Sei sulla pagina 1di 153

Dipartimento di Giurisprudenza

Università di Brescia

ECONOMIA POLITICA

Prof. Giulio PALERMO

ANNO ACCADEMICO 2017-18


PREMESSA

Un docente di economia, a differenza di un pappagallo che sa l’inglese, dovrebbe


innanzi tutto selezionare con la massima cura gli argomenti da insegnare, dando spazio a
quelli più utili alla comprensione (e alla risoluzione) dei problemi economici più urgenti,
senza scendere a compromessi con quanto insegnano gli altri. In questo corso, invece,
scendo a compromessi e, come molti, anch’io copio un po’ dai corsi delle università
d’oltreoceano e d’oltremanica. Siccome però la cosa non mi piace, provo ad offrire qualche
giustificazione.
Il processo di omologazione degli insegnamenti economici, guidato dalle università
americane e dai loro think tank liberisti, ha da tempo prodotto un forte conformismo
accademico in cui l’autonomia scientifica del docente si riduce alla scelta del manuale più
accattivante sul piano formale, essendo i contenuti per lo più standardizzati. L’economia
politica non è presentata come un terreno di dibattito e di confronto tra concezioni diverse
ma come un corpo scientifico unitario e coerente, anche quando in realtà le teorie che lo
compongono sono in aperto contrasto tra loro. Lo stesso manuale diventa quindi quasi un
testo sacro, contenente verità assolute, non problemi ancora aperti. E anche qui, come fan
tutti, io pure suggerisco il manuale di turno, scegliendolo tra quelli che vanno per la
maggiore e limitandomi giusto a minimizzare il danno.
Sono ovviamente cosciente del fatto che accettare simili compromessi significa
partecipare attivamente al processo di omologazione scientifica. Ma se ho scelto di
insegnare anch'io gli argomenti tipici dei corsi all’americana, appoggiandomi sui testi sacri
made in Usa, è perché mi riservo il diritto di evidenziarne i limiti e le contraddizioni,
discutendone le premesse ideologiche e le implicazioni perverse. La demistificazione della
teoria economica dominante aiuta infatti a riflettere, a scoprire l'essenza che si cela dietro
l'apparenza, a ricercare le proprie priorità scientifiche. Questa è la sola ragione per me
valida per insegnare teorie che, fingendosi neutrali, impongono un modo unico di pensare e
rappresentano il capitalismo come l’unico mondo possibile. E questo è il motivo per cui
invito gli studenti a mettere da parte l’assimilazione passiva e l’assuefazione
all’indottrinamento e a porsi invece di fronte a questa materia con spirito critico, criticando
anche il docente e il manuale, proprio come si dovrebbe fare con ogni sacerdote e col suo
testo sacro.
Certo, insegnando la teoria mainstream sottraggo spazio agli argomenti e alle teorie
più utili a capire i problemi economici che a me sembrano più gravi, ai quali dedico
comunque una parte del corso. Ma, anche per una questione di umiltà scientifica, non credo
che il vero problema sia di far passare i miei messaggi o quelli degli economisti che,
secondo me, meglio centrano il problema. Credo invece che esista una sola difesa,
individuale e collettiva, contro i processi di omologazione e indottrinamento, quale che ne
sia l'ideologia fondante: lo studio critico.
Per questo il programma che ho da offrire, anche se non mi piace ammetterlo, è
frutto di duri compromessi e, ciononostante, ne sono soddisfatto. Sarà il senso critico dello
studente a giudicare la mia impostazione e, mi auguro, a indirizzare il corso.


!2
PROGRAMMA DEL CORSO

Descrizione del corso

• Le scuole di pensiero economico esistenti adottano definizioni diverse dell’economia


politica. In senso generale, l’economia politica studia i rapporti di produzione e
distribuzione del reddito e della ricchezza nella società. Secondo l’impostazione
dominante, l’economia politica si suddivide nella microeconomia e nella
macroeconomia. Queste due discipline, in realtà, hanno origini storiche diverse e
sviluppano concezioni teoriche in gran parte incompatibili tra loro.
• La microeconomia ha origine verso la fine del XIX secolo dal contributo di tre
economisti, Léon Walras, Stanley William Jevons e Carl Menger, oggi riconosciuti
come i fondatori della scuola neoclassica. Tale scuola, divenuta ormai egemonica a
livello accademico, sviluppa una concezione liberista dell’economia, secondo la quale
lo stato deve limitare al massimo il proprio intervento nell’economia, lasciando il
massimo spazio alle relazioni di mercato. Dal punto di vista teorico, la microeconomia
si occupa del singolo consumatore e della singola impresa. Attraverso il modello di
equilibrio economico generale e l’economia del benessere, essa offre un quadro
normativo per valutare l’efficienza delle diverse forme di organizzazione dei mercati.
• La macroeconomia prende invece ispirazione dall’opera dell’economista inglese John
Maynard Keynes, vissuto nel XX secolo. Essa sviluppa una concezione del sistema
capitalista come sistema instabile e si pone come obiettivo la sua regolazione attraverso
interventi diretti dello stato. Dal punto di vista teorico, la macroeconomia si concentra
sulle relazioni tra le variabili economiche aggregate, come la produzione, i consumi, gli
investimenti e il reddito nazionale. Essa offre un quadro interpretativo direttamente
applicabile ai problemi di politica economica.
• La nascita dell’economia politica è tuttavia antecedente sia alla microeconomia, sia alla
macroeconomia. Essa ha origine nel XVII secolo con il contributo degli economisti
classici e riceve un nuovo impulso critico nel XIX secolo con l’opera di Karl Marx. Per
dar conto di questi diversi approcci, il corso si suddivide in tre parti: l'economia classica
e marxiana, la macroeconomia e la microeconomia.

Requisiti indispensabili

• Il corso non richiede alcuna propedeuticità.

Obiettivi

• Il corso si propone di favorire la comprensione degli aspetti economici della società


capitalista e di mettere in luce sia gli interessi comuni, sia quelli contrapposti che si
intrecciano nei processi economici e politici. Particolare importanza è data alla critica
teorica come strumento attivo per sviluppare una propria interpretazione dei problemi
economici.

!3
Indicazioni bibliografiche

• La dispensa che stai leggendo raccoglie il materiale discusso in aula. Essa sintetizza e
commenta i seguenti testi (cui si rimanda per chiarimenti ed approfondimenti):
1. John Sloman, Elementi di economia, Il Mulino. [Esclusa la terza parte].
2. Mario Cassetti, Concorrenza, valore e crescita: modelli di economia classica,
Franco Angeli. [Esclusi i paragrafi contrassegnati con l’asterisco].
3. Alessandro Roncaglia, Lineamenti di economia politica, Laterza [Solo i paragrafi
1-11].
4. Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino. [Solo appendici 2 e 3 e glossario].

Metodo didattico

• Lezioni in aula
• Seminari
• Assistenza individuale dopo le lezioni e nell’orario di ricevimento
• NB: Tutti i servizi didattici sono aperti anche ai non iscritti.

Valutazione

• La valutazione si basa su una prova finale scritta. L’eventuale uso di libri o appunti
durante l’esame sarà deciso all’inizio del corso di comune accordo con gli studenti. È
comunque facoltà di ogni studente richiedere una prova integrativa orale.

Servizi in lingua straniera

• Attività di assistenza studenti anche in lingua inglese e francese


• Possibilità di sostenere l’esame in lingua inglese o francese.

Docente

• Prof. Giulio Palermo


Dipartimento di Economia e management
Università di Brescia
030 29 88 824
giulio.palermo@unibs.it
https://giuliopalermo.jimdo.com/

!4
INDICE

INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO STORICO


1. Cenni di storia del pensiero economico
2. Cenni di storia economica

I. ECONOMIA CLASSICA E MARXIANA


1. Adam Smith e la mano invisibile
2. David Ricardo e la questione distributiva
3. Karl Marx e la critica dell’economia politica

II. MICROECONOMIA
1. L’impostazione neoclassica
2. Domanda individuale e domanda di mercato
3. Elasticità e aggiustamento dei mercati
4. Offerta dell’impresa e offerta di mercato
5. Forme di mercato

III. MACROECONOMIA
1. Problematiche macroeconomiche
2. La determinazione del reddito nazionale e la politica fiscale
3. Moneta e politica monetaria
4. Il modello IS-LM

!5
INTRODUZIONE E INQUADRAMENTO STORICO

• L’economia politica studia i rapporti economici del capitalismo. Si tratta dunque di una
scienza relativamente giovane. Ma si tratta anche di una scienza particolarmente viva,
in cui si sono rapidamente sviluppate concezioni diverse, a volte come processo
cumulativo di crescita scientifica a partire da premesse comuni, altre volte come
confronto critico tra teorie alternative, incompatibili tra loro.
• Non esiste una definizione unanimemente condivisa di cosa sia il capitalismo. Spesso, è
definito semplicemente come un sistema economico fondato sul mercato. Si tratta
tuttavia di una definizione imprecisa poiché la presenza del mercato caratterizza sistemi
economici assai diversi tra loro.
• Iniziamo dunque la nostra indagine con una breve ricognizione storica sullo sviluppo
dell’economia politica e consideriamo poi i tratti distintivi del capitalismo e il processo
di estensione e generalizzazione dei rapporti di mercato che ha accompagnato il
tramonto del modo di produzione feudale.

1. Cenni di storia del pensiero economico

La nascita dell’economia politica

• Il termine “economia politica” viene dal greco: oîkos = casa, nómos = legge, pólis sono
le città stato dell’antica Grecia.
• La nascita dell’economia politica come scienza autonoma si deve, secondo alcuni
storici del pensiero economico, a William Petty, nel XVII secolo: il suo obiettivo è di
descrivere, non di giudicare, il funzionamento della società, misurando i fenomeni
economici e individuando “leggi economiche”, cioè relazioni sistematiche tra i diversi
aspetti della realtà economica che operano indipendentemente dalla volontà dei soggetti
economici. Petty usa i termini di aritmetica politica o anatomia politica.
• Molti storici individuano nello scozzese Adam Smith (XVIII secolo), più che in Petty, la
nascita dell’economia politica classica. Nella rappresentazione di Smith, la società è
divisa in tre classi sociali: capitalisti, proprietari terrieri e lavoratori. Il reddito
nazionale, cioè il valore di quello che viene prodotto in un anno nell’economia, si
distribuisce tra le tre classi sociali sotto forma di profitti, rendite e salari. Secondo
Smith, i rapporti tra classi sociali non sono conflittuali, ma armonici. Il mercato è lo
strumento che permette di conciliare il perseguimento dell’interesse personale con la
desiderabilità sociale.
• Secondo l’economista inglese David Ricardo (tra il XVIII e il XIX secolo) il compito
principale dell’economia politica è lo studio delle leggi che regolano la distribuzione
del reddito tra le classi sociali. A differenza di Smith, Ricardo considera i rapporti tra
classi sociali come necessariamente conflittuali e, nello scontro tra capitalisti e
proprietari terrieri — che poi riflette il conflitto tra la nobiltà ormai decadente e la
borghesia in rapida ascesa economica e sociale — prende posizione in difesa dei
capitalisti.

!6
• Marx (XIX secolo) sviluppa la visione conflittuale della società, schierandosi
apertamente dal lato dei lavoratori. La sua critica riguarda non solo il capitalismo, ma
anche la rappresentazione che ne fornisce l’economia politica borghese. Oltre a cercare
di spiegare i meccanismi di funzionamento del sistema economico, Marx cerca di
spiegare le ragioni per cui gli economisti tendono a rappresentarlo sposando il punto di
vista delle classi dominanti.
• In generale, secondo la definizione degli economisti classici, l’economia politica è una
scienza sociale che studia le caratteristiche di un sistema sociale dal punto di vista della
produzione, distribuzione e impiego del reddito.

La rivoluzione marginalista e la microeconomia

• Nel 1870, compaiono tre testi di autori di diverse nazionalità, Léon Walras, Stanley
William Jevons (francese il primo, britannico il secondo, fondatori della scuola
neoclassica) e Carl Menger (fondatore della scuola austriaca) che diventano
rapidamente i nuovi riferimenti teorici in materia economica, soppiantando gli approcci
ricardiano e marxiano, allora assai diffusi.
• Il cambiamento radicale a livello teorico e metodologico rispetto all’approccio classico
e marxiano porta a definire questa svolta teorica come una rivoluzione scientifica: la
“rivoluzione marginalista”.
• Il termine “marginalista” fa riferimento all’uso del calcolo differenziale come metodo
universale di analisi delle questioni economiche. Secondo un importante economista e
storico del pensiero economico, Joseph Schumpeter, ciò che accomuna la scuola
neoclassica e quella austriaca è il rifiuto dell’approccio classico e marxiano basato sulla
teoria oggettiva del valore e la proposta di una teoria del valore di tipo soggettivo. L’uso
del calcolo differenziale è invece sviluppato unicamente dalla scuola neoclassica, dato
che la scuola austriaca mantiene una posizione critica nei confronti del formalismo
matematico. Da questo punto di vista sarebbe più corretto parlare di “rivoluzione
soggettivista”, piuttosto che “marginalista”.
• L’approccio marginalista-soggettivista si basa su due aspetti fondamentali: (1) l’utilità
soggettiva come fondamento della teoria del valore; (2) l’ipotesi che i soli soggetti
economici rilevanti siano gli individui, il che significa che tutte le proposizioni
economiche devono essere costruite a partire da postulati riguardanti le regole di
comportamento individuali (non c’è posto per soggetti aggregati quali le classi sociali,
centrali nell’impostazione classica).
• Rispetto all’impostazione classica, basata sul concetto di classi sociali (e, in particolare
nelle teorie di Ricardo e di Marx in cui tale rapporto è di natura conflittuale), la scuola
marginalista implica un cambiamento radicale di prospettiva in cui apparentemente non
esiste alcun conflitto di interessi, ma un comune interesse allo scambio da parte di tutti
gli individui. L’obiettivo economico per eccellenza diventa la soddisfazione del
consumatore (dato il suo potere d’acquisto). L’individuo conta quindi innanzi tutto in
quanto consumatore e non, come ad esempio nella teoria marxista, in quanto lavoratore.
Secondo questa impostazione, un sistema economico che funziona bene è un sistema in
cui gli individui che hanno soldi per comprare trovano sul mercato i beni che essi
desiderano. Il fatto che altri individui possono non avere mezzi per esprimere sul

!7
mercato i propri bisogni non incide sulla valutazione del buon funzionamento del
sistema.
• Le ragioni dell’affermazione dell’approccio marginalista-soggettivista possono essere
ricondotte, da una parte, al dibattito accademico tra approcci alternativi e, dall’altra, alle
implicazioni politiche della teoria ricardiana e della critica marxiana, le quali
evidenziano gli aspetti conflittuali dei rapporti economici e politici del capitalismo, con
importanti implicazioni rivoluzionarie nel caso del contributo di Marx.
• Di fatto nel decennio 1870-80 diversi paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Germania,
Italia) e gli Stati Uniti sono attraversati da moti rivoluzionari, seguiti da violente
repressioni. In questo clima, gli ambienti accademici e borghesi accettano con favore la
nuova impostazione basata su un rifiuto netto della teoria oggettiva del valore e i
concetti ad essa legati di sfruttamento, e lotta di classe. Come nota Maurice Dobb, dei
tre economisti protagonisti della “rivoluzione soggettivista”, Jevons è quello
maggiormente consapevole della portata politica del nuovo approccio.
• Secondo una celebre definizione della scuola marginalista, l’economia è la scienza che
studia la condotta umana come relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi
alternativi (Lionel Robbins). Mentre i desideri umani sono illimitati, le risorse
disponibili per soddisfare tali desideri sono limitate. Tutti i problemi economici sono
problemi di scarsità. L’economia si occupa di stabilire il modo migliore per ottenere un
certo scopo utilizzando le risorse scarse a disposizione.
• Con questa definizione, l’economia perde il suo carattere di scienza essenzialmente
storica (nel senso che le diverse forme di organizzazione economica nei diversi contesti
storici funzionano secondo principi e meccanismi diversi) per diventare, o almeno
pretendere di diventare, una scienza universale valida, al pari delle scienze esatte quali
la matematica o la fisica.
• Un tipico esempio di questo approccio economico è il problema del consumatore che
dispone di un certo reddito e deve decidere come impiegarlo per soddisfare al meglio i
suoi bisogni e le sue preferenze. Un altro esempio è il problema del produttore che deve
decidere cosa e quanto produrre, che tecnica produttiva utilizzare nella ricerca del
massimo profitto, utilizzando un certo capitale iniziale.

La rivoluzione keynesiana e la macroeconomia

• Dal 1870 agli anni ’20, il dibattito economico vede il consolidarsi della teoria
neoclassica come scuola di pensiero dominante.
• Fuori delle università, il clima politico è tuttavia carico di tensione. In particolare, dopo
la Rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Unione sovietica, esplicitamente ispirata alla
teoria di Marx, il peso del marxismo rivoluzionario diventa un problema urgente per le
classi dominanti.
• Da una parte, la teoria di Marx è duramente attaccata dai più eminenti esponenti della
scuola neoclassica e austriaca, i quali tentano di mostrarne l’inconsistenza teorica;
dall’altra, il dibattito accademico si orienta verso il buon governo dell’economia
capitalista, come rimedio contro le tentazioni rivoluzionarie.
• In questo clima politico, i problemi economici degli anni ’20 — la deflazione, la caduta
salariale, la disoccupazione e la crisi economica, accentuatasi tra il 1929 e il 1932 —

!8
producono forti polemiche teoriche in seno all’economia borghese che portano
all’affermazione della teoria di John Maynard Keynes.
• Dal punto di vista teorico, la rivoluzione keynesiana non può essere posta sullo stesso
piano di quella marginalista. Essa infatti non si basa su un cambiamento profondo della
struttura concettuale della teoria dominante, quanto piuttosto sulla proposta di un
diverso modo di gestire i problemi economici del tempo. La teoria di Keynes non si
oppone alla teoria del valore e della distribuzione allora in vigore (quella neoclassica-
marginalista); anzi si muove al suo interno, contestandone tuttavia un aspetto
fondamentale: l’assunto del pieno impiego delle risorse produttive (in particolare, del
pieno impiego della forza lavoro disponibile).
• NB: nel linguaggio dell’economia ortodossa (non marxiana), la forza lavoro è l’offerta
di lavoro, cioè la popolazione in età lavorativa occupata o in cerca di occupazione.
• Sebbene la teoria neoclassica riconosca la possibilità di attriti che impediscano il
raggiungimento dell’equilibrio di pieno impiego, si suppone comunque che il sistema
tenda verso di esso. L’implicazione di politica economica è che periodi prolungati di
disoccupazione non possono che dipendere da un livello troppo alto dei salari rispetto al
livello d’equilibrio di piena occupazione.
• Keynes contesta questa proposizione sostenendo che non esistono tendenze necessarie a
muovere il sistema dei prezzi verso l’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio
può invece fissarsi a qualsiasi livello di produzione e di occupazione.
• Rispetto all’approccio neoclassico basato sull’analisi del comportamento dei singoli
soggetti economici come premessa indispensabile per discutere tutti i fenomeni
economici, Keynes sposta l’accento sull’analisi di variabili aggregate quali il consumo,
l’occupazione e il reddito nazionale. In questo senso la teoria keynesiana costituisce il
fondamento di quella che in termini moderni si chiama macroeconomia,
contrapponendosi alla teoria neoclassica che mantiene un approccio di tipo
microeconomico.
• La teoria keynesiana si afferma soprattutto negli anni successivi alla seconda guerra
mondiale, con politiche di forte intervento pubblico nella maggior parte dei paesi
occidentali. Anche a livello accademico, si delinea così una separazione tra due filoni di
ricerca: la microeconomia e la macroeconomia. In realtà la distinzione indica
soprattutto che ci troviamo di fronte a due approcci diversi alla scienza economica,
l’approccio marginalista e quello keynesiano. I moderni libri di testo li presentano come
complementari, ma in realtà essi nascono e si sviluppano, in gran parte, come
antagonistici.
• È semmai nei loro rapporti con l’economia politica classica e marxiana che la
microeconomia e la macroeconomia rivelano i loro principali tratti comuni, rigettando
entrambe in blocco la teoria del valore-lavoro e la centralità delle classi sociali come
fondamento delle costruzioni teoriche.

L’impostazione moderna allo studio dell’economia

• L’impostazione di fondo dei moderni manuali di economia è quella dell’approccio


marginalista integrato con la teoria keynesiana. Nel menzionare i problemi economici si
parla di moneta, produzione, consumo, ma non si parla invece di distribuzione del

!9
reddito, la quale, come abbiamo visto, è il grande tema degli economisti classici, né
delle questioni di sfruttamento e alienazione, care a Marx.
• Il problema economico fondamentale è la scarsità e tutte le questioni economiche sono
presentate in termini di equilibrio tra domanda e offerta. Nella microeconomia i concetti
di domanda e di offerta sono riferiti ai singoli individui, nella macroeconomia la
domanda e l’offerta sono invece concetti aggregati, che si riferiscono cioè ad aggregati
di individui.
• Microeconomia. La microeconomia studia il comportamento dei singoli soggetti
(consumatori, imprese) e da esso deriva le leggi di funzionamento della società nel suo
complesso. Ogni società, implicitamente o esplicitamente, effettua tre tipi di scelte:
quali beni produrre, come produrli, per chi produrli. La microeconomia risponde a
queste domande prendendo come punto di partenza le scelte individuali e valutandole
dal punto di vista individualistico.
• Macroeconomia. La macroeconomia studia invece direttamente il comportamento di
aggregati, come il reddito nazionale, gli investimenti, i consumi e i problemi che si
affrontano sono quelli dell’inflazione, della crescita della produzione, della
disoccupazione, dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti.

Lo scambio di mercato come fenomeno naturale

• Questo apparato teorico, che suddivide la scienza economica in microeconomia e


macroeconomia cancellando i contributi dell’economia politica classica e della critica
marxiana, si basa sull’ipotesi che gli individui abbiano una propensione naturale a
scambiare e a perseguire il guadagno personale e che i rapporti di mercato emergano
spontaneamente come risposta a tali propensioni naturali.
• Questo modo di vedere le cose non è esente da critiche.
1. Che la scarsità sia un problema universale caratteristico di tutte le società è un fatto
contestato dagli storici economici i quali evidenziano invece come la scarsità sia un
fenomeno tipico della società capitalista per due ragioni: primo, col balzo in avanti
nella produzione della ricchezza realizzato con l’avvento del capitalismo si è avuto
parallelamente un balzo in avanti nella produzione della povertà; secondo, la
scarsità delle risorse è definita in relazione all’ipotesi di bisogni illimitati, i quali
tuttavia nelle società precapitalistiche erano di fatto limitati e determinati da fattori
legati alla tradizione.
2. La stessa ipotesi fondamentale dell’economia ortodossa secondo cui la società di
mercato nasca dalla propensione naturale dell’uomo allo scambio (come riteneva
Smith e come ritengono gli economisti neoclassici) non trova alcun riscontro
storico: come sostiene lo storico economico Karl Polanyi gli atti individuali di
baratto erano del tutto eccezionali nelle società primitive e nei grandi imperi come
l’antico Egitto, Roma, la Cina e l’Europa medievale, i quali si basavano invece su
meccanismi sociali di distribuzione indipendenti dallo scambio diretto tra singoli
soggetti.
3. La propensione allo scambio, che l’individuo della società capitalista percepisce
come naturale, si sviluppa invece solo col procedere del capitalismo. Partire dallo
scambio isolato come fondamento del mercato è dunque un falso storico.

!10
4. Lo stesso commercio a lunga distanza non era affatto basato sul mercato e lo
scambio di equivalenti, bensì sulla rapina, l’espropriazione violenta, il colonialismo.
In altri casi, gli scambi avvenivano senza alcun meccanismo di “do ut des”, ma
semplicemente in forma di dono.
5. L’ipotesi che il movente dell’attività economica sia il guadagno personale è
anch’essa storicamente falsa e può essere considerata valida soltanto all’interno
dell’interazione sociale di tipo capitalistico.

Le “leggi economiche” nelle diverse impostazioni metodologiche

• Una fondamentale differenza tra l’approccio classico e quello marginalista riguarda il


metodo d’analisi.
• Secondo la scuola classica, la società si modifica nel tempo ed è perciò naturale studiare
società diverse nello spazio e nel tempo secondo teorie diverse. Le leggi economiche
che l’economia politica cerca cambiano infatti anch’esse nelle diverse forme sociali (o,
secondo la terminologia di Marx, che è l’economista che più ha insistito sul carattere
storico delle diverse forme di organizzazione della società, modi di produzione). Le
leggi di funzionamento della società schiavistica sono diverse da quelle della società
feudale, da quelle della società capitalista e da quelle della società socialista.
• Secondo l’approccio marginalista invece, anche se le forme sociali cambiano nel tempo,
il problema economico di fondo rimane sempre lo stesso in ogni società e in ogni
epoca: come utilizzare nel migliore dei modi le risorse a propria disposizione. Si tratta
evidentemente di domande diverse che vengono sollevate dai due approcci, ognuna
delle quali porta ad assumere determinate ipotesi come punto di partenza dell’analisi.
Come vedremo, nella teoria marginalista si insiste sul ruolo delle preferenze individuali,
le quali determinano i criteri di scelta all’interno di un ventaglio di opzioni disponibili.
Questo porta ad assumere sia le preferenze, sia il set di scelte a disposizione di ciascun
soggetto come un dato da cui partire, non come fenomeni da spiegare.
• Il fatto che i diversi approcci teorici si pongano domande diverse rende difficile parlare
di progresso teorico come nelle altre scienze.

Ideologia e teoria economica

• Parallelamente all’affermazione dell’approccio marginalista si sviluppa la convinzione


che la teoria economica debba essere estranea ad ogni tipo di giudizio di valore. Questo
porta alla distinzione netta tra “economia positiva” ed “economia normativa”: la prima
produce analisi descrittive (di ciò che è), mentre la seconda produce analisi prescrittive
(di ciò che dovrebbe essere secondo particolari posizioni etiche).
• Secondo questa impostazione, solo a livello normativo è necessario introdurre giudizi di
valore, mentre nell’analisi positiva la teoria non riflette altro che giudizi di fatto.
• Questa distinzione ha dato luogo ad un lungo dibattito nel quale si è evidenziato come
la stessa economia positiva, non possa considerarsi estranea alla visione ideologica e ai
giudizi di valore dell’economista. Come sostiene l’economista svedese Gunnar Myrdal,
premio Nobel nel 1974, l’oggettività nella ricerca sociale non può mai essere assoluta e
universale poiché necessariamente riflette, se non altro nella definizione del problema
da analizzare e nella scelta degli strumenti d’analisi (ma a volte anche nelle conclusioni

!11
teoriche), le convinzioni e i valori del teorico, i quali non possono considerarsi al di
sopra delle parti.
• Le categorie analitiche di qualsiasi teoria positiva riflettono necessariamente una
particolare visione del mondo. Non è possibile immaginare una teoria economica che
sia indipendente da una particolare visione del mondo poiché l’economista è egli stesso
parte della società che studia e la posizione che egli ricopre nella società influisce
necessariamente sul suo modo di vedere le cose, di individuare i problemi economici e
di definire le priorità della ricerca teorica.
• L’oggettività nella ricerca sociale non può mai essere assoluta e universale poiché
necessariamente riflette, se non altro nella definizione del problema da analizzare e
nella scelta degli strumenti d’analisi (ma a volte anche nelle conclusioni teoriche), le
convinzioni e i valori del teorico, i quali, in un mondo fatto di interessi contrastanti, non
possono in alcun modo considerarsi al di sopra delle parti.
• Spesso, tuttavia, la visione (di parte) delle teorie economiche è presentata dai loro
sostenitori come se fosse invece super partes, cioè come se si trattasse di un punto di
vista neutrale, tecnico, unanimemente condivisibile, ispirato al semplice perseguimento
del bene comune. Il problema è che, il bene comune, ammesso che esista in una società
fatta di interessi contrastanti quale è il capitalismo, non è facilmente identificabile.
• Da un punto di vista marxista, la teoria economica borghese non è affatto neutrale ma
riflette semplicemente la visione, le aspirazioni e le preoccupazioni della classe
dominante del capitalismo: la borghesia. Il motivo per cui le proposizioni della teoria
borghese appaiono neutrali sul piano dei valori è che implicitamente la teoria prende per
dato il sistema capitalista e sposa il punto di vista della sua classe dominante.
• Secondo Marx ed Engels la storia dei rapporti economici è storia di lotta di classe e,
così come la società evolve secondo gli interessi contrastanti delle diverse classi sociali,
la morale stessa è sempre una morale di classe. Chiaramente, secondo l’approccio
marxista, è la classe dominante che ha interesse a presentare la propria morale come
eterna e universale ed è sempre la classe dominante che ha interesse a rivendicare la
neutralità della propria visione dei rapporti economici sostenendo che la (propria) teoria
si fonda sul principio del bene comune.

2. Cenni di storia economica

Il mercato nel feudalesimo

• Il mercato esiste da molto tempo ed è presente in società con modelli organizzativi assai
diversi, come la Grecia antica, l’impero romano e le società feudali. Ma rispetto a
queste diverse epoche il ruolo del mercato nella società è profondamente cambiato.
Nella società capitalista, che è l’oggetto principale del nostro studio, il mercato svolge
un ruolo primario nei processi di produzione e distribuzione delle risorse. La transizione
a questo nuovo modello organizzativo è in effetti strettamente legata allo sviluppo dei
rapporti di mercato, il quale ha trasformato le relazioni sociali sia da un punto di vista
quantitativo, sia qualitativo.
• Per iniziare a comprendere il ruolo del mercato nelle diverse forme sociali, analizziamo,
seppure in termini molto generali, l’organizzazione della società feudale — ossia il

!12
modo di produzione che precede il capitalismo — e il ruolo che in essa svolgeva il
mercato.
• Tre classi sociali: nobiltà, clero e servi della gleba. I nobili detengono il potere politico.
I servi della gleba sono obbligati a fornire le corvées, ossia devono dedicare parte del
loro tempo di lavoro ai nobili, ai quali va tutto il prodotto delle terre padronali (fondi
dominici). I servi della gleba pagano inoltre le decime al clero, che sono una forma di
tassa pari a circa un decimo del prodotto. Quello che rimane è utilizzato dal servo della
gleba e la sua famiglia per il sostentamento. L’attività economica è tutta organizzata
attorno al nobile e il suo castello dal quale domina le terre circostanti. Le famiglie
nobiliari costituiscono in gran parte unità produttive autosufficienti.
• Il mercato riguarda solo una parte minima degli scambi che avvengono nella società e
riguarda quasi esclusivamente scambi che non sono strettamente necessari alla
sopravvivenza delle singole unità produttive e alla riproduzione del sistema. I servi
della gleba consumano direttamente il prodotto delle terre servili e non hanno modo di
entrare in possesso di denaro. Le decime sono pagate in natura. I nobili ottengono il
prodotto delle terre padronali in natura e solo una parte di questo viene scambiato sul
mercato per lo più in cambio di prodotti manufatti provenienti da artigiani che vivono
nelle vicinanze del castello, nel dominio del nobile; un’altra parte viene invece da
lontano (pietre preziose, spezie, tessuti).
• In questa società, anche la concorrenza, come modo di interazione sociale, è
praticamente assente. I rapporti interni alle classi e quelli tra le classi sono infatti
regolati da principi diversi, quali la tradizione e il potere politico.

La transizione al capitalismo

• La transizione al capitalismo è avvenuta con tempi diversi nei diversi paesi. Prima in
Olanda e in Inghilterra intorno al XVII secolo, più lentamente in altri paesi.
• Fattori che hanno inciso sul processo di transizione:
1. Prima rivoluzione agricola (inizio XVIII secolo). Si diffonde l’allevamento del
bestiame e del pascolo. Diminuisce il numero di lavoratori agricoli allontanando i
servi della gleba dalle terre che fino ad allora avevano coltivato. Le terre vengono
recintate permettendo ai nobili di ottenere maggiori redditi grazie alle nuove
tecnologie agricole. Nasce così la proprietà privata della terra (il dominio politico
del nobile sulla regione si trasforma in un diritto esclusivo allo sfruttamento
economico della terra) e quello che Marx chiamerà l’esercito industriale di riserva
(esercito di potenziali lavoratori disponibili per quei mercanti che decidono di
sviluppare una propria attività manifatturiera). Si instaura così il rapporto di lavoro
salariato e la separazione tra lavoratore e proprietà dei mezzi di produzione.
2. Crescita degli scambi, crescita delle città (in cui si sviluppa l’artigianato e in cui si
riversano i servi della gleba ormai sovrabbondanti nelle campagne).
3. Sviluppo dei commerci a lunga distanza (che aumenta i desideri dei nobili, i beni
oggetto di scambio sul mercato e lo sfruttamento dei servi della gleba, dando luogo
a rivolte e fughe di massa dalle campagne).
4. Nascita del putting out system (sistema di lavoro a domicilio in cui il mercante porta
ai suoi lavoranti le materie prime e poi ritira il prodotto pagando in forma di denaro
un salario al livello di sussistenza).

!13
• I cambiamenti non sono solo quantitativi, ma anche qualitativi: i fenomeni descritti
modificano infatti le istituzioni stesse che regolano l’interazione sociale, portando alla
scomparsa delle istituzioni feudali e all’instaurarsi di istituzioni capitalistiche.
• Il capitalismo si regge sul rapporto di lavoro salariato. L’estendersi dei rapporti di
mercato supera gradualmente gli scambi occasionali di particolari beni e il mercato
tende a diventare la principale istituzione che regola i rapporti tra i cittadini. Al mercato
non vanno più soltanto le eccedenze rispetto alle capacità di autoconsumo, come nel
feudalesimo. La vendita sul mercato diventa invece l’obiettivo stesso della produzione.
Il progressivo estendersi dei mercati tende ad abbracciare sempre nuovi aspetti dei
rapporti sociali.
• Ma il vero salto qualitativo si ha con l’emergere del mercato del lavoro, in cui è
possibile comprare e vendere le prestazioni lavorative, e con l’affermarsi della
compravendita della forza lavoro come principale modo di produzione delle merci.
Questa trasformazione modifica sostanzialmente i rapporti sociali facendo dipendere
l’esistenza di ampi strati della popolazione –i lavoratori– dai rapporti di mercato.

Il mercato nel capitalismo

• Il processo di emersione del mercato del lavoro è particolarmente violento ed è


importante ricordare che tanto nella letteratura marxista, quanto in quella non marxista,
gli storici hanno evidenziato la resistenza della società civile all’instaurazione dei
rapporti di mercato. Affinché infatti potesse crearsi un mercato del lavoro, fu necessaria
l’espropriazione dei lavoratori i quali, mentre si liberavano dei vincoli imposti dalle
istituzioni feudali, si trovavano al tempo stesso privi di qualsiasi mezzo per
sopravvivere e furono quindi costretti a vendere la propria forza lavoro al miglior
offerente.
• Con la trasformazione della forza lavoro in merce da scambiarsi sul mercato, la vita
stessa dei lavoratori diventa soggetta alle dinamiche imposte dalle leggi del mercato, le
quali si affermano indipendentemente dalla volontà e dai desideri dei singoli soggetti
economici. La separazione tra lavoro e mezzi di produzione è quindi la caratteristica
fondamentale delle società capitaliste.
• Si sviluppa così la concorrenza: da una parte, quella interna alla classe lavoratrice, che
impone ai lavoratori di rendersi appetibili per il capitale; dall’altra, quella interna alla
classe capitalista, che impone ai capitalisti di investire nei settori dove si guadagna di
più.
• La divisione in classi sociali che viene a prevalere è in tre classi: capitalisti, lavoratori e
proprietari terrieri. I capitalisti sono i proprietari dei mezzi di produzione, pagano un
salario ai lavoratori e sono proprietari del prodotto del processo produttivo. La vendita
sul mercato di tale prodotto, in condizioni normali, consente al capitalista di ottenere un
profitto. I proprietari terrieri ottengono una rendita come remunerazione dell’affitto
della terra. I lavoratori ottengono un salario in forma monetaria che spendono
nell’acquisto di beni necessari alla sussistenza.
• Questa divisione in classi ovviamente evolve nel tempo e assume configurazioni
diverse nei diversi contesti: ad esempio diversi individui possono percepire redditi in
parte da capitale e in parte da lavoro e le dimensioni delle tre classi possono essere assai
diverse se si confrontano diversi periodi o diversi paesi. In particolare il ruolo dei

!14
proprietari terrieri è diminuito notevolmente nel corso della storia del capitalismo e la
struttura interna della classe capitalista è diventata più articolata, con la separazione più
o meno netta tra capitale industriale e capitale finanziario. La divisione in classi sociali
rimane comunque il tratto distintivo del modo di produzione capitalistico che è
l’oggetto del nostro corso.

!15
I

ECONOMIA POLITICA CLASSICA E MARXIANA

• I rapporti tra interesse personale e benessere sociale costituiscono uno degli


interrogativi centrali dell’economia politica.
• Adam Smith, considerato da molti storici del pensiero come il fondatore stesso
dell’economia politica, sviluppa una concezione armonica dei rapporti capitalistici,
fondata sull’idea che il mercato e la concorrenza siano strumenti di progresso sociale.
• David Ricardo sviluppa questa concezione ma si sofferma in particolare sul problema
della distribuzione del reddito, evidenziando la contrapposizione che esiste nella
ripartizione del prodotto tra le diverse classi sociali. La concezione conflittuale di
Ricardo si incentra tuttavia sul rapporto tra capitalisti e proprietari terrieri, lasciando in
secondo piano il ruolo della classe lavoratrice.
• La lotta di classe tra lavoratori e capitalisti è invece il nucleo della concezione di Karl
Marx il quale, pur sviluppando l’impostazione degli economisti classici sviluppa la
propria concezione attraverso la critica dell’economia politica.

