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LABORATORIO “EDUCARE ALLA MONDIALITÀ

CAZACU IOANA MAGDALENA


A.A. 2019 - 2020

AFRICA

Mi ha particolarmente colpita l’incontro con la giornalista freelance Giusy Baioni, che ci ha

presentato il continente africano sotto tutti i suoi aspetti, sia negativi che positivi. Molti di

noi non conosciamo i fatti che hanno dato origine al fenomeno migratorio africano e non

solo. Le motivazioni che possono spingere gli abitanti di un determinato Paese a cercare

rifugio all’estero possono essere le più svariate.


“Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella

scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo

il 18 aprile 2015. Nessuno lascia casa se sta bene a casa sua. Nessun

quattordicenne si mette nella giacca una pagella e affronta il deserto, le

carceri libiche, il rischio concreto di affogare se sta bene a casa sua. Allora

perché alcuni scappano?”.

Il continente africano è composto da 54 paesi. Molti non li sentiamo mai nominare perché da

quei paesi nessuno arriva sotto casa nostra. Altri paesi attraversano crisi profonde umanitarie,

politiche, economiche, climatiche o nella sfera dei diritti umani. Ed è da questi e per queste

ragioni che si creano i flussi migratori.

Chi arriva quindi in Italia? In Italia, a fine 2018 secondo l’Istat, sono presenti 5.144.440

stranieri regolari, che corrispondono all’8,5% della popolazione italiana. Di questi, quasi il

40% è di origine rumena, albanese o marocchina, le tre cittadinanze più numerose, mentre

il 19% viene da un altro paese dell’Unione Europea. I migranti di origine sub-sahariana

rappresentano invece 8,6% degli stranieri e lo 0,7% della popolazione totale residente in

Italia. I cinque paesi sub-sahariani con una maggiore presenza in Italia sono Senegal,

Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio e Burkina Faso, secondo i dati Eurostat. Situati tutti in Africa

Occidentale, questi paesi rappresentano l’origine del 60% delle persone provenienti

dall’Africa Sub-sahariana e, ad eccezione del Burkina Faso, sono tutti sede di un’ambasciata

italiana.

Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è

certamente la Nigeria. Con i suoi 190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del

continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della

popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe

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raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del

continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È

povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita

soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila

persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più

numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani

delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è

costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano

che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello

composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni

ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e

per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso

parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal

territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle

compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione

sociale. Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla

tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di

raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur

con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai

50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il

lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano

mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei

membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il

quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico

jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni,

cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo,

sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le

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azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5

milioni di sfollati.

In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la
Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato
dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto sì che una grande fetta della classe media
del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la
Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia.

A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono
stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi. Scappano da un dittatore, Isaias
Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a

vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a

due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo

essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e

propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo

due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di

provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da

una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei

territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda

all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a

maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono

all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24

muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso all’ acqua

potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018 gli sfollati

erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece

essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018

un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra.

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Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che

ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è

diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non

c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano. Il Mali è il

nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in

Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi

ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze

fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che

ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la

stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo.

Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle

Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al

giorno.

Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il

35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che

si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un

altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la

pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto

povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni

infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali

della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini

sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei

tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior

parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione

tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese

nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al

25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La

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povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone

non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in

manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e

senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse

ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la

Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così

si infrange per i tunisini il sogno italiano.

Ci sono poi due nazionalità, non africane, che sono sempre più presenti negli sbarchi e fra

gli arrivi via terra: Pakistan e Bangladesh. Il Pakistan è il secondo paese per provenienza in

Italia nel 2019 dopo la Tunisia (dati Viminale). Nel 2018 secondo Eurostat la principale

nazionalità dei richiedenti protezione internazionale in Italia è stata quella pakistana (15

per cento del totale), seguita da quella nigeriana (10 per cento) e da quella bangladese (8

per cento). Anche qui bisognerebbe cercare di capire perché partono. I migranti che

arrivano dal Bangladesh per lo più fuggono dalla povertà. Molti dei bangladesi che stanno

arrivando sulle coste italiane negli ultimi mesi lavoravano nelle imprese di costruzione,

negli alberghi e nella ristorazione in Libia. Prima della caduta di Muammar Gheddafi la Libia

era un paese d'elezione per i bangladesi che volevano lavorare qualche anno all'estero per

mettere da parte un po' di soldi. Tuttavia negli ultimi mesi la situazione sta peggiorando per

questo gruppo di immigrati: i gruppi criminali li rapiscono, li rinchiudono in luoghi isolati

dove li picchiano e li torturano. Quindi scappano in Italia. La situazione in Pakistan è

piuttosto complicata. È un paese musulmano moderno, che fa parte delle Nazioni Unite e

del Commonwealth, è una potenza nucleare a tutti gli effetti e uno stato solido

finanziariamente parlando perché la Cina fa grandi investimenti. Eppure la disoccupazione

è un problema enorme tanto quanto gli investimenti. Così come la paura degli attentati che

colpiscono la popolazione civile perchè il paese ha serissimi e gravi conflitti ai suoi confini.

