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SULLE POSSIBILITÀ DI DATAZIONE E DI CLASSIFICAZIONE

DELLE MURATURE

1. Gli ‘indicatori cronologici’

Individuando il contorno delle USM è possibile focalizzare un ambito


piuttosto omogeneo (1), nel quale la tecnica muraria può essere studiata
indipendentemente dal contesto edificato. A questo punto nasce, subito, il
problema della datazione assoluta delle USM. Le USM difficilmente con-
tengono elementi datanti, ma comunque, in una maniera o nell’altra, han-
no in sé diverse potenzialità di datazione.
In un articolo del 1984 (2), Tiziano Mannoni ha indicato una serie di
fonti, di modi e di tecniche per riuscire a datare l’edilizia storica, a prescin-
dere da qualsiasi differenziazione tra ‘monumenti’ ed ‘edilizia minore’.
Si vuole, adesso, ripercorrere in maniera molto più riduttiva e sinteti-
ca, le orme di quell’articolo, cercando di esemplificare quali siano, secon-
do la definizione del Mannoni, gli ‘indicatori cronologici’.
Per arrivare ad individuare gli indicatori vengono usate le fonti indi-
rette, ricavabili da documenti che non sono collegabili direttamente al com-
plesso edilizio in quanto tale, e quelle dirette, che sono leggibili soltanto e
direttamente sulla struttura muraria.
I metodi indiretti sono i mezzi classici impiegati nella Storia dell’Ar-
chitettura e in altri tipi di analisi per stabilire la cronologia degli edifici e
cioè: fonti storiche, cartografiche, iconografiche ed orali o narrative.
Le datazioni dirette si suddividono in datazioni relative o sequenziali,

(1) Il ‘termine omogeneo’ è strettamente correlato alla scala dell’intervento e al grado


di approfondimento dell’analisi. Così potremo definire omogeneo un intero edificio, se la
scala d’intervento è territoriale, così come omogenea è una determinata varietà di aggregato
se l’analisi è riferita alle malte e agli intonaci.
(2) MANNONI, 1984b.

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tipiche dei metodi dell’archeologia stratigrafica (contemporaneo a, prima
di, posteriore a), e in datazioni assolute o intrinseche. Le datazioni assolu-
te, sia di origine antropica, sia di origine naturale (archeometriche) po-
trebbero essere in grado di darci una cronologia assoluta, spesso con una
oscillazione temporale assai più limitata degli altri indicatori.
Le datazioni relative si suddividono ancora in datazioni inerenti le
strutture stesse dell’edificio e in datazioni che si evincono dal rapporto fra
i reperti mobiliari, contenuti negli strati prevalentemente orizzontali, e le
strutture in elevato. La serie completa degli indicatori cronologici è rica-
vabile dallo schema della Fig. 1.
L’esperienza insegna che è abbastanza difficile poter usufruire di tutti
gli indicatori cronologici, dovendo scegliere, per lo studio dell’edificato,
alcuni sistemi di datazione piuttosto di altri, a seconda dell’impegno eco-

Fig. 1 — Gli indicatori cronologici per una datazione dell’edilizia storica (elaborazione
da MANNONI, 1984b).

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nomico, di tempo e di personale a disposizione. È un problema che riguar-
da la gradualità dell’approfondimento, così come è apparsa dalla discus-
sione dei giorni passati.
Cerchiamo adesso di saperne di più sui circa venti indicatori cronologici.
Le fonti storiche possono fornire informazioni, che sono comunque
molto rare per le strutture minori e per i periodi che precedono il XIII
secolo, sul committente, sul costo, sulle strutture sociali, sui rapporti fra
committente e costruttore, altrimenti difficilmente ricavabili. Tuttavia risul-
ta particolarmente difficoltoso riuscire a collegare in maniera precisa una
informazione desunta da questo tipo di fonti con una serie di USM, anche se
raggruppate per attività. Non volendo assolutamente sottovalutare la quali-
tà, la quantità e l’importanza dei dati che emergono dallo studio delle fonti
archivistiche, siamo consapevoli che ben altre informazioni si possono rica-
varne, che non la datazione nuda e cruda delle strutture edilizie.
Anche le fonti cartografiche hanno un’importanza fondamentale, ma,
generalmente, per periodi posteriori al XVI secolo.
Le fonti iconografiche costituiscono il pane quotidiano dello storico
dell’arte. Le datazioni basate esclusivamente sui confronti stilistico-for-
mali, però, lasciano, molto spesso, un’ombra di dubbio. Per esempio a
Siena, dove è presente, in epoca basso-medievale, un accentuato conserva-
torismo architettonico, una ripetizione delle forme che continua sicura-
mente fino a tutto il XV secolo, e probabilmente anche successivamente,
l’interpretazione del divenire dei modi decorativi è resa difficile dall’estre-
ma viscosità dell’apparato formale. È quasi impossibile determinare con
precisione dove finisce la maniera ‘gotica’ e inizia il gusto ‘neogotico’.
Dalle fonti orali, ovviamente, abbiamo notizie che risalgono indietro
di pochi decenni, ma che sono importanti per la registrazione di una tecni-
ca costruttiva ormai perduta (3).
Dalle fonti per una datazione diretta, che traggono le informazioni di-
rettamente dalla struttura muraria, potremo ottenere indicazioni sulla cro-
nologia relativa delle vicende costruttive dell’edificio. La conoscenza strati-
grafica delle murature è stato l’argomento della comunicazione precedente
e non occorre ricordarne le potenzialità. Anche la modifica della forma

(3) Il campo della tradizione orale ha un seguito vastissimo nelle discipline etnografi-
che, ma possiamo far rientrare in queste esperienze le due testimonianze pubblicate da Man-
noni, cfr. MANNONI, 1985 e MANNONI, 1986.

