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lunedì 27 gennaio 2014

La sindrome di Bolechow è la malattia dell'Europa che la memoria storica della


Shoa ci ricorda.

di Sergio Di Cori Modigliani

La sindrome di Bolechow è la malattia perniciosa dell'Europa.


Ed è da quella che dobbiamo difenderci e salvaguardarci.
E' contro questo morbo che dobbiamo unirci, per combatterlo.

Oggi, 27 Gennaio, si commemora la "giornata della memoria", a ricordo dello sterminio di


sei milioni di ebrei -oltre agli zingari, agli omosessuali, ai disabili, a coloro che venivano
identificati come appartenenti a cosiddette razze inferiori- ad opera dei nazisti durante la
seconda guerra mondiale.
Considerando il fatto che i governi italiani sono stati (e tuttora sono) maestri nel pianificare,
organizzare e diffondere la consuetudine dell'Alzheimer sociale, come italiano, la giornata
della memoria in Italia, la considero un ossimoro.

Fino a pochi anni fa veniva chiamato "l'olocausto degli ebrei", ma grazie alla nobile,
intelligente sapienza spirituale, (nonchè eccezionale volontà) di Karol Woytila, al secolo
Papa Giovanni Paolo II, è stato consentito di non usare più quel termine sostituendolo con
la parola "Shoa".
Olocausto, infatti, è un termine che proviene dal greco e indica "colui che si sacrifica
volontariamente, il Giusto, per consentire il trionfo del Bene Comune della collettività". Se
traducete il termine "olocausto" in giapponese, ad esempio, risulta la parola "kamikaze".
Nella tradizione religiosa talmudica ebraica, il termine olocausto è considerato un atto
sublime perchè deriva dalla scelta interiore di chi vuole offrire, da eroe, la propria vita per
salvare gli altri, fin dal 1945 era stato usato come consuetudine per indicare l'uccisione
degli ebrei. Questa norma diffusa ha prodotto l'insorgere di quel filone nazista negazionista
che sosteneva (e tuttora sostiene) che fosse stata per l'appunto una scelta degli ebrei da
loro stessi voluta -l'olocausto"- ovvero: quella di farsi uccidere in qualche migliaio per
giustificare poi la necessità di costruirsi uno Stato.
Grazie a Papa Woytila, che ha accettato la definizione data dagli stessi ebrei, e ha
introdotto e imposto nel mondo cattolico occidentale il suo uso comune, è stato accettato
per convenzione collettiva la parola ebraica "Shoa" che vuol dire catastrofe, eliminando
per sempre l'ambiguità legata al termine olocausto.

Il genocidio degli ebrei ad opera dei nazisti è stato studiato sotto ogni punto di vista.
L'aspetto più profondamente sconcertante di questa vicenda consiste nella "non
comprensibilità" del comportamento dei nazisti, impossibile da prevedere, e quindi
prevenire, per potersi difendere. 

Come fare, oggi, (mi sono chiesto, me lo chiedo sempre) a commemorare in maniera
adeguata la giornata della memoria, senza sovraccaricare di piatta retorica questa data? 
E ancora: come fare a conferire alla memoria il suo valore più alto e adeguato, cioè quello
di un uso efficace e pragmaticamente nobile, che ci consenta di poter usufruire di un
evento storico per trarne nutrimento (e quindi suggerimento) tale da consentirci di evitare
l'avvento di una nuova forma di nazismo, oggi, per evitare un ennesimo genocidio?.

Ho scelto ciò che accadde a Bolechow, da cui la sindrome del titolo.

Tutti ormai, in Europa, hanno incorporato e accettato l'idea che i nazisti fossero dei
criminali sanguinari. Ma questo specifico episodio che qui vi ripropongo ci aiuta a
comprendere come, in verità, si trattasse della più pericolosa forma esistente di pazzia
collettiva: una pazzia lucida.

Accadde il 14 novembre del 1941.


