. La grigliata di papà
Ricette all’aperto
2001. Un menù ospedaliero davvero sorprendente
Ricette di pesce
2006. Il pesto speciale e un mondiale speciale
Ricette da fare con i bambini
2010. Una poltrona in cucina
I miei cavalli di battaglia

6
Rinraziamenti
Backstage
Indice alfabetico delle ricette
Indice delle ricette per portate

7
Introduzione

In questo libro non troverete solo i miei piatti, più di cento ricette da
cucinare, ma anche la mia vita, le persone che ho amato, le esperienze che
mi hanno fatto diventare quella che sono oggi. Dopo tanti anni di ricette, ho
deciso di aprire il mio cuore e raccontare anche quello che si nasconde
dietro a ciò che cucino.
In queste pagine troverete undici storie che, in senso cronologico,
ripercorrono tutta la mia vita, da quando ero bambina a oggi. Ognuna di esse
ruota intorno a un piatto che ha segnato un momento speciale. Dalla mia
infanzia con i miei fratelli più grandi, al primo bacio. Gli anni sregolati
vissuti con gli amici, la mia vita negli Stati Uniti, i momenti di dolore e di
gioia, l’amore e la maternità. I ricordi legati a un sapore sono quelli più
intimi e intensi e io non vedo l’ora di poterli condividere con voi attraverso
queste pagine.

8
9
1979
Gli gnocchi della Zizzi

Alessandria

La casa di nonna Maria bisognava conquistarsela. Cinque piani di scale, con


i gradini alti, di marmo grigio. A ogni rampa un profumo diverso
proveniente da una cucina diversa, filtrava da dietro la porta. Al secondo
piano ragù, al terzo pollo arrosto, al quarto minestrone. Era mezzogiorno di
una domenica di ottobre e in ogni appartamento del vecchio condominio si
cucinava per il pranzo più importante della settimana. Io acceleravo,
cercando di non inalare l’odore ospedaliero delle verdure bollite, e
sfrecciavo veloce fino al pianerottolo della nonna dove mi aspettavano gli
gnocchi della Zizzi. Mi attaccavo impaziente al campanello ascoltando il
passo strascinato della vecchia tata, che mi veniva ad aprire senza fretta. Per
lei la domenica non era proprio un giorno di vacanza. Come minimo a
pranzo eravamo in dieci.
«Ciao Zizzi!!!» L’abbracciavo con tutta la forza che avevo, per farle
capire che le volevo davvero bene, e lei si commuoveva sempre. La Zizzi,
ovvero Vincenzina, ovvero Cenzina, per i bambini Zizzi, era la persona più
semplice e più buona che io abbia conosciuto nella mia vita. Papà mi
raccontava che, quando da ragazza lasciò il paesello per venire a lavorare in
città dalla nonna, aveva appena sedici anni, un viso angelico illuminato da
grandi occhi blu e lunghe trecce bionde. Per me invece era una vecchina con
le gambe storte, il naso un po’ schiacciato e i capelli candidi. Eppure doveva
essere stata bella quando decise di abbandonare il duro lavoro dei campi per
il desiderio di vivere in una comoda casa moderna. Riscaldamento, acqua
calda ma non una famiglia propria, dei figli… chissà se alla fine sarà stata
felice della sua scelta?

10
«Pòvr Cenzina! (povera Cenzina)» borbottava sempre tra sé, mentre si
occupava della casa. Con la nonna litigava ogni giorno, ma a noi bambini ci
adorava, perché in fondo era rimasta una bambina anche lei. Chissà se ha
mai avuto un fidanzato? Me lo chiedo ora, a distanza di tanti anni. All’epoca
mi bastava giocare con lei o farmi insegnare come modellare gli gnocchi sui
rebbi della forchetta, premendo con il pollice nel centro dell’impasto per
creare quella fossetta delicata in cui il sugo sarebbe andato a raccogliersi,
rendendo il boccone ancora più gustoso.
Gli gnocchi della Zizzi venivano conditi con il burro e la Fontina.
Sempre. Che io abbia memoria non hanno mai incontrato un ragù o un
pesto… solo formaggio filante. Un connubio sublime suggellato da odori e
rumori sempre uguali, come i vapori che uscivano dalla porta della cucina
stretta e lunga e il rumore vellutato degli gnocchi tuffati nell’acqua bollente.
Tof, tof, tof .
Era il mio momento preferito. I formaggi tagliati a dadini erano messi
nella ciotola di servizio, da noi alessandrini chiamata ‘il grilletto’, che poi
veniva appoggiata sulla pentola dell’acqua in maniera che si sciogliessero
dolcemente. Una volta lessati, gli gnocchi venivano trasferiti con la
schiumarola nel grilletto e mescolati delicatamente, creando un
meraviglioso effetto filante. Per me era una magia meravigliosa. Senza la
Zizzi, che era la mia fatina buona, nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile.
E così estate o inverno che fosse, tutte le nostre domeniche si consumavano
nella sala da pranzo di nonna Maria con gli gnocchi alla bava al centro del
tavolo e in sottofondo le canzoni di Julio Iglesias che provenivano dal
mangiadischi posizionato sotto la tv. A capotavola sedeva sempre il nonno

11
Pino, capelli bianchi impomatati di brillantina e naso leggermente rubizzo.
Non usciva mai senza il suo Borsalino e le bretelle. Di lavoro faceva la
grappa nella sua distilleria di Sezzadio. Forse sarà stato per questo che
armeggiava sempre con il vino durante il pranzo. Ne versava un po’ nel
bicchiere, poi si faceva portare la zuccheriera e ci aggiungeva una punta di
zucchero… mescolava con il coltello, assaggiava schioccando la lingua e
poi regolava il tutto con un po’ d’acqua o altro vino… incurante degli
sguardi di biasimo che gli lanciava mia madre, che gli sedeva di fianco. In
questi pranzi domenicali arrivavano anche i nostri parenti di Torino, la zia
Mimma, sorella di papà, con il marito lo zio Renato e i nostri due cugini
Alessandra ed Eugenio, che avevano la stessa età dei miei fratelli. Tutti
avevano con chi parlare, ridere, giocare… tutti tranne me che ero la più
piccola e venivo distrattamente ignorata dai grandi e crudelmente snobbata
dai miei fratelli e cugini. La grossa tv in bianco e nero, che troneggiava
gigantesca in salotto, durante il pranzo doveva rimanere spenta e così in
quell’epoca senza smartphone o giochi elettronici non c’era modo di fare
passare il tempo. L’unica che mi considerava era la ‘pòvr Zizzi’ che però,
dopo il pranzo della domenica, aveva una montagna di piatti da lavare e la
cucina da rassettare.
«Se vuoi puoi andare in camera mia a giocare con la Madonnina» mi disse
quella domenica d’ottobre, finito il pranzo, dopo un po’ che le stavo alle
costole e le impedivo di fare i mestieri.
Non me lo feci ripetere due volte.
Così, sorpresa e felice per quell’inaspettata concessione, volai nella sua
cameretta, adiacente alla cucina. C’era un letto singolo addossato al muro,
mentre sull’altro lato un mobile basso correva lungo tutta la parete. Il nonno
lasciava lì tutte le scartoffie della distilleria insieme alla macchina da
scrivere, una enorme Olivetti nera, sulla quale anni dopo imparai a battere a
macchina pure io. Di solito mi divertivo a disordinare i fogli, li spostavo di
qui e di lì e facevo finta di essere una segretaria molto impegnata. Era uno
dei miei giochi preferiti. Pigiavo sui tasti della Olivetti, inforcavo gli
occhiali del nonno e mi atteggiavo a donna di mondo… Quel giorno invece
andai dritta alla prima anta del mobile, la aprii e tirai fuori la Madonnina di
Lourdes. Una statuetta di plastica semitrasparente che rappresentava la
Madonna con il velo, le braccia lungo il corpo e le mani aperte. Era la cosa
più preziosa che la Zizzi possedesse. Non so perché quel giorno mi permise
di prenderla. L’aveva comprata anni prima durante il suo pellegrinaggio in
Francia e quando io gliela chiedevo me la faceva tenere in mano come fosse

12
una reliquia, raccomandandosi ogni volta di non aprire il piccolo tappo che
stava sopra la testa della statuetta. Al suo interno infatti c’era l’acqua di
Lourdes, un’acqua santissima, capace di compiere grandi miracoli, mi aveva
raccontato. Dunque per la prima volta in totale autonomia, presi la statuetta
con delicatezza e la alzai davanti alla luce della finestra, in modo che i raggi
in controluce mi permettessero di osservare il suo interno. Chissà che cose
prodigiose poteva fare il liquido custodito nella statuetta.
«Cosa fai lì impalata?»
Per poco la Madonnina non mi scivolò dalle mani. Ma cercai di dominare
la sorpresa senza nemmeno girarmi. Sapevo di chi era quella voce.
«Ciao Marco» dissi con noncuranza, anche se il cuore mi batteva
fortissimo.
«Be’?»
«Be’, cosa?» ripetei, ancora con la Madonnina in mano.
Marco abitava sullo stesso pianerottolo della nonna. Proprio la porta di
fronte. Aveva otto anni, uno in più di me, e per questo a volte mi trattava
come se fossi una bambina piccola, cosa che mi mandava in bestia. Era
magro e alto. Con i pantaloni a zampa di elefante a vita alta che
indossavamo tutti a quell’epoca, sembrava davvero un’acciuga. Il viso
invece, con quei grossi occhi azzurro scuro e la fronte ampia messa in
evidenza da un taglio di capelli cortissimo, non aveva nulla di buffo. Non
frequentava la mia stessa scuola perché io andavo dalle suore in una classe
tutta al femminile, non avevamo nemmeno amici comuni fuori dalla scuola,
perché lui giocava nei giardinetti sotto casa, io invece andavo al circolo
sportivo di tennis tutti i santi giorni. Insomma i nostri incontri erano
circoscritti alle mura dei due rispettivi appartamenti all’ultimo piano di
piazza Mentana ad Alessandria… eppure lassù eravamo inseparabili.
Gli mostrai l’acqua santa contenuta nella statuetta, enfatizzando al
massimo il potere di quel liquido miracoloso, e rimasi stupita quando lui
invece di prendermi in giro, come immaginavo, mi tolse delicatamente di
mano la Madonnina e se la rigirò pensieroso tra le mani.
«Tu ci credi?» mi domandò scrutandomi serio con i suoi grandi occhi blu.
«Certo» risposi io, stranamente turbata da quello sguardo.
«Allora andiamo da me!» decise lui risoluto, infilandosi la statuetta sotto
il maglioncino di shetland verde scuro che gli stava pure un po’ strettino.
Chiunque si sarebbe accorto che lì sotto nascondeva qualcosa, ma a nessuno
interessava veramente di noi e così la facemmo franca. Attraversai con
naturalezza l’atrio di casa della nonna, mentre tutti erano in salotto a bere il

13
caffè. Marco stava dietro di me un po’ troppo vicino, per mascherare la
statuetta che nascondeva sotto il maglione. Solo una volta uscita sul
pianerottolo urlai un saluto vago al resto della famiglia: «Ciao, vado da
Marco». Nessuno rispose. Nonostante ciò ero agitatissima.
Sapevo che portare via la statuetta della Zizzi era sbagliato, ma non ero
capace di dire di no a Marco. Il mese prima mi aveva convinto a riempire il
diario della mia compagna di scuola di insulti e parolacce. Avrei
semplicemente dovuto portarlo a casa dopo la scuola, scriverle una dedica
per il suo compleanno e restituirglielo, ma quel pomeriggio ci annoiavamo e
così a Marco era venuta l’idea di arricchire la dedica con qualche epiteto un
po’ colorito.
«Tanto non se la prende vero?» mi aveva domandato in quell’occasione
con uno sguardo di sfida. Come a far intendere che nella sua classe nessuno
se la sarebbe presa a leggere sul proprio diario parole tipo ‘coglione’ o
‘stronzo’…
«Ma certo che no…» avevo risposto io, con un leggero tremore della
voce. Quello che successe dopo ve lo lascio immaginare! I miei genitori
chiamati dalla direttrice, sgridate pazzesche,ecc. ecc.
Ma questa volta era diverso, nello sguardo di Marco non c’era quel
luccichio pericoloso di sfida, ci vedevo qualcosa di diverso, di più profondo
e perfino commovente: il suo era uno sguardo di speranza.
Attraversammo il pianerottolo ed entrammo nel suo appartamento
attraverso l’uscio che lasciammo accostato. Feci per girare a sinistra verso la
sua camera. Ma Marco mi fermò.
«Andiamo di là!» indicò risoluto.
Attraversammo il lungo corridoio semibuio pieno di quadri e ninnoli. I
nostri passi erano attutiti da un morbido tappeto, così non dovevamo
nemmeno camminare in punta di piedi. Pensavo che saremmo andati in
cucina e invece proseguimmo verso l’ultima porta del corridoio, dove non
avevo mai messo piede.
Marco appoggiò la mano sulla maniglia e si girò verso di me.
«È lo studio di papà» sussurrò serio.
«Mah» tentai di obbiettare io.
«Tu stai zitta e non toccare niente» mi ordinò, aprendo la porta e
infilandosi dentro velocemente. Lo imitai e mi chiusi la porta alle spalle
rimanendo immobile all’interno della stanza.
Le porte di quei vecchi appartamenti avevano il telaio di legno ma poi
erano fatte di vetro smerigliato, leggermente trasparente, così, se Marco

14
avesse acceso la luce centrale, passando dal corridoio si sarebbe notato
subito che c’era qualcuno in quella stanza. Si avvicinò alla grande scrivania
ingombra di fogli e documenti e accese la piccola lampada di vetro verde
scuro.
Mi guardai intorno: quel poco che potei indovinare in quella luce fioca fu
una grandissima libreria che occupava tutta una parete. L’altro lato della
stanza invece era pieno di piccoli quadri colorati. Mi avvicinai incuriosita.
Sembravano fiori… no, farfalle. Feci ancora qualche passo e mi bloccai di
colpo. Non erano quadri. Erano piccole teche che contenevano splendide
farfalle morte e crudelmente crocifisse con lunghi spilli dietro il vetro.
«Ma è orribile» dissi, indecisa tra l’avvicinarmi ancora per vedere meglio
o scappare via.
Marco mi strattonò verso la scrivania senza parlare.
Tra le pile di fogli e documenti vidi una tavoletta di legno ricoperta di
carta chiara. Guardai Marco senza capire. Lui mi prese per il braccio senza
tanti complimenti e mi fece avvicinare ancora. E allora capii.

Sotto quella piccola tavoletta c’era una grossa farfalla con le ali blu
screziate di nero. Era ricoperta da un foglio semitrasparente, tenuto fermo da
due vocabolari posti alle sue estremità. Era bellissima.
«Dobbiamo salvarla» dichiarò estraendo dal maglioncino la Madonnina
con l’acqua miracolosa.
Avevo sette anni e mi sembrò un’idea meravigliosa! Mi sentii una vera
eroina e provai per Marco un moto di affetto e di ammirazione talmente
grande che lo abbracciai. Lui rimase rigido come un baccalà, ma non mi
allontanò. Ricevette il mio abbraccio tutto serio, tenendo stretta in mano la
Madonnina di Lourdes, poi mi guardò risoluto e incominciò a trafficare per
levare il tappo che stava sopra la statuetta.

15
«Ne basterà solo qualche goccia» dissi io per rompere il silenzio. «Non se
ne accorgerà nessuno…» continuai più per convincere me stessa che Marco.
«Ma io voglio salvare tutte le farfalle che ci sono qui» mi rispose lui con
il tappo in mano.
Avvertii uno strano formicolio alla testa… mi sentivo in trappola come
quelle farfalle. Da una parte morivo dalla voglia di fare quello che voleva
Marco, dall’altro presagivo che si trattava di una pessima idea.
Lo guardai attraverso la luce soffusa della lampada verde e mi accorsi che
aveva paura anche lui, ma che ciò nonostante non sarebbe tornato indietro.
Provai a immaginare cosa volesse dire vivere e dormire vicino a quel
cimitero di farfalle e capii perché fosse così determinato. Decisi che lo avrei
aiutato.
«Incominciamo con questa qui» proposi allora indicando la farfalla sul
tavolo.
Marco acconsentì con un cenno del capo.
«Versa qualche goccia miracolosa sulla farfalla, io intanto mi arrampico
sulla sedia e stacco le altre dal muro» disse, passandomi la Madonnina e
lasciandomi lì sola con la farfalla.
Adesso quel povero insetto mi terrorizzava. Nella penombra di quello
studio misterioso, avevo paura che dopo che l’avessi riportata in vita con
l’acqua di Lourdes quella farfalla si sarebbe vendicata di me… con quelle
zampette sottili, quel corpicino peloso…
Inclinai la statuetta con la mano che mi tremava e coprendo il buco con il
pollice feci cadere con delicatezza tre gocce su ogni ala blu. Avevo tutti i
sensi tesi. Guardai la farfalla stesa sotto la carta e mi sembrò quasi di
vederla fremere mentre riceveva il liquido miracoloso; decisi allora di
scostare i grossi volumi che tenevano bloccato l’insetto sotto quella velina,
quando qualcosa di grosso e morbido mi sfiorò la caviglia.
Non potei fare a meno di urlare...
Pensai a un’enorme farfalla infuriata con noi umani crudeli che mi
attaccava da sotto il tavolo, e immediatamente mollai la statuetta correndo
verso la porta. Uscii senza badare a non farmi scoprire e corsi verso
l’appartamento della nonna senza guardare indietro.
Mi rifugiai in camera della Zizzi con il fiato corto e le mani che
tremavano ancora di più. Sentii la porta richiudersi dietro di me. Era Marco.
Teneva in mano la statuetta vuota e il tappo. Anche lui aveva lo sguardo
spaventato e si dovette sedere sul letto per ritrovare la calma.
«Cosa cazzo è successo?» Lui adorava le parolacce.

16
«C’era qualcosa sotto la scrivania» mi giustificai io. «Lo giuro!»
«Era solo il gatto» disse lui grave.
«Ma tu non hai un gatto!» ribattei arrabbiata.
«Lo so, è il gatto di quelli del piano di sotto che si arrampica dal terrazzo»
spiegò lui sempre con quell’aria di sufficienza che mi faceva imbestialire.
«Ma io come potevo saperlo…» proruppi esasperata. Solo allora notai la
statuetta vuota.
Marco se ne accorse e se la rigirò tra le mani.
«Nessuno ci ha visti, mia madre dorme, mio padre è fuori» analizzò lui
con freddezza. «Ma l’acqua miracolosa è andata».
Immaginai il tappeto dello studio del papà di Marco, zuppo di acqua
santa… era impossibile recuperarla.
Mi veniva da piangere. Non potevo dirlo alla povera Zizzi che tutte le
mattine alle sette prima di andare a messa metteva il suo velo di pizzo nero
nella borsetta e lanciava un bacio alla sua Madonnina Santa. Non potevo e
basta.
Uscii dalla stanza in cerca di una soluzione. Marco rimase sul letto, ad
aspettarmi. Dovevo cavarmela io, visto che la colpa era mia.

La mia famiglia era ancora in salotto a bere il caffè e chiacchierare. In


sala da pranzo Robi e Cristina insieme ai miei cugini frugavano tra i 45 giri
della nonna in cerca di qualunque cosa potesse far tacere Julio Iglesias che
gorgheggiava dal giradischi. La Zizzi armeggiava accanto a loro con la
tovaglia del pranzo. Andai in cucina. Sul tavolo di marmo c’erano ancora i
resti degli gnocchi appena mangiati, un po’ di farina, lo schiacciapatate
incrostato e poi la grossa pentola piena dell’acqua in cui avevano cotto gli
gnocchi. La annusai. Sapeva di buono. Mi ricordai del suono magico delle
piccole palline che venivano calate delicatamente nel liquido in
ebollizione… di come cadevano verso il fondo e sparivano alla vista… i
pochi minuti di trepidante attesa prima che gli gnocchi risalissero a galla

17
uno per uno come dei palloncini liberati nell’aria durante una festa. Un
piccolo grande miracolo. Era proprio quello che cercavo. Ora sapevo cosa
fare. Presi in mano la Madonna e la immersi nel pentolone. L’acqua di
cottura si infilò nel buco della statuetta producendo piccole bolle. La estrassi
veloce, la tappai con destrezza e la asciugai con un canovaccio abbandonato
su una sedia. Era fatta. Tornai in camera da Marco con aria trionfante. Da
dietro la finestra della camera della Zizzi mi parve di cogliere il lieve battito
di ali blu di una farfalla. Per tutta la mia infanzia fui certa di essere riuscita a
fare un vero miracolo, ma non lo raccontai mai a nessuno. Nemmeno a
Marco.

18
Gli gnocchi della Zizzi

19
Ingredienti

20
per 4 persone
500 g di patate
150 g di farina
150 g di Fontina
formaggio grana grattugiato
burro
sale

Fate lessare le patate con la buccia in abbondante acqua leggermente salata.


Quando saranno morbide, passatele nello schiacciapatate. Potete farlo anche
senza togliere la buccia. Lasciate intiepidire il composto, quindi unite la
farina, 1 cucchiaino di sale e impastate fino a creare una palla dalla
consistenza elastica e non appiccicosa. Se necessario, aggiungete altra
farina. Tagliate la Fontina a pezzetti e trasferitela insieme a una noce di
burro in una larga terrina, che dalle mie parti chiamiamo ‘grilletto’. Mettete
sul fuoco una pentola con l’acqua in cui cuocerete i vostri gnocchi e
chiudetela a mo’ di coperchio con il grilletto. Man mano che l’acqua si
scalderà, il formaggio comincerà a sciogliersi.
Nel frattempo, confezionate gli gnocchi formando dei rotolini dello
spessore di un dito. Tagliateli con il coltello ottenendo dei cilindretti della
grandezza di un acino d’uva. Passate ciascuno gnocco sui rebbi della
forchetta, esercitando una leggera pressione con il pollice. Se l’impasto
dovesse risultare troppo appiccicoso, aggiungete un altro po’ di farina.
Quando l’acqua bolle, togliete il grilletto e versate gli gnocchi. Appena
verranno a galla, prelevateli con la schiumarola e trasferiteli nella ciotola
con i formaggi sciolti. Mescolate delicatamente e servite aggiungendo il
formaggio grana.

Pasta al ragù di pesce


Ingredienti
per 4 persone
300 g circa di filetti di gallinella (in alternativa merluzzo)
250 g di tagliatelle
200 g di pomodori ciliegini
1 carota piccola
1 cipolla

21
1 gambo di sedano
1 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
burro
prezzemolo
olio extravergine di oliva
sale

Tritate la carota insieme con il sedano e la cipolla. Schiacciate lo spicchio


d’aglio. Fate rosolare le verdure con l’aglio in una padella con una noce di
burro e un goccio di olio. Dopo qualche minuto aggiungete il pesce e
lasciate rosolare qualche altro minuto, poi unite 1/2 bicchiere di acqua calda,
il concentrato di pomodoro e i pomodorini tagliati a metà.
Mettete il coperchio e lasciate cuocere per circa 10-15 minuti a fuoco
basso. Mescolate con un cucchiaio in modo che il pesce si sfaldi e diventi un
ragù. Al termine, regolate di sale.
Cuocete le tagliatelle in abbondante acqua salata e scolatele tenendo da
parte un po’ di acqua di cottura. Versate le tagliatelle nella padella con il
ragù di pesce e fate saltare brevemente a fuoco vivace unendo, se
necessario, l’acqua di cottura tenuta da parte.
Servite le tagliatelle con una spolverata di prezzemolo tritato.

Farfalle panna e speck


Ingredienti
per 4 persone

400 g di farfalle
500 g di panna da cucina
250 g di speck
50 g di Parmigiano Reggiano
sale
pepe

Cuocete le farfalle in abbondante acqua salata.


Nel frattempo, fate tostare lo speck in una padella senza condimento per
qualche minuto fino a quando diventerà croccante. Toglietelo dalla padella e
tenete da parte. Versate nella stessa padella la panna insieme con un
mestolino dell’acqua di cottura della pasta. Fate sobbollire per qualche

22
minuto, quindi regolate di sale e pepe.
Scolate le farfalle al dente, tenendo da parte un po’ di acqua di cottura, e
fatele insaporire nella padella con il sugo a fuoco vivace. Spegnete,
aggiungete lo speck e il Parmigiano Reggiano e servite. Se il sugo risultasse
troppo asciutto, aggiungete altra acqua di cottura.

Vellutata di piselli con crostini


Ingredienti
per 4 persone
750 g di piselli surgelati
50 g di Parmigiano Reggiano
4 fette di pane in cassetta
1 cipolla
150 ml di latte
olio extravergine di oliva
sale

Versate i piselli ancora surgelati in una pentola con la cipolla tritata e poca
acqua. Regolate di sale e fate cuocere per circa 20-30 minuti fino a che i
piselli e le cipolle saranno ben ammorbiditi. Se il risultato fosse troppo
brodoso, eliminate con un mestolo un po’ dell’acqua di cottura. Unite il latte
e tritate il tutto con il frullatore a immersione fino a ottenere una crema
densa e vellutata.
Tagliate il pane a dadini. Versate 2 cucchiai di olio in una padella e fate
rosolare il pane fino a che non sarà ben croccante. Spegnete il fuoco e
spolverizzate con il Parmigiano, mescolando per farlo sciogliere. Servite la
vellutata di piselli con i crostini aromatizzati al formaggio.

Riso alla cantonese


Ingredienti
per 4 persone
250 g di riso basmati
250 g di piselli
150 g di prosciutto cotto a dadini
3 uova

23
2 cipollotti
4 cucchiai di salsa soia
olio di semi

Affettate i cipollotti e fateli rosolare in una padella unta con poco olio
insieme con i dadini di prosciutto. Lessate i piselli in abbondante acqua
salata. Scolateli tenendo da parte l’acqua di cottura. Trasferite i piselli nella
padella con i cipollotti e il prosciutto, e lasciate insaporire per qualche
minuto.
Sbattete le uova in una terrina insieme con la salsa di soia. Fatele cuocere
in una padella unta con poco olio, mescolando continuamente in modo da
ottenere delle uova strapazzate color nocciola.
Lessate il riso nell’acqua di cottura dei piselli. Scolatelo e versatelo nella
padella con gli altri ingredienti.
Aggiungete anche le uova, mescolate accuratamente e servite.

Frittatine arrotolate
Ingredienti
per 4 persone
200 g di spinaci o erbette
100 g di Parmigiano Reggiano
4 uova
4 sottilette
4 fette di prosciutto
noce moscata
burro
sale

Stufate gli spinaci in padella un cucchiaio di acqua, strizzateli e trasferiteli


nella ciotola del mixer. Unite le uova, 50 g di Parmigiano, un po’ di sale e
una grattugiata di noce moscata.
Ungete di burro una piccola padella, lasciate scaldare e preparate quattro
piccole frittate con il composto di uova e spinaci.
Farcite ogni frittatina con una sottiletta e una fetta di prosciutto.
Arrotolatele e disponetele su una teglia rivestita con un foglio di carta da
forno e conditele con il Parmigiano rimasto.
Distribuite sopra qualche fiocchetto di burro e fate gratinare in forno a

24
180 °C per qualche minuto fino che il formaggio, sciogliendosi, avrà
formato una bella crosticina sulla superficie.

Lonza al latte
Ingredienti
per 4 persone
1,5 kg di lonza di maiale
1 cipolla bianca
1 spicchio d’aglio
farina
1 l circa di latte
burro
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Passate la lonza nella farina, eliminando quella in eccesso. Salate, pepate e


fatela rosolare su tutti i lati in un tegame con una noce di burro e un po’ di
olio.
Togliete la lonza e aggiungete nel tegame la cipolla affettata e lo spicchio
d’aglio. Lasciate rosolare dolcemente per qualche minuto, poi unite di
nuovo la lonza e coprite con il latte. Fate cuocere per 1 ora e 1/2 a fuoco
dolce. Una volta pronta, togliete la lonza dal tegame e passate il sugo con un
frullatore a immersione. Tagliate la lonza a fette, distribuite sopra la salsa e
versate.

Cotolette alla palermitana


Ingredienti
per 4 persone
400 g di fettine di lonza di maiale
200 g di pangrattato
100 g di formaggio grana o pecorino dolce
1 mazzetto di prezzemolo
1 spicchio d’aglio
olio extravergine di oliva

25
sale

Versate un po’ di olio in un piatto fondo. In un altro piatto mescolate il


pangrattato con il formaggio grana, il prezzemolo e lo spicchio d’aglio tritati
(io ne metto solo un pezzettino).
Passate le fettine prima nell’olio poi nella panatura.
Fate cuocere le cotolette poche alla volta in una padella leggermente
oliata e a fuoco moderato. Ogni tanto ungete di nuovo la padella perché la
superficie delle cotolette risulti croccante. Quando saranno pronte, regolate
di sale e servite. In alternativa, potete cuocere la carne in forno: disponete le
cotolette su una placca foderata di carta da forno e passate in forno ventilato
a 180 °C per pochi minuti (io preferisco prepararle in padella, perché la
lonza rimane più tenera dopo la cottura).

Piccoli gattò di patate dolci


Ingredienti
per 4 persone
250 g di patate
250 g di patate dolci
200 g di provolone piccante
50 g di Parmigiano Reggiano
50 g di burro
1 uovo e 1 tuorlo
pangrattato
sale

Sbucciate tutte le patate, tagliatele a pezzi e lessatele in acqua bollente


salata. Una volta pronte, scolatele e schiacciatele con una forchetta o con lo
schiacciapatate. Conditele con il burro, il provolone a pezzetti, il Parmigiano
e le uova.
Imburrate quattro cocotte da forno, spolverizzate con il pangrattato e
riempitele con il composto. Coprite con altro pangrattato, il Parmigiano e
qualche fiocchetto di burro. Trasferite in forno e fate cuocere a 180 °C per
circa 10-15 minuti, finché i gattò si saranno gonfiati e appariranno dorati in
superficie. Servite i gattò tiepidi.

26
Polpettone ripieno
Ingredienti
per 4 persone

400 g di carne di pollo macinata


200 g di patate
150 g di prosciutto cotto (per l’impasto)
120 g di Fontina o caciotta bianca
100 g di prosciutto a fette (per il centro del polpettone)
80 g di pangrattato
50 g di formaggio grana
4 uova
olio extravergine di oliva
sale

Sbucciate le patate, tagliatele a pezzi e lessatele in acqua leggermente salata.


Lasciatele intiepidire, quindi schiacciatele con la forchetta o lo
schiacciapatate e mescolatele in una terrina con la carne di pollo macinata.
Tritate il prosciutto cotto e unitelo al composto. Aggiungete anche le uova,
il formaggio grana e regolate di sale.
Tagliate la Fontina a bastoncini delle dimensioni di un dito. Allargate il
composto su un foglio di carta da forno, quindi disponete sopra prima le
fette di prosciutto cotto, poi i bastoncini di formaggio disposti in fila.
Arrotolate il polpettone, aiutandovi con il foglio di carta da forno, e sigillate
bene le estremità.
Passate il polpettone nel pangrattato aiutandovi sempre con la carta da
forno per girarlo. Trasferitelo sopra una teglia unta con poco olio, irrorate
con un po’ di olio anche la parte superiore e fate cuocere in forno a 180 °C
per circa 40 minuti.

Bomboloni
Ingredienti
per 4 persone
500 g di farina 00
70 g di zucchero
1 vasetto di yogurt

27
1 cucchiaio di zucchero semolato
1 bustina lievito di birra disidratato
200 ml di latte (a temperatura ambiente)
80 ml di olio di semi
la buccia grattugiata di 1 limone

Mescolate il latte a temperatura ambiente con lo yogurt. Raccogliete la


farina e il lievito in una ciotola, unite lo zucchero e la scorza grattugiata del
limone. Aggiungete gli ingredienti liquidi precedentemente mescolati e
impastate per circa 10 minuti. Coprite l’impasto e lasciate lievitare per
almeno 1 ora.
Stendete l’impasto con il matterello a uno spessore di circa 2 cm. Ricavate
tanti dischi larghi circa 4 dita aiutandovi con un coppapasta oppure con il
bordo di un bicchiere.
Scaldate l’olio di semi in un tegame capiente e, quando inizierà a
sfrigolare, immergete i dischi pochi per volta. Quando appariranno gonfi e
dorati in superficie, prelevateli con una schiumarola e lasciateli asciugare su
un foglio di carta assorbente da cucina. Una volta intiepiditi, passateli nello
zucchero semolato e servite.

28
29
1982
La paella ritardataria

Alessandria

Mia madre non è mai stata una cuoca molto ispirata. Per esempio, a fine
cena da noi non esisteva il dolce. Mai. Finito il secondo, il mio povero papà
restava a tavola da solo a difendere il suo piatto e il suo bicchiere da uno
sparecchiamento selvaggio mentre cercava di sbucciarsi una mela.
A lui il dolce avrebbe fatto piacere, perché era goloso; ma non voleva
farlo pesare e allora si ingegnava come poteva tagliando gli spicchi di mela
in maniera perfettamente uguale (del resto era un ingegnere) e disponendoli
con eleganza nel piatto, difeso strenuamente dallo smantellamento della
tavola. Poi li cospargeva di zucchero o di cacao, magari ci aggiungeva un
biscottino e mangiava con un gusto e una calma tutti suoi quel dessert
improvvisato. Lui era il teorico del ‘ploc’. Che cos’è il ploc? Semplice: è
l’ultimo boccone, il più buono, quello che si conserva appositamente alla
fine, per poi alzarsi da tavola soddisfatti. Pensate che quando mangiava un
mandarino particolarmente dolce, il papà non lo finiva mai prima di
sbucciarne un altro. Ne serbava uno spicchio. Così quelli che avrebbe scelto
dopo potevano essere anche meno dolci, tanto lui sapeva che avrebbe
concluso con il boccone più buono di tutti. Peccato che, quando noi bambini
gli chiedevamo distrattamente uno spicchio, lui sacrificava sempre il suo
ploc per farci gustare il boccone migliore! Questa abitudine del ploc l’ho
tramandata anche ai miei figli, perché la trovo tenera e geniale nello stesso
tempo. Eleonora ne è una fervente sostenitrice. Spesso però quando lascia
da parte il suo ploc nel piatto, che sia una patatina o un pezzo di pizza,
Matilde e Diego glielo rubano e lei ci rimane malissimo. Chi fa il ploc,
insomma, deve mettere in conto un certo margine di rischio…

30
Ma tornando ai dessert di casa Parodi, il massimo che mia madre ci
concedeva erano le pesche sciroppate. In rarissime occasioni infatti
prendeva la scaletta, andava in dispensa e tornava in sala da pranzo con una
grossa lattina che apriva e scodellava in una ciotola al centro del tavolo. Se
penso alla cadenza quasi quotidiana con cui io sforno torte per i miei figli,
mi fa tenerezza l’entusiasmo con cui noi tre ragazzi accoglievamo in tavola
quelle pesche.
Quando però avevamo ospiti le cose erano molto diverse. C’era un mese
dell’anno che mia mamma consacrava alla restituzione degli inviti. I miei
infatti avevano una vita sociale molto brillante, partecipavano a tante feste e
tutti questi inviti poi dovevano essere ricambiati. Mia madre, che è sempre
stata una persona iperpratica, preferiva concentrare tutto in un unico
periodo. Sceglieva un menù, una mise en place della tavola, forse anche un
outfit adeguato dal suo guardaroba, e lo ripeteva ogni venerdì fino a che non
aveva terminato le persone a cui restituire l’invito. A ritmo di dodici ospiti
alla volta, il rituale si ripeteva sempre identico, un po’ come nella commedia
Ricomincio da capo, dove Bill Murray si risveglia sempre nello stesso
giorno e rivive sempre gli stessi momenti. Immagino che per mio padre la
sensazione dovesse essere un po’ la stessa. Il primo venerdì sarà stato felice
di mangiare tagliatelle ai funghi, faraona e bunet per dessert; l’ultimo, ormai
stremato, si sarà affogato nell’Alka-Seltzer!

31
Io invece amavo ogni venerdì di quel periodo dell’anno. Mentre i miei
fratelli, che erano già grandi, coglievano al volo l’occasione per uscire con
gli amici e togliersi di mezzo, io partecipavo con tutta me stessa a ogni fase
della preparazione.
La tavola si preparava il giorno precedente alla cena. Mia madre apriva
armadi e cassetti che non avevo mai osato toccare ed estrae-
va tovaglie di pizzo, cristalli preziosi. Ogni oggetto aveva una storia e io
adoravo ascoltarle tutte.
«Questi bicchieri arrivano dalla casa di zia Teresa di Alba» spiegava la
mamma, spolverando con delicatezza delle eleganti coppe di cristallo con
una leggera greca incisa sul bordo esterno.
«E perché non li hanno presi i figli della zia?» chiedevo io.
«Perché la zia non aveva figli e nemmeno un marito».
Io guardavo la mamma stupita.
«Era così brutta?»
«No» rideva la mamma. «La zia era molto bella, ma si innamorò di un
uomo che non piaceva ai suoi genitori. Loro non le diedero il permesso di
sposarlo e lei preferì rimanere zitella».
Ogni oggetto era legato a un nome, a un ricordo, e io cena dopo cena,
venerdì dopo venerdì, mi facevo raccontare tutto. Ero così fiera di quello
che sapevo, sentivo che imparando la storia di quegli oggetti venivo
naturalmente investita di una responsabilità importante, quella di tramandare
la storia della mia famiglia.
Poi alle 18 e 30 puntuale arrivava la signora Maria. Una donnina
piccolissima, dagli occhi penetranti, la pelle rugosa e i capelli grigi. Aiutava
in cucina. Era una persona semplice e spiccia. La mamma la adorava, tanto
che mio fratello Robi, stilando per scherzo una classifica delle persone che
erano nelle grazie della mamma (e non erano tantissime…) l’aveva messa al
primo posto assoluto. Il gioco preferito di Robi era quello di rielaborare di
continuo questa sua fantomatica classifica in base agli avvenimenti
famigliari. C’era chi perdeva punti e chi li guadagnava. Lui era sempre in
fondo e mia sorella Cristina sempre in alto. Ma nessuno scalzò mai il primo
posto della signora Maria.
Anch’io le volevo bene. Condividevo con lei la vita della cucina. Durante
le cene non si faceva mai vedere: si vergognava! Io invece non vedevo l’ora
che arrivassero gli ospiti per andare a salutarli e osservarli. Eravamo in pieni
anni ’80 e i vestiti delle signore erano davvero spettacolari. Paillette, pizzi,
spalline imbottite mastodontiche e pettinature con ciuffi e riccioli

32
vaporosissimi. Mi ricordo in particolare un’amica della mamma, super
elegante, con un caschetto biondo platino molto minimal, che fumava il
sigaro come gli uomini. La trovavo irresistibile. C’erano poi signore
particolarmente eccentriche, che si presentavano con abiti lunghi con lo
strascico, oppure con pettinature talmente alte e complicate da fare invidia a
Maria Antonietta.
Ce n’erano due in particolare che non venivano mai invitate nella stessa
serata. Appartenevano a due importanti famiglie di industriali alessandrini e
amavano essere al centro dell’attenzione. Io le adoravo! Non vedevo l’ora
che arrivasse il loro turno per godermi l’arrivo di ciascuno circondata da un
alone di profumo e le loro strabilianti pellicce stile Crudelia De Mon. Mi
incaricavo io stessa di posarle nel guardaroba. In quelle occasioni persino la
signora Maria metteva il naso fuori dalla cucina.
Una volta fu invitato anche il vescovo. Me lo ricordo bene perché venni
istruita a dovere. Dovevo salutarlo con un inchino e poi baciargli l’anello.
«Baciargli l’anello?» La cosa mi sembrava alquanto strana ma, mentre la
mamma si dilungava a spiegarmi il significato di quel gesto, io ero già tutta
concentrata sul caramello che imbruniva in padella, emanando quel tipico
profumo amaro e goloso… così quando molte ore più tardi mi trovai davanti
al vescovo, non ricordavo più nulla a parte il fatto che c’era di mezzo
quell’anello molto importante.
«Buonasera» dissi impegnandomi al massimo in quell’accenno di inchino
che mi aveva insegnato a fare la mamma.
In realtà ero un po’ delusa. Mi aspettavo un uomo vestito con drappi
dorati e mantelli sgargianti, ancora più elegante del prete che vedevo tutte le
domeniche sull’altare della chiesa. Invece quello che si presentò a casa
nostra era un distinto vecchietto vestito con una lunga tunica nera ravvivata
da una fusciacca viola. Mi salutò gentilmente facendomi una lieve carezza
sul capo e fu così che vidi l’anello. Una semplice fascia d’oro con una croce
incisa.
«Bello il suo anello» dissi per mostrare che lo avevo notato, mentre mia
madre incominciava a sudare.
«Grazie» rispose il vescovo sorridendo e, visto che io continuavo a
osservare la sua mano, mi spiegò: «Questo me lo ha dato il papa, lo
sapevi?»
«No» risposi candida. «Il fatto è che mi avevano detto cosa dovevo fare
col suo anello ma io ora non me lo ricordo più…»
Il vescovo scoppiò a ridere, mentre mia madre occupata con altri ospiti si

33
era provvidenzialmente spostata.
«Forse ti hanno detto di baciarlo?» azzardò avvicinando la mano alla mia
bocca.
«Forse» dissi. «Lo baciano in molti?» mi informai titubante.
«Certo» rispose lui con enfasi. «Tutti quanti».
«Allora deve essere pieno di germi…» esclamai io ritraendomi quasi
scandalizzata.
Il povero vescovo si guardò l’anello perplesso prima di rispondermi, ma
io nel frattempo ero già scappata in cucina dalla signora Maria, felice di
farmi investire dai celestiali effluvi della faraona al pâté che sobbolliva
allegramente in padella
Quel profumo mi fece subito dimenticare la sensazione di imbarazzo che
avevo provato in sala. Ancora oggi quando ho ospiti a cena e corro in cucina
per controllare la cottura dei miei piatti penso a quanto si sta bene, lì davanti
ai fornelli, e sotto sotto sento che farei volentieri a meno di tornare di là a
chiacchierare per poter dedicare ai piatti tutta la mia attenzione.
La faraona al pâté della mamma era un piatto che io amavo
immensamente. È grazie a questa ricetta che ho imparato come cuocere la
carne e come sia importante la caramellizzazione finale. Mi ricordo che i
vari pezzi stufavano a lungo in un sughetto abbastanza liquido e poco
invitante. Sembravano quasi parti di bollito. A un certo punto, però, quando
la mamma decideva che la cottura era praticamente ultimata, alzava la
fiamma e la magia aveva inizio. In poco tempo il sugo si restringeva e la
carne incominciava ad assumere una deliziosa colorazione ambrata. Mentre
lei rigirava con destrezza i pezzi di faraona in modo che si abbrustolissero
su tutti i lati il profumo diventava irresistibile e lo sfrigolare assolutamente
delizioso. Allora spegneva il fuoco e metteva il coperchio. All’ultimo
momento avrebbe aggiunto il pâté, sfumato con il marsala e dato alla carne
un’ultima fiammata prima di portarla a tavola per i suoi ospiti. Io e la
signora Maria dovevamo aspettare che il piatto di portata tornasse in cucina
per assaggiare la faraona, e ogni volta mi auguravo che i nostri ospiti non
avessero molta fame, perché così ne rimaneva un po’ di più per me. Non
c’era verso, infatti, che mia madre cucinasse questa pietanza solo per noi
della famiglia in un giorno normale: dunque le uniche occasioni per me di
gustarlo erano durante quel magico mese di inviti.

34
Un anno, mi ricordo, stufa di arrosti e cacciagioni, mia madre decise di
azzardare un menù etnico! Anche in una piccola città come Alessandria
incominciava ad arrivare l’eco dei ristoranti alla moda di Milano, che
offrivano piatti un po’ diversi dal classico panorama regionale a cui
eravamo abituati. Per noi che non avevamo mai mangiato nemmeno in un
ristorante cinese era qualcosa di molto lontano, ma fatto sta che nelle cene di
casa Parodi, per tutto il mese, si servì la paella.
Ora, spero che mia madre non se l’abbia a male, ma per raccontare questa
storia devo svelare che la meravigliosa paella di terra e mare che avanzava
trionfante ogni settimana in sala da pranzo non veniva preparata nella nostra
cucina, sotto lo sguardo vigile della signora Maria, ma dal ristorante a pochi
isolati da casa. Era buonissima, veniva consegnata a casa pochi minuti
prima dell’arrivo degli ospiti e poi riscaldata brevemente in forno e servita
in tavola. Una formula perfetta! Quando le sue ospiti estasiate dalla bontà
del piatto chiedevano delucidazioni sulla ricetta, per mia madre era facile
glissare, dicendo che si trattava di una preparazione molto complicata. Tutto
filò liscio fino a un fatidico venerdì sera in cui un lunghissimo blackout
bloccò la città.
A casa era già tutto pronto, quando improvvisamente andò via la luce.
Buio in casa, buio sulle scale, buio in piazza. Erano più o meno le 7 e 30 di
sera di un nebbioso febbraio alessandrino. Non ricordo i motivi tecnici di

35
quel blackout ma non potrò mai dimenticarne le conseguenze. Alle 8 e 30 la
luce tornò, più o meno contemporaneamente all’arrivo dei primi ospiti.
L’allarme sembrava dunque pienamente rientrato, si incominciarono a
servire gli aperitivi in soggiorno mentre papà stappava bottiglie di
champagne… ma quando fu l’ora di mettersi a tavola, la paella non era
ancora arrivata. Panico.
A quell’epoca io avevo circa undici anni, un’età sufficientemente matura
per essere mandata in avanscoperta al ristorante dietro casa per capire cosa
diavolo era successo. Indossai il cappotto loden verde, ereditato da uno dei
miei fratelli, uscii di corsa di casa e mi immersi nella nebbia in direzione del
ristorante. Mi è stato chiesto spesso se aprirò un giorno un ristorante. La mia
risposta è sempre stata: no categorico! E il motivo lo posso far risalire in
parte all’impatto che ebbi quella sera entrando in quella cucina. Urlavano
tutti per farsi sentire al di sopra del rumore delle stoviglie che sbattevano,
mentre dai fornelli si alzavano vapori densi e umidi. Quello che immaginai
fosse lo chef, un uomo alto alto magro magro ma con una pancia
incredibilmente prominente, era ai fornelli che rigirava con una mano un
grosso pentolone, mentre con l’altra faceva saltare in padella una frotta di
piccole scaloppine che schizzavano sugo marrone a ogni balzo. A destra
c’era un ragazzo con gli occhi rossi che tagliava furiosamente una montagna
di cipolle, mentre a sinistra un vecchietto ossuto e arcigno batteva
violentemente una specie di martello su una fila di pezzi di carne
sanguinolenta. Sembrava un girone infernale.
Fui investita da un caldo rovente che mi fece bruciare gli occhi, il colletto
del loden incominciò a pizzicarmi intorno al collo, mentre cercavo di trovare
un angolo in cui nascondermi per non dare fastidio. Passai così alcuni
interminabili minuti non sapendo assolutamente cosa fare. Si capiva che
qualcosa in cucina non stava andando per il verso giusto. I camerieri
entravano sbattendo la porta e urlando delle comande che non erano per
niente pronte a uscire. Persino una inesperta ragazzina come me poteva
intuire che il blackout aveva bloccato la cucina nella preziosa ora
antecedente al servizio, mandando all’aria tutto il lavoro di preparazione dei
piatti. Chissà che fine aveva fatto la nostra paella. Pensai a mia madre sulle
spine, con i suoi ospiti ancora in soggiorno a sorseggiare champagne e
aspettare di sedersi a tavola. Li immaginai mezzi ubriachi, affamati, oppure
peggio, pronti ad andarsene a causa della lunga attesa. Ogni mio tentativo di
attirare l’attenzione dello chef falliva a causa del rumore e dell’agitazione.
Con le lacrime agli occhi, decisi di andarmene ma, nell’attimo in cui mi

36
voltai per attraversare la porta della cucina, un cameriere che aveva appena
allineato sul suo braccio tre piatti di risotto fumante incrociò la mia
traiettoria facendo volare per terra quello che stava trasportando. Il rumore
di piatti rotti fu talmente forte da coprire il baccano infernale di quella
cucina. Tutti si fermarono a guardarci. Avevo finalmente attirato
l’attenzione dello chef… ma non esattamente nel modo in cui avrei sperato.
«Ma chi cazzo è quella bambina!» urlò con le vene del collo che
sembravano voler scoppiare da sotto la casacca.
Nessuno rispose, perché in effetti nessuno sapeva cosa ci facessi lì,
tantomeno il povero cameriere che aveva appena fatto cadere la comanda
dei tre risotti: mescolati ai cocci rotti si allargavano ora tristemente sul
pavimento della cucina come una enorme pozzanghera gialla e fumante.
«Sono venuta per la paella di mia mamma» dissi io con un fil di voce.
Ci fu un lungo attimo di sospensione in cui immaginai gli ingranaggi
bisunti dello chef che giravano a vuoto nella sua testa alla ricerca di qualche
informazione su quello che stavo dicendo.
«Ogni venerdì mia madre ordina una paella per dodici persone e voi gliela
portate a casa… soltanto che doveva arrivare mezz’ora fa».
«Ah, ma certo la paella!» esclamò lo chef. «Perché non lo hai detto
subito…» Come se fino ad allora io avessi parlato di polli allo spiedo.
«Pino, prendi la paella della signora Parodi» ordinò, mentre la cucina si
rianimava e ognuno tornava al suo frenetico lavoro. Un ragazzino si staccò
dal fondo della cucina dove stava lavando una montagna di piatti e scattò
veloce verso un enorme scaldavivande dall’altra parte della stanza. Peccato
che nell’attraversare la cucina non si avvide della pozzanghera gialla di
risotto che ancora fluttuava davanti a me.
Non feci a tempo a fiatare che già il povero Pino stava volando per terra
alla stessa velocità con cui erano volati i piatti.
Lo chef che un attimo prima era diventato così gentile si trasformò
nuovamente in un mostro dalle vene gonfie. Mi guardò con uno sguardo
carico di odio, mentre io cercavo di aiutare lo sventurato Pino tutto
acciaccato e sporco di risotto.
«Ancora!!!» urlò. «Prenditi quella stramaledetta paella e scompari dalla
mia cucina!!!»
Peggio di così non poteva andare. Mi consegnarono una padella
gigantesca e mi buttarono a forza fuori dal ristorante. Io provai a dire che di
solito era prevista la consegna a domicilio, ma vista l’aria che tirava
affrontai a denti stretti il breve tragitto nebbioso dal locale a casa

37
concentratissima a sopportare quel peso enorme che mi avevano accollato. Il
bello però doveva ancora venire.
Non so come riuscii a liberare una mano per suonare al citofono, arrivai
all’uscio di casa, misi il naso dentro e lì intercettai lo sguardo
fiammeggiante di mia madre. Faceva strani gesti e si nascondeva alle spalle
dei suoi ospiti. Rimasi in attesa fuori dalla porta con le braccia che mi
bruciavano. La padella era pesantissima e scomoda da impugnare, ma mi
sembrava brutto appoggiarla per terra sullo stuoino. Allora pensai a quelle
donne africane che trasportavano sacchi enormi nei documentari della tv, e
con l’ultimo residuo di forza che avevo nelle braccia mi misi la padella di
paella sulla testa. Mi pentii immediatamente di averlo fatto. La base era
caldissima e tenere in bilico sul capo una superficie così ampia mi costava
più fatica di prima. Ero in trappola. Mi sporsi timidamente oltre la porta di
ingresso con la mia paella in testa e osservai la mamma guidare
sapientemente gli ospiti verso la sala da pranzo. Era la mia occasione: mi
infilai in casa riuscendo a passare pelo pelo attraverso la porta per via della
mia padella in testa. Il problema era che per arrivare alla cucina dovevo per
forza passare davanti alla porta della sala da pranzo dove gli ospiti erano già
seduti a tavola, e non dovevo farmi vedere. Sentii la voce di mio padre sopra
il brusio degli ospiti.
«Facciamo un bel brindisi!» invitò con voce tonante.
Colsi l’attimo e mi incamminai in punta di piedi lungo il corridoio.
«Alla padrona di casa» propose qualcuno.
«A Laura!» fecero eco le altre voci fra il tintinnio dei bicchieri.
Passai veloce come un lampo davanti alla porta della sala mentre tutti
erano impegnati nel primo cin-cin della serata e mi precipitai in cucina dove
la signora Maria mi accolse come l’Angelo salvatore.
Prima di tornare ad amare la paella passarono anni!

