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Don Giuseppe Sala

Cuggiono

DON BATTISTA
E LA SOMMA
CONTRO I GENTILI

Quaderni di catechesi

Richiesta di Teofilo

Caro Teofilo,
dopo tante lettere per spiegarti la <sacra dottrina>, a partire dalla
<Somma teologica> di S. Tommaso d’Aquino, mi chiedi di proseguire
con altre opere del grande dottore della Chiesa.
La tua insaziabilità nel conoscere Dio e tutto quello che egli ci ha
rivelato mi fa molto piacere.
La tentazione di cavare fuori qualcosa dall’altra Somma, cioè dalla
<Somma contro i Gentili>, che S. Tommaso ha scritto, è molto forte per
me.
Ma ne sarò capace? Non mi mancheranno le capacità e le forze?
Possiamo tentare? Lasciami pensare e ponderare la cosa.
Non vorrei fare la fine di quel tale che, <volendo costruire una torre>,
non riflette sui suoi mezzi economici per portare a compimento la
costruzione, e cade quindi nel ridicolo di fronte ai passanti (cf. Lc.
14,28-30).
A presto, Teofilo; intanto prega per me, chiedi lumi al Signore perché
possa vedere chiaramente la sua volontà e le mie forze.
Tuo Don Battista.

Risposta di don Battista

Caro Teofilo,
incomincio con un po’ di titubanza e timore a farti conoscere la grande
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opera di S. Tommaso, cioè la <Somma contro i Gentili>; lo faccio per
esaudire il tuo desiderio , un desiderio che certamente il Signore ti ha
messo in cuore, che quindi è bene esaudire.
S. Tommaso critica in quest’opera i Gentili.
Chi sono i Gentili?
Per S. Tommaso sono i pagani, i musulmani, gli ebrei, gli eretici, i falsi
maestri le cui teorie furono condannate dalla Chiesa.
Non ogni fede è vera, caro Teofilo.
Incomincio ad attirare la tua attenzione sulle seguenti parole che S.
Tommaso scrive in questa Somma:
<Come amando si è soggetti a Dio quanto alla volontà, così credendo si
è soggetti a Dio quanto all’intelletto. Non già però credendo qualcosa di
falso; perché Dio, che è la verità, non può proporre all’uomo niente di
falso; e quindi chi crede qualcosa di falso non crede a Dio… Chi sbaglia
circa un elemento essenziale di una data cosa non conosce codesta
cosa… Ma nelle realtà semplici qualunque errore esclude la conoscenza
di esse. Ora, Dio è semplice al massimo. Dunque chi ammette uno
sbaglio su Dio non conosce Dio>.
Se non capisci tutto, caro Teofilo, non perderti d’animo; capirai cammin
facendo.
Qual è la caratteristica della <Somma contro i Gentili>?
E’ un’opera teologica, anche se contiene molta filosofia, molta
metafisica e molta logica.
E’ poi un’opera apologetica, cioè un’opera di difesa della fede.
In quest’opera S. Tommaso ci offre tutto l’insegnamento della fede, e
insieme evidenziando il contrasto e l’incompatibilità con gli errori
antichi e moderni: errori dei filosofi, errori di gruppi religiosi, errori di
singole persone, ecc.
La <Somma contro i Gentili> è quindi un’opera teologica e apologetica
insieme.
Mi viene da dire che è quello che ci vuole oggi, in un momento di
confusione, di babele delle idee, di relativismo teorico ed etico.
Qualcuno ha scritto che questa Somma è una sintesi originale
dell’apologetica cristiana, concepita da una mente più unica che rara.
Per organizzare una tale sintesi, S. Tommaso si è servito di uno
strumento valevole per tutti gli uomini, perché tutti gli uomini lo
possiedono: lo strumento della <ragione umana>.
S. Tommaso è ricorso con fiducia alla ragione umana, potenziata dalla
più alta speculazione filosofica; non dimenticare che la filosofia è l’uso
della ragione umana in modo sistematico.
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Ma oggi è ancora valido il pensiero di S. Tommaso dopo sette secoli?
Certamente, ce lo dice il Concilio Vaticano II.
Nel decreto sull’educazione cristiana, il Concilio dice che <indagando
accuratamente le nuove questioni e ricerche poste dall’età che si evolve,
si colga più chiaramente come fede e ragione si incontrino nell’unica
verità, seguendo le orme dei dottori della Chiesa, specialmente di S.
Tommaso d’Aquino>.
E nel decreto sulla formazione sacerdotale si legge: <Per illustrare
quanto più è possibile i misteri della salvezza, gli alunni imparino ad
approfondirli e a vederne il nesso per mezzo della speculazione, avendo
S. Tommaso per maestro>.
In questi ultimi secoli i Papi hanno riconosciuto S. Tommaso come <il
Dottore Comune e universale della Chiesa cattolica, perché la Chiesa ha
fatto sua la dottrina di lui> (Pio XI).
Qualcuno dice che la Chiesa ha fatto sua la dottrina di S. Tommaso,
perché lui aveva fatto suo l’insegnamento della Chiesa.
Vorrei dirti ancora qualcosa, caro Teofilo, sul metodo che si deve usare
quando si discute di dottrina sacra; S. Tommaso dice che nelle
discussioni si deve soprattutto ricorrere ai testi autorevoli accettati da
coloro con i quali si discute.
Se, per es., si discute con i Giudei, bisogna partire dai testi dell’Antico
Testamento; se si discute con i Manichei, i quali respingono i testi
dell’Antico Testamento, ci si deve accontentare dei testi del Nuovo
Testamento; se si discute con gli Scismatici, i quali accettano i due
Testamenti, ma non la dottrina dei santi dottori, bisogna discutere con
essi partendo dai testi dell’Antico e del Nuovo Testamento; se poi gli
interlocutori non accettano nessuna autorità, bisogna ricorrere alle
ragioni naturali per convincerli.
Ti dico ancora, caro Teofilo, che, nella <Somma contro i Gentili>, S.
Tommaso cerca di tenere distinti i due ordini di verità che noi
possediamo intorno a Dio.
Che cosa ha fatto?
Ha raggruppato le verità di ordine naturale nei primi tre Libri.
Ha rimandato al quarto Libro <quella serie di verità che sorpassano la
ragione>.
Basta così per questa volta; ti ho detto tutto questo come introduzione;
con la prossima lettera
entreremo direttamente nella Somma… con un po’ di preoccupazione.
Tuo Don Battista.