1. Adam Smith e la mano invisibile

• Non essendoci nessuna istituzione che coordina esplicitamente le decisioni individuali


di produzione e di consumo, come mai il risultato empirico non è il caos? La risposta di
Smith è che la concorrenza è un meccanismo che tende a rendere coerenti (ex post) le
decisioni individuali ed è perciò grazie alla concorrenza se nel sistema di mercato le
decisioni individuali si ricompongono in modo armonioso.
• La risposta che daranno, in modo peraltro assai diverso, Marx e Keynes è che il fatto
che nel capitalismo non si generi il caos non è completamente vero, visto che tutti i
sistemi capitalisti sono caratterizzati da ricorrenti crisi e difficoltà di impiegare tutte le
risorse disponibili. Secondo Marx e Keynes, queste difficoltà dipendono dai limiti stessi
della concorrenza come meccanismo dominante di coordinamento delle decisioni
individuali.
• Due opere principali: Teoria dei sentimenti morali e Indagine sulla natura e le cause
della ricchezza delle nazioni (comunemente chiamato La ricchezza delle nazioni).

La teoria della mano invisibile

• L’interazione tra individui egoisti che perseguono il proprio interesse personale produce
risultati economici socialmente desiderabili, che vanno al di là delle intenzioni
individuali, a patto che non ci siano barriere economiche o restrizioni istituzionali al
perseguimento delle attività economiche e all’operare della concorrenza.
• Anche se molto citata, la metafora della mano invisibile è utilizzata da Smith una sola
volta nella Ricchezza delle nazioni. In tale opera, nel difendere la produzione nazionale
contro le importazioni, Smith afferma: “Quando [un individuo] preferisce il sostegno

!16
all’attività produttiva del suo paese [...] egli mira solo al suo proprio guadagno ed è
condotto da una mano invisibile, in questo come in molti altri casi, a perseguire un fine
che non rientra nelle sue intenzioni”.
• Benché il principio della mano invisibile sia oggi evocato dai sostenitori dello
smantellamento dello stato, il liberismo smithiano suggerisce ampi spazi per
l’intervento statale nel campo della difesa, dell’amministrazione della giustizia, delle
infrastrutture, delle comunicazioni e dell’istruzione.

Il concetto di sovrappiù

• Uno dei concetti chiave dell’economia politica classica è quello di “sovrappiù”.


• Consideriamo un processo produttivo in cui si produce grano a mezzo di grano e lavoro:

a⊕l→b

a = quantità di grano immessa nel processo produttivo come semente;


l = quantità di lavoro immessa nel processo produttivo;
b = quantità di grano ottenuta dal processo produttivo.

Indichiamo con w il salario per unità di lavoro espresso in termini di grano, o saggio di
salario (reale) e assumiamo che esso sia un dato del problema e che sia fissato al livello
di sussistenza del lavoratore.

S = b – (a + wl)

S é il sovrappiù, cioè la parte del prodotto che eccede la necessità di sussistenza dei
lavoratori e la ricostituzione dei mezzi di produzione. Il sovrappiù può essere
consumato dai capitalisti e dai proprietari terrieri o può essere reinvestito. In
quest’ultimo caso si ha un sistema in espansione in cui la produzione aumenta di anno
in anno (produzione su scala allargata).
• La capacità di produrre un sovrappiù deriva dal lavoro, non dalla terra come ritenevano
i fisiocrati. Il lavoro è la fonte della ricchezza.
• L’estendersi della divisione del lavoro è la principale causa dell’aumento della
produttività del lavoro.

Il problema del valore

• Il sovrappiù si forma in tutti i settori e la sua dimensione dipende dal grado di sviluppo
dalla divisione del lavoro. In un sistema in cui si producono beni di diversa natura si
pone un problema nella misurazione del sovrappiù: i beni prodotti (output) e i beni
utilizzati come mezzi di produzione (input) possono essere diversi il che rende
problematico determinare il sovrappiù in termini fisici e rapportarlo ai mezzi di
produzione per ottenere una misura del saggio di profitto. (NB: anche in presenza di
input e output comprendenti lo stesso insieme di beni, è sufficiente che la composizione
dell’output e quella dell’input siano diverse a impedire una misurazione del saggio di
profitto in termini fisici).

!17
• Esprimendo i diversi input e output in termini di valore è possibile misurare il sovrappiù
e calcolare il saggio di profitto.
• Problema del valore: da cosa dipende il prezzo delle merci? Perché merci di importanza
vitale, come l’acqua, hanno un prezzo relativamente basso rispetto a merci non
essenziali come i diamanti?
• Valore d’uso e valore di scambio: il valore d’uso è la proprietà di un bene di soddisfare
un dato bisogno (l’acqua si può bere e serve per lavarsi, i diamanti servono a farci belli
e tagliare il vetro); il valore di scambio è il rapporto con cui una quantità di un bene si
scambia sul mercato con quantità di altri beni (prezzo relativo).

Il lavoro contenuto

• Smith: “In ogni tempo e luogo è caro ciò che costa molto lavoro, è a buon mercato ciò
che si può avere con pochissimo lavoro”. Secondo Smith e, più in generale, secondo gli
economisti classici, il valore di una merce è quindi determinato dalle ore di lavoro
necessarie a produrla o, per dirla in altri termini, dal lavoro che contiene.
• Consideriamo un modello grano standardizzato (in cui cioè i parametri siano definiti in
modo tale che l’output sia pari ad un’unità):

a⊕l→1

a = quantità di grano immessa nel processo produttivo;


l = quantità di lavoro immessa nel processo produttivo;
b = 1 (si ottiene un’unità di grano dal processo produttivo).

• Si può utilizzare anche la seguente notazione più compatta:

[a, l] → 1

con a < 1 come condizione affinché il processo sia vitale.


• Introduciamo l’ipotesi di rendimenti di scala costanti:

[αa, αl] → α per ∀ α > 0.

• Con queste ipotesi, determiniamo il lavoro contenuto in un’unità di grano:

[a, l] → 1
[a2, al] → a
[a3, a2l] → a2

[a , a l] → an-1
n n-1

si tratta di una serie geometrica di ragione a, la quale è pari a l/(1 – a), se, come nel
nostro caso, a < 1:

!18
λ = l + al + a2l + a3l + … + an-1l + … = l/(1 – a)

Come si vede il lavoro contenuto (λ) è maggiore del semplice lavoro diretto (l), il che è
ovvio poiché, oltre al lavoro immesso nel periodo corrente, si deve considerare il lavoro
contenuto nel grano utilizzato come semente.
• Secondo Smith il concetto di lavoro contenuto tiene conto solo dei redditi da lavoro, ma
non tiene conto del profitto e della rendita, i quali sono centrali nel capitalismo. Se
infatti tutto il valore prodotto dal lavoro andasse al lavoratore in forma di salario, non ci
sarebbe spazio per il profitto e la rendita. Affinché possano esistere altre categorie di
reddito accanto al salario, il prezzo del bene non può essere pari ai salari pagati per
produrre il bene stesso. NB: nella teoria classica per profitto non si intende la
remunerazione del capitalista per la sua attività di direzione e coordinamento del
processo produttivo, bensì si intende la quota di reddito di cui il capitalista si appropria
in virtù dell’aver anticipato il capitale. È per questo che nel definire il saggio di profitto
si rapporta il profitto al capitale anticipato.
• Per porre rimedio a questo problema, Smith elabora il concetto di lavoro comandato.

Il lavoro comandato

• Il valore di una merce è determinato dal lavoro che essa può acquistare (non dal lavoro
che è occorso per produrla): λcom = p/w.
• w è il saggio di salario monetario: quantità di moneta per unità di lavoro (w = wp).
• Smith si riferisce allo scambio di merci contro lavoro, lo scambio capitalistico per
eccellenza, quello tra capitalisti e lavoratori.

La relazione tra lavoro contenuto e comandato

• Che relazione esiste tra λ e λcom ? Come vediamo in un attimo, λ < λcom. Il lavoro che si
può acquistare vendendo una merce è maggiore del lavoro occorso per produrla. La
ragione è che il prezzo della merce può scomporsi in tre componenti: la parte che
remunera il lavoro (salario), quella che remunera il capitale (profitto) e quella che
remunera la terra (rendita). Solo nel caso in cui tutto il reddito ricavato dalla vendita del
prodotto andasse interamente al lavoro, il lavoro comandato sarebbe uguale al lavoro
contenuto: la quantità di lavoro che si può acquistare con il denaro ottenuto dalla
vendita della merce coinciderebbe in tal caso con la quantità di lavoro necessario a
produrre la merce stessa. Qualora invece esistano parti del valore prodotto che sono
attribuite al capitalista (il profitto) o al proprietario terriero (la rendita), il reddito del
lavoratore (il salario) non può che diminuire. In questo modo, il capitalista che vende al
prezzo p una merce che contiene λ ore di lavoro, riceve una quantità di denaro superiore
rispetto a quella necessaria a remunerare il lavoro. Questo significa che la quantità di
lavoro che il capitalista comanda (λcom) è superiore al lavoro contenuto nella merce (λ).
• Consideriamo la relazione tra λ e λcom in termini analitici.
Tralasciando per semplicità la rendita, il prezzo può essere espresso come somma dei
costi sostenuti per produrre la merce, più un profitto di cui si appropria il capitalista
(avendo egli anticipato i mezzi di produzione).

!19
Ricavi ≡ costi + profitti

In termini unitari (dividendo per la quantità prodotta q):

p ≡ costi unitari + profitti unitari.

Per avere una misura del guadagno del capitalista, il profitto viene riferito alla quantità
di capitale anticipato. Si definisce allora il saggio del profitto (r):

r = profitti / valore del capitale anticipato.

Il prezzo può allora essere espresso così:

p = (pa + wl)(1 + r)

dove: (pa + wl) è il costo unitario e r(pa + wl) è il profitto unitario [NB: nel testo di
Cassetti c’è un errore di battitura a pag. 22. Non è (pa + wλ) il costo unitario e r(pa +
wλ) il profitto unitario].
Per confrontare λ e λcom conviene riscrivere l’equazione del prezzo come segue:

p = (pa + wl)(1 + r)
= pa(1 + r) + wl(1 + r)

Consideriamo ora il lavoro comandato:

λcom = p/w = (p/w)a(1 + r) + l(1 + r)


(p/w) [1 – a(1 + r)] = l(1 + r)
(p/w) = l(1 + r) / [1 – a(1 + r)] = l / [1/(1 + r) – a]

Ricordando che λ = l/(1 – a) e che 1/(1 + r) < 1, segue che:


1. λcom ≥ λ
2. λcom = λ solo se r = 0.
• Si noti che il lavoro comandato può fare da misura del valore di scambio delle merci ma
non può spiegare quest’ultimo poiché esso dipende da p e w che sono altri valori di
scambio. Il lavoro comandato non può quindi risolvere il problema del valore inteso
come problema di determinare gli elementi che fanno sì che una merce abbia un certo
valore: se per determinare il valore di scambio di una merce (il prezzo) si deve già
conoscere il suo prezzo, la teoria risulta contraddittoria e il ragionamento diventa
circolare.
• La questione è che il lavoro contenuto e il lavoro comandato rispondono a due
interrogativi diversi: con il concetto di lavoro contenuto si tenta di spiegare il valore di
scambio delle merci (i loro prezzi); con il concetto di lavoro comandato si fornisce
invece semplicemente una misura alternativa (rispetto a quella monetaria) del valore di
scambio delle merci.

!20
• Questa distinzione non è chiara in Smith, il quale invece propone di utilizzare il lavoro
comandato anche come teoria del valore di scambio delle merci, in alternativa al lavoro
contenuto. A tale scopo Smith elabora una teoria additiva del valore secondo cui le tre
componenti del prezzo (salario unitario, profitto unitario e rendita unitaria) gravitano
attorno ai loro livelli naturali.

Il prezzo naturale

• Il prezzo che consente di pagare i salari, i profitti e le rendite ai loro saggi naturali
prende il nome di prezzo naturale, che si distingue dal prezzo di mercato il quale è il
prezzo effettivo prevalente sul mercato. Il prezzo naturale forma l’oggetto dell’analisi di
Smith poiché è verso di esso che il sistema gravita continuamente. Lo scopo è quindi
quello di distillare le forze dominanti e persistenti che muovono il sistema economico,
astraendo dai fattori secondari e contingenti che influiscono giorno per giorno sui prezzi
di mercato.
• Il salario naturale è determinato dal livello di sussistenza dei lavoratori. Quando il
salario reale differisce dal salario naturale entrano in gioco due tipi di meccanismi:
fattori istituzionali (diverse capacità di coalizzarsi e di condurre un conflitto da parte dei
lavoratori e dei capitalisti) e fattori demografici (nel breve periodo i salari sono
stimolati dalla domanda, il che fa aumentare la popolazione riportando il salario verso il
livello di sussistenza). Il salario naturale è perciò quel livello del salario che consente
alla domanda e all’offerta di lavoro di crescere allo stesso tasso. La teoria del salario di
Smith, per molti versi, anticipa la teoria della popolazione di Malthus.
• Per effetto della concorrenza tra i capitalisti, se esiste libertà nel trasferire i capitali da
un ramo produttivo all’altro, il tasso di profitto tenderà ad uguagliarsi in tutti i settori.
Tale tasso di profitto dipende, secondo Smith, da fattori istituzionali.
• Non esiste in Smith una vera e propria teoria del livello naturale della rendita.
• La concorrenza tra acquirenti e tra venditori assicura che il prezzo di mercato graviti
attorno al prezzo naturale. La possibilità che il prezzo effettivo si mantenga ad un
livello superiore rispetto al prezzo naturale dipende dall’esistenza di asimmetrie
informative (segreti che impediscano ai capitalisti di conoscere i saggi di profitto in tutti
i settori, impedendo il processo di convergenza ad un saggio di profitto uniforme) e
regolamentazioni dei mercati (che creino barriere all’entrata, istituzionalizzino il
monopolio o comunque restringano la concorrenza ad un numero limitato di
partecipanti).
• La libera circolazione del lavoro e del capitale spinge i salari e i profitti verso i loro
saggi naturali e fa tendere il prezzo di mercato verso il prezzo naturale. Il mercato tende
quindi ad autoregolarsi. La ricerca del guadagno personale è il fattore trainante del
sistema.
• In ogni caso, dal punto di vista della determinazione del valore di una merce, il
problema della teoria dei prezzi naturali è che salario, profitto e rendita sono essi stessi
dei valori. Questa teoria non riesce quindi a rispondere alla domanda scientifica che si
era posta riguardante l’origine del valore.
• I problemi sollevati e le vie percorse per tentare di risolverli formano comunque la
guida per gli sviluppi successivi dell’economia politica classica e per la critica di Marx.

!21
2. David Ricardo e la questione distributiva

Il contesto storico

• Approvazione delle leggi sul grano nel 1816: tariffe doganali che impediscono di fatto
l’importazione di derrate alimentari più a buon mercato all’estero. Questo tiene alta la
rendita a scapito dei profitti (essendo i salari già al livello di sussistenza).
• Abolizione delle leggi sul grano nel 1846: egemonia politica della borghesia.

Il problema economico

• Per Ricardo, il problema fondamentale dell’economia politica è la determinazione delle


leggi che regolano la distribuzione del reddito tra le classi sociali.
• Secondo Ricardo, il saggio di profitto dell’intera economia dipende dal saggio di
profitto del settore agricolo (all’epoca il settore di gran lunga più importante), nel quale
si producono i beni di sussistenza che costituiscono il salario dei lavoratori.
• Per determinare il saggio di profitto nel settore agricolo, si deve determinare innanzi
tutto la rendita agricola.

Il modello grano

• Esistono terre con diversi gradi di fertilità: A è la terra più fertile (più produttiva), segue
B, poi C e infine D è la meno fertile. La produttività in termini di grano si misura sulle
ordinate, mentre sulle ascisse si misura la quantità di lavoro utilizzata su ciascuna terra:
a partire dall’origine e spostandosi verso destra, si rappresentano dunque i lavoratori
impiegati nelle terre A, B, C e D.

MODELLO GRANO (SENZA RENDITA)


G

ΠA ΠB ΠC ΠD

WA WB WC WD

LA L1 LB L2 LC L3 LD L4 L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

!22
LA = L1 è il numero di lavoratori sulla terra A.
LB = L2 – L1 è il numero di lavoratori sulla terra B.

LA ⋅ GA è la produzione complessiva sulla terra A.


LB ⋅ GB è la produzione complessiva sulla terra B.

• Il saggio di salario reale w sia dato e fissato al livello di sussistenza.


• Monte salari (Wi): ammontare dei salari pagati ai lavoratori della terra i (i = A, B, C, D).
Essendo dato il saggio di salario reale w, il monte salari è pari a:

WA = LA ⋅ w
WB = LB ⋅ w

• Monte profitti (Πi): ammontare dei profitti ottenuti sulla terra i (i = A, B, C, D).
Se non ci fossero rendite:

ΠA = (GA – w) LA
ΠB = (GB – w) LB

⇒ il saggio di profitto sarebbe più alto per le terre più fertili:

rA > rB > rC > rD

dove ri = Πi/Wi , i = A, B, C, D (Πi e Wi sono rispettivamente il profitto totale e il


capitale anticipato sulla terra i).
Tuttavia, la concorrenza tra capitalisti per ottenere le terre più fertili porterà questi ad
offrire affitti più elevati, il che, nel lungo periodo, imporrà un saggio di profitto unico su
tutte le terre (quello prevalente sulla terra meno fertile, chiamata anche terra
marginale):

r A = r B = r C = r D.

• La rendita fondiaria sarà perciò maggiore sulle terre più fertili e poi via via minore, fino
ad essere nulla sulla terra marginale.

!23
MODELLO GRANO
G

RA RB RC

ΠA ΠB ΠC ΠD

WA WB WC WD

L1 L2 L3 L4 L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Grazie all’ipotesi che la produzione di grano richiede come input solo grano e lavoro (e
non anche altre merci) è possibile calcolare il sovrappiù agricolo in termini fisici e
rapportarlo al grano usato come input, ottenendo così il saggio di profitto. In questo
modo, il saggio di profitto agricolo non dipende da quanto accade negli altri settori
dell’economia.
• Una volta determinato il saggio di profitto nel settore agricolo (in termini fisici, senza
conoscere i prezzi delle merci), la concorrenza tra capitalisti porterà questo saggio di
profitto ad estendersi anche all’industria, determinando il prezzo relativo tra grano e
prodotti industriali. In altri termini il valore di scambio tra grano e prodotti industriali
sarà fissato al livello che garantisce l’uniformità del saggio di profitto nei diversi settori.

Lo sviluppo capitalistico e lo stato stazionario

• Da un punto di vista dinamico, se si immagina che col procedere dello sviluppo


economico vengano coltivate terre via via meno fertili, il saggio di profitto
nell’agricoltura tenderà a diminuire progressivamente (poiché compresso tra un saggio
di salario dato e una rendita unitaria crescente), facendo diminuire il saggio di profitto
dell’intera economia. Inoltre il fatto che le rendite (che tendono ad aumentare col
procedere dello sviluppo) siano destinate al consumo o all’investimento improduttivo
sottrae risorse utilizzabili per l’accumulazione del capitale, il quale costituisce il motore
dello sviluppo. In questo modo l’economia tende verso la stato stazionario (stato in cui
il tasso di crescita dell’economia è pari a zero). Questa prospettiva può tuttavia essere
allontanata dal progresso tecnico, al quale comunque Ricardo non assegna
un’importanza particolare.

!24
TENDENZA VERSO LO STATO STAZIONARIO
G

RA RB RC RD

ΠA ΠB ΠC ΠD ΠE
w

WA WB WC WD WE

L1 L2 L3 L4 L5 L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Il modello grano in termini analitici

• Vediamo dal punto di vista matematico come si determinano le variabili distributive e i


prezzi. Si abbiano tre tipi di terra (A, B, C) caratterizzati da livelli crescenti di
produttività su cui si utilizzano tecnologie a rendimenti di scala costanti.

[ai, li] → 1 i = A, B, C.

Terra A: [aA = 0.3, lA = 0.10] → 1


Terra B: [aB = 0.3, lB = 0.15] → 1
Terra C: [aC = 0.3, lC = 0.20] → 1

• In assenza di rendite, i prezzi sarebbero i seguenti:

p = (pai + wli)(1 + ri) i = A, B, C

e i saggi di profitto sarebbero:

ri = [p – (pai + wli)] / (pai + wli) i = A, B, C.

Il salario reale w sia pari a 2 unità di grano: w = 2.


Ponendo p = 1 (⇒ w = w = 2):

rA = 100 % rB = 66 % rC = 43 %.

• La concorrenza tuttavia impone l’uniformità dei saggi di profitto pari a quello sulla terra
marginale (la terra C):

!25
rA = rB = rC = 43 %.

La rendita sulle terre A e B sarà data perciò da:

ρi = p – (pai + wli)(1 + ri) i = A, B.

L’economia a due settori: Il modello grano-ferro

• Supponiamo ora che accanto al settore agricolo che produce grano esista un settore
industriale che produce ferro. Supponiamo anche che il grano sia utilizzato come mezzo
di produzione del ferro, mentre il ferro non sia utilizzato nella produzione del grano.
Possiamo allora rappresentare il sistema economico con due espressioni relative al
processo di produzione di grano (sulla terra marginale) e al processo di produzione di
ferro:

[a11, l1] → 1 unità di grano


[a12, l2] → 1 unità di ferro

dove a11 e a12 sono rispettivamente le quantità di grano necessarie a produrre un’unità di
grano e un’unità di ferro.
Il sistema dei prezzi è allora il seguente:

p1 = (p1a11 + wl1)(1 + r)
p2 = (p1a12 + wl2)(1 + r)

Il sistema contiene tre incognite (p1, p2 e r, mentre w è dato). Fissiamo il prezzo del
grano pari a 1.

1 = (a11 + wl1)(1 + r)
p2 = (a12 + wl2)(1 + r)

• L’idea di Ricardo, ricordiamolo, è che il saggio di profitto dell’intero settore agricolo è


quello determinato sulla terra marginale (dove può essere calcolato in termini fisici) e
che esso, per effetto della concorrenza tra i capitalisti nei diversi settori produttivi, si
estenda all’intera economia. In effetti, con le ipotesi introdotte è possibile determinare r
dalla sola prima equazione e poi sostituirlo nella seconda equazione per determinare p2.

r = [1 – (a11 + wl1)] / (a11 + wl1)


p2 = (a12 + wl2) / (a11 + wl1)

• Come si vede, con la coltivazione di terre meno fertili, scende il saggio di profitto nel
settore agricolo (r) e, per l’ipotesi di uniformità del saggio di profitto nell’economia,
scende il prezzo del ferro (p2).

!26
La generalizzazione di Piero Sraffa

• Il modello di Sraffa generalizza il modello di Ricardo, ipotizzando che ambedue i


settori utilizzino come mezzi di produzione merci prodotte in ambedue i settori (in
realtà nel modello di Sraffa si considerano n merci). Questo fa cadere la possibilità di
determinare il saggio di profitto in termini fisici (nel solo settore agricolo) prima della
determinazione dei prezzi relativi poiché ora l’output (il grano) e gli input (il grano e il
ferro) sono beni eterogenei.
• Con le ipotesi di Sraffa, il sistema diventa:

p1 = (p1a11 + p2a21 + wl1)(1 + r)


p2 = (p1a12 + p2a22 + wl2)(1 + r)

• A questo punto il saggio di profitto (r) deve essere determinato simultaneamente ai


prezzi relativi (p1 e p2). Sraffa, a differenza di Ricardo, non tratta il saggio di salario (w)
come fissato al livello di sussistenza. Fissando p1 = 1, rimangono tre incognite e due
equazioni. Si hanno allora due possibilità:
1. Fissando w (come faceva Ricardo), si determinano p2 e r
2. Fissando r, si determinano p2 e w.
• In ogni caso, si dimostra che tra w e r esiste una relazione monotona inversa. Questo
risultato generalizza il risultato di Ricardo che, ricordiamolo, era basato su un modello
in cui il settore agricolo era autocontenuto e non aveva bisogno di merci prodotte in altri
settori. La determinazione esatta delle due variabili distributive dipende però da fattori
esterni al modello (quali la forza contrattuale delle parti sociali).
• Questo risultato evidenzia la natura conflittuale dei rapporti tra classi sociali e si
contrappone all’idea di Smith secondo cui la concorrenza è un processo di interazione
armoniosa che conduce al bene comune.

3. Karl Marx e la critica dell’economia politica

Il modo di produzione capitalista

• Secondo Marx, tutte le società divise in classi sono caratterizzate da rapporti di


sfruttamento (della classe che si appropria dei frutti del lavoro sulla classe che lavora).
• La specificità del capitalismo rispetto agli altri modi di produzione non sta
nell’esistenza in esso della proprietà privata e del mercato, ma nell’estensione della
proprietà privata e del mercato alla sfera produttiva: il modo di produzione capitalista si
regge sul lavoro salariato, il quale presuppone la proprietà privata dei mezzi di
produzione e la mercificazione della forza lavoro (la sua trasformazione in merce).
• Il lavoro salariato si basa sulla concorrenza tra lavoratori “liberi”. Ma, come sottolinea
Marx, si tratta di una doppia libertà, tutta particolare: i lavoratori sono (1) liberi di
vendere la propria forza lavoro sul mercato e (2) liberi, nel senso di non avere più
vincoli rispetto alla terra e ai mezzi produzione da cui, nel rapporto feudale, traevano
sostentamento.

!27
• La libertà giuridica di disporre di se stessi si affianca così alla necessità economica di
vendere se stessi. L’altra faccia della medaglia di questa libertà è l’obbligo di cercarsi
un padrone a cui vendere liberamente la propria forza lavoro. Questi sono i due aspetti
contraddittori della libertà economica nei rapporti capitalistici.
• Nella concezione marxiana, la libertà personale e l’uguaglianza giuridica, in presenza di
un’asimmetria economica (il monopolio di classe della proprietà dei mezzi di
produzione) sono i presupposti stessi dello sfruttamento capitalistico.
• Anzi, storicamente, è proprio la condizione di libertà giuridica, associata alla privazione
del lavoratore della proprietà dei mezzi di produzione, che consente (giuridicamente) e
impone (economicamente) ai lavoratori di vendere la propria forza lavoro come
condizione di sopravvivenza.

Il capitalismo come sistema mistificato

• Nel capitalismo, l'uguaglianza nei rapporti giuridici offusca l'asimmetria di classe nei
rapporti economici.
• Quello stesso rapporto di sfruttamento che nel sistema feudale era palese è ora offuscato
dal mercato e dalla concorrenza ma non per questo cessa di esistere.
• Scopo dell'indagine scientifica è allora spiegare le condizioni storiche di origine e di
sviluppo del capitalismo e svelare l'essenza economica dei rapporti di sfruttamento, che
si nascondono dietro l'apparenza del libero scambio.

La critica dell'economia politica

• Invece di svelare l'essenza asimmetrica dei rapporti sociali, l'economia borghese


presenta i rapporti capitalistici come rapporti naturali ed eterni.
• Le condizioni capitalistiche sono così analizzate come se fossero universali, invece che
come condizioni storiche transitorie.
• L'economia politica finisce così per presentare il sistema esistente come espressione di
rapporti necessari e immutabili.

Produzione, circolazione e sfruttamento

• Per quanto riguarda lo sfruttamento, la critica marxiana dell’economia politica borghese


riguarda l’aver trascurato il processo produttivo, riducendo l’analisi economica allo
studio del processo di circolazione. Questo impedisce di cogliere l’origine dello
sfruttamento nella sfera produttiva e porta a ricercarne le cause nello scambio ineguale
nella sfera della circolazione (monopolio, asimmetrie giuridiche, rapporti di potere
interpersonali, eccetera).
• Lo sfruttamento, secondo Marx, nasce invece nella sfera della produzione, non in quella
della circolazione.

!28
Teoria del valore-lavoro

• Marx utilizza il concetto di lavoro contenuto come fondamento del valore di scambio,
risolvendo i problemi teorici in cui era caduto Smith e la contraddizione tra lavoro
contenuto e lavoro comandato.

Lavoro e forza lavoro

• A differenza degli economisti che lo precedono, Marx distingue tra forza lavoro e
lavoro. La forza lavoro è l’insieme di capacità fisiche ed intellettuali impiegate dai
lavoratori nel processo produttivo, il quale si distingue dal lavoro effettivamente
erogato.
• Quello che il capitalista acquista dal lavoratore è la forza lavoro, non il lavoro. La forza
lavoro è la sola merce da cui è possibile estrarre lavoro ed è perciò la sola merce che ha
il potere di creare valore.
• Come per ogni altra merce utilizzata come input nella produzione, l’obiettivo del
capitalista è quello di sfruttarne al meglio (in termini qualitativi) e al massimo (in
termini quantitativi) il suo utilizzo nel processo produttivo.
• L’estrazione della massima quantità di lavoro dalla forza lavoro è uno degli obiettivi del
capitalista esattamente come è suo obiettivo estrarre la massima quantità di ferro da una
miniera di ferro.

La compravendita della forza lavoro

• Nel capitalismo, il processo di produzione è necessariamente preceduto da un momento


importante nella sfera della circolazione: l’acquisto della forza lavoro da parte del
capitalista. Questa compra-vendita, come la compra-vendita di qualsiasi altra merce,
avviene ad un prezzo (il salario) esattamente equivalente al valore della forza lavoro
(cioè al lavoro contenuto nei beni che il lavoratore deve consumare per conservarsi e
mantenersi). Si tratta dunque di uno scambio di equivalenti.
• Nel processo produttivo vero e proprio, il capitalista estrae poi dalla forza lavoro
acquistata il lavoro che deve combinarsi con i mezzi di produzione per ottenere una
merca da vendersi sul mercato. Nel processo produttivo, il capitalista entra in possesso
di una quantità di lavoro maggiore di quella che ha pagato poiché la durata della
giornata lavorativa è superiore al tempo di lavoro necessario a produrre i beni che
formano il salario del lavoratore.
• Quando si è completato il processo produttivo, il capitalista ha ottenuto dal lavoratore
più lavoro di quello che gli ha anticipato in forma di salario: lo scambio è dunque tra
entità disuguali.

Valore d'uso e valore di scambio della forza lavoro

• Il valore d’uso della forza lavoro, ossia il valore che si ottiene dall'uso della forza
lavoro, è il lavoro incorporato nei beni prodotti dal lavoratore. Tuttavia il suo valore di
scambio (il salario) è fissato, in base alla concorrenza tra i lavoratori, al livello di
sussistenza.

!29
• La differenza tra il valore d’uso della forza lavoro e il suo valore di scambio definisce il
plusvalore.

Plusvalore e sfruttamento

• Il plusvalore si crea perché il lavoratore lavora per un numero di ore maggiore rispetto
alle ore di lavoro necessarie a produrre i beni salario che riceve come remunerazione
del suo lavoro. Tale lavoro addizionale prende il nome di pluslavoro.
• L’esistenza di un pluslavoro descrive la condizione di sfruttamento del lavoratore.
• Nella produzione capitalistica, il pluslavoro viene appropriato dal capitalista in forma di
profitto. Mentre il pluslavoro è comune a tutte le società divise in classi, il plusvalore
(cioè il pluslavoro trasformato in valore di scambio attraverso il mercato) è tipico della
società capitalista.
• Il valore aggiuntivo di cui si appropria il capitalista dipende dalla peculiarità della forza
lavoro rispetto a tutte le altre merci: la forza lavoro è la sola merce capace di creare
valore.

Legge del valore e sfruttamento

• Lo sfruttamento capitalistico non è affatto una violazione della legge generale del
valore (il valore-lavoro). All’operaio non è affatto pagato meno di quello che gli spetti
secondo la teoria del valore. Al contrario, è proprio il fatto che il capitalista acquista la
forza lavoro pagandola al suo valore che gli consente di ottenere un profitto, mettendola
a lavoro per un periodo superiore a quello necessario a reintegrare i mezzi di sussistenza
che formano il salario reale.

Il valore delle merci

• Consideriamo il valore delle merci in termini formali:

M=C+l
M = C + V+ S

• C = capitale costante o lavoro morto (lavoro indiretto contenuto nel bene). Il capitale
costante è dato dall’insieme dei mezzi di produzione prodotti in un tempo precedente a
quello del processo produttivo in esame. Il suo valore è quindi quello che si incorpora in
tali mezzi di produzione e viene trasferito nel valore della merce prodotta.
• l = V + S = lavoro diretto o lavoro vivo. Il lavoro diretto si suddivide in lavoro
necessario, o capitale variabile (V), e plusvalore (S).
• Il capitale variabile (V) è dato dai beni salario che remunerano la forza lavoro del
lavoratore. Il suo valore è quindi quello che si incorpora nei beni che il lavoratore riceve
in forma di salario. Questa parte del capitale è chiamata “variabile” perché il valore che
produce supera il proprio valore: tralasciando per un momento il capitale costante, C, il
capitalista anticipa il capitale variabile V, il quale produce un valore pari a V + S).
Questo accade perché il lavoratore lavora per un tempo superiore a quello strettamente
necessario a riprodurre i beni che formano il suo salario.

!30
• Il plusvalore (S) è definito dalla differenza tra il valore prodotto dal lavoro diretto (l) e il
lavoro necessario (V). Tale differenza (S = l – V) è l’espressione in valore del pluslavoro
effettuato dal lavoratore.
• Il rapporto tra plusvalore (S) e capitale variabile (V) definisce il saggio di plusvalore o
saggio di sfruttamento:

σ=S/V

• Marx definisce inoltre la composizione organica del capitale come il rapporto tra
capitale costante (valore dei mezzi di produzione) e capitale variabile (valore dei salari
dei lavoratori):

COC = C / V

• Quando i capitali costante e variabile sono esaminati nei loro aspetti materiali (invece
che in termini di valore) tale rapporto prende il nome di composizione tecnica del
capitale.
• Il saggio di profitto è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo
anticipato:

r = S / (C + V)

• Esempio. Consideriamo un processo produttivo in cui si produce 1 chilo di grano al


giorno, con una giornata lavorativa di 8 ore (prendiamo la giornata lavorativa come
unità temporale di riferimento). Un chilo di grano incorpora dunque 8 ore di lavoro
diretto [l = 8].
In aggiunta a queste 8 ore di lavoro diretto, supponiamo che siano necessarie altre 4 ore
di lavoro indiretto, incorporato nel grano utilizzato come semente, o capitale costante
[C = 4].
Il lavoro totale necessario alla produzione di 1 chilo di grano (M) è allora pari a 12 ore.
In altri termini, 1 chilo di grano incorpora 12 ore di lavoro e quindi vale 12 ore di
lavoro.
Il salario reale giornaliero, per una giornata lavorativa di 8 ore, sia pari a 1/2 di chilo di
grano.
Allora, il lavoro necessario a riprodurre la giornata lavorativa del lavoratore (fatta di 8
ore) è pari a 6 ore [V = 6].
In altri termini, il mezzo chilo di grano che il lavoratore riceve come remunerazione
della giornata lavorativa, o capitale variabile, incorpora (vale) 6 ore di lavoro.
Il plusvalore (S) è dunque pari a due ore di lavoro, cioè alla differenza tra le 8 ore di
lavoro della giornata lavorativa del lavoratore (l) e le 6 ore di capitale variabile [S = l –
V = 8 – 6].
Il saggio di sfruttamento (σ) risulta quindi pari a ¼ [S / V = 2/8].
Con questi dati, l’equazione del valore (M = C + V + S) è la seguente: 12 = 4 + 6 + 2.

!31
Plusvalore, profitto e sfruttamento

• Esaminiamo la relazione tra saggio di profitto e saggio di sfruttamento:

r = S / (C + V)
r = (S/V) / (C/V + V/V)
r = σ / (COC + 1)

• Dal confronto tra r e σ, Marx ricava tre proposizioni:


1. r > 0 ⇔ σ > 0
2. r ≤ σ ; r = σ solo se C = 0 (ossia se non esiste capitale costante)
3. r cresce al crescere di σ.