38
La paella ritardataria

39
Ingredienti

40
per 2/4 persone
200 g di di riso
125 g di vongole
125 g di cozze
50 g di piselli
4 scampi freschi
3 cosce di pollo
2 cipolle
1 calamaro
1 carota
1 costa di sedano
1 falda di peperone
1 spicchio d’aglio
1/2 salsiccia (luganega)
1 bustina di zafferano
prezzemolo tritato
vino bianco
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Fate lessare le cosce di pollo con una cipolla, il sedano, la carota e un po’ di
sale. Dopo circa 45 minuti, spegnete il fuoco e lasciate intiepidire. Prelevate
le cosce, disossatele ricavando i bocconcini e conservate il brodo. Rosolate
la salsiccia in una padella con poco olio e tenetela da parte. Preparate i
molluschi: fate imbiondire lo spicchio d’aglio in una padella con l’olio.
Unite le cozze e le vongole, sfumate con 1/2 bicchiere di vino e fate aprire i
molluschi a fuoco vivace coprendo con il coperchio, quindi togliete dal
fuoco e lasciate intiepidire. Filtrate l’acqua di cottura per eliminare eventuali
residui di sabbia e tenetela da parte. Sgusciate circa la metà di cozze e
vongole lasciando le altre con il guscio. Fate rosolare una cipolla ad anelli e
la falda di peperone a pezzettini nella padella in cui cucinerete la paella.
Tagliate il calamaro ad anelli, aggiungeteli al soffritto e lasciate cuocere per
circa 10 minuti. Unite il riso, un pizzico di sale e i piselli. Mescolate e
cuocete la paella sfumando una volta con l’acqua di cottura dei molluschi e
un’altra con il brodo di pollo. Quando il riso sarà quasi cotto, unite lo
zafferano, le cozze e le vongole (con il guscio e senza), la salsiccia e il pollo
a pezzetti. Completate la ricetta continuando a sfumare senza mescolare. La

41
paella dovrà caramellare ai bordi. Unite gli scampi e lasciateli cuocere solo
con il vapore del riso. Fate riposare per 2 minuti, poi aggiungete il
prezzemolo, l’olio, il pepe e servite.

Gnocco fritto
Ingredienti
per 4 persone
500 g di farina
50 g di strutto
10 g di zucchero semolato
1 cucchiaio di sale
1 bustina di lievito di birra
disidratato
1 l di olio di semi

Mescolate in una ciotola la farina insieme con il lievito e lo zucchero. Unite


lo strutto leggermente ammorbidito e a fiocchetti. Aggiungete circa 300 ml
di acqua tiepida, il sale e impastate finché otterrete un panetto compatto e
non appiccicoso. Lavorate l’impasto per circa 10 minuti, quindi lasciatelo
lievitare coperto per 40 minuti.
Stendete l’impasto lievitato con il matterello a uno spessore di circa 2 cm.
Ricavate delle losanghe o dei quadrotti con l’aiuto di un tagliapasta.
Portate l’olio a temperatura e friggete gli gnocchi pochi alla volta.
Trasferiteli su un foglio di carta assorbente da cucina ad asciugare e serviteli
ancora caldi accompagnandoli con i salumi che preferite.

Pagnotta di fonduta
Ingredienti
per 4 persone
500 g di maionese (2 vasetti)
200 g di Fontina
100 g di Parmigiano Reggiano
1 pagnotta di Altamura
1 scalogno

42
Tagliate la parte superiore della pagnotta e tenetela da parte. Prelevate la
mollica dall’interno facendo attenzione a non rompere la crosta. Raccogliete
nella ciotola del mixer la Fontina a pezzi, lo scalogno, la maionese, il
Parmigiano grattugiato o a scaglie e frullate il tutto.
Versate la crema di formaggio ottenuta all’interno della pagnotta e coprite
con la parte superiore. Avvolgete la pagnotta con la carta da forno e
trasferite in forno a 180 °C per circa 1 ora.
Eliminate la carta da forno, rimuovete la parte superiore e servite la
pagnotta di fonduta accompagnando con crostini, grissini e con la mollica
leggermente tostata.

Pad-thai di broccolo e pesce


Ingredienti
per 4 persone
300 g di noodles di riso integrale
250 g di filetti di orata
1 broccolo
1 scalogno
1 lattina di germogli di soia
1 manciata di anacardi non salati
100 ml di salsa di soia dolce
olio di semi
sale

Rosolate in un wok o in una padella antiaderente lo scalogno tritato con i


filetti di orata. Nel frattempo, lessate in acqua leggermente salata il broccolo
ridotto in cimette per 2-3 minuti, prelevandole ancora croccanti e di un
verde acceso con un mestolo forato. Conservate l’acqua di cottura.
Eliminate la pelle dei filetti di orata, unite le cimette del broccolo, salate e
mescolate in modo da rompere la polpa del pesce e ottenere un effetto ragù.
Aggiungete anche i germogli di soia e fate insaporire per qualche minuto,
unendo, se necessario, un po’ dell’acqua di cottura del broccolo.
Lessate i noodles in acqua salata, scolateli al dente e fateli saltare nel wok
con il condimento di broccoli e pesce, unendo la salsa di soia e qualche altra
cucchiaiata di acqua di cottura del broccolo. Completate con gli anacardi
tritati grossolanamente.

43
Lasagne liguri
Ingredienti
per 4 persone

200 g di lasagne
200 g di fagiolini
150 g di stracchino
150 g di pesto
100 g di Parmigiano Reggiano
2 patate
500 ml di besciamella

Sbucciate le patate, tagliatele a cubetti e lessatele. Spuntate i fagiolini e


lessate anch’essi separatamente.
Mescolate il pesto con la besciamella. Distribuite un po’ del composto sul
fondo di una piccola teglia e disponete uno strato di lasagne. Versate altra
besciamella al pesto, poi uno strato di patate e fagiolini, qualche fiocchetto
di stracchino e una spolverata di Parmigiano. Proseguite alternando uno
strato di lasagne e uno di ripieno fino a esaurire gli ingredienti. Terminate
con la besciamella, le verdure, lo stracchino e il Parmigiano.
Fate cuocere in forno a 180 °C per 20 minuti, quindi lasciate gratinare per
qualche minuto per ottenere una bella crosticina.

Spaghetti polpo e patate


Ingredienti
per 4 persone

350 g di spaghetti
1 polpo medio
1 patata grande
2 spicchi d’aglio
peperoncino
prezzemolo
olio extravergine di oliva
sale

Lessate il polpo in acqua bollente per circa 40 minuti con poco sale, poi

44
lasciatelo intiepidire nella sua acqua. Potete prepararlo con un certo
anticipo, anche il giorno prima.
Prelevate il polpo dalla sua acqua di cottura, pulitelo e tagliatelo a
tocchetti.
Fate rosolare l’aglio schiacciato in una padella con abbondante olio e
peperoncino. Aggiungete il polpo e lasciatelo rosolare dolcemente per
qualche minuto in modo che si insaporisca.
Pelate la patata, tagliatela a cubetti di piccole dimensioni in modo che
cuociano più velocemente. Riportate a bollore l’acqua del polpo, regolate di
sale e lessate gli spaghetti insieme ai cubetti di patata. Scolate gli spaghetti
molto al dente, e completate la cottura nella padella con il polpo,
aggiungendo un po’ di acqua di cottura. Servite gli spaghetti guarnendo con
il prezzemolo fresco.

Risotto taleggio e agrumi


Ingredienti
per 4 persone

350 g di riso Arborio


150 g di Taleggio
1 arancia bionda
1 scalogno
1/2 limone
3 cucchiai di pangrattato
1 l di brodo vegetale
1 bicchiere di vino bianco
basilico fresco
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Tritate lo scalogno e grattugiate la scorza del limone e dell’arancia.


Spremete il succo di entrambi utilizzando uno spremiagrumi. Scaldate il
brodo vegetale.
Ungete d’olio un padellino e fatevi tostare il pangrattato insieme con le
scorze del limone e dell’arancia, avendo cura di non bruciarle.
Soffriggete lo scalogno in un tegame con un po’ di olio, aggiungete il riso
e fatelo tostare, quindi regolate di sale e sfumate con il vino. Unite le

45
spremute di agrumi e portate il riso a cottura aggiungendo poco alla volta il
brodo. Una volta che il riso è pronto, fatelo mantecare a fuoco spento con il
Taleggio. Per lasciare il risotto ben all’onda, aggiungete se necessario altro
brodo. Servite il risotto nei piatti individuali completando con un po’ di
pangrattato aromatizzato, il pepe e qualche foglia di basilico.

Torretta di crêpes con funghi porcini


Ingredienti
per 4 persone
250 g di farina
250 g di funghi porcini surgelati
3 uova
1 spicchio d’aglio
1 manciata di funghi secchi
600 ml di latte
500 ml di besciamella
Parmigiano Reggiano
prezzemolo
burro
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Preparate il composto per le crêpes: sbattete le uova con il latte, unite la


farina attraverso un colino e lavorate fino a ottenere un composto omogeneo
e privo di grumi. Trasferite in frigorifero e lasciate riposare. Nel frattempo,
fate ammollare i funghi secchi in acqua calda (basteranno pochi minuti),
quindi strizzateli e tritateli.
Versate in una padella qualche cucchiaio di olio, unite i funghi tritati e lo
spicchio d’aglio. Lasciate insaporire brevemente, quindi aggiungete i funghi
porcini surgelati e un po’ di prezzemolo. Cuocete con il coperchio per circa
10 minuti finché i funghi saranno morbidi. Regolate di sale e pepe, quindi
unite la besciamella direttamente nella padella.
Ungete una padella di circa 20 cm di diametro con il burro e versate un
piccolo mestolo di composto, inclinando la padella in modo che si
distribuisca uniformemente. Lasciate rapprendere sul fuoco medio, quindi
girate la crêpe e fatela cuocere sull’altro lato. Procedete nello stesso modo

46
fino a esaurire il composto, imburrando ogni volta la padella.
Preparate la torretta: distribuite un po’ di crema ai funghi sul fondo di una
tortiera della stessa grandezza delle crêpes. Adagiate una crêpe, coprite con
una generosa cucchiaiata di crema e completate con il Parmigiano.
Proseguite nello stesso modo fino a esaurire gli ingredienti. Passate in forno
a 180°C per 20-25 minuti, gratinando bene la superficie. Servite la torretta
di crêpes tiepida e tagliata a spicchi.

Saltimbocca a modo mio


Ingredienti
per 4 persone
250 g di fettine di vitello
100 g di di pancetta arrotolata
farina
salvia
marsala secco
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Tagliate le fettine di vitello a quadretti di circa 5 cm di lato e adagiate su


ciascuna una fettina di pancetta della stessa grandezza. Chiudete la carne a
libro e fissate ogni bocconcino con uno stuzzicadenti.
Infarinate leggermente i saltimbocca a fateli soffriggere in poco olio con
qualche foglia di salvia. Regolate di sale e pepe, aggiungete una spruzzata di
marsala secco e completate la cottura.

Salmone in crosta
Ingredienti
per 4 persone

500 g di salmone in un trancio solo


130 g di noci
100 g di pistacchi
100 g di pinoli
4 cucchiai di pangrattato

47
5 foglie di basilico
aglio
scorza di limone o lime
olio extravergine di oliva
sale

Versate 1 cucchiaio di olio in una padella e fate rosolare dolcemente la


frutta secca insieme con 1 spicchio d’aglio. Trasferite la frutta tostata in un
mixer e frullatela con il pangrattato e, se lo gradite, lo spicchio d’aglio
rosolato. Aggiungete anche il basilico, la scorza di limone e frullate ancora.
Impanate il trancio di salmone con la panatura senza aggiungere altro olio
(la panatura si attaccherà senza fatica). Ungete una placca da forno foderata
di carta da forno e adagiatevi il trancio di salmone. Condite con un filo di
olio e poco sale. Fate cuocere in forno ventilato a 180 °C per 10-15 minuti, a
seconda che preferiate o meno mantenere leggermente crudo l’interno del
trancio di salmone.

Faraona con il pâté


Ingredienti
per 4 persone

1 faraona già porzionata


1 confezione di pâté di anatra di circa 200 g
1 scalogno
salvia
marsala secco
olio extravergine di oliva
sale
pepe

In un largo tegame rosolate i pezzi di faraona con un po’ di olio. Salate e


pepate, quindi abbassate il fuoco e aggiungete lo scalogno. Lasciate
insaporire, sfumate con abbondante marsala, poi aggiungete la salvia e
cuocete coperto per circa 30-40 minuti. Una volta che la carne sarà ben
cotta, prelevatela dal tegame e tenetela al caldo.
Mettete il pâté nella padella e mescolatelo al sugo schiacciandolo con il
cucchiaio finché non si sarà sciolto, e lasciate deglassare con i succhi della
carne. Sfumate con altro marsala in modo da ottenere una salsa densa e

48
saporita. Servite la faraona con la salsa al pâté.

49
50
1986
La mia prima torta e il mio primo bacio

Alessandria

La prima torta che ho cucinato è stata una Sacher. Non una semplice
ciambella, una torta paradiso o di mele, ma una fantastica Sachertorte,
farcita di confettura di albicocche, glassata con una ganache lucida e setosa
e arricchita, lo ricordo come se fosse ieri, con i cioccolatini Droste, quei
meravigliosi bottoni fondenti che andavano tanto di moda. All’epoca non
ero appassionata di pasticceria, tutt’altro. Ero una aspirante paninara di
quattordici anni che viveva in simbiosi con la sua amica Claudia, fumava di
nascosto le sue prime sigarette e sognava di incontrare un ragazzo
meraviglioso a cui dare il primo bacio!
Il motivo per cui io e Claudia decidemmo di cimentarci in quell’impresa
culinaria non aveva niente a che fare con l’amore per la cucina. Ci
interessava molto di più andare su e giù per corso Roma il sabato
pomeriggio (in gergo ‘fare le vasche’), incontrare i nostri amici in Piazzetta,
e andare il sabato sera a mangiare al Seven, dove convergevano tutti gli
pseudo paninari della provincia. Il resto del tempo lo trascorrevamo ‘alla
Cano’.

51
La Canottieri Tanaro era la mia seconda casa. Da un po’ di anni ormai
avevo smesso di giocare a tennis perché ero pigrissima e nemmeno tanto
talentuosa, ma il circolo sportivo offriva alternative molto più interessanti
dello sport. Due piscine, un bar, una sala con comode poltrone e una sala da
bigliardo dove si accampavano tutti i miei amici maschi. Come eravamo
vestiti… ancora rido. I pantaloni arrotolati con le Timberland ben in vista, le
cinturone di El Charro, le felpe colorate… a pensarci bene, però, non
eravamo molto diversi da come sono i miei figli. Oggi come allora la cosa
importante era l’omologazione.
Ci vestivamo allo stesso modo per riconoscerci. Era un timbro di
appartenenza, non solo una moda. Con i miei amici ci si conosceva da tutta
la vita. Noi ragazzi della Canottieri eravamo cresciuti insieme proprio lì, tra
i campi da tennis e il Tanaro.
Insomma tra noi c’era un’amicizia davvero autentica, anzi forse in alcuni
casi anche qualcosa di più!
Non avevo ancora mai avuto un ragazzo e non avevo mai dato nemmeno
un vero bacio. Una situazione davvero imbarazzante per i miei quasi
quattordici anni! I tempi però erano ormai maturi. Dopo la fine della scuola
avevo tolto l’odiatissimo apparecchio e senza tutta quella ferraglia in bocca
la mia autostima era cresciuta di diverse spanne. Come se non bastasse, poi,
durante le vacanze avevo ricevuto il mio primo vero complimento. Non lo
dimenticherò mai.
Ero seduta insieme a due mie amiche davanti alla tabaccheria del paese, a
Sauze d’Oulx, in montagna. Un gruppetto di ragazzi incominciò a guardarci
e ad ammiccare.
«Carina quella!» disse uno.
«Quale?» chiese l’amico.
«Quella in mezzo» rispose il primo di loro.
Mi guardai intorno e mi resi conto di avere Valeria da una parte e Debora

52
dall’altra. Ero io quella di mezzo! Ero io quella carina! Mi finsi indignata
per la scortesia che avevano dimostrato nei confronti delle mie amiche, ma
dentro di me scoppiavo di gioia.
Restavo comunque una ragazzina abbastanza timida e insicura anche se
facevo di tutto per non farlo notare.
Quel pomeriggio di giugno io e Claudia, stravaccate all’ombra di un
albero dietro le tribune del campo numero 1, riconoscemmo all’istante il
rumore molesto delle moto dei nostri amici. Erik e Federico avevano due
Enduro 50.
«Andiamo?» chiese Claudia riavviandosi i capelli neri. Assomigliava un
sacco a Sophie Marceau del Tempo delle mele… quanto la invidiavo!
«Aspettiamo un attimo» proposi io, immaginando i due ragazzi che si
guardavano intorno per controllare chi c’era.
«E se poi non vedono nessuno e se ne vanno?» ipotizzò Claudia con un
accenno di panico nella voce.
«Ok, andiamo». Mi alzai come una molla. Il motivo per cui andavamo
alla Canottieri era precisamente quello di incontrare i ragazzi. Il trucchetto
di farsi desiderare poteva rivelarsi davvero troppo rischioso!
Ci dirigemmo nella sala bigliardo, sicure di trovarli lì. Si trattava di un
soppalco collegato alla club house del circolo attraverso una ripida scala a
chiocciola. Non ci andava mai nessuno a parte noi. Era il nostro covo.
Trovammo Erik e Fede lungo la scala.
«Ciao».
«Che noia, ci siete anche voi!» fu il saluto gentile che ci riservò Fede.
Erik rise. Non la pensavano davvero così. Era il loro modo di difendersi
dall’imbarazzo. Erano amici per la pelle, proprio come me e Claudia, ma
non potevano essere più diversi. Erik, di mamma norvegese, era alto, biondo
e con gli occhi verdi. Fede era moro, piccolo di statura, con un viso da
angelo e un carattere che era tutto il contrario.
«Se volete ce ne andiamo subito» li sfidai io.
«Meglio!» ribatté subito Fede, ma i nostri battibecchi si interruppero
quando ci affacciammo nella sala da bigliardo.
«Ma che cavolo…»
«Come giochiamo adesso?»
Sul tavolo da bigliardo erano state sistemate pile e pile di lettere. Ne aprii
una e lessi ad alta voce: «Siete invitati alla serata di gala del Circolo
Canottieri Tanaro di Alessandria».
«E questo cos’è?» mi interruppe Fede raccogliendo da terra un foglio che

53
era sgusciato fuori dalla busta.
«Una gara di torte» lesse poi ridendo.
«E cosa si vince?» chiesi io.
«Vediamo…» Fede fece correre lo sguardo lungo le righe del bando di
concorso. «Un buono di 250 mila lire da spendere da Bizaar» lesse
visibilmente stupito.
Bizaar era la più bella boutique della città, quel tipo di negozio che mia
madre mi faceva vedere solo da lontano. L’idea di poterci entrare con un
buono da 250 mila lire in mano incominciò a farsi strada nel mio cervello e
in quello di Claudia.
«Non penserete mica di partecipare?» domandò Erick ridendo.
«Non penserete mica di vincere?» insinuò Fede.
Il passatempo preferito di Fede ed Erik dopo il bigliardo era quello di
prendere in giro le ragazze… Così, essendo il tavolo di gioco inagibile,
optarono per il piano B.
«Figurati se siete capaci a fare una torta, non sapete nemmeno accendere
il forno, non avete mai rotto un uovo…»
Tutte cose verissime, ma vuoi il desiderio di quel buono da 250 mila lire,
vuoi il gusto per la sfida, io e Claudia dichiarammo che non solo avremmo
partecipato alla gara ma che avremmo anche vinto.
«Ok» esordì allora Fede con quello sguardo che mi metteva sempre in
allarme. «Secondo me non riuscite nemmeno a farla una torta, ma visto che
voi siete così sicure, scommettiamo!»
«Che cosa?» chiese Claudia battagliera.
«Un bacio».
«A chi?» La voce di Claudia non era già più tanto gagliarda.
«Io a Bene tu a Erik» stabilì Fede.
«Aspetta un attimo» intervenni io, cercando di dominare l’ansia che mi
montava dentro.
«Hai paura?» Fede sapeva benissimo come farmi arrabbiare.
«No! Però…»
«Però…? È il tuo primo bacio e hai paura?»
«No!» protestai, ringraziando l’incarnato olivastro che mi impediva di
diventare rossa anche in una situazione come quella.
«No vuol dire che non è il tuo primo bacio oppure che non hai paura?»
«Vai a quel paese, Fede!!!» Non sapevo davvero più come uscirne.
Guardai Claudia alla ricerca di un aiuto, ma non lo trovai. A lei Erik il
vichingo piaceva da pazzi e quindi l’idea della scommessa le andava super

54
bene. Mi fece l’occhiolino. Per lei non era il primo bacio.
«Allora, si fa o non si fa ’sta scommessa» intervenne Erik abbracciando
Claudia.
«Prima dobbiamo fare la torta» lo scostò lei con uno spintone.
«Va be’, però fatemi capire» intervenni io, cercando di non sembrare
troppo agitata. «Com’è ’sta scommessa?»
«Se arrivate ultime, ci dovete dare un bacio».
«Se no?»
«Se arrivate anche solo penultime o più in alto in classifica io ed Erik
andiamo a rubare il parrucchino di Gianni e glielo nascondiamo nella cuccia
dei cani».
La sfida si faceva davvero interessante. Gianni era il custode della
Canottieri. Un uomo grande e grosso, praticamente un gigante. Era
completamente pelato, ma la domenica, quando usciva dal circolo per
andare al bar, indossava un parrucchino giallo polenta e ci calzava sopra un
cappello Borsalino stile anni ’50.
Non potevo tirarmi indietro.
«Ci sto» dissi con lo stomaco attorcigliato.
«Anch’io» dichiarò Claudia guardando Erik.
«Incominciate a cucinare, vi conviene» ci provocò Fede.
«E voi incominciate a studiare un piano, perché mio papà dice che Gianni
in casa ha un fucile!» gli rispose Claudia con uno sguardo sadico.
Improvvisamente i più agitati nella sala da bigliardo erano Fede ed Erik.
Ci lasciammo con una solenne stretta di mano e molti pensieri. Loro sulla
reale esistenza del fucile di Gianni, noi su come diavolo si facesse una torta.
Il problema in realtà non era solo come fare una torta, ma anche che torta
scegliere. Oggi tra web e social network ci sono milioni di tutorial che
accompagnano passo a passo anche i più inetti pasticcieri. Negli anni ’80 se
non avevi una mamma o una nonna appassionata di cucina eri rovinato, e io
e Claudia eravamo sull’orlo della disperazione. Quel pomeriggio, cacciate
da casa di mia madre, che non avrebbe mai permesso a nessuno di mettere
mano alla sua cucina, ci rifugiammo a casa di Claudia. Sua madre fu felice
di ospitarci e di metterci a disposizione tutto ciò di cui avevamo bisogno, ma
non aveva tempo per noi e ci salutò frettolosamente prima di uscire di casa
per andare al lavoro. Ora avevamo una cucina ma nessuno che ci dicesse
come usarla.
«Ci vuole un libro» dichiarai io.
«Serviti pure» disse Claudia indicandomi una mensola del tinello con due

55
grossi tomi.
«Il Carnacina, Il talismano della felicità» lessi.
«Ma che cavolo di nomi sono» sbottò Claudia ridendo.
«Boh?»
«Ma un libro che si chiama ‘torte facili’ non c’è?» domandò.
«Vieni a vedere tu!» le dissi, cercando di smuovere quei due macigni
dalla mensola. Erano scritti a caratteri piccolissimi, con qualche disegno in
bianco e nero, senza nemmeno una fotografia.
«Mio Dio!» mi lamentai sfogliandone uno disperata. «Sembra il mio
dizionario di greco!»
Claudia, che studiava ragioneria, colse la palla al balzo.
«Allora usalo come se stessi traducendo una versione di greco!»
Così incominciammo a sfogliare la sezione dedicata ai dolci, andammo
nella categoria delle torte e incominciammo a leggere.
«Come si montano le uova?»
«Montano? Ma le uova non si rompono?»
«Ce l’hai la frusta elettrica? Cos’è il bagno maria?»
«Io mi arrendo» dichiarò Claudia scoraggiata.
«Io no!» la sfidai.
Le preparazioni erano complicate, ma io volevo quel buono da 250 mila
lire e soprattutto ero terrorizzata all’idea di perdere la scommessa con
Federico. Mi si bloccava lo stomaco a pensare di doverlo baciare. Lui
sempre così strafottente, sicuro di sé… mi avrebbe preso in giro, si sarebbe
accorto che non avevo mai baciato nessuno prima, avrebbe riso di me con
tutti…
«Beneee??? Ti sei addormentata?» Claudia mi riportò con i piedi per
terra.
«Quasi… ero in un incubo!» sospirai io tra il disperato e il divertito.
«Scegliamo questa!» E così dicendo puntai il dito su quella che mi
sembrava la ricetta meno lunga della pagina.
«Sachertorte» lesse Claudia.
«E Sachertorte sia!» esclamai pronta a cominciare.
Mi sono sempre piaciuti i lavoretti, il bricolage, la pittura. Appena
tirammo fuori gli ingredienti e incominciammo a rompere le uova, avvertii
un’energia positiva che mi si irradiava dalle mani e mi sentii subito felice. È
la stessa sensazione che sento ancora oggi quando incomincio a cucinare,
anche se ora, grazie a Dio, sono un po’ più padrona della situazione.
Buttammo via le prime quattro uova perché le mischiammo insieme senza

56
capire che dovevamo dividere i bianchi dai rossi…
Al secondo tentativo provammo a montare gli albumi con un aggeggio
che sembrava uno strumento di tortura: azionando una manovella si
mettevano in moto due fruste che giravano nelle due direzioni opposte
all’interno del composto e lo montavano. Peccato che gli ingranaggi erano
completamente arrugginiti e quindi i nostri sforzi portarono a un risultato
altamente deludente.
«Sembra sputo» sentenziò Claudia quando le mostrai i bianchi d’uovo
viscidi e schiumosi all’interno della ciotola.
«Accontentati!» la supplicai con il braccio che mi bruciava.
Mentre nel lavandino si ammonticchiavano piatti, bicchieri, pentole,
tovagliolini di carta, confezioni vuote di farina e uova, io e Claudia
dovemmo affrontare il problema del burro.
«Come fa questo mattone di burro ad amalgamarsi con il resto degli
ingredienti?» ci domandavamo stupite.
«Forse bisognerebbe tritarlo» azzardai io.
«Ottima idea!» disse Claudia affibbiandomi la mezzaluna, uno strumento
ormai scomparso dalle cucine degli italiani, come del resto la frusta a
manovella.
«Ma perché devo fare io tutte le cose più faticose?»
«Perché te la fai sotto a baciare Fede e quindi lo fai con molto impegno».
«Quindi tu vuoi perdere?» le domandai indignata.
«No… per me va bene tutto, tanto Erik me lo faccio lo stesso!»
Ridemmo per un quarto d’ora, immaginando i possibili esiti della sfida,
poi completammo la torta e la infornammo. Il fatto che non crebbe neanche
di un millimetro non ci mise per niente in allarme. Avevamo riempito la
tortiera fino al bordo, così quando la sfornammo giudicammo che fosse
sufficientemente alta.
«Ha un profumo buonissimo».
«È stupenda».
«Però non è finita» obbiettai io riprendendo in mano il ricettario.
«Qui dice di tagliarla e farcirla!» lesse Claudia.
«Di tagliarla non se ne parla» ribattei subito io. «La taglieranno i giudici!»
«Vero» convenne Claudia. «Bisogna presentarla intera!»
Naturalmente, quello che il libro voleva dire era dividere la torta in due
dischi e farcire l’interno… ma lo capii solo molti anni dopo. Ricoprimmo la
torta di confettura, poi sopra la confettura facemmo colare una cascata di
cioccolato fuso, che inondò la cucina della povera mamma di Claudia come

57
uno tsunami assassino, poi ci attaccammo sopra una decina di bottoni di
cioccolato e ci mettemmo a osservare il risultato del nostro lavoro.
Era obbiettivamente una torta bellissima!
«Dovrai trovare un altro modo per baciare Erik» dissi a Claudia tutta
felice.
«Te l’ho detto…»
«Sì, sì ho capito» la bloccai, sgattaiolando verso la porta. «Te lo fai lo
stesso».
«Ma come? Te ne vai?» protestò lei.
«È ora di cena!» mi giustificai già fuori dalla porta, lasciando la povera
Claudia con un disastro di cucina da mettere a posto. Ero così fiera del mio
lavoro! Sul pianerottolo incontrai la mamma di Claudia che rientrava dal
lavoro. Si informò sull’esito della torta e io le dissi trionfante che avevamo
fatto un capolavoro. Si complimentò felice e io fuggii, sicura che quel
sorriso sarebbe durato poco, una volta che fosse entrata in casa e avesse
visto la sua povera cucina.
La sera dopo era il giorno della gara.
La Canottieri era addobbata a festa. I tavoli per la cena erano stati
apparecchiati in terrazza. Le torte in gara vennero messe su un tavolo a lato,
in attesa del verdetto dei giudici, che erano stati scelti tra i migliori
pasticcieri della città. Prima dell’inizio della cena, i commensali dei vari
tavoli dovevano prenotare la torta che, dopo l’assaggio dei giudici,
avrebbero avuto come dessert. Io e Claudia fummo molto onorate nel vedere
che la nostra Sacher venne scelta per prima. Quando Erik e Fede videro il
nostro capolavoro, persero il buon umore.
«Siete pronti per il furto dell’anno?» li canzonai.
«Ho visto prima Gianni che puliva il fucile…» rincarò Claudia.
Ridevamo come pazze nel vedere le loro facce, poi fummo cacciati tutti e
quattro dagli organizzatori senza tanti complimenti.
Noi ragazzi, infatti, non eravamo invitati a cena. Ci rifugiammo nella sala
del bigliardo a mangiare i toast del bar e bere qualche birra di nascosto.
Quella sera eravamo in tanti. Tutti allegri e tutti su di giri… anche perché la
storia della scommessa non era un segreto e nessuno voleva perdersi il
finale.
Io stavo morendo! Claudia, che mi conosceva bene, ogni tanto mi
guardava di sottecchi per controllare che non stessi svenendo. Il fatto è che
non volevo baciare Federico, o forse sotto sotto lo volevo ma non avevo il
coraggio di ammetterlo. Lui, dal canto suo, non faceva altro che mettermi in

58
imbarazzo con le sue battute. Sentivo di doverlo odiare, e devo dire che mi
impegnavo molto per riuscirci, ma senza successo. Anzi, oggi rivedo in lui
quelle caratteristiche che ho sempre cercato negli uomini della mia vita. Un
carattere estroverso, facile alle battute, anche un po’ cattivo, ma capace
sempre di tenere testa al gruppo. Passai una serata terribile, senza guardarlo
mai negli occhi. Ma anche Fede ed Erik si sentivano già il fucile di Gianni
piantato nella schiena e stavano sulle spine. Finalmente, arrivò il momento
della gara di torte.
Tutti i partecipanti si schierarono davanti ai giudici… quasi fosse
l’assaggio al buio di Bake Off, il talent show di dolci che oggi conduco da
anni! Le signore attorno a noi sembravano sapere il fatto loro. Erano tutte
socie della Canottieri. Noi ragazzi le chiamavamo ‘le lavoratrici’, perché si
incontravano il pomeriggio ai divanetti della club house e lavoravano a
maglia, scambiandosi ricette per tutto il tempo. Pensare di batterle era stata
un’idea da folli, ma ormai eravamo lì!
Le torte venivano tagliate, annusate, analizzate davanti allo sguardo
attento dei commensali che aspettavano il momento di poterle assaggiare.
Non dimenticherò mai quando arrivò il nostro turno. La nostra torta
sembrava un gioiello, con la sua glassa lucida e quelle decorazioni preziose.
Il giudice prese il coltello e fece per tagliarne una fetta. Io e Claudia, davanti
alla giuria, incominciammo a sudare. Il coltello si bloccò immediatamente.
Fede ed Erik erano immobili come due statue di sale. Il giudice esercitò un
po’ più di pressione per affondare la lama nella torta, ma niente. Il coltello
non si muoveva. Cambiarono coltello, tentando di scalfire il nostro dolce
con una specie di machete recuperato in cucina, ma niente. La torta si era
trasformata in pietra. Lessi il disappunto negli sguardi della tavolata che
aveva scelto la nostra torta per completare la cena, mentre dalle retrovie
sentivo il rumoreggiare dei miei amici che già avevano incominciato a
sfotterci. Buttai un occhio ai nostri due compari di scommessa… erano
piegati in due dal ridere.
«Siamo rovinate» sibilai a Claudia mentre incassavamo un pietoso
applauso di incoraggiamento per il nostro impegno.
«Tu sei rovinata» puntualizzò lei, dispensando un sorriso gioioso ai
giudici. «Per me il divertente arriva adesso!»
Ci ritirammo nella sala del bigliardo con la coda fra le gambe.
Tecnicamente non arrivammo ultime, perché i giudici, non essendo riusciti
ad assaggiare il nostro dolce, dichiararono la nostra prova inclassificabile.
Federico però non accettò questa argomentazione.

59
«Tutte scuse! Devi pagare».
Cercai Claudia con lo sguardo, ma non trovai né lei né Erik.
«Non hai scampo» ribadì Fede. Si capiva che si divertiva a mettermi in
imbarazzo e io non volevo dargliela vinta.
Alzai gli occhi al cielo come per dire ‘che palle…’ e lui mi si avvicinò
prontamente. Il cuore incominciò a battermi da scoppiare. Ci stavano
guardando tutti. Saremmo stati una decina tra maschi e femmine…
«Mica qui davanti a tutti» protestai con un filo di voce.

Fede si fece serio, sperai che capisse il mio imbarazzo ma mi sbagliavo.


«Allora vuoi che ci imboschiamo!» sibilò perfido. Mentre una risata
generale fece tremare il soppalco, sentivo le lacrime che mi pizzicavano gli
occhi e corsi giù dalle scale rischiando di rompermi il collo. Andai dritto
verso gli spogliatoi. Volevo nascondermi da tutti, ma avevo fatto male i miei
calcoli. La porta era bloccata.
«Occupato!» La voce di Claudia.
La immaginai tra le braccia di Erik e scoppiai a piangere. Mi girai per
andare a cercare un altro nascondiglio ma mi trovai davanti Fede.
«Ti faccio così schifo?»
«Piango per la torta» mi giustificai, asciugandomi immediatamente gli
occhi. Il rimmel mi era colato dappertutto e come se non bastasse mi accorsi
di aver macchiato di nero anche la mia felpa preferita.
«Claudia sta pagando la sua scommessa» disse Fede indicando gli
spogliatoi.
«Tanto sarebbero finiti lì lo stesso anche senza la scommessa» risposi.
«E noi?»
A quella domanda un brivido mi corse lungo la schiena…
«Andiamo di là» disse Fede prendendomi per mano e portandomi sul retro
del circolo, dove c’era una veranda chiusa da pareti di vetro. Si passava di lì
per andare in cantina. ‘Un posto davvero romantico’ pensai. Addossata al

60
muro per fortuna c’era una panca di legno. Ci sedemmo.
Finalmente eravamo da soli. Io non sapevo cosa fare. In fondo era una
scommessa, quindi non c’era spazio per preludi romantici. Dentro di me
però incominciava a farsi spazio una strana consapevolezza. Sentivo che
non avrei voluto essere in nessun altro posto in quel momento. L’unica cosa
che mi terrorizzava era di non essere all’altezza della situazione. Fede aveva
già avuto altre ragazze, era uno che si vantava di aver fatto chissà che.
«Ma tu stai tremando» disse. Per la prima volta non avvertii quel tono di
scherno nella sua voce.
«Ho freddo».
«Freddo?»
«Sì!» Era giugno, ma io battevo i denti.
«È il tuo primo bacio?» mi chiese.
«Tanto lo sai» risposi, sulla difensiva.
«Sono contento di essere io».
Non risposi, ma capii che era sincero, quasi tenero.
«In questo modo» disse, «mi ricorderai per tutta la vita».
Mi prese il viso tra le mani, mi guardò un secondo negli occhi e poi mi
baciò. Non ricordo quanto durò perché persi il senso del tempo e dello
spazio, poi lo ritrovai e cercai di capire quello che stavo provando. La
ragione ebbe la meglio sull’emozione e mi staccai da lui. Ricordai a me
stessa ancora una volta che si trattava solo di una scommessa e che non
c’era spazio per le romanticherie.
«Il debito è pagato» dissi. Mi alzai e andai via senza guardarlo negli
occhi, lasciandolo lì su quella panca. Non mi passò nemmeno per la testa
che ci sarebbe potuto rimanere male.
Accelerai il passo per paura che mi raggiungesse, e girato l’angolo
incontrai Claudia con Erik. Non feci a tempo ad aprire la bocca che lei mi
trascinò in un angolo travolgendomi di domande: «Allora?»
«L’ho fatto…» le confidai ancora un po’ scossa.
«Be’?»
«Be’». Non sapevo cosa dire perché non sapevo nemmeno io cosa stavo
provando.
«Fede è stato stronzo?» si informò subito Claudia.
«No… è stato quasi tenero».
«Tenero?»
«Sì» confermai, ripensando alle sue parole.
Salii nella sala del bigliardo con la testa fra le nuvole. Fede era già con la

61
stecca in mano che aspettava il suo turno. Ci guardammo negli occhi e lui
accennò un sorriso. Stavo per ricambiare quando qualcuno domandò.
«Come bacia la Parodi?»
Vidi lo sguardo di Fede cambiare e il suo sorriso gentile trasformarsi in un
ghigno ironico.
«Tremava tutta…» disse ridendo e tirando fuori la lingua.
Mi sentii morire, ma incassai senza fare una piega.
«Sei solo uno stronzo» sibilai, e me ne andai.
Claudia, appartata in un angolo, mi seguì di corsa.
«Sei uno stronzo anche tu» disse al povero Erik sgusciando dal suo
abbraccio.
«Ma io cosa ho fatto!» protestò lui infelice…
Ma la più infelice ero io. Tornai a casa senza dire una parola e quella sera
iniziai un diario che continuai a scrivere per anni e anni. Mi aiutò a capire i
miei sentimenti. Me la prendevo con me stessa per aver sciupato una cosa
così bella in una maniera così stupida, poi me la prendevo con Federico che
mi aveva illuso per un attimo e poi invece mi aveva ferito a morte. Pensavo
che non avrei mai più avuto il coraggio di presentarmi davanti ai miei amici
e che per tutti ormai ero quella che tremava e non sapeva baciare.
Continuavo a rivedere la faccia di Fede con la lingua fuori e tutto intorno gli
altri che ridevano. Mi addormentai con gli occhi rossi di pianto, sicura che
non mi sarei mai più alzata dal mio letto di dolore.
Fui svegliata da una moto che rombava sotto la mia finestra.
«Beneee!» Era lui.
Non sapevo che fare, quindi non feci niente.
«Dai Bene!!! Lo so che ci sei!»
Non riuscivo a capire se mi stava prendendo ancora in giro o se aveva
davvero qualcosa da dirmi. Mi venne un’idea e alzai il telefono.
«Aiuto! Fede è sotto casa mia» dissi tutto d’un fiato quando Claudia
rispose. Abitava di fronte a me in piazza Mentana. Dalla sua finestra poteva
vedere tutto.
«C’è anche Erik?» fu la sua prima domanda.
«Che cosa c’entra lui adesso???» sbraitai, mentre cercavo di cambiarmi il
pigiama in fretta e furia.
«Ti prego» la scongiurai. «Guarda fuori dalla finestra e dimmi cosa sta
facendo…»
Intanto Fede continuava a chiamarmi, facendo rombare la sua moto e
servendosene come se fosse il campanello.

62
«Ha in mano qualcosa…» mi avvertì Claudia dall’altro capo del telefono.
«Cosa?»
«Non riesco a vedere…»
Intanto Fede insisteva. I miei erano a messa. Era domenica mattina e a
casa non c’era nessuno. Sbirciai dietro le tende. Era lì con il suo Monclair
azzurro e gli occhiali da sole tirati su sulla testa.
«Non scenderai mai, vero?» mi urlò alla fine.
«No» gli risposi laconica.
Sentii la moto che ingranava la marcia poi lo vidi dai vetri della finestra
che si allontanava oltre la piazza.
«Forse dovevo scendere» dissi a Claudia, che era ancora al telefono con
me.
«Mi sembra che abbia lasciato una cosa davanti alla porta di ingresso» mi
comunicò lei.
Uscii di casa con il cuore che era tornato a battere forte. Chiamai
impaziente l’ascensore, scesi nell’atrio e aprii il portone.
Sul primo scalino c’era la confezione di una pasticceria. La aprii con
attenzione. Conteneva una piccola Sachertorte. A fianco vidi un bigliettino.
La glassa lo aveva un po’ macchiato, ma il messaggio si leggeva bene.
‘Per tutta la vita, Fede’.

63
Sacher fatta bene

64
Ingredienti

65
per 6/8 persone
180 g di zucchero semolato
130 g di cioccolato fondente
120 g di burro
110 g di farina 00
1 vasetto di confettura di albicocche
5 uova
sale
Per la ganache
280 g di cioccolato
200 ml di panna

Montate i bianchi con 150 g di zucchero. Raccogliete il burro ammorbidito e


a pezzetti in una ciotola e lavoratelo con le fruste insieme con lo zucchero
rimasto fino a ottenere una crema, quindi unite i tuorli e continuate a
lavorare.
Fate sciogliere il cioccolato fondente con una goccia d’acqua su fuoco
dolce o, in alternativa, nel microonde. Amalgamate il cioccolato al
composto di tuorli, zucchero e burro finché non otterrete una crema. Unite i
bianchi sbattuti mescolando delicatamente dal basso verso l’alto per non
smontare il composto. Infine, aggiungete la farina e un pizzico di sale.
Trasferite il composto in una tortiera imburrata e infarinata e fate cuocere
in forno a 180 °C per 30 minuti.
Lasciate raffreddare la torta capovolta, quindi tagliatela a metà in senso
orizzontale utilizzando un coltello lungo. Distribuite con una spatola la
confettura su entrambi i dischi, quindi richiudete la torta. Completate
distribuendo la confettura rimasta anche sulla parte superiore e sui lati.
Per preparare la ganache fate scaldare la panna in un pentolino. Appena
prima che raggiunga il bollore, toglietela dal fuoco e unite il cioccolato
ridotto a scaglie, continuando a mescolare. Versate la ganache sulla torta
appoggiata su una gratella e lasciate raffreddare prima di servire.

Sbriciolata ricotta e amarene


Ingredienti
per 6/8 persone

Per la base

66
300 g di farina
100 g di zucchero
100 g di burro
1 busta di lievito
1 bustina di vanillina
1 uovo
sale
Per il ripieno
500 g di ricotta
150 g di zucchero
1 cestino di amarene fresche
o sciroppate
zucchero a velo

Versate in una ciotola la farina, lo zucchero, la vanillina, il lievito e il sale.


Mescolate bene, quindi unite il burro ammorbidito e impastate con le mani
fino a ottenere un composto sabbioso. Unite l’uovo e, lavorando sempre con
le mani, sbriciolate l’impasto ricavando una specie di crumble.
Ricoprite il fondo di una tortiera di 24 cm di diametro foderata di carta da
forno con metà dell’impasto di briciole, in modo da formare uno strato
abbastanza spesso.
A parte, mescolate la ricotta con lo zucchero fino a ottenere una crema.
Denocciolate le amarene e unitele alla crema (al posto delle amarene potete
utilizzare anche i lamponi o le gocce di cioccolato).
Ricoprite il fondo di briciole con la crema di ricotta e completate
cospargendo con il resto delle briciole tenute da parte (dovrete ottenere uno
strato più sottile e meno compatto della base). Infornate a 180 °C e cuocete
per 30 minuti. Sfornate, lasciate raffreddare e servite la sbriciolata
spolverando con lo zucchero a velo.

Torta cioccolatino amaretto e caffè


Ingredienti
per 6/8 persone

200 g di cioccolato fondente


100 g di burro
80 g di zucchero
80 g di amaretti

67
4 uova
1 cucchiaio di farina
1 cucchiaino di lievito
1 tazzina di caffè
sale

Fate sciogliere in un tegame il cioccolato con il caffè e lo zucchero, quindi


unite il burro e scaldate a fuoco dolce fino a ottenere una crema. Trasferite il
tutto in una ciotola capiente e unite le uova. Tritate gli amaretti e unite
anch’essi al composto. Aggiungete anche la farina, il lievito e un pizzico di
sale.
Versate il composto in una tortiera di 20 cm di diametro e cuocete in
forno a 170 C° per 25 minuti. Lasciate raffreddare prima di servire perché la
torta è molto friabile.

Torta speziata di carote


Ingredienti
per 6/8 persone
Per la torta
190 g di farina
110 g di zucchero di canna
90 g di noci
3 uova
2 carote grandi
1 bustina di lievito
180 ml di olio di semi
170 ml di sciroppo d’acero
Per il frosting
225 g di formaggio spalmabile
100 g di zucchero a velo
50 g di burro
1 lime
1/2 carota
1 noce moscata
1 chiodo di garofano macinato
1 cucchiaino di cannella
semi di 1 bacca di vaniglia

68
Sbattete le uova con lo zucchero di canna e lo sciroppo d’acero. Unite la
farina, l’olio e mescolate. Tritate separatamente le carote e le noci nel mixer.
Schiacciate con un pestacarne il chiodo di garofano. Unite le carote, le noci
e tutte le spezie all’impasto. Versate l’impasto in una tortiera imburrata e
infarinata oppure rivestita di carta da forno. Cuocete in forno a 180 °C per
circa 30-35 minuti. Lasciate raffreddare la torta.
Preparate il frosting: mescolate il formaggio spalmabile con lo zucchero a
velo, il burro sciolto e la scorza del lime. Spalmate il composto sulla torta
raffreddata e poi grattugiate sopra qualche petalo di carota con la grattugia a
fori grossi.

Torta budino
Ingredienti
per 6/8 persone
400 g di frollini al cacao
150 g di burro
Per la crema
170 g di cioccolato fondente
120 g di zucchero
40 g di amido di mais
30 g di burro
30 g di cacao
4 tuorli
700 ml di latte
sale
Per completare
20 g di zucchero
160 ml di panna

Preparate la base della torta: frullate i biscotti nel mixer, aggiungete il burro
fuso e continuate a frullare. Foderate con un foglio di carta da forno uno
stampo a cerniera di 24 cm di diametro e versatevi il composto. Schiacciate
bene la base e i bordi in modo da creare un guscio, quindi infornate a 180 °C
per 10 minuti.
Preparate la crema: miscelate in una pentola lontano dal fuoco l’amido
con lo zucchero, aggiungete un pizzico di sale, il cacao e, uno alla volta, i
tuorli. Lavorate con la frusta fino a ottenere un composto omogeneo, poi

69
versate a filo il latte e trasferite la pentola sul fuoco. Continuate a mescolare
finché il composto inizierà a bollire. Fatelo addensare per pochi minuti e
toglietelo dal fuoco. Aggiungete il burro a pezzetti e il cioccolato fondente a
scaglie. Fate sciogliere entrambi mescolando dolcemente; se necessario,
rimettete sul fuoco. Fate intiepidire il composto, poi versatelo nel guscio e
lasciate raffreddare in frigorifero per circa 5 ore o fino a quando il budino
non risulterà completamente solidificato.
Prima di servire, decorate la torta budino con un disco centrale di panna,
precedentemente montata con lo zucchero.

Semifreddo al mango e lime con salsa ai lamponi


Ingredienti
per 6/8 persone
1 kg di mango (circa 2)
350 g di zucchero
1 lime
500 ml di panna fresca
Per la salsa
2 cestini di lamponi
2 cucchiai di zucchero

Sbucciate i mango, tagliateli a pezzi e frullateli con il frullatore a


immersione in modo da ottenere una crema. Spremete 1/2 lime e unite il
succo al mango insieme alla scorza grattugiata del lime e allo zucchero.
Frullate ancora in modo da sciogliere bene tutto lo zucchero.
A parte montate la panna a neve ferma. Unite la crema di mango alla
panna mescolando dal basso verso l’alto in modo da non smontare il
composto. Versate il tutto in una forma da plumcake di silicone; in questo
modo sarà più facile toglierlo dallo stampo una volta solidificato. Altrimenti
potete foderare il recipiente della forma che preferite con la pellicola per
alimenti per facilitare l’estrazione del semifreddo. In alternativa, distribuite
la crema in coppette singole pronte da servire senza necessità di sformarle.
In ogni caso, lasciate il semifreddo nel freezer per una notte.
Preparate la salsa: raccogliete in una padella i lamponi con lo zucchero e
una cucchiaiata di acqua. Cuocete per pochissimi minuti in modo che i
lamponi comincino a rompersi e il sughetto inizi a sobbollire.
Lasciate intiepidire la salsa. Sformate il semifreddo e fatelo riposare a

70
temperatura ambiente per 10 minuti, poi tagliatelo a fette e servitelo con la
salsa tiepida.

Frittelle di ricotta e arancia


Ingredienti
per 6/8 persone
Per l’impasto
200 g di ricotta
150 g di formaggio primo sale
110 g di semola rimacinata + un po’ per la panatura
60 g di zucchero
2 tuorli d’uovo
1 bustina di zafferano
la scorza di 1 arancia
la scorza di 1 limone
olio per friggere
Per la glassa
250 g di miele
la scorza di 1 arancia

Mescolate la ricotta con lo zucchero e i tuorli. Unite lo zafferano, il


formaggio grattugiato, la scorza di arancia e limone e la semola. Lavorate
brevemente l’impasto e formate con esso tante palline di piccole dimensioni
maneggiandolo con le mani inumidite. Impanate le palline nella semola.
Fate scaldare l’olio in una pentola capace e friggetevi le frittelle,
disponendole su un piatto fondo una volta pronte.
Preparate la glassa: scaldate il miele con la scorza dell’arancia per pochi
minuti.
Versate la glassa sulle frittelle e servitele a piacere calde o fredde.

Torta cannolo
Ingredienti
per 6/8 persone
700 g di ricotta
250 g di cannoli

71
250 g di zucchero a velo
200 g di panna montata
110 g di burro fuso
100 gocce di cioccolato
8 g di gelatina
latte
granola di pistacchi
ciliegie candite

Tritate le cialde di cannolo con il mixer. Fate sciogliere il burro in un


pentolino e mescolatelo con le cialde sbriciolate. Foderate il fondo di uno
stampo a cerniera di 22 cm di diametro con un foglio di carta da forno,
versatevi il composto e compattatelo, creando così una base simile a una
cheesecake.
Fate ammollare la gelatina in un bicchiere di acqua. Mescolate la ricotta
con lo zucchero, quindi unite anche la panna montata e le gocce di
cioccolato. Scaldate qualche cucchiaio di latte, scioglietevi la gelatina ben
strizzata e aggiungete il tutto alla crema.
Versate la crema sulla base di cannoli e burro e trasferite il tutto in
frigorifero per una notte. Al momento di servire unite la granola di pistacchi,
qualche cannolo sbriciolato e le ciliegie candite.

Plumcake lime e pera


Ingredienti
per 6/8 persone

300 g di farina
250 g di zucchero
200 g di yogurt
125 g di burro
2 uova
1 pera non troppo matura
1 lime
1 busta di lievito
vaniglia
sale

Sbattete leggermente le uova con lo zucchero, lo yogurt e il burro fuso.

72
Unite la pera passata con la grattugia a fori grossi, il succo e la scorza
grattugiata del lime. Infine, aggiungete la farina con il lievito, la vaniglia e
un pizzico di sale. Mescolate brevemente e versate l’impasto in una forma
da plumcake foderata di carta da forno.
Passate in forno a 180 °C per 40 minuti.

Bavarese allo yogurt e frutto della passione


Ingredienti
per 6/8 persone
250 g di yogurt bianco
250 g di panna fresca
50 g di zucchero a velo
2 fogli di colla di pesce
200 ml di succo di frutto della passione (ottenuto prelevando la polpa dal frutto e passandola
attraverso un colino)
Per la salsa
3 cucchiai di zucchero
1 busta di frutti di bosco surgelati

Fate ammollare la colla di pesce in acqua fredda. Mescolate lo yogurt con lo


zucchero a velo. Scaldate il succo dei frutti della passione. Prelevate la colla
di pesce, strizzatela accuratamente e unitela al succo caldo, mescolando fino
a quando non si sarà sciolta completamente.
Versate il succo nel recipiente dello yogurt, quindi montate la panna e
incorporate anch’essa. Una volta pronta, versate la bavarese nei bicchierini
oppure in una forma da budino. Lasciate riposare in frigorifero per 3 ore o,
meglio ancora, per tutta la notte.
Preparate la salsa: scaldate i frutti di bosco ancora surgelati in un
pentolino insieme con lo zucchero, aggiungendo, se necessario, qualche
cucchiaio di acqua. Fate cuocere per pochi minuti e poi spegnete.
Sformate e servite la bavarese accompagnandola con la salsa.