Ad Ovest c'è il confine meridionale dell'Afghanistan, in mano ai talebani che hanno da

tempo cominciato a penetrare anche oltre il confine pakistano, assieme a altri gruppi

terroristici come Al Qaida e Isis. E proprio dall'Afghanistan c'è il costante flusso di profughi

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in fuga dall'Afghanistan meridionale in mano ai talebani. Il governo di Islamabad è in crisi

sulla gestione dell'accoglienza anche considerando il fatto che il Pakistan è il quinto stato

più popolato del mondo. Per arrivare nel nostro paese i profughi pakistani sono costretti a

viaggi durissimi via terra che passa dall'Iran e la Turchia, dove si imbarcano. E poi c'è la

strada che passa attraverso i Balcani: Bulgaria e Servia, poi la Bosnia ed infine la Croazia

dalla quale riescono ad arrivare in Italia. Chissà quanti di questi ragazzini hanno la pagella

cucita nella giacca.

Da un’intervista raccolta il 20 Settembre 2017, a Palermo, presso il Circolo Arci Porco

Rosso.

Introduzione di contesto

Mentre il Ministro degli interni italiano Marco Minniti annuncia la radicale diminuzione del
numero degli sbarchi dalla Libia nei mesi estivi del 2017, collocando questo risultato
“nell’ambito di un’organica strategia di intervento che il Governo in questi mesi ha cercato di
portare avanti dall’altra parte del Mediterraneo”, poche voci, e per lo più ignorate, si ostinano a
raccontare nei dettagli quale sia il reale prezzo di questo cambiamento. Che l’attuazione del
Memorandum d’intesa firmato a Roma nel febbraio del 2017 tra il Presidente del Consiglio
italiano Paolo Gentiloni e il Presidente del Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di
Libia Fayez Mustafa Serraj comporti una pesante contropartita in termini di violazione dei diritti,
sofferenze inflitte, morte, sembra del resto un “effetto collaterale” previsto e accettato a livello
nazionale ed europeo. Il messaggio condiviso dall’opinione pubblica in Europa - e al contempo
performativo delle prassi militari, poliziesche e amministrative, e prima ancora delle politiche e
della produzione legislativa - è infatti che le migrazioni vadano arrestate ‘a qualunque costo’,
superando con circonvoluzioni più o meno acrobatiche anche i vincoli imposti dai dettati

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costituzionali o dalle convenzioni internazionali sui diritti umani. A questo proposito, sarebbe
interessante valutare il significato ultimo e l’applicazione concreta dell’articolo 5 del
memorandum Italia-Libia, che recita come “Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il
presente memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani
di cui i due Paesi siano parte”. Si tratta di accordi e obblighi cui sono soggetti entrambi i paesi?
(Quindi non la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, ad esempio, che la Libia non ha
mai firmato). Significa che quel che accade in Libia, nonostante il ruolo innegabile delle politiche
italiane sostenute dall’Unione europea, va giudicato secondo i parametri delle sole Convenzioni
e dei soli accordi di cui la Libia è parte? Problemi interpretativi simili sorgono anche quando si
legge, all’art.2.2, che le Parti si impegnano ad adeguare e finanziare i “centri di accoglienza” in
Libia, “nel rispetto delle norme pertinenti”. Quali norme? Norme pertinenti a cosa? Dopo che è
caduta nel vuoto la decisione della Corte d’appello di Tripoli che ha dichiarato illegittimo il
memorandum, Chissà se un’altra Corte o un’altra istituzione titolata a farlo, magari in Europa,
avrà modo prima o poi di pretendere delle risposte precise. Testimonianze come quella
riportata di seguito possono solo servire a registrare le conseguenze concrete e immediate delle
affermazioni sibilline e vaghe di questo accordo, dal valore giuridico molto relativo, sulla vita
delle persone.