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delle aperture deve essere considerata come un indicatore cronologico di
datazione diretta. Due esempi recentemente pubblicati mostrano i risultati
ottenibili. Nello studio sulla casa-torre toscana (4) e nella ricerca sulle di-
more dell’alta valle Aulella, in Lunigiana (5), i risultati possono sembrare
simili, registrando i passaggi, i cambiamenti nella tecnica costruttiva e nella
forma delle aperture, ma la metodologia è sostanzialmente diversa. Lo stu-
dio della casa-torre fa riferimento ad una campionatura relativamente am-
pia, però non esaustiva, mentre nel caso delle dimore della Lunigiana si ha
una registrazione a tappeto, totale, delle aperture esistenti.
Inoltre la prima serie è ordinata cronologicamente su basi quasi esclu-
sivamente formali e di logica costruttiva, mentre l’altra si appoggia ad una
‘coerenza fra gli elementi’ e ad una serie di date, incise o a rilievo, poste
sopra o intorno alle architravi, che costituiscono una fonte inequivocabile
per la cronologia (vedi infra la voce epigrafi).
Un’altra possibilità di datazione è fornita dall’individuazione di una
precisa tipologia edilizia, con una caratteristica distribuzione dei vani e
dei collegamenti interni. Pur con i limiti, ormai assodati, di questa meto-
dica di studio, esistono particolari tipologie che oppongono una maggiore
resistenza alle trasformazioni, ad esempio le torri. La torre, in Toscana, è
un tipo di edificio ben definito nel tempo, che si sviluppa alla fine del X
secolo (ricordata in documenti del 995-996) e continua fino al 1220-1250.
Dopo questo periodo di circa 200-250 anni, le torri intese come strutture
anche abitative non verranno più costruite. La torre, tuttavia, svolgerà
ancora una funzione simbolica (ad esempio la torre del Mangia a Siena) o
inerente alle fortificazioni (Casseri e mura civiche).
A questo indicatore possiamo collegare l’altro, che fa riferimento alle
modifiche nella tecnica distributiva e di completamento degli edifici: sca-
le, volte, coperture, terrazzi, etc.
Abbiamo visto come i criteri di datazione si possono collegare ad una
modifica degli elementi strutturali, ma anche le tecniche costruttive pos-
sono essere utilizzate come indicatori cronologici. La tecnica costruttiva
di una muratura è un problema legato a fattori naturali e culturali insieme,
ed è un settore della ricerca che attualmente sta avendo un grande svilup-
po. Vedremo successivamente in quale maniera ampliare lo studio, per

(4) BRAUNE , 1983.


(5) FERRANDO CABONA , CRUSI , 1980.

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una migliore conoscenza di qualche aspetto inerente le murature.
È importante notare che, fra tutti gli indicatori cronologici, le mura-
ture sono sempre presenti: un edificio non può essere considerato tale, se
non ha dei muri, o comunque delle strutture, che delimitano uno spazio.
Il tipo di materiale impiegato nelle costruzioni è quasi sempre legato a
fattori naturali, ma può diventare un indicatore cronologico. Per la Ligu-
ria si conoscono i luoghi di approvvigionamento degli aggregati delle mal-
te, con differenziazioni cronologiche ben determinate (6). Anche per Sie-
na è possibile ipotizzare una cronologia delle costruzioni, a seconda del
materiale impiegato. Lo studio è ancora in corso, la scelta non è sempre
lineare ed esistono numerose eccezioni, ma è valida per grandi linee. Fino
alla metà del XIII secolo, per le costruzioni più ‘prestigiose’, si impiega il
calcare cavernoso, successivamente appare una fase mista di pietra e late-
rizio e quindi, dalla fine del XIII secolo, primi anni del XIV, si impiega
quasi esclusivamente il laterizio, senza però dimenticare che l’utilizzazio-
ne del calcare ha una lunga storia di reimpieghi, per cui troviamo, nelle
costruzioni trecentesche, conci provenienti da abitazioni demolite. E ri-
mane piuttosto difficile riuscire a capire quando i conci di calcare sono
preparati appositamente per tale muratura e quando, invece, sono il frutto
del reimpiego di una struttura demolita. Questo è uno dei molti problemi
che devono essere tenuti presenti in una eventuale collocazione cronologi-
ca dei materiali da costruzione.
I riempimenti delle fosse di fondazione, dei livelli pavimentali, delle
volte, l’inserimento di ceramiche nelle strutture sono ben conosciuti dagli
archeologi, che sfruttano egregiamente le potenzialità informative corre-
late alla presenza di reperti mobiliari. I luoghi dove si instaurano rapporti
tra essi e le strutture in elevato sono essenzialmente due:
1) fosse di fondazione, livelli d’uso e riempimenti delle volte (strati
prevalentemente orizzontali);
2) inserimenti estetico-funzionali (prevalentemente sull’elevato).
Gli eventuali materiali contenuti, perché gettati o inseriti volontaria-
mente, nelle due situazioni precedenti, possono fornire sicure indicazioni
cronologiche sull’epoca di formazione del deposito (bacino di sedimenta-
zione o muratura) (7). Nella Fig. 2 sono indicati i principali tipi di fossa di

(6) Si veda MANNONI, 1984a.


(7) BONORA, 1979.

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Fig. 2 — Tipi principali di fosse di fondazione: A - a sacco; B - a fossa stretta; C - a
fossa larga.

fondazione che, generalmente, si incontrano. Una misura intermedia è la


fossa relativa alla fondazione di una struttura edilizia scavata a Scarlino
(GR). Nonostante lo spazio fosse ristretto (10-15 cm), il riempimento era
incredibilmente ricco di materiale del XIII secolo.
I bacini ceramici (8), ma anche particolari forme chiuse usate per al-
leggerire i riempimenti (9), sono degli esempi particolarmente significativi
per l’importanza che rivestono come indicatori cronologici. I bacini sono,
quasi sempre, più studiati e meglio conosciuti delle strutture murarie nelle
quali sono inseriti. È quindi possibile arrivare al periodo di costruzione
correlando l’epoca di circolazione dei materiali ceramici all’erezione della
muratura. Naturalmente gli archi cronologici non sono sempre ristretti,
anzi, in certi casi possono variare fra uno-due secoli, ma costituiscono
comunque un punto di appoggio utilissimo nella periodizzazione di un
eventuale matrix.

(8) La distribuzione e lo studio dei bacini ceramici apposti negli edifici religiosi, e
civili, italiani è ormai quasi completata. Per una visione di sintesi si veda BERTI , TONGIORGI ,
1981 e GELICHI , 1986.
(9) Innumerevoli sono i ritrovamenti di ‘forme chiuse’ nei riempimenti di volte. Per
alcuni aspetti specifici si veda FRANCOVICH, VANNINI , 1976 e MARINO, FRANCHI , 1987.