73
74
1989
Il sapore dell’amicizia

Alessandria

Niente può essere paragonato agli anni del liceo. Quella sensazione di
onnipotenza e fragilità insieme la puoi assaporare solo in quel momento
della vita, e per me ha un sapore ben preciso: quello dello ‘sbobbone’. Il
pasticcio di patate, formaggio e würstel che mangiammo per la prima volta a
Ceresole in Piemonte. Una delle vacanze più belle della mia giovinezza.
Avevo tutto quello che volevo: degli amici fantastici, una nutrita schiera di
ammiratori e poi Maria, il mio spirito affine. Maria è una delle persone più
intelligenti che conosca. Di lei ho amato subito il cervello e i riccioli, una
massa ribelle di boccoli castani ramati, che prima di conoscermi cercava
invano di domare. Il risultato era una pettinatura un po’ crespa e
assolutamente anonima. Negli anni ’80, che erano il trionfo del ricciolo
vaporoso e della frangia bombata, quel mortificare la sua strepitosa
capigliatura a colpi di spazzola era un vero sacrilegio. Poi un giorno
andammo in piscina insieme alla Canottieri e io vidi i suoi capelli bagnati
asciugarsi al sole come la criniera di un leone… la implorai di non toccare
mai più un pettine e lei mi diede retta.
Ma andiamo per ordine. La incontrai un giorno a scuola. Aveva un anno
più di me. Grazie a qualche amico in comune incominciammo a
chiacchierare. Io uscivo da una storia di un anno con Luciano, il mio primo
vero ragazzo dopo l’episodio con Federico.
Avevo voglia di divertirmi, conoscere gente nuova, esattamente come
Maria. Il periodo delle insicurezze del primo bacio era passato.
Ci demmo appuntamento quello stesso pomeriggio per fare un giro e
finimmo in una storica pasticceria in stile liberty in centro. Ci sedemmo tra

75
stucchi dorati e alzatine d’argento e ci raccontammo tutto delle nostre
giovani vite. Io avevo una fame da morire. Mi ero messa in testa di stare a
dieta, però l’occhio continuava a cadermi sui dolcetti esposti dietro il vetro
del bancone. Quel negozio era famoso per la pasticceria mignon. C’erano
bignè grandi come bottoni, cannoli che sembravano fatti per le bambole,
crostatine che a malapena riuscivano a contenere un lampone.
«Cosa c’è» mi disse a un tratto Maria. «Stai male?»
La vista mi si era annebbiata e la testa aveva incominciato a girare.
«Credo di stare per svenire dalla fame» dissi in un sussurro.
«Mangia qualcosa» mi consigliò saggiamente.
«Mi sono appena messa a dieta…» confessai.
«Ma vuoi scherzare?»
«E soprattutto non ho un soldo…»
Maria tirò fuori il portafogli, come una brava mamma con la sua bambina,
e comprò un cabaret di paste che ci divorammo insieme a una seconda tazza
di tè.
Da allora diventammo inseparabili.
‘Mari e Bene’. Mai una senza l’altra. Quando uscivamo non si sapeva
come poteva andare a finire. Mi ricordo una domenica sera in cui un po’
annoiate decidemmo di andare a mangiare una pizza solo noi due. Eravamo
in un locale pieno zeppo, sedute a un tavolino, una di fronte all’altra. La
nostra ordinazione tardava ad arrivare e allora incominciammo a far finta di
litigare per un ragazzo… Così, tanto per far passare il tempo. Eravamo
bravissime a inventare storie, così man mano che discutevamo
concitatamente, la trama della nostra discussione si infittiva e anche il tono
della voce si alzava. Vedevamo che dagli altri tavoli la gente incominciava a
girarsi per seguire meglio l’evolversi della litigata. La cosa ci diede coraggio
e la nostra storia divenne sempre più scabrosa. Finimmo praticamente
urlando, poi Maria, che ha sempre amato le scene madri, confessò in lacrime
di essere incinta, al che io non resistetti più e scoppiai a ridere. Pagammo il
conto e uscimmo abbracciate sapendo che non avremmo più potuto mettere
piede in quel locale. Per noi il mondo era diviso in due. Da una parte
c’erano i nostri amici, dall’altra tutto il resto, e di quel resto non ci
importava davvero niente.

76
È con i miei amici che scoprii per la prima volta il gusto di andare al
ristorante. Prima di allora c’erano state solo le cene in pizzeria con i miei
genitori o i pranzi istituzionali con i nonni e con gli ospiti dei miei.
Ora era tutto diverso. Avevamo le nostre trattorie di fiducia. Quelle dove
si spendeva poco, si prenotava all’ultimo anche per quindici persone e si
poteva fare casino. Non erano mai in città, ma nei paesini dei dintorni. Il
menù era sempre lo stesso: antipasto misto, agnolotti, litri di vino della casa,
quello che ti faceva venire i denti neri al primo sorso, poi digestivo e grappa.
Fu in una di quelle sere che Maria mi annunciò di essere stata accettata da
Intercultura per il programma di scambio con l’estero. Sarebbe dovuta
partire all’inizio dell’estate e passare un intero anno in America. Oggi
studiare fuori è una prassi abbastanza normale per i ragazzi del liceo, ma nel
1989 la mia migliore amica fu davvero una pioniera.
«Tu sei sicura di quello che fai, vero?» le chiesi facendomi
improvvisamente seria.
«Credo di sì…» disse lei cercando di mantenere un tono divertito.
Era primavera. Questo voleva dire che entro pochi mesi l’avrei dovuta
salutare e tutto il nostro mondo fatto di risate, segreti, confidenze, sarebbe
rimasto sospeso per un intero anno come un palloncino nell’aria.
Il cuore incominciò a battermi forte.
«Non dirlo ancora agli altri…» mi supplicò lei, ma io non la stavo più
ascoltando.
«Facciamo un brindisi a Mari che se va in America!» esclamai alzandomi,
con un sorriso un po’ teso sulla faccia.
In un attimo Maria fu assalita dall’abbraccio degli amici, dai lori brindisi
e dalle domande. Io me ne stavo in disparte. Sapevo di dover essere felice
per lei e il magone che mi assaliva mi faceva sentire doppiamente male,
perché faceva di me un’amica egoista e possessiva. Mi consolai versandomi
un bicchiere di vino
«Bufalo!» mi sentii urlare dall’altro capo del tavolo. Stavo bevendo con la

77
mano destra ed Erik il vichingo mi aveva beccato.
«Nooo» protestai.
L’attenzione degli amici passò da Maria a me. Dovevo pagare pegno
tracannando l’intero bicchiere in un sorso o, come dicevamo noi, ‘facendo
un golao’.
La confraternita del bufalo era un sadico gioco importato dalla Norvegia.
Tutti gli adepti si impegnavano a bere alcolici solo con la mano sinistra. Un
gesto alquanto innaturale. Se venivano colti da un altro adepto nell’atto di
bere con la mano sbagliata subivano il ‘bufalo’. Cioè dovevano finire quello
che stavano bevendo tutto di un fiato. Ogni tanto si poteva anche essere
graziati… ma succedeva assai di rado, persino quando si veniva beccati a
bere a canna da una bottiglia ancora piena! Il peggior bufalo che dovetti fare
io fu con una lattina ghiacciata di birra. Finii talmente gonfia che avrei
potuto volare come una mongolfiera.
«Golao! Golao! Golao!»
Lasciai che il tavolo si scaldasse un po’. Quel bufalo capitava davvero al
momento giusto. In fondo non mi dispiaceva essere al centro dell’attenzione
e un po’ di vino in più mi avrebbe aiutato in quella serata complicata.
Aspettai come una grande attrice che tutti gli occhi fossero su di me poi mi
piegai, appoggiai le labbra sul bordo del bicchiere e mi apprestai a bere.
Non lo alzai dal tavolo perché era strapieno e avevo paura che sgocciolando
avrebbe macchiato la mia preziosa camicia bianca. Gravissimo errore.
Forse perché avevo ancora la gola un po’ chiusa per il magone, forse
perché la posizione non era molto naturale, bastò una lieve spinta del
cameriere che serviva dietro di me per farmi andare il vino per traverso. Ma
non in maniera normale. Non tossii nemmeno, ma mi alzai di scatto con gli
occhi fuori dalle orbite. Mi sentii immediatamente soffocare. Provai a
riprendere fiato, ma non riuscivo a inalare aria, come se fossi sott’acqua.
Vedevo gli altri che mi guardavano ridendo. Qualcuno diceva «guarda
l’uccellino», qualcun altro mi imitava mentre mi portavo le mani alla gola.
Non so quanto tempo passò, per me fu un’eternità, poi finalmente riuscii a
tossire e a sputare il vino che mi soffocava. Immediatamente ricominciai a
respirare.
Mi guardai intorno. Mi sembrava di essere uscita da una bolla. Nessuno
aveva capito.

78
«Ma siete proprio stronzi» dissi con un filo di voce precipitandomi in
bagno, uno stanzone spoglio e sporco, con un piccolo lavandino con la sola
manopola dell’acqua fredda e una porta sgangherata che dava su un bagno
alla turca. Mi hanno sempre fatto paura quei buchi neri e profondi.
Ricordo che scoppiai a piangere. Maria mi raggiunse subito. Non sapeva
se piangere anche lei o ridere… poi decise di ridere.
«Bene, dovevi vederti» disse indicandomi lo specchio attaccato sopra il
lavandino. «Sembravi l’esorcista!»
Vidi la mia immagine riflessa e pur continuando a piangere incominciai
anch’io a ridere.
La mia preziosissima camicia bianca era tutta macchiata di vino, il rimmel
mi era colato fino al mento e la mia impeccabile frangetta era dritta sulla
testa.
«Pensavo di morire» confessai esausta.
«Ragazza soffocata da un bufalo» declamò Maria come una giornalista
del Tg.
Scoppiammo di nuovo a ridere.
«Come farò a stare un anno senza di te?»
«Come farò io!» ribatté Maria abbracciandomi forte. «Promettimi che
quando tornerò sarà tutto uguale a ora!»
«Stai tranquilla! Io sarò sempre così».
«Come l’esorcista?» disse sciogliendosi dall’abbraccio per guardarmi in
faccia.
«Forse peggio».
Tornammo dagli altri con gli occhi lucidi. Fu quella sera che decidemmo
di passare i primi giorni delle vacanze estive insieme a Ceresole. La
partenza di Maria coincideva con la vendita della casa di campagna di uno
dei nostri amici, Matteo, il quale voleva salutare degnamente la casa della
sua infanzia.
«Anch’io voglio un saluto speciale prima di partire» disse Maria.

79
E così fu deciso.
Contavamo i giorni che ci separavano dalla fine della scuola. Desideravo
le vacanze ma non volevo che Maria partisse. Poi il giorno fatidico arrivò.
La campanella della scuola suonò per l’ultima volta e noi ci precipitammo
tutti in strada a festeggiare.
Arrivammo a Ceresole alla spicciolata il lunedì successivo. Io ero a
Sanremo al mare con la mia famiglia. Andrea, il mio migliore amico, mi
venne a prendere da Diano Marina. Prima di metterci in macchina ce ne
andammo al molo a fumare. Il mare era agitatissimo e le onde facevano
schizzi altissimi che ci bagnavano dalla testa ai piedi.
«Che tempo da schifo» mi lamentai stringendomi nella giacca di jeans.
«A Ceresole migliora!» rispose Andrea con un sorriso.
Andrea era così. Sapeva sempre farmi stare bene. Era una persona pratica,
lo si capiva anche dal suo aspetto. Corporatura media, capelli corti,
abbigliamento sobrio, comprato dalla mamma perché a lui non gliene
fregava niente. Una persona a cui appoggiarsi, ma che ogni tanto si divertiva
a scostarsi e a farti rischiare di cadere. Il fascino di Andrea. Era
terribilmente dispettoso.
«Guida tu che io sono stanco morto!»
«Ma se ho solo il foglio rosa!» protestai.
«Va be’…» Tipico di Andrea volermi sfidare. «Solo un pochino tanto per
rilassarmi un po’».
«Vuoi dire che tu riusciresti a rilassarti mentre io guido?» domandai
incredula.
Infatti si rilassò. Mi misi al volante della sua Delta azzurra, aggiustai il
sedile per la lunghezza delle mie gambe e inforcai gli occhiali che mi ero
tolta dopo essere stata sul molo a guardare le onde. Ero solo leggermente
miope e mettevo e toglievo gli occhiali a seconda dei momenti.
Immediatamente calò una nebbia fittissima. Rallentai e strizzai gli occhi.
Intanto stava anche venendo buio. Andrea era talmente rilassato che si era
pure addormentato. Proseguii pianissimo, facendomi superare persino dai
tir, ma non volevo mollare. Arrivati al casello di Alessandria, ero esausta.
«Andrea sveglia, siamo ad Alessandria» lo scrollai in malo modo.
Andrea si stiracchiò pacifico.
«Accosta che ti do il cambio».
Passai il casello e misi la freccia, felice di cedere i comandi.
«Vai piano con questa nebbia» gli dissi spegnendo il motore.
«Quale nebbia?» chiese Andrea stupito.

80
Mi tolsi gli occhiali scendendo dalla macchina e il mondo tornò
limpidissimo.
«Non ci posso credere».
«Cosa?» domandò lui sedendosi al mio posto.
I miei occhiali erano completamente sporchi di salsedine. Mi ricordai di
averli indossati sul molo, mentre le onde ci sbattevano in faccia.
Non dissi niente ma glieli feci provare.
«Non posso credere che hai guidato così per quasi duecento chilometri!»
«Se tu non ti fossi addormentato come un piombo avrei capito che la
nebbia non c’era!» protestai indignata, ma ormai era fatta e per tutta la
vacanza venni presa in giro senza pietà per questo episodio.
Arrivammo a Ceresole per cena.
C’erano già tutti.
La casa si trovava alla fine del piccolo paese piemontese. Attraversammo
un elegante cancello affiancato su ciascun lato da un grosso albero secolare.
Non ci eravamo mai stati prima, e rimanemmo molto colpiti. Nel mezzo del
giardino all’italiana, completamente invaso dalle erbacce, sorgeva una
bellissima villa. I muri esterni erano un po’ scrostati, alcune persiane erano
storte e pericolanti, si capiva che aveva visto anni migliori, ciononostante
esercitava su noi ragazzi un grandissimo fascino.
Nell’ingresso, ai piedi della bella scala che portava al piano superiore,
erano ammonticchiati tutti gli zaini e i sacchi a pelo. Una montagna.
Vidi Maria uscire dalla cucina.
«Ma quanti siamo?» domandai.
«Tanti» rispose lei spiccia prendendomi per mano. «Andiamo a sceglierci
un letto».
Corremmo di sopra esplorando le stanze un po’ spoglie e freschissime che
si aprivano davanti a noi. Il bello era che non c’era niente da fare. Non
dovevamo andare da nessuna parte. Avevamo solo voglia di stare insieme.
Eravamo una ventina tra ragazzi e ragazze chiusi nel perimetro di quella
villa. Tanto da bere, da fumare e da suonare. Poco da mangiare. Nessuna
delle ragazze sapeva come muoversi nella grande cucina della casa. Io meno
delle altre. Il pane, le patatine e gli snack finirono alla svelta e al momento
della cena eravamo già in crisi. Non avevamo né le finanze né la voglia di
andare a mangiare fuori, così incominciammo a esplorare tutti gli armadi e i
cassetti della cucina in cerca di qualche cosa da cucinare. Per fortuna i
maschi dimostrarono più spirito di iniziativa di noi. Erik scovò un enorme
sacco di patate e fummo salvi. Fu in quell’occasione che mangiai per la

81
prima volta il suo sformato, immediatamente ribattezzato ‘lo sbobbone’.
Io, Maria e Lella ci mettemmo a pelare le patate. Il gradino più basso
della gerarchia in cucina. Lella era la terza del nostro gruppo. Ci
chiamavano le ‘tre-Mende’. Esteticamente diversissime – Lella era bionda
con gli occhi verdi – eppure perfettamente compatibili. Tutte e tre brave a
scuola, educate, carine, ma con quella punta di follia che ci aveva fatto
conquistare quel soprannome.

Ci mettemmo a sbucciare le patate mentre dal soggiorno arrivava il suono


di una chitarra. Avevamo tutti una gran voglia di divertirci e rendere quel
weekend memorabile. Cucinare insieme era qualcosa che non avevamo mai
fatto. Ci faceva sentire adulti e indipendenti. Io ero una tempesta di
emozioni. Da una parte mi sentivo libera e felice, leggera come l’aria;
dall’altra avevo un peso nel cuore che ogni tanto mi buttava giù, quando
pensavo che di lì a poco Maria sarebbe partita. Sono sicura che lei capiva
cosa stavo provando, ma non diceva niente. Stava per iniziare una nuova
vita, nuovi amici, una nuova famiglia presso cui alloggiare. La ammiravo. Io
non avrei mai avuto il coraggio di lasciare la mia casa. Anche se non
passava giorno che non discutessi con la mamma, non potevo fare a meno
delle mie sicurezze e anche delle mie litigate.
Le patate erano sbucciate e tagliate. Io e le altre due Mende più di così
non sapevamo fare, ma restammo comunque a disposizione dello chef. Erik
le trasferì in una teglia e ci aggiunse tutto quello che trovò in cucina:
formaggio, cipolla, würstel, ketchup, salame. Poi accese il forno e mescolò
bene lo sbobbone, lo condì e lo schiaffò dentro. Eravamo tutti molto
impressionati dalla sua abilità. Portammo un divano nella grande cucina
della villa e lo piazzammo davanti al forno per controllare l’evolversi dello
sbobbone, neanche fosse un programma in tv. Bevevamo e aspettavamo
speranzosi. C’era qualche coppia tra noi, ma più che altro eravamo amici.

82
La cosa strana di vivere in una piccola città come Alessandria è proprio
questa: spesso sbocciano amori tra persone che sono state sempre solo
amiche, altri che sono fidanzati si lasciano e tornano a essere semplicemente
amici senza mai perdersi di vista. Impossibile tener nascosto qualcosa! Nelle
piccole città tutti sanno tutto di tutti.
Il formaggio fuso incominciò a ribollire tra le patate, rischiando di
debordare. Guardammo Erik preoccupati, ma lui ci assicurò che era tutto ok
e continuò a fumare tranquillo.
«Se lo dice lui…» ci convincemmo, mentre nella stanza incominciava a
spargersi un profumino irresistibile di würstel abbrustolito.
Quando lo sbobbone uscì dal forno rimanemmo senza parole: aveva un
aspetto bellissimo. Le patate erano brunite e croccanti, il formaggio risultava
cremoso e filante e il profumo era delizioso.
Proponemmo subito un brindisi allo sbobbone di Erik, stando tutti super
attenti a bere con la mano sinistra, mentre Matteo, il padrone di casa, tirava
fuori dalla credenza dei meravigliosi piatti di porcellana con bordo dorato,
che distribuì con disinvoltura a tutti gli amici.
«Tu sei proprio sicuro che tua nonna sarebbe d’accordo a farci usare
questo servizio?» chiese Maria, osservando il piatto che le era stato
praticamente lanciato
«Non lo so» rispose Matteo guardando a sua volta la delicata trama dorata
che spiccava sulla porcellana bianco latte. «È un piatto come un altro, no?»
«No» cercò di spiegargli Maria nella speranza di fargli cambiare idea, ma
il richiamo del cibo rese vani tutti i suoi sforzi.
«È pronto lo sbobbone» urlò Erik brandendo un mestolo.
Stava per iniziare la lotta all’accaparramento della prima fetta quando
sentimmo cigolare il cancello d’ingresso.
«Manca qualcuno?» domandò Matteo, rinfilandosi gli occhialini tondi che
si era tolto per osservare da vicino la sua porzione di sbobbone.
Ci guardammo perplessi. Non mancava nessuno.
Parte del gruppo uscì in giardino a vedere chi stava arrivando.
Fuori era già buio.
Tre ragazzi stavano avanzando verso di noi. Erano grossi e portavano al
guinzaglio un cagnone minaccioso.
«Ciao» li salutò Matteo non troppo a suo agio con la sua aria da
intellettuale un po’ emaciato.
«Pensavamo che la casa era disabitata» esordì uno di loro.
«Fosse» li corresse Matteo.

83
«Forse?» domandò perplesso quello più grosso.
«Fosse» ripeté Matteo senza ottenere nessuna reazione dal suo
interlocutore. «Lascia perdere» si arrese. «Cosa volete?»
«Ci chiedevamo se avevate un po’ di birra».
«Ce l’abbiamo, sì, ma ci deve bastare per tre giorni» rispose uno dei
nostri.

«Il bar del paese è chiuso» si giustificò il più grosso.


Il giardino era buio e non riuscivo a vederli molto bene in faccia.
Portavano tutti e tre le infradito e i bermuda. Quello con il cane aveva le
gambe storte e tozze e gli occhiali da sole. Era il più basso ma compensava
con un gran pancione. Il più alto calzava un cappellino da baseball che gli
copriva in parte la faccia, il terzo aveva un codino spelacchiato.
«Possiamo darvi una lattina a testa» propose Matteo.
«Non sprecatevi troppo» commentò Codino, tirando uno sputone davanti
a sé.
Maria fece un salto, per poco non le beccò un piede.
«Ehi, vai a sputare a casa tua».
«Ma chi cazzo sei tu!»
L’aria incominciava a diventare un po’ tesa.
Era chiaro che quei tre erano venuti da noi solo per litigare. Non gliene
fregava niente della birra. Non mi sentivo per niente tranquilla. Nel giardino
della villa eravamo in netta maggioranza, ma chi poteva sapere quante altre
persone c’erano in paese pronte ad accorrere in aiuto di quei tre?
«Facciamo una scommessa?» La voce di Andrea emerse dal nostro
gruppo.
Il suo tono divertito alleggerì subito l’atmosfera. Qualcuno rise.
Andrea si avvicinò dal fondo del giardino, lasciando la sua proposta in
sospeso.
Puntò verso i tre visitatori ma poi si chinò e salutò il cane.
Non mi sembrava un animale tanto socievole, con quel collare irto di

84
borchie appuntite e quel muso schiacciato e bavoso.
«Io non lo toccherei se fossi in te» lo avvertì Codino. «Birillo non ama gli
estranei».
Andrea fece finta di non sentirlo.

Noi tutti lo osservavamo con curiosità. Solo io però sapevo che il mio
migliore amico a casa aveva un coccodrillo che allevava in una teca di
vetro… si chiamava Pancho. Lo imboccava con un paio di pinzette per le
sopracciglia. Non era tipo da avere paura dei denti aguzzi.
Aprì il palmo della mano davanti a quel brutto muso.
Birillo aveva le orecchie abbassate e un atteggiamento minaccioso.
Trattenni il fiato… io ho sempre avuto il terrore dei cani, forse più ancora
che dei coccodrilli!
Ma Birillo si mise subito a leccare la mano di Andrea con sfacciata
sudditanza.
«Bravo cagnolino» lo vezzeggiò lui guardando Codino con un sorriso
disarmante.
Il grassone tirò il guinzaglio di Birillo per allontanarlo dal suo nuovo
amico.
«Lascia stare il cane, cosa scommettiamo?» chiese l’altone ancora
diffidente.
«Scommettiamo la birra, no?» rispose Andrea con lo stesso tono di un
professore che spiega per la terza volta ai suoi alunni più scarsi il teorema di
Pitagora. «Se vincete voi vi prendete la nostra birra, ma se perdete, noi ci
prendiamo il vostro cibo» propose.
«Quale cibo?» L’altone non ci stava capendo più niente.
«Non lo so, fate voi» rispose Andrea che ormai aveva preso in mano la
situazione. «Noi siamo a corto di cibo e voi di birra».

85
«Quanto cibo?» i tre che erano entrati con l’intenzione di spadroneggiare
si trovavano ora in evidente difficoltà.
«Noi abbiamo il cofano di quella Golf pieno di birra» indicò Andrea.
«Voi dovete mettere come puglia un bagagliaio di cibo».
Da giocatore di poker quale era, aveva bluffato. In un solo pomeriggio il
bagagliaio della Golf si era già dimezzato, ma loro non potevano saperlo.
«Ce li giochiamo a calcio» decise Codino dopo una iniziale indecisione.
Parve a tutti una buona idea.
«Voi giocate in tre?» domandò allora qualcuno dei nostri dalle retrovie.
«Lo vedrete domani» disse il grassone girando i tacchi insieme agli altri
due.
Avevamo vinto il primo round! Rientrammo in casa super eccitati,
ridendo e commentando l’accaduto.
«Ehi, chi è che ha mangiato lo sbobbone?» esclamò Erik indignato
indicando un buco nella teglia abbandonata sul tavolo della cucina.
«Se l’è mangiata Birillo!» spiegò Andrea mostrando le mani unte. «Se no
come la calmavo quella bestia» spiegò andando al lavandino a sciacquarsi.
Il pasticcio di Erik risultò squisito. Non rompemmo nemmeno un piatto
del preziosissimo servizio della villa, ma in compenso mangiammo con le
mani perché non trovammo le posate da nessuna parte. Non mi ricordo
esattamente cosa facemmo quella sera, ma ricordo la sensazione di
benessere che provavo stando con i miei amici. Non c’era imbarazzo, non
c’erano segreti. Ogni cosa ci faceva ridere, e ogni risata ci legava di più.
Studiammo una strategia vincente per la mattina dopo, quando avremmo
dovuto disputare la partita, ma poi non andammo nemmeno a dormire,
aspettando l’alba nella cucina della villa mezzi addormentati sui divani,
stravaccati per terra, svenuti sui tappeti.
La mattina ci sorprese decisamente a pezzi, ancora con le birre in mano e
gli avanzi di sbobbone nel forno.
«Non siete un bello spettacolo, ve lo devo dire» biascicai quando aprii gli

86
occhi appiccicati di rimmel.
«Nemmeno tu» commentò Andrea entrando in cucina tutto sorridente.
Mentre tutti noi avevamo l’aria un po’ sdrucita e quell’atteggiamento da
‘gioventù bruciata’ che si intonava tanto alla situazione, Andrea si presentò
con la maglietta stirata che sua mamma gli aveva sicuramente sistemato
amorevolmente nella valigia e i mocassini sotto i jeans. A guardarlo così
sembrava appena uscito da scuola.
«Ho portato le brioches» disse scuotendo un voluminoso sacchetto
davanti a lui.
Venne accolto da ovazioni e gridolini di estasi. Noi ragazze lo andammo a
baciare, mentre i ragazzi gli si avventarono addosso per accaparrarsi la
colazione. Poi ci fu la partita.
Ho un solo ricordo di quell’incontro di calcio a Ceresole: Erik in porta
con la sigaretta in bocca e la birra accanto al palo della porta. Naturalmente
perdemmo, ma facemmo amicizia con i ragazzi del paese e dividemmo con
loro tutti i successivi sbobboni e la birra fino all’esaurimento totale dei
vettovagliamenti.
Poi Maria partì.
Per un anno intero, tornando da scuola, mi fermavo all’ufficio postale per
farmi pesare le buste di posta aerea da spedire a Grant Pass in Oregon. Ci
scambiammo 52 lettere ciascuna, 104 in tutto. Ricordo la gioia di trovare
una nuova lettera nella cassetta, la difficoltà di decifrare la grafia esuberante
della mia migliore amica, il desiderio di raccontarle tutto quello che mi
succedeva in sua assenza.
Quando tornò, proprio come ci eravamo promesse, tra noi non cambiò
nulla. Il sapore della nostra amicizia restò sempre lo stesso, come lo
sbobbone di Erik.
Quel pasticcio di patate ci accompagnò fino ai tempi dell’università a
Milano, nelle cucine sgangherate delle case in affitto per gli studenti,
quando al posto dei tovaglioli usavamo i rotoli di carta igienica, e i piatti,
quando ci ricordavamo di comprarli, ben lungi dall’essere di fine porcellana
decorata, erano sempre e solo di plastica.
Ma questa è già un’altra storia.

87
Lo sbobbone di Erik

88
Ingredienti

89
per 4 persone
500 g di patate
300 g di salsiccia o würstel
100 g di stracchino
100 g di Emmentaler o Fontina
100 g di Parmigiano Reggiano grattugiato
1 cipolla
pangrattato
burro
sale
pepe

Tagliate le patate delle dimensioni di un dado. Trasferite i cubotti in una


pentola e fateli sbollentare in acqua salata per 5 minuti. Scolate e tenete da
parte. Sgranate la salsiccia e affettate la cipolla.
Fate rosolare in padella la cipolla con la salsiccia per pochi minuti e tenete
anche queste da parte.
Tagliate a fette l’Emmentaler. Mescolate tutti gli ingredienti in una
ciotola, aggiungendo anche il Parmigiano, e condite con sale e pepe.
Trasferite il tutto in una pirofila foderata con carta da forno. Completate
con fiocchetti di burro e, a piacere, con una spolverata di pangrattato.
Cuocete in forno a 180 °C per circa 20 minuti fino a quando la superficie
apparirà ben gratinata. Nel caso potete commutare il forno in funzione grill
per ottenere una deliziosa crosticina.

Bruschette di pane fritto


Ingredienti
per 4 persone
200 g di pomodorini dolci
40 g di acciughe sott’olio sgocciolate
1 baguette fresca o secca
1 burrata
1 spicchio d’aglio
basilico
olio extravergine di oliva
sale

90
Tagliate i pomodorini in due e conditeli con olio, sale e basilico. Tagliate la
baguette a fette spesse circa un dito.
Versate in una padella antiaderente una buona dose di olio. Quando l’olio
è caldo rosolate le fette di pane su entrambi i lati come se fossero delle fette
di carne. Prelevatele e trasferitele su un ampio piatto da portata.
Tagliate l’aglio in due e strofinatelo leggermente sulle fette di pane
abbrustolito.
Condite metà delle bruschette con i pomodori e l’altra metà con la burrata
e le acciughe. Servite con il pane ancora tiepido.

Calzone velocissimo
Ingredienti
per 4 persone
200 g di passata di pomodoro
200 g di ricotta
150 g di prosciutto cotto
4 sottilette
1 sfoglia di pasta da pizza già stesa
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Srotolate la pasta della pizza. Distribuite solo su una metà la passata di


pomodoro, poi unite il prosciutto, la ricotta, le sottilette tagliate a pezzetti e
regolate di sale e pepe.
Richiudete il calzone sigillando bene i bordi con la punta delle dita.
Spennellate con la passata di pomodoro avanzata, un po’ di olio e di sale.
Passate in forno a 180 °C per circa 20 minuti fino a che il calzone non
apparirà dorato e ben gonfio.
Togliete dal forno e servite tiepido.

Penne feta e pomodoro


Ingredienti
per 4 persone
300 g di penne

91
250 g di pomodorini
200 g di feta
1 cipollotto
basilico
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Rosolate in padella il cipollotto con i pomodorini tagliati a metà e qualche


cucchiaio di olio. Salate e, dopo circa 5 minuti, unite la feta sbriciolata e fate
cuocere fino a che non si sarà sciolta.
Lessate le penne, scolatele al dente e unitele al sugo.
Aggiungete un po’ di acqua di cottura della pasta per mantecare la feta
con la pasta.
Togliete dal fuoco, pepate, aggiungete il basilico e servite.

Paccheri, ceci e pancetta affumicata


Ingredienti
per 4 persone

300 g di paccheri
160 g di pancetta affumicata a dadini
60 g di pecorino
1 lattina di ceci
1 spicchio d’aglio
rosmarino
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Rosolate in padella con poco olio i dadini di pancetta affumicata fino a che
non avranno rilasciato tutto il grasso. Prelevate la pancetta e tenetela da
parte.
Nella stessa padella con il grasso rosolate lo spicchio d’aglio schiacciato,
aggiungete i ceci sgocciolati e il rosmarino.
Fate lessare i paccheri in abbondante acqua salata. Prelevate un mestolo
dell’acqua di cottura, aggiungetela ai ceci e lasciate cuocere con il coperchio
per circa 5 minuti, quindi togliete la padella dal fuoco.

92
Eliminate l’aglio e il rosmarino, unite qualche cucchiaio di olio e altra
acqua di cottura e passate i ceci direttamente in padella con il frullatore a
immersione. In alternativa, schiacciate i ceci con la forchetta fino a ottenere
un composto della consistenza di una crema. Se il sugo dovesse risultare
troppo asciutto, aggiungete altra acqua di cottura.
Versate di nuovo la pancetta nella padella.
Scolate la pasta e trasferitela nella padella con il sugo fuori dal fuoco.
Mescolate, aggiungendo se necessario altra acqua di cottura.
Mantecate con il pecorino e il pepe e portate in tavola.

Rigatoni salsiccia e funghi


Ingredienti
per 4 persone
450 g di passata di pomodoro
400 g di mezze maniche
300 g di salsiccia
50 g di funghi porcini secchi
1 cipolla
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Eliminate il budello della salsiccia.


Fate ammollare i funghi in acqua calda per pochi minuti e affettate la
cipolla. Strizzate i funghi ammorbiditi e tritateli.
Trasferite la cipolla e i funghi in una padella con poco olio e lasciate
rosolare. Unite la salsiccia a pezzetti, fate insaporire per circa 5 minuti,
quindi aggiungete la passata di pomodoro, il sale e il pepe. Mettete il
coperchio e cuocete per 10-15 minuti finché il sugo si sarà leggermente
ristretto.
Fate cuocere la pasta in abbondante acqua salata. Scolatela al dente,
unitela al sugo, mescolate e servite.

Pasta fredda con guacamole e gamberi


Ingredienti

93
per 4 persone
300 g di pasta corta
250 g di gamberi surgelati già puliti
250 g di pomodorini
1 avocado maturo
1 cipollotto rosso di Tropea
1 limone
basilico
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Lessate la pasta e passatela sotto l’acqua fredda per interrompere la cottura.


Trasferitela in una ciotola e conditela con un po’ di olio e un pizzico di sale.
Private l’avocado della buccia e tagliatelo a pezzetti. Mettetelo in una
ciotola e conditelo con il succo del limone.
Tagliate i pomodorini a metà e uniteli all’avocado. Affettate a rondelle il
cipollotto e aggiungete anch’esso all’avocado. Lessate i gamberi per
pochissimi minuti e lasciateli intiepidire.
Unite la pasta alle verdure, aggiungete anche i gamberi e condite con altro
olio, sale, pepe e basilico.

La pizza sfoglia
Ingredienti
per 4 persone

250 g di passata di pomodoro


70 g di gorgonzola
1 sfoglia rettangolare
1 rotolo di pasta per pizza rettangolare
1 mozzarella
1 cipollotto rosso di Tropea
1 uovo
sale

Srotolate la pasta della pizza su una teglia rettangolare coperta di carta da


forno.

94
Condite con la passata di pomodoro, la mozzarella, il gorgonzola a
fiocchetti e il cipollotto a rondelle. Salate leggermente e richiudete la pizza
con la sfoglia.
Sigillate bene i bordi, spennellateli con l’uovo sbattuto e cuocete in forno
a 180 °C per circa 25 minuti. La pizza sfoglia sarà pronta quando la
superficie apparirà dorata e ben gonfia e il fondo della pizza sarà
leggermente colorito.

Pollo alla diavola


Ingredienti
per 4 persone
6 coscette di pollo
6 ali di pollo
rosmarino
olio extravergine di oliva
sale

Mettete le ali e le cosce di pollo in una padella abbastanza larga da


contenerle tutte senza sovrapporle. Condite con 1 cucchiaio di olio, un
pizzico di sale e il rosmarino.
Coprite la padella con un foglio di carta da forno e posizionate sopra una
grossa pentola piena di acqua in modo da schiacciare bene tutti i pezzi di
pollo.
Fate rosolare a fuoco medio per circa 30 minuti. Togliete la pentola, girate
i pezzi di pollo e continuate la cottura nello stesso modo per altri 15 minuti
circa.

Lonza alla senape con riso basmati


Ingredienti
per 4 persone

800 g di lonza di maiale


250 g di riso basmati
1 cipolla
2 cucchiai di senape
1 bicchiere di vino bianco

95
farina
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Tagliate la lonza a dadini e passateli nella farina. Affettate la cipolla e


lasciatela rosolare in una padella con un po’ di olio. Unite i dadini di maiale
e scottateli dolcemente regolando di sale e pepe. Quando cominceranno a
prendere un po’ di colore, unite il vino e lasciate sfumare. Aggiungete la
senape e lasciate cuocere con il coperchio per altri 10 minuti circa.
Servite il maiale con il suo sugo insieme al riso basmati lessato.

Crema di mascarpone e caffè


Ingredienti
per 4 persone

150 g di mascarpone
1 moka di caffè da 4
3 cucchiai di zucchero
150 ml di yogurt greco
frollini rotondi

Mescolate il mascarpone con lo yogurt e lo zucchero. Unite qualche


cucchiaino di caffè e regolate il grado di dolcezza aggiungendo
eventualmente altro zucchero, quindi tenete da parte.
Prendete quattro coppette o tazzine da caffè. Intingete un biscotto nel
caffè e posizionatelo sul fondo della tazzina. Ripetete il procedimento con le
altre tre tazzine.
Riempite le tazzine con la crema al caffè, sbriciolate qualche biscotto con
le mani e utilizzatelo come guarnizione.

96
97
1991
La torta di mele di nonna Carla

Alessandria

Quando iniziai la facoltà di lettere all’università, mi trasferii a Milano. Visto


dal punto di vista geografico, non fu un gran cambiamento dal momento che
mi separavano da casa appena novanta chilometri di autostrada, ma nella
sostanza si trattò di una vera rivoluzione nella mia vita.
Io e Arianna, che era ufficialmente entrata a far parte del gruppo delle tre-
Mende, andammo a vivere insieme. Una quarta menda rovinava un po’ la
genialità del soprannome, ma poco importava, perché noi quattro amiche
stavamo troppo bene insieme per badare a queste cose.
Arianna era una ragazza molto sicura di sé, era bella e aveva quel pizzico
di spregiudicatezza in più che faceva di lei la perfetta compagna per
affrontare una città come Milano.

Scegliemmo un micro appartamento in Brera, e quando dico micro non


esagero, dal momento che quando aprivamo il divano letto non c’era più
spazio per camminare. Bisognava per forza stare sdraiate. Se per caso

98
dovevamo alzarci per andare in bagno o bere un bicchiere d’acqua eravamo
costrette a strisciare lungo i muri. Aprire l’armadio, neanche a parlarne. Se
una delle due doveva uscire di casa la mattina presto e l’altra dormiva
ancora, aveva due opzioni: o tirava fuori i vestiti la sera prima o usciva in
pigiama.
La cosa però non ci disturbava più di tanto, anzi era quasi divertente.
Meno divertente per me era far quadrare i conti. Mentre Arianna arrivava il
lunedì mattina carica di provviste preparate dalla sua mamma, cibi pronti
solo da riscaldare, verdure e frutta di prima qualità, io arrivavo a mani
vuote, ma con 100 mila lire in tasca che dovevano bastare per soddisfare il
mio stomaco e la mia vita sociale. Fu così che dovetti imparare a fare la
spesa. Le prime volte bazzicai nei negozi di Brera, dove mi spellarono viva.
Un vassoietto di prosciutto, tutto impacchettato come un regalo di
compleanno, mi costò più di 10 mila lire, per non parlare della verdura che
poi non sapevo nemmeno come cucinare… Insomma un disastro. Ma le
difficoltà aguzzano l’ingegno.
Una mattina in cui non avevo lezione presto, strisciai fuori dal nostro
appartamento bonsai mentre Arianna ancora dormiva. La mia parte del frigo
era desolatamente vuota e il mio portafogli non stava molto meglio. Cercai
di stare alla larga dai salumai intorno a casa. Avevano lampadari di cristallo
e banchi di marmo che non si vedono nemmeno in banca. Non mi avrebbero
più fregato. Camminai un po’ a zonzo. Non ho mai avuto molto senso
dell’orientamento e in un’epoca in cui i navigatori non erano ancora stati
inventati il rischio era quello di non tornare più a casa, ma sfidai la sorte e
fui premiata. A un certo punto del mio peregrinare si aprì davanti a me una
piazza abbastanza spoglia. Come un naufrago che avvista un’isola in mezzo
al mare, vidi un mercato coperto. Una costruzione grigia e squadrata,
semplice e familiare: era uguale a quello di via San Lorenzo ad Alessandria.
Immediatamente ritornai bambina e mi rividi insieme a nonna Carla. Il
mercato coperto era il posto dove andavamo sempre a fare la spesa.
Mi vennero le lacrime agli occhi, lo considerai un piccolo segno che mi
arrivava dal cielo.
Nonna Carla, la mamma di mia mamma, se n’era andata proprio l’anno
prima. Era una donnina agile e minuta con un respiro leggermente roco,
dovuto a una bronchite cronica che l’ha accompagnata per tutta la vita, e gli
occhi sempre un po’ strizzati. Non ci vedeva molto bene, ma non amava gli
occhiali. La nonna era una grande cuoca, l’unica della nostra famiglia. Con
lei ho passato tutti i sabati sera della mia infanzia. I miei genitori e i miei

99
fratelli uscivano e io restavo sola con lei. Era la nostra serata.
Adoravo la sua cucina, il lavandino di marmo, la porta finestra sul
giardino, quella poltrona un po’ sfondata accanto alla credenza dove mi
rannicchiavo per vederla cucinare.
‘Anch’io da grande avrò una poltrona in cucina’ pensavo osservandola ai
fornelli.
Quando ero ancora troppo piccola per arrivare al tavolo da pranzo, la
nonna mi metteva una tovaglietta sulla sedia e la trasformava in un piccolo
tavolino personale. Io mi sedevo su un panchetto di legno e mi gustavo i
suoi spaghetti fatti con il pomodoro fresco e il Parmigiano che invece era
sempre un po’ vecchio, un po’ troppo secco, forse perché viveva da sola e
ne usava poco. Se chiudo gli occhi sento ancora quel sapore preciso. Ma la
cosa che amavo sopra tutto era la sua torta di mele. La preparava in una
tortiera rettangolare, aveva un impasto umido e cremoso, leggermente
aromatizzato al limone. Una delizia leggera e mai stucchevole. Quante volte
l’abbiamo preparata nei nostri sabati insieme, poi guardavamo la tv e infine
lei mi accompagnava a letto e mi faceva addormentare tenendomi per mano.
Mi diceva sempre: «Quando sarai grande ti darò la ricetta della torta di
mele, così la farai da sola…» ma non me la diede mai. Io diventai grande e
incominciai a uscire il sabato sera come i miei fratelli. Nonna Carla e la
torta di mele passarono per qualche tempo in secondo piano.
Ancora immersa nel mare dei ricordi, entrai nel mercato e mi aggirai tra i
banchi. I prezzi erano molto più onesti e i negozianti molto più simpatici che
in centro. Chiusi gli occhi e mi immaginai ancora a spasso con la nonna.
«Quali mele dobbiamo comprare per la mia torta?» mi interrogava.
«Mele ranette» dicevo io.
«No, renette!» mi correggeva lei ridendo.
Ripensai a quella ricetta che se n’era andata via con lei e mi sentii in colpa
per non aver insistito abbastanza per ottenerla.
Finii la spesa e riuscii persino a ritrovare la strada di casa. Arianna stava
ancora dormendo, ma pretesi che si alzasse e chiudesse il letto, altrimenti
con la spesa non sarei nemmeno riuscita a entrare.
«Che brutte queste mele» disse frugando nella borsa del mercato alla
ricerca di qualcosa per colazione. «Sembrano delle patate».
Sorrisi tra me. Non avevo resistito all’impulso di comprare le mele della
nonna, ma non avevo la ricetta e, cosa più importante, non avevo nemmeno
il forno.
Era tanto che non pensavo più alla nonna, ma quel giorno tutti i ricordi

100
dell’anno precedente mi investirono come un’onda.
Negli ultimi mesi, quando già stava male, la nonna non voleva mangiare
più. Non aveva una malattia, era solo vecchia e molto confusa. Allora io mi
ero data il compito di passare da lei tutti i giorni all’ora di pranzo: le
preparavo la minestrina con il dado e la pastina, poi le schiacciavo dentro un
formaggino Mio per rendere il tutto più sostanzioso e la scongiuravo di
mangiare. In quella stessa cucina dove tante volte lei aveva cucinato per me,
ora ero io ai fornelli. La nonna mi osservava, seduta sulla vecchia poltrona.
Una volta provai a chiederle della torta di mele.
«Nonna, la rifacciamo insieme un giorno di questi?»
«Certo ‘ninin’ (bambina)» mi rispose lei con dolcezza.
«Mi devi dare la ricetta però».
«La ricetta…» ripeté la nonna, lasciando la frase in sospeso e la
minestrina ormai fredda nel piatto.
Poco tempo dopo si ruppe il femore inciampando nel tappeto della camera
da letto.
La portarono in ospedale. Andai subito a trovarla. In quel letto era ancora
più piccina. Mi guardò e si sfilò l’anello che portava sempre all’anulare
sinistro, sopra la fede. Era antico, di oro rosso. Le era diventato troppo largo
e per non perderlo lo aveva reso più spesso avvolgendoci intorno un filo di
lana. A me andava a pennello.
«Grazie nonna» le dissi. «Però mi devi ancora dare la ricetta della torta di
mele».
Lei non parlava.
«Me la dai quando torni a casa» aggiunsi per incoraggiarlo, ma a casa la
nonna non tornò più.
Quando mia mamma mi chiamò per dirmi che se n’era andata, era mattina
presto. Mi vestii al volo, corsi in ospedale, poi mi precipitai a scuola ed
entrai nell’atrio come una furia. Ero in ritardo, erano già entrati tutti.
«Ma Parodi cosa fai?» mi bloccò il bidello mentre correvo su per le scale.
«Vado in classe» risposi io, un po’ stravolta.
«Ma sono le sette del mattino, la scuola è ancora chiusa» mi disse
stupefatto.
Guardai l’orologio. Non capivo più niente. Ricordo che uscii e mi sedetti
sui gradini davanti alla scuola, dove scoppiai a piangere come una fontana.
Non so spiegare perché, ma credo che nonna Carla anche dopo morta mi sia
rimasta accanto come un angelo custode e che vegli su di me e sulla mia
famiglia. Se mi concentro la sento vicina, se chiudo gli occhi mi sembra

101
ancora di ascoltarla quando raccontava gli episodi vissuti durante la guerra.
Roberto, mio fratello, la prendeva in giro perché erano sempre le stesse
storie, ma lei faceva finta di niente e andava avanti. Il dottor Cigliuti, quanto
ci faceva ridere quel nome!, che arrivava in bicicletta, la casa di Castagneto
dove era sfollata con zia Teresa, il pianoforte suonato per coprire il rumore
dei bombardamenti. Ricordi dolci e ricordi drammatici che noi bambini
nemmeno potevamo immaginare. A volte si commuoveva a parlare di
persone che non c’erano più e i suoi occhi, già leggermente appannati dalla
miopia, si riempivano di lacrime. Poi però, quando la cena era pronta,
cambiava tono.
«Campumse!» esclamava contenta, ‘buttiamoci’ e serviva da mangiare a
tutti, perché i tempi della fame e della guerra erano lontano e lei era felice
con la sua famiglia.
Sarà per i ricordi che mi evocava, sarà perché era davvero conveniente,
tornai al mercato coperto tutte le settimane di quel primo anno e tutte le
volte pensai a nonna Carla e alla sua torta scomparsa con lei.
Imparai a comprare il fondo del prosciutto, invece delle fette tagliate dal
salumaio che costano molto di più. Controllando i prezzi al chilo della frutta
e della verdura, mi resi conto che quella di stagione costava meno ed era più
buona. Feci qualche esperimento anche con i tagli di carne. Provai a
comprare le fette di lonza di maiale. All’inizio mi venivano dure come le
suole delle scarpe, ma poi capii come cucinarle e alla fine mi piacevano di
più di quelle raffinate fettine di vitello che arrivavano dalla mamma di
Arianna. Insomma mi ero fatta furba, ma la mia coinquilina, visto l’andazzo,
pretese ben presto di dividere in maniera precisa le nostre scorte alimentari.
Così la sera, dopo una giornata di studio passata all’università, ci
ritrovavamo a tavola una di fronte all’altra senza nemmeno condividere la
cena. Lei con i manicaretti della mamma, io con le mie ricette improvvisate
e le mie spese super economiche del mercato coperto. Una vera tristezza.
Molto meglio andare a mangiare da Erik, che si era trasferito anche lui a
Milano con altri amici comuni e sfornava sbobboni a più non posso.
Milano però non mi piaceva. Non era come me l’ero immaginata. Era
troppo grande, mi faceva sentire piccola e insignificante. Ogni venerdì, dopo
l’ultima lezione, prendevo il treno e tornavo a casa. Non vedevo l’ora di
rivedere i miei amici e persino di litigare un po’ con mia mamma. Poi il
lunedì mattina alle 8, rieccomi in stazione con la biancheria pulita e 100
mila lire nel portafogli.
Non ho mai avuto fidanzati milanesi. In quel periodo ero innamorata di

102
Ricky, che era il migliore amico del mio migliore amico, ossia di Andrea.
Aveva un fascino misterioso, non si apriva mai completamente. Amava
parlare attraverso le canzoni, mi faceva cassette di Carboni e Ruggeri e io
ascoltavo e riascoltavo quei testi nella speranza di capire se nascondevano
qualche messaggio speciale per me. La nostra storia non decollava e Milano
mi aveva già stufato.
Per fortuna, dopo Natale, grazie all’aiuto di mia sorella, ottenni una
collaborazione con Il Giornale nelle pagine della cronaca di Milano. Un
lavoro vero! Altro che passare tutto dicembre a infiocchettare pacchetti nei
negozi di articoli da regalo, come avevo fatto l’anno prima per racimolare
qualche soldo.
In un nebbioso pomeriggio di fine novembre, dovevo presentarmi al
caporedattore e ricevere il mio primo pezzo. Arrivai in via Negri 4 con
mezz’ora di anticipo, e rimasi lì a fissare il portone. Lo varcai timidamente
all’ora stabilita, ero completamente ghiacciata e morivo di paura, ma
camminai impettita ostentando sicurezza. Il mio sogno segreto era quello di
incontrare Indro Montanelli in ascensore, intavolare una conversazione e
dimostrarmi talmente arguta da impressionarlo e convincerlo ad assumermi
su due piedi. Oggi rido, ma allora un pochino ci speravo. Comunque non lo
incontrai mai, né quella volta né le altre che entrai nella sede del Giornale.
Un po’ delusa dal mancato incontro, quel giorno arrivai nello stanzone dove
si trovava la cronaca di Milano. Mi investì un rumore infernale. Una ventina
di giornalisti pigiava forsennatamente le dita sui tasti delle macchine da
scrivere. Qualcuno urlava, i telefoni squillavano in continuazione. In quel
periodo, agli inizi degli anni ’90, molte redazioni avevano già sostituito le
vecchie Olivetti con i computer, ma Il Giornale restava legato alla vecchia
scuola e l’unico ad avere il computer, ben custodito nel suo ufficio, era il
caporedattore. Bussai e mi presentai. Fu gentile, stringato e mi affidò un
pezzo. Il primo pezzo della mia vita. Dovevo andare a una festa organizzata
da non so quale movimento politico giovanile. Dovevo fare un articolo di
colore, raccontare la gente e l’atmosfera. Ero elettrizzata.
La festa era la sera stessa. Innanzitutto non potevo andare da sola, ma
neanche con Arianna. Si trattava di lavoro, dunque optai per il mio amico
Michele, alessandrino, intellettuale, appassionato di politica. Portai una
penna e un blocco nella borsa, indossai gli abiti più formali che trovai
nell’armadio e uscii.
La festa si rivelò veramente triste, ma anche quella era una notizia,
riflettei saggiamente. Poca gente, pochissimo entusiasmo, qualche discorso

103
soporifero pronunciato dal palco. Stavo giusto pensando che era l’ora di
andare via, quando un tizio sui trent’anni mi si avvicinò. Scambiammo due
parole.
«Sono qui per scrivere un pezzo sulla serata» dissi per darmi un tono.
«Anch’io» rispose lui. «Ma è una tale noia!»
«Non me ne parlare» convenni io. «Non so proprio cosa scriverò».
Mi piaceva un sacco atteggiarmi a giornalista. Il tizio poi non era
nemmeno tanto male. Capello un po’ lungo, giacca di tweed, faccia
simpatica. Michele era scomparso, quindi io continuai la mia conversazione
calandomi sempre più nel ruolo dell’inviata.
«Dove scrivi?» mi chiese.
«Il Giornale, cronaca di Milano» risposi io con fierezza.
«Vuoi scherzare?»
«No» risposi risentita. «E tu?»
«Io sono un freelance» rispose lui un po’ vago, e mi lasciò lì senza
nemmeno salutarmi.
Quando ritrovai Michele gli raccontai subito di quel giornalista così
cafone, ridemmo del fatto che avevo perso tutto il mio fascino e gli uomini
mi abbandonavano senza nemmeno darsi il disturbo di trovare una scusa,
poi decidemmo di andare via. Non c’era davvero più niente da raccontare.
La discoteca era praticamente vuota, persino i palloncini sembravano
stanchi e ondeggiavano mezzi sgonfi a due dita dal pavimento. Ci
mettemmo in coda per ritirare i cappotti e io mi accorsi che davanti a me
c’era il giornalista che mi aveva piantato in asso. Lo indicai a Michele e
aspettai il mio turno per consegnare il numerino. La musica lì non era tanto
alta e così prestai attenzione a quello che diceva il mio quasi collega.
Sarebbe stato meglio se non lo avessi fatto.
«Cosa gli è venuto in mente a Morandi di mandare anche quella lì
stasera» si stava lamentando con un amico.
«Si vede che voleva vedere se sapeva scrivere o no».
Morandi era il caporedattore del Giornale, quello che avevo incontrato la
mattina e che mi aveva affidato il pezzo. Qualcosa non quadrava e mi
avvicinai per sentire meglio la conversazione.
«Guarda se devo star dietro a rimediare alle magagne dei novellini!»
Non ci voleva un genio per capire quello che era successo. Feci passare
una coppia in fila dietro di me per allontanarmi un po’ da quei due. Avevo
gli occhi che mi bruciavano.
«Che c’è?» Mi chiese Michele preoccupato.