L'episodio si è verificato a Bolechow, una piccola cittadina europea che si trova in una
zona molto particolare, la Galizia orientale, unica nel suo genere: al confine tra la Prussia,
la Polonia, l'Ucraina. Una zona di frontiera, nella quale, nel secolo XVI, un illuminato
aristocratico dell'epoca, il Duca di L'vov, compì un atto inconcepibile per quei tempi: abolì
la schiavitù, praticò il rispetto della diversità, l'accoglienza multi-etnica, e impose la pratica
alla pari di qualunque forma di credo religioso. Non solo. Mise la propria ricchezza al
servizio della collettività che per questo fatto lo riverì, lo rispettò e lo amò, costruendo
scuole pubbliche, ospedali gratuiti e accogliendo i profughi dalla penisola iberica che nel
1492 si sparpagliarono per l'Europa fuggendo dal Tribunale dell'Inquisizione. E così, a
Bolechow, nei primi anni del '500, cominciarono a convivere in uno stato di pacificazione e
di armonia -tutti insieme- cattolici polacchi, ebrei spagnoli, arabi mussulmani, cosacchi
ucraini, pastori cristiano-ortodossi. Essendo un posto di frontiera, dopo la scomparsa della
dinastia ducale, nei secoli, la cittadina passò da un padrone all'altro: diventò possedimento
della Polonia, poi dell'Ucraina, poi della Russia, poi della Prussia, poi dell'Impero austro-
ungarico, poi di nuovo della Polonia, poi dell'Urss, e infine invasa dalle truppe tedesche
nel 1941. La popolazione locale si abituò e si adattò ai regnanti che si succedevano,
senza mai modificare la propria struttura, condividendo il territorio in una ricca forma poli-
etnica davvero unica in Europa.

Finchè, da Berlino, un piovoso giorno dell'autunno del 1941, non arrivò il comandante
della Gestapo che impose la propria Legge. Il 30 ottobre convocò il capo della comunità
ebraica al quale comunicò che dovevano pagare una fortissima tassa per evitare di essere
tutti deportati. E quelli pagarono subito. 
Dopo due giorni, durante la notte, la Gestapo rastrellò 2.000 ebrei, li condusse alla
periferia della cittadina e li uccise tutti.
E dieci giorni dopo, il 14 novembre, si verificò "l'episodio".
Il comandante tedesco convocò il capo della comunità ebraica e gli spiegò che erano state
uccise quelle persone per dare un esempio di efficienza e far capire a tutti che cosa
sarebbe capitato loro se non avessero eseguito gli ordini. Consegnò una nutrita
documentazione, composta da ben dodici quaderni, per complessive 150 pagine, nella
quale, con una calligrafia minuta, erano scritti i costi dell'operazione: numero delle
pallottole usate per uccidere i 2000 ebrei, costo della benzina usata dai camion per andare
a prelevare i corpi e portarli in aperta campagna e cremarli, il costo per le pale e le zappe,
il costo per unità di lavoro di ogni operaio che la Gestapo era stata costretta ad assumere
per trasportare i corpi, e chiese alla comunità ebraica di pagare (così recita il documento
ufficiale) "i danni materiali determinati dall'atto di esecuzione del piano di pulizia etnica per
il rinnovamento della razza". 
I nazisti chiesero alla comunità ebraica di Bolechow di pagare il costo dell'uccisione di ben
2000 dei loro componenti.
In cambio, quelli che erano ancora vivi sarebbero stati risparmiati.
La comunità, già terrorizzata per ciò che era accaduto, pagò la cifra richiesta. Chiese di
diluire i pagamenti per raccogliere l'intera cifra e venne loro consentito di pagare a rate, in
dieci mesi. Un anno dopo, venti giorni dopo aver saldato l'ultima rata, vennero tutti
deportati ad Auschwitz.
Non sopravvisse nessuno.
Tutta questa trattativa si svolse con lucidità ragionieristica, come se "l'evento" fosse una
cosa normale.Gli abitanti del luogo erano talmente presi dal terrore di una follia che loro
trovavano "incomprensibile" che accettarono pensando di placare la patologia.
Tutto ciò è stato raccontato in uno splendido volume uscito nel 2006 e scritto in inglese  (in
Italia tradotto e pubblicato dalla Neri Pozza editore) che si chiama "Gli scomparsi" a firma
di Daniel Mendelsohn, un intellettuale americano che lavora al New York Times come
critico cinematografico.

Ho deciso di coniare il termine "sindrome di Bolechow" sulla base di questo evento storico.

Mi permette di capire l' impossibilità di poter comprendere la follia quando essa si


presenta mascherata da apparente lucidità razionale.