La trasformazione dei valori in prezzi

• Se i beni si scambiassero secondo i loro valori contenuti, in presenza di processi


produttivi a diversa composizione organica del capitale, ma con uno stesso valore del
capitale anticipato (C + V), il plusvalore (S) risulterebbe differente nei diversi settori.
Infatti, per l’ipotesi di concorrenza tra i lavoratori, il saggio di sfruttamento (σ) tende ad
essere uniforme nei vari settori economici, il che significa che il plusvalore generato in
ogni settore è proporzionale al capitale variabile anticipato (S = σV). Ma, allora, se è
diverso il plusvalore, è diverso anche il tasso di profitto (r) nei vari settori, visto che per
ipotesi il capitale totale anticipato nei diversi settori è lo stesso.
• La concorrenza tra capitalisti impone invece l’uniformità del saggio di profitto. Infatti il
capitalista nel decidere i propri investimenti guarda al saggio di profitto, cioè al profitto
per unità di capitale investito [S / (C + V)], e la concorrenza tra capitalisti tende a
rendere tale saggio uniforme. Perciò, se i settori hanno diverse composizioni organiche
del capitale (Ci / Vi ≠ Cj / Vj), affinché possa realizzarsi un saggio del profitto uniforme
[Si / (Ci + Vi) = Sj / (Cj + Vj)] il rapporto di scambio tra i beni (pi / pj) non può riflettere il
rapporto tra i lavori contenuti (Mi / Mj). In altre parole i prezzi pi e pj non possono
coincidere semplicemente con i valori contenuti Mi e Mj, bensì devono divergere da
essi, in modo tale da garantire l’uniformità del saggio di profitto (ri = rJ).
• Il fatto che i prezzi relativi siano uguali ai valori relativi solo in una circostanza molto
particolare (quella in cui la composizione organica del capitale sia la stessa nei due
settori) significa che, in generale, le merci non possono scambiarsi secondo i loro lavori
contenuti.
• Lo stesso problema può essere posto affermando che, in ipotesi di composizioni
organiche del capitale diverse nei due settori, se le merci si scambiassero secondo i loro
lavori contenuti, non potrebbe realizzarsi l’uniformità del saggio del profitto. Nello
schema marxiano, infatti, l’uniformità del saggio di profitto richiede che il prezzo del
bene prodotto nel settore a più alta composizione organica del capitale sia maggiore del
lavoro contenuto nel bene stesso e che, viceversa il prezzo del bene prodotto nel settore
a più bassa composizione organica del capitale sia minore del lavoro contenuto nel bene
stesso.

!32
La soluzione marxiana

• Marx risolve il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione


derivando il sistema dei prezzi a partire dal sistema dei valori e analizzando il
trasferimento di plusvalore dai settori a bassa composizione organica del capitale verso
i settori a più alta composizione organica del capitale come condizione necessaria per il
livellamento dei saggi di profitto settoriali.
• Definendo C / V come la composizione media del capitale dell’intera economia, Marx
raggiunge le seguenti conclusioni:
1. se Ci / Vi > C / V ⇒ pi > Mi ; se Ci / Vi < C / V ⇒ pi < Mi.
2. Trattandosi di una pura redistribuzione intersettoriale del plusvalore: i profitti totali
sono uguali al plusvalore totale.
3. Il valore complessivo delle merci rimane invariato se misurato in termini di lavoro
incorporato o di prezzi di produzione.

L’“errore” di Marx e la soluzione “corretta”

• Il problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione è oggetto di acceso


dibattito. Secondo l’interpretazione standard suggerita dai critici di Marx e accettata
anche da influenti economisti marxisti, le tre conclusioni di Marx sono errate a causa di
un’incoerenza logica dovuta al fatto che nelle equazioni di Marx i prezzi di produzione
vengono introdotti per valutare gli output del processo produttivo, ma non anche gli
input (come se, in Marx, gli input venissero pagati ai valori invece che ai prezzi di
produzione).
• La soluzione corretta del problema passerebbe dunque per l’applicazione dei prezzi di
produzione anche agli input (il primo economista a proporre tale modifica è
l’economista russo Dmitriev, la proposta è poi sviluppata da Von Bortkiewicz e da
Sraffa).
• Tuttavia, in tal caso, non c’è più alcun bisogno di partire dai valori-lavoro: i prezzi
possono essere applicati direttamente alle quantità fisiche delle merci, il che fa cadere la
logica marxiana secondo cui i valori precedono logicamente i prezzi e ne sono la causa
profonda. La teoria del valore-lavoro sarebbe in tal caso semplicemente sbagliata e
inutile.

Il problema della trasformazione nel dibattito teorico

• Il dibattito sul problema della trasformazione svolge un ruolo cruciale nel confronto tra
approccio marxista e approcci alternativi. Secondo i critici più radicali della teoria
marxista, il problema della trasformazione è sufficiente a far cadere l’intero edificio
teorico marxiano.
• Una posizione meno radicale e più coerente — ammesso che si dia validità alla critica
del ragionamento di Marx — consiste nel lasciar cadere le implicazioni dell’impianto
marxiano basate sulla teoria del valore-lavoro conservando tutte le altri parti della teoria
marxiana e marxista che non dipendono da tale teoria (alienazione, lotta di classe, crisi,
contraddizioni del capitalismo, materialismo storico, imperialismo, …).

!33
• Una terza linea, quella della “trasformazione corretta”, consiste nel modificare l’analisi
marxiana dello sfruttamento sulla base della trasformazione di Von Bortkievicz e di
Sraffa, evidenziando comunque la contrapposizione di interessi tra la classe sociale dei
lavoratori e quella dei capitalisti. Ricordiamo infatti che, se si segue
quest’impostazione, valgono i risultati di Sraffa secondo cui esiste una relazione inversa
tra saggio di salario e saggio di profitto.
• Contro queste posizioni, alcuni economisti marxisti sostengono che la trasformazione
marxiana non incorpori alcuna incoerenza logica e che, al contrario, il vizio logico stia
in chi la critica senza capirne la logica. La soluzione di Von Bortkievicz – Sraffa
risponde in effetti ad una domanda diversa da quella posta da Marx. Secondo questo
filone teorico, la trasformazione può dunque essere risolta in modo coerente
mantenendo la centralità della teoria del valore-lavoro.

Esercito industriale di riserva e crisi

• La teoria marxiana del salario è basata sull’esercito industriale di riserva. Nei periodi di
espansione della domanda e della produzione, la concorrenza tra i capitalisti per
accaparrarsi i lavoratori fa crescere i salari. L’aumento del prezzo della forza lavoro,
facendo diminuire il tasso di profitto, rallenta l’accumulazione del capitale. Il ciclo si
inverte e si ha la crisi, la quale non deriva da sproporzioni nella crescita dei diversi
settori, ma dal fatto che la produzione realizzata non riesce ad essere venduta ai prezzi
che i capitalisti si attendevano. Con la crisi, diminuisce la domanda di lavoro e si
riforma l’esercito industriale di riserva, ponendo le basi per una nuova fase di
accumulazione.
• Nel corso di questi cicli si modificano i rapporti tra le classi sociali: la formazione di
associazioni dei lavoratori e dei padroni modifica i rapporti di forza esistenti e può
allontanare il salario dal livello di sussistenza; inoltre il progresso tecnico, in periodi di
crescita salariale, tende a risparmiare lavoro.
• La spiegazione marxiana della crisi è radicalmente diversa dalle spiegazioni ortodosse
che si basano sul presupposto che tutto il reddito percepito dagli agenti del sistema
economico sia speso. Secondo quest’ultima spiegazione, infatti, una caduta della
domanda in un settore deve necessariamente accompagnarsi ad una crescita della
domanda in altri settori (dato che si esclude la possibilità che il denaro possa essere
tesaurizzato nel periodo corrente per essere speso in periodi futuri), cosicché la crisi non
sarebbe mai generale, ma solo settoriale.

Produzione capitalistica e alienazione

• Nella critica del capitalismo, accanto al problema dello sfruttamento, Marx si sofferma
sull'alienazione derivante dal processo di mercificazione.
• Il processo produttivo ha due aspetti: processo lavorativo e processo di valorizzazione.
• Nel processo lavorativo, il lavoratore utilizza i mezzi di produzione (materie prime,
macchine, eccetera) per produrre valori d’uso, ossia beni utili a soddisfare determinati
bisogni.

!34
• Nel processo di valorizzazione, lo scopo della produzione è la produzione di valori di
scambio. Qui non è l’operaio che utilizza i mezzi di produzione, ma sono questi ultimi
che utilizzano l’operaio.
• Primo tipo di alienazione: i mezzi di produzione sono di proprietà altrui. Nel sistema
capitalista, il lavoratore produce beni che non gli appartengono; la sua vita dipende così
da fattori esterni, che il lavoratore non controlla e che, attraverso il meccanismo
concorrenziale (che schiaccia il salario vero la sussistenza), si ritorcono contro il
lavoratore stesso.
• Secondo tipo di alienazione: il lavoratore non usa gli strumenti per i propri fini, ma è
esso stesso strumento di valorizzazione dei mezzi di produzione. La finalità ultima del
sistema diventa la produzione di valori di scambio e la valorizzazione del capitale (la
ricerca del profitto); il lavoro è solo il mezzo attraverso cui questo fine viene realizzato.

!35
II

MICROECONOMIA

1. L’impostazione neoclassica

Razionalità e scelte economiche

• La microeconomia studia le scelte individuali in condizioni di scarsità: dati gli obiettivi


del decisore, gli strumenti a sua disposizione sono limitati. Con questa concezione del
problema economico, la teoria neoclassica si incentra sui seguenti concetti.
1. Costo opportunità. In ogni problema decisionale, una scelta comporta il sacrificio
delle altre alternative possibili. La migliore alternativa tra quelle scartate costituisce
il “costo-opportunità” della scelta.
2. Costi e benefici totali e razionalità ottimizzante. Ogni scelta comporta dei costi e dei
benefici. Gli insiemi dei costi e dei benefici associati alla scelta costituiscono i costi
e i benefici totali. Una scelta è razionale quando massimizza la differenza tra
benefici totali e costi totali. Il criterio di razionalità è quindi un criterio di
massimizzazione.
3. Costi e benefici marginali. Nel caso di scelte di tipo quantitativo (quanta pasta
mangiare, quante ore studiare), si definiscono costi e benefici marginali, i costi e i
benefici aggiuntivi che si presentano quando si aumenta di una quantità
infinitesimale un dato livello di scelta. Dal punto di vista matematico, si tratta delle
derivate delle funzioni dei costi totali e dei benefici totali.
• Razionalità e analisi marginale. Dal punto di vista matematico, nella maggior parte dei
problemi che tratteremo, le funzioni dei costi e dei benefici totali saranno derivabili e
soddisferanno opportune condizioni di convessità (cioè sulla derivata seconda). Con
queste ipotesi, condizione necessaria e sufficiente per la massimizzazione della
differenza tra i benefici e i costi totali è l’uguaglianza tra i benefici e i costi marginali.
Per questo motivo l’analisi marginale svolge un ruolo di primaria importanza nei
problemi di ottimizzazione (con il termine “ottimizzazione” si intende in senso generico
sia la “massimizzazione” che la “minimizzazione”).
• Dal punto di vista economico, questo significa che, dovendo decidere, ad esempio,
quanto riso mangiare, il “consumatore razionale” confronta il beneficio che gli
apporterebbe il consumo di un ulteriore chicco di riso (beneficio marginale) con il suo
costo (costo marginale). Se il beneficio marginale è superiore al costo marginale,
significa che è conveniente mangiare il chicco di riso aggiuntivo (il che significa che la
quantità di riso che stava consumando in precedenza non era ottimale). Se invece il
costo di un ulteriore chicco di riso è superiore al suo beneficio, allora non conviene
aumentare il consumo di riso. Anzi, probabilmente vale la pena di verificare se non
convenga ridurre la quantità da consumare. Operativamente: se, ad un dato livello di
consumo, il beneficio marginale è superiore al costo marginale, conviene aumentare la
quantità consumata; se invece il costo marginale è superiore al beneficio marginale,

!36
conviene diminuire la quantità consumata. Solo quando costo marginale e beneficio
marginale sono uguali, si determina la quantità ottima da consumare.

Domanda e offerta

• Il meccanismo dei prezzi: il prezzo (dei beni finali e dei fattori di produzione) tende ad
aumentare quando, al prezzo corrente, la quantità domandata supera la quantità offerta,
e diminuisce in caso contrario. Il meccanismo dei prezzi opera come sistema di segnali
(un aumento del prezzo indica che si è verificato un aumento della domanda e/o una
diminuzione dell’offerta) e di incentivi (gli aumenti del prezzo incentivano le imprese
ad espandere la produzione e i consumatori a ridurre i consumi riportando il sistema
verso l’equilibrio tra domanda e offerta).
• Interdipendenza dei mercati dei beni e dei fattori: le variazioni della domanda di beni
producono effetti sulla produzione e si riversano così sul mercato dei fattori di
produzione.
• Interdipendenza e interesse pubblico: la mano invisibile.
• La concorrenza perfetta: nella definizione ortodossa si tratta semplicemente di una
forma di mercato in cui le imprese devono prendere il prezzo per dato (se provassero ad
alzare il prezzo perderebbero tutti i clienti). Si tratta di un’astrazione che non ha un
riscontro reale e che viene presentata come modello ideale. Ma: ideale per chi? Perché
si dà tanta importanza ad un modello irrealista? Vedremo che la risposta sta nelle
implicazioni normative che si cerca di trarre dalla concorrenza perfetta, le quali
permettono di capire per chi è effettivamente ideale vivere in un mondo interamente
regolato da mercati perfettamente concorrenziali.
• La domanda: relazione tra quantità domandata e prezzo. Si rappresenta come una curva
di domanda. La curva è costruita tenendo ferme le altre determinanti della domanda
(gusti, beni sostituti e complementari, reddito e sua distribuzione, aspettative). Quando
varia il prezzo, rimanendo invariate le altre variabili, si ha un movimento lungo la
curva. Quando varia una delle altre componenti si ha uno spostamento dell’intera curva.
• L’offerta: relazione tra quantità offerta e prezzo. Si rappresenta come una curva di
offerta. La curva è costruita tenendo ferme le altre determinanti dell’offerta (costi di
produzione, redditività dei beni alternativi, redditività dei beni in produzione congiunta,
aspettative). Quando varia il prezzo, rimanendo invariate le altre variabili, si ha un
movimento lungo la curva. Quando varia una delle altre componenti si ha uno
spostamento dell’intera curva.
• L’equilibrio: quantità e prezzo d’equilibrio come intersezione delle curve di domanda e
di offerta (l’equilibrio è una situazione in cui nessuno ha incentivo a cambiare
strategia).
• Spostamento verso un nuovo equilibrio a seguito di uno spostamento della curva di
domanda (ad esempio un aumento): al prezzo corrente si ha un eccesso di domanda, il
prezzo tende ad aumentare (movimento lungo la curva d’offerta).
• Se invece si sposta la curva d’offerta (ad esempio aumenta), al prezzo corrente si ha un
eccesso d’offerta, il prezzo tende a diminuire (movimento lungo la curva di domanda).

!37
Economia di mercato e economia pianificata

• Nell’economia di mercato, la produzione è affidata all’iniziativa privata. Le decisioni


relative ai beni da produrre e in quali quantità e la scelta delle tecniche da utilizzare
sono prese dalle imprese, le quali hanno per obiettivo la massimizzazione del profitto.
La produzione non è quindi direttamente finalizzata alla soddisfazione dei bisogni della
popolazione, bensì alla vendita sul mercato. La possibilità di soddisfare i propri bisogni
rimane invece subordinata al potere d’acquisto di ciascuno sul mercato. In tale sistema,
lo stato è tutt’altro che assente: infatti, senza lo stato che fissa le regole (e ne garantisce
il rispetto) all’interno delle quali le parti sociali e i singoli individui stipulano i contratti,
un sistema di mercato non potrebbe funzionare. Lo stato inoltre interviene in forme e
gradi diversi nella produzione di particolari beni e servizi attraverso interventi diretti e
di regolamentazione, incide sui prezzi relativi e sui redditi attraverso sussidi,
trasferimenti e imposte, influisce sulla struttura dei consumi attraverso la legislazione,
la sovvenzione o la fornitura diretta di alcuni beni e servizi, partecipa alla contrattazione
tra le parti sociali e sorveglia la dinamica delle variabili macroeconomiche e finanziarie
(inflazione, disoccupazione, saldo della bilancia dei pagamenti, tassi d’interesse, tassi di
cambio). Per questo motivo, i sistemi di mercato con una forte presenza dello stato
nell’economia sono anche detti “economie miste”.
• Nell’economia pianificata, invece, tutte le decisioni di produzione e distribuzione sono
prese dallo stato o, comunque da agenzie pubbliche. La centralizzazione nelle decisioni
di produzione e distribuzione non va confusa con la privazione delle libertà
economiche. La scelta dei beni da produrre e dei criteri per distribuirli tra la
popolazione può essere il risultato di diverse procedure di aggregazione delle preferenze
individuali. Tali procedure possono essere di tipo “dittatoriale” (un pianificatore con
pieni poteri stabilisce le priorità nella produzione e i criteri di distribuzione del
prodotto) o “democratico” (i cittadini, attraverso opportuni modelli di voto e di
partecipazione politica, esprimono le loro preferenze, determinando così gli obiettivi
economici della società). Quello che è centralizzato è invece il piano di produzione
dell’intera economia (i beni da produrre, gli scambi tra imprese necessari alla
realizzazione del piano, le tecniche di produzione più idonee), una volta stabiliti gli
obiettivi della produzione.
• Critiche degli economisti liberisti all’economia pianificata:
1. Raccolta delle informazioni necessarie alla pianificazione.
2. Uso inefficiente delle risorse in assenza di prezzi di mercato che segnalino la
scarsità relativa di ciascuna risorsa.
3. Carenza di incentivi per i lavoratori e per i dirigenti.
4. Riduzione delle libertà individuali perché il lavoratore non può scegliere dove
lavorare, i consumatori non possono scegliere cosa consumare.
Questi problemi, secondo i critici della pianificazione, sarebbero la causa della crisi
economica e del crollo politico dell’Unione Sovietica e dei paesi del blocco comunista.
• Repliche dei sostenitori della pianificazione:
1. Se il problema fosse la raccolta delle informazioni necessarie alla pianificazione,
questo dovrebbe riguardare anche la pianificazione capitalista. Infatti, la
centralizzazione dell’informazione e la pianificazione sono proprio gli strumenti
delle imprese che operano sul mercato. Le più grandi multinazionali hanno bilanci

!38
superiori a quelli di interi paesi e realizzano profitti secondo quelli che sono
considerati i più alti criteri di efficienza economica. I moderni sistemi capitalisti non
sono basati su scambi tra agenti isolati, come i modelli della teoria neoclassica
suppongono, bensì su imprese ad alta concentrazione del capitale che pianificano
tutto: produzione, vendita, commercializzazione, trasporto, variabili finanziarie,
assistenza alla clientela, carriere interne, rapporti con le altre imprese, rapporti con
lo stato. Il confronto tra capitalismo e socialismo non ha niente a che vedere col
confronto tra modello centralizzato e modello decentralizzato. Quello che
differenzia i due sistemi è che le imprese capitalistiche (e i loro profitti) sono private
mentre le imprese socialiste (i loro mezzi di produzione e i loro prodotti) sono
pubbliche.
2. Le moderne tecniche di pianificazione forniscono un sistema di indicatori di scarsità
(chiamati anche “prezzi ombra”) che possono essere utilizzati per risolvere i
problemi di efficienza nell’uso delle risorse, fornendo la stessa informazione in
merito alle scarsità delle varie risorse fornita dai prezzi di mercato nel sistema
capitalista.
3. Se si sostiene che l’impresa socialista è meno produttiva di quella capitalista per via
dei minori incentivi legati alla performance, questo equivale ad ammettere che
l’impresa capitalista sfrutta maggiormente i lavoratori, ossia che i maggiori livelli di
produttività sono ottenuti tramite maggiori sforzi da parte dei lavoratori, cioè
tramite un aumento dell’input “lavoro”, il che non ha niente a che vedere con
l’efficienza, la quale presuppone che il massimo dell’output sia ottenuto a parità di
input.
4. Nel capitalismo, la vera asimmetria è tra capitalista e lavoratore: il capitalista
sceglie se lavorare o meno, il lavoratore sceglie invece solo per chi lavorare, ma è
comunque obbligato a trovarsi qualcuno per cui lavorare. Nel socialismo questa
asimmetria non esiste. Per quanto riguarda la libertà di scelta nel consumo, non è
affatto detto che nel sistema pianificato i consumatori non possano conservare dei
gradi di libertà nella scelta dei beni da consumare. La priorità tuttavia è nella
soddisfazione dei bisogni primari di tutta la popolazione (alimentazione, abitazione,
salute) e poi di quelli via via superiori (istruzione, trasporti, cultura, sport, arte);
solo, una volta assicurata la soddisfazione dei bisogni, si pone il problema delle
preferenze individuali per i diversi beni di consumo. Nel capitalismo invece è il
diverso potere d’acquisto dei cittadini che determina i gradi di libertà di ciascuno
nelle scelte di consumo, senza alcuna garanzia che i bisogni di tutti siano
effettivamente soddisfatti.
Le cause del crollo dei sistemi socialisti vanno ricercate nell’insostenibilità dei costi
della guerra fredda, nell’iperespansione dell’Unione Sovietica ben oltre i confini della
propria capacità economica e nelle specifiche strategie di sviluppo dell’Unione
Sovietica e dei suoi satelliti. Questi problemi devono essere analizzati in ottica storica e
non possono essere banalizzati nel confronto astratto tra modello centralizzato e
modello decentralizzato.
• NB: il linguaggio economico della teoria dominante è carico di valenze ideologiche e di
mistificazioni. Parlare di “libere scelte individuali”, “libera economia di mercato” e
“libero mercato” è privo di senso. Al contrario, (1) le scelte individuali non sono affatto
libere, bensì vincolate: come abbiamo visto, nei problemi di scelta individuale, si

!39
suppone che, dati gli obiettivi del decisore, gli strumenti a sua disposizione siano
limitati, il che significa che la scelta avviene necessariamente all’interno di una serie di
vincoli e non è perciò mai libera (e, come vedremo, i vincoli economici dei diversi
soggetti che interagiscono nel mercato sono molto diversi fra loro). (2) Associare
l’economia di mercato alla libertà individuale è un falso storico: al contrario gli esempi
passati e presenti di economie di mercato non democratiche o addirittura dittatoriali
sono numerosi. (3) Cosa significhi, infine, l’espressione “libero mercato” è tutt’altro
che chiaro: la libertà può essere delle persone, non delle istituzioni che regolano le loro
interazioni e, come abbiamo visto, le scelte individuali non sono mai completamente
libere. Se invece per “libero mercato” si intende il principio che il meccanismo di
mercato è lasciato libero di operare, allora non si capisce che senso abbia farne una
questione normativa, visto che esistono meccanismi che se lasciati liberi di operare non
portano alla libertà individuale, bensì al suo opposto (il meccanismo nazista di relazioni
razziali, se fosse stato lasciato libero di operare, avrebbe portato allo sterminio
completo degli ebrei). In definitiva, l’associazione dell’idea di libertà all’interazione di
mercato è solo il frutto dell’ideologia liberista da cui trae ispirazione la teoria
neoclassica.
• Vantaggi delle economie di mercato secondo gli economisti liberisti:
1. Non c’è bisogno di tanta burocrazia.
2. Se i mercati sono concorrenziali nessuno ha tanto potere di mercato.
3. Le imprese più efficienti vengono meglio remunerate e permettono la migliore
soddisfazione del consumatore.
• Svantaggi delle economie di mercato secondo i critici del liberismo:
1. La concorrenza è spesso limitata.
2. La produzione che massimizza il profitto può avere effetti collaterali indesiderabili
(ad esempio l’inquinamento o gli incidenti sul lavoro).
3. Instabilità macroeconomica (con ricorrenti periodi di crisi) dovuta alla mancanza di
un coordinamento centralizzato nella produzione.
4. Incoraggiando il perseguimento dell’interesse individuale, l’interazione di mercato
incentiva comportamenti egoistici e sviluppa l’individualismo, il che, secondo
alcuni, può essere condannato su un piano morale.

Teoria delle decisioni e microeconomia

• L’ottica consequenzialista. Il comportamento individuale è rappresentato come un


problema di scelta tra diverse azioni possibili, considerando unicamente le conseguenze
economiche di ciascuna azione. Il primo passo nell’analisi della scelta è la definizione
dell’insieme delle conseguenze economiche associate a ciascuna azione possibile
(“insieme delle alternative economiche possibili”). Una volta determinato l’insieme
delle alternative economiche possibili, la scelta di una particolare azione si basa sulla
valutazione delle diverse alternative economiche secondo gli obiettivi che il decisore si
prefigge.
• Un’interpretazione di tipo positivo (o descrittivo) di questa teoria delle decisioni
consiste nel supporre che gli agenti economici agiscano effettivamente secondo un
criterio di razionalità ottimizzante.

!40
• Secondo un’interpretazione di tipo normativo (o prescrittivo), la teoria neoclassica delle
decisioni fornisce i criteri che un decisore razionale dovrebbe seguire per massimizzare
la realizzazione dei propri obiettivi.
• La microeconomia si sviluppa secondo l’interpretazione positiva della teoria delle
decisioni. Questo significa che la teoria assume un potere esplicativo della realtà solo
nella misura in cui si possa verosimilmente ritenere che gli agenti si comportino
secondo criteri di scelta ottimizzanti (o, almeno, secondo comportamenti che possano
essere approssimati da criteri ottimizzanti). Viceversa, tutti gli sviluppi in senso
descrittivo della teoria neoclassica cadono non appena si prendano in considerazione
agenti con comportamenti ispirati a criteri di razionalità diversi dalla pura
ottimizzazione.
• Le due principali applicazioni microeconomiche della teoria ottimizzante delle decisioni
si hanno nel campo della teoria del consumo e della teoria della produzione. Nei due
casi, si tratta dunque di esplicitare l’insieme delle alternative economiche possibili e gli
obiettivi del decisore.

2. Domanda individuale e domanda di mercato

L’insieme delle alternative possibili: la retta di bilancio

• Per poter descrivere il comportamento del consumatore come risultato di scelte


ottimizzanti si deve innanzi tutto determinare l’insieme delle alternative di consumo
possibili. La definizione di tale insieme equivale alla determinazione dei vincoli
all’interno dei quali il consumatore può operare la propria scelta.
• Se non esistessero possibilità di scambio tra gli agenti economici, le alternative di
consumo di ciascun individuo sarebbero determinate dalle sue dotazioni iniziali e dalla
sua capacità di trasformare le risorse naturali in beni di consumo. Così, un individuo
che disponesse di un paniere di beni A costituito di quattro libri e tre litri di latte (che
può essere rappresentato con la notazione A = (4, 3)), potrebbe consumare al massimo
quattro libri e tre litri di latte. Questo significa che il paniere A definirebbe il suo
vincolo di consumo.
• Dal punto di vista grafico, riportando sugli assi cartesiani le quantità dei due beni, i
diversi panieri possono essere rappresentati come punti nel piano: se sull’asse
orizzontale riportiamo il numero di libri e sull’asse verticale i litri di latte, il paniere A,
costituito di quattro libri e tre litri di latte, è rappresentato dal punto di coordinate (4, 3).
• Se invece esiste la possibilità di scambiare i beni sul mercato, le alternative di consumo
aumentano poiché oltre al paniere A, il consumatore può ottenere panieri diversi,
vendendo parte dei libri e del latte e acquistando altri beni. Ovviamente l’insieme delle
alternative di consumo possibili dipende in tal caso, oltre che dalle dotazioni iniziali (i
quattro libri e i tre litri di latte) dai prezzi di mercato. Per semplicità, nell’analisi dello
scambio di mercato, i beni sono considerati come perfettamente divisibili (si suppone
cioè che sia possibile acquistare e vendere anche frazioni infinitesime di libri).
• In generale, i vincoli possono essere distinti in “vincoli fisici” e “vincoli economici”. I
primi sono quei vincoli di consumo che non possono essere superati neanche attraverso
l’interazione economica. I secondi sono invece quei vincoli di consumo che si

!41
determinano attraverso l’interazione economica. Nell’analisi della scelta del
consumatore l’unico vincolo che prenderemo in esame è di natura economica ed è il
vincolo di bilancio.
• Vincolo di bilancio. Si tratta delle limitazioni al consumo imposte dal potere d’acquisto
di un dato reddito monetario. Supponiamo che il prezzo di mercato di un libro sia di 1 €
e quello del latte di 2 € al litro e supponiamo anche che il consumatore non possa
influire in nessun modo su tali prezzi (il che, come vedremo, equivale a supporre che il
mercato sia perfettamente concorrenziale dal lato della domanda). Con un reddito
monetario di 10 €, se il consumatore volesse consumare solo libri, potrebbe consumarne
al massimo 10, se volesse consumare solo latte, potrebbe consumarne 5 litri, altrimenti
potrebbe consumare una combinazione di libri e latte. Indicando i due beni con x1 e x2, e
i loro prezzi con p1 e p2, le diverse combinazioni dei due beni che il consumatore può
acquistare con il reddito monetario m sono determinate dalla seguente disequazione:

x1 p1 + x2 p2 ≤ m

Se il consumatore decide di spendere interamente il suo reddito monetario m, le diverse


quantità dei beni x1 e x2 che egli può acquistare sono determinate dalla seguente
equazione:

x1 p1 + x2 p2 = m

Dal punto di vista grafico, si tratta di una retta nel piano (x2, x1), la cui equazione
esplicita rispetto a x1 è la seguente:

x1 = m / p1 – (p2 / p1) x2

Tale retta prende il nome di retta di bilancio.


L’intersezione con l’asse delle x2 è data da:

x2 = m / p2 ottenuta ponendo x1 = 0

L’intersezione con l’asse delle x1 è data da:

x1 = m / p1 ottenuta ponendo x2 = 0

!42
RETTA DI BILANCIO

x1

m / p1

- p2 / p1

x2
m / p2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/9


!

Considerando la disequazione invece dell’equazione, l’insieme delle alternative di


consumo possibili è dato dalla regione triangolare compresa tra la retta di bilancio e gli
assi cartesiani.

INSIEME DELLE SCELTE POSSIBILI

x1
B: Se il consumatore spende tutto il
suo reddito (S = m), la sua scelta
si situa sulla retta di bilancio C

A: Se il consumatore non spende B


tutto il suo reddito (S < m), la
sua scelta si situa all’interno del A
triangolo scuro
C: Il consumatore ha un reddito
insufficiente ad acquistare punti x2
esterni al triangolo scuro (S > m)

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/9


!

• Se aumenta il reddito monetario m, a prezzi costanti, la retta di bilancio si sposta verso


l’alto.

!43
VARIAZIONE DEL REDDITO NOMINALE

x1
m2 < m0 < m1

m1/p1
m0/p1

m2/p1

m2/p2 m0/p2 m1/p2 x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/14


!

• Se aumenta il prezzo p1, a parità di prezzo p2 e di reddito monetario m, la retta di


bilancio ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse x2.

VARIAZIONE DI p1

x1
p21 < p01 < p11

m/p21
m/p01

m/p11

m/p2 x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/16


!

• Se aumenta il prezzo p2, a parità di prezzo p1 e di reddito monetario m, la retta di


bilancio ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse x1.

!44
VARIAZIONE DI p2

x1
p22 < p02 < p12

m/p1

m/p12 m/p02 m/p22 x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/17


!

• Economicamente, il fatto che la retta di bilancio ruota verso l’interno quando aumenta
uno dei due prezzi significa che il vincolo di bilancio diventa più stringente: l’aumento
di uno dei due prezzi riduce infatti le possibilità complessive d’acquisto del
consumatore.

La funzione obiettivo: l’utilità del consumatore

• Una volta individuato l’insieme delle alternative possibili (determinato dal vincolo di
bilancio) si devono specificare i criteri scelta all’interno di quest’insieme.
• L’ipotesi di fondo è che il consumatore tragga un’utilità dal consumo dei beni. La
funzione obiettivo del consumatore è dunque la sua funzione d’utilità, che egli cercherà
di massimizzare compatibilmente con le proprie risorse monetarie. La scelta di
consumo ottima all’interno dell’insieme delle scelte possibili è quella che massimizza la
funzione d’utilità del consumatore.
• La funzione d’utilità è una funzione che fa corrispondere ad ogni paniere di beni un
numero reale indicante appunto l’utilità che il consumatore ricava dal consumo di quel
particolare paniere di beni.
• Dal punto di vista matematico, se i beni esistenti sono in numero di n, la funzione
d’utilità è semplicemente una funzione di n variabili.

U = U (x1, x2, … , xn)

• Negli sviluppi analitici, per semplicità, restringeremo l’analisi a due soli beni di
consumo.

U = U (x1, x2)

!45
Su questa funzione d’utilità è possibile definire i concetti di utilità marginale (UMG) e
di utilità media (UME) rispetto a ciascuno dei due beni. L’utilità marginale rispetto a x1
(o a x2) è la derivata parziale della funzione rispetto a x1 (o a x2); l’utilità media rispetto
a x1 (o x2) è il rapporto tra l’utilità totale e la quantità consumata di x1 (o di x2)

UMG1 = ∂U / ∂x1
UMG2 = ∂U / ∂x2

UME1 = U / x1
UME2 = U / x2

• Sulla funzione d’utilità è possibile imporre un certo numero di restrizioni. Ad esempio,


come vedremo, si suppone in genere che tale funzione sia crescente rispetto a ciascuna
variabile, il che significa assumere che, se il consumo di un qualsiasi bene aumenta,
aumenta anche l’utilità totale del consumatore.
• Ogni particolare specificazione matematica della funzione d’utilità implica particolari
tipi di preferenze del consumatore per i diversi beni che compongono i panieri di
consumo. Consideriamo due semplici esempi di funzioni d’utilità lineari:

U = 7x1 + 2x2
U = x1 + 10x2

La prima funzione d’utilità implica che se il consumo del bene x1 aumenta di un’unità,
l’utilità complessiva del consumatore aumenta di 7 punti, mentre un aumento del
consumo di un’unità del bene x2 comporta un aumento dell’utilità complessiva di soli 2
punti; questo significa che il consumatore assegna un’importanza maggiore ad un’unità
di x1 rispetto ad un’unità di x2, ossia il consumatore preferisce un’unità di x1 rispetto x2.
Nella seconda funzione d’utilità, invece, il consumatore preferisce x2 a x1: un aumento
del consumo di un’unità del bene x1 comporta un aumento dell’utilità complessiva di 1
punto, mentre un aumento del consumo di un’unità del bene x2 comporta un aumento
dell’utilità complessiva di 10 punti. In generale, con funzioni di utilità più complesse
dal punto di vista matematico, la preferenza relativa per un bene o per l’altro non può
essere stabilita in via assoluta, bensì dipende anche dalle quantità che si consumano dei
due beni. In genere, assumiamo che l’utilità di un’unità del bene sia alta quando
disponiamo di poche unità del bene stesso e vada diminuendo a mano a mano che la
disponibilità del bene stesso aumenta: se disponiamo di tre mele e ce ne offrono una
quarta, l’utilità aumenta notevolmente; se viceversa disponiamo di trenta chili di mele e
ce ne offrono un’altra ancora l’utilità aumenta solo di poco.
• Secondo un approccio largamente diffuso, piuttosto che sviluppare l’analisi a partire
dalle proprietà della funzione d’utilità, è possibile analizzare il comportamento del
consumatore a partire da particolari ipotesi sulle sue preferenze. Più precisamente,
secondo l’approccio assiomatico alla teoria del consumatore, si definiscono una serie di
assiomi sulla struttura delle preferenze del consumatore, i quali costituiscono i principi
fondamentali che regolano le sue scelte di consumo.
• Relazioni di preferenze. Ipotizziamo innanzi tutto che il consumatore sia in grado di
ordinare le diverse alternative di consumo possibili (i diversi panieri cui può accedere).

!46
Dati due panieri A e B, se il consumatore preferisce strettamente A a B, scriviamo A >
B; se il consumatore è indifferente tra A e B, scriviamo A ∼ B; infine, se il consumatore
preferisce debolmente A a B (se cioè egli ritiene che A è almeno tanto buono quanto B),
scriviamo A ≥ B.
• Imponiamo inoltre i seguenti assiomi sulle preferenze del consumatore.
1. Completezza. Assumiamo che il consumatore sia in grado di ordinare tutte le
alternative a sua disposizione: presi due panieri qualsiasi, A e B, il consumatore è
sempre in grado di stabilire (1) se A ≥ B, (2) se B ≥ A, o (3) se entrambe le
precedenti condizioni sono vere, se cioè A ∼ B.
2. Transitività. Assumiamo anche che se il consumatore preferisce debolmente il
paniere A al paniere B (A ≥ B), e il paniere B al paniere C (B ≥ C), allora egli
preferisce anche il paniere A al paniere C (A ≥ C).
3. Monotonicità. Assumiamo che tra due panieri A e B identici tra loro in tutto meno
che per il fatto che il paniere A contiene una quantità maggiore di uno o più beni
rispetto al paniere B, il consumatore preferisce A a B (A ≥ B). In altri termini il
consumatore preferisce sempre avere a disposizione una maggiore quantità di
ciascun bene.
4. Convessità. Dati due panieri A e B indifferenti fra loro, assumiamo che tutti i panieri
ottenuti come combinazione lineare dei due panieri A e B siano preferiti ai due
panieri in questione. NB (definizione di combinazione lineare): un punto C è una
combinazione lineare di A e B se può essere ottenuto come C = α A + (1 – α) B [con
α ∈ (0, 1)]. Ad esempio se un consumatore è indifferente tra un piatto di riso e un
piatto di pasta (e le sue preferenze rispettano l’assioma di convessità), piuttosto che
un piatto intero dell’uno o dell’altro, egli dovrebbe preferire un piatto con un po’
dell’uno e un po’ dell’altro (ad esempio metà e metà, o un terzo di pasta e due terzi
di riso). La logica di tale assioma è la seguente: quando il consumatore possiede x1
in abbondanza, egli è disposto ad accettare una grande riduzione del consumo di x1
pur di ottenere un aumento unitario del consumo di x2; viceversa, quando la
disponibilità di x1 è scarsa (cioè quando x1 è relativamente prezioso per il
consumatore), egli sarà disposto a cedere solo una piccola quantità di x1 in cambio
di un’unità di x2.
L’assioma di completezza e quello di transitività sono assolutamente necessari alla
costruzione dell’intera teoria del consumatore. Gli assiomi di monotonicità e di
convessità possono invece in alcuni casi essere attenuati senza che ciò comporti la
caduta dell’intera costruzione analitica.
• Gli assiomi introdotti hanno delle precise implicazioni grafiche. In particolare, gli
assiomi di completezza, monotonicità e convessità sono di immediata interpretazione.
1. Completezza. Presi due punti qualsiasi A e B del piano, il consumatore è in grado di
confrontarli e stabilire se A ≥ B, B ≥ A, o A ∼ B.
2. Monotonicità. Considerando il punto del piano A, il consumatore preferisce tutti i
punti che si trovano a nord-est, mentre preferisce A a tutti i punti che si trovano a
sud-ovest. La monotonicità implica infatti che il consumatore preferisce ad A tutti i
panieri che contengono la stessa quantità di un bene e una quantità maggiore
dell’altro bene, mentre preferisce A a tutti i panieri che contengono la stessa quantità
di un bene e una quantità minore dell’altro bene.