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Con questi esempi si esauriscono gli indicatori cronologici relativi,
ricavabili da una sequenza stratigrafica.
Tra gli indicatori più utilizzati per ricavare una datazione assoluta si
trovano le epigrafi, in genere estremamente precise, qualche volta di diffi-
cile interpretazione (10). Un problema di cui bisogna tener conto, studian-
do le epigrafi, è la relazione stratigrafica che esiste tra la tabella e la mura-
tura circostante. In genere le epigrafi sono apposte su una muratura dopo
la sua costruzione. Probabilmente poco tempo dopo, ma questo tipo di
operazione è conseguente ad un’azione di rottura, con la quale si costitu-
isce un’interfaccia negativa intorno all’epigrafe, che può rendere fluttuan-
te, nel matrix, la posizione rispetto ad un valore cronologico assoluto.
Sappiamo che l’epigrafe è successiva alla costruzione del muro, ma non
possiamo sapere con certezza quanto tempo sia intercorso tra la costruzio-
ne del muro e l’apposizione dell’epigrafe. A seconda del tipo di epigrafe
possiamo ipotizzare uno iato, estremamente limitato, ma non è sempre
così. E allora l’epigrafe costituisce solamente il terminus post quem. Il caso
contrario è costituito da epigrafi reimpiegate o, comunque, spostate dalla
sede originaria per essere affisse in murature più recenti.
Gli altri indicatori cronologici assoluti, sia quelli dipendenti da fattori
antropici, come la mensiocronologia dei laterizi e del tufo vulcanico, sia
quelli relativi a fattori naturali, fanno parte delle ricerche archeometriche:
dendrocronologia, radiocarbonio, termoluminescenza e archeomagneti-
smo, come vedremo nelle prossime comunicazioni.

2. Sulla classificazione delle murature

Un recente articolo confuta la possibilità di applicare il metodo di


lettura stratigrafica allo studio dell’architettura. Spigolando tra i paragrafi
si può trovare questo appunto: « Essa [l’indagine archeologica] ignora il
profilo tecnico delle apparecchiature murarie e dei materiali ed elementi
edilizi » (11). Se una critica poteva essere fatta, si doveva riconoscere che

(10) Un esempio delle difficoltà che possono sorgere dall’interpretazione di un’epi-


grafe non troppo chiara, si ha nella datazione della Pieve di S. Giovanni a Campiglia Ma-
rittima (LI), cfr. B ACCI , 1917. Le epigrafi possono fornire delle informazioni anche sullo
sviluppo di un intero quartiere medievale, come nel caso di Cittanuova, a Massa Maritti-
ma, cfr. P ARENTI (c.s.).
(11) BONELLI , 1986.

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l’attenzione ai processi produttivi, anche nell’edilizia, è una acquisizione
recente, che deve essere ulteriormente sviluppata, dell’indagine archeolo-
gica. Buona parte della scarsa bibliografia, però, è frutto dell’attività di
archeologi o basata su dati forniti dalla ricerca archeologica (12). Il pro-
gresso della conoscenza, nel campo delle tecniche costruttive, ha, forse,
un piccolo debito che deve essere riconosciuto anche alle persone che si
sono occupate dell’aspetto materiale della costruzione.
Questa digressione ci riconduce ai problemi legati allo studio delle
murature. L’analisi delle tecniche murarie dovrà adottare criteri che, ana-
logamente a quelli usati nello studio delle ceramiche, permettano un facile
confronto fra murature costruite in luoghi diversi. Da questo assunto si
diparte una linea metodologica che deve essere ancora sperimentata su
larga scala. Nel giugno del 1987 è stata presentata, al convegno di Bressa-
none, una proposta di classificazione delle tecniche murarie post-classi-
che, basata essenzialmente sullo studio delle superfici esterne delle mura-
ture, o comunque dei particolari osservabili ad una indagine macroscopica
della ‘pellicola’ esteriore (13).
Nonostante la riduzione del numero di voci caratterizzanti, si deve
notare che non intendiamo sconfessare la validità della scheda sulla quale
registrare i dati dell’USM, che si mantiene integra nei casi di studio anali-
tico del manufatto edilizio. Nella necessità di operare una sintesi delle
conoscenze bisogna cercare di estrapolare, dalle superfici in vista delle
murature, la maggiore quantità possibile di informazioni, con un numero
minore di voci caratterizzanti. Si possono prevedere delle voci estrema-
mente analitiche, estremamente dettagliate però, poi, se l’operazione con-
duce a delle schede chilometriche o comunque di difficile compilazione, il
metodo, teoricamente giusto, si scontra con la realtà pratica nella quale
non si riesce a trovare nessun gruppo di lavoro in grado di compilarle.
Riguardo alle tecniche murarie appare possibile codificare un numero
relativamente limitato di voci, che permetta la redazione di un atlante
delle murature, suddiviso per aree geologicamente omogenee. Non è, in-
fatti, possibile pensare ad un atlante che abbia una sua validità per tutte le

(12) Il panorama degli studi sulla tecnica costruttiva e sull’impiego di determinati at-
trezzi è abbastanza ristretto. Per un approccio al problema in epoca medievale si veda DAVEY,
1966, NAGY , 1977, BINDING , 1972, BINDING , NUSSBAUM, 1978, MANNONI, 1984b (con biblio-
grafia italiana), PARENTI, 1985c ed infine BESSAC, 1986 (con bibliografia esaustiva).
(13) PARENTI, 1987.