Per come la intendo io, oggi la sindrome di Bolechow si è diffusa in tutta Europa,
permeando con la propria follia di "lucidità apparentemente razionale" l'intero tessuto
socio-politico.
Questa malattia parte dal presupposto del non riconoscimento dell'unicità di ogni essere
umano in quanto Persona. Oltre a questo, riduce gli individui a numeri ai quali viene
sottratta la originalità del loro valore esistenziale, trasformandoli in un dato statistico. La
riduzione di un individuo a un numero, una cifra, comporta la disumanizzazione del suo
essere, quindi la sua esistenza non viene contemplata nè come valore nè come
significato. Gli operatori chiamati a occuparsi di questi "dati statistici", non registrano il
fatto di avere a che fare con esseri umani, con esistenze, con vite pulsanti. Per questi
impiegati, quegli esseri sono tutti uguali in quanto componenti specifiche di una serialità
numerica, quindi intercambiabili, frapponibili, eliminabili, senza provare alcuno scrupolo, o
rèmora, o senso di colpa.
E' una patologia del corpus sociale.

Questo è il mio modo di commemorare la Shoa, oggi: ricordare le vite vissute, i milioni di
esistenze originali e diverse tra di loro eliminate per il capriccio di un ragioniere ossessivo,
che non ha mai pensato di trovarsi di fronte a degli individui, considerando il tutto una
pratica da dover sbrigare. 
Era ciò che la filosofa Hanna Arendt intendeva dire quando definì il nazismo "La banalità
del male".

Noi europei, e noi italiani, viviamo oggi in preda a una malattia sociale che si chiama la
sindrome di Bolechow. Coloro che hanno già ucciso i membri della nostra comunità
collettiva di cittadini inermi, coloro che ci hanno già depredato, sfruttato ed espoliato,
vengono a chiedere a noi di pagare il conto della loro espoliazione.

Questo è l'insegnamento che la memoria storica mi regala.

Noi ci alziamo ogni mattina e con tutto l'entusiasmo del mondo provocato dalla vitalità
della nostra voglia di vivere, per amore di noi stessi, della nostra moglie, marito, figli,
genitori, amici, membri della comunità nella quale siamo inseriti, noi andiamo a lavorare
per pagare con inoppugnabile regolarità coloro che ci hanno rovinato e seguitano a
rovinare le nostre esistenze. Siamo diventati gli ebrei di Bolechow, e così ci illudiamo che
le banche prima o poi cambieranno e cominceranno a dare credito a chi ne ha bisogno;
viviamo nella paura coltivando la speranza che i ministri, il governo finalmente, si occupino
anche di noi, che i partiti pensino alla responsabilità che hanno delle nostre esistenze,
pensando che "loro" ci salveranno perchè, prima o poi, capiranno la nostra umanità e
riconosceranno in noi la valenza del valore della originale narrativa della nostra esistenza
individuale.
E' un'illusione, come quella di quei poveretti che finirono tutti dentro a un forno.

Questa è la consapevolezza che mi regala il giorno della memoria.

Se penso alla nostra classe politica dirigente non penso in termini di complotto, o
pensando che siano incapaci e incompetenti, proprio no. Me li sto immaginando come
quell'ufficiale della Gestapo che trascorse diverse notti insonne per redigere una
minuziosa documentazione sui costi delle pallottole, descritte una per una a seconda del
modello d'arma usate, per consegnare poi ai membri della comunità dei sopravvissuti
l'elenco dei debiti da pagare, sentendosi contento di aver fatto un ottimo lavoro. 
Se li ascolto raccontarci come hanno deciso e stanno decidendo di risolvere la crisi
economica, la mancanza di lavoro, l'immobilità del mercato, ho la sensazione di essere
diventato un semplice dato statistico, di avere a che fare con una follia lucida che, per un
umano, non è possibile da comprendere. 
Bankitalia, oggi, ha diffuso i dati ufficiali sullo stato dell'economia della nazione. Risulta
-statisticamente- che il 10% della popolazione possiede il 48,5% della ricchezza collettiva.
Risulta anche che il 9,8% della popolazione ha aumentato nell'ultimo biennio il proprio
reddito di un + 65%, mentre il 72% delle famiglie lo ha diminuito di un - 7,5%. I poveri sono
aumentati del 125% nell'ultimo quadriennio e i consumi sono crollati. Sia Enrico Letta che
il Ministro del Tesoro, Saccomanni, hanno detto che "questi dati ufficiali ci confermano che
non soltanto la recessione è finita, ma che l'Italia è ormai lanciata verso la ripresa", così
c'è scritto nel comunicato ufficiale del governo.
I membri di quel 9,8% della popolazione sono quelli che ci governano.

E non conviene neppure mettersi lì a sperare che arrivi un esercito di liberazione. Non
esiste.

Dobbiamo guarire dalla sindrome di Bolechow.

Ciascuno di noi, fino a guarire l'intera società.

Pubblicato da sergio di cori modigliani a 11:23