104
«Quelli del Giornale hanno mandato anche un altro giornalista per
scrivere il pezzo questa sera».
«Vuoi dire il tizio che ti ha mollato prima?»
«Esatto» assentii. «Quello è un giornalista del Giornale e domani
pubblicheranno il suo pezzo e non il mio».
Michele ritirò il mio cappotto, me lo fece indossare e cercò di calmarmi.
«Bene, guarda che non c’è niente di male».
Lo guardai con odio, ma lui continuò conciliante mentre ci muovevamo
alla ricerca di un taxi fuori dal locale.
«È normale che il Morandi si sia preparato un paracadute, in caso tu non
riesca a scrivere niente».
«Sì, però mi poteva avvertire» piagnucolai.
«No invece» insistette Michele, «altrimenti tu saresti già partita
demotivata».
Il mio amico aveva ragione naturalmente e lo dovetti ammettere.
«Quando devi consegnare il pezzo?»
«Domani pomeriggio» gli risposi. «Lo vogliono pubblicare nel weekend».
«Ok! Allora scrivi un pezzo bellissimo e fagliela vedere!»
Lo guardai perplessa. Quella festa era davvero una schifezza e scrivere un
bell’articolo su una cosa del genere non sarebbe stato per niente facile.
Ci salutammo sotto casa mia. Ero più tranquilla. Prima di dormire
accarezzai la vecchia macchina da scrivere di mio nonno Pino accanto al
letto. Domani avremmo passato un bel po’ di tempo insieme.
All’epoca funzionava così. Ti davano una risma di fogli sottilissimi, con
le righe numerate ai lati e tu dovevi presentare il tuo pezzo battuto a
macchina e lungo esattamente quanto ti avevano richiesto.
Le correzioni venivano fatte a penna, tra una riga e l’altra.
Lasciai uscire Arianna che aveva lezione e mi misi a scrivere. Non feci
alcuna fatica. Mi divertii un sacco e mi alzai soddisfatta di me.
Alla fine il pezzo pubblicato quel sabato fu il mio. Lo scrissi tutto in
chiave ironica, un po’ come se fosse stata la festa del ragionier Fantozzi.
Penso di averlo conservato da qualche parte. Il caporedattore non ammise
mai di aver mandato qualcun altro oltre a me quella sera, ma dopo quel
primo articolo me ne assegnò molti altri, tutti abbastanza surreali.
Il pezzo successivo, per esempio, fu l’inaugurazione del primo
bungeejumping di Milano, dove la gente si buttava giù da una gru
posizionata nello spiazzo di un centro commerciale. Michele era sempre con
me. Salimmo insieme sulla gru, ma poi costrinsi lui a saltare. Si tolse il

105
loden verde, la sciarpa di Burberry e si lanciò nel vuoto urlando come un
pazzo. Non ci potevo credere.
Un’altra volta andammo all’asta delle ferrovie, dove vengono battuti tutti
gli oggetti dimenticati sui treni. Per poco non ci portammo a casa un
divaricatore ginecologico a furia di fare i cretini per alzare i prezzi!
Fu un periodo divertente, ma dovevo anche studiare perché in primavera
c’era il primo appello e Italiano I era l’esame più difficile.
Pensavo di avere studiato bene, anzi avevo studiato bene… ma
evidentemente non abbastanza. Quindi mi bocciarono. Il primo e unico
esame che non ho passato nella mia carriera universitaria. Ero
depressissima. Uscii dall’aula in lacrime e corsi a prendere il treno a Porta
Genova per tornare ad Alessandria.
Decisi di restare a casa quei quindici giorni che mi separavano dal nuovo
appello, quando avrei tentato di nuovo di passare l’esame. Dovevo studiare
come una matta. Avevo ancor una possibilità e non volevo sprecarla.
Rimasi sui libri tutto il giorno, tutti i giorni. Andrea mi chiamava ogni
pomeriggio, a volte passava a trovarmi con la sua bella divisa. In quel
periodo infatti era entrato a far parte della Polizia. Ma più spesso ci
vedevamo la sera, in borghese, per un cinema e una pizza. Con Ricky invece
non c’erano evoluzioni in vista, ma mi andava bene così.
Fu in quel periodo che mia madre decise di vendere la casa di nonna
Carla. Era una decisione giusta, ciononostante mi faceva soffrire. Decisi di
prendermi un pomeriggio libero per andare con lei a fare gli scatoloni delle
cose da portare via.
Non fu facile. La mamma era vissuta in quella casa fino a quando non si
era sposata. Io ci avevo passato tutta la mia infanzia. Piangemmo un sacco,
ma ci facemmo anche qualche risata. Tenemmo tutto quello che era
possibile tenere per mantenere vivo il ricordo della nonna. Lottai per salvare
la vecchia poltrona della cucina, che fu messa nella cantina di casa nostra.
Poi mi occupai del mobile della dispensa. Oltre ai piatti e ai bicchieri, c’era
un ripiano dove venivano conservati fogli di riviste, foto, chiavi. C’era
anche qualche ricetta e io sperai di trovare quella della famosa torta di mele.
Niente da fare.
«Bene, vieni qui!» mi chiamò mia mamma dal ripostiglio che stava dietro
la sua camera da letto.
La raggiunsi in quella stanzetta buia e polverosa. Pensavo che avesse
bisogno di aiuto per spostare qualcosa, invece mi consegnò una scatola
bianca larga e piatta. La portai nell’altra camera, alla luce. C’era un pezzo di

106
scotch con un bigliettino attaccato. ‘Per Benedetta’.

Ero molto emozionata per quella sorpresa inaspettata. Aprii la scatola.


Dentro c’erano delle lenzuola matrimoniali per il mio corredo. Una cosa che
oggi non usa più, ma che evidentemente per mia nonna aveva molta
importanza. Osservai il pizzo sul bordo. Dei fiori gialli e bianchi, delicati
come fiocchi di neve. Era il lavoro a uncinetto a cui lavoravo con lei quando
ero piccola.
«C’è anche un libro» mi fece notare mia mamma.
Lo presi in mano con cura. Era vecchio e la copertina era tutta scollata.
Le regole della padrona di casa perfetta.
Io e mia mamma scoppiammo a ridere.
«Sicuramente mi sarà molto utile a Milano, nella mia casa di quindici
metri quadrati» commentai rimettendolo nella scatola.
Alla fine però lo portai a Milano. Lo misi in valigia all’ultimo, prima di
prendere il treno.
I quindici giorni di studio erano finiti. Il giorno dell’esame era arrivato.
L’appello era pienissimo e il mio turno slittò alla mattina dopo. Tornai a
casa sollevata e afflitta nello stesso tempo. Da una parte volevo togliermi
subito il peso dell’esame, dall’altra però avevo ancora un po’ di tempo per
ripassare. Decisi tanto per cominciare di svuotare la valigia e mi tornò tra le
mani il libro della nonna. Non avevo voglia di rimettermi subito a studiare,
così mi misi a sfogliare quel vecchio manuale.
Come smacchiare una tovaglia sporca di vino rosso. ‘Questo potrebbe
tornarmi utile’ riflettei sorridendo. Come stirare la camicia di tuo marito in
maniera impeccabile. ‘Questo sicuramente molto meno’ pensai divertita.
Mentre sfogliavo un nuovo capitolo, un fogliettino cadde per terra.

107
Riconobbi subito la grafia appuntita della nonna. Lo raccolsi e quando lo
lessi non ci potevo credere. Era la ricetta della torta di mele. Chissà se la
nonna aveva messo quel foglietto nel libro di proposito, o se era stato
dimenticato lì da anni.
Mi prese un desiderio irrefrenabile di provare a cucinare quel dolce della
mia infanzia. Lessi con attenzione il procedimento. Era facilissimo. Non
potevo aspettare. Uscii di casa come una furia. Trovai un negozio di
elettrodomestici e mi comprai un piccolo forno, grande come un microonde.
Il commesso mi disse che me lo avrebbe consegnato il giorno seguente.
«Troppo tardi» dissi io sollevando lo scatolone senza un tentennamento.
Me lo portai a casa da sola. Lo aprii, lo lavai e mi accertai che funzionasse.
Poi uscii di nuovo. Destinazione, mercato coperto. Quando tornai a casa era
già buio. Presi il foglietto della nonna e preparai la torta con tutta l’amore
che avevo nel cuore. La sfornai che erano le dieci di sera. Non avevo
ripassato nemmeno una pagina, ma mi sentivo tranquilla. La mattina dopo
uscii per dare l’esame con la ricetta della nonna nel portafogli.
‘Campumse!’ pensai, prima di sedermi davanti alla commissione d’esame
Andò bene.
Tornai a casa. Arianna non c’era. Da quel giorno in avanti ho sempre
preparato una torta prima degli esami. Un po’ per scaramanzia, un po’
perché era bello tornare a casa e avere un dolce per festeggiare. Mi tagliai
una fetta godendomi la serenità di quel momento, dopo l’agitazione
dell’esame. Stare sola non mi dispiaceva affatto, anche perché, lo sentivo,
da sola non ero: accanto a me c’era nonna Carla.

108
La torta di mele di nonna Carla

109
Ingredienti

110
per 8 persone
1 kg di mele renette
200 g di zucchero semolato + 2 cucchiai
180 g di burro
140 g di farina
4 uova
1/2 limone
1 bustina di lievito
1 bustina di vanillina
zucchero a velo
sale

Sbattete i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto bianco e


spumoso. Aggiungete il burro fuso e mescolate bene. Unite il lievito e la
vanillina alla farina, poi amalgamate il tutto al composto di uova.
Sbucciate le mele, tagliatele a pezzetti, trasferitele in una terrina e
conditele con i 2 cucchiai di zucchero e il succo del 1/2 limone. Montate gli
albumi con un pizzico di sale e incorporateli all’impasto. Per non smontare
gli albumi ricordatevi di mescolare delicatamente dal basso verso l’alto.
Aggiungete le mele e amalgamatele al composto muovendo il cucchiaio
sempre dal basso verso l’alto.
Trasferite il tutto in una teglia rettangolare foderata di carta da forno. Fate
cuocere in forno a 160 °C per circa 1 ora. Completate con lo zucchero a velo
e fate raffreddare prima di servire.

Zuppa autunnale
Ingredienti
per 4 persone
400 g di zucca già pulita
200 g di lenticchie rosse decorticate
1 cespo di cavolo nero (circa 200 g)
1 porro
Parmigiano Reggiano
olio extravergine di oliva
sale grosso
pepe

111
Affettate il porro e rosolatelo nella pentola con poco olio. Aggiungete il
cavolo tagliato grossolanamente e la zucca tagliata a tocchetti. Versate
l’acqua due dita sopra il livello delle verdure con un po’ di sale grosso e
cuocete con il coperchio per circa 30 minuti dal momento in cui inizia il
bollore.
Aggiungete le lenticchie e cuocete per altri 20-30 minuti, aggiungendo, se
necessario, altra acqua. Una volta pronta la zuppa, passate una parte con il
frullatore a immersione e servite completando con il Parmigiano e il pepe.

Spaghetti al pomodoro
Ingredienti
per 4 persone

400 g di spaghetti
2 lattine pelati
1 gambo di sedano bianco
1 carota
1 cipolla
1 spicchio d’aglio
1 noce di burro
basilico
zucchero
Parmigiano Reggiano
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Mondate e sciacquate il sedano, la carota e la cipolla. Tritate le verdure e


fatele rosolare in una padella con poco olio e l’aglio, quindi unite i pelati il
sale e un pizzico di zucchero. Lasciate cuocere con il coperchio per 1 ora a
fuoco dolce. Poi frullate la salsa con il frullatore a immersione.
Fate cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata e scolateli al dente.
Ripassateli in padella con il sugo e una noce di burro. Completate con il
pepe e il basilico e servite con il Parmigiano a parte.

I rabaton

112
Ingredienti
per 4 persone
1 kg di erbette di campo (coste e borragine, oppure spinaci)
400 g di ricotta
150 g di Parmigiano Reggiano
2 uova
1 spicchio d’aglio
noce moscata
prezzemolo
maggiorana
pangrattato
burro
sale
pepe

Stufate le erbette in un tegame con qualche cucchiaio di acqua e il


coperchio. Quando saranno appassite strizzatele e poi tritatele nel mixer con
1/2 spicchio d’aglio, se gradito. In alternativa, potete anche tritarle al
coltello. Versate le verdure in una ciotola e incorporate la ricotta, il
Parmigiano, le uova, la noce moscata, il pangrattato, il prezzemolo, la
maggiorana, il sale e il pepe. Se l’impasto fosse troppo molle aggiungete
altro pangrattato e Parmigiano.
Prelevate un po’ di composto e formate con le mani infarinate una
polpetta dalla forma allungata, poi passatela anch’essa nella farina.
Procedete allo stesso modo fino a esaurire il composto.
Lessate i rabaton in acqua bollente e salata per pochi minuti. Prelevateli
con la schiumarola e sistemateli in una pirofila imburrata. Ricoprite con
altro Parmigiano e fiocchetti di burro. Passate il tutto in forno a 180 °C per
10 minuti.

Anello di riso con prosciutto e fonduta


Ingredienti
per 6 persone
Per il riso
400 g di riso da risotto
150 g di prosciutto a fette

113
burro
Per la fonduta
500 g di Fontina
480 ml di latte
5 tuorli d’uovo
1 cucchiaio di burro
1 cucchiaio di farina

Mettete la Fontina tagliata a dadini a bagno nel latte e lasciate riposare circa
1 ora. Fate sciogliere in un pentolino la farina con il burro, aggiungete il
latte con la Fontina e i tuorli. Mescolate fino a che la Fontina non si sarà
sciolta e la fonduta sarà diventata cremosa.
Fate lessare il riso in abbondante acqua salata, scolatelo e mescolatelo con
circa metà della fonduta. Imburrate una pirofila ad anello. Rivestitela con le
fette di prosciutto lasciandole uscire un po’ dalla forma. Riempite l’anello
con il riso condito con la fonduta. Ripiegate il prosciutto in eccesso
all’interno della pirofila.
Trasferite il tutto in forno e fate cuocere a 200 °C per circa 20 minuti.
Lasciate intiepidire leggermente prima di sformare.
Servite l’anello di riso con il resto della fonduta a parte o distribuita al
centro dell’anello.

Coniglio con i peperoni


Ingredienti
per 4 persone

1,5 kg di coniglio tagliato a pezzi


3 acciughe
2 peperoni
1 cipolla
1 spicchio d’aglio
alloro
100 ml di aceto di mele
brodo o acqua calda
olio extravergine di oliva
sale
pepe
Rosolate il coniglio con l’olio e l’aglio. Fatelo abbrustolire per bene da

114
tutte le parti, quindi regolate di sale e pepe e unite un bicchiere di acqua
calda o di brodo. Aggiungete una foglia di alloro e lasciate cuocere con il
coperchio per circa 1 ora o fino a che la polpa risulterà morbidissima e il
sugo si sarà ristretto, aggiungendo altra acqua o brodo se dovesse attaccarsi.
Nel frattempo, tagliate i peperoni a pezzi e affettate la cipolla.
Fate rosolare la cipolla con le acciughe, poi unite i peperoni, regolate di
sale e cuocete a fuoco dolce per 10 minuti. Quando cominceranno ad
ammorbidirsi, versate 1/2 bicchiere di aceto e continuate la cottura per altri
10-15 minuti circa.
Quando il coniglio sarà pronto, versate i peperoni nella pentola con il
coniglio, scaldate per insaporire il tutto e servite.

Pollo arrosto
Ingredienti
per 4 persone

1 pollo intero
1 limone non trattato
1 carota
1 cipolla
1 gambo di sedano
1 spicchio d’aglio
400 ml di vino bianco
200 ml di acqua
olio di oliva
rosmarino
sale
pepe
Lavate il limone e inseritelo all’interno del pollo aggiungendo un po’ di
sale. Condite la pelle del pollo con un po’ di olio e abbondanti sale e pepe.
Tagliate la cipolla, il sedano e la carota a pezzi grossolani e sbucciate lo
spicchio d’aglio. In una pirofila dai bordi alti sistemate il pollo poi versate il
vino, l’acqua, unite il rosmarino e le verdure e coprite con un foglio di
alluminio. Infornate e cuocete a 180 °C per 1 ora. Eliminate il foglio di
alluminio, portate la temperatura del forno a 200 °C con funzione ventilata e
lasciate cuocere il pollo per 30 minuti da un lato, quindi giratelo dall’altro in
modo che il sugo si restringa e la pelle diventi ben abbrustolita. Prelevate il

115
pollo, eliminate il limone e servite la carne porzionata irrorando con il sugo.

Involtini di verza
Ingredienti
per 4 persone

200 g di passata di pomodoro


100 g di carne di maiale macinata
100 g di salsiccia (oppure 200 g di carne cotta avanzata e tritata)
8 foglie di verza
1 patata lessa
1 uovo
1/2 cipolla
5 cucchiai di Parmigiano Reggiano grattugiato
1 ciuffo di prezzemolo
olio extravergine di oliva

Staccate le foglie della verza, e fatele lessare in abbondante acqua salata per
4 o 5 minuti. Appena saranno pronte, scolatele con un mestolo forato per
evitare di romperle. Mescolate in una ciotola le carni macinate, la patata
schiacciata, il Parmigiano, l’uovo e lavorate gli ingredienti fino a ottenere
un composto omogeneo simile a quello delle polpette.
Eliminate la parte bianca e dura al centro di ogni foglia di verza e
tagliatele a metà. Formate con le mani una polpetta e avvolgetela nella metà
foglia di verza, chiudendola con uno stecchino di legno. Procedete in questo
modo fino a esaurire tutti gli ingredienti.
Fate rosolare in un largo tegame la cipolla affettata con un po’ di olio.
Unite gli involtini di verza, fateli rosolare dolcemente per pochi minuti,
quindi aggiungete la passata e, se necessario, anche un po’ di acqua calda.
Mettete il coperchio e fate cuocere per circa 20 minuti. Completate gli
involtini con il prezzemolo fresco tritato e servite.

Brasato al Barbera
Ingredienti
per 4 persone

800 g di cappello del prete

116
farina
olio extravergine di oliva
Per la marinata
1 cipolla
1 carota
1 gambo di sedano
1 spicchio d’aglio
2 chiodi di garofano
rosmarino
alloro
un pizzico di cannella
1 cucchiaino di pepe in grani
1 cucchiaino di bacche di ginepro
1 bottiglia di Barbera

Tritate la carota, la cipolla e il sedano. Trasferite le verdure in un recipiente


capiente insieme agli altri aromi e alla carne. Versate il vino in modo da
coprire completamente la carne e lasciate a marinare in frigorifero per
almeno una notte.
Il giorno dopo, prelevate la carne, asciugatela e infarinatela leggermente.
Filtrate il vino e tenetelo da parte.
Fate rosolare in un tegame la carne su tutti i lati con un po’ di olio. Unite
le verdure con l’aglio e le spezie filtrate (io elimino soltanto l’alloro e il
rosmarino e li aggiungo freschi), fate insaporire per pochi minuti, quindi
sfumate con il vino rosso (almeno 3/4 della marinata). Fate cuocere a fuoco
dolcissimo per almeno 1 ora e 1/2 da quando riprende il bollore. Al termine
della cottura, la carne dovrà risultare morbidissima e il vino dovrà essersi
ridotto. Una volta pronto, prelevate il brasato e tagliatelo a fette di circa 1
cm.
Eliminate il rosmarino e l’alloro dalla salsa e frullatela.
Servite il brasato irrorando la salsa sulla carne.

Vitello tonnato
Ingredienti
per 4 persone

800 g di vitello (magatello)


1 cipolla

117
1 carota
1 gambo di sedano
1 cucchiaino di aceto
olio extravergine di oliva
Per la salsa tonnata
200 g di tonno sott’olio
2 tuorli sodi
2 filetti di acciuga sott’olio
2 cucchiai di capperi
il succo di 1/2 limone
olio extravergine di oliva

Legate la carne con lo spago bianco da cucina. Fate cuocere la carne con la
carota, la cipolla, il sedano e l’aceto per circa 1 ora. Spegnete il fuoco e
lasciate raffreddare la carne nella sua acqua coperta con il coperchio. Nel
frattempo, preparate la salsa tonnata: fate rassodare le uova immergendole
nell’acqua bollente per 10 minuti. Passatele sotto l’acqua fredda, sgusciatele
e prelevate il tuorlo. Mettete nel mixer il tonno sott’olio sgocciolato, i tuorli
rassodati, i filetti di acciuga, i capperi, un paio di cucchiai del brodo di
carne, il succo di limone e 2 cucchiai di olio. Frullate il tutto fino a ottenere
una crema dalla consistenza vellutata. Affettate il vitello e servitelo con la
salsa decorando con qualche cappero.

Crème caramel
Ingredienti
per 6/8 persone
100 g di zucchero
2 uova e 4 tuorli
1 stecca di vaniglia
500 ml di latte
Per il caramello
100 g di zucchero
Scaldate il latte con la bacca di vaniglia aperta. Portarlo quasi a bollore,
poi spegnete e lasciate intiepidire. Sbattete le uova e i tuorli con lo zucchero
fino a ottenere una crema bianca e spumosa. Unite il latte aromatizzato.
Preparate il caramello: fate scaldare lo zucchero in un tegame con un
cucchiaio di acqua. Quando assumerà una tonalità ambrata, versatelo sul

118
fondo di uno stampo da crème caramel (io uso quello da plumcake). Fate
raffreddare leggermente il caramello, quindi versate la crema di latte.
Coprite lo stampo con un foglio di alluminio praticando un piccolo foro al
centro per far uscire il calore in eccesso. Fate cuocere a bagnomaria, cioè
con lo stampo immerso in un altro stampo più grande pieno d’acqua, per 1
ora a 180 °C. Lasciate raffreddare prima di sformare.

119
120
1996
Come si mangia un hamburger

New York

Come si fa a mangiare un hamburger senza farsi colare la salsa fino ai


gomiti? Non un hamburger del fast food, ma un hamburger vero, con tante
cose buone che a ogni morso tendono a sgusciare fuori dal bun, cioè dal
pane che le tiene golosamente prigioniere…
Ebbene, l’unico modo per riuscire ad avere la meglio su un hamburger di
quel tipo è quello di non appoggiarlo mai nel piatto, una volta che si è dato
il primo morso. «Se molli la presa sei perduto». Mi sembra di sentire ancora
la voce allegra di Rob. Me lo ripeteva continuamente, tanto che era
diventato un nostro gioco, una specie di motto che finivamo per applicare
alle varie vicissitudini della nostra vita.
Ho conosciuto Rob a New York, dove mi sono trasferita dopo la laurea.
Di hamburger lì ne ho mangiati tanti… forse troppi, dal momento che
quando sono tornata in italia pesavo esattamente dieci chili in più di quando
ero partita. Ma non è stata solo colpa degli hamburger, nei sei mesi trascorsi
in America scoprii una quantità di cibi meravigliosamente calorici che non
avevo mai assaggiato prima di allora e che finirono ben presto per costituire
la mia dieta quotidiana.
Ma sarà meglio incominciare dall’inizio, quando pesavo ancora 52 chili e
avevo appena discusso la mia tesi di laurea su Vittorio Alfieri e il suo
rapporto con la musica.
Non amavo Milano e non amavo la mia università, questo l’ho già detto,
quindi fui la prima del mio corso a togliersi di mezzo. Mio padre mi disse:
«Se finisci prima del termine dell’anno accademico, i soldi che mi fai
risparmiare, li do a te», e così fece.

121
Con quel gruzzoletto organizzai un mega festone con tutti i miei amici.
Mi ricordo che avevo messo un tavolo all’ingresso del locale, non per
controllare la lista degli invitati, ma per dar loro il benvenuto con una
tequila bum-bum. Chi non beveva non entrava. Vi lascio immaginare il
resto. Fu una serata bellissima. Le Mende si esibirono sul palco come
coriste. Should I Stay or Should I Go con tanto di mosse e balletti. Cosa
pagherei per avere un video di quell’esibizione!

Poi andammo tutti a dormire da Elena in campagna. La festa continuò lì


fino alla mattina, un po’ come a Ceresole, ma senza partita di calcetto finale.
Stavo bene, mi sentivo al sicuro con i miei amici, ma forse era proprio
quello il problema. A ventitré anni non volevo sentirmi al sicuro, volevo
mettermi alla prova con nuove sfide. Maria si era trasferita addirittura in
Mongolia per studiare il russo, i miei fratelli si erano sposati. Sentivo che
era arrivato anche per me il momento di andarmene da casa.
Ero già stata all’estero con il programma Erasmus. Avevo frequentato per
un trimestre l’Università di Leeds in Inghilterra, ma non avevo vissuto
pienamente quell’esperienza. Quando ero partita mi ero appena messa con
un ragazzo di Torino, così avevo passato quei quattro mesi come in una
bolla, come se stessi trattenendo il respiro, in attesa di tornare a casa e
rivedere Antonio. Fu un vero peccato, perché arrivata in Italia ci lasciammo.
Se oggi ripenso a tutte le serate consumate al telefono con lui, accucciata in
fondo alle scale del nostro building studentesco, mi sembra di aver perso un
sacco di tempo.
Questa volta invece non avevo legami. A Milano avevo lasciato la casa
con Arianna già da un po’, mentre al Giornale ero rimasta in parola che mi
sarei fatta viva dopo un periodo di lavoro all’estero. Mi mancava solo
l’opportunità per andarmene e quella me la fornì mia sorella, una domenica
a pranzo.
Cristina si era da poco sposata con Giorgio, viveva a Bergamo e aveva

122
appena debuttato con il suo nuovo programma Verissimo, che ha condotto
poi con enorme successo per circa dieci anni. Anche per lei era un periodo
di grandi cambiamenti.
Io e lei ci vedevamo poco. Quegli otto anni che ci dividono durante la mia
giovinezza sono stati una vera e propria barriera. Ci siamo sempre volute
bene, non abbiamo mai litigato, ma non avevamo nemmeno nulla da
condividere. Lei era la sorella grande, bella e famosa, io ero la sorellina
piccola, irrequieta e ribelle che ancora doveva dimostrare quello che sapeva
fare. Una posizione non troppo comoda, ve lo assicuro. Quando sono
diventata grande anch’io, il nostro rapporto è cambiato profondamente e
avere Cristina come amica e consigliera è stato prezioso.
Proprio durante quella giornata gettammo le basi della nostra complicità
da donne adulte.
Mi ero appena svegliata. In realtà era già l’ora di pranzo, ma io contavo di
fare una colazione veloce e rinchiudermi in camera a dormire ancora un po’.
Non mi ricordavo assolutamente di Cristina e Giorgio, così mi bloccai in
cima alle scale, un po’ imbarazzata, con i capelli arruffati e gli occhi gonfi
di sonno.
«Sono venuta a farvi un saluto, poi torno su a vestirmi per pranzo» dissi,
sforzandomi di dimostrare che si trattava di una mossa calcolata. Raggiunsi
Cristina e la strinsi in un abbraccio. Era uno splendore, luminosa e felice. Io
invece mi sentivo una bambinetta impacciata e stupida con la mia T-shirt e i
pantaloni di felpa sformati. Scambiai due parole e corsi a cambiarmi. Stavo
giusto scegliendo qualcosa di appropriato quando mia sorella mi raggiunse
in camera.
«La mamma mi ha detto che la festa di laurea è stata strepitosa» mi disse
sedendosi sul letto.
«Più che altro ti avrà detto che è stata costosa…»
«Quello me lo ha detto papà».
Ridemmo insieme, anche se io non ero perfettamente a mio agio. Cristina
non veniva mai nella mia stanza, nemmeno quando eravamo ragazzine.
Sentivo che c’era una ragione per quella visita, ma ancora non avevo capito
quale fosse.
«Volevo dirti che aspetto un bambino».
Ecco perché era lì, seduta sul mio letto. La abbracciai forte.
«Ma che bella notizia!» esclamai sinceramente felice. «Diventerò zia per
la seconda volta!» Mio fratello infatti aveva da poco avuto il suo primo
figlio, Pietro.

123
«Speriamo di una femmina questa volta» disse Cristina.
Sorrisi, ma avevo un groppo in gola, dovuto forse all’emozione o alla
inadeguatezza che sentivo dentro di me, e così scoppiai a piangere.
«Cosa c’è che non va?» mi domandò preoccupata.
Ma io non sapevo come spiegarglielo. Non riuscivo a dirle che la
invidiavo perché aveva già trovato il suo posto nel mondo, mentre io dovevo
ancora conquistarmi tutto e non sapevo da dove cominciare…
Cristina era confusa, mi aveva appena dato una splendida notizia e io
reagivo come se fosse stata una tragedia.
«Voglio andare via da Alessandria» fu tutto quello che riuscii a dire.
«E dove vorresti andare?»
«A New York!» In realtà New York mi venne lì per lì, ma mentre lo
dicevo mi sembrò di aver cullato quell’idea nella mia mente da molto
tempo. D’improvviso ero convintissima e non volevo aspettare un minuto di
più.
«Se vuoi possiamo presentarti Bob» mi propose Cristina.
«Bob?»
«Un amico americano di Giorgio. Vende format televisivi».
E così fu. Cristina e Giorgio mi aiutarono mettendomi in contatto con il
loro amico, che mi trovò uno stage in una casa di produzione che si
chiamava Fox Lorber.
Meno di un mese dopo, con una valigia gialla nuova di pacca, ero a
Malpensa che salutavo i miei genitori.
Oggi non avrei più il coraggio di allora. Ma forse non si tratta di coraggio,
è piuttosto una questione di legami. A ventitré anni ero completamente
padrona di me stessa. Nessuno dipendeva da me e io non dipendevo da
nessuno. Sentivo solo la necessità di accumulare esperienze per diventare
una persona diversa, più adulta e completa.
Così arrivai a New York. Mi venne a prendere Michele, mio cugino e
amico carissimo, che ci si era trasferito già da un po’. Il primo mese lo avrei
trascorso in un college a Staten Island, per rinfrescare un po’ la lingua in
vista dello stage.
Facemmo il viaggio in macchina parlando di Alessandria e degli amici.
Mi disse che era felice e che per adesso non gli mancavano. Trovai la cosa
incoraggiante.
«Sai qual è il vantaggio dell’America?» mi disse mentre scaricava il mio
bagaglio davanti al Wagner College.
«No. Quale?»

124
«Che nessuno qui ti fa il bufalo!»
Lo abbracciai forte per prendere coraggio e varcai il cancello della mia
nuova scuola.
Era un college in perfetto stile americano, con tante costruzioni in mattoni
rossi, alberi secolari, prati curati e tantissimi ragazzi. La maggior parte erano
studenti americani che frequentavano i corsi universitari, poi c’erano i
ragazzi come me, che invece erano lì per studiare inglese.
Ci fecero subito fare un test per valutare il nostro grado di conoscenza
della lingua. Non incontrai un italiano, ma tantissimi giapponesi, spagnoli,
qualche tedesco e qualche francese. Erano tutti un po’ frastornati e
desiderosi come me di fare amicizia, così, finita la prova, nonostante il jet
lag e lo stordimento del test, andammo insieme in caffetteria dove mangiai il
mio primo hamburger americano.
Ancora me la sogno quella caffetteria. Era una sala enorme con tanti
tavoli ai lati e nel mezzo numerose isole ognuna dedicata a un genere
diverso di cibo. C’era il tex mex con tacos, fajitas e burritos; c’era il cibo
cinese; c’era la zona riservata ai piatti italiani e alla pizza; e poi un’isola
tutta per gli hamburger. Mi avvicinai a quest’ultima in preda all’estasi. Non
avevo mai visto niente di simile in Italia, dove esistevano solo pessimi fast
food. Ci misi un po’ a decidere. C’erano mille diverse farciture con cui si
poteva arricchire il proprio panino e io, devo ammetterlo, mi feci prendere
un po’ la mano.
«In Italia non avete hamburger?» mi chiese divertito un ragazzo in fila di
fianco a me.
«Non come questi…» dovetti ammettere, ripensando alla tristezza della
nostra mensa scolastica.
«Se vuoi ti insegno a mangiarlo».
Rimasi interdetta alla sua proposta. Doveva essere sudamericano, perché
aveva una bella carnagione ambrata e i capelli nerissimi. Lo trovai subito
carino.
«Se vuoi, io ti insegno a mangiare gli spaghetti» replicai allontanandomi
con i miei compagni.
Ci sedemmo in un tavolo a chiacchierare e osservare il mondo che ci
circondava. Il mio hamburger però mi dava non pochi problemi. Era enorme
e la farcitura mi scappava da tutte le parti. Non facevo che appoggiarlo,
pulirmi le mani e poi riprenderlo, ma a ogni morso era peggio. Mentre
lottavo con il mio hamburger, sbirciavo il ragazzo sudamericano che mi
aveva parlato al banco. Era seduto poco lontano, ma non mi aveva notato.

125
Meno male, pensai guardando il mio piatto. Alla fine, sconfitta, abbandonai
il panino e mi buttai sulle patatine.
In poco tempo il Wagner College di Staten Island divenne come una casa.
La mia compagna di camera era una ragazza giapponese, con cui non
riuscivo a comunicare. In realtà lei parlava e anche molto, ma non si capiva
nulla di quello che diceva. In compenso era studiosissima e non alzava mai
la testa dai libri. Degli altri miei compagni, ricordo solo Wolf, un tedesco
biondo e piuttosto bello che mi invitò a cena al River Café di Manhattan, un
ristorante super elegante dove si godeva di una vista meravigliosa sul ponte
di Brooklyn.
Poverino, aveva persino affittato una macchina per portarmi fin lì in
grande stile, ma io quella sera gli diedi buca e finii per mangiare il mio
primo hamburger senza sgocciolare nemmeno una lacrima di salsa.
Un’ora prima dell’appuntamento con Wolf incontrai Rob fuori dalla
caffetteria, era insieme a un ragazzino magro e mingherlino che gli stava
sempre appiccicato.
«Hai imparato a mangiare gli hamburger?» mi chiese sfoderando quel
bellissimo sorriso che già mi aveva colpito.
«Aspetto ancora che tu mi insegni» risposi.
Stavo tornando in camera a cambiarmi per la cena, ma nel giro di cinque
minuti decisi che il River Café non doveva essere poi un granché e trovai
una scusa per rimanere nel college. Anche Rob riuscì a liberarsi del suo
amico e ce ne andammo in caffetteria.
«Ok, afferra l’hamburger come faccio io». Aveva preso il suo ruolo di
insegnante molto sul serio.
Lo imitai ostentando grande concentrazione.
«E adesso non mollarlo mai!» disse affondando i denti nel panino.
«Mai!?» risposi io scoppiando a ridere.
«Non mollare mai, come nella vita…» disse lui ancora con la bocca piena.
«Altrimenti non ne vieni più a capo».
«E tu sei uno che non molla?» chiesi afferrando saldamente il mio
cheeseburger.
«Con te di sicuro».
Così incominciò la nostra storia.
Rob era un ragazzo portoricano. Anzi, no. Lui era nato a New York,
quindi era americano. Ci teneva tantissimo a farlo notare. Era orfano di
entrambi i genitori e frequentava il college grazie a una borsa di studio
sovvenzionata dallo Stato. Era bello e tremendamente simpatico, ma era

126
ingenuo o forse, a vent’anni, semplicemente troppo giovane per vivere da
solo.
Per un po’ andò tutto bene: frequentavo le lezioni, poi trascorrevo tutto il
mio tempo libero con lui girando per il campus come fosse un villaggio
vacanze.
Dopo qualche settimana che ci frequentavamo, però, si mise nei guai.
Mi venne a cercare Samuel, il suo amico mingherlino.
«Che succede?» gli chiesi preoccupata, perché non lo avevo mai visto nel
dormitorio degli studenti stranieri.
«Devi venire» mi disse in lacrime. «Hanno picchiato Rob».
Mi precipitai da lui. Lo avevano conciato davvero male. Aveva gli occhi
gonfi e il labbro spaccato. Gente così io l’avevo vista solo nei film. Mi feci
spiegare cosa era successo. Samuel continuava a intervenire ma io volevo
parlare con Rob, quindi senza tanti complimenti tentai di mandarlo via.
«Io non me ne vado perché questa è anche la mia stanza» protestò lui
piantandosi davanti alla porta, ma come ho già detto era uno scricciolo di
ragazzo, quindi lo buttai di peso fuori e chiusi la porta. Ero preoccupata.
Rob mi raccontò una storia un po’ troppo contorta per essere vera.
Di sicuro aveva fatto arrabbiare i ragazzi della squadra di basket della
scuola. Erano loro ad averlo ridotto così. Poverino, stava davvero male.
Aveva tutto il viso tumefatto e la schiena dolorante. Decisi di rimanere con
lui per fargli compagnia, mi sedetti sulla moquette cercando un punto che
non fosse ricoperto da abiti sporchi o cartoni di pizza e guardammo la tv
sonnecchiando tutto il pomeriggio. Saltai le lezioni e non mi accorsi
nemmeno che era arrivata l’ora di cena.
«Vuoi qualcosa da mangiare?» gli domandai, più che altro perché ero io a
essere terribilmente affamata.
Mi chiese un sandwich con i peperoni e io andai nella mia adorata
caffetteria a fare scorte di cibo. Tornai con il suo sandwich e una pizza
gigante per me. Al primo morso però Rob incominciò a urlare.
«Ma che diavolo hai messo dentro al panino?»
«Peperoni» risposi io candidamente, recuperando il sandwich che aveva
buttato sul tavolo come fosse stato un ordigno pericoloso. Lo aprii e gli feci
vedere quello che c’era dentro.
Intravvidi nel suo sguardo un lampo omicida, povero Rob. Scoprii così
che in America i ‘pepperoni’ sono un tipo di salame, mentre quello con cui
avevo imbottito il suo panino erano ‘peppers’, peperoni super piccanti.
Chissà che dolore doveva avergli fatto quella scarica di capsaicina sulle

127
ferite alle labbra. Comunque non se la prese, anzi lo sguardo omicida lasciò
subito il posto alla risata che amavo tanto e l’incidente finì lì.
«Non eri quello che non mollava mai…?» gli dissi restituendogli il panino
super piccante.
Mi mancò per un pelo e il panino volò tra i vecchi cartoni di pizza sul
pavimento.
Rob riusciva sempre a trovare il modo di sdrammatizzare, anche con gli
occhi neri e i lividi sulla schiena.
Le conseguenze del pestaggio furono pesanti. Non c’era più niente da
ridere. Il consiglio universitario, invece di punire i ragazzi della squadra di
basket, cacciò Rob dal college. Così da un giorno all’altro si trovò in mezzo
a una strada. In senso letterale.
La notizia arrivò proprio l’ultimo giorno che trascorrevo a Staten Island.
L’indomani mi sarei dovuta trasferire. Non stavo più nella pelle all’idea di
lavorare a Manhattan, ma il problema di Rob rovinò tutto.
Non aveva nessuno da cui andare, non aveva un soldo. Gli dissi di
chiamare il fratello, ma non lo fece. Forse si vergognava di essere stato
espulso dalla scuola. Lo invitai per le prime due notti a dormire
nell’appartamento che condividevo con la mia nuova compagna a
Manhattan, poi Sarah mi disse senza tanti complimenti che il mio ragazzo se
ne doveva andare. Ero preoccupatissima. Rob dormì una settimana alla
Grand Central Terminal su una panchina. Nel frattempo io avevo
incominciato il mio nuovo lavoro. L’ufficio era stratosferico: sulla Park
Avenue South, al 27esimo piano. Quando arrivai dovetti presentarmi
davanti a tutto l’ufficio schierato nella sala riunioni. Un imbarazzo
mostruoso. Dopo quella botta di adrenalina, però, venni messa a fare le
fotocopie. Per lo meno avevo il tempo di guardare gli annunci sul giornale.
Volevo trovare un appartamento dove trasferirmi con Rob. Non poteva
continuare a vivere in stazione. Il problema era che Manhattan era
terribilmente cara e gli annunci che trovavo non andavano per niente bene.
Così mandai lui in perlustrazione, e devo dire che se la cavò bene. Un
pomeriggio, finito il lavoro, prendemmo la metro e dopo un viaggio di tre
quarti d’ora sbucammo nella punta estrema di Brooklyn, dove Verrazzano
Bridge si collega con Staten Island. Era una zona di villette abbastanza
modeste. Tutte su un solo piano, tutte con piccoli giardini sul retro. Rob
andò spedito verso la seconda della fila. La casa era azzurra. Bussò alla
porta e ci venne ad aprire un omone con il turbante. Era il padrone di casa.
Ci propose il basement, cioè lo scantinato. Uno stanzone poco illuminato

128
con un angolo cottura e un bagno.
Il prezzo era conveniente. Ma mancavano i mobili.
Rob era felicissimo e non potevo biasimarlo, dal momento che
l’alternativa per lui era la stazione. Io ero un po’ preoccupata. Lo stage che
stavo facendo era pagato pochissimo e i soldi che mi aveva dato mio padre
incominciavano a scarseggiare.
«Non possiamo permetterci di comprare i mobili» gli sibilai a un
orecchio, mentre il padrone di casa ci studiava con sospetto.
«Non ti preoccupare, li troviamo per strada» rispose lui sfoderando il suo
sorriso migliore.
«Cosa vuol dire per strada…» insistetti io.
«Vedrai» mi tranquillizzò. «Ora prendiamo questa casa prima che la
affittino a qualcun altro».
«Non mi sembra che ci sia la fila» commentai, avvicinandomi di
malavoglia all’uomo con il turbante.
Il contratto si risolse con una stretta di mano e una minaccia neanche
troppo velata a essere puntuali con l’affitto. Nessuna firma.
Finalmente Rob aveva un tetto sulla testa, ma solo quello.
Era venerdì. Passammo tutto il weekend a racimolare mobilia. Rimasi
strabiliata. Gli americani, quando smettono di usare un letto, un comodino o
roba simile, lo lasciano davanti a casa, così se qualcuno ne ha bisogno può
portarlo via e regalargli una nuova vita. È esattamente quello che facemmo
noi.
In un giorno trovammo due comodini, un tavolo per la cucina, tre sedie
spaiate e un materasso in buono stato. Un vero letto non lo trovammo mai.
Ma ci andava bene così.
Naturalmente io mi dimenticai di avvisare i miei genitori. Lasciai la casa
di Sarah, mi trasferii a Brooklyn con Rob, mi presi due giorni di malattia per
sistemare il nuovo appartamento, senza fare una telefonata a mia mamma
che per contattarmi aveva solo il numero dell’ufficio. Ora mi rendo conto
del panico che scatenai a casa. Un blackout di quattro giorni in cui nessuno
sapeva che fine avessi fatto. Al lavoro non mi ero presentata e da Sarah
avevo portato via le mie cose. Fui una vera disgraziata, mi viene da dire
oggi che ho anch’io dei figli. Allora invece non ci pensai nemmeno.
Avvertii i miei quando ormai mi ero sistemata e accolsi le loro lamentele
con una alzata di spalle.
Ero impaziente di incominciare la mia nuova vita newyorkese, che a dire
il vero non non si rivelò propriamente una vacanza.

129
Mi svegliavo all’alba, facevo un sacco di strada per raggiungere la metro
dove stavo tre quarti d’ora, pigiata come una sardina. Poi, finalmente,
sbucavo su Park Avenue South, a pochi isolati dal mio ufficio. Mi
immettevo nella fiumana di persone che correvano al lavoro e mi lasciavo
trasportare. Dopo qualche giorno di routine, mi accorsi che ero l’unica che si
muoveva senza una tazza di caffè gigante o un sacchetto con qualche cosa
da mangiare.
Volevo uniformarmi alla massa, così entrai in una caffetteria lungo la
strada per ordinare un caffè, e scoprii un mondo meraviglioso fatto di
muffin, chocolate chip cookies e soprattutto di bagel. Si tratta di un impasto
lievitato cotto al forno dopo una breve bollitura in acqua. Ha la forma di una
ciambella e viene comunemente farcito con salmone, formaggio, pastrami o
salumi.
Scelsi quello al cream cheese e me ne innamorai tanto che divenne la mia
colazione abituale. Un milione di calorie, ma che importa! Il contrasto tra il
caffè nero ma extra dolce con il panino salato e cremoso era davvero
delizioso. Arrivavo in ufficio, salutavo tutti e poi mi tuffavo nella mia
colazione… prima di mettermi a fare le fotocopie. A pranzo andavo da
McDonald’s dove avevo scoperto l’Arch Deluxe, che in Italia non ho mai
più ritrovato. Forse è meglio così, visto la dipendenza che ne avevo
sviluppato. Il pomeriggio tardi, mi facevo un’altra ora di strada e tornavo nel
mio scantinato. Soldi per uscire ne avevamo pochi, ma a casa non ricordo di
aver mai cucinato. Forse non avevamo nemmeno le pentole. Spesso ci
fermavamo al diner vicino alla metro di Verrazzano. Un locale vecchiotto
con gli sgabelli imbottiti, le insegne al neon, la lunga vetrata che affaccia
sulla strada e i tavolini di formica.
Mangiavo il piatto del giorno, il polpettone, mc and cheese, anche se il
più delle volte non riuscivo a resistere e optavo per l’hamburger, il secondo
della giornata. Rob rideva perché ormai ero diventata una vera maestra e mi
destreggiavo tra salse e fette di bacon, senza far cadere nemmeno una goccia
di sugo.
«A proposito del fatto di non mollare mai» mi disse una di quelle sere al
diner, «ho una buona notizia».
«Hai trovato un lavoro?»
«Esatto» rispose lui tutto orgoglioso, raccontandomi che avrebbe fatto il
cameriere all’interno di un mall.
«E che cos’è un mall?» chiesi candidamente.
«Stai scherzando?» Rob era incredulo.

130
Per una ragazza come me, abituata a fare la spesa al mercato coperto,
entrare in un mall fu un’esperienza difficile da descrivere. Mi sembrava di
essere finita nel mondo di Gulliver quando incontra i giganti. Tutto era
enorme. I negozi, le confezioni, le porzioni dei cibi. In Italia questi grandi
centri commerciali non erano ancora molto conosciuti. Mi stupiva il fatto
che la gente non andasse lì solo per comprare, ma anche per fare una
passeggiata, per vedere gli amici.
Rob era stato assunto in un locale tex-mex e fu così che conobbi un altro
dei miei cibi preferiti: le ribs, le costine di maiale, glassate con una salsa
dolce e appiccicosa. In quel caso, nessuna regola o trucco poteva funzionare.
Era impossibile non sporcarsi, ma leccarsi le dita dopo aver finito di
mangiare era una delle parti più goduriose del piatto. Da quando Rob venne
assunto al mall, limitammo le nostre serate al diner, perché tornando dal
lavoro lui portava sempre qualche cosa per cena. Facevamo una vita molto
tranquilla e morigerata in tutto, tranne che nell’apporto quotidiano di calorie
Non avevamo amici: non ero rimasta in contatto con quelli del college e il
lavoro mi portava via un sacco di tempo. Nel weekend dormivo, facevo il
bucato nella lavanderia a gettoni, trascinandomi sacchi di vestiti per tutto
l’isolato oppure giravo a zonzo per Manhattan.
Solo una volta scardinammo la nostra pigrissima routine e organizzammo
una gita alle cascate del Niagara, che distano solo poche ore da New York
In realtà non si trattava di una gita di piacere. Il mio visto turistico stava
per scadere, dunque, dopo una fila chilometrica all’ufficio immigrazioni,
conclusi che l’unico modo per evitare di diventare una clandestina era
andare in Canada e rientrare negli Stati Uniti con un nuovo timbro sul
passaporto.
Non so come, Rob recuperò una tenda e dei sacchi a pelo e partimmo in
pullman per la nostra avventura.
Premetto che quella fu la prima e anche ultima volta in cui feci un
campeggio. Rob aveva avuto la brillante idea di sistemare la spesa
all’interno del sacco che conteneva la tenda. Quindi, quando la tirammo
fuori era tutta gocciolante di uova che io avevo comprato per la colazione.
Non solo la tenda era tutta sporca di uova, ma era anche vecchia e
difficilissima da montare, o perlomeno quella fu la scusa che Rob usò per
giustificare il fatto che stava su per miracolo. Immaginatevi il mio risveglio
la mattina seguente sotto un sole cocente che soffriggeva i pezzi di uova
rimasti appiccicati alla tela della tenda! Scappammo in fretta e furia da
quella trappola puzzolente e ci consolammo con la vista mozzafiato delle

131
cascate del Niagara.
Il motto ‘non mollare mai’ avrebbe dovuto convincermi a resistere, ma mi
rifiutai di dormire una seconda notte al camping. Pretesi di trasferirmi in un
motel e costrinsi Rob a lasciare la tenda imbrattata di uova fuori dalla porta
sul pianerottolo.
«E se ce la rubano?» si lamentò preoccupato.
«Non credo che saremo così fortunati» borbottai io pensando al viaggio di
ritorno con quel pesantissimo bagaglio inutile e puzzolente.
Tornammo nel nostro scantinato con la questione passaporto risolta, ma io
sentivo che la vita americana aveva perso un po’ del suo fascino, e anche
Rob.
Era tutto molto faticoso e ripetitivo. Poi arrivò in casa un volantino
raccolto chissà dove e la situazione precipitò.
Rob lo lesse e si fece coinvolgere da un’associazione di venditori porta a
porta. Lasciò il lavoro al mall. Aveva appena incassato l’eredità che gli
aveva lasciato sua madre e decise di portarmi a cena in un ristorante di
Manhattan per festeggiare.
Mangiammo in un locale giapponese dove i cuochi preparavano il cibo
sulla piastra davanti ai clienti, facendo roteare coltelli e pezzi di pesci come
giocolieri del circo. Uno spettacolo pazzesco. Non so quanto spese il povero
Rob, ma il resto del poco denaro che aveva appena ottenuto con l’eredità
finì investito nel progetto di vendite porta a porta.
«Non penso che sia una buona idea» gli dissi quella sera sinceramente
preoccupata.
«Vedrai, diventerò ricco nel giro di pochi mesi».
«Non può essere così facile» risposi cercando di farlo ragionare.
«Perché?»
«Perché non ha senso che tu spendi tutti i tuoi soldi comprando dei
prodotti che non conosci e che poi devi cercare di vendere».
«Tu non hai fiducia in me» disse addolorato, costringendomi a lasciar
cadere l’argomento.
Pochi giorni dopo andai con lui a un meeting di formazione per i venditori
di questa società.
Rob mi presentò un gruppetto di uomini in giacca e cravatta, tutti sorrisi e
pacche sulle spalle.
Uno di loro fece una presentazione sul palco, mostrando grafici che si
impennavano, prospettive di guadagno chiaramente utopistiche, il tutto
infarcito da discorsi motivazionali che illudevano quei poveri malcapitati

132
facendoli sentire dei vincenti.
«Non mollare mai, vedi, lo dicono anche loro…» mi sussurrò Rob tutto
contento.
Lo trascinai fuori dalla sala, litigammo e io me ne andai, lasciandolo lì
con quegli invasati.
I miei timori si rivelarono fondati: Rob era un ragazzino, non conosceva
nessuno e non riuscì a vendere un solo prodotto di quelli che aveva già
comprato a caro prezzo.