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regioni italiane. Nonostante esistano alcune tecniche costruttive comuni,
un catalogo rappresentativo ha bisogno di un retroterra di studi analitici,
puntuali, preparati per aree limitate, in genere quelle geologicamente omo-
genee, perché il materiale impiegato nelle costruzioni è legatissimo ai pro-
blemi di approvvigionamento, al modo e alle possibilità di sfruttamento
delle cave circostanti l’area della costruzione.
Sebbene si abbiano moltissimi riferimenti documentari di importazio-
ne di materiale costruttivo, in genere una grandissima parte degli edifici è
costruita con materiali reperibili sul posto.
Nella proposta di Bressanone, i parametri adottati per la classificazio-
ne erano limitati a sei. Per caratterizzare in maniera sufficientemente ap-
profondita una muratura, è indispensabile conoscere:

1) il tipo di materiale da costruzione e i litotipi;


2) il grado e il tipo di lavorazione impiegato per la preparazione del materiale;
3) il tipo di posa in opera, l’apparecchiatura che i materiali lapidei, ma
anche i laterizi, assumono sulla faccia in vista dell’USM omogenea;
4) le dimensioni dei singoli pezzi e la loro misura media, elaborata
statisticamente;
5) le tecniche di finitura del materiale, soprattutto lapideo, attraverso le
tracce lasciate, sulla superficie in vista, dallo strumento;
6) il tipo di malta e soprattutto il tipo dei componenti che costituiscono le
malte (leganti, aggregati, additivi, etc.).

Nella stesura dell’ordine delle voci caratterizzanti, è stato seguito un


criterio essenzialmente pragmatico: avvicinandosi ad una muratura, pri-
ma si vedranno le caratteristiche più macroscopiche e successivamente si
arriverà, in certi casi a diretto contatto con le strutture, a registrare i par-
ticolari più raffinati.

3. Materiali da costruzione

Nonostante le numerose varietà dei litotipi, è abbastanza semplice


raggruppare il materiale da costruzione in ampie classi, il cui numero è
estremamente limitato. Le classi si potranno, successivamente, suddivide-
re in varietà secondo regole che per alcuni specifici materiali sono già
entrate in uso comune, mentre per altri devono essere ancora studiate.

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La stragrande maggioranza dei materiali da costruzione è costituita da
materiali lapidei e da prodotti laterizi; si hanno, poi, le strutture miste, ma
esistono, ed esistevano in modo molto più generalizzato, i materiali depe-
ribili (o precari). Per materiali deperibili si intendono i legnami (in scavi di
ambito medievale, laddove le condizioni di deposito hanno preservato il
materiale del disfacimento, si rinvengono sempre più spesso strutture li-
gnee, la terra (molto comune in Francia e in Spagna, comune ma
misconosciuta in Italia), le ossa animali (molto rare, di interesse preistori-
co ed etnologico) ed inoltre stoffe e pelli. Una classe ulteriore, (altri mate-
riali) comprende, per adesso, blocchi di loppe provenienti dalla lavorazio-
ne delle ghise e di altri metalli non ferrosi.
Il criterio di classificazione deve, comunque, rimanere aperto perché
è ormai assodato che la mente umana non pone limiti alla fantasia e all’in-
ventiva, quando ha a disposizione un materiale e lo deve utilizzare.

4. Lavorazione

Prima di passare all’apparecchiatura, alla posa in opera, si deve porre


l’accento sulla lavorazione delle superfici, o meglio, ai diversi gradi di lavo-
razione riscontrabili sui materiali lapidei. I pezzi che costituiscono un muro
possono essere privi di tracce di una lavorazione qualsiasi (ciottoli fluviali o
morenici, blocchi erratici, etc.), oppure presentarsi con una lavorazione par-
ziale, appena accennata (sfaldatura, spaccatura, etc.) o, ancora, con tracce di
lavorazione evidente. Quest’ultimo caso è quello più facilmente studiabile,
ma anche qui si hanno varie gradazioni di lavorazione. Pertanto è necessario
aprire un inciso e porsi il problema sulla terminologia da usare. In Toscana
il lessico era generalmente limitato e i blocchi appena lavorati venivano
chiamati bozze. Sappiamo benissimo che ogni regioni linguistica può avere
un termine apposito per definire questo genere di manufatto e che voler
uniformare il lessico è una forzatura, ma d’altra parte è assolutamente indi-
spensabile cominciare a divulgare e far circolare le esperienze e quindi si
deve costruire una terminologia comune.
Per i blocchi appena lavorati abbiamo visto il termine bozza (che può
essere discusso e modificato, se necessario); i blocchi squadrati, con quattro
spigoli laterali finiti e faccia in vista a rilievo (lavorata o meno), si potrebbe-
ro definire bugnati. Ci sono poi i blocchi squadrati e spianati, sulla faccia in
vista, che si potrebbero chiamare conci. Inoltre esistono blocchi squadrati,
spianati per segagione o abrasione, che potremmo definire con entrambi i

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termini conci o lastre, a seconda dei rapporti fra le dimensioni.
Si hanno, infine altri tipi di lavorazione, come la costruzione ‘in nega-
tivo’ del materiale lapideo. In Toscana esistono numerose testimonianze e
fonti materiali di utilizzazione di ambienti ipogeici. Nelle zone a tufo vul-
canico, a Siena, nel basso Valdarno, ovunque esista un materiale facilmen-
te scavabile, esso ha costituito una risorsa continuamente utilizzata per
creare ricoveri, stalle, cantine, depositi di attrezzi e, in certi casi, abitazio-
ni e strutture più ‘ricche’, quali oratori e chiese.
Anche i prodotti laterizi presentano diverse opere, diverse tracce di
lavorazione (formati in « modine », trafilati, stampati, etc.), mentre per i
materiali deperibili anziché di tecniche di lavorazione si dovrebbe parlare
di tecniche di preparazione.
Per la terra si conoscono le tecniche del pisé, delle adobes, delle strut-
ture a graticcio.

5. Posa in opera (apparecchiatura)

È opportuno, come già accennato altrove, porre l’accento sulla diffi-


coltà oggettiva di usare, per i diversi tipi di apparecchiature, dei termini
universalmente accettabili o accettati ed è altresì riduttivo condensare in
una trentina di modelli tipologici le innumerevoli varietà di apparecchia-
ture esistenti (quantunque l’analisi possa essere limitata ad aree ristrette)
E qui chiedersi perché i modelli delle apparecchiature siano in nume-
ro di trenta e non di trentamila (come sembrerebbe più logico) non suona
né ridondante né retorico La risposta sta nella necessità di fare uno sforzo
di sintesi, al fine di individuare gli elementi distintivi, fra un tipo di appa-
recchiatura e l’altra Esistono relativamente poche tecniche costruttive e
non si devono seguire tutte le varianti, le minime differenze che possono
essere rilevate in manufatti realizzati da maestranze diverse (14) Dobbia-
mo, quindi, riuscire a quantificare, in maniera ‘maneggevole’, la massa
delle apparecchiature presenti sul territorio.
Per far questo, cominciamo col porre l’attenzione su alcune significa-
tive invarianti, quali:

1) la presenza, o meno, dei corsi;

(14) Una esauriente discussione sulle possibilità di classificazione si ha in PUCCI , 1983.