!47
3. Convessità. Presi due punti A e B indifferenti tra loro, tutti i punti sul segmento che
unisce A e B sono preferiti sia ad A che a B. NB: dal punto di vista grafico, tutte le
combinazioni lineari di due punti qualsiasi sono rappresentate dal segmento che
unisce i due punti.
• Curve di indifferenza. Una curva di indifferenza è definita come il luogo dei punti del
piano cartesiano A, B, C, … rispetto ai quali il consumatore è indifferente (A ∼ B ∼ C
…). In pratica, una curva di indifferenza si ottiene unendo tutti i punti (tutti i panieri di
beni) che forniscono al consumatore uno stesso livello di utilità.

CURVA DI INDIFFERENZA

x1

Luogo dei panieri


indifferenti
secondo le
preferenze del
consumatore

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/21


!

• Ovviamente non esiste un’unica curva di indifferenza, ma ne esistono tante: una per
ogni diverso livello di utilità del consumatore.

!48
MAPPA DI INDIFFERENZA

x1
I3
I2

I1

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/22


!

• Gli assiomi sulle preferenze conferiscono alle curve d’indifferenza le seguenti proprietà.
1. Completezza. Ciascun punto del piano appartiene ad una curva d’indifferenza.
2. Monotonicità [in senso stretto]. Le curve di indifferenza sono decrescenti. Il fatto
che, preso il punto A, il consumatore preferisce [in senso forte] tutti i punti che si
trovano a nord-est impedisce che la curva di indifferenza passante per il punto A
possa passare anche per punti a nord-est di A (cioè impedisce che sia crescente o,
più precisamente, impedisce che sia non decrescente). Al contrario, se aumenta la
disponibilità di un bene, affinché il consumatore rimanga indifferente, deve
necessariamente diminuire la disponibilità dell’altro bene. Questo significa anche
tutti i punti al di sopra di una curva di indifferenza sono preferiti ai punti della curva
di indifferenza, mentre i punti sulla curva sono preferiti a quelli al di sotto della
curva.

!49
CARATTERISTICHE DELLE CURVE DI
INDIFFERENZA (1)

x1 A>B>C

Per l’assioma di
A monotonicità, i panieri sulle
curve di indifferenza più
B
lontane dall’origine sono
C
preferiti a quelli più vicini
all’origine
x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/22


!

3. Transitività. Le curve d’indifferenza non si intersecano mai. Supponiamo per


assurdo che per il punto A passino due curve di indifferenza distinte I1 e I2. Questo
significa che il punto A dovrebbe essere indifferente sia ai punti sulla I1, sia ai punti
sulla I2. Ma allora, per la transitività della relazione di indifferenza, anche gli altri
punti sulla I1 e sulla I2 dovrebbero essere indifferenti tra loro, il che contraddice
l’ipotesi che I1 e I2 siano due curve di indifferenza distinte.

CARATTERISTICHE DELLE CURVE DI


INDIFFERENZA (2)
Due curve di
indifferenza non si x1
intersecano mai
A

Per assurdo:
B C
se A ~ C
eB~C
=> A ~ B (transitività)
Il che contraddice A > B x2
(monotonicità)

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/23


!

4. Convessità. Le curve di indifferenza sono convesse.


• Funzione d’utilità e curve di indifferenza. Dal punto di vista matematico, le curve di
indifferenza si ricavano a partire dalla funzione d’utilità. Si consideri la funzione

!50
d’utilità U = U (x1, x2) e si fissi un certo livello di utilità U = U. L’equazione U = U (x1,
x2) definisce il luogo di punti che forniscono l’utilità U. I valori di x1 e x2 che
soddisfano l’equazione determinano quindi i punti della curva di indifferenza di livello
U.
• Saggio marginale di sostituzione. Se, a partire da un particolare paniere di coordinate
(x2, x1), si aumenta di un’unità il consumo del bene x2, affinché l’utilità del consumatore
rimanga invariata, è necessario ridurre di un certo ammontare il consumo del bene x1. Il
“saggio marginale di sostituzione” (SMS) indica la quantità del bene x1 cui si deve
rinunciare per compensare esattamente un aumento infinitesimale del consumo del bene
x2 (in modo tale cioè che l’utilità del consumatore resti invariata). Supponiamo, ad
esempio, che le quantità x1 e x2 forniscano il livello di utilità U. Immaginiamo ora di
aumentare di una quantità Δx1 la quantità del bene x1; questo comporterà un aumento
del livello di utilità. Diminuendo di un’opportuna quantità il bene x2 sarà comunque
possibile riportare l’utilità al livello iniziale U. Questo significa che il nuovo punto (x1 +
Δx1, x2 – Δx2) appartiene alla stessa curva di indifferenza del punto (x1, x2) e il rapporto
(– Δx2 / Δx1) misura la sostituzione tra i due beni che lascia invariato il livello di utilità.

SAGGIO MARGINALE DI SOSTITUZIONE

x1

Una riduzione di x1 riduce l’utilità del


Δx11 consumatore. Per ritornare sulla curva di
Δx12 indifferenza originaria, si deve
aumentare il consumo di x2

Δx21

Δx21

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/25


!

• In termini analitici, si tratta di calcolare il differenziale totale della funzione d’utilità


(che indica la variazione totale dell’utilità quando x1 e x2 aumentano simultaneamente di
quantità infinitesime) e porre che esso sia pari a zero (imporre cioè che le variazioni di
x1 e x2 siano tali da compensarsi esattamente dal punto di vista dell’utilità). Il
differenziale totale è dato dalla seguente espressione:

dU = (∂U / ∂x1) dx1 + (∂U / ∂x2) dx2 = UMG1 dx1 + UMG2 dx2

Ponendo dU = 0, si impone che il livello di utilità rimanga costante e si determina così


in che misura il consumo di un bene deve diminuire per compensare l’aumento del
consumo dell’altro bene, muovendosi lungo una stessa curva di indifferenza:

!51
dU = UMG1 dx1 + UMG2 dx2 = 0
dx1 / dx2 = – (UMG2 / UMG1)

La misura (dx1 / dx2) prende il nome di saggio marginale di sostituzione.


Matematicamente, esso è determinato dal rapporto tra le utilità marginali rispetto a x2 e
x1 cambiato di segno:

SMS = dx1/ dx2 = – (UMG2 / UMG1)

Dal punto di vista analitico, si tratta della derivata della curva di indifferenza. Dal punto
di vista grafico, esso è rappresentato dalla tangente alla curva di indifferenza.
È opportuno notare che il saggio marginale di sostituzione è una misura puntuale della
sostituibilità tra i beni. In generale infatti l’inclinazione della curva di indifferenza può
variare lungo la curva stessa.
• In generale, assumeremo che le curve di indifferenza siano convesse, il che significa
che il saggio marginale di sostituzione varia al variare della disponibilità relativa dei
due beni.
• Consideriamo tuttavia due eccezioni.
1. Beni sostituti. Se le curve di indifferenza sono lineari, i beni sono “perfettamente
sostituti”. La quantità del bene x1 cui si deve rinunciare per compensare l’aumento
del consumo del bene x2 è la stessa indipendentemente dal fatto che si disponga di
una grande quantità o di una piccola quantità del bene x2.
Il saggio marginale di sostituzione in tal caso è lo stesso in ogni punto della curva di
indifferenza (si noti che non è rispettato l’assioma di convessità).
Supponiamo, ad esempio, che io –che possiedo un chilo di fragole e una sola
ciliegia– sia pronto a rinunciare a due fragole per ottenere una ciliegia aggiuntiva.
Allora, se per me fragole e ciliegie sono perfette sostitute, io considererò due fragole
come equivalenti a una ciliegia, anche quando possiedo due sole fragole e tre chili
di ciliegie. Per molti consumatori, esempi di beni sostituti, anche se non perfetti,
sono il caffè e il tè, la pasta e il riso, le fragole e le ciliegie. Da quanto detto, un
consumatore che consideri due beni come perfettamente sostituti ha preferenze che
non rispettano l’assioma di convessità.

!52
BENI PERFETTI SOSTITUTI

x1

curve di indifferenza lineari

Il SMS è costante

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/27


!

2. Beni complementi. Due beni sono “perfetti complementi” quando l’utilità del
consumatore aumenta solo se la disponibilità dei due beni aumenta
simultaneamente; se invece aumenta la disponibilità di uno solo dei due beni,
l’utilità resta invariata. Un esempio di beni di questo tipo sono gli sci e gli attacchi:
se, invece di avere un paio di sci e un paio di attacchi, si ha un paio di sci e due paia
di attacchi, l’utilità non cambia (stiamo escludendo il fatto che, siccome gli attacchi
possono rompersi, può essere comunque meglio averne un paio in più). L’utilità
invece aumenta se aumentano simultaneamente sia gli sci che gli attacchi. In questo
caso si ha una violazione dell’assioma di monotonicità stretta e le curve di
indifferenza sono a forma di L (cioè non sono decrescenti). Esempi di beni
complementi, anche se non perfetti, possono essere il caffè e lo zucchero, il tabacco
e le cartine.

!53
BENI PERFETTI COMPLEMENTI

x1
Curve di indifferenza con un punto
angoloso

L’aumento di un solo bene non


permette di spostarsi su una
curva di indifferenza più lontana
dall’origine. È necessario invece
x2
che aumentino entrambi in date
proporzioni.

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/28


!

L’ottimo del consumatore

• La scelta ottima del consumatore si ottiene massimizzando il livello di utilità,


compatibilmente con il vincolo di bilancio. Dal punto di vista grafico, questo problema
di massimizzazione vincolata equivale alla scelta del punto all’interno dell’insieme
delle alternative possibili (che rispetti cioè il vincolo di bilancio) che appartiene alla
curva di indifferenza più a nord-est possibile (che fornisce cioè l’utilità massima).
• Per l’ipotesi di monotonicità, il punto ottimo si troverà sulla retta di bilancio e non al di
sotto di essa. Infatti tutti i panieri al di sotto della retta di bilancio contengono meno
beni di quelli sulla retta e il loro consumo fornisce quindi un’utilità minore. Se è
rispettato anche l’assioma di convessità (il quale tuttavia, come abbiamo visto, è
piuttosto forte), la scelta ottima è determinata dal punto di tangenza tra la retta di
bilancio e la curva di indifferenza più a nord-est possibile.

!54
L’OTTIMO DEL CONSUMATORE

x1

• per l’assioma di
monotonicità l’ottimo sta
sulla retta di bilancio B
• l’ottimo sta sulla curva di A
x*1
indifferenza più lontana
dall’origine
C

x*2 x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/29


!

• Dal punto di vista analitico, il punto di ottimo è determinato dalla seguente condizione:

SMS = dx1 / dx2 = – (p2 / p1)

Tale condizione esprime appunto la tangenza tra la retta di bilancio di coefficiente


angolare – (p2 / p1) e la curva di indifferenza di inclinazione dx1 / dx2.
• Dal punto di vista economico questo significa che la valutazione soggettiva
dell’importanza relativa dei beni espressa dal consumatore coincide con la valutazione
oggettiva del mercato rappresentata dal rapporto dei prezzi. Ricordando che il SMS
esprime il rapporto tra le utilità marginali col segno cambiato, la condizione di ottimo
può infatti scriversi anche nel modo seguente:

UMG2 / UMG1 = p2 / p1

Per chiarire il significato di questa condizione, supponiamo che i due beni abbiano lo
stesso prezzo (p2 = p1). Allora, se con un dato paniere di consumo, l’utilità che il
consumatore trae da un’unità aggiuntiva del bene x2 fosse maggiore dell’utilità che egli
trae da un’unità aggiuntiva del bene x1 (UMG2 > UMG1), egli potrebbe comprare
un’unità del bene x2 e vendere un’unità del bene x1 aumentando così la propria utilità
(continuando comunque a rispettare il proprio vincolo di bilancio, dato che i due beni
hanno, per ipotesi, lo stesso prezzo). Se, viceversa, si avesse UMG2 < UMG1, allora il
consumatore potrebbe aumentare la propria utilità vendendo x2 e comprando x1. Nel
punto di ottimo si suppone che tutte le possibilità di aumentare l’utilità attraverso
operazioni di questo tipo siano state sfruttate e che quindi debba essere UMG2 = UMG1.
• La condizione di ottimo SMS = – (p2 / p1) può essere utilizzata nella maggior parte dei
problemi di massimizzazione dell’utilità del consumatore. Esistono tuttavia diversi casi
in cui la determinazione del paniere ottimo non può ottenersi sfruttando la suddetta
condizione. Qui ne consideriamo due:

!55
1. Soluzioni d’angolo: se lungo tutte le curve di indifferenza il SMS è sempre maggiore
o sempre minore del rapporto dei prezzi, la massimizzazione dell’utilità si ottiene
consumando solo il bene x1 o solo il bene x2.

SOLUZIONI D’ANGOLO (1)

x1
Il saggio marginale di
sostituzione è sempre
maggiore del prezzo relativo

Il consumatore ha una
predilezione talmente forte
per il bene x1 che non è
disposto a scambiarlo al
prezzo di mercato esistente x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/35


!

SOLUZIONE D’ANGOLO (2)

x1
Beni perfetti sostituti

Il consumatore
consuma solo il bene
per cui è maggiore il
rapporto tra prezzo e
grado di soddisfazione

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/36


!

2. Curve di indifferenza non derivabili: se le curve di indifferenza non sono derivabili


(come nel caso di beni perfetti sostituti), non è possibile calcolare il SMS per cui,
ovviamente, la condizione di ottimo non può essere espressa in termini del SMS.

!56
SOLUZIONI D’ANGOLO (3)

x1

Beni perfetti complementi

L’ottimo si ha nel punto


angoloso della curva di
indifferenza (dove non ci
sono sprechi dei due
beni)
x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/37


!

NB: nei casi in cui la soluzione ottima non può essere calcolata sfruttando la condizione
SMS = – (p2 / p1), questo non significa che l’ottimo non esiste o che non può essere
determinato. La regola generale rimane quella della determinazione del punto sulla retta
di bilancio che appartiene alla curva di indifferenza più a nord-est possibile.
• Riassumendo, il problema di ottimo del consumatore si basa su due dati: la retta di
bilancio e le preferenze. La retta di bilancio a sua volta dipende da due fattori: il reddito
e i prezzi relativi. Le variazioni del reddito e dei prezzi relativi producono spostamenti
della retta di bilancio e quindi, se le preferenze del consumatore si suppongono date, del
paniere ottimo scelto dal consumatore.
• Si noti che il problema di ottimo del consumatore può essere impostato anche in modo
simmetrico rispetto al procedimento seguito. Si può cioè definire l’insieme delle
alternative possibili come l’insieme di punti appartenente ad una certa curva di
indifferenza e la funzione obiettivo come la retta di bilancio. In tal caso piuttosto che
cercare di massimizzare l’utilità dato un vincolo di spesa, il problema del consumatore
consiste nel minimizzare la spesa dato il vincolo di raggiungere un determinato livello
di utilità. Questo secondo modo di analizzare la scelta ottima del consumatore prende il
nome di “problema duale”, mentre il problema che abbiamo sviluppato è chiamato
“problema primale”. Dal punto di vista grafico, invece di ricercare il punto di una data
retta di bilancio che appartiene alla curva di indifferenza più a nord-est possibile
(problema primale), si dovrà cercare il punto di una data curva di indifferenza che
appartiene alla retta di bilancio più a sud-ovest possibile (problema duale). Le
condizioni analitiche di ottimo rimangono le stesse. In caso di convessità, ad esempio,
si verifica facilmente che l’ottimo è raggiunto nel punto di tangenza tra la retta di
bilancio e la curva di indifferenza.

!57
Gli effetti delle variazioni di reddito

• Come abbiamo visto, al variare del reddito monetario m, a prezzi costanti, la retta di
bilancio si sposta mantenendo invariato il coefficiente angolare. Questo porta alla
determinazione di un nuovo punto di ottimo del consumatore.

GLI EFFETTI DI UN AUMENTO DEL REDDITO


(BENI NORMALI)
x1

aumentano sia x*1 sia x*2

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/39


!

• In generale, gli incrementi di reddito producono aumenti nel consumo di entrambi i


beni. La misura in cui aumentano i due beni dipende dalla forma delle curve di
indifferenza. In alcuni casi, tuttavia, con determinate curve di indifferenza, l’aumento
del reddito può provocare un forte aumento del consumo di un bene e una diminuzione
del consumo dell’altro. Ad esempio, al crescere del reddito i beni di bassa qualità
vengono sostituiti da beni di qualità superiore, cosicché il loro consumo totale può
diminuire invece che aumentare.
• Quando il consumo di un bene diminuisce all’aumentare del reddito, il bene si dice
“inferiore”. I beni il cui consumo aumenta all’aumentare del reddito si dicono invece
“normali” o “superiori”.

!58
GLI EFFETTI DI UN AUMENTO DEL REDDITO
(BENI INFERIORI)
x1

aumenta x*1
diminuisce x*2 → il bene x2 è un
bene inferiore

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/40


!

• Si noti che, in un sistema in cui sono presenti solo due beni, non è possibile che
ambedue siano inferiori. Infatti la riduzione del consumo del bene inferiore si spiega
soltanto ipotizzando che esso sia sostituito con altri beni, il che significa che il consumo
dell’altro bene deve necessariamente aumentare (e in misura considerevole)
all’aumentare del reddito. In generale se nel sistema ci sono n beni, al massimo n–1 di
essi possono essere inferiori e almeno uno deve essere normale.
• Unendo tutti i punti di ottimo che si ottengono facendo variare il reddito monetario m, si
ottiene il “sentiero di espansione del reddito” (SER) [gli assi cartesiani riportano i due
beni x1 e x2]. Il SER ha inclinazione positiva se i due beni sono entrambi normali. Se il
bene x1 è inferiore esso avrà un tratto a pendenza negativa. Se è il bene x2 ad essere
inferiore, il SER avrà un tratto “in cui ritorna indietro”.

!59
SENTIERO DI ESPANSIONE DEL REDDITO
(SER)
x1 SER
Luogo dei punti di ottimo al
variare del reddito

Indica come variano le


quantità domandate dei due
beni al variare del reddito
del consumatore

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/41


!

• La “curva di Engel” rappresenta il consumo ottimo di un bene al variare del reddito [gli
assi cartesiani riportano il bene x1 e il reddito monetario m]. La curva di Engel è
crescente per i beni normali e decrescente per i beni inferiori.

CURVA DI ENGEL

Relazione tra la quantità


domandata di un bene e il livello
del reddito del consumatore

• crescente per i beni normali


• decrescente per i beni inferiori
x

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/42


!

Gli effetti delle variazioni dei prezzi

• Come abbiamo visto, al variare del prezzo p1, rimanendo costante il prezzo p2 e il
reddito monetario m, la retta di bilancio si sposta facendo perno sul punto di

!60
intersezione con l’asse x2. Questo porta alla determinazione di un nuovo punto di ottimo
del consumatore con nuovi livelli di consumo di x1 e x2.
• Effetto sostituzione e effetto reddito. L’effetto dell’aumento del prezzo p1 può essere
scomposto in due componenti: (1) l’aumento del prezzo p1, a parità di reddito
monetario, produce una riduzione del reddito reale, il che diminuisce le possibilità
complessive di consumo (l’insieme delle alternative di consumo possibili si restringe)
[“effetto reddito”]; (2) l’aumento del prezzo p1, a parità del prezzo p2, fa aumentare il
prezzo relativo p1/p2, il che rende il bene x2 più a buon mercato rispetto al bene x1 e
porta a diminuire il consumo di x1 a vantaggio di quello di x2 [“effetto sostituzione”].
L’effetto reddito e l’effetto sostituzione possono essere quantificati secondo due criteri
diversi. Sia E1 il punto di equilibrio prima della variazione del prezzo (ottenuto come
tangenza della curva di indifferenza I1 e della retta di bilancio R1) e E2 il punto di
equilibrio dopo la variazione del prezzo (ottenuto come tangenza della curva di
indifferenza I2 e della retta di bilancio R2).
1. Compensazione di Hicks. Si tracci una retta di bilancio teorica, R3, con la stessa
inclinazione della R2 e tangente alla I1. Si indichi con E3 tale punto di tangenza. La
differenza tra il punto E3 e il punto E1 misura l’effetto sostituzione, cioè quella
variazione del consumo di x1 (lungo la curva di indifferenza I1) dovuta al solo fatto
che è cambiato il prezzo relativo (indipendente cioè dal fatto che la variazione del
prezzo p1, facendo variare il reddito reale, permette in realtà di spostarsi su una
nuova curva di indifferenza). La differenza tra il punto E2 e il punto E3 isola invece
l’effetto reddito: dati i prezzi relativi (quelli vigenti dopo l’aumento di p1), la
variazione del consumo di x1 dal punto E2 al punto E3 è imputabile solo ad una
variazione del reddito.

COMPENSAZIONE DI HICKS

x1

Confronto a utilità costante E1 E2

E3
I2

I1

R1 R3 R2 x2
EFFETTO DI EFFETTO DI
SOSTITUZIONE REDDITO

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/48


!

2. Compensazione di Slutsky. Si tracci una retta di bilancio teorica, R3, con la stessa
inclinazione della R2 e passante per il punto E1. Si indichi con E3 il punto teorico di
ottimo che si avrebbe con questa nuova retta di bilancio R3 e si indichi con I3 la

!61
nuova curva di indifferenza tangente a tale retta. La differenza tra il punto E3 e il
punto E1 misura l’effetto sostituzione, cioè quella variazione del consumo di x1
(lungo la retta di bilancio teorica R3 che mantiene invariato il reddito reale che si
aveva in E1) dovuta al solo fatto che è cambiato il prezzo relativo. La differenza tra
il punto E2 e il punto E3 isola invece l’effetto reddito: dati i prezzi relativi (quelli
vigenti dopo l’aumento di p1), la variazione del consumo di x1 dal punto E2 al punto
E3 è imputabile solo ad una variazione del reddito.

COMPENSAZIONE DI SLUTSKY

x1

Confronto a potere E1 E2
d’acquisto costante
E3

I2
I3
I1
R1 R3 R2 x2
EFFETTO DI EFFETTO DI
SOSTITUZIONE REDDITO

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/49


!

Nei due casi, la variazione del consumo di x1 causata da una variazione del prezzo p1
(E2 – E1) viene scomposta in due componenti: l’effetto reddito (E2 – E3) e l’effetto
sostituzione (E3 – E1):

(E2 – E1) = (E2 – E3) + (E3 – E1)

• In generale, all’aumentare del prezzo p1, il consumo del bene x1 diminuisce. Infatti, (1)
l’effetto sostituzione necessariamente implica una diminuzione del consumo di x1 a
vantaggio di x2; (2) l’effetto reddito anche, in generale, tende a ridurre il consumo di x1.
Tuttavia fa eccezione il caso in cui x1 sia un bene inferiore. In tal caso, infatti, la
diminuzione del reddito fa aumentare il consumo di x1. Questo significa che, nel caso di
un bene inferiore, se l’aumento del consumo causato dall’effetto reddito è maggiore
della diminuzione del consumo causata dall’effetto sostituzione, il consumo
complessivo di x1 potrebbe anche aumentare all’aumentare del prezzo p1.
• I beni il cui consumo varia nella stessa direzione delle variazioni del loro prezzo si
dicono “beni di Giffen”.
• Si noti, che affinché un bene sia di Giffen esso deve essere necessariamente un bene
inferiore (altrimenti, l’effetto reddito rinforzerebbe l’effetto sostituzione). Tuttavia non
tutti i beni inferiori sono anche beni di Giffen (infatti, non solo è necessario che l’effetto

!62
reddito vada in senso opposto rispetto all’effetto sostituzione, ma esso deve anche
essere più forte del secondo).
• Unendo tutti i punti di ottimo che si ottengono facendo variare il prezzo p1, si ottiene il
“sentiero di espansione del prezzo p1” (SEP1) [gli assi cartesiani riportano i due beni x1
e x2]. Ripetendo lo stesso esercizio per il prezzo p2 si ottiene il “sentiero di espansione
del prezzo p2” (SEP2).

SENTIERO DI ESPANSIONE DEL PREZZO


(SEP2)
x1

SEP

Luogo dei punti di ottimo


al variare del prezzo di uno
dei beni

x2

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/51


!

• La “curva di domanda” rappresenta il consumo ottimo di un bene al variare del suo


prezzo [gli assi cartesiani riportano il bene x1 e il prezzo p1]. La curva di domanda è
crescente solo nel caso di beni di Giffen; altrimenti è decrescente. NB: la possibilità
teorica di curve di domanda crescenti costituisce un serio problema (molto spesso
sottovalutato) per la coerenza interna dell’intera teoria: come si è visto, affinché la
teoria della domanda possa avere un potere esplicativo della realtà è necessario
interpretarla in senso descrittivo. A questo riguardo, è la verifica empirica che stabilisce
se effettivamente la teoria può essere considerata valida o meno. Se la teoria stabilisse
inequivocabilmente che la curva di domanda deve essere decrescente, sarebbe possibile
utilizzare le stime empiriche sulle curve di domanda reali per accettare o rigettare la
teoria. Al contrario, visto che la teoria della domanda è compatibile anche con curve
crescenti, viene meno la stessa possibilità di dimostrare che la teoria non è valida e la
sua accettazione diventa un atto di fede.

!63
FUNZIONE DI DOMANDA INDIVIDUALE

x1

Relazione tra la quantità


Domandata di un bene al
suo prezzo

p1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/52


!

• Finora abbiamo considerato solo variazioni del consumo di un bene prodotte da


variazione del prezzo del bene stesso. È comunque possibile considerare anche gli
effetti delle variazioni del prezzo di un bene sul consumo dell’altro bene. Si parla in tal
caso di “effetto incrociato della variazione del prezzo”.

Domanda di mercato e surplus dei consumatori

• La curva di domanda indica, per ogni livello del prezzo, la quantità del bene che un
consumatore desidera consumare. Se, per ogni livello del prezzo, si sommano le
quantità del bene che ciascun consumatore desidera consumare si ottiene la curva di
domanda di mercato. Essa indica, per ogni livello del prezzo, la quantità totale del bene
che i consumatori desiderano consumare. Dal punto di vista grafico, essa è la somma
orizzontale delle curve di domanda individuali.
• Dal punto di vista matematico, la curva di domanda è una funzione che mette in
relazione prezzo e quantità. Più precisamente, per ogni prezzo, essa determina la
quantità domandata. È allora possibile considerare la “funzione di domanda inversa”
come relazione tra quantità e prezzo: per ogni quantità, essa determina il prezzo al quale
il consumatore è disposto ad acquistare quella quantità. Dal punto di vista matematico,
la funzione di domanda inversa si ottiene semplicemente esplicitando il prezzo in
funzione delle quantità.

!64
FUNZIONE DI DOMANDA INVERSA

p1

Inversa della funzione di


domanda
p’1

fornisce una misura della


disponibilità a pagare del
consumatore per ottenere una
determinata quantità del bene
x’1 x1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/54


!

• Surplus del consumatore. Consideriamo un bene che è possibile domandare solo in


quantità discrete e ipotizziamo che ciascun consumatore possa solo scegliere, per ogni
livello del prezzo, se domandare un’unità del bene o se non domandarlo affatto. Questo
permette di determinare un “prezzo di riserva”, come prezzo massimo che il
consumatore è disposto a pagare per avere un’unità del bene. Ipotizziamo inoltre che i
consumatori abbiano diversi prezzi di riserva e ordiniamo i consumatori da quello con il
prezzo di riserva più alto a quello con il prezzo di riserva più basso. Una volta che si
determina un certo prezzo sul mercato, solo i consumatori con un prezzo di riserva
almeno pari al prezzo di mercato acquisteranno il bene, mentre quelli con un prezzo di
riserva più basso non lo acquisteranno. Tra i consumatori che acquistano il bene, ce ne
saranno comunque alcuni con prezzi di riserva più alti del prezzo di mercato. La
differenza tra il loro prezzo di riserva e il prezzo di mercato viene chiamata “surplus del
consumatore”. Con le ipotesi introdotte il surplus totale dei consumatori è dato dall’area
compresa tra la curva di domanda e il livello del prezzo di mercato.

!65
IL SURPLUS DEL CONSUMATORE

p
• Per un consumatore:
differenza tra prezzo di
riserva e prezzo di
mercato (p)
p
• Per il mercato: somma del
surplus di tutti i
consumatori (area
compresa tra la funzione X
di domanda inversa e il
prezzo di mercato)

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 2/56


!

• L’introduzione del concetto di surplus del consumatore serve a dare un contenuto


normativo alla teoria (come vedremo infatti, il bene comune sarà definito come la
massimizzazione del surplus totale e l’obiettivo della società sarà di massimizzare la
soddisfazione del consumatore), contravvenendo all’interpretazione puramente positiva
fin qui seguita.

3. Elasticità e aggiustamento dei mercati

Significato matematico

• Data una qualsiasi funzione Y = f (X), l’elasticità si definisce nel modo seguente:

e = (dY / Y) / (dX / X)

• Il valore di e misura di quanto varia in termini percentuali la variabile dipendente (la Y)


a fronte di una variazione dell’uno per cento della variabile indipendente (la X).
• In generale, l’elasticità non è la stessa in ogni punto della funzione, ma varia lungo la
funzione. L’elasticità di una funzione in un particolare punto dipende da due fattori: (1)
l’inclinazione della curva, (2) la posizione del punto nel piano cartesiano.

Significato economico

• In campo economico, la variabile dipendente è la quantità (Q) e quella indipendente il


prezzo (p). La definizione prende allora la seguente forma.

e = (dQ / Q) / (dp / p)

!66
• Tale definizione si applica tanto alla funzione di domanda (nel qual caso la indichiamo
con ε) quanto alla funzione d’offerta (e in questo caso la indichiamo con η). Nel caso
della domanda, essendo la curva inclinata negativamente (a parte il caso di beni di
Giffen), come convenzione, l’elasticità si definisce col segno invertito (in modo tale che
il suo valore sia sempre positivo):

Elasticità della domanda: ε = – (dQD / QD) / (dp / p)


Elasticità dell’offerta: η = (dQS / QS) / (dp / p)

• Sia per la domanda che per l’offerta, il valore dell’elasticità dipende dai seguenti fattori:
1. pendenza bassa ⇒ e alta (in risposta ad una variazione data del prezzo si ha una
forte variazione della quantità).
2. punto vicino all’asse p ⇒ e alta (sull’asse p: e = ∞).
3. punto vicino all’asse Q ⇒ e bassa (sull’asse Q: e = 0).

ELASTICITÀ DELLA DOMANDA


(INCLINAZIONE DELLA CURVA)

p p1 → p2 :
l’aumento della quantità è
maggiore sulla curva D2 (meno
inclinata e più elastica) che
sulla curva D1
p1

p2
D2

D1

Q
Q1 Q2 Q3

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/3


!

!67
ELASTICITÀ DELL’OFFERTA
(INCLINAZIONE DELLA CURVA)

p S1
p1 → p2 :
La diminuzione delle
S2 quantità è maggiore sulla
curva S2 (meno inclinata e più
p1 elastica) che sulla curva S1

p2

Q
Q2 Q3 Q1

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/3


!

ELASTICITÀ DELLA DOMANDA E


DELL’OFFERTA (INTERSEZIONI CON GLI ASSI)

p S

ε=∞

ε=0
η=∞ D

! Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/3

• Una curva di dice elastica se e > 1 e anelastica se e < 1:


1. e > 1. A fronte di una variazione del prezzo dell’uno per cento, la variazione
percentuale della quantità è maggiore dell’uno per cento.
2. e < 1. A fronte di una variazione del prezzo dell’uno per cento, la variazione
percentuale della quantità è minore dell’uno per cento.
3. e = 1. A fronte di una variazione del prezzo dell’uno per cento, la variazione
percentuale della quantità è dell’uno per cento.

!68
• Nel caso della domanda, il punto in cui ε = 1 è particolarmente significativo dal punto
di vista della spesa complessiva del consumatore. Considerando un bene x normale (non
di Giffen), con una curva di domanda decrescente, spostandosi dal punto A al punto B, a
destra di A, aumenta la quantità e diminuisce il prezzo. L’aumento della quantità
domandata tende a far aumentare la spesa complessiva del consumatore per il bene x;
tuttavia, la diminuzione del prezzo tende a far diminuire la spesa del consumatore. Dire
che l’elasticità è alta (superiore a uno) significa dire che la variazione percentuale della
quantità è forte (cioè è superiore alla variazione percentuale del prezzo), il che fa
aumentare la spesa del consumatore di più di quanto non la faccia diminuire il fatto che
il prezzo è diminuito:

1. Effetto quantità: Q ↑ ⇒ Spesa del consumatore per il bene x ↑


2. Effetto prezzo: p ↓ ⇒ Spesa del consumatore per il bene x ↓

Se ε >1, l’effetto quantità è maggiore dell’effetto prezzo ⇒ la spesa del consumatore


aumenta quando ci si sposta verso destra lungo la curva di domanda.
• Lo stesso ragionamento può essere fatto considerando il punto di vista delle imprese
che vendono il bene x. Infatti alla spesa dei consumatori per l’acquisto del bene x,
corrispondono i ricavi delle imprese per la vendita del bene x. Quindi, dal punto di vista
delle imprese, quando ci si sposta dal punto A al punto B, l’aumento della quantità
venduta tende a far aumentare i ricavi complessivi; tuttavia, la diminuzione del prezzo
tende a farli diminuire. Se l’elasticità è alta (superiore a uno) significa che la variazione
percentuale della quantità è superiore alla variazione percentuale del prezzo e l’effetto
netto è quindi un aumento dei ricavi delle imprese:

1. Effetto quantità: Q ↑ ⇒ Ricavi delle imprese dalla vendita del bene x ↑


2. Effetto prezzo: p ↓ ⇒ Ricavi delle imprese dalla vendita del bene x ↓

Se ε >1, l’effetto quantità è maggiore dell’effetto prezzo ⇒ i ricavi delle imprese


aumentano quando ci si sposta verso destra lungo la curva di domanda.

!69
SPESA TOTALE DEI CONSUMATORI
E RICAVI TOTALI DELLE IMPRESE

La spesa totale per l’acquisto di un bene è data dal prezzo di acquisto


moltiplicato per la quantità acquistata. Dal punto di vista delle
imprese, la spesa totale dei consumatori corrisponde al ricavo totale

S = pQ = RT
SPESA DEI
CONSUMATORI
RICAVI DELLE
IMPRESE

Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/8
!

CURVA DI DOMANDA ANELASTICA

Di fronte ad una variazione


di p la risposta di Q è p
meno che proporzionale

La spesa varia nella stessa


direzione del prezzo
D

Q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/11
!

!70
CURVA DI DOMANDA ELASTICA

Di fronte ad una
variazione di p la
risposta di Q è più che p
proporzionale

La spesa varia nella stessa


direzione delle quantità
D

! Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/11

Esempi

• Funzione di domanda lineare: all’intersezione con l’asse p, ε = ∞ ; andando verso


destra, l’elasticità decresce ed è pari a zero nel punto di intersezione con l’asse Q. Nel
punto medio si ha ε = 1.
• Funzione di domanda lineare perfettamente anelastica: retta verticale.
• Funzione di domanda lineare perfettamente elastica: retta orizzontale.
• Funzione di domanda ad elasticità unitaria in tutti i punti: iperbole equilatera.

CURVE DI DOMANDA PARTICOLARI


p

Domanda perfettamente elastica: |ε| = +∞

Q1 Q2 Q

Domanda perfettamente anelastica: |ε| = 0

Q
p

Domanda ad elasticità unitaria: |ε| = 1

Q
! Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/12

!71
• Funzione d’offerta lineare. Si hanno due casi a seconda che l’intercetta sia positiva o
negativa (nel caso della domanda, l’intercetta è sempre positiva):
1. Intercetta positiva. All’intersezione con l’asse p, η = ∞ ; andando verso destra,
l’elasticità decresce e tende a 1 quando Q → ∞ (quindi η > 1 sempre)
2. Intercetta negativa. All’intersezione con l’asse Q, η = 0; andando verso destra,
l’elasticità cresce e tende a 1 quando Q → ∞ (quindi η < 1 sempre)

CURVE DI DOMANDA E DI OFFERTA LINEARI

p S1

ε=∞ S2

ε=1

η=∞
ε=0
D
ε=0

! Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/3

Altre elasticità

• Elasticità della domanda al reddito. Dal punto di vista matematico, si definisce come
segue:

εm = (dQD / QD) / (dm / m)

Essa esprime di quanto varia in termini percentuali la domanda a fronte di una


variazione dell’uno per cento del reddito monetario m.
• Elasticità incrociata della domanda. Dal punto di vista matematico, si definisce come
segue:

εm = (dQD1 / QD1) / (dp2 / p2)

Essa esprime di quanto varia in termini percentuali la domanda del bene x1 a fronte di
una variazione dell’uno per cento del prezzo del bene x2.