Era ossessionato dal suo lavoro e dai risultati che gli avevano promesso.
«Il problema è che non sono credibile» si lamentò una sera mentre
mangiavamo hamburger nel nostro dining.
«In che senso?» domandai io stancamente.
«Ci vuole un abito elegante che mi faccia sembrare più grande» disse
indicando la sua T-shirt sdrucita.
Così comprammo un abito di seconda mano grigio chiaro. Era orrendo e
soprattutto gigante. Rispolverai tutti gli insegnamenti di nonna Carla e in
una notte aggiustai i pantaloni stringendoli in vita e accorciando l’orlo in
modo che gli andassero bene. la giacca restò enorme, ma la indossò
comunque.
Le cose però non miglioravano. Per spillargli altri soldi, lo convinsero a
partecipare a uno stage a pagamento di tre giorni. La sua eredità di poche
migliaia di dollari si esaurì completamente.
Io ero stanca. Stanca di Rob, stanca di fare fotocopie, stanca di essere da
sola. Non sapevo più cosa volevo, fino a che non ricevetti la chiamata di
Cristina.
Ero in ufficio, l’unico posto dove la mia famiglia poteva raggiungermi
telefonicamente.
«Benedetta è nata questa notte» mi disse con un filo di voce.
«Non sento niente… parla più forte».

133
«Non posso, perché se no la sveglio» sussurrò Cristina.
«Chi?» domandai io esasperata.
«Benedetta, mia figlia» esclamò Cristina alzando finalmente la voce.
«L’ho chiamata come te».
Rimasi senza parole.
«Bene… torna a casa» mi disse approfittando del mio silenzio. «È troppo
tempo che sei via, manchi tanto a tutti, soprattutto alla mamma e al papà».
Aveva ragione
«E poi vorrei che fossi la madrina di mia figlia» concluse sapendo che
quell’ultimo colpo mi avrebbe fatto cedere.
Decisi che era ora di ripartire, non sapevo come dirlo a Rob, ma lui
purtroppo facilitò il compito. Mi chiamò poco dopo mia sorella, e gli dissi di
aspettarmi sotto all’ufficio perché dovevamo parlare. Invece di fare come gli
avevo detto, salì alla Fox Lorber e, usando il mio nome si intrufolò
nell’ufficio di Kathrine, che era l’amministratore delegato della società.
Cercò di venderle le sue stupide creme. Lei lo mise alla porta dopo un
minuto, ma poi mi chiese perché lo avevo fatto entrare e se la prese con me.
Una situazione super imbarazzante che mi fece infuriare. Uscita dalla Fox
Lorber volevo urlare e insultarlo, ma poi lo guardai e mi fece tenerezza con
quell’abito gigante, quella faccia da bambino. Capii che non avevamo più
nulla da spartire e cercai di spiegarglielo nella maniera meno dolorosa
possibile.
In tre giorni avevo già organizzato la mia partenza.
Rob mi accompagnò all’aeroporto. Diceva che mi sarebbe venuto a
trovare in Italia, ma non ci credeva nemmeno lui. Dopo che me ne andai
rimase qualche tempo nella nostra casa, fino a che non finirono i soldi e mi
scrisse che si era arruolato in Marina.
All’aeroporto mangiammo insieme il nostro ultimo hamburger, ma feci un
vero disastro perché appoggiai mille volte il panino nel piatto per
abbracciarlo e asciugarmi le lacrime. Ero felice di tornare a casa, ma ero
anche preoccupata per Rob. Gli diedi una busta chiusa e gli feci promettere
di aprirla solo dopo la mia partenza. C’erano dentro tutti i soldi che avevo,
ovvero tre mesi di affitto.
«Non mollare mai» gli dissi prima di separarmi da lui, salutandolo nella
stessa maniera in cui l’avevo conosciuto.
«Te l’ho insegnato io…» rispose con quel sorriso che mi piaceva tanto.
Ci scrivemmo qualche lettera, poi lui partì per una missione e da allora
non l’ho più sentito. Spero che le tante guerre in cui sono stati coinvolti gli

134
Stati Uniti non lo abbiamo toccato, spero che abbia mantenuto intatto il suo
sorriso e che, come me, abbia trovato il suo posto nel mondo.

135
l’Hamburger perfetto

136
Ingredienti

137
per 1 persona
150-200 g di carne macinata di manzo
3 fette di bacon
1 panino per hamburger
1 sottiletta
1/2 avocado maturo
1/2 cipolla rossa di Tropea
1/2 limone
1 cucchiaio di zucchero di canna
1 cucchiaino di aceto di vino bianco
salsa barbecue
qualche foglia di lattuga
olio extravergine di oliva
sale

Affettate la cipolla ad anelli, quindi rosolatela in una padella antiaderente


per qualche minuto con pochissimo olio e una presa di sale. Quando sarà
appassita, unite lo zucchero e l’aceto e fate caramellare brevemente.
Spegnete il fuoco e tenete da parte. Sbucciate l’avocado e tagliatelo a
fettine, che spruzzerete poi con un po’ di succo di limone per evitare che
anneriscano.
Disponete la carne macinata su un ripiano e, con le mani, datele la
classica forma di un hamburger.
Rosolate in padella le fette di bacon senza condimento, fino a che non
appariranno belle croccanti. Toglietele dalla padella e fatevi cuocere
l’hamburger scegliendo il grado di cottura che preferite. Per regolarvi,
premete con il dorso di una forchetta sulla superficie dell’hamburger: più
risulterà dura, meno al sangue sarà il vostro hamburger.
Una volta che sarà cotto, regolate di sale e disponetevi sopra la sottiletta.
Chiudete la padella con il coperchio per 30 secondi in modo da dare il
tempo al formaggio di sciogliersi.
Nel frattempo, tagliate il pane in senso orizzontale. Sistemate sulla base
uno strato di salsa barbecue e le cipolle caramellate. Adagiate la carne con il
formaggio leggermente sciolto. Completate con le fettine di avocado, la
lattuga e il bacon.
Chiudete l’hamburger con l’altra metà e servite.

138
Chili gratinato
Ingredienti
per 4 persone

400 g di passata di pomodoro


300 g di carne macinata di manzo
150 g di scamorza bianca
80 g di panna acida
1 avocado
1 cipolla
1/2 peperone
1 lattina di fagioli rossi
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
cumino, peperoncino, paprica
coriandolo o prezzemolo
100 ml di birra
olio extravergine di oliva
sale

Fate rosolare in un tegame la cipolla affettata con poco olio, il cumino, il


peperoncino e la paprica. Quando le spezie cominceranno a rilasciare il loro
profumo, unite anche il peperone tagliato a pezzetti. Lasciate rosolare per
qualche minuto, quindi unite la carne, fate insaporire e sfumate con la birra.
Unite la passata e il concentrato di pomodoro, i fagioli, regolate di sale e
cuocete per 30-40 minuti con il coperchio a fuoco dolce. Quando il chili
sarà pronto (la salsa si sarà ristretta e avrà assunto una consistenza
vellutata), spegnete il fuoco.
Versate il chili in una teglia da forno, grattugiate sopra la scamorza e
passate al grill per 5 minuti in modo che il formaggio si sciolga. Completate
con avocado fresco tagliato a pezzi, panna acida e coriandolo o prezzemolo.
Servite con le patatine di mais (nachos) oppure con i tacos e le tortillas.

Maiale in agrodolce
Ingredienti
per 4 persone
400 g di polpa di maiale tagliata a dadini

139
150 g di ananas
100 g di farina
1 peperone rosso
1 cipolla
5 cucchiai di zucchero
2 cucchiai e 1/2 di ketchup
2 cucchiai di salsa di soia
1 cucchiaio e 1/2 di aceto
1 cucchiaio di salsa Worcestershire
1 cucchiaio di lievito istantaneo
olio di semi

Preparate la pastella: mescolate la farina e il lievito istantaneo con tanta


acqua quanto basta per ottenere un composto dalla consistenza un po’ più
liquida di una besciamella. Immergete i cubetti di maiale nella pastella e poi
friggeteli in abbondante olio di semi. Lasciateli scolare su un foglio di carta
da cucina.
Mescolate insieme tutti gli ingredienti per la salsa in una ciotola e tenete
da parte.
Tagliate la cipolla ad anelli e il peperone a pezzetti e fateli rosolare con un
po’ di olio di semi in un’ampia padella. Quando si saranno ammorbiditi,
unite anche l’ananas tagliato a pezzi e il maiale precedentemente fritto.
Versate la salsa, cuocete a fuoco vivace per pochi minuti e servite il
maiale in agrodolce ben caldo accompagnandolo con riso bianco.

Korma Chicken
Ingredienti
per 4 persone

250 g di polpa di pomodoro


6 sovracosce di pollo
1 cucchiaio di burro chiarificato
2 cm di radice di zenzero fresco
1 cipolla
1 spicchio d’aglio
5 cucchiai di yogurt greco
1 cucchiaino di peperoncino farina qb
coriandolo fresco

140
curcuma
sale

Raccogliete nella ciotola del mixer lo zenzero raschiato, l’aglio, la cipolla e


frullate. Infarinate leggermente il pollo con un mix di farina e curcuma.
Mettete il burro chiarificato in una padella e fate rosolare il pollo su tutti i
lati. Salate leggermente e poi unite le spezie frullate. Lasciate insaporire per
pochi secondi, quindi unite la polpa di pomodoro e un po’ di acqua. Cuocete
con il coperchio per circa 30-40 minuti fino a che la salsa non si sarà
ristretta. Unite alla fine lo yogurt, mescolate e portate a cottura. Servite il
pollo accompagnandolo con riso bianco o naan, il pane indiano.

Gyoza, ravioli giapponesi


Ingredienti
per 4 persone

Per la sfoglia
200 g di farina
90 ml di acqua calda
olio extravergine di oliva
sale
Per il ripieno
150-200 g di cavolo verza
150 g di macinato di maiale
2 spicchi d’aglio
1 cipollotto
1 cucchiaino di olio di semi
1 cucchiaino di salsa di soia
2 cm di zenzero (facoltativo)
Per la salsa
2 cucchiai di salsa di soia
2 cucchiai di aceto
1 cucchiaino di olio al peperoncino

Sbollentate il cavolo in acqua bollente salata fino a quando non diventerà


morbido. Scolatelo e tagliatelo a pezzetti. Tagliate finemente l’aglio, il
cipollotto e lo zenzero, oppure tritateli con il mixer.
Mescolate in una ciotola le verdure con il macinato di maiale e aggiungete

141
l’olio di semi e la salsa di soia (utilizzate carne e verdure in pari quantità).
Preparate la sfoglia dei ravioli:
impastate la farina con l’acqua calda e il sale finché otterrete un composto
liscio e omogeneo. Lasciatelo riposare coperto per almeno 20 minuti.
Modellate l’impasto dandogli la forma di un rotolo e tagliatelo in 15-16
pezzetti.
Prendete un pezzetto di impasto e stendetelo con il matterello su un piano
leggermente infarinato in modo da ottenere un piccolo disco di circa 9 cm di
diametro. Allargate il disco sul palmo della mano, collocate al centro una
pallina di ripieno e chiudete il raviolo pizzicando i bordi (dovrete ottenere
una mezzaluna). Continuate nello stesso modo fino a esaurire tutti gli
ingredienti.
Rosolate i ravioli in una padella con un po’ d’olio fino a che la base non
apparirà ben rosolata. A quel punto unite 1/2 bicchiere di acqua (i ravioli
dovranno essere immersi solo fino a metà) e cuoceteli per qualche minuto
fino a che l’acqua non sarà evaporata. La base dovrà rimanere croccante.
Mescolate in una ciotola la salsa di soia con l’aceto e l’olio al
peperoncino. Servite i gyoza con il lato croccante rivolto verso l’alto e con
la salsa a parte.

Poke Bowl
Ingredienti
per 1 poke
200 g di salmone abbattuto
80 g di riso basmati
100 g di mango
50 g di edamame surgelati
1 cipollotto
1/2 avocado
1/2 cetriolo
cavolo nero
semi di sesamo
salsa di soia
2 cm di zenzero

Sciacquate il riso basmati sotto l’acqua fredda prima di lessarlo. Tagliate il


salmone a cubetti e marinatelo in una ciotola con qualche cucchiaio di salsa

142
di soia, il cipollotto tritato e una grattugiata di zenzero fresco. Tagliate il
cavolo nero a listarelle sottili. Lessate gli edamame in acqua bollente salata
per circa 10 minuti. Sbucciate e tagliate a spicchi l’avocado. Sbucciate e
riducete a cubetti il mango. Affettate il cetriolo.
Una volta che il riso sarà cotto, disponetelo sul fondo di una larga ciotola,
appiattendolo con una forchetta ma senza schiacciarlo. Componete il poke
sistemando su un lato il salmone sgocciolato dalla sua marinatura, quindi
aggiungete alcune fette di cetriolo, gli spicchi di avocado, i dadini di mango,
una piccola quantità di cavolo e gli edamame. Completate con i semi di
sesamo e la marinata del salmone.

Cheesecake ai frutti esotici


Ingredienti
per 4 persone
400 g di robiola
300 g di biscotti secchi
300 g di ricotta
200 g di zucchero
200 g di confettura di pesca
80 g di burro
40 g di yogurt bianco
4 uova
2 frutti della passione
1 mango maturo
1/4 di papaya
150 ml di panna fresca
1 cucchiaino di miele
1 baccello di vaniglia
1 cucchiaio di farina
scorza grattugiata di 1 lime
cannella
menta

Frullate nel mixer i biscotti con il burro fuso, il miele e la cannella. Versate
il composto sul fondo di uno stampo a cerniera con la base rivestita di carta
da forno, compattando bene i biscotti anche sulle pareti e formando il guscio
della torta.

143
Preparate la crema mescolando in una ciotola i formaggi con lo zucchero,
la panna e lo yogurt. Unite la scorza del lime, i semi di vaniglia (che
raschierete con la punta di un coltello dal baccello aperto a libro) e le uova.
In ultimo incorporate la farina.
Trasferite il composto sulla base della cheesecake e passate in forno a 165
°C per 1 ora. Fate raffreddare, prima a temperatura ambiente, poi in
frigorifero per almeno 2 ore, quindi completate con confettura e la frutta.
Sbucciate la papaia e il mango e tagliateli a pezzetti. Svuotate i frutti della
passione e mescolateli con il resto della frutta. Versate la frutta sulla torta e
completate con qualche fogliolina di menta.

Steak pie
Ingredienti
per 6 persone
750 g di carne di manzo per spezzatino a dadini
250 g di champignon
30 g di burro
2 rotoli di pasta brisée già stesa
2 fette medie di fegato di vitello (facoltativo)
2 carote
1 cipolla
2 foglie di alloro
3 cucchiai di farina
1 tuorlo
400 ml di birra scura
bacche di ginepro
latte
olio extravergine di oliva
sale
pepe nero

Affettate la cipolla e le carote. Fatele rosolare in padella con il burro e l’olio,


poi unite la carne e scottatela brevemente. Unite la farina e lasciatela tostare
insieme alla carne e alle verdure. Sfumate con la birra, unite l’alloro, il sale,
il pepe, qualche bacca di ginepro e portate a bollore. Cuocete per 30 minuti
senza coperchio e poi altri 30-40 minuti con il coperchio, aggiungendo un
po’ di acqua calda se il sugo si dovesse asciugare troppo; 10 minuti prima di

144
completare la cottura, unite i funghi. Lasciate intiepidire.
Disponete una sfoglia di pasta brisée sul fondo di una tortiera foderata di
carta da forno. Versate lo spezzatino, richiudete con l’altra sfoglia e
praticate qualche taglietto nel centro per consentire la dispersione del calore.
Mescolate il tuorlo con poco latte e spennellate con questo mix la superficie
della pie. Infornate a 180 °C per 30-40 minuti. Servite tiepida o fredda.

Croque-monsieur
Ingredienti
per 4 persone

200 g di prosciutto cotto


100 g di Emmental
8 fette di pane in cassetta
500 ml di besciamella pronta
senape

Grattugiate l’Emmental in modo che si sciolga meglio durante la cottura in


forno: potete utilizzare la grattugia a fori larghi per le carote.
Mettete 4 fette di pane sulla leccarda del forno. Spalmate su ciascuna
un’abbondante cucchiaiata di besciamella e aggiungete una manciata
generosa di Emmental grattugiato. Adagiate poi qualche fetta di prosciutto
su ogni fetta di pane.
Spalmate 1 cucchiaino di senape sulle fette di pane rimaste e chiudete i 4
panini. Distribuite altra besciamella sulla superficie di ciascun panino e
terminate con altro Emmental grattugiato. Infornate i croque-monsieur per
circa 5 minuti a 250 °C fino a che il formaggio non sarà sciolto e ben
gratinato.

Churros
Ingredienti
per 4 persone
250 g di farina
100 g di burro
30 g di zucchero
3 uova

145
zucchero semolato
250 ml di acqua
olio di semi per friggere

Sciogliete l’acqua e lo zucchero in un pentolino, quindi unite anche il burro.


Quando anche il burro si sarà sciolto, unite la farina e mescolate
velocemente fino a che il composto non si staccherà dalle pareti. Lasciate
intiepidire, poi incorporate 1 uovo alla volta. Dopo che il composto sarà
liscio e omogeneo, trasferitelo in una sac à poche con il beccuccio a stella e
fate cadere l’impasto direttamente nell’olio bollente. In alternativa, lavorate
l’impasto con le mani su un foglio di carta da forno e ricavate tanti rotolini
delle dimensioni di dito. Rigate ciascun rotolino con i rebbi di una forchetta
per ottenere le tipiche scanalature. Friggete i churros per pochi minuti.
Quando appariranno ben dorati, trasferiteli su un foglio di carta assorbente
da cucina e poi spolverizzate con abbondante zucchero. Serviteli con la
crema alla nocciola, la confettura o il dulce de leche.

Tajine di agnello e prugne


Ingredienti
per 4 persone

700 g di spalla di agnello


200 g di prugne secche denocciolate
50 g di mandorle sfilettate
1 cipolla
1 bustina di zafferano
1/2 spicchio d’aglio
2 cucchiai di semi di sesamo
1/2 cucchiaino di cannella
zenzero in polvere
olio di semi
sale
Fate soffriggere l’aglio e la cipolla in una casseruola che possa andare in
forno con 5 cucchiai di olio. Unite la carne tagliata a pezzi e rosolatela per 5
minuti, rigirandola spesso. Aggiungete le prugne, la cannella, lo zenzero e lo
zafferano, aggiustate di sale e sfumate con circa un bicchiere di acqua calda.
Coprite il recipiente e cuocete dolcemente per circa 30-40 minuti. Nel
frattempo, tostate le mandorle con il sesamo. Una volta che la carne sarà

146
cotta e il sugo ristretto, trasferite in un piatto da portata, cospargete con i
semi di sesamo e le mandorle tostate e servite subito.

147
148
1997
Le pennette alla vodka non passano mai di
moda

Milano

I cibi passano di moda, come i vestiti e le scarpe. Basta pensare al filetto al


pepe verde, al cocktail di gamberi o alla tagliata con la rucola, finiti nel
dimenticatoio insieme alle spalline imbottite e alla permanente. L’unico
modo per salvare una ricetta dall’oblio è conservarla nel cuore. Ecco perché
le pennette alla vodka rimangono per me un piatto intramontabile.
Ma andiamo per ordine. Tornata dagli Stati Uniti, incominciai a chiedermi
cosa volessi fare della mia vita. Le uniche cose di cui ero sicura erano che
mi piaceva scrivere e amavo i film. Così mandai un curriculum alla
redazione del cinema di Telepiù e venni presa per uno stage che durò solo
sei mesi ma che cambiò la mia vita per sempre.
Ricordo il primo giorno. Telepiù era una tv nata da poco, composta
principalmente da giornalisti sportivi. Quasi solo maschi, tutti giovani. Per
arrivare alla zona riservata al cinema dovetti attraversare un open space
enorme. Sento ancora il rumore dei tacchi dei miei stivaletti neri sul
pavimento. Tic toc, tic toc… Tutti che si giravano a guardarmi. Cercai di
non notare gli sguardi che mi seguivano, ma quella passerella forzata mi
stava facendo sudare le mani. In fondo, c’era una balconata a cui si
accedeva attraverso una scala. Portava a un ufficio tutto in vetro, quello del
direttore dello sport. Lì, appoggiato al davanzale come il papa a San Pietro,
vidi un signore con i capelli color rosso acceso.
«Ben arrivata Parodina!» urlò quando fui proprio nel centro dell’open
space. Per poco non finii per terra. Lo guardai interdetta. Non sapevo se

149
salutare o tirare dritto a testa bassa. Intanto, anche quei pochi che ancora
non mi avevano notato adesso mi stavano guardando, commentando
divertiti il mio imbarazzo.
Alzai una mano in segno di saluto e con la testa bassa accelerai il passo.
«Serve aiuto?» Una voce maschile alle mie spalle mi fece trasalire di
nuovo, ma non mi voltai.
«No grazie» risposi sempre senza smettere di camminare. Non vedevo
l’ora di andarmi a nascondere da qualche parte, ma la sensazione di avere
una persona che camminava dietro di me diminuì il mio disagio. Almeno
non ero più al centro dell’attenzione. Finalmente girai l’angolo al riparo
dagli sguardi di tutti.
«Biscardi sa sempre come mettere a proprio agio i nuovi arrivati» La voce
che mi era venuta in soccorso divenne un volto.
«Ciao, io sono Fabio».
Notai subito due cose di lui. Aveva la erre arrotata e un’orribile cravatta
gialla con dei maialini disegnati sopra.
«Ciao» gli risposi stringendogli la mano. «Grazie per avermi aiutato».
«Di niente, ti va un caffè?»
«Scusa ma è il mio primo giorno e…»
«Giusto» convenne lui. «La vita sociale alla macchinetta del caffè può
aspettare».
Fu così che il primo giorno di lavoro conobbi anche il mio futuro marito.
All’epoca naturalmente non lo potevo sapere, anzi, l’ultima cosa che
volevo era impegnarmi in una storia seria. Ero appena tornata a stare a
Milano e avevo voglia di vivere la mia vita da sola. Dividevo
l’appartamento con due carissime amiche, Nina e Caterina, che facevano
l’università. Io invece non dovevo più studiare. Tornavo a casa dal lavoro e
potevo godermi un meritato riposo, senza l’ansia degli esami in arrivo.
Peccato per la posizione del letto. Essendomi aggiunta come terza
inquilina all’ultimo momento, l’unico posto dove infilarlo era contro il
calorifero sotto la finestra. Una combinazione infernale di caldo
insostenibile e sferragliamento di tram. Nonostante ciò ero felice, serena,
avevo voglia di divertirmi e per la prima volta nella mia vita mi sentivo
adulta. Fare la giornalista mi piaceva. In redazione, anche se ero solo una
stagista, mi affidavano molti film da recensire, dunque dovevo andare al
cinema spessissimo. Avere una redazione quasi completamente al maschile
dall’altra parte del corridoio si rivelò molto utile. Infatti non dovetti mai
andare a vedere un film da sola. C’era solo l’imbarazzo della scelta! Ogni

150
sera un accompagnatore diverso. Anche la vita sociale alle macchinette del
caffè era molto divertente. Fabio e la sua improbabile cravatta però non
ricomparvero più per un bel po’ di tempo.
Una sera ero in sala di montaggio a finire un pezzo su un film
catastrofico. Il titolo era Dante’s Peak. C’era questo vulcano che stava per
inondare di lava tutta Los Angeles, ma io pensavo solo a tornare a casa
perché ero stanca morta. Dovevo ancora doppiare le interviste degli attori e
poi avrei finalmente finito. Peccato che in ufficio non fosse rimasto nessuno.
La voce dell’attrice la potevo fare io, ma mi serviva assolutamente un uomo
per Pierce Brosnam, così mi avventurai nella redazione sportiva nella
speranza di trovare qualche volontario. Era tutto buio a parte una lucina che
veniva da una scrivania completamente ingombra di giornali. Mi avvicinai
incuriosita. Non avevo mai visto un tavolo più disordinato di quello. Forse
non apparteneva a nessuno, pensai, era soltanto un angolo dove gettare la
carta da riciclare.
«Ti sei persa?»

Riconobbi quella erre arrotata all’istante. Ancora una volta, mi aveva


colta alla sprovvista.
Niente cravatta con i maialini, quella sera Fabio aveva un pullover, dei
jeans sdruciti e la faccia di uno che non dormiva da un bel po’.
«Ho bisogno di qualcuno che mi faccia un doppiaggio su un pezzo che sto
chiudendo» gli spiegai.
«Dipende…»
«Da cosa?»
«Chi devo doppiare?» mi chiese come se davvero il nome dell’attore
cambiasse qualcosa.
«Pierce Brosnam».
«Allora ok!» disse frugando tra la cartaccia impilata sul tavolo in cerca di
qualcosa. «Fammi trovare il mio telefono e arrivo».
«Ti aiuto se vuoi» proposi io che avevo un po’ fretta.

151
«No, no, sono sicuro di averlo lasciato sulla mia scrivania».
«Vuoi dire che questa è la tua scrivania?»
«Sì… perché?»
Non potevo rispondergli che avevo pensato fosse il tavolo della
spazzatura, per cui feci finta di niente.
«Trovato!» esclamò Fabio togliendomi dall’imbarazzo.
Andammo nella sala di montaggio a doppiare le interviste. Fabio mi
raccontò di essere stato all’estero per tutta la settimana. Era un inviato e si
occupava soprattutto delle telecronache di calcio tedesco.
«Ma prima o poi farò la nazionale» mi disse serio. «E vinceremo i
mondiali».
«Se lo dici tu…» risposi divertita.
«Vedrai» insistette lui. Poi mi raccontò che aveva dovuto fare la spola tra
Dortmund e Monaco. Elencò squadre dai nomi impronunciabili. Ecco
perché aveva il viso stanco. La voce però era sempre profonda e vibrante,
per niente affaticata. Finimmo il doppiaggio e ci fermammo a chiacchierare
nella redazione buia e deserta.
«Cosa mi dici dell’ultimo film di Tarantino?» mi chiese.
«Jackie Brown?»
«Sì, vorrei vederlo…»
«Per carità!» esclamai d’impulso. «È noioso come il calcio!»
«Cosa hai detto, scusa?» mi chiese stupefatto.
«Sì, è noioso come il calcio, non andare…»
Fabio aveva uno sguardo tra il divertito e l’indignato.
«Quindi tu stai dicendo a me di non andare a vedere questo film perché
mi annoierei come a una partita di calcio…?»
Solo in quel momento mi resi conto dell’assurdità di quel modo di dire,
per me così comune.
«Oddio, scusa» esclamai ridendo.
Mi guardava come se fossi una marziana, ma aveva lo sguardo divertito.
Continuammo a chiacchierare per un bel po’. La stanchezza della giornata di
lavoro era svanita. Mi sentivo bene con lui.
Parlare con Fabio era bello, cercava sempre di andare al cuore delle cose,
cercava di capire il suo interlocutore nel profondo, aveva qualcosa di unico,
di misterioso che mi attirava e mi respingeva nello stesso tempo; e poi mi
faceva ridere e questo rendeva tutto molto naturale. Da quella sera
incominciammo a vederci alle macchinette. Non ho mai bevuto tanti caffè
come in quel periodo.

152
Nei miei pezzi sui film in uscita, gli attori erano quasi sempre doppiati
dalla sua voce con quella erre inconfondibile… quasi sempre. Sì, perché a
volte Fabio si rifiutava. Ogni volta che mi avvicinavo alla sua
disordinatissima scrivania non sapevo come sarebbe finita.
«Chi devo doppiare questa volta?» mi chiedeva.
«Danny DeVito».
«Non se ne parla!»
«Ma come…?» rispondevo io esasperata.
«Troppo piccolo!»
«Ma è un attore straordinario…» argomentavo io, ma non c’era verso di
convincerlo. Se si impuntava, e sono convinta che lo faceva solo per farmi
irritare, non gli dava la voce.
Naturalmente toccò anche a lui accompagnarmi al cinema. Gli chiesi di
andare a vedere l’ultimo film con Leonardo DiCaprio, Romeo + Giulietta di
William Shakespeare. Lui appassionato di film d’azione, gialli, thriller,
horror non batté ciglio, accettò il supplizio con grande dignità, senza
nemmeno fare trapelare il suo disappunto. Prima di entrare in sala, però, si
scolò un doppio aperitivo per riuscire a sopportare il grado di romanticismo
altamente stucchevole di quella immortale storia d’amore.
Nina e Caterina, le mie compagne di casa, erano molto curiose di questo
misterioso giornalista che mi ronzava sempre intorno. Caterina in realtà, che
è sempre stata una appassionata di calcio, sapeva benissimo chi fosse Fabio.
Mi diceva che era bravissimo e che la sua caratteristica era quella di urlare il
nome del calciatore che faceva goal nell’istante stesso in cui la palla andava
in rete. Mi prendeva in giro e quando entravo in casa scandiva il mio nome:
«Benedettaaaa Paaarodi!!!» Io naturalmente non capivo, perché non avevo
mai visto una partita di calcio in vita mia. Non solo commentata da Fabio,
ma proprio in generale!
Comunque le mie amiche premevano per conoscerlo, così fui costretta a
invitarlo a cena. C’era una parte di me che resisteva strenuamente ai suoi
assalti. Non è facile da spiegare. Sentivo che Fabio era una persona
magnetica, che mi stava attirando a sé, sentivo che con lui avrei trovato la
mia metà, la mia strada nella vita, ma non ero ancora pronta a farlo. Perciò
lo tenevo a distanza, senza però lasciarlo andare completamente.
Dunque lo invitai a cena a casa. Fabio fu contentissimo e si offrì di
cucinare per noi. All’epoca io e le mie amiche non eravamo delle gran
cuoche, per cui accettammo con piacere.
Ci vedemmo tutti e quattro per un aperitivo in centro poi andammo a casa.

153
Fabio aveva fatto anche la spesa. Mi ricordo che lungo la strada Cate mi si
avvicinò entusiasta.
«Mi piace un sacco, Bene!!!»
Io non sapevo cosa rispondere.
«State troppo bene insieme» insisteva lei.
Mi girai a guardarlo. Era rimasto indietro e stava chiacchierando con
Nina, la stava facendo ridere, aveva conquistato pure lei. Mi immaginai
insieme a lui, il cuore incominciò a battere più forte, ma feci finta di non
sentirlo e puntai dritta verso la porta di casa.
In cucina Fabio si muoveva con grande naturalezza. Con un bicchiere di
vino in mano, lavorava e chiacchierava con il piglio di un grande chef.
Anche se all’epoca gli chef erano ancora semplicemente dei cuochi.
«Vi piacciono le pennette alla vodka?» chiese.
Rispondemmo che erano perfette, mentre dalla padella incominciavano a
sprigionarsi dei profumini deliziosi.
Si mise ad affettare una gran quantità di salmone affumicato.
Metà lo mise a rosolare in padella con del cipollotto, l’altra metà lo
utilizzò per i crostini. Tagliò a fette una baguette croccante e profumata,
spalmò il burro e la completò con il salmone.
«Volete un aperitivo?» chiese stappando una bottiglia di bollicine.
«Ma non lo avevamo già preso?» domandò una di noi.
«Secondo me, ce ne vogliono almeno due» ribatté lui versando da bere.
Sembrava che Fabio ci conoscesse da una vita, era perfettamente a suo
agio, la cucina era piena di profumi, musica, risate. Era tutto perfetto fino a
che lo chef, anzi, il cuoco, non sfumò il sugo con una generosa dose di
vodka, forse troppo generosa.
«Flambé!» esclamò con maestria.
Peccato che la fiammata e il vapore alcolico che ne seguì innescarono il
sistema antincendio. Immediatamente saltò la luce e una fastidiosissima
sirena incominciò a suonare trapanandoci i timpani.
Ci fu un attimo di panico poi scoppiammo a ridere come dei matti. Al
buio cercammo un accendino per vedere qualcosa e capire come rimediare
al disastro. Nel frattempo un altro suono si sovrappose alla sirena.
«Qualcuno sta suonando il campanello» avvertì Caterina.
«Saranno i pompieri» rispose Fabio.
E giù a ridere come degli scemi.
Finalmente aprimmo la porta e dal pianerottolo filtrò un po’ di luce.
Un tizio in canottiera e pantaloni del pigiama fece irruzione a casa nostra

154
urlando talmente forte da sovrastare le nostre risa e la sirena antincendio.
Sembrava di stare al manicomio. Pensai che Fabio sarebbe scappato da
una tale gabbia di matti invece prese in mano la situazione.
Il tizio in canottiera continuava a sbraitare insultandoci perché facevamo
rumore e sua figlia non riusciva a dormire.
Lo guardai nella penombra della luce che filtrava dalle scale. Doveva
avere almeno sessantacinque anni, il che significava che sua figlia non era
certo una neonata che alle nove di sera doveva fare la nanna.
Stava diventando violento e se fossimo state da sole probabilmente ci
avrebbe fatto paura. Invece Fabio lo spinse fuori di casa, con fermezza.
Mentre quello urlava gli spiegò che avremmo risolto la situazione e
abbassato la musica, dopo di che gli chiuse la porta in faccia. In quel
momento anche la sirena cessò di suonare. Fabio trovò il contatore e tornò
anche la luce.
«Direi che è il momento di scolare le pennette» commentai guardando la
pasta che continuava allegramente a bollire in pentola. Fabio si precipitò ai
fornelli, mentre noi ricominciammo a ridere.
Così mangiammo pennette alla vodka scotte, ma fu una serata memorabile
che ancora ci divertiamo a raccontare.
Tra me e Fabio quella sera era nato qualcosa, ma io non ero ancora pronta
ad ammetterlo e mi comportavo come una ragazzina. In redazione avevamo
deciso di non mostrarci troppo insieme. Fabio mi disse che per una giovane
stagista come me non era molto professionale flirtare con un collega.
Biscardi dal suo ufficio però ci lanciava qualche frecciatina. Lui aveva
capito tutto, ma noi facevamo finta di niente. Ci frequentavamo, ma non
stavamo insieme. Io ero sfuggente, incostante. In realtà mi sentivo confusa.
Pensavo a lui tutto il tempo, ma poi lo respingevo se si avvicinava troppo.
Se si allontanava però lo rincorrevo io, in modo da non perderlo.
Questa situazione ballerina andò avanti per circa tre mesi.
Poi arrivò il compleanno di Fabio, compiva trent’anni. Eravamo alle
macchinette del caffè tanto per cambiare. Fabio era un po’ depresso perché
quella sera sarebbe dovuto partire per la Germania. Il giorno dopo gli
avevano assegnato una telecronaca. Ma così avrebbe dovuto passare il
compleanno dei suoi trent’anni da solo in albergo.
«Sai cosa ti dico?» esclamò a un certo punto. «Io voglio festeggiare con te
questa sera».
«Ma come fai?»
«Faccio una pazzia!» esclamò guardandomi dritta negli occhi. «Dico che

155
ho perso l’aereo questa sera e prendo il primo volo domani mattina».
«Ma farai una levataccia terribile» obbiettai io.
«No problem».
«E se non arrivi in tempo per la partita?»
«È tutto perfettamente calcolato» sentenziò. «Passerò il mio trentesimo
compleanno con te, ormai ho deciso».
E così fu, anzi da quel giorno io e Fabio non avremmo più passato un
compleanno separati, ma quel primo festeggiamento non andò esattamente
come lui si era aspettato.
Mi venne a prendere puntuale con la sua coupé rossa, la macchina più
disordinata del mondo. Era come la sua scrivania, piena di giornali vecchi,
fogli, scontrini, lasciapassare per i campi da calcio.
Ebbi un’esitazione appena aperta la portiera. Fabio indossava di nuovo
quella terribile cravatta gialla coi maialini
«Scusa il disordine» si giustificò.
«No, non c’è problema» lo rassicurai io.
«E allora che c’è?»
«Niente…»
Scegliemmo un ristorante indiano. Fu solo al terzo bicchiere di vino che
gli confessai che trovavo la sua cravatta bruttissima.
Lui cercò di difenderla in tutti i modi, dicendo che a Roma andava molto
di moda.
«Ma qui siamo a Milano» obbiettai io.
«Ma l’ho pagata anche tanto…»
«Mi dispiace per te» sentenziai senza pietà e alla fine se la tolse. Anzi,
credo che da quel giorno abbia indossato la cravatta un’altra volta soltanto,
al nostro matrimonio. Ma non corriamo troppo.
Fu una cena bellissima. Avevo mangiato indiano una volta sola a Londra
e non pensavo di ritrovare quei sapori meravigliosi anche a Milano.

156
Fabio ordinò un agnello affogato nella salsa speziata, talmente piccante
che a un certo punto incominciò a sudare come se avesse appena finito la
maratona. Io mangiai il famoso pollo tikka masala, uno spezzatino cremoso
al curry da accompagnare con il tipico cheese naan, il pane morbido ripieno
di formaggio. Era tutto terribilmente buono. Assaggiammo tantissimi altri
piatti, provammo diversi tipi di riso e di verdure e finimmo con il gelato al
pistacchio più buono che avessi mai mangiato. Ma non era solo il cibo a
essere speciale. Quella sera ci aprimmo l’uno con l’altra come non avevamo
mai fatto.
Ci raccontammo tantissime cose. Guardarmi attraverso gli occhi di Fabio
mi faceva sentire speciale. Non avevo mai incontrato una persona come lui.
Ero attirata in un vortice… ma ancora non ero disposta a farmi travolgere.
Finita la cena volevamo ancora stare insieme così lo invitai da me. Nina e
Cate erano tornate ad Alessandria per il weekend, così la casa era solo per
noi. Preparai una camomilla, mentre lui esaminava la mia collezione di dvd.
Erano solo ed esclusivamente cartoni animati di Walt Disney. Decidemmo
di vedere Peter Pan… e lo vedemmo tutto, fino in fondo! Finito il film erano
passate le tre del mattino. Ero confusa e assonnata. Salutai Fabio che aveva
l’aereo alle sei del mattino con un casto bacio della buonanotte e me ne
andai a dormire. Lo mandai in bianco senza pietà. Forse fu proprio
l’intensità della serata che avevamo passato, i discorsi che avevamo fatto, la
connessione che si era creata, che mi convinsero a tenerlo a distanza. Andai
a dormire cercando di convincermi di aver fatto la scelta giusta. Difendevo
la mia indipendenza, ma in fondo sentivo un retrogusto amaro, uno spiffero
sottile che mi tormentava… Mi rigiravo nel letto pensando che forse lo
avevo perso definitivamente e in effetti ci ero andata molto vicina.
Povero Fabio… oggi ci ridiamo ma quella volta ci rimase proprio male.
Tornò a casa ma non andò a letto perché due ore dopo aveva l’aereo. Quindi
si presentò in aeroporto stanco morto. Atterrato in Germania affittò una
macchina per raggiungere la località dove si svolgeva la partita. Commentò
l’incontro senza avere chiuso occhio e poi tornò a Milano con il primo
aereo.
Dopo una lunga dormita mi lasciò un messaggio nella segreteria
dell’ufficio. Mi voleva vedere.
Ci incontrammo fuori da Telepiù, sul marciapiede vicino al bar. Se chiudo
gli occhi me lo vedo ancora lì davanti, serio e offeso.
Mi disse che non era abituato a uscire con ragazze infantili come me, che
non riusciva a capire cosa avevo in testa, che non gli andava più di sprecare

157
il suo tempo…
Mentre parlava io dondolavo il sacchetto che tenevo in mano. Gli avevo
comprato un libro, uno dei miei preferiti. Era Il mondo secondo Garp di
John Irving, ne avevamo parlato a lungo proprio la sera precedente, ma
adesso non sapevo se darglielo oppure no. Sembrava così offeso!
Lasciai che finisse di parlare.
Lui mi guardò come per dire ‘Adesso tocca a te’, e io per tutta risposta gli
consegnai il libro.
«Hai ragione su tutto» ammisi. «Comunque, visto che l’altra sera era il
tuo compleanno, ti ho portato questo».
Fabio rimase sorpreso. In seguito mi confessò che si aspettava che gli
dicessi che non volevo più vederlo. Era venuto a quell’incontro sicuro di
chiudere definitivamente con me. Invece quel regalo lo aveva lasciato
interdetto. Si mise a ridere
«Riesci sempre a spiazzarmi» mi disse.
«Leggi la dedica».
Lui aprì il libro, lesse la dedica e capì che, invece di lasciarci, ci eravamo
finalmente trovati.
Quella sera ci presentammo insieme a una cena di redazione. Eravamo
alla trattoria Arlati, nella sala al piano di sotto.
Un affollatissimo tavolone occupato solo da giornalisti sportivi ci vide
arrivare mano nella mano.
«Allora Biscardi aveva ragione!» fu il commento comune.
Così ufficializzammo la nostra storia.
Fabio mi insegnò molte cose sul mestiere di giornalista. Fin dall’inizio
avemmo la sensazione di completarci l’un l’altra. Io smussavo i suoi spigoli,
placavo le sue ansie, lui affilava le mie ambizioni, spingendomi a volere di
più, a cercare di eccellere.
Stare insieme migliorò entrambi e anche le nostre carriere ebbero sviluppi
importanti. Fabio incominciò a commentare le partite della domenica sera,
le più importanti del campionato, mentre io, finito lo stage a Telepiù, venni
presa per una sostituzione estiva a Studio Aperto, il Tg di Italia Uno. Mi
occupavo di gossip, scrivevo dell’amore reale tra Lady Diana e Mohamed
al-Fayed. Poi una domenica mattina la povera Diana morì nell’incidente del
tunnel dell’Alma a Parigi e i miei pezzi, solitamente posizionati a fine
scaletta, si conquistarono diverse aperture.
Fu un’estate intensa, divertente, romantica. Ci piaceva provare ristoranti
nuovi, anche se tornammo tante volte a mangiare indiano. Andavamo spesso

158
al cinema, solo a vedere film d’azione, però. Non sono mai più riuscita a
trascinare Fabio a vedere una storia romantica. Eravamo dei grandi
appassionati di videogiochi. Passavamo nottate intere a cercare di risolvere
gli enigmi di Broken Sword sul computer di Fabio.
Ricordo la sera in cui finalmente arrivammo alla fine del gioco: erano
giorni che stavamo impazzendo prigionieri di un livello che non riuscivamo
a sbloccare. Proprio nel momento in cui il mistero veniva svelato, squillò il
cellulare di Fabio.
Rispose di malavoglia ma poi vidi che cambiò espressione.
Io mi sbracciavo per dirgli di sbrigarsi. Il gioco non si poteva fermare e
lui si stava perdendo la conclusione per cui ci eravamo tanto scervellati.
Quando chiuse la telefonata, Broken Sword era ormai finito.
Guardai Fabio. Aveva l’espressione di un bambino la mattina di Natale.
«Chi era al telefono?»
«Carlo Ancelotti!» rispose lui quasi incredulo.
Era la prima volta che un grande allenatore lo cercava al telefono per
confrontarsi con lui.
Gli raccontai la fine del gioco, ma non penso che mi stesse davvero
ascoltando.
A fine agosto, Nina e Cate lasciarono l’appartamento che condividevamo.
Io non sapevo cosa fare, così Fabio mi propose di andare a stare da lui, solo
fino a quando non avessi trovato un’altra soluzione. Io ero un po’ incerta. Si
trattava di un altro bel colpo alla mia indipendenza. Per convincermi lui
andò all’Ikea, comprò un armadio e lo montò. Arrivai a casa sua dopo il
lavoro e vidi quel mobile un po’ storto pronto ad accogliere i miei vestiti.
Disfai la valigia un po’ titubante e mi sedetti sul divano.
Avevo paura di avere fatto una scelta affrettata, ero tentata di rimettere le
mie cose in valigia quando venni distratta da un profumino che risvegliò il
mio appettito e calmò magicamente la mia ansia.
«Che cosa stai cucinando?» chiesi.
«Non lo riconosci?» mi domandò Fabio dalla cucina.
«Certo che lo riconosco» risposi. «E ho già anche chiamato i pompieri!»
Richiusi la valigia vuota e la sistemai in fondo all’armadio. I miei vestiti
stavano bene lì dove li avevo appena messi.
Fu così che iniziò la mia vita insieme a Fabio e dopo ventitré anni le
pennette alla vodka, a casa nostra, non sono ancora passate di moda.

159
Le pennette alla vodka di Fabio

160
Ingredienti

161
per 4 persone
200-250 g di penne a seconda dell’appetito
70 g salmone affumicato
1 cipollotto
1 bicchiere di vodka
80 ml panna
peperoncino
olio extravergine di oliva
sale

Fate lessare le penne in abbondante acqua bollente salata. Mettete il


peperoncino a macerare nel bicchiere di vodka.
Mondate il cipollotto e tritatelo finemente. Trasferitelo in una padella con
un filo di olio insieme con il salmone tagliato a striscette. Dopo qualche
minuto, sfumate con la vodka aromatizzata al peperoncino. Se volete, potete
provare a fiammeggiare il soffritto per far evaporare un po’ di alcol (come
piace fare a Fabio). Aggiungete la panna e fate sobbollire per pochi minuti.
Scolate la pasta al dente, trasferitela nella padella con il sugo e servite.

Minicroissant
Ingredienti
per 2 persone
1 sfoglia rotonda
8 datteri
8 fettine di bacon
semi di sesamo
latte
olio extravergine di oliva

Srotolate la sfoglia e tagliatela in 8 spicchi triangolari. Disponete su


ciascuno spicchio una fetta di bacon e un dattero denocciolato. Arrotolate
ogni triangolo creando un piccolo croissant. Sistemate i croissant su una
placca foderata di carta da forno. Spennellateli con un po’ di latte o olio,
spolverizzate con i semi di sesamo e cuocete in forno a 180 °C per circa 10
minuti.
Servite i minicroissant tiepidi.

162
Capesante gratinate
Ingredienti
per 2 persone

10 capesante
100 g di pane
50 g di pistacchi
50 g di burro
scorza di 1 limone
prezzemolo
basilico
olio extravergine di oliva
sale e pepe nero

Tritate nel mixer il pane ridotto a dadini con i pistacchi, il prezzemolo, il


basilico, la scorza di limone e l’olio. Staccate le capesante dalla conchiglia,
lavatele e rimettetele nelle conchiglie. Disponetele su una placca da forno,
salatele e spolverizzatele con la panure.
Fate sciogliere il burro e irrorate con esso ciascuna conchiglia. Regolate
di sale e di pepe e passate in forno a 180 °C per 10-15 minuti. Servite le
capesante calde.

Vellutata di patate e gamberi


Ingredienti
per 2 persone
500 g di patate
300 g di code di gamberi
1 porro grande
200 ml di panna
curry
olio extravergine di oliva
sale
Affettate a rondelle la parte bianca del porro e a bastoncino quella verde.
Non buttate la parte verde che utilizzerete come decoro. Sbucciate e tagliate
la patata. Trasferite le verdure in un tegame, coprite a filo con acqua, salate
e lasciate cuocere finché entrambe le verdure saranno morbide. Una volta

163
pronte, aggiungete la panna eliminando, se necessario, un po’ dell’acqua di
cottura. Passate la vellutata con il frullatore a immersione fino a quando non
apparirà ben densa.
Fate saltare i gamberi in una padella con poco olio e una spolverata di
curry. Servite la vellutata disponendo i gamberi al centro e decorando con
qualche filo di porro.

Linguine all’astice
Ingredienti
per 2 persone

200 g di linguine
200 g di pomodorini
1 astice
2 spicchi d’aglio
1 cipolla
prezzemolo
vino bianco qb
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Porzionate l’astice tagliandolo prima a metà dalla parte della lunghezza.


Prelevate la parte molle e le uova dalla testa e tenetele da parte.
Staccate le chele, rompetele con il batticarne e tenetele da parte. Dividete
la coda in due o tre parti a seconda della grandezza.
Tritate la cipolla, schiacciate l’aglio e fateli rosolare brevemente in una
padella con poco olio. Unite tutte le parti dell’astice e lasciate cuocere
dolcemente per qualche minuto. Unite i pomodorini, sfumate con il vino,
salate, pepate e cuocete con il coperchio per qualche minuto. Spegnete e
lasciate intiepidire. Eliminate le due metà della testa, estraete la polpa dal
carapace e unitela ai pomodorini.
Lessate le linguine in abbondante acqua salata. Rimettete il sugo sul fuoco
e unite la parte molle della testa tenuta da parte. Mescolatela bene al resto
del sugo e fate insaporire per qualche altro minuto, aggiungendo se
necessario un po’ dell’acqua di cottura.
Scolate le linguine al dente e fatele saltare nella pentola con il sugo,
completando con il prezzemolo e il pepe.

164
Servite le linguine all’astice distribuendo una chela in ogni piatto.

Risotto porro e caviale


Ingredienti
per 2 persone

300 g di riso Carnaroli


2 porri
1 limone
1 spicchio d’aglio
1 vaschetta di caviale
1 bicchiere di vino bianco
rosmarino
50 ml di panna fresca
brodo vegetale
olio extravergine di oliva
fettine di limone per guarnire

Tritate la parte bianca dei porri e fatela rosolare in una padella con lo
spicchio d’aglio e un po’ di olio, unendo 1/2 bicchiere di acqua per favorire
la cottura. I porri dovranno diventare morbidissimi. A questo punto,
eliminate l’aglio e aggiungete il riso. Tostatelo, quindi sfumate con il vino
bianco e portate a cottura aggiungendo poco per volta un mestolo di brodo
vegetale.
Nel frattempo, tritate molto finemente il rosmarino e grattugiate la scorza
del limone. Quando il risotto sarà quasi pronto, unite la scorza del limone, il
rosmarino, insaporite brevemente e poi spegnete il fuoco e mantecate con la
panna.
Impiattate il risotto e guarnite con una fetta di limone, una cucchiaiata di
caviale e una spruzzata di limone.

Spiedini di gamberoni thai


Ingredienti
per 2 persone
600 g di gamberoni
50 g di zucchero di canna

165
2 limoni non trattati
4 cucchiai di aceto
2 cucchiai di ketchup
1 cucchiaio di fecola
1 cucchiaio di salsa di soia
1 pizzico di peperoncino
150 ml di succo di ananas

Pulite i gamberoni e privateli del carapace. Infilzateli negli stecchi di legno


tre per volta intervallandoli a spicchi di limone. Sciogliete la fecola in una
tazzina con qualche cucchiaio di acqua fredda. Mescolate in un pentolino
tutti gli altri ingredienti, unite anche la fecola sciolta nell’acqua e fate bollire
per pochi minuti fino a che la salsa non si sarà leggermente addensata.
Fate cuocere gli spiedini sulla griglia unta d’olio o in una padella
antiaderente. Una volta cotti, spennellate i gamberoni con la salsa. Servite
con un’insalata o del riso bianco e altra salsa a parte.

Filetto al pepe verde


Ingredienti
per 2 persone
2 medaglioni di filetto di manzo (circa 200 g cad.)
200 g di panna fresca liquida
40 g di senape
20 g di pepe verde in salamoia
20 g di burro chiarificato
1/4 di bicchiere di brandy
sale

Legate i due medaglioni con lo spago in modo da ottenere una forma


perfettamente tonda. Rosolate nel burro per circa 2 minuti per lato, poi
salate e sfumate con il brandy. Unite i grani di pepe con un po’ di salamoia,
la senape e lasciate insaporire. Aggiungete poi la panna e rigirate i filetti su
entrambi i lati. Fate cuocere ancora per circa 2 minuti, versando la salsa
sulla carne in cottura con il cucchiaio (nappando la carne) per insaporirla.
Per controllare la cottura della carne, schiacciate la parte superiore del
filetto: se rimane morbida, vuol dire che l’interno è al sangue. Prelevate i
filetti dalla padella e lasciate restringere il sugo sul fuoco a fiamma vivace.