Si veda anche RICCI, 1985.

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2) l’orizzontalità, più o meno precisa, dei corsi;
3) la presenza, o meno, di zeppe, anche in laterizio.

Avremo un ventaglio — più o meno ampio — di tipologie (Fig. 3) nelle


quali sarà dato di trovare delle differenze, che possono dipendere dalla scel-
ta di un materiale, reperibile in loco, e un altro, di più difficile approvvigio-
namento, o da una particolare cultura materiale delle maestranze.
Tali differenze, tali varianti, debbono, comunque, rientrare in uno
schema più ampio, coordinato ad altre voci (il tipo di legante, la lavora-
zione, la finitura, etc.) e capace di definire, in un modo relativamente
preciso, una e una sola muratura.
I termini lessicali utilizzati per descrivere le singole apparecchiature
non trovano riscontro con le terminologie scritte nei documenti archivi-
stici coevi, nei rari casi in cui vengono citate, ma si riferiscono a una de-
scrizione meramente costruttiva, basata sulla disposizione dei corsi, sub-
orizzontali, orizzontali, sfalsati, etc. e sulla lavorazione dei singoli pezzi
costituenti la muratura. Anche qui si tratta di costruire una base lessicale
comune, in grado di rendere confrontabili termini, diversi, che tuttavia si
riferiscono alla stessa struttura muraria.
L’esempio delle apparecchiature murarie, campionate nel villaggio di
Rocca San Silvestro, è paradigmatico (Fig. 4). Erano solo quattordici le
varietà murarie individuate nel corso delle prime due campagne di scavo e
pubblicate nel 1985, ad esse devono essere aggiunte, a tutt’oggi, solo due
altre varietà. In un intero villaggio, prendendo in considerazione tutte le
murature presenti, dalla struttura minima, come quella di un forno, alla
chiesa, alla torre, alle fortificazioni, sono state utilizzate solo sedici diver-
se varietà di muratura. E non sono sedici modelli di apparecchiature, di-
stinti e completamenti diversi fra loro, poiché in alcuni casi risultano esse-
re delle combinazioni tra i vari parametri che caratterizzano la muratura.
È opportuno far notare che per determinare le sedici diverse varietà, si è
dovuto raggiungere un grado elevato di analiticità, che tenesse conto an-
che del tipo di aggregato presente nelle malte. I modelli tipologici delle
apparecchiature murarie sono soltanto quattro o cinque e le tecniche co-
struttive un numero ancora minore.
Nella Fig. 3 le apparecchiature sono suddivise secondo un ordine che
segue anche il crescere della qualità tecnica della costruzione. Da muratu-
re realizzate senza nessuna lavorazione superficiale dei singoli pezzi, fino a
quelle più raffinate e perfezionate, come la muratura isodoma. La muratu-

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ra isodoma è una muratura dell’età classica, che riappare nel corso del XV
e XVI secolo, in modi costruttivi completamente diversi: i conci non sono
più passanti, ma ridotti a lastre che ‘foderano’ una muratura a sacco o
sono appoggiate ad una muratura in laterizi. L’aspetto esteriore di questo

Fig. 3 — Tipologia delle apparecchiature murarie. Materiali lapidei: 1. a corsi


suborizzontali, con “pillori” o pietrame erratico; 2. a corsi sub-orizzontali, grezzo con
zeppe in laterizio o pietra; 3. Calcestruzzo, con aggregati arrotondati o spezzati; 4. a
spina-pesce, con ciottoli, pietrame o frammenti di laterizio; 5. irregolare senza corsi, a
blocchi spaccati, con o senza zeppe; 6. irregolare, a blocchi sfaldati, con o senza zeppe;
7. irregolare, a bozze o blocchi spaccati, con corsi di orizzontamento ogni 40-60 cm ;
8. a corsi sub-orizzontali e paralleli, con bozze sdoppiate, con o senza zeppe; 9. senza
corsi, con bozze e conci squadrati, spesso con zeppe in laterizio; 10. a corsi orizzontali
e paralleli, con bozze di altezze diverse (filaretto); 11. a corsi orizzontali, sub-paralleli,
con bozze prevalentemente verticali; 12. a corsi orizzontali e parallei, con conci
riquadrati e spianati; 13. a corsi ondulati, con o senza zeppe; 14. a corsi paralleli e
orizzontali, “araba”; 15. a corsi paralleli e orizzontali, con lastre, “pseudoisodoma”;
16. a corsi paralleli e orizzontali, con conci, “isodoma”.

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Fig. 4 — Le varietà della tipologia: il caso del villaggio di Rocca S. Silvestro (LI).

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Fig. 5 — Tipologia delle apparecchiature murarie. Materiali misti: 1. a corsi sub-
orizzontali, con bozze o blocchi e zeppe; 2. a ricorsi, con bozze e/o conci; 3. a “cassetta”,
con “pillori”; 4. a ricorsi, con bozze o blocchi.

paramento, così come lo vediamo in molti palazzi rinascimentali italiani,


allude alle costruzioni classiche. Circa i modi e le maniere in cui il richia-
mo e la memoria dell’antico hanno influenzato la committenza e le mae-
stranze rinascimentali, molto si è già scritto (15), ma rimane ancora da
chiarire, o meglio rimane ancora da affrontare l’aspetto tecnico e produt-
tivo. Resta da vedere, cioè, se la tecnica costruttiva rimane costante o se si
differenzia e se la produttività di cantiere si perfeziona, come lascerebbe
supporre la presenza di un rivestimento a “finta apparecchiatura isodoma”,
con le lastre accuratamente disposte e incise successivamente a somiglian-
za del “bugnato isodomo”.
Dall’unione di materiali costruttivi quali i laterizi e la pietra si posso-
no avere quattro tipi diversi di apparecchiatura (Fig. 5). Esistono anche
strutture costituite da altri possibili accostamenti di materiali (laterizio e
terra, legno e laterizio, legno e metallo, etc.), ma in Italia non è ancora
stato affrontato il problema di come studiarle.
Una particolare attenzione deve essere rivolta allo studio dei diversi
modi di porre in opera i laterizi (Fig. 6), affinché sia possibile spiegare la
connessione, se c’è, tra una particolare apparecchiatura e una determinata
epoca, perché una lettura affrettata del paramento in laterizio non riesce a
fornire utili indicazioni.
La cosiddetta cortina “gotica”, o “a coltrina” secondo alcuni termini
locali, cioè la muratura in laterizi a faccia vista come viene costruita at-