!72
Determinanti delle elasticità

• Elasticità della domanda al prezzo:


1. Numero di beni sostituti e grado di sostituibilità.
2. Porzione di reddito spesa nel bene.
3. Orizzonte temporale. Quanto più è esteso il periodo considerato, tanto maggiore è la
reazione in termini di quantità piuttosto che di prezzo (e quindi tanto maggiore è
l’elasticità).
• Elasticità dell’offerta al prezzo:
1. Ampiezza dell’aumento dei costi in seguito all’aumento della produzione.
2. Orizzonte temporale.
• Elasticità della domanda al reddito:
1. Grado di necessità del bene (beni normali, beni inferiori).
2. Livello di reddito.
• Elasticità incrociata della domanda:
1. Grado di sostituibilità o di complementarità tra i due beni.

Speculazione, rischio e incertezza

• In un contesto in cui i prezzi cambiano da un periodo all’altro, le decisioni di acquisto e


di vendita nel periodo corrente si basano sulle aspettative riguardanti i prezzi futuri. I
comportamenti basati sulle aspettative di prezzo volti a massimizzare il guadagno si
dicono speculativi.
• La speculazione è stabilizzante quando gli operatori credono che una variazione del
prezzo sia solo temporanea (vendono quando i prezzi salgono e comprano quando
scendono, attenuando le fluttuazioni del prezzo) ed è destabilizzante se credono invece
che essa sarà seguita da ulteriori variazioni nello stesso senso (comprano quando i
prezzi salgono e vendono quando scendono, amplificando le fluttuazioni del prezzo).
• Si parla di situazioni di “rischio” quando la probabilità di un dato evento è nota (il
lancio di un dado). Si parla invece di situazioni di “incertezza” quando la probabilità
non è nota (passare l’esame di economia politica).
• Dal punto di vista economico, le scorte sono in alcuni casi un utile strumento per far
fronte all’incertezza. Si deve tuttavia tener conto che esse hanno anche un costo.

Prezzi controllati

• Nei mercati perfettamente concorrenziali il prezzo che si determina è tale da uguagliare


la quantità offerta e la quantità domandata. In alcuni casi, tuttavia, il governo può
intervenire per modificare il prezzo fissando un prezzo superiore o inferiore a quello di
mercato. Se il prezzo viene fissato ad un livello superiore si determina un eccesso
d’offerta. Se invece viene fissato ad un livello inferiore si determina un eccesso di
domanda.

!73
PREZZI CONTROLLATI

PREZZO MINIMO PREZZO MASSIMO

p p
ECCESSO
DI OFFERTA
S S

pmin
pe
pe
pmax
D
D ECCESSO
DI DOMANDA

QD QS Q QS QD Q

! Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 cap. 3/41

• Ragioni che possono portare il governo a fissare un prezzo minimo:


1. Proteggere i redditi dei produttori.
2. Creare un surplus.
3. Impedire che i redditi dei lavoratori scendano al di sotto di un certo livello
• Per mantenere il prezzo ad un livello superiore a quello di mercato, il governo ha
diversi strumenti:
1. Acquistare il surplus
2. Ridurre l’offerta imponendo delle quote massime di produzione
3. Aumentare la domanda attraverso trasferimenti e incentivi o imponendo tasse sui
beni sostituti.
• Ragioni che possono portare il governo a fissare un prezzo massimo:
1. Questioni di equità distributiva (permettere l’acquisto anche ai più poveri). Lo
svantaggio, secondo Sloman, è che in tal caso vige il principio “chi prima arriva,
meglio alloggia”. Il fatto, tuttavia, è che con i prezzi di mercato vale invece il
principio “chi ha più soldi, meglio alloggia”. In presenza di scarsità,
necessariamente si determina un razionamento dei beni. Il razionamento del mercato
non è neutrale come non lo sono gli altri tipi di razionamento: in un caso alloggia
meglio chi arriva per primo, nell’altro chi ha più soldi. Un secondo svantaggio,
sempre secondo Sloman, è che tenderebbe a formarsi un mercato nero dove i
consumatori più ricchi riuscirebbero comunque ad accaparrarsi i beni a danno dei
più bisognosi. Non si capisce però perché questo sia uno svantaggio rispetto al
mercato ordinario, visto che in quest’ultimo l’accaparramento dei beni da parte dei
più ricchi (anche se meno bisognosi) avviene nella perfetta legalità ed è considerato
addirittura la condizione di efficienza dell’intero sistema. La differenza è semmai
che nel caso del mercato nero, si tratta di un illecito che può essere perseguito,
mentre nel caso del mercato ordinario (senza controlli sui prezzi) esso è
perfettamente legale.

!74
• Per mantenere il prezzo ad un livello inferiore a quello di mercato, il governo ha diversi
strumenti:
1. Incoraggiare l’offerta attraverso trasferimenti o sgravi fiscali
2. Ridurre la domanda favorendo beni alternativi o controllando i redditi.

4. Offerta dell’impresa e offerta di mercato

Costi, ricavi e profitti

• Assumiamo che l’obiettivo dell’impresa sia la massimizzazione dei profitti. I profitti


sono determinati dalla differenza tra i ricavi e i costi.
• Al variare della quantità prodotta, q, variano sia i costi totali dell’impresa, sia i suoi
ricavi totali. L’obiettivo dell’impresa è quindi di determinare la quantità ottima da
produrre in modo tale da massimizzare i profitti totali.
• Per quanto riguarda i ricavi, introduciamo un’ipotesi assai forte, secondo la quale
l’impresa riesce a vendere qualsiasi livello di produzione essa realizzi. Dal punto di
vista dei costi si pone invece un problema aggiuntivo: per ogni livello di produzione che
l’impresa intende realizzare, si deve determinare il modo più economico di combinare
gli input, così da minimizzare i costi di produzione. Si hanno quindi due problemi
distinti:
1. Determinare la combinazione ottima dei fattori di produzione per ogni possibile
livello di produzione q (problema di minimizzazione dei costi).
2. Determinare il livello ottimo di produzione q in modo tale da rendere massima la
differenza tra ricavi e costi (problema di massimizzazione dei profitti).
In altri termini, per poter massimizzare i profitti è necessario, non solo che l’impresa
determini la quantità ottima da produrre ma anche che la produca al costo più basso
possibile.
• Dal punto di vista matematico, i costi totali, i ricavi totali e i profitti totali sono funzioni
della quantità prodotta.

Costi totali: CT = CT(q)


Ricavi totali: RT = RT(q)
Profitti totali: π = π(q) = RT(q) – CT(q)

• A partire da queste funzioni, è possibile definire le rispettive funzioni medie e


marginali.

Costi medi: CME = CT / q


Ricavi medi: RME = RT / q
Profitti medi: πME = π / q

Costi marginali: CMG = ∂CT / ∂q


Ricavi marginali: RMG = ∂RT / ∂q
Profitti marginali: πMG = ∂π / ∂q

!75
Costi, ricavi e profitti medi indicano rispettivamente il costo, il ricavo e il profitto per
unità di prodotto che si ottengono quando si produce una quantità pari a q. Costi, ricavi
e profitti marginali indicano invece l’aumento del costo, del ricavo e del profitto quando
la quantità prodotta aumenta di un’unità (dal livello q passa al livello q+1).
Matematicamente, si tratta della derivata delle funzioni del costo, del ricavo e del
profitto totali.

Costi

• Si suppone che esistano due soli input, lavoro (L) e capitale (K). I costi totali (CT) sono
allora determinati dalla spesa che l’impresa sostiene per l’acquisto di questi due input.

CT = wL + rK

dove w e r sono i prezzi del lavoro e del capitale rispettivamente. Assumiamo che i
mercati dei fattori di produzione (L e K) siano caratterizzati da concorrenza perfetta dal
lato della domanda e che, quindi, l’impresa non possa in nessun modo influire sui prezzi
w e r. Tale ipotesi, anche se poco realistica, non sarà abbandonata mai.
• Per poter di analizzare come variano i costi dell’impresa al variare delle quantità
prodotta, dobbiamo innanzi tutto determinare come varia la quantità prodotta al variare
delle quantità di input utilizzate. A tale scopo definiamo il concetto di funzione di
produzione.
• Combinando opportunamente i due input si ottiene l’output (q), secondo la seguente
funzione di produzione:

q = q (L, K)

• A partire dalla funzione di produzione, è possibile definire le produttività medie e


marginali del lavoro e del capitale:

Produttività media del lavoro: PMEL = q / L


Produttività media del capitale: PMEK = q / K

Produttività marginale del lavoro: PMGL = ∂q / ∂L


Produttività marginale del capitale: PMGK = ∂q / ∂K

La produttività media del lavoro (o del capitale) indica la quantità di prodotto per unità
di lavoro (o di capitale). Le produttività marginali indicano di quanto aumenta il
prodotto quando l’uso di uno dei due fattori viene aumentato di un’unità.
• In generale, i fattori di produzione possono essere distinti in “fattori fissi” e “fattori
variabili”. I primi sono quelli che non possono essere variati in un certo arco di tempo
preso come riferimento (nel nostro caso semplificato a due soli fattori, il capitale); i
secondi possono invece essere utilizzati in quantità variabili anche nell’arco di tempo
considerato (il lavoro). Definiamo allora “breve periodo” l’arco di tempo in cui possono
essere variati solo i fattori variabili e “lungo periodo” un arco di tempo sufficientemente
lungo in cui può essere variata la quantità di tutti i fattori di produzione.

!76
Costi di breve periodo

• La quantità di capitale impiegata, K, è data e l’output, q, può essere variato solo


impiegando quantità diverse di lavoro, L. La funzione di produzione diventa in questo
caso dipendente solo da L.

q = q (L)

• In questo caso il problema della minimizzazione dei costi è banale poiché l’impresa non
ha alcun margine di manovra sul modo di ottenere un certo livello di produzione q.
Come vedremo, tale problema è invece complesso nel lungo periodo poiché in quel
caso uno stesso livello di produzione q può essere ottenuto con combinazioni diverse di
L e K, il che solleva la questione di determinare la particolare combinazione (L, K) più
economica per l’impresa.
• Secondo un’ipotesi comunemente accettata, quando si combinano quantità crescenti di
un fattore variabile con una quantità costante del fattore fisso, l’output cresce in misura
sempre minore. Tale ipotesi prende il nome di “legge della produttività marginale
decrescente”.
• Dal punto di vista grafico, questa ipotesi implica che la curva della produttività
marginale del lavoro, PMGL, abbia un tratto decrescente. Più in particolare, supporremo
che la PMGL sia prima crescente (per bassi livelli di output, incrementi nella quantità di
L danno luogo ad incrementi crescenti di q poiché, ad esempio, dato un impianto di una
certa dimensione, K, l’impiego di quantità molto piccole di L non permette di utilizzarlo
al meglio) e poi decrescente (per la legge della produttività marginale decrescente).
• In termini della funzione di produzione questo equivale a dire che essa sia prima
convessa e poi concava (nella figura, il cambio di concavità si ha nel punto di flesso:
A). In generale si suppone che la funzione di produzione sia sempre crescente, ossia che
all’aumentare delle quantità di input l’output aumenti (seppure in misura via via
decrescente). Sloman, tuttavia, ipotizza che oltre un certo limite (punto C), non solo
dosi aggiuntive di un input smettono di avere effetti positivi sulla produzione, ma
finiscono addirittura per diminuirla. In tal caso, la produttività marginale diventa
negativa.
• La curva della produttività media si suppone anch’essa prima crescente e poi
decrescente. Graficamente, la produttività media è rappresentata dall’inclinazione del
segmento che unisce l’origine ai vari punti della funzione di produzione. Tale
inclinazione aumenta inizialmente, raggiunge un massimo in B e poi diminuisce.

!77
PRODUTTIVITÀ MEDIA

q B

• PMEL: crescente fino a B


(punto in cui il rapporto q/L è
massimo); decrescente in L
seguito
PMEL

PMEL
L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Dal punto di vista matematico, vale la seguente regola generale: se una curva media è
prima crescente e poi decrescente (o, viceversa, prima decrescente e poi crescente), la
corrispondente curva marginale è anch’essa prima crescente e poi decrescente (o,
viceversa, prima decrescente e poi crescente). Inoltre la curva marginale interseca
sempre la curva media nel punto di massimo (o di minimo) di quest’ultima.

FUNZIONE DI PRODUZIONE E
PRODUTTIVITÀ MEDIA E MARGINALE
C
q B

• PMGL: crescente fino ad A


(punto di flesso della
funzione di produzione); A
decrescente in seguito;
negativa dopo C (punto di L
massimo della funzione di
PMEL
produzione) PMGL A
• PMEL: crescente fino a B
(punto di maggiore
inclinazione del rapporto B
q/L); poi decrescente
PMEL
C L
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002 PMGL

• Una volta determinata la quantità di L che deve essere utilizzata per ottenere una certa
quantità di q (ricordiamo che nel breve periodo la quantità di K è data e non può essere
modificata), è possibile analizzare come variano i costi totali al variare della quantità da
produrre (q).

!78
• Abbiamo visto che il costo totale può essere espresso dalla seguente relazione:

CT = wL + rK

NB: il fatto che la quantità di K sia data nel breve periodo non toglie che essa deve
essere comunque pagata al prezzo r.
• Più in generale il costo totale (CT) è determinato dalla somma dei costi variabili (CV) e
dei costi fissi (CF).

CT = CV + CF

NB: dato che tutti i tipi di costi variano in generale al variare della quantità prodotta,
sarebbe più corretto scrivere CT(q), CV(q) e CF(q). Per brevità, d’ora in avanti, non
esplicitiamo la variabile indipendente (che è sempre la q).
NB: in base alle ipotesi semplificatrici introdotte secondo cui esistono due soli input,
valgono le due seguenti relazioni:

CV = wL
CF = rK

• Come per i costi totali, è possibile definire anche i costi variabili medi e i costi fissi
medi.

Costi variabili medi: CVME = CV / q


Costi fissi medi: CFME = CF / q

• Come per i costi totali, vale inoltre la seguente equazione:

CME = CVME + CFME

• Una volta noti CV e CF, le formule presentate consentono di ricavare tutti gli altri tipi
di costi: CT, CME, CMG, CFME, CVME.
• Le curve dei costi presentano diversi andamenti al variare di q.
1. CF. Retta orizzontale.
2. CV. Curva crescente, prima concava (si ipotizza che a livelli bassi di output il
fattore fisso non possa essere utilizzato al meglio), poi convessa (per la legge della
produttività marginale decrescente).
3. CT. Curva con lo stesso andamento della CV, ma traslata verso l’alto di un
ammontare pari a CF.
4. CME. Andamento a U: a livelli bassi di output il fattore fisso non viene utilizzato al
meglio ed è perciò possibile risparmiare sul costo unitario aumentando la
produzione; oltre un certo livello di produzione entra tuttavia in gioco la legge della
produttività marginale decrescente.
5. CMG. Andamento a U per gli stessi motivi della CME. Come abbiamo già visto, dal
punto di vista matematico, si tratta di una legge generale: se una curva media ha

!79
andamento a U, la corrispondente curva marginale è anch’essa a U. Inoltre la curva
marginale interseca sempre la curva media nel punto di minimo di quest’ultima.
6. CFME. Curva decrescente perché i costi fissi vengono ripartiti su un numero
crescente di prodotti.
7. CVME. Andamento a U per gli stessi motivi della CME.

COSTO TOTALE, MEDIO E MARGINALE

CT
CT
CV
A CV
CF
• CMG: decrescente fino ad A A
(punto di flesso della CT e CF
della CV); crescente in
seguito. Interseca la CVME e q
la CME nei loro punti di CME CMG
minimo (punti B e C). CMG
• CFME: sempre decrescente CME
C CVME

B
A CFME
q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Costi di lungo periodo

• Nel lungo periodo, per definizione, tutti i fattori sono variabili. La distinzione tra CF e
CV dunque non si pone e ci concentriamo unicamente sul costo medio di lungo periodo
(CMELP) e il costo marginale di lungo periodo (CMGLP). Come vedremo, secondo la
teoria neoclassica, entrambe queste curve dei costi hanno un andamento a U. Prima di
analizzare i costi, dobbiamo però discutere le ipotesi riguardanti la tecnologia.
• A differenza del breve periodo la quantità q dipende ora sia dalla quantità di L sia da
quella di K.

q = q (L, K)

• Ora che ambedue gli input possono essere variati, è probabile che al variare della
quantità da produrre si renda conveniente variare le proporzioni di capitale e lavoro
utilizzate.
• Il procedimento che seguiamo per determinare la combinazione ottima di L e K è
analogo a quello seguito nell’analisi della scelta del consumatore. Ricordiamo che il
problema del consumatore poteva essere definito come consistente nel determinare la
combinazione ottima di x1 e x2 che consentiva di massimizzare l’utilità, dato un certo
vincolo di spesa. Il procedimento per la soluzione di tale problema portava a
determinare la retta di bilancio e le curve di indifferenza. Nel caso del produttore, il
problema consiste nel determinare la combinazione ottima di L e K che consente di

!80
minimizzare i costi per ottenere un certo livello di produzione. Tale procedimento porta
a determinare la retta di isocosto e gli isoquanti.
• NB: Ricordiamo che nell’analisi del problema del consumatore era possibile definire
due impostazioni simmetriche: massimizzare l’utilità dato un vincolo di spesa
(problema primale) oppure minimizzare la spesa per ottenere un certo livello di utilità
(problema duale). Nell’analisi del problema del produttore sviluppiamo l’impostazione
duale, cioè cerchiamo di minimizzare i costi dato il vincolo di ottenimento di un certo
livello di produzione. Anche in questo caso è comunque possibile definire un problema
simmetrico consistente nella massimizzazione del livello di produzione dato un vincolo
di spesa per l’acquisto degli input. Come nel caso del consumatore, la soluzione ottima
non cambia.

L’insieme delle alternative possibili: gli isoquanti

• Secondo un procedimento simile a quello introdotto nell’analisi delle scelte del


consumatore, introduciamo una serie di ipotesi sulla funzione di produzione (nella
teoria del consumatore le ipotesi riguardavano le relazioni di preferenze e la funzione
d’utilità).
• Assumiamo in particolare che uno stesso livello di produzione q possa essere ottenuto
utilizzando quantità variabili dei fattori di produzione (ad esempio tanto K e poco L
oppure tanto L e poco K).
• Isoquanto. Un isoquanto è definito come il luogo dei punti nel piano (L, K) che danno
luogo allo stesso livello di produzione. In pratica, un isoquanto si ottiene unendo tutti i
punti (tutte le diverse combinazioni di L e K) che danno luogo ad uno stesso livello di
produzione.

ISOQUANTI

Luogo delle combinazioni (L, K)


che consentono di ottenere uno
stesso livello di produzione q0

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Ovviamente non esiste un unico isoquanto, ma ne esistono tanti: uno per ogni diverso
livello di produzione.

!81
MAPPA DI ISOQUANTI

• A isoquanti più lontani


dall’origine corrispondono q2
livelli di produzione q1
maggiori (q2>q1>q0) q0

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Le ipotesi sulla funzione di produzione conferiscono agli isoquanti le seguenti


proprietà:
1. Completezza. A ciascun punto del piano appartiene un isoquanto.
2. Monotonicità. Gli isoquanti sono decrescenti. L’ipotesi che la produzione aumenti
quando aumenta la quantità di uno dei due input implica che per mantenere
invariato il livello di produzione deve diminuire l’impiego dell’altro input. Questo
significa anche tutti i punti al di sopra di un isoquanto danno luogo ad una
produzione maggiore, mentre quelli sotto l’isoquanto danno luogo a livelli di
produzione inferiori. In altri termini, agli isoquanti più lontani dall’origine
corrispondono livelli crescenti di produzione.
3. Definizione di funzione. Gli isoquanti non si intersecano mai. Supponiamo per
assurdo che per il punto A passino due isoquanti distinti q1 e q2. Questo significa che
il punto A dovrebbe dar luogo a due livelli di produzione distinti, il che contraddice
l’ipotesi che la funzione di produzione sia ben definita, ossia che associ ad ogni
punto del piano (K, L) un unico valore q.
4. Convessità. Gli isoquanti sono convessi. Se vale la legge della produttività
marginale decrescente, quando l’impresa utilizza tanto K e poco L, essa può ridurre
di molto l’utilizzo di K (il che dà comunque luogo ad una caduta relativamente
modesta della produzione), compensando tale caduta della produzione con un
aumento anche piccolo di L (il quale, essendo utilizzato in quantità ancora scarsa, dà
un grande contributo alla produzione).
• Funzione di produzione e isoquanti. Dal punto di vista matematico, gli isoquanti si
ricavano a partire dalla funzione di produzione esattamente con lo stesso procedimento
con cui si ricavano le curve di indifferenza dalla funzione d’utilità. Si consideri la
funzione di produzione q = q (L, K) e si fissi un certo livello di produzione q = q.
L’equazione q = q (L, K) definisce il luogo di punti che forniscono la produzione q. I

!82
valori di L e K che soddisfano l’equazione determinano quindi i punti dell’isoquanto di
livello q.
• Saggio tecnico (marginale) di sostituzione. Se, a partire da un particolare punto di
coordinate (L, K), si aumenta di un’unità l’impiego di L, affinché la produzione rimanga
invariata, è necessario ridurre di un certo ammontare l’impiego di K. Il “saggio tecnico
(marginale) di sostituzione” (STS) indica di quanto si deve diminuire la quantità del
fattore K per compensare esattamente un aumento infinitesimale dell’impiego di L (in
modo tale cioè che il livello di produzione resti invariato). In termini analitici, si tratta
di calcolare il differenziale totale della funzione di produzione (che indica la variazione
totale della produzione quando L e K aumentano simultaneamente di quantità
infinitesime) e porre che esso sia pari a zero (imporre cioè che le variazioni di L e K
siano tali da compensarsi esattamente dal punto di vista della produzione). Il
differenziale totale è dato dalla seguente espressione:

dq = (∂q / ∂L) dL + (∂q / ∂K) dK = PMGL dL + PMGK dK

Ponendo dq = 0, si impone che il livello di produzione rimanga costante e si determina


così in che misura l’impiego di un fattore deve diminuire per compensare l’aumento
dell’impiego dell’altro fattore, muovendosi lungo uno stesso isoquanto:

dq = PMGL dL + PMGK dK = 0
dK / dL = – (PMGL / PMGK)

La misura (dK / dL) prende il nome di saggio tecnico (marginale) di sostituzione.


Matematicamente, esso è determinato dal rapporto tra le produttività marginali dei due
fattori cambiato di segno:

STS = dK/ dL = – (PMGL / PMGK)

Dal punto di vista analitico, si tratta della derivata dell’isoquanto. Dal punto di vista
grafico, esso è rappresentato dalla tangente all’isoquanto.
Come per le curve di indifferenza, notiamo che il saggio tecnico (marginale) di
sostituzione è una misura puntuale della sostituibilità tra i fattori. In generale infatti
l’inclinazione dell’isoquanto varia lungo l’isoquanto stesso.

La funzione obiettivo: le rette di isocosto

• Riconsideriamo la funzione del costo totale:

CT = wL + rK

Per l’ipotesi di concorrenza perfetta sul mercato dei fattori di produzione, w e r sono dei
parametri (dati sui quali l’impresa non ha alcun controllo). Fissato un certo livello del
costo totale, CT, è allora possibile determinare tutte le diverse combinazioni di L e K
che, acquistate ai prezzi (w, r), comportano un costo totale pari a CT. Tali combinazioni
sono quelle che soddisfano la seguente equazione:

!83
CT = wL + rK

Dal punto di vista grafico, si tratta di una retta nel piano (L, K), la cui equazione
esplicita rispetto a K è la seguente:

K = – (w/r)L + CT/r

Tale retta prende il nome di retta di isocosto.


L’intersezione con l’asse L è data da:

L = CT / w ottenuta ponendo K = 0

L’intersezione con l’asse K è data da:

K = CT / r ottenuta ponendo L = 0

ISOCOSTI

CT0/r

– w/r

CT0/w L

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

!84
MAPPA DI ISOCOSTI

A rette di isocosto più lontane


dall’origine corrispondono livelli
di costo maggiore per l’impresa

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Se aumenta il costo totale CT, a prezzi dei fattori costanti, la retta di isocosto si sposta
verso l’alto.
• Se aumenta r (il prezzo del fattore K), a parità di w e di costo totale CT, la retta di
isocosto ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse L.
• Se aumenta w (il prezzo del fattore L), a parità di r e di costo totale CT, la retta di
isocosto ruota verso l’interno facendo perno sul punto di intersezione con l’asse K.

La minimizzazione dei costi nel lungo periodo

• La scelta ottima del produttore si ottiene minimizzando i costi, compatibilmente con il


vincolo di ottenere un certo livello di produzione.
• Per l’ipotesi di convessità degli isoquanti, il punto di ottimo è determinata dalla
condizione di tangenza tra l’isoquanto e la retta di isocosto più a sud-ovest possibile.

!85
LA COMBINAZIONE OTTIMA DEGLI INPUT

Dato il livello di K
produzione q*, la
combinazione dei fattori
più economica è (L*, K*),
cui corrisponde un costo
totale pari a CT*
E
K*
q*
Dato il costo totale CT*, CT*
il livello di produzione
L* L
massimo che si può
ottenere è q*

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Dal punto di vista analitico, il punto di ottimo è determinato dalla seguente condizione
(che esprime appunto la tangenza tra l’isoquanto, di inclinazione dK / dL, e la retta di
isocosto, di coefficiente angolare – (w / r)):

STS = – (w / r)

Ricordando la definizione del STS, tale condizione può scriversi anche nella seguente
forma (uguaglianza delle produttività marginali ponderate):

(PMGL / w) = (PMGK / r)

Le curve di costo di lungo periodo

• Una volta determinata la combinazione ottima di L e K per ogni livello di q è possibile


determinare le curve del costo totale, medio e marginale in funzione di q. D’ora in
avanti supponiamo quindi che ogni livello di produzione che l’impresa intenda produrre
sia ottenuto avendo opportunamente risolto il problema di minimizzare i costi (ossia di
determinare la combinazione (L, K) più economica) e ci concentriamo sull’andamento
dei costi al variare della quantità che l’impresa intende produrre.
• Si parla di “rendimenti di scala costanti”, “crescenti” o “decrescenti” quando
raddoppiando gli input, l’output aumenta del doppio, di più del doppio o di meno del
doppio.
• A tali concetti si collegano quelli di “economie” e “diseconomie di scala”. Le prime si
realizzano quando i costi medi (cioè i costi per unità di prodotto) diminuiscono
all’aumentare della scala di produzione (la curva dei costi medi sarà quindi
decrescente). Le seconde quando i costi per unità di prodotto aumentano all’aumentare
della scala di produzione (curva dei costi medi crescente).

!86
• Mentre il concetto di rendimenti di scala si riferisce strettamente alla struttura
tecnologica, il concetto di economie di scala coinvolge anche i costi degli input, i quali
potrebbero variare anch’essi al variare della quantità prodotta. Ad esempio una grande
impresa potrebbe riuscire ad approvvigionarsi a costi inferiori rispetto ad una piccola
impresa e questo potrebbe essere sufficiente a ridurre i costi per unità di prodotto anche
in presenza di una tecnologia a rendimenti di scala costanti (semplicemente la grande
impresa paga di meno gli input).
• Ragioni dell’insorgenza di economie di scala: specializzazione e divisione del lavoro,
indivisibilità, “principio del contenitore”, maggiore efficienza dei macchinari grandi,
prodotti congiunti, produzione a stadi successivi, economie di organizzazione,
economie finanziarie.
• Ragioni dell’insorgenza di diseconomie di scala: problemi di coordinamento, difficoltà
di controllo dei lavoratori sul posto di lavoro, maggiori capacità dei lavoratori di
organizzarsi in difesa dei propri diritti, aumento del conflitto nelle relazioni tra le parti
sociali.
• Accanto alle economie e diseconomie di scala, che riguardano la singola impresa, si
parla di “economie” e “diseconomie esterne” quando i costi medi per le imprese che
producono uno stesso bene all’interno di un certo settore (di un’industria) diminuiscono
o aumentano al crescere delle dimensioni dell’industria.
• Ragioni dell’insorgenza di economie esterne: maggiori disponibilità di lavoratori
specializzati, crescita dei servizi (finanziari, di commercializzazione, eccetera) di
supporto all’industria, infrastrutture.
• Ragioni dell’insorgenza di diseconomie esterne: determinati fattori di produzione
potrebbero diventare scarsi ed aumentare di prezzo.
• Le curve dei costi di lungo periodo presentano andamenti a U al variare di q. In
particolare, si ipotizza che i prezzi dei fattori siano dati (cioè che il mercato dei fattori
sia perfettamente concorrenziale), che lo stato della tecnologia sia anch’esso dato e che
l’impresa scelga sempre la combinazione ottima dei fattori per ogni livello di
produzione.
1. CMELP. Si ipotizza che per bassi livelli di q prevalgano le economie di scala e che
oltre un certo livello di produzione prevalgano le diseconomie di scala.

!87
IL COSTO MEDIO DI LUNGO PERIODO

• Fino al livello di

Costo
produzione q1 prevalgono
le economie di scala
• Nel tratto compreso tra q1 e
q2 si hanno costi medi
ECONOMIE DISECONOMIE
costanti
DI SCALA DI SCALA
• A partire dal livello di COSTI
produzione q2 prevalgono COSTANTI
le diseconomie di scala
q1 q2 q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

La CMELP può essere vista anche come l’inviluppo dell’insieme delle CME.

RELAZIONE TRA CURVE DI COSTO MEDIO DI


BREVE E DI LUNGO PERIODO

Nel lungo periodo l’impresa può


scegliere l’impianto più idoneo al CMEBP1
livello di produzione da realizzare
(ad ogni impianto corrisponde una CMEBP2 CMEBP3 CMEBP4
Costi

CMEBP).
Per ogni livello di produzione, CMELP
l’impresa sceglie l’impianto migliore
e la sua intensità ottima di utilizzo
q

La CMELP rappresenta l’inviluppo inferiore delle CMEBP

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

2. CMGLP. L’andamento a U dipende dall’ipotesi di andamento a U della CMELP.


Inoltre, la CMGLP interseca la CMELP nel punto di minimo di quest’ultima.

!88
COSTI MEDI E MARGINALI DI LUNGO
PERIODO

La CMGLP sta sotto la CMELP quando questa è decrescente;


sta sopra quando è crescente

CMGLP
Costi
Costi

Costi
CMGLP

Costi
CMELP = CMGLP
CMELP
CMELP
CMGLP CMELP
q q q q

Economie di Costi Diseconomie di Forma a U


scala costanti scala
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Ricavi

• Il ricavo totale dell’impresa è determinato dal prodotto tra prezzo di vendita (p) e
quantità venduta (q). Il prezzo di vendita dipende dalla forma del mercato in cui opera
l’impresa. In generale, infatti, variando la quantità offerta, l’impresa potrebbe incidere
sul prezzo di vendita. Il prezzo è quindi una funzione della quantità offerta.

RT = p(q) q

• La misura in cui un’impresa può incidere sul prezzo di vendita definisce il suo potere di
mercato. Tale potere di mercato è determinato dall’elasticità della domanda che
l’impresa ha di fronte.
• NB: si potrebbe avere potere di mercato anche dal lato della domanda. Se, ad esempio,
la domanda fosse caratterizzata da condizioni di monopsonio (un solo consumatore)
questi, variando la quantità domandata, potrebbe incidere sul prezzo d’acquisto. In tutta
l’analisi supporremmo tuttavia che la domanda sia caratterizzata da condizioni di
concorrenza perfetta.
• La curva di domanda dell’intero mercato si suppone sempre decrescente. Essa risulta
dall’aggregazione delle domande individuali (cap. 2). NB: per ipotesi stiamo
escludendo il caso di beni di Giffen.
• La curva di domanda di mercato coincide con la curva di domanda della singola
impresa solo nel caso di monopolio (caso in cui sul mercato opera una sola impresa e,
quindi, tutta la domanda del mercato si rivolge alla sola impresa esistente). In generale,
per conoscere la curva di domanda dell’impresa si deve conoscere la forma di mercato
in cui l’impresa opera.
• Una volta nota la curva di domanda che una singola impresa ha di fronte, è possibile
conoscere le sue curve dei ricavi. La curva di domanda della singola impresa coincide

!89
infatti con i suoi ricavi medi: per ogni livello del prezzo, tutte le unità che i consumatori
domandano all’impresa sono, dal punto di vista dell’impresa, unità vendute.

D = RME

• Quindi, una volta nota la curva di domanda dell’impresa, è nota anche la curva del suo
ricavo medio e a partire da questa è possibile derivare anche il ricavo totale e il ricavo
marginale.

RT = RME q
RMG = ∂RT / ∂q

Profitti

• La massimizzazione dei profitti totali si ottiene producendo la quantità q* che


massimizza la differenza tra ricavi totali e costi totali.

π(q) = RT(q) – CT(q)

• Per determinare il livello ottimo di produzione, q*, si possono utilizzare le curve dei
ricavi e dei costi marginali. Dato un qualsiasi livello di produzione q’, se RMG(q’) >
CMG(q’), allora conviene aumentare la quantità prodotta: il ricavo aggiuntivo che si
ottiene producendo un’unità aggiuntiva è infatti maggiore del suo costo (il che significa
che il livello di produzione q’ non è ottimale). Se, viceversa, RMG(q’) < CMG(q’),
allora conviene ridurre la quantità prodotta: il ricavo aggiuntivo che si ottiene
producendo un’unità aggiuntiva è minore del suo costo (il che significa, di nuovo, che il
livello di produzione q’ non è ottimale). Il livello di produzione ottimo è perciò, il
valore di q* tale che:

RMG(q*) = CMG(q*)

• I profitti totali corrispondenti al livello di produzione ottimo q* sono determinati dalla


differenza tra il ricavo totale e il costo totale corrispondenti al valore q*:

π(q*) = RT(q*) – CT(q*)

Tale differenza può essere espressa anche in termini delle curve dei ricavi e dei costi
medi:

π(q*) = [p(q*) – CME(q*)]q

• NB: in realtà, il profitto normale dell’impresa (inteso come il profitto che il capitalista
potrebbe ottenere investendo il proprio capitale in un’altra attività, cioè il costo-
opportunità dell’investimento) è incluso nella curva dei costi. Quello che fin qui
abbiamo chiamato profitto (il rettangolo appena determinato) è perciò in realtà un
“extra-profitto”, ossia un profitto aggiuntivo rispetto al profitto normale. Si deve anche

!90
notare che, nel breve periodo, l’impresa può trovare conveniente produrre anche in
perdita (cioè ad un livello di produzione tale che RME < CME) a patto che sia in grado
di recuperare almeno i costi variabili (RME ≥ CVME): i costi fissi ormai sono stati
sostenuti e producendo ad un livello tale che il ricavo medio è superiore al costo
variabile medio almeno si minimizzano le perdite. Nel lungo periodo invece l’impresa
esce dal mercato se non recupera interamente i costi medi (RME ≥ CMELP).

5. Forme di mercato

Grado di concorrenza

• Sulla base (1) del numero di imprese presenti nel mercato, (2) delle barriere all’entrata e
(3) della natura del prodotto è possibile distinguere quattro forme di mercato dal lato
dell’offerta: concorrenza perfetta, concorrenza monopolistica, oligopolio e monopolio.
In tutto il capitolo supporremo invece che dal lato della domanda ci sia concorrenza
perfetta tra i consumatori. Ricordiamo inoltre che, nel determinare i costi dell’impresa,
abbiamo supposto che questa sia in concorrenza perfetta con le altre imprese
nell’acquisto dei fattori di produzione e che non abbia perciò alcun potere di influire sui
prezzi dei fattori.
• Le quattro forme di mercato hanno implicazioni diverse in termini della curva di
domanda cui fanno fronte le imprese, il che porta le imprese ad avere comportamenti
diversi a seconda della struttura di mercato. A sua volta, la diversa condotta delle
imprese produce diversi risultati economici, innanzi tutto in termini di profitti. La logica
è quindi la seguente:

Struttura → Condotta → Performance

Concorrenza perfetta

• Definizione: mercato caratterizzato da un numero molto elevato di imprese, un identico


prodotto, una conoscenza perfetta e la piena libertà di entrata e di uscita nel mercato.
Queste ipotesi implicano che la curva di domanda che ha di fronte la singola impresa è
orizzontale e l’impresa è price-taker (la quantità offerta dall’impresa è irrilevante
rispetto all’offerta totale del mercato e il prezzo dunque non varia al variare della
quantità prodotta). L’impresa non ha allora alcun potere di mercato e il prezzo è
semplicemente un parametro che l’impresa prende per dato nelle sue decisioni di
produzione.
• La curva di domanda e la curva del ricavo medio sono due rette orizzontali al livello p.