166
Servite la carne con il sugo ristretto.

Anatra all’arancia
Ingredienti
per 2 persone

1 petto di anatra
il succo e la scorza di 1 arancia
2 cucchiai di miele
1 chiodo di garofano
noce moscata
1/2 bicchiere di Porto
olio extravergine di oliva
sale
pepe
fettine d’arancia per decorare

Rosolate in una padella unta di olio il petto di anatra dalla parte della pelle
per 7 minuti a fuoco dolce. Poi girate la carne e sfumate con il Porto. Una
volta che l’alcol sarà evaporato, salate, pepate e aggiungete il miele, la
spremuta e la scorza di arancia, la noce moscata, il chiodo di garofano e fate
cuocere per altri 5 minuti, il tempo necessario perché l’anatra arrivi a cottura
e la salsina si addensi. Lasciate riposare la carne a fuoco spento per qualche
minuto, poi tagliatela a fettine e servite con la salsa decorando con le fettine
d’arancia.

Macedonia in tartare
Ingredienti
per 2 persone
6 biscotti digestive
1 cestino di lamponi
1 banana
1 lime
2 cucchiai di mascarpone
2 cucchiai di yogurt greco
1 cucchiaio di zucchero a velo

167
1 cucchiaio di zucchero semolato
burro
menta

Tritate i biscotti con il burro sciolto. Sistemate un coppapasta di circa 4 dita


di diametro su un piatto. Versate uno strato di biscotti tritati con il burro sul
fondo e compattate bene.
Mescolate in una ciotola lo yogurt con il mascarpone, lo zucchero a velo e
la scorza del lime. Distribuite 1 cucchiaio del composto sopra lo strato di
biscotti.
In un’altra ciotola mescolate i lamponi spezzettati con le mani e la banana
tagliata a tocchetti. Condite con il succo del lime e lo zucchero semolato.
Disponete uno strato di frutta sopra la crema di yogurt. Compattate con il
dorso di un cucchiaio e sfilate dolcemente l’anello. Completate con la menta
prima di servire.

Mousse al cioccolato
Ingredienti
per 2 persone
150 g di cioccolato fondente
50 g di zucchero
20 g di burro
4 uova
cacao in polvere
sale

Sciogliete il cioccolato tritato grossolanamente in un pentolino con il burro e


lo zucchero a fuoco dolcissimo. Trasferite il tutto in una ciotola e fate
intiepidire. Dividete i tuorli dagli albumi e unite i primi al cioccolato.
Montate gli albumi a neve fermissima con un pizzico di sale e
incorporateli al cioccolato mescolando dal basso verso l’alto per non
smontare il composto. Distribuite la mousse in coppe o tazzine e fate
raffreddare in frigorifero per qualche ora. Prima di servire spolverizzate con
il cacao.

168
169
1998
La grigliata di papà

Alessandria

Fatemi cucinare qualunque cosa, ma non costringetemi a preparare un


barbecue! Non so accendere il fuoco, non so fare la brace né stabilire se il
calore è troppo debole o troppo intenso per cuocere la carne. A tutte queste
cose ha sempre pensato mio padre. Le grigliate migliori della mia vita le ha
preparate lui nella nostra casa di Carpeneto nell’Ovadese, all’ombra di un
gelso centenario che in dialetto si chiama Muron e che ha dato il nome alla
nostra casa. Il Moro è una vecchia cascina costruita in cima a una collina
ventosa, tra filari di viti e sentierini tortuosi, ingombri di erbacce. È una
costruzione bizzarra, unica nel suo genere, come bizzarro era nonno Pino,
che negli anni ’50 decise di erigere in cima al tetto una torre di stile
medioevale con tanto di merli. Nella torre, che si raggiunge attraverso una
lunga scala ripidissima, ci dormiva la Zizzi, la vecchia tata di papà, e io da
bambina ho sempre invidiato il suo lettino di ottone e le finestre a bifora
dalle quali si possono ammirare i castelli di Cremolino e Trisobbio. Quando
sono stata più grande e la Zizzi non c’era più, ho voluto per me quella
stanzetta, gelata in primavera e bollente in estate. Non mi importava.
Quando andavo a dormire, imbacuccata nelle coperte oppure accaldata e
sudata, mi sentivo una principessa, e questo compensava tutti i disagi. Al
Moro sono sempre stata felice e serena come in nessun altro posto.

170
Per me quella vecchia cascina con le pareti bianche e le finestre con le
imposte verdi è molto più che una casa di campagna, è il luogo dove
custodisco il ricordo di mio padre.
Se chiudo gli occhi e penso al Moro, sento il rumore del vento tra gli
alberi, lo scricchiolio della ghiaia sotto le scarpe, e vedo papà trafficare
davanti alla griglia del barbecue con i guanti da lavoro e gli occhiali da vista
sollevati sulla fronte.
Papà amava quella casa con tutto il cuore. Ci passava ogni momento del
suo tempo libero. In quel giardino tra quelle mura si trasformava. Diventava
un pittore, un poeta, un cuoco, un contadino. Lui che si era laureato in
ingegneria e progettava alti forni per lo smaltimento del rame, quando
arrivava al Moro indossava i suoi pantaloni bianchi e blu, una Tt-shirt un
po’ lisa e, nel modo gentile e sicuro con cui faceva tutto nella vita, si
metteva a dipingere i suoi quadri, a potare una siepe o a stuccare un muro
crepato.
Sulla griglia del barbecue che aveva costruito lui stesso, non faceva solo
la carne. Quando in autunno era tempo di vendemmia, si faceva dare il
mosto dai contadini e preparava la confettura di mele cotogne direttamente
sul fuoco. Quel sapore dolce e leggermente abbrustolito a causa della
fiamma vivace che caramellizzava lo zucchero lo posso ancora sentire sulla
punta della lingua.
La tranquillità del Moro, dove papà si dedicava alle sue passioni, veniva
bruscamente infranta solo durante le riunioni famigliari, quando parenti e
amici arrivavano a frotte occupando tutti i letti, riempiendo i vecchi armadi
di borse e valigie e accatastando negli angoli del soggiorno chitarre,
armoniche, bonghi, tamburi e spartiti musicali. Siamo infatti, a parte me,
una famiglia molto musicale.

171
Quel 29 giugno, come ogni anno, ci ritrovammo puntuali il sabato
pomeriggio per la festa di San Pietro e Paolo, l’unica ricorrenza che mio
padre, il cui nome di battesimo era Pietro anche se tutti lo chiamavano
Tuccio, amava festeggiare.
Io arrivai direttamente da Milano con Fabio. Era la prima volta che
passava un weekend in campagna con tutta la famiglia e credo che fosse un
po’ agitato.
Quando fummo in prossimità dell’ultima curva, lo misi in guardia.
«Vince chi avvista per primo la torre».
«La torre? Ma il Moro non è una cascina?» domandò Fabio perplesso.
«Tu non ti preoccupare…» tagliai corto sporgendomi impaziente dal
finestrino. «E non barare!»
Attraversammo un incrocio solitario con un semaforo e una piccola chiesa
stuccata di bianco, poi la stradina di campagna incominciò a inerpicarsi sulla
collina e piegò bruscamente a sinistra.
«Eccola!» urlai felice.
La torre del Moro svettava al di sopra dei due ippocastani ai lati del
cancello bianco.
«Ma è una torre davvero!» commentò Fabio stupefatto fermando la
macchina davanti all’ingresso.
«Quando ero piccola» gli spiegai, «io e i miei fratelli facevamo sempre a
gara a chi vedeva per primo la torre».
«Quindi ho appena fallito la prima prova…»
«Esatto!» confermai, mentre già sentivo il vociare della mia famiglia in
giardino.
«Sei sicura che ti faccia piacere avermi qui per l’onomastico di tuo
padre?»
«Se vuoi fai ancora a tempo a tornare a casa…» dissi ridendo.
«Forse no…» rispose lui mentre mia madre apriva il cancello e un

172
gruppetto di bambini ci correva incontro.
Mio fratello Roberto e mia sorella Cristina erano già sposati da qualche
anno e quindi Fabio fece conoscenza anche con i loro bambini. All’epoca ce
ne erano solo quattro. Il più scatenato era il piccolo Vittorio, il
secondogenito di Robi. Aveva circa tre anni. Adorava aiutare il suo papà e il
nonno e aveva una naturale inclinazione a scegliere gli strumenti e i lavoretti
più pericolosi e inadatti alla sua età, inclinazione che il nonno e il padre
incoraggiavano per la disperazione di mia madre.
Lo vedemmo arrivare a passo spedito, con i pantaloncini corti, i ricciolini
castano chiari e un machete dalla lama arrugginita, ben saldo nelle piccole
mani paffute.
Intercettai lo sguardo di Fabio.
«Dobbiamo scappare?» mi chiese perplesso, accennando a rientrare in
macchina.
Non ce ne fu bisogno, perché mia madre prese in mano la situazione e
richiamò all’ordine papà, che se ne stava felice tra i suoi filari di vite
americana.
«Tuccio!» esclamò cercando di dissimulare la sua reale esasperazione.
«Vittorio ha di nuovo preso il machete!!!»
Disarmato il piccolo Vittorio, ci furono tutti i saluti di rito, e il weekend
incominciò come da programma.
Mia madre, come ho già avuto modo di raccontare, è sempre stata una
bravissima padrona di casa e un’ottima intrattenitrice. Dunque Fabio si sentì
subito parte della famiglia.

173
Il giorno dopo sarebbero arrivati tanti ospiti per festeggiare papà, ma quel
sabato il Moro era solo nostro e io ero intenzionata a fare in modo che Fabio
incominciasse ad amarlo come lo amavo io, con tutte le sue imperfezioni: le
edere infestanti, i fiori che sbucano dalle crepe dei muretti, il prato crivellato
dalle gallerie delle talpe. Non abbiamo mai messo veleni per eliminarle,
come non abbiamo mai allontanato le faine che di notte cacciano poco
lontano dalla porta di casa.
Per anni mia madre ci impedì di aprire una finestra perché un pettirosso
aveva preso l’abitudine di fare il nido ogni primavera sul nostro davanzale.
Le sue uova celesti sono sempre state al sicuro fino al momento della
schiusa, mentre la legnaia è stata inutilizzabile per tutta la mia infanzia
perché tra i tronchi viveva una famiglia di porcospini.
Fabio percepì subito l’energia di quella casa e ne rimase incantato. Mio
padre gli mostrò gli alberi da frutto, il gazebo ricoperto di rose rampicanti e
il bosco di noccioli al di là della strada
«Perché non ci facciamo un giro» proposi.
Era tanto tempo che non tornavo in quel luogo. Ci andavo da bambina,
anche se mi incuteva un po’ di timore. Nel mezzo del bosco c’era una
piccola radura con una casetta tutta nera. Sempre chiusa. Forse si trattava di
un prefabbricato dove i contadini lasciavano gli attrezzi, ma a me piaceva
pensare che dentro ci abitasse qualcuno, come nelle favole
«Chissà se ci sono ancora le fragoline di bosco?» si domandò mio padre.
Durante una delle nostre perlustrazioni infatti avevamo scoperto proprio
davanti alla casetta nera un tappeto di fragoline selvatiche deliziose.
Non sapemmo mai se le fragoline di bosco erano ancora lì, perché
qualcuno, anzi qualcosa ci bloccò prima.

«Buongiorno Bisio!» salutò mio papà, mentre attraversavamo il sentiero


sterrato che divideva la nostra proprietà dal bosco di noccioli.
A poche centinaia di metri un vecchio contadino con una camicia a

174
scacchi e i pantaloni da lavoro risaliva la strada accanto a un grosso bue.
«Buongiorno ingegnere!» ricambiò lui, mentre il suono del campanaccio
del bue si faceva più vicino. Arrivato accanto a noi si fermò a scambiare due
parole sui campi e sul tempo.
Io e Fabio guardavamo quell’enorme animale con un misto di curiosità e
sospetto. Le mosche lo tormentavano e lui continuava a sbattere le lunghe
ciglia per scacciarle dagli occhi.
«Us ciama Gianni (si chiama Gianni)» disse il contadino vedendo che
stavamo osservando l’animale.
«Bello…» risposi io non sapendo bene cosa dire.
«At voli tuchè? (Lo vuoi toccare?)» mi chiese Bisio allungando la mano
nodosa. «Gianni le bòn! (Gianni è buono!)»
Io non sapevo come fare a dirgli di no senza offenderlo, per cui rimasi in
silenzio.
«Le bòn» insisteva il contadino cercando di afferrarmi la mano.
Per fortuna papà mi venne in soccorso dicendo che dovevamo andare via.
Quello che successe dopo fa parte ormai della storia della nostra famiglia,
tante volte lo abbiamo raccontato!
«Gianni, anduma a cà (Gianni andiamo a casa)» disse Bisio tirando la
corda a cui era legato il bue.
Ma quello non si mosse di un centimetro.
«A cà, Gianni!!! Anduma a cà» lo spronò con un po’ più di veemenza il
vecchio Bisio.
Io papà e Fabio osservavamo la scena, vagamente divertiti dalla riluttanza
del bue Gianni che proprio non voleva tornare a casa, quando a un certo
punto l’animale sbarrò gli occhi ed emise un profondissimo muggito.
Il contadino tirò forte la corda per smuoverlo. Per tutta risposta il bue
scrollò l’enorme testa per liberarsi dalla corda e incominciò a correre
sgroppando come un cavallo imbizzarrito. Ci buttammo di lato per evitare di
essere travolti. Finimmo nel fosso che costeggiava la siepe di casa tra i rovi
e le erbacce, mentre il bue Gianni scartava a destra e sinistra sfuggendo al
povero Bisio che cercava di riacciuffarlo.
«Non muoviamoci di qui» ordinò mio padre.
La situazione, da comica, stava diventando pericolosa. Il bue continuava a
correre senza controllo, ma nel fosso eravamo al sicuro.
«Gianni!» sbraitava il contadino
Aspettammo che Gianni prendesse la direzione opposta a noi e, guidati da
papà, uscimmo alla svelta dal fosso. Le suole delle scarpe scivolavano sulla

175
fanghiglia e rischiammo di cadere. Il bue imbizzarrito era a un centinaio di
metri. Corremmo come dei pazzi a rifugiarci oltre l’inferriata del cancello
lasciandoci alle spalle il muggito selvaggio di Gianni
Mi tremavano le gambe ma mi scappava anche da ridere.
«Certo non ci si annoia in campagna» commentò Fabio, ripulendosi i
jeans macchiati di fango.
Papà mi abbracciò. Appoggiai il capo al suo petto e mi accorsi che aveva
il battito accelerato. Anche lui si era spaventato.
Quella sera a cena non parlammo d’altro che dell’avventura con il bue
Gianni. I bambini chiesero a Fabio cento volte di raccontare quello che
aveva detto Bisio.
«Gianni, anduma a cà!» ripeteva con un pessimo accento alessandrino
che scatenava l’ilarità generale. Lui stava al gioco e la serata scorreva,
perfetta, mentre le lucciole incominciavano a illuminare il fondo del
giardino.
Mia mamma aveva preparato un ricco aperitivo a base di formaggio,
salumi e focacce, mentre mio padre sul retro del portico si dava da fare con
la brace. Il giorno dopo ci sarebbe stato il barbecue più ricco, ma di
tradizione si incominciava sempre a grigliare la sera prima… per scaldare i
motori.
Papà aveva un modo tutto suo di interpretare il barbecue. Si era costruito
un piano di acciaio che poggiava direttamente sulla griglia. Poi lo ungeva
d’olio e cucinava la carne praticamente come se fosse in una padella. Il
pezzo forte della grigliata alessandrina era il salamino di Mandrogne. Si
tratta di una salsiccia di carne di manzo leggermente agliata che si trova solo
dalle nostre parti. Quella sera ne grigliammo una montagna. Papà le apriva a
metà e le rigirava sapientemente sulla piastra rovente, mentre di lato faceva
scaldare le piadine. Quando erano pronte qualcuno si alzava e le portava sul
tavolo dove subito erano prese d’assalto dai bambini affamati.
Papà continuava a lavorare davanti al fuoco. Ogni tanto andavo a portargli
una birra fresca, mentre Robi, mio fratello, gli chiedeva se voleva il cambio.
Ma lui diceva sempre di no, perché stava bene lì, in quella postazione da cui
poteva osservare la sua famiglia, i suoi nipoti, la sua campagna.
Finito di mangiare, Robi imbracciò la chitarra e incominciammo a
cantare. Mio fratello non si muove mai senza la sua chitarra, le sue
armoniche e i quaderni con i testi e le note delle canzoni.
Lo guardai mentre ci trascinava in un vortice di cori e risate. Ha sempre
avuto un talento istrionico e quell’ironia tagliente che sorprende e diverte

176
chi gli sta intorno. Quando ero piccola litigavamo in continuazione, mi
prendeva in giro e io ci rimanevo male. Poi nell’estate dei miei quattordici
anni alcuni suoi amici incominciarono a notarmi. Ricordo uno in particolare
che amava la fotografia e che mi fece una serie di scatti in costume da
bagno. Robi li guardò e capì che la sua sorellina non era più una bambina.
Da allora il nostro rapporto cambiò. Diventammo amici, complici. Roberto
diventò il fratellone protettivo che controllava cosa facevo e dove andavo.
Per me, che ho sempre vissuto alla rincorsa dei miei fratelli molto più grandi
di me, fu una vera conquista.
Gli strizzai l’occhio mentre intonava la mia canzone preferita. Tentai di
cantarla con lui anche se, come ho già detto, sono l’unica della famiglia a
non aver ereditato alcun talento musicale.
Cantammo a squarciagola fino a tarda notte. Non potevamo dare fastidio a
nessuno, in mezzo alla campagna.
Andai a dormire pensando che, dopo l’avventura del bue Gianni, Fabio
avrebbe potuto godersi una parentesi bucolica di tutto relax, ma il Moro
aveva in serbo per lui altre sorprese.
La mattina seguente mi svegliai presto. Lo lasciai addormentato in camera
e scesi in cucina ad aiutare la mamma prima dell’arrivo degli ospiti. Il mio
ruolo era del tutto marginale, perché già tutto era pronto, ma avrei potuto
comunque aiutare a trasportare le varie pietanze in giardino insieme ai piatti
e ai bicchieri di plastica. Il nostro era un buffet tipicamente piemontese.
C’erano le immancabili verdure ripiene di prosciutto e salame cotto,
gratinate al forno, che ancora oggi preparo spesso per la mia famiglia.
C’erano i peperoni con la bagna càuda e le cotolette di pollo in carpione,
marinate in una salsa di aceto e di vino. Naturalmente non poteva mancare
l’insalata russa che noi piemontesi prepariamo con tantissimo tonno, e il flan
di carciofi.
«Non avrò fatto troppo roba?» si chiese mia madre mentre guardava i vari
antipasti disposti ordinatamente sul tavolo di cucina.
«Secondo me è perfetto» le dissi con sincerità.
«Avanzeremo un sacco di carne…» sospirò con aria sconsolata, mentre
dall’ingresso di casa arrivava un po’ di trambusto.
«Avete visto Vittorio?» chiese Giovanna, la moglie di mio fratello
Roberto, irrompendo in cucina.
Nessuno di noi lo aveva visto, quindi Giovanna se ne andò
frettolosamente a proseguire le sue ricerche nel resto della casa.
«Spero che non abbia ritrovato il machete» si augurò mia mamma

177
tornando ai suoi antipasti. «L’ho nascosto nell’arca» mi confidò sottovoce.
L’arca è un antico cassettone con una grande anta a ribalta che troneggia
nell’ingresso di casa. Non so chi l’abbia chiamato l’arca né per quale
motivo, ma è sempre stato così da molto prima che io nascessi. Mi avvicinai
al mobile e buttai un occhio. Il machete non c’era più.
«Giò?» chiamai a gran voce mia cognata. «Hai trovato Vittorio?»
«Noo!» mi rispose dal giardino.
Decisi di tornare di sopra per svegliare Fabio e chiedergli di aiutarmi nelle
ricerche. Non volevo creare allarmismi, ma l’assenza di Vittorio e del
machete incominciava a preoccuparmi.
Immersa nei miei pensieri salii le scale e spalancai la porta della nostra
camera.
Fabio era seduto sul letto con gli occhi sgranati.
«Che succede?» chiesi ridendo. «Hai visto il bue Gianni?»
«Peggio…» rispose invitandomi con un cenno del viso a girarmi verso la
finestra.
Il mio nipotino di quattro anni se ne stava ai piedi del letto con il suo
machete ben saldo in mano a fissare Fabio con uno sguardo imperscrutabile.
«Vittorio, cosa fai?» domandai precipitandomi a disarmarlo.
«Solevo salutare il tuo fidanzato» disse Vittorio, mollando a malincuore il
suo machete. «Ma non mi ricordavo come si chiamava…»
«Per questo stavi lì a fissarlo?» dissi ridendo.
Fabio si concesse una risata, ora che il machete era in mani sicure.
«Ho aperto gli occhi» mi spiegò, «e l’ho trovato lì, proprio come in
Shining».
Mi affacciai alla finestra per avvertire Giovanna che Vittorio e il machete
erano al sicuro.
«Cos’altro mi devo aspettare da questo weekend?» mi chiese Fabio.

178
In realtà da lì in avanti filò tutto liscio. La festa fu allegra e si protrasse
per tutta la giornata. Il prato si riempì di gente. Papà si esibì in una
meravigliosa grigliata e gli antipasti alessandrini ebbero un grande successo.
Fabio e il piccolo Vitto diventarono grandi amici e furono inseparabili per
tutto il resto del weekend. Il machete però scomparve. Mia madre quella
volta lo nascose talmente bene che per anni non si trovò più, con grande
sollievo di tutti.
Prima di tornare a Milano quella domenica, feci una passeggiata con papà.
Gli ospiti erano già andati tutti via e non rimaneva che sistemare i resti della
festa. Mi chiese se avessi intenzione di sposare Fabio, e io gli dissi di sì. Ne
fu entusiasta, lodò il suo carattere, la sua determinazione. Mi disse che
sapeva che mi avrebbe amato per tutta la vita, perché era un uomo buono e
serio. Due valori che per lui valevano più di tutto.
«Sai» gli confidai felice, «il Moro ha conquistato anche Fabio».
«Nonostante il bue Gianni?» chiese lui con un sorriso.
«E il machete…»
Ridemmo insieme, mentre lui si chinava qua e là a per togliere le erbacce
dai cespugli.
«C’è sempre qualcosa da fare qui in campagna» osservò lasciando vagare
lo sguardo nel giardino.
«Mi chiedo chi di voi avrà voglia di occuparsene un giorno…»
«Io» risposi con entusiasmo.
«Sul serio lo vorresti?» mi chiese. «Il Moro non ha un gran valore, ma in
compenso richiede tanti soldi per la manutenzione».
«Lo so» dissi.

179
«Insomma non sarebbe un grande affare per te!» insistette, allontanandosi
a raddrizzare un tralcio di vite che era sfuggito dal legaccio.
«Invece sì, perché tu sai quanto sono affezionata a questa casa!»
Lo sapeva. Quando ero piccola lo avevo aiutato dipingere i tralci di fiori
che decorano tutte le stanze. Avevo giocato a Barbie sotto ogni albero del
giardino, durante le estati in cui il resto della famiglia partiva per lunghi
viaggi inadatti a una bambina piccola come me. Quando ero cresciuta poi
avevo continuato a passare i weekend in campagna, anche se la sera, se
volevo andare a ballare con i miei amici, dovevo fare chilometri di stradine
buie e tortuose per tornare a casa.
«Io amo il Moro e ti prometto che me ne prenderei cura sempre».
Lo pronunciai come un giuramento e papà da quel giorno incominciò a
considerare la possibilità di lasciare quella casa proprio a me, che ero la più
piccola tra i suoi figli.
Il tempo passò senza che ne parlassimo più, poi papà si ammalò e in
pochissimo tempo un tumore ce lo portò via.
Oggi il Moro è davvero mio. A occuparsene però con tutta la sua
inesauribile energia è mia madre Laura. Lo fa con la stessa devozione e con
lo stesso amore con cui ha curato Tuccio fino all’ultimo istante della sua
vita.
L’anno in cui si ammalò passammo l’estate al Moro, io, Roberto, Cristina
e la mamma, facendo la spola in ospedale e ritrovandoci la sera sotto la
veranda o davanti al barbecue che restava sempre spento… Eravamo
disperati, ma quella casa, quegli alberi che lui amava con tanta passione ci
davano la forza e ci rincuoravano più di ogni frase e ogni carezza.
Poi una notte lo sognai. Era bello e in salute, seduto sul letto d’ospedale.
Mi disse che aveva cercato di combattere la malattia in tutti i modi, ma che
non ci era riuscito. Gli chiesi se potevo abbracciarlo e lui mi disse di sì. Mi
svegliai con il telefono che suonava. Era mia madre che mi diceva che papà
era mancato, ma io lo sapevo già. Era venuto lui stesso a dirmi addio, un
momento prima.
La tradizione delle grigliate al Moro resiste ancora. Oggi la festa più
grande è quella del 5 luglio, il compleanno di Roberto. Noi della famiglia
arriviamo il sabato, grigliamo suoniamo e cantiamo in attesa degli ospiti
della domenica. Il piatto forte è diventato il maialino, che mio fratello ha
imparato a cucinare alla perfezione da un vecchio pastore sardo. Quando
guardo Roberto davanti alla griglia con il viso accaldato e i guanti da lavoro,
rivedo in lui mio padre e mi commuovo pensando a quante generazioni sono

180
già passate all’ombra del vecchio Muron e quante ancora ne verranno.
Alcune cose però sono cambiate.

Buoi e contadini in giro non ce ne sono più, ma in compenso dopo tanto


tempo è saltato fuori il vecchio machete. L’abbiamo ritrovato ristrutturando
il solaio. La mamma l’aveva chiuso in un vecchio baule. Vittorio, che studia
medicina e tra poco diventerà dottore, se l’è subito ripreso e nessuno questa
volta ha avuto nulla da obbiettare. Lo usa per porzionare il maialino che
cucina suo padre. Quel compito è suo, guai a chi glielo leva. Dopo ore di
lenta cottura, lo toglie dallo spiedo con l’aiuto di Roberto, poi lo poggia su
un tavolaccio di legno e con pochi colpi assestati con precisione lo prepara
per l’assalto degli ospiti affamati. Poi ripulisce la lama del machete e lo
mette via. Se mio figlio Diego, il piccolo di casa, gli chiede di impugnarlo
gli dice di no, perché è troppo pericoloso. Chi lo avrebbe mai immaginato,
ripensando a quel lontano 29 giugno?
Allora non potevo sapere come sarebbe andata la nostra vita, la mia storia
con Fabio, il futuro dei miei genitori, ma già avevo nel cuore una sensazione
chiarissima. Il Moro custodisce le radici della nostra famiglia. Lo intuivo
allora e lo so con certezza oggi. Quando voglio sentire mio padre ancora
accanto a me, basta che torni sotto la veranda, vicino alla sua grande griglia
del barbecue, e mi sembra di avvertire di nuovo lo sfrigolio della carne sulla
sua lastra di acciaio e il sapore dello zucchero abbrustolito della sua
confettura, sulla punta della lingua.

181
La grigliata di papà

182
Ingredienti

183
per 8 persone
800 g di costine di maiale
800 g di salamini di Mandrogne (manzo)
500 g di braciole di maiale
600 g di spiedini (circa 4)
sale
Marinata per le costine
2 spicchi d’aglio
1 radice di zenzero
1 cipollotto
1 ciotolina salsa di soia
1 ciotolina di zucchero
1 ciotolina di vino bianco
1 scorzetta di limone
Marinata per le braciole e gli spiedini
5 g di olio extravergine di oliva
1 pizzico di pepe nero
aglio
rosmarino
Per accompagnare
8 piadine o pane
senape per i salamini
insalata
patate al forno e verdure a piacere

Innanzitutto, preparate la marinata delle costine. Spellate la radice di


zenzero e tagliatela a pezzetti. Metteteli in una casseruola con il cipollotto
affettato, gli spicchi d’aglio, il vino, la scorza di limone, la salsa di soia e lo
zucchero. Trasferite in un pentolino sul fuoco e fate sobbollire per circa 20
minuti o fino a quando il composto non si sarà addensato, quindi lasciate
raffreddare.
Mescolate in una ciotola gli ingredienti dell’altra marinata e versatela
sulle braciole e sugli spiedini. Estraeteli dalla marinata solo al momento
della cottura.
Disponete le braciole e gli spiedini sgocciolati sulla griglia, continuando a
ungerli durante la cottura con la marinata avanzata. Mio papà spennellava la
carne con un rametto di rosmarino intinto nel liquido. Per le costine e gli
spiedini ci vorranno circa 20 minuti, mentre per le braciole circa 10 minuti.

184
Fate cuocere i salamini senza marinata. Un minuto prima di toglierli dal
fuoco, riscaldate leggermente le piadine sul lato esterno della griglia.
Cuocete le costine di maiale senza condimento, ma con un po’ di sale. Una
volta pronte, spennellatele abbondantemente con la salsa agrodolce
preparata.
Servite la grigliata con le piadine o il pane riscaldati sulla griglia e tagliati
a metà, accompagnando con senape, insalata, patate al forno e verdure a
vostro piacimento.

Insalata di riso nero


Ingredienti
per 4 persone

250 g di riso nero


200 g di filetto di tonno
150 g di stracciatella di burrata
150 g di zucchine
100 g di piselli
2 coste di sedano verde
1 carota
1 cipollotto
1/2 limone
1 cucchiaio di capperi
3 cm di zenzero fresco
2 cucchiai di salsa di soia
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Fate cuocere il riso in acqua bollente salata, scolatelo e lasciate raffreddare.


Condite in una ciotola il tonno tagliato a dadini con lo zenzero grattugiato
e la salsa di soia e lasciate marinare. Affettate la carota, il cipollotto, le
zucchine, le coste di sedano e fate rosolare il tutto in una padella con un po’
d’olio finché le verdure saranno cotte ma ancora croccanti. Lessate i piselli
in acqua bollente salata per pochi minuti e poi uniteli al resto delle verdure.
Tritate i capperi. Unite le verdure al riso aggiungendo anche i capperi, il
succo del 1/2 limone, un po’ di sale e un filo d’olio.
Rosolate alla fine in padella i cubetti di tonno a fuoco vivace in modo che

185
abbrustoliscano fuori ma restino crudi dentro; basterà meno di 1 minuto.
Unite il tonno al resto dell’insalata di riso. Al momento di servire,
completate ciascun piatto con una cucchiaiata di burrata e una macinata di
pepe.

Cuscus di verdure
Ingredienti
per 4 persone

250 g di cuscus precotto


1 melanzana viola
1 zucchina grande
1 peperone rosso
1 cipollotto di Tropea
1 barattolo di ceci precotti
1 cucchiaio di curcuma
basilico
250 ml di brodo vegetale
olio extravergine di oliva
sale e pepe

Tritate il cipollotto e affettate la zucchina, la melanzana e il peperone.


Rosolate in padella il cipollotto con un po’ di olio e la curcuma. Unite le
verdure e rosolatele a fuoco dolce fino a che non saranno morbide. Portate a
bollore il brodo vegetale, versatelo sul cuscus e fatelo assorbire. Sgranate il
cuscus con una forchetta, trasferitelo nella padella delle verdure a fuoco
spento e mescolate in modo che si insaporisca. Unite i ceci sgocciolati e
regolate di sale e pepe. Aggiungete un po’ di olio, le foglie di basilico, altro
pepe e servite il cuscus tiepido o freddo.

Salse per pinzimonio


Ingredienti
per 4 persone
Pâté di melanzane
500 g di melanzane nere
1 spicchio d’aglio

186
1/2 limone
qualche foglia di basilico
olio extravergine di oliva
sale
pepe
Salsa tzatziki
2 cetrioli
500 g di yogurt greco
1 spicchio d’aglio
sale

Pâté di melanzane
Fate cuocere le melanzane in forno a 180 °C per 20-30 minuti fino a
quando non saranno morbide. Tagliatele a metà ed estraete la polpa.
Trasferitela nella ciotola del mixer insieme con l’aglio, il basilico, il succo
del 1/2 limone, l’olio, un po’ di sale e pepe e frullate fino a ottenere una
crema liscia e vellutata.

Salsa tzatziki
Sbucciate i cetrioli e grattugiateli. Metteteli in un colino, unite un po’ di
sale e lasciate che perdano l’acqua di vegetazione. Strizzateli con le mani
per eliminare quella in eccesso.
Tritate l’aglio e mescolatelo con lo yogurt e i cetrioli.

Grissini
Ingredienti
per circa 40 grissini
500 g di farina 00
50 g di olio extravergine di oliva
10 g di lievito di birra
9 g di sale
1 cucchiaio di farina di semola di grano duro
1 cucchiaino di zucchero
270 ml di acqua

Mescolate il sale e l’olio con lo zucchero e l’acqua tiepida. Unite il tutto alla
farina, precedentemente miscelata con il lievito, in una ciotola e impastate

187
per 10 minuti fino a ottenere un impasto morbido e omogeneo, ma non
appiccicoso. Trasferitelo su un tagliere spolverizzato con la farina di semola
di grano duro.
Create un rettangolo di pasta, ungete con altro olio e lasciate lievitare per
almeno 1 ora. Tagliate l’impasto a strisce spesse circa 1 cm (lato corto).
Prendete una striscia di pasta e tiratela fino a coprire per intero la
lunghezza della teglia che adopererete per la cottura. Ripetete l’operazione
fino a esaurire l’impasto.
Foderare una teglia di carta da forno, adagiatevi i grissini e cuocete a 200
°C per circa 15-20 minuti fino a quando risulteranno dorati. Potete
conservare i grissini in sacchetti di carta.

Panini al latte
Ingredienti
per 4 persone

500 g di farina 00
60 g di zucchero
50 g di burro
10 g di sale
1 uovo
1 busta di lievito granulare disidratato
125 ml di latte
125 ml di acqua
Per completare
salame o prosciutto
burro

Mescolate il latte intiepidito con l’acqua tiepida e il burro fuso. Miscelate la


farina con lo zucchero, il sale e il lievito. Unite in una ciotola gli ingredienti
umidi e quelli secchi e impastate per 10 minuti fino a ottenere un panetto
liscio e non appiccicoso. Lasciate lievitare l’impasto coperto per 1 ora.
Dividete l’impasto in tante sferette delle dimensioni di una pallina da ping
pong e distribuitele su una placca da forno coperta di carta da forno.
Lasciate lievitare ancora per circa 30 minuti, poi spennellate i panini con
l’uovo e infornateli a 180 °C per 10-15 minuti.
Una volta raffreddatisi, tagliateli a metà, imburrateli e farciteli con salame
o prosciutto.

188
Sformato di carciofi
Ingredienti
per 4 persone

100 g di Parmigiano Reggiano


5 carciofi
4 uova
1 spicchio d’aglio
500 ml di besciamella
noce moscata
olio extravergine di oliva
sale e pepe

Pulite i carciofi e tagliateli in 4 spicchi. Fateli rosolare in una padella con un


po’ di olio, lo spicchio d’aglio schiacciato e un pizzico di sale. Lasciate
cuocere dolcemente con il coperchio in modo che diventino morbidi e
leggermente abbrustoliti. Se necessario, aggiungete un po’ di acqua.
Trasferite i carciofi (con o senza aglio, a seconda dei gusti) nella ciotola
del mixer e frullateli insieme alla besciamella e alle uova. Unite anche il
Parmigiano, regolate di sale e pepe, condite con una grattugiata di noce
moscata.
Foderate una teglia con un foglio di carta da forno, versate il composto e
infornate a 180 °C per 40-45 minuti. Lasciate raffreddare prima di sformare.

Insalata russa
Ingredienti
per circa 4 persone
250 g circa di maionese
150 g di tonno
100 g di sottaceti
5 carciofi
3 patate medie
3 carote medie
2 cucchiai di funghetti sott’olio
Per guarnire
maionese qb

189
giardiniera qb

Lessate le patate e le carote in acqua bollente salata, quindi tagliatele a


dadini piccoli.
Tritate nel mixer la giardiniera con i carciofi e i funghi sott’olio. Tritate
anche il tonno insieme alla maionese fino a ottenere una crema. Unite alla
crema i sottaceti tritati e le verdure bollite tagliate a dadini e mescolate,
regolando di sale. Se non fosse sufficiente, aggiungete altra maionese.
Versate l’insalata russa in un piatto da portata. Livellate la superficie,
ricoprite con un sottile strato di maionese e decorate con pezzi di
giardiniera. Lasciate raffreddare in frigorifero prima di servire.

Peperoni arrosto con bagna càuda


Ingredienti
per 4 persone

3 peperoni rossi
Per la bagna càuda
300 g di acciughe sott’olio
60-70 g di burro
2 teste d’aglio
1/2 l di latte
1 bicchiere di olio di oliva

Mettete i peperoni interi nel forno e fateli cuocere a 180 °C per circa 30
minuti, rigirandoli a metà cottura. Dovranno risultare ben abbrustoliti su
tutti i lati. Lasciateli raffreddare nel forno spento, quindi sbucciateli e
tagliateli a fette per il lungo disponendoli su un piatto largo e piatto.
Preparate la bagna càuda: fate cuocere in un tegame le acciughe a fuoco
dolcissimo con il burro fino a che non saranno sciolte. Sbucciate le teste
d’aglio, eliminate l’anima dagli spicchi e tagliateli a fettine. In un altro
tegame, cuocete gli spicchi d’aglio con il latte per circa 30 minuti a fuoco
lento fino a quando non si saranno disfatti. A questo punto unite le due
preparazioni. Versate le acciughe sciolte nel tegame dell’aglio e, sempre a
fuoco dolcissimo, mescolate bene.
Aggiungete l’olio sempre mescolando e riportate dolcemente a bollore,
poi spegnete.
Servite la bagna càuda con i peperoni: mettete una cucchiaiata abbondante

190
di bagna càuda su ogni fetta di peperone. Tenete la bagna càuda da parte e
servitela calda con altre verdure.

Cotolette e zucchine in carpione


Ingredienti
per 4 persone
400 g di fettine sottili di pollo
400 g di zucchine piccole con il fiore
100 g di pangrattato
3 spicchi d’aglio
2 uova
2 foglie di alloro
1 cipolla bionda
1 rametto di salvia
5 dl di vino bianco
1.5 dl di aceto bianco
1 cucchiaio raso di zucchero
farina
olio extravergine di oliva
olio di semi di arachidi
sale

Impanate le fettine di pollo nelle uova sbattute e poi nel pangrattato.


Tagliate le zucchine a bastoncini e infarinatele. Friggete in olio di semi
bollente prima le zucchine, fino a renderle ben dorate, e poi le cotolette di
pollo. Salate e lasciate asciugare entrambe le preparazioni su un foglio di
carta da cucina.
In un’ampia padella fate stufare dolcemente la cipolla affettata ad anelli
sottili con gli spicchi d’aglio, la salvia e l’alloro. Sfumate con il vino, l’aceto
e una presa di zucchero. Lasciate sobbollire per circa 10 minuti a fuoco
basso e poi spegnete.
Sistemate la carne e le verdure fritte in un piatto da portata con i bordi
alti. Versate la salsa con la cipolla e gli odori e lasciate riposare per qualche
ora in frigorifero prima di servire.

Zucchine ripiene
191
Ingredienti
per circa 4 persone
150 g di tonno sott’olio sgocciolato
50 g di Parmigiano Reggiano
40 g di pane raffermo
20 g di pinoli
10 g di acciughe
8 g di capperi sotto sale
5 zucchine
2 uova medie
1 cipolla bianca
latte intero
pangrattato
olio extravergine di oliva
sale
pepe nero

Lessate le zucchine intere in acqua bollente salata per circa 10 minuti.


Prelevatele con la schiumarola e fatele intiepidire, quindi tagliatele a metà
per la lunghezza. Con un cucchiaino scavate la polpa interna di ogni metà e
tenete da parte. Ammollate il pane nel latte. Stufate la cipolla tritata con un
po’ di olio. Unite anche la polpa delle zucchine, il sale, un pizzico di pepe e
lasciate insaporire. A parte tostate i pinoli in una padella senza farli bruciare,
poi frullateli con il tonno, le acciughe e i capperi.
Unite tutte le preparazioni in una ciotola: la cipolla con la polpa delle
zucchine, le uova, il pane ammollato, il trito di tonno e il Parmigiano.
Mescolate il tutto fino a ottenere un composto omogeneo e riempite con
esso le zucchine svuotate.
Ungete una pirofila che possa andare in forno e distribuitevi le zucchine.
Spolverizzate con un po’ di pangrattato, un filo di olio e cuocete a 180 °C
per circa 20 minuti finché le verdure non saranno ben gratinate. Servite le
zucchine tiepide o fredde.

192
193
2001
Un menù ospedaliero davvero sorprendente

Viareggio

Aprii gli occhi ma vidi tutto nero. Ero diventata cieca. Cercai di muovermi
ma non ci riuscivo. Ero paralizzata. Pensai a un’esistenza senza poter vedere
e senza potermi muovere, poi persi i sensi. Prima di svenire ebbi la certezza
di aver distrutto la mia vita proprio quando avevo raggiunto la felicità. Mi
ero sposata con Fabio da poco più di un anno. Fui la prima tra i miei amici a
fare il grande passo. La pioniera del gruppo. Al braccio di mio padre prima
di entrare in chiesa ero terrorizzata. Non sapevo nemmeno più perché mi
trovassi in quel posto o che cosa stessi per fare. Poi vidi Fabio in fondo alla
navata, elegante e sorridente. Mi fece l’occhiolino e tutto divenne facile.
Andrea e Maria erano i miei testimoni. Fu un matrimonio bellissimo. Pieno
di musica, di risate. C’erano tutti i miei amici, in ghingheri come non li
avevo mai visti. Bevemmo e ballammo fino a che non ci costrinsero a finire
la festa, perché, per contratto, i camerieri dovevano andare a dormire. Allora
accendemmo lo stereo di un’auto e rimanemmo ancora lì, perché era una
serata magica e nessuno aveva voglia di andare a casa. Fabio si era integrato
benissimo e sembrava fosse sempre stato del gruppo. Io mi guardavo la
mano sinistra dove brillava una vera d’oro nuova di zecca. Mi sembrava
così strano.
Partimmo quella notte stessa in macchina per il nostro viaggio di nozze. A
zonzo per l’Italia. Pietrasanta, la Versilia, Positano, Capri e poi giù in
Sicilia. La coupé del nostro primo appuntamento era stata rimpiazzata con
una Giulietta sempre rossa fiammante, sempre orribilmente disordinata. Ma
a me non importava.
Io e Fabio eravamo come gli ingranaggi di una stessa macchina.

194
Procedevamo all’unisono, ci sostenevamo, ci amavamo. Insieme eravamo
inarrestabili.
Tornati a Milano, incominciammo la nostra vita da marito e moglie che,
anelli a parte, non cambiò di molto.
Non abitavamo più nel suo bilocale mi ero trasferita. Avevamo comprato
una bella casa, grande, anzi, sicuramente troppo grande per noi due soli.
Per riempirla invitavamo spesso gli amici. Facevamo cene, aperitivi, feste.
All’epoca incominciai a interessarmi alla cucina. Trovavo rilassante e
divertente stare ai fornelli, ma non avrei mai pensato che sarebbe diventato
il mio lavoro.
Così passò il primo anno di matrimonio. Nel frattempo io ero stata assunta
a Studio Aperto e avevo superato l’esame per diventare giornalista
professionista.
Era il weekend del primo maggio. Fabio naturalmente lavorava, così io
decisi di raggiungere le mie amiche a Forte dei Marmi. Adoravo il
mercatino del sabato e non vedevo l’ora di andare a fare un po’ di shopping.
Fabio mi accompagnò in stazione il venerdì dopo pranzo. Io presi il treno e
mi trovai con Maria ed Eugenia. Mi dissero che avevano combinato di
uscire con un paio di amici, così andammo a casa di Eugi a prepararci per la
serata.
Ero felice di passare un po’ di tempo con loro, perché da quando vivevo a
Milano le vedevo di meno. Se non ricordo male, in quel periodo Maria
studiava a Oxford, mentre Eugenia, che conoscevo dai tempi dell’asilo o
forse anche prima, era tornata a vivere ad Alessandria dopo l’università. Era
la nostra serata. Uscimmo a cena con questi amici di Maria, poi andammo in
un bar e bevemmo tequila bum bum. Oggi le regole della strada sono molto
più severe: i ragazzi sanno che se risultano positivi al test dell’etilometro
possono dire addio alla loro patente. All’epoca bisognava invece confidare
nel buon senso dei ragazzi e spesso questa fiducia era mal riposta.
Riprendemmo la macchina per andare a ballare alla Capannina. Non mi
ricordo chi dei due ragazzi guidasse, ma sono sicura che non era ubriaco.
Era solo un po’ allegro, quell’allegria che ti porta a sottovalutare i rischi e
abbassare la soglia di attenzione. Un’allegria che, l’ho sperimentato sulla
mia pelle, può essere fatale.

195
Stavamo attraversando un incrocio quando una macchina ci prese in
pieno. Non ho mai capito se fummo noi a saltare lo stop o se fu l’altra auto
che ci travolse senza fermarsi. Poco importa. Il muso della macchina sfondò
la portiera proprio in corrispondenza del mio sedile e io pensai che la mia
vita, così come l’avevo vissuta fino a quel momento, fosse finita per sempre.
Fu un calvario estrarmi dall’auto che si era accartocciata contro un albero.
Sbattei gli occhi ripetutamente e dopo qualche minuto riacquistai la vista.
Più tardi mi spiegarono che può capitare, quando si subisce un trauma molto
forte al collo e alla testa: che la vista si oscuri per un breve periodo.
Ci vedevo.
Mi misero in ambulanza e mi portarono a Viareggio. Ero cosciente e
terrorizzata. Sentivo che si era rotto qualcosa nella mia schiena, ma non
osavo chiedere e nessuno mi diceva niente. Potevo muovere le dita dei
piedi, quindi non ero paralizzata. Ricordo che feci questo ragionamento per
darmi coraggio, anche se non ero sicura al cento per cento delle mie
conclusioni. All’interno del piccolo pronto soccorso le infermiere e i dottori
si davano da fare intorno a me. Prelievi, radiografie, fogli da compilare.
Li guardavo in silenzio, con la gola chiusa dalla paura e dal dolore. Poi
un’infermiera mi si avvicinò e prese in mano la cartella clinica che era
appoggiata alla mia barella.
«Non ti preoccupare» mi disse, «anche mio cugino si è rotto il bacino e
adesso corre e salta meglio di prima».
Dunque questo mi era successo. Mi ero rotta il bacino, ma sarei guarita.
Mi vennero le lacrime agli occhi. Nonostante il male alla schiena e tutto il
resto, capii che me la sarei cavata e che sarei tornata a camminare.
Telefonai a Fabio e ai miei genitori. Fu una notte infernale anche per loro.
Mia madre e mio padre sarebbero dovuti partire il mattino dopo per un

196
viaggio in Israele, ma naturalmente rinunciarono. Fabio si buttò giù dal letto
nel cuore della notte per raggiungermi, ma la batteria della sua macchina si
era scaricata. Così dovette usare i cavi. Il problema però era che non poteva
fare benzina perché aveva paura che l’auto non ripartisse più se l’avesse
spenta.
Alla fine comunque, in un modo o in un altro, arrivarono tutti al pronto
soccorso di Viareggio. Parlarono subito con i dottori.
Oltre al bacino, che mi ero fratturata in molti punti, avevo riportato anche
un trauma interno, poiché mi si era squarciata la vescica e, tanto per non
farmi mancare niente, avevo anche la clavicola rotta. I miei amici e i
passeggeri dell’altra auto erano illesi.
La sorte aveva voluto che mi facessi male solo io, ma non lo interpretai
come un’ingiustizia, quanto piuttosto come una prova cui la vita mi metteva
davanti. Ero talmente grata di essere viva, di sapere che sarei guarita
completamente, che decisi che da quella sofferenza dovesse uscire qualcosa
di costruttivo. L’incidente fu per me la svolta tra l’adolescenza e la vita
adulta. Mi aiutò a capire chi ero, che cosa ero in grado di sopportare, quante
persone mi volevano bene. Mi alzai da quel letto cambiata in meglio, ma ci
volle parecchio tempo e molta sofferenza.
I primi giorni furono durissimi. Non potevano somministrarmi
antidolorifici per via del trauma interno, così il male che provavo alla
schiena era terribile. Per sopportarlo cercavo di visualizzarlo. Immaginavo
onde lunghe di dolore che si infrangevano sulla spiaggia e le contavo, una
dopo l’altra. Fu durante quei momenti così critici che presi a pugni
un’infermiera. So che fu una rea-
zione sbagliata, ma ancora oggi, ripensarci mi fa molto ridere. A mia
discolpa devo dire anche che poi le chiesi scusa e diventammo amiche. Ma
il primo approccio fu a dir poco burrascoso.
Quella mattina dovevo essere spostata su una barella per fare un esame.
L’infermiera in questione sosteneva che alzare il lenzuolo con me sopra,
un po’ come se fossi stata all’interno di un’amaca, sarebbe stata
un’operazione semplicissima. Il fatto è che io non potevo piegare la schiena
senza provare delle fitte terribili e quella manovra non mi avrebbe permesso
di rimanere perfettamente orizzontale.
«Non voglio che mi solleviate con il lenzuolo» le dissi, terrorizzata che il
dolore alla schiena aumentasse ancora.
«Sciocchezze!» minimizzò lei, come se stesse parlando con una bambina
o un vecchio rimbambito. «Lo facciamo sempre».