(15) Ad esempio si vedano i tomi della Biblioteca di Storia dell’Arte Memoria del-
l’Antico nell’arte italiana, a cura di S. S ETTIS , I-III, Torino, 1984-1987. Per la ricca docu-
mentazione d’archivio studiata, sui modi del costruire a Firenze rinascimentale, si veda
GOEDTHWAITE , 1984.

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Fig. 6 — Tipologia delle apparecchiature murarie. Materiali laterizi: 1. per fascia; 2.
per testa; 3. per coltello; 4. per costa (in foglio); 5. inglese a blocco; 6. inglese a croce;
7. olandese; 8. inglese per giardino; 9. “Rat trap”; 10. “Dearne”; 11. gotica o fiamminga,
con due varianti; 12. “senese” o “Monk”, con varianti.

tualmente, con mattoni disposti alternativamente per testa e per fascia,


non esisteva nel periodo ‘gotico’, durante il XIV secolo. È facilmente ri-
scontrabile che gli esempi meglio datati di murature con questa disposi-
zione, si rinvengono sulle cortine delle fortificazioni medicee, nella secon-
da metà del XVI secolo. A Venezia esiste un esempio più antico, a cavallo
fra XIV e XV secolo, ma sembra piuttosto un risultato dovuto alla neces-
sità di ricreare un particolare tipo di decorazione, che aveva avuto molta
fortuna nei coevi intonaci veneti, con materiali più duraturi. Per poter
ottenere un risultato simile, l’apparecchiatura era estremamente obbliga-
ta, dovendo ricostituire, con mattoni di due tonalità di colore notevol-
mente diverse, l’alternanza del pattern decorativo (16).

(16) Si tratta del complesso religioso di san Zaccaria, che possiamo confrontare con gli
ambienti intonacati veronesi medievali, cfr. DOGLIONI , 1987:115-117, ARMANI, PIANA 1984:
102, f. 60; BARZAGHI , 1984: 100, f. 55.

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Quali indicazioni cronologiche si possono ricavare dalla disposizione
dei laterizi?
Nelle murature medievali toscane si riscontra una apparecchiatura ap-
parentemente casuale, in cui non riusciamo ad individuare il criterio in-
formatore, anche se non mancano superfici limitate che sembrano ripete-
re lo stesso motivo. A Siena appare, alla fine del XIV-inizi del XV secolo,
una apparecchiatura specifica, che abbiamo chiamato “senese”, anche se
non possiamo escluderne la presenza in altre località. L’apparecchiatura è
formata da filari, o corsi, con mattoni disposti uno per testa, due per fa-
scia, uno per testa, etc., ed è presente anche in murature del XVII secolo.
L’individuazione degli esempi è tuttora in corso e dobbiamo ancora capire
se fra i suddetti estremi temporali (XV-XVII secolo) l’apparecchiatura sia
stata utilizzata con continuità, come si potrebbe intuire da una serie di
esempi, oppure se siamo di fronte ad una utilizzazione saltuaria, con lun-
ghi intervalli di abbandono.

6. Dimensioni

La caratterizzazione è legata alle dimensioni dei singoli componenti della


muratura. Nelle apparecchiature dei materiali lapidei si possono ricavare
informazioni dalle differenze dimensionali medie, dalla presenza di conci di
reimpiego, generalmente più grandi, e da una ‘standardizzazione’ o da una
ripresa dell’attività di cava e di preparazione delle bozze. Le differenze nelle
dimensioni del materiale non sono sempre da mettere in rapporto con cro-
nologie costruttive nettamente distanziate fra loro, ma anche con una diver-
sificazione delle fasi di approvvigionamento del materiale. Per esempio a
Montarrenti, nel basamento della torre B, sono state individuate almeno
due fasce, che possono essere lette come il risultato di due momenti distinti
del medesimo cantiere (17). Analizzando le dimensioni dei corsi, costruiti in
travertino (che non si rinviene sul posto ma proviene da cave distanti alcuni
chilometri), si è visto che le altezze variavano gradatamente da un massimo
di 32-35 cm ad un minimo di 14-16 cm. Ciò è stato interpretato come il
risultato dell’utilizzazione totale del materiale accantonato a piè d’opera, il
cui esaurimento comportava l’arrivo di una nuova partita: a quel punto si

(17) Le USM 102 e 105 nella fig. 8, in PARENTI, 1986:286.

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cominciava di nuovo a costruire corsi con altezze rilevanti che, però, dimi-
nuivano nel prosieguo del lavoro.
Anche le dimensioni dei frammenti utilizzati come zeppe possono for-
nire importanti informazioni. Nell’abside di San Giusto a Balli, nel comu-
ne di Sovicille, i laterizi impiegati con un intento decorativo, si sono rive-
lati frammenti di tegole di copertura. Se è lecito generalizzare da alcuni
esempi delle aree toscane, si può ipotizzare una datazione ‘arcaica’ quan-
do siamo in presenza di un reimpiego dei laterizi da copertura. La presen-
za di frammenti di mattoni è, invece, un indice di relativa ‘modernità’
della muratura.
Infine, importantissima, come è già stato fatto notare anche in queste
comunicazioni, la mensiocronologia dei laterizi.

7. Finitura

Un’operazione di finitura estremamente comune è l’intonacatura del-


le superfici della muratura, mentre le altre tracce di finitura di un materia-
le, le tracce lasciate dagli attrezzi sulla superficie a vista, possono essere
utilizzate per circoscrivere le murature in un ambito cronologico più pre-
ciso. Ci dobbiamo domandare quali erano gli strumenti impiegati nel Me-
dioevo per la lavorazione e la preparazione delle pietre in cava e, più pre-
cisamente, sul cantiere. Quando si eseguiva l’operazione di finitura della
superficie delle pietre? A pie’ d’opera, oppure dopo la costruzione della
muratura? A quest’ultima domanda possiamo rispondere con maggior co-
gnizione di causa, anche se gli esempi sono estremamente limitati.
Generalmente si preparava il pezzo a pie’ d’opera, con la giacitura
caratteristica del filare e, più raramente, di adattamento allo spazio dispo-
nibile, con conci di forma particolare (a L, a T), e nella documentazione
iconografica coeva possiamo individuare significativi confronti (18). Suc-
cessivamente la finitura veniva completata con operazioni di spianatura
della superficie murata, con le stesse operazioni che continuano attual-
mente nella tradizione della ripavimentazione stradale.
La presenza del nastrino, o cordellina, o anathyrosis o altri termini
locali, è una caratteristica fondamentale delle pietre lavorate. La prima

(18) Si vedano BINDING , cit., BINDING -NUSSBAUM cit.

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operazione che viene fatta, dopo la sbozzatura, è la preparazione del na-
strino. Successivamente il nastrino serve a delimitare un piano, che viene
poi ottenuto asportando la bugna superficiale o, in certi casi, regolarizzan-
do la sporgenza.
Le operazioni di finitura sui mattoni sono fondamentali per capire se
le murature sono nate per essere lasciate a faccia vista o se invece quest’ul-
tima condizione è il risultato della mancata manutenzione del velo di into-
naco o la proposta di una operazione di restauro. Quando il mattone è
arrotato, cioè spianato con un adatto abrasivo, dopo la costruzione del
muro, si può essere certi che la muratura era prevista, originariamente, a
faccia vista (19).
Per quanto riguarda lo studio degli strumenti impiegati dai maestri
costruttori e l’ambito cronologico della loro utilizzazione, qualcosa si co-
mincia a conoscere, nonostante la carenza di bibliografia. Precedentemen-
te (20) abbiamo ripreso, e riproposto, una metodologia di studio che te-
nesse conto di:
1) utensili trovati negli scavi;
2) fonti iconografiche coeve;
3) tracce degli utensili sul materiale.
Al momento tale metodologia non sembra suscettibile di modifica,
pur se, con qualche cautela, possiamo tener conto anche degli strumenti
presenti nelle raccolte etnografiche, stante la grande lentezza nel cambia-
mento delle tecniche costruttive e di preparazione del materiale.
Se le informazioni ricavabili dalla forma degli utensili, ritrovati negli
scavi o riconoscibili in fonti iconografiche, non sembrano lasciare adito a
dubbi, qualche motivo di ripensamento può venire dal riconoscimento
delle tracce degli utensili.
Le tracce che possiamo individuare sui materiali litoidi toscani vengo-
no lasciate da un numero limitato di attrezzi, anche se teniamo conto dei

(19) Con il termine sagramatura, presente in molti documenti emiliani dei secoli scor-
si, si intende un’operazione simile, secondo quanto presentato nel Glossario a Il Colore
1985:75. « La tecnica consiste nello stendere un intonachino pigmentato, costituito da un
impasto di cocciopesto o terra minerale, fior di calce e acqua, steso in modo uniforme e a
strati sottili e quindi levigato a mano con un mattone mantenendo la superficie costante-
mente bagnata perché l’impasto e la polvere che si ottiene fregando i mattoni, si amalgami-
no formando sopra al paramento una velatura dello stesso colore della muratura di supporto
che lascia trasparire la tessitura dei mattoni ».
(20) PARENTI, 1985c.

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possibili equivoci dovuti a tracce simili lasciate da attrezzi diversi.
Dalle tracce, possiamo risalire ai seguenti attrezzi:
1) ascia (mannaria): usata per lo spianamento di conci di materiali
litoidi teneri, come il tufo vulcanico e il travertino; è probabilmente molto
simile a quella utilizzata per la squadratura del legname;
2) sega che lascia, sui materiali litoidi, tracce più o meno parallele,
affini a quelle lasciate dall’ascia;
3) scalpello o martellina piana per la preparazione del nastrino;
4) martellina a punta (o subbia) per la faccia spianata. Probabilmente
è seguita da una martellina dentata e poi da una gradina, che lasciano
tracce molto simili fra di loro;
5) bocciarda. Si deve ancora conoscere il periodo in cui ne viene in-
trodotto l’uso (probabilmente successivo al XV-XVI secolo) (21). È ri-
scontrabile sui materiali restaurati ‘recentemente’.

8. Le malte

In presenza di voci caratterizzanti simili fra loro, la malta e i suoi


componenti (legante, aggregati ed eventuali additivi) assumono una parti-
colare rilevanza: l’utilizzazione di un legante piuttosto che un altro, l’ap-
provvigionamento di inerte da una cava anziché da un’altra, l’introduzio-
ne volontaria di appositi additivi, usati per adeguare le caratteristiche del-
la malta alla funzione che essa dovrà svolgere, rivestono un valore pro-
prio, di importanza fondamentale, sommati, poi, alle voci caratterizzanti
citati in precedenza aumentano di interesse e costituiscono un argomento
che comincia ad essere indagato.
L’esempio di Rocca San Silvestro, il villaggio minerario presso Campi-
glia Marittima, può sintetizzare, meglio di molti altri esempi, l’importan-
za che deve essere attribuita alla malta:
a) nella datazione dei manufatti (per confronto);
b) nell’individuazione della posizione degli edifici all’interno del cir-
cuito murario;
c) per il livello delle conoscenze tecniche raggiunte dalle maestranze.

(21) La presenza di pietre ‘bocciardate’ è stata individuata recentemente in murature


medievali pisani, cfr. REDI , 1987:308. Tuttavia permangono forti dubbi sull’impiego della
bocciarda prima del XV secolo, cfr. NAGY , cit.: 110 e BESSAC, cit.: 85.