RME = D = p

• Ricordando le relazioni tra le curve dei ricavi totali, medi e marginali:

RT = RME q = pq
RMG = ∂RT / ∂q = p

!91
Il ricavo totale è una retta crescente di coefficiente angolare p e intercetta nulla. Il
ricavo marginale è una retta orizzontale al livello p coincidente con la retta del ricavo
medio (e con la curva di domanda).
• Ricordando che la condizione per la massimizzazione dei profitti è CMG = RMG,
l’impresa massimizza il profitto producendo la quantità, q* tale che p = CMG.
• Al livello di produzione ottimo, è possibile che l’impresa realizzi extraprofitti (se p >
CME) o che sia in perdita (se CVME < p < CME). Tale situazione costituisce un
equilibrio di breve periodo. Essa tuttavia non è sostenibile anche nel lungo periodo.

EQUILIBRIO DELL’IMPRESA
CONCORRENZIALE NEL BREVE PERIODO

p
• Curva di domanda
CMG
dell’impresa orizzontale
al livello pe.
• Profitto massimo nel CME
punto RMG = p = CMG pe RME = RMG = pe
• In corrispondenza di qe
l’impresa consegue un
extra-profitto (area qe q
tratteggiata)

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• A livello dell’intera industria, il prezzo e la quantità d’equilibrio, p e Qe, si ottengono


dall’intersezione delle curve di domanda e di offerta dell’industria (con inclinazione
negativa la prima e positiva la seconda).

!92
EQUILIBRIO CONCORRENZIALE
DELL’INDUSTRIA NEL BREVE PERIODO

p
S

Il prezzo di equilibrio
(pe) è dato pe
dall’intersezione tra le
curve di domanda e di D
offerta del mercato
Qe Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Nel breve periodo, la curva di offerta dell’impresa (cioè la relazione che esprime per
ogni livello del prezzo, la quantità offerta dall’impresa) coincide con la curva del costo
marginale nel tratto in cui questa giace al di sopra della curva del costo medio. Infatti,
per ogni livello di p, la quantità ottima da produrre si ottiene proprio imponendo la
condizione p = CMG.

CURVA D’OFFERTA DELL’IMPRESA NEL


BREVE PERIODO

La curva d’offerta dell’impresa,(s) coincide con il CMG


(nel tratto in cui questo è superiore al CVME)

p CMG
S p s

p3 CVME
p2
p1 D3
D2
D1
Q q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Nel lungo periodo, se l’impresa realizza extraprofitti, nuove imprese entrano nel
mercato, la quantità totale prodotta aumenta, il prezzo si riduce e gli extraprofitti
scompaiono. Simmetricamente, se le imprese sono in perdita, escono dal mercato, la
quantità si riduce e il prezzo sale fino al livello sufficiente a coprire i costi medi. Nel

!93
lungo periodo quindi oltre alla condizione CMG = RMG, si stabilisce la condizione
CME = RME la quale indica l’assenza di extraprofitti.

L’EQUILIBRIO DELL’IMPRESA
CONCORRENZIALE NEL LUNGO PERIODO

In presenza di extra-profitti (RME > CME), nuove imprese entrano nell’industria


→ aumenta l’offerta → diminuisce il prezzo → spariscono gli extraprofitti

p S1
p
SL CMELP

RME’
p1
pL RME”
D

Q qL q
Industria Impresa
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Inoltre, si ha anche RMG = RME (poiché entrambe sono uguali a p) e, quindi, CMG =
CME. Allora, dato che una curva marginale interseca sempre la sua curva media nel
punto di minimo di quest’ultima, l’uguaglianza CMG = CME implica che il livello di
produzione ottimo di lungo periodo è quello per il quale il costo medio è minimo.
• Le posizioni di equilibrio di breve e di lungo periodo sono dunque caratterizzate dalle
seguenti eguaglianze:

Breve periodo: CMG = RMG = RME


Lungo periodo: CMELP = CME = CMG = RMG = RME

Potere di mercato

• In tutte le forme di mercato diverse dalla concorrenza perfetta, la singola impresa ha un


certo potere di mercato. La curva di domanda che l’impresa ha di fronte è inclinata
negativamente: riducendo la quantità offerta l’impresa può ottenere un prezzo più alto.
Quanto più è inclinata la curva di domanda che ha di fronte l’impresa, tanto maggiore è
il suo potere di mercato, ossia il potere di influire sul prezzo variando la quantità
offerta.
• A differenza del caso concorrenziale, in cui il ricavo medio dell’impresa non dipende
dalla quantità prodotta, ora il ricavo medio (cioè la domanda che si rivolge all’impresa)
è una funzione (decrescente) di q:

RME = p(q)

!94
• Anche nella funzione del ricavo totale, quindi, il prezzo non è più un parametro, ma è
funzione della quantità prodotta:

RT = p(q) q

La curva del ricavo totale è crescente nei tratti in cui l’elasticità della domanda è
maggiore di uno. Se la curva di domanda che ha di fronte l’impresa ha un tratto in cui
l’elasticità è minore di uno la RT diventa decrescente (all’aumentare della quantità, il
ricavo diminuisce).

RICAVI TOTALI, MEDI E MARGINALI DI


UN’IMPRESA CON POTERE DI MERCATO

RME
RMG ε>1
• Ricavo medio: coincide con
il prezzo (curva di domanda) RMG A (ε=1)
ε<1
• Ricavo marginale: è positivo
se la domanda è elastica; è p = RME
negativo se la domanda è
anelastica; è nullo se q
l’elasticità è pari a 1.
RT
• Ricavo totale: crescente
RT
finché RMG>0; decrescente
quando RMG<0

q
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Matematicamente, la curva del ricavo marginale si ottiene derivando la funzione del


ricavo totale:

RMG = ∂RT / ∂q = ∂[p(q) q] / ∂q = p + (∂p / ∂q)q

Ricordando la formula dell’elasticità della domanda, ε = – (∂q / ∂ p)(p / q), la RMG può
essere espressa in funzione dell’elasticità della domanda:

RMG = p [1 – (1/ε)]

Se assumiamo che la curva di domanda che l’impresa ha di fronte è lineare, la RMG è


anch’essa lineare e si trova sotto la RME.
• Una volta noti i ricavi e i costi, la massimizzazione dei profitti avviene individuando la
quantità q* che massimizza la loro differenza. Dal punto di vista grafico, si tratta di
determinare il valore di q*, che rende massima la distanza verticale tra la RT(q) e la
CT(q).

!95
MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI
(COSTI E RICAVI TOTALI)

π
RT
π = RT − CT CT
CT

RT

Il profitto è massimo dove


è massima la differenza tra q* q
ricavo e costo totale

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Sfruttando la condizione di ottimo RMG = CMG, la quantità ottima q* si ottiene come


intersezione tra la RMG e la CMG.

MASSIMIZZAZIONE DEI PROFITTI


(COSTI E RICAVI MARGINALI)

RMG
CMG

CMG

q*: punto di massimo profitto:


RMG = CMG

q* q
RMG

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Una volta trovata la quantità ottima da produrre, q*, l’ammontare totale dei profitti è
dato dall’area del rettangolo avente per base la quantità q* e per altezza il profitto
medio (cioè la differenza tra la RME e la CME).

!96
PROFITTO MASSIMO
(COSTI E RICAVI MEDI)

Quantità ottima da produrre:


CMG

Ricavi, costi
CMG = RMG => q*
CME

RME
Profitto massimo (area del
q
rettangolo tratteggiato): q*
RMG
[RME(q*) – CME(q*)]q*

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Monopolio

• Definizione: mercato in cui è presente una sola impresa grazie all’esistenza di barriere
all’entrata. La curva di domanda dell’industria coincide allora con la curva di domanda
dell’impresa monopolistica. Essa è quindi decrescente.
• Le barriere all’entrata possono essere determinate da diversi fattori:
1. Economie di scala (“monopolio naturale”). Le curve dei costi medi e marginali sono
decrescenti.
2. Differenziazione del prodotto e fedeltà al marchio.
3. Superiorità tecnologica (che presuppone informazione imperfetta).
4. Proprietà e controllo di importanti fattori di produzione o delle reti di vendita.
5. Protezione legale.
• Dato che la curva di domanda dell’industria coincide con quella dell’impresa, essa
coincide anche con la curva dei ricavi medi dell’impresa (RME). Se assumiamo che la
curva di domanda è lineare, la RMG è anch’essa lineare e sta sotto la RME.
• Nel breve periodo, come nel lungo periodo, l’impresa massimizza il profitto
producendo la quantità, q* tale che: CMG = RMG. A tale livello di produzione,
l’impresa monopolista percepisce extraprofitti, i quali sono duraturi poiché esistono, per
ipotesi, barriere all’entrata che impediscono alle altre imprese di espandere la
produzione.

!97
EQUILIBRIO DI MONOPOLIO NEL BREVE E
NEL LUNGO PERIODO

p
CMG

CME

pm
La curva di domanda
dell’impresa coincide con la
domanda di mercato Qm
RMG
D = RME

Qm Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Rispetto al caso concorrenziale, se i costi sono gli stessi, il prezzo si stabilisce ad un


livello più alto e la quantità venduta è minore.

CONFRONTO TRA CONCORRENZA E


MONOPOLIO A PARITÀ DI COSTI

p
1. nel breve periodo, la
CMG
concorrenza perfetta
produce una quantità M
pm
maggiore a un prezzo pc C
inferiore
2. nel lungo periodo, i prezzi
RMG
di concorrenza perfetta D
sono al livello minimo
possibile Qm Qc Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Tuttavia, se il monopolio nasce dalla presenza di economie di scala, esso riesce a


produrre a costi minori (il che potrebbe portare ad un prezzo più basso).
• Quando i costi di entrata e di uscita da parte di potenziali rivali con la stessa tecnologia
sono nulli, un mercato si dice “perfettamente contendibile”. Secondo la teoria dei
mercati contendibili, un monopolista tende a comportarsi come se fosse in concorrenza
perfetta, fissando il prezzo ad un livello sufficiente a coprire i costi medi, ma non tale
da generare extraprofitti (in caso contrario, la concorrenza potenziale diventerebbe

!98
effettiva, con l’entrata di nuove imprese sul mercato). L’ipotesi di perfetta
contendibilità, come quella di perfetta concorrenza è spesso poco plausibile.

Concorrenza monopolistica

• Definizione: mercato in cui non ci sono barriere all’entrata, ma il prodotto delle imprese
presenti è differenziato. Queste ipotesi implicano che la curva di domanda che ha di
fronte la singola impresa è decrescente pur essendo piuttosto elastica (l’impresa ha un
certo potere di mercato, ma se aumenta troppo il prezzo i propri clienti si rivolgono alle
imprese concorrenti).
• Nel breve periodo, come sempre, l’impresa massimizza il profitto producendo la
quantità, q* tale che RMG = CMG. A tale livello di produzione, l’impresa può ottenere
extraprofitti (se p > CME).

EQUILIBRIO DI CONCORRENZA
MONOPOLISTICA NEL BREVE PERIODO

p
CMG

L’extra-profitto (area CME


tratteggiata) è tanto più pB
elevato quanto meno elastica
è la domanda → la
differenziazione del prodotto
RMG
aumenta gli extra-profitti pB

qB Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Nel lungo periodo, tuttavia, se l’impresa realizza extraprofitti, nuove imprese entrano
nel mercato, la curva di domanda della singola impresa si sposta verso sinistra e gli
extraprofitti scompaiono. L’incentivo all’entrata di nuove imprese cessa quando la
curva di domanda diventa tangente alla CMELP (il che implica assenza di extraprofitti).
Nel lungo periodo si hanno dunque le seguenti eguaglianze:

p = CMELP
RMG = CMGLP

!99
EQUILIBRIO DI CONCORRENZA
MONOPOLISTICA NEL LUNGO PERIODO
CMGLP

p CMELP
Gli extra-profitti di breve
periodo incoraggiano l’entrata
pB
di nuove imprese nell’industria
→ la domanda delle imprese
già operanti si riduce → pL
spariscono gli extra-profitti
(tangenza tra la domanda e il RMG
costo medio)
QL Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Rispetto alla concorrenza perfetta il prezzo di lungo periodo si stabilisce ad un livello


più alto e la quantità venduta è minore. Inoltre la quantità prodotta non è tale da
minimizzare il CMELP.

CONFRONTO TRA CONCORRENZA


MONOPOLISTICA E CONCORRENZA
PERFETTA A PARITÀ DI COSTI

CMELP
1. La concorrenza
CM
monopolistica produce una p2
C
pc L
quantità minore a un
prezzo superiore
2. non viene minimizzato il
CMELP pcmL

q2 q1 Q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Rispetto al monopolio, se i costi sono gli stessi, il prezzo di lungo periodo è più basso e
la quantità venduta maggiore. Tuttavia, se il monopolio nasce dalla presenza di
economie di scala, esso riesce a produrre a costi minori (il che potrebbe portare ad un
prezzo più basso).

!100
Oligopolio

• Definizione: mercato in cui ci sono barriere all’entrata e in cui le imprese esistenti


interagiscono in modo strategico. Esistono diversi tipi di oligopolio: le barriere
all’entrata possono derivare da una superiorità tecnologica con un prodotto omogeneo
(oligopolio concentrato), oppure possono derivare dalla differenziazione del prodotto
(oligopolio differenziato).
• Secondo la forma dell’interazione strategica tra le imprese è possibile distinguere
comportamenti collusivi e comportamenti competitivi.
• Un accordo formale di collusione prende il nome di “cartello”. Se tutte le imprese
dell’industria aderiscono al cartello, quest’ultimo si comporta come se fosse un unico
monopolista: fissa la quantità ottima secondo la condizione RMG = CMG e il prezzo
corrispondente in base alla curva di domanda. Una volta fissata la quantità globale da
produrre, la quota di produzione di ciascuna impresa è stabilita da accordi espliciti tra le
imprese.

EQUILIBRIO DI OLIGOPOLIO COLLUSIVO

CMGcartello
Le imprese del cartello
determinano q* e p* come in p*
monopolio e poi si spartiscono
il mercato tramite
RMGindustria
l’assegnazione di quote Dindustria
q* q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• In alcuni casi, i cartelli sono vietati dalla normativa anti-trust. In tal caso sono possibili
“collusioni tacite”. Un esempio diffuso è la leadership di prezzo dell’impresa
dominante: l’impresa leader fissa il prezzo ad un livello tale da garantire extraprofitti e
le altre imprese si adeguano (senza tentare di guadagnare quote di mercato attraverso
politiche ribassiste che genererebbero ritorsioni e diminuzioni dei profitti di tutte le
imprese del settore). Un altro esempio di collusione tacita è la prassi di fissare il prezzo
sulla base del costo medio (più un certo margine di profitto) evitando così la
concorrenza di prezzo. In generale, costituiscono una collusione tacita tutte le regole di
comportamento implicite volte a proteggere gli interessi generali delle imprese del
settore.

!101
• La stabilità di un accordo collusivo dipende dai vantaggi che possono avere le imprese a
rompere l’accordo.
• L’oligopolio non collusivo è spesso studiato attraverso la teoria dei giochi. Per ogni
strategia di un giocatore (per ogni scelta possibile), il guadagno (o, nei termini della
teoria dei giochi, il pay-off) dipende dalla strategia degli altri giocatori. La teoria dei
giochi considera allora gli effetti di possibili strategie.
1. Strategia del “maximin”. Per ogni strategia a propria disposizione, il giocatore
calcola il pay-off minimo (quello corrispondente all’ipotesi più pessimistica in
merito alla risposta dell’altro giocatore) e sceglie la strategia che garantisce quello
più grande.
2. Strategia del “maximax”. Per ogni strategia a propria disposizione, il giocatore
calcola il pay-off massimo (quello corrispondente all’ipotesi più ottimistica in
merito alla risposta dell’altro giocatore) e sceglie la strategia che garantisce quello
più grande.
• Si definisce strategia dominante una strategia che garantisce il pay-off massimo
indipendentemente dalla strategia del rivale. Una situazione in cui ambedue i giocatori
giocano una strategia dominante definisce un equilibrio di Nash. In altri termini un
equilibrio di Nash è una situazione in cui a nessun giocatore conviene cambiare
strategia unilateralmente.
• Nel caso della curva di domanda a gomito, ciascun oligopolista utilizza la strategia del
maximin: di fronte alla possibilità di abbassare il prezzo, l’oligopolista suppone che
anche i rivali faranno lo stesso, il che implicherà un modesto aumento della quantità
venduta (secondo l’inclinazione della curva di domanda dell’industria); nel caso invece
di un aumento del prezzo, egli suppone che gli altri non lo seguiranno, il che implicherà
una forte caduta della quantità venduta a vantaggio dei rivali. Secondo questa teoria,
dunque, i prezzi tendono a rimanere stabili nei mercati oligopolistici.

CURVA DI DOMANDA A GOMITO IN


OLIGOPOLIO NON COLLUSIVO

• Se un oligopolista abbassa il p
prezzo, i rivali lo seguono: le
quote di mercato restano
invariate (curva piatta)
p1
• Se invece alza il prezzo, i
rivali non lo seguono e perde
molti clienti (curva inclinata) D

q1 q

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

!102
• L’equilibrio di Nash non coincide necessariamente con la situazione ottimale per i due
giocatori. In alcuni casi, infatti, se i giocatori potessero accordarsi e determinare una
strategia comune (come negli accordi collusivi), essi potrebbero migliorare entrambi il
proprio pay-off rispetto all’equilibrio di Nash. Un esempio di questo tipo sono le
situazioni tipo “dilemma del prigioniero”.
• Il prezzo di oligopolio è in generale più alto del prezzo di concorrenza e più basso del
prezzo di monopolio.
• Discriminazione di prezzo. Si ha discriminazione del prezzo quando l’impresa riesce a
praticare prezzi diversi ai diversi consumatori. Ovviamente la possibilità di
discriminazione del prezzo è un vantaggio per le imprese (infatti, alla peggio, l’impresa
potrebbe sempre fissare un prezzo unico).
• Si ha “discriminazione di primo grado” (discriminazione perfetta) quando l’impresa
riesce a vendere ogni unità del bene al prezzo massimo che ciascun consumatore è
disposto a pagare.
• Si ha “discriminazione di secondo grado” quando l’impresa applica prezzi diversi ai
clienti in base alla quantità acquistata da questi ultimi.
• Si ha “discriminazione di terzo grado” quando i consumatori possono essere
raggruppati in diversi segmenti (maschi e femmine, consumatori privati e imprese,
giovani e anziani) a ciascuno dei quali viene praticato un prezzo diverso.
• Il caso ideale (per l’impresa), è ovviamente quello di discriminazione di primo grado.
• Nel caso di discriminazione del terzo grado, dal punto di vista dei consumatori, alcuni
potrebbero trarne un vantaggio (quelli che hanno una bassa disponibilità a pagare e che,
con il prezzo unico, rimarrebbero esclusi dal consumo); altri tuttavia saranno
svantaggiati (quelli con un alta disponibilità a pagare, che finiscono per pagare un
prezzo più alto di quello che prevarrebbe con il prezzo unico). A livello globale, quello
che è certo è che si ha una diminuzione del surplus globale dei consumatori e un
aumento dei profitti delle imprese.

!103
III

MACROECONOMIA

1. Problematiche macroeconomiche

• La macroeconomia si occupa di quattro temi fondamentali: la crescita del prodotto,


l’occupazione, l’inflazione e i rapporti internazionali. A ciascun tema corrisponde un
obiettivo di politica economica: crescita continua e stabile, piena occupazione, stabilità
dei prezzi, equilibrio della bilancia dei pagamenti. Val la pena di notare che rispetto alla
problematica degli economisti classici e di Marx i problemi affrontati sono
completamente diversi: non si parla più di distribuzione del reddito, di classi sociali, di
sfruttamento, di alienazione del lavoratore.
• Per analizzare questi quattro obiettivi macroeconomici, consideriamo le componenti
della domanda aggregata. La domanda aggregata è data dalla spesa totale per l’acquisto
di beni e servizi effettuata dall’economia in un dato periodo:

Yd = C + I + G + X

Yd: Domanda aggregata


C: Consumo delle famiglie
I: Investimenti delle imprese
G: spesa pubblica
X: Esportazioni

• Attraverso gli strumenti di politica economica a disposizione del governo e della banca
centrale è possibile influenzare queste quattro variabili ed influire così sugli obiettivi di
politica economica.

Il flusso circolare del reddito

• Per evidenziare i legami tra le componenti della domanda aggregata consideriamo il


flusso circolare del reddito.
• I soggetti che vengono posti al centro dell’analisi sono le imprese e le famiglie. Tali
soggetti sono in relazione tra loro attraverso rapporti di mercato.
1. Imprese → Famiglie: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle
imprese (i beni passano dalle imprese alle famiglie).
Famiglie → Imprese: la moneta passa dalle famiglie alle imprese.
2. Famiglie → Imprese: le imprese domandano l’uso dei fattori di produzione alle
famiglie (i servizi dei fattori di produzione passano dalle famiglie alle imprese).
Imprese → Famiglie: la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari,
rendite, dividendi e interessi.
• Introduciamo ora il settore bancario, il settore pubblico e il settore estero.

!104
• Concentriamoci sui flussi di moneta. Riconsideriamo innanzi tutto il flusso diretto tra
imprese e famiglie:
1. Famiglie → Imprese: le famiglie domandano beni e servizi (di consumo) alle
imprese (la moneta passa dalle famiglie alle imprese);
2. Imprese → Famiglie: le imprese domandano l’uso dei fattori di produzione alle
famiglie (la moneta passa dalle imprese alle famiglie in forma di salari, rendite,
dividendi e interessi).
• Introduciamo ora i flussi indiretti tra famiglie e imprese mediati dal settore bancario (S,
I), il settore pubblico (T, G) e il settore estero (M, X).
• Rispetto ai redditi ricevuti dalle famiglie, solo una parte ritorna alle imprese (nazionali)
sotto forma di spesa in consumi (C). Il resto esce dal flusso diretto secondo tre modalità
di prelievo: risparmio (S), tassazione (T) e importazioni (M).
1. Risparmio netto (S). Il risparmio delle famiglie viene depositato presso le banche.
Esistono ovviamente anche flussi dalle banche verso le famiglie (prestiti alle
famiglie). Per risparmio netto si intende il flusso netto dalle famiglie alle banche.
2. Imposte nette (T). Le famiglie e le imprese pagano le imposte al governo. Esistono
comunque anche flussi dallo stato alle famiglie e alle imprese: i trasferimenti. Per
imposte nette si intende il flusso netto pagato dalle famiglie e dalle imprese.
3. Importazioni (M). Parte dei beni di consumo acquistati proviene da imprese
residenti all’estero. Inoltre parte dei beni prodotti all’interno contengono
componenti importate.
• D’altra parte, oltre ai consumi delle famiglie, la domanda che si rivolge ai beni prodotti
dalle imprese nazionali deriva anche da fonti esterne al flusso ristretto del reddito. Le
immissioni nel flusso ristretto sono di tre tipi:
1. Investimenti (I). Gli investimenti delle imprese comprendono gli acquisti in
macchinari e impianti e le scorte di prodotti finiti, fattori produttivi e semilavorati.
2. Spesa pubblica (G). Lo stato oltre a effettuare trasferimenti alle famiglie e alle
imprese (che rientrano nella voce imposte nette) acquista beni e servizi dalle
imprese per costruire scuole, strade, ospedali, eccetera.
3. Esportazioni (X). Parte della produzione delle imprese nazionali è acquistata da
soggetti residenti all’estero.

!105
IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO
IMMISSIONI
X
G
IMPRESE
I

Consumo di beni
Pagamento FLUSSO e servizi prodotti Banche Settore Estero
dei fattori RISTRETTO internamente ecc. pubblico

S
T
FAMIGLIE
M
PRELIEVI

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• L’equilibrio si ha quando i prelievi uguagliano le immissioni:

S+T+M=I+G+X

• Questo non significa che debba essere anche:

(S = I) (T = G) (M = X)

• Le decisioni di investimento e di risparmio sono prese da soggetti diversi quindi non è


detto che risparmio ed investimento debbano uguagliarsi ex ante, cioè come variabili
programmate (S = I). Allo stesso modo, lo stato non deve necessariamente avere una
politica di bilancio in pareggio (T = G), né la domanda programmata di beni di
importazione deve necessariamente uguagliare quella di beni di esportazione (M = X).
• Torniamo ai quattro obiettivi di politica economica. Se le immissioni ex ante risultano
superiori ai prelievi ex ante si ha una domanda aggiuntiva (rispetto alla domanda di beni
di consumo delle famiglie) che si rivolge alle imprese nazionali. Questo farà aumentare
la produzione delle imprese e il reddito nazionale. Quindi si avrà:
1. Crescita del prodotto.
2. Aumento dell’occupazione (si ipotizza che esista una relazione diretta tra
produzione e occupazione).
3. Inflazione (si suppone che le imprese nel tentativo di espandere la produzione
incontrino costi crescenti soprattutto quando sono vicine al pieno utilizzo della
capacità produttiva).
4. Peggioramento del saldo della bilancia dei pagamenti: se era in pareggio tenderà ad
andare in deficit a causa della maggiore domanda di beni di importazione (si
ipotizza che le importazioni aumentino all’aumentare del reddito mentre le
esportazioni siano esogene e dipendenti dalla domanda mondiale; inoltre, se si è in

!106
regime di cambi fissi, l’inflazione interna rende i prodotti nazionali meno
competitivi facendo diminuire le esportazioni).
• Processo d’aggiustamento. Se le immissioni ex ante (I, G, X) superano i prelievi ex ante
(S, T, M) si è in disequilibrio: questo porta ad un aumento del reddito nazionale, al
quale si accompagna non solo un aumento della spesa in consumi (C) delle famiglie, ma
anche un aumento dei risparmi (S), delle tasse (T) e delle importazioni (M), che tenderà
a riportare in equilibrio l’economia.

Contabilità nazionale

• Le variabili macroeconomiche considerate trovano una definizione precisa nella


contabilità nazionale. In particolare, qui ci concentriamo sul concetto di reddito.
Esistono diverse definizione e misure del reddito di un’economia.
• Il prodotto interno lordo (PIL) è definito come il valore di mercato di tutti i beni e
servizi finali prodotti dai fattori di produzione situati in un dato paese, in un dato
periodo di tempo (un anno). NB: nel calcolare il PIL si devono sommare i valori dei soli
beni e servizi finali, non anche di quelli intermedi (altrimenti si avrebbero problemi di
doppio conteggio). Alternativamente il PIL può essere calcolato secondo il metodo del
“valore aggiunto”: si considerano tutti i beni e servizi (finali e intermedi), ma per
ciascun bene o servizio non si considera il suo valore totale, bensì solo il suo valore
aggiunto (definito come differenza tra il suo prezzo di mercato e il valore dei beni
occorsi alla sua produzione).
• Se invece di far riferimento ai soggetti presenti, si considerano i soggetti residenti nel
paese, si parla di prodotto nazionale lordo (PNL). Ad esempio i profitti di uno
stabilimento di proprietà statunitense situato in Giappone non rientrano nel PIL
statunitense, ma nel PNL. La relazione che lega PNL e PIL è la seguente:

PNL = PIL + redditi dei fattori nazionali situati all’estero – redditi dei fattori esteri
situati nel paese

• Per passare dal prodotto lordo al prodotto netto (PIN o PNN), si deve sottrarre dal primo
l’ammortamento del capitale (o consumo di capitale fisso). Ad esempio a partire dal
PNL, si ottiene il PNN secondo la seguente relazione:

PNN = PNL – consumo di capitale fisso

• Il reddito nazionale è definito come il reddito che origina dalla produzione di beni e
servizi da parte dei residenti di un dato paese. Esso si ottiene sottraendo le imposte
indirette dal PNN e aggiungendo i trasferimenti ricevuti dalle imprese. La relazione che
lega reddito nazionale e PNN è la seguente:

Reddito nazionale = PNN – imposte indirette + trasferimenti

• Considerando il flusso circolare del reddito, il reddito nazionale corrisponde anche alla
somma di tutti i redditi percepiti dai soggetti residenti in un dato paese: redditi da
lavoro (in gran parte salari e stipendi), redditi da lavoro autonomo (redditi delle persone

!107
che svolgono un lavoro indipendente), profitti di impresa (differenza tra ricavi e costi),
interessi pagati dalle imprese, e rendite (redditi da proprietà immobiliari).

Reddito nazionale = redditi da lavoro + profitti + interessi + rendite

• Il calcolo del PIL (e di tutti gli altri aggregati) può essere fatto a prezzi correnti (PIL
nominale) o a prezzi costanti (PIL reale). Nel primo caso si applicano alle quantità
prodotte i prezzi di mercato dell’anno corrente, nel secondo caso si considerano i prezzi
esistenti in un anno base preso come riferimento. Nel confronto tra il PIL in due periodi
diversi, il metodo a prezzi costanti consente di isolare le variazioni delle quantità
prodotte, astraendo dalle variazioni dei prezzi.
• Sempre in riferimento al flusso circolare del reddito, come abbiamo visto, il PIL può
essere analizzato dal punto di vista della domanda: domanda di beni di consumo, di
beni di investimento, spesa pubblica e domanda estera netta (esportazioni –
importazioni).

PIL = consumi + investimenti + spesa pubblica + esportazioni nette

Primo obiettivo di politica economica: crescita

• Crescita effettiva e potenziale. La crescita effettiva riguarda il prodotto interno lordo


(valore dei beni e servizi prodotti in un anno nel territorio di un certo paese) o, secondo
un’altra definizione, il prodotto nazionale lordo (valore dei beni e servizi prodotti in un
anno da soggetti economici residenti in un certo paese). La crescita potenziale riguarda
la capacità produttiva dell’economia (il prodotto potenziale).
• Nel breve periodo la crescita dipende dalle variazioni della domanda aggregata. Nel
lungo periodo, la crescita effettiva deve essere sostenuta anche da un’adeguata crescita
del prodotto potenziale (altrimenti la crescita della domanda si scarica sui prezzi
generando inflazione).
• Secondo una rappresentazione diffusa, l’andamento della produzione può essere
scomposto in una componente ciclica e una componente di trend.
• Il ciclo viene descritto come susseguirsi di ripresa, boom, rallentamento, recessione.
Tuttavia la variabilità nella durata e nella dimensione delle fasi rende problematico
individuare i cicli in concreto. Ex post, peraltro, anche un processo tipo random walk
(cioè un processo in cui di periodo in periodo la crescita della produzione varia in modo
completamente aleatorio) può essere descritto come susseguirsi di cicli di diversa durata
ed ampiezza. Inoltre la teoria non spiega l’andamento ciclico ma si limita a descriverlo.
• Il trend è determinato dalla crescita potenziale, la quale dipende dall’aumento delle
risorse disponibili (capitale, lavoro, terra e materie prime) e dalla loro produttività.
• Capitale. Il prodotto potenziale aumenta se aumenta lo stock di capitale. Ipotizziamo
che il rapporto capitale / prodotto (K / Y) sia costante e pari a k:

k=K/Y

Allora sarà costante e pari a k anche il suo rapporto incrementale (ΔK / ΔY):

!108
k = (ΔK / ΔY)

Sia i la proporzione del reddito nazionale investita:

i = I / Y = ΔK / Y

Sia s la proporzione del reddito nazionale risparmiata:

s=S/Y

Ipotizziamo che tutto il risparmio sia investito:

S=I

Il tasso di crescita del prodotto (g = ΔY / Y) è allora il seguente:

g = ΔY / Y = (ΔY / ΔK)(ΔK / Y) = (ΔY / ΔK)(I / Y) = i / k = s / k

• Lavoro. Il prodotto potenziale aumenta se aumenta la popolazione attiva (o forza


lavoro):

popolazione attiva = occupati + persone in cerca di occupazione

La popolazione attiva aumenta (1) se aumenta il tasso di partecipazione e (2) se


aumenta la popolazione totale:

tasso di partecipazione = popolazione attiva / popolazione totale

• Terra e materie prime. Il prodotto potenziale aumenta se aumentano le risorse


disponibili. Secondo Sloman la scoperta di materie prime, come ad esempio il petrolio,
è una questione di fortuna.
• Produttività dei fattori. Date le quantità dei fattori, il prodotto potenziale aumenta se
aumentano le loro produttività. Secondo un’ipotesi diffusa, quando aumenta la
disponibilità di un solo fattore produttivo mentre gli altri rimangono fissi, il prodotto
aumenta ma a tassi decrescenti (produttività marginale decrescente). Questo fa
diminuire il tasso di rendimento del fattore in questione. Quest’ipotesi prende il nome di
“legge della produttività marginale decrescente”.
• Politiche in favore della crescita. Le politiche di domanda influiscono sul livello e sulla
composizione della domanda aggregata. Le politiche di offerta influiscono sul prodotto
potenziale.

Secondo obiettivo di politica economica: occupazione

• Si definiscono disoccupate le persone in età lavorativa che sono senza lavoro ma che
vorrebbero lavorare alle condizioni di mercato esistenti (nelle definizioni statistiche più
importanti si aggiunge anche la condizione che le persone siano alla ricerca attiva di un

!109
lavoro). Come abbiamo visto, si definisce forza lavoro l’insieme delle persone occupate
e delle persone disoccupate. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra disoccupati e
forza lavoro.
• Misure della disoccupazione.
1. In Italia la definizione ufficiale di disoccupazione è quella dell’ISTAT (Istituto
nazionale di statistica): è disoccupato chi ha più di 15 anni e dichiara di non aver
lavorato neanche un’ora in un dato periodo, ma di essere comunque in cerca di
lavoro e di essere disposto ad accettare un lavoro se gliene viene offerta la
possibilità.
2. Disoccupazione di diritto: numero di persone che ricevono sussidi di
disoccupazione (nei paesi in cui esiste quest'istituto).
3. Tasso di disoccupazione standardizzato. Indice statistico calcolato dall’ILO
(International Labour Office) e dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e
lo Sviluppo Economico). Si dice standardizzato perché applica la stessa definizione
ai diversi paesi per i quali è calcolato.
• Offerta di lavoro (SL): per ogni livello del salario reale (w), indica il numero di
lavoratori (l) disposti ad accettare un lavoro (curva crescente).
• Domanda di lavoro (DL): per ogni livello del salario reale (w), indica il numero di
lavoratori (l) che le imprese sono disposte ad impiegare (curva decrescente).
• Equilibrio: l’incontro tra le due curve determina il livello di occupazione (le) e il salario
d’equilibrio (we).

IL MERCATO DEL LAVORO

• Offerta di lavoro (SL)


Salario reale medio

SL
numero di lavoratori disposti ad
accettare un lavoro per un dato
salario reale
EQUILIBRIO SUL
• Domanda di lavoro (DL) MERCATO DEL
numero di lavoratori che le we LAVORO
imprese sono disposte ad assumere
a un dato salario reale DL

le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Disoccupazione di disequilibrio: quando l’offerta è superiore alla domanda e il salario è


rigido (e rimane quindi ad un valore superiore a we). In tal caso si ha l < le (cioè
disoccupazione).
1. Disoccupazione da salario reale. I sindacati, ammesso che siano uniti, col loro
potere di mercato impongono un salario superiore a quello dell’equilibrio
concorrenziale. Graficamente, il monopolio nell’offerta di lavoro permette al

!110
sindacato di scegliere un particolare punto della curva di domanda di lavoro: se il
sindacato fissa w ad un livello superiore a we (sulla curva di domanda di lavoro) si
ha disoccupazione (l < le).

DISOCCUPAZIONE DA SALARIO REALE


TROPPO ALTO

Salario reale medio


DISOCCUPAZIONE
DI DISEQUILIBRIO
SL

In corrispondenza del livello di salario


reale w1 l’occupazione è pari a l1
w1
l1 < le we

DL

l1 le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

NB: simmetricamente, anche se nella maggior parte dei manuali (tra i quali lo
Sloman) non si dice, si può avere disoccupazione anche se i salari sono troppo bassi
a causa del potere di mercato delle associazioni padronali. Graficamente, il
monopolio nella domanda di lavoro permette alle associazioni padronali di scegliere
un particolare punto della curva di offerta di lavoro: se Confindustria fissa w ad un
livello inferiore a we (sulla curva d’offerta di lavoro) si ha un livello di occupazione
inferiore a quello d’equilibrio (l < le).