197
«Be’, questa volta non dovete farlo perché mi farebbe troppo male»
insistetti io.
«Guarda» azzardò l’infermiera afferrando i lembi del lenzuolo. «Ti faccio
vedere che ti sbagli».
Ma prima che potesse incominciare la manovra, dal momento che
malauguratamente per lei si era posizionata sul lato della mia clavicola sana,
le avevo già assestato due pugni sulla schiena.
«Ho detto di no!» sbraitai, continuando a mulinare minacciosamente il
braccio senza fasciature.
I miei che assistevano alla scena in disparte intervennero per calmare le
acque. L’infermiera se ne andò indignata, ma io tirai un sospiro di sollievo.
Qualsiasi movimento del bacino mi procurava dei dolori fortissimi.
«Perché ridi?» chiesi a mio padre quando rimanemmo da soli.
«Se sei riuscita a difenderti da sola» commentò strizzandomi l’occhio,
«vuol dire che sei in fase di guarigione!»
E in effetti il peggio era passato, ma la strada era ancora lunga.
Dovetti rimanere nell’ospedale di Viareggio per trenta giorni, in posizione
perfettamente orizzontale, all’inizio senza nemmeno usare un cuscino sotto
la testa. Dopo la prima settimana il dolore divenne sopportabile e io cercai
di organizzare la mia vita.
In realtà non potevo fare molto. Evitai la televisione perché non volevo
rimbambirmi a guardare uno schermo tutto il giorno. Dal momento che non
esistevano ancora smartphone e social network, mi buttai sui libri. Sono da
sempre una buona lettrice, ma in quel mese all’ospedale di Viareggio credo
di aver battuto tutti i record. Tra i romanzi più belli di quel periodo ricordo
Il maestro e Margherita di Bulgakov e un classico della letteratura
alessandrina, poco conosciuto fuori dal Piemonte, ma che merita davvero di
essere letto: Il regalo del Mandrogno di Pierluigi ed Ettore Erizzo.
Quando non leggevo, chiacchieravo con i miei genitori o con Fabio. Tutti
e tre si diedero il cambio per non lasciarmi mai da sola nemmeno un giorno.
Fu soprattutto mia madre a starmi vicina.
Io, da parte mia, non mi lamentavo mai, cercavo di sorridere, restare
serena e positiva. Fu un esercizio molto utile, che mi cambiò il carattere
radicalmente.
L’unica cosa che riusciva a rattristarmi era il cibo ospedaliero. Non
avendo alcuna patologia che mi costringesse a una dieta particolare,
mangiare pollo bollito e minestrina tutti i giorni era davvero avvilente.
«Sicuramente non rischio di ingrassare» consideravo ogni volta che

198
guardavo il vassoio del pranzo, nel tentativo di pensare in positivo a ogni
costo.
Poi una notte successe qualcosa che rivoluzionò la mia dieta ospedaliera.
Erano circa le tre del mattino. Nella corsia silenziosa riecheggiarono passi
concitati. Diverse persone si misero a parlare proprio davanti alla mia porta
che si trovava di fronte all’unica altra stanza singola di tutto il piano.
«Devono aver ricoverato qualcuno» disse mia madre che era stata
svegliata come me dal rumore.
«Chissà cosa è successo…» chiesi io ancora mezza addormentata.
Lo scoprimmo la mattina dopo. L’infermiera con cui ero venuta alle mani
i primi giorni era ormai diventata una mia amica. Arrivò da noi impaziente
di raccontarci le novità.
«Ieri sera c’è stata un’aggressione nel centro di Viareggio» disse,
pregustando l’effetto delle sue parole.
«Ne parla anche il Tg!» aggiunse sapendo che ero una giornalista e che
questo particolare avrebbe aggiunto peso al suo racconto.
«Cos’è successo?» le chiesi più che altro per non deludere le sue
aspettative.
«Il proprietario del Viareggino è stato aggredito mentre tornava a casa in
bicicletta».
«E che cos’è il Viareggino?» domandai.
«Ma come, non lo sai? È uno dei migliori ristoranti di pesce della città»
mi spiegò l’infermiera.
«Ora è ricoverato qui» aggiunse indicando la porta di fronte alla mia,
«con una gamba e un braccio rotti».
«Mi dispiace» commentai ignara del fatto che questo triste episodio si
sarebbe rivelato per me una vera fortuna.
Non ripensai più al mio povero dirimpettaio fino all’ora di pranzo. A
mezzogiorno infatti, mentre sorbivo tristemente la mia minestrina di pollo,
la corsia dell’ospedale venne investita da un meraviglioso profumo di pesce.
«Che cos’è?» chiesi mentre le mie papille gustative si risvegliavano da un
lungo letargo.
«L’odore è di zuppa di pesce» azzardò mia madre, uscendo dalla stanza
come ipnotizzata da quegli effluvi. Maledissi la mia schiena e rimasi in
attesa nel letto, mentre la mia minestrina si raffreddava nel piatto.
Venni quindi a sapere che il proprietario del Viareggino si era fatto
portare il pranzo dal ristorante.
«Quella non è una semplice zuppa di pesce» mi corresse la mia amica

199
infermiera più tardi. «Quello è il caciucco! Il proprietario del Viareggino è
di Livorno».
«Beato lui» commentai via via più invidiosa del suo pranzetto.
All’ora di cena sempre la solita infermiera si premurò di raccontarmi che
il mio vicino aveva pasteggiato con un’ottima pizza marinara, visto che il
suo ristorante aveva anche il forno a legna.
«Come si mangia al Viareggino» concluse uscendo dalla stanza, «non si
mangia da nessuna parte».
Io naturalmente non dicevo niente anche perché avevo promesso di non
lamentarmi, ma dentro di me un po’ soffrivo.
Un particolare che non sfuggì a mio padre, che il giorno dopo all’ora di
pranzo si presentò in camera con una scatola di cartone che conteneva una
zuppiera fumante. Non dovette nemmeno dirmi che cosa c’era dentro,
perché lo indovinai dal profumo.
«Sei il papà migliore del mondo» gli dissi già con l’acquolina in bocca.
Fu così che assaggiai il mio primo caciucco. Una delizia assoluta,
composta da diversi pesci, crostacei e molluschi cotti nel sugo di pomodoro.
Fu uno dei pasti migliori della mia vita, anche se devo ammettere che fu
particolarmente difficile da mangiare, coricata in un letto e utilizzando una
mano sola.
Da quel giorno i miei genitori presero l’abitudine di procurarmi pranzo e
cena fuori dall’ospedale e la qualità della mia vita cambiò radicalmente.
Conobbero anche Gino, il fantomatico proprietario del Viareggino, che se
ne stava con la gamba in trazione nella stanza di fronte alla mia. Colpito
dall’entusiasmo con cui avevo gustato il suo caciucco, decise di dividere con
me il ricco bottino che arrivava giornalmente dal suo ristorante. Non ho mai
mangiato tanto pesce come in quel periodo. Ricordo di aver assaggiato tutte
le specialità marinare del suo locale. Fu una vera scoperta per una
piemontese come me, cresciuta ad agnolotti, pasta al pomodoro, arrosto e
cotoletta.
Un giorno lo vidi entrare nella mia stanza. Lo riconobbi perché
camminava appoggiato a una stampella. Aveva una faccia simpatica e una
pancia prominente che sbucava dalla vestaglia semiaperta.
«Lei deve essere il signor Gino, del ristorante!»
«Sono proprio io» confermò avvicinandosi al mio letto.
«Mi dispiace per quello che le è successo» gli dissi vedendolo camminare
con difficoltà.
«Dovresti essere felice invece» rispose ridendo. «Se non fossi qui, chissà

200
cosa ti darebbero da mangiare».
«Be’, in effetti…»
«Non hai mangiato le cicale!» osservò con disappunto, guardando il piatto
appoggiato sul comodino di fianco al letto.
In effetti non avevo saputo come affrontare quel piatto pieno di strani
crostacei che non avevo mai visto prima.
«Non sapevo come mangiarle…» mi giustificai.
Gino mi guardò scandalizzato.
«Non dirmi che non hai mai mangiato le cicale alla viareggina?»
«No. In verità… mi fanno un po’ impressione».
«Non dirlo neanche per scherzo» mi intimò con voce minacciosa
sedendosi sul letto. «Su, forza, prendine una».
«Con le mani?» gli domandai esitante.
«Certo! Non siamo mica alla corte della regina Elisabetta!»
Obbedii.
«Al ristorante faccio mettere il bavagliolo ai miei clienti, così non si
sporcano».
Mentre parlava avevo già sgocciolato un po’ di sugo di pomodoro sul
lenzuolo bianco, ma feci finta di niente.
«Mordi il carapace: la polpa dentro è dolce e tenera».
Feci come mi diceva e mi stupii della bontà di quelle canocchie polpose e
saporite. Le mangiai tutte e poi feci scarpetta con le bruschette all’aglio.
«Sono la cosa più buona del mondo!»
Gino gongolava orgoglioso.
«Domani ti faccio arrivare qualche altra sorpresa» mi promise.

201
Aspettavo l’ora di pranzo e l’ora di cena per tutto il giorno. Erano i
momenti più belli e intensi della giornata. Spaghetti alla bottarga, merluzzo
alla livornese, pesci al forno, catalana di astice. Mi feci una vera e propria
cultura marinara.
Il mio piatto preferito però era il classico fritto misto, che mi gustavo,
come mi aveva insegnato Gino, direttamente con le mani. Mangiavo
lentamente, assaporando ogni boccone con riconoscenza.
Stare coricata in quel letto mi faceva vedere le cose da una prospettiva
diversa. Imparai a godere di tante piccole cose. Avevo così poche distrazioni
che accoglievo tutto quello che accadeva attorno a me con entusiasmo e
riconoscenza. Mi sforzavo di osservare le persone con più attenzione, di non
relazionarmi con superficialità. Diventai più sensibile e più aperta a
riconoscere la gioia e il dolore degli altri. Capii che nulla è scontato,
nemmeno avere la libertà di alzarsi e andare in bagno.
Passati i trenta giorni a Viareggio, fui trasferita al San Raffaele di Milano.
Mi sarebbe piaciuto andare a salutare Gino nel suo ristorante. Era stato
dimesso prima di me e mi aveva fatto promettere che avrei imparato a
cucinare le canocchie.
«Ci provererò» gli avevo risposto. «Ma preferirei venire a mangiarle da
te».
«Affare fatto, così ti metto anche il bavagliolo».
Invece non ci andai perché venni trasportata nel nuovo ospedale in
ambulanza.
Dovevo rimanere immobile ancora per qualche settimana, dunque non

202
potevo andare a casa. Avevo nostalgia delle mie cose, della mia vita, del
mio lavoro. Ma tenni duro.
A Milano ricevetti le visite di tanti amici. Ormai mi sentivo abbastanza
bene e mi faceva piacere chiacchierare un po’. Mi ricordo il giorno in cui
arrivarono i miei nipotini, i figli di mio fratello e di mia sorella. All’epoca
erano quattro bambinetti scatenati che si sparpagliarono per la stanza
rincorrendosi e facendo confusione. Mi piaceva guardarli giocare, ma
quando Vittorio si avvicinò al mio letto incominciai a sudare freddo.
C’erano infatti delle levette vicino al materasso che con una lieve pressione
potevano inclinare il letto facendolo chiudere a libro.
«Cosa succede se schiaccio qui?» domandò innocente allungando il
ditino.
«Nulla di buono!!!» esclamai io terrorizzata, attirando l’attenzione di
Robi che venne prontamente a recuperare il figlio.
Fu in quel momento che pensai per la prima volta alla possibilità di avere
un figlio. Chissà se dopo tutto quello che mi era successo… non volli
nemmeno finire di formulare la frase nella mia testa.
Dopo quaranta giorni dall’incidente finalmente tornai a casa e provai ad
alzarmi. Fu una sensazione molto strana. Mi girava la testa, i muscoli non
rispondevano ai miei comandi. Avevo le gambe magrissime. Non mi
guardai allo specchio per un bel po’, ma lavorai sodo con la fisioterapia.
Prima dell’incidente mi allenavo regolarmente in palestra. Dal momento che
la massa muscolare ha memoria, non ci misi molto a riacquistare il tono
perduto. Passai dalla sedia a rotelle al girello.
Aggrappata a quel trabiccolo come una vecchietta, potevo muovermi
liberamente per casa. Finalmente. Passai i primi giorni a riordinare il caos
lasciato da Fabio, che viveva da solo ormai da più di un mese. In equilibrio
precario, mi piegavo, raccattavo calzini, facevo lavatrici. Era pur sempre
una ginnastica e mi teneva occupata. Quando Fabio andava a lavorare,
infatti, io incominciavo ad annoiarmi. Fu così che mi rifugiai in cucina.
Sentivo la mancanza dei meravigliosi piatti di pesce che avevo mangiato a
Viareggio. Non ero ancora pronta per andare al ristorante, ma le mie papille
gustative reclamavano qualche delizia da assaporare. Dovevo trovare una
soluzione. Internet non era ancora il paradiso delle ricette, così incominciai
a sfogliare un’enciclopedia di cucina e divenni una grande fan del canale
televisivo del Gambero Rosso.
Io e Fabio lo guardavamo la sera dopo cena e immancabilmente ci tornava
una fame tremenda. Incominciai ad appuntarmi le ricette di Laura Ravaioli,

203
una chef che cucinava con naturalezza e semplicità. Era simpatica e precisa.
La adoravo. Mi segnavo i passaggi dei suoi piatti su foglietti volanti, poi
durante il giorno provavo a rifarli. Le sue ricette venivano sempre. Mi dava
grande soddisfazione. Quando poi incominciai la mia rubrica di Cotto e
mangiato fu lei che mi ispirò.
Ricordo una sera in particolare in cui avevo preparato il merluzzo alla
livornese, come quello mangiato tante volte a Viareggio, con la polenta
abbrustolita a lato del piatto.
«Gino sarebbe orgoglioso di te» considerò Fabio colpito dai miei
progressi culinari.
«Credo che sia il momento giusto per darti questo regalino che ho
comprato per te».
Aprii il pacchetto che mi porgeva e ci trovai un libro. Non proprio un
libro, a dire il vero. Era un diario di cucina, con la copertina di stoffa
morbida a fiorellini e le pagine color seppia decorate con una greca delicata,
pronte ad accogliere i miei appunti.
«Così non perderai più tutti i foglietti che lasci in giro» mi spiegò, felice
di avere azzeccato i miei desideri.
Proposi subito di accendere il televisore e girare sul canale del Gambero
Rosso così da incominciare a scrivere il mio diario, ma Fabio aveva altri
progetti.
«Ho comprato anche questo» disse mostrandomi un vhs.
Oggi per vedere qualunque video, film o spettacolo basta fare una veloce
ricerca su Internet, nel 2000 invece bisognava pensarci con un bel po’ di
anticipo, andare in un negozio e comprare la video-
cassetta.
«Penso proprio che ne abbiamo bisogno» disse andando in soggiorno ad
accendere il videoregistratore.
Fu così che scoprii A me gli occhi, please di Gigi Proietti, uno spettacolo
famosissimo che Fabio amava da morire ma che io non avevo mai visto.
Dopo più di due mesi di paura, dolore, pazienza e speranze, quella sera
per la prima volta tornai a ridere come una matta. Avevo le lacrime agli
occhi, mi faceva male la schiena, ma non riuscivo a smettere.
Il tizio con il pigiama a righe che entra nella sauna e poi non esce più
perché si è liquefatto in una pozzanghera è entrato a far parte del lessico
famigliare della nostra famiglia. Lo sketch si chiama Totò e la sauna.
Ancora oggi non posso vederlo senza ritrovare il sorriso, in qualunque
situazione.

204
Fabio come sempre aveva fatto la cosa giusta e mi aveva aiutato a
ritrovare la serenità.
Quella sera capii quanto ero fortunata. Coricata sul divano, con mio
marito accanto, non potevo chiedere nulla di più. Ero felice e grata alla vita
per quello che mi aveva dato. Entro poco tempo sarei riuscita a camminare
di nuovo, avevo Fabio che mi amava e mi capiva come nessun altro e una
nuova passione, quella per la cucina, che sentivo crescermi nelle mani.

205
Merluzzo alla Livornese per niente ospedaliero

206
Ingredienti

207
per 4 persone
500 g di merluzzo
500 g di pomodorini
300 g di cipolline borettane
2 cucchiai di olive taggiasche
1 cucchiaio di capperi già dissalati
foglie di basilico
peperoncino
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Fate rosolare in un tegame con poco olio le cipolline borettane intere.


Quando appariranno leggermente dorate in superficie, aggiungete la passata
di pomodoro, i capperi e le olive. Aggiustate di sale, unite il peperoncino, il
pepe e 2 o 3 foglie di basilico. Lasciate cuocere con il coperchio per circa 10
minuti a fuoco dolcissimo. Infine, aggiungete anche il merluzzo tagliato a
pezzi. Fate cuocere per altri 10 minuti o fino a quando il pesce non sarà
cotto. Se il sugo dovesse asciugarsi troppo, unite poca acqua calda.
Servite il merluzzo alla livornese guarnendo il piatto con altro basilico
fresco e accompagnandolo con crostini di pane o polenta fritta.

Panzanella di gamberi
Ingredienti
per 4 persone

400-500 g di pomodori camone sardo


300 g di gamberoni senza la testa
4 fette di pane integrale in cassetta
1 cipollotto rosso di Tropea
olio extravergine di oliva
basilico
sale
pepe
Lessate i gamberoni in acqua bollente per pochissimo tempo. Scolateli ed
eliminate il carapace.
Affettate i pomodori a spicchi, il cipollotto a rondelle e trasferiteli in una

208
ciotola insieme con i gamberi.
Tagliate il pane a cubetti e fateli soffriggere in una padella con
abbondante olio finché non saranno croccanti e ben abbrustoliti. Asciugateli
su un foglio di carta assorbente da cucina. Prima di servire unite il pane al
resto degli ingredienti, condite con olio, sale, pepe e basilico.

Tartare di salmone avocado e riso


Ingredienti
per 4 persone
200 g di salmone abbattuto
50 g di riso basmati
1 avocado
1 cipollotto
1 lime
pistacchi tritati
salsa di soia
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Tagliate il salmone al coltello e disponetelo in una ciotola. Aggiungete il


cipollotto tritato, la scorza del lime, 1 cucchiaio di salsa di soia, 1 cucchiaio
di olio, sale e pepe.
Sbucciate l’avocado e tagliatelo a cubetti, quindi mescolatelo con il succo
del lime e un po’ di sale.
Lessate il riso basmati in abbondante acqua salata e scolatelo.
Collocate un coppapasta su un piatto e adagiate al suo interno metà del
riso, compattandolo bene con un cucchiaio. Distribuite sopra uno strato di
avocado e compattate ancora, quindi completate con metà del salmone.
Schiacciate ancora con il cucchiaio, poi togliete l’anello e distribuite sulla
superficie un po’ di pistacchi tritati.

Fregola con gamberi e zucchine


Ingredienti
per 4 persone

209
500 g di fregola
400 g di zucchine
16 gamberi
3 pomodorini
1 scalogno
1 aglio
1 bicchiere di vino bianco
prezzemolo
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Pulite i gamberi. Raccogliete le teste e i carapaci in una pentola con un po’


di olio, 1 spicchio d’aglio, i pomodori e il prezzemolo. Fate tostare
brevemente, poi sfumate con il vino, aggiungete circa 750 ml di acqua calda
e fate sobbollire per 15 minuti.
Affettate lo scalogno, rosolatelo in padella con l’olio, quindi aggiungete le
zucchine tagliate a pezzetti piccoli e lasciate rosolare brevemente. Unite i
gamberi puliti e cuocete per pochi minuti insieme con le zucchine, poi
prelevateli e teneteli da parte.
Aggiungete la fregola alle zucchine, tostatela brevemente, poi sfumate
poco per volta con la bisque di gamberi filtrata con un colino, portando la
fregola a cottura come se fosse un risotto.
Una volta che la fregola sarà cotta, unite i gamberi e servite con un filo
olio, regolando di sale e pepe.

Strozzapreti con montata di melanzane e pesce spadA


Ingredienti
per 4 persone
350 g di strozzapreti
200 g di pesce spada
2 melanzane
aglio
basilico
farina
olio extravergine di oliva
sale

210
Cuocete in forno le melanzane a 180 °C per circa 30 minuti. Una volta
intiepidite, prelevate la polpa, eliminate i semi e tritatela con il basilico e il
sale usando il frullatore a immersione. Aggiungete 100 ml di olio a filo e
continuate a frullare in modo da ottenere una salsa montata. Tenete da parte.
Tagliate a dadini il pesce spada e infarinatelo. Fatelo rosolare brevemente
in una padella con qualche cucchiaio di olio e 1 spicchio d’aglio, regolando
di sale.
Lessate la pasta in abbondante acqua salata, scolatela al dente e saltatela
in padella con il pesce spada. Spegnete il fuoco, aggiungete la montata di
melanzane, mescolate e servite.

Spaghetti vongole e zucchine


Ingredienti
per 4 persone
2 kg di vongole piccole o lupini
350 g di spaghetti
8 pomodorini
3 zucchine medie
2 spicchi d’aglio
peperoncino
prezzemolo
olio extravergine di oliva
sale

Fate spurgare le vongole in una ciotola con acqua fredda salata per almeno 1
ora in modo da eliminare la sabbia, quindi sciacquatele sotto l’acqua
corrente.
Rosolate in un’ampia padella l’aglio e il peperoncino con un po’ di olio.
Unite le vongole, coprite con il coperchio e cuocete fino a quando non si
saranno aperte. Lasciate intiepidire brevemente e poi sgusciate tutte le
vongole. Se nell’acqua di cottura ci dovesse essere ancora della sabbia,
filtratela con un colino. Rimettete le vongole nella padella con il loro
sughetto.
Tagliate le zucchine a bastoncini sottili e uniteli alle vongole insieme ai
pomodorini tagliati a metà. Fate rosolare a fuoco basso per 5 minuti con il
coperchio.
Nel frattempo lessate gli spaghetti, scolateli molto al dente e versateli

211
nella padella con il sugo. Fate saltare a fuoco vivace e terminate la cottura.
Se necessario aggiungete un po’ dell’acqua di cottura della pasta. Servite
subito con un po’ di prezzemolo tritato.

Cacio e pepe con tartare di scampi


Ingredienti
per 4 persone
350 g di spaghetti
100 g di pecorino
50 g di formaggio grana
6/8 scampi
1 lime
1 cucchiaio di pepe in grani
olio extravergine di oliva
sale

Sgusciate gli scampi, tritateli delicatamente e in maniera molto grossolana,


in modo che rimangano dei pezzetti integri, poi conditeli con olio, lime e
sale.
Tritate con il coltello il pepe e fatelo rosolare in un’ampia padella con un
po’ di olio.
Lessate gli spaghetti in abbondante acqua salata e unite un mestolo
dell’acqua di cottura nella padella con il pepe e l’olio. Mettete il pecorino e
il grana grattugiati in una ciotola. Prelevate un po’ dell’acqua di cottura
(circa 3 cucchiai), fatela intiepidire leggermente e poi unitela ai formaggi
mescolando. Dovrete ottenere una pastella molto densa e senza grumi.
Scolate la pasta molto al dente e trasferitela nella padella con il pepe,
conservando l’acqua di cottura. Portate a termine la cottura degli spaghetti
in padella, aggiungendo man mano altra acqua di cottura, un po’ come se
fosse un risotto. Quando la pasta sarà cotta, spegnete il fuoco, attendete un
minuto, sempre mescolando per abbassare leggermente la temperatura della
padella, poi unite la pastella di formaggi e mescolate vigorosamente per
ottenere una crema densa e vellutata. Se necessario unite altra acqua di
cottura.
Servite la cacio e pepe completando ogni piatto con una cucchiaiata di
tartare di scampi. Terminate con una grattugiata di scorza di lime.

212
Zuppetta di canocchie alla viareggina
Ingredienti
per 4 persone

1 kg di pomodorini
20 canocchie
4 fette di pane
2 spicchi d’aglio
1 limone
1 ciuffo di prezzemolo
1 bicchiere di vino bianco
peperoncino
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Mettete in una padella antiaderente un po’ di olio, l’aglio, il prezzemolo e il


peperoncino. Aggiungete le canocchie già pulite e sfumate con il vino.
Lasciatelo evaporare per circa 1 minuto, quindi unite i pomodorini tagliati a
metà e 1/2 bicchiere di acqua calda, regolando di sale e pepe. Fate cuocere
per circa 10 minuti coperto con il coperchio.
Tostate le fette di pane unte di olio in forno o in padella. Impiattate la
zuppetta con una fetta di pane e grattugiate sopra la scorza di limone.

Calamari ripieni
Ingredienti
per 4 persone
600 g di calamari freschi
300 g di pomodorini
40 g di pangrattato
10 olive nere snocciolate
2 spicchi d’aglio
1 uovo sodo
1 cucchiaio di capperi
1 bicchiere di vino bianco
prezzemolo

213
olio extravergine di oliva
sale
pepe

Pulite i calamari, eliminando i tentacoli che triterete al coltello.


Fate rosolare in una padella l’aglio con un po’ di olio. Unite i tentacoli e
cuocete a fuoco dolce unendo i capperi, le olive tritate grossolanamente, il
sale e il pepe. Quando saranno cotti (basteranno 5-10 minuti), spegnete il
fuoco. Aggiungete il pangrattato direttamente nella padella, mescolate bene
per raccogliere il sughetto e trasferite il tutto in una ciotola. Sgusciate
l’uovo, mescolate e riempite i calamari con un po’ di farcia, poi chiudeteli
con uno stecchino di legno. Rosolateli in padella con un po’ di olio, unite i
pomodorini tagliati a metà e sfumate con il vino. Fare cuocere per circa 30
minuti, unendo se necessario un po’ di acqua. Salate, pepate e completate
con il prezzemolo.

Polpette di merluzzo
Ingredienti
per 4 persone
400 g di merluzzo a filetti
50 g di burro
50 g di farina
2 uova
1 scalogno
1/2 l di latte
pangrattato
olio di semi
olio extravergine di oliva
sale

Tritate lo scalogno e rosolatelo nel burro, poi unite il merluzzo a pezzi e


fatelo rosolare dolcemente fino a che non si sarà sfaldato. Salate, unite la
farina e mescolate per incorporarla al merluzzo. Sfumate con il latte caldo e
mescolate ancora finché il latte non comincerà a addensarsi, creando una
besciamella. Lasciate raffreddare.
Formate con il composto delle polpette, passatele prima nelle uova
sbattute e poi nel pangrattato. Fate friggere le polpette in abbondante olio di

214
semi e servitele calde.

Fritto misto con maionese senza uova al wasabi


Ingredienti
per 4 persone

600 g di calamari
400 g di gamberi
1 l di olio di semi di arachidi
Per la maionese
100 ml di olio di semi
50 ml di latte di soia
1 cucchiaino di aceto
1 cucchiaio di wasabi
semola rimacinata di grano duro
sale

Mettete il latte, l’olio di semi, l’aceto, il sale e il wasabi nel vaso del mixer,
quindi frullate fino a che non si sarà formata la maionese; basterà meno di
un minuto. Tenete la maionese da parte.
Pulite i calamari e riduceteli ad anelli. Tagliate a metà i ciuffetti dei
tentacoli. Sgusciate i gamberi. Infarinate i calamari e i gamberi con la
semola, eliminate la farina in eccesso con un colino e tuffateli nell’olio
bollente pochi per volta. Fateli asciugare su un foglio di carta assorbente da
cucina, poi salateli e serviteli con la maionese a parte.

215
216
2006
Il pesto speciale e un mondiale speciale

Milano

Il 2006 fu un anno indimenticabile per tutti gli italiani, ma per la nostra


famiglia lo fu ancora di più. L’Italia vinse i mondiali di calcio e la
popolarità di Fabio, che commentò quelle partite gloriose, crebbe in maniera
esponenziale. Senza essercene nemmeno accorti, non eravamo più due
ragazzini che pensano solo a divertirsi, e questo cambiamento non
dipendeva esclusivamente dal lavoro.Nel giro di due anni infatti erano
arrivate prima Matilde e poi Eleonora, con tutto quello che ne consegue:
notti insonni, preoccupazioni per i primi malanni, vacanze con quintali di
bagagli, pannolini.
La nostra vita era stata rivoluzionata e anche la nostra cucina. Io che
sognavo una poltrona in cucina, come a casa della nonna, dovetti cambiare
piani. Seggioloni, sterilizzatori, biberon, bavaglioli invasero ogni angolo del
mio piccolo regno. Smisi di fare esperimenti raffinati e mi immersi anima e
corpo nella produzione di pappe e minestrine.

217
I tempi delle cenette romantiche nella casa silenziosa, delle mattine pigre
a letto davanti alla tv, diventarono in un lampo un pallido ricordo, anzi
scomparvero dalla nostra memoria come se non fossero mai esistiti. Il
presente infatti era così totalizzante da cancellare tutto il resto.
Vivemmo l’arrivo delle bambine come in apnea, anche se Fabio ogni
tanto riusciva a tirare su la testa e respirava.
Aveva maturato una teoria, per lui molto vantaggiosa, secondo cui i
bambini nel primo anno di vita vogliono la mamma e non sono per niente
interessati al papà. Forte di questo ragionamento, cercava di sottrarsi alle
incombenze più faticose e io lo lasciavo fare. Mi andava bene così, anzi non
ero mai stata tanto felice nella mia vita.
Chi lo avrebbe mai detto, pensando alla mia vita passata, che mi sarebbe
piaciuto tanto fare la mamma!
In quegli anni lavoravo al Tg di Studio Aperto e da poco conducevo
l’edizione delle 12 e 25. Andavo in onda e poi volavo a casa ad allattare.
Non volevo rinunciare al mio lavoro, ma allo stesso tempo sentivo ogni
istante lontano dalle mie figlie come una specie di punizione necessaria.
Non facevo vita di redazione, uscivo poco, mi interessava solo stare con la
mia famiglia. Quando finalmente arrivavo a casa e le mie bambine gioivano
nel vedermi, quando sentivo il loro odore, le loro manine che mi tiravano i
capelli, allora ero felice. L’unica passione che non abbandonai in questa
rivoluzione della mia vita fu quella per la cucina.
Aspettai lo svezzamento con impazienza e, quando finalmente entrambe
le bambine passarono ai cibi solidi, mi diedi da fare per inventare piatti
golosi e divertenti.

218
Il mio impegno però andava oltre la semplice ricetta. La cosa divertente
infatti era trovare il nome giusto per ogni piatto.
Tutto nacque a causa di una pasta con gli spinaci che le bambine non
volevano assolutamente mangiare.
«Perché non volete provarla?» domandavo io esasperata.
«Perché a scuola dicono che le verdure verdi fanno venire la pancia
verde» rispose alla fine Matilde, che prendeva molto sul serio le
conversazioni con le sue compagne dell’asilo.
Non sapevo più come fare. Poi mi venne un’idea: dal momento che
entrambe amavano molto il pesto genovese, mi appigliai a un ultimo
tentativo.
«Il pesto è verde, eppure vi piace moltissimo».
«Il pesto non fa venire la pancia verde perché non è fatto di spinaci» tornò
a spiegarmi Matilde con estrema razionalità.
«Perché non lo capisci, mamma?» insisteva Eleonora, che dava sempre
ragione a sua sorella.
Quel giorno la ebbero vinta loro, ma qualche sera dopo tornai alla carica.
«Vi piace il pesto?» domandai portando a tavola la pasta.
«Sììì» risposero in coro Matilde ed Eleonora.
«Meno male, perché oggi vi ho fatto il pesto speciale».
«Il pesto speciale…?» domandarono interdette, con la forchetta a
mezz’aria.
«Certo! È speciale, perché è ancora più buono del normale» azzardai io.
«Provate e ditemi se non è vero».

Il trucco funzionò. Da quel giorno le mie figlie diventarono pazze per il


pesto speciale che altro non era che una crema fatta di spinaci lessi, tritati
con ricotta, Parmigiano e acqua di cottura della pasta.

219
Quell’episodio aprì la strada a una serie di nomi fantasiosi che mi
permisero di introdurre nella loro dieta cibi che altrimenti avrebbero
guardato con sospetto.
C’erano le patatine verdi fritte, che in realtà erano fagiolini bolliti che
intingevano nel ketchup; c’era la pappa con il cucchiaio, che era il passato di
verdura con la pastina, e poi la mela cra-cra, che era la mela grattugiata. Una
volta feci il bollito misto. Il pezzo che Matilde ed Eleonora gradirono di più
fu la lingua di vitello.
«Che cos’è questo?» domandò una delle due…
Non mi ricordo quale delle due bambine mi rivolse questa domanda, ma
ricordo perfettamente che non ebbi il coraggio di dire loro che cosa stessero
davvero mangiando.
«Quella si chiama…» dovevo trovarle un nome alla svelta, «… carne
tenerissima!»
Ammetto di non essere mai stata una titolista molto fantasiosa nemmeno
nel mio lavoro di giornalista. Ma a due bambine di due e quattro anni questo
nome parve perfetto e la lingua divenne così uno dei piatti preferiti di Mati e
Leo… anche se lo scoprirono molti anni dopo.
Che soddisfazione fare loro da mangiare! Erano curiose e insaziabili.
Avevano gusti raffinati e molto personali per la loro età.
Una volta la maestra d’asilo chiese a Leo quale fosse il suo piatto
preferito. Mentre gli altri compagni rispondevano in coro le lasagne, le
polpette, la pizza, lei scandì con voce sicura: «Le pennette alle triglie di
scoglio».
La sua insegnante rimase di stucco e mi riferì l’episodio, un po’
sconcertata.
In effetti la mia famiglia era abituata bene. Ma la mia passione per la
cucina a volte si rivelava una lama a doppio taglio.
C’erano dei giorni infatti in cui non avevo tempo o voglia di preparare
cibi particolarmente elaborati e allora partivano i capricci e i lamenti.
Questo non mi piace, quello l’ho già mangiato ieri. La soluzione arrivò
con un colpo di genio, una domenica di giugno in cui ero a casa da sola con
le bambine.
Io odio cucinare di domenica a pranzo, perché faccio colazione tardi e poi
non ho più fame fino a pomeriggio inoltrato. Le bambine invece si
annoiavano e volevano mangiare, ma non andava bene niente. Pasta no,
carne no, uova no… mi stavano facendo davvero arrabbiare.
Fabio si trovava già in Germania per i mondiali.

220
La squadra degli azzurri, partita sfavorita, non aveva ancora perso una
partita e tutti ormai incominciavamo a credere che avremmo potuto vincere.
Ero diventata una super tifosa, ma ero anche davvero stanca. Lavoravo,
badavo alle bambine ed ero sempre sola.
La telefonata di Fabio arrivò proprio mentre stavo negoziando con loro un
piatto di ravioli di Giovanni Rana.
Due giorni dopo si sarebbe giocata la famosa semifinale Italia-Germania a
Dortmund, la città del suo compleanno dei trent’anni, quella dove lui era
arrivato all’ultimo momento per stare con me, con tutto quello che ne era
seguito.
«Raggiungimi a Dortmund» mi chiese al telefono. «Le bambine possono
stare con tua madre».
Io esitai… non sapevo cosa rispondere.
Per Fabio quello era uno dei momenti più importanti della carriera. Lo
aveva sognato da quando aveva incominciato a lavorare. C’era grande
pressione e molta aspettativa su quella partita. Il fatto che mi volesse
accanto, che avesse bisogno di me, avrebbe dovuto riempirmi di felicità e
convincermi ad andare. Invece non lo feci. Accampai un sacco di scuse,
sembrava quasi che non mi interessasse, che non capissi il significato che
aveva per lui quel mondiale.
Dopo la nascita delle bambine avevo maturato un vero e proprio terrore
per l’aereo e non riuscivo a concepire di lasciare le mie figlie. Era una paura
irrazionale che travolgeva tutto, anche l’amore per Fabio. Quindi gli dissi di
no e lui ci rimase malissimo. Me lo rinfacciò per anni. Aveva ragione.
Chiusi la telefonata. Mi sentivo nervosa e stupida. Ricordai il giorno in
cui Fabio mi confessò il suo sogno.
Lo avevo appena conosciuto. Mi disse che un giorno avrebbe commentato
la nazionale e che in quell’occasione l’Italia avrebbe vinto i mondiali. Io mi
ero messa a ridere e invece nel giro di pochi anni quello che aveva predetto
stava per realizzarsi. Fabio è così: volitivo e testardo. Ottiene sempre quello
che vuole. Anzi, quasi sempre, dal momento che io non lo avrei raggiunto in
Germania.
Intanto Matilde ed Eleonora ancora aspettavano il loro pranzo. Tornai da
loro e le guardai mentre armeggiavano con la cucina giocattolo che avevo
sistemato a lato dei fornelli.
Stavano litigando, tanto per cambiare.
«Io ho fatto il panino più buono» diceva una.
«No il tuo fa schifo» rispondeva l’altra.

221
Appena mi videro mi elessero a giudice.
«Mamma, vero che il mio panino è meglio?» mi domandò Matilde
mostrando il suo capolavoro. Avevo comprato tantissimi cibi di plastica con
cui le bambine si divertivano a cucinare quando io preparavo da mangiare.
C’erano panini, fette di prosciutto, pomodori… una vera dispensa. Guardai
il piattino di Mati nel quale aveva ammonticchiato qualsiasi cosa, anche un
pesce con tutta la testa e la coda, e mi venne un’idea.
«Perché non facciamo una gara di panini vera?»
«Con le cose vere?» domandarono incredule le bambine.
«Sì, certo!» risposi io felice di vederle così eccitate. «In questo modo
preparerete il vostro pranzo da sole».
Matilde ed Eleonora non stavano più nella pelle. Le piazzai sedute a
tavola e sistemai davanti a loro una serie di ingredienti. Prosciutto cotto,
crudo, formaggio, maionese, insalata, pomodori e fette di pancarrè.
«Non sono di plastica» gongolavano.
«La sfida» spiegai, «consiste nel creare il panino più buono e poi
mangiarselo».
«Possiamo metterci dentro tutto quello che vogliamo?» chiesero
incredule.
«Tutto quello che vi pare…» risposi io. «Basta che poi vi piaccia davvero
e ve lo mangiate!»
Vi lascio immaginare gli accostamenti che fecero! Innanzitutto, non
sapendo se usare il prosciutto cotto o il prosciutto crudo, li misero entrambi.
Poi annegarono il tutto nel ketchup, ma usarono anche i pomodori e
l’insalata.
Mentre le guardavo preparare i loro panini, mi accorsi che il nervosismo e
la tristezza di prima erano svaniti. Mi dispiaceva di avere detto di no a
Fabio, ma nel contempo mi sentivo sollevata all’idea di non dover lasciare
le mie figlie e di non dovere volare lontano da loro. Il solo pensiero mi
faceva orrore. Ci misi anni a spiegare a Fabio questa sensazione, questo
blocco che mi attanagliava in quel momento della mia vita. Non sono sicura
che lo abbia mai davvero capito. Credo che sia una cosa molto femminile.
La gara dei panini comunque fu un esperimento riuscitissimo, che
ripetemmo milioni di volte.
Per anni, ogni volta che ero stanca o avevo poco nel frigo, ricorrevo a
questo stratagemma per risolvere il pranzo in maniera divertente e poco
faticosa.
I miei figli infatti sono cresciuti con il culto del panino, che per me resta

222
uno dei cibi più golosi, versatili e irresistibili che si possano desiderare.
Nel frattempo arrivò la sera della finale dei mondiali. L’eccitazione per
una possibile vittoria si mescolava alla felicità per l’imminente ritorno di
Fabio. Erano ormai quaranta giorni che mancava da casa e non vedevamo
l’ora di riabbracciarlo.
Già le bambine parlavano di fargli una festa di benvenuto, un pranzo
speciale, un balletto, ma prima di tutto l’Italia doveva giocare la partita
decisiva contro la Francia.
Quella sera a casa nostra avevamo messo insieme un bel gruppo
d’ascolto. C’era la mia amica Rosa con i suoi figli e mio fratello Roberto
con il piccolo Vittorio. Avevamo vestito tutti i bambini con la maglietta
dell’Italia. Erano bellissimi. Io avevo infornato tre teglie di pizze. Avevamo
birra, Coca-Cola e grandi aspettative. Fu una partita così sofferta! La
telecronaca di Fabio ci teneva sulla corda, pendevamo tutti dalle sue labbra.
Poi arrivarono i rigori. La partita non finiva mai… Ero seduta per terra con
in braccio Eleonora che nel frattempo si era addormentata. Quando Grosso
segnò l’ultimo rigore, scattammo tutti in piedi, urlando come matti.
«Che cosa è successo mamma?» chiese la povera Leo spaventata.
Dalla tv Fabio urlava «abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene» e
noi, come migliaia di italiani, lo facemmo davvero. Ci abbracciammo
urlando di gioia mentre la povera Leo sballottata fra le mie braccia non
capiva niente. Ero così felice, non solo per l’Italia che aveva vinto, ma
anche per Fabio che aveva coronato il suo sogno di sempre, quello di
commentare la vittoria dell’Italia ai mondiali.
Quella sera andammo a festeggiare per strada. Cercai di parlare con Fabio
al telefono, ma riuscì a dirmi solo poche parole. Era commosso come non lo
avevo mai sentito prima.

«Quando torni?» gli chiesi impaziente.


«Domani sono a casa» mi disse.
La mattina dopo ci preparammo per andarlo a prendere in aeroporto.

223
Le bambine erano così contente di rivedere il loro papà che quando le
svegliai non dovetti insistere nemmeno un secondo. Saltarono giù dal letto e
si vestirono da sole.
«Ci siamo messe la gonna attaccata!» annunciò Matilde facendo una
piroetta per mostrare il suo abito. La ‘gonna attaccata’ era il termine che
usavano per indicare i vestiti eleganti, cioè costituiti da un unico pezzo.
All’epoca io le vestivo sempre uguali. Mi piaceva tantissimo e poi era più
facile riconoscerle al parco giochi quando si mescolavano con gli altri
bambini.
Quel giorno indossavano un vestitino rosa di jeans senza maniche, con la
cintura a righine colorate. Le ho ancora davanti agli occhi. Ci facemmo belle
e partimmo per la Malpensa.
Quando finalmente rividero il loro papà, non gli si staccavano più di
dosso.
Fabio era stanchissimo. Aveva festeggiato e poi viaggiato tutta la notte,
prima in pullman e poi in aereo e non era ancora finita. Purtroppo, infatti,
dovemmo accompagnarlo direttamente in redazione perché quello stesso
giorno la nazionale atterrava a Roma e lui doveva commentare l’arrivo della
squadra.
«Quindi non vieni a casa con noi?» domandarono deluse.
«Adesso non posso» spiegò lui. «Ma ci vediamo stasera».
«Non è giusto» si lamentavano le bambine, un po’ perché avevano voglia
di stare con il papà, un po’ perché sapevano che dentro la valigia che
arrivava dalla Germania c’erano sicuramente dei regalini e non stavano più
nella pelle dalla curiosità.
«Prometto che arrivo per cena» assicurò loro prima di lasciarci.
Così tornammo a casa da sole. Dovevamo fare passare tutta la giornata e
decidemmo di cucinare qualcosa di speciale per festeggiare.
Andammo al supermercato a fare la spesa e rimanemmo un’ora a girare
con il carrello su e giù alla ricerca del piatto giusto da preparare.
Come al solito non riuscivamo a metterci d’accordo e le bambine erano a
un passo dal litigare.
«Pensiamoci bene» le spronai. «Ci vuole un piatto davvero speciale!»
«Allora facciamo il pesto speciale!» esclamò Eleonora.
«Sì, certo» le diede ragione Matilde. «Dobbiamo fare il pesto speciale!»
In realtà non mi sembrava una ricetta degna dell’occasione, ma per evitare
capricci, abbozzai e comprai tutto l’occorrente.
A casa le bambine si chiusero subito in camera per preparare uno

224
spettacolo di benvenuto per il papà. Per tutta la loro infanzia, infatti, Mati e
Leo ci hanno deliziato con meravigliose scenette, balletti, canzoni, sempre
improntati a una comicità un po’ surreale, tipo Monty Python. Erano
davvero in gamba. Avevano coniato anche un nome per il loro duo che io
trovavo geniale: ‘Sorelle Sciocche’. Amavano esibirsi e anche travestirsi,
attingendo da un baule pieno di abiti, parrucche e cappelli.
Io ero molto fiera della loro vena creativa e le ho sempre incoraggiate a
esprimersi in tutti i modi possibili. All’epoca non ho mai pensato di filmare
le loro esibizioni e oggi mi pento. Le ragazze sono ben felici che non sia
rimasta alcuna traccia imbarazzante dei loro trascorsi da Sorelle Sciocche,
ma a me dispiace moltissimo.
Mentre in camera fervevano i preparativi per lo spettacolo di bentornato,
io in cucina mi occupavo del pesto speciale. Non un granché come prima
cena a casa per Fabio! Avrei voluto stupirlo con un piatto un po’ più
complesso, ma non volevo deludere le bambine.
Lessai gli spinaci e grattugiai il parmigiano. Tornai ancora una volta con
la memoria al giorno in cui chiacchierammo per la prima volta in redazione
e mi disse che un giorno avrebbe commentato la finale dei mondiali. Lui
aveva realizzato il suo sogno, mentre io ancora non avevo nemmeno capito
quale fosse il mio. Pensai all’indomani mattina, quando sarei dovuta tornare
in redazione a condurre il Tg. Per molti giornalisti quella sarebbe stata la
realizzazione di un sogno, per me invece era solo un lavoro. Lo facevo con
serietà e dedizione, ma non mi faceva battere il cuore.
‘A parte le mie figlie, che cos’è che mi fa battere il cuore?’ Me lo
chiedevo muovendomi in cucina in cerca degli ingredienti. Mi sentivo
nervosa e incompleta. Presi un bel respiro e mi immersi nella preparazione
del pesto. Dopo pochi minuti ero già più tranquilla. Cucinare aveva il potere
di calmarmi. Mescolando la ricotta con gli spinaci tritati mi venne un’idea.
Avevo delle sfoglie pronte di lasagna e dei pomodorini. Potevo trasformare
il pesto speciale in una lasagna tricolore perfetta per l’occasione.
Sarebbe stata bellissima. Rossa bianca e verde, gratinata e saporita.
Potevo aggiungere la noce moscata nella crema, la burrata fra uno strato e
l’altro e una emulsione di basilico per condire l’ultima sfoglia. Sorrisi
soddisfatta e ascoltai il mio cuore. Batteva più forte. Improvvisamente capii.
Il mio sogno era cucinare, ma non solo per la mia famiglia e per i miei
amici. Mi immaginai in uno studio tv davanti ai fornelli, invece che seduta
al tavolo del Tg. Il cuore accelerò ancora.
«Benvenuti nella mia cucina» dissi rivolgendomi a un’immaginaria

225
telecamera. Poi scoppiai a ridere. Inserire la cucina all’interno di un
telegiornale mi sembrava assolutamente impossibile… eppure il mio cuore
continuava a battere all’impazzata.

226
Lasagne al pesto tricolore

227
Ingredienti

228
per 4 persone
8 rettangoli di pasta per lasagne
1 kg di spinaci freschi
250 g di ricotta
200 g di pomodorini ciliegino
100 g di Parmigiano Reggiano grattugiato
1 burrata
1/2 bicchiere di latte
olio extravergine di oliva
sale

Fate stufare gli spinaci in un largo tegame unto con poco olio e con il
coperchio; appassiranno in pochi minuti. Se non doveste avere un tegame
che li contenga tutti, cuoceteli in due riprese. In alternativa, utilizzate quelli
surgelati.
Una volta cotti, strizzateli leggermente e frullateli insieme con la ricotta.
Salate, aggiungete il latte e continuate a frullare fino a ottenere una crema
con la consistenza della besciamella.
Affettate la mozzarella e tagliate i pomodorini a metà.
Componete le lasagne alternando le sfoglie con la crema di spinaci, le
fette di mozzarella, i pomodorini e il Parmigiano. Terminate con poco latte
su tutti i lati della teglia.
Riscaldate il forno a 180 °C e fate cuocere le lasagne per 20 minuti.

Sushi di tramezzino
Ingredienti
per 4 persone
150 g di stracchino
100 g di piselli in scatola
4 fette di pane da tramezzino senza crosta
sale

Spalmate uno spesso strato di stracchino su ciascuna fetta di pane, poi


disponete un sottile strato di piselli, premendo delicatamente per farli
affondare nel formaggio. Regolate di sale e richiudete il pane formando un
rotolo. Avvolgetelo stretto nella pellicola alimentare.

229
Lasciate i rotolini in frigorifero per qualche ora, quindi eliminate la
pellicola e tagliateli ottenendo tanti cilindri simili a sushi.

involtini di bresaola
Ingredienti
per 4 persone
200 g di bresaola a fette
200 g di pomodorini
2 caprini freschi
valeriana
succo di limone
erba cipollina
olio extravergine di oliva
sale

Trasferite i caprini in una ciotola, schiacciateli con una forchetta e


insaporiteli con un po’ di olio e sale. Mescolate fino a ottenere una crema.
Spalmate la crema sulle fette di bresaola, poi arrotolatele e chiudetele con
l’erba cipollina.
Mettete l’insalata in un piatto da portata, aggiungete i pomodorini e
condite con olio e sale. Sistemate gli involtini sull’insalata tra i pomodorini,
completate con un po’ di succo di limone e servite.

Eliche di ketchup
Ingredienti
per 4 persone
1 rotolo di pasta sfoglia
1 uovo
Parmigiano Reggiano grattugiato
ketchup

Srotolate la pasta sfoglia, poi spennellatela con il ketchup e ricoprite con il


Parmigiano. Ripiegate la sfoglia a metà e distribuite ancora uno strato di
ketchup e uno di Parmigiano. Piegate nuovamente, quindi ritagliate tante
strisce larghe circa due dita, partendo dal lato corto. Arrotolate le strisce su

230
se stesse formando delle spirali. Sistematele sulla placca, spennellatele con
l’uovo sbattuto e infornate a 180 °C per 10-15 minuti.

Uova ripiene
Ingredienti
per 4 persone
200 g di tonno
100 g di robiola
2 uova sode
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
il succo di 1/2 limone
olive

Sgusciate le uova sode e tagliatele a metà.


Prelevate i tuorli e trasferiteli nel recipiente del mixer insieme con il
formaggio, le olive e il tonno. Condite con l’olio e il succo di limone e
tritate finemente.
Riempite le metà d’uovo con la farcia. Fate riposare in frigorifero prima
di servire.

Spaghetti infilzati
Ingredienti
per 4 persone
300 g di spaghetti
200 g di piselli surgelati
1 confezione di würstel grandi
burro
Parmigiano Reggiano

Tagliate i würstel a tocchetti e infilzate in ciascuno 5 o 6 spaghetti.


Cuocete gli spaghetti in abbondante acqua salata con i piselli. Quando la
pasta e i piselli saranno pronti, versateli in una ciotola con il burro e
completate con il Parmigiano.

231
Pesce finto di salmone
Ingredienti
per 4 persone

300 kg di patate
150 g di salmone affumicato
1 limone
1 pomodorino
4 cucchiai di maionese + un po’
1 cucchiaio di capperi
cetriolini sott’aceto
sale

Lessate le patate in abbondante acqua salata, fatele intiepidire, quindi


schiacciatele con una forchetta in una terrina. Tagliate il salmone affumicato
a pezzetti piccoli e aggiungetelo alle patate. Tritate anche i capperi e unite
anch’essi. Completate con la scorza del limone e 1 cucchiaio di maionese.
Modellate l’impasto su un vassoio dandogli la forma di un pesce.
Ricopritelo con un sottile strato di maionese e preparate la decorazione:
tagliate i cetriolini a fettine per creare le squame, utilizzate il pomodorino
per la bocca e un cappero per l’occhio. Lasciate raffreddare in frigorifero
prima di servire.

Mugcake alla nutella


Ingredienti
per 4 persone

1 uovo
5 cucchiai di farina
4 cucchiai di Nutella
3 cucchiai di zucchero
2 cucchiai di cacao amaro
1/2 cucchiaino di lievito

Rompete l’uovo in una tazza grande, unite lo zucchero e mescolate.


Aggiungete anche la Nutella, il cacao, la farina e il lievito in polvere.
Mescolate bene tutti gli ingredienti, quindi cuocete nel forno a microonde

232
per 50 secondi a 800 Watt. Lasciate riposare il mugcake per 2 minuti prima
di servire.

Torta zebrata
Ingredienti
per 4 persone
300 g di farina
250 g di zucchero
4 uova
1 bustina di lievito per dolci
1 bustina di vanillina
2 cucchiai di cacao in polvere
250 ml di latte
200 ml di olio di semi

Rompete le uova in una ciotola e sbattetele con lo zucchero in modo da


ottenere un composto chiaro e spumoso. Continuando a mescolare,
incorporate anche l’olio e il latte. In un’altra ciotola, miscelate la farina con
il lievito e la vanillina. Uniteli all’impasto e lavorate fino a che il composto
non sarà liscio e un po’ più denso di una pastella. A questo punto dividete
l’impasto in due ciotole aggiungendo il cacao soltanto in una. Foderate una
tortiera rotonda con un foglio di carta da forno, oppure imburratela e
infarinatela. Per ottenere l’effetto zebrato, versate al centro 3 cucchiai di
impasto chiaro, quindi, sempre al centro, altri 3 cucchiai di impasto scuro.
Alternate i due impasti fino a esaurire gli ingredienti. Infornate a 180 °C per
40 minuti.

Pancake con gli Smarties


Ingredienti
per 4 persone

150 g di farina
10 g di burro
1 uovo
1 vasetto di yogurt bianco
1 cucchiaino di lievito

233
1 pizzico di sale
1 cucchiaio di zucchero
125 ml di latte
1 bustina di Smarties oppure 100 g di gocce di cioccolato

Sbattete in una ciotola l’uovo con il latte, lo zucchero e lo yogurt. Unite la


farina, il lievito, il sale, gli Smarties e lavorate gli ingredienti ottenendo una
crema liscia.
Portate una padella sul fuoco, imburratela e versate un mestolo del
composto. Lasciate cuocere fino a che compariranno delle bollicine in
superficie, poi, con l’aiuto di una spatola, girate il pancake e cuocetelo
sull’altro lato. Proseguite in questo modo fino all’esaurimento degli
ingredienti.

Salame di cioccolato con marshmallow


Ingredienti
per 4 persone

200 g di biscotto secchi


150 g di zucchero
80 g di burro
5-8 marshmallow
3 tuorli
4 cucchiai di cacao amaro
zucchero a velo

Sbattete in una ciotola i tuorli con lo zucchero. Aggiungete il burro sciolto,


il cacao e i biscotti sbriciolati con le mani, tagliate i marshmallow a cubetti e
unite anch’essi. Impastate con le mani fino a ottenere un composto plastico
e compatto. Dategli la forma di un salame, avvolgetelo in un foglio di carta
da forno e poi lasciatelo riposare in frigorifero anche per una notte intera.
Prima di servire, spolverizzate con zucchero a velo.

Pasta frolla all’olio


Ingredienti
per 4 persone

234
300 g di farina
100 g di zucchero
2 uova
1 pizzico di lievito in polvere per dolci
1 bustina di vanillina
100 ml di olio di semi
la scorza grattugiata di 1 limone

Mescolate in una ciotola la farina, lo zucchero, il lievito e la vanillina.


Aggiungete le uova, la scorza grattugiata del limone, l’olio di semi e
impastate fino a ottenere un composto plastico e uniforme. Stendete
l’impasto con il matterello aiutandovi con un po’ di farina.
Preparate i biscotti con le formine che preferite. Trasferiteli su una placca
da forno e cuocete a 180 °C per circa 10 minuti.