Zeide è arrivato a Palermo il 16 settembre del 2017 a bordo della nave Cantabria della marina
militare spagnola. Insieme a lui si trovavano altre 409 persone, di cui 358 uomini, 52 donne (tra
le quali 6 incinte), e 40 minori. Tra questi ultimi, anche un neonato di 2 giorni, nato proprio a
bordo della nave. Zeide è marocchino, e tutti i migranti di origine Nord Africana, a meno che
non siano riconosciuti come minori, vengono infatti abbandonati a se stessi, dopo lo “sbarco”,
con un decreto di respingimento differito in mano consegnato dalla Questura di Palermo. Il
riconoscimento sommario delle persone come “non richiedenti asilo” semplicemente sulla base
della loro nazionalità è una procedura ormai consolidata, che ha trovato nuova legittimazione
con il lancio del cosiddetto “approccio hotspot” definito dall’Agenda europea sulle migrazioni
dell’aprile 2015, ed è divenuto principio assunto da tutti i decreti nazionali, gli accordi bilaterali
con i paesi di origine o di transito, o le proposte di riforma delle direttive europee che
compongono il cosiddetto Sistema Comune di Asilo (CEAS).

Zeide ha 20 anni, ed è andato via dal Marocco per trovare i soldi necessari a curare la malattia
di sua madre. In un certo senso, effettivamente, il suo progetto migratorio ha all’origine una
ragione “economica”, di quelle di fronte alle quali molte Commissioni territoriali per il
riconoscimento dello status di rifugiato negherebbero ogni forma di protezione e quindi il diritto
di restare in Italia, non esistendo più nessun altro canale di regolarizzazione possibile.

In Libia Zeide è rimasto tre mesi, sempre tra campi e carceri più o meno governativi, in cui
personale dell’esercito libico, uomini delle milizie armate e criminali comuni ma organizzatissimi
si sono costantemente alternati nella gestione delle persone e degli spostamenti e nella
perpetrazione delle violenze.

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“Già dal viaggio in macchina fino al confine libico, i trafficanti avevano istruito le persone su
cosa dire se forze militari o di polizia ci avessero fermati: state andando a trovare i vostri
parenti in Libia. Ho visto i trafficanti pagare dei poliziotti per poter proseguire il viaggio. Ci
hanno portato in un posto che non so definire: un edificio circondato da mura nel quale
eravamo rinchiusi in più di 130”.

Zeide non sa esattamente dove si trovasse questo campo – l’ultimo tratto di strada è stato
costretto a farlo con gli occhi bendati, come le altre 15 persone che erano sul pick-up con lui - né
se fosse uno di quelli mappati come centri di detenzione “ufficiali”, o uno di quelli “invisibili”
messi in piedi dalle milizie. Del resto, stando alle testimonianze di chi questi luoghi li ha
attraversati, la differenza non è molta.

Chiedo se dove si trovava ci fossero anche donne.

“No, le donne le portano altrove, per poterle violentare tutte. Se lo facessero dove ci sono anche
uomini qualcuno potrebbe reagire”.

Quando gli viene chiesto se in quel posto sia stato picchiato, abbassa gli occhi e sorride di fronte
a una domanda troppo stupida.

“Sono stato torturato. Credo sia tortura quando ogni notte ti svegliano alle 4 e iniziano a colpirti
col calcio del fucile. E subito dopo ti fanno telefonare a tua madre malata, mentre ti puntano
quello stesso fucile alla testa, per chiederle soldi e dirle che stai bene, che quei soldi servono ora,
ma che stai già costruendoti le possibilità di un lavoro e di un futuro migliore. Io pensavo di
avere pagato tutto il viaggio all’inizio, già in Marocco, ma poi mi hanno sempre costretto a
chiamare a casa. Ogni tanto diventavo un ostaggio per cui chiedere un riscatto. Alla fine si sono
presi in tutto circa 3.500 euro. Poi i guardiani del campo bevevano sempre, si ubriacavano,
litigavano tra loro, e a volte ci sparavano addosso. Ci ordinavano di uscire, ci obbligavano a
prendere le parti degli uni contro gli altri, e poi ci sparavano di sopra per farci rientrare.
Qualcuno di noi è morto così. Dal campo entravano e uscivano militari libici, proprio con la
divisa e le scritte ufficiali. A volte succedeva che qualche libico arrivasse a chiedere se era
disponibile un manovale, o un muratore. Qualcuno di noi era allora obbligato a seguirlo e a
lavorare in maniera forzata. Il compenso veniva tutto intascato da chi gestiva il campo. Non ho
mai immaginato, quando aveva deciso di partire, che le cose sarebbero andate così. Le reti
criminali sono organizzate. Ci sono complici in Marocco che raccontano una realtà molto
diversa, e tu hai voglia di crederci. Pensavo di poter attraversare la Libia in una settimana e poi
arrivare in Italia”.

C’erano invece voluti tre tentativi prima di partire davvero prendendo il mare.

“Ci hanno portati fino alla costa dentro un camion frigo di quelli per la carne, stipati fino a
soffocare”.

La prima volta li avevano obbligati in più di 100 a salire su un gommone evidentemente inabile
a ogni tipo di traversata, anche breve.

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“Eravamo quasi tutti arabi, c’erano anche molti siriani. C’erano donne e bambini anche molto
piccoli, che ho visto per la prima volta quando abbiamo raggiunto la spiaggia: erano già lì. Un
ragazzo subsahariano è stato costretto a mettersi ai comandi perché lo minacciavano con un
fucile. Poco dopo aver preso il largo, il ragazzo subsahariano ha deciso di tornare indietro: in
pochi metri di navigazione avevamo già imbarcato decine di centimetri d’acqua. Non potevamo
farcela. Gli uomini che ci avevano fatto partire non si sono arrabbiati troppo quando siamo
tornati questa prima volta, forse è previsto che una volta si possa tornare indietro. Qualcuno si
è messo ad aggiustare il gommone e l’indomani siamo stati tutti di nuovo imbarcati. Era notte.
Stavolta, però, come pilota c’era un libico che dopo pochi metri di mare si è fermato e ha
sparato una specie di razzo per le segnalazioni. Quasi subito è arrivata una nave della marina
libica e tre militari sono venuti a bordo del nostro gommone. Hanno iniziato a picchiarci tutti,
poi ci hanno detto di dargli tutto quello che avevamo addosso: soldi, telefoni, documenti. Solo a
un certo punto si sono fermati perché un drone è passato proprio sopra le imbarcazioni
affiancate e si è fermato proprio a filmare la scena. Quando se n’è andato hanno ricominciato.
E poi il gommone è stato riportato indietro fino alla riva, sempre con noi sopra, e siamo stati
tutti messi in una prigione. Nei momenti in cui ci obbligavano a ritornare indietro c’era un uomo
sulla nave libica che filmava tutto, me lo ricordo bene. Era nella penombra, in piedi, con la
telecamera in mano. In prigione questa volta c’erano tanti militari, soprattutto loro. Ma c’erano
anche i trafficanti che entravano e uscivano come volevano per chiederci il riscatto. Ci hanno
chiesto l’equivalente di 500 euro per uscire. Sono andati direttamente a prenderli, tramite i loro
complici, dalla mia famiglia in Marocco dopo avermi obbligato a chiamarla. Sono rimasto lì una
settimana, e tutti i giorni ci picchiavano e ci umiliavano. Ci davano solo un bicchiere di latte la
mattina e un pezzo di pane la sera. Hanno smesso di picchiarci solo per poco quando a un certo
punto sono arrivati dei giornalisti internazionali. Allora i trafficanti sono scomparsi e i militari
hanno fatto finta di trattarci bene, di comportarsi civilmente.

Quando sono riuscito a pagare mi hanno scarcerato insieme ad altri che avevano potuto fare la
stessa cosa. Non avevano più veramente niente da togliermi e altri erano nelle mie condizioni. A
quel punto mi hanno rimesso di forza sullo stesso gommone che si era rotto la prima volta, lo
stesso che la marina libica aveva fermato la seconda volta. Guidava di nuovo un subsahariano.
E stavolta ci hanno detto chiaro: ‘qualunque cosa succeda, non tornate indietro. Se tornate
indietro vi spariamo addosso dalla costa e morite lo stesso”.

Zeide e gli altri sono sopravvissuti. Ma gli oltre cento migranti dispersi nel naufragio del 17
settembre 2017, il giorno dopo l’arrivo in Italia di Zeide, avevano probabilmente ricevuto una
minaccia simile. A darne notizia la stessa marina libica che aveva “salvato” anche Zeide, al suo
secondo tentativo di partenza verso l’Italia, come ha “salvato” altre 14.000 persone circa nei tre
mesi precedenti: di almeno 7.000 di queste, per ammissione del personale dell’OIM attivo in
Libia, si sono perse le tracce.

Ho deciso di riportare questa storia perché mi ha colpita fortemente. Questo ragazzo di


nome Zeide ha la mia stessa età, e ciò mi sconvolge ancora di più. Noi, ragazzi

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dell’Occidente, così ingenui e spensierati, non possiamo neanche lontanamente
immaginare cosa stiano vivendo altri nostri coetanei nel continente africano. Ma se
possiamo in qualche modo dare un contributo, di qualsiasi genere, per sostenere ed
appoggiare questa gente, facciamolo!

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