!111
SOTTO-OCCUPAZIONE DA SALARIO REALE
TROPPO BASSO

Salario reale medio


SL

In corrispondenza del livello di


salario reale w1 le imprese assumono
un numero di lavoratori pari a l1
l1 < le we

w1
DL

l1 le N. di lavoratori

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

2. Disoccupazione da carenza di domanda. Nelle fasi recessive del ciclo economico le


imprese riducono la produzione e l’occupazione.
3. Disoccupazione da crescita dell’offerta di lavoro. Se aumenta l’offerta di lavoro, il
salario d’equilibrio diminuisce. Se c’è rigidità verso il basso nei salari si ha
disoccupazione.
• Disoccupazione d’equilibrio: si introduce una terza curva rappresentante il numero di
persone che cercano un lavoro ma che non per questo sono disposte ad accettare un
lavoro esistente (N); la differenza tra N e SL indica il numero di persone che cercano un
lavoro ma che non sono disposte ad accettare un lavoro esistente. La disoccupazione
d’equilibrio viene chiamata anche disoccupazione naturale (cosa ci sia di “naturale”
non è chiaro).
1. Disoccupazione frizionale. Persone che perdono il lavoro e ne cercano uno nuovo
ma preferiscono non accettare il primo impiego che gli viene offerto nella speranza
di trovarne uno migliore (problema di informazione). Si tratta di disoccupazione
d’equilibrio nel senso che gli individui che cercano lavoro, scelgono di non
accettare un lavoro esistente.
2. Disoccupazione strutturale. Quando cambia la struttura settoriale dell’economia si
modifica la domanda di lavoro nei vari settori. A livello aggregato la domanda e
l’offerta di lavoro possono anche rimanere invariate, ma viene comunque meno la
corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro nei singoli settori. Questo può
accadere a causa di variazioni nella composizione della domanda o nelle tecniche di
produzione che tendono a sostituire lavoro con macchine (in questo caso si ha una
diminuzione netta della domanda di lavoro e si parla di disoccupazione
tecnologica). Quando la disoccupazione strutturale si manifesta in particolari aree
territoriali si parla di disoccupazione regionale.
3. Disoccupazione stagionale. In alcuni settori la domanda di lavoro è legata a fattori
stagionali.

!112
DISOCCUPAZIONE DI EQUILIBRIO

Al salario d’equilibrio alcuni

Salario reale medio


lavoratori non sono disposti a
SL N
lavorare e preferiscono attendere
un posto migliore
DISOCCUPAZIONE
DI EQUILIBRIO
we

La disoccupazione di equilibrio DL
è pari alla differenza tra forza
lavoro totale (N) e offerta di le N. di lavoratori
lavoro
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Terzo obiettivo di politica economica: inflazione

• Il tasso di inflazione misura l’aumento percentuale dei prezzi.


1. Inflazione da domanda. La causa sono aumenti continui della domanda, ai quali le
imprese rispondono aumentando in parte la produzione e in parte i prezzi (secondo
l’inclinazione della curva d’offerta). Graficamente: spostamento verso destra della
curva di domanda aggregata (per ogni livello del prezzo la quantità domandata è
maggiore) e conseguente movimento lungo la curva d’offerta aggregata.

INFLAZIONE DA DOMANDA

Yo
Quanto più è inclinata la curva
d’offerta aggregata, tanto più p2
aumenti della domanda si riflettono p1
in aumenti dei prezzi, con un Yd2
impatto modesto sulla produzione
Yd1

Y1 Y2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

!113
2. Inflazione da costi. La causa sono aumenti continui dei costi di produzione, i quali
si traducono in parte in aumenti dei prezzi e in parte in diminuzioni della quantità
d’equilibrio (secondo l’inclinazione della curva di domanda). Graficamente:
spostamento verso sinistra della curva di offerta aggregata (la stessa quantità deve
ora essere venduta ad un prezzo più alto per recuperare i maggiori costi) e
conseguente movimento lungo la curva di domanda aggregata.

INFLAZIONE DA COSTI

p
Yo2

Yo1
Quanto più è inclinata la curva di
domanda aggregata, tanto più gli
p2
spostamenti della curva d’offerta si
p1
scaricano sui prezzi, con un impatto
modesto sulla produzione
Yd

Y2 Y1 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

3. Inflazione strutturale. Quando cambia la struttura settoriale dell’economia (perché


si modifica la struttura della domanda e/o quella dell’offerta) alcune industrie
registrano eccessi di domanda e altre eccessi d’offerta. Nelle prime si registrerà un
aumento dei prezzi (e della produzione) e nelle seconde una diminuzione dei prezzi
(e della produzione). L’impatto relativo sui prezzi e sulla produzione dipende
dall’elasticità delle curve d’offerta dei vari settori. A livello aggregato si possono
quindi avere tanto aumenti quanto diminuzioni dell’indice aggregato dei prezzi.
4. Aspettative di inflazione. L’inflazione corrente dipende inoltre dal tasso atteso di
inflazione il quale viene incorporato nei contratti.
• Il tasso di inflazione risulta importante nel determinare il tasso di interesse reale. Con
un tasso di interesse (nominale) del 10%, dando a prestito un euro, se ne riceve dopo un
anno 1,1. Tuttavia, dal punto di vista dei beni che si possono acquistare, se anche i
prezzi sono aumentati del 10%, in termini reali, non si è ottenuto alcun interesse (nel
senso che il potere d’acquisto di 1,1 euro fra un anno è lo stesso di un euro oggi). La
relazione che lega tasso di interesse reale (definito in termini dei beni che si possono
acquistare), tasso di interesse nominale (definito in termini monetari) e tasso di
inflazione è la seguente:

tasso di interesse reale = tasso di interesse nominale – tasso di inflazione

!114
Considerando l’inflazione attesa invece di quella effettiva si ottiene l’equazione di
Fisher:

tasso di interesse reale atteso = tasso di interesse nominale – tasso atteso di inflazione

2. La determinazione del reddito nazionale e la politica fiscale

La scuola keynesiana e il problema della domanda aggregata

• La scuola keynesiana nasce negli anni trenta nel contesto della riflessione sulle cause
della grande depressione. Keynes, in aperta polemica con la teoria allora (e tuttora)
dominante secondo cui le cause della disoccupazione erano da individuarsi in un livello
eccessivamente alto del salario reale, ritiene che le cause della depressione siano nella
carenza della domanda aggregata.
• Secondo Keynes, l’economia si era avvolta in un circolo vizioso: la domanda aggregata
era bassa perché era basso il livello del reddito; il reddito era basso perché i salari e
l’occupazione erano bassi; salari e occupazione erano bassi perché era basso il livello
della produzione; la produzione era bassa perché erano bassi i consumi e la domanda in
generale.
• La soluzione proposta da Keynes consiste nell’interrompere tale circolo vizioso
attraverso interventi volti ad aumentare la domanda aggregata ad esempio aumentando
la spesa pubblica o riducendo le tasse (politiche fiscali espansive).

La legge di Say e la domanda effettiva

• I liberisti della scuola austriaca e neoclassica insistevano sulla validità della cosiddetta
“legge di Say”.
• La legge di Say afferma che l’offerta crea da sé la propria domanda. L’idea prende
forma considerando un’economia di baratto. In un’economia di baratto, lo scambio del
bene X avviene direttamente con il bene Y. Dire che ad un dato livello del prezzo
relativo tra i due beni pX / pY vi è un eccesso di offerta per il bene X è lo stesso che dire
che, a quel livello del prezzo, vi è un eccesso di domanda del bene Y (in altri termini, al
prezzo corrente, pX / pY, ci sono più persone che hanno il bene X e che vorrebbero
scambiarlo col bene Y di quante non siano le persone che hanno il bene Y e vorrebbero
scambiarlo col bene X). L’eccesso di offerta di un bene è necessariamente un eccesso di
domanda per un altro bene.
• La legge di Say implica che non ci può essere disoccupazione involontaria poiché una
carenza di domanda in un settore si accompagna sempre ad un’abbondanza di domanda
in un altro settore, di conseguenza, i lavoratori espulsi dal settore in contrazione
possono essere occupati nel settore in espansione.
• In un’economia monetaria, i beni non si scambiano direttamente tra loro, ma con
moneta. In tal caso la legge di Say vale soltanto se gli individui che vendono il bene X
spendono tutta la moneta che ricevono per acquistare il bene Y. Se viceversa la moneta
viene risparmiata (in vista di spese future), l’eccesso di offerta del bene X può non
comportare alcun eccesso di domanda per il bene Y (semplicemente perché quelli che
hanno venduto il bene X, invece di comprare il bene Y, preferiscono tenersi i soldi in

!115
forma liquida). A livello aggregato viene quindi meno la condizione che garantisce che
l’offerta aggregata e la domanda aggregata si uguaglino. La legge di Say vale dunque
solo nel caso particolare in cui non c’è tesaurizzazione della moneta.
• In un sistema in cui la moneta svolge un ruolo essenziale come riserva di valore, la tesi
di Say non è valida ed è possibile che si verifichino crisi da insufficienza della domanda
aggregata.
• Say è un economista francese di fine Settecento fortemente criticato da Marx.
Quest’ultimo evidenzia che, in un’economia monetaria, l’uguaglianza tra domanda
aggregata e offerta aggregata non è affatto garantita proprio per via della possibilità di
tesaurizzazione della moneta (teoria marxiana della crisi).
• Keynes sviluppa la critica attraverso il principio della domanda effettiva. Secondo tale
principio il livello del prodotto (e quindi dell’occupazione) dipende dal livello della
domanda aggregata. Non è la domanda che si adegua all’offerta come sostenuto da Say,
bensì l’offerta che si adegua alla domanda.
• Le ipotesi di fondo su cui si basa il principio della domanda effettiva sono due:
1. il mercato dei beni non è caratterizzato da concorrenza perfetta;
2. le imprese tendono a tenere i prezzi fissi (adeguando piuttosto la produzione alle
variazioni della domanda).
• Con queste ipotesi la curva d’offerta risulta orizzontale (p = p) e variazioni della
domanda aggregata (Yd) si scaricano interamente sulle quantità d’equilibrio della
produzione (Yo) e non sui prezzi.

IL PRINCIPIO DELLA DOMANDA EFFETTIVA

La domanda aggregata determina Yo


il livello di produzione di
equilibrio dell’economia Yd1
Yd

Y* Y** Yd, Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Il meccanismo di aggiustamento che porta l’offerta ad adeguarsi alla domanda è il


seguente: se la produzione è inferiore al livello d’equilibrio di produzione (Y < Y*) si ha
un eccesso di domanda (Yd > Yo); le imprese utilizzano le scorte; nel periodo successivo
esse vorranno ricostituire il livello di scorte desiderato e aumenteranno quindi la
produzione finché (Y = Y*). Il punto è che tale processo d’aggiustamento assicura che la

!116
quantità offerta si adegui alla quantità domandata ma non che la domanda sia ad un
livello sufficiente ad occupare tutte le risorse disponibili.

La funzione keynesiana del consumo

• Secondo Keynes la principale variabile da cui dipende il livello di consumo (C) delle
famiglie è il reddito corrente:

C = C(Yo)

Assumiamo, per semplicità, una funzione lineare:

C = a + bYo a > 0; 0 < b < 1

FUNZIONE DEL CONSUMO LINEARE

C=a+bYo a>0, 0<b<1

b
a

Yo
a: consumo di sussistenza
b: propensione marginale al consumo
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

L’intercetta (a) indica il consumo di sussistenza. Il coefficiente angolare (b) è la


propensione marginale al consumo (PMGC):

PMGC = dC / dYo = b

Definiamo inoltre la propensione media al consumo (PMEC):

PMEC = C / Y = a / Y + b

Essendo il risparmio (S) la differenza tra il reddito e il consumo (S = Yo – C), la


definizione di una particolare funzione del consumo definisce anche una particolare
funzione del risparmio:

!117
S = Yo – C = Yo – a – bYo = – a + (1 – b)Yo

FUNZIONE DEL RISPARMIO LINEARE

S=Yo–C= Yo– a–bYo=–a+(1–b)Yo a>0, 0<b<1

(1–b) Yo
–a

–a: risparmio di sussistenza


1–b: propensione marginale al risparmio
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

L’intercetta (–a) indica il risparmio di sussistenza (negativo). Il coefficiente angolare (1


– b) è la propensione marginale al risparmio (PMGS):

PMGS = dS / dYo = 1 – b

La propensione media al risparmio (PMES) è:

PMES = S / Y = –a / Y + (1 – b)

Il moltiplicatore

• Il modello del moltiplicatore, nella sua formulazione generale, si basa su tre principi
teorici:

1. Il principio della domanda effettiva (p = p; Yo = Yd = Y)


2. L’equazione della domanda aggregata (Yd = C + I + G + X)
3. La funzione del consumo (C = C(Yo)).

Per semplicità facciamo le seguenti ipotesi:

1. I = I (l’investimento è esogeno e pari al livello I)


2. G = G (la spesa pubblica è esogena e pari al livello G)
3. X = 0 (si tratta cioè di un’economia chiusa)
4. C = a + bYo (funzione del consumo lineare).

!118
Il modello del moltiplicatore è allora il seguente:

Yo = Yd = Y
Yd = C + I + G
C = a + bYo

Sostituendo:

Y = a + bY + I + G

Da cui si ricava il reddito d’equilibrio:

Y* = [1 / (1 – b)](a + I + G)

Indichiamo con m il moltiplicatore e con A e la domanda aggregata esogena:

m = 1 / (1 – b)
A=a+I+G

Il reddito d’equilibrio è allora dato dalla seguente equazione:

Y* = mA 1 < m < +∞

Il principio del moltiplicatore può essere enunciato come segue: un aumento esogeno
della domanda aggregata produce un aumento proporzionalmente maggiore nel reddito
d’equilibrio (m > 1).

ΔY* = mΔA

• Dal punto di vista economico, si immagini un aumento della domanda esogena A pari a
1 euro volto alla costruzione di un ponte (il discorso è lo stesso sia se la domanda
aumenta a causa di un aumento esogeno della spesa pubblica G, sia se aumenta a causa
di un aumento esogeno degli investimenti privati I): ΔA = 1. Quest’aumento della
domanda di 1 euro si traduce in un aumento del reddito dei lavoratori assunti per la
costruzione del ponte e di tutti quanti vendano allo stato o all’impresa privata le risorse
necessarie per la costruzione del ponte. Complessivamente, il reddito delle famiglie
aumenta dunque anch’esso di 1 euro.
Secondo la funzione del consumo, una parte di quest’aumento di reddito delle famiglie,
pari a un euro, sarà consumata (b), mentre la restante parte sarà risparmiata (1 – b). La
parte b spesa in consumo a sua volta produrrà un aumento della produzione di b euro (e
ritornerà alle famiglie sotto forma di reddito aggiuntivo). Si ha dunque un ulteriore
aumento del reddito pari a b euro (essendo b < 1, questo nuovo aumento di reddito è
inferiore ad un euro). E il processo continua.
Una parte (b) di quest’ulteriore aumento di reddito delle famiglie, di b euro, sarà
consumata (b2 euro), mentre la restante parte sarà risparmiata ((1 – b)b euro). I b2 euro
spesi in consumo a loro volta produrranno un aumento della produzione di b2 euro (e

!119
ritorneranno alle famiglie sotto forma di reddito aggiuntivo). Si ha dunque un ulteriore
aumento del reddito pari a b2 euro (essendo b < 1, quest’ulteriore aumento di reddito è
inferiore al precedente: b2 < b).
Il processo continua producendo un aumento totale del reddito pari a:

ΔY = 1 + b + b2 + b3 + … + bn + …

Si tratta di una serie geometria di ragione b, la quale è pari a 1/(1 – b) se, come nel
nostro caso, b < 1.

ΔY = 1 + b + b2 + b3 + … + bn + … = 1/(1 – b)

• Dal punto di vista grafico, il modello del moltiplicatore può essere rappresentato
riportando sugli assi cartesiani l’offerta (asse orizzontale) e la domanda (asse verticale)
aggregate. La bisettrice del primo quadrante (retta a 45°) indica il luogo dei punti in cui
vale l’equilibrio D = O. La funzione di domanda aggregata è rappresentata dalla retta di
intercetta pari ad A e coefficiente angolare pari a b. L’intersezione tra la retta di
domanda aggregata e la retta a 45° determina il reddito d’equilibrio.

DERIVAZIONE GRAFICA DELL’EQUILIBRIO


(RETTA A 45°)

Yd

Yd=Yo

Yd

Y* Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Una variazione (verticale) della domanda esogena (A) produce una variazione
(orizzontale) più che proporzionale nel reddito d’equilibrio.

!120
IL PRINCIPIO DEL MOLTIPLICATORE
(RETTA A 45°)
Yd

Un aumento della domanda Yd1


aggregata esogena (da A0 a A1)
Yd0
determina un aumento
A1
proporzionalmente maggiore del
reddito (da Y* a Y**) A0

Yd=Yo
ΔY* = mΔA 1 < m < +∞
Y* Y** Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Un modo alternativo di analizzare il modello del moltiplicatore si basa sulla funzione


del risparmio (invece che sulla funzione del consumo). Riconsideriamo la condizione
d’equilibrio e sostituiamo S al posto di Yo – C:

Yo = Yd = C + I + G
Yo – C = I + G
S=I+G

La condizione d’equilibrio è allora la seguente:

–a + (1–b)Yo = I + G

• Dal punto di vista grafico, questo diverso modo di guardare al moltiplicatore può essere
rappresentato tramite la funzione del risparmio e le funzioni esogene degli investimenti
e della spesa pubblica:

!121
DERIVAZIONE GRAFICA DELL’EQUILIBRIO
(S=I)

S
I+G

I+G

–a Y* Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

IL PRINCIPIO DEL MOLTIPLICATORE


(S=I)

S
I+G

S
I1 + G1
I0 + G0

–a Y* Y** Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

La politica fiscale

• Le politiche fiscali (variazioni esogene di G e/o di T) che fanno aumentare il reddito


d’equilibrio costituiscono interventi espansivi, quelle che lo fanno diminuire, interventi
restrittivi.
• Un aumento della spesa pubblica (ΔG) produce una traslazione verso l’alto della retta di
domanda aggregata e un conseguente aumento più che proporzionale del reddito
d’equilibrio. NB: si suppone che l’aumento della spesa pubblica, ΔG, sia finanziato
senza influire sulle variabili che compaiono esplicitamente nel modello. Ad esempio si

!122
può immaginare che la spesa pubblica aggiuntiva sia finanziata stampando moneta e
che questo non abbia alcun impatto sul livello dei prezzi (i quali sono per ipotesi fissi
nel modello), né sulle variabili finanziarie (come ad esempio il tasso d’interesse) le
quali potrebbero avere effetti di ritorno sulle variabili contemplate esplicitamente nel
modello.
• Un aumento delle imposte (ΔT) fa diminuire il reddito d’equilibrio. In presenza di tasse,
il consumo dipende dal reddito disponibile (Yd), cioè dal reddito al netto del prelievo
fiscale. Il reddito disponibile si definisce come segue:

Yd = Y – T

La funzione del consumo prende allora la seguente forma:

C = a + bYd
C = a + b(Y – T)

• Esistono diverse forme di tassazione. La forma più semplice (dal punto di vista del
modello teorico) è quella in somma fissa, secondo la quale si suppone il livello di
tassazione (T) sia fissato esogenamente dallo stato in modo del tutto indipendente dalle
altre variabili del modello (come ad esempio il reddito): T = T. Forme di tassazione più
realistiche sono quella proporzionale e progressiva rispetto al reddito. Nel primo caso il
livello della tassazione aumenta proporzionalmente al reddito: T = tY; nel secondo caso
aumenta più che proporzionalmente: se t1, t2, …, tn sono le aliquote di imposta sui
diversi scaglioni di reddito ordinati in senso crescente, la tassazione progressiva è tale
che t1 < t2 < … < tn.
• Nel nostro modello, per semplicità, assumiamo una tassazione in somma fissa (T = T).
La funzione del consumo è allora:

C = a + b(Y – T)

• Introduciamo ora questa funzione del consumo, in cui abbiamo esplicitato le tasse T, nel
modello del moltiplicatore:

Y = a + b(Y – T) + I + G

Il reddito d’equilibrio è ora il seguente:

Y* = [1 / (1 – b)](a + I + G – bT)

L’impatto sul reddito d’equilibrio di una variazione della spesa pubblica [1 / (1 – b)] è
maggiore dell’impatto di una variazione del prelievo fiscale [–b / (1 – b)].
Consideriamo due interventi espansivi di uguale portata, uno aumentando la spesa
pubblica, l’altro diminuendo le tasse.
Sia ΔG = 1 (la spesa pubblica aumenta di 1 euro). Si ha allora un effetto diretto sulla
domanda aggregata pari a 1 euro, cui seguono gli effetti moltiplicativi indiretti (b + b2 +

!123
b3 + …) causati dall’aumento del reddito delle famiglie (i quali, sommati all’effetto
diretto, producono alla fine un aumento del reddito di 1 / (1 – b) euro).
Sia ora ΔT = –1 (le tasse si riducono di 1 euro). Qui non si ha alcun effetto diretto sulla
domanda aggregata; si hanno solo gli effetti indiretti (b + b2 + b3 + …) generati
dall’aumento del reddito disponibile (producendo alla fine un aumento del reddito pari a
b / (1 – b) euro). Rispetto al caso in cui aumenta la spesa pubblica, viene ora meno
l’aumento diretto della domanda aggregata di 1 euro.
L’effetto sul reddito di un aumento della spesa pubblica di 1 unità, 1 / (1 – b), è quindi
superiore a quello della riduzione dell’imposizione fiscale di 1 unità, b / (1 – b):

1 / (1 – b) > b / (1 – b)

il primo effetto è superiore al secondo di 1 unità.

Il bilancio dello stato

• Dal punto di vista del bilancio dello stato una politica espansiva (aumento della spesa
pubblica e/o riduzione delle imposte) implica un peggioramento del saldo di bilancio (G
– T). L’ammontare del disavanzo determina il fabbisogno finanziario del settore
pubblico (cioè l’ammontare di risorse necessarie a finanziare il disavanzo). Per
finanziare il disavanzo di bilancio lo stato deve emettere titoli del debito pubblico che
possono essere acquistati dalla banca centrale (in questo caso, la banca centrale emette
moneta) o dai privati. In questo secondo caso, lo stato negli anni successivi dovrà
pagare gli interessi sul debito accumulato. Il saldo di bilancio può allora essere espresso
dalla seguente relazione:

BS = T – G – rB

Dove r è il tasso di interesse sul debito, B è lo stock di titoli del debito pubblico in
circolazione e (T – G) è l’avanzo primario.

Il moltiplicatore del bilancio in pareggio

• Consideriamo ora, come caso particolare del modello del moltiplicatore, l’ipotesi in cui
il bilancio dello stato rimane in pareggio (G = T).
Sostituendo nell’equazione della domanda aggregata (G = T):

Y = a + b(Y – G) + I + G

Il reddito d’equilibrio è il seguente:

Y* = [1 / (1 – b)](a + I) + G

Il moltiplicatore risulta pari a 1: un aumento di 1 euro di spesa pubblica finanziato con


un aumento di 1 euro di prelievo fiscale aumenta esattamente di 1 euro il reddito

!124
d’equilibrio (gli ulteriori effetti moltiplicativi sulla domanda sono annullati
dall’aumento dell’imposizione fiscale).
NB: Il reddito aumenta senza alcun impatto sul bilancio dello stato. Questo significa
che la politica fiscale può aumentare il reddito e l’occupazione senza produrre alcun
deficit di bilancio pubblico: se lo stato vuole aumentare il reddito di 100 euro, deve
aumentare simultaneamente tasse e spesa pubblica di 100 euro. La diminuzione delle
tasse, invece, perde i suoi effetti espansivi in un contesto in cui lo stato non possa
andare in deficit: in tale contesto, la riduzione delle tasse dovrà infatti essere
accompagnata da una riduzione anche della spesa pubblica, con un effetto complessivo
restrittivo sul reddito e sull’occupazione.

Le variazioni dei prezzi

• Il modello del moltiplicatore considerato è a prezzi fissi. Si suppone cioè che le


variazioni della domanda si traducano interamente in variazione della produzione.
Quest’ipotesi è plausibile quando esistono molte risorse inutilizzate. Quando le imprese
operano a livelli prossimi al pieno impiego della capacità produttiva (Ypo), gli aumenti
della domanda tendono a scaricarsi in aumenti dei prezzi. Graficamente è come se
assumessimo che i prezzi non varino finché la domanda è inferiore al reddito di pieno
impiego (curva d’offerta orizzontale per 0 ≤ Y < Ypo) e che poi ogni ulteriore aumento di
domanda si scarichi interamente sui prezzi, lasciando invariata la produzione (curva
d’offerta verticale per Y = Ypo)

LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA NEL


MODELLO KEYNESIANO

• Per livelli di produzione p


inferiori al reddito di piena
occupazione, i prezzi
rimangono fissi
• Dopodiché l’aumento della
domanda produce solo
aumenti dei prezzi
Ypo Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• In generale, piuttosto che ipotizzare una curva d’offerta ad angolo, si può supporre che
questa sia inclinata positivamente (e che l’inclinazione aumenti all’aumentare della
produzione) e che, quindi, le variazioni della domanda producano variazioni sia nella
quantità prodotta, sia nei prezzi.

!125
LA CURVA DI OFFERTA AGGREGATA

• Quando la produzione è
lontana dalla piena p
occupazione, incrementi di
domanda provocano forti
aumenti della produzione e
aumenti contenuti dei prezzi.
• Avvicinandosi al pieno
impiego i prezzi aumentano
sempre di più
Ypo Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• In tal caso, il moltiplicatore è minore rispetto al modello a prezzi fissi poiché gli
aumenti della domanda aggregata si traducono solo in parte in aumenti della produzione
(l’altra parte si traduce in aumenti dei prezzi).

VARIAZIONI DELLA DOMANDA


E CURVE D’OFFERTA

p
p
Yo

Yo

Yd Yd1 Yd Yd1

Y* Y** Yd, Yo
Y* Y** Yd, Yo

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

La curva di Phillips

• Relazione empirica (inversa) tra tasso di aumento dei salari e tasso di disoccupazione.
Dato che nel periodo considerato da Phillips (1861–1957 per l’Inghilterra) il tasso di
crescita dei salari rimase mediamente superiore di circa il 2% al tasso di crescita dei
prezzi, è possibile individuare una relazione inversa anche tra tasso di inflazione e tasso

!126
di disoccupazione (rispetto alla curva con il tasso di aumento dei salari, la curva con il
tasso d’inflazione sta più in basso).

LA CURVA DI PHILLIPS

Curva di Phillips: relazione


inversa tra tasso di crescita dei

Tasso di inflazione
salari e tasso di disoccupazione
Curva di Phillips (sui prezzi):
Relazione inversa tra tasso di Curva di Phillips (salari)
inflazione e tasso di
disoccupazione Curva di Phillips (prezzi)
Disoccupazione

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• NB: la produttività del lavoro aumenta continuamente nel tempo per effetto del
progresso tecnico, di conseguenza aumenti dei salari superiori agli aumenti dei prezzi
non intaccano necessariamente la crescita dei profitti. Ad esempio, con una crescita
annua della produttività del 10%, se i salari crescono del 7% e i prezzi del 5%, i profitti
crescono dell’8%: i ricavi aumentano infatti del 15% (a parità di quantità di lavoro
utilizzata, l’output cresce del 10%, e viene inoltre venduto ad un prezzo più alto del 5%)
mentre i costi aumentano del 7%; quindi i profitti aumentano dell’8%. In generale,
quindi, in presenza di progresso tecnico, affinché la distribuzione tra salari e profitti
rimanga invariata, i salari devono crescere ad un tasso superiore al tasso d’inflazione,
beneficiando così, assieme a profitti, degli aumenti di produttività.
• Dal punto di vista dello schema domanda aggregata – offerta aggregata, la curva di
Phillips può essere interpretata come la conseguenza di spostamenti della curva di
domanda in presenza di una curva d’offerta crescente: quando aumenta la domanda,
diminuisce la disoccupazione e aumenta l’inflazione; il contrario accade quando la
domanda diminuisce (spostamenti lungo la curva di Phillips). Gli spostamenti della
curva sarebbero invece legati ai fattori esogeni dello schema domanda aggregata –
offerta aggregata: disoccupazione frizionale e strutturale, inflazione da costi da costi e
strutturale, aspettative.
• L’ipotesi che esistesse una curva di Phillips relativamente stabile nella realtà ha
suggerito che esistesse un ventaglio di combinazioni inflazione – disoccupazione
nell’ambito del quale i governi potessero scegliere, attraverso opportune politiche
economiche, la combinazione ritenuta ideale. Tale ipotesi si è dimostrata infondata alla
luce dell’aumento congiunto dei tassi d’inflazione e di disoccupazione nella maggior
parte dei paesi capitalisti occidentali negli anni ’80 (l’aumento contemporaneo
dell’inflazione e della disoccupazione prende il nome di “stagflazione”, dall’inglese

!127
“stagflation”). Una possibile spiegazione è che la curva di Phillips si sia spostata nel
tempo.

L’acceleratore

• Nella teoria del moltiplicatore le variazioni del reddito sono ricondotte a variazioni
della domanda. In particolare le variazioni esogene degli investimenti (legate alle
aspettative dei capitalisti) sono una delle principali cause dell’alternarsi di periodi di
espansione e recessione.
• Accanto alle variazioni della domanda è possibile introdurre anche i cambiamenti nelle
condizioni dell’offerta per spiegare la dinamica della produzione. La teoria
dell’acceleratore spiega il livello dei nuovi investimenti facendolo dipendere dal tasso
di crescita della produzione: gli investimenti (lasciando da parte quelli necessari a
rimpiazzare il capitale che diventa obsoleto) aumentano la capacità produttiva. A fronte
di un aumento della domanda (che gli investitori considerano duraturo) si avrà dunque
un aumento degli investimenti e della capacità produttiva.
• Mentre il livello della produzione varia lentamente nel tempo, il suo tasso di crescita (da
cui secondo questo modello dipendono le variazioni degli investimenti) varia in misura
molto maggiore. Questo spiega l’alta volatilità degli investimenti. La teoria
dell’acceleratore può allora essere enunciata affermando che le variazioni degli
investimenti sono molto più accentuate di quelle del reddito nazionale.
• Facendo interagire il principio del moltiplicatore e quello dell’acceleratore si producono
effetti cumulati sul ciclo economico:
1. Le variazioni del reddito producono effetti accentuati sugli investimenti
(acceleratore);
2. Le variazioni degli investimenti producono aumenti proporzionalmente maggiori
nel reddito (moltiplicatore).
3. Le risultanti variazioni del reddito si riflettono nuovamente sugli investimenti
attraverso l’acceleratore, e così via.

Il ciclo economico

• Le scorte variano in senso anticiclico rispetto alla dinamica della produzione. Di fronte
ad aumenti della domanda, le imprese rispondono innanzi tutto utilizzando le scorte di
magazzino accumulate. Solo quando l’aumento di domanda dovesse confermarsi
duraturo (cioè quando il livello delle scorte desiderato dovesse scendere troppo) esse
saranno disposte ad aumentare la capacità produttiva.
• NB: dal punto di vista contabile, le scorte sono considerate come una componente degli
investimenti, per cui l’aumento delle scorte nelle fasi recessive del ciclo appare in
contabilità come un investimento.
• Fattori che incidono sul persistere delle fasi espansive e recessive:
1. Il processo d’aggiustamento nel flusso circolare del reddito prende tempo;
2. L’interazione tra moltiplicatore e acceleratore produce effetti cumulati.
• Fattori che incidono sull’inversione del ciclo:

!128
1. Nelle fasi espansive, il raggiungimento del pieno utilizzo della capacità produttiva
impedisce, nel breve periodo, ulteriori aumenti della produzione (è necessario
investire per ampliare ulteriormente la capacità produttiva, il che richiede tempo).
2. Nelle fasi recessive, il consumo di sussistenza delle famiglie garantisce un livello
minimo di domanda al di sotto del quale il consumo non scende ulteriormente.
3. Secondo il principio dell’acceleratore, gli aumenti degli investimenti devono essere
sostenuti da una crescita sempre maggiore del consumo. Se la crescita del consumo
rallenta, gli investimenti diminuiranno e il ciclo tenderà ad invertirsi.
4. Nel corso del ciclo, la politica economica interviene spesso in senso anticlico
comprimendo la domanda nelle fasi espansive (per impedire effetti inflazionistici)
ed espandendola nelle fasi recessive (per impedire una caduta della domanda e un
aumento della disoccupazione). Le politiche di stabilizzazione dell’andamento della
produzione attorno al suo trend prendono il nome di politiche di “fine tuning”.
• Accanto alle politiche di fine tuning, l’attenuazione del ciclo dipende dall’esistenza di
“stabilizzatori automatici”:
1. Una tassazione dipendente dal reddito (invece di quella completamente esogena
ipotizzata nel nostro modello semplificato) implica un aumento del gettito fiscale
nelle fasi espansive (poiché aumenta il reddito) e una diminuzione nelle fasi
recessive. Questo riduce le variazione del reddito disponibile (da cui dipendono i
consumi) rispetto alle variazioni del reddito e attenua gli effetti moltiplicativi.
2. Un altro stabilizzatore automatico è costituito dai sussidi di disoccupazione i quali
sostengono la domanda nelle fasi recessive del ciclo.

3. Moneta e politica monetaria

Funzioni della moneta

• Mezzo di scambio: strumento accettato per convenzione o per forza legale come mezzo
di pagamento.
• Unità di conto: unità di misura dei prezzi di beni, servizi e attività finanziarie.
• Riserva di valore: strumento per trasferire nel tempo potere d’acquisto.

Il sistema finanziario

• Le banche
1. Banche commerciali: si rivolgono ad un pubblico indistinto;
2. Banche d’affari (o di investimento): forniscono linee di credito alle imprese.
• Passività bancarie (debiti delle banche nei confronti di quanti abbiano depositato i
propri risparmi).
1. Depositi a vista: depositi che possono essere prelevati senza penale (per esempio
depositi in conto corrente).
2. Depositi vincolati: depositi che possono essere prelevati solo con un preavviso e/o
pagando una penale (per esempio libretti di risparmio).
3. Certificati di deposito: prodotti finanziari emessi e gestiti dalle banche sui quali
esiste un mercato secondario nel quale possono essere scambiati.

!129
4. Pronti contro termine: contratto di compravendita di titoli con cui una parte vende
(a pronti) un certo prodotto finanziario (per esempio titoli del debito pubblico) e lo
ricompra ad una scadenza fissata (a termine).
• Attività bancarie (crediti delle banche nei confronti di terzi).
1. Circolante: contante tenuto per soddisfare le richieste quotidiane dei clienti.
2. Conto corrente presso la banca centrale: conto utilizzato per le operazioni sul
mercato interbancario.
3. Prestiti a breve termine: prestiti monetari concessi principalmente ad altre
istituzioni finanziarie; nel caso dei pronti contro termine, titoli acquisiti in cambio
del prestito a pronti che saranno restituiti allo scadere del prestito (tali titoli sono
denominati “repo”).
4. Prestiti a lungo termine: prestiti alle famiglie e alle imprese a scadenza fissa,
scoperti e mutui; titoli acquistati come investimento (ad esempio del debito
pubblico).
• Redditività e liquidità: La redditività misura la capacità di fare profitti (lucrando sul
differenziale tra il tasso di interesse ricevuto sui prestiti e quello pagato sui depositi) e
viene generalmente rapportata al denaro raccolto o al valore dell’attivo. La liquidità
misura la facilità e i costi con cui un’attività può essere convertita in moneta; il tasso di
liquidità è il rapporto tra attività liquide e attività totali. In genere le attività più
redditizie sono anche le meno liquide.
• La banca centrale
1. Vigilanza sul sistema bancario: la banca centrale controlla che le banche e le
istituzioni finanziarie operino in modo efficiente (con un adeguato tasso di liquidità)
e nel rispetto della normativa bancaria. Inoltre ha compiti di ispezione e stabilisce la
percentuale di riserve obbligatorie che le banche devono tenere come garanzia di
liquidità. Infine svolge la funzione di prestatore di ultima istanza per garantire
un’adeguata offerta di moneta da parte delle banche. Nel Sistema Europeo delle
Banche Centrali (SEBC), tali compiti sono svolti dalle banche centrali dei singoli
paesi.
2. Offerta di moneta e politica monetaria. In molti paesi la banca centrale operava in
stretta collaborazione col governo (il che permetteva un coordinamento stretto tra
politica fiscale e monetaria); recentemente è venutosi affermandosi il principio
dell’indipendenza della banca centrale (principio cui si ispira anche la Banca
Centrale Europea), secondo il quale la politica monetaria è competenza solo della
banca centrale (la quale non è sottoposta ad alcun controllo politico popolare).
Come strumenti di attuazione della politica monetaria, la banca centrale ha il
monopolio nell’emissione di banconote, agisce come banca per il governo
(organizza le emissioni di titoli del debito pubblico emessi dal Tesoro e decide in
che misura finanziare i deficit pubblici emettendo moneta) e per le banche (le quali
tengono dei conti per le compensazioni sul mercato interbancario). Attraverso il
controllo dei tassi d’interesse ufficiali (il tasso di sconto innanzi tutto) e la gestione
dell’emissione e dell’acquisto dei titoli del debito pubblico e di altri strumenti
finanziari influisce sui tassi d’interesse di mercato e sulla quantità di moneta.
Attraverso il controllo delle riserve valutarie influisce sui tassi di cambio.

!130
L’offerta di moneta

• Base monetaria (o moneta ad alto potenziale): circolante.