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A San Silvestro si hanno murature del XIV secolo caratterizzate da
una lavorazione e da una messa in opera simile a quella di murature dell’XI-
XII secolo. La differenza più macroscopica risiede nel tipo di malta impie-
gata. Nelle murature più tarde è stata usata una malta caratteristica, che
contiene, come aggregati, coloratissimi minerali ferrosi, resti della produ-
zione siderurgica e mineraria. Inoltre le murature con questo tipo di malta
sono state rinvenute solamente nell’area sommitale del villaggio, la zona
‘militare’, intorno alla torre e alla cisterna.
Quando, poi, si deve studiare la tecnica costruttiva la malta assume
un’importanza ancora più rilevante, perché dalla quantità e dal modo in
cui essa viene impiegata (‘fresca’, stagionata, etc.), dal rapporto con gli
altri materiali costruttivi (pietra, laterizio) si possono ricavare importanti
informazioni sulle capacità tecniche raggiunte dalle maestranze e sulla re-
sistenza alle sollecitazioni statiche della muratura.
La naturale maturazione delle proposte finora espresse, porta ad un
tentativo di sistemazione — all’interno di uno schema ordinatore — delle
tecniche murarie. Una tecnica costruttiva potrà essere caratterizzata dal-
l’ordinamento di tutti i possibili parametri disposti secondo uno schema
numerico e accompagnata da un disegno, per le dimensioni e le caratteri-
stiche dei giunti, come mostra la Fig. 7.

9. Alcune considerazioni finali

La quasi totalità delle apparecchiature presentate, così come le altre


voci caratterizzanti, ha un periodo di diffusione che va dall’VIII al XVIII
secolo, che corrisponde, più o meno, al momento in cui, in gran parte del-
l’Italia, si ha la ripresa di una tecnica costruttiva autonoma, che non è più il
mero reimpiego di strutture edilizie di età antica e si comincia a selezionare
il materiale di spoglio. È questa un’attività costruttiva che si differenzia da
regione a regione, con innovazioni ed attardamenti tecnologici, secondo un
andamento sinusoidale di alti e bassi nelle caratteristiche tecniche delle co-
struzioni, fino all’introduzione di tecnologie diverse. Il limite del periodo,
definito preindustriale (o premoderno), può arrivare fino alla metà del no-
stro secolo, ma, generalmente, termina con l’applicazione su larga scala dei
materiali e delle conoscenze legate alla diffusione e all’insegnamento della
Scienza delle Costruzioni, e alla conseguente legislatura che prefigura speci-
fiche competenze e responsabilità di ordine civile e penale.

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Fig. 7 — Schema per una proposta di classificazione numerica. Materiali: 0. non
determinabile; 1. litico 80%; 2. laterizi 80%; 3. misti 20%; 4. legname; 5. terra;
6. stoffa; 7. ossa; 8. altri materiali. Lavorazione: 0. non determinabile; 1. ciottoli fluviali
o morenici; 2. ciottoli marini; 3. pezzi erratici; 4. spaccati; 5. sfaldati; 6. spezzati;
7. squadrati; 8. squadrati e spianati; 9. segati. Apparecchiatura: 00. non determianbilie;
01-16. vedi materiali lapidei; 17-20. vedi materiali misti; 21-32. vedi materiali laterizi;
33. etc. Finitura : 0. non determinabile; 1. scavato; 2. colorato; 3. intonacato;
4. rivestito; 5. subbia o martellina; 6. gradina o martellina; 7. bocciarda; 8. ascia;
9. segata. Malte: 0. non determinabile; 1. a base di grassello di calce; 2. a base di
grassello e materiali pozzolanici; 3. a base di gesso; 4. a base di leganti idraulici; 5. a
base di leganti argillosi; 6. a base di leganti organici; 7. a base di più leganti.

Tanto maggiore è l’attenzione che poniamo nello studio delle muratu-


re, tanto più numerose sono le domande alle quali non sappiamo dare una
risposta, rispetto alle poche certezze acquisite. E alcuni interrogativi non
sono di poco conto. Cosa conosciamo sulla struttura produttiva, su chi
materialmente costruiva gli edifici? Era una manodopera locale, che si
consociava stagionalmente, magari sotto la direzione di un maestro mura-
tore (come sembra si possa ipotizzare da una quantità ricchissima di esem-
pi, offerti soprattutto da quella che viene definita architettura ‘minore’),
oppure esistevano gruppi di maestranze specializzate, in grado di seguire e
guidare tutte le operazioni necessarie all’approntamento e alla gestione di
un cantiere, che si spostavano da un luogo all’altro, ovunque ci fosse una
domanda in grado di sostenere i maggiori costi di una simile organizzazio-
ne (come sembra di capire con gli esempi di architettura più ‘ricca’, monu-
mentale). E le attrezzature di cantiere avevano un mercato ristretto, carat-
terizzato da forme di autoproduzione e consumo, oppure costituivano un
tipo di materiale a larga circolazione? Dagli attrezzi rinvenuti in una cava

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elbana si capisce che una serie di lavorazioni doveva essere sostenuta nel
luogo stesso di utilizzazione, in quanto alcuni di questi attrezzi sono dei
semilavorati, che mancano delle indispensabili opere di rifinitura. Ma lo
stato attuale degli studi non permette di cogliere il tipo di rapporto che
doveva esistere fra il fabbro e lo scalpellino (o tagliapietre).
E se prendiamo in considerazione la produzione laterizia, quali risposte
possiamo dare agli interrogativi che sorgono con il ritrovamento di mattoni
di modulo romano in costruzioni medievali. Sono mattoni romani reimpie-
gati nelle costruzioni o si tratta, invece, di mattoni di tradizione ‘romana’,
fabbricati ancora nel XIII secolo, prima che i Comuni regolamentassero,
con precise norme statuarie, la dimensione minima dei laterizi?
Molti altri sarebbero gli interrogativi che ci potremmo porre, che tut-
tavia per il momento vengono rimandati, confidando in una maggiore
attenzione al processo produttivo dell’edilizia storica, sia attraverso le in-
formazioni che possono essere raccolte nei numerosi cantieri di restauro,
sia nel caso di interventi di scavo che interessano complesse e stratificate
strutture edilizie, nel porre un particolare e accurato metodo nello studio
delle murature.

ROBERTO PARENTI

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