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Sapienza e verità

Caro Teofilo,
S. Tommaso si sofferma a parlare del <sapiente>.
Chi è il sapiente? Quando uno è sapiente?
Incominciamo a dire che il sapiente è colui che ordina se stesso e le
cose al fine.
In senso assoluto il sapiente è colui che considera il fine ultimo di tutto,
dell’uomo e dell’intero universo.
E qual è il fine ultimo di tutto ciò che esiste, in particolare dell’uomo?
Non può essere che l’autore di tutto ciò che esiste, cioè Dio.
Dio è la causa suprema e il fine ultimo di tutto ciò che esiste, in
particolare dell’uomo.
E quali sono i compiti del sapiente? Sono due:
quello di proclamare la verità divina conosciuta e contemplata, e
quello di impugnare l’errore contrario alla verità divina.
E’ un impegno che anche tu, caro Teofilo, devi assumerti decisamente.
Ricorderai che Gesù disse a Pilato di essere nato e venuto nel mondo
<per rendere testimonianza alla verità>; e aggiunse: <Chiunque è dalla
verità, ascolta la mia voce> (Gv. 18,36).
Con queste parole, Gesù ci esorta a testimoniare la verità divina sul suo
esempio, a costo della vita.
La nostra vita di cristiani deve essere una vita tutta dedicata
a mostrare la verità divina al mondo e a confutare gli errori contrari.
Vorrei lasciar cadere nella tua anima, caro Teofilo, una della espressione
che S. Ilario diceva di se stesso: <Io penso che il compito principale
della mia vita sia quello di esprimere Dio in ogni parola e in ogni mio
sentimento>.
Il secondo compito poi è quello di confutare gli errori contrari alla
verità divina.
Ma come fare a realizzare questi due compiti?
E’ evidente che non sono compiti facili; tutt’altro.
Il compito principale è quello di mostrare la verità divina.
Come fare?
Incominciamo dalla prima verità, che è Dio.
Dobbiamo ricordare che ci sono due tipi di verità su Dio:
alcune verità su Dio superano ogni capacità della ragione umana: per es.
la Trinità di Dio;
altre verità invece possono essere conosciute dalla ragione naturale: per
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es. l’esistenza di Dio, la sua immensità, la sua eternità, la sua infinità.
Ma come possiamo conoscere di fatto le verità intorno a Dio che la
ragione naturale è in grado di conoscere?
Bisogna ricordare, caro Teofilo, che la nostra conoscenza umana parte
dai sensi e quindi dalle cose sensibili.
Per conoscere Dio quindi dobbiamo partire da ciò che cade sotto i
nostri sensi; dobbiamo partire per es. dal nostro corpo, dalle cose
materiali, dall’intero universo materiale.
Dalle cose sensibili il nostro intelletto viene condotto a conoscere
l’esistenza di Dio e qualche sua perfezione.
Se vediamo un libro, diciamo senza incertezza che qualche uomo l’ha
pensato e l’ha scritto, perchè nessun libro può essere prodotto da un
essere inferiore all’uomo, per es. da un cane.
Se consideriamo la creazione, dobbiamo dire con certezza che essa è
stata fatta da un essere superiore all’uomo, cioè da Dio.
Credo che basti per questa volta; ti invito però a riflettere, così da poter
essere preparato a capire il seguito.
Tuo Don Battista.

Ragione e rivelazione

Caro Teofilo,
ti ho detto che ci sono delle verità su Dio che possono essere conosciute
dalla nostra ragione, senza che Dio stesso ce le riveli; devo però
aggiungere che è molto conveniente che queste stesse verità conoscibili
dalla ragione vengano anche rivelate da Dio e quindi proposte all’uomo
come verità da credere.
Se queste verità su Dio, conoscibili dalla nostra ragione, fossero lasciate
alla sola indagine razionale, seguirebbero tre inconvenienti.
Quali sono questi tre inconvenienti?

Primo inconveniente

Se si dovesse conoscere queste verità su Dio solo con la ragione, senza


che Dio stesso ce le riveli, pochi uomini avrebbero la conoscenza di Dio,
per tre motivi:
alcuni uomini sono inadatti allo studio; costoro non potrebbero arrivare
mai a conoscere Dio senza una rivelazione di Dio stesso;
altri uomini poi sono impediti dai tanti bisogni personali e familiari;
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molti uomini infatti sono costretti a curare gli interessi temporali, così
da non poter impiegare molto tempo nella ricerca della verità divina;
altri infine sono impediti dalla pigrizia; per conoscere quanto la ragione
può sapere di Dio, è necessaria la previa conoscenza di molte cose; è
necessario quindi tanto studio e tanta fatica; studio e fatica che pochi si
rassegnano ad affrontare per amore del sapere, pur avendone il
desiderio.

Secondo inconveniente

Quegli stessi che raggiungessero la conoscenza delle suddette verità su


Dio con la ragione, ci arriverebbero con difficoltà e dopo lungo tempo:
sia per la profondità di tali verità, che richiede da parte della ragione
umana un lungo esercizio, sia per le molte conoscenze prerequisite
necessarie di filosofia,
sia perché in gioventù l’anima, agitata dalle molte passioni, non è adatta
all’esercizio di una conoscenza così alta.
Perciò il genere umano resterebbe nelle più fitte tenebre dell’ignoranza,
se per conoscere Dio non avesse altra via che la ragione.

Terzo inconveniente

Questo terzo inconveniente sta nel fatto che nelle investigazioni della
ragione umana il più delle volte si mescola il falso, a motivo della
debolezza del nostro intelletto.

Ecco perché era necessario che le verità divine fossero presentate agli
uomini con certezza assoluta come materia di fede.
Caro Teofilo, dobbiamo proprio ringraziare molto il Signore Dio che
non solo ci ha dato la ragione per conoscere le verità più alte, ma ci ha
offerto anche la rivelazione di esse e la fede per poter accoglierle.
In questo modo tutti possono con facilità partecipare della conoscenza
di Dio, senza dubbi e senza errori.
Ecco perché l’Apostolo può scongiurare gli Efesini così: <Non
comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati
nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in
loro> (4,17-18).
Riprenderemo l’argomento nella prossima lettera.
Intanto ti raccomando di riflettere su quanto già ti ho detto.
Tuo Don Battista.
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Dio chiede la fede: perché?

Caro Teofilo,
proseguo in qualche modo l’argomento della volta scorsa; a qualcuno
potrà sembrare che all’uomo non si debbano proporre a credere verità
che la ragione non è in grado di investigare.
Perché cioè Dio esige dall’uomo la fede in verità che egli non può capire
con la sua ragione?
Tu capisci, caro Teofilo, che è necessario dimostrare la necessità, o
almeno l’opportunità, che venissero proposte all’uomo come materia di
fede anche quelle verità che sorpassano la ragione.
Con quali argomenti si può dimostrare la necessità della fede, per poter
accogliere le verità che la ragione non è in grado di investigare?

Primo argomento

Nessuno può desiderare ciò che non conosce; ora, poiché Dio ha
destinato l’uomo a partecipare a un bene soprannaturale, cioè alla
visione di Lui stesso nell’eternità, era necessario che la mente umana
venisse iniziata già da questa vita a cose più alte di quelle raggiungibili
dalla nostra ragione, per pregustare già da ora le verità eterne.
Come può l’uomo pregustare la conoscenza di Dio già da questa vita?
Con la fede; la fede è una pregustazione di Dio già in questa vita
terrena. Si esige quindi la fede.

Secondo argomento

E’ necessario che vengano proposte all’uomo verità rivelate da credere


anche per poter avere di Dio una conoscenza più vera.
Dio chiede all’uomo di accettare con fede la rivelazione sui suoi misteri
per confermare in lui la convinzione che Dio è una realtà che supera
quanto è possibile pensare.
Dio ci dice che Lui è un mistero impenetrabile alla nostra mente; per
conoscerlo in questa vita dobbiamo credere alla sua rivelazione.

Terzo argomento

Dio chiede la fede all’uomo anche per un altro motivo: per porre un
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freno alla presunzione, che è madre dell’errore.
Infatti, ci sono uomini così presuntuosi del proprio ingegno, che
pensano di poter misurare la natura divina con la propria intelligenza,
ritenendo vero quello che sembra tale a loro, e ritenendo falso quello
che non li persuade.
Ebbene, perché l’animo umano venisse liberato da siffatta presunzione
e potesse ricercare con modestia la verità divina, Dio ha richiesto
all’uomo la fede.

Quarto argomento

Senza la fede, l’uomo rischia di applicare il suo ingegno non alle cose
divine, ma solo alle cose umane; una cosa del genere è un grande
impoverimento per l’uomo; infatti, la conoscenza di Dio ci innalza,
mentre la conoscenza delle cose ci abbassa.
La conoscenza di Dio produce un grande godimento all’uomo che
crede.

Caro Teofilo, che ne dici? Ti ho tormentato troppo? Non sei convinto


che la verità, specialmente quella riguardante Dio, è fonte di molta
gioia?
Ti saluto cordialmente.
Tuo Don Battista.

Credere è cosa seria o è leggerezza?

Caro Teofilo,
prestando fede alle verità rivelate da Dio, verità che la ragione umana
non è in grado di controllare, l’uomo non compie per caso un atto di
leggerezza, non presta fede a dotte favole?
Dobbiamo dire che l’uomo, credendo alla rivelazione di Dio, non
compie un atto di leggerezza, perché Dio non si limitò a rivelare i suoi
segreti agli uomini, ma offrì insieme i segni della verità della sua
rivelazione; questi segni sono i miracoli, i quali sorpassano tutte le forze
della natura.
Ricordi, Teofilo, quello che scrive Marco alla fine del suo Vangelo?
Scrive che il Signore sosteneva i predicatori coi miracoli: <Allora essi
partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme
con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano>
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(16,20).
Caro Teofilo, per farci capire che la verità divina è stata rivelata e
proposta alla fede degli uomini con argomenti sufficienti di verità,
S.Tommaso fa un confronto tra il modo in cui si è diffuso il
Cristianesimo e il modo in cui si è diffuso l’Islam.

Come si è diffuso il Cristianesimo?

Il Cristianesimo non si è diffuso con la violenza delle armi, né con


attrattiva di piaceri, ma anzi in mezzo alla tirannia di molti persecutori.
Nonostante ciò, una turba innumerevole non solo di persone semplici,
ma anche di uomini sapientissimi, abbracciò la fede cristiana.
E’ da notare che la fede cristiana non era facile da accogliere, e non è
facile nemmeno oggi, perché è una fede molto esigente; in essa vengono
predicate cose che trascendono qualsiasi intelletto umano; in essa viene
chiesto di tener a freno i piaceri della carne; in essa viene chiesto di
considerare poca cosa le ricchezze del mondo, in essa viene esigito un
amore universale, perfino l’amore per i nemici.
Si può dire che l’adesione a una tale fede, tanto esigente, è il più grande
dei miracoli; l’adesione a questa fede esigente, che chiede di disprezzare
le cose visibili nel solo desiderio di quelle invisibili, esige l’intervento
manifesto dell’ispirazione divina interiore e l’intervento di miracoli
esteriori inconfutabili.
La fede cristiana esige una conferma, interiore ed esteriore.
Di tale conferma si fa cenno nella Lettera agli Ebrei, in cui viene detto
che l’opera salvifica di Cristo <è stata confermata in mezzo a noi da
quelli che l’avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo
con segni e prodigi, e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo,
distribuiti secondo la sua volontà> (2,3-4).
Aggiungiamo, caro Teofilo, che il Signore ha continuato e continua
ancora oggi a compiere miracoli per mezzo dei suoi santi.

E come si è diffuso l’Islam?


Si è diffuso in un modo del tutto contrario al Cristianesimo; infatti
Maometto allettò i popoli con la promessa di piaceri carnali, ai quali
tutti gli uomini sono già propensi per la concupiscenza della carne che
c’è in essi; inoltre Maometto diede insegnamenti che ogni persona può
capire, anche la meno istruita, cioè insegnamenti comprensibili al solo
ingegno naturale.
Maometto poi non si servì di miracoli soprannaturali, che costituiscono
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la sola garanzia di verità di una predicazione, la sola testimonianza
adeguata della rivelazione divina; colui che insegna verità
soprannaturali deve garantirne la verità con fatti visibili che solo Dio
può compiere; questi fatti sono i miracoli.
Alla richiesta sul perché egli non compiva miracoli, Maometto rispose
di essere stato inviato non con l’aiuto dei miracoli, ma con l’aiuto della
potenza delle armi; un tale contrassegno, caro Teofilo, non manca
neppure ai briganti e ai tiranni.
Dobbiamo anche aggiungere che a Maometto inizialmente non
credettero uomini pratici delle cose divine ed umane, ma uomini
violenti che abitavano nel deserto, del tutto ignari delle cose divine.
Servendosi poi di costoro, egli costrinse gli altri ad accettare la sua legge
con la forza delle armi.
Maometto non ebbe nemmeno la testimonianza dei profeti precedenti;
anzi egli guasta tutti gli insegnamenti dell’Antico e del Nuovo
Testamento, come risulta dalla lettura della sua legge.
Anzi, per non essere tacciato di falsità, con astuzia egli proibisce ai suoi
seguaci di leggere i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento.
E’ perciò evidente, caro Teofilo, che coloro che credono in Maometto,
compiono oggettivamente un atto di leggerezza, a differenza di chi
crede in Gesù Cristo, il quale solo diede sufficienti e abbondanti
garanzie di verità del suo messaggio e della sua persona; garanzie di
verità costituite dal compimento di tanti miracoli e dall’adempimento
di molte profezie.
Sono stato alquanto lungo. Pazienza!
Tuo Don Battista.

Fede e ragione

Caro Teofilo,
può affacciarsi alla nostra mente qualche domanda: le verità di fede
sono compatibili o no con la ragione? E in quale rapporto stanno la
ragione umana e le verità di fede?
E’ vero che la verità della fede cristiana supera la ragione umana;
tuttavia non c’è incompatibilità tra ragione e fede, tra i principi naturali
della ragione e le verità della fede cristiana.
Che cosa si intende per <principi naturali della ragione>?
Sono quei <principi primi>, che non vengono acquisiti con la
conoscenza e la riflessione, ma sono innati nella nostra ragione; si
trovano già nei bambini piccoli; per es. il <principio di non
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contraddizione>, il <principio che il tutto è maggiore della parte>, il
<principio di causalità>, il <principio che non si deve fare agli altri ciò
che non si vuole ricevere dagli altri>.
Faccio un esempio del principio che <il tutto è maggiore della parte>:
prendo una torta, taglio una fetta e la metto su un piatto, poi dico a un
bambino di due anni: è più grande la torta o la fetta? Il bambino
risponde subito: la torta.
Ecco, caro Teofilo, il bambino risponde così perché ha in testa, senza
saperlo, il principio che <il tutto è maggiore della parte>.
I <principi primi> sono noti ad ogni uomo per natura, e sono l’inizio di
ogni successiva conoscenza; gli insegnamenti che vengono dati
all’uomo da un maestro, in contrasto con i <principi primi>, non
producono una vera conoscenza, ma solo una opinione.
Le verità della fede cristiana poi sono altrettanto sicure, perché sono
garantite dai miracoli e dalle profezie.
E’ quindi impossibile che le verità della fede cristiana siano in contrasto
con i principi della ragione, cioè con quei principi che la ragione
conosce per natura.
Quindi, chi crede rettamente non si troverà in difficoltà a ragionare
rettamente; e chi ragiona rettamente non avrà difficoltà a credere
rettamente.
Non ci può essere contrasto tra fede e ragione, perché entrambe
vengono da Dio; egli infatti è l’autore della nostra natura, ed è anche
l’autore della fede, la quale viene infusa da Dio nella nostra anima, al
momento del Battesimo.
In altre parole:
Le cose che si tengono per fede, derivando dalla rivelazione divina, non
possono mai essere in contraddizione con le nozioni avute dalla
conoscenza naturale, che è anch’essa un dono di Dio.
Qualcuno potrebbe obiettare:
Se le verità di fede superano la ragione, come si è detto, come possono
accordarsi con la ragione?
Non bisogna confondere la superiorità con la contrarietà.
La rivelazione divina dice cose superiori alla ragione, ma non contrarie
alla ragione.
La ragione umana è una partecipazione della ragione divina, perché
l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, ma non è infinita
come la ragione divina; non c’è quindi contrarietà tra la ragione divina e
la ragione umana, c’è però una superiorità infinita della ragione divina
sulla ragione umana.
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Noi uomini dobbiamo cercare di conoscere quello che la nostra ragione
è in grado di conoscere, ricordandoci che <poter intendere anche poco
e debolmente le cose e le realtà più sublimi procura la più grande
gioia>; ce lo dice S. Tommaso, il quale aggiunge un’altra cosa bella e
saggia: <Chi si muove con fervore verso l’infinito, anche se non arriva
mai, tuttavia va sempre avanti; dobbiamo però non presumere di
penetrare il mistero divino; dobbiamo cercare invece di capire che si
tratta di realtà incomprensibili al nostro intelletto>.
S. Agostino dice qualcosa di simile: <Se tu lo comprendi, non è Dio>.
Sei convinto, Teofilo? Ti saluto cordialmente.
Tuo Don Battista.

Due serie di verità divine

Caro Teofilo,
prima di procedere, vorrei dirti che ci sono due serie di verità divine,
non in riferimento a Dio, che è la verità unica e semplice, ma in
riferimento alla nostra conoscenza.
Secondo il nostro modo di conoscere si distinguono due serie di verità
divine:
la prima serie di verità divine è costituita da quelle verità che sono
insieme professate dalla fede e investigate dalla ragione, cioè da quelle
verità che possiamo conoscere sia con la fede, sia con la ragione;
la seconda serie di verità divine è costituita da quelle verità che
sorpassano la ragione; sono le verità che possono conosciute dall’uomo
soltanto per fede; ed è ragionevole crederle, anche se non possiamo
capirle con la nostra ragione, perché sono state rivelate da Dio, il quale
non può né ingannarsi, né ingannare, in quanto egli è la Verità Somma
ed Eterna.

E quali sono le verità della prima serie, caro Teofilo, cioè quelle verità
che sono insieme professate dalla fede e investigate dalla ragione?
Queste verità riguardano tre grandi ambiti:
Dio in se stesso;
le creature che derivano da Dio;
il tendere ordinato delle creature verso Dio come loro fine.

Con la prossima lettera incomincerò a parlarti delle verità della prima


serie riguardanti Dio in se stesso.
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La prima verità riguardante Dio in se stesso è quella della sua esistenza.
Che cosa hanno detto gli uomini su questa prima verità intorno a Dio in
se stesso? Vedremo.
Tuo Don Battista.

Esistenza di Dio (I)

Caro Teofilo,
la prima verità intorno a Dio in se stesso che gli uomini hanno
considerato è quella sulla sua esistenza; è ovvio, perché se Dio non
esistesse, ogni ricerca intorno alle cose di Dio non avrebbe nessun
senso, anzi sarebbe necessariamente distrutta.
Ebbene, che cosa hanno detto gli uomini sull’esistenza di Dio?
Alcuni hanno detto che l’esistenza di Dio non va dimostrata, perché è
una verità per sé nota.
Ma è proprio vero che la verità dell’esistenza di Dio è una verità per sé
nota, come sono noti i cosiddetti <principi primi>, di cui già qualcosa ti
ho detto?
I sostenitori di questa tesi, che cioè la verità dell’esistenza di Dio è per
sé nota al nostro intelletto, portano vari argomenti, che ti risparmio,
caro Teofilo; sono argomenti che non stanno in piedi; infatti, se la verità
dell’esistenza di Dio fosse una verità per sé nota, come costoro dicono,
come mai molti faticano a convincersi che Dio esiste?
S. Tommaso si ferma a confutare la suddetta opinione; e incomincia a
domandarsi: da dove viene una tale opinione?
E risponde dicendo che questa opinione deriva in parte dall’abitudine di
udire e di invocare fin da piccoli il nome di Dio.
Le abitudini, specialmente quelle che risalgono alla prima infanzia,
acquistano forza di natura; le convinzioni acquisite fin dalla
fanciullezza si ritengono con tale fermezza, come se fossero
naturalmente note per se stesse.
S. Tommaso poi si ferma a confutare le varie opinioni, secondo le quali
l’esistenza di Dio è una verità per sé nota, ed è quindi una verità che
non ha bisogno di dimostrazioni.
Non sto a riferirti le varie opinioni che S. Tommaso confuta; una però te
lo riferisco per farti capire l’acutezza della risposta di S. Tommaso.
Alcuni dicono: l’esistenza di Dio è una verità per sé nota, perché Dio è il
principio col quale conosciamo tutto il resto; come la luce del sole è
principio di ogni perfezione visiva, così la luce di Dio è principio di ogni
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cognizione intellettiva; quindi, se noi uomini abbiamo la cognizione
intellettiva, è perché Dio, fonte di ogni conoscenza, esiste; se Dio non
esistesse, noi non potremmo conoscere niente.
S. Tommaso risponde:
Dio è il principio per cui si conoscono tutte le cose,
non nel senso che le altre cose non si conoscono se non dopo aver
conosciuto lui, ma perché dal suo influsso viene causata in noi ogni
conoscenza.
Infatti, molti non conoscono Dio, perfino ne negano l’esistenza, eppure
conoscono tante altre cose; non è la conoscenza di Dio che ci permette
di conoscere le cose che conosciamo, ma è il suo influsso su di noi che,
a nostra insaputa, è la causa che ci permette di conoscere.
Voglio farti respirare un po’; riprenderemo l’argomento prossimamente,
quando ti parlerò dell’opinione contraria, cioè dell’opinione di coloro
che dicono: l’esistenza di Dio deve essere ritenuta solo per fede, perché
la ragione non la può dimostrare.
Che dici tu, Teofilo, di questa opinione? Prova intanto a pensarci; poi te
ne parlerò io, o meglio te ne parlerà S. Tommaso.
Tuo Don Battista.

Esistenza di Dio (II)

Caro Teofilo,
se alcuni dissero che l’esistenza di Dio è una verità per sé nota, e quindi
non ha bisogno di dimostrazione, altri dissero che l’esistenza di Dio è
una verità che deve essere solo creduta, perché non può essere
dimostrata con la nostra ragione.
Costoro dicono che non è possibile scoprire con la ragione che Dio
esiste; è una verità che bisogna accettare per via di rivelazione e di fede.
Per quali motivi costoro dissero che non è possibile dimostrare
l’esistenza di Dio? Quali sono gli argomenti che essi portano per
sostenere la tesi della non dimostrabilità dell’esistenza di Dio? Eccoli:
In Dio l’essenza si identifica con l’esistenza; poiché con la ragione non
possiamo conoscere l’essenza di Dio, non possiamo conoscere neppure
la sua esistenza.
Poiché noi non abbiamo nessuna cognizione del termine <Dio>, né
della natura divina, non abbiamo nessuna via per dimostrare la sua
esistenza.
Noi conosciamo con l’intelletto a partire dai sensi; ebbene, se noi
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conosciamo a partire dai sensi, le cose che eccedono i sensi rimangono
evidentemente indimostrabili; poiché l’esistenza di Dio eccede i sensi,
essa è indimostrabile.

Cosa risponde S. Tommaso a questi argomenti?


Egli dice che una sola espressione dell’Apostolo Paolo dimostra la falsità
di queste opinioni.
Infatti, l’Apostolo scrive che <dalla creazione del mondo in poi, le
perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto
nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità>
(Rm. 1,20).
Ecco perché l’Apostolo dice che i pagani sono <inescusabili>, perché,
pur avendo avuto la possibilità di conoscere Dio con la loro ragione a
partire dalla creazione, non l’hanno fatto per cattiva volontà e per i loro
interessi materiali, cioè per loro convenienza.
Una volta confutate le due opposte opinioni: quella di chi afferma che
l’esistenza di Dio è una verità per sé nota, e quella che afferma
l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, il Santo
passa a dimostrare che Dio esiste.
Come procede S. Tommaso per dimostrare l’esistenza di Dio?
Rimandiamo la dimostrazione alla prossima lettera.
Tuo Don Battista.

Esistenza di Dio (III)

Caro Teofilo,
come fa S. Tommaso a dimostrare l’esistenza di Dio? Egli, nella Somma
contro i Gentili, elabora cinque vie a partire dal grande filosofo
Aristotele per le prime quattro vie, e a partire da S. Giovanni
Damasceno per la quinta via; nella Somma teologica presenta cinque
vie; il suo metodo è quello di partire dagli effetti a noi noti per arrivare
alla loro causa a noi ignota.
Caro Teofilo, tralascio di presentarti le cinque vie che si trovano nella
Somma contro i Gentili, perché sono troppo difficili e complicate; ti
presento invece le cinque vie della Somma teologica; in queste cinque
vie Dio appare in cinque modi, come vedremo subito.

La prima via si desume dal moto; il principio del moto dice: <Tutto ciò
che si muove è mosso da un altro>.
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Né il moto fisico e chimico dei corpi, né il moto vitale dei viventi, né il
moto spirituale degli esseri superiori ha in sé la sua spiegazione.
Questa prima via può essere presentata così.
E’ evidente nel mondo una continua mutazione; molte cose sono in
moto, ma nessuna si trova in moto se non viene mossa, perché niente
passa da sé <dal poter essere qualche cosa all’atto d’essere quel qualche
cosa>; ad es. un ferro freddo, che può diventare caldo, non si dà il calore
da sé, perché allora dovrebbe “essere freddo per diventar caldo”, e
insieme dovrebbe “essere caldo per darsi il calore”; dunque tutto ciò che
si trova in moto viene mosso da altri; ora, non si può risalire all’infinito,
perché ciò equivarrebbe a rimandare la spiegazione senza mai darla;
bisogna quindi ammettere un primo <Motore non mosso>; è ciò che noi
chiamiamo Dio; in questa via Dio è percepito come <Motore
immobile>.

La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente.


Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti;
ora, è impossibile che una cosa sia causa efficiente di se stessa, perché
questa cosa sarebbe prima di se stessa; il che è inconcepibile; ora, un
processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo; equivarrebbe ad
eliminare la prima causa efficiente; ma senza la prima causa efficiente,
non possono esistere né le cause intermedie, né l’ultima causa che
produce l’effetto; ma gli effetti ci sono, li vediamo; quindi bisogna
ammettere una <prima causa efficiente>; è ciò che noi chiamiamo Dio;
qui Dio è percepito come <Causa incausata>.

La terza via è presa dal contingente e dal necessario.


Tra le cose, noi ne troviamo alcune che nascono e finiscono; il che
significa che possono essere e non essere; sono cioè contingenti.
Ora, è impossibile che le cose contingenti siano sempre state, perché
ciò che può non essere, un tempo non esisteva.
Se dunque tutte le cose esistenti possono non esistere, in un dato
momento nulla ci fu nella realtà.
Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che
non esiste può cominciare ad esistere solo per qualcosa che è.
Dunque, se non c’era ente alcuno, è impossibile che qualcosa
cominciasse ad esistere, e così anche ora non ci sarebbe niente; il che è
falso, perché molte cose esistono.
Il contingente esige che ci sia qualcosa di necessario,
che non tragga da altri la sua necessità,
16
che invece esista per sé.
Questo <essere necessario> è ciò che noi chiamiamo Dio; qui Dio è
percepito come <Ente necessario>.

La quarta via si prende dai gradi che si riscontrano nelle cose; è un fatto
che nelle cose si trova il bene, il vero, il bello, il nobile, e altre simili
perfezioni in un grado maggiore o minore:
Si può parlare di grado maggiore o minore in relazione a qualcosa di
assoluto.
Vi è dunque qualcosa che è Bene sommo, Verità assoluta, ecc.
Vi è dunque qualcosa che è causa dell’essere, della bontà, della verità,
della bellezza, di qualsiasi altra perfezione; questa <fonte> di tutte le
perfezioni è ciò che noi chiamiamo Dio; qui Dio è percepito come
<Perfezione somma>.

La quinta via infine si desume dal governo delle cose.


Noi vediamo che molte cose, cioè i corpi fisici, ad es. gli astri, le piante,
ecc., pur privi di intelligenza, operano non a vanvera, non a caso, ma
con una finalità, con un ordine.
Ora, ciò che è privo di intelligenza non tende al fine se non perché è
diretto da un essere che conosce, da un essere intelligente, come la
freccia tende al bersaglio perché chi la tira è intelligente.
Vi deve dunque esserci un <Sommo Intelletto>, dal quale tutte le cose
naturali sono ordinate a un fine; è ciò che noi chiamiamo Dio.

Caro Teofilo, certamente sarai stanco, ma penso che valga la pena fare
questo sforzo intellettuale.
Ti ricorderai che io ti ho già parlato dell’esistenza di Dio, all’inizio del
precedente ciclo; ti ho fatto una specie di dimostrazione popolare
sull’esistenza di Dio.
Ti invito a rivedere quelle pagine.
E’ ora di salutarci.
Tuo Don Battista.

Alcune proprietà di Dio

Caro Teofilo,
dimostrata l’esistenza di Dio, dobbiamo cercare di conoscere le sue
proprietà, per es. la sua eternità; ci accorgeremo che sono tutte
17
proprietà negative quelle che possiamo conoscere con la nostra ragione;
con la nostra regione possiamo conoscere non ciò che Dio è, ma ciò che
Dio non è.
S. Tommaso dice che, nel considerare la realtà divina, si deve ricorrere
soprattutto alla <via della negazione>.
Che significa?
Significa che nella nostra conoscenza di Dio dobbiamo negare in Lui
alcune cose; per es. quando diciamo che Dio è incorporeo, noi
neghiamo che Lui sia corpo o abbia un corpo.
Noi ricorriamo alla via della negazione nella nostra conoscenza e nel
nostro parlare di Dio, perché la realtà divina sorpassa con la sua
immensità qualsiasi idea che il nostro intelletto sia capace di
raggiungere; quindi non siamo in grado di conoscere la natura divina.
Noi abbiamo una qualche conoscenza di Dio, sapendo <quello che egli
non è>.
E’ già qualcosa; è già una qualche conoscenza di Dio… però negativa.
Con la <via della negazione> noi conosciamo Dio come <diverso da
tutte le cose>.
Naturalmente la nostra conoscenza di Dio è imperfetta, perché non
conosciamo quello che egli è in se stesso.
Quando diciamo ad es. che Dio è del tutto <immutabile>, intendiamo
dire che in lui non c’è nessun cambiamento; ciò è confermato anche
dall’autorità della Scrittura; S. Giacomo ad es. ci dice che in Dio <non
c’è variazione né ombra di cambiamento> (Gc. 1,17); in Isaia Dio dice:
<Io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità> (43,12); nei Salmi poi si
parla esplicitamente dell’eternità di Dio: <Ma tu, Signore, rimani in
eterno> (Sal. 102,13); nello stesso Salmo al v. 28 si dice: <Ma tu resti lo
stesso e i tuoi anni non hanno fine>.
Dall’immutabilità di Dio deriva l’eternità di Lui.
Se in Dio non c’è cambiamento, se Dio è sempre il medesimo
dall’eternità, è evidente che egli è eterno.
Essere eterno significa essere senza principio e senza fine; Dio non ha
cominciato ad esistere, e non potrà cessare di esistere.
Ma io vorrei riferirti, caro Teofilo, alcune prove dell’eternità di Dio
scritte da S. Tommaso d’ Aquino, il quale ad esempio dice:
Abbiamo detto che Dio è un Motore immobile; in lui quindi non c’è un
prima e un dopo; non ha quindi un modo di essere che prima non
aveva, né si può riscontrare una successione nel suo essere; Dio quindi è
senza principio, è senza fine, possiede quindi tutto il suo essere
simultaneamente; questo è il concetto di eternità.
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Se un tempo Dio non c’era e poi è venuto all’esistenza, egli è stato tratto
dal non essere all’essere da qualcuno, non certo da se stesso, perché ciò
che non esiste non può far nulla; ma Dio non può nemmeno essere
stato tratto all’essere da qualcuno, perché egli è la <causa prima> di
tutto ciò che esiste, come si è detto; quindi Dio non ha cominciato ad
esistere, ma è sempre esistito; e non potrà nemmeno cessare di esistere,
perché ciò che è sempre esistito ha la capacità di esistere sempre; Dio è
quindi eterno.
Nella terza via dell’esistenza di Dio, abbiamo detto che Dio è l’<Essere
necessario>; ma se Dio è necessario, non può non essere eterno; è
evidente che ogni realtà necessaria è per se stessa eterna.
Caro Teofilo, è ora di porre termine anche a questa lettera; nella
prossima ti parlerò di ciò che va assolutamente escluso in Dio.
Tuo Don Battista.

Ciò che va escluso in Dio

Caro Teofilo,
ricordi che ti ho preannunciato ciò di cui ti devo parlare in questa
lettera? Ti parlo di ciò che va escluso in Dio.

Che cosa va escluso in Dio

In Dio va escluso ogni passaggio da una situazione ad un’altra; egli non


può compiere un passaggio dalla passività all’attualità, come passano
tutti gli altri esseri; per esempio noi passiamo dall’infanzia alla
giovinezza, passiamo dalla salute alla malattia, o viceversa,
dall’ignoranza alla scienza, ecc.
Dio non può compiere simili passaggi; perché?
In modo semplice ti dico che Dio è sommo in tutto ed è immutabile;
quindi non può perdere nulla e acquistare nulla.
S. Tommaso però fa dei ragionamenti più filosofici, più difficili, ma
anche più profondi.
Te ne voglio, caro Teofilo, riferire uno; eccolo!
Noi riscontriamo che esistono nel mondo degli esseri che passano dalla
potenza all’atto, per es. dal poter nascere alla nascita effettiva.
Nessuno però può fare da sé questo passaggio, perché chi non esiste
ancora, non è in grado di agire.
Deve esserci quindi una <realtà anteriore> che lo fa passare dalla
19
potenza all’atto, per es. che lo fa passare dal non essere all’essere.
Ora, se anche questa <realtà anteriore> passa anch’essa dalla potenza
all’atto, si deve porre prima di essa qualche <altra cosa> che la fa
passare dalla potenza all’atto.
Ma in questo non si può procedere all’infinito, perché in tal modo si
rimanderebbe sempre la soluzione, senza mai trovarla.
Si deve quindi giungere a una realtà che è del tutto in atto e in nessun
modo in potenza.
Questa realtà sempre in atto e in nessun modo in potenza è ciò che noi
chiamiamo Dio.
Dio è atto puro.
In Dio che cosa ancora va escluso?
Vanno escluse varie altre cose; va esclusa la materia, va esclusa la
composizione, va escluso ciò che è contro natura, va escluso il corpo; te
le spiego nella prossima lettera.
Tuo Don Battista.

Altre esclusioni in Dio

Caro Teofilo,
già ti ho preannunziato quello che ancora va escluso in Dio.
In Dio va esclusa la materia.
La Chiesa cattolica afferma questa verità, quando asserisce che Dio ha
creato tutte le cose non dalla propria sostanza,
ma dal nulla.
Dalla propria sostanza di Dio c’è solo il suo Figlio, come diciamo nel
Credo ogni Domenica; il Figlio è <della stessa sostanza del Padre>.
Tutto il resto viene invece creato, cioè tratto dal nulla.
In Dio poi va esclusa ogni composizione.
Non ci sono parti in Dio come in noi e in ogni altra creatura; in noi per
es. c’è l’anima e c’è il corpo.
Dio non è composto, ma è assolutamente semplice, è di natura
semplice.
Per affermare che Dio non è composto, ma semplice, S. Tommaso dice:
<Ogni composto è posteriore ai suoi componenti; perciò il primo ente,
che è Dio, di nulla può essere composto; se Dio fosse composto, non
sarebbe più il primo ente, perché sarebbe preceduto dai suoi
componenti.
20
Ma Dio è il primo ente, quindi egli non è composto>.
In Dio va escluso anche tutto ciò che è violento e contro natura, per il
fatto che Dio è assolutamente semplice; ci può essere qualcosa di
violento in un esser composto di parti; l’Apostolo Paolo dice ad es. che
il nostro corpo fa guerra alla nostra anima; ma poiché in Dio non ci
sono parti, a motivo della sua assoluta semplicità, in Lui è escluso tutto
ciò che è violento e contro natura.
Ricordiamo un’ultima esclusione, che è già implicita nel fatto che in lui
va esclusa la materia.
Diciamo che Dio non è un corpo.
S. Tommaso si sofferma a lungo a dimostrare che Dio non è un corpo.
E’ per noi credenti una verità evidente, perché lo dice lo stesso Gesù:
<Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e
verità> (Gv. 4,24).
Anche l’Apostolo Paolo afferma indirettamente che Dio non è un corpo,
parlando delle sue <perfezioni invisibili> (Rm. 1,20), e dello stesso Dio
invisibile: <Al re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e
gloria nei secoli dei secoli. Amen> (1Tm. 1,17).
Caro Teofilo, in base a questa spiritualità invisibile di Dio vanno
redarguiti tutti coloro che lungo la storia hanno ritenuto che molti
elementi del mondo, quali il sole, la luna, la terra, l’acqua, ecc. fossero
<dèi>.
S. Tommaso si domanda: perché l’uomo ha compiuto un tale grossolano
errore, di ritenere che Dio fosse un corpo?
Egli afferma che <occasione di tutti questi errori fu il ricorso
all’immaginazione nel pensare le cose divine>; con tale facoltà, cioè con
la fantasia, <non si può avere che un’immagine delle cose corporee>;
egli quindi fa a tutti un’esortazione: <Nel meditare sulle realtà
incorporee>, quali Dio, gli angeli e le anime umane, <è necessario
mettere da parte la fantasia>.
Caro Teofilo, come vedi, ci siamo imbarcati in cose non facili sia da
spiegare, sia da capire, quindi non facili né per me, né per te.
Nella vita non si può trovare sempre e solo ciò che è facile.
Dio, che è Sommo in tutto, non può essere facile da capire; forse Gesù
direbbe anche in questa realtà: <Chi può capire, capisca>.
Ti dico però di non arrenderti; quello che non comprendi oggi, lo
comprenderai domani.
Tuo Don Battista.

21
Qual è l’essenza di Dio?

Caro Teofilo,
ti ho detto e ridetto quello che Dio non è, ad es. non è un corpo, non è
composto, ecc.; ma vediamo di capire anche qualcosa di ciò che Dio è;
faccio subito un’affermazione filosofica: <Dio è la sua essenza>.
Che significa?
Bisogna distinguere tra essenza ed essere.
Di ogni cosa si può dire due cose con due domande:
esiste?
che cos’è?
Alla prima domanda corrisponde l’essere o esistenza.
Alla seconda domanda corrisponde l’essenza.
Anche di Dio possiamo fare le due suddette domande:
esiste Dio?
chi è Dio?
Caro Teofilo, ti esorto a capire.
Di ogni cosa creata, di ogni persona creata, si deve dire che essenza ed
essere o esistenza non coincidono; c’è distinzione tra essenza ed
esistenza di una cosa: un conto è la mia esistenza e un conto è la mia
identità; io sono sempre io, sia adesso che esisto, sia domani quando
non ci sarò più.
In Dio invece come stanno le cose?
In Dio essere ed essenza coincidono; l’essenza di Dio è il suo essere,
l’essenza di Dio è quella di esistere.
Chi è Dio? Dio è il suo essere, è la sua esistenza.
Dio non può non esistere, perché la sua essenza è la sua esistenza, è il
suo essere.
In Dio c’è identità tra essere ed essenza.
Forse si può trovare questa verità nella stessa Sacra Scrittura.
Tutti sanno chi è Mosè e qual è stata la sua vicenda.
Egli si avvicina a un roveto che bruciava, ma non si consumava; da quel
roveto Dio lo chiama; è raccontato in Esodo 3 un dialogo tra Dio e
Mosè.
Ad un certo punto Mosè chiede a Dio il suo nome.
<Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei
vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io
che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”.
Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”> (Es. 3,13-
14).
22
Come vedi, caro Teofilo, Dio dice il suo nome a Mosè.
Ma che nome strano: <Io sono colui che sono>, e anche: <Io-Sono>.
A che servono i nomi?
Ogni nome è dato per esprimere la natura o l’essenza di una cosa o di
una persona.
Se Dio dice a Mosè che il suo nome è <Io-Sono>, che esprime l’essere o
esistenza, ciò significa che in Dio essenza ed esistenza coincidono,
essenza ed esistenza si identificano.
E’ una verità che anche gli antichi padri della Chiesa hanno insegnato.
Ad es. il filosofo Severino Boezio dice: <La sostanza divina è l’essere
stesso, ed è da essa che l’essere promana>.
Pensaci, caro Teofilo, e non dire come i Greci a S. Paolo: <Ti
ascolteremo un’altra volta>.
Sii tenace e capirai!
Tuo Don Battista.

In Dio non c’è nulla di complementare

Caro Teofilo,
ti ho detto nella lettera precedente che Dio è la sua essenza, che in lui
essenza ed esistenza coincidono, che l’essenza di Dio è quella di
esistere; in Dio non c’è quindi nessuna composizione: né composizione
di corpo e di spirito, né di atto e potenza, né di essenza ed esistenza;
Dio è assolutamente semplice.
Aggiungo che in Dio, oltre la sua essenza, che è quella di essere, cioè di
esistere, non c’è nulla di complementare o di aggiuntivo o di
accidentale.
Dio è diversissimo da noi e da ogni altra creatura.
Tutto ciò che è in Dio fa parte della sua essenza.
In noi invece si verifica un continuo aggiungersi di altro, per es. di cibo,
di bevanda, di scienza, ecc.
Qualcuno potrebbe obiettare: <Ma noi non siamo stati creati ad
immagine e somiglianza di Dio? Lo dice la Bibbia; perché non siamo
come Dio? Perché siamo diversissimi da Dio?>.
A questa obiezione risponde il Concilio Lateranense IV, il quale dice
che, se è vero che tra noi e Dio c’è una qualche somiglianza, è ancor più
vero che tra noi e Dio c’è una più grande dissomiglianza.
Noi siamo un po’ simili a Dio, perché ci ha reso partecipe della sua
natura divina, ma siamo infinitamente dissimili da Dio.
23
Dio trascende ogni cosa creata; ecco perché leggiamo ad es. che davanti
a Dio <le nazioni sono come una goccia da un secchio, contano come
un pulviscolo sulla bilancia… le isole pesano quanto un granello di
polvere… Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui, come
niente e vanità sono da lui ritenute> (Is. 40,15.17).
Dio è <sopra ogni cosa> (Rm. 9,5).
Noi parliamo giustamente della trascendenza di Dio.
Nessuna contaminazione di creato può esserci in Dio.
S. Tommaso dice che le creature hanno una relazione reale con Dio, ma
Dio ha una relazione solo di ragione con le creature.
Dio è totalmente perfetto, non manca di nulla, non può arricchirsi di
qualcosa e non può perdere nulla.
Se mancasse di qualcosa, non sarebbe perfetto.
Se perdesse qualcosa, non sarebbe più perfetto.
Caro Teofilo, riprendo il tema della somiglianza delle creature con Dio.
Vorrei farti notare che nella Sacra Scrittura talora si parla di
somiglianza tra Dio e la creatura, in particolare con l’uomo, come nel
passo celebre di Gen 1,26: <Facciamo l’uomo a nostra immagine, a
nostra somiglianza>, talora invece si parla di dissomiglianza tra Dio e la
creatura; la somiglianza viene addirittura negata, come nel seguente
passo: <A chi potreste paragonare Dio? E quale immagine mettergli a
confronto?> (Is. 40,18), e nel passo del Salmo 89: <Chi è simile al
Signore tra gli angeli di Dio?… Chi è uguale a te, Signore, Dio degli
eserciti?> (89,7.9).
S. Tommaso puntualizza e precisa: <Quanto in Dio si trova allo stato
perfetto, si riscontra nelle creature per una partecipazione imperfetta…
la creatura possiede ciò che appartiene a Dio, perciò è giusto affermare
che la creatura è simile a Dio. Ma non si deve dire che Dio possiede ciò
che appartiene alla creatura. Perciò non è giusto affermare che Dio è
simile alla creatura, come non diciamo che un uomo è simile alla sua
immagine, sebbene sia giusto dire che la sua immagine è simile a lui>.
Nella prossima lettera, caro Teofilo, ti parlerò dei nomi che si possono
usare per parlare di Dio.
A presto!
Tuo Don Battista.

I nomi di Dio

Caro Teofilo,
24
quali sono i termini che si possono usare per parlare di Dio?
Ci sono termini che indicano in assoluto una perfezione; sono per es. i
termini: <bontà, sapienza, essere>; questi termini possono essere usati
sia per parlare di Dio, sia per parlare delle creature.
Ci sono poi alcuni termini che si possono applicare a Dio soltanto come
<metafore o similitudini>.
Di quali termini si tratta?
Per es. il termine <roccia>; si dice che Dio è una <roccia>; la roccia è
una metafora per indicare la stabilità di Dio.
Ci sono anche termini che indicano le perfezioni in grado
sovraeminente, come ad es. <Sommo Bene, Sommo Ente, Prima Verità,
e simili>; questi termini si possono attribuire a Dio soltanto e non alle
creature.
Caro Teofilo, dobbiamo sempre ricordare che quando parliamo di Dio,
usando qualsiasi termine, noi non possiamo capire e dire quello che egli
è, ma quello che egli non è.
E’ giusto e doveroso usare tutti i suddetti nomi, altrimenti non
possiamo capire e dire niente di Dio, ma dobbiamo sempre riconoscere
che con essi noi balbettiamo qualcosa di Dio; siamo come i bambini
nati da poco che balbettano; dicono quasi niente, eppure è meglio
balbettare che non aprire bocca.
Noi abbiamo la necessità di attribuire molti nomi a Dio, perché noi
possiamo conoscere Dio solo tramite gli effetti che egli produce, cioè
tramite la creazione, e non possiamo conoscerlo direttamente in se
stesso.
Se potessimo invece intuire l’essenza di Dio così come è, e applicarle il
suo nome proprio, potremmo esprimere Dio con un nome soltanto.
Sembra farcelo capire il profeta quando dice: <Il Signore sarà re di tutta
la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome> (Zc. 14,9).
Caro Teofilo, ti devo dire una cosa molto importante, ma non facile da
dire da parte mia e anche da capire da parte tua.
Però tento lo stesso, perché non bisogna arrendersi mai.
Qual è questa cosa?
Tutti i nomi che usiamo per parlare di Dio, che noi desumiamo dalle
creature, come già si è detto,
non si devono applicare a Dio in senso univoco,
non si devono applicare a Dio neanche in senso equivoco,
ma si devono applicare a Dio in senso analogico.

Come vedi ci sono tre termini da spiegare: univoco, equivoco e


25
analogico.
Tento la spiegazione, sperando di riuscire a farmi capire.
Incominciamo dal termine univoco.
Quando noi parliamo di Dio, partiamo dalle creature; tra Dio e le
creature non c’è identità; per questo non possiamo attribuire a Dio i
nomi ricavati delle creature in modo univoco, cioè in modo identico; ad
es. noi diciamo che un uomo è buono e che Dio è buono; parliamo di
bontà sia per l’uomo che per Dio, ma non in modo identico; infatti, la
bontà di un uomo è niente a confronto alla bontà di Dio.

Facciamo il secondo passo, quello che riguarda il termine equivoco; che


cosa intendiamo dire che gli stessi nomi non devono essere applicati a
Dio e alle creature in senso equivoco?
Dobbiamo ricordare che tra Dio e le creature non c’è una totale
diversità, perchè le creature di Dio riflettono un vestigio di Dio; quindi i
nomi con cui parliamo di Dio e delle creature non dicono cose
totalmente diverse.
Ad es. il termine bontà, usato per Dio e per le creature, non esprime
una realtà totalmente diversa; infatti, la bontà di un uomo è qualcosina
della bontà di Dio.

C’è infine il termine analogico.


Gli stessi termini usati per Dio e per le creature hanno valore analogico,
nel senso che esprimano
non identità (cioè univocità) di senso,
né diversità totale (cioè equivocità) di senso,
ma somiglianza (cioè analogicità) di senso.

Poiché c’è una vaga somiglianza tra Dio e le sue creature, anche i nomi
che usiamo per esprimere Dio e le creature dicono qualcosa di simile,
anche se lontanamente simile.
Che cosa dici, Teofilo?
Sono riuscito a farti capire qualcosa intorno ai nomi che attribuiamo
alle creature e a Dio, non in modo univoco, non in modo equivoco, ma
in modo analogico?
Spero di… sì. Ti saluto cordialmente.
Tuo Don Battista.

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