235
236
2010
Una poltrona in cucina

Milano

Quel giorno portai in redazione la ciambella con le gocce di cioccolato, la


torta più semplice del mondo. La sua semplicità però è anche la sua forza.
Quando la assaggi, senti il burro e la vaniglia, ma se la mangi con gli occhi
chiusi ritrovi anche il sapore di casa, delle colazioni in famiglia, delle
merende dei bambini. La ciambella, quella buona, è soffice ma non
spugnosa, perché il boccone si scioglie in bocca e ti avvolge il palato,
proprio come l’abbraccio di una persona cara che ti circonda ma non ti
soffoca. Ero molto fiera della mia ciambella e arrivai in redazione giusto in
tempo per offrirla ai miei colleghi prima della riunione di scaletta. Quel
giorno toccava a me condurre il Tg. Appoggiai il dolce già porzionato sulla
scrivania libera di fianco al mio computer. Ormai era diventata una specie di
tavola da pranzo, dal momento che era spesso apparecchiata con le cose che
portavo da casa. Cucinavo così tanto che in famiglia non riuscivamo a far
fronte a tutti i miei esperimenti. Quindi li offrivo al lavoro per rallegrare la
redazione e sentire i commenti dei miei colleghi. Quel giorno furono tutti
molto positivi. Del resto non avevo dubbi. La mia ricetta era infallibile. Me
l’aveva passata Francesca, la mia truccatrice.
Con lei condividevo da anni le sessioni di trucco prima del Tg e la
passione per la cucina. Ogni volta che mi sedevo sulla sua poltrona e
cercavo di concentrarmi sulla notizia di apertura, o tentavo di sbirciare le
ultime notizie stampate di fretta prima di lasciare la redazione, finivo
inevitabilmente per mettermi a parlare di cibo. Quante ricette ci siamo
scambiate, tra una pennellata di fard e un tocco di ombretto!
«Ma tu non dovresti fare il Tg!» mi prendeva in giro. «Dovresti fare un

237
programma di cucina».
«Non è mica così facile».
«Non ho detto che è facile» mi spronava lei. «Ma ci dovresti provare».
In realtà ci avevo già provato. Non sono una persona molto
intraprendente, lo ammetto, ma avendo un cognato, ossia il marito di mia
sorella, a capo di una casa di produzione televisiva, una chiacchierata con
lui me l’ero fatta. Tuttavia non avevo le idee molto chiare su cosa fare, o
forse i tempi non erano ancora maturi, fino a quel momento almeno. Il
giorno in cui portai in redazione la ciambella, infatti, qualcosa cambiò.
Feci il Tg come al solito. Tornai alla scrivania per recuperare le mie cose
e volare a casa per pranzare con le bambine. Se avessi corso un po’ forse
sarei riuscita a incrociare Matilde che tornava da scuola. Sarebbe stata una
bella sorpresa. Il resto dei miei colleghi si sparpagliava tra la mensa e i
baretti dei dintorni. Io invece non sprecavo nemmeno un secondo lontano da
casa. Dopo pranzo, spesso incominciavo a cucinare qualcosa per la cena.
Poi tornavo al lavoro, chiudevo un pezzo per l’edizione del pomeriggio e mi
rimettevo a cucinare.
Stavo per andarmene quando il direttore mise la testa fuori dal suo ufficio.
«Benedetta, è rimasta una fetta di ciambella?»
Guardai il piatto abbandonato sul tavolo, pieno di briciole e tovaglioli
usati.
«Solo le briciole…» risposi, un po’ mortificata.
«Puoi venire un attimo?» mi domandò.
Lasciai la giacca e la borsa e mi avviai verso il suo ufficio un po’
titubante. Mi ripromisi di tenere una fetta di torta da parte per lui, la
prossima volta che avessi portato un dolce. Temevo che se la fosse presa,
ma mi sembrava strano che mi chiamasse solo per lamentarsi di questo. Era
così goloso? Trattenni un sorriso e bussai alla porta del suo ufficio.
«Mi dispiace che non sia rimasta nemmeno una fetta» dissi, andandomi a
sedere di fronte a lui.
«Ti toccherà farne un’altra!» rispose lui.
Ci studiammo per qualche secondo senza dire niente. L’ufficio era
spoglio. A parte una foto di famiglia, tutte le sue cose erano ancora negli
scatoloni.
Giorgio Mulé era arrivato a Studio Aperto da poco più di un mese. Come
tutti i nuovi direttori stava apportando le sue modifiche al Tg, per fare
emergere la sua firma. Sono sempre momenti delicati in una redazione,
quando avviene il cambio di direttore.

238
Per anni avevamo lavorato con Mario Giordano. Fu lui a mettermi alla
conduzione del Tg, a darmi fiducia e farmi crescere. Ero molto dispiaciuta
che se ne fosse andato a dirigere Il Giornale, ma bisognava guardare avanti,
quindi feci un bel sorriso e decisi di essere io a rompere il ghiaccio.
«Non mi hai chiamato per la ciambella spero…»
«Sì e no…» rispose Giorgio in maniera alquanto criptica.
Non sapevo proprio dove volesse andare a parare, ma ricordo che pensai
che se avesse fatto tutta questa scena per una torta offerta in redazione, non
avrei più portato nulla.

«Ti piace molto cucinare, vero?»


M’illuminai.
«È la cosa che amo di più al mondo!»
«Insieme al giornalismo immagino» aggiunse lui.
«Certo» abbozzai.
«Ho una proposta da farti» mi disse. «Voglio fare una rubrica di cucina
alla fine del Tg».
Il cuore incominciò a battere più forte.
«Visto che tu sei così appassionata, vorrei affidarla a te».
«Sarebbe fantastico!» risposi d’un fiato.
«Ho già il nome».
Fece una pausa come per essere sicuro di avere tutta la mia attenzione.
«Cotto e mangiato» esclamò soddisfatto.
«Cotto e mangiato» ripetei per assaporarne il suono. «È perfetto!»
Il mio cervello incominciò a turbinare, avevo un sacco di domande.
Volevo sapere se sarebbe stato un quotidiano, quanto spazio avrebbe avuto

239
nel Tg, ma soprattutto non volevo raccontare storie di ristoranti o di chef, io
volevo cucinare. Quindi misi subito le cose in chiaro.
«L’idea mi piace moltissimo, se la posso fare a modo mio».
«Hai carta bianca» mi disse Giorgio. «Portami una puntata montata: se mi
piace, partiamo subito».
Uscii dalla redazione un po’ frastornata. Dovevo raccogliere le idee e
prendere delle decisioni.
Per una conduttrice del Tg ottenere una rubrica non è esattamente la
svolta della carriera, ma per me era completamente diverso. Per me questa
era l’opportunità di fare finalmente quello che volevo. Non era il successo o
la fama che inseguivo. Tutto ciò che arrivò dopo fu una vera sorpresa. Mi
buttai in quest’avventura per pura passione e Giorgio Mulé fu un direttore
meraviglioso, perché mi diede fiducia e mi lasciò libera di fare quello che
volevo.
Decisi che sarebbe stato un vero tutorial. Volli farlo da casa. Fu un’idea
vincente, perché mostrare una cucina vera e non uno studio tv rese la rubrica
molto più autentica. Io in realtà lo feci solo per stare vicino alle bambine.
Spesso registravo le mie ricette con Matilde ed Eleonora sotto il tavolo che
giocavano a Barbie. Era meraviglioso, mi davano forza e serenità. Ma non
corriamo troppo.
Una volta scelta la mia cucina, decisi di affrontare una ricetta come un
pezzo del Tg. Lo girai e lo montai in maniera sintetica, chiara, con molti
tagli e una chiusura forte. Per la chiusura mi aiutò Fabio. Mi fu accanto per
tutta la prima registrazione.
In cucina eravamo io, lui, il cameraman e il fonico. Fabio mi diede
suggerimenti sulle luci, sulle inquadrature, sulla scena. Ma il suo consiglio
più prezioso fu un altro.
«Qui ci vuole un tormentone» disse finita la prima ricetta. «Un gesto da
ripetere tutte le volte in modo che resti in testa».
Ero d’accordo con lui.
«Perché non assaggi il piatto e non ripeti il nome della rubrica: Cotto e
mangiato».
Ci provai ma, pronunciarlo con la bocca piena, non funzionava.
«Intingi il dito nel sugo!» propose.
E così fu.
Tornai in redazione dopo pochi giorni con due puntate pronte e un nuovo
ciambellone appena sfornato.
A Giorgio la rubrica piacque moltissimo, e anche il ciambellone. Mi disse

240
di voler partire subito, ma che per continuare a fare la mia rubrica avrei
dovuto lasciare la conduzione del Tg.
Tornai a casa pensierosa.
Il direttore aveva ragione. Non potevo cucinare la paella e parlare della
crisi irachena nella stessa edizione. Del resto la conduzione del Tg era un
ruolo prestigioso, il coronamento di una carriera giornalistica, era un
peccato buttarla alle ortiche così.
Ricordo che provai un moto di ribellione una volta formulato quel
ragionamento, che era frutto del buonsenso comune ma non di quello che
veramente mi suggeriva il cuore. Io che cosa preferivo? Parlare della crisi
irachena o fare la paella? Certamente preferivo stare ai fornelli a cucinare…
erano anni che aspettavo un’opportunità come quella. E allora perché mi
lasciavo condizionare dall’opinione degli altri?
Fabio era favorevole al cambiamento, ma mi suggerì di lottare per tenere
anche la conduzione. Il mio ex direttore Mario Giordano, che chiamai per
un consiglio, mi disse non lasciare assolutamente la conduzione del Tg. Non
sapevo che cosa fare. Chiamai mia sorella
«Buttati Bene!» mi disse senza esitazione. «Quello è il tuo sogno e se non
lo fai avverare te ne pentirai per tutta la vita».
Seguii Cristina e il mio cuore.
Tornai in redazione e dissi al direttore che accettavo.
Mi ricordo perfettamente quando andò in onda la prima puntata di Cotto e
mangiato.
Appena sessanta secondi in coda al Tg che mi cambiarono la vita.
«Benvenuti nella mia cucina, è quasi ora di pranzo: se avete poco tempo
come me, provate a preparare questi spaghetti tonno e limone. Sono speciali.
Vi faranno fare un figurone».
Non ero mai stata tanto emozionata e felice di essere in tv.
Incominciai ad andare in redazione solo per montare le ricette che giravo
a casa. Facevo tutto da sola. Come oggi fotografo i piatti dei miei libri,
all’epoca montavo i girati delle mie rubriche.

241
Ero finalmente padrona della mia vita. Facevo quello che mi piaceva e
con i tempi che volevo io. Lavoravo come una matta, ma ero al settimo
cielo. Avevo eliminato dalla mia vita le riunioni, le scalette del Tg, le notizie
dell’ultim’ora. Andavo al supermercato, portavo la spesa a casa, passavo a
Mediaset da Francesca per farmi truccare, poi tornavo nella mia cucina e
incominciavo a registrare.
Matilde, Eleonora e anche il povero Fabio impararono a convivere con le
telecamere accese tutto il giorno. Ogni tanto dovevamo stoppare, perché mio
marito veniva in cucina a fare colazione. Come sottofondo alle mie rubriche
c’erano spesso le urla e le risate delle bambine che giocavano. Cotto e
mangiato si inserì nella nostra routine famigliare, diventandone parte
integrante. Una sorta di Truman Show al contrario, perché non c’era
finzione. Avevo portato in tv la nostra vita. Mostravo gli imprevisti e le
incursioni in cucina dei miei figli. Era sempre buona la ‘prima’, anche se
suonava il campanello o bruciavo l’arrosto.
Del resto non sarei riuscita a fare diversamente. Cucinavo davanti alle
telecamere nella stessa maniera in cui preparavo il pranzo per la mia
famiglia. Compravo le verdure surgelate per fare più in fretta, e non doverle
pulire. Usavo il dado quando non avevo tempo di fare il brodo. Ero da sola e
mi dovevo arrangiare. Avevo centinaia di ricette da provare, così quando
non registravo facevo esperimenti. La mia casa traboccava di cibo. La
dispensa esplodeva. Ogni giorno dalla redazione arrivava uno stagista
incaricato di prelevare qualche nuovo manicaretto da far assaggiare ai
colleghi del Tg. Era tutto così frenetico che non mi resi conto che Cotto e
mangiato stava diventando popolarissimo.

242
Un giorno, al supermercato, il mio amico Paolo al banco della salumeria
mi fermò.
«Toglimi una curiosità» mi chiese. «Hai fatto qualche ricetta con la ricotta
salata?»
«Sì, ieri è andata in onda la pasta alla Norma, perché?»
«Perché la ricotta salata è esaurita!»
Rimasi di sasso.
«Avvertici prima, la prossima volta» continuò lui affettando il prosciutto
per una cliente, «così abbiamo tempo di riassortirla!»
Mi sembrava impossibile di avere tanto seguito, io pensavo solo a
cucinare e divertirmi.
Qualche tempo dopo mi chiamò il mio ex direttore Mario Giordano dalla
sede del Giornale.
«Devi smetterla!» mi disse ridendo. «Ogni giorno quando inizio la
riunione di scaletta i miei giornalisti invece di stare a sentire me, seguono le
tue ricette».
«Non so che dire» risposi confusa.
«Io invece ho un’idea» mi propose. «Quando hai tempo vieni a fare una
sorpresa e irrompi in riunione con una torta o qualcos’altro».
«Stai scherzando…»
«Assolutamente no» insistette Mario. «Ma devi entrare nell’esatto
momento in cui sta andando in onda Cotto e mangiato»
Non me lo feci ripetere due volte.
Scelsi il giorno in cui cucinavo la pizza fatta in casa, quella che si prepara
in una ciotola e si mescola con il cucchiaio. Altro che planetaria!
Arrivai davanti al solenne ingresso del Giornale e ricordai la prima volta
che avevo varcato quella soglia. Ero una studentessa, terrorizzata e insieme
eccitata all’idea di diventare una giornalista e scrivere il mio primo pezzo.
All’epoca guardavo l’ultimo piano, quello del direttore, come una meta
irraggiungibile.
Mi misi a ridere. Ero diretta proprio lì, ma invece di un articolo da prima
pagina, portavo due teglie di pizza precariamente impilate una sull’altra. Il
custode alla reception mi guardò male, poi mi riconobbe e mi aiutò a
trasportare il cibo fino all’ufficio del direttore. Fu molto divertente.
Feci la mia irruzione proprio mentre in tv stavo sfornando la pizza. Ci fu
un attimo di stupore collettivo, poi un grande applauso! Mangiammo
insieme e fui felice di rivedere Mario.
«Mi dispiace di averti spronato a non accettare Cotto e mangiato» mi

243
disse mentre stavo andando via. «Ora capisco che avresti fatto un grave
errore».
«Non ti devi scusare» gli risposi. «Tu mi hai parlato in buona fede perché
la tua passione è il giornalismo».
«A te invece il giornalismo non è mai arrivato al cuore…»
«Ci ho provato in tutti i modi» dissi recuperando le teglie con gli avanzi
di pizza, «ma io preferisco vivere nel mio mondo che raccontare quello che
succede là fuori».
Tornai a casa con una strana sensazione. Mi sentivo stanchissima. Dovevo
provare ancora un paio di ricette per la registrazione del giorno dopo, ma
andai a coricarmi.
Come sempre in quei casi, Fabio mi venne in soccorso. Quella sera cucinò
lui. Non gli sembrava vero di poter riprendere in mano il timone della
cucina. Fece una stupenda carbonara, Eleonora la adorava. Andai a dormire
felice, ma il giorno dopo mi sentivo ancora un po’ strana. Ricordo che
dovevo preparare un timballo di ziti con la zucca e la salsiccia. Era
novembre e io mi stavo già organizzando per le ricette natalizie. Solitamente
adoro la zucca, eppure quel giorno mi dava fastidio solo guardarla. Mi feci
forza e la cucinai lo stesso. Poi spedii il piatto in redazione, perché non
volevo nemmeno assaggiarlo.
Pochi giorni dopo scoprii di essere incinta.
Ero felicissima perché ho sempre desiderato una famiglia numerosa.
Fabio incominciò a sperare che fosse un maschio e io pure. Il nostro
desiderio si avverò.
«Vorrei chiamarlo Diego» confidai a Fabio quando uscimmo dallo studio
del dottore.
«Come Diego Maradona» disse lui prontamente.
Io in realtà pensavo a Zorro, al fascino di don Diego della Vega, ma feci
finta di niente, ben felice che quel nome andasse bene anche a lui.
Lavorai fino all’ottavo mese. Cucinavo tutto il giorno, mentre sentivo
Diego dentro di me che cresceva e scalciava.
Un giorno ricevetti una telefonata al numero della redazione. Era la
Vallardi. Volevano fare il libro di Cotto e mangiato. Un altro sogno che si
avverava.
Mi buttai in questa nuova avventura con tutto il cuore. Stava arrivando
l’estate e andai in maternità. Era il momento di pensare al mio primo libro.
Non conoscevo il mondo dell’editoria ma ebbi accanto la migliore
squadra che potessi sperare. Adoro scrivere come adoro cucinare. Raccolsi

244
tutte le ricette di quel primo anno di lavoro e abbinai a ciascuna un piccolo
racconto su come era nato il piatto o un consiglio su come cucinarlo al
meglio.
Ricordo che feci l’ultima correzione di bozze a casa mia con Diego che
aveva 6 giorni. Poi non ci pensai più. Arrivò l’estate e andai al mare con la
mia famiglia, tornò l’autunno e ricominciai la seconda stagione di Cotto e
mangiato. Poco prima di Natale uscì il libro e fu un successo che nessuno si
era immaginato, nessuno tranne forse il mio editore Luigi Spagnol che mi
aveva proposto di scriverlo.
Ero in vacanza in montagna. Aprii il Corriere della Sera e ci trovai un
articolo sul mio libro. «Il caso di Cotto e mangiato».
La cosa buffa fu che io non mi resi conto di quanto eccezionale fosse
quello che stava succedendo perché non avevo alcuna esperienza del mondo
dell’editoria. Così vissi con una certa leggerezza la notizia che un semplice
libro di cucina aveva sbaragliato la concorrenza di tutti i romanzi italiani ed
esteri e se ne stava in vetta alla classifica dei best seller da settimane.
Incominciai a lavorare a un secondo libro, andai ospite in molti
programmi tv. Tutti volevano le mie ricette, mi proponevano collaborazioni
per qualsiasi cosa, copertine di giornali, interviste.
Ma io, prima di tutto, dovevo cucinare. Cotto e mangiato era una
macchina impegnativa da fare funzionare perché la guidavo da sola. C’erano
i piatti nuovi da provare, le giornate di registrazione, le puntate che dovevo
montare in redazione… e poi c’era Dieghino che era ancora così piccolo! Se
ne stava nel passeggino di fianco alla telecamera e mi guardava. A volte
Teo, il giovane fonico che controllava l’audio, lo cullava per farlo stare
tranquillo o lo prendeva in braccio.
Quando non riuscivo a conciliare tutti gli impegni, organizzavo riunioni,
interviste e servizi fotografici nella pausa pranzo della registrazione. Un’ora
al massimo, in cui si finiva tutti insieme a tavola a mangiare i piatti cucinati
durante la mattina. I miei figli, la troupe e gli eventuali ospiti venuti per
discutere di progetti e contratti, fotografi, truccatori. Poi di nuovo a
registrare per tutto il pomeriggio.

245
La stanchezza incominciò a farsi sentire.
Ricevevo mail da telespettatori che mi scrivevano frasi del tipo:
‘Complimenti alla redazione di Cotto e mangiato’, ‘Siete bravissimi!’ Ma
quale redazione, pensavo. Qui ci sono solo io.
Ricordo perfettamente il giorno in cui decisi che dovevo fermarmi e
capire dove andare.
Matilde aveva la lezione aperta di musica a scuola. Cantare è sempre stato
il suo sogno e ci teneva tantissimo a farmi sentire i suoi progressi. Arrivai
che era già finito tutto.
Avevo partecipato a una riunione in Mondadori. Mi avevano offerto di
firmare una rivista di cucina tutta mia. Era un progetto importante. Avrei
dovuto essere al settimo cielo e invece tornai a casa, mi chiusi in cucina e mi
misi a piangere.
Pensai alle nuove ricette che dovevo trovare, alle puntate da registrare,
alla casa sempre sottosopra, agli ospiti di Cotto e mangiato vip che da poco
aveva debuttato la domenica mattina. Immaginai di aggiungerci una rivista
da dirigere senza contare il libro nuovo da scrivere, le ospitate per fare
promozione, le presentazioni.
Andai da Fabio che stava preparando la partita davanti al computer e mi
sfogai con lui.
Avevo cambiato la mia vita per godermi la famiglia, per essere padrona
del mio tempo e seguire la mia passione, non per finire schiava del lavoro.
«Sei sulla cresta» esordì. «Devi surfare la tua onda».
«Ma io sono nata e cresciuta in Pianura Padana» ribattei tra il pianto e il
riso, «non voglio surfare».

246
«Va bene, allora» mi disse con dolcezza, «hai venduto due milioni di libri,
puoi fare tutto quello che vuoi in questo momento».
«E se io non volessi fare proprio niente?»
«In che senso?»
«Nel senso che sto bene così».
«Non vuoi più lavorare?» domandò Fabio dubbioso.
«Certo che voglio lavorare! Ma non voglio esagerare… non cerco altri
traguardi. Ho già tutto quello che posso desiderare».
«Non te ne pentirai?» chiese Fabio sempre razionale.
«No, voglio fare a modo mio» dissi convinta di essere nel giusto.
«Tanto per cambiare…»
«Noto un velo di ironia…» commentai ridendo.
La serratura scattò e sentii la porta d’ingresso che sbatteva. La quiete era
finita. Matilde ed Eleonora irruppero in cucina felici di trovare sia me sia
Fabio a casa. Dieghino, in braccio alla tata Natasha, sgambettava per
venirmi in braccio.
«Mati scusa se non sono arrivata in tempo alla tua lezione di musica» le
dissi andandola ad abbracciare.
«Perché non canti di nuovo la tua canzone per la mamma?» propose
Eleonora.
«Mi sembra un’ottima idea» esclamai felice.
Ci sedemmo intorno al tavolo.
Matilde iniziò a cantare La Bella e la Bestia. Aveva una voce così
incantevole che mi vennero subito le lacrime agli occhi. Distolsi lo sguardo
per non attirare l’attenzione. Stavo diventando davvero troppo emotiva.
Attraverso la vista appannata notai la cappa sopra i fornelli. Pendeva da una
parte perché aveva perso una vite. Prima di registrare, il mio cameraman
Mauro ci metteva sempre un po’ di nastro adesivo per sistemarla. Alcune
piastrelle erano sbeccate. Il rubinetto del lavandino sgocciolava. Mi asciugai
gli occhi.
Dopo due anni di Cotto e mangiato la mia povera cucina mostrava i primi
segni di cedimento. Il forno giallo, alla milionesima torta sfornata, non si
chiudeva più, il frigo faceva uno strano rumore, il tavolo di legno era tutto
consumato...
Mentre eravamo tutti lì nella stanza che amavo di più nella casa, capii.
Il tempo di Cotto e mangiato era finito. Non potevo più registrare a casa,
non potevo più costringere la mia famiglia a subire il mio lavoro giorno
dopo giorno. Le ragazze stavano crescendo, avevano bisogno di spazio e

247
tranquillità, e anche a me serviva uno spazio diverso e persone nuove con
cui confrontarmi. Non potevo più fare tutto da sola.
La canzone finì e tutti noi applaudimmo. Sorrisi serena, perché ormai
sapevo cosa fare.
All’inizio dell’estate lasciai Cotto e mangiato e uscii dall’ordine dei
giornalisti, anche se di fatto avevo smesso di fare la giornalista già da due
anni. Fu dolorosissimo abbandonare quell’angolino del Tg che avevo creato
con tanto amore e tanta passione. Avrei voluto trasformarlo in qualcosa di
più grande e completo, ma non ci fu la possibilità. Così andai a La7 a fare
un programma tutto mio, I menù di Benedetta. Finalmente avevo una
redazione, degli chef con cui studiare nuove ricette, una cucina a
disposizione per lavorare e fare esperimenti. Potevo delegare, confrontarmi,
imparare cose nuove. Fu un altro momento meraviglioso e intenso della mia
vita, nel quale conobbi e cucinai con i più grandi chef del panorama italiano.

A casa tornò la pace. Decisi che era il momento di rifare la cucina. La


ingrandii buttando giù un muro. La dipinsi di arancione. Ci piazzai due forni
e dei fornelli grandi come una piazza d’armi. Era una cucina bellissima, ma
mancava ancora una cosa per renderla perfetta.
Una domenica andai ad Alessandria con Fabio, scesi in cantina, caricai la
poltrona di nonna Carla in macchina e la portai a casa. La sistemai davanti
al forno.
«Una poltrona in cucina?» domandarono i miei figli un po’ dubbiosi.
Mi sedetti raggomitolandomi, alla ricerca delle sensazioni di quando ero
bambina.
«In effetti ha l’aria di essere molto comoda» dovette ammettere Eleonora
venendo a sedersi in braccio a me.
«Io voglio stare in braccio alla mamma» protestò subito Diego buttandosi
addosso a noi.
«E io?» protestò Matilde sistemandosi sul bracciolo.
Li baciai uno per uno, poi raccontai loro la storia di una bambina che

248
amava guardare sua nonna cucinare seduta proprio su quella poltrona.
«E poi?»
«Poi» spiegai, «quando la nonna fu troppo vecchia, la bambina che era
diventata una ragazza incominciò a cucinare per lei».
«E poi?» insistette Diego.
«Poi quella ragazza divenne una mamma e ora cucina per i suoi figli».
«Sei tu quella bambina...» esclamò emozionato.
Lo abbracciai pensando che avevo circa la sua età quando passavo il
sabato pomeriggio in cucina con nonna Carla.
Decidemmo di preparare il ciambellone per merenda e rimanemmo lì a
guardarlo lievitare.
Ormai quella poltrona è diventata il luogo preferito di tutta la famiglia. A
dire la verità accanto a quella della nonna ne ho dovuta aggiungere un’altra
per evitare che i miei figli litigassero tutte le volte. Ora leggono, studiano,
guardano il telefono mentre io cucino accanto a loro.
Non potrei chiedere nulla di più alla vita. Per me questa è la felicità.

249
La ciambella che mi cambiò la vita

250
Ingredienti

251
per 6/8 persone
300 g di farina
300 g di zucchero
150 g di burro
100 g di cioccolato
180 ml di latte
3 uova
1 bustina di lievito per dolci
1 baccello di vaniglia

Sbattete le uova in una ciotola insieme con lo zucchero ma senza montarle.


Unite il latte e il burro sciolto. Aggiungete la farina, il lievito e i semi di
vaniglia. Mescolate fino a ottenere un composto senza grumi.
Tritate grossolanamente il cioccolato con un coltello, oppure utilizzate le
gocce di cioccolato. Unite il cioccolato al composto, mescolate e versatelo
in uno stampo da ciambella imburrato e infarinato. Fate cuocere nel forno
caldo a 180 °C per 30 minuti.

Lasagne burrata e asparagi


Ingredienti
per 4 persone

250-300 g di burrata
80 g di formaggio grana
4 rettangoli di sfoglia fresca pronta per lasagne
1 mazzo di asparagi
1 scalogno piccolo
burro
sale
pepe

Pulite gli asparagi grattando la parte dura del gambo. Lessateli in acqua
salata e conservate l’acqua di cottura. Tagliate i gambi a tocchetti, tenendo
da parte le punte.
Affettate lo scalogno e fatelo rosolare in una padella con un po’ di burro.
Unite anche i tocchetti di asparagi e lasciate insaporire regolando di sale e
pepe.

252
Trasferite il tutto nella ciotola del mixer e aggiungete anche l’interno della
burrata. Iniziate a frullare versando un po’ dell’acqua di cottura degli
asparagi, poi unite anche il grana conservandone qualche cucchiaiata che
servirà per la gratinatura dell’ultimo strato. Dovrete ottenere un composto
simile alla besciamella, ma leggermente più liquido: le lasagne, infatti, non
verranno sbollentate prima di essere assemblate e dunque assorbiranno
molto liquido. Componete le lasagne in una pirofila delle dimensioni della
sfoglia: versate sul fondo un po’ di condimento, adagiate il primo rettangolo
e distribuite sopra altro condimento e qualche punta di asparago. Coprite
con una seconda sfoglia, versate ancora condimento e altre punte di
asparago, e così via fino a esaurire gli ingredienti. In ultimo, distribuite i
pezzetti di burrata tenuti da parte e ancora un po’ di grana. Bagnate gli
angoli con un po’ di acqua di cottura perché la sfoglia non si secchi e
infornate a 180 °C per 30 minuti.

Pasta alla Norma


Ingredienti per 6 persone

500 g di fusilloni
300 g circa di ricotta salata (1 confezione)
3 melanzane nere
2 spicchi d’aglio
1 cipolla piccola
1 cucchiaino di zucchero
1 l di olio di semi
1 l di passata di pomodoro
basilico fresco
olio extravergine di oliva
sale
pepe nero in grani

Fate rosolare in poco olio l’aglio schiacciato. Tritate la cipolla e lasciatela


stufare dolcemente insieme all’aglio. Unite la passata di pomodoro, il sale,
lo zucchero e cuocete per circa 30 minuti. Tagliate le melanzane a cubetti
che friggerete nell’olio di semi bollente. Trasferiteli su un foglio di carta
assorbente da cucina e salate leggermente. Grattugiate la ricotta salata con la
grattugia a fori larghi. Quando anche il sugo di pomodoro sarà pronto,
togliete dal fuoco e unite metà delle melanzane. Lessate la pasta in

253
abbondante acqua salata e scolatela al dente. Trasferitela su un largo piatto
di portata e mescolatela con il sugo alle melanzane. Unite due manciate di
ricotta salata, mescolate con cura, quindi completate con il resto delle
melanzane, la ricotta salata, il basilico fresco e abbondante pepe nero
macinato al momento.

Risotto di mare nascosto


Ingredienti
per 4 persone
400 g di riso Arborio
3 triglie
1 gallinella di mare
1 polpo piccolo
2 cipolle
1 costa di sedano
1 carota
qualche testa di gambero (circa 5)
1 bottiglia di passata di pomodoro
prezzemolo fresco
burro
olio extravergine di oliva
sale e pepe

Versate in una pentola 2 l di acqua, 1 cipolla, il sedano, la carota e la passata


di pomodoro.
Portate sul fuoco e al bollore unite il polpo, la gallinella, le triglie,
eviscerate e squamate, e le teste dei gamberi. Unite poco sale e lasciate
sobbollire per circa 1 ora dalla ripresa del bollore.
Dopo circa 15 minuti prelevate la gallinella e le triglie.
Ricavate i filetti e rimettete le lische e la testa nella pentola per proseguire
la cottura del brodo. I filetti di pesce potete mangiarli a parte.
Una volta che il brodo sarà pronto, prelevate il polpo e utilizzatelo per
un’altra preparazione. Filtrate il brodo con un colino e usatelo per il risotto.
Fate rosolare in un tegame con un po’ di olio la cipolla tritata, unite il riso,
tostatelo e regolate di sale. Cuocete sfumando con il brodo di pesce finché
non sarà cotto. Per la mantecatura utilizzate qualche cucchiaio di olio o una
noce di burro. Servite con un po’ di prezzemolo e pepe.

254
Focaccia ai fichi e prosciutto crudo
Ingredienti
per 4 persone

Per l’impasto
300 g di farina
100 g di prosciutto crudo
5 fichi verdi con la goccia
1 busta di lievito di birra disidratato
1 cucchiaio di sale
1 cucchiaino di zucchero
200 ml di acqua calda
olio extravergine di oliva
Per la salamoia
60 ml di acqua
40 ml di olio extravergine di oliva
1 cucchiaio raso di sale grosso

Miscelate la farina con il lievito, il sale e lo zucchero. Unite l’acqua calda,


l’olio e impastate per 10 minuti fino a ottenere un panetto liscio e plastico.
Lasciatelo lievitare coperto per 1 ora direttamente su una placca tonda
foderata di carta da forno, con un po’ di olio sul fondo. Passato questo
tempo, allargatelo delicatamente con i polpastrelli fino ai bordi nella placca.
Sbucciate i fichi, divideteli a metà e trasferiteli nell’impasto facendoli
affondare un po’. Condite con l’olio, il sale e poi versate l’acqua. Con la
punta dei polpastrelli praticate dei forellini nell’impasto in modo che
raccolgano il condimento. Infornate a 200 °C con funzione ventilata per
circa 15 minuti.
Lasciate intiepidire, quindi tagliate la focaccia a spicchi e distribuite sopra
le fette di prosciutto crudo.

Cozze fritte
Ingredienti
per 4 persone
2 kg di cozze
100 g di pangrattato

255
50 g di Parmigiano Reggiano oppure pecorino
3 uova
1 spicchio d’aglio
1 ciuffo prezzemolo
farina
1 l olio di semi
olio extravergine di oliva
sale

Pulite le cozze privandole del filamento che fuoriesce dalla conchiglia.


Trasferitele in una padella con un po’ di olio e l’aglio e fatele aprire a fuoco
vivace con il coperchio. Lasciatele raffreddare, quindi togliete tutti i
molluschi dalle valve.
Preparate tre piatti fondi: mettete la farina nel primo, le uova sbattute nel
secondo e il pangrattato mescolato con il formaggio e il prezzemolo tritato
nel terzo. Prendete una manciata di cozze, passatele nella farina, poi
immergertele nell’uovo sbattuto e infine passatele nel pangrattato,
schiacciando bene in modo da compattare la panatura. Dovranno
assomigliare alle olive ascolane. Portate a temperatura l’olio di semi e poi
friggete le cozze un po’ per volta, fino a che non risulteranno gonfie e
dorate. Fatele asciugare su un foglio di carta assorbente da cucina, salate
leggermente e servite le cozze ben calde.

Baccalà mantecato con polenta


Ingredienti
per 4 persone
400 g di baccalà ammollato e dissalato
300 g circa di polenta istantanea
1 fetta di pancarrè
1 spicchio d’aglio
100 ml di latte + qualche cucchiaio per il pane
100 ml di olio extravergine di oliva
sale
pepe

Fate ammollare il pane nel latte. Mettete in un tegame il baccalà con il latte,
aggiungete 1/2 bicchiere di acqua, l’aglio schiacciato e fate sobbollire per

256
circa 20 minuti, fino a quando il pesce non sarà ben cotto e leggermente
sfaldato. Prelevate il pesce e trasferitelo nel recipiente del mixer, unite il
pane leggermente strizzato e frullate aggiungendo l’olio a filo per creare un
composto soffice e montato. Regolate di sale e pepe e lasciatelo riposare
fuori dal frigorifero.
Nel frattempo, preparate la polenta seguendo le indicazioni riportate sulla
confezione. Una volta pronta, versatela in una placca da forno in modo da
ottenere uno strato spesso circa un dito e lasciate raffreddare. Ritagliate dei
dischi di circa 4 cm di diametro con il bordo di un bicchiere o con un
coppapasta. Per rendere la polenta croccante, disponete i dischi su una
placca da forno unta di olio e passateli sotto il grill finché non saranno
leggermente abbrustoliti. In alternativa, potete rosolarli in padella con un
po’ di olio su entrambi i lati.
Sistemate una cucchiaiata di baccalà su ciascun disco di polenta ancora
tiepido e servite.

Cuscus di pesce
Ingredienti
per 4 persone
2 kg di cozze
1 kg di vongole
500 g di cuscus
10 pomodorini
8 gamberi
6 calamari
1 cipolla
1 bicchiere di vino
aglio
prezzemolo
olio extravergine di oliva
sale

Pulite le cozze e fate spurgare le vongole. Trasferite entrambe in una padella


con l’aglio, l’olio e fate aprire le conchiglie a fuoco vivace con il coperchio.
Nel frattempo, rosolate in un’altra padella la cipolla tritata con un po’ di
olio. Pulite i calamari, affettateli ad anelli e tagliate a metà i ciuffetti dei
tentacoli. Fate rosolare il tutto con la cipolla, sfumate con il vino,

257
aggiungete i pomodorini tagliati a metà e lasciate cuocere per 30 minuti a
fuoco dolce con il coperchio.
Una volta intiepidite, sgusciate le conchiglie tenendone da parte qualcuna
con il guscio per la guarnizione. Filtrate con un colino il liquido di cozze e
vongole e portatelo a bollore in un pentolino, quindi toglietelo da fuoco.
Mettete il cuscus in una ciotola e bagnatelo con 500 ml del liquido di cottura
delle cozze e delle vongole ancora bollente. Lasciate rinvenire per 10 minuti
coperto.
Pulite i gamberi e sgusciateli. Rosolate in una padella con l’olio le code
per pochi minuti, quindi salate e tenete da parte.
Sgranate il cuscus con una forchetta, versatelo nella padella con i calamari
e fate insaporire a fuoco spento. Aggiungete le vongole, le cozze e i
gamberi. Se il cuscus risultasse troppo asciutto, unite un altro po’ di liquido
di cottura delle conchiglie. Trasferite il tutto su un piatto da portata,
completate con un filo di olio e il prezzemolo e servite.

Tacchino ripieno
Ingredienti
per 4 persone
Per il tacchino
1 tacchino da 5 kg
200 g di burro
500 ml di brodo
500 ml di vino bianco
sale
pepe
Per la farcia
300 g di pancetta affumicata
250 g di prugne secche denocciolate
100 g di salsiccia
100 g di burro
4 fette di pane in cassetta
4 cipolle
olio extravergine di oliva
sale
pepe
Per la salsa gravy

258
2 cucchiai di burro
2 cucchiai di farina
500 ml di brodo

Preparate la farcia: fate soffriggere in padella le cipolle tritate con il burro e


un po’ di olio. Aggiungete la pancetta tagliata a cubetti e continuate a
rosolare dolcemente. Tagliate a pezzetti le prugne e aggiungetele alla
padella della pancetta. Fate insaporire il tutto, quindi spegnete il fuoco e
unite la salsiccia cruda privata del budello.
Tostate le fette di pane nel forno o nel tostapane, quindi tagliatele a
pezzetti e aggiungeteli al composto. Impastate il tutto regolando di sale e
pepe.
Spalmate una buona quantità di burro ammorbidito sulla superficie e sotto
la pelle del tacchino per renderla croccante in cottura. Insaporite con il sale e
il pepe la pelle imburrata, quindi farcite il tacchino con il composto facendo
attenzione a non riempirlo del tutto. Chiudete il tacchino con gli stecchini di
legno.
Mettete il tacchino in forno a 200 °C e cuocete per 30 minuti, quindi
abbassate la temperatura a 180 °C e continuate a cuocere per 3 ore. Ogni 30
minuti irrorate il tacchino alternando il brodo e il vino. Dopo circa 1 ora e
1/2, bagnate con i succhi di cottura del tacchino raccogliendoli dalla base
della teglia. Se la pelle diventasse troppo scura, a metà cottura coprite la
teglia con un foglio di carta da forno per evitare che bruci. Una volta che il
tacchino sarà pronto, fatelo riposare fuori dal forno. Dopo circa 15 minuti
raccogliete i succhi di cottura cercando di eliminare il grasso in eccesso.
Preparate la salsa gravy: fate sciogliere in padella il burro, unite la farina e
lasciate tostare.
Versate i succhi del tacchino e mescolate. Unite quindi il brodo e, sempre
continuando a mescolare, fate addensare la salsa.
Portate in tavola il tacchino intero e affettatelo partendo dal petto e
prelevando per ogni porzione un po’ di farcia. Completate con abbondante
salsa gravy.

Involtini di pesce spada


Ingredienti
per 4 persone
Per la farcia

259
1 fetta di pesce spada da 100 g circa
1 spicchio d’aglio
2 cucchiai di uvetta
2 cucchiai di pinoli
2 cucchiai di pangrattato
2 cucchiai di Parmigiano Reggiano
olio extravergine di oliva
sale e pepe
Per gli involtini
8-10 fette di carpaccio di pesce spada
1 cipolla
alloro
olio extravergine di oliva
pangrattato

Tagliate la fetta di pesce spada a dadini piccoli oppure tritatela al coltello.


Metteteli in una padella con l’olio, l’aglio e fateli rosolare. Aggiungete il
pangrattato, l’uvetta, i pinoli, il sale, il pepe e mescolate. Togliete dal fuoco
e unite il Parmigiano.
Ricavate dal carpaccio dei quadrati di circa 7 cm di lato e distribuite 1
cucchiaino di farcia al centro di ciascuno schiacciandolo nel palmo della
mano per compattarlo. Ripiegate ciascun quadrato formando un involtino
che chiuderete da tutti i lati.
Preparate gli spiedini infilzando due o tre involtini su ciascuno stecco,
alternandoli a un petalo di cipolla e una foglia di alloro. Passate gli spiedini
prima nell’olio, poi nel pangrattato e infornate (con funzione ventilata) a
180 °C per 10 minuti.

Costolette di agnello con carciofi


Ingredienti
per 4 persone
100 g di pangrattato
60 g di pistacchi tritati
10 costolette di agnello
4 carciofi
2 uova
farina

260
1 l di olio di semi

Pulite i carciofi e dividete ciascuno in 4 spicchi. Mescolate il pangrattato


con i pistacchi e raccogliete il composto in un piatto. Sbattete le uova e
mettetele in un altro recipiente. Nel terzo recipiente versate la farina. Passate
le costolette prima nella farina, poi nell’uovo sbattuto e in ultimo nel mix di
pangrattato e pistacchio. Passate gli spicchi dei carciofi prima nell’uovo e
poi nel pangrattato.
Friggete le costolette nell’olio bollente per circa 3-4 minuti in modo che
siano croccanti fuori e rosa dentro (dipenderà dallo spessore delle
costolette). Friggete anche gli spicchi di carciofo e servite il tutto su un bel
piatto da portata.

261
Ringraziamenti

Questo libro parla della mia vita, quindi le prime persone che devo
ringraziare sono quelle che ne fanno parte e mi hanno resa quello che sono.
Un ringraziamento speciale a mia mamma Laura, che ha aperto le porte
della sua splendida casa e, in modo particolare, della sua cucina.
Ringrazio mio marito Fabio, che è l’amore della mia vita, e i miei figli di
cui vado fiera ogni giorno di più. In particolare, grazie Mati, che mi ha
spronato a scrivere la mia storia e a superare le mie insicurezze… da
scrittrice.
Grazie a Marcella Meciani per aver pensato questo libro esattamente
come lo volevo.
Grazie al mio agente Pasquale Arria che riesce a realizzare tutti i miei
sogni nel cassetto!
Grazie a Giulia Cortorillo per il make-up, a Emanuela Suma e Laura
Grazioli per lo styling, a Umberto Nicoletti per le bellissime foto. Che bello
riavere Miguel Casas accanto a me in cucina!
Un bacio a tutti i miei amici di Alessandria con cui ho trascorso gli anni
più divertenti della mia vita.
E grazie a Luigi Spagnol, che ha voluto curare l’editing di questo mio
libro. Per me un ultimo, preziosissimo dono.

262
Backstage

Gli gnocchi della Zizzi

Sui fiori dietro agli gnocchi, si è posata la farfalla della mia infanzia.

La paella ritardataria

In questa foto ho voluto utilizzare proprio una delle tovaglie che mia mamma usava per le
sue bellissime cene.

Sacher fatta bene

263
Questa torta a differenza di quella del racconto è soffice e burrosa e dopo lo scatto è stata
divorata in meno di 10 minuti.

Lo sbobbone di Erik

Accanto allo sgobbone una delle 100 pinte di birra che sono state bevute durante quella
memorabile vacanza.

La torta di mele di nonna Carla

Il foglietto accanto alla torta è proprio l’originale della ricetta di nonna Carla e così il libro.

L’hamburger perfetto

In primo piano le vecchie lettere di Rob che ancora conservo in un cassetto.

Le pennette alla vodka di Fabio

264
Sotto il bicchiere il romanzo di John Irving che regalai a Fabio quel famoso giorno del 1997.

La grigliata di papà

Accanto alla carne le foto di Vittorio con mio fratello Roberto e una panoramica del Moro.

Merluzzo alla livornese per niente ospedaliero

Il ricettario che vedete, aperto sulla ricetta del baccalà è proprio quello che mi regalò Fabio e
che ancora utilizzo oggi.

Lasagne al pesto tricolore

265
Per questa foto sono riuscita a scovare il badge autentico che Fabio indossava nella finale
del 2006.

La ciambella chemi cambiò la vita

Qui non vi mostro solo la ciambella che mi cambiò la vita, ma anche una parte del
quotidiano set fotografico nella mia cucina.

266
Indice alfabetico delle ricette

Anatra all’arancia
Anello di riso con prosciutto e fonduta
Baccalà mantecato con polenta
Bavarese allo yogurt e frutto della passione
Bomboloni
Brasato al Barbera
Bruschette di pane fritto
Cacio e pepe con tartare di scampi
Calamari ripieni
Calzone velocissimo
Capesante gratinate
Cheesecake ai frutti esotici
Chili gratinato
Churros
Ciambella che mi cambiò la vita, La
Coniglio con i peperoni
Costolette di agnello con carciofi
Cotolette alla palermitana
Cotolette e zucchine in carpione
Cozze fritte
Crema di mascarpone e caffè
Crème caramel
Croque-monsieur
Cuscus di pesce
Cuscus di verdure

267
Eliche di ketchup
Faraona con il pâté
Farfalle panna e speck
Filetto al pepe verde
Focaccia ai fichi e prosciutto crudo
Fregola con gamberi e zucchine
Frittatine arrotolate
Frittelle di ricotta e arancia
Fritto misto con maionese senza uova al wasabi
Gnocchi della Zizzi, Gli
Gnocco fritto
Grigliata di papà, La
Grissini
Gyoza, ravioli giapponesi
Hamburger perfetto, L’
Insalata di riso nero
Insalata russa
Involtini di bresaola
Involtini di pesce spada
Involtini di verza
Korma Chicken
Lasagne al pesto tricolore
Lasagne burrata e asparagi
Lasagne liguri
Linguine all’astice
Lonza al latte
Lonza alla senape con riso basmati
Macedonia in tartare
Maiale in agrodolce
Merluzzo alla livornese per niente ospedaliero
Minicroissant
Mousse al cioccolato
Mugcake alla Nutella

268
Paccheri, ceci e pancetta affumicata
Pad-thai di broccolo e pesce
Paella ritardataria, La
Pagnotta di fonduta
Pancake con gli Smarties
Panini al latte
Panzanella di gamberi
Pasta alla Norma
Pasta al ragù di pesce
Pasta fredda con guacamole e gamberi
Pasta frolla all’olio
Penne feta e pomodoro
Pennette alla vodka di Fabio, Le
Peperoni arrosto con bagna càuda
Pesce finto di salmone
Piccoli gattò di patate dolci
Pizza sfoglia, La
Plumcake lime e pera
Poke Bowl
Pollo alla diavola
Pollo arrosto
Polpette di merluzzo
Polpettone ripieno
Rabaton, I
Rigatoni salsiccia e funghi
Riso alla cantonese
Risotto di mare nascosto
Risotto porro e caviale
Risotto taleggio e agrumi
Sacher fatta bene
Salame di cioccolato con marshmallow
Salmone in crosta
Salse per pinzimonio

269
Saltimbocca a modo mio
Sbobbone di Erik, Lo
Sbriciolata ricotta e amarene
Semifreddo al mango e lime con salsa ai lamponi
Sformato di carciofi
Spaghetti al pomodoro
Spaghetti infilzati
Spaghetti polpo e patate
Spaghetti vongole e zucchine
Spiedini di gamberoni thai
Steak pie
Strozzapreti con montata di melanzane e pesce spada
Sushi di tramezzino
Tacchino ripieno
Tajine di agnello e prugne
Tartare di salmone avocado e riso
Torretta di crêpes con funghi porcini
Torta budino
Torta cannolo
Torta cioccolatino amaretto e caffè
Torta di mele di nonna Carla, La
Torta speziata di carote
Torta zebrata
Uova ripiene
Vellutata di patate e gamberi
Vellutata di piselli con crostini
Vitello tonnato
Zucchine ripiene
Zuppa autunnale
Zuppetta di canocchie alla viareggina

270
Indice delle ricette per portate

Antipasti e stuzzichini
Bruschette di pane fritto
Calzone velocissimo
Capesante gratinate
Croque-monsieur
Eliche di ketchup
Focaccia ai fichi e prosciutto crudo
Frittatine arrotolate
Gnocco fritto
Grissini
Insalata russa
Involtini di bresaola
Pagnotta di fonduta
Panini al latte
Pizza sfoglia, La
Salse per pinzimonio
Sformato di carciofi
Sushi di tramezzino
Tartare di salmone avocado e riso
Uova ripiene
Vitello tonnato
Zucchine ripiene

Dolci
Bavarese allo yogurt e frutto della passione

271
Bomboloni
Cheesecake ai frutti esotici
Churros
Ciambella che mi cambiò la vita, La
Crema di mascarpone e caffè
Crème caramel
Frittelle di ricotta e arancia
Macedonia in tartare
Minicroissant
Mugcake alla Nutella
Mousse al cioccolato
Pancake con gli Smarties
Pasta frolla all’olio
Plumcake lime e pera
Piccoli gattò di patate dolci
Sacher fatta bene
Salame di cioccolato con marshmallow
Sbriciolata ricotta e amarene
Semifreddo al mango e lime con salsa ai lamponi
Torta budino
Torta cannolo
Torta cioccolatino amaretto e caffè
Torta di mele di nonna Carla, La
Torta speziata di carote
Torta zebrata

Piatti unici
Chili gratinato
Cuscus di pesce
Cuscus di verdure
Fregola con gamberi e zucchine
Insalata di riso nero
Involtini di verza

272
Pad-thai di broccolo e pesce
Paella ritardataria, La
Panzanella di gamberi
Peperoni arrosto con bagna càuda
Pesce finto di salmone
Poke Bowl
Sbobbone di Erik, Lo
Torretta di crêpes con funghi porcini

Primi e zuppe
Anello di riso con prosciutto e fonduta
Cacio e pepe con tartare di scampi
Farfalle panna e speck
Gnocchi della Zizzi, Gli
Gyoza, ravioli giapponesi
Lasagne burrata e asparagi
Lasagne al pesto tricolore
Lasagne liguri
Linguine all’astice
Paccheri, ceci e pancetta affumicata
Pasta alla Norma
Pasta al ragù di pesce
Pasta fredda con guacamole e gamberi
Penne feta e pomodoro
Pennette alla vodka di Fabio, Le
Riso alla cantonese
Risotto di mare nascosto
Risotto porro e caviale
Risotto taleggio e agrumi
Rigatoni salsiccia e funghi
Spaghetti al pomodoro
Spaghetti infilzati
Spaghetti polpo e patate

273
Spaghetti vongole e zucchine
Strozzapreti con montata di melanzane e pesce spada
Vellutata di patate e gamberi
Vellutata di piselli con crostini
Zuppa autunnale

Secondi di carne
Anatra all’arancia
Brasato al Barbera
Coniglio con i peperoni
Costolette di agnello con carciofi
Cotolette alla palermitana
Cotolette e zucchine in carpione
Faraona con il pâté
Filetto al pepe verde
Grigliata di papà, La
Hamburger perfetto, L’
Korma Chicken
Lonza al latte
Lonza alla senape con riso basmati
Maiale in agrodolce
Pollo alla diavola
Pollo arrosto
Polpettone ripieno
Rabaton, I
Saltimbocca a modo mio
Steak pie
Tacchino ripieno
Tajine di agnello e prugne

Secondi di pesce
Baccalà mantecato con polenta

274
Calamari ripieni
Cozze fritte
Fritto misto con maionese senza uova al wasabi
Involtini di pesce spada
Merluzzo alla livornese per niente ospedaliero
Polpette di merluzzo
Salmone in crosta
Spiedini di gamberoni thai
Zuppetta di canocchie alla viareggina

275
Ti è piaciuto questo libro?
Vuoi scoprire nuovi autori?

Vieni a trovarci su IlLibraio.it, dove potrai:

scoprire le novità editoriali e sfogliare le prime pagine in anteprima


seguire i generi letterari che preferisci
accedere a contenuti gratuiti: racconti, articoli, interviste e approfondimenti
leggere la trama dei libri, conoscere i dietro le quinte dei casi editoriali,
guardare i booktrailer
iscriverti alla nostra newsletter settimanale
unirti a migliaia di appassionati lettori sui nostri account facebook e twitter

«La vita di un libro non finisce con l’ultima pagina»

276