• M3 (o moneta in senso ampio): circolante + depositi.
• Moltiplicazione della moneta (o dei depositi). Supponiamo che le banche abbiano un
tasso di liquidità desiderato pari a l (per ogni euro di depositi, una frazione l è tenuta
come riserva e la frazione (1 – l) è data in prestito). Ipotizziamo ora che la spesa
pubblica aumenti di 1 euro pagando con assegni emessi sul conto del Tesoro presso la
banca centrale. I beneficiari di tali assegni li depositeranno presso una banca. La banca
ha ora un eccesso di liquidità e cercherà quindi di prestare una frazione, pari a (1 – l), di
tali depositi aggiuntivi. Quando le famiglie o le imprese spendono gli (1 – l) euro presi
a prestito, i venditori depositeranno presso una banca gli (1 – l) euro ricevuti e la banca
vorrà a questo punto darne in prestito una frazione pari a (1 – l): essa darà quindi a
prestito una cifra pari a (1 – l)2 euro. Il processo continua producendo un aumento totale
dei depositi pari a

1 + (1 – l) + (1 – l)2 + (1 – l)3 + …+ (1 – l)n + … = 1/l

Si tratta di una serie geometria di ragione (1 – l), la quale è pari a 1/l se, come nel nostro
caso, (1 – l) < 1. Il moltiplicatore dei depositi (1/l) è dunque pari all’inverso del tasso di
liquidità (l).
Le ipotesi su cui si basa tale calcolo sono (1) che il tasso di liquidità desiderato dalle
banche rimanga invariato nel tempo, (2) che i clienti delle banche prendano a prestito
tutto l’ammontare che le banche desiderano dare in prestito senza alcun impatto sul
tasso d’interesse, (3) che tutti i fondi presi a prestito tornino al sistema bancario in
forma di depositi.
• Le determinanti dell’offerta di moneta.
1. Tasso di liquidità delle banche: le riduzioni nel tempo del tasso di liquidità (a
seguito dello sviluppo di pagamenti con assegni, bancomat, eccetera) aumentano il
moltiplicatore della moneta.
2. Flussi dall’estero: un surplus di bilancia dei pagamenti produce un afflusso di
capitali che vanno ad aumentare l’offerta di moneta.
3. Disavanzi del settore pubblico: quando lo stato registra un disavanzo deve
finanziarsi emettendo titoli del debito pubblico. Se i titoli sono acquistati dalla
banca centrale si ha un aumento nella quantità di moneta (la banca centrale apre un
credito allo stato per il valore dei titoli emessi; quando lo stato spende questa
somma, si ha un aumento della moneta, il quale genera ulteriori aumenti attraverso
il processo di moltiplicazione dei depositi). Se sono invece acquistati dal settore
privato l’offerta di moneta non varia poiché l’aumento della moneta nelle mani del
settore pubblico è compensata da una diminuzione di pari entità di quella nelle mani
del settore privato.
4. Tasso d’interesse: nella misura in cui la banca centrale sia in grado di controllare
completamente l’offerta di moneta, la curva d’offerta di moneta è verticale.

!131
OFFERTA DI MONETA ESOGENA

Tasso di interesse
Mo
L’offerta di moneta non
dipende dal tasso di interesse

Offerta di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Qualora invece le banche siano invogliate ad aumentare i prestiti (e quindi la quantità di


moneta) al crescere del tasso d’interesse, la banca centrale non ha un controllo pieno
sull’offerta di moneta. In tal caso, la curva d’offerta di moneta (Mo) é crescente rispetto
al tasso d’interesse.

OFFERTA DI MONETA ENDOGENA


Tasso di interesse

Mo
L’offerta di moneta cresce al
crescere del tasso d’interesse

Offerta di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Negli sviluppi futuri, tuttavia, per semplicità assumeremo che l’offerta di moneta sia
completamente esogena e che non dipenda dal tasso d’interesse. Essa sarà quindi
espressa dalla seguente funzione:

Mo = M

!132
La domanda di moneta

• Keynes distingue tre motivi che spingono a detenere moneta.


1. Movente transazionale. Si detiene moneta per effettuare le transazioni ordinarie. La
domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (direttamente) dal reddito.
2. Movente precauzionale. Si detiene moneta per fronteggiare spese impreviste. La
domanda di moneta tenuta per tale scopo dipende (direttamente) dal reddito. Gli
scopi transazionale e precauzionale portano a domandare moneta per la sua funzione
di mezzo di scambio. Tale domanda di moneta è nota come “saldo monetario
attivo”.
3. Movente speculativo. Si detiene moneta per poter cogliere le opportunità di
guadagno acquistando titoli quando il loro prezzo è basso e vendendoli quando è
alto. Per semplicità, d’ora in avanti supponiamo che l’unica alternativa al detenere
moneta in forma liquida sia acquistare attività finanziarie (per esempio
obbligazioni). Questo significa che l’equilibrio sul mercato della moneta implica
l’equilibrio sul mercato delle obbligazioni e viceversa (nel senso che se la quantità
di moneta detenuta è quella desiderata, anche la quantità di obbligazioni detenuta è
necessariamente quella desiderata). Quanto maggiore è il guadagno che si può
ottenere da un’obbligazione, tanto minore è la quantità di moneta che si vuole
detenere a scopo speculativo. Perciò la domanda di moneta tenuta per tale scopo
dipende (inversamente) dal tasso d’interesse: quando il tasso d’interesse è alto, gli
individui preferiscono detenere titoli piuttosto che moneta (i titoli sono meno liquidi
della moneta, ma pagano un interesse che invece la moneta non paga); quando
invece il tasso d’interesse è basso, gli individui preferiscono tenere moneta piuttosto
che titoli (poiché gli svantaggi della minore liquidità dei titoli rispetto alla moneta
rimangono gli stessi, mentre i vantaggi della maggiore redditività diminuiscono).
Tale domanda di moneta è nota come “saldo monetario inattivo”.
• La domanda totale di moneta (Md) è data dalla somma delle domande di moneta per
questi tre moventi. Essa dipende quindi inversamente dal tasso d’interesse e
positivamente dal reddito. Mantenendo fisso il reddito, la domanda di moneta può
essere rappresentata come una curva decrescente rispetto al tasso d’interesse. Tale curva
prende il nome di “preferenza per la liquidità”. Un aumento del reddito produce uno
spostamento verso destra della curva della preferenza per la liquidità.

!133
LA PREFERENZA PER LA LIQUIDITÀ

r
• Decrescente rispetto a r
• Una variazione del tasso di
Y1>Y0
interesse provoca un
movimento lungo la curva
• Una variazione del reddito
Md1
provoca uno spostamento
della curva Md0
Domanda di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Se, per semplicità, assumiamo una funzione lineare, la curva di domanda di moneta può
essere espressa dalla seguente retta nel piano (r, Y):

Md = fY – gr f > 0, g > 0

• Relazione tra prezzo di un titolo e tasso d’interesse


Nella teoria keynesiana il motivo per cui la domanda di moneta per scopi speculativi
varia inversamente al variare del tasso d’interesse è leggermente diverso da quello visto
sopra. Secondo Keynes, gli operatori dei mercati finanziari ritengono che esista un
prezzo “normale” delle obbligazioni. Keynes assume dunque che essi comprino
obbligazioni quando il prezzo di mercato è inferiore a tale prezzo e le vendano in caso
contrario. D’altra parte, il prezzo di mercato di un’obbligazione, cioè la sua quotazione
in borsa, q, è legata al tasso d’interesse da una relazione inversa.
Infatti, consideriamo un’obbligazione che garantisce un rimborso di 100 euro dopo un
anno. Supponiamo che il suo prezzo oggi sia paria a 95 euro. Se compriamo oggi
l’obbligazione e la teniamo un anno, il tasso d’interesse, r, che ne ricaviamo sarà pari al
5,26%:

r = (100 – 95) / 95 = 0,0526

In generale, indicando con VN il valore nominale dell’obbligazione (la somma di denaro


che il soggetto che emette l’obbligazione si impegna a pagare alla scadenza), la
relazione che esiste tra il prezzo di un titolo, q, e il tasso d’interesse che esso fornisce è
la seguente:

r = (VN – q) / q

!134
Questo significa che quanto maggiore è il prezzo del titolo, tanto minore è il tasso
d’interesse effettivo pagato dal titolo stesso.
Alla luce di questa relazione inversa tra prezzo del titolo e tasso d’interesse, se gli
operatori ritengono che esista un valore normale cui la quotazione dell’obbligazione
tende, essi venderanno obbligazioni (cioè domanderanno moneta) quando il loro prezzo
è alto (più alto del prezzo normale), e cioè quando il tasso d’interesse è basso (più basso
del tasso d’interesse normale), e viceversa.

L’equilibrio

• L’equilibrio sul mercato della moneta si ha quando l’offerta uguaglia la domanda (Mo =
Md):

M = fY – gr

L’EQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA MONETA

r
Mo

re

Md
Me M

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Il processo d’aggiustamento. Se il tasso d’interesse fosse superiore a quello


d’equilibrio, si avrebbe un eccesso di offerta di moneta e gli individui cercherebbero di
acquistare titoli. Questo farebbe aumentare il prezzo dei titoli e scendere il loro tasso di
rendimento (cioè il tasso d’interesse), riportando il sistema verso l’equilibrio.

!135
IL PROCESSO D’AGGIUSTAMENTO

r1>re: eccesso di offerta di moneta. r


ECCESSO DI Mo
Gli individui acquistano obbligazioni OFFERTA

r1
Il prezzo delle obbligazioni aumenta re
e il tasso di interesse diminuisce
Md

Me M

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Gli spostamenti delle curve di offerta e/o di domanda di moneta determinano nuove
quantità di moneta e tassi d’interesse d’equilibrio.
• Mercato delle valute. L’uguaglianza tra domanda e offerta di una valuta rispetto alle
altre valute determina il tasso di cambio. Quando la domanda di una valuta supera la
sua offerta si ha un apprezzamento del suo tasso di cambio e viceversa.
• Relazione tra tasso d’interesse e tasso di cambio. Se a partire da una situazione
d’equilibrio sul mercato delle valute, il tasso d’interesse interno sale [scende] rispetto a
quello estero, i titoli interni diventano relativamente più [meno] profittevoli di quelli
esteri; questo provoca un aumento di domanda per la valuta nazionale [estera], un
afflusso [deflusso] di capitali e un apprezzamento [deprezzamento] del tasso di cambio.

La politica monetaria

• Gli obiettivi e le strategie della politica monetaria sono notevolmente cambiati nel corso
del tempo. Nel periodo che va dal dopoguerra agli anni ’70 predominava l’impostazione
keynesiana, secondo cui la politica fiscale era il principale strumento di politica
economica, mentre la politica monetaria doveva accomodare le scelte di politica fiscale,
mantenendo stabili i tassi di interesse. A partire dagli anni ’70 e, con maggior forza
negli anni di Reagan e Thatcher negli Stati Uniti e in Gran Bretagna rispettivamente
(anni ‘80), si afferma l’impostazione liberista, secondo la quale il contenimento
dell’inflazione è l’obiettivo primario della politica monetaria. A livello istituzionale, tale
principio trova la sua espressione più forte nel Trattato dell’Unione Europea, firmato a
Maastricht nel 1992, che, tra le altre cose, istituisce la BCE, assegnandole come
obiettivo prioritario la stabilità dei prezzi (definita come aumento dell’indice dei prezzi
al consumo per l’area dell’euro inferiore al 2%); tutti gli altri obiettivi della BCE sono
definiti in termini vaghi e possono essere perseguiti solo se compatibili con l’obiettivo
della stabilità dei prezzi.

!136
• Tre categorie di intervento attraverso cui la banca centrale determina la politica
monetaria
1. Controllo dell’offerta di moneta. La banca centrale può controllare la base
monetaria agendo sul credito concesso alle banche. Questo può essere fatto
attraverso tre canali principali. (1) Le “operazioni di mercato aperto” sono vendite o
acquisti di titoli del debito pubblico da parte della banca centrale sul mercato:
quando la banca centrale vende titoli, gli acquirenti pagano tali titoli con moneta
riducendo così la quantità di moneta in circolazione nel sistema. Attraverso
operazioni di mercato aperto, la banca centrale può anche cambiare la struttura dei
titoli del debito pubblico detenuti (ad esempio vendendo quelli a breve e
acquistando quelli a lunga), influendo così sul grado di liquidità dei titoli in
circolazione presso il settore privato. (2) Il coefficiente di “riserva obbligatoria” è
un deposito che le banche sono obbligate a tenere presso la banca centrale e che le
banche non possono utilizzare senza il consenso della banca centrale (tale deposito è
quindi illiquido): variando il coefficiente di riserva obbligatoria la banca centrale
influisce sul moltiplicatore della moneta e sulla capacità delle banche di concedere
prestiti. (3) La banca centrale può fornire prestiti alle banche commerciali a tassi di
interesse inferiori a quelli di mercato: variando lo stock di moneta disponibile per
tali prestiti la banca centrale può quindi modificare l’offerta di moneta.
2. Controllo dei tassi d’interesse. Il controllo dei tassi d’interesse avviene (1)
attraverso la definizione dei tassi di riferimento (il tasso di sconto o altri tassi di
rifinanziamento delle banche presso la banca centrale) e (2) attraverso interventi
diretti sul mercato monetario, in particolare mediante operazioni di pronti contro
termine. Va notato che nella realtà esistono diversi tassi d’interesse a seconda della
scadenza temporale (i quali producono effetti diversi sulle variabili
macroeconomiche reali, in particolare sugli investimenti di breve e di lungo
periodo). Quindi, attraverso operazioni di mercato aperto, la banca centrale può
influire anche sulla struttura temporale dei tassi d’interesse: ad esempio, vendendo
titoli a breve e acquistando titoli a lunga, la banca centrale può ridurre i tassi
d’interesse a lungo termine facendo salire quelli a breve termine.
3. Razionamento del credito. La banca centrale può razionare il credito e influire così
sul moltiplicatore della moneta (1) imponendo alle banche di limitare i prestiti (per
esempio limitandoli a quelli meno rischiosi), (2) fissando un ammontare minimo dei
depositi, o (3) fissando dei tempi massimi di restituzione dei prestiti. Nella realtà,
spesso la banca centrale attua la propria politica nei confronti delle banche
attraverso strumenti di pressione piuttosto che di coercizione.
• L’efficacia della politica monetaria dipende (1) dagli strumenti di controllo sui tentativi
delle banche di eludere (o evadere) eventuali forme di razionamento del credito, (2)
dalla sensibilità della domanda di moneta alle variazioni dei tassi d’interesse, (3) dalle
aspettative degli operatori (in particolare, di fronte ad aspettative pessimistiche degli
investitori, la riduzione dei tassi potrebbe non essere sufficiente ad aumentare il livello
degli investimenti).

!137
4. Il modello IS-LM

La logica del modello

• Il modello IS-LM non è altro che un’analisi congiunta del mercato dei beni e del
mercato della moneta.
• Rispetto all’analisi dei due mercati considerati separatamente, dobbiamo innanzi tutto
estendere l’analisi del mercato dei beni esplicitando le variabili da cui dipendono gli
investimenti (per semplicità nel capitolo 8 avevamo supposto che essi fossero
completamente esogeni). Dopodiché è possibile considerare congiuntamente i due
mercati per determinare le condizioni dell’equilibrio macroeconomico.
• In tutto il modello, per semplicità continueremo a supporre che i prezzi siano fissi
(inflazione pari a zero).

La funzione degli investimenti

• Si suppone che gli investimenti dipendano negativamente dal tasso d’interesse. Tale
ipotesi è giustificata dal fatto che il tasso d’interesse è un costo per le imprese che
prendono a prestito i fondi per finanziare gli investimenti (per le imprese che finanziano
gli investimenti con fondi propri il tasso d’interesse rappresenta comunque un costo-
opportunità). Una seconda determinate degli investimenti è data dalle aspettative degli
investitori (gli animal spirits nel linguaggio di Keynes). Considerando la forma
funzionale lineare, la funzione degli investimenti può allora essere espressa dalla
seguente:

I = I – dr d>0

L’equilibrio sul mercato dei beni: la curva IS

• La curva IS rappresenta il luogo di punti nel piano (Y, i) tale che il mercato dei beni è in
equilibrio. Rispetto all’analisi svolta nel capitolo 8, dobbiamo ora completare l’analisi
del mercato dei beni introducendo esplicitamente la funzione degli investimenti. Il
modello è dunque il seguente:

Yo = Yd = Y
Yd = C + I + G
C = a + bYo
I = I – dr

Sostituendo:

Y = a + bY + I – dr + G

Da cui si ricava il reddito d’equilibrio:

Y* = [1 / (1 – b)](a + I + G) – [d / (1 – b)]r

!138
Come si vede, a differenza della formula ottenuta nel capitolo 3 (in cui non si teneva
conto del tasso d’interesse), il reddito d’equilibrio dipende ora anche dal tasso
d’interesse: per ogni valore di r esiste un unico valore di Y che garantisce l’equilibrio
sul mercato dei beni.

DERIVAZIONE GRAFICA DELLA CURVA IS


I, S S
E1
I1
E2
I2

Y
Al tasso d’interesse r1
corrispondono gli
r investimenti I1 e il
reddito Y1
E2
r2
Al tasso d’interesse r2
r1 E1
(r2>r1) corrispondono gli
IS
investimenti I2 (I2<I1) e il
reddito Y2 (Y2<Y1)
Y2 Y1 Y
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Dal punto di vista grafico, le combinazioni di r e Y che garantiscono l’equilibrio sul


mercato dei beni possono essere rappresentate come una retta nel piano (Y, r) di
intercetta [a + I + G) / d] e coefficiente angolare [–(1 – b) / d]. Infatti, esplicitando il
tasso d’interesse r si ottiene:

r* = (a + I + G) / d – [(1 – b) / d]Y

Le intersezioni con gli assi sono dunque le seguenti:

ponendo r = 0: Y = [1 / (1 – b)](a + I + G)
ponendo Y = 0: r = (a + I + G) / d

!139
LA CURVA IS

(a + I + G) / d

IS

–(1 – b) / d

[1 / (1 – b)](a + I + G) Y
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• L’inclinazione della IS. L’inclinazione negativa dipende dal fatto che un aumento del
tasso d’interesse implica una diminuzione degli investimenti: per mantenere
l’equilibrio, alla diminuzione della domanda si deve accompagnare una diminuzione
dell’offerta e del reddito.
La IS è tanto più piatta, quanto maggiori sono i parametri d e b.
1. Dal punto di vista economico, una forte sensibilità degli investimenti alle variazioni
del tasso d’interesse (un valore di d elevato) significa che un aumento unitario del
tasso d’interesse produce una forte caduta degli investimenti (cioè della domanda) e,
quindi (per l’ipotesi d’equilibrio), dell’offerta e del reddito.
2. Nel caso del parametro b, una forte sensibilità del consumo alle variazioni del
reddito (un valore di b elevato) implica un forte effetto moltiplicativo. Un aumento
unitario del tasso d’interesse produce una certa diminuzione degli investimenti
(determinato dal parametro d) e, se l’effetto moltiplicativo è alto (se cioè il valore di
b è elevato), l’impatto sulla domanda e sul reddito è forte.
• Punti di disequilibrio. I punti sopra la curva IS indicano combinazioni (Y, r) con valori
di r superiori a r*. Ad un simile livello del tasso d’interesse (più alto del livello
d’equilibrio), la domanda di beni d’investimento è minore di quella che garantirebbe
l’equilibrio sul mercato dei beni. Si ha dunque un eccesso d’offerta. Simmetricamente
nei punti al di sotto della curva IS si ha un eccesso di domanda di beni.

!140
DISEQUILIBRIO SUL MERCATO DEI BENI

• Punto W: per un dato valore di


Y, il tasso di interesse è troppo
basso → la domanda di
investimenti è dunque troppo r
alta rispetto a quella che
K
garantisce l’equilibrio → c’è
eccesso di domanda di beni
ECCESSO DI
• Punto K: per un dato Y, il tasso OFFERTA
di interesse è troppo alto → la
domanda di investimenti è W
troppo bassa rispetto a quella ECCESSO DI
d’equilibrio → c’è eccesso di DOMANDA
offerta di beni Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Spostamenti della curva IS. Se aumenta [diminuisce] una delle componenti esogene
della domanda la curva IS si sposta verso destra [sinistra]: per ogni livello del tasso
d’interesse, un aumento della componente esogena della domanda (ad esempio di G)
produce un aumento del reddito d’equilibrio pari al moltiplicatore keynesiano:

ΔY = 1/(1 – b) ΔΑ

GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA IS

• Un aumento della
componente esogena della r
domanda (ad esempio di G)
provoca uno spostamento
della curva IS verso destra
ΔG>0
pari a [1/(1 – b)] ΔG

• Una diminuzione provoca IS1


uno spostamento verso ΔG<0
IS2 IS
sinistra dello stesso
ammontare Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

!141
L’equilibrio sul mercato della moneta: la curva LM

• Come abbiamo visto, se si suppone che l’unica alternativa al detenere moneta in forma
liquida è acquistare obbligazioni, l’equilibrio sul mercato della moneta implica
l’equilibrio sul mercato delle obbligazioni e viceversa. Questo risultato può essere visto
come una conseguenza della “legge di Walras”, secondo la quale “in un sistema
composto da n mercati, se n–1 mercati sono in equilibrio, è in equilibrio anche
l’ennesimo mercato”. NB: nel testo (Sloman) la legge di Walras viene richiamata a
sproposito, sostenendo che se due dei tre mercati (moneta, obbligazioni e beni) sono in
equilibrio, lo è anche il terzo. Questo non è vero: se il mercato della moneta è in
equilibrio, come si è detto, lo è anche il mercato delle obbligazioni; ma questo non
significa che lo sia anche il mercato dei beni.
• La curva LM rappresenta il luogo di punti nel piano (Y, i) tale che il mercato della
moneta (e, quindi, quello delle obbligazioni) è in equilibrio. Come abbiamo visto nel
capitolo 9, la condizione d’equilibrio sul mercato della moneta (e delle obbligazioni) è
la seguente:

M = fY – gr

Esplicitando Y, si ricava il reddito d’equilibrio:

Y* = M / f + (g / f)r

Per ogni valore di r esiste un unico valore di Y che garantisce l’equilibrio sul mercato
della moneta.

DERIVAZIONE GRAFICA DELLA CURVA LM

Mo
r r
Md 2 LM

E2
r2 Md 1
E2
r1
E1 E1

M Y1 Y2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Dal punto di vista grafico, le combinazioni di r e Y che garantiscono l’equilibrio sul


mercato della moneta possono essere rappresentate come una retta nel piano (Y, r) di

!142
intercetta [–(M / g)] e coefficiente angolare [f / g]. Infatti, esplicitando il tasso
d’interesse r si ottiene:

r* = –(M / g) + (f / g)Y

Le intersezioni con gli assi sono dunque le seguenti:

ponendo r = 0: Y=M/f
ponendo Y = 0: r = –(M / g)

LA CURVA LM

LM

f/g

M/f Y

– (M / g)
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• L’inclinazione della LM. L’inclinazione positiva dipende dal fatto che un aumento del
tasso d’interesse implica una diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo
(perché aumenta la domanda di obbligazioni); dato che l’offerta di moneta è per ipotesi
fissa (poiché esogena), per mantenere l’equilibrio sul mercato della moneta è necessario
che aumenti la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale, cioè è
necessario che aumenti il reddito d’equilibrio.
La LM è tanto più piatta, quanto maggiore è il parametro g e quanto minore è il
parametro f.
1. Dal punto di vista economico, una forte sensibilità della domanda di moneta alle
variazioni del tasso d’interesse (un valore di g elevato) significa che un aumento
unitario del tasso d’interesse produce una forte caduta della domanda di moneta a
scopo speculativo, la quale per essere compensata da un aumento di pari entità della
domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale richiede un forte aumento
del reddito.
2. Simmetricamente, una forte sensibilità della domanda di moneta (a scopo
transazionale e precauzionale) alle variazioni del reddito (un valore di f elevato)
significa che, di fronte ad un aumento unitario del tasso d’interesse (che produce

!143
una certa diminuzione della domanda di moneta a scopo speculativo), è sufficiente
un piccolo aumento del reddito a compensare la diminuzione della domanda di
moneta a scopo speculativo.
Trappola della liquidità. Un caso particolare importante si ha quando la LM (o, un suo
tratto) è orizzontale. In questo caso, le variazioni della quantità di moneta non
producono alcuna variazione nel tasso d’interesse d’equilibrio: al tasso d’interesse
d’equilibrio corrispondono infiniti livelli di reddito d’equilibrio.

LA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITÀ

r
Il reddito è così basso che
tutti sono disponibili a
detenere una qualsiasi LM
quantità di moneta offerta
in forma liquida rmin

Y0 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Punti di disequilibrio. I punti sopra la curva LM indicano combinazioni (Y, r) con valori
di r superiori a r*. Ad un simile livello del tasso d’interesse (più alto del livello
d’equilibrio), la domanda di moneta è minore di quella che garantirebbe l’equilibrio sul
mercato della moneta (perché la domanda di moneta a scopo speculativo è troppo
bassa). Si ha dunque un eccesso d’offerta di moneta. Simmetricamente nei punti al di
sotto della curva LM si ha un eccesso di domanda di moneta.

!144
DISEQUILIBRIO SUL MERCATO DELLA
MONETA

• Punto W: per un dato valore di


Y, il tasso di interesse è troppo
basso → la domanda di moneta
con movente speculativo è r
troppo alta rispetto a quella che
K
garantisce l’equilibrio → c’è
eccesso di domanda di moneta
• Punto K: per un dato Y, il tasso ECCESSO DI
di interesse è troppo alto → la OFFERTA
domanda di moneta con W
movente speculativo è troppo ECCESSO DI
bassa rispetto a quella di DOMANDA
equilibrio → c’è eccesso di Y
offerta di moneta

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Spostamenti della curva LM. Se aumenta [diminuisce] l’offerta di moneta, M, (la sola
variabile esogena nel mercato della moneta) la curva LM si sposta verso destra
[sinistra]: per ogni livello del tasso d’interesse (cioè per ogni livello della domanda di
moneta a scopo speculativo), un aumento di M, produce un eccesso di offerta di moneta,
al livello del reddito corrente; affinché si ristabilisca l’equilibrio sul mercato della
moneta si deve avere un aumento anche nella domanda di moneta (a scopo
transazionale e precauzionale), il che significa che deve aumentare il reddito
d’equilibrio.

ΔY = (1/ f) ΔΜ

!145
SPOSTAMENTI DELLA CURVA LM

• Un aumento dell’offerta di r
moneta provoca uno LM2
spostamento della curva LM
LM verso destra pari a
LM1
ΔY = (1/ f) ΔM
ΔM<0
• Una diminuzione provoca ΔM>0
uno spostamento verso
sinistra dello stesso
ammontare Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

L’equilibrio macroeconomico: l’intersezione IS-LM

• L’intersezione tra la curva IS e la curva LM determina il livello d’equilibrio del reddito


(Y*) e del tasso d’interesse (r*). Dal punto di vista analitico, si tratta di risolvere il
sistema composto dalle due equazioni che descrivono l’equilibrio del mercato dei beni
(IS) e della moneta (LM).

IS: Y = a + bY + I – dr + G
LM: M = fY – gr

Risolvendo il sistema rispetto a Y e r:

Y* = {1 / [1 – b + (df / g)]}[A + (dM / g)]


r* = {(f / g) / [1 – b + (df / g)]}A – {(1 – b) / [g(1 – b) + df]}M

dove: A = a + I + G

!146
DERIVAZIONE GRAFICA DELL’EQUILIBRIO

r
LM
L’equilibrio si trova in
corrispondenza dell’intersezione
tra le curve IS e LM.
E
Nel punto E, sia il mercato dei r*
beni, sia quello della moneta sono IS
in equilibrio
Y* Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Esistenza dell’equilibrio. L’esistenza di un punto di intersezione tra la IS e la LM è


garantita dalle diverse inclinazioni delle due curve. L’esistenza di un punto d’equilibrio
non implica tuttavia che esso si stabilisca ad un livello di reddito compatibile con la
piena occupazione dei fattori produttivi.
• Stabilità dell’equilibrio. Nei punti che non appartengono alle curve IS e LM si suppone
che esistano dei meccanismi capaci di condurre il sistema verso l’equilibrio.
1. Nei punti al di sopra della IS (in cui c’è eccesso d’offerta di beni), le scorte delle
imprese tendono ad aumentare; l’aumento indesiderato delle scorte incentiva le
imprese a ridurre la produzione, il che fa diminuire il reddito e riporta il sistema
verso la IS. Simmetricamente nei casi di eccesso di domanda di beni, il reddito
tende ad aumentare.
2. Nei punti al di sopra della LM (in cui c’è eccesso d’offerta di moneta o, il che è lo
stesso, eccesso di domanda di titoli), gli operatori accumulano titoli; questo fa salire
il loro prezzo e fa scendere il tasso d’interesse, riportando il sistema verso la LM.
Simmetricamente nei casi di eccesso di domanda di moneta, il tasso d’interesse
tende ad aumentare.
Spesso si suppone che l’aggiustamento sui mercati finanziari sia più rapido di quello sul
mercato dei beni. In tal caso il sistema si porta dapprima sulla curva LM, per poi
spostarsi lungo tale curva fino ll)intersezione con la curva IS.


Politiche fiscali e monetarie

• Gli effetti della politica fiscale e monetaria sul reddito e sul tasso d’interesse sono
descritti dalle condizioni d’equilibrio del modello IS-LM. Riconsideriamo l’equazione
del reddito d’equilibrio nella seguente forma:

Y* = {1 / [1 – b + (df / g)]}A + {(d / g) / [1 – b + (df / g)]} M

!147
STABILITÀ DELL’EQUILIBRIO

• K: eccesso di offerta di beni e di


moneta. r diminuisce rapidamente r
K
→ K’ (equilibrio sul mercato della LM
moneta)
• K’: eccesso di domanda di beni. Y E
aumenta gradualmente → E
(equilibrio anche sul mercato dei K'
IS
beni)
Y

NB: nel processo K' → E, lungo la LM, r aumenta, comprimendo la domanda di


moneta a scopo speculativo e compensando così l’aumento di domanda di moneta
a scopo precauzionale e transazionale generato dall’aumento di Y
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• La politica fiscale, ΔG, opera attraverso il moltiplicatore {1 / [1 – b + (df / g)]}: un


aumento unitario della spesa esogena, A (la quale comprende la spesa pubblica G)
aumenta il reddito di un ammontare pari a tale moltiplicatore. NB: in questa versione
semplificata del modello IS-LM, non abbiamo esplicitato l’imposizione fiscale T.

LA POLITICA FISCALE

r
LM

E3
• Un aumento di G sposta la r3
E1 E2
IS verso destra: IS1 → IS2 r1
• Y aumenta IS2
• r aumenta IS1

Ye1 Ye3 Y2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• La politica monetaria, ΔM, opera attraverso il moltiplicatore {(d / g) / [1 – b + (df / g)]}:


un aumento unitario dell’offerta di moneta aumenta il reddito di un ammontare pari a
tale moltiplicatore.

!148
LA POLITICA MONETARIA

LM1 LM2
• Un aumento di M sposta la
E1
LM verso destra: LM1 → LM2 r1 E2
• Y aumenta r2
• r si riduce
IS

Ye1 Ye 2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Politica fiscale e “spiazzamento”. Rispetto al modello del moltiplicatore considerato nel


capitolo 8 (senza l’interazione del mercato della moneta), l’effetto di un aumento
esogeno della spesa pubblica, G, sul reddito (cioè il moltiplicatore della domanda
esogena, A) è ora inferiore.
Dal punto di vista matematico, il moltiplicatore è diminuito poiché il suo denominatore
è aumentato di una quantità positiva pari a df / g.
Dal punto di vista economico, questo dipende dal fatto che gli aumenti della spesa
pubblica o, più in generale, gli aumenti della domanda esogena (spostamenti della IS
verso destra), mentre fanno aumentare il reddito, provocano anche un aumento del tasso
d’interesse (lungo la LM). Questo avviene perché, al crescere del reddito, aumenta la
domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale; per ottenere questa maggiore
liquidità (dato che l’offerta di moneta è fissa) gli operatori vendono titoli, facendone
diminuire il prezzo e facendo aumentare il tasso d’interesse. Sul mercato dei beni,
l’aumento del tasso d’interesse comprime (“spiazza”) gli investimenti privati, riducendo
l’effetto espansivo sulla domanda.

!149
POLITICA FISCALE E SPIAZZAMENTO
• A seguito di un aumento di G,
secondo il modello del r
moltiplicatore (in cui si ipotizza la LM
costanza di r), Y dovrebbe E3
aumentare da Ye1 a Y2 r3
E1 E2
• Sul mercato della moneta, però, r1
l’aumento di Y fa aumentare r. IS2
Sul mercato dei beni, questo IS1
comprime I e riduce in parte
l’effetto espansivo su Y. Il Ye1 Ye3 Y2 Y
sistema si porta in Ye3

L’aumento di G ha spiazzato in parte I


Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

Nei casi limite in cui la LM è verticale (la domanda di moneta a scopo speculativo non
varia al variare del tasso d’interesse [g = 0], oppure la domanda di moneta a scopo
transazionale e precauzionale è infinitamente sensibile alle variazioni del reddito [f =
∝], caso quest’ultimo scarsamente significativo sul piano economico) o la IS è
orizzontale (gli investimenti sono infinitamente sensibili alle variazioni del tasso
d’interesse [d = ∝], oppure tutto il reddito è consumato [b = 1]), lo spiazzamento è
totale: un aumento della spesa pubblica riduce di un pari ammontare gli investimenti
privati lasciando invariato il reddito d’equilibrio.
In generale, l’effetto spiazzamento degli investimenti privati è forte quando maggiore è
l’inclinazione della LM è quanto minore è l’inclinazione della IS.

!150
LA DIMENSIONE DELLO SPIAZZAMENTO
(L’INCLINAZIONE DELLA LM)

r
r LM

E2
LM
E1
IS2
IS2
IS1
IS1
Ye1Ye2 Y
Ye1 Ye2 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

LA DIMENSIONE DELLO SPIAZZAMENTO


(L’INCLINAZIONE DELLA IS)

r LM
E2
r
LM

E2
E1 E1

IS2
IS2
IS1
IS1
Ye1 Ye2 Y£ Y
Ye1 Ye2 Y£ Y
[1/(1 – b)] Δ G
[1/(1 – b)] Δ G

– Δ I: Spiazzamento
– Δ I: Spiazzamento
Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Il coordinamento della politica monetaria e fiscale. Al fine di evitare (o,


semplicemente, ridurre) l’effetto spiazzamento provocato da una politica fiscale
espansiva (ΔG > 0), la banca centrale può attuare una politica monetaria anch’essa
espansiva (ΔM > 0) volta ad impedire l’aumento dei tassi d’interesse da cui dipende lo
spiazzamento degli investimenti privati. Dal punto di vista grafico, si ha uno
spostamento sia della IS, sia della LM, con un forte impatto sul reddito e un impatto
ridotto (o, se le politiche sono ben coordinate, nullo) sul tasso d’interesse. Dal punto di

!151
vista economico, nel momento in cui l’aumento del reddito provocato dalla politica
fiscale espansiva fa salire la domanda di moneta, la banca centrale soddisfa tale
incremento aumentando l’offerta di moneta e impedendo quindi che il tasso d’interesse
aumenti (il fatto che la banca centrale adegui l’offerta di moneta alle variazioni della
domanda di moneta porta a definire una simile politica monetaria “accomodante”).

COORDINAMENTO DELLA POLITICA


FISCALE E MONETARIA

• ΔG>0, ΔM>0 r
La politica fiscale espansiva
è accompagnata da una LM1
politica monetaria espansiva
LM2
E1 E2
r1

L’aumento del tasso di interesse IS1 IS2


viene neutralizzato dall’aumento
dell’offerta di moneta Ye1 Ye2 Y

L’effetto spiazzamento è neutralizzato da una politica monetaria accomodante


Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Politica monetaria e “trappola della liquidità”. Nel caso limite in cui la LM è


orizzontale (la domanda di moneta a scopo speculativo è infinitamente sensibile al tasso
d’interesse [g = ∝], oppure la domanda di moneta a scopo transazionale e precauzionale
non varia al variare del reddito [f = 0], la politica monetaria risulta del tutto inefficace.
Infatti, gli aumenti nell’offerta di moneta (ΔM > 0) spostano la LM verso destra;
tuttavia, essendo la LM orizzontale, non si ha alcuna modificazione della
configurazione d’equilibrio. Viceversa, in tal caso, l’efficacia della politica fiscale è
massima poiché le variazioni della spesa pubblica non producono alcun impatto sul
tasso d’interesse (spiazzamento nullo) e il moltiplicatore viene a coincidere con quello
calcolato nel capitolo 8 (in cui non si teneva conto del mercato della moneta, cioè si
ragionava “a parità di tasso d’interesse”).

!152
VISIONE KEYNESIANA E TRAPPOLA DELLA
LIQUIDITÀ

Se la LM è orizzontale, la LM
politica monetaria è
LM1
inefficace e l’unico
strumento efficace è la rmin
politica fiscale IS1
IS
Y* Y*1 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

• Le visioni keynesiana e monetarista. Il caso appena visto, di una LM orizzontale,


corrisponde alla posizione keynesiana nel dibattito sullo stato dell’economia durante la
crisi degli anni ’30. Il caso opposto, di una LM verticale, corrisponde invece alla
posizione della scuola monetarista secondo cui le politiche fiscali espansive non
producono alcun effetto di rilievo sul reddito e fanno soltanto aumentare il tasso
d’interesse, spiazzando gli investimenti privati. Secondo i monetaristi dunque, la
politica monetaria è lo strumento più efficace per incidere sul reddito d’equilibrio.

LA VISIONE MONETARISTA

r LM
LM1
Se la LM è verticale, la r*1
politica fiscale è r*
inefficace e l’unico IS1
r*2
strumento efficace è la
IS
politica monetaria

Y* Y*1 Y

Sloman, Elementi di economia, Il Mulino, 2002